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GiuseppeRovani



CENTOANNI




PRELUDIO




Ditutte le forme della letteratura e della poesia il romanzo èla più disprezzatae per alcune classi di persone la piùabborrita. — La lettura di un romanzo si faper solitodinascosto e lontano possibilmente dagli occhi de' curiosipress'apoco come quando si commette un peccato. — Se una ragazza èin odore di gran leggitrice di romanzistorna da sè qualunquepossibilità di matrimonio; la spina dorsale deviatailbroncocelela clorosil'isterismol'epilessiasono in unafanciullacontro i giovinotti assestati che voglion metter casaspauracchi meno spaventosi dell'abitudine a legger romanzi. — Imaestrii pedagoghii prefetti di cameratase colgono ungiovinetto alunno sprofondato nella lettura di un romanzotosto èun tumulto nella famigliaun parapiglia nel Collegio-Convitto;minacce di castighidi espulsionidi collere implacate. — Gliuomini gravii torci-colliquelli che si danno importanzaquelliche vogliono parere senza esserei cultori di matematicaipoliglottiquelli dell'alta e della bassa filologiagli studiosid'economiaquelli che aspiranoper lo menoa diventar socicorrispondenti di un qualche istitutodanno tutti quanti a piùpotere la caccia ai romanzie guardano ai romanzieri con atti dicommiserazione e di sdegno e d'inquietudine; press'a poco come gliesorcisti del bel tempo dell'inquisizione guardavano i sospetti distregoneria. Bene sono esclusi dalla persecuzione e dall'odiouniversale alcuni pochi romanzi celeberrimiche a buoni conti sichiamano libriperchè la parola non corrompa l'opera. —Ma anche questi pochi libriche in Italia crediamo che sommino acinquee in Francia a tree in Inghilterra ai migliori di Scott eai due di Bulwersono concessi in via di tolleranzapress'a pococome al tempo dell'editto di Nantes erano sopportati i protestanti. —Egli è bensì vero che il romanzo storico era comeriuscito in addietro a sottrarsi all'interdettose non altro per ladifficoltà delle ricerche e per la necessità dirovistare negli archivje perchèin una parolala mente ela fantasia erano condannate alla schiavitù della schiena. —Ma dopo che il più grande dei romanzieri venne a condannare ilromanzo storico come una mostruosità della letteraturacomeun ente ibridocome un assurdocome un impossibileil romanzostorico fu cacciato più sotto ancora del romanzo intimo; e ipedanti che non trovarono mai di lodare Manzoniquesta sola voltas'accorsero della presenza del suo genioquesta sola volta che concoraggio inaudito nella storia dell'orgoglio umanoil grande uomovenne a dar di martello all'opera più colossale del suo genioappunto. — Da più anni in fatti il romanzo storico sembrache sia quasi scomparso dalla faccia del mondo; sembra che aicacciatori della fama sia passata la voglia di farne: e colui cheoggi ha la malinconia di pubblicare questo lavoroe chenell'etàdell'innocenzastampò tre romanzi storici uno dopol'altro; quantunque ne avesse avviato un quartodopo il discorsomanzoniano lo converse tutto quanto in fidibus per la sua pipacasalinga. Ma se gli uomini onesti e pacificise i padri difamigliase i prefettise i prevosti possono essere oggimai quasisicuri dall'assalto de' romanzi storicihanno tutte le ragioni diperdere l'allegriase pensano a quell'altro genere di romanzi che siè convenuto di chiamare contemporaneiintimidi costume.Questi romanzi crebbero a dismisura nella persecuzionecome glischiavi d'Egitto e di Babilonia; si moltiplicarono a miriadi sottoalla percossa dei testoni pesanticome le lumache quanto piùsi zappa nell'orto contaminato. In Inghilterra e in Francia èuna produzione di romanzi tale che sembran fatti a gualchieraatranciaa torchioa mulinoa vapore; è un'eruzione perpetuae in tutti modie più invadente che la lavadello spiritoumano contro lo spirito umano. — Che direbbe se comparisseOrazio col suo precetto degli anni dieci?
Equanti ne producon Francia e Inghilterra ajutate dagli Stati Unititanti ne inghiotte il mondoche come sigari li fuma e abbruciae negetta gli avanzi alla bordaglia. Tuona la criticatuonano i pergamile fanciulle son minacciate di celibatogli adolescenti di esserecacciati dai ginnasii giovani di studio d'essere esclusi dal banco.— Ma i romanzi si riproduconosi sparpaglianopenetranodappertuttoe sono letti persino da chi tuona e sbuffa; persinodalle madri sospettose; persino dagli uomini che si danno importanza;persino da quelli che hanno la missione di far prosperare l'altafilologia e la numismatica e la diplomatica e i concimi e il baco eil gelso. Sotto al grosso volume severo noi spesso abbiam vistotrafugarealla nostra visita inattesala leggiadra brochurepariginasu cui di gran volo potemmo sorprendere i nomi orridi epeccaminosi di Gozlandi Gautierdi Kockdi Dumas!!! Oh orrore!!!
Dopotutto ciòè egli giusto codesto dispregio in cui ètenuto il romanzosia storicosia contemporaneosia di costumisia moralesia industrialesia marittimosia dell'altasia dellabassa societàsia didascalicosia psicologico: ramificazionitutte del gran ceppo del vetusto romanzo cavalleresco? — Noicrediamo fermamente di noe fermamente crediamo che il dispregioprovocato dai guastamestieri ingiustamente siasi rivolto contro algenere. Intantoin codesto interesse antico e perpetuo del romanzodev'essere deposta la ragione che storna la sua abolizione. —Intanto i più grandi scrittori del secolo sono romanzieri;FoscoloManzoniGoetheByronScottChâteaubriandVittorHugoBulwer tradussero in forma di romanzo le più splendide epiù consistenti emanazioni della loro mente. Intanto in unlibro di un grand'uomo morto di recenteabbiamo letto che l'Iliaded'Omero è un romanzo storicol'Odissea un romanzointimola Divina Commedia un romanzo enciclopedicoilFurioso un romanzo fantasticola Gerusalemme unromanzo cavalleresco. — Tutte le verità e della religionee della filosofia e della storiase hanno voluto uscire dall'angustaoligarchia dei savjper travasarsi al popolohanno dovutoattraversare la forma del romanzo che tutto assume: — la prosala poesiale infinite gradazioni dello stile; ei si innalzain unbisognonelle più alte regioni dell'ideas'abbassa tra lerealtà del mondo pratico; è elegiaè liricaèdrammaè epicaè commediaè tragediaècriticaè satiraè discussione; al pari dell'irideha tutti i coloried è per questo che si diffonde nel popoloe piove come la luce di luogo in luogo e di ceto in ceto e d'uomo inuomoe per l'onnipotenza sua appunto può recar dannifunestissimi come vantaggi supremi; chè tutto dipende dallamente che lo governa. Così avviene degli elementi piùpoderosi che sono in naturai quali riescono nel tempo stesso ebenefici e pericolosi all'uomo. Il romanzo di Scott invogliòalla ricerca delle memorie rivelatrici del Medio Evoe inspiròil sommo Thierry; Carlo Dickens in Inghilterra propose ed ottenneriforme legaliindarno proposte e domandate dalla scienza in toga.Se non che questi elogi che facciam del romanzo or quasi ci fanparere indegni di esporne uno; mentre prima il quadro detestabile chene abbiam fatto quasi ci faceva venire il rossore sul volto alpensiero che stavamo per ritornar romanzieri anche noi. — Masia qual vuolsiè ridicolo tanto l'abbellirsi di modestiaquanto l'accusarsi di superbia. — Giàogni qualvolta ungalantuomo stampa qualche prodotto della sua menteè reodella più luciferina superbia di cui un uomo può essercapace. — Stampare significa credere bellissimo e utilissimoall'umanità quello che si è pensato e scritto; e chinel punto massimo della più alta stima di sè stessosifa innanzi col capo chino e colle proteste della sua incapacitàè un bugiardo. — Però noi aspiriamo al merito dinon essere mendaci. — Cento Anni è il titolo delnostro lavoroe Cento Anni dovremo veder passar di fugainnanzi a noicominciando dalla metà del secolo andato echiudendo alla metà del secolo corrente. — Vedremo leparrucche cadenti a riccioni stare ostinate contro i topè;vedremo il topè subire più modificazioni e concentrarsinel codino col chiodo; vedremo i ciuffi a campanilei capelli allabrutus e la cerchia del rinascimento; vedremo il guardinfantedel secolo passato attraverso a più vicende venire a patti colguardinfante del secolo presente. — Vedremo la cipriacheimbiancava i capelli neridi mutamento in mutamentosvolgersi inquell'empiastro che oggi fa diventar neri i capelli bianchi.
D'altraparte vedremo il progresso dello spirito umanopur subendo laaltalene di questi matti capricci della modatrovare la sua uscita eandare innanzi. — E vedremo le arti camminare a spina-pesceperchè il nostro romanzo dev'essere anche un trattatod'estetica — e sentiremo a cantare i tenori e i soprani delsecolo passato al teatrino del palazzo Ducale; e prendendo le mosseda essi e con essi e cogli altri che lor tennero dietrocalcheremoper cento anni il palco e la platea dei nostri teatri; e vedremo lospiegarsi e il ripiegarsi e l'estendersi e l'accartocciarsi dellamusica; e nella nostra lanterna magica passeranno le ombre dei poetidei letteratidei pittoridei pensatori; attraverseremodunqueadir tuttoi decorsi cento anniscegliendo i punti salienti dove leprospettive si trasmutano allo sguardoe dove si presenta qualcheelemento nuovo di progresso o di regressodi bene o di malechedalla vita pubblica s'infiltri nella privata; e osserveremo forse perla prima volta fatti e costumi e accidenti caratteristici che nonottennero ancora posto in libri divulgatie di cui la traccia o lanotizia completa rimase o nella tradizione orale che ancora si puòinterrogareo in carte manoscrittequali i processii decretigliatti giuridicile memorie di famigliaecc.o in opuscoli chesebbene stampatipure stettero segregati dal commercio e dallapubblica attenzione e al tutto dimenticatio nei quali si leggonocose da cui derivano idee o più complete o modificateoqualvolta anche affatto opposte alle accettate intorno allecondizioni de' nostri padriper somministrar così criteri piùinteri o più nuovi onde stimare i fatti successivi; peròal fine di tener dietro al movimento storico di periodo in periodoessendosi dovuto rompere le dighe dell'unità di tempo nel modoil più rivoluzionarioabbiamo provveduto a stornare larivoluzione dal campo sacro e inviolabile dell'unità d'azionericorrendo al partitoche è forse nuovo e che ci fu suggeritodal fatto vero di un processo criminale e di un'azione giuridicacivile conseguitanedi svolgere il nodo drammatico nel seno diquelle famiglie più o meno cospicue per le quali quel processoe quell'azione continuarono per settantacinque annicosì chela differenza originale tra il nostro libro e i libri congenericonsistesse in ciò appuntochedove per consueto gli attorisono individui operanti nel tempo limitato d'un periodo della vitanel nostro lavoro gli attori fossero invece famigliela cui vita siprolunga di padre in figlio e cammina colle generazionicogliendo daciò occasione di tener dietro agli svolgimenti graduali ditutte le parti che costituiscono la civiltà di un paese.Vedremo pertanto gli scherzi curiosi che faranno nel corso di unsecolo codeste famiglieappartenenti a varie castedistinte allasorgente e confuse alla foce; e nella vita di un uomo che vissenonagenarioe chenato quasi alla metà del secolo passatomorì quasi alla metà del secolo correntee che parlòe mangiò e bevve e rise con noiavremoci si permettal'espressionela chiave di volta che varrà a tener congiuntoil vasto edificio e a ravvicinare fra loro quattro generazioni;press'a pococome il patriarca Enos che andò a caccia conAdamo e spremette i primi grappoli con Noèe congiunse le duegrandi epoche della creazione del mondo e della dispersione dellegenti.
Lepromesse sono gigantesche e presontuose: ma guai a chi promette poco.Il lettore lo piglia tosto in parola.

LIBROPRIMO


Illago di Pusiano e il vecchio nonagenario. – Il teatro Ducale diMilano nel 1750. — Musicaballocostumipittura scenica. —La contessa Clelia V.... — Il tenore Amorevoli e la ballerinaGaudenzi. — Cinque finestre e cinque lumi. — Il giardino dicasa V… — Amorevoli e i custodi del morto. —Sospettato trafugamento di carte. — Il giudice del Pretorio. —Il caffè del Greco. — Il violino di spalla. — DonnaPaola Pietra. — Gli scolari del Ginnasio di Brera e il nanoguardaportone del senator Goldoni. — La musica sacra e lacelebre suor professa Rosalba Guenzani. — Storia degliavvenimenti di donna Paola Pietra.


I


Convienrisalire a quindici anni addietroallorquando chi scrive trovavasiin quella età felicein cui si è amici di tutto ilmondoe il mondo per contraccambio vuota con noi il sacco dellecortesie; età in cui la bile non è ancora uscita dalsuo sacchetto a invelenir le venee il volto conserva le sue roseele influenze atmosferiche non fanno di noi quel che il rame fa dellerane scorticate; età in cui l'umore è sempre uguale esempre lietoe l'animo si apre a tuttispensierato e fidente; etàin cui sin la bruttezza ha la sua beltà; tanto che tuttivecchi e giovaniuomini e donnematrone e fanciulle si volgono anoichi per consigliarcichi per compatirci amabilmentechi peraccarezzarci senza malizia la barba nascente; età in cuil'uomo è il legittimo re dell'universodel finito edell'infinitoperchè se il presente gli sorride da tutte lepartil'avvenire gli si svolge dinanzi in lungo e in largosenzaconfinetutto pieno di fantasmi dorati. Chi pensa a codesta divinaadolescenza della vitae senza consultare la fede di battesimovedenello specchio che ha tanti anni di piùeguardandoil fumo che esce dalla sua pipapuò esclamar col poeta:


Questodi tanta speme oggi mi resta


sifa silenzioso e tetroe cerca tosto di sommover l'onda delle tristiideemescolandovi lo spirito d'assenzio. Allorchè dunque chiscrive aveva quindici anni menoebbe a far la conoscenza di unvecchioil qual vecchioa quel tempodei due milioni e cinquecentomila abitanti che contava la Lombardiaera forse quello che portavapiù anni sulle spalletanto chese fosse stato poveroavrebbe fatto la prima figura alla lavanda de' piedi. Ma non erapoveroquantunque non fosse nemmen ricchissimo. — Fu presso allago di Pusianoche vedemmo per la prima volta questo vecchioeprecisamente nell'istante che stavamo leggendo l'iscrizione cheaddita a' passeggieri la povera casa dove nacque il grande Parini.
Quelvecchio era là sedutoin mezzo ad alcuni contadini che loguardavano con gran rispettoe sentendo che noi andavam tempestandodi domande i proprietari di quella casaper aver notizie dellafamiglia Parini e per sentire se vivesse ancora in quel contadoqualche parente del poetasi alzò e avvicinatosi a noi:
—Della casa Parinidissenon vive oggi che un preteil quale stafuori di questo territorio. Del resto io ho conosciuto il poetae hovissuto con lui in grande dimestichezza e qui e laggiù aMilanoe ho conosciuto la madre dell'abate.
—Sua madreha ella conosciuta?
—Sua madresì signore. A lei ch'è nato jeriparràstrano ch'io fossi già sul tramonto di quella che si chiama lavirilitàquando Parini venne a morire. Avevo pochi anniquando col poetache di fresco aveva dato fuori l'immortale suoGiornofui a visitare la sua madre decrepita. — Io contooggi i miei ottantott'annicome se fossero ottantotto zecchiniesto bene di stomacoperchè la natura ha messo l'eternitàne' miei denti molari; e sto bene di gambeperchè non ho maipatito d'indigestione e mi giova tuttora il mio vinetto di collina. —Così dicendo si mosse a discendereaccennando ch'io loseguissi. — Io me gli accostai per dargli braccio; ma egliridendo: — Non s'incomodi. Ella potrà stancarsigiovinetto com'ènon io così vecchio... — e sidiscese insieme. Non aprì bocca finchè non si fu albassoe soltanto quando venimmo all'orlo del lagodove moltivilleggianti lo salutarono riverenti:
—Dunqueella vuol bene al mio Parini? Io chinai la testa. —Parleremo di luisoggiunse allora; ed io mi feci ad accompagnare ilvecchio venerabilesenza esser punto maravigliato dell'affabilelibertà ond'egli mi parlava senza conoscermi. Chi ha vissutouna lunghissima vitasta nel mondo come nel proprio dominio e trattagli altri colla cortesia dell'ospite verso i nuovi venuti. —Accompagnatolo ad una sua villettastetti con lui per piùd'un'orae quando presi licenzagli promisi di ritornar il giornodopo; tanto m'interessava. Allorchè poi lasciai Pusianopromisi che in novembre mi sarei recato a visitarlo nella sua casa inMilano. — Ciò che feci religiosamente.
Quelvecchio era un tal Giocondo Brunibenestantedi sufficiente ma nondi eccessivo peculio. — Era piccolo di staturae magrissimo. Lanaturache il volle destinato ad una vita lungalo aveva emuntod'ogni umore superfluoe ridotto come una corda di violino. Potevaspezzarsinon affloscirsi. — Aveva capelli canuti e tuttorafolti che gli coprivan la fronte; occhi neripiccolifondituttoravivissimie che attestavano come gli abbondasse ancora il fosforodel cervello. A ottantotto anni aveva la mente lucidale idee ancoraordinatela memoria fedelissima. Soltanto lo tormentavanellegiornate piovoseun sonno ch'egli chiamava morbosodel quales'inquietava ed affliggeva.
Amavala gioventù con predilezione che pareva originalità dinatura; ma soffriva antipatie ferocitanto che ne' crocchidove mitrovai seco qualche voltainvestiva con rabbuffi insolenti qualcunoche non gli aveva mai fatto offesa. — Ma i vecchicome ifanciulliamano ed odiano per istinto; i fanciulli hanno l'istintodella naturai vecchi quello dell'esperienza; ed il vecchioGiocondoin quelle tali faccie profilatecostrutte e tinte in queltal modoaveva imparato a leggere quel tal carattere; di qui le suecortesie e le sue asprezze. Nato di madre ballerinacome avevapercorso tanta parte del tempoaveva così percorso moltiluoghi dello spazioperchè colla madre sino a dodici anniincompagnia d'un precettores'era trovato in tutte le cittàd'Italia e d'Europadove c'era un teatrodove c'era opera e ballo.— A Milanodove nacquestette per più mesisino adotto volte ne' primi dodici anni; poi vi prese stanzaa compire glistudisino ai venti; poi fu a Parigia Berlinoa Viennacon lamadre che volgeva al tramonto; poi ritornò in Italia e dimoròa lungo in Venezia sempre colla madreche là morìlasciandolo erede di un bell'avere a ventitrè anni. Di questaetà mi mostrò un suo ritratto eseguitogli dalTiepoletto a Venezia. — Faccia bellissima e spiritosissima. —Dai ventitrè anni in poi fermò la sua dimora a Milanorecandosi peròquando occorrevaa vedere altrove le cose egli uomini e le donne degne d'esser osservate dappresso. — Conquesta vitae con quella temprae con quel fosforo della massacerebralee con quello spirito della curiosità edell'investigazione che non lo lasciò mai vivere quietoeraesso la storia universale viva e vera degli ottant'anni che avevavissuto dopo i primi otto. Aveva passato i sette anni quando Federicoil Grande stava disperandosi per gli affari di Sassoniae Pittilpadreveniva rimosso dal ministero britannicoe Caterina II salivail tronoe la Pompadour facea nausea ai galantuominiquantunquepiacesse al re di Francia. Avea quindici anni. quando Pittfigliofacendo stupire i professori dell'Università di Cambridgecollo studio indefesso e coll'intelletto universaleimparava a fardimenticare la fama paterna; quando Foxe nei danari che il piùbizzarro ed azzardoso dei padri gli dava per tentar la fortuna algiuocoe nell'oceano della vitanel quale immaturo si gettòcome a nuototrovò il segreto della futura sua grandezzamescendo il punch alle filippiche nel greco di Demostene; quandoRousseaudando in luce opere di sovrumano concepimento e abbagliantidi forma incomparabilenel punto stesso che scandolezzava le sanementi con atti ingiuriosi alla dignità d'uomopareva ches'affannasse a far creder vera quella definizione del Sarpiesserel'ingegno una malattia del cervello; quando Robespierreancorafanciulloleggendo avidamente Gian Giacomoapprendeva l'odio controtutte le istituzioni socialie l'idea nuda ed innocua del filosofopensava a tradurre in ferro ed in fuoco. Aveva diciassette anniquando per la prima volta s'introdusse la coscrizione militareeventitrè quando Maria Antonietta sposò il Delfino diFrancia e si concluse la pace al Congresso di Teschen. — Eragiovane fatto allorchè a Venezia conobbe Foscarinie ilvecchio Zeno e il Tiepoloil pittore e il poetae il Canalettoel'abate Chiarie Goldoni giovinetto e Carlo e Gaspare Gozzi; a Romaudì il Miserere dell'Allegria Napoli assistette alfiasco dell'Armida di Jomelli. Fece una rissa ferocissima diparole con l'Alfieri a Torino. — A Milano conobbe tutti quanti.— Sparlò del prossimo con Castistette serio con Parinifece pazzie col pittor Londoniosovvenne di danaro il poverissimoBiondiil ritrattista per eccellenzache non mangiava per comperarei pennelli. Quando ci trovammo due o tre volte a fare con esso luiqualche giro sulle mura di porta Orientalene' giorni che le millecarrozze sfilano in galaera bello a sentirlo dire: Di quel signoreho conosciuto il bisavolo; quello lì che or va in carrozzinodee la sua prima fortuna alla roletta; quello là che va coltiro a quattro la deve ad una birbonata. Ne' giorni del perdonoall'Ospedale Maggiorequando sono esposti i ritratti dei benefattoridi tre secolisi piantava con soprassalti di gioia davanti a talunodi que' venerandi vecchioni del secolo passatoe diceva: questosomigliaquello no...; e tosto una biografiaun racconto pieno diaccidenti curiosidi quelli che la storia ignora e pur basterebberoa far la storia vera. Un giorno che si stava innanzi al ritratto deldott. Macchidi colui che visse in povertà quasi d'accattoneper lasciar all'ospedale tutto quanto ebbe dal padre e raccolse dallasua professione di notajodopo averci narrati molti particolari diquell'uomoche peccò d'avarizia in vitaper essere insignebenefattore in morted'improvviso soprastette dicendo: «Viricordate di quel tale che la prima domenica di quaresima abbiamoveduto nel carrozzino di gala sulle mura di porta Orientalee di cuiabbiamo tenuto alcuna parola? — Ebbenequesto notajo fu quegliche scrisse la minuta di un testamento che doveva esser trascritto dauno zio del padre del padre di quel signore». Del qualepronunciò il nome che noi non ripeteremo; chè molti deipersonaggi che faranno parte della nostra epopea in veste da camerahanno l'obbligo di costituire una società anonima.
Quandoil novantenne vegliardo levò gli occhi dal ritratto del dottorMacchi: «Se verrete da mesoggiunsefra qualche giornoviracconterà un fatto stranissimoil qualese puòinteressare la curiosità degli oziosi da caffèpuòinteressare il filosofo che spasima d'affanno per i mali che l'uomoha inventati onde tormentare sè stesso; e può batterealla porta della giustizia e illuminarlae illuminar persino lasapienza legale».
Maqui ci conviene lasciare il nostro decrepito amicoche tante volteaccompagnammo a veder l'Arco della Pace e a far il giro de' bastioni;e poiin più angusto cerchioe sotto i tigli de' pubblicigiardiniabbiam sostenuto del braccio quando non poteva piùsoddisfare al suo orgoglio di camminare isolato; e soltantocontinuava a dispiegarci lo sterminato volume contenente uomini ecose vissuti e avvenute in cento anniripetendo sempre quel suointercalare: La mia memoria è una valle di Giosafat tuttaaffollata di maschere. — E dal bel mezzo del secoloXIX ora ci convien saltare nel bel mezzo del secolo XVIIIe recarcial Teatrino del palazzo Ducalea quel Teatrino chelasciò per molto tempo il nome al successivo della Canobbiana;colà udremo la musica della Semiramide riconosciuta delmaestro Galuppie vedremo a danzare la bellissima Gaudenzi... quellache fu la madre del nostro decrepito amico.


II


Èdunque la fine del carnevale dell'anno 1750e ci troviamo nellaplatea del Regio Ducal teatro di Milanodetto volgarmente ilTeatrino. Mancano pochi momenti alle due di nottele ottodell'odierno orario. — Le sedie della platea sono tutte quanteoccupate; il semicerchio che corre dall'ultima fila delle sedie allaporta d'ingresso è affollato. — Al davanzale deipalchetti s'affacciano dame e cavalieri; e succedein una parolatutto quello che avviene anche oggidì in que' dieci minuti cheprecedono l'incominciamento di uno spettacolo ne' nostri teatri. —Ma se in un teatro e in un pubblico sono perpetue alcune abitudininon per questo si confidi un pittore di poter ritrarre lo spettacolodi quella seraregolandosi con quello che vediamo oggi. — Ilteatro Ducalemeno ampio del teatro Carcanocon quattro ordini dipalchiera sovraccarico d'ornamenti barocchi. — Volute in oro evermicelli e ghirigori e nastricolle indispensabili maschere dellatragedia e della commedial'una trapassata in un occhio dal pugnaledi Melpomenel'altra colla bocca sghignazzante piegata in arco. —Il velario è un Febo in quadrigaa cui s'attraversa Dianacolle bianche sue cerveforse a significare la lotta in cui èimpegnata la notte per tener lontano il giorno; il tutto nello stiledi un allievo di Tiepoloche abbia l'immaginazione e il colore e lapratica e i vizj del maestroinsieme al manierismo ed agli svolazzidel cavalier d'Arpino. — Il sipario rappresenta la primaveratrionfante sopra le altre stagionie coronata da Minerva; bel lavorodei fratelli Galliari che oggi farebbe arrossire i nostricontemporanei della tolleranza onde lasciano che tutti i siparj de'teatri in Milano offrano a' forestieri la più misera ideadelle arti nostre. — Ma se un amante della pittura potevacongratularsi con quel siparioun amante della luce dovevaprotestare contro il nebuloso crepuscolo che avvolgeva tutto ilteatro. — Non v'era lumiera che pendesse dal velario; qualcheluce soltanto usciva dall'interno de' palchettitutti messisfarzosamente; eprima che comparissero i ventiquattro becchi difiamma al luogo della ribaltagettavano intorno un poco di albore lecandelette che alcuniseduti in plateatenevano fra mano perleggere il libretto dell'opera. — L'abitudine a quelle mezzetenebre aveva però avvezzate le pupille del frequentatore delteatro a vedere e ad osservare. Tutta la sala era piena; sui rossiiverdii gialligli azzurrie tutta la varietà dellegradazioni di questi coloriil fiordalisoil pistacchioilvigognail tortorellal'isabellail tanéil testa dipavoneecc.onde in qualche modo aiutavano la poca luce le giubbele marsinei gilets dei messeri buongustaj dell'operaadagiati inplateasi distendeva uno strato tutto biancoed era la polvere dicipro di quelle seicento parrucche di varia foggiaecome alloradicevasicostrutte alla reggenza a tre martellialla circostanza.Se da questa nevicata che coprivatanta varietà di colorisi alzavano gli sguardi ai palchettiil quadro si faceva più ancora stranamente pittorico. Era iltempo in cui le pettinature femminiliche già avevanocominciato a rialzarsi sotto alla reggenzasi spingevano a talealtezzache bene spesso una testa cessava di essere la settima partedel corpo umano. — La contessa Marlianibellissima edelegantissima fra le eleganti di Milanoquando comparve al suopalchetto in second'ordine vicino al prosceniomise in mostra unapettinatura che dalle tempia si alzava quasi un braccioallargandosicome una piramide capovoltasulla piatta superficie della qualeerano fiori e fruttie due tortore imbalsamate che si beccavanogentilmente. Codesta acconciatura veniva denominata il puff disentimento. E se in quella sera il puff della bella contessaMarliani superava tutti gli altri puffla gara aveva generata unatale varietà negli oggetti accumulati su di essiche sarebbesoverchio tenerci dietro colla descrizione. — Pappagalliaironiuccelli di paradisofoglie e fiori e frutti disposti in modoche una testa pareva un capitello corinzio; le quali modesepiacevano alla maggior partetanto che venivano seguiteansiosamentenon per questo cessavano di far ridere gli uomini digusto e quegli altri che ridono anche delle cose serie.
—Che ve ne pare delle nostre Milanesidiceva un giovinotto colla suabianca parrucca ad ala di piccionead un altro che gli rispondeva indialetto veneziano.
—Non sono nè più belle nè più pazze delleveneziane.
—Ma chi è quella dama là che porta la passionata?
Lapassionata era una delle tante denominazioni che si davanoalle mosche e a' nei onde le gentildonne facevanoquel che sidirebbela loro professione di fede; la passionata era lamosca che si portava all'angolo dell'occhiola sfrontata quellache stava sul nasola civetta al labbrola galantealla pozzettal'assassina all'angolo della bocca. E chi odavvero o per bizzarria voleva o intendeva di avere le qualitàmorali rispondenti a quegli aggettiviportava una di queste moschecome un tempo i cavalieri erranti recavano i motti sugli scudi. Ilpiù delle volte però non erano che simulazioniondechi avrebbe dovuto aver l'assassina portava l'appassionatae semprepoi quelle gentildonne cangiavano posto alle moscheonde tuttequante in una stagione riuscivano e passionate e galanti e civette esfrontate e assassine.
Maque' duetenendo fissi gli occhi in quella che recava all'occhio lapassionatae continuando un discorso incominciato: — Colei èuna delle nostre più infocate dilettanti di musica; del restonon v'ha bella signorina in Italiala qualenel ricevere la visitadi un giovane cavalieredopo aver fatto pompa delle sue grazienonpassi al cembalo a cantare un'arietta per rendersi piùamabile. — Quella dama là della passionata pigliòmolti alla rete cantando l'arietta— Se tutti i mali miei— ed è così bizzarra chequando di recente gli fupresentato un giovanotto per essere il suo cavalier serventecosìlo interrogò sulle qualità che lo dovevano far degno diquel posto: Signoresapete la musica?Noquegli rispose. — Ebbene ripigliò ladamaandate ad impararla e poi venite a ritrovarmi. La musicanel mondo galante è divenuta indispensabile; senza di essa unamante corre sovente pericolo di cadere in disperazione per nonessere in istato di cantare un'arietta. — E quel cavalierino cheora siede rimpetto a coleifu respinto più volte dallacrudeleed egli sarebbe morto se non avesse imparato a memoriaquell'aria del Buranello:


Ahche nel dirti addio
Caramorir mi sento...


chegli salvò la vita — e così press'a poco fantutte... E qui cangiando discorsoil giovane di Milano nominòa quel di Venezia tutte le principali beltà che in quella seramostravansi al palchetto: la marchesa Serbelloni con puff a nastriazzurrila marchesa Dadda con puff ad aironela marchesa Litta conpuff a capitello corinziola contessa Borromeo del Grillo senzapuffma con un sistema di riccioni altissimo e intrecciato con diecibraccia di nastroe la contessa Verri e la marchesa Beccariaecc.tutte insomma le arcavole delle nostre più distinte patrizie.— Ma già i suonatoriincipriati anch'essieran tutti alloro posto in numero di trentae il primo violinosignor Bellettiaveva dato un primo colpo d'archetto. Il maestro Galuppisoprannominato il Buranelloil quale era il compositore dellaSemiramide riconosciuta stava già alla suaspinettain tutto quello sfarzo di vestito che era la caricatura ditutte le caricature che si trovavano in teatro. Seduto tra ilcontrabbasso e il violoncelloaveva dietro di sè due viole dagambastrumento soavissimoche scomparve per dar luogo alle catubeai bombardoniai serpentiai pelittonie a tutto il parco diartiglieria della musica di oggidì; e sedevano innanzi a luidue suonatori di fluttedue di oboèdue di corni. Il restoeran contrabbassiviole e violini.
Quandoil maestro Galuppi comparve alla spinetta:
—Costui è il sopracciò di tutte le case di Milanodisseuno de' suddetti interlocutori; chi vuol farsi d'accosto a qualchedama non dee che appigliarsi alle grandi falde quadrate della suamarsinaed è tosto introdotto. Come compositore val piùdel nostro Lampugnanisuo collega concertatoreil quale è unbuon ambrosiano e un forte contrappuntistama quando non assorda fadormire; codesto Buranello invece compone con molt'arteva intraccia dell'espressionee la trova; tuttavia se la sua musica èla scuola dei professorine guasterà moltiperchè hatroppi passi pericolosie convien essere eccellentissimo nell'arteper collocarli a propositocom'egli ha saputo fare.
Inquesta si alzò il sipario e si mostrò allo spettatoreun — Gran portico del palazzo reale di Babiloniacorrispondente alle sponde dell'Eufrate — lavoro diquei fratelli Fabrizio e Bernardino Galliariche furono i primifondatori della nostra scuola scenicache recaron poscia oltremonte.Essi non conoscendo tutti gli stili architettonici e non avendoerudizione archeologicaapplicavano il greco romanodappertuttoin Babiloniaa Menfialla China; ma avevano una talpratica nella prospettiva e una così sterminata immaginazionenel costrutto architettonico e nella combinazione delle lineedeicontrappostidegli interrompimentidelle fugheche lo spettatorene rimaneva abbagliato e anche oggi ne sentirebbe meraviglia. Lescene poi a quel tempo raggiungevano il più completo effettoperchè la quasi oscurità della platea concedeva tuttolo splendore al palco scenicoe la ribalta non ancora riboccante difiamme (chè le lucerne ad argand s'introdusseroposteriormente) permetteva che la distribuzione della luce si facessenel modo più conveniente e più proporzionato alle leggiprospettiche.
Malasciando ora i pittori Galliari e la scenografiadopo la comparsadel palazzo reale di Babiloniacomparve Semiramide tra gli applausidel pubblicoSemiramide in abito virilesotto nome di Ninoed erala virtuosa signora Cassariniche cantò il recitativo: Olàsappia Tamiri con quel che segue; dopo del quale vennefuori Sibario la seconda donna signora Ghiringhellae lìs'impegnava un lungo recitativo intercalato di guaiti di violoncellie violesino al punto che Semiramidecon solenne portamento divocediceva alla seconda donna: T'acchetaecco Tamiri; eusciva Tamiriossia la signora Giuditta Fabiani Sciabrà;e quandodopo alquante parole di complimentoSemiramide s'assidevain trono in mezzo a Tamiri e a Sibarie una guardia recavasi sulponte a chiamare i principi rivalitostopreceduti dal suono distrumenti barbaricipassavano il ponte MinteoScitalce e Ircano.Allorchè questi si mostròsuccesse un movimento nelteatrocome quando il vento investe una selvae scoppiò dipoi un applauso strepitoso e unisono che pareva fuoco di plotonefatto da un reggimento di veterani. L'opera nel complesso annoiavaanzichè nochè il pubblico aveva ancora nell'orecchiel'Olimpiade di Pergolesee l'Artaserse diScarlattirappresentate poco tempo prima; e non era pago granfatto nè della Casserininè della Sciabràperchè esso ricordavasi troppo della voce stupenda dellaTurcottidella grazia dell'Aschieridel prodigio della Tesi checommoveva irresistibilmente al piantoe della soavitàdell'Agujari che veniva chiamata il rossignuolo della scena. —Peròessendo inferiori le prime donne di quella stagionealle altre che aveva già sentiteil pubblico si rivolse alnuovo sole che era Ircanoovvero il tenore Amorevolil'occultapassione delle donne. — Applaudito al suo primo comparirefecefremere d'entusiasmo la platea ad ogni emissione di voce; ma ilsegreto di mettere in pericolo la mente sana degli spettatori se loserbò all'aria:


Maggiorfollia non v'è

Cheper godere un dì

Questasoffrir così

Leggetiranna.  


Allecadenze di questa cabaletta il teatro parve dividersi in due per loscoppio d'applausi.
—Vengano ora i musici — gridava un giovinotto — ora chefinalmente questo Amorevoli canta come un uomo e non come una donna.
Iltenore Amorevoli diffatto fu il primo cheper l'ineffabile dolcezzad'una voce naturale e pel gusto squisitissimo del suo cantofecesperare che col tempo si potesse far senza de' musici. Ma cosìnon la pensavano i vecchiuno de' quali diceva indispettito:
—Tutto va benema bisognava sentire Carestini a cantar quest'aria.Egli aveva gli estremi dei bassi e degli acutitanto che il Ciardinitenore disseche voleva farsi evirare per poter cantare il bassocome lui.
—E dove lasciate Cafariello? — diceva un altro che portava ancorala parrucca a riccioni; — giammai uomo mortale spinse cosìlungi l'audacia del canto.
—E Bernacchi il patetico?
—E dove lasciate Egizielloil grandel'unico Egizielloil redell'espressione? fu egli che nell'opera Artaserse fecepiangere tutta Roma per questo solo accento:


Epur son innocente.


Edopo lui Guadagni e Salimbeni e Monticelli e Reginelli e Garducci el'Elisi; se il men valoroso di costoro fosse quicodesto Amorevolinon piacerebbe nè poco nè assai...
—Intanto si compiaccia a sentirlo.
—Per forzanon c'è altri...
El'opera continuò... e Amorevoli dalla voce piena di fascino edall'aspetto bellissimofu chiamato sei volte al prosceniodopochecon un'espressione e un ardore indicibileebbe cantatoquell'aria con cui finisce l'atto primo:


Empiofato se m'opprime
Seguiràle mie ruine
Chisuperbo mi contende
Labeltà che mi piagò.


Leultime due volte che Amorevoli uscìtenne fisso lo sguardo adun palchetto... Nessuno però nè s'accorsenèprese informazione di quell'atto...
Soloil gentiluomo veneziano che teneva dietro alle beltà lombardeguidato macchinalmente da quello sguardo ad osservare egli pure ilpalchettochiese all'amico che gli serviva d'interprete:
—Chi è quella bellissima dama làal numero quattro delsecond'ordine?
—Bellissimase avesse imparato a sorrideree se ricevesse la graziadalla bontà... Quella è la contessa Clelia V...odiatadalle donne ed anche dagli uomini.
—Odiata?
—Sìodiata... Sa il latinoil greco e la matematica... edall'alto del suo tripode ci guarda tutti come una divinitàsdegnata. — Mentre il cavalier servente è dovunque unmobile di casaed è adottato da chi lo considera comeun'imposizione della moda e nulla piùella non ha mai patitod'averne uno. La natura le ha messo il cuore in ghiaccio perpreservarlo dalle infiammazioni.
—Ha marito?
—Altro che marito! Vedetelo là nel palco dirimpetto... Èun ex colonnello di cavalleriafatto con sangue di Spagna e consangue lombardo. Nobilissimodel restoe ricchissimo; ma serio comeun cavaliere del tempo del Cid. — Sposò la sapienzaperchè s'accorse che la grazia lo avrebbe fatto diventargeloso come il Moro di Venezia...


III


Ilfischio dell'avvisatorepartito dal palcoscenicofece cessare tuttii discorsi che si tenevano nella platea e ne' palchettie si alzòil sipario. Il ballo di quella sera rappresentava La Morted'Ercole del coreografo Pitrautcolui che aveva destatotanto chiasso a Parigi per aver messo in ballo il Telemacodell'arcivescovo di Cambraynel quale ballo la dea Calipsoinconseguenza di un passo falsoavea corso pericolo di perderel'immortalità. — L'azione dell'Ercole si aprivacon un grande strepito guerriero; una folla di popolo annunciava ilritorno d'Ercole che entrava in cocchio tirato da alcuni schiavi dinazioni diverse da lui soggiogate. Jole era strascinata dailottatori; Filoteta ed Ilo stavan seduti sul cocchio ai piedid'Ercole. — Compariva finalmente Dejanirala bellissimaGaudenzi. Questa ballerina destava allora il massimo fanatismo inEuropanon tanto perchè fosse d'una bellezza abbagliantemaperchè nell'arte sua era un'eccezione alla regolaovverossiapoteva servire di regola tra gli abusi. — La critica sapienteche allora usciva a protestare in opuscolettisi lamentava forte chei compositori de' balli andassero lontanissimi dalla natura; ma piùancora si lagnava degli esecutori. Tutta l'arte de' ballerini ingenerale si riduceva alla capriuola. Non si trattava più diballarema di andare in altoe quegli che più s'approssimavaal cielo del teatro passava per il più bravo. Il ballerinoSauterper far vedere al pubblico la forza delle sue gambesipropose in un gran ballo eroicodopo aver fatto duecento capriuoleed altrettanti tours de jambes di cadere in àplomb sul piede drittoe di starvi per otto minuti inequilibrioaffine di dar tutto il tempo alla platea di battere lemani. Questi salti eran tanto pericolosiche bene spesso in teatrosuccedevano grandi inconvenientie in quella medesima stagione a cuici troviamonello stesso ballo della Morte d'Ercole unadivinitàfacendo uno sforzo pantomimoprese così malela sua misurache si precipitò nell'orchestradove ruppe seiistromentidisordinò quindici parrucchegettò a terrail violino di spallacui poco mancò che uccidesse invece difracassare sè stessa; avvenimentoche per quello che poisaprà il lettorefece cadere in deliquio la bella Gaudenzi. —Ma continuando a parlar dell'arte della danza a quel temponon pareavero che i compositori de' balliche volevano far effettoaffrontando qualunque assurdità e mettendo in pericolo la vitadei loro esecutoritrovassero ballerini e ballerinee ricche esospirate dal bel mondoche si adattassero a sfigurarsi e a diventarfurie sulla scena. La celeberrima Campioni e la milionaria Curzaforza di contorsioni e movimenti irregolarifinito il ballodiventavano deformi a segno da far paura; i loro occhi si facevantorti e biechisi tramutavano le loro fattezze e lor fuggiva ilcolore. Non così la Gaudenzi. Il nostro amicoparlandoci ungiorno di sua madreci fece vedere un libroche teneva carissimonel quale davasi di lei il seguente giudizio: «Anche nel belmondo ballante si trovano le rare fenici. La Gaudenzi è una diquelle; ella balla con agilità inarrivabilecon eleganteportamento e con brio vivacissimo; il corpo suo è sìben formato che sembra fatto per ballare. È grande attricepantomima; con un volto oltre ogni dire bellissimo esprime al vivo lediverse passioni dell'animola tenerezzail dolorelo spaventol'allegriail furore». Noi siamo inclinati a credere chel'autore dell'opuscolostampato a Milano dal Mottadove stannoqueste parolefosse uno spasimante della Gaudenzie che peròcaricasse le dosi; tuttavia viene una gran voglia di credergliquando si pensa che tutta Europa andava perduta dietro a codestaGaudenzimentre pure aveva uno stile di danza contrario a quelloallora in voga. Ma se ella poteva danzare con ragionevolezza d'artenon poteva far scomparire le assurdità della composizionecoreografica; però nel nuovo ballo del Pitrautdopo essersigettata nelle braccia dello sposo Ercoledoveva adattarsi a ballareun pas de trois con lui e con Jolee solo poteva mettere inatto tutte le riforme ch'ella avea introdotte nella danza quandoeseguiva l'a solo. — Ella avea compreso che la danza nonè altro che un'arte plastica viva e verain cui la figuraumanadotata di forme bellissimes'atteggia a consigliar pose emovenze e contorni eleganti alla pittura e alla scultura.
Ipittori Galliariche non s'interessavano gran fatto alla musicanell'ora che danzava la Gaudenzierano assidui ad osservarlastandofra le quinte; e noi abbiam veduto un disegno a penna d'uno di lorodove è ritratta la celebre danzatrice in costume di Dejaniraadagiata su d'un letto di cespugliin preda al dolore. Quantunqueperònel massimo imperversare dell'arte baroccaella avessetanta purezza di atteggiamentinon aveva il coraggio di ometterel'entrechat propriamente dettoperchè voleva fartacere le ballerine rivalile qualise ometteva la capriuolal'accusavano di poca agilità nelle gambe. — Sapeva dunquesoddisfare in un punto e alle esigenze legittime della bellezzaassolutarivelando forme d'indescrivibile perfezionee ai capriccidella modae alle pretese dei compositori. — Del restose ellaera abilissima come danzatriceriusciva inarrivabile come attriceesapeva provocare il vero orror tragicoquandonell'ultima scena delballomentre Ercole ardeva nella camicia funestaella entrava comeforsennataenon potendo reggere allo spettacolo straziantesiuccideva. Se non che tutte le sere doveva risuscitar tosto per uscireal proscenio (non si potevano contar le volte)a ricevere ledimostrazioni di un pubblico che andava in delirio; edopo calato ilsiparioil palco scenico abusivamente era invaso dai giovanizerbinottiche recavansi a farle tributo dei loro omaggi e alasciarle un tappeto di rose e viole sul pavimento del camerinodov'ella gentile e spiritosa e vivacissima dava belle parole a tuttie occhiate che parevano significare quel che non volevano dire.Veduta da pressola Gaudenzi non scapitava d'un punto dell'effettoche produceva a chi la guardava dalla platea; chè veramenteera dessa di una perfetta beltà. Aveva la capigliaturabiondo cupa increspata e prolissala quale nella sua schiettanatura non potea vedersi che nel momento in cuiattendendo a darparolescioglieva i capegli per poi foggiarli anch'essa nel puff diconvenzione. — Aveva occhi azzurribocca e mento e contornidella purezza più completa; soltanto il nasocome quellodella greca Aspasiasopravanzava d'alquanto il confine stabilitodalle scuole accademiche. — Ma quegli occhi azzurri e quel nasoerano un argomento di censura per le altre beltà invidiosesegnatamente del ceto patrizio. — La contessa Marlianiaffermavasdegnosissima nella sua convinzioneche non puòessere una beltà perfetta chi non ha gli occhi neri; la qualeasserzione diede luogo ad una disputa de' begli spiriti che recavansialla sua conversazione. — Fu persino convocata una consulta dipittori per decidere in proposito; e avendo essi sentenziato infavore degli occhi azzurriquasi corsero il pericolo di perdere illoro posto alla tavola di casa Marliani. — Ma anche noi chescriviamoavremmo perduta l'amicizia della contessa perchè leavremmo detto chese gli occhi neri lampeggiano in virtùdella legge dei contrastigli occhi azzurri risplendono per virtùpropria; le avremmo detto che la pupilla azzurra sdegna lamediocritàvuol bellezza perfettissima di linee nelsopracciglio e nella cassa dell'occhiomentre la pupilla neras'appaga invece anche di linee irregolari; che l'occhio nero nonavendo un colorenon ha sempre nè varietà nènobiltà nè iridescenza nè riflessisia dallaluce esterna che dall'intima luce dell'anima; ora tutte questequalità avevan gli occhi della Gaudenziocchi esercitanti unfascinoche poteva persino sembrar colpevole a chi non conosceval'indole di quella donna.
Maintanto che i cavalierini incipriati stavano indugiandosi alle sogliedel camerino della Gaudenziin aspettazione dell'ultima occhiataetutti nella speranza che quell'occhiata significasse una sceltasenzadel restoarrivar a comprendere che la Gaudenzi erasudatissima e sentiva il bisogno di spogliarsi e rivestirsie nelsuo segretopur conservando l'amabilità dell'azzurra pupillali mandava tutti al diavolos'intesero voci d'alterco sul palcoscenico. — Ad un illuminatoreche passava in quel puntotuttique' gentiluomini si volsero per domandarli di che si trattasse:
—È il signor Amorevoli che non vuol più cantare...
—Comecome?
—Per questa serano.
—Ma perchè?
—Dice di star malissimoe i medicirichiesti dai cavalieriispettoridichiarano invece che non è mai stato cosìbene; ed egli ha minacciato di bastonar tutti quanticavalieriispettori e medici... — e senza dir altro e sghignazzando digran voglial'illuminatore passava oltre. — Allora glispasimanti della Gaudenzi s'allontanarono dalla loro vittima emossero a spingere un occhio e un orecchio curioso al camerino deltenore. Ma tutto era tornato nella più perfetta calma. Inconclusioneconvenne fare la volontà del tenoreil qualedichiarava chequand'anche non avesse la febbre richiesta dairegolamenti del teatropure non poteva spingere la voce al di làdel solaveva compromesso il lae sarebbe stata unaimprudenza solamente a parlare del si e dei falsetti. Cosìdopo alcuni momentiuscì l'avvisatore a gridare dalproscenioin mezzo ad un silenzio di tomba:
—Per improvviso abbassamento di voce del tenore signor Amorevolisiommetteranno nel secondo e nel terz'atto tutti i pezzi d'Ircano. -
Nonè a dire come rimanesse percosso da questa notizia tuttoquanto l'uditorioil qualeper non saper come sfogare il dispettofischiò disperatamente l'avvisatoreil quale si ritrasse conun volto pieno d'indifferenzadi calma e d'ironia; con un volto chepareva quello di Socrate quando si alzò a sfidare le risatedella folla d'Atene. — Tanto in qualche cosa giova essere gliultimi per assomigliare ai primi.
Matornando all'Amorevolinoial pari dei medici del teatro e deicavalieri ispettorisiamo inclinati a credere che in quella seraegli avesse una salute di ferro e una voce a tutta prova.
Sedutodi fatto nel suo camerino innanzi ad uno specchiostavadisbellettandosi; e ridendo tra sèpareva che godesse di untrionfo ottenuto. — Entrava in quella il servo universale delpalco:
—Si va dunque a casa?
—Prepara il mantello e gli stivaliZampino.
—Gli stivali?
—Gli stivali ed il mantello... Sì.
—Ecco il mantello.
—Tu vuoi assaggiare la mia cannaeh?
—Non sono il medico del palco scenico.
—Porta via dunque questo drappo rossoche fa uscire il sole anche dinotte... e prepara il mantello nerobestione.
—Vuol l'amo o le retisignor Angelo?
—Bada a teZampino. — E Amorevoli si alzava aspergendosi ilvolto e le mani d'acqua odorosae mettendo in mostra una camiciatutta gaja di preziosissime trinee un pajo di calzoni di rasoturchino con punte d'argento. Si adattò il gilèchepareva un mazzo d'ortensiemise gli stivali di rnarocchino nero conrovesci azzurri come i calzoniinfilò la marsina variopintacome una squama di serpentesi calcò il cappellino a trepunte sulla parrucca alla circostanzae si gettò ilmantello sulle spalle. Dopo aver detto a Zampino: — Preparati adaccompagnarmi col lampione — uscì dal camerinoerecatosi sul palco sceniconel momento che era calato il sipariodopo i frammenti del second'attomise l'occhio ad un buco deltelonee guardò al numero quattro in second'ordine. Il palcoera vuoto... egli soffregossi le mani e ripartì quetouscendoper la falsa porta del teatro. Zampino lo seguiva senza far parolacol lampione che già aveva acceso.
Lasciatoil teatroAmorevoli volse il passo verso la contrada Larga... allaquale rispondeva una porta del teatro per dove uscivano i proprietarjde' palchetti. — Molti carrozzoni erano là in filae icocchieri aspettavano di esser chiamati dal lacchè dellapropria casa.
—Casa Borromeocasa Littacasa Marlianicasa GambaranacasaAnnonicasa Belgiojosocasa Sanazzarocasa Bossicasa Taverna...— gridavano essi di mano in mano che i carrozzoni si facevanoinnanzi.
Amorevolisi fermò sull'angolo della contrada delle Oreporgendoorecchio alle voci rauche di quei poveri lacchè che facevanvenire innanzi le carrozze in processione.
—Casa Verricasa Beccariacasa V...
Amorevolistette un istante senza far mottogettò il mantello allaveneziana intorno alle spalleascoltò il cupo e pesante romordelle ruote di quell'ultimo carrozzone che s'allontanava.
—Quante sono le ore? — chiese poi a Zampino.
—Manca poco a mezzanotte.
—Vieni che faremo una passeggiata per la città.
—A quest'ora?
—A quest'ora — e partirono.
Camminaronouna mezz'ora buonamente... Zampino di tant'in tanto diceva adAmorevoli:
—Ma che si fa?...
—Bada a te... e attendi a servirmi bene — e vennero aPoslaghetto. Colà era un'antica osteriadonde partivanograndi schiamazzi e canti e villotte...
—Che diavolo c'è laggiùZampino?
—Siamo agli ultimi di carnevalesignore; saranno i compagnoni dellaBadia de' facchini.
—Benissimo. Ora va' a mangiare il tuo boccone in quell'osteriaeattendimi là...
—Non devo accompagnarla?
—No.
—Ma e se?...
—Va' a mangiare il tuo boccone... — e Amorevoli partìsolo.
Parevapraticissimo di quel gruppo di contradee difilò dritto aduna cinta di un gran giardino. Era il giardino del palazzo V...nomeche dobbiamo tacereavvertendo soloa scansare equivociche avevadesinenza spagnuolae che una volta aveva probabilmente datol'appellativo ad una contrada.
Facevauna notte di febbrajo limpida e stellata... e dal dietro della cintasi vedeva la sontuosa facciata di un gran palazzo antico— Dadue finestreposte tra loro a molta distanzaai lati estremi diquel palazzotrapelavano due lumi. — Un altro lume trapelavapiù in lontananza da una casetta modestache rispondeva ad ungiardino confinante a quello della casa V...il qual giardinoapparteneva al palazzo del marchese F... che era morto la mattina diquel giorno; due lumi luccicavano a due balconi di quello stessopalazzo. Il lume della prima finestra del palazzo V... rischiarava lastanza della contessa Clelia che vegliava...; quello della secondafinestra rischiarava la camera dell'ex colonnello conte V... chegià dormiva; il terzo lumeche traspariva dalla finestradella casa modestarischiarava l'alloggio della ballerina Gaudenziche s'era acconciata là per esser vicina al Teatrino Ducale eche in quel momento stava mutandosi la camicia.
Delleultime due fiammel'una illuminava un lenzuolo in cui era avvolta lasalma patrizia del marchese defunto; e l'altra una mano di gentevenalepagata la notte a far compagnia al morto.
Inquello spazio misurato dall'occhio del tenore Amorevoli nonscintillavano che quelle cinque fiamme... Esso le contòmacchinalmentee scavalcò il muricciuolo di cinta


Econ un'ansia incognita
Ebbela debil orma accelerato
Ein alto..................................
Scintillavail beffardo occhio del fato.


IV


Lacontessa Clelia era sola nella sua stanza da lettodi cui gliaddobbi e gli ornamentisovraccarichi di sfoggiata ricchezzafuordelle leggi del buon gustoè più facile che un uomod'immaginazione se li dipingadi quello che li descriva ungalantuomo di null'altro temente che di riuscir nojoso a' lettori. —Tuttavia in quelle linee contorte e peccaminose del baroccoe inquell'oro condensato senza risparmio in forme d'ornamentic'eraqualcosa che poteva parlare alla fantasiae tanto più inquanto in mezzo ad essi spiccava una donna così severa e cosìbellabella di quella bellezza di rigida perfezione che lasciaplacidissimo il cuorema che provoca lo spirito d'osservazione inmenti avvezze ad esaminare le opere dell'arte. Pure non si potea darfigura che fosse meno adatta a quella stanza; chè l'una el'altra rappresentavano due stili di due periodi opposti e nemici traloro. Il volto della contessa apparteneva a quello stile greco romanoche non sopporta transizioni di scuola; e siccome in quell'ora in cuivegliavaella si era lasciata cadere l'alta acconciatura de'capeglidai qualiravviati un momento prima dalla camerieraerascomparsa anche la cipriacosì a quelle volute contorte delBorromini e del Fumagalli faceano più cruda antitesi quellafronte quadraquei piani delle guancie modellati a rigorecomequelli d'un cammeo anticoquel mento romano che richiamava il mentoappunto della Cleliaquando passa il Teveredisegnatadall'improvvisatore Pinelliquel naso rigorosamente giusto e adangolo rettoil quale insieme cogli occhi grandi e neri e di lentogiroe colle palpebre prolisse e co' sopraccigli arcuati e foltipiù forse che nol comportasse la delicatezza muliebregenerava quel tutto che sarebbe necessario a dipingere una Minervaconvenzionale. Occhi tuttavia e sopraccigli e palpebreche pur disotto al rispetto quasi disgustoso che imponevanoe alla fuga in cuimettevano ogni pensiero giocondo e gaiopotevanoin certi momenti ea seconda di certe natureprovocare strani pensieri e sommovere ilsenso voluttuoso.
Lafronte peròquasi sempre corrugatadi quella gentildonna ecerte protuberanze chepreziose sotto alla mano del frenologorecano sempre offesa alla completa bellezza per l'occhiodell'artistapotevano venir in soccorso onde spegnere la seduzione.— Ma da quella frontesenza saperloi rigidi parenti (di cuiper esser fidi ad un sistema di prudenzasopprimeremo al solito ilnome del casato)avean preso consiglio per dare alla fanciullaClelia una educazione che fosse distinta oltre il consuetoa ciòpoi singolarmente sollecitati da un dottissimo abateun talCarlantonio Tanzistato precettore al fratello della contessinailqualenon trovando più nessuno a cui comunicare la suadottrinapensò fare di lei un oggetto di esercitazionescientifica pe' suoi vecchi annie una meraviglia del gentil sesso.— Ad ogni modol'abitudine di introdurre le fanciulle adiscipline non fatte pel sesso graziosonel secolo passatosecolodelle esagerazioni e delle cose a rovesciofu comune più chenon si creda. — Era il barocco applicato all'educazioneper cuialle fanciulle si gonfiavano le teste a spese del cuoree siriduceva la scienza a ricovrarsi per forza all'ombra de'guardinfanti. Molte donnenel secolo passatostudiarono filosofiagiurisprudenzamatematica; talvoltaqualche stragrande ingegnofece parer sapienza cotale pazziae valga per tutte quel prodigiodella Gaetana Agnese; ma più spesso furono anomalie disterilissima dottrinarigonfiata da orgoglio infelice. La contessinaClelia pertantodal dotto abate che non aveva cavato nessuncostrutto dal fratello di leifu incaricata di far le sue veci e dirappresentarlo al consesso dei dotti. — A dieci anni lacontessinaoltre alla lingua franceseche si parlava abitualmentedal conte padreil quale tante volte s'era trovato a Parigi confusonella folla dei cortigiani del gran Luigiconosceva la lingualatina; e il prof. Brandaquello col quale ebbe accanite dispute ilgiovane Parinifu invitato dal prete Tanzi a sentir la contessinaClelia tradurre l'orazione di Cicerone Pro Archia e il Sognodi Scipione e recitar a memoria uno squarcio di LucrezioDe rerum natura. Non istupisca il lettore: chè Voltairemandava già il figurino da Parigi; e il professor Brandalodata al conte padre la contessina miracolosaconsigliòl'abate Tanzi ad insegnarle anche la lingua greca... e la linguagreca fu imparata; poi quand'ella ebbe sedici anniappresematematica insieme col giovane Paolo Frisiquello che fu in seguitoautore del trattato De gravitate universali corporum ein questa scienzaajutata da un naturale ingegno e sollecitata daquelle prove di distinzione onde si vedeva circondata ogni qual voltatrovavasi colle altre fanciulle patrizie sue coetaneefece taliprogressiche fu introdotta persino all'intima confidenza di Urania;di modo che nella notte a cui ci troviamoquantunque la contessapensasse assai più di quello che leggessepure si teneva sultavoliere di lapislazzuloinsieme coll'opera di Boscovich — Demaculis solaribuse all'altra d'Eulero Novæ tabulæastronomicæil famoso trattato sulla processione degliequinozjche d'Alembert aveva pubblicato due anni prima; del quald'Alembert ella sapeva tener dietrosenza scontorcersialledimostrazioni; tantochè avrebbe potuto ripetere ad un consessodi dotticome gli assi dell'ellisse descritta dal polo dell'equatoresieno fra loro come i coseni dell'obliquità dell'eclittica edi coseni del doppio di questa obliquità. Ma i cosenidell'obliquità dell'eclittica non bastavano a render feliceuna bella donna di venticinque anni. Sette intanto ne eran corsi dache era stata fatta sposa all'ex colonnello conte V...senzamai averlo veduto primasenza avere dell'amore e delle questioniaderentialtre idee che quelle che sono depositate ne' classicilatini; idee che non poterono avere uno sviluppo interocompressecome vennero dall'algebra e dalla geometriadue scienze piùinfeste della brina ai primi germogli dell'affetto. Sposòdunque l'ex colonnello che aveva quattordici anni più dilei. Egli vantava un gran casatouna grande ricchezzae brillavagliinoltre sull'uniforme di parata un segno che attestava il suo valormilitare. Era serioera dignitosoparlava pocoma dalle pocheparole trapelava la stima profonda che aveva della giovinettaprodigiosa. Ond'ellaquando i rigidi parenti proposero ilmatrimonioconsentì e provò anche qualche sussulto chenon veniva nè dalla geometria nè dall'algebrama fu unsussulto di brevissima duratae la scienza dovette colmare i vuotilasciati dall'affetto vero. D'altra parte è a tenerconto d'una cosa. Non tutte le creature umane raggiungono lamaturanza un punto medesimo. L'abitudine agli studi severiquel nonriposarsi mai su pensieri e desiderj eroticiaveva ritardato ilcompleto sviluppo della contessa. Fu necessario il tempopiùche il sole di un'anima appassionataa togliere l'acerbità aquel frutto. La giovane contessa era altaera ben fattaera bella —parliamo d'allora che andò a maritarsi — ma le mancavaquell'arcana virtù della donnache non si sa da chi e da chee come e quando venga provocata.
Noinon possiamo dire precisamente in qual periodo della vita dellacontessa Clelia abbia incominciato codesta misteriosa virtùma pare che sia stato tra l'anno ventiquattresimo e ilventesimoquinto della sua età; nessuno però s'accorsedi questoperchè nessuno poteva sospettare che fosse unavirtù l'eccessiva acerbità ond'ella esprimevasiparlando sia cogli uomini sia colle donne. Un fatto solo notaronotuttie uomini e donne: ch'ella era cresciuta in beltà. S'erafatta più maestosa nel voltos'era arrotondata ne' contornidel corposoltanto negli occhi era diventata più seria. Delrestochi mai non potesse capacitarsi del come una donna possaessere più bella a venticinque anni che a diciottosappia chela contessa Clelia non aveva mai avuto figli; e che i parti e illatte guastano un bel corpo di donna più che i classici latinie i trattati d'astronomia. Quantunque però crescesse dimaestosa bellezza e di attraenti rotonditànon per questonessuno presumeva che la gioventù galante le si facessedappresso. Ella non era che ammirata quando non era temutaed eratemuta quando non era odiata; chè vi sono tali beltà aquesto mondosia maschili sia femminiliche raccolgono tanto menoquanto più hanno di perfezione nel loro aspetto. Sonoconquiste considerate al di sopra di ogni forza volgareepperòlasciate in disparte come imprese disperate; donne condannate tuttala vita a desiderare e ad essere desideratea tormentare e ad esseretormentate per finire i vecchi anni tra le reminiscenze di una gloriavanitosa senza felicità. Nessuno adunque dei bei giovani diMilano osava avvicinarsi alla contessaquantunque taluno de' piùaudaci sì fosse azzardato persino a dire all'amico: Che belladonna!! Nè è da credere che facesse paura il grave esuperbissimo suo marito ex colonnellotutt'altro: la paura nonveniva che dalla maestà soverchia della bellezza di leie daquelle parole piene di sapienza riposta ond'ella faceva ammutoliretutti quelli che le si avvicinavanoe dal sospetto ch'ella fosse piùsapiente ancora di quello ch'ell'era. Ma come potè adunque untenore?... Noi stavamo in aspettazione di questa domandaperòla soluzione del problema eccola qui.
Nelfamoso 18 brumajoBonaparteche pure era passato imperterritoattraverso alla flottiglia inglesefidente nel proprio destinopergiungere in tempo a Parigi onde recarsi in mano le redini di tutta lacosa pubblica; quando si trattò di abbattere il Consiglio de'cinquecentosi smarrì e parve minor di sè stessoenessuno de' suoi coraggiosi fautorinemmeno il fratello Lucianoavrebbe osato disperdere quel formidabile Consiglio. — Chi seppefar tanto? Colui che aveva men testa di tutticolui che ripeteva ilsuo coraggio dalla spavalderia militarescae affrontava il pericoloper non saperne misurar le conseguenze. Fu Muratchealla testa de'suoi granatieria bajonetta in cannaentrò nel Consiglioei membri dovettero discendere dalle finestre... con che le sorti diNapoleone furon fermate. I grandi fatti giovano a spiegare i piccolie viceversaperò la contessa Clelia che riusciva a' cavalierimilanesi più formidabile del Consiglio dei cinquecentononfece nessuna paura al tenore Amorevoliil quale anzi s'incalorìdelle difficoltàe fatto baldanzoso dalla lunga lista de'proprj amori fortunati e reso intraprendente dalle sopracciglia foltedella contessa che gli richiamavano le sue belle compatriotte diTrastevere (perchè il tenore Amorevoli era nato a Roma)fecequello che fece poi Muratmezzo secolo dopocol Consiglio deicinquecento.
Nelleserate musicali che si tenevano o nell'una o nell'altra delle casepatrizie di MilanoAmorevoli era pregatosupplicato a interveniread imbalsamar tutti quanti col suo dolcissimo canto. La contessaCleliacome di prammaticaera sempre intervenuta a quelle serateead onta dell'algebra che le faceva usbergo al cuoresi sentìpenetrare da quella vocenè fu la sola a subire quel fascino.Tutte le gentildonne leggiadre che si trovavan là a beverl'onda soaveavrebber battuto moneta falsa per quel fatal Romanoilquale le saltò via tutte e s'accostò alla sola contessaClelia. — Amorevoli non era uomo di sterminato ingegno —nessuno durerà fatica a crederlo; — non era troppo fortein letteratura — nemmen questo è improbabile; — anzibisognava si facesse ajutare per afferrar bene il concetto deiparagrafi de' contratti teatralie più ancora per comprenderealcune strofe dei libretti di Metastasio; ma l'arte di far all'amoreè appunto un'artee non una scienza; è in essa chel'istinto va innanzi a qualunque studioe l'istinto conosce le viesegrete e le percorre da padrone; d'altra parte Amorevoli non mancavad'una certa drittura naturalee quando parlavaparlava bene e conquell'accento là dei romaneschi...; lingua toscana in boccaromana... il proverbio è anticoe i proverbj sonola sapienza del genere umano... e la verità di quel proverbioriuscì fatale alla contessa... Infelice!!
Perfinoil gobbo Tacchinardigobbo e vecchiofece impazzir qualche donnacol veleno imbalsamato della sua voce: pensi or dunque ognuno chebrecce doveva aprire Amorevoligiovine di ventisei annibelloelegantecon certi occhi in cui la penetrazione pareva nuotare nellavoluttàcon una voce cheanche allora solo che parlavaeragià musicae con quegli accorgimenti del serpe flessuoso cheavvolge e stringe pur continuando a dispiegare la pompa della suavariopinta veste. Così la scienza fu investita dall'ignoranzae la matematica fu messa a giacere dalla melodia. — Il lettorenon può immaginarsi il dolore che noi ne proviamo.


V


Matornando ai fattiin quella notte in cui la contessa vegliavanonper amore della scienzasiccome parema per amore di qualche altrooggettoe in cui Amorevoli stava seduto su d'un sasso cui faceanospalliera foltissimi carpiniche a lui servivano e di paravento e diparaluna nel tempo stessodoveva succedere uno di quei contrattempiche e’ si direbbero espressamente concertati dalla perfidamalizia della fortunauno di que' contrattempi pe' quali si èconvenuto di dire che talvolta il vero non èverosimile. — Non era la prima volta che Amorevolisaltando pelmuro di cintarecavasi nel giardino di casa V... dopo mezzanotteovvero sia dopo finito il teatro; e non era la prima volta che lacontessaquando batteva un'ora all'orologio dell'Ospedale Maggiorediscendeva nella biblioteca situata al piano terreno del palazzolaqualeper un grande finestrone arcuatorispondeva al giardino;finestrone difeso da un'inferriata a modo di cancellotutta messa adoro e foggiata a ricchissimi rabeschi. — La contessastando didentrosentiva le proteste d'amore dell'infuocato Amorevoliilquale protestava inoltre contro quel cancello che non aveva maivoluto essere apertoe che serviva alla contessa e di parlatorio edi fortino. — Comedel restoe quando donna Clelia e il tenoredella stagione di carnevale siensi dati l'intesa per trovarsi a que'notturni abboccamenti è quello che non si sa. — Allorchèil destino iniquo ha stabilito che succeda quello che non dovrebbemai succedereoffre egli stesso le opportunitàconsiglia imezzitende le retisuggerisce le paroleè il Figaro piùscaltro e più disinvolto e più briccone di tuttitradue individui che cogli occhi si son detti quello a cui nonbasterebbero cento sonetti del Petrarca. — Quale adunque siastato il momento e quale il modo con cui que' due concertarono lamaniera per trovarsi insiemenon è ciò che piùimporta di sapere. — Ma il fatto sta che allorchè inquella notte di febbrajo suonò quella tal orala contessadiscesee Amorevoli si alzò dal sedile di sasso e si tolsed'intorno al volto il ferrajuoloe nell'esaltazione affrontòanche il chiaro di luna quando sentì aprir la vetriera; e cosìin meno d'un lampo fu làe nella suasebbene con renitenzaineffabilestette la morbida mano di donna Clelia; di donna Cleliacheignaradi tuttofuorchè di quello che è mennecessario alla donnae versando allora come attonita in un mondo disensazioni non mai esplorato prima da leiriusciva ingenua e quasistolidamente inespertacome una fanciulla quattordicennela qualesebben difesa dal senso arcano del pudorese non è vegliatada esperti custodiconcede improvvida le sue fragranze al primovento protervo che le soffi intorno. — Quella stima eccessiva disè stessa che aveale generato lo studio e la scienzaquell'orgoglio in cui era venutaforse perchè la suaintelligenzasviluppata da infinite curenon era però pernatura forte abbastanza da sostenere il peso della dottrinaquellaacerbezza dei modi e del linguaggioche era l'espressione e dell'unoe dell'altraerano scomparse. Ma ciò non solo con Amorevoli(sarebbe troppo facile a comprendersi)ma con tuttima colle donnedi sua conoscenzama co' gentiluominima con quelli che avea sempretrattati con dispregio e a cui per contraccambio ella era riuscitacosì disgustosa.
Chivolesse dar la spiegazione dell'acredine ond'era involuta l'indole diquella gentildonna nel tempo in cui non si pasceva che d'orgoglioscientificopotrebbe forse assegnarne la cagione a questoch'ellasebbene in confuso e senza nemmeno averne la coscienzasentivafieramente la mancanza di uno di quegli affetti che bastano a colmareun'esistenza; noi per esempio portiamo l'opinione che se essainquei sette anni di matrimonioavesse avuti una mezza dozzina difiglioliil corpo sarebbesi tanto quanto sciupatoma l'animosarebbesi nudrito dei più cari conforti dell'esistenza. —Fu perciò una vera disgraziach'ella per sentire com'èdolce la vita quando è dolceabbia dovuto porre il labbrosugli orli imbalsamati di un vaso che doveva poi esser pienod'assenzio. — La contessa e Amorevoli stavano da qualche tempoinfervorati in un dialogoche noi non riporteremo per quella ragioneche i dialoghi di due amanticome le poesie improvvisateperconservare il loro prestigiohanno bisogno di non essere trascritti.Possiamo però assicurare chechi fosse stato presente aquella notturna confabulazione senza conoscere gl'interlocutoriavrebbe detto che l'ingegno e l'acutezza e l'amabile scaltrezza el'eloquenza appartenevan in proprio a colui che si lasciava allegarei denti persin dalle strofe di Metastasio: e che invece la povertàdelle ideela mancanza di slanciola parola impacciatalatimidezza puerile erano di colei che pure aveva tanta confidenza conEulero e con d'Alembert. E purtroppo l'eloquenza del tenore Amorevoliera come un ferro tagliente che mira a squagliare una corazzamentrela timidezza e il turbamento di donna Clelia rendevano quelcombattimento oltre ogni dire ineguale. — Il cancello doratodella biblioteca stava fra loro due come una guardia di confinemasiccome la contessa ne aveva la chiave e dipendeva dalla sua volontàl'aprirlocosì non potremmo giurare quel che avrebbe fatto lasua timidezza se dal desiderio fosse stata convertita in coraggio. —In una parolaè probabile che sia stata necessaria unadisgrazia per soccorrere la virtù. — Amorevolicolla suavoce soave e colla sua facondia insidiatricetentava di metterlaall'ultime strettecon una argomentazione serratain cui i sofismicomparivano e scomparivano trasportati dalla velocità delleparolel'opposizione sempre più lenta e fiaccadell'avversario... quando di repente... s'udirono a non moltadistanza più voci che gridavano all'accorr'uomoaldàgli dàgli. — Davvero che se quello chestiamo per dire non avesse altro documento che la relazione orale esolitaria del nonagenario da cui raccogliemmo tanto cumulo di fattinoi non avremmo il coraggio di esporre un avvenimentochesiccomeabbiam dettonon parrebbe verosimile. Ma una difesa scritta nelsecolo passatoche reca la firma: I. C. C. Benedictus ComesAresius carceratorum protector... e una sentenza del Senato conmotivazioni profondeci fa vedere che quanto è realmenteavvenutonon può essere rivocato in dubbio. — Peròandiamo avanti coraggiosamenteanche perchèd'altra partese il fatto è stranoriuscì poi fecondo di conseguenzegravissime.


VI


Amorevoliper un movimento troppo spontaneobalzò indietro tre passi aquel dàgli dàgli risuonatoimprovvisamente nel silenzio della nottee s'inferrajuolòsino al viso per un altro movimento spontaneo; nè egli avevafinito di coprirsi la faccia movendosenza proposito determinatoinritiratache la contessa era già uscitaanzi fuggita dallabibliotecaper fermarsi affannata sui gradini della scala chemetteva alla sua stanza da lettocomprimendosi colla sinistra ilcuore che parea volesse scoppiarle. Chiunque attende a far cosa chese potessevorrebbe tener nascosta anche a sè medesimotremadello stormire non aspettato d'una foglia; figuriamoci poi d'unavoceanzi di più voci che squarcino l'aria intera in unmomento che tutto per consueto dev'essere silenziosoe che accusinola piena veglia di molte persone che avrebbero l'obbligo di dormireprofondamente. — Amorevolisgomentatos'accostava al muro dicinta e già stava per tentare il varco; chè le vocianzichè cessarefacevansi più vicinee con esseudivasi un rumore diffusocome di molte pedate che battesserol'ortaglia. Ma un uomoa pochi passi da luiin quel punto stessocolla velocità non avvertibile di un leprecoll'elasticitàdi un saltatore di cordabalzò oltre il muricciuolo; eAmorevolitrattenuto da quell'improvvisa comparsanon ebbe tempo diraccapezzar le ideeche si trovò d'improvviso fra moltiuomini che gli furono sopra afferrandolo pel mantello e gridandoAh... ci sei... è qui — l'abbiam côlto —non ci scappa più; — e in quella sorvenivanoaltri con lumi e con lampionistringendosi tutti d'intorno a luicherischiarato da quelle fiamme messegli al viso per riconoscerloapparve in tutto lo splendore del suo ricchissimo vestitocon granmeraviglia di coloro che gli si serravano a' fianchii quali tostoper la magica virtù di quella serica marsina e di quelle trinesfoggiate e delle catenelle e degli anellimutarono il cisei... nel chi siete e nel chi èlei? Ci fu un istante in cui nelle teste di quanti eranlà corse un pensier soloil pensiero che doveva essere unaltro l'oggetto delle loro ricerche; e questo pensiero apparve cosìchiaro all'esternoche un di loroil più vecchio di tuttiuscì con asprissima voce a ricacciarlo indietro:
—Ma cosa mai vi fa stupirebalordiche state lì acontemplarlo come se fosse un'eccellenza? Che cosa vi credete?... Èappunto questa catena e questa seta e questo bel gilè che civoleva per conoscere il selvatico... È l'uomo senz'altrocostui; vi sono i ladri cenciosi ed i ladri scialosi. Tutto dipendedalla qualità del furto.
Inquesta comparivano lumi a molte finestre del palazzo V... e lo stessoconte ex colonnello s'affacciòdegnandosi di parlare aquella gentementre i domestici erano già chiamati dalrumore.
—Che cosa è successo?
—Eccellenzaci perdonifu côlto questo signorevogliamo direquest'uomonella stanza dell'illustrissimo signor marchese F...morto stamattinacome V. S. illustrissima sa bene...
—Noche non fu côlto nella stanza...usciva un altro adinterrompere...
—Fuggiva quando noi ci siamo accorti del rumore.
—Bisogna dir le cose giuste.
—Perdoniillustrissimo signor conte... ma noi siamo accorsi quandol'uomo fuggiva....
—Ma nonon è così...
—Illustrissimo signor contedee sapere...
Maal signor conte illustrissimo scappò la pazienzae disse alcamerieregià disceso in giardino:
—Vieni su in camerae conduci con te uno di questi uomini.
Mentreil cameriere obbedivagridava uno dalla siepe che divideva ilgiardino di casa V.... dal giardino del marchese defunto:
—Qua tuttipresto.... che è venuto il signor tenente delPretorio.
Amorevolinon aveva mai parlato; nella sua testa era un tal cozzo di pensieriche gli pareva di sognaree solo volse lo sguardo alla finestradella stanza della contessaquando vide uscir molti lumi dallefinestre del palazzo; poi ripiegò il capo come sdegnoso divedere e di esser veduto. Bensìquando sentì nominarel'ufficiale del Pretorioprovò qualche cosa entro di sèche assomigliava ad un sollievo. Ma fu di breve durata; chè unpensiero crudo come la fitta di un coltello gli attraversò lamente.... il pensiero che l'unica giustificazione che gli rimanevaper togliersi da quel tristo impiccio non era adoperabile per nessunmodo. Egli aveva veduto fuggire un uomo; comprendeva che trattavasid'un qualche delittosebbene non sapesse immaginarsi quale; ma neltempo stesso pensava che si poteva fracassargli le ossa colla corda eil cavallettoma non strappargli di bocca il nome della contessa. Visono uominitutt'altro che esemplaripiù donne che uomini sesi bada alla mollezza del costumealle abitudini da cui son trattida condizioni speciali; ma chein certe contingenze della vitasison fatta una legge moralela quale nemmen sanno dove l'abbianoattintama che per loro è incontrovertibile. Una di questeleggi moralia cui Amorevoli obbediva con religione di scrupoloconquella religione onde taluni sono schiavi dei pregiudizji qualisono i padroni più despoti dell'uomoera quella di noncompromettere mai la donna colla quale aveva avuto od aveva tresched'amore. Potea essere debole in tutto; in questo era un eroe; non losgomentava per nulla l'idea della colpa; ma lo facea fremere soltantol'idea che altri potesse mettere in piazza il nome di una donnaamoreggiata. Quando dunque gli si affacciò alla mente ilpensieroche a palesare il motivo della sua venuta in quel giardinotutto si potea sventarelo respinse come una abbominevoletentazione.
—Avete sentito? — fu detto allora ad Amorevoli— venite connoi; suvvia prestoche cosa state pensando?
—Badate ai fatti vostrie statemi un tantino discosti... so far lastrada da mesenza essere sorretto. Spicciamoci.
Amorevolipronunciò queste parole in modoche a quella gente passòla voglia di dir altroe si avviarono.
Peruna callaja che era aperta nella siepe di divisione entrarono nelgiardino del marchese F... Sotto l'atrio del palazzo li attendeva iltenente del Pretorio con un barigelloun guardiano e un fantecomeallora venivano appellati.
Iltenente del Pretorio aveva sentita la storia particolareggiatadell'avvenuto da chi era stato a chiamarlo. Peròquando videAmorevoli: — È costui? — disse.
—Sìsignore.
—No — soggiunse Amorevoli imperterrito. L'uomo che cercate l'hovisto io a fuggire e a saltare il muro di cinta. Tant'è veroche questi uomini mi vennero addosso quand'io stavo di pièfermo.
Senz'essereavvezzo agli interrogatorj come l'uom del Pretorioa chicchessiapoteva riuscir ovvia la dimanda che gli fece infatti il tenente: —Ma voi che cosa stavate facendo là?
—Quest'è un altr'affaree il signor tenente ha ragione dichieder questo; ma io risponderò in Pretoriose vossignoriame lo permette. Intanto è bene che vossignoria sappia ch'iosono il tenore Amorevolial servizio di S. M. il Re di Spagnae cheoggi ho l'onore di cantare al Regio Ducal teatro di Corte.
A'tempi di Tramesanidi Crivellidi Rubiniin qualunquetrambustocostoro si fossero trovatibastava che si nominassero per esseretosto riconosciuti; e lo stesso accadde al tenore Amorevoliche videspuntare sulla faccia dell'ufficiale un sorriso di rispetto e dibonomia.
—Mi rincrescesignorequesto contrattempoma...
—Comanda il signor tenente — interruppe allora il barigello —che si salga nella camera che fu apertao da questo signore o da chiè fuggitoe làalla presenza di tutta questa gentesi stenda tosto la deposizione del fatto?
—Benissimo — rispose l'ufficiale che s'avviòpregando iltenore Amorevoli a seguirlo. Tutti in silenzio salirono lo scalonesfilarono per due o tre anticamereentrarono in un salotto dove erauna gran tavolasulla quale stavan fiaschi e bottiglietazze ebicchieriche attestavano come quella genteche avea vegliato acustodia della salma patriziaavesse passato la notte a tracannareil vino della cantina del quondam marchese. Da questo salottopassarono nella camera in cui giaceva sul lettoavvolto in unlenzuoloil corpo del defunto. Tutti dovettero entrar làcompreso Amorevoli che volea ritirarsi.
—Nosignore; si compiaccia di rimaneredisse il barigellopiùrisoluto e fiero e men musicale assai del tenente del Pretorio.
—Quello è dunque l'uscio che fu scassinato?
—Quellosì signore — risposero tutti ad una voce; e iltenente e il barigello s'affacciarono all'uscioe videro tra moltasuppellettileun rolò aperto.
—È questa la camera?
—Questa.
Eil tenente del Pretorio cogli altri retrocesse nel salottoe làfatte da un lato le bottiglie e le tazzestese la seguente succintarelazione del fattoche è quella che noi abbiam trovatoallegata agli atti del processoil quale diede a far tantoin primaal tribunale criminaledi poi per tanti annie iteratamente e alunghi intervallial foro civile.
«Oggigiorno 11 febbrajo dell'anno 1750alle ore otto italianechiamatidagli uomini che vegliavano in casa F.... per custodire il cadaveredel marchese A. F.morto la mattina del 10 correnteabbiamo trovatoaperto l'uscio della camera attigua a quella dove giaceva ilcadaveree di cui la chiave dal sullodato marchese F.per quantoasserisce un domestico della casaqui presentee per quanto èda verificarevenne consegnata un'ora prima della sua morte al moltoreverendo preposto di S. Nazaro. — Al qual prepostoperasserzione dello stesso domesticoe sempre come sarà averificareil marchese F... disse aver messe carte importanti nelrolò della sua camera da studioil qual rolòfu parimenti da noi trovato aperto. — Raccolte in seguito ledeposizioni concordi delle otto persone qui presentitre domesticidella casae cinque uomini di fuoririferiamo come costorocolpitida un rumore in un momento che cessavano di parlaree spaventatiperchè veniva dalla stanza del mortoaccorserocionulladimenoe videro in quella un uomo che usciva per l'uscio chestava a dritta del capezzale del letto. — Riferiamo inoltre cometutti si rimanessero prima spaventatitemendo non fosse il mortorisortoma che poi fattisi animoinseguirono l'uomo che era uscitoil quale pareva assai pratico della casa; perchè passando pergl'interni corridojgiunse a un mezzaninoe di là saltònel giardino... Che due lo inseguirono saltando pure di là....ma chesmarritolo al salto della siepe... trovarono poi nel giardinodi casa V... e presso il muro di cintauna persona col mantellocheoraalla nostra presenzadice di essere il signor Angelo Amorevolicantante di camera di S. M. il Re di Spagnae primo tenorenell'attuale stagione al Regio Ducale teatro di Corte; il quale peròprotesta di non essere lui altrimenti l'uomo fuggitoed aggiunge diaver visto invece egli stesso a fuggire uno.


«F. Baldinitenente del Pretorio. — F. Rò
barigello.— G. Cialdellaguardiano».


Stesaquesta relazioneil tenente si alzò e disse agli uomini dicasa F...: — Voi tutti domani sarete chiamati al Pretorioenessuno esca dalla città sotto pena d'arresto. In quanto avoisignor Amorevoliquando pure sia vero quanto asseritebisognache veniate a passare una notte al Pretorio... Domani... si faràquel che si farà...
Amorevolinon disse una parola.
Quandotutti furono al portone del palazzotrovarono una frotta di gentechesebbene ad ora tardadalle osterie vicineera accorsa alrumore e alla vista delle guardie. — Tra quella frotta c'eraZampinoil servo del palco scenicoche riconobbe Amorevolied ebbeil coraggio di gridare:
—Che cos'è? che cos'è stato? che diavolo èsuccesso? Ma signor Amorevoli.... Ma loro signori non sanno che èil primo tenore del teatro Ducale? È uno sbaglionon puòessere che uno sbaglio.
—TaciZampinoe va' a casa — gli disse Amorevoli.
Mail tenente gli si rivolsee sentito chi era desso:
—Giacchè sei quisoggiunsela tua presenza può essereopportuna... e vieni con noi anche tu.
—Dove?
—Al Pretorio.
—In prigione?
—Sta' quetoZampino.
—Ma che diamine ha fattosignor Amorevoliin quel poco tempo ch'iostava mangiando il mio boccone all'osteria!... e quasi piangendo loseguì.
Edin breve furon tutti al palazzo del Pretorio.


VII


Ilgiorno dopoa quell'ora in cui si può giurare che tutto ilmondo è svegliatoad eccezione degli ammalati che hanno presola decozione di morfinadei giuocatori che nella notte hanno volutoad ogni costo inseguir la fortuna che li fuggivae di altre centoeccezioni; in quell'orache a buoni conti noi la poniamo due o trequarti d'ora dopo mezzodìchi si fosse preso il diletto dipercorrere la città di Milano in cabrioletfacendo sosta allebotteghe di cioccolatteria e di bottiglieriae aquelle per la vendita del tabacco; in piazza del Duomoin pescheriain piazza dei Mercanti; o fermandosi presso i libraj Agnelli e Mottae Bianchi e Galeazziin Santa Margheritadove facean cerchiomaestriaccademiciletteratipretigiureconsulti; o presso glispeziali Rapazzini nei Tre Ree Archinti in piazza del DuomoeOmodei a porta Romanadove s'adunavano i medici e i chirurghi piùriputati della città; o nelle sale degli AccademiciTrasformati in casa Imbonatisulla piazza di San Fedeleo nellostudio di pittura del Londoniogiovane allora di 22 anniche giàraccoglieva d'intorno a sè i capi più strani e pazzi eavventati della città; o sotto il Coperchio de' Figini nellebotteghe di modefrequentate dalle più eleganti dame; o nelsalon di qualche maravigliosaper esempiodellacontessa Marlianila regina dello spirito e della maldicenza; o inquello della contessa Clelia Borromeo del Grillocalamita deinumerati patrizj dediti agli studje degli abati poetanti e deimaestri di spinetta; ovvero nella bottega del parrucchiere Blanchynato Giuseppe Bianchi in Cordusioma che avea cangiato nome dopo ilsuo viaggio a Parigidonde avea importato nella nostra bella patriaper la prima volta quel tal puff a capitello che era lo spasimo dellenostre dame; nella qual bottega non sdegnavano di soffermarsi i piùsfoggiati cicisbei o per farsi raccomodare un riccioo rimettere unneo cadutoo rimpastare un po' di biacca e belletto...; se qualcunoadunque si fosse preso il diletto di scorrazzare in lungo e in largoper la città a far raccolta dei discorsi che si tenevano inquei tanti centri di buontemponon avrebbe sentito che un discorsosolocome se fosse una parola d'ordine passata dal quartier generaleai soldati del campo; non avrebbe sentito che un nome soloquellodel tenore Amorevoli; e del suo arresto e del sospetto delle cartetrafugatee del prevosto di S. Nazaro. — Codesto tema poigenerale e costantesi sparpagliava in mille ramificazioni; chinarrava la vita del tenore; chi quella del defunto marchese; chi sifermava al giardino di casa V...chi voleva perder la testa aindovinare il motivo per cui il tenore avea potuto trovarsi là;chi passava in rivista tutte le cameriere e le fantesche di casaV...perchè i tenoridiceva un talehanno pur troppo de'gusti plebei; chi tutte le donne del vicinato che per caso avesseroqualche poggiolo o finestra o mezzano a cui si potesse ascendere dalgiardino; giacchè nessunoletteralmente nessunonemmeno perun istante fuggitivopotè credere che Amorevoli fosse l'uomofuggito dalla casa F... e avesse dovuto aver interesse a entrar nellostudio del defunto marchesechè in ciò non v'eraprobabilità di sortae conveniva esser pazzi a supporlo.
Nellacioccolatteria e caffetteria del Grecoin piazza del Duomoil qualecento anni fa era il caffè arcavolo degli odiernidell'Europadel Covadel Martini dovetraeva tutta la gioventù più galante e più pazzae più sfaccendata di Milanoverso le ore due dopo mezzodìsembrava quasi che vi si tenesse un'adunanza solenne. Mezza dozzinadi giovani sedevano là intorno ad un gran braciere; uno tenevala palettae pareva colui cheper diritto di eloquenzadesse l'avviamento a' discorsi; intorno a quella mezza dozzinachepotea passare per il direttoriostavan raccolte da trenta o quarantapersonele quali or crescevano ed or scemavanoa seconda di chiandava e veniva; l'attenzione però era profonda.
—Voi dite — così parlava quel della palettache èimprobabile che il tenore Amorevoli siasi introdotto nella stanza delmorto per rubar carte importanti; e chi non lo dice e non lo crede?bisognerebbe essere un gran mellone solo a sospettarlo. Macarimieimi rincresce a dirveloaltro è che una cosa siainverosimilealtro è che non possa essere possibile. —Chi sa tener dietro alla possibilità... essa è un maresenza fine e senza fondo... e la legge non può pescare in quelmaree i giudici del Pretorio e quelli del tribunale e il collegiodei giureconsulti potranno tenersi le loro convinzioni in pettoebasta lì; ma se non vien fuori l'uomo che davvero ha fatto ilcolpochi si trovò al suo postosuo danno.
—Ma che interesse volete voi che potesse avere il tenore?
—Ma chi parla ora dell'interesse? cosa c'entra l'interesse? Sequalcuno avesse tirato una schioppettata al tenoreperchè iltenore per combinazione venne a trovarsi al posto del birbonefuggitoche cosa valeva il dire — egli era innocente? — Loso anch'io. Ma fu ucciso perchè il maledetto accidente havoluto così... Or fate conto che tal sia della legge: essatira su chi si trova in mal puntoe a chi è toccata ètoccata.
—Basterebbe poia mio rimesso parereche il tenore dicesse il motivoper cui trovavasi là...
—Ora parlate bene; a tal patto la cosa cambia di aspetto...
—Un motivo qualunque...
—Un motivo qualunque no... la giustizia è inesorabile; essa èun ragioniere che tien conto anche dell'ultimo quattrinoe se lasomma non riesceil bilancio non si può fare. — Civuolecaro mioun motivo che possa essere provato come due e duequattro; ea quel che ho sentito da uno scrivano del Pretorio...sapete cos'ha risposto il tenore al primo interrogatorio del giudice?
—Che cosa ha risposto?
—Una assurdissima bestialità. Ma già si sa quel che puòuscire dalla bocca di un tenore...; ha rispostose lo scrivano nonha detto una sciocchezzaperchè anche questi scrivani.... harisposto che nessuno poteva nè può impedirgli dellebizzarrie innocenti; che però gli era venuta vogliapasseggiando in quelle parti là dopo il teatroe vedendo quelbel giardino e quel gran palazzoe giacchè faceva anche ilpiù bel chiaro di luna che maigli era venutacome dicevola voglia di saltar dentro a far una passeggiata...
—E che cos'ha risposto il giudice?
—Questo non si sa. Ma se il giudice è quell'uomo acuto chetutti conosciamogli dee aver detto: — Siete stato disgraziatoa passeggiare in giardinoin un momento che si andava in cerca di unladro... Ora il ladro siete voise non avete qualcosa di meglio dadire al giudice.
—Ebbenesarà come voi dite... osservava un altroe ad uscired'impiccio dovrà pensarci il tenore; ma ora vorrei scioglierel'altro gruppo del nodo. — Che diamine ci poteva essere di cosìimportante tra le carte del marchese?... se ognuno saalmeno lo sidiceva da gran tempoche l'erede universale di tutte le sue sostanzeera suo fratelloil conte Lodovico?...
—Io non so nulla nè del marchese nè del conteeccettoche il primo fu un gran libertino a' suoi giovani annie il secondoè crocese il primo fu lettera. Il conte non èniente di più che un uomo posatomisuratotiratoche stacon quattro cavalli mentre potrebbe averne dodiciperchè s'èfitto in capo che suo figlioil contino Albericoche ha tuttal'aria di voler assomigliare allo ziopossa mettere col tempo laprima casa in Milanoe metter sotto casa Litta e casa Borromea; chebel matto!...
—Jeri è partito per la campagna.
—Tanto per nascondere nella solitudine campestre la gioja che gli deveesser derivata dal dolore provato in città sentendo i tocchidell'agonia suonati per il caro fratelloche Dio l'abbia ingloria...
Ecostui avrebbe continuato per un pezzo a tagliare i panni e al vivo eal morto; chè era di quelli alla cui parlantina velocissimaconviene di tanto in tanto metter la scarpase può passarl'espressioneper dar qualche riposo agli orecchi degli ascoltatorie lena ai volonterosi di contraddire; ma per fortuna s'aprìl'invetriata della bottegae comparve un compagnone della brigatail quale a quei trenta o quaranta che voltarono le faccie a luifeceun paio d'occhi pieni di significazionee gridò:
—Amiciuna grande scoperta!!
—Che? Cos'è stato?
—Chi di voi sa dove alloggia la Gaudenzi?
—Nella contrada dei Moronichi non lo sa? l'abbiamo accompagnata acasa tante volte dopo il teatro fra i battimani e gli evviva...
—Questo va bene. Ma se nessuno sa che la finestra della sua camerettadove riposa il suo bel corpoguarda nel giardino vicino al giardinodove fu colto Amorevolilo so io e l'ho scoperto io... e lo dico avoi tutti.
Quandoa Newton nel pomo caduto balenò l'idea della gravitazioneuniversalequando Galileo nel Duomo di Pisa fu colpitodall'oscillazione della lampadaquando Volta nelle piastrelle dizinco alternate al cartone inzuppato d'acqua salata afferrò ilprodigio delle perpetue correnti elettrichequando... tutti coloroin una parolache fecero qualche gran scopertanon provaronosoddisfazione maggiore di quella a cui si esaltarono que' trenta oquaranta al fiat lux del nome della Gaudenzi e della finestrae del giardino...
—Or ecco sciolto il maledetto enigma.
—La è chiara come il sole.
—Non ci può esser dubbio.
—Ma tucome hai fatto a sapere?
—Vi basti che l'ho saputo... e se non mi credeteandate a verificarevoi stessi.
—Però bisogna confessare che il tenore è un bravogiovane...
—Ma certo che è un bravo giovane.
—Mi rincresce per la Gaudenzi che ho sempre tenuta per la fenice delsuo ceto... Ma vada; allorchè da una scappata si sviluppa unabell'azione... è sempre una cosa che fa piacere... BravoAmorevoli! così va fatto. Giàquando nel canto uno satrasfondere tutta quella dolcezza e quell'affetto e quellapassione... bisogna bene che nel cuore ci sia del buono... non sisbaglia... Oh quanti di questi cavalieriche portano spadaavrebbero gridato là sfacciatamente in Pretorio il nome dellacara beltàpel crepacuore di non poter dormire a proprioletto... Oh sepolcri... Oh apparenze!!
Machi parlavaa queste parole si fermòperchè la suaattenzionecome quella degli altrisi volse al carrozzone delgiudiceche in quel punto attraversava la piazza del Duomo.
Lasciandoora dunque i giovinotti del caffè del Grecoe tenendo dietroal giudice del Pretoriodobbiam dire chesottopostoall'interrogatorio di praticail tenore Amorevoliil quale davveroaveva risposto quanto fu già riferito nel caffè delGreco; sottoposti pure all'interrogatorio gli uomini di casa F...dietro quanto risultava dalla deposizione del tenente Baldini; ilsignor don Antonio De Capitani di Arzagochè tale era ilnome del giudicegiovane d'annima di matura e soda intelligenzapensò bene di recarsi egli stesso a visitare il preposto di S.Nazaroanzichè citarlo a comparire in Pretorioper rispettoalle qualità venerabili di quel degno sacerdote. Smontato allacanonicasi fece annunciaree il pio e umile prete discese eglistesso a riceverlo.
—So già per qual ragione ella s'incomoda a venir da me... —disse il preposto. — Era anzi mia intenzione di venire da leifra poco.
Ecosìprecedendo il signor giudicelo fece entrare in unsalottodove sedettero ambidue.
—Ella dunquesignor prepostosa perchè son qui... La cosa èseria più che non si creda...
—Lo so.
—Ora abbia la bontà di dirmifin dove però glielopermette il suo ministeroin che rapporti ella si trovò colmarchese defunto...
—Non le tacerò cosa nessuna; ella sa quale fu il tenore di vitadi quel benedetto uomo...
—Lo so.
—Or benesette anni sonoda una povera giovineche ebbe ladisgrazia di capitare nelle sue maniebbe un figliuolo...
—Qualcosa ne sapeva...
—Dopo le prime smanieogni affettocome semprevenne a sbollire inquell'uomo volubilissimo; e dato un pugno d'oro a quella poverettasi dimenticò presto e di lei e del fanciullo...
—Siam sempre a queste...
—Quella sciagurata veniva spesso a piangere da me... e a pregarmiperchè pregassi il marchese... Non le so dire quanto mipesasse il recarmi da colui... Spesso... troppo spesso... la dignitàdell'uomonon che quella del sacerdoteveniva offesa. Ma appuntocodesti insultiche per gli altri è una virtù ilrespingereper noi è un merito il sopportare. Insieme collebrusche parole veniva però sempre qualche pezzo d'oroond'iotornavo all'assalto ogni qualvolta la poveretta veniva da me perbisogno. Se non che l'uomo venne a star male un anno fa... unamalattia di generale disfacimento... Allora una fiera tristezza glientrò nell'animoe con quella una arrendevolezza insolita.Dietro le mie preghierevolle vedere quella sciagurata e ilfanciullo; e un giorno più dell'altro lavorando su quell'animoammollitoottenni quel che era nelle vie della giustizia; almeno iovissi nella speranza d'averlo ottenuto. Lo consigliai a nominareerede universale il figlio suochiamandolo all'onore del mondoe adistruggere il testamento fatto primapel quale l'erede universaledoveva essere il suo fratello conte Lodovicouna degna e bravapersonaper veritàma ricca a sufficienza; del rimanente nonaveva dimenticato nemmeno lui... Mi pregò gli facessi venireun notajo... gli ho mandato il giovane dottor Macchiil quale vegliòalla stesa del testamento olografo... perchè quell'uomo nonsapea nulla di nulla. Io seppi dal dottore che quel testamentoinfatti era stato scritto dal proprio pugno del marchesee firmatoe così messo tra altre carte. La cosa rimase segreta tra meil dottore ed il marcheseil quale però soltanto due oreprima di morire: «Do a voimi dissela chiave del mio studio.Là dentro nello scrigno c'è quello che voi avete volutoche si facesse.» Ecco tutto. Del resto io non ho veduto nulla.
—Qui c'è una mano esperta che trafugò il testamentosoggiunse il giudicedopo un momento di pausa. Ma il mare dellecongetture è troppo vasto per scoprirvi il filose non vienfuori l'uomo. D'altra parte il conte Lodovico...
—Partì due ore prima della morte del fratello... egli e suofiglio.
—Per questa parte adunque non c'è a far nulla.
—E poitorno a ripetereil conte è un uomo irreprensibile...
Dopoqueste parole vi furono alcuni istanti di silenziotrascorsi iqualiil parroco:
—Sarebbe bene — uscì a dire — che V. S. illustrissimaparlasse col notajo Macchi... Egli ha letto la scritta del marchesedopo averla dettata... chi sa che il notajo non sappia qualcosa dipiù?
Ilgiudice si alzò e: — Non voglio perder tempo —soggiunse: sull'istante vado dal dottor Macchi...
—Egli sta in borgo delle Grazie.
—Lo so.
Cosìdicendoil giudice si partì dalla casa del preposto di S.Nazaroe quando lo salutò:
—Mi scuseràreverendo signor prepostosoggiunsese per levolute formalità sarò costretto a sentirla anche inPretorio. — Risalì poi in carrozza per recarsi difilatoalla casa del dottor Macchi.
Maquando fu nella viapensò che era più convenientemandarlo a chiamareche andarlo a visitareperchè questapoteva essere una deviazione dalle leggi d'ufficiosoltantocompatibilein via straordinariacon un reverendo preposto. Giuntocosì al Pretoriomandò infatti a prendere in carrozzail notajoil quale non si fece aspettaree ripetè press'apoco le parole del preposto di S. Nazarosenz'altra aggiunta chequesta:
—Del restoillustrissimo signor giudicese io ho dettato iltestamentoe se il marchese lo ha tutto trascritto di suo pugnociònon vuol dire che dopo non l'abbia anche lacerato... perchègià ella sa che il suo costume fu sempre di disfare oggiquello che aveva fatto jeri... onde il trafugamento può forseessere stato un delitto inutile.
—Ma a che propositoosservò allora il giudice al notajoellami dice questo?
—A nessun proposito. Bensì è mia opinione che se mai iprotettori del fanciullo volessero muover lite al fratello delmarchesedi che ho sentito a toccare un tastose il secondotestamento non salta fuoriognuno potrà pensare quel chevuole; ma l'erede è il signor conte di pieno diritto.
Ilgiudice non replicò nullae licenziò il notajo.
Alcunimomenti dopo entrò un usciere ad annunciare all'illustrissimosignor giudice una visita dei cavalieri ispettori del palco scenicodel teatro Ducale.
—So di che si trattadisse fra sè il giudice— e li fecevenire avanti.
Icavalieri ispettori del teatro Ducale erano venuti a domandareformalmente al giudice il permesso che il tenore Amorevoli potessecantar la sera al teatrodimostrando che col pubblico s'eracontratto l'impegno e col pubblico non si scherzava; e chedelrestocome il signor giudice avrebbe ingiuntosi sarebbe seguita lapratica di riconsegnarlo alla giustiziatutte le seredopo finitala recita.
Ilgiudice risposechenon solo non aveva nessuna difficoltà aconceder questoma che anzi era suo debito di fare in modo che ilpubblico si dovesse soddisfare pienamente; che però tuttodipendeva dallo stato di salute del tenorecui mandò infattia riferire la visita e il desiderio degli ispettori cavalieri. Dopoalcuni momenticon loro maraviglia e soddisfazioneAmorevoli mandòa dire che era assai ben disposto a cantar la sera.
Malasciando ora il Pretorio e il giudicevorremmo sapere che cosa fa eche cosa aveva fatto donna Cleliadalle due ore dopo mezzanotte aquell'ora in cui gli ispettori del palco scenico partirono per dargli ordini opportunionde il pubblico fosse avvisato che la sera iltenore Amorevoli avrebbe cantato.
L'infelicein quella giornatapur troppoaveva dovuto recarsi a far visita aduna dama sua conoscente; e ognuno può immaginarsi quel ch'ellaabbia provato udendo i tanti discorsi che si fecero intornoall'avvenimento della notte. E dovette trattenersi colà tantotempoquanto potè bastare per sentire anche la scopertarelativa alla finestra della stanza della Gaudenzi; poichè dalcaffè del Greco quella notizia si diffuse repentinamente pertutta la cittàanche senza il telegrafo elettrico. Al qualproposito è ad osservare che mentre elladonna Clelia e nonla Gaudenziavrebbe voluto giacer mille braccia sotterrapiuttostoche trovarsi in punto che venisse conosciuta la parte che ella avevaavuto in quel fatto misterioso; purein fondo al suo cuore eradeposto un cruccio inavvertito anche a lei; il cruccioil dispettoperchè nessuno avesse mai sospettato che il tenore Amorevolifosse venuto nel giardino per amor suo. L'essere amati da personaamatissima aggiunge un tale orgoglio al cuore in sussultocheadonta di qualunque pericoloesso vorrebbeall'ultimofar noto atutto il mondo il trionfo del suo amor proprio. Malo ripetiamoquesto sentimento giaceva recondito e dissimulato da altre pressurenel fondo del cuore di quella donnae ad ogni sguardo cheinnocentemente veniva a fermarsi su di essamentre il discorsopercuoteva quel tastoella gelava e ardeva di confusione e dispavento; e solosolo allora che sentì nominare la Gaudenziquasi fu per tradirsi; così forte tentazione la prese digridare: No non è lei! Ma le fitte piùcrude le ebbe a subir la seraquando coll'orgoglioso conteex colonnellosuo maritodovette recarsi in teatro adassistere all'opera.
Ilfatto della nottel'arresto dell’Amorevolile mille dicerieil silenzio generoso ond'esso avea reso sempre più difficilela propria posizionela credenza ormai fatta generale degli amori dilui colla bellissima Gaudenzimisero in tutta la popolazione una talvoglia di andare in teatrochela serai soldati del corpo diguardia dovettero accorrere per stornare gravissimi disordini.Nessuno poi saprebbe immaginarsi gli applausi prodigati in quellanotte dal pubblico a colui ch'egli chiamava il re del canto;indescrivibili furono le pazzie che si fecero per testimoniargli launiversale simpatiae per significare la disapprovazione universalealla lettera cruda della legge e al codice delle manette; equanto fu strepitoso il trionfo del tenore arcangelico (perchèl'aggettivo arcangelico fu trovato la prima volta pel tenoreAmorevolie non per Morianicome crede il volgo)altrettanto fuquello della danzatrice olimpica. — Amorevoli e Gaudenzifurono i due nomi echeggiati tutta la serasenza riposocon tuttal'aria che può mettere nelle sue canne la gran gola delpubblico; tanto parea ammirabile il connubio di quelle due belle egiovani persone! tanto sembrò perfetta quell'armonia delladanza e del canto!
Mase l'infelice donna Clelia dall'alto del suo palchetto facea sanguenel suo segretoaltrial cui orecchio eran pur giunte tutte ledicerie del pubblicofremeva in più basso scannoed era ilprimo violino di spallail qualenella sua potenzaa tuttinascostadall'umiltà del suo postoera destinato a gettarfuoco e fiamme nella polveriera di questo dramma. Ma non ètempo ancora ch'ei si faccia innanzi.


VIII


L'amoreè il sole dell'anima ha detto e stampato VittoreHugoquando non contava che vent'anniossia quando nemmeno gliuomini di genio hanno potuto ottenere dall'esperienza il permesso eil diritto di parlar dell'amorenè di nessuno degli altrienti morali che costituiscono l'infesta e crudele famiglia dell'umanepassioni; Vittore Hugo s'attenne poi al metodo più sicuro perdefinire una cosa a rovescioquella di non guardarla che da un lato.— S'egli in quel punto si fosse limitato a descrivere lafelicitàcerto vi sarebbe riuscito; chè egli amavaallorariamatoquella virtuosa e leggiadra fanciullache poi sposòcoll'assenso de' superioricolla benedizione dei parenticon tuttii più felici augurj degli amicicolla contentezza dellaFranciache preconizzò altissime sorti al suo giovine poetail quale si assestava nella vita con tutto il suo agiostornando persemprecoll'applicazione di un matrimonio precocequelle ferociambascie del cuore che troppo spesso hanno la compiacenza persin disfiancare i più robusti intelletti. Così il primo poetadella Francia fece coll'amore la cura dell'amoreeavendolo inisbaglio preso per il solelo curava intanto al pari di unamalattiainnestandoselo come il vajuolo. L'amore è unamalattia; una delle più terribili malattie del genere umanoin quanto i nove decimi degli uomini ne devono essere flagellatialmeno una volta nella vita. Se non è oggisaràdomanima verrà il tuo giorno anche per teo gaudentebevitore di wermuth. Felici noi soltantochegrazie al cielo non siam più di primo pelo echeavendolo subìto a' nostri giovinetti anni colla sequeladi non so quante ricaduteoraal pari di Renzopossiam diguazzarciin mezzo al flagellosicurissimi d'andarne illesi. Ma chi fosseinnamorato della definizione di Hugo e sospettasse il paradosso nellenostre parolea persuadersi rifletta questo fattoche di tantecentinaja di migliaja di suicidj onde l'umanità fu contristatada Adamo in poidi due terzi buonamente ne fu cagione l'amore; acompire l'altro terzopare abbia contribuito la confraternita deidebitori.
Allorchèla favola inventò la camicia avvelenata di Nesso che arse leimmani membra del semidio Ercolecôlto all'impensataseppeben ella cosa faceva; ma in Fedrain Medeain Didonenella Saffoe a voler saltare più di due mila anniin Gaspara Stampa e inProperzia de' Rossi che consolazione e qual sole sia l'amoreognuno lo può vedereperchè l'amorese non trovacontrastisi spegne o si trasmuta in un'infiammazione benigna chenon intacca l'appetito e non infesta le digestioni e allora non èamore; e quando sia tale veramentesi crea i contrasti da per sèquantunque non ci provveda la perfida fortuna; inventa fantasmi elarve e sospetti e affannie si confedera alla gelosia; ed èallora che esso entra nel suo pieno stadionel suo piùcompleto sviluppoche assume le sue virtù piùmicidialiche fa scomparire il color vivo delle frontiche emungele guancieche turba il numero delle battute del polsoche toglieil sonnoche sfila e sfianca anche le vite meglio costrutte dallarigogliosa natura. O giovinettio giovinetteo donneo uominicheversate in qualche periglio amorosoo voi tutti adunque che miascoltatese mai il quadretto che v'ho delineato fosse atto aprodurre alcun effettofate buon pro dell'avvisoe ringraziatemi; echiudete i vostri cuori in frettacome quando si chiudono lepersiane al comparir dell'uragano.
Cosìfossimo vissuti al tempo di donna Clelia e fossimo stati suoi amicie avesse ella potuto bere il contravveleno di queste poche righe! mapur tropponon siamo nati in tempoe l'uragano scoppiòe ilsuo cuorerimasto apertone fu messo sossoprae terribile uscìil malanno; perchè potrebbe darsi benissimo che qualchetestolina leggiera ne avesse a riderema noi non ridiamo: tantoquella donna era diventata infelicechè l'amore esaltatodalle furie della gelosiaera penetrato nel cuor suo per siffattomodoche ben poteva esser definito un tétanomorale.
Inquella notte del trionfo d'Amorevoli e della Gaudenziprevedutonesiamo quasi certidal primoe per nulla aspettato dalla seconda;tanto chenon sapendo darsene una spiegazione a sè stessanerichiesepiena di meraviglialo stesso tenore che non le seppe dirnulla (poichè se arrivava a comprendere il motivo per cui egliera stato così festosamente accolto dal pubbliconon riuscivaa capacitarsi perchè anche la Gaudenzi dovesse avere unaporzione di quegli applausi prodigati in via straordinaria); inquella notte adunque la falsa diceria degli amori della ballerina coltenoreaperse a tutta prima una profonda ferita nel cuore di donnaClelia; chè la gelosiastranamente immaginosa nell'inventarsospettianche allora che nessun fatto vi dà argomentoavevatrovato in quelle voci il naturale suo pascolo; pur tuttaviaper larelazione spontanea della stessa passione ajutata dal desiderioapoco a poco si lasciò persuadere dagli interni ragionamenti acreder false tutte quelle vocie si veniva così rassicurandoe quasi consolando; chè l'idea del gravissimo pericolo in cuiella si trovava in faccia al maritoe in cui si trovava la sua famain faccia al mondose il vero si fosse scopertodopo il primospaventoerasi quasi del tutto dileguata; tanto l'amore èimperterrito. Ma la sventura volle che un cavalieredi quelli che inteatro esercitano l'officio di gazzettino orale eraccolta unanotizietta alla portala sparpagliano di palchetto in palchetto colcinguettio d'una cutrettolavolle dunque la sventura che coluientrasse da leipresente il conte ex colonnelloa raccontarleche il Pretorio in quella sera stessa aveva mandato d'ufficio uninvito cortese alla Gaudenziaffinchè per il giornosusseguente dopo mezzodì volesse aver la compiacenza direcarsi nelle sale della giudicatura per essere sentita intorno ad unfatto in cui essa poteva avere qualche parte. Tale notizia era lapura veritàpoichè il giudiceal cui orecchio dopomolti giri e rigiri capitò pure la fama di quei pretesi amoridella Gaudenzi con Amorevolisospettando nella delicatezza generosadel secondo il motivo del suo silenziopensò che sarebbestato forse più facile cavar la confessione sincera dallabocca della Gaudenzie così poter mandar libero e assolto dauna imputazione gravissima un uomoche in faccia al mondo era fuorid'ogni dubbio innocentema non lo poteva essere in faccia allalegge.
Maquella notizia tornò a suscitar la tempesta nel cuore di donnaCleliache già erasi venuta tranquillando; e le si fisse inpettorelativamente agli amori di Amorevoli colla Gaudenzicontutti i caratteri della certezzadi quel genere di certezza cheproduce la desolazione. Il conte marito e il cavaliere s'accorsero diun certo trasmutamento nel volto di leionde ad una voce ledomandarono s'ella si sentiva malesenza però insistere ditroppotanto erano lungi dal vero. Ma il ballo e l'opera finironoil sipario calòil lacchè entrò nel palchettoil conte e la contessa scesero nell'atriosalirono nel carrozzoneein breveridottisi a casail conte spagnolescamente accompagnòla contessa alle soglie del suo appartamentoed eglicome consuetoritirossi nel proprio. — Or che notte fu quella per la contessaClelia! che irrequietudineche affanno! Coloro che in questo puntostanno comprimendosi le mascelle per uno spasmodico dolor di denti;quelli che all'inattesa notizia di un grosso fallimento guardanospaventati al totale rovescio dei proprj affari; quelli che sisentono annunciare dal medico che bisogna risolversi all'amputazionedi una gambahan tutto il diritto di dire che la contessa avea buontempoe che bisognava aver smarrita la ragione onde pigliarsi tantoaffanno per l'infedeltà di un tenore. — E il medesimoquasi diciam anche noiche non abbiamo nè dolorinègambe in pericolonè fallimenti... Ma non per nulla abbiamdetto che l'amore è una malattiae che la mente cessa diessere sana quand'è investita dai suoi roventi pensieri. —D'altra parte quell'affanno veniva accresciuto alla contessa dal nonavere a chi confidarlo. Un malesoltanto a raccontarlo altruiscemadella sua intensità. Ma la contessa non aveva amichenon neebbe mai: e ciò non tanto per la sua indole naturalmentealteraquanto perchècresciuta tra l'invidia astiosa dellesue pariche non poteano sopportare la superiorità del suoingegno e il prodigio della sua dottrinasi era venutaa cosìdireguastando il sangue in quella necessità continua dirender disprezzo per invidia. Ma qualcosa conveniva pur farepensavala contessa nella veglia angosciosa di quella notte; ma se Amorevoliera stato arrestatoqualunque fossero le sue relazioni collaGaudenziera pur stato côlto in un momento (e tal pensiero labeatificava) in cui stava intrattenendosi seco in affettuosi e caldiparlari; ma se Amorevoli si mostrò così generoso atacere il suo nomeella non doveva permettereserbando un vilesilenzioche quell'uomo avesse a subire tutte le conseguenze d'unaimputazione infame. Nella stretta di tali pensierie nel bisogno chepiù e più sentiva di confidarsi a qualcunosi ricordòd'una donna; di una matrona milanesecolla quale erasi trovata duesole volte a parlare in tutta la sua vita maritale; d'una donna che aMilano era l'oggetto dell'amoredell'ammirazionedella venerazioneuniversalee dal cui colloquio anch'ella aveva raccolto un grandeconforto; così grande che aveva potuto comprendere per laprima volta com'è soave l'amicizia d'una donnaquando questaabbia tutte le virtù che le son propriesenza le suedebolezze. — Sapeva inoltre che coleiquasi per una professionedella vitaera stata ed era pur sempre mediatrice pietosaeccitatrice imperterrita di buone operebenefattrice instancabilein molte gravissime contingenze in cui altri erasi trovato. Risolsepertanto di recarsi da quella signora. — Questa si chiamavadonna Paola Pietra; severa come la vetusta Corneliaincontinuo lutto vedovileandava essa educando severamente due suoifigliuoli.
Leavventure di costeifuori affatto di ogni ordine comunelacostanzala virtùi sacrifizjil coraggio che ebbe amostrare in una condizione di vita specialissima... tutto ciòaveva diffuso la sua fama per tutta l'Italia ed anche per l'Europa;chègià claustrale professa nel convento di SantaRadegondane era fuggita per adempiere il voto fatto in segreto aDiodi far cancellare da più alta autorità gli effettid'una violenza che si era voluto farlespingendola renitente ai votimonastici.
Intornoa questa donna Paola Pietrasta manoscritta una relazione in unaserie di motti volumi miscellanei raccolti da un padre Benvenuto diSant'Ambrogio ad Nemus di Milanoed esistenti nella biblioteca diBrera.
Ilmonaco suddetto comincia dal premettere al suocome egli stesso lochiama — «Succinto rapporto degli avvenimenti dellasignora donna Paola Pietrauscita dal monastero di Santa Radegondadi Milano nell'anno 1730» — scritto di sua propria manoparenel 1766; cominciadiciamodal premettere «un'efficaceinvettiva contro il non mai abbastanza detestato (sono sue parole)edall'Italia principalmente non mai cacciato abuso di sagrificareocogli artifizj o colle violenzele povere fanciulle allo statoreligiosoa cui nè da Dio nè dalla loro inclinazionesono chiamate». Assicurando indi il lettore «che nellarelazione (son pure sue parole) non si dirà cosa veruna di cuinon se ne abbiano autentiche prove» viene a raccontar ilfattodichiarando però di dover passar sotto silenzioper uncerto riguardogli avvenimenti che precedettero la professionereligiosa fatta da donna Paola nel 1718.
Taliriguardi sembra che fossero comandati al monaco di S. Ambrogiodall'esistere in Milanonel momento in cui egli scrivevaedall'avervi grande autorità coloroper colpa de' quali lafanciulla Paola ebbe a sopportare tanta violenza. — Ma quegliavvenimenti in prima da noi sospettatipoi inseguiti e sorpresiadir cosìin alcuni cenni sfuggiti quasi per inavvertenza adaltri paurosi autori di memorie intorno a quel temponoi li verremoesponendogiacchè non siamo condannati dai riguardi chefacevano ostacolo ai contemporanei di donna Paola. — Narrando lastoria della qualese dobbiamo uscire per poco di viadall'altraparte avremo facile il mezzo di rilevare certi atteggiamentiparticolari del pubblico costumein un periodo anteriore al tempoche ci siam proposti d'illustrarema di cui è necessarioconoscere quanto basta per valutare con più sicuro criterio iltempo successivo. Vedrà inoltre il lettorenel rovescio dellamedaglia che offre la monaca di Santa Radegonda di Milano a suorVirginia di Santa Margherita di Monzache mai possa la forte volontàassistita dalla pura coscienzae come il solenne spettacolo d'unasincera virtù sia talora potente a placare anche il decreto diconsuetudini di ferro.


