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Emilio Salgari


I MISTERI DELLA JUNGLA NERA





PARTE PRIMA
L'assassinio


Il Gangequesto famoso fiume celebrato dagli indiani antichi e modernile cui acque son reputate sacre da quei popolidopo d'aver solcato le nevose montagne dell'Himalaya e le ricche provincie del Sirinagardi Delhidi Odhedi Baharedi Bengalaa duecentoventi miglia dal mare dividesi in due bracciformando un delta gigantescointricatomeraviglioso e forse unico.
La imponente massa delle acque si divide e suddivide in una moltitudine di fiumicellidi canali e di canaletti che frastagliano in tutte le guise possibili l'immensa estensione di terre strette fra l'Huglyil vero Gangeed il golfo del Bengala. Di qui una infinità d'isoled'isolottidi banchii qualiverso il marericevono il nome di "Sunderbunds".
Nulla di più desolantedi più strano e di più spaventevole che la vista di queste "Sunderbunds". Non cittànon villagginon capannenon un rifugio qualsiasi; dal sud al norddall'est all'ovestnon scorgete che immense piantagioni di bambù spinosistretti gli uni contro gli altrile cui alte cime ondeggiano ai soffi del ventoappestato dalle esalazioni insopportabili di migliaia e migliaia di corpi umani che imputridiscono nelle avvelenate acque dei canali.
E' raro se scorgete un "banian" torreggiare al disopra di quelle gigantesche canneancor più raro se v'accade di scorgere un gruppo di manghieridi giacchieri o di nagassi sorgere fra i pantanio se vi giunge all'olfatto il soave profumo del gelsominodello sciambaga o del mussendache spuntano timidamente fra quel caos di vegetali.
Di giornoun silenzio gigantescofunebreche incute terrore ai più audaciregna sovranodi notte inveceè un frastuono orribile di urladi ruggitidi sibili e di fischiche gela il sangue.
Dite al bengalese di porre piede nelle "Sunderbunds" ed egli si rifiuterà; promettetegli centoduecentocinquecento rupiee mai smuoverete la incrollabile sua decisione.
Dite al molango che vive nelle "Sunderbunds"sfidando il cholera e la pestele febbri ed il veleno di quell'aria appestatadi entrare in quelle jungle ed al pari del bengalese si rifiuterà. Il bengalese ed il molango non hanno torto; inoltrarsi in quelle jungleè andare incontro alla morte.
Infatti è làfra quegli ammassi di spine e di bambùfra quei pantani e quelle acque gialleche si celano le tigri spiando il passaggio dei canotti e persino dei navigliper scagliarsi sul ponte e strappare il barcaiuolo od il marinaio che ardisce mostrarsi; è là che nuotano e spiano la preda orridi e giganteschi coccodrillisempre avidi di carne umanaè là che vaga il formidabile rinoceronte a cui tutto fa ombra e lo irrita alla pazzia; ed è là che vivono e muoiono le numerose varietà dei serpenti indianifra i quali il "rubdira mandali" il cui morso fa sudar sangue ed il pitone che stritola fra le sue spire un bue; ed è là infine che talvolta si cela il "thug" indianoaspettando ansiosamente l'arrivo d'un uomo qualsiasi per strangolarlo ed offrire la spenta vita alla sua terribile divinità!
Nondimeno la sera del 16 maggio del 1855un fuoco gigantesco ardeva nelle "Sunderbunds" meridionalie precisamente a un tre o quattrocento passi dalle tre bocche del Mangalfangoso fiume che staccasi dal Gange e che scaricasi nel golfo del Bengala. Quel chiaroreche spiccava vivamente sul fondo oscuro del cielocon effetto fantasticoilluminava una vasta e solida capanna di bambùai piedi della quale dormivaavvolto in un gran "dootèe" di "chites" stampato un indiano d'atletica staturale cui membra sviluppatissime e muscolosedinotavano una forza non comune ed un'agilità di quadrumane.
Era un bel tipo di bengalesesui trent'annidi tinta giallastra ed estremamente lucidaunta di recente con olio di coccoaveva bei lineamenti labbra piene senz'essere grosse e che lasciavano intravvedere un'ammirabile dentatura; naso ben tornitofronte altascreziata di linee di ceneresegno particolare dei settari di Siva.
Tutto l'insieme esprimeva una energia rara ed un coraggio straordinariodi cui mancano generalmente i suoi compatriotti.
Come si dissedormivama il suo sonno non era tranquillo. Grosse goccie di sudore irrigavano la sua fronteche talvolta si aggrottavasi offuscava; il suo ampio petto sollevavasi impetuosamentescomponendo il "dootèe" che l'avvolgeva; le sue mani piccole come quelle d'una donnasi chiudevano convulsivamente e correvano spesso alla testastrappando il turbante e mettendo allo scoperto il cranio accuratamente rasato.
Delle parole tronchedelle frasi bizzarredi quando in quando uscivano dalle sue labbrapronunciate con un tono di voce dolceappassionato.
- Eccola- diceva egli sorridendo. - Il sole tramonta... scende dietro i bambù... il pavone taceil marabù s'alzalo sciacallo urla... Perché non si mostra?... Che ho fatto io? Non è questo il luogo?... Non è quello il mussenda dalle foglie sanguigne?... Vieni vienio dolce apparizione... soffrosaisoffro ed anelo l'istante di rivederti.
Ah!... Eccolaeccola... i suoi azzurri occhi mi guardanole sue labbra sorridono... Oh! come è divino quel sorriso! Mia celeste visioneperché rimani muta dinanzi a me? Perché mi guardi così?...
Non aver paura di me: sono Tremal-Naikil "cacciatore di serpenti della jungla nera"... Parlaparlalascia che io oda la tua dolce voce... Il sole tramontale tenebre calano come corvi sui bambù...
non sparirenon sparirenon lo vogliono! no! no!
L'indiano emise un acutissimo grido e sulla sua faccia si dipinse una viva angoscia.
A quel gridodalla capanna uscìcorrendoun secondo indiano. Era questi di statura assai più bassa dell'addormentato ed assai esilecon gambe e braccia che somigliavano a bastoni nodosi ricoperti di cuoio. Il tipo fierissimolo sguardo foscoil corto "languti" che coprivagli i fianchile buccole che pendevano dai suoi orecchitutto insomma lo davano a conoscere a prima vista per un maharattogente bellicosa dell'India occidentale.
- Povero padrone- mormorò egliguardando l'addormentato. - Chi sa qual terribile sogno turba il suo sonno.
Riattizzò il fuocopoi sedette accanto al padroneagitando dolcemente un "dugbah" di bellissime penne di pavone.
- Quale mistero- ripigliò l'addormentato con voce rotta. - Mi pare di vedere delle macchie di sangue!... Dolce visione fuggi di là...
t'insanguinerai. Perché tutto quel rosso?... Perché tutti quei lacci?
Si vuole strangolare qualcuno adunque? Quale mistero?
- Cosa dice? - si domandò il maharattosorpreso.- Sanguevisionilacci?... Quale sogno!
Ad un tratto l'addormentato si scosse; sbarrò gli occhiscintillanti come due neri diamanti e s'alzò a sedere.
- No!... No!... - esclamò egli con voce rauca. - Non voglio!...
Il maharatto lo guardò con occhi compassionevoli.
- Padrone- mormorò egli. - Cos'hai?
L'indiano parve che ritornasse in sé. Chiuse gli occhipoi tornò a riaprirlifissando in volto il maharatto.
- Ah! sei tuKammamuri! - esclamò.
- Sìpadrone.
- Cosa fai tu qui?
- Veglio su di te e scaccio le zanzare.
Tremal-Naik aspirò fortemente l'aria fresca della nottepassandosi più volte le mani sulla fronte.
- Dove sono Hurti ed Aghur! - chiesedopo qualche istante di silenzio.
- Nella jungla. Ieri sera hanno scoperto le traccie di una gran tigre e questa mane si sono recati a cacciarla.
- Ah! - fe' sordamente Tremal-Naik.
La sua fronte si aggrottò e un profondo sospiro che pareva un ruggito soffocatovenne a morirgli sulle aride labbra.
- Cos'hai padrone? - chiese Kammamuri. - Tu stai male.
- Non è vero.
- Eppure dormendo ti lagnavi.
- Io?...
- Sìpadronetu parlavi di strane visioni.
Un amaro sorriso sfiorò le labbra del "cacciatore di serpenti".
- SoffroKammamuri- diss'egli con rabbia. - Oh! ma soffro molto.
- Lo sopadrone.
- Come lo sai tu?
- Da quindici giorni io ti osservo e vedo sulla tua fronte delle profonde rughee sei malinconicotaciturno. Una volta tu non eri così triste.
- E' veroKammamuri.
- Qual dolore può affliggere il mio padrone? Saresti forse stanco di vivere nella jungla?
- Non dirloKammamuri. E' quifra questi deserti di spinefra queste paludisulla terra delle tigri e dei serpentiche io son nato e cresciuto e quinella mia cara jungla morirò.
- E' una donnauna visioneun fantasma!
- Una donna! - esclamò Kammamuri sorpreso. - Una donna hai detto?
Tremal-Naik crollò il capo in senso affermativo e si strinse fortemente la fronte fra le manicome se volesse soffocare qualche tetro pensiero.
Per parecchi minuti fra loro due regnò un funebre silenzioappena rotto dal gorgoglio della fiumana che rompevasi contro le rive e dai gemiti del vento che accarezzava l'immensa jungla.
- Ma dove hai veduto questa donna? - chiese alfine Kammamuri.- Dove maiché la jungla non ha che delle tigri per abitanti?
- L'ho veduta nella junglaKammamuri- disse Tremal-Naik con voce cupa. - Era una seraoh non la scorderò maiquella seraKammamuri!
Io cercavo i serpenti sulle rive d'un ruscellolaggiùproprio nel più folto dei bambùquando a venti passi da mein mezzo ad una macchia di mussendadalle foglie sanguigneapparve una visioneuna donna bellaraggiantesuperba. Non ho mai credutoKammamuriche esistesse sulla terra una creatura così bellané che gli dei del cielo fossero capaci di crearla.
Aveva neri e vivi gli occhicandidi i dentibruna la pelle e dai suoi capelli d'un castagno cupoondeggianti sulle spallene veniva un dolce profumo che inebbriava i sensi.
Ella mi guardòemise un gemito lungostraziantepoi scomparve al mio sguardo. Mi sentii incapace di muovermi e rimasi làcolle braccia tese innanzitrasognato. Quando tornai in me e mi misi a cercarlala notte era scesa sulla junglae non vidi né udii più nulla.
Chi era quella apparizione? Una donna od uno spirito celeste? Ancora lo ignoro. - Tremal-Naik si tacque. Kammamuri notò che egli tremava sì forte da temere che avesse la febbre - Quella visione mi fu fatale- ripigliò Tremal-Naikcon rabbia.- Da quella sera si operò in me uno strano cangiamento; mi parve di essere diventato un altro uomo; e che quinel cuoresi sviluppasse una terribile fiamma!
Si direbbe che quell'apparizione mi ha stregato. Se sono nella junglame la vedo danzare dinanzi agli occhi; se sono sul fiume la vedo nuotare dinanzi la prua del mio battello; penso e il mio pensiero corre a lei; dormo e in sogno mi appare sempre lei. Mi sembra di essere pazzo.
- Mi spaventipadrone- disse Kammamurigirando all'intorno uno sguardo pauroso. - Chi era quella bella creatura?
- L'ignoroKammamuri. Ma era bella oh sì! molto bella! - esclamò Tremal-Naik con accento appassionato.
- Forse uno spirito!
- Forse.
- Forse una divinità?
- Chi può dirlo?
- E non l'hai più veduta?
- Sil'ho veduta ancora e molte e molte volte. La sera dopoalla medesima orasenza sapere il comemi trovava sulle rive del ruscello. Quando la luna s'alzò dietro le oscure foreste del settentrionequella superba creatura riapparve fra le macchie dei mussenda.
- Chi sei? - gli chiesi.
- Ada- mi rispose.
E disparve emettendo il medesimo gemito. Mi sembrò che sprofondasse sotto terra.
- Ada! - esclamò Kammamuri. - Che nome è questo?
- Un nome che non è indiano.
- E non aggiunse altra parola?
- Nessuna.
- E' strano; io non sarei più ritornato.
- Ed io vi ritornai. V'era una forza irresistibilepotente che mi spingeva mio malgrado verso quel luogo; più volte tentai di fuggire e mi mancò la forza di farlo. Ti ho detto che mi pareva d'essere stregato.- E cosa provavi in sua presenza?
- Non lo soma il cuore mi batteva forte forte.
- Non l'aveviprimamai provata quella sensazione?
- Mai- disse Tremal-Naik.
- Ed ora la vedi ancora quella creatura?
- NoKammamuri. La vidi dieci sere di seguito; alla stessa ora comparivami dinanzi agli occhi mi contemplava mutamentepoi scompariva senza rumore. Una volta le feci un cennoma non si mosse; un'altra volta aprii le labbra per parlareed ella si pose un dito sulla bocca invitandomi a tacere.
- E tu non la seguisti mai?
- MaiKammamuriperché quella donna mi faceva paura. Quindici giorni or sonomi apparve vestita tutta di seta rossa e mi guardò più a lungo del solito. La sera seguente invano l'aspettaiinvano la chiamai: non la rividi più.
- E' un'avventura strana- mormorò Kammamuri.
- E' terribileinvece- disse Tremal-Naik con voce sorda. - Non ho più benenon sono più l'uomo di una volta; mi sento indosso la febbre e una smania furiosa di rivedere quella visione che mi stregò.
- Allora tu ami quella visione.
- L'amo! Non so cosa significhi questa parola.
In quell'istantead una grande distanzaverso le immense paludi del sudecheggiarono alcune note acutissime. Il maharatto si alzò di scatto e divenne cinereo.
- Il "ramsinga"! esclamò eglicon terrore.
- Cos'hai che ti sgomenti? - chiese Tremal-Naik.
- Non odi il "ramsinga"?
- Ebbenecosa vuol dir ciò?
- Segnala una disgraziapadrone.
- FollieKammamuri.
- Non ho mai udito suonare il "ramsinga" nella junglafuorché la notte che fu assassinato il povero Tamul.
A quel ricordo una profonda ruga solcò la fronte del "cacciatore di serpenti".
- Non sgomentarti- diss'eglisforzandosi di parer calmo. - Tutti gli indiani sanno suonare il "ramsinga" e tu sai che talvolta qualche cacciatore ardisce porre il piede sulla terra delle tigri e dei serpenti.
Aveva appena terminato di parlareche s'udi il lamentevole urlio d'un cane e poco dopo un potente miagolìo che poteva scambiarsi per un vero ruggito. Kammamuri fremette dalla testa alle piante.
- Ah! padrone! - esclamò. - Anche il cane e la tigre segnalano una sventura.
- Darma! Punthy! - gridò Tremal-Naik.
Una superba tigre realedi alta staturadi forme vigorosecol mantello aranciato e screziato di nerouscì dalla capanna e fissò il padrone con due occhi che mandavano terribili lampi. Dietro ad essa comparvequalche istante dopoun cagnaccio nerocon lunga codaorecchi aguzzied il collo armato di un grosso anello di ferro irto di punte.
- Darma! Punthy! - ripeté Tremal-Naik.
La tigre si raccolse su se stessaemise un sordo brontolìo e con un salto di quindici piedi venne a cadere ai piedi del padrone.
- Cos'haiDarma? - chiese eglipassando le sue mani sul robusto dorso della belva. - Tu sei inquieta.
Il cane invece di accorrere dal padrone si piantò sulle quattro zampe allungò la testa verso il sudfiutò per qualche tempo l'aria ed abbaiò lamentosamente tre volte. - Che sia toccata qualche disgrazia ad Hurti e ad Aghur? - mormorò il "cacciatore di serpenti"con inquietudine.
- Lo temopadrone- disse Kammamurigettando sguardi spaventati sulla jungla. - A quest'ora dovrebbero essere quied invece non danno segno di vita.
- Hai udito nessuna detonazionedurante la giornata?
- Sìuna verso la metà del meriggiopoi più nulla.
- Da dove veniva?
- Dal sudpadrone.
- Hai mai veduto alcuna persona sospetta aggirarsi nella jungla?
- Noma Hurti mi disse d'aver vedutouna sera delle ombre sulle rive dell'isola Raimangal ed Aghur d'avere udito degli strani rumori provenire dal "banian sacro".
- Ah! dal "banian"! - esclamò Tremal-Naik. - Hai udito qualche cosa anche tu?
- Forse. Cosa facciamopadrone?
- Aspettiamo.
- Ma possono...
- Zitto! - disse Tremal-Naikstringendogli un braccio con forza tale da arrestargli il sangue.
- Cos'hai udito? - mormorò il maharattobattendo i denti.
- Guarda laggiùnon ti sembra che i bambù della jungla si muovano?
- E' veropadrone.
Punthy fece udire per la terza volta il suo lamentevole urloche fu seguito dalle note acute del misterioso "ramsinga". Tremal-Naik si strappò dalla cintura di pelle di tigre una lunga e ricca pistola incrostata d'argento e l'armò.
In quell'istante un indianod'alta staturaseminudoarmato d'una sola scuresi slanciò fuori dai bambù correndo a rompicollo verso la capanna.
- Aghur! - esclamarono ad una voce Tremal-Naik ed il maharatto.
Punthy gli si slanciò contro urlando lugubremente.
- Padrone!... pa... drone! - rantolò l'indiano.
Giunse come un fulmine dinanzi alla capannabarcollò come fosse stato colpito da un improvviso malorestralunò gli occhigettò un grido strozzato come un rantolo e piombò fra le erbe come albero sradicato dal vento.
Tremal-Naik gli si era precipitato sopra. Una esclamazione di sorpresa gli sfuggi.
L'indiano pareva moribondo. Aveva alle labbra una spuma sanguignatutto il volto lacerato ed imbrattato di sanguegli occhi stravolti e dilatati enormemente ed ansimava emettendo rauchi sospiri.
- Aghur! - esclamò Tremal-Naik. - Che cosa ti è successo? Dov'è Hurti?
La faccia d'Aghura quel nome si contrasse spaventosamente e colle unghie sollevò rabbiosamente la terra.
- Padrone... pa...drone! - balbettò egli con profondo terrore.
- Continua.
- Sof... foco... ho corso... ah! padrone.
- Che sia avvelenato? - mormorò Kammamuri.
- No- disse Tremal-Naik. - Il povero diavolo ha galoppato come un cavallo e soffoca; fra qualche minuto si sarà rimesso. - Infatti Aghur cominciava a ritornare in séed a respirare liberamente.
- ParlaAghur- disse Tremal-Naikdopo qualche minuto. - Perché sei ritornato solo? Perché tanto terrore? Cosa è successo al tuo compagno?
- Ah! padrone- balbettò l'indiano rabbrividendo.- Quale disgrazia!
- Il "ramsinga" l'aveva annunciata- mormorò Kammamurisospirando.
- AvantiAghur- incalzò il "cacciatore di serpenti".
- Se l'aveste veduto il poveretto... era làdisteso per terrairrigiditocogli occhi fuor dalle orbite...
- Chi?... chi?...
- Hurti!
- Hurti morto! - esclamò Tremal-Naik.
- Sil'hanno assassinato ai piedi del "banian sacro".
- Ma chi l'ha assassinato? Dimmeloche io vada a vendicarlo.
- Non lo sopadrone.
- Narra tutto.
- Eravamo partiti per cacciare una gran tigre. Sei miglia da quiscovammo la belva la qualeferita dalla carabina di Hurtifuggì verso il sud. Seguimmo per quattro ore la sua pista e la ritrovammo presso la rivadi fronte all'isola Raimangalma non riuscimmo a ucciderlapoiché appena ci scorse si gettò in acqua approdando ai piedi del gran "banian".
- Bene e poi?
- Io volevo ritornarema Hurti si rifiutava dicendo che la tigre era ferita e quindi una facile preda. Attraversammo il fiume a nuoto e giungemmo all'isola Raimangaldove ci separammo per esplorare i dintorni.
L'indiano s'arrestò battendo i denti pel terrore e divenne pallidissimo.
- Calava la sera- riprese egli con voce cupa. - Sotto i boschi cominciava a fare oscuro e regnava un silenzio funebre che metteva paura. Tutto ad un tratto una nota acutaquella del "ramsinga"rimbombo. Mi guardo d'attorno ed i miei occhi s'incontrano con quelli di un'ombra che si teneva a venti passi da mesemi-nascosta fra un cespuglio.
- Un'ombra! - esclamò Tremal-Naik. - Un'ombra hai detto?
- Sipadroneun'ombra.
- Chi era? DimmeloAghurdimmelo!
- Mi parve una donna.
- Una donna!
- Sisono sicuro che era una donna.
- Bella?
- Faceva troppo oscuro perché potessi vederla distintamente.
Tremal-Naik si passò una mano sulla fronte.
- Un'ombra! - ripeté eglipiù volte. - Un'ombra laggiù! Se fosse la mia visione?... Tira innanziAghur.
- Quell'ombra mi guardò per alcuni istantipoi tese un braccio verso di meinvitandomi ad allontanarmi subito. Sorpreso e spaventato ubbidiima non avevo fatto ancora cento passiche un urlo straziante giunse ai miei orecchi. Quel grido lo riconobbi subito: era quello di Hurti!
- E l'ombra? - chiese Tremal-Naikin preda ad una estrema agitazione.
- Non mi volsi nemmeno indietro per vedere se era rimasta làoppure scomparsa. Mi slanciai attraverso alla jungla colla carabina in mano e giunsi sotto al gran "banian"ai piedi del qualedisteso sul dorsovidi il povero Hurti. Lo chiamai e non mi rispose. Lo toccaiera ancora caldo ma il suo cuore non batteva più!
- Sei certo?
- Sicurissimopadrone.
- Dove era stato colpito?
- Non vidi sul suo corpo ferita alcuna.
- E' impossibile!
- Te lo giuro.
- E non vedesti alcuno?
- Nessunoné udii alcun rumore. Io ebbi paura mi gettai nel fiume lo attraversai perdendo la carabina e riguadagnai la nostra jungla. Credo di aver fatto sei miglia senza respiraretanto era il mio spavento.
Povero Hurti!





L'isola misteriosa

Un profondo silenzio seguì la triste narrazione dell'indiano. Tremal- Naikdiventato ad un tratto cupo e nervosissimos'era messo a passeggiare dinanzi al fuococolla testa china sul pettola fronte aggrottata e le braccia incrociate. Kammamuriagghiacciato dal terroremeditava aggomitolato su se stesso. Persino il cane aveva cessato di fare udire ii suo lamentevole urlo e s'era sdraiato a fianco di Darma.
Le note acute del misterioso "ramsinga" strapparono il "cacciatore di serpenti" dalle sue meditazioni. Alzò il capo come un cavallo di battaglia che ode il segnale della caricagettò un'occhiata profonda nella deserta jungla sulla quale ondeggiava allora una densa nebbiacarica d'esalazioni velenosegirò su se stesso ed avvicinandosi bruscamente ad Aghurgli disse:
- Hai udito mai il "ramsinga"?
- Sipadronerispose l'indiano- ma una sola volta.
- Quando?
- La notte che scomparve Tamulvale a dire sei mesi fa.
- Sicché credi anche tucome Kammamuriche segnali una disgrazia?
- Sipadrone.
- Sai chi è che lo suona?
- Non lo seppi mai.
- Credi tu che il suonatore abbia relazione coi misteriosi abitanti di Raimangal?
- Lo credo.
- Chi sospetti che siano quegli uomini?
- Sono poi uomini?
- Non credo che siano le anime dei morti.
- Allora saranno pirati- disse Aghur.
- E quale interesse possono avereper assassinare i miei uomini?
- Chissàforse quello di spaventarci e di tenerci lontani.
- Dove supponi che abbiano le loro capanne?
- L'ignoroma oserei dire che ogni notte si radunano sotto la fosca ombra del "banian" sacro.
- Sta bene- disse Tremal-Naik. - Kammamuriprendi i remi. Cosa vuoi farepadrone? - chiese il maharatto.
- Recarmi al "banian".
- Oh! Non farlopadrone! - gridarono a un tempo i due indiani.
- Perché?
- Ti ammazzeranno come hanno ammazzato il povero Hurti.
Tremal-Naik li guardò con due occhi che mandavano fiamme.
- Il "cacciatore di serpenti" non tremò mai in sua vitané tremerà questa sera. Al canottoKammamuri! - esclamò eglicon un tono di voce da non ammettere replica.
- Mapadrone!...
- Hai paura forse? - chiese sdegnosamente Tremal-Naik.
- Sono maharatto! - disse l'indiano con fierezza.
- Va' allora. Questa notte io saprò chi sono quegli esseri misteriosi che mi hanno dichiarato la guerra: e chi è colei che mi ha stregato.
Kammamuri prese un paio di remi e si diresse verso la riva. Tremal- Naik entrò nella capannastaccò da un chiodo una lunga carabina dalla canna rabescatasi muni di una gran fiasca di polvere e si passò nella cintola un largo coltellaccio.
- Aghurtu rimarrai qui- diss'egliuscendo. Se fra due giorni non saremo ritornativerrai a raggiungerci a Raimangal colla tigre o con Punthy.
- Ah! padrone...
- Non ti senti il coraggio bastante per venire laggiù?
- Del coraggio ne hopadrone. Volevo dire che fai male a recarti in quell'isola maledetta.
- Tremal-Naik non si lascia assassinareAghur.
- Prendi con te Darma. Potrebbe esserti utile.
- Tradirebbe la mia presenza ed io voglio sbarcare senza esser vedutoné udito. AddioAghur.
Si gettò la carabina ad armacollo e raggiunse Kammamuriche lo attendeva presso ad un piccolo "gonga"rozzo e pesante battelloscavato nel tronco di un albero.
- Partiamodisse.
Saltarono nel battello e presero il largoremando lentamente ed in silenzio.
Un'oscurità profondaresa densa da una nebbia pestilenziale che ondeggiava sopra i canalile isole e le isolettecopriva le "Sunderbunds" e la corrente del Mangal.
A destra ed a sinistra si estendevano masse enormi di bambù spinosidi cespugli fittisotto i quali si udivano brontolare le tigri e sibilare i serpentidi erbe lunghe e taglienticonfuseamalgamatestrette le une alle altre in modo da impedire il passo.
In lontananza peròsulla fosca linea dell'orizzontespiccavano qua e là alcuni alberidei manghi carichi di frutta squisitedei palmizi taradei latania e dei cocchi dall'aspetto maestosocon lunghe foglie disposte a cupola.
Un silenzio funebremisteriosoregnava ovunquerotto appena appena dal mormorio delle acque giallastre che radevano i rami arcuati dei paletuvieri e le foglie del loto e dal fruscio dei bambù scossi da un soffio di aria caldasoffocanteavvelenata.
Tremal-Naiksdraiato a poppacol fucile sottomanotaceva e teneva aperti gli occhi fissandoli ora sull'una e ora sull'altra rivadove udivansi sempre rauchi brontolii e sibili lamentevoli. Kammamuriinveceseduto nel mezzofaceva volare il piccolo "gonga" il quale lasciavasi dietro una scia di una fosforescenza ammirabileda far quasi credere che quelle acque corrotte fossero sature di fosforo.
Ogni qual trattoperòcessava di remareratteneva il respiro e stava alcuni istanti in ascoltochiedendo di poi al "cacciatore di serpenti" se nulla avesse udito o veduto.
Era di già mezz'ora che navigavanoquando il silenzio fu rotto dal "ramsinga"che si fece udire sulla riva destrama cosi vicinoda sospettare che il suonatore si trovasse a un centinaio di passi di distanza.
- Alto! - mormorò Tremal-Naik.
Non aveva ancora terminata la parolache un secondo "ramsinga" rispose al primoma ad una distanza maggioreintuonando una melodia malinconicaquanto era brillante e viva l'altra. La musica indiana si basa su quattro sistemi che hanno un'intima relazione colle quattro stagioni dell'anno ed a ciascuno di essi viene applicato un tono e modo particolare.
E malinconica nella stagione freddaviva ed allegra nel ringiovanire della stagionelanguida nei grandi calori d'estate e brillante nell'autunno.
Perché mai quei due istrumenti suonavano così contrariamente? Era forse un segnale? Kammamuri lo temeva.
- Padrone - diss'egli- siamo stati scoperti.
- E' probabile- rispose Tremal-Naikche ascoltava attentamente.
- Se ritornassimo? Questa notte non fa per noi.
- Tremal-Naik non ritorna mai. Arranca e lascia che i "ramsinga" suonino a loro piacimento.
Il maharatto riprese i remi spingendo innanzi il "gonga"il quale non tardò a giungere in un luogo dove il fiume stringevasi a mo' di collo di bottiglia. Un buffo d'aria tiepidasoffocantecarica d'esalazioni pestiferegiunse al naso dei due indiani.
Dinanzi a loroad un tre o quattrocento passiapparvero molte fiammelle che vagolavano bizzarramente sulla nera superficie del fiume. Alcunecome fossero attirate da una forza misteriosavennero a danzare dinanzi alla prua del "gonga"allontanandosi dipoi con fantastica rapidità.
- Eccoci al cimitero galleggiante- disse Tremal-Naik. - Fra dieci minuti arriveremo al "banian".
- Passeremo col "gonga"? - chiese Kammamuri.
- Con un po' di pazienza si passerà.
- E' malepadroneoffendere i morti.
- Brahma e Visnù ci perdoneranno. ArrancaKammamuri.
Il "gonga"con pochi colpi di remo raggiunse la stretta del fiume e sboccò in una specie di bacinosul quale si intrecciavano i lunghi rami di colossali tamarindiformando una fitta volta di verzura.
Colà galleggiavano parecchi cadaveri che i canali del Gange avevano trascinato fino al Mangal.
- Avanti! - disse il "cacciatore di serpenti".
Kammamuri stava per ripigliare i remiquando la volta di verzurache copriva quel cimitero galleggiantes'apri per dar passaggio a uno stormo di strani esseri dalle ali nerei trampoli lunghissimii becchi aguzzi e smisurati.
- Cosa c'è di nuovo? - esclamò Kammamuri sorpreso.
- I marabù- disse Tremal-Naik.
Infatti un centinaio di quei funebri uccelli del sacro fiumecalavanostarnazzando giocondamente le aliposandosi sui cadaveri.
- AvantiKammamuri- ripeté Tremal-Naik.
Il "gonga" spinto innanzie dopo una buona mezz'oraattraversato il cimiterotrovossi in un bacino assai più ampiocompletamente sgombroche veniva diviso in due bracci da una aguzza punta di terrasulla quale spiccava un grandissimo e singolare albero.
Il "banian"! - disse Tremal-Naik.
Kammamuri a quel nome fremette.
- Padrone! - mormoròcoi denti stretti.
- Non temeremaharatto. Deponi i remi e lascia che il "gonga" s'areni da sé sull'isola. Forse c'è qualcuno nei dintorni.
Il maharatto ubbidì sdraiandosi sul fondo del canottomentre Tremal- Naikarmata per ogni precauzione la carabinafaceva altrettanto.
Il "gonga"trasportato dalla corrente che facevasi lievemente sentiresi diressegirando su se stessoverso la punta settentrionale dell'isola Raimangalsede degli esseri misteriosi che avevano assassinato il povero Hurti.
Un silenzio profondo regnava in quel luogo. Non si udiva nemmeno lo stormire dei giganteschi bambùessendo cessato il venticello notturnoné le note dei ramsingo. Il fiume stesso pareva che fosse diventato d'olio.
Tremal-Naik di quando in quandoperòalzava con precauzione la testa e scrutava attentamente le riveper nulla rassicurato da quel silenzio. Il "gonga" si arenòcon un lieve strofinìoa un centinaio di passi appena dal "banian"ma i due indiani non si mossero.
Passarono dieci minuti d'angosciosa aspettativapoi Tremal-Naik ardì alzarsi. Prima cosa che gli diede nell'occhiofu una forma neraconfusadistesa fra le erbead una ventina di metri dalla riva.
- Kammamuri- mormorò. - Alzati ed arma le tue pistole.
Il maharatto non se lo fece dire due volte.
- Cosa vedipadrone? - chiese egli con un filo di voce.
- Guarda laggiù.
- Eh!... - fe' il maharattosbarrando gli occhi. - Un uomo!
- Zitto!
Tremal-Naik alzò la carabina prendendo di mira quella massa nera che aveva l'apparenza d'un essere umano sdraiatoma l'abbassò senza scaricarla.
- Andiamo a vedere cos'èKammamuri- diss'egli.- Quell'uomo non è vivo.
- E se fingesse d'essere morto?
- Peggio per lui.
I due indiani sbarcaronodirigendosi quatti quatti verso quell'individuo che non dava segno di vita. Erano giunti ad una diecina di passiquando un marabù si alzò rumorosamente volando verso il fiume.
- E' un uomo morto- mormorò Tremai-Naik. - Se fosse...
Non terminò la frase. In quattro salti raggiunse quel cadavere; una sorda esclamazione gli uscì dalle labbra contorte per l'ira. - Hurti!
- esclamò.
Infatti quel cadavere era Hurtiil compagno dell'indiano Aghur.
L'infelice era disteso sul dorsocolle gambe e le braccia raggrinzateprobabilmente per lo spasimola faccia spaventosamente scomposta e gli occhi apertischizzanti dalle orbite. Le ginocchia erano rotte e insanguinate ed egualmente i piedisegno evidente che era stato trascinato per qualche tratto sul terrenoforse quando era ancora agonizzantee dalla bocca sbarrata uscivagli d'un buon palmo la lingua.
Tremal-Naik sollevò lo sventurato indiano per vedere in qual luogo era stato colpitoma non trovò sul corpo di lui alcuna ferita.
Esaminandolo però megliovide attorno al collo una lividura assai marcata e dietro il cranio una contusioneche pareva prodotta da una grossa palla o da un sasso arrotondato.
- L'hanno stordito prima e poi strangolatodiss'eglicon voce sorda.
- Povero Hurti- mormorò il maharatto.- Ma perché assassinarlo e in questo modo?
- Lo sapremoKammamurie ti giuro che Tremal-Naik non lascierà impunito il delitto.
- Ma temopadroneche gli assassini siano molto potenti.
- Tremal-Naik sarà più potente di loro. Orsùritorna al canotto.
- E Hurti? Lo lascieremo qui?
- Lo getterò nelle sacre acque del Gange domani mattina.
- Ma le tigriquesta notte lo divoreranno.
- Sul cadavere di Hurti veglia il "cacciatore di serpenti".
- Ma come? Non ritorni tu?
- NoKammamuriio rimango qui. Quando avrò sbrigato le mie faccendeabbandonerò quest'isola.
- Ma tu vuoi farti assassinare.
- Un sorriso sdegnoso sfiorò le labbra del fiero indiano.
- Tremal-Naik è un figlio della jungla! Ritorna al canottoKammamuri.
- Oh maipadrone!
- Perché?
- Se ti accade una disgraziachi ti aiuterà? Lascia che t'accompagni e ti giuro che ti seguirò dove tu andrai.
- Anche se io mi recassi a trovare la visione?
- Sìpadrone.
- Rimani con meprode maharattoe vedrai che noi due faremo per dieci. Seguimi!
Tremal-Naik si diresse verso la rivaafferrò il "gonga" a tribordo e con una violenta scossa lo rovesciòcalando a picco.
- Cosa fai? - chiese Kammamurisorpreso.
- Nessuno deve sapere che noi siamo qui giunti. E oraa noi lo svelare il mistero.
- Cambiarono la polvere alle carabine ed alle pistoleonde essere sicuri di non mancare al colpoe si diressero verso il "banian"la cui imponente massa spiccava fieramente nella profonda tenebra.



Il vendicatore di Hurti

I "banian"chiamati altresì "al moral" o "fichi delle pagode"sono gli alberi più strani e più giganteschi che si possa immaginare.
Hanno l'altezza ed il tronco delle nostre più grandi e più grosse quercie e dagli innumerevoli ramitesi orizzontalmentescendono delle finissime radici aereele qualiappena toccano terras'affondano e s'ingrossano rapidamenteinfondendo nuovo nutrimento e più vigorosa vita alla pianta.
Avviene cosìche i rami s'allungano sempre piùgenerando nuove radici e quindi nuovi tronchi sempre più lontanidi maniera che un albero solo copre una estensione vastissima di terreno. Si può dire che forma una foresta sostenuta da centinaia e centinaia di bizzarri colonnatisotto i quali i sacerdoti di Brahma collocano i loro idoli.
Nella provincia di Guzerate esiste un "banian" chiamato "Cobir bor" assai venerato dagli indiani ed al quale non esitano a dare tremila anni d'età; ha una circonferenza di duemila piedi e non meno di tremila colonne o radici che dir si voglia. Anticamente era assai più vastoma parte di esso fu distrutto dalle acque del Nerbuddache rosero una parte dell'isola su cui cresce.
Il "banian" sotto il quale i due indiani stavano per passare la notteera uno dei più giganteschifornito di più di seicento colonnesostenenti smisurati rami carichi di piccoli frutti vermigli e con un tronco grossissimoma che ad una certa altezza era tagliato.
Tremal-Naik e Kammamuridopo di avere esaminato scrupolosamente colonnato per colonnato per assicurarsi che dietro non celavasi alcunosi sedettero vicino al tronco l'uno presso l'altrocolla carabina montataposata sulle ginocchia.
- Qui qualcuno verrà- disse il "cacciatore di serpenti"sottovoce.
- Sfortuna al primo che giunge sotto il tiro della mia carabina.
- Credi adunque che gli esseri misteriosi che assassinarono Hurtivengano qui? - chiese Kammamuri.
- Sono certissimo. Vedraimaharattoche prima di domaninoi sapremo qualche cosa.
- Ci impadroniremo del primo che viene e lo accopperemo.
- Secondo le circostanze. Orsùsilenzio oraed occhi bene aperti.
Trasse da una tasca una foglia somigliante a quella dell'ederaconosciuta in India sotto il nome di "betel" d'un sapore amarognolo e un poco pungentevi unì un pezzetto di noce di "arecche" e un po' di calce e si mise a masticar questo miscuglio che vuolsi conforti lo stomacofortifichi il cervellopreservi i denti e curi l'alito.
Passarono due ore lunghe come due secolidurante le quali nessun rumore turbò il silenzio che regnava sotto la fitta ombra del gigantesco albero. Doveva essere la mezzanotte o poco menoquando a Tremal-Naikche tendeva per bene gli orecchisembrò di udire un rumore strano. Lo si avrebbe detto un rombosimile a uno di quelli che precedono talvolta i terremotima assai più sordo. Tremal-Naik si sentì invadere da una vaga inquietudine.
- Kammamuri - mormorò con un filo di voce. - Sta' in guardia.
- Cos'hai veduto? - chiese il maharattotrasalendo.
- Nullama ho udito un rumore che mi è nuovo.
- Dove?
- Mi parve che venisse da sotto terra.
- E' impossibilepadrone!
- Tremal-Naik ha gli orecchi troppo acuti per ingannarsi.
- Cosa pensi che sia?
- L'ignoroma lo sapremo.
- Padronequi c'è qualche terribile mistero.
- Hai paura?
- Nosono maharatto.
- Allora sveleremo ogni cosa.
In quell'istantesotto terras'udì distintamente ripetersi il misterioso rombo. I due indiani si guardarono in volto con sorpresa.
- Si direbbe che qui sotto suonano qualche enorme tamburoI'hauk per esempio- disse Tremal-Naik.
- Non può essere altrimenti- rispose Kammamuri.- Ma come mai viene da sotto terra? Che abbiano il loro asilo sotto la junglaquesti esseri misteriosi?
- Così deve essereKammamuri.
- Cosa facciamopadrone?
- Rimarremo qui: qualche persona uscirà da qualche parte.
- Tykora! - gridò una voce.
I due indiani balzarono simultaneamente in piedi. Cosa stranaincrediblle: quella voce era stata pronunciata così vicina a loroda credere che la persona che l'aveva e messa fosse dietro le loro spalle.
- Tykora! - mormorò Tremal-Naik. - Chi pronunciò questo nome? Guardò attornoma non vide alcuno; guardò in altoma non scorse che i rami del "banian"confusi fra le tenebre.
- Che ci sia qualcuno nascosto fra i rami?
- Ma no- disse Kammamuritremando. - La voce si udì dietro di noi.
- E' strano.
- Tykora! - esclamò la medesima voce misteriosa.
I due indiani tornarono a guardarsi intorno. Non era più possibile ingannarsi; qualcuno stava a loro vicinoma con loro sorpresa e diciamolo pureterrorenon era visibile.
- Padrone- mormorò Kammamuri- abbiamo da fare con qualche spinto.
- Non credo agli spiritiio- rispose Tremal-Naik. - Quest'essere che si diverte a spaventarci lo scopriremo.
- Oh!... - esclamò il maharattofacendo tre o quattro passi indietrocome un ubriaco.
- Cosa vedi Kammamuri?
- Guarda lassù... padrone! Guarda!...
Tremal-Naik alzò gli occhi sul "banian" e scorse un fascio di luce uscire dal tronco mozzato. Malgrado il suo straordinario coraggiosi sentì agghiacciare il sangue nelle vene.
- Della luce! - balbettòsgomentato.
- Scappiamopadrone! - supplicò Kammamuri.
Sotto terra si udì per la terza volta il misterioso boato e dal tronco del "banian" uscì la squillante nota del "ramsinga". In lontananza echeggiarono altre note simili.
- Fuggiamopadrone! - ripeté Kammamuripazzo di terrore.
- Mai! - esclamò Tremal-Naikrisolutamente.
Aveva messo il pugnale fra i denti e afferrato la carabina per la canna per servirsene come d'una mazza. D'un tratto cambiò idea.
- VieniKammamuri- diss'egli. - Prima d'incominciare la pugnasarà meglio vedere con chi dobbiamo lottare.
Egli trascinò il maharatto ad un duecento passi dal tronco del "banian" e si nascosero dietro a tre o quattro colonne riunite che permettevano ai due indiani di vedere senza essere scoperti.
- Non una parolaora- disse. - Al momento opportuno agiremo.
Dal colossale tronco del "banian" uscì un'ultima nota acutissima che svegliò tutti gli echi delle "Sunderbunds". Il fascio di luce che usciva dalla sommità dell'albero si spense e in sua vece apparve una testa umanacoperta da una specie di turbante giallo.
Essa girò all'intorno qualche istantecome per assicurarsi che alcuna persona trovavasi al disotto del gigantesco alberopoi si alzòed un uomoun indiano a giudicarlo dalla tintauscìaggrappandosi ad uno dei rami. Dietro di lui uscirono quaranta altri indianii quali si lasciarono scivolare giù pei colonnatifino a terra.
Erano tutti quasi nudi. Un solo "dubgah"specie di sottaninod'un giallo sporcocopriva i loro fianchi e sui loro petti scorgevansi dei tatuaggi strani che volevano essere lettere del sanscrito e proprio nel mezzo vedevasi un serpente colla testa di donna.
Un sottile cordone di setache pareva un laccio ma che aveva una palla di piombo all'estremitàgirava più volte attorno al "dubgah" ed un pugnale era passato in quella strana cintura.
Quegli esseri misteriosisi assisero silenziosamente per terraformando un circolo attorno ad un vecchio indiano dalle braccia smisuratee lo sguardo brillante come quello d'un gatto.
- Figli miei- disse questi con voce grave. - La nostra possente mano ha colpito lo sciagurato che ardì calcare questo suolo consacrato ai "thugs" ed inviolabile a qualsiasi straniero. E' una vittima di più da aggiungere alle altre cadute sotto il nostro pugnalema la dea non è ancora soddisfatta.
- Lo sappiamo- risposero in coro gl'indiani.
- Sìfigli liberi dell'Indiala nostra dea domanda altri sacrifici.
- Che il nostro grande capo comandi e noi tutti partiremo.
- Lo soche voi siete bravi figli- disse il vecchio indiano. - Ma il tempo non è ancora venuto.
- Cosa s'aspetta adunque?
- Un gran pericolo ci minacciafigli. Un uomo ha gettato gli occhi sulla Vergineche veglia la pagoda della dea.
- Orrore! - esclamarono gl'indiani.
- Sìfigli mieiun uomo audace osò guardare in volto la vaga Verginema quell'uomo se non cadrà sotto la folgore della deaperirà sotto il nostro infallibile laccio.
- Chi è quest'uomo?
- A suo tempo lo saprete. Portatemi la vittima.
Due indiani si alzarono e si diressero verso il luogo dove giaceva il cadavere del povero Hurti. Tremal-Naikche aveva assistito senza batter ciglio a quella strana scenaalla vista di quei due uomini che afferravano il morto per le braccia trascinandolo verso il tronco del "banian"si era alzato di scatto colla carabina in mano.
- Ah! maledetti! - esclamò egli con voce sorda togliendoli di mira.
- Cosa faipadrone? - bisbigliò Kammamuriprendendogli l'arma ed abbassandola.
- Lascia che li accoppiKammamuri- disse il "cacciatore di serpenti". - Essi hanno ucciso Hurtiè giusto che io lo vendichi.
- Vuoi perderci tutti e due. Sono quaranta.
- Hai ragioneKammamuri. Li colpiremo tutti in una sola volta.
Riabbassò la carabina e tornò a coricarsi mordendosi le labbra per frenare la collera.
I due indiani avevano allora trascinato Hurti nel mezzo del circolo e l'avevano lasciato cadere ai piedi del vecchio.
-Kâlì! - esclamò eglialzando gli occhi verso il cielo.
Trasse il pugnale dalla cintura e lo cacciò nel petto di Hurti.
- Miserabile! - urlò Tremal-Naik. - E' troppo!
Egli s'era slanciato fuori dal nascondiglio. Un lampo squarciò le tenebre seguito da una strepitosa detonazione ed il vecchiocolpito in pieno petto dalla palla del "cacciatore di serpenti"cadde sul corpo di Hurti.



Nella jungla

All'improvvisa detonazionegl'indiani erano balzati in piedi col laccio nella dritta e il pugnale nella sinistra. Vedendo il loro capo dibattersi per terra tutto imbrattato di sanguedimenticarono per un istante l'uccisoreper accorrere in suo aiuto. Questo momento bastò perché Tremal-Naik e Kammamuri si dessero alla fugasenza essere scorti.
La jungla coperta di fitti cespugli spinosi e di bambù giganteschiche promettevano rifugi introvabiliera a pochi passi. I due indiani vi si precipitarono nel mezzocorrendo disperatamente per cinque o sei minutipoi si lasciarono cadere sotto un gruppo assai folto di bambùalti non meno di diciotto metri.
- Se ti è cara la vita- disse rapidamente Tremal-Naik a Kammamuri- non muoverti.
- Ah padrone! Cosa hai fatto! - disse il povero maharatto. - Li avremo tutti addosso e ci strangoleranno come il disgraziato Hurti.
- Ho vendicato il mio compagno. Del resto non ci troveranno.
- Sono spiritipadrone.
- Sono uomini. Taci e guardati ben d'attorno.
In lontananza si udivano le urla dei terribili abitanti del "banian".
- Vendetta! Vendetta! - gridavano.
Tre note acutele note del "ramsinga"echeggiarono nella jungla e sotto terra s'udì cupo rimbombo di poco prima. I due cacciatori si aggomitolaronofacendosi più piccini e rattenendo persino il respiro.
Sapevano che se venivano scopertisarebbero stati irremissibilmente strangolati dai lacci di seta di quei mostruosi individuiche avevano di già sacrificato tante vittime.
Non erano ancora trascorsi tre minuti che s'udirono i bambù aprirsi violentemente e fra le tenebre fu scorto uno di quegli uomini. col laccio nella destra ed il pugnale nella sinistrapassare come una freccia dinanzi alla macchia e scomparire nel folto della jungla.
- L'hai vedutoKammamuri? - chiese sottovoce Tremal-Naik.
- Sìpadrone- rispose il maharatto.
- Essi ci credono assai lontani e corronosperando di raggiungerci.
Fra pochi minuti non avremo un solo uomo alle spalle.
- Diffidiamopadrone. Quegli uomini mi fanno paura.
- Non temereche son qui io. Zitto e sta' bene attento.
Un altro indianoarmato come il primopassò correndo qualche istante dopoe pur esso scomparve nel folto dei bambù.
In lontananza s'udi ancora qualche gridoqualche fischio che parevache anzi doveva essere un segnalepoi tutto tacque.
Trascorse mezz'ora. Tutto indicava che gli indianilanciati forse su di una falsa tracciaerano assai lontani. Il momento non poteva essere più propizio per fare un giro sui talloni e fuggire in direzione della riva.
-Kammamuri- disse Tremal-Naik- noi possiamo metterci in marcia.
Gli indiania mio pareredevono essere tutti dinanzi a noi e nel mezzo della jungla.
- Sei proprio sicuropadrone?
- Non odo rumore alcuno.
- E dove andremo? Al "banian" forse?
- Sìmaharatto.
- Vuoi cacciarti là dentroforse?
- No per orama domani notte ritorneremo qui e sveleremo il mistero.
- Ma chi supponi che sieno quegli uomini?
- Non lo soma lo sapròKammamuricome pure saprò chi sia quella donna che veglia nella pagoda della loro terribile dea. Hai udito tuciò che disse quel vecchio?
- Sìpadrone.
- Non soma mi parve che parlasse di me ed ho il sospetto che quella Vergine sia...
- Chi mai?
- La donna che m'ha stregatoKammamuri. Allorché quel vecchio parlò di leiho sentito il cuore battermi con veemenza strana e ciò mi succede tutte le volte che...
- Zittopadrone!... - mormorò Kammamuricon voce soffocata.
- Cos'hai udito?
- Un bambù s'è mosso.
- Dove?
- Laggiù... a trenta passi da noi. Zitto!
Tremal-Naik alzò il capo e lo girò all'intornoscrutando con attenzione la nera massa dei bambùma non scorse alcuno. Tese gli orecchirattenendo il respiro e trasalì. Un fruscìo appena distinto si udiva nella direzione indicata dal maharattosi avrebbe detto che una mano scostava con somma precauzione le larghe e cuoriformi foglie delle gigantesche piante.
- Qualcuno s'avvicina- mormorò egli. - Non muovertiKammamuri.
Il fruscio cresceva e s'avvicinavama assai lentamente. Di lì a poco videro due bambù piegarsi e comparire un indiano il quale si curvò verso terraportando una mano all'orecchio. Stette un minuto cosìpoi si rialzò e parve che fiutasse l'aria.
- Gary! - bisbigliò egli.
Un secondo indiano usci da quei bambùa sei passi di distanza dal primo.
- Odi nulla? - domandò il nuovo venuto.
- Assolutamente nulla.- Eppuremi parve che qualcuno bisbigliasse.
- Ti sarai ingannato. Sono cinque minuti che me ne sto quicogli orecchi ben tesi. Siamo su di una falsa via.
- Dove sono gli altri?
- Tutti dinanzi a noiGary. Si teme che gli uomini che hanno ardito qui sbarcaretentino un colpo di mano sulla pagoda.
- A quale scopo?
- Quindici giorni fala "vergine della pagoda" incontrò un uomo.
Furono scorti da uno dei nostri a scambiarsi dei segnali.
- E perché?
- Si crede che l'uomo voglia liberare la Vergine.
- Oh! L'orrendo delitto! - esclamò l'indiano che chiamavasi Gary.
- Questa notte un indianocompagno del miserabile che osò alzare gli occhi sulla Vergine della nostra venerabile deaè sbarcato. Senza dubbio veniva a spiare.
- Ma quell'indiano fu strangolato.
- Sìma dietro di lui sono sbarcati altri uominiuno dei quali assassinò il nostro sacerdote.
- E chi è quest'uomo che mirò in volto la Vergine?
- Un uomo formidabiieGarye capace di tutto: è il "cacciatore di serpenti della jungla nera".
- Bisogna che muoia.
- MorràGary. Per quanto corranoi lo raggiungeremo ed i nostri lacci lo strangoleranno. Ora tu parti e cammina dritto fino a che giungi sulla riva del fiume: io mi reco alla pagoda a vegliare sulla Vergine. Addioe che la nostra dea ti protegga.- I due indiani si separarono prendendo due vie differenti. Appena il rumore cessòTremal-Naik che tutto aveva uditobalzò in piedi - Kammamuri- diss'egli con viva emozionebisogna che ci separiamo.
Tu li hai uditi: essi sanno che io sono sbarcato e mi cercano.
- Ho udito tuttopadrone.
- Tu seguirai l'indiano che si dirige verso il fiume e appena lo potrai guadagnerai la riva opposta. Io seguo l'altro.
- Tu mi nascondi qualche cosapadrone. Perché non vieni anche tu alla riva?
- Devo recarmi alla pagoda.
- Oh! Non farlopadrone!
- Sono irremovibile. Nella pagoda si nasconde la donna che mi ha stregato.
- E se ti assassinano?
- Mi uccideranno a fianco di lei e morrò felice. PartiKammamuriparti ché comincia a prendermi la febbre.
Kammamuri emise un profondo respiro che pareva un gemitoe si alzò.
- Padrone- disse con voce commossa. - Dove ci rivedremo? - Alla capannase sfuggo alla morte: vattene.
Il maharatto si cacciò nella jungla dietro le traccie dell'indianoin direzione della riva. Tremal-Naik stette lì a guardarlo. colle braccia incrociate sul petto e la fronte abbuiata.
- Ed ora- diss'egli rialzando con fierezza il capoquando il maharatto scomparve ai suoi occhi- sfidiamo la morte!...
Si gettò la carabina ad armacollodiede un ultimo sguardo all'intorno e si allontanò a passi rapidi e silenziosiseguendo le traccie del secondo indiano il quale non doveva essere molto discosto.
La via era difficile ed intricatissima. Il terreno era copertofin dove poteva giungere l'occhioda una rete fitta fitta di bambù che si rizzavano ad un'altezza veramente straordinaria.
V'erano colà i cosiddetti "bans tulda"coperti di foglie grandissimei qualiin meno di trenta giorniacquistano un'altezza che sorpassa i venti metri ed una grossezza di trenta centimetri.
I "behar bans"alti appena un metrocol fusto vuoto ma forte ed armato di lunghe spineed una varietà numerosa di altri bambù conosciuti comunemente nelle "Sunderbunds" col nome generico di "bans"i quali si stringevano così davvicinoche era d'uopo servirsi del coltello per aprirsi un passaggio.
Un uomo non pratico di quei luoghi si sarebbe senza dubbio smarrito in mezzo a quei giganteschi vegetali e si sarebbe trovato nell'impossibilità di fare un passo innanzi senza far rumorema Tremal-Naikche era nato e cresciuto nella junglamovevasi là sotto con sorprendente rapidità e sicurezzasenza produrre il menomo fruscìo. Non camminavapoiché ciò sarebbe stato assolutamente impossibilema strisciava simile ad un rettileguizzando fra pianta e piantasenza mai arrestarsisenza mai esitare sulla via da scegliere. Ogni qual tratto egli appoggiava l'orecchio a terra ed era sicuro di non perdere le traccie dell'indiano che lo precedevatrasmettendo il terrenoil passo di luiper quanto fosse leggiero.
Aveva già percorso più d'un miglioquando s'accorse che l'indiano erasi improvvisamente arrestato. Appoggiò tre o quattro volte l'orecchioma il terreno non trasmetteva alcun rumoresi alzò ascoltando con profonda attenzionema nessun fruscìo gli pervenne.
Tremal-Naik cominciò a diventare inquieto.
- Cosa è succeduto? - mormorò egliguardandosi d'attorno. - Che si sia accorto che io lo seguo? Stiamo in guardia!
Percorse ancora tre o quattro metri strisciandopoi alzò il capoma lo riabbassò quasi subito. Aveva urtato contro un corpo tenero che pendeva dall'alto e che erasi subito ritirato.
- Oh! - fe' egli.
Un pensiero terribile gli attraversò il cervello. Si gettò prontamente da un lato sguainando il coltello e guardo in aria.
Nulla vide o almeno nulla gli parve di vedere. Eppure era sicuro di aver urtato contro qualche cosache non doveva essere una foglia di bambù.
Stette alcuni minuti immobile come una statua.
- Un pitone! - esclamo ad un trattosenza però sgomentarsi.
Un fruscìo repentino erasi udito in mezzo ai bambùpoi un corpo oscurolungoflessuosodiscese ondeggiando per una di quelle piante. Era un mostruoso serpente pitonelungo più di venticinque piediil quale allungavasi verso il "cacciatore di serpenti" sperando di allacciarlo fra le sue viscose spire e stritolarlo con una di quelle terribili strette alle quali nulla resiste. Aveva la bocca aperta colla mascella inferiore divisa in due branche come i ferri d'una tenagliala forcuta lingua tesa e gli occhi accesiche brillavano sinistramente fra la profonda oscurità.
Tremal-Naik s'era lasciato cadere per terra per non venire afferrato dal mostruoso rettile e ridotto in un ammasso d'ossa infrante e di carni sanguinolenti.
- Se mi muovo sono perduto- mormorò egli con straordinario sangue freddo. - Se l'indiano che mi precede non s'accorge di nullasono salvo.
Il rettile era disceso tantoche colla testa toccava la terra. Egli si allungò verso il "cacciatore di serpenti" che conservava la rigidezza d'un cadavereondeggiò per qualche tratto su di lui lambendolo colla fredda linguapoi cercò di farglisi sotto per avvolgerlo. Tre volte tornò alla carica sibilando di rabbia e tre volte si ritirò contorcendosi in mille guisesalendo e ridiscendendo il bambù attorno il quale erasi avvinghiato. Tremal-Naik frementeinorriditocontinuava a rimanere immobile facendo sforzi sovrumani per padroneggiarsima appena vide il rettile alzarsi arrotolandosi in parte su se stessoaffrettossi a strisciare cinque o sei metri lontano. Credendosi ormai fuori di pericolos'era voltato per rialzarsiquando udì una voce minacciosa a gridare:
- Cosa fai qui?
Tremal-Naik s'era prontamente alzato col coltello in pugno. A sette od otto metri di distanzaassai vicino al posto occupato dal rettileera improvvisamente sorto un indiano di alta staturaestremamente magroarmato d'un pugnale e di una specie di laccio che finiva in una palla di piombo.
Sul petto portava tatuato il misterioso serpente colla testa di donnacontornato da alcune lettere del sanscrito.
- Cosa fai qui? - ripeté quell'indiano con tono minaccioso.
- E tu cosa fai? - ribatté Tremal-Naikcon calma glaciale. - Sei forse uno di quei miserabili che si divertono ad assassinare le persone che qui sbarcano?
- Sìe sappi che ora farò altrettanto con te.
Tremal-Naik si mise a ridereguardando il rettile il quale cominciava a svolgere gli anelliondeggiando quasi sulla testa dell'indiano.
- Tu credi di uccidermi- disse il cacciatoree la morte invece ti sfiora.
- Ma prima morrai tu! - gridò l'indianofacendo fischiare attorno al capo la corda di seta.
Un sibilo lamentevole emesso dal rettilelo arrestò nel momento che lanciava la palla di piombo.
- Oh! esclamòmanifestando un profondo terrore.
Aveva alzata la testa e s'era trovato dinanzi al rettile. Volle fuggire e fece un salto indietroma incespicò in un bambù mozzato e capitombolò fra le erbe.
- Aiuto! aiuto!... urlò egli disperatamente.
L'enorme rettile s'era lasciato cadere a terra ed in un baleno aveva afferrato l'indiano fra le sue spirestringendolo in modo tale da togliergli il respiro e da fargli crocchiar tutte le ossa del corpo.
- Aiuto!... aiuto!... - ripeté lo sventuratosbarrando spaventosamente gli occhi. Tremal-Naik con un moto spontaneo s'era slanciato verso il gruppo. Con un terribile colpo di coltello tagliò in due il pitoneil quale sibilava rabbiosamentecoprendo di bava sanguigna la vittima. Stava per ricominciarequando udì i bambù agitarsi furiosamente in parecchi luoghi.
- Eccolo! - tuonò una voce.
Erano altri indiani che correvano sul luogocompagni dell'infelice che il rettilequantunque spezzato in duestritolavafacendogli schizzare il sangue dalle carni. Comprese il pericolo che correvae senza aspettar altro si diede a precipitosa fuga attraverso la jungla.
- Eccolo! eccolo! - ripeté la medesima voce. Fuoco su di lui! fuoco!
Un colpo d'archibugio rintronò destando tutti gli echi della junglapoi un secondo ed infine un terzo. Tremal-Naiksfuggito miracolosamente ai proiettilis'era rivoltato ruggendo come le belve che egli cacciava nella jungla.
- Ah! miserabili! - urlò egli furente.
S'era strappato di dosso la carabina e l'aveva puntata contro gli assalitori che venivano innanzi coi pugnali fra i denti e i lacci in manopronti a strangolarlo.
Dalla canna usci una striscia di fuoco seguita da una detonazione. Un indiano cacciò un urlo terribileportò le mani al volto e rotolò fra le erbe.
Tremal-Naik ripigliò la sfrenata corsa saltando a destra e a sinistra onde impedire ai nemici di prenderlo di mira.
Attraversò un gruppo di bambù che abbatté furiosamente e si cacciò in mezzo alla fitta junglafacendo perdere le traccie agli inseguitori.
Corse così per un quarto d'ora; si arrestò un momento a prendere fiato sull'orlo della piantagionepoi si slanciò come un pazzo in mezzo a terreni paludosi e scopertisolcati da innumerevoli canaletti d'acque stagnanti. Aveva gli occhi iniettati di sangue e la spuma alle labbrama correva sempre come avesse le ali ai piedisaltando via gli ostacoli che gli sbarravano la viatuffandosi nei pantaniimmergendosi negli stagni o nei canalinon avendo che un solo pensiero: frapporre fra sé e gli assalitori il maggior spazio possibile.
Quanto corsenon lo poté sapere. Quando si arrestòegli si trovava a un duecento passi da una superba pagodache ergevasi isolata sulla riva di un ampio stagno contornato da colossali ruine.





