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Emilio Salgari



LE NOVELLE MARINARESCHE
DI MASTRO CATRAME





Un lupo di mare


Non avete udito mai parlare di mastro Catrame? No?...

Allora vi dirò quanto so di questo marinaio d'antico stampoche godette molta popolarità nella nostra marina: ma non troppe cosepoichéquantunque lo abbia veduto coi miei occhiabbia navigato molto tempo in sua compagnia e vuotato insieme con lui non poche bottiglie di quel vecchio e autentico Cipro che egli amava tantonon ho mai saputo il suo vero nomené in quale città o borgata della nostra penisola o delle nostre isole egli fosse nato.

Eracome dissiun marinaio d'antico stampodegno di figurare a fianco di quei famosi navigatori normanni che scorrazzarono per sì lunghi anni l'Atlanticoavidi di emozioni e di tempesteche si spinsero dalle gelide coste dei mari del nord fino a quelle miti del mezzogiornoche colonizzarono la nebbiosa Islanda e conquistarono il lontano Labradorquattro o forse cinquecento anni prima che il nostro grande Colombo mettesse piede sulle ridenti isole del golfo messicano.

Quanti anni aveva mastro Catrame? Nessuno lo sapevaperché tutti l'avevano conosciuto sempre vecchio. È certo però che molti giovedì dovevano pesare sul suo gropponegiacché egli aveva la barba biancai capelli radiil viso rugosoincartapecoritocotto e ricotto dal soledall'aria marina e dalla salsedine. Ma non era curvonoquel vecchio lupo di mare!

Procedevaè verodi traverso come i gamberisi dondolava tuttoanche quando il vascello era fermo e il mare perfettamente tranquillocome se avesse indosso la tarantolatanta era in lui l'abitudine del rollio e del beccheggio; ma camminava rittoe quando passava dinanzi al capitano o agli ufficiali teneva alto il capo come un giovinottoe da quegli occhietti d'un grigio ferroche pareva fossero lì lì per chiudersi per sempresprizzava un bagliore come di lampo. Ma che orsaccio era quel mastro Catrame! Ruvido come un guanto di ferrobrutale talvoltaquantunque in fondo non fosse cattivo: poi superstizioso come tutti i vecchi marinaie credeva ai vascelli fantasmialle sireneagli spiriti mariniai follettied era avarissimo di parole. Pareva che faticasse a far udire la sua vocesi spiegava quasi sempre a monosillabi e a cenninon amava perciò la compagnia e preferiva vivere in fondo alla tenebrosa caladalla quale non usciva che a malincuore. Si sarebbe detto che la luce del sole gli faceva male e che non poteva vivere lontano dall'odore acuto del catramee forse per questo gli avevano imposto quel nomignoloche poi dovevacol tempodiventare il suo vero nome.

Chi aveva mai veduto quell'uomo scendere in un porto? Nessuno senza dubbio. Aveva un terrore istintivo per la terrae quando la nave si avvicinava alla spiaggialo si vedeva accigliatolo si udiva brontolaree poi spariva e andava a rintanarsi in fondo del legno. Di là nessuno poteva trarlo; guai anzi a provarsi! Mastro Catrame montava allora in bestiaalzava le braccia e quelle manacce calloseincatramatedure come il ferro e irte di nodipiombavano con sordo scricchiolio sulle spalle dell'imprudentee i mozzi di bordo sapevano se pesavano!

Per tutto il tempo che la nave rimaneva in portomastro Catrame non compariva più in coperta. Accovacciato in fondo alla calapassava il tempo a sgretolare biscotti con quei suoi denti lunghi e giallima solidi quanto quelli del cignalea tracannare con visibile soddisfazione un buon numero di bottiglie di vecchio Ciproalle quali spezzava il collo per far più prestoe a consumare non so quanti pacchetti di tabacco.

Quando però udiva le catene contorcersi nelle cubìe e attorno all'arganoe lo sbattere delle vele e il cigolare delle manovre correnti entro i rugosi boscellisi vedeva la sua testaccia apparire a poco a poco a fior del boccaporto edopo essersi assicurato che la nave stava per ritornare in alto marecompariva in coperta a comandare la manovra.

Sembrava allora un altro uomotanto che si sarebbe detto che invecchiava di mano in mano che si avvicinava alla terra e che ringiovaniva di mano in mano che se ne allontanava per tornare sul mare. Forse per questo si sussurrava fra i giovani marinai che egli fosse uno spirito del mare e che doveva esser nato durante una notte tempestosa da un tritone e da una sirenapoiché quello strano vecchio pareva si divertisse quando imperversavano gli uraganie dimostrava una gioia maligna che sempre più crescevaallora che più impallidivano dallo spavento i volti dei suoi compagni di viaggio.

Da che cosa provenisse quell'odio profondo che mastro Catrame nutriva per la terra? Nessuno lo sapevae io non più degli altriquantunque mi fossi più volte provato ad interrogarlo. Egli si era contentato di guardarmi fisso fisso e di voltarmi bruscamente le spalledopo però avermi fatto il saluto d'obbligopoiché mastro Catrame era un rigido osservatore della disciplina di bordo.

Del resto tutti lo lasciavano in pacemai lo interrogavanopoiché lo temevano e sapevano per esperienza che aveva la mano sempre pronta ad appioppare un sonoro scapaccionemalgrado l'etàe qualche volta anche faceva provare la punta del suo stivale. Gli uni lo rispettavano per l'etàgli altri per paura.

Lo stesso capitano lo lasciava fare quello che volevasapendo che in fatto di abilità marinaresca non aveva l'egualeche poteva contare su di lui come su d'un cane affezionatosebbene ringhiosoe che valeva a far stare a dovere l'equipaggio anche con una sola occhiatané mancava mai al suo servizio.

Una sera peròmentre dai porti del Mar Rosso navigavamo verso i mari dell'Indiamastro Catramecontrariamente al solitocommise una mancanza che fece epoca a bordo del nostro veliero: fu trovato nientemeno che ubriaco fradicio in fondo alla cala!... Come mai quell'orsoche da tanti anni aveva dato un addio ai forti liquori che tanto piacciono ai marinai e che mai una volta si era veduto barcollare pel soverchio beresi era ubriacato? Il caso era grave; ci doveva entrare qualche gran motivoe il nostro capitanoche voleva veder chiaro in tuttoordinò un'inchiestasu per giù come fanno le nostre autorità quando accade qualche grosso avvenimento.

E la nostra inchiesta approdò a buon portopoiché si constatò con tutta precisione che mastro Catrame si era ubriacato per errore! Qualche burlone aveva mescolato fra le bottiglie di Cipro una di rhum più o meno autenticoe il vecchio lupo l'aveva tracannata tutta senza nemmeno accorgersi della sostituzione.

Un mastro che si ubriaca durante la navigazione non la può passar lisciae tanto meno doveva passarla mastro Catrameche era così rigido osservatore delle discipline marinaresche. Quale brutto esempiose lo si fosse graziato!

Il capitano con tutta serietà ordinò che si portasse il colpevole sul ponte appena l'ebrezza fosse passatae avvertì l'equipaggio di tenersi pronto per un consiglio straordinario. Dopo due ore mastro Catrameancora stordito da quella abbondante libazioneche avrebbe potuto riuscire fatale a uno stomaco meno corazzatocompariva in coperta torvoaccigliatocoi peli del volto irti. I suoi occhietti correvano dall'uno all'altro marinaiocome se volessero scoprire il colpevole di quella brutta gherminella.

Il capitanoappena lo videgli andò incontrolo prese ruvidamente per un braccio e lo fece sedere su di un barile che era stato collocato ai piedi dell'albero maestro. Con un cenno fece radunare attorno al colpevole l'equipaggiopoiaffettando una gran collera che non provava e facendo la voce grossa per darsi maggior importanzadisse:

- Papà Catrame- lo chiamava così- sapete che i regolamenti di bordo condannano il marinaio che si ubriaca durante il servizio?

Il lupo di mare fece un cenno affermativo e barbugliò un "fate".

- Quest'uomo è colpevole? - chiese il capitanovolgendosi verso l'equipaggioche rideva sotto i baffisapendo già come doveva finire quella commedia.

- Sìsì- confermarono tutti.

- Se tu fossi più giovaneti farei chiudere nella cabina coi ferri alle mani e ai piedi; ma sei troppo vecchio. Ebbeneio cambio la pena condannandoti a sciogliere quella linguache è sempre mutaper dodici sere.

- Orsùpapà Catrametaglia i gherlini che la tengono legataaccendi la tua pipa e narraci dodici storiele più belle che sai - e ne devi sapereveh! - e tudispensierereca una bottiglia del più vecchio vino di Cipro che troverai nella mia cabinaonde la lingua del vecchio orso non si secchi. Avete capito?

Una salva d'applausi accolse le parole del capitanoa cui fece eco un sordo grugnito di mastro Catramenon so poi se di contentezza per essere sfuggito ai ferri o di malcontento per dover sciogliere la lingua.



Il vascello maledetto

Ecco papà Catrame seduto sul barilottocolle gambe incrociate alla maniera dei turchie circondato da tutti i marinai i quali sbarrano tanto d'occhi e aguzzano per bene gli orecchi per non perdere una sillaba dl quanto egli sta per narrare.

L'Oceano Indiano era così calmo da permettere a tutti - il timoniere eccettuato - di prendere parte a quelle narrazioni interessanti e meravigliose. Un leggero vento che veniva dalle coste d'Africa spingeva la nave verso l'Esta quella terra strana che si chiama Indiae dalla quale eravamo ancora lontanitanto da poter udire tutte le dodici novelle richieste dal nostro amabile capitano.

Mastro Catramedopo d'aver reclamato con un gesto e un'occhiata uno scrupoloso silenzio da parte di tutto l'uditoriotracannò d'un sol fiato un grande bicchiere di vecchio Cipro per snebbiarsi il cervellospezzò coi lunghi denti gialli da vecchio topo un eccellente sigaro d'Avana che gli porgeva il capitanol'accese con visibile soddisfazionepoi disse con voce grossa e da oltre tomba:

- Io appartengo a una generazione che è quasi tutta spentapoiché sono vecchiovecchio assaie tutti quelli che m'hanno veduto mozzo riposano in fondo alla grande tazza da molti annio dentro il ventre di qualche grosso pescecane.

Si fermòquand'ebbe ciò dettoguardandoci con malizia per vedere quale effetto avesse prodotto quella lugubre prefazione che metteva i brividipoiché aveva una intonazione stranapaurosa; poi continuò:

- Sono vissuto in un'epoca in cui si credeva alla comparsa dei vascelli fantasmiagli esorcismi per calmare le tempeste o per sciogliere le grandi trombe marinealle sirene che venivano a cantare sotto la poppa delle navi attirando gli incauti marinaiagli spiriti del marea Nettunoil re degli abissi oceanicialla comparsa dei marinai naufragatiai mostrialle streghealle figlie della spuma. Voi non credete più a tutto ciòle chiamate leggende pauroseinventate da uomini ubriachi o dalla fantasia tetra dei popoli nordici; ma v'ingannate. Papà Catrame ha veduto molto: le sirenei mortii vascelli fantasmi e più ancora.

Il vecchio lupo di maredopo questo secondo esordio non meno lugubre del primogirò intorno un altro sguardo. Nessuno fiatavané batteva ciglio: eravamo tutti impressionati e i volti dei mozzi e dei giovani marinai erano impalliditi. Solo il capitano si manteneva impassibilee le sue labbra si erano atteggiate ad un sorriso beffardo.

Papà Catrame rimase alcuni istanti silenzioso per raccogliere meglio le ideeindi riprese:

- Non ricordo più l'epocapoiché sono trascorsi moltissimi anni ed io ero ancora un ragazzonon più mozzoma non ancora marinaio. Avevo preso imbarco su di una grande fregata a tre pontiun tipo di nave che non si trova piùpoiché tutto è cambiato oracambiate le navicome le abitudini marinaresche.

- Si chiamava la Santa Barbara: ma il capitanouno spregiudicato che non temeva né Dioné il diavoloche bestemmiava da mane a sera come il leggendario olandese del vascello fantasmae non credeva in nullale aveva imposto un altro nome: il Caronte.

- Brutte storie correvano sul conto di quella fregatacomandata da quel dannatoun vero dannatove lo dice papà Catrame! Si diceva che tutte le nottinel fondo della tenebrosa calasi udivano dei misteriosi fragori e dei gemiti; che nelle corsìe si vedevano passare delle ombre bianche che poi scomparivanoe che sulla cima degli alberi appariva sovente una fiammella azzurra. Si diceva ancora che tutte le notti un marinaio nero nerocol viso coperto da una lunga barba rossaentrava nella cabina del capitano per giocare e bere. Chi fosseio non ve lo saprei dire; ma i marinai del Caronte sussurravano che doveva essere messer Belzebù: altri invece asserivano che era uno dei marinai fatti ingiustamente appiccare dal capitanopoiché quell'uomo era crudele e aveva ucciso parecchi dei suoi per un nonnulla. Insomma tutti avevano paurae quando la nave approdavanon pochi marinai disertavanotemendo di finirla male in compagnia di quel tizzone d'inferno.

- Un abateche un tempo era stato amico del capitanoaveva cercato di persuadere il testardo bestemmiatore a ridare alla nave il primiero nome e a ravvedersima non era riuscito a nulla; anzi aveva avuto in risposta delle minacce; e il nome di Caronte era rimasto.

- Avevamo percorsi parecchi oceani ecosa davvero strananessuna tempesta ci era toccata; ma i rumori continuavano a bordo della fregatae di notte nessun marinaio avrebbe osato scendere solo e senza lume in fondo alla cala. Si sarebbe lasciato frustare a sangue col gatto a nove code piuttosto di calarsi in quella nera voragine.

- Così però non la poteva durare. Il bestemmiatore era ormai giudicato: il vascello dell'olandese dannato doveva aver bisogno di un marinaioe voi dovete sapere che su quella nave maledettadestinata a navigare in eterno fra una continua tempestanon salgono che gli empi e i crudeli. Avevamo lasciate le coste dell'Africa diretti all'America meridionaleal Callao. Appena lasciato il portoun marinaio cadde da un pennone e si annegò prima che si avesse avuto il tempo di mettere le imbarcazioni in acqua; al secondo giorno un pennone cadeva dall'albero di trinchetto e piombava ai piedi del capitanoche per poco non rimase ucciso; al terzo giorno una procellaria venne a svolazzare tre volte sopra la nostra nave e precisamente sopra la cabina del bestemmiatore.

- La procellaria è l'uccello delle tempeste e porta con sé la sventura. Allora si credeva che fosse l'anima di un marinaio mortoe fra l'equipaggio si sussurrò subito che era quella del disgraziato caduto dall'albero e che veniva ad avvertirci di qualche grave sciagura.

- Un superstizioso terrore aveva invaso tutto l'equipaggio. Un viaggio così male cominciato non doveva finire bene: qualche cosa di grave stava per accaderelo si sentiva per istinto; ma il capitano non se ne preoccupavaanzi pareva checome l'olandese maledettovolesse sfidare il destino e i decreti del Cielo. Bestemmiava più del solitomaltrattava l'equipaggio più dell'usatobeveva e giocava da mane a sera.

- Ma ecco che un giornoquando ci trovavamo nei pressi del Capo Hornl'aria si fa buia ed il mare monta. Sulla sconfinata distesa d'acqua calanocome un immenso stormo di corvile tenebree il vento fischia attraverso l'alberatura in un modo diverso dal solitopoiché quei fischi erano stridentie di tratto in tratto pareva che nel fondo degli abissi marini urlassero dei dannati.

- Nella stiva si udivano dei fragori paurosi; era un rotolare di catenequantunque là catene non ve ne fosseroerano boati profondipoi gemiti. Voi direte che erano i puntelli dei pontii corbetti o il fasciame che scricchiolava. No! Ve lo dice papà Catrame!

Un fremito di paura corse per le membra di tutto l'uditorio a quella solenne affermazione del vecchio marinaio. I mozzi si strinsero attorno ai marinaie i marinai addosso agli ufficiali. In quel momento si sarebbe udita volare una moscatanto era profondo il silenzio che regnava sulla navee si sentivano distinti i palpiti di tutti i cuori. Gli occhi di ciascuno erano fissi fissi sul mastroche pareva assumesse proporzioni gigantesche e che diventasse di momento in momento più biancopiù diafanoe come uno dei paurosi fantasmi che popolavano la cala del Caronte.

- Verso il tramonto- riprese papà Catrame con voce cupa- ecco apparire in lontananza il Capo Hornil temuto promontorio dell'America meridionale. Parve allora che il mare raddoppiasse la sua iranon altrimenti che quello del Capo di Buona Speranzaquando l'olandese maledetto vendette l'anima al diavoloper superarlo malgrado la tempesta.

- In cielo guizzavano lampi abbaglianti e il tuono rombava incessantementefacendo tremare perfino gli alberi della nostra nave; fra le nubi sibilava e strideva il ventoe le onde si accavallavano con una rabbia tale che non vidi più mai dopo d'alloraquantunque abbia affrontato di poi non so quanti uragani.

- L'equipaggiospaventatosmarritopregava; ma il capitanono imprecava orrendamente contro il Cielo e invocava Satana per aiutarlo a superare il promontorio.

- Ed ecco ad un tratto apparire sulle spumeggianti onde un punto nero che si avvicina a noi con fulminea rapidità: era la procellariaquella stessa che era venuta a svolazzare tre volte sul pontedopo la morte del marinaio.

- Girò ancora tre volte attorno a noi e si fermò sopra il nostro vento dell'albero di mezzana.

- "È l'anima del marinaio!" - esclamarono tutti. - "Sciagura! sciagura!..."

- "Ritorni all'inferno!" - urlò il capitanoepuntato un fucilefece fuoco due volte contro l'uccelloma senza colpirlopoiché volò via lentamentefece tre giri ancora attorno al Caronte e sparve fra le onde.

- Ci allontanammo dal capitanoinorriditiesclamando:

"Sciagura!... sciagura!..."

- Egli ci rispose con un uragano di imprecazioni orribili.

- Il mastro d'equipaggioun vecchio dalla barba biancache credeva come me al ritorno delle animescese nella sua cabinaprese la croce e la piantò sulla prua del legno.