IX


Quandosi pensa che Carlo VIsubentrato ai Re spagnuoli nel dominio diLombardiaera innamorato della Spagna e del suo sistemaèfacile a comprendere come doveva camminare la cosa pubblica inLombardiadurante il regno di luisebbene ei fosse d'indolemitissimo. L'arbitrio dell'autorità costituita tenne allora leveci della giustizia; il diritto storico fu così onnipotenteche il diritto razionale e naturale parve davvero un'utopia difilosofi sentimentali e innamoratiper adoperar la frase di unmoderno statista dalla pelle di cuojo; come pare anche oggidìa qualche sincretico legistache dalla memoria sterminata eprevalente su tutte le altre facoltà dello spiritoebbeguasto l'intelletto e contaminato il cuore. Quel periodo adunque diCarlo VI contrassegnò la massima prevalenza del ceto patrizio.Chi non era nobile era una bestianon tollerabile se non in quantoserviva come un cavallo o come un bue; e se appena appena sirivoltava per l'istinto inalienabile della difesao sbizzarriva perinsipiente indocilitàtosto veniva tolto dal corpo socialecome pericoloso e infesto. Il Senato poi chesotto il dominiospagnuolo (non sono parole nostre)corredato nella sua istituzionedi somma autoritàsi reputava maggiore del Governo stesso;per cui la vitala libertàla fortuna d'ogni cittadinoerano abbandonate al potere illimitato di luiche si credeva scioltodai rigidi principj di ragionee solea dire che giudicava tamquamDeus; sotto Carlo VI vide più ancora accresciutal'autorità propriae perchè le istituzioni mantenutein vigore da chi è innamorato di essenon ponno a menod'invadere un campo maggiore di quello che primamente era loro statoconferito; e perchè inoltrenegli anni di Carlo VInon sipresentarono governatori così prepotenti come quei di Spagnaa respingere l'arbitrio coll'arbitrioed a farsi beffe del tamquamDeus.
Quandoun popolo è condannato a portare simultaneamente il peso didue poteri arbitrarj e iniquima che pure si faccian mutuacontrolleriapuò avere intervalli di sollievo e puòaccidentalmente trovar anche la giustizia; mentre invecese di que'poteri uno solo rimane sul campoallora ai soggetti non resta a faraltro che mordersi le maniperchè loro è impeditoanche di esprimere i gemiti del dolore. Ad onta di ciòqualche uomo di Stato e qualche istoriografo potè lodarsi diquel periodo transitorio; ma la logica rivede i conti alla cronacale cui cifrese non rispondono alla riprova della primaèindizio che sono fallaci. Però il fatto che siamo perraccontare viene a smentire l'asserzione: che sotto il governo diCarlo VI siasi respirato quanto lo comportava la condizione deitempi. — Degli arbitrj inumani del Senatorimasto solo sulcampofu dunque conseguenza un funesto avvenimento che non si èpotuto scancellare dalla tradizione inorriditasebbene siasi fattoscomparire dagli archivj il relativo processo criminale. Peròfurono uomini devoti alla giustizia ed alla santa ragione quelli chepensarono di conservare il dettato della tradizione da essi raccoltadalla stessa bocca di chi era stato testimonio di quel fattoche benpotè chiamarsi la strage degli innocenti; e la conservaronoperchè lo spettacolo dei traviamenti a cui può andarsoggetta un'autorità costituita in arbitrio illimitatorimanesse ad ammonizione ed a sgomento delle future generazioni.
Chiquindici o vent'anni fa era studente al ginnasioal liceoall'universitàavrà sentito parlare di un tempo nonmolto lontanoin cui i giovinetti battaglieri e maneschi solevanoordinarsi in truppae assumevano tra loro un'ostilità diconvenzione per aver un pretesto di menar le mani. — Gli scolaridel ginnasio e del liceo di Sant'Alessandro eran nemici giurati diquelliper esempiodel ginnasio di Santa Martao di quelli diBrera; e questinon volendo patire insultirespingevano i nemiciarmata manovale a dire colle munizioni scolastichequali ipennajuolile righele cinghie di pellei temperini checonvertivano l'ostilità di convenzione in ostilitàverae le antipatie in furoree le ragazzate in fatti gravi e inoccasioni di affanni alle famiglie. Spesso gli assaliti diventavanoassalitorie l'esercito del ginnasio di Brerache aveva la riservaformidabilissima degli studenti di disegnoarmati di squadra ecompassotrasportavan la guerra fuori del proprio nidoeinseguivano i nemici fin nelle loro sedi come gli antichi Romani. Lacontrada del Fieno e la piazza dell'Albergo Imperiale parlano ancoradi queste guerrea chi sa interrogarlecome i campi di Zama e diCartagine. Noi stessi poi ci ricordiamo come alcuni scolari diretoricache avevano appartenuto a quei tempi gloriosiguardasseroa noiscolari novizj di prima classecon quell'aria di pietàe di dileggio con cui un veterano di Waterloo guardava ai molligiovani cresciuti dopo la restaurazione.
Codestapericolosa consuetudinedi che a' nostri tempi fanciulleschi non erarimasto che la ricordanzaricordanza che qualche rara voltaprovocava lo spirito d'imitazioneoraper fortunaèscomparsa affatto; ma invece trovavasi nel suo massimo vigore nelsecolo passato. Quanto più era rigoroso e quasi tirannico ilregime casalingo de' nostri padritanto più i giovanettireagivano a quel rigoreallorchè eran fuori della vistapaterna e materna. Non potendo respirare in casa ragionevolmenteperchè il terribile papàcolla parrucca di Filicaja ocol topè di Scannabueli fulminava con lo sguardosisfogavano irragionevolmente fuori di casae con tanto piùintensaquasi diremmorabbia fanciullescaquanto minore era iltempo di libertà a loro concesso. — Cattivo il sistemad'educazionepessime le conseguenze. — Però avvenivatalvolta che le nature giovanili più vivaci e generoseprorompessero peggio delle altre in atti d'insubordinazione e didisordine. Nè limitavansi a quelle battaglie tra loro; matalvolta quando durava la treguasiccome avevano degli spiritiesuberanti da versar fuoritanto più esuberanti quanto piùsiccome dicemmovenivan compressi in casa dal folto sopraccigliopaterno e in iscuola dall'arcigna canizie del frate professoregesuita o barnabitacosì si sfogavano sui passeggierisuqualche figura barbogia e ridicolasu qualche vecchia che vendesse ilibretti della cabala e avesse odore di sortilegapress'a pococomenon è gran tempopotemmo vedere qualche sucida vecchiardainseguita a dileggi e a fischiate dall'irrompente folla dellafanciullesca marmaglia.
Qualchevolta peròuniti in formidabile truppasegnatamente gliscolari già adulti della rettoricasi dilettavano anche a farqualche atto di giustizia sommariaa fare scherzi e dileggi a coloroche per verità li avevano provocatischerzi e dileggi che nonmancavano di spiritoe mettevano di buon umore tutta la città.Ora avvenne il seguente fatto. Alcuni allievi del ginnasio di Breradelle classi superiorigiovinetti dai quindici ai sedici annifinite le scuoleuscirono un dì in truppa dalla portamaggiore del palazzoe di là traendo per le contradesidilettarono a metterle a rumoretrattenendosi di tanto in tanto afar celie e dispetti ai passantiai bottegajalle vecchieportinajealle livree passamantate di qualche casaai cocchieriailacchèecc.ecc.; quandoun di loroproponendosi qualchesoperchieria più saporitarivolto ai colleghi di scuolacosìdisse: — Andiamo a vedere il nuovo guardaportone del senatorGoldoni. Invece di quel bell'uomo che aveva primail Marchese havoluto seguir la modae s'è provveduto di un nanomail più brutto e laido nano che m'abbia mai visto; non patisceche nessuno si fermi a guardarloe sfido a vincere la tentazione. Achi gli ride in facciaringhia come un canee scaglia invettive atuttie qualche volta mena anche a tondo la lunga canna d'Indiachea chi gli tocca il pomo nelle gambe non è un servizio. Ilsenator Goldoni sa tutte queste cosee va superbo di questo belmobile; e quando sa che il suo nano ha fatto cadere il pomo delbastone su qualche testa o qualche schienagli dà doppiagiornata e doppio pranzo. — Orafatto tesoro di queste parolei compagni mossero tutti e di gran lenasenza nemmeno far precedereuna consultaalla volta del palazzo Goldoni. Giunti di faccia alqualee visto che il nano guardaportone era là tronfio epettorutoe con un faccione protervo e provocatore e ghignosotostosi schierarono in semicerchio innanzi a luie si misero a cantare incoro una villotta allora in vogadove c'erano delle celie cheparevan pensate e messe in musica apposta per esso. Non è adire la furia a cui montò il nanoe come tosto facessesucceder le brutte parole e le minaccie e i fatti; e comeall'ultimosecondo il suo costumesi desse a far girare su quellaschiera il suo lungo e pesante bastone senza modo nè misura.Ma il nano era soloe la schiera era giovane e fitta e forte ebaldanzosaonde fattiglisi intornolo disarmaronolo avvoltolaronocome un palèoe così raggirandolo a spintonia calcia schiaffigli fecero fare il giro di tutta la cittàfra lerisate universaliottenendoquel che oggi si direbbeun verosuccesso d'entusiasmo.
Iltumulto crebbe al puntoe i guaiti del nanoinfuriato e percosso datanti pugnifurono talichecome avviene di consueto in questefaccendeaccorse la sbirraglia. Allora gli studenti abbandonarono ilnano e tentarono la fuga; ma la folla stipatissima essendo statad'inciampo ai loro passigli sbirri s'impadronirono de' piùadultilasciando andare la ragazzaglia minutamentre il nano mezzopesto fu ricondotto al suo portone. I quattro giovinettiche taleriuscì il numero dei disgraziativennero tratti al capitanodi giustizia ammanettati come ladri. — Se quel nano fosse statoun povero del volgoesercitante qualche professioneforse glisbirri avrebber dato una mano agli scolari di Brera; ma avendoloconosciuto pel nano del senator Goldonisi fecero un paléodi difenderlo con devozione di vassallie di accompagnarlo a casacon tutti i riguardi dovuti a un alto personaggio. E se gli sbirri sicomportarono di questa manieranon stettero indietro i giudicigliauditorii notajgli scrivani del Capitano di Giustiziaallorchèmaravigliando e quasi inorridendo del gravissimo insultoguardaronoa quei quattro giovinetti scelleratiche ebbero tanta audacia dipercuotere il Guardaportone del senator Goldoni. Ma la cosa nondoveva fermarsi qui. All'annuncio di quanto era avvenutoquelsenatorepallido d'ira e giurando di trarre una terribile vendettala quale fosse a lezione ed a sgomento della plebesi recòabbandonando il pranzo e lasciando i convitati in gran trambusto ecordoglioal palazzo dell'eccellentissimo presidente del Senatoilquale non meno stupito e convulso d'ira del marchese Goldoniquasiche si trattasse della patria in pericoloconvocòextraordinariamente il Senatoingiungendo che facesse partedell'adunanza il Capitano di Giustizia e il suo Vicariocomepraticavasi nelle bisogne d'urgenza. A chi considera oggi tali fattila storia pare bugiardachè la ragione si rifiuta adammettere tanta demenzapiù quasi che ferociain uominigravicostituiti in autorità. Ora il Capitanoavendo giàesaminati i giovinettilesse in Senato il costitutoesponendo ilfatto come un atto manifesto di pubblica sedizioneed anchesubordinatamentepronunciando il voto per la massima pena dainfliggersi ad essi. Sebbene la maggior parte de' senatoriper lavertigine provocata dall'orgoglio di corporazionegiudicasseroquella colpa gravissimaesmarrito ogni lume di ragionenonsapessero tener conto menomamente dell'inesperienza inconscia e nonresponsabile di quegli adolescentie però non credessero diderogare alla proposta del Capitano di Giustiziapure non mancòin quel consesso di giudici iracondi qualche voce pietosa; e forsequella voce avrebbe potuto stornare la carneficina; poichèessendosi letti a quel consesso i nomi de' giovinettifece senso atutti quello di don Giovanni Pietrafiglio del conte FrancescoBrunon-Pietrae fece senso non per altro che perchè era ilnome di un nobile. Questo incidente bastò a fare aggiornar lasentenza; ma tuttopurtroppofu inutile. Una soperchieria infantiledoveva esser causa di un'ingiustiziae questa doveva provocar poi unatto inumano e veramente inauditoatto inumano chea primo aspettoavrebbe potuto aver sembianze di una virtù somiglianteall'inesorabile giustizia della patria potestà di Roma antica;chè il dì dopoil segretario del Senatolesse inpieno consesso uno scritto sottosegnato dal conte FrancescoBrunon-Pietracol quale ei supplicava che non si avesse riguardonessuno alla nobiltà del suo casatoquando fosse statod'impaccio al corso della giustizia; perchèriferiamo le suestesse parole«l'obbedienza alle leggi e il rispettoall'autorità e segnatamente il culto dell'alta maestàdel Senato doveva andar innanzi a tutto.» Le voci pietose ches'eran fatte sentire il giorno primasi fecero riudire ancorama insegno di dolorosa meravigliainculcando che si dovesse considerarecome non ricevuto uno scritto in cui la devozione all'autoritàfaceva tacere l'umanitàe offendeva le leggi piùantiche e più irrepugnabili di naturama tutto fu indarno. —I giovinetti vennero condannati a morte.
Orche indole d'uomo era quel conte Francesco Brunon-Pietrae come eperchè aveva potuto inviare al Senato quel terribile scritto?Noi abbiamo fatte molte e lunghe e non facili ricerche per scoprirnele cagionie alla finetenuto scrupolosamente conto di tuttociriuscì di cavarne quanto segue.
Quelconte Brunon-Pietra era stato assai famigerato in Milano per le suegalanterie donnescheper la sua vita disordinata e facinorosa; esoprattutto per aver consumato nella prima gioventù l'interopatrimonioche era di qualche milione di lire milanesie ingoiatepoil'una dopo l'altraquattro eredità laterali. Fu alloracheridotto quasi al verdeseppe così ben fare e comportarsinella casa dei marchesi Incisache una graziosa e virtuosissimagiovinetta di quel casatoricchissima di un'eredità legataleda un suo padrinotirata ad arte nelle insidiefinì adinvaghirsi perdutamente di luied a concedergli la mano di sposa. —Da questo matrimonio nacquerone' primi due anniun figlio maschioe una fanciulla che non conobbero la madreperchèvittimadelle furibonde ingiurie maritalimorì tre mesi dopo ilsecondo parto. Pare che le cagioni di quelle ingiurie e di quellamorte immatura sieno state delle tresche scandalosissime con unacontessa Ferrinata Alfieri; poichènon ancora compiuto illutto vedovileil conte Brunonsenza riguardo alcunola sposòe n'ebbe poscia un figliuolo. — Intanto che il primogenito e lafanciulla del primo lettoeredi della ricchezza maternaeranotuttora in cura delle nutriciil figliuolo del secondo lettocresceva in casae la nuova moglie del conteche aveva preso sulmarito quell'impero ch'egli in addietro aveva sempre esercitato sulledonnegli comunicò un tale amore per quel fanciulloch'essoal pari della matrignasentì avversione pei primi dueetutto l'incomodo e il peso della loro esistenza. — Questo nonapparì manifestamente in principioma quando i fanciulliavanzarono in etàtrapelarono al di fuori le intenzioni delcontetanto che i parenti della defunta marchesa Incisafeceroreclami per avocarne a sè la tutela; ma invanoperchèil conteastutissimo e versipelleseppe condursi così beneche furono respinti i reclami e a lui data piena soddisfazione. —Se non che d'allora in poi il conteaffinchè i figliuoli nonsi lamentasserofinse di trattarli bene. La fanciullache era donnaPaolafu messa educandacom'era di consuetudinein un monasteroche fu quello di Santa Radegondail fanciullo fu tenuto in casa; esiccome egli era naturalmente acuto e vivacissimoe si sentiva comeil padrone in casae non poteva soffrir la matrignanè vedeamolto di buon occhio il fratellastroil conte Brunonper non averlocontrarioe perchè non gli uscisse di mano l'amministrazionedelle sue sostanzesi diede ad accarezzarload assecondare ogni suocapriccio. — Quali disegni poi si volgesse in testa non sisa...ma forsesenza che lo sapesse spiegare a sè medesimomeditava di addensar pericoli al giovinettoperchè avesse otosto o tardi a rimanerne travolto. Ed or la mente vorrebberespingere l'idea di un tanto accordo tra il destino e i desiderj diquel padre scellerato.
Primache si eseguisse la pena capitale contro que' sventurati giovanisicommosse tutta la cittàimpietosita e di loro e dei parentidesolati; e nei giorni d'intervallo molte pratiche si tentarono persmuovere l'autorità del Senato da tanta efferatezza. — Ornon è a dire la dolorosa meraviglia di tuttinel sentire quelche era stato scritto al Senato dal conte Francescoil quale soloper la sua nobiltà e per quella del figliuoloavrebbe potutose avesse voluto fermamenteimpedire quella carneficina e salvarecol proprio figliuolo altri giovinetti complici.
Mala costernazione generalese fu sincera e profondanon fucoraggiosaperchè non par vero che lo spettacolo di cosìscellerataripetiamo demenzanon abbia fatto insorgere tutta lacittàper strappare quelle giovani vite dalla mano delcarneficecon tali dimostrazioni solenni dell'ira pubblicachevalessero ad inspirare al Senato stesso quello sgomento che insegnala pietà.
Ilconte Francesco potè dunque veder lieta l'infernal moglie perquel primogenito spentoe spentogli parea quasi — tanto sonoassurdi i sofismi dell'iniquità — per un ordineprovvidenziale; ma restava la fanciullaeducanda in Santa Radegondala giovinetta donna Paola Teresache già toccava i sediciannie doveva fra poco tempo uscire di là per accasarsiconvenevolmenteessendo ricca di buona parte della ricchezzamaterna. Ora quella figliuolasuperstite al fratelloturbòla gioia del connubio infernale. Il conte Francesco ereditava dalfiglio i due terzi della sostanza che aveagli lasciata la marchesaIncisa; — ma questo non bastava alla sua seconda moglielaqualeeccitata da un affetto smodato pel proprio figliole pareache fosse rubato a lui quello che potea pure diventar suose donnaPaola Teresao scomparisse come il fratello infeliceo giacchèera in conventovi rimanesse professa per sempre. — Ma lafanciulla non avea mai dato segno di vocazione alla vita claustrale.Ricca e bella eper soprappiùavendo sortito dalla naturauna grande virtù per la musica e pel canto — virtùfatta poi mirabile dagli insegnamenti della celebre suor professaRosalba Guenzanicantatrice e suonatrice d'organo nel monasteroappunto di Santa Radegonda — aveva già potuto presentirele attrattive del mondo; chè ogni qualvolta usciva diconventoa stare un giorno col padrenella qual occasione recavasianche a far visita a' parentiveniva accolta da tutti come intrionfo; e già le era stato toccato di qualche cospicuomatrimonio; di modo cheper modesta e virtuosa che fosse — edera virtuosissimatanto da esser l'idolonon solo della sua maestrasuor Rosalba Guenzanima delle altre suore e delle amiche colleghe —ogni qualvolta ritornava in conventosebbene le fossero care e lamaestra e le amichepure non desiderava altro che di lasciare quellemeste mura del chiostro e di uscire all'aperto. Or venne il tempo incuifinita la sua educazionedoveva infatti uscire. — Ma fuallora che il conte Francescomesso innanzi il pretesto d'unviaggiocominciò ad insinuare alla fanciulla di rimanervifino al suo ritorno; ed ella vi rimase. — Di poiquando nonvalse più quel pretestone cavò fuori altri molti perpoterla dimenticare colà; ed ella pazientò senzalamentarsima con grande suo affanno. Infine il padre un dìle fece motto della convenienza ch'ell'avrebbe avuto di abbracciar lavita monastica. La fanciulla stupì a quella propostaerispose con sdegnoe risolutissimamente negò. Allora il padrefinse di non adirarsi e di trovar giusta quella fermezza dirisoluzione; onde levatala dal conventola condusse in casa. Se nonchedopo alcuni giorniil portone del palazzo Pietra stette chiusoperchè tutta la famiglia erasi recata in campagna in un luogotra i monti valtellinesi. Passarono così due mesifinchècorse la voce che tutta la famiglia era tornataed anche lafanciulla donna Paola. — Ma con grande meraviglia di tuttiessavenne ricondotta dal padre nel convento di santa Radegondadove lamadre abbadessa sentì dalla bocca stessa di lei che volevafarsi monaca. La poveretta in que' due mesi erasi per tal mododisfiguratache pareva una larva di fanciulla strappata per miracoloalla morte dall'arte medica. Che cosa del resto sia avvenuto in quelluogo del valtellinesecon che atti di crudeltà siasitrattata la giovinetta in quel temponon si sa; onde è liberoil campo alle congetture. Quello che pur troppo avvenne si fuchedopo un annodonna Paola Pietra si professò monaca in SantaRadegonda. — Madice il frate di S. Ambrogio ad Nemusinquella sua succinta relazione:
«Inquello stesso momento in cui la fanciulla non da un solo timoreriverenzialema da una manifesta violenzafu costretta fare nelsuddetto monastero la solenne professione de' votiprotestònell'interno del suo animo a Dio di non concorrere colla volontàad un attoa cui era trascinata dall'altrui volere.» Pagad'aver di ciò chiamato Dio stesso in testimoniosi persuasedi poter conservare intera quella libertà che Dio stesso leavea data. Tuttaviafosse prudenza o un resto del timore onde ellaerasi lasciata obbligare all'atto solennenon confidò cheassai tempo dopoa fide e virtuose personegl'interni suoisentimenti; e come se fosse presaga di quanto doveva poi veramentesuccederenella dolorosa solitudine del chiostro si consolava collasperanza di dover un giorno romper quei lacci che la violenza degliuomini le avevan posto. A tale effetto conservò per molti anniun suo abito secolaredi cui credea fermamente di doversi servire. —Pure in qual modo ella avesse ad uscirne non poteva nemmenoimmaginarseloben conoscendo che era impresa impossibile il tentarloper le solite vie giuridiche. Ma la straordinaria virtù delsuo cantocome l'aveva già espostaquand'era ancoraeducandaall'ammirazione generaledoveva additarlamonacaall'altrui pietà. — Già abbiam detto che tutta lacittà di Milano accorreva nella chiesa di santa Radegonda asentirvi le migliori produzioni della musica per canto ecclesiastico.— Il maestro Predianibologneseche allora era in Milanosolevaper così direstare in giornata su tutto quello cheproducevasi in Italia in questo generee appena venisse in lucequalche composizione squisitaera sollecito di mandarla alla celebresuor Rosalbaaffinchè ella la facesse conoscere ed apprezzarecon quel magistero ch'ella aveva nel toccar l'organo e nel cantareeperchè specialmentese trattavasi di pezzi a due vocivenivasquisitamente assecondata da suor Teresa Paola Pietra. — L'Avemaris stella di Leo era uscito di fresco in que' giorni.
Ilceto distinto della cittàche allora tenea dietro a tutte lenovità musicalie s'interessava anche della musica di chiesaveniva informato dal maestro Predianiche dava lezioni nelleprincipali casedel quando si doveva eseguire qualche gran pezzoistrumentale in Duomoo qualche canto in Santa Radegondaondeaccorse per sentire quella nuova composizione. La follacome suoldirsisi portava a que' trattenimentitanto che l'arte facevadimenticare la devozione; e peròin propositoerano uscitealquante pastorali contro l'uso e l'abuso della musica sacra. —Oratra quella folla stipatissimasi trovò un Inglesechesi chiamava lord Cralluomo straordinario e cavallerescoe portatonaturalmente all'entusiasmo. Egli sentì quella musica e sentìla voce commossa della monaca giovinettala qualeripetendo quelcanto divinovi trasfondeva tutta l'intensità dei proprjaffannie con tal fascinoche tuttimentre atteggiavano il voltoal sorriso per la soavità della melodiapur si sentivanoirresistibilmente inondati di lagrime.
Quelgentiluomo dunquepiù commosso ed esaltato di tuttichiesedi quella monacae udita la storia del fratello di lei e del tristopadree com'ella fosse venuta renitente ai voti; tanto si interessòdi essa ched'una in altra ricercavenne a conoscere i segreti suoipensieried eccitato dalla pietà e dall'entusiasmo per tantavirtù e sventurasi offrì di liberarla e di farla suasposa. La forza di codesta tentazione fu sì gagliarda sullamonaca giovinettache il pericolo della fugai disastri d'un lungoviaggiol'abbandono della patriala diversa religione delgentiluomoe i mille sentimenti di pietà e d'onore chedoveano sostener la sua ragionese la tennero per qualche tempo ingrande sospensione d'animopur non valsero a soggiogarla; poichèall'ultimoella si faceva imperterrita nell'idea d'esser liberainnanzi a Dioe di potere col matrimonio serbare inviolato ilproprio onore. — Rispetto ora al gentiluomo che aveva promessodi liberarlagiova sapere com'egli nascesse da una famiglia illustreinglese passata in Franciae come il padre suopel celebre edittofulminato da Luigi XIV contro gli Ugonottinel 1685siasi trovatocostretto a tornare in Inghilterra; dove morì lasciando duefiglie ed un maschioche fu poi questo lord Crall.
Custodivansile chiavi del monastero nella stanza dell'archivioa cui si entravaper una bussola chiusa da una piccola serratura; fatta per ciòla prova di diverse chiavine fu trovata una che l'apriva. Dopo dichefissato il giorno e l'ora per l'uscitalicenziatosipubblicamente il cavaliere dagli amicipartì da Milano; matrattenutosi segretamente in un casino poco distante dalla cittàvi fe' ritorno pochi giorni appressonella stessa notte stabilitaper la fuga. — Giunta l'ora in cui la si dovea eseguireaccaddero nel monastero alcuni piccoli e curiosi accidenti che nonmette conto di riferirei quali parea avessero ad impedirlamainvece l'agevolarono.
Ilcavaliere si trovòcon altriben armato alla porta delmonasteroed una carrozza stava preparata in vicinanza alla chiesadi S. Paolo; prima d'uscire depose la fanciulla la veste religiosaecomparve in sott'abito da uomo. — Alla presenza di testimonj sirinnovarono allora ambidue la fede ed il giuramento di sposidi cuiil cavaliere avea prima fatto dichiarazione in iscritto; esenz'altro contrattempolasciarono la città.
Lanotizia di codesta fuga fece un tal rumore e provocò tantiparlariche per molto tempo circolarono scritture in proposito epoesie di vario tenore; nelle qualio lo sdegno dell'ascetismoesaltato condannava altamente quella risoluzione della giovanemonacao la pietà spontanea di una ragione più liberaprotestava in sua difesa; ma più di tutti levò grido esi diffuse rapidamente ed ebbe migliaja di copie manoscritte unsonetto ch'ella medesima scrisse in propria difesa: ed èquestochesebbene scorretto e tutt'altro che prezioso in facciaall'arteè preziosissimo in faccia a più graviragioni:


Donden'entraim'involo alla ventura
Portomeco l'onorla fè nel core.
Benchèquesto rassembri un grande errore
Piangerdovrà chi lo mio mal procura.
Soche al mondo non v'è legge sì dura
Ch'obblighiun cuore ad un sforzato amore.
Amoil decoro e son dama d'onore
Ondevincer saprò la mia sventura.
Qualcombattuta nave in mezzo all'onde
Oggiimploro dal ciel soccorsoaìta
Perarrivar le sospirate sponde.
Sefortuna o periglio a me s'impetra
Sianoto al mondo come fui tradita
Seben ebbi nel seno un cor di Pietra.


Mada Milano i due fuggiaschi viaggiarono sollecitamente a Veneziadovesi trattennero parecchi giorni in una casa vicina a quella d'altriInglesinonostante lo strepito che presso la Repubblica faceano ilministro cesareo e il nunzio del papa. Se non cheessendo statiavvisati che non avrebbero potuto fermarsì colà piùlungamente senza pericolola donnavestitacome sempre era statada uomofu condotta di notte sopra un vascello inglese che stavaalla rada; mentre il cavalieredopo averla consegnata al capitanoper una maggior cautelapassò in altro bastimento olandese. Ebene erano stati avvisati in tempoperchè il giorno dopoperordine del Magistratosi fece la ricerca della fuggitiva in quellamedesima casa donde poche ore prima era uscita. Dalla rada di Veneziapassato il vascello inglese a Zante per farvi provvigione di vino perl'equipaggionon potè fermarsi colà quanto bisognavaperchè recatosi di notte al suo bordo il nipote del Consoleinglese in quell'isolaavvisò il capitano che suo zio avevaaccordata al governatore la permissione di far la visita al vascelloper toglierne una religiosa trafugata. Il capitanolevate allora leancoresi allontanò dall'isolaapprestandosi alla difesanel caso che lo si fosse attaccato. La mattina seguente si mostròinfatti una marciliana con altra nave. Ma quellaavendoscorto che l'equipaggio era sotto l'armied essendo il vento pocofavorevole per tentare l'abbordaggio del vascellodopo averlo perqualche tempo inseguitodovette abbandonarlo. Donna Paola intantoera stataper maggior sicurezzanascosta dal capitano nel fondo delvascellodove ebbe a trattenersi parecchie ore. Cessato il pericoloall'uscire di quella sepolturafu salutata con grandi evviva datutto l'equipaggiogià informato delle avventure dellamedesima. Il vino che dovea provvedersi a Zantefu provveduto inaltro porto; e dopo un viaggio non molto lungoil vascello approdòfelicemente a Londra. Qui donna Paola venne accolta dalle due sorelledel cavaliere e ritrovò preparata l'abitazione. Il cavaliereintantoche per maggior cautela s'era trattenuto alle spiaggie diVeneziavenne poi con abito mentito ad Anconadondeattraversataper terra l'Italiagiunse a Livornodal cui porto con altrovascello passò in Inghilterradove sbarcò poco dopol'arrivo di donna Paola.
Sparsasiper tutta Londra la novella di codesto fatto straordinariotostol'arcivescovo di Canterburycon proposte onorevolitentòl'animo della donna ad abbracciare la religione anglicana; ma ladonzella fermissimamente dichiarò chenon essendo passata inInghilterra per motivo di religioneella non era in istato nèin volontà di cangiarla; dichiarazione che ripetèposcia alla regina medesimaquandocon maggiore grandezza diofferteessa le mandò lo stesso invito dell'arcivescovo. Lasola cosa che bramava donna Paola era di convalidare il suomatrimonio colla presenza d'alcuni parroci cattolici di Londra; maquesti avendo ricusato di assisterla finchè Roma non avessedecretata invalida la sua professione religiosaella inviòuna supplica al pontefice allora regnante. Ma o non fosse stata lasupplica debitamente concepitao fosse stata mal direttanon neottenne risposta veruna; per cui deliberò di condursi inFrancia insieme col cavalieree di làbisognandoanche aRomaper implorare personalmente ciò che non s'era potutoottenere per lettere.
Giuntiin una città di quel regnoil vescovoa cui era noto ilfatto già pubblico in tutta Europapenetrando il loro arrivofece qualche passo per assicurarsi della religiosa. Ma essiavutonesentoresollecitamente si ritiraron in Ginevradove dall'istessomagistrato furonopoco tempo doposegretamente avvisati perchèsi guardassero dall'uscirneessendo attesi ai confini; e qui unostratagemma servì loro di scortae preso altro camminodubitando di nuovi incontrise ne tornarono in Inghilterra. Colàsenza nessun avvenimento notevolevisse donna Paola fino all'anno1732con quella tranquillità che le potea permettere la suaspecialissima condizionee il rimordimento che di tanto in tanto lainfestava d'essersi fatta giustizia da sè stessaquantunquepur sempre si confortasse della protesta fatta in suo segreto a Dioe della insistenza e diligenza assidua ond'ella erasi adoperata es'adoperava per riconciliarsi colla Chiesa. Quando finalmente la suafortuna volle che ritrovasse un mercante cattolico di Londrailquale prese l'impegno di scrivere ad un suo corrispondente in Romauomo che si assunse l'incarico con religioso calore; e a servirmeglio e l'amico e la coppia virtuosarecossi a ragguagliarne ilcardinal di Sant'Agnesedi cui aveva la protezioneil qualcardinale era un Giorgio Spinola di Genova. Questiriflettendo allagravezza dell'affarene parlò tosto al Santo Padreed alcardinale Vincenzo Petra penitenzieredal qualecoll'assensopontificiofu per mezzo dello stesso mercante spedito sollecitamentea Londra il solito breve assolutorio col salvacondottoaffinchèla donna nel termine di sei mesi si portasse a Roma. A tale uopofuron dati gli ordini a banchieri di varie città pelsomministramento del denaro e di tutto quello che nel viaggio poteabisognare alla medesima.
All'arrivodi questi ricapitibenchè fosse il cuor dell'invernopartìdonna Paola da Londra con un cameriere cattolico; ed attraversata laFrancia sotto altro nomegiunse a Marsiglianon senza gravipatimenti cagionati dalla stagionee il giorno 8 febbraio 1733 entròin Roma. Il cardinal di Sant'Agneseavvisato preventivamentedell'arrivofe' che le movesse incontro una matrona di esemplaresaviezzain casa della quale donna Paola si trattenne segretamentealquanti dìtrascorsi i qualiper ordine del ponteficepassò al convento del Bambino Gesùsotto apparenza didama fiammingaper ivi addurre le sue ragioni contro la professionde' voti.
Laprima determinazione del papa fu di deputare un congresso dicardinalidal quale si esaminasse se una tal causa dovea agitarsinella Congregazione del concilio o nel tribunale della sacraPenitenzieria. Le gravi e particolari circostanze chea primoaspettosi videro in quest'affarefecero abbracciare il secondopartito. Per operar tuttavia con più cautelaa' giudici dellaPenitenzieria furono aggiunti cinque cardinalifra' quali lo stessoprefetto della Congregazione del concilio.
Dalungo tempo non eravi stata in Roma una causa più intralciatadi simil materia. Tre voltein tempi diversiradunossi laCongregazionee si tennero altresì molti Congressi. Non potèsapersi quel che in essi s'andasse di volta in volta determinando: maquello che si può dire èche le prove delle violenzeda principio accennatefuronodopo quasi tre anniposte in sìchiaro lume chenon potendosene dubitare neppur da' giudici piùausterifinalmentenel mese di settembre dell'anno 1735a pienivoti venne fatto dalla Congregazione il decreto: Constare denullitate professionis. Il papa confermò il decretoedopo risolute altre dipendenzefu data a donna Paola la libertàd'uscire dal chiostroin cui aveva dimorato per tutto quel tempo conuniversale edificazione.
DonnaPaola Pietratoccato così il supremo suo intentoa cuiincessantemente era stata fidapiùquasi diremmoperun'ostinazione della mente che si esaltava nell'idea di aver per sèil diritto e la giustiziache per la probabilità dellariuscitalasciò Romasicurissima di sè medesimapoichè s'era come veduta espressamente protetta dallaprovvidenza; e ritornò in Inghilterra a ricongiungersi concolui che l'aveva tratta in salvoe che sempre le si era mantenutoreligiosamente fedele. Abbandonata poi l'Inghilterravenne con essoa Roma dove solennemente ei la sposò. Ma la fortuna non vollepermettere che tanta felicità fosse duraturaedopo tre annidi convivenza maritaleil virtuosissimo gentiluomo venne a mortelasciandola madre di due figli. Donna Paola per qualche tempo se nestette nelle vicinanze di Romapoinel 1743dopo tredicianni di assenzaritornò a Milano a fermarvi stabile dimora.Un tale ritorno gettò lo sgomento in coloro che l'avevanvoluta sagrificaresapendola così efficacemente protetta dalsanto padre; ma provocò un tripudio universaletanto che lediverse maestranze della città la vollero festeggiare connotturna luminaria. Ed ellase magnanima disprezzò tutte levili paure di chi l'aveva voluta opprimerenon mostrando nemmeno diricordarsi di loro; volle corrispondere efficacemente a quellapubblica estimazione con atti di carità vivacol farsiconsolatrice degli altrui doloricol metter pace nelle trambasciatefamiglie; più spessocol difendere contro l'attentato de'tristi l'innocenza che non si guarda; tra i molti suoi atti meritorjaveva destato gran rumore un viaggio che fece appositamente perottenere da Maria Teresa la grazia della vita per un giovanecolpevole d'aver ucciso un cavaliere che avea fatto contumelia allasua fidanzata. Naturalmente dotata di acuto intellettofortificatadall'esperienzavirtuosa senza rigidezzabenefica senzaostentazioneera essa richiesta di consiglio anche da persone digran riguardo.
Quand'ellarecavasi a passeggiare lungo le pubbliche vieera segno agli sguardidi tutti quel suo grave aspettoin cui serbavansi tuttavia i restidi una maestosa bellezza; aspetto grave di quella placida mestiziache viene dalle angoscie passatedalla memoria di una perditairreparabiledalla severa considerazione della vita; ed ellachenell'animo avea tanta pietà per altruine destava poialtrettanta in tutti coloro che la guardavanoconoscendo il suopassato; poichè facea senso quel perpetuo suo lutto vedovileil quale attestava un dolore che non poteva aver riposo nella vita; efaceva senso quel suo comparire in pubblico assiduamente accompagnatadai due suoi figliuoli già quasi adultie come lei vestiti aluttoe severi e mesti al par di lei. — E davvero che il gruppodi quelle tre figureche si staccava come un simbolo di dolore sulfondo vivace e variopinto e giocondissimo di quel tempogiungeva acompungere di gravi pensieri quella società cosìspensierata e vanala qualeignara delle fiere lotte chel'aspettavanonon attendeva che a darsi buon tempocome chi spendee getta e scialacqua le ultime ricchezzee tuffa nell'ebrietàil pensiero del domani.
Eradunque stato un felice pensiero della contessa Cleliaquello divoler recarsi da questa donna Paola Pietrae per richiederla diconsiglio in un affare dilicatissimo e serioe che poteva averconseguenze luttuosequantunque vestisse le apparenze di un amoregalante; e per versare nel cuore di colei le ambascieche ormai nonpotevano più esser contenute nel suo.



X



Perquanto durante la nottenell'imperversare di un affannoriescaimpossibile di chiuder gli occhi al sonnov'è pure unmomentovicinissimo all'albain cui è convenuto che si debbadormire; ma quel momento pare cheda un genio squisitamente acutonell'inventar mezzi a tormentare l'umanità infelicesia statointrodotto apposta fra il confine della notte e del giornoperchèappuntoal risvegliarsi dopo un fuggitivopiù che riposoassopimentosia ancor più cruda la fitta del dolore.
Felicicoloro che non ebbero mai nella vita uno di questi quarti d'oramicidiali! Ma se la contessa Cleliain cinque lunghi lustrinon neaveva provato neppure unone sentì per la prima voltal'amarezza in quel mattinoin cui il sole di febbraio entratocomeuna punta che scattida un angolo della finestraattraversòla stanza da lettoe a guisa di una lancia luminosavenne acrementea ferirla negli occhi. Ella si svegliò in soprassaltosi alzòsul guancialegirò gli occhi intornoestata un istante inpensieromandò un sospiro amaro; uscì dalle coltripesantie si vestì senz'ajuto di camerierache chiamòpoidando una lieve e lenta strappata al campanello; e mettea lalentezza in tutto quello che facevaperch'era irresolutae voleva edisvolevae pensava e ripensava più cose ad una volta. Lacameriera entrò in silenzioin silenzio l'acconciòchè il tumulto e l'amarezza dell'animo erano sìevidenti nel volto della contessache nessuno avrebbe osato parlarlese non per rispondere alle interrogazioni; e in silenzio sarebbepartitasequando fu per uscirela contessa non l'avesse chiamataper nome:
—Lucia?
—Cosa mi comanda?
Lacontessa stette sopra di sè pensando ancorapoi soggiunse:
—Chiamami Giovanniil figlio del carrozziere.
Dopopochi momentientrò Giovanni — un servitore in livrea.
—Sai tu dov'è casa Borromea?.
—Lo so.
—Lì presso c'è una casa vecchia.
—Lo so.
—In quella casa abita una signorache si chiama donna Paola Pietra.
—La conosco benissimo.
—Bene. Va' là da quell'egregia signora. Bada di domandar primas'ella è alzatae se riceve a quest'orae ad ogni modoaspetta finchè sia possibile di parlarle.
—Sìsignora.
—Quando ti riesciràle dirai che sei una livrea di casa V...e che ti manda la contessa Cleliala quale brama di sapere in qualora di tutto suo comodo può recarsi da leiper parlarle diuna cosa urgentissima. Ma falle capire però che quest'oradev'essere prima di mezzodì in ogni modo. — Aspetta... Semai quella pia e umil donna ti dicesse di voler venir essa da melefarai comprendere essere assolutamente necessario che vada iomedesima in casa sua. Va'e fa' presto.
Ilservitore partì; la contessa si gettò a sedereerichiamò la cameriera... eordinate alquante cosela rimandòsubito. Donna Clelia era più sconcertata che maie non poteastar sedutae l'irresoluzione le rientrò nell'animoepersino il pentimento d'aver inviato il servitore da donna Paola; chèle pareva un atto imprudente e pazzoe tanto più in quantonon aveva parlato che due sole volte a quella donna. Mad'uno inaltro pensierosi fermava a quello della Gaudenzie andavaalmanaccando i gradi di probabilità che ci poteano esserenegli amori di colei con Amorevoli... e si indispettiva pensando chela Gaudenzi non fosse una sua pari; chè alloraalmenoavrebbe potuto avere un pretesto qualunque per recarsi a visitarlaetrovarsi con leie tentare e frugare e interrogare e scoprire ilvero... Ma nel mentre stava dibattendosi in tanto contrasto di ideetornò il domestico a dirle: che donna Paola Pietra era incasae che appunto la stava attendendo allora. La contessa Clelia aquella risposta che pur doveasi aspettaresi sentì dare unnuovo tuffo nel sangue equasi senza vocetanto era oppressa:
—Dirai al carrozzieresoggiunseche attacchi tosto i cavalli; e tusali a prendermi senza perder tempo. — Indi chiamata lacamerierache comparve tosto: — Fa' venir quile disseilcameriere del conte.
Questosi mostrò subitamente.
—Direte al signor conteche questa mattinaper un atto urgentissimodi caritàdebbo portarmi da quella donna Paola Pietra ch'egliconosce; e che prima di mezzodì sarò di ritorno. —Il cameriere accennò col capo che farebbee partì.
Lacontessacominciando dal conte che la stimava forse assai piùdi quello che l'amassee giù giù fino all'ultimogradino della gerarchia di quella casa signorileaveva impresso intutti una così alta idea della sua superiorità mentalee d'un certo carattere fuori d'ogni ordine donnescoeperconseguenzad'una virtù inaccessibile ad ogni sorta dipericolie quasi eslege da tutti i vincoli del galateo femminileche andavastavadava ordini senza dipendere nè in poco nèin tanto da quell'autorità superioreche in tutte le case ein tutti i tempi e presso tutte le nazioniad onta di qualunquerilassatezza indulgente del costumeè sempre il padronemarito.
Ildomestico salì a prenderlaed ella uscìe messasi incarrozzain dieci minuticon nuovissimo suo affannoi cavalli sifermarono innanzi alla porta della casa dov'era l'abitazione di donnaPaola Pietra.
Precedutadal servo che l'annunciòella pose il piede in una anticameraa pian terrenonella qualeuscendo da un salotto vicinole mosseincontro donna Paola.
All'occhioesperto e penetrante di quella grave matronabastò unosguardoun solo sguardoper comprendere che la contessa Cleliaveniva da lei per qualche proprio cordoglio e non per cose d'altri:onde di punto in bianco cangiò il solito formulariogratulatorio e complimentoso del salutoche qualche volta puòamareggiare altrui colla crudezza del contrasto; lo cangiò nelsorriderle soavementee nello stendere la mano per stringer quelladella contessache lasciò fare senza dir verbo. — DonnaPaola intese che in quel momento un tale atto confidenzialeil qualeforse in altr'occasione non sarebbe stato dicevole alla poca intimitàin cui ella trovavasi colla contessaera il solo che potesseriuscire conveniente.
Egliè a questi atti sfuggevoli e che passano inavvertitiall'ottuso vulgoche si riconosce di volo un'indole e un carattereprivilegiato. Egli sta in codesti minimi atti il sintomo di quellasquisita delicatezzasenza di cui non vi può essere interezzad'ingegno.
Entraronosilenziose ambidue in una salae silenziose si posero a sedere. Perqualche tempo stettero così taciturneperchè donnaPaolacom'era naturaleaspettava che parlasse la contessa; ma vistoche la titubanza le facea nodo alla lingua:
—Per qual causaruppe essa prima il silenziola signora contessa havoluto aver la degnazione di venire da me?
DonnaClelia si scossee dopo un istante ancora di titubanza:
—Per un fatto graverisposee nel quale ella sola mi puòaiutare...
Vifu ancora qualche minuto di profondo silenzio. La contessa non sapearisolversi a manifestare il proprio fallo; trattavasi di offuscarecon una parola solae al cospetto di una donna insigne di virtùquell'aureola d'onoratezza distinta e quasi eccezionaledi cui ellasapeva pure d'aversino a quel puntofruito nel mondosebbene ilcicisbeismo avesse trasmutato in peccato veniale e quasi gentilel’infedeltà coniugale; essa lo sapeae ciòl'aveva ad usura compensata spesso di quell'aridezza invidiosa ondesoleva essere trattata dalle sue pari. E dopo tutto questo ell'eravenuta là a distruggere con una parola il solo vanto della suavita; il solodopo quello della scienzadi cuiin quell'istantenon faceva più nessun conto; era venuta là per compirequasi diremmoun suicidio moralecomandato sì dal doveremapur sempre un suicidio violento; onde se titubava e fremeva e avrebbevoluto lasciar quel luogosenza farne altroconvien ben compatirlapoichè è durissima cosa il distaccarsi da quanto di piùprezioso si possiedee di cui il mondo tiene pur sempre conto. Allafine alzando gli occhiche avea sempre tenuti abbassatiin faccia adonna Paolae leggendo in essa come un'espressione non definibiled'indulgenza soave e nel tempo stesso di acuta penetrazioneonde leparve di capire che quella donna venerabile avea in qualche partecompreso di che si trattava: parlò e raccontò tuttoquello che noi sappiamoe conchiusestringendo con forza convulsivale mani a donna Paolaed esclamando: — Or che si fa?
DonnaPaolafattasi forteper non amareggiar troppo la contessaondenascondere il profondo stupore dell'animo a quel raccontostetteanch'ella un momento silenziosapoi soggiunse con un accento blandoe come se volesse far scorrere un balsamo refrigerante sull'aridapiaga di quella che stava innanzi a lei come una colpevole:
—Quel che si dee farevoi già lo sapetepovera e cara donnamia; lo sapete e lo avete pensato.
—Io?
—Voimia cara. Vi sono tali partiti da prenderein alcune gravissimecondizioni della vitapartiti voluti dalla ragionedal doveredalla giustiziadalla generositàcheanche nella piùtempestosa irresoluzione dell'animoè impossibile nonbalenino di colpo alla mente come la luce dell'evidente verità.Però anche a voi dev'essere già venuto in cuore ciòche dovete fare. Le paurei falsi rispettii pregiudizj vi avrannodopofatto rigettare il primo partitoed anzi ve lo avran fattoparer detestabile. Io conosco queste cose purtroppocara miaperchèle ho provate. Ma sempre si mette in salvo chi sa scansar le vietortuosee piglia la strada rettae cerca il giusto. Ditemi ora laveritàmia caranon avete già pensato a un talepartito?
—Ah sìvoi dite il vero; ma nelle conseguenze io vedo unabisso che mi spaventa.
—Lo comprendo... ma ciò che è necessario dev'esserfatto. — E tacque con un'espressione quasi d'autoritàsevera.
—Il silenzio generoso di coluicontinuò poiil qualeperun'inezia (un'ineziaintendiamoci benein faccia all'infame delittoond'è imputato)può condurlovoi già losapetefino alla torturaperchè così comanda laleggela quale vuol far scoppiar violentemente la verità daicorpi umanicome quando si preme la vena per farne uscir sangue...quel silenzio comanda che illuminiate la giustizia. Se voi dunqueconfessando imperterrita e senza rispetti umani il vostro fallosiete la sola che potete salvar coluidovete farlo e tosto. Salvarloe dimenticarloe non voler rivederloe non attendere di esserneringraziatae non riposarvi troppo nella compiacenza d'averlosalvato perchè guai! Vostro marito è sempre il vostromarito.
Questaparola fece dare un guizzo come di paura a tutte le fibre convulsedella contessa... che alzò gli occhi al cieloquasiesclamasse: — Sono perduta!
—Voi trematecara la mia donnatremate come una foglia. Ma abbiatecoraggionon è detto poi... Infine non fu che un colloquio...Ben è vero che l'amor proprio e l'idea dell'onore talvolta èpiù forte e più violentae più inesorabiledello stesso amore tradito. Ma l'atto vostro generoso diminuiràla vostra colpa in faccia al mondoe il mondo può esseremediatore d'indulgenza con vostro marito. Una riparazione fatta concoraggio generosoquasi quasi concilia la colpa medesima col sensomoralee se vostro marito non perdonasseil mondo condannerebbelui. E voi nella stessa solitudine del ripudiosarete ancorrispettata nella vostra nuova virtù; alla quale però èimpostoperchè possiate per sempre e davvero essererispettatadi essere incrollabile per tutta la vita.
Lacontessa taceva e perchè non trovava nulla che le facesseparer men saggio il consiglio di donna Paola e perchèd'altrapartenon sapeva ancora indursi a prometterle di adempire quellarisoluzionenecessaria in faccia al doverema pericolosissima neltempo stesso.
—Quando poi considerocontinuava donna Paolail vostro ingegno e ilvostro sapere straordinarioper cui siete un'eccezione tra le donne;tanto più mi accorgo chenella solitudine della vostra nuovavirtùassai compensi potrete trovare alla vita.
—Questo straordinario sapererispose la contessache il mondom'invidiaè troppo poca cosadonna Paolaper poter riempireil vuoto e il tormento della mia vita avvenirecredetelo a me. Io sod'esser tenuta orgogliosissima; mainvecenon v'è nessunoche possa fare di me stima più severa di quella che faccio iostessa. Una donna non deve penetrare nel campo delle gravidisciplinedove improvvidamente io fui spintase non a patto dipossedere un ingegno sterminatoun ingegno che possa essereun'eccezione anche tra i virili intelletti. Io ho imparato quello chemi fu fatto insegnareprima per obbedienzapoi per puntiglio e percostanza di volontà; ma ora la mia indole di donna mi facadere spossata sotto il peso della mia inutile dottrina; perchèqui dentro ci sono passionidonna Paolachese fossero svampatenella prima adolescenzami avrebbero lasciata ancor libera di me; mainvecetrattenute indietroinconsapevole io stessadall'ordine deimiei studj e della mia educazioneebbero campo di farsi piùforti nel lungo riposo; ed ora che trovarono un'uscitascoppiaronocon tanta violenzache il mio cuore non può fermarlenon puòsopportarle più; onde ormai tremo e temo di me stessa.
Efece una lunga pausa.
—Guardate inveceseguì poiquell'ammirabil donna di GaetanaAgnese. Ella poteva e doveva affrontar la scienza. La natura leconcentrò tutta la forza nella testae lasciò nelcuore una calma inalterabileche la fece inaccessibile ad ogniaffetto umano. È a queste sole condizioni che una donna puòuscire dalla sua naturae può e deve entrare nel campo altruiper raccogliervi compenso e conforto e pace. — L'Agnese non ègià una semplice eccezione tra le donnebensì èun grand'uomo tra gli uominiladdove io non sono che la piùinfelice del mio sesso. Perchèvedetequesta istessa miagrande riputazione di dottadi austera e di superbachè taleio sono riputata pur troppoe sì a tortorenderàancor più vergognosa e più detestabile la mia caduta infaccia al mondo.
DonnaPaola rimase come percossa a quest'ultima considerazione dellacontessae non risposetanto le sembrò amaramente vera; matostoassumendo modi più risoluti e quasi crudicome sevolesse far forza alla propria pietà che l'ammolliva:
—Quando un partitodisseè comandato dalla necessità edal doverenon giova guardar oltre; tutte le conseguenze possibilinon entrano nel conto. Sefatto il dover vostroall'uscio viattendesse la morteconverrebbe morire; dico così per direcara la mia donnasoggiunse poi subitopentita d'aver detto troppo;perchèdel restoio sono convinta che l'applauso generaleaccompagnerà il vostro atto generoso.
Lacontessa Clelia stette alquanto silenziosa a quelle parolepoistringendo nelle proprie la mano di donna Paola con affannosagratitudinesi alzòe disse:
—Quand'è cosìil vostro consiglio saràadempiuto. Oggi stesso mi recherò in Pretorio... e tutto saràfinito.
Aqueste parole donna Paolaabbracciando la contessa: —Permettetele disseche io vi faccia una preghiera.
—Una preghiera?
—Se maifuori di quifoste per cangiar d'avvisoe la desolazione viconsigliasse qualche altro passo... per caritàvenite primada meve ne supplico.
—Ci verròma per dirvi come sia stato seguito il vostroconsiglio.
Nèvi furono altre parolee la contessa partì riabbracciata dadonna Paola Pietra. e risalì in carrozza.




LIBROSECONDO


Laballerina Gaudenzi e Lorenzo Bruni. — I pensatori celebri eoscuri e i nembi precursori della procella sociale. — Lo studiodel pittore Londonio. — Artisti milanesi nel 1750. — Ilpittore Clavelli e le maschere-ritratti. — Gli Zanni. — Lamaschera del Tasca. — Meneghino. — La villotta di CesareLarghi. — La lanterna magica del pittor Londonio. — Ilminuetto. — La prima domenica di quaresima. — Il Capitanodi Giustizia. — Sistema di giurisprudenza. — Il processocriminale. — Venezia. — Il lacchè Andrea Suardidetto il Galantino.



I


Seil lettore desiderasse di tener dietro alla povera contessa Cleliaper conoscer tosto le sue risoluzioni e le conseguenze di essenoici troviamo nella necessità di non poterlo accompagnareperchè siamo invitati da altre personeper esempio dallaballerina Gaudenzila quale in quella sera in cui il pubblicodelirio toccò la sua massima espressione al di lei riguardosi trovò in camerino l'usciere del Pretorio che le presentòuna citazione a comparire; e subito dopo vide il signor LorenzoBruniviolino di spalla per l'operae primo violino direttored'orchestra pel ballo; il signor Lorenzo Bruni venutogli innanziagitatoconvulsoiracondo e cogli occhi stralunati; il qualese inquella sera non proruppe in parole violenti e non fece una scenadietro le sceneè perchè i veglianti regolamentiproibivano a quelli dell'orchestra di andare in camerinoed eglicomprendeva chese i cavalieri ispettori chiudevano per luia lorodispettoun occhio su quella contravvenzioneperchè cosìvoleva la da tutti quanti idolatrata Gaudenziavrebbero còltoperò assai volontieri la prima occasione in cui egli avessecommesso qualche stranezzaper far ritornare nel più crudorigore i regolamenti del palco scenico. Però erasi limitato adir sottovoce alla Gaudenzima con un fremito mal compreso:
—Che cosa dunque è successoMargherita?
—Ma non siete contento? Non vedeteche pazzie fa il pubblico per me?
—Pazzieeh?
—O forse vi dà noia che il pubblico divida le sue grazie in dueesatte porzioni tra me e il tenore?
—Il tenoreeh?... il tenore... Ma sapete che cosa si dice in pubblicodi voi?... Ma sapete perchè il pubblico v'applaudisce?
—Gran novità da domandare e da sapere.... perchè ilpubblico m'applaudisce? Oh curiosa!.... perchè siamo belleperchè siamo divinecome dicono gli allocchi che vengono dame; perchè Tersicore potrebb'essere la nostra fantescacomedice il poeta di teatro; perchèin conclusione... Ma guardateche paio d'occhi mi fate ... Ma sapete che siete bello staseramabello assai... Oh che matto!
—Matto? Or sentirete se son mattoor sentirete che cosa dice ilpubblico di voi... Dice... dovreste per dio sentirvi a scottar lafaccia pel rossore della vergogna... Dice che il tenore stanotte eradisceso dalla finestra della vostra stanzain quel punto che fupreso dal bargello...
—Ora ho capitooh bella!... e una sonora e lunga e giocondissimarisatadi quelle che in buona lingua si chiamano cachinnifu ilcomento che la Gaudenzi fece a quella notizia inaspettata. Poisoggiunse: — GuardateLorenzocosa c'è lì suquel tavolino.
—Che? una citazione?
—Una citazionesì... ma ora comprendo tuttooh bellabelladavvero!
Eper quella sera non ci fu altroperchè il fischio acuto eimportuno dell'avvisatore costrinse Lorenzo ad affrettarsi inorchestra; e la Gaudenziquando il ballo fu finito e rivide Lorenzopiù torbido di prima:
—AddioLorenzogli disse; avete bisogno di dormire... e di far buonacera; a rivederci domattinacaro; e vispa e vivace e saltellante esghignazzante l'aveva lasciato là senz'altro.
Mala mattina venne prestoe quando fu un'ora ragionevoleLorenzoBruni non si fece aspettareed entrato nell'angusto ma elegantissimoappartamento della Gaudenzi:
—È alzata la Margherita? — domandò ad una zia dilei; una zia rachitica e gibbosama piena di acutezzae che stavapresso a quella giovane beltà come il cane che ringhia sultesoro messo sotto la sua custodia.
LorenzoBruni non aveva finito di nominar la Margheritache questacoicapegli mal raccolti dalla notturna rete e fuggenti sulle spalleein veste breve e discintadalla stanza da letto balzò con unsalto nella camera dov'egli trovavasi colla zia; e appoggiandoambedue le mani sulle spalle di luifece due o tre battementsrapidissimidicendogli intanto con aria motteggiatrice ecarezzosa:
—Siete guaritoLorenzo? — e accompagnò queste parole conquella giocondissima e suonante risata a lei abituale; suonante eleggerae nel tempo stesso plebea insieme e gentilecheassomigliava ad una scala musicale o ad un vocalizzoin cui le notespiccansi nette e granite; o chese il confronto non è troppoda naturalistapareva il lieve e oscillante nitrito di una cavallinache si stacchi allora dalla materna poppa. Lorenzovenuto làtorbido e arrovesciatocom'ella ebbe finito di saltare e di riderenon potè a meno di spianare la sua fronte corrugata; tanto eracompleto e ricreante lo spettacolo cheavvolta così abardosso nelle bianche vesti mattinaliofferiva quella regina dellabeltàdella gioventùdella salute e dell'allegrezza.E tale davvero era la Gaudenzicheveduta a quell'oraavrebbefatto girar la testa anche al rettore magnifico dell'universitàdi Bologna. E tanto più riusciva pericolosaquanto piùera inconscia degli effetti che produceva; effetti che potevansuscitare incendj funestiperchè nella vivacitàromorosa e irrequieta equasi diremmoinfantiledel suo carattereella celava una calma profonda e inalterabilmente serenacui nullaavrebbe potuto offuscare.
Ea vedere com'ella moveva e girava quei suoi grandi occhi azzurriecome li fermava negli occhi altrui era imposibile credere che queglisguardi non avessero una significazione profonda; ed era impossibilea non sospettare com'ella non fosse innamorata morta dichiunquesegnatamente se fosse un bel giovaneche stesse parlandoseco; e che il più delle volteinfattibeveva avidamente laluce di quelle pupilleesclamando fra sè con gran tripudio:Son io dunque il fortunato! — Ma ella non ne sapevanullatanto era tranquilla e ingenua!! Ingenuasì signoriquantunque da nove anni(chè allora toccava i diciotto)respirasse l'aria torbida e la polvere corrosiva del palco scenico.Ma oltre ad essere perfettamente calmaera anche perfettamentebuona; e la calma e la bontàmoltiplicate per una salute nonmai stata turbata dal giorno chebambinaaveva finito di metterl'ultimo dentesino a quell'oradavano per prodotto il buon umoreappuntoe l'allegria costante; al chese si aggiunga un'esistenzavissuta nell'agiatezza senza il fastotra gli applausi senzal'invidianell'amore dell'arte che la preoccupava assiduamente senzale amarezze di chi non è al primo postoe tutto ciòcol condimento di un'ignoranza feliceignoranza d'ogni altr'arte ed'ogni altra cosa; il lettore potrà valutare completamente ilfenomeno di questa figliuola ingenua della naturadella natura cheaveva voluto appunto sfoggiare tutti i proprj tesori nel formarla enel crescerla.
Main che rapporti viveva questa giovinetta di diciott'anni con LorenzoBrunie in che tempo si erano conosciuti e in che modo? e da qualluogo erano usciti e l'una e l'altro?
LorenzoBruni aveva avuto per patria Trevisodove nacque da un padre notajotrentacinque anni addietro. Anch'esso aveva atteso allagiurisprudenza nello studio di Padova; ma essendosi applicatocosìper passatempoa suonare il violinoe riuscitovi più chemediocrementee fatto con questo i primi guadagni a Veneziae noncolla giurisprudenzala quale invece lo aveva condannato allasoggezione di un padre insopportabiletempra curiosa d'uomo cheforse suggerì l'idea di sior Todero a Goldoni; risolsedi non farne altroe un bel giornosenza domandare il permessopaterno e senza nemmeno salutare i consanguineifece la scritta conun impresarioe passò da Venezia a Bologna; e cosìd'orchestra in orchestrapercorse le principali cittàd'Italia. A Livorno s'impegnò in seguito con un impresario diMarsigliae da questa città erasi condotto a Parigidoverimase un pajo d'anni. Libero come l'aria e insofferente d'ognibenchè minimo legameaveva scelto la professione di suonatoreappunto perchèindipendente da qualunque padronedaqualunque paeseda qualunque autoritàcittadino di tutto ilmondotrovava dovunque il fatto suo. E oltre a ciòdotato dimente svegliatissima e istrutto più che mediocrementetravasandosi di luogo in luogosi godeva a notare le varietàdei costumidella natura dei paesidell'indole dei cetidelleleggidelle cortide' cortigianidelle artiecc.e a far laconoscenza degli uomini più distinti d'ogni città chevisitasse; a Parigitra gli altriaveva avvicinato Voltaire eRousseau e Diderot e d'Alembert. Quella sua natura inquieta e liberaper la quale non aveva potuto sopportare il giogo paternonèindursi a chiudersi in una città sola per tutta la vitadimostra com'egli fosse più adatto che mai ad esaltarsi alleidee di quei quattro atleti dell'intelligenzache erano destinati afar da leva al mondo invecchiato.
Finda giovinettoquantunque i precetti paterni avessero fatto di tuttoper chiudere il suo spirito in una scatolaegli aveva peròcompresoin confusoche troppe cose non andavano bene intorno alui; a Veneziaper esempiosi era invelenito pensando allaconsuetudine delle denunzie segretee siccome aveva visto che colàal reggimento della cosa pubblica non saliva che il patriziatoadesso dava colpa di tutto e l'aveva preso in odio con tuttal'esagerazione di un giovane più caldo che riflessivoilquale non guarda che un lato unico dei prospetti umani. Nèquando stette fuori di Veneziapotè mai nelle altre cittàtrovar cosa che placasse l'ideale delle sue aspirazioni; e allorchèvenuto a Parigi e lette le prime opere di Voltairee sentitosi presod'amirazione per essoudì poi raccontare il fattoincominciato a tavola del duca di Sullytra Voltaire e l'arrogantemarchese Rohan Chabote finito in istrada con quella bastonatura cheil nobile borioso avea fatto applicareper vendettaa Voltaire;tanto più sentì crescere l'avversione verso quel cetoil quale allora almenose non cercava di aggiungere i proprj aimeriti avitisi ajutava d'orgoglio e di prepotenza per essererispettato. Ein tale avversioneLorenzo non aveva nè modonè misura; e quantunque ricevesse le sue impressioni dallarealtà che lo circondavapuretrascinato dall'imaginazioneo infervorato dallo sdegnodella società di allora facevapiuttosto la caricatura che il ritratto.
Avvenivapertanto che seper esempioraccontavasi qualche bell'atto generosodi un qualche nobiluomoegli se ne rodeva come di una causa perdutae cercava cento modi per offuscarlo; e invecese taluno della bassaplebe si fosse distinto per un qualunque nonnullaei ne menava sìlungo scalporeda provocare lo spirito di contraddizione anche incoloro che pur la pensavano al pari di lui. Era insomma un uomoirrequietoe che malissimo s'adagiava nel suo tempo. — Maditali uominiin quel momento critico della metà del secolopassatone eran nati parecchinon si sapeva comein molte partidell'Europa. Eran come quelle nuvolette bigie che si mostrano agrandi lontananze e a vari punti dell'orizzonte su di un cielo tuttosereno di un giorno d'estate e d'affannosa caldura; nuvolette chesembran comparse a caso e per dileguarsi tosto; ma cheinveces'avvicinano grado a grado enell'avvicinarsis'ingrandisconofinchéa un trattotutto il cielo non è che unanuvolaglia solae intanto il sordo brontolìo del tuono si fasentire in lontananza.



II


Codesticuriosi mortali chedotati d'intelligenza eccedente la sfera comunenon poteano trovarsi bene nel loro tempo e ne sentivano lapesantezzanon sapeano ancoraal punto in cui siamo con questastoriaquel che si volessero. Assomigliavano a chifornito di fibradelicata e straordinariamente eccitabilesi sente dominato da un malessere che non sa spiegaree volendone assegnare la causa all'ariaalla stagionea qualche cosa insommasi vede invece contraddettodal limpido sole e dalla serenità del cielo e dall'allegria diquanti lo circondanoi quali si lodano e del tempo e del sole edell'aria. Tale era la condizione in cui versava la maggior partedelle intelligenze squisitamente acute che vivevano alla metàdel secolo passato. Del restonemmeno Voltaire sapea precisamentequel che si volessequantunque fosse il più maturo di tutti;nemmeno Diderotche si agitava in un'assidua contraddizione eseparlava chiaro negli intimi sfoghi cogli amicismarriva il coraggioquando trattavasi di stampare quel che pensava; nemmeno Rousseauilquale non faceva che accusare un gran dolore senza saper indicarne illuogo. Al pari di costorocheper l'ardimento sin colpevole delleloro operedovevan poi salire al più alto fastigio dellarinomanzaun numero non piccolo d'uomini ignoti e dalle circostanzecondannati all'oscurità perpetua discutevano e si disfogavanone' parlari privati; anzi era codesta massa di uomini ignoti chesomministravano la materiae venivano a determinare i propositi diquelli chiamati a capitanarli. Ed uno di tali uominiche nel sentiree nel considerar le cosenon era inferiore a quegli ingegnipredestinati all'immortalitàera Lorenzo Bruniche forseavrebbe potuto spiccare sul fondo del suo tempo fra i pensatori piùaudacemente liberise invece di suonare il violino in tutte leorchestre delle principali città di Europaavesse atteso aglistudj con volontà costantee avesse avuto pazienza disopportare il burbero padre.
LasciataParigiquando finirono i suoi obblighi contratti coll'impresarioeritornando in ItaliaLorenzo conobbe a Venezia la MargheritaGaudenzi ancor fanciullarimasta due anni addietro orfana del padrestato ballerino grottesco e morto d'una contusione per un saltomortale mal calcolato; e poi anche della madreperita nell'incendiodel teatro di Sinigalliala qualeesercitando la professione difigurante ed essendo stata una bella donnaavea sempre fattole parti d'una qualche deaquando non si trattava nè di agirenè di danzare; e nelle pantomime che finivano coll'Olimpoilluminatocostantemente era stata incaricata di sedere in qualitàdi Giunone accanto a Giove Tonante. La fanciullettaquando rimase orfanaera già tanto innanzi nell'artedaeccitare la meraviglia di quelli della professione. AllorchèLorenzo Bruni la vide per la prima volta a ballare sulle scene delteatro di San Moisène fu anch'esso maravigliatoinsieme colpubblico che accorreva da tutte le parti della città perammirare quel piccolo portento; tuttaviarincrescendogli cheanch'ellacome voleva il pessimo gusto di allorasi lasciasseandare alla danza grottescae ricordevole delle lunghe discussionitenute a Parigi con Rousseau stessosull'origine e sullo scopo delballonell'occasione che al teatro del Re aveva ballato la celebreGuzzani; e abborrendo al pari del Ginevrinoquella danza che non puòal bisognosuggerire movenze e pose e contorni e linee al pittore edallo statuarioe non sapendosi contenere nei limiti di una castaeleganzasi abbandona frenetica e lascivaa inconditi movimentiincui non si cerca che di superare strane difficoltà;dispiacendogli dunque tutto ciòvolle conoscere quellafanciullacolla quale tanto disse e tanto feceche senz'esserballerino e solamente guidato dal buon gusto e dal bisogno chesentiva di riformar tuttola ridusse ad un sistema di danza allorainsolitoma che pure destò ovunque un insolito entusiasmo;tanto è vero che v'è un bello assolutoil qualetrionfa anche ne' più corrotti periodi dell'arte! Basta soloavere il coraggio di promulgarlo.
Eradunque stato in gran parte per merito di Lorenzo Brunise laGaudenzi aveva potuto riuscire un'eccezione gloriosa tra ledanzatrici più celebri del suo tempo. — Ma siccome lafanciulla aveva obbeditofosse per naturale pieghevolezzafosse perun felice istintoalla volontà di Lorenzoe questicompiacevasi del frutto dei proprj consigli; così vennestringendosi tra di essi una spontanea dimestichezzache stava peròne' rapporti di un maestro colla scolarad'un tutore colla pupilla;il qual tutoreguidato da una grande onestà naturaleesollecitato da quel suo spirito irrequieto e originalissimo che lometteva sempre in contraddizione colle opinioni più generali;volleaiutando la custodia vigile della zia della fanciullafarvedere al mondo come la virtù potesse conservarsi intera anchein seno a quella professione checomunementeera creduta il varcodella perdizione. Suonatore di violinoaveva seguìto cosìla fanciullada quell'ora in poidi teatro in teatrofacendolesempre da padre e da tutore e da maestro. Se non che il padre e iltutoreman mano che la fanciulla crescevae l'adolescenza diventavagiovinezzasentì in petto qualche cosa che non era piùnè calma di affetto paternonè severità diprecettore. Gradatamente insomma e inconsapevolmente s'era innamoratodella fanciulla; ma se non aveva mai voluto confessar ciònemmeno a sè stessonon è possibile che volessemanifestarlo alla giovinetta Margheritala quale di qualunque benchèminimo sospetto non aveva neppur gli elementi in sè stessaonde continuò con ingenuità e con obbedienza a nonriguardarlo che come padre e tutore. Se taluno de' nostri lettori ècosì mal andato di salute da rifiutarsi a credere ciòche diciamonon getteremo nè il tempo nè il fiato percercare argomenti a persuaderlo. Non si crede veramente se non ciòche si sarebbe capaci di fare.
Diteatro in teatroeran venuti ambidue la prima volta al Ducale diMilanonel 1748dove erano stati confermati per il carnevaledell'anno 1750. Godeva il Bruni dei trionfi della suadiremo dunquepupilla; godeva a sentirla lodata dappertutto dell'onesta virtùonde conservavasi ornata; perchèanche ne' tempi del piùindulgente galateo moralee del più rilasciato costumelavirtù è sempre applaudita e rispettataal pari delvero bello artistico che trionfa ognorapur nel mezzo delledeviazioni del gusto. Pensi ora adunque il lettore che pugnalata alcuore di Lorenzo dovette essere la prima voce che gli giunseall'orecchio del sospettato amore di Margherita con Amorevoli epiùche dell'amoredella notturna tresca. Per verità che nonprestò fede neppur un istante a quella bugiarda vocee tantopiù chequando entrò nel camerino della Margherita adirle di che trattavasile vide l'innocenza in volto e s'accorsed'un'ingenuità fin quasi stolta in quel suo riderespensierato. Ma che fa l'esistenza delle virtù se nessuno cicrede?
Lorenzopur mettendo da canto ogni altro affettosentiva l'entusiasmo dellavittoria nel poter dire: — Cosa mi diventano tante dame superbeche tutti i giorni cambiano il cicisbeo come la camicia? cosa midiventano al confronto di questa povera figliuola di un grottesco edi una figurante? — E una voce sinistrache in un baleno eracorsa per tutta la cittàaveva bastato a distruggere tuttoea far succedere parole turpi e scherni inonesti al rispetto di prima!Perchè ben è vero che gli applausi della sera trascorsaeran saliti fin al velario per festeggiar la Gaudenzi; ma eran gliapplausi di quella parte di pubblico che avea goduto nello scoprireche la intemerata colombacui bisognava rispettare per forzaerapur essa iniziata ai misteri d'amore tanto allora in voga.
—Cara miadisse dunque Lorenzo alla Margheritaquando questaridendogli domandò se stava bene di salute; voi ridetemavogliatemi credere che non c'è da ridere.
LaMargherita si fece allora un po' seriae soggiunse :
—Caro Lorenzonon vi comprendo; in fin de' conti la verità èuna sola... e quando avrà parlatoperché so parlaralto anch'iovedetequand'è necessarioogni sospetto saràdileguato.
—Cioè volete dire che non avrete più citazioni inPretorioe nessuno potrà insultarvi impunementese non vorràessere passato da una parte all'altraperchè di scherma io sogiocar tanto benequanto suonare un a-solo di violino. Matutto ciò non vuol dir nulla... e fino a tanto che non esca ilnome di colei per la quale il tenore dev'essere venuto in questevicinanzea nessuno potrà esser tolto dalla testa che voieravate l'oggetto delle sue visite notturne.
—Ma perchè io e non altre! Domandate a Zampinoil qualestamattina è venuto per le solite cose del teatroquantedonne furono chiamate a comparire... N'è verozia?
—È verodisse questama la compagnia non vi fa molto onore...Una è la moglie d'un gabelliere che sta lìdirimpetto... L'altra sta lassù al quarto piano e si dilettadi far la cucitrice. Belle e giovani tanto l'una che l'altramadella loro onestà non mi parlate. Chiedetene qualcosa allaGilda che ci servee sentirete... Ben v'è la moglie d'unpittore che gode buonissimo nomee la bella figliuola d'unmercante... della quale non c'è chi dica male... Ma inconclusionevoi vedetesignor Lorenzo...!
—Ma! — esclamò egli strabuzzando gli occhi; e stette unmomento silenziosopoi soggiunse: — In Pretorio v'accompagneròio stessoMargheritae chiederò io stesso di parlare alsignor giudice. Fate adunque di esser pronta fra un'orach'io saròa pigliarvi in carrozza.
L'orapassòLorenzo venne colla carrozzae la Margheritaaccompagnata dalla ziavi salì tosto. — Giunsero tutti etre verso mezzodì al Pretoriodove s'accorsero che una folladi curiosi stava aspettando nel cortile. Quando la Gaudenzi ascese loscalone e corse la voce della sua venuta per tutti gli ufficj delPretoriomolti calamaj macchiarono d'inchiostro atti e processi elibellitanta fu la fretta e la furia degli impiegati per giungerein tempo a vederla. Notajauditoriuscieriscrivanicolla pennanell'orecchio e i paramanica di bambagina verdefacean capolinodagli usci e dalle finestre; altri uscivan sul corridoio per dove laGaudenzi aveva a passarefingendo un'incumbenza di premura. Altri les'attraversavano al passo per guardarla in faccia ben benecon grandispetto di Lorenzo. — Ma questi potè confortarsi quandoall'annuncio della Gaudenziil giudicech'era giovane e di manieresquisitele mosse incontrodicendole alquante cose cortesieconcedendo sì alla zia di lei come a Lorenzo di assistereall'esamee di essere interpellati in proposito.
Ledomande del giudicele risposte della fanciulla Gaudenzileosservazioni di Lorenzole appendici della zia rachiticacostituiscono un dialogo da empire quattro facce di processo verbaledialogo che noi abbiam quie che per molti rispetti non èindegno d'una letturama che potrebbe anche provocar gli zitti diquella parte di pubblico che preferisce la musica veloce di Verdi atante altre musiche; ondesenza riportarloci limiteremo a dire chele sue risultanze furono taliquali ciascun lettore potevaaspettarsele. Il tenore Amorevoliinterrogato prima dal giudice sulfatto della Gaudenziaveva parlato e protestato in modo daimpedirgli una soverchia insistenza nell'ordine delle domande dafarsi alla Gaudenzi stessa. E il giudicequando ebbe praticate tuttele indagini iniziatricicome voleva il suo ufficioaccorgendosi chele cose prendevano una piega ostinatarisolse di non farne altroedi passare al criminale il processo così incoato. Ma Lorenzonon fu pago per nulla di quell'esameperchèsi apponesse onogli parve che il giudiceil quale aveva lasciato andar qui e làqualche epigramma e qualche scherzo gentilenon fosse del tuttopersuaso dell'innocenza della Gaudenzi; e ciò ch'èpeggioallorchèdopo ricondotta al suo alloggio laMargheritaegli si gettò ne' pubblici ritrovi della cittàa sentire come generalmente la si discorressedovette fremere piùd'una volta alle parole che udìe più d'una volta fuper venire a qualche atto violentoondese si contennefu unmiracolo.
Almanaccandocosì mille cosee pensando al modo di far saltar fuori lacomplicese ne tornò in quel giorno verso il quartiere doveera la casetta della Gaudenziil palazzo del marchese F... e quellodella contessa V... Entrò dai portinaj e nelle botteghe làpressointerrogò serve e servitori e lacchè ebarbieriesplorò portecancelli e finestre; chiese conto deisignori padroni del giardino dov'era stato còlto Amorevoliequando sentì a nominare la contessa Cleliae dire ch'eragiovane e bellaegli che non sapeva nulla nè del suocarattere austeronè della sua dottrina astronomicadissetosto fra sè: — Ma perchèla si lasciò daparte costei?... Ma perchè? — Nessuno de' cittadinimilanesii quali erano compresi della fama di quella donnaintemeratanemmen per ombra avean potuto fare un sospetto su dilei... ma Lorenzoil quale era di fuorie non era stato a Milanoche due stagioniese conosceva pittori e poeti e accademicinonconosceva tutta quanta la nobiltànel suo sospetto non fuarrestato neppur da un dubbio; e sdegnato di que' privilegj manifestie segreti che si accordavano ai grandi signoriquasi fu per recarsidal giudice; mapentitosi di quel partitoche poteva aver aspettodi denunciagiurò di venirne a capo in altro modoe quelloche si avvisò di fare e che fecenessuno se lo potrebbeimaginare in mille anni...
Mae la contessa Clelia?... Ah pur troppo che non ebbe il coraggio dimetter tosto in atto il consiglio di donna Paola Pietracomesentiremo poi; e volendo lasciar passare gli ultimi tre giorni dicarnevaleper istornare uno scandalo chesecondo leisarebberiuscito rumoroso in mezzo alla folla dei teatridelle festedellemascherateaveva pensato di aspettare il primo giorno di quaresimaper adempire al dovere... Ma precisamente quegli ultimi giorni dicarnevale le dovevano esser fatali.



III


Lasciandoper ora da un lato l'infelice contessache in ventiquattr'ore ègià dimagrata; e dovendo infingere col conte maritocollacamerieracol parrucchiere seccatore e venditor di frottoleinstancabilecolla sartache in quel dì le portò finquattro vestitil'uno più bello dell'altroper farne sfoggioin teatro e alle festeinfingersi con tutti quanti l'avvicinavanoiquali erano invasi dall'allegria del secolo e dalla pazzia dellastagione; quasi era per morire dello sforzo violento che faceva ondechiudersi in petto la passione. — Ci conviene inoltre lasciarenella solitudine del suo camerino in Pretorio il tenore Amorevolipentito e strapentito d'essersi impigliato in quel terribile vischio;e chea dar sfogo al dispetto che lo rodeva e a passare il tempodella giornata lunghissimasolfeggiava a voce distesaonde tener lagola preparata per la serae talora cantava alcuna cabaletta odell'Artaserseo della Semiramide riconosciutaodell'Olimpiadee si concitava nell'esprimere:


Secercase dice
L'amicodov'è ......
L'amico........


Ecome se fosse in teatroquando era alla cadenzadove azzardavapernon esser al cospetto del pubblicoi passi e le volate piùaudacisentiva le voci e gli applausi di un altro pubblicoloscarso pubblico inquilino insieme con lui de' locali del Pretoriovoci maschie e anche voci femminine; ladri di mezzo carattereetagliaborse novizje debitori insolventi e donne di Pafo ches'attaccavano all'inferriata a strillare il loro bravoappannato dalla raucedine e dall'accento del vernacolo di Cittadella;e a cantare anchecome per corrispondergli un complimentouna diquelle canzoni da orboche in que' dì scriveva Pietro CesareLarghi:


Imparateo peccator
Conla stanga del dolor
Asarà la porta granda
Chea l'inferno la ve manda.


Amorevolitacevasi guardava i calzoni di raso azzurro colle stelle d'argentoe diventava malinconicoindignandosi d'essere stato messo làcon quella gente; chèpur troppose non ci si èprovveduto oggidìtanto meno a quel tempo s'era pensato adun'opportuna segregazione tra le diverse qualità d'imputatietra gl'imputati e i rei. — Ci convien dunque lasciare alle suepene il tenore Amorevoli. E dobbiam privarci della compagniaedificante di donna Paola Pietrae tutto ciò per seguire ilsignor Lorenzo Bruni in san Vicenzinonella casa chemovendo dallacontrada de' Meravigliè anche oggi la quarta a dritta.
Inquella casaa piano terrenoverso il giardinoteneva il suo studioil giovane Francesco Londonioe più forse che studio dipitturavi teneva accademia sempre aperta di allegriae fabbricaoperosissima di scherzi e matterìe; e ritrovoa una cert'oradi tutti i pittori e scultori ottimibuoni e grami che allorapossedeva Milano; e in que' giorni di carnevalequartier generaledella compagnia dei Foghettidi cui esso era ilcapitano.
Lorenzoche già altre volte erasi recato a quello studiovi sidiresse difilato; e indugiatosi un momento all'ingressoprima dibussaresentiva il suono d'una voce che parlavala quale venivasusseguitadi tratto in trattoda una risata unissona di piùpersone. E codesta risata pareva come un intercalare obbligato allepause che faceva il parlatore. Quando tra una mano di persone v'èuna grande allegria e una gran vena di motteggioriesce penosononsi sa bene perchèil farsi tra di loro non chiamato: eLorenzoche pur conosceva que' compagnonistette un momento inforse per tornare indietroma si fece poi animo e bussòforte. — Avantiavantiavanti— gridarono piùvoci ad una; ed egli entrò...
—Oh!! benvenutosignor Lorenzo...
—Benvenuto.
—Benvenuto... signor capitano degli archetti; le presento quinelnostro pittore Gazzettaun buon suonatore di violinoil qualegiacchè le fabbricerie lo lasciano senza lavorovorrebberitrovarsi in orchestra.
Chiparlava era il giovane Londoniola cui figura dovendo comparire apiù ripresein mezzo alle tante che popoleranno il nostroquadro centenarioè bene si sappia quello che ancora non èstampato in nessun librocome cioènato in Milano nel 1723(e fin qui ci arriva anche il Ticozzi nel suo Dizionario de'pittori)fosse discendente di una famiglia originaria spagnuolachesi chiamava Londognosfeudataria di Ormilìaun ramodella quale s'era stabilito in Lombardia al tempo della dominazionespagnuolaquando per la prima volta vi capitò un cadettoinqualità di generale delle truppe spagnuole. Questo FrancescoLondonioquantunque non avesse che 22 anni quando ricevette lavisita del signor Lorenzo Bruniera già noto come pittore disoggetti campestri; ma ciò che allora ne costituiva davvero larinomanza nelle società alte e basseera la sua amenissimagiovialitàper la quale avrebbe sparsa l'allegria anche trale file di un mortorio; pensatore di bellissimi trovatia chi nefacevaa chi ne promettevaonde se egli era un amico carissimoqualche volta riusciva pure un amico molesto; ma quanto era temutoaltrettanto era cercatoe si moriva di noja senza di luiin tuttiquei convegni dov'era solito praticare.
Inquel momento stava adunata nel suo studio quasi tutta laconfraternita dei pittori milanesi.
V'erail maestro di luiFerdinando Portafiglio di Andreascolaro delCerano e del Legnanino; v'era il giovane pittor De Giorgiallievodel pittor Del Cairo; v'erano gli esordienti Bergami e Paganiscolari del pittor Frasa e del Lucini; v'era Angelo Mariani e ZucchiCarl'Antonio già provettiscolari l'uno del Fioril'altrodel Sant'Agostinoscrittore di cose d'artee che s'era dimezzatotra il Procaccini e il Crespi Daniele. V'erano Lucini e Fabbrica eClavelli e Zaccaria Rossi e il Crivellonepittore di trote e diaragoste. V'era il fanciullo Biondiche attendeva allora a macinarcolori: nomi la maggior parte di pittori ignoti a tuttisin anco aiMilanesie che non sono registrati in nessuna storia dell'arte; ede' quali taluno sarebbe forse celebre se fosse nato a BolognaaVeneziaa Firenze; tanto questa nostra città in talune cose ètrascuratissimafino alla barbarie; così che quei che volessefar la storia delle arti milanesipotrebbe bene invecchiar nellericerchepur colla pazienza straordinaria di Muratorima nonvenirne a capo mai di farla completa.
Mache noja! Ci par di sentir a dire; ma che strana idea di regalarciqui una pagina lacera dell'elenco della confraternita de' pittori del1750? — Ma perchè farci camminare fino a san Vicenzinoin traccia di persone nuovementre vorremmo stare colle conosciute?In quanto alla nojarispondiamo dunquechedal momento che la siprovaè inutile dire che c'è a torto; pure dobbiamofar notare che bisognava passare per di quipoichè se allettore noi dicessimo chedall'umile studiolo d'uno dei pittori chesi trovavano là presso il Londonioe da un disegno grazioso eda pochi colori stemperati su di una tavolozzadovrà uscireun risolvente drammatico più possente di quanti ne uscironodal laboratorio chimico di Dumasil lettore non crederebbe. —Ma dal momento che il signor Lorenzoche non era uno sciocco nèun buontemponepur in quell'affanno in cui versavaerasi recato afar visita al Londoniodove sapeva che di solito si riuniva unacongrega di pittoribisogna bene che ne abbia avuto la sua ragione.— Stiamo dunque attenti a tutte le sue parolee non perdiamo latraccia de' suoi passi.



IV


Lorenzodunque era tutto preoccupato del suo gran pensieroil quale avevadue intenti: quello di far sfolgorare all'aperto l'intatta onestàdella sua Gaudenzie quello di tirare in campo una gran damadimettere in pubblico quel che era successo in segretodi tal manierachenè per protezioninè per deferenzenè perprivilegi nè per sotterfuginon riuscisse piùpossibile di salvare da uno scandalo solenne i due blasoni del casatolombardo della contessae del casato ispano del conte colonnello.Costretto pertanto a fermarsi làtra quegli allegricompagnoni del pittor Londonioe ridere insieme cogli altri deipiacevolissimi racconti di luisi tormentava del tempo che passavainutilmentee che era preziosissimo per la natura del suo disegno. —Egli aveva bisogno di trovarsi un momento a solo col Londonioenonvolendo dar nell'occhiogli conveniva aspettare che quella compagniasi sciogliesse. Buon per lui che il Londonio entrò a dire:
—Orsùamicia momenti sarà qui a pigliarci ilcarrozzone per andare al corso di porta Romana; non v'è tempoa perdere e bisogna vestire la divisa dei Foghettiperchèmi preme la riputazione. Dopo il corso pranzeremose vorretetutt'insieme; dopo si andrà all'operadopo alla festa inmaschera. Quante faccende in un sol giorno!... domani poise nonvolete andare alle vostre case per dormire un pajo d'ore... potetedormir qui tutti da me... perchè domani è un altrogiorno pieno zeppo di faccende... e ci converrà non perdercidi vista...
—A dormir quiva beneentrò a dir unoma non si vorrebbe checi trattassi come hai fatto col podestà di Chioggia: perchèsiamo ancora in febbraio.
—Che cosa ha fatto al podestà? domandarono allora tutti ad unavoce.
—Ma come? non la sapete?
—Io no.
—Nemmeno io.
—Racconta.
—Raccontate.
—È un fatto molto semplice; fu l'anno scorsoquando ho passatoquegli otto giornial carnevale di Venezia... che gli alberghi eranozeppi al puntoche a trovar un letto era come trovar un tesoro. Ioperò ne avevo trovato uno allo Scudo di Franciasebben micostasse un occhio. Ora sentite questa. Voi sapete il dispetto cheprovo a trovarmi a tu per tu con una persona non conosciuta;figuratevi poi quando si viaggiae si è in una camera daletto. — Ebbenea una cert'oraquando l'albergo eratutt'occupato dal primo all'ultimo pianodalla prima all'ultimastanzaviene da me l'oste. Forse perchè io era il piùgiovane di quanti eran là e gli avevo ciera da buon figliuoloe mi dice: — Signoreè arrivato il podestà diChioggiae vuole alloggio.
—Buon pro gli facciagli dicodoveva arrivar prima il podestà.Cerchi una gondola e dorma la sua notte sotto il felze.
—Va benema io gli ho promesso... insisteva l'ostee in quella entrail signor podestà in personae tanto fa e tanto insistecheio non posso dire di no. Voi sapete cheper quanta ira uno possaavere in pettoin certi momenti non si trova il modo di scacciare unseccatore. Ma quando fummo solinon potendo resistere all'idea didover dormir con un altrocon un podestà... e tondo e grassoqual era colui di Chioggia... non so se voi lo conosciate (dicevarivolto al Bruni)pensava al modo di disfarmeneperchè avevaanche un gran sonnoper aver ballato tutta la notte al ridotto disan Moisée così nel pensareguardando il soffiettoche pendeva da lato del caminomi viene un'ideae tostorivolgendomi all'amicosì gli dico: — Signor podestà?
—Cosa mi comanda?
—Ho a farle mille scuse anticipate.
—Di che?
—Di questoche vado soggetto a un grave incomodo.
—Ed è?
—Una febbre acutala quale mi ha messo in fin di morte sin dafanciullomi lasciò un vizioun gran vizio.
—Ebbene?
—Vo soggetto a quelli che si chiamano i venti freddi.
Una malattia nuova.
—Nuovissimae chi ha la disgrazia di dormire con me ci soffremaassai. — Ora che cosa avreste fatto voi se foste stati ilpodestà?
—Darvi la buona nottee andar via.
—Così pare almeno; ma il podestà fu di un altro pareree metà credulo e metà noentrò per il primo inletto. Allora io non feci altro che seguirloecosì mezzovestitomi cacciai sotto coltrearmato di soffiettoe spensi illume. Lasciai che il podestà dormisse della grossae poi misiin movimento il mantice... Tirava un ventocari mieiche il lettopareva il Cenisioonde il podestà si risvegliòspaventatoe non potè trattenersi dal dire dopo qualchemomento:
—Ah! è veramente orribile la vostra malattiasignor miopercaritàaccendete il lumech'io vo a gettarmi in lagunapiuttosto che dormire con voi.
Ioobbediiaccesi il lume. Egli si alzònon parlò più;soltanto borbottò tra' dentied uscì chiamando l'ostea tutta voce. Il resto della notte la dormii così assaiplacidamente. Or non temete che io voglia oggi estendere a maggioriproporzioni l'esperimento di Venezia. Voi non siete nèsconosciutinè podestànè ostinatie v'invitoio. Su lestidunquee vestiamoci. La carrozza è qui...sentite. — Poivoltosi al Bruni: — Dovreste venire anchevoigli disse. Qui c'è riserva di vesti e maschere per tuttigli amici che capitano... purchè sien tutti artistinonimporta se di pennello o di scalpello o di arco o di fiato o di golao di rima. Stupisco anzi che non sia venuto oggi il segretarioLarghiil più caro scrittor di villotte che si conosca; ebisogna sentir lui stesso a cantarle! ma lo sentiremo alla festa delteatrino. Risolvetevi dunque. Volete esser Pantalone o Brighella?
—Caro mionè l'uno nè l'altrorispose Lorenzo: e còltoil momento che gli altri attendevano a vestirsicosì glidisse: — Son venuto da voi per un affar di premura.
—Cattivo giornoma non importa.
—Ho bisogno dell'opera di un pittore... ma di tale che sia e valente eimprovvisatoree conosca l'arte di colorir le maschere ad uso diParigi. Ne ho già chiesto altrovee so che a Milano ve n'èuno bravissimo.
—Siete fortunato... eccolo là... È il pittor Clavelli...Ma...
Edicendo questoil Londonio crollò la testa.
—Ma... che cosa?
—Ma non sapete chese l'anno passato tali maschere eran tolleratequest'anno sono proibitedopo il lagrimevole fatto della vedova delDuca di Choiseul?...
—Ma qui non si tratta di far piangerema di far rideresoggiunse ilBruni.
—Fate voi... non so che dire; quel giovine lì vi serviràbene; d'altra parteè in così povere acqueche certodeve aver più paura della bollettache delle ordinanze di suaeccellenza. Or lo chiamo e mettetevi d'accordo. Badate peròch'io non so nulla.
—Fate conto ch'io non v'abbia mai interpellato su di ciò. Peraltro non è e non sarà che uno scherzo.
Ilgiovine pittore Clavelli fu chiamatoil Bruni gli parlail pittoremise innanzi quella difficoltà che sappiamo; ma sentendo chesi trattava di guadagnar beneacconsentìe promise al signorBruni che si sarebbe lasciato trovare al caffè del Grecomezz'ora prima che incominciasse il teatro.
Cosìstretto il contratto col signor Lorenzofinì il pittore diadattarsi i due gobbi di Pulcinellachè tale era la suamascherae si mise in ischiera cogli altrii quali vestivanociascuno il costume d'uno dei Zanniallora tanto in vogai qualieran come i deputati rappresentanti delle principali cittàd'Italia. Il pittore Londonionella sua qualità pur diconfratello onorario della badia de' facchini e nella suaqualità di pittore campestrevestiva la maschera di Beltramedi Gaggianomaschera che di quel tempo sussisteva ancoraquantunqueavesse dovuto cedere il primo posto a quella del Meneghinoinventatagià dal Maggilo splendor di Milano come loaveva chiamato il Redie che fu l'Allighieri del dialetto milanese.Così tutti discesero e salironomeno il Bruninel carrozzonecarico di munizione per la battaglia del giovedì grasso:fioriconfetticoriandolimelarancipomiova; e di buon trottosi gettarono nel fitto del combattimentosul corso di porta Romanaa percuotere e a rimaner percossi dalla pioggia de' pomiaimbrattare e a rimaner imbrattati dalle ovache si rompevan sulleparrucche incipriate a farvi strani empiastri e lorde miscele dituorli e di cipria.
Orasenza perdere il tempo a descrivere il corso del giovedìgrasso dell'anno 1750perchè noi siamo nemicissimi delledescrizionisegnatamente se siano state fatte da cento altriscrittori; ci limiteremo a direa coloro che volessero pur farseneun'ideache a gettare tutti i colori dell'iridecon tutte le loroinfinite gradazionisu quelle ottanta o centomila figure allorastivate lungo il corso di porta Romanae a raddoppiare il frastuonocome se quelle centomila persone avessero due gole enfiate perciascuna; e a lasciare alle carrozzeai padovanelliai calessiaibirbiniai carri convertiti in forma di barche e di vascelli ilpermesso di muoversi a loro beneplacito e di produrre per conseguenzaun disordine molto simile a quello di un corpo di truppe che siapiuttosto in fuga che in ritirata; e a portare a un tre quartibuonamente della popolazione colà affollata il numero dellemaschere d'ogni formad'ogni foggiadi ogni paese e d'ogni colore;a far insomma colla mente tutte queste operazionine puòuscirechiudendo gli occhi e lavorando d'imaginazionelo spettacolod'un corso carnevalesco di quel tempo. Ma noiche non abbiam vogliadi attendere a ciòlasceremo passar l'ora del corsoperrecarci invece in piazza del Duomo al caffè del Grecodove ilpittor Clavelli a un'ora di notte stava aspettando il sig. LorenzoBruniche venne di fatto a pigliarlo puntualmentee a condurlo alteatro Ducale.
—Vi basterà osservar dalla plateadisse il Bruni al pittorenel far la viao sarà necessario salire sul palco scenico?
—Farà bisogno della platea e del palco scenicoperchèa condurre la cosa in modo che l'arte si confonda colla realtàconviene pigliar tutte le misure.
—Andrete dunque in platea e sul palco scenico. Conoscete i fratelliGalliariquelli che dipingon le scene? —
—Li conosco benissimo; ma se non mi vedrannovi saròobbligatissimo.
—Perchè?
—Perchè è bene che la cosa stia fra voi e me; so quelche dico... l'ordinanza parla chiaro; e fu gran tracollo per mevedetequella benedetta ordinanza! fate conto che ne' carnevalipassati io arrivassi a guadagnar sino a cento zecchini venetitantoche avevo lasciato da una parte la pittura di chiesache è lagran pitturaper dir la verità; ma col pane non si scherza...e questi curati di campagna credono di sciupare il pane dei poveri adar da mangiare a' pittorisegnatamente se son giovani e non hannome.
—Abbiate coraggioamicoe se mi servirete benefarete poi ilritratto intero della ballerina Gaudenzi.
—Oh che fortuna sarebbe! sento che è una gran bellezza! unabellezza famosa! Se il ritratto mi riuscissetutte le dame di Milanoverrebbero da me... sono le occasioni che fanno l'uomo. Cosa credetevoi... che tanti pittori famosi sarebbero riusciti talise nonavessero avuto le occasioni? Cheper esempioil cavaliere DelCairoche fu il maestro del mio maestrofosse davvero un granpittore? Non lo credete; ha avuto il vento in poppa; opere di quiritratti di làzecchini a stajae poi l'ordine di sanMaurizio. Maper colpa sua e di qualch'altros'imbastardò lamaniera lombarda cogli innesti della scuola di Bologna; e poi colpigliare qualcosa da Romaqualcosa da Firenzequalche cosa daVeneziane uscì una mescolanza taleche non siam piùnè di qui nè di là... Ma quando un paese haavuto la fortuna di possedere un Leonardoe poi un Luinoe poiquello spavento del Crespi... il Crespi del San Brunone... Non so sevoi abbiate visto quel lavoro a fresco? Quello è un afresco!... Domando io dunquese c'era bisogno di andar altrove a fargli accattoni? Ma la moda fa tutto; ed io che parloson guasto piùdegli altrie col far quello per cui voi m'avete chiamatomi songuasto la manoe poi mi son messo al punto di guastarmi anche lasaccoccia. Seper esempiodomani taluno mi desse a dipingere unaDeposizionefarei le tre Marie col guardinfante. Così vannole cose.
Inquesta entrarono nel teatro già affollatoe nel punto che giàcominciavan le dame a sedere ai loro posti nei palchetti.
—Vedo che in platea non c'è luogodisse il Brunitroveremodunque un posto comodo in orchestradove senza dar nell'occhiopotrete gittar giù sulla carta qualche segno. Quando poi vibisognerà d'andar tra le quinteme lo direte.
LorenzoBruni si recò allora col pittor Clavelli in orchestra; messo asedere l'amicosi mise anch'esso al postoche i suonatori erano giàtutti sulle loro sediee già attendevano ad accordargl'istrumenti. Il teatro era zeppogià faceva quel mezzosilenzio che precede l'alzata del sipario; tutti i palchetti eranooccupati; Lorenzo girò gli occhi lungo le filee il casovolle che fossenel momento che il conte V... e la contessa siponevano a sedere l'uno rimpetto all'altra. Allora sul volto diquestaeglidal suo basso scrannotenne fisso uno sguardo lungo eindagatore.
Allabellezza abituale della contessa Cleliadi cui nessuno erasi primainfervoratoper l'eccesso della sua medesima perfezionesi erasovrapposta una velatura leggiera nel coloree talune indescrivibiliimpressioni nella superficiele qualitogliendole quellaquasidiremopompa orgogliosa della beltà nudrita dalla salute edalla calmavi aveva soffuse le traccie del patimento e di un certolanguore di stanchezzalanguore prezioso (per la poesiaintendiamoci benenon per la realtà)il quale essendoappunto la prima volta che compariva su quella facciavi producevaun contrasto ineffabile e la rendeva oltre ogni dire attraente atutti gli sguardi. Tanto è ciò vero chequasi a unpunto stessoda tutti coloro che la osservarono quand'ella girògli occhi intornosi fecero queste medesime osservazioni a di leiriguardo.
—Ma come s'è acconciata stasera la contessa V...? —Davvero che mi pare un'altra. Se si sapesse ch'ella ha una sorellasi direbbe ch'è la sorella a punto. — È peròsempre bella. — Per medirò anziche è piùbella del solito. — Ahè un gran peccato che l'abbianoinzuppata nella scienzae fatta così indurire come quel legnoche diventa marmo stando nell'acqua!
Mase molti in quel punto la guardavano fuggitivamenteLorenzo tenevagli occhi sempre fissi in lei; e da quel palchetto non li abbassòche per volgersi e girarli torvamente sulla plateacosìparlando fra sè: — Balordi che siete!... si trova un belgiovane in un giardinodi quelli che s'innamorano per professionelo sorprendono al piè del palazzo e della stanza dove sta unadonna che ha quella faccia lì... e si va a turbar la pace dicinque o sei case per trovar la donna de' suoi sospiri... Balordi voie balordo il giudicequando non vi sia di peggio... perchèpare impossibile... una bellezza di quella sorte... che... inconclusione ... qual è la più bella di tutte questeduchesse e contesse e marchese e marchesine che stan qui?... Enessuno è arrivato a pensare che ai tenorisegnatamentequando toccan di quelle grosse paghe che ognun sapiacciono i buonibocconiese furono cullati sul letto di pagliaaspirano aimoschetti di drappo. Ma pazienza fossero tutte Vestali le donne diMilanotutte Lucrezietutte Cornelie... Ma no... perchèanche senza far torto a questa città... si sa ch'è lamalattia del secoloche più si sale e più si pecca...che si è sempre fatto così... Ah sciocchi e balordi...c'è da scavar vicino... ed essino... voglion correr mezzomiglio per le ortagliee far fatica a trovar l'accesso alla casettadi quella povera ragazza... che è pura come l'acqua... E tuttia intestarsi che debba davvero essere la Gaudenzi... come se non cifosse stato tutto il tempo e tutto il comodosupposta una simpatiad'intendersela sul palco scenico!... Ma non piace al signor pubblicociò che è naturale e semplice... siam sempre allastoria del teatro... bisognava che il tenore Amorevoliper essere uncaldo amantesaltasse murisaltasse siepisi lacerasse tra i prunila seta dei gheronicorresse pericolo di rompersi l'osso del collosalendo per qualche scala di seta... allora va bene... allora ilsignor pubblico è contento...
Ecosì avrebbe seguito il corso de' suoi pensieri chi sa sindovese un gran colpo d'archetto del primo violino non gli avessetagliati i pensieri in due. Gettò allora gli occhi sullamusicamise il violino alla ganasciae stette pronto.
Ilsipario si alzòe avvenne tutto quello che era avvenuto lanotte addietro. Uscì il tenore Amorevoli tra un subissod'applausii quali poco ormai lo confortavanoperchèse losi lasciava andar in teatrov'era accompagnato in cocchio daltenente e dal guardiano del Pretorioche stavan con lui in camerinoperchè non parlasse con nessuno; uscivan con luie loaccompagnavano all'orlo del palco scenico e lo aspettavan tra lequinte. Queste cose si sapevano dal pubblicoche le disapprovavaquantunque a torto. E venne l'ora del balloe il momento in cuiusciva la Gaudenzi divina.
Mache è questo? che novità? che segreto? Cos'èsuccesso?... Ah! noi non sappiam cosa direma il fatto è cosìprecisamentelettori miei. La Gaudenzi venne accolta da un bisbiglioostileintercalato da una dozzina di fischi portentosiindarnorespinti da pochi battimaniche si ritirano tostoquasi vergognosid'essersi compromessi.
Dache dunque poteva dipendere questo inaspettato cambiamento delleteste del pubblico? Da un fatto assai semplice: da ciò cheessendosi egli ostinato nel credere agli amori della Gaudenzi conAmorevolie avendo speratoquando sentì ch'essa era statacitata a comparire in Pretoriovolesse confessare ciò chegenerosamente e cavallerescamente il tenore aveva taciuto; gli venneun fiero dispetto di quell'aspettazione delusae più ancoradella supposta ipocrisia della fanciullache si pensò nonavesse voluto corrispondere alla delicatezza dell'amantepercontinuare a godere in faccia al mondo di quella gran fama d'onestàusurpata a troppo buon mercato; la quale onestàin quellauniversale rilassatezza del costumeera così eccezionale estranasegnatamente se la si applicava al teatroche se molti aveanprima potuto apprezzarlaaltri l'avean sopportata di mal animocomeun'ostentazione; e questi altrii quali s'eran compiaciuti dellascoperta che la Gaudenzi fosse pur essa infine una donna da teatrocome tutte le altresi rivoltarono senza ritegno contro al pretesosforzo chesecondo essiella avea fatto per proseguire ad ingannareil mondo. Talvolta un'ideaun'opinioneuna credenza s'impadroniscedi un'intera massa di gente in un modo irresistibile. E gli uomini dibuon senso e di spirito equoche volendo esaminare prima dicondannareazzardano qualche difesa e qualche osservazionesonoquelli precisamente che danno le mosse al temporale.
Cane d'un pubblico scrisse il conte Rostopchin nelproprio epitafioin attestato del suo profondo disprezzoall'opinione pubblica; e Cane d'un pubblicodisse Lorenzo frasè e sè fremendoquando da un collega d'orchestrasentì la spiegazione di quell'improvviso malumore dellaplatea; ma ciò che più di tutto gli fece salire ilsangue alla testae lo raffermò nel suo proposito divendettafu l'aver visto lo stesso signor conte V... a degnarsi diuscire dalla sua orgogliosa gravità per zittire anch'esso.
—Anche tupensò tra sèanche tubufalo bardato diCatalogna! ma non sai quel che ti attende? E quando calò ilsipariotutto convulso si avvicinò al Clavelliperchiedergli se gli occorreva d'andar sulla scena.
—Ho visto benee già ho qui il profilo che non ne scatta unpelotanto che in un bisogno potrebbe bastare. Ma un'occhiataattenta e ben dappresso e tra le quinte gli farà nascere ilgemello...
—E si arriverà in tempo?
—Altro che in tempo! abbiamo due giorni.
—Quando fosse pronto per sabbato a mezzanotteè anche troppo.
—Io vi avrò servito per mezzodì— e Lorenzoaccompagnò il pittore Clavelli sul palco scenicocollocandolopresso una quinta; eprima di discendere in orchestraandònel camerino della Gaudenzila quale piangeva dirottamente.
—Il pubblico di Milanoesclamò allora Lorenzoscoppiandodall'ira e dalla commozionepotrà versare a' tuoipiedi tutto l'oro che costa il suo Duomo... ma faccia conto d'avertiveduta per l'ultima volta. Del rimanente aspetto sabbato...



V


Adun savionon ci rammenta più nè quando nè dovefu domandato: quale può essere la cosa più fatta peraddensare la tristezza nel cuore di un uomo sentimentalmenteintellettuale? — Forse la vista di un campo santoha eglirispostonelle ore notturnecon cielo profondoe luna pallida estelle tremule e fuochi lambenti e strigi volanti? No. — Forsela cima inaccessa delle Alpidove il cacciatore rimane percosso dalmortale solengo? O in una campagna abbandonata e brulla durante ilbigio novembrela vista di uno stagnosull'opache acque del qualeincumba immobileda un ramo che vi peschiun decrepito airone? O lasolitudine infinita del mare ghiacciatodove Alfieripoeta eviaggiatorepotè scoprire com'è tremendo il silenzioquando sta nel suo regno desolato? No. — Forse una cameraanatomicadove il coltello dell'investigatore chirurgo sprigioni igas più letali e più putridi da un cadavere umano? No.— Che luogo dunque? — Una festa da ballo. —Così rispose quel saviocon incredulo stupore di tutti; maper quanto potesse essere uno strano pensatorenoi dividiamoperfettamente la sua opinione. Se fosse possibile scrivere uncompendio della storia dei doloridei disastridelle tragediedegli odjdelle vendettedei delitti di cui il primo filopiùo meno avvertitamentefu gettato nel rigurgito abbagliante dellaluce notturnanel vortice fracassoso delle danzenella polveresollevatanella giojanell'orgianegli scherzi vellicantinelmotteggio maliziosonell'epigramma ambidestronella schiuma dellosciampagnanell'allegria saltantenelle grida inconditenell'ebbrezzanella stanchezzanella dormiveglia di una festa daballo in maschera; quel compendio sarebbe più voluminoso dellepiù voluminose enciclopedie condensatrici dell'umana sapienza.— Chi non vuol crederenon s'incomodi; ma la nostra opinione èquesta.
Quantevolte dalla bocca vermiglia di una faccia di cera uscì lafolgore muta di una parola solama chesolabastò ascomporre per sempre la felicità di due vite; che potèesaltare in un marito il cieco furore d'una gelosia omicida; epersuadere un troppo credulo fidanzato a respingere quella cheindarno fu insidiata da qualche turpe amatore. Quante voltedell'effervescenza del sensoprotetto dalla maschera e liberato perlei dal vigile pudoreMefistofele approfittò per gettar latrama d'un futuro infanticidio! Quante volte una mendace accusa fuportata in alto dalla mascheraa cui nulla è inaccessoperfar percuotere un innocente odiato! e l'iniquitàresainoffensiva dalla viltà nativadiventò di colpo eaudace e micidialecelandosi dietro un volto di cera! Quante voltel'effimera virtù si disciolse tutta in sudore al contatto diquel volto stesso... e la ferma virtù vacillò... ecadde a un tratto chi avea potuto resistere a lungo. Per dio lamaschera ci fa spavento! sicchè riputiamo che sarebbe unbel passo della civiltà se scomparisse per sempre dalla facciadegli uomini; e tanto più che è già una mascherala faccia naturale. — E dopo di ciò una festa da ballo èluogo di mestizia anche senza i volti finti! — Quante infelicipassioni vi s'infiammanoquante felici illusioni scompajono; quantagara funesta di perfide vanità; quanti gentili tessutiaffranti dalla danza frenetica! Chi ha assistito coll'occhioinvestigatore e colla riflessione a quel punto in cui la prima lucedel sole entra a mescolarsi in una gran sala colla fiamma decrepitadei doppieri consuntie un raggio vivo di quella luce va apercuotere le faccie di un gruppo di giovinette chevaghepoche oreprimadelle più fresche rose della salute e della giojanell'abbattimento sorgiuntonella stanchezzanel repentinoavvizzirenella pupilla fuggitanel livido pallorelasciano giàindovinare il processo con cui la dissoluzione s'impadroniràcol tempo dei loro corpie dietro a quella che è quasi larvadi gioventù e di bellezzalasciano travedere con raccapricciola futura vecchia e il cadavere futuro: ci saprà dire inconfidenzase si può raccogliere allegria da una festa daballo! Ma abbandoniamo le inutili digressionie facciamoci con chideve recarsi alla festa da ballo in maschera del sabbato grasso.
Pochiminuti prima della mezzanotte di quel sabbatoossia circaquarant'otto ore dopo che la dea Gaudenzi venne fischiata dalpubblicolasciatosi trascinare da quella infesta precipitazione digiudizj che ha sul collo tante vittime; Lorenzo Bruniun po' colledolci paroleun po' colla finta colleraun po' colla verastavadistogliendo da un ostinato proposito la Gaudenzicheabbigliatacon tutto lo sfarzo di una reginanel punto che stava per salire incarrozza alla festa del teatro Ducaled'improvvisocome una puledrache adombrierasi fermataerisalendo la scalaavea cercata lasua stanzagiurando che sarebbe mortapiuttosto che mostrar lapropria faccia a coloro che aveano potuto insultarla senza ragione.
Avvezzafin dalla prima infanzia alle carezze de' genitorialle gentilezzedi tutti; efatta adultaalle lodiall'ammirazioneagli applausialle adulazioniai trionfi; quel primo insulto la trapassò diuna profonda feritae in modo che la vescichetta del velenoci sipermetta questa espressionedel veleno onde la natura non manca maidi provvedere anche la più soave e mite creaturas'eradischiusa con uno squarcio repentinotanto che lo avea schizzato conveemenza d'intorno a sèal punto da mettere nella piùseria costernazione la vigile zia e Lorenzo. All'invito ch'egli leavea fatto il giorno prima di recarsi all'ultima festa da ballo inmascheraella aveagli risposto con isdegnosa ironia; alle dolcipersuasioni opponendo una fierezza fin quasi selvaggiadi cui ellasino a quel punto non avea sospettato neppure la possibilitàe che aveva dato da pensare all'esperimentato Bruni. Benea poco apocos'era venuta placandoe piangendo e chiedendo perdono concarezzevoli blandizieavea promesso di far il suo desiderio e s'eralasciata ornare dalla sollecita zia di fioridi perledi brillanti;ma la vescica del veleno le si riaprìcome abbiam vedutonelpunto di salire in carrozza.
—SentiMargheritahai tu fiducia in me? le diceva Lorenzo.
—Non mi fido più di nessuno; gli uomini son come i gatti; oggileccanodomani graffiano...
—Ma puoi tu dire ch'io t'abbia mai fatto un torto...
—Chi v'ha detto questo? rispose acremente la Gaudenzi. Voglio direche... — ma qui diede in uno scoppio di pianto. Il pensierodell'insulto ricevutoriassalendolanon le concedeva pace.
—Dammi rettaMargherita; se ciò che è avvenuto tiaffanna tantoe n'hai troppe ragionil'unico tuo desiderio deveesser quello di confonder tutti quantidando modo alla veritàdi mostrarsi intera; ed è ciò appunto a cui hopensato.... Tu sai che non t'ho mai consigliato cosa che non dovesseportare il tuo bene... Potrei dunque eccitarti a venire stanotte inteatrose non fossi certo che all'alba del domanine usciraivendicata da quegli stessi che ti hanno offesa?...
—Ma se è vero quel che mi dite... perchè dunque mi fatemistero del modo?...
—Il perchè lo saprai... ed io pretendo d'aver diritto alla tuafiducia... Suvviaalzatie andiamo.
—Suvviasoggiungeva la ziatorna buona come primae obbedisci chivuole il tuo bene...
LaGaudenzi non risposesi alzòmosse lentamente verso l'uscioe Lorenzo la seguì.
—Andiamodisse il Brunia pigliare il padre della prima donnaches'è incaricato di farti il bracciere alla festa; — epartirono.
Maintanto che Lorenzo Bruni e la Gaudenzi salivano in carrozzadopoun'ora di contrastoin casa V...quasi che da un medesimo filodipendessero i successivi movimenti di due congegnicontinuavaancora un contrasto incominciato dopo. — La contessa Clelialaquale mille volte s'era pentita di non aver tosto messo in atto ilconsiglio di donna Paola Pietrae alle fischiate onde si vollepunire la Gaudenzi aveva provato un cruccioun affannoun'inquietudine particolare; e però non desiderava altrofuorchè spuntasse la prima domenica di quaresima per recarsiin Pretorioo per iscrivere al giudicecontenta di affrontareaffanni peggiori ma di tagliare quel nodo una volta per sempre efinirla; sazia della festa del giovedì grasso e d'un pranzoincomodo di sessanta coperti e d'un'accademia del venerdì edel trovarsi sempre in mezzo a tanti uomini e donnein ciascuno de'quali e delle quali ella vedeva i suoi denigratori spietatiquandola gran notizia fosse scoppiata in piazza; e affranta per di piùda un tedio convulso che la faceva stare di malissima vogliaaveva risoluto di non intervenire altrimenti in quella notte allafesta da ballo in maschera del teatro Ducale. Ma non avesse mai fattouna simile proposta al conte marito! La contessanelle piùcomuni circostanze della vitapoteva in casa far tutto quello chevolevalo abbiamo già detto; ma in certe occasioni specialiguai ad omettere una praticauna consuetudineun cerimoniale.Allora il conterispettosamente ammiratore della contessadiventavail suo despota e il suo tiranno; e per darea modo d'esempioilpermesso alla moglie di non intervenire all'ultima festa delcarnevaledove tra le dame più cospicue si compiva l'ultima epiù fiera battaglia di eleganza e di ricchezzabisognava chela moglie fosse stata assalitaper lo menoda una encefalitefulminante. Il conte era della famiglia di quel tale chepiuttostoche infrangere un cerimonialevolle morire asfissiato da unbraciere.
Fattoadunque il viso più severo che per lui fosse possibilealla mogliee pronunciate quelle parole più irrevocabilmentedi ferro che per lui si potevanopassò nella sala dov'era lamadre della contessauna sorella e un fratello; e tutto aspro:
—Donna Gertrude (disse alla madre)la si compiaccia di recarsi unistante da sua figliala quale pare che abbia volontàd'inquietarmi.
—Che cosa?... Che è avvenuto? rispose donna Gertrudemaravigliata di veder così a rovescio il conteil quale perconsuetosebbene un po' duramentele si era sempre dimostratocortese; ma in quella entrava la contessa.
—Preghi il contemammaa permettermi di non uscire; perchèsto malemale assai.
Ilcolonnello non seppe allora più contenersie strepitòsenza però mancare alla sua gravità.
Main quel punto il fratello di donna Clelia si alzòe di quetole disse non so che parole all'orecchio.
Aquelle parole piegaronsi i ginocchi alla contessae si gettòa sedere.
Lamadre e la sorella si guardavano... Il conte passeggiava... Ilfratello taceva.
Trascorsialcuni momentila contessa Clelia si levò e:
—Andiamodissenon voglio che per sì poco il conte siaffanni.
Unamezz'ora dopopreceduta dal conte marito e dalla sorellalacontessa discendeva lo scalonerallentando il passo per essereraggiunta dal fratello. Quando questi le fu vicino:
—Chi ti ha detto...? gli disse la contessa.
—È un bisbiglio che corre per la città... La tua assenzaavrebbe potuto accrescere i sospetti.... Or pensa a te...
Apiedi dello scalonetra le torcie di due lacchèla contessaattonitasalì in carrozza; il conte lieto e sorridentesedette vicino a lei; la portiera si chiusee via di trotto. Ilconte fratello e la contessina tennero lor dietro in altra carrozza.



VI


Un'oradopola festa da ballo al teatrino era già all'apogeo dellosplendoredella folladella vivacitàdel frastuono. Cosìin quel tempocome oggidìil palco scenico si congiungevaalla platea per mezzo di una gradinata divisa in tre scompartimenti.Gl'intervenuti salivano al palco per quello di mezzoe discendevanoin platea pei due laterali. — Essendo il teatro piùpiccolol'orchestra veniva collocata in una galleria espressamenteeretta sul palco. — Del restonoi uomini della civiltà edel progressoche abbiamo fatto le meraviglie quando il Fetontedegli impresarj introdusse per la prima volta il tappeto verde inteatrodobbiamo sapere chenel 1750i più ricchi tappeti diGand a rosoni variopinti coprivano tutt'intero il pavimento inoccasione delle festee tutto era di conformità con quellaricchezza; dimodochèse la sala tenevasicome dicemmoalquanto oscura durante lo spettacolopel migliore effetto otticodella scena e delle vedute architettoniche e campestri dei fratelliGalliarile fiamme inondavano il teatro di luce quando si convertivain festa da ballo. Ciascuna fila de' palchetti era rigirata da trentalumiere di cristalloportanti cadauna sei torcie di cera; dallavòlta pendevano otto grandi lumiere pur di cristalloedall'interno de' palchetti usciva un'altra luce ausiliaria. Siccomepoi da ciascun davanzale cadevano sui parapetti ricchissimi arazzi ericami d'oro e d'argentoo di broccato tutto d'oro tempestato dipietre d'ogni colore e di luccicanti berillicosì l'effettoche allora produceva lo spettacolo interno del teatro Ducale era digran lunga superiore a quello d'ogni più sfarzosa festa daballo in maschera d'oggidì. E se il lusso e lo splendore eratanto in platea e sul palcole sale del ridotto costituivano davveroun Olimpo di ricchezza e di luce in mezzo a cui sfolgoravano le deitàterrene; chè le dame più cospicue s'addensavano tuttecolào adagiate in apposita salasu scranne doratea bearedi loro presenza chi le adocchiava; o in altra salaaggirantisi inquelle danze passeggiate che si chiamavano minuetto eperigordino. Nè è da credere che le sale delridotto fossero accessibili soltanto alle dame; tutt'altro. Ladivisione che tra ceto e ceto era ancora ben determinatanel secolopassatoin tutte le relazioni della vitae la distanza che trapatriziato e borghesia e plebe era mantenuta inesorabilmente da centoprammatiche e distinzioni e cerimoniescomparivano affatto in quellefeste del carnevale. Era una continuazione modificata del medio evoquando il feudalismo dei padroni e dei servi potè costituirequasi due nature diverse; quando per una legge di compensoa Milanonelle notti fescennine del famoso san Giovannino alla Pagliatuttiquanti si mescolavano in istrane dimestichezze. Ma quei giorni dieguaglianza eccezionale erano in ragione della disuguaglianza legalee consuetudinaria; tanto chemitigandosi e trasmutandosi la secondagrado grado la prima si limitòe di svolgimento inisvolgimento si pervenne al punto che ambedue scomparvero e siconfuserocome vediamo oggidìin una cosa solae tolti gliarginile acque si riunirono. Ma non preveniamo i tempie nonesponiamo al pubblico intempestivamente il dietro le scene delnostro libro.
Inmezzo a quell'Olimpo lucente delle più belle dame milanesicomparvea una cert'orala Gaudenzi accompagnata dal signorCasseriniil marito della prima donnaquella che faceva la parte diSemiramide riconosciuta. Ma appena fu vista dalla folla de' cicisbeicurvati in vari atteggiamenti sulle dame sedutecome statuechefacessero gruppo convenzionale con altre statuesi alzò unbisbiglio ostile. Lorenzo Brunichetutto coperto dal domino nero edalla nera mascherastava dietro alla pupillaquando la videindietreggiare perplessala spinse ad adagiarsi su d'una sedia. LaGaudenzi obbedìed egli si indugiò là unmomento. Seduta tra la contessa Marliani e la contessa Borromeo delGrillo stava la contessa Clelia. — Ferveva un incessante cicalìotra la folla incessante. — Maschere d'ogni generazione passavanodavanti alle dame per avventar loro motti e scherzi e complimenti. —Il villottista cantava il nome e cognome a ciascunae le loroqualità fisiche e morali in accozzamenti strani di idee e dirime; di tratto in tratto fermavasi loro dinanzi un arlecchinounbrighellaun pulcinellaun dottorazzo bolognesea dir lunghefilastrocche nel dialetto della città rappresentata dalla loromaschera. — Intanto sentivasi la musica del minuettola qualecon poche variazioniera quella che introdusse poi Mozart nellafesta da ballo del suo Don Giovannie oggidìconaltre poche variazionirifece Verdi nell'introduzione del suoRigoletto. — Tra quella musica e lo strisciar lento deipiedi e il ronzìo continuos'udiva strillatoconaccompagnamento di chitarraqualche strambotto d'una mascheracuriosache s'intitolava il Tasca e parlava un dialettocompostomescuglio di venezianomilanese e bolognese:


Nolxènol xè pi mondo
Deviver all'antiga
Chino truffa e no intriga
Restain fondo.
Tantola zente xè destomegae
Chepi no l'ha favor la veritae.
Chinegozia col vero
Elxè fallio de botto;
Sedomanda Zinzero
Elxè merlotto
Vedola lealtae scalza e confusa
Perchètutti la lodae pochi l'usa.


Ealtrove gridava Meneghino una filastrocca del Maggi in quel dialettochedopo cent'anniha potuto alterarsi tanto:


.. . . . . . . . . . .
.. . . . . . . . . . .
.. . . . . . . . . . .
Ferre strasccardeghee
Rivendirœupostee
Conche tajee e messò
Garzonsciide sartô
Canajache vivii
Demenuder guadagn
Ecriee per i strad cont i cavagn
Ciovirœude san Sater
Tucccompagnon de better
Elvost car Meneghin
Elva in lontan paes;
Sepu no s'vedaremma revedes.
.. . . . . . . . . . .
Mortadelldi tri Scagn
Buseccade la Gœubba
Passeritdi trii Merla
Moscateldi trii Re
Montarobbidel Gall
Malvasiad'offelee
Tuttcose de tesoree
Elvost car Meneghin
Elva in lontan paes;
Sepu no s'vedaremma revedes.


Ead un certo punto entrò nella sala una frazione dellacompagnia de' Foghetti. — Il pittor Londonioincostume di Beltrame di Caggianomostrava nella lanterna magicaalcune sue bizzarre composizionile quale facevano sghignazzar tuttiquanti e abbassar gli occhi ad alcune dame che s'indispettivano dinon poter comprimere il riso. — E subito dopo Cesare Larghich'era segretario soprannumerario di governoin costume di contadinobrianzoloaccennando di voler cantare una delle sue villotte conaccompagnamento di ribebaimponeva silenzio a quanti eran lài quali gridavano ai suonatori e ai ballerinibastazittosilenzio; — e Cesare Larghivista la Gaudenzieindispettito col pubblico del modo ond'erasi comportato secoleisipose precisamente innanzi ad essaa cantare quella veramente poeticavillotta dettata in dialetto contadinesco... e che fu stampata nellacollezione de' poeti vernacoli milanesi:


Ito oggitt me paren dò bei stelli
Chehin pu lusurient de la lusnava
Equij to ganassitt ch'hin de sgioncava
Ehin inscì svernighenti e tanto belli.
Fammvedècara tiquii to bocchini
Tantostreccit che paren facc col fuso
Chefan ol pover Togn deslenguà in giuso
Evan disend a tucc: femm di basini.


Lacantilena soavemente campestre onde si esprimevano quelle poeticheparolela bella voce e l'accento e il garbo onde il Larghi lacantavain prima avean messo un silenzio così profondo inquelle saleche si sarebbe sentito a volare una mosca; e provocaronopoi un tale scoppio d'applausiche di più non avrebbe potutoottenere lo stesso Amorevoli.
Comeil Larghi ebbe finitoquella dozzina di socj della compagnia de'Foghetti si presentarono alle damee le invitarono aballare un minuetto. Poche vi si rifiutaronoma tra queste vi fu lacontessa Cleliache accusò di star male. Cesare Larghi invitòla Gaudenzila qualeringraziandolo della cortesianon si fecepregare. — Si rimise allora lo schiamazzo nelle salesirinnovarono le gridal'orchestra tornò a suonare; e dodicicoppie strisciarono la danza con mille scontorcimenti leziosi dellatesta e delle braccia che sporgevano rose nel punto che fingevanoinvolarlee sulla punta delle dita deponevan baci incaricati divolar sul volto delle dame danzanti. Lorenzo Bruni che aveva seguitoper poco la Gaudenzi nella sala da balloritornò dove s'eratrattenuta la contessa Cleliae girandole dietro le spalleleaccostò la bocca della maschera nera all'orecchioeparlandole con voce sottomessa e alteratal'invitò a danzare.
—Signoreho già rifiutato un altro gentile invitoperchèsto male.
—Signoradevo parlarvi. — Si tratta di un affar grave...Favorite ad accettare un ballo; avremo agio a stare insieme senzasospetto altrui.
Lacontessa sentì scorrersi un brivido per l'ossae non trovòparola per rispondere; chè quanto aveale detto il fratellol'aveva messa in gravissima apprensione; onde si alzò alloraedetto alla sorella che le sedeva presso:
—Aspetta qui; epregata la contessa del Grillo a tenerle compagnia: —Vengosoggiunse poi alla mascherala quale offrendole il bracciola accompagnò nella sala da ballo.
Siposero così tra le figure danzantie fecero un giro; indiquando le dodici coppie si ritirarono per dar luogo alle altrelamaschera trasse la contessa a sedere nel vano di un finestrone.
—Signorasapete voi chi sono?
—No.
—In mille anni mai più vi apporreste.
—Spiegatevi. Che volete dire?
—Che vi avrei creduta generosa come siete bella...
—Ma chi siete voi?
Lamaschera aspettò che molte persone si fermassero lìpressoe colse il punto che uno degli ispettori del palco scenicoil conte Pertusatigli passasse dinanzi. Allora parlò e gestìin modo da attirar l'attenzione altrui; poi di trattobalzando inpiedidisse ad alta voce:
—Non meritatenoch'altri vi abbia riguardo... Vedete ora dunque chisono; e togliendosi la maschera nerascoprì la mascherabianca. — Balzò fuori alloracome per arte d'incantolafigura del tenore Amorevoli. — Sua la facciasua la staturasuo tutto. Quanti erano là il riconobberoe la contessa nonpotè comprimere un gridoe cadde.
Lamaschera si ricoprì tosto.
—Oravoi tutti che siete quiesclamòpotete attestare qualfu la donna per cui Amorevoli fu arrestato; edetto questos'involòtra la follae scomparve.
Noicrediamo che il lettore avràpresso a pococompreso da unpezzo in che doveva consistere la trama onde Lorenzo Bruni avevapensatocon un mezzo per verità illecitodi far uscire laverità allo scoperto.
Erada circa mezzo secolo che in Franciadove si davano in pubblicopersino otto balli alla settimanasi era introdotta la perversainvenzione delle maschere-ritrattile qualieseguite dapittori esperti e da plasticatorirendevano al vivo la sembianza dichiunque si voleva. Questa maschera-ritratto di solito la sicopriva con un'altra maschera qualunquela qualelevata condestrezzalasciava intravedere il volto imprestato che stava sottoe che ricoprivasi tostoonde impedire si potesse conoscerel'inganno. Questa moda dalla Francia si diffuse tosto in Italiaesegnatamente a Milano e a Venezia. Ma i disordini che ne conseguironofurono tali e tantiche la pubblica morale se ne risentìaltamente. Giovani scaltri assumevano il volto di fortunati amanti aingannar donne e donzelle inesperte. Donne gelose e gelosi amatori emarititraevano in insidia donne e amanti credulidal chederivarono vendette e delitti.
Edue anni prima del tempo a cui ci troviamoalla duchessa diChoiseulcherimasta vedovas'era invaghita d'un giovanecavalierecon atroce giuoco fu fatto comparire ad una festa ilmarito defuntoond'ella ne prese tale raccapriccio e sgomentochecaduta ammalatamorì poi di consunzione. Perciò nellaFrancia stessa s'eran pubblicati editti e pene gravi contro questainvenzione turpe. Poco dopo la proibì anche la Repubblica diVeneziae nel marzo dell'anno 1749 era uscita pure a Milanoinconseguenza di gravi inconvenienti avvenuti in quel carnevalelaseguente ordinanza:


«L'eccellentissimogovernatoreavendocon sua gravissima indignazione sentito ilpessimo e colpevole uso che si è fatto da taluni maleintenzionati e osceni giovinastri delle così dette maschereritrattiha ordinato che ne sia assolutamente vietata ed interdettala fabbrica e l'introduzionesotto pena di sei mesi fino a due annidi carcereda infliggersi tanto a chi ne pagasse o sollecitasse conmale suggestioni l'esecuzionecome a chi vi prestasse l'operadell'arte e della mano per danaro o per qualunque altro compenso.Tanto sia partecipato al senatoai tribunalial pretorio e aigiusdicenti.
Milano12 marzo 1749.»


Algridoalla cadutaallo svenimento della contessa si fermarono ledanzefu fatta tacere l'orchestraaccorsero ad onde uomini e donneda tutte le partiaccorsero le dame dalla sala vicina e la sorelladella contessa e la del Grillo; e tosto il fratelloi parentigliamiciultimo il conte V...la comparsa del quale compresse a tuttila parola in boccasicchè fu il solo cheper il momentononseppe nullae potè così ajutare la contessaquando siriebbea recarsi in palchetto. — Scoppiarono allora le diceriecome una eruzione vulcanica. Da quel punto del ridotto all'ultimoangolo del teatro si propagòcolla rapidità dellalucela notizia che il tenore Amorevoli era in teatro; si propagòla notizia ch'era venuto per vendicarsi della contessa V...; che letresche del tenore erano impegnate con lei e non con la Gaudenzi; einsieme colla notizia corsero e serpeggiarono e s'intersecarono glistupori; le incredulitàle osservanzele testimonianzelepersuasionile irele ingiurie contro quella donna chedicevasialla superbia insopportabile aveva potuto congiungere anche unadetestabile ipocrisia; e colle nuove ire e le nuove ingiurie versatecontro la nuova vittimacominciarono i pentimenti d'aver a tortofischiata la ballerinala vittima di due sere primae i propositidi rimettere in piedi quell'idolo stato rovesciatoe d'andare acercarla e di portarla a casa in trionfo.
Eintanto quella notizia era giunta all'orecchio del signor giudice delPretorioche si trovava precisamente nel palchetto del signorsegretario del Senato. — Còlto come da un colpo difulminee balzato in piedi al sentire che il tenore Amorevoli eravenuto in teatrochiamò un de' tenenti che sopravvegliavanoal pubblicoe lo mandò ad assumere informazionimentre ilsegretario del Senatoindarno trattenuto dal signor giudicechevoleva prima verificar la cosa e aveva paura d'una solenne sgridatasi recòpago di farsi apportatore d'una straordinarianovellanel palchetto dell'eccellentissimo governatoredovetrovavasi il presidente del Senato. Essi erano già informatidi tuttoe facevan chiose e commentie già avean mandato adomandare il giudice stesso del Pretorioche diffatto vennepochimomenti dopotutto confuso a protestare com'egli aveva lasciato iltenore Amorevoli sotto buona custodia. — Tutti stetteroperplessi ad aspettare il tenente ch'era corso al Pretorioil qualesollecito e ansiosoera salito dal custode delle prigionie conesso era entrato nel camerino dove Amorevoli giaceva sdrajato sulletto tra un mezzo sogno e una mezza veglia. E il tenente ebbel'ingenuità di interrogarlo se mai fosse uscito per recarsi alteatroper il che il tenore sospettò avesse quel zelantissimoufficiale dato di volta al cervello.
Allorail tenentefelice che non si fosse verificato lo scandalo d'unprigioniero fuggitosi trovò d'aver gambe velocissime al parid'un lacchèe giunto tutto trafelato al teatrofu introdottoal palco delle loro eccellenze ad annunciarecon gran contento delgiudicema con nuovo stupore di tuttiche il tenore Amorevoli nonera mai uscito dalla sua cella e che quei del ridotto dovevano averpreso uno strano abbaglio. Fu chiamato pertanto il conte Pertusatiuno de' cavalieri ispettori del palcoil quale si maravigliòche il governatore dubitasse della sua asserzione; e furono fattivenire testimonj più di parecchi: tutti si misero la mano alpettoprotestando di aver la vista perfetta e la testa sulle spalle.Governatorepresidentegiudice almanaccarono a lungo. Che è?Che non è? Cosa può essere stato? Pensaripensa etorna a pensare... Maquasi contemporaneamentenella testa delpresidente del Senato e del giudice del Pretorio sorse quel sospettoche poteva spuntare anche più prestoperchè l'usodelle maschere-ritratti non era che del carnevale passatoel'ordinanza non gli era posteriore che di nove mesi. Appena messofuori quel sospettofece tosto presa nella testa del governatoreconte Pallaviciniil quale fattolo diventar certezzasentìil diritto di salire in furoree d'ordinare al signor giudice chepraticasse tosto e in tutti i modi possibili le più rigoroseindagini per scoprire i contravventori dell'ordinanza.
Quandoil giudice uscì dal teatrola primissima luce bigia dell'albasi confondeva già colle torcie dei lacchè cheattendevanopresso le carrozzei loro padroni. In una parte era unoschiamazzo assordante di evviva; in un'altravicino a una carrozzaferveva un alterco vivacissimo tra due gentiluomini su cui siprojettava la luce delle torcie dei lacchè.
Ilgiudice domandò che significasse quel rumore da un lato e quelcontrasto dall'altroe gli fu risposto come alcuni giovinottiaccompagnavano a casacolle torcie a ventola Gaudenzi in trionfo;e che l'alterco era tra il conte V... e suo cognatoperchènon s'era più trovata in nessun luogo del teatronè inpalchetto nè altrovela contessa sua moglieemandato illacchè a vedere al palazzonessuno l'aveva vista ritornare.Il giudice che aveva il pensiero ai contravventorinon badò atal fatto più che tantoe s'affrettò al Pretoriodovespiccò tosto gli ordiniperchè si mandassero achiamare tutti i pittori della città di Milano senza perdertempo. E anche noi senza perder tempo diremoche non batteva ilmezzodìche già il pittore Clavellisemplice eschiettoinvitato a comparire e interrogatoconfessò lacosae nominò il violino per il ballo del teatro Ducale.Questinon trovato in casacome si seppe che praticava presso laballerina Gaudenzicolà appunto fu cercato e trovato edarrestatocon nuovo dolore e spavento e lagrime della Gaudenzilaqualepur troppocominciava ad essere visitata dalla sventura.
Cosìnell'ora trista del tramonto di quella tristissima prima domenica diquaresimail destino di cui abbiam veduto a scintillare in altol'occhio beffardopotè contemplare a un punto solo quattroscene dolorose: una sala del palazzo V... in cui il conte passeggiavainnanzi e indietrorapidissimomentre il furore che lo divorava perla scoperta dell'infedeltà di quella che aveva riputatairreprensibilegli si svolgeva in cuore e gli si tramutava in unsentimento spasmodico di pietà e di costernazioneall'ideache la contessa era scomparsa e non si sapeva nè dove nècomeonde mille orridi timori gli straziavano l'animo; e nella salastessala contessa madre sedeva immobilecoll'occhio impietrito espaventatointanto che la contessina piangeva dirottamentee ilconte fratello stava ritto in gran pensieroguardando macchinalmenteda un finestrone nella via sottoposta. Altrove poila poveraGaudenzi teneva appoggiato il bel volto sulle spalle della zia checosternataosservava la nipote costernatamentre piùlontanoin una povera casupola di legnouna vecchiala madre delpittor Clavellipareva fatta stupidaall'annunzio che l'unicofigliuolo era stato trattenuto prigioniero; e nella casa in contradaBorromeodonna Paola Pietratenendo una lettera spiegazzata sulleginocchiavolgeva gli occhi al cieloesclamando con un sospiroprofondo: Ahi sventurata!
Etutto ciò per un muricciolo saltato... e colui che era statala cagione prima e sola di tanto disordineattendeva placido in quelpuntone' suoi vasti latifondiad esaminare un prospetto di contipresentatogli dal maggiordomodi cui la somma totale veniva a direche l'entrata dell'illustrissimo signor conte era di lire milanesiduecent'ottanta milaa non contare due diritti d'acquache potevanofruttare altre lire venti mila annue.