La "vergine della pagoda"

Quella pagodadel più puro stile indianoera la più bella che Tremal-Naik avesse veduto nelle "Sunderbunds". Costruita tutta in granito bigio era alta più che sessanta piedicon una base larga quanto due terzi dell'altezzacontornata da stupendi colonnatiscolpiti con quella valentìa che distingue la razza indiana. Man mano che la pagoda salivaandava a poco a poco restringendosi sino a terminare in una specie di cupola sormontata da una gigantesca palla di metallocon una punta assai aguzza sostenente il misterioso serpente colla testa di donna.
Agli angoli della pagoda scorgevansi il Trimurti indianofigurato da tre teste sopra un solo corpo sostenuto da tre gambe equa e colàuna moltitudine di sculture stranecurioserappresentanti molte figure della storia sacra degl'indianiBrahmaSivaVisnùParvadila sinistra dea della morte seduta sopra un leoneDarma-Ragiail Plutone degl'indiani e molte altre divinitànonché un gran numero di mostri spaventevoli e di teste d'elefanti colle proboscidi tese.
Tremal-Naikcome si dissesi era fermato di colposorpreso di trovarsi dinanzi ad una pagodalà dove credeva di trovare la selvaggia jungla.
- Una pagoda! - aveva esclamato egli. - Sono perduto!
Gettò un rapido sguardo all'intorno. Egli si trovava in una specie di radura d'una estensione di oltre mezzo migliosgombra affatto d'ogni cespuglio e d'ogni bambù.
- Sono perduto! - ripeté eglicon ira.- Se non trovo un nascondigliofra cinque minuti mi pioveranno addosso quei terribili uomini e mi strangoleranno.
Ebbe per un istante l'idea di ritornare indietro e di riguadagnare la jungla per nascondersima vi erano più di ottocento metri da percorrerecioè il tempo sufficiente perché gli inseguitori lo scoprissero. Pensò alle ruine che contornavano lo stagnoma non presentavano nascondigli di sorta.
- E se salissi lassù- mormorò egliguardando la sommità della pagoda. - E perché no?...
Un uomo come luirotto ad ogni sorta d'esercizi e che possedeva una forza erculea congiunta ad un'agilità straordinaria da muovere ad invidia una scimmia guenùera capace di issarsi fino alla cupola aggrappandosi ai colonnati ed alle sculture che collegavansi in modo da formare un'erta e bizzarra gradinata.
Si slanciò verso la pagodadopo d'aver disarmato la carabina e di aversela gettata dietro le spallestette qualche istante ad udiree rassicurato del profondo silenzio che colà regnavaimprese l'ardita scalata.
Con una rapidità sorprendente salì su una colonna e di là si slanciò sulle pareti del tempio aggrappandosi alle gambe delle divinitàinerpicandosi sui loro corpiposando i piedi sulle loro testeafferrandosi alle proboscidi degli elefanti e alle corna dei buoi del dio Siva.
Cosa stranaincomprensibilemisteriosa: man mano che saliva sentivasi il cuore battere precipitosamentele membra acquistare una forza straordinaria. Egli sentivasi come attirato da una forza irresistibile verso la sommità della pagodaed al contatto di quelle fredde pietre provava delle sensazioni sconosciuteinesplicabili.
Potevano essere le due del mattinoquandodopo d'avere eseguito venti manovre aeree da far gelare il sangue ad un ginnasta e di aver corso altrettante volte il pericolo di capitombolar giù e di sfracellarsi il craniogiunse alla cupola. Con un ultimo slancio s'aggrappò alla gigantesca palla di metallosormontata dalla punta sostenente il serpente colla testa di donna.
Con sua sorpresa egli si trovò ondeggiante al di sopra di una larga aperturaprofonda ed oscura quanto un pozzoattraversata da una sbarra di bronzo sulla quale trovò modo di appoggiare i piedi.
- Dove sono? - si chiese egli. - Questo pozzosenza dubbio deve menare nell'interno della pagoda.
Abbandonò la grande palla e s'aggrappò alla sbarra guardando giùma non vide che tenebre; tese l'orecchioma il più profondo silenzio regnava sotto di luisegno evidente che nessuno trovavasi nella pagoda. Una cosa che lo colpì fu una corda abbastanza grossaformata d'un vegetale lucente e flessibilissimoannodata alla sbarra e che scompariva giù nell'apertura. L'afferrò e riunendo le sue forze la tirò a sé; s'accorse subito che alla estremità v'era attaccato un corpo alquanto pesante il qualealla trazioneondeggiò tintinnando.
Deve essere una lampada- disse Tremal-Naik. Ad un tratto si batté la fronte.
- Ora mi ricordo! - esclamò egli con viva emozione. - Sì... quei due uomini parlavano di una pagoda... di una vergine che veglia... Giusto Visnusarebbe mai...
S'arrestò e portò ambo le mani al cuore che batteva con veemenza straordinaria. Egli provava allora un'emozione analoga a quella che sentiva in quelle sere che trovavasi dinanzi alla strana visione.
Fu un lampo. S'aggrappò a quella corda e si mise a scendere nelle tenebrequantunque ignorasse ancora dove andasse a finire e ciò che lo attendeva laggiù. Pochi minuti dopo i suoi piedi battevano su di un oggetto arrotondatoil quale mandò un suono metallico che gli echi del tempio ripeterono più volte.
Stava per curvarsi per vedere cos'eraquando un cigolìo simile a quello di una porta che gira sui cardinigiunse ai suoi orecchi.
Guardò sotto di sé e gli parve di scorgerefra le tenebreun'ombra che muovevasima senza produrre rumore di sorta.- Chi può esser mai?
- si chiese eglirabbrividendo.
Con una mano estrasse una pistola e l'impugnò deciso di vendere caramente la vitase veniva scopertoe attese coll'immobilità d'una statua di granito.
Un sospiro profondo sali fino a lui; quel sospiro lo impressionò in un modo nuovomisterioso. Gli sembrò che gli avessero vibrato una pugnalata in cuore.
- Sono pazzo o stregato- mormorò egli.
L'ombra si era fermata dinanzi ad una massa neraenorme che trovavasi proprio al disotto della fune.
- Eccomiorribile divinità! - esclamò una voce di donna che scosse Tremal-Naik fino al fondo dell'anima.
Tremal-Naik al colmo della sorpresa udì una materia liquida precipitare sul suolo e sentì spandersi per l'aria un profumo soave.
- Mostruosa gente! - pensò egli. - Eppure quell'ombra ha una voce dolce come le note del "saranguy"... E strana! tremo come se avessi la febbre. Perché?...
- Ti odio! - esclamò la medesima vocecon profonda amarezza. - Ti odiospaventevole divinitàche mi condannasti ad eterno martirio dopo d'avermi distrutto tutto ciò che avevo di più caro sulla terra.
Assassinipossiate essere maledetti in questa e nell'altra vita!
Uno scoppio di pianto seguì la maledizione che quell'essere misterioso aveva scagliato su quegli uomini che aveva chiamato assassini. Tremal- Naik per la seconda volta fremette in tutte le membra e luil'uomo dall'animo inaccessibileluiil selvaggio figlio della junglaluiil "cacciatore di serpenti"per la prima volta in sua vitasi sentì commosso.
Ebbe per un istante l'idea di lasciarsi cadere nel vuoto. ma un po' di diffidenza lo trattenne. Del resto era troppo tardipoiché l'ombra s'era allontanata scomparendo nelle tenebre e poco dopo udì il cigolìo della porta che schiudevasi.
- Ma che non possa svelare adunque questo mistero? - mormorò Tremal- Naikquasi con rabbia. - Ma chi sono adunque questi mostri che han bisogno di vittime?
- Chi è mai questa spaventevole divinità? Chi è questa donna che viene a maledire a mezzanottenell'ora dei delittidei fantasmidelle vendette?... Chi è questo essereche mentre gli altri strangolanopiange? Che mentre gli altri mi fan ribrezzomi commuove! Che mentre gli altri han cupa la vocel'ha dolcesoave come un'armonia celeste?...Quest'esserequesta donna io la voglio vedereio le voglio parlare e tutto mi svelerà. Non soma una voce interna mi dice che questa donna io l'ho veduta altre volteha fatto palpitare il mio cuoreche questa donna è...
S'arrestò anelantequasi spaventato. Una fiamma gli salì in volto e lo inondò di sudore.
- Se fosse la mia visione! - esclamò egli con voce tremante per l'emozione. - Quando m'arrampicava sul tempio io era commosso; quando scesi quaggiù io tremava. Se fosse vero?... Scendiamo.
Si lasciò calare giù e posò i piedi su di un oggetto duro e scabrosoche diede quel suono particolare dei corpi metallici e specialmente dei bronzi.
S'accorse di essere sopra alla massa neradinanzi alla quale la donna aveva versato quel profumomaledetto e pianto.
- Cos'è mai questo? - mormorò egli.
Si chinòappoggiò le mani su quella massa di bronzo e si lasciò scivolar giùfinché toccò terra. I suoi piedi sdrucciolarono su di una superficie liscia e umidiccia.
- E' qui che ella sparse il profumo- diss'egli.- L'odore che mi sale alle nari me lo dice. Domani saprò dove mi trovo e con chi avrò da fare.
Fece sei o sette passi brancolando fra le tenebre e si aggomitolò su se stessocolle pistole in manoaspettando che un raggio di luce illuminasse quel misterioso tempio.
Passarono alcune ore senza che rumore alcuno turbasse il funebre silenzio che regnava in quel luogo; lassùverso l'aperturail cielo cominciava a rischiararsi e gli astri ad impallidire sotto i primi albori. Tremal-Naikimmobilecogli occhi bene aperti e gli orecchi tesiaspettava sempre con quella pazienza che è particolare alle razze asiatiche.
Verso le quattro il sole apparve improvvisamente sull'orizzonteilluminando la grande palla di bronzo che ergevasi sulla cima della pagoda e dall'ampia apertura scese un fascio di luce. Tremal-Naik scattò in piedisorpresosbalordito dallo spettacolo che offrivasi dinanzi a' suoi occhi.
Egli si trovava in una specie di immensa cupolale cui pareti erano bizzarramente dipinte. Le prime dieci incarnazioni di Visnùil dio conservativo degli indiani che ha la sua residenza nel Vaicondu o mare di latte del serpente Adissescienerano dipinte all'ingirocircondate dai principali deverkeli o semi-dei venerati dagl'indianiprotettori degli otto angoli del mondoabitatori del sorgoncioè paradiso di quelli che non hanno tanti meriti per andare nel cailasson o paradiso di Siva. A metà della cupola v'erano scolpiti i caterigiganteschi geni malvagiche divisi in cinque tribù vanno errando pel mondo dal quale non possono uscirené meritare la beatitudine promessa agli uominise non dopo d'aver raccolto gran numero di preghiere.
Nel mezzo della pagoda si elevava una grande statua di bronzorappresentante una donna con quattro bracciadi cui una brandiva una lunga daga e un'altra una testa.
Una grande collana di teschi le scendeva fino al collo dei piedi ed una cintura di mani e di braccia mozzate le stringeva i fianchi.
La faccia di quell'orribile donna era tatuatale sue orecchie erano adorne di anelli; la lingua dipinta di rosso cupodel color del sanguele usciva d'un buon palmo dalle labbra atteggiate ad un feroce sorriso; i polsi erano stretti da larghi braccialetti ed i piedi posavano su di un gigante coperto di ferite.
Quella divinitàlo si capiva a prima vistatrasportata dalla ebbrezza del sanguedanzava sul corpo della vittima.
Un altro oggetto stranoera una vaschetta di marmo biancoincastonata nelle lucenti pietre del pavimento. Era colma di limpidissima acqua e dentro vedevasi nuotare un pesce di un bel giallo d'oropiccolo e che somigliava assai ad un mango del Gange.
Tremal-Naik non aveva mai visto nulla di simile.
Egli si era fermato dinanzi alla mostruosa divinità e la contemplava con un misto di stupore e di paura.
Chi era mai quella sinistra figura contornata di cranii ed ornata di mani e braccia mozze? Cosa significava quel pesciolino dorato nuotante in quella bianca vaschetta? Quale relazione avevano quei due strani simbolicoi feroci uomini che inseguivano e strangolavano i loro simili?
- Che io sogni? - mormorò Tremal-Naikstropicciandosi più volte le palpebre. - Io non comprendo nulla!
Non aveva ancor finitoche un leggiero cigolìo giungeva ai suoi orecchi. Si volse colla carabina in manoma quasi subito indietreggiò fino alla mostruosa divinitàrattenendo a gran pena un grido di stupore e di gioia.
Dinanzi a luisul limitare di una porta doratastavasene ritta una fanciulla di meravigliosa bellezzacol più angoscioso terrore dipinto sul volto.
Poteva avere quattordici anni. La sua taglia era graziosa e di forme superbamente eleganti.
Aveva i lineamenti d'una purezza anticaanimati dalla scintillante espressione della donna anglo-indiana.
La pelle era rosead'una morbidezza impareggiabilegli occhi grandi neri e scintillanti come diamanti- un naso diritto che nulla aveva d'indianolabbra sottilicorallineschiuse ad un melanconico sorriso che lasciava scorgere due file di denti d'abbagliante bianchezza una opulenta capigliatura d'un castano cupofuliginososeparata sulla fronte da un mazzetto di grosse perleera raccolta in nodi ed intrecciata con fiori di sciambaga dal soave profumo.
Tremal-Naik come si disseera vivamente indietreggiato fino alla mostruosa statua di bronzo.
- Ada!... Ada!... L'apparizione della jungla! - esclamò egli con voce soffocata.
Non seppe dire di più e rimase lìmutoansantetrasognato a mirare quella superba creatura che continuava a fissarlo con profondo terrore. Ad un tratto quella fanciulla fece un passo innanzi lasciando cadere a terra l'ampio "sari" di setaorlato d'una larga striscia azzurrafregiata di complicati disegniche ricoprivala come un ampio mantello.
Un fascio di luce abbagliante l'avvolsetogliendola alla vista del "cacciatore di serpenti" che fu forzato a chiudere gli occhi.
Quella fanciulla era coperta letteralmente d'oro e di pietre preziose d'inestimabile prezzo. Una corazza d'orotempestata dei più bei diamanti del Golconda e del Guzeratedecorata del misterioso serpente colla testa di donnale racchiudeva tutto il seno e spariva in un largo scialle di cachemire trapunto d'argentoche cingevale i fianchi; molteplici collane di perle e di diamanti le pendevano dal collogrossi come nocciuole; larghi braccialetti pur tempestati di pietre preziose le ornavano le nude bracciaed i calzoncini larghidi seta biancaerano stretti sul collo dei piedi nudi e piccinida cerchietti di corallo della più bella tinta rossa. Un raggio di solepenetrato da uno stretto pertugiobattendo sopra quella profusione di ori e di gioie aveva per così dire immersa la giovanetta in un mare di luce d'un fulgore acciecante.
- La visione!... La visione!... - ripeté per la seconda volta Tremal- Naiktendendo le braccia verso di lei! - Oh! quanto è bella!...
La giovanetta si guardò attorno con smarrimento e portò un dito sulle labbracome per invitarlo a tacerepoi camminò dritta verso di lui.
- Sciagurato! - diss'ella con ispavento. - Cosa sei venuto a far qui?... Qual follia ti trascinò in quest'orribile luogo?...
Il "cacciatore di serpenti"senza volerloera caduto in ginocchio tendendo le mani verso di lei che indietreggiò con maggiore spavento.
- Non toccarmi! - diss'ellacon un filo di voce.
Tremal-Naik aveva emesso un sospiro:
- Sei bella! esclamò egli con passione.
- TaciTremal-Naik!
- Sei bella!... ripeté il selvaggio figlio della jungla. Ella gli pose un dito sulle labbra.
- Se non vuoi perderminon fare rumore- disse la giovanetta con dolce rimprovero. - Tu non sai ancorai tremendi pericoli che ci minacciano.
- Io sono Tremal-Naik! Chi è quest'uomo che ti minaccia? Dimmelo ed ioil "cacciatore di serpenti"ti giuro che domani questo nemico sarà scomparso dalla terra!...
- Non parlare cosìTremal-Naik!
- Perché?... Sentifanciulla: non aveva mai veduto un volto di donna nella mia jungla popolata dalle sole tigri. Quand'io per la prima volta ti vidiagli ultimi raggi del sole morentelàdietro quel cespuglio di mussendami sono sentito scuotere tutto. Mi parve che tu fossi una divinità scesa dal cielo e t'adorai.
- Taci! taci! - ripeté con voce rotta la fanciullanascondendosi il volto fra le mani.
- Non posso tacerevago fiore della jungla! - esclamò Tremal-Naik con maggior passione. - Quando tu scomparistimi parve che qualche cosa si staccasse dal mio cuore. Ero come ubriacodinanzi agli occhi mi danzava la tua visionenelle vene scorrevami più rapido il sangue e lingue di fuoco mi salivano in volto e più su fino al cervello. Si avrebbe detto che tu mi avevi stregato!
- Tremal-Naik! - mormorò con ansia la fanciulla.
- Quella notte non dormii- proseguì il "cacciatore di serpenti". - Avevo la febbre indosso e una smania furiosa di rivederti. Perché? Io l'ignoravané sapeva capacitarmi come ciò accadesse. Era la prima volta in vita mia che provavo una tale emozione. Passarono quindici giorni. Tutte le sereal calar del soleio ti rivedeva dietro al mussenda ed io mi sentivo felice dinanzi a te; mi pareva di esser trasportato in un altro mondo mi pareva di essere diventato un altro uomo. Tu non mi parlavima mi guardavi e per me era anche troppo; quei tuoi sguardi erano eloquenti e mi dicevano che tu...
S'arrestò ansanteguardando la fanciulla che teneva il volto nascosto fra le mani.
- Ah! - esclamò egli con dolore. - Tu adunque non vuoi che parli.
La fanciulla si scosse e lo fissòcon occhi umidi.
- Perché parlare- balbettò ella- quando tra noi v'è un abisso?
Perché sei venuto quisciaguratoa ridestare nel mio cuore una speranza vana? Non sai tu adunqueche questo luogo è maledettointerdetto soprattutto a colui che io amo?
- Che io amo! - esclamò Tremal-Naikcon gioia. Ripetiripeti questa parolavago fiore della jungla! E' vero adunque che tu mi ami? E' vero dunque che tu venivi ogni sera dietro il mussenda perché mi amavi?
- Non farmi morireTremal-Naik- esclamò la fanciulla con angoscia.
- Morire! Perché? Qual pericolo ti minaccia? Non sono qui io a difenderti? Che importa se questo luogo è maledetto? Che importa se fra noi due v'è un abisso? Io sono fortetanto forte che per te scrollerei questo tempio e infrangerei quell'orribile mostrodinanzi al quale tu versi dei profumi.
- Cometu sai questo? Chi te lo disse?
- T'ho veduta questa notte.
- Questa notte eri qui dunque?
- Sìero quianzi lassù aggrappato a quella lampadaproprio sopra al tuo capo.
- Ma chi ti condusse in questo tempio?
- La sorteo meglio il laccio degli uomini che abitano questa terra maledetta.
- T'hanno dunque veduto?
- M'hanno dato la caccia.
- Ah! disgraziatosei perduto! - esclamò la fanciulla con disperazione.
Tremal-Naik si slanciò verso di lei.
- Ma dimmiqual mistero è questo? - chiese egli con furorea gran pena frenato. - Perché tanto terrore? Che cosa vuol dire quella mostruosa figura che ha bisogno di profumi? Cos'è quel pesce dorato che nuota in quel bacino? Cosa significa quel serpente dalla testa di donna che tu hai impresso sulla corazza? Chi sono questi uomini che strangolano i loro simili e che vivono sotto terra? Io lo voglio sapereo Adaio lo voglio!
- Non interrogarmiTremal-Naik.
- Perché?
- Ah! se tu sapessi qual terribile destino pesa su me!
- Ma io son forte.
- Che vale la forza contro questi uomini?
- Farò a loro una guerra spietata.
- T'infrangeranno come un giovane bambù. Non sfidano essi la possanza dell'Inghilterra? Sono fortiTremal-Naike tremendi! Nulla resiste a loro: né le flottené gli eserciti. Tutto cade dinanzi al velenoso loro soffio.
- Ma chi sono adunque essi?
- Non posso dirlo.
- E se io te lo comandassi?
- Rifiuterei.
- Dunque tu... diffidi di me! - esclamò Tremal-Naik con rabbia.
- Tremal-Naik! Tremal-Naik! - mormorò l'infelice giovanettacon accento straziante.
Il "cacciatore di serpenti" si torse le braccia.
- Tremal-Naik- proseguì la fanciulla- una condanna pesa su di meuna condanna terribilespaventevoleche non cesserà che colla mia morte. Io t'ho amatoprode figlio della junglat'amo semprema...
- Ah! tu mi ami! - esclamò il "cacciatore di serpenti".
- Sìti amoTremal-Naik.
- Giuralo su quel mostro che ci sta dappresso.
- Lo giuro! - disse la giovanettatendendo la mano verso la statua di bronzo.
- Giura che tu sarai mia sposa!...
Uno spasimo scompose i lineamenti della giovanetta.
- Tremal-Naik- mormorò - ella con voce cupasarò tua sposase pure sarà possibile!
- Ah! ho forse un rivale.
- Noné vi sarà alcuno tanto audace da fissare il suo sguardo su di me. Appartengo alla morte.
Tremal-Naik aveva fatto due passi indietro colle mani strette al capo.
- Alla morte!... - esclamò.
- SìTremal-Naikappartengo alla morte. Il giorno in cui un uomo poserà le sue mani su di meil laccio dei vendicatori troncherà la mia vita.
- Ma sogno io forse?
- Nosei sveglio e colei che ti parla è la donna che ti ama. - Ah!
tremendo mistero!
- Sìtremendo misteroTremal-Naik. Tra noi v'è un abisso che nessuno sarà capace di colmare... Fatalità! Ma cosa ho fatto io per essere così disgraziata? Qual delitto ho commesso ioper essere maledetta?
Uno scoppio di pianto soffocò la sua voce ed il suo volto s'irrigò di lagrime. Tremal-Naik emise un sordo ruggito e strinse le pugna con tale forza da far crocchiare le ossa.
- Che posso fare per te? - chiese eglicommosso fino al fondo dell'anima. - Queste tue lagrime mi fanno malevago fiore della jungla. Dimmi che devo farecomanda ed io ti ubbidirò più d'uno schiavo. Vuoi che io ti tragga da questo luogoio lo faròdovessi lasciare la vita nel tentativo.
- Oh! nono! - esclamò la giovanettacon ispavento. - Sarebbe la morte per entrambi.
- Vuoi che io parta di qui? Sentiio ti amo assaima se la tua esistenza richiedesse la separazione eterna fra noi dueio infrangerò l'amore che nacque nel mio cuore. Sarò dannatosarà un martirio continuo per mema lo farò. Parlacosa devo fare?
La giovanetta taceva e singhiozzava. Tremal-Naik l'attirò dolcemente a sé e stava per aprire le labbraquando al di fuori echeggiò l'acuta nota del "ramsinga".
- Fuggi! fuggiTremal-Naik! - esclamò la giovanettafuori di sé pel terrore. - Fuggi o siamo perduti!
- Ah! maledetta tromba! - urlò Tremal-Naikdigrignando i denti. Essi arrivano- proseguì la giovanetta con voce spezzata. - Se ci trovanoci immoleranno alla loro spaventevole divinità. Fuggi! fuggi!
- Oh giammai!
- Ma vuoi tu adunque farmi morire!
- Io ti difenderò!
- Ma fuggidisgraziato! fuggi!
Tremal-Naik per tutta risposta raccolse da terra la carabina e l'armò.
La giovanetta comprese che quell'uomo era irremovibile.
- Abbi pietà di me! - diss'ella con angoscia. - Essi vengono.
- Ebbeneio li aspetterò- rispose Tremal-Naik.- Il primo uomo che ardirà alzare su di te la sua manogiuro sul mio dio che lo ammazzo come una tigre della jungla.
- Ebbene rimanigiacché sei irremovibileprode figlio della jungla; io ti salverò.
Ella raccolse il suo "sari" e si diresse verso la porta dalla quale era entrata. Tremal-Naik si slanciò verso di lei trattenendola.
- Dove vai? - gli chiese.
- A ricevere l'uomo che sta per arrivare ed impedirgli che qui entri.
Questa seraalla mezzanotteio ritornerò da te. Allora si compirà la volontà dei numi e forse... fuggiremo.
- Il tuo nome?
- Ada Corishant.
- Ada Corishant! Ah! quanto è bello questo nome! Va'nobile creaturaa mezzanotte t'attendo!
La giovanetta s'avvolse nel "sari"guardò un'ultima voltacogli occhi umidiTremal-Naik e uscì soffocando un singhiozzo.
La condanna di morte.

Uscita dalla pagodaAdaancora commossacol volto ancor bagnato di lagrimema gli occhi sfavillanti di fierezzaera entrata in un piccolo salotto coperto da stuoie dipinte e decorato da mostruose divinitàpoco dissimili da quelle di già descritte. Il serpente dalla testa di donnala statua di bronzo dal volto orribile e la vasca di marmo bianco col pesciolino rossonon mancavano.
Un uomo era di già entrato e passeggiava innanzi e indietro con visibile impazienza. Era un indiano di alta staturamagro come un bastonecol volto energicolo sguardo lampeggiante e ferocee il mento coperto da una piccola barba nera ed arruffata. Portavaavvolto attorno al corpoun ricco "dootèe"specie di mantello di seta giallatrapunto in oro con in mezzo il misterioso emblema. Le braccia che aveva nudeerano coperte di cicatrici bianche e da bizzarri segniche un indiano stesso si sarebbe rotto il capo senza pur decifrarli.
Nello scorgere Adaquest'uomo si era fermato di botto fissando su di lei uno sguardo che aveva dei bagliori stranie le sue labbra s'atteggiarono ad un risoanzi ad un sogghigno che incuteva spavento.
- Salve alla "vergine della pagoda" - diss'egliinginocchiandosi dinanzi alla giovanetta.
- Salve al gran capo prediletto della divinitàrispose Ada con voce tremante.
Entrambi tacqueroguardandosi fissamente. Pareva che cercassero reciprocamente di leggersi il pensiero che attraversava la loro mente.
- Vergine della pagoda sacra- disse dopo qualche tempo l'indiano- tu corri un gran pericolo.
- Ada fremette. L'accento dell'indiano era cupo e minaccioso.
- Dove sei stata questa notte? Mi dissero che tu sei entrata nella pagoda.
- E' vero. Tu mi inviasti dei profumi e li versai ai piedi della tua divinità.
- Dici la nostra.
- Sìla nostra- disse la giovanetta coi denti stretti.
- Cos'hai veduto nella pagoda?
- Nulla.
- Vergine della pagodatu corri un gran pericolo- ripeté l'indiano con voce ancor più cupa. - Io ho scoperto tutto!...
Ada aveva fatto un balzo indietrogettando un urlo d'orrore.
- Sì- proseguì l'indiano con rabbia concentrata- ho scoperto tutto! Il tuo cuorecondannato a non battere mai su questa terraha palpitato d'amore per un uomo che tu vedesti nella jungla nera.
Quest'uomo è sbarcato la notte scorsa sui nostri domini e dopo d'aver alzato la mano su di noid'aver commesso un orrendo delittoscomparvema io lo ritrovai. Quest'uomo è entrato nella pagoda.
- Tu menti! tu menti! - esclamò la sventurata giovanetta.
- Vergine della pagodaamando quell'uomo hai mancato ai tuoi doveri.
Buon per te che quell'uomo non ardì alzare le sue mani su di te.
- Tu menti! tu menti! - ripeté la giovanettasmarrita.
- Ma quell'uomo non uscirà vivo di qui- ripigliò l'indiano con gioia feroce. - Folleei voleva sfidare noi potentinoi che facciamo tremare l'Inghilterra. Il serpente entrò nella tana del leone e il leone lo sbranerà.
- Non farlo!
L'indiano si mise a sogghignare.
- Chi è che s'oppone ai voleri della nostra divinità?
- Io!
- Tu? - Sìiomiserabile. Guarda!
Ada con un movimento rapidoaveva gettato a terra il "sari"s'era armata di un pugnale dalla lama serpeggiante tinta d'un sottile veleno e se l'aveva appuntato alla gola. L'indiano da abbronzato che eradivenne nerastro.
- Cosa vuoi fare? - chiese eglisgomentato.
- Suyodhana- disse la giovanetta con un tono di voce da non lasciare dubbio. - Se tu tocchi un sol capello a quell'uomoti giuro che la tua dea perderà la sua vergine.
- Getta quel pugnale!
- Suyodhanagiura sulla tua dea che Tremal-Naik uscirà vivo di qui.
- E' impossibile. Quell'uomo è condannato: il suo sangue è già destinato alla dea.
- Giuralo! - disse Ada con accento minaccioso.
Suyodhana si raccolse su se stesso come per slanciarsi verso di leima la paura di giungere troppo tardi l'arrestò.
- Sentivergine della pagoda- disse egliostentando calma. - Quell'uomo sarà salvoma tu devi solennemente giurare che non l'amerai mai!
Ada mandò uno straziante gemito e si torse disperatamente le mani.
- Tu mi uccidi! - esclamò ellasinghiozzando.
- Sei l'eletta della nostra dea.
- Perchémostruose creaturetroncare sì presto una felicità appena nata? Perché spegnere sì presto il raggio di sole che inondava questo povero cuore chiuso ad ogni gioia? Nonon è possibile ch'io infranga questa passione che è ormai gigante.
- Giuralo e quell'uomo è salvo.
- Sei tu dunque inesorabile? Non v'è più adunque alcuna speranza? Ma io rinnego la spaventevole tua dea che mi fa orroreche maledii sin dal primo giorno che la fatalità mi gettò fra le vostre braccia.
- Siamo inesorabili- incalzò l'indiano - Ma non hai tu adunque mai amato? - chiese ellapiangendo di rabbia.
- Non sai adunque cosa sia una passione infranta?
- Non so cosa sia l'amore- disse l'inflessibile indiano. Giuravergine della pagodao io spengo quell'uomo.
- Ah! maledetti!...
- Giura!
- Ebbene!... - esclamò l'infelice con voce spenta.- Io... io giuro...
che non amerò... più quell'uomo.
Emise un urlo disperatostraziantesi portò le mani al cuore e cadde priva di sensi sulle stuoie. L'indiano ruppe in uno scroscio di risa.
- Tu hai giurato che non l'amerai- diss'egli con satanica gioiaraccogliendo il pugnale che la giovanetta aveva lasciato cadere. - Ma io non ho giurato che quell'uomo uscirà vivo di qui. Sorridieccelsa divinità e gioisci: questa notte ti offriremo una nuova vittima!
Accostò alle labbra uno zuffolo d'oro e cavò un acuto fischio.
Un indianocol laccio stretto attorno ai fianchi ed il pugnale in mano entròinginocchiandosi dinanzi a Suyodhana.
- "Figlio delle sacre acque del Gange"eccomidiss'egli.
- Karna- disse Suyodhana- porta via la "vergine della pagoda" e veglia su di lei.
- Conta su di mefiglio delle sacre acque del Gange.
- Quella vergine tenterà forse di suicidarsima tu glielo impediraigiacché la nostra divinità non ha per ora che costei. Se muoremorrai tu pure.
- Lo impedirò.
- Radunerai poscia una cinquantina dei più fanatici e li disporrai intorno alla pagoda. L'uomo non deve sfuggirci.
- V'è un uomo nella pagoda?
- SìTremal-Naikil "cacciatore di serpenti" della jungla nera. Va ed a mezzanotte sii qui.
L'indiano afferrò la povera Ada fra le braccia ed uscì. Suyodhanao meglio il "figlio delle sacre acque del Gange"aspettò che ogni rumore di passi fosse cessatopoi s'inginocchiò dinanzi alla vaschetta di marmonella quale guizzava il pesciolino dorato.
- Padre mio- diss'egli.
Il pesciolino che nuotava in fondo al bacinoa quella voce venne a galla.
- Padre mio- proseguì l'indiano. - Un uomoun miserabileha alzato gli occhi sulla "vergine della pagoda". Quest'uomo è in mano nostra; vuoi che viva o che muoia?
Il pesciolino si sprofondò nuotando con vivacità. Suyodhana si alzò di scatto: un sinistro lampo balenò nei suoi sguardi.
- La dea l'ha condannato- diss'egli con voce cupa... - Quell'uomo morrà!
Tremal-Naikrimasto solos'era lasciato cadere ai piedi della statua comprimendosi fortemente il cuore che battevagli furiosamentecome se volesse uscirgli dal petto. Giammai un'emozione simile aveva scosso le sue fibre; giammai aveva provato tanta gioianella solitaria e selvaggia sua vita fra le canne e le tigri.
- Bella! bella! - esclamava eglisenza por mente che trovavasi nella pagoda maledetta e che forse cento orecchi l'ascoltavano. - Oh! sarai mia sposasìvago fiore della jungladovessi mettere a ferro e a fuoco questa isoladovessi da solo cozzare coi mostri che ti hanno condannato. Uscirò di quiritroverò i miei prodi compagni ed allora ti rapiròti salverò. Essi son fortitu hai dettoessi sono terribilima io sarò più forte e più terribile e farò loro scontare a caro prezzo quelle lagrime che tuinfelicehai sparso dinanzi a me.
L'amore mi darà la forza di compiere tale impresa.
Si era alzato e si era messo a passeggiareagitatissimocolle pugna convulsivamente chiuse ed i lineamenti sconvolti da una rabbia concentrata.
- Povera Ada! - ripigliò eglicon profonda tenerezza. - Qual destino mai pesa su di te? Perché tu non puoi amarmi? La morte troncherà la tua vitahai dettoil giorno che tu dovessi diventar mia sposa; ma io l'arresterò questa morteio la infrangerò colle mie proprie mani.
Oh! svelerò sìquesto tremendo mistero e quel giorno tremino gli sciagurati che ti condannarono.
Egli s'arrestò udendo le acute note del "ramsinga".
- Maledetto istrumento! - esclamò. - Suona sempre!
Rabbrividì al pensiero che gli attraversò il cervello.
- Questa tromba annuncia una sventura- mormorò. - Che m'abbiano scoperto o che abbiano ucciso Kammamuri?
Rattenne il respiro tendendo gli orecchi. Il suo fine udito raccolse un brusìo di vociche sembravano venire dal di fuori.
- Cosa vuol dir ciò? Al di fuori v'è della gente. Che sieno gli indianigli abitanti di questi funebri luoghi?
Si guardò intorno con superstizioso terrorema era affatto sologuardò l'apertura della pagodama era affatto libera.
- Qualche cosa sta per succederelo sentodisse a voce bassa- ma mostrerò chi sia Tremal-Naikquando si batte.
Esaminò le cariche delle pistole e della carabinatemendo forse che una mano misteriosa le avesse levate; esaminò persino la lama del suo fedele pugnaletinto più di cento volte nel sangue dei serpenti e delle tigrie s'accoccolò dietro alla mostruosa statuarimpicciolendosi più che gli era possibile.
La giornata passò con una lentezza spaventevole per l'indianocondannato ad una immobilità quasi assoluta e ad un digiuno forzato.
Le ombre della notte a poco a poco invero i più oscuri recessi della pagodapoi s'alzarono gradatamente verso la cupola: alle nove l'oscurità era così profondada non vederci ad un passo di distanzaquantunque la luna brillasse in cieloriflettendosi sulla grande palla di bronzo dorato e sul serpente dalla testa di donna.
Il "ramsinga" non aveva più fatto udire le sue funebri note ed il brusìo era da lunga pezza cessato. Un silenzio misterioso regnava dappertutto.
Tremal-Naik tuttavia non ardiva muoversi; il solo movimento che facesseera quello di appoggiare l'orecchio sulle fredde pietre della pagoda e di ascoltare con profonda attenzione.
Una voce segreta gli diceva di vegliare e di diffidare e ben presto si accorse che quella voce non mentivapoiché verso le undiciquando più fitte erano le tenebreun rumore stranonon ancor definibilegiunse fino a lui.
Pareva che qualche cosa scendesse dall'altoseguendo la corda che sosteneva la lampada. Tremal-Naik per quanto aguzzasse gli occhi non fu però capace di distinguere ciò che fosse. Per ogni precauzione impugnò le pistole e silenziosamente s'alzòponendosi in ginocchio.
- Che può esser mai? - si chiese egli. - Adano poiché mezzanotte è ancor lontana. Che sieno quei terribili uomini?
Una vampa d'ira gli salì in volto.- Sfortuna a colui che qui entra!
Un tintinnìo metallico risuonò fra le tenebre. Era la lampada che si agitavascossa senza dubbio da colui che scendeva dall'alto.
Tremal-Naik non si trattenne più.
- Chi è là? - gridò egli.
Nessuno rispose alla domandaanzi il tintinnìo cesso.
- Che mi sia ingannato? - si domandò egli.
Si alzò e guardò in aria. Lassùsulla cupolala luna continuava a riflettersi sulla palla dorata e scorgevasi una parte della fune vegetale che sosteneva la lampadama nessuno essere umano v'era appeso.
- E' strano- disse Tremal-Naikdiventato inquieto.
Tornò a rannicchiarsi continuando a guardarsi d'intorno. Passarono altri venti minutipoi la lampada tornò a tintinnare.
- Chi è là? - ripete egli con voce stridula. - Se v'è qualcuno si faccia innanziche Tremal-Naik lo attende.
Nuovo silenzio. Allora s'aggrappò ai piedi della gigantesca statuasali sulle bracciasi elevò fino a posare i piedi sulla testa ed afferrò la lampada scuotendola furiosamente. Uno scroscio di risa risuonò nella pagoda.
- Ah- esclamo Tremal-Naikche sentivasi invadere dalla rabbia.- V'è qualcuno che ride lassù. Aspetta!
Radunò le sue erculee forzepoi con una strappata irresistibile spezzò la fune. La lampada rovinò al suolo con un fracasso indescrivibileche gli echi del tempio più volte ripeterono.
Un secondo scroscio di risa risuonò. Tremal-Naik si precipitò giù dalla statuanascondendovisi dietro.
Era tempo. Una porta s'aprì ed un indiano alto e magroriccamente vestitocon un pugnale in una mano e una torcia resinosa nell'altraapparve.
Quell'uomo era il truce Suyodhana: una gioia infernale irradiava il bronzeo suo volto e ne' suoi occhi balenava un sinistro lampo.
Egli si arrestò un momento a contemplare la mostruosa divinitàdietro la quale stava Tremal-Naik col coltello fra i denti e le pistole in pugno poi fece alcuni passi innanzi. Dietro a lui si avanzarono ventiquattro indianiponendosi dodici a destra e dodici a sinistra.
Erano tutti armati di pugnale e del cordone di seta colla palla di piombo.
- Figli miei- disse Suyodhana con un accento da far fremere- è mezzanotte!
- Gli indiani sciolsero le cordebrandirono i pugnali e piantarono le torcie in alcuni buchi fatti nelle pietre.
- Siamo pronti alla vendetta! - risposero in coro.
- Un empio- proseguì Suyodhana- ha profanato la pagoda della nostra dea. Cosa merita quest'uomo?
- La morterisposero gl'indiani.
- Un empio ardì parlare d'amore alla "vergine della pagoda". Cosa merita quest'uomo?
- La morte- ripeterono gl'indiani.
- Tremal-Naik! - gridò Suyodhana con terribile accento. - Mostrati!
Uno scroscio di risa gli risposepoi il "cacciatore di serpenti"che tutto aveva uditoapparveslanciandosi con un solo salto dinanzi alla mostruosa divinità.
Non era più lo stesso uomo; pareva una vera tigre sbucata dalla jungla. Un feroce sorriso sfiorava le sue labbrala sua faccia era trucealterata da una collera furiosa e gli occhi mandavano sinistri baleni.
Il selvaggio figlio della jungla si risvegliavapronto a ruggire ed a mordere.
- Ah! Ah! - esclamò egli ridendo. - Siete voi che volete uccidere Tremal-Naik?
Si vede che non conoscete ancora il "cacciatore di serpenti".
Guardateassassiniquanto vi disprezzo.
Alzò in aria le due pistole e le scaricògettando lontano da sé le armi. Scaricò dipoi la carabina e l'impugnò per la canna per servirsene come d'una mazza.
- Ora- diss'egli- chi si sente tanto ardito da assalire Tremal- Naiksi faccia innanzi. Mi batto per la donnache voio maledetticondannaste.
Fece un salto indietro e si mise sulla difensivaemettendo il suo urlo di guerra.
- Avanti ! avanti! - tuonò. - Mi batto per la "vergine della pagoda"!
- Un indianosenza dubbio il più fanaticogli si avventò controfacendo fischiare in aria il laccio. Sia che avesse preso troppo slancio o che scivolasseegli venne a cadere quasi ai piedi di Tremal-Naik.
La terribile mazza s'alzò e discese con rapidità fulminea percotendo il cranio dell'indiano. La morte fu istantanea.
- Avanti! avanti! - ripeté Tremal-Naik. - Mi batto per la mia Ada!
I ventitré indiani si scagliarono come un sol uomo sul "cacciatore di serpenti"che roteava come un demente la carabina.
Un altro indiano caddema la carabina non resse a quel secondo colpo e si spezzo nelle mani di colui che l'adoperava.
- A morte! a morte! - vociarono gl'indianispumanti d'ira.
Un laccio piombò su Tremal-Naik stringendogli il colloma egli lo strappò di mano allo strangolatorepoi impugnò il coltello e si avventò contro la statua di bronzo salendole sulla testa.
- Largo! largo! - gridò egligirando intorno sguardi feroci.
Si raccolse su se stesso come una tigre e saltando sopra le teste degl'indiani cercò dirigersi verso la portama gli mancò il tempo.
Due corde gli strinsero le bracciapercuotendolo dolorosamente colle palle di piombo e lo atterrarono.
Egli gettò un urlo terribile. Gl'indiani in un baleno gli furono sopra come una torma di cani attorno al cinghialee malgrado la sua forte resistenza venne solidamente legato e ridotto all'impotenza.
- Aiuto! aiuto! - rantolò egli.
- A morte! a morte! - gridarono gli indiani.
Con uno sforzo erculeo spezzo due cordema fu tutto quello che poté fare. Nuovi lacci lo strinseroe così fortementeche le carni divennero nere.
Suyodhanache aveva assistito impassibile a quella disperata lotta di un uomo solo contro ventiduegli si avvicinò e lo contemplò per alcuni istanti con gioia satanica. Tremal-Naik nulla potendo faregli sputò contro.
- Empio! esclamò il "figlio delle sacre acque del Gange".
Afferrò con mano solida il suo pugnale e l'alzò sul prigioniero che lo guardava sdegnosamente.
- Figli miei- disse l'indiano- qual pena merita quest'uomo?
- La morte! - risposero gl'indiani.
- E la morte sia.
Tremal-Naik emise un ultimo grido.
- Ada! Povera Ada!
La lama del vendicatore che penetravagli nel pettogli spense la voce. Sbarrò gli occhili chiuseuno spasimo violento agitò le sue membra e s! irrigidì. Un rivo di sangue caldo scorreva per le sue vestidisperdendosi per le pietre.
- Kâlì! - disse Suyodhanavolgendosi verso la statua di bronzo.- Scrivi sul tuo nero libroil nome di questa nuova vittima.
Ad un cenno due indiani sollevarono l'infelice Tremal-Naik.
- Gettatelo nella jungla a pasto delle tigriconcluse il terribile uomo. - Così periscono gli empi!...





Kammamuri

Kammamuridopo l'avvenuta separazioneaveva preso la via che conduceva al fiumecercando di seguire le traccie dell'indiano che lo precedeva. Peròbisogna dirloil bravo maharatto si allontanava dal suo padrone a malincuoree quasi con rimorso.
Eglicon ragionetemeva che Tremal-Naik commettesse qualche pazziasapendo che voleva rivedere la misteriosa visione e perciò ogni dieci passi s'arrestava titubantepiù disposto ad indietreggiaremalgrado il divietoche di andare innanzi.
Come ritornare alla capannasapendo che il padrone trovavasi nella jungla maledettadove i nemici pullulavano come i bambù? Gli sembrava una enormitàuna cosa assolutamente impossibilequasi un delitto.
Non aveva ancor percorso mezzo miglioquando si decise di ritornare sui propri passi a costo di far andare in bestia Tremal-Naik.
- Infine- disse il bravo maharatto- un compagno potrà servirgli a qualche cosa. AnimoKammamuricoraggio ed occhi aperti.
Fece una piroetta sui talloni e si diresse nuovamente verso l'ovestnon ponendo più mente all'indiano che fino allora lo aveva preceduto.
Non aveva fatto ancor venti passiche udì una voce disperata a gridare:
- Aiuto! aiuto!
Kammamuri fece un salto indietro.
- Aiuto! - mormorò egli. - Chi chiama aiuto?
Stette in ascoltocon una mano all'orecchio: il venticello notturno che spirava dall'ovestportò a lui un fischio acuto.
- Succede qualche cosa laggiù- borbottò il maharattoinquieto.- Il vento portachi ha gridato deve essere a mezzo miglio da quinella direzione presa dal mio padrone. Che assassinino qualcuno?
La paura di cadere nelle mani degli indiani era fortema la curiosità la vinse.
Si pose la carabina sotto il braccio e si diresse verso l'ovestscostando i bambù con precauzione. Proprio in quell'istante echeggiò una detonazione.
Nell'udirlail maharatto senti gelarsi il sangue nelle vene. La carabina di Tremal-Naikche tante e tante volte aveva udito rombare nella jungla nerala conosceva troppo bene perché potesse ingannarsi.
- Grande Siva! - mormorò coi denti stretti. - Il padrone si difende.
L'idea che Tremal-Naik corresse un pericologl'infuse un coraggio straordinario.
Disprezzando ogni precauzionedimenticando che forse gl'indiani lo spiavanosi mise a correre verso il luogo dal quale sembrava essere partita la detonazione.
Un quarto d'ora dopo giungeva ad una specie di raduranel mezzo della quale contorcevasi un oggetto lungo lungosparso di macchie. Quel corpo emetteva dei sibili acutiparticolari ai serpentiallorché sono irritati.
- To'un pitone!- esclamò Kammamuri il qualefamigliarizzato a simili rettilinon provava paura alcuna.
Stava per allontanarsiper evitare il pericolo di venire assalito e stritolatoquando s'accorse che il rettile non era più intero e che a lui vicino giaceva un corpo umano.
Sentì rizzarsi il ciuffo di capelli che crescevagli sulla nuca.
- Che sia il padrone- mormorò.
Afferrò la carabina per la cannaaffrontò il rettile che contorcevasi rabbiosamente perdendo sangue e gli schiacciò la testa.
Liberatosi del mostrocorse a quel corpo umano che non dava più segno di vita.
- Visnù sia benedetto! - esclamòemettendo un sospirone. - Non è il padrone.
Infatti era un indianoquello stesso che per lanciarsi contro Tremal- Naik era caduto fra le spire del pitone. Il povero diavolo non era più riconoscibiledopo la terribile stretta del rettile.
Era una massa di carne contortastritolatainondata di sangue.
Aveva la bocca smisuratamente aperta e lorda d'una spuma sanguinosagli occhi fuori delle orbitepunte di ossa infrante che gli uscivano dal petto orrendamente sfondato e le membra spezzate in dieci diversi luoghi.
Kammamuri si curvò su di lui per udire se respirava ancorama quelle carni erano già fredde.
- Il pover'uomo non ha potuto resistere alla potente stretta- disse.- Tanto peggio per lui: quest'indiano non può essere che uno di quelli che ci davano la cacciapoiché vedo sul suo petto il misterioso tatuaggio. Orsùqui non c'è ormai più nulla da fare e corro il pericolo di venire scoperto.
Un leggiero strofinìo di bambù scossilo inchiodò sul suolo. Si piegò prontamente e si distese in mezzo alle erberimanendo immobile come il cadavere che aveva vicino.
Se non era stato ancora vedutopoteva sfuggire allo sguardo di colui o di coloro che avevano smosso i bambùessendo le canne alte.
Lo strofinìo era subito cessatoma non bisognava fidarsi. Gli indiani sono pazienti come le pelli-rosse dell'America e spiano la preda per delle oreanzi per delle giornatee Kammamuriindiano pur luinon le ignorava.
Stette così parecchio tempopoi ardì alzare il capo e guardare all'intorno.
Un sibilo lamentevole fendé l'aria e si senti strozzare da un laccioche una mano abile aveva gettato attorno al suo collo.
Rattenne il grido che stava per uscirgli dalle labbraafferrò con pugno solido la corda impedendo così che lo strangolasse e ricadde fra le erbe dibattendosi come un agonizzante. L'astuzia riuscì pienamente.
Lo strangolatoreche tenevasi imboscato dietro ad un gruppo di canne da zucchero selvatichecredendo che la vittima fosse per spirarebalzò fuori per finirla a colpi di pugnale. Kammamuri aveva afferrata una delle pistole e l'aveva armata drizzandola su di lui.
- Sei morto! - gli gridò.
Un lampo ruppe le tenebreseguito da una detonazione. Lo strangolatore barcollòportò le mani al petto e cadde di peso fra le erbe.
Kammamuri gli fu sopra colla seconda pistola.
- Dov'è Tremal-Naik? - gli chiese.
Lo strangolatore tentò di risollevarsima ricadde. Un getto di sangue gli uscì dalla boccastralunò gli occhiemise un gemito e s'irrigidì. Era morto.
- Battiamocela- mormorò il maharatto. - Tra poco avrò alle calcagna i suoi compagni.
Saltò in piedi e si diede a precipitosa fuga dalla parte che era venuto persuaso che il morto fosse l'indiano che lo aveva preceduto e che Tremal-Naik fosse riuscito a salvarsi.
Percorsecosì correndopiù d'un miglio inoltrandosi sempre più nella junglaprocurando di mantenere una via retta per giungere alla riva del fiume e di là aspettare il ritorno del padrone che non voleva abbandonare. Era la mezzanottequando si trovò sul limitare di una foresta di palme da coccosuperbe piante che superano in bellezza le palme da datterie che una sola basta per fornire ad una intera famiglia il cibola bevanda e persino le vestimenta.
Il maharatto non ardì andare più innanzi; s'arrampicò su una di quelle piante e stabilì lassù il suo domiciliosicuro di non venire assalito dagl'indiani e meno ancora dalle tigriche dovevano trovarsi in buon numero in quell'isola.
Si accomodò sul troncosi legò colla corda presa allo strangolatore e rassicurato dal profondo silenzio che regnavachiuse gli occhi.
Non dormì che pochissime orepoiché un baccano infernale lo svegliò.
Una grossa banda di sciacallisbucata chi sa mai da doveaveva attorniato l'albero e gli faceva l'onore di una spaventevole serenata.
Quegli animalipoco dissimili dai lupiche pullulano come le formiche in tutta o quasi tutta l'Indiaed i cui morsi sono ritenuti velenosierano più di cento e facevano salti disperatisfogando la loro rabbia con urli lamentevoliquasi straziantida incutere terrore anche a chi è abituato a udirli da lunga pezza.
Kammamuri avrebbe ben voluto allontanarli con qualche schioppettatama la tema di attirare gl'indianiassai più terribili di quelle bestielo trattenne e si rassegnò ad ascoltare il loro concerto che durò fino all'alba.
Allora poté gustare il sonno che si prolungò più di quanto avrebbe volutopoiché quando riaprì gli occhiil sole aveva quasi compito l'intero suo giro e declinava rapidamente all'occidente. Spaccò una noce di cocco giunta a completa maturanzagrossa quanto la testa di un uomola cui polpa indurita rammenta il sapore delle mandorlene inghiottì una buona parte e si rimise bravamente in marcianon già questa volta coll'intenzione di recarsi alla rivama di trovare Tremal-Naik.
Attraversò il bosco di cocchi perdendo parecchie ore e quantunque la notte fosse abbastanza inoltratarientrò nella jungla piegando verso il sud e continuò a marciare così fino a mezzanottefermandosi di quando in quando ad esaminare il terreno colla speranza di trovare qualche traccia del padrone. Disperando ormai di scoprire qualche indiziostava per cercare un albero su cui passare il restante della nottequando due sordi sparitirati a poca distanza l'un dall'altrolo colpirono.
- To' - esclamò sorpreso.
Un terzo sparopiù forte degli altri dues'udì.
- Il padrone! - gridò. - Questa volta non mi sfugge più!
Sospese le sue ricerche e corse verso il sud colla celerità d'un cavalloe mezz'ora dopo giungeva in un'ampia radurain mezzo alla quale illuminata da uno splendido chiaro di lunaergevasi una grandiosa pagoda. Fece alcuni passi innanzipoi ritornò rapidamente indietro riguadagnando i bambù.
Due uomini si erano mostrati all'aperto e muovevano verso la junglaportando una terza persona che sembrava morta.
- Cosa vuol dire ciò? - borbottò il maharattoche cadeva di sorpresa in sorpresa. - Che vengano a seppellire quel cadavere nella jungla?
S'allontanò ancor piùcacciandosi nel fitto d'un cespuglioma in un luogo da cui poteva vedere senza essere scoperto.
I due portatoriche riconobbe per due indianiattraversarono rapidamente la raduraarrestandosi presso i bambù.
_ AnimoSonephur- disse uno dei due. Facciamolo dondolare e scagliamolo là in mezzo. Sono certo che domani mattina non troveremo che le ossase le tigri saranno d'umore di lasciarle.
- Lo credi? - chiese l'altro.
- Sìla nostra amata dea s'incaricherà d'inviargli una mezza dozzina di quelle bestie. Quest'indiano è un bel pezzo di carne e abbastanza giovane.
I due miserabili scoppiarono in una sonora risataa quell'atroce scherzo.
- Prendilo beneSonephur.- Andiamounodue...
I due indiani fecero oscillare il cadavere e lo scagliarono in mezzo alla jungla.
- Buona fortuna! - gridò uno.
- Buona notte- disse l'altro. - Domani mattina verremo a farti una visita.
Ed i due indiani s'allontanarono sghignazzando.
Kammamuri aveva assistito a quella scena. Aspettò che i due indiani fossero molto lontanipoi uscì dal nascondiglio e spinto da una forte curiositàs'avvicinò al cadavere. Un urlo strozzato gli uscì dalle labbra.- Il padrone! esclamò con voce straziante. - Oh! i maledetti!
Infatti quel cadavere era Tremal-Naik. Aveva gli occhi chiusila faccia orribilmente alterata e in mezzo al pettoconfitto sino al manicoun pugnale. Le vesti erano tutte lorde del sangue che usciva ancora dalla profonda ferita.
- Padrone! mio povero padrone! - singhiozzò il maharatto.
Appoggiò ambe le mani sul corpo di lui e trasalì come se fosse stato toccato da una pila elettrica. Gli pareva d'aver sentito il cuore a battere.
Avvicinò l'orecchio e ascoltò rattenendo il respiro. Non vi era da ingannarsi: Tremal-Naik non era ancor morto poiché il cuore debolmente batteva.
- Forse non è colpito a morte- mormoròtremando per l'emozione. - CalmaKammamurie agiamo senza perdere tempo.
Con precauzione tolse a Tremal-Naik il "kurty" mettendo a nudo l'ampio petto. Il pugnale gli era stato immerso fra la sesta e la settima costolain direzione del cuorema senza averlo toccato.
La ferita era terribilema forse non era mortale; Kammamuri che se ne intendeva più d'un medicosperò di salvare l'infelice.
Prese delicatamente l'arma e lentamentesenza scossela estrasse dalla ferita: un getto di sangue caldo e rosso uscì dalle labbra. Era buon segno.
- Guarirà- disse il maharatto.
Stracciò un pezzo del "kurty" ed arrestò l'emorragia che poteva essere fatale pel ferito. Ora si trattava di avere un po' d'acqua e alcune foglie di "youma" da spremere sulla piagaper affrettare la cicatrizzazione.
- Bisogna a qualsiasi costo allontanarsi da qui per trovare qualche stagno- mormorò poi. - Tremal-Naik è forteun uomo d'acciaio e sopporterà il trasporto senza aggravare la ferita. AnimoKammamuri.
Raccolse tutte le sue forzelo afferro fra le braccia più delicatamente che potée s'allontano barcollandodirigendosi verso l'estossia verso il fiume.
Riposando ogni cento passi per tirare il fiato e per vedere se il padrone dava sempre segno di vitagrondante di sudorereggendosi a mala pena sulle gambepercorse più d'un miglio e si fermo sulle rive d'uno stagno d'acqua limpidissimacircondato da una triplice fila di piccoli banani e di cocchi.
Depose il ferito su di un denso strato d'erbeed applicò sulla sanguinosa piaga delle pezzuole bagnate. A quel contatto un debole sospiroche parve un gemito repressousci dalle labbra di Tremal- Naik.
- Padrone! padrone! - chiamo il maharatto.
Il ferito agitò le mani ed apri gli occhi che roteavano in un cerchio sanguignofissandoli su Kammamuri.
Un raggio di gioia illuminò il suo bronzeo volto.
- Mi riconoscipadrone? - chiese il maharatto.
Il ferito fece un cenno affermativo col capo e mosse le labbra come per parlarema non articolo che un suono confusoincomprensibile.
- Non puoi ancora parlare- disse Kammamuri- ma mi narrerai ogni cosa poi. Sta' certopadroneche ci vendicheremo dei miserabili che t'hanno conciato cosi malamente.
Lo sguardo di Tremal-Naik brillò di un cupo fuoco e strinse le dita strappando le erbe. Egli lo aveva senza dubbio compreso.
- Calmacalmapadrone. Ora troverò io alcune erbe che ti faranno molto benee fra quattro o cinque giorni abbandoneremo questi luoghi e ti condurrò alla capanna a terminare la tua guarigione.
Gli raccomando un'ultima volta silenzio e immobilità completabatté le erbe per un raggio di trenta o quaranta passi per assicurarsi che non nascondevano alcuno di quei terribili serpenti detti "rubdira mandali" il cui morso facome si dicesudar sanguee si allontanò strisciando.
Non corse moltoche trovò alcune pianticelle di "youma"volgarmente chiamate "lingua di serpente" il cui succo è un balsamo prezioso per le ferite.
Ne fece una buona raccolta e si disponeva a ritornarema fatti appena pochi passi s'arrestò colle mani sui calci delle pistole.
Gli era sembrato di aver veduto una massa nera cacciarsi silenziosamente fra i bambù; aveva più la forma d'un animaleche d'un essere umano.
Fiutò a più riprese l'aria e senti un odore marcatissimo di selvatico.
- Attento Kammamuri- mormorò. Abbiamo una tigre vicina.
Si mise fra i denti il coltellaccio e s'avanzò intrepidamente verso lo stagno guardando attentamente attorno. S'aspettava di trovarsi da un momento all'altro di fronte al feroce carnivoroma così non fu e giunse in mezzo agli alberi senza averlo nemmeno veduto.
Tremal-Naik era nel medesimo luogo di prima e pareva assopitodi che si rallegrò il bravo maharatto. Si mise vicino la carabina e le pistole per esser pronto a servirsenemasticò le erbemalgrado la loro insopportabile amarezza e le applicò sulla piaga.
- Làcosì va bene- diss'egli stropicciandosi allegramente le mani.
- Domani il padrone starà meglio e potremo sloggiare da questo luogo che non mi sembra molto sicuro. Gl'indiani fra poche ore si recheranno nella jungla e non trovando il cadaveresi metteranno senza dubbio in campagna. Non lasciamoci dunque prendere così...
Un miagolìo formidabilefamigliare alle tigrisimile ad un ruggitogli troncò la frase. Volse rapidamente la testaallungando istintivamente le mani verso le armi.
Là? a quindici passi di distanzaraccolta su se stessacome in atto di slanciarsi stava un'enorme tigre realeche lo fissava con due occhi brillanti che avevano i riflessi azzurrini dell'acciaio.