- Quell'atto rese più che mai furibondo il bestemmiatore. Slanciatosi giù dal ponte di comandobalzò sul castello di prua e gettò la croce in mare!

- Quasi subito un lampo livido balenò fra le nubiseguito da un rombo così spaventevole che cademmo tutti tramortiti sul ponte. Quando ci rialzammo la giustizia di Dio era compiuta: l'empio giaceva ai piedi dell'albero maestro senza vita: un fulmine l'aveva ucciso!...

- Allora sulla linea fosca dell'orizzonte vedemmo il mare alzarsi a prodigiosa altezzamentre sulle alte rocce del Capo Horn lampeggiava; poi apparve fra una luce sanguigna un gran vascello tutto nerocolle vele pure nere sciolte al vento e guidato da un uomo di statura gigantesca. Era il vascello dell'olandese maledettoche veniva a reclamare l'anima del bestemmiatore!

- Correva con una velocità spaventevoleurtato da tutte le parti da onde mostruose e sulla cima dei suoi alberi brillavano tre fiamme azzurre. Percorse un tratto dell'orizzontepoi scomparve improvvisamente come se si fosse inabissato.

- Voi mi direte che era una nave qualunqueingrandita dalla nostra paurapoiché voi non credete al vascello fantasma; ma io l'ho veduto coi miei occhie gli occhi di papà Catrame erano buoni in quel tempo! Voi direte che ho creduto di vederema io vi affermo che ho veduto bene e nessuno potrà mai farmi credere il contrario.

- Volete sapere di più? Quando l'indomani gettammo in mare il cadavere del bestemmiatorelo vedemmo alzarsi tre volte sopra l'acqua; poi le onde se lo presero e lo portarono lontano lontanoverso il luogo ove era scomparso il vascello fantasma.

- Papà Catrame è qui ancorama il capitano del Caronte è a bordo dell'olandesedannato anche lui a navigare eternamente sul mare tempestoso fra il Capo Horn e quello di Buona Speranza!...

Un silenzio glaciale accolse la sinistra chiusa del vecchio marinaio. Nessuno fiatavaall'infuori del capitanoche sorrideva sempre: si sarebbe detto che tutti avevano paura di volgersi per la tema di scorgere il vascello maledetto solcare l'orizzonte. Su tutti i volti si leggeva un superstizioso terrore e i mozzi specialmente erano pallidissimi.

Papà Catrame centellinò un altro bicchiere di Ciprosi mise la bottiglia sotto il braccioci augurò la buona notte con tono canzonatorio e discese dal barile per tornare nella calaquando il nostro capitanoche non aveva cessato di sorridere durante la intera narrazionegli fe' cenno di arrestarsi:

- È questa la tua storia? - gli chiese con voce beffarda.

- Sì- rispose il mastrostupito per quella interrogazione.

- Dunque tu credi all'esistenza del vascello fantasma?

- Se credo!... L'ho veduto coi miei propri occhi!

- O hai creduto di vederlo?

Mastro Catrame lo guardò con certi occhi che pareva volessero dire: "Ma voi impazzite?"

- Catrame- disse il capitanodiventato serio. - Non ti è mai passato pel capo il dubbio di aver veduto male o di essere stato ingannato da qualche fenomeno?

- Maisignore- rispose il mastrosempre più stupito.

- Dimmi allora: hai mai udito parlare del miraggioose meglio ti piacedella fata morgana?

- Non so cosa volete dire.

- Allora ti spiegherò io. Sul marecome sugli ampi desertispecialmente sul Saharaper esempioavviene talvolta un fenomeno stranoma spiegabilissimo.

- Quando gli strati dell'ariadilatati pel contatto caldo col suolo o con una distesa d'acqua che ha una certa temperatura ed aventi una densità differentenon si mescolano a quelli soprastantifanno vedere delle curiosissime illusioni d'ottica: di una semplice roccia ti fanno vedere un'isola verdeggiantedi un canotto un vascellodi un vascello un naviglio mostruosodi un uomo un giganteeccetera. Ora cosa pensi tu dell'apparizione del preteso olandese?

- Che gli scienziati hanno inventato delle belle frottolesignore.

- NoCatrame: la frottola ce l'hai data da bere tuo meglio sei stato corbellato da un semplice miraggio. Il grande vascello che tu hai veduto e che credevi appartenesse all'olandese maledettoil qualese non lo sainon è mai esistitoera una nave qualunque che passava all'orizzonteingrandita e trasformata dalla fata morgana. AhCatramecome sei credulo!...

Il mastro lo guardava trasognato. Stette parecchi minuti immobile fissando il capitanopoi si allontanò a lenti passi e sparve pel boccaporto. Benché quella spiegazione scientifica fosse giustafu poco persuasiva pel nostro equipaggioed io scommetterei che quella notte più d'un marinaio non dormì e che gli uomini di guardia aguzzarono più volte gli occhi per vedere se all'orizzonte appariva il legno dell'olandese maledetto.



Il passaggio della linea

Per tutto il giorno seguente papà Catrame non comparve sul ponte della nave. Rintanato nella calaaveva dormito come un ghirorussando come una trottola d'Allemagna. Svegliatosisorseggiò ciò che era rimasto nella bottiglia e divorò con un appetito da pescecane la razione recatagli dai mozzi.

Del restola sua presenza in coperta non era necessariapoiché il tempo si manteneva tranquillol'oceano era liscio come uno specchioe il vento debole.

Quando però il sole scomparve all'orizzonte e la luna si alzò in cieloriflettendosi vagamente nell'azzurra e limpida superficie del maresi udì la scala del boccaporto maestro scricchiolaree poco dopo si vide apparire il vecchio marinaio.

Aspirò avidamente una boccata d'aria marinapercorse il legno da prua a poppacon quel suo dondolamento che lo faceva rassomigliare a un orso biancodiede una sbirciata alle vele senza guardare in viso nessunocaricò flemmaticamente la sua corta pipanera come la camicia di uno spazzacaminopoi andò a sedersi con tutta gravità sul barile e parve immerso in profondi pensieri.

Tosto i marinaia duea tre alla voltai più coraggiosi primai paurosi poied i superstiziosi ultimis'avvicinarono silenziosamente al vecchio marinaiocircondandolo. Il capitano fu l'ultimo a giungeretenendo in mano un'altra bottiglia.

Tutti rispettavano il raccoglimento del vecchioe certo nessuno avrebbe osato strapparlo alle sue meditazioni; ma la pazienza non era la virtù del capitano.

- Olàpapà Catramesei morto? - gli chiese.

II vecchio alzò il capo efissando il comandantegli domandò a bruciapelo: - Credete al re del marevoi?

Il capitano scoppiò in una risata fragorosama nessun marinaio lo imitò. Bensì tutti lo guardarono con stuporecome se fossero meravigliati che egli non prestasse fede a ciò che narrava papà Catrame.

Il lupo di mare non mostrò tuttavia di offendersiperò la sua fronte si corrugòebattendo con quelle mani callose e irte di nodi i bordi del barileesclamò: - Me lo direte poi!

Ricadde nelle sue meditazionima per pochi istantipoiché ad un tratto si scossecome se avesse trovato quello che cercava nei suoi lontani ricordie disse: - Oggi non si costuma più; i lodevoli usi degli antichi marinai sono messi da un lato come ferravecchi inservibilie non si crede che valga la pena di rendere omaggio a Nettunoil re degli abissi marini. Che importa se le navi affondano più spesso che una volta? Sono casidicono gli scettici; sono accidentiaffermano gli spregiudicati. Al diavolo le superstizioni dei vecchi marinai! Lasciamo da parte le leggendedistruggiamo tuttoché il mondo deve rifarsi. Non è cosi?

Papà Catrame fece udire un riso stridulobeffardoche aveva un non so che di stranoe che parve si ripetesse fino in fondo alla stiva.

- La linea! - riprese poi. - Chi oggipassando la linearende omaggio al re del mare? Peuh! Hanno altro pel capo i marinai moderniche di pensare a Nettuno! Ma quale vendetta si prende talora questo re del mare! Oh che! credete forse che gli antichi marinai abbiano inventato la cerimonia per far ridere voispregiudicati? O credete che un tempo pensassero a divertirsi frammezzo alle onde incalzanti e ai sibili diabolici del vento? Nono; e papà Catramese così vi parlane ha il motivo.

- Voi siete giovanie nulla sapete sul passaggio della lineache oggi si celebra al più con una innaffiata del ponte; ma un tempo era una cerimonia importantee nessun marinaioper quanto audaceavrebbe osato passarvi soprapoiché la vendetta di Nettuno presto o tardi lo avrebbe infallantemente colpito.

Ora ve lo proverò.

Papà Catrame rattizzò la pipa col suo pollice incombustibilesorseggiò un buon bicchiere che gli offriva il capitanoreclamò con un gesto maestoso il più assoluto silenzioe dopo di essersi accomodato sul barileprincipiò la sua seconda e non meno interessante narrazione.

- Un destino stranoincomprensibilemi spinse sempre a prendere imbarco sulle peggiori navi della nostra marina; e io non le cercavoveh! Quasi tutti i capitani che ho servito nella mia lungalunghissima carriera marinarescaerano bestemmiatori o scredenti. Non badavano alle nostre tradizioninon badavano ai nostri vecchi usinon credevano né alle sirenené alle figlie della spumané ai mostri marinia nulla insomma.

- Mi ero imbarcato in qualità di gabbiere su di una vecchia corvettadi cui ora non ricordo il nomepoiché sono passati da quell'epoca lunghi anni. Era una gran nave peròbuona velieraun po' vecchiasìma colle costole ancora robustedestinata ai lunghi viaggi dell'Oceano Atlantico e dell'Indianoe perciò costretta a passare sovente la linea equatoriale.

- Il capitano aveva semprefino alloraconservato l'usanza di rendere il dovuto omaggio al re del marequando dall'emisfero settentrionale passava nell'emisfero australee mai aveva avuto a pentirsene. Anzi soleva dire cheappunto per quellola sua corvetta godeva una buona protezione; ed infatti mai una tempesta fatale l'aveva sorpresae quelle ordinarie le aveva facilmente vinte.

- Ma gli uomini purtroppo cambianoe anche il nostro capitanoseguendo l'andazzo dei tempia poco a poco si era mutatodiventando uno spregiudicato.

- Avvenne or dunque che la nostra corvetta si trovò un giorno nei pressi della linea equatoriale. Voi già sapete che questa linea è puramente geograficae perciò invisibile: è un semplice paralleloegualmente distante dai due poli.

- L'equipaggiofedele alle tradizioni marinareschecominciò a fare i preparativi onde procedere al battesimoe rendere quindi il dovuto omaggio a Nettunoil quale si dice abiti in prossimità della linea.

- Ohallora erano bei tempi! Voi siete giovanie non potete avere che una pallida idea di quella cerimonia che faceva battere il cuore del marinaioperché sapeva di compiere un dovere che lo metteva al coperto dal furore degli oceani.

- Quando echeggiava sul ponte di comando: "Ecco la linea!" una viva emozione s'impadroniva di tutti: ufficialimarinai e mozzieccoli tutti in movimento per prepararsi alla festa.

- La gran galaformata dalle bandiere di tutti gli Stati del mondo e dalle bandiere dei segnalisaliva maestosamente in ariadistendendosi fra l'albero di mezzana e la punta del bompressoe il vessillo nazionale s'innalzava maestosamente sul picco della randasalutato da un colpo di cannone.

- Si frugavano e rifrugavano le casse di tuttisi spogliavano le cabine dell'ufficialità e dei passeggeri per ornare l'opera mortae dappertutto si stendevano tappetiarazzi e scialli variopintitramutando la nave in un'immensa salasfolgorante pei lucenti metalli dell'attrezzatura e per le tinte vivaci di tutto quel pandemonio di bandiere svolazzanti e di stoffe spiegate al vento.

- Il mastro d'equipaggio e una dozzina dei più robusti marinai scomparivanomentre gli altri preparavano le pompe e i mastelli pel battesimotanto più gradito al re del mare quanto più era abbondante

- Nel momento preciso che il vascello passava la lineaecco giungere sotto l'anca di tribordo o di babordo un'imbarcazione adorna di arazzi e di bandieremontata da una dozzina di tritoni e da un vecchio che raffigurava Nettuno. Una voce grossa grossa si alzava dal marechiedendo:

"È battezzato il vascello?"

- "No!" - rispondeva l'equipaggio.

- "Ammainate la scaladunque!" - comandava la voce grossa.

- La scala d'onore veniva tosto calata: i marinai si schieravano a prua coi mastelli pieni d'acquadinanzi e attorno alle pompe; gli ufficiali e i passeggeri a poppa.

- Il re del mare saliva gravemente sul ponte. Era un vecchio dalla lunga barbaadorno di conchiglierecante in capo una corona di metallo e nella sinistra un tridente. Lo seguivano dodici marinai camuffati da tritonicarichi di conchiglie e di alghe marine.

- Il reche era rappresentato dal mastrosi avanzava verso il capitanoseguito da tutto il suo stato maggioree dopo di aver ricevuto un lungo inchino da parte dell'intera ufficialitàchiedeva al comandante: "Hai pagato il tuo tributo al re del mare?"

- "No"- rispondeva il capitano.

- "Allora ti battezzo".

- Così dicendoprendeva una tinozza piena d'acqua e la rovesciava sul capo di lui inondandolo completamente.

- Quello era il segnale del battesimo generale. Le pompeenergicamente manovrateinondavano passeggeri e ufficialie le tinozze si vuotavano sul capo di tutti. Torrenti d'acqua correvano da prua a popparecando il dovuto tributo al re del maree la battaglia si prolungava fino al completo esaurimento delle forze di ambe le parti.

- La navecosì battezzatapoteva allora sfidare impunemente i furori degli oceanipoiché Nettuno la proteggeva; ma guai a non farlo! Il tributo d'acqua si cambiava in una ecatombe umanae papà Catrameche è ancora quivivo per miracololo sa!

Il vecchio marinaio per la terza volta s'interruppegirando sull'attento equipaggio un lungo sguardocome per accertarsi che tutti lo ascoltavano religiosamente; ricaricò la pipal'acceseindi continuò: - Come vi dissila nostra corvetta era giunta nei pressi della linea: fra qualche ora doveva lasciare l'emisfero settentrionale per entrare in quello meridionale.

- Il nostro mastrorigido osservatore delle tradizioni marinareschesi recò sul ponte di comando seguito da tutto l'equipaggioe disse al capitano: "La linea è vicinasignore; Nettuno esige il suo tributo".

- "Vada al diavolo Nettuno e tutti i suoi tritoni" rispose lo scettico.

- Il mastro impallidì.

- "Volete chiamare la sfortuna a bordosignore"- disse.

- "Me ne rido della collera di Nettunoio".

- "Ma l'equipaggio..."

- "Basta così"- rispose ruvidamente il capitano. - "Sono padrone io a bordo: andatevene!"

- Salì sul ponte di comandoordinò di sciogliere tutte le veleperfino gli scopamari e i coltellaccieper colmo di spavalderia insensatafece ammainare la bandieraonde togliere al re del mare ogni idea che lo si volesse salutare.

- La corvettaspinta da un buon ventos'inoltrò verso la linea; macosa strana davverocamminava più lenta del solitoe pareva che ad ogni istante fosse lì lì per arrestarsi. I marinai sussurravano che erano i tritoni del re del mare che si aggrappavano alla carena per non lasciarla passare; ma il capitano crollava il capo e faceva aggiungere sempre nuove vele a quelle già sciolte.

- A mezzogiorno preciso la corvetta passava la linea. Quasi nel medesimo istante un fremito agitò la tranquilla distesa dell'oceanoe dalla profondità degli abissi uscì un cupo rimbombo. Poco dopo un'onda immensa sorse agli estremi confini dell'orizzontesi distese e venne a rompersi con cupi muggiti sulla prua della nave.

- Ci guardammo l'un l'altrostupiti e spaventatieparola di papà Catramevi era di che spaventarsi. Interrogammo ansiosamente gli ufficiali: ci dissero cheper un caso stranoun fenomenonon so se maremoto o cos'altroera avvenuto nel momento preciso in cui passavamo la linea. Ci credete voi? Io noe scommetterei che non ci credevano neanche gli ufficialiperché erano pallidi come tutti noi.

- Anche il capitano era diventato serio serioe la sua fronte si era aggrottata; ma egli era testardo come un guasconee non voleva credere a Nettunoné alla potenza di questo re.

- Ed ecco ad un tratto sorgere all'orizzonte una nubenera come il bitume. Voi non lo crederete forse; ma iocon questi occhi ho veduto che quella nube aveva tre punte acuterassomiglianti a un gigantesco tridente. Eravamo tutti muti per lo spavento: ufficialimarinai e mozzi erano diventati pallidissimi allo scorgere quella sinistra nubenel cui seno guizzavano lampi sanguigni.

- Pareva che Nettuno avesse rizzato dinanzi a noi il suo immane tridente per impedirci il passo; e così doveva esserepoiché poco dopo il vento girava bruscamente al sudsoffiando di fronte a noi. Cresceva la sua violenza di minuto in minutopoi era caldo come se uscisse dalle voragini dell'infernoe sollevava con forza irresistibile l'oceanoalzando la gran nubeche si estendeva minacciosamente sopra il nostro capoe conservando sempre la sua bizzarra forma.

- Dagli abissi del mare uscivano muggiti e boati profondiil vento urlava su tutti i toni attraverso il sartiame dell'alberaturanell'aria rombava incessantemente il tuono e lampeggiava. Talvolta tra le raffiche furioseci pareva di udire una voce possente che ci gridasse: "Non passa la linea chi non mi saluta!..."

- Invano il nostro capitanoche non voleva arrendersi al re del marecomandava manovregirava di bordo per prendere vento largoe tentava di avanzare bordeggiando: la nave veniva respinta dalle onde e dal vento. Tre volte ripassammo la lineae tre volte fummo ricacciati nell'emisfero settentrionale.

- Scoppiavano le velecedevano le manovre correntisi piegavano come stuzzicadenti gli alberi e i pennonisi sfondavano le muratecresceva la paura in tutti; ma il testardo non voleva capitolaree tornava sempre più irato alla caricadeciso di mandarci tutti a bere nella grande tazza salatapiuttosto che retrocedere.

- Parve che la fortuna sorridesse all'audacepoiché a mezzanottedopo dodici ore di lotta disperatala corvetta ripassava la lineaentrando nell'emisfero australe. Ma Nettuno aveva decretato la fine del testardo comandante.