VII


Dobbiamosaltare alcuni giorni dal tempo in cui avvennero le cose che noiraccontiamo; per ora non son che giornima in seguito ci accadràdi saltar mesi ed anni e olimpiadi e lustrie non è del tuttoimprobabile che si debbano saltar via anche decenni. Egli è aquesto modo che il lettore potrà farsi capace dellapossibilità di passar in rivista gli avvenimenti di cento anniin un sol anno; perchèse dovessimo continuare a tener dietroai giorni colla fedeltà di un calendarioconverrebbe venire apatti colla mortetanto a chi scrive come a chi legge; la qual cosaquand'anche fosse possibilenon sarebbe certo un buon affare...parliamo per noi; de' lettori non sappiamo. Tornato ora a' nostripersonaggia quelli segnatamente che vennero arrestatiil tenoreAmorevoliLorenzo Bruniil pittore Clavellierano stati trasferitial capitano di giustizia; di modo che il primodopo cinque giorniegli altri dopo ventiquattro oreavean lasciato il Pretorio in santaMargherita. — Diciamo in santa Margheritanon giànell'odierno locale della Direzione di Poliziaperchè a queltempo qui sussisteva ancora il convento delle monache Benedettine.Del rimanente codesto fatto del trovarsi il Pretorio nella contradadi santa Margheritain quell'anno o in quel tornonoi lo abbiamoricavato da alcune ordinanze e avvisi a stampa che abbiamosott'occhioordinanze di quella classecheapplicabili al momentofuggitivonon v'è per consueto chi ne tenga contoonde siperdono senza venir raccolte a fermare ne' libri una notizia stabiledi un accidente passeggiero. E da tali ordinanze e avvisi abbiampotuto congetturare appuntocome nel locale assegnato pel Pretoriovi fossero pure delle celle suppletorie pei detenuti. Ognuno sa poiche l'antico Pretorio non era che l'attuale palazzo dell'Archivionella piazza dei Mercantie che là erano i sedili per ilPodestàpei due giudicicosì detti del cavallo edel galloi quali rendevan ragione nelle cause civili ecriminali; infine pel giudice dei dazj e pel vicarioecc. Ma taliordini di cariche e di localitàmodificatesebbenlentamentecol tempo hanno fatto trasportare il Pretorio altroveeforseper un provvedimento provvisorionella contrada di santaMargherita. E pare inoltrechealla metà del secolo passatoil Pretorio non serbasse tutte le sue antiche attribuzionima neavesse invece in gran parte di simili a quelle dell'odierna preturaurbanacon una sezione per le cause criminali.
Colàsi instituivano i primi esami e si assumevano le prime informazioniper passarle poi al capitano di giustizia; sebbene ci siano documentipe' quali è provato cheanche solo dietro relazionedefinitiva del giudice pretoreo dei giudici del cavallo o delgallosi passasse alla condanna degli accusati.
Oralasciando da parte cotali questioni che non hanno che qualche lieverapporto colla natura de' fatti che noi raccontiamoe desiderandosolo voglia taluno stendere una descrizione della cittànostrache completi e continui quella del Lattuadache si ferma al1735; diremo chese Lorenzo Bruni aveva tanto fatto per mettere anudo la veritàe ben potea dire d'esserci riuscito nel modoil più trionfantesebbene illecitocome que' capitani chevincono una battaglia per avere saputo ridersi del diritto dellegenti; la veritàappena comparsafu trattenuta indietro aviva forzae persino si tentò di farla scompariretanto cheLorenzo non aveva altra certezza se non questad'aver saputo trovarla maniera d'andar in prigione e di trarsi dietro il povero Clavellisenza aver trovato poi quella di farne uscire Amorevoli. —Avendo essoal primo interrogatorioper le sue buone ragioniconfessato il fatto senza titubanzae in conseguenza di ciòessendo stato inviatobenchè in carrozzaperchèpagata da luial palazzo del capitano di giustiziaquando colàebbe a subire il secondo interrogatoriola sua condizione si venneterribilmente peggiorando. Fin dalle prime parole che gli rivolsel'attuaroLorenzo potè accorgersiacuto com'era naturalmentee penetrativo e scaltrito dall'esperienzache chi lo esaminava gliaveva una singolare avversione; perchè non era quella consuetaseverità del giudice verso il reoma una severitàspecialetrovata e adoperata espressamente per luirinfocata dallanatura speciale di quella da lui commessa contravvenzione alla leggee più che mai dall'intento di quella contravvenzione stessa.
Lamadre della contessa Clelia aveva un fratello senatorela sorelladel senatore era la moglie del marchese Recalcatiin quell'annoregio capitano di giustiziauomo integerrimo e giurisperitoprofondo. Il marito della contessa aveva un fratelloil qualeavendo provato che la sua illustre casa erasi stabilita a Milano dapiù di un secoloaveva potuto entrare nel collegio dei nobilidottori. Ora questo dottor collegiale era intrinseco del vicario digiustiziacarica corrispondente a quella chese non oggialquantianni or sonochiamavasi di vicepresidente del tribunale criminale.Ognuno può imaginarsi quanto alla contessa madre e al contemarito e a tutto il parentorio premessese non l'innocenza di donnaClelia (ormai improbabileperchè la di lei fuga aveva chiusele porte a tutte le speranze)almeno l'apparenza di quella. Neiprimi giorni adunque dopo la sua scomparsase calde eaffannose e insistenti e continue furono le ricerche praticatedappertutto per poter scoprire dove ella si fosse ridotta; ricerchechesino a quel puntonon avevano fatto altro che accrescere ildolore e la desolazione; furono calde e affannose del pari lepratichele preghierele insinuazioni che la sorella adoperòcol fratelloche il cognato senatore fece pesare gravemente sullespalle del cognato capitanoche il dottor collegialemediatricel'amiciziafece penetrare nelle ossa del vicario; e siccome erantutta gente di leggeossia gente avvezzain mancanza d'un codicepreciso e determinatoa giuocar di testa e d'acume e di sofismi e dicavilli nel labirinto inestricabile delle leggi statutariecosìnon affaticarono a conchiuderechedopo tutto quello che erasuccessonon era ancora provato che donna Clelia fosse quel che sivoleva che fosse; perchè dal suo labbro non era uscitaconfessione nessunaessendo caduta in deliquio; che Lorenzo Brunipotevaanzi doveva essere un briccone matricolatoe Dio sa qualescopo abbominevole aveva potuto proporsie forse della stessascomparsa di lei poteva essere l'autore egli medesimo. È anotare peròche nè il senatorenè il capitanonè il vicario non avean fatto che ascoltaree con aspetto disapienza e di prudenza respingere le insinuazioni de' parenti e degliamiciterminando sempre i discorsi coll'intercalare obbligato: nonsi farà che la pura giustiziae cogli intercalariaccidentali: bisognerà vederebisogneràsentire; non si può aver riguardo a nessuno fosse ilpadrefosse la madre. Ma in conclusione s'eran lasciatipenetrare; perchè gli uomini bisogna che paghino il tributodegli uominie nelle questioni di sangue e di parentado e di ceto ed'onorequando le instituzioni non sono imposte da una giustizia chesia veduta da tutti i lati e in pubblicoil sentimento provoca ilsofismae il sofisma l'arbitrioe tutto a nome del giusto e delrettoe tutto senza che l'onestà dell'uomo prevarichiperchènon è sempre questione di cuor guastoma di testa conturbata.
Crediamosia inutile di dire comenel secolo passatonel sistema dellagiurisprudenza praticae segnatamente del così detto processocriminalenon si fosse fatto alcun passo oltre il secolo XVII. (Ciriferiamo a questo secoloperchè i lettorinelladisquisizione legale di Manzoni intorno alla colonna infameavranpotuto farsi una idea della condizione della giurisprudenza a queltempo). Non v'era un codice scritto ben discussoben formulato e bendeterminato in nessun paese. Le leggi statutarie e il diritto romanoe le varie interpretazioni dei legisti costituivano tutto il capitalegiuridico tanto di un dottor collegialecome di un senatore. Ed erada quattro secoli che ciò continuavasenza che nessuno siaccorgesse che quel sistema fosse irrazionale; irrazionale del pari eassai meno popolare di quello che avea a lungo durato nel feudalemedio evo. Diciamo assai men popolareperchè prima del secoloXIII le cause criminali si trattavano in pubblicoondecome diceSclopismanifesta era l'accusapubblico l'esame de' testimoniaperta e libera così l'interrogazione come la difesa del reo.Ma nel secolo XIII l'eresia suggerì nuove formed'inquisizioneeall'uso de' tormenti preparatoriche fu ilcrudele sistema di prove introdotto dallo studio delle leggi romane(il qualedel restoper tutte le altre parti era stato cosìbenefico)s'accoppiò il segreto nell'orditura del processo.Che se in prima il processo segreto era invalso soltanto nellequestioni ereticali e in via di eccezionecol tempo si diffuse e siallargò a tutte le cause civili e criminalie come regolacostante. In Mario Paganoin Meyerin Sclopis ognuno puòvedere tutte le forme originate da questo principioe comeessendosi voluto corroborare la coscienza morale del giudice collacosì detta coscienza giuridica sottoposta al calcolo dellaprobabilitàsi fosse edificato un corpo di dottrina falsoe pieghevole ad ogni maniera di assurdi e di arbitrj. Per questecosetanto nelle cause criminalicome anche nella trattazione dellecause civilise il giudice o l'avvocato o il patrocinatore chesosteneva un assunto o lo contrastavaera dottoacuto e dialetticoe se per avventura tra la dottrinal'acume e l'eloquenza lavoravanola passionel'ostinazione o l'errore implacabile del giudizioallora la legge statutariail diritto romanoe l'interpretazionedei giuristi facevan la figura e subivan la sorte delle tre pallesotto al bossolo del giocoliere. Per il che ognuno puòconsiderar com'eran degni di pietà coloro dalla cui parte erala ragione. Se poi una tale pratica di giurisprudenza era comune atutt'Italia e a tutt'Europaciascuno Stato vi recava alcune sueforme proprie addizionalie alcune sue proprie modificazioni di vitae di costumile quali rendevano ancor più inestricabile illabirinto degli arbitrj. Per fermarsi a Milanonel secolo XVIIIoltre al sistema del processo segreto invalso dappertuttoe aldiritto romanoe ai commenti dei legistila città siregolava ancora cogli statuti e colle costituzioni criminali di CarloV; ma v'era un fatto chequand'anche il sistema generale fosse statoottimo e gli statuti di Carlo V i migliori possibiliera tale damettere ogni cosa in disordine; ed era che il campo dellagiurisprudenza giudiziaria era tenuto e padroneggiato con manotenacissimameno qualche rara eccezionedal solo ceto patrizio.
Ilcollegio dei dottori era costituito per la maggior parte di nobili. —Da questo collegioche eraquasi diremmoun vivaio perpetuo dicapacità giuridiche più o meno profondeuscivano quasisempre i giudici del cavallo e del galloil giudicedel Pretorioil vicarioil capitano di giustiziai senatoriilpresidente del Senato. — Abbiamo un elenco manoscritto deicapitani di giustizia dal 1750 al 1783da cui risultache tuttiappartenevano alle principali case della città. Si potevapertanto quasi direche la giurisprudenza fosse a Milano unaproprietà di famiglia. Orase a questo fatto si aggiungaquello de' privilegj ancora sussistentiognun vede come potevacamminare il vero dirittoconcesso pure che quei patrizjavessero teste di bronzo e cuori pietosissimi; e potesseroper unprodigio della natura e della fortunaaver tutti la testaperesempiodi Farinaccioe la carità squisitaper esempiodisan Francesco d'Assisi. Ma oltre ai legamiabbastanza forti delcetov'eran quelli della parentela. Bensì qualche voltas'intromettevano le rivalità e i puntigli e gli odj antichitra casato e casato: ma questo non era già un mezzo diequilibriosibbene un'occasione nuova di poter offendere lagiustizia in un altro modo.
Matorniamo a' nostri personaggi.
Nellaprima metà del mese di marzoLorenzo venne condotto dalbarigello al banco dell'auditoreper essere sentito in un secondoesame. Messo a sedere innanzi al bancoil Bruni stette attendendocon impazienza che l'auditoreil quale era intento a sfogliar cartegli rivolgesse la parola. Era ansioso di sapere se gli avevanodestinato un protettore. I protettori de' carcerati (Protectorescarceratorum) erano giovani causidiciche esordivano la carrieraassumendo la difesa degli accusati. Eran nobili per la maggior parteanch'essi e bisognava che passassero attraverso a questa pratica perpoter avere il diritto di essere ascritti col tempo al collegio deidottori. Le difese si scrivevano in lingua latina o in linguaitalianae così venivano presentate al capitano di giustiziaper passar poi anche in Senato.
Quandol'auditore alzò la testavolse a Lorenzo uno sguardo tale dafargli temere il peggio; poi disse:
—Persistete voi dunque nell'asserire che la causa per cui avetericorso ad una abbominevole astuziaal fine di trarre in insidie lanobilissima signora contessa Clelia V...sia stato il desiderio distornare il disonore dalla vostra protetta?
—Non posso che persistereperchè è la pura verità.
—Vogliate però considerare che la cosa è inverosimileeche una tale inverosimiglianza ci consiglierà gravi misure.
—La verità è una solarispose Lorenzo con un certosdegnoe mi pare d'avere già esposto suffizienti argomentiper togliere ogni altro sospetto dalla testa del signor giudice.Torno a ripetere chedal momento che la giustizia trovòd'escluder dagli esaminon so per che sue ragioniprecisamente ladonna che sola era stata la cagione di trarre a mal partito il signorAmorevoliio mi trovai in dovere di illuminarla; prima di tuttoperchè trovavo ingiusto e insopportabile che una virtuosaragazza avesse taccia di disonestà per colpa altrui; insecondo luogo perchè dal momento ch'io potei intravedere chela nobilissima signora contessa avea potuto aver la debolezza...
—Vi intimo di adoperar parole più rispettose.
Lorenzotacque un momentocome per respingere un leggiero soprassaltod'indignazionepoi soggiunse:
—Io ho l'obbligo di difendere me stesso. È un obbligo santocome un altropoichè ciò che mi s'ingiunse qui èdi dire la verità. Però sequand'anche con un mezzoriprovevole ma il solo tuttavia che m'era possibileho potutomostrare a tutto il pubblico da che parte stesse la colpaio non soin che modo debba nominare la signora contessaquando per necessitàdevo parlare di lei.
L'auditorelo guatò biecosenza far motto.
—Siam tutti di carne umanasoggiunse poi Lorenzo sempre piùindispettitoe non è detto che una nobil dama non possa avereuna qualche debolezza... il signor auditore mi perdoni la parola.
—Non è più questa la cosa di cui si tratta. Giànel primo esame avete scagliato abbastanza vituperj contro ilrispettabile ceto patrizio.
—Io non ho offeso nessuno. Ho detto solo che una povera fanciulla nondoveva portar la pena delle colpe altruie chemi perdoni il signorauditore l'amore della veritàla giustizia non doveva averenessun riguardo alla nobiltà della signora contessa; e dalmomento che non aveva dubitato d'interrogare tutte le donne chepossibilmente avean avuto parte nel fattonon c'era nessuna ragioneper cui dovesse omettersi precisamente quellasotto alle cuifinestre era succeduto l'arresto del signor Amorevoli. Se gli uominiche tengono il sacrosanto mandato di rappresentare la giustiziaavessero fatto il loro dovereio non mi sarei trovato al punto dioffendere la legge. Questo solo ho detto e dovevo direper mostrared'altra parteche se ho dovuto ricorrere a un mezzo proibitofu perun fine retto.
—Un fine retto?... esclamò allora l'auditore rompendo le paroleall'accusato; rispondeteora a questa domanda: — Chi ha fattoscomparire dalla saladal teatro e dal palchetto la nobile signoracontessadi cui non si è ancora potuto scoprir traccia?
Questadomanda riuscì così improvvisa e inaspettata al poveroBrunich'ei ne rimase colpitoe tanto più in quanto d'uncolpo d'occhio ne misurò tutta l'estensione pericolosa. Masoggiunse poi subito:
—Cosa poss'io sapere di quel che sia avvenuto della contessa?... Diofaccia che non sia successa una disgrazia... Ma se ella èscomparsa e fuggitail motivo ne è così chiarochenon se ne può cercare un altro.
—Il motivo n'è tanto chiaroche la giustizia v'intima adessodi addurre le prove onde convincerla che non siete stato voi a farscomparir dal teatro la contessa.
LorenzoBruni stette un momento silenzioso poi ripigliò:
—Tocca a chi mi accusa di questo fattoper me impossibile e assurdoa produrre le provenon a me. Io non posso dir altrose non chedopo lo svenimento della contessaavvenuto per l'effetto delle mieparole e della creduta presenza del tenore Amorevoliio non l'hoveduta piùe non seppi che alla mattina com'ella erascomparsa dal teatro e dalla casae non la si ritrovava in nessunluogo.
—La giustizia potrà rendervi ragione in seguitoma per oraessendo voi il solo interessato ai danni della nobile contessalagiustizia è in obbligo di metter voi in istato di accusa perun tal fatto.
Lorenzoa questo diresi turbò forte e non trovò parolesospettando come nell'impegnoforse assuntodi stornare il disonoredella contessa e dal suo casato e da quello del maritosi eradeterminato di prender lui di mira in ogni modogettando nelpubblico false voci e false accuse.
—Cosa dunque potete aggiungere al già detto?
—Nulla... Io non posso che ripetere sempre le stesse parole. Io nonvidi mai più la contessa dal momento che cadde svenuta.
—Quand'è cosìvoi sapete quali mezzi tiene in serbo lagiustizia per fare in modo che una bocca pronunzii la verità.
El'auditoresuonato il campanelloingiunse al custode di ricondurreil Bruni nella sua prigione.
PartitoLorenzol'auditore si alzòe prendendo il processo verbaledalle mani d'un assessore:
—Nessunodissemi leverà dalla testa che costui sia un iniquomatricolato — E con tali parole sulle labbrae coi relativipensieri nella testasi mosse per recarsi nell'auladell'eccellentissimo signor capitano di giustizia. Quando funell'anticamera e già stava per farsi annunziaregli mosseincontro una livrea dell'illustrissimo signor capitano marcheseRecalcatie:
—Per ora non si può entraregli disse.
—Perchè non si può... ?
—Perchè...
Main quella si fecero intorno all'auditore molti notaj e assessori escrivani che si trovavano làe:
—Sapetegli disserochi fu ammesso or ora all'udienzadell'illustrissimo signor capitano?...
—Che cosa posso saper io?... chi dunque?...
—Non lo indovinereste in mill'anni. Quella venerabile matrona chetutti conosconodonna Paola Pietra.
—Ma che relazioni può avere una tal donna colla giustizia?
—Chi lo sa?
—Gli è molto che sta col capitano?
—Se non è di piùnon è di meno di un'ora... Chisa mai cos'è avvenuto di strepitoso?
Main questo punto s'udì una lunga scampanellata dalla camera delcapitanoe accorse le livree ad aprir l'usciocomparve sulla sogliadonna Paolala quale uscìattraversando l'anticamera tragl'inchini riverenti di quanti eran là.
L'auditoreallora si fece annunziareed entrò dal capitano con unafaccia tutta giuliva.
—Ecco il processo verbale del nuovo esame a cui oggi fu assuntoLorenzo Bruni. Ho tali indizjche mi danno la convinzione possacostui essere il colpevole del trafugamento della contessa.
Aqueste parole il signor capitano non fece mottoe preso il fogliodalle mani dell'auditorecontro l'aspettazione di quel giudicezelantenon disse nullae lo licenziò severissimo.
Oraci rimane a sapere per qual fine donna Paola Pietra abbia domandatoun'udienza al capitano di giustiziae che cosa sia avvenuto dellabella e sventurata donna Clelia.



VIII


Taloradà il caso chenella massima esaltazione di un sentimento odi più sentimentiquando tutte le facoltà dellospiritoquasi ubbriacatehanno cessato di agire regolarmenteessendo messe in rivoluzione da una sventurada un pericoloda undoloreda un colpo imprevistooccorra necessariamente di prendereun partito; e in tal contingenza si abbracci precisamente quello cheè il più opportunoe che forse non sarebbe giunto atrovare nè a proporre nemmeno la mente più calma e piùprovvida. — Bisogna adunque che quella esaltazione procellosade' sentimenti assomigli all'acquavite campaleche spinge fin lereclute contro le bajonette d'un battaglione quadrato; eper valercid'una similitudine un po' più gentileconviene chequell'esaltazione produca quasi un sonnambulismo beneficoil qualetogliendo per poco all'uomo la ragionela quale può turbarsiin conseguenza della sua potenza medesima e della sua virtùillimitatagli dà invece l'istinto che va diritto per la suaviamen nobilese vogliamoma più determinata e precisa. —La disperazioneper esempionon accetta mai le sue leggi dallaragionema si sottomettesebbene inconsciaalla spinta ciecadell'istintoed egli è per questo che qualche volta i suoiconsigli sono un sublimato di prudenza.


Unasalus victis: nullam sperare salutem.


Applicandoora queste nostre riflessioni alla condizione speciale della contessaCleliasedopo avvenuta la catastrofe del finto Amorevoli e deldeliquiotre uomini di consigliocome soglionsi chiamaresifossero uniti per risolvere in fretta e in furia quel che lasventurata avrebbe dovuto fareè assai probabile che nonavrebbero dato il più sano parere.
Ein quanto a noisiamo specialmente convinti che si sarebbero benguardati dal dirle: Fuggitee senza perder tempoe sola e inqualunque modo ciò vi riesca. Eppurea pensarci beneeraquesto il partito più conveniente che rimaneva alla contessa.Anche noidobbiam confessarloquando sentimmo per la prima voltache donna Clelia era scomparsa dal teatroabbiamo fortementesospettato non le avesse dato di volta il cervello; ma poia nostrodispettodovemmo convenire che un consiglio di tal fatta non lepoteva esser venuto che da Salomone; tanto la disperazione aveatenuto luogo di sapienza! A rimanere a Milano e nella sua casacomepoteva sopportare la presenza del marito? e poichi sa cos'avrebbepotuto fare quello spagnuolo inferocito? Come sostenere lo sguardodella madre? come risponderecosa dire? Con che fronte uscire inpubblico ad incontrare gli sguardi di tutta la città? Comeresistere all'insultante pietà delle rivali trionfanti? Maella non avea nemmen pensato a tutto ciò. Riavutasi deldeliquio e uscita dal palchettocol domino tra le mani e come perpigliar ariaguizzò tra la folla delle maschere che facevanoingombro al palchetto e assiepavano il corridojoe senza titubanze erispettichè la disperazione è imperterrita e nonconosce ostacoliuscì dal teatro; e làallontanatasidalla porta dell'ingressoavvolta nel domino a bardossoed espostacosì al freddo e al ventoche pareva un Sibilla vaticinantevista la carrozza di casa Cusani che conosceva (per essere la mogliedel marchese Cusani in grande intrinsichezza col Conte V...)chiamòil cocchiere per nome. Quegli si volseecol lume del fanale e delprimo crepuscoloriconosciutasebbene a stentola contessa:
—Cosa mi comanda? disse.
—Sta quetoche già siam d'accordo colla marchesa; ho bisognodella sua carrozza; e di buon trotto accompagnami alla mia villa aGorla...; tu ci sei stato altre volte. Vogliam fare una burla aqualcuno.
Ilcocchiere non rispondevae stava perplesso; ma la contessaapertala porticina :
—Suvvia dunquet'affretta; chè non c'è tempo a perderee se non si correogni cosa può andare a vuoto.
Ilcocchiere si strinse nelle spallema obbedì; e sferzati icavalliin mezz'ora fu a Gorla sul naviglio. Spuntava il primo solequando fece una magistrale voltata entro al portone giàdischiuso della sontuosa villa V... — Colà giuntalacontessa chiamò il castaldoche accorse con di lui grandestupore; fece pagar lautamente il cocchiereal quale impose diritornar subito a Milano; poi rivolta al castaldo:
—Ti farà meraviglia ch'io mi trovi qui? Ma oggi verrà ilconte... e sentirai da lui... or non è tempo a perdere... e faattaccare i migliori e più veloci cavalli che hai nellestalle... e dammi un uomo. — Il castaldo obbedì anch'essoprontissimoper quante congetture facesse. — La carrozza futirata fuorii cavalli attaccatil'uomo fidato fu tosto in serpecolla sua frusta disposta alle battiture. — Donna Clelia intantoaveva scritta una letterachefatto chiamare un contadinodellacui incapacità a leggere e a scrivere volle prima assicurarsigli consegnòperchè la ricapitasse al curato di SantaMaria Podone. — E il contadino era partito sotto gli occhistessi della contessae senza che il castaldo potesse veder laletteradopo ciò la contessa erasi levate le giojeche misein un fazzoletto; poi si sciolse i capeglili abbassòlirese meno appariscentie li nascose in un velo nero che si fece daredalla moglie dell'agente; raccolse infine al possibile la coda delvestito azzurro ricamato in argento e si avvolse tutta come potèmeglio nel dominoadattandoselo alla vita come un vestito comune; ecosì stranamente acconciatachè il tumulto de'pensieri gl'impediva d'avere il capo a tali cosesalìfinalmente in carrozzadicendo forte al cocchiere: Ponte sanMarco. La casa V... aveva un vasto tenimento tra questo luogoappunto e il lago di Desenzanoe se la contessa si diresse a quellavolta non fu per altro motivo che perchè era quella la terrapiù lontana dei possessi di casa V... Il viaggio duròtutto quel giorno e il successivo. — A notte inoltrata donnaClelia giunse alla villatra le solite meraviglie degli agenti edelle fattoresse. All'alba del terzo giornoavuto il modo di cangiarvestiscomparve improvvisa anche dalla villaall'insaputa di tutti.
Sela contessa non avesse pensato a partire inosservata dalla villa diPonte san Marcola sua prima fuga non le avrebbe giovato a nulla;perchèdi fattoda Milano fu spedito sulle sue traccie unuomo fidato sin làe ciò dovea naturalmente succederepoichè il cocchiere di casa Cusanitornato a Milanoquandola marchesa padrona era già a lettodopo essersi sentitominacciare lo sfratto dalla casa del padrone montato in sulle furieraccontò il fatto della contessa V... Allora il marcheseCusaniche già sapeva della sparizione di leimandòil cocchiere stesso ad avvisarne il conte maritoche tosto inviòun servo a Gorlaove ebbe la notizia che la contessa era partita perPonte san Marco; tanto chequando essola madreil fratello e lasorella di donna Cleliaverso l'ora bassa della prima domenica diquaresimaversavano in quell'angoscia che il lettore saun uomodella casa era già in viaggio per quella volta; chè ilconte non avea voluto per nessun modo che partissero nè ilfratello nè la madre; se a ragione o a torto non sappiamomachi s'attenta di discutere sulla ragione e sul torto in momenti ditanto affanno e scompiglio?
Quipoi occorre di notare per la completa intelligenza delle coseche ilfratello della contessaquando sentì dal carrozziere di casaCusani quel ch'era avvenutosi recò insieme con esso dalmarchese medesimoil qualedopo un lungo discorso tenuto col conteingiunse al carrozziere di non lasciarsi sfuggir di bocca quel ch'eraseguitonemmeno colla marchesaalla quale si sarebbe concertatoquel che dovevasi dire. — E la casa V... incaricò dellamedesima incumbenza verso i gastaldi della villa a Gorlal'uomospedito colà e altrove a cercar notizie della contessa. Èa notare inoltre comein sull'ora tarda della stessa prima domenicadi quaresimail curato di Santa Maria Podone avea portato in personauna lettera a donna Paola Pietraed era quella appunto che lacontessa aveva scritto prima di partire per Ponte san Marco. Inquella letteracon un disordine d'idee e di modi che è facileimmaginaredonna Clelia narrava in prima il fatto accaduto inteatropoi veniva prorompendo in questi sentimenti:
—«Così tutto è finito per menè potròmai più mostrare la mia fronte a chi m'ha conosciutachèpiuttosto vorrei trovarmi mille braccia sotto terra. Oh se tostoavessi adempito il suo consigliodonna venerataalmeno il mondo miavrebbe dato il merito di una franca confessionee forse non sareistata disprezzata da coluinè tanto punita; quantunqueperveritànon mi sembri poi di aver meritato così fiero espietato trattamento. Oh potessi far noto al mondo qual era la miaintenzionee come il pensier mio non fosse altro che di scansar pelmomento gli scandali del carnevale... Almeno colui potesse conoscereche la mia intenzione era di salvarlo in ogni modo! Ma faccia ellaper mevenerabile signorail bene che io non ho potuto. La suacarità proveda e accorra e ripari. Se mai credesse di parlarea mia madredi parlare al contelor faccia intendere ch'io non hoveruna macchia grave a rimproverarmie che fui assai piùdisgraziata che colpevoledisgraziata quanto mai si puòpensare... Ma ora vedo di darle un incarico impossibile... perchènon è benee non desidero ch'ella veda nè mia madrenè il conte. Chè lo giuro formalmente a leivenerabilesignoranè ella stessa potrebbe distogliermi da questoproposito... Non sarà mai ch'io ritorni mai più avivere col conte; io non voglio vederlo mai più. Io non l'homai amatonè lo amoquantunque lo rispetti e lo compianga.Ma se egli è or fatto infelice per meson sette anni ch'ioson fatta infelice per lui; e d'altra parte vivo certissima chenemmeno esso non mi ha amata mai. Dunque si rompa una volta e persempre questo nodoil cui solo pensiero mi ha desolataperchè...ma io sento il rossore di quello che stavo per direma io sento ilbisogno ch'ella mi protegga e mi consiglie mandi il balsamo dellasua parola soave sulla piaga insopportabilmente dolorosa del miocuore. Or dove io vada non so. Nè so quello che io sia pertentarenè quello che la disperazione vorrà fare dime. Ma qualunque cosa fosse per succedere; ma dovessi anche morirechè oramai non vedo miglior mezzo d'uscita alla passione chemi divora e al tormento inesprimibile di non poter vivere senzaalimentarlae di dover incontrare il disprezzo di tutti e ilmio stesso; dovessidicoanche morirneio desidero che la suaparolapietosissima signoravenga a confortarmi nella mia orasuprema. Or io parto... Ed ella mi scriva e tosto... e mandi la sualettera a Bresciadove io manderà a levarlae sullasoprascritta metta il nome del mio casato a rovescio.»
Comerimanesse donna Paola al ricevere questa letteraè facileimaginarlo. — Il primo pensiero fu di recarsi tosto a spargerequalche conforto fra coloro che dovevano vivere in angustie per lapartenza della contessa. Ma poi riflettè che ne potevanoscaturire guai più serje che prima di parlare alla madre eal marito della contessa erano indispensabili altri provvedimenti. —Intanto credette bene di rispondere subito a donna Cleliae ditrovare il modo perch'ella si ricoverasse in luogo sicurodovepotesse guardarsi e dalla passione propria e dall'ira gelosa delconte. — Le scrisse dunque di volo una lettera il cui tenore eraquesto:


«Donnatanto infelice quanto a me cara!
«Sela sventura vi ha visitatavoi dovete essere più forte dellasventura. — Se abbiate ben operato ad abbandonare la vostracasanella pericolosa e speciale condizione in cui versatenon miattenterò di recarne giudizio. Ma quand'anche aveste fatto ilpeggiola Provvidenza metterà un riparo a tutto. Viringraziocara donnache il vostro primo pensiero sia stato quellodi scrivere a meed io vi mostrerò la mia gratitudine colfare tutto quello ch'io potrò per voi. Di questo potete viveresicurissimae se per ora non vi è dato altro confortoquestovi sia almeno intero. Da più parole della vostra letteraioscorgo che il vostro cuorepiù assai che dalla medesimasventura e dall'ontaè penetrato da un pensiero troppocostante verso chi è vostro obbligo assoluto di dimenticare. —Cara la mia donnail tempo guarisce di grandi piaghee vogliateaver fiducia nel tempo: ma credetemiche per tornare a rialzarvi indignità di donna onoratae costringere il mondoche siappaga di maldicenza e di disprezzoa tacere e a rispettareve l'hogià dettoconviene che la vostra vita da quest'ora in poiproceda inalterabile e senza un rimprovero. Allora voi troverete cheil mondo è qualche volta tanto giusto ne' suoi giudizjquantopiù spesso è precipitoso e spietato. Allora verranno igiorni in cui amerete la stessa sventuraperchè per suo mezzosarà scaturita la vostra felicità.
«Mapace per orala mia cara donnapace e coraggio...; e giacchènon avete ancor ben determinata la meta a' vostri passie fuggitecosì a casocacciata dalla sola disperazione; e la solitudinepotrebbe trarvi a malissimo partitoDio vi guardi dalle funestetentazioni della solitudine! Io scrivo in sull'istante ad unafamiglia virtuosissima di Veneziaquella dove fui accolta io stessacon carità d'affettoquando ci capitai da Milanofuggita dachi mi teneva in ingiusta prigionia; che rividicome tornai da Romae che l'anno scorso fu a visitarmi a Milanocon sempre costanteamorevolezza. Voi dunque avete a recarvi colàea taleoggettov'accludo un foglio perchè siate riconosciuta eaccolta e abbracciata e consolatae forse guarita coll'insistenzadelle cure amorose. Ricevuta questarispondetemi di voloe Dio vibenedica.


«PaolaPietra»


Questalettera giunse a suo luogo a Bresciae presto arrivò nellemani della contessa Cleliala quale tosto rispose alla donna pietosacon effusione d'affettoe coll'accettare il partito proposto. Cosìella recossi a Veneziadove infatti fu accolta con ogni maniera diaffettuose dimostrazioni in quella casa a cui donna Paola avealaraccomandata.
Machi avrebbe detto che il destinocosì spesso strano ecapricciosocome talvolta provvidodella dimora di donna Clelia aVenezia doveva valersene per iscoprire i capi del filo a cuis'attiene il fatto principalissimo del nostro raccontoe quello percui sino ad ora avvenne tutto quello che avvenne? chè illettoredato cheper un caso de' più straniabbia presointeresse a quest'istorianon deve obbliare chenella stanza vicinaa quella dove giaceva il defunto marchese F... erano state trafugatedelle carte; che probabilmente tra quelle ci doveva essere untestamento; che se era stato commesso un delitto di tanta gravezzaqualcuno necessariamente doveva averlo commesso ese non di certo aMilanoin qualche parte del mondo colui doveva bene esistere estarsene cheto.



IX


Orlasciamo per poco Milanola Babylo minima di Ugo Foscoloerechiamoci a Veneziala città adottiva del chiaro di lunadel romanticismo convenzionale e degli amori pseudo-platonici. OVenezia! Oppure Vinegiacome noi preferiamo di chiamarti perappagare un nostro gusto da antiquarioquante fantasie di poeti haitu stancate; quanti romanzieri hai raggirati lontano dal veroattraverso all'inestricabile labirinto delle tue calli; a quantiesageratori di professione hai fatto prestito grazioso della tragicatinta de' tuoi palagi secolari e dell'onda stigia de' tuoi riisaturi di gas fosforici e di quel jodio che è tanto lodato perla cura della scrofola! Quante bugiesenza tua colpahai fattepronunciare agli storiciche purecon un coraggio da leones'incaricano di dire la verità! Quanti femori e coscie estinchi hai tu infranto colla pietra bianca de' tuoi ponti traditori!A quanti giovinotti hai fatto perdere l'appetito e la salutericoverandoli insidiosamente sotto al felze delle tue gondole! Quantiodorati squisiti e permalosi hai offeso coll'odore infesto del tuobaccalà! Quante spregiate crete Versâr fontiindiscrete dalle tue altane e dalle tue finestre plebee sul capodell'ansioso visitatore delle vetuste tue glorie! O Veneziaocomeci piace meglioVinegiatanto straordinariamente bella e fantasticae divinaquantoin certe partidifettosa e incomoda e talorafetente! O regina dell'Adriaticoo donna di duplice aspettocherendi veraci tutte le descrizioni perchèal pari della fataAlcinati mostri in apparenza di vegliarda a mettere in fuga chipure è venuto a visitarti colle migliori intenzioni; ma perchi ben ti contemplasei bella e giovane ed attraente e divina cosìda ammaliare Ruggero. Ma la colpa è di chi ha sempre volutodescriverti da un lato solo; e dei pittori di prospettiva che nonsanno altro che far ripetizioni eterne della tua piazza e del tuopalazzo Ducale. Così il visitatoretratto in inganno e venutoa te coll'ansietà come di chi vede una terra di consolazionenella fata Morganas'indispettiscesedopo l'incantevol piazza eRialto grande e le colonne del molo e l'ampia lagunanon vede checalli e callettee negri riie casupole miserabilie ballatoj conluridi cencie zucche barucheaddentate ovunque daglisquallidi figli de' tuoi pescatori. Il viaggiatore poetico chepienola testa delle narrazioni convenzionali di Veneziavi capita laprima voltae per una bizzarria dell'accidentein un giorno dipioggia; e prima di vedere le tue ricchezze gloriose s'incontra nellemiserie deplorabilie affacciandosi alla finestra dell'albergononha altra sensazione che di chi abitasse nell'interno d'un pozzotral'acqua in fondo e una pezzetta di cielo bigio su in alto...cheindignazione egli sente contro le guide d'Italia menzognere; cheassalti repentini di nostalgiaquand'anche venisse dalle febbrifererisaje! e l'aspetto di codesta prima impressione è cosìmicidialeche gli dimezza e gli turba l'ammirazione e l'entusiasmoanche pei giorni del sole e per le scene che non hanno riscontro innessun altro luogo del mondo.
Perchèad essere sincerichi mai può dire che sia facile trovare unriscontropur ne' sogni fantastici delle Mille ed una nottialla scena che si svolge innanzi all'occhio di chi s'affacciaperesempioal finestrone della sala degli Scrutinj del palazzo Ducalein un mattino del mese d'aprile o di maggiood anche di settembrequando un leggier vapore azzurro avvolge tutta la prospettiva linearedegli edificj cospicui che decorano la grande e la piccola piazzaeche rende più vaga e indefinita la prospettiva aerea? E adarte accenniamo al finestrone della sala degli Scrutinjperchèil giuoco prospettico riesce tale da quel punto che all'imaginazioneè permesso di sospettare interminabili le fughe delleProcuratie nuove e delle vecchiee più fantastico ilbisantino San Marco e quasi ampia come il Bosforo la lagunae piùgigantesche le cupole del tempio della Salutee quasi alberi annosid'un'aerea selva i campanilii comignolii pinnacoli che spuntanoda ogni parte di dietro al sontuosodiremo sipariocostituito di quelle tante meraviglie architettoniche che l'arteoccidentale innalzòe staccano su d'un cielo che nei giornidella massima vampa solare e del voluttuoso vento africanoparrebbeessere stato trasportato dall'Oriente! Ma cosa diventa il tuo soleoVenezia bellain confronto della tua luna? Qual è regionedella terra dov'ella si mostri con tutti i suoi prestigj come in casatua? in quali altre onde si specchia più volontieri che nelletue? Da che torri d'altre città si mostra con piùattraente vezzo che da' tuoi edificjo regina dell'Adriatico? Se nonchesiccome Byron ha detto che i malefizj della luna sono diaboliciin ragione della sua fama usurpata di castità e di modestiacosì noi dobbiamo credere che gl'influssi della luna diVenezia sui deboli mortali e sui cuori giovanili siano assai piùfunesti e irresistibili di tutti gli altri influssi ch'ella esercitaaltroveper esempio sul lago di Lucerna e di Costanza. O gondolebrune e romite che movete lentetroppo lente per credere chevoghiate con innocenzao nel canale della Giudeccao in quello piùstorico dei Marraniil canal Orfano dei drammaturghi sepolcralionella più espansa laguna delle Fondamenta Nuovein cospettodi San Cristoforo della Pace! come vi giova il pretesto di doverusufruttare l'influsso della luce lunare! — Quanti giovanianche inclinati al puritanismofurono tratti in insidia dalla biancaluna confederata ad una gondola neradal cui felzeove penetrava unsuo raggio maliziosouscì il suono di una qualche vocevellutata o flautatacome vi par meglioperchè le vocifemminili a Veneziaquando si sentono nel canale o nel riosubiscononon sappiamo perchéuna specie di trasformazionee infondono un suono che non ha riscontro in nessun'altra delle cittàa noi note.
Malasciando le gondole e le voci flautatechi vuole a Venezia goderela luna senza pericolinon la contempli che quando ella s'interessaall'incremento delle belle arti; allora egli si rechi a metàPiazzettae la osservi quando il suo raggio attraversa le vetriatedei due finestroni che coincidono all'angolo del palazzo Ducale; e sifermi sotto al campanile quando il disco di essarompendoquasidiremmosul massimo suo verticesembra sciogliersi in raggiinfinitiche piovono da quel punto come una cascata di luce; eascenda al ponte della Paglia a vedere come il contrasto del suobianco raggio che taglia sui marmi anneritiaccresca l'incomparabilebellezza dal lato del palazzo del Dogeche risponde al ponte de'Sospiri; e passi al ponte dell'Arsenale a guardare al suo lume ileoni portati a Venezia dal Peloponnesiacoi quali vegliano allacustodia di quell'edificio da cui uscirono tante navi coraggiose efortunate; e trasvolando più lungi in gondolaentri nel riode' Zecchini a vedere i ruderi di palazzi abbandonati; o passidavanti a S. Giovanni e Paolood agli avanzi del convento de'Servitidove meditava il prodigioso Fra Paolo; e se gli cresce iltemponon ommetta il tempietto di Santa Maria de' Miracolichedirebbesi trasportato a Venezia da uno svolazzo di cherubini fattiarchitetti; e osservi da vicino il giuoco dei tre pontidove la lunasi sbizzarrisce in mille modi con quelle arcate e collo specchio diquell'acqua; e di qui ritraendosi e vogando altrovesi prolunghifino al rio San Poloa vedere il contrasto che produce la luna colleonde d'acciajo e coi palazzi gotici che sembran di pietra dilavagnaecolle fiamme che trapelano dalle finestre sparsamentementre il fondo stacca sul cielo azzurro e stellato il vetustocampanile di Santa Maria de' Frari.
Maa codesta scena appunto che si svolgeva lungo il rio San Polostava intendendo lo sguardo la contessa Clelia dal balcone goticodi una casa di ragione del patrizio Salomonintanto che l'ultimanotte del mese di febbraio sfoggiava tutto il suo serenotutte lesue stelle e tutta quanta la sua luna! Al di sopra della sua testascintillava Giove; ma la contessa era ben lontana dalconsiderarlo astronomicamentecome un tempo avrebbe fatto; nègli dava nessun pensiero che quel pianetasebbene non apparisse cheun semplice punto brillantefosse circa mille volte piùgrande della terra; ed era ben lontana dal notarequantunque inaltra parte le apparisse la costellazione di Cassiope a lei ben notacome il lume di questa costellazionenatante nell'albore della vialatteafosse meno brillante della costellazione d'Andromeda! O tempiper lei felicie forse non redituri che alla più tarda etàtempi feliciquando potea attendere a tali oggetti della scienza piùeccelsasgombra da ogni altro pensiero! O triangoli obliquangolioparaboleo ellissio iperbolio diametri e triametrio assintotirettilineio punti multiplio curve algebraicheo radici dipolinomj irrazionali! chi maipotendo in quel punto esplorare ipensieri di donna Cleliaavrebbe sospettato che in quellatestaora così ardente e fantasticaavessero potutopenetrare e per tanto tempo avere stabile dimora quelle austere formedella scienza più austera? Perchèci rincresce adirlose avessimo saputo che si doveva riuscire a tal puntoquasici saremmo astenuti dal trarre in iscena una donna che per tantirispetti ci è cara; ma purtroppo ella non pensava in quelpunto nè all'astronomia nè alla matematicae moltomeno a suo marito; pensava bensì al tenore Amorevolie tantopiù che il giorno antecedente aveva saputo come non era statoesso a trarla in insidia nel ridotto del teatroe come invece coluistava ancora in prigione; egiacché non è a farmistero di nullase ella a quell'ora si affacciava albalconesebbene spirasse una brezzolina crudettaera perchèda un palazzo vicinodove tutte le sere tenevasi accademia dimusicatra le molte voci cantanti ve n'era una chequantunque inminor suonoparea la voce gemella della voce d'Amorevoli. Ad onoredel vero però e della giustiziadobbiamo dire che se lacontessa stava tutta sola di notte a quel balconeera inoltre perfare un atto di carità squisitache andasse a sconto dei suoipeccati venialiun atto di carità a vantaggio di unagiovinetta tanto bella quanto inespertala quale stava per far lafigura del rossignuolo quando il serpente a sonagli lo incanta perfarselo volare sulla lingua trisulca.



X


Maper spiegare al lettore più cose che forse non ha compreso alprimogiova sapere come la contessa Clelia fosse stata bene accoltadalla famiglia Salomon per virtù della lettera di donna PaolaPietra: giova sapereche se la persona e il nome della contessastettero nascosti per alquanti giorni in Veneziaa poco a poco netrapelò qualche notizia tra persona e persona chefrequentando la piazza di San Marcoportarono in piazza la notiziamedesima; la quale venendo ad intrecciarsi al fatto che siattendevano al teatro di San Moisè in Veneziaper la stagionedi primaverala celebre ballerina Gaudenzieper la stagionefutura di carnevaleil non men celebre tenore Amorevoliprestoinsieme alla notizia ch'era già corsa dell'arresto di luiavvenuto a Milano pel contrattempo d'una tresca amorosae pelsospetto d'un delitto di più grave importanzatali e tantiparlari si sparsero e racconti e congetture e sospetti e domande elettere scritte espressamente a Milanoe risposte avute con gransollecitudineche si diffuse per tutta Venezia la novella che lacontessa Clelia V...la fatale Elena di quella seconda Iliadeerasirifuggita in Venezia appunto e dimorava in casa Salamon. Perònon si può dire quanto fosse generale il desiderio di vederladi avvicinarlapersin di ammirarla; di esaminare dappresso se erapoi tanto bella come si dicevase il tenore era stato di buon gustose non aveva avuto torto a sfidare tanti guaia farsi arrestareaserbare un pericoloso silenzioa rinnovare insomma quasi la tragediadi Antonio Foscarini per amore e rispetto e venerazione di lei. E lacuriosità fu tantache il ponte che attraversava il rio SanPolodi repente si vide frequentato a tutte l'ore del giorno da grannumero di personeper osservare se mai da qualche finestra simostrasse la testa della donna che era l'oggetto del discorsouniversale. La contessa Cleliaa cui la buona famiglia chel'alloggiava riferiva quel che dicevasi nella cittàstavasenecelata dietro le finestre per vedere tutti senza essere veduta; matra i moltissimi notò una figura che assai le diede daalmanaccare. Quella figura era d'un giovane gentiluomogentiluomoalmenoper quanto appariva al di fuorie per la ricchezzadell'abito e pel veladone di broccato e per la spada col fodero divelluto bianco; giovane tanto che forse non arrivava ai vent'anniedoltracciò di tant'avvenenza di corpo e di una bellezza cosìbaldanzosa di voltoche quand'anche ella avesse il pensiero altrovelo avrebbe distinto fra gli altrianche se non le fosse sembratod'averlo visto tante e tante voltee più facilmente a Milanoche in altro luogo. Quel giovane passò un giornopassòduepassò tre giorni per di là e più voltequotidianamente; se non che ella potè accorgersi che nonveniva coll'intenzione della moltitudinela quale attraversava ilponte e gettava un'occhiata al palazzo Salomon; ma sibbene ci venivaper fermarsi a volgere lo sguardo ad una finestra del palazzodirimpetto che stava presso al pontealla qual finestra comparivaanche una fanciulla. Chiesto di chi era il palazzoa donna Clelia furisposto che apparteneva al patrizio Zen; ma non serviva ched'alloggio alle figlie di luile quali per educazione vivevanseparate dal resto della famiglia; chiesto chi era la fanciullalefu detto essere la maggiore delle figliuole di quel gentiluomo; laqual giovinettache forse non aveva quindici anni e rappresentava iltipo più vetusto e più legittimo e più completodella beltà venezianaera la sorella maggiore di quellaCeciliache doveva col temposposata al patrizio Trondiventarcelebre ed ispirare al grande Parini la famosa ode intitolata: IlPericolo.
DonnaCleliaper accertarsi se quel giovane era colui veramente ch'ellasospettavao almeno per raccogliere un indizio di più ondeavvicinarsi alla veritàlo additò un giorno ad unodella famiglia nel cui seno ell'abitava; affinchè senza farsiscorgere lo codiasse e lo sentisse a parlare con qualcuno. L'incaricovenne accettatoe senza molta difficoltàcome ognuno puòimaginarsiin quel dì stesso venne riferito alla contessa checolui parlava il dialetto milanese. Questo bastò perchèdonna Clelia potesse ritenere d'essersi apposta infallibilmente. Inconclusione ella aveva creduto di ravvisare in quel giovane un taleAndrea Suardi detto il Galantinoche a diciasette anni erastato lacchè nella casa del marchese F... ed erasi reso famosoper la straordinaria velocità delle sue gambee per avereriportato tre volte il primo premio e la bandiera bianca nelle corsechesecondo voleva allora il costumele case più ricche diMilanoin certi determinati giorni dell'annofacevan fare ai loropiù riputati lacchèonde vedere chi lo aveva piùabile e più veloce. Quel giovinetto era dunque diventato unaspecie di celebrità del suo cetoe siccome era diun'avvenenza non comunech'egli accresceva vestendo la livrea dilacchè con un'eleganza insolitacosì veniva da tutti igrandi signori e accarezzato e regalato abbondantementema ilgiovinettodi mente svegliata ma di trista indoleera stato guastoda tante carezze e da tanta fortuna. Essendo manesco e rissosoadogni momento il padroneche gli voleva benebisognava pagasse lebussele bastonate euna voltapersino una coltellata cheubbriacoaveva appoggiato ad un collega nell'acciecamento di unarissa. Essendo discoloe ch'era peggioessendo belloaveva messo amal partito più ragazze del popolo; e il padroneil qualeaveva della debolezza per quel fanciullocresciutogli in casa da unvecchio carrozzieres'era trovato costretto più d'una volta apagare indennizzi e a far sospender reclami. A tutto ciòaggiungevasiche diventato anche giuocatore e non bastandogli piùnè il salario nè le mancie ordinarie e straordinarieeavendo debiti di giuoco da pagareun giorno rubò alcunemonete d'oro al padrone; fatto cheper non essere stato scopertorinnovò più volte; ma alla fineessendo caduti isospetti su di lui ed essendo stato perciò tenuto d'occhiofuvisto una mattina da due servitori entrare bel bello nella stanza delsignor marchese mentre dormivaprendere una borsa da un tavoliere evuotatala per una buona metàmettersi il danaro in tasca. Fuallora cheriferito e provato il furtoil giovane lacchèvenne scacciato sui due piedi dalla casa F...
Ilmarchese vietò ai due servitori di raccontare il fatto inpubblicoe per qualche tempo continuò il salario al giovaneSuardiil qualetrovandosi ozioso e fuggito da tuttiognuno puòpensare come potesse avviarsi al ravvedimento. Se non chenell'occasione di una corsa straordinaria avvenuta a Milano tra ilacchè delle varie città di Lombardiaessendo quei diMilanoper esser mancato l'intervento di luirimasti gli ultimicon grave offesa della gloria municipaleil giovane Galantino siofferse allora di battersi coi tre lacchè vincitorii qualeeran di Bresciadi Cremona e di Lodi; e la sfida andò dimanierache la gloria di Milano riuscì per virtù sua arimettersi al primo postotanto che egli ricevette doni da tutte lepartie si rifece in gala. — Inoltreper quella vittoriaungran signore di Napoliche era venuto allora a stare a Milanopreseil Suardi al proprio servigiobenchè dopo pochi mesi loavesse licenziatoonde il giovane ritornò presto alla vitascioperata di prima. — Ora la contessa Clelia aveva veduto moltevolte quel giovinetto lacchèe anch'essapur nella suaseverità scientificaaveva applaudito e di cuore a' trionfidi luicome avean fatto tutte le dame alle qualicom'ènaturaledoveva essere simpatico quel giovane così bello ecosì alacre. — È dunque facile a comprendere comead onta del veladone di broccato e dei due orologi e delle ricchetrine e della parrucca ad ala di piccione e del cappellino a trepunte listato d'oroe di tutta quella trasformazionedell'abitinosuccinto di lacchè all'abitone prolisso di gentiluomoa leifacesse colpo quella figura e quella faccia veduta tante volte;faccia caratteristica quant'altra maiperchè ad un profilofinissimoad una bocca quasi da fanciullaad un incarnato bianco erosatoche parea quello di una educanda non ancora trilustrefaceancontrasto due occhi nerivivacissimi e pieni di fuocoma d'untaglio così traditore e d'una luce tanto sinistrache a lungolasciava disgustato chi lo guardava.
Cheil giovane Suardiossia il Galantinocome veniva comunementechiamato a Milanoda questa città fosse passato a Venezianon ci era nulla di straordinariosebbene non fosse questo il luogopiù adatto alla sua professione di lacchè; ma quel cheragionevolmente doveva promuovere di grandi sospetti era quellosfoggio repentino del suo abbigliamento e quell'aria diprofumatissimo gentiluomo ch'egli si dava. La contessaquando lovide la prima volta sul pontepensò ch'egli avesse fatto unagran vincita al giuocoe bizzarro qual era e amante della eleganza edel lussocome ne aveva dato un saggio anche a Milano pur nell'umilesua livrea di lacchèattendesse allora a gettare i guadagniin fretta e in furia nel recitare per poco tempo la parte del gransignore; ma a questa prima congettura ne tennero dietro delle altreessendole nota la cagione per cui era stato cacciato dalla casa F...e fece così altri sospetti di più grave natura. —Quando poi s'accorse del motivo pel quale più volte al giornocapitava su quel pontee vide la giovane Marina Zen aspettarloansiosa al balconee una nottegettargli anche un letterino;fremette d'indignazionee sentì una pietà profonda perquella giovinettachecedendo alle prime effervescenze del sangueed agli arcani desiderj del cuoresi era lasciata cogliere da quelvago aspetto di giovaneonde impaziente lo attendevae mestissimalo vedeva discendere dal ponte e dileguarsi. — Donna Clelianella sventura congenere in cui versavaaveva trovata quella nuovasollecitudine per i pericoli altruie un timore sinceramenteaffannoso che una fanciulla sbocciante allora allora dall'infanziacresciuta in tanta distinzione di natalibella e fragrante come unarosaingenua al punto di abbandonarsi all'insidia per nonsospettarlafosse per cadere negli avvolgimenti di quel furfantemascherato.
Lospiritola bontà e il senno di donna Paola erano in quelpuntotrapassati nella contessa; tanto riuscì efficace ilcontatto della virtùche per lei fu una consolazionel'imitarla.
Dadue notti il giovane Suardiquando tutto dormivaentrava nel rio ingondola; la fanciulla veniva ad una finestra del pepianocomela chiamano i Veneziani; ed egli salendo al di sopra del felzealzandosi in sulla punta de' piedie protendendo la manopotevatoccar quella della fanciulla chevolendo e disvolendopur glielaconcedeva. La contessa Clelia stava in sull'alie se non s'intromiseprima in verun modo fu perchèdopo pochi minutiin quelledue nottila fanciulla erasi ritiratail giovane era discesoe lagondolamovendo muto il remoerasi dileguata. Pur quelle visitenotturnecontinuandopotevano esser causa d'irreparabili sventureonde la contessa pensò che fosse debito suo il vegliareassidua e attenta. E in fattiin quella notte in cui abbiam visto lacontessa Clelia al balcone mentre le scintillava il pianeta di Giovein sulla testaquel Giove tanto abile a trasformarsi per tendereinsidie alle giovani beltà più celebrate dellamitologia; nel punto che si smezzava in seno la passione propria e lapietà per la passione altruis'accorse della gondola consuetache procedeva nel rio; e di lì a pocoferma che fu lagondolavide affacciarsi la Marinae tosto impegnarsi un dialogosommesso e una corrente elettrica di sospiri affidati all'aria. IlSuardi stavacome di solitosul felze; maad un certo puntocomeun leopardo che spicchi un salto traditoregettò una corda albalconee di slancio fu al contatto del viso della fanciulla. Se nonchequasi contemporaneamentesi spalancarono a battererumorosamente sui marmi le imposte della finestra del palazzodirimpetto; e il Suardi sentì una voce squillante di donna agridargli: Galantino! La fanciulla si ritrasse e chiuse ivetri; egli si volse a saettare la pupilla ardentecome un serpeinferocito percosso nella coda. Il raggio della lunaper unadivisione che era tra palazzo e palazzopenetrato allora nel rioilluminava la finestra dove stava ferma donna Clelia in tutta lamaestà della sua faccia di Minerva. Ci fu un istante diprofondissimo silenzio e quasi terribile. Il Galantino ravvisòla contessa.



XI


Tantola contessa che il Galantino stettero per qualche tempo immobili eperplessila prima al balconeil secondo sul felze della gondola;donna Clelia fu molte volte in procinto di parlaremolte volte ilGalantino fu tentato di avventare ingiurie a quella che in cosìmal punto lo aveva sorpreso. Il pensiero però di essere statoriconosciutolo aveva colpito in modo che gli tolse il coraggio e lasfrontatezza; onde senza dir nullasaltò dal felze alla poppae mosse la gondola. Allora la contessa si ritrasse assai turbataperchè dopo la prima compiacenza d'aver salvata una fanciullainespertagli sorvennero i timori per sè stessa; poichében conoscendo l'indole tristissima di quel giovinettoriflettevachenella condizione in cui ella trovavasida quell'incontrodisgraziato potevano derivarle altri guaj. Donna Clelia non sapevache in parte come stessero e camminassero le cose a Milanoe ciòpel carteggio che teneva con donna Paola Pietrala quale da un latoprudentemente le taceva alcune cosee dall'altro non poteva conoscertutto nemmeno essa. La contessa aveva dunque raccolto dalla terzalettera l'arresto di Lorenzo Brunitutore della Gaudenzi; avevamaravigliato al racconto della maschera di cui era stata la vittima;si era consolata al pensiero che Amorevoli era ancora in prigione;che sorta di consolazione! ma il cuore umano è fatto così.Aveva saputo le pratiche che in sui primi giorni i parenti di leilamadreil marito avean fatto per tentare di venire sulle sue tracciema come s'eran poi racquetati. Se non che donna Paola aveale scrittoche a Milano correva qualche vocenon sapeva poi in che manieradella sua dimora nella città di Veneziae che peròattendesse a stare nascosta e ritirata; che in ogni modo le avrebbefatto noto prestissimo se potesse trattenersi a Venezia con fiduciao le fosse necessario rifuggirsi ad altro luogocon maggiori cauteledi quelle che si erano usate prima. Non è dunque a direquantodopo avere appagato lo slancio generoso della sua pietàsi pentisse del non essersi saputa misurare e tener nascosta pur nelmomento ch'era accorsa all'altrui soccorso. Se avesse saputo chenell'intenzione di tutto il patriziato amico de' suoi parentisidesiderava invece che ella stesse lontana da Milanoe si fingeva dinon conoscere dov'ella si fosse ricoverataperchè alle loromire giovava il supposto che Lorenzo Brunipiù che dellacontravvenzione alle leggi sulle mascherefosse colpevole d'unrapimento eseguito da altri per conto suonon si sarebbe dato tantoaffanno dell'essersi fatalmente incontrata coll'ex-lacchè dicasa F... Del rimanentese donna Clelia poteva aver qualche timoredella presenza del Galantino in Venezianon è a dire quantocostuidopo il sobbollimento della prima sorpresae dopo la primafuriamaledicesse cento volte la coincidenza del trovarsi labellissima giovinetta Zen nel palazzo dirimpetto al quale dovevavenire a dimorare la contessa Clelia V... Ma ciò che lo cocevae gli metteva in cuore di strane paurechè ben egli sapevacome stavaera quell'essere stato sì tosto riconosciutotrasvestito qual era e pur fra l'oscurità; onde mille altrisospetti gli entrarono nell'animo.
Perquanto il Galantino della pravità avesse tutta la naturalevocazione e la sfrontatezzae fosse di quelle complessioni fisichecosì perfettamente costituiteche non sono accessibilinemmeno ai turbamenti morali; talchè ai disappuntiaglisfregial disonorealla cattiva fama aveva fatto il callopure nondormì troppo tranquillo in quella notte. Alla mattina peròsi rinfrancò tutto quantochè coll'aria fresca cheveniva dalla terraferma gli sorvennero anche i secondi pensieri. E simaravigliò di non aver considerato a tutta prima lecircostanze speciali in cui versava la contessa Clelia V...; poichèanch'egli conosceva la storiella di Milanoe la fuga di leiecom'ella se ne stesse in Venezia di contrabbando. Perciòd'uomo assalito qual egli erapensò di farsi assalitorecangiando in sull'istantesul campo di battagliae tattica estrategia; e d'una in altra cosa fermò il partito di recarsi afare una visita alla contessa. Nessuno può imaginarsi lastraordinaria svegliatezza della mente di quel tristo giovinee ilcolpo d'occhio onde sapeva scansare i pericoli nel punto diaffrontarlie comead onta di così poca età e di unaeducazione sì rozzaavesse il senso di quelle cose che nons'imparano che cogli annicolla squisita coltura e con una granpratica di mondo. Aveva poi una memoria prodigiosa e una facilitàstrana d'apprenderetantochèper venire ad un esempioinquel mese da che stette in Veneziasi era impadronito d'una buonametà del dialetto veneziano e già ne faceva qualchesfoggio pe' suoi fini. Non è poi a dire come della propriabellezzadi cui non s'invanivama che valutavaquasi a prezzi distimaaveva stabilito di cavare quel partito che altri trarrebbedalla ricchezza e dalle altre facoltà che hanno peso e misura;sicchècontando sulla forza qualche volta onnipotente d'unbell'esterioreaveva pensato che a lui sarebbero state lecite tantecoseche agli altri potevan venire ascritte a colpa. — Perciòaveva gran cura della propria bellezzae dell'incarnato delleproprie guancie; e dei denti bianchissimiche puliva e curava collasollecitudine del soldato il quale sfrega col pomice la bajonettanon per amore della bajonettama perchè gli deve servire infazione. — La natura insomma aveva largito a lui tutti i suoidonima egli aveva condotto le cose in modo da convertirli tutti inaltrettante armi d'offesae ciò senza nemmeno averne avuto unproposito deliberato; sibbenetorniamo a ripeterloper quellapravità irresistibilmente attiva della sua naturache solosarebbesi mitigatao fors'anco si sarebbe tramutata in qualche altracosase avesse avuto un'altra nascita e un'altra educazione. Alloranon sarebbe stato il Galantino piè-veloceladro e truffatorecome lo vediamo indicato nelle carte che abbiamo sott'occhiomasarebbe riuscito un gemelloper esempiodi Fouché o diTalleyrand. A quell'ex-lacchè travestito occorrevano molte oredi toaletta; e in quel mattino adoperò la pomata di riservaper poter far visita con un certo successosecondo luialla signoracontessa.
Vestìpertanto l'abito più sfarzoso che aveva; un veladone ampiodi velluto nerotutto tempestato di puntine d'orocol panciottod'una stoffa a duplice trama di fil d'argento e di fil di setaazzurrache dava molteplici combinazioni di luced'ombra e dicolori ad ogni screzio di piega; coi calzoni corti di spinoneaventilegacci di velluto a punte d'oro come il veladonee fibbie dibrillantini; tutto il resto faceva corredo e complemento rigoroso alvestito principale.
Nonsolo adunque aveva adottato lo sfarzo e la ricchezzachè aciò poteva arrivare in ventiquattr'ore qualunque villicoarricchito; ma nelle stoffenei colorinel disegno de' ricaminell'eleganza totale dell'acconciaturametteva l'intelligenzadell'uomo squisitoe persino il colpo d'occhio dell'artistatalchèpareva un cavalierino che tenesse il privilegio del buon gusto dallungo uso della ricchezzadalle continue consulte col sartodaiviaggi a Parigiche allora era il quartier generale della modae loera diventato fin dal tempo di Luigi XIVche gli storici sisentirono obbligati a chiamar grandeforse per non averpronta in quel momento un'altra parola. Ma venendo ora al fattoquando il Suardi fu bene in assettodalla casa ove dimoravapressoal palazzo Pisani in campo san Stefanodiscese al rioovel'attendeva la gondola con un gondoliere in livreaal qualenell'entrar sotto il felzegridò: — Casa Salomon.Allorchè la gondola si fermò davanti allo scaglione diquella casaGalantino diede al gondoliere un breve portafoglio diseta legato con nastrifuor del quale spuntava una cartolina.Alloracome ognun sanon c'eran biglietti di visita propriamentedetti e propriamente fattima c'eran i loro precursori; e giacchèera il secolo delle eleganze più profumate e delle caricaturechi voleva farsi annunziare a qualcuno per una visitafacevapresentare al guarda portoneperchè lo facesse avere alpadrone della casaun bigliettino su cui scriveva il proprio nomeil qual bigliettino veniva sempre collocato in un portafoglioin unastuccioin un vezzo qualunque; e tali vezzi qualche volta avevanoun gran valoreessendo d'argentod'oro e persino ornati di pietrepreziose; a seconda della ricchezza del visitatoree del bisogno cheaveva di rendersi gradito e d'imprimersi bene nella memoria di chivoleva visitare; perchè era di prammatica che il padrone o lapadrona di casatolto il fogliettoe letto il nomesi tenesse ilvezzo per sècome pegno e come dono. Il Suardiche conoscevatutte queste bizzarie della modaaveva creduto bene di farne uso inquell'occasione. Il gondolierechiesto pertanto della signoracontessa V...presentò al servo il portafoglio di seta (laprammatica non voleva che in una prima visita si sfoggiassero imetalli fini e le gemme). Il servoil quale era stato indettatodalla padrona di casa fin da quando la contessa le era stataraccomandatarispose non saper nulla di quel nomema che avrebbefatta l'ambasciata alla padrona stessa. Questa era in casae disse:— Va dalla contessae domanda a lei quel che si ha a fare. Dalnome che è lì dentro ella piglierà norma. Cosìentrato il servo nell'appartamento della contessa e fattoseleannunziarele presentò il portafoglio di seta; la contessalevò il fogliettoe lesse — Galantinoper dueparole. — Rimase stupita e sconcertata. Il servoch'era aparte degli arcanile chiese se avesse a licenziare il gondoliere.La contessa non sapeva che risolvere; fremeva e arrossiva al pensierodi dover ricevere una tal visita. Dall'altra parte temeva arimandarlo; peròdopo molte titubanze:
—Fallo entrarerispose.
Galantinoad onta della sua baldanzastava pure in gran paura non gli venisseun rifiuto dalla contessa: perciò quando il suo gondoliere ela livrea di casa Salomon gli dissero di restar pure servitobalzòfuori dalla gondola tutto pago e colla sua baldanza raddoppiataes'avviòpreceduto dal servoall'appartamento della contessaannunciato lungo i corridoj e le vaste anticamere dallo scricchioliodelle sue scarpe di sommacco. Quando il servo spalancò ibattenti dell'uscio della sala ove stava la contessaegli sitrattenne in gran rispettosulla sogliacurvando il tergo echinando la testa fin quasi alle regioni dell'ombilicodi modo chel'elegantissimo fodero della sua spadaalzandosi in quel movimentoveniva colla punta a trovarsi a livello della testa. La contessaCleliastando in piedicolla mano dritta appoggiata ad untavolierecome una regina Elisabetta in atto di dare udienzachinòleggerissimamente il capoin maniera però come s'ellatentasse d'ingannare sè stessa sulla realtà diquell'atto. — Ma Galantino alzatosi tostovarcò lasogliae fu nel mezzo della salafaccia a faccia con donna Clelia.Il servo si ritrassenè la contessa gli osò dir difermarsi. quantunque ne avrebbe avuta tutta la volontà. Passòqualche momento in cui Galantino stette aspettando che donna Cleliasi ponesse a sedere; ma quando vide ch'ella non movevasisenzamostrare il benchè minimo disdegno a quell'attitudine diregina in tronocon una disinvoltura piena di garbo e con un sorrisodolcesebbene un po' affettatole offerse egli stesso una sediarompendo in questi termini il silenzio:
—Signora contessaio non sono più il Galantino di Milanosonoil signor Andrea Suardivenuto a fermar la mia dimora a Veneziaperchè quisecondo il mio gustosi spendono meglio i danarie si gode meglio la vita. La fortuna mi è stata favorevoleele carte e i tavolini verdi hanno fatto venire nelle mie mani ildanaro altrui. Oggi sono benestante e ricco...; col tempo poi non èaffatto improbabile ch'io diventi anche nobile. Conosco due o tre quidi Veneziache cent'anni fa attendevano al miglioramento delle carnisuinema che per aver fatto in processo di tempo un prestito allaserenissima repubblicaoggi son nobilidell'ultima qualitàquesto s'intendema nobili in ogni modo. In quanto a me poil'assicurosignora contessache del mio passato appena mi ricordo.
Cosìdicendoe porgendo la sediacol gesto pregava donna Clelia a volersedere. Per quanto la contessa sentisse dentro di sè sdegno edisprezzo e persino paura di quel vezzoso serpente che le stavadavantipure si lasciò per il momento quasi deviare e placareda quell'aspetto così vago e sorridenteda quell'eleganzacosì profumata; credevama senza che nemmeno sapesse formularla cosa a sè medesimache quel volto genialeque' modieleganti e quel ricco vestito costituissero come un muro di divisionetra lei e l'abbiettezza e la tristizia di quel giovane. — L'uomoè così fatto: anche il più sapienteanche ilpiù astuto ama lasciarsi ingannare dall'apparenzaancheallorquando sa benissimo che di sotto sta il marcio. — Lacontessa dunque accettò la sediae dirimpetto a lei si pose asedere il Galantino.
—Mi rincrescedisse allora questich'io debba incominciare il miodiscorso con un rimprovero... e sorrideva maliziosamentementre lacontessaabbassando gli occhinon rispondeva. — Che malefizioegli è poiseguiva il Galantinoperchè lo si debbarompere in due da chi veglia a notte tardache malefizio puòessere egli mai che un giovinottoil quale non è ammogliatofaccia la sua corte ad una ragazza che non è maritata?
Efece un'appoggiatura su questa parolae nel pronunciarlatutto ildolce che prima avea tentato di accumulare nella sua vivace pupillascomparveper lasciar intravedere un guizzo di luce sinistra eserpentina.
Lacontessatutta rimescolata a quelle parolealzò di repentegli occhi che aveva tenuti abbassatie li fermò con tantaserietà negli occhi mobilissimi del Galantinoche questipensò di ammorbidire la lamae di darle una piega.
—Io non aveva cattive intenzioni (continuava)e non ne ho; ma checolpa è la mia se quella ragazza è la figlia del conteZen? poichèvenga il diavolo a portarmi viama posso giurareche aveva tanto la testa ai tavolini verdi in questi giornich'ionon pensavo a ragazze; ma colei mi parlò tante volte e cosìchiaro con que' suoi occhi da penna di pavoneche a non tenerledietro e a non accompagnarla per vedere dove fosse il suo palazzosarei stato una gran bestia.
Illettore si avvedrà come lo stile di queste ultime parole diGalantino faccia un po' di sconcordanza coi modi eleganti del suoprimo presentarsi; ma un giovane che era nato da un carrozziereedera cresciuto tra le gambe de' cavallie dai dieci ai vent'anni nonaveva fatto altro che correrefacendo a gara con essibisognavabene che di tanto in tantoa sua insaputae ad onta della suastraordinaria attitudine a saper uscire da sè stessolasciasse tuttavia trapelare fra poro e poro l'acre odor di cipolla.
Senon che la contessa non lo lasciò continuaree soggiunse:
—In conclusioneper qual fine voi oggi siete venuto da me?
—Per due oggetti.
—Quali sono?
—Uno è dedicato all'ottima signora contessae s'inchinò;l'altro deve fruttare interamente per me; e del restouna manolava l'altra.
—Non vi comprendo affatto.
—Mi lasci parlaree vedrà la signora contessache forse leverrà fatto di capirmi.



XII


Aqueste parole donna Clelia si alzòfece alcuni passie sirecò in sull'usciocon aria sbadata in apparenzama pervedere se qualche servitore fosse lì presso; poi ritornòall'obliqua scherma di quel dialogodisposta a parlar chiaro e a nonlasciarsi intimorire.
—Sentiamo dunqueella dissequal'è la cosa che pretendeteusufruttare per voi.
—Una cosa semplicissimasignora contessaed è questachedal momento che in Venezia ella è la sola che sappia quel cheio sono stato una voltavoglia così aver la compiacenza dinon guastare con delle importune rivelazioni la mia condizioned'adesso. La qual cosa spero che la signora contessa non mi vorrànegareanche per riguardo a ciòchese ioper esempioandassi a Milanoe qualcuno mi chiedesse dove sta al presente donnaClelia V... io non avrei certamente l'obbligo di tacere; e alloraache scopo mettersi in carrozza; e correre a rompicollo per toglierela lena a chi poteva venir dietrose il signor conte non dovesse faraltro che attaccare i cavalli di postanoleggiar la gondola diMestree venire a Veneziaa ripigliarsi la sua moglie?
—Parliamo di voidisse allora con piglio assoluto la contessa; di voie de' vostri bisognie lasciamo agli altri la cura dell'altre cose.— Il Galantino fu punto dall'accento altero più che dalleparole di lei; onde si alzò anch'essoe volendo comeinsegnarle ad essere un po' più umileassunse un faretriviale e sguajato.
—Ma sapete però ch'è bellasignora contessa?... ditante donne e gentil donnedi tanti guarnelli e guardinfanti chestanno a Milanochi avrebbe detto che la più fredda dovevaessere la più caldae che le balzane meglio impiombatedovevano poi essere le più leggiere? Peròbisognaconfessarlola signora contessa è stata di buon gustoevivano gli artisti da teatro; anch'ioper esempiose trovassi unadonnetta di quelle che s'imbellettano in camerinopotrei mettere daun canto la contessina biondae appagare così i rigori dellasua protettrice.
—SentiGalantinovuoi tu ch'io suoni il campanelloe dica alservitore di condurti alla gondola? Bada che in questa casa capitanopatrizj del Gran Consiglioprocuratori e avogadorie se io dicessiloro chi sei tu e chi eri tu e cosa tu hai fattoe come tu vesta dagentiluomo essendo stato un lacchèper tentar le figliuoledei nobiluomini venezianipresto ti metterebbero al bujo; a Veneziasi fa prestoe sarebbe per loro un tratto d'indulgenza a scrivere alSenato di Milano; e siccome chi si traveste e si vende per quello chenon è mette di grandi sospettinon so quel che il Senato diMilano farebbe di te quando il Senato di Venezia pensasse aconsegnarti al Pretorio del confine del ducatoperchèt'inviasse dritto al Capitano di Giustizia! Sappiche il tuo nomepassò per più bocche la notte che i servitori di casaF... vider l'ombra d'un uomo a fuggire dalla stanza del marchese...
Questeultime parole furono di tanta forzache il volto del Galantinocorrugato allo schernosi spianò a un trattocome se gli sirilasciassero tutti i muscoli; e il colore incarnato e vivaceper laprima volta forsefuggì da quella faccia tanto bella quantosfrontata.
Oraconvien sapereche tra i molti sospetti venuti alla contessa sulconto del Galantinoquando lo vide per la prima volta a Venezia inquello sfarzofece presa nell'animo suo anche questoche laricchezza di lui fosse la conseguenza di quel delittoe ciòper la ragioneche la mattina del giorno successivo all'arrestodell'Amorevoliquando a tutti quanti in casa V... parevainverosimile e assurdo che il tenore potesse aver avuto interesse aquel trafugamentoun servitore tra gli altrientrò a dire:Scommetterei che è stato il Galantino. Quel sospettogettato là da un servitore parve una gran sciocchezzaperchèfu subito fatto osservare che il Galantino non avrebbe mai fatto losbaglio di aprire uno scrigno dove non v'era che della carta scrittaessendo noto il suo attaccamento sviscerato all'oro e all'argentosonante... e una risata generale mandò per allora quelsospetto agli atti di casa V...donde non era mai uscito oalmenonon ne era uscito in modo da poter viaggiare sino al Pretorio. —Orache la contessain quelle strette di cuore e in quella febbred'amoreavesse dovuto occuparsi di quell'indizio criminaleillettore sarà abbastanza ragionevole per non pretenderlo. —Ma quelle parole del servitore— Scommetterei che èstato il Galantino — parole che erano scomparse affattodalla memoria della contessale si riprodussero tali e qualiallavista di lui in Veneziacome quando torna a dar fuori una macchiauntuosa non ben lavata dalla saponaria. Non gliene avrebbe peròmai fatto motto in quel dialogose il Galantino non l'avessestuzzicata con quella baldanza (e qui fece un errore indegno di lui)baldanza che una dama di condizione non poteva sopportare. Dopotuttoconvien confessare che la contessa si comportò con piùfermezza e colpo d'occhio di quello che si sarebbe potuto aspettare;onde ci pare non sia sempre vero che lo studio della scienza deicorpi celesti tolga agli intelletti la facoltà di saperdistrigarsi bene anche delle cose terrestri.
Intantoperò il Suardi aveva avuto tempo di ricomporsie insieme colcolore che gli era tornato sulle guanciegli ritornò anche inpetto la fidanza; per la quale riprese di nuovo il fare squisito delgentiluomo che aveva dimenticato per un momento con tanto suo danno.
Purtroppo un piè messo in fallo può balzare dall'amenitàdi un luogo montano in un precipizio.
—Signora contessadisse poiella mi fa tortooper dir meglioella fa torto a sè stessadando luogo a sospetti di similenatura. Che ho a far io col defunto marchese F...? che interessi milegano a lui? poichèse non mi fu riferito il falsocredoche si tratti di un testamento...; ella dunque vede benesignoracontessache egli è vero ch'io fui il suo lacchèechese quel signore ebbe qualche vanto al mondofu per aver avutoil primo lacchè di Lombardia a' suoi servizjma ciònon fa ch'io sia un suo parente.
DonnaClelia tacevama nella sua testa era penetrata la convinzione chequel che aveva sospettato era vero.
Nellabilancia della giustizia legaleil rossoreil pallore e losmarrimento sono imponderabili morali; ma nella bilancia dell'uomovalgono più della stessa colpa confessata.
Benequalche volta dà il caso chenelle nature eccessivamentesensitiveil rossore ed il pallore compajono per quelle arcanemovenze dello spiritoche si conturba pur al semplice annunzio dellecolpe altruima ciò non poteva succedere in quella natura dicuoio del lacchè Galantino: il qualese potèsgomentarsi alle parole della contessafu perchè eratutt'altro che preparato a sentirlee la sorpresa lo rovinò;chèsotto il lavoro immediato della sorpresal'uomo disolito smarrisce il suo carattere abituale.
Maalle parole del Galantino così rispose la contessa:
—Io ti dico quel che si pensa di te a Milanonon già quelloche ho pensato ionè che penso adesso. Io non sono lagiustiziae basta che io pensi e provveda a me. Ti dico soltanto chepuò bastare un sospetto a perdere un uomoe che perciòti giova arar dritto e prudentee non immischiarti colle famigliepatrizie di Venezia e non toccar le loro figlieperchèl'orgoglio dei Veneziani è taleche guai se scoprisseroquello che tu sei... chè d'uno in altro fatto... sipotrebbe... tu mi comprendi...
—Obbligarmi a non far la corte a nessuna delle belle patrizievenezianerispose il Galantinoè un pretender tropposignora contessanè io so se in questoquando mai sipresentasse una bell'occasionepotrò accontentarla. Pur d'unacosa trovo che è mio dovere l'esaudire i suoi desiderj;perchèse la signora contessa conosce la famiglia Zen e ne hapreso a proteggere la bella figliuolaio mi asterrò da questapraticasicuro per altro di far un gran dispiacere alla ragazzadelqual dispiacere voglia ellasignora contessapigliarsi tutta laresponsabilità.
DonnaClelia non risposee il Galantino si licenziògraziososorridente e gajoin apparenzacome un damerino a cui la damaadorata gli avesse detto di sperare.
Quandola contessa rimase solachiamò il servitore cui raccomandòdi non lasciar mai più entrare quel signorepoi si mise afare tra sè e sè una consulta su ciò che glirestava ad operare in quella circostanza.
Pensòa quello strano e quasi inverosimile concordo di accidentipelqualein un modo lontanissimo da tutte le previsioni imaginabilivenne a scoprireo credeva almenol'uomo che era fuggito in quellanotte fatale dalla casa F... e da cui era nato tutto il parapiglia. —Per quanto però ella ne tenesse la convinzionee a sèstessa avesse potuto giurare che il Galantino e non altri eral'autore del trafugamento; pure rifletteva che la convinzione moraleè una cosa troppo lontana dalla certezza fisicaper potercosì di leggieri mettere nelle mani della legge inesorabile ungiovane cheper quanto fosse tristo e avesse tutta la capacitàa quel delittopure non si poteva assolutamente escludere dallapossibilità la sua innocenza in quel caso speciale.Considerava poi che non era facile a trovare la cagione verosimiledel trafugamento consumato da quell'ex lacchè di casa F...;perchè e documenti scritti e testamenti non avevano nelle suemani nessun valore utile per lui. Ella sentiva inoltre un'avversioneinvincibile a farsi denunziatrice di un fatto a danno altruianchedata la piena certezza della colpaanche data la certezza cheatacerlasi potesse recar mali gravissimi ad altri. Son le solitelotte dell'intelletto e della logica col dominio del sentimento o diquei sentimenti chegenerati da controversi principj e dapregiudizjsi piantano nel cuore dell'uomo a trattenere i consiglidella ragione e della coscienza. Siccome poi la comparsa in giudiziodel lacchè Galantinocome reo imputato del trafugamentopoteva aprir la porta alla prigione del tenore Amorevolicosìl'eccesso di questo desiderio era d'impaccio a donna Cleliala qualeavrebbe voluto che il vero balzasse netto e schietto sul banco delgiudicesenza che ella vi dovesse aver parte. In ogni mododopoaver messo a contatto e in disputa nel suo cervello tutti i pro etutti i contropensò di scriverne alla sua consolatrice econsigliera donna Paola Pietrasotto condizione del piùprofondo segreto.

LIBROTERZO


Ilcapitano di giustizia marchese Recalcati. — I protettori deicarcerati. — Benedetto Arese e Pietro Verri. — Il conteGabriele Verri. — Sistema rigido d'educazione nel secolopassato. — Problema storico. — Pietro Verri e la campanadella piazza de' Mercanti. — Le difese del Verri e dell'Arese. —Lo zio di Cesare Beccaria. — I giuochi d'azzardo e il ridotto diSan Moisè in Venezia. — Una curiosa notizia intorno alSenato di Milano.



I


Primadi partire per Venezia abbiam lasciato donna Paola Pietra che uscivadalle stanze del marchese Recalcati. E quella visita potèrecare un gran benein quel punto segnatamente che il Bruni el'Amorevolinella casa della giustiziaper un perfido giuoco dellasorteerano alle prese coll'ingiustizia. La lettera scrittale dallacontessa nel tumulto della passione le aveva data piena facoltàdi riparare i danni che essa non avea potuto stornare in tempo. Peròdonna Paola assunse quel mandato a rigore di scrupolo e nell'intentodi soddisfare a ciò che era giusto ed onesto in tutti i modipossibili. Si tenne dunque informatissima e delle voci che correvanoin pubblicoe di ciò che facevasi in privatoefin dove erapossibiledell'azione interna delle pubbliche magistrature. Visitatacom'era di frequente dalle persone più distinte della cittàgiunse a subodorare le intenzioni celate dietro alle formalitàapparenti; chè per quantocome dicemmoi processi criminalicamminassero segretipure dov'eran tanti assessori e attuari escrivaniuscivano un po' per volta a circolare tra pubblico epubblico le cose che più volevano tenersi nascoste. DonnaPaola seppe dunque che il parentado della contessa aveva gettato idadi opportuni per far credere ch'ella fosse vittima innocente diqualche terribile intrigo; seppe inoltre che sulla contravvenzionealla legge commessa dal Bruni si volevan edificare altri supposti edaltre coseperchè colui dovesse pagare i debiti di tutti. Delresto donna Paola era quella precisamente che doveva conoscere piùd'ognuno (e il cuore le faceva sangue rammentando il passato) come lospirito di corporazione talvoltaa quel tempofacesse tacere lavoce dell'assoluta giustizia. A prevenire cosìin quantodipendeva da leile conseguenze possibili di quelle obliqueinsinuazioniaveva risolto di far visita ella stessaall'illustrissimo marchese Recalcatiche aveva fama d'uom dotto e direttissime intenzionima per modestia e per bontà erad'indole pieghevolissimae cedeva facilmente a chi stava o piùin su di luiod era pari a lui per grado di magistraturae losoverchiava poi per ostinazione di principj e d'opinionie persuperiorità di ingegno e d'eloquenza. — Donna Paolasapeva poi che i membri del nobile collegio dei giureconsultie igiudici e i senatori (eccettuato qualche uomo specialmente rigidoequel senator Goldonipensando al quale essa fremeva ancora)presiad uno ad unoquando la loro testa e la loro coscienza moveva liberae nell'atmosfera sgombra della giustizia legaletemperata dallagiustizia moralesentivano e vedevano e desideravano e comandavanoil vero benema poiquando si fondevano in quella formidabile unitàdel collegio e del Senatosovente venivano a comprovare quanto fossevera la sentenza ciceroniana de' Senatores boni viricon quelche segue. — Armata dunque di tutti questi dubbj e di tuttiquesti sospettiper tacere del senno e dell'esperienzadonna Paolasi recò negli uffici del Capitano di giustizia. Quando almarchese Recalcati fu annunziata la sua visitainsieme collameravigliaprovò qualche sensazione che non era tutta dipiacerechè ben conosceva anch'esso quella celebre evenerabil matronae la di lei carità operosa e vigile; esapeva inoltre come colei non facesse mai passo che non fosse percosa della più grande importanzae cheallorquando ella siproponeva un fineanimata qual era dalla convinzione e dall'amoredel benenon si rimanesse mai a mezza viaper qualunque ostacoloincontrasse. È poi ad aggiungerechein quel giorno dellavisita di donna Paolala coscienza di quell'ottimo magistrato nonera tranquillissimaonde in tutto ciò che gli si presentavadi straordinariogli parea come d'affacciarsi in un rimprovero
Nulladimenol'illustrissimo signor marchesequando donna Paola Pietra entròle mosse incontro con atto di profondissimo rispettoe avanzato dipropria mano un seggiolonela pregò a sedere.
—Qual grave affaresoggiunse poiha determinato la signoria vostravenerandissima a venire in questa casa della colpa e della sventura?
—Il desiderio appuntoillustrissimo signor marchesed'impedirequalche possibile sventurae di stornar qualche colpa. Ma di unacosa io le debbo innanzi tutto far domanda.
—Parli.
—Vorrei sapere se il signor marchese può ascoltarminon nellasua qualità di capitano di giustiziama come semplice eprivatissimo gentiluomoe al bisogno farsi depositario di unsegreto?...
—È un segreto relativo alle cose della mia carica e alla sortedi coloro che dipendono da me?
—Esso è tale appunto.
—Allora debbo direche se dal fatto che mi venisse rivelatopotessecangiarsi ed anche semplicemente modificarsi lo stato di qualcheprocessoio non potrei più in coscienza conservare ilsegreto.
DonnaPaola stette per qualche momento silenziosapoi disse:
—Parlerò in ogni modo.
—Io sto ad ascoltarla.
—In queste prigioni son detenuti da qualche tempo un tale Amorevolicantantee un tal Bruni Lorenzo suonatore di violino?...
IlRecalcati si scontorsee affermò col cenno.
—Orasiccome è facile congetturare (seguiva donna Paola)chela condizione di costoro può migliorare o peggiorare a secondadelle rivelazioni che qui dentro potessero penetrar dal di fuoricosì venni precisamente a farle una rivelazioneche puòdi subito mandarli ambidue assoluti o quasi... ma il nome ch'io debbopronunziare ha bisogno del massimo riguardoe converrebbe che nonuscisse da quest'aula.
—Vossignoria parli pure con fiducia.
—Il nome è quello dell'illustrissima contessa Clelia V... Seuna strana fatalità non sopravvenivasarebbesi recata ellastessa qui a confessare a V. S. illustrissima com'ella sola fossestata l'oggetto di quella visita dell'accusato Amorevoli. Or io vengoper sua commissione e in nome suo a far questa deposizione appunto.Siccome poi ho sentito a correr tra il popolo la voceanzi lacredenzache quel suonatoresotto la falsa mascheracelasse ilfine di tenderle un'insidia gravissimaed anzi di trafugarla o difarla trafugare; così vengo ad aggiungere che la contessa èfuggita di sua piena volontàsenza aver piegato adinsinuazione d'altricol fermo proposito di abbandonare una casadovesecondo leinon poteva più vivere. Delle quali cosepotrò a suo tempo ed a richiesta della signoria vostraillustrissima esibire le prove.
—Ma dove s'è rifuggita?
—V. S. illustrissima non ha mai sentito a parlare di questo?
—A me finora non consta nessun fatto preciso. Molte voci ne corsero.Ma sa ellarispettabile signoradove di presente si trovi lacontessa?
—Siccome una tale notizia non giova nè nuoce a nessunoesoltanto potrebbe far danno alla signora contessacosì V. S.illustrissima non troverà essere un contrattempo che anch'iopossa ignorarla.
Ilmarchese stette muto per qualche istante; poi disse:
—Io ringrazio di cuorevenerabile donnal'alta e operosa sua caritàper la quale ha voluto venir ad illuminare la giustizia. Soltantodebbo dirle che codesta sua carità la esporrà al graveincomodo d'esser sentita più e più volte in giudizio.
—Ed io sarò sollecitaella conchiusedi far in modo che tuttocorra a vantaggio del vero e del giusto; e ciò detto partì.
Oraquella visita e quella rivelazione cangiò il piano dellaproceduraperchè donna Paola era temuta di quel timore ilquale non è altro che un modo del rispetto. Il capitano digiustizia parlò col vicarioquesto col fratello del conteV...; collegiali e senatori furon sentiti privatissimamentee sirisolse di lasciar che il processo camminasse per la chinasenzapreoccupazionisenza esacerbazionisenza cavilli. Peròfudeterminato chedietro esplorazione degli attii signoripatrocinatori dei carceratida eleggersi all'uopostendessero ladifesa dell'Amorevoli e di Lorenzo Bruni. Del primo fu elettopatrocinatore il conte Benedetto Aresegiovane di non ancoraventicinque annie a Lorenzo Bruni toccò in sorte il contePietro Verriche appena avea varcati gli anni ventidue.
Frai personaggiche sono già molti e saranno numerosissimi diquesta nostra storiae che non tengono da noi altro incaricopurnella loro importanza drammaticache di costituire la moltitudine edil fondo ai veri grandi uomini storici dei cento anni decorsifacciamo oraper la primaavanzare la figura giovanile di PietroVerricome antiste a quella schiera gloriosa di uomini grandiappunto e d'uomini utilii quali e a gruppi e sparsamente e ad unoad uno vedremo sorgerecome alberi di alto fusto tra la fitta selvadelle piante volgari. — Essendoci proposti di mostrare in azioneil più di questi benemeritiper cui Milano e la Lombardiaerispetto a certi elementi speciali della vita pubblical'Italiatutta e persino l'Europa si atteggiò a vita piùrazionalevedrem frattanto il giovane Verri a contrassegnare il suoprimo ingresso tra gli uominicon uno spirito già vigile acombatter le male consuetudiniper cui il secolo non poteva piùreggersie col coraggio ad affrontar tutti gli ostacoli che ipregiudizi della sua casadel suo cetodel suo tempo dovevanoopporgli onde farlo stramazzare a' primi passi.



II


Ilconte Benedetto Areseil giorno dopo che si vide eletto apatrocinatore del tenore Amorevolitrovandosi nelle saledell'Accademia de' Trasformatiprese pel braccio l'amicissimo suoPietro Verrie lo trasse nella libreriadov'era un po' di silenzio.
—Caro Pietromi trovo in un grave imbarazzo.
—Capisco già cosa mi vuoi dire... Non sai da che parteincominciare a scrivere la difesa di cui sei stato incaricato?
—Se tu non mi aiuti mi trovo al punto di rinunciare all'incarico.
Tuttigli amici coetanei di Verri e quelli che erano stati suoi compagniagli studilo avevan sempre riguardato e lo riguardavano come coluiche aveva su tutti un'incontestabile superiorità; acutoargutoepigrammaticovivaceparlatore facilissimoper poco ches'agitasse una questionedi qualunque più lieve cosa sitrattassetirava gli altri facilmente dalla suaoalmenocostringeva tacere gli oppositori; il che se potè stornargliqualche amico che fosse un po' men caldo degli altrise potègenerare qualche antipatiaqualche odiochi ha pratica di mondo selo può facilmente imaginare. In ogni modo per una talesuperioritàtutti lo richiedevano di consiglio.
—Caro Benedettodisse il Verri all'Aresenon far la sciocchezza dirinunziare ad altri il patrocinio a te affidato; perchè se tuti credi in un grand'imbarazzoè questo invece il caso dicavarsela con grand'onore e con poca fatica.
Unadelle qualità caratteristiche del Verri era di non patir quasid'invidia (diciamo quasiperchè è una parolaquesta a cui non vogliamo rinunziaretanto è comoda); provavaesso dunque una gran soddisfazione nel procurare di far figurare benei suoi amici.
—Non so comprendere dove tu trovi sì grande facilità?
—Passano annicaro mioe corrono centinaja di processi prima che sipresenti il caso in cui abbia più desiderio il giudice d'aprirle porte al prigioniero che quasi al prigioniero di uscire; e quelch'è più raro ancorache il giudice sia tanto convintodell'innocenza del costituitoal punto d'indispettirsi che questimantenga un silenzio che è a suo danno.
—Questo lo so anch'ioma che mi fa a me?
—È assai facilecaro miodare a credere al giudice quello cheil giudice stesso pagherebbe qualche cosa per dar ad intendere aglialtri.
—E che ho io da fargli credere?
—Che sia probabileesopratuttoche sia verisimile quel che a tuttaprima pare stranissimo e appena possibile. Fin adesso il tenore si èsempre ostinato ad un sol punto di difesanon è vero? ondeavrebbe sempre ripetutoche passeggiando dopo il teatro e vedendoquel bel giardino di casa V...non volendo perdere l'occasione digodersi tra quelle alte piante un chiaro di luna de' piùlimpidigli venne il ghiribizzo di fare un salto e di passeggiare ingiardino.
—Ma chi può prestar fede a una tale bizzarria?
—Non è detto che una cosa bizzarra non sia una cosa vera. Quista il punto... Quante volte è capitato a mequante voltesarà capitato a tein villadi saltare un fosso per entrarein un parco altruionde guardare cosa c'era di bello e di nuovo.
—Chi non lo sa che un tal ghiribizzo può capitare achicchessia? ma in villama di giorno; non in una cittànondi nottenon nel mese di febbrajo.
—Sia qual tu vuoima tu devi piantarti qui e addurre l'esempio difatti consimili; poi c'è a tener conto della professione dicantantela quale dà il diritto ad esser più mattidegli altri. E poi c'è la vita passata del tenoretutta senzarimproveriper il caso ond'è imputatoalmeno; poi c'èla sua agiatezza e i pingui quartali che vorremmo aver noi giovinottidi famigliache abbiamo i berilli sul borsellinoma di dentro c'èpoco o nullaperchè i nostri buoni padri ci voglion troppobene... non è egli veroBenedetto mio caro? — E poi c'èla sua condizione di forastieroe d'uomo che non è mai statoin Milanoe che per conseguenza non deve conoscer la pianta dellecaseal punto da passeggiarci dentro e passar per le fessure come untopo domestico; e qui non sarà male il mettere un po' diridicolo che faccia rilasciare i muscoli troppo tesi dei magnificisignori senatori. Alle volte val più un epigramma benscagliato e a tempoche tutte e tre le parti d'un'orazioneciceroniana... E poi giànon mi pare che si vorrà startanto sodi sulle formalità; quante volte elle si dimenticanoper peggiorare la condizione d'un galantuomo... A fortiori lesi dovranno dunque dimenticare anche per lasciar respirare libero ungalantuomo... Maper di piùc'è il fatto che iltenore è aspettato a Venezia; e i patrizj venezianiche amanotanto la musicafaranno uno scalpore del diavolo perchè altenore sia data facoltà di cantare a San Moisè... e c'èdi meglio che il tenore è al servizio di sua maestà ilre di Spagnae io so che si è già scritto al re contutte le circostanze mitiganti... e il re scriverà... el'imperatrice ne parlerà al ministro di Vienna... il qualescriverà al plenipotenziario di qui... e... e poi bisognerebbeaver coraggionominar la contessa e tagliar corto e aprir labreccia; e giacchè si è già usciti dallagiustizia per riguardo di leied essi lo sannoquantunque nonvorrebbero farlo sapere all'ariacosì fulminarli con unquousque tandem che non manca mai di fare il suo effettounquousque tandem peròintendiamoci benecondito conattestazioni di gran rispettoe fiancheggiato di magnificentissimi edi eccellentissimitu mi comprendi.
—Io ti capisco benissimo; ma in quanto alla contessa; nemmen perischerzo è a consigliarmi di gettar là qualche cosa sulconto suo. Tu sai che mio padre...
—Ah questi padriquesti padri benedettiche pretendono di pigliarsempre per l'orecchio i figliuolianche quando i figliuoli ci vedonpiù di loro.
Eil giovane Verri si fece serio e tacqueper un momentopoiaggiunse:
—Bastaio son certo che la tua riuscirà una bellissima difesae che la spunteraiperchè ti proteggono il re di Spagnaipatrizj musicanti di Veneziae il desiderio de' giudicii qualiimiteranno quelle dameche nel loro interno sono felicissime di averavuto la sventura d'essere state sorprese da un zerbinottointraprendente e sfacciato. — Ma io sì che tengo i piediin un pantanoda cui sarà difficile uscir nettiperchèse rispetto la verità e la giustizia e la coscienzasonsassate che vanno a cadere sull'invetriate dell'aula deimagnificentissimi senatori; e se mi propongo di lavorar di schermasoltanto per far sentire il suono del fiorettoma senza ferireioavrei vergogna di me stessoe allora sarebbe meglio lasciar ladifesa a un altro.
—Ed io ne' tuoi panni farei questo precisamente.
—Bel consiglio!
—È il migliore...
—E lasciar in balia di qualche scimunito la ragione di quel poverodiavolo di Lorenzo Bruniche ti so dire essere un uomo di propositoe di pensamenti generosi tutt'altro che vulgari! Eppure non èche un povero suonatore di violino; ma quando questo è sano (epicchiava colla punta del dito sulla fronte)e la ragion naturalepuò andar dritta per la sua strada senz'essere trattenutacontrastatadeviata dai pregiudizjoh che sapienza èl'ignoranza!...
—Ma e che dunque ti proporresti di fare?
—Nient'altro che mettere la mia coscienza nel vuoto pneumaticoeliberarla da tutta quella pesantezza che le potrebbe derivare dairispetti umanie allora...
—E allora?
—Sarà quel che sarà. Ma non dir nulla di questi nostridiscorsi nè con tuo padrenè con altrinè colmarchese Beccarialo zio di Cesarino... A proposito del qualCesarinosai tu che egli è un ragazzo adorabilee che tremodi lui soltanto perchè quello zio testardo potrebbe far tantoda riuscire a guastarlo?...
—Oh... sinchè Cesarino sta in collegio a Parmanon èpossibile che lo zio possa far male co' suoi consigli stemperatinelle lettere.
Mentrei due interlocutori stavano così parlando nella sala dellalibreriaudirono un furioso batter di mani che veniva dalla aulamaggiore dell'accademia de' Trasformati. — Si recarono dunqueanch'essi colàe stettero a udirvi dalla viva voce del buonPasseroniun canto del poema il Ciceroneche di quel tempoegli stava componendo. — Quando il Passeroni ebbe finito dileggere l'ultima ottava del cantol'accademia si sciolsee i dueamici partirono insieme cogli altri.
IlVerri passò il resto della giornata meditando il suosubbiettoe la seraquando uscì per fare una passeggiataaffatto solocome solevaverso il borghetto di porta Orientaleglivenne in pensiero che a riscaldare l'eloquenza e a far raccoltad'argomentiper persuadere eall'uopoper intenerire i giudicigli sarebbe stato necessariogiacchè aveva sentito replicatevolte il Bruni nella sua prigionedi sentire anche la Gaudenzichetrovavasi ancora in Milanoquantunque fosse già in sullemosse onde trasferirsi a Venezia per la stagione di primavera. PietroVerriquantunque avesse ventidue annipure non era stato in teatroche poche voltee anche quelle poche voltesempre in compagnia disuo padreil signor conte Gabriele; il quale non aveva mai permessoche il figlio si staccasse un momento da lui per uscire dalpalchetto. Quel rigidissimo uomo non voleva assolutamente che il suofigliuol maggiore si trovasse neppure un istante in compagnia deglieleganti zerbini che passavan la notte in teatro a corteggiar dameagiuocare nel ridottoa dar mezz'oncie alle giovani corifee sul palcoscenico. Perchè è un fenomeno curioso e che puòdar molto a fare alla riflessione d'un filosofoquello chementreil costume generalmente era allora così rilasciatoe letresche amorose costituivan l'affare più importante e piùcontinuo della vitae le dame giovani sfoggiavano tal nuditàche oggi farebbe sensoe le leggi del matrimonio avevano assuntoun'elasticità senza pari (e diciam questo perchè lotroviam detto e ripetuto in storiein libri di costumiin poesieed anche ce ne assicuròoltre al nostro amico Giocondo Bruniqualche altro vecchio viventeche giunse in tempo per mettere illabbro sull'orlo di quei vasi di voluttà); pure dall'altraparte è incontrastabile che l'educazionenell'intimo dellamaggior parte delle famiglie patrizie e non patriziesi mantenevarigidissima; che i padri e le madri attendevan più a farsirispettare e temere che amare dai figliuoli; che il tu di Roma anticae il tu alla quacchera d'oggidì era ignoto tra genitori efigliuolie sarebbe allor sembrata una profanazione l'assumerlo el'accordarlo. Guai se alla mattinaprima dell'ora d'asciolvereleragazze non si recavanocon una prolissa riverenza appresa a scuolada suor'Agata e da suor Martinaa baciar l'anellone d'amatista delsignor papà e l'anellino di brillanti della signora mamma;guai se i ragazzi non imitavan le ragazze; e se ciò non siripeteva e prima e dopo il pranzoe prima e dopo la merendae primae dopo la cena; perchè è un altro fenomeno storico chei nostri avi mangiavano più di noi. Come dunquead onta ditanti rigori e di tanta etichetta casalingae di tanto risparmio disorrisi confidenzialidalla casa uscissero nel mondo tante zucchevuote e tanti scapestrati e gaudenti e voluttuosiè unproblema che mal si riesce a sciogliere; nel modo istesso che nonpossiamo spiegare come ne' libri e nelle satire e nelle operedell'artead ogni quattro parolead ogni pennellata si accennaall'ignoranza classica dei nostri avi patrizjmentre poi il piùde' giovani studiavan legge e si mettevano in lista per entrar alnobile collegio de' giureconsultialle magistratureal Senato? —La spiegazione noi crederemmo di trovarla in ciòche neilibri anche i meglio riputatiil più delle volte le cose egli uomini e i tempi si considerano da un lato solonel che sta ilgran segreto di far scaturire il falso perfino dall'istessa verità.
Matornando al giovane Pietro Verrisebben trattenuto in palchetto dairigori di suo padreaveva però vista e contemplata e quasidivorata la bellissima Gaudenzi... Era giovinottoera vivacissimo. Ela simpatia verso la beltàse non è una provaèsempre un indizio di squisitezza di sentimento e d'animo gentile.
Laballerina Gaudenzi aveva dunque fattose non nel cuoreperchènon sempre si arriva fin làcertamente nell'imaginazione diVerri una fortissima impressione; ond'esso invidiò spesso icavalierini che si recavano a visitarla sul palco scenico — finqui non c'è nulla di male. Nè quella figura gli erauscita di menteanche dopo il tempo trascorso dall'ultima nottech'ei l'aveva veduta in teatro; ed è anzi probabile cheuna odue volte al giornoella facesse una visitasebbene di pochiminutialla memoria di lui; chè le cose straordinariamentebelle si piantano con ostinazione nella mente di chi è nato acomprenderlepur nella sferaintendiamoci beneingenua e pura esgombra dell'estetica.
Pertutte queste cosequando si sentì eletto a difendere ilBrunie da costui ascoltò ripetute le lodi ch'eran giàcorse in pubblico della virtù di quella giovinettavirtùtanto più preziosa quanto ora men facile in quellaprofessione; gli venne il desiderio di conoscerla da vicino e diparlarle. Il desiderio derivava da una fonte un po' sospettama ilgiovine Pietro s'ingegnò a dargli l'ammanto della necessitàimpostagli dal suo delicato ufficio di patrocinare colui che leteneva luogo di padre. — Si recò dunque in porta Romanaed'una in altra contradafu alla casa dove dimorava la Gaudenzi. —Ma tutto il coraggio gli mancò quando fu in veduta dellaporta— indizio che non era proprio convinto della necessitàdi quella visita. Il timore che suo padre potesse mai giungere asapere ch'egli era andato nella casa della ballerina Gaudenziloannientòe al segnoche fu per retrocedere. — Unabatteria di pensieri avversi gli rintronò nel capo per qualcheminuto; ma poi si fece animoe gettata un'occhiata di sopradidietroa drittaa sinistraper assicurarsi se nessun suoconoscente lo vedeva in quel puntoentrò nella porta. —Com'è ingenua e pudica la giovinezza degli uoministraordinarj!



III


Chiestose per avventura trovavasi in casa madamigella Gaudenzie sentitoch'ella non era mai uscita in tutta la giornatail giovane PietroVerri si fece annunciare senza dare il proprio nomema semplicementecome chi aveva cose importanti da comunicare ad essa. — Dopoalcuni momentiinsieme colla fantesca ch'era corsa a riferire quellavisitauscì la Gaudenzi senza nessuna delle affettazionitanto comuni alle donne di teatro di gran cartellole qualiintutti i tempie forse una volta più ancora d'adessoarrivavano a far parer umili fin le dame che serbavan gelose letradizioni dei tre Filippi di Spagna. Ma la Gaudenzi era la figliuolaschietta della naturae l'animo suo versava allora in tal condizionecheall'annunciod'una persona che avea a significarle cose dirilievonon poteva aver sì gelida calma da stare immobilenella camera di ricevimentoposando accademicamente il corpo sulseggiolone e mettendo in vistaimpressa nel cuscino dello sgabellola punta delle scarpine di raso.
—Signoredisse la Gaudenzi al conte Verri con una semplicitàpiena di vezzosi degni di restar servito; e precedendolo eschiudendo ella stessa le portelo pregò ad entrar nellasalae gli presentò la sedia con quella disinvoltura onde unuomo avrebbe potuto comportarsi con una donna. — L'ingenuitàera pari tanto nel giovine Verri quanto nella Gaudenzi; ma il primoera timidissimomentre la secondadall'abitudine ad affrontar lemille pupille del pubblicoaveva contratta quella scioltezzaquasidiremmo virileche forsea chi era avvezzo al profumato galateodelle aule doratepotea parer soverchia; ma che in quella giovinettacosì bellae in quell'eleganza spontanea e quasi non volutad'ogni suo movimentosi vestiva di un incanto specialissimo. PietroVerri la contemplava mutoe andava pensando come non fosse semprevero quel che comunemente avea sentito direche cioè le beltàda palco scenico non debbano mai esser vedute in camera.
—Signora... disse poie stentava a trovar le paroletanto eraimpacciato dalla sua timidezza. Dovete dunque saperemadamigellariprese tostoche dall'eccellentissimo signor capitano di giustiziafui prescelto all'onore...
Quell'onorenon era certamente la parola che più facesse al caso; masovente chi ha l'abbondanza delle idee nella menteaffatica in certeparticolarissime circostanze a trovar la parola adattaquella parolache pur verrebbe sulle labbra di qualunque più meschinosfrontato.
—Io fui dunque prescelto a protettore del sig. Lorenzo Brunivostrotutore...
—Mio padre e benefattor mioassai più che tutorepotete direo signore... Ma in graziachi siete voi?...
—Sono il conte Pietro Verri.
Perquanto egli fosse sgombro da qualunque pregiudizio e da qualunquebenchè minimo orgoglio di sanguepure provò un'internasoddisfazione nel poter pronunciare quella parola conte; etutto ciò perchè sentiva comemettendo innanzi quellaparolaegli veniva a liberarsi dall'importunità della propriatimidezza; mentre forse la ballerina che lo atterriva col suo faredisimpacciatoa quel titolo sonoro si sarebbe potuta mettere in granriguardoe avrebbe subita quella soggezione di cui egli s'accorgevad'aver gran bisogno. Quanti inesplicabili accidenti in questa nostrapovera natura umana!
—Illustrissimo signor conteio la ringrazio della degnazione per laquale ha voluto venire da me; e oragiacchè ella è ilprotettore giuridico del signor Lorenzomi voglia dire la veritàla verità schiettala verità intera. Oh s'ella sapesseda quante persone io mi recai in questi giorniquante preghiere hofatte per vedere di poter conoscere come veramente stesse lacondizione del signor Lorenzo! ma non ho trovato che faccie arcigne eparole freddee giri e rigiri di frasidalle quali appariva chiaroche si voleva piuttosto ingannarmi che dirmi la verità.
—I magistraticara miahanno il debito del segretoe bisogna averloro un certo riguardo… D'altra parte il signor Lorenzo Bruni èin una condizione speciale per aver insultato in pubblico il decorodi una delle più cospicue case di Milano...
—Ma guardisignor conteche tentazione fatalissima è venuta aquel benedetto uomo di mettereper amor mioin così gravepericolo sè stessoe di far tanto male a quella poveracontessa... ch'io non conosco... e per la quale darei la metàdel mio sangue perchè non fosse avvenuto quel ch'èavvenuto. Ma Lorenzo fu tratto di cervello dall'ingiustizia delpubblicoe dal desiderio che lo tormentava di poter trovare il mododi convincer tutti del quanto fosse assurda la diceria che il sig.Amorevoli... — E qui la Gaudenzi abbassò il capotuttasoffusa di rossoree soggiunse tosto: — Ma non è egliverosignor conteche quando un uomoquando una donnaquando unafanciullatrovandosi sola con se stessapuò giurare di nonaver cosa alcuna a rimproverarsinon dovrebbe temer di sfidare tuttele calunnie di questo mondoanche in silenzioperchè quelche non si sa oggi si sa domanie la verità esce in fineall'aperto per sua propria virtù?... Devo peròconfessarlesignor conteche quando il pubblico mi ricevetteschiamazzando e insultandomianch'io non so quel che avrei fattoallora per vendicarmi... e la mia disperazione in quel momentonessuno se la può imaginaree forse fu per avermi veduta inquella condizioneche Lorenzo non badò più ai mezziegiurò di far balzar fuori la verità ad ogni modoe ilmodo fu de' peggioriperchèecco a che s'è ridottopover'uomo!...
Edue lagrime lente le rigaron la guancie.
—Ma iocontinuavanon so farmi capacesignor conteche vi possaessere così grave delitto nell'aver messo una maschera ad unafesta da ballo... In fin de' contiche intenzione era la sua? Quelladi far vedere che il pubblico aveva torto e che io era innocente...Ben è vero che offese gravissimamente una nobil donnamaperquanto sento a direpare che questa nobil donna... fosse davverola... e allora... di chi è la colpa?...
PietroVerri sorrideva e compiacevasi di sentir quel discorso vivo eanimatoe reso più attraente dall'accento venetochèse non lo abbiam mai dettolo diciamo adessola Gaudenzi parlava ildialetto venezianoquantunquepel tramutarsi ch'ella facevacontinuamente di luogo in luogolo avesse tant'o quanto alterato.
—Cara miasapete voi che cos'è la legge?
—Cosa so io? ma la legge dovrebb'essere tutto ciò che ègiusto.
—Ed ella infatti si propone la giustizia... ma non sempre laraggiungenè lo può; perchè la leggebisognerebbe che potesse trasformarsi all'infinito come tutti gliaccidenti umanie tener dietro a tutte le bizzarrie della fortuna.
—E così qualche volta chi ha ragione paga i debiti di chi hatorto... È questo l'intercalare del signor Lorenzo. Ma mivorrebb'ella dire di graziasignor conteper qual motivo il mettermaschere ad una festa da ballo fu posto nel numero dei delitti?
—Per i cattivi usi che se ne fecero troppo spesso dagli uominicattivi.
—Ma allora si dovrebbe punire il cattivo uso e non l'uso delle cose:sarebbe bella che fosse proibito a parlareperchè parlando sipossono dire delle calunnie!
—Oh che sapienza è l'ignoranza! pensava tra sè PietroVerrimentre sorrideva alla Gaudenzi. — Attendete dunquesoggiunse poia mettere il vostro bel cuore in pace; poichèse la legge fu fatta per un fine ragionevolenon è poi dettoche non si debba tener conto della buona intenzione di chi l'hatrasgreditatrasportato da un nobile riguardo e da una nobilepassione...
—E di chi l'ha trasgreditacontinuò vivacissimamente laGaudenziperchè in quel momento non c'era altro mezzo di farcessare una perfida calunnia.
—E per questo io mi confido di poter riuscire ad alleggerire alpossibile la condizione del vostro signor Lorenzo.
—Come ad alleggerirla? domandò piena di dolorosa meraviglia laGaudenzi... Ma non è a sperare che lo possan mandare assoltoin su due piedi?...
—Tranquillatevicara miama per bene che vadan le coseconverràpure che voi siate disposta a un lieve sacrificio...
—Qual sacrificio?... ditedicaio son parata a tutto.
—È un sacrificio che non dipende dalla vostra volontàma solo dalla vostra pazienza; perché mi rincresce a dirvelocara miama per un sei mesi almanco converrà che vi adattiatea restar priva della vista del signor Lorenzo…
—Oh… questo non sarà maisignor conte; io mi scioglieròin lagrime ai piedi del signor governatoree otterrò lagrazia. E se il governatore starà inflessibilemetteròsossopra mezzo mondo.
—Tranquillatevie prima di far passilasciate che io faccia i miei;che se fosse necessaria la vostra cooperazione immediataho io lapersona chese è possibile far miracoliella li sa faredavvero...
Mala Gaudenzi più non badava a quelle paroleealzatasimisurava in lungo e in largo e concitata la cameracogli occhi pienidi lagrime e col labbro inetto a proferir parolaperchè untremito convulso stava per farla dare in uno scoppio dirotto dipianto... Il Verri le teneva dietro coll'occhiopieno di commozioneanch'esso e d'ammirazionee assalito da un sospettocome da unlampo che baleni improvviso.
Leanime squisiteanche senza lo scaltrimento di una lunga esperienzatengono il filo d'Arianna per misuraresenza smarrirsiil labirintodel cuore umano. Diciamo questoperchè di fattoquel ch'eglisospettòera vero. — Un mese primachi avesse detto aquella cara e semplice ragazza: scommettiamo che voi siete innamoratadel signor Bruniella non avrebbe data altra risposta che una dellesue consuete risate baccanti e sonore... Ma il giorno in cui Lorenzovenne arrestatoe i giorni in cui ella provòper queldistaccouna costernazione che mai non aveva provato in vita suanon si potrebbe dir bene in che modoma le si depose inavvertitonell'animo un lieve germe di amoreche fruttificò di dìin dìa seconda della natura appunto dei germi. — Ben èvero che ella non sapeva ancor nullae a chi di nuovo le avessechiestose era innamoratadi nuovo ella avrebbe rispostose noncon una risatacertamente con un sorriso accompagnato da un lieveagitar della testa; main conclusionel'amore lavorava e limavanell'animo suo con tutta la forza di un amore a cui non manca piùnessuna delle sue attribuzioni.
—Sentite...
Interruppeil Verri con questa parola il passo concitato della Gaudenzi. Ella sifermò in faccia a luiattirata da quel sentitee comechi spera sempre qualche consolazione da tutti gli accidenti deldiscorso.
—Da quanti anniegli continuòil sig. Lorenzo Bruni vegliaalla tutela della vostra giovinezza?
—Oh da moltissimi anni! Io era una ragazzina senza padre e senzamadree ballavo a Venezia al teatro di San Moisè... Chi micurava non era allora che questa buona e paziente mia zia... Ma siviveva a discrezione degli impresarj che guadagnavanonon tocca a meil dirloalle nostre spalleeppur non ci facevano che soprusi eangherien'è verozia? Il signor Lorenzo Bruni volledifenderci una volta da un appaltatore usurajo e ottenne di farlostare al dovere... onde ci fece tener tanti danariquanti certamentenon potevo dire d'aver meritati. Ma questo è pocoperch'eglisi prese cura della mia educazione; e siccome ei veniva da Parigiedavea vedute tutte le più celebri ballerine e conosceva ladanza più di chi ne fa professionetanto fece e consigliòche riuscì a tirarmi indietro dall'arte viziata... Onde quelpoco che sonolo voglia credereillustrissimo signor contenon lodebbo che a lui.
—E tuttoentrò a dire la ziasenza neppure un'ombrad'interesseperché i mettimale che vedevan con dispetto quelsuo tanto adoperarsi in pro della ragazzami andavan susurrandoall'orecchio che lo avrebbe fatto per arricchirsi... Ma invecesenon ci ha perdutonon ci ha guadagnatoperchè la bilancianon è più giusta di lui: e i quartali ei non vollenemmen toccarlie collo scrupolo va tanto in làch'ei vuoleche dalle mani dell’impresario passino nelle mie; e se provvedea collocarli a buon fruttodesidera ch'io medesima vada aconsegnarli… Oh… ci credasignor conteche per noi èuna gran disgrazia a rimanere senza quell’uomo d'oro.
—Ho caro d'aver sentito tante lodi di quel bravo uomo; così milusingo di farle comparire opportunamente nella difesa...
—E può aggiungeresignor contei discorsi pieni di consiglidi sapienza e di virtù onde il signor Lorenzo era instancabilea vantaggio di questa ragazza... perchè lo credasignorcontema quel signor Lorenzose è un uomo proboèanche un uomo di gran talento.
Ela bella Gaudenzi stava per venire in ajuto della zia; ma in quelpunto ch'ella stava per parlaregiunsero all'orecchio del contePietro Verriil quale era là quasi in attitudine dimagistratoi primi tocchi della campana della piazza de' Mercanti.Il giovane patrizio si alzòcome scosso disgustosamente daquel suonoetagliando di colpo tutte le fila sospese del discorsosi licenziòe fu molto se ebbe l'animo di rinnovare alcuneparole di consolazione alla fanciulla. Ma che mai c'era di tragico inquella campana della piazza de' Mercantidirà il lettoredamettere i brividi al giovine Verri? — Cari mieisaranno ineziema l'eccellentissimo senatore conte Gabriele era un uomo di ferroeguai se avesse saputo che suo figlio non era già rincasatoprima della campana; che una sera in cui il giovane Pietrotrattenuto in certe calde discussioni al caffè Demetriogiunse a casa un'ora dopo... Filippo II non guatò cosìbieco il grand'ammiraglioquando gli tornò innanzicoll'annunzio d'una battaglia navale perduta e della flottadistruttacome fece allora il conte Gabriele con suo figlio Pietroil quale per rientrare nelle grazie del signor padre dovette mettersossopra tutto il parentado. S'affrettò egli dunque asaltelloni giù per le scaledivorò la stradae tuttotrafelato giunse a casa quando la campana non aveva ancor finito didare i suoi tocchi; si recò a far riverenza e a dar lafelicissima notte al signor papàpoi si chiuse in camera perstendere la difesa di Lorenzo Bruni.





IV


Làchiusosi diede a passeggiare tutto pieno e invasato del suoargomentolodandosi seco stesso dell'aver fatto visita allaballerina Gaudenziperché dall'osservazione attenta di quellabeltàdi quella virtùdi quella schiettezzadi queldoloree dai particolari che in sì caldo accento erano uscitidalla bocca stessa di leie costituivano il più completo eappariscente ritratto di Lorenzo Brunis'accorgeva che gli eranvenute nuove idee e nuovi fervori; però gli pareva di poteralla fine scrivere una difesa tale da conquidere trionfalmentel'animo dei giudicipur senza omettere nessuna verità nuova ecoraggiosa. L'animo e l’ingegno del Verri era di quella temprasaldissimache dal momento che una cosa vera o creduta vera glifacea forzanon gli era più possibileper nessun contonèdissimularla nè tacerlanon che falsarla. Poteva adattarsialla più sommessa obbedienza in casaa non star fuori oltre itocchi della campana della piazza de' Mercantia non andare inteatro soloa non frequentare certe conversazioni; ma non potevapiegarsi a far proprie le idee e le convinzioni di suo padredalmomento ch'egli ne aveva di assolutamente contrarie.
Simise dunque a tavolinoe con velocità animata dallaconcitazione empì tre o quattro fogli di carta. Noi abbiamveduto un ritratto giovanile di Pietro Verriche press'a pocopotrebbe dar l'idea della sua faccia quand'egli era preoccupato diqualche forte pensiero: occhio vivacearguto e tanto quanto espansoche sembra inseguire un'idea balenata d'improvviso; guancia calma efiorentenaso breve e bocca soavissimala quale quasi sempre siosserva in coloro che hanno squisitezza e di mente e di cuore.
Quand'ebbefinita quella non breve scritturase la lesse tutta ad alta voceesi stropicciò le mani come pago d'aver detto tutto quello chevoleva dire; se la rilesse poscia... e cominciò epentirsi di alcune espressioni troppo arditee di quellesegnatamente dove metteva quasi in istato di accusa l'autoritàgiudiziale. Volle rimediarvie cancellò tutto quel brano; mapoi s'accorse che ad ometterlo si distruggeva tutto l'edificioe sitaceva la sola verità insolita e coraggiosa che poteva darealcun merito a quella difesa; onde rifece il periodoammorbidendosoltanto le frasidecorandole di vocativi pieni di sommessioneeconservando intatto il concetto. Infine pensò che il migliorpartito era di far la versione di quella difesa in lingua latina; eciò per due ragioni: la primache l'idioma del Laziocostringendo l'intelletto degli ascoltatori a fare un breve lavoroprima di averlo tutto quanto tradotto in parole schiette e lampantila verità si ammorbidiva nel trapasso dal latino all'italianoe le toglieva di far l'effetto di un sasso scagliato altrui senzapietà; la seconda ragione consisteva in ciòche suopadre era innamorato della lingua latinae le poche volte che loaveva veduto sorridere con insolita compiacenza fu sempre nelleoccasioni che egli stesso aveagli dato a leggere qualche proprioscritto latino. Così dunque pensòe così fece.Ma ci voleva ben altro. Lavorò buona parte della notte e ilgiorno successivo a far la traduzione; poi al terzo dì lapresentò al Capitano di giustizia. Non ci pare qui il luogoopportuno di riportare per intero quella lunga difesanètampoco di darla tradottanel nostro italiano; chè troppecose sono in essa riassuntele quali già furon dette eripetute da noi in più luoghi; soltanto diremo come l'esordiotoccasse alcune idee generalissime intorno alla genesi ed allo scopodella leggenel quale intese a far campeggiare il concettochetutti debbono essere eguali in faccia ad essa; poi venne a parlaredelle leggi statutariepoi delle gride e ordinanze suggerite da casispeciali; poi si fermò all'ordinanza del ministroplenipotenziario governatore di Milanoconte Palavicinorelativaalle maschere-ritrattilodandone assai l'opportunità e lasaviezza.
Maqui parlò dell'intento che aveva quell'ordinanzala qualeproibiva le maschere non per sè stessema per i gravi edeplorabili danni cheadoperate da uomini iniquiavevano prodotto;faceva allora acutamente intendere come la prava intenzione e ildelitto consumato per mezzo di essa erano i soli elementi checostituivano il caso della penalità e della sua misura. E poipiegando la parola al fatto speciale del Brunimostrava che nonavendo egli avuto nessuna prava intenzioneanzi l'intenzione essendostata lodevole come di chi protegge e difende chi sopportaingiustamente una calunnia; eper risultatonon esibendo laconsumazione di nessun delittoma sibbene lo scoprimento di unaverità che ridondava a vantaggio dell'innocente e a danno dichi veramente era in colpa; venivasi con ciò a costituire uncaso specialissimopel quale quell'ordinanza doveva cessare dallasua forza attivaein ogni mododoveva consigliar d'interpellareil voto dell'eccellentissimo governatore per una graziastraordinaria. Ai quali argomenti che mettevano in chiaro l'assenzad'ogni colpa per parte del Brunidi cui tesse l'elogio riferendo leattestazioni della stessa Gaudenzidella quale pure lodò lavita senza rimproverocome portava la pubblica opinione; feceosservare che non sarebbe avvenuta nemmeno la materialecontravvenzione alla leggese la magistratura non si fosse impostaun obbligo che veniva a ferire il diritto comunel'obbligo cioèdi considerare come intangibile dalla legge e persino dai sospetti lanobiltà di una personadalla quale precisamente si dovevanoincominciare le indagini. E qui riferiamo un passoche ci pare assaisquisito: «Nè io credo nemmeno che potesse andar offesoil carattere della nobile contessa se fosse stata interpellata ingiudizio; chè forse quelle voci vituperose che or circolano inpubblico contro di leisarebbero state trattenute da una paroladetta in tempo al giudice; così invecetanto piùl'opinione si compiace a denudare e ad esagerare le colpe diuna personaquanto più s'accorge che la magistratura discendedal suo nobile seggioal punto di tentar di scambiarle le carte inmano e d'ingannarla.»
Questadifesaquando fu lettafece l'effetto che naturalmente doveva farequello cioè di tirar addosso al giovane Verri tuttal'iracondia della magistratura.
Quasicontemporaneamente a questo scrittofu presentata al Capitano digiustizia la difesa di Benedetto Areseuna cosettina magra e che perse stessa non poteva certamente essere il tocca e sana per ledisgrazie del cantante di camera di S. M. il re di Spagna. — Maquanto lo scritto del giovane Verri aveva provocata la collera e lospirito di contraddizione e negli attuari e negli assessori e nelvicario e nell'eccellentissimo capitano marchese Recalcati; eallorchè fece il suo passaggio d'ufficio al Senatoanche intutti i senatori e nel loro presidente; altrettanto trovò lodee fautori quella dell'Arese. — In simile maniera noi vediamonelle accademie e letterarie e scientifiche e artistichele qualiper consuetoportano inalberato sul frontone il vessillo del Cosìfaceva mio padre accordarsi la medaglia d'onore a coluiche nell'opera prodotta lusinga l'amor proprio de' giudici e staligio ai sistemi invalsie non avendo la forza di camminar colleproprie gambes'appoggia al braccio altrui.
Quelladifesa dell'Arese fu dunque taleche dispose gli animi a farmaturare una sentenza d'assoluzione a favore del signor Amorevoli. Senon che un bel giorno fu presentato d'urgenza un libellodell'avvocato Carl'Antonio Agudiopatrocinatore del figliuolo dellasignora Celestina Barogginel qual libello si esponeva il fatto deltestamento olografo stato scritto dal marchese F… dietrodettatura del dottor Macchi notaioa favore del figlio suddettodella Baroggi; riferiva che tra le carte del detto marchese non s'erapiù trovato il testamento in discorso; si conchiudevacheessendo noto il trafugamento delle carte che stavano nello scrittoiodi essol'avvocato patrocinatore e il reverendo proposto di S.Nazarotutore del figliuolo della Baroggifacevano istanza perchèsi rinnovassero le indagini più severeallo scopo dirinvenire il trafugatore; e nel tempo istesso facevan rispettosamenteintendere chesebbene le presunzioni a danno del costituito signorAmorevoli paressero prive di fondamentol'eccellentissimo capitanodi giustiziaquando mai nell'alta sua saviezza credesse di mandarloassoltoadoperasse tuttavia in modo che non potesse evadere dalleulteriori possibili inquisizioni dell'autorità criminale.
Avevain pubblico fatto gran senso chein quel non breve tempo trascorsodalla cattura dell'Amorevolinon si fosse proceduto con tutti imezzi reclamati dall'importanza del casosegnatamente perl'interesse del figlio della Baroggiche dicevasi essere statoistituito erede universale dal marchese F...; e però ilreverendo proposto di san Nazaro aveva ricorso all'avvocato Agudioil quale godeva fama di gran legistae quel che più importadi gran galantuomoe ciò che meglio preme ancoradi grandeostinato; e il solerte proposto avea fatto capo a lui come a quelloche potea aver la forza di conservare nella sua dritta strada latrattazione d'un affare che per mille circostanze poteva esseredeviato.
Tornandoora all'Amorevolis'egli non avea motivo di lodarsi troppo dellafortunavenne però chi dovea trarlo d'imbarazzo. Allorchèdonna Paola Pietra ricevette l'ultima lettera dalla contessa Cleliadovecolla raccomandazione del segretole era fatta la rivelazioneintorno al lacchè Suardi; ella nella sua saviezza pensòche non era a tener conto nessuno di quella raccomandazione disegretezza; invecesenza por tempo in mezzofece una seconda visitaal marchese Recalcatial quale raccontò il fatto delGalantinoe della vita sfoggiata che colui conduceva a Veneziaecome eranvi tutte le ragionevoli presunzioni che il trafugatore fossestato colui medesimo.
Quelnome del lacchè Galantino fu per il marchese Recalcati comeuno di quei lampichesolcando di tratto il fitto bujolascianovedere la posizione degli oggetti circostanti; tanto che uno cheabbia smarrita la viasi raccapezza ed esclama: Oracomprendo per qual parte si dee camminare. — Laonde non sonoa dire le feste e le accoglienze ch'egli fece e i ringraziamenti cheespresse a donna Paola per quella improvvisa e non aspettatarivelazione. — Lasciandolo ora nel pieno godimento di quellascopertasaltiam via due giorniche in faccia a cento anni sonoun bicchier d'acqua in faccia al maree rechiamoci in casaVerriin un giorno che l'illustrissimo signor conte Gabriele dava unpranzo quasi diplomatico.
Lasfera dell'orologio percorreva l'arco di quella mezz'ora o di quelquarto d'ora che precede il momento solennein cui il cameriere ingran livrea diventa un personaggio importantevogliamo direin cuigrida dalla soglia: In tavola. In una sala d'aspettofervevao diremo megliolanguiva la conversazione tra molte personedivise in varj gruppiciascun de' quali constava di elementi traloro affini. — Gravi personaggi di toga e di spadaconti emarchesi e cavalieri che non avevano altro peso da portare che ildiploma d'accademico Trasformatodame e matrone e giovani donne espose — non una fanciulla. — Il conte Gabriele Verri stavaparlando in un angolo della sala col marchese Beccarialo zio diCesare.
—Vedo pur troppocaro marchesediceva il conte Gabrieleche questomio figliuolopel quale non ho risparmiato nè cure nèdispendjvorrà essere la mia croce.
—Ve l'ho detto più volte; bisognava lasciarlo a Roma maggiortempoo a Parma; la sua vivacità fu sempre eccessiva ebisognava metter acqua e cenere sul fuoco. Vi sono certitemperamentichea lasciarli svampare prima del tempodiventanacidi come il vino mal turato.
—Ma... volevate che a ventidue anni lo tenessi ancora in collegio?...
—In collegio no... ma mettergli accanto un uomo di propositounsacerdote di vaglia...
—Se la mia severità non è valsa a nullache cosavolevate che facesse un prete?
—Voi vedrete quel che ne farò io di Cesarinoperchèbisogna che ne prenda io stesso la cura. Suo padre è troppodolce. Se si vuoleil fanciullo è pieno d'ingegnoe incollegio lo chiamano il piccolo Newton; ma quanto è maggiorel'ingegnotanto son maggiori i pericoli; ond'io veglierò...così avessi vegliato ne' giorni che da Parma venne a Milanoquesto carnevale; perchè si trovò spesse volte colvostro Pietro... il quale non so che malefizj abbia fatti a quelragazzoche mi venne fuori un giorno con certi propositii qualinon mi piacquero niente affatto.
—Davvero?
—Per l'appunto.
—È dunque bisogno di qualche provvedimento serio a riguardo dimio figlio... Son dieci giorni che mi venne in mano quella difesaequando l'ebbi letta non ho più permesso ch'ei mi comparissedinanzi. Ma quel che più mi fa dispiacere si èche nonmanca d'ingegno... e quello scritto... mi dà a divedere chese fosse meglio direttopotrebbe...
—Ma dove è andato a pescare tutte quelle ideediciamolo purerivoluzionarie contro i nobili e contro le autorità? Ma sapeteche c'è voluto un bel coraggio?
—È questo appunto ciò che m'affliggee tanto piùche... son cose che si pena a dirle... ma pur troppo s'è fattomale a non far caso della contessain quel malaugurato processo... Amio dispetto devo dirloe Pietro non sbagliò nell'affermarecheconosciuta in tempo la veritàsi poteva sopir tuttosenza che ne trapelasse nulla al di fuori. E così... un dìun fattoun dì un altro... ci ridurremo alla fine... ve lodico con crepacuorea perdere la fiducia del popoloe allora...
Equi si fermò come colpito da una dolorosissima ideaindisoggiunse dopo alcuni momenti:
—E adesso c'è quest'affare del testamento del marchese F... edel lacchè...che è una spina acuta e pericolosalaquale può aprir piaghe profondee trarsi dietro centomalanni. Ahmarchesequi sotto c'è qualcosa di seriissimoeguai se... Il marchese Recalcati me ne fece or ora un motto... chetosto gli ho troncato in bocca... perchè se una parola èpronunciata fuor di tempo e a sproposito... ne scaturisce un'iliadedi sciagure...
Ilmarchese Beccaria guardava fisso il conte come a sorprenderglinell'occhio il segreto del pensiero; poi soggiunse:
—Se un sospetto lo fa unolo può fare un altroe lo ponnofare cento; e tanto più quelli che patrocinano ilfigliuolo della Baroggi... poichèa dir la veritàquesto contrattempo del lacchè... qualcuno già deveaverlo pagato il lacchè a fare il colpo... e chi mai potevaavere interesse a ciòse non...
—Zitto... la marchesa D*... è làe ha intenzione di darla figliuola al figlio del conte e ci potrebbe sentire...
—Ma in conclusioneche si pensa di fare?
—Non ci possono essere due partiti in affare di tanta delicatezza...La giustizia dee fare il suo debito senza essere impacciata da nessunriguardo. Anzi si è già scritto al Senato dellaserenissima Repubblica di Venezia perchèse siamo in tempopassi tosto alla cattura del lacchè; soltanto èmestieri che di tal fatto si mantenga un segreto profondissimoe nonsi facciano scandali; perchè guai se il popolo s'accorge cheil contagio viene da quel ceto a cui la provvidenza ha ordinato diessere d'esempio e di edificazione a tutti gli altri. — Ma c'èun'altra cosamarchese caroche mi ha passato l'animaed ècheieri l'altroPietromentre stava supplicando sua madre a farsimediatrice di pace tra lui e me... d'uno in altro discorso vennero atoccarenon so comeun tal tasto; e a Pietro scappò detta...questa frase ribalda: — Se il conte F... fosse un sensale dipiazzaa quest'ora il capitano di giustizia gli avrebbe giàfatto mettere le manette. Convien dunque che oggi teniamo con lui undiscorso serio e dolce nel tempo stesso. Oggi ho datoposso direquesto pranzo d'invito per luiperchènecessariamentenonne potendo venir escluso per decoroio avrò l'occasione divolgermi a lui senza cedere; ed egli d'accorgersi che io non sono poiun uomo inesorabile. Così dopo il pranzonoi lo faremochiamare in un'altra camerae gli terremo un discorso che valga adinsegnargli la prudenzaed a provargli che è sempre in via dibene tutto quello che noi facciamo; e che finchè uno ègiovanel'esperienza la deve apprendere dai vecchi. Ah pur troppocaro marchesela gioventù ha preso aria in questi tempiebisogna ricorrere all'astuzia perchè non sian crollate le basidi una salda autorità paterna.
Edor lasciando che questi rigidi vecchi se la intendano col giovinettoPietroritorneremo a Veneziae volgeremo i passi verso il calle delRidotto.