Una notte terribile

Tremal-Naikal ruggito di guerra del felinosi era subitamente svegliatofacendo un brusco movimentocome se cercasse il suo fedele coltellaccio. Il moribondo s'era rianimato come il soldato che ode lo squillo di tromba che dà il segnale della mischia.
- Kammamuri? - articolò con uno sforzo supremo.
- Non muovertipadrone! - disse il maharattoche fissava negli occhi la belvasempre raccolta su se stessa.
- La ti...gre! la ti...gre! - ripeté il ferito.
- Ci penso io. Torna ad adagiarti e non prenderti pensiero per la mia vita.
Il maharatto aveva impugnata una pistola e aveva diretto la canna sulla tigrema non ardiva tiraretemendo in primo luogo di non ucciderla sul colpo e collo sparo di attirare l'attenzione dei nemici.
La tigrelo si vedevaesitava ad assaliretenuta in rispetto dalla canna lucente della pistolaconoscendone indubbiamente i mortali effetti. Si batté tre o quattro volte i fianchi colla codacome i gatti allorché sono in colleraemise un secondo miagolio più forte del primo poi cominciò ad indietreggiare sollevando la terra coi suoi potenti artigli senza staccare gli occhi dal maharatto che sosteneva imperterrito quello sguardo.
- Kamma...muri... la ti...gre! - tornò a balbettare Tremal-Naiksforzandosi di sollevarsi sulle braccia.
- Se ne vapadrone. Non ardisce attaccare il "cacciatore di serpenti" ed il suo maharatto. Sta' cheto e tutto andrà bene.
Ad un tratto la tigre scattò in piedidrizzò gli orecchi come cercasse di raccogliere qualche rumoreemise un terzo ma più basso miagolio fece un rapido voltafaccia e scomparve nella junglalasciandosi dietro il ben noto odore di selvatico. Kammamuri s'era pure alzatoin preda ad una forte inquietudine.
- Chi può avere spaventata la tigre? - si domandò con ansietà. - Qualcuno sicuramente si avvicina.
Si slanciò verso gli alberi ed esaminò la jungla che era distante un centinaio di passima non vide alcuno.
S'affrettò a ritornare vicino a Tremal-Naikche era ricaduto sul letto di foglie.
- La ti...gre? - chiese il ferito con voce fioca.
- E' scomparsapadrone- rispose il maharattodissimulando la sua inquietudine.
Ha avuto paura della mia pistola. Dormi e non pensare ad altro.
Il ferito mandò un sordo gemito.
- Ada! balbettò.
- Cosa vuoipadrone?
- Ah! come... era bella... bel...la!
- Cosa vuoi dire? Chi era bella?
- Ma...ledetti... l'han...no rapita... ma... - digrignò i denti con rabbia e cacciò le unghie in terra.
- Ada!... Ad...a! - ripeté.
- Delira- pensò il maharatto.
- Sìl'hanno ra...pita- continuò il ferito. - Ma... la ritro...
verò oh! sìla ritroverò!
- Non parlarepadroneche corriamo un grave pericolo.
- Pericolo? - balbettò Tremal-Naiksenza comprenderlo. - Chi parla di pe...ricolo? Tornerò qui... sìtorneròmaledetti... con la mia Darma... e vi fa...rò divorare tut...ti!
Agitò le braccia con impeto furiosoroteò gli occhili chiuse e rimase immobile come fosse morto.
- Dorme- disse Kammamuri. - Tanto meglio: almeno il suo gridare non tradirà la nostra presenza. Ed orastiamo in guardiache la tigre forse ci spia.
Si sedette incrociando le gambe alla maniera dei turchisi mise la carabina sulle ginocchiasi cacciò in bocca una pallottola di "betel" per combattere il sonno che lo assaliva e attese pazientemente l'albacogli occhi bene aperti e gli orecchi ben tesi. Passarono unaduetre oresenza che nulla accadesse. Nessun miagolio di tigrenessun sibilo di serpentenessun urlo di sciacallo rompeva il silenzio che regnava nella misteriosa jungla. Solo di quando in quando un soffio d'aria carico di pestifere esalazionipassava sulle canne e le curvava con dolce mormorio. Le tre dovevano essere trascorsequando una specie di fischiopotentebizzarroruppe il silenzio. Era una specie di "niff! niff!" assai acuto.
Il maharatto sorpreso e un po' atterritos'alzò e tese gli orecchi rattenendo il respiro. Quel misterioso "niff! niff!" si ripeté e molto vicino.
- Questa non è la tigre! - mormorò Kammamuri. Quale pericolo ancora ci minaccia?
Armò la carabinastrisciò senza far rumore verso gli alberi e guardò.
A trenta passi da lui si muoveva un grosso animale lungo non meno di dodici piedidi forme pesantimassiccie. Aveva la pelle irta di protuberanzela testa grossa e un po' triangolaregli orecchi grandi e sulla massa ossea delle nari un corno aguzzo e molto lungo.
Kammamuri riconobbe subito con che razza di nemico aveva a che faree si sentì il cuore rimpicciolire per lo spavento.
- Un rinoceronte! - esclamò con un filo di voce. Siamo perduti!...
Non alzò nemmeno la carabinaben sapendo che la palla si sarebbe schiacciata contro quella pelle grossissima che è più resistente d'una corazza d'acciaio. Poteva bensì colpire il mostro in un occhioil solo punto vulnerabilema la paura di mancare al colpo e di venire sventrato dal terribile corno o schiacciato sotto le mostruose zampegli suggerì l'idea di starsene cheto sperando di non venire scoperto.
Il rinoceronte pareva in preda ad una viva irritazioneciò che succede sovente a questo animale intrattabilerozzobrutale e povero d'intelligenza. Si slanciavacome fosse diventato d'un tratto pazzocon una agilità veramente sorprendente per un essere della sua struttura e si divertiva a spezzarea frantumarea disperdere i bambùfacendo delle ampie breccie nella jungla.
Di quando in quando s'arrestava respirando fragorosamentesi avvoltolava per terra come un cignaleagitando pazzamente le tozze gambe e sprofondando fra le erbe il suo cornoper poi risollevarsi e ricominciare daccapo i suoi assalti contro i bambù.
Kammamuri non respirava nemmeno per non attirare l'attenzione del bruto; sudava come riposasse sul coperchio di una caldaia in ebollizionee stringeva con mano convulsa la carabinadivenuta inutile quanto un bastone di ferro. Egli aveva paura che l'animale se la prendesse cogli alberi e s'avvicinasse allo stagnoscoprendo così Tremal-Naik.
Stette lì qualche tempopoi riguadagnò il giaciglio del padrone. Sua prima cura fu quella di strappare quanta erba poté e nascondere totalmente il feritopoi se la svignò accanto ad un "banian" abbastanza grossoportando seco le armi.
- Non posso fare di più- disse. - Ad ogni modoaccoglierò il bruto con una scarica generale delle mie armi.
Il rinoceronte continuava a saltellare presso la jungla. Si udiva il terreno tremare sotto il suo pesoi bambù a spezzarsi crepitando e la sua formidabile respirazione paragonabile al suono d'una rauca tromba.
D'improvviso Kammamuri udì il miagolìo della tigre. Si slanciò rapidamente verso lo stagnoguardandosi d'intorno con spavento.
Sull'albero che aveva allora allora abbandonatoscorse la tigre aggrappata ad uno dei rami; i suoi occhi scintillavano come quelli di un gatto e i suoi artigli strappavano la corteccia della pianta.
Puntò rapidamente il fucile verso la fierala qualesgomentatasi slanciò giù per guadagnare la junglama si trovò dinanzi al rinoceronte.
I due formidabili animali si guardarono reciprocamente per qualche istante. La tigreche forse sapeva di nulla avere da guadagnare in una lotta col brutale colossocercò di fuggirema non ne ebbe il tempo.
Il rinoceronte aveva fatto udire il suo grido. Abbassò la testaccia mostrando l'aguzzo suo corno e si slanciò furiosamente sulla belvadimenando rabbiosamente la corta sua coda.
L'urto fu terribile. La tigre aveva fatto un salto immensocadendo sulla groppa del colossoil qualefatti trenta o quaranta passisi gettò a terra costringendola a lasciarlo.
- Bravo rinoceronte! - mormorò Kammamuri.
I due nemici s'erano entrambi risollevaticon rapidità fulmineaprecipitandosi l'un sull'altro. Il secondo assalto non fu fortunato per la tigre. Il corno del rinoceronte le fracassò il petto lanciandola di poi in aria per più di quaranta metri. Ricaddecercò di risollevarsi mugolando di dolore e di rabbia e tornò a volare ancor più in alto perdendo torrenti di sangue.
Il rinoceronte non attese nemmeno che ricadesse. Con un terzo colpo della sua terribile arma la sventròpoi rivoltandola contro terra la schiacciò coi suoi larghi piedi riducendola in un ammasso di carni sanguinolente e di ossa infrante.
Tutto ciò era successo in pochi secondi. Il colossosoddisfattoemise due o tre volte il suo sordo fischioindi rientrò nella jungla a devastare i bambùsenza però allontanarsi dallo stagno.
La sua ritirata giungeva in buon puntopoiché Tremal-Naikin preda al delirio e ad una violentissima febbres'era risvegliato chiamando Kammamuri.
Ciò rendeva la situazione dei due indiani estremamente pericolosapoiché l'intrattabile animale poteva udire le loro voci e comparire improvvisamente fra gli alberi. Il maharatto sapeva bene che non vi era da illudersi sulle probabilità di salvare la vitanemmeno colla fugapoiché tutte le specie di rinoceronti superano nella corsa l'uomo più agile.
S'affrettò a raggiungere il padrone ed a liberarlo dalle erbe che lo coprivano.
- Silenzio- diss'egliponendogli un dito sulle labbra. - Se ci odesiamo irremissibilmente perduti.
Ma Tremal-Naikin preda al delirioagitava pazzamente le braccia e dalle labbra gli uscivano parole insensate:
- Ada... Ada!... - gridava eglisbarrando spaventosamente gli occhi - dove se' tuvergine della pagoda?... Ah! ah! mi ricordo... Sìmezzanotte! mezzanotte!... Ed essi sono venutitutti armatimolti contro unoma non ho paura noionon tremosaiAdasono il "cacciatore di serpenti"... forte! molto forte! L'ho visto sai quell'uomoquello che ti ha condannata. Era bruttomolto brutto e voleva strangolarmi. Perché quegli uomini hanno dei lacci? Perché hanno anche loro il serpente sul petto? Quanti serpentiquante teste di donna. Ma non mi fan paura. Che? io aver paura di loro? IoTremal- Naik?... Ah!... Ah!...
Tremal-Naik diede in uno scroscio di risache fece fremere il maharatto fino in fondo all'anima.
- Ma padronesta' zitto! - supplicò Kammamuriche udiva il maledetto animale saltare furiosamente sul limite della jungla.
Il delirante lo guardò con occhi semi-chiusi e proseguì a voce più alta:
- Era nottenotte molto buiaio scendevo dall'alto e sotto di me vagava la visione. L'ho udito il profumo cadere sulle pietre. Perchécrudeleadorare quella divinità? Non mi ami tu adunque?... Tu sorridima io fremo. Tu sai quanto ti ama il "cacciatore di serpenti". Avrei forse un rivale? Guai a lui!... Guarda che si avvicinano i maledetti... ridonosghignazzano e mi minacciano... via di quiviaassassiniviavia!... Hanno ancora i laccili gettano... aspettate che io vengo... La vendicheròassassinieccomi!... Kammamuri ! Kammamuri ! mi strangolano !
Il delirante si alzò a sedere cogli occhi stralunati e la schiuma alle labbra e tendendo il pugno chiuso verso il maharatto gridò:
- Sei tu che vuoi strangolarmi? Kammamuridammi le pistole che lo accoppi.
- Padronepadrone- balbettò il maharatto.
- Ah tu... non sai chi sono? Kammamurimi strangolano!... Aiuto!...
aiu...
Il maharatto gli soffocò le gridamettendogli rapidamente una mano sulla bocca e rovesciandolo a terra. Il ferito si dibatteva furiosamente ruggendo come una fiera.
- Aiuto!... - tornò ad urlare.
Dalla parte degli alberi si udì un potente grugnito. Il maharattotremante di spaventovide il muso triangolare del rinoceronte far capolino fra le fronde. Si tenne per perduto.
- Grande Siva! - esclamòraccogliendo in furia la carabina.
Il rinoceronte guardò il gruppo coi suoi occhietti piccoli e brillantima più con sorpresa che con collera.
Non vi era un istante da perdere. Quella sorpresa non doveva durare moltoper quel brutale colossoche tanto facilmente si irrita.
Il maharattoreso ardito dall'imminenza del pericolopuntò freddamente la carabinamirò uno degli occhi e lasciò partire la scaricama la palla mal diretta si schiacciò sulla fronte del rinoceronteil quale tese orizzontalmente il corno preparandosi ad assalire.
La perdita dei due indiani era ormai quasi certa. Ancora pochi minuti e avrebbero subìta la medesima sorte della tigre.
Fortunatamente Kammamuri non aveva perduto il suo sangue freddo. Visto l'animale ancora in piedilasciò cadere l'arma diventata inutilesi precipitò sopra Tremal-Naiklo sollevò fra le sue bracciacorse allo stagno e saltò dentrosprofondando fino alle spalle.
Il rinoceronte caricava allora con furia irresistibile. In quattro salti varcò la distanza e piombò pesantemente nell'acquasollevando uno sprazzo di fango e di spuma.
Kammamuriatterritocercò di fuggirema non lo poté. Le sue gambe si erano affondate in una sabbia tenacissima e in modo taleche ogni sforzo riusciva inutile.
Il poverettomezzo asfissiatotremantepallidogettò un urlo straziante:
- Aiuto! Son morto!...
Udendo dietro di sé sordi fischisi volse e vide il rinoceronte dibattersi furiosamente e avventare a destra e a sinistra tremendi colpi di corno. Il colossotrascinato dall'enorme pesoera affondato fino al ventre e continuava ad affondare nelle sabbie mobili.
- Aiuto!... - ripeté il maharattosforzandosi di mantenere fuori dall'acqua il padrone.
Un lontano latrato rispose alla disperata chiamata. Kammamuri trasalì:
quel latrato l'aveva udito ancora e non unama mille volte. Una pazza speranza gli balenò in mente.
- Punthy!... - gridò.
Un cane nerovigorosogrossosbucò dalla fitta massa di bambù e corse verso lo stagno latrando con furore. Quel cane che arrivava in così buon puntoera proprio il fedele Punthyil quale lanciossi contro il rinoceronte tentando di azzannargli un orecchio. Quasi nel medesimo istante si udì la voce di Aghur.
- Tieni fermoKammamuri! - gridava il bravo giovanotto. - Ci sono!...
Il bengalese con un salto varcò una fitta macchiascomparve fra i bambù e riapparve sulla riva dello stagno. Armò rapidamente il fucilesi mise in ginocchio e sparò contro il rinoceronteil qualecolpito nel cervellocadde su di un fiancoscomparendo più che mezzo sott'acqua.
- Non muovertiKammamuri- proseguì il destro cacciatore. - Ora compiremo il salvataggio; ma... Cos'ha il padrone?... E' forse ferito?
- Taci e spicciatiAghur- disse il maharattoche tremava ancora. - Nella jungla vagano dei nemici.
Il bengalese sciolse in fretta la corda che cingevagli il "dubgah" e gettò un capo a Kammamuri che l'afferrò solidamente.
- Tieni fermo- disse Aghur.
Radunò tutte le sue forze e cominciò a tirare. Kammamuri si sentì strappare da quelle tenaci sabbie e trascinare verso la rivasulla quale frettolosamente si arrampicò.
- Ebbene- chiese Aghur con ansietàmirando con occhio atterrito il padrone. - Cosa gli è accaduto?
- L'hanno pugnalato.
- Ah!... E chi mai?
- Gli stessi che assassinarono Hurti.
- Quando?... Come?...
- Te lo dirò più tardi. Sbrigaticostruisci una barella e partiamo; siamo inseguiti.
Aghur non volle saperne di più. Snudò il coltellacciotagliò sei o sette ramilì legò con solide corde e sopra quella rozza barella ammonticchiò alcune bracciate di foglie. Kammamuri sollevò lentamente il padrone che non era ancora tornato in sée ve lo stese sopra.
- Andiamo e silenzio- comandò Kammamuri. - Hai il canotto?
- Sìè arenato sulla sabbia- rispose Aghur.
- Hai le pistole cariche?
- Tutt'e due.
- Avanti allora e tieni gli occhi aperti.
- Siamo forse spiati?
- Forse sì.
I due indiani sollevarono la barella e si misero in marcia preceduti dal caneseguendo uno stretto sentiero aperto nel mezzo della jungla.
In quindici minuti giunsero al fiumesul quale galleggiava il canotto. Nel momento che s'imbarcavanoPunthy abbaiò.
- ZittoPunthy- disse Kammamuriprendendo i remi.
Il caneanziché ubbidiremise le zampe sul bordo del canotto e raddoppiò i suoi abbaiamenti. Pareva in preda ad una forte eccitazione.
I due indiani guardarono verso la junglama non videro alcuno. Eppure Punthy doveva aver udito qualche rumore.
Misero le pistole sui banchiafferrarono i remi e si spinsero al largo rimontando il fiume. Non avevano ancora percorso trecento bracciache il cane ricominciò ad abbaiare rabbiosamente.
- Alto là! - gridò una voce imperiosa.
Kammamuri si volse indietro stringendo nella dritta una delle pistole.
Sulla rivasul luogo da essi abbandonatosi teneva ritto un colossale indiano col laccio nella dritta e il pugnale nella sinistra.
- Alto là! - ripeté egli.
Kammamuri invece di ubbidire sparò. L'indiano si accasciò su se stesso agitando Le bracciaindi scomparve fra i cespugli.
- Arranca! ArrancaAghur! - gridò il maharatto.
Il canotto fendette rapidamente le acque dirigendosi verso il cimitero galleggiantenel mentre che una voce tonanteripiena di minacciagridava dalle coste dell'isola maledetta:
- Ci rivedremo!...




Manciadi

Ad oriente cominciava ad albeggiarequando il canotto giunse alle sponde della jungla nera.
Nulla di nuovo pareva che fosse accaduto. La capanna si rizzava ancora fra i canneti sormontata da una dozzina di giganteschi arghilah immobili sulle loro lunghe gambe giallastree la tigrela fedele Darmavi girava e rigirava attornosenza mai allontanarsi.
- Buono- mormorò Kammamuri. - I maledetti non hanno visitato questi luoghi. Darma!
La tigre a quella chiamata s'arrestòalzò la testafissò sul canotto i suoi occhi verdastri e si slanciò verso la riva emettendo un sordo mugolìo.
Kammamuri e Aghur si affrettarono a sbarcare e portarono il padrone nella capannaadagiandolo su di una comoda amaca. La tigre ed il cane si arrestarono al di fuori a vegliare.- Esamina la feritaAghur- disse Kammamuri.
Il bengalese levò la fascia e guardò attentamente il petto del povero Tremal-Naik. Una ruga si disegnò sulla sua fronte.
- E' grave- disse. - Il pugnale è entrato assaiprobabilmente fino all'impugnatura.
- Guarirà?
- Lo spero. Ma perché l'hanno pugnalato?
- E' difficile il dirlo. Tu sai che il padrone voleva rivedere la visione.
- Almeno così ha detto.
- Egligiunto all'isolasi fissò in testa di scoprire quella creatura. Pare che sapesse ove si celavapoiché mi comandò di ritornare alla capanna e partì solo. Ventiquattro ore dopo lo trovava nella jungla immerso in un lago di sangue: lo avevano pugnalato.
- Ma chi?
- Gli uomini che abitano l'isola e che forse vegliano su quella donna.
- Ma a quale scopo?
- Certamente per ucciderlo.
- Hai veduto tu quegli esseri?
- Coi miei propri occhi.
- Sono uomini o spiriti?
- Credo che siano uomini. Anzi mi gettarono un laccio al collo per strangolarmie ne uccisi due o tre. Se fossero spiritinon sarebbero morti.
- E' strano- mormorò Aghurdiventato pensieroso. - E cosa fanno quegli uomini? Perché ammazzano le persone che sbarcano sulla loro isola?
- L'ignoroAghur. So che sono uomini terribili e che adorano una divinità la quale esige molte vittime.
- Hai pauraKammamuri?
- Ho le mie buone ragioni per averne.
- Credi tu che si mostreranno nella nostra jungla?
- Lo temoAghur: quell'uomo ci ha gridato: "ci rivedremo".
- Mal per loro. La tigre è un animale da non lasciarli avvicinare.
- Lo soma vegliamo attentamente. Ci sono nell'aria delle nubi che minacciano tempesta.
- Lascia fare a meKammamuri. Tu pensa a guarire il padrone e io m'incarico di loro.
Kammamuri ritornò presso il padrone per applicare sulla ferita un nuovo cataplasma di erbeed Aghur si sedette dinanzi alla capannacolla tigre ed il cane accovacciati.
La giornata passò senza incidenti. Tremal-Naik ebbe ancora qualche accesso di deliriodurante il quale gli usci più volte dalle labbra straziate il nome di Adala sventurata giovane che aveva lasciato senza difesanelle mani di quei terribili fanatici.
Però tornò a cadere in una specie di assopimentoche si prolungò fino al calare del sole. I due indianiquantunque ardessero dal desiderio d'interrogarlo per sapere qualche cosa su coloro che lo avevano pugnalatocredettero bene di astenersene per non affaticarlo.
Allorché le tenebre stesero il loro nero velo sulla silenziosa junglaAghur montò pel primo la guardiaal di fuori della capannaarmato fino ai denti. Il cane si era accovacciato ai suoi piedi cogli occhi fissi al sud. A mezzanotte nessun indiano era comparsoné sul fiumené sulla jungla. Però il cane s'era più volte alzato fiutando l'ariadando segni evidenti d'inquietudine. Forse presentiva qualche cosa d'insolito; chissàforse la vicinanza di qualche persona e forse anche di qualche animale selvaggio. Aghur stava per svegliare Kammamuri onde lo surrogassequando Punthy s'alzò abbaiando.
- To'! - esclamò l'indianosorpreso. - Cosa vuol dir ciò?
Il cane abbaiava colla testa volta al fiumesegno evidente che colà succedeva qualche cosa. Contemporaneamente la tigre apparve sulla soglia della capannafacendo udire un sordo miagolio.
-Kammamuri! - chiamò Aghurpreparando le armi.
Il maharattoche dormiva con un sol occhiolo raggiunse.
- Cosa succede? - chiese egli.
- I nostri animali hanno udito qualche cosa e sono inquieti.
- Hai udito qualche rumore?
- Assolutamente nulla.
- Tieni il cane ed ascoltiamo.
Aghur s'affrettò a ubbidire.
D'improvviso verso il fiume s'udi a gridare:
- Aiuto! Aiuto!...
Il cane si mise ad abbaiare furiosamente.
- Aiuto!...- ripeté la medesima voce.
- Kammamuri! - esclamò Aghur. - Qualcuno si annega.
- Certamente.
- Non possiamo lasciarlo annegare.
- Non sappiamo chi sia.
- Non importa: alla riva!
- Prepariamo le armi e stiamo attenti. Non si sa mai cosa può accadere. TuDarmarimani qui e sbrana senza pietà quanti si presentano.
La tigre certamente lo compresepoiché si raccolse su se stessacogli occhi fiammeggiantipronta a scagliarsi sul primo venuto. I due indiani si slanciarono verso la rivapreceduti da Punthy che continuava ad abbaiare furiosamentee guardarono sul fiume che pareva nero come se fosse d'inchiostro.
- Vedi nulla? - chiese Kammamuri ad Aghurche si era curvato sulla corrente.
- Sìmi pare di scorgere laggiù qualche cosa che va alla deriva.
- Un uomo forse?
- Si direbbe più il tronco di un albero.
- Olà! - gridò Kammamuri. - Chi chiama?
- Salvatemi! - rispose una fioca voce.
- E' un naufragodisse il maharatto.
- Potete giungere alla riva? - chiese Aghur.
Un gemito fu la risposta che ottenne. Non vi era da esitarequel naufrago si trovava agli estremi e poteva da un momento all'altro annegarsi. I due indiani balzarono nel canotto e si diressero rapidamente verso di lui. Ben presto s'avvidero che l'oggetto nero che andava alla riva era il tronco di un alberoa cui era aggrappato un uomo. In pochi istanti lo raggiunsero allungando le mani al naufragoche le afferrò colla forza della disperazione.
- Salvatemi!... - balbettò egli ancora una voltalasciandosi deporre nel fondo del battello.
I due indiani si curvarono su di lui osservandolo con curiosità. Era un uomo della loro razzabengalese al tipodi statura inferiore alla mediadi colorito assai oscuroestremamente magro ma coi muscoli assai pronunciatiindizio sicuro d'una forza non comune. Aveva la faccia qua e là contusa e la gialla tunicastrettamente chiusa al corpomacchiata di sangue.
- Sei ferito? - gli domandò Kammamuri.
Quell'uomo lo fissò attentamente con due occhi che avevano strani riflessi.
- Credo- mormorò dipoi.
- Hai la veste insanguinata. Lasciami vedere - Non è nulla- diss'eglimettendosi le mani sul pettocome se avesse paura di metterlo allo scoperto. - Ho battuto la testa su quel tronco d'albero e mi sanguinò il naso.
- Da dove vieni?
- Da Calcutta.
- Ti chiami?
- Manciadi.
- Ma come ti trovi qui?
Il bengalese tremò in tutte le membrabattendo i denti.
- Chi abita questi luoghi? - chiese eglicon terrore.
- Tremal-Naikil "cacciatore di serpenti"- rispose Kammamuri.
Manciadi tornò a tremare.
- Feroce uomo- balbettò.
Aghur ed il maharatto si guardarono l'un l'altro con sorpresa.
- Tu sei pazzo- disse Aghur.
- Pazzo!... Non sai tu che i suoi uomini mi diedero la cacciacome se fossi una tigre?
- I suoi uomini ti diedero la caccia! Ma siamo noi i suoi compagni.
Il bengalese si raddrizzòguardandoli con ispavento.
- Voi!... Voi!... - ripeté. - Sono perduto!
S'aggrappò all'orlo del canotto colla evidente intenzione di lanciarsi nel fiumema Kammamuri l'afferrò a mezzo corpo obbligandolo a sedersi.
- Spiegami la causa di questo spavento- gli disse con accento minaccioso. - Noi non facciamo male ad alcunoma ti avverto che se tu non parli chiaro ti spacco il cranio col calcio della mia carabina.
- Volete assassinarmi! - piagnucolò Manciadi.
- Sìse non ti spieghi. Cosa sei venuto a far qui?
- Sono un povero indiano e campo la vita cacciando. Un capitano dei sipai mi promise cento rupie per una pelle di tigree qui venni sperando di soddisfarlo.
- Tira avanti.
- Ieri sera approdai alla riva opposta del Mangale mi appiattai nella jungladue ore dopo mi si slanciarono addosso alcuni uomini e mi sentii stringere il collo da un laccio...
- Ah! - esclamarono i due indiani. - Un lacciohai detto?
- Sì - confermò il bengalese.
- Gii hai veduti quegli uomini? - chiese Aghur.
- Sìcome vedo voi.
- Cosa avevano sul petto?
- Mi pare d'aver visto un tatuaggio.
- Erano quelli di Raimangal- disse Kammamuri. - Continua.
- Impugnai il mio coltello- proseguì Manciadiche fremeva ancora per lo spavento- e tagliai la corda. Corsi a lungo inseguito dappresso e giunto al fiume mi vi gettai dentro a capofitto.
- Sappiamo il resto- disse il maharatto. - Tu adunque sei cacciatore.
- Sìe valente.
- Vuoi venire con noi?
- Un lampo strano brillò negli occhi del bengalese.
- Non domando di meglio- s'affrettò a dire. Sono solo al mondo.
- Sta benenoi ti adottiamo. Domani mattina ti presenterò al padrone.
I due indiani rituffarono i remi nel fiume e ricondussero il canotto nel piccolo seno. Appena sbarcaronoPunthy si slanciò contro il bengaleseabbaiando rabbiosamente e mostrandogli i denti.
- ZittoPunthy- disse Kammamuritrattenendolo.- E' uno dei nostri.
Il caneanziché obbediresi mise a ringhiare minacciosamente.
- Questa bestia mi pare che non sia troppo cortese- disse Manciadisforzandosi a sorridere.
- Non aver paurati diventerà amico- disse il maharatto.
Legato il canottoraggiunsero la capanna dinanzi alla quale vegliava la tigre. Cosa stranaanche questa si mise a brontolare in modo tutt'altro che amichevoleguardando di traverso il nuovo arrivato.
- Oh! - esclamò egli spaventato. - Una tigre!
- E' addomesticata. Fermati qui che vado dal padrone.
- Dal padrone! E' qui forse? - chiese il bengalese attonito.
- Sicuro.
- Ancora vivo!...
- To'! - esclamò il maharatto sorpreso. - Perché tale domanda?
Il bengalese trasalì e parve confuso.
- Come sai tu che è feritoper farmi tale domanda? - replicò Kammamuri.
- Non m'hai detto tu che era stato ferito?
- Io!...
- Mi sembra.
- Non mi rammento.
- Eppure non posso averlo udito dire che da te o dal tuo compagno.
- Cosi deve essere.
Kammamuri ed Aghur rientrarono nella capanna. Tremal-Naik dormiva profondamente e sognavapoiché delle parole tronche uscivano dalle sue labbra.
- Non vale la pena di svegliarlo- borbottò Kammamurivolgendosi ad Aghur.
- Lo presenteremo domanidisse quest'ultimo. - Cosa ti sembra di quel Manciadi?
- Ha l'aspetto d'un buon uomo e ho tutte le ragioni per credere che ci aiuterà validamente.
- Lo credo anch'io.
- Lo faremo vegliare lui fino a domani.
Aghur prese una terrina di cangidensa decozione di risoe la recò a Manciadi il quale si mise a mangiare con una voracità da lupo.
Raccomandatogli di fare buona guardia e di dare l'allerta se scorgesse qualche pericolos'affrettò a rientrarechiudendoper precauzionela porta.
Era appena scomparso che Manciadi s'alzò con una sveltezza sorprendente. I suoi occhi s'erano d'un subito accesi e sulle sue labbra errava un satanico sorriso.
- Ah! Ah! - esclamò eglisogghignando.
S'accostò alla capanna e vi appoggiò l'orecchioascoltando con profondo raccoglimento. Stette così un lungo quarto d'orapoi partì colla rapidità di una freccia arrestandosi mezzo miglio più lontano.
Accostò le dita alle labbra ed emise un acuto fischio. Tosto al sud un punto rossastro si alzò fendendo le tenebre e scoppiò spandendo una luce vivida che subito si spense con una sorda detonazione.
Altre due volte il fischio risuonòpoi nella jungla tutto tornò silenzio e mistero.




Lo strangolatore

Erano trascorsi venti giorni. Tremal-Naikmercé la sua robusta costituzione e le assidue cure dei suoi compagniguariva rapidamente.
La ferita si era ormai richiusa e poteva alzarsi.
Peròmentre riacquistava le forzel'indiano diventava ognor più cupo ed inquieto. I suoi compagni lo sorprendevano talvolta colla faccia nascosta fra le mani e le gote umidecome se avesse pianto. Non parlava che rade voltenon confessava a chicchessia il terribile dolore che struggevalo e talvolta veniva assalito da improvvisi accessi di rabbiadurante i quali si lacerava le carni colle unghie e tentava di gettarsi dall'amaca gridando:
- Ada!... Ada!...
Kammamuri ed Aghur indarno si sforzavano di farlo parlare; indarno cercavano la causa di quelle sfuriate che minacciavano di riaprire la non ancora cicatrizzata ferita e si chiedevano chi mai poteva essere colei che portava quel nome che egli pronunciava e nei suoi deliri e nei suoi sonniquel nome che era il suo incuboil suo tormento.
Manciadi il bengalesequalche volta si associava a loro per venire a capo di qualche cosama ciò accadeva assai di rado. Quest'uomo pareva anzi che sfuggisse la presenza del feritoquasiché avesse da temere qualche cosa.
Non entrava nella di lui stanza se non quando lo vedeva dormirema quasi con ripugnanza. Amava meglio percorrere la jungla in cerca di selvagginadi raccogliere legna e di attingere acqua. Strana cosa:
ogni qual volta udiva il padrone invocare Adaegli veniva assalito da un tremore straordinario e la sua facciadi solito tranquillad'un subito s'alterava cangiando persino di colore.. Altro particolare misterioso èche di mano in mano che Tremal-Naik miglioravaanziché gioirediventava tetro e d'umore nero.
Si avrebbe detto che a quell'uomo spiaceva che il padrone guarisse.
Perché? Nessuno avrebbe potuto dirlo.
Il mattino del ventunesimo giornonella capanna accadde un avvenimento che doveva avere funeste conseguenze.
Kammamuri s'era alzato al primo raggio di sole. Visto che Tremal-Naik dormiva d'un sonno tranquillosi diresse verso la porta per svegliare Manciadi che riposava al di fuorisotto una piccola tettoia di canne di bambù. Levò la spranga e spinse l'uscio ma con sua grande sorpresa questo non s'aprì: e'era al di fuori qualche cosa che gli faceva intoppo.- Manciadi!- gridò il maharatto.
Nessuno rispose alla chiamata.. Nella mente del maharatto balenò il sospetto che al poveretto fosse toccata qualche disgraziache i nemici lo avessero strangolato o che le tigri della jungla l'avessero sbranato.
Accostò un occhio alla fessura della porta e s'accorse che l'oggetto che le impediva d'aprirsi era un corpo umano. Guardando con maggiore attenzionericonobbe in lui il bengalese Manciadi.
- Oh!... - esclamò egli con orrore. Aghur!
L'indiano fu lesto ad accorrere alla chiamata del compagno.
- Aghur- disse il maharattosgomentato. - Hai udito nulla questa notte?
- Assolutamente nulla.
- Nemmeno un gemito?
- Noperché?
- Hanno ucciso Manciadi!
- E' impossibile! - esclamò Aghur.
- E' qui disteso dinanzi alla porta.
- Darma non ha dato alcun segnale e nemmeno Punthy.
- Eppure dev'esser morto. Non rispondené si muove.
- Bisogna uscire: spingi forte.
Il maharatto appoggiò una spalla alla porta e fece forza respingendo Manciadi. Ottenuto un varcoi due indiani si slanciarono all'aperto.
Il povero bengalese era coricato bocconi e pareva mortoquantunque non si vedesse sul suo corpo ferita alcuna.. Kammamuri gli accostò una mano sul petto e sentì che il cuore ancora batteva.
- E' svenuto- diss'egli.
Strappò una penna ad un "punya" che trovavasi lì vicinovi diede fuoco e l'accostò alle nari dello svenuto. Tosto un sospiro sollevò il pettopoi le braccia e le gambe si mossero e infine s'aprirono gli occhi che si fissarono con smarrimento sui due indiani.
- Cosa ti è accaduto - gli chiese premurosamente Kammamuri.
- Siete voi! - esclamò affannosamente il bengalese. - Ah!... che paura!... Credevo di essere stato ammazzato sul colpo!
- Ma cos'hai veduto? Chi ccercò d'ammazzarti? Degli uomini forse?
- Uomini?... Chi parla d'uomini?
- Di' su.
- Ma non sono stati uomini- disse il bengalese.
- Sìsìnon m'ingannoera un elefante.
- Un elefante! esclamarono i due indiani. - Un elefante qui!
- Ma sìera un elefante enormecon una proboscide mostruosae due denti lunghissimi.
- E si è avvicinato a te? - chiese Aghur.
- Sìe per poco non mi spezzò il cranio. Io dormiva saporitamentequando fui svegliato da un potente soffio; aprii gli occhi e vidi sopra di me la gigantesea testa del mostro. Cercai di alzarmi per fuggirema la proboscide mi piombò sul cranioinchiodandomi al suolo.
- E poi? - chiese Kammamuri con ansietà.
- Poi non ricordo più nulla. Il colpo era stato così forte che svenni.
- Che ora era?
- Non lo soperché m'ero addormentato.
- E' strano- disse il maharatto. - E Punthy non s'accorse di nulla.
- Cosa facciamo- chiese Aghurlanciando uno sguardo ardente sulla jungla.
- Lasciamo il colosso in pacerispose Kammamuri.
- Ritornerà- s'affrettò a dire Manciadi- e rovinerà la capanna..
- E' vero- disse Aghur. - Se lo inseguissimo?
- E perché no? Abbiamo delle buone carabine. - Io sono pronto ad aiutarvi- rispose Manciadi.
- Ma non possiamo lasciare solo il padronequantunque sia completamente guarito- osservò Kammamuri. - Voi sapete che un pericolo ci minaccia sempre.
- Tu rimarrai e noi andremo alla caccia- incalzò Aghur. - Con un vicino così pericolosonon si può vivere tranquilli.
- Se avete coraggio bastantevi lascio libero campo.
- Così va bene! - esclamò Aghur. - Lascia fare a noie vedrai che prima di mezzodì il colosso sarà morto.
Andò a prendere nella capanna due pesanti carabine di grosso calibro e ne porse una al bengalese che la caricò con grande attenzionecon una verga di piombo. Munitisi di pistoloni e d'un enorme coltellacciononché di abbondanti munizionientrarono risolutamente nella junglapercorrendo un largo sentiero tracciato fra i bambù. Aghur era allegro e discorreva; il bengaleseinveceera diventato cupo e spesso soffermavasi per guardare il compagno che lo precedeva di pochi passi.
Talvolta si chinava verso terra ed ascoltavafingendo di cercare le traccie dell'elefante. Quel brusco cangiamentoquegli sguardi e quelle manovrenon sfuggirono ad Aghuril quale credette che il bengalese avesse paura.
- AnimoManciadidiss'egliallegramente. - Non credere che sia tanto difficile abbattere una bestiaanche se è munita di proboscide.
Una palla in un occhio e tutto sarà finito.
- Non ho paura io- rispose bruscamente il bengalesesforzandosima invanodi atteggiare le sue labbra ad un sorriso.
- Mi sembri inquieto.
- Infatti lo sonoma non è l'elefante che mi preoccupa.
- E che cosaadunque?
- Aghur- disse Manciadi con accento strano. - Hai paura della morte?
- Se ho paura della morte?... Perché mi fai questa domanda? Non ho mai avuto paura di nulla... io!
- Meglio per te.
- Non ti capisco.
- Comprenderai fra qualche orasilenzio ed avanti.
- E' pazzo- pensò Aghur- o mezzo morto dalla paura. Sta benelo abbatterò io il colosso.
I due indiani affrettarono il passomalgrado il sole che gli arrostiva e gli ostacoli che ingombravano il sentieroe un'ora dopo giungevano in un boschetto di giacchieri alberile cui fruttaanziché pendere all'estremità dei ramiescono direttamente dal troncod'un bel colore giallod'una fragranza straordinaria e del peso di oltre trenta libbre.
Quivi giuntiManciadi con grande sorpresa del compagnosi mise a fischiare un'arietta malinconicagiammai udita nella jungla nera.
- Cosa fai? - gli chiese Aghur.
- Fischio- rispose Manciadi tranquillamente.
- Farai fuggire l'elefante.
- Anzi lo attiro. Gli elefanti amano la musica equando la odonoaccorrono.
- To'! non l'ho mai saputo.
- CamminaAghure guardati ben d'attorno. Sai tu dove trovasi uno stagno?
- Qui vicino.
- Andiamo.
Aghurquantunque tuttociò gli sembrasse assai stranoubbidì.. Prese un sentieruccio appena visibile e condusse il compagno sulle rive di un piccolo stagno contornato da ammassi di pietre rozzamente scolpite rovine di un'antica pagoda.
- Tu rimarrai qui- gli disse il bengalese. - Io batto il bosco e scovo l'elefantepoiché qui dev'essere nascosto.
Si mise sotto il braccio la carabina e si allontanò senza aggiungere sillaba. Appena fu certo di non essere né vedutoné uditosi mise a correre rapidamente e si arrestò ai piedi di un palmiziosul cui tronco vedevasi rozzamente inciso l'emblema misterioso degl'indiani di Raimangal.
- A me oradiss'egli. - Questo bosco sarà la sua tomba.
Si drizzò quanto era lungo ed emise un fischio. Un segnale eguale vi rispose e qualche minuto dopofra il varco di due cespugli appariva la sinistra figura di Suyodhana. Egli incrociò le braccia sul pettofregiato del serpente dalla testa di donnae fissò Manciadi con uno sguardo acuto come la punta d'una spilla.
- "Figlio delle sacre acque del Gange"sii il benvenuto- disse il bengalesetoccando la polvere colla fronte.
- Ebbene? - chiese brevemente Suyodhana.
- Siamo battuti.
- Che vuoi tu dire?
- Tremal-Naik è vivo.
Suyodhana divenne ancor più cupo e si conficcò le unghie nelle carni.
- Avrei mancato al colpo? - ringhiò egli. - Eppure il pugnale vendicatore gli squarciò il seno!
Chinò il capo sul petto e s'immerse in tetri pensieri.
- Manciadi- disse dopo qualche tempoquell'uomo deve morire.
- Comandafiglio delle sacre acque del Gange.
- La vergine della sacra pagoda fu profondamente ferita dal velenoso sguardo di quell'uomo. La sciagurata ancora l'amané cesserà d'amarlo finché egli vivrà.
- Crederà alla sua morte?
- Sìperché io le darò le prove.
- Cosa devo fare? Devo avvelenarlo?
- Noil veleno non sempre uccide; vi sono degli antidoti.
- Devo strangolarlo? Ho il mio laccio.
- Andiamo adagio. Hai eseguito quanto ti ordinai?
- Sìfiglio delle sacre acque del Gange. Aghur m'attende presso lo stagno.
- Benetu lo ucciderai.
- E poi? chiese il fanatico con terribile calma.
- Poi tornerai alla capanna e narrerai a Kammamuri che Aghur fu assassinato. Ti crederà e correrà a cercarlo; comprendi il resto.
- Hai altro da dirmi?
- Più nulla.
- E strangolato che abbia Tremal-Naikcosa dovrò fare?
- Raggiungermi a Raimangal: va'!
Manciadi toccò una seconda volta la polvere colla fronte e si allontanò colla dritta sul calcio d'una pistola.
- Decisamente- disse il bengalese- il "figlio delle sacre acque del Gange" è un grande uomo!
Il fanatico non pensò nemmeno al doppio assassinio che stava per commettere. Suyodhana così aveva ordinatoe Suyodhana parlava in nome della mostruosa divinità alla quale tutti loro avevano consacrato il loro braccio e la loro vita. Attraversò lentamente il bosco dei giacchieri e giunse allo stagnopresso il quale stava sdraiatocolla carabina sulle ginocchiala futura vittima.
- Hai veduto l'elefante? - gli chiese Aghur.
- Non ancorama ho scoperto le sue tracciedisse l'assassino guardandolo con due occhi che mandavano sinistri bagliori.
- Cos'hai che mi guardi così? - domandò Aghur.
Il bengalese non rispose e continuò a guardarlo.
- Hai scoperto qualche cosa di strano?
- Sì- rispose Manciadi. - Aghurti ricordi cosa ti dissi un'ora fa?
- L'indiano parve sorpreso ed inquieto. Forse presentiva la catastrofe.
- Allorché mi parlasti della morte?
- Sì.
- Me lo ricordo- rispose Aghur.
- Non ti sembra crudele morire a vent'anniquando l'avvenire forse sorride? Non ti sembra atroce abbandonare questa terra indorata dal sole e profumata dall'olezzo di mille fioriper scendere nella tombanell'oscuritànel mistero?
- Sei pazzo? - domandò Aghur.
- NoAghurnon sono pazzo- disse l'assassino avvicinandoglisi fino a toccarlo. - Guarda! - Aprì la tunica che coprivalo e mise allo scoperto il suo petto tatuato del serpente colla testa di donna.
- Cos'è? - chiese Aghur.
- L'emblema della morte.
- Non capisco.
- Tanto peggio per te.
Il bengalese sciolse il laccio che teneva nascosto sotto la tunica e lo fece fischiare attorno alla sua testa.
- Aghur! - gridò- Suyodhana ti ha condannato e devi morire!
L'indiano comprese allora tutto. Balzò in piedi colla carabina in manoma gli mancò il tempo di puntarla sul traditore.
Un fischio tagliò l'aria e il poverettostretto alla gola dal lacciola cui palla di piombo lo percosse fortemente alla nucastramazzò a terra.
- Assassino!... - urlò egli con voce strozzata.
- Aghur! - disse lo strangolatore con accento funebre. - Saluta un'ultima volta il sole che ti accarezzarespira un'ultima volta quest'aria che corre sulle "Sunderbunds"invia l'estremo saluto ai tuoi compagni e scendi nella tomba.
-Kammamuri!... Padrone!... - balbettò Aghurdibattendosi.
Il fanatico afferrò solidamente il laccio e soffocò la voce della vittima con una violenta strappatapoi gli si gettò sopra e col pugnale lo trafisse.
- Muoriché la dea lo vuole! - gli gridò un'ultima volta Manciadi.
Aghurcol volto cinereogli occhi schizzanti dalle orbite cacciò fuori un rauco gemito e cercò di risollevarsima ricadde.
- E uno- disse il fanaticolanciando un guardo feroce sull'assassinato. - Orapensiamo all'altro.
E s'allontanò a rapidi passimentre uno stormo di marabù calava sul cadavere ancor caldo dell'infelice Aghur.





Il secondo colpo dello strangolatore

Kammamuri cominciava a diventare inquieto. Il sole calava rapidamente all'orizzonte ed i due cacciatori non erano ancora tornatianzi nessun colpo di fucile erasi udito rombare nella jungla.
Egli non sapeva capacitarsi di quella prolungata assenza e di quell'assoluto silenzio. Entrava ed usciva dalla capannainterrogava attentamente l'orizzontesperando di vederli spuntare fra la sterminata piantagione di bambùcostringeva Punthy ad abbaiarema senza alcun frutto.
Più volte si spinseassieme alla tigrefino ai primi bambù e porse l'orecchio ai rumori del largo; più volte fe' rimbombare l'"hulok" sospeso alla porta della capanna e più volte bruciò una carica di polvere. Il silenzio che regnava nelle pianure del sud non fu rotto.
Scoraggiatosi sedette sul limitare della capannaattendendo ansiosamente il loro ritorno. Vi era da pochi minutiquando la tigre balzò in piedi facendo udire un sordo miagolio a cui fecero eco i festosi abbaiamenti di Punthy.
Kammamuri si alzòcredendo che arrivassero i cacciatorima non vide alcuno. Si volse ed appoggiato allo stipite della portascorse Tremal-Naik.
- Tupadrone! - esclamò egli con stupore. - Tu!...
- SìKammamuri- rispose Tremal-Naikcon un amaro sorriso.
- Quale imprudenza!... Sei ancora convalescente e...
- Tacisono fortepiù forte di quello che credi- rispose il "cacciatore di serpenti" quasi con rabbia. - Ho sofferto troppo in quell'amacaè ora che la sia finita.
Egli fece alcuni passi innanzi senza barcollare senza dimostrare fatica e sedette fra le erbeprendendosi la testa fra le mani e guardando fisso il sole che tramontava all'occidente.
- Padrone- disse Kammamuridopo alcuni istanti di silenzio.
- Cosa vuoi?
- I cacciatori non sono ancora tornati. Temo che sia accaduta qualche disgrazia.
- Chi te lo dice?
- Nessunoma lo sospetto. Nella jungla possono aggirarsi quegli uomini che assassinarono Hurti e pugnalarono te.
La faccia di Tremal-Naik divenne cupa.
- Sono forse qui? - chiese egli.
- Forse.
- PrestoKammamurisarò guaritoritorneremo in quell'isola maledetta e li stermineremo tuttitutti!
- Che?... - esclamò Kammamuricon ispavento. Noi ritornare in quell'isola?... Padronecosa dici?
- Hai paura tu?
-Noma ritornare laggiùin quei luoghiè una follia.
- Follia!... Follia tu dici?... Non sai tu adunque chi ho lasciato laggiùnelle mani di quegli uomini?
- Chi mai?
- La "vergine della pagoda".
- Chi è questa donna?
- Una creatura bellaKammamuriche io amo alla pazziae per la quale metterei l'India in fiamme.
- Hai lasciato una donna laggiù?
- SìKammamuriquella stessa che io mirava al tramontare del sole nella mia jungla. Ada! Ada! Quanto m'hai fatto soffrire!
- E' la visione adunque?
- Sìla visione.
- Ma come si trova a Raimangal?
- Una condanna pesa sulla disgraziata fanciullaKammamuri. Quei mostri la tengono in loro manonon so il comené il perché. Io l'ho veduta nella pagoda a versare dei profumi ai piedi d'un mostro di bronzo.
- D'un mostro!... Quella donna sarà forse al pari degli altri.
- Non ripetere quest'insultoKammamuri- esclamò Tremal-Naikcon accento minaccioso. - Son gli uomini che l'han condannatache le fanno adorare quel mostro di bronzo! Lei feroce!... Lei!... povera fanciulla!...
- Perdonopadrone balbettò il maharatto.
- Non sapevi nulla e ti perdono. Ma quegli uomini che l'han condannatache la fanno morire di piantoquegli uomini che le straziano il cuore e mi fan barriera onde non la salvi dai loro artiglili esterminerò tuttiKammamuritutti! Ho qui nel petto ancor le traccie del loro pugnalee mi faranno ricordare in ogni tempo la vendetta! Non rimarrai nonelle loro manio infelice Adaperché Tremal-Naikdovesse pagare colla sua vita la tua libertàti toglierà da quegli orribili luoghi per quanto sieno ben guardati e irti di ostacoli. Tremino allora coloro che t'avranno tormentatacoloro che hanno avvelenato la tua giovane esistenza. Darma ed io c'incaricheremo di ucciderli tuttinelle loro spaventevoli caverne!
- Mi fai paurapadrone. E se ti uccidessero?
- Morrò per colei che amo! - esclamò con trasporto appassionato Tremal-Naik.
- E quando partiremo?
- Appena avrò la forza d'alzare la carabina. Son già fortema non tanto da pugnare contro tutti loro.
In quell'istanteal sudrimbombò una fucilata seguita tosto da due altre detonazioni. Darma fece un saltomugolando.
Il maharatto e Tremal-Naik scattarono in pieditrattenendo Punthy che abbaiava furiosamente.
- Cosa succede? - chiese il maharattostrappandosi dalla cintola il coltellaccio.
- Kammamuri!... Kammamuri!...- gridò una voce.
- Chi chiama? - chiese Tremal-Naik.
- Grande Brahma!... Manciadi! - esclamò il maharatto.
Infatti il bengalesecon rapidità grandissima attraversava la junglasfondando la fitta cortina di bambù ed agitando come un pazzo la carabina. Pareva in preda ad un vivo terrore.
-Kammamuri!... Kammamuri! - ripeté egli con voce strozzata.
- CorriManciadicorri! - gridò il maharatto. Che sia inseguito?
AttentaDarma!
La tigre si raccolse su se stessa cogli artigli apertie aprì la bocca mostrando una doppia fila di denti aguzzi.
Il bengaleseche correva molto rapidamentein pochi minuti giunse alla capanna. Il miserabile aveva la faccia insanguinata per una ferita che s'era fatta sulla fronte per meglio colorire il tradimento ed aveva la tunica pure macchiata.
- Padrone!... Kammamuri! - esclamò eglipiangendo disperatamente.
- Cosa ti è accaduto? - chiese Tremal-Naik con angoscia.
- Hanno ferito a morte Aghur!... Povero me... non ne ho colpapadrone... ci sono balzati addosso... Aghur! povero Aghur!
- L'hanno ferito! - esclamò Tremal-Naik con furore. - Chi? Chi?
- I nemici... gl'indiani dai lacci...
- Maledizione!... Parlanarradi' suvoglio saper tutto!
- Eravamo seduti in un bosco di giacchieridisse il miserabilecontinuando a singhiozzare.
- Ci sono balzati addosso prima che potessimo prendere le armi ed Aghur è caduto. Io ho avuto paura e sono fuggito.
- Quanti erano?
- Diecidodicinon ricordo bene quanti. Sono fuggito per miracolo.
- E' morto Aghur?
- Nopadronenon può esser morto. L'hanno pugnalatopoi sono scomparsi. Fuggendoudii il ferito gridarema non ebbi il coraggio di ritornare presso di lui.
- Sei un vigliaccoManciadi!
- Padronese fossi ritornato mi avrebbero ucciso- singhiozzò il bengalese.
- Quando la finiranno adunque? - gridò Tremal-Naik. - Kammamuriforse Aghur non è morto; bisogna andarlo a trovare e portarlo qui.
- E se mi assaltano? - chiese Kammamuriterrorizzato.
- Prenderai con te Darma e Punthy. Con questi animali puoi tenere testa a cento uomini.
- Ma chi mi guiderà?
- Manciadi.
- E tu vuoi rimanere nella capanna solo?
- Basto io solo per difendermi. Va' e non perdere tempose vuoi salvare il povero Aghur. Manciadiguida quest'uomo al bosco.
- Padrone ho paura.
- Guida quest'uomo al bosco; se esititi faccio sbranare dalla tigre.
Tremal-Naik aveva pronunciato quelle parole con tale tonoda far comprendere a Manciadi che non era uno scherzo. Affettando il massimo terroresi unì al maharatto che si era armato della carabina e d'un paio di pistole.
- Padrone- disse Kammamuri- se fra due o tre ore non ritorniamovorrà dire che siamo stati assassinati. Il canotto è arenato sulla riva; penserai a metterti in salvo.
- Mai! - esclamò Tremal-Naik. - Ti vendicherò a Raimangal; taci e parti.
Il maharatto e Manciadipreceduti dal cane e dalla tigresi slanciarono di corsa in mezzo alla jungla.
Il sole era di già scomparso sotto l'orizzontema la luna sorgevaspandendo una luce azzurrognolad'una infinita dolcezzasufficiente per guidare i due indiani attraverso la massa dei bambù.
- Camminiamo con precauzione e in silenziodisse Kammamuri a Manciadi. - Non bisogna attirare l'attenzione dei nemiciche forse si tengono nascosti a poca distanza da noi.
- Hai pauraKammamuri? - chiese il bengaleseche non tremava più.
- Credo di sì. Per fortunacon noi abbiamo Darmauna valorosa bestia che non teme cinquanta uomini armati.
- Ti avvertoKammamuriche io non entrerò nel bosco.
- Mi aspetterai dove meglio ti piaceràe se vuoi ti lascierò Punthyun bravo cane che sa strozzare una mezza dozzina di persone. Avanti e silenzio.
Manciadiche aveva già tracciato il suo pianocondusse il maharatto sul sentiero che aveva percorso al mattino e lo seguì per tre quarti d'ora. S'arrestò sul margine del bosco di giacchieri.
- E' qui? - chiese Kammamuriguardando con ansietà sotto gli alberi.
- Sìqui- rispose Manciadicon fare misterioso. - Segui questo sentieruzzo che s'addentra nel bosco e giungerai allo stagnosulle cui rive è caduto Aghur. Io qui t'aspettonascosto in quella fitta macchia.
- Vuoi il cane?
- Amo meglio esser solo. Gl'indiani non mi scoprirannone sono certo.
- Fra mezz'ora io sono di ritorno. Darmasta' attenta e pronta a piombare sul primo uomo che si presenta dinanzi a noie tuPunthypreparati pure a strozzare qualcuno.
La tigre fece udire un basso ruggito e si mise dinanzi al maharatto colle corte orecchie alzate ed il cane gli si mise dietro mostrando i denti.
- Benone- disse Kammamuriquando vide il bengalese nascosto nella macchia. - Nessuno ardirà avvicinarsi senza il permesso di queste care bestie.
Entrarono nel bosco sotto il quale regnava una profonda oscurità ed un silenzio funebre e s'avanzarono sul sentierosenza produrre rumore di sorta. Kammamuri più volte si fermò sperando di udire qualche lamento o qualche chiamata che segnalasse la presenza di Aghurma nulla giungeva al suo orecchio.
- E' strano- mormoravatergendosi il sudore che colavagli in gran copia dalla fronte. - Se fosse ancora vivosi udirebbe qualche lamentoma qui regna un silenzio perfetto. Che sia morto?
Aveva percorso da trecento a quattrocento passiquando udì qualcuno che zuffolava un'arietta malinconica.
Era la medesima arietta che Manciadi aveva zuffolato prima d'assassinare Aghur. La tigre si mise a brontolare volgendo la testa all'indietro e il cane diè segni d'inquietudineringhiando.
- Attentipiccini- disse Kammamuriche sentivasi gelare il sangue.- State vicini a me e lasciate che quell'uomo zuffoli a suo piacimento. Credo che per Aghur sia finita.
Una nube oscurò la luna e le tenebre divennero più fitte sotto il bosco.
Kammamuri si arrestòindeciso se dovesse avanzare o tornare indietropoi tirò innanzi colle pistole montate.
- Kammamuri! - gridò una voce.
- Kammamuri! - ripeté una seconda voce.
- Kammamuri!- riprese una terza.
La tigre si mise a ruggire sferzandosi i fianchi colla coda e saltando come se fosse su di un braciere. Cercò due o tre volte di slanciarsi a destra del sentieroma il maharattocon un fischiola richiamava al posto.
- Calmapiccinacalma- diss'egli. - Lasciate che chiamino. Non sono spiritima uomini che si divertono a spaventarmi. Se ritorno alla capannaposso ringraziare Visnù d'avermi protetto.
Allungò il passo con una pistola puntata a destra del sentiero e l'altra a sinistra e poco dopo giungeva in vista dello stagno.
Un fascio di luce lunare piombò in quel luogoilluminandolo come in pieno giorno.
Kammamuricon indicibile spaventoscorse a terra un corpo umano su cui si agitava un gruppo di marabù.
Punthy si slanciò verso quel cadavere urlando lamentosamente e mettendo in fuga i voraci volatili.
- Aghur! - esclamò Kammamurisinghiozzando.
Corse come un pazzo allo stagno e si gettò sul corpo dell'infelice suo compagno.
Aveva ancora il laccio attorno al collo ed il corpo era stato straziato dai marabù.
- Aghur! Mio povero Aghur! - ripeté Kammamuriabbracciando il cadavere. - Ah! miserabili!
D'un tratto emise un urlo terribile e i suoi occhi si fissarono su di una pietracontro la quale era appoggiata la testa di Aghur.
Ai pallidi raggi della lunaaveva lettofremendole seguenti parole scritte a lettere di sangue:
Kammamuri, Manciadi mi ha assass....
Il maharatto balzò in piedi. Comprese tutto il tradimento del bengalese e il pericolo che correva il padrone.
- Darma! Punthy! - gridò egli con voce strozzata.- Alla capanna!...
Alla capanna!... Si uccide il padrone.
E si slanciò attraverso la foresta preceduto dalla tigre e seguito dal caneche abbaiava con furore!
Nel mentre Kammamuri correva come un daino sotto le cupe volte di verzurail bengalese non perdeva il suo tempo.
Rimasto soloerasi subito slanciato fuori della macchia correndo precipitosamente verso la capannarisoluto a strangolare la seconda vittima.
Sapeva di avere un vantaggio di un buon quarto d'ora sul maharattonondimeno divorava la via colla velocità di una palla di cannonepaventando di venire colto sul fatto dalla tigre e dal canedai quali animali aveva tutto da temere.
Attraversò la jungla impiegando meno di mezz'ora e si fermò sul margine della piantagionedopo di avere preparato un secondo laccio.
- Il padrone deve tenersi in guardia- mormorò egli. - Se mi vede tornarecrederà che io abbia abbandonato Kammamuri e mi spaccherà la testa con una palla di carabina. Quell'uomo non ischerza.
Aprì adagio adagio i bambù e guardò verso il nord. A quattrocento passi di distanza scorse la capanna ed accanto ad essa Tremal-Naik in piedicolla carabina in mano.
- Ah! - esclamò il miserabile. - Ucciderlo non sarà tanto facilema Manciadi è più furbo di un "cacciatore di serpenti".
Ripigliò la corsa verso l'esttrottando furiosamente per sei o sette minutipoi si slanciò nella pianura. La capanna stava alla sua destra e Tremal-Naik gli mostrava un fianco. Con un po' d'astuzia poteva avvicinarsi e cogliere la vittima alle spalle. La sua risoluzione fu prontamente presa. Si mise a strisciare fra le erbe come un serpenteallungandosi quanto poteva onde non venire scorto da Tremal-Naik e procurando di non far rumore.
Peròil venticello che sfiorava la piantagionecurvando dolcemente le alte cime dei bambùproduceva un leggiero stropicciosufficiente per coprire lo strisciare di un uomo.
Così avanzando e soffermandosi per tendere gli orecchi e guardare Tremal-Naik che pareva non s'accorgesse di nullariuscì a guadagnare la capanna.
Con uno scatto da tigre si rizzò. Un sorriso atroce sfiorava le sue labbra.
- E'mio- mormorò con un filo di voce. - Kâlì mi protegge.
Camminò in punta dei piedi lungo le pareti della capanna e si fermò a dieci passi da Tremal-Naik. Diede un ultimo sguardo alla jungla e non scorse nessuno.
Un secondo sorrisopiù crudele del primoapparve sulle labbra ed i suoi occhi scintillarono come quelli di un gatto.
Un secondo ancora e la vittima sarebbe caduta per non più rialzarsi.
Fece fischiare rapidamente il laccio attorno a sé e lo slanciò facendo un balzo avanti. Tremal-Naik piombò al suolo come un albero sradicato dal ventomaper un caso fortuitouna mano era rimasta presa nel laccio.
- Kammamuri! - gridò il disgraziatoafferrando coll'altra mano la corda e tirando a sé con disperata energia.
- Muori! muori! - urlò l'assassinotrascinandolo sul suolo.
Tremal-Naik mandò un secondo grido.
- Kammamuri! aiuto!
- Eccomi - tuonò una voce.
Manciadi digrignò i denti con furore. Sul limite della piantagione era improvvisamente apparso il maharatto: dinanzicorrevacon balzi giganteschi la tigrefiancheggiata da Punthy.
Un lampo squarciò la notte seguìto da una fragorosa detonazione.
Manciadi fece un salto di dieci passi e s'avventò all'impazzata verso la riva vicina.
Un secondo sparo rimbombò e Manciadi piombò nel fiumescomparendo fra i gorghi.