- Un'ora dopouna montagna d'acqua rovesciava la corvetta sul tribordo. Cosa sia poi accadutonon ho mai potuto saperlo con precisione. Mi ricordo confusamente d'aver veduto non so quante onde precipitarsi con orribile frastuono sul povero legnodi aver udito urlainvocazioni disperategemitiscricchioliiuno spezzarsi di legnipoi più nulla.

- Quando rinvennimi trovai nel fondo di una scialuppasolo sul burrascoso oceano. Come ero là? Non lo seppi mai.

- La tempesta mi portò lontano lontano dal luogo del naufragio. Rimasi in mare dieci giornimangiando una delle mie scarpe e aprendomi due volte una vena per dissetarmi.

- Quando una nave mi raccolseero ridotto in uno stato da far compassione: giallo come un meloneasciutto come un'aringatutto pelle ed ossa. Dei miei compagni non ebbi più notizia; si sono salvatio riposano in fondo agli abissi marini? Io lo ignoro ancora; ma se qualcuno fosse sopravvissuto a quell'orribile catastrofel'avrei incontrato in qualche angolo del mondo e invece nessuno mai mi apparve. Sono tutti morti: il cuore me lo dice.

Papà Catrame col dorso della mano spazzò via due lagrime che gli solcavano le incartapecorite gotesi mise la pipa in tasca e scosse malinconicamente il capobrontolando: - Non si creda più ora al re del mare!...

- A quale re? - chiese il capitano. - A quello creato dalla vostra balzana fantasia? Non è cosìmastro Catrame? Un tempo si poteva credere all'esistenza di Nettuno forsecome si è creduto all'esistenza delle sirene e a cento altre corbellerie; ma oggi novecchio mio. Simili storie si lasciano ai marinai vecchi e barbogi...

- Ma la corvetta...

- Una tempesta qualunque l'ha affondataCatrame.

- Ma quell'onda immensa...

- Un maremotomastro mio.

- Ma quella nube...

- Una nube pur che sia. Forse che non ne hai mai vedute di quelle che hanno trecinquedieciventi punte?... Va' a dormirepapà Catramee lascia là Nettuno che non è mai esistito e il battesimo della linea che non è un omaggio reso al re degli abissima una carnevalata inventata da allegri marinai. Va'va' e bevi il resto della mia bottiglia.



La campana dell'inglese

Anche durante la terza giornata papà Catrame non comparve in coperta. Voleva essere solo per frugare nei vecchi ricordionde prepararci una delle sue funebri leggendeo l'età gli pesava troppo sul groppone? Chi può dirlo?

Quando però alla sera lasciò la cala e salì sul pontemi parve che fosse di cattivo umore. Non salutò nessunonon guardò né il marené l'alberaturae non chiese se fosse accaduto alcunché di straordinario. Andò a sedersi sul suo barilesi prese il capo fra le mani e parve assopito.

Dovevamo aspettarci qualche paurosa storiapoiché il narratore non era d'un umore da farci ridere. Cosa mai ruminava nel suo vecchio cervello imbevuto di pregiudizi?

Niente d'allegro di certotanto più ch'egli era un vecchio triste come le leggende che ci raccontavae fantastico come le popolazioni che vivono sotto i nebbiosi orizzonti dei mari del nord.

- Papà Catrame- disse il capitano- cosa ti frulla pel capo questa serache hai un viso da funerale?

- Sono triste- rispose il vecchioscuotendosi.

- Forse che il mio Cipro ti mette indosso la malinconia? Se è cosiandrò a torcere il collo a quel birbone di musulmano che me lo ha venduto.

- Il vostro Cipro è eccellente.

- Forse che sei ammalato?

Papà Catrame scosse il capocome per dire di no; poi alzò lentamente gli occhi efissandoli su di noidissecon voce che faceva un certo senso: - Credete voi alla campana dei morti?

Ci guardammo in viso l'un l'altro con stuporemisto a una certa paura. Di quale campana intendeva parlare il vecchio mastro?

Non rispondendo nessunochiese: - Avete mai udito suonare la campana sotto il maredurante le tempesteprima o dopo una disgrazia?

- Papà Catrame- disse il capitano- vaneggio sogni?...

- No- rispose il vecchio con energia- non sogno e non vaneggio; e qualcuno di voi deve averla udita qualche volta.

- Le antiche storie narrano- diss'eglidopo alcuni istanti di silenzio- che durante le tempestele vittime del mare salgono alla superficie e suonano la campanaper chiedere ai naviganti una prece. Voi sorridete oraperché non credete alle vecchie narrazioni marinaresche; ma aspettate un po'! Più tardivoi tutti che mi ascoltatecrederete alla campana dei mortiperché papa Catrame l'ha udita suonare in mezzo all'ampio oceano.

- Che storia funebre dev'esser quella che ci racconterai! - disse il capitano. - Se continui di questo passospaventerai tanto questi miei lupiciniche al primo approdo scapperanno tuttiper non ritornare più mai sul mare.

Papà Catrame alzò le spalleaccese il suo pezzo di sigaro per umettarsi la linguapoi cominciò la sua terza novellafra l'attenzione generale.

- Avevo stretta amicizia con un marinaio ingleseimbarcato sullo stesso legno che io montavo. Non saprei proprio dirvi che tipo fosse: era stravaganteeccentrico come tutti i suoi compatriotisuperstizioso come una femminuccia e di umore sempre tetro.

- Parlava pocobeveva invece moltoe quando traballavanon faceva che parlare dei mortipoiché aveva sempre una lugubre idea nel cervelloquella di morire molto presto.

- Ogni volta che la nave lasciava un portoegli veniva a bordo colle tasche completamente vuoteconvinto che quello doveva essere l'ultimo viaggio. Del restoera un eccellente cameratacon un cuore grande assaie pagava sovente da bere ai compagni più poverifaceva piaceri a tuttiesoprattuttoera un bravo marinaiorispettoso verso gli ufficialiaudace nelle tempeste e buon cristiano; poiché quantunque inglese di nascitaera irlandese di originee voi sapete che gl'irlandesi sono cattolici come noi.

Mastro Catrame si grattò la testacome per fare scaturire dal cervello qualche cosapoi disse: - Si chiamava... Aspettate un po'... la memoria si è fatta debolee non ha mai ritenuto i nomi... Sì... è così... quell'originale si chiamava Morthonun nome non allegrocome ben vedete; e forse per questo parlava sempre di morti.

- Avevamo lasciato i porti dell'America del Suddiretti alle isole Mascarenenon ricordo più se a quella di Borboneo a quella dell'Unione. Morthonfedele alle sue abitudiniaveva dissipato nelle taverne del Brasile e della Repubblica Argentina tutti i suoi risparmied era tornato a bordo un'ora prima della partenzacolle tasche penzolanti.

- Avevo notato però che si era imbarcato di assai cattivo umoree che il suo visobutterato dal vaioloaveva un'aria da funeralecome dovevo averla io poco faquando lo disse il capitano. Presentiva forse la sua imminente fine? Io lo credopoiché quel povero marinaio non doveva più rivedere né le nebbiose spiagge della sua Inghilterrané le verdeggianti sponde della Erinni (Irlanda).

- Un giornoo megliouna serache eravamo di quarto sul ponteegli mi si avvicinò col viso disfattogli occhi strabuzzatie mi chiese: "L'odi tu?…"

- "Che cosa?" - domandai io sorpreso.

- "Non odi proprio nulla?"

- "Nullafuorché il vento che geme fra il sartiame e le vele".

- "È strano!" - disse.

- "Compare Morthonhai sonno stasera: va' nella tua cuccia"gli dissi.

- Egli mi guardò con due occhi pieni di terroree si allontanò più tetro che mai.

- La sera seguente eccolo avvicinarsi ancora a mecol viso ancora stravolto e bagnato di un freddo sudoree farmi le stesse domande. Io cominciavo a credere che il cervello di quel povero inglese si fosse guastatoe non vi feci più caso.

- Cinque sere dopotrovandoci noi quasi in mezzo all'Atlantico australeMorthonche di giorno in giorno diventava più cupo e più taciturnomi afferrò bruscamente per un braccio serrandomelo come una morsae trascinatomi violentemente verso poppami chiese con voce affannosa:

- "Ma non l'odi tu?"

- "Tu sei pazzoMorthon"- gli risposi. - "Quale strana idea tormenta il tuo cervello?"

- Egli mi guardò fissoquasi non credesse alle mie parolepoi emise un profondo sospirocome se gli si fosse levato di dosso un gran peso che gli opprimeva il cuoree si terse il sudore che gl'inondava il pallido viso.

- "Non m'inganni tu?" - chiese dopo pochi istanti. - "Non odi proprio nulla? Ascolta beneCatrameascolta attentamente".

- Mi curvai sul bordotesi per bene gli orecchi e ascoltai a lungoma nessun suono strano giunse fino a me all'infuori del rompersi delle onde. Guardai Morthon; egli mi fissava con due occhi da far pauracon un'ansietà estremacome se dalla mia risposta dipendesse la sua vita.

- "Non odo nulla che possa spaventarti tanto"- gli dissi. - "Parla: cosa odi tu?"

- "Ho udito suonare poco fa una campanae sono cinque sere che quei funebri rintocchi giungono ai miei orecchi"- mi rispose con voce rotta.

- Lo guardai con spavento. Un'antica leggenda marinaresca dice chequando un marinaio ode la campanaè segno che sta per morirepoiché è la campana dei camerati che riposano nel fondo degli abissi oceanici che lo chiama. Se Morthon la udivaevidentemente stava per morirepoiché i compagni lo aspettavano nell'umida tombanel regno dei coralli.

- Non volli spaventarloe gli dissi che era una pazzia il credere alle antiche leggendeche la sua era un'idea fissa nel cervelloe che non s'inquietasse. Non mi rispose: s'allontanò pensierosotetroborbottando fra sé non so quali parole.

- Non lo rividi più per parecchi giorni. Seppi poi che si era ammalatoe che di quando in quando veniva colto da accessi furiosi. Due settimane dopo ricomparve in copertae appena mi videmi disse: "Catrameso che sono condannatoperché la campana la odo sempre. Se morròricordati di me; e quando mi getteranno in marerecita una prece pel tuo vecchio camerata. Ma badaCatrame! Se tu ti dimenticassiverrei anch'io a suonarti la campana..."

- La sera stessa una violenta bufera si scatenava sull'Atlanticonella notte Morthon cadeva dalla cima del contropappaficosfracellandosi il cranio sui gradini del ponte di comando!... La campana de naufraghi l'aveva chiamato!...

Papà Catrame si fermò: pareva in preda ad una viva emozioneed era diventato più pallido del solito. Afferrò la bottiglia di Ciprone tracannò una buona metàcome se volesse soffocare quei dolorosi ricordipoicon voce lentamonotonariprese: - All'indomanimentre continuava a imperversare la tempestail cadavere del disgraziato mio camerata veniva gettato in maresenza che si potesse recitare l'uffizio dei mortipoiché le onde non ci davano tregua e la nave correva serio pericolo. In mezzo a quella confusione non mi ricordai le ultime parole del mortoe la prece andò in fumo.

- Non pensavo quasi più a Morthonquando la terza notte dopo la sua mortementre il mare era tranquillo e a bordo regnava un profondo silenzioudii squillare in fondo agli abissi una campana.

- Credetti di essermi ingannatoe mi curvai sul bordo per meglio ascoltare. Sotto le acque io udii distintamente suonare una campana; rabbrividiie credetti per un momento d'impazzire per lo spavento. Morthon manteneva la sua promessa!

- M'inginocchiai sulla prua della navee mormorai una prece per l'anima del povero inglese. Subito quel funebre suono cessòné da quella sera più mai lo udii.

Noi rimanemmo tutti silenziosiguardando con spavento papà Catrameetendendo gli orecchici pareva di udire echeggiare sotto le onde dell'Oceano Indiano la campana dell'inglese. Uno scroscio di risa ci strappò dal nostro raccoglimento.

Era il capitano che così rideva.

- Che lugubre storia! - diss'egli. - Dimmipapà Catrame: avevi bevuto molto quella sera?

Il vecchio lanciò su di lui uno sguardo iratopoi rispose: - Nemmeno un sorso d'acqua.

- Allora sei stato ingannatovecchio mio.

- Forse che i vostri famosi scienziati hanno trovato la spiegazione di quel funebre suono? - chiese il mastro con pungente ironia.

- Gli scienziati non c'entrano; ma la spiegazione te la darà un uomo di mare.

- Ah! - esclamarono i marinai con tono incredulo.

- DimmiCatrame- riprese il capitano- quando udisti la campanadove si trovava la tua nave?

- Presso l'isola di Los Picos.

- Allora ti dirò che il suono veniva di là.

- Ecco una cosa che non crederò maisignore.

- E perché?

- Perché non ci sono né chiesené conventi colà.

- Lo so.

- E nemmeno uomini.

- Lo so.

- E dunque? Che l'abbiano suonata le rocce?

- No: le onde- rispose il capitano con voce solenne.

- Voi mi fate impazzire! - esclamò il mastro; - non vi comprendo più.

- Catrame- riprese il capitano dopo alcuni istanti di silenzio- quando presso ad un'isola deserta contornata da banchi o da scogliere pericolose non vi è un faro che avverta le navisai che cosa si mette?

- Non lo so- rispose il mastro brusco brusco.

- Si mette una botte galleggiante o un gavitello qualunque sospendendo a una gabbia di ferro una campana.

- Concludo: il tuo inglese era un pazzoun maniaco che si era fisso in capo di moriree il suono funebre che tu hai uditoveniva dalla campana collocata per ordine dell'Ammiragliato inglese presso i banchi di Los Picosonde avvertire le navi del pericolo. Non erano né i morti né gli uomini che la suonavanoma semplicemente le onde che scuotevano il galleggiante gavitello. Hai capitovecchio superstizioso?

In quell'istante nel ventre del nostro legno udimmo echeggiare un campana. Ci alzammo tutti di scattopallidiatterriti; papà Catramecadde dal barileemettendo un grido.

Il capitano proruppe in una seconda e più clamorosa risata.

- Ecco cosa fa la paura! - disse. - Credete che sia la campana de mortie invece è la nostra che chiama alla guardia gli uomini di quarto!... Buona serapapà Catramee bada che l'inglese non vengaqui sta nottea tirarti le gambe!



La croce di Salomone

Alla quarta novella di mastro Catramenessun uomo dell'equipaggio si fece vivo. Tutti avevano paura delle funebri leggende di quel vecchiotremavano ad ogni rumore che si udiva nel fondo della stivapaventando la comparsa dei fantasmi del Caronte; impallidivano se una nave qualunque passasse all'orizzontenel pensiero che fosse quella dell'olandese maledettoe trasalivano ogni volta che le onde muggivano più forte contro i fianchi del vascellocredendo di udire la campana dell'inglese o di veder comparire il re del mare.

Ne avevano fin troppo di quelle leggendee se papà Catrame continuava su quel tonomolto probabilmente nessuno sarebbe più rimasto a bordoappena la nave avesse toccato i porti dell'India.

Quella sera papà Catrame rimase un bel pezzo soloseduto sul barile; ma egli non parve inquietarsi di ciò. Trasse di tasca un largo foglio di cartaprese un pezzo di carbonescrisse alcune righe con un carattere zoppo e gobboed appiccicò quella specie di cartello sull'albero di maestra.

Ciò fattotornò al suo barilesi accomodò meglio che poté eaccesa la vecchia sua pipasi mise a fumare come un turco.

Tutti avevamo notato la singolare manovra del vecchio espinti da una irresistibile curiositàci avvicinammo all'albero per vedere cosa stava scritto sul foglio.

Ci volle non poca fatica a decifrare quegli sgorbipoiché mastro Catrame scriveva come un marinaiofacendo certe aste grosse e certe code che non si sapeva dove andavano a terminare. Alla fine però riuscimmo a leggere fra la più alta meraviglia la seguente bizzarra dicitura: "Come una croce di Salomone facesse diventare mastro Catrame re di un'isola!"

- Cosa significa quella roba li? - chiese un gabbiere.

- Perbacco! - esclamò il capitano. - È il titolo della novella di stasera.

- Come! Papà Catrame è stato re?... - esclamarono tutti.

- Lo dice lui.

- Che storia è mai questa?

- E c'entra una croce di Salomone!

- Papà Catrame è impazzito!

- L'inglese gli ha tirato le gambe e la paura gli ha sconvolto il cervello.

- Silenzio! - esclamò il capitano con tono imperioso. - Non si giudicano le persone prima dei fatti... Marche! Andiamo a udire la novella del vecchio lupo!...

Quando papà Catrame ci vide tutti intorno seduti dinanzi al suo barileci guardò con un sorriso di compiacenza e si stropicciò allegramente le mani. Senza dubbio era contento della sua trovata originale per farci accorrere.

- Tupapà Catrameci prometti stasera una storia meravigliosa - disse il capitano- e pare che questa volta non c'entrino né vascelli fantasminé morti che suonano le campane. Se ci farai stare allegri ti prometto non unama sei bottiglie di vino di Spagnadi quello che fa andare in solluchero gli uomini della tua età.

- Sarò allegro- rispose il mastro con un sorriso sardonico.

- Niente leggende dunquestasera?

- La leggenda entra sempre nelle mie narrazioni.

Il capitano fece una smorfia di malcontento; ma papà Catrame lo rassicurò con un gesto.

- Se fosse una storia sinistranon sarei qui a raccontarla- disse. - Toccò a me; ma sebbene abbia corso un brutto pericolo e per poco non sia stato messo allo spiedo come un caprettonon è punto paurosa.

- Apri per bene il becco e cantavecchio mio.

- Le trombe! - esclamò mastro Catrame. - Ecco un fenomeno che fa raddrizzare i capelli ai più vecchi e ai più audaci marinaiche fa impallidire i capitani e gli ufficiali e quasi morire di paura i passeggeri che si avventurano sull'oceano.

- Chi di noi non ha tremato di spavento all'avvicinarsi di quelle colonne d'acqua turbinoseche sconvolgono il mareche abbattono quanto incontrano sul loro passoche travolgono le navi più giganteschesollevandole come semplici pagliuzzeper poi cacciarle rotte capovolte in fondo agli abissi? Chi non...