V


Rousseauil quale asserì che l'uomo lasciato in balia della sua verginenaturaè una perla immacolatae che dai bisogni fittizjinventati dalla società fu tratto ad inventare egli stessoquei delitti contingenti e convenzionali chevariando di tempo e diluogopossono persino esser chiamati virtùcome il furto inAtene; non pare abbia voluto esaminare tutti i casi in cui l'uomoanche nel fitto della societàsi trova in pieno arbitriodella sua natura liberissima; tra le altre cosenon ha saputoapplicare la sua potente riflessione ai fenomeni d'una bisca.
Unacasa da giuoco è un microcosmo; in essa l'uomo appare in tuttala nudità de' suoi istinti. Nella Francia contemporanea diRousseaulo spettacolo di un gran reintento a passar le nottinonanimato che dalla speranza di spogliare i ciambellani e i confidentidoveva bastare a far vedere al sublime lipemaniaco di Ginevra che nonsono sempre i bisogni quelli che fanno sviluppare sulla testa umanail bernoccolo della rapacità.
Maciòanche prima della storia di Franciaera provato dallastoria di Roma e dall'esempio d'Augusto chepadrone di tutto ilmondopure si compiaceva se l'oro di Mecenate passava nelle suemani; e dall'imperatore Claudioche affidava ai dadi il destinoperfin di quattrocentomila sesterzje dai patrizj romanicheadonta che il giuoco fosse multato d'infamiagiocavan persin neicomizjpersino in Senato; tanto è vero che l'uomopersaziare il suo naturale istintocombatte contro la medesima civiltàe fa il ladro per diporto; chè non a torto ha detto un acutoscrittore inglese: Essere il giuoco un furto mascherato.
Questeriflessioni le facciamo pensando al ridotto di San Moisè inVeneziadovemeno i giuochi d'azzardo che ad ogni momento venivanproibiti dagli illustrissimi Correttoriindizio manifesto chenon eran sempre obbedititutto camminava di maniera da far credereche gli uomini non avessero altra destinazione a questo mondo chequella di passar la vita giuocando. Quel ridottoche doveva diventarcelebre in conseguenza de' suoi peccatie meritare di venirsoppressocome vedremoaveva una libreria al pari di un istituto discienze e lettere; una libreriaintendiamoci benetutta di opererelative al giuoco; tra queste primeggiavano il Ludus chartarumseu foliorumdi Lodovico Vivesstampata a Parigi nel 1545; Lecarte da giuocodel P. Menestrier; La giurisprudenza delgiuocodi Lucio Marineo Siculo; Il taroccodiGebelin; L'invettiva contro il taroccodi Lollio Ferrarese; inumeri del Giornale di Trévouxdov'erano lericerche storiche sulle carte da giuoco; il capitolo del Berniintitolato Il giuoco di primiera; Le carte parlantidi Pietro Aretino; Il trionfo del tresette; la Piazzauniversale di tutte le professioni — ed altre opere molteche venivano consultate nei gravissimi casi dubbj.
Quelridotto era zeppo d'illustrissimi della seconda e della terzaqualitàe in mezzo ad essida qualche giornoaveva fermatol'attenzione il giovane gentiluomo milanesesignor Andrea Suardipel coraggio onde giuocava le più grosse somme e per la suameravigliosa virtù a vincere dieci volte su dodici. Ma comepotevano quegli illustrissimi patrizj di Venezia gettar le loronottied esser tuttavia parati alle gravi cure del governodellapace e della guerra? Non confondiamo le idee: a Venezia vi avevanopiù qualità di patrizjovvero sia due qualitàben distinte quella dei tutto facentie quella dei nullafacenti. Dal dì che Gradenigo aveva decretato come statutofondamentale — che niuno fosse mai più eletto nèeleggibile a sedere nel gran consiglioda quelli in fuori che alloravi si trovavano; — che il loro privilegio sarebbe ereditàai loro discendenti in perpetuo; — che eleggerebbe dal suo corpotutte le magistrature di Stato; dal dì che codestaaristocrazia s'andò sempre più concentrando inoligarchiache persino ai figli del doge fu tolto di poter coprireogni magistratura: lasciato alle poche famiglie vetustissime ilmonopolio del potere trasmissibile di padre in figlio in perpetuotutta la rimanente nobiltà — che era numerosaealla quale in Venezia non rimaneva altro scopo alla vita che l'uso el'abuso di essae l'uso e l'abuso della ricchezza — dov'eragentilezza d'ingegnoell'erasi data all'esercizio delle arti; dovenoproruppe ai godimentie con tanta sfrenatezza spensierata conquanta riflessiva e longanime rigidezza gli oligarchi si tenevansaldi al potere; rigidezza riflessivae che fomentava quel viverleggiero e svagato dei discendenti di coloro ch'erano stati chiamatiuomini nuovi al tempo della prepotenza di Pierazzo Gradenigopelmotivo che non erano più temibili quelli che per costumes'indebolivano nell'inerzia. E tanto più si erano a questaragione di vita abituati i nulla facentisia che fossero discendentidegli esclusi dal gran consiglioo figliuoli dei vetusti pantalonio piantaleoni nelle terre conquistateo figli del doge esclusi dallamagistraturaquanto piùcomportandosi in tal guisavivevanotranquilli della sospettosa vigilanza del tribunale segretoche piùdel capo di Buona Speranza e del Mediterraneo abbandonato e dellapolitica spostatafu causa che si spegnesse la potenza espansiva diVenezia; spenta la qual potenza si troncarono di colpo gli elementigeneratori della sua perpetuità. Fin da quandodopo laforzata abdicazione di Foscariil tribunal segreto rese amarissimo epericoloso l'alto onore di recar servigj alla patriada quel puntocominciò davvero la sua decadenza. Temettero i sospettosioligarchi il possibile soverchiare del vero meritotemetterol'eccessiva potenza del dogee l'uno e l'altro circuirono di arcanepaure; ma non intravvidero la conseguenza finale di tutto ciò;non intravvidero che se i patrizj e i non patrizjdivagati agli ozje alla voluttànon potevano più far paura al Consigliosegretoper la medesima ragione avrebbero cessato di far paura anchea tutta Europala quale non amò giammai Veneziae la guardòsempre gelosamente; e che se ciò le poteva stornare i pericolipresentiaccumulava sovra di essa i pericoli futurirendendo bensìpiù lenta la sua cadutama facendola inevitabile.
Eradunque da quasi tre secoli che la vita interna di Venezia era unavita continua di godimentoche l'allegria de' suoi carnevali eradivenuta proverbiale in tutt'Europache ai tavolini verdi delle casepatrizie e dei pubblici ridotti l'oro aveva imparato a trapassare dimano in manocon più velocità che altrovepel decretodi una carta e della cieca fortuna. Che il giuoco poi abbia trovatoaccoglienza più forse a Venezia che in altri luoghisarebbedimostrato da ciòche taluno dei così detti giuochid'azzardo fu invenzione di Veneziani; che un Giustinianiambasciatore della Repubblica a Parigivi portò per la primavolta la cognizione del giuoco della bassettail quale fu poiaccolto trionfalmente a quella Cortee onorato colà dagliuomini della scienzache pubblicarono considerazioni e calcoli eintrapresero ricerche pazientissime su quel giuocosulle probabilitàdel guadagno e delle perdite.
IlGalantino aveva dunque fatto suo pro di quelle abitudini veneziane; ericevuto al ridotto qual gentiluomo milanese da quell'ospitalitàcortese che sempre distinse i Veneziani tanto d'allora che d'adessopassava colà le sue notti. Ma siccome i giuochi che vi sitenevano non eran d'azzardoessendo recentissima un'ammonizione deisignori Correttori; così a una cert'orain compagnia di moltigentiluominilasciava il tavoliere del tresette e il ridotto pertrasferirsi al di là di Rialtonelle stanze di un umile caffèdetto di Costantinopoli; e làfuori d'ogni sospettoapertala voragine del faraone e della bassettaei passava il resto dellanotte. Munitoquando recossi a Veneziadi molto danaro contanteilGalantinogiocatore tanto esperto che pareva aver gli occhi nelleditagovernavasi però prudentemente al ridottoe in modo dalusingare con mille attrattive i suoi compagni di giuocoperchèrilasciato il freno all'aviditànon potessero andare a lettosenza prima tuffarsi a piene voglie nel flusso e riflussodell'azzardo.
Fornitod'oroegli conduceva le cose in modo da tenere il banco disovente; ed era un tagliatore di tanta destrezza che in pochigiorni erasi messo insieme una bella sommetta. — La notte a cuici troviamo con questa narrazioneera la terza d'aprileed egli piùdel consueto era stato favorito dall'audacia e dalla fortuna: ondein sull'albaquando uscì da quell'umile caffèdopoaver bevuto una tazza d'appiovolle assaporare il piacere d'unapasseggiata solitariaspingendo uno sguardo allegro in senoall'avveniree scorgendovi giàdi mezzo alla nebbia rosataprospettive di palazzi con macchiette di parassiti intorno a sèe cocchi e cavalli e tutte le grandezze della vita. Se ne veniva cosìper ponti e per calliguardando sbadatamente case ed altaneesogguardando alla sfuggita le portatrici d'acqua pienottegiàin volta a quell'ora; fin che riuscito al campo Santo Stefanovolseil passo alla casa ove dimorava; ma in quel punto scorse due uominiappoggiati al murodue uomini che non avrebbe voluto vedereperchèeran due cappe nere del palazzo Ducale. Diede una rapida occhiataall'intornoe vide non molto lungi due guardie che passeggiavanofacendo d'occhio di tanto in tanto alle due cappe. — Cosìqueste come le guardie potevano trovarsi là per tutt'altromail Galantino sentì la certezza che aspettavano lui; gli eracome quando uno si sente colto da un malore anche lieve durante unmorbo contagioso; che in quel maloreprovato spesso senza turbarsisente con isgomento il sintomo fatale. Galantino si fermò unistante su due piedicome per fare una rapidissima consulta fra sèe sè; poiconsiderato che non c'era a far nullamossedifilatosebbene con placida lentezzaverso la porta della suacasa. — Fu allora che le cappevenutegli incontro:
—È elladomandaronoil signor Suardi Andrea di Milano?
—Sono io per l'appunto; in che posso ubbidirle?
—Voglia venir con noi un momento a palazzo.
—Subito?
—Senza perder tempo. Questo è l'ordine.
IlGalantinocon viso calmocon occhio blandoguardò alle duecappee:
—Io sono prontodissequantunque non abbia dormito la notte... Mavogliano permettere ch'io mi serva della mia gondola...
La gondola è già pronta.
—Allora eccomi qui.
Venneroal rio; la gondola e i gondolieri avevano lo stemma di palazzo. IlGalantino fu pregato di mettersi a sedere sotto il felze; le cappenere stettero fuori. I remi toccarono l'acquae via.



VI


Discesoal palazzo Ducaleil Suardi fu condotto negli ufficj del Consigliodei Diecidove da un segretario gli venne fatta lettura d'una notadel Senato milanese che lo riguardava; dopo di che gli fu soggiuntoessere stato deliberato dai signori Dieci di esaudire l'inchiesta delSenato di Milanofacendo scortare il Suardi fino al confinedove losi sarebbe consegnato alle autorità competenti del ducato diMilano. Galantino a quell'intimazionesenza smarrirsi in apparenzaquantunque fosse oltremodo percosso nell'intimo suorispose:Riuscirgli inesplicabile una tale inchiesta; non aver esso fatto attoveruno pel quale potesse aver timore di chicchessia; che peròsi sottometteva obbediente al decreto e della Repubblica e del Senatodi Milanocertissimo che in poco tempo ai signori Dieci sarebbesifatta conoscere la causa dell'errore di cui egli in quel punto eravittima. Il segretario non rispose nullae soltanto chiesto alSuardi se voleva mandare a prendere le sue robese aveva affarilasciati in tronco in Venezia che volesse adempire; e sentito il suodesiderioprovvide a che fosse esaudito. Così in quellostesso giorno venne sotto buona scorta mandato a Milano.
IlGalantinolo abbiamo già dettoaveva una tal tempraadamantina di corpoche per il rapporto necessario che è tramateria e spiritogli rendeva l'animo saldissimo e imperterritoanche nel più fiero conflitto di quelle circostanze cheavrebbero bastato ad abbattere qualunque altro. Avea pureabbiamdetto anche questouna tal prontezza di vedutada fargli pigliaredi volo la misura esatta delle cose; ne sia prova il non esserfuggito innanzi alle cappe della Repubblica.
Sebbenedunque quell'arresto impreveduto lo avesse a tutta prima sconcertatocome avviene di un uomo robusto colto all'impensata da un colpoviolentotuttavia si riebbe dopo la prima scossae si bilanciòper non perdere l'abituale saldezza.
—Chi ne fa una ne fa duepensava intanto fra sè nel fare ilviaggio. E chi non ci mise nè pepe nè sale a tradire ilmaritodoveva ben tradire un lacchè. Ma va pur làcontessa... Se il diavolo mi toglie da questa trappola... voglio beneche ci rivediamoe... allora tu sentirai cosa fa il Galantino quandopensa a vendicarsi. Prima però bisognerà scappar dallatrappola... questo lo capisco anch'io. In quanto a memi aiuterò...ma sarà sempre bene che gli altri non faccian l'asino...perchè di ragionese io taccioessi dovrebbero strapparsi lalingua piuttosto che parlare. Ah signor conte... io penso che la miasalute gli debba star a cuore più che a me... perchè seio cadoanch'esso ha a cadere... e da che altezza! Ben è veroche il conte non mi ha mai nè veduto nè parlatoepotrebbein un bisognolasciarmi solo nell'intrigo... Ma alloraquand'io sappia stare ben sodo nel dir di no... il malanno svaniràda sè. — E qui a codesti pensieri abbastanza gai in mezzoal disastrosuccedevano altri pensieritutt'altro che lieti; e sipresentavano alla fantasia conturbata del Galantino le partisquallide della sua condizionemalediva il giorno e l'ora che si eralasciato pigliare all’amo da chi non conoscevaper tentare unaimpresa delle più pericolose; perchè alle cose che giàsa il lettoreaggiunga ora avere il Galantino aderito a trafugar lecartetra le quali era il testamento del marchese F...perinsinuazione di un uomo che a lui volle tenersi ignoto. Che se egliaveva tosto pensato al conte F...in quella circostanzae peralcune parole scappate di bocca allo sconosciuto e per altri indizjciò non era stato che in conseguenza della sua straordinariaacutezza. Pensando così lungo il viaggio ad un talesconosciutosi turbò alquanto nel sospetto che coluinelfrattempoavesse mai potuto commettere qualche imprudenza; oper ungiuoco non previdibile della maledetta fortunaanche senza suacolpafosse caduto in qualche agguato. Più dunque l'ex-lacchèe l'ex-gentiluomo avvicinavasi a Milanopiù smarriva labaldanza e non per il timore di dover passare troppo tempo inprigionechè a questoin suo pensierosi lusingava di ancheabituarsi; ma ciò che lo cruciava veramente si era che avevacon sè molt'oro e ricapiti di danaro; oro e ricapiti cheavrebbe consegnato al diavolo piuttosto che alla giustizia. Ma aquesto puntoper la solita legge del flusso e riflussogli venneroi terzi pensieriche lo rimisero in calma nel punto che fu in vedutadi Milano. — Il tarocco l'ho ioriflettèe bene io fuidestro nè a cederlo nè ad abbruciarloed èriposto in tal luogoche sfido il diavolo a scovarlo fuori; e primaconverrà parlare con me. — Ma per quanto codestariflessione lo avesse alquanto consolatoquando venne in piazzaFontana e guardando per la contrada Nuova vide la facciata negra eburbera del palazzo di Giustiziauno dei pochi edificjarchitettonici di Milano che abbiano il di fuori come il di dentrola sua faccia rosea diventò color di piombo.
IlSenato di Milanopoche ore primaaveva ricevuto una nota da quellodi Venezianella quale gli si annunziava la cattura fattadell'Andrea Suardi e la sua partenza per Milano; però quandoil Galantino entrò nel palazzo del capitano di giustizialasua venuta era attesa da qualche orae già gli era statopreparato l'alloggio. Il più generoso degli avventori nonpoteva venir trattato con maggior sollecitudine da nessunalbergatore. La notizia intanto che le presunzioni pel fatto di casaF... erano cadute sul Suardilacchè notissimo a tutta Milanoera già corsa per la cittàcome avveniva sempre adonta di tutte le precauzioni di segretezza; parimenti eran note atutti le misure prese contro di luie questa volta pare che ilSenato non abbia desiderato un soverchio segretoe meno ancoraquando il reo convenuto fu catturato; perchè un talavvenimento accresceva presso il pubblico la riputazionedell'autorità criminale. Tutta la città di Milano fudunque piena di un tal fattoe l'aspettazione delle sue conseguenzeerasi convertita in un'ansia impazientissimaperchè da unlato in tutti gli animi era spontaneamente penetrata lapersuasione che il reo doveva precisamente essere il lacchè; edall'altro era universale l'opinione che quel giovane furfante dovevaaver lavorato per mandato altrui. Ma d'un nuovo fatto era in attesala cittàed era la liberazione del tenore Amorevoli; a cuisapevasi già dover essere favorevole la sentenza del Senato.Questoinfattiappena seppe che il lacchè era nelle mani delbarigellosi raccolse a consulta ead una gran maggioranzasentenziò per la liberazione del costituito Amorevoli; coningiunzione però che non dovesse uscire dalla città diMilano fino a tanto che non si fosse iniziato il processo del Suardionde poterloall'uoposentire in giudizio a constatare lasomiglianza o meno tra il costituito Suardi e l'uomo che il tenoreAmorevoli aveva sempre asserito di aver veduto a fuggire.
Mase per il cantante di camera del re di Spagnadopo aver fatto per laprima volta in sua vita una quaresima di tutto rigore in carcereaun tratto era comparso il sereno; per Lorenzo Bruni le cosecamminavano diversamentee tale e tanta era la mala prevenzionedella magistratura contro di luiche non solo venne chiamata assurdala difesa del Verrila quale aveva proposto di mandarlo assoltod'ogni pena; ma contro la verità palmarecontro ladeposizione di donna Paolacontro la irrecusabile prova esibitadalla lettera stessa della contessa Cleliaprodotta in giudiziosivolle capziosamente persistere nell'accusa di tentato trafugamento adanno della contessa medesimao pel mancotrarre le cose in lungoquasi in attesa di nuovi indizj contro il costituito Bruni. PietroVerria cui la cosa fieramente cuocevae voleva purebenchèsolo e giovane e avversato dal padreriuscire a far trionfare lagiustizia assoluta contro la giustizia convenzionalepensò direcarsi ad impetrare per quel fatto la valida cooperazione di donnaPaola Pietra di cui era ammiratore sviscerato. Nemico per istinto eper ragionamento d'ogni pregiudizio e d'ogni schiavitù alleconsuetudini tirannicheaveva ammirato in colei quella potenza diragione e di volontàper cuiconvinta del veroera statafortissima contro l'arbitrio; e per cuiavendo fatto ciò chetra gli spiriti pinzocheri e il vulgo impregnato di idee falsedoveva pure generare scandali e persecuzioninon per tanto s'eracomportata di manierada produrre gli effetti contrarj; ondefuggendo dal conventoed essendo passata dalla vita claustrale aquella del secoloaveva tuttavia fatto forza all'opinione vulgare edera salita in tanta venerazioneche la maggiore non avrebbe potutoconseguirsi in verun altro modo. Il qual caso singolarissimo dellavita di donna Paola aveva fatto più volte considerare algiovane Verri come non fosse poisiccome altri opinavaimpossibileil distruggere i pregiudizj e le male abitudini inveterate delpubblico costume; e come se tutti gli uomini che vedono il giustoavessero vero coraggio e costanza veragli errori non avrebbero maiavuto nel mondo una vita eccessivamente lunga. Fanciullo egiovinettoessendo stato più volte insieme colla contessamadre a far visita a quella venerabile donnapensò dunque chegli tornasse bene parlarle adesso che aveva una cosa importante adaffidarle. Per verità che la casa di donna Paola Pietra erafrequentata giornalmente da un numero così strabocchevole dipersonee le cose a cui ella era supplicata di provvedere eranotante e così continue e intricateche non basterebbe ilportafoglio di due ministri per darne un'idea. Però il lettorepotrà credere che una tal ragione di vita dovesse riusciremolto incomoda e penosa a quell'egregia donnae che a' dar spaccio atutto non le potessero bastare le ventiquattr'ore del giorno. Una talcosa infatti l'abbiamo pensata anche noie al punto da sentircimancare il respiroquel respiro che qualche volta avrà dovutomancare alla stessa donna Paola. Ma a tutto si risponde col dire cheella vi aveva il suo genioe che recava l'entusiasmo nel pensiero dipoter essere utile altrui. Certo che una donna di tal tempra èuna eccezione fuor d'ogni ordine comune; ma è perciòappunto che l'abbiam messa innanzi ai lettori; che gli uomini e ledonne di tutti i giorni non meritano sempre di essere oggetto alleelaborazioni dell'arte. — Fra Cristoforoideale sublimesirifuggì al chiostroperchè il mondo lo sgomentòe non vide che fuori del mondo il da ubi consistam per farfruttare la sua calda virtù a pro de' fratelli. — DonnaPaola Pietra fuggì invece dal monasteroperchè nonsentiva come nel claustro ella potesse esercitare un'azione beneficaa pro dell'umanitàe volle ritornare nel tumulto della vita enel fitto della battagliafelicissima di affrontar pericoli e dimedicare ferite.
PietroVerri si volse dunque alla casa di leie fattosi annunziaresenzatanti preamboli così le disse:
—Molte voltein compagnia di mia madreio venni quisenz'altro fineche di vedere dappresso chianche fanciulloio ammiravo tanto; oravengo per una delle solite cagioni per cui vengon tutti: voglio direper interessarla ad ajutare delle buone personemaltrattate dagliuomini. A me è riuscito di sapere come V. S. siasi giàinteressata a pro del costituito Lorenzo Brunidel quale io fuieletto protettore per sua disgrazia.
—Per sua disgrazia? in che modo?
—È presto detto: per avere espressa la verità interaesenza le solite astuzie della prudenza. Perciò sarebbenecessario che V. S. parlasse di ciò al signorministro-plenipotenziarioil conte Pallaviciniil quale èl'autore appunto dell'ordinanza sulle maschere-ritratticontro laquale il Bruni non ha altra colpa che della materialecontravvenzione. Ma siccome V. S. sa bene che si vuol persistere nelritenerlose non colpevoleper lo meno sospetto d'aver fatto rapirela contessa... così...
DonnaPaola Pietra si alzò a queste parole indignatae:
—Ciò non è possibileesclamò; io stessaprodussi la lettera della contessache toglieva ogni dubbio.
—La luce non c'ètanto per chi non ci vedecome per chi nonci vuol vedere...
—Parlerò al ministro...
—Prima però sarà bene preparare il Senatoche diragione verrà interpellato: e i cavilli non mancanoe isofismi e i soliti giuochi delle carte tramutate e dei bussolotti.C'è poi di piùche la contessaa rigore di processodovrebb'essere sentita personalmente in giudizio... perchè unalettera... la S. V. capisce bene... può essere stata dettata eimposta dalla violenzae la leggequando vuole tienecalcolo di tutto... onde a queste rimostranze il governatorepotrebbe... Ellache ha tanto senno ed esperienzavede bene comevanno il più delle volte a finir queste coseallorchèc'entra di mezzo il puntiglio.
—Voi dite benissimo... ma allora che si fa?
—V. S. mi perdonima mi lasci parlare con libertà.
—Io sono qui ad ascoltarvi.
—È necessario che la S. V. senta la ballerina Gaudenzi allaquale io ho già parlato... Questa ragazza è la pupilladel Brunied è la fanciulla più semplice e piùvirtuosa che dar si possa in seno a qualunque onesta famiglianonche in mezzo alla polvere d'un palco scenico... ed è tantosconcertata per la prigionia di quel bravo uomo di Bruniche darebbela vita onde vederlo rimesso in libertà. A costei ho dunquedetto di venire a raccomandarsi alla S. V.
—Non c'era nessun bisognoio sono disposta a far tutto quello che c'èda fare... anche senza che questa fanciulla s'incomodi a venire dame...
—Questo lo so anch'ioma è un'altra la ragione per cui ènecessario che questa buona ragazza venga consolata dalle parole edai consigli della S. V.
—Ma di che dunque si tratta?
—È un affare assai delicato.
—Sentiamo.
—V. S. sa che il Senato... voglio dire i Senatorialmeno alcuni diloronon sono quelli che precisamente dovrebbero essere... e chetalunoson cose che fa pena a dirlehaper esempiol'abitudine difarebenchè di nascosto... bottega dell'alto suo ministero...
—Oh!!...
—Io non credo d'aver detto cosa che le possa riuscire assolutamentenuova; ella ha provato di peggio.
—Pur troppo. Continuate.
—Il caso poi ha voluto che quelli precisamente che trattan lagiustizia colle ganascie più che colla mente e col cuoresonoi più aperti d'ingegno.... e quel che più fasono ipiù ostinati e violentie hanno l'arte di tirar la maggiorparte a votare con loro... V. S. vede dunque che...
—Vedo tutto e non vedo nulla.
—Converrebbe che la ballerina Gaudenzi in compagnia d'una sua ziafacesse una visita a questi tali... e dopo le suppliche e i sospiri ei pianti... trovasse il modo di lanciar gentilmente deposto sultavolino verdetra la penna e il calamajoqualche rotolettoonnipotente di zecchini. I nomi dei signori senatori a cui l'oro fadir Toma per Roma son questi e questi (e pronunciò nomi chenoi non possiamo ripetere). Macontinuava il Verricome si fa a dirtutto questo alla fanciulladal momento che a meper millerispettiè impedito di toccar un tal tasto?... Nè loavrei fatto oggise non fosse qui ad ascoltarmi la vostra saviezza.
—In conclusionea che volete riuscire con queste parole?...
—La vostra sapienza m'illumini; ma sea mettere in salvo gliinnocentinon ci fosse proprio nessun altro mezzo che il sacrificiodi cinque o sei rotoletti... che sono una bazzecola per chi saltandoin teatro guadagna più di un ministroconverrebbe forsepersoverchio rispetto alla giustizialasciar offendere la giustizia?
DonnaPaola Pietra si alzòe:
—Mandate da me codesta fanciulla. Sentirò e vedrò... macaro miola cosa è così estremamente delicata ch'ionon so quel che sarò per fare. Son propositi che solo atoccarli contaminano la ragione e l'onestà... Un tempo eranocrudeli e feroci. Ora han mitigate le apparenzee son diventati...Oh tempi infelici! Mandatemi dunque la fanciulla.
PietroVerri partì.
Ildialogo surriferito del conte avrà fatto senso al lettoreeanche noi fummo per gran tempo in dubbio di mettere a nudo cotalipiaghe. Ma pensando poi che tutto serve a lezionee che il fattosolo della possibile pubblicità che tosto o tardi viene asvelare le colpe state commesse nella creduta sicurezza del segretopuò utilmente fare il suo effetto in tutti i tempi e in tuttii luoghi; abbiamo creduto opportuno di affidare per la prima voltaalla stampa la notizia di alcuni accidenti della vita pubblica eprivata del secolo passatoche finora non ottennero che di passar dibocca in bocca dall'una altra generazionee di non deviare eperdersi nel trapasso. Ma dove sono i documenti orali di quanto furiferito? Essi sono scarsi e succintima fedeli; essi sono sfoghirepentini della satira platealema che ottennero di perpetuarsiquasi come l'epigrafe della storia in tavola di bronzo. Chè ilpopolo avea l'abitudine di nominare alcuni senatori intinti nellapece della venalità con motti proverbiali; e per citarne unoaveva condannato a subire il disonore della strofa seguente due chein ciò avevan passato il segno:


Divorail C…erro
L'orol'argento e il ferro;
Ilsenator M…tone
Divoraanche l'ottone.


Chepiù? In un vivacissimo diverbio avvenuto nelle aule stesse delSenatoun Morosiniil quale era svizzero (in Senato confluiva lanobiltà non solo del ducato di Milanoma anche d'altri Statidella Toscanaper esempiodella Romagnaecc.)ebbe a dire ad unsenatore che avea gran voce in capitoloma che facilmente silasciava pigliare all'amoCh'egli non aveva i suoi possedimenti aBiassonno ossia che non biasciava o non mangiava allespalle altrui. Se non che quello stesso Morosini che avea la virtùd'essere incorruttibileassaporava poi con truce diletto i tormentifatti subire agl'imputatie assisteva alla tortura sorseggiando lacioccolata.
Edora andiamo a trovare il tenore Amorevoli.



VII


Laletteratura sarebbe assai più feconda se avesse il comodissimoprivilegio della musicanella qualeallorchè un maestro sitrova a contatto di una bella situazione drammaticae si ricordad'aver letto in qualche vecchio spartito un bel motivo che gli pajaben adatto alla situazione stessase lo appropria senza moltiscrupoli e senza timore che gli si possan fare i conti addosso. Ilsommol'unicol'immortale Rossiniallorchè un amico glifece osservarea proposito d'un suo celeberrimo quartettochequella musica trovavasi già in un vecchio spartito di Meyeril maestrone non fece altro che crollare il capoed esprimere la suacompassione per la mellonaggine dell'amico scrupolososoggiungendoper un di piùqueste parole: — Dal momento che a quellasituazione non c'era e non ci poteva essere musica piùacconcia di quella già fatta da Meyerperchè correrpericolo di guastare una situazione per la smania puerile di fare unamusica nuova? — Oh così potessimo godere anche noi di untal privilegioe tanto più che vi avremmo un diritto maggioreper la nostra condizione di non immortali! In virtù di questoprivilegio noi oggi non avremmo fatto altro che riportare come cosanostra quella bella variazione che Goethe mise in bocca al suo Faustosul tèma eterno della primavera: «I ruscelli e itorrenti si disvolgono sotto il soavevitale sguardo dellaprimavera; il vecchio e debole inverno si va ritraendo sull'ispidecime dei monti. Di lassù ci manda ancoranella sua fugaqualche spruzzaglie di geloecc.ecc.» e cosìsenzamolta fatica e colla sicurezza d'un gran successoavremmo fattol'istrumentale d'introduzione all'aria di sortita del tenoreAmorevoliche uscì di fatto di prigione in primaveramentrefaceva una splendida mattina del mese d'aprileun aprile che avrebbeben potuto chiamarsi fiorile anche prima della nuova nomenclaturadella repubblica francese. Oh dev'essere bene esuberante la gioja cheprova un galantuomo il primo istante chepreso commiato dall'amicosecondinoesce all'apertoliberotra gente libera...vogliamo dire senza manette. E una tal gioja non possiamo gustarlache per intuitodal momento che non abbiam mai avutonon sappiamose la disgrazia o la fortunad'andare in prigione; diciamo lafortunaperchè da quel Giuseppe che disprezzò lamoglie di Putifarreal violinista Tartinipare che la prigioniatalvolta faccia l'effetto d'un di que' sogni per la cui virtùdiscendono infallibili ai mortali i numeri del lotto. Maper tornarea’ fatti nostriAmorevoli uscì tutto attillatodallaprigione; chè i secondini pagati lautamente da luigliavean sempre fatto i punti d'oro. Uscìe venendo per contradaNuova e piazza Fontanas'avvide di esser presso alla contrada Largaeper conseguenzavicinissimo al teatro Ducale; però nonebbe allora altro pensiero che di recarsi làe presto sitrovò alla porta del teatro. Zampinoil servo del palcoscenicofu il primo a raffigurarloquand'egli si mostròall'ingressoe fu per cadere in deliquio per la gioja; non c'ènè cane barbonenè cane maltesenè cane pinchche sappia fare smorfie e salti di consolazione alla vista d'unpadrone ritrovatoquanti ne fece quel caro nanerottolo di Zampino avedere la faccia del suo tenoredel signor Angelo Amorevoliilquale era stato la sua risorsa durante la stagione di carnevale. —Nè Zampino si fermò lìma semprecome un buoncane amoroso che corre abbajando in casa per annunciare alla famigliala venuta del padrone aspettatocorse in teatrodove si facean leprove per la stagione di primaverae ad onta che la nuova primadonna signora Amarillide Bagnoli stesse sfoggiando una cadenza diparatagridò con quanta voce aveva in corpo: Signorièqui il signor Amorevoli! è qui finalmente il signor Amorevoli!
Tuttii professori d'orchestrai cantantii coristile comparse nonebber più l'animo alle provee furon tutti intornoall'Amorevoli a tempestarlo di domande e di congratulazioni; tantoche egli si vide obbligato ad invitarli tutti a pranzo all'albergodei Tre Redov'egli era alloggiato e dovepochi momenti doposirecò in compagnia di Zampinode' cui servigj in quellagiornata aveva grande bisogno. — E là non è a direla festa che gli fecero l’ostei camerieriil cuocoil qualeandava superbo della confidenza che gli aveva accordato il primotenore del teatrinoquel tenore tanto affabile che più volteerasi recato in cucinacon insolita degnazioneper ordinargli dopoil teatro il solito brodo a gelatina. — Ma il nostro Amorevolientrò finalmente nel suo alloggiorimasto vuoto da tantotempoe che l'oste aveva voluto a buoni conti chiudere achiave nel tempo della cattura pensando che qualcunoavrebbe pagatoe quando non si fosse presentato nessunosi sarebbepagato egli stesso col baule e coi tre cassonizeppi di roba e divestiarj. A proposito dei qualiZampino fu tosto in faccende per farloro pigliar ariachè questa era sempre stata la suaincombenza; e intanto che il tenore attendeva a dare udienza allevisitedelle qualidopo alcun'oracominciò la processioneera bello vederlo a togliere da un cassone un elmo che aveva servitonella parte d'Alessandro nelle Indiee pulirlo colla seppia;toglier da un altro una daga con lama di damascoche aveva brillatonell'Artasersee strofinarla con panno lano; sprigionare espiegazzare un manto rosso tutto ricamato in orodicevasida unaprincipessa incapricciatasi del signor Amorevoli (manto preziosochemolto aveva contribuito al successo del Ciro in Babilonia)e metterlo a pigliar aria sulla ringhiera; etirar fuori stili e stiletti d'ogni sorta con foderi di velluto ditutti i colori e prepararli per dar loro la polvere di pomiceedisporre tutte in giro a cavalcione della stessa ringhiera quelledieci o dodici paja di magliecolor carnebiancherosseazzurre.— Oh com'era felice Zampino di aver ripigliato quell'operazioneimportante!
Quandole visitefra le qualioltre ai nobili ispettori del palco scenicovi furono molti giovani cavalieri delle primarie famigliesingolarmente innamorati della musicaconcessero un po' di respiroal nostro tenoredivenuto in quel dì il personaggio piùconsiderevole della cittàal punto che se avesse fatto pagareil biglietto d'ingresso per farsi vedereavrebbe guadagnato unabella somma; allorchè dunque tutti coloro lo lasciaronorespirareed ei si trovò solo un istantecolse il momentoopportunoed uscì per recarsi egli stesso a fare un atto didovere con sua eccellenza il governatore conte Pallavicinialle cuifeste aveva cantato più d'una voltae cheper quanto gli erastato riferitoaveva messa una valida parola a di lui vantaggio.Quando dall'usciere fu introdotto nell'anticamera magnadove daqualche ora stavano in aspettazione i molti che si erano dati in notaper parlare a sua eccellenzavide uscire dalla stanza delgovernatore la Gaudenzi appuntoinsieme con la quale trovavasi donnaPaola Pietrach'egli non conosceva. — Si riconobbero tosto el'una e l'altrae pari essendo stata la meraviglia in ambiduesicorsero incontro interrogandosi a vicenda:
—Voi qui?
—Qui voi?...
Etosto la Gaudenzi volgendosi a donna Paola:
—È il signor Amorevolidisse.
—Che oggi per la prima volta respira un po' d'aria liberasoggiunsetosto egli stesso.
DonnaPaolasentendo quel nomenon potè a meno di guardare iltenore con grande curiositàma non disse nulla.
Continuavaintanto la Gaudenzi:
—Sono quicome vedeteperchè la nobile signora (e additavadonna Paola) che si è degnata di accordarmi la sua protezioneha avuta la compiacenza di presentarmi ella medesima a S. E.perimpetrare la grazia del signor Lorenzo Bruni.
—Scusatedisse Amorevoliio vengo dal bujoe veggo ancor bujo;qualcosa ho sentito direma di preciso non so nulla; intanto cheaspettovogliatemi dunque raccontare ogni cosa; e con atto dicortesia presentava una sedia a donna Paola.
—Non vi pigliate incomodoella dissemi attende la carrozza che midee condurre dove sono aspettata. Voi intantocara miasoggiunsevolta alla Gaudenziindugiatevi qui fin che il segretario vi porgail biglietto confidenziale di S. E. per il presidente del Senato... Ein quanto al restovivete di buon animochè prestomilusingosarete uscita da ogni fastidio; che Iddio vi benedica! —E partì.
—Oh che santa donnaoh che donna amorevole è quella che ora ciha lasciati! disse la Gaudenzi. Senza di lei sa Iddio che mai sarebbeavvenuto di Lorenzo! — E si fece a raccontare all'Amorevolitutto l'imbroglio storico che noi sappiamo. Amorevoliche inprigione non aveva raccolto che qualche frammento di notizia daisecondiniil quale gli avea cresciuto la confusione delle ideementre poi coloro che lo avean visitato all'albergo nonl'avevano intrattenuto che di complimenticredette di sognare quandosentì la storia della mascheradel deliquiodella fugadell'arresto.
—Dunque la contessa è fuggita?
—Fuggitasicuro.
—Ma dove?
—Si dice a Venezia.
—Oh!!!...
Amorevolitacque...; la Gaudenzi non parlò. Un eloquentissimo silenziodurò per qualche momento.
—Ma voi dovete ballare al san Moisè questa primaverasoggiunsepoi Amorevoli.
—Sì... e devo partire a giornie faccia la fortuna che Lorenzoci abbia ad accompagnare. Ma ho sentito che anche voi...
—Io sono scritturatoa stagionepel carnevale venturo...; in quantoalla primaveranon sono obbligato che per sei recitee non hopotuto dir di noperchè quei signori patrizj mi hanno mandatouna cambiale colla cifra in bianco; perciò vedete bene che hodovuto lasciarmi vincere.
LaGaudenzi sorrisee non rispose nulla. In quella entrò unsegretario di S. E.e le consegnò una cartaricevuta laquale partì di làinsieme colla zia che l'attendeva inun angolo dell'anticamera.
Amorevolistette aspettando che venisse la sua volta di essere introdotto algovernatore; per il che dovette lasciar passar quasi un'ora avendocangiata la noja dell’aspettare nell'altra noja non meno pesantedi dover subire mille interrogazioni da quanti erano là adaspettare con lui.
Entròfinalmente dal governatoretrovò affabile accoglienzaparlòebbe lusinghiera rispostaprese commiatoepartito di palazzoeadempiute alcune altre faccenderitornò finalmenteall'albergo dei Tre Redov'era già preparata una gran tavolaper più di quaranta posatela quale era la tassa cheAmorevoli doveva pagare per essere stato liberato dalla prigione.
Ilnumero dei convitati l'avea dato Zampinoche in quel giorno fucameriere soprannumerario e sovrintendente. Poco prima delle duetutti i commensali eran raccolti all'albergo. Alle due fu dato intavola. Vi sedevano la nuova prima donnail nuovo primo tenoreilnuovo primo basso. Il primo violino direttore d'orchestrail maestroGiambattista Lampugnanicompositore e concertatore; i rappresentantidi tutti gli ordini della gerarchia teatrale. Il pranzo principiòin silenziosi animò a mezzosi riscaldò poscia;prima cominciarono a parlare alcunipoi ad uno ad uno entraronotutti gli altri col sistema precisamente degli stromenti d'orchestra;e col sistema del crescendo rossinianoallora nemmen sospettato daimaestriquantunque fosse un modo spontaneo della combinazione deisuonitutti si confusero finalmente in quel poderoso e strepitosounisono che compromette il timpano degli orecchi delicati. Quando poicorse il moscadello e il monterobbioe le idee nei cervelliriscaldati cominciarono a far la ruotanon vi fu più ritegnonè di parole nè d'allegria.
—Viva il tenore Amorevoli!
—Viva il re dei tenori!
—La simpatia delle platee.
—Dite piuttosto dei palchetti.
—Ah mio caro Amorevoli amorososaltò su un tal Frontinosecondo tenoreun po' esaltatotu porti il nome con te e dovunquetu vadaquando non fai da Giasonefai da Paride e fai da Enea... Ahdiavolo che tu seiti ho seguito un pezzo per tutti i primi teatri ed'Italia e di fuori... e dappertutto hai sempre fatto l'effetto d'untizzone gettato in una polveriera... Ti ricordi a Roma... ti ricordia Napoli... Oha Napoli... quello fu un contrattempo!... E aMadrid... a propositosei guarito da quella puntura nel collo?...Ah... ecco qui...


Chisi guarda dal guarnello
Piùsi guarda dal coltello....


Ah!ah! ah!… Poveri maritidove tu bazzichi... È peròanche vero che non sei de' più fortunati... Là il collofasciatoqui le mani legate. Ah! ah! ah!e rideva un po' perchèaveva ragioneun po' perchè il vino rideva per lui.
—TacitaciFrontinodisse Amorevolie lasciami in pacee se seiallegro più del solitosta in carattere almeno e parla dicose allegre.
—Ho detto così per diree anche per darti un consiglioil mioAmorevoliperchè so che tu vai a Venezia... e quella èla città dei pericoli e dei trabocchetti amorosi. Peròsta in guardia.
Magli altri compagnonisebbene allegri come il secondo tenore signorFrontinodiedero di svolta a quel discorso malsanoe trovati altripropositiprolungarono sin quasi a sera lo sturamento delmonterobbio; e se ne uscirono tutt'altro che responsabili dellaconservazione del loro centro di gravità. E fu davvero unmezzo prodigio severso mezzanottei suonatori del teatroraccapezzarono tanto di lena e di fiato da mettersi a sedere ad unaorchestra posticcia innanzi alla porta dell'albergo dei Tre Reperfare una serenata di congratulazione e d'addio al celebre tenore cheil giorno dopo doveva partir per Venezia; perchèse illettore non lo salo sappia adessoche prima di abbandonare ilCapitano di giustiziacondotto a guardar la faccia di Galantinoprotestò di non ravvisarlo affatto; onde ebbe licenzasevolevadi partire anche dalla città di Milano.
Laparte giovane e vivace e tanto quanto musicale della popolazione diMilanoche aveva subodorata quell'accademia a ciel serenoaffollòla contrada dei Tre Reesecondo il costume imperscrivibile deigiovinotti di tutti i tempi e di tutti i luoghifecero un baccanodel diavoloe chiamarono a gran voce il tenoreche dovette piùvolte mostrarsi sul poggiolo dell'albergo a ringraziarecome sefosse una testa coronatail buon popolo delle attestazioni dibenevolenza onde gli era cortese; e finalmente potè andar adormire quando i violini cominciarono a sentir l'aria umida dellanottee gli strumenti da fiato cessarono di ricever fiato dai loroproprietarjche sonnecchiavano coi corni e i clarinetti in bocca.
Mav'è chi dorme di nottee v'è chi veglia; eprecisamente quando il tenore Amorevoli potè pigliar sonnovegliava ancora... chi? un uomo di cui il lettore si è forsedimenticato: il conte ex colonnello V...il marito della contessaClelia.
Noilo abbiamo lasciato in un tristo momentoin cui l'ira gli era statadimezzata in petto dalla pietà... Dopodovette cedere allecircostanze... ai pianti della madre di donna Cleliaa quelli dellasorellaai consigli del fratello... D'altra partefuggita lacontessaimprigionato il reo tenorequand'anche avesse voluto farmulinelli collo spadone che aveva portato al reggimentonon avrebbepotuto che farli all'aria: si contenne dunque fremendoal punto chepotè aderire al suggerimento di suo fratellouno del nobilecollegio dei giureconsultie presentar la petizione formale perottenere contro la moglie la divisione giuridica di letto e di mensa.— Essendo poi noto sì a lui come al parentado che lacontessa erasi rifuggita a Veneziadopo il falso gioco tentato perfar credere ch'ell'era stata rapitapiù volte ei fu inprocinto di recarsi colàe solo si trattenne al pensiero chepoteva nascere uno scandalo nuovosuperiore al disonore. Oltre aciòil fatto che l'Amorevoli era in prigionee trovavasi chisa per quanto tempo fuor d'ogni libertà d'azionegli ammorzòil furore per quella parte che bastava onde non lasciarlo partir daMilano.
Madurante quella giornata seppe che il tenore era stato messo inlibertà; seppe inoltre (e a una tal notizia poco bastònon uscisse di cervello affatto)che il tenore era stato scritturatodai messeri ispettori del teatro di Venezia per sei recite. — Unuomo placido e di buon senso e di spiritoche fosse natoperesempioa Parigi e fosse un seguace del sistema onde colàtrattavansi le infedeltà conjugalinon avrebbe fatto altroche recarsi a domandar consigli di prudenza a una mezza dozzina diballerine voluttuose del teatro del Re... Ma egli eraispano-italico.E questo fu il contrattempo. —Perciòdopo il primo subbollimento del sanguesi contenne inapparenzae si finse tranquillissimo coi parenticol fratellocogli amici; e tutto questo per potere annunciar lorosenza generaresospettiche voleva lasciar per qualche tempo la cittàeuscire a diporto... Partì dunque due giorni dopoquasicontemporaneamente all'Amorevoli... epur troppoalla volta diVenezia. Abbiamo pertantolettori amici e nemicitutte le ragionidi credere che la guerra sia tutt'altro che finitae che soltantosiasi trasportato altrove il quartier generale.

LIBROQUARTO


Ilgiovane Parini. — Una lezione intorno ad Orazio. — I duefigli di donna Paola Pietra. — Venezia ed il suo maggio. —La contessa Cleliaed il gondoliere—poeta Antonio Bianchi. —Il conte V... — Preliminari del processo del lacchèGalantino. — Gli statuti criminali di Milano. — Il dirittoromano e comune. — I giurisperiti interpreti. — Il giovaneAngelo Emo. — Il palazzo Pisani e l'architettura a Venezia. —Il conte Algarotti. — Letteratipittori e architetti veneziani.— Il padre Vallotti e il violinista Tartini. — La contessaClelia V...e il recitativo del maestro Vinci. — La suonata deldiavolo. — Il duello e i suoi commentatori del secolo XV. —Il conte V... — Il tenore Amorevoli e il gondoliere—poeta.


I


..............Siet vivo carus amicis
Causafuit pater his; qui macro pauper agello
Noluitin Flavi ludum me mitteremagni
Quopuerimagnis e centuribus orti
Lævosuspensi loculos tabulamque lacerto
Ibantoctonis referentes idibus aera;
Sedpuerum est ausus Romam portare docendum
Artesquas doceat quivis eques atque Senator
Semetprognatos..............


Cosìècari miei; espressamente vi ho fatto tradurre questo passod'Orazio della satira VI del libro primoperchè impariate aconoscere questo poetaosservato in tutte le sue facce... Il vostroprofessore di rettoricail quale fu anche mio professore puòaver ragione... ma non mi par giusto che si debba chiamar vizioso chidel suo padre serba così onorata memoria; e ad ogni momentonon cessa di esprimergli la sua gratitudinee vivendo tra cavalierie accanto a Mecenateesalta il padre libertoe dice:


.......athoc nunc...


Leggetequi:


Lausilli debetur et a me gratia maior.
Nilme pœniteat sanum patris hujus.


Costuinon poteva dunque essere nè cortigiano mai nè vile.
Civuol altro che richiamar sempre l'epistola Cum tot sustineasecc.dove Flacco per la prima ed unica volta esagerò lelodi d'Augustoe della quale fu cagione una lettera minacciosascritta dallo stesso principe a lui; ci vuol altro che dimenticare abello studio il coraggio onde Orazio non dubitò di ricordare isuoi legami con Brutoe di lodare gli ultimi eroi della repubblicaagonizzantee di rifiutare il posto di segretario presso Augustomedesimo. Così èi miei ragazzi; tuttavia io nonvoglio già dire che Orazio fosse senza peccato; chi lo èin questo mondo? chi lo poteva essere in que' tempi? ma dico esostengoe ad ogni occasione vi mostreròche egli fu unodegli uomini più virtuosi e più schivi e modesti e piùliberi di quel tempo e di tutti i tempi. Nè se non fossiconvinto di ciòmi sarebbe sì cara la sua poesianèio sprecherei il mio tempo a spiegarla a voi con tanto amore ecostanzase credessi quello che il padre Branda dice di lui. Io nonposso scompagnare quel che si pensa da quel che si fanèposso dividere la ragione della vita dalla ragione dell'arteperchèchi conduce torbidi i giorni non può aver limpido il pensiero;ondese io pensassi d'Orazio quel che ne pensa il padre Brandagetterei le sue odi e le sue satire da questa finestra; nèvoicari ragazzimi avreste vostro ripetitorese fossi condannatoa magnificarvi la potenza dell'ingegno di un uomo di cui disprezzassila vita. Intanto da questo passo vi è mestieri apprendere comedobbiate onorare la memoria paternacome dobbiate venerare la vostramadre santa.
—Che cosa ha il nostro signor abatedisse in quella donna PaolaPietra che entravanella stanza di studio dei suoi figliuoli....Cos'avetemio caroche tuonate come un predicatore dal pulpito? esorridendo amabilmentestrinse la mano al giovane abateche tutti igiorni veniva a far la ripetizione ai suoi ragazzii qualifrequentavano le scuole Arcimboldi.
—Nullao signorama in talune cose non posso andar d'accordo colreverendo padre Brandache onoro moltissimoe al quale mi legagratitudine di scolaro. E non lo potendoho l'obbligo di parlarchiaro e di dir tutto il mio pensiero anche a questi cari giovinetti.La questione riguardava Oraziodi cuicontro il padre Brandasostengo che non solo era un grande poetama era anche un poetagalantuomoperchè se non fosse così e se intorno a ciònon avessi tranquillissima la mia coscienzanon sarei mai apermettere che dei ragazzi avessero a correre pericolo dicontaminarsi a leggere le opere di taledi cui non si potessevantare una vita complessivamente onesta; perchè è unamia opinione chepur di sotto alle avvenenze della formaserpeggerebbe il veleno funestissimo ai giovani.
L'abateche parlava in tal modoaltoscarnoche nell'esprimersi mandavalampi dai grandi occhi nerie spirava un'aura solenne dall'arcomaestoso del ciglio e dalle forme del volto già austeroperquanto fosse giovanetanto giovane che gli mancavano 25 giorni acompire gli anni ventunoera Giuseppe Parini. Donna Paola sicompiaceva ad assistere ella stessa alle ripetizioni che il Parinidava a' suoi figlie perchè si dilettava di quelleanimosissime digressionie perchè alquanto ne serbava inmente per venireall'uopoin ajuto dei figliuoliquando soliattendevano ad eseguire il còmpito che dava loro ilprofessore. In quanto al Pariniei s'infervorava per tal modo nellaspiegazione de' classici latinie segnatamente del suo predilettoOrazioche il più delle volte bisognava che donna Paola lopregasse a desistereed aversi qualche riguardo; e gli facessepresente dover esso dare altre ripetizioni in altre case prima cheterminasse la giornata.
Ciòche può fare grandissimo un uomo in quelle arti dove la formae il gusto sono indispensabili a rendere efficace ed evidente edamabile il concettoe segnatamente poi s'egli è nato peresser genio di perfezione più che d'originalitàèdiremola fortuna di trovare fra i grandi autori colui che abbiaquasi identiche alle sueoltre alle qualità primitivedell'intellettoanche talune circostanze della vita. Il Parininelsuo presago orgoglio giovanilesi compiaceva forse di quel concorsofortuito di accidenti pel qualesiccome Orazio dalla natia Venosaera stato condotto a Roma dal padre liberto; così a lui eratoccato un padre tanto amorosoche non dubitò di venderel'umile poderetto presso l'Eupilipel desiderio ch'ei potesseattendere agli studj nella capitale del Ducato di Milano.
Applicatosia questi e passato alle lettere umanequando il Parini conobbeOrazioforse credette conoscer di più sè stessoepoter misurare con maggior sicurezza le naturali e caratteristichequalità del proprio ingegno. — Fu quello adunque il suoautore; lo studiòlo tradusselo sottopose alla piùminuta analisidisfacendoloa dir cosìper rifarlo; comechi natoper esempioalla meccanicasi prova a scompaginare esciogliere ad uno ad uno tutti i congegni d'un movimento d'orologioper provarsi a ricostruirlo poi da capo. Egli è a questo modoche lo studioso diventa padrone di una disciplina o di una parte diessaal punto ch'ella si faccia obbediente e docile alla suavolontàe possa così ampliarsi e fruttificare in nuoviaspetti. Egli è di tal modo che nella scienza succedono lescopertee nelle arti le innovazioni e le riforme del gusto. Macodesta indagine insistente intorno agli autori latini e ad Orazioera appunto giovata al Parini dal bisogno inesorabile per cui dovevasalir tante scale al giorno a dar lezioni e ripetizioni a dieci soldil'unaonde soccorrere alla madre poverissima non che a sèstesso. Dovendo spiegare ad altri un oggettonelbisogno di far passare nell'altrui mente le idee e le cognizioni chestanno nella nostrasotto l'assiduo martello dell'analisisisvelano interi e ad uno ad uno tutti gli elementi costitutivi diquell'oggetto stesso. È così che il sapere si trasmutain sanguecome un cibo sano assimilato da uno stomaco perfetto.
Inquelle lezioni e ripetizioni che il Parini dava a non pochisuoi allievisenza ch'egli se ne fosse fatto un sistemapremeditato e discussobensì per la spontanea felicitàdel suo ingegnoera riposto il metodo più sicuro e piùamabile d'istruzione. La bellezza fatta gustare dallavivacità dell'espositore attraeva i giovani ingegnii qualiuna volta fermati nella contemplazione di quella bellezza medesimas'infervoravano negli studjdei quali s'appigliavano poi a talunadelle molteplici diramazioni a cui si volgeva col tempo la specialeloro vocazione. Parini spiegando un'ode d'Orazioper l'associazionespontanea delle idee e per la sua naturale facondiadivagava a piùcose; e gli scolari in quelle divagazioni imparavano ad interrogaresè stessi per determinarsi poi ad una disciplina speciale.Però anche nel maggior progresso de' tempi sarebbe semprestato avverso il Parini a quella infesta enciclopedia onde sicondannano a stanchezza anticipata le menti giovanili nel puntomedesimo che si profumano d'orgoglio; chèper codestaenciclopediasi trascuraquasi come accessorial'arte prima didare ordine logico e forma decorosa al pensierola qualeappresanei classici prosatori e poeticosparge di gentilezza perpetua tuttala vitae da essa scaturisce poi il desiderio di riparare a scienzepiù sodema in quella età che è robustissima acomprenderlea trattarle e a dominarle. Da fanciulli imbrattati dipolvere enciclopedicache hanno ridotto l'intelletto come una pietralavagna continuamente scritta e continuamente cancellata dallosfregatojoe ammaestrati a disprezzare la forma del pensieroquasiche la forma non fosse un modo del pensiero stessonon potrannouscire uomini capaci a far progredire nè un'arte nè unascienza mai.
Mapiù che codesta nostra incompleta e nel tempo stesso troppolunga digressionea mostrare come dovrebb'essere governatal'istruzione letterariabasterebbe che si potesse riprodurre qui alvero e al vivo una di quelle lezioni che il Parini faceva a'giovinetti a lui affidati. Donna Paolaassistendovi quotidianamenteaveva imparato a stimare di giorno in giorno sempre più ilgiovine maestroe tanto più che di mezzo all'esercitazioniletterariequando il tema lo eccitavaegli usciva in certischiantidiremo cosìdi bile generosa e di caldissimaeloquenzaa cui era fomento la nativa severità del suocostume.
DonnaPaola lo ammiravae sentiva pietà del suo povero statoeavrebbe voluto in qualche modo poterlo soccorrerese non vi si fosseopposta la dignitosa fierezza del giovine.
Questiintanto continuava la sua lezioneed ella ascoltava in silenzio. Senon che pareva preoccupata da qualche altro pensiero e quasi letardasse che non si desse fine alla lezione; perciò quando ilParini fece una lunga pausa al discorso:
—Badate che si fa tardiella dissee voicome di solitotrascinatodall'amore degli studj e dallo zelo per l'educazione de' giovanitrascurate il vostro interesse. Per oggi dunque può bastare...e voidisse poi rivolta ai figlipotete fare una passeggiata coldomestico.
Idue giovinetti si alzaronofecero un saluto gentile al Parinibaciarono la mammae uscirono.
—E cosìche vi pare di questi miei figliuoli?
—Io ne spero assai bene. Carlo ha più rapida perspicacia;Arrigo è più tardo. Ma non dubiterei che il secondo nonfosse per lasciarsi indietro il maggiore nell'età del piùcompleto sviluppo... Ma cos'ha ella oggiche mi sembra turbata?...perdoni l'osservazione.
—Lo sono di fatto... anzi... ho bisogno di voi...
—Mi comandi.
—Siete già stato oggi a far lezione al figliuolo della contessaMarliani?
—Ci fui.
—Avete parlato colla contessacol contecon qualcheduno di là?...
—Io sì... ma....
—Ascoltate. Io so che la casa Marliani è in gran dimestichezzacolla casa V... Mi bisognerebbe dunque di sapere se il conte èrealmente partito da Milanocome ho sentito dire ...
—È partito... ed anzi vi dirò che la cosa non èliscia…; la madre della contessa Clelia venne stamattina incasa Marliani... ed era tutta sconcertata... in conclusione si temeche il conte sia andato a Venezia...
DonnaPaola balzò in piedi a queste paroleesclamando:
—Ah il mio sospetto! Macosa pensano di fare coloro... Madresorellafratello... i quali non so se abbian sangue in corpo ostoppa?... Io non ci capisco nulla. Aspettar tanto per accorgersi diciò; e lasciarlo partire senza pensaresenza temeresenzaprevedere... Ah gente stolida e senza cuore!
IlParini facevasi attento.
—Sentitecontinuava donna Paolavorreste voi assumervi unincarico?... È d'uopo che qualcuno apra loro gli occhi... cheuno della famiglia.... Se non può la madrec'è ilfratello... cosa fa qui il fratello?… chè non vola aVenezia a difender la sorella? Stolido!!
—Cosa dunque avrei a far io?
—Parlar alla contessa Marlianisenza nominar me in verun modomostrarle la gravezza del casointeressarla a voler determinare ilfratello della contessa Clelia perchè si rechi a Venezia senzaperder tempo. Io ho già scritto alla contessama che puòmai fare una lettera? Ahcaro miovoi non potete imaginarvi in chetormentoso affanno io mi trovi... io chenell'intento di stornarede' mali gravine ho forse accumulati di gravissimi... Ma che potevofar di più?...
—Ella non doveva e non poteva essere responsabile delle azionialtrui...
—Fui io stessa a consigliarla di riparare a Veneziaperchè làconoscevo una famiglia d'oro a cui affidarla.
—Dunque?
—Chi poteva sospettare e prevedere che l'uomo per cui ella si trovòin così grave intrigoper cui lasciò maritoparentipatriadoveva precisamente trasferirsi a Venezia anch'esso?... Oradunque potete comprendere di che si tratta... e come sia possibile eprobabile eDio non lo vogliaforse vicina una tragediadomestica... Fate dunque presente tutto ciò alla Marlianigiacchè la contessa ama qualche volta intrattenersi con voi;sopratutto mi premerebbe che la raccomandazione fosse fatta in modoche paresse una vostra inspirazione.
—Io farò in maniera che possiate esser contenta...
—Un momento fa vi raccomandava di attender meglio al vostro interessee di non abusare lo zelo a danno vostro e di vostra madre... Ma oradebbo dirvi tutto il contrario... che bisogna mettiate per oggi daparte tutte le cose vostre... Del rimanentechi perde il tempodeeesser compensato... e...
—Che! gridò il Parinivorrebb'ella togliermi la mia parte dimeritoquandosotto a' suoi ordiniavessi potuto cooperare avantaggio altrui?
—Non mi guardate cosìanima fieradisse donna Paolasorridendo lievemente; e giacchè so che avete tanto entusiasmonel fare il bene... andate e siate sollecitoe Iddio vi benedica.
IlParini partì; donna Paola si gettò a sedere in granpensiero. E noi mettiamoci sui passi di coloro per cui la pietosadonna tanto si affannava.


II


SeAmorevoli avesse dovuto partire da Milanolasciandovi quella percuiavendo sopportato un malanno non indifferentegli era cresciutoin cuore l'affetto; certo che il contento di trovarsi finalmentelibero e in piena balia di sè stessogli sarebbe statoamareggiato dal pensiero che forse non avrebbe veduta mai piùcolei che abbandonava; ma invecealla gioja della libertàaquella che gli veniva dalle attestazioni di stima di un pubblicointeroda una salute perfettadalla gloria presente e dalla futura(tutte le professioni dall'astronomo al ciabattino hanno la lorogloria)e dalla ricchezza già in parte accumulata e cheprometteva di cresceree per sè stessa e pel fruttode' capitalisi aggiungevano le speranze agilissime e l'esaltazionecerebrale di chi moveper un felice concorso di circostanzelàprecisamente dove si trova la persona che in quel momento èfra tuttela più desiderata; e per la qualetanto si èprodighi quando l'affetto è in tumultosi darebbero incompenso alcuni anni della vita onde toglier gli ostacoli che sifrappongono al completo suo possesso. Ma per questa giojaper questesperanze appuntoil viaggio di cent'ottanta miglia gli riuscìnojosissimoe s'impazientò più volte col lentopostiglione e colle ardue e tortuose e fangose e ciottolose stradeche facevan bestemmiare alla sua volta anche il postiglionee cheinvocavano quel sistema a cuisiccome vedremofu provvedutofinalmente molti anni dopoper opera di que' nostri concittadinisapientiche misero coraggiosamente la mano ad estirpare tutti gliavanzi della vetusta barbarie. Ma egli giunse finalmente al Dolo etoccò Mestree làcoll'ansia che gli cresceva inpetto in ragione che si avvicinava all'isola incantatanoleggiòuna gondola non avendo voluto entrare nel barcone del procaccio; esentì finalmente sotto di sè il gorgoglìodell'onde di quella tanto decantata e tanto da lui vagheggiatalaguna; chè delle molte città d'Europa che avevano unteatro celebresoltanto Venezia gli rimaneva a conoscerela cittàmusicale per eccellenzaquella i cui giudizj in fatto di musica e dicantoavevano meritamente allora la preferenza su tutti quelli dellealtre città. Peròegli era sollecitato da un'altraansiache gli derivava dall'amore dell'arte e dal desiderio cheanche Venezia suggellasse la di lui celebrità col suo votoautorevole e co' suoi applausi. Chi professa un'arte qualunque pervocazione e con entusiasmonon può mai scompagnare ilpensiero di essa da qualunque altro pensiero. Del rimanenteilgondolieregiacchè trattavasi di un viaggiatoree d'un riccoviaggiatoreper quel che gli parevanon prese nessuna scorciatoiaquando fu presso Veneziae volle fargli gustare lo spettacoloinnanzi al quale avea veduti tutti quanti i foresticom'essidiconoad inarcare le ciglia. È commovente e poeticoquell'amore veramente figliale che hanno per la loro bella patriaanche gli uomini più incolti e più rozzi di Venezia. Ilgondoliere gode e si compiace della meraviglia che vede dipinta sulvolto del forastiero che per la prima voltaentrando nel Canalgrandenon sa farsi capace di una così interminabile schieradi palazzi insignitre o quattro de' quali basterebbero a far onorea qualunque città; del forastiero che s'imagina di trovarsi alcospetto di una scena incantata quando la gondola si ferma al moloed egli uscendone si trova in faccia la piazzetta.
—Ghe piasela sior? disse il gondoliere quando vide il nostro Amorevolifermarsi estatico sulla scalea. No la xe mai stada a Veneziaela?
—Nocaro mio.
—E benla fazza conto che no i xe qua tuti i so tesoricome sevorave da qualche foresto invidioso... Me credelasior?
—Perchè non ho da crederti?
—Se vostra zelenza me permetesegh'avarave vogia de compagnarla mi aveder le maravege de la zittà.
—E vienialla buon'ora... ma prima accompagnami all'albergo... almigliore... capisci tu?...
Ilgondoliere invitò il suo viaggiatore a rientrare in gondolaelo condusse allo Scudo di Francia.
—Vieni a pigliarmi colla gondola fra un pajo d'oreche intanto debbodar sesto alle mie robe. Tu mi hai faccia da galantuomoe avròbisogno dei tuoi buoni servigj... e così dicendo diede algondoliere una mancia oltre al convenuto.
Ilgondoliere vi gettò un occhio di traverso; fu contentissimo epartì.
Etosto Amorevolida un cameriere che non era di Veneziama parlaval'italiano coll'accento di chi è nato in Franciafu condottoin una bella camera al primo piano che rispondea sul rio...
—Le piace quest'alloggio?
—Va bene sì... ma...
—Che?
—C'è qualcosa qui presso che non manda buon odore... Io ho lenaricaro mioassai delicate e permalose... e vorrei...
—Signoremi permetta di dirle una cosa... A Venezia c'è tuttodi grandedi bellodi buonoma bisogna avvezzarsi all'odore dellalaguna. Tutte le città hanno il loro difetto... vorrebb'ellache Venezia ne fosse senza?... A Roma vien la terzana a chi va fuorisulle ventiquattro... A Milano c'è l'aria grossa... A Parigic'è il fango che imbratta le vesti... A Cadicedi nottevolanell'aria un verme assassino che intacca il polmone. Io ho servito inpiù città di Europa... e non v'è luogo che nonabbia il suo malanno. Però mi permettasignorech'io le diaun consiglio.
—Che consiglio?
—Non tocchi un tal tasto ai Venezianiperchè c'èpericolo di perdere la loro amicizia. Ella può lasciarsiandare a criticare il loro teatrola piazzail ponte di Rialtoilcorno del Doge... tutto... ma non tocchi il cattivo odore de' suoirii... Per questo lato è convenuto che debbano esalare essenzadi rose.
Noinon sappiamo se quel cameriereche non era di Veneziadicesse laveritàma in ogni modo si vede che le città son comegli uomini. Canova s'indispettiva se altri non dava alcuna importanzaalle sue povere tele; e non teneva gran conto dell'ammirazione chetutta Italia prodigava alle sue grandi opere statuarie.
Inquanto ad Amorevoliegli non trovò da replicar nulla colcamerieree dato sesto alle sue robe e rimbionditosi con ogni curadiscese a mangiare; dopo di che aspettò che venisse l'uomodella gondolail quale venne in fatto sull'imbrunire.
—Ormai si fa tardicaro mioe ci resta ben poco a vedere...
—Ma no salazelenzache Venezia la xe megio de notte che de zorno...La se contenta de lassarse guidar da mie la vederà che cossegrandisior!
Dopopochi minuti erano al largo verso la Zueca. Il felze era statolevatoe Amorevoli appiccò conversazione col gondolieredacui sperava di raccogliere tutto quello che gli abbisognava.
Lasciamolidunque andare. E noi vediam d'abbandonarci a qualche digressioncinasecondo il solito.
Noisiamo dunque ammiratori entusiasti della città di Venezia.Basta il dire che la nostra fortuna è che Venezia non sia unadonna; diversamente chi sa che tremende pazzie avremmo commesso peramor suo. A dare una prova di codesto amore svisceratochiperesempioa voce e in scritto ha lodato più di noi il suo mesedi maggio? Dappertutto questo mese è tenuto in granderiputazionee i devoti lo chiamano perfino il mese di Mariatanto èsoave e benefico. Con tutto ciò a Milano il mese di maggionel suo carattere verace e completonon lo si conosce che perrelazione e in teoriae per quelle nozioni che si attingono daipoeti classici greci e latinii qualiimbalsamati come erano dalvento che soffiava dal mare Argolico o dal porto di Ostiapoterongustare il maggio in tutto il suo splendore; ma in praticaalmenoper quanto ci constaMilano non sa che cosa sia un tal mesee nontrova in esso che la più completa contraddizione alledescrizioni dei poeti. Invece a Venezia è tutt'altro. Veneziaè la madre adottiva non solo del chiaro di lunama sìanche del maggio; e noi possiam dire d'aver fatto la conoscenza dilui soltanto sotto il suo cielo! Almenonei due anni che vipassammoquel mese fu d'una eleganza così grecad'unamollezza così orientaleche non potremo dimenticarlo cosìfacilmente. Se non chemescendosi all'eleganzacome dicemmolamollezzail maggio di Venezia è un mese pericoloso. LordByronche faceva i suoi computi a seconda del meridiano di Londratrovò essere il giugno il men puritano dei mesi; ma noicresciuti in plaga più mitesiamo stati obbligati a fare iltrasporto di trenta giorni. È a Veneziapur troppoalmenosecondo la nostra esperienzaè nel mese di maggio che l'uomoriscaldato dal sole di una primavera orientalee circonfuso dallemolli aspergini marineprende somiglianza del bacoil qualepasciuto e sazio di foglias'irretisce lieve lieve nel serico filoaspettando di eromperne farfalla. In quanto poi all'anno 1750ilmese di maggio veneziano cominciò appunto co' più lietipronostici del suo limpido soledel suo cielo trasparente edell'aure sue mitissimeattraversate di quando in quandodall'afrodisiaco scirocco.
Peròanche alla contessa Clelianon avvezza al clima venezianopiùche mai parve balsamica in quell'anno la stagione primaverile; econfrontandola alla consueta di Milanole sembrò tutt'altracosa; di modo che parlandone ai signori che la ospitavano:
—A Milanoella dicevala primavera è la stagione in cuis'accumulano tutti i disastri delle altree sebbene anche laggiùla si debba chiamare la gioventù dell'annoè unagioventù infelicetravagliata e disperata. Quasi quasisenon fosse per le buone speranze che dàsarebbe da posporsialla vecchiaja.
Daqueste parole si vede cheanche prima del taglio delle foresteleprimavere milanesi non eran le più accreditate neppure nelsecolo passato; tale almeno era l'opinione e l'esperienza dellacontessa Clelia. Ma ellasiccome spirava il vento più mollepiù carezzoso e più tepido sull'espansa lagunasentivacosì a circolare in sè più rapido il sangue epiù caldoil che le comunicava all'intellettoe piùalla fantasiache è una sezione di quellouna indefinibileesaltazione e un tumulto di desiderj vaghiche le impedivano persinodi dar tutto il peso all'infelice situazione in cui versava. Permolti e molti giorni. avea saputo essere costante a non uscir mai dalproprio appartamentoe ad imporsi tutti gli obblighi di unavolontaria prigione; ma un dì cominciò a crederragionevole di poter far parte della serale conversazione chetenevasi in casa Salomon; e siccome eravi stata accolta con que'segni di stima e di amorevolezza che troppo rare volte avea trovato aMilanocosì non fu per nulla restìa a passare daquella conversazione ristrettatranquilla e casalingaalle altre dicase più cospicue ed affollate del bel mondo. E làfratanti giovani che le fecero cerchio intornotrovò persinoentusiasmo. I romanzi dell'abate Chiari eran letti avidamente allorae avean messo in tutti gli animi giovanili il desiderio delmaraviglioso e dello strano; onde la contessa V... di Milanogiovanebelladottaavvezza a trattare con dimestichezza i corpicelesti (chè di ciò era corsa la voce anche là...)infedele al maritola qual cosain un secolo corrottofaceastupendo giuoco più ancora dell'astronomia; per di piùinnamorata del più bravo e del più bel tenore delsecolopersonaggio che in una città musicale dovea produrrel'effetto di un giovane e prode capitano dei dragoniin tempod’esaltazione guerriera; eper il non plus ultra delromanzescoautrice di una fuga disperata (le fughe hanno sempretrovato entusiasti in tutti i tempiad eccezione di quelle inmusica); tutte queste cose avean dunque fatto sorgere intorno a leiun'atmosfera di splendori così abbagliantiche l'ammirazioneper leiin un periodo in cui le pesanti parrucche ajutavano ariscaldare i cervellidiventòcome dicemmoentusiasmodiventò delirio. Se poi la contessa Clelia si compiacesse diciònon tocca a noi a dirlo. Era la prima volta che provavaquel genere nuovo di soddisfazioni; laonde del non aver essa voluto osaputo ritrarsi da quel vorticenoi non ci sentiamo il coraggio dicondannarla. Per giunta aveva trovata accoglienza e cortesiastraordinaria persin nelle donnefatto piuttosto unico che raro; mabisogna considerare chein virtù di tanto intreccio di coseell'era salita a quel fastigio che toglie perfino il sentimentodell'invidia. Ell'era insomma una specie di lord Byron vestito dadonna e in guardinfante. Però se le altre patrizie bellissimee argutissimechè di tali Venezia ebbe a tutte l'epoche forsela più eletta schieraesercitavano tra di loroe come a direin famigliale loro garele loro invidiele loro guerre piùo meno astutepiù o meno perfidetutte si trovavan poid'accordo nel festeggiare l'ammirabile lombarda.
Macome sappiamoil sole era entrato in gemellie verso notte legondole avevan cominciato a vogare a diporto. Però anche donnaCleliach'era stata chiusa tanto tempoebbe volontà diuscire all'aperto; e per non incomodare la famiglia dov'era ospitatae anche perchè amava di figurare sola (non c'è nèdonna nè uomocompromessi da qualche po' di famai qualisappiano resister sempre all'assalto della vanità)si fecenoleggiare per qualche tempo gondola e gondoliere. I signori dellacasa credettero farle una grata sorpresa mettendo a' suoi servigj ilpiù celebre allora dei gondolieri di Venezia. Ed era quelBianchi Antonio ammirato pel suo raro talento poeticodi cui lasciòprova in due poeminei quali tra molti errori di scienza e dilinguav'è imaginazione straordinaria ed estro vivacissimo.
Iltitolo di essinelle edizioni da noi veduteè: Davide red'Israelepoema eroico sagro di Antonio Bianchiservitor digondolaveneziano (Canti XIIVenezia 1751 in fol.); Iltempioovvero Salomone (Canti XVenezia 1753 in 4.°). Visono poi altri poemetti comiciquali La cuccagna distruttaLa formica contro il leoneoltre l'oratorio drammatico Eliasul Carmelo. Quando al Bianchi che ad onta della sua condizionedi poetanon cessò mai in tutta la sua vita di far ilgondolierefu proposto quel servigio e gli fu nominata la gentildonna lombardanon istette in sulle pretesee fu tosto a comandidella contessa Clelia. Cosìquando Amorevoli capitò inVeneziaera già da tre giorni che la contessa usciva adiporto in gondola tutta sola col suo gondoliere-poeta; e nella seraquasi nel punto stesso che Amorevoli lasciò lo Scudo diFranciaessa discendeva la scalea di casa Salomon ed entrava ingondola. Antonio Bianchi era un giovane di trent'anni appenaveneziano di sangue purotra' più valenti al remoe onoratodi più bandiere nelle celebri regate veneziane; naturaschietta di poetaesso era entusiasta e fantasticodi modo cheavendo saputo anch'esso le avventure della contessaed essendoglistato detto come fosse una gran dottasi compiaceva che gli fossetoccato in sorte di poterle presentare i proprj servigj. Siccome poiin quel periodo di tempo egli stava dando l'ultima mano al poemaDavidecosì aveva pensato di pregarla a legger que'cantie di consultarla in quelle parti del poema in cui egli sentivache l'ignoranza faceva impaccio all'ardua fantasia.
Appenalasciata la casadonna Clelia amava recarsi a diporto in sul Canalgrandescorrendo sola tra l'altre gondole patrizie che le siavvicinavano a garae dalle quali cadevano su di lei sguardi curiosie ammiratori: e per dir la veritàella era tale che perforza doveva fermar l'attenzione. Abbiamo più volteespressa la nostra predilezione per la bellezza delle donnevenezianema nel tempo stesso dobbiamo far luogo ad una nostraopinione che parrà stranama forse traduce il veroed è:che il fondo della città stessa di Veneziacosìpittoresco e così coloritoè il più opportuno afar spiccare una beltà. — Non per nulla i pittori vannoin cerca di quella tal lucedi quel tal raggio azzurropersino diquella tal cornice per dare il miglior risalto all'opera del loropennello; può darsi pertanto che la specialità dellaparte materiale di Venezia giovi alle figure che staccano su di essa.
Moltedonne che altrove non ci avevan fatto nè freddo nècaldovedute a Venezia ci parvero ammirabili. Quale ne possa esserela vera cagione non è provato a rigorema certo che unaragione ci dev'essere. Intanto anche la contessa Clelia è unaltro argomento in nostro favore. Oh qual mirabile effetto facevaquel suo corpo maestosogettato a sdraio sui cuscini della gondolae avvolto in una veste di broccato di stoffa turchina a listed'argentochepel lavoro interno del guardinfanteusciva egalleggiava quasi sugli orli della gondola stessa! come incorniciavabene quella sua testa di Minerva l'indispensabile puff disentimento foggiato a cimieroch'era una delle centoforme allora in voga!... comedi sotto alla polvere bianca onde quelpuff era cosparso e quasi inargentatospiccava il nerissimo arco delsopracciglio e i grandi occhi lucenti! Già ilvero non si può nasconderenoi abbiamo qualche debolezza perdonna Clelia; e se in teoria e coi trattati d'estetica alla manocombattiamo e combatteremo sempre per gli occhi azzurriin praticaabbiam sempre usato i dovuti riguardi agli occhi nerie quelli didonna Clelia poi sono la nostra morte... Ma in prova che non siamo dicattivo gustosi è che piacevano fieramente a tutti igiovinotti veneziani; che piacevano persino al nostrogondoliere-poetapieno di fantasia qual erae di fervorisentimentalie di passione caldissima per la bellezzache èla febbre terzana dei poeti.
Spintodal naturale desiderio di parlare di sè stesso e delle proprieoperedifetto che rende qualche volta importuni gli uominidell'arteil nostro Bianchi gondolieredopo aver lentamentecondotta come in trionfo lungo il canal Grande la contessa padronavenuto a santa Chiarasvoltato nell'aperta lagunae làfermando talora il remocompiacevasi a intrattenere de' propositiproprj la contessache affabilmente l'ascoltava e rispondeva allesue interrogazioni; al punto chein que' tre giornipoteva dired'aver dato tre lunghe lezioni d'astronomia elementare all'autore delRe Davide. Se non che la contessa lasciava poi cadere ildialogoper riconcentrarsi ne' proprj pensieri. Ella sapeva che iltenore Amorevoli doveva venire a cantare a Venezia. Il residenteveneto di Milano aveva scritto che il processo di lui era compiutoch'ei sarebbe uscito presto per venire a tenere il patto ai signoriispettori dell'opera. L'effetto che fece la prima volta una talenotizia sull'animo di donna Cleliache non aveva saputo mai nulla diquelle sei sere di recite straordinarieognuno se lo puòimaginare. I fervori erotici le salirono al visoe mentre la ragionele facea vedere tutti i pericoli che poteano conseguire da quelfattosentiva certi soprassalti di gioja insolitadi gioja nonvoluta; e mentre vedeva che il destino stava forse per tenderle unamala insidiasi fermava con delizia nell'idea che la fortuna avessevoluto espressamente avvolgerle intorno le inestricabili sue reti. Senon che ricordavasi di donna Paola e delle sue ammonizioni; e alvedere coll'occhio della mente quasi impaurita quella santa figurasi vergognava di que' pensieridi que' desiderjdi quella gioja...Amorevoli era atteso di giorno in giorno... ella ne aveva sentito aparlare di volo ad una conversazione seraleda un gruppo digiovinotti spensierati chesperanzosi di far breccia nel cuore dellamirabile lombardaaveano dimenticato quel ch'era passato tra essa eil tenore.
Intantola notte stava per calare affatto... smoriva sempre piùall'orizzonte la luce crepuscolare... i colli Euganeich'ellavedevasi erano scolorati e come confusi col cielo.
Eranouscite le stelle rare e sparse... era uscito un quarto di luna...suonava l'avemmaria a tutte le chiese; il campanone grave e profondodi san Marco parea facesse sentir la voce storica e veneranda dellavetusta Vinegia. Taceva il gondoliere-poetaintento a poter ritrarrequel poetico vero. Tacea donna Cleliaassorta e mestae coll'animosollevato da una commozione ineffabile. Il gondoliereavvisatodell'ora tardagirò la gondola per tornare in canale. Pocoprima era passata per di là anche la gondola ovee fu unpunto se non vi si scontròtrovavasi Amorevoli... di modo chedonna Clelia potè vederla materialmentema senza provareveruno dei soliti sospetti presaghi e dei soliti palpiti arcani; nelpunto medesimo poi ella vide alla sfuggita il lume di un fanalettoche probabilmente doveva essere di una gondola che s'era spiccataallora allora da Mestree soltanto il notò pel giuoco chefaceva col suo luccicore tremulo e intermittente; ned ella da nessungenio dell'ariasegretario delle belle donnevenne avvisata che seinnanzi le correva in gondola la vitadi dietro potea forse venirein gondola la morte.


III


Abbiamoaccennato chequasi contemporaneamente al tenore Amorevolierapartito da Milano il conte colonnello V... Esso infatti lasciòla città all'alba del giorno successivo a quello nella cuisera Amorevoli erasi messo in viaggio. Il conte V... avea detto divoler fare una gita nelle sue terre; i servi però poteronoaccorgersipei preparativi che loro vennero ingiuntiche trattavasiinvece d'un viaggio di qualche importanza e non breve; cosìquel che allora pensarono nel far le valigie lo avesser subitodetto!... macome avviene di consuetoparlarono quando non c'erapiù l'opportunità. E il conte si mise davvero inviaggio per Veneziaed essendo partito dodici ore dopo il tenoretanto martellò e pagò i postiglionich'ei potèguadagnare su chi lo precedeva più di mezza giornata. Ma cheintenzioni aveva il conte? che voleva? che pretendeva? In veritàesso non ne sapea più di quello che ne sanno in questo punto inostri lettori.
Noinon abbiamo avuto mai il tempo di fare uno studio fisiologico diquesto personaggioperchè ogni qualvolta ci capitòinnanzisi aveva tanta carne a bollireche appena appena lo abbiamguardato di traverso; ma oggi convien pure che ne tiriamo il profiloalmen col carbonese non colla matita o col pennello. Quell'uomopigliato in naturanon era un cattiv'uomo; e prima dell'invenzionedegli stemmi e dei quarti di nobiltà e de' pregiudizjprobabilmente non sarebbe stato nemmeno il più orgoglioso trai membri dell'umana razza; sebbene la sua testa fosse molto grossail chestando coi cranioscopiè indizio di gran mentepureconvien che lo spessore della crosta ossea avesse occupato una buonametà dello spazio che bisogna concedere al cervello perchèadempia passabilmente alle sue funzioni. Non vogliamo dire con ciòche esso mancasse al tutto d'intelligenzano. La sua testa avea piùd'uno spiraglio per cui poteva penetraresebbene a stentoqualcheraggio dal di fuori. Ma le poche idee che erano entrate làdentro vi si fermarono con tenacità pari allo stento onde visi erano introdottegenerandovi una durezza ed una ostinazioneindomabile. Se fosse lecito imitare i caricaturisti pariginichecercano nella struttura delle bestie le forme più adatte a daridea di alcune varietà di tipi umania quel conte noitroveremmo il riscontro piuttosto in un bisontein un arietein unmerinos che in altro animale. Apparteneva insomma alla razza dellebestie cozzantila meno intelligente e la men domabile di tutte.Peròa lasciarlo tranquilloera un buon diavolone d'uomo; esoltanto ad aizzarload inquietarlolo si riduceva nella condizioned'un toroche punzecchiatoarrota gli occhi sanguignialza lacodacurva il colloabbassa la testae vibra cornate a tuttiquelli che gli si fanno incontro. Cresciuto in seno ad una famigliail cui sangueper parte di padreera un fiume reale che aveva avutole sue prime scaturigini da un ramo del gran ceppo dei re diSpagna; e per parte di madreda colui che portò dalla terrasanta lo scudo colla biscia; l'idea del suo alto lignaggio fuintrodotta e ribadita per tal modo nella sua testa colle sue ideeconcomitanti e conseguentiche non per sèma per quellosisarebbe fatto mettere in pezzi. A codesta idea convenzionaledell'onor del sangueveniva poi a confederarsi l'altra idea purconvenzionale e parimente indomabilee per la sua naturapiùpericolosadell'onore del soldato. Esso era statocome sappiamocolonnello di cavalleriae le sue fazioni di guerra le avea fattecon coraggio e con fede; e perciò all'assisaagli stivaliallo squadronein certi momentidava assai più importanzache alle nove stelle della corona sormontante il suo stemma. Peròal suo cospetto e quando si parlava con luisiccome era pieno disospetti e non sempre intendeva le cose nel loro vero sensobisognava comportarsi con mille riguardi e precauzioniperchènon pigliasse le parole in mala partee adombrasse al punto dichiamarsi offeso colle formole dell'etichetta militare; chèallora non c'era più rimediobisognava battersi con lui. Benè vero che in molti di tali duelli provocati da luiegliaveva quasi sempre risparmiato l'avversariopago che fosse salvo ildecoro cavalleresco. Ma intanto era un incomodo a trattarlo; ondemolti lo scansavano volontierie quando si trovavano seco pernecessitàdiscorrendogiravan largo per istornare querele;poichètorniamo a ripeterlonel frantendere le questioni enel prendere un violino per un travequell'ex colonnello era unportento. Se dunqueconservando però sempre nell'aspetto unacompostezza ed una severità castiglianaesso pigliavasi tantocaldo per una mezza offesafiguriamoci se l'offesa era evidente edera grave; peggio ancora se l'offesa era di quelle che stanno inprima lista fra i casi contemplati anche dagli indifferenti e daifilosofi della pace; fra i casi per cui anche l'uomo timido diventaferocecom'era il suo caso precisamente! O fortuna tutt'altro checieca ma perfidao fortuna con occhi di lince e piena di sagaciaomicidache attendi a pigliar fuori della folla gli uomini fattiapposta e lasci cader la scintilla dov'è la polveriera!Proprio tra le gambe del conte V... doveva capitare quel fatalromanofatale così per le prime donne del libretto d'operacome per tutte le belle donne che gli piacevano! Tuttavia nemmeno iltenorenato espressamente nel secolo più comodo per gliuomini della sua professione e della sua temprapoteva chiamarsi ilbeniamino della fortuna per essersi incontrato in chi facea terrore atuttiil quale non è a dire che furore sentisse contro iltenore; un miscuglio di furore e insieme di disprezzo che gli faceandesiderare di avere dinanzi il rivalenon per battersi con luichimai poteva imaginarsi una simile ignominia! ma per pagarloa misuracome suol dirsidi carbonea colpi di scudisciodi frustadibastone e di peggiose di peggio ci fosse stato — perchèpiù che contro la propria moglie infedelel'ira sua soffiavatutta come una fornace animata da un mantice contro il tenore; e sel'adagio vulgare che in tali frangenti assegna maggior colpa alladonna che all'uomoera sulla bocca di tutti anche alloraeglituttavia non voleva saper nulla di quel diritto per cui l'uomo puòfare impunemente il cacciatore; — non ne voleva sapere estrepitava. Del rimanente un'altra ragione per cui era sì pocoinclinato alla pietà verso di Amorevoli stava in ciòch'ei non era filarmonico puntoe aveva un orecchio così malcostrutto e anti-musicaleche per lui non c'era differenza tra unacadenza di Caffariello e lo zufolo d'un merlo. A dir tuttonon ècertissimo chepur andando pazzo per la musicaavesse potuto aprirle braccia al tenore protervo; ma in ogni modoquella sarebbesempre stata una ragione mitigante la collera. Infiammatocontinuamente da questaegli erasi messo in viaggio perVeneziasenza veramente un progetto deliberato; ma con piùpropositi in menteil più umano de' qualiaveva perintercalare scudisciate e bastonate.
Malasciando il contedieci ore dopo la partenza di luipartìda Milano per Venezia la lettera di donna Paola Pietraquellaappunto ch'essa accennò al Parini. — La contessa Cleliala ricevette la mattina del giorno successivo a quello dell'arrivod'Amorevolie fu spaventata quando lesse quelle parole: Credo cheil conte V... abbia intenzione di venire a Venezia; e fumaravigliatae nel tempo stesso consolataquando pure vi lesse: Aquest'ora il signor Amorevoli dev'essere a Venezia. Lasera prima ella non aveva sentito a parlare di lui in nessunmodotalchè in quel momento ignorava tuttora il suo arrivo.
Edora dobbiamo tornare a Milanoe dar conto di più cose. Lavisita e le parole di Parini alla contessa Marliani aveano ottenutoil loro effettoquello cioè di determinare il fratello didonna Clelia a recarsi a Venezia. — Il partitoil lettore se neavvedrà facilmenteera stato preso un po' tardise mai ildestino avea fermato di far succedere qualche sventurama lapresenza di lui potea però tornar sempre di vantaggio. In ognimodoper l'onore della famigliaquel viaggio del giovine conte A...era un atto di doveree ciò bastava per far tacere il mondo eperchè egli fosse creduto un uomo di cuore.
Maintanto che il giovine conte A... si affretta verso Venezia abbiaml'obbligo di recarci a prendere informazioni sullo stato delle coserelative al fatto di Lorenzo Bruni.
Ilgovernatore conte Palavicinomesso in cognizione dell'indole genuinadel fattomandò a chiamare il presidente del Senato; questiespose al ministro che essendo messo ad arbitrio del Senato stesso lamisura della pena per la contravvenzione all'ordinanza sullemaschere-ritrattie una tale misura essendo tassativamentedeterminata nell'ordinanza stessa dai sei mesi agli anni dueaseconda del caso; per quantodisse il presidentetutte lecircostanze depongano a favore del costituitopure non si potevamandarlo assolto perchè la contravvenzione era stata compiuta;e solo era il caso di applicare al costituito la minor pena di seimesichegiusta la più ragionevole interpretazioneeraprecisamente la misura voluta per la semplice contravvenzionemateriale della legge senza intenzione criminosa. Il contegovernatore parve soddisfatto di ciòma non già laGaudenzi; la qualeallorchè le fu annunciata una taledeterminazionediede in lagrime disperate e si recònuovamente da donna Paolaonde si degnasse accompagnarla di nuovodal governatore. Era il caso di domandare non già lascrupolosa giustiziama una sentenza in via di grazia. Donna Paolaparlò con eloquenzala Gaudenzi sparse lagrime abbondanti; ilconte Palavicino si sentì commossoe quantunque veramenteuscisse dalle sue attribuzioniperchè l'autorità delSenato nelle vertenze civili e criminali era superiore a tuttipuretrattandosi che l'ordinanza era suache forse aveva abbondato nellapenamandò per un di più a chiamar di nuovo ilPresidente del Senato e lo interrogòma affermativamentesesi potevano ridurre i sei mesi a due solie senza aspettar rispostagli mise tra mano il rescrittoe lo pregò a dargli corsoincontanente. Il presidente mostrò il rescritto in Senatoalcuni senatori strepitarono; altrie forse n'avevano la lororagioneapplaudirono; il conte Gabriele Verriche secondo l'indolesua avrebbe dovuto strepitare più di tuttiperchè guaia toccargli l'onnipotenza dell'autorità senatorianon dissenè sì nè noe finse d'aver tutt'altro per latesta; onde trionfò il partito dell'indulgenza einvece diprotestare contro quel rescritto com'era stato il pensiero di alcunisenatorine fu tosto spedito al Criminale la determinazione inestrattoperchè il capitano provvedesse a darle esecuzione.
Egiacchè abbiamo toccato del Capitano di giustizianonpossiamo tralasciare di tener dietro ai preliminari del processocontro il lacchè Andrea Suardidetto il Galantinoe ciòinnanzi di gettarci fra i personaggi che da Milano passarono aVenezia; perchè abbiam bisogno di dar prima qualche cennointorno alla pratica criminale nel ducato di Milano e di conoscerequalche accidente dell'interrogatorio fatto subire al lacchèper essere poi in grado di dare giusto valore a ciò cheaccadrà in seguito.


IV


AlessandroManzoninella Colonna infamelavoro di breve molemad'importanza grandissimaillustrò per tal modo la condizionedella teoria e della pratica criminale nel ducato di Milanoche dopodi lui non è più possibile dir cosa nuova su taleargomento; e soltanto ci rimane a far le meravigliequando in talunifatti avvenuti e prima e dopo l'epoca sulla quale ei scrisse ilprofondo suo commentosi scoprono le riprove di quanto per la primavolta egli annunciò agli studiosi della giurisprudenza e dellastoriaal fine di distruggere una credenza invalsa per l'autoritàdi uomini riputatissimi; la credenzavogliamo direche le atrocitàassunte per antica e troppo lunga consuetudine nella proceduracriminale fossero suggerimenti de' così detti interpreti deldiritto romano. Questa verità dimostrata dal grande scrittorecostituisce quel che si dice una scoperta; chèè comeuna necessità naturale a quel sommo intelletto di far dono dinuove forme a tutte le sfere dell'arte a cui si è applicatoedi verità non sospettate primae di notizie peregrine operlo menodi questioni nuove a quelle parti della scienza a cui havoluto dare opera. Cento e più anni dopo l'iniquissimacondanna degli untoriovvero sia nel 1750 e per altri molti anniancoravigevano gli Statuta criminalia Mediolani;ed erano consultati ancora e studiati quei medesimiinterpreti del diritto romano e del diritto comune che erano celebrial tempo della peste di Milano del 1630. Non v'era dunque nulla dimutato nè nella scienzanè nella pratica; la prima nonaveva avuto nessun uomo di genio e di coraggio che avesse potutoscoprire la verità tutta intera e prefinire colla sapienzadella filosofia e collo scrupolo della morale i confini dellagiustizia; nella seconda non era penetrata nessuna ordinanza specialea frenare la mano pesante del giudice; tuttaviaguardando i processiposteriori a quel troppo famoso della Colonna infamese gli arbitrjsono sempre eccessivi e il poter discrezionale appar troppo corrivoin molte parti della proceduranon ricompajono piùperquanto almeno ne sappiamo noinegli atti preparatorj dellatortura... Vogliamo dire che non ricompajono più in quellamaniera che si riscontra nel processo degli untori; chèdopole formalità vennero seguite; e bene spesso appare esserestati consultati ed obbediti gl'interpreticonsultando ed obbedendoi qualiil Senato del 1630 avrebbe dovuto mandare assolti i presuntiuntori. Chi volesse dunque conoscere quali norme doveva tenere nelsecolo scorso un giudice prima di sottomettere un imputato allatorturae tutte le condizioni chenon volendo varcare i limiti deldoveresi avevano a seguire per obbedire gl'interpreti della leggeassuntiper consuetudine diuturna ma pur sempre provvisoriainautorità quasi di legislatorinon deve far altro che leggereil capo II dell'Appendice sulla Colonna infame. Là èdimostrato come la folla degli scrittori criminalisti non abbianoavuto altra intenzione che di restringere l'arbitrio del giudiceedi guidarlo secondo la ragione e verso la giustizia; là sonriportate le generose invettive de' più celebri giureconsulticontro i giudici crudeli che si arrogavano il diritto d’inventarnuovi tormenti; làper conseguenzaè provato come nonsolo debbasi togliere dalla testa dei giureconsulti interpretil'odiosità che per tanto tempo le fu lasciata pesar sopra; masi debbano anzi riguardare come i primi che iniziarono la vialunghissima delle riforme; i primi checostretti a render ragionedelle loro decisionirichiamaron la materia a principj generaliraccogliendo e ordinando quelli che sono sparsi nelle leggi romaneecercandone altri nell'idea universale del diritto; i primi cheprepararono il concettoindicarono la possibilità einpartel'ordine d'una legislazione criminale intera ed una.
Lecose nuovee le cose veree quelle che costringono la ragione a dirdi sìdopo averla collocata nel più giusto punto divedutasono tali e tante in quell'opuscoloche lo si legge consempre crescente meraviglia; alla quale vien compagna un'altrameravigliaquando si considera che un tale opuscoloperchènon conta molte centinaja di paginefu poco letto e peggiosentenziato; mentre altre opere d'altri autorile quali assomiglianoa' magazzini di Lambro piratapieni zeppi di roba rubatasonospacciate per tutta Italiaanzi per tutta Europaa togliere lospazio chepur troppomanca ai libri ottimi! Ma questa digressioneha tanto a che fare col nostro libroquanto col regno della lunaonde rientrando in casadiremo ai nostri lettoriper dilucidarequel passo della stessa Colonna infamedoverichiamando gli Statuti di Milanoè detto che essi nonprescrivevano altre norme alla facoltà di mettere un uomo allatorturase non che l'accusa fosse confermata dalla famae ildelitto portasse pena di sangue; diremo dunque che da questeultime parole non bisogna lasciarsi trarre a credere che la torturanon si potesse infliggere che agli imputati di omicidio o d'altotradimento: nole categorie dei delitti portanti pena di sangueerano molteanzi erano troppeprova ne siano gli statuti criminalidove alla rubrica De forma citationisecc.e al capoDe tormentisespressamente si dichiara che la tortura puòessere ministrata «in Casibus infrascriptis videlicet:in crimine haeresissodomiaeturbationis pacifici Status domininostri... crimine homicidiiassassinamentiadulteriiveneficiiprivati carceris falsitatis; schachiseu robariaefurtiecc.». Il che basta per dimostrare che il delittoond'era imputato il lacchè Suardi era di quelli per cui glistatuti avevan decretatoall'uopol'uso della tortura.
Dallamateria giuridica venendo ora agli uomini che la professavano:dottissimo fra i giureconsulti milanesi era il conte Gabriele Verriil padre del nostro Pietro. — Il diritto romanogli statutileopere dei più autorevoli interpreti eran talmente famigliari aluichenei casi dubbjnelle controversieegli citava a memoria esi diffondeva con facondia e con tutti i saliscendi della dialettica.Però gli ammiratori lo chiamavano la biblioteca ambulante delSenato; gli avversi lo chiamavano il sofista. Una testimonianza delladi lui dottrina sono le Constitutiones decretis etsenatusconsultis illustrata curante Comite Gabriele Verro; quibusaccessit Prodromus de origine et progressu Juris Mediol.eodem Verroauctorestampate a Milano dal Malatesta nel 1747. Ma ècosa strana a pensarsi che quell'uomo così dottoe che avevasotto manoa dir cosìil processo lungo e lento del tempo ei lavori interminabili dei legisti per cui la verità el'assoluta giustizia si sforzavano a tentar il varco per uscireall'apertopur si mantenne sempre stazionario ostinato e quasiferoce nelle consuetudini vecchie; mentre il figlio suocheapplicatosi ad altri rami della scienza e dell'amministrazionepubblicaera di tanto men profondo di lui nella materiagiuridicaebbe tuttavia lo spontaneo intuito del vero e del giusto;— tanto nelle cose che interessano il bene dell'umanitàbasta il sentimento a far trovare i rimedj! tantospesse volteladottrina soverchia e frammentarianon rischiarita nè da unvasto concettonè dall'amore degli uominiè impaccioalla scoperta del vero!
Perla sua qualità adunque di biblioteca legale ambulanteilsenatore Verriogni qualvolta trattavasi di qualche fatto fuordell'ordinariocomplicatoinestricabileveniva sempre consultatoconfidenzialmentee come suol dirsiin camera charitatis.Però se già era stato interrogato in prevenzione dalpretore e dal capitano di giustizia relativamente ai costituitiAmorevoli e Brunitanto più lo si volle sentire quando illacchè venne catturatoe prima che lo si sottomettesseall'interrogatorio. Il nome del conte F... era già corsoillettore lo sasulle labbra e del capitano e del conte Gabriele. Maquesti s'affannò a dimostrare che del conte non era punto afar parolacome se nemmeno fosse esistitoe ciò fino atantoei soggiungevache ei non fosse stato messo innanziespressamente dal costituito Suardi. Prima di aprire la proceduracontro il qualecredette bene di sfoderare tutte le sentenze deitrattatistie specialmente quelle relative alla qualità edalla quantità degli indizj necessarj per poter mettere unimputato alla torturaed ai limiti onde si doveva intendereristretto l'arbitrio del giudice dall'osservanza scrupolosa deldiritto comune; insistendo segnatamente sull'autorità delFarinacciodove questo legista raccomandava che il giudice deveinclinare alla parte più mitee regolare l'arbitrio colladisposizione generale della legge e con la dottrina dei dottiapprovati; e riferendo molti passi di quei giurisperiti cheavevano stabilita la regola contraria a quella più comunementeammessa sull'arbitrarietà dei giudizj. — Il ClaroilBartoloil Pozzoil Bossiil Marsiglioil Casonioltre alFarinaccioautore prediletto del conte Gabrielefurono fattipassare tutti innanzi alla memoria del marchese Recalcatiin via diconversazione amichevole e affatto casalingama col fine dipredisporlo all'indulgenzaall'indulgenzas'intendecompatibilecolla giustiziae ciò con tanto più d'insistenzaquanto più forte era la sua convinzione che il Galantino fosseil vero e materiale autore del delittoe che un altrointeressatoall'eredità del marchese defuntofosse stato necessariamentela volontà occulta che aveva guidato i movimenti del lacchè.
Seil conte Gabriele Verri avesse vissuto cento venti anni primaefosse stato senatoree fosse stato interpellato in prevenzione sulfatto degli untori; avrebbe sfoggiata quella medesima dottrina?avrebbe inculcata la scrupolosa osservanza del diritto comune?l'obbedienza alle norme raccomandate da' giurisperiti interpreti?avrebbe insinuata l'indulgenza? Non è facile a risponderesenon aderendo a quanto fa osservare il Manzoniche cioè nel1630 l'universalità del pubblico credeva e voleva le unzionie pretendeva che l'autorità scoprisse il delitto; che per ciòera comune e prepotente l'interesse e del pubblico e dellamagistratura di trovare i rei laddove nel caso nostrol'interesse non è più comune; anzi da parte del Senatoe della classe patrizia è quello di non trovare il colpevole;è una preoccupazione gelosa di far scomparirese fossepossibiletutte le pedatea dir cosìimpresse nel terrenoseguendo le qualisi può giungere al punto donde il verocolpevole s'è mosso; è dunque il caso in cuil'osservanza scrupolosa di tutte le formalità degli statuticriminalidei principj del diritto comunedella mitezzaraccomandata dai giuristi; l'indulgenzain una parolapuòsoltanto far sperare di raggiungere quell'intento... E intal casoc'è l'uomo di buona memoria e di gran dottrina chefa conoscere tutto ciò che la teoria legale raccomanda allapraticae che convertedove precisamente meno occorrein unsistema di prudenza guardinga e miteun sistema di procedura chegeneralmentepel modo onde il più delle volte venivaadottatofaceva spavento a tutti. Tanto è necessario che lalettera della legge sia precisainesorabilegeometrica eche i codici scansino al possibile il bisogno dell'interpretazionese si vuole che la giustizia non sia il balocco della dialetticaambidestra. — Ma veniamo al Galantino.


V


Abbiamoaccennato che prima di lasciare in libertà il tenore Amorevolisi volle ch'ei vedesse il lacchè Galantinodato il caso cheravvisasse l'uomo che egli aveva asserito di aver veduto fuggire esaltare il muricciuolo di cinta del giardino di casa V... Come ognunopuò pensarecodesta non era che una misura di formalitàperchè non era probabile che Amorevoli potesse ricordarsidella figura d'un uomo che di notte gli era passato innanzi a granfuga; nèquando avesse dichiarato di riconoscerlola suadeposizione poteva essere attendibile. Del rimanente poiAmorevoliche aveva una gran smania in corpo di uscire all'apertonon avrebbemai dichiarato di ravvisarloanche se ne avesse avute in memoria lesembianze al pari di quelle di donna Cleliacome fece in fatti.Compiuto dunque quell'attos'incominciarono gl'interrogatorjde'quali non sappiamo se di proprio sennoo per consiglio d'altriilcapitano di giustizia incaricò un nobile Paolo Tradatiauditore di mezzana capacità e notoriamente sprovveduto diquella acutezza legale e segnatamente criminaleonde una domandagettata opportunamente al costituitoè come un randelloscagliato a tempo tra le gambe di chi vorrebbe fuggire.Quell'auditoreonestocortosenza fieledocileera uno di quelfelici mortaliche di quel tempo ed anche in altri tempie forsechi sa maianche nel tempo nostrosono destinati a far carrieraed'uno in altro posto salgononon si sa come nè perchèprovocando continuamente le dicerie del pubblicoil quale non sa chel'incapacità costituisce una preziosa capacità suigeneris e un arme a più taglieccellente nelle mani dichi la sa adoperare. Tuttaviain quanto all'auditore incaricatod'esaminare il lacchènon creda il lettore che fosse privod'ogni sapere e di qualche pratica forense; tutt'altro; vogliamo diresoltanto che tutti gli altri assessori ed auditori del capitano digiustizia ne sapevano più di lui ed erano acuti più dilui.
Chiamatoadunque il costituito Galantino innanzi all'auditore criminale nobilePaolo Tradatipresente l'illustr. signor capitano di giustiziaglifu domandato se sapeva la cagione per la quale era stato arrestato aVenezia per ordine dei Dieci.
IlGalantino rispose di no...perchè il signor segretario delConsiglio non gli avea fatto motto nessunofuorchèdell'inchiesta dell'eccelso Senato di Milano.
Glifu replicatose almeno egli congetturava alcuna cagione.
—Noripetè di nuovo il Galantino... perchè se avessipotuto aver motivo di temere per me... non sarei andato incontro aifanti del Consiglio dei Dieciquando gli ho veduti star fermi sullaporta della mia casa. Tuttaviafacendo il viaggiom'èpassato per la mente che m'abbian voluto arrestare a motivo deigiuochi d'azzardoa cui mi recavo tutte le notti in un caffèremoto di Venezia.
—Come v'è potuto passare in mente un simile sospettose ilsegretario v'aveva detto che l'inchiesta veniva da Milano?
—Il come non lo so... ma il fatto è che mi passò per lamente... Del resto oggi capisco benissimo che ero pazzo a pensarlo...maquando non s'è fatto nulla per cui si abbia a temere lagiustizianell'andare a tentone per cercare un motivo qualunquesidà dentro spesso in una pazzia...
—Voi dunque potete ripetere che non sapete nulla affatto del motivodel vostro arresto?
—Lo ripetodisse asseverantemente il lacchè.
Quisuccedette un momento di pausa. L'auditore guardò il capitanodi giustiziail qualedisse solamente:
—Continuate.
—In che giorno voi vi siete recato a Venezia per la prima volta?continuò l'auditore.
Questadomanda era un colpo maestro... Il capitano stupì... come unoche vede un fiacco giuocatore di bigliardo a tentare un colporiservatoe coglier bene la pallae pensò fra sèstesso: Sta a vedere che costui oggi mi sfalsa per la prima volta...
—Rispondetequando siete partito da Milano per Venezia?
—Il dì preciso non me lo ricordo bene... ma so che delcarnevale di Venezia ho passato nove giornie là finisce almartedìquattro giorni prima di Milano.
Larisposta era più ancora da maestro. L'auditore guardòil capitano di giustizia.
—Come potete provare che voi eravate a Venezia prima del mercoledìgrasso?
—Che cosa so io?... Da Milano sono partito soloperchè avendoguadagnato assai al giuocom'è venuta la tentazione direcarmi in una città dove il giuoco si fa piùlargamente che qui... Sono partito senza dir niente a nessuno... esono arrivato dove non conoscevo nessuno... Però io non sapreicome trovare i testimonj...
—Che somma vi trovavate in saccoccia quando partiste da Milano?
—Cento zecchini veneti...
—In che luogo avete giuocato... con chi li avete vinti?
—In che luogo? in più luoghi... ai Tre Real caffèDemetrioal Gallo... in Ridotto. In quanto alle persone... possonominare il figlio dell'oste dei Tre Real quale ho guadagnato diecizecchini; posso nominare il lacchè di Casa Isimbardial qualevinsi sei mesateossia l'importo di cent'ottanta lire milanesi;posso nominare il mastro di scuderia di casa Littaal quale ho vintoquindici partite al tresette l'una dopo l'altraossia quindicizecchini... Ma la somma più grossa l'ho presa al Ridotto delteatrino... Non mi domandi però nè il nome nè ilcognome di chi ha giuocato con me... perchè non lo so.... echi mai domanda il nome a un forestiero che in teatro c'invita agiuocare?... Pure se costui fosse ancora a Milanonon c'èdubbio che lo riconoscereie sarebbe una fortuna per meche cosìpotrei far persuasa la signoria vostra illustrissima.
—Perchè vi preme tanto di persuadermi? Chi vi ha detto ch'iovoglia farvi colpa dei denari che avevate indosso?... Questeparole mi fanno nascere dei sospetti.
—Vostra signoria illustrissima mi ha chiesto quanti denari avevoquando sono partito... Io ho risposto il veropunto per punto... esiccome chi dice il verovuol essere creduto... così vorreiche alla S. V. ripetesse tale verità quello stesso che hagiuocato con me e che mi lasciò sul tavoliere sessantaseizecchiniecco tutto.
—Voia Veneziai rapporti parlan chiarovi eravate dato a far ilricco gentiluomocon gondola e livrea e il resto. Come si poteva fartutto ciò con mille cinquecento lire di Milano?
—Molti dei nostri più ricchi patrizj non hanno più diduecentopiù di trecento lire al giorno. Vostra signoriaillustrissima vede bene che per dieci o dodici giorni chicchessia chevoglia assaggiare la vita del gran signore ci può riuscire conmille cinquecento lire... Tutto sta a continuare... Questo èil difficile.
El'auditore proseguiva:
—Voi asserite di non aver avuto che cento zecchini in tasca quandopartiste per Venezia... ma da questi ricapiti e chirografi che ilbarigello si fece consegnare da voiappare che sui banchi di Veneziavoi avete messo a frutto più di trenta mila lire.
—Queste le ho guadagnate a Veneziadove mi sono recato espressamenteper moltiplicare al giuoco la somma che già teneva presso dime. Vostra signoria sa che il conte Barbò in una sera guadagnòquaranta mila talleri di Carlo VI. Al giuoco si fa presto...
—Ma perchè dunque mi dicevate che avete voluto provarvi a faril gentiluomo con cento zecchini; mentre potevate dirmi addiritturache non si trattava più di cento zecchini ma di trenta milalire?
—Ho detto così per dire... Del resto vostra signoria non puòcredere ch'io volessi nascondere il fatto dei recapiti che tenevopresso di medal momento che ho dovuto consegnarli al barigelloeche sapevo ch'erano stati consegnati nelle mani dell'eccellentissimosignor capitano di giustizia... Ma ora domanderei licenza a vostrasignoria illustrissima di fare una domanda?
L'auditoreguardò in viso al signor capitanoil quale accennò dilasciar fare e dire.
—Parlate liberamente.
—Vostra signoria mi domandava un momento fa se io conoscevo la cagioneper cui venni arrestato ed ho risposto che non ne sapevo nientecomenon ne so niente; ora si contentisignoredi lasciarmi domandare ilmotivo per cui oggi sono qui.
L'auditorefinse di non intenderefece pausa... e frugò in un fascio dicarte da cui trasse un foglio che pareva una lettera spiegazzataela rilesse tutta attentamente senza dir verbopoi continuò:
—Con quali persone del ducato o della città di Milano vi sietevoi trovato nel tempo della vostra dimora in Venezia?...
—Con una sola.
—Con chi?
—Colla signora contessa V...
—Per quali ragioni vi siete recato a farle visita?
—Dirò tutto; per supplicarla ad avere la bontà di noninterrompere una mia tresca che avevo con una giovinetta che leabitava dirimpetto.
—Come avete saputo che la contessa V... trovavasiin Venezia?
—Era più difficile a non saperlo che a saperlo; tutti neparlavano.
—Ma perchè avete voluto mascherare la vostra condizione inVeneziae supplicare per ciò la contessa a non palesarvi?
—La mia condizione di lacchè non era favorevole per farmi aprirle porte delle prime case di Veneziae nemmeno per entrar nelle saledel ridotto di san Moisè. Se la contessa mi avesse palesatoio avrei dovuto sottostare ad un avvilimento vergognoso; perciòla pregai di taceree di non mettermi in piazza e di lasciar viverese anch'essa voleva vivere.
—Perchè dite: se anch'essa voleva vivere?
—Ma chi non sa la storia della contessadal momento che tutta Venezian'era piena? e appunto per questo le ho fatto intendererispettosamenteche badasse piuttosto a' fatti proprjche non aguastare i fatti altrui. Anzisul proposito della signora contessagiacchè essa ha tentato di rovinarmi...
Quiil Galantino si fermò di punto in biancospaventato dallapropria imprudenzae diventò pallido come un panno lavato.
Ilcapitano di giustizia fece un atto di sorpresa; l'auditore guardòil capitano contentocome un pilota che dopo una lunga bonacciaodora finalmente un fil di ventoe s'accorge che si puòspiegar la vela.
—Come sapete voi che la contessa abbia tentato di rovinarviscrivendosul conto vostro ad una persona fidata di Milanoe mettendo innanzii sospetti che voi gli avete ispirati?
—Io non so nulla.
—Come non sapete nulla? Cosa vi disse la contessa quando vi sietetrovato seco? badate a non dir la bugiaperchè qui c'ètutto... e mostrò una lettera.
—Cosa mi disse? molte cose mi disse.
—Dite tuttoalla buon'oracontinuò l'auditore che in quelgiorno era più coraggioso del solito.
—Io non ho difficoltà nessuna a ripetere tutto il discorso...
—Le cose inutili mettetele da parte e rispondete a me. La contessa viparlò del trafugamento di carte commesso nella casa delmarchese F... nella notte del mercoledì grasso?...
Illettore si accorgerà che l'auditorese fosse stato piùacuto e sagaceavrebbe potuto scansar tante lungagginie cominciarel'interrogatorio da questo punto principale... Buon per lui che ilGalantinoper quanto astuto e destrosi lasciò accecaredall'ira momentanea e perdette la scherma: tanto è difficile anavigar sicuri nell'arduo mare delle bricconate.
—Sìavete detto? continuava l'auditore... Come dunque avetepotuto affermareeinterrogato di nuovoavete avuto la franchezzadi ripetere che eravi ignota la causa per cui siete stato arrestato aVenezia e tradotto a Milano?
IlGalantino aspettò un momento a risponderepoi disse:
—Torno a ripetere che quando V. S. mi domandò se conosceva lacausa del mio arrestoin quel punto era lontano le migliadall'immaginarlae soltanto adesso comincio a capire qualche cosa...
—Ciò è affatto inverosimile... e nelle vostre parole malsi cela una bugia.
—Una bugia? perchè? V. S. illustrissima mi perdoni.
—Se la contessa vi manifestò com'era caduto su di voi ilsospetto del furto tentato e consumato in casa F… in che modonon avete pensato a questa circostanza allorchè fostearrestato?
—In che modo non lo so... Ma il fatto è che non ci ho pensato;perchè le parole e i sospetti della signora contessa non mifecero nè freddo nè caldo. Chi è mai a questomondo che può temere le conseguenze di quel che non ha maifatto? Ea proposito della signora contessaio mi sento in doveredi annunciare un fatto. Un fatto che potrebbe dare un filoa chi ciha l'interessedi scoprire l'autore del delitto commesso in casaF...
—Che?
—V. S. mi permetta di parlare liberamente.
—Ve lo impongo.
—Sappia dunque la S. V. che la contessa V... era l'amante occulta delmarchese defunto.
Quici fu un momento di pausa; il capitano e l’auditore siguardarono maravigliati.
—Come potete asserir questo? La contessa ebbe sempre fama di donnaonestaaustera...
—Della fama io non so niente; guardo ai fattiio; però chi hapotuto avere una tresca con un tenore... non c'è da restarebalordi se potè intendersela prima con un marchese.
Ilcapitano e l'auditore si guardarono di nuovo e raddoppiaronod'attenzione.
—Io era lacchè in casa F... e queste cose posso saperle... Manon è ciò che importa... Una seraprima ch'io partissida Milanovoglio dire molti giorni prima della settimana grassa...io passeggiavo a notte tardain Rugabella... due uomini camminavanoinnanzi a me… intenti a discorreree credendosi affatto soli...non abbastanza a voce bassa; diceva dunque l'un di essi: Io so che ilmarchese F... (il marchese F... allora era gravemente ammalato) halasciato nel testamento alla contessa V... la sontuosa villa che hain Brianza. L'altro che ascoltava si fermò su due piediedisse: A questo modo è un mettere in piazza la contessa...Quasi quasi ci sarebbe da sospettare che ciò possa esser maiuna vendetta del marchese contro il conte V... dal qualeper unaltercovenne insultato e ferito in duello. Ma qui non ho sentitoaltroperchè que' dueaccortisi d'una pedatasi tacquerotosto.
—Ma e che fa tutto questo?
—V. S. mi perdoni... ma se alla contessa potè mai trapelarqualcosa del testamento... è naturale ch'ella dovettedesiderare che il testamento sfumasse per aria. La contessa non avevabisogno delle ville del marchese... ma bensì che a tuttirimanesse celata la sua tresca vergognosa... Se dunque le signorieloro vogliono venire a capo di qualcosa... giacchè hannovoluto mandare ad arrestar mesino a Venezia... me che non potevaaverecome non ho interesse nessuno nelle cose del marchesedefunto... sicchè un tale sospetto mi fa venir voglia diridere; mandino ad arrestare la signora contessae salteràfuorilo scommettoquel che si vorrà. La mia condizione ètale anziV. S. mi perdoniche mi dà il diritto dipretendere che la contessa venga chiamata a Milano... Io che hosopportato e sopporto la pena delle colpe altruiil che non ègiusto... V. S. perdoni questo sfogo alla mia infelice posizione...
L'auditorenon disse nullae si volse al capitanoil quale dopo alcuni momentidi silenzio:
—Potete rimandarlo in carceredisse. Per oggi basta.
IlGalantino fu ricondotto in prigione; il capitano e l'auditorequandofurono soli:
—A me par di sognaredisse l'uno. — Io casco dalle nuvoledissel'altro...
Maintanto che l'uno e l'altro attendono a riaversi dallo stuporenoisiamo sollecitati dall'amore che portiamo a donna Cleliaadichiarare al lettore che tutto ciò che disse il Galantino erauna sua perfida invenzione per vendicarsi della contessa...Invenzione però che fe' presa in giudizioe fu occasione diuna stranissima combinazione di cosenella quale il costituitoSuarditanto esperto giuocatorenon giuocòdi certola suacarta più fortunata.


VI


Lacondizione degli avvenimenti che abbiamo a raccontare è taleche ci conviene viaggiare innanzi e indietro da Venezia a Milano e daMilano a Veneziacome un conduttore di diligenza. Intanto adunqueche a Milano il Galantino sottoponevasi al primo interrogatorioaVenezia il tenore Amorevoli aveva raccolte dal suo gondoliere quantenotizie gli bastavano sul conto della contessa Clelia. Siccome ilBianchigondolierequando non era al servizio di leistava diconsueto al traghetto del molo alla punta dell'isola della Zuecacosì i suoi compagni del traghetto medesimo sapevan benissimochi egli serviva di gondola in quegli ultimi giorni. Amorevoliadunqueper quanto avesse fatto interrogazioni prudenti e velatevenne pure a conoscere ogni cosae della casa ove essa alloggiavaedella famiglia che la ospitava ed anche delle corse che da qualchegiorno ella solea fare a diporto lungo il Canal grande; perchèil Bianchispiccandosi ad ora tarda dal suo postoove stava il piùdella giornata facendo versi sotto il felze negli intervalli diriposoaveva detto più volte:
—Ora andiamo a prendere la nostra bella lombarda.
Peròvolle anch'egli il tenore recarsi tra l'altre gondole in canale pervedere se mai gli venisse fatto d'incontrarsi in quella dellacontessa. Lo scontro potea benissimo succederesenza che fosseroturbate le leggi del possibile o del probabilema il caso volle cheper quel giorno non se ne facesse nullae giuocassero quasi a chi sifuggiva; e anche allora che furono a pochi tratti di distanzalàverso santa Chiaral'uno non avesse sentore dell'altrae buonanotte. Tornò dunque all'albergo e làmessosi in tuttagala si portò poisempre intendesi in gondolaa farvisita al corregidore Pisaniche aveva la sorveglianza de' teatri dimusicae dal quale eragli stato fermato il patto di sei sere direcita a quello di san Moisèperchè solea tenersichiuso in primavera ed estate l'inallora maggior teatro di sanCassiano. Recatosi da quel ricco patriziofu accolto come si potevaaccogliere un celeberrimo artista di canto in un tempo in cui lamusica era tenuta necessaria come l'aria e l’acqua. Il tenore siscusò del ritardodandone cagione a' fatti imperiosiche ilpatrizio venezianosorridendoaccennò di sapere benissimoesi dichiarò pronto ad incominciare i suoi impegni.
Ilcorregidore gli disse che il teatro sarebbesi aperto fra poco perchèdovevasi attendere anche la ballerina Gaudenzila quale avea fattoscriverele si concedessero alcuni giorni prima di partire daMilano.
—Ed oracaro mioho a supplicarvi di un favoresoggiunse il conte.
—Vostra eccellenza mi comandi.
—Domani seraa festeggiar l'arrivo del conte Algarottidoun'accademia di musica a cui interverrà tutto il bello e ilbuono che abbiamo in Veneziae molte preziosità che ci soncapitate di fuori. Voi avete ad essere tra questee dovrestese nonpretendo troppocantare una scenaun'ariache so iounmadrigalettoqualche cosa insomma; v'è qui Luchino Fabrisl'imitatore di Egizielloche vuol sentirvi; e nientemeno che lamoglie di Hassela celebre Faustinavenuta per certe sue faccendedi famiglia dalla Germania; la Faustinaora matura fin troppomachecantando di agilitàè ancora capace di passarsedici crome in una battuta. V'è qui poi la Turcottiche voidovete conoscere perchè mi parlò di voi con entusiasmotale che parrebbe oltrepassare persino i confini delle crome; e ilconte sorrideva. E poi c'è il magoil gran magodell'archettoquel diavolo di Tartiniche v'ha sentito evuol risentirvi. Dunquese mai vi bastasse l'animo di dir nodovreicredervi un uomo ben inflessibile...
—Il vostro desiderioeccellenzabasta perch'io m'induca a far ciòche di solito non faccio di buona voglia; perchèprima difarmi sentire in cameraamo che mi si conosca in teatro...
—Vi comprendo benissimoe tanto più vi ringrazio; ma io soeme lo disse più d'unoche voi siete padrone dell'arte inmodoche la governate a vostro arbitrio e in camera e in teatro.Dunque v'attendo domanicosì verso le quattro di notte...
—Io vi sarò senz'altro... e Amorevoli si licenziavail qualenon avrebbe certo accettato di far la sua prima comparsa in Venezia aquel modose non lo avesse sollecitato la brama di vedervi lacontessa. In questo pensierogiacchè erasi fatto tardi e perquella notte ei non sapeva in che luogo ridursi di Veneziaritornòal suo alloggio allo Scudo di Francia. Làgiacchèl'albergatore gli aveva fatto portare in camerasiccome ne aveaavuto l'ordineuna spinetta da nolo; trasse dal baule la suabiblioteca musicale portatilee si mise a sfogliazzarlaondecercarvi qualche cosa che potesse fare all'uopo per l'accademia delgiorno successivo. Un'aria della Merope di Jomelliperla quale il celebre napoletano tre anni prima aveva fatto impazziretutta Venezia e gli era stato offerto un posto di direttore nelConservatorio delle fanciulle povere; un'altr'aria dell'Achillein Sciro dello stesso maestro; l'aria celeberrimadell'Olimpiade di Pergoleseche già l'udimmo cantarenelle carceri del Pretorio a Milano. Un grande recitativodell'Artaserse del Vinciil maestro perfezionatore deirecitativi obbligati. Alcuni madrigali dell'abate Steffanipassatoda Venezia in Germania ad educarvi Haendelil quale si assimilòle più care imagini melodiche del maestroe infuse per talmodo la psiche italica nell'astrusa compagine germanica; alcuni altriceleberrimi madrigaletti dell'abate Clarisposati per lo piùa giuocherelli di poesia eroticama squisitissimi di stile melodico.D'una in altra cosaAmorevoli cominciò a provare qualchefrase sottovoceaccompagnandosi alla spinetta; ma quando dalle ariepassò al recitativo di Vincila musica declamata eccitandoload entusiasmogli fece mandar fuori tutta la sua voce pienacome sefosse alla ribalta d'un grande teatro.
Erala terza volta che Amorevoli riprovava una nota tenutaunsibemolle prodigiosoalla risoluzione del sublimerecitativo di Vinciquando sentì batter crudamente alla portadella camera. Interrompere chicchessiafoss'anco l'uomo il piùplacidonel fitto d'un'occupazione a cui mette tutto l'interesse etutta l'animaè il vero segreto di farlo prorompere in attid'iradi quell'ira che è deposta in petto a tutti i mortalianche i più linfaticinon essendovi differenza che nelladose. Amorevoli aveva avuto dalla natura una dose d'iracome suoldirsinormalema gli era stata accresciuta dallesuscettività teatrali e dalle diverse liti cogli impresarjedalle controversie coi vestiaristisempre incapaci ad accontentareun cantante; per di più essendo romanoda Transteveredov'era natoaveva portato seco ne' suoi viaggi tutti que' modirisoluti e troppo espressivi onde quella frazione di popolo saimprecare più di tutti i popoli del mondo. Quando adunque sisentì rotto in due il suo preziosissimo sibemolle daquell'importuna picchiatamandò fuori una di quelle talifrasie in quel tono acuto e vibrato che gli era rimasto in gola...e nel tempo stesso andò ad aprire. Era un servo in livreaconbaffidistintivo rarissimo in quel tempoe che per lo piùsoleano portar coloro chedopo aver servito a lungo nella miliziasi riducevano a mestieri ed a servigj comuni della vitapress'a pococome al tempo nostroin cui quanti hanno portato sciabola o fucileal reggimentoo hanno inforcato un arcioneserbano nell'aspettoqualche marchio indelebilepel quale si può quasi indovinarese furon soldati di cavalleria o di fanteria. Quel servo pertantocon un accentaccio lombardo e con parole nelle qualiperindefinibili combinazionisi sentiva un'incondita fusione di Milanodi Spagna e di Veneto:
—Il mio padronedisseè straccoe vorrebbe dormiree glidanno gran noia i vostri gridi. Però uomo avvisatomezzosalvato.
Aquell'intemerata così improvvisa e così villanaAmorevoli s'accontentò in prima di guardare quel servitore contutto il veleno che gli potea schizzare dagli occhipoi soggiunse:
—E chi è codesto capo di popone che ti dà similiincarichi? Esci tostoo non avrai tempo di contare i gradini diquesta scalatanto di fretta io te li farò fare. —E senza piùrichiuse i battenti dell'uscio sulla faccia delservitoree rimessosi alla spinettatornò al suo recitativoazzardando un do sopracuto di pettoche parea volertrapassare il soffitto della camera...
Machi era quel servoe a nome di chi veniva? Già noi nonintendiamo di fare una sorpresa; son cose presto indovinate. Lo Scudodi Francia era allora tra' più sontuosi alberghi di Venezia.Il conte V... ch'era entrato la sera in cittàin quella barcaprecisamente della quale la contessa Clelianon presaga di nullaaveva veduto alla lontana luccicare il fanaleera disceso a prenderealloggio a quell'albergo appuntoe in compagnia del suo piùfido servoil quale era già stato suo caporale al reggimento.Preso uno degli appartamenti più ricchi dell’albergoabitava il piano superiore a quello ove Amorevoli s'era acconciato.La combinazione può parere strana per coloro a cui tuttoriesce improbabile. Ma il tenore non era poi obbligato a prenderealloggio in una bettola e il conteper quanto fosse conte ecolonnellonon aveva diritto nessuno di alloggiare nelle camere delDoge. Onde se si trovarono ambedue in quell'albergola cosa ètanto verosimileche quasi sarebbe inverosimile la sua contraria. Madi ciò non è questione. Il conte V... era dunque venutoa Venezia con intenzioni terribili... in questo almeno era logico: onon muoversi affatto da Milano e bever l'onda di Leteciò cheinvero sarebbe stato atto prudentissimochè il suo decoronon ne andava di mezzo per nulla; ogiacchè erasimossodoveva averlo fatto per qualche cosa. Lungo il viaggio avevameditaticome sappiamoo almeno come si puòcongetturarecento progettiche tutti gli pareano eseguibili etosto: ma appena furon tolte le distanzeche a lui erano sembrate ilsolo ostacolo all'ira sua ed alla sua vendettase gli rimase l'irasi trovò impacciato sul modo di scaricarla agli altrui danni.Bastonarefrustaresfregiare in qualche modo l'effeminato epetulante e plebeo cantorecom'esso lo chiamavaera il voto supremodella sua mente in ebollizionema bisognava pure che si presentasseun'occasione. Bene si ricordava dello sfregio fatto a Voltaire daquel tal duca irritato dalle sue punture; ma cogliere un uomoall'impensata e farlo bastonare da mani prezzolate gli parevaun'azione vilissimae indegna di cavaliere e di soldato. Dovevasipertanto cogliere un'occasione plausibile; ma per coglierla eranecessario che l'occasione venisse e spontanea e taleche il mondopotesse dire: — È giusto che colui sia stato bastonato. —E in quanto alla contessa?... Ahimèche pensando a lei ilcolonnello si smarriva in un abisso di dubbj.
Einon era nè determinatonè focosonèinnamoratonè geloso come Otello. Non era assassino comePietro de' Medici; non efferato come il duca di Guisa; non era cupo etaciturno come Nello della Pietra; non longanime come il Lopez dallavendetta segreta; bensì in quel suo testone di ceppo e inquel suo cuoraccio da galantuomo era una miscela di tutti questiingredienti. Ma val più una goccia di acido prussico aprodurre i subiti effettiche dodici elementi che si faccian guerraa vicenda; onde egli si affannava senza costrutto e senza mai sapersideterminare a cosa nessuna; al pari del tenore Amorevoli avevaanch'essoin quella serapagato lautamentese non un gondoliereun servitore di piazzaper sapere tutto quello che gli occorreva disapere; nè per questo i denari erano stati mal spesi; colverboso cicerone era stato in gondola a visitare i luoghiil rio sanPoloil palazzo Salomonla scaleala finestrala porta del latodella calletutto. Ma più raccoglieva notizie e mezziinsomma più innoltrava nella via ch’egli aveva cercatoepiù crescevano le sue irresoluzioni. Se non chenel fittoappunto di quelle sue accalorate consultesente un suono di spinettadi sotto a sèpoi un cantare sommessopoi una voce che sisnoda e si alzae si diffonde in vibrazioni acute.
Glipare e non gli pare; chiede a sè stesso: chi è maicostui? echiamato il servitorefa domandare il cameriere.
—Chi è costui che a quest'ora grida come se fosse in teatro?...
Ilcameriere mal comprendenon tanto le parole del contequanto ilpiglio sdegnoso onde le pronuncia.
—Eccellenza... è uno dei più celebri cantanti delgiorno... Tutti i forestieri che alloggiano qui... son discesi tuttinel salone che è presso le sue camereper sentirlo piùdappressoe tutti fanno le meraviglie e vanno in sollucheroe sichiamano fortunati d'essere venuti ad alloggiare quie poterlo udireprima che canti in teatrochè egli è la prima voltach'ei ci capita a Venezia.
—Ma chi è dunque?
—È il tenore Amorevoliper servirla.
Eil conte che già ne avea un sentorenon fece atto dimeraviglia nessuna; e rivolto al servo-caporale ch'era lìpresente:
—Va tosto abbassogli dissee di' a costui che a quest'ora altridorme quie non vuol essere messo in soprassalto da' suoi strilli.
Ilcameriere s'intrometteva per impedire un tale attoma ilconte-colonnello:
—Va dunqueruggì al servo-caporalee bada di non farcomplimenti. Parla chiaro e risoluto... e se non obbedisce lavedremo.
Ilservocome sappiamofece quel che fecema quando venne respintodal tenorenon sapendo che risolvereperchè di fuori eranomolti camerieri che adocchiavanorisalì agli appartamenti delpadrone a riferirgli la risposta... Il conte stava in ascolto...quando gli giunse all'orecchio quel do di petto sopracuto chelo fece spiritareondesenza risponderediscese precipitoso eformidabilecome un orso che affamato si rotola dal monte se mai glivenga veduto un giovenco sbandato alla campagna. Discese e bussòsì forteche Amorevoli dovette aprire... e si vide innanzinon certamente aspettato... il conte grande e grosso e fieroilconte che molte volte dalla ribalta aveva veduto in palchetto.


VII


Chela vista improvvisa del conte V... facesse un'ingratissima sorpresaad Amorevoliognuno lo può credere senza fatica. Si scolorònel visofece un passo indietro perplessoein una parolamostròdi fuori tutti i segni di chi si lascia cogliere dal timore; ma tuttodipendeva dalla sorpresa.
—Or che si fa? gli disse il conte.
Ècosì vero che l'effetto della musica deriva tutto dalcoloritoche quella domanda del conteper sè stessa cosìsemplicefece avvicinare di qualche passo all'uscio della camerad'Amorevoli i camerieri che si trovavano là presso e iforestieri ch'eran discesichè l'inflessione della voce el'accento fece parer terribili quelle pur così insignificantiparole.
Unmomento di riflessione però era bastato perchèAmorevoli si rimettessecome suol dirsiin sellaonde a quelladomanda del conte:
—Si canta e si suonarispose.
—Fango salito in scannoal cospetto di chi credi tu di trovarti?
—Al cospetto di chi meriterebbe discendere dallo scanno nel fango.
Ilconte fece un passo innanzie la mossa fu taleche i camerieriaccorsero e lo trattennero.
—Madisse allora Amorevoliche pretendete da mesignor conte? Conche diritto vi siete fatto lecito di mandare ad insultare un uomodabbene? Io sto nella mia cameraio attendo a' fatti miei e all'artemiae se momenti fa colla voce potevo ferire l'orecchio altruipregovi a pensare che non è mezzanotte e siamo in Veneziaedi quest'ora gli è come si fosse di mezzodìinun'altra città. Le costumanzei convenevolii riguardi liconosco al pari di chicchessia. Se mi aveste mandato a pregare coimodi del gentiluomomeno malevi avrei esaudito; ma invece quelvostro domestico si comportò di manierache fu assai se nonl'ho spinto rotolone giù per la scala. Del rimanentese inpoco o in nulla vi credete offesoio son qui pronto a darviqualunque soddisfazione.
—E quali soddisfazioni mi puoi dare tu?
—Quelle dell'uomo onesto in faccia a chi vuol dar spettacolo dicoraggio.
—Ma giacchè ti vanti di conoscere i convenevoli e leprammatichenon sai tuistrione vilissimoch'altri offende sestesso misurandosi co' pari tuoi?
—Pari o no pariquesta la xe ona prepotenza da sior Lelio...
Chidiceva queste parole era un giovane di vent'annipoco su poco giùil quale vestiva l'assisa di soldato di marina. S'era trovato làad udire insieme cogli altri forestieri; ed avendo preso notizia delfattoe parendogli quella del conte un'insopportabile soperchierianon potè più contenersie strillò quelle sueparole con fremebonda concitazione. Il conte si volsee:
—Chi m'interrompe? disse.
—Angelo Emonobile di navedisse il giovine uscendo dal crocchioesaettando la sua giovane pupilla nella pupilla torva del conte.
Eraesso davvero quell'Angelo Emoil futuro assediatore di Tunisicoluiche gloriosamente doveva chiudere la serie degli ammiragli dellaserenissima repubblica. Di quel tempouscito appena dallaistituzione del Bilesimo consultore della Repubblicadel padreLodolialtro consultoree del celebre Stelliniera entrato dapochi giorni nella carriera marittimanella qualità appuntodi nobile di navetirocinio che si faceva durare quattr'annicolsaggio intendimento che i giovani alunni unissero la pratica allateoria. Di que' giorni egli stava coll'equipaggio lungo le costedell'Adriaticoe avendo sentito com'era aspettato a Venezia il conteAlgarottiche fanciullo egli aveva conosciuto nella casa paternaimpetrò dal capitano di nave il permesso di venire a Venezia;e siccome il padreper essere riformatore degli studistavasi aPadova colla famigliaegli avea preso alloggio all'albergodello Scudo di Francia.
—Or come c'entrate ne' fatti altrui? disse il conte al giovinesoldato.
—Quand'uno offende un altro senza ragione e con violenzatutti hannodiritto d'immischiarsi ne' fatti dell'uno e dell'altro. Inconclusioneche v'ha fatto quel signore? Chi mai poteva imaginarsiche la musica vi dovesse far abbaiare alla luna come un cane dapresa? O quel signore v'ha offesoo voi avete offeso lui... Fin quinon c'è nulla di straordinario. Ciò che v'ha di stranosi è ch'egli si dichiari disposto a darvi ognisoddisfazione... e voi la rifiutate. E che vorreste dunque?...ch'egli si ammazzasse per rispetto alla vostra corona di conte?
—Ragazzobadach'io non torca su di te l'ira che mi venne da lui!
—Ed ora son io che vi chiedo soddisfazionesignor conte!... Or non vipuò soccorrere la scusa della mancanza di parità franoi... Voi siete conte ... lo credo perchè lo sento a direepoco me ne importa ... In quanto a me... i miei avi furon reggitoridi quest'isole quando primamente si congiunsero a città. PieroEmo fece prodigi di valore nella battaglia di Chiozza. Altri sionorarono in ambasciate e in magistrature. Molti di quelli che sonoqui presenti sanno chi sonoe ponno fare testimonianza di ciò...però raccogliete questo guanto.
Eil giovinetto generosolevatosi il guanto di dainolo gettòal piede del conte V... che lo raccolse e soggiunse:
—Sta bene. Or pensate al restoperch'io non son di Veneziae nonposso scegliermi i padrini in una città che non conosco.
Illettore si ricorderà d'aver veduto qualche volta addensarsi unterribile temporale al di sopra di un tratto di territorioe d'averdetto in cuor suo: non vorrei aver io il mio grano e le mie vignecolà; ma d'improvviso il vento cangiar direzione alla procellastessae portar lo schianto della gragnuola in quelle parti invecesu cui alcuni momenti prima il cielo si distendeva sgombro etranquillo.
Quandoil conte V... feroce e bestiale discese precipitoso a percuoterecon violenza la porta della camera d'Amorevoliscommettiamo chela metà almeno dei nostri lettori avranno ripreso fiato perassistere alla truculenta scena del tenore fracassato e morto. E difattouna parolaun gesto di piùqualche cameriere di menopiù radi forestieri e più placidi e prudentiuna solainsomma di tali cause potea bastare a far iscattare la molla d'unacatastrofe tragica...
Mainvece un fil di vento e poche parole in dialetto veneziano valsero acambiar la direzione delle cose. — Omnia sunt hominum tenuipendentia filo; e se Amorevoli potè scampare dal pericoloper verità che quasi aveva l'obbligo di far cantare un TeDeum in San Marco.
Delrestoin una relazione storicascritta nel secolo passato da unCadorin padovanodove è parlato di Angelo Emoèriferito codesto fatto del duello ch'egli ebbe nella sua primagiovinezza con un nobile lombardo.
Edora tornando a noiquando il conte V... ebbe raccolto il guantoilgiovine Emocon quella delicata cortesia che accusava in lui e mentee cuore fuor dell'ordine comunedisserivolto ad Amorevoli:
—Mi perdoneretesignorese io ho voluto per ora togliervi di mano ilfioretto. Ma al tempo non manca mai il tempo.
—Per me sono sempre disposto a ripigliare il vostroquando l'abbiateadoperato. La mia nobiltà sta nell'arte mia e nella mia vitasenza rimproveri. Quando il conte accettiio sono sempre qui adattenderlo.
Ilconte non fece motto. Angelo Emo soggiunse qualche altra gentilezzaad Amorevolipoi scambiate alcune parole con alcuni amici che glistavano intornodue di questi si mossero ed accostatisi al conteV...
—Adessogli disserogiacchè noi per parte del nobile Emo loassisteremo sul terreno come padrinivoi sceglierete i vostri fraque' quattro gentiluomini làche sono parati ai vostricomandie intanto ci ritireremo a trattare del come e del dove.
Cosìtutti si ritrasseromentre Amorevoli si rinchiuse nel suo camerino.
Eintanto noi balzeremo da questa notte alla notte successivaper assisterenel palazzo Pisanialla lanterna magicadove sivedranno a passare l'un dopo l'altro i letteratipoetii pittoriimusici


Ledonnei cavalierl'armigli amori


ondein quel tempo Venezia brillava fra le città d'Italia. Nèciò sarà fatto a casoperchè colà sioffriranno forse le occasioni per isciogliere nodi a cui il lettoreprobabilmente tien l'occhio.