L'agguato

Tremal-Naikquantunque mezzo strangolato e confusoappena sentì il laccio allentarsis'alzò e raccolta la carabina si slanciò risolutamente verso il fiumesperando di far scoppiare la testa del traditore. Quando però giunse sulla rivaManciadi era scomparso.
S'inoltrò nell'acqua ma nessuna persona appariva alla superficie del fiume. Forse la corrente aveva trascinato seco l'assassinostato senza dubbio colpito dalla carabina o dalla pistola del maharatto.
- Ah! miserabile! - esclamò Tremal-Naik furente.
- Padrone! - gridò Kammamuriaccorrendo in compagnia della tigre e del cane.- Dov'è il brigante?
- E scomparsoKammamurima lo ritroveremo.
- Sei ferito?
- Tremal-Naik non si lascia strangolare da quegli uomini.
- Ho il sangue che non mi scorre piùpadrone. Temeva di non giungere in tempo per salvarti. Ah! la canaglia! Strangolare il mio padrone!...
Traditore! Se mi cade fra le unghie non gli lascio intero un pezzettino grande come una rupia. Ingannare così noicacciatori di serpenti! Saipadroneche l'hai scampata per miracolo?
- Lo soKammamuri. Ed Aghur?... Cosa è successo di Aghur?
Il maharatto ammutolìlasciandosi cadere lungo il corpo le braccia.
- Kammamuriparla- disse Tremal-Naik che già indovinava tutto.
- E' mortopadrone- balbettò Kammamuri.
Tremal-Naik si portò le mani alla testa con gesto disperato.
- Morto?... Morto! - singhiozzò egli. - Tutti muoiono adunque attorno a me? Ma che ho fatto ioSivaperché debba perdere tutti quelli che io amo? Sono io adunque maledetto dai numi?
Chinò il capo sul petto e qualche cosa di umido rotolò giù per le abbronzate guancie. Kammamurinel vedere quell'uomo piangeresi sentì schiantare l'anima.
- Padrone- mormorò egli.
Tremal-Naik non l'udì. Colla faccia stretta fra le manis'era seduto sulla riva del fiume e contemplava con occhio umido la junglasulla quale scorreva un lieve soffio di ventoimbalsamato dal profumo dei gelsomini e dei mussenda. Il suo petto d'atleta si sollevava di quando in quantosotto i singhiozzi.
- Mio padroneohmio povero padrone! - esclamò Kammamuri. - Non piangeresii forte; bisogna esserlo.
- Sìforteper combattere la fatalità che pesa su di noi- disse Tremal-Naik con rabbia. - Povero Aghurcosì giovane e così intrepidomorire! Sei almeno certo che sia proprio morto?
- Sìpadronel'ho veduto coi miei propri occhi e toccato colle mie proprie mani. Era làdisteso accanto ad uno stagnocol laccio al collo e un pugnale nel petto. Il miserabile Manciadidopo d'averlo atterratolo ha finito con quell'arme.
- Fu adunque Manciadi ad assassinarlo?
- Sìpadronelui!
- Ah! sciagurato!
- Ma non assassinerà altrite lo dico io. La mia palla deve averlo colpito; forse i pesci stanno banchettando colle sue carni.
- Quel mostro adunqueaveva tramato un piano infernale?
- Sìpadrone. Aveva assassinato Aghur per allontanar me e piombare poi su di te. Per fortuna me ne accorsi a tempo e giunsi qui in buon punto.
- Ma non avevi alcun sospetto prima?
- Nopadronenon me ne accorsinon dubitai nemmeno. Egli ci ingannava molto bene. Quale scopo poteva avere per assassinarci?
- Temo che l'abbiano qui mandato gl'indiani di Raimangal.
- Lo credipadrone?
- Ne sono certo. Hai veduto il suo petto?
- Nopoiché lo teneva sempre copertoe non so il perché.
- Per nascondere il misterioso tatuaggio.
- Adesso comprendo: deve essere così; ma perché tanto accanimento contro di te?
- Perché amo Ada.
- Non vogliono adunquequegli uominiche tu l'ami?
- Noe cercano d'assassinarmi.
- Ma perché?
- Perché sul capo di quella donna pesa una terribile condanna.
- Quale?
- Non lo soma un giorno svelerò il mistero.
- E credi tu che quei miserabili tornino alla carica?
- Credo di sìKammamuri.
- Io ho paurapadrone. E tu?
Tremal-Naik non rispose. Egli aveva volto lo sguardo al sud e si era improvvisamente alzato.
- Hai veduto qualche cosa? - chiese il maharatto con ansietà.
- SìKammamuri. Mi pare d'aver scorto un chiarore strano balenare in fondo alla jungla e poi spegnersi.
- Andiamo alla capannapadrone. Qui non siamo sicuri.
Tremal-Naik guardò un'ultima volta la jungla ed il fiume e si diresse a lenti passi verso la capannasulla cui soglia si arrestò.
- GuardaKammamuri - diss'egli con tristezza. Questa capanna altre volte sì gaiasì ridentemi sembra che abbia l'aspetto funebre d'un sepolcro. Povero Aghur!
Soffocò un singhiozzo e si sdraiò sull'amacanascondendo il viso fra le mani. Kammamuri s'appoggiò allo stipite della portacogli occhi fissi sulla junglamormorando a più riprese:
- Povero padrone!
Passarono tre lunghe ore senza che il maharatto si muovesse. Il suono acuto del "ramsinga" lo strappò dalla sua immobilità.
- Funebre tromba! - mormorò egli con rabbia- ancora una disgrazia adunque? Fai bene ad avvertirmi.
Fece più volte il giro della capanna guardando attentamente in mezzo alle erbema non scorse nulla di nuovo. Rientrò traendosi dietro Darma e Punthybarricò la porta e vi si stese di dietroin maniera da essere svegliato al menomo urto.
Passarono parecchie ore senza che nulla accadesse. Kammamurisempre più inquietonon chiudeva gli occhi e di frequente s'alzava per affacciarsicon grande precauzionealle finestrine.
Verso la mezzanotte la luna tramontò lasciando la jungla nella più perfetta oscurità. Proprio allora Punthy abbaiò tre volte.
- Qualcuno s'avvicina- mormorò Kammamuri. - Punthy l'ha udito.
Entrò nella stanza di Tremal-Naik. Questi dormiva profondamente e in sogno parlava dell'infelice Ada.
Punthy fece udire tre altre volte un sordo ringhio e si slanciò verso la porta mostrando i denti. Anche la tigre udì qualche cosapoiché fece udire un sordo brontolio.
Kammamuridopo di essersi munito di un paio di pistoleandò a spiare a tutte le finestrine ma senza essere capace di veder nullané di udire nulla. Ebbe per un istante l'idea di sparare una pistolettata per ispaventare colui o coloro che ardivano avvicinarsi alla capannama per non svegliare Tremal-Naik e per la tema che questi volesse slanciarsi all'apertosi trattenne.
Qualche ora dopomentre passava dinanzi ad un pertugiogli sembrò di vedereal suduna striscia di fuoco e di udire un leggiero sibiloseguito da una sorda detonazionema non ne seppe di più.
- Quale mistero- mormorò eglitremando di terrore. - Se questa notte non succedono malanniè segno che Siva e Brahma ci proteggono.
Rimase sveglio parecchie orepoi cedendo alla fatica ed al sonno s'addormentò. Né il cane né la tigre diedero alcun altro segnale durante il resto della notte.
Al mattinoansioso di sapere qualche cosasi affrettò ad uscire. Ciò che prima colpì i suoi sguardifu un pugnale infisso per terraa pochi passi dalla capannae che tratteneva una carta azzurrina.
- Oh! - esclamò egliindietreggiando. - Qualcuno adunque ha osato spingersi qui?...
S'avvicinò con precauzione e quasi con ripugnanza a quelli oggetti e tremando li raccolse. Il pugnale era di acciaio brunitod'un metallo che lasciava vedere le venatured'una forma particolare e con delle strane incisioni sulla lama.
Aprì la carta e vi scorse disegnato un serpente colla testa di donna I'emblema misterioso degli indiani di Raimangale sotto alcune righe d'una scrittura rossa.
- Cosa significano queste righe? - si chiese il maharatto. - Qui sotto c'è un misteroche il padrone svelerà.
Fece accovacciare Darma e Punthy e corse da Tremal-Naik. Lo trovò seduto dinanzi ad una delle finestrecolla testa fra le mani e lo sguardo tristevolto verso i nebbiosi orizzonti del sud.
- Padrone- disse il maharatto.
- Cosa vuoi? - chiese l'indiano con voce sorda.
- Lascia i pensieri e guarda questi oggetti. Vi è un mistero da decifrare.
Tremal-Naik si volse come a gran fatica. Una contrazione nervosa alterò i tratti del suo voltonel mirare il pugnale che Kammamuri gli mostrava.
- Cos'è? - chiese eglirabbrividendo. - Chi ti ha dato quell'arma?
- L'ho trovata dinanzi alla capanna. Leggi questa letterapadrone.
Tremal-Naik gliela strappò vivamente di manogettandovi sopra un avido sguardo. Ecco quanto lesse:
Tremal-Naik La misteriosa divinità che impera tremenda su tutta quanta l'Indiat'invia il pugnale della morte. Basta una scalfittura della sua punta avvelenataperché tu scenda nella tomba.
Tremal-Naiktu devi scomparire dalla superficie della terra: la divinità lo vuole. Solo a questo prezzo puoi arrestare la folgore che sta per piombare sul capo di colei che fu condannata. Questa seraal calar del soleManciadi attende il tuo cadavere. Suyodhana.
Tremal-Naik nel leggere la lettera era diventato pallido.
- Che?... - esclamò egli. - La mia vita!... La mia vita per arrestare la folgore che sta per piombare sul capo di colei che fu condannata!... Cosa significa questa minaccia? Morire? Io!
- Padrone- mormorò Kammamuriche tremava in tutte le fibre.- Corriamo un gran pericololo sento.
- Non aver pauraKammamuri- disse Tremal-Naik.- I miserabili cercano di spaventarcima io sfido la misteriosa divinità che impera tremenda su tutta l'India. Ah! Essi vogliono la mia vita? La loro divinità mi comanda di scendere nella tomba e m'invia il pugnale!
Tremal-Naik non sarà così stupido da servirsenené...
S'arrestò di botto. Un pensiero terribile gli era balenato nella mente.
Tornò a guardare la lettera. Uno stupore doloroso si dipinse sul suo volto.
- Grande Siva! - esclamò con voce soffocata. - Una folgore sta per piombare su colei che fu condannata!... Kammamuri!
- Padrone?
- Una donna fu condannata... Se fosse...
- Chi? padronechi?...
- L'hanno in loro mano...
- Ma chi?...
- Ada! - esclamò con accento straziante l'indiano.- Oh! mia povera Ada!... Kammamuri!... Kammamuri!...
Tremal-Naik si slanciò come un pazzo fuori della capanna e rientrò orribilmente trasfigurato.
- Padroneè impossibile che l'uccidano- disse Kammamuri.
- E se fosse vero? E se quei mostri la uccidessero? Orrore! orrore!...
Sivaoh mio dioveglia su di lei! Veglia sulla mia povera Ada!
- Un singhiozzo lacerò il petto del "cacciatore di serpenti".
- Cosa fare? - balbettò egli fuori di sé. - Sìlo sentoi mostri l'hanno condannata... non vogliono che ella ami alcun mortale... uno di noi bisogna che muoia. Ma nonon voglio che ella muoiacosì giovanecosì bella!... E dovrò io adunque morire? Maimaiè impossibileI'amò troppo per scendere nella tomba senza averla prima veduta un'ultima voltasenza dirle che io muoio per lei.
Tremal-Naik si contorse come un serpeafferrandosi il capo fra le mani. D'improvviso scattò in piedi come una tigre che sta per avventarsi sulla preda. Un sinistro lampo guizzava nei suoi occhi.
- L'ora della vendetta è suonata! - diss'egli con intraducibile accento.- Adaio vengo!... A meDarma!
La tigre d'un balzo fu alla porta della capannafacendo udire il suo formidabile mugolìo. Tremal-Naikstrappata da un chiodo una carabinastava per uscirequando Kammamuri l'arrestò.
- Dove vaipadrone? - gli chiese egliabbrancandolo a mezzo corpo.
- A Raimangal per salvarla prima che me la uccidano.
- Ma non sai che laggiù v'è la morte? Non sai che a Raimangal vi sono forse mille di quegli uominiche bramano il tuo sangue? Tu ti perdipadronee forse uccidi colei che tu amicredendo di salvarla.
- Io!...
- Ma sìpadronetu la uccidi. Al primo tuo apparirela folgore scoppierà ed abbatterà quella donna.
- Gran dio!
- Calmatipadroneascoltami. Lascia fare a me e vedrai che noi sapremo tutto. Chissàforse quegli uomini hanno voluto solamente spaventarti.
Tremal-Naik lo guardò come trasognato. Forse Kammamuri aveva ragione.
- L'ora non è ancora giunta per recarsi nell'isola maledettané tu sei ancora tanto forte per lottare contro di loro- continuò il maharatto.- Essi vogliono il tuo cadaverehanno scritto; ebbeneessi lo avranno. ma sarà un cadavere che respirerà ancora e che salterà alla gola dell'assassino del povero Aghur. Lascia che io ti guidipadrone; i maharatti sono furbitu lo sai.
- Cosa vuoi dire? - chiese Tremal-Naikche a poco a poco si arrendeva.
- Voglio dire che a noi occorre un uomo che confessi ogni cosaper sapere ciò che si dovrà fare. Se sarà necessariodomani partiremo per Raimangal.
- Ci occorre un uomo?
- Sìpadronee quest'uomo sarà Manciadi. Ascoltami con attenzione.
Questa seraal calare del soleio ti porterò nella jungla e tu fingerai di essere morto. Io e Darma ci imboscheremo a pochi passi da teonde non ti accada disgrazia. Arriva il brigante che assassinò Aghur; noi ci lanciamo su di lui e lo facciamo prigioniero. M'incarico io di fargli confessare il luogo dove nascondono la donna che tu ami e farlo parlare sul numero e sui mezzi dei nostri nemici.
Tremal-Naik prese le mani del maharatto e le strinse affettuosamente.
- Rimarrai? - chiese Kammamuricon gioia.
- Sìrimarrò - disse Tremal-Naikemettendo un profondo sospiro.- Ma domanisia pure soloandrò a Raimangal. Sento che un pericolo minaccia Ada.
- No solo- disse Kammamuri. - Io e Darma ti accompagneremo. Ora calma ed occhi bene aperti: questa sera avremo in nostra mano Manciadi.
Kammamuri lasciò il padrone che si era seduto sulla soglia della portain preda a mille angoscie ed a tetri pensierie si recò al fiume ad armare il canotto.
Durante la giornata nulla accadde di nuovo. Kammamuri si recò parecchie volte nella junglaarmato sino ai dentisperando di scorgere qualcunoforse lo stesso Manciadima non vide anima vivané udì alcun segnale o rumore.
Alle sette il sole radeva l'orizzonte occidentale. Era il momento d'agire.
- Padrone- disse il maharattoche si stropicciava allegramente le mani- non perdiamo tempo.
Proprio in quel momentoal sudecheggiò il "ramsinga".
- La canaglia si avvicina- disse Kammamuri. - Animopadroneio ti porto nella jungla. Non una parolanon il più piccolo movimento se non vuoi mandare a male l'imboscata. Appena l'assassino comparela tigre lo atterrerà.
Afferrò il padronese lo caricò sulle spalle dopo di avergli cacciato sotto l'ampia fascia un paio di pistole e si diressebarcollandoverso la jungla.
Il sole spariva dietro le gigantesche piantagioni dell'occidentequando giunse ai primi bambù. Depose Tremal-Naikche conservava l'immobilità di un cadaverefra le erbepoi curvandosi su di lui:
- Padronenon un movimento- gli disse. - Appena la tigre si slancierà su Manciadisorgi e tura la bocca al miserabile. Forse vi sono degli altri indiani nei dintorni.
- Lascia fare a me- bisbigliò Tremal-Naik. Tutto passerà liscio.
Kammamuri s'allontanòcolla testa china sul pettocome un uomo addolorato. Quando giunse alla capanna un secondo squillo di tromba echeggiava fra i bambù spinosi della jungla.
- E' ancora lontano Manciadi- diss'egli. - Tutto va bene.
Entrò nella capanna s'armò di pistole e d'un coltellaceiopoi uscì guardando attentamente verso il fiume e verso la jungla.
- Darmaseguimi diss'egli.
La tigre con un salto lo raggiunse e tutti e due si slanciarono a rompicollo verso il sudnascosti da una piccola piantagione di mussenda e di indaco. In meno di cinque minuti raggiunsero i bambù e s'imboscarono a sette od otto passi da Tremal-Naik.
Un terzo squillo di trombama più vicinoruppe il profondo silenzio che regnava nelle "Sunderbunds".
- Buono- mormorò Kammamuriimpugnando una delle due pistole. - Il miserabile ci sta vicino.
Guardò il padrone. Pareva un vero cadavere: era coricato su di un fiancocolla testa nascosta sotto un braccio. Avrebbe ingannato anche un marabùanche uno sciacallo.
D'un tratto un magnifico pavone si alzò fra i bambùvolando via rapidamente. Kammamuri passò una mano sulla tigre che fiutava l'aria ed agitava la coda a mo' dei gatti.
- Non muovertiDarma- le sussurrò.
Un secondo pavone s'alzò emettendo un grido di spavento.
Manciadi si avvicinava strisciando come un serpesenza produrre il più piccolo rumore. Forse temeva di cadere in un'imboscata e s'avanzava con mille cautele.
Kammamuri s'alzò sulle ginocchiatendendo la mano armata di pistola.
Làdi facciascorse i bambù a muoversi impercettibilmentepoi uscirono due mani ed infine una testa d'un giallo lucente.
Kammamuri sentì la fronte imperlarsi d'un freddo sudore.
Quella testa era di Manciadil'assassino del povero Aghur.
- Darma- mormorò.
La tigre si era alzata raccogliendosi su se stessa; non aspettava che il comando per avventarsi.
Manciadi guardò Tremal-Naik con due occhi che mandavano cupi lampi e diede in un orribile scroscio di risa. Il "cacciatore di serpenti" non si mosse.
L'indiano allora uscì dai bambùcol laccio in manoe fece alcuni passi verso il finto cadavere.
- Darmaafferralo! - esclamò Kammamurisaltando in piedi.
La tigre fece un balzo di quindici passi e piombò come un fulmine sull'assassinoche fu violentemente atterrato.
Tremal-Naik rialzandosi si scagliò su di lui e con un formidabile pugno lo stordì.
- Tieni saldo padrone! - gridò il maharattoaccorrendo. - Fracassagli una gamba per impedirgli di muoversi.
- E' inutileKammamuri- disse Tremal-Naiktrattenendo la tigre.- L'ho mezzo accoppato.
Infatti l'indianocolpito in fronte dal pugno d'acciaio del "cacciatore di serpenti"non dava più segno di vita.
- Làcosì va bene- disse Kammamuri. - Ora lo faremo parlare. Non uscirà vivo dalle nostre manite lo giuropadronee Aghur sarà vendicato.
- Non parlare così forteKammamuri- mormorò Tremal-Naiktornando ad allontanare la tigre che voleva sbranare il prigioniero.
- Credi che vi sieno degli altri indiani nei dintorni?
- Potrebbero esservi. Orsùil cielo si oscura rapidamente e minaccia un uragano. Portiamolo nella capanna.
Kammamuri prese per le gambe ManciadiTremal-Naik lo afferrò pei polsi e partirono correndonel mentre che giganteschi nuvoloni neri s'alzavano con rapidità vertiginosadal sud.
Pochi minuti dopo giungevano alla capanna sbarrando la porta dietro di loro.





La tortura

Il più era fatto. Non restava ora che a far parlare il prigionierocosa non tanto facile essendo gl'indiani più cocciuti delle pelli- rosse dell'America. Peròi due "cacciatori di serpenti" possedevano dei mezzi potenti per far sciogliere la lingua anche ad un muto.
Disteso il prigioniero in mezzo alla capannaaccesero a poca distanza dai suoi piedi un gran fuocoed attesero pazientemente che ritornasse in séper cominciare la prova.
Non corse molto tempo che l'indiano diede segno d'essere ancora vivo.
Il petto gli si sollevò impetuosamente dilatandosiagitò le membrasi scosse e finalmente aprì gli occhi fissandoli sul "cacciatore di serpenti" che stavagli curvato sopra.
Tosto una profonda meraviglia si dipinse sul suo volto e subito dopo i suoi lineamenti si alterarono dimostrando dispettoterrore e rabbia.
Le sue dita si contrassero rigando colle unghie il terreno e un sogghigno feroce sfiorò le sue labbramostrando due file di denti aguzzi come quelli di una tigre.
- Dove sono? - chiese egli con voce sorda. Tremal-Naik avvicinò il volto a quello di lui.
- Mi riconosci? - gli chiesefrenando a gran pena l'ira che bollivagli nel petto. - Mi riconosci?
- Se non m'ingannotu sei l'uomo che dovevo strozzare- disse.- Che stupido che fuia lasciarmi prendere.
- Non ti sembra che l'agguato sia riuscito bene?
- Non lo nego. Doveva aspettarmelo.
- Tremi dinanzi a me?
- Io tremare! - esclamò lo strangolatoresorridendo. - Manciadi non ha paura che di Kâlì.
- Kâlì! Chi è questa Kâlì? Io l'ho udito ancora questo nome.
- Sìl'hai udito la notte che cadesti sotto il pugnale di Suyodhana.
Ah!... ah!.. che bel colpo fu quello!...
- Tanto bello che sono ancora vivo.
- E' una disgrazia che tu sia vivo.
- E' vero- disse Tremal-Naikcon ironia. - Se fossi sceso sotto terranon ritornerei a Raimangal a sterminare gli assassini.
Un sogghigno contorse le labbra dello strangolatore.
- Tu non conosci Suyodhana- diss'egli.
- Lo conosceròManciadite lo prometto e forse prima di domani a sera.
- Devo crederti?
- Devi credermi; Tremal-Naik è un uomo di parola.
- Ah! ah! - fe' Manciadi. Non farai un passo verso le coste di Raimangalche avrai cento lacci al collo.
- Lasciamo Suyodhana ed i laccioraparliamo di cose più importanti.
- Come vuoi.
- Bada peròManciadiche se non dici la veritàti faccio soffrire mille torture.
- Manciadi è forte.
- Lo dirai più tardi. Ascoltami e rispondi e tu Kammamuri riattizza il fuoco che forse ne avremo bisogno.
Un fremito passò sul volto giallognolo di Manciadiegli fissò angosciosamente le vampe che s'alzavano e s'abbassavanoilluminando bizzarramente le affumicate pareti della capanna.
- Manciadi- proseguì Tremal-Naik- chi è questa divinità che tu chiami Kâlì e che esige tante vittime?
- Non parlerò.
- Cominci maleManciadi. Mi costringerai a torturarti.
- Manciadi è forte.
- Passiamo ad altro. A me occorre sapere quanti uomini si trovano a Raimangal.
- Lo ignoro io stesso. So che sono molti e che obbediscono tutti a Suyodhananostro capo.
- Manciadiconosci tu la "vergine della pagoda" sacra?
- E chi non la conosce?
- Beneparlami di Ada Corishant.
- Un lampo di gioia feroce guizzò negli occhi di Manciadi.
- Parlarti di Ada Corishant! - esclamò eglighignando. - Giammai!
- Manciadi! - disse Tremal-Naikfurente. Bada che ti farò soffrire mille torture se ti ostini a tacere. Dove trovasi Ada Corishant?
- Chissà! Forse a Raimangalforse al nord del Bengalaforse in mare.
Forse è ancora viva e forse è agonizzante.
Tremal-Naik emise un grido di rabbia.
- Forse agonizzante! - esclamòmordendosi le mani. - Tu sai qualche cosa. Oh! parleraisì parleraidovessi abbruciarti le gambe.
- Abbruciami anche le braccia fino alle spalleManciadi non parlerà.
Lo giuro sulla mia dea.
- Mamiserabilenon hai mai amato tuadunque?
- Non ho amato che la mia dea e il mio fedele laccio.
- OdimiManciadi! - gridò Tremal-Naik fuori di sé. - Io ti libereròio ti darò fino all'ultima rupia che posseggoti darò tutte le mie armidiventerò se vuoi tuo schiavoma dimmi dove si trova la povera Ada se è viva o mortadimmise v'è speranza di salvarla. Ho sofferto atrocementeManciadinon farmi soffrire di piùnon uccidermi.
Parlao ti faccio a brani coi miei denti!
- Manciadi rimase mutoguardandolo cupamente.
- Ma parlamostruosa creaturaparla! - urlò Tremal-Naik.
- No!... - esclamò l'indiano con incrollabile fermezza. - Non uscirà una parola dalla mia bocca.
- Ma hai un cuore di ferrotu?
- Sìdi ferro e ricolmo d'odio.
-Per l'ultima voltaparlaManciadi!
- Giammai! giammai!
Tremal-Naik gli torse i polsi. - Miserabile! - gli urlò agli orecchi.
- Ti uccido.
- Uccidimima non parlerò.
- Kammamuria me!
Afferrò il prigioniero per le braccia e lo scagliò violentemente a terra. Il maharatto prese i piedi e li avvicinò alla fiamma. La dura pelle delle piante s'annerì al contatto dei carboni ardenti e scoppiettò. Un nauseante odor di bruciaticcio si sparse per la capanna.
Manciadi trabalzò mugolando come una tigre ed i suoi occhi si iniettarono di sangue - Tieni fermoKammamuridisse Tremal-Naik.
Un urlo straziante irruppe dal petto del torturato.
- Basta... basta- ripeté egli con voce strozzata.
- Parlerai? - gli chiese Tremal-Naik.
Manciadi digrignò i denti poi si morse le labbra e ferocemente negòquantunque il fuoco continuasse a mordergli e calcinargli le carni.
Passarono ancora due o tre secondi. Un secondo urloancor più straziante del primogli uscì dalle labbra.
- Basta!... - rantolò. - E troppo!...
- Parlerai ora?
- Sì... parlerò... basta... Aiuto!...
Tremal-Naik con una violenta strappata lo allontanò dal braciere.
- Parlamiserabile! - gli gridò.
Manciadi lo guardò in volto con due occhi che facevano paura. Con uno sforzo disperato s'alzò a sederema ricadde mandando un rauco gemito e rimase immobile colla faccia orribilmente sconvolta per lo spasimo e la bocca contorta.
- E' morto? - chiese Kammamuri spaventato.
- Nonon è che svenutorispose Tremal-Naik.
- Bisogna andar cautipadrone. Se ci muore prima che abbia confessatoè una grande disgrazia.
- Non morrà così prestote l'assicuro.
- Parlerà?
- Bisogna che parli. Hai udito tuche Ada è forse agonizzante?
Bisogna che sappia tuttodovessi estrargli tutto il sangue dalle sue vene a gocciaa goccia.
- Non crederepadrone. Il miserabile può avere mentito.
- Siva voglia che sia così. Se la mia Ada muoresento che non le sopravviverò Guarda che destino crudele! Amarlaessere riamato e non poterla far mia. Oh! ma lo saràlo giuro su tutte le divinità dell'India.
- Calmapadrone. Ecco che il nostro uomo comincia a dar segno di vita.
Lo strangolatore ritornava in sé. Un fremito scosse le sue membra che sembravano irrigiditealzò lentamente la testa rigata da grosse goccie di sudorei suoi lineamenti poco prima orribilmente alterati si ricomposero e finalmente aprì gli occhi fissandoli sul "cacciatore di serpenti". Aprì la bocca come se volesse parlarema la lingua non emise suono alcuno; solamente un sordo brontolìouna specie di gemito soffocatogli risuonò in fondo alla gola.
- Manciadiparla! - disse Tremal-Naik.
Il torturato non rispose.
- Vedi quel fuoco? Se tu non sciogli la linguaricomincio le torture - Parlare? - ruggì Manciadi. - Mi hai... rovinato... non potrò più camminare... Uccidimi se vuoi... ma non parlerò.
- Manciadi non irritarmiperché non avrò pietà alcuna.
- Ti odio... ma la tua Ada... la donna che tu ami... morrà!... Quale gioiaal pensare... che proverà i miei stessi tormenti... Mi pare di udire le sue urla... guardala là... legata sulla fiammeggiante pira...
Suyodhana sogghigna. .. i "thugs" le danzano intorno... Kâlì sorride... Ecco le fiamme che l'avvolgono... Ah! ah! ah!...
Il miserabile proruppe in un satanico scroscio di risaa cui fece eco il primo tuonar della folgoreche scosse la capanna fino alle fondamenta.
Tremal-Naik si gettòcome un forsennatosull'indiano.
- Tu menti- urlò. - Non è possibile! non è possibile!
- E' vero... la tua Ada sarà bruciata...
- Dimmi tutto! lo vogliote lo comando!
- Mai!
Tremal-Naikpazzo d'ira e di disperazionetornò ad afferrarlo per trascinarlo accanto al fuoco. Kammamuri intervenne.
- Padrone- gli disse arrestandolo- quest'uomo non può subire una seconda tortura e morrà. Il fuoco è insufficiente a farlo parlareproviamo il ferro.
- Cosa vuoi dire!
- Lascia fare a me; parleràlo vedrai.
Il maharatto passò nella stanza attigua e poco dopo ricomparve portando una specie di trapano alla cui estremità aveva applicato due spiragli oppostid'acciaio temperatocon due puntelontane l'una dall'altraun centimetro.
- Cos'è quella roba lì? - chiese Tremal-Naik.
- Un cava stoppacci- rispose il maharatto. - Ora mi vedrai adoperarlo e ti giuro che nessun uomoper quanto sia forte e caparbiopuò resistere a simile prova. I maharatti se ne intendono.
Afferrò il piede dritto del prigioniero e applicò sul pollice le due punte dello spirale.
- AttentoManciadiche incomincio.
Le due spirali si sprofondarono nelle carni. Il maharatto guardò in volto il torturatotutto coperto di un gelido sudore.
- Debbo continuare? - gli chiese.
Manciadi die' in un sussulto.
Kammamuri riprese la tortura.
Il torturatoscosso da una terribile commozionemandò un urlo disperato.
- Confessa o proseguo- disse il maharatto.
- No... non proseguire... Confesso tutto...
- Lo sapeva io che tu avresti parlato. Spicciatise non vuoi che ricominci sull'altro piede. Dov'è la "vergine della pagoda" sacra?
- Nei... sotterranei- mormorò con voce semi-spenta Manciadi.
- Giurami sulla tua divinità che non c'inganni.
- Lo... giuro... su... Kâlì.
- Avanti ora. Qual pericolo corre? Di'sututto.
- M'avevano ordinato... Ah! cani...
- Tira avanti.
- Una condanna pesa... su Ada... Kâlì l'ha dannata a morire... Il tuo padrone l'ama... essa lo riama... Ebbeneuno dei due... bisogna che muoia. M'avevano qui... mandato per assassinarlo... Ho mancato al colpo...
- Avanti! Avanti! - esclamò Tremal-Naikche non perdeva una sillaba.
- Non mi vedranno... indovineranno la sorte che... mi è toccata...
sapranno che tu... sei ancor vivo... Ebbeneuno dei due... bisogna che muoia... Ada è in loro... mano... morrà... abbruciata... Kâlì l'ha condannata.
- Orrore! Ma io la salverò!...
Un sorriso ironico agitò le labbra del torturato.
- I "thugs" sono... potenti- balbettò.
- Ma Tremal-Naik sarà più potente di loro. OdimiManciadi. Io so che il "banian sacro conduce nei sotterranei; è d'uopo che sappia il segreto per scendere.
- Ho parlato... troppo. Puoi uccidermigiacché... sono agonizzante...
ma non... dirò altro. Lasciami morire...
- Devo ricominciare? - chiese Kammamuri.
- So quanto mi occorre- disse Tremal-Naik. - Parto!
- Questa istessa notte?
- Non hai udito tu?... Domani potrebbe essere troppo tardi.
- La notte è oscura e tempestosa.
- Tanto meglio; approderò senz'essere veduto.
- Padroneandare a Raimangal è come andare incontro alla morte.
- In questa notteKammamurinon m'arresteranno nemmeno i fulmini del cielo. Darma!
La tigre. che stava accovacciata nella stanza attiguas'alzò mugolando e venne a collocarsi vicino al padrone.
- Andiamo al canottobuona bestiae prepara i tuoi artigli.
- Ed iopadronecosa devo fare? - chiese Kammamuri. Tremal-Naik pensò alcuni istantipoi disse:
- Quell'uomo è ancora vivo e probabilmente non morrà; veglierai su di lui. Chissàforse potrebbe esserci ancora utile.
- E vuoi partire senza di me?
- Tu lo vedinon puoi seguirmi. Se lasciamo solo quell'uomodomani sarà morto. Ti attendo al canotto.
Tremal-Naik s'armò della carabinadelle pistole e del coltellacciosi munì di un'ampia provvista di polvere e di palle ed uscì a rapidi passi. La tigre gli si mise dietro balzando a destra ed a mancamescendo i suoi ruggiti agli urli del vento e al rombo dei tuoni.
- La notte non è buona- disse Tremal-Naikguardando le tempestose nubi- ma nulla m'arresterà. Ah! potessi giungere in tempo da salvarla. Povera Ada!
D'un tratto una secca detonazione giunse ai suoi orecchiseguita dall'abbaiar lugubre di Punthy.
- Cos'è? - si chiese Tremal-Naiksorpreso.
Guardò verso la capanna e scorse Kammamuri che gli veniva incontro correndo. Era armato fino ai denti e sulle spalle portava i remi del canotto.
- Cos'è successo? - chiese il "cacciatore di serpenti".
- Kammamuri ha vendicato Aghur- rispose il maharatto.
- Hai ucciso Manciadiforse?
- Sìpadronecon una pistolettata. Quell'uomo ci era d'impiccio; ora almeno potrò seguirti.
- Kammamurisai che forse non ritorneremo mai più nella jungla?
- Lo sopadrone.- Sai che a Raimangal ci attende la morte?
- Lo sopadrone. Tu vai a sfidarla per salvare la donna che tu ami ed io ti seguo. Meglio morire al tuo fianco che solo nella jungla.
- Ebbenemio prode Kammamuriseguimi! Punthy veglierà sulla nostra capanna.





A Raimangal

Come aveva detto il maharattola notte era tempestosa. Enormi masse di vapori s'erano alzate dal sud e correvano disordinatamente per la volta celesteaccavallandosi come le onde del mare.
Frequenti colpi di vento si lanciavano attraverso le deserte "Sunderbunds"curvando con mille gemiti le immense piantagioni di bambùstrappando le deboli canne che volavano per l'aria assieme a bande di marabù e di pavoni che gettavano grida disperate.
Di quando in quando poiun lampo lividoabbaglianterompeva le tenebremostrando quel caos di vegetali contorti ed atterratiseguito poco dopo da un formidabile scroscio che si ripercuoteva fino alle rive del golfo del Bengala.
Non piovevama le cateratte del cielo non dovevano tardare ad aprirsi.
I due indiani e la tigre in pochi minuti guadagnarono la riva del Mangalle cui acqueingrossate da qualche acquazzonescorrevano con maggiore rapiditàtrascinando ammassi di bambù strappati probabilmente alle "Sunderbunds" del settentrione e gran numero di tronchi d'albero.
Stettero alcuni minuti nascosti fra i cannetiaspettando che un lampo rischiarasse la riva oppostapoicerti di non essere spiatis'affrettarono a scendere la riva ed a spingere in acqua il canotto.
- Padrone- disse Kammamurimentre Tremal-Naik vi balzava dentro. - Credi tu che incontreremo degli indiani lungo il fiume o nei dintorni di Raimangal?
- Ne sono certo ma cosa importa? Questa notte mi sento tanto forte da cozzare contro un esercito di mille uomini. La passione che m'arde in pettomi darà la forza necessaria per vincere e superare ogni ostacolo.
- Lo sopadronema bisogna agire con prudenza. Se ci scorgono daranno l'allarme e ci impediranno di sbarcare.
- E come vorresti fare?
- Ingannarli.
- Come?
- Lascia fare a me; passeremo senz'essere veduti.
Il maharatto riguadagnò la rivaabbatté un considerevole numero di bambù lunghi non meno di quindici metri e coprì accuratamente il canottoin modo da farlo sembrare un ammasso di canne in balìa della corrente.
- Fa oscuro- diss'egli nascondendovisi sotto con Tremal-Naik e Darma. - Gl'indiani non sospetteranno che sotto le canne v'è un canotto e che il canotto porta due uomini ed una belva.
- PrestoKammamurispingiamoci al largo- disse Tremal-Naik che fremeva d'impazienza. - Ogni minuto che scorreè per me un colpo di pugnale al cuore ed io tremo tutto pensando al gran pericolo che corre Ada. Credi tumaharattoche noi arriveremo a salvarla?
- Lo credopadrone- rispose Kammamurispingendo il canotto in mezzo alla corrente. - Forse quegli uomini sperano che il miserabile abbia compiuto il delitto.
- E se noi arrivassimo tardi?... Grande Sivaqual terribile colpo! Io non sopravvivereilo sentoalla catastrofe.
- Calmapadrone. Chissàforse Manciadi ha esagerato.
- Possa essere vero. Mia povera Adapotessi ancora rivederti.
- Zittopadrone; parlare è imprudente.
- E' veroKammamuri: silenzio.
Tremal-Naik si sdraiò a prua a fianco della tigre e Kammamuri a poppacol remo in manocercando di dirigere il canotto.
L'uragano allora raddoppiava di violenza e alla notte oscura era successa una notte di fuoco.
Il vento ruggiva tremendamente nella junglacurvando con mille gemiti e mille scricchiolii i giganteschi vegetali e torcendo in mille guise i cento tronchi dei "banian"i rami dei palmizi taradei lataniadei "pipal" e dei giacchierie fra le nubi scrosciava incessantemente la folgore che veniva giùdescrivendo abbaglianti zig-zag.
Il canotto trascinato dal vento e dalla corrente straordinariamente gonfiafilava come una frecciadondolandosi spaventosamente fra i gorghicozzando e tornando a cozzare contro le molteplici isolette e contro la moltitudine d'alberi che andavano disordinatamente alla deriva.
Kammamuri si sforzavama invanodi mantenerlo sulla buona via e Tremal-Naik cercava di calmare la tigrela qualespaventata da tutti quei fragori e da quell'abbagliante chiaroreruggiva ferocementelanciandosi dall'uno all'altro bordo della imbarcazione con grande pericolo di rovesciarla.
Alle dieci di sera Kammamuri segnalò un gran fuoco che ardeva sulla riva del fiume a meno di trecento passi dalla prua del canotto. Non aveva ancora terminato di parlareche si udì il "ramsinga" suonare tre volte e su tre diversi toni.
- Allertapadrone! - gridòdominando colla voce tutti quei formidabili fragori.
- Scorgi nessuno? - chiese Tremal-Naiktenendo stretta pel collo la tigre colla mano sinistra e impugnando colla destra una pistola.
- Nopadronema il fuoco fu certamente acceso per vedere chi va o viene. Stiamo in guardia; il "ramsinga" ha segnalato qualche cosa.
- Prendi la carabina. Forse daremo battaglia.
Il canotto s'avvicinava rapidamente al fuocoil quale bruciava un ammasso di bambù secchirischiarando come in pieno giorno le due rive del fiume.
- Padroneguarda! - disse d'un tratto Kammamuri.
- Zitto! - bisbigliò Tremal-Naikserrando la bocca alla tigre.
Due indiani si erano improvvisamente lanciati fuori da un cespuglio di mussenda.
Portavano il laccio attorno al corpo e tenevano una carabina in mano.
Sui loro pettisi scorgeva distintamente il serpente azzurro colla testa di donna.
- Guarda laggiù! - gridò uno di essi. - Vedi?
- Sì- rispose l'altro. - E' un ammasso di canne che va alla deriva.
- Lo credi?
- E perché no?
- Temo che nasconda qualche cosa.
- Non vedo nulla sotto.
- Taci!... To'. Mi sembrò di avere udito...
- Un ruggitovuoi dire?
- Precisamente. Che ci sia una tigre là in mezzo?
- Buon viaggio.
- AdagioHuka. L'uomo che Manciadi deve strangolare ha una tigre.
- Questo non lo sapeva. E vuoi tuche là sotto ci sia il nostro uomo colla sua bestia?
- Potrebbe darsi. Quell'uomo è astuto ed audace.
- Cosa conti di fare?
- Scovarlo con un colpo di carabina. Mira molto basso.
Kammamuri e Tremal-Naik avevano udito distintamente il dialogo.
Vedendo i due indiani alzare le carabinesi gettarono prontamente nel fondo del canotto.
- Non risponderepadrone- disse il maharattoo siamo perduti.
Due colpi di carabina rintronarono forando i bambù. La tigre fece un salto emettendo un furioso miagolìo.
- FermaDarma! - disse Tremal-Naikrovesciandola.
- Che la dea mi fulmini! - gridò uno dei due indiani. - E' lui.
- Da' il segnaleHuka! - comandò l'altro. - Ah! miserabile!
Qualche cosa di lampeggiante brillò al disopra del canotto seguito da uno scroscio formidabile che soffocò l'acuta nota del "ramsinga".
Tremal-Naik e Kammamuriche si erano alzatifurono violentemente atterrati mentre la tigre gettava un secondo miagolìo ancor più furioso del primo.
- Padrone! - esclamò Kammamuri. - La folgore!
Tremal-Naikancora istupidito dall'influenza della scarica elettrica s'alzò ginocchioni. Un grido di rabbia gli sfuggì.
- Maledizione!... Abbruciamo!
Infatti i bambùpercossi dalla folgoreavevano preso fuoco e abbruciavano rapidamente.
- Siamo perduti! - esclamò Kammamuri. - Nel fiume! Nel fiume!
- Non muovertise ti è cara la vita.
Tremal-Naik prese fra le braccia l'ammasso di canne e con uno sforzo disperato le gettò nel fiume.
- E' lui! - gridò una voce.- Fuoco! Huka!...
Due altre detonazioni rimbombarono. Tremal-Naik udì le palle fischiare ai suoi orecchi.
- Da' il segnaleHuka!
- Siamo perdutipadrone! - gridò Kammamuri.
- Non muoverti- disse Tremal-Naik. - Afferra la tigre.
Si slanciò a poppa e mirò l'indiano Huka che accostava alle labbra il "ramsinga".
Lo scoppio della carabina fu accompagnato da un tonfo e da un grido.
Hukacolpito in fronte dall'infallibile palla del "cacciatore di serpenti"era precipitato nel fiume.
Il suo compagno esitò un momentopoi fuggì a rompicollo attraverso la junglasuonando furiosamente il "ramsinga" che aveva raccolto da terra.
Tremal-Naik gli sparò dietro una pistolettatama senza riuscire a colpirlo.
- Fallito! - gridò egligettando con collera l'arma. - Siamo scoperti!
- Cosa facciamopadrone? - chiese Kammamuri. - Mi pare che ogni speranza di approdare a Raimangal sia perduta; il "ramsinga" metterà in allarme tutti gl'indiani. Maledetta folgore!...
- Andiamo innanzi lo stessoKammamuri. Questa notte non ci arresteranno tutti gl'indiani delle "Sunderbunds". Da' mano ai remi ed arranca con quanta forza hai; forse arriveremo prima che i miserabili possano prepararsi a riceverci. Io terrò d'occhio le due rive del fiume e abbatterò quanti si mostrano a portata della mia carabina.
Avanti!
Kammamuri voleva aggiungere qualche parolaforse qualche consiglioma Tremal-Naik non gliene lasciò il tempo.
- Se hai paurasbarca- gli disse. - Io e la tigre andremo innanzi.
- Ti seguopadronee Siva ci protegga.
Afferrò i remisi sedette a mezza barca e si mise a remigare con tutte le sue forze. Il canottosotto quella potente spintadiscese la fiumana con rapidità vertiginosabalzando sulle onde.
Tremal-Naikcaricata la carabinasi mise a poppa cogli occhi fissi sulle due rive. La tigre si era accovacciata ai suoi piedi e brontolava sordamente ad ogni baleno.
Passarono dieci minuti. Le riveche fuggivano rapidamente dinanzi agli occhi dei due indianierano coperte di bambù che tuffavansi nella corrente e da rade palme tarala maggior parte delle quali abbattute o spezzate dalla furia dell'uragano.
D'un tratto Tremal-Naikche seguiva attentamente il corso del fiume scorse al sud un razzo elevarsi a grande altezza. Quantunque il vento continuasse a ruggire e la folgore a scrosciareudì distintamente lo scoppio.
- Un segnale forse? mormorò egli. - Arrancaarranca Kammamuri!
Un secondo razzo si elevò sulla riva opposta descrivendo una lunga parabola.
- Padrone? - interrogò Kammamuri.
- Avantimio prode maharatto. - Siamo stati segnalati.
- La mia Ada corre un pericolo: avanti! AttentaDarma: l'ora della pugna s'avvicina.
Il fiume allora correva più rapido restringendosi a mo' di collo di bottiglia; Tremal-Naik s'accorse di essere vicino al cimitero galleggiante. Senza sapere il perchéprovò un fremito.
- AdagioKammamuri. Sento che corriamo un pericolo.
Il maharatto rallentò la battuta delle pagaie. Il canotto continuò a filare ed entrò in mezzo al bacinocoperto dalla fitta volta dei tamarindi e dei manghieri. L'oscurità divenne profondatanto che i due indiani non vedevano più lontano di cinque passi.
Il canotto urtò contro la massa dei cadaveried un tonfocome di un corpo che s'inabissarispose al primo urto.
- Padronehai udito? - chiese Kammamuri.
- Sìqualcuno si è gettato in acqua.
Tremal-Naik si curvò sul fiume per vedere se qualcuno s'avvicinava al canottoma nulla scorse.
Il canotto per la seconda volta urtò.
- Qualcuno passa- disse una voce che giunse fino ai due indiani.
- Che sieno loro?
- Oppure dei nostri? L'appuntamento è per la mezzanotte.
Tremal-Naik a quella parola "mezzanotte" provò un colpo al cuore.
- Mezzanotte! - mormoròcon voce tremante. L'appuntamento per la mezzanotte! Quale sospetto!
- Olà! - gridò una di quelle voci. - Chi passa?
- Non risponderepadrones'affrettò a dire Kammamuri.
- Al contrariorisponderò. Bisogna che sappia tutto.
- Ti perdi.
- Chi parla? - chiese Tremal-Naik.
- Chi passa? - domandò invece la voce.
- Indiani di Raimangal.
- Affrettateche la mezzanotte non è lontana.
- Cosa si farà a mezzanotte?
- La vergine della sacra pagoda sale sul rogo.
Tremal-Naik soffocò un urlo che stava per sfuggirgli dalle labbra.
- SivaSivaabbi pietà di lei! mormorò.
Poidominando la sua commozionechiese:
- Non è mortoadunqueTremal-Naik?
- Nofratellopoiché Manciadi non è ancora tornato.
- E la Vergine verrà abbruciata?
- Sìalla mezzanotte. Il rogo è pronto e la fanciulla salirà nel paradiso di Kâlì.
- Graziefratello- rispose con voce soffocata Tremal-Naik.
- Una parola ancora. Hai udito il "ramsinga"?
- No.
- Hai veduto Huka?
- Sìaccanto al falò.
- Sai dove si brucierà la Vergine?
- Nei sotterraneimi pare.
- Sìnella grande pagoda sotterranea. Affrettati che la mezzanotte non deve essere lontana. Addiofratello.
- ArrancaKammamuriarranca! - ruggì Tremal-Naik. - Ada! mia povera Ada!
Un singhiozzo lacerò il suo petto e soffocò la sua voce.
Kammamuri afferrò i remi e si mise ad arrancare con disperata energia.
Il canotto sfondò violentemente la massa dei cadaveri ed uscì dalla parte opposta.
- Presto!... presto! - disse Tremal-Naikfuori di sé. - A mezzanotte salirà il rogo... ArrancaKammamuri!
Il maharatto non aveva bisogno di essere eccitato. Arrancava così furiosamenteche i muscoli minacciavano di fargli scoppiare la pelle.
Il canotto attraversò il bacino ed entrò rapido come un dardo nel fiume. Tosto apparve l'estrema punta di Raimangal col suo gigantesco "banian" i cui smisurati rami si contorcevano in mille guise sotto i possenti soffi della burrasca.
Un lampo ruppe le tenebre mostrando la riva completamente deserta.
- Siva è con noi! - esclamò Kammamuri.
- Avantimaharattoavanti! - disse Tremal-Naikche s'era gettato a prora.
Il canotto spinto innanzi a tutta velocità s'arenò sulla spondauscendo d'un buon terzo dall'acqua.
Tremal-Naikcaricatosi in furia delle munizioniKammamuri e la tigre si slanciarono a terraraggiungendo il tronco principale del "banian sacro".
- Odi nulla? - chiese Tremal-Naik.
- Nulla- disse Kammamuri. - Gl'indiani sono tutti nel sotterraneo.
- Hai paura a seguirmi?
- Nopadronerispose con ferma voce il maharatto.
- Quando è cosìscendiamo anche noi. La mia Ada o la morte!
S'aggrapparono ai colonnati e raggiunsero i rami superioriavvicinandosi alla smezzata sommità del tronco. La tigre con un salto solo li raggiunse.
Tremal-Naik guardò giù nella cavità. Al chiarore dei lampi scorse delle taccheche permettevano di discendere.
- Andiamomio prode maharatto. Io ti precedo.
E si lasciò calare nel troncoscendendo silenziosamente. Il maharatto e Darma lo seguirono da vicino.
Cinque minuti dopo i due indiani e la tigre si trovavano nel sotterraneoin una specie di pozzo semi-circolare scavato nella viva rocciasei metri sotto il livello delle "Sunderbunds".