- Olà! papà Catrame- disse il capitano interrompendolo. - Cosa c'entrano le trombe colla croce di Salomoneil tuo regno e il tuo spiedo?

- Un po' di pazienzasignore.

- Lascia le trombe marine e tira avantidunque. Tutti le conosciamoperbacco!

- Voi forse avrete udito parlare del tremendo naufragio dell'Albert nell'Oceano Pacificoparecchi anni or sonoal 14° di latitudine sud e al 204° di longitudine est.

- Lo udii narrare quando ero ragazzo- rispose il capitano. - So che fu sollevato da una tromba marina e poi cacciato a fondo.

- Sapete per quale motivo si perdette?

- No! - esclamarono tutti.

- Per una croce di Salomone che il mastro di bordo non ebbe il tempo di fare.

- Oh! - esclamarono i marinai con tono incredulomentre il capitano rideva a crepapelle.

- Ascoltate e poi giudicate- aggiunse mastro Catrame imperturbabilmente. - Come vi sarete già immaginatoio facevo parte dell'equipaggio dell'Albertun grande veliero che batteva bandiera inglese e che era destinato al trasporto degli emigranti dal Celeste Impero nella California.

- Avevamo già attraversato quattro volte il grande oceano equantunque poche volte lo avessimo trovato degno di chiamarsi Pacificopure nulla di grave ci era mai toccato. Durante il quinto viaggionei pressi dell'arcipelago dei Navigatoriche si chiama anche di Samoaecco un furioso uragano assalire la nostra nave.

- Si lotta disperatamente per non venire trascinati verso una delle tante isole che ingombrano quel grande maresapendo che erano popolate da certi brutti musi color cioccolatta e regoliziai quali hanno la brutta abitudine di cacciare nella pentola o di mettere allo spiedo quei disgraziati che il loro buon padre - l'oceano - spinge sulle loro spiagge. Tutti i nostri sforzi riescono vani. La nave traballa come un marinaio che ha bevuto tre bottiglie di rhumsi rovescia ora sul babordo ed ora sul tribordoimbarcando vere montagne d'acqua; i suoi alberi oscillano come fossero per andare in pezzi; la prorapercossa sempre più furiosamentecomincia a fendersie l'oceano fa la sua comparsa nella stiva.

- Si poteva ancora sperare; ma noché il diavolo volle metterci anche lui la coda. Erano le quattro pomeridianenon un minuto di più né di menoquando vedemmo staccarsi dalla massa delle nubi una specie di cono. A poco a poco si allungasi raccorciapoi torna ad allungarsicome se venisse attirato da una forza misteriosa.

- Sotto a quella specie di tromba il mare si alzava a spaventosa altezzapoi ricadevaformando una specie di vorticeindi tornava ad alzarsi come se avesse una voglia matta di stringere la mano a quel pezzo di nube.

- Quel brutto gioco durava da dieci minutiquando finalmente mare e nube si unirono. Ecco la tromba formatama quale tromba! Era una colonna grossa quanto un'isola; la nube aspirava il mare con furia estremail vento la portava con un moto rotatorio vertiginoso e la spingeva addosso a noi che non eravamo più in grado di evitarlapoiché il timone si era spezzato e tutte le nostre vele erano ridotte a pochi brandelli...

Papà Catrame si fermò per riprendere lena e per vuotare un altro bicchiere di Cipro; poiguardandoci fissici chiese bruscamente:

- Credete voi all'efficacia della croce di Salomone?

- Sì- risposero alcuni.

- No- dissero altri.

Il capitano invece si strinse nelle spalle e sorrise beffardamente.

- Allora diròa quelli che non credonoche non hanno mai provato a fare una croce di Salomone dinanzi a una tromba marinapoichése l'avessero fattaavrebbero veduto la terribile colonna d'acqua rompersi all'istante- disse mastro Catrame con un tono cattedratico. - Credete voi che i nostri vecchi non abbiano spezzato delle trombeper insegnare a noi questo mezzo infallibile? Ora si dice che vi sia un altro mezzo. Ma che! È la croce che ci vuolee ve lo dice papà Catrame!

- L'ho veduta fare non unama dieciventicinquanta voltee la tromba si è rotta sempre prima di giungere addosso alla naveoppure ha girato al largo. Bastava che il più vecchio marinaio di bordo si recasse a poppatracciasse la magica croce o sul coronamento o sulla ribolla del timone e la colonna roteante si sfasciava.

- Ma basta; ripigliamo la narrazioneo non la finirò prima di domani mattina. Aspettate un po'!... ah sì! per mille boccaporti!... È proprio così: la tromba si avvicinava con rapidità vertiginosa e noi ci trovavamo nell'assoluta impossibilità di evitarla. Bisognava adunque tracciare subito la croceo per noi era proprio finita.

- Il nostro mastro o bosmanocome lo chiamano i marinai d'oltre Manicaun vecchio di non so quanti anniper la prima volta in vita sua perde la flemma e la rigidità della sua razzae correanzi vola verso poppa per tracciare sul coronamento la magica croce. Ma anche in questo disgraziato viaggioecco messer Belzebù che ci mette la sua codae il povero bosmano scivola rompendosi la testa.

- La trombanon più frenata dalla potenza misteriosa della croceci piomba addossoci investeci alza in aria. Se dovessi dirvi cosa ho veduto e provato in quel momentovi giuro che non saprei farlo nemmeno oggi.

- Ho udito un frangersi di legnamiun laceramento di velepoi fischi stranimuggiti orribilie ho veduto turbinare la nave fra il mare e le nubiin mezzo a una immensa colonna d'acqua. Mi sono sentito sollevare a prodigiosa altezzapoi mi sono trovatonon so ancora comesotto le onde. Quando tornai a galla non vidi più né la trombané la navené i miei compagni; però tutto all'intorno galleggiavanourtandosi furiosamentepezzi di fasciamepezzi d'alberiantennecassebotti e non so quanti altri oggetti.

- La catastrofe era completa; l'Albert era stato inghiottito dalla tromba marinadopo di essere stato disarticolato dalla violenza dell'acqua.

- Ero io l'unico superstite di quel tremendo naufragioo qualche altro si trovava presso di me? Pel momento non riuscii a saperlopoiché nessuna voce umana rispose alle mie disperate grida. Più tardi peròun anno o due dopoappresi con gioia che parecchi miei compagni si erano miracolosamente salvati e fra loro anche quel disgraziato bosmanounica causa della perdita dell'Albert. Ah! se quel malaugurato inglese non avesse avuto tanta frettaforse sarei ancora a bordo di quel magnifico veliero e chissà con quale paga!...

Papà Catrame mandò un sospirone lungo quanto la gomena di un'ancorache mise in allegria tutto l'uditorioprese animo mandando giù una mezza bottiglia che il camerotto gli porgevasi pulì le labbra col dorso della mano e continuò la narrazione.

- Vi confesso che avevo indosso una grande paura nel trovarmi solo sull'immenso oceanoin balìa delle onde che mi cacciavano in corpo non so quanti bicchieri d'acquafacendomi sternutare come chi fiuta tabacco per la prima volta. E avevo maggior paura sapendo di trovarmi in paraggi abitati da non pochi di quei divoratori di marinai che si chiamano pescecani. Non volevo però morire prima di lottare e disputare la mia pelle alle ondedibattendomi come il diavolo nell'acqua santa.

- Dopo di aver errato una buona mezz'oraora spinto innanziora indietroed ora sballottato con molto poca gentilezzaraggiunsi finalmente un rottame dell'Albert. Era un pezzo della nostra cucinala coperta se non m'ingannoe mi faceva molto comodotanto anzi che mi vi sdraiai sopra enon lo crederetemi addormentai d'un sonno così profondo che vi assicuro non mi avrebbe svegliato nemmeno la gran campana di Pechino.

- Figuratevi quale fu il mio stupore quandoriaperti gli occhimi trovai non più sul tetto della mia cucinanon più sull'oceanoma mollemente disteso sopra la fresca erbaall'ombra di superbi alberi che avevano foglie lunghe un paio di metrinon so più se fossero cocchi artocarpi o areche; ma ciò poco conta.

- Mi levai a sedere credendomi lo zimbello d'un sognoe solo allora mi accorsi che ero circondato da trenta o quaranta brutti musicolor del pepe e della cioccolattanudi come Adamocioè nopoiché portavano un anello infilato nel nasoe sul capo due o tre penne d'uccelli del paradiso.

- Vedendomi ancor vivoquei furfanti sbarrarono certe bocche da mettere i brividi. Pareva che loro si aprisse mezza la testa d'un sol colpoe mostravano certe file di denti da fare invidia a un coccodrillo. Ridevano come pazzi battendosi il ventre con ambe le manie si stropicciavano l'un l'altro il naso con tale energia da allungarlo mezzo palmo.

- Credetti di venire colto dalla febbre terzanae ne avevo ben il motivonon ignorando che quegli allegri messeri hanno la brutta abitudine di mangiare i naufraghie mi pareva di sentirmi precipitare in un pentolone a bollire colla salsa verde o di sentirmi passare attraverso il corpo un immane spiedo.

- Vi giuro che in quel momento mandai di cuore alla malora quel furfante di bosmanocausa unica di tutte le mie disgraziepoiché se quella benedetta croce...

- Sappiamo il restopapà Catrame- interruppe il capitano. - Lascia lì la croce di Salomone e tira innanziche sono curioso di sapere come finì il tuo regno.

- Ripiglio il filo- disse il mastro. - La mia paura durò pochi minutipoiché colla più grande sorpresa vidi quei selvaggiche a prima vista avevo scambiato per antropofaghi voracissimiusarmi mille sorta di cortesie. Gli uni mi strofinavano le membragli altri mi rinfrescavano con certi ventagli di foglie o mi offrivano frutta o venivano a strofinare il loro naso contro il mio in segno di amiciziausando gl'isolani del Pacifico salutarsi in questo bizzarro modo.

- Quando mi videro tranquillo e saziocon cenni mi invitarono a seguirli e mi condussero in un grande villaggiodalla cui popolazione venni accolto con grandi dimostrazioni di gioia. Colà mi posero in capo una corona di piumemi passarono nel naso un anello di rame e mi condussero finalmente in una comoda capannafacendomi capire che d'ora innanzi io ero il loro re!

- "Corbezzoli!" - esclamai. - "Mai marinaio fu così fortunato!"

- Più tardi però dovevo accorgermi che specie di fortuna era quella toccatami! Mi sento ancora venire i brividitutte le volte che ci penso.

- Ma non divaghiamo. Eccomi adunque re di quell'isola in causa di quella disgraziata croce. I miei sudditi si facevano in quattro per portarmi i prodotti più succulenti della terra e del mare. Nella mia capanna piovevano tutte le mattine pesci d'ogni speciemaialetti arrostiti con certe radici appetitosefrutta squisite e vasi ripieni d'una specie di birra assai piccante. Figuratevi se papà Catrameche è sempre stato un gran divoratorecome lo sono in generale tutti i marinainon approfittava di tanto ben di Dio! Mangiavo come un lupo tre colazioni al mattinodue pranzi nel pomeriggio e tre o anche quattro cene durante la notte. In capo ad un mese ero diventato tanto grasso che dovetti far allargare la porta della mia regale dimora e rifare quattro volte il mantello di tela di gelso regalatomi dal mio popolo.

- Non esito a credere che sarei diventato grosso come un elefante o per lo meno quanto un rinocerontese avessi continuato quella vita beata; ma così non doveva avvenire.

- Un bel mattinoanzi un brutto mattinoricevo la visita di sei grandi dignitarisei capi valorosima anche maestri di gastronomiaa quanto seppi poi. Credetti che venissero a trovarmi per affari riguardanti il mio regnoanzi mi ero messo in capo l'idea che venissero a trattare il mio matrimonio con qualche bellezza color regoliziaonde la mia dinastia non si spegnesse con me; ma indovinate quale fu la mia meraviglia quando li vidi avvicinarsi con certe facce sospetteche tradivano un'ardente bramosiaed esaminarmi con profonda attenzionepalpandomi le braccia e le cosce. Li udii discorrere tra di loro in una lingua che non conoscevopoi mi fecero un profondo inchino e se ne andarono.

- Rimasi perplessonon sapendo a cosa attribuire quella accurata visita. Credetti che i miei sudditi avessero paura che io non mangiassi abbastanza e che deperissisicché quel giorno feci sei colazioniquattro pranzi e cinque cene. Ahimè! dovevano essere le ultime!

- Alla seramentre stavo digerendo tranquillamente la mia quinta cenaecco tornare i sei visitatori accompagnati dal cuoco di corte e sottopormi ad un'altra minuziosa visita. Quand'ebbero terminato se ne andarono con un nuovo e più rispettoso inchino: mentre però uscivanoudii queste misteriose parole:

"È fissato per domani! Siamo intesi!"

- Cominciai a pensare seriamente. Cosa c'entrava il cuoco di corte? Quell'uomo non era un alto dignitario e avevo ben diritto di offendermi di quella mancanza di etichetta. E poia che intendevano di alludere con quel "a domani"? Diventai inquieto e andai a cercare il mio primo ministro.

- Lo trovai in cucina occupato a far pulire un pentolone così grande da contenere due uomini!...

- Potete immaginare se rimasi stupito. Come mai il mio primo ministro si occupava del vasellame di cucina?

- "Kara-Olo!" - esclamai con severo cipiglio. - "È così che voi curate gli affari dello Stato? Poffare! un ministro che fa lavorare i guatteri!... Vergognatevipezzo d'asino!..."

- "Maestà"diss'egli umilmente. - "Procuro che tutto sia pronto pel grande banchetto di domani".

- "Un banchetto?" - esclamai. - "Forse che il mio popolo intende di offrirmi un pranzo nazionale?"

- Questa volta fu Kara-Olo che mi guardò con sorpresa.

- "Ma siete voi che date il pranzo alla popolazione!" - esclamò.

- "Io!..."

- "Ma sìmaestà"- rispose candidamente il mio primo ministro. - "Siete abbastanza grassoe stavo misurando questa pentola per assicurarmi se era capace di contenervi!..."

- Compresi tutto fin troppo! Si stava per mangiare il reCatrame I! Era per questo che mi avevano portato tante e tante ghiottonerie! Rimasi un bel pezzo senza respirare e senza muovermi. Io scommetto che in quel momento dovevo essere bianco come un gabbiano e chese mi avessero aperta una venanon sarebbe uscita una sola goccia di sangue.

- Mi trascinai nel mio appartamentobagnato da capo a piedi d'un gelido sudore. Non so quante ore rimasi accasciato sul mio trono. Quando tornai in mela notte stava per andarsenema un silenzio assoluto regnava ancora nel mio villaggio. Avevo preso una risoluzione disperata.

- Presi un pennello tinto di nero e vergaicon mano abbastanza sicuraqueste parole sulla parete della mia regale dimora:

RINUNCIO AL TRONO: MANGIATE IN MIA VECE IL MIO PRIMO MINISTRO. - CATRAME I

- Diedi un pugno alla mia coronaaprii il mio coltello da marinaioche avevo gelosamente conservatoinfilai la portaattraversai il bosco egiunto sulla riva del marebalzai in una canoaabbandonando senza rimpianto il mio regno e i miei sudditi.

- Otto giorni dopo venivo raccolto da un bastimento danese. La paura di venire raggiunto e messo a cuocere nella salsa verde e la fame m'avevano ridotto in così breve tempo a pelle ed ossa.

- Se i miei ex sudditi mi avessero vedutonon so di quanto si sarebbero allungati i loro nasi.

E così- disse il capitano- tupapà Catrameper una croce di Salomone non fatta sei diventato re. Bella fortunaperbacco!...

- Tanto bellasignore- rispose papà Catrame con gravità- che vi avrei regalato la mia corona col massimo piacere.

- Sarei almeno diventato grasso.

- Per ingrassare poi i vostri sudditi. Buona notte: torno nella mia cala!...

- Un momentoCatrame.

- Desideratecapitano?

- Darti un consiglio. Quando vedrai una tromba marinalascia andare la croce di Salomoneche è stata inventata per gli sciocchi o per i superstiziosie fa' sparare un colpo di cannone; senza pallase così ti piace. Basterà la detonazione per romperla: te lo assicuro io. Buona notteCatrameprimo ed ultimo!



I fantasmi dei mari del Nord

La quinta sera l'ex re dei selvaggi non comparve in coperta. Era risalito all'ora del pranzoaveva divorato la sua razione con un appetito da vecchio pescecanepoivedendo che il mare era sempre tranquillo e il vento costantesi era rintanatoportando con sé una grossa provvista di biscotti e gli avanzi del pasto.

L'equipaggioche ci prendeva gusto a quelle narrazioni più o meno fantastichesi era radunato per tempo attorno al bariledisputandosi i primi posti; ma papà Catrame non si fece vivo. Era ammalatooppure aveva alzato un po' troppo il gomito? Non lo si poté saperepoiché il vecchio orso mai ce lo dissee il camerottoche mandammo nella cala per vedere e saperci riferire qualche cosatornò in coperta con la faccia pesta da una ciabatta tiratagli contro.

Aspettammo fino alle novepoi fino alle diecima invano. Alcunimalgrado il superstizioso terrore che ispirava quello strano vecchio e la brutta accoglienza toccata al camerottoardirono scendere in fondo alla stiva; ma non ci seppero dire altro che l'orso marino russava come un tassoanzi come un contrabbasso scordato.

Il capitanoche voleva molto bene al suo mastro e che chiudeva uno e anche tutti e due gli occhi sulle originalità di luiordinò che per quella sera lo si lasciasse tranquillo.

- Avrà la lingua stanca- diss'egli ridendo. - Perbacco! Ha parlato più in queste sereche in tutta la sua vita.

Tutti obbedironoma un vivo malumore regnò a bordo e gli uomini di guardia si annoiarono mortalmentespecialmente quelli del primo quartoche si erano abituati a passarlo dinanzi al barile del vecchio marinaio.

L'indomani papà Catrame riapparve in coperta all'ora del pasto; ma anche questa volta si portò via gli avanzi e andò a celarsi in fondo alla cala. Giunta la seranon diede segno di vita.

- Ah! briccone! - esclamò il capitano. - Che il furbo creda di aver terminata la sua pena? Olà! Due uomini scendano nella cala e dicano al mastro chese non viene a sciogliere la lingualo passo ai ferri per gli altri otto giorni. Andate!