VIII


Duepalazzi egualmente celebriche portano il nome dei Pisanivi sonoin Venezia; quello a San Paoloche ha la facciata rispondente sulCanal grande; e quello in Campo San Stefano. Il primoappartenente aquello stile archi-acuto veneziano che ha per distintivocaratteristico il foro quadrilobato interposto agli archima che neipilastri bugnati e nel basamento accenna alle prime transazioni tral'arte del medio evo e il ritorno dello stile romanoè lodatoper l’eleganza nativa dell'ordinamento generale del primo stilee la felice libertà degli innesti del secondo. Ma il palazzoPisani di San Stefano è bestemmiato dalla critica piùrecenteche lo chiamò un'insignificante montagna di pietresagomate. Ognuno ha i suoi gustie noisebbene troviamo pessima distile la facciata di questo palazzogiudichiam d'altra partedegnissima di meraviglia la gigantesca grandiosità di tuttol'edificio; i cortili a molti piani di poderosa strutturale scalegli appartamentile sale che ancora oggipur nel tristo abbandonoin cui giacionofanno rimpiangere allo spettatore quell'avitosplendore ove al tempo nostro è infranta affatto latradizione. Nelle opere dell'artesegnatamente dell'architetturalagrandiosità dell'impianto e l'audacia del concetto sonoelementi che non ponno essere disprezzatibastando soli a dareimportanza agli edifizj. La miscela di più formei giuochi diparolei bisticcile freddure onde pur sono offese le composizionidrammatiche di Shakespearenon tolgono ch'egli giganteggi sututti coloro che non straripano perchè non hanno fantasia cherigurgita. D'altra parte quella miscela ha un valorese non perl'arte almeno per la storia di essaalmeno per le significanzech'ella serba in molte parti della storia generale. I drammi diShakespeare sono l'enciclopedia storica della grammatica inglesechècento autori portarono le diverse loro acque a quell'oceano; e ilmedesimo può dirsi di alcune opere dell'ediliziafatteinnalzare da più volontà e da ingegni diversicheserbano le varie impronte dei tempi in cui hanno operato; onde se ilgusto squisitocontemplando il tuttosi offendenon essendopreoccupato che delle linee e delle forme; l'intelletto abbracciandoinvece più elementinon resta offeso dalle forme imperfetteperchè si lascia preoccupare dai varj significati che offrel'edificio. Nel vetusto San Marcola meraviglia massima dellemeraviglie venezianeè una mescolanza di tutti gli stili e ditutte le idee che quegli stilisecondo alcunidovrebberorappresentare — l'arte cristiana vi transige colla paganaleincondite stranezze dell'impero basso contaminano spesso i simbolicristianila cupola orientale gira sugli archi latinila colonnagreca posa sulle costruzioni bizantine. — La critica inesorabileche è fida al bello assoluto e lo trova nella sola unitàpoderosas'indispettisce di tali mescolanze; ma v'èquell'altra critica più grandepiù intellettualepiùliberaleche trova quell'edificio d'un valore inestimabileper lesue varietà appuntoe perchè l'architettura essendo unlibro di granitocome disse il poetatanto più quel libro èpreziosoquanto più fatti ricorda della storia di un popolo.Tutte queste nostre chiacchiere vorrebbero dire che anche ilgrandioso palazzo Pisaniimperfettodifettososenza caratteredecisoha un meritose non in faccia alla critica dell'arteinfaccia a quella della storiae che per ciò i Pisani che lohanno fatto innalzare e continuarenon hanno mal speso i denaricome taluno ha detto. Cominciato alla metà del 1500 dalSansovinofu compiuto quasi due secoli dopo dal vicentinoFrigimelicaonde codesto edificioesaminato in tutte le sue partipresenta tutte le vicende della grandezza veneziana negli ultimi suoisecolie dei trapassi del gustorappresentati da variarchitetti. Che se anche oggipur nell'abbandono in cui èlasciatoserba ancora qualche significatosi figura il lettore quelche nel secolo passato dovesse parere al visitatore intelligenteinuno di quei giorni in cui la ricchezza del proprietario Alvise Pisanilo apriva alla folla dei patrizj e delle altre classi distinte; quelche dovesse parer nella notte in cui lo dischiuse per festeggiarel'arrivo del conte Algarottiil quale in quel tempoperstraordinario beneficio di fortunasedeva re di tutti i regni dellescienze e delle arti. Erano le tre ore di notte; risplendevano tuttele finestre della facciata che guarda il Campo San Stefano. Le duestatue ozioseche stanno a' fianchi della maggior portaavevanoavuto anch'esse in quella sera l’incarico di portare un granfanale sulla testa; risplendeva tutto il lato del palazzo che guardail rio; e più servi con torcie a vento stavano sulle duescalee per cui si ha accesso al palazzo da quella parte appunto; eratutta illuminata la lunga calletta per la quale il palazzo ha unacomunicazione col Canal grandesulla scalea della quale stavano purealtri servi con torcie a vento per ajutare lo sbarco dalle gondoleaccorrenti. Dalla parte del campo venivano a frotte di duedi tredi quattro gentiluomini e gentildonnepreceduti dai servi collampione. Il Canal grandeper quanto spazio misura la linea di due otre palazziera tutto pieno di gondole con gondolieri schiamazzantiad aprirsi la viachi verso l'approdo della callettachi verso ilrio interno. Gl'invitati che veniano dal campos'incontravanonell'atrio con quelli che arrivavano dal rio; e quand'eranoforestieri o veneti di terra fermasi soffermavano a guardare illeone rampante scolpitoche era lo stemma di casa Pisanicollaspada da un latola mazza e l'elmo dall'altro; e i fanò dellegaleazze che già avevano rischiarate le vittorie del gloriosoVittor Pisani. Tutti costoro poi si incontravano nell'ultimo cortilecon quanti vi approdavano dal canalee insieme salivano lo scaloneed'una in altra anticameraentravano nella maggior salala cuivôltadipinta dal Guaranaè sorretta da molte colonnecorinzieoggi mostranti il gretto legnoallora tutte splendided’oro nel capitellonelle scanalaturenella base.
Inquella sala v'era uno scompartimento apposito per l’orchestra epei clavicembali.
L’accademiadovendosi incominciare ad ora più tardala folla deivisitatori traeva di sala in sala ad ammirare gli sfoggi straordinarjdi quel palazzo e di quegli appartamenti: i dipinti di TiepolodelTiepolettodel Canaldel Rizzidel Cignaroli; i damaschiisoprariccigli arazzi della fabbrica privilegiataalloracelebratissimadelle sorelle Dinile quali ritraevano un assegnoannuo dalla stessa Repubblica. E segnatamente si trattenevano adesaminare a parte a parte le ricchezze d'ogni guisa che risplendevanonella così detta sala d'Apollo dipinta a chiaroscurodall'Amigoni bergamasco. Se non ci tormentasse la noja delledescrizionionde amiamo dipingere a sguazzo con pennelloscenografico e in istile piazzosopiuttosto che col pennello minutodei Fiamminghivorremmo riprodurre così al vivo il palazzoPisani di dentro e di fuori in quella serata musicaleche il lettoredovrebbe confessare che oggidì per questo lato la ricchezzapar miseria; e quando pure dà il caso che taluno vogliasfidare il passato per superarlonon riesce che ad essere la scimiache imita il padronee provoca il riso invece della meraviglia;perchè c'è una cosache distingueva i nostri buonivecchied è l'armonia che univa la loro persona e i lorovestiti colle proprie abitazionile suppellettiligli addobbiletappezzeriegli ornatile pitture onde si circondavano. Oggi inveceil cilindro del secolo decimonono copre una testa colla barba diCarlo Vo i mustacchi a coda di topo di Tamerlano. Oggi il monotonoe gretto frack di panno neroe i calzoni attillati del maritosismarriscono nelle volute e nelle sinuosità del guardinfanterisuscitato dalla moglie ingrossata. Oggi il signore sotto i solid'Italia porta il soprabito di guttapercache ci fa sentire ilribrezzo delle nebbie inglesi impregnate di filigine; mentre poi sulserpe della carrozza parigina il cocchiere reca l'impronta di unavecchiezza anticipata sotto la parrucca a tre giri del senatorTredenti; e nelle case la stessa sconcordanza perpetuae negliaddobbi e negli ornati sempre una ricchezza senza logica e cherinnova l'immagine oraziana del mostro equino.
Rifacendocicoi nostri personaggia tre ore di notte Amorevoli portossi alpalazzo Pisanidove s'incontrò in Luchino Fabrismusico digran meritoimitatore fortunato del celebre Egiziello. Essi eransitrovati insieme viaggiando più voltee avevano strettaamicizia; maper combinazionenon eran mai stati scritturati acantare insieme nè in un medesimo teatro nè in unacittà medesimaonde si conoscevano per famae avevano ildesiderio di sentirsi a vicenda.
—Ho caro assai di vederti quidisse il Fabris ad Amorevoliefinalmente udrò la tua voce.
—Ed io avrò il dispiacere di fartela sentire in un cattivomomentodisse Amorevoli. Non sto niente di lenae cento cose mi dannoja.
—So tuttoamico mioma sono ingredienti quelli che non scemano puntoil colorito al canto. Tu vedrai la contessae...
Amorevolifinse di aver preoccupata l'attenzione a qualche oggettoe nonrispose.
—Credo bene che la bella lombarda verrà stanotte quicome s'è mostrata altrove in questi giorni addietro... Ma tuguardi Apollo in quadrigae non ci senti da quest'orecchio. Puresetu tacitutti parlano. Dammi dunque retta. Sento che c'è quiil marito della contessa...
—Anche questo si sa?
—E che mai? pretenderesti forse che del duello col giovine Emo nonfosse trapelato nullaquando cameriere e cuoco e guattero sono statitestimonj della scena?
—E come si racconta la cosa?
—Sta tranquillo; tu ci fai buonissima figura. Ma ora si vuol saperecome riuscì il duello... è il discorso di tutti... Nonsai nulla tu?
—Nulla affatto. Sono andati in Terra Fermafuori un tratto delterritorio della Serenissima per scansare certa legge che li avrebbecolpiti. Però non se ne sa nulla ancora. Lasciamo dunque chetutto vada a beneficio o maleficio di fortuna; e dimmi chi èquel cosino là smilzo e pallidocolla collana e il medaglionee la croce in petto... Tu hai cantato per due stagioni l'una dopol'altra a Venezia... e questa che s'innoltra sarà la terza...Devi dunque avere la città tutta quanta in sul palmoe sapervita e miracoli di ciascuno come un barbiere.
—Davvero che di questa città ormai conosco il dritto e ilrovescio come se fosse la mia giubba. Ma non domandarmi chi siacoluiperchè non l'ho mai veduto nè qui nèaltrovenè in piazza.
Dicendoquesto il Fabris si volse a chi gli passava pressoe chiese il nomedi quel gentiluomo.
—Chi è colui? rispose l'interrogato con un sorriso secco eamaro. Ma gli è forse permesso ignorarlo? Esso ènientemeno che il re della festa.
—Chi? il conte Algarotti?
—L'Algarotti... sì signori... plebeo di Veneziacontedi Prussiaciambellano di S. M. il Re Federicocavaliere delMeritoconsigliere intimo del Re di Poloniaconsultore del duca diSavojadi quello di Parmadel Papa; membro di tutte le universitàsocio di tutte le accademie che furonoche sono e che saranno:astronomopoetapittorearchitettosuonatore di violino... Dimolti si suol dire che cosa è... di costui bisogna dire checosa non è... Tuttavia quel ch'ei valga davverolo siconoscerà da qui a cinquanta e meglio ancora da qui a centoanni. Intanto ha la tossee un polmone che si rifiuta a fare il suosolito servizio. Padroni riveriti.
Cosìdicendoquel gentiluomo si mescolava tra folla e folla.
—Che costui sia un qualche letterato o poetarazza invidiosa emalefica? disse il musico Fabrisil quale scontrandosi in quel puntofaccia faccia con un uomo tutto vestito di neroalto e magroch'eiben conosceva:
—Signor abatedissevorrei sapere il nome di quel giovinotto lìalto e stecchitocon cui testè ho parlato e che or sorride aquella dama.
—Se non amate ch'altri vi tagli i panni addossofate di scansarlo...Egli è il conte Carlo Gozziil quale ha il cervello fatto difegatoonde se schizza fiele e bile ad ogni parolala cosa ènaturale.
—Addio Luchinoe via.
—Chi è questo prete? domandò Amorevoli al Fabris.
—È il celebre abate Chiari.
—Ma perchè non presentarmi a luiche lo avrei ringraziato?
—Di che?
—Del favore che da qualche anno mi fa tutte le notti. Sullo stipoaccanto al letto io tengo sempre una tazza d'acqua di gomma e unromanzo dell'abate. Prima di dormire bevo due goccie di gommaeleggo due pagine di romanzo. La gomma mi fa morbida la golalepagine mi fan morbido il sonno. Se mi svegliobevo altre due gocciedi gomma e leggo due altre pagine di romanzo; così conservo lavoce e la saluterintuzzando la veglia. Se c'incontriamo ancora inluiti prego di presentarmi. È un mio benefattore.
—Se tu metti i suoi romanzi insieme coll'acqua di gommabuon padrone.Ma non si fa così a Venezia; parlo delle donne e del pubblicoche legge avidamente i suoi libri; che corre in folla alle suecommediee schiamazza d'entusiasmo; e lo supplica a dar semprequalcosa di nuovo; e sì che l'abate sembra una fontanaintermittenteche cala per crescer sempree annaffia tuttiquanti; eppure tutti si senton arsi.
Aquesto punto un maggiordomo della casa s'accostò al Fabrissignificandogli che il signor conte padrone chiedeva di lui edell'amico suo. Questi lo seguirono nella massima saladove il conteAlvise Pisani sedeva accanto al conte Algarottiintorno al qualefacevano ampia corona molte persone.
V'erail Canalettoa lui particolarmente devoto per la protezione che neaveva avuto. Esso tornava allora dall'Inghilterradove avevaraccolto molto danaro; e dalla Sassoniadov'erasi recato a portarvidue suoi quadri per interposizione appunto dell'Algarottiil qualeaveva avuto incumbenza dall'Elettore di acquistar opere adarricchire la galleria di Dresda. Con lui stava discorrendo l'amicosuo Tiepoloquegli che di stupende macchiette gli ornava leprospettive animandole di vita e rendendole più importanti perlo studio dei costumi e delle foggie. Il Tiepolo era tornato difresco da Milanodove avea dipinta la vôlta della maggior salain casa Clerici. De' letterativ'era il Gozzi Gasparee il senatoreSeghezziil quale stava in quel punto presentando all'Algarotti unfanciullo di undici anniautore in quella così giovane etàdi due o tre poesie in dialetto venezianoche aveano fatto il girodella città. Ed era quel Gritti che doveva poi riuscire nelvernacolo veneziano ciò che il Maggi era stato nel milanese.Ma di tutti mancava il primomancava il Goldoniil quale era andatoa Torino a mettere in iscena il Molière. L'Algarottidava belle e graziose parole a tuttima con quel fare di affabilitàconvenzionale chese indispettiva fieramente Carlo Gozzinonpiaceva troppo nemmeno al più mite Gaspareche giuocava discherma coi complimenti onde il conte gli era cortese riguardo allafondazione di quell'accademia de' Granelleschi chefin dal 1740iniziata per celia e portando sempre la maschera della mattagiovialitànel fatto era però diventata ilconservatorio della buona lingua italiana.
—Ellasignor contemi dà lodi che son dovute ad altricosìdiceva Gaspare Gozzi. Ecco il vero fondatore dell'accademiail suomassimo sostegnoil suo principe perpetuo; e dalla schieracircostantepigliando pel braccio un pretino rachiticolo presentòal conte dicendogli:
—Questi è il celebre abate Sachellaril'arcigranellone; siprovisignor contea interrogarloe sentirà parole disapienza.
QuelSachellari era un originale curiosissimopieno di goffaggine e diorgoglio. Quando parlava faceva smascellar tutti dalle risae piùquando recitava gli stolidissimi suoi scritti. Tuttavia quelloscimunito aveva data l'occasione perchè si adunassero lemigliori intelligenze di Venezia. In prima era stata una gara a chilodavalo di più con componimenti berneschi; poi da quella garanacque la celebre accademia in cui risplendette più che mail'ingegnola vena poeticail briolo spirito satirico di GaspareGozzi.
—La testa di costuicaro Algarottiè come quella de' mieidetrattori.
Chidiceva tali parole era il padre Carlo Lodoliche nel convento di sanFrancesco della Vigna teneva aperta scuola privata a molti giovanipatrizj e facoltosied era stato maestro anche all'Algarotti.Istrutto in molte scienze e lingue e nell'arte architettonicaegliaveva ottenuta grande rinomanza per avere tentato di distruggeretutti i principj fin allora invalsi nell'architetturanegandoobbedienza all'autoritàdetronizzando Vitruvioeintroducendo quella filosofia architettonicache turbò disottigliezze e astruserie le mentionde per libidine di opposizionefece poi più tenaci dell'imitazione gli architetti pratici.Del restoquelle parole ch'esso aveva pronunciate erano dirette adue architetti là presenti: il Poleni che avrebbe battutomoneta falsa per Vitruvioe il Temanza che aveva scritto un opuscolocontro di lui e di quellesecondo il parer suodementi dottrine.Il Temanza non rispondevae ammiccava allo zio Scalfurottol'architettore di san Simone Maggiorementre ridevan tra loro ilMassariche stava in quel tempo edificando i Gesuatied ilLucchesi che eresse san Giovanni in Oleo e l'Ospedaletto di sanGiovanni e Paolo. Per altro se il Temanza s'accontentava d'ammiccaree tacere e lasciar che svampasse l'iracondo e dotto fratedipendevada ciòch'ei sapea assai bene come nessuno desse ragione alsuo avversariomentr'egli era lodato ed ammirato dai piùcelebri architetti ed archeologhi d'Italiaed invitato dai piùfacoltosi patrizj di Veneziadelle cui mense ei teneva gran contoperchè s'egli era celebre come architetto civile e idraulicolo era pure come insaziabile mangiatore. Ma il conte Pisanivisti ilFabris ed Amorevolili presentò in prima all'Algarottipoial P. Vallottiil celebre maestro suonator d'organo del Santo diPadovaed a Tartinie disse loro:
—Or tocca a voi. A momenti sarà qui il doge e il procuratoreFoscarini e i signori Diecie converrà incominciare.
Ilmaestro Galuppiche in que' giorni era passato a Venezia aconcertarvi l'opera in musicasi alzòe volgendosi congrande rispetto al P. Vallottiil quale allora era stimato nell'artedei suoni quel che oggi il professor Bordoni è stimato nellascienza dei numerilo supplicò a volere esaminare i pezzi dimusica da eseguirsi in quella sera.
Vallottisi volse a Tartinie:
—Avete vistovoi? gli disse.
—Io conosco la musica che devo eseguir iodell'altra non so. Ma chiha a cantare dee far quello che più gli piace.
—Però sarebbe ottimosoggiunse il P. Vallottiche alla musicadi camera non si mescolasse mai la musica di teatro.
—Io ho alcuni madrigali dell'abate Clari e dell'abate StefanidisseAmorevoli.
—Ecco un artista di buon senso.
—Per metàmaestro. Perchè ho anche un recitativo diVincie due arie del Pergolese e di Jomelli; il pubblico vuol essereaccontentato anch'essoe se dieci gustano Clari e Stefanimillecomprendono la musica teatraleanche perchè l'hanno sentitaad eseguire più voltee vi recano un giudizio piùammaestrato dall'esperienza.
—È questa un'ottima ragionedisse l'Algarotti.
—Pessimaentrò a rispondere il P. Vallotti che aveva la stizzadel fratedel vecchio e del profondo scienziatodisprezzatore degliuomini superficiali e chein quanto all'Algarottinon avea potutosopportar la lettura di quel suo trattatello sulla musica.
Mal'Algarotti non si scontorse punto a quella cruda opposizionemasorridendo blandamente:
—Ognuno porta l'opinione suadisse. Bensì mi rincresce diaverne una che sia opposta a quella di un sì grand'uomo qualsiete voi.
L'Algarottiera statogià ognun lo saalla Corte del Re filosofola cuifilosofia consisteva nel volere all'ultimo essere adulato. Era statocol Re di Poloniail quale non amava certo di essere strapazzato dailetterati. S'era trovato in Francia con Voltairecon Diderotcontutte le altre colonne della Francia nuovae seppe sì benfare che quei grandi uomini avevano lui in conto d'uomo grandissimo.La società di mutuo incensamento non è una invenzionedi questi ultimi anni. Essa fioriva anche nel secolo passatoel'Algarotti ne poteva a buon diritto essere il presidente.
Maintanto che i signori virtuosi maschi e femminee i signori maestridi musica e i signori professori di violinodi violadivioloncellodi contrabassodi clarinodi claronedi flutad'oboèecc.recavansi nello scompartimento a loro assegnatonella gran sala delle colonne; il maggiordomo e i camerieri facevanoun giro per gli appartamenti dov'erano disperse le dame co' lorocavalierionde invitarle a sedere nella gran sala.
Ein poco tempo s'eran tutte infatti messe a seder là in piùfile disposte a semicerchio intorno al seggiolone del doge e delladogaressapress'a poco come le deità dell'Olimpo intorno alGiove nel quadro d'Appiani. E per verità ch'era quello unnuovo olimpoolimpo terrestre e palpabilemigliore assai delmitologico. Olimpo di ricchezzadi splendoredi gioventù edi bellezza.
Amorevoliche stava più in alto sulla gradinata dell'orchestrainnanzial clavicembalovolse lo sguardo in quella via lattea di pupilletremule; ma nella patria dei grandi occhi lucenti non vide gli occhiche cercava. La contessa Clelia non c'era. L'estroche un momentoprima lo aveva eccitatoleggendo col P. Vallotti un madrigaleerotico del Clarigli svampò in quell'infelice ricerca echinò la testa avvilito. In quel punto entrava il doge chegirata intorno la testa e messosi a sedere vicino al conte Alvisetosto gli domandò con grande sollecitudine:
—Non avete ancora veduta la contessa Clelia V... di Milano?
Orche relazioni potesse avere il doge Grimani colla contessa e qualcosa lo sollecitasse a di lei riguardo vedremo fra poco.


IX


Seil labirinto dedaleo in cuisenza sua colpasi trovòimpigliata la contessa Clelianon fosse un fatto incontrastabileche fece parlar tanto i nostri buoni vecchi cento anni fae che unasecca mano registrò in carta grossa; perchè il tempo el'umido de' muri solitari non bastasse a distruggerlae cosìpotesse pervenire alle mani di un postero incapace di custodire isegreti; se tal fatto adunque non fosse una veritàirrefragabilenoi gli avremmo negata ogni fede quando lo avessimoudito da uno di quegli uomini avvezzi a inventar frottole. Perchèpassi pure tutto quello che fin qui è avvenuto a Milanopassila maledetta fortuna per cui un semplice dialogo tagliato in mezzo daun cancello efino ad un certo puntoanche innocentemise inpiazza i pudibondi arcani di una gentildonna; mentre piùspesso quella stessa iniqua fortuna sa conservare intangibilel'aureola penelopea a chi s'intrattiene a lungo in dialoghi senzacancello; passi dunque tutto ciòe passi la fugae passi ilricovero di Venezia: ma ciò che veramente ci fa intolleranti efremebondi per quella sventurata contessaè l'infestacombinazione della scrittura teatrale del tenore che cambiò lasede della malattia senza distruggerlaanzi aumentandola a piùdoppj.
PoveraCleliaseduta presso la finestra della sua cameracolla facciamestissima e gli sguardi profondi rivolti macchinalmente al cieloanzi alla lunaalla luna fredda e incapace d'intenerirsi pernessunomentre pure da tempo immemorabile si gode la fama dipietosa.
Poverainfelice Cleliagettata e trattenuta dalla fortuna tra un amantefatale e un marito funestoin una terribile vicinanza e dell'uno edell'altro; dell'uno e dell'altroche pure coraggiosamente efortemente avea fuggiti.
Almenocoloro che si picchiano il costato per ogni nonnullae sonoinesorabili accusatori delle debolezze altrui le voglianotener contoper tutto quello che potrebbe succedere inavveniredi questa prima violenza usata contro sè stessa!
Chèanzinel punto ch'ella guardava la lunastava precisamentecompiendo contro sè medesima una seconda violenza. Se donnaClelia fosse cotta e stracotta dal desiderio di rivedere Amorevolilo pensino i giovinotti che non hanno ancora venticinque anni e cheper un occhiatasìper un'occhiata (anche noi abbiamo avutoi nostri verd'anni!) farebbero due volte di nottenon che unailtraverso dell'Ellesponto; lo pensino le fanciulle che non hannoinnanzi agli occhi che un unico oggetto; lo pensino anche le donneche hanno più di venticinque anni e son compromesse in qualchepericoloso contrabbandomentre la guardia di finanza batte lacampagna. Donna Clelia dunqueci rincresce dirloma la veritàè una soladesiderava di vedere Amorevoli con un ardorecontale ardoreche noi amanti della buona bottiglia e della coppa dimanzonon possiamo nemmeno concepire. Tuttaviacon sìsmisurato ardore nell'animonon si mosse dalla sua cameraeresistette agli inviti della moglie dell'illustrissimo conte AlvisePisani. Non si mosse per non incontrarsi in coluinegli occhi suoiper non sentir la sua voceper non provocare nuovi parlariper nonessere cagione di nuovi scandali; nè si creda che la paura delmarito abbia potuto influire sulle sue deliberazioni. Noal maritonon pensavanè poco nè assai; lo fuggiva colla mentecome allorquando si torcono gli occhi da una imagine disgustosaepassava ad altro; onde il timore non potè mai padroneggiarla.Solo pertanto il fermo proposito di non voler vedere Amorevoli latrattenne in casa. Però se questa non è virtùnoi non sapremmo invero dove andarla a pescare. Seduta a canto aquella finestraella sentì suonar duetrequattr'ore alcampanile di S. Poloquando un cameriere venne ad annunciarle che ilconte Alvise Pisani domandava d'essere introdotto.
Introdottoch'esso fu:
—Mi rincrescecontessaegli dissed'essere stato costretto arompere il silenzio della vostra camera. Mavoi non avete voluto appagare il desiderio vivissimo che avevamodella vostra presenza nella mia casa in questa sera; vi supplico avoler essere cortese all'invito che per mia bocca vi manda il doge.
—Il doge?... e che... non ho io nessuna volontàcaro contedioccuparmi stasera in discorsi d'astronomia.
Perchèil lettore possa comprendere queste paroledee sapere che il dogeGrimaniuomo dottissimoera particolarmente versatonell'astronomiae però la prima volta che gli vennepresentatain un'altra serata musicalela contessa Cleliasapendoquant'ella fosse istrutta in codesta scienzas'era compiaciuto diintrattenersi con lei in argomenti affini; e per quel discorsoches'era prolungato più di quello che parea comportare unaconversazione di diportoesso avea fatto una così alta stimadella contessache parlandone poi a moltiavea contribuito adaccrescere più che mai la voga in che era venuta la bellalombarda.
—Mi pare che non si tratti d'astronomiarispose il conte Pisani. Ildoge ha bisogno di parlarvi per cosa d'importanza.
—Il doge? ma perchè il doge? domandò allora la contessaalquanto turbatae alzandosi da sedere.
—Vogliate essere tranquillacontessa. Il doge non mi disse veramentedi che si trattassema il suo aspetto era calmo. Onde non è atemere di nulla. Forsechi sasarebbe occorso che vi presentaste aiDieci. Ma i Dieci e il doge hanno forse voluto cogliere l'occasionedi un ritrovo quasi pubblico e di una spontanea intervista perpotervi parlare. Del rimanente un tale desiderio del doge ènoto a me solo. A voi pertanto non resta che di accettare l'invitodella contessa mia mogliee onorare l'accademia della vostrapresenzacome naturalmente avreste dovuto fare se foste stata un po'più amica di noi.
Lacontessa stette un istante in silenziopoi disse:
—Ebbeneverrò...
Eun impeto di gioja occultamente le innondò l'animo; la giojadel trovarsi costretta a far quello che assolutamente non avrebbe maifatto per sè stessama che aveva desiderato con ansiaaffannosa.
Ilconte Alvise partì. Ella chiamò le camerieree:
—Mi è forza andare in casa Pisani; ajutatemi come si puòmeglio e di gran fretta a vestirmi.
Ellatremava in tutta la personae il fuoco dalle membra convulse le erasalito sul volto. La pupilla erasele fatta ardente più delconsuetoe un raggio insolito le lampeggiava tra ciglio e ciglio.
Arecarsi in casa Pisani per volontà propria erale in primasembrato una colpa gravissimaonde s'era trattenuta in casa; ma leparole del conte Pisani le avean fatto parer quella visita un attoindispensabile; sicchè il desiderio le fece afferrare concieca fidanza quel pretesto per illudersi da sè medesima. Nonriflettevanochefermamente volendonon aveva nessun obbligo dipiegare nemmeno all'invito del doge. Ma provava un'esaltazione pienad'ebbrezza e quasi voluttuosa nel pensare d'aver quell'obbligoed'essere costretta a rivedere colui; d'altra parteper le consuetearcane fantasie della mentele pareva quello un decreto espresso deldestinoe si consolava come di un presagio felice.
Nonbastandole il tempo e mancandole la vogliasi scelse vesti eacconciatura semplicissima. Avvolse i capelliche aveva in grandisordine e non potevansi così presto disporre a paratainmolti giri di una ciarpa di pizzo bianco di Gandfoggia alloraparimenti usata; puntandola davanti in sul confine della fronteconun grosso diamante che solo bastava a dar splendore ed aura d'Olimpoa tutta la figurae senza più se ne uscì.
Venutain Canal grandeerano affollate tante gondole nello spazio checorreva presso al luogo dell'approdo dalla parte del canaleche ilsuo gondoliere piegò verso il rio e si fermò alla primascalea.
Lacontessa discesepreceduta dal servoe s’indugiòperplessa sotto l'atrio che mette allo scalone...


Esoffrirò che sia
Sìbarbara mercede
Premiodella tua fedeanima mia?
Tantoamortanti doni!
Ah!pria ch'io t'abbandoni
Peral'Italiail mondo.


Laprima sillaba della parola mondo del celebre recitativo dellaDidone di Vinciusciva dalle finestre del piano superioreportata a volo da quel medesimo do sopracuto onde Amorevoli lasera prima aveva fatto salire in furore il conte V... La contessasubì la sorte di chi s'affaccia per veder la battagliaesenza più è colto nel petto da una palla che fischia.Fu per caderesì le forze le mancaronoa quella vibrazionesonorae dovette appoggiarsi al servo.
Applausifrenetici seguirono quel do privilegiatoche aveva il donodella forza insieme e della soavità. E il recitativo continuòe venne la cadenza alle parole Numiconsiglioin cuila nota tenuta di un si bemolle di prodigiosa limpidezza ecome dicono i maestridi argentina sonoritàattraversògli spazi dell'ariae non pareva voce da uomonoma quella bensìdi un essere soprannaturaleincaricato di dar qualche buona notiziaai mortali.
Insistiamosu codeste qualità della voce d'Amorevoliin prima perchèi suoi contemporanei ne parlano come d'un fenomeno non mai piùudito; poi per far comprendere ai lettori che non v'è nulla almondo di più penetrante negli umani petti di una voce inquella chiave; intendasi sempre quando è bellaperchènon bastano i soli suoni a renderla pregevole. Molti uomini storicidenno ascrivere la loro fortuna all'avere avuto in dono una voce inchiave di tenore. Il re Davide sarebbe stato trapassato dalla lanciadi Saulle impazzitos'egli non lo avesse placato col solcolla e col si d'una soavità arcangelica. Eginardolo storico fu per la stessa ragione se invaghì Emmala figliadi Carlo Magno. Rizio e Monaldeschi erano tenori di mezzo caratteree innamorarono due regine. Sarebbe però stato meglio per lorol'aver avuto tutt'altra vocechè probabilmente sarebber mortiin pace al loro letto. Ma ciò non significa nulla contro ilnostro assunto. La voce di soprano sfogato ferisce le orecchiemanon lascia nulla nel cuore; la voce di basso provoca il rispetto manon l'affetto; ci sarebbe la voce di contraltoma nei sùbititrabalzi dai suoni gravi agli acuti compromette troppo sovente ibuoni successi. Soltanto la voce di tenore impera sugli animi. Ilgobbo Tacchinardigobbo e nanoed arieggiante più ilmandrillo che l'uomopotè ai suoi bei tempi dispiegare lalista di Don Giovannitanti capi femminili ei fece girare! chèl'orecchiolusingato dal suono maliardo della sua vocelavoravainsidiosamente sugli occhiinnanzi a' qualicome a' tempi del magoMerlinousciva il silfo dal nanoil genio alato dal diavolo collecorna. Dopo tuttovogliam dire con ciòche se una donnas'innamora d'un tenorenon pretenda di poter bere l'oblio nemmeno inAcheronte; e se qualche giovinotto ha per rivale un tenorefacciaconto d'esser tisico in quarto gradoe di dovergli senza piùfar la regolare cessione del suo tesoro.
Noncreda però il lettore che codesta sia una malizia di chiscriveper far le lodi della propria voce; tutt'altro; chi scriveebbe in sorte la voce di basso; soltanto gli toccò in donoquasi a titolo di compensoun fa diesis squillantedi cui sigiova per aver ragione nelle dispute fracassose cogli amici.
Matornando a donna Cleliaconquisa dalla voce d'Amorevoliella sitrattenne sotto l'atrio premendosi il cuorefinchè ilrecitativo si svolse nell'aria:


Seresto sul lido
Sesciolgo le vele
Infidocrudele
Misento chiamar.


Eintantoconfuso
Neldubbio funesto
Nonpartonon resto —
Maprovo il martire
Cheavrei nel partire
Cheavrei nel restar.


Doveappar chiaro come i fervori della passione congelassero nell'animafredda di Metastasio in tante formole precise e quasi aritmeticheavverse al genio della poesia e del dramma.
Mala musica di Vinci aveva l'abbandono e lo slancio e il sentimento chemancava a quelle strofe; e Amorevoli vi mise nel renderla la duplicevirtù dell'arte più squisita e dell'animo il piùardente.
DonnaCleliacome i battimani rintuonarono nei cortili:
—Or si può ascenderepensòe fatto lo scaloneentrònelle sale.
Iservi di casa Pisaniche la stavano aspettandomossero a dimandareil conte padroneche accorse tosto a riceverla.
Precedutada lui fece l'ingresso nella maggior sala. Il fremito dell'applauso edell'entusiasmo recente che ancor durava là entrocessòdi colpo alla sua comparsae vi successe un profondissimo silenzio.Tutti gli occhi furono fissi in lei. Il conte Pisaniper toglierladall'imbarazzo in cui la vedeva impigliatasi volse tosto al conteAlgarotti dicendogli:
—Ecco la contessa Clelia V...de' cui talenti avete sentito aparlare. E l'Algarotti si alzò e venne a sedersi vicino a lei.Anche il doge la guardò da lungecon atto di affabilissimacortesiae parve dirle:
—Ci parleremo dopo con maggior comodo.
Lacontessa intantorispondendo macchinalmente alle gentilezze delconte Algarottiguardava di furto allo scompartimentodell'orchestradove Amorevoli era investito dalle congratulazionide' suoi colleghi: da Luchino Fabrisdall'Aschieridalla Turcottidal P. Vallottiche nella sua severità gli batteva una spallain atto di protezione; dal violinista Tartiniuomo di febbrilevivacitàche ad attestargli la sua soddisfazione gli andavasquassando un braccio. Nè Amorevoli erasi ancora accorto dellacomparsa di donna Clelia. Bensì il musico Fabris gli parlòall’orecchioe l'avvisò dell'arrivo di lei.
Amorevolisi volse lentamentequasi che non fosse fatto suo...
Medesimamentela contessa Clelia non fece atto nessunoe stette immobile comeun simulacro marmoreo. Solo incontraronsi i raggi delle loro pupillee benchè gli astantiche da quell'incontro s'erano atteso unacatastrofedicessero fra loro: Bada ch'ei pare non siconoscano nemmenopure l'effetto dell'incontro di que' raggi nonpuò esser reso che in parte da quella strofa fremebonda dellaParisina


Unsospiroun senso arcano
D'unamor maggior d'amore
Trapassòda cuore a cuore
Edi gioja l'inondò.


Intantoil conte Algarotti andava circuendo di domande scientifiche lacontessae d'una in altra notiziarispondendogli ella pure alcunche macchinalmentela intrattenne dell'astronomo Lieberkamconosciuto da lui a Dresdaquegli che nel 1743 avevainventato il microscopio solare; e le parlò del celebreClairutcolui che avea fatta la dimostrazione dello schiacciamentodella terramediante l'attrazione e la forza centrifuga. E lacontessaalla sua voltasi trovò costretta a chiedergliconto di Bougerl'inventore dell'astrometroe ad informarlo d'unlavoro che in que' giorni il P. Frisi di Milano stava meditando sulmoto diurno della terrafacendo uso dell'analisi geometrica diNewtonper mostrare che un tal moto non poteva essere impedito dallemaree. Ma se il microscopio e l'astrometro e la forza centrifuga el'analisi geometrica di Newton fossero compatibili collo statodell'animo di donna Cleliaognuno lo può pensare.


X


Intantoche il conte Algarotti e la contessa attendevano a parlar di scienzeesattepassava quel quarto d'ora o quella mezz'ora di riposoin cuii vecchi pigliano il tabaccoi giovani susurrano qualche parolaall'orecchio delle giovanie queste pigliano il sorbetto o l'acquacedrata.
Tartinicessato di scrollare il braccio ad Amorevoli in segno d'entusiasmo:
—Sentidissequi il nostro Luchino Fabrisquesta seconda edizionedi Egiziellom'ha raccontato le tue storie e i tuoi amorie sonocontentissimo di te. Così va fatto. Anch'io a vent'anni misigli occhi addosso ad una fanciulla dell'alto cielo. Hanno tantoorgoglio questi signori che si chiaman lustrissimi eson così persuasi d'esser fatti di tutt'altra pasta dellanostrache di tanto in tanto conviene che qualcuno metta loro ilcervello a partitoe li faccia persuasi che è piùnobile di tutti chi è più giovanepiù bello epiù bravo. Ecco i tre quarti della nobiltà vera; quelloche manca a fare i quattro quarti sta nella ricchezza che col meritouno s'acquista. Dunque tu sei un nobile degno del tosone; e giacchèa Milano non avevi amorihai fatto benissimo a sceglierti qualchestella del cielo supernoe a dar dentro in un marito borioso. QuiLuchino mi ha detto che jeri tu eri prontissimo a batterti con luied egli ha rifiutato per orgoglioond'altri ha preso le tue veci. Maciò non va bene; voglio conoscerlo io questo signor contelombardo. Già tu sai che la mia prima professione fu quelladello schermidoree fu un tempo in cui volevo metter sala d'armieanche oggi non so chi abbia occhio più acuto e braccio piùfermo del mio. Dunque lascia fare a me a trarre in ballo questosignor conte; che se ricuseràlo assalirò di trattosenza dirgli nè asinonè bestia; ondese gli ècara la vitadovrà pur mettersi in sulla parata. Chi sa maicaro Amorevolich'io debba farti il piatto a doveree che il contesia venuto a Venezia per trovarvi una tomba fatta d'acqua salsa ed'alghe marine? Ma a propositodov'è questa signora contessa?Io sto scrivendo qualcosa intorno ai principj dell'armonia musicalecontenuta nel genere diatonicoe in questo lavoro non possodisimpacciarmi da certe formole numeriche. A lei dunquech'ègran matematichessacome sento direvo' dare a leggere ilmanoscritto. Così farò la sua conoscenza. Io giàho cinquantott' annie tu non devi aver gelosia di me.
Mail maestro Galuppia fermare codesta velocissima parlantina delcelebre violinista:
—Ora è venuto il momentosignor magogli disse scherzandodievocare il vostro diavoloe di mettere lo spavento in tutte questeleggiadre gentildonne.
Percomprendere queste parole del maestro Galuppidee sapere il lettoreche in quella sera Tartini doveva eseguito appunto quella suaceleberrima sonatacosì detta del Diavolo da unostrano sogno ch'esso avea fattoe che gli aveva messo il pensiero ditrarne una composizione musicale.
Avendoil Tartinia queste parole di Galuppipreso il proprio violinol'Algarotti dalle matematiche balzò di tratto a parlar dimusica; che era una sua speciale ambizionequando trovavasi conqualche persona nuovadi percorrere tutto quanto l'ambito dellescienze e delle artiper far maravigliare chi l'ascoltavadella suastraordinaria versatilità.
—Non avete maicontessasentito questo prodigioso violinista?
—Non ancora; bensì ho sentito il Veracinidal quale dicesi checostui abbia molto appreso.
—E il Giardini torinese? Il Giardini cantava col violino; ma costui lofa palpitare e fremere e piangere. Si direbbe che il suo strumentosia un essere animato e dal qualepiù che suonisi debbanoattender parole e discorsi. Quando venne a Pragadove io mi trovavacol principe di Prussiach'ora è il re Federico IIperl'incoronazione di Carlo VInessuno sapeva spiegare il modo concui traeva dal violino tanta pienezza e rotondità disuono. Chi pensava fossero qualità speciali della costruzionee del legno del suo violinochi dell'animale che avea date le corde.E nessuno s'accorgeva che il gran segreto era nell'arconel modo digovernarlonella sua pressione sulle corde. Mi diceva il medesimoTartiniche il suo lungo esercizio in gioventù nel tirare discherma gli ha comunicata una tal vigoria nel braccio e nel polsolaquale gli tornò poi utilissima a tenere l'archetto. Ma or oral'udrete e lo giudicherete nella suonata del Diavolo;perchè tutto dev'essere strano e straordinario in costui.La sua vitale sue vicendetuttopersino i titoli delle suecomposizioni. Doveva essere un fratee rubò una fanciullapatrizia. Studiava a Padova per fare il giureconsultoe dì enotte tirava di scherma e ingiuriava or l'uno or l'altroe lisfidava e li ammazzava a titolo d'esercizio. Va a sentir Veracini aFirenzee ne ha tanto avvilimento che si nasconde in Ancona persette anni a crearsi uno stile nuovo d'esecuzionee fare la famosascoperta del fenomeno del terzo suonoa scrivervi suonate acentinajae un trattato sulle amenità del canto. Infinevenuto maestro di cappella al Santo di Padovavi fa un sogno che loesalta sino alla pazzia e gli fa scrivere questa suonata che or oraudretee che si chiama del Diavolo.
—Ma come fu?
—Sognò d'aver fatto un pattoe che il diavolo era al suoservizio. Però gli diede a suonare il proprio violinoper vedere quel che il diavolo ne avrebbe saputo faree ne udìtal cosa che lo fece trasalire. Risvegliato per così violentasensazionedà di piglio al violino per ripetere quel cheaveva uditoma non seppe riprodurrecom'egli asserisceche iltrillo del diavolo a piè del letto. Il resto non è cheuna composizione di sua fantasiae una variazione su quel temama ècerto la più bella di quante ne ha scritte sin qui.
Aquesto punto il maestro Galuppi si mise al pianofortee facendoscorrere due o tre volte le dita sulla tastierarichiamòl'attenzione dell'uditorioil quale fece un silenzio profondoquando Tartini col violino e coll'arco comparve al parapettodell'orchestra.
Neltempo che Tartini faceva correr l'arco sulle corde e regolava ibischeril'Algarotti ebbe campo di sfoggiare la sua dottrinaarcheologica sulla genesi del violinoconfutando Aristofane e Ateneoche fecero il violino coevo ad Orfeoe confutando quelli che lovollero inventato dagli Indiani e donato all'Italia dalle crociate; epiantandosi nell'opinione che vuole il violino figliuolodell'occidentee probabilmente del principato di Gallesetrascorrendo sui varj tramutamenti della sua formadalla violaprimitivaalla viola da braccioa quella da gamba; i quali a lungoandare generarono poi in Francia il piccolo violino.
—Oh che nojacaro signor conte Algarotti. — Per fortuna cheTartini cominciò l'adagio d'introduzionee il conte dovettepermettere che la contessatrasportata dalla seduzione di quellostile incantatos'immergesse con tutta l'anima nell'onda voluttuosadella sua passione. Dall'adagio d'introduzione passò ilTartini al secondo pezzo che è a due tempi e da questo allaterza partela quale consiste appunto nel trillo del diavolo.
Laforzala soavitàil fremitola grazial'estensioneincalcolabile della voce che usciva dal suo violinoerano cose chenon si erano mai udite anteriormente a luie infatti egli era statoil primo a trovare come la forza che deve spingere l'arco debbaradunarsi tutta nelle falangi delle dita; e a far in modo che lamanoall'attaccaturasia così pieghevole che sembri slogata.Da questi segreti venne senza limite accresciuta la potenza delviolinoil qualeallorchè viene sotto la pressione di unamano così ammaestratama che riceva l'impulso da un grantalento musicaleda una fibra nervosa e da un cuore agitato dallatempesta delle passionicome avveniva appunto in Tartinie come lofu poi in Viotti alcuni anni dopoe al grado massimoe fuori quasidei limiti naturaliin Paganini mezzo secolo dopoè lostrumento che più fruga ne' precordj a mettere in esaltazionelo spirito. Non era dunque codesto il farmaco migliore pei nervi inparossismo della contessa!
Dopoil pezzo di TartiniLuchino Fabrisl'imitatore di Egizielloebbela disgrazia di cantare l'arione dell'Euridice cheper verità era il suo cavallo di battagliama doponondiremo l'entusiasmoma le convulsioni provocate dalla suonata delDiavolo non fece nè freddo nè caldo. Tant'èvero che a questo mondo le cose bisogna saperle fare a tempo. Se lasua voce di musico fosse stata sentita in quella sera prima delleoscillazioni tremende delle minugie incantate del violino di Tartiniavrebbe fatto l'effetto che di solito produceva in teatro; ma purtroppo dovette restarsene avvilito e pieno di dispetto.
Equi un altro riposo succedette all'esecuzione di que' due pezzidurante il quale il doge Grimani si alzòe recossi vicinoalla contessa Clelia.
—Io attendevaserenissimo principeche l'accademia terminasseequesti egregi signori si dilungassero in altre saleper poterviparlaree sentir dal vostro labbro per che grave cagione mi avetemandata a chiamare.
—Io spero che mi vorrete perdonarecontessase vi ho fatta venir quiforse contro vostro genio. Ma d'altra parteanche per adesione deisignori Dieciho creduto di non dover farvi chiamare a Palazzocomepure avrebbe portato il debito. L'eccellentissimo Senato di Milanoscrisse al Senato di quie supplicandoci ad usar con voi tutti iriguardi a che la vostra alta condizione e i vostri meriti specialihanno dirittoci diede incumbenza di provvederecome ci sarebbeparso meglioa mandarvi tosto a Milano.
—Io non comprendoaltezza. Chi mi può impedire di vivere inVenezia?
—Noi no; ma il Senato di Milano dev'essere stato costretto a questadeterminazione da qualche circostanza straordinaria che noiignoriamoe che non potete forse congetturare nemmeno voi. Il Senatodi Milanoserbando il silenzio anche colla nostra Repubblicaquantunque per verità avrebbe dovuto parlar più chiaroci ha fatto intendereessere insorta così grave circostanzaper cui è necessario che voi siate sentita in giudizio.
—In giudizio io?
—Dalla lettera dell'eccellentissimo Senato appare che la necessitàdi sentirvi in giudizio sia una conseguenza della cattura fatta diquel lacchè che voi ben sapete aver dimorato per troppo lungotempo a Venezia. Non crederei che si tratti di cagione piùgrave. In ogni modo è bene che non se ne sappia nulla qui...Se noi vi avessimo fatta chiamare a Palazzola città tuttaquanta sarebbesi tosto gettata in un mare di congetture e di diceriee non crediamo che questo v'avrebbe potuto far piacere. Peròabbiateci per iscusati se abbiamo colta l'occasione di questaaccademia musicaleper mettervi a parte del fattoe persignificarvi che domani occorre che vi mettiate subito in viaggio perMilano. Per verità chead adempiere al mandato in modo chenon vengano frustrate le intenzioni del Senato di Milanosarebbeobbligo nostrodovete perdonarci l'amara paroladi assicurarcidella vostra persona. Ma giacchè il Senato milanese ci pregadi avervi ogni riguardocosì interpretiamo la cosa piùampiamente che sia possibilee mettiamo la nostra fede in voi. IlSenato veneto è così persuasocontessadell'incomparabile vostra lealtà che vi lascia in piena balìadi voi stessa.
Lacontessa Clelia stette per qualche tempo in silenziopercossa daquelle parole del dogepoi rispose:
—Non mi sarebbe difficileserenitàindovinare la cagione ditutto ciòse il Senato di Milano mi avesse scrittodirettamente. La cattura del lacchè dev'essere successa peruna lettera ch'io scrissi a Milano; onde parrebbe probabile che ilSenato volesse sentirmi per raccogliere indizj in una questionegravissimache adesso non occorre menzionare; ma l'avere incaricatodi ciò il Senato di Veneziasenza far scrivere nulla a mestessadistrugge al tutto una tale congettura. Peròaltezzami pare come di essere caduta in un abissosenza sapere chi m'abbiadato la spinta. Abbiate però la mia fede che io sarò aMilano religiosamente nel più breve tempo possibileperquanto dipende da me.
Puòparere strano come in questo breve dialogo nè la contessaabbia mai parlato del conte maritoadducendo al doge il fatto ch'eitrovavasi in Venezia; nè il dogeche pur sapeva tuttonon leabbia mai toccato un tal tasto. Ma la contessa naturalmente scansòdi nominare chi poteva farla arrossire. E il doge a cui era statoriferito il fatto del duellotacque perchè e l'autoritàsuprema di Venezia e tutte le altre autorità subalterne avevanl'obbligo di ignorare una cosa chenotadoveva provocare una pena adanno degli infrattori di una legge della Repubblica contro ilduello. Chè tanto alloracome primae come dopoe come oranon possiam dire come sempreil duello costituiva un fenomeno suigeneris del codice criminalepel quale era esso proibito epunito; e nel tempo stesso era punito e svergognato chi non loaccettavae non adempiva agli obblighi assurdi che traeva seco. Ondel'autoritàcome una mamma innamorata dei figlichiudeva unocchioquando sapeva che un Veneziano dava od accettava un duelloesi compiaceva del suo coraggio; mentre poi esagerava nelle ordinanzepubbliche la severità delle frasi contro i trasgressori delleleggi.
Un'altracosa poi dobbiamo far osservare ai lettori che della Repubblica diVenezia e dei Dieci si son fatti un'idea convenzionaletutta nera etutta cupa. Essi avran fatto le maraviglie a vedere il doge parlarein tanta dimestichezzae quasi da privatoalla contessa. Ma delleterribili apparenze dell'autorità la Repubblica facea contonelle gravi bisogne della patriae non in tutte le circostanze dellavita pubblica e privata. D'altra parte la serenissimaè forzaconfessarlonon era più quella de' secoli antecedenti. Lalettera degli statuti era intangibilema le costumanze s'eranovenute attiepidendo. In una parolas'era messa anch'ella in cipria eparrucca ad onta del canal Orfano e del Ponte de' Sospiriche sonogli spauracchi perpetui de' drammaturghi stranieri e de' nostrali chescrivono per gli anfiteatri.
Tornandoora al doge e alla contessaessendosi mostrato il P. Vallotti abatter la solfaperchè doveva aver luogoa chiuderl'accademiaun suo coro fugatosi disgiunsero con atto di reciprocorispetto.
Eil coro fugato venne eseguito tra gli sbadigli dell'adunanzachèesso stava alla musica come il Pape Satan Aleppe alla poesiasebbene Tartini lo ammirasse e ne fosse compunto.
Anotte alta le sale a poco a poco si vuotarono. Quando Tartini sivolse per cercare Amorevoliquesti era già scomparso;scomparso prima che la contessa uscisse dalla sala.


XI


Abbiamolasciato il conte V... e il giovane Angelo Emo intenti ad adempirealle prammatiche preliminari di un duello: di questo mezzo assurdo diriparare le ingiurieil qualenato in seno alla barbariesi èprolungato insino a noie vi s'è piantato in guisa chemoralisti e filosofi e legisti non arriveranno forse mai a sradicarlodel tutto. Almeno i Barbari erano più logici di noi.Dipartivano bensì da una falsa premessa nell'assegnare imotivi a tale costumanzamadopo la premessacessava l'assurdo ele deduzioni camminavano regolarmente. Nel duelloche per loro nonera altro che un modo dei giudizj di Dioessi ponevano per principioche la divinità avrebbe data la vittoria a chi aveva laragione. Codesta credenza spiega la causa primitiva del duelloilquale poteva sussistere fin che le menti rimanevano acciecate dalpregiudizio; ma non si sa più conciliarlo con verun finelogico dal giorno che tutti furono persuasi che la vittoria dipendedalla fortuna e dalla vigorianon mai nè dalla giustizianèdall'intervento divino. Anzi il fatto diventa ancora piùinesplicabile quando si pensa cheprecisamente allora che il mondofu persuaso che Dio non interveniva in codeste prove a fiaccare ilbraccio di chi aveva tortoe a dar forza al debole che avevaragione; precisamente alloraossia nel secolo decimoquintoquandola civiltà sembrò avviata verso la sua massima altezzasorsero scrittori a decine per comporre quella che chiamarono scienzadell'onore e del duello.
Ilegisti di quel secolovolendo giustificare il duellosi piantaronosull'idea dell'onore convenzionalesenza riguardo nessuno alle leggiinvariabili della morale; onde i celebri giureconsulti PassevinoParide del PozzoBaldiGrimaldi e gli altri seguacioffrono ilmiserando spettacolo della scienza intenta ad accrescere occasionealle aberrazioni dello spirito umano. Così il duellonatospontaneamente in seno a popoli barbaricome un mal frutto d'unamala piantafu innalzato all'onore di sistema scientifico dallaciviltàper cui l'errore insegnato dalle cattedreaccrebbe i modi e i mezzi delle offese. Bensì quarant'anniprima del tempo in cui il nostro conte colonnello dovette accettareil guanto dal giovane Angelo Emoquell'autorità dei vecchilegisti era stata messa in brani da un grande e coraggiosissimoingegnodal marchese Scipione Maffeicol suo libro della scienzacavallerescaa cui appose il bel motto nos nostra corrigimus;e quel libro fece senso in Italia e fece senso in Franciae trovòsostenitore del nuovo assunto Rousseau; e forse Luigi XIVfortedella sapienza dell'uno e dell'altromultò il duello collapena di mortee instituì il tribunale de' marescialli; e ilsuo successore accrebbe nell'applicazione la severità allalettera stessa dell'editto. Ma per quanto in quegli otto lustri sifosse fulminato e scritto e parlato contro il duelloil duello eratuttavia all'ordine del giorno; chè il prestigio del coraggioe dello spregio della morte consigliava indulgenza agli stessiesecutori della legge; e più spessonon potendosi infrangerneil dettatose un duello avveniva a drittal’autoritàcome vedemmoguardava a sinistra.
Nèpur in codesto fattonei cento anni che sono decorsinon si puòdire che siasi fatto un progresso. Sussiste ancora il prestigio delcoraggiosussiste ancora la falsa idea dell'onore. Ed anzi crebberoi sofismi e le sottigliezze e i sotterfugi della mente nel cercare imodi di salvare l’onore senza nemmeno fare appello al coraggio.Son noti i molti duelli a' dì nostridovuti indire edaccettareper far pago il rispettabile pubblico che chiama vile chinon discende sul terrenofoss'anco per un nonnulla; duelli cosìben preparati dai pietosi padriniche la vita de' duellanti fu tantoal sicuro sul terreno della battagliaquanto sull'origliere deiplacidi riposi; onde contemporaneamente alla misura delle pistole eall'assaggio della polveree al giuoco de' bussolotti onde si faceanscomparire le palle micidialiil più celebre ristoratoredella città stava ammannendo il più lauto asciolvereeapprestando sulla mensa lieta lo spumante sciampagna. E ciòtuttavia fu decretato potesse bastare per l'onore. Peròstando così le coseed essendovi nell'umanità malattiedel cervello croniche e incurabilisi può ben profetare uncompleto fallimento alle società che in Franciain Germaniain Inghilterra s'instituirono contro il duello; a meno che non vi siconsocii l'autorità costituita fondando i tribunalid'onoreonde provvedano a riparare coi loro placiti a quelleingiurie speciali che fin qui non si credettero vendicabili che dalduello.
Macomunque fosse e comunque sia di codesta faccendaAngelo Emo lopropose e il conte V... lo accettòsenza darsi un pensiero almondo di quel che se ne giudicava e diceva e scriveva dai loro dottie onesti contemporanei. Anzise non il giovane Emoche eraistruttissimoè probabile che il conte V... non sapesse nullanè di Scipione Maffeinè di Rousseaunè ditutta la parte teorica relativa all'abolizione del duello e soloavesse contezza così in digrosso degli editti dei due ultimiLuigi di Francia.
Sirecarono dunque in compagnia dei loro padrini al confinedell'estuario venetoe là da veri gentiluomini che dovevanferirsi senza aver nemmeno nè il bene nè il male diconoscersisi apprestarono a incrociar le spadefermo dagli arbitriche la sfida dovesse esseresecondo la più generaleconsuetudinea primo sangue; il qualesecondo Rousseauèil modo più assurdo di duellopiù assurdo del medesimoduello all'ultimo sangue. Perchèdiceva esso in uno dique' suoi impeti di generosa facondiaal primo sangue?...gran Dio! e che vuoi dunque tu fare di questo sangue?beverlo forseo bestia feroce? Ma questo primo sangue eruppecon un lieve zampillo dalla clavicola sinistra del conte V... afargli rossa la bianca lattuga che gli usciva dal panciotto; zampillolieve di più lieve ferita e che fu giudicata un nonnulla dalchirurgo ch'era presente.
Manon può immaginarsi il lettore come riuscisse profondissima laferita che ricevette l'orgoglio del contee l'ira che provòcontro la fortunala quale diede la vittoria al suo giovaneavversariodi gran lunga inferiore a lui nel maneggio dellaspada. Quell'ira però dovette chiudersela in pettoperchèle leggi della cavalleria non permettevano checompiuta la provadell'armisi facesse il viso dell'armi all'avversarioal qualedoveva anzi cordialmente stringersi la mano.
Adempiutopertanto alle prammatiche posteriori al combattimentoil conte V...e il giovane Emo e i padrini e il chirurgo ritornarono tutti aVenezia.
Ilconte entrava nella laguna che facevano le tre ore di notte. Torbidocom'erae pur non avendo nessun proposito bene deliberato in testadiscese all'albergoeripartitoandò alla casa Salomon doveaveva in animo di recarsi fin dalla prima seraed erasi indugiatoassalitocome il lettore sada cento pensieri in battaglia. Nècosa volesse fareei lo sapeva nemmenodopo ventiquattr'ore; bensìper determinarsiquando fu làpercosse due o tre volte colmartello la porta che rispondeva alla parte di terra.
Leimposte si spalancaronoe si mostrò il guardaportone.
—Non è in casa nessunodiss'eglisenz'attendere che ilnuovo venuto parlasse.
—Nessuno?
—L'ho già detto.
—Allora aspetterò fin che venga qualcuno.
—Quando non c'è nessuno in casaho l'ordine di non lasciarentrar anima vivasignore.
—Non c'è nemmeno l'illustrissima contessa V... di Milano?
—Nemmeno. Ma anche allora ch'ella è in palazzogli ècome se non ci fosse; e non riceve nessunonessuno affatto.
—Ciò va bene. Ma io sono il conte suo maritovenutoespressamente da Milanoe devo e voglio e ho il diritto d'entrare.
—V. S. illustrissima mi perdonima debbo tenere gli ordini. Io poinon so che V. S. illustrissima sia davvero...
—E credi tu ch'io voglia vendermi per quello che non sono? Va làin malora e lasciami entrarech'io stesso parlerà a' tuoipadroni e alla contessa. E così dicendo sforzòa cosìdirel'ingresso; ed entrò in quel lungo androne chenellecase di Veneziamette in comunicazione la parte di terra con quelladel rio.
—Signorequesta è una violenza di cui il padroneche èsenatore...
—Tacie bada a teche nemmeno il diavolo basterebbe a farmi usciredi quinon che un senatore; e ho nelle valigie il tuo padrone e latua Repubblica e il Senato e il doge e il corno.
Cosìdicendocalcato in testa il cappello a tre punte filettato in oroabbottonatosi il soprabito turchino da viaggioch'era lungo finoagli orli degli stivali e aveva il bavaro pur filettato in oro checopriva le spallemisurava a gran passi quell'androne colla grande egrossa figura; spingendosi di tanto in tanto fin sul primo gradinodella scalea verso il rio a guardare a drittaa sinistraa porgerl'orecchioa stare in ascolto se mai venisse qualcuno; poi tornava apasseggiare innanzi e indietrofacendo risuonare sotto la vôltalo sgarbato scricchiolio de' suoi stivali forti.
Edor lasciamolo passeggiare a sua postachè noi dobbiamoritornare al palazzo Pisani fra i gondolieri schiamazzantia piedidelle scaleenei cortili interniad assistere al passaggio dellebelle venezianee a dare il braccio alla contessa Clelia perajutarla ad entrare in gondola e ad adagiarsi sotto il felze.
Scendevanodunque tutte a quell'ora dallo scalone di casa Pisani le ultime e piùcospicue beltà patrizie convenute all'accademia. Eprecisamente s'eran trattenute le ultime per un tacito accordo dellaloro ambizione e della loro civetteria ad accrescer l'ansia de'giovani cavalieriaspettanti in due schiere sotto l'atrio cheesse facessero loro la carità di qualche occhiata. Discendevala contessa A...quella che possedeva gli occhi più grandi epiù glauchi in tutto l'estuario veneto. Beltàcalcolatrice e perfidache si compiaceva della interminabil schieradelle sue vittimee che bisognava ostentar di sprezzarlaper farlespuntare in cuorese non l'amorealmeno qualche velleità disimpatia. Discendeva la M...bruna beltà capricciosadallapelle di rasoe dall'occhio andalusolucente e tremulo come l'astrodi Veneree che precisamentepari alla dea che imprestòquesto nome a Luciferotrattava lo sposo come Vulcanoquantunquenon fosse zoppoe lo sagrificava a Marteanzi a un drappello disemidei più o meno guerrieri che si movevano in evoluzione infaccia a leie ch'ella cangiava e sprecava come i guanti e lepantofole. Discendeva la B…bellezza epigrammatica e mordaceche già navigava cogli anni verso l'equatore della vitafemminilee copriva di nèi le incipienti rugheche un suoamante corbellato e tradito chiamava i solchi del peccato. Discendevala S…beltà perfettama più carnale chespiritualedall'occhio di capradal collo della Diana efesiadallemembra in cui trionfava la linea curva; sparpagliante a tutti sorrisied occhiatee che era la delizia dei giovinotti in pensionechevarcati i trentacinquegaloppavano verso i quarant'anni.
Disceseroaltre più o meno desideratepiù o meno bellepiùo meno altepiù o meno grasse; sebbene il guardinfante dalcinto in giù le facesse tutte d'una circonferenza... e tral'ultime discese la contessa Cleliache Alvise Pisani e ilprocurator Foscarini accompagnarono alla scaleapresso alla qualesotto l'atriosuccesse come un ingorgo d'uomini e donnementre aldi fuori era una confusione inestricabile di gondole e di gondolierii quali rispondevanoVengoSon quaal servo collatorcia che gridava i nomi dei signori che si presentavano per andarvia: Casa Mocenigoconte Erizzosenator BarbaroPolcastroCaotortaZencontessa Rezzonicocontessa V...e questadopo unquarto d'ora d'aspettazione sentì la voce delgondoliere Bianchich'era scivolato tra gondola e gondola fin lì.Il conte Pisani diede il braccio alla contessache discesefinalmente i gradinie si adagiò sotto il felze.
Intantoda più di mezz'ora Amorevoli stava nella sua gondola ferma inCanal grandeimportunando di continuo il gondoliere:
—Ma bada che non ti sfugga.
—La se fida de mi...
—Ma sai tu ch'è già passata un'ora...
—Gnanca mezz'orasior.
—In tante gondolecome vuoi tu conoscere?...
—La lassa far a mi. Nu altri semo come bracchi… se ghe ze elsalvadego... nol scapa... La se meta intanto a dormir.
—Ho già visto a passare più di trenta e di quarantagondole.
—De zento che ghe ne ze... la fazza contopatronche semo indrio...Ma la guarda che la ze là... ch'el se consolasior. Espingendo la gondola codiò dalla lunga quella della contessaper qualche tempopoiquando gli parve seconda l'occasionele siportò ai fianchi.
—Buon dì... comparedisse il gondoliere al Bianchi.
Lafinestra del felze d'Amorevoli era a due dita dalla finestra delfelze della contessa.
—Donna Cleliaegli disse...
Ellatrasalì a quella vocee non rispose; Amorevoli seguì adire altre parolema la contessa non parlò.
Allorail gondoliere Bianchi chestando in poppas'accorse del silenziodella contessasospettando ch'ella fosse in un malo impaccio...diede due o tre colpi di remi… e si portò innanzi ditutto lo spazio che misura appunto una gondolae disse anche qualchemala parola al gondoliere di Amorevoli; e siccome era di tanto piùrobusto di colui... lo sopravanzò di sì lungo trattoche l'altro indarno s'attentava di raggiungerlo; mentre come un fuocod'artifizio Amorevoli sagrava al lento gondoliere. Infinela gondoladella contessa svoltò nel rio San Polo. Amorevoli dice algondoliere: — Va là e t'affretta che la raggiungeremo. Mail Bianchi era già pervenuto alla casa della contessacheAmorevoli procedeva ancora discosto. Se non chein quel puntoodela voce della contessaanzi un gridopoi una voce d'uomoe unrumore di parapiglia. È vicino alla scalea della casa. Èpresso alla gondola della contessa; vede il gondoliere Bianchi cheappoggia un colpo di remo sul cappello a tre punte di un uomo d'altastaturach'ei ravvisa pel conte marito. Il cappello a tre punteinconscio di tuttofa tre giri grotteschi come un paléoecade in laguna. Il conte sfodera la spada e si fa addosso algondolieree l'uno e l'altro cadono a fascio nella gondolaintantoche la contessa piega come in deliquio sulla prora... Tutto questoavvenne in men tempo che noi abbiamo impiegato a dirlo... eAmorevoliinspirato non si sa da chema pronto come una molla chescattiprende la contessa eajutato dal gondolierela porta dipeso nella propria gondola… mentre dice: — Or t'affretta enon farmi il poltrone.
Nèil contenè il gondoliere Bianchi che stavano a fascio nellagondolanon feriti per fortunama bensì martellandosi senzadistinzione di rangopoterono veder quel ch'era avvenuto; nèil guardaportone accorsointento al parapiglia; onde il gondoliered'Amorevoli si partì senz'impicci... e dopo cinque minuti eragià in Canal grande.
Quandofurono colàAmorevoli respirò; ma non era ancoratranquillosicchè fece intendere al gondoliere che vogassepiù al largo... e il gondoliere si spinse infatti versoil canal de' Marani. Intanto la contessa fu scossa dagli alitifreschissimi della notte e tanto quanto si riebbe; e vedendosi facciaa faccia con Amorevoliraccolse gli sparsi pensieri efatto allameglio il riepilogo di tuttogli strinse la mano. Certo che nonavrebbe fatto nemmeno quest'attoper sè al tutto innocentese fosse stata pienamente in sè stessa; ma dal recenteturbinìo dei sensila ragione non essendosi ancora tuttaquanta sviluppatal'istinto teneva il suo posto; e l'istintoil menche potè farefu di permettere che la sua mano stringessequella d'Amorevoliin segno di gratitudine.
Edopo quella stretta di manoche lasciò un'impressioneindefinibile sulla mano di Amorevolivennero le parole tronchebreviloquentiinfuocateche non ripetiamo perchè per noi nonavrebbero sensotanto ne avevano per quei due! parole chenell'enfasi eroticaper quelli che le profferiscono hanno unsignificato che non è inteso da chi le ascolta nella calma diun cuore senza passione. Bensì nella pienezza luminosa diquella gioja istantaneasapean pur penetrare colla loro acutissimafitta i pensieri del passato e del futuroe i laceranti rimorsi.
Mavi sono momenti della vita in cuial cospetto di un bene presenteinsperato e supremonon possono prevalere tutti gli altri pensieri etutti gli altri dolori. Momenti in cui persino il colmo dellasciagurache pur troppo si presagisce dover essere duraturacomunica al piacere fuggitivo un'esaltazione senza pari.
Equi ci vorrebbero le essenze di rosadi mirra e belgioino distillategià nella fabbrica di Tomaso Moore di Londrae passate poi inItalia nella casa figliale di Prati; qui ci vorrebbero le flebilieleganze di Aleardidi Maffeidi Gazzolettiper cantare ilcantante Amorevoli che muto e pensosostava contemplando l'inclitadonna pensosa e muta; qui ci vorrebbe qualche svolazzo degli altripoeti minoriche appartengono alla famiglia dei pettirossideicanarj e dei capineriperchè aliassero e gorgheggiassero epipilassero in segno di festa intorno a costoroche usufruttano unquarto d'ora di gioja ineffabilea dispetto della loro falsaposizione.
Nottecielo stellatochiaro di lunaVeneziacanal Orfanocanti lontanismorenti nell'ariagondolieri colle sventure d'Erminia in bocca. Dueesseri nell'infelicità feliciun marito terribile lasciatosotto il pugno e il remo d'un gondoliere poetaeccitabile efantastico; un passato con de' rimorsiun avvenire tenebroso: eccoo signoriconsommé di poesia e di romanticismo.
Orqui veniteo giovani fantasiosi e tenerie voi tuttiche se fostefiorinon potreste esser altro che l'erba sensitivavenite evolteggiate a vostra posta e in tutti i modi in codesta azzurra sferache vi appartiene in diritto. Quanto a noinon abbiamo a far altro;chè il nostro cuore è ruvido oggimai come lapelle di un postiglione.
Madove eran diretti que' due felici infelici?... Ma in che ora ilgondoliere rivolse il ferro dentato verso la città?
Larisposta a queste domande il lettore potrà averla assistendoin seguito a strane cose che avverranno nella città di Milanonell'anno 1766. Per ora


Galeottofu il libro e chi lo scrisse

nèpiù vi possiam leggere innanzi.

LIBROQUINTO


Ilconte F... e il suo bisavolo. — I medici MoscatiPatrini eGallaroli. — L'agente Rotigno e don Alberico F... — DonnaPaola e la contessa Clelia V... — L'avvocato Agudio. — Unrotolo di cento zecchini e l'avviso a stampa di casa Morosini. —Il Capitano di Giustizia e la contessa Clelia. — Il Viatico —Il confessore e l'erede. — Storia del Senato di Milano. —La torturail Galantino e il senatore Morosini.


I


Ilgiorno ventitrè o ventiquattro maggio salv'erroreun lungostrato di paglia copriva quasi tutto il selciato della via*...Peccato che gl'importuni riguardi ci proibiscano d'indicarla.
Lecarrozzei carrile carrette cessavano di far rumore appenaimpigliavano le ruote in quello strame. La qual cosatanto alloracome adessovoleva dire che giaceva là presso gravementeammalato un beneficiato della fortuna. La ricchezzalo sfarzolavita gaudentepersino l'orgoglio e la prepotenza fanno men crudosenso sulla moltitudine di tale insegna di ricchezzala quale infine non è che un'insegna di paglia; — e la povera plebeche ha consumata per sè stessa tutta la sua pietàsiricatta spessoe nel passarelanciando all'illustrissimo infermocrudeli epigrammi. Peròse noi fossimo ricchifaremmocollocare verso corte o verso i giardini il nostro lettoelasceremmo la paglia a suo luogoa placare così la pubblicamaldicenzae ad aspettare in segreto che la dea salute tornasse aconfortarcisenza fare oggetto di spettacolo pomposo persin lafebbre e il vomito e il secesso.
Machi giaceva allora a letto obbligato da questi tre incomodi era ilconte F...fratello del defunto marchese.
—Come sta il signor conte? diceva un tale al guardaportoneil qualestava dondolandosi sulla soglia del palazzo.
—Malesempre maleanzi peggio: oggi a mezzodì si terràconsulto tra gl'illustrissimi signori dottori Bernardino MoscatiGuglielmo Patrini e il dottor Bartolomeo Gallaroliche è ilmedico della casa.
—Che Dio vi scampi dai consulti... ma già questo di solito èil malanno di chi ha il diritto di levar colla paglia il rumore delleruote... Più crescon le cure e le premurepiù cresconoi pericoli.
Ea queste parole s'attraversava la domanda d'un altroche passava:
—Come sta il signor conte?
—Trattasi di un consulto...
—Più che la medicina sarebbe meglio consultare la caritàla medicina dell'animala quale non tarderebbe a dirgli cheperguarirebisognerebbe fare qualche atto di beneficenzae non lasciarnella miseria la madre del figlio di suo fratello...
—Queste cose andate a dirle a chi vi piacenon a me che mangio il suopane...
—Voi parlate bene... ma il vostro padrone opera male. Peròstate di buon animoche se mai venisse a morirecome pare chevoglia succedere a tutti gli indizjnon saranno pochi quelli che inMilano berranno alla salute dei medici che lo hanno accoppato.
Comedunque ora ha sentito il lettoreil conte F... non avea nessunabuona fama presso i suoi concittadini. Di lui e delle sue qualitàcaratteristiche non si conoscevano che l'avarizia fastosa el'orgoglio. Era tradizionale il cattivo credito in cui era tenuto ilsuo casatofin dal bisavolo che aveva tormentati i figli cadetti perconcentrare nel primogenito tutte le ricchezze. Codestacome sanno inostri lettori a sazietàcostituiva allora un modoimpreteribile nell'economia della ricchezza patrizia; ma v'eranotuttavia diversi mezzi di farla valeree i mezzi adottati da quelbisavolo furono de' più disumani. Bensì un ricchissimoparenteil quale non aveva avuto buon sangue con quel tristoantenatoper fargli dispettolasciò erede di tutto ilproprio un suo figlio secondogenito; (chè troppo spesso neitestamentii qualiessendo fatti in fin di mortedovrebbero pureessere atti di purificazione di tutta la vitasi condensa invecetutta l'acredine morbosa d'una mala esistenza). E colui vincolòla cosa in maniera cherimanendo senza figli il suo eredelasostanza dovesse passar sempre al secondogenito. In virtù diquesta disposizioneil conte F...dopo averenella sua qualitàdi secondogenitoodiato per cinque anni il primogenito marcheseevissuto in continuo timore che lo zio non morisse abbastanza intempoe potesse mai congiungersi ad una moglie fecondaebbefinalmente la consolazione di sentirsi annunciata la morte dello zioe di andare al possesso di quelle sostanze che gli si competevano perdiritto.
Questofattotogliendo di mezzo le funeste disuguaglianzeavrebbe dovutoscemargli l'avversione ch'egli avea pel fratello marchese; ma fossecheduratagli in petto tanti anniquella fosse passata in istatocronicoo il pingue cibo gli avesse cresciuta la fame; dal giornoprecisamente in cui diventò ricchissimocominciò apensarestruggendosi di desideriocome il casato F... sarebbe statoil più ricco di Lombardia... se le sostanze del marchese e leproprie si fossero unite in una facoltà sola. E a questaconsiderazione tormentosa dava ansa il fatto che il marchese vivevauna vita scostumata e discolae non aveva un pensiero al mondod'accasarsi con nessuna patrizia nè di Milano nè difuori. I luoghi comuni e le tirate sulla virtuale ferociadell'ambizione si trovano in tanta copia presso tutti gli autori dicommedie e di tragedie e di racconti moraliche torna affattoinutile una nuova dimostrazione delle sue attitudini spaventosesegnatamente dopo la famosa parlata del convenzionale Aristodemo;peròil lettore può farsi capace dello statodell'animo del conte F...e come avesse tremato ad ogni annuncio cheil marchese prolungasse di troppo i suoi amori colla tale e collatal'altra; e come si fosse consolato alla novella ch'erasi finalmenterisoluto di mandar al diavolo colei che avea tenuto il segreto didominarlo più di tutte; e come avesse provato gli effetti diun colpo apopletico quando sentì che una amante di coluiaveagli partorito un figliuoloed egli erasi acconciato a convivercon essa e con esso; e come un contraccolpo apopletico gli fosseminacciato dal giubilo che lo fece trasalire alla notizia che il suofratellocome Abramoavea finalmente ripudiata quell'Agar in unocol suo Ismaele; e come poi gl'imperversasse nell'animo una vicendatormentosa di timori e di speranzequandopercosso il fratellomarchese da lunga e penosa malattiail conte sentì avociferarsi d'intorno che il prevosto di San Nazarocogliendo alvarco la di lui naturafatta più mite dal malorelo avesseconsigliato a non lasciare in balìa della fortuna l'innocentefanciullo ch'esso ebbe dalla infelice Baroggie come anzi perdettatura del notajo Macchi avesse scritto di proprio pugno untestamento a favore di quel fanciullo medesimo.
Tuttoil resto è già noto al lettore. Gli rimane peròa sapere che l'agente di casa F... il quale fu l'uomo adoperato dalconte per tentare il lacchè Suardiera un tal GiorgioRotignoche conosceremo meglio a suo tempo. Orase il marchese F...erasi messo a letto molti mesi primaper lasciarsi consumarlentamente dalla ricomparsa di un antico morbo ribelle ad ogni curail conte s'era messo giù invece alquanti giorni prima dellapartenza per Venezia del conte V... e del fratello della contessaCleliaper malattia violenta sopraggiuntagli in giorno di venerdìdopo aver fatto un lauto pranzo di magro.
Mail mezzogiorno stabilito pel consulto non era lontanoe alquantiservitori di casa F... stavano sulla porta attendendo che venissero idue medici consultori e il medico della cura. — Ed ecco che nonsi tardò a sentire il lontano rumore di una carrozzala qualedal lastrico e dall'acciottolato svoltando nella via sullo strato dipagliasmorì in un fruscìo lento e maestosoe sifermò davanti al palazzo. Era la carrozza del dottorGallaroliche dopo pochi minuti venne raggiunta da quella del dottorBernardino Moscatie infine da quella del medico chirurgoPatrini. I passeggieri si erano fermati a veder discendere quelle trecelebrità mediche. Il dottor Moscatipadre di Pietroera unvecchio altoseccoarcignoangoloso. La moltitudine lo guardavacon venerazione insieme e con spavento.
Essoera professore d'anatomia nell'ospedale maggioree veniva chiesto aconsulto in molte città anche fuori del Ducato nei casigravissimi di malattie. Patrini era professore di chirurgia praticatemuto anch'esso per l'imperterrita asprezzaond'era fama chesgomentasse gli amputandi per averli docili e immobili sotto al ferrooperatore. Dalla scuola di lui e del Moscati doveva poi uscire ilcelebre Paletta. Il dottor Gallaroli era un ometto rubicondo eallegroricercatissimo in tutte le case cospicue e un po' agiatedella cittàperchè dicevasi che guariva spesso gliammalati colla sola sua presenza e col buon umore onde purgava l'ariamefitica delle stanze da letto. Smontati i dottori dalle carrozzeescomparsi dalla vista del pubblicola ragazzagliacom'èconsuetosi fermò a vedere le rispettive carrozze e icavalli.
Èdifficile a spiegare il fenomenoma le bestie domestiche ritraggonoassai del carattere dei loro padronio diremo più giustodella professione dei loro padroni; segnatamente i cavalli da tiroche stanno lungo tempo al loro servizio. Il cavallo di un medicoinquartato e ben pasciutoha qualcosa di solidodi posatodiseveroche impone alle moltitudini press'a poco come il cavallo d'unarciprete. Un occhio avvezzosenza conoscere il padronepuòdistinguere al corso e tra la furia delle carrozze il cavallo delmedico dal cavallo del sensaleda quello del patrizio titolatoeperfino può distinguere le gradazioni d'indole e d'etàdi coloro che stanno in carrozza. E i tre cavalli dei tre dottoriacui la ragazzaglia facea circoloconfermavano più che maicodesta nostra opinione. Tutti e tre dell'altezza di più chetrent'oncetutti e tre gravi e vecchiotti e un po' meditabondiparevano direin loro tenoreal vulgo profano: rispettateci chesiamo al servizio della scienza. Oggidì chi volesse fare talistudj sui cavalli dei medici non troverebbe quasi più glianimali da studiare. Non sappiamo perchèma oggi la medicinava tutta a piedi. Non vi sono che i cavalli dei medici condottima essi partecipando della condizione de' loro padroninon sonopiù riconoscibilitanto sono maltrattati; e i cavalli di queimedici cheessendo nati ricchisarebbero andati in carrozza anchesenza la medicinasfuggono all'analisi ed alla fisiologia. Sarebbedunque un problema nuovo e curioso: «Valutare la condizioneattuale della medicinanon come scienzama come professionedalsemplice punto di vista dei cavalli da tiroed esibireconsiderazioni e suggerimenti in proposito.»
Malasciamo i cavalli a scalpitare dignitosamente sulla pagliaaccumulatae vediamo di poter assistereper nostra istruzionealconsulto medico.


II


Entratinella stanza da letto del conte F...la regola generale vorrebbe chene facessimo la descrizione esattaminutacircostanziatacome siusava una volta dai romanzieri che facevano l'esercizio comandati dalgenerale Walter Scotto megliocome si pratica negli inventarj enegli atti di consegna. Noi però lasceremo una taledescrizione a chi vuol fare uno studio di stilee collocare a loroposto le parole registrate nel dizionario domestico del chiaroprofessor Carena; e d'altra parte lasceremo ai pittori la libertàdi volteggiare con tutta la loro fantasia per rinvenire una degnacornice al signor conte F...per sua disgrazia gravemente ammalatotanto gravemente che il dottor Gallaroli ebbe e scrollare piùvolte la testae in fine a trovare la necessità di domandareun consulto per togliersi dalle spalle l'intera responsabilitàdella troppo possibil morte dell'illustrissimo suo cliente. Venuto alletto del qualeil dottor Moscatiche ci vedeva poco e allora nonci vedeva punto perchè la stanza era fatta quasi buja dallepersiane semichiuse e dalle tendine di seta verdeordinòsgarbatamente alla vecchia camerierache stava al capezzalediaprire e di lasciar entrar nella stanza tutta la luce che eradisponibile.
Itre dottori gettarono allora un'occhiata acuta e profonda sullafaccia dell'ammalatoche la teneva sprofondata nel cuscinosovrapposto ad altri quattrotutti messi a merletti e a trine; ma imerletti e le trine facean parere più cruda l'antitesi diquella faccia ossutagiallasolcatadistrutta.
Itre medicia questa prima esplorazionesi guardarono senza farmottoma si compresero; tanto che il Gallaroliil dottor dellacura:
—Eppuredissenon è decombente che da otto giorni.
IlMoscativecchio cinicobisbetico e senza prudenzacrollò latesta e passò a toccare il polso dell'ammalato; atto che fususseguito da un'altra scrollata di testa.
—Che un tale statosoggiunse poipossa essere la conseguenza di unareplezionelo credoperchè lo dite voi; se foste un mediconovizio vi direi che quello di toccar polsi non è il vostromestiere. Cosa m'avete detto ch'egli abbia mangiato?...
—Anguilla di Comacchioprofessore; un suo cibo prediletto. Ma egli èsolito di mangiarne a dismisuraper quanto io ne lo abbia tante etante volte sconsigliato. Tutti i venerdìper sua degnazioneio pranzo qui... e tutti i venerdì mi è toccato dirgli:badi che è troppoe le farà male; e quel che previdi èavvenuto. Ondeche questo sia un caso gravissimo di replezionenonè possibile negarloprofessore. Prima di pranzo il contestava benenon è veroconte?
Ilconte accennò di sìefacendo cenno al dottore chegli si accostassesoggiunse a voce bassa:
—Tant'è vero che ho mangiato troppoperchè credevo dipoter mangiare.
Stia zittosignor conte... Ma tornando a noiegli stava beneprima di pranzoe continuò a star bene anche dopo; anzi vidirò chequando il cameriere che portava lo sciampagnaentròa dar la notizia che ci fece strabiliar tuttiche il lacchèGalantinocatturato a Venezia e fatto viaggiare sotto buona scortaera stato consegnato un momento prima al Capitano di giustiziailconte stava tanto bene chea questa notiziabalzò in piedi edisse: Sono assai contento di questo; da quella canaglia Dio sa chesarà per saltar fuori adesso che è nelle mani dellagiustizia... Io poi ho uno speciale interesse perchè parli esia fatto parlare... — e qui bevve due o tre bicchieri disciampagna l'uno dopo l'altroe si cacciò poscia amotteggiare e a ridere in modo tale che non è del suotemperamento... Figurateviprofessorequanto il conte stessebene... Se non che egli uscìe alcuni momenti dopo... quiquesta donna entrò in sala tutta scalmanata a dirmi: Venga unpo' làdottoreche il signor conte sta malemale assaiepar che gli manchi il respiro e voglia morire. Io accorsi. Eragettato a stramazzone sulla poltronafuggita la pupillafuggito ilpolso. Come vedonosignori professorinon era il caso di unacacciata di sangue. Gli feci dunque servire una limonata acidissima etepidadopo la qualequando si riebbelo feci porre a lettoesebbene la giornata fosse calda per sèprovvidi a farloristorare con panni caldi; e così attesi il beneficio delsonno e delle dodici ore della notte.
—Ben pensatoben provveduto. Non c'era a far altro...
Cosìdiceva il professore Patrini.
—Tutto va benesoggiungeva il Moscatima il giorno dopocome loavete trovato il giorno dopo?
—Peggio che mai. Era bensì tornato in sè stessomaaccusava dolore profondo alla testadolore insopportabile allostomaco. Il polso era duro e inerte... Passammo a' purganti... non sene ottenne nulla. Ed ora sono scorsi otto giornie quasi son venutoin sospetto che l'impedimento sia meccanico. In tanti anni di curanon mi è mai capitato un caso tanto ribelle alla scienza...chè tutto quello che essa può consigliare fuamministrato. Cosa ne pensa il professore Moscati?
—Penso che bisognerebbe conoscere la causa per cui l'anguilla diComacchio gli ostruì il ventricolo.
—La causa è il cibo medesimo mangiatoanzi divorato ineccesso.
—Va bene... ma questa causa essendo conosciutanon dovrebb'essere poitanto intrattabile alla mano risoluta della scienza. Secondo il mioparerequando gli effetti sono permanentie non si modificano nèin più nè in meno sotto al lavoro medicoèindizio che la causa è ignota; ora il nostro studiodovrebb'essere di rintracciar questa causaper conoscere s'ella siadi tal natura da esser poi governata colla medicina.
Ildottor Gallaroli e il chirurgo Patrini si guardarono in faccia comese non avessero ben afferrato il concetto del professore Moscati.
Maa questo punto l'ammalatocon voce fonda e intercalata da riposiasmaticie tuttavia piena di fremito e d'ira:
—Che cosa dunque si conchiude? disseposso guarire o no? Di chenatura è questa malattia?
—Il dottor Gallaroli non ha sbagliatorispose Moscati. La cura a cuiha sottoposta la signoria vostra illustrissima era l'unica eragionevole. Ma se il corpo del signor conte non risponde aitrattamenti medicii medici non possono fare miracoli. Tuttaviasperi; e qui tornò a tastargli il polso.
—La febbre è ferocesoggiunse. Il dottor Gallaroli non puòche continuare nell'intrapresa cura. D'impedimenti meccanici noncredo che sia nemmeno a parlare. Che ne dice il professor Patrini?
—Non c'è sintomo di sorta che accusi un tale impedimento; ondein questo caso non c'è altro che attenersi ad una curad'aspettativa.
Quiil dottor Gallaroli scrisse una ricettatoccò anch'essoun'altra volta il polso dell'ammalatolo tasteggiò alleregioni dello stomacopoi conchiuse:
—Tornerò sul finire della giornata. E partì insieme coidue medici consulenti.
Quandoaprirono l'uscio della stanzaurtarono in un gruppo di persone chestavan tutte origliandoservitori e camerieree confuso con lorol'agente della casasignor Rotigno. — Il figlio del signorcontegiovinetto di vent'anniche in casa era chiamato donAlbericopasseggiava innanzi e indietro per quell'antisalatristoin voltoma vestito con attillatura soverchiae che certocontrastava e colla gravezza della circostanza e col suo voltomedesimo. Ma più di quella medesima attillaturaciòche facea meraviglia era la preoccupazione ch'esso aveva del proprioaspettofermandosi di tanto in tanto a contemplare sè stessonei due specchioni che dall'alto al basso ornavano due pareti dellasala.
Quandoi tre medici uscironoil signor Rotigno tenne loro dietro.
—E così? come si mettedottore? chiese al Gallaroli.
—Malemale assai.
—Tanto malesoggiunse il dottor Moscaticheper ogni buon contosarebbe opportuno mandare pel prete.
DonAlbericocheintento a guardar l'effetto d'un neo applicato per laprima volta in quella mattina dal parrucchiere all'angolo del suoocchio destronon s'era accorto dei tre consulenti ch'erano uscitiin quel puntofu scosso a quella parola pretee si volse e domandò:
—Come dunque hanno trovato il conte mio padre?..
—Fatevi coraggiodon Albericoma non a caso ha detto il dottorMoscati... che c'è bisogno del prete.
Quandoi medici si trovaron soli sotto all'atrio del Palazzo:
—Ora ci spiegheretedottoredisse Patrini a Moscatiquel che avetevoluto intendere quando avete parlato della causa della malattia...
Ildottor Moscati crollò allora la testae rispose:
—Mi accorgo che nel libro della vita si legge meglio quanti piùanni si hanno; e siccome io sono ancora più vecchio di voialtri duecosì mi sono accorto di ciò che voi nonavete intraveduto. Tuttaviacaro dottor Gallarolivoi chesiete della famigliaavevate l'obbligo di accorgervi di qualchecosa. Quando mi avete dettoche il malore scoppiò subito dopol'annuncio della cattura del lacchèho tosto compreso da chetutto deriva.
Ildottor Gallaroli e Patrini tornarono a guardare in faccia aldottor Moscati con quell'atto di chi non comprende nulla.
Eil Moscati:
—Va benissimo che i preparati anatomici e le lezioni di chirurgiapratica e quelle di medicina non ci devan lasciare il tempo dipensare alle cose di questo mondo. Ma il sole e la luna si vedonocome il freddo e il caldo si sentono anche senza volerloperchèsono essi medesimi che si fan vedere e sentire. E così èdel fatto presente. Non sapete dunque quel che si dice in tuttaMilanoche cioè il lacchè Suardi deve aver trafugatoun testamento per insinuazione del... sìsignoridel conte?
—Che? cosa dite?
—Oibò!!...
—Oibò? perchè oibò? vediamo. L'accusa per cui illacchè Suardi è ora al Capitano di giustiziaèprecisamente ch'esso abbia rubate delle carte preziose al marchesedefuntotra le quali un testamentoe un testamento a favore d'unsuo figlio naturale. Questo testamento a danno di chi era? Del conte.La scomparsa di questo testamento a vantaggio di chi era? Del conte.Il lacchè a trafugare delle carte cosa poteva guadagnare persè? Niente. Qualcuno dunque lo dee avere istigato. Chi dunque?Colui solo che ci ha interesse. E chi può essere questo colui?Il conte. Vi parrebbe ancora di sbagliare a credere che non puòessere che il conte?... Suvvia dunque... già io non vadodall'illustrissimo signor capitano a ripetere queste paroleche delresto sono in bocca a tutta Milano. Nè io voglio dire ingiudizio che la causa per cui l'anguilla di Comacchio si fermòsullo stomaco del signor contefu l'annuncio improvviso dellacattura del lacchènel punto precisamente che i fluidigastrici lavoravano a manipolare il suo chilo. Fate che domani illacchè possa escire innocente o dichiarato tale dal Senato...e allora vi accorgerete che siamo ancora in tempo a salvare la vitadel signor conte; perchè tolta la causa permanente che non glilascia aver treguaè salvo. Son morti degli uomini sul colpoper un eccesso di pauradi collerad'affanno. È dunque giàmolto che il conte sia ancor vivo... perchècolleghi mieicarissimiil caso è serio; e se il lacchè dàfuori il nome del contevedete che scandaloche ontachevitupero!! Ma torniamo all'Ospedale il quale in certi casi èpiù allegro del Capitano di giustizia e del Senatoe spessoun forcipe fa meno paura d'un articolo delle istituzioni criminali.
Dicendoquestoaprì lo sportello della sua carrozzatraendoselodietro a richiudersi romorosamente. Gli altri fecero lo stessoe icavalli si mossero con trotto dignitoso e scientifico.


III


Edora tornando nella camera del conteci accorgiamo che ènecessario di spiegar nettamente molte cose che lo risguardanoincontinuazione a quel po' di schizzo chequalche pagina addietroabbiam dato della sua vita e dell'indole sua. Non sappiamo perchèogni qualvolta ci occorse di parlare del conte F... e della parte cheebbe nel trafugamento delle carte di suo fratellolo abbiamo semprefatto con una circospezione che non potremmo nemmen spiegare a noistessi. Parrebbe quasi che il desiderio onde il senatore GabrieleVerri e gli altrii quali erano più o meno in parentelapiùo meno in dimestichezza col contee chemeglio ancora che perl'onore di luispasimavano per il decoro e la buona fama dellacastasia passato nel nostro sangue come un male attaccaticcio;tanto chese il lettore si ricordaabbiam sempre parlato a mezzaboccae gettatigli innanzi in cumulo i fatti senza divisarli benequasi timorosi che il conte potesse risuscitare a farci pagar cara lanostra imprudenza. Ci vergogniamo dunque di questo nostro modo diprocederee vogliamo parlar chiaroe senza l'ajuto de' personaggima per la nostra bocca medesima. Il conte F... avendo dunque saputoqualche giorno prima che morisse il marcheseche il prevosto di SanNazaro era riuscito a fargli stendere un testamento a favore delfiglio della Baroggi; avendo saputo inoltre che il testamento non erastato consegnato a nessunoe che anzi il marchese aveva dichiaratoal prevosto stesso: trovarsi nello scrittojo del suo studioin mezzoa molti documenti di famigliaanche le disposizioni dell'ultima suavolontà; il dì medesimo che esso morì e che inotai del Pretorio apposero i suggelli allo scrignoparlò colsuo agente signor Rotigno (che per lui aveva il merito d'avergliridottocon un'amministrazione inesorabilea un terzo di piùil valore de' suoi possedimenti)parlò un lungo discorso checondusse il Rotigno a fargli la proposta di tentare il lacchèSuardistato tanti anni al servizio del marchesee cheper essererespinto da tutti e non aver più nè dove dormire nèdi che mangiaredalla disperazione facilmente sarebbe stato persuasoad accettare buoni patti. La sostanzain palazzicasevilleterrenicapitalidiritti d'acquaecc. del marchese F... eravalutata a circa dieci milioni di lire milanesi. Il conte promise alRotigno lire 200 mila di regaloquando l'impresa fosse riuscitabene; in quanto al lacchèavrebbe dovuto ricevere sessantamila lire di compensocompiuta ogni vertenza; quando cioèfosse tolto di mezzo ogni pericolo d'investigazione criminalee dopoun lasso di sei mesi; delle quali sessanta mila lire se glienedovevano anticipare due mila prima di tentare il fatto; altrevent'otto mila subito dopo consumato il trafugamento; il restocomedicemmomaturati i sei mesi.
Questecosesecondo le regole della drammatica e de' suoi sospensorjillettore avrebbe dovuto saperle in altro luogo e tempoquando cioèdopo un lungo ordine di anni e di vicendeogni segreto dovràsaltar fuori all'aperto per uno di quegli accidenti che non sannouscire che dalla bisaccia agitata dalla cieca fortuna. Ma siccomequeste cose noi le sappiamo giàavendo sott'occhio trequinterni di carta gialla e tarlatatutta nera d'inchiostro svanitodove la storia del processo c'è tutt'interacosì nefacciamo una graziosa anticipazione ai nostri lettorianche perchèpossano così valutar meglio la portata di questi duepersonaggi: il conte F... e l'agente Rotigno.
Compiutoil fattoseppellito il marchesepagato il lacchèil conte el'agente respirarono. Del qui pro quo provocato dagli amori di donnaClelia col tenore gioirono in segreto di una gioja profondadi unadi quelle gioje onde nelle vecchie leggende della nubilosa Germaniavediamo esaltato il maligno spirito quando riesce a trarre aperdizione qualche innocente; gioirono in segretovogliamo dire chenon si comunicarono le loro gioje; perchè e l'uno e l'altroevitarono sempre di parlare di quant'era avvenutoe per qualchegiorno parve anzi che si scansassero. Un'avversione misteriosa gradogrado era nata tra di essi; e tanto più implacabile quantol'uno era più avvinto all'altroe quanto più dovevanodissimularla con degnazione cortese per un latoe con profondorispetto per l'altro. Sul resto erano tranquillimeno peròsul fatto del lacchèil qualedopo aver mostrato iltestamento originale al signor Rotignoostinatamente volle tenerloper sèlimitandosi a trarne di proprio pugno la copia. Tantoil conte che il Rotigno avevano conosciuto il Galantino per unafaccia solaper quella della ribalderiadell'audacia e dellamiseria; ma non sospettarono affatto quella dell'ingegnodell'acumee dell'astuzia naturale. Davvero che non s'era adempiuto per partedel lacchè alla più grave delle condizioni. Ma diecimilioni erano guadagnatiil fatto era corso tanto beneche parevaespressamente comandato dalla fortuna. Il capriccio del lacchèpoteva essere un capriccio senza pericolo di conseguenze gravie delresto anch'esso era interessato a tacere. Non si pensò dunquead altro che a dar corso alle faccende domestichee giacchèsolo il conte era chiamato all'ereditàa procacciare gliopportuni provvedimenti per andare al possesso di essa.
Pertutte queste circostanze adunqueci pare sia facile a capacitarsidel terribile effetto che dee aver fatto sull'animo del conte F... lanotizia inaspettata della cattura; ella veniva a dire in conclusionesecondo le consuete risultanze de' processiche fra pochi giornitutto sarebbe stato paleseeinsieme coll'edificio che veniva acrollare dalle fondamentail decoro del casatoil decoro apparentegià s'intendeveniva ad essere oscurato per sempre. Lavivacità lieta che il conte mostrò a' commensali quandola notizia venne annunciatae le parole che pronunciò nonerano state che un effetto dell'esaltazione della paura edell'astuzia istintiva e quasi meccanica che ha chiunque per trarrein inganno gli astanti intorno a cosa che vuolsi tenere nascosta e sitrema possa venir palesata pur dal menomo turbamento esternodalcolore mutatodalla voce indebolita. L'uomo allora finge ed esagerasentimenti in tutto opposti a quelli che gli si agitano in pettodimodo che talvolta ei si rivela per l'eccesso appunto della finzionemedesima; e il conte si rivelò in fatti a molti de' commensaliche notarono ogni cosa e tacquero; si rivelò persinochi mailo crederebbeallo stesso dottor Gallaroliuomo naturalmente acutoe scaltrito da una lunga esperienzatanto acuto e tanto scaltrochefinse di esser caduto dalle nuvole quando il sincero e sciolto eburbero dottor Moscati non dubitò di dire quel che pensava. Mase quella notizia fu tanto micidiale al conteda fargli l'effettodell'acqua dei Borgia e dell'arseniconon lasciò intattonemmeno l'agente Rotignocome è facile a credere. Benchèfornito com'era dalla natura di un corpo robusto e inquartato comequello d'un cavallo da stangae avendo colorito il volto da quelcolore permanente che par vernice metallica e che non permette didistinguere un uomo in deliquio da uno che ha ben bevutonon nelasciava trapelar nulla all'esterno. Nessuno però dei nostrilettori più infelici e malcontenti della vita avrebbe potutoinvidiarlo; chè in otto giorni e otto nottise riuscìa sfiorare tre o quattr'ore di dormiveglias'arrischia a dir troppo.
Benè vero ch'egli aveva prese tutte le precauzioniondeanchenel caso che il Galantino fosse stato posto alle strettenon potessenominare l'uomo da cui aveva tenuto il mandatoperchè eglinon gli s'era dato a conoscere; ma nel tempo stesso avea potutoaccertarsi che il lacchè aveacome suol dirsimangiata lafogliae nel caso di un buon tratto di corda che gli avesse fatteveder le stelle anche di giornoavrebbe presto dato fuori i nomi percercar sollievo o trarre altrui nel laccio. Il fatto peròd'una malattia grave e pericolosa del conte gli aveva messo in cuorequalche speranza. — Se mai fosse per morirepensavaprima cheil lacchè ci tiri in balloa me non riuscirebbe difficiletrarmi d'impaccio. Il lacchè nominerà il conte... ma ilconte morto non potendo comparire in giudizio... il tutto finiràcolla restituzione del testamento... e chi deve esser ricco saràriccoe buona nottee don Alberico s'accontenti di quello che ha.Per tali considerazioniil signor Rotigno si consolava ogniqualvolta il dottor Gallaroli gli dava pessime informazionidell'ammalato; e arrivò perfino a stropicciarsi le mani per unsoprassalto repentino di giubilo quando sentì annunciato ilconsultotanto avea buona opinione dei consulti medici!!! Se non chequesto fresco venticello che gli soffiò sull'animo agitatovenne respinto da una frase sola del dottor Moscati: — Èmestieri del prete. — Egli non avea pensato che alla morte delcontee non all'agonia nè a' suoi preliminaritalchènon avea mai considerata la necessità della confessione edell'olio santo. Però quella parola prete gli penetrònel cuore coll'effetto di un cuneo che squaglia un ceppochèpensava egli: La vita eterna farà parere al conte un nonnullai dieci milioni del marchese... e per alleggerir l'anima verseràtutto nelle orecchie del prete... — Insomma lo spavento chegl'indusse quella parola fu tale che se in quel punto avesse mangiatoanch'esso due o tre rocchj d'anguillal'indigestione lo avrebbesoffocato. Tant'è vero che fare il galantuomo è lamigliore speculazione di questo mondo.


IV


Lasciandoadesso le nostre digressionie venendo a' fatti; quando il signoragente Rotigno e don Alberico tornarono nell'antisala:
—Bisognerà dunquedisse il secondomandare a chiamar donGiacinto.
DonGiacinto era il vicario di Santa Maria Podonedipendente dal curatodi Santa Maria Porta; era il prete di casaossia quello che piùfrequentemente aveva a che fare col signor conte padrone; non tantoa dir la veritàper le faccende dell'animama per levertenze di un beneficio di jus patronalepel quale il conte F...aveva diritto di nomina.
—Don Giacinto è stato qui sin dall'altro jeririspose ilsignor Rotignoma ho creduto bene di rinviarlo. Queste sottane nerecaro don Albericofanno un tristo effetto sugli ammalati. Dopo ipurganti e gli altri argomenticiò che procura la guarigionedi un ammalato è la faccia gioviale del medico e la speranza.Ma a che amministrar purganti e confortiquando un prete dee venirea mettere spavento? Che effetto farebbe a leidon Albericose dopoil quarto o quinto giorno di malattiail prete venisse a farlevisita subito dopo il medico?
—Che effetto? si sa... Ma quando il medico lo consiglia...
—Il dottor Gallaroli è un furbo che vuol darsi importanza e amafar correr la voce per Milano ch'egli è l'uomo dei miracoli...e saanche dopo l'olio santorinnovare la vita; gli altri dueènaturale... son della professionee una mano lava l'altrae ilmestiere non vuol essere rovinato — però son venuticomesuccede sempreper dar ragione al medico della curail qualea dirla veritàmi par il prete che canta messamentre gli altridue fan da diacono e gli tengono il piviale. È sempre lastessa storiaperò bisogna saperli interpretaree nonseguirli testualmente questi signori.
—Bastafate voi. Badate però che stasera il dottor Gallarolinon faccia strepito del non essere stato obbedito.
—Vedrà che il dottore non dirà nulla... E poi io vivocerto che il conte debba migliorare...
—Fate purefate pure... Ora sentite ...
—Che cosa?
—Fatemi contar dal cassiere un cento talleri di Carlo Sesto.
—Siam sempre a questedon Alberico.
—Sono otto giorni che ne ho di bisogno.
—Il signor conte mi proibì di darle altro danaro prima cheincominci il mese di giugno.
—Il giugno è qui presto... è un'anticipazione di pochigiorni...
—Eppoi?
—Eppoifate presto. Non mancano usuraj a Milanoe se batto di piedesaltan fuori talleri da tutte le parti. Non è la prima volta.Ma che maledetto gusto è questo di costringermi a pigliardieci per restituir venti! Non c'è al mondo uomo piùavaro e più sucido di mio padre; e voi gli tenete la staffa. Ètempo di finirla. Ho ventun'annie colla nuova eredità sonoil figlio unico più ricco di Lombardia. Venti milioni... unapiccola bagattella... e sempre aver bisogno di denari come se fossiun pezzentee domandar la carità a voi. Ma chi siete voi?
L'agentesorrisee:
—Sono il suo umile servitoreche ama lo splendore della casaedesidera che l'unico erede di tanta facoltà non trovi d'averdecimato nulla quando sarà egli il capo della casa e ilpadrone assoluto di tutto. Perògiacché veramente leoccorronovado a farle contare i cento talleri.
—Sentitese fossero centocinquanta non mi lamenterò; anziorache ci pensomi lamenterei se fossero appena cento.
Ilsignor Rotigno discese nello studio dov'erano molti impiegatisubalternicassiereragioniere e scrivaniperchél'amministrazione della casa era vasta e complicata. Si fece contaredal cassiere i centocinquanta tallerili fece notare alla partita didon Albericoincaricando uno scrivano di stendere una ricevuta cheil figlio del padrone avrebbe firmata per la necessaria regolaritàe perchè voleva così il signor conte padrone.
Mentreil signor Rotigno s'indugiava là per tale occorrenzaentròun commesso di studio seguito da un facchino portante un sacco didenaro; entrò e disse:
—Gran novità.
—Che cosa?
—È tornatapochi momenti sonola signora contessa Clelia V...
—Tornata?... ma perchè?
—S'ella voleva tornar così prestotanto aveva a non fuggire.
—Oh bella! il conte marito volle andare dov'ella si trovavaed ellaritornò dove non si trova più suo marito. Fin qui nonci vedo nulla di stranoed è facile a capire.
—Che cosa è facile a capire?
—Quello che voi non sapetesoggiunse il commesso. La contessa ètornata perchè fu fatta ritornare.
—Da chi?
—Da chi ha l'autoritàs'intende; voglio diredal Senato. Masapete il motivo? è il motivo che vi farà strabiliaretutti.
—Sentiamoparladi' presto.
—Il motivo è che il Galantino ha dato fuori il suo nome; e inconclusioneè dessa che lo ha pagato a rubare il testamento.E si sa anche com'era il testamento. Eredegià s'intendeilnostro illustrissimo signor padronee diversi legatitra' qualiunoe il più vistosoall'egregia contessa... in compensodi... mi capite... Altro che Urania e Minerva e che so iocome lachiamava il vicario don Giacinto: ah! ah! ah!... a dire che midivertono tali intrighiè dir poco.
—Ed ella deve aver fatto trafugare un testamentoperchè iltestatore ha voluto regalarla? Ma c'è sale in zucca a crederqueste fandonie?
—Altro che sale! Il testatore assegnò il premio... ma assegnòanche i servigi... vedete che scandalo. Ah ah ah... Ma già èsempre stato un po' matto il signor marchese. Non somiglia per nienteal nostro illustrissimo signor padrone.
Ilsignor Rotigno intanto ascoltava e taceva; e siccome era informato inparte del processo del Galantinoe già avea sentito toccareun tasto di una simile deposizionecredette a mezzoe quasi quasisi sarebbe confortatose non gli fossero tosto sorgiunti i secondipensieri a fargli capire che l'inganno poteva durare per poco e nonper sempre. Tuttavia pensò di farne parola al conte. Preseallora i centocinquanta scudisalìentrò nella saladove ancora stava passeggiando don Albericogli consegnò idenari colla ricevuta che don Alberico sottoscrisse; e quando questipartìpensò di entrare nella camera da letto delconte... Se non cheallorquando fu per apriresi fermò edisse tra sèanzi pensò... perchè certe cosenemmeno i bricconi di cartello le osano dire neppure in soliloquio: —Questa notizia potrebbe consolarlo un po' troppoe aprire il varcoalla salute... un'inezia accoppaun'inezia fa rinascere. Èdunque meglio tacere. — E così ridiscese nello studioprese il cappellino a tre punte e la sua canna d'Indiae uscìad appurare le notizie della giornata.
Intantoche il Rotigno se ne va pe' fatti suoifacciamoci colla contessaClelia. Il commesso di studioraccontando che era tornata a Milanoavea detto il vero. Al serenissimo doge Grimaninelle sale delnobile Alvise Pisaniella avea promesso che il giorno successivoimpreteribilmente sarebbe partita da Venezia; e il doge aveale detto:confidare interamente nella sua parola e non volere per verun contocommetterla a scorta nessuna. Queste furono le parole: ma i fatti nonvi corrisposero esattamente. Chè alla contessa Clelia il dìdopo fu reso al tutto impossibile di lasciar Veneziaper varjaccidenti sorvenuti all'impensatae chescorsi che saranno sedicianni dal tempo in cui versa il nostro raccontoil lettoreprobabilmente saprà indovinare. In quanto al doge incaricòl'ufficio de' corregidori di far tener dietro ai passi dellacontessa; e allorchè seppecon sua grande meravigliach'ellatrovavasi ancora in Veneziaalla promessa che donna Clelia rinnovòdi partire fra breve temponon fu tanto credulo; e sotto specied'onorarlala fece accompagnare sino al confine del ducato di Milanoda messer Zuane Pizzamanocamerlengo di Comunee dalla nobile suamoglie. Onore chegiunto al confinele fu rinnovato dal signorluogotenente di Pretoriodottor Rocco Orlandiil qualeespressamente a ciò incaricato da lettera senatorialedomandò con rispettosa deferenzama con quel modod'interrogare che significa essere il provvedimento già statoventilato e ingiunto dall'autoritàle domandò adunquese ella desideravagiungendo a Milanod'essere alloggiata nellacasa dell'egregia donna Paola Pietra sua conoscente.
Main che modo l'autorità provvide a far alloggiare la contessapresso donna Paola Pietra? Il fatto è chiaro. Dopo che ilSenato fu istrutto della strana deposizione del lacchè Suardie riputò indispensabile di sentire di presenza in giudizio lacontessa V...l'illustrissimo capitano di giustiziadopo unaconferenza col presidente del Senato e col senatore Gabriele Verrimandò a chiamare donna Paolaa cui fece palese la deposizionedel Galantinoe insieme la risoluzione in che era venutol'eccellentissimo Senato d'interessare il Consiglio Veneto a mandarea Milano la contessa.
Cheterribile colpo facesse una tale notizia sull'animo di donna Paola èfacile immaginare.
Dopoil primo turbamento e dopo quella tremenda confusione in cui lepersone educate da una lunghissima esperienza son gettate al sentireimputato di una colpa detestabile chi si ama e si proteggeappuntoperchè alla predilezione ed alla stima si mesce sempre ildubbio dell'umana perversità e delle apparenze ingannatrici;donna Paolanel fondo dell'animo suorifiutossi a prestarfede all'oscena accusa. Disse poi tali cose al signor capitanoe leespose con tanta eloquenza e fervoreche lo stesso marcheseRecalcatich'era un eccellente galantuomofu presto dell'avvisoessere infondata l'accusa del Galantinoe dovere anzi l'accusamedesima servir col tempo alla riprova della di lui ribalderia.Perciòalla profferta che donna Paola gli fece di ricevere incasa la sventurata contessa sotto la sua protezione e sorveglianzanon potè che accondiscendereonde al luogotenente di Pretorioal confine del Ducato furono inviate istruzioni in proposito. Nèqui si fermò la caritatevole donnama affannata di avere colproprio consiglio peggiorata la condizione della contessapensòdi non omettere cosa nessunala quale potesse giovare alla causa diquella sventurata ein ogni mododovesse giovare al trionfo dellaverità. A tale oggetto si recò dall'avvocatopatrocinatore del figlio della Baroggiperchè vedesse dipoter raccogliere una o più testimonianze ad indicare eprovarenon essere altrimenti vero che il lacchè Galantino sitrovasse già a Venezia prima degli ultimi otto giorni delcarnevale di Milano. E l'avvocato si prese l'assuntoe in pochi dìfu sulla via di far qualche preziosa scoperta.
Sedunque queste ultime pagine furono noiose anzi che noci lusinghiamoche il ritorno della contessae la sua chiamata in giudizioe lesue confidenze a donna Paola e le sue ansie: come pure la scopertadell'avvocato patrocinatoree i nuovi interrogatorj imposti alGalantinoe le lotte in Senato sul proposito della torturae irisultamenti provvisorj di codesta matassasaranno


Vastamateria di sermon futuro.


V


Ilgiorno stesso in cui si tenne il consulto medico in casa F...donnaPaola Pietracon lettera confidenzialevenne avvisatadall'illustrissimo signor marchese Recalcatiche il giorno dopoaccompagnata dal luogotenente del Pretorio di confinesarebbe giuntaa Milano la contessa Clelia V... Per ciò ella si trattenne incasa onde adempire all'ufficio cui si era spontaneamente offerta.
Lepersone chesollecitate da una stragrande bontà di cuore edall'amore degli uominis'interessano con operosità alle cosealtruiquando le loro premure non hanno riuscitasi sentonotravagliate da insopportabili inquietudinie taloraper quantoinvase dallo spirito di caritàprovano il pentimentod'essersi volute adoperare a vantaggio degli altri. In una talecondizione d'animo trovavasi appunto donna Paola nelle ore che stavaaspettando la sua protettae tanto più si affannavaquantopiùripensando le cose avvenute (e non conosceva il peggio)vedeva che i buoni consigli non assicurano sempre la felice riuscitadelle cosee talvoltapur troppocome nel caso suopartorisconoeffetti al tutto opposti ai desiderati. A taluno de' nostri lettoriparrà strano che siasi voluta mettere innanzi donna Paolasiccome l'ideale della caritàun surrogato in terra allaProvvidenzaquando poiin sulle prime operazionidoveva fallireagli intenti desiderati. Ma innanzi tuttoquando un fatto èrealmente avvenuto con quelle circostanze specialiimpreteribili alraccontatoreun personaggio non può sempre appagare idesiderj di chi legge. D'altra parte una storia come la nostra non èche uno specchio più o meno tersopiù o meno ondulatoin cui si riflette la prospettiva della vita. Ci può esserequalche deviazione di lineaqualche raggio che s'interseca o prima odopoma l'immagine riflessa in poco può variare dal vero. C'èdi piùche un personaggiotanto nei lavori dell'arte comenella vita realeil quale si distingua per carattere segnalato divirtùsi fa manifesto per l'intenzione ed il fervore dellavolontà di operare il benenon già per l'ultimariuscitala quale non è mai la vera misura onde valutare ilgrado della virtù stessa. Coloro che pretendessero dovere lacomparsa di donna Paola Pietra stornare sciagure e peccati e cadutemostrerebbero di non conoscere la differenza che passa tra ipersonaggi della vita vera e gli dei d'Omero. A questi era permessofar scomparire Paride in una nube e involarlo all'ira di Menelao perstornar l'asta del Telamonio dallo scudo di Ettore; ma ai nostripersonaggivogliam dire ai buoninon sono obbligatorj che ildesiderio del bene e la facoltà di sudare per correre sullasua traccia; non già la sicurezza di conseguirlo.
Maciò non toglie che donna Paola fosse afflittissima e siriputasse quasi colpevole di quanto era avvenuto. Tuttaviaquel chepiù le cuocevaera il dubbio che di tanto in tanto veniva agalla delle sue medesime persuasioni e de' suoi raziocinj; il dubbiovogliam direche donna Clelia fosse ben altra da quella ch'essaaveva creduto; e che quanto potè sembrare un trascorsoaccidentalefosse invece un'abitudine perversa dell'intera vita. —Inoltre la passione violenta ond'era stata assalita al cospetto di uncantantecircondato dal fascino della gioventùdellabellezzadell'eccellenza dell'artelasciava trovar scusa e perdonopur nell'animo del più inesorabile censore; ma le relazionicol defunto marcheseperduto di costuminè giovanenèattraenterendeva turpe e non perdonabile la colpa. Se non chenelpunto che donna Paola stava dibattendosi fra cotali pensieriilservo entrò a dire che la contessa V... era discesa dallacarrozza.
DonnaPaola alzossi quando quella entrò.
Illettore si ricorderà delle caldissime espansioni di affettodell'abbraccio tenero e commosso onde queste due donne si lasciaronodopo il primo loro dialogo. Chi ora dunque crederebbe cherivedendosidovessero tanto l'una che l'altra mostrare una freddezzariguardosae proferir parole e saluti a cui non corrispondeva lagelida espressione del volto e degli occhi! Ma nell'una era unsospettonell'altra era una recente memoria che la faceva timorosadella presenza di quella venerabile donna. — E codesta peritosafreddezza della contessaaccrebbe in quel punto i dubbj di donnaPaoladi maniera cheper un movimento istantaneoil suo voltoassunse l'espressione della più severa austerità.
Partitoil servorimaste soleaspettando la contessaaltre paroleevedendo perdurare donna Paola in quella gravità ch'ella nonsapeva spiegare:
—E che cosa è avvenutoesclamòperchè io nonveda più il sorriso benevolo su quella vostra santa faccia?
Dirqueste parolegettar le braccia al collo di donna Paola e proromperein pianto fu un punto solo. La mestizia acerbissima del viaggiosolitarioi timorile rimembranze che da molte ore le avean fattonodo insopportabile al cuoresi sciolsero in quello scoppio dilagrime.
DonnaPaola sentì sottentrar tosto la commozione alla severitàe riabbracciando la sventurata:
—Ohfate animodisseio sono sempre la stessa per voi. Sedete etranquillatevi... e faccia Iddio che...
Equi s'interruppeperchè non le parve il momento opportuno diuscire con disgustose interrogazioni.
Mase donna Paola per allora aveva creduto bene di tacerela contessadopo qualche momento:
—Or io vorrei saperedissela cagione per cuicon gravissimoscandaloil Senato sollecitò il doge di Venezia a farmipartire da quella città esebbene con apparenze onorificheamandarmi qui custodita e guardatain conclusionecome si praticacoi malfattori.
—Ma non sapete nullacontessa? disse donna Paolaveramente nulla? ela mirava fissaquasi a passarla fuor fuoricome dicono iFiorentini.
—Nulla io sobensì mi perdo inutilmente in un mare dicongetture. Il doge Grimani non sapeva nemmeno esso la causa di talemisuraed anzi ebbe a lamentarsene. Il camerlengo di Comune cheinsieme colla nobile sua moglie mi accompagnò sino al confinedel Ducatocom'è naturalene sapeva meno del doge. In quantoal signor luogotenente di Pretorioche dal confine mi accompagnòsino alla porta di questa stanzami sembrò bene che fosse alfatto della cagione verama scansò sempre le mie domandeequando gli manifestai il mio sospetto di una qualche falsadeposizione di quello scellerato lacchè: — Potrebbe darsibenissimodisse; che il Galantino non sia straniero a questafaccendama io non so nulla; e dicendo questo si capiva troppo benech'ei sapeva tuttoma gli era stato ingiunto di tacere. Intantoappena m'ebbe lasciata alla porta di questa stanzasi recòdal capitano per annunziare il mio arrivoe presto sarà diritorno. Ora ditemi voi in che consiste questo mistero.
DonnaPaola tornò a guardar fissamente la contessa; posciaprendendola per manole disse affettuosamente :
—Sedete e ascoltate;... eprima ch'io parlifatemi una promessa.
—Che promessa?
—Di non tacere il verodi non mentire (perdonatemi questa parola)diconfessar tuttoquando pure si trattasse di cosacheapronunciarlavi dovesse abbruciare la lingua.
—Ma parlatein nome del cielo; voi mi spaventate. Di che dunque sitratta?... Io non conosco fatto nessuno che possa recar tali effetti.
Equi donna Paolacon voce bassamanifestò alla contessa ladeposizione del Galantino.
DonnaPaolaproferita ch'ebbe la trista parolaavvezza a leggere neirepentini guizzi del volto quel che passava nell'animo altruiallorchè la contessa balzò in piedi saettando lei d'unosguardo che dell'orgoglio offeso avea persino la ferocia; d'unosguardo cheincredibile a dirsiesprimeva quasi un iracondodisprezzo per lei medesima; d'uno sguardo che sembrava persinominacciare un atto violento; si alzò di colpotanto si tennesicura dell'innocenza della contessale buttò le braccia alcollola baciò e la ribaciò in voltopoi disse:
—Che voi siate mille volte benedettacara la mia donnaho avutotorto di credere a una tale accusaor vogliate perdonarmi. Mapurtroppodovevo parlar chiaro e così.
Lacontessa si buttò allora a sederecome spossata. Successe unlungo silenzio... Cadevano intanto le lagrime a dirotta sulle pallideguancie della contessache il suo labbro convulso bevevaquasi atentar di nasconderle. E donna Paola s'era volta altrove per nonturbare quel profondissimo dolore... e quando macchinalmente prese eaprì un librone bagnò le pagine di due grosse lagrimerepentinamente sgorgate anche a lei.
Inquesta fu bussato alla portaesenz'attender altroentrò unvecchietto colla zazzera del tempo del senator Filicaja e con unagiubba stata già rossa color fuocoma pel lavoro degli annidiventata color zenzuino. Eglisenza cavarsi il cappellino a trepunte e appoggiato alla canna d'Indiacome stesse in casa propria osulla pubblica via:
—Buone nuovedonna Paoladissebuone nuove!
Eral'avvocato Agudioil patrocinatore officioso del figlio dellaBaroggi. Uomo burberobisbeticocinicoma galantuomouna speciedi Paletta applicato al ceto legale. Rigido di una rettitudineinsolitache traeva all'ideale e si spingeva fino al cavillo;affettava trascuratezza di tutte le convenienze socialiandando inciò fino alla caricatura ed alle aperte lesioni del piùdozzinale galateo. Vestiva male e all'anticaquasi ad attestardisprezzo al tempo che correva; magrosanofortecome se fossed'acciajoera di una operosità prodigiosa; tenace del suoproposito fino ad esser caparbioinasprito inoltre da quel demoniointerno che si chiama spirito di contraddizionefaceva paura alCollegio dei dottorial Pretorioal Capitano di giustiziaalSenato medesimoche aveva in esso un controllore indomabile; esiccome a tali qualità congiungeva una gran dottrinagiuridicacosì era il più riputato e temuto del fòromilanese.
Allasua improvvisa comparsala contessa Clelia balzò in piedievergognosa delle proprie lagrimesi ritrasse in un'altra camera.
DonnaPaola Pietra si volse e vide lui che ripeteva:
—Buone nuove!!...
—Buone nuove davvero? chiese donna Paola.
—Buone vi dico.
—Or raccontate e sedete...
—Non ho tempo da perderee vo via subito; uno de' miei giovani distudioche ha trovato il modo di essere astuto insieme e onestos'èmesso al punto di far saltar fuori la veritàperchèdice d'averlo veduto egli stessoil Galantino all'albergo dei TreReprecisamente un giorno della settimana grassaquantunque nonsappia giurarlo. Però l'altro jeri andò a mangiare unboccone a quell'albergo e làd'una in altra parola ebbe ilpiacere di sentire confermato il suo sospetto da un cameriere. —Questo cameriere venne da me stamattina e ripetè quanto aveadetto al giovane di studio... Ben è vero cheallorquando glidomandai s'ei sarebbe disposto a ridire le stesse cose al signorcapitano di giustiziaparve tentennare e voler ritirarsi... Ma lafortuna ha voluto ch'egli nominasse un altro cameriereil quale percombinazione cangiò in questi giorni osteria e cittàed è andato a Cremona; lo nominò dicendo che coluiaveva giuocato in una di quelle notti col Galantinoe siccome eraamicissimo del lacchè così avrebbe facilmente saputoogni affar suo... Intanto il cameriere di qui sarà sentitooggi stesso dal capitano... Spero che non saprà ritrattarsiperch'io gli ho fatto pauramettendogli innanzi tutte le conseguenzedel non dire la verità... Egli è bensì aconsiderare che la sola sua testimonianza non basta all'intento... Maho mandato or ora a Cremona il giovane di studioe ritorneràsperocol cameriere che passò in quel luogo... Se i due vannod'accordo... la volpe è presa... e il Senato dovràdecretare la tortura... Sino a questo puntoper veritànonsi verificarono gli estremied il senator Verriche conosce ildirittoha messo a tacerecom'io seppiil senator Morosini chevorrebbe cominciar sempre dalla torturatanto ci si guazza dentro...e il Verri ha tirato dalla sua tutti gli altriperchè la suachiacchiera quando ha preso il vento è una tempesta che dovetocca lascia il segno. Bensì il Morosini tentò rifarsiproducendo casi criminali a dozzine in cui la tortura venne inflittaanche senza quegli estremi dai quali il Verri non decampae il Verria ripetere che gli errori passati non devono essere esempio a nuovierrorie qui ha ragionema sibbene un salutar avviso per scansarli.E intanto c'è un altro fattodi cui la città èpiena. Sentiteche questa è nuovae giudicate voi... Èun avviso a stampa su tutti gli angoli della cittàcol qualeil maggiordomo di casa Morosini invita il proprietario di un rotolodi cento zecchini veneti stati mandati all'indirizzo del senatoreavoler rimandarli a pigliare. La folla è stipata a tutti icanti e chi ne dice una e chi un'altra... Il Morosinise non èun gran giureconsultoè un furbo matricolato... e... odiatutti i suoi colleghisegnatamente il Verrie... voi giàcapite dove va a parar la cosa. Or io voe voi state di buon animo edite lì alla... (e qui fece un lezio curioso accennando laporta della camera per cui la contessa era dileguata) che dopo iltemporale viene il sereno... È ben la contessa V.... non èvero? soggiunse poi subito.
—Sìla contessaarrivata or ora da Venezia.
—Povera donnaè la vittima di un assurdo arbitrio... Ma lostudio fu di gettar la polvere negli occhie di rivolgerel'attenzione altrove... Però non ci riusciranno. Nonon ciriusciranno... Far venir con violenza una persona che sta altrove dipien dirittoperchè un ladro briccone inventa una frottola asuo danno... e pazienza avesse dettoil ladro bugiardod'aver vistoegli stessod'essere stato testimoniomezzanoche so io... Ma notutt'altro... Ora basta... la verità dee balzar fuori...Intanto buon dì e buon anno — e l'avvocato Agudio uscì.
Quandol'avvocato attraversò il cortileincontrossi nel luogotenentedel Pretorio che tornava dal palazzo del Capitano di giustizia.
Questilo inchinò con atto di profonda devozioneesclamando:
—Signor avvocatoi miei rispetti...
—Oh addio... non ti conoscevo... Or dove sei tu?
—Luogotenente di Pretorio al confine.
—Bravoma cosa fai qui?
—Ho accompagnato a Milano l'illustrissima signora contessa V...edoraper commissione dell'egregio signor capitano di giustiziavengoa portarle l'ordine scritto di recarsi domani per essere sentita ingiudizio... E stasera torno donde sono venuto... Presto poi spero divenir traslocato a Milano... Mi conservi la sua protezione...
—Addio... E l'avvocato uscì sulla viae attraversata la piazzaBorromeo e santa Maria Podonese ne venne al Brolettoal Cordusio ealla piazza de' Mercantisalutato per via rispettosamente damolte persone di cappa e di spadacome suol dirsiai quali egli noncorrispondeva che il più confidenziale salutoe tirava viaparlando fra sè e borbottando tra' denti.
Quandofu in piazza de' Mercantila folla non era scemata innanzi ad unode' pilastroni del palazzoin oggi dell'Archiviosul quale eraimpastato l'avviso firmato dal maggiordomo di casa Morosiniche diceva così:
«Ilsottoscrittod'ordine dell'illustrissimo senatore Morosinisuopadroneinvita il proprietario di un rotolo di cento zecchini venetimandaticerto in isbaglioall'indirizzo del sullodato suo padronea voler recarsi dalle ore 12 alle ore 3 nello studio della casa perritirare il detto rotolo.
«Milanodi casa Morosini28 maggio 1750.»
L'avvocatosi fermò perchè si dilettava dei discorsi del pubblico.
—Creditu che sia stato per isbaglio? diceva un giovinotto ad unaltro.
—Se è stato uno sbagliocerto che non è stato l'unicoe usciranno altri avvisi.
—Può bastare anche un solodiceva un terzo. Ma invece delmaggiordomo di casa Morosini dovrà sottoscriversi il custodedel palazzo del Senato.
—Non ti capisco...
—Oh bella... Vuoi tu che chi ha fatto il dono sia così dolce dacredere che possa bastare l'aver pensato a un senatore solo?...
—Poteva anche bastare... giacchè si trattava di rompere ilsasso più duro...
—Io per me credo che non usciranno altri avvisi. Intanto l'affar si faserio... e comincio a dire che il conte F... ha perduto laprudenza...
—Che prudenza! è moribondo... eppoi non si può dire...
—Che?... bisognerebbe esser orbi... od esser qualcuno di coloro chehanno l'obbligo di veder più degli altri... Altro chefandonieamico caro!
L'avvocatosi partì ghignando e proferendo tra sè e sè:
—Sciocchii quali credete di menar il mondo per il naso... costuiv'ha già letto in fondo all'anima... però arivederci al sabato; ed entrò sono i portici del nobileCollegio dei giureconsulti.