Nella pagoda sotterranea

Scesi senza aver destato l'allarmenei sotterraneinon restava che cercare il gran tempio della dea Kâlìpiombare improvvisamente sull'orda e rapire la vittimaapprofittando della confusione e dello sgomento che avrebbe provocato la comparsa della tigre.
Non era però facile guidarsi fra quella profonda oscurità e fra i corridoi dell'mmenso sotterraneo. Né Tremal-Naikné il maharatto conoscevano la viané sapevano in quale luogo fosse scavato il tempio. Tuttavia non erano uomini da dare indietro né da esitare un sol momentoquantunque mille e mille pericoli li minacciassero.
Appoggiate le mani ai muricominciarono ad avanzare l'un dietro l'altrotastando coi piedi il terrenoper non cadere in qualche aperturae nel più profondo silenzionon sapendo se erano soli e se qualche sentinella si trovasse vicina.
In breve trovarono un'ampia aperturauna specie di portasulla cui soglia sostarono tendendo gli orecchi.
- Odi nessun rumore? - chiese con un filo di voce Tremal-Naik al compagno.
- Nessunopadroneall'infuori dei tuoni.
- E' segno che il supplizio non è cominciato.
- Lo credopadrone. Gl'indiani praticano l'"onugonum" con grande strepito.
- Eppure il mio cuore batte come volesse spezzarsi.
- E' l'emozionepadrone.
- Credi tu che noi giungeremo alla pagoda?
- E perché no?
- Temo di smarrirmi in questi corridoi. To'si direbbe che in questo supremo istanteio ho paura.
- E' impossibile. Paura tu!
- Eppure è così. Non so se sia la febbre o la profonda emozione che si è impadronita di me.
- Coraggiopadronee andiamo innanzi adagioadagio. Se qualcuno ci ode potrebbe dare l'allarme e far piombare su di noi tutti i misteriosi abitanti di queste tenebrose cavità.
- Lo soKammamuri; tieni la tigre.
Tremal-Naik posò i piedi su di un gradino viscido e cominciò a discendere colle mani tese innanzi a séper non urtare contro qualche ostacoloe gli occhi bene aperti.
Dopo dieci gradini trovò il piano di una galleria che s'abbassava dolcemente.
- Vedi nulla? - chiese a Kammamuri.
- Nulla; mi pare di essere diventato cieco. Sarà questala via che conduce alla pagoda?
- Non lo soKammamuri. Darei mezzo del mio sangue per accendere un po' di fuoco. Quale spaventevole situazione!
- Avantipadrone. Temo che la mezzanotte sia vicina.
Tremal-Naik sentì le carni raggrinzarsi e il cuore battere con veemenza furiosa.
- Orrore! - esclamò con voce soffocata. - La mezzanotte!
- Zittopadronepotrebbero udirci.
Tremal-Naik ammutolì soffocando un gemito e si slanciò risolutamente innanzibrancolando come un ubriacocercando colle mani le pareti.
Man mano che procedeva sentivasi preso da uno strano stordimento.
Sentivasi il sangue sibilare agli orecchiil cuore battere ognor più precipitosamente ed ardere. Vi erano dei momenti in cui gli sembrava di udire in lontananza delle vocidelle grida strazianti come di persone torturatee che gli pareva di scorgere dei lumicinidelle fiammelle e persino delle ombre muoversi d'intorno e volteggiar fra le tenebre. Aveva abbandonato ogni prudenza e camminava rapidamentea balzellonicoi pugni chiusigli occhi sbarratiin preda a una specie di delirio. Non udiva nemmeno la voce di Kammamuriche lo supplicava di frenare la sua esaltazione. Per fortuna lo scrosciare delle folgori si ripercuoteva sempre sotto le cupe arcatesoffocando il rumore dei passi.
D'improvviso il "cacciatore di serpenti" urtò contro un oggetto acuminato che gli traforò la veste toccandogli le carni. S'arrestò di botto indietreggiando.
- Chi è là? - chiese egli con voce stridulaimpugnando il coltellaccio e alzandolo.
- Cos'hai trovato? - domandò il maharattoche si preparava ad avventare innanzi Darma.
- Qualcuno sta presso di noiKammamuri. Sta' in guardia.
- Hai visto qualche ombra?
- Noma fui urtato da una lancia. La punta mi toccò il petto e per poco non mi ferì.
- Eppure Darma non dà segni d'inquietudine.
- Che mi sia ingannato? Non è possibile.
- Ritorniamo?
- Giammai. Mezzanotte forse sta per iscoccare. AvantiKammamuri.
Fece per slanciarsi innanzi e sentì la stessa punta acuta che gli penetròquesta voltanelle carni. Egli gettò una sorda imprecazione e allungò la man drittaafferrando una specie di lancia tesa orizzontalmente all'altezza del suo petto.
Si provò a tirar a séma resistette; tentò di torcerla ma non fu capace. Tremal-Naik si lasciò sfuggire un'esclamazione di sorpresa.
- Cosa significa ciò? - mormorò egli.
- Ebbenepadrone? - chiese Kammamuri. - Che ostacolo è?
- Una lancia irremovibileforse infissa nel muro: deviamo.
Si volse a destra e dopo qualche passo incontrò una seconda lancia pure irremovibile. La sua sorpresa giunse al colmo.
- Forse è un'opera di difesa- pensò- e forse qualche strumento di tortura. Volgiamo a sinistra. Qualche via la troverò per tirare innanzi.
Camminò per qualche trattopoi urtò colla testa sotto una volta assai bassae mise i piedi su di un gradino. Ne discese con precauzione quattro o cinquepoi si fermò. La sua mano s'incontrò con quella di Kammamuri e gliela strinse fortemente.
- Odipadrone? - chiese il maharatto.
- Sìodo- rispose Tremal-Naik sommessamente.
- Cos'è questo mormorìo?
- Non lo sotaci ed ascolta.
Tesero l'orecchio trattenendo il respiro. Cosa invero stranasulle loro teste udivasi una specie di gorgoglìo che l'eco della galleria ripeteva.
Un momento doposotto la voltaapparve un disco lievemente illuminato che si spense quasi subito. Un cupo boato vi tenne dietro.
Kammamuri e Tremal-Naik si sentirono invadere da una viva inquietudine ed afferrarono le pistole.
Passò qualche minutopoi il disco riapparve e tornò a scomparire seguìto ancora dal rimbombo misterioso.
- Comprendi qualche cosa? - chiese il maharatto.
- Credo di sì - rispose Tremal-Naik. - Questo sgocciolare e questo gorgoglìo fanno sospettare la presenza dell'acqua.. Forse sul nostro capo scorre un fiume.
- E quel disco che appare e scompare?
- Forse è una lente di vetro o di quarzo. Il chiarore proviene dai lampi e il boato è il tuono che scroscia al di fuori.
- Lo credipadrone?
- Vero o nonon farò un passo indietro. Mezzanotte è vicina.
- Siamo in un luogo orribilepadrone. Io tremo come se avessi freddo.
Questo silenzio e queste tenebre mi fanno paura.
- E' inquieta Darma?
- Nopadroneè tranquilla.
- E' segno che il nemico non è ancora vicino. Andiamo avanti.
Ripresero la marcia fra le tenebre fredde ed umidesalendo e discendendourtando spesso la testa sotto le voltecamminando a casaccio seguiti sempre dalla tigreche non dava ancora segno alcuno d'inquietudine.
Passarono così altri dieci minuti lunghi come dieci ore. I due indiani già credevano di aver preso una falsa via e stavano per ritornarequando ad una svolta videro una grande fiamma ardere in mezzo alla galleria. Tremal-Naik scorse vicino ad essa un indiano semi-nudoappoggiato ad una specie di zagagliasormontata dal misterioso serpente. Un sospiro di sollievo gli usci dalle labbra.
- Finalmente! - mormorò egli. - Cominciavo a temere di essermi inoltrato in una caverna disabitata. AttentoKammamuri.
- Abbiamo il nemico in vista?
- Sìc'è un indiano.
- Oh! - esclamò il maharattorabbrividendo.- Quell'uomo ci sbarra la via.
- Lo uccideremo.
- Non si può evitarlo?
- Sìritornandoma Tremal-Naik non ritorna.
- Farai rumoreegli griderà e gli avremo tutti addosso.
- Quell'uomo ci volge le spalle e Darma ha il passo silenzioso.
- Sta' in guardiapadrone.
- Sono deciso a tuttoanche a pugnare contro mille uomini.
Si chinò verso la tigre che fissava ferocemente l'indianomostrando le acute zanne ed i lunghi artigli.
- Guarda quell'uomoDarma- disse Tremal-Naik.
La tigre emise un sordo brontolìo.
- Va' e sbranaloamica mia.
Darma guardò il padronepoi l'indiano. I suoi occhi si dilatarono e parve che s'incendiassero. Aveva compreso ciò che il "cacciatore di serpenti" desiderava. Si abbassò fino a toccare col ventre la terraguardo un'ultima volta Tremal-Naik che le additava l'indiano e s'allontanò con passo silenziosoondeggiando lievemente la codacome un gatto in collera. L'indiano nulla avea udito né vedutovolgendo la schiena al fuoco. Si avrebbe detto anzi che si era assopito appoggiato alla lancia.
Tremal-Naik e il maharattocolle carabine in manoseguivano ansiosamente i movimenti di Darmala quale fissava con occhio ardente la vittimaavanzando con precauzione. I loro cuori battevano fortemente di timore. Bastava un grido dell'indianoperché l'allarme si spargesse nei sotterranei e l'audace impresa crollasse come un castello di carta - Riuscirà? bisbigliò il maharattoall'orecchio di Tremal-Naik.
- Darma è intelligente- rispose il "cacciatore di serpenti".
- E se fallisse? - Tremal-Naik provò un forte brivido.
- Daremo battaglia- disse poi con ferma voce. Taci e guarda!
L'indiano non aveva ancora udito nullatanto era silenzioso il passo del feroce animale; d'un tratto questi si arrestòraccogliendosi su se stesso.
Tremal-Naik strinse fortemente la mano di Kammamuri. La tigre non era che a dieci passi dall'indiano.
Passarono due secondipoi la tigre fece un balzo spaventevole. Uomo e animale caddero entrambi per terra e s'udì un sordo scricchiolìocome di ossa che s'infrangono.
Tremal-Naik e Kammamuri si slanciarono verso il fuocodrizzando le carabine verso il corridoio.
- BravaDarma- disse Tremal-Naik passandole una mano sulla robusta schiena. S'avvicinò all'indiano e lo sollevò. Il poveretto non dava più segno di vita ed era inondato di sangue. La tigre gli aveva schiacciato la testa fra i denti.
- E' proprio morto- disse Tremal-Naiklasciandolo ricadere. - Darma non poteva eseguire il colpo con maggior destrezza. VedraiKammamuriche con questa brava compagna noi faremo grandi cose. Mi pare che la salvezza di colei che amosia ora una cosa facile.
- Lo credo anch'iopadrone. Sarà un bel colpoquando Darma si scaglierà in mezzo all'orda: metteremo in fuga tutti.
- E noi approfitteremo per rapire Ada.
- E dove la trasporteremo?
- Alla capanna innanzi tutto; poi vedremo se sarà meglio condurla a Calcutta o più lontano.
- Zittopadrone!
- Cosa c'è?
- Ascolta!
In lontananza s'udì un'acuta nota. I due indiani la riconobbero subito.
- Il "ramsinga"! - esclamarono.
Un colpo sordo e formidabile echeggiò sotto i corridoi e si ripercosse parecchie volte. Era un boato simile a quello udito la notte che avevano approdato a Raimangal per cercare Hurtie che li aveva tanto sorpresi.
Tremal-Naik fremette da capo a piedi e gli sembrò che le forze si centuplicassero Fece un salto da tigre alzando la carabina.
- Mezzanotte! - esclamò eglicon un tuono di voce che più nulla aveva d'umano.- Ada!... Oh! mia fidanzata!...
Non seppe dire di più. Emise un urlo strozzato e s'avventò furiosamente sotto la galleria seguito da Kammamuri e dalla tigre.
Pareva una belvaanziché un uomo. Aveva gli occhi iniettati di sanguela spuma alle labbra e brandiva nella dritta il coltellaccio pronto a sfondare qualsiasi ostacolo.
Non aveva più paura di nessuno. Mille indiani non lo avrebbero arrestato nella sua pazza corsa.
L'"hauk" continuava a rullaredestando tutti gli echi delle caverne e delle galleriechiamando a raccolta i settari della misteriosa deae in lontananza s'udivano le acute note del "ramsinga" ed un confuso mormorìo di voci. Il momento terribile s'avvicinava la mezzanotte stava per iscoccare.
Tremal-Naik raddoppiava la velocitàpoco calendogli che venissero uditi i suoi precipitosi passi.
- Ada!... Ada!... - lo si udiva rantolare e si scagliava colla furia d'un toro sotto le galleriele quali si succedevano le une alle altre.
Un chiarore immenso apparve nel fondo ed uno scoppio di grida rintronò nei sotterranei.
- Eccoli! - urlò Tremal-Naik con voce strozzata.
Kammamuri si slanciò su di lui e radunando tutte le sue forze lo arresto.
- Non un passo! - gli disse.
Tremal-Naik gli si volse contro digrignando i denti.
- Cosa vuoi dire? - gli chiese con feroce accento.
- Se ti è cara la vita della tua Adanon un passo di più- gli ripeté Kammamuri avvinghiandosi a lui.
- Lasciamimaharattolasciami! Ho la febbre... m'assale il delirio!
- E' ben perché sei fuori di te stessoche non voglio che tu vada innanzi. Se tu irrompi in quella caverna prima del tempoci perderai.
Frenatipadronee noi la salveremo egualmente.
- Lo credi? - chiese Tremal-Naik. - Ho il cuore che mi balza furiosamente in petto e il sangue che mi bolle. Mi sento tanto forte da scuotere queste mura e seppellire sotto le macerie tutti quei mostri. Odi!... Non hai udito quel grido straziante?
- Non ho udito nulla; ti sei ingannato.
- Mi era sembrato di avere udita la sua voce.
- E' il delirio. Sii calmopadronese vuoi salvarla.
- Sarò calmoma non arrestiamoci quiKammamuri.
- Nonon ci arresteremo. Vieni con mema se commetti un'imprudenzaio ti abbandono. Dammi la mano.
Kammamuri afferrò la sinistra di Tremal-Naik e si inoltrarono verso la caverna. Poco dopo si arrestavano dietro una enorme colonna donde potevano vedere senz'essere scoperti.
Uno strano spettacolo s'offerse tosto ai loro occhi.
Dinanzi a loro si apriva una vastissima caverna scavata nel granito rosso come i famosi templi di Ellorasostenuta da ventiquattro colonne adorne di sculture più o meno bizzarredi teste di elefantidi teste di leoni e di divinità. Ai piedi di essi si scorgevano Parvadidea della morteseduta su di un leonee la dea Ganesa colle sue otto bracciaseduta fra due elefanti che congiungevano le loro trombe sopra la sua testa.
Ai quattro angoli c'erano le statue di Siva e nel mezzo una dea mostruosa con una lingua rossa che le usciva dalla boccauna cintura di mani e una collana di craniuna dea simile a quella che Tremal- Naik aveva veduta nella pagoda.
Dalla voltacoperta di altirilievirappresentanti i combattimenti di Rama col tiranno Ravanarapitore della bella Sita e le guerre dei Kurù e dei Pandùche contesero per lungo tempo pel possedimento di Babrata Varcapendevano numerose lampade di bronzole quali spandevano all'intorno una luce azzurrognolalividacadaverica.
Quaranta indiani seminudi col serpente tatuato sul pettoil laccio di seta stretto attorno le reni e ii pugnale in manoerano seduti all'ingiro a mo' dei mussulmanicioè colle gambe incrociatefissando la mostruosa divinità di bronzo. Uno di loro aveva vicino un enorme tamburoun haukornato di piume e di crini e di quando in quando lo percuoteva facendo rimbombare le volte della caverna.
Tremal-Naikcome si dissesi era arrestato dietro alla colossale colonnasorpreso ed atterrito ad un tempoma stringendo convulsivamente le armi.
- Ada!... - mormorò eglipercorrendo con un solo sguardo tutta la caverna. - Dov'è la mia Ada?...
Un raggio di gioia brillò negli occhi del povero indiano.
- Il sacrificio non è ancora incominciato! esclamò. - Siva sia benedetto.
- Non parlare così fortepadrone - disse Kammamuristringendo il collo della tigre. - Se tutti gli indiani che abitano il sotterraneo sono questirapire la tua donna sarà cosa non impossibile.
- Sìsìla salveremoKammamuri! - esclamò Tremal-Naik con esaltazione. - Faremo un'orribile strage.
- Zitto...
L'"hauk" batteva dodici colpi e i quaranta indiani si erano alzati come un sol uomo. Tremal-Naik provò una stretta al cuore e s'aggrappò alla colonnacome se temesse di non sapersi frenare.
- Mezzanotte! - diss'eglicon voce soffocata.
- Calmapadrone- disse per l'ultima volta Kammamuriafferrandolo per la cintola.
Una porta si aprì con grande strepito ed un indiano di alta statura magrissimocol volto ornato da una lunga e nera barbagli occhi scintillanti e avvolto in un ricco "dootèe" di seta giallaentrò nella caverna.
- Salve a Suyodhanafiglio delle sacre acque del Gange! - esclamarono in coro i quaranta indiani.
- Salve a Kâlì ed ai suoi figli- rispose l'indiano con voce cupa.
Tremal-Naiknel mirare quell'uomoemise una sorda imprecazione e fe' atto di slanciarsi nella caverna. Kammamuri lo trasse indietro.
- Non muovertipadrone- gli sussurrò.
- Guarda quell'uomo! - esclamò Tremal-Naik coi denti stretti.
- Sìlo soè il capo di questi uomini.
- E' lo stesso che mi pugnalò.
- Ah! miserabile!
Suyodhana entrò rapidamente nel tempios'inchinò dinanzi alla mostruosa divinità di bronzo e volgendosi verso gl'indiani gridò con voce tonante:
- L'estrema ora della "vergine della pagoda" è suonatafratelli.
Manciadi è morto.
Un mormorìo minaccioso percorse le file degli indiani.
- Si dia fiato ai "tarè"- comandò il terribile capo degli strangolatori.
Due indiani presero due lunghe trombe e trassero alcune note tristilamentevoli.
Cento indiani carichi di legne irruppero nella caverna e rizzaronodi fronte alla deaai piedi di un colonnatoun gigantesco rogo versandovi sopra torrenti d'olio profumato.
Un drappello di "devadasì" si slanciòpiroettandonella salafacendo tintinnare campanelluzzi e cerchietti d'argento e circondò la dea Kâlì.
I loro abbigliamenti erano sfarzosileggiadrii più acconci che si possa immaginare a far spiccare la bellezza e le grazie. Corazze sottilissime d'oro tempestate di diamanti della più bell'acqua brillavano sui loro petti; corte gonnelline di seta rossapendevano sotto la larga fascia di cachemire che stringeva i loro fianchie pantaloni bianchi scendevano fino al collo del piede. Anelli di argento e campanellini d'egual metallo portavano alle braccia ed alle gambee leggieri velidai colori vivissimicoprivano le loro teste.
Al suono dell'"hauk" e dei funebri "tarè" cominciaronoattorno alla dea Kâlìuna danza scapigliatafacendo volteggiare in aria i loro veli di seta azzurra o rossae formando un intreccio di effetto magicosorprendente D'un tratto la danza cessò. Le "devadasì" sfilarono dinanzi alla deatoccando la terra colla fronte e si ritrassero da parteunendosi in un gruppo superbopittoresco. Gli indiani che erano tornati a sedersiad un cenno di Suyodhana si rialzarono. Tremal-Naik comprese che il supplizio stava per cominciare.
- Kammamuri- balbettò l'infelice appoggiandosi alla colonnaKammamuri!...
- Calma e coraggiopadrone- disse il maharatto che batteva i denti.
- La testa mi girail cuore mi scoppia... Ada!... Ada!...
In lontananza echeggiò una scarica di tamburi. Tremal-Naik si raddrizzò cogli occhi in fiamme ed i pugni chiusi attorno alle pistole.
- Eccoli! - ruggì eglicon indefinibile accento d'odio.
I tamburi s'avvicinavano e il loro rullo si ripercuoteva indefinitivamente sotto le nere volte della caverna e dentro i tenebrosi corridoi. Ben presto si udirono delle voci scordate e selvagge accompagnate dal suono dei tam-tam.
- Eccoli!- esclamò una seconda volta Tremal-Naik.
La tigre mandò un sordo brontolìo e agitò la coda.
Una larga porta si aprì ed entrarono dieci strangolatori con dei grandi vasi di terra cotta coperti di pellechiamati dagli indiani mirdengs. Poi dietro a quei dieci ne entrarono altri venticon dei grandi gauthasorta di campanelli di bronzoe quindi altri dodici muniti di "ramsinga"di tarè e di tam-tam.
Finalmente dietro a quegli uominiche percuotendo i mirdengs ed i tam-tamagitando i gautha e soffiando nei "ramsinga" e nei tarè formavano un baccano spaventevoleapparve l'infelice Ada colla sua corazza d'oro tempestata di diamanti d'inestimabile prezzola sottana e calzoni di seta bianca ed i capelli sciolti sulle spalle. La vittimache quegli spietati uomini si preparavano a scagliare in mezzo al rogoera pallida come un cadaveresfinita dai lunghi digiuni e istupidita dalle bevande oppiate fattele prima inghiottire.
Due strangolatori coperti da una lunga tonaca di seta gialla la sostenevanoed altri dieci la seguivano cantando elogi pel suo eroismo e promettendole infinite felicità nel paradiso di Kâlìin ricompensa delle sue virtù.
Il momento terribile era vicino. Già Suyodhana aveva dato fuoco alla pira e le fiamme s'alzavanoa guisa d'immani serpentiverso la volta della caverna; già gli strangolatoriassordandola con mille urli la trascinavano; già i tamburi e i tarè intuonavano la marcia della morte.
D'un tratto la vittima ritornò in sé. Vide la pira che fiammeggiava dinanzi a lei e il pericolo che correva. Attraverso l'ebbrezza dell'oppiosi rammentò della condanna pronunciata dal truce Suyodhana. Un urlo straziante le lacerò il petto.
- Tremal-Naik!... Oh Tremal-Naik!...
In fondo al nero corridoio rimbombò un urlo feroce:
- SbranaDarma!... Sbrana!... - La gran tigre del Bengala non attendeva che quel comando. Uscì dal nascondiglio colla bocca aperta e gli artigli tesis'allungòs'accorciò emise un rauco ruggitoindi spiccò un balzo gigantesco piombando in mezzo alla folla degli strangolatori. Un grido di terrore sfuggì da tutti i petti alla vista del feroce carnivoro che aveva di già atterraticon due potenti colpi d'artigliodue uomini.
- SbranaDarma!... Sbrana!... - ripeté la stessa voce di prima.
Poi rimbombarono quattro detonazioni che mandarono a gambe levate quattro indiani e fecero cadere in ginocchio tutti gli altri e in mezzo alla nube di fumo apparve il "cacciatore di serpenti della jungla nera" colla faccia stravolta ed il coltello in pugno. Sfondare con irresistibile slancio le file degli atterriti indianiafferrare la giovanetta che era caduta a terra priva di sensistringerla fra le braccia e scomparire sotto la galleria con Kammamuri e la tigre alle calcagna. fu cosa di un sol momento





Il trionfo degli strangolatori

I sotterranei di Raimangalabitati dai settari di Kâlìerano vasti quanto maiforse assai più dei famosi sotterranei di Mavalipuran e di Ellora.
Infinite gallerie solcavano il sottosuolo in mille direzionialcune tanto basse da non tenervisi in piedi un uomoaltre altissime e vastealcune dirittealtre tortuose che salivano a toccare la superficie pantanosa dell'isola o che scendevano nelle viscere della terra.
Qua antri orribiliumidifreddioscurissimida secoli e secoli disabitati; colà cavernespelonchepagode adorne di mostruose e bizzarre figure della mitologia indiana e ingombre di colonnatie più oltre pozzi che mettevano in sotterranei ancor più tenebrosi e forse ancora ignorati dagli strangolatori.
Tremal-Naikfatto il colpos'era slanciato sotto le nere volte della prima galleria trovatasi a lui dinanziseguito da Kammamuri e dalla tigre.
Non sapeva dove andava a terminarema non se ne curava più che tanto.
Non ci vedevama non si davaalmeno pel momentopensiero alcuno.
A lui bastava fuggirea lui bastava frapporre fra sé e gli strangolatori il maggiore spazio possibileprima che si riavessero dalla sorpresa e dal terrore cagionato dall'improvvisa comparsa della tigree che organizzassero la caccia all'uomo.
Aveva gettato una parte delle sue munizioni per essere più leggiero e correva colla massima velocitàsenza deviare.
Fra le braccia stringeva sempre la giovanetta svenuta eponendo ogni cura a salvaguardarla da qualsiasi urtoripeteva di quando in quando:
- Salva! Salva!... Io divento pazzo!...
E nel suo eccitamento ritrovava sempre maggiori forze; quel fardello gli sembrava più leggiero e precipitava la rapidissima corsapauroso di essere raggiunto dai suoi feroci nemici.
Kammamuri gli teneva dietro con grande faticabrancolando fra l'oscuritàfiancheggiato dalla fedele Darma che fendeva lo spazio con slanci immensiemettendo di quando in quando un sordo miagolìo.
- Frenatipadrone- ripeteva il povero maharatto. - Io mi perdo.
Tremal-Naik invece raddoppiava sempre la corsa e rispondeva invariabilmente:
- Più avanti!... più avanti!... Salva!... Salva!... io divento pazzo!...
Correva da dieci minutiquando urtò furiosamente contro una parete che sbarravagli il passo. L'urto fu così forteche cadde pesantemente a terra trascinando seco Ada.
Si rialzò prontamente tenendo sempre stretta fra le braccia la giovanetta e diede di cozzo contro Kammamuriil quale trasportato dallo slanciostava per rompersi il cranio contro la parete.
- Padrone! - esclamò il maharattoatterrito. Cosa succede?
- La via è sbarrata! - esclamò Tremal-Naik volgendo all'intorno uno sguardo feroce.
- Fermiamocipadrone.
Tremal-Naik stava per risponderequando in lontananza si udirono urla spaventevoli. Fece un salto indietro emettendo un grido di rabbia e di disperazione.
- I "thugs"!
- Padrone!...
- CorriKammamuricorri!...
Volse a destra e riprese la corsama dopo dieci passi tornò ad urtare. Gli si rizzarono i capelli sul capo.
- Maledizione! - tuonò. - Siamo adunque rinchiusi? - Si precipitò a sinistra e urtò contro una terza parete. La tigreche si era pure scagliata contro le rocciefece udire un miagolìo che si cangiò ben presto in un formidabile ruggito.
Tremal-Naik si volse indietro. Ebbe per un istante l'idea di ritornare sui propri passi per cercare un'altra galleriama il timore di trovarsi improvvisamente dinanzi ai settarilo trattenne.
Se fosse stato solonon avrebbe esitato a scagliarsi in mezzo all'orda che stava per rinchiuderlo nell'antrofosse pur stato sicuro di uscire ferito dalla pugna ineguale.
Ma cimentarsiora che aveva strappato dalla morte colei che amava cimentarsi ora che aveva raggiunto il suo scopolo spaventava.
E nondimeno bisognava uscire a ogni costo da quella cavernache poteva diventarefra brevi istantiuna tomba.
- Ma sono io adunque maledetto dai numi? - esclamò egli furente- Dovrò io adunque perire ora che stringo fra le mie braccia colei che mi doveva far felice? Ah no! noAdanon ti avranno quegli uominidovessi lasciare la vita nella pugna!
Si mise a indietreggiare a lenti passicogli occhi fissi sotto la galleria e gli orecchi tesipoi si curvò e depose dolcemente a terra la giovanetta. Si strappò con rapido gesto le pistole dalla cintola e le armò.
- Darma! - disse. La tigre gli si avvicinò.
- Rimani presso questa donna- comandò Tremal-Naik. - Non ti muovere se non quando ti chiamerò. Se qualcuno s'avvicinasbranalo senza pietà.
- Cosa vuoi farepadrone? - chiese Kammamuri.
- Bisogna uscire da qui- disse Tremal-Naik. - Andremo a cercare una galleria che ci permetta di ritirarci in un luogo sicuro. VieniKammamuri.
Il maharattodopo di aver vagato per qualche minuto fra le tenebre lo raggiunse. Si udì il rumore delle pistole che armava.
- Sono prontopadrone- disse.
- Andiamomio prode amico.
- E se incontriamo i "thugs"?
- Ci ritireremo e daremo battaglia.
I due indiani riguadagnarono la galleriae non senza una viva emozione s'incamminarono. Tremal-Naikvoltandosiscorse fra l'oscurità gli occhi verdi della tigre.
- Posso fidarmi- mormorò. - Non temereAdache noi ti salveremo.
Soffocò un sospiro e tirò innanzicamminando curvo e sulla punta dei pieditastando con una mano la parete di sinistra. Kammamuricinque passi più indietrotastava la parete di destra. Si avanzarono per pochi minutipoi s'arrestarono entrambitrattenendo il respiro. Si udiva nel fondo della galleria un lieve rumorecome un fremito. Si avrebbe detto che una o più persone venivano avantistrisciando come serpenti.
Tremal-Naik attraversò la galleria e andò ad urtare Kammamuriil quale trasalì vivamente.
- Chi sei? - chiese questi sottovocepuntandogli sul petto una pistola.
- Hai udito? - domandò Tremal-Naik.
- Ah! sei tupadrone? Sìho udito un lieve rumore. Qualcuno si avanza strisciando.
- Gli strangolatoriforse?
- Credo che siano loropadrone.
Tremal-Naik fremette dal capo ai piedi e si volse verso la spelonca.
Gli occhi della tigre non luccicavano più. Una vaga inquietudine s'impadronì di lui.
- Cosa accadrà! mormorò.
Fece qualche passo indietro come se volesse ritornarema si arrestò subitoudendo a poca distanza un lieve respiro. Afferrò la mano di Kammamuri e la strinse forte forte.
- Nulla? - mormorò una voce.
- Nulla- rispose un'altra voce appena distinta.
- Abbiamo smarrita la via?
- Lo temo.
- Sai dove andiamo?
- Credo di sì.
- Vi sono dei passaggi?
- Non mi pare.
- Dei nascondigli?
- Un pozzose ben ricordo.
- Che siano laggiù?
- Impossibile saperlo.
- Vuoi proseguire?
- Preferisco ritornare.
- Chi ci segue?
- Nessunoma a trecento passifermi sull'angolo abbiamo dei fratelli.
- Non potranno uscire di quiadunque?
- Noperché i nostri fratelli vegliano.
- Ritorniamo e più tardi rovisteremo la caverna.
Si udì un lieve strofinìo che a poco a poco divenne più leggierofino a che cessò del tutto.
Tremal-Naik tornò ad afferrare la mano di Kammamuri.
- Hai udito?
- Tuttopadrone- rispose il maharatto.
- Ogni uscita ci è chiusa.
- Ci conviene indietreggiarepadrone.
- Ma più tardi ritorneranno e forse ci scopriranno.
- Non so cosa dire.
- Se forzassimo il passo? Trecento passi si possono percorrere senza essere uditi.
- E Ada?
- La porterò io e nessuno ardirà toccarla.
- Ma alla prima archibusata avremo addosso tutti i settari. L'eco si propaga rapidamente in queste gallerie.
Tremal-Naik si lacerò il petto colle unghie.
- Dovrò io dunque perderla? - mormorò egli con accento disperato.
- E se si scendesse nel pozzo? - disse Kammamuri.
- Nel pozzo?
- Sìnon li hai uditi parlare d'un pozzo? Forse mette in qualche galleria che ci condurrà all'aperto.
- Se fosse vero?
- Ritorniamopadrone.
Tremal-Naik non se lo fece ripetere due volte. Raggiunse il muro e lo seguì fino a che trovossi nell'antro. La tigre fece udire il suo sordo brontolio.
- TaciDarmadiss'egli.
Le si avvicinò e s'abbassò verso terra.
- AdaAdaripeté con viva ansietà.
Nessuno rispose alla chiamatama sentì sottomano il corpo gelido della giovanetta.
Frugò in direzione del cuore e lo sentì battere. Un gran sospiro gli uscì dalle labbra.
- Non sarà nulla- diss'egli. - Ritornerà in sé.
- Lo credipadrone? - chiese Kammamuri.
- Sìritornerà in sée fra pochi minuti. L'emozione che provò deve essere stata forte. Orsùcerchiamo il pozzoKammamuri.
- Lascia fare a mepadrone. Tu pensa alla tua Adaed impedisci che qualcuno entri nella spelonca.
Si mise a cercareandando un po' a dritta e un po' a sinistraa tentoniavanzandoretrocedendo e spesso abbassandosi. Quattro volte andò ad urtare contro le pareti senza aver nulla trovato e altrettante volte tornò presso il padrone. Già disperava di poterlo rintracciarequando si trovò addosso ad un parapettoil qualesecondo i suoi calcolidoveva sorgere quasi nel mezzo della spelonca.
- Questo dev'essere il pozzo- mormorò.
Si alzò facendo scorrere le mani sul muricciuolo e sentì che a qualche metro dal suolo piegavasi. Girò attornopoi si chinò sul parapetto e guardò giù. Non iscorse che tenebre.
Prese una palla di carabina e la lasciò cadere. Dopo due secondi udì un sordo rumore.
- Beneil pozzo non ha acqua e non è tanto profondo. Padrone! - chiamò egli.
Tremal-Naik sollevò con precauzione la giovanetta e lo raggiunse.
- Ebbene? - chiese questi.
- La fortuna è con noi. Possiamo scendere.
- Vi è qualche gradinata?
- Non mi sembra. Scenderò io pel primo.
Si legò attraverso il corpo una fune che aveva portato con sépose l'estremità nelle mani di Tremal-Naik e si calò intrepidamente nel pozzo agitando le gambe nel vuoto. La discesa durò un quarto di minuto al piùdopo di che Kammamuri posò i piedi su di un terreno ben levigato che risuonò come se sotto fosse vuoto.
- Altopadrone- diss'egli.
- Odi nulla? chiese Tremal-Naikcurvandosi sul parapetto.
- Non vedoné odo nulla. Calami la giovanettapoi lasciati cader giù. Non vi sono più di otto piedi.
Adalegata sotto le ascellepassò fra le braccia di Kammamuripoi Tremal-Naik si lasciò cadere giù portando seco la corda.
- Credi che ci troveranno qui? - chiese il maharatto.
- Forsema io ritengo che la difesa sarà facile.
- Che vi siano dei passaggi?
- Non lo credoa ogni modo ci assicureremo più tardi. Tu rimani qui colla tigre; io accenderò una torcia che ho portata e tenterò di far tornare in sé Ada.
Riprese la giovanetta e la trasportò cinquanta passi più lontanomentre che la tigre con un gran salto precipitavasi nel pozzosdraiandosi a fianco del maharatto.
Si strappò di dosso la larga fascia di cachemirela stese per terravi depose sopra la giovanetta e le si inginocchiò accantopoi diede fuoco ad una piccola torcia resinosa. Tosto una luce azzurrognola illuminò il sotterraneo. Era questo assai vastocolle pareti di pietra qua e là screpolate e scolpite bizzarramente. La volta era pure adorna di sculture rappresentanti teste d'elefanti e divinità indiane e s'alzavanel mezzoverso la bocca del pozzoformando una specie di gigantesco imbuto rovesciato.
Tremal-Naikestremamente commossopallidotremante si curvò sulla giovanetta e le slacciò la corazza d'oro i cui diamanti mandavano sprazzi di luce viva. Quella bella creatura era fredda come un marmo e bianca come l'alabastro. Aveva gli occhi chiusi e circondati da un cerchio azzurroi lineamenti alterati e le labbra semi-aperte che lasciavano a nudo i candidissimi denti: si sarebbe detto che era morta.
Tremal-Naik le rialzò delicatamente i lunghi e neri capelli che le cadevano sulla nivea fronte e la contemplò per alcuni istantirattenendo persino il respiro.
Indi a poco la toccò in fronte e quel contatto strappò alla giovanetta un lieve sospiro.
- Ada!... Ada!... esclamò l'indiano.
La testa della giovanetta chinata su di una spallasi alzò lentamentepoi le palpebre si aprirono e lo sguardo si fissò sul volto di Tremal-Naik. Un grido uscì da quelle labbra.
- Mi riconosciAda? - chiese Tremal-Naik.
- Tu... tu quiTremal-Naik! - esclamò ella con voce fioca. - No...
non è possibile... Diofa' che non sia un sogno!...
Chinò la testa sul petto e scoppiò in lagrime.
- Ada! - mormorò Tremal-Naikatterrito. - Perché piangi?... Non mi ami più adunque?...
- Ma sei tuproprio tuTremal-Naik?
- SìAdaiogiunto in tempo per salvarti.
Ella rialzò il viso bagnato di lagrime. Le sue manine strinsero affettuosamente quelle del prode indiano.
- Nonon è un sogno! - esclamò ella ridendo e piangendo ad un tempo.
- Sìsei tuproprio tu!... Ma dove sono io?... Perché queste umide pareti?... Perché quella torcia?... Ho pauraTremal-Naik...
- Sei presso di meAdaal sicuro dai colpi dei nemici. Non aver paura che io ti difendo.
Ella lo guardò per alcuni istanti con strana fissazionepoi divenne più pallida d'una morta e tremò in tutte le membra.
- Ho sognato? - mormorò ella.
- Non hai sognato- disse Tremal-Naik che indovinò il suo pensiero.- Essi stavano per sacrificarti alla loro spaventevole divinità.
- Sacrificarmi... Sìsìmi ricordo di tutto. M'avevano offuscata la ragionem'avevano promesso felicità nel paradiso di Kâlì... sìsìmi ricordo che mi trascinavano sotto le gallerie... che mi stordivano colle loro urla; il fuoco ardeva a me dinanzi... stavano per gettarmi sulle fiamme... orrore!... Ho paura!... ho pauraTremal-Naik!
L'indiano le rispose con voce commossa.
- Non tremarevaga "vergine della pagoda"sei a me vicinapresso il "cacciatore di serpenti" che giammai ebbe pauradifesa dal forte braccio di Kammamuri e dagli artigli della mia fedele Darma.
- Nonon avrò pauraal tuo fiancovaloroso Tremal-Naik. Ma come sei qui tu? Come mai giungesti in tempo per salvarmi? Cos'è accaduto dopo quella notte orribile che fui strappata dalla pagoda? Quanto ho soffertoTremal-Naikda quel tempo. Quante lagrimequante angosciequanti tormenti! Credevo che i miserabili ti avessero assassinato ed aveva già perduto ogni speranza di rivedere colui che m'aveva promesso di salvarmi.
- Ed iocredi che non abbia sofferto nella mia junglalontano da te?
Credi tu che non abbia provato dei tormentiquando colpito al petto dal pugnale degli assassinilanguivo impotente nel fondo di un'amaca?
- Che?... Tu pugnalato?
- Sìma ora non porto che la cicatrice.
- E tu sei venuto ancora in quest'isola maledetta?
- SìAdae ci sarei venuto anche se avessi saputo di non ritornare mai più vivo nella mia jungla. Un miserabile mi aveva confessato che tu correvi il pericolo di venire sacrificata alla divinità di questi uomini. Poteva io rimanere nella jungla nera? Partiianzi volaiscesi in queste caverne e piombai in mezzo all'orda. Appena ti ebbi strappata dai loro artigli fuggii e qui mi nascosi coi miei compagni.
- Non siamo adunque soli qui?
- Noabbiamo il prode Kammamuri e Darma.
- Oh! io voglio vederli questi tuoi compagni.
- Kammamuri! Darma!
Il maharatto e la tigre s'accostarono al padrone.
- Ecco Kammamuri- disse Tremal-Naik- un vero valoroso.
Il maharatto cadde ai piedi della giovanetta baciandole la mano che le porgeva.
- Graziemio buon amicodiss'ella.
- Padrona- rispose Kammamuri- mia buona padronaio sono tuo schiavo. Fa' di me quello che tu vuoi. Sarò felice di perdere la mia vita per la tua libertà e...
S'arrestò di botto balzando in piedi. Tremal-Naikmalgrado il suo straordinario coraggiorabbrividì.
Un lontano fragore erasi improvvisamente udito e andava avvicinandosi rapidamente.
- Giungono? - si chiese Tremal-Naikstringendo colla sinistra la mano della fidanzata ed afferrando colla destra una pistola.
La tigre mandò un sordo brontolìo Il rumore s'avvicinava sempre. Passo sopra le loro teste facendo tremare le volte della speloncapoi cessò tutto d'un colpo. Padrone- mormorò Kammamuri- spegni il fuoco! - Tremal-Naik ubbidì e tutti e quattro si seppellirono nelle tenebre. Il medesimo fragore tornò a ripetersiripassò sulle loro teste e come prima cessò presso al pozzo. Ada tremò così forteche l'indiano se ne accorse.
- Sono qui io a difenderti- le disse. - Nessuno scenderà quaggiù.
- Ma cos'è? - chiese Kammamuri.-Ne sai nullaAda?
- Questo rumore l'ho udito ancora- rispose con un filo di voce la giovanetta. - Non seppi mai cosa significassené chi lo producesse.
La tigre emise un secondo brontolìo e guardò fisso fisso la gola del pozzo .
- Kammamuri- disse Tremal-Naik - qualcuno si avvicina.
- Sìla tigre lo ha udito.
- Rimani presso Ada. Io vado a vedere se scendono.
La giovanetta s'aggrappò a luitremando per fortissimo spavento e:
- Tremal-Naik! Tremal-Naik! - mormorò con voce appena percettibile.
- Non temereAda- rispose l'indianoche in quell'istante avrebbe pugnato contro mille uomini.
Si svincolò dalle braccia della fidanzatae s'avvicinò al pozzo col coltellaccio fra i denti e la carabina armata. La tigre lo seguivabrontolando.
Non aveva fatto dieci passi che udì in alto un lieve crepitìo. Passò la mano sulla testa di Darma come per raccomandarle silenzioe s'avvicinò con maggior precauzionearrestandosi sotto l'apertura del pozzo.
Guardò suma l'oscurità era troppo fitta per distinguere qualche cosa. Tendendo bene l'orecchioraccolse un lieve bisbiglio. Si sarebbe detto che alcune persone parlavano presso il muricciuolo.
- Eccoli- mormorò egli. - A noi dueSuyodhana. - Non aveva ancora terminato che un bagliore illuminò la sovrastante spelonca.
Per quanto fosse stato rapidoTremal-Naik scorsechinati sul pozzosei o sette indiani.
Puntò rapidamente la carabina e drizzò la canna verso il parapetto che stavagli di fronte.
- Sono qui sottodisse una voce.
- Ho scorto il nostro uomo- disse un'altra.
Tremal-Naik premette il grilletto. La detonazione fu coperta da un clamore spaventevole.
Uno scroscio rimbombò sul pozzo e ogni fragore improvvisamente cessò.
Tremal-Naik scaricò una delle sue pistole. Un'esclamazione di rabbia gli sfuggi.
- Ah miserabili! - gridò.
Kammamuri e Ada si slanciaronodi comune accordoverso di lui.
- Tremal-Naik! - esclamò la giovanettaprendendogli una mano.- Sei ferito?
- NoAdanon sono ferito - rispose l'indiano forzandosi di parere calmo.
- Quello scroscio?...
- Hanno rinchiuso il pozzoma usciremo di quio mia Adate lo prometto.
Accese la torcia e trasse la fidanzata lontanofacendola sedere sul cachemire.
- Sei stanca- le disse dolcemente. - Cerca di riposarementre noi cerchiamo un passaggio. Finché ci siamo noinon correrai pericolo alcuno.
La giovanetta affranta da tante emozionimalgrado l'imminenza del pericololo ubbidì e si coricò sullo scialle. Tremal-Naik ed il maharatto si diressero verso le pareti e si misero a scandagliare con profonda attenzionecolla speranza di trovare qualche passaggio che permettesse a loro la fuga.
Cosa stranaincomprensibile: al di là della parete s'udiva di quando in quando un cupo fragoreeguale a quello poco prima udito e che faceva mugolare la tigre.
Era da una mezz'ora che cercavanopercuotendo le rocce col coltello e scrostandolequando s'accorsero che la temperatura dell'antro erasi cangiatadiventando assai calda. Tremal-Naik e il maharatto sudavano come se fossero in una stufa.
- Cosa vuol dir ciò? - si chiedeva il "cacciatore di serpenti"assai inquieto. Scorse un'altra mezz'oradurante la quale la temperatura continuò ad elevarsi. Pareva che dalle roccie uscissero vampe di fuoco. In brevequel calore divenne insopportabile.
- Ma che vogliano arrostirci? - domandò il maharatto.
- Non capisco più nulla- rispose Tremal-Naikliberandosi del "dubgah".
- Ma da dove viene questo calore? Se continua cosìcuoceremo.
- Affrettiamoci.
Ripresero gli scandaglima fecero il giro della caverna senza avere scoperto passaggi.
Tuttaviain un angolola roccia risuonava come se fosse vuota. Si poteva intaccarla coi coltelli e scavare una galleria.
I due indiani tornarono presso la giovanettama questa dormiva. Si consigliarono brevemente sul da farsi e decisero di procedere immediatamente alla loro liberazione. Impugnati i coltelli assalirono vigorosamente la rocciama ben presto dovettero sostare. La temperatura era diventata ardente e morivano di sete. Cercarono se vi fosse qualche pozza d'acquama non ne trovarono una sola goccia.
Ebbero paura.
- Dovremo morire in questa spelonca? - si chiese Tremal-Naikgettando uno sguardo disperato su quelle rupiche a poco a poco si calcinavano.
In quell'istante un misterioso mormorio si fece udire sopra le loro teste ed un enorme pezzo di rupe si staccò dalla voltacadendo a terra con grande fracasso. Quasi subitoda quel crepacciopiombò giù furiosamente un largo sprazzo d'acqua.
- Siamo salvi! - urlò Kammamuri.
- Tremal-Naik- mormorò la giovanettasvegliata dal precipitare della cascata. L'indiano si lanciò verso di lei.
- Cosa vuoi? - le chiese.
- Soffoco... l'aria mi manca. Cos'è questo intenso calore che mi dissecca? Un sorso d'acquaTremal-Naikdammi un sorso d'acqua. - Il "cacciatore di serpenti" la prese fra le sue robuste braccia e la portò presso alla cascatadove il maharatto e la tigre bevevano a lunghi sorsi.
Colle mani fece una specie di conca che riempì di acqua e l'accostò alle labbra della giovanettadicendole:
- BeviAdave n'è per tutti.
Le porse parecchie volte da bere e poia sua voltasi dissetò.
D'improvviso la tigre emise un rauco miagolioindi cadde pesantemente al suolodibattendosi furiosamente. Kammamurispaventatosi slanciò verso la belvama le forze tutto d'un tratto gli mancarono e cadde supino cogli occhi stravoltile mani raggrinzate e le labbra coperte di bava sanguigna.
- Pa...drone!... - balbettòcon voce spenta.
- Kammamuri! - gridò Tremal-Naik- grande Siva!... Ada!... Oh mia Ada!...
La giovanetta come la tigre e Kammamuri aveva gli occhi sbarratila spuma alle labbra e la faccia spaventosamente alterata. Agitò le mani cercando di aggrapparsi al collo dell'indianoaprì la bocca come se volesse parlarepoi chiuse gli occhi e si irrigidì.. Tremal-Naik la sostenne e mandò un urlo straziante.
- Ada!... Aiuto!... Aiuto!...
Fu l'ultimo suo grido. La vista gli si offuscòi muscoli gli si irrigidironouna violenta commozione lo scosse dal capo alle piantevacillòsi raddrizzòindi cadde come fulminato sulle ardenti pietre della cavernatrascinando seco la fidanzata.
Quasi nel medesimo istante sopra il pozzo s'udì uno schiantoed una turba d'indiani precipitò nella speloncagettandosi sui quattro fulminati.
PARTE SECONDA.
Il capitano Macpherson.

Era una magnifica notte d'agostouna vera notte tropicale.
L'aria era tiepidadolceelasticaimbalsamata dal soave profumo dei gelsominidegli sciambagadei mussenda e dei nagatampo. Lassùin un cielo purissimod'un azzurro d'indacopunteggiato da miriadi di scintillanti stellel'astro delle notti serene seguiva il suo corsoilluminando fantasticamente la corrente dell'Huglyla quale svolgevasi come un immenso nastro d'argentofra le interminabili pianure del delta gangetico.
Schiere di marabù volteggiavano sopra la correnteposandosi sull'una o sull'altra rivaai piedi dei cocchidegli artocarpidei banani e dei tamarindiche curvavansi graziosamente sulle onde.
Un silenzio funebremisteriosoregnava ovunquerotto di quando in quando da una folata d'ariache faceva stormire le fronde degli alberidall'urlo acutissimomalinconico dello sciacalloche vagava sulle rive del fiumee dal gracidare dei corvi e dei marabù.
Quantunque l'ora fosse assai inoltratae quantunque mille pericoli s'aggirassero fra le ombre della notteun uomo stava sdraiato ai piedi di un grande tamarindo.
Poteva avere trentacinque o trentasei anni e portava la divisa di capitano dei sipairicca d'ornamenti d'oro e d'argento. Era di statura altadi complessione robustadi carnagione bronzina ma assai meno carica di quella degli indiani. Si indovinava l'europeoda lunghi anni esposto ai calori del sole tropicale.
Il suo volto era fieroornato d'una lunga barba nerama la sua fronte era solcata da precoci rughe. Gli occhi erano grandimelanconicima che talvolta scintillavano d'ardire.
Non fiatavama di tanto in tanto alzava la testaguardava fissamente la grande fiumana e faceva un moto d'impazienza.
Era già trascorsa mezz'oraquando in lontananza rimbombò una detonazione. Il capitano allungò la destra ad una ricca carabina rabescata. incrostata di argento e di madreperlas'alzò rapidamente in piedi e scese sulla riva aggrappandosi alle radici del tamarindo le quali uscivanocome serpentida terra. Al nord era apparso un punto nero che andava gradatamente avvicinandosi; attorno ad esso l'acqua scintillava come fosse percossa da dei remi.
- Eccoli- mormorò.
Alzò la carabina al disopra della sua testa e sparò. Un lampo balenò sul punto nero e una terza detonazione echeggiò.
- Tutto va bene - ripigliò il capitano. - Spero questa volta di sapere qualche cosa.
Una commozione dolorosa scompose i suoi lineamentima fu rapida come un lampo.
Tornò a guardare il punto nero. Era di già assai ingrandito ed aveva preso l'aspetto di una barcala quale scendeva in frettasotto la spinta di una mezza dozzina di remi. A bordo si vedevano sette od otto uomini armati.
In capo a dieci minuti la barcauno svelto e bellissimo "mur-punky"condotto da sei indiani muniti di lunghe pagaie e guidata da un sergrnte dei sipaigiunse a poche braccia dalla riva. Con pochi colpi di remo s'incagliò profondamente fra le erbe. Il sergente balzò lestamente a terrasalutando militarmente.
- Conducete il "mur-punky" nel piccolo seno- disse il capitano agli indiani. - E tu Bhâratavieni con me.
Il "mur-punky" prese il largo. Il capitano condusse l'indiano sotto il tamarindo e si sdraiarono entrambi fra le erbe.
- Siamo solicapitano Macpherson? - chiese il sergente.
- Assolutamente soli- rispose il capitano. - Puoi narrare ogni cosasenza temere che altri possano udirci.
- Fra un'ora Negapatnan sarà qui.
Un flusso di sangue imporporò il viso del capitano.
- L'hanno preso adunque? - esclamò con viva emozione. - Credeva che mi avessero ingannato.
- E' proprio verocapitano. Il miserabile era rinchiuso da una settimana nei sotterranei del forte William.
- Sono certi che sia uno strangolatore?
- Certissimianzi è uno dei capi più potenti.
- Ha confessato nulla?
- Nullacapitano; eppure gli fecero patire la fame e la sete.
- Come fu preso?
- Il birbone s'era nascosto nei dintorni del forte William e là attendeva la sua preda. Sei soldati erano di già caduti sotto il suo infallibile laccioed i loro cadaveri erano stati trovati nudi e col misterioso tatuaggio sul petto. Il capitano Hallsette giorni or sonosi metteva in campagna con alcuni sipairisoluto a scovare l'assassino. Dopo due ore d'infruttuose ricerchesi fermava sotto la fresca ombra di un borasso per riposarsi un po'. D'improvviso senti un laccio piombargli sulla testa e stringergli il collo. Balzò in piedi afferrando strettamente la corda e si scagliò sullo strangolatore chiamando aiuto. I sipai erano poco discosti. Piombarono sull'indiano che si dibatteva furiosamenteruggendo come un leonee lo atterrarono.
- E fra un'ora quell'uomo sarà qui? - chiese il capitano Macpherson.
- Sìcapitano- rispose Bhârata.
- Finalmente!
- Volete sapere qualche cosa da lui?
- Sìesclamò il capitanodiventando assai triste.
- Voi avete qualche gran dolore che cercate di nascondermicapitano Macpherson- disse il sergente.
- E' veroBhârata- rispose Macpherson con voce sorda.
- Perché non raccontarmi tutto? Forse potrei esservi più utile.
Il capitano non rispose. Era divenuto assai cupo e il suo sguardo era diventato umido.
Si capiva che un atroce dolorein quel momento aveva accasciato il suo forte animo.
- Capitano- disse il sergentecommosso da quell'improvviso cambiamento. - Ho forse risvegliati nella vostra mente dei dolorosi ricordi? Perdonateminon lo sapeva.
- Non ho nulla da perdonartimio buon Bhâratarispose Macphersonstringendogli fortemente la mano. - E' giusto che tu sappi tutto.
S'alzòfece tre o quattro passi colla testa china sul petto e le braccia strettamente incrociatepoi tornò a sedersi accanto al sergente. Una lagrima gli rotolò silenziosamente dalle abbronzate gote.
- Correva l'anno 1853- diss'egli con voce che invano sforzavasi di rendere ferma. - Mia moglie era morta da parecchi anniuccisa dal cholera e m'aveva lasciato una fanciullabella quanto un bottoncino di rosacoi capelli nerigli occhi grandidolci e scintillanti come diamanti. Mi ricordo ancora quando saltellava per gli ombrosi viali del parcoinseguendo le farfalle; ricordo ancora quelle serequand'ellaassisa a me d'accantoall'ombra di un grande tamarindomi suonava il sitar e mi cantava le canzoni della mia lontana Scozia.
Oh! come ero felice a quei tempi... Adamia povera Ada!...
Uno scoppio di pianto soffocò la sua voce. Si nascose il capo fra le mani e per qualche minuto Bhârata lo udi singhiozzare come un fanciullo.
- Capitanocoraggio- disse il sergente.
- Sìcoraggio- mormorò il capitano tergendosiquasi con rabbiale lagrime. - Era tanto tempo che non piangeva. Ciò mi fa benequalche volta.
- Continuatese non vi dispiace.
- Hai ragione- disse Macphersoncon voce rotta.
Stette alcuni istanti in silenziocome penasse a riaversi da quel fiero colpopoi continuò:
- Una mattina la popolazione di Calcutta era in preda ad un vivo sgomento. I "thugs"o strangolatori che dir si vogliaavevano affisso su pei muri e sui tronchi d'albero dei manifesticoi quali avvertivano gli abitanti che la loro dea chiedeva una ragazza per la sua pagoda. Senza sapere il perchéfui preso da un grande tremito; presagii che una disgrazia mi stava vicina.
Feci imbarcarela sera stessamia figlia e la rinchiusi entro le mura del forte Williamsicuro che i "thugs" non sarebbero giunti fino a lei. Tre giorni doponon lo crederaila mia Ada si svegliava col tatuaggio degli strangolatori sulle braccia.
- Ah! - esclamò Bhârataimpallidendo. - E chi fu a tatuarla?
- Non lo seppi mai.
- Un thug era adunque penetrato nel forte?
- Così deve essere.
- Hanno degli affigliati fra i nostri sipaiforse?
- La loro setta è immensaBhârataed ha degli affigliati in tutta l'Indianella Malesia e persino in China.
- Avanticapitano.
- Io che non aveva sino allora conosciuta la pauraquel giorno l'ebbi a provare. Compresi che mia figlia era stata scelta dalla mostruosa dea e raddoppiai la vigilanza. Mangiavamo assiemedormivo nella stanza attiguaavevo sentinelle che vegliavano dì e notte dinanzi alla sua porta. Tutto fu inutileuna notte mia figlia scomparve.
- Vostra figlia scomparve! Ma come?
- Una finestra era stata sfondatagli strangolatori erano entrati e l'avevano rapita. Gli affigliati avevano versato un potente narcotico nel nostro vino e nessuno udì nullané s'accorse di nulla. Il capitano in preda a una indicibile emozionesi arrestò.
- La cercai per lunghi anni- prosegui dopo qualche minuto di dolorosa tregua- ma non riuscii a trovare nemmeno le sue traccie.
Gli strangolatori l'avevano trascinata nel loro inaccessibile covo.
Cangiai nome assumendo quello di Macphersonper meglio agire ed intrapresi una campagna terribilespietata contro di loro. Centinaia di quegli uomini caddero nelle mie mani e li feci morire fra i più atroci tormentisperando di strappare a loro una confessione che mi mettesse sulle traccie della mia povera Adama tutto fu vano. Quattro lunghi anni sono scorsi e mia figlia è ancora nelle mani di quegli uomini...
Il capitano non si frenò più e per la seconda volta scoppiò in singhiozzi.
In lontananza s'udi uno squillo di tromba. Tutti e due s'alzarono precipitosamentecorrendo verso il fiume.
- Eccoli! - gridò Bhârata.
Dalle labbra del capitano Macpherson uscì come un sordo ruggito e ne' suoi occhi guizzò un lampo di feroce gioia.
Discese la riva e scorsea cinque o seicento metri di distanzaun gran canotto che scendeva con grande rapidità la fiumana. A bordo si scorgevano alcuni sipai colle baionette inastate sulle carabine.
- Lo vedi? - chiese egli coi denti stretti.
- Sìcapitano- rispose Bhârata.
- E' seduto a poppafra due sipai e bene incatenato.
- Presto! presto! - gridò il capitano.
Il gran canotto raddoppiò di velocità e venne ad arenarsi presso il capitano. Sei sipaicoi volti abbronzati e fiericol caschettoil collare ed i polsini ricamati in oro e argentosbarcarono.
Dietro a loro discesero altri due sipaitenendo fortemente stretto per le braccia lo strangolatore Negapatnan.
Era questi un indiano alto quasi sei piedimagro ed agile. La sua faccia era trucebarbutacuprea ed i suoi occhi piccoli brillavano come quelli di un serpente in collera.
In mezzo al petto aveva tatuato in azzurroil serpente colla testa di donnacircondato da molti segni indecifrabili. Un piccolo "dubgah" di seta gialla cingevagli i fianchi e una specie di turbante pure di seta giallasormontato da un diamante grosso come una nocciolacoprivagli il capo perfettamente rasato e unto d'olio di cocco.
Nello scorgere il capitano Macpherson trasalìed una profonda ruga si disegnò sulla sua fronte.
- Mi conosci? - chiese il capitanoa cui non era sfuggito quel trasalimento per quanto fosse stato rapido.
- Tu sei il padre della "vergine della pagoda" sacra - rispose l'indiano.
Una vampa salì in volto al capitano.
- Ah! Tu sai questo! - esclamò.
- Sìso che tu sei il capitano Harry Corishant.
- Noil capitano Harry Macpherson.
- Sìgiacché hai cambiato nome.
- Sai perché ti feci qui condurre?
- Suppongo che sia per farmi parlarema sarà un tentativo vano.
- Questo è affar mio. Alla villamiei prodie state in guardia. I "thugs" possono esserci vicini.
Il capitano Macpherson raccolse la carabinal'armò e si mise alla testa della piccola colonnaprendendo un sentiero aperto fra una foresta di nagatampibellissimi alberidei cui fiori si ornano le eleganti del Bengala ed il cui legno è tanto duro che gli valse il nome di legno di ferro. Avevano già percorso un quarto di migliosenza trovare alcunoquando nel mezzo del bosco s'udì il lamentevole urlo dello sciacallo.
Lo strangolatore Negapatnan a quel grido alzò vivamente la testa e lanciò un rapido sguardo sotto le foreste. I sipai che camminavano ai suoi fianchifecero udire una sorda esclamazione.
- State in guardiacapitano- disse Bhârata. - Il thug ha avvertito qualche cosa.
- Forse la presenza di amici?
- Può essere.
Il medesimo grido si fece udirema più forte di prima. Il capitano Macpherson si volse a destra del sentiero.
- Tuoni e fulmini! - esclamò. - Questo non è uno sciacallo.
- State in guardia- ripeté il sergente. - E' un segnale.
- Allunghiamo il passo.
Il drappello riprese le mossecolle carabine rivolte ai due lati del sentiero.
Dieci minuti dopo giungevasenz'altrodinanzi alla fattoria del capitano Macpherson.