Dieci minuti dopo papà Catrame era nuovamente seduto sul suo barilecircondato da tutto l'equipaggioansioso di udire la quinta novella.

Il mastro era di umore cattivo e certo aveva obbedito pel solo timore che il capitano facesse eseguire alla lettera la minaccia di passarlo ferri. Non dovevamo aspettarci quindi una allegra storiella; lo leggevamo negli occhi del narratore.

- È pronta la tua lingua? - chiese il capitanoassumendo un'aria arcigna.

Papà Catrame fece un gesto affermativo.

- Parla adunque!

Il mastro curvò la testa sul petto per concentrarsimentre attorno lui si faceva un religioso silenzio; frugò e rifrugò nel suo cervello alcuni minutipoi socchiudendo gli occhi grigi ci chiese:

Avete mai fatto voi un viaggio nelle regioni polari?

Nessuno risposeeccettuato il capitano che borbottò un sì.

- Comprendo- riprese papà Catrame con ironia. - A nessuno di voi garba sfidare i freddi intensi del polo artico o antartico. Bei marinaiperbacco! Le costipazioni vi hanno fatto paura!... Là... là!... i marinai moderni tremano dinanzi ad un orso bianco e non osano affrontare i fantasmi polari!... I fantasmi del polo!... Ecco il titolo della mia quinta novellae se non vi garbabuona notte a tutti e vado nella cala.

- Adagiopapà Catrame- disse il capitano - Questa sera non andrai a dormire nella tua tana prima di averci narrata la quinta novellaa meno che tu non preferisca di dormire colle manette. Orsùfantasmi o follettiorsi o lupitira innanziché tutti ti ascoltiamo. Ehicamerottoversa un buon bicchiere al nostro narratore e recagli una dozzina quei grossi sigari di Manillaaffinché cessi il broncio e ci mostri un viso un po' più da cristiano. Diamine! Hai una cera da turco questa seramio caro orso marino.

Il vecchio mastroche era di umore assai nerosi rabbonì un po'; vuotò con visibile soddisfazione l'eccellente Cipro del capitanoe diede fuoco a uno di quei deliziosi sigariinghiottendo ed eruttando vere nubi di fumo.

- Il polo artico! - riprese egli. - Chi non si sente correre un brivido nell'avvicinarsi a quell'oceano misteriosocoperto di immensi campi di ghiaccioscintillanti ai sanguigni riflessi dell'aurora boreale e coperti da quei pesanti e diacciati nebbioniche pare si aprano a stento dinanzi all'affilato sperone delle navi? - È làin quelle solitudini desolatedove non cresce una pianta sulle gelide isoleche si stende una notte non interrotta di sei mesi; è di là che si staccano quegli immensi campi di ghiaccio che le correnti portano fino sulle coste della Norvegia e su quelle della Scozia e dell'Irlanda; là dove gelano il vinoil petroliol'acquaviteil cognac e perfino il mercurioe non soltanto i nasima le mani e i piedi ai disgraziati marinai che si avventurano fra quelle alte latitudini o spinti dall'avidità del guadagno o dall'amore per la scienza o dalla potente curiosità di sollevare il velo che si stende attorno a quel punto misterioso che si chiama polo; è là infine dove si vedono talvolta delle ombre giganti errare fra i nebbioni e le neviche appariscono animali immensi dalle forme strane e fantasmi enormi che passano a fianco delle navi e dinanzi agli occhi degli atterriti equipaggi; che si odono fra i fischi del vento boreale urlamuggiti orribiliscrosci spaventevoli che nessuno saprà mai da quali creature sono emessima che le leggende dei popoli nordici attribuiscono ai maghi che circondano il punto misteriosoquel punto che costò la vita a tanti marinai di tutte le nazioni del mondo e che ora dormono il sonno eterno sotto i campi di ghiaccionel seno di quell'oceano spaventevole.

- Cospettaccio! - esclamò un giovane gabbiere. - Mi fate venire la pelle d'ocapapà Catrame! Che racconto lugubre!...

Il vecchio orso fece intendere un grugnito minaccioso e agitò nervosamente le braccia. Se il gabbiere fosse stato più vicinoavrebbe sentito quanto erano pesanti le sue mani.

- Asino! - brontolò il vecchio. - Se m'interrompi ancorat'insegnerò io a rispettare il tuo mastro. O che! sono diventato io il tuo buffone forse?... Ventre di balena! Se...

- Ohèpapà Catramebasta! - disse il capitano. - Questa sera pizzichi troppo. Ripiglia il filo; e voi... silenzioo vi faccio fare un bagno.

L'imprudente gabbiere si ritirò lestamente dietro all'albero cogli occhi bassi; ma l'irascibile mastro brontolò due buoni minuti prima di riprendere la sua disgraziata narrazione.

- Dovete sapere adunqueche avevo preso imbarco su di un brigantinoil quale aveva per scopo di esplorare non so quali isole dell'Oceano Articoonde rintracciare gli avanzi di due navi colà perdutesi assieme agli uomini che le montavano e ad un ammiraglio che le guidava verso il polo.

- Forse l'ammiraglio Franklin? - chiese il capitanoche era diventato assai attento.

- Mi pare che si chiamasse appunto così- rispose papà Catrame.

- Allora voi andavate in cerca dell'Erebo e del Terror o degli avanzi di queste navi.

- Sìsìle chiamavano appunto così- disse il mastrodopo alcuni istanti di riflessione. - Ma ciò non importatanto più che non abbiamo trovato né l'unané l'altrae che siamo tornati a casa mezzo morti dal freddotutti ammalati di scorbutocioè non tuttipoiché due o tre sono stati portati via dai fantasmi del polo.

Il capitano proruppe in un'allegra risata.

- Ridete! - esclamò papà Catrame colla più alta meraviglia. - Forse che voi non avete mai udito parlare di quei fantasmi giganteschi? Tutti i marinai che si sono avventurati fra quelle gelide e desolate regioni li hanno vedutie anche i marinai che non hanno mai messo piede al di là del circolo artico lo sannopoiché i popoli nordici ne parlano da secoli e secoli.

- Lo so- rispose il capitano ridendo sempre- anzi dirò che anch'io ho veduto dei mostri immensidei fantasmi spaventevoli e molte cose ancora.

- E non credete?

- Continua ora la tua narrazione; udiamo cosa dicono i marinai di quelle apparizioni paurose.

Mastro Catrame crollò il capo con una mossa che fece ridere tuttifacendo nel medesimo tempo un gesto di commiserazione per l'incredulità del suo capitanopoi riprese lentamente:

- Lasciato il porto di Liverpoolci dirigemmo verso il norde il vento fu così favorevole che ventidue giorni dopo ci trovavamo in un mare assai vastoche i geografi hanno voluto chiamare baia di Baffin. Guardate un po' se un mare si deve chiamare baia!... Eppure è cosìnon sarò certamente io che rimetterò le cose a posto.

- Ma lasciamo questa questione e tiriamo innanzi a gonfie vele. Non so dirvi con precisione dove la nostra nave si trovassequando una sera calò sul mare un nebbione così fitto che gli uomini di poppa non riuscivano a distinguere un oggetto qualunque posto un palmo al là del loro nasoe quelli di prua a discernere la scotta della trinchettinache purecome voi tutti sapeteviene a legarsi sulla murata prodiera.

- Fino allora l'equipaggio aveva affrontato i freddi e i ghiacci con molto coraggionulla di straordinario essendo accaduto durante quel primo mese di navigazione; ma quella sera una inquietudine generale regnò a bordoessendosi sparsa la voce che noi andavamo in cerca di due equipaggi morti in mezzo a quei deserti di neve. I vecchi marinaisia perché erano spaventati o perché volevano provare il coraggio dei giovanidiedero la stura alle lugubri leggende polarinarrazioni paurose che facevano venire altro che la pelle d'ocacome disse poco fa il gabbiere. Nani e giganti venivano a galla a centinaiainsieme coi mostri orrendi che abitano gli abissi borealigenî del mare cattivi e buonidalle lunghe barbe e coperti di pelli dal lungo vello; poi i marinai morti in quelle regioniche vagavano fra i nebbionie chi più ne sapiù ne metta.

- Comunque siaal calar di quel nebbioneun certo terrore si manifestò fra l'equipaggio poiché le antiche leggende nordiche dicono che è allora appunto che appariscono i maghii naufraghi e i mostri. Io peròche ero un po' incredulomi tenevo tranquillo e altro non cercavo che di riscaldarmi con dei buoni bicchieri di brandy e di ginliquori che abbondavano a bordo del veliero americano. La nebbia intanto continuava a calare sempre più densasempre più pesantecome se volesse schiacciarcie in mezzo a quell'oscura atmosfera si udiva il vento fischiare e ululare sopra le nostre testefra gli alberii pennoni e i cordami; sul gelido mare echeggiavano di tratto in tratto dei sordi fragorie delle larghe ondate venivano a rompersi con lunghi muggiti contro i fianchi della nostra nave.

- Io credo che fossero ghiacci che si capovolgevano; ma i marinaiil cui spavento cresceva di minuto in minutosussurravano che erano i morti delle due navi naufragate o i maghi del polo o i re marini.

- Vi confesso che nel vedere quel nebbione diventare sempre più fosconell'udire continuamente quei fragori e quegli ululaticominciavo anch'io a provare qualche cosa di più dell'inquietudine e che certi momenti sentivo il cuore diventarmi piccolo piccolo.

Poco dopo la mezzanotteecco apparire improvvisamenteattraverso quel freddo e pesantissimo nebbionecome una luce sanguigna che balenava or qua e or làdiventando talora intensa e talvolta diminuendo bruscamentecome se fosse lì per spegnersi. Cosa era? Io non ve lo saprei direquantunque il nostro capitano ci assicurasse che doveva essere un'aurora boreale che appariva al di là del nebbione. Io però stento anche ora a crederlopoichéqualunque cosa dicano i signori scienziatinon ho mai veduto un'aurora di quella speciela quale si muoveva come se avesse indosso la tarantola.

- Ah! papà Catrame! - esclamò il capitano.

- Aspettatesignore- rispose il mastro serio serio. - Quantunque quella luce color del sangue facesse su tutti noi un certo effettonon ci spaventammo troppoessendo sempre assai lontanao almeno pareva che lo fosse. Ma il brutto venne dopo.

Mi ero recato a poppa per accendere la mia pipaquando udii un grande chiasso alzarsi a pruacioè chiasso precisamente noperché erano grida di terrore.

- "Capitano! capitano!" - gridavano gli uni.

- "Si salvi chi può!" - vociavano gli altri.

- "I leoni!... gli elefanti!... i mostri del mare!..."

- Corsi verso prua e vidi uno spettacolo che mai non scorderòdovessi vivere per tutta l'eternità.

- Su di una costa dirupatache la luce misteriosa tingeva pure di rossovidi avanzarsi verso il mare un mostro enormealto almeno dieci metricon una coda immensala cui estremità spazzava la nevee una bocca così vasta da mangiare due uomini in un sol boccone. Dietro a quello ne vidi parecchi altritutti enormemente grandigaloppare con balzi giganteschi verso di noi e schierarsi sulla spiaggia. Li contai: erano tredicinotate benetredici!

- Eravamo tutti istupiditi dallo spaventopallidi come cadavericoi capelli irti e gli occhi sbarrati e senza voce. Che specie di mostri erano quelli? Erano forse i giganteschi animali che si ritrovano in quasi tutte le leggende dei popoli nordicioppure d'altra specie e più voraci? Io so che al polo o nelle terre che lo circondano vivono orsi bianchilupivolpibuoi muschiati; ma ignoravo che vi fossero altri animalie di quella grandezza poi!...

Il mastro guardò il capitano per vedere quale viso facessee noi pure lo guardammo: egli rideva tranquillamente!

- Non mi credete? - chiese il vecchio mastrolasciando andare un poderoso pugno sull'orlo del barile. - Non ero ubriaco io!...

- Ti credopapà Catramee sono anzi certo che tu hai veduto coi tuoi propri occhi quei mostri: ma continua e lascia che io rida a mio comodo.

- Ventre di foca!...

- Non irritartiorsaccio; tira innanzi.

- Quegli animalacci si fermarono alcuni minuti sulla spondaguardandoci e agitando le loro smisurate codecome se si sentissero spinti dal desiderio di gettarsi contro la nave e divorarci tutticosa poco difficile davvero per quelle bocche immani; poinon so se avessero preso paura di qualche nuovo animale più potente o d'altrofecero un dietro fronte e scomparvero con fantastica rapidità in mezzo alla sanguigna atmosfera.

- Non saprei dire quanto tempo rimanemmo senza essere capaci di pronunciare una sola parolatanto era lo spavento che ci aveva invasi. Supplicammo il capitano di allontanarsi da quella costatemendo un improvviso ritorno di quei mostriassicurandolo che dovevano averceli mandati i maghi che vegliano attorno al polo; ma egli si strinse nelle spalle e minacciò di metterci ai ferri se parlavamo ancora di simili corbellerie!... Corbelleriele chiamava lui!... Ventre di foca!... Se quegli animali avessero posto piede sul pontechi sa che pasto avrebbero fatto di noi tutti. Giàsi sagl'increduli ci sono sempre statie quelli lì non prestano fede alle leggende del mare.

- Ma i maghi del polo non dovevano tardare a dare una smentita a quel signor capitanodimostrando a fatti la loro esistenza e l'immane loro possa.

- Infatti una mezz'ora più tardiin mezzo a quella luce che balzava ad ogni istante dal Nord-Ovest al Nord-Estcon delle vibrazioni stranecome se dietro di essa soffiasse un vento impetuosoecco apparire improvvisamente due barche immenselunghe almeno cinquanta metrimontate da due giganti alti più di trenta bracciai quali tenevano in pugno due smisurati remi a doppia pala. Avevano le membra coperte da lunghi peliun cappuccio villoso avvolgeva la loro testa e sul dinanzi di quelle barche colossali si ergeva una specie di rampone da balenieri; ma che rampone!... Scommetterei che misurava almeno quaranta metri e che la sola punta pesava un mezzo quintale.

- Si avvicinarono alla nostra naveche era immobile in mezzo al fitto nebbionepoi si arrestarono a cinque o seicento metri. Si scambiarono dei cenniadditandosi il nostro legnoindi tracciarono nell'aria dei segni misteriosie ci gridarono per tre voltecon una voce che pareva il ringhio d'un animale irritato: Tombok! tombok! tombok!...

- Io non so che cosa significassero quelle parolee nessuno mai lo seppe; ma certo era un ordine perentorio di tornare indietrose non volevamo seguire sotto i ghiacci eterni dell'oceano polare i disgraziati equipaggi delle due navi comandate dall'ammiraglio inglese.

- Vedendo che la nave non si muoveva e cheallibiti dallo spavento come eravamonon pronunciavamo parolaalzarono simultaneamente i loro immensi ramponi e diressero le acute punte contro di noi. Guai se li avessero lanciati! Io sono persuaso che avrebbero passato da parte a parte i fianchi corazzati del veliero colla massima facilità.

- Fu quello un terribile momento per tutti noi; eravamo come inchiodati sul ponte eper quanti sforzi facessimo per fuggireuna mano misteriosa ci tratteneva làai nostri posti; volevamo gridarema le nostre lingue pareva che fossero ingommate al palato e non emettevano che dei suoni inarticolati.

- Il capitanoche era il solo che non provasse quella strana emozione e quella specie di paralisi che aveva colpito le nostre membra e la nostra linguavedendo le minacciose mosse dei due gigantitrasse una pistola e fece fuoco.

- Allora accadde un fenomeno curioso e insieme spaventevole. Il colpo di pistola parve ai nostri orecchi che fosse forte come lo scoppio d'un cannone; i due giganti girarono le barche e scomparvero non so dovepoiché più non si videro; la luce sanguigna si spense di colpo e la nebbia ci avvolse più strettamente come se volesse schiacciare la nave o gravitare tanto su di essa da affondarla. Poi in mezzo a quella gelida tenebrìa udimmo scricchiolii acutitonficozzi violenti e fragori sinistri che parevano prodotti da montagne di ghiaccio spaccantisi e capovolgentisie il vascello fu sollevato e scosso furiosamente da muggenti ondatele cui creste spumeggianti rimbalzavano sopra le murate con mille urli.

- Ricorderò sempre quella notte passata fra i ghiacci del poloin quella regione dei fantasmi e dei mostri; notte fatalepoiché parecchi dei nostri marinai perdettero la vita pochi giorni appresso. Infatti dopo quell'avvertimento il nostro veliero fu preso dai ghiaccistritolato dalle pressioni che senza dubbio venivano dalle magiche arti di quei due giganti e dei loro tredici animali. Andò a picco durante una notte tempestosafra la nebbia e la neve che calavano furiosamente su quelle terre desolate e su quei gelidi marie parecchi miei camerati lo seguirono in fondo agli abissi.

- Io sono qui a raccontare quel viaggio disastrosopoiché ebbi la fortuna di venire raccolto l'anno seguente da un baleniere danese sulle sponde del canale di Lancaster; ma quei disgraziati dormono a fianco degli equipaggi dell'infelice ammiragliocoperti dagli eterni ghiacci dell'oceano polaredimenticati da tutti. Il mare muggirà sulle loro testel'aurora boreale illuminerà la loro umida tomba; ma nessuna creatura vivente mai forse si spingerà fino a quelle alte latitudiniper recare un fiore o spargere una lagrima sulle vittime dei fantasmi polari.

Papà Catrame alzò il capo eguardando fisso fisso il capitanodisse:

- Ridete oravoi che a nulla credete!

- Sui disgraziati che il mare travolse nei suoi abissi noma sui tuoi mostri e sui tuoi giganti lasciapapà Catrameche rida.

- Non credete voi dunque alla leggende nordiche?

- No.

- E avete veduto anche voi dei mostri e dei giganti nelle regioni polari?

- Sìpapà Catrame. Dimmi: sai cos'è il miraggio?

- Sìmi avete detto che fa vedere navi capovoltecittà rovesciateisole che non esistono e...

- Sai come si chiama il miraggio polare?

- Miraggio al polo!... Eh! viavoi scherzate!