VI


Com'èfacile a credereil pubblicochenel caso nostroeral'aggregato di tutti coloro i quali non aveano parte veruna nellamagistratura e molto meno nella giudiziariae che senza nessunostudio preparatorionè teorie discusseprocedeva avanticoraggioso nel giudizio delle cose colla sola guida del senso comuneerasi fatto un concetto a modo suo dei fatti che abbiamo raccontati edelle conseguenti tesi criminali; ecosa stranail concetto delpubblico riuscì precisamente la camicia del vero. Vogliamodire che esso opinava per la reità del Galantinocome opinavaper la reità del conte F...; anziquando mai avesse dovutoessere indulgente con uno dei duepropendeva piuttosto a favore delprimo che del secondo; in quanto poi all'accusa che il lacchèavea gettata contro la contessamentre e capitano e vicario eattuario e auditori e assessori e senatoria primo colpo ne furonoinfluenzati al punto da ammetterlae in conseguenza da trovarnecessario il sentir di presenza la contessa in giudizio; ilpubblicovogliamo dire la maggioranzanon credette nulla affatto;chè il senso comune rifiutavasi a vedere tresche amorose làdove correva un divario di più che trent'anni d'etàtresche venali dove la ricchezza era pareggiatatresche turpissimedovecessa anche la fragilità umanaera peròinnegabile l'ottima fama della contessal'ottima fama del casatocospicuo a cui apparteneval'educazione avutala specialitàsublime degli studj fatti. Però quelle ragioni medesime percui il pubblico non avea sospettato mai che Amorevoli si fossetrovato nel giardino per leitornarono a ricomparirequasiindignate della prima sconfittaa ricomparire per difenderefervorosamente la sventurata contessae per isparlare con iracondiadel procedere della giustizia.
Ec'è di piùche al pubblico si confederò per laprima voltanel desiderio di difendere la contessaindovinate chi?tutte le donne più o meno cattivepiù o meno giovanipiù o meno belle del ceto patrizio e anche del ceto solamentericcoche un tempo erano sempre state le naturali nemiche dellasuperba contessa. Fu una specie di diserzione inattesaun cambiarrepentino di propositi e d'opinioniun mettersi tutti da un lato aprotestare in favor suoe in modo di far salire in orgoglio coloroche hanno buon concetto dell'indole femminina.
DonnaPaola chenel tempo dell'assenza della contessamediatore ilgiovane Pariniera andata a visitare la madre di leipartiti chefurono per Venezia il conte V... e il conte fratellocredette benequalche ora dopo l'arrivo di donna Cleliadi rinnovar la visita allacontessa madree d'invitarla a venire ad abbracciar la figlia perconfortarla. Molte dame trovavansi per caso colà... e tuttefurono intorno alla contessa madrela qualenei dì dellafuga e dell'assenza di donna Cleliaavea protestato di non voler maipiù riconoscerla per sua figlia; tutte adunque le furonointorno per supplicarla a cedere alle preghiere di donna Paola. Chepiù!.... talune espressero persino un desiderio vivissimod'andare a far visita alla fuggitiva ripatriata.
Inquel giorno adunque madre e figlia si riabbracciarono; in quel giornola contessa del Grillo andò a far visita a donna Cleliae lerasciugò il pianto e la consolò riferendole quel che sidiceva di lei per la cittàe come avesse mille difensoriedesortandola a star lieta. E donna Clelia infattise non lietaalmeno placidadormì la notte; e soltanto quando si risvegliòfu percossa acerbissimamente dal pensiero che in quel giorno dovevacomparire innanzi al Capitano di giustizia.
Èun pregiudizio e un errore della mentema i luoghi dove siamministra la giustizia criminale incutono un vago sgomento anchenelle persone più intemeratese per caso son esse chiamate apresentarsi ai giudicisia pure per una semplice testimonianzaperun'informazione di poco contofin anco pel proprio vantaggio. Sedunque la contessa Clelia non potea sopportare il pensiero di doversipresentare al Capitano di giustizia per un'accusa e una presunzionegravissimaquantunque ella si sentisse innocentela cosa èragionevole. Confortata però dal reintegrato amore dellacontessa madresostenuta da donna Paolasi ricomposee pensòad assumere quel contegno che dovesse comandare alla sua volta ungran rispetto ai giudici medesimi.
Versomezzodì la contessa madre le mandò un carrozzone dicasa. Di concerto coll'illustrissimo marchese Recalcatierasistabilito che donna Paola avrebbe accompagnata la contessael'avrebbe assistita di presenza anche nella sala degli interrogatorj.Partirono dunque di casa e l'una e l'altra poco dopo il mezzogiornoe presto il carrozzone entrò nel cortile del Palazzo diGiustizia. La livrea pavonazza coi galloni gialli del cocchiere e deidue servitorifece tosto conoscere a quanti trovavansi colàch'era la carrozza di casa A...chè la stessa donna Paolaavea consigliata quella specie di pubblicità fastosaperchèin simile circostanza doveva riuscire assai significante.
Ilcapitano marchese Recalcatiche stava in aspettazione di essequando sentì il loro arrivocredette bene di uscire insiemecol vicario e cogli assessori a riceverle in capo allo scalone. Erauna degnazione insolitama che all'ottimo Recalcati era statasuggerita dalla specialità del casoedopo i discorsi tenuticon donna Paola e le pubbliche dicerie pervenutegli all'orecchiodalla persuasione che la contessa meritava il suo rispetto piùche la sua severità. Dopo que' primi atti di ricevimentoaiquali però non fu straniero un certo sussiego di cerimonialetutt'altro che adatto a mettere altri di buon umorele signorefurono fatte entrare in una salanella quale comparvero poco dopo ilcapitanoil vicarioun attuariodue auditori e due assessoriponendosi a sedere presso una gran tavola coperta dal tappeto verde esu cui stava una croce d'ebano col Cristo d'avorio. I due assessoripregando la contessa ad accostarsiessi medesimi le portarono ilseggiolone a bracciuoli.
DonnaClelia era vestita con austera semplicitàper quanto potevaesser permesso dalle foggie del tempo. Quand'ella si mosse tenendodietro agli assessori che le portavano il seggiolonela severissimaregolarità del suo voltofatta allora più grave dallacondizione dell'animola fronte cheper l'azione dell'orgogliooffesole si aggrondava in quel puntoraccostandole i nerisopraccigli al vertice del suo naso romanoi labbri e il mento chemodificati dai muscoli in soprassaltoparvero assumerefuggitivamente il disegno della bocca e del mento del giovaneBonaparte cogitabondo e cupo; tutto ciòanzi che farlacredere una donna chiamata a rispondere in tribunalele aveacomunicato l'aspetto della istessa dea Temide convenzionalepersuadente col severo simulacro l'inesorabile giustizia.
Quandola contessa fu sedutal'attuariodopo avere scorse alcune carte eguardato con significazione in faccia all'illustrissimo signorcapitanoquasi a diresiamo a tempo? incominciòl'interrogatorio dal consueto punto di partenzadomandando cioèalla contessa se ella sapeva la cagione per cui era stata citata ingiudizio.
—La cagionerispose donna Clelial'ho saputa ieri dalla venerabildonna Paola qui presenteed è tale che mai non avrebbe potutoesser materia di una congettura a chiunque non sia offeso nellamente.
(Dalcostituto che abbiam sott'occhio crediamo bene trascrivere le preciseparole pronunciate dalla contessale qualiper una nota apposta incalce dall'attuaro signor Bignamisiamo avvertiti essersi volutotrasportarle e conservarle per intero nel processo verbale.)
Dopoquell'esordiorivoltasi la contessa al signor capitano:
—Or io domando a vostra signoria illustrissimasoggiunsese mi dàlicenza di parlare con libertà.
Ilcapitano con atto benevolo accennò che dicesse. Allora lacontessa incominciò; e un auditoreintinta la penna nelcalamajosi mise a scrivere come sotto dettatura.
—Più vo pensando al fatto per cui sono quidisse la contessameno so farmi capace delle cagioni che possono avere spinto questotribunale a credereanche per un momentoalle deposizioni infondatedi un costituito notoriamente malvagiogià più voltevenuto nelle mani della giustizia e più voltecredopunito.
L'illustrissimosignor capitano interruppe a tal punto la contessa. dimostrando comela deposizione a cui essa alludeva non aveva già ottenutafedema bensì aveva costretta la giustizia a non trascurarenemmeno quel filoper quanto potesse parere assurdotrattandosi diuna causa della più grande e delicata importanza.
—Di nuovo mi trovo costrettareplicò allora la contessaadomandare se mi si dà licenza di continuare a parlar conlibertà.
Edi nuovo accennatole dal capitano affermativamente:
—Io non mi lagnocontinuò la contessache la giustizia abbiafatto quel che doveva fare; mi lamento bensì che nell'intentodi rintracciare il capo di quel filo assurdo che venne messo fuoridal costituito Suardisiasi incominciato di là dovealpeggioavrebbesi dovuto finire. Comprendo assai bene quanto possanoparere e siano ardite eciò che più montaintempestive e dannose le parole di chiinvitato a difendersi ingiudiziovuol farsi censore dell'autorità; ma ci sono taliingiuriecheda qualunque parte venganonon è permesso nonrespingerle con coraggio. La colpa di che obliquamente mi si vuoleimputaree che in uomini gravissimi e sapienti come voi potèpure prendere stanzaè di tale natura che ogni prudenza siribella; e l'onestàcrudamente offesasi rivolta iracondanon solo contro l'accusatorema anche contro chi ha potuto credereall'accusae così procedere di conformità... Questa èforse la prima volta che da chi sta al mio posto è tenuto unlinguaggio di tal natura a chi sta al vostroma io confido chel'illustrissimo capitano vorrà tener conto della specialissimacondizione in cui mi trovo.
—Vi ho lasciato parlarecontessaprese a dire allora il capitanoperchè ve ne avevo dato licenzae perchè è atener conto della condizion vostra appunto. Ma la giustizia non puòavere de' speciali riguardi per nessunonemmeno per l'innocenzafosse pur veduta con certezza quando da circostanzeeccezionali è tratta a comparire come rea convenuta innanzialla legge. Però la signoria vostra or si compiaccia dirispondere alle domande che le farà l'attuaroper risponderealle quali era necessarioillustrissima contessala vostrapresenza; onde l'autorità non poteva operare diversamente daquel che ha fatto. Del restosia un attestato codesto della buonastima che si ha di voiillustrissima contessase l'autoritàmedesima si degna di venire alla giustificazione de' proprj atti.
Lacontessa si rimise in calmae:
—Vi ringraziodisseeccellentissimo signor capitanodi questadegnazione.
Quici fu un po' di pausa.... indi l'attuaro continuò:
—L'illustrissima signora contessa ha conosciuto il defunto marcheseF...?
—L'ho conosciuto ... maquasi potrei diresoltanto di nome e divista... dico quasiperchè a una festa in casa Borromeotreanni faesso mi rivolse la parolaed io di conformità glirisposi... e d'allora in poise l'ho visto spesse volte e spessevolte ho risposto al suo saluto stando in carrozza al corso dellastrada Marinanon gli ho parlato mai piùnè mi sonotrovata mai con lui nè tanto nè poco nè punto.
L'auditoreallora chiese alla contessa: quale a suo giudiziodoveva essere lacagione per la quale il costituito Suardi fu tentato di scaricare sudi essa la colpa ond'egli era imputato.
—Nella lettera che scrissi alla venerabile donna Paola qui presenteeche so essere stata deposta nelle mani delle signorie vostremi parerisulti evidente la cagione per cui il costituito Suardi ha messoinnanzi il mio nome. È questa una cagione di vendetta e dirappresagliacome suol dirsi. La sua cattura essendo avvenuta subitodopo la visita ch'egli venne a farmiper indurmi con impudenzainaudita quasi a rendermi complice dell'insidia in cui egli stava pertrarre una inesperta fanciulla veneziana di casato patrizioch'ioper avventura potei giungere in tempo a salvare dalle scellerate suemani; dovette necessariamente fargli credere che l'accusa potesseessere venuta da meessendosi egli smarrito contro la natura suaeavendo perduto la sfrontatezza e l'audacia quand'iocon suasorpresagli toccai del sospetto che si aveva di lui pel fatto deldefunto marchese. Chiunque avesse osservata la faccia di quelribaldoquando io lo colpii all'impensatanon potrebbe oggidubitare nemmen per ombra della sua reità... Per tutte lequali cose persuaso il costituito Suardi che da me gli sia venuto ilcolpoha voluto vendicarsi eingegnosissimo qual è eastutissimoha saputo sì ben fare e sì ben direch'èriuscito a trarre in inganno anche voi. Del rimanentequand'ioscrissi quella lettera alla venerabile donna Paolala pregai di nonfarne motto con verunoperch'io non intendevo di farmi accusatricedi nessuno al mondonemmen de' ribaldi; ma ellache ha piùsapienza di meha pensato chequando l'indulgenza verso i tristitorna a dannoe a gravissimo danno di sventurati innocentitosto siconverte in colpa; e però di quella mia lettera fece un attod'accusa.... accusa che oggi maturatamente io rinnovosupplicandol'alta giustizia di questo tribunale a non intralasciare indaginenessunaa non fermarsi alle ingannevoli apparenzea inseguire ilvero con insistenzaperchè trattasi di un povero fanciulloderelittotrattasi di una sventuratissima donna lasciata nellamiseria a macerarsi della colpa altrui. Il testamento fu dettato dalnotajo Macchie scritto dal defuntoe deposto fra le sue carte piùpreziose; jeri la contessa del Grillo mi assicurava di ciòavendone parlato collo stesso notajo. De' riguardi troppo giusti allafama di famiglie cospicue possono far peritosa la giustizia nelfrugare colà dove precisamente dev'essersi appiattata lacolpa... Ma testècon sapienzal'illustrissimo signorcapitano dicevami che nemmen l'innocenza può lasciarsi inriposo quando da fatti eccezionali è chiamata siccome reaconvenuta innanzi alla legge: tant'è vero ch'io sono qui...Per tutte le quali cose codesto tribunale voglia provvederenell'alta sua saviezzaperchè la giustizia abbia l'intero suocorso. Al qual fine io sono qui sempre disposta a dar ragione d'ognimio fatto... Dirò di piùtanto sono persuasa di poteressere utile a degli sventuratiche io sono dispostagiacchèho superato il primo ribrezzo di venire a questi scannia sopportarela vista del costituito lacchè... Io porto opinione che la miapresenza e le mie parole e la ricordanza de' fatti avvenuti glifaranno smarrire l'audaciae la verità balzerà fuori.
Ela contessa tacque in mezzo al silenzio de' giudici.


VII


Ellavedendo che l'auditore scrivente aveva deposta la pennaaspettava diessere di nuovo interrogata dall'attuaro. Ma questo invece si fecedare il processo verbalee lo passò all'illustrissimo signorcapitanoil qualedopo averlo letto attentamentesi alzò ecosì disse alla contessa :
—Il tribunale ha compiuto l'ufficio; dolente per un lato di avervisottoposta a gravi disturbifelice per l'altro di aver consolatoqueste aule dove risuona di continuo la voce della colpad'averleconsolatedicocolla vostra presenzacolla vostra coraggiosafranchezzacoi vostri savj ragionamenticolle vostre caldepreghiere. Spero che vi sarete fatta capace della necessitàche si aveva di sentirvi in giudizio di presenza. Se il vostro sennoe le vostre fervide sollecitazioni potranno far sì che lagiustiziaper quanto spontaneamente solertepure accresca il suozeloemessa in guardia dai vostri consigliscopra il lato giustoe sorprenda il varco che mette alla scoperta della veritàvoistessa dovrete ringraziare l'eccellentissimo nostro Senato se daVenezia vi ha obbligata a venire tra noi.
Cosìdicendosi mosse dalla seggiolasi accostò a quella dovestava donna Cleliale porse il braccio a sorgeree insieme con leivenne a donna Paolala quale strinse affettuosamente la mano allacontessa.
Cosìe l'una e l'altra furono accompagnate fino al capo dello scalonedove il signor capitano marchese Recalcaticon un profondo inchinole lasciò. E donna Cleliache nel punto in cui la carrozzaentrò nel palazzo s'era sentita a coprire il cuore perribrezzoprovò in quel momento una soddisfazione insolitauna compiacenzadi cui da molto tempo non aveva provata l'eguale.Così avviene spesso nelle cose di questo mondo; e in quel modoche dagli indizj di felicità scaturisce talvolta l'affannolepaurose aspettazioni si convertono sovente in occasioni di contento.Intanto uno de' servigià salito con essediscese a farvenire la carrozza ai pie' dello scalone e a tener aperto losportello. Le donne salironoadocchiate da cento curiosi che s'eranoaffollati lì presso; e tosto lo scalino fu ripiegato conrumorelo sportello si richiuse con solennitàil servitoresalì a far compagnia al collega. Il cocchiere sollecitòi cavallie di rumor di ruote e di scalpiti risuonò tutto ilpalazzo all'uscire del carrozzone patrizio.
Maquello non era giunto in piazza Fontanache tosto svoltò nelcortile un altro carrozzone non patrizioma che era unrappresentante legittimo del popolo; un carrozzone da nolodallacassetta del qualedove s'era assiso baldanzosamente insieme alcocchierediscese un domestico colle gambe arcuateportante unalivrea azzurra passamantata di rosso fuocola quale gli scendevafino ai piediad attestare come essasenza fargli carico dellastaturaappartenevanè più nè meno delcarrozzonea tutto il rispettabile pubblico pagante.
Eil domestico disceso ad aprir la portiera era nientemeno che l'amicoZampino del teatrino Ducalee la signora che ne uscì era laballerina Gaudenzia cui tenne dietro l'indispensabile zia.
Allacelebre danzatrice trattenutasi a Milano con permesso scritto esottoscritto dagl'ispettori del teatro di san Moisè diVeneziascadeva in quel dì appunto il termine estremoondeil giorno dopo doveva partire per Venezia. Ella veniva a trovare ilsignor Lorenzo Bruniche stava adempiendo alla sua quarantena làdentroe raccomandato dal ministro governatorevi era ancheben trattatoavuto riguardo alla qualità della locanda.Quelle visite della Gaudenzi si rinnovavano spessoe siccome essalargheggiava di mancie a dritta e a sinistracosì accorse ilcustode del palazzo appena ella discese; accorsero gli uscieri appenaella salì; accorsero i secondini appena ella si mostròall'anticamera del signor carceriere in capo. Ed or lasciamola andareal suo destinochè la raggiungeremo tra poco.
Nelcortile trovavasi contemporaneamente una mano di giovinottibuontemponicon cui ci siam già affiatati altra volta alcaffè del Grecoci pare al mercoledì grasso; e chesenon è assolutamente necessarionon è nemmeno tempogettato a sentirli anch'essie tanto più che ci troviamoavere a' nostri comodi un quarticello di ricreazione.
Eradunque la solita compagnia del caffè del Grecotrascinatadall'ozio e dalla curiosità fino al Capitano di Giustizia perappurare le notizie del giorno indietro e per raccogliere quelledella giornataun po' tempestando il custodeun po' qualche usciereche per caso discendesse; un po' qualche assessoreo auditoreonotajoo scrivano amico. Tra quella schiera di buontemponi felicisi trovavagià s'intendeanzi stava a capo di tuttiquelchiacchierone indomabile che già vedemmo seduto colla palettain mano al braciere d'inverno del caffè.
—Ma sapete che è una giornata curiosa questa! (era esso cheparlava). Il palazzo del Capitano di giustizia ha cambiato faccia...e se la va innanzi di tal passoil teatrino si trasloca qui.Carrozzoni con tre livreecontesse in gran galaconti e contini ebaroncini e marchesini che passeggiano su e giù per gli atri eper le scale. (Erano infatti i nobili praticanti e i patrocinatoridei carcerati). Per ultimo ballerine col carrozzone del teatro... èqui Zampino in personaZampino in livrea... Sta a vedere che frapoco questo cortile sarà la plateae le celle dei detenutisaranno i palchetti. Ma va benissimo così. È assaimeglio che il palazzo di Giustizia metta il parrucchino e il bellettoe diventi allegro come il palco scenico di quello che presentano letragedie asmatiche di Corneille; men male quelle di Racineil qualepar che faccia il disperato o pianga per diportotanto ècalcolato in tuttoonde si direbbe che paga il fiaschetto dellelagrime un tanto all'oncia.
—Ma cosa fai quiZampinoe come puoi abbandonare il teatro?
—Meglio servitore di carrozzache servitore di palco scenicoquandonon è stagione di carnevale. Allora gli artisti son tutti dicartelloe pagano senza contare... Adesso sono straccioni che nonhan di proprio nemmen le maglie; perciò di giorno servo ilcarrozzone del comune e conduco in giro i forestieri... Men male peròstavolta che s'è fermata a Milano... questa cara biondalaquale non guarda pel sottile... e insieme coi denari vien anche robae cibo e vino... Ah... questa ragazza e il signor Amorevoliper farstar bene chi li servenon c'è chi li somigli.
—A propositoche è avvenuto del tenore?...
—È a Venezia... ed or sa Dio quando torneràperchèquando un tenore di quella vagliapiglia il volochi puòsapere dove andrà a finire? Inviti di quainviti di làse poi vanno alla Corte di Franciao alla Corte di Spagnao allaCorte di Vienna... a rivederci all'altro mondo... E dire che m'avevapromesso di condurmi con lui... perchè gli piaceva il mioservizio... ma... È stato un tal diavolo a quattro questocarnovale passatocon tante disgrazie... che... basta!... Ora sonqui.
—Povero Zampinoe cosa viene a fare in questi luoghi la tua bionda?
—Bella domanda! a trovar il signor Bruniil violino di spalla... e losposeràappena uscirà all'aperto. Sìsignori.Così rimarranno con tanto di naso quei cari cicisbeispasimanti che credevano abbagliarla collo specchietto degli anellidi brillante e coi titoloni; e va benissimoe mi fanno ridere questiruba occhiate... Ma il signor Bruni è un altro galantuomo chepaga bene.... e che è quel che si direbbe una mosca bianca frai suonatori... bollettoni eterni che portano in deposito alpignoratario persino il contrabasso e il corno quando non c'èteatroe non sono chiamati a far baldoria a qualche festa di chiesadi campagna.
Tuttala brigata volle smascellarsi dal ridere a codesta espansionefuribonda del nano Zampino contro gli stracci teatrali; ma vedendoche scendeva dallo scalone un auditoreil quale era uno degli amicifuron tutti colà a tempestarlo di domande:
—E così? non si sa nulla della contessa che fu lasciata partirecom'è entrata?
—E che diavolo! volevate che le si mettessero le manette come a unborsaiuolo?
—Chi ha mai pensato e detto questo? entrava lesto il chiacchierone; ioanzi ho sempre detto che a mandar a prender la contessa per forzalagiustizia avrebbe fatto un buco nell'acqua.
—E se non la si fosse mandata a pigliareavreste detto che erano isoliti riguardi paurosi che l'autorità ha verso i titolati.
—E voi altri dottoroni della leggeper far vedere che siete uominiintegerrimiavete cominciato a dar prova d'imparzialitàprecisamente dove non occorreva... Così siete caduti dallapadella nella brace!
—Che brace e che padella?
—Brace e padellasì... Prima si poteva dire che eravatemaligni ma acutioggi si può dire che siete galantuomini mabalordi... Ma già è un destino che non abbiate aimbroccarne mai una.
—Tacitacibuontempone... che se il mondo dovesse regolarsi achiacchiere.... tu saresti il Giove in cipria; fortuna che ti silascia dire e dire... e chi deve fare fasenza il tuo parere...
—E per questo le cose camminano come camminano; piuttosto è chead un bisogno sapete essere e bricconi e balordi — cosìsi pigliano più piccioni a un favo... bravissimi! e mentres'importuna la Repubblica di Venezia per importunare la contessa chestava benissimo là col suo bel tenore... qui non si pensa cheil conte F... è il fratello del marchese; e chedata pure perassurda e impossibile la presunzionesentirlo in giudiziobisognavaben sentirlo... Ma invece... se il conte F... fosse morto da centoanni non si potrebbe dimenticarlo meglio...
—E puoi tu dire di sapere quel che si farà?
—Che cosa so io?... Quand'anche si finisse coll'impiccarlolagiustizia avrebbe sempre il torto di avere aspettato troppo tardi...E poi che bel merito... Di qui soffia uno e discopre gli altarinidilà l'avvocato Agudio spicca un libello e mette sossopra lacittàe cerca e trova testimonj. Capisco anch'io che a questomodoa calci nel sederedee camminar la giustizia anche a Milano...Oh ci vuol proprio un gran merito...
—Ma intanto il cameriere dei Tre Re....
—Che cameriere?
—Diavolotu che sai tutto... non sai che il testimonio ingaggiatodall'avvocato Agudio è il cameriere dei Tre Re? e domani saràmesso agli interrogatorj un altro cameriere che si mandò apigliare fino a Cremona?
—Oh ora va bene... e questo primo cameriere?...
—Fu messo alle strette... e disse che il lacchè Suarditrovavasi in Milano e bazzicò più volte all'albergonella settimana grassa. Questo basta perchè il Galantino siatrovato in mendacio... bastacioèsino ad un certo segno...perchè poi c'è un altro guajo...
—Che guajo?
—Che nel punto in cui il cameriere doveva confermar tutto congiuramentoei fece di tratto un gran passo indietro e protestòche la memoria poteva forse ingannarlo... e in ogni modo non sapearisolversi a giurare a danno altrui... e qui non c'è nèche dire nè che fare... Ma domani si sentirà l'altro...e se mai parlasse come questo... e per soprappiù giurasse...emesso in confronto col Galantino... Bastavedremo... Ora tucontinua a dire che noi vogliamo chiuder la porta al veroe tenermano a' birbanti. Il contrattempo sai tu piuttosto in che consiste?consiste in ciò che il conte F... è a malissimopartito. Ma voi... mi fate perder tempomentre sono aspettato inPretorio. Addiobuone lane.
El'auditore partìe la brigatasalutato il Zampinose neandòindovinate dove?... verso le parti di Santa MariaPodoneper raccogliere notizie intorno alla salute del conte F... Manon avevan voltato il canto di Santa Maria Fulcorinache sentirono aqualche distanza i suoni intermittenti di un campanello scosso amanouna voce acuta che spiccava nel silenzioper esser tostoseguita dal rumore di cento voci. Sancta Mariaacclamava lavoce bianca; ora pro eorispondeano le altre in sordobrontolìo. E il campanello intercalavasi a quelle voci: Salusinfirmorumora pro eoRefugium peccatorumora pro eo— Consolatrix afflictorumora pro eo... e cosìfinchè i nostri compagni giunsero in veduta del santissimoViaticoil quale entrò nel portone di casa F...
—Si vede che il conte non sta benissimo di salutedisse ridendo ilpiù assiduo interlocutore. Ora guardatecheallorquando unuomo è nato sotto la protezione della ruffiana fortunamuorenel punto preciso che la morte è un colpo orbo alla bassetta.
Maper vedere in qual condizione si trovi precisamente il moribondoconteentriamo anche noi in casa F... insieme col Viatico.


VIII


Quelloche don Alberico avea pronosticato al maggiordomo di casache cioèil dottor Gallaroli avrebbe fattotornando alla visita della seraun grande scalpore al sentire che non s'era ancor mandato a chiamareil preteavvenne per l'appunto.
Ilconte F...in quelle sei o sette ore che erano passate dal consultoal suono della campana seraleaveva peggiorato a furia; onde ilbisogno del prete erasi fatto più necessario che mai. Comedunque montasse in collera il medico della curasebbene perabitudine gioviale e cortese ed anche un po' adulatoreèfacile imaginarsi. Si trattava di spargere di sè e delle sueosservanze religiose un'opinione favorevolela quale lo avrebbeingraziato al clero in cura d'animecerto che un medico deenecessariamente tenersi confederato; e il dottor Gallaroli tanto piùsalì sulle furiequanto più era straordinaria ecospicua l'occasione. Data pertanto una buona sgridata almaggiordomoperchè in quel momento la collera serviva al suointentocome altre volte la giovialità e la condiscendenzapartì facendosi promettere obbedienza interaeraccomandandosi in ispecial modoe qui cangiando tono e frasi efacciaa don Alberico. Non però cessarono le dispute traquesto e il maggiordomodopo che il medico si fu partito. E ilRotigno non faceva che ripetere i paralogismi sfoderati fin dalmattino col figlio del signor contedifendendo il suo proposito contanto maggiore insistenza e caparbietàquanto piùdisperava della possibilità di potervisi mantenere; anzil'insistenza e la caparbietà crebbe al punto che diventòiraconda petulanza; tanto la considerazione del pericolo vicino loavea fatto uscire da quelle misure di rispettosa convenienza che purgli erano comandate dalla sua condizione e da quella di don Alberico.Ma ciò gli partorì appunto l'effetto contrario a quelloper cui si crucciava; che don Albericoinasprito da quella cosìaudace contraddizioneordinò a' domestici che tosto andasseroa chiamare don Giacinto di Santa Maria Podone.
Idomestici di casa F... non erano mai stati i più prontiesecutori degli ordini di don Albericoperchè il conte padree il maggiordomo erano sempre stati i soli a far paura alla servitù;ma in quel momento successe una repentina diversione. Il contepadrone potea morire; e allora il maggiordomocessando a un trattodi essere dopo di lui la persona più autorevole della casadoveva diventare invece il servitore devoto di don Albericononrimanendoin quanto al restoche l'uomo il più abborrito daidipendenti; perchè questise lo avean sempre obbedito conprontezzalo avevano anche sempre odiato con effusioneper quellerelazioni di sudditanza oppressa e di tirannia che intercedono quasisempre tra un maggiordomo e le livree d'una casa. Don Giacinto fudunque mandato a chiamare. Il vicario di Santa Maria Podoneindignato di essere stato messo alla porta dal maggiordomo quandoerasi presentato a visitare il contenon s'era più mossomasentendo peggiorar sempre le notizie della salute del conteaspettava di venir invitato. Quando pertanto il servo di casa fu adirgliche venisse subito perchè il conte padrone stava amalissimi terminitosto accorse.
Ilmaggiordomoallorchè vide il prete entrar nella stanza daletto del conte F...provò quell'oppressione di cuore equello sgomento onde è assalita una moglie infedele chesorpresa dal maritolo veda entrar nella stanza dove avea creduto dipoter nascondere il furtivo amante.
DonGiacinto il qualeper una lunga abitudine al letto degli ammalatiaveva fattocome suol dirsil'occhio medicoavvistosi tosto delmassimo pericolo in cui versava il contesenza por tempo in mezzogli propose la confessioneche dall'ammalato incadaverito fuaccettata.
Quandola vecchia cameriera uscì per lasciare il padrone da solo asolo col pretetrovò il maggiordomo che s'indugiava nellasala vicina.
—Or come sta il padrone? quegli le chiese.
—Sta con don Giacinto e si confessa. Usciamo tutti di quie non silasci entrar nessuno.
—Io mi fermeròe non entrerà alcuno; disse ilmaggiordomo preoccupato; euscita la vecchiain prima egli si diedea passeggiare per la camerarallentando di tratto in tratto ilpassoper finire a fermarsi poi del tutto in un angolo della salaraggruppato in un atteggiamento che significava la piùprofonda concentrazione in un pensiero unico. Ma a riscuoterlo entròimprovviso don Alberico che gli disse con accento di meraviglia:
—Or che fate lì rincantucciato? E la sua voce risuonò inquel profondo silenzio: chè tutti i servi si eranoallontanati.
Allavoce di don Albericola quale distintamente arrivò finall'orecchio dell'ammalatorispose un sospiro graveanzi un gemitorantoloso dell'ammalato stesso. I duescossi da quel gemitostettero un momento immobili e senza quasi tirare il fiato.
—Or sucoraggiodica pur tutto.
Erail prete che parlava; ma il prete quasi nel punto medesimo uscivaevedendo i due:
—Prestosi chiami qualcunoche al padrone è sorvenuto undeliquio. — E diede egli stesso una strappata al campanelloes'udì lungo le sale silenziose l'oscillazione prolungata delfilo metallico.
Accorseincontanente la vecchia camerieraed entrò colprete nella stanza del conte.
—Or vedetedisse allora il Rotigno a don Albericoi buoni effetti dame pronosticati di queste negre sottane.
—E che si doveva fare? rispose il giovane.
Dopouna mezz'ora il conte erasi tanto quanto riavutoonde don Giacintofatta di nuovo uscir la vecchiaripigliò la confessione.
Maora non creda il lettore di potereintrodotto da noi in quellastanza di mortemettere la testa tra le orecchie del prete e labocca del conte. No; di quella confessione noi non sappiamo nèprincipionè mezzonè fine. Chè il sacramentodella penitenza non è costituto criminalee non si traduce inprocesso verbale a saziare la curiosità dei posteri curiosi.Soltanto possiamo dire cheallorquando il prete uscìilmaggiordomo che lo attendeva alla porta per leggergli in volto epenetrargli l'animanon vi potè legger nulla; odiremo piùgiustonon vi notò altro che quell'abituale tranquillitàdel sacerdote che ha fatto il suo dovere; ed anzi quella tranquillitàera tale che se la sentì trasfusa in se medesimo. In quanto anoivolendo avventurare qualche congetturaregolandoci con quelloche avvenne dopoci pare di poter sospettareche il conte fosse alpunto di fare al sacerdote la rivelazione intera d'ogni cosa; ma lacombinazione fatale avendo voluto che in quel punto la vocedell'unico erede gli suonasse all'orecchioquella bastò perimpietrargli il segreto in gola. L'indomita ambizione e il pensierodella grandezza del casato perpetuata nel figliuolofu piùforte d'ogni altra angustiae tacque; vogliamo direè assaiprobabile che sia avvenuto cosìperchèdel rimanenteripetiamonon sappiam nulla di preciso.
Lamattina successivasacerdote e dottore furono al letto del conte; eil maloredurante la giornataprogredì al punto cheneldopo pranzofu indispensabile accorrere col Viaticoin vista delqualecoi cappelli devotamente levatici staccammo da quellaschiera di giovinotti avventori del caffè del Greco. Ma comeessi per raccoglier novelle della salute del conte F... lasciarono ilpalazzo del Capitano di Giustizia; a noi conviene invece ritornare dinecessità in quel luogonell'aula degli interrogatorj. Edobbiamo ricordarci anche della Gaudenzivenuta colà avisitare Lorenzo Bruni. Se non che il dialogo che s'impegnòtra questo e la bellissima danzatricee il terzetto a cui si allargòil duettoal sorgiungere di Pietro Verriinteressa un ordine difatti che qui potrebbero far sbadigliare il lettoretutt'altro chedisposto a tener dietro al corso generale delle cose di quel secoloin un punto che più ci attirano le particolarità delprocesso; per la qual cosa omettiamo un tal dialogoreclamando ildiritto ai ringraziamenti.
Dall'auditoreche parlò nel cortile del palazzo di Giustizia cogli amici delcaffè del Grecoabbiamo sentito come il primo camerieredell'albergo dei Tre Re messo agli interrogatorj abbiain primadeposto contro il lacchè Suardidicendo di aver giuocato conlui in una delle sere della settimana grassa; posciainterpellato sefosse disposto a raffermare la deposizione col giuramentosiasiritratto di un passoaccusando la possibilità che la memoriaavesse mai potuto tradirlo. In tal guisa veniva a riuscire secondol'espressione dell'attuaroirrita affatto la sua primadichiarazionee però a risolversi in un indiziopiùche insufficientenullo. Se non che il causidico praticante nellostudio dell'avvocato Agudioche era un tal Gerolamo Benagliarecatosi a Cremonaaveva trovato all'albergo del Sole il secondocamerieree interrogatololo aveva sentito confermare l'asserzionedel primodichiarandosi inoltre pronto e a giurare e a sostenere ilconfronto col medesimo Galantino; perciòsenza por tempo inmezzoavealo condotto seco a Milano; del che avendo dato avviso alsignor capitano di giustiziaquesti avea ordinato che il dìdopo dovesse comparire per essere sentito in giudizio.
Ilmarchese Recalcatise per le molte circostanze sorvenute eradisposto a lasciar corso liberissimo alla giustizia senza riguardiobliqui per nessunoe nel bisogno a parlare anche in Senatodove ilcapitano spesso era chiamato e sentito; non però aveva maiavuto gran voglia di comunicare una velocità straordinariaall'andamento del processo. La sua natura onestissima era pur semprealle prese con quella sommessa deferenza ch'egli sentiva per chivoleva virare il naviglio in modoche finisse per perdersi in altomarelontano dalla vista del pubblico.
Mal'esame fatto alla contessa Clelia V...le franchissime parole dileile calde sue sollecitazioni raddoppiarono la sua onestà escemaron la deferenza ch'egli avea per altri. Però venne inpensiero di dar corso più rapido al processoe a tal finevolleche il secondo cameriere venuto a Milano col causidicopraticante Benaglia dovesse comparire in giudizio quel dìmedesimosenza attendere il giorno successivo; e siccome l'ora erasifatta tardacosì dispose che l'esame si avesse a fare dopo ivespri a chiaro di lucernae gli esaminatori dovesseroal bisognovegliar la notte perchè «col sorgere del sole(togliamo queste parole dal processo) qualche lume diverità dovesse rischiarare la casa della giustizia».


IX


Perl'ora prima di notte fu dunque invitato a comparire innanzi al signorcapitano di giustiziacome testimonio contro il costituito Suardidetto il Galantinoil già cameriere nell'albergo dei Tre ReCipriano Barisone.
Questicomparve di fatto in un col causidico praticante Benaglia. Aperto ilcostitutol'attuaro domandò al Barisone se conosceva ilSuardi.
—Lo conosco fin da due annifin da quando esso era al servizio delmarchese F...
—In quali relazioni vi siete trovato con lui?...
—Io ero cameriere all'albergo... equando lo conobbi per la primavoltaesso era un avventore che scialava e mangiava i miglioribocconie beveva il vin migliore... Di poiallorchè vennescacciato da quella casasi astenne per qualche tempo di venireall'osteria; e quando ci tornòse prima faceva il signore enon giuocava che cogli avventoridopo ha dovutodi necessitàse voleva trovare un compagnomettersi a far comunella con noi gentedi servizio... e a notte tardaquando i più degli avventorieran partitigiuocava con noi alle carte; e siccome a quell'ora sicenavaegli non aveva schifo di mangiare nei nostri piattiperchèsi capiva benissimo che capitava all'Osteria senza che nè unacrosta di pane gli avesse toccato un dente. Si rifece però unpocoe lo vedemmo con de' zecchini d'oro assai in quell'occasioneche vinse la corsa co' lacchè di Brescia e di Cremona. Ma fuun'allegria cortaperchè presto tornò ad aver bisognodegli avanzi della nostra cucina.
Quil'auditore l'interruppe.
—Di qualche cosa però avrà dovuto vivere; con che dunqueesso mantenevasi?...
—A dormir sul fenile dell'osteriaa mangiare nell'altrui piattoadavere i piedi fuor delle scarpemi pare a meche non debbaoccorrere gran cosa per vivere. Tuttaviase mai capitava ch'egliavesse qualche lira tra le manile guadagnava al giuoco delle cartenel quale aveva sempre ragionee quando non era la fortunaeglistesso faceva le parti di lei.
—Spiegatevi meglio.
—È presto spiegato: s'egli faceva il mazzole buone carte eransempre le suee in ciò nemmen chi giuoca ai bussolotti inpiazza poteva essere più svelto di lui.
—Ma conoscendo questoperchè avete continuato a giuocare conesso?
—Che cosa vuole? ci sono a questo mondo de' buoni semplicioni coiquali non si vuol aver a che fare per la ragione dell'antipatia.Parimenti vi sono de' mariuoli che più te ne fannopiùti innamorano di loro. E il lacchè era uno di questi... Cirubava i puntifaceva scomparir le carteci mangiava il bocconmiglioretalvolta ci portava via qualche camiciaqualche calza...che so io.... e tuttaviaquando non lo si vedeva a comparirall'osteriasi pareva senza una mano... Era pieno di piacevolezzedi pazziedi invenzioni... e perfino il padrone dell'albergo che èun uomo col viso sempre aggrondato e che non ride maiarrivava adomandar conto di quel briccone se passava una giornata senzavederlo. In quanto a me peròultimamentene avrei fattoanche senza.
—Or dunquevenendo al fattoquando fu l'ultima volta che voi avetegiuocato seco all'albergo dei Tre Re?
—L'ultima volta fu la domenica grassa.
—Come potete provarlo?
—Provarlo? colla buona memoria... io non ho altro... perchè miricordo benissimo come se fosse adessoche la domenica grassa hogiuocato con luied era quasi la mattina del lunedì... E ilfar tanto tardi non succede che in tali giornate di gran faccende...E poi c'è un altro fatto... Giuocavano con noi due camerierisoprannumerarji quali non sono venuti che in settimana grassaeprecisamente alla domenica. Ma chi li va a prendere adesso questicamerieri i quali ora sono quaora sono là... e spesso sefanno il cameriere in settimana grassafanno il facchino a sanMichele... e non si riconoscon più nè al viso néal vestito?...
—Ma voi sapreste sostenere tutto quello che avete detto fin qui anchein confronto del lacchè?
—Perchè no?... s'io parlo... è perchè trattasi didir la verità... e se dico la verità... è perchèil signor causidicoche venne a pigliarmi a Cremonami haassicurato che a dir la verità tutta quanta si reca vantaggioa delle persone oneste e povere...e a tacerlasi tiene invece ilpiatto a' birbanti.
L'attuaroche avendo proposto il giuramento al primo camerierelo avevasentito a ritirar la parola per ispavento della solennitàdell'atto; credette di non farne motto al secondo testimonioe diprovocar prima il confronto di lui col Galantino. Di fatto avrebbedovuto incominciare anche coll'altro da questo attopreterendo ilgiuramento; ma sbaglia anche il prete a dir la messa.
Ilcameriere Barisone fu dunque fatto uscirepel momentodalla saladegli interrogatorje fu mandato a prendere il costituito Suardi. —Questi comparve nella sala un quarto d'ora dopoin mezzo a duesecondinio come chiamavansi allora più comunementesbirri.
Lafaccia del Galantinoquando si mostròera sorridente; losguardo di lui lampeggiava a dritta e a sinistra con vivacitàgioviale. Un occhio esperto però avrebbe dovuto comprenderech'ei sorrideva vivacementeperchè la sua forte volontàmoveva i muscoli del viso e degli occhi. Erase ci si passa lasimilitudinecome un caratterista brillante di una compagnia comicail quale ha i creditori alle calcagna e gli arresti personaliintimati per debitie tuttaviasul palco scenicoride e fa rideree par l'uomo più allegro del mondo. Del rimanentequel roseoincarnato che avea sempre colorito il volto bellissimo del Galantinoera scomparso per dar luogo a un lieve palloreinsolito su quellafaccia trionfante di sfrontatezza e di salute.
L'attuarofatta una lunga pausadurante la quale guardò il Galantinocon una significazione severissimarilesse ad alta voce il primocostituto stato già sottoscritto dal Suardipoi soggiunse:
—Avete ancora il coraggio di sostenere tutto quello che avete detto edeposto qui in processo verbale sottoscritto?
—La verità è una solae io non posso già direche non è avvenuto quello che realmente è avvenuto.
—Voi sapete che chi spontaneamente confessa la propria colpa allagiustiziaha meritato che la giustizia alla sua volta gli si mostriindulgente. Vi esorto adunque di nuovo a dire la veritàsevolete che la giustizia non faccia uso contro di voi di tutto il suorigore.
—La giustizia può fare quello che vuole; ma io non possocambiare quello che è stato.
—Ebbenesappiate che abbiamo assunte testimonianzedalle qualirisulta che voi avete mentito. La domenica grassaa notte tardaavete giuocato alle carte all'albergo dei Tre Re... Vedete dunque chenon è verosimile che voi foste allora a Venezia già daotto giorni.
IlGalantinobenchè fosse di bronzonon potè a meno dicommuoversi a quelle parolee fu una sua fortuna s'egli erailluminato dalla fiamma della lucerna piuttosto che dai raggi delsole; si ricompose però sull'istantecome un cavalierofattopiegare indietro da una lanciache tosto si rimette in sella; erispose con asprezza:
—Non sarà mai vero che alcuno possa direch'io mi trovassi aMilano la domenica grassa. Torno a ripetere ch'io andai a Veneziaotto giorni prima. E quegli che a loro signori avesse detto ilcontrario è un bugiardo infame.
L'attuarotacque un momentopoi disse ad un usciere:
—Fate entrare il testimonio.
L'usciereentrò col Cipriano Barisone cameriere.
IlGalantinoche nel frattempo aveva almanaccato per indovinare chi maipoteva essere venuto a deporre in giudizio contro di luie quasierasi accostato al verosi trovò parato a sostenere la primavista del cameriere Ciprianoe tanto chedalle difesecon unasfrontatezza senza ugualepassò alle offese.
—Ah è costuidissequegli che viene a inventar fandonie perfarmi danno. Ma non mi fa meraviglia. No... È naturale... peròbisognava essere un birbone come lui. Sappiano dunque loro signoriche costui ha parlato per vendetta... perchè più volteha detto che volea vendicarsi di me... Or di' un po' tu se questo nonè veroo ribaldo.
L'attuaroassalito anch'esso e sorpreso da quell'inattesa franchezza delcostituto:
—È verochiese al Barisoneche voi avete potuto dire altrevolte di voler vendicarvi di lui?
—Sìsignoriè veroe ne ho le ragionie gravi. Primadi tutto costui... che regala del proprio agli altri... e non èmai stato innocente nemmen quando poppavaperchè vi son deiserpenti che avvelenano appena usciti al sole... costui dunque non mirestituì mai cinquanta lire che gli ho prestatee una serache gliele richiesiin faccia agli avventorimi appoggiò unpugno qui... cheeccomi spezzò questo dente. Poi... ma...
—Taci lìche continuerò ioaggiunse il Galantinocacciandosi a ridere nel profferir quelle parole.
IlBarisone fremeva...
—Sappiano dunquesignori... e innanzi tutto già si sa che si èdi carnee dove c'è carne c'è sangue. Ebbenequestobel pappione s'è fitto in testa di sposare la figlia dellalavandaja dell'albergo. Un fior di ragazzottagiovane e fresca...una gioncata colle fragole. Il marito dunque era costui... ma...
—Taci...
—Dopo qualche mese la bella sposa... si guardò dunque intorno evide chein conclusioneci voleva qualche cosa dolce per farpassare l'amaro dell'aloè. Il caso ha voluto che io glicapitassi innanzi nel momento appunto che era presa dalla nausea diquesto gabbiano... Ora chi non lo sa? l'uomo è cacciatore... equando l'allodola è novella... va presto nel carniere... Delresto la colpa... (e qui si diede a sghignazzare come se fosse inpiazza) è di costui che una notteinvece di stareall'osteriaè venuto a casa due ore prima del consueto... esi cacciò a strepitare come uno spiritato ed io a dar giùbotte da orbi... perchè questi mariti gelosi van tenuti insoggezione. Così la bella lavandaja tornò a picchiarsulla pietrae costui giurò di vendicarsi di me. Ecco tutto.
Aqueste parole del Galantinoe il viso tra il goffo e l'iracondo chefaceva il Barisonesulla faccia dell'attuaro guizzò unsorriso fuggitivoch'esso respinse a forza aggrondando ilsopracciglio; l'illustrissimo signor capitano guardò conseverità l'attuaroquasi ad ammonirlo perchè dessesulla voce al Galantino e lo richiamasse al dovere ed al rispetto; madue giovani scrivanicheper fatalitàs'erano adocchiatisi comunicarono a vicenda quella volontà contagiosa di ridereche cresce in ragione diretta della sconvenienzadella gravitàdella circostanza e della severità dei superiori. Ben lanascosero in prima con tali conati da meritare ogni maggior elogio dachi tien conto dell'intenzione; ma i conati e gl'impedimenti nonfecero altro che accrescere gl'impeti convulsidi modo chedopoessersi soffocati per qualche tempocome si fa colla tosse quandopotrebbe tradire un segreto pericolosoalla fine scoppiarono in unoschianto così scandaloso e indecenteche la terribilitàdel luogola gravità del signor capitanol'aggrondaturaartificiale dell'attuarol'inerte serietà dei due sbirri nonvalsero a salvare la solennità della dea Temide.
Accorseperò al riparo l'attuarogridando bieco al Galantino:
—Basta cosìe attendete a rispondere ai giudici voi quandosarete interrogato; indi voltossi al testimonio:
—È vero quanto ora fu detto?
—È vero.
—Perchè dunque non lo avete esposto prima?
—Vostra signoria mi perdonima quando io era per continuare e dirtuttoho dovuto rispondere ad altre domande.
—È egli vero altresì che siete stato eccitato contro ilcostituito qui presente da spirito di vendetta?...
—Ho detto più volte di voler vendicarmi di luiquesto èveroma non furono che parolee sarebbero sempre state tali. Ciòperò non ha nulla a che fare con tutto quello che ho depostocirca il fatto di aver giuocato con esso la domenica grassaperchèquesta è la pura veritàe quando io stavo a Cremona efui chiamato e interpellato dal signor causidico Benagliaeralontano mille miglia dal credere ch'io dovessi venire a Milanoond'essere sentito in giudizio per cosa che risguardava costui.
—Ma come avete potutocol malanimo che avete secogiuocare ancoracon lui?
—Chi si poteva salvare dalla sua importunitàe anche dalle sueprepotenze? d'altra parte i compagni ridevano di me quando facevo ildispettoso con esso... ondepel quieto vivere... bisognava adattarsia giuocare e a lasciarsi incantare anche le carte... Ma se V. S. noncrede alle mie semplici paroleio sono disposto a giurare tuttoquello che ho dettoperchè non sarà mai che permalanimo io voglia inventar storie a danno di chicchessia.
—Ora parlate voidisse l'attuaro al lacché.
—Quel che ho dettolo ripeto. La domenica grassa io stava aVenezia... e costui è un bugiardo... e s'egli èdisposto a confermare le sue fandonie col giuramentonon è laprima volta che a questo mondo si sente a giurare il falso conindifferenza.
L'attuaroa queste paroleguardò al signor capitano di giustiziache aquella tacita interpellazione:
—Or si rimandi in prigionedisse.
Egli sbirri condussero fuori il Galantino.
—Che vi rimane adesso da aggiungere? disse l'attuaro al cameriere.
—Io non ho niente da aggiungere; son uomini questi che farebberoperdere la testa a chicchessia. Del resto io vivevo tranquillo inCremonaall'albergo del Solee non avrei mai voluto recar danno nèa lui nè ad altri nè a nessunose non fossero venutiespressamente a cavarmi di là e a tirarmi a Milano per forza.Questo io dico perchè V. S. si persuada della veritàdelle mie parolee che non ho mai ingannato nessuno al mondoevorrei che il Signore Iddio mi castigasse qui se mai ho detto ilfalso.
Aqueste parole venne rimandato anche il testimonio Barisonefattagliintimazione di non uscire da Milano fin che non ne avesse avuto ilpermesso dall'autorità; per la qual cosa venne chiamato nellasala anche il giovane causidico Benagliaa cui fu parimente intimatochesotto la sua responsabilitàil cameriere dovesse restarea Milano sino a nuove disposizioni.
Eil capitano di giustiziache si attendeva di venire al chiaro d'ognimistero in quella nottetrovò invece d'aver raggruppato dipiù il nodo nel tentare di scioglierloavendo bensì laconvinzione morale invincibile della reità del Galantinomanon avendo le prove legali per condannarlo; anzi non avendo raccoltoa rigorenemmeno gl'indizj legittimi per metterlo alla torturacomeegli avrebbe creduto opportunoe come e l'attuaro e gli assessori egli auditori consigliavano ad una voce.
Peròad onta che gl'indizj non fossero a rigore di scrupolo i piùlegittimiperchè dei due testimoni necessarjuno erasiritiratoe il secondo aveva infirmata la sua deposizione colsospetto di malanimo contro il costituito; e prescindendo anche daciònon potea bastare come testimonio solonon verificandosiin lui gli estremi voluti dagli statuti e confermati dagliinterpretiperchè la sua condizione non era tale che sipotesse dichiararlo superiore ad ogni eccezione; tuttaviaavutoriguardo che i due camerieri in massima erano andati d'accordocheil secondo era disposto a giurareavuto riguardo inoltre alledeposizioni della contessa Clelia V... e all'abito criminoso delSuardil'illustrissimo signor capitano marchese Recalcati pensòdi portar la cosa in Senatoaffinchè quella supremamagistratura provvedesse in proposito; e il referato che fusteso e spedito il giorno dopovenne chiuso col voto espresso cheappoggiava l'applicazione della tortura al costituito di cui sitrattava.


X


Quandocodesta relazionecol voto dell'illustrissimo capitanodi giustizia e colla nota — d'urgenza — fuportata in Senatocorreva il primo di giugno. Essendo giorno dimercoledìcheal pari del lunedì e del venerdìera riservato alle cause civilii segretarj del Senato la misero frale cause da trattarsi in consiglio il giorno dopo (chè neigiorni di martedìgiovedì e sabato si discutevanoesclusivamente le cause criminali). Ed ora giacchè si ha adassistere allo spettacolo di questo Senato in sessionedi questoSenato che sta vivendo gli ultimi anni della sua vita (e dovremoassistere fra non troppo lungo tempo al suo totale scioglimento); percoloro che non hanno letto la sua storia scritta da Orazio Landinèil commentario del Garoninè le memorie di don Martino deCollanè il Lattuada; o cheanche avendoli lettinon liserbano tutti in memoriaè bene che riassumiamo qui conbreviloquenza da telegrafo: che l'origine del Senato di Milano risaleal primo duca Giovanni Galeazzo Viscontiquandonel 1390ottennetitolo e dignità ducale dall'imperatore Venceslaonon avendoallora che l'appellazione di Consiglio; — chenel 1499questoConsiglio ebbe titolo di Senato da Lodovico XII di Francia ed era unConsiglio di diciasette Senatori presieduti dal Gran Cancelliere;chenel 1522ritornato Francesco II Sforza in Milanoun nuovoregolamento portò a 27 il numero dei padri coscritti; —chenel 1527venuto a pigliar possesso del Ducato di Milano ilBorbone in nome di Carlo Vvenne sconvolto il regolamento sforzescoe fu costituito il Senato da un presidentequattro cavalieridodicigiureconsulti con sette segretarjper tramutarsi poscia e stabilirsinel presidente con quattordici giureconsulti; di modo che al tempo incui ci troviamo colla nostra storiail Senato constava delpresidente e di quattordici senatoriuno de' quali aveva titolo disenatore reggente o vicepresidentecome decano. Di quattordici perònon risiedevano che dodiciperchè due venivano sempreimpiegati nelle preture della città di Pavia e di Cremona. Aquesto illustre corpo si univano sei segretarj e nove portierivestiti di divisa color violetto cupo e portanti collane d'oro alcollo nelle pubbliche comparse. Giova inoltre sapereper coloroalmeno che pel momento non hanno cosa di maggior importanza daimparareche i senatori cambiarono due volte il vestitoperchèsotto i duchi e i re di Francia portavano berretta o giubbone colledivise bianco rosse; e al tempo del dominio spagnuolo assunserole toghe foderatein tempo d'invernocolle pelli di zibellino(ponticus mus) come lo chiama il Garoniil qualzibellino distingueva i senatori dagli altri magistrati togationdeè probabile che i più vanitosi dovessero nutrire unacerta avversione per l'estate.
Ecome l'eccellentissimo Senato cambiò titolonumeroingredientivestitopiù d'una voltamedesimamente dovettecangiare spesso il luogo delle sue adunanze; onde sotto il primo ducaprobabilmenteedi certosotto l'ultimosi radunava in portaVercellina presso la parrocchia di san Protaso al Foro; poisotto ire di Francianella casa pure in porta Vercellina assegnata al grancancelliere: infine si traslocò in una parte del medesimoreale palazzo.
Edè in questo luogo che noi adesso dobbiamo recarci. Un'ora dopomezzogiorno del primo giovedì del mese di giugnoilpresidente e i senatori intervenutiche in quel giorno erano innumero di otto (non era necessario che tutti quanti intervenissero)dopo avere ascoltato la santa messa nella cappella del palazzomedesimocome voleva la consuetudineentrarono nella gran salachenel 1750 si denominava ancora delle udienzeperchè sotto iduchi e i re di Francia vi si tenevano infatti le udienze pubbliche;entrarono e si posero a sedere intorno ad una gran tavola con tappetoverde; i senatori si assisero quattro per partenelle cattedre chesi chiamavano ancora de' padri coscritti; il presidente nella piùrilevata cattedra posta in capo alla tavola. Dietro di luiad unatavola più piccola sedette uno de' sei segretarj. Tutto eraaugusto e solenne in quell'aula. Al disotto dei dipinti a frescodella metà superiore delle pareti si vedevano cinque grandiquadridov'erano dipinte ad olio le proprietà dellagiustiziaportanti al disotto dell'ampia cornice i titoli latini acaratteri cubitalicioè ÆquitasLegislatrixDistributivaCommutativaVindicativadel che ha lasciatomemoria il Lattuada. Intercalati a queste tele si vedevano i ritrattidi Giovanni Galeazzo Viscontidi Francesco II Sforzadi Carlo VFilippo IIFilippo IIIFilippo IVCarlo II di Spagnaedell'imperatore Carlo VIche stava in faccia alla cattedra delpresidente. Più bassoa coprire in parte i magnifici arazzirigiravan l'aula alcuni quadri con cornici ad intaglio messo ad ororappresentanti i principali misteri della passione di GesùCristotra' quali spiccava per eccellenza d'arte quello di Gesùportante la Croce sul Calvariodipinto dal Daniel Crespie regalatoal Senato dall'arcivescovo di Milanocardinale Monti successore diFederico Borromeo. Vedevasi pure un altro gran quadro rappresentanteil trionfo di san Michele sopra Luciferoquasi a simboleggiare latrionfante giustizia.
Apertadall'eccellentissimo signor presidente la sedutail segretario misein prima sul tappeto due o tre cause criminali estranee affatto alnostro argomentodi quelle cause che non provocano discussionee incui le opinioni e tutti i sistemi si mettono d'accordo; indi poseinnanzi all'eccellentissimo signor presidente le carte relative alprocesso del lacchè Suardidichiarando ad una ad una lepezzea dir cosìdi tutto il costitutoe domandando sedoveva far lettura del rapporto presentato dal signor capitano. Ilpresidentecom'era di praticaaccennò che facesse; e ilsegretario lesse adagio adagio il rapportofacendoquel che inmusica si direbbedelle appoggiature sui punti che costituivano lesaglienze della tesi; ed esponendo il voto del capitano con unachiarezza particolareche potea significare la deferenzadell'egregio signor segretario per quel voto medesimo.
Finitache fu una tale letturaprese la parola il senator M ...tone che eradecano.
Dopoil senator Morosinisvizzero ticinese (perchè i senatoricome già notammosi eleggevano da tutte le città ecapiluoghi del Ducato ed anche da altre città fuori del Ducatostesso)il M...tone era il più caldo partigiano dellagiustizia armata di cavalletto e di scureonde propendeva al rigorenon per l'indole perversama per quell'impulso che viene da ciòche oggi si chiamerebbe l'arte per l'arte. Per di piùnon essendo di Milanonon era in gran dimestichezza col patriziatomilanese e però non era nè intrinsico nèconoscente del conte F... Questi elementi dovevan dunque farlopresumere più propenso che mai al voto del capitano digiustizia. Ma forse perchè non avea avuto torto il popolomilanesequando col suo senso comune vendicatore lo aveva feritoavventandogli l'aculeo di quella strofa che già abbiamoaccennato in addietro; v'era probabilmente una ragione per cui laspinta naturale in lui si trovava in lizza con una controspintaavventizia. Del restocomunque fosse la cosaegli cominciò aparlare cercando di giustificare i motivi che dovevano aver provocatoil voto del capitanoma conchiusedichiarando che non trovava gliestremi per decretar la tortura al costituito Suardi.
Senon chenon aveva esso finito di parlareche il senatore Morosinidi temperamento impetuoso e biliosopronunciòaffoltandolemolte parole che parevano schiumaquand'esce a dirotta da unabottiglia dove ha dovuto per troppo tempo fremere chiusa. Nèin prima quelle parole parevano aver sensoma a poco a pocorallentandosisi disposero in ordine e il discorso procedetteperfettamente intonato colla solennità del luogo.
—I sommi capicosì egli proseguìpei quali non sitroverebbe di sottomettere alla tortura il costituito Suardisiridurrebbero dunque al non aver avuto il Suardi per proprio vantaggioun eccitamento al furto; all'avere nel primo interrogatorio rispostocon tale aggiustatezza e conseguenza alle domande del giudiceda farpresumere in uomo indotto quella tranquillità d'esposizioneche deriva dal non aver altro a fare che ripetere la pura verità;alla ritrattazione del primo testimonioalla proposta delgiuramento; al non poter bastare le sole deposizioni del secondopernon verificarsi in lui la qualità dell'essere superiore aqualunque eccezione; equand'anche vi si verificasseroall'esserestate infirmate dalle cagioni di vendetta che dovevanopresuntivamente aver eccitato il secondo testimonio a danno delcostituito. Ora dunquein quanto al primo punto mi meraviglio comeancora possa mettersi in campo la mancanza d'una causa chedirettamente e spontaneamente sorta in lui stessodoveva eccitare illacchè al furto; quasi che non fosser noti a migliaja i casidi sicarj prezzolatii quali assassinaron persone da essi nemmenconosciute. Il vantaggio che doveva raccogliere il costituito Suardidal furtonon deve cercarsi nel furto in sè stesso e per sèstessoma nel premio che presuntivamente deve essergli stato dato opromesso da chi poteva avere interesse a far scomparire le carte piùpreziose del defunto marchese. In quanto al secondo puntose nelprimo interrogatorio appare l'astuzia del costituitofaccioosservare che non ci appar sempre la coerenza là doveeccitato dall'iraesce a dire che la contessa lo ha tradito...(prego l'egregio segretario di leggere quel passoch'io notaiappena le carte furono portate in Senato e di cui non ricordo bene leparole).
Ilsegretario cercòtrovò e lesse il passo.
—Or mi pare che sia difficile il dimostrare esserci coerenza quiquantunque subito dopo il costituitocon arte diabolicatorca leparole a diverso significato. Ora la mancanza di coerenza in un uomodi sì manifesta astuziafa presunzione che vi sia colpa.Venendo ora ai testimonj: se il primo si è ritrattatoaccusando una memoria infidaper la paura che nelle personeignoranti desta l'idea di dover giurare; pure le sue deposizionifatte prima vanno d'accordo colle deposizioni del secondo testimonioil qualeper soprappiùspontaneamente dichiara di volereconfermare gli asserti con giuramento. Bene io sento a dire che ilsecondoessendo solo a testimoniarenon basta a formare un indizioperchè non si verifica in lui la qualità di esseresuperiore a qualunque eccezione. Ma perchèdomando ionon siverifica? Ma quand'è che un uomo è superiore aqualunque eccezione in faccia a un tribunal criminale? Io credoallorquando la sua vita è senza macchie criminali di sorta. Èla vita senza rimproveri che costituisce la qualitàdell'essere superiore a qualunque eccezione; non la condizione altanè la ricchezzanè i titoli. Il marchese Alfierichel'anno scorso ebbe il bando dalla Repubblica di Venezia per attentatodi veleno contro il marito della sua amantenon è piùoggi superiore a qualunque eccezionesebbene sia titolato ericchissimo. Due anni or sonoil sagrestano di San Satirosolotestimonio contro il Faldella che rubò la lampada dell'altaremaggiorebastò a formare legale indizioperchè fudichiarato superiore ad ogni eccezione. Perchè dunque non lopotrà essere anche questo Barisone Cipriano? In ogni modononmerita si dica neppure una parola a dimostrare l'assurditàdell'essere egli stato mosso da spirito di vendetta; sopratutto èa considerareeccellentissimi colleghiche egli trovavasi aCremonadove tanto era lontano dal pensare a vendicarsichesi dovette andarlo a chiamare e pregarlo per farlo venire a Milano. Èa considerarefinalmentese mentre questo Cipriano Barisone non hanote criminali di sortail costituito ha contro di sè lapessima sua famae il fatto d'aver già commesso un furtonella casa stessa del suo padrone chenotoriamentepur lo amava elo proteggeva.
Ilsenatore Morosini avendo a tal punto fatto pausa:
—Se bastassegli subentrò tosto il senatore conte GabrieleVerrila morale convinzione di un giudice a determinare lalegittimità degli indizj per mettere un uomo alla torturaioper il primo non esiterei a farla applicare al costituito Suardi. Maquesta convinzione non bastaperchè può procedere daerrore di giudizioda false parvenzedall'impossibilità divedere tutti i lati delle cose. È dunque necessitàl'aderire in tali casi quasi passivamente alla legge.
—E sia fattoosservò il Morosinigiacchè la leggerimette gl'indizj all'arbitrio del giudice.
—Ma il nostro predecessore senator conte Bossiribatteva il Verrinel suo aureo trattatoal titolo De indiciis ante torturamassegna all'arbitrio del giudice l'obbligo di esaminare con coscienzala verisimiglianza e la probabilità (indicium verosimile etprobabile sit). Ora la coscienza ci ammonisce di non prestar fedesoverchia alle convinzioni moralietorno a ripeteredi aderirpositivamente alla legge. Ma giacchè la legge nuda e neldiritto romano e negli statuti criminali di Milano lascia questiindizj all'arbitrio del giudicebisogna chieder consiglio a coloroche hanno continuata la legge stessainterpretandola.
—Ma la parola degli interpretiinterruppe il Morosininon èVangeloe tanto si può esser tratti in errore dalle loroconvinzioni come dalle nostre.
—C'è un divario notabile. Essiinterpretando la leggenonerano circoscritti da un fatto speciale; bensì eranorischiarati da un complesso di fatti molteplici che hanno la virtùdi costituire una norma assoluta. Noi inveceal cospetto di un fattosolitariosiamo trattinon volendoloa decisioni condizionate erelative. Gl'interpreti hanno questo vantaggio su di noidi avermeditato e scritto in circostanze lontane dall'influenzapervertitrice della passione fuggitiva del momentodalle opinionicorrenti e dai pericoli che presenta all'intelletto un fatto unico;epperò essi hanno il diritto di essere ascoltatinoil'obbligo di ubbidire; di modo che assumono virtù di legge inmancanza d'una legge scrittadeterminatasanzionatacomandata; ecome avviene delle grideche le ultime possono derogar le prime esostituirlee peròcome talisono le sole che devono essereseguite; così avvien degli interpretide' quali gli ultimipiù acclamati dal consenso universale dei giurisperiti e deimagistratidevono essere di preferenza consultati e seguiti. Ora ilconsenso più generale è pei due celebri giureconsultiil Casoni e il Farinaccio; e costorospaventati dagli eccessi a cuinell'amministrar la tortura furon tratti giudici o troppo crudeli otroppo confidenti nelle loro convinzionio troppo ciechisonogiunti a conchiudereil primo: che la tortura non èarbitraria; il secondoche non sono arbitrarj nemmeno gli indizj.Communis error judicum putantium torturam esse arbitralem —dice il primoe non sbaglia; — Non immeritoaudivi plures jurisperitos dicentes posse melius formari regulaminditia ad torquendumnon esse judici arbitraria dice ilFarinaccio chiarissimamente. Però dal processo verbalerelativo al costituito Suardi non risulta provata la bugiadell'accusatoche sarebbe uno degli indizj legittimi; perchèmancano i due testimoniquali son voluti dal Farinaccio che qui fatesto di legge. Può esser vero che il primo testimonio nonabbia giurato per sgomento. Ma può esserenon vuol dire è.— Può esser vero che il secondo testimonio abbia abito dionestàma intanto sussistono presunzioni contro di luiprovocate da gravi disgusti passati prima del preteso furto traaccusato e testimonio. Eanche quiil può essere nonvuol dire è — poichè la giustizia ècome l'aritmeticanella qualese manca la verificazionenon puòasserirsi che il calcolo sia giusto.
Dettequeste paroleil conte Verri si tacque; e quasi nel momento istessoentrato nell'aula uno de' segretarjs'accostò al segretarioin sedutachealzatosiparlò all'orecchiodell'eccellentissimo signor presidenteil qualerivoltosi aisignori senatori :
—Un'ora fadisseha cessato di vivere l'illustrissimo conte F...Come l'egregio segretario Carlo fu sollecito di portarne l'avvisocosì io lo ripeto ai senatori qui congregati; faccio presenteche la morte del conte F... nella causa che ora qui si stadiscutendo... può essere forse un fatto significante.
Questoannuncio fece l'effetto di quei congegni dell'arte nauticache dipunto in bianco fanno galleggiar ritto e baldanzoso un naviglio cheappena uscito dal cantiere dell'arsenaleprocedeva impacciato epiegato sull'un dei fianchi.
Idiversi pareri degli otto senatori tacitamente si armonizzarono in unconsiglio unicoquantunque due o tre altri senatori prendessero laparolaparlando con varia sentenza. Se non chementre il Morosiniin quel giornotornò impetuoso a ribattere gli argomentidegli avversariil conte Gabriele Verri parve minor di sèstessoe lasciò dir gli altri; nè più parlòil senator M...tone. Per le quali circostanzevenuta la votazionela determinazione del Senato fu che il costituito Suardisoprannominato il Galantinosi dovesse sottoporre alla tortura lievee semplice. La voce pubblica che cominciava a parlar alto contro lalentezza onde si procedeva verso il Galantinoe dicea chiaro che sivoleva salvare il lacchèper non compromettere la riputazionedel conte F...fu per il momento placata dal decreto del Senatodiche tosto gli eccellentissimi membrial cui orecchio eran giunte lepubbliche querelefecero divulgar la notizia. E per quel giorno epel successivo tutta la città di Milano non s'interessòche a quell'unico tema della tortura del Galantino e della morte delconte F...
Ilgiorno 3 giugno la piazza Borromeo era tutta gremita di popolochèsi celebrarono le solenni esequie del defunto nella chiesa di SantaMaria Podonesulla cui facciatatutta coperta a nero e ad orosileggeva il seguente cartellone sormontato dalla corona e incorniciatodagli stemmi:


comitia… f…
eq.hierosol
piomunifico
charitatein egenos ex corde
domesticamgerenti felicitatem
excessoanno lv
ætatissuæ
filiuscomes albericus moerens
fideliumpreces poscit


Duegiorni dopoal costituito Andrea Suardichiamato a nuovo esamevenne intimato si risolvesse a dire la veritàaltrimentiverrebbe messo alla cordacosì portando la determinazionedell'eccellentissimo Senatopel concorso di molte circostanze atte aformare indizio; segnatamente per le deposizioni del BarisoneCiprianoconfermate con giuramento. Nel rescritto del Senato erastato ingiunto al capitano di giustizia di far adempire al secondotestimonio l'atto formale del giuramento prima d'esaminar di nuovo ilcostituito.
Questiche nel confronto col Barisone avea creduto di essere riuscito atogliere ogni forza alle di lui deposizioni; cheper soprappiùstando in prigione e tastando gli sbirri e mettendo insieme le sparseparole che loro eran cadute di boccacome chi si affanna di riunirei minuti pezzetti di un foglio laceratoera riuscito a sapere che ilconte F... era mortoe però erasi lasciato andare alle piùallegre speranze; rimase come sbalordito a quegli inattesi propositidel giudice; e lo sbalordimento fu di tal naturada preparar la viaad una susseguente indignazioneanzi ad una esasperazione cosìaperta e dichiaratache potea benissimo parer quella di un innocentecalunniato. Le parole pertanto che rispose al giudice furono quelledella collera che non ha nè ritegno nè riguardi; equesta volta non già pel calcolo consueto del suo ingegnolungoveggente e scaltroma per l'accensione spontanea del sentimentooffeso. Erasi messo al posto dell'innocentes'era lusingato d'averfatto per potersi fermare a quel posto usurpato; di piùattendeva a raccogliere il frutto dei suoi calcoli e della suafortunaallorchè di punto in bianco e crudissimamente si videfrustrato nella sua aspettazione; l'ira sua doveva dunque esserenaturale e spontanea.
Seun ladro giunge a involare con fortuna una somma di denaroeavendola nascosta in luogo da lui creduto sicuroallorchè vaper riprenderla non la trova piùil dolore ch'ei ne provaèsimile in tutto a quello del legittimo proprietario stato derubato. Ecosì nè più nè meno avvenne del Galantinoal cospetto dell'accusa e del giudice; egli sentì ed espressetutti i fenomeni dell'innocenza oltraggiata; li sentì anzi eli espresse in modo che il capitano di giustizia ne fu colpito.
Ilmarchese Recalcatid'indole miteaveva avversione a quella barbaraeredità del diritto romanola tortura; tanto è ciòvero che al Suardi la volle decretata dal Senatomentre egli stessoavrebbe potuto infliggerla; e quidi passaggiodobbiamo notarechela maggior parte dei giudici del suo tempo che avevan viscereavevano cominciato a detestarla. Viveva essa gli ultimi annia dircosìdella sua vita ferocee lo spirito pubblicosenzadichiararlo manifestamentele s'era rivoltato controa preparare ead accelerare quella morte che le doveva poi venire dal colpomeditato e risoluto di un grand'uomo.
Imedesimi sostenitori d'essaa forza di commentarla e confortarla emostrarne la validitàfacendo passare e ripassare innanzialla mente degli ascoltatori non propensinei momenti piùcaldi della disputala lettera del diritto romano e quella dellostatutario e quella dei criminalistiavean fatte balenare molteverità che dimostrarono la fallacia; verità inchiuse inquegli articoli medesimi stati scritti per darle vigore.
Moltevolte il senator Gabriele Verriche era un partigiano della torturaaveva detto e ripetuto in Senato quel titolo cospicuo del Digestodove è parlato della fragilità e del pericolo dellatortura; esso lo aveva ripetuto perchèavendo fede in quelmezzopretendeva che si adempissero tutti i suoi preliminari conrigore di scrupolo; persuaso com'egli eracheadempiendo conesattezza a tutti i dettami della leggeprima di decretar latorturaquesta non poteva infliggersi che al veramente reola cuiostinazione poi era presumibile potesse domarsi solo coi tormenti.L'uomo dialettico e preoccupatocorrendo con precipitazione alleconseguenze ultimenon aveva mai saputo fermarsi un momento di piùsu quel titoloch'ei non adduceva che per provare la necessitàdell'esattezza aritmetica nel raccogliere indizj; ma chein realtàinchiudeva già tutta quanta la condanna della tortura nelpunto stesso che le dava sanzione; bensì vi s'erano fermatigli uomini meno preoccupati e meno oppressi dal cumulo della dottrinae più illuminati dal raggio del sentimentoe ne eran rimasticolpitie tra questi il marchese Recalcati appuntoil qualeperconsuetoandava sempre a rilento e come di malavoglia quandotrattavasi di ministrare la tortura.
Sedunque stette perplesso e quasi pauroso di quanto egli stesso avevafatto allorchè sentì prorompere il Galantino con tantasincerità di sdegnoè facile a comprendersi. Se nonchea confortarlo ne' suoi dubbj e nelle sue ansieentròqualche momento dopo nella sala stessa degli interrogatorj il senatorMorosini; colui che propugnava la torturanon per una convinzionescientifica al pari di Gabriele Verrinè per considerarla unafatale necessità della procedura criminalema per una diquelle arcane voluttà della menteanzi del senso viziatochepur talvolta si riscontrano in individui non affatto pervertiti etalvoltacome nel caso nostropersino onesti; una di quelle arcanevoluttà onde si spiega il fenomeno di qualche fanciullo che sigode a denudar la farfalla delle sue alio a spennare il pulcinovivoo a percuotere fieramente in sull'aja il pollo in fuga. Taleera il senator Morosini. Egli veniva in carrozza al palazzo delCapitano di giustizia ogni qualvolta trattavasi di qualche belcaso di tortura. Compiacevasi a far egli stesso le partid'auditore e d'attuaroabilissimo come era a gettar scaltre insidienegli interrogatorj; più abile a farle riuscireaccennandoagli stessi aguzzini i modi dell'atroce arte loro; press'a poco alpari di un maestro di musica (ci fa ribrezzo l'apatica e spietatasimilitudinema un carattere dev'essere messo a nudo tutto quanto)al pari dunque di un maestro compositore che all'orchestra imponga efaccia sentire gli accelerati e i rallentati. E tantodilettavasi quel senatore di sì feroce passatempoche sifaceva portar la cioccolatagià lo abbiam dettonelle aulemedesime del capitanoe l'assorbiva lentamente dove s'interrogavadove davasi la corda.
Quandoil senator Morosini entròtutticompreso l'illustrissimosignor capitanosi alzarono; ed eglinella seggiola che gli fumessa innanzisi calòa dir cosìcon quellapesantezza convenzionale che quasi sempre affettano gli uominicostituiti in una gran caricaanche allorquando non hanno a portarenè il peso degli anni nè quello dell'adipe. Si assisedunquee nel punto che dal panciotto cavò la scatola d'orotutta a figure ed ornamenti in rilievo e a smaltoe porse il tabaccoall'illustrissimo signor capitano:
—È il lacchè? domandò; e al cenno del marcheseRecalcati non rispose che caricando a più riprese di rapatovecchio le ampie narici di un naso abbastanza senatoriale.
IlGalantino intanto s'era fatto tranquillosquadrando solo il nuovovenuto (che non era in togama in giubba rosso fuoco gallonatae panciotto di teletta d'oro) con certe occhiate fra l'iracondo e ilbeffardoche parea dicesse:
—Oh se fossimo noi due a quattr'occhinon so come l'andrebbecaronasonecon quella carta d'oro che hai sulla trippaeccellente peravvolgere il mandolato di Cremona!
Mal'attuarocome tutto tacque e il senatore ebbe rimessa la scatolanell'ampia saccoccia del panciotto:
—Ancora dunquecosì parlò al Galantinovi esorto adire la verità; e a risparmiarci il dolore di dovervi farmettere alla corda.
—Quello che ho detto ripeterò semprerispose il costituitoperchè è la pura veritàe sfido qualunqueprepotenza a farmi dire quello che non è.
—Prepotenza di chi? domandò blandamente il senatoresebbenefosse per indole focoso.
—Di chi ha la forzae l'adopera per tormentare chi non l'ha.
—Ma che ostinazione è la vostrasoggiunse allora con lentezzaquasi soave il senatoredi non voler confessare quel chemanifestamente risulta dai fatti e dalle deposizioni di testimonigiurati?
—Che cosa risulta? vostra signoria illustrissima mi illuminiperchèda quello che io so e ho l'obbligo di sapere non risulta nullanullaaffatto contro di mee sino ad ora non sono che la vittima di unamaledetta calunnia. Io sono accusato d'aver rubate delle carte almarchese F... ma chi può asserirlo? chi m'ha visto arubarle?... Dove sono questi pretesi testimonj?
—Se qualcuno v'avesse vedutocaro mionon farebbe bisogno dimettervi alla tortura. Sareste condannato addirittura come convinto.Ma voi avete detto una bugia... asserendo di trovarvi altrove nellanotte del furto mentre eravate a Milano. Però se avete negatoquesta verità secondariavuol dire che avevate interesse anegarla… Dunque se si procede oltreè perchècolla vostra ostinazione voi stesso comandate la severità allagiustizia.
—Io ero a Venezia otto giorni prima della settimana grassae ripetoche chi dice di no è un bugiardo infame.
—E questo è quel che si vedràsoggiunse l'attuaro.
Allorail senator Morosini parlò sottovoce al capitano. Questi sialzò. L'attuaro fece un cenno ai due sbirri che stavano dietrole spalle del Galantino; ed essipresolo per le braccialo trasserofuori di quella sala per condurlo nella vicinadove soleva darsi lacorda. Il senator Morosiniil capitanogli altri entraronoanch'essi in quel tristo cameronee si posero a sedererinnovandoin prima l'attuaro al Galantino l'esortazione di dire la veritàposcia accennando agli sbirri di fare il loro dovere.
Questiavendolo pigliato di sorpresagli levarono il vestito e ilpanciottoe l'afferrarono per le bracciatraendolo presso la cordache pendeva dalla carrucola.
Ilvolto del Galantino chesiccome dicemmos'era da qualche tempofatto pallidosi caricò allora improvvisamente di un rossocupo che gl'invase la fronte e gli orecchi; e l'occhionaturalmentebieco e serpentinovibrò sugli sbirri uno sguardo cosìinfuocato di furoreche fece un'impressione strana sugli astanti;posciaflessuoso e forte come un leopardodiede uno squassoirresistibile ai manigoldiavventando loro bestemmie a furia. Per unistante fuggevolissimo ei si tenne discioltoma i manigoldi loripresero ead un cenno dell'attuaroaltri due sorvennero adajutare i primi. Ned egli perciò si ristava dal dare squassiformidabili. La camiciaslacciata e laceratasi in que' fortisbattimentimetteva a nudo collopettobraccia. La chiomasollevata e scomposta e gettata or da un lato or dall'altro dellatesta in movimento assiduoor copriva or lasciavagli scoperto ilviso. L'animale uomo non comparve mai così bellocosìsfolgorantecosì formidabile nella sua giovinezza come inquel punto. Nella pelle e nella tinta v'era la delicatezza di unafanciulla; nelle formene' muscolinelle proporzioni perfettissimel'aitanza di un gladiatore giovinetto. Il medesimo senator Morosinirivoltosi al capitanonon si potè trattener dall'esclamare: —Che bel ragazzo!
Mail bel ragazzo fu incontanente tratto in alto come un fascio difieno; e un gemito ferino che sordamente gli muggì in golaperchè una volontà di ferro avea tentato ditrattenerloaccusò il dolor fisico derivatogli dalle bracciasquassate.
Cosìsospeso per ariaall'attuaro che gli ripeteva se risolvevasi a direla verità:
—La verità l'ho dettarisposeanzi urlò.
Ilsenator Morosini suggerì allora ai quattro manigoldi di alzarela vittima più presso la carrucolae accompagnò leparole caricando di nuovo le nari di rapatoe scuotendo colla puntadel pollice e dell'indice la cadente polvere dalle ampie lattughe dipizzo di Fiandra della camiciaasperse di oscura goccia.
Rialzatocosì il Galantinopotè sentirsi lo stridere dellacarrucola e il fruscìo della corda; non però un lamentodi luichealla sempre uguale domanda rinnovataglirispose semprele stesse parole.
Atal puntoper ingiunzione del capitanovenne calato giù.Sotto al labbro inferiore del Galantino i giudici videro una strisciarossa. A respingere il dolore col dolore s'era ficcati i dentisuperiori nel labbro inferioreal punto di farne sprizzar vivosangue.
Alloravenne di nuovo ammonito con mitissimo linguaggio dal marcheseRecalcatiil quale gli mise innanzi il pericolo cheper la suaostinazionesi sarebbe dovuto passare alla tortura grave col canape;ma di nuovo rispose il Galantino chegiacchè essi volevanosapere la veritàquesta l'aveva già detta; e nemmenoabbruciandolo a fuoco lentosarebbero riusciti a fargli dir labugia. Nè il capitano avrebbe insistito più oltre; mail senatore Morosini lo interrogò di nuovoe di nuovo lo fecemettere alla cordasempre però infruttuosamente; laondequando il Galantino fu rimandato in prigioneil capitano e l'attuaroe gli auditori espressero il dubbio che il costituito potesse peravventura essere innocente.
—È giovane e forteforte di corpo e d'animodisse il senatorMorosini. La tortura semplice non basta. Vedrete che confesseràtutto alla tortura grave.
Eal Senato fu spedita relazione del fattocon interpellanza se sidovesse passare alla tortura grave appunto.
Mail senatore Gabriele Verri parlò e parlò forte e mostròcome tutti gli interpreti andassero d'accordo nel proibire di passarealla tortura gravese non fossero sopravvenuti altri indizj; ondeper mancanza di essila giustizia dovette accontentarsi delrisultato della prima tortura.
Equi ci conviene tagliar crudelmente il filo del raccontoe dare unaddio all'anno 1750; perchè un altro periodosecondo noiabbastanza curioso della storia della città nostrac'intimadi affrettarciessendo ben lungo il còmpito che cisiamo assunto.

LIBROSESTO


Gliattori del secondo atto. — I due mondi. — Il Galantino. —Gli appalti delle Regalìe. — Ferma generale. — Ifermieri GreppiPezzolioRotignoMellerio. — Stranarisoluzione del popolo milanese. — La contrada delle Quattroganasce. — Editto del 7 aprile 1766. — Il tabacco dicontrabbando e la beltà adolescente. — Il monastero di S.Filippo.



I


Sonotrascorsi sedici anni. Saltano fanciulli e parlano adolescenti di cuii genitori nel 1750 o non si conoscevan tra loro affattoo nonsapevano di dover diventare marito e moglieo i loro nomi non eranostati ancor gridati da nessuna balaustra di altar maggiore; songiovinotti maturi quelli che alla metà del secolonon avendoche venti annieran chiamati fanciulli dai giovinotti maturi delloro tempo. Le belle donne cheallora nella canicola dei venticinqueannifacevano girar la testa a chi le avvicinavaora hanno varcatoil quarantesimo anno e qualche ruga incipiente hafatto caderea loro dispettoil termometro fin quasi a zero; e nonosano più sfidare le lucide e bianche mattinee molto meno ilperfido sole di mezzogiornoma amano di preferenza le luciartificialimodificate dalle seriche cortine piuttosto color rosso orosa o violaceoche gialle e verdi; ese escono a passeggisollazzevolibenedicono gli smorenti crepuscoliincaricati digettare una benefica confusione tra i confini che dividono lagioventù dalla maturanza! E chi era maturo ora èvecchio e chi vecchio è decrepito: l'avvocato Agudioperesempionon può più recarsi nemmeno in carrozza nèin lettiga al collegio dei giureconsultieobbligato al letto dalfemore cronicamente offesoserba però ancora lucidissima lamente e inesauribile la dottrina legalee dà consulti a chine vuole. Il dottor Bernardino Moscati si fa ajutare dal figlioPietro e il giovinetto Giambattista Paletta lascia la giurisprudenzaper la chirurgia superiore. Il pittor Londonio ha sparpagliato pertutta Lombardia una popolazione di vacche e buoi e asini e capre contanta verità e in tale quantitàda essere chiamato inquesto genere il primo pittore del suo tempo. Pietro Verri non èpiù il destituito patrocinatore dei carceratima unex-ufficiale ripatriatoeda cinque mesiconsigliere del consigliosupremo d'economia; e Beccaria non è più fanciullomaun giovane di trent'annigià rinomato in tutt'Italia e intutt'Europa per un libro che fu alla scienza del diritto quello chemolti anni dopo fu la pila di Volta alle scienze fisiche. E giacchèl'accennare a questo libroinsieme col libro ci fa uscire da Milanoe dall'Italiavoglia ricordarsi il lettore che poco oltre la metàdei tre lustri decorsi erasi pubblicata a Parigi l'Enciclopediaa gettare in tutto il mondo un filo di congiunzione e difratellanza tra tutti gli uomini del pensieroquel pensiero cheirretì e dominò e generò poi l'azione. FedericoII aveva fatto le sue grandi prove di valore nella guerra de' setteanni; ma la preponderanza del pensiero cominciava ad essere cosìinvadenteche il re soldato pareva spesse volte un suddito alcospetto dell'ironia dissolvente di Voltaireil Mefistofele in carneed ossaal cui confronto impallidisce e si dilegua il postumo idealedel poeta di Weimar. E il genio del sentimentointinto di pazzia earmato di sofismaaveva già dettato a Rousseau tutti i suoicapolavori e il Contratto sociale in cui stava ilgerme di Robespierre e la profezia della rivoluzione francese; ed eramorto papa Lambertinil'epigrammatica sapienzaed eragli successocolui che doveva essere perpetuato dal genio di Canova; e giacchèla chiesa ci allarga a tutto il mondovoglia ricordarsi il lettoreper farsi un'idea del colore e della densità dell'atmosferaond'è tutt'all'intorno vastamente circondata la nostra piccolasfera drammaticavoglia ricordarsi chenel frattempo da noisaltatol'Inghilterra aveva già fondata la sua compagnianelle Indiee cercato di sottrarre le mogli indiane al rogovolontarioe i fanatici al carro di Jaggernath; mentre Spagna avevaordinato il battesimo ai Cinesi delle Manillequasi nel tempo stessoche scopriva il nuovo Messico ed ordinava il censimento delleFilippine; e voglia ricordarsi che Caterina II era successa a PietroIII sul trono di Russiaed erasi fatta la pace tra la SvezialaPrussia e la Russia; e un'altra ne facevano AustriaPrussia eSassoniae un'altra ancora InghilterraFrancia e Spagna; e aproposito di Spagna e Franciai gesuiti della seconda avean depostol'abito regolarementre quelli della prima erano stati mandati permare nelle terre del papa; che nell'anno anteriore a quello a cui citroviamo oggi colla nostra storiacominciò l'insurrezionedelle Colonie Inglesi nell'America settentrionale quando appunto erauscita l'opera Dei Delitti e delle Pene. Due fatti che nonhanno in apparenza parentela nessunama che purein cosìdiverso modovengono a mostrare la scienza dell'uomo solitario el'istinto delle moltitudinianelanti alla riconquista del dirittorazionale e naturale. Ma se il nome di Beccaria ci fece uscir daMilanoora con lui dalle lontane regioni dei due mondicollavelocità quasi della lucerivoliamo in casa nostraa tenerdietro ai personaggi a noi già famigliariche cangiarono etàaspettocondizionefortuna; e a far la conoscenza dei nuoviperdominare così gli atteggiamenti di due generazioni.
Edora si ripigli il filo del quale abbiam reciso un capo.
Èprobabile che taluno dei più fantasiosi tra i nostri lettoriqualche volta abbia pensatocome sarebbe vario e bizzarro eproficuose fosse possibilelo spettacolo che si presenterebbe achi avesse facoltà in un dato punto di simultaneamente girarl'occhio e penetrare nell'interno di più luoghi e di piùdimoread assistere dall'alto alla varietà delle scene edelle azioni di molti uomini intenti a disparate cose in uno stessomomento. Tale spettacoloche è e fu sempre un assurdoimpossibile se non nelle ballate nordiche o nelle leggende del medioevonoi vogliamo presentarlo a' nostri lettori oggisenza esseremaghi e senz'avere nessuna scopa ai nostri comandi; e questo negiovaperchè sorprendendo alcuni de' nostri personaggi diantica conoscenza e alcuni de' personaggi nuovi in quell'attitudineonde ci si mostrerannovedremosenza perder tempoche intenzionihanno e da che punto prendon le mossee a che accennino.
Collochiamocidunque in altoe volgiamo l'occhio ad osservare le molteplicimacchiette delle figure che stanno e s'agitano e formicolano albasso.
Gettiamolo sguardo nella camera di ricevimento di donna Paolae la vedremoimpegnata in un dialogo seriissimo con una damadell'etàpress'a poco come la suae che è la contessa Areseconservatrice del monastero di san Filippo Neri.
Ese dopo gli occhivogliamo far lavorare gli orecchiecco quel cheal lettore potrà giovare per conoscere di che si tratta. Cosìdunque sta parlando la contessa Arese:
—Io ho creduto benedonna Paoladi renderla avvisata di questa gravecircostanza. La fanciulla è troppo bellavivace e troppoardenteperchè la si possa trattenere più oltre inmezzo alle altre educandee tanto più con quell'inconvenienteche le ho detto. D'altra parteproibirle di passeggiare in giardinoinsieme colle sue compagneprendere per lei misure particolarisarebbe un gettare lo scandalo nel conventosarebbe mettere inallarme tutti i parenti delle fanciulle... Giacchè dunque laragazza è già per varcare i quindici anniio sarei diparere che vostra signorianella sua saviezzala levasse di làe la tenesse qui sotto ai suoi occhi.
—La ringraziocontessadell'avviso e del consigliorisponde donnaPaola; ma non è cosa che si possa fare con precipitazione. Secoluich'ella diceha fatto acquisto della casa e del giardinocontiguo al convento con manifesta intenzione di gettare insidie allaragazzami pare che all'amministrazione del conventopel pericolo acui potrebbero essere esposte tutte le monache e le educande inconseguenza di questa comunicazione immediata coll'altrui dimorapotrebbe far murare una cinta ed isolare il monastero affatto. Iostessa ne farà parola... Intantodomani che è giovedìparlerò alla ragazza; sentiròe vedrò poidipieno accordo colla signoria vostraquello che si dovrà fare.
Main questo puntoin cui la nobile conservatrice del monastero di sanFilippo sta parlando con donna Paolanoigirando l'occhio efacendolo penetrare entro al monastero stessopossiamo vedere unafanciulla trattenersi nel dormitoriomentre le sue compagne educandene escono a coppie; indugiarsi un momento davanti uno specchioaccarezzarsi le chiome quasi a migliorare la gretta acconciatura delconventolevarsi il grembialetto di levantina neraassottigliarsila vita stringendo la cintura oltre il punto voluto dalla governantedel dormitorio; efatto questoaccostarsi al proprio lettotirarla stringa della fodera del guancialelevarne un gelsominoappassitoodorarlocon una inspirazione lentaestaticavoluttuosache finisce in un lungo sospiro; poi rimetterlo di furtoguardandosi in tornosotto la copertina del guancialee con passolieve lieve e quasi trasvolante uscir dal dormitoriodiscender lescale e farsi colle compagnebaciando sulla guancia la prima che lesi fa incontroma con un trasporto e con un atto cosìparticolare e curiosoche sembra quasi chebaciando materialmentequella facciacoll'intelletto del senso ne baci un'altra.
Tentaredi tradurre al vivo il profumo incantevolela vaghezzadiremotrasparentema che parrebbe voler dissimulare i tratti piùrisentiti di quell'adolescente beltà; rendere quella grazialieve e quasi fuggitiva e che lascia indovinare comescorrendoqualche lustroella potrebbe forse ritrarsi per lasciar luogo aforme più compiutepiù sodepiù solenni;tentare adunque di tradurre ciò in sembianza di veritàvivaè impossibile. Anche ai pittori è malagevole piùche mai il far ritratto della beltà femminile adolescente;forse perchè presenta il fenomeno d'un'assidua ineguaglianza.
Manel punto che questo lavoro ineffabile della natura artefice bacia ilvolto della fanciulla compagnalungi da Milanoa Bolognain unadelle aule assegnate alla facoltà matematicala laureatacontessa Clelia V...seduta nella cattedrasta leggendo ad unuditorio di trentacinque giovani studenti le seguenti parole:
«Galilæusad Magni Verulamii votum deterso scholarum situ veterum geometrarumseveritate ratiocinari homines edocuitet quadam veluti expeditionein lunamveneremsolemjovemet fixas usque feliciter absolutaad reformandam physicam et mechanicam delapsus genuina principiaaperuitquibus problemata motus omnia expedirenturecc.»
Eintanto che la laureata contessa sta recitando la sua prolusioneaMonaconella casa vicina al teatroil tenore Amorevoliinvariopinta veste da camerasta scorrendo questo brano di lettera delsignor Brunimarito della signora Gaudenziil quale brano dicecosì:
«Lasciandoper ora il discorso della mia Gaudenziche ha fatto furore a Napoliquantunqueper veritànon sia più giovanevi diròche essendo io venuto a Milano per trattare con questi signoriinteressati all'appalto del regio Ducale Teatro la scrittura di miamoglie pel prossimo carnevale 1766 67ho raccolte le notizieche m'avete raccomandato. La fanciulla è tra le educande delmonastero di san Filippo Nerie porta il nome del conte V...e cometale anzi fu collocata colà; il conte che vive ancora quihafatto causa per declinare la legittimità di detta suafigliuola... La causa dura da quindici anniavendo il conterinnovata la lite più volte per essergli sorvenuti semprenuovi documenti e testimonianze da persone di Milano e di Venezia. Mail Senato ha rigettato le sue domande ed ha pronunciato sentenzacontrariadichiarando sua figlia legittima quella che voi sapeteeavente per conseguenza pieno diritto al nome del casato del conteall'ereditàalla successione.»
Scorsala qual letterail tenore non fa altro che sorridere e dallapoltrona passare alla spinetta a ripetere de' vocalizzi per tenere inesercizio la sua trachea oramai di quarantadue anni.
Edalla casa attigua al teatro di Monacopiegando ancora l'aladell'occhio verso Milanoe fermandola al disopra di una casa incontrada di Pantanodopo aver percorsa una fuga di stanze apianterrenoin ciascuna delle quali stanno seduti giovani scrivanicol capo chino su grossi libri maestrivediamo in un salotto unbellissimo giovane di trentacinque annivestito riccamenteovverosia vediamo il signor Andrea Suardidetto il Galantinoorabanchieresuccessore al signor Rocco Rotignoquale altro degliimpresari della Ferma generale del saledel tabacco e dellemercanzie del ducato di Milanointento a dir queste parole ad un suocommesso:
—In forza dell'articolo ottavo della grida del 7 aprile di quest'annofarete oggianche per ordine del presidente cameralecome appare daquesto foglio che terrete con voiuna rigorosa perquisizione nelmonastero di san Filippo Neridove sappiamo essersi nascosta unagran quantità di tabacco di Spagna. Nel fare taleperquisizionetrattandosi d'un luogo privilegiato e godente delsacro asiloper vostra norma vi farete leggere prima dal capo dellostudio il disposto nell'ultimo concordato colla santa sede.
Licenziatoil qual commessoil nostro ex lacchè tira il campanelloe al servo gallonato che gli compare innanzi:
—Fa mettere la sella al cavallodiceche voglio uscire a fare unagaloppata.
Euna galoppata in questo medesimo istante la sta facendo un giovane diventisette anniil quale chi ha veduto il ritratto di Shelleyilfantastico amico di Byronè costretto a dire che gli somigliain tutto e per tutto.
Edi fatto il giovane è figlio di padre ingleseossia èlord Guglielmo Crallossia è il figlio maggiore di donnaPaola Pietra. E il giovine caccia il cavallo a furiaavendoprobabilmente per isprone e per iscudiscio un pensiero che lo esaltae dopo aver fatto il giro di tutte le mura della cittàse nevien giù per porta Romanae d'una in altra viafa sentire loscalpito suonante del suo cavallo nella contrada Nuovadov'erasituato il monastero di san Filippoe nella qualevenendo dalnaviglio di porta Tosaentrapur galoppandoil signor AndreaSuardiincontrandosi in lord Crall appuntoe voltando subito doponella porta d'una casa.
Edora che abbiam fatto sfilare la maggior parte degli attori delsecondo attoimitando i direttori delle compagnie equestri cheallorchè danno spettacoli nell'arenaprima d'incominciarefanno caracollare in giro i così detti artisti che devonoprodursi sulla cordasui cavalli e sulle bighe; ora dunquepreviealcune spiegazioni troppo necessarie al lettoreper comprenderetalune inaspettate trasformazionistiamo attendendo quel che saràper succederegiacchè pare che il celebre sestetto dellaCenerentola — O che nodo avviluppato — sia statoscritto espressamente dal maestrone per essere poi applicato comeepigrafe al nostro libro.



II


Eintanto ci rimetteremo in compagnia del sig. Andrea Suardi che ful'ultimo rimasto sul palco scenico. Il lettoredopo aver lasciatocostui nelle stanze del Capitano di Giustiziain una condizionetanto prossima alla berlinaavrà fatto le maraviglie nelvederlosedici anni dopolibero e sano e più bello di primae colle apparenze della ricchezzae avente un servitore coi gallonial proprio servizioe un cavallo da sella per le passeggiate didiporto. Ma la fortuna e il diavoloin tutti i tempihan sempredato il braccio a' furfanti.
Edora è probabile che il lettore si lamenti dell'aver noitroncato il processo del nostro eroe. Peròa confortarloloconsigliamo a pensare alla noja che avrebbe dovuto subire se avessimoriprodotto qui tutto quello che fu scritto dagli attuari e dagliauditori del criminale dopo l'ultimo tratto di corda dato alcostituito lacchè; lo preghiamo a considerare cheda tantacarta e tanto inchiostro il solo fatto importante che ne risultaèchenon essendo sorvenuti nuovi indizjsi dovette desistere dallatortura grave; e che dopo sei mesi di indaginirequisizioniinterpellanzedi esami fatti a gentiluominiservicamerieriecc.non essendo saltato fuori neppure un appiglio importante a danno delcostituitoesposta in ultimo ogni cosa al Senatoquesto sentenziòche il reo convenuto Andrea Suardidetto il Galantinodovesserimandarsi in libertàmancando le prove reali del delittoond'era stato imputato.
IlSuardiappena uscito dalle carceri del Capitanodal quale gli furonconsegnati i chirografi del denaro che esso aveva depositato sulbanco di San Marco a Venezianon pensò che ad abboccarsi colsignor Rotignoagente della casa F...
Dopola morte del conteche nel testamento gli ebbe assegnato un legatodi milanesi lire 200 milal'ex-agente avea abbandonato la casa F...e si era congiunto al suo fratello Rocco per intraprese commerciali.
Orasi venne maturando un fatto pubblico che diede poi un avviamentospeciale e curioso ai fatti privati. In quell'anno medesimo 1750anno fatale a quelle persone di cui abbiamo fatto la conoscenzailgenerale Pallaviciniministro plenipotenziario a Milanocome sa illettoreabolì i separati appalti delle regalie del saledeltabaccodella polvereecc.e formò la così dettaFerma generaleriunendo tutte le suddette regalie in un sol corpoed affidandole ad una società costituita in prima da treBergamaschiquali erano Antonio GreppiGiuseppe Pezzolio e il dettoRocco Rotignoa' quali in seguito si aggiunsero Giacomo Mellerio dival VegezzoFrancesco Antonio Bettinellicremoneseed altrifracui il fratello di Rocco Rotigno.
Premessaquesta notiziae tornando ai nostri personaggise il Galantinoappena uscito di prigionepensò all'agente di casa F...;questi non era mai stato un giorno solo senza pensare al detenutochiara ragione che dalle risultanze del processo dipendevano quasiimmediatamente le condizioni della sua vita. Ben è vero cheappena venne in possesso della somma legatagli dal conte F...domandò licenza all'erede di ritirarsi dall'amministrazionedella casaaccusando il desiderio di voler ridursi a vivere aBergamopresso il fratello Roccoche vi teneva commercio di seta;ma in realtà per trovarsi lontano dal ducato di Milanodi cuifin che gli pendeva sul capo la spada di Damoclegli bruciava sottoil terreno.
Maun dì gli giunse la notizia che il lacchè Suardi erastato rimesso in libertà per mancanza di prove legalie peravereanche sotto la duplice prova della tortura semplicecostantemente respinta ogni accusa. Il Rotigno respiròcom'èben naturalee per tal fatto gli si mise una tale bonarietànel sangue e s'atteggiò a tanta condiscendenzache quando ilfratello Roccoche spendeva più di quello che guadagnava eche trovavasi in qualche disordine commercialegli propose d'entraresecolui in una impresache doveva essere lucrosissimapurchèegli fosse disposto ad esporre alla fortuna la metà almeno de'suoi capitaliegli vi annuì senz'altro.
Codestaimpresa così vantaggiosa era appunto l'accessione che egliilRotignocome altro de' socjdoveva fare alla Ferma generale deltabaccosale e merciecc.istituita dal conte Pallavicini. L'anno1750 era in sullo scorcio quando i tre fermieri generali GreppiPezzolio e Rotigno vennero a trattare i patti col ministroplenipotenziario. Entrava l'anno 1751 quando i loro nomi furonopubblicati quali assuntori dell'impresa. E in quel torno appunto ilSuardi s'eradopo sette mesi di detenzionetrovato sotto il liberocielo.
Questifermieriintanto che scadeva il termine imposto dall'abolizionedelle regaliee prima d'entrarea così direin caricasitrovarono aver bisogno d'un gran numero d'impiegatidi commessidiesattoried anche di socj ausiliarji qualicongiungendosi ad essicon qualche piccolo capitalericevessero da' fermieri principali unsalario congruo e una data quota sugli utili annui.
Quandosi pensa ai miracoli che sa far la fortunaallorchè hafermamente deliberato di prendere alcuno a proteggeresi rimanepercossi di maraviglia vedendo come quegli accidenti stessi che perla maggior parte degli uomini sono colpi mortali e ostacoliinsormontabilidiventino per i suoi beniamini occasioni difelicissimi avviamenti. E così avvenne del Galantino. Cercatodel signor Rotignocome sentì ch'esso erasi ritirato aBergamoandò colàtrovollo senza difficoltàebbe lunghi abboccamenti seco; e il fine di questi abboccamentiessendoper parte del Galantinoquello di riscuotere da lui ilresiduo della somma di compenso che gli era stata promessailRotigno di necessità lo soddisfecee per soprappiùimportandoglicome se si trattasse di salvar gli occhi e la vitadimettere a tacere per sempre quel serpe velenoso da cuivolere o nonvolereegli dipendeva; gli propose appunto di entrare come esattorea servizio della Ferma generaleinvestendo in quella una parte delsuo danaroond'essere accettato come uno de' soci secondarj.
IlSuardialla cui intelligenza balenò tutta l'importanza diquella vasta aziendaaccolse il partitosiccome suol dirsia boccabaciatae impiegate nella Ferma lire quindici mila milanesientròin carica quale altro degli esattori. Essendo uscito innocente persindalla prova della torturaegli non provò rossore nessuno atornare a fermar stanza a Milano. D'altra partecomunque fossero lecoseil pudore era un elemento del tutto straniero alla natura sua.Venne dunque a Milanosi diede al suo ufficio con alacritàinsolita e con un'attivitàquasi diremmofebbrile. La spintaprepotente d'ogni suo attofin da quando era fanciulloera semprestato l'amore del denaro. Venuto pertanto al posto di esattorefutanta la sua abilità e scaltrezza nel trovar modo di cavarsangue anche dalle rapechementre riuscì il piùpronto e il più efficace degli esattori della Fermatanto darecare a questa vantaggio grandissimo; indirettamentecon astuziespeculative che a nessun altro sarebbero venute in pensierointascava lautissimamente anche per sè. Col tempo impiegònella Ferma altre lire ventimiladalle quali e dalle altrequindicimila ritraeva il cinquantail cento per cento. Pietro Verriin una memoria inedita di cui è riferito un brano dal baroneCustodiparlando dei fermieridice che «costoro avevano pocoo nulla al mondoma affrontarono arditamente la fortuna. Essipagavano alla Camera cinque milioni all'anno e ne ritraevano di nettoprodotto sei milioni e mezzo. Indirettamente poi essi avevano postetali angarie alla filanda delle seteche buona parte della raccoltadei bozzoli del paese cadeva nelle loro filandele quali eranosparse nello Statoe comparivano col nome di supposti proprietarj.»Avvenne pertanto chenon volendo figurare il Rotigno Rocco qualeacquirente di una vastissima filanda di setasul confine delBergamascoper le ragioni addotte sopra dal Verriil Suardi nefosse investito apparentemente; ed anche da ciòalla suamanieraritrasse vantaggi quanti ne volle. Avvenne inoltre che ilfratello del Rotigno Rocco venne a morire nel gennajo dell'anno 1752la qual cosa produsse altre conseguenze vantaggiosissime al Suardi:ed eccone la ragione. L'impresario Roccoche già era venutoallorchè attendeva al semplice commercio delle setea tristiterminiper la sua abitudine allo spendere più delle entrate;fatto fermiere ein poco tempotrovando di poter raccogliereguadagni al di là d'ogni preventivoerasi dato alla largavitaal banchettareal signoreggiaresenza darsi più unpensiero al mondo del governo della casaperchè di ciòera specialmente incaricato il fratello ex agenteprudenteamministratore. Di modo che pare che un giornale di quel tempointitolato il Corriere Zoppoalluda a lui in quel numero delmese di dicembre dell'anno 1753dove è stampato che ifermierioltre i gran profitti che traonopascono la propriaambizione nel signoreggiare e nel farsi servire alla sovrana da unatruppa di commessi.
Mortoglipertanto il fratelloe datosi a sfoggia bagordia giuochiascialacquie non avendo più mente per governare il fattopropriofececome suol dirsicarta bianca al Suardidi cui quantole mani fossero fedeliil lettore lo sa al pari di noi.
Dal1752 pertanto al 1754per parte del signor Rocco Rotignonon fualtro che un guadagno continuo e senza misura e uno spendere inproporzione; e da parte del Suardiocchio dritto e mano dritta delsignor Rocconon fu altro che un usufruttare il capogiro del suoprincipaletanto da far entrare in casa propriasenza che nessunose ne accorgesseo almeno senza che se ne accorgesse chi potevaimpedire tal fattobuona parte dei redditi annuali di coluia nontener conto de' guadagni legittimie non legittimich'egliqualeesattore e cointeressatofaceva per se stesso. Questa cuccagnacontinuò senza interruzione e senza importuni timori sino almese di agosto del 1754. Ma in questo tempoil popolo milaneseindignato dalle espilazioni sistematiche della Ferma generalefecetale risoluzione e la attuò con tale fermezza e concordia divolontàche le casse dei signori fermieri per qualche tempone dovettero sopportare gran danno.
Larelazione manoscritta di questo fatto sussiste nella biblioteca diBrerae fa parte della raccolta di quel monaco Benvenuti disant'Ambrogio ad Nemusda cui abbiamo tolta la storia di donna PaolaPietra; e su questa relazione sarebbe stato nostro pensiero dicondurre un quadro disegnato e colorito in modoche il lettorefossecome a diretrasportato in mezzo a que' fatti. Ma unistancabile scrittoremolti anni sonoavendo pubblicato gran partedi quella cronacanon ha lasciato che noi potessimo far cosa nuova.Però ci limiteremo a riassumere i fatti principali di quellarelazione stessa con quegli intendimenti che non sono in essa e chenon si propose chi la diede in luce; riporteremo poisempreriassumendoquelle parti della cronaca stessa che il suo editore hacreduto bene di ometterema che al fatto nostro riescono preziose ecaratteristiche. Nell'azione così di un astuto furfante (ilSuardi) infaticabile a frodare il danaro pubblico per la protezioned'improvvide leggie nella reazione oculatasapienteed ugualmenteinfaticabile di un generoso e vigoroso intelletto (il Verri) che sipropose di difendere la pubblica ricchezza dalla mano rapace dipochivedremo un atteggiamento curioso di quel tempoe la crisibenefica operarsicome in quasi tutti i membri della societàd'alloracosì anche in codesta parte della pubblicaamministrazione.



III


Piùdunque era il guadagno de' fermieri e degli interessati della Fermapiù cresceva in essimeglio che il desideriola libidine delguadagno e la gelosia sospettosa che il pubblico frodasse loroqualche cosa. In quell'anno 1754 erano diventate frequentissime evessatorie le perquisizioni nelle botteghene' magazzininelle caseprivatepersino in quelle delle più cospicue famigliepersino ne' conventi e nei monasterii privilegi de' qualiinfaccia alle inesorabili esigenze della Fermavenivanotransitoriamente sospesi dalla sacra Congregazione. L'avarizia el'auri sacra fames de' fermieri aveva loro consigliato unsistema di prodigalità nella corruzionevogliamo dire cheessi facevano regali così lauti e pesanti ai pochi nelle cuimani stavan le redini principali della cosa pubblicache questiinteressati indirettamente negli utiliaprivano le mani per starpronti a chiudere gli occhie a proteggere gli abusile prepotenzee le esorbitanze colla legge e colla forza. A Ferragostoa Nataleogni qualvolta era opportunosi mandavano a coloro che potevano quelche volevanocasse di cioccolata sopraffina di Caraccai cui panidovevano far l'ufficio di coprire un sedimento di tallerio dizecchinio di oggetti preziosi in oroin argentoin gemmeaseconda del grado e dell'indole dell'uomo. Una volta tra l'altre —e crediamo sia stata la sola perchè l'occasione e il bisognofu della massima importanza — un servizio da tavola tutto d'orodel valore di circa ottantamila ducativenne avvolto nella bambagiadissimulato appunto dalla fragranza del cacaodel thè e delcaffè; e così spedito al ministro Kaunitz. Nel torbidoadunque si pescava chiaro; e il sinedrio dei divoratori sedeva atavola con formidabili ganasciementre i loro commessi entravanodappertutto insolentemente a metter sossopra mercimasseriziemobiglieper cercare quel che talvolta non c'erae spesso per averel'occasione di metter l'indulgenza a caro prezzo.
Unatale tempesta imperversòcome dicemmoin quell'anno 1754 piùancora degli anni addietroal punto da costringere i cittadini aperdere la pazienza.
Inpoco spazio di tempodice il cronista di sant'Ambrogio ad Nemusla città in ogni ordine di persone si vide tutta contro ifermieri. Non potendo privarsi degli oggetti utili eindispensabili per privare i fermieri del guadagno che ne ritraevanorisolsero di smettere l'uso del tabaccodal quale appunto ricavavala Ferma il principale provento. Sembra incredibile ma fu verocontinua il cronistaed in poco più di quattro giornitantonella città capitale che in altre città del Ducatol'impresa del tabacco rimase quasi del tutto abbandonata. Sibruciarono in piazza mucchi di tabacchiere di legno; quelle d'argentofurono mandate in offerta al sepolcro di san Carlo; si stamparonopatenti scherzevoli sopra il tabaccoe motti derisorj da mettersinelle scatole vuote e da inviarsi a chi si fosse pensato di nonobbedire al voler generale; si scrissero componimenti poeticisonettischerzi d'ogni sorta che rapidissimamente facevano il girodi tutto il Ducato. All'ingresso dell'Impresa generale del tabaccosituata in Pescheria Vecchiafu appeso un cartello colle parolecubitali: Bottega d'affittare fuori di tempo; fu gettato unarcolajo tra gli assistenti della Ferma che sedevano in essa bottegaper indicar loro che attendessero a far giù filonon avendopiù occasione di vender tabacco; s'indirizzò da essiuna frotta di contadinevenute a Milano per vender filo; di nottes'affiggevano in molte parti della città iscrizioni d'ognifoggiarelative tutte al medesimo oggetto; fu fatta circolare unaleggenda erudita contro il tabaccoestratta dalla scuola del BuonCristianostampata nel 1733 dal Marelli; fu diretto un sonetto a suaeccellenza il signor conte don Beltrame Cristianicapo della Giuntagovernativasostenitore de' fermierie mangiatore anch'esso allabuona tavola comunesebbenedel restofosse un egregio ed abile edotto uomo; le quartine del qual sonetto erano le seguenti:


Ilvolere arricchir troppo le Imprese
Èun vero impoverir tutti i mercanti
Èun voler che Milan fra stenti e pianti
Vadail vitto a cercar fuor del paese.
Mancail danaro e non si guarda a spese
Perarruolare battidori e fanti;
Giurose va cosìper tutti i santi
CheMilan diverrà come Varese.


Sullanuova fabbrica del palazzo dello stesso conte Cristiani in Monfortefu appesa l'iscrizione: Sumptibus Firmaræ generalis; laqual contrada di Monforteappunto per esservi il palazzo del conteCristianida qualche anno veniva chiamata dal buon popolo milanese:Contrada delle Quattro ganasceadoperando esso al solitoquella satira gioviale che è una qualità caratteristicadella sua indole e di cui è tutto quanto condizionato il suodialetto.
Persei mesi continuò così la popolazione ad astenersi daltabacco. Se non che i lamenti essendo stati rivolti anche allacattiva qualità di quello che si vendeva prima dell'anno 1754i fermieri cominciarono a introdursi con destrezza tra persona epersonaa donare alcune prove di tabacco veramente perfetto a variedelle più cospicue e nobili casele quali a poco a poco siarresero. E Andrea Suardicon insolita scaltrezzaper ricattarl'impresa e ricattar sè stesso del danno passeggieroproposeai capi della Fermaal fine di rimuovere il popolo milanese dallarisoluzione di non prender tabaccodi farlo venire da altroveperqualche tempocome se fosse di contrabbando.
Edegli s'impegnò di governare il nuovo stratagemmae di vincerela universale fermezza coll'inganno. Di tal modo l'astuto ottenne digabbare e la popolazione e la stessa Ferma; chè l'una el'altraprese come furono all'amolavorarono a tutto suo vantaggio.Ed ecco in qual modo.
Damolto tempo egli erasi accorto del quanto avrebbe guadagnato chi sifosse posto a capo di un vasto contrabbandomettendo in lizza l'odioche la popolazione avea contro la Ferma; ma un tale assuntooltreche era pericolosissimo per chicchessiaa lui riusciva impossibileimpegnato com'era colla ferma stessa; perchè necessariamenteavrebber dovuto dar nell'occhio le sue pratiche coi capi deicontrabbandieri di confinedetti volgarmente spalloni. Quandopertanto gli parve che il contrabbando poteva servire a far credereal popolo che a prender tabacco frodato si perdurava nelladimostrazione contro i fermierie che ciò intanto venivaopportunissimo a far ripigliare un'usanzacheper puntigliopoteafacilmente andare in dissuetudineegli lo propose ai capia cui ilnuovo trovato parve una scoperta mirabile. Il Suardi in tal modosotto gli occhi e per volontà degli stessi fermierisi misein relazione coi così detti spalloni di confinerelazione che non abbandonò piùanche allorquandodopo un annoogni cosa tornò alla condizione primiera; per ilche e da una parte e dall'altra i guadagni fioccarono nella suacassa.
Mandavainesorabilmente i suoi fanti a sequestrare nei magazzini e nellebotteghe il tabacco e le altre mercanzie di contrabbando; ed eraspesso quel tabacco ed eran quelle mercanzie stesse de' cuicontrabbandi egli era il manutengolo supremo. Così era pagatolautamente dai capi della Fermae nel tempo stesso era ringraziatodagli spalloni che guadagnavano per lui e con lui. Faceva da Giasonee facea da Medeafacea da Paride e Menelao. Tanto il diavolo potevaparere un semplicione al suo confronto.



IV


Rimessasila popolazione milanese in tranquillitàsbolliti gli odjalmeno in apparenzaricomprate le tabacchiereriscossi i nasi dalsemestrale riposoi signori fermieri e compagnia tornarono adassidersi a tavola coll'appetito accresciuto e coi piloriinstancabilie più il tempo fuggiva dal temuto agosto del 54più si facevano imperterriti alle espilazioni ed allevessazioni. La miniera dell'oro e dell'argento a loro medesimi parevacosì esorbitantemente riccache pel timore che da un giornoall'altro loro potesse mai venir toltafacevano in fretta e infuriaa così direle scorte per ovviare ai pericolicontingenti. Un tal timore crebbe nel 1758in conseguenzadell'abolizione de' fermieridecretata negli Stati Pontificj il 12dicembre 1757e delle lodi che da tutte le gazzette e dai foglipubblici vennero al capo della chiesaBenedetto XIV. Segnatamentenel Corriere Zoppo o Mercurio storico di Lugano fustampato un lungo ed assennato articoloche fece gran senso; e nelqualetra l'altre cosedopo dimostrati i vantaggi che dovevanoconseguire negli Stati romani alla risoluzione pontificialeggevansiqueste considerazioni:
«Chiunquesi fa a vedere que' paesine' quali è libero tal genere(ossia il commercio del tabacco dalla Ferma)a prova conosce che lelusinghevoli esibizioni de' fermieri non finiscono poi che aspopolare e ad inquietare le cittài cittadini e iforestieria tutto loro profitto e con iscapito del principe a cuiservono.»
Esoggiunge (alludendo senza dubbio al ducato di Milano): «Si èsperato in un luogo fioritissimo d'Europa poch'anni fache sidovesse abbracciare l'opportuno partito preso ora dal Pontefice. Lecompensazioni proposte al Re per reintegrare le sue finanze delprodotto di tale appalto e i beni che ne sarebbero avvenuti nelloStatoerano posti in tal chiarezza da un gran personaggioche ipopoli credevano da un giorno all'altro di sentirne l'abolimento.
«Oraperòconchiudeche il capo della Chiesa ha dato un cosìbell'esempioè credibile che sarà da altri principiimitatoe che essi approfitteranno dei vantaggi che puòprodurre il dilatato commercio d'un genere reso tanto comune. Se iltutto si riducesse ad appaltile città più fioritediverrebbero solitudinirestringendosi a poche case quel che èil sostegno di tante famiglie.»
Ilfatto adunque del decreto pontificiola voce pubblicale gazzettemisero in tale apprensione i signori fermieriche questi presero ilpartito di Wallensteinil quale saccheggiava i paesi quando vedevadi non poter fermarvisi a lungo coll'esercito.
Fratutti i fermieri e gli addetti alla Fermaquel che viveva in minortimore era pur sempre il Suardiper le ragioni sopraccennateedanche perchè in quell'anno medesimo il signor Rocco Rotignoin conseguenza di una prodigalità forsennatadei colpimaestri che egli il signor Suardi aveva dato al di lui navigliopericolantecarico di debiti enormisparì improvvisamente daMilano nel mese di ottobre. La favola del cavalier Beltrame e diRoberto il Diavolo s'era verificata nell'intimità del Suardicol Rotigno; e questi dovette perder tuttosollecitato dalle maligneinsinuazioni del suo amministratoreche comparve in prima lista fra'creditori quando il fallimento venne pubblicato.
Riguardoal detto Rotigno è curioso il Monitorio pubblicatonelle parrocchie della città di Milanosegnato dal canonicoBazettacancelliere arcivescovilee stampato in Milano perBeniamino Sirtoritipografo arcivescovile. È diretto a tuttii reverendi abatiprioriprevostiarcipretirettoricurati evice curati delle chiese tanto regolariquanto secolariecomincia così: «Ci è stato esposto per parte dicerti signori di questa cittàche alcune personeli nomidelle quali non si sannoin perdizione delle anime loro ed in grandanno dei creditori del signor Rocco Rotignoindebitamenteoccultanodetengonooccupano o sanno chi indebitamente hadetieneoccupa ed usurpa oro ed argentodenariferrolegnobronzostagnoramelinosetasuppellettili di casaistromentiscritturelibri de' contiragionicrediti ed altri beni spettantial detto signor Rocco Rotignonon curandosi di restituiresoddisfare e rivelare come devono...»; e continuacomandandoai sopraddetti«che in virtù di santa obbedienza esotto pena di sospensione a divinis nelle loro chiese inpresenza del popoloavvisino pubblicamente le persone diqualsivoglia statogrado e condizione le quali occultanousurpanoecc.che in termine di nove giorni debbanosotto pena di scomunicaaver interamente restituito a' detti creditori ciò chedetengono»ecc.; e conchiude invitando anche i soli aventinotizie di qualche mal attoa far le debite rivelazioni in mano delcancelliere arcivescovile o del vicario foraneocolla dichiarazioneche delle rivelazioni non si potesse agire che civilmente e per solointeresse civile.
Perverità non constama ci pare chetenuto conto dei fattiprecedentie avuto riguardo agli istinti rapaci del nostro ex lacchèGalantinoegli avrà dovuto essere uno di quei tali detentoriminacciati di scomunica. Ma nessuno si occupò di farrivelazioni a danno suonè egli si prese premura alcuna diconsegnare o al cancelliere arcivescovile o al vicario foraneooggetto di sorta; nè la scomunica lo colpì mai nèallora nè dopo. Bensì fu notato com'essoda una certamagrezza accidentalema che non fu troppo fuggitivala quale avevaalterato di qualche poco la sua bellezza giovanilecominciò ariaversi alquanto dopo la morte del primo Rotigno; se ne rifece quasidel tutto dopo la scomparsa del Rotigno secondoe trascorso un annogli si soffusero di novello incarnato le belle guancecheritornarono tumidette e rigogliose di beata salute: press'a pocosiccome avvenne di alcuni famosi eroi delle antiche e delle modernestoriei quali dalla squallida magrezza onde furono investiti sottoall'azione violenta dell'insaziato genio della conquistasi riebberoquando poterono appagare la loro ambizionee raggiunger l'ultimointento.
Eotto anni passarono così al Suardi tra la giovinezza chebaldanzosa gli maturavae la salute che continuavae l'allegria checrescevae la ricchezza che s'accumulava. Ma a un tratto lapopolazione milanese sbuffò come nel 1754e fu nell'occasionein cui venne pubblicato l'editto del 7 aprile 1766provocatocertamente dai fermiericoi soliti mezzi onde sapevano otteneretutto quel che volevanoe forse da essi medesimi imaginato escrittoperchè l'assurda violenza che v'è comandatanon può spiegarsi se non facendone autrice la loro insaziabileingordigia. L'editto consta di ventotto articoline' quali ètenuto contocon minutezza cavillosadi tutti i casinon soltantoprobabilima semplicemente possibili in cui la Fermarispetto allaregalia del tabaccopotesse menomamente venir danneggiata. Le peneper la detenzione clandestina di tabacco frodatovarcanosenzanessuna apparenza della benchè menoma giustizia legaleognimisura di proporzione colla colpa; poichè si estendono dallamulta di scudi cento per ogni libbra di tabaccoa due tratti dicordaa tre anni di galerapersino alla confisca dei beni; equelche è incredibile a dirsiquesta pena veniva minacciata a'padroni per la possibile colpa dei serviai padri per la colpa deifiglicome dichiarava la lettera del capitolo primo. E la soladetenzione di tabacco esteropur in quella piccola quantitàche non potea passare il privato consumoveniva punita colla frustacolla cordacol bandoe quando si trattasse di nobilicollarelegazione in fortezzaa tenore dell'articolo terzo. E davasifacoltà agli ufficiali e deputati della Ferma di entrared'ogni ora e tempoa loro beneplacito in casa di qualunque personadi qualsivoglia statogrado e condizione... come in qualunque luogoesente di rispetto e privilegiatoa sensi dell'articoloottavo; e persino di far perquisire nei castelli e nei quartierimilitariinfliggendo la pena dell'indennizzo del quadruplo del dannoe del sequestro del soldo ai castellanicapitanitenenti edufficialicome ingiungeva l'articolo undecimo.



V


Orpiegando dai fatti pubblici ai privatialcune pagine addietroabbiamo udito il Suardi a dar gli ordini ad un suo commesso per unaperquisizione da farsi nel monastero di san Filippo Neri. Pareadunque che il tabacco di contrabbando sia per aver qualche relazionecoll'adolescente beltà che già abbiamo delineato conmatita color di rosae che forse avrebbe avuto tutt'altro avviamentonella vita se non ci fosse stata la Ferma generale del tabaccoe senon fossero stati pubblicati i ventotto capitoli dell'editto del 66.Gli amanti delle salsette piccantiche odiano il tabacco edhanno in orrore i capitolativogliano compiacersi a crederequalche volta che alle cose più scabre si connettono le piùvaghe e gentilie che se un libro dovesse tutto quanto esserecosparso di amori e sospiri e baciprovocherebbe una sazietàda far desiderare l'abolizione dei bacidei sospiri e degli amori.
Dopodi ciòil nome di quella beltà adolescente era Adanome cheper quanto ci constanon fu portato che da due donnecelebrivale a dire dalla moglie giovinetta di Caino e da unafigliuola di lord Byron. Come poi le sia stato imposto quel nomepochissimo usato adesso e allora forse ignotonon essendo ancorauscito il mistero di Byron a renderlo popolarebisognadomandarlo a sua madreche un dìleggendo la Bibbia perconsigliarsi coi proverbj di Salomonenello sfogliare il librolecorse all'occhio la parola Ada che è nella Genesi e fu cosìcolpita da quella parola soave pel duplice a e per laconsonante di greca mollezzache ricercando da qualche tempo un belnome da imporre a chi ella doveva mettere in luce fra pochi dì:— Ecco quel che cercavadisse fra sèpel caso che chinascesse avesse la fortuna sì poco benigna da essere piuttostofemmina che maschio. — E così avvenne di fattoe lafanciulla fu chiamata Ada. Portata al sacro fontela neonataquandol'inconscia sua testolina sentì il freddo battesimalemandòguaiti sì acutiche pareano persino presaghi di futuriaffanni. Dopoper tutto il tempo ch'ella pendette dalle poppematernefragranti come quelle d'Andromacaobbedìsaporitamente alle leggi fisiologiche di quel periodo di sedici mesi.Indi subì le malattie inevitabili dell'infanzia; subìun croup assalitore che mise in disperazione l'amor materno ein moto tutta la facoltà medica di Milano; ebbe le ferseche minacciarono di rientrare per un colpo d'aria infesto. Poi fudivisa da sua madre che andò a Bolognaperchè suamadre era donna Cleliacome il lettore sa sebbene non glielo abbiamoancor detto. Quando la contessa passò in quella città(perchèin conseguenza di talune bizzarrie delconte colonnelloche non basterebbe chiamar taliessendo statepiuttosto atti pericolosi di feroce escandescenzaella dovetteabbandonare Milano)la fanciulla aveva cinque anni; quattro nescorsero prima che donna Clelia vi ritornasseper rivederla dipassaggio e di gran premuracogliendo la propizia occasione che ilconte V... era andato per diporto a Parigi. E allorchè lavideammirò beata quel suo capolavoro di bellezza infantile;tanto più beata quanto più le pareva di veder nel lumedi quegli occhi giovinetti balenare un raggio d'altri occhibenchènell'insieme la fanciulla fosse tanto somigliante a sua madre come laparte più piccola somiglierebbe alla parte maggiore di unagemma preziosa che si potesse dividere in due. E la passione chepellavoro del tempos'era in lei tanto quanto attiepidita rispetto acolui che sa il lettoreriproruppe nell'intimo suo un dì chela fanciulladandosi a ridereriprodusse una lieve e fugacealterazione delle linee del visoche era caratteristica in suopadre; diciamo — in suo padrenon nel conte V...
Ècosa dolorosissima a pensarsimatroppo spessoella è vera.Le passioni nate e cresciute e alimentate in onta al gridodell'opinione pubblicae al decreto dell'assoluto doveree alsoliloquio assiduo della coscienzasono le più ardue asradicarsi da un cuoree spesso non si sradicano che colla vita. Unamore invece che sia stato protetto anche dalle sospettose madriebenveduto dai padri perplessie che abbia meritato lecongratulazioni di tutto il parentorioper quanto ei sia fervidoagli esordjè destinato a svamparead addormirsia morireappena abbia percorso il suo periodo fisiologico; a morire in pacebensì e a suo lettocome suol dirsima pur sempre a morire;press'a poco forse come i conforti incessanti di una vita agiataafflosciano l'esistenzae i leni tepori del caminetto ponnoaddormentare dopo il pranzo anche uomini attivi e impazienti comeGiulio Cesare e Napoleone. Davvero che c'è da gettar via latesta meditando su codesti arcani del cuore umanoma la colpa non ènostra se gli amori benedetti muojono in pacementre le maledettepassioni vivono in guerra. Ora quella indefinita alterazione nellevaghe linee della fanciulletta Adache riprodusse al vivo il sorrisodi Amorevolifece nel cuore della contessa l'effetto di un metallorovente cheimmerso nell'acqua alquanto sbollitaritorni a farlastridere. O cara e sventurata Cleliaindarno protetta dai logaritmie dalle ipotenuse! Divisa da colui da otto annitroncato ognicarteggio seco per uno sforzo violento della sua volontàossia per un atto di virtù vera...che brividi ella sentìcorrersi pel sangue nel sorprendere il fuggitivo baleno diquell'antico sorriso! Fu allora che l'affetto anticorisortotutt'interonon trovò altra via di sfogo salutare chenell'abbracciare e baciare e stringere a sè quella soave suaAdaper la quale in quel momentosentì cresciuta latenerezza al puntoche l'amor materno sembrò quasi assumereper un istantei fervori di una violenta passione! Ma ora dovevandividersi.
Lacontessa tornò a Bologna; Ada fu ricondotta in monastero. Orche lume d'intelletto risplendeva entro al leggiadro velo di quellafanciulletta? che spontanea virtù di natura avea sortito? checuoreche sentimentiche istinti? Ahinata di passionepurtroppoil germe di essa le si depose inavvertito nel sanguequasicome avviene de' malori gentilizj! germe destinato a dar subiteespansioni e precocia guisa di un fiore cheaffidando all'ariaancor fredda le sue prepostere fragranzeprecorraannunciandolalaprimavera; — e all'occulto germe doveva dar forza e riceverne agaraper le consuete rispondenze arcaneuna non comune svegliatezzadi menterecando essa nell'ingegno un abito spontaneo a manifestarsicol linguaggio dell'arte! Tutte queste cosequando la fanciulla nonavea che otto anninon furono intravedute che dalla penetrazioneprofonda di donna Paola; ma a dieci anni vennero consideratee coninquietudine sospettosaanche dalla madre superiora del monastero disan Filippo. L'ingegno straripava in insolita vivacitàecerte baldanzose interrogazioni della fanciulletta turbarono spessol'insipienza bigotta delle monache maestre. Per di piùcomevoleva l'uso del tempo e la consuetudine dei monasteriallafanciulla fu insegnata la musica; domandando ella stessa un talestudioperchè un naturale istinto ve la portavaedesiderandolo anche donna Paola Pietraper essere ella medesimacome sa il lettoretanto insigne in quest'arte.
Unbello e acuto ingegnoma piuttosto amico del paradossos'èmesso in testa di voler provare che la musicafra tuttesia l'artereligiosa per eccellenza. Il valent'uomo ha sfoggiata a ciòmolta dialettica e maggior dottrinama non è riuscito apersuaderciquantunque abbia santa Cecilia per sua naturaleprotettrice. La musicaonde giungere all'intellettodeveattraversare necessariamente i sensi; e non rendendo essa nessunconcetto preciso e determinato che attragga l'intelletto convelocitàspesso avviene cheindugiandosi troppo a lungo coisensi stessismarrisca poi la via di pervenire allo spirito. Perònon a caso ha detto un savio dell'antichitàche la musicafeconda il senso prima del tempo; ondestando così le cosenon vediamo come la teologia possa giovarsi troppo del suo ajuto. Macomunque sieno per sentenziare i saggi su di ciòe limitandola questione ad un solo esempioa quello esibitoci dalla giovinettaAdaella mostrò in sè stessa che quel saviodell'antichità aveva pronunciato il vero. Anzior che cirammentaella non vien nè sola nè prima a dar ragionea colui; ma vien seconda a una certa duchessa Elenadi nostraintrinseca conoscenza. Al pari di questa adunquecome la fanciullaAda toccò i tredici anniossia come le si dischiuse ilperiglioso crepuscolo dell'adolescenzaallorchè per istudio eper diporto facea scorrere la mano sui tasti dell'organopiùnon istette paga ai suoni tesi ed agli accompagnamenti solenni delTantum ergo; ma con estro inventivo traendone suoni della piùfantastica inspirazionequesti le rivelarono la confusa iride di unavita di cui non aveva ancora notizia. Siamo sempre ai soliti misteridella vita.
Inseguito a tali ideela fanciullauscendo al giovedì dalmonastero per recarsi alla casa di donna Paolacominciò aguardare il mondo circostante con un occhio che non era piùquello dell'infanzia; così l'anno tredicesimo sfumòespuntò il quattordicesimo; e trascorse anch'essoe labellezza intanto cresceva e il lago del cuore non era piùcalmoe vennero gli anni quindici. Ahi! che un giorno il Suardiilquale già l'aveva adocchiata altre voltee aveva notizia dilei e dell'origine suasi fermò a contemplarla con perfidaintenzioneguardandolo pur essa con innocenza mal presaga; chèil volto e gli occhi del Suardi erano di quella fatale qualitàche dove cadono lasciano il segnoquantunque non fosse piùgiovinetto; ma anche Adalgisa cantava:


Etutta assorta in quel leggiadro aspetto
Unaltro ciel mirar credetti in lui.


pensandoa Pollioneil quale aveva trentacinque annigiusta un computoesattissimo. Del rimanenteguai se una giovinetta trova di riposarl'occhio in un giovane che tramonta. Ella è perdutase altrinon la strappano. Un giovane che quasi ha finito d'esser giovaneeannuncia già la calva e bigia virilitàaduna tutte lesue forze e i suoi prestigj in sull'estremoe combatte come unsoldato il quale sa che il ponte gli fu tagliato alle spalle. Peròguardatevio giovinette caredalle tentazioni di un giovane che amomenti non sarà più tale. Il diavolo stesso vi potràessere men funesto. Fuggiteo fanciullei giovani vecchi. Èquesto un parere da vero amicoche vi scongiuro di ascoltare.