Negapatnan

La villa del capitano Harry Macphersonsorgeva sulla riva sinistra dell'Huglydinanzi ad un piccolo seno nel quale galleggiavano parecchi "gonga" e qualche "mur-punky".
Era una di quelle palazzine che chiamansi in India ""bengalow""elegantecomodissimaad un solo pianoalzata sopra un basamento di mattoni e sormontata da un tetto piramidale. Una galleria sostenuta da colonnechiamata varangae che terminava in un'ampia terrazzale girava attorno riparata da fitte stuoie di coccottiero.
A destra ed a sinistra si estendevano bassi fabbricati e tettoiedestinate per le cucineper le rimesseper le scuderie e pei sipaiombreggiate da tarada latania e da non pochi pipal e nimalberi dal tronco enorme e dal fogliame fitto e cupoche oggi sono in gran parte scomparsi nelle grandi pianure del delta gangetico.
Il capitano Macpherson entrò nella palazzina lasciando i sipai alla portapercorse una lunga fila di stanze ammobiliate semplicemente ma eleganticon seggioloni immensi e tavole e tavolini di acajù e salì sulla terrazza riparata da una grande tenda. Bhârata non tardò a raggiungerlo trascinando a viva forza lo strangolatore Negapatnan.
- Siedi e discorriamo- disse il capitanoindicando allo strangolatore un sedile di sottili bambù intrecciati.
Negapatnan ubbidì facendo stridere le catene che gli imprigionavano i polsi. Bhârata si collocò al suo fiancomettendosi dinanzi un paio di pistole.
- Tu adunque hai detto di conoscermi- disse il capitano Macphersonfissando sull'indiano uno sguardo acuto come la punta d'uno spillo.
- Ti dissi che tu sei il capitano Harry Corishant- rispose lo strangolatore- il padre della "vergine della pagoda" sacra.
- Come mi conosci?
- Ti vidi parecchie volte a Calcutta. Una notte anzi ti seguiisperando di strangolartima il colpo non mi riuscì.
- Miserabile! - esclamò il capitanopallido d'ira.
- Non irritarti per sì poco- disse lo strangolatoresorridendo.
- Ti ricordi tula notte che mia figlia fu rapita?
- Come fosse ieri. Era la notte del 24 agosto 1853. Negapatnan fu sempre alla testa di tutte le imprese dei "thugs"- disse l'indiano con orgoglio. - Fui io a sfondare la finestra ed a rapire tua figlia.
- Ma non tremi tua narrare simili cose al padre di quell'infelice?
- Negapatnan giammai tremò.
- Ma io ti infrangerò come una canna.
- E i "thugs" infrangeranno te come un giovane bambù.
- E' questo che io voglio vedere.
- Capitano Corishant- disse gravemente lo strangolatore- al disopra dei dominatori dell'India v'è una potenza occulta e terribile che nulla teme. Le teste coronate si curvano sotto il soffio della dea Kâlìnostra signora. Trema!
- Se Negapatnan giammai tremòil capitano Macpherson giammai ebbe paura.
- Me lo dirai il giorno in cui il laccio di seta ti stringerà la gola.
- E tu me lo dirai il giorno in cui il ferro rovente calcinerà le tue carni.
- E' per farmi morire fra le tortureche m'hai fatto qui condurre?
- Sìse non tradisci il segreto dei "thugs". Solo a questo patto puoi salvare la vita.
- Ah! tu vuoi farmi parlare? E su cosa?
- Sono il padre di Ada Corishant.
- Ebbene?
- Non ho perduta ancora la speranza di riaverla fra le mie braccia.
- Continua.
- Negapatnan- disse il capitano con voce vivamente commossa.- Hai mai avuto una figlia tu?
- Oh! mai! - esclamò lo strangolatore.
- Hai mai amato almeno?
- Maifuorché la mia dea.
- Io l'amo quella mia povera figliaal punto che darei tutto il mio sangue per la sua libertà. Negapatnandimmi dov'èdimmi dove io possa trovarla.
L'indiano rimase impassibile come una statua di bronzo.
- Io ti donerò la vitaNegapatnan.- L'indiano ancora tacque.
- Io ti darò quanto oro tu vorraie ti condurrò in Europa onde sottrarti alla vendetta dei compagni. Ti farò dare un grado nell'esercito ingleseti aprirò la strada per salire in altoma dimmi dov'è la mia Ada.
- Capitano Macpherson- disse lo strangolatoretorvo in volto.- Il tuo reggimento non ha una bandiera?
- Sie perché tale domanda?
- Non hai giurato fedeltà a quella bandiera?
- Sì.
- Saresti tu capace di tradirla?
- Oh mai!
- Ebbeneio ho giurato fedeltà alla mia deache è la mia bandiera.
Né la libertà che tu mi promettiné il tuo oroné gli onori scrolleranno la mia fede. Io non parlerò!
Il capitano Macpherson s'era alzato raccogliendo da terra uno scudiscio. Era diventato rosso come una braceed i suoi occhi sfolgoravano di rabbia.
- Mostruoso rettile! - esclamò furente.
- Non toccarmi con quella frustaché discendo da un ragià- gridò lo strangolatore torcendo le catene.
Il capitano Macphersonper tutta risposta alzò lo scudiscio e tracciò sul volto del prigioniero un solco sanguinoso. Un ruggito di belva uscì dalle labbra dello strangolatore.
- Uccidimi- disse con un tono di voce che più nulla aveva d'umano.- Uccidimiperché se non lo fai ti strapperò le carni dalle ossa brano a brano.
- Sìmostroti ucciderònon aver timorema lentamentegoccia a goccia. Bhâratatrascinalo nel sotterraneo.
- Devo torturarlo? - chiese il sergente.
Il capitano Macpherson esitò.
- Non ancora- disse poi. - Lo lascierai ventiquattro ore senz'acqua e senza cibo tanto per incominciare.
Bhârata afferrò lo strangolatore a mezzo corpo e lo trascinò viasenza che questi opponesse resistenza.
Il capitano Macphersongettando lungi da sé lo scudisciosi era messo a passeggiare per la terrazza a passi concitaticupomeditabondo.
- Pazienza- diss'egli coi denti stretti. - Quell'uomo tutto mi confesseràdovessi strappargli ogni parola a colpi di ferro rovente.
D'un tratto s'arrestò alzando vivamente la testa. Da uno dei recinti era partito un formidabile barritoproprio dell'elefante quando sente l'avvicinarsi d'un nemico.
- Oh! - esclamò egli. - Il barrito di Bhagavadi.
Si curvò sul parapetto della terrazza. I cani del "bengalow" fecero udire i loro latrati ed al di sopra di un recinto comparve la gigantesca tromba di un elefantela quale emise un secondo barrito ancor più forte.
Quasi nello stesso tempoa un trecento metri dal "bengalow"si slanciò nell'aria una massa neradotata d'una straordinaria agilitàche subito ricadde nascondendosi fra le erbe.
Il capitano non riuscìstante l'incerto chiarorea distinguere che cosa fosse.
- Olà! - gridò egli.
Il sipai che vegliava sotto la tettoiauscì colla carabina sotto il braccio.
- Capitano- diss'eglivolgendo all'insù la faccia.
- Hai visto nulla?
- Sìcapitano.
- Era uomo o bestia?
- Mi parve un animale. Si alzò a trecento metri da qui.
La massa nera di prima tornò a spiccare un salto. Il sipai mandò un grido di terrore.
- La tigre!...
Il capitano si slanciò verso la sua carabinal'armò e sparò dietro all'animale che fuggivacon salti giganteschiverso la jungla.
- Maledizione! - esclamò con rabbia.
Il felino alla detonazione s'era arrestatofacendo udire un sordo mugolìopoi s'internò fra i bambù con maggiore rapidità.
- Cosa succede? - chiese Bhârataprecipitandosi nella terrazza.
- Abbiamo una tigre nei dintorni- rispose il capitano.
- Una tigre! E' impossibilecapitano!
- L'ho vista coi miei propri occhi.
- Ma se le abbiamo tutte distrutte!
- Pare che una sia sfuggita alle nostre carabine.
- L'avete colpita almeno?
- Non lo credo.
- Quell'animale ci darà fastidiocapitano.
- Per pocote lo prometto. Non amo simili vicini.
- La caccieremo adunque?
Il capitano guardò l'orologio.
- Sono le tre. Fra un'ora conto di salire su Bhagavadi e fra due d'avere la pelle della tigre.


Il salvatore.

All'oriente cominciava ad albeggiarequando il capitano Macpherson e Bhârata discesero nel cortile del "bengalow".
Erano armati tutti e due con carabine di lunga portata e di grosso calibrodi pistole e di coltellacci colla lama larghissima ed a doppio taglio. Un sipai li seguivaportando altre due carabine di ricambio ed alcune picche.
In pochi minuti raggiunsero il recinto sulla cui soglia barriva fragorosamente Bhagavadicircondato da una mezza dozzina di "mahuts"o conduttori d'elefanti.
Bhagavadi era uno dei più grandi e più belli "coomareah" che fosse dato d'incontrare sulle rive del Gange. Era meno alto d'un elefante "merghee" ma più vigorosodotato d'una potenza straordinariacon un corpo massicciogambe corte e tozzeuna tromba assai sviluppata e due magnifici denti aguzziarcuati all'insù.
Sul dorso gli era già stata accomodata l'"hauda"specie di navicella nella quale prendono posto i cacciatorisolidamente assicurata con corde e catene.
- Siamo pronti? chiese il capitano Macpherson.
- Non manca che di partire- rispose il capo dei "mahuts".
- I battitori?
- Sono di già sul limitare della junglacoi cani. Uno dei più abili "mahuts" si collocò sul collo di Bhagavadiarmato di un grosso uncino e di una lunga picca.
Il capitano MacphersonBhârata ed il sipaifattasi calare la scalapresero posto nell'"hauda"portando con loro le armi.
Il segnale della partenza fu dato nel momento che il sole sorgeva dietro il bosco dei borassiilluminando d'un sol colpo la fiumana e le sue sponde.
L'elefante camminava con passo speditoeccitato dalla voce del "mahut"fracassandostritolandosotto le enormi zampe le radici e gli arbustied abbattendo con un vigoroso colpo di proboscide gli alberi o i bambù che gli sbarravano la via.
Il capitano Macphersonsul dinanzi dell'"hauda"con una carabina in manospiava attentamente i gruppi di piante e le alte erbein mezzo alle quali poteva celarsi la tigre.
Un quarto d'ora dopo essi giungevano sul margine della junglairta di bambù e di ammassi di cespugli spinosi. Sei sipaimuniti di lunghe pertiche ed armati di scuri e di fucilili aspettavano con un branco di piccoli canimiserabili botoli all'apparenzama molto coraggiosi in realtàindispensabili per cacciare il terribile felino.
- Quali nuove? chiese il capitanocurvandosi sull'"hauda".
- Abbiamo scoperto le traccie della tigrerispose il capo dei battitori.
- Fresche?
- Freschissime; la tigre è passata di qui mezz'ora fa.
- Allora entriamo nella jungla. Lasciate i cani.
I botoliniliberati dal guinzagliosi slanciarono animosamente in mezzo ai bambùdietro le traccie della tigreabbaiando con furore.
Bhagavadidopo di aver fiutato colla proboscide tre o quattro volte l'aria a diverse altezzes'addentrò nella junglasfondando col suo petto la massa di verzura.
- Sta' bene attento Bhârata- disse Macpherson.
- Avete scorto qualche cosacapitano? - chiese il sergente.
- Noma la tigre può essere tornata sui propri passi ed essersi imboscata fra i bambù. Tu sai che quegli animali sono astutie che non temono di assalire l'elefante.
- In tal caso avrà da fare con Bhagavadi. Non è la prima tigre che egli calpesta sotto le sue zampaccie o che scaglia in aria a fracassarsi le membra contro qualche albero. L'avete veduto voil'animale?
- Sìe posso dirti che era proprio gigantesco. Non mi ricordo d'aver visto una tigre così grossa né così agile; faceva balzi di dieci metri.
- Oh! - esclamò l'indiano. - Con un salto arriverà fino all'"hauda".
- Se la lascieremo avvicinare.
- Tacetecapitano.
In lontananza s'udirono i cani ad abbaiare furiosamente e qualche guaito lamentevole. Bhârata si sentì correre un brivido per le ossa.
- I cani l'hanno scopertadiss'egli.
- E qualcuno è stato sventrato- aggiunse il sipai che aveva preso le carabinepronto a passarle ai cacciatori.
Uno stormo di pavoni s'alzò a circa cinquecento metri e volò via mandando grida di terrore.
- Uszaka? - gridò il capitanofacendo una specie di portavoce colle mani.
- Attenzionecapitano! - rispose il capo dei battitori. - La tigre è alle prese coi cani.
- Fa' suonare la ritirata.
Uszaka accostò al naso il "bansy"sorta di flautoe soffiò con forza emettendo una nota acuta.
Tosto si videro i sipai tornare precipitosamente e correre a rifugiarsi dietro all'elefante.
- Animo- disse il capitano al "mahut"- conduci l'elefante dove abbaiano i cani. E tuBhârataguarda bene alla tua sinistra mentre io guardo alla dritta. Può darsi che dobbiamo combattere più di un avversario.
Gli abbaiamenti continuavano ognor più furiosisegno infallibile che la tigre era stata scoperta. Bhagavadi affretto il passo movendo intrepidamente verso una grande macchia di bambù "tulda"in mezzo alla quale s'erano cacciati i botoli.
A cento passi di distanza fu trovato uno dei cani orrendamente sventrato da un poderoso colpo d'artiglio. L'elefante cominciò a dare segni d'inquietudineagitando vivamente la proboscide dall'alto in basso.
- Bhagavadi la sente- disse Macpherson. - Sta' bene attento "mahut" e bada che l'elefante non dia indietro o che esponga troppo la sua tromba. La tigre gliela sbranerà come l'anno scorso.- Rispondo di tuttopadrone.
Fra i bambù s'alzò un formidabile ruggito a cui nessun grido è paragonabile. Bhagavadi s'arrestò fremendo ed emettendo sordi barriti.
- Avanti! - gridò il capitano Macphersonle cui dita si raggrinzavano sul grilletto della carabina.
Il "mahut" lasciò andare un colpo di uncino sul pachidermail quale si mise a sbuffare in orribile modoarrotolando la proboscide e presentando le due aguzze zanne. Fece ancora dieci o dodici passi poi tornò a fermarsi. Dai bambù si slanciò fuorisimile a un razzouna gigantesca tigre emettendo un formidabile miagolìo.
Il capitano Macpherson lasciò partire la scarica.
- Tuoni e fulmini! - gridò irritato.
La tigre era ricaduta fra i bambù prima di essere stata toccata. Si slanciò altre due volte nell'ariafacendo balzi di dodici metri e scomparve.
Bhârata fece fuoco in mezzo al macchionema la palla andò a fracassare la testa di un botolino mezzo sbranatoche si trascinava penosamente fra le erbe.
- Ma ha il diavolo in corpo quella tigre- disse il capitanoassai di cattivo umore. - E' la seconda volta che sfugge alle mie palle.
Come va questa faccenda?
Bhagavadi si rimise in marciacon molta precauzionefacendosi prima largo colla proboscideche si affrettava però a ritirare subito. Fece altri cento metripreceduto dai cani che andavano e venivano cercando la pista del felinopoi fece alto piantandosi solidamente sulle gambe. Tornava a tremare ed a sbuffare fragorosamente.
Davanti a luia meno di venti metristava un gruppo di canne da zucchero. Un buffo d'aria impregnata d'un forte odore di selvaticogiunse fino ai cacciatori.
- Guarda! guarda! - gridò il capitano.
La tigre s'era slanciata fuori dalle canne movendo con rapidità fulminea verso il pachidermo il quale s'era affrettato a presentare le zanne.
Vi giunse quasi sottosfuggendo alle carabine dei cacciatorisi raccolse su se stessa e piombò in mezzo alla fronte dell'elefante cercando con un colpo d'artiglio d'afferrare il "mahut"che s'era gettato all'indietro urlando di terrore.
Già stava per raggiungerloquando in lontananza echeggiarono alcune note acute emesse da un "ramsinga".
Sia che si spaventasse o altrola tigre fece un rapido voltafaccia e si precipitò giùcercando di raggiungere la macchia.
- Fuoco! - urlò il capitano Macphersonscaricando la carabina.
Il felino mandò un ruggito tremendocaddesi rialzòvarcò la macchia e ricadde dall'altra parterimanendo immobile come se fosse stato fulminato .
- Hurrà! hurrà! - urlò Bhârata.
- Bel colpo! - esclamò il capitanodeponendo l'arma ancor fumante.- Getta la scala. - Il "mahut" ubbidì. Il capitano Macpherson impugnato il coltellaccio giunse a terra e si diresse verso la macchia.
La tigre giaceva inerte presso un cespuglio. Il capitanocon sua grande sorpresanon iscorse su quel corpo alcuna feritané per terra macchie di sangue.
Ben sapendo che le tigri talvolta si fingono morte per gettarsi di sorpresa sul cacciatorestava per tornare indietroma gli mancò il tempo.
Il misterioso suono del "ramsinga" tornò a echeggiare. La tigre a quella nota scattò in piedisi scagliò sul capitano e lo atterrò. La sua enorme boccairta di dentisi spalancò sopra di lui pronta a stritolarlo.
Il capitano Macphersoninchiodato al suoloin maniera da non potersi muoverené servirsi del coltellaccioemise un grido d'angoscia.
- A me!... Sono perduto.
- Tenete fermoci sono! - urlò una voce tonante.
Un indiano si gettò fuori della macchiaafferrò la tigre per la coda e con un violento strappone la scaraventò da una parte.
S'udì un ruggito furioso. L'animalepazzo di colleras'era prontamente alzato per gettarsi sul nuovo nemico; macosa stranainaudita appena che l'ebbe scorto fece un rapido voltafaccia e s'allontanò con fantastica rapiditàscomparendo fra l'inestricabile caos della jungla.
Il capitano Macphersonsano e salvos'era prontamente levato in piedi. Un profondo stupore si dipinse tosto sui suoi lineamenti.
A cinque passi da lui stava un indiano di forme muscolosegrandemente sviluppatecon una testa superbapiantata su due larghe e robuste spalle.
Un piccolo turbante ricamato in argento copriva il suo capo ed ai fianchi portava un sottanino di seta giallastretto da un bellissimo scialle di cachemire. Quell'uomoche aveva intrepidamente affrontato la tigre non aveva alcuna arma.
Colle braccia incrociatelo sguardo sfavillante d'ardireegli fissava con curiosità il capitanoconservando l'immobilità d'una statua di bronzo.
- Se non m'ingannoti devo la vita- disse il capitano.
- Forse- rispose l'indiano.
- Senza il tuo coraggio a quest'ora sarei morto.
- Lo credo.
- Dammi la mano; tu sei un prode.
L'indiano strinsecon un tremitola mano che Macpherson gli porgeva.
- Posso io conoscere il tuo nomeo mio salvatore?
- Saranguy- rispose l'indiano.
- Non lo scorderò mai.
Fra loro due successe un breve silenzio.
- Cosa posso fare per te? - ripigliò il capitano.
- Nulla.
Macpherson estrasse una borsa rigonfia di sterline e gliela porse.
L'indiano la respinse con nobile gesto.
- Non so che farne dell'oro- dissegli.
- Sei ricco tu?
- Meno di quello che credete. Sono un cacciatore di tigri delle "Sunderbunds".
- Ma perché ti trovi qui?
- La jungla nera non ha più tigri. Sono salito al nord a cercarne delle altre.
- E dove vai ora?
- Non lo so. Non ho patriané famiglia; erro a capriccio.
- Vuoi venire con me?
- Gli occhi dell'indiano mandarono un lampo.
- Se avete bisogno d'un uomo forte e coraggiosoche non teme né le belvené l'ira degli deisono vostro.
- Vienio prode indianoe non avrai a lagnarti di me.
Il capitano girò sui tallonima s'arrestò subito.
- Dove credi che sia fuggita la tigre?
- Molto lontano.
- Sarà possibile trovarla!
- Non lo credo. Del resto m'incarico io d'ammazzarlae fra non molto tempo.
- Ritorniamo al "bengalow".
Bhâratache aveva assistito con stupore a quella scenali aspettava presso l'elefante.
Egli si slanciò contro al capitano.
- Sei feritopadrone? - gli chieseansiosamente.
- Nomio bravo sergente- rispose Macpherson. Ma se non giungeva questo indianonon sarei ancora vivo.
- Sei un grand'uomo- disse Bhârata a Saranguy. Non ho mai veduto un simile colpo; tu tieni alta la fama della nostra razza. - Un sorriso fu l'unica risposta dell'indiano.
I tre uomini salirono nell'"hauda" e in meno di mezz'ora raggiunsero il "bengalow" dinanzi al quale li aspettavano i sipai.
La vista di quei soldati fece corrugare la fronte di Saranguy. Parve inquieto e represse con grande sforzo un gesto di dispetto. Per fortuna nessuno avvertì quel movimento che fudel restorapido come un lampo.
- Saranguy- disse il capitanonel momento che entrava con Bhârata- se hai famefatti additare la cucina; se vuoi dormirescegli quella stanza che meglio ti accomoda; e se vuoi cacciaredomanda quell'arma che meglio ti conviene.
- Graziepadrone- rispose l'indiano.
Il capitano entrò nel "bengalow". Saranguy si sedette presso la porta.
La sua faccia era diventata allora assai cupa e gli occhi brillavano d'una strana fiamma. Tre o quattro volte s'alzò come se volesse entrare nel "bengalow"e sempre tornò a sedersi.
- Chissà quale sorte toccherà a quell'uomomormorò egli con voce sorda. - Forse la morte. E' stranoeppure quell'uomo mi interessaeppure sento che quasi lo amo! Appena lo scorsi sentii il mio cuore fremere in modo inesplicabile; appena udii la sua voce mi sentii quasi commosso. Non soma quel volto somiglia... Non nominiamola...
Tacque diventando ancor più tetro.
- E sarà qui lui? si chiese d'un tratto. - E se non vi fosse?
Si alzò per la quinta volta e si mise a passeggiare colla testa china.
Passando dinanzi ad un recintoudì alcune voci che venivano dall'interno. Si arresto alzando bruscamente la testa. Parve indecisosi guardò attorno come volesse assicurarsi che era solopoi si lasciò cadere ai piedi della palizzatatendendo con molta attenzione gli orecchi.
- Te lo dico io- diceva una voce. - Il birbone ha parlato dopo le minaccie di morte del capitano Macpherson.
- Non è possibile- diceva un'altra voce. - Quei cani di "thugs" non si lasciano intimidire dalla morte. Ho visto coi miei propri occhidelle diecine di "thugs" lasciarsi fucilare senza nulla dire.
- Ma il capitano Macpherson ha dei mezzi ai quali nessuna creatura ana resiste.
- Quell'uomo è molto forte. Si lascierà strappare di dosso la pelleprima di dire una sola parola.
Saranguy divenne più attentoe accostò viepiù l'orecchio alla palizzata.
- E dove credi che l'abbiano rinchiuso?- chiese la prima voce.
- Nel sotterraneo- rispose l'altra- Quell'uomo è capace di scappare.
- E' impossibilepoiché le pareti hanno uno spessore enormedi più uno dei nostri veglia.
- Non dico che scapperà da soloma aiutato dai "thugs".
- Credi tu che ronzino da queste parti?
- La scorsa notte abbiamo udito dei segnali e mi si disse che un sipai scorse delle ombre.
- Mi fai venire i brividi.
- Hai paura tu?
- Puoi crederlo. Quei maledetti lacci di rado falliscono.
- Avrai paura ancora per poco - Perché?
- Perché li assaliremo nel loro covo. Negapatnan confesserà tutto.
Saranguy udendo quel nome era balzato in piediin preda ad una viva eccitazione.. Un sorriso sinistro sfiorò le sue labbra e guardò trucemente.
- Ah! - esclamò egli con voce appena distinta. - Negapatnan è qui!
I maledetti saranno contenti.


Uccidere per essere felice.

Era venuta la sera.
Il capitano Macpherson durante la giornata non si era fatto vedere e nessun Incidente era accaduto nel "bengalow".
Saranguydopo di aver errato a capriccio qua e lànei dintorni delle tettoie e delle palizzateporgendo attento orecchio ai discorsi dei sipai s era sdraiato dietro ad un folto cespuglioa cinquanta passi dalla abitazionecome uno che cerca di addormentarsi.
Di quando in quando però alzava prudentemente la testaed il suo sguardo percorreva rapidamente la circostante campagna. Si sarebbe detto che egli cercava qualche cosao che aspettava qualcuno.
Passò una lunga ora. La luna s'alzò sull'orizzonteilluminando vagamente le foreste e il corso della grande fiumana la quale mormorava gaiamentefrangendosi contro le rive.
Un urlo acutol'urlo dello sciacallosi fece udire in lontananza.
Saranguy s'alzò bruscamenteguardandosi d'attorno con diffidenza.
- Finalmente- mormorò eglirabbrividendo. Saprò la mia condanna.
A duecento passifra una macchiacomparvero due punti luminosicon riflessi verdastriSaranguy accostò due dita alle labbra e mandò un leggiero fischio.
Tosto i due punti luminosi si slanciarono innanzi. Erano gli occhi di una grande tigrela quale fece udire quel sordo miagolìo che è famigliare a simili belve.
- Darma! - chiamò l'indiano.
La tigre s'abbassòschiacciandosi contro il terrenoe si mise a strisciare silenziosamente. S'arrestò proprio dinanzi a lui emettendo un secondo miagolìo.
- Sei ferita?- gli chiese l'indianocon voce commossa.
La tigre per tutta risposta aprì la bocca e lambì le mani ed il volto dell'indiano..
- Hai sfidato un gran pericolopovera Darmaripigliò l'indiano con tono affettuoso. - Sarà l'ultima prova.
Passò una mano sotto il collo della belva e vi trovò una piccola carta rossaarrotolata e sospesa ad un sottile filo di seta.
L'aprì con mano tremantegettandovi sopra gli occhi. V'erano dei segni bizzarri d'una tinta azzurra e una riga di sanscrito. "Vieniche il messaggero è giunto" lesse egli.
Un nuovo brivido agitò le sue membra e alcune goccie di sudore imperlarono la sua fronte.
- VieniDarma- diss'egli.
Guardò alla sfuggita il "bengalow"percorse tre o quattrocento passi strisciandoseguito dalla tigrepoi s'internò nel bosco di borassi.
Camminò per venti minuti rapidamenteseguendo un sentieruzzo appena appena visibilepoi s'arrestòchiamando con un gesto la tigre.
A venti passi da luis'era improvvisamente alzato da terra un individuoil quale spianò risolutamente un fucilegridando:
- Chi vive?
- Kâlì- rispose Saranguy.
- Avanzati.
Saranguy si avvicinò a quell'indiano il quale lo esaminò attentamente.
- Sei forse colui che aspettiamo? - gli chiese.
- Sì.
- Sai chi ti aspetta?
- Kougli.
- Sei proprio quello: seguimi.
L'indiano gettò la carabina ad armacollo e si mise in marcia con passo silenzioso.
Saranguy e Darma lo seguirono.
- Hai veduto il capitano Macpherson? - chiese qualche istante dopo - Sì.
- Cosa fa?
- Non saprei dirlo.
- Sai nulla di Negapatnan?
- Sìso che è prigioniero del capitano.
- E' vero ciò che dici?
- Verissimo.
- E sai dov'è nascosto?
- Nei sotterranei del "bengalow".
- Si vede che sono prudenti quegli europei.
- Sembra.
- Ma tu lo libererai.
- Io! - esclamò Saranguy.
- Lo credo.
- Chi te lo disse?
- Non so nulla; taci e cammina.
L'indiano ammutolì e affrettò il passocacciandosi in mezzo ai macchioni di bambù ed a cespugli irti di spine. Ogni qual tratto s'arrestava ed esaminava il tronco dei palmizi tara che trovava sul suo passaggio.
- Cosa guardi? - chiese Saranguysorpreso.
- I segni che indicano la via.
- Ha cambiato dimora Kougli?
- Sìperché gl'inglesi si sono mostrati presso la sua capanna.
- Di già?
- Il capitano Macpherson ha dei buoni bracchi al suo servizio. Sta' allertaSaranguy; potrebbero giuocarti qualche brutto tiroquando meno te lo aspetti.
Si fermoaccostò le mani alle labbra ed emise un urlo simile a quello dello sciacallo.
Un secondo urlo vi rispose.
- La via è libera- disse l'indiano. - Segui questo sentiero e giungerai alla soglia della capanna. Io rimango qui a vegliare.
Saranguy ubbidì. Percorrendo il sentiero s'avvide che dietro ad ogni albero stava appiattato un indiano con una carabina in mano e il laccio stretto attorno al corpo.
- Siamo ben guardati- mormorò egli. - Potremo discorrere senza temere di venire sorpresi dagli inglesi.
Ben presto si trovò dinanzi ad una grande capannacostruita con solidissimi tronchi d'alberonei quali erano aperte molte feritoie per lasciar passare le carabine. Il tetto era coperto da foglie di latania e sulla cima v'era una rozza statua della dea Kâlì - Chi vive? - chiese un indianoche era seduto sulla soglia della porta armato di carabinadi pugnale e laccio.
-Kâlì - rispose per la seconda volta Saranguy.
L'indiano entrò in una stanzuccia illuminata da un ramo d'albero resinosoil quale spandeva all'intorno una luce fumosa.
Sdraiato su di una stuoia stavasene un indiano alto come il truce Suyodhanaspalmato di fresco d'olio di coccocol misterioso tatuaggio sul La sua faccia era d'una tinta bronzinaduraferocecon folta barba nera. Gli occhi suoiprofondamente incavatibrillavano d'una cupa fiamma.
- AddioKougli- disse l'indiano entrandoma pronunciando le parole quasi con pena.
- Ah! sei tuamico- rispose Kouglialzandosi prontamente. - Cominciava a impazientirmi.
- La colpa non è mia; la strada è lunga.
- Lo soamico mio. Come sono andate le cose?
- Benissimo; Darma ha eseguito appuntino la sua parte. Se non ero prontoschiacciava la testa del capitano.
- L'aveva atterrato?
- Sì.
- Brava bestia la tua tigre.
- Non dico di no.
- Sicché sei ai servigi del capitano.
- Sì.
- In che qualità?
- Di cacciatore.
- Sospetta di nulla?
- No.
- Sa che ti sei allontanato dal "bengalow"?
- Non lo so. Del resto mi ha accordato ampia libertà di andarmene nei boschi o nella junglaa cacciare.
- Sta' in guardia però. Quell'uomo ha cent'occhi.
- Lo so.
- Narrami qualche cosa di Negapatnan.
- E' arrivato ieri notte al "bengalow".
- Lo sonessuna cosa sfugge al mio sguardo. Dove l'hanno nascosto?
- Nel sotterraneo.
- Lo conosci quel sotterraneo?
- Non ancorama lo conoscerò. So che ha le pareti di uno spessore enormee che un sipai armato veglia dì e notte dinanzi alla porta.
- Sai più di quanto speravo. Lascia che te lo dicasei un brav'uomo.
- Il "cacciatore di serpenti della jungla nera" è più forte e più astuto di quello che tu credi- rispose l'indiano Saranguy.
- Sai se ha parlato Negapatnan?
- Non lo so.
- Se quell'uomo parlanoi siamo perduti.
- Diffidi di lui? - chiese Saranguy con una leggiera vibrazione ironica.
- Nopoiché Negapatnan è un gran capo ed è incapace di tradirci. Ma il capitano Macpherson sa tormentare i suoi prigionieri. Orsùveniamo al fatto.
La fronte di Saranguy s'aggrottò e un leggiero tremito percorse le sue membra.
- Parla- diss'eglicon strano accento.
- Sai perché ti ho chiamato?
- Lo indovinosi tratta...
- Di Ada Corishant.
A quel nomeil cupo sguardo di Saranguy si spense; qualche cosa di umido brillò sotto le sue cigliae un profondo sospiro gli uscì dalle labbra scolorite.
- Ada!... Oh mia Ada!... - esclamò egli con voce soffocata. - Parla Kougliparla. Soffro troppotroppo!...
Kougli guardò l'indiano che si era accasciato su se stessostringendosl fortemente la fronte. Un sorriso satanicoun sogghigno atroce sfiorò rapidamente le sue labbra.
- Tremal-Naik- disse con voce quasi sepolcrale.- Ti ricordi quella notte che ti rifugiasti nel pozzo colla tua Ada ed il maharatto?
- Sìme lo ricordo- rispose con voce sorda Saranguyo meglio Tremal-Naikil "caccialore di serpenti della jungla nera".
- Tu eri in nostra mano. Bastava che Suyodhana lo volesse e tutti e tre a quest'ora dormireste sotto terra.
- Lo so. Ma perché rammentarmi quella notte!
- Bisogna che te la rammenti.
- Affrettati alloranon farmi soffrire tanto. Ho il cuore che mi sanguina.
- Sarò breve. I "thugs" avevano pronunciato la vostra sentenza di morte; tu dovevi essere strangolatola "vergine della pagoda" doveva salire il rogo e Kammamuri morire tra i serpenti. Suyodhana fu quello che si oppose.
Negapatnan era caduto in mano degli inglesi e bisognava salvarlo. Tu avevi dato tante prove di essere un uomo audace e pieno di risorse e ti graziòpurché tu servissi la nostra setta.
- Affrettati.
- Ma tu amavi quella donna che si chiama Ada. Bisognava cedertela per avere un fedele e pronto alleato. La nostra dea Kâlì te la offre.
- Ah!... - esclamò Tremal-Naikbalzando in pieditutto trasfigurato.
- E' vero quello che dici?
- Sìè vero- disse Kougli marcando su ogni parola.
- E sarà mia sposa?
- Sìsarà tua sposa. Ma i "thugs" esigono qualche cosa da te.
- Qualunque cosa sia io l'accetto. Per la mia fidanzata darei alle fiamme l'India intera.
- Bisognerà uccidere.
- Ucciderò.
- Bisognerà salvare degli uomini.
- Li salveròdovessi assalire una città zeppa di armi e d'armati.
- Bene; odimi.
Si levò dalla cintura una cartala spiegò e la guardò alcuni istanti con profonda attenzione.
- I "thugs"- disse - tu lo saiamano Negapatnanche è coraggioso.
intraprendente e forte. Vuoi la tua Ada? Libera Negapatnanma c'è Suyodhana che esige qualche cosa da te.
- Parla- disse Tremal-Naikche senza saperloprovò un brivido.- Ti ascolto.
Kougli non aprì bocca. Egli guardava fissamente ed in modo strano il "cacciatore di serpenti".
- Ebbene? - balbettò Tremal-Naik.
- Suyodhana ti cede la tua fidanzata a patto che tu uccida il capitano Macpherson...
- Il capitano...
- Macpherson- terminò Kouglischiudendo le labbra ad un crudele sorriso.
- E solo a questo prezzo mi si cederà Ada?...
- A questo prezzo solamente.
- E se rifiutassi?
- Non l'ameresti più.
- Io? Cosa ti dissi poco fa? Per la mia fidanzata darei l'India alle fiamme.
- Hai ragione. Nel caso però che ti rifiutassila "vergine della pagoda" salirà il rogo e Kammamuri morrà fra i serpenti. Li teniamo entrambi in nostra mano. Cosa decidi?
- La mia vita appartiene ad Ada. Accetto.
- Hai già qualche piano?
- Nessunoma lo troverò.
- Bada a me; prima libera Negapatnan.
- Lo libererò.
- Noi veglieremo su di te. Se avrai bisogno di aiutivieni da me.
- Il "cacciatore di serpenti" farà senza i "thugs".
- Come vuoi: puoi andartene.
Tremal-Naik non si mosse.
- Cosa desideri? - chiese Kougli.
- E non potrò veder colei che io amo?
- No.
- Siete proprio inesorabili?
- Compi la missionepoi... quella donna.... sarà tua sposa. Va'Tremal-Naikva'.
L'indiano s'alzò in preda a una cupa disperazione e si diresse verso l'uscita .
- Tremal-Naik- disse lo strangolatorenel momento in cui varcava la soglia.
- Cosa vuoi?
- Non scordartiche a noi preme la morte del capitano Macpherson!...





La fuga del "thug"

Gli astri incominciavano ad impallidirequando Tremal-Naikquasi fuori di séancora scombussolato dal colloquio avuto collo strangolatoregiungeva al "bengalow" del capitano Macpherson.
Un uomo era appoggiato alla soglia della porta e sbadigliavarespirando fragorosamente la fresca aria del mattino. Quest'uomo era il sergente Bhârata.
- OlàSaranguy! - gli gridò. - Da dove vieni?
Quella chiamata strappò bruscamente Tremal-Naik dai suoi pensieri. Si volse indietrocredendo di essere stato seguito dalla tigrema l'intelligente animale si era arrestato sull'orlo della jungla. Bastò un rapido cenno del padrone perché scomparisse fra i bambù.
- Da dove vienimio bravo cacciatore? - ripigliò Bhâratamuovendogli incontro.
- Dalla jungla- rispose Tremal-Naikricomponendo gli alterati lineamenti.
- Di notte! E solo!
- E perché no?
- Ma le tigri?
-Non mi fanno paura.
- Ed i serpentied i rinoceronti?
- Li disprezzo.
- Saigiovinottoche hai del coraggio?
- Lo credo.
- Hai incontrato qualcuno?
- Delle tigrima non hanno ardito avvicinarsi.
- E uomini?
Tremal-Naik trasalì.
- Uomini! - esclamò egliaffettando sorpresa. - Dove vuoi che abbia trovato degli uominidi nottein mezzo alla jungla?
- Ve ne sonoSaranguye più d'uno.
- Non ti credo.
- Hai udito parlare dei "thugs"'?
- Gli uomini che strangolano?
- Sìdi quelli che adoperano il laccio di seta.
- E tu dici che sono qui? - chiese Tremal-Naikaffettando terrore.
- Sìe se cadi nelle loro mani ti strangoleranno.
- Ma perché sono qui?
- Sai chi è il capitano Macpherson?
- Non lo so ancora.
- E' il nemico più spietato che abbiano i "thugs".
- Comprendo.
-Noi facciamo a loro la guerra - La farò anch'io. Odio quei miserabili.
- Un uomo coraggioso come tenon è da rifiutarsi. Verrai con noi quando batteremo la junglaanzi ti metterò a guardia di uno strangolatore che è caduto in nostra mano.
- Ah! - esclamò Tremal-Naikche non riuscì a frenare il lampo di gioia che balenò negli occhi. - Avete un thug prigioniero?
- Sìed è uno dei capi.
- Come si chiama?
- Negapatnan.
- E io veglierò su di lui?
- Sìveglierai su di lui. Tu sei forte e coraggioso e a te non scapperà.
- Sono persuaso. Basterà un pugno per ridurlo all'impotenza- disse Tremal-Naik.
- Vieni sulla terrazza. Tra poco vedrai Negapatnan e forse avremo bisogno del tuo coraggio.
- Per che farne? - chiese Tremal-Naik con inquietudine.
- Il capitano ricorrerà a qualche mezzo violento per farlo parlare.
- Capisco. Diventerò carceriere ed all'occorrenza torturatore.
- Sei molto perspicace. Vienimio bravo Saranguy.
Entrarono nel "bengalow" e salirono sulla terrazza. Il capitano Macpherson vi era di giàfumando una sigarettasdraiato indolentemente in una piccola amaca di fibre di cocco.
- Mi rechi qualche novitàBhârata? - chiese egli.
- Nocapitano. Vi conduco invece un nemico acerrimo dei "thugs".
- Sei tuSaranguyquesto nemico?
- Sìcapitano- rispose Tremal-Naikcon accento d'odio naturalissimo.
- Sii allora il benvenuto. Sarai anche tu dei nostri.
- Lo spero.
- Ti avverto che si arrischia la pelle.
- Se la giuoco contro le tigriposso giuocarla contro gli uomini.
- Sei un brav'uomoSaranguy.
- Me ne vantocapitano.
- Come ha passato la notte Negapatnan? - chiese Macphersonrivolgendosi al sergente.
- Ha dormito come uno che ha la coscienza tranquilla. Quel diavolo d'uomo è di ferro.
- Ma si piegherà. Va' a prenderlo; comincieremo subito l'interrogatorio.
Il sergente fece un mezzo giro sui talloni e poco dopo ritornava conducendo Negapatnansolidamente legato.
Il thug era tranquillissimoanzi un sorriso sfiorava le sue labbra.
Il suo sguardo si posò subitocon curiositàsu Tremal-Naikil quale si era messo dietro al capitano.
- Ebbenemio caro- disse Macpherson con accento sarcastico-come hai passata la notte?
- Credo di averla passata meglio di te- rispose lo strangolatore.
- E cos'hai deciso?
- Che non parlerò. La mano del capitano corse all'impugnatura della sciabola.
- Che sieno tutti egualiquesti rettili? - gridò egli.
- Pare che sia così- disse lo strangolatore.
- Non dirlo così prestoperò. Ti dissi che posseggo dei mezzi terribili.
- Non abbastanza terribili pei "thugs".
- Dei mezzi che martirizzano al punto da invocare la morte.
- Mezzi che non valgono i nostri.
- Lo vedremo quando ti contorcerai fra gli spasimi più tremendi.
- Puoi cominciare subito.
Il capitano impallidìpoi un'ondata di sangue gli salì al volto.
- Non vuoi proprio parlareadunque? - gli chiese con voce strozzata dall'ira.
- Nonon parlerò.
- E' la tua ultima risposta? Bada...
- L'ultima.
- Sta beneora agiremo. Bhârata?
Il sergente s'avvicinò.
- C'è un palo nel sotterraneo?
- Sìcapitano.
- Legherai solidamente quell'uomo.
- Benecapitano.
- Quando il sonno lo vinceràlo terrai desto a colpi di spillo. Se fra tre giorni non parleràfarai macerare le sue carni a colpi di frusta. Se si ostina ancoraverserai dell'olio bollentegoccia a gocciasulle sue ferite.
- Fidatevi di mecapitano. AiutamiSaranguy.
Il sergente e Tremal-Naik trascinarono via lo strangolatoreil quale aveva ascoltato la sentenza senza che un muscolo del suo volto trasalisse Discesero una scala a chiocciola molto profonda ed entrarono in una specie di cantina molto vastasostenuta da volteed illuminata da una feritoia aperta a fior di terradifesa da solide sbarre di ferro.
Nel mezzo ergevasi un paloa cui fu legato lo strangolatore. Bhârata vi pose accanto tre o quattro spilli lunghi e colla punta acutissima.
- Chi veglierà? - chiese Tremal-Naik.
- Tufino a questa sera. Poi un sipai ti darà il cambio.
- Va bene.- Se il nostro uomo chiude gli occhipungi forte.
- Ti obbedirò- rispose Tremal-Naik con calma glaciale.
Il sergente risalì la scala. Tremal-Naik lo seguì con lo sguardo fino che potépoiquando ogni rumore cessòsi sedette di fronte allo strangolatore che lo fissava tranquillamente.
- Ascoltami- disse Tremal-Naik abbassando la voce.
- Hai anche tu qualche cosa da dire? - chiese Negapatnanbeffardamente.
- Conosci Kougli?
Lo strangolatore udendo quel nome trasalì.
- Kougli!- esclamò. - Non so chi sia.
- Sei prudentesta bene. Conosci Suyodhana?
- Chi sei tu? - chiese Negapatnancon manifesto terrore.
- Uno strangolatore come lo sei tucome lo è Kouglicome lo è Suyodhana.
- Tu menti.
- Ti do una prova che dico il vero. La nostra sede non è nella junglané a Calcuttané sulle rive del sacro fiumema nei sotterranei di Raimangal.
Il prigioniero rattenne a gran pena un gridoche stavagli per uscire dalle labbra.
- Che sia vero che tu sei dei nostri? - chiese egli.
- Non ti ho dato le prove?
- E' vero. Ma perché sei venuto qui?
- Per salvarti.
- Per salvare me?
- Sì.
- Ma come? Con qual mezzo?
- Lascia fare a me e prima di mezzanotte sarai libero.
- E fuggiremo assieme.
- Noio rimango qui. Ho un'altra missione da compiere.
- Una qualche vendetta?
- Forse- disse Tremal-Naik con aria tetra. - Ora silenzio e aspettiamo le tenebre.
Lasciò il prigioniero ed andò a sedersi ai piedi della scalaaspettando pazientemente la notte.
La giornata lentamente passò. Il sole scomparve dietro l'orizzonte e l'oscurità divenne profonda nella cantina.
Era il momento opportuno per agire. Fra un'ora e forse menoil sipai doveva scendere.
- All'opera- disse Tremal-Naikalzandosi bruscamente e traendo dalla cintola due lime inglesi.
- C'è da fare? - chiese Negapatnancon emozione.
- Devi aiutarmi- rispose Tremal-Naik. Taglieremo le sbarre della feritoia.
- Non s'accorgeranno che tu mi hai aiutato a fuggire?
- Non s'accorgeranno di nulla.
Sciolse i legami che stringevano il corpole braccia ed entrambi i piedi del prigionieroe assalirono vigorosamente i ferricercando di non fare rumore.
Tre sbarre erano state di già divelte e non ne rimaneva che unaquando Tremal-Naik avvertì uno scalpiccìo che veniva dalla scala.
- Fermati! - diss'egli rapidamente. Qualcuno scende.
- Il sipai forse?
- Certo è lui.
- Allora siamo perduti.
- Non ancora. Sai gettare il laccio?
- Giammai fallii il colpo.
Tremal-Naik sciolse il laccio che portava stretto attorno al corponascosto dal "dubgah" e glielo diede.
- Mettiti presso alla porta - gli disseestraendo il pugnale. - Il primo che appareuccidilo.
Negapatnan ubbidì prendendo il laccio nella mano dritta. Tremal-Naik si mise di fronte a luidietro allo stipite della portacol pugnale alzato.
Il rumore andava avvicinandosi. D'un tratto un lume rischiarò la scala e apparve un sipaicon una scimitarra sguainata.
- AttentoNegapatnan- bisbigliò Tremal-Naik.
La faccia del thug divenne terribile. Gli occhi mandavano sinistri bagliori. Le labbra lasciavano a nudo i dentile nari si dilatavano.
Pareva una bestia assetata di sangue. Il sipai si arrestò sull'ultimo pianerottolo.
- Saranguy! - chiamò.
- Scendi- disse Tremal-Naik. - Non ci si vede più.
- Va bene- risposee varcò la soglia della cantina.
Negapatnan era lì. Il laccio fischiò nell'aria e si strinse così fortemente attorno al colloche il sipai cadde al suolo senza emettere un lamento.
- Devo strozzarlo? - chiese il thugponendo un piede sul petto del caduto.
- E' necessariodisse Tremal-Naikfreddamente.
Negapatnan tirò a sé il laccio. La lingua del sipai uscì un palmo dalle labbragli occhi schizzarono dalle orbite e la pelle da bronzina divenne nera. Agitò per qualche istante le bracciapoi si irrigidì. Era morto.
- Che la dea Kâlì abbia il suo sangue- disse il fanaticosciogliendo il laccio. - Spicciamociprima che scenda qualche altro.
La feritoia fu nuovamente assalita e la quarta sbarra fu spezzata.
- Passerai? - chiese Tremal-Naik.
- Passerei per una feritoia molto più stretta.
- Sta bene. Ora legami solidamente e imbavagliami.
- Il "thug" lo guardò con sorpresa.
- Io legarti? E perché? - chiese.
- Perché non si sospetti che io sono uno dei tuoi.
- Ti capisco. Sei più astuto di me.
Tremal-Naik si gettò in terra presso al cadavere del sipaie Negapatnan lo legò e lo imbavagliò.
- Sei un brav'uomo- disse il thug. - Se un giorno avrai bisogno di un amico fedelericordati di me. Addio.
Si slanciò verso la feritoiadopo di essersi armato delle pistole del sipaivi si issò e scomparve.
Non erano trascorsi ancora dieci secondiche s'udì un colpo di fucile ed una voce gridare:
- All'armi! Un uomo fugge!