- Si chiama rifrazionee questo fenomeno è più frequente nei climi freddi che in quelli caldie ti fa apparire una volpe cinquanta volte più grandeun battello lungo come una corazzataun uomo alto come lo spettro di Brokken nella Foresta Neraeccetera. La luce sanguigna era l'aurora borealei tredici mostri erano lupi o volpii due giganti due poveri esquimesi montati sui loro kayaked essia loro voltaingannati dalla rifrazione avevano preso il vostro vascello per una balena immensa o per qualche cosa di simile. Ah! papà Catrame! A quante cose credevano i nostri vecchi marinai!...

Il mastro non rispose. Fece un gesto di commiserazionescosse più volte il capoborbottò fra sé non so che cosa e se ne andò senza augurarci la buona notte. Se la paura di passare dritto ai ferri non l'avesse trattenutosono certo che avrebbe dato del pazzo all'incredulo capitano.



I fuochi misteriosi

Il giorno seguente l'oceano fu agitatissimoessendosi levato un vento assai caldoche veniva dai deserti della costa arabala quale non distava che poche decine di leghe.

Due voltedurante la giornatafummo costretti a prendere terzaruoli sulle vele basseonde diminuire la superficie della telae ad imbrogliare i pappafichi e i contropappafichi.

Verso il tramonto peròil vento diminuì sensibilmenteed anche il mare si calmò un pocosicché papà Catrameche senza dubbio aveva molto calcolato su quel cambiamento di temposperando di evitare la sesta novelladi buona o cattiva voglia fu costretto a prendere posto sul barile. Ma quel vecchio orso prima di sciogliere la lingua brontolò assaiperdette un buon quarto d'ora nel caricare la pipa e si soffiò il naso almeno dodici volte e con un tal fracasso da assordarci.

Quando però si fu sfogato a modo suomettendo a dura prova la pazienza dell'uditoriosi decise ad aprire la bocca.

- Narrano le leggende... - incominciò.

- Basta di leggende! - esclamò il capitano. - Auff! non la finirai più adunque con quelle vecchie storie?

- Non vi garbano?

- Ne ho le tasche pienepapà Catrame.

Il mastro si mise a sogghignarema in certo modo da far rabbrividire tutto l'equipaggio.

- Ah! - esclamò eglilisciandosi il mento e tirandosi la bianca barba. - Non vogliono udire le antiche leggende? Benissimo... Allora cambieremo rotta e correremo prima un paio di bordate.

Ci guardò poi uno per unocome volesse prima assicurarsi che c'eravamo tuttiindi ci chiese:

Avete mai veduto voidurante certe nottibrillare dei fuochi sul mare?...

- Abbiamo veduto il fuoco di sant'Elmo scintillare sulla cima degli alberi- rispondemmo.

Papà Catrame si strinse nelle spallementre un sorriso beffardo gli spuntava sulle sottili labbra.

- Sant'Elmo e i suoi fuochi non hanno a che fare colla mia domanda. Vi ho chiesto se avete veduto dei fuochi apparire in mezzo alle onde.

- Mi pare di averne veduto uno su di una spiaggia deserta- disse un timoniere.

- Tu sei un asino; chiudi la bocca e non aprirla se non ti do il permesso. Si dice...

Si fermò per vedere quale faccia avesse il capitanomavedendolo tutto attentocontinuò:

- Si dice adunquee non solo da poco tempoma da molti secoliche su certi mari di quando in quando apparisconoe specialmente di nottedei fuochi che pare salgano dalla profondità degli oceani e che mandano una luce intensa. Cosa sianoio non ve lo saprei dire; ma si diedero molte spiegazioni più o meno stravagantipiù o meno verepiù o meno paurose. Alcuni dicono che si formano per una combinazione di gassviluppatisi da qualche grosso cetaceo galleggiante a fior d'acqua; altri che sono accesi da feroci predatori entro gusciper attirare le navi contro qualche vicina scogliera e quindi impadronirsi degli avanzi; altri ancora affermano che provengono da vulcani sottomarini; ma i più ritengono che siano segnali misteriosi che fanno i naufraghi del mare per attirare le navi in qualche grave pericolo ed avere nuovi compagni in fondo agli abissi marinio per salvarle. Credete ora a quella versione che meglio vi piace; a me poco calegiacché so che non credereste a ciò che io voglio dire in proposito.

- Per Giove! - esclamò il capitano. - Ci vuol poco a indovinare che tu credi alle fiamme dei naufraghi!

- Sìdi quelli morti malamente- proruppe il mastro con profonda convinzione. - Ma lasciamo là; io credomentre voi non credete affatto; ebbenenon se ne parli più e tiriamo innanzioprima che finisca la mia penanon mi rimarrà un pezzo di lingua.

- La storia che sto per raccontarvi si è svolta appunto nei mari della grande penisola indiana.

- Montavo in quel tempo un vascello olandesepoiché io ebbi sempre la mania di cambiare sovente naveonde percorrere l'orbe terracqueo in tutti i sensi e apprendere le manovre che sono in uso presso i marinai delle altre nazioni.

- Portava un nome così barbaro che non me lo ricordo piùper quanto abbia messo a prova il mio cervellaccio; ma questa dimenticanza non influiscené diminuisce l'interesse della mia novella. Vi dirò però che quella nave non godeva la fiducia di nessunoe che era destinata a finir male.

- Infattiquando venne varatatre marinai erano rimasti uccisie voi sapete che una nave battezzata col sangueanziché collo champagnenon porta fortuna; più tardi un piroscafo americano le aveva dato una tale speronata sotto l'anca di babordoda mandarla a picco in tredici minutiproprio dinanzi al porto di Rotterdame voi non ignorate che una nave rimessa a galla non è mai sicurapoiché si dice che abbia una forte tendenza a ritornare in fondo al mare.

- Saranno ubbie di vecchi marinai superstiziosima io vi dico che quella nave camminava molto male; che quando la si caricava affondava più di tutte le altre; che quando veniva colta da una tempestatendeva sempre a precipitare negli avvallamenti delle ondecome se avesse una voglia matta di tornar a riposare in fondo all'oceanosenza occuparsi di quei poveri diavoli che la montavano. E poise aveste udito come gemeva! pareva che si lagnasse ad ogni colpo di mare; scricchiolava tuttai suoi puntelli si piegavano come stuzzicadentile sue costole cedevano e si udiva la chiglia torcersi con profondi brontolii. Vi assicuro che la spina dorsale di quella compatriota del vascello fantasma non era gran fatto solidae tutti noi che la montavamo provammo più volte delle forti paure.

- Aggiungete che a bordo correva una strana diceriache faceva impallidire tutti gli uomini dell'equipaggio ogni volta che tornava al loro pensiero. Si diceva che un vecchio marinaio che passava per un indovino di prima forza e che aveva assistito all'immersione della nostra nave dopo la speronata dell'americanoaveva fatto un brutto pronosticocioè aveva detto che sarebbe tornata ad affondare il giorno in cui avesse incontrato uno di quei fuochi misteriosi che sorgono dal fondo dell'oceano.

- Io sarò superstiziosoma ho sempre creduto che certe navi abbiano una tendenza spiccata a scendere negli strati oscuri del mare e non galleggino che a grande stento. La mia doveva essere una di quelletanto più che era stata disgraziata fino dal principio della sua discesa nelle onde.

- Ride qualcuno di voi?... Increduli!... Vi auguro di montare una nave eguale a quella olandesee vorrei essere presente il giorno in cui vi toccasse la disgrazia che colpi papà Catrame e i suoi compagni. Ora aprite gli orecchi e non fiatate più!

- Malgrado il funebre augurio del vecchio indovino e i grandi difetti della naveavevamo fatto parecchi viaggi senza che ci toccasse alcun che di grave. Però tutte le notti gli uomini di guardia aguzzavano gli sguarditemendo sempre di scorgere la fatal fiammae ogni volta che scorgevano un punto luminosola luce di un faro o il fanale di posizione di qualche navetrasalivano e correvano a svegliare i compagnitemendo che il nostro legno cominciasse a inabissarsi. Tanta era anzi la certezza di sentirselo mancare sotto i piediche alcuni asserivano d'averlo veduto abbassarsi di parecchi pollici nel momento che la suoneria di bordo batteva i dodici tocchiper poi risalire lentamente al primiero livelloappena i primi albori rischiaravano l'orizzonte.

- Era un vascello stregato? - chiesero alcuni marinaiche si sentivano accapponire la pelle a quel racconto pauroso.

- Che ne so io! - rispose papà Catrame. - Vi dirò che anch'io credetti una volta di sentire la nave abbassarsi lentamente e chequando rimontòla vidi tracciare attorno a se stessa un largo cerchio di spumaprecisamente come fanno le balene e i grandi mammiferi mariniallorché salgono alla superficie del mare per respirare...

Papà Catrame s'interruppe per lasciare che la curiosità impressionasse meglio l'uditoriosi bagnò il gorgozzule con un sorso di Ciprosi lisciò per la centesima volta il mento e la barba- aveva tale manìa quella sera- poi con un certo accento che fece correre più d'un brividoriprese il filo della narrazione.

- Avevamo lasciato il Madagascar con un carico d'avorio nero diretti a Calcutta... Ah! voi sbarrate gli occhi e mi guardate come tanti punti ammirativi?... Non sapete dunque cosa sia l'avorio nero? Ecco gli scienziati moderni!... Quell'avorio era composto di schiavi africani destinati alle piantagioni di indacoessendo allora la tratta permessasenza che gl'incrociatori delle nazioni europee si immischiasserocome fanno oggi in quel genere speciale di merci viventi. Erano certi pezzi d'uomini alti come i nostri granatiericon certi muscoli e certi pugni chese vi davano uno scapaccionevi mandavano da poppa a prua a baciare il bompresso.

- Quella disgraziata nave aveva preso il largo di mala voglia. Non so cosa avessema camminava più lentamente d'una lumaca; quando eravamo costretti a bordeggiaresi inchinava tanto da far temere che da un istante all'altro si rovesciasse ocome diciamo nois'ingavonasse; e quando le onde la scuotevanos'abbassava pesantemente negli avvallamenti e non voleva saperne di rimontare. Si sarebbe detto che aveva un'anima e che quell'anima aveva giurato di andar a riposare in fondo a quel mare da cui gli uomini l'avevano tratta. Se vi narrassi degli scricchiolii che emetteva e dei fragori che si udivano in fondo alla stiva ad ogni colpo di marevi farei rizzare i capelli.

- In certi momenti pareva che qualche mostro battesse sotto la chigliacome per avvertirla che era tempo di tornare sotto le onde. Ed infattispecialmente di nottesi udivano dei fragori inesplicabiliche sembravano prodotti da un immane martello. Eppure navigavamo in pieno oceano e la carena né toccavané urtava contro alcuna scoglierané sopra alcun banco.

- Eravamo giunti a circa cento leghe dalla foce del Gangeun fiume immenso che solca l'India e sulle cui sponde sorge Calcutta. Bene o malela nave si era spinta fino a quel puntoma non pareva disposta a tirare molto innanzipoiché camminava sempre più lentamente e gli scricchiolii erano diventati così insistenti e così acutiche c'impedivano perfino di dormire.

- Il capitanotemendo che da un istante all'altro il legno si disarticolasse in causa della cattiva sua costruzioneprocedette ad una visitama non riscontrò alcuna avaria; solo s'accorse che sotto l'anca di tribordoe cioè nel punto dove lo sperone del piroscafo americano l'aveva colpitapenetravano poche gocce d'acqua. I puntelli parevano solidii corbetti sempre uniti al fasciamei bagli a postole ruote di prua e di poppa salde e il paramezzale appariva drittociò che indicava come la chiglia non avesse ceduto d'un solo centimetromalgrado i numerosi viaggi che aveva fatto e le non poche tempeste superate.

- Calò la nottebuia come la culatta di un cannone o il fondo d'un barile di catramesenza luna e senza stelle. Il mare era diventato color dell'inchiostro: però in mezzo alle larghe ondate si scorgevano di tratto in tratto dei fugaci bagliori. Era un principio di quel fenomeno che chiamano fosforescenza marina e che è comune nei mari dei climi caldioppure li produceva qualche causa misteriosa? Non ve lo saprei dire.

- Anche il vento quella sera aveva nei suoi fischi un non so che di stranoche faceva su tutti noi una certa impressione.

- Le undici erano suonate da pochi minuti nella cabina del capitanoed io avevo montato il mio quarto di guardia da poco più di un'oraquando il timoniereche stava appoggiato alla ribolla del timonegiacché in quel tempo la ruota ancora non era in usomi disse:

- "Catrameascolta attentamente".

- Rabbrividiipaventando qualche cosa di sinistroe tesi gli orecchi.

- Udii distintamente tre forti colpi che venivano dalla carena del legno e che rintronavano nella stiva. Pareva proprio che qualcuno avesse vibrato tre potenti martellate contro la chigliaefossero i miei occhi o la paura o la realtàvidi la nave trabalzare tre volte e ricadere pesantementesollevando una grande onda circolare.

- "Che la nave abbia toccato?" - chiesi sottovoce.

- "È impossibile"- mi rispose il timoniere. - "Siamo ancora lontani dalle coste indiane eche io sappiail golfo del Bengala non ha bassifondi".

- "Che i negri vogliano spaventarci?"

- "Va' a vedere se dormono".

- Feci appello al mio coraggio e scesi nel frapponte.

- Gli schiavi stavano sdraiati uno addosso l'altro e dormivano profondamenteanzi russavano sonoramente come tante grancasse. Risalii in coperta più spaventato di prima e nel momento in cui montavo i due ultimi gradiniudii risuonare nelle profondità del legno altri tre colpi sordisimili a quelli di prima.

- La cosa cominciava ad impensierirmi: o il legno toccava su qualche bassofondoo stava per avverarsi la sinistra profezia del vecchio marinaio. Di lì non si poteva scappare.

- Riferii al timoniere quanto avevo veduto e udito. Lo vidi diventare pallido come un morto e farsi il segno della croce.

- "Vedi alcun fuoco apparire sul mare?" - mi chiese balbettando.

- Girai gli occhi in tutte le direzionima era buio; anche quei misteriosi bagliori che poco prima si scorgevano attorno alla naveerano scomparsi.

- Trascorse un'altra mezz'ora fra la più viva ansietà per tutti noied i misteriosi rumori non si ripeterono. Però la nave scricchiolava più di primae ai nostri orecchi giungeva una specie di gorgoglioche pareva prodotto da una fuga d'acqua. Non ci facemmo gran casocredendo che fossero le onde che s'infrangessero contro la prua.

- Ad un tratto ecco risuonare distintamente i tre colpi di prima; ma questa volta erano così potenti che tutti gli uomini di quarto li udirono.

- Non saprei descrivervi il terrore che s'impadronì di tutti noiin quel terribile momento. Se fosse apparso dinanzi alla prua della stregata nave un mostro spaventevolenon avremmo provato un'emozione così fortepoiché un certo coraggio tutti l'avevamo; ma quell'inesplicabile mistero ci faceva agghiacciare il sangue e rizzare i capelli.

- D'improvviso un grido immenso echeggiò a pruama un grido di terrore e di disperazione. Guardai: làsulla oscura linea dell'orizzonteuna grande fiamma d'una limpidezza ammirabileche spandeva sul mare circostante una viva lucebrillava. Era una fiamma perfettamente immobiletranquillapiù larga che lungama che nel mezzo formava tre punte acute.

- Eravamo perduti: la sinistra profezia del vecchio marinaio olandese si avverava!...

- Quasi nel medesimo tempo udimmo sorgere dal frapponte urla terribili. Gli schiavi sentivano per istinto che la loro ultima ora era suonatao scorgevano anch'essiattraverso alle pareti della navela misteriosa fiamma?

- Pazzi di terroreci eravamo aggruppati tutti a pruae guardavamo sempre quella luce. Una forza inesplicabile ci teneva come inchiodati sul pontee ci sentivamo affascinati da quel bagliore che rischiarava il lontano orizzontenell'egual modo dell'uccello che si sente affascinare dagli occhi del serpente.

- Una voce ci strappò da quella immobilità strana:

- "Si salvi chi può!... la nave affonda!..."

- Era stato il capitano a gettare quel grido d'allarme. Ci curvammo sui bordi e vedemmo che la nave affondava lentamente con un largo dondolìo. In un baleno calammo in acqua i canotti. Nel momento di entrarvi udimmo i poveri negri mandare grida strazianti. Essi pure si erano accorti che il vascello andava a picco.

- Seguito da alcuni coraggiosi compagniscesi nel frapponte e tentai di spezzare le catene che stringevano quei disgraziatima il tempo mancava.

- La nave oscillava fortementescricchiolava sinistramentefremeva tuttae giù nella cala si udivano i muggiti delle acque irrompenti nella stiva e l'urtarsi dei legnami galleggianti.

- Fuggii in coperta assieme a coloro che mi avevano seguito. Balzai nel canotto ormeggiato sotto la poppa e ci allontanammo colla massima celeritàonde non venire travolti e inghiottiti dal gorgo.

- La nave affondava lentamentema irresistibilmentecome se fosse attratta in fondo al mare da una forza misteriosa. Girava su di se stessa come si trovasse in mezzo di un vortice; dal frapponte si elevavano urla d'angoscia emesse dai poveri negrii quali vedevano montare l'acqua senza poterla evitare perché trattenuti dalle catene e si sentivano a poco a poco affogare; gli alberi oscillavano come se fossero lì lì per spezzarsi o cadere in coperta con tutta l'attrezzaturae dal fondo del legno provenivano di quando in quando dei colpi sordiprolungatiche si ripetevano nei nostri cuorimentre all'orizzonte brillava più limpida che mai la grande fiamma!...

- Ad un tratto una sorda detonazione rintronò nella profondità del vascello e il pontesotto la spinta dell'aria internacompressa dal montare continuo dell'acquasaltò in aria come sotto la spinta d'una polveriera che scoppia. Allora il legno affondò rapidamente: sparvero le sue muratei primi pennonipoi i secondii terzigli ultimie finalmente le punte degli alberetti.

- Per alcuni istanti udimmo risuonare sotto le acque le urla del nostro carico viventepoi un'ondauna specie di muraglia liquidasi distese muggendo sul mare e la nave stregata scese in fondo agli immensi e tenebrosi abissi del golfo del Bengala.

- Quasi subito la fiamma che brillava all'orizzonte si spensee ci trovammo avvolti nella più profonda oscurità.