VI


Molteerano le ragioni per cui il Galantinodescritta che ebbe quellastrana parabolaper la qualedopo essere nato da un cocchiere nellestalle del marchese F...ed essersi dilettato a frugar nellesaccocce del suo padrone protettoree aver mostrato la gamba piùveloce tra quelle dei lacchè di tutto il Ducatoed aver fattoil ladro commissionario per compensi non vulgarie avere indossata aVenezia la serica velada di lustrissimo per frodare l'altruial giuocoe aver subìto la tortura col coraggio ondequell'antico Romano mise la mano ad ardere nel bracieree averlasubìta e vinta per uscir dalle mani della legge netto epurgato come un lebbroso da un bagno di zolfoera pervenuto adessere uno degli addetti alla Fermaa possedere tre case in Milanodue grandi magazzini di varie merci nei Corpi Santidue filande diseta tra Palazzolo e Bergamouna villa ridente e voluttuosa traGorla e Crescenzagoun'altra villetta in Brianza; a nuotare in sommanell'oroa dormire sotto il moschetto di damasco violettoa portareuno splendido anellone di lapislazzuli sull'indice ed un altro didiamante dalla più pura e bianca goccia sul medioe dueorologi d'oro a ripetizione nel taschinoperchècome alloravoleva il costumel'uno facesse la controlleria dell'altro; acalzare gli stivaletti di sommaco filettati d'orocol fiocco d'oro egli speroni d'argentoper caracollare su d'un bellissimo puledronormanno color isabellaa lunga criniera nera e coda lunghissima chesommoveva la polvere del corso di via Marina; lungo il qualetra lefile dei carrozzoni patrizjfaceva leggiadra mostra di sèmentre le giovani dame gli lanciavan guardi furtivie i maritibestemmie e dileggi che non trovavan eco nelle mogli (e qui ci siapermesso tirar il fiatoperchè abbiam fatto un periodo allaGuicciardini); molte dunque erano le ragioni per cui aveva messol'occhio sulla fanciulla Adaeducanda nel monastero di san Filippo.Egli ricordavasi troppo del dialogo avuto colla contessa Clelia aVeneziae s'era fitto in capo che le rivelazioni di essa fosserostate la causa della sua cattura. Aveva pertanto fermato di trarnevendettae se questa non gli riuscì la prima volta che l'ebbetentatanon vuol dire ch'ei dovesse deporne il pensiero. Ben èvero ch'egli non era uomo da trascurare i propri affari per un talfinee nemmeno di cercarne affannosamente le occasioni; ma tuttaviaavea sempre pensato chese un'occasione qualunque gli si fossepresentata spontanea e nei momenti d'ozioegli sarebbe sempre statodisposto a coltivarla. Oltre a ciòe indipendentemente dairancori colla contessa Cleliaeglisebbene avesse avuto unprotettore nel marchese F... e un compenso in danari non dispregevoledal conte fratello di essoportava un'avversione profonda alla castapatriziapel semplice motivoma significantissimoche dai crocchjdei gentiluomini al teatroal ridottoalle case di giuocoaipubblici convegni era sempre stato e veniva sfuggito con disprezzomanifestoin ispecial modo dal conte-colonnello. Poco curandosi delresto del conte colonnellogli era nato un desiderio vivissimouno di quei desiderj che diventano irrequieti perchè nasconodi puntiglidi regolarsi in modo cheo una qualche dama vedovadelle primissime famigliela quale per combinazione fosse strariccae fosse ancora giovane e ancora bellacadesse per avventura nellesue insidie amorose; oppuree per lui era il disegno piùconvenienteinvece della vedovavenisse a trovarsi nel laccio unaqualche contessina o marchesina giovinetta e inespertae le cose siriducessero al punto che il matrimonio fosse reso indispensabile.
Atutto questo pensò per lungo temposenza tuttavia darvi unagrande importanzae solo in quei momentiin cui beveva il caffèdopo il pranzoo cavalcava solitarioo stava cosìsottocoltre alla mattinaaspettando che il servo gli recasse l'acquafresca inzuccherata. Se non che il destin volle che un giornosedendo a pranzo in casa d'uno dei capi della Fermatra i varjparlariil discorso cadesse sulla contessa V... e da uno deicommensali venissero dette queste precise parole: «a propositoho visto jeri la figliuola di leiquella che fu messa in SanFilippo; oh che bella e graziosa tosina!... È tutta sua madrese forse non ha una certa grazietta inesprimibileche sua madre nonaveva!»
Nonci ricorda in qual battagliama in una delle più celebriNapoleoneil quale non vedeva ancora ben chiaro sull'esito di essaa un trattosentite le relazioni d'un suo ajutante che accorrevasbuffantebalzò in piedi e gridò: — La vittoria ènostra. — Ora il Suardi non balzò in piedi e non gridòma pensò tra sè: Adesso vedo quel che si ha a fare—e fermò un mezzo partito. Cosìotto giorni dopoossiaquando ricorse l'altro giovedìgiacchè dal commensaleamico aveva sentito anche i particolari della giornatasi trovòin luogo ed in ora opportunae videanzi guardò lafanciulla. Gironzando poi là in vicinanza del monastero di SanFilippoosservata un'ortaglia con casamentoentrò cosìa caso a dimandare di chi fossee giacchè da qualche tempoandava cercando un vasto luogo in Milanonon molto distante dal suostudio in Pantanoper deposito di mercanziechiese se ilproprietario sarebbe disposto a vender quel luogo. Il proprietarionon era spontaneamente dispostoma il Suardi esibì di pagarloqualcosa più del valoree alcuni giorni dopo egli ne eradiventato il padrone. Quando lo comperònon aveva per veritàaltro fine che di farne un deposito di merci; dell'averlo poi sceltoinvece d'un altro non aveva una ragione precisaquantunque ne avessemolte d'indeterminate. Ma nell'ora e nel luogo acconcio ei si mostròalla fanciulla un altro giovedì; e la fanciulla lo guardòancora più attentaed egli la ferì d'una di quelleocchiate cheogni qualvolta in simili contingenze le ebbe direttecon ferma intenzioneal pari delle frecce di Guglielmo Tellnon glierano mai fallite; e sorse un quarto giovedìe il Suardi sicomportò di maniera che la fanciulla s'accorgesse com'egliuscisse da una casa accosto al monastero.
Entraval'estate dell'anno 1766e quotidianamente cominciò a recarsicolàverso le ore in cui le monache e le educandediscendevano a passeggiar per diporto in giardino. Se si dovesse direche il Galantinonella vaga confusione de' suoi disegninon avessealtro scopo che di soddisfare a' suoi rancori colla contessasidirebbe il falso. In realtàquando vide la fanciullaequando la fanciulla guardò luisegnatamente alla seconda edalla terza voltaegli sentì nel sanguese non precisamentel'amorequalcosa certo di molto affine ad essoe l'avrebbe sentitoe coltivato quando pure non si trattasse della figlia della contessa.
AlSuardiil lettore già lo saera sempre piaciuta la bellezzafemminileeavvenente qual eranella sua progressivatrasformazione di lacchè in vagabondoin fermiereinnegoziantein ricco possidenteebbe tante avventure amorose quantene volle. S'era poi sempre mostratofin dall'età adolescenteassai propenso a innamorarsi di chi era di qualche grado superiorealla sua condizione. Orasiccome le facce del poliedro umano sonotantee fu già dimostrato dalle prove e riprove de savj cheun uomo non è mai tutt'affatto cattivo nè tutt'affattobuonoe che anche nel sangue più guastosapendo adoperarenell'analisi di essola virtù degli agenti e reagentichimicisi rinviene sempre qualche dose più o meno abbondantedi buon sanguecosì il Suardinelle contingenze amoroserecava spesso una gentilezza chequasipotea dirsi quella di ungentiluomo squisito.
Amandole donneanzi idolatrandoleallorchè s'aveniva in quelgenere di beltà che aveva potenza di su di luilasciavasivincere da essadominare equasi diremmotramutare. Era forsequella medesima cagione recondita per cuifin dalla fanciullezzaavendo sempre ambito il vestire eleganteavea frugato nelle saccoccedel padronevinto dalle tentazioni di parere in faccia alle donnepiù di quello che era. Qualunque poi fosse la cagioneserbando esso un abito di gentilezza nel fare all'amoretrovandosilà soloall'ora dei miti crepuscoli estivisu d'un balconeche rispondeva sul muro di cinta dell'ortaglia del monasterolaquale non frequentata che dall'ortolanoserviva come d'antemurale algiardino stesso dove passeggiavano le monache e le educandeei sideliziava nel sentire le voci frescheche l'aria gli portavadellegiovinette convenute là a sollazzarsi; e si compiaceva neltentar d'indovinare e distinguerefra tutte le altrela voce dellafanciulla che da qualche tempo gli si era piantata immobile infantasia. Del restoper astuto che fosse e ricchissimo di trovatiegli veniva là tutti i giornisenza saper ancora perchèe quasi per aspettar dalla fortuna il premio dell'insistenza; press'apoco come un astronomo che tutte le notti appunti il telescopio inqualche plaga sospettata del cielonella fiducia che un astronovello ci cada dentro a dargli il vanto di scopritore. Ma chevoleteo lettori? È tanto vero che la fortuna èl'alleata più fida del genio del maleche un dìl'astro aspettato brillò veramente agli occhi del Suardi.
Edecco in qual modo. Se il Suardiscaltrito da lunghissima esperienzapreoccupato da tanti affarisacerdote anziano del tempio di Gnidocol cuore fatto a squama di coccodrilloper quantocome dicemmolospettacolo della bellezza avesse scoperto il suo lato molle epenetrabileerasi tuttavia lasciato dominar tanto dal pensiero diquella fanciulla; è troppo facile imaginare come stesse ilcuore e come tumultuasse la fantasia della quindicenne Adaappenal'occhio maliardo del bellissimo Suardi la ebbe penetrata.
Novain quella nova regione dell'amoresebbene da lei presentita inconfuso per la misteriosa intuizione del senso precocementeriscaldato dall'ingegno e dallo studio di un'arte che recava in sèstessa la seduzioneella provò tosto quell'intima giojamista di compiacenza e persino d'orgoglioche non si confonde connessun'altra gioja al mondoe quell'irrequietudine particolare esenza riposo la quale spesso converte l'amore in ciò che puòchiamarsigià lo dicemmoil tetano morale. Sapeva checolui abitavaoalmenoveniva spesso in un sito contiguo almonasterochè in questo il Suardi aveva ottenuto il suointento. Passeggiando ella dunque nel giardinocominciò adilungarsi dalla giovinetta schiera delle compagne alunnee adesplorare d'ogni intorno per iscoprire se mai le potesse pervenirequalche sentore di colui. Quando facevasi sommesso o taceva del tuttoil cicaleccio delle amichestavacome suol dirsiin sull'alequasi sperasse che quell'insolito silenzio venisse mai rotto daqualche voce che non fosse quella delle amiche o delle maestre;allorchè un giornopervenuta all'ultimo lembo del giardinodov'era come una baraccala quale serviva di legnaja e diripostiglio per gli strumenti rurali dell'ortolanopenetrò inessa come un viaggiatore sempre in cerca di una terra inesplorataes'affacciò così a caso ad una rozza finestretta coninferriata. S'affacciò e fuggì e cadde a sedere su deicovoni di pagliaquasi svenuta. Il Suardi era al balconee videquel raggio balenare di trattoe svanire come una stella disant'Elmo.

LIBROSETTIMO


Ada.— Il Galantino e l'ortolano del monastero di San Filippo Neri. —Guglielmo lord Crall. — La casa Ottoboni Serbelloni. —Pietro Verri e il bilancio dello stato del commercio nel ducato diMilano. — I commissarj della Ferma. — Una loggia di LiberiMuratori nella contrada di san Vittorello. — Il Galantino e ilfiglio della Baroggi. — La madre priora di San Filippo. — Icommessi della Ferma e i Liberi Muratori.


I


Ilgiorno dopo (e correva la prima metà del mese di giugnodelche non a caso facciamo avvertito il lettore) il Galantino ritornòcom'è naturalea quella sua vedetta.
Ritornòma non uscì sul balconebensì stette nascosto dietrole griglie. Per quanto ei fosse fiducioso di sè e dellapropria avvenenzae fosse reso baldo dalle molte e continue e facilisue vittoriepure non avrebbe saputo giurare a se stesso d'averfatto nella fanciulla quella profonda impressioneda cui dovesse poiprorompere la necessità d'una corrispondenza. Era ingegnoso eacutolo abbiam detto cento voltee conoceva le anomalie dei cuorifemminili; ma d'altra partenella interminabil lista delle sueavventurenon ancora era comparsa una figura sì giovanesìolezzante di fragranza virginea.
Eraquella la prima volta ch'ei trovavasi al cospetto d'una innocenzatanto puramentre egli era di tanto più provetto di leicheavrebbe potuto essere suo padre. E congetturava che l'innocenza puòparere audacepuò sembrar perfino d'esprimere desideri nonpurie ciò per l'eccesso appunto della illibatezzala qualeprocede spensierata e confidente; e pensava che poteva essersiingannatoe l'apparizione repentina della fanciulla e la repentinasua scomparsa riuscirne una prova fedele. Però disse tra sèquando si pose ad aspettare in silenzio dietro le griglie: — Seella oggi ritornaallora non c'è dubbiosarà quel chesaràe nessuno m'incolpi se farò quel che saròper fare. Se poi non ritorna...
Ela fanciulla Ada ritornò e s'affacciò: s'affacciòe si ritrasseper affacciarsi e ritrarsi ancoracome fa lacapriuola cheirresolutasporge la testa dalla rupequasi odorandoil vento se gli porta rumor di cacciatorie fugge precipitosaperritornar tosto a rigirar l'occhio sospettoso finchèrassicurataspicca il salto e procede. E anche Ada ritornòlàe girato l'occhio intorno e non vedendo nessunosi fermòe alzò lentamente lo sguardo al balcone poco discostolasciandovelo riposare a lungoe quasi dimenticandolo su di essoassorta in una immobile contemplazione! Oh divino spettacolo dellagiovinezzadella beltà e della innocenza! Oh spettacolodoloroso della tentazioneche sorge lenta lentae inavvertita siassocia a così dolci compagne!
Ovoi che avete i cuori fatti d'agatae dal gelo del sangue vi fu resoarcigno e spietato il giudizionon vogliate abborrire inanticipazionequasi fosse una figliuola del diavoloquestaleggiadra figura chesenza sua colpaportò dalla naturastrani fervori nel sangue. Costeicredo bene di dirvelo anche acosto di prevenire gli eventiperchè se avete degli odj ausufruttarene scagliate altrove il veleno; costeipur attraverso aun doloroso tramite di pericoliè predestinata alla sinceravirtùse la virtù sta nel far violenza a se stessienon nel portarne la maschera senza volere il vero beneanzi senzanemmeno comprenderlo. Questo sia detto senza andare in colleraperchè non veniate a turbarci coi vostri obliqui affanniolividi fariseie coi sospetti di chi non vede che colpa emaledizione in ogni spontanea effervescenza dell'affetto.
Orcontinuandoil Suardi uscì sul balconee contemporaneamentealla sua comparsa gettò una carta entro alla finestradoveAda stava in contemplazione; ed ellaarrossendoancora si ritiròraccogliendo però la cartanella quale era quel fiorequelfiore che noi l'abbiam già vista a levare di sotto alla teladel guanciale del suo lettuccio collegialeed a fiutarlocoll'olfattodiremodell'anima. Allora il Suardi si tenne certo diessere rimasto nel cuore della fanciullae su tale certezza ordìun disegno che mai non gli era venuto in mente sino a quel punto. Euscito di làe recatosi alla sua casa civile in Pantanomandòsenza perder tempoun suo uomo di studio a cercaredell'ortolano del monastero di San Filippocon ordine che gli dessequalche danaro a persuadergli d'andare a luiquando per caso sifosse mostrato restìo. Ma l'uomo di studio si portòbenee l'ortolanosenza farsi troppo pregaresi accompagnòcon essoe venne alla presenza del Suardinel suo gabinettosegreto.
—Oh bravo! così disse il Suardi seduto all'ortolano che stavain piediquando l'uomo di studio uscì dal gabinetto; tiringrazio dell'essere stato così sollecito. Ma prima ditutto... ti piace il vin di Cipro?
—Per dire che mi piace penso che bisogna aver buona memoria. Me ne hadato un bicchiere tre anni fa il cameriere della marchesa Ottoboniquando portai in quella casa un mazzo di fiorinell'occasione che sifaceva sposa la marchesina ch'era stata educata in convento.
—Rinfresca dunque la memoria e riscalda lo stomaco con questo.
—Obbligato alle sue grazie... buono! Ma ora posso sapere per cosavossignoria mi ha fatto chiamare?
—Dimmi un po'il mio uomosei tu ammogliato?
—Mancherebbe anche questacaro signorecon quella miseria di salarioche si ha in convento. È già molto se posso provvederea me e alla mia vecchia madre. Per la moglie e per i figliuoli nonc'è posto davvero.
—Guarda moil mio uomoio credevo che tu stessi benissimo colà...perchè conosco molti altri ortolani e giardinieri che hanno iltuo e poi ancora il tuo. Ma come va dunque la cosa?
—Come vada ora lo so io... come è andata una volta non lo so...Ma pare che non si sia pensato all'ortolanoquando si fondòil monastero... Tanto che la dama conservatrice mi dà qualchecosa del suo... e del resto vivo d'incerti che capitano quandocapitano; e se mai dà il caso d'un'annata in cui le educandenon escano in molte dal conventoper ritornarefatte grandi e bravenelle loro famiglienon c'è nemmeno il pretesto di far loroqualche bel regalo coi fiori del giardino che è il solo miovantaggiodal momento chenon per superbiama son piùgiardiniere che ortolanoed è questa ancora una fortuna;perchè fagiuolicavolicarote e cipolle van tutte a finirenella cucina del conventodove il cuoco par che mangi anche la partedelle reverende e delle educande.
—Quand'è cosìva benone. La mia paura era che colàtu stessi troppo bene.
—Paura? ma perchè paura?
—Perchèper una villa che ho in Brianzaho bisogno di ungiardinierema di un bravo giardiniere. Io lo pagherei bene. Oltre aciò avrebbe i proventi dell'ortaglia per luie le mance de'mazzi di fiori che di tanto in tanto si mandano a regalare alle belleche escono a villeggiare. Io t'ho vistoe mi sei parso il mio uomo.Non vecchionon giovanebuone spallecera lustraocchio furbo magalantuomo. E allora potresti prendere anche moglie. Scommetto chepiù di una volta t'è venuto il ghiribizzo di prendermoglie...
—Il signore scherza.
—Io non ischerzoil mio uomo. Ma se ti piacciono i pattidomani odopo esci in campagna con me... ed oggianzi adessoprima che tuesca di quiti doa titolo di caparrauna mezza dozzina dizecchini. Ti piacciono i zecchini?
—Più ancora del vin di Cipro.
—Dunque ci stai?
—Ci sto.
—Ecco i zecchini. Unoduetrequattrocinquesei. Va bene?
Elicenziò l'ortolano; nè per quel dì gli dissealtro; ch'ella è astuzia antica e greca il non parlar mai insulle prime della cosa che più importa.
Intantoil giorno successivoall'ora consuetail Suardi fu al balconeconsuetooper dir megliostette ancora nascostoper vedere se lafanciulla ricomparivae per non darle soggezionequando mairicomparisse. E Ada ricomparvee si fermòe il Galantino lerivolse una parolauna parola vaga e insignificantetanto perprovar la voce; e Ada rispose una parola anche essama nonintera; e soltanto per far sentir la voce; una voce dimezzo contralto vellutatala quale compì l'operamettendo alla massima bollitura il sangue di Galantino.
Ein quel dì stesso egli fece chiamare di nuovo l'ortolano delconventoe:
Sentigli disseprima che ce n'andiamo in campagnaho bisogno chetu mi faccia un piacere.
—Vossignoria non ha che a comandarmi.
—Prima di tuttohai tu accesso libero in convento?
—Fino ad un certo puntosì.
—Già s'intendesino ad un certo punto. Ma fin doveperesempio?
—In cucinain legnajain cantina... e qualche voltaquando lemonache sono in refettorio o in giardinosi va a far pulizia ne'dormitoj; e quando le ragazze sono a lettosi va a farla inrefettorio.
—Sei tu solo a far questo?
—Io e il facchino del convento.
—Ma va benone. Or vedi che si ha a fare. Vieni intanto con me.
El'ortolano seguì il Suardi in un camerone terreno.
—Vedi tu tutta questa roba?
—Vedo e sento. È un tale odor di tabacco che si starnuta anchesenza annasare.
—Ebbeneho bisogno che tutta questa robagià non è poigran cosatu la distribuiscaun po' per giornoin molte parti delconventoin quelle parti che sono fuori della vista giornaliera.
—Oh... questo è impossibile.
—Per chi ha buona volontà non c'è niente di impossibile.
—Anche questo può esser vero... ma...
—Che ma?
—Vossignoria sa cosa c'è di nuovo.
—Vuoi tu che non lo sappia? Sono uno di quelli che hanno fatta lalegge.
—Capisco.
—Non c'è dunque per me nessun pericolo a contravvenirvi.
—Per vossignoriano; ma per quelle del convento...
—Ma sei forse innamorato delle monache?
—Io? oh!...
—Lascia dunque andaree piglia questi due zecchini che cogli altrifaranno otto... Finita la cosate ne darò altri quattroecosì faranno dodici. Trovami fuori or tu un ortolano in tuttoil Ducato che in ventiquattro ore guadagni dodici zecchini.
—A far l'ortolanono; ma nemmeno io ci riescoperchè mi parech'oggi non si tratti nè di cipolle nè di lattughe.
—Dunque...
—Eh... basta... quando si tratta di cambiar statosi può fareun tiro anche alle monache.
—Sicchè?
—Sicchè... se vossignoria ha altri affari a cui pensarecipensi pure... che in quanto a questo è bell'e spicciato.
—L'ho detto io. Cera lustraocchio furbo e galantuomo.
Furbo sì... galantuomo non si può sempre viver sicuridi esserlo...
—Va làva là... e non farmi lo scrupolosochèson tutte ineziee già non si ha a far male a nessuno. Delrestofatta la cosatu viaggi in collinae un altro verràal tuo posto. Anzidovresti pensare fin d'ora al sostituto.
—Oh non occorre pensarci. Ci sono aspiranti a trentinechètutti credono che il convento ingrassi e l'orto delle monache sia unbel zapparlo...
—Ah furbo che tu sei... dunque siamo intesi.
El'ortolano partì.
Oraper non trarre il lettore per le lunghegli basti sapere chesiccome il Suardi vollecosì venne fatto; chèl'ortolano distribuì il tabacco tanto equabilmente in tutte leparti del conventoche non ne andarono senza nè il refettorionè i dormitoj.
Eil lettore durerebbe fatica a prestar fede a questose non loavessimo informato appuntino degli abusi e delle enormezze ribaldeche si commettevano in Milano per mettere i cittadini incontravvenzione rispetto al nuovo editto sulla Ferma. Nèsoltanto si faceva entrar di soppiatto il tabacco nelle case de' gransignori e dovunque si presentava una facile occasioneo un servovenale o un portinajo più venale ancora che facesse ilmanutengolo; ma ne' giardini si buttavan da' muricciuoli di cintaanche sacchetti di saleonde poter così gettar la colpa sulpadrone di casasul prevosto della parrocchiasul priore delconvento: perchè la voracità de' fermieri s'era diffusaa tutta la folla de' loro satellitii qualianche senza averne ilcomandocommettevano inaudite nefandità per intascare lequote che loro eran dovute sulla esazione delle multe; esoventeancoraper altri fini indiretti che sapevano iniquamente dissimularesotto colore di dover fare inesorabili perquisizioni nelle internedimore; delle quali esorbitanze or appunto ci porse un saggio ilGalantino. Ma che intenzioni aveva egli? ma perchèsottopretesto di frugare onde cercare il tabacco di contrabbandoavevapensato di mandar volpi e faine nell'ovile intemerato?
Questoè ciò che vedremo in seguito. Intanto ci convienrecarci in casa di donna Paolanegli appartamenti del suo figliomaggioredi quel Guglielmo lord Crall che noi abbiamo giàvisto a venir di gran trotto per via Nuovaverso le parti appuntodel monastero di San Filippo. E ci convien far la sua conoscenzaintimaperchè non dobbiamo attenderci cose indifferenti daquesto bel giovane biondocostituito dalla duplice natura d'italianoe d'inglesenato da genitori di tempra fuor dell'ordine comunecaldo di mentecaldo di cuorescolaro di Parinilettore diRousseauentusiastamisantropoche dovea presentire quellamelanconia destinata dal secolo a certi spiriti eccezionalidondepoi scaturì il concetto del Werther di Goethee quellache si potrebbe chiamare la moda del suicidio.


II


QuestoGuglielmo lord Crall lo abbiam già veduto adolescente di dieciin undici anni a tradurrein compagnia del suo minor fratellounasatira d'Orazioessendone istitutore ripetitore il giovaneabate Parini.
Oradevesi sapere che il marito di donna Paola lasciò morendo unaricca facoltà ai due figli; che mancato a Londra nel 1762 unfratello di essoaccrebbe di tanto gli averi dei due suoi nipotiche questi potevano stare a fare coi più ricchi di Milano; cheil minore di lorodue anni prima del tempo a cui ci troviamosirecò a Londra per compiacere alla tendenza che sentiva in sèirresistibile per i viaggi e la vita avventurosa; e che il maggioreprescelse di starsi invece con sua madre a Milanotutto infervoratocom'era di lettere e poesia e speculazioni filosofiche. Di questoGuglielmo lord Crall abbiamo anzi sott'occhio un volumettostampatodel Galeazzidi poesie latine (Carmina Latina — DominiGulielmi Cralii — E Londino oriundi — Mediolanityp.Jos. Galeatii 1765)poesie tibulliane assai più che orazianesebbene di mestissima venae qua e là soffuse di una misticanebbia che non poteva appartenere al genio di nessun poeta pagano elatino. Ma de' suoi versi tibulliani modificati dallo spleeningleseil quale dal sangue del padre era passato nel suoparleremo in altra circostanza. Per ora ne basti sapere chementreegli attendeva alla stampa de' proprj versis'innamoròcomepuò innamorarsi un italiano moltiplicato per un inglesediuna fanciullala qualee chi non l'ha indovinata prima? era appuntola crescente Ada.
Visono personeper lo più femminiliqualche volta maschililequalitrovandosi giovani in presenza di giovani dell'altro sessonon possono nè muoversi nè respirare nè guardaresenza nuocere all'altrui buon umoreossia senza destare qualchefurente passionela quale poiallorquando non è corrispostafinisce per essere incomodissima e molestae qualche volta persinopericolosa a chi l'ha innocentemente provocata. Egli è perciòche sono talora degni d'invidia quelli che dalla natura fisica nonricevettero tutt'intero nè perfetto il loro appannaggioedebbero qualche occhio di menoo qualche protuberanza di piùe dalla rachitide e dalla scrofola furono preparati in modo daservire di controstimolo a chi è nato per amare. Costoroalmenose hanno il diritto di lagnarsi di molte cosenon hanno asubire la sorte di esser vittima dell'altrui simpatia!
Tornandoora al giovane Guglielmo e alla fanciulla Adala disgrazia fu cheegli stette assente da Milanoper essere stato alle piùcelebri università d'Italiauna mezza dozzina di anni; e chenon potè assistere al graduato sviluppo della fanciulla;bensìlasciatala ragazzettala rivide adolescenteanzi contutti i prestigi d'un'adulta. Noi non pretendiamo che sia un rimediosicuro per non innamorarsi di una fanciullal'averla vista anascerea crescerea piangere colle lagrime dell'infanzia. Gliuomini non vedono all'ultimo che il frutto maturoe non rinunciano amangiarlo per averlo visto acerbo. Tuttaviaqualche voltagiovòquesta circostanza a serbare illesi de' giovani maturi dai tormentosiaffetti per fanciulle adolescentie forse avrebbe giovato anche algiovane Guglielmo. Ma per fatalità quando ei ritornòaventisei annivide Ada che ne aveva quattordicicon tutti gliattributi esterni dei quindici e quasi anche dei sedici anni.Allorchè la videe fu appunto un giovedì di vacanzala prima di lui sensazione fu di rimanere abbagliato e scosso; lasecondadi non credere che fosse quella stessa Ada che l'avea spessofrastornato co' suoi trastulli infantili. Se non chepassando iltempoe vedendola altre voltee sentendola parlare con garbo assaie ascoltandola cantare e suonarecon quella voce di mezzo contraltovelata di voluttàcon quelle mani bianchelunghesottiliintellettualise può passar la parolal'incanto cessòdi esser passeggiero. Per di piùmovendo ella gli occhi conuna espressione di guardatura tenerissimaegli si confidòd'interpretare quell'espressione a proprio vantaggio ogni qualvolta ilenti e grandi occhi di Ada riposavano inconscj su di lui. Ma nonbisogna fidarsi dei begli occhi delle bellechè il lorolinguaggio somiglia molto a quello della musicala quale possiede unlinguaggio universale che può dir tutto e può dirnullae guai se le parole del libretto non vengono in soccorso dellenote. Peròcari i miei giovinottiche cantate vittoriaperchè un'occhiata v'ha lusingatovogliate credere a chi hapiù esperienza di voi: Non vi fidate. E a buoni contiper lavostra tranquillitàfate venire in soccorso degli occhi unaesplicita dichiarazionela qualese sarà scritta e in cartabollatameglio.
Mase oggi possiamo venire in aiuto de' nostri giovani amicici stringeil cuore di non aver potuto aiutare il cogitabondo Guglielmo lordCrallil quale prestò una fede così illimitata agliocchi di Adache ne rimase ferito incurabilmente; gli occhi di Adai quali erano ben lontani dal credere di doversi compromettereadempiendo alla necessità del loro ufficio. Ned egli confidòa nessuno il suo segreto; onde la passione tanto più fremevaquanto più era compressa di dentro. Nè mai pensòdi farne motto alla fanciulla. Le pareva di troppo acerba. E quandopure avess'egli saputo passar sopra a tal fattolo faceva ritroso lacondizione di educanda in cui Ada trovavasi ancora. Ma il suosilenzio se valse con tutti non valse con donna Paola. Gli occhidelle madriquando trattasi di figli amatissimicomprendono coseche nessun occhio acuto non potrebbe mai decifrare. Ma ella puredalcanto suonon solo non ne fece motto al figlioma dissimulòprofondamente d'essersene accorta. Ella non poteva veder di buonocchio quest'affettoe si crucciò amarissimamente appena neebbe sentore. Le parea come di farsi rea di lesa delicatezzasoltanto a pensare alla possibilità cheritornando a Milanola contessa Cleliala quale con sì fiducioso abbandono leavea lasciata la cura della figliatrovasse poi nella casa medesimadi donna Paola già adulto un amore tra la propria figliuola eil figlio di lei. Perciò taceva e speravae quando la nobildonna conservatrice del monastero di San Filippole parlòdell'indole troppo vivace e risentita dell'educanda Adae le proposedi ritirarla dal collegioella amò di lasciar cadere queldiscorsoperchè tutto avrebbe voluto anzichè tenersiin casa quell'occasione di contrattempi e di sciagure possibili.
Atal punto eran dunque le cosequando Ada alle tentatrici parole delSuardi ebbe risposto più col suono della voce che con altreparole. Ma il dramma sollecitava il suo gran colpo di scena.
Tuttii giorniessendo entrata l'estateil giovane Crall soleva recarsiin sul tramontare della giornata in casa della marchesaSerbelloni Ottobonidov'era il convegno di tutti i beglispiriti della città di Milano. Il dì stesso in cui ilSuardiper ingiunzione dei capi della Fermae per decreto dellamagistraturae con permesso della sacra congregazionetrattandosidi luogo eccezionaleaveva stabilito di mandare la solitasgherraglia a perquisire il monastero di San Filippo Neri; quel dìstesso lord Crall non credette di rompere le sue abitudini e si recòin casa Ottoboni. Era l'ora in cui cominciavaa dir cosìlaprocessione delle carrozze patrizie dirette al corso di via Marina; edal terrazzo di casa Ottoboni vedendosi le carrozze che di tanto intanto si soffermavanoe i cavalcatori eleganti che facevano pompa disè e dei preziosi puledrie i passeggieri pedestrisi traevapartito da questa congiuntura per passare quelle ore che precedevanla cenadimezzando così il tempo tra la conversazione in salae lo spettacolo del pubblico che moveva a diporto.
Inquel giornotra gli altriv'era là l'abate Pariniv'eraPietro Verriv'era il suo intrinsicissimo Padre Paolo Frisiv'eraCesare Beccariail segretario Cesare Larghiv'era la sorella diGaetana Agnesela non meno rinomataalmeno alloraMaria Agneselasola compositrice di musica drammatica ricca di fantasia e didottrina che vanti ancora la storia dell'arte; v'era quel maestroGalmini destinato a fare il quarto con AdamoMatusalem e Noè;chè di quel tempo aveva settantanove annie tenne dallanatura un piloro di bronzo così poderosamente costruttocheper morire dovette aspettare altri cinquantanove anni ancoraessendomorto nel 1825 di centotrentotto annie avendo così potutoabbracciare in un amplesso quasi tutta la scala ascendente dellevicende progressive dell'arte suadal rivoluzionario Monteverde alrivoluzionario Rossini. V'era il pittor Londonioil tormento deipretidei fratidei vecchidi tuttie cheper farlo starealquanto in riga a quella conversazione quotidiananon ci voleva chela graziosa dignità della marchesa padronae l'occhiofulminante dell'austero Parini. Era quella insomma una bella e buonacompagniae non sapremmo se oggi se ne potrebbe mettere insieme unamigliore.
IlParini aveva allora trentasette annie quantunqueper mangiaredovesse ancora arrabbattarsi a dar lezionechè assai poco glifruttava l'avere avuto dal conte Firmian l'incumbenza di stendere laGazzetta Ufficiale di Milanopure era già la figurapiù gloriosa della città. Erano usciti il Mattino eil Mezzogiorno; e risuonava delle sue lodi tuttaItaliaed avea già ottenuto di frenare il mal gusto che avevastraripato a furia per un secolo e mezzo; di ricondurre l'arte allesue limpide e severe sorgentie di farsi odiare da una mezza dozzinadi nobilissimi milanesiche ebbero l'orgoglio di voler vedere sèstessi nell'ideale dipinto dell'immortale poemetto; tra' qualispiccava quel conte Alberico F...con cui ci troveremo; il qualconte Alberico volle disputare al principe B... il vanto di avertentato di consacrare ad una vindice bastonatura le povere spalledell'abate scellerato.
Mal'abate impazienteirrequieto e versatilepassava cosìzoppicando da un crocchio all'altroparlando di musica colla bellaAgnesee digredendoa proposito della mano di lei che scorreva suitasti di un gravicembalosulle qualità indispensabilicostitutive d'una bella mano; e contraddicendo Londonio che volevasfoggiare la sua dottrina in ciòe contraddicendolo conapparenza di violentissima enfasiper finir tutto in celia e lasciarscornato l'avversario comicoil qualequell'unica voltaaveaparlato sul serio; chè era codesto un modo caratteristico delconversare di Parinicome ci vien riferito anche dal suo scolaro ebiografo Reina. E dalla musica e dall'estetica delle mani eglipassava a parlare col Larghischizzando spirito e bile in qualchefuggitiva questione di letteratura e poesia; anche qui alzando lasonora sua voce a far tacere quanti parlavano nella salai qualisebbene conoscessero quella sua abitudine bizzarrasi mettevano ingrave apprensionenon fosse mai per impegnarsi qualche lottaviolenta e scandalosa. Soltanto tra Parini e Pietro Verri i ragionaricorrevano in un modo speciale. Quel venerabile vecchio Brunicheabbiam conosciuto a Pusianoe che fu per noi il libro parlante chepiù ci istruì intorno a buona parte delle cose giàdescritteci disse più volteparlando di Parini e Verri coiquali e tra' quali si trovò soventech'eglino si stimavanoassai vicendevolmentema si temevano forse più di quello chesi amasseroe che però ei sarebbe stato disposto a crederefrugando in fondo a' penetrali della coscienza di ambiduechequalche spruzzo di celata antipatia avesse leggermente inacidito illoro sangue. Parini primeggiavaeavea il diritto di primeggiare.Verri voleva primeggiaree ne avea il diritto. Era dunque invidiaera gelosia?... chi lo sa?... Ma anche gli uomini piùintemerati e santi sono uomini; e non ponno frugar ne' cuori de'benemeriti mortali se non gli acuti contemporanei che hanno potutoleggere attentamente ne' loro occhi. Or mentre Parini tuonavailconte Verri era impegnato in un discorso colla marchesa Ottobonialla quale proponevaessendo essa letteratissimadi tradurre ilteatro francese applauditoe segnatamente le ottime commedie diMolièreper tentare in tal guisa di purgare anche il teatrocomico a Milano dalle scipite laidezze ond'era contaminatochiamandocosì il Verri in ajuto delle sue idee innovatrici l'operaaltrui; applicando la sua immensa attività a infondere vitanuova a tutto quello che invocava una riforma nella sua patriaeamando che fosse applicato a sè quel passo di Sofocle:


Permeper voiper tutta
Lacittà mi travaglio ......


Inaltra parte poiCesare Beccariaseduto soloanzi sdrajato su d'uncanapègià annojato del peso della sua precocecorpulenza e della gloria che non aveva cercatodissimulavasottol'aspetto d'una indolenza invincibilel'attività prodigiosama intermittente di uno spirito che conflagrava a sbalzieprorompeva poi come la lava; einertepareva non avesse nèpensieri nè volontà di pensaree non badasse a nessunodei discorsi che si facevano intorno a lui; chè giravavagamente la semichiusa pupilla di cosa in cosacome uno che abbiapiuttosto volontà di dormire che d'operare; ma in realtàascoltando tuttoe avvicinando le idee estreme che tumultuavano inquella sala nel cicaleccio di tante personee di ciascuna idea chegli paresse non rigettabile facendo base alla feconda generazione ditutte le idee conseguenticolla prontezza d'una facoltàinduttiva prodigiosa.
Oranel punto che codesto quadro animato si moveva in salasulterrazzone agitavasi un altro quadro animatopiù attraente diquello che stava in salaessendo costituito di belle e giovanigentildonne.
Idiscorsi che volavano all'aria dalle lor bocche leggiadre nonassomigliavano a quelli che facevansi al di dentro. Non un tèmaindustrialenon un tèma scientificonon uno di belle artinemmeno di musica; se pure alle arti non si volessero ascrivere i beigiovinotti attillatissimi che passavano a cavallo per di là.Tenendo dunque dietro quelle care donne ai cari giovanid'improvvisochi stava in sala sentì esclamare da mezza dozzina di bocche:Guardaguarda — guardate il Galantino. E tuttimeno il Beccariache non avrebbe lasciato il molle canapè pertutto l'oro del mondosi fecero al terrazzoai balconiallefinestretanto quel Galantino era diventato un oggetto di modauncapo d'arbitrio come suol dirsi; tanto era essopresente alla memoria di tuttipoichè l'eccesso della suafamigerata ribalderiaquasi redenta da una smodata fortunala qualepareva si dilettasse a camminar sfacciatamente sul collo alla virtù;e l'origine abbiettissima di luicome veniva giudicata dalla castapatrizia preponderante e trionfante in quel secolodissimulata dallapiù bella faccia di giovine che mai abbia adornato corpo diduca o di marchesee dalle più belle gambe che mai abbianofatto risaltar forme greche e guizzar muscoli gladiatorj sotto amaglie di seta biancaproducevano un tale imbroglio e generavano unaconfusione nelle teste di quelle giovani damele quali cavavano pureil fazzoletto canforato se mai bottegajo o bracciante lor passassed'accostoche a vantaggio del Galantino avrebbero rinnovate lesommosse cruente di Roma antica per mettere la plebe sulla testa deipatrizi.
Ilnostro vecchio amico Bruniche conobbe il Galantino e lo vide piùvolte in Milano tanto a cavallo che a piediun dìmentrestava raccontandoci i suoi fasti più celebrici fece il suofisico ritratto senza trascurare la ricchezza degli accessorj. «Ionon mi ricordo — riportiamo le precise parole del Bruni —d'aver mai veduto più bell'uomo vestito piùsfarzosamente; e quando esso cavalcava per la cittàprecedutoda un servo gallonatoil suo nobile aspettolo sfarzo de' suoiabitila ragazzaglia che spesso gli traeva dietrotutto questoadun forastiero che lo avesse visto la prima volta senza conoscerlopotea facilmente darlo a credere pel governatore della città oper qualche altro distinto personaggio. Eppure era quello che eraemio padrecol quale mi trovavo a Milano nel '66mi disse d'averloveduto più volte aiutare il mozzo di stalla dell'albergo deiTre Re ad attaccare i cavalli alle vetture».
Venendoora al fatto nostrola comparsa del Galantino sotto i balconi dicasa Ottoboni Serbelloni diede una repentina diversione a tuttii discorsi che si facevano dalle persone là convenuteassociandole tutte in una discussione sola. Pochi momenti prima eraentrato in sala lord Crall. Il fasto del Suardi fece mettere sultappeto l'editto del '66. Parlò il Verriparlò ilPariniparlò Beccariaparlò il giovane Guglielmo. Eil dibattimento fu taleche merita la pena che noi lo riproduciamotanto più che la conseguenza di esso fu una pericolosarisoluzione presa dal figlio di donna Paolarisoluzione cheaggruppòfacendolo più serioil dramma.


III


—Bello eh?... disse ironicamente il segretario Cesare Larghiilcelebre villottistaalla figlia maggiore della contessa Marliani chesomigliava alla madre.
—Altro che bellobellissimo... rispondeva la contessina; guardate làil marchese Sannazzaro e don Glicerino Brebbìa che figurafannocavalcando poco discosti da lui.
—Io scommettoentrava a dire una assai matura damala quale era peròstata molto giovane e molto bellae s'era giovata troppo bene edella gioventù e della bellezza; io scommetto che venne fattouno sbaglio o dalle comari o dalle baliee che colui fu tramutato incuna con qualchedun altro... perchè il sangue sopraffino siconosce alla sua pelle. Guardate là il conte V... che glipassa accosto galoppando... Chi venisse oggi a Milano per la primavoltae non sapesse niente di nientecome mai potrebbe dire checolui è un grande di Spagnaa dispetto di tutto quell'oro...e che il Galantino è quello che è?
—Sapete cosa c'è di nuovocara contessa?
—Sentiamo.
—C'è di nuovo che tanto il conte V... quanto il Sannazzaro edon Glicerino e il conte Alberico che vedo laggiù e gli altrifarebbero assai bene a studiare un certo epigramma che so ioe ametterlo in praticagià s'intende colle opportune varianti...
—Sentiamo l'epigramma...
—Scusate se vi richiamo un nome che puzza di scandalo... ma chi non haconosciuto la Valaperta?...
Ladama torse il viso con un lezio della bocca che significava schifo eribrezzo...
—Ehnon occorre che mi facciate quel visoamabile contessa. Mavolere o non volerese la Valaperta girò da una manoall'altra per vent'anni e su tutte le piazze come una cambialetempestata di accetto e di firme; ciò non vuoldire che non fosse molto bella e in ultimo molto riccae chescarrozzasse su e giù per di qui e per il corso di via Marinacon gran treno e livree rosse...; ma un bel giorno si videro scrittesu tutte le cantonate della città queste parole chiare etonde:


LaValaperta infame
Oggitrionfa in cocchio.....
Andatea piedio dame.


El'epigramma fu così efficaceche una gridacon minaccia dimulta e prigionia e cordanon poteva essere eseguita piùpuntualmente; tanto che per una quindicina di giorni non si videropiù carrozze al corsonè dame in volta... e laValapertavedutasi sola e saputa la congiuralasciò Milano esparì... Ecco dunque quel che dovrebbero fare questicavalierini sciocchi...
—Scusatema se le dame avevano ragionei cavalieri avrebbero torto;credereste forse voi chescomparendo i cavalieriil Galantinovolesse scomparire per puntiglio?...
—Per puntigliono certo... non è un uomo tanto sottile dipelle. Tuttavia la ribalderia scornata in pubblico farebbe sempre ilsuo buon effetto...
—Caro il mio Larghientrava a dire il Londonio pittorenon ètroppo facile a scornare la ribalderia quando mette gli speroni e vaa cavallo; e cavalca meglio della virtù....
—Vi prego di andare adagio colla virtùfaceva osservare ilPariniperchè non mi pare che nel conte V...per esempioenel conte Alberico F... e nel principe B... ella abbia deirappresentanti troppo legittimi. Quando si nasce sul materassotrapuntato di zecchinia non commettere ladrerie e trufferie nonoccorre di essere nè sant'Ambrogionè san Carlo...
—Sono anch'io del vostro parere... ma giacchè si parlava discornare i ribaldi... io li ho ben tratti nell'agguato l'altrojeri... e senza pigliar le cose sul serio... anzi...
Ilvecchio Galminiamicissimo di Londonioproruppe in una risata aqueste parolesoggiungendo poi:
—Questo l'ha proprio trovata fuori di conio; e dimostròl'inutilità delle dimostrazioni in pubblico… e lasciocchezza dell'astenersi dal piacere di tirar tabacco per farla aifermieri.
—Ma cos'ha fatto? dissero molti ad una vocecos'ha fatto?... qualcunadelle suegià m'immagino... Orsùraccontate...
—Ma non san nulla... lor signori?...
—Davvero che è stata belladiceva il Larghima non tuttihanno il coraggio e la vena e il buon tempo di questo bel mattoqui...
—Raccontate dunque...
—Ma io stupiscodiceva il Londonioche non se ne sappia ancoraniente... Però m'accorgo che quelli stessi che furono presi intrappola sono andati d'accordo nel non lamentarsi in pubblico... Ahah ah!!
—Sentiamo dunque...
—Care damine gentili... abbiano pazienzama non son cose da dire aloro... I loro nasi ne soffrirebbero più che i loro cuori; ealtro che canfora ci vorrebbe...
Macontinuando il Galmini a sganasciarsi dal riderecresceva nelle damela volontà di ascoltarementre il Londonio si faceva seriodi quella serietà comica che mette il buon umore negliastantie accennava di non rompere il silenzio.
—Suvviadunqueparlate...
—Ma e poise mi fan mettere alla porta?
—Non lo faremo.
—E poise venendo per far loro una visitaordineranno ai servi didirmi che non sono in casa?
—Non lo faremo.
—E poise non permetteranno mai più ch'io parli alla loropresenza?...
—Lo permetteremo sempre.
—Sempre?
—Sì.
—Lo promettono?
—Lo promettiamo.
—Ebbene... si tratta di...
Etutte le damea sentir la parola che noi non vogliamo trascriverema che uscì dalla bocca di Londoniofuggirono chi in un latochi in un altro della salagridando ad una voce: Uh!...
—Or basta cosìdisse allora seriissima la marchesa Ottobonima nascondendo i guizzi del riso sotto a muscoli protesi a gravità.Basta così...
—Adesso poimi permettamarchesama voglio andare innanzi io...Sappiano dunque che lunedìla direzione dell'ufficio dellaFerma generale ricevette una lettera anonimache io naturalmenteavevo letto prima che fosse ricapitata. Nella qual lettera era fattala denuncia «Qualmente che in casa del pittore Londonio fossenascosta una quantità considerevole di tabacco da nasotabacco di Spagna di prima qualità... e che era nascosta neitali e tali luoghi...» Ora la lettera anonima fece presa... etantoche nell'ora in cui si stava a tavolatre commissarj dellaFermadue tenenti della giuntadue bargelli del capitano digiustizia si presentano al portinajo di casail quale tuttoscalmanato entra e dice: — È qui la forza... coll'ordinedi fare una perquisizione in tutti i locali della casa... — Orviene il buono. Dietro la scorta di una carta che avevano tra manosi dirigono a luogo sicuro... e in un sottoscala vicino al mio studiotrovano una dozzina di boetteo almeno d'involti che a loropareano boette forestiere; e insieme con quelle tre grandivasi coperti; e dal sottoscala passando in giardino trovano altreboette e altri vasi in un ripostiglio del corridojo... e cosìaltrove. Scoperto il corpo del delittofatta portar pennacarta ecalamajodue de' commissarj della Ferma e un tenente della giunta siaccingono a stendere il processo verbale... ma primaa constatare laqualità del tabaccoque' tre personaggi graviarcigniterribilifatto scoperchiare un vasoimmergono le loro sei ditacontemporaneamente come se facessero l'esercizioportando poiciascuno le due dita al loro naso magistrale; se non chepurcontemporaneamentesi guardarono in faccia con un talescontorcimento del viso e tali smorfie straneche per quanto iofossi preparatonon potei trattenere gli scoppj del ridere...Allora... quei tre minossicompromessi nel decoroproruppero inbasse villanie contro di me... ma io intimai loro il rispetto allacasa altruimentre li invitava a spiegarmi il motivo della lorovenuta... E cosìdopo molto tempestaredovettero partirescornati; chè in conclusione non era tabaccoma fimopolverizzato di stambecco e di bue e di cavalloecc.ecc.e queisignori credo che avranno dovuto consumar molto ranno e sapone perlavarsi le manie purgare le narici autorevoli. Del restola cosami pare che abbia fatto un cert'effetto... perchè è datre giorni che non si sente a parlare di perquisizioni domiciliari.
Cosìparlò il Londoniotra il riso mal celato delle dame permalosee curiose; e noi lo abbiamo lasciato dire perchè il lettoresapesse un fatto chepropalato allora dal Londonio stessomenòrumore per tutto il Ducato. Del rimanentequando mai avessimo offesala delicatezza squisita de' nostri lettorila colpa non ènostrase dovendo porre in iscena la vena epigrammatica del pittorLondonioil quale fece tanto ridere il suo secolonon abbiam potutofar peccare quest'uomo per abuso di acque nanfementre fu una suaabitudine costante il non lasciar mancare mai l'odor d'ammoniacanegli intingoli delle sue incessanti celieche mettevano di buonumore anche le dame più accigliate.


IV


—Bravo il nostro pittoredisse lord Crall; il vostro spiritopermaturareha bisognocome i cavoli dell'agro lombardodi essereingrassato dal concime. Voi avete trattato da pari vostro questafaccendama io la tratterei da par mioossia con tutta la serietàdi cui può essere capace un uomo che ride due o tre volte inun anno; e vorrei che i signori commissarj della Ferma venissero unaqualche volta in casa mia; una volta solae vi assicuro chesenzatener conto delle conseguenzeio farei tal cosa da insegnar lagiustizia col mezzo della violenza. Giacchè pur troppo miaccorgo che contro a certi mali ci vogliono rimedj speciali. Maintanto mi scusi l'abate Parinise questa volta me la piglio anchecon lei.
—Con me?
—Precisamente con lei per quanto io le sia obbligato da tantagratitudine. Prima di tuttoa che essere ammessope' suoi meritistraordinarj alla confidenza del conte Firmianche mi dicono averel'istinto del benesenza parlargli chiaroe senza dimostrargli loscandalo dell'ultimo editto? In secondo luogoa che avere tra lemani l'arme onnipotente di una gazzettalasciata in suo arbitriosenza adoperarla quando più freme il bisogno? A Roma la Fermavenne abolita in virtù delle gazzette; è una gazzettache fuori di qui scarica assiduamente le sue armi per ferire laFerma. Ma le armi degli ignoti valgono poco. Vuolsi che la veritàsia fatta risuonare da un uomo venerato dal pubblico e rispettatodagli stessi uomini del potereperchè sia riconosciutasiccome tale da tutti; ed io sono certo che se nel gazzettino diMilano uscisse una catilinaria dell'autore del Giorno controagli arbitrj de' fermieriquesti si conterrebbero alquantool'autorità penserebbe a contenerli.
—Mi piace la vostra franchezzagiovane generosorispose il Parinima quel che torna inutile non va fatto. L'autorità che un uomod'ingegno e di cuore s'è legittimamente acquistatafinisce aspuntarsi quando il pubblico s'accorge cheper quanto ella siagenerosanon viene ascoltata. Avete veduto che risultamenti ebbe lanotizia che ho spacciato sull'abolizione de' castroni. Lodi daVoltairelodi da Federico di Prussialodi da tutte le teste quadred'Europa. Fin qui va benissimo. Ma gli elefanti canori continuano acontaminare le scene; e tutti gli anni genitori spietati offrono sulbacilein sacrificio all'arte musicalela parte migliore de' lorofigliuoli... ed io... io son posto nella schiera di coloro chetengonoda quelli che in apparenza lodano l'ingegnosprezzandolo infattoil permesso di garrire a deserto. Del rimanente ho parlato alconte Firmian di quello che tanto vi cuocee per consolarvivi diròche qualche cosa si faràe l'editto verrà in granparte riformato; e poi c'è qui il consigliere Verri che...
—Io speroprese la parola il Verridi poter venir in aiuto delloscherzo serio del nostro pittor Londonio e della vostra giustaindignazionelord Crall. L'abate Pariniprotestando sul gazzettinoe contro l'autorità di chi ha fatto l'editto e contro ifermieri che lo usufruttano colla più schifosainterpretazionesapete che avrebbe raccolto gran lode dai buoniebasta lì... ma si sarebbe inimicato il governatoree sarebbestato perseguitatoDio sa in che mododagli interessati alla Ferma;e il pubblico non ne avrebbe avuto nessun vantaggio. Queste cosecaro miobisogna pigliarle blandamente; e poi quando si vuoleinoculare ai grandi e ai piccolia chi comanda e a chi obbedisce ilsenso della giustizia e della moralitàsapete che cosabisogna fare? bisogna far sì che la giustizia e la moralitàtrovi un posto sul libro mastro del dare e dell'averee farlecomparire non più austeramente vestite e colle mani vuotemaaddobbate sfarzosamentee col cornucopia versante dobloni nellecasse dell'erario. Non è che la finanza laquale in certi casiconfederandosi colla giustiziapuòfacendo i proprjfar anche gl'interessi della povera compagnaquasisempre derelitta. È un pezzo che lavoro a queste cosee giàho aperto gli occhi a chi li aveva chiusi naturalmente e a chi liteneva chiusi per convenienza. Persuaso di questoho cominciato afare indagini insistenti per redigere un bilancio dello stato delcommercio nel ducato milaneseche feci pubblicare senza perdertempo. Io sapevo benissimo chea discoprire gli altari e a togliereil velo ai misteripiù di uno avrebbe guaitoe qualchedunoanche di quelli che stanno più in su. Il che di fatto avvenneed ebbi accusa d'avventato e d'imprudente; perchè non sivoleva che io mettessi il pubblico a parte delle mie rivelazioni; esi amava piuttosto che dalla mia testa le versassi nella testaaltruisenza che nemmen l'aria se ne accorgesse. Ma io sapevo quelche mi facevoprima di tutto perchè fatto palese il falsomovimento di un congegno della gran macchina civilechi la governa ècostretto ad operare a suo dispettoe a suo dispetto spesse voltes'incammina a raccogliere gli applausi della moltitudine; poiperchèdi questi applausigiacchè avevo fatto la faticadesideravoaverne anch'io la mia quota; e ciò mi pare che siaragionevole. Intanto sono riuscito a far comprendere che l'innocentediletto di far strillare il pubblico sotto alle battiture deifermieri costava allo Stato due milioni all'annoe che peròl'abolizione d'infinite vessazioni ne faceva entrar due nelle casseerariali. Quando gli atti magnanimi fruttano danari è facile afarli diventare contagiosi. Ecco perchè senza perdere grantemposono riuscito a insinuare l'idea della Ferma mista. Questoè il primo passoed era il più difficile; il restoverrà da sè.
—Ma come avvennedomandava il Pariniche i ventotto capitolidell'editto del mese d'aprilei quali hanno messo la costernazionein tutto il popolosono posteriori alla vostra nomina di consiglieredel Consiglio d'economiae alla vostra elezione a rappresentare ilGoverno nella Ferma mista?
L'editto era già stesoe per quanto io abbia strepitatolosi volle far impastare sulle cantonate della cittàperchèi fermieri furono più forti d'ogni più forte ragione.
—E perchèper il momentosoggiunse il Beccaria colla solitasua aria sbadatadue mila ducati nelle saccocce di chi portal'armellino sotto la togapesano di più che due milioni nellecasse forti della finanza. In ogni modo puoi chiamarti fortunatoilmio Pietroperchè appunto hai trattato una questionein cuil'amore per il pubblico bene si trasmuta in oro sonante. Cosìpotessi anch'io provare che la riforma del diritto penale è unbuon affare di commercio da convertirsi in danaro; che inquarantott'ore scomparirebbero dai crocicchj gli squallidi apparatidella tortura... Così qui il nostro abate Parini avesse potutodimostrare che l'abolizione de' castroni è un lauto affare difinanza; chè allora avremmo veduto un decreto del Ganganelli aprecedere gli encomi di Voltaire. — Così il suo Giornoe le sue Poesie... Ma che cos'è successo che lord Crallgrida come uno spiritato?
Codestarepentina diversione del discorso di Beccaria era infatti provocatadalla voce di lord Crallche tuonò improvvisacome allorchèsorviene qualche disastroo corre qualche ingiuria tragl'interlocutori.
Cheèche non ètutti si misero ad ascoltare. Ungiovinottoentrato allora in casa Ottoboniavea raccontato checavalcando lungo il corso di porta Romanae piegandoper la stradadel naviglioverso san Barnaba e le vie lì pressoaveaveduta accorrere gran folla di gente per quei luoghi quasi sempreabbandonati; ed egli per curiosità tenne dietro allamoltitudinee venuto al monastero di San Filippoavea sentito comei commissarj della Ferma colla sbirraglia erano entrati a perquisirein convento; e siccome ad onta delle mille esorbitanze de' fermieripur era quella la prima volta che si attentavano di introdursi in unmonasterocosì la voce corsa v'avea chiamato e vi chiamavagran gente.
LordCrall a quel raccontoin prima era rimasto immobilepoi non aveapotuto trattenersi dal rompere in parole della più violentaesasperazione: e Spada e pistola ci sonogridò... equalcuno oggi la pagherà per tuttie così dicendocalcandosi il cappello a tre punte in testauscì come uninvasato dalla casa Ottoboni.


V


Ilgiovane Cralluscito dal Palazzo Ottoboni Serbellonifece lavia con quell'affannosa sollecitudine di chi non ha altro timore ched'arrivar tardi. Passando a volo tra gente e gentevenuto allacorsia de' Servisvoltò a sinistra nella contrada de'Pattaripassò per piazza Fontanavenne in contrada Largaattraversò la contrada Velasca eriuscito a Porta Romanapiegò a destrae svoltò infilando la viottola di sanVittorellogiunto alla metà della quale entrò in unaporta larga e tozzaquella porta medesima su cui oggi si legge —Vettura per città e per campagna. Attraversato ilcortilesi fermò davanti ad un ingresso chiuso da dueimpostenella destra delle quali era infisso un pendulo martello aserpente. Diede due gran colpil'uno vicinissimo all'altropoiattese alquanti secondie diede un terzo colpo più deciso epiù sonoro dei due primi. Allora le imposte si spalancaronocome se un nascosto congegno le avesse fatte giraree com'egli fuentratoquelle si chiusero dietro lui. Il luogo dove lord Crall aveainoltrato il piedeera un'aula vasta; tre lampade pendevano dallavôlta. Questa e le pareti eran tutte tappezzate di drappo nero;scheletri interi e frammenti di scheletri umanicostatibracciastinchiteschi erano appesi intorno intorno come trofei. Una grantavola coperta di panno nero era ad un'estremità dell'aula.Assiso innanzi ad essa stava un vecchiod'aspetto gravecon duealtri seduti alla destra ed alla sinistra di lui. Sulla tavoladavanti all'uomo seduto nel mezzoera un teschiouno squadrounacazzuola ed altri ordigni. Dietro a luimolto in altopendeva dallaparete un quadro che rappresentava i ruderi di un gran tempiosulledue colonne anteriori del quale si leggevano queste parole: —Iachin e Booz. — Sotto ad esso era un tripodee sultripode una lampada funerariada cui guizzava una gran fiammaverde azzurra che rischiarava misteriosamente quel quadro etutta l'aula e le faccie dei tre che stavano innanzi alla tavolaele trenta o quaranta faccie degli altriseduti in ampio cerchiorimpetto ai tre. Quando il giovane Crall fu entratopronunciòle stesse parole che si leggevano sul quadro — Iachin e Booz— e tutti si alzaronoed egli prese posto tra gli altri. Maoraperchè il lettore non sospetti che lo si voglia divertirecolle fantasmagorie della lanterna magicasappia che era quellaun'adunanza di uomini appartenenti a quella società segretaicui fastigiusta la credenza di alcuni dei suoi più fanaticiseguacisi sprofondavano nella più remota antichitàsocietà che si vantava discendente persin dai vetusti Braminidai Ginnosofistidai Druidi remoti; che credeva procedere daimisteri eleusini; che venerava qual suo gran maestro capostipitel'architetto Hiramil costruttore del tempio di Salomone; ed eccoperchè sulle due colonne superstiti del portico del tempiodistruttocui figurava il quadro che abbiam descrittovedevansi leparole Iachin e Boozle quali vennero fatte scolpireda Hiram sul tempio di Gerusalemmeper accennare alle idee dellaedificazione e della forza. Mentre però quellasocietà gloriavasi d'una nobiltà tanto anticacheall'uopo non bastandole di fermarsi ad Hiramrisaliva a trovar lesue origini fin nella torre di Babelecompiacevasi pure di procedereda più umile ma più prossimo e più sicurostipite; chè dopo il secolo VIII e nei secoli XII e XIIInell'occasione segnatamente che fu innalzato il tempio di Strasburgofu dessa rappresentata e diffusa vastissimamente da quellaconfraternita di capimastri e muratori che lavorarono ai piùcospicui edificj di tutte le parti d'Europae impressero dappertuttocon opera continua ed uniformequello stile d'architettura chefalsamente detto lombardo in Italia e falsamente gotico inFrancianon fu altro che il neogrecoil qualeabbandonato ilPartenonesi era appreso al tempio cristiano. Se non che il fattodell'architettura murale s'era convertito in simbolo dell'idea diciviltà e di progresso; epperò tutt'Europa aveabrulicato di tante figliazioni di quella societàquanti eranouomini invaniti della persuasione di poter essere illuminatori delloro secolo.
Unatale società chesenza essersi mai spenta del tuttoebbeperò de' periodi del più inerte languoresi ridestòtutt'a un tratto verso la metà del secolo passato inInghilterra primapoi in Franciae colla più rapidamoltiplicazione poi in Italia. Nel 1732 avea stabilita una loggia aRoma. Nel 1747 ne piantò una a Milano (si chiamavano logge iluoghi delle sue adunanze). Nel 1766 ella viveva ancora ed avearesidenza appunto nella contrada di san Vittorello. L'autoritàconosceva l'esistenza suama non ne pigliava gran fastidio perchèda essa non era mai derivato danno di sorta; d'altra parte sapeva chela moltitudinealla quale era pur nota l'esistenza di leiladerideva manifestamentee perchè non avea mai vedutoprocedere da essa atto veruno chein poco o in tantoinfluisse sulbene pubblico; e perchè sapeva come quelle serali e notturneconventicole si sciogliessero spesso in pranzi lauti e ceneprolungate. Comunque del resto fosse di ciònel tempo a cuici troviamo colla nostra storiaquella societàingrossata difresca schiera e sollecitata da qualche spirito fervorosoavea presoun avviamento un po' più determinato e serio. A noi non constache il Verri v'appartenesse. Il suo ingegno acuto e pratico econsistente gli avrà fatto riconoscere e deridere l'inutilitàdi tali riunioni. Ma vi appartenevano molti suoi amicie di quellich'egli stimava e che stimavano luitra' quali il giovane Crallch'era il più caldo di tutti.
Questidomandata ed ottenuta la parola dal gran maestro presidentecosìparlò a quell'adunanza:
—Venerabile maestro del grand'Orientemaestri fratellicompagni ediniziatila causa che qui m'ha oggi mandato è della piùalta importanzaed ha bisogno della vostra forte e prontacooperazione. Nelle ultime adunanzea voti unanimifu determinatoche la nostra loggia sarebbe d'ora innanzi intervenuta immediatamentea soccorrere il prossimo in pericolonon soltanto coll'operadel pensieroma anche con quella della manoesponendo al bisognoanche la vitaquando l'occasione fosse stata grande ed urgente.Venerabili fratelliquest'occasione è venuta! Tutte le casetutti i cetitutte le confraternitetutti i corpi sacri e moralidella città di Milano sono da più giorni esposti alleviolenti soperchierieed alla rabida fame de' fermieri. Sono espostieziandio agli arbitrjai capriccialle voglie talvolta oscene deglisgherri della Ferma. Finora vennero risparmiati gli asili delle sacreverginidove si raccolgono per educazione le fanciulle delle piùdistinte famiglie della città. Ma oggi per la prima volta sipenetrò in essi. Il monastero di San Filippo Neri fumomentisonoinvaso dalla sbirraglia de' fermierisotto pretesto che vi sianascosta mercanzia di contrabbando. Propongo adunque che quanti siamoqui tra i più giovani e i più avvezzi all'armeusciamtosto per recarci colà a respingere la violenza colla forza. Ènecessario un esempioè necessario che qualche vita sisacrifichi alla giustiziaè necessario che qualche fattoenorme scuota dal colpevole letargo coloro che pur tengono il mandatodel pubblico benema cheimpinguati dalle volpichiudono gli occhie lasciano fare. Quelli che sono del mio avvisopermettendolo ilmaestro venerabilesi alzino dunque e mi seguano.
Aqueste parole così determinateproferite con voce sonora econ accento caldissimosuccesse un bisbiglio fra quanti erano làradunati nell'aula. Il maestro venerabilecon placido discorsotentò dissuadere il fratello Crall da quell'impresaarrischiata; il maestro oratore venne in soccorso del venerabilecosì pure il maestro tesoriere e il segretariotutte personeche probabilmente non volevano compromettere i pranzi e le cenefuture con qualche passo arrischiato.
—Ma a chegridò allora il giovane Crallabbiamo pronunciatocon tanta solennità il giuramento dell'ordine? Dimmi tue quisi rivolse ad un giovane vicinodimmi tu che l'altro giorno non eriche un lupicino venuto a cercar qui la luce (si chiamavanlupicini i candidati prima di essere ricevuti in quella società)dimmi ora dunque: che cosa hai giurato quando fosti trovato degno diessere ammesso fra gli adepti? Parlache cosa hai giurato su questaspada?
—D'amare i miei fratellie soccorrerli a norma delle mie facoltà.
—E a che hai acconsentito quando mai tu non sapessi mantenere ilgiuramento?
—Che mi sia troncato il capostrappato il cuoreabbruciato il corpoe gettate le ceneri al vento.
—E perchè dunque una così atroce sentenza?…soltanto forse per togliere la possibilità che qualcuno di noimanchi al convegnoquando si tratta di sedere a mensa per divorarecon formidabili ganasce le più saporite imbandigioni? Èforse ai cuochi soltanto o ai vinattieri che abbiam giurato di esserutili? e per così poco mettere a repentaglio e testa e cuori eceneri? Suvviadunqueche si fa?
Alvenerabile mancò la parolatacquero l'oratore e il tesoriere.Una dozzina di giovinotti si alzaronosfoderando le spade egridando: Noi siam tutti prontise lo permette il venerabile. Questicrollò il capoe disse: Andateche la fortuna vi salvimaricordatevi del segreto. L'adunanza si sciolsee ne uscirono unadecina di giovani armati di spada e di proposito deliberato.
Orlasciamo che costoro s'avviino verso il monastero di San Filippoprontissimi a cavar dal fodero di pelle bianca inverniciata la spadanon ancor molto cruentae in procinto di produrre un tal disordineda far strillare di spavento la madre badessale monache e leeducande e da costringere le leggi tapine a dar la testa nellemuraglie per la novità del caso. In questo frattempo noidobbiamo recarci altrove ad assistere a un dialogo tra il Galantinoed un personaggio che comparirà per la prima volta in iscenama che fu da noi tante volte nominatoe chea tutto rigorepotrebbe reputarsi il primo personaggio del drammao per lo meno ilpersonaggio indispensabile; perchè se costui non fosse natonon sarebbe avvenuto nulla affatto di tutto quanto abbiamo raccontatoe racconteremo. Egli è il figlio della Baroggiil pupillopatrocinato indarno dal galantuomo Agudio. Noi l'abbiamo nominato piùvolte quand'esso non aveva che cinque annied ora che dobbiamoconoscerlo di presenza ha compiuti gli anni ventunoed èsotto-tenente nelle guardie di confine della Ferma generale; caricache press'a poco ora corrisponderebbe a quella di sergente nelleguardie di finanza. Ma in che modo questo disgraziatissimo giovaneche pure fu a due dita di essere uno tra i pochissimi benedetti dallafortuna e dalla ricchezzapassò i sedici anni dal 1750 al1766? in che modo il Galantinoper le sue buone ragioniandòa soccorrere la povertà infelicissima della madre di lui e adoffrire al figliuolo un posto tra le guardie della Ferma? a che cosaor lo vuole adoperareper usufruttuare il beneficionel colpo chesta per tentare? che effetto sarà per fare in convento lacomparsa d'una dozzina di giovani guardie della Fermaprotette dallaleggeprepotenti e viziate? che sarà per nascere dalparapiglia guerresco tra i compagni della loggia di san Vittorellocapitanati da lord Cralle che stranissimo qui pro quo potràgenerarsi da tutta questa arruffatissima matassa?


VI


Intantoprima di assistere al dialogo tra il Galantino e il figlio dellaBaroggie a sapere in che modo incominci la relazione tra l'uno el'altro ed inoltre com'erano riuscite infruttuose le cure delprevosto di san Nazaro e dell'avvocato Agudio per far constare lapaternità del defunto marchese F... a favore del fanciullostato battezzato nella parrocchia di san Nazaro sotto il nome dellamadre; così avendo voluto il marchese stessoprevia unadichiarazione orale fatta dal medesimo al prevostocolla quale aveapromesso di volere a tempo migliore dargli il proprio nome. Èa sapere altresì come la testimonianza solitaria del prete nonavea avuto nessun peso in giudizioperchè la consuetudinevoleva che insieme col parroco testimoniasse anche il padrino ilquale mancò; e nemmeno ebbe valore la testimonianza del notajoMacchiquello ch'era stato chiamato a stendere il testamento nelquale veniva istituito erede il figlio della Baroggipur nominatoqual figlio dal marchese testatoreed assunto al diritto eall'obbligo di portarne la parentela; e tutto questo ad onta delpatrocinio dell'avvocato Agudioche invano aveva adoperato tutta lasua sapienza e sagacia legale per far che quelle due testimonianzeavessero valore a provare la paternità che si negava dagliavversarj. Ma gli avversarj erano riusciti a convincere i giudicioalmeno i giudici avevano avuto il loro interesse a lasciarsiconvincerecome quelle testimonianze dovessero valutarsiseparatamente e al cospetto di due circostanze diverse e che peròprese isolatamentenon dovevano e non potevano avere nessuna forzadi prova; e tanto menoin quanto il registro battesimale era il soloatto scritto legittimo e pubblico a cui doveva aversi riguardo nellatrattazione di quella causa. Bene l'Agudio aveva insistito nelladimostrazione chesebbene fosse veroper essere la testimonianzadel notajo Macchi relativa alla scritturazione d'un testamentoequella del parroco relativa ad una dichiarazione orale fatta dalmarchese in tutt'altra circostanza e per tutt'altro intentochedovessero prendersi isolatamente; non di meno venivano esse come aconfederarsi ed a costituire la validità della duplicetestimonianza quando si guardava al solo ed esclusivo fatto dellapaternità.
Perdutaadunque la lite dalla Baroggisentenziate insussistenti le suepretese a favore del di lei figlioella si venne a trovare nella piùdeplorabile condizione.
Ilprevosto che l'avea presa a proteggereerale sempre stato liberaledi qualche soccorsoanche dopo svanita ogni speranza; ed aveaprovveduto eziandio a far educare convenientemente il fanciullo. Maper disgraziavenuto a morte anch'essonel 1761la Baroggi sitrovò derelitta del tuttocon un figlio che avea sedici anninon in posizione di continuare nell'educazione incominciatanon attoa guadagnarsi tosto il vitto per sè e per la madredimostrando bensì le più belle attitudinimanell'incapacità di poterle far maturare e condurre aperfezione.
Allorala sventurata Baroggi erasi rivolta allo stesso conte Albericoilqualeper levarsi l'importuna d'attornoordinò che ilmaggiordomo le contasse qualche danaro. Ma il maggiordomosborsatoper quella volta la somma di che aveva avuto l'ordineprovvide daquell'ora in poi a sbarrar la porta alla sventuratae a spuntaregl'improvvisi affetti di quella pietà superficiale e sbadatache pur sorgeva in petto al giovine conte ogni qualvolta gliperveniva qualche supplica straziante di quella povera donna.
Questofatto provocò un certo rumore nella cittàtanto chegiunse all'orecchio anche del Galantinoil quale di quella faccendane sapeva qualche cosa più di tutti. Ora la notizia dellacondizione deplorabile in cui versavano la Baroggi e il figlio di lei(e difficile a dire se per un senso di pietà spontaneao perqualche altra causa meno generosa benchè più forte)gli fece una profonda impressionetanto profonda che pensò dimandare un suo commesso dalla madre a proporle se voleva impiegare inqualche modo il figlio presso gli ufficj della Fermache gli sarebbedato un salario sufficiente onde provvedere a sè ed allamadre. In tal guisa il giovinetto Giulio Baroggi fu impiegato inprima siccome scrivano; poi avendo mostrata assai svegliatezza esolerziavenne promosso a commesso delle esattorieinfine asotto-tenente nelle guardie della Ferma; carica che gli fruttava unnon dispregevole salariouna bella divisae molti di que' guadagniche soglionsi chiamare incertisia per le quote che gli eran contatesulle perquisizioni e contrabbandisia pel soprassoldo che toccavaquando aveva il mandato di percorrere alla testa di un numerosodrappello di guardie tutta la linea del confine.
Senon che la necessità di vegliare le nottidi vivere tra lapiù rozza gentagliae più di tuttoi tristi pensieriche gli derivavano dal confronto tra quello che era e quello cheavrebbe potuto esseregli fecero contrarre la mala abitudine dellagozzovigliadel beredell'uso e dell'abuso dell'acquaviteper dartono alla vitaper mettersi all'unisono e acquistar baldanza traquelli a cui comandavae più ancora per scacciare i molestipensieriche si facevano sempre più intensi quando lareazione che succedeva all'esaltazione provocata dalle bevandespiritosegli lasciava infiacchita la fibra e più disposta asubir l'influenza della tristezza. Codeste sue abitudini nongl'impedivano però di essere zelantissimo alle sue incumbenzeperchè la natura gli aveva pur concesso saldezza di mente esaldezza di carattere. Bensì lo avevano condotto al puntod'impegolarsi nei debiti e tantoche non sempre i suoi guadagnipoteano bastare a conservare alla madre quella vita modestamenteprovveduta che pure fervorosamente egli desiderava nella quietedell'animo suoma di cui si dimenticava tra i bicchieri e tra icompagni. Da ciò dovettero originare disgusti e malumori ealterchi tra lui e la madrela quale finiva in pianto le suequerelelasciando il figlio desolato e pentito e pieno diproponimenti di cangiar vita. Però la tristezza gli si eraconfitta nell'anima al puntoche la giocondità anchepasseggiera non era più una condizione naturale del suospiritoma un effetto artificiale delle bevande spiritosedellequali ormai non poteva più far senzaperchè erano ilsolo mezzo che gli era rimasto a dar qualche istante di requieall'anima travagliatapress'a a poco come chi fa tacere lo stridoredei denti col versarvi sopra l'alcool addormentatore.
Insistendosul qual fattoegli è a considerare come dall'infanzia allafanciullezzaalla giovinezzaavendo egli sempre avuta dinanzi lafigura turbata e piagnolosa della povera sua madrenecessariamente gli si venne invelenando l'esistenza; sentendo aparlar sempre di miseriee vedendo sempre la disgrazia in casailsuo spirito aveaper questo latocontratta quasi l'abitudine deltimorecome que' fanciulli chepercossi continuamente da madrispietatesi rannicchiano tremanti ad ogni alzar di braccio che pursi mova per tutt'altro. Così anche allora che non v'eranooccasioni che potessero presagire infortunjegli viveva col sangueagitatoe paventava miserie che non solo non eran probabilimaimpossibili. Su questa condizionediremo fondamentaledella suaesistenzasi vennero poi radicando altri sentimenti profondi. Unodio implacabile contro ai ricchi e ai nobiliche usciva affattodalla ragionevolezza e dalla giustiziama che pur troppo eraspiegabile in chi era stato ed era ancora la vittima d'uno di loroepareva dovesse portarne le conseguenze in perpetuo. Il marchese F...aveva ingannato sua madree sebbene il Baroggi credesse che coluiavesse testato a favor suotemeva tuttavia non fosse stato anchequello un giuoco ingannatore per togliersi d'attorno gl'importuniiquali volevano impedirgli di lasciar tutte le sue ricchezze alfratelloe di appagar la boria coll'accrescer sempre piùl'importanza del casato. In quanto al conte Albericoèinutile a dire com'egli lo abborrisse con tutta l'esaltazione di unsentimento implacabile. Se non che d'accosto a tant'odio contro di unceto in genere e di que' due uomini in ispeciequasi per concedereun po' di riposo al suo spiritoil quale sarebbe stato consumato daquell'assidua acredinevenne spuntandolo abbiamo già dettoil sentimento della gratitudine per colui che solo fra tutti —egli poi ne ignorava la vera cagione — aveva pur provveduto asostenerload ajutarloa beneficarlo. E questa potrebbe parere unafortunase la disgrazia non avesse fatto che un tal protettore fossedi quelli appunto che si chiamano piaghe e vituperi dell'umanità.
Questipoi alla sua volta tenevasi caro il Baroggiperchè si valevadi lui in quelle circostanze dove era necessaria una stoffa d'uomopiù sopraffina del consuetouna cera più gentile emodi più delicati di quelli che mostravano comunemente i bassiimpiegati e le guardie della Ferma. Dopo tutto alfine è aconfessare che il Suardi si compiaceva dei beneficj che faceva al suogiovane protettoe che in cuor suo lo compiangevae non pensava enon guardava a quel giovine senza sentirsi tanto quanto commosso. Lanatura del Galantino era tristissimail lettore ne ha delle proveper fin soverchie; ma avendo il dono di una mente svegliataquestadi tanto in tanto mandava sul cuore di lui un raggio beneficoche lorendeva migliore. Si addomestica il leone e l'orso neroperchèun certo loro istinto d'intelligenza permette all'uomo di ammansarnela ferocia. Ma l'orso bianco è implacabileperchè èil più torbido di tutte le fiere. Il Galantino tristissimoaveva pur pensato a cercare e della Baroggi e del figlio suo. Ilconte Alberico invecedopo un pugno d'oro concesso per forzaliaveva lasciati alla loro miseria.
Benè vero che il Galantino più di tutti doveva misurarel'infortunio di quella madre e di quel figlio. Ma il conte Albericosapeva pure che il defunto marchese ne era il padresapeva pure cheun testamento era stato scritto a suo favoresapeva pure che queltestamento era stato trafugatoe che credeva che fosse distrutto;sapeva pure che la fortunail solo giuoco della fortuna aveva messea sua disposizione le ricchezze che avrebbero dovuto appartenere alfiglio Baroggi. Ma una volta che si sentì protetto e salvo eassolto dalla leggee che la legge avea alzato un muro di divisionetra lui conte e il Baroggi finanzierenon pensò mai che dallesterminate sue rendite che ascendevano a lire milanesiseicentotrentamilapoteva levarnesenz'accorgersiuna lievissimaannatache pure avrebbe bastato a sostentar due vite e a stornare lamaledizione dal capo dello zio defuntoe da quello del padre e dalproprio. Or chi dunque può dirsi più tristotral'ex-lacchè Galantino e il conte Alberico F...?


VII


Tornandoora al raccontoquando il Galantinopassando a cavallo sotto albalcone di casa Ottoboniattrasse gli sguardi e provocò iparlari delle donne allegre e voluttuose che vi stavano radunate; inquel puntoagitando molti disegni in capopensava di volgere lacorsa verso la casa propriadove avea fatto dire al sotto-tenentedella FermaGiulio Baroggiche si trovasse in sul tramontare dellagiornatache egli avea gran bisogno di parlargli. E il Baroggi fupronto alla chiamatatanto chequando il Suardi scavalcò nelcortile della propria casaquello lo stava aspettando da quasimezz'ora. Il Suardi salì appena il portinajo gli nominòil sotto-tenenteed entrato nell'anticamerae vistolo a passeggiareinnanzi e indietro:
—Attendi un istante che vengo subitogli disse.
—Faccia i suoi comodirispose queglilevandosi il cappellinoecalcandoselo di nuovo in testa quando il Suardi si ritirò.
Vestitodella sua verde assisacoi rivolti bianchi al pettoalle maniche edalle faldecolle uose di panno nero che gli giungevano a mezzacosciacolla sciabola cinta non senza una certa trascuratezza cheaveva il suo vezzocol cappellino a tre punte tanto piegato in sullabanda destrache il sopracciglio veniva quasi tagliato a metà;nel passeggiare innanzi e indietro per l'anticamera presentavaquell'aspetto eteroclito cheassunto per una consuetudineindeclinabilesembra farsi quasi una seconda natura in tutti quellichesenza appartenere alla milizia regolareportano divisa ed armiin servizio degli ordini civilie nelle frequenti scaramuccie coicontrabbandierisono esposti ai pericoli della guerraessendoascritti al men glorioso esercito della pace. Tuttavia le mosse ch'eifaceva nel passeggiarepiù che quelle di una guardia difinanza vera e realeparevano quelle di un attore che ne caricassele apparenze per rappresentare un personaggio. Chè di tanto intantoe per atti fuggevolissimila trivialitàquasi assuntaper propositotradiva una certa eleganza nativaavendo esso lataglia spigliata e leggiadramente costituitae la fisonomia e icontorni e i tratti del volto belli e gentili. Bensì sul fondobianco e pallido della faccianella regione dei zigomaticisegnatamentesi vedea soffusa una tinta come di rosso di mattonelaquale non pareva naturalesibbene artificiosamente sovrappostaedera infatti l'insegna dell'acquavite e del rack di cui faceva tantoabuso. Esso non contava che ventun annima ne dimostrava buonamenteuna mezza dozzina di piùperch'era torbida la tintadell'occhioil quale peròsotto all'ampio e puro arco delsopraccigliogirava con guardatura intelligente ed espressiva esoavequando era in calma.
Dopobrevissimi istanti rientrò il signor Suardie disse lesto esommesso al Baroggi:
—Andiamo di là che t'ho a parlare di un affare urgentissimo...Quante ore abbiamo? aspettae già tardi... — e cosìdicendo condusse il Baroggi in un gabinetto vicino.
—Saicontinuava il Suardiche in sull'imbrunire i commessi dellaFerma devono fare una minuta perquisizione nel convento di SanFilippo Neriperchèper sicurissime informazionisappiamoche v'è nascosto in gran quantità del tabaccoforastiero.
IlBaroggi guardò il Galantino con un lezio del voltosignificantissimo.
—Chi ve l'abbia gettato non si sa... perchè non par veronemmeno che la madre badessaper il suo privato consumo e per quellodelle suore coadjutrici... basta... qualcuno sarà stato... e anoi non importa nè di chi nè del come nè delquando; quel che preme si è che la perquisizione non torniinutile... E voglio che anche tu sii presente... essendo necessarioche quella gentaglia di commessi e guardie e sbirri sia tenuta infreno... tu mi capisci.
—Capisco benissimo. Ma capisco anche che si può fare un buconell'acqua.. e che questa volta era meglio chiudere un occhio elasciar che il tabacco marcisse in conventoanzichè liberareil volo ai falchetti e gettarli tra quelle povere rondini. Ilmalumore della città è al puntoche un minimo fatto dipiù basta a convertirlo in una tempesta da ammaccar il capo dichi si lascerà cogliere. Figuratevi poi questa bagattella. Finad ora non fu mai fatta perquisizione in nessun monastero... Torno aripeteremi pare che questo voglia essere un colpo falsodi quelliche feriscono e fanno saltar le dita a chi tiene l'archibugio.
IlGalantino tacque un momentocon un certo atto di preoccupazionepoisoggiunse:
—Macaro miola legge c'èe se ci fu pel convento deiCappuccinie per quello dei Barnabiti... e per casa Visconti e percasa Arconati... ci può e ci dev'essere anche per la casadelle monache. Chi sono infine quelle pettegole? i signori che hannofatta la legge dovevano pensarci loro...
—Ma sapetesignor Galantino... già qui si può parlarchiaroche nessuno ci sente... sapete che quell'editto fu una grandeiniquità... e dacchè Milano è Milano non s'èmai vista la magistratura a tenere il sacco ai... che cosa si ha dadire?... ai birboni e ai ladri... come in quest'occasione?...
—Come? ai birboni e ai ladri?
—So quello che dico... e quand'esce una legge di quella conformitàchi ha l'incarico di farla eseguire ha naturalmente il mandato difare il ladro e il birbone... Ed io dichiaro di aver dovuto essere el'uno e l'altroquantunque a mio dispetto. Egiacchè si ha adire la verità tutta quantaho avuto caro che voi m'abbiatefatto chiamaredal momento che avevo un ardente desiderio diparlarvi...
—Parlarmi? e di che?
—Di questoche se fosse possibile farmi passare dal corpo delleguardie negli ufficj d'amministrazionea me parrebbe di toccare ilcielo col dito.
—Io t'ho fatto nominar sotto-tenente perché sapevo che un talposto impingua le saccocce.
—E ve ne ringrazio e tantochèdopo mia madresiete voi ilsolo uomo a cui mi professi obbligato in tutta questa mia vitamaledetta...
—Maledetta... perchè tu l'hai voluto... tu bevitu giuochitugozzoviglitu spendi e spandie poi tua madre piange... ed io...
—Voi mi avete sempre soccorsoe torno a ripetere che a voi solo iosento l'obbligo della più profonda gratitudine... ma...
—Che?
—Quando un uomo è nato per correre ad un fine e riesce ad unoopposto; quando un uomo si sente la mente e il cuore fatti perriuscir bene in una certa vitae dal bisogno è invececostretto a far quello che gli ripugna... allora è necessitatoa violentar la natura propriaubbriacandolaaffinchè non sirisenta del peso insopportabile che gli è imposto. Quando hobevuto e la testa mi si esaltaposso vivere tra quella masnada dibriganti che ho d'attorno. Quando ho bevutoe il mio cuore èaddormentato e i miei sentimenti sono soffocatiposso anch'io darmano alle nequizie che si compiono per obbedire la legge. Delrimanentesarebbe ora minor male se ci fosse il pericolo diaffrontarla: ci sarebbe almeno il merito del coraggio. Ma cosìè una vigliaccheria senza esempio. Io so che il boja èpiù abborrito dell'assassino... il mondo almeno la pensa cosìe c'è il suo perchè... Ora noi siamo ancor peggiori diluichèse non altroegli uccide i colpevolimentre noi cifacciamo il più tristo giuoco de' galantuomini.
—Non so che diree può darsi benissimo che tu abbia ragionema se domani vuoi lasciar giù questa giubba color pistacchio equesta sciabolabisogna che tu staseraanzi fra pochi momentilorfaccia guadagnare il ben servito.
—Vale a dire?... Non afferro bene.
—Vale a dire che tu devi far parte della spedizione del monastero.
—Io?
—Tu.
—Ma perchè?
IlGalantino stette un momento perplessopoi soggiunse:
—Perchè voglio che il conte Alberico F... vada al diavolo ecrepi di bile.
IlBaroggi si fece attento.
—Caro Giuliotu sei il primo al quale faccio una tale confidenza; main conclusione ho stabilito di prender moglie...
—Niente di più naturale e di più facile.
—Naturale sìfacile no... Non per la mogliema per quella chevoglio io; e quella che voglio io è nientemeno che la promessasposa del conte Alberico (il lettore comprenderà come questafosse un'invenzione del Suardi)e tutto è prontoe si diceche il bello e leggiadro e profumato e viziato contemessi da partei suoi cento amorie lasciatine gli avanzi alla servitù comesi fa cogli stivali e colle calze smessesiasi innamoratoperdutamente di quella che piace a me. Ma il conte non l'avràe non la sposerà... e tu mi devi ajutare.
—Io?... Ma che cosa posso far io?
—Sai tu dove sta di casa quella che piace al conte e piace a me?...non lo sai? ebbene te lo dirò io: sta di casa nel monastero diSan Filippoed è piaciuta anche a te...
—A me?
—Tu l'hai veduta e guardata e lodata un giorno in cuimentrepasseggiavi con meella mi passò vicinoaccompagnata dallalivrea di casa Pietra Incisa.
—Chi?... quell'angelo?...
—Quello appunto... ma oggi ha da volar viae sei tu quello che glidee fare spiegar l'ali e farlo uscirenon dalle finestre... guai! mada un uscio che t'indicherò.
—Ma che vi pensate? Io non sarò mai per far questo.
—Tu lo farai.
—E quand'anche avessi tutta la miglior volontà di obbedirvinon vedo nessuna via da poterne uscir fuori ... Prima non la conoscocolei... ed ella non conosce me ... e poi una fanciulla non èuna puledra da farsela venir dietro passo passo soltanto col darle aveder lo zuccaro.
—SentiGiulio; la cosa non è facile ese vuoinemmen troppoprobabile; possibile però mi pare che sia. Forseda che cisono al mondo conventi di monacheè la prima volta che undecreto della magistratura ingiunge ad una truppa di giovinettiarmati e caldi d'acquavitedi entrare tra la santità el'innocenzacome se fosse in caserma; non s'è mai sentito cheil pastore il quale ha in custodia le pecore si confidi alle volpi edai lupi per guardarle dai cani. Non c'è che dire. L'autoritàha perduta la testa... ma conviene approfittare di questo capogirodi questa ubbriachezza non mai uditaperchè scommetto che ciònon sarà mai per avvenire una seconda volta. Ora tornando anoila novità del caso metterà una tal confusionenella testa di quella povera badessae di quelle semplici e buonesuore maestre e coadjutrici e sorvegliantiche le monache e lemonachelle giovani e le educande si spanderanno per i corridoj e peri cortili con un gusto matto. Tu un momento fa hai parlato dipuledre: ebbene... metti che il fuoco s'appigli ad un fenilee daquello ad una scuderia. È già molto che i palafrenieripensino a salvar la pellesenza tener dietro ai cavalli cherottala catena e la cavezzasi spanderanno per la città con trottovivace e allegroe coi nitriti della libertà. Ho tenuto contodi tuttoe il mio piano non è una pazzia.
—Quasi.
—La possibilità della riuscita c'èe ciò mibasta. Dunque cosa intendi di fare? Bada intanto che è unaffare d'urgenza e non c'è tempo da perdere.
—Non so che dire... io non mi prendo questo impegno.
—Che?
—Dite quel che voletechiamatemi ingrato... sconoscente. Diròche avete ragionema per quest'impresa io non mi movo. Mi son datoalla crapula per stordire la testa e far il callo alle bricconatelegali....figuratevi se nel giorno stesso che voglio cangiarprofessione e vita... posso commettere una vilissima scelleraggine...posso ingannare... trafugare una povera ragazza... per metterla nellemani di chi... domando mille perdonima di chi non ècertamente un santo.
IlSuardia queste paroleguatò in prima torvamente il Baroggipoi fece due o tre passi per la camera concitato e convulso; poi sipiantò in faccia al sotto-tenentepigliandolo per mano collasinistrae mettendogli la destra sulla spalla.
—Tu crediGiulioche di questa fanciulla io voglia farmi un giuocoosceno e crudele. T'inganni. Pure mi piacie ti voglio bene ancorpiù di primae ammiro il coraggio onde rifiutasti di dar manoa un'azioneperchè temevi fosse per essere scellerata. Mat'inganniGiulio. Io ho trentacinque anni... e in parte puoiimmaginarti e in parte lo saiquante e quante donne mi corserodietro... semidee e semidonne; la lista di Don Giovanni potrebbeparer la polizza del tuo pranzo in confronto. Ebbene... questa èla prima volta ch'io mi sento innamoratoinnamorato alla folliainnamorato al punto da compromettere tutta la mia esistenzae tuttala mia ricchezza accumulata con tanti pericoli e con tanta faticaper il desiderio che mi tormenta di poter avere in moglie questoangelo del paradisoche è venuto quaggiù per fare ilmiracolo di convertire al bene i demonj dell'inferno. Io non vantonessuna nobiltàmasiamo sinceriil mio blasone potrebbesempre essere la coda del diavolo in campo rosso. Eppureda qualchetempoio mi sento tutt'altr'uomo... e se questa fanciulla potessemai diventar mia moglie... certo che il mio avvenire sarebbe la piùluminosa ammenda del mio passato. Dunque?...
—Posso ammirarviposso anche compiangervima non posso ubbidirvi...ve l'ho già detto. Sono stanco di fare il servitored'anticamera nel palazzo dell'iniquità. Io non nego che voiabbiate delle buone intenzioni... ma ingannareinsidiare unafanciulla... perchèin fin dei contivoi siete padrone diessere innamorato di leima ella non è poi obbligata adiventar vostra moglie.
—Quella fanciulla è innamorata di mecome non lo fu mainessuna delle tante donne e fanciulle che ho conosciute....
—Quand'è cosìandate voi stesso; la vostra presenzafarà certo più effetto della mia. Tutto quel che si puòfare... è che... indossiate la mia monturae facciate suonarquesta sciabola sul lastrico del convento; giacchè mi sembrache vi prema di non essere riconosciuto... e ciò ètroppo naturale.
—Caro miotu hai studiato più di mema sei più giovanedi me... e sarai sempre men drittomeno esperto e men ragionevole dime. Sei contento a prestarmi sciabola e monturae non vuoi prestarmila mano. Ma giacchè abborri il malee non vuoi commetterlocredendolo talese ritiri la mano devi ritirare anche la sciabola.In conclusione hai paura di esporti per me.
—Paura? lo sanno i contrabbandieri di confine... lo sanno gli spalloniche sono armati di tutto puntoquasi come i soldati del reggimentoClerici.
—Se dunque non hai paura... prestami manochè a far riuscirbene l'impresa non basto io solo; ma guarda come sei caparbio e atorto. Tu facendo il mio piacere fai quello della fanciullafaicrepare di rabbia il conte Alberico; tu che l'hai tanto colla castadei nobilifai sì che un ramo d'un loro antichissimo alberos'innesti su d'un albero plebeobenchè carico di frutti e difiori: tutto ciò tu fai ajutandomi.
Equi si fermò come colpito da un forte pensieropoi continuò:
—Infine... sai tu quel ch'io posso fare per te?... sai che da un attoda un atto solo e rapido della mia volontàdipende che tudall'oggi al domani diventi a un tratto uno de' più granricchi del ducato di Milano...!
IlBaroggi si scosse a tali parolee lo guardò fissoe collapupilla penetrativa parve addentrarsi in quella del Suardiche sifermò ad un tratto impallidendopoi:
—Vieni con mesoggiunse; e lo trasse in una camera attigua.
IlSuardi si tolse allora una piccola chiave che aveva in uno dei duetaschini dei due orologi; salì su di un seggiolone di cuojoaccostò la mano per alzare un lembo della tappezzeria didamasco verdefoggiata a tenda; poi si rivolse ancora piùpallido di primae ridiscese... e accostò la boccaall'orecchio del Baroggi. Questi era mutoe il cuore gli batteva perl'affanno della curiosità e dell'aspettazione.


VIII


Quandoil Suardi ebbe messo il labbro all'orecchio dei Baroggisi trattennedi colpocome se un secondo pensiero avesse istantaneamentedistrutto il primo; si trattennee a colui che stava in sull'ale:
—Quel che ti volevo dire te lo dirò domani. Il tempo passaese si giunge tardi non si fa nulla. Per oraaffinchè tu mettail cuore in pace riguardo alla purezza di quella fanciullatipropongo questo partito: se mai si riescecome spero (chèallorquando una cosa la si vuole la si ottienepurchè lavolontà sia quella tale)se mai si riesce dunque a trarla dalmonasteroella rimangafinchè sarà bisognopressotua madre. Tua madre che colle ginocchia logora i gradini deglialtarie si macerapoverettanelle preghiere e nei digiunipentita e strapentita e troppo pentita di avere... ma non richiamiamoil tristo passatochedel restos'ella fu ingannatanon haragione di credersi colpevolementre non fu che una vittima. Tuamadre sia dunque la sua custodia. Così tu non potrai avere piùscrupoli... e mi presterai quell'ajutosenza del quale non si puòfar nulla. Suvviacoraggio... e pensa al tuo avvenire.
Capitòa moltianche tra uomini i più tenaci del loro propositodiavere a lungo respinte le insidiose insinuazioni degli scaltri confranchissimo coraggioe che poio per qualche accidente inaspettatoo per la stanchezza della lottasi sentiron costretti a lasciarsitrarre nel laccio senza dir di sì e senza dir di noe diseguiresebbene contro geniola volontà altrui. Èsempre la storia del diavolo e delle sue tentazioni. Un tal fenomenolo dovette subire anche il Baroggi. Quella uscita inaspettata delSuardi sulla facoltà che aveva detto d'averedi potercambiare dall'oggi al domani la fortuna di lui; le parole e i modimisteriosi onde egli avea toccato quel tastola tappezzeria rimossadalla sua manoquasi fosse per discoprire cosa della più altaimportanzae fino a quel punto gelosamente celata; tutto ciògli mise una tale agitazione nel sangueuna tal commozione nelcuoreuna tal confusione nella mentechein una parolanon sitrovava nella condizione di prima. Egli sapeva la storia delGalantinoe la sua prigionia e la tortura subita e sopportatae lecarte importanti trafugate al defunto marchesesicchè aqueste cose egli corse di slancio col sospettoappena il Galantinogli parlò con quel piglio misterioso. Allorchè poiquegli troncò il discorsoesvoltandolo in un altroproposeal Baroggi di affidar la fanciulla a sua madre; non ebbe in quelmomento il coraggio di costringerlo a palesar tuttoe d'altra partenon seppe persistere nel rifiutargli il proprio ajutoperchènon voleva lasciarsi fuggir di mano l'occasione e il merito di poterpenetrare in quel segretoche era stato ed eraesino a quelpuntogli pareva che avesse dovuto continuare ad essereil segretodi tutta la sua vita. Non rispose dunque nulla all'ultimo eccitamentodel Suardibensìcome questi si mossegli tenne dietrosbalordito e pensoso e disposto a far tutto quello che colui avrebbevoluto in quel giorno. Così usciti dalla stanzadiscesi incortilesalirono nella carrozza che li aspettavadicendo il Suardi:
—Strada facendo ti spiegherò il mio piano.
Mentreil signor Suardial pari di un comandante in capoinsieme col suoajutante di campoguardando di tratto in tratto l'orologiosirecava al quartier generalelontano dalla mischiae nel tempostesso in situazione di accorrere al riparoe d'improvvisare sulmedesimo campo di battaglia un nuovo colpo strategicoquando mai unrovescio inaspettato fosse per mandare in dileguo il primo piano giàda lungo meditato; i commessi incaricati della perquisizioneleguardiegli sbirriquelle col loro archibugio ad armacolloquesticolla sola sciabola girata dietro le renierano usciti dal palazzodella Ferma generalee si avviavano difilati alla volta delmonastero di San Filippo Neri. Le ventiquattro erano passatee giàstava per compirsi l'ora che ad esse succedeva. Il sole primaverileilluminava per carità qualche camerotto al quinto pianodovedegli estremi raggi stava approfittando con ansiosa sollecitudinequalche povera cucitricela quale voleva compir l'orlo di qualchecamicia per risparmiare i tre soldi della popolana candela di sego.In quell'oranella chiesuola del monastero di San Filipponellaparte ch'era segregata dal pubblicoerano discese la madre badessale suore maestrele monache semplicile conversele incipientieil drappello delle educande. Il mantice dell'organo veniva caricatod'aria da due grosse e ottuse converse; intanto chequasi a provarela quantità d'aria che era entrata nelle cannee la propriavalentia nell'arteuna mano percorrendo agilissimamente i tastiaiprofondi suoni della canna maggiorecon netta e rapidissimadecrescenzafaceva succedere il sibilo acuto e flautato della cannaottavino. L'organocome al solitodava in sulla parte dellachiesa aperta al pubblicoe i pochi che a quell'ora eranointervenutiguardando attraverso la griglia di legno che dalparapetto dell'organo si alzava fino a due terzi della cannamaggiorevedevano per la luce di due cerii quali erano accesi aldisopra della tastieramuoversi tre teste. Ed eran le teste dellasuora maestra di canto fermo e d'organoe di due fra le allieve piùdistinte in quell'arte. Di queste duequella cheseduta allatastierasbizzarriva colla mano velocissimaera la giovinetta Ada.Poco dopodall'altarecollocato dietro al muro che divideva lachiesa in due parti (e faceva riscontro all'altro posto oltre ilmuroed al quale si ufficiava per il pubblico)una suora intuonavale litanie della Beata Vergine; ad essale altre monacheleeducandeil pubblico rispondevanomentre l'organo colle sueecheggianti variazioni interpolava ogni tema di que' predicaticoiquali la più sublime poesia sgorgata dall'entusiasmo dellafede e dell'amore decorò il nome di Maria.
Diqui passando altroveil lettore può accompagnare di nuovo icommessi della Fermausciti dal palazzo dell'amministrazionegenerale per recarsi al conventoquando le litanie potevano essereal loro termine. Allorchè dunque il primo dei commessilasciati i compagni nella via di san Barnabaentrava nell'ortagliadov'era il nuovo casino del signor Suardiper abboccarsi con luicome aveva avuto ordine; la suora inginocchiata all'altare cantavagià il concede nos famulos tuosecc.e quandodopo avergli parlatoil commesso usciva frettolosoin compagnia delsotto tenente Giulio Baroggiaveva già rintronato sottoalle vôlte della chiesa il sub tuum e l'a periculiscunctis libera nos semper.
Unamezz'ora dopoil commesso e il Baroggi e gli altri erano giàentrati in monasteroe fu allora che quel gentiluomo amico di casaOttobonigaloppando per diporto in quei luoghie saputa la cosas'era affrettato a raccontarla agli amicie innocentemente a metterela tempesta nell'anima del giovane Crallche divorando e tempo estradacorse alla loggia dei compagni Frammassoni di SanVittorello.
Ilsole era scomparsoda qualche tempoe anche i luminosi crepuscolidi quella serena giornata s'erano spenti affattoe qua e làlasciavasi veder nel cielo qualcuna delle stelle piùpremuroseallorchè sboccò dalla contrada di SanVittorello quella scelta schiera di Frammassoni giovani efrementiarmati tutti di spade e qualcuno anche di pistola;dispostissimi tutti a far nascere un tale scompiglio e un taldisordineche fosse poi atto a provocare un ordine. Ed ora dobbiamodire quello chesebbene non sia indifferentepur ci fuggì dimemoria allorchè parlammo di quella loggia di Muratori; ed èche fra coloro i quali si trovavano presenti alla tornatav'era unuomo che abbiamo conosciuto fin dall'anno 1750e chese non fu ilprimonon fu nemmeno l'ultimo ad aver parte attiva negli avvenimentid'allora; vogliamo dire il signor Lorenzo Bruniviolino di spallaper l'operae primo violino del ballo al teatro Ducale. Il lettoredeve ricordarsi e della lettera che lo stesso Bruni scrisse da Milanoal signor Amorevolitenore al teatro di Dresdaper dargliinformazioni intorno alla figliuola della contessa Clelia V...; ecom'egli fosse venuto a Milano onde conchiudere di presenzaco'signori ispettori del teatro Ducalela scrittura di sua mogliemadama Gaudenzi-Bruniper la prossima stagione di carnevale.
Ordunque si aggiunga al resto che il Brunivenuto a Milano soloerastato poi raggiunto dalla moglie e da un suo figlio giovinettoilquale non aveva ancora tre anni (Chi avrebbe detto a noi che questofanciullofiglio di un tal uomodovevamo poi conoscerlo vecchionovantenne in riva al lago di Pusianoperchè ci fosse anellodi comunicazione tra il passato e il presente!) Aggiunga inoltre illettoreche il Bruniper esser diventato marito e padrenon avevacangiato carattereideeaspirazioniabitudini. Che anzi in queglianniavendo percorso mezz'Europapiù e più s'erainfervorato nelle sue opinioni; chesiccome voleva la nuova ondadelle coses'era ascritto alla loggia dei Frammassoni diParigiche s'era messo in comunicazione colle logge erette nelleprincipali città d'Europae che arrivato a Milanoe saputodella loggia milaneseavea sollecitato di mettersi in comunicazionecon essa; ch'era stato de' più caldi ad esortarla perchèdall'inerte discussione passasse all'azione pratica. Infine chesebbene non avesse più trentacinque annima cinquant'unopure alla proposta di lord Cralls'era messo in compagnia de'giovani più deliberatisfoderando anch'esso la spadaegiurando su quellacome voleva il formulare.
Edor presto vedrà il lettore fino a che punto sappiano giungerei maledetti ghiribizzi della fortuna e gli strani giuochi dellacombinazione; e come il signor Bruni ogni qualvolta inciampava neiciottoli delle contrade di Milanoavesse a dar della testa anchenelle corna del diavolooccasionando trambusti serje dovendo allasua volta rimanerne vittima.


IX


Ilgenerale in capoossia il Galantinocheal pari del duca diWallensteincombatteva per proprio contoaveva dato ordine al suoajutante di coglieresenza sgarrare d'un minutoquell'istante incui le monache e le educandeuscite appena dalla chiesuolasisbandavano per diportoa sparsi gruppilungo i corridoj ed iportichetti del monasteroaspettando che la campana le chiamasse inrefettorio per la cena. E un tal ordine venne di fatto eseguitopuntualmente; chè il giovine Baroggi era di quella temprad'uomini che ponno dubitare a lungo prima di accettare un incarico;ponno anche averlo accettato contro la propria convinzione: ma unavolta che hanno promesso di mandarlo ad effettonon disputano piùse sia buono o cattivoonesto o turpeutile o dannoso; sidimenticano delle proprie persuasioni e di se stessinon da altrosollecitati che dal desiderio di farsi riconoscer degni dell'altruifiducia. Avea insomma le qualità d'un perfetto soldatoilquale può disapprovare una battagliauna mossa strategicamasi lascia tagliare a pezzi piuttosto che mancar menomamente ad uncomando ricevuto; con tali norme erasi comportato infatti nella suacondizione di sotto tenente della Ferma; disapprovavaquell'istituzionee vituperava le malversazioni legali; ma quando alconfine comandava un picchetto di guardiei contrabbandieri avevanocon lui un malissimo giuoco. Allorchè dunque il piccoloesercito che era sotto la sua direzione fu alla soglia della portadel conventola prima cosa fu di posare due guardie rappresentatedal loro fucileai due lati di essa; poi il primo commessoseguitoda tutti gli altrientrò nel camerotto della vecchia custodedel conventoche trasalì nel veder quell'uomo seguito datanti altri armati. Ma il commessoalla vecchia cheper unmovimento istintivosi alzò da sedere e fece alcuni passi perpiantarsi in luogo da sbarrar loro l'entrata:
—Siamo i commissarj della Fermaprecedetecichè vogliamoparlare alla madre priora del convento. Fate presto e non temetechènon si vuol mangiarvinè voi nè la madre priora nèle monache; e senza dir altrosforzòa così direilpasso e varcò la sogliaed entrò procedendo fino alsecondo cortiletto del monasteroseguìto dal secondocommessoda un sergentedalle guardiedagli sbirri e dalsotto tenente Baroggi che veniva ultimo e colla testa bassa.
Chiavrebbe detto alla pia fondatrice di quelle sacre mura che dovevavenir giorno in cuisenza un rispetto al mondoavevano ad essereviolate da uomini profanianzi dalla più ribalda feccia degliuomini profani? Ma la vecchia custodevolendo essere la prima acomparire innanzi alla reverenda madre priorastupita e barcollantes'affannava a precedere que' giovinottidi cui sentiva glisghignazzi protervi.
Lemonache e le fanciulle educande sfilavano in quel punto lungo unportichettoper dove avevasi a passare. La vecchiacon quellospavento di chi ha in cura una nidiata di pulcini e osserva un gattoche li guarda e li fiuta:
—Aspettate! esclamò con un certo accentonel quale si sentivache il tremito della paura materiale era confuso all'indignazione.Aspettate! chè la reverenda madre priora viene in coda aqueste.
V'èuna certa specie di rispetto e di riguardo che è provato ancheda' più ribaldipersino allora che sono ubbriachi. Tuttiadunque si fermaronomentre il Baroggiche stava dietro a tuttisiportò anch'esso in linea per guardar le fanciulle chepassavano: e guardò infattie vide quella che cercava.
Intantoallo spettacolo nuovo e inaspettato di quelle facciedi quelle armidi quelle canne lucenti d'archibugis'era messo uno strano bisbiglioe scompiglio tra quella lunga fila di monache e ragazze; e s'udironoanche esclamazioni di sgomento; e si videro anche alcune uscir dallafilae affrettare il passoe svoltare chi per una partechi perl'altra.
Sostatii commessi e il sotto tenente Baroggi alla testa delle guardiela vecchia portinaja volgendosi alla madre priorache giàaveva intraveduto quegli uomini armaticon quel senso di stupore chenon era e non poteva essere sgomentoma somigliava piuttosto alturbamento confuso di un cattivo sogno:
—Reverenda madrele disse con voce gutturale e pecorinaquestiuomini sono entratiperchè hanno voluto entrare e perchètengono un ordine da quelli che comandano.
Lamadre priorafattasi presso ai commessi della Fermache alla lorvolta si avanzarono verso di lei:
—Che cosa voglionoloro signori? disse.
Leparole non erano che questema le pronunciò con quel pigliograveseveroburberodi chipreposta da trent'anni al governo delmonasteroteneva l'abitudine del comando più assoluto einesorabileed era avvezza ad essere impreteribilmente ubbidita.
Sela madre priora avesse avuto maggior pratica di mondoè certoche non avrebbe parlato con quell'accento a quei rozzi uominiiquali erano usi anch'essi a non sentirsi contraddetti.
—Noi siamo i commissarj della Fermarispose con piglio piùrozzamente burbero il primo dei commessi; e se siamo quivuol direche ci possiamo stare; del restoper un di piùveda vostramaternità l'ordine che teniamo dai nostri padroni.
Lareverenda madre lesse l'ordine scrittopoi soggiunse: Questo nonsarà mai.
Ilprimo commesso guardò in faccia al collega a quell'uscitainaspettata della priora; il secondo commesso guardò alsotto-tenente Baroggiil qualelevatosi già da qualche tempoil cappellino a tre puntesi avanzò facendo un profondoinchino alla reverenda.
Lagioventùil bell'aspetto e gli atti di cortesia costituisconosempre una buona raccomandazione in quasi tutti i casi della vita: etanto ciò fu vero in quell'occasioneche alla reverendasenza ch'ella il volesseanzi senza che nemmeno pensasse a volerlosi spianarono di tratto gli aggrottamenti del ciglioe si sciolserodue profonde rughe che le si eran fatte ai lati della bocca contorta.
—A vostra maternitàcontinuava il Baroggiraddolcendo piùche poteva la vocedev'essere noto l'editto pel quale è datafacoltà alla Ferma generale del tabacco di mandare i suoicommessi anche nell'interno de' monasteri a fare perquisizioniquando vi sia presunzione che in qualcuno di essi siasi nascosto deltabacco proibito.
—Che... che cosa... cosa mi tocca di sentire?
—Vostra maternità si degni ascoltarmi; la colpa non è nèdella Ferma nè di noie molto meno della vostra maternitàreverenda se fu riferito trovarsi appunto nascosta in questo conventouna grande quantità di tabacco proibito. Io sono persuaso chequesta possa essere stata una denuncia infondata... fors'anche lacalunnia di qualche malevolo: ma siccome la legge parla chiaroeparla chiaro e forte anche contro di noi se ci rifiutiamo a fare ilnostro dovere; così vostra maternità deve permettereche la legge venga in tutto e per tutto eseguita.
Quantunqueil Baroggi parlasse a voce altaveniva essa però soverchiatadal bisbiglio e dalla pispilloria di tutte le monache e fanciulle chesi erano affollate sotto al porticotanto che le arcate echeggiavanodi quell'insolito frastuono raccolto in un sol punto. Le monachellepiù paurosein prima fuggiteeran tornateattratte dallacuriosità irresistibile; le più audaci s'erano stipatein densa schiera presso ai nuovi venuti; le più adulte fra lesemplici educande facevano luccicarementre parlavanoi loro vivacie non più timidi occhi sul bello e giovane soldato cheparlava. E non si può nemmeno sgridarlepoverettegiacchèdal momento che non erano destinate alla vita claustralela figuradel giovane colla sua assisa brillante e la sciabola lucentechestaccava sovra di un fondo cupo occupato dalle figure severe dellapriora e delle suore maestre e dalle nere loro vestiquasisomigliava all'effetto che un cielo azzurroriflesso da un lagoprodurrebbe su chi uscisse da un luogo tenebrosodove sia stato alungo per altrui volontà.
Mala reverendadopo aver girato un severissimo sguardo su quellatruppa di giovinette che facevano tanto rumoree intimato loro ilsilenzio:
—Non nego la leggedissenè l'ordine che tenete da chi l'hafatta; ma prima che io vi permetta di passar oltredovròparlare alla nobil donna conservatrice di questo sacro asilo.L'autorità sarà informata di tutto... e allora...quando essa persista nel suo comando... voi potrete adempire aldebito vostro.
Ilprimo commesso a queste parole si permise di ridere villanamente; eper ispirito d'imitazione fecero lo stesso e il secondo commesso e leguardie e gli sbirri. Per verità che la reverenda madrel'aveva detta grossa; ma ella non era poi obbligata ad intendersimolto dei diritti della finanza.
—Madre reverendasoggiunse allora il Baroggimentre saettavaun'occhiata come di rimprovero a quei profani irrisorinoi non siamoobbligati ad aspettare altri ordini dell'autorità; anzi ilnostro obbligo preciso è di non aspettarne alcuno. Bensìvostra maternità potrà sempre raccontar l'accaduto allanobile conservatrice del monasteroperchè essa provveda a farmettere questo convento sotto la protezione di un privilegiostraordinario.
Ilsotto tenente non avea quasi finito di pronunciare questeparoleche il commessoperduta la pazienza:
—Orsùandiamo! disse al collega ed alle guardie. Noi sappiamomadre reverendadove fu nascosto il tabacco; non abbiamo nemmenobisogno di scorta; e così dicendo varcò l'arcata delporticoseguito dai soldati.
IlBaroggi lasciò faree si ritrasse in coda. La madre badessacoraggiosa della propria autorità e di quello zeloardentissimo di religione che mette agli ultimi gradi tutti gli altririspettifecequantunque vecchiadue passi rapidi e si piantòinnanzi al commissarioe:
—Nè voi nè i vostri passerete per di quidisse. Ma inquella le suore maestre e coadjutrici le si fecero intorno come pertrattenerla onde il commissario e le guardie passarono oltrefulminati dai solenni anatemi di leifino a chenell'eccessodell'affannosa sua indignazioneella cadde come spossata e svenutanelle braccia di quelle che la circondavano. Allora crebbe piùche mai il susurro delle suore atterrite e indignate; alloras'udirono voci alte e querule; e persino qualche scoppio di pianto diqualche fanciulla commossa; allorachi si fosse trovato làavrebbe potuto assistere al vario modificarsi delle varie indolidelle fanciulle ivi raccolte: chè alcune eran passivamenteatteggiate; altrenon trattenute da nessun riguardosi sentivanotratte a seguir quelle guardie per ispiare i loro passi; altreosavano perfino di far sentire qualche mal compresso cachinno diriso; ed eran forse le più riottose tra le educandequelleche più spesso avevan subita la severità della madresuperioraed erano incoercibili dai castighie sospiravano diuscire a respirar l'aria libera del mondo.
Quandoi perquisitori si trovaron soli in un androneil Baroggi litrattennee disse:
—Or che volete fare senza la presenza di tre o quattro di codestesuore maestregiacchè alla reverenda superiora èvenuto un deliquio? Sapete bene cheaffinchè la perquisizionesia legittima e non dia luogo a recriminazioni ed a gravami per partede' perquisitibisogna che il processo verbale venga sottosegnato daqualcuno di loro. Perciò è necessario che facciantestimonianza del nostro operato tre o quattro di codeste suorelequalise sono ragionevolinon devono ritenersi in pericolo pertrovarsi in mezzo a noiprotette come sono naturalmente dalla lorovecchiaja e dalle grinze impresse nella loro faccia dalla devozione edalla penitenza. Or lasciate che io vada a supplicarle perchèvogliano seguirciintanto che la reverenda superiora attende aricuperare i sensi smarriti.
Ecoloroa tali parolesi fermaronoed il Baroggi retrocesse per farquanto aveva dettoma più ancora per ripassare tra la schieradelle giovinette educandein mezzo alle quali il suo occhio acutoaveva già scorto quella per cui era stata ordita una tramatanta complicata e pericolosa. Ritornato così nell'atriodiede un'occhiata ai varj gruppi che s'eran sparpagliati qua e làsotto ai portici; s'accostò a quello dove rivide l'Ada;rispettosamente e col miglior garbo s'accostòe:
—Dove si son ritratte le reverende suore maestre? domandò.
Piùd'una rispose a quella domanda; e il Baroggi sentì anche lavoce della fanciulla Ada; e più d'una si mosse per andar acercare di quelle venerande chenella confusione e nellapreoccupazione del deliquio della madre superioranon avean pensatoa non lasciar sole le loro giovinette allieve; e si mosse anche Ada.Se non che il Baroggicolto il puntolesto e sommesso: «Ellaaspetti... le disse; nell'ortaglia v'è chi dee parlarle. Sivolga per di làla supplico...»e via ratto come senulla fossecamminando sui passi delle giovinette che s'eran mossein cerca delle maestre.
Adaa quelle parole del Baroggitrasalì e stette immobile alcuniistantie pareva un leggiadro simulacro marmoreo che rappresentassel'incertezza. Se non cheallorchè vide ritornar ilBaroggi seguito da tre fra le venerande madriella uscì dallaimmobilitàsenza però uscire dalla perplessitàaffannosa.
Inquel punto la confusione nel convento era giunta a quel grado che nonpareva potersi dar la maggiore. Chi andava da una partechidall'altra; chi stava origliando presso l'androne dov'erano entrati iperquisitori; chisalito che fu il Baroggi coi compagni e colle tresuore nella parte superiore del monasterotenne lor dietro per nonsaper vincere la curiosità; chi si recava a domandar dellasalute della madre superiora; chitra le giovinette piùottusepiù apatiche e più sensualigiacchè eral'ora della cenaaveva messo il piede in refettoriosollecitata dalgiovanile appetito che non lasciava scorgere al mondo cosa verunalaquale avesse maggior importanza d'una buona minestra; chi tra le piùmaliziose e ribaldelle s'ingegnava a far chiose astute edepigrammatiche sull'avvenuto. Solo Ada non faceva parte nèdell'una nè dell'altra schiera.
Damolti e molti giorni ella avea cessato di mettere in comune i proprjcoi pensiericolle cure e colle abitudini infantili delle compagne.Ella avea smarrita l'allegria delle amiche spensierateavea perdutol'appetito delle amiche prosperose e placide; non sentiva latentazione d'imitare le più astute e le più riottose;in una parolanon trovavasi più in monastero che collapresenza materialeperchè col pensiero e col cuore trovavasiassiduamente altrove.
Daalquanti giorni non aveva potuto vedere il giovane Suardiperchèsiccome sa il lettore per le parole che la nobil conservatrice delmonastero disse già a donna Paolaera trapelato qualche vagosospetto alle monache maestree questetenutala d'occhiononl'avean mai lasciata sola; però la fanciulla si crucciavaecontinuamente andava almanaccando sul modo di poter eluderequell'assidua vigilanza. Nè mai si era attentata di affidareil suo pericoloso segreto a nessuna delle compagnenemmeno ad unachepari a lei d'età e sua vicina nella camerataavea presoad amarla svisceratamenntesebbene coll'amore più d'una madreo d'una sorella maggiore che d'una compagna. Codesta sua amicafigliuola d'un marchese Crivelloera piuttosto cagionevole disalutegraziosa nel voltoma tanto quanto deformata dallarachitidefornita d'ingegno fuor dell'ordine comunee infervoratadi così religioso zeloche quasi parea tramutarsi in quelloche suol chiamarsi abito bigotto e scrupoloso. Essa erasi accorta delsegreto di Adama avea taciuto. Amorosaprevidente e prudentepensava di vegliarla dappresso e di fareper quanto era in leilacura di quel male senza avvisarnela. Interrogata dalla superiora edalle maestre sul conto di Adaquando s'eran messe in qualcheapprensionee interrogata appunto perchè la conoscevano comela miglior sua confidenteella tacqueed anzi cercò stornarei sospettiper stornare i castighi dall'amica. Bensì coi modipiù gentili nel discorso abitualeavea tentato distogliere ipensieri di Ada da quella direzione che loro avea comunicata lapassione. Sempre adunque trovandosi secoperché anche Ada laricambiava d'affetto sinceroe in que' giorni le stava piùdel solito accostoaccadde chenel momento in cui il Baroggi s'eraavvicinato al gruppo delle educande dove di volo avea veduto lafanciulla Adaquesta parlasse precisamente colla Crivello. Benel'inchiesta del Baroggi aveva diviso quel gruppo di fanciulleed Adaera rimasta sola un istante fuggevolissimo con luima la Crivellos'avvide che era corsa qualche parola. S'avvide e tacquee sidilungò facendo mille pensierie fermandosi non veduta aguardare Ada rimasta immobile e concentrata.
Aquesto punto eran le cose nel monasteroquando un sordo muggito divoci confuse di popolo affollato e battimani e fischiatecontemporaneamente rintronarono nel monastero; poi fu sentito uncolpo secco d'archibugio squarciar l'ariaripercosso in degradateoscillazioni.


X


Quellegridaquello scoppio di fucile giunsero fino al dormitorio dellemaggiori educandedove i commessi della Ferma avevano giàtrovatolungo il cornicione che lo rigiravabuon numero di boettedi tabaccocon gran meraviglia delle tre suore vegliarde cheassistevanodichiarando ad ogni minuto la loro assoluta ignoranza diquella contravvenzione; e le grida e la detonazione inaspettatacolpirono di vario stupore i commissarjle monache e il Baroggichesenza dir parolauscì e discese precipitoso nel cortile.Accorreva in quel punto la vecchia portinajaaccorreva una delle dueguardie state collocate ai lati della porta del monastero. Sottol'androne della porta si sentiva un crescente frastuonoin mezzo alquale spiccavano voci d'ira veementissime; e quasi contemporaneamentefu invaso il cortile dalla folla. Il Baroggi stupefatto si guardòintorno e cercò la via dell'ortaglia che gli era notaequando fu in quellavide una fanciulla che fuggiva seguita daun'altra che cercava trattenerla. Egli credeva che Ada si fosse giàrecata nell'ortagliama la ravvisò in quella che affannatacorreva precipitosaquasi si schermisse dall'altrae la raggiunse.
—Siete la signora Adadisse quando le fu presso. Suvviaaffrettatevi. Un gran precipizio vi sta sopra. Ma chi ècostei?
L'Adae la Crivello non parlavano. Allora il Baroggi prese la prima permano e la trasse con sè.
—Che tentate di fare? disse allora la Crivello.
—Zitto... voglio salvarla.
Allorala Crivello afferrò con quanta forza aveva la vestedell'amica. Questa tentò sciogliersiesclamando sommessa: —Deh lasciamiper carita! Ma la Crivello si avvinghiò ad Adacon invincibile tenacitàe:
—Bada a tedicevala mia povera Ada. Maintantol'una fuggendol'altra trattenendoil terzo inseguendoeran tutti pervenutinell'ortaglia. Una voce maschile fu udita in quel punto. Il Baroggila riconobbe; Ada ne trasalì.
—Sei tu? ripeteva quella voce: era il Suardi.
—Son iorispondeva il Baroggi.
—Or che avvenne di Ada?
—Zitto. Ella è qui; e il Barogginon sapendo che faregiacchèla fanciulla a lui ignota teneva strettamente abbracciata Adaleprese ambedue in un fascioe di peso le portò fino a quellaparte del muro di cinta dove era un uscio. Là stava in piediil Galantinotra il muro e un'imposta semichiusa.
—Siete voi? esclamò allora il Baroggiecco qui. Ma sono dueinvece d'una sola. E dal peso mi pare che sieno svenute el'una e l'altra.
—E che vuol dir ciò?
—Che quando si vuol strappare una rosa di furto e in frettadue o trese ne strappano in una voltae si rovina l'arbusto. Ecco quied orprendetechiudetemettetele in carrozza e via come il fulmine; seno va a succedere un gran precipizio.
—Ma che vuol dire che ho sentito un colpo di fucile?
—Vuol dire che la faccenda è seria più di quel che paree v'è un mistero che non comprendo... m a sostenete questeragazzee salite in carrozzae sopratutto badate a non passareinnanzi alla porta del convento. Il popolo par che sia uscito daigangheri affattoed è penetrato in convento.
IlGalantino non risposeprese in braccio quel fascio di due fanciullee quando fu per richiuder l'uscio di cui gli aveva data la chiave ilribaldo ortolano:
—Vieni anche tudisse al Baroggi.
—Non sarà mairispose questi; il Baroggi non è maifuggito innanzi al pericoloe or vedo che si ha a menar le mani.Addio dunquee se nella mischia si dovesse lasciarci la pelle... chisa mai? fate che quella fanciulla non mi maledica... rispettatela efatela felice... Poveretta!... Addio dunque.
IlGalantino non aggiunse verboe chiuse l'uscio del muro di cinta. IlBaroggi stette fermo un istante ancora a quel posto. Tesel'orecchio... e raccapricciò nell'udire una confusione distrilli femminili; e gli parevano ululati di naufraghe che simescolassero al muggito di un mare tempestoso. Tese l'orecchioesentì il precipitoso trotto di due cavalli e il rumore di unacarrozza. Allora volse gli occhi al cielo tutto stellato: — OhDioesclamòche mai feci? Oh povere ragazze! e ripetèla via dell'ortaglia desolato e cupo.
Allorchèpoi dall'ortaglia ei mise piede entro il recinto del monasteroque'dieci o dodici campioni della frammassoneria cheseguiti da unadensa onda di popoloavevano forzata la porta del monastero eatterrataanzi uccisa quella guardia che aveva lasciato partire ilcolpo d'archibugiosi trovarono dirimpetto alle guardie della Fermale qualipartito il Baroggi e sentito crescere il tumultoeranodiscese a furia sotto il portico. Impegnatasi una fiera mischiacomese il cortile del monastero fosse un campo di battagliale monache ele fanciulle atterrite affacciandosi agli ingressifuggendo su e giùper le scaleattraversando i corridoj continuavano ad assordarl'aria di grida di spavento. Il Baroggivista quella scena eosservando i proprj compagni impigliati in quella lotta disugualechè il popolo ajutava gli assalitorionde le guardie dellaFerma erano percosse da tutte le partisentì il sangue salirealla testae cieco di furoresfoderando la sciabola si fece largotra il popolodando giù a dritta e sinistra; ma qual fu lasua meravigliaquando si vide dirimpetto que' gentiluominideiquali conosceva alcuni che erano delle prime famiglie di Milano! Icolpi erano corsi senza pietàonde il sangue non mancava;vide cadere due dei proprjvide atterrati tre degli avversarj. Edegliparando colla sciabola un colpo di spada che gli veniva calatodal giovine lord Crallch'ei conosceva benissimo:
—Ma che demonio v'ha inspirato? gridò. Che c'entrano le guardiedella Ferma se adempiscono gli ordini della superiorità?Dovevate andare al palazzo dell'ammistrazionese avevate senno ecoraggio e...
Ein quella si sentì gridare: «lasciate il passoilpassoil passo.» Poi una voce sgangherata che tuonava: «Fermituttio vi faccio abbruciare in questo cortile a schioppettate.»
Ilpopolo naturalmente fece ala. Due padri cappuccini entravano insiemecon un grosso picchetto di soldati del reggimento Clericicomandatida un tenenteche era quello che gridava stentoreamente.
Quellaquarantina di soldati di milizia regolareche i cappuccinisaputolo scompiglioerano andati a prendere alla vicina caserma di SanBarnabacircondarono le guardie assalite e i gentiluominiassalitorie i colpi cessaronose non cessò il sangue discorrere. La folla cheallorquando i soldati fecero largoebbeteste e stomachi e ventri percossi e scompigliati spietatamente daicolpi di calciodi necessità si fece più rada. Un po'di calma sottentrò al tafferuglio inaudito di primaun po' disilenzio successe al frastuono che parve aver voluto far crollare lemura del monastero. Cinque uomini erano stesi sul selciato delcortile; nè in quel primo istante si ebbe tempo di vedere seerano morti o feriti.
—Che cosa dunque è stato tutto questo fracasso? domandòil tenente a quelli ch'eran là accerchiati.
—Noi non possiamo saper nullarispose il Baroggi. Noi siamo qui perordine della superiorità. E s'è scoperto molto tabaccoproibito in convento. Ecco tutto. Cosa poi sien venuti a fare questisignori non si sa.
—Siamo venuti a far giustizia noigridò lord Crallgiacchènessuno non sa più farla qui. Siamo venuti a dare un esempioe a lasciare un segno che faccia risensare gli stolidi che hannovoluto sguinzagliar questa canaglia nell'asilo delle sante vergini.Ecco cos'è stato.
Iltenente del reggimento Clerici non rispose nulla nè alBaroggiche nella sua qualità di soldato urbano al serviziodella Ferma era tenuto in dispregio dagli ufficiali della miliziaregolare; nè a lord Crallche conosceva e stimavama alquale non poteva dar ragioneper la gran ragione che in faccia allalegge colui aveva torto. Soltanto si limitò a dire:
—Io non sono un auditorenè un attuaro del Capitano diGiustiziae non c'entro a metter parole in questa faccenda. Bensìè mio dovere di farli scortar tuttiillustrissimi signoriedi farli consegnare al Capitano di Giustizia per l'appunto. Mirincresce che sia toccato a me un così odioso incarico. Ma lorsignori farebbero lo stesso se fossero ne' miei panni.
—È giustodisse lord Crall; e noi promettiamo di consegnarcial Capitanoe diamo perciò la nostra parola d'onore. Soltantovi prego di prestare soccorso a questi carissimi miei amici che sonolì distesi per terra. L'uno è don Giorgio Porrol'altro è un conte Ruscaquello làche mi par mortoè uno Stefano Pecchio.
IFrammassoni superstiti partirono poco doposeguiti alla lontana dauna mano di soldati. Le guardie della Fermai commessiil Baroggiuscirono anch'essicon promessa di esser pronti alla chiamata delcapitano.
Icinque stesi per terraassistiti dai due cappuccinivennero fattiporre su altrettante barellee trasportati nel loro convento.
Quellamedesima notte nel palazzo del Capitano di Giustizia furono esaminaticoloro che si consegnarono e fu steso il processo verbalepresenteil signor tenente del reggimento Clericiche nel processoveduto danoiè firmato tenente Angelo Birago di Casal Monferrato. Ilprocesso reca anche i nomi degli accusatie sono i seguenti: donGiorgio BrentaniGuglielmo lord Crall Pietra IncisaGaspareAntolini avvocatoCarlambrogio Negri negozianteLorenzo Bruniprofessore di violinoAmilcare de BrèmeVincenzoGhisalberti.
Nellamedesima notteuno dei due cappuccini accorsi al trambustoperordine della reverenda superiora del monastero di San Filippo Neririferì al Capitanocon nota scritta e firmata dalla madrepriora e da tre suore maestrecome non s'eran più trovate inconvento due tra le maggiori educande del monastero. Donna GiacomaCrivello dei marchesi Crivelloe donna Ada V...figlia dellacontessa Clelia V...tutelataper esser assente la madreda donnaPaola Pietra Incisa.
Ilgiomo dopotutta Milanoanzi tutto il Ducatofu pieno di codestoavvenimentoecom'è naturalefu portato a cielo il coraggiodi quelli che avevano affrontata la guardia della Ferma per dare unesempio solenne. Ma insieme colle grandi lodi e coi lamenti pel loroarrestocorse anche la voce che coloro erano frammassoni; perchèad onta che il cardine fondamentale della frammassoneria fosse ilsegretopurenei tre periodi dell'esistenza di quella societàin Milanoanche per testimonianza di molti vecchi che vivono oggiil pubblico conosceva molti degli ascritti ad essaond'eranoadditati comunemente siccome oggetti di speciale osservanzaadispetto del tanto raccomandato segreto. Se non che una tale notiziafu un lampo che suggerì al Suardi il modo di gettar laconfusione nelle teste del pubblico e dell'autorità.
Inquel dì stesso trovatosi insieme col Baroggidopo averparlato molto di molte cose con esso luiil Suardicacciandosi ditratto a ridere:
—Ma sai tudisseche quegli originali pare che siano stati pagatiespressamente da noi?
—E in che modo?
—È presto capito. All'autorità ora è noto checoloro sono Frammassoni. Tu sai che se molti dicevano che la loroesistenza avea per iscopo la propagazione dei lumi e il vantaggio delpopoloaltri assicuravano che celavanosotto questa bellaapparenzafini turpi e disonesti. Or è facile far penderetutti i sospetti da questa parte. A che sono venuti ad assalirci? percogliere l'occasione di gettar lo scompiglio in tutti e trafugar duefanciulle. Va benissimo; ciò almeno par assai chiaro. Ma c'èdi più; e un sospetto ne genera sempre degli altri. Sappidunqueche quel lord Crall lo vedevo a galoppar di frequente nellevicinanze del monastero. Ora ho pensato che potesse essere innamoratodi Ada... e ciò è naturalissimoessendosi egli trovatoseco spesse volte nella casa della propria madre. Del restoche ciòsia o non sianon importa; basta che sembrie che l'accusa lanciatacontro lui d'aver tese le insidie per farla trafugareabbia tutte leapparenze della verità... Una nota di tal generesenza firmadi nessunosta da qualche ora nelle mani del signor Capitano... Ah!ah! va benissimo... E a teche ne pare? È bella sì ono? Ma davvero che la fortuna è la mia schiava piùdevota... e t'assicuro che darei del capo nel muroquasi incredulodi così strana combinazione! Or che fai tu che stai cosìserio?
—La rete è lunga e largarispose il Baroggie ci siam dentroanche noi... e quella povera mia madre. Ah noper Dioche non c'ètanto da ridere.
—Sta tranquilloGiuliote l'ho già detto jeri: il mio blasoneè la coda del diavolo in campo rosso.