La limonata che scioglie la lingua

Tremal-Naik a quel grido s'era alzato sulle ginocchiain preda ad una viva inquietudine. Al colpo di fucile aveva fatto seguito un'altra detonazionepoi una terza ed infine una quarta. Nel "bengalow" s'alzò un gran gridìo che fece fremere il "cacciatore di serpenti". - Guarda verso la jungla! gridava una voce.
- All'armi! - gridava un'altra.
- All'elefante! all'elefante!
- Fuori tutti!
S'udirono nitriti di cavalliuno scalpitare precipitatoun calpestìo e un barrito formidabile che coperse tutti quei diversi rumori.
Tremal-Naik colla fronte irrigata da grosse goccie di sudoreascoltava rattenendo il respiro.
- CorriNegapatnan! corri! - mormorò come se il fuggiasco fosse lì vicino ad udirlo. - Se ti riprendonosiamo tutti due perduti.
Con uno sforzo disperato s'alzò in piedi e si mise a saltellareper quanto gli permettevano le cordeverso la feritoia. Un calpestìo affrettato che veniva dalla scala lo arrestò.
- Scendono- mormorògettandosi prontamente per terra. - Qui occorre sangue freddo e audacia. Chi saforse Negapatnan riuscirà a raggiungere Kougli.
Si mise a dibattersifingendo di liberarsi dai legami e cacciando grida strozzate. Era tempo.
Bhârata scendeva i gradini a quattro a quattro. Egli si precipitò nella cantina gettando un urlo terribile.
- Fuggito?... fuggito?... - gridò eglilacerandosi il petto colle unghie. Balzò come una tigre verso la feritoia. Un secondo urlo gli irruppe dalle frementi labbra.
- Ah ! Miserabile!
Gettò all'interno uno sguardo smarrito. Vide Tremal-Naik che si contorceva per terra emettendo sorde imprecazioni. In un baleno gli fu vicino.
- Vivo!... - esclamòstrappandogli il bavaglio.
- Maledetti "thugs"! - urlò Tremal-Naik con voce strangolata. - Dov'è?... Dov'è quel cane? che gli strappi il cuore!
- Cos'è accaduto?... Come fuggì?... Come sei legato? Parla Saranguyparla- disse Bhârata fuori di sé.
- Siamo stati giuocati. Potente Brahma! sono caduto nell'agguato come uno stupido!
- Ma spiegatidi' suche non ho più sangue nelle vene. Come riuscì a evadere? Chi tagliò le sbarre della feritoia?
- Loro.
- Chi loro?
- I "thugs".
- I "thugs"?
- Sìtutto era preparato per farlo fuggire.
- Non capisco più. E' impossibile che i "thugs" sieno venuti qui.
- Eppure ci sono venuti. Gli ho veduti iocoi miei propri occhi e per poco non mi strozzarono come quel povero sipai.
- Ci hanno strozzato un sipai?
- Sì quello che doveva surrogarmi nella guardia.
- NarraspicciatiSaranguycome accadde tutto ciò - Il sole era tramontato- disse Tremal-Naik- io ero seduto dinanzi al prigionieroil quale non istaccava i suoi occhi dai miei.
Passarono tre oresenza che noi facessimo un movimento. D'improvviso sentii le mie palpebre diventare pesanti e un torporeuna sonnolenza irresistibileimpadronirsi di me.
Negapatnan subiva la medesima sonnolenza e sbadigliava in modo tale da far paura. Lottai a lungopoisenza sapere il comecaddi all'indietro e m'addormentai.
Quando riaprii gli occhi ero stato legato ed imbavagliato e le sbarre della feritoia giacevano per terra. Due "thugs" stavano strangolando il povero sipai.
Cercai di dibattermidi urlarema mi fu impossibile. I "thugs"compiuto l'assassiniosi arrampicarono fino alla feritoia e scomparvero.
- E Negapatnan?
- Era fuggito prima di tutti.
- E non sai la cagione di quella irresistibile sonnolenza?
- Non so nulla.
- Non fu introdotto qualche cosa nella cantina?
- Non vidi nulla.
- Essi ti hanno addormentato con dei fiori che sprigionano un potente narcotico.
- Così deve essere.
- Ma lo riprenderemo quel Negapatnan. Ho messo sulle sue traccie dei bravi uomini.
- Anch'io sono un valente cercatore di orme.
- Lo soe farai bene a metterti subito in campagna. Bisogna riprenderlo a qualsiasi costo o almeno riportare qualche altro thug.
- M'incarico io.
Bhârata l'aveva sciolto dai legami. Salirono la gradinata e uscirono dal "bengalow".
- Quale via ha preso? chiese Tremal-Naikche si era munito di un fucile a due colpi.
- Si è internato nella jungla. Cammina diritto su quel sentieruzzo e troverai le sue traccie. Va' e corripoiché il birbone deve essere molto lontano.
Tremal-Naik si gettò il fucile ad armacollo e partì di corsa dirigendosi verso la jungla. Bhârata lo seguiva collo sguardocolla fronte aggrottatacome in preda ad un profondo pensiero.
- E se fosse vero? - si chiese egli d'un tratto. Una rapida contrazione sconvolse la sua faccia che aveva assunto un'aria tetra.
- Nysa! Nysa! - gridò.
Un indiano che stava presso alla feritoiaesaminando attentamente le traccieaccorse.
- Eccomisergentegli disse.
- Hai esaminato bene le traccie? - gli domandò Bhârata.
- Sìe molto attentamente.
- Ebbenequanti uomini sono usciti dalla cantina?
- Uno solo.
Bhârata fece un gesto di sorpresa.
- Sei certo di non esserti ingannato?
- Certissimosergente. Negapatnan solo è uscito.
- Sta bene. Vedi tu quell'uomo che corre verso la jungla?
- Sìè Saranguy.
- Seguilo: bisogna ch'io sappia dove si reca.
- Fidatevi di me- rispose l'indiano.
Aspettò che Tremal-Naik fosse scomparso dietro gli alberiindi partì rapido come un cervocercando di mantenersi nascosto dietro le macchie di bambù. Bhâratasoddisfattorientrò nel "bengalow" e raggiunse il capitano che camminava sulla terrazza con passo agitatosfogando la sua collera con sorde imprecazioni.
- Dunque? - chieseappena scorse il sergente.
- Siamo stati traditicapitano.
- Traditi!... da chi?...
- Da Saranguy.
- Da Saranguy!... Da un uomo che mi salvò la vita!... E' impossibile!...
- Ho le prove.
- Parla!
Bhârata in poche parole lo informò di ciò che era accaduto e di ci che aveva visto.
Il capitano Macpherson era al colmo della sorpresa.
- Saranguy traditore! - esclamò. - Ma perché non fuggì con Negapatnan?
- Non lo socapitanoma lo sapremo fra breve. Nysa ricondurrà il brigante.
- Se è vero ciòlo faccio fucilare.
- Voi non farete nullacapitano.
- Perché?
- Perché bisognerà farlo parlare. Quell'uomo ne saprà quanto Negapatnan.
- Hai ragione.
Il capitano si rimise a guardare verso la jungla. Bhârata volse i suoi sguardi verso il fiumetendendo gli orecchi ai rumori del largo.
Passarono tre lunghe ore. Nessuno era ritornatoné erasi udito alcun gridoné alcuna detonazione.
Il capitano Macphersonimpazientitostava per lasciare la terrazza per recarsi nella junglaquando Bhârata gettò un grido di trionfo.
- Cosa c'è?
- Guardate laggiùcapitano- disse il sergente.- Uno dei nostri che ritorna di corsa.
- E' Nysa.
- Ma è solo. Che sia fuggito Saranguy?
- Non lo credo. Nysa non tornerebbe.
L'indiano veniva innanzi colla velocità di una frecciavolgendosi di frequente indietrocome temesse di essere seguito.
- SaliNysa! - gridò Bhârata.
- Affrettatiaffrettati- disse il capitanoche non istava più fermo. L'indiano infilòsenza arrestarsila scala ed arrivò ansantetrafelatosulla terrazza. I suoi occhi brillavano di gioia.
- Ebbene? - chiesero ad un tempo il capitano e il sergentecorrendogli incontro..
- Tutto è scoperto. Saranguy è un "thug"!
- Ah'... Non t'inganni? - chiese il capitano con voce sibilante.
- Nonon m'inganno: ho le prove.
- NarraNysavoglio saper tutto. Quel miserabile la pagherà anche per Negapatnan.
- Ho seguito le sue traccie fino alla jungla- disse Nysa. - Colà le smarriima non tardai a trovarle cento metri più innanzi.
Affrettai il passo ed in breve tempo lo scorsi. Camminava rapidamente ma con precauzionevolgendosi frequentemente indietro e appoggiando talvolta l'orecchio a terra.
Venti minuti dopo lo udii mandare un grido e vidi uscire da un cespuglio un indiano. Era un "thug"un vero strangolatore col petto tatuato e i fianchi stretti da un laccio.
Non potei udire il dialogo che tenneroma Saranguyprima di separarsi disse forte al compagno: "Avvertirai Kougli che io torno al ' bengalow ' e che fra pochi giorni avrà la testa".
Si separarono prendendo due diverse vie. Io ne sapevo abbastanza e qui venni. Saranguy non deve essere molto lontano.
- Cosa vi diceva iocapitano? - chiese Bhârata.
Macpherson non rispose. Colle braccia convulsivamente incrociate sul pettola faccia cupalo sguardo fiammeggiantepensava.
- Chi è questo Kougli? - chiese egli ad un tratto.
- L'ignoro- rispose Nysa.
- Senza dubbio un capo dei "thugs"- disse Bhârata.
- Di quale testa parlava il miserabile?
- Non lo sapreicapitano. Egli non si spiegò di più.
- Che alludesse a una delle nostre?
- E' probabile- disse il sergente. Il capitano divenne più cupo.
- Ho uno strano presentimentoBhârata- mormorò egli. - Parlava della mia testa.
- Ma noi invece manderemo la sua al signor Kougli.
- Lo spero. Cosa faremo di Saranguy?
- Bisognerà farlo parlare.
- E parlerà?
- Col fuoco si riesce a tutto.
- Tu sai che sono più cocciuti dei muli.
- Si tratta di farlo parlarecapitano? - chiese Nysa. - M'incarico io.
- Tu?...
- Basterà dargli da bere una limonata.
- Una limonata!... Tu sei pazzoNysa.
- Nocapitano! - esclamò Bhârata. - Nysa non è pazzo. Ho udito anch'io parlare di una limonata che fa sciogliere la lingua.
- E' vero- disse Nysa. - Con poche goccie di limone mescolate col succo della "youma" ed una pallottolina d'oppiosi fa parlare qualsiasi persona.
- Va' a preparare questa limonata- disse il capitano. - Se riesci ti regalo venti rupie.
L'indiano non se lo fece dire due volte. Pochi istanti dopo ritornava con tre grandi tazze di limonata poste sopra un bellissimo tondo di porcellana chinese. In una aveva di già fatto sciogliere la pallottolina d'oppio e il succo della "youma".
Era tempo. Tremal-Naik era apparso sull'orlo della junglaseguito da tre o quattro cercatori di piste.
Dal loro aspettoil capitano comprese che Negapatnan non era stato né presoné scoperto.
- Non monta- mormorò egli- Saranguy parlerà. Stiamo in guardiaBhârataonde il mariuolo non sospetti nullae tuNysafa' mettere immediatamente delle spranghe alla feritoia della cantina. Ne avremo bisogno fra poco.
Tremal-Naik giungeva allora dinanzi al "bengalow".
- Ehi! Saranguy! - gridò Bhâratachinandosi sul parapetto. - Come va?
Abbiamo scoperto il birbone?
Tremal-Naik lasciò cadere lungo il corpo le bracciacon un gesto di scoraggiamento.
- Nullasergentediss'egli. - Abbiamo perduto le traccie.
- Sali da noi; bisogna saper tutto.
Tremal-Naikche nulla sospettavanon si fece ripetere l'invito e si presentò al capitano Macphersonche si era seduto presso ad un tavolino colle limonate dinanzi.
- Ebbenemio bravo cacciatore- chiese questi con un sorriso bonario; - il mariuolo non fu dunque trovato?
- Nocapitano. Eppure l'abbiamo cercato dappertutto.
- Non avete nemmeno scoperto le sue traccie?
- Sìle abbiamo scoperte e seguite per un bel tratto; poi non fu possibile ritrovarle. Pare che quel dannato Negapatnan abbia attraversato la forestapassando di albero in albero.
- E non rimase alcuno nel bosco?
- Sìquattro sipai.
- Fin dove sei andato tu?
- Fino all'estremità opposta della foresta.
- Devi essere stanco. Bevi questa limonatache ti farà bene.
Così dicendo gli porse la tazza. Tremal-Naik la vuotò tutta d'un fiato.
- Dimmi un po'Saranguy- ripigliò il capitano- credi tu che ci sieno dei "thugs" nella foresta?
- Non lo credo- rispose Tremal-Naik.
- Non conosci tu nessuno di quegli uomini?
- Io conoscere... di quegli uomini! - esclamò Tremal-Naik.
- E perché no? Tu hai vissuto molto tempo fra i boschi.
- Non è vero.
- Eppure mi dissero che ti hanno veduto parlare con un indiano sospetto.
Tremal-Naik lo guardò senza rispondere. I suoi occhi a poco a poco si erano accesi e risplendevano come due carboni infiammati; la sua faccia era divenuta d'una tinta più cupa e i lineamenti gli si erano alterati.
- Che hai da dire? - dimandò il capitano Macphersoncon accento lievemente beffardo.
- Thugs! - balbettò il "cacciatore di serpenti"agitando pazzamente le braccia e rompendo in uno scroscio di risa. - Io parlare con un thug?
- Attento- mormorò Bhârataall'orecchio del capitano. - La limonata fa il suo effetto.
- Orsùparla- incalzò Macpherson.
- Sìmi ricordoho parlato con un thug sull'orlo della foresta.
Ah!... ah!... E credevano che io cercassi Negapatnan. Che stupidi...
ah!... ah!... Io inseguire Negapatnan? Io che tanto ho lavorato per farlo scappare... ah!... ah!...
E Tremal-Naikin preda ad una specie di allegria febbrileirresistibilerideva come un ebetesenza più sapere cosa dicesse.
- Avanticapitano! - esclamò Bhârata. - Sapremo tutto.
- Il miserabile è perduto- disse il capitano.
- Calmacapitanoe giacché è in vena di parlarestuzzichiamolo.
- Hai ragione. OlàSaranguy...
- Saranguy! - interruppe bruscamente il povero ebbrosempre ridendo.
- Non sono Saranguy io... Che stupido che seiamico mioa credere che io porti il nome di Saranguy. Io sono Tremal-Naik... Tremal-Naik della jungla nerail "cacciatore di serpenti". Non sei stato mai tu nella jungla nera? Tanto peggio per te; non hai visto nulla di bello.
Oh che stupido che seiche stupido!
- Sono proprio uno stupido- disse il capitanofrenandosi a gran pena. - Ah! tu sei Tremal-Naik? E perché hai cangiato nome?
- Per allontanare ogni sospetto. Non sai che io volevo entrare al tuo servizio?
- E perché?
- I "thugs" così volevano. M'hanno donato la vita e mi daranno anche la "vergine della pagoda"... La conosci tu la "vergine della pagoda"?
Notanto peggio per te. E' bella saimolto bella. Farebbe impazzire BrahmaSiva e anche Visnù.
- E dov'è questa "vergine della pagoda"?
- Lontana di quimolto lontana.
- Ma dove?
- Non te lo dico. Tu potresti rubarmela.
- E chi la tiene?
- I "thugs"ma me la daranno in isposa. Io sono fortecoraggioso.
Farò tutto ciò che essi vorranno per averla. Negapatnan intanto è liberato.
- Devi forse compiere qualche...
- Compiere?... Ah!... ah!... Devo... capisciportare una testa...
ah!... ah!... Mi fai ridere come un pazzo.
- Perché? - chiese Macphersonche cadeva di sorpresa in sorpresanell'udire quelle rivelazioni.
- Perché la testa che devo troncare... ah!... ah!... E' la tua!...
- La mia! - esclamò il capitanobalzando in piedi. - La mia testa?
- Ma... sì... sì... A Suyodhana!
- Chi è questo Suyodhana?
- Come? non lo conosci tu? E' il capo dei "thugs".
- E sai dove ha il suo covo?
- Sìche lo so.
- Dove?
- A... a...
- Parladimmelo- urlò il capitano balzandogli addosso e stringendogli furiosamente i polsi.
- Tanto curioso sei tu?
- Sìsono curioso di saperlo.
- E se non volessi dirlo? - Il capitanoin preda ad una tremenda eccitazionelo afferrò a mezzo corpo e lo alzò.
- Sotto c'è il fiume- gli disse. - Se non me lo dici ti getto giù.
- Tu vuoi burlarti di me. Ah!... ah!...
- Sìè verovoglio burlarmi di te. Dimmi dov'è Suyodhana.
- Che stupido che sei. Dove vuoi siase non è a Raimangal?
- Ah!... Ripetilo!... ripetilo!...
- A Raimangal t'ho detto.
Il capitano Macpherson gettò un gridopoi ricadde sulla sedia mormorando:
- Ada!... Oh! mia Ada! Sei salva finalmente!...





I fiori che addormentano

Quando Tremal-Naik tornò in sési trovò rinchiuso in uno stretto sotterraneo illuminato da un piccolo spiraglio difeso da una doppia fila di grosse sbarre e solidamente legato a due anelli di ferroinfissi in una specie di colonna.
Dapprima si credette in preda ad un brutto sogno ma ben presto si convinse che era realmente prigioniero.
Una vaga paura s'impossessò allora di quell'uomoche pur aveva dato tante prove di un coraggio sovrumano.
Cercò di riordinare le ideema nel suo cervello regnava una confusione che non riusciva a diradare. Si rammentava vagamente di Negapatnandella fuga di luidella limonatama nulla di più.
- Chi può avermi tradito? - si chieserabbrividendo. - Cosa accadrà ora di me?
Cos'è questa nebbia che mi offusca il cervello?... Che mi abbiano ubbriacato con qualche bevanda a me sconosciuta?
Fece uno sforzo per alzarsima subito ricadde; aveva udito aprirsi una porta.
- Chi scende qui? - chiese.
- IoBhârata- rispose il sergente avanzandosi.
- Finalmente - esclamò Tremal-Naik. - Mi spiegherai ora per quale motivo lo mi trovo qui prigioniero.
- Perché ormai sappiamo che tu sei un thug.
- Io!... Un thug!...
- SìSaranguy.
- Tu menti!...
- Nohai parlatohai tutto confessato.
- Quando?
- Poco fa.
- Tu sei pazzoBhârata.
- NoSaranguyti abbiamo dato da bere la "youma" e tu hai confessato ogni cosa.
Tremal-Naik lo guardò con ispavento. Si ricordava della limonata che il capitano gli aveva fatto bere.
- Miserabili! - esclamò con disperazione.
- Vuoi salvarti? - disse Bhâratadopo un breve silenzio.
- Parla- disse Tremal-Naik con voce rotta.
- Confessa tutto e forse il capitano ti farà grazia della vita.
- Non lo posso: ucciderebbero la donna che io amo.
- Chi?
- I "thugs".
- Quale storia narri tu? Parla.
- E' impossibile! - esclamò Tremal-Naik con accento selvaggio. - Sian tutti maledetti!
- AscoltamiSaranguy. Ormai noi sappiamo che i "thugs" hanno la loro sede a Raimangalma ignoriamo e quanti siano e dove vivano. Se tu lo dicichissàforse non morrai.
- E cosa farete di tutti quei "thugs"? - chiese Tremal-Naik con voce strozzata.- Li fucileremo tutti.
- Anche se fra essi vi fossero delle donne?
- Esse prima di tutti.
- Perché?... Quale colpa hanno?
- Sono più terribili degli uomini. Rappresentano la dea Kâlì.
- T'inganniBhârata! T'inganni!
- Tanto peggio.
Tremal-Naik si prese la fronte fra le maniconficcandosi le unghie nella pelle.
I suoi occhi erravano smarritiil suo volto era pallidissimoquasi cinereoed il petto gli si sollevava impetuosamente.
- Se si concedesse la vita ad una di quelle donne... forse parlerei.
- E' impossibilepoiché prenderli vivi costerebbero torrenti di sangue. Li soffocheremo tutticome bestie ferocinei loro sotterranei.
- Ma ho una donnauna fidanzata! - esclamò Tremal-Naik con un accento disperato. - Vuoi tutigrefarla morire!... Nononon parlerò.
Uccidetemitormentatemi consegnatemi alle autorità inglesifate di me quello che voletenon parlerò.. I "thugs" sono numerosi e potentisi difenderanno e forse salveranno colei che io tanto ho amato e che amo ancora.
- Una domanda ancora. Chi è questa donna?
- Non posso dirlo.
- Saranguy- disse con voce alterata- vuoi dirmi chi è quella donna?
- Mai.
- E' bianca o abbronzata?
- Non te lo dirò.
- Sarà una fanatica come le altre.
Tremal-Naik non rispose.
- Sta bene- ripeté il sergente. - Fra tre o quattro giorni ti condurremo a Calcutta.
Una viva commozione alterò i lineamenti del prigionieroil quale guardò il sergente che usciva e la feritoia.
- Questa notte bisogna fuggire- mormorò- o tutto è perduto.
La giornata trascorse senza che qualche cosa di nuovo accadesse. A mezzodì e al tramonto fu portata al prigioniero un'ampia scodella di "carri" e una coppa di "tody".
Appena il sole tramontò dietro le foreste e l'oscurità nella cantina divenne fittaTremal-Naik respirò. Stette cheto per tre lunghe oretemendo che qualcuno improvvisamente entrassepoi si mise alacremente all'opera per tentare l'evasione.
Gli indiani sono famosi nel legare le persone ed occorre una lunga pratica per sciogliere i loro nodi complicatissimi. Tremal-Naik per fortuna possedeva una forza prodigiosa e buoni denti.
Con una scossa allentò una corda che gl'impediva di curvare la testa poipazientementenon badando al doloreavvicinò uno dei polsi alla bocca e si mise a lavorare coi dentitagliandosegandosfilacciando.
Riuscito a tagliare la cordasbarazzarsi degli altri legami fu per lui l'affare d'un sol momento.
S'alzò stiracchiandosi le membra indolenzites'avvicinò poscia alla feritoia e guardò fuori.
La luna non era ancora sortama il cielo era splendidamente stellato.
Buffi d'aria fresca e imbalsamata dal profumo di mille diversi fiorientravano per la feritoia.
Nessun rumore veniva dal di fuoriné persona umana scorgevasi sulla fosca linea dell'orizzonte.
Il prigioniero afferrò una delle sbarre e la scosse furiosamente; la curvò ma non la spezzò.
- La fuga per di qui è impossibile- mormorò.
Si guardò attorno cercando un oggetto qualsiasi che potesse aiutarlo a svellere le spranghema non ne trovò alcuno.
- Sono perduto- mormoròcon ispavento. - Eppure non voglio morirenon voglio scendere nella tomba ora che la felicità è vicina.
S'avvicinò alla portama s'arrestò di botto. Un sordo mugolìoche veniva dal di fuoriera giunto improvvisamente fino a lui.
Volse la testa verso la feritoia e la vide occupata da una massa oscura in mezzo alla quale brillavano due punti luminosiverdognoli.
Una speranza gli attraversò il cervello.
- Darma!... Darma!... - mormorò con voce tremante per l'emozione.
La tigre emise un secondo brontolìoscuotendo le spranghe di ferro.
Il prigioniero s'avventò verso la feritoiaafferrando le zampe della fedele bestia.
- Sono salvo! - esclamò egli. - Brava Darmalo sapevo che tu saresti venuta a trovare il tuo padrone. Ora non temo più il capitano né il suo sergente.
Lasciò la feritoia e corse in un angolo dove aveva visto un brano di carta. Lo pulì accuratamentesi morse un dito facendo uscire alcune goccie di sangue e con una scheggia strappata al palo scrisse rapidamente e come lo permettevano le tenebrele seguenti righe:
Sono stato tradito e rinchiuso nella prigione di Negapatnan.
Soccorretemi prontamente o tutto è perduto.
Tremal-Naik Arrotolò la cartolinatornò alla feritoiala legò con una cordicella al collo della tigre.
- CorriDarmaritorna dai "thugs"- le disse: - Il tuo padrone corre un gran pericolo.
La fiera scosse la testa e partì colla rapidità di una freccia.
- Va'- diceva l'indianoseguendola cogli occhi.- Essi comprenderanno quale pericolo io corro e verranno a salvarmi o mi daranno almeno un mezzo qualsiasi per evadere.
Passò una lunga ora. Tremal-Naik aggrappato convulsivarnente alle sbarreattendeva ansiosamente il ritornoin preda a mille timori.
D'un tratto nel fondo della pianura scorse la tigre che s'avvicinava con balzi giganteschi.
- Se la scoprissero? mormoròtremando.
Fortunatamente Darma poté giungere fino alla feritoia senza essere stata scoperta dalle sentinelle. Al collo portava un grosso involto che Tremal-Naikcon gran penariuscì a far passare tra le sbarre.
L'aperse. Conteneva una letterauna rivoltellaun pugnaledelle munizioniun laccio e due mazzolini di fiori accuratamente rinchiusi in due vasi di cristallo.
- Cosa significano questi fiori? - si domandòsorpreso.
Aprì la letterala espose ad un raggio di luna che penetrava per la feritoia e lesse:
Siamo circondati da alcune compagnie di sipaima uno dei nostri segue Darma.
Grandi pericoli ci minacciano e la tua evasione è necessaria.
Unisco alle armi due mazzi di fiori. I bianchi addormentanoi rossi combattono l'efficacia dei bianchi.
Addormenta le sentinelle e tieni ben appresso i rossi. Una volta liberoespugna l'abitazione e tronca la testa del capitano.
Nagor segnalerà la sua presenza col noto fischio e ti presterà man forte. Affrettati.
Kougli Forse qualche altro si sarebbe spaventato nel leggere quella letterama non così Tremal-Naik. In quel momento supremo si sentiva tanto forte da espugnare la casa anche senza l'aiuto di Nagor.
- L'amore mi darà la forza e il coraggio per operare il miracolo- aveva detto egli.
Nascose le armi e le munizioni sotto un mucchio di terra e tornò alla feritoia.
- VatteneDarma- le disse. - Tu corri un gran pericolo.
La tigre s'allontanòma non aveva fatto venti passi che s'udì una delle sentinelle gridare:
- La tigre!... La tigre!...
Vi tenne dietro un colpo di fucile.
Un'altra detonazione rimbombòma la brava bestia aveva raddoppiata corsa e in breve tempo fu fuori di vista.
S'udì un rumore di passi precipitati ed alcuni uomini s'arrestarono dinanzi alla feritoia.
- Ehi! - esclamò una voce che Tremal-Naik riconobbe per quella di Bhârata. - Dov'è la tigre?
- E' scappata- rispose la sentinella che stava nella veranda.
- Dov'era?
- Presso la feritoia.
- Scommetterei cento rupie contro unache è un'amica di Saranguy.
Prestodue uomini nella cantina o il briccone ci sfugge.
Tremal-Naik aveva udito tutto. Prese i due vasili spezzògettò i fiori bianchi nell'angolo più oscuronascose i rossi in seno e si sdraiò addosso al paloaccomodandosi attorno al corpo le corde e stringendole meglio che poté.
Era tempo! Due sipai armati e muniti d'una torcia resinosa entrarono.
- Ah! - esclamò uno. - Ci sei ancoraSaranguy?
- Chiudi il becco che io voglio dormire- disse Tremal-Naik fingendosi di cattivo umore.
- Puoi dormiremio caroe con tutta tranquillità poiché noi veglieremo.
Tremal-Naik alzò le spalles'appoggiò al palo e chiuse gli occhi. I due sipaipiantata la fiaccola in una spaccatura della paretesi sedettero per terra colle carabine fra le ginocchia.
Erano trascorsi appena pochi minuti quando Tremal-Naik avvertì un acuto profumo che davagli alla testamalgrado i fiori rossi che tramandavano un profumo non meno acuto e affatto speciale.
Guardò i due sipai: sbadigliavano in modo tale da temere che si slogassero le mascelle.
- Provi nulla tu? - chiese il soldato più giovanedopo qualche tempo.
- Sì- rispose il compagno. - Mi pare d'essere...
- Ubbriacovuoi dire.
- Proprio cosìe mi sento prendere da una voglia irresistibile di chiudere gli occhi.
- Da cosa provenga ciò?
- Non lo saprei.
- Che ci sia qualche manzanillo presso di noi?
- Non ne ho veduto nel parco.
La conversazione cadde lì. Tremal-Naikche stava attentoli vide chiudere a poco a poco gli occhiriaprirli tre o quattro voltepoi richiuderli. Lottarono ancora per qualche minutopoi caddero pesantemente a terrarussando sonoramente.
Era il momento d'agire. Tremal-Naik si strappò di dosso i legami e silenziosamente s'alzò.
- La libertà...! esclamò.
Andò a prendere le armilegò solidamente i due addormentati e slanciossi verso la scala.





Le rivelazioni del sergente

Nessuna sentinella vegliava sul pianerottolo.
Tremal-Naikancora tremante per l'emozionema deciso a tutto pur di riacquistare la libertàsalì silenziosamente i gradini e raggiunse una stanzaccia oscura e deserta.
Sostò un momento ascoltando con profondo raccoglimentoimpugnò la rivoltella e adagio adagio spinse la portasporgendo con precauzione la testa.
- Nessuno- mormorò.
Aprì una seconda portapercorse un corridoio lungo e oscurissimo ed entrò in una terza stanza.
Era vastissima. Un lume brillava nel fondo spandendo un debole chiarore sopra una dozzina di lettuccisui quali russavano sonoramente altrettanti uomini.
- I sipai! mormorò Tremal-Naikarrestandosi.
Stava per tornare indietroquando udì nel corridoio un passo cadenzato e un tintinnìo che pareva di speroni. Sussultò e alzò la rivoltella verso la porta. L'uomo si avvicinava; Tremal-Naik lo udì arrestarsi un momentopoi passare oltre.
- Se fosse il capitano! - esclamò.
Lasciò lo stanzone e tornò nel corridoio. In fondo scorse un'ombra appena distintache andava sfumando e udì il tintinnìo degli speroni.
Riprese la rivoltella e le si mise dietrorisoluto a raggiungerla.
Salì una gradinata e guadagnò un secondo corridoio camminando sulla punta dei piedi. L'uomo che lo precedeva s'arrestò; lo udì girare una chiave in una toppalo vide aprire una porta e scomparire.
Allungò il passo e si fermò dinanzi alla stessa porta che non era stata chiusa.
Una lampada illuminava malamente lo stanzone. Seduto dinanzi ad un tavoloall'ombra di una colonnav'era un uomo che non riuscì bene a distinguere. Sospettò che fosse il capitano Macpherson; a quel sospetto senza sapere il perchési sentì le membra tremare e una vaga inquietudine l'assalì. Gli parve d'aver ricevuto come una pugnalata al cuore.
- E' stranopensò egli. - Avrei io paura?
Spinse leggermente la porta che s'aprì senza far rumore ed entròmovendo a passi di tigre verso il tavolo. Per quanto il suo passo fosse silenziosofu avvertito da quell'uomo il quale s'alzò bruscamente.
- Bhârata! - esclamò Tremal-Naik. Ah!...
Puntò rapidamente la rivoltella verso di lui.
- Non un gridonon un passo- gli disse- o sei morto!
L'indiano vedendosi dinanzi il prigioniero che lo teneva di miraaveva fatto un movimento per slanciarsi sulle sue pistole che aveva deposto su una seggiola. All'intimazione brutalefatta con un tono da non mettere in dubbio la minaccias'era fermatodigrignando i denti come una pantera presa al laccio.
- Tu!... Saranguy! - esclamòrigando colle unghie il tavolo.
- Non Saranguyma Tremal-Naikil "cacciatore di serpenti" della jungla nera- rispose l'indiano senza abbassare l'arma.
Bhârata lo guardòma più sorpreso che spaventato.
- Ma come sei tu qui? - chiese.
- E' il mio segreto. Non si imprigiona un "thug".
- Non m'ero adunque ingannato io?
- Pare di no. - E cosa vieni a fare qui?
- A ucciderti.
Bhârataquantunque fosse coraggiosoebbe paura.
- Ah! - esclamò coi denti stretti. - Tu vieni per assassinarmi..
- Forse.
- Posso salvare la vita?
- Sì.
- Parla.
- Siedi e discorriamo.
Bhârata ubbidì. Tremal-Naik s'impadronì di tutte le armichiuse ve la porta e si sedette di fronte al sergentedicendogli:
- Ti avverto che il primo grido che gettiti costa la vita. Ho sei colpi per mandarti a trovare Brahma o Visnù.
- Parla- ripeté il sergenteche andava riacquistando il suo sangue freddo.
- Ho da compiere una missione terribile.
- Non ti capisco.
- Io ho giurato ai "thugs" di uccidere il capitano Macpherson.
Tremal-Naik guardò Bhârata per vedere quale impressione fa su di lui quelle parolema il volto dell'indiano rimase impassibile.
- Hai compresoBhârata? - gli domandò.
- Perfettamente.
- Ebbene?
- Tira innanzi.
- Bisogna che io abbia in mia mano la testa del capitano Macpherson.
Il sergente ruppe in uno scoppio di risa.
- Pazzonon sai che il capitano non è più qui?
- Tremal-Naik s'alzò.
- Il capitano non è più qui! - esclamò con disperazione. - Dov'è andato?
- Non te lo dirò.
- Ma non sai adunqueche io ho giurato di portare ai "thugs" la sua testa?
- Ne faranno a meno.
- NoBhâratano!... Bisogna che compia la mia missione! Dov'è il capitano?... Voglio saperlodovessi rovistare tutta l'India dall'Himalaya al capo Comorin.
- Non sarò certamente io che dirò dove egli sia.
- Ah!... - esclamò Tremal-Naik. - Tu lo sai?
- Lo so.
Tremal-Naik alzò la rivoltella mirando l'indiano in fronte.
- Bhârata- gli disse con voce furente. - Parla!
- Puoi ammazzarmima dalla mia bocca non uscirà sillaba. Sono un sipai! - BadaBhâratache non si ritorna piùuna volta scesi nella tomba.
- Uccidimi se vuoi.
- E' la tua ultima parola?
- L'ultima.
Tremal-Naik aveva steso il braccio armato. Già la canna s'era fermata a pochi passi dalla fronte del sergentegià stava per far partire il colpoquando al di fuori echeggiò un fischio che si ripeté tre volte.
- Nagor! - esclamò Tremal-Naikche aveva riconosciuto il segnale dei "thugs".
Rimise nella cintura la rivoltellaafferrò Bhârata turandogli con una mano la boccae lo gettò al suolo.
- Non fare un gesto- gli disse- o ti uccido davvero.
Lo legò solidamente con una cordalo imbavagliòpoi corse ad una finestraalzò la persiana e rispose al segnale con tre fischi differenti.
Dietro ad un cespuglio s'alzò una forma umanala quale strisciò svelta svelta in direzione del "bengalow". Si arrestò proprio sotto la finestraalzando la testa.
- Nagor! bisbigliò Tremal-Naik.
- Chi sei? - chiese il thugdopo qualche istante di esitazione.
- Tremal-Naik.
- Devo salire?
Tremal-Naik guardò a destra e a manca con attenzione e tese l'orecchio.
- Sali- disse poi.
Il "thug" gettò il laccio che si fermò ad un gancio della finestraed in un baleno giunse sul davanzale.
Era un uomo assai giovanepoco più che ventennealtomagrodotato di una agilità straordinaria ea quanto parevadi un coraggio a tutta prova. Era quasi nudounto di recente d'olio di coccotatuato come gli altri settari e armato di pugnale.
- Sei libero? - chiese egli.
- Lo vedi- rispose Tremal-Naik.
- I sipai?
- Dormono.
- Il capitano?
- Quell'indiano mi ha detto che non è più qui.
- Che abbia sospettato qualche cosa? - chiese il thugcoi denti stretti.
- Non lo credo.
- Bisogna sapere dove è andato. Il "figlio delle sacre acque del Gange" vuole la sua testa.
- Ma il sergente non parla.
- Parleràlo vedrai.
- Or che ci pensoquesti uomini m'hanno fatto trangugiare una bevanda che mi ubbriacò e mi fece parlare.
- Qualche limonata di certo- disse il thug sorridendo.
- Sìè una limonata.
- La faremo bere al sergente.
Balzò nella stanzagettò uno sguardo su Bhârata che attendeva tranquillamente la sua sorteprese un bicchiere ripieno d'acqua e preparò la stessa limonata che il capitano Macpherson aveva fatto bere a Tremal-Naik.
- Trangugia questa bevanda- diss'egli al sergentedopo di avergli tolto il bavaglio.
- Mai! - rispose Bhâratache aveva già indovinato di che cosa si trattava.
Il thug gli prese il naso fra le dita e lo strinse forte. Il sergenteper non morire asfissiatofu costretto ad aprire le labbra. Bastò quel momentoperché la limonata gli fosse versata in bocca.
- Ora saprai ogni cosa- disse Nagor a Tremal-Naik.
- Hai paura dei sipai? - gli chiese il "cacciatore di serpenti".
- Io! - esclamò il thugridendo.
- Mettiti dinanzi alla porta e fa' fuoco sul primo uomo che tenta salire la scala.
- Conta su di meTremal-Naik. Nessuno verrà ad interrompere il tuo interrogatorio.
Il "thug" prese un paio di pistoleguardò se erano cariche e uscì mettendosi in sentinella dinanzi alla porta.
Il sergente cominciava allora a ridere ed a parlare senza arrestarsi un sol istante.
Tremal-Naiksorpresoascoltava quel torrente di parolee raccolse a volo il nome del capitano Macpherson.
- Bravo sergente- diss'egli. - Dov'è il capitano? - Bhârata nell'udire quella vocesi era arrestato. Guardò Tremal-Naik con due occhi che scintillavano e chiese:
- Chi mi parla?... Mi pareva di aver udito la voce di un "thug"...
ah!... ah!... Non vi saranno più "thugs" fra breve. Il capitano lo ha detto... e il capitano è un uomo di parola... un grand'uomo che non ha paura. Li assalirà nei loro covi... Li distruggerà colle bombe... Sarà bello vederli scappare coll'acqua alle calcagna... ah!... ah!...
ah!...
- E andrai anche tu a vederli? - chiese Tremal-Naikche non perdeva parola.
- Si che ci andrò e verrai anche tu!... Ah!... ah!... sarà uno spettacolo bellissimo.
- E sai tu dov'è il loro covo?
- Sì che lo so. L'ha detto Saranguy.
- Ah!... miserabili!... - esclamò Tremal-Naik. - Ma anch'io saprò qualche cosa da te.
- Egli aveva bevuto la limonata- ripigliò il sergente- e narrò tutto.
- E c'era il capitanoquando Saranguy parlò! - chiese Tremal-Naikfremendo.
- Ma sìe partì subito per sorprenderli nel covo.
- Per Raimangal forse?
- Nono! - esclamò vivamente il sergente. - I "thugs" sono forti e occorrono molti uomini per ischiacciarli.
- E' andato a Calcutta?
- Sìa Calcuttaal forte William!... E armerà un bastimento... e imbarcherà tanta gente... e tanti cannoni... ah!... ah!... che spettacolo bellissimo.
Il sergente tacque. I suoi occhi si chiudevanosi aprivanoma tornavano a chiudersi per quanto facesse per tenerli aperti. Tremal- Naik capì che l'oppio a poco a poco faceva il suo effetto.
- So quanto volevo sapere- mormorò. - Ed oraa Raimangal!





Assediati

Non aveva ancor terminato di parlareche nel sottostante corridoio rimbombavano due colpi d'arma da fuocoseguitisubito dopodall'urlo di un uomo che muore.
Senza por mente al pericolo a cui esponevasisi precipitò fuori dalla portafacendo balzi di tigre e gridando:
- Nagor! Nagor!
Nessuno rispose alla sua chiamata. Lo strangolatoreche pochi minuti prima vegliava dinanzi alla portanon c'era più. Dove era andato?
Cos'era accaduto?
Tremal-Naikinquietoma risoluto a salvare il compagnosi slanciò verso la scala. Un uomoun sipai giaceva in mezzo al corridoiocontorcendosi negli ultimi aneliti. Dal petto gli usciva un rivo di sangue e formavasul terrenouna pozza che lentamente allargavasi.
- Nagor! - ripeté Tremal-Naik.
Tre uomini apparvero in fondo al corridoio correndo verso la porta dello stanzone. Quasi nel medesimo istantesi udì la voce di Nagor a gridare:
- Aiuto! Sfondano la porta! - Tremal-Naik scese precipitosamente la scala e scaricò l'un dopo l'altro due colpi di rivoltella. I tre indiani che si avanzavano fuggirono.
- Nagorove sei? - chiese il "cacciatore di serpenti".
- Qui nello stanzone- rispose il thug. - Atterra la porta; mi hanno chiuso dentro.
Tremal-Naikcon un furioso colpo di spalla schiantò le tavole. Lo strangolatoretutto contuso e insanguinatosi precipitò fuori dalla prigione.
- Cosa hai fatto?- chiese Tremal-Naik.
- Fuggifuggi! - gridò Nagor. - Abbiamo i sipai alle calcagna.
I due indiani risalirono la scala e corsero a rinchiudersi nella stanza del sergente. Nel corridoio rintronarono tre o quattro colpi di fucile.
- Saltiamo dalla finestra- gridò Nagor.
- E' troppo tardi- disse Tremal-Naikcurvandosi sul davanzale.
Due sipai si erano appostati a duecento metri dal "bengalow". Vedendo i due indianipuntarono le carabine e fecero fuocoma le palle non colpirono che le stuoie di coccottiero.
- Siamo presi- disse Tremal-Naik. - Barrichiamo la porta.
Questafortunatamenteera assai grossa e munita di solidi chiavistelli. I due indianiin pochi istantivi accumularono dietro i mobili della stanza.
- Carica le tue pistole- disse Tremal-Naik a Nagor. - Tra poco verremo assaliti.
- Lo credi?
- I sipai sanno che siamo solamente due. Ma cos'hai fatto? Perché tutto quel baccano?
- Io ho ubbidito alle tue istruzioni- disse lo strangolatore. - Vedendo due sipai avanzarsi nel corridoioho sparato e ne mandai uno a ruzzolare per terral'altro fuggì nello stanzone ed io lo inseguiima caddi e quando mi rialzai trovai le porte chiuse. Senza di te sarei ancora prigioniero.
- Hai fatto male a sparare così presto. Ora non so come finirà.
- Rimarremo qui.
- E intanto Raimangal cadrà.
- Cos'hai detto?
- Che Raimangal è minacciata.
- Chi te lo disse?
- Il sergente.
- Dov'è il sergente?
- Eccolo là che dorme.
- E ti disse che Raimangal è minacciata? E' uno scherzo forse.
- Ti dico la verità. Gl'inglesi hanno scoperto il nostro covo.
- E' impossibile!
- Il capitano Macpherson è al forte William e prepara una spedizione per assalire Raimangal.
- Ma allora corriamo un grave pericolo!
- Certamente.
- Bisogna raggiungere il maledetto e ucciderlo.
- Lo so.
- Questo è affar tuo.
- Anche questo lo so.
- Se non lo uccidila vergine della sacra pagoda non sarà mai tua sposa.
- Tacinon nominarla- disse Tremal-Naikcon voce sorda.
- Cosa vuoi fare?
- Uscire di qui e raggiungere il forte William.
- Siamo assediati.
- Lo vedo.
- E dunque?
- Evaderemo.
- Quando?
- Questa notte.
- Come?
- E' affar mio.
- Quanti uomini ci sono nel "bengalow"?
- Erano sedici o diciotto. Ma...
Afferrò una mano del thug e la strinse fortemente.
- Odi? - chieseadditandogli l'uscio.
- Sì- disse il thug. - Qualcuno cammina nel corridoio.
- Sono i sipai.
- Che tentino un assalto?
Le tavole del corridoio gemevanosegno certo che qualcuno camminava.
Poco dopo fu bussato all'uscio.
- Chi vive? chiese Tremal-Naik.
- Un thug- rispose una voce.
- Cercano ingannarci- mormorò Tremal-Naik all'orecchio di Nagor.
- Apri che mi seguono- ripigliò la stessa voce.
- Chi è il tuo capo? chiese Tremal-Naik.
- Kâlì.
- Sei un sipai. Abbiamo cento colpi da sparare; se non ti allontani sei un uomo morto.
Le tavole del corridoio gemettero più forte di prima.
- Hanno paura- disse Tremal-Naik. - Non tenteranno nulla contro di noi.
- Ma ci terranno prigionieri- rispose Nagordiventato inquieto.
- Questa sera evaderemot'ho detto.
- Zitto! - Un colpo di carabina rimbombò al di fuori seguito dal grido:
- La tigre!... La tigre!...
Tremal-Naik si slanciò verso la finestra e guardò.
I due sipai che si tenevano imboscati dietro un cespuglioerano in piedi colle carabine in mano e mandavano grida di spavento.
Dinanzi a loroad un duecento passimugolava una gran tigre.
- Darma! - gridò Tremal-Naik.
La tigre fece un balzo di parecchi metriminacciando di assalire i due sipai che la tenevevano di mira.
- FuggiDarma! - comandò il "cacciatore di serpenti" vedendo che altri sipai accorrevano in aiuto dei loro compagni.
L'intelligente fiera esitòcome comprendesse il pericolo che correva il suo padronepoi si allontanò con rapidità fulminea.
- Brava bestia- disse Nagor.
- Sìbrava e fedele- aggiunse Tremal-Naik- e questa sera ci aiuterà a fuggire. - Tornarono dietro alla barricata e attesero pazientemente che la notte calasse.
Durante il giornopiù volte i sipai si avvicinarono alla porta tentando di forzarlama un colpo di rivoltella bastava per metterli in fuga.
Alle otto il sole tramontò. Successe un breve crepuscolopoi calarono rapide le tenebre. La luna non doveva sorgere che fra qualche ora.
Verso le undici Tremal-Naik si affacciò alla finestra e scorse confusamente i due sipai. Cercò la tigrema non la vide.
- Ce ne andiamo? - chiese Nagor.
- Sì.
- Da qual parte?
- Dalla finestra. Non è alta che quattro metri e il suolo non è duro.
- Ed i sipai? - diss'egli. - Appena salteremoci spareranno addosso.
- Faremo prima scaricare le loro armi.
- In qual modo?
- Lo vedrai.
Tremal-Naik prese i tappetitutte le vesti che fu capace di trovarei guanciali del letto e formò un fantoccio della grandezza di un uomo.
- Sei pronto? - chiese a Nagor.
- Quando vuoisalto dalla finestra. E il sergente?
- Dorme e lo lascieremo dormire. Sta' attentoora: i due sipai sono a cinquanta passi da noi.
- Lo so.
- Io calo il fantoccio. I due sipai lo scambieranno senza dubbio per uno di noi e scaricheranno le loro carabine.
- Benissimo.
- Noi approfittiamo per saltar giù e scappare. Comprendi ora?
- Sei coraggioso e furbo- disse Nagor. - Con un uomo simile si può far tutto. Che disgrazia che tu non sii un "thug".
- Preparati a saltar giù.
Prese il laccio e calò il fantoccio dalla finestra facendolo ondeggiare. I due sipai fecero fuoco gridando:
- Allerta!...
Tremal-Naik e Nagor si precipitarono dalla finestra colle rivoltelle in pugno. Cadderosi risollevarono e partirono rapidi come due saette.
- Seguimi! - disse Tremal-Naik raddoppiando la corsa.
- Dietro a loro s'udirono le sentinelle dare l'allarme; furono sparati alcuni colpi di fucile ma non colsero nel segno.
- Tremal-Naik entrò come una bomba in una palizzata. Un cavallo era sdraiato per terra. Con un pugno lo fece saltare in piedi.
- Sali dietro di me- gridò al "thug".
I due fuggiaschi balzarono in arcionestrinsero le ginocchias'aggrapparono alla criniera e lanciarono il cavallo attraverso la pianura.
- Dove andiamo? - chiese Nagor.
- Da Kougli- rispose Tremal-Naikmartellando i fianchi del cavallo col calcio del revolver.
- Cadremo fra i sipai!
- E' assediato forse Kougli?
- Quando lo lasciaic'erano dei sipai nel bosco.
- Andremo cauti. Tieni pronte le armi. - Il cavalloun bell'animale dal mantello nerofendeva lo spazio saltando fossati e cespuglimalgrado il doppio carico.
Già il "bengalow" era scomparso fra le tenebre e la foresta apparivaquando fra una macchia di bambù una voce gridò:
- Ehi!... Alt!...
I due fuggiaschi si volsero alzando le armi.
La luna che allora sorgevamostrò a loro una diecina d'uomini sdraiati per terrai quali puntavano le carabine sul cavallo.
- Sprona! - gridò Nagor.
Un gran lampo ruppe le tenebre seguìto da parecchie detonazionialle quali risposero quelle secche delle rivoltelle.
Il cavallo fece un salto innanzimise un nitrito soffocato e cadde trascinando a terra coloro che lo montavano.
I sipai si gettarono fuori dalla macchia prorompendo in alte urla di gioiama queste si cangiarono d'improvviso in urla di terrore.
Un'ombra gigantesca era balzata fuori da un gruppo di bambùemettendo un rauco ruggito. Il comandante dei sipai fu atterrato da un colpo d'artiglio.
- Darma! - gridò Tremal-Naikrialzandosi prontamente.
- La tigre!... La tigre!... - urlarono i sipai fuggendo in tutte le direzioni. L'intelligente animale in pochi balzi raggiunse il padrone.
- Brava Darma- diss'egliaccarezzando affettuosamente l'intelligente belva. - Tu non mi abbandoni mai.
- AffrettiamociTremal-Naik- suggerì Nagor. Qui non spira buon'aria per noi. I sipai non tarderanno a ritornare.
I due indiani si gettarono in mezzo al bosco sfondando i cespugli che facevano a loro ostacolo e guardandosi attorno per tema di cadere in qualche agguato.
Dopo mezz'ora di corsa sfrenataessi arrivarono al capannone abitato dai "thugs". Nagor si arrestò al di fuori colla tigre e Tremal-Naik entrò. Kougli era sdraiato per terraoccupato a decifrare alcune lettere in sanscrito. Appena lo scorse scattò in piedimuovendogli incontro.
142 - Libero! - esclamònon dissimulando la sua sorpresa e la sua gioia.
- Lo vedi- disse Tremal-Naik.
- E Nagor?
- E' rimasto fuori!
- Dammi la testa.
- Quale testa?
- Quella del capitano Macpherson.
- Siamo stati battutiKougli.
L'indiano fece tre passi indietro.
- Battuti! Noi battuti! cosa vuoi dir tu? - chiese.
- Voglio dire che il capitano Macpherson è ancor vivo.
- Vivo!...
- Non ho potuto ucciderlo.
- Parla!
- Ha lasciato il "bengalow" senza che io lo sapessi.
- E dove è andato?
- A Calcutta.
- A cosa fare?
Tremal-Naik non rispose.
- Parla!
- Il capitano si prepara ad assalire il covo dei "thugs". Egli sa che Raimangal è la vostra sede.
Kougli lo guardò con terrore.
- Ma tu sei impazzito!- esclamò.
- Tremal-Naik non è pazzo.
- Ma chi ci tradì?
- Io.
- Tu!... tu!...
Lo strangolatore si slanciò su Tremal-Naik col pugnale in mano. Il "cacciatore di serpenti" rapido come un lampo gli afferrò la mano e gli torse il polso con tale violenza che le ossa crocchiarono.
- Non far pazzieKougli- diss'eglicon rabbia mal frenata.
- Ma parladannato indianoparla! - urlò lo strangolatore - . Perché ci hai tradito? Ma non sai tu che la tua Ada è sempre in nostra mano?
Non sai tuche le fiamme l'attendono?
- Lo so- disse Tremal-Naik con ira.
- E dunque?
- Vi ho traditi involontariamente. M'avevano fatto bere la "youma".
- La "youma"!
- Sì.
- E tu hai parlato?
- Chi resiste alla "youma"?
- Narrami quanto ti è accaduto.
Tremal-Naik in brevi parole gli raccontò ciò che era avvenuto nel "bengalow".
- Hai fatto molto- disse Kougli- ma la tua missione non è ancor terminata.
- Lo so - disse Tremal-Naiksospirando.
- Perché sospiri?
- Perché?... E tu me lo chiedi?... Non sono nato io per assassinare vilmente la gente. E' orribilesaiciò che io dovrò commettereè mostruoso!
Kougli alzò le spalle.
- Tu non sai cosa sia l'odio- disse.
- Lo sonon temerloKougli! - esclamò Tremal-Naik con accento selvaggio. - Se tu sapessi quanto vi odio!
- BadaTremal-Naik!... La tua fidanzata è sempre in nostra mano.
L'infelice chinò il capo sul petto e soffocò un singhiozzo.
- Torniamo al capitano- disse lo strangolatore.
- Parlacosa devo fare?
- Bisogna impedireinnanzi tuttoche il maledetto vada a Raimangal.
Se giunge al nostro covola tua Ada è perduta.
- E' un'altra condanna che mi colpisce adunque? - chiese Tremal- Naik con amarezza. - Siete senza pietào tigri?
- Non è una condanna. Guai a noise quell'uomo sbarca a Raimangal.
- Cosa devo fare?
Kougli non rispose. Si era preso la testa fra le mani e pensava.
- Ci sono- disse all'improvviso.
- Hai trovato un mezzo?
- Credo di sì.
- Parla.
- Il capitanodi certosceglierà la via d'acqua per giungere a Raimangal.
- E' probabile- disse Tremal-Naik.
- A Calcutta ed al forte William abbiamo degli affiliati nell'esercito e sui vascelli da guerra inglesi. Qualcuno occupa una posizione brillante.
- Ebbene?
- Ti recherai al forte William ed aiutato dai nostri affiliati ti imbarcherai sul suo vascello.
- Io?
- Hai paura?
- Tremal-Naik non sa ancora cosa sia la paura. Ma credi tu che il capitano non mi riconoscerà?
Un sorriso sfiorò le labbra di Kougli.
- Un indiano può diventare un malese od un birmano.
- Basta così. Quando devo partire?
- Subito o arriverai troppo tardi.
- E' libera la via che mena al fiume?
- I sipai che ci assediavano sono stati scacciati dal bosco.
Kougli accostò le dita alle labbra e fischiò.
Un "thug" accorse.
- Sei uomini di buona volontà e d'un esperimentato coraggio si preparino a partire. La baleniera è sempre alla riva?
- Sì- rispose il "thug".
- Vattene.
Kougli si levò da un dito un anello d'orod'una forma specialecon un piccolo scudo sul quale vedevasi inciso il misterioso serpentee lo porse a Tremal-Naik.
- Basta che tu lo mostri ad uno degli affiliati - gli disse. - Tutti i "thugs" di Calcutta si metteranno a tua disposizione. - Tremal-Naik se lo passò in un dito della mano destra.
- Hai altro da dirmi? - gli chiese.
- Che noi vegliamo sulla tua Ada.
- Eppoi?
- Che se tu ci tradiscila daremo alle fiamme.
Tremal-Naik lo guardò con occhio torvo.
- Addio- gli disse bruscamente.
Uscì e si avvicinò a Darma che lo guardava con inquietudinecome già indovinasse che il padrone tornava ad abbandonarla.
- Povera amica- diss'egli con voce triste e ad un tempo commossa.- Ci rivedremo non temeremia Darma. Nagor avrà cura di te.
Volse altrove la testa e raggiunse i "thugs".
- Conducetemi al battello- comandò.
I sette uomini si disposero in fila indiana e si cacciarono nella foresta tenendo i fucili sotto il braccio per esser pronti a servirsene al primo allarme.
Alle due del mattino essi giungevano sulle rive del fiume e precisamente in una piccola radanella qualenascosta sotto un ammasso di bambùscorgevasi una svelta imbarcazioneuna specie di baleniera.
I remi erano a postoe v'era pure un albero fornito di una piccola vela. Non mancava che d'imbarcarsi.
- Si scorge nessuno? - chiese Tremal-Naik.
- Nessuno - risposero i "thugs".
- In barca.
I sette uomini salirono a bordo e si spinsero al largo.






La fregata

L'Huglyle cui acque sono reputate sacre dalle popolazioni dell'alta India le quali intraprendono di frequente dei lunghi pellegrinaggiper gettarvi le ceneri dei loro defunti o per bagnarvisi è uno dei più importanti fiumi della grande penisola asiatica. La sua lunghezza non supera le cinquanta legheessendo formato dalla riunione dei fiumi Cossimbazar e Djellingheyi due rami più occidentali del Gange; ma la massa delle acque è considerevolissimaingrossata sulla destra dal Dorumoudah dal Roupnaramdal Tingorilly e dall'Hidiely.
Su questo braccio del Gange regna un'attività straordinariafebbrileche eguaglia quella dei fiumi giganti dell'America settentrionale.
Approfittando dell'alta mareache si fa sentire molto fortevascelliprovenienti da tutti i porti del globo lo salgono arrestandosi o a Calcuttao a Chandernagor o a Houglyle tre città più importanti collocate sulle sue rive.
Piroscafibarchi "brick"brigantinigolette e "slopp"s'incontrano dovunque lungo il suo corso. Non parliamo delle pinassedei "poular"dei "bangle"dei "mur-punky"dei "fylt' sciarra"dei "gonga" e di tutte quelle altre barche più o meno grandidi costruzione indianache si contano a migliaia e che s'incrociano in tutti i versi.
Nel momento però che la baleniera si staccava dalla rivapoche barche solcavano la corrente e quasi tutte provenienti dal sudche è quanto dire dal mare. Dal nord scendevano invece ammassi di cadaveri che andavano capricciosamente alla derivaad arenarsi sulle numerose isole ed isolotti o sulle rive dove cadevano sotto il dente delle tigri e dei sciacallisempre pronti a prendere parte a quei giganteschi banchetti che la superstizione indiana offre loro gratuitamente.
- Animo- disse Tremal-Naik. - Bisogna giungere al forte prima che la spedizione prenda il largo. Se giungiamo tardiperdete Raimangal.
- Lascia fare a noi- rispose colui che pareva fosse il capo di quei "thugs". - Arriveremo a tempo.
- Quale distanza abbiamo da qui al forte?
- Meno di dieci leghe.
- Quando credi che la spedizione partirà?
- All'alta mareasenza dubbio. Fra una mezz'ora comincerà a montare e correremo più rapidi di uno "steamer".
I "thugs"robusti garzonirotti a tutte le fatiche ed abituati sino dall'infanzia al remoaccomodatisi sui banchi si misero ad arrancare di buon accordocon colpi secchi e rigorosi.
La balenierauna bella e solida imbarcazionecostruita appositamente per la corsanon tardò a filare con notevole velocitàsfiorando appena l'acquala cui corrente minacciava di arrestarsi pel prossimo arrivo della mareala quale sale con tanta furia da causarenon di radoa Calcuttaun accrescimento di livello superiore ai cinque piedi.
La notte era limpidissimailluminata da una luna superba e l'aria dolcerinfrescata di quando in quando da una brezzolinache scendeva dall'alto corso della fiumana.
Le rivevisibili come in pieno giornopresentavano di quando in quando delle belle veduteaffatto speciali ai fiumi indiani.
Ora erano boschi magnifici di palmizidi cocchi dall'aspetto maestosocolle lunghe foglie disposte a cupolae di manghistretti in mille diverse guise da quegli strani arrampicanti chiamati calami che raggiungono di frequente la lunghezza di centocinquanta metri. Ora erano campi sterminati di senapai cui fiori gialli spiccavano chiaramente sotto gli argentei raggi dell'astro notturno; oppure piantagioni di indacodi zafferanodi sesamodi scialappa o immense distese di bambù smisuratiin mezzo alle quali andavano e venivano bande di bufali selvaggianimali veramente formidabilipiù temuti delle tigri e che non esitano ad assalire anche un reggimento di gente armata.
Talvolta apparivano miseri villaggisoffocati sotto una densa vegetazioneoppure cinti da risaiechiuse tra arginetti alti parecchi piedidestinati a trattenere le acquee più spesso rizzati sull'orlo di putridi stagni sopra i quali ondeggiava una nebbia pestilenzialecarica di febbre e di cholera.
Non mancavano però gli eleganti "bengalow" sui cui tetti piramidali sonnecchiavano bande di cicogne neredi ibis brune e di mangiatori di ossa uccelli giganteschiavidissimi e molto rispettati dagli indianii qualisecondo la loro strana dottrina delle trasmissionicredono che nei loro corpi si trovino le anime dei sacerdoti di Brahma.
Mezz'ora era di già scorsada che la baleniera aveva lasciato la piccola insenaturaquando sulla riva destra si udì una voce a gridare:
- Ehi!... Alt!...
Tremal-Naika quella brusca intimazioneche non s'aspettavaessendo il fiume desertoprontamente si alzò.
- Chi è che c'intima di arrestarci? - chiese egli guardandosi attorno.- Qualche fratello forse?
- Guarda laggiù- disse uno dei remigantiadditandogli la riva.
- Passiamo dinanzi al "bengalow" del capitano Macpherson.
- Che ci abbiano scoperti?
- Deve essere così. I furbi hanno sospettato qualche cosa e tengono d'occhio le barche che salgono il fiume. Non vedi degli uominisulla terrazza?
Tremal-Naik diresse lo sguardo verso il "bengalow". Sulla terrazza che dominava il fiume scorse un gruppo di persone. La luna faceva brillare le canne dei loro fucili.
- Ehi!... fermati!... - ripeté la stessa voce.
- Tiriamo innanzi- disse Tremal-Naik. - Se vorranno attaccarcici daranno la caccia.
La baleniera che aveva rallentato la corsacontinuò a risalire. Un clamore assordante s'alzò sulla terrazza.
- Tuoni e fulmini! - urlò un'altra voce.- Fate fuco!
- Sono essi! - gridò un'altra voce.- Fuocoamici!
Tre o quattro colpi di fucili rintronarono. I "thugs"quantunque di già lontani un cinque o seicento bracciaudirono le palle fischiare sopra l'imbarcazione.
- Ah! briganti! - esclamò Tremal-Naikraccogliendo la carabina.
- Bada! - gridò uno dei "thugs". - Si preparano a darci la caccia.
- Penso io a tenerli lontani. Drizzate l'imbarcazione verso quel grab che scende il fiume; forse viene da Calcutta e potrà darci qualche notizia sulla spedizione.
- AttentoTremal-Naik! - gridò uno dei remiganti.
L'indiano volse lo sguardo verso la piccola rada del "bengalow" e scorse un "mur-punky"montato da cinque o sei sipai e da una mezza dozzina di remiganti.
- Arranca! - comandò eglimontando la carabina.
La baleniera correva sempre con crescente celeritànondimeno il "mur- punky" guidato da uomini più abili e forse più leggieroguadagnava rapidamente strada. A prua era stata rizzata una gabbionata e dietro si erano nascosti i sipaicolle carabine spianate.
- Fermati! - tuonò una voce - Arranca sempre! comandò Tremal-Naik.
Un sipai alzò la testa. Quel momento bastò: Tremal-Naik puntò rapidamente l'arma e lasciò partire il colpo. Il sipai cacciò un gridobatté l'aria colle mani e piombò in fondo al battello.
- A chi tocca! - gridò Tremal-Naikraccogliendo un'altra carabina.
Gli fu risposto con una scarica generale. Le palle scrosciarono sui fianchi della baleniera.
Un altro sipai si mostrò e cadde come il primo.
Quella matematica precisione sgomentò i sipaii qualidopo essersi brevemente consigliativirarono di bordo dirigendosi verso la riva opposta.
- Sta' in guardiaTremal-Naik- disse uno dei "thugs". - Vi sono dei "bengalow" inglesi su quella riva.
- Che forniranno a loro degli uomini e delle barche- aggiunse un secondo.
- Non lasceremo a loro tempo- disse l'indiano; drizzate la prua al "grab".
La nave che scendeva al marenon era lontana che mezzo miglio.
Era uno di quei vascelli che si costruiscono a Bombayoveparela navigazione venne fino dai più remoti tempi ridotta a maggior perfezione che negli altri luoghi dell'Indiae dove trovansi gli alberi del teknoti per la loro estrema durezza e dei salici che resistono alle acque per qualche secolo.
La prua di quel "grab"di architettura puramente indianaera assai slanciata ed aguzzaadorna di divinità e di teste d'elefante scolpite con rara maestria. I suoi tre alberi coperti di teladagli alberetti al pontesi curvavano sotto la fresca brezza del settentrione.
In quindici minuti la baleniera lo abbordava sotto l'anca di tribordo.
Il capitano del legno si curvò sul capo di bandaper sapere cosa desideravano.
- Da dove venite? - chiese Tremal-Naik.
- Dalla città bianca - rispose il lupo di mare.
- Da quante ore siete passato dinanzi al forte William?
- Da cinque.
- Avete veduto delle navi da guerra?
- Sìuna fregata: la Cornwall.
- Caricava?
- Noimbarcava soldati.
- Sono essi che vanno a Raimangal- dissero i "thugs".
- Sapete quale sia la destinazione della Cornwall?- chiese Tremal- Naikcoi denti stretti.
- L'ignoro- rispose il capitano.
- Era accesa la macchina?
- Sì.
- Graziecapitano.
La baleniera si staccò dal grab.
- Avete udito? - chiese Tremal-Naikcon rabbia.
- Sì- risposerò i "thugs"curvandosi sui remi.
- Bisogna giungere prima che la fregata prenda il largo o tutto è perduto. Arrancate! arrancate!
In quell'istante uno dei "thugs" gettò un grido di trionfo.
- Udite! - esclamò egli.
Ognuno tese l'orecchio trattenendo il respiro. Al sud si udiva un sordo muggito come l'avvicinarsi d'una burrasca.
- La marea! - gridarono i "thugs".
La corrente dell'Hugly si era improvvisamente arrestata. Al sud apparve un'onda spumeggianteche veniva innanzi colla velocità di un cavallo lanciato al galoppo. Arrivò con un cupo muggito sollevando la baleniera e passò oltre salendo rapidamente verso Calcuttatrascinando ammassi di detritidi erbe e non pochi tronchi d'albero.
- Alla riva destra!- comandò il capo dei remiganti. - Tra un'ora saremo al forte.
La baleniera raggiunse la riva destraove la marea si fa sentire più rapida che sulla riva sinistrae riprese la navigazione potentemente aiutata dai remi vigorosamente ed abilmente manovrati.
Sorgeva allora l'alba. Ad oriente una luce dapprima biancastrapoi giallaindi rossastras'alzava invadendo rapidamente il cielo. Gli astripoco prima scintillantia poco a poco impallidivanoscomparivano e le urla delle fiere diventavano più rade e più fioche.
Le rive della superba fiumanaman mano che la baleniera avvicinavasi a Calcuttaperdevano il loro aspetto selvaggio. Le grandi foreste popolate da numerose bande di tigridi bufali selvaggidi sciacalli e di serpenti e le immense piantagioni di bambùa poco a poco scomparivano per lasciare il posto a fertilissime campagne coltivate con grande curaa piantagioni di indacodi cotone e cinnamomoa bellissimi e svariati alberi carichi di frutta d'ogni speciead eleganti ville ed a grossi villaggi.
Drappelli di "ungko"scimmie col petto sporgentela pelliccia nerabruna o grigia e il volto quasi umanoapparivano fra le macchie di alberidondolandosi fra i ramifacendo salti prodigiosi di dieci e persino quindici metri; poi vedevansi bande di "axis"eleganti animali somiglianti ai cervicol pelo fulvo e picchiettato di bianco; indi tranquilli bufaliche venivano a dissetarsie nell'aria od appollaiati sui tetti delle capanne o posati sui rami arcuati dei paletuvieriuccelli d'ogni sorta e d'ogni grandezzanibbigypaetibozzagriibis brunemarangonifolaghe dalle penne porporine ed azzurreanitre braminiche e giganteschi "arghilah"alcuni dei quali affacendati a far scomparire tutto intero qualche corvo impertinenteche aveva osato disputare a loro qualche preda.
- Siamo vicini a Calcutta- disse un remigantedopo aver osservato attentamente le due rive.
Tremal-Naikche da qualche ora era in preda ad una febbrile impazienzanell'udire quelle parole si alzò di scattospingendo lo sguardo verso il nord.
- Dov'è? - chiese egli. - La vedi tu?
- Non ancorama fra breve la vedremo.
- Arranca!... arranca!...
La baleniera accelerò la corsa. I "thugs"non meno impazienti del loro capoarrancavano allora con vero furorepiegando le pagaie sotto la potente trazione. Nessuno parlava per non perdere una sola battuta.
Alle ottoun colpo di cannone si udì verso l'alto corso del fiume.
- Cos'è questo? - chiese Tremal-Naikcon ansietà.
- Siamo vicini a Kiddepur.
- Qualche legno da guerra parte e saluta.
- Presto! presto!... Potessimo arrivare a tempo!...
Il fiume cominciava ad animarsi straordinariamente. Barchi "brick"brigantinigolettepiroscafi salivano e scendevano la corrente in gran numero. Delle grandi "grab"dei grandi "pariah" della costa del Coromandel le cui barocche costruzioni non permettono di compiere che un sol viaggio all'annocioè all'epoca del monsone favorevole; dei leggieri "poular" di Daccarapidissimi forniti di alberi e di una grande vela quadrata; dalle "bangle" coperte di tetti di stoppia e con alberi di bambù larghissimi e dei magnifici "fylt' sciarra" larghi cinquanta e più piediriccamente doratie condotti da più di trenta rematoris'incrociavano in mille guise o stavano ancorati lungo le rive dinanzi ai "bengalow" od ai villaggi.
Tremal-Naik doveva mettere in opera tutta la sua abilitàper non cozzare contro quella folla di bastimenti e di barche che cresceva enormementetanto da occuparetalvoltail fiume intero.
I "thugs" arrancavano semprecon crescente furiatendendo i muscoli in modo taleda far quasi scoppiare la pelle.
Alle nove la baleniera passava dinanzi a Kiddepurgrosso villaggio che sorge sulla riva sinistra del fiumee pochi minuti più tardi giungeva in vista di Calcuttala regina del Bengalala capitale di tutti i possedimenti inglesi delle Indiecolla sua linea imponente di palazzicolle sue pagodecolle sue cupolecoi suoi bizzarri campanilicolle sue capannecoi suoi "squares" e col forte Williamla più grande e robusta fortezza che abbia la penisolae che ha bisogno d'almeno diecimila uomini per essere difesa.
Tremal-Naik era balzato in piedi come spinto da una molla e guardava con occhio stupefatto quell'agglomeramento straordinario di fabbricatidi giardini e di vascelli.
- La nave? - chiesecon accento selvaggio.- Dov'è la nave?
- Là!... Là.!... guarda!... - esclamò un thug.
Tremal-Naik guardò nella direzione indicata e vide a poca distanza dalle cateratte che mettono l'acqua nei fossati del forte Williamuna fregata di forme sveltema assai impoppataattrezzata a barcoed armata di numerosi cannonivomitare nubi di fumo dal camino che sembrava troppo stretto.
Sul ponte andavano e venivano soldati di fanteria e marinaiaffacendati a stivare botti ed a ritirare le gomene sciolte dai gavitelli. Si capiva anche a prima vistache la nave preparavasi a partire. Tremal-Naik provò una stretta al cuore.
- Prestoragazzi!... presto!... - esclamò egli con accento disperato.
I "thugs" raddoppiarono i loro sforzi. La balenieraspinta innanzi dalle sei pagaie manovrate con forza sovrumananon correva piùvolava. I bordi gemevano sotto i colpi vigorosi e l'acqua rimbalzava fino sulla poppa.
- Presto!... presto!... - gridava Tremal-Naikcompletamente fuori di sé.
Ad un tratto emise un urlo straziante.
- Ada!... Ada!... Perduto!... tutto è perduto!...
La fregata aveva abbandonato il molo e scendeva maestosamente il fiumevomitando nubi di fumo e mandando lunghi fischi.
I "thugs"sfinitiimpotenti di più oltre lottaresi erano arrestati guardando con occhio feroce la naveche passava a duecento passi dalla imbarcazione.
- Tutto è perduto! - urlò un di lorotendendo il pugno.
- Nono!... - esclamò Tremal-Naik.
Si curvòraccolse la carabinal'armò e diresse la canna sulla fregata. Sul ponte di comando aveva veduto un uomo e l'aveva subito riconosciuto: era il capitano Macpherson.
Già aveva imbracciato l'armegià stava per far partire il colpoquando un thug lo atterrò.
- Tu vuoi farci assassinare- disse lo strangolatoredisarmandolo.
Tremal-Naik si rialzò cogli occhi accesile pugna alzateil viso stravolto.
- Ma non sai tumiserabileche se i "thugs" perdono Raimangal io perdo la mia Ada? - urlò egli.
- CalmatiTremal-Naik. Vi sono altre navi che si recano nelle "Sunderbunds".
- Quali?
- Guarda quella cannoniera. Imbarca cannoni e botti di polvere. Non vedi sul picco la bandiera inglese?
Tremal-Naik vide infatti una grande cannonieraancorata dinanzi alla spianata dello Strandche preparavasi a partire. Un pennacchio di fumo usciva dal camino.
- Se fosse vero!... - mormorò egli con voce tremante. - Al molo! al molo La baleniera con quattro arrancate approdò dinanzi a Kuti- Bazar.
Proprio nel medesimo istanteun canotto montato da un quartier-mastro della Reale Marina prendeva il largo.
- Ohe! Hider! - gridò un "thug".
Il quartier-mastroindiano pur eglisi volse.
- Olàamicidove andate? - chiese egli tornando a riva.
- Chi è quel marinaio? - chiese Tremal-Naik.
- Un affiliatogli fu risposto.
Hider in quel frattempo era sbarcato. Era un bell'uomo di alta staturasui quarant'annicon una barba nerissima e foltaocchi lucentissimi e membra muscolose. Tra le labbra teneva una corta pipa e fumava vigorosamente.
- Amici miei- disseavvicinandosi- qui succedono delle cose assai gravi.
- Lo sappiamo- disse Tremal-Naik.
- Chi sei tu? - chiese il quartier-mastrocon diffidenza.
Tremal-Naik gli mostrò l'anello che portava in dito. Il marinaio cadde in ginocchio.
- Ordinainviato di Kâlì- disse con voce tremante.
- Conosci il capitano Macpherson?
- Forse più di te.
- Sai dove conduce la fregata?
- Nessuno sa ove vada la Cornwallma io ho un sospetto.
- La conduce a Raimangal.
- Il quartier-mastro scagliò la pipa a fracassarsi sui sassi.
- A Raimangal!... - esclamò egli. - A Raimangal hai detto?
- Sìegli va ad assalire Suyodhana.
- Lo sospettavo. Ho fatto imbarcare due affiliati sulla "Cornwall".
- Che ordini hanno?
- Di vegliare e di informarci di quanto succedeappena potranno disertare.
- Allora siamo perduti.
Il quartier-mastro non rispose. Non trovava parole.
- Cosa fa quella cannoniera che si sta armando? chiese Tremal-Naik.
- Ci rechiamo a Colombo.
- Bisogna che cada in nostra mano.
- Cosa vuoi fare della "Devonshire"?
- Per raggiungere la "Cornwall" prima che getti l'ancora a Raimangal.
- E colarla a fondo?
- Questo è affar mio- disse Tremal-Naik.
- Comanda.
- Quanti affiliati ci sono a bordo della "Devonshire"?
- Siamo in sei.
- L'equipaggio ammonta a...?
- Trentadue uomini.
- Bisogna imbarcare almeno dieci affiliati.
- E' impossibile! - esclamò Hider.
- Con sei affiliati non si conquista la cannoniera.
- Lo so.
- Cosa imbarcano ora?
- Cannoni.
- E poi?
- Delle provviste.
- Imbarcheranno delle botti di biscotto e di acquasuppongo.
- E' vero.
- Sta bene. Invece di botti di biscotto imbarcheranno delle botti contenenti dei "thugs". Puoi fare questa sostituzione tu?
- Dirigo io l'armamento della "Devonshire".
- Una parola ancora. Quando si parte?
- A mezzanottemi disse il capitano.
- Credi tu che si raggiungerà la "Cornwall"?
- Forzando molto la macchina si potrebbe raggiungerla.
- Mi basta. A questa seraHider.