- Guardai l'orologio: erano le tre del mattino meno sei minuti. Rabbrividii: proprio in quell'oradue anni primaquella nave era calata in mare sotto la speronata del piroscafo americano!...

- Due ore dopo le nostre scialuppe approdavano a Sangorla prima isola che s'incontra alla foce del Gange. Prima di sbarcare guardammo verso il Sud: il mare era deserto e ancora tenebroso e la fiamma non era più riapparsa. La profezia del vecchio olandese si era avverata!...

Mastro Catrame scosse il capo e parve immergersi in profondi pensieri. Un funebre silenzio seguì quella paurosa narrazione; eravamo tutti vivamente impressionati e i nostri occhi scorrevano il mare indianotemendo di scorgere ad ogni istante quella misteriosa fiamma. Anche il capitano taceva.

Mastro Catrame stette alcuni minuti raccoltopoialzando lentamente il capo e fissando il capitanogli chiese:

- Non ridete ora?

Guardammo l'interrogato: aveva il capo chino sul pettole braccia strettamente incrociatee pareva che facesse uno sforzo straordinario per sciogliere quell'enigma.

- Non ridete? - ripeté il vecchio.

Nemmeno questa volta il capitano rispose; egli pensava sempre.

Un sorriso di trionfo apparve sulle labbra di papà Catrame. Scese dal barilesi mise sotto il braccio la sua bottiglia semivuota e se n'andò senza guardarci.

Ma mentre scendeva la scala che metteva nella stivaudivamo risuonaread intervalliil suo riso beffardo.



Il vascello dei topi

Fosse la paura che a poco a poco aveva invaso il nostro equipaggiofosse perché navigavamo su quel mare sotto le cui onde riposava il vascello stregatoo il riso schernevole del vecchio mastro che risuonava ancora nei nostri orecchio il cambiamento operatosi nel nostro capitano di solito così scettico e che rideva ad ogni chiusa di quelle novelleo qualche altra cosaquella notte a bordo del nostro veliero regnò come una specie di terrore.

Gli uomini di guardia pareva che fossero diventati muti: guardavano ansiosamente l'oscura distesa d'acquatemendo sempre la comparsa di quella fiamma dalla luce limpida e tranquilla; trasalivano ogni volta che la navenel sormontare le larghe ondate dell'oceanovibrava e scricchiolavacredendo di udire i tre colpi misteriosie guardavano sovente i fianchipaventando di vederli a poco a poco discendere nei profondi abissi.

Due voltenel momento del cambiamento della guardiapapà Catrame mostrò il suo grigio capo a livello del boccaportofacendo udire quel suo riso beffardo che faceva rabbrividireperché pareva il riso d'un uomo che torna dall'altro mondo.

Durante il giorno però non si fece vivo ecosa insolitanemmeno il capitano lasciò la sua cabinané al mezzodì salì in coperta per rilevare il punto. Pensava egli alla novella del vecchio? Oppure era rimasto tanto profondamente impressionatoda temere l'incontro di quel funebre narratorelui che spiegava ogni fenomeno e che rideva sempre?

Aspettammo con viva curiosità la sera. Appena il sole apparve tuffarsi nelle onde dell'oceanopapà Catrame salì tranquillamente in coperta e andò a prendere il solito posto. Sorrideva ancorae i suoi occhietti grigi brillavano d'una fiamma maligna.

Quando l'equipaggio lo videsi ritirò da una parte come se fosse apparso uno spettro e si rifugiò a prua e a poppa. Quella sera egli poteva ritornare comodamente nella sua calapoiché nessuno sarebbe andato a udire la sua settima novella.

Egli non parve inquietarsi menomamente dell'assenza dei suoi uditori. Aspettò pazientemente un quarto d'orafumando un Manillapoi andò in cerca di una striscia di cartavi tracciò sopra qualche cosa ecome l'altra voltaappiccicò quello strano avviso sull'albero di trinchetto.

Per qualche po' nessuno osò appressarsicredendo di leggere chissà quale funebre titolo; ma a poco a poco la curiosità vinse tuttie ci avvicinammo. Un allegro scroscio di risa uscì da tutte le bocche.

- "Il vascello dei topi"!... - esclamarono.

- Cosa mai sarà?...

- Che i topi abbiano mangiato qualche spirito del mare?

- Che papà Catrame abbia perduto un pezzo di orecchio?

- Andiamo a udirlo!...

L'intero equipaggio accorse in massacircondando papà Catrame e il suo barile. In quel momento più nessuno pensava alla fiamma misteriosa e alla tetra profezia del vecchio olandese.

Il mastroquando ci vide sedutisi mise a rideremostrando i suoi lunghi denti.

- Ah! siete quiragazzacci! - esclamò. - Lo sapevo che il titolo vi avrebbe fatto accorrere.

- Ma basta colle storie funebri!... - esclamarono tutti.

- Silenzio! - tuonò papà Catrame. - Questa sera voglio farvi ridere.

- Viva papà Catrame!...

- Tappate lebocche! Non è permesso emettere di queste gridache possono venire interpretate come un segno di rivolta contro le autorità di bordo- disse il mastro fra il serio e il burlesco. - Ora vi narrerò come l'ex re dei selvaggi sia diventato un domatore di topi. Ma.... prima di tuttocredete voi all'istinto di quei piccoli roditori?

Stavamo per risponderequando dietro di noi udimmo una voce esclamare:

- Un momentopapà Catrame!...

Ci voltammo come un solo uomo e ci trovammo dinanzi il capitano che si era avvicinato senza che nessuno lo udisse. Il vecchio mastro a quella vista sussultòe la sua fronte si coprì di rughe grosse quanto un dito mignolo.

Cosa stava per succedere?

- Un momento- ripeté il capitano- poi continuerai la tua settima novella. Ritorniamo per un po' alla nave stregata e alla fiamma misteriosa.

Il viso di papà Catrame si fece oscuro.

Dimmivecchio mio- riprese il comandante: - a quale distanza dalla foce del Gange la nave olandese andò a picco?

- A sedici o diciotto nodi- rispose il mastro.

- E tu credi che quella fiamma avesse un'origine misteriosa! - esclamò il capitanoscoppiando in una risata. - Ignori tu dunque che gl'indiani affidano i cadaveri dei loro cari alla corrente del Gangeconvinti che il sacro fiume li conduca direttamente in Cieloe che quei cadaveri si accumulano dinanzi alle coste?

- Ebbene? - chiese il mastro con voce appena distinta.

- Ho spiegato l'enigma e anche questa volta smentirò la tua poco allegra leggenda. Il fuoco che voi avete veduto non aveva origini misteriosema proveniva dai gas sprigionatisi dalla massa dei cadaverigas che nei climi caldi molto facilmente si accendono. Forse anche tu hai osservato più volte questo fenomeno nei nostri cimiteridurante le calde sere d'estate.

- I colpi d'origine misteriosa che voi udivateerano prodotti dalle onde che battevano contro la chiglia e i fianchi del vascelloil quale forse era stato costruito con legnami eccessivamente sonorioppure le ondate si ripercuotevano nella stiva in causa della sua speciale costruzionecosa che non mi sorprendeavendo gli olandesi dei legni di forme diverse dai nostri.

- Infine il legno non andò a picco per magiche artiné per la profezia del vecchio olandesema in causa della falla dell'americanoriapertasinel momento in cui s'accendevano i gas sprigionatisi dai cadaveri che il Gange aveva spinto in mare. Ora dammi pure dell'incredulo; ma per me l'enigma è spiegato. Continua intanto la tua storiae ridiamo un po'!...

Papà Catrame pareva fulminato. Egli rimase parecchi minuti immobilecogli occhi fissi sul capitanopiù pallido di un mortopoi lanciò uno sguardo pauroso sul mareda levante ad occidentefinalmente scosse il capoborbottando a più riprese: - Increduli!... increduli!...

Incrociò le braccia sul petto e non parlò più.

Aspettammo: sembrava che egli avesse dimenticati i suoi topi. Pensava forse alla incredulità di certa gente? Io lo sospetto.

- Ebbenepapà Catrameti sei addormentato sulla tua fiamma o in mezzo ai tuoi topi? - chiese lo spietato comandante. - Sono dieci minuti che attendiamo il principio della settima novella.

Il vecchio mastro emise un sospirone che veniva proprio dal profondo del cuorefece un gesto di cui non riuscimmo ad afferrare il significatopoi cominciò la sua storia.

- A parecchi di voi sarà toccatoe non unama più voltedi imbarcarsi su vascelli popolati da legioni di topi; ma certo non vi sarà accaduto di vederne tanti quanti ne ho trovati io su di un vecchio legno norvegiano. Voi sapete che i topi che s'imbarcanofacendosi trasportare gratuitamente da un punto all'altro del nostro globo e vivendo alle spalle del cuciniere di bordoper lo più appartengono alla specie norvegianarazza immensamente prolificapiù robusta di quella comune e di una voracità veramente spaventevole.

- Quando prendono posto sul legnonessuno lo sa; ma un bel giornoquando meno lo sospettateli vedete comparire tra le fessure della stiva e due o tre mesi dopo ne vedete centopoi millepoi dei reggimenti interi.

- Io dunque mi ero ingaggiato a bordo d'un veliero norvegianoun legno vecchio quanto l'arca di Noètutto sdruscito per i lunghi viaggicolla chiglia gobba e che a prima vista s'indovinava dover essere una vera topaia. Essendo io rimasto a terra nel porto di Stavanger e avendo dato rapidamente fondo ai miei magri risparmipresi senza esitare imbarcocolla speranza di trovare posto su un vascello un po' più giovane e più solido in qualche porto più fortunato.

- Eccoci adunque in pieno mare con un carico di legnami destinato ai porti islandesi e un ventina di quintali di formaggi affidatici da non so quale negoziante danese. Bella fortuna doveva toccare a quel povero diavolo! Anche senza fare naufragioil carico sarebbe giunto a destinazione con una grande brecciave l'assicuro io. Ma non per conto nostroveh! Oibòeravamo galantuomini noi; non così però i passeggeri gratuiti che scorrazzavano la stivainfischiandosi di noi e delle nostre trappole.

- Non essendovi posto nella camera comune dell'equipaggioed amando io rimaner soloavevo steso la mia branda in una piccola cabinacioè in un bucodove non potevo stare in pieditanto era bassa. Mi ricordo che si trovava sotto la dispensa.

- Finito il mio quarto di guardia della mezzanottemi ritirai colla certezza di dormire come un ghiro. Ero tanto stanco che appena sdraiato chiusi gli occhirussando fortemente. Ma un concerto stranodi cui non riuscii a spiegare la causa sulle primemi svegliò ben presto. Erano gridaanzi stridacosì acute da trapassarmi i timpani degli orecchi.

- Mi alzo a sedereaccendo uno zolfanello e guardo. Corbezzoli!... Che spettacolo!... Il mio nido brulicava di topi d'ogni età e grandezzatopi vecchi coi denti lunghi e gialli e certi baffi grigi da fare invidia a un veterano della guardia napoleonicatopi adultitopi piccolimaschi e femmineche battagliavano ferocemente per disputarsi un buco che metteva nella dispensa.

- Venivano su dalla stiva a colonnea battaglionia reggimenticon un gridio assordanteaccalcandosi in quello stretto spazio e montandosi gli uni addosso agli altri.

- Io non ho mai avuto paura dei topi; ma vi assicuro che nel vedere quell'esercito che pareva non finisse piùmi sentii correre un non so che sotto la pelle.

- Mi levai le scarpe e le scagliai in mezzo all'orda. Credete che fuggissero? Mai più; anzitutt'altro! Quelle canaglie s'accorsero che nella branda vi era della carne fresca da rosicchiareed ecco i più vecchi e più audaci arrampicarsi su per le pareticorrere sul soffitto e piombarmi addosso.

- Non volli saperne di più. Diedi un calcio alla branda e fuggii in copertainseguito da sette od otto dei più voraci che tentavano di mordermi i polpacci.

Andai a lagnarmi cogli uomini di quartoma essi mi risero sul muso. Quei bravi norvegiani trovarono cosa naturalissima che un vecchio bastimento del loro paese pullulasse di quegli amabili compagni! Cosa importava loro se una brutta notte rosicchiavano l'orecchio a qualche uomo addormentatoo facevano dei formidabili vuoti nella dispensa del cuoco? Bah! erano ineziequelle!

- Se però la pensavano così quei flemmatici cameratipapà Catrame ci teneva assai ai suoi orecchie giurai di non tornare più in quel brutto covo di roditori.

- Malgrado il freddo acuto che si faceva sentiremi decisi di dormire in copertasotto una vela; malo credereste? nemmeno là ero al sicuro dalla voracità di quei mostri.

- Dal mio nascondiglio vedevo bande di roditori correre per la copertasaltellare fra le gambe degli uomini di quartoche non s'incomodavano punto a levare i talloni per schiacciarne qualcunosalire sugli alberiarrampicarsi sulle sartiee abbasso e in alto si udivano acute strida.

- Io sono certo chese noi tutti avessimo abbandonato quel legnoi topi non si sarebbero trovati imbarazzati a guidarlo. Ventre di foca!... Come sarebbe stato bello l'incontro d'un vascello con un equipaggio di rosicchianti!...

- Ma bando agli scherzi e tiriamo innanzi. L'audacia di quei mostri cresceva di giorno in giornoal punto di essere un vero pericolo non solo per mema per tutti. Avevano invaso le cabine di poppa e la camera comune dei marinairosicchiando i materassi e le copertecacciandosi nelle cassedove facevano una vera rovina di vestitipenetrando nella dispensa del cucinieree quivi divorando prosciuttiformaggisalamiquanto insomma vi era di buono.

- In capo a una settimana un marinaio aveva perduto mezzo orecchioun altro un pezzo di naso e i baffiun terzo un mezzo dito del piede destro; nella dispensa non si trovava più una briciola di salumeriaed io avevo perduto tre paia di scarpedivorate in una sola notte da sei topi grigigrossi come gattii quali fuggirono a tutte gambemandando delle allegre stridaquando apersi la mia cassa per constatare il danno.

- Dovetti sborsare tre lire e quarantadue centesimi ed un pacco di tabaccose volli procurarmene un altro paio: ma erano così immense che i miei piedi vi si perdevano; e si che ho certe basi da far concorrenza ad un elefante. Di fronte a simili disastri e a tanti orecchi rosicchiatiil flemmatico equipaggio cominciò a scuotersi e il capitanoche ci teneva un po' al suo nasoch'era il più lungo di tuttiordinò una battuta generalela quale costò al nemico la perdita di undici giovani reclute e di un vecchio generaletrovato dentro la dispensanel ventre di una scatola di tonno: il ghiotto ne aveva mangiato tanto da non essere più in grado di balzare fuori. Vedemmo poi che i formaggi di quel disgraziato negoziante danese erano scemati della metà e ridotti in uno stato taleche il capitano credette di metterli a disposizione dell'equipaggioil qualeve lo assicurogradì il dono col massimo piacereanzi gli fece tanto onore che due settimane dopo tutti quegli uomini parevano balbuzienti.

- Quella vittoria non soddisfece nessunotanto più che la notte stessa altri due uomini perdevano mezzo naso e scomparivano dodici paia di scarpe. Se la continuava di quel passo fra breve a bordo non doveva rimanere più un uomo col naso intatto eper colmo di disgrazianemmeno una scarpa! Eppure cominciava a fare un tal freddo da rendere pericolosa la mancanza degli stivalied i piedi gelavano... e come!...

- Dopo una penosa navigazione il nostro vecchio legno era giunto all'altezza delle Faeröergruppo d'isole che si trova a circa mezza via fra le coste settentrionali della Scozia e quelle meridionali dell'Islandaquando fummo assaliti da un orribile tempaccio che mise in subbuglio il mare e il cielo.

- Il nostro disgraziato legno rollava e beccheggiava disperatamentee i suoi fianchi rattoppati si curvavano sotto l'impeto crescente delle onde.

- Io cominciavo a vedermela un po' bruttaperché temevo che quella vecchia carcassa da un momento all'altro si spezzasse in due e la prua fuggisse lasciando lì la poppa. Mi rassicurai peròpensando che la nave era carica di legname e che le tavole di salvezzain caso disperatonon mancavano.

- Era calata la notte e il vento del Nord soffiava con estrema violenza sbrindellandoci le velequando vedemmo uscire dal boccaporto di maestra una massa nerastra che si stendeva pel ponte con rapidità straordinaria.

- Sorpresi e un po' spaventatici avvicinammo per vedere con quale specie di animali avevamo da fare. Immaginate quale fu il nostro terrore nello scorgere che da quell'apertura uscivano a migliaia e migliaia i topi della stiva. Volgemmo i talloni più presto che ve lo possiate immaginare e ci salvammo a prua e a poppaarmandoci di traversedi aspe e di manovelle per combattere quel nuovo pericoloche poteva essere più grave e più minaccioso dell'uragano.

- Quella strana emigrazione pareva che non finisse più. Il boccaporto vomitava come un vulcano in piena eruzione; uscivano topi d'ogni razza e grossezzacon mille stridae invadevano il ponte da una estremità all'altraarrampicandosi su per gli alberisu pei pennonisu per i cordami.

- In un quarto d'ora non vi era più uno spazio libero in copertaeccettuati il cassero e il castello di pruadove noi ci tenevamorespingendo furiosamente quelle orde divoratrici a colpi di spranga e di manovella.

- Pareva che non uscissero dalla navema dalle viscere della terra tanti e tanti erano. Io credo di essere al disotto del vero nello stimarne il numero a trecentomila. Mi capite! trecentomila topitutti affamati e che contavano di mangiarci vivi e ripulire le nostre ossa meglio d'un preparatore anatomico!

- Bella prospettiva avevamo dinanzi agli occhi! L'uragano infuriava sempremettendo sottosopra il mareil quale ci assaliva da tutte le partismanioso di sfondare la nostra arca di Noè; gli alberi minacciavano di piombarci sul capo assieme ai pennonie il ponte era coperto di topipronti a darci addosso e intaccare i nostri polpacci! In quel momento avrei dato la vecchia mia pelle per una pipata di tabacco.

- La nostra paura però fu di breve duratapoiché il temuto assalto dei famelici roditorialmeno pel momentonon si effettuò. Pareva anzi che fossero spaventati e che cercassero la nostra compagnia senza intenzioni ostili. Di essi quelli che erano riusciti ad arrampicarsi sul castello di pruadove io mi trovavoinvece di mordercisi nascondevano fra le nostre gambe e stavano quieti.