LIBROOTTAVO


Idiscorsi di casa Ottoboni. — Parole di donna Paola Pietraintorno all'impresa dei Liberi Muratori contro i commessi dellaFerma. — La contessa Arese e le dame del biscottino. —Dialogo tra l'Arese e donna Paola. — La calunnia. — Ilcaffè Demetrio e il maggiordomo Carlantonio Baserga. —L'abate Parini. – Il pubblico e il Galantino. — Donna AdaV... e donna Giacoma Crivello. — Il conte V... e il decreto delSenato. — Un sermone morale. — Il lago di Como. — Lacontessa Clelia V... — L'abate Frugoni e Condillac. — DaCasal Pusterlengo a Lodi. — Il figlio di Lorenzo Bruni. Suoracconto. — Donna Paolala contessa Clelia e la Gaudenzi. —L'avvocato Strigelli. — Cattura de' Liberi-Muratori. — IlGalantino e il Baroggi.



I


Nellanotte in cui avvennero i gravissimi disordini raccontatilaconversazione di casa Ottoboniche sul tramonto era sparpagliata invarie sale e sui terrazzisi raccolse tutta in due salottiin unodei quali continuarono i discorsi; nell'altro gli abitudinarj siunirono per giuocare all'ombretta spagnuolaall'arduo taroccoalloscientifico scacco.
Aquei convegni serali interveniva anche donna Paola Pietrae nellasua tarda etàper consuetosedeva al tavoliere e giuocava atarocco col padre Frisicol questore conte Pertusatiche allora erail prefetto della nobilissima scuola di san Giovanni alle Case Rottecol maestro Galminied altri; e qualche rarissima volta si faceva alpianoforte colla contessa Agnesela maestra di musica già danoi nominatasorella della celebre Gaetanaquando quella supplicavad'eseguire qualche pezzo celebre o dell'abate Stefanio diScarlattio dell'abate Clario di Hasseo d'altri. Ci pare di averdetto più d'una volta come tutta la città di Milanotanti anni addietro chiamata dalla valentia straordinaria di donnaPaolaaveva avuta l'abitudine di accorrere in folla alla chiesuoladel monastero di santa Radegondaquand'ella monaca professa ocantava mottetti e responsorjo suonava l'organo. Però ellanon aveva dismessa affatto la pratica di quell'artee anche nellasua vecchia etànei ritrovi più intimisi lasciavaindurre a dar saggio della sua ancor abile manoquando ne venivapregata o importunata.
Quasidunque ogni sera ella interveniva in casa Ottoboni; vi si fermavafino al tocco della campanaalla qual ora o veniva a prenderla lacarrozzao se il tempo era bello e l'aria miteveniva a pigliarlail suo figlio Guglielmoil quale viveva con essa nel piùammirabile accordo; e così pedestriseguiti dal servitore collampionesi rincasavanoper ritirarsiella a riposarelordGuglielmo a studiare fino a notte tardissima.
Anchein quella sera donna Paola Pietrasul tardicome solevarecossi incasa Ottoboni. Essendo stata bellissima la giornatalord Guglielmoaveva detto al carrozziere di non attaccare per quella serach'egli stesso avrebbe accompagnato a casa sua madre. Spesse voltepoi il padre Frisi e il Parini e l'avvocato Fogliazzi si facevan conloroe così lentissimamente passeggiando e qualche voltascegliendo apposta la strada più lungacontinuavano laconversazione e qualche volta anche salivano tutti in casaPietra Incisa a bere l'acqua cedrata. La partenza precipitosa dilord Crallall'annuncio che il monastero di San Filippo era statoinvaso dalle guardie della Ferma aveva provocato i parlari e messo inmovimento le congetture fra quanti erano là radunati in casaOttoboni. Peròquando venne donna Paolafu un accordo tacitodi tutti di non farle motto alcuno di quel ch'era successo.
Soltantoquand'ella si fu adagiata nel salotto da giuoco a farvi una partitaal tarocco coi soliti suoi competitorila ciarla continuò piùabbondante e più investigatrice e più fiscale di primanella sala della conversazione. In tal modo era trascorsa qualche oradi notteallorquando entrò l'avvocato Rejnail padrecrediamodel noto bibliofiloche di quando in quando aveval'abitudine di frequentare quella casa. Entrò circospetto econ un'aria di mistero che svegliò la curiosità intutti quantichiamò in disparte l'abate Parinie:
—Guaicaro abateguai serj. Un disordineun parapiglia da nonimaginarsi il secondo in mille anni.
—Che cosa è successo? — domandò il Parini.
—Prima di tutto... è qui donna Paola?
—È qui.
—Male. Avrei voluto che fosse a casa sua.
—Ma di che si tratta?
—Una compagnia di cavalieri e d'uomini civili con spade e pistole sonoentrati nel monastero di San Filippo.
—C'era lord Crall?
—Sì... e sono entrati coll'intento di dare alle guardie dellaFerma una lezione che loro lasciasse il segnoe da far nascere untale scompiglio da costringere l'autorità ad abrogare l'edittodel mese di aprile; e lo scompiglio è nato in fattima di talsorta che sono rimasti in terra cinque tra morti e feritiedovettero accorrere i soldati del reggimento Clerici... e lordCrall...
—Che? È forse morto?
—Noma fu condottoanzi scortato al Capitano di giustizia insiemecon altri sei o sette... tra cui vi sono due che furono vostriscolarie v'è il figlio del banchiere Negri...quell'accattabrighe...
—Oh che caso!
—Or cosa credete di fare? Dobbiamo dire il fatto a donna Paola?...
—Domando a voi come si fa a serbare il segreto con quella donna; conquella donna che avanza gli uomini in consiglio e prudenza efermezza. E poi già... quello che non saprebbe staserasaprebbe domattinae avrebbe ragione di lamentarsi con noi; e poinon vedendo a comparire suo figliopasserebbe una notte di spasimo.Un male che si conosce è sempre meglio di un disastro che siteme e si ingrandisce coll'imaginazione.
Lafaccia espressiva del Parinie il suo grand'occhioin quel puntoinsolitamente espansoe la fronte spaziosa e pura su cui apparivaquasi a dirla fuga dei veloci suoi pensieri; e ciòdopoquell'aria di mistero onde lo aveva chiamato in disparte l'avvocatoRejnaprovocò l'attenzione di quanti stavano parlando nellasala; di modo che la marchesa Ottoboni s'accostò ai dueinterlocutorichiedendo che cosa era avvenuto; e quasicontemporaneamente quanti eran seduti si alzaronoe alle lorodomande l'avvocato dovette ripetere quello che aveva detto al Parini.
—Ah me l'era imaginatodiceva uno.
—In quanto a me avrei sospettato qualunque cosa fuorchèquesta...
—Ma che interesse... che desiderio... che smania... Non ci capisconiente affatto io...
—Quello che non avete capito voi aveva capito io da un pezzo... (e chiparlava era una dama).
—Che cosa avete capito?
—Lord Guglielmo ha ventisei anni ed è letterato... ed èfantastico... e in monastero c'è qualche ragazza che ha piùdi quindici anni.
—E che?... Volevate che fosse geloso delle guardie della Ferma?...
—Altro che gelosia... paura e spavento... e fin qui non ha torto... Dasoldati in convento non c'è da attender nulla di buono.
—Donna Gioconda egregiadisse il Parini con ironia severa alla bellae giovane e maliziosa dama che parlava sommessoma non abbastanzaperchè non fosse intesa da quelli che le stavano vicino; donnaGioconda egregiaabbiate la bontà di credere che qualche raravolta gli uominie specialmente i giovaniaffrontano il pericoloper impulso spontaneo ad operare il bene e ad operarlo a vantaggioaltruianche senza il secondo fine di qualche interesse proprio chetoglie merito a qualunque bella e coraggiosa azione; e mi pare chequesto sia precisamente il caso. Vogliate dunque essere cortese conlord Guglielmoconcedendogli la virtù del disinteresse.
—Chi affronta il pericolofoss'anco per il solo intento di proteggeredall'altrui violenza qualche cara personami pare sia degnod'ammirazione anche senza andare a cercar altrorispose donnaGioconda puntaed arrossendo di dispetto sotto il minio e i due nèiposticci cheappiccicati all'angolo dell'occhio sinistro e sullapozzetta della sinistra guanciale alteravano l'armonia del belvoltorendendolo però più piccante.
—Donna Gioconda è tanto spiritosache mi obbliga a concederequesta gentile interpretazione a' suoi arguti sospetti.
Ea questo punto successe nella sala un generale silenzio che lasciòsentir le voci di quelli che giocavano nell'altra.
—Abbiamo tempo di far la pacediceva il padre Frisi. Lord Guglielmonon è ancora venuto.
—Come volete... ma non capisco perchè stasera tardi tanto.
IlParini sentì esenza dir nulladignitosamente zoppicandoattraversò la sala e si recò nell'altra dov'era donnaPaola Pietra.
Lamarchesa Ottoboni gli tenne dietro.
Fattosipresso al tavolieredove stava seduta donna Paola:
—Lord Guglielmole disse il Parininon può venire stasera peressere trattenuto altrove da un affare urgentissimoche le diròdopo.
—Che novità? ha mandato qualche servitore?
—No... ma finisca la partita e dopo le dirò di che si tratta.Spicciateviil mio caro padre Paoloche quand'anche foste percommettere uno sbagliogettando giù una cattiva cartanon sitratta di un calcolo matematico.
—Un poeta non ci perde nulla se confonde il re di spade col re d'ororispose il padre Frisicolla sua consueta facezia; ma un professoredi matematica... ci va dell'onor suo... Ah!.... Donna Paola... nonavrei mai pensato ch'ella avesse il ventuno... Caro abatemi sonocomportato da poeta questa volta...
Lapartita finìil padre Paolo Frisi si alzòsi alzaronogli altri e donna Paola con essila quale voltasi impaziente alParini:
—E che cos'è quest'affare di tanta urgenza?
—Lord Guglielmo ha voluto impegnarsid'accordo con alcuni altrigentiluominie metter mano in quella brutta pasta dei fermieriperl'utilissimo intento di convincere l'autoritàcon qualcheatto clamorosodei pessimi provvedimenti da lei presi. Peròtrattandosi stasera di una perquisizione in luogo dove la Ferma nonaveva mai osato penetrare...
—Ah... me l'aspettavo... Ho compreso tuttosi è dunque volutoassolutamente far resistenza alla forza pubblicae Guglielmo...
—Guglielmo si trovò impegnato cogli amici e... già èfacile imaginarsi che queste cose non vanno via lisce... insomma...hanno dovuto tutti quanti presentarsi al Capitano di giustizia.
IlParini chein primaaveva proceduto con lentezza guardinga nel darquel tristo annuncio alla madre di Guglielmocontinuò piùspedito e più franco quando si accorse che ella non ne eragran che percossa. Tutti poi rimasero assai meravigliati allorchèdonna Paolasentito il fattosul voltoconservatosi calmo eserenomostrò gl'indizj di qualche cosa che somigliava allacompiacenza.
—Cari amicisoggiunse ella poigiacchè le soperchierie eranprocedute al punto chea sopportarlepotevano col tempo generarmalanni ancora più terribilied era necessario che qualcheuomo coraggioso e fermo protestasse forte e senza quelle benedettemezze misure che finiscon quasi sempre a lasciar le cose peggio diprima; così vi confesso la veritàsebbene qui questacara ed ottima marchesa mi guardi stupitache ho gran piacere ci siaentrato mio figlio. Prevedopur troppoche ci saranno travagliseriissimi da incontrare; ma... penso che il mondo sarebbe cento milavolte peggio di quello che èse di tant'in tanto non cifossero quelle felici e generose tempre d'uomini che danno da pensarealla prepotenza e spaventano i pregiudizj. Così è...sono contenta di Guglielmo... Pur troppo l'audacia gli costeràcara... ma verrà il buon mercato... e gli altri godranno...
Cosìesprimevasi quella donna forte e singolarissimae tra ciglio eciglio le brillava quel raggio antico dell'intelligenza coraggiosache si conforta nella convinzione del giusto —quell'intelligenza coraggiosa onde aveva saputo vincere e far piegareinnanzi a sè consuetudini e pregiudizi inveteratisiccome sail lettore.
—Ed oracontinuava donna Paolaè necessario ch'io mi riduca acasaperchè è probabile che là vi sia qualchelettera del signor capitano di giustiziao qualche avviso diGuglielmo... Vedremo. Chi dunque mi accompagna?
Tuttisi offersero. Ma il Pariniil padre Frisi e il conte Pertusatiprefetto della confraternita di san Giovanni alle Case Rottesidisposero a farle seguito di fattodandole braccio l'avvocatoFogliazzi. Quando poi tutti furono per uscirela marchesa Ottobonila padrona di casache aveva coltissimo l'ingegno come ottimo ilcuore:
—Donna Paolapermettete che v'accompagni anch'io. Verrà piùtardi a prendermi la carrozza a casa vostra.
Ecosì se ne partirono tuttifacendo la via lentissimamente:donna Paola tra la marchesa Ottoboni e l'avvocato Fogliazzie ilParini che incedeva lor pressoappoggiato al braccio del PadreFrisi.
Quandovenuti a santa Maria Podoneattraversarono la piazzavidero fermatoun carrozzone innanzi al portone di casa Pietra. Il lacchècol piede sullo scalino del cocchiotenendo nella sinistra la torciaaccesa che rischiarava di una luce rossastra gran tratto di quellabuia contrada Borromeoattendeva a far chiacchiere col cocchiere. Iservitoriche precedevano coi lampioni i nostri personaggifurono iprimi a direravvisandola a quel chiarore: È la livrea dicasa Arese.
—Ahidisse donna Paolaquesto mi è di cattivo augurio. Èla contessa.
Ein fattiquando furono al punto da svoltar nel portonemettendosiin filaper passare tra la carrozza e il muro di casa Pietraillacchèritraendo il piede dallo scalinoe cavandosi ilcappello a tre punte:
—La signora contessa mia padrona è entrataed aspetta da quasimezz'ora...
—Ahimè... replicò donna Paola... davvero che prevedodisgrazie...
Seil lettore si ricordala contessa Aresedama della croce stellatapriora di molte congregazioniera la protettrice e conservatrice delcollegio di san Filippo Neri.



II


Questanobil damasupplicata per letteraqualche ora primadallareverenda badessa a recarsi al monasterosenza perdere un minuto ditempoaveva sentito con grande indignazione il gravissimo disordineavvenutoe con stupore la scomparsa delle due fanciulle educande.
—E l'avea pur avvisata io quella signora donna Paolaesclamòal racconto; l'avea pure avvisata a ritirare la fanciulla dalconvento. Ma colei vuol sempre fare a modo suoe non m'ha datoascoltoed ora ecco che cos'è avvenuto.
—Questo può andare per donna Adanobilissima contessaavearisposto la madre badessama chi può spiegare la scomparsadella Crivellola perla delle educande? Ahche disonoreche smaccoper il conventonobile contessaper questo convento che godeva diuna così grande e meritata riputazione!
—Pur troppomadre reverendapur troppo! Ed or che si fa?... Quellasignora donna Paolache entra dappertuttoche dà consigli atuttiche dispensa grazie e favori e soccorsi a tuttivedremovedremo ora quel che saprà fare. Senza perder tempo io mirecherò da lei. Voi intantomadre reverendaspedite tostoqualcuno del convento de' cappuccini ad avvisare i signoriCrivello... Oh che diranno mai quegli egregi signoriquell'ottimamarchesa! ahè questo un grande scompigliomadre reverenda!E così dicendoaveva lasciata la superiora e le altre suorein lagrime; e messasi in carrozzase ne venne alla casa Pietra.
DonnaPaola era veduta con segreto rancore dalla contessa Aresee da tuttequelle altre dame segnalate per titolie investite di qualcheimportante incarico relativo alla carità od alla beneficenzapubblicapriore di sacre congregazioniprotettrici d'orfanotrofjraccoglitrici di largizioni della carità privatae cheinvirtù di tali incarichierano ossequiatesupplicatetemute.La cagione di quel segreto rancore era che quella donna singolare nonaveva mai voluto appartenere a nessuno di quei corpi moraliavendosempre preferito di esercitare la beneficenza in un modo eccezionalee ne' casi eccezionaliperchè soleva dir sempre: «aibisogni e alle disgrazie comuni e di tutti i giorni v'è chi cipensa; e perciò è necessario che qualcuno provveda aquei casi a cuiper essere insoliti o per trovarsi in contrasto conqualcuno dei pregiudizi più radicati nel mondonessuno vuolpensare». Sin qui però quelle donne esimie si sarebberoanche tranquillatema il loro dispetto più forte nasceva daciòche sebbene donna Paola non avesse veste nessuna dipubblico incariconè titolo sonoro che la distinguesse fra ledamenè croci stellatenè altropure ogni qualvoltasi mostrava in pubblico o appariva tra la minuta gentea preferenzadi tutte lororaccoglieva le più segnalate dimostrazionid'affetto; e spesse volte i poveri e gl'infelici che ricorrevano adessese mai insorgeva qualche difficoltà di soccorsomettevano innanzi il nome di donna Paolaquasi lor domandandoconsigliose era il caso di ricorrere a quella come a supremaautorità. Codesto fatto era il colpo più crudo perquelle esimie dame; e spesso i poveretti cheper inesperienzaingenuaavevano proferito quel nome veneratosi sentivanolicenziati con solenni rabbuffi e peggio. Tanto s'infiltra ovunque ilperfido amor proprioequand'è offesomette il turbamentopersino negli atti di carità!
Matornando ai fattidonna Paolaaffannata ed ansiosasalì lescale preceduta da tutti gli altri. Il servo gallonato della contessaArese era in anticamerae con esso un servo di donna Paolaallaquale e l'uno e l'altro contemporaneamente dissero:
—La signora contessa Arese è nella sala di ricevimento.
Ilrumore dei passi e delle voci fecero alzare la contessa dalseggioloneove erasi messa per meditare la formola migliore da dareal tristo annunciodi modo chequando donna Paola entròquella gli moveva incontro:
—Qual grave motivo vi ha costretta a venire da me in ora cosìtarda?
Lavoce di donna Paolala qual non s'era per nulla turbata quando ilParini le aveva narrato il fatto di suo figliotremavanell'esprimere quella domanda.
Unvago presentimento l'affannava eper di piùvedevasi innanziuna donna colla quale non s'era mai trovata d'accordo un momentosolo. V'hanno persone cherelativamente o assolutamentenellafaccianei modinelle paroleserbano un'impronta indefinibile chearrovescia l'anima di chisenza volerloè costretto atrovarsi con esse. E donna Paola era precisamente in questacondizione al cospetto della contessae per quell'impulso naturaleed invincibile dell'antipatiala quale spesso èun'ingiustiziama qualche volta è pur salutare comel'istinto; ed anche perchè sapeva come l'Aresedi cheto esott'acquafosse la sua perpetua avversariae si adoperasse amantenere contro di lei i rancori delle dame vegliarde sue degneconsociee soffiasse astutamente nelle irevelate di pretestidevoti.
Quandouna persona versa in tali relazioni affettive con quella a cui deveannunciare una disgrazianon è possibile che trovi in quelpunto il modo da farsi ben volere.
—Donna Paola si ricorderà dell'ultima mia visitarispose dopoqualche pausa la contessa.
—Me ne ricordosìsoggiunse con impazienza donna Paola.
—Si ricorderà anche del consiglio che rimessamente mi sonpermessa di darle... Ahi!... perchè mainella sua saviezzadonna Paolanon ha creduto bene di ascoltarmi! e mandò ungrave e lungo sospiro.
Davveroche si potrebbe forse scommettere che in fondo all'animo dellacontessa c'era un sentimento di compiacenzache le faceva trovareunaquasi diremovendetta nel dar quell'annunzio a donna Paola; unsentimento irresistibile e cheper mancanza di espressioni piùproprie e precisesi potrebbe chiamar fisico. Infattise non fossecosìperchè incominciare il suo discorso a quel modo?
—Ma in nome di Dioparlatecontinuava donna Paola; che cosa c'entrail vostro consiglio di tanti giorni facolla vostra visita diquest'oggi?
—Se quella fanciulla da voi protetta fosse stata ritirata dalmonastero in tempo...
—Che?...
—Quest'oggi non sarebbe scomparsa...
—Scomparsa!... Ma chi scomparsa? ma da dove? ma parlate piùchiaro e più spiccio.
—Donna Paola si tranquillizzi... Vi deve essere nota la visita de'fermieri in convento e il parapiglia con alcuni... non diròcattivima certo turbolenti e avventati giovinotti... LordGuglielmovostro figlioha voluto onorarli della propriacomplicità... e ciò mi rincrescemi rincrescedavvero... un così distinto giovane! Ma per non lasciarvi inpenevi dirò chementre avveniva il più strano eterribile caso che mai abbia sconvolta e funestata la santatranquillità di un conventoscomparvero due educande; donnaAdafiglia della contessa Cleliae una Crivello... della quale poinon mi so far capace in nessun modo... perchè era chiamata laperla delle educande.
—Scomparsa!!!... esclamò donna Paolalasciandosi cadere sulseggiolonee girando lo sguardo attonito su tutti gli astanti chepercossi e muti e immobiliguardavano lei.
Allorail più profondo silenzio si prolungò sino al punto chedonna Paolaalzandosi da sedere e stringendo le mani della marchesaOttoboni colle proprie convulse e tremanti:
—Povera infelice contessa proruppe... or che le diremo?... Ah! èuna disgrazia maggiore di tutte le disgrazie!
Eil silenzio continuò ancorafinchè fu rotto dalleparole della contessa Arese:
—Donna Paolanon v'è chi misuri e trovi giusto il vostrodolore più di me... ma se è permessa una riflessione incosì tristo puntolasciate ch'io ridica quello che ho semprepensato e detto. Non era convenienteper nessun contoche una donnavostra pari si desse tanto pensiero della contessache Dio peròle perdoni; nè che vi pigliaste tanta cura di quellafanciulla... molto meno poi fu conveniente il metterla ad educare nelmonastero... La nobil donna che m'antecedette come protettrice econservatrice di quel santo luogo... ha voluto fare a modo suo... hatrovato giusto che voi... che la contessa... ma in conclusione fu unoscandalouno scandalo inaudito che... e molti infatti dei nobili edottimi genitori che misero ad educare le loro fanciulle làdentro... se ne lamentarono e se ne lamentano.
DonnaPaolasprofondata nel doloroso suo pensieroa tutta prima non avevaprestato orecchio alla contessa Arese; ma arrestata da quella parolascandalosi scosse e comprese e si mise a guardar fissa lacontessaaspettando attonita la conclusione delle sue parole; se nonche non le bastò la pazienza di lasciarla finiree:
—Che mi tocca di sentire? proruppe; di che scandalo mi parlatedi chelamenti? Vorrei che parlassero a me questi signori padri e questesignore madri che voi mi nominate! Ma dov'è la legge delperdono? ma che nuova dottrina è la vostrama chi vel'insegna? La contessa Clelia è oggi un esemplare di virtùe di scienza. Ella ha provato al mondo chese si può fallireben si può rompere una mala praticaed oggiesponendo altruiil tesoro faticoso de' suoi studi severiè più utileal mondo che voi tutte colla vostra carità falsaper la qualevorreste messa alla gogna anche in fasce una creatura innocenteperchè... ma che perchè? La fanciulla Ada è lafiglia del conte V...chi può negarlo? voi soleegregie damedella caritàsiete state a far sorgere gli scandaligettandonel mondo le avventate congetture che la coscienzal'onestàla bontà dovrebbero sempre respingere. Ma sta a vederecontessache voi sareste capace di pensaree anche di volerlo farcredere a meche questa sventura possa essere un indiziodell'ammonizionedella punizione del cielo; perchè tra lealtre vostre abitudini avete anche quella di dar ad intendere diessere confederata al cielo in tutto quello che dite e fatee sieteper dire e per fare; così il cieloal cospetto del poverovulgo ingenuoingannato dalle false apparenzequasi parrebbecomplice della cecitàper non dire del pervertimento delvostro giudizio. Ed ora vi debbo direchedacchè ilmonastero di san Filippo Neri fu eretto dalla sua pia fondatricelavigilanza fu sempre così esemplare che non è maiavvenuto che scomparissero o vi si trafugassero fanciulle. L'esimiasignora che vi ha preceduto nell'incarico di proteggere quel sacroasilolo mise in tanta floridezzache da tutte le parti del Ducatofu una gara il mandarvi ad educar fanciulle. Ora è sotto lavostra tutelaed è per la prima volta che avviene unasventura di tal fattauna sventura la quale non puòascriversi che a disordine di regolamentoa incompleta sorveglianzaa incapacità tollerata nelle superiorealla insufficientecustodia del luogocose tutte di cui voivoi sola dovete renderragione... Ed ora che diremoche dirò io a quella poveracontessa Cleliala cui vita travagliata eadessodi tuttosacrificionon aveva altro conforto che l'esistenza di quella suaunica ed angelica figliuola?... che le dirò io? con che parolele scriverò? Ah!... avrei voluto morir primapiuttosto chesentire una simile disgrazia...
Ecosì dicendocadde spossata sulla seggiola.
—Condono al doloredisse la contessa rivolta agli astantidignitosamente burbanzosal'amarezza delle sue espressioni; eadditava donna Paola; ma nè la conservatrice del monastero nèla prioranè le suore maestre potevano rispondere dell'ordineconsueto del monastero in una notte di tanto trambusto. Chi potevaprevedere una perquisizione in convento?... chie fu il peggiolavenuta di que' giovani armati che tramutarono il monastero in uncampo di battaglia? E non posso tacere la voce che ormai circola perMilano... che quei giovani siano entrati in quel sacro asilo percoprire un colpevole intento con un atto coraggioso... Non possodissimulare essere generale la persuasione che quei giovani fosseroappartenenti alla pericolosa e iniqua società deiLiberi Muratori... Vi fu perfino chi... ma io non vogliocredere... vi fu dunque chi mise innanzi a tutti il nome di lordCrall...
DonnaPaola si volse a quelle parolee un lampo le balenò nelpensiero e un sospetto. Ellaavendo letto in cuore al figlioGuglielmo l'amore per Adaera la sola che di necessità dovevaessere più vicina ad ammettere quell'accusaripensando laquale e misurandola in tutta la sua gravezza si trasmutò invisoed essendosi sforzata a parlarenon potè.
Alloracorsero diverse parole tra la marchesa Ottobonila contessa Areseil Pariniil Frisi e gli altri. In fine la contessaavvicinandosi adonna Paolacon accento dignitosoma in cui fremeva l'aria deltrionfo:
—Io ho fatto il mio doverele dissese fui sollecita nel venirvi adavvisare di tutto. Credo che non avrete rancore con mese homanifestato le mie opinionicome io non ho nulla con voi se avetemanifestate le vostre. Io vi lascio intantopregando il cielo perchèvi dia buoni pensieri e la calma di sostenere un tal colpo.
—Abbiate i miei ringraziamentirispose donna Paolaalzandosi estringendo sbadata la mano che quella le porse. E la contessa uscìaccompagnata dalla marchesa Ottoboni sin sulla soglia della sala.Quando la marchesa tornò indietrodonna Paola stavainterrogando il Parini se fosse conveniente o no avvisare la contessaClelia di quella sventura.
—Bisogna scriverle senza perder temporispose il Parinianzisupplicarla di venir tosto a Milano. Io non m'arrogodonna Paoladidar consigli a voi; ma per quanto segnalata sia la vostra prudenza efeconda di consigli la vostra esperienza e operoso il vostro amorepure è necessario che in tal caso la madre sia qui. L'amormaterno serba delle virtù arcaneche talvolta arrivano adottenere quel che parrebbe impossibile ad ogni altra volontàintelligente e infervorata. Io ho un presentimentotorno aripeterloche soltanto la madre troverà sua figlia.
—Scrivetele dunque subitodisse donna Paolama non spaventatela. Unpretesto... una malattia... che so io?... ma badate di nonspaventarla... Povera Clelia!! ed abbassando la voce e facendosiall'orecchio di Parini: — Ed orasoggiunseio sono piùpovera di lei!
Pocotempo dopola carrozza venne a prendere la marchesa Ottobonia cuidonna Paola diede un bacio; anche gli altri partirono; e noi pureusciremo all'aperto.



III


Lacalunnia è un tema inesauribilepress'a poco come quellodell'amore. Si credeva che essadopo essere stata svergognatanell'ideale di don Basilioe messa in musica da Rossiniavrebbecessato di somministrar nuovi concetti al filosofo ed all'artista. Masiccome gli uominise appena appena si elevano di tantoquantobasta a destare invidiane hanno sentito nelle reni il coltellotraditorecosìanche dopo il fa diesis che Rossiniapplicò al colpo di cannonevi si fecero intorno deglistudji quali se non valgono ad esprimere con novità ilconcetto generale della calunniane mostrano però semprequalche nuovo carattere speciale e peregrino degno sempre di unparagrafo in un trattato di patologia sulla natura intellettuale emorale degli uomini.
Ilfiglio di Lorenzo Bruni che fanciullo conobbe donna Paola di personaci raccontò come anch'essaa sessantasei annidovettesentirsi avvolta dalla bufera della calunnia. Un nuovo modo dellaqualee si manifestò la prima volta allora per ferire quelladonna singolareconsistette in ciò chead assalirlacolseil punto in cui la virtù di lei aveva mandato il suo raggiopiù vivo e più caratteristico. Noi abbiamo veduto cheallorquando l'abate Parini le annunciò guardingo la cattura dilord Guglielmoellainvece di provare quella costernazione chetutte le madri nella sua condizione avrebbero provata a quellanotiziamostrò invece un vivo soddisfacimentoe disse taliparoleper cui fu manifesto che posponeva la tranquillità delsuo carissimo figlio all'idea generosa di vederlo in pericolo peressersi adoperato a vantaggio altrui. In quel secoloo per dirmeglioin quel periodo di secolo poltronela madre romana cheuccise il proprio figlio in punizione d'aver gettato lo scudo inbattaglia non potea avere dall'opinione codarda dei più che ungrado distinto tra le pazzie celebri; e però doveano fare unostrano senso le parole di donna Paola. Gli intelletti e i cuorisquisitichecome sempre e dovunquecostituivano una desolataminoranza anche nella società di casa Ottobonirimaseroammirati e commossi a tanto slancio d'insolita magnanimità; magli altriovvero sia i nove decimi di quella società stessasubirono una meraviglia ottusa e cretinaper la quale non poteanocapacitarsi che una madree una madre di quel senno tanto decantatodovesse esprimere così avventati sentimenti.
Guaise un atto qualunquesia pur originato dal più generosoimpulso e venga dall'uomo più incorrottosi eleva oltre lasfera delle abitudini vulgariin modo da non poter essere piùseguito dall'ala del senso comune! quell'attodi repentegirando dibocca in boccaè soggetto a mille esami fiscali; i piùviliche non possono nemmeno concepire le buone azioni comunisirivoltano come serpenti alla buona azione eccezionalela quale ègettata innanzi al tribunale della pubblica opinione come una colpavituperosa.
Maper vedere come la calunnia abbia lavorato ai danni di quella donnainsigneentreremo nel caffè Demetrio per assistere alprocesso con cui l'ozioonde canzonare il temposi spassa a farrotolare innocentemente le accuse a cui diedero la prima spinta ivili.
Dopoquella tal giornata memorabile del mese di marzo del 1750noi nonsiamo mai più entrati nel caffè del Greco o Demetrio.Bensìin sedici anninon mancarono di intervenirviquotidianamente quasi tutti coloro che abbiamo udito a far commentiintorno al tenore Amorevolistato colto dal barigello nel giardinodi casa V... Continuava ad intervenirvi anche quel tal chefind'alloraabbiam veduto sederequasi al banco presidenzialeinquell'assemblea di sfaccendatia tener la paletta e a ventilare ilbraciere delle novità e della maldicenza. Coluise nellerughe agli angoli esterni degli occhispiegatesi in forma diventagliomostrava che i tre lustri non avevano mancato di fare illoro doverenel rimanenteper saluteabitudinispirito eparlantinasi conservava perfettamente lo stesso. Ai vecchiavventori se ne erano poi aggiunti di nuovitra gli altri un talCarlantonio Basergastato già ragioniere maggiordomo incasa Origopoi venuto agli stipendj del monsignor G...ricchissimoprelatoprimicerio della Metropolitana. Quel signor Baserga venivadopo mezzodì a sorbire la cioccolata al caffè Demetrioe per essere un collo tortoe per aver fama d'essersi arricchitonell'amministrare le altrui sostanzeingannando i buoni padronicoll'ostentazione delle più devote pratichecoll'abbandonareper esempioun pranzo in venerdì o in sabatose mai avesseveduto qualche cappone mostrare i suoi pingui gheroni sulla tavola diun ricco gaudente; per essereinsommatenuto in conto d'astutoipocrita e d'indefesso procacciatore d'acqua pel suo mulinoeramalissimo veduto da quella società di gente allegra e un po'libertina.
Contutto ciòguardate caso stranola prima volta che coluisentendo a commentare in caffè l'avvenimento del monastero e aparlare di lord Crall e degli altripronunciò blandamente unaparolache cangiando di punto in bianco tutta la direzione dellecongettureschizzò uno spruzzo di veleno risolvente sullariputazione del figlio di donna Paola e su quella di lei medesimainquell'occasione tuttio quasi tuttiaguzzarono l'orecchio e loascoltarono ansiosi eosiamo direcon piacere; con tanto piacereche tacque pel momento l'invidiabile antipatia che avevano per esso.
DonnaPaola dovette allo slancio più luminoso della sua generosaindolese nella maggior parte che l'ascoltarono nacque un primosenso di maraviglia diffidente e di ripulsione. Il collaroneBasergaesoso a tuttinel punto che con più ardimentospiegava la sua mala naturaprecisamente in quel punto i credenzonigli si volsero più benigni. A seguire colla riflessionecodeste bizzarre contraddizioni della società che si piega adogni ventochi vive d'entrata può divertirsi tantoquantobasta per purgarsi delle amarezze che vi si raccolgono ad ogniminuto!
Un'oradopo mezzodìi nostri vecchi avventori erano dunque tuttiseduti in caffè; il nostro amico presidente passeggiavainnanzi e indietrocolle braccia conserte al pettocome se il mondoposasse tutto quanto sovra i suoi larghi omeri. Solo in un angolol'amico collaroneil signor ragioniere Basergasorseggiava lacioccolata.
Aquell'oracom'è naturaletutta la città era piena deifatti avvenuti la notte antecedentefiguriamoci poi se non ne dovevaessere completamente informata quella società di compagnonicacciatori instancabili di notizie e di pettegolezzi.
—Avete ragionediceva il presidente; il fattoanzi l'intreccio de'fattiè stranoè curiosoè avviluppato fino aparere inverosimilema è ancora un niente per sèstesso. Quel che fa strabiliare si è cheper questi fattitornino oggi in ballo precisamente coloro che tanti anni faprovocarono tali e tante ciarle da andarne sottosopra tutto ilDucato. Che la signora contessa Clelia abbia dato al mondo una bellafigliuola... niente di più naturale. Ma quel che fa senso èche da un monastero dove non è mai avvenuto scandalo di sortadebba scomparire una fanciullae che questa fanciulla siaprecisamente la figlia della contessa! Se ciò fosse successonel monastero di Santa Radegonda... non poteva andar meglio... DonnaPaola lo rese celebre per esserne fuggitae per aver avuta tantadrittura di cervello e forza e coraggio da farsi dar ragione anchedal papa... onde la fuga della figliuola di donna Clelia avrebbefatto di quel monastero un istituto sui generisda essere dipreferenza visitato dai forastieri.
—Se mi permetti di contraddirtisoggiungeva un altrosarebbe statoben più strano e inconcepibile che donna Paola avesse mandatoad educare la suadiròpupilla in quel convento stessodoveella aveva passata una gioventù tanto infelicee che lapupilla fosse poi fuggita di là appunto per imitare chil'aveva in tutela.
—Come vuoi tu...? Ma tornando alla scomparsa o alla fuga dellaragazzanon poteva al certo avvenire in un modopiù clamoroso; perchè gli ingredienti e della Ferma edelle guardie e delle schioppettate nel recintoe dell'interventodei Frammassonise sarà veroe del giovane lord Crallprecisamente di un figlio di donna Paolafanno un tal garbuglio e untal nodoche sfido la fantasia del prete Passeroni a inventarmeneuno più intricato... e scommetto checoll'andar del tempoqualche bizzarro ingegnose mai verrà a conoscere tuttaquesta matassae sia di quelli che o bene o male sanno tenere unapenna in manone stenderà la storia in modoche inipoti dei. nostri nipoti sentiranno il desiderio di essere natitanti anni prima.
—Ahè una gran donna quella donna Paola...
—Cosa c'entra adesso la gran donna?
—C'entra tanto chesenti un po'caro miogiacchè ti dispiaceche una notizia venga da una bocca che non sia la tuama l'hosentita stamattina nello studio dell'avvocato Fogliardi....
—Sentiamo; che cosa?
—Che invece di lamentarsi della disgrazia toccata al figliuolodonnaPaolajeri serain casa Ottobonise ne gloriava. e diceva che essoaveva fatto benissimo a comportarsi a quel modo...
Coluiche parlava non incontrava di solito l'approvazione dei compagnoniaffaccendati. Può darsi che forse rappresentasse il solitariobuon senso in perpetua lotta col senso comune; però fucontraddetto anche in questa occasione.
—Oh... tu la dici grossa... bada che donna Paola non avrà dettocosì... non è possibile....
—Se lo dicoè perchè lo so....
—Allora si vede che anche donna Paola può dir dellesciempiaggini... e cheper distinguersi dalle altre dameha volutofar la parte di Spartana. Io abborro tutto ciò che sa diostentazione...
—Ma che ostentazione?...
—Rallegrarsi perchè il figliuolo va in galera... ma sai tu cheè nuova di conio?
—Cosa c'entra la galera?... È motivo che la si deve guardare.
—Che motivo?... Già io non sarò mai per approvare checoloro siano andati con violenza a portar il campo di battaglia in unmonasteroper fare il bulo coi finanzieri. Non si potevanoaspettar in istrada... od assalirli nel loro nido?
—Bravo! per rimanere schiacciati dal numero. Saresti un generale assaiastuto... Bravo!
—Ma che bravo! Credi tu ch'io solo sia di questo parere?... tutti lodividono con me... E sfido io a pensar altrochi ha la testa sullespalle....
—Grida pure a tua posta; ma intanto ti prego a considerare che nonbasta aver la testa sulle spalle... quel che importa è diavere una buona testa.
—Signor buona testa... mi perdonidunque.... ma quando tu mi proveraiche la prepotenza di quei giovinotti...
—Ma ho da sentir a parlar di prepotenzaquando si trattava di sbarrarle bocche a quei cani de' fermieri...
—La questione non è sui fermieri... la questione è sesia stato bene entrar in un monastero a fare il gradasso... e a farstrillar le monache... bel gusto!... bell'onore!...
—Sono andati a cercarli dove si trovavanoe per coglierli nel puntocheper la prima voltaebbero la sfrontatezza di entrar in un luogoconsacrato alle sante vergini.
—Ma che sante vergini!...
—Sta a vedere che adesso l'hai colle sante vergini!... mentre primadisapprovavi chi aveva loro turbato il sonno. Ma dov'è laconnessione delle idee?
Ilpresidentemesso alle strettefaceva gli occhiacci all'avversarioquando l'amico collarone entrò a parlare:
—Con buona pace di loro signori... se mi permettonodiròanch'io il mio parere.
Tuttisi volsero.
—Trovo che il signore ha ragione nell'asserire che donna Paola nonaveva poi tanto a gloriarsi che suo figlio siasi cacciato inmonastero per calar la spada sulla testa de' fermieri.
—Diavolo!... si può pensar diversamente?... e il presidentechiacchierone guardò con amabilità insolita l'ipocritacollaronea cui aveva pur sempre e fatto e detto delle scortesie.Maper un'altra delle tante debolezze umanequando uno è acapegli con un avversario in una disputa qualunqueevolendo averragione ad ogni costosi sente a dar torto con virulenzanon tardaun minuto a farsi amico del primo che venga in suo soccorsofossepure colui il peggiore suo nemico.
—E trovo inoltre di direcontinuava il signor Basergache lord Crallnell'entrare armata mano in monastero ha commesso una solenneprepotenza.
—Diavolonon si può avere un'altra opinione.
—E i fermieriche Dio però li tenga lontani dalla mia casadovevano essere attratti in altro modoe sfidatise pur si volevanosfidarein altro luogo.
—Così è certissimamente; allora avrebbe potuto dire diaver saputo respingere la violenza stando sul terreno della legge. Èchiara come il sole.
—Sicurocertonon c'è che diresoggiunsero allora tutti incoro.
—Non c'è che dire? Adagiosoggiungeva l'uomo del buon senso;c'è da dir qualche cosaperchè quando sento a parlardi leggeho l'onore di dire che a bastonare le guardie della Fermaanche in un'osteriail terreno della legge sarebbe stato invasotantoquanto ad averli percossi in convento... e che dall'istanteche si doveva dar di cozzo e nella legge e nell'autorità vivae recente e calda di un editto che non parla a mezzaboccatantovaleva un'osteria quanto un monastero; anzi il monastero spiega laragione e della difesa e della protezione dei deboli; e l'osteriainvece avrebbe presentato il sospetto di una rissa plebea e villanae tutt'altro che degna di gentiluomini...
—Se il signore mi ascolta... sentirà che non si trattava didifesa... bensì era una trappola tesa da lontano...
—Che? come?
—Ma innanzi tutto devo dire chese loro signori sono tra i caldiammiratori di donna Paolaio ho l'obbligo di tacere.
—Ma parlima parligridava il presidente. Ohsarebbe bella che...Vi rammentate quel che ho detto un giorno in cui abbiam veduto donnaPaola nel carrozzone scopertoseduta insieme colla figlia dellacontessa Clelia che le stava pressoe col giovane lord sdraiatodirimpetto?... Io le vedo da lontano le cose... Ma se sta ilsospettola contentezza mostrata da donna Paola deve aver bene lasua ragione.
—In fatti non è senza ragione. Ascoltino.



IV


«Nonso se loro signori conoscano il fatto della lite intentata dal signorconte V... alla contessa sua moglieriguardo alla figliuola che fumessa ad educare nel monastero di San Filippo.»
—Altro che conoscerlorispose il facente funzione di presidente degliavventori del caffè; per non esserne al fatto bisognerebbeaver viaggiato tutti questi anni lontano da Milano.
—Tanto meglio... ma forse non conosceranno la parte attivacontinuacaldainstancabile che donna Paola ha avuto in questa faccenda;tanto chesebbene il conte fosse dalla parte della ragionee perquanto la contessa fosse convinta... del suonon si può ameno di direvergognoso trascorso... pure... l'illustrissimo signorconteper sentenza del Senatovenneor non sono molti giornicostituito nei diritti e negli obblighi della paternità versola figlia della contessa... Questo forse loro signori non losapevano.
—Lo si sapeva assai benee quasi avevam stabilito di fare unaserenata di congratulazione al signor colonnello...
—Ella ridesignore; e fa beneperchè non si trova ne' pannidel colonnello; ma lasciando lo scherzoche ne pensa ella dellasentenza del Senato?
—Che può far numero colle tante e tante altre ingiuste eassurde che ha pronunciate in trecento anni.
—Bravo!
—Chi bravo? il Senato? disse l'uomo dalle opinioni solitariesorridendo ironicamente.
—Cosa vorresti dire tu?
—Che non divido il tuo parerenè il parere del signoree cheil Senato...
—Or sta a vedere che costui è capace di farci il panegiricoanche del Senato...
—Va adagiocaro mioe se hai buona memoriadevi ricordarti che adodiare il Senato t'ho insegnato io... Dunque non c'è pericoloch'io voglia lodarlo adesso... Ma altro è avergli avversionealtro è dire che siano ingiusti tutti quanti i suoi atti.Diavolo! non volete voi che qualche voltaper isbaglionon possaanche il Senato servire alla giustizia? Questoper esempioèun caso.
—Giustizia l'aver dichiarato che il padre della figlia... sìinsommaci comprendiamodeve essere il signor colonnello?...
—Giustiziasì... e chi non lo crede si diverta; ma se tuttihanno gli occhi nella testanon tutti li hanno nella mente... e sevoi altri...
—E che fa a noi il vedercise tu ci vedi per tutti?
—Non andare in collerae ascolta: già la giornata èlungae al terzo pasto ci mancano molte ore; ascolta dunquee sicompiaccia d'ascoltare anche quel signoree prima di tutto vorreipregarlo a provarmi che la sentenza del Senato è ingiusta.
—È una cosa così chiara e lampanteche è piùfacile vederla che dimostrarla. Come farò io a dimostrare e aprovare a lei che oggi è una giornata caldase ella mi diced'aver freddo?...
—Il signore conosce l'arte delle anguille... me ne congratulo tanto...ma qui non si tratta nè di caldo nè di freddo... sitratta di torto e di ragionee di un fatto in cui ci son gli indizje le prove palmari e dell'uno e dell'altra... Ho dunque l'onore didirle che nelle consuetudinie negli statutie negli interpretiifigli di un matrimonio appartengono tutti a quel padre che non s'èmai diviso dalla moglie in faccia alla leggee che dalla legge nonfu dichiarato prosciolto dai vincoli di marito... Oradurantel'intero anno 1750il signor colonnello non fu mai legalmente divisodalla signora contessa.
—Questo è vero... ma...
—Che ma? in aggiunta poi ho il piacere di dirle che il signorcolonnellotanto è più grande e grosso quanto menoacutoper paura forse che la pratica del foro milanese non bastassea salvar la riputazione della moglieandò espressamente avisitarla in Venezia... e più d'una volta fu alla casadov'ella alloggiava; il che venne constatato dalle testimonianze e diquei padroni di casae dei servie del guardaportone... Ècontento ora?....
—Tutt'altro; bensì le dirò che il signor contedifesodall'avvocato Rapazziniche è l'avvocato di monsignore miopadroneha opposto al fatto dell'essersi presentato due volte allacasa della contessa in Veneziaquello del non essersi mai trovatodavvero con lei.
—Davvero?... cosa significa davvero?... Ha prodotte testimonianze ilconte?
—No.
—Dunque?
—I testimonj furono interrogati capziosamente...
—Cioè?
—Cioè... cioè... S'ha proprio a dir tutto?
—Se ci dobbiamo intendere!
—Dunque le diròche la formola dell'interrogatorio fu regolatain modo da voler manifestamente giovare alla contessa...
—Chi lo ha detto a lei?
—Dal processo verbale appare che i testimonj non dovettero rispondereche a questa semplice domanda: È vero che il conte sipresentò in Venezia alla casa della contessa? e itestimoninaturalmenteanche senza pericolo di dire il falsohannorisposto di sì... e su questo «sì» venneinnalzato tutto l'edificio della ragione della contessa e del tortodel conte. Ed ecco come si fa a dar di gambetto alla giustizia... Efu donna Paola a subornare i giudici; ella che li invitava a pranzo eli regalavae...
—E perchè doveva far tutto questose anche senza le visite delconte alla casa della contessa in Venezia la pratica del foro lodichiarava padre della nata... e per conseguenza...
—Che conseguenza?...
—Una bellissima conseguenzaed è questache la figlia dellacontessa sarà un giorno una delle più ricche dame dellacittà.
—Ah... qui ci siamo e qui lo volevo! gridò allora ilmaggiordomo Baserga con un impeto che tradiva la sua natura chiusasubdola e circospetta.
—Ecco perchè donna Paola s'interessò tanto in questafaccenda... La cosa che più di tutto premeva a quella donnaerache la figliuola della contessa potesse recare una pinguissimadote al futuro marito. Comprendono ora loro signori?
—Guarda un po' se io mi sono apposto bene? soggiungeva il facentefunzione di presidente. Or ecco com'è la cosa...
—È vero...
—Non può essere diversamente...
—Peròo in un modo o nell'altroquella donna è sempreuna donna di gran testa.
—Questo è un altro pajo di maniche; altro èl'essere una gran testaaltro è l'essere una santaun'eroina... unache so io?... perchè qualche volta il mondoimpazzisce... e c'è da stupire pensando che doveva meritarsiil nome di venerabiledi santadi miracolosachi avea saputofuggir da un conventodi notte e coll'amante!
—Mi stupisco molto di leirispettabilissimo signor maggiordomodiceva il solito contraddittoremi stupisco molto di lei chementrecon tanta edificazione del pubblico suda a tenere uno degli ottobastoni del baldacchino del Duomo nell'ottava del Corpusdominiparliin tal modo di una dama che meritò sì distinti riguardidal santo padre e dal suo concistoro...
—L'astuzia può arrivare ad ingannare chicchessiamio signore.
—Non il pontefice però... badi chea contraddirmiellaincorre in eresia...
—Ma lasciagli continuare il discorsoseccatore eterno che sei!
—Continui pure... Son curioso anch'io di sentire a che conseguenze eici vorrà tirare.
—E non ha già compreso ogni cosa la tua buona testa?
—Questa volta non ci arrivo proprio; ho bisogno che il signore sispieghi in lungo e in largo.
—Il signor maggiordomo vuol direche alla esimia donna Paola premevache la figlia della contessa fosse dichiarata legittima figliuola delsignor conte colonnelloperchè così sarebbe stataricchissima; e ciòcom'è ovvio a credereper aver intutela la futura moglie del proprio figliuolo. Hai capito adesso?
—Precisamentecosì...soggiunse il maggiordomoed ioperpoter dir questoho dei riscontri che non sbagliano.
—Ma volendo pur concedere che la cosa sia come ella dice... io nontrovo poi che nel desiderio di accasar bene il figliuolo ci sia colpadi sorta; nobile e ricco l'unonobile e ricca l'altragiovani ebelli ambedue. Che ci trova ella a dire in contrario?
—Quando il signore sia capace di provarmi che è un atto divirtù e generosità il lavorare assiduamente e in unamateria così delicata per arricchire la propria casa a spesealtruiper me non ho nessuna difficoltà a lasciarmiconvincere. Prima però faccio osservare che la contessinaaveva avversione al giovine milorde non mancò dimanifestarlapoverina! ed io so chein propositoci furono deidisgustidei gravi disgusti in casa. Donna Paola vagheggiava laricchezza futura e la splendida posizione del figlio... troppogiusto! il figlio vagheggiava la bellezza della ragazzadella quales'innamorò pazzamente... è da compatire. Il cocchieredi casa Pietra è fratello del cocchiere di monsignore... ecome loro sannoi segreti dei padroni son sempre messi in piazza daiservitori. Così dunqueper continuaremadre e figlio sistrinsero in lega per tirar nella rete la giovinetta inesperta...Questasgomentatal'ultimo giovedìgiorno in cui era solitauscire per andare in casa Pietravolle di forza rimanere inconventoe resistette alle sgridate della madre superioraignaradei lacci; e respinse le preghiere della governante di donna Paolache era andata a pigliarla in carrozza. Loro signori mi guardanoattenti e maravigliatima non aggiungo nè un punto nèuna virgola alla verità. Ma i sepulcra dealbata sonoantichi come la lettera del vangelo; e finchè una persona nonè mortanon la si può giudicaree spesso la fortuna ètanto benigna con certuniche aspetta il punto in cui vien loro datol'olio santo per alzare il bianco lenzuolo che da anni ed anninascondeva le nere magagne. Che se donna Paola non ha potuto aspettarl'oliovuol dire che la fortunala quale è capricciosas'èdisgustata seco tutt'in un tratto. Così èsignori; delrimanenteche la fanciulla sia scomparsa dal monastero è unfatto che tutti conoscono fin da jeri; che poi sia stato lord Crall afarla scomparire è il fatto che io ho l'onore di raccontareoggi per la prima voltae se non credono a mevadano al criminale einterroghino qualche attuaroe sentiranno; sentiranno chi èstato a ordir la cabalaa riscaldare quegli otto o dieci giovinotticontro le guardie e i commissarj perquisitoria far nascere tantodisordine e tanto scandalo in convento; sentiranno e confesserannoper la seconda volta che donna Paola Pietracome ha detto questosignoreè proprio una gran donna! Ma con quello spiritoturbolentoaudaceirrequietoe con quell'astuzia in corpo sarebberiuscita assai meglio nei panni di un uomo; e seper un modo didireavesse abbracciato il mestiere delle armichi sa mai?...Federico di Prussia avrebbe forse avuto un competitore.
Questeparole del maggiordomocalmecontinuestringentipenetrarononelle menti degli ascoltatori ad imbeverle tutte quantecome quellepioggerelle minute e fitte dell'aprile che infiltrano la terra;aggiungeremo anzi cheper un istantene rimase penetrato anchecolui che pur s'era preparato a far testa al maggiordomo con tuttigli sforzi d'una incredulità sistematica; di modo chementregli altri si ricambiavano a vicenda delle esclamazioni di meravigliapiombando tutti in colonna serrata sulla riputazione di donna Paolacolui passeggiava silenziosonon sapendo a tutta prima comeribattere le velenose insinuazioni del collarone del Duomo. Mainfinecaldo di sdegnosi piantò nel mezzo del caffèe:
—Caro signoreesclamòpermettetemi di dirvi che io non credonulla di tutto quanto avete raccontato. Ci vuol altro che qualchechiacchiera sciocca della servitù ignorante per martellarecosì su due piedi una riputazione di cinquant'anni. Eppoicome farete a spiegare il modo con cui lord Crall in quel serra serraavrà potuto trafugare o far trafugar la fanciulla tutt'altroche dispostacome voi stesso avete detto ad uscir dal monastero? Econcesso pure che tutto fosse stato concertato per fare il colpo consicurezzacome c'entrarono i commissarj e le guardie della Ferma?Pretendereste forse cheper fare un favore a donna Paola e al figliodi leiabbian voluto aver la compiacenza di farsi pestare e ferireed uccidere dagli assalitori amici di lord Crall?... Abbiate dunquela bontà di ponderare un po' meglio la storiella... e vedreteche tosto si risolverà in una favoletta alquanto scipitasevoletema molto maligna.
—Io ho raccontato quello che so.... quello che non so... non posso nèdire nè spiegare.
—Ma io spiego benissimo quel che a voi sembra intricato e oscurosoggiunse allora il facente funzione di presidente. Dal momento chelord Crall e donna Paola avevano stabilito di fare il colpoaspingere le guardie in convento bastavacom'è chiarissimouna denuncia segreta all'amministrazione del tabaccoa carico dellesignore monache... Dunque..
—Va adagio coi dunque… e piuttosto pensa alle conseguenze... epensa alla consumata esperienza di donna Paola; la qualequando maiciò che non si deve ammettere nemmen per celiafosse cosìastuta ed iniquanon avrebbe mai voluto compromettersi in un modotanto vituperevole e scandaloso; perchè la fanciulla dovràpure saltar fuorie alla fanciulla non si può mettere ilbavaglio alla bocca; e se lord Crall gli era odioso primatanto piùgli diverrebbe odioso dopo. Insomma l'assunto di questo signore e lavostra credulità mi riescono tanto assurdicheanche solo agettare il fiato per confutarlomi par di dividere la vostrabalordaggine.
Costuinon avea finito di parlareche da uno stanzino contiguo alla saladel caffèdove i riguardosi sedevano a bever la cioccolatauscì piantandosi sulla soglia l'alta e magra e dignitosafigura dell'abate Pariniil qualedopo un po' di pausamaestosamente zoppicando si fece presso a quello appunto che avevaparlato ultimo e:
—Amicodissestando di là... v'ho sentito e lodato: maseavete senno e rettitudinecontinuando a star con costorofinireteper perdere e l'uno e l'altra.
Esenza piùvolgendo in giro sugli astanti il suo grand'occhiopieno d'espressione severaattraversò la sala ed uscìdal caffè Demetrio; e un lettore d'Omeroguardandolobenpoteva ripetere


Indicoll'ira
Dichi vibra dall'alto armi celesti
Taciturnocon lente orme si tolse.



V


Quandoil Parini fu uscitoaveva lasciato dietro a sèquasidiremmoil profumo della sua nobile natura. Quanti erano raccolti incaffè stettero alcuni istanti senza parlareassorti in quellanuova atmosfera; così se una elegante gentildonnapassando inmezzo ad una frotta di rozze contadine che alterchinoavvien che leavvolga nella fragranza lasciata dalle sue vesticoloro si taccionoirresistibilmente comprese di quell'aura odorosa. Quel silenziorispettoso però non durò moltochè al paridelle rozze contadinele qualisvanito il profumoderidono lasquisitezza di chi lo ha lasciato indietroanche quei compagnoni sirivoltarono contro l'autorità dell'alto poetae:
—Bella anche questacominciò a dire il ventilatore delbraciere; curiosa davveroche uno si creda in diritto d'insultareuna società di galantuomini perchè ha stampato de'versi chese i suoi amici dicono il verosaranno immortali.
—Ma è assai più stranosoggiunse il Basergache chi siarroga d'insegnare i buoni costumi a' ricchisi trattenga poi in unabottega ad origliare i discorsi altrui. Del rimanente loro signorisapranno che l'abate Parini è stato il precettore de' figli didonna Paolae che anche adesso frequenta assiduamente quella casa.
Proferendoqueste parole il signor Baserga si alzò ed uscì. Coluiche il Parini avea onorato del nome di amico uscì purepernon intrattenersi in nuovi ed inutili alterchi. Gli altri poi sifermaronoeliberati dalla controlleria d'un contraddittoreperpetuoridussero a più chiara e speciosa lezioneerimpolparono colle loro congetture il racconto del maggiordomoperchè potesse circolare con miglior successo fra il popoloed essi medesimi s'incaricarono di farne gli spacciatori; press'apoco come gli editori francesiquando hanno ridotto in formadi libro accessibile a tutti qualche nuovo trovato della scienza.
Edora dirà il lettore: come mai in tanto cicaleccio del pubblicoattento ai fatti che abbiam narrati e ai personaggi che ligenerarononon saltò fuori un sospetto che venisse apercuotere e a trarre innanzi al tribunale dell'opinione pubblicaanche la persona del Galantinoche necessariamenteperl'associazione delle coseper la memoria del passatoper la suacondizione che lo faceva quasi vivere una vita pubblica al cospettocontinuamente del pubblicodoveva essere ricordato inquell'occasione?... Come mai dunque ha potuto passarsela nettasenzache nessuno pensasse a luipur dal momento che si voleva andare incerca di un rapitore qualunque della fanciulla? che si conoscevano lesue abitudini libertinee l'audacia sfrontata onde solea valersianche in quelle tresche che per lui non erano che un divertimentodagli affari; cheed è il piùa tutti era noto averesso abitazionegiardino e deposito di mercanzie in luogo attiguo almonastero di San Filippo Neri? Dare a questa domanda una risposta chesia l'espressione del vero non è possibile; ma volendo purarrischiare un'opinioneci parrebbe di poter dire che il pubblicod'allorail qualecome quello di tutti i tempitalvolta ècapriccioso al pari di un ragazzodi quel personaggio eteroclito delGalantino aveva tanto parlato e straparlato; lo aveva accusatomanomessovituperatomaledetto in tanti modi e a tutte l'orecheoramai era quasi sazio di occuparsi di lui. Così vediamoqualche fanciullo dimenticare in un angolo della camera da giuoco ilfantoccio col quale s'era scapricciato a strappargli testabraccia egambe sotto gli occhi stessi dell'ajo; ma di soppiatto poi farsi arompere un prezioso oriuolo per vedere com'è fatto di dentro.Che che ne siail pubblico vuol variare le vittime; talvoltastancodi percuotere i tristi passa a maltrattare i buoni. La storiad'Aristide rimane sempre là ad ammonirci di questo fenomenoperpetuo.
Ortornando al Galantinose il pubblico non pensava a luipensava benegli a se stessoe più seriamente che non avesse mai fatto intutta la vita. La passioneche è come l'ubbriachezzaloaveva portato fuori alquanto della sua natura. Sebbene astuto eantiveggente per una straordinaria saldezza d'intellettopureprimadi compire il fatto del trafugamentoaveva creduto che nella solariuscita di quello vi fosse l'adempimento de' suoi desiderje sidovessero trovare tutti gli elementi necessarj per mandare ad effettoogni suo disegno. Madopo qualche tempodopo che ebbe messo alsicuro d'ogni ricerca le due fanciulledopo che ebbe finito dipensare alla prima partediremo cosìdella sua impresalaquale per verità era la più arrischiata e la piùdisperata; forse anche dopo che il Baroggiinvece di confortarlo losbaldanzìebbe campo di considerare più freddamentetutte le conseguenze possibili di quel primo audacissimo passoe siturbò. Il fatto segnatamente che dominavae quasi atterrivala sua audaciaera il contrattempo della fanciulla dei marchesiCrivelloche non s'era potuta svincolare dall'altra. Pensava che lapropria ricchezza avrebbe reso meno odiosa la proposta d'unmatrimonio agli occhi della nobiltàche l'amore appassionatodella fanciulla per lui avrebbe intenerito i cuorionde facilmentesi sarebbe messa una pietra sui fatti avvenuti; ma a guastargliquesta speranza e queste belle idee ridenti entrava il pensiero che iparenti della Crivello avrebbero reclamato dall'autorità lapiù severa punizione del trafugamento. Benedopo l'assaltoimpetuoso di questi timorila sua mente feconda almanaccavaimprovvisando progetti di difesa e di nuovi inganni e d'insidienuove; ma colla stessa facilità con cui li aveva improvvisatili rifiutava poi uno dopo l'altrocon dispetto iracondoal pari diun poeta chenell'ansia della composizionenon trovi un'idea chegli attalenti.
Inconclusionese i nostri lettori hanno potuto maravigliarsi edolersiche un così astuto ribaldo sia stato sempre fin quiportatocome suol dirsiin braccio dalla fortuna; possono oraconsolarsi nel vederlo finalmente esso alle prese con un pericolo chenon sembra voler offrire un varco probabile di salvezza.
Quandola mattina del giorno successivo al tafferuglio del monasterol'abbiamo udito a parlare col Baroggiei ci dovette sembrar ancorpieno di sicurezza e baldanza; ma ciò dipendeva che non s'eraancor trovato al cospetto delle due fanciulle dopo riavute dallostupore e dallo spavento che nella notte le aveva oppresseal puntoda non poter parlare fino a tanto che videro un volto di donna. Maallorchè si recò nella casa del Baroggie parlòalle ragazzequeste si comportarono di manierache sentì lanecessità di allontanarle da Milano; e quando egli stesso inpersona e con cautela le ebbe accompagnate in un luogo in riva allago di Como insieme colla madre del Baroggipotè accorgersiche la presenza della Crivello rendeva pericolosissima la custodiadelle fanciulle; e tanto più avuto riguardo allo spiritoreligioso e bigotto della donna a cui le aveva affidatela qualeeccitata dagli scrupoliavrebbe potuto parlare e metter fuori il suonome.
Eperciò avea pensato di non condurle in nessuna delle terre cheaveva in proprietàma sì in un luogo d'affitto pressoTornoborgo ch'egli conosceva assai beneper avere avuti affarinegli anni addietro col proprietario d'una fabbrica di lanal'ultimarimasta delle tante di cuiprima delle guerre de' ComaschiTornoera pieno. Il luogo poi dove aveva loro trovato stanza eraMontepiattosituato sopra Tornoe noto per esservi stato unconvento di monache. Queste circostanze del sito preciso dove donnaAda della contessa V... e donna Giacoma dei marchesi Crivello vennerocollocate sotto la custodia della Baroggisono esattamente riferitedal monaco Benvenuto di sant'Ambrogio ad Nemus; e diciam questoperchè non si creda che da noi siasi scelto quel luogosoltanto per aver l'opportunità di fare una nuova descrizionedel lago di Como. Il classico Lario stancò la penna di tantiscrittori di prosa e di versoe i pennelli di tanti paesistichenon è possibile che chi non aspira ad assere nojoso creda diringiovanire tra congetture della causa del fonte intermittente dellaPliniana e l'etimologia della parola Tivano. Bensìquando ci fosse capitato una landa uggiosa della bassa Lombardiaforse ci saremmo fatto un grande onore a descriverlaper la ragioneche ci piacciono i temi dimenticati dagli altri; ma il monacoBenvenuto ci ha condannati a non poter scegliere un paesaggio dinostra fantasia.
Senz'obbligodunque di far descrizionirechiamoci a Tornoovvero sia aMontepiattoa toccare il polso febbrile della giovinetta Ada...
Senon che questo nome ci ammonisce d'una dimenticanzaper la qualedobbiamo indugiarci ancora un istante a Milanoe dir qualche paroladell'illustrissimo signor conte colonnello V... per tanto tempotrascurato da noicon un dispregio che parrebbe superar quello dellacontessa.
Questafermatina ci torna inoltre necessaria a far conoscere una nuova emicidiale bocca da fuocoapertasi all'impensata per rendere ancorapiù difficile la posizione del Galantino. Dal ragioniereBaserga abbiamo saputo cheper decreto dell'eccellentissimo Senatodi Milanoera stata dichiarata la paternità del conte V...rispetto alla fanciulla Ada. Dio sapenserà il lettorediche scoppio di furore avrà dato spettacolo il conte allanotizia di quel decreto! ma in vero che avvenne il contrarioed eccocome. La natura del conte ci è nota. Forza muscolareassorbente l'intellettualecuore schiettonascosto ed avviluppatoin mille modi dall'orgoglio di castadall'intolleranzadallaspavalderia soldatesca; e nel tempo stesso un corredo di pregiudizjcosì inveteratiche lo facevano devoto al principiodell'autorità. I senatoriad uno ad unoei li avrebbein unbisognofatti correre a squadronatema il Senato tutt'insiemeraccoltoma il presidente di essocircondato dalle piùpompose apparenze del pubblico ossequioche veniva chiamato Quasirex e pareva un semidioimponeva alla sua imaginazione; ildecreto pertanto che emanò da quel formidabile consessofirmato da coluiche solo col suo carrozzone lentamente tirato daquattro cavalli aveva il privilegio di poter interrompere l'ordineregolare delle carrozze sul corso di via Marinagli fece un talsensoche credette più a quel decreto che a sè stesso.A questo però conviene anche aggiungere che il furore divendetta aveva avutoin quindici anniil tempo di svaporare; chel'avvocato il quale difendeva il suo diritto e gli altri causidiciconsulenti non gli aveano mai data per sicura la vittoria sulla parteavversaria; che (e forse questa fu la causa prevalente)avendo avuto più volte occasione di veder la fanciulla Adaquell'aspetto leggiadroattraversando soavemente gli orgogliidisdegnii pregiudizjgli penetrò fino al cuoree visi fermò. Spesse volte nella solitudine della sua casavedovilepensando a quel vago angelosi sentiva commossorimeditando le sventurele quali non vollero che la sua casa fossebenedetta. Un giorno perfino si pentì d'aver gettato loscandalo nel mondo con quella lite giuridicae si corrucciòd'aver voluto respingere per sempre da sè quella creaturainnocente.
Oarcani dell'umana naturaper cuitalvoltacolui che sembra il piùimmiteal contatto di contingenze speciali diventa il piùaccessibile alla tenerezza! E questo appunto era avvenuto del contedi modo cheallorchè uscì il decreto del Senatoquasine provò gioja. Però fu il colpo più spietatodella fortuna quello per cuidopo tre giornila fanciulla che perforza gli era stata imposta dalla legge ed egli l'aveva accettata inpaceimprovvisamente scomparve! Quando gli amici stolidicredendodi fargli piaceregli recaron l'annunzio di quel fattoil suofurore non proruppema scoppiò con tal impetoche quasiparve presentare i sintomi della forsennatezzae gli astanti nestupirono come quelli che non potevano comprender tutto. Cosìun nuovo formidabile avversario sorsenon sospettatoa far piùimpacciata la condizione del Suardiche contro di tutti si sarebbemesso in guardiafuorchè contro di lui.
Edor che sappiam questopossiamo recarci in riva al Lario afare una visita alla povera Ada.



VI


Ogiovinette leggiadrefiorentiappetitoseche avete tanta virtùda fermar l'attenzione persin di coloro chesotto il cumulo degliaffannidel tediodelle disillusionimetterebbero volentieri lavita all'asta! o giovinette care e troppo care cheper le vostrequalità attraentivi trovate nella condizione precaria delleallodoledelle quagliedelle gallinelledei tordi e delletordellequando i cacciatori battono la campagnae son tese nelleampie tenute le brescianelle e le ragnaje! O giovinetteascoltate ilparere di un galantuomo. Non vi fidate mai della bella faccia e delbel vestito di un giovane ignoto che vi segua al corsoche vi aleggiintorno quando sedete a rinfrescarvi col sorbettoche rinnovi lepazzie del conte d'Almaviva sotto al vostro balcone. Non vi fidate eprudentementeprima di lasciar cadere su di lui una di quelleocchiate eloquenti e compromettentiche quasi hanno la forza di unacambialepigliatevi l'incomodo di domandar conto di essodi farneassumere le più minute informazioni coll'esattezza di unimpiegato di circondario. Io so quello che dico. Il viso ingenuopotrebbe essere la maschera di un perfido mascalzone. Il frac dipanno sopraffino potrebbe coprire un debitore cronicoun avventoreassiduo della Pretura Urbana. La faccia giovanile potrebbeappartenere al padre di una mezza dozzina di figli mantenutipiùche da luidalla moglie venutagli a noja. Però vogliate averla bontà di confidarvi colle vostre madri e colle vostresorelle maggiorise non amate comprarvi affanni e spasimie correrpericolo di smarrir la freschezza e la beltà!...
Coloroche furono sì ciechi da credere immorale il nostro librosiaffrettino ad ammirare il sermone or ora fatto e non perdano questabella occasione di cambiar di parere. Povera Ada! è dessa checi mise sul labbro le caritatevoli parole.
Sele prime volte che ella vide la figura del Galantinoe sopratuttoquando cominciò a sentire sommosso il sangue da quel leggiadroaspettoavesse domandato conto di colui alla governantecheinsieme colla livrea di casa Pietra Incisaandava a levarla dalconvento; certo che la storia dell'ex-lacchè le avrebbe fattotorcere il viso inorriditatutte le altre volte che si fosseincontrata in esso; perchè la forma esteriore non basta adacciecare anche la più inesperta delle fanciulle; tanto piùpoi quando l'amore è ancora nel primo stadio della simpatiaenon è penetrato nel più profondo del cuore. Ma invecedi parlare si tacqueper quell'astuzia istintiva che si mescolaanche all'innocenza più ingenuae pel pudore di nominare unbel giovane alla governante. Se per colui non avesse provato che unacuriosità indifferenteil pudore non l'avrebbe trattenuta el'astuzia non l'avrebbe costretta a tacere per tema che lagovernantemessa in sospettonon fosse per cambiar strada inavvenire.
Main ogni modoella è degna di pietàpiù che dibiasimose inciampò nell'agguatoal pari di un'augellettacheimmatura sporgendo il capolino dal cavo dell'alberoètosto ghermita dal cercatore di nidi.
Bensìd'ora innanzi saranno più degne di biasimo che di pietàquelle fanciulle chedopo aver fatto conoscenza colla giovinettaAdanon vorranno ascoltare i nostri consiglied apprendere dallesventure di lei l'utile lezione.
Intantonoi dobbiamo far silenzioseascendendo verso Montepiattovogliamovedere un quadro mobile e quasi immobile di tre figure femminili. Unadonna di quarantacinque anni circaseduta sotto il pergolato diun'umile casetta; a qualche distanza da leiall'ombra di uncastagnoadagiata sull'erbauna giovinetta piccola e rattrattaconun visino in cui brilla una vivace sebben mesta intelligenzavisinoche sarebbe bello se non fosse troppo acuto; più in giùverso il lagoassisamedesimamente sotto un castagnoun’altrafanciullala nostra Adaassortamutache volge lo sguardosull'onda sottopostae lo gira lento lentoma con moto macchinalea seguire qualche vela che si dilunga.
Ègiorno di domenica: è quell'oradopo i divini ufficjin cuila gente del contado è raccolta nelle casupole intorno alpovero descoe in cui il silenzio è profondo e diffuso intutta la solitudine del lago; e per renderloa così direpiùpresente al senso e penetrante più addentro nell'animodalgiardino di qualche villa signorile par che apposta s'innalzi diquando in quando lo strido acuto di un pavoncelloingrato come unatrombetta fessa.
Chiè fresco d'un'eredità o ha vinto una lotteriaquegli acui per una special benedizione del cielo la vita scorre normaleregolareinfallibilecome la sfera di un orologio a cronometrotanto chese c'è un pericoloè forse che la soverchiapace gli può rallentare la circolazione del sangueal puntoda metterlo all'impensata sotto la protezione di Sant'AndreaAvellinoe felice notte! coloro che sono circondati da una prolesana e da una densa moglie fedele e a cui sono fedeli; coloro chebenedetti dal papàdalla mamminadai parentidallo ziofacoltoso stanno beatamente sfiorando il primo quarto della luna dimielesi capisce benissimo come possano lodare i romitaggi al montee al lago; ma in quanto a noi comprendiamo assai meglio come fossepiù che mai accresciuta la tristezza e l'infelicità diAda dal momento che fu tratta a vivere in quella solitudine diMontepiatto.
Tornandoal lagofu sempre per noi un oggetto di maraviglia e un fenomenodegnissimo di studio lo spettacolo di quegli uomini dell'Inghilterrache un bel giornodalla loro capitale di due milioni d'abitantifuggono per ritirarsi sul lago di Comoe colàeccettuate leore consacrate al sonnovivono continuamente nel loro canottosolitra il cielo e l'acquaveri nautili umanie pensano e pensano senzariposoquando però non pescanosinchè arriva ilgiorno che un temporale spietato porta via e sommerge Inglese ecanotto!
PoveraAdate felice se la sorte ti avesse fatto dono delle qualitàminerali di un Inglese in ritiro sul lago di Como!... Maquanto eri diversa! e quanto la tua triste condizione doveva fartiparere insopportabile quella sempre uguale solitudinequelle sceneognora le stessequel cielo sempre riflesso da quel lagoquelguizzasole ognor ripetuto dall'increspare dell'ondequelle barche equelle vele andanti e ritornanti alla lontanaquella silenziosanaturaquelle voci di uomini così rareremote e sonanti alunghi intervalli! — Allora l'incessante cicaleccio delle suecolleghepersino le gutturali sgridate delle suore maestre leritornavano in memoriagradite e desiderate in confronto! e nellasolitudined'accosto al trasporto che le cresceva in petto perquegli che l'aveva ridotta in quel luogosorgeva un desolantesospetto... La Baroggi aveva nominato il Suardi; quel nome non eragiunto nuovo alla Crivelloche nella casa paterna aveva sentito aparlare di essoe però nelle sue assidue esortazioni perdistogliere Ada dall'affetto colpevolesi valse di quanto sapevaonde salutarmente sgomentarla.



VII


L'amoretalora è più funesto dell'antipatia e dell'odio; cipare di averlo detto un'altra voltasebbene in diverso modo. Egli èper questo chein quella medesima occasioneda bravi conseguenzarjabbiam tosto soggiunto che l'imperfezione del corpo reca spesso assaipiù vantaggio che la più completa bellezza. Una gemmapreziosa che brilli in dito a un galantuomouna catena d'oro chesfolgoreggi tra il nero di un gilet di velluto e il bianco di unacamicia di batista rendono pericolosissimo il passeggiare ne' vicolidopo la mezzanotte. La cosa è chiaraper la sicurezza delpasseggio notturnobenedetta la giacchetta di fustagno e il cappelloa larghe falde. Non ci ricorda in qual libroma certo abbiam lettoin un libroche un uomo di spiritotediato delle querele di unbellissimo giovinevittima della gelosia delle donne— Fa chet'assalga il vaiuologli dissee t'imprima nel viso a centinaja isegni del suo passaggioe sarai felice! — Quantunque un talrimedio possa parere troppo eroicoe troppo paradossale il nostroesordioil fatto è intanto che quelle due fanciulledonnaGiacoma e donna Adanacquero per appoggiare la nostra opinione.
DonnaGiacomafin dalla prima infanzia meno accarezzata delle fanciulleche recavan nell'aspetto una bellezza regolare e i vezzi a lei negatidalla naturae però meno viziata da' parentiquando passòin convento per esservi educatanon sentì come le altre ecome Ada in ispecie il crudo passaggio dalle amorevolezze casalinghealla severità del contegno delle maestre del monastero; anzitenendosi più tranquilla per non sentire il bisogno dirivoltarsi impaziente contro una vita nuovale parve di trovare inconvento una cortesiauna mitezzauna dolcezza che prima non avevamai provato. Fornita di molto ingegnolo aveva adoperato permostrarsi grata a quelle premureapprofittando più che lecompagne dell'insegnamento che le veniva dato; fornita di grandebontà e di una gentilezza squisita di spiritosapeva all'uopoplacare colle sue preghiere la madre superiora e le suore inclementiverso le più riottose alunne. Per questa ragioneanzichèesser segno all'invidia eper conseguenzaal motteggio altrui peldifetto del corpoera amata da tutti e rispettata. Ed ellacertosenza volerlosi avvezzò per tempo ad esercitare in conventouna specie di superiorità premurosae dolce bensìmapur sempre una superioritàche da tutte le veniva accordata edi cui ella sentiva una interna compiacenzache però non eraorgoglio.
Adala più vivace e tempestosa di tutte e la piùfrequentemente sgridata e punita dalle superioreera perciòappunto stata presa sotto la sua particolare protezione; e siccome lepreghiere della Crivello avevano sempre avuto il loro effettoed'altra parte essa era riuscitapiù che le superiore nonavrebbero mai saputoa rendere Ada più docilepiùobbedientepiù pacata; così tra le due fanciullesebben coetaneesi era impegnata quella corrispondenza affettuosache non intercede già tra due egualima sì tra unaprotettrice e una protetta. La Crivello poicome avviene delle madriche spasimano dietro a que' figliuoli che più le han fattevegliare e più loro costarono di fatiche e d'affanniposedavvero in Ada un affetto che ben si potea dire materno.
Adolescentie quasi adulteambedue crebbero in questo affetto. Donna Giacomadalla modestiadall'intelletto acutodalla religiositàconvinta che per lei nella vita non vi sarebbero stati altriconforti se non in occupazioni congeneri a quelle che esercitava inconvento; per di piùavvisata dal senso e dallamisteriosa intuizione di esso di quel che era serbato alle altre nelmondosi pose intorno ad Ada (è strano ma è edificantee commovente a dirsi)precisamente con quella preoccupazione di unamadre che è sollecitata dal pensiero per la felicitàdella figlia. Queste cose noi avremmo dovute dirle prima cheavvenissero i disastrosi fatti del monastero perchè illettore si sarebbe fatto capace allora di ciò per cuiforse gli è rimasto qualche dubbio; ma quelli erano momenti digran trambusto e premura; in ogni modopuò provvedere laspiegazione d'oggi al silenzio d'allorae può provvedere aspiegare la tenacità onde la Crivello si strinse ad Ada pernon abbandonarla piùil motivo per cuiin carrozzaavendodirimpetto il Suardimentre il cocchiere sferzava i cavalli afiaccacollosi tenne abbracciata ad Ada come chi vuol salvar la vitaa una figliuola minacciata di morte da un assassino.
Tuttaviaquando si trovò nella casa della Baroggiavendo sentito iltenore onesto delle parole del Suardied esplorato il contegno delladonnamiteriguardoso ed educato; e poscia avendo notate leabitudini devote di essasi tranquillò e tacque; quando poiavendo insinuato ad Ada l'idea di supplicare quella donna perchèvolesse condurle alle loro casel'innamorata fanciulla protestòcon pianti di non voler per nessun conto fuggir prima che il Suardinon fosse tornato; ella si trattenneed aspettò prudente elasciò fareguardinga però e sospettosa; ed avendosentito a parlare il Suardiquasi anch'essa si lasciò andarea credere alle maliarde parole di luie non si rifiutòd'andare a Montepiatto per non abbandonare la sua cara Ada. Ma quine' discorsi fatti colla Baroggisentendo il nome del rapitoresirisovvenne di quanto sul conto di quel nome avea udito piùvolte in casa; e col coraggio di una madre che è spietatacolla figlia in ragione dell'amore che le portale manifestòtutti i suoi sospettie le raccontò le storie che conoscevain parte; e le dimostrò che non poteva essere se non un tristocolui che aveva potuto osare una così scellerata impresa dirapire a tradimento una fanciulla da un monastero.
Unmomento prima che noi vedessimo quel quadro di tre figurelaCrivello avea fatto appunto un lungo discorso di tal genere all'Adae questairaconda del sentirsi penetrare dal sospetto contro ilgiovane di cui le sembianze non le partivano mai dalla caldafantasiaindispettita si era disgiunta dalla Crivelloe sola erasiadagiata a pensare e a ripensarescorata e confusa. E la Crivellostata pietosamente a contemplarla per qualche tempoal fine si alzòe lentamente fattasi presso ad Adae cingendola del suo braccio:
—E così come staile dissecara la mia Ada? Sei ancoraadirata meco?
Adasi volse e:
—Come ho da starerisposee perchè ho ad essere adirata conte?... Ma le labbra le tremarono per la commozione enon potendocontinuareguardò la Crivello colle lagrime negli occhi; poitutt'a un trattoabbassando il capo e nascondendolo in senoall'amicadiede in uno scoppio di pianto.
Enoidopo questo piantodolenti di non poterlo asciugarenèdi poter fermarci a Montepiatto per sentire i lunghi dialoghi tra laCrivello ed Adanè di recitar insieme con esse e colla devotaBaroggi la terza parte del rosariodobbiamo recarci di premura aBologna.
Lacontessa Clelia tornava una sera dalla casa Bentivoglio doveconvenivano il fiore de' gentiluomini e delle gentildonne bolognesii più distinti professori dell'universitàgli artistipiù notii pittori incaricati di sostenere con uno sforzoestremo il tramontante splendore della scuola caraccesca; tornavadunque alla sua dimoralieta e paga oramai della propria condizione.Gli uomini della scienza le davan prove quotidiane della loro stimale gentildonne giovani e belle l'ammiravano senza invidiarlaperchèpiù non temevano in lei chi potesse loro disputare il primatoo rubar qualche amante sul terreno sdrucciolevole della galanteria.Ben è vero che quella sua poderosa beltà romanacolcrescere degli anninon avea punto scematose forse non eradiventata più solenne; ma la toga scientifica e la cattedradove saliva a dettar matematicala facea considerar loro come unadonna sui generispiù atta a destare il sensodell'invidia nei colleghi professori che in esse.
Igiovani galanti poi la circondavano con un'ammirazione piena dipremuraammirazione in cuise non per tuttiper alcuni almenosinascondeva pure qualche altro sentimento; ma quelli che lo nutrivanoin secreto rimanevano paghi d'un discorso che loro ella rivolgessed'una approvazione che accordassepersino anche dell'opposizione chelor facesse in una disputa qualunque. Magnifica e severa precisamentecome una Minerva (perchèse come tale l'abbiamo dipinta ne'suoi anni giovanilinell'età matura non v'era chi potessecontrastarle un tal predicato)ella serbava un contegnoche algiovane più fervido ed audaceperfino alla stessa ebrietàtracotante avrebbe fatto gelar la parola in bocca.
Ellaperò (le donne sono sempre donneed anche gli uomini noncanzonano) si compiaceva tra sè e sèindovinando quelche si celava sotto quell'ossequio. Per tutto ciò adunqueritornando quella sera a casasi lodava della propria sorteepensava che quasi poteva chiamarsi felice se avesse avuto seco la suaAdae d'uno in altro desiderioaffrettava il giorno di farla uscirdi convento per tenersela ognora a fianco e deliziarsi tutta in essa.
Pienadi questi pensieriche erano gli abituali della sua vitasalìnel suo appartamentodove trovò una lettera con un Preme agrandi caratteri sulla soprascritta. Quella parola bastò peragitarle il sangue e per far ch'ella aprisse la lettera con manotremante. Non sappiamo se il fatto sia comune a tutti o a moltimala presenza di una lettera che non si aspettaanche allora che nonreca quel terribile Premeil ManeThechelPhares dellesoprascritteproduce una sensazione disgustosa e angustiosa; forseciò avviene in coloro che non hanno avuto nella vita chemaledette battiture dalla fortunadi modo che ad ogni indizio di unfatto che ancora non si conoscesi paventa una nuova sciagura. Dopoquestonon sappiamo quel che la contessa Clelia pensasse inpropositonè se a lei la vista di una lettera facessecostantemente quel senso disgustoso che produce in altri e in noisegnatamente; il fatto sta che quando vide quella lettera deposta sultavoliereper la ragione forse che non l'attendevavolontieri neavrebbe fatto senza. Ma qual fu il suo parossismoquandolettala erilettalanon seppe afferrar bene la cagione per la quale venivapregata a recarsi senza perder tempo a Milano. Non sappiamo se ilfoglio fosse stato scritto di proprio pugnoo soltanto dettatoosemplicemente consigliato dal Pariniche ne era stato incaricato dadonna Paola; ma con accorto ingegno era parlato in esso di unamalattia della fanciulla Adaper la qualementre si raccomandava lasollecitudine della contessa a mettersi in viaggiole si facevariflettere tuttavia che non v'era nulla di grave e di pericoloso;tutto questo poi era espresso con tale arteche la contessa nondovesse rimanere percossa con violenza da un troppo crudo annunzioma nel tempo medesimo giungesse a comprendere che oltre la malattiatrattavasi di qualche altro fatto che richiedeva la sua presenza.Comunque pertanto sia la cosa e comunque fosse savio il consiglio cheaveva dettato quel fogliosi mise una tale impazienzaun'ansiaun'irrequietudine sì forte nella povera contessa chedi puntoin biancoscrisse un letterino al marchese Bentivogliodalla cuicasa era uscita un momento primacon cui lo pregava a passare unmomento da lei; il marchese non si fece troppo attenderee sentitodalla contessa comeper un affare urgentissimole occorresse direcarsi a Milanole ottenne in quella notte medesima dal cardinaleLegato un foglio di via per Milano.
Allaprim'albacoi cavalli di postaa tutta carrieradando epromettendo mancie a' postiglioniche allora avevano a lottar dicontinuo colle scabre stradeviaggiò per Milano. Da Bolognavenne a Modenada qui a Parmadove passò la notte e dovevolle il caso che si sapesse della sua venuta. Il nome dellacontessanon ci ricorda se lo abbiamo già dettoe per il suocasato e per quello del maritoe per la sua bellezzae perle azioni che se n'eran fattee per le sue avventure eccezionali edegne di storiae per la sua qualità di scienziatae peressere successa in Bologna nella cattedra di matematica alla grandeAgnesiera divenuto celeberrimo in tutta Italia ed anche fuoritanto che molti uomini di Bologna e d'altre città avevanoambito di far la sua conoscenza o per lo meno di vederlaaspettandola quando usciva di casaquando si recava all'universitàmescolandosi fra gli studenti per sentirla a parlare. Per queste coseadunqueallorchè corse la voce ch'ella era in Parma e chealloggiava all'albergo ducaletosto fu una folla di persone intornoalla porta dell'albergo stesso per poterla vedereetra le altrepersone cospicuefurono a visitarla l'abate Frugoni in compagnia delcelebre Condillacstato precettore del figliuolo del duca di Parmamorto alcuni giorni prima.
IlFrugoniche già s'era trovato colla contessa in Bolognae neaveva tenuta parola spesse volte con Condillac quando con essos'intratteneva alla corte del ducafu sollecito di farglielaconoscereperchètorniamo a ripeterela contessa CleliaV... era divenutacome si direbbe con frase modernaunamaravigliosa tanto in vogache molti andavan superbi soltantoa poter dire: Ci ho parlato anch'io.
IlCondillacsebbene fosse amico della vita ritirata e fosse grave edaustero al punto che nella medesima Corte ducaleper insolitoprivilegioera stato esentato da tutti quegli obblighi consentaneiad un precettore di un principe Infantepure molte volte aveaespresso all'amico poeta il desiderio di conoscere quella donnasingolarenella quale per lui era inconcepibile il contrasto tra lascienza grave che professava ed insegnavae la storia delle sueavventurose vicende. Andò dunque assai volontieri a farlevisita. Ma questa circostanza accrebbe più che mai l'imbarazzodella contessa che aveva tutt'altra volontà che di ricevervisite d'uomini illustrichè il suo pensiero assiduamenteassorto dalla sollecitudine che la spingeva verso Milanosi trovòinsopportabilmente angariatocostretta com'era a stare in guardiaper non perdere la scherma e conservarsi nella sua riputazioneparlando con un uomo che tutt'Europa esaltava. Il Frugoniquantunquetoccasse i settantaquattro annivivaceepigrammaticomotteggiatoreparlatore instancabilecom'era stato instancabile einesauribile produttore di versigiovò ad empir le lacune chetroppo spesso intercedettero tra le parole del Condillac e lerisposte lente della contessa distratta altrove; ma non fu cosìabile che il filosofo francese non si lamentasse poi dopo coll'abatepoeta di aver trovato una donna più bella e superbachesimpatica ed eloquente.
Inogni modo la contessa respirò più libera quando sitrovò solae quandoalla prim'albapotè finalmenteriprendere il viaggio. Venuta a Piacenzapassato il ponte di barchesul Porimessi i cavalli al trottolungo la strada da CasalPusterlengo a Lodial rumore di altra carrozza che le venivaincontromise fuori la testa dallo sportello per quel movimentoirresistibile onde chi viaggia è spinto a guardare ipassaggeri che battono la stessa stradae s'incontrò quasifaccia faccia col passeggiero che stava nell'altra carrozza e chemedesimamente sporgeva la testa a guardare dallo sportello. Le duecarrozzeche erano tratte velocemente dai cavallinon lasciarono aquello scontro la durata di un minuto secondo. Ma questo bastòperchè e l'una e l'altro si ravvisassero. Il viaggiatore erail Galantino. Or non è a dire che turbamento mise in cuor allacontessasenza che n'avesse una ragione precisaquella vistainaspettata; ma ciò che veramente la colpì fu che nelretroguardaresporgendo di nuovo la testa dallo sportello per unacuriosità che non seppe vincerevide che il postiglionefaceva dar di volta ai cavallie la carrozza del Galantino allalontana teneva dietro alla sua.



VIII


Orcome avvenne che il Galantino si trovasse sulla strada che da Lodi vaa Casalpusterlengo? Ecco il fatto. A Milanodopo che il conte V...seppe del trafugamento della fanciulla Ada; furibondo e nel tempostesso sospettoso che chi ci aveva interesse avesse voluto offenderelui stessocol togliergli i diritti della paternitàmentresi era voluto imporgliene gli obblighi; esaltato inoltre dallaperversa voce che rapidamente era corsa per tutta Milanoa dispettodelle objezioni degli increduliche donna Paola di concerto colfiglio Guglielmo avesse tentato il mal colpo; aveva fatto tantoscalpore presso il Senatoche il capitano di giustiziail qualemesso già sulla falsa via dalla lettera anonima del Galantinoaveva sottoposto ai più severi interrogatorj lord Crall e icomplici suoinon tanto pel reato dell'aver assalito a mano armatala forza pubblicaquanto per l'accusa dell'aver ricorso a quellaviolenza per rapir due ragazze dal convento; dovette invitare acomparire indilatamente anche donna Paola Pietra Incisaper essere sentita in giudizio. Come è naturalee per lacattura del figlio e per la fuga di Adail giorno dopo ella stessaavea pensato di rivolgersi al capitanoe perchè s'incaricassetosto di pubblicare un bando a rintracciar le fanciullee perinformarsi della condizione in cui trovavasi suo figlio; se non checon sua sorpresaquando già stava per uscire e per recarsidall'eccellentissimo capitanoricevette un foglio sottoscritto daessonel qualeomesse le formole dell'etichetta epistolarela sicitava d'ufficio a comparir tosto innanzi a quel tribunale.
DonnaPaolastupita del modo onde le veniva fatta l'intimazionesi recòal Palazzo di Giustizia senza farsi aspettare; e colà venne atrovarsi al cospetto del signor capitanoil qualedismesse lerispettose parolela sottopose ad un interrogatorio che sarebbeprezzo dell'opera il riportare quiperchè la pazienteassennatezza di donna Paolal'eloquenza efficaceil disdegnosublimema calmo e soffocato dalla preoccupazione dell'ultimointentoil rimprovero temperato di umiltàma forteabbastanza per compungere altruivi risplendono in tal modo che èun'edificazione a leggerlo. Il capitanocom'è facile asupporsine rimase penetrato; allorafatto venire innanzi anche ilconte V... che era là ad attendere donna Paolaquesta giunsea persuadere colui stesso dell'ingiuria inaudita che le si era volutofare col crederla rea di un sì turpe ed empio attentato. Ilconte V... non fece altro che unire le proprie sollecitazioni aquelle di donna Paola affinchè il capitano volesse tosto faruso di tutti i mezzi che aveva a disposizione perchèmentresi pubblicava il bandos'incaricassero il pretorio della capitale etutti i pretori delle altre città del Ducatoe i pretorjsuppletorj di confine a spedire per ogni dove uomini esperti eguardie a rintracciar le fanciulle. In quel dì stesso anche ilmarchese Crivelloavendo presentata una furibonda querela al Senatoquesto tanto più si trovò obbligato a intimare allostesso capitano di giustizia che col più formidabile apparatoche non si fosse mai praticato in altre circostanze similisifacesse dalle guardie frugare in tutti i luoghi della città edei corpisantie batter la campagna in lungo e in largoepercorrere tutto il Ducato e i luoghi confinantise fosse statonecessario.
Diquesto bandoper decreto del Senatofurono alcuni giorni dopo messigli affissi a tutti gli angoli della città e delle borgatevicine; per lo che il Galantino si trovò in una terribileapprensione. Pensando che a Tornoe per la vicinanza di alcune villesignorilie per la prossimità della città di Comolefanciulle potevano troppo presto venire scoperte dagli agenti e daifanti del capitano e dei pretorjsenza perder tempo le levòdi là e le trasferì in un luogo remoto dellaVallassinacon promessa che sarebbe tornato subito; e che recavasiintanto a Bologna per parlare alla contessa madreonde ella medesimavenisse in persona a toglier la figlia da quelle solitudiniperricondurla poi fidanzata in cittàe benedire a' prossimisponsali. Difattovenuto a Milanovisto che sino a nuovecircostanze non vi era più aria sana per luipensò ditrasferirsi senza perder tempo a Bolognadi presentarsi allacontessae quando maiciò che secondo lui non eraimprobabileella avesse ricevuto l'avviso della scomparsa di suafigliaconsolarla col darle notizia che per suo mezzo era statarinvenutae cogliere l'occasione per domandargliela in isposa. Conciòinnanzi tuttoegli pensava ad attuare il propriodesiderio ardentissimo; in secondo luogo provvedeva anche avendicarsi della vecchia ingiuria. Di tal modo ei si lusingavainoltre cheuna volta che la contessa avesse annuito al matrimoniospinta dall'amor maternomessa in altalena tra la paura di perderper sempre la figlia e la consolazione di riabbracciarla tosto; conlei si poteva anche concertare il mezzo di dare un altro colore alfatto del trafugamento e far tacere l'autorità. Con questipensieri pertantonon essendo ancora stato colpito da sospetto disortefece disporre una carrozza da viaggio degna del conte diFirmianper poter abbagliare altrui colle apparenzepiù cheera possibilesignorili; e si mise in viaggio per Bolognasicurissimo di trovarvi la contessa. Or ecco in che modoviaggiandodifilato a quella voltas'incontrò nella carrozza di lei chericonobbe con sua gran sorpresaonde fece rivoltare i cavalli pertener dietro a leie raggiungerla e parlarle alla prima fermata.
Lacontessa Cleliatraguardando di tanto in tanto dal finestrino dellacarrozzavedeva che quella del Galantino seguiva la suaplacidamentecon tutti gl'indizj di non voler cambiar strada.Alloratra i molti pensiericongetturando che colui avesseviaggiato per venir sulle sue traccieDio sa per quale intentoingiunse al postiglione di mettere i cavalli alla più velocecarriera che fosse possibile: comando che fu tosto adempiutoperchènon c'è al mondo uomo più docile e piùcondiscendente d'un postiglione quand'ha ricevuta una buona mancia equando sa di doverne ricevere di più grosse. Se non che lacontessaguardando indietrovide che il postiglione del Galantinoaveva fatto il medesimo co' suoi cavalli. Allora non dubitòpiù di essere inseguitae ne fece motto alla cameriera.
ALodiil suo postiglione svoltò nel portone dell'albergo delGambero per cambiare i cavalli; e dopo pochi minuti fece lo stessoanche il postiglione del Suardi; e come la contessa Clelia salìin una camera perchè si doveva fare una fermata di un'oraanch'esso salì in un'altra.
Dopopochi minutiun cameriere si presentò alla contessadicendole che un signore arrivato in quel punto all'albergo e chestava in una stanza lì presso desiderava di parlare con leiedomandava perciò licenza di poter entrare.
Lacontessaa tutta primaquasi fu per acconsentirvi; ma poscianauseata di quel che le era occorso a Veneziae nel tempo stessotemendo da quell'uomo ogni peggior cosagli mandò a dire chenon riceveva nessuno lungo il viaggio; ch'ella si recava a Milanoeche là egli avrebbe potuto parlarle. Il Galantino insistetteancorae a tal segnoche la contessa dovette interporrel'albergatore medesimoper non essere importunata d'avvantaggio.
IlSuardiall'imbasciata dell'albergatorecon ostentato sussiego:
—Dite alla signora contessarisposeche l'oggetto per cui aveva aparlarle interessava lei e non me. Non si trattava che d'un atto diriguardo che m'ero imposto. Pur faccia come vuole. A Milano siaccorgerà di aver fatto male a non ascoltarmi. Riportatelequeste mie parolee fate attaccar subito i cavalli.
L'albergatoreriferì tutto alla contessama ellasebbene le si fosseaccresciuta l'affannosa curiosità a quelle parolenon sismosse e rispose:
—Va bene.
IlSuardisconcertato nel suo disegnodovette ritornare a Milanoinbocca al lupocome si suol direma non gli rimaneva a far altro.Lungo il viaggio pensò come quel primo tentativo fallitoglipotevaarrivata che fosse la contessa a Milanoofferire un indizioper mettere gli occhi su lui. «Mi son trovato in impacci benpiù gravi di questo (rifletteva egli tra sè) e non mison lasciato mai intimorire da nessun ostacolo. Anzi gli ostacoliquanto più eran serj mi servivano quasi di mezzo ad otteneretutto quello che volevo. Cos'è dunque questa paura che miassale tutt'a un tratto? Non sono io più il Suardi di unavolta? Non sono or forse in possesso di quella ricchezza colla qualesi rimedia a tutto e si fanno tacer tutti? Coraggio dunquee avanti.Mi fa ridere questa contessa orgogliosa... perchè se vuol benealla sua figliuolabisognerà pure che per forza o per amoreella venga a patti con me. Mi fa ridere quel signor capitano diGiustizia col suo bando! Un po' d'unto alle mani di qualche senatoreun po' di unto alle mani di qualche barigello... Senatori ebarigelli!.. va benissimo! quand'io mi sono assicurato di chi dàgli ordini e di chi li eseguiscemi pare che non mi rimanganull'altro a fare. La mia cassa rigurgita di ducati e di talleri diCarlo VI. Coraggio dunquee non ci si pensi più.»
Eil Galantinosebbene tanto perspicacenon arrivava a comprendereche quella ricchezza medesimache gli pareva un'arma onnipotenteera la vera cagione de' suoi insoliti timori. Egli nuotava nell'oroe perciòdata l'ipotesi di un passo falso e di una cadutaaveva da perder troppo. Il coraggio intero e sfrontato lo ebbe quandonel mondo nulla aveva da perdere e tutto da guadagnare. Alloraprocedeva sicuro e colla forza invincibile dell'istinto che losollecitava a ghermir la fortuna in qualunque modo.
Mezz'oradopo del Suardi si rimise in viaggio anche la contessache entròin Milano per Porta Romana un paio d'ore innanzi seradiscendendopoco dopo alla casa Pietra.
Nellasala di ricevimentoimpegnata in gravi discorsi con donna Paolastava da qualche ora la Gaudenzi la quale aveva condotto seco l'unicosuo figliuolo. La Gaudenziignara di tutto quanto era avvenuto edavveniva in Milano che non le appartenessee d'altra partememoredel cortese ajuto ricevuto fin dal 1750 da donna Paolaaveva pensatodi rivolgersi ancora a leidopo che le erano riusciti infruttuositutti i passi mossi presso il capitano di Giustizia onde aver nuovedel marito e saper in che condizione ci si trovasse. Sentito anominare lord Crall fin dal giorno che dall'attuaro erale statocomunicato l'arresto del Bruniquel cognome di suono straniero nonle avrebbe mai potuto far sospettare chi veramente colui si fosse.Però alle prime parole che ella tenne con donna Paola fureciproca la meraviglia in entrambe.
DonnaPaola stupì che il marito della Gaudenzi fosse impigliato nelprocesso di Guglielmo; e la Gaudenzi si meravigliò piùancora nel sentire che lord Crall era figlio di donna Paola. Perquesta circostanza singolare crebbe più che mai l'interessedell'una per l'altra a vicenda; però era da un pezzo ch'ellenostavan parlando del doloroso accidente e del modo di ripararviallorchè il servitore entrò e disse:
—È arrivata la signora contessa Clelia V... in questo momento;eccola.
DonnaPaola si alzò turbata a quel nomeal punto che parve lefuggissero le forze. La buona Gaudenziinformata d'ogni cosa unmomento primafu invasa da tanta pietà per la contessaquando la vide entrareche dimenticò quasi sè stessa.
Eil suo figlioche poteva avere dodici anniabbastanza svegliato percomprendere tuttosi mise anch'esso in aspettazione e in apprensionea quella venuta.
Edoggiquando noi pensiamo che abbiam conosciuto quel fanciullostessofatto vecchio decrepitosiamo esaltati da un tal senso dimeraviglia che quasi diventiamo increduli verso noi stessi. Peròsenza alterarle d'un puntovogliamo riferire le parole stesse delfiglio di Lorenzoquando ricordandosi di quel fattoe di quellascenae di quelle donnece le dipinse con tale schiettezza esemplicità che quasi in ascoltarlo ci pareva di vivere conesso in quell'anno 1766; e tanto più che abbiamo stretto piùvolte la mano e baciato il venerando volto di quell'uomo chefanciulloera stato baciato da donna Paola e dalla contessa.



IX


«Settantasetteanni faprecisamente in questo stesso mese di giugnonon mi ricordobene il giornoma press'a poco intorno a quest'oraverso iltramontoio mi trovavo in casa di donna Paola Pietra con mia madrequand'entrò in quella sala terrenadove mi par di trovarmiciancorala contessa Clelia V...ed era la prima volta che la vedevo.Io non avevo che dodici annipoco su poco giùed ora chesiamo nel 1842potete immaginarviin tanto numero d'anniattraverso a tanti avvenimentiessendomi trovato in tanti luoghid'Europache sterminata folla di gente m'è passata innanziagli occhi; pure la figura di quella donnacome l'ho veduta nelpunto che metteva il piede in quella salanon mi è maiuscitae non m'uscirà mai più dalla memoria.»
Diqueste precise parole del signor Giocondo Brunianche noi cirammentiamo tanto bene che ne par di sentirle ancora; e ancoradoposedici annine sembra di veder vivo quel vecchio quasi novantennenel punto chefatto pausa alle ultime parolesocchiuse un momentogli occhidisturbati dalle persone che ci passavan davanti(trovandoci noi adagiati sur uno dei sedili delle mura di portaOrientale che guardano il Resegone); socchiuse dunque gli occhi estette così un momentoquasi contemplasse coll'imaginazioneriproduttrice quel quadro ch'ei voleva dipingere a noichenellacuriosità giovanilelo andavamo importunando di milleinterrogazioni per addentrarci nei minimi particolari di que' fatti.
«Iostavo sedutocosì continuava il signor Giocondo Brunisud'una gran seggiola coi cuscini di marocchino entro ai quali miperdevoe di dove mia madre m'aveva ingiunto di non muovermiperchèin quella mia etàcurioso qual eraandavo guardando etoccando gli oggetti ch'eran deposti su' tavolierievisto unaspinetta apertam'ero provato a far correre la mano sulla tastiera.Ma quando entrò la contessail suo aspetto era talech'ioper la meraviglia non potei trattenermi dal sorgere in piedi. La suabellezza era di quel genere che io chiamerei terribilee forse me neson fatta questa idea perchè entrò cosìcorrucciata e stravolta da mettere in apprensione chi la guardava.Ella non videalmeno mi parvenè mia madre nè me; e adonna Paola che le mosse incontro:.
«—Come sta dunque mia figliachiese tostoe si lasciò andaresul canapè.
«—Stavamo appunto parlando di ciò qui con madama Gaudenzirispose donna Paola che non sembrava aver più la voce diprimatanto le si era affievolita.
«—È dunque gravemente ammalata?
«DonnaPaolaa queste parolepassò la propria mano sulla frontedella contessae con un fare dolce dolce:
«—Ho bisogno che vi mettiate in calmala mia cara Clelia. Nonon sitratta di malattie...
«—Ben m'accorsi dalla lettera che ci covava sotto qualche mistero. Ordunque?
«—Or dunque vi supplico a star forte contro quello che sono per dirvi.
«Aqueste parole la contessa balzò in piedie:
«—Ditemi adunque tutto ad un trattoe ammazzatemi con un colpo solo...io sarò forte.
«Edopo di ciò torse la testae guardava precisamente menelpunto chemandando un gran sospirooh Dio!! esclamò. E donnaPaolacon una calma che certo doveva costarle sudori:
«—Tutto è però dispostodisse. Ioil conte vostromaritoil signor capitano di Giustizia... il Senato... abbiamofattosi è fatto tutto quello che dovevasi in questacircostanzae da un momento all'altro aspetto una buona notizia;perchè non è possibile che tanta gente spedita in tuttele parti sulle loro tracce non giunga a trovare la figliuola delmarchese Crivello che è scomparsa dal monastero insieme collavostra...
«DonnaPaola non ebbe finito di parlare che la contessamandandonon giàun gridoma un singhiozzo rantolososi rovesciò indietro...io credetti... morta. Mia madre e donna Paola le furono tostointorno; mia madre sostenendoladonna Paola chiamandola per nome ebaciandola. Io era tutto spaventato; e a riscuotermila medesimadonna Paolala quale a un tratto pareva diventata un'altraessendoscomparsa ogni traccia della sua soavità:
«—Dà una strappata a quel campanellomi gridòquasifosse in collera con me. Io obbedii... e comparve una livrea chevista la scenaritornò tosto con due donne.
«Questeessendosi fatte presso alla contessa con acque odorose ed altroedaccingendosi a spogliarlaio fui mandato fuori; e mi ricordobenissimocome se fosse adessochepassando vicino alla contessanon potei a meno di soffermarmi a guardarla. Il vestito di drappoazzurroilluminato da un ultimo raggio di sole che entrava per lafinestra del giardinodava a quel volto una tinta di cielo eavvolgeva quel gruppo di donne come in un'atmosfera di luceparticolarissima.
«Uscitoe messomi a sedere in anticamerasur una di quelle cassapanchevecchie cogli stemmi che si vedon nelle case de' gran signoriconfuso e sbalorditoassistetti alla scena della servitù cheandava e venivariceveva ordinili trasmetteva d'uno in altro. Dopoqualche tempouna di quelle cameriere ch'erano state chiamate asoccorrere la contessauscìenominato un servitore: —Fate attaccar subitodissee andate allo studio dell'avvocatoAgudio dove troverete il giovane avvocato Strigelli. Gli direte chela signora padrona lo prega di venir tosto qui. Dopo andrete dalsignor abate Parinie pregatelo pure a voler lasciarsi vedere entrola giornata. Rientrata la camerierapartito il domesticopassòuna mezz'ora buonaed io fui lasciato là solo con un altroservitore; nè mia madre uscivanè io sapeva quel chesuccedesse di dentroed ero pieno di inquietudine e d'impazienza.Quando volle Iddiouscì mia madre finalmenteechiamatomimi disse d'entrare a fare il mio dovere colle signore prima dipartire; Allorchè rientraila contessa era seduta sul canapèalquanto ricompostase voletema abbattuta così da farcompassione. Donna Paola le sedeva presso e le teneva stretta lamano. Nel punto che mia madre mi sospingeva leggermente verso lacontessaquesta mi guardò e mi sorrise in prima sbadatamente;poscia tornò a guardarmi con più attenzionee mi detteun bacio; finalmentecontinuando a guardarmivoi non sarete percrederediede in uno scoppio di piantonascondendosi la faccia nelfazzoletto. Ed ioche cosa volete? mi diedi a piangere anch'iodirottamente. Forse vedendo me fanciullo presso mia madrepiùinsopportabile erale ricorsa l'idea della sua figliuola smarrita;forse pensando che io era il figlio di quel Bruni che era stato lacagione d'ogni suo disastroe fors'anco associandosi il pensiero dimio padre coi fatti di tanti anni prima e col pensiero di Amorevoli;di nuovoper tutto questo cumulo di memorie e di dolori e d'affettisentitasi a lacerare il cuorela disperazione s'impadronì dilei e le lagrime le sgorgarono a furia. Questo ho pensato molti annidopoperchè allora io non ho saputo che piangere. Mia madrenon avrebbe mai dovuto ricondurmi innanzi a quella infelicissimadonna. Ma pochi sono così esperti del cuore umano e degliumani dolori da conoscere quelle squisite delicatezze onde si rompela via a nuovi affanni. Così dunque passò quel giornoe venne l'ora che mia madre ed io uscimmo di là; fu nel puntoin cui v'entrava l'avvocato Strigelli che ho sentito a nominare;quello appunto mandato a chiamare molto tempo prima.»
Staccandociintanto dal nostro buon Giocondo Bruniil racconto del qualeperquanta cura gli abbiam messo intorno a conservarlo nella sua evidenteed affettuosa semplicitàci accorgiamo di aver non pocoguastatotorniamo a ripigliar la parola noi medesimi.
L'avvocatoStrigelligiovine di venticinque anniera l'occhio diritto deldecrepito avvocato Agudio. Quando entròsapendo naturalmenteogni cosa ed avvisato inoltre dal servo che la contessa era arrivatae che aveva voluto morir di dolore alla terribile notiziasicontenne come voleva la circostanza.
Inquel momento la contessa Cleliaappoggiato il braccio al dossale delcanapènascondeva ancora la faccia nel fazzolettoecontinuava a singhiozzare. Donna Paola allora si alzòe stesala mano al giovine Strigelli: — Non potete immaginarvidisseche strazio mi dà questa infelicissima donna; poi parlandoglisommessa all'orecchio e volgendo gli occhi al cielocon attoanch'ella di sconsolata: Se questa benedetta fanciullasoggiunsenon si rinviene tostocostei non può certo resistere a sìfiero colpo. Ah è stata una gran disgraziacaro miouna grandisgrazia! e quasi mi pento d'averla fatta venire a Milano prima chenon si fossero esaurite tutte le indagini... e a queste parole sivolseguardando a lungo la contessa che continuava a singhiozzare.Il giovane Strigelli la guardava esso pure tutto compunto.
—È però sempre meglio che si trovi quiegli osservòpoi.
—Voi mi consolatetogliendomi il rimorso di tante lagrime. V'hoinoltre mandato a chiamare per un consiglio. Ah confesso che dopotante sventure non mi fido quasi più di me stessa. Ora sentitelei.
Esi avvicinò a donna Cleliae dopo averla riabbracciata ebaciata e fattale come una soave violenza:
—Fatevi coraggiocarale disseè qui l'avvocato che v'hapatrocinata e difesa. Parlategli dunque.
Alloradonna Cleliaasciugatasi gli occhi e lasciando cader la mano inabbandonoalzò un viso tutto scombujato e guardò loStrigelli.
—Perdonatemidissese vi ricevo così. Vi ringrazio che siatestato così sollecito.
—Ma che mai dicecontessa? Sarei volato ad una sua parolae sono quitutto per lei. Or si degni di comandarmi.
Ricompostasialla megliodonna Clelia ripetè all'avvocato Strigelli quelche prima aveva detto a donna Paola dell'inaspettato incontro colGalantinodell'insistenza importuna onde colui aveva tentato diavere un abboccamento con lei a Lodie come tutto la induceva acredere ch'esso era partito per recarsi espressamente a Bologna percercare di lei.
LoStrigelli ascoltò attentamente e con grande stuporepoisoggiunse:
—Altro che accordargli un abboccamentosignora contessaquando ilSuardi si presentasse! anzi il mio parere sarebbe quasi di mandarlo acercare quando non venisse subito... Si sa maicontessa! Tutto puòservire in questa circostanza e bisogna metter da parte ogniriguardo. Ma perchè non sentirlo a Lodisenza perder tempoquand'egli chiese di parlarvi?
—E chi si poteva fidare di quel ribaldo?
—Comprendo benissimo... tuttavia... ma qui si fermò conquell'atto di chi improvvisamente è assalito da un pensierocurioso e stranonon mai avuto nè sospettato primaedopoaver fatti due o tre passi per la camera:
—Ma sa cosa devo dirle?... esclamò tutt'a un tratto.
—Che?...
—Un filo è trovatocontessa. Or tutto è chiaro. Vuolella sapere chi ha fatto scomparire le fanciulle dal monastero? Magià lo ha indovinato...
—Il Galantino?... esclamarono ad una voce la contessa e donna Paola.
—Il Galantinosì signore. Sono tanto sicuro di ciò comedi nessun'altra cosa al mondo... e non averlo mai pensato primanèionè loronè altriciò pare impossibileeppure il fatto mi par così chiaro!...
DonnaPaola e la contessa si guardavano stupefatte.
—Non si ricorda forse donna Paola d'avermi detto un dì checostui fece intendere più volte di voler pure vendicarsi dellacontessa?...
—Sì...
—Non è noto a tutti che questo ribaldo fortunato fa apertaprofessione di sedurre donne e fanciullee con tanto più divoglia quanto più sono al disopra di lui? E non è disua proprietà un'ortaglia e un casamento per deposito dimercanziacontiguo affatto al monastero di San Filippo?... e lavisita de' fermieri non può forse essere stata fattaespressamente per provocare un disordine che desse luogo eagevolezza?... loro mi comprendono. Ma ora è caduto eglistesso nelle sue medesime insidie... Ohsi consolicontessa.
L'idead'aver trovato il filo che potea guidare a scoprir tuttoin sulleprimecome avea messo in bocca al giovane Strigelli quel siconsolimise pure un soprassalto di gioia repentina e nellacontessa e in donna Paola. Ma fu un sentimento fuggitivochèquasi contemporaneamente:
—Ahimè! uscì con accento di disperazione ad esclamar lacontessa mettendosi le mani ai lati della fronte.
Esenza che aggiungesse altrotosto la compresero e divisero il suoribrezzo il giovane Strigelli e donna Paola.
—Eppureche volete? soggiunse l'avvocato dopo un lungo silenzio. Ioho de' felici presagi. Io soe lo sanno tuttiche il Suardidacchès'è fatto così riccodesidera ardentemente di fardimenticare il passato col presentecon beneficjcon caritàcon atti generosi; che volete? ho sentito a benedire il suo nome daquelli che lautamente furono soccorsi da lui nell'occasione che inborgo San Gottardo avvennenello scorso mese di marzoquelterribile incendio di cui rimangono ancora i guasti. Io ho de' felicipresentimentie prego la contessa a sperar bene.
—Ma che presentimenti?
—Codesti ribaldi saliti in fortuna son capricciosi... chi sa che nonabbia voluto vendicarsi per aver poi l'orgoglio di confortarlacontessa?... Le faccio osservare che insieme colla sua figliuola èscomparsa una figlia de' Crivelli cheper la forma infelicissima delcorpoè tutt'altro che atta ad ispirare amore in chicchessia.
—E dunque?....
—E dunque conviene aspettare ch'ei si presentimandarlo a chiamare;se non chepensandoci meglioè più conveniente cheesso venga di sua voglia.
—Ma io non posso resistere a questo tormento dell'aspettare.
—Non tarderà a lasciarsi vederelo creda a me. Si figuricontessase chi per veder lei s'era messo espressamente in viaggioper Bolognavoglia lasciarsi attendere adesso ch'ella e in Milano.
LoStrigelli parlava in tal modocom'è facile a crederenon giàperchè fosse certissimo di quello che pensavanè dellecongetture che aveva fatto e nemmeno di ciò che aveva dettoparergli cosa tanto chiara; ma vedeva la necessità diconfortare la contessa in qualunque manieraanche con pietosiinganni. Non per nulla però donna Paola avealo mandato achiamareconoscendo la straordinaria acutezza e la prontezza diveduta prodigiosa di quel giovane giureconsultoche abbiamconosciuto un po' tardima che vedremo in seguito aver molta partein questa azione. Avealo poi anche mandato a chiamare perchè asuo tempo informasse la contessa del come era corsa ed erasi chiusala lite giuridica col conte V... Inoltre avea bisogno di lui perl'intralciata condizione in cui versava lord Guglielmo; ed affinchèvolesse prendersi egli l'assunto di farsene difensore innanzi alcriminalechè lo Strigellinon avendo peranco varcato iventicinque annitrovavasi ancora nel tirocinio di protettore deicarcerati al Capitano di Giustizia.
Laseraquando venne l'abate Parini e Paolo Frisi e l'avvocatoFogliazzie gli altri intrinseci di casasi tennequasi a direconsulta su tutta quella matassa di cose. È a sapere chedopogl'interrogatorj fatti subire e a lord Guglielmo e a Lorenzo Bruni eagli altri detenutierasi constatato appartenere essi veramente allasocietà segreta dei Franchi Muratori. Anzi in quel dìstesso da un notajoda un attuaro e da una mano di fanti delbargello era stata improvvisamente invasa la loggia di SanVittorelloe quanti si eran trovati in quel convegnotutte personee giovani delle prime famiglie di Milanotra gli altri un figliodello stesso capitano di Giustiziafurono tutti quanti tradottinelle carceri suppletorie del Pretorio. Non mai s'era veduta tantaseverità contro una conventicola che per tanti anni era statase non permessatollerata; onde pareva che tutto in que' giornivolesse piegar terribilmente al peggio.
Eadesso uscendo da casa Pietra e recandoci in Pantanoin casa Suardinoi vi udremo il padrone di casatutt'altro che di buon umoreinserio colloquio col sotto tenente Baroggi.
—Già io v'ho fatto riflettere che non c'era poi tanto dariderediceva il Baroggie che la cosa era e doveva diventare benpiù grave di quel che pareva.
—Se non hai altro a direpuoi anche tacere.
—A questo mondo è meglio temere assaiche sperar troppo. Nonsi sa mai quello che può succedere.
—Io so prevedere i pericoli da uomo ragionevole. Ma ho peròanche una gran fiducia in me. Guai chi si perde d'animo.
—Questo lo so.
—Ma dimmi un po' tu... Sei di parere che ella mi riceveràquando sarò alla sua anticamera?
—Mi parrebbe di sì.
—Aspetta. Giacchè m'hai dato mano una voltanon ti rifiuteraiad ajutarmi anche adesso. In conclusione sei un po' compromesso anchetu in questa faccenda. Se io cado... tu mi comprendi... giùtutti e due.
—Non vedo questa necessità...
—Giù tutti e due... e addio per sempre alla tua fortuna... Tusai quello che voglio dire.
—So quello che volete dire; ma non credo nienteperchè èda troppo tempo che mi andate conducendo di camera in sala; e qualpossa essere codesto gran segreto che deve fare la mia fortunanoncomprendo.
—Comprenderaima ora pensiamo ad altro. Domani mattina tu metteraigiù questa tracolla e questa sciabolae vestirai una dellemie più sfarzose marsine con panciotto di telettad'argento: lascia fare a me. Voglio che tu veda in anticipazione lafigura che farai a Milano fra una decina d'annicosì in viad'esperimento. In tal modo trasfigurato ti rechi in casa Pietrae tifai annunciare per parlare alla contessa.
—Ma perchè tutto questo?
—La ragione è semplicissima. Non voglio più affrontareun altro rifiuto. Mi scapperebbe la pazienzae... guai se mi scappala pazienza! Tu dunque ti presentiella ti riceveràtu ledirai le mie intenzionicioè che debbo parlarlema per cosache deve premere più a lei che a me. Una volta ch'ellam'accolgasta pur tranquilloniente mi può resistere e lavittoria è miaanzi nostra.
—Ebbeneio anderò.
—Domani mattina.
—Non si può tardare di più.
—La mia guardaroba è tutta a tua disposizione.
—Un vestito semplice sarà meglio d'uno sfarzoso.
—Ognuno ha i suoi gusti. Fa dunque quello che più t'aggrada. Esi lasciarono.



X


Lamattina seguenteil Baroggi in abito civile e sempliceper quantolo comportava il costumesi recò alla casa Pietrae domandòse si poteva parlare alla signora contessa V...
Ilportinajo che aveva ordine di lasciar passar tuttilasciòpassare anche il Baroggiil qualevenuto in anticamera e detto ilproprio nome a un servitoredi là venne introdotto in saladove trovò la contessa insieme con donna Paola.
Questaallorchè vide il Baroggi:
—Oh... voi? disse.
Seil lettore si ricordadonna Paola s'era adoperata in pro suo e dellamadre.
—Non vengo per mesoggiunse il Barogginè per darle nessundisturbo. Vengo a nome del signor Andrea Suardi per dire una parolaalla signora contessa V.... chese non isbaglioè quellainnanzi a cui ho l'onore di trovarmi.
—Ditediterispose la contessa pallida e tremantechè ilnome del Suardi le avea fatto rifluire il sangue al cuore.
—Veramente il signor Suardi m'avea raccomandato di non parlare che alei sola... ma io credo che in quel momento non pensasse a donnaPaola; e per questo io credo d'interpretare il desiderio di luianche parlando in sua presenza. Il signor Suardi domanda pertantoalla signora contessa il favore di poterle dire una parola in tuttasegretezzaper cose della più grave importanza.
—Gli avevo già detto a Lodi che a Milano avrebbe potutoparlarmi liberamente. Però venga e tosto.
—Sapete la disgrazia da cui è afflitta la contessasoggiunsedonna Paola; cento cose abbiam da fare nella giornata. Dunque sarebbenecessario che venisse qui subito.
IlBaroggia quelle parolesapete la disgrazia da cui èafflitta la contessadivenne rosso come una bragia; cosa chediede nell'occhio a donna Paola ed anche alla contessala qualesommessamente disse alcune parole a donna Paola.
—Sì... è il figlio della povera Baroggirispose quellaad alta voce. Maa propositoda che dipende che vi vedo in abitocivile?
—Fu per rispetto a questa casa che ho messa giù la casacca dafinanziere. Anche questo è stato un desiderio del signorSuardi.
—Ma siete a' suoi servizj?
—No: bensì la mia professione porta che molte volte debbatrovarmi con lui; egli ha della bontà per me e per la poveramia madre. Se dunque mi dà qualche incombenzanon mi facciopregare ad eseguirla.
DonnaPaola si alzò a queste parolequasi che una molla le avessedato la spinta; ed era infatti un movimento comunicatole da unpensiero improvviso che era già per tradursi in una domanda alBaroggi; ma si trattennee dandole tosto di svolta:
—Affrettatevi dunque; dite al signor Andrea Suardi che la signoracontessa lo sta aspettando. Affrettatevi.
IlBaroggi s'inchinò e partì.
Quandofu uscito:
—Costui sa tutto di certoosservò donna Paolae forse haprestato mano al trafugamento. Egli è un sotto tenentedelle guardie di finanza al servizio della Ferma. Povero Baroggi!...ed era un fanciullo di buonissima indole; ma il bisogno lo ha spintoa quel pericoloso mestieree s'è dato alla crapula... e poivennero i debiti... e poi... Ecco gli effetti. Ah! è megliomorire quando mancano i mezzi di soccorrere a tutte le miserie!
Lacontessa non risposee quasi non sentì tali paroleperchèera tutta sossopra per l'ansia dell'aspettare; e nel frattempo nonfece altro che sederealzarsipasseggiare senza mai potere averrequie.
Finalmentedopo una mezz'orail servitore annunciò:
—Il signor Suardi.
Ledue donne si alzarono. La contessa incrocicchiando le dita d'ambo lemanile strinse le une contro le altre con forzadistendendosimultaneamente le bracciacome fa chi tenta sciogliersi daun'oppressione convulsa; poi disse:
—Ah! non vi allontanatedonna Paola.
—Lasciate farestarò nella camera vicinaessa le rispose;abbiate coraggio e sperate bene.
DonnaPaola uscì. La contessa Clelia si appoggiò al canapèe stette ritta in piedi. La porta s'aprìed entrò ilSuardi.
Sela contessa tremavail Suardi non era tranquillo. Bensì laprima mostrava nel volto e nella persona tutta quanta la condizionedell'animo proprio; mentre il Suardisotto al calmo sorriso dellesue labbra lievemente arcuatecelava compiutamente l'intimabattaglia de' pensieri. Le parole però non gli vollero venirtostoonde la contessa fu la prima a rompere il silenzio:
—Or dunquecosa avete a dirmisignore?
—La supplico di sederecontessa. Il discorso non può esserbreve... Intanto la ringrazio dell'avermi accordato questoabboccamento. La ringrazio non per me... ma per lei.
—Dovevate parlarmi per cosa di gravissima importanza? Sappiate dunqueche una sola è tale per me.
—Ed è la sua figlialo so; ecco perchè son qui e perchèl'ho pregata a volere ascoltarmi a Lodi. Ma ora... per rasserenarlale diròcontessache ho la speranza di poter forse prestomeritarmi i suoi ringraziamenti.
—E dov'è dunque mia figlia? chiese allora impetuosamente lacontessacon un accento iracondonon mitigato che da un tremito disinghiozzo.
—Si rimetta in calmasignora contessae speri bene; perchè sela sua figliuola le comparirà presto innanziio confido chequesto avverrà per mio merito.
—Ma dov'ella è? torno a domandarvi.
—S'io lo sapessivossignoria avrebbe avuto a domandarmelo? Essatroverebbesi già nelle sue braccia.
Aqueste parole la contessa guardò il Galantino con un volto tral'attonito e lo spaventato; poi soggiunse disperatamente:
—Ma e che dunque siete venuto a far quise non sapete dove sia? ma edove mai può essere adesso? O mia Ada!! — e cadde sulcanapè.
Quelladisperazione fece colpo al Suardie si sentì sinceramentecommosso; onde alzandosi da sedere ed avvicinandosi alla contessa:
—Ma non stia a travagliarsi cosìtorno a ripeterle; perchèforse e presto e per opera mia ella potrà rivedere sua figlia.All'annuncio della disgrazia avvenutaio che ho gente sparsa intutte le parti del Ducatoe mezzi di comunicazioni a centinajaedesploratori pei contrabbanditosto ho detto fra me: Ben io larintraccerò questa ragazzae così vedrà lacontessa Clelia come fa a vendicarsi un mio pari... Ed ho giàde' contrassegnicontessae mi par bene che oggi o domani si verràa capo di tutto e si verrà a saper tutto. Si consoli dunque erisparmi le lagrime. Vuol ellacontessach'io debba essere venutoqui per nulla? Per consolarla sono venuto qui. Onde capacitarla poich'io sono un galantuomoe non un tristo nè un ribaldoledirò che di noi due non so chi più desidera di venir acapo d'ogni cosa. Si consoli dunquecontessae rasciughi le lagrimee m'ascolti.
—Ma per darmi una così lieve notizia vi siete messoespressamente in viaggio per Bologna? rispose la contessarimettendosi in qualche calma. È ciò verosimile? Possoio prestar fede alle vostre parole?
—Chi v'ha dettocontessach'io andassi a Bologna? Io trovavami ingiro per affari miei particolari. Dato fine ai qualirecavami aPiacenza così per diporto. Di modo cheallorquando vi hovedutasospettando o