Inglesi e strangolatori

Agli orologi della città inglese suonava la mezzanottequando la Devonshireche sin dal mattino aveva acceso i suoi fuochiabbandonava a tutto vapore il molo del forte Williamscendendo la nera corrente dell'Hugly.
La notte era assai oscura. Non luna e non stelle in cieloil quale era coperto da una nera fascia di vapori. Pochi affatto i lumila maggior parte immobiliaccesi dentro le capanne di Kiddepuro sulla prua di legni ancorati sotto la riva. Solamente verso il nord si scorgeva uno strano baglioreuna specie d'alba biancastradovuta alle migliaia e migliaia di fiamme che rischiarano la città inglese e la città nera che formano Calcutta.
Il capitanoritto sulla passerellacomandava la manovra con voce metallicadominando il fragore delle tambure che mordevano furiosamente le acque e il formidabile russare della macchina. Sul pontemozzi e marinaisi affaccendavanoal vago chiarore di poche lanternea stivare le ultime botti e le ultime casse che ancora ingombravano il ponte.
Già Kiddepur era scomparsa nelle fitte tenebregià gli ultimi lumi delle barche e dei navigli più non si scorgevanoquando un uomoche sino allora aveva tenuto la ruota del timoneattraversò quatto quatto il ponteurtando forte col gomito un indiano che stava chiudendo il boccaporto di maestra.
- Affrettati- gli dissenel passargli vicino. La camera è deserta.
- ProntoHider- rispose l'altro.
Pochi minuti dopo i due indiani scendevano la scaletta che conduceva nella camera comunela quale in quel momento era deserta.
- Ebbene? - chiese brevemente Hider.
- Nessuno ha sospettato di nulla.
- Hai contato le botti segnate?
- Sìsono dieci.
- Dove le hai collocate?
- Sotto poppa.
- Riunite?
- Tutte vicine l'una all'altra- disse l'affiliato.
- Hai avvertito gli altri?
- Sono tutti pronti. Al primo segnale si getteranno sugli inglesi.
- Bisogna agire con prudenza. Questi uomini sono capaci di far fuoco alle polveri e far saltare amici e nemici.
- Quando si farà il colpo?
- Questa nottedopo che avremo dato un buon narcotico al capitano.
- Cosa dobbiamo fare intanto?
- Manderai due uomini a impadronirsi della sala d'armi poi attenderai nella macchina cogli altri due fuochisti. Avremo bisogno della tua abilità.
- Non è la prima volta che lavoro alle caldaie.
- Va bene. Io comincio ad agire.
Hider risalì in coperta e diresse lo sguardo sulla passerella.
Il capitano passeggiava innanzi e indietrocolle braccia incrociate sul pettofumando una sigaretta.
- Povero capitano- mormorò lo strangolatorenon meritavi un così brutto tiro. Ma bah! Un altro al mio postoinvece di renderti nell'impossibilità di nuocereti avrebbe spedito all'inferno con una buona dose di veleno.
Si diresse verso poppa e senza essere veduto discese sotto copertaarrestandosi dinanzi la cabina del comandante. L'uscio era socchiusol'aprì e si trovò in uno stanzino di otto piedi quadratitappezzato in rosso ed ammobiliato elegantemente.
S'accostò ad un tavolinosul quale stava una bottiglia di cristallopiena di limonata. Un sorriso diabolico gli sfiorò le labbra.
- Ogni mattina la bottiglia risale vuotabisbigliò. - Il capitanoprima di coricarsibeve sempre.
Cacciò la mano in petto e trasse una fiala microscopicacontenente un liquido rossastro. Lo fiutò più voltepoi lasciò cadere nella bottiglia tre goccie.
La limonata ribollì diventando rossapoi riacquistò la sua tinta primitiva.
- Dormirà due giorni- disse il thug. - Andiamo a trovare gli amici.
Usci ed aprì una porticina che metteva nella stiva. Un leggier rumore si udì sotto la poppaseguito da uno scricchiolìocome di un'arma da fuoco che veniva montata.
- Tremal-Naik- chiamò il thug.
- Sei tu Hider? - domandò una foce soffocata. Apriche qui dentro ci asfissiamo.
Il thug raccolse in un angolo una lanterna ciecacolà precedentemente nascostal'accese e s'avvicinò alle dieci botti collocate l'una presso l'altra.
I cerchi vennero levati e gli undici strangolatorimezzo asfissiaticolle membra indolenzitemadidi di sudore per l'eccessivo caldo che regnava là sottouscirono. Tremal-Naik si slanciò verso Hider.
- La "Cornwall"? - gli chiese.
- Corre verso il mare.
- C'è speranza di raggiungerla?
- Sìse la "Devonshire" accelera la corsa.
- Bisogna abbordarlao perderò la mia Ada.
- Ma prima bisogna impadronirsi della cannoniera.
- Lo so. Hai un piano tu?
- Sì.
- Parlaprestoio ardo. Guaise non raggiungiamo la "Cornwall"!...
- CalmatiTremal-Naik. Ogni speranza non è ancora perduta.
- Dimmi quale è il tuo piano.
- Innanzi tutto c'impadroniremo della macchina.
- Ci sono affiliati nella camera delle caldaie?
- Tree sono tutti fuochisti. In quattronon faticheremo troppo a legare l'ingegnere.
- E poi?
- Poi andrò a vedere se il capitano ha bevuto il narcotico che gli versai nella sua limonata. Allora voi entrerete nel quadro di poppa e al primo fischio salirete sul ponte. Gli inglesicolti lì per lìsi arrenderanno.
- Sono armati?
- Non hanno che i loro coltelli.
- Affrettiamoci.
- Sono pronto. Vado a legare l'ingegnere.
Spense la lanternaritornò nel quadro di poppa e risalì sul ponteproprio nel momento in cui il capitano lasciava la passerella.
- Tutto va bene- mormorò il "thug"vedendolo dirigersi a poppa.
Caricò la pipa e discese nella camera della macchina.
I tre affiliati erano al loro postodinanzi ai fornidiscorrendo a voce bassa.
L'ingegnere fumavaseduto su di una scranna e leggeva un libriccino.
Hider con un'occhiata avvertì gli affiliati di tenersi prontie s'avvicinò alla lanterna sospesa alla voltaproprio sopra il capo dell'ingegnere.
- Permettetemisir Kuthingond'accendere la pipa- gli disse il quartier-mastro.- Sopra tira un ventaccio che spegne l'esca.
- Con tutto il piacere- rispose l'ingegnere.
S'alzò per tirarsi indietro. Quasi nel medesimo istante lo strangolatore lo afferrava per la gola e così fortementeda impedirgli di emettere il più lieve gridopoi con una scossa vigorosa lo rovesciò sul tavolato.
- Grazia- poté appena balbettare il povero uomo che diveniva nero sotto il ferreo pugno del quartier-mastro.
- Sta zitto e non ti verrà fatto alcun male- rispose Hider.
Gli affiliati ad un suo cenno lo legarono e lo imbavagliaronotrascinandolo dietro un grande ammasso di carbone.
- Che nessuno lo tocchi- disse Hider. - Ed ora andiamo a vedere se il capitano ha bevuto il narcotico.
- E noi?- chiesero gli affiliati.
- Non vi muoverete di quisotto pena di morte.
- Sta bene.
Hider accese tranquillamente la pipa e salì la scala.
La cannoniera filava allora fra due rive completamente desertee il suo sperone fendeva gruppi di vegetali galleggianti.
I marinai erano tutti in coperta e guardavano distrattamente la correntediscorrendo o fumando. L'ufficiale di quarto passeggiava sulla lunettachiacchierando col mastro-cannoniere.
Hidersoddisfattissimosi stropicciò allegramente le mani e ritornò a poppascendendo la scala in punta di piedi.
Presso la cabina del comandante accostò l'orecchio alla porta ed udì un sonoro russare.
Girò la manigliaaprì ed entrò dopo essersi levato della cintura un pugnaleper difendersi se fosse stato necessario.
Il capitano aveva bevuto quasi tutta la bottiglia di limonata e dormiva profondamente.
- Non lo sveglierà neanche il cannone- disse l'indiano.
Si slanciò fuori della cabina e discese nella stiva. Tremal-Naik e i suoi compagni lo attendevano colle rivoltelle in pugno.
- Ebbene? - chiese il "cacciatore di serpenti"saltando in piedi.
- La macchina è nostra e il capitano ha bevuto il narcotico- risposte Hider.
- L'equipaggio?
- Tutto in coperta e senz'armi.
- Saliamo.
- Adagiocompagni. Bisogna prendere i marinai fra due fuochiper impedire che si barrichino sotto il castello di prua. TuTremal-Naikrimani qui con cinque uomini e io cogli altri raggiungo la camera comune. Al primo sparo salite sul ponte.
- Siamo d'accordo.
Hider impugnò una rivoltella nella dritta e una scure nella sinistra ed attraversò la stiva ingombra di cannoni smontatidi botti e di barilotti. Cinque "thugs" lo seguirono.
Dalla stiva il drappello passò nella camera comune e salì la scala.
- Preparate le armi e fuoco di fila- comandò Hider.
I sei uomini irruppero sul ponte gettando selvaggi clamori.
L'equipaggio si slanciò a pruanon sapendo ancora di cosa si trattava.
Un colpo di rivoltella echeggiò abbattendo il mastro-cannoniere.
-Kâlì!... Kâlì... - urlarono i "thugs".
Era il grido di guerra degli strangolatori e fu appoggiato da una tremenda grandinata di palle.
Alcuni uomini rotolarono sul ponte. Gli altrismarritisorpresi da quell'improvviso attaccoche certamente non s'aspettavanosi precipitarono a poppa gettando urla di terrore.
- Kâlì!... Kâlì! - rimbombò a poppa.
Tremal Naik e i suoi uomini s'erano slanciati sul cassero colle rivoltelle nella dritta ed i pugnali nella sinistra.
Alcune detonazioni rintronarono.
Una confusione indescrivibile accadde a bordo della cannonierala qualesenza timoniereandava a traverso alla corrente.
Gli inglesipresi tra due fuochicominciarono a perdere la testa.
Per fortuna l'ufficiale di quarto non era stato ancora ucciso.
D'un balzo si gettò giù dalla lunetta colla sciabola in pugno.
- A memarinai! - urlò egli.
Gli inglesi si radunarono in un baleno attorno a lui e si avventarono a poppa impugnando i coltellile scurile manovelle.
Il cozzo fu terribile. I "thugs" di Tremal-Naik furono ributtati da quella valanga d'uomini.
L'ufficiale di quarto s'impadronì del cannonema la vittoria fu di breve durata.
Hider si era messo alla testa dei suoi e li assaliva alle spalle pronto a comandare fuoco.
- Signor tenente- gridòpuntando verso di lui la rivoltella.
- Cosa vuoimiserabile? - urlò l'ufficiale.
- Arrendetevi e vi giuro che non verrà torto un sol capello né a voiné ai vostri marinai.
- No!
- Vi avverto che abbiamo cinquanta colpi ciascuno da sparare. Ogni resistenza sarebbe inutile.
- E cosa farai di noi?
- Vi faremo scendere nelle imbarcazioni e vi lascieremo liberi di sbarcare sull'una o sull'altra riva del fiume.
- E della cannoniera cosa vuoi farne?
- Non posso dirlo. Orsùo la resa o io comando il fuoco.
- Arrendiamocitenente- gridarono i marinai che si vedevano ormai in balìa di Hider.
Il tenentedopo d'aver esitatospezzò la spada e la gettò nel fiume.
Gli strangolatori si slanciarono sui marinaili disarmarono e li fecero scendere nelle due balenierecalandovi il capitano che ancora dormiva e l'ingegnere.
- Buona fortuna! gridò il quartier-mastro.
- Se ti prendo ti farò appiccare- rispose il tenentemostrandogli il pugno.
- Come vi piacerà. - E la cannoniera riprese la corsamentre le imbarcazioni si dirigevano verso la sponda del fiume.




A bordo della "Cornwall"

L'impresa più difficile era riuscita. Ora si trattava di inseguire a tutto vapore la fregata che aveva un vantaggio di quasi quindici oreraggiungerla o alla foce del fiume od in mare e mettere in opera il secondo pianonon meno arduoné meno pericolosoordito dal "cacciatore di serpenti".
Sbarazzato il ponte dei cadaverimedicati i feritiche fortunatamente non erano moltiTremal-Naik si portò sulla lunetta con Hidermentre un gabbiere si installava sulla crocetta dell'alberoarmato d'un potente cannocchiale.
Alla voce del nuovo comandanteUdaipur che aveva preso il comando della macchinalasciò la camera e si slanciò sul ponte.
- Bisogna volareUdaipur- disse Tremal-Naik.
- I forni sono colmi di carbonecapitano. Abbiamo la massima pressione.
- Non basta. Bisogna raggiungere la "Cornwall".
- Carica le valvole a cinque atmosfere- disse Hider.
- Corriamo il pericolo di saltarequartier-mastro.
- Non monta; vattene.
Il macchinista discese a precipizio nella camera della macchina.
La cannoniera volava come un uccello. Torrenti di fumo nero misto a scorieuscivano furiosamente dal camino troppo ristretto; il vapore fischiavasbuffavaruggiva entro l'involucro di ferro e le ruote turbinavano con furia tale che la membratura scricchiolava da prua a poppa e che l'acqua rimbalzavaschiumeggiandofino ai bordi.
- Getta il "lok"! - gridò Hider.
- Quindici nodi e cinque decimi- gridòqualche minuto dopoun marinaio.
- Corriamo come uno dei più rapidi cacciatori di mare- disse il quartier-mastro.
- Raggiungeremo la fregata? - chiese Tremal-Naik.
- Lo spero.
- Sul fiume?
- Sul mare. Non vi sono che centoventicinque chilometri fra Calcutta e il golfo.
- Quanto fila la fregata?
- Sei nodi all'ora e con mare calmo. E' troppo vecchia e troppo impoppata.
- Ma non vorrei che giungesse a Raimangal.
- Nel qual casocosa faresti?...
- L'assalirei a colpi di sperone.
- Sei uomo risolutoTremal-Naik - disse il quartier-mastrosorridendo.
- Bisogna che sia risoluto. Mi occorre la testa del capitano.
- Ma tu corri un gran pericolo!
- Lo soHider.
- Il capitano potrebbe scoprirti.
- Lo ucciderò prima.
- E se tu fallisci il colpo?
- Non lo fallirò- disse Tremal-Naik con incrollabile fermezza. - Quell'uomo è forte.
- Ed io sarò più forte di lui. Quinel cuoresta scolpito un nome; quello di Ada!... Questo nome mi fa bollire il sangue: questo nome distrugge ogni timore: questo nome mi fa diventare una tigre ed un gigante. Colle mie braccia mi sentirei capace di afferrare la Cornwall e di stritolarla col capitano che la comanda e gli uomini che la montano.
- Ami sempre la "vergine della pagoda"adunque?
- L'amo e tantoche se ella mi venisse a mancaremi ucciderei.
- Ti compiango- disse Hider con voce lievemente commossa. Tremal- Naik lo guardò con ansietà.
- Mi compiangi? - mormorò.
- Perché?...
- Non lo saprei dire.
- Sai forse qualche cosa tu?
- Non so nulla- disse il thugnella cui voce c'era una vibrazione triste.
- Mi sono ingannato?
- Sìamico.
Hider guardò fisso fisso Tremal-Naik che era diventato meditabondo emise un profondo sospiroe lasciò la lunetta per recarsi a prua.
La cannoniera continuava a divorare la distanzafendendo le acque del fiume colla irresistibile potenza di un cetaceo. Le due rive fuggivano con crescente rapiditàmostrando confusamente boschipaludi sconfinate coperte di canne e di erbe ingialliterisaie melmosebrutti villaggi affogati entro putride acque o soffocati fra liane e palmizi dalle cupe voltesotto le quali è fatale il soggiornoper quanto sia breveall'europeo non acclimatizzato.
Alle quattrola cannoniera passava dinanzi a Diamond-Harbourporticino situato presso la foce dell'Huglye dove i piroscafi ricevono gli ultimi dispacci. Non c'era che una casetta bianca circondata da sei cocchi. Dinanzi ergevasi l'albero dei segnalisulla cui cima sventolava la bandiera inglese.
Subito le rive del fiume si allargarono considerevolmente e cominciarono ad abbassarsiquasi al livello dell'acqua. In lontananza si disegnò la grande isola di Sangorche segna il confine fra le acque del fiume e quelle del mare.
- Il mare! - gridò il marinaio installato sulla crocetta della maestra. Tremal-Naikbruscamente strappato dalle sue meditazioni da quel gridosi slanciò a pruamentre i marinai s'arrampicavano sulle sartie e sulle griselle. Tutti gli sguardi si volsero verso le "Sandheads" (teste di sabbia) immensi banchi pericolosissimi proiettati dal Gange nel golfo del Bengala.
Nessun vascello appariva sulla linea dell'orizzontené al di quané al di là dell'isola Sangor; nessun lume brillava nella semi-oscurità.
Un grido di rabbia irruppe dalle labbra di Tremal-Naik.
- Gabbiere! - gridò all'indiano che si trovava sulla crocetta dell'alberocol cannocchiale puntato.
- Capitano!
- Si scorge?
- Non ancora.
- Udaipurcarica le valvole.
- Abbiamo la massima pressione- osservò il macchinista.
- A sei atmosfere! - gridò Hiderche si mordeva la barba. - Quattro uomini di rinforzo nella macchina.
- Saltiamo in aria- brontolò Udaipur.
Quattro indiani discesero nella camera della macchina. I fornelli furono riempiti di carbone.
La cannoniera non correva più; saltava sulle onde azzurre del golfofischiando e tremando. Un calore torrido saliva dalla stiva e un fumo nerissimo usciva furiosamente dal tubo.
- Dritto all'isola Raimatla! - gridò Hideral timoniere.
La distanza che li separava dall'isola spariva rapidamente. Tutti gli indiani si erano issati sulle imbarcazioni sospese alle grue od alle sartie od alle griselle dell'albero e scrutavano l'orizzonte.
Un silenzio profondo regnava sul ponterotto solamente dalle febbrili pulsazioni della macchina e dai sibili del vapore che usciva dalle valvole.
- Nave a prua! - gridò ad un tratto il gabbiere.
Tremal-Naik provò una scossa come fosse stato toccato da una pila elettrica.
- La vedi? - tuonò egli.
- Sì- rispose il gabbiere.
- Dove?...
- Al sud.
- Ed è?...
Il gabbiere non rispose. S'era alzato in piedi sulla crocettaper abbracciare maggior orizzonte e guardava fisso fisso col cannocchiale.
- Nave a vapore! - gridò poi.
- La fregata!... La fregata!... - urlarono gl'indiani.
- Silenzio! - tuonò il quartier-mastro. - Ehigabbieredove va quella nave?
- All'estradendo l'isola Raimatla.
- Guarda la prua.
- La vedo.
- Come è?
- Ad angolo retto.
Il quartier-mastro si slanciò verso Tremal-Naik che stava sulla lunetta.
- E' la fregata- gli disse. - Non v'è in India che la "Cornwall" che abbia lo sperone ad angolo retto.
Tremal-Naik in preda ad un'indicibile emozioneemise un grido di trionfo.
- Dove va? - chiese egli con voce stridula. - Osserva bene.
- Sempre all'est. Gira l'isolaal di fuoritemendo forse di non trovare acqua bastante nel canale.
- Sei certo?
- Certissimo.
- Sicché la incontreremo?...
- Al di là dell'isolase ci inoltriamo nel canale.
- Governate in modo da incontrarla.
- Ma... - disse Hider.
- Silenziocomando io.
Tremal-Naik lasciò la lunetta e discese nel quadro di poppa; Hider si collocò invece alla ruota del timone.
La cannonierache camminava tre volte di più della fregatanon impiegò molto a girare l'isola. Alle dieci del mattino usciva dal canale formato da Raimatla e le terre vicinecelandosi dietro l'estrema punta di un isolotto desertoche sorge di fronte a Jamera.
Hider con un solo sguardo si assicurò che la nave nemica era ancora lontana.
- Tremal-Naik! - gridò.
Il cacciatore di serpenti apparve sul pontema non era più lo stesso uomo di prima.
La tinta bronzina della sua pelle era diventata olivastra quanto quella di un malese; gli occhi apparivano assai ingranditimediante segni biancastri ben tracciati; i dentipoco prima bianchi come l'avorioerano diventati neri come quelli del più arrabbiato masticatore di "betel". Così sfiguratocon un cappellaccio di fibre di rotang sul capouna cotonina rossa ai fianchidue lunghi "kriss" (pugnali serpeggianti a punta avvelenata) sospesi alla cinturaera affatto irriconoscibile.
- Mi riconosci? - chiese al quartier-mastro che lo guardava con ammirazione.
- Ti riconosco perché a bordo non ho visto malesi.
- Credi che il capitano mi riconoscerà?
- Nonon è possibile.
- Dimmi oracome si chiamano i due affiliati imbarcati sulla Cornwall.
- Palavan e Bindur.
- Terrò in mente questi nomi. Fa' mettere in mare un'imbarcazione.
Ad un cenno del quartier-mastro la "yole" fu calata.
- Cosa vuoi fare? - chiese dipoi.
- Aspettare qui la fregata e poi salire a bordo.
- Ed io?
- Tu andrai a nasconderti nel canale di Raimangal. Alla prima detonazione che odiuscirai in mare e mi raccoglierai.
Afferrò una corda e discese nella "yole" la quale rullava vivamente sotto le ondate.
La cannoniera emise un fischio sonoro e s'allontanò rapidamente.
Un'ora dopo non era più che un punto nero sull'orizzonteappena visibile.
Quasi nel medesimo istanteal sudappariva un altro puntosormontato da un pennacchio di fumo. Tremal-Naik lo guardò.
- La fregata! - esclamò. - Adadammi la forza di compiere la mia ultima impresa. Poi sarai mia sposa... e saremo finalmente felici!...
Afferrò i remi e si mise ad arrancare furiosamenteallontanandosi dall'isola le cui coste cominciavano a confondersi coll'azzurro del cielo.
La fregata si avanzava forzando la macchina e ingrandiva a vista d'occhio. Tremal-Naik continuava a remare cercando di tagliare la via.
A mezzodì cinquecento passi appena dividevano la "yole" dalla Cornwall. Era il momento aspettato dal "cacciatore di serpenti".
Attese che un'onda inclinasse la "yole"poi si gettò violentemente a babordo e la rovesciòaggrappandosi alla chiglia.
- Aiuto!... aiuto!... - gridò con voce tonante.
Alcuni marinai si slanciarono sulla prua della fregatapoi una imbarcazione montata da quattro uomini fu calata in mare e si diresse verso il naufrago.
- Aiuto!... ripeté Tremal-Naik.
L'imbarcazione volava sulle acque nel mentre che la fregata rallentava la sua corsa.
In cinque minuti fu presso la yole.
Il naufrago afferrò le mani che un marinaio gli tendeva e salì a bordo borbottando:
- Grazieragazzi!
I marinai ripigliavano i remi e ritornarono alla Cornwall. Una scala fu gettata ed il falso malese grondante d'acquacogli occhi abilmente stravoltifu condotto in presenza dell'ufficiale di quarto.
- Chi sei? - gli domandò questi.
- Paranga di Singapura- rispose Tremal-Naikguardandosi attorno con curiosità.
- Appartenevi a qualche nave?
- Sìall'"Hannati" di Bombaycalata a picco quattro giorni or sonoa cento miglia dalla costa.
- A mare tranquillo?
- Sì s'era aperta una falla sotto poppa.
- E l'equipaggio?
- Si è annegato. Le imbarcazioni erano avariate e appena calate in acqua andarono a picco.
- Hai fame?
- Sono dodici ore che ho mangiato il mio ultimo biscotto.
- Olàmastro Brownconducete questo povero diavolo in cucina.
Il mastroun vecchio lupo di mare con una barba grigiacavò di bocca il suo mozzicone di sigaro mettendoselo delicatamente nel berrettoepreso per mano il falso malese lo condusse sotto prua.
Una pentola ripiena di fumante zuppa fu messa dinanzi a Tremal-Naikil quale l'assalì vigorosamente.
- Hai un buon appetitogiovanotto- disse il mastrostudiandosi di sorridere.
- Ho lo stomaco vuoto. A propositocome si chiama questo vascello?
- La "Cornwall".
Tremal-Naikguardò con sorpresa il lupo di mare.
- La "Cornwall"! - esclamò.
- Ti spiace il nome forse?
- Tutt'altro.
- E allora!
- Mi ricordo che su di una fregata che portava un nome similesi erano imbarcati due indiani miei amici.
- To'! che combinazione! E si chiamano?
- L'uno Palavane l'altro Bindur.
- Questi due indiani sono quigiovanotto.
- Qui a bordo?
- Sìa bordo.
- Bisogna che li veda. Oh! Quale fortuna!
- Te li mando subito.
Il mastro risalì la scala e poco dopo due indiani si presentavano a Tremal-Naik. L'uno era lungomagrodotato d'una agilità da scimmia; l'altro di mezzana staturamembrutopiù somigliante ad un malese che ad un indiano.
Tremal-Naik si guardò d'attorno per vedere se erano solipoi tese la mano dritta mostrando a loro l'anello. I due indiani caddero ai suoi piedi.
- Chi sei? - chiesero con voce soffocata.
- Un inviato di Suyodhanail "figlio delle sacre acque del Gange" - rispose Tremal-Naiksottovoce.
- Parlacomandala nostra vita è nelle tue mani.
- Corriamo pericolo di essere uditi?
- Tutti sono sul ponte- disse Palavan.
- Dov'è il capitano Macpherson?
- Nella cabina; dorme ancora.
- Sapete dove va la fregata?
- Tutti lo ignorano. Il capitano Macpherson ha detto che lo dirà quando saremo giunti a destinazione.
- Dunque anche gli ufficiali non sanno nulla?
- Assolutamente nulla.
- Quindi uccidendo il capitano si spegnerà con lui il segreto.
- Senza dubbioma noi temiamo che la fregata si rechi a Raimangal ad assalire i fratelli.
- Non vi siete ingannatima la fregata non sbarcherà i suoi uomini.
- Ma come?... Perché?...
- La faremo saltare in aria prima che arrivi all'isola.
- Quando tu lo vorraidaremo fuoco alle polveri.
- Quando giungeremo a Raimangalsecondo i vostri calcoli?
- Verso la mezzanotte.
- Quanti uomini ci sono a bordo?
- Un centinaio.
- Sta bene. Alle undici ucciderò il capitanopoi faremo saltare il vascello. Una parola ancora.
- Parla.
- Bisogna che il capitanoalle undicidorma profondamente.
- Verserò un narcotico nella sua bottiglia di vino- disse Palavan.
- Si potrà giungere alla sua cabina senz'essere veduti?
- La cabina comunica colla batteria. Questa sera la porta sarà aperta.
- Basta così. Alle undici verrete a prendermi qui.
Tremal-Naik si rimise a mangiare. Divorò di poi un beefsteak capace di nutrire tre personevuotò una dietro l'altraparecchie tazze di eccellente ginsi fece dare una pipapoi si arrampicò su di un'amaca e vi si sdraiò mormorando:
- Salire sul ponte non è prudente. Il capitano potrebbe riconoscermi.
Cercò di addormentarsima lo stato del suo animo era troppo agitato.
Mille e mille pensieri si cozzavano tumultuosamente nel suo cervello.
Pensava alle vicende passatepensava alla sua adorata Adaed al momento in cui finalmentedopo tante sofferenzedopo tanti pericolila rivedrebbe e la farebbe sua sposae all'ultimo colpo che stava per giuocare. Cosa stranaincomprensibile per lui; ogni qualvolta pensava all'assassinio che stava per commetteresi sentiva invadere da un sentimento per lui nuovo. Si avrebbe detto che quel delitto gli faceva orrore.
Le ore scorsero cosìlentelente. Nessuno era disceso nella cabinané egli ardiva mostrarsi sul ponte. Persino i due affiliati non si erano più fatti vedere.
Tremal-Naik cominciava a provare qualche timore e si domandava se era toccataai due "thugs"quella disgrazia.
Alle otto il sole scese all'orizzonte e la notte calò rapidamente sulle azzurre onde del golfo di Bengala. Tremal-Naikin preda alla più viva ansietàsalì la scala e sporse la testa sul ponte.
Soldati e marinai erano in copertaalcuni affollati a prua cogli occhi fissi fissi all'oriente ed altri arrampicati sulle grisellesulle coffesulle crocette e sui pennoni.
A poppa scorse degli uomini che stavano armando alcune imbarcazioni.
Guardò sulla lunetta. Quattro ufficiali passeggiavano fumando e chiacchierando con vivacità. Il capitano Macpherson non c'era.
Ritornò nell'amaca ed aspettò.
La suoneria di bordo batté le novepoi le dieci e quindi le undici.
L'ultimo tocco non era ancora cessatoche due ombre scendevano silenziosamente la scala.
- Presto- disse una voce imperiosa. - Non abbiamo un minuto da perdere. Abbiamo Raimangal in vista.
Tremal-Naik riconobbe i due affiliati.
- Il capitano?- domandò con un filo di voce.
- Dorme- rispose Bindur. - Ha bevuto il narcotico.
- Andiamo.
Nel pronunciare questa parola la voce di Tremal-Naik tremava. Provò un brivido tanto forteche lo scombussolò.
Palavan aprì una porticina ed entrarono nella batteriaarrestandosi dinanzi ad una seconda porta che mettevano nel quadro di poppa.- Siete risoluti? - chiese Tremal-Naik.
- Abbiamo messo la nostra vita nelle mani della dea Kâlì.
- Avete paura?
- Non sappiamo che cosa sia la paura.
- Uditemi.
I due "thugs" s'avvicinarono a lui cogli occhi fiammeggianti.
- Io vado a uccidere il capitano- diss'egli con voce triste. - TuBindurscenderai nella Santa Barbara e accenderai un bel fuoco.
- Ed io? - chiese Palavan. - Voglio fare qualche cosa anch'io.
- Tu ti fornirai di tre salva-gentepoi verrai da me. Andate e che la vostra dea vi protegga.
Tremal-Naik afferrò una scurevarcò la soglia e penetrò nella cabina illuminata da una lanterna di talco.
Prima cosa che vide fu uno specchio che riflesse la sua immagine. Nel mirarsi ebbe paura.
La sua faccia era orribilmente stravoltairrigata da grosse goccie di sudore e gli occhi fiammeggianti come le lame di due pugnali.
Abbassò lo sguardo su di un letto coperto da una fitta zanzariera. Un leggiero sospiro giunse fino a lui.
- E' strano- mormorò. - Non ho mai provato nulla di simile.
Fece tre passi e con mano tremante sollevò il velo.
Il capitano Macpherson era sdraiato sul letto e sorrideva. Senza dubbio quell'uomo sognava.
- I "thugs"lo vogliono- mormorò l'indiano.
Alzò sull'addormentato la scurema la riabbassò subito come se le forze gli fossero improvvisamente mancate. Si passò una mano sulla fronte e la ritrasse bagnata. Si guardò attorno con profondo terrore.
- Cos'è? - si chiesesorpresestupito. - Avrei io paura?... Chi è quest'uomo?... Cos'è questa terribile emozione che mi scuote?...
Tornò ad alzare la scure e per la seconda volta la abbassò. Non gli era mai accaduto una cosa simile. Gli parve che una voce interna gli mormorasse che quell'uomo era per lui sacroche quel sangue che stava per versare non era sangue straniero.
- Ada! Ada! - esclamò quasi con rabbia.
Ad un tratto impallidì indietreggiando vivamente.
Il capitano s'era alzato a sedere e lo guardava con due occhi sbarrati.
- Ada!... - esclamò Macpherson con viva emozione. - Chi pronuncia il nome di mia figlia!...
Tremal-Naikpietrificatospaventatoera rimasto immobile.
- Ada! - ripeté il capitano. - Il nome di mia figlia!...
Poi s'accorse della presenza dell'indiano.
- Cosa fai tu quinella mia cabina? - chiese.
Un lampo attraversò il cervello di Tremal-Naik; un terribile sospetto gli era entrato nel cuore.
- Ma chi siete voi? - chiese con voce strozzata. Di quale Ada intendete parlare? Della mia forse?
- Della tua!... - esclamò il capitano stupito. Parlo di mia figlia!...
- Dov'è?
- Dov'è?... Nelle mani dei "thugs"!...
- Possente Brahma!... Se fosse vero!... Una parolacapitanoun nomevi prego!... Come si chiamava vostra figlia?
- Ada Corishant.
Tremal-Naik si nascose il volto fra le mani emettendo un grido d'orrore.
- La mia fidanzata!... Ed io stavo per ucciderle il padre!... Ah!...
I'orribile trama!...
Poi cadendo ai piedi del letto esclamò:
- Perdono!... perdono!...
Il capitanostupitoguardava Tremal-Naik chiedendosi se sognava o se era desto.
- Ma spiegati infine!... - esclamò.
Tremal-Naikcolla voce rotta dai singhiozziin poche parole gli svelò la trama infernale di Suyodhana.
- E tu sai dov'è mia figlia? - chiese il capitano che era già balzato in piedipallido per l'emozione.
- Sìed io vi condurrò dove si trova- disse Tremal-Naik.
- Ritornamela e ti giuro che se ella ti ama sarà tua.
- Ah! graziecapitano! La mia vita è vostra.
- Non perdiamo tempo; corriamo a Raimangal. Io stavo appunto per recarmi ad assalire i "thugs" nel loro covo.
- Un istante: ho due complici a bordo e forse stanno per far saltare la nave.
- Li appiccheremo.
Uscirono correndo e salirono sul ponte.
- Quattro uomini nella Santa Barbara e si arrestino i traditori che stanno per far fuoco alle polveri.
Invece di quattroventi uomini si precipitarono nei depositi delle munizioni. Poco dopo s'udirono due tonfi seguiti da alcuni spari.
- Si sono gettati in mare- disse un ufficiale lanciandosi sul ponte.
- Che si anneghino- disse il capitano. Sono sicure le polveri?
- Ai traditori è mancato il tempo di spezzare i barili.
- Iddio ci protegge!... A tutto vapore al Mangal!...







La vittoria di Tremal-Naik

La Cornwallsfuggita miracolosamente allo scoppio dei depositi di polverefilava a tutto vapore verso le "Sunderbunds".
Tremal-Naik aveva ormai narrato ogni cosaed il capitano Corishant voleva piombare addosso alla cannoniera d'Hiderprima che l'equipaggio potesse accorgersi dell'attacco e dare avviso al formidabile Suyodhana del colpo mancato e del tradimento.
I marinai ed i soldati di fanteria marina erano sotto le armiper essere pronti al primo segnalementre gli artiglieri si erano collocati dietro a sei pezzi di cannonedecisi a calare a picco la "Devonshire" piuttosto che lasciarla fuggire.
Il capitanoin preda ad un'ansietà indicibileritto sul castello di prua con un forte cannocchiale da nottescrutava avidamente le tenebre e segnava la rotta ai timonieriper evitare i numerosi bassifondi. Tremal-Naikal suo fiancoaguzzava i suoi sguardi d'aquila per cercare di scoprire l'imboccatura del Mangal.
- Presto!... presto! - ripeteva egli. - Se i "thugs" s'accorgono dell'attaccola mia Ada è perduta!...
- Ora che so dove si trova e che tu mi guidinon ho più alcun timore mio bravo indiano- rispondeva il capitano.- Ah!... finalmente potrò vederla dopo tanti anni!... Quale gioia!... Il destino crudele mi doveva questa rivincita.
- E dire che io stavo per uccidervi e che la vostra testa doveva essere il regalo di nozze!... Possente Siva!... Quale tremenda trama!...
- Ed eri proprio risoluto a uccidermi?
- Sìcapitanopoiché solo con quel delitto avrei potuto ottenere colei che così immensamente amo. Se quel narcotico fosse stato più potente...
- Quale narcotico? - chiese Corishantstupito.
- Quello che Bindur e Palavan versarono nella vostra limonata.
- Ma quando?...
- Ieri sera.
- Ma io non l'ho bevuta!... Ah!...
- Cosa avete?
- Mi ricordo d'aver assaggiata la limonatama trovandola troppo amara la versai a terra. Dio mi aveva ispirato di non berla.
- E fu la vostra salvezzacapitano. Se voi non vi foste svegliatoio non avrei esitato a uccidervi e forse...
- Il Mangal!... - gridò in quell'istante l'ufficiale di quarto.
- Dov'e? - chiese il capitano.
- Dinanzi a voisignore.
- Siete certi di non ingannarvi?
- Nosignore: guardate laggiù quei due fanali che brillano.
L'ufficiale non si era ingannato. Dinanzi alla "Cornwall"a mezzo chilometro di distanzasi vedevano due punti luminosiuno rosso ed uno verdescintillare fra le tenebre.
- La "Devonshire"!... - esclamò Tremal-Naik.
- Macchina indietro!... - comandò il capitano.
La "Cornwall"trasportata dal proprio slancioproseguì la corsa per cinquanta o sessanta metripoi rimase immobile.
- Tre scialuppe in mare e quaranta uomini armati s'imbarchino con tre spingarde- disse poi il capitano.
Quindi rivolgendosi verso Tremal-Naikcontinuò:
- Ora tocca a te se vuoi la mano di mia figlia.
- Ordinatela mia vita è vostra- rispose l'indiano.
- E' necessario che tu faccia prigioniero l'equipaggio della cannoniera.
- Lo farò.
- Ma bisogna che nessuno fugga.
- Nessuno fuggirà.
- E che si evitino colpi di fucile per non allarmare le sentinelle dei "thugs".
- Non spareremo un colpo di fucile. Hider mi aspetta: lo sorprenderò a tradimento.
- Ebbene va'mio valoroso.
Le tre scialuppe erano pronte e gli uomini a posto. Tremal-Naik discese nella maggiore e diede il comando di prendere il largo nel più profondo silenzio.
Il capitano era rimasto a bordoappoggiato al parapetto di pruain preda a mille inquietudini. Per qualche istante poté discernere le tre scialuppe che s'allontanavano senza far rumorepoi le perdette di vista.
Passarono alcuni minuti d'angosciosa aspettativapoi s'udirono delle gridadei fragoriquindi tutto tornò silenzio.
- Scorgete nulla? - chiese il capitano con voce rottaagli ufficiali che gli stavano intorno.
- Sì!... - gridò uno. - I fanali virano di bordo!...
- La cannoniera ci viene incontro! - gridarono gli altri.
Un hurràecheggiò al largo: era il grido di vittoria. Corishant emise un profondo sospiro.
- Iddio ci protegge- mormorò. - Ah! mia povera Adafinalmente potrò vederti e abbracciarti!... - Poco dopo la "Devonshire" veniva ad ormeggiarsi presso la fregata e Tremal-Naik saliva a bordodicendo al capitano:
- E' fatto: Hider e tutti i suoi sono prigionieri.
- Graziemio valoroso- disse Corishantstringendogli vigorosamente la destra.- Sono stati sorpresi?
- Sìcapitano. Mi aspettavano colla vostra testa e si lasciarono accostare senza diffidenza. Quando s'accorsero dello stratagemma da me usatoerano ormai tutti circondati e deposero le armi senza resistenza.
- Andiamo a Raimangal.
- Ma la fregata non potrà salire il Mangal.
- Lo saliremo colla cannoniera. Altri venti uomini risoluti con me.
Abbandonarono la fregata e s'imbarcarono sulla "Devonshire"la quale riprese la corsa a tutto vaporeinoltrandosi nel Mangal. Tremal-Naik aveva assunto il comando e la faceva volare sulle acque fangose del fiume.
Ben presto la sua rapidità si accrebbe spaventevolmente. Tonnellate di carbone scomparivano dentro i forni scaldati a biancoil vapore usciva dalle valvole emettendo acuti fischi; un tremito formidabile scuoteva il battello dalla chiglia alla cima degli alberidall'asta di prua a quella di poppa. Ben presto il manometro segnò sei atmosfere e mezzo! Ma Tremal-Naik ed il capitanoassaliti da un'impazienza furiosada una specie di delirionon erano ancora contenti. La loro voce risuonava ad ogni istantestimolando i macchinisti ed i fuochisti che arrostivano dinanzi ai forni. Tre ore erano già trascorsetre ore lunghe come tre secoli per l'indiano che anelava di rivedere quella donna che le era costata tanti sacrifici e tante emozioni.
Il canale andava a poco a poco restringendosi ed ingombrandosi di isole e di isolette fangosein mezzo alle quali slanciavasi la cannoniera sfondando masse compatte di putridi vegetali. Tutto indicava che il viaggio stava per terminare.
D'un tratto sulla cima dell'albero s'udì un grido:
- Il "banian"!
Al nord era apparso il gigantesco alberocoi suoi trecento tronchi.
Tremal-Naik si sentì scuotere da capo a piedi da una violenta commozione.
- Ada!... - esclamò egli. - Eccomi alla fine delle mie pene!
Si gettò d'un balzo giù dalla lunetta e corse a prua.
La riva era deserta. Solamente dei marabù stavano appollaiati sui rami del "banian"crocidando lugubremente. La vista di quei funebri uccelli gli fe' correre un brivido per le ossa.
- Macchina indietro! - gridò.
La battuta delle tambure cessò. La cannonieratrasportata dal proprio slancioandò a cozzare colla prua la costa dell'isolaincagliandovisi profondamente.
Il capitano si avvicinò a Tremal-Naikche si era arrestatostringendo con mano convulsa la murata.
- Nessuno?- chiese.
- Nessuno- rispose Tremal-Naik.
- Allora li sorprenderemo nel loro covo.
- Lo spero.
- Conosci l'entrata?
- Sì capitano.
- Sarà accessibile?
- Lo credo.
- A terra adunque!...
- Una parola: lasciate che entri prima io. Mi si conosce e vi aprirò il passo. Quando udirete un fischioavanzatevi liberamente.
Ciò detto si mise a correrecome un deliranteverso l'alberovi si arrampicòraggiunse il tronco e si lasciò cader giù.
Ai piedi della scala brillava una torciae accanto ad essa vegliava un "thug"con una carabina in mano.
- Avantidiss'egli.
- Cosa succede nei sotterranei? - chiese Tremal-Naik.
- Nulla.
- La mia Ada?
- Aspetta nella pagoda il suo regalo di nozze.
S'avvicinò ad un enorme tamburo sospeso alla voltae batté tre colpi.
In lontananza s'udirono tre colpi eguali.
- Sei atteso- disse il "thug"porgendogli la torcia.
- Allora muori!...
Tremal-Naikpronto come il lampoerasi gettato addosso al "thug" col pugnale in mano. Afferrarlo strettamente per la gola e cacciargli l'arma nel petto fu cosa d'un solo istante. Lo strangolatore cadde senza emettere un grido.
Tremal-Naik spinse da un lato il cadaverepoi emise un fischio. Il capitano ed i suoi uominiche erano già entratilo raggiunsero.- La via è libera- disse l'indiano.
- E mia figlia? - chiese Corishantcon voce soffocata.
- Ci attende nella grande caverna.
- Avanti!... Armate i fucili!...
- Nolasciate che io vi preceda. Li sorprenderemo più facilmente.
- Va'noi ti seguiremo a breve distanza.
Tremal-Naik si mise in cammino procedendo rapidamente. Mille angoscie lo agitavano in quel supremo istante. Gli pareva che un tremendo pericolo lo minacciasseora che stava per raggiungere la felicità suprema.
La sua corsaattraverso a quelle lunghe fughe di corridoidurò dieci minuti.
Dodici colpi sonori rimbombavano in quegli spaventevoli sotterraneiquando giunse alla pagodain mezzo alla quale giganteggiava la sinistra figura di Kâlìla mostruosa divinità dei "thugs" indiani.
Uno spettacolo stranomai più vistosi presentò tosto dinanzi ai suoi occhi.
Sotto le volte splendevano ricche e bizzarre lampadele quali versavano torrenti di luce azzurrognolalivida.
Dalle pareti pendevano migliaia e migliaia di lacci e migliaia e migliaia di pugnali.
Dinanzi ad una vaschetta di marmo biancocolma d'acquanella quale guizzava il pesciolino sacro delle acque del Gangesu di un cuscino di seta cremisi sedeva Suyodhanaavvolto in un grande "dubgah" di seta giallae attorno a luiritti e immobili come statuestavano cento "thugs"alcuni dalla pelle nera come gli africanialtri olivastra come i malesi ed altri ancora bronzinarossiccia o giallaquasi nudiunti d'olio di cocco e col petto tatuato.
Tremal-Naikanelantestupefattos'era arrestato in mezzo alla pagodasaettato da quei cento sguardi acuti come punte di spillo.
- Sii il benvenuto- disse Suyodhana con uno strano sorriso. - Torni vinto o vincitore?
- Dov'è la mia Ada? chiese Tremal-Naik con angoscia. Un sordo mormorìo percorse il cerchio dei "thugs".
- Sii paziente- disse il capo dei settari. Dov'è la testa del capitano?
- Hider mi seguee fra qualche minuto te la presenterò.
- L'hai dunque ucciso?
- Sì.- Fratelliil nostro nemico è morto! - urlò Suyodhana.
S'alzòanzi scattò su come una tigre. Sulla sua faccia passò come un fremito e rimase lìimmobile a guardare Tremal-Naik.
- Odimi- dissedopo qualche minuto. - Vedi tu quella donna di bronzo che sta di faccia a noi?
- La vedo- rispose Tremal-Naik. - Ma quella donna non è la mia.
- Lo soma quella donna è possentepiù possente di Brahmadi Visnùdi Siva e di tutte le divinità adorate dagli indù. Vive nel regno delle tenebreparla a noi a mezzo di quel pesce che tu vedi nuotare in quella vaschettaè giusta e terribile. Disprezza gli incensi e le precinon vuole che vittime. Quella donna rappresenta la libertà indiana e la distruzione dei nostri oppressori dalla pelle bianca.
Suyodhana si arrestò per vedere quale effetto producevano quelle parole su Tremal-Naikma questi rimase freddoinsensibile all'entusiasmo del settario. Egli non pensava che alla sua Adache per lui era la sua deala sua patriala sua vita.
- Tremal-Naik- ripigliò Suyodhana. - Tu sei uno di quegli uomini che nell'India sono raritu sei fortetu sei audacetu sei terribiletu sei un indianoche come noi langue sotto il giogo degli stranieri dalla pelle bianca. Abbracceresti la nostra religione?
- Io! - esclamò Tremal-Naik. - Io "thug"!
- Ti fanno orrore i "thugs"? Forse perché strangolano? Gli europei ci schiacciarono col ferro dei loro cannoninoi li schiacciamo col laccioI'arma della nostra possente dea.
- E la mia Ada?...
- Rimarrà fra noicome rimane Kammamuri che ormai è diventato un "thug".
- Ma sarà mia sposa?
- Giammai! Ella appartiene alla nostra dea.
- E Tremal-Naik non ha altra dea che Ada Corishant!
Per la seconda volta un sordo mormorio percorse il circolo dei "thugs". Tremal-Naik si guardò attorno con furore.
- Suyodhana! - esclamò. - Sarei io forse tradito?... Mi si negherebbe ora quella donna dopo tutto quello che feci per la vostra dea?...
Saresti tu uno spergiuro?
- Quella donna ti appartiene- disse Suyodhana con un tono di voce che metteva i brividi.
Un indiano batté dodici colpi su di un tam-tam.
Nella pagoda regnò per alcuni istanti un profondo silenzioun silenzio di morte.
Si avrebbe detto che quei cento uomini non respiravano più.
D'un tratto una porta s'aprì e si slanciò fuori Adacoperta di candidi velicol petto racchiuso da una corazza d'oro dalla quale scaturivano acciecanti bagliori.
Due grida rimbombavano nella pagoda:
- Ada!...
- Tremal-Naik.
E l'indiano e la giovanetta si slanciarono l'una nelle braccia dell'altro. Quasi subito si udì una voce tuonante a gridare:
- Fuoco!...
Una scarica tremenda rimbombò nel sotterraneo scuotendo tutti gli echi delle galleriepoi sessanta uominiirrompendo dal tenebroso corridoiosi slanciarono nella pagoda a baionetta calata.
I "thugs"stupefattiatterritisi rovesciarono confusamente attraverso alle gallerielasciando sul terreno una ventina di loro.
Suyodhamacon un balzo di tigre si era lanciato in uno stretto passaggiochiudendo dietro di sé una pesante porta di legno di tek.
Il capitano si era precipitato verso Adagridando:
- Figlia mia!... finalmente di rivedo!...
- Mio padre!... - aveva gridato la giovanettaed era svenuta fra le braccia di lui.
- In ritirata!... - tuonò Tremal-Naik.
I soldati si ripiegarono verso la pagodaper tema di smarrirsi sotto le tenebrose gallerie.
- Partiamo! - disse il capitano. - Vienimio valoroso Tremal-Naik la mia Ada è tua sposa!... Tu l'hai ben meritata.
E si misero a ritirarsima prima che uscissero dall'immenso sotterraneosi era udita la voce del terribile Suyodhana a gridare con accento minaccioso:
- Andate!... Ci rivedremo nella jungla.