- Orache mai li aveva costretti a invadere la coperta del vascello? Io cominciai a diventare inquietosapendo che quello non era l'istinto delle detestate bestiacce. Certo qualche pericolo ci minacciava e i roditori lo sentivano: in caso diverso non avrebbero abbandonata la stiva dove potevano godere quasi completa sicurezza.

- Voi ridete!... Si vedrà fra poco se io avevo ragione o torto di pensarla così...

Papà Catrame si fermòlasciandoci ridere a nostro bell'agiosi stropicciò le mani con una certa contentezzaaccese un altro mozzicone di sigaropoi continuò:

- Benché la nostra nave non fosse governatae nessuno osasse scendere in copertadove i topi continuavano ad ammucchiarsibattagliando ferocementeteneva bene il mare e pareva che non corresse un immediato pericolo. Scricchiolava dalla ruota di prua a quella di poppadalla chiglia alla copertasi sollevava penosamente sulle ondema teneva fronte all'uragano colle malferme costole ed i molti suoi anni.

- Due ore dopoperòvedemmo irrompere dal boccaporto altri battaglioni di topiforse gli ultimii quali si rovesciarono confusamente addosso ai compagni. Erano i più giovani forse e meno espertiche avevano preferito saccheggiare ancora una volta la nostra disgraziata dispensa prima di abbandonare la stiva. Quasi contemporaneamente giunse ai nostri orecchi un sordo muggito che ci fece impallidirecome Macbeth dinanzi all'ombra di Banco.

- Ohèpapà Catrameche sfoggio d'erudizione! - esclamò il capitano. - Anche delle tragedie tiri in campoper abbellire i tuoi racconti!

- Credete forse che non conosca Macbeth? - disse il mastroun po' risentito. - Ho alzato per quindici sere il telone quando si recitava a bordo del Foxonde ingannare l'inverno fra i ghiacci della baia di Melville.

- Bella caricaperbacco!... - esclamò il comandanteridendo a crepapelle.

- Si fa quello che si può- rispose modestamente il mastro. - Ma lasciatemi finire la storia o questa notte non dormirà nessuno. Sono rimasto... Va bene: quando udimmo un muggito che ci fece impallidire.

- Dapprima non sapemmo a che cosa attribuirlo; ma ascoltando con profonda attenzioneci accorgemmo che proveniva da una fuga d'acqua. La vecchia nave aveva ceduto in qualche punto e beveva allegramenteriempiendosi come un otre.

- I topiquei furboniguidati dal loro meraviglioso istintoavevano previsto il disastro e si erano rifugiati per tempo in copertaonde non annegare.

- A bordo del povero legno non tardò a subentrare la paura e la confusione. Quei pacifici norvegiani cominciavano a perdere la testa e mi parevano tutti ubriachi o pazzi.

- Correvano da una parte all'altraaffollandosi presso le scialuppeonde essere pronti a imbarcarsi nel momento in cui la nave avesse dato l'ultimo addio alle stelle e al solee battagliavano ferocemente colla moltitudine dei topitentando di respingerli nella stivama senza però ottenere verun risultatopoiché i rosicchianti rispondevano con pari ferociamordendo spietatamente i talloni e i polpacci dei nemici.

- Io non mi davo grande pensieroessendo certo che il vascello non sarebbe affondato con tutto quel carico di legname che aveva in corpo e che le onde presto o tardi avrebbero spazzato via quei reggimenti di molesti roditori.

- Alle undici di sera il veliero era immerso fino alle murate e le onde balzavano furiosamente in copertaportando via i piccoli mostri a centinaia; ma ne restavano sempre. Alla mezzanotte caddero i due alberi trascinando con loro tutta l'attrezzatura; ed il vecchio legnoquantunque fosse quasi tutto sommersogalleggiava sempre.

- Verso le duevinto dal sonno e dalla stanchezzami cacciai dietro una bottemi copersi alla meglio con un velaccio emalgrado il pericolo che si faceva di momento in momento più grave e l'invasione dei topi che si rifugiavano sul cassero e sul castello di prua per non lasciarsi portare via dalle ondem'addormentai.

- Quanto dormii? Nol seppi maiperché quando riapersi gli occhi era ancora notte e l'equipaggio norvegiano era scomparso!... Senza dubbionel timore che il legno affondasse da un istante all'altroavevano messo in mare le imbarcazioni ed erano fuggiti senza prendersi la briga di cercarmi. Non mi spaventai troppoquantunque la mia situazione non fosse molto brillante. Checché succedesseero più contento di trovarmi a bordo della mia carcassa che sulle imbarcazionicon un tempaccio così orribile.

- Il mare era sempre cattivo e pareva che non dovesse calmarsi tanto presto; la naveimmersa fino alla linea della copertagalleggiava sempremeglio anzi di primae non vi era alcun pericolo finché non si spezzava; i topi si trovavano aggruppati a migliaia intorno a mema pel momento pareva che non avessero idee bellicose. E più tardi? Ecco quello che mi chiedevo con insistenzagiacché la fame non doveva tardare a spingere quei reggimenti contro le mie gambe.

- Mi decisi di non perdere tempoonde trovarmi pronto a lasciare il legno appena il mare me lo avesse permesso. Innalzai una preghiera a Diomi armai di una scure e in meno di un'ora costruii una piccola zatteracapace di sostenermie mi vi coricai soprain mezzo a una banda di topi d'ogni etàche forse avevano l'intenzione di tenermi poco allegra compagnia.

- Spuntò il giornoil mare non si calmò; cadde la notte e divenne più cattivoanzi tanto che certi momenti non sapevo più se la nave galleggiasse ancora o fosse andata a piccotante erano le onde che la coprivano.

- Come se questo non bastasseecco la fame spingere addosso a me i miei compagni di naufragio. Pareva che si fossero passati la parola d'ordinepoiché tutto d'un tratto li vidi serrare le file e scagliarsi contro le mie gambe con furore senza pari.

- Balzai in piedi brandendo la scure e mi posi a picchiare con rabbia estrema a destra e a sinistradinanzi e di dietrosaltando or sull'una e or sull'altra gamba per schiacciare quanti più potevo di quei maledetti. Ma la marea montava: ai battaglioni succedevano i battaglioniai reggimenti i reggimentie questi più affamati di quelli. Avevano giurato di spolparmi fino all'ultimo osso.

- Fortunatamente le onde si rovesciavano ad ogni istante sul povero legno e spazzavano via centinaia di assalitori; ma non bastava. Sentivo quei mostri corrermi su per le gambecacciarsi nella mia casaccabalzarmi sulle spalle e mordermi gli orecchi.

- Mi credetti perduto!...

- Proprio in quel momento Dio ebbe compassione della pelle di papà Catramepoiché un'onda gigantesca spazzò la prua della nave e mi portò via assieme alla zattera. Ebbi appena il tempo di aggrapparmi ai cordami che legavano le tavolee mi trovai in mezzo al mare.

- Per due giorni lottai fra la vita e la mortema finalmente l'uragano cessò e il mare divenne tranquillo. Dove ero? Io lo ignoravo. Se una nave tardava a venire in mio aiutonon so come sarebbe finitanon avendo meco nemmeno una briciola di pane. Mi sento fremere tutte le volte che penso a quel momento.

- Ma non avevate preso qualche pezzo di stoccafisso? - chiese un gabbiere.

- O una dozzina di biscotti? - chiese un altro.

- No. In una tasca però trovai un topo dal pelame quasi biancotanto era vecchiocon due baffi più lunghi di quelli del capitano Baffoneche forse voi tutti avrete conosciuto o almeno udito nominare; in un'altra un simpatico di lui figliocon due occhietti intelligenti; nella terza una femmina con due poppanti topolini! Nonnopadremadre e figli! una famiglia intera che contava di spassarsela nel fondo delle mie saccocce.

- Un altro li avrebbe afferrati per la coda e gettati in marema io no; li presi delicatamente per gli orecchi e li deposi sulla mia zattera. Non si sa mai! Nella condizione in cui mi trovavocogli intestini che brontolavano per la famequella famigliola poteva servirmi a qualche cosa. Che diamine! Non sono mai stato uno schizzinosoio!

- Eppureguardate che originale è papà Catrame! Dopo quattro ore mi ero tanto affezionato ai miei compagni di sventurache ci avrei pensato quattordici volte prima di immolarli al mio ventricolo. Prendevo gusto a vederli saltellare per la piccola zattera ed arrampicarsi su per le mie gambeemettendo strilli di contentezza. Perfino il vecchio nonnoche dapprima si era dimostrato molto diffidente a mio riguardosi degnava di venire ad accoccolarsi sulle mie scarpeper rosicchiare le suole.

- La famiglia non era però completa. Frugando nelle mie tasche trovai un altro giovane rampolloun topolino grosso come una nocciolache si era nascosto nella mia pipa. Mi accorsi della sua presenza quando stavo per accenderla e poco mancò che il disgraziato piccino rimanesse abbruciato.

- Ecco adunque attorno a me il vecchio Catramoneil signore e la signora Catramei giovani Catramino e Catrametto e il microscopico mastro Pipa; e se aveste veduto come accorrevano quando li chiamavo per nome!

- Disgraziatamente la mia situazione si complicava. La zattera non andava né innanziné indietro; nessuna terra appariva in vistanon avevo un tozzo di pane e la fame cresceva sempreed io continuavo a stringere la cintola. I miei occhi si posavano semprecon ardente bramosiasulla mia famigliolae i miei denti pregustavano quelle tenere carni (il vecchio l'avrei serbato per ultimoperché doveva essere duro e coriaceo)e avevo già deciso di sacrificarliquando finalmente comparve una nave danese in rotta per la Scozia.

- Fummo tutti salvie potemmo divorare una copiosa razione nella dispensa del cuciniere. Credo di aver mangiato cinque zuppe colla cipolla senza fermarmi e non so quanti piatti di carne.

- Quando sbarcai a Liverpooli miei sorci erano meglio ammaestrati dei cani e mi dimostravano un'affezione immensa. Non seppi però resistere alle dieci ghinee offertemi da un eccentrico inglese e li cedetti; vi giuro però che in vita mia non provai un dispiacere eguale come nel momento in cui mi separai dai miei antichi compagni di sventura. Non sono sicuroma credo di essermi sentito inumidire gli occhiio che non ho mai pianto!

Un clamoroso scroscio di risa accolse la fine della settima storia; perfino il capitano ridevaspecialmente nel mirare il viso contristato di papà Catrame.

- E i norvegiani? - chiedemmo.

- Dio deve averli punitipoiché non udii più mai parlare di loro. Io credo che siano tutti annegati.

Papà Catrame si alzòsgusciò fra l'uditorio e si allontanò dicendo:

- A domani serase non mi coglie qualche malanno.

E sparve nella stiva.



Le sirene

Alle otto precise papà Catrame era al suo postopronto a raccontarci l'ottava storia.

Guardammo il suo volto incartapecoritoper indovinare se fosse di buono o cattivo umorepoiché da questo si poteva argomentare se la novella era allegra o triste. Le nostre investigazioni riuscirono però vanepoiché il suo volto nulla diceva. Solo notammo che pareva un po' nervoso: egli non faceva altro che levare di bocca la vecchia pipa e cacciarvi dentro il suo pollicequantunque essa tirasse meglio del solito.

Era imbarazzato a trovare l'argomento? o il suo cervellaccio tardava a risvegliarsi? Io credo che fosse una cosa e l'altra; infatti rimase silenzioso più di un quarto d'oracontinuando a frugare e rifrugare nella pipa. Alla finequand'ebbe tracannato un paio di bicchierila sua me moria si svegliò come per incanto.

- Credo e non credo- cominciò egli.

- Oh!... oh!... - esclamò il capitano. - Papà Catrame a poco a poco diventa incredulo.

- No- rispose il mastro gravemente. - Ma su ciò che sono per narrarvi conservo dei dubbinon avendo potuto constatare la cosa con piena sicurezza.

- L'argomento deve essere importante- esclamò il capitano. - Si tratta di qualche mostro di nuova specie?

- D'un mostro precisamente non si tratta- rispose il marinaio con serietà; - si tratterebbe anzi d'una vaga donna.

Un "oh!" di sorpresa uscì da tutte le bocchee vi era di che. Come mai mastro Catramequell'orsaccioche quando vedeva una donna fuggiva come se avesse dinanzi il diavolosi occupava del gentil sesso?

- Ventre di balena! - esclamò il capitano. - Questa volta papà Catrame vuole morire.

- Fuori la novella! - gridarono tutti.

- Il titolo!... Il titolo! - tuonò una voce.

- Il titolo? - disse il mastro. - Eccolo: le sirene!...

Un clamoroso scoppio di risa tenne dietro a quell'annuncio; rideva il capitano fino a slogarsi le mascelleridevano i marinaie si tenevano i fianchi perfino i mozzi.

- Ah! papà Catrame! - esclamò il capitano. - Tu credi ancora a simili frottole?... Eh via!... perbacco!... Sii un po' più serio.

- Papà Catrame le sballa grosse come una corazzata! - gridarono tutti.

- Adagioragazzi- disse il mastroche faceva fronte colla maggior calma a quello scoppio d'ilarità. - Ho detto fin da principio che credo e non credo; ma qualche cosa di vero ci deve essere. Oh! perbacco! sono secoli e secoli che i marinai parlano delle sirene. A quale scopo avrebbero inventato simili frottole? Qualche cosa di verolo ripetoci deve esserequantunque non abbia ancora potuto verificare esattamente quanto ce ne sia.

- Voi ridete pure; ma se continua la celiapianto su due piedi l'uditorio e vado a passare la mia notte nella cella dei prigionieri. Avete capito? Ventre di foca! è un po' troppo!... Corpo d'una spingarda! basta cosìo...

- Silenzio! - tuonò il capitano- o il vecchio Catrame scoppia come una caldaia a trenta atmosfere.

Con uno sforzo prodigioso frenammo la nostra ilarità e il silenzio più profondo regnò attorno al mastro.

- Ritorno al Caronte- riprese Catrame- a quel brutto vascello che si diceva fosse popolato di fantasmi e di folletti e il cui comandante fece la fine miseranda che voi tutti conoscete. Però la storia che sto per narrarvi non è tanto lugubre come sembrerebbe a prima vista.

- Quando il caso che ora apprenderete accaddela fregata si chiamava ancora Santa Barbara; la comandava un altro capitano e nella stiva non si udivano né gemiti né cigolii di catene.

- Con me si era imbarcato un giovane ufficialei cui modi un po' bizzarri mi avevano subito colpito. A quale nazione appartenesse non riuscii mai a saperlo; ma non doveva essere italianopoiché masticava orribilmente la nostra dolce lingua; pareva anzi che venisse da un paese molto lontano: era bruno come un meticcio dell'Americaaveva maniere straneun temperamento concentratoe mangiava cibi affatto diversi dai nostri. Doveva essere di buona famiglia e di casta molto elevataperché notai che il capitano lo trattava quasi da eguale e aveva per lui molti riguardi.

- Non so il perchéfino dal primo momento che mi vide mi dimostrò una certa simpatia. Fosse la mia barba imponenteo fossero i miei modi franchi- modestia a parte- o perché ero un buon compagno quando si trattava di vedere il fondo di qualche bottigliaegli mi chiamava sovente nella sua cabinami mesceva da bere; ed io ogni sera tornavo alla mia branda colle gambe malferme e la testa pesante; sovente anche quell'uomo strano chiacchierava con mementre cogli altri non apriva mai bocca.

- Avevamo lasciato la città del Capo di Buona Speranza diretti in Australianon ricordo bene se a Melbourne o a Brisbane: un viaggetto di almeno tre mesise il vento ci fosse stato sempre propizio: altrimenti la traversata si sarebbe prolungata ancora di più. Il mio ufficialettodi passo in passo che ci allontanavamo da terrainvece di diventare più allegrocome fa il vero marinaiointristiva sempre più.

- Lo sorprendevo talora colla testa stretta fra le manila fronte annuvolatale labbra strette e una faccia da uomo più ammalato che sano. Talvolta lo udivo sospirare profondamenteborbottare non so quali parole in una lingua sconosciutae in quei giorni non barattava con me due sillabeanzi mi trattava molto ruvidamente.

- Invano mi rompevo il capo per indovinare il motivo di quella crescente tristezza. Se avessi avuto i galloni d'orol'avrei interrogato; ma nella mia condizione non era permessoe poi veh!mastro Catrame è un uomo che sa stare al suo postoosservando le distanze.

- Un giornomentre entravo nella cabina per portare al mio ufficialetto non so quale ordinelo sorpresi cogli occhi bagnati di lagrime... Rimasi di stucco eve lo confessoscandolezzato. Che diamine! Un marinaioanzi un ufficiale che piange! Poffare! Il motivo doveva essere molto grave per lasciar cadere quell'acqua dolce.

- Appena mi videsi terse quasi con rabbia quei lucciconivergognoso di essersi lasciato sorprendere da me; ma poiquasi fosse vinto da un nuovo doloresi lasciò cadere su di una sedianascondendosi il viso fra le mani.

- Ve lo figurate come mi trovai io in quel momentodinanzi al mio ufficialetto. Volevo fuggirema avevo timore che si offendesse; volevo rimanerema temevo che mi mettesse alla porta; ero insomma sui tizzoni ardenti e non so che cosa avrei fatto per diventare tanto piccolo da potermi nascondere sotto il tavolo.

- Invece il mio ufficialetto non si offesené si sdegnò. Mi fece cenno di chiudere la portapoipiantandomi in viso due occhi che facevano paurami chiese a bruciapelo:

- "Catramehai avuto delle affezioni nella tua gioventù?..."

- Lo guardai trasognato. Perché chiedeva a me simili cosea me che non mi sono occupato d'altro che di àncoredi veledi pennoni?... E poie poi... Lasciamo correre...

- Alto làpapà Catrame- disse il capitano. - Tu ci nascondi qualche particolare e non dici tutta intera la verità. Quel "lasciamo correre" mi fa sospettare qualche... Eh! m'intendo io!

- Che? - chiese il vecchio con una certa inquietudine che non sfuggì a nessuno di noi.

- Tu pureun tempohai corso la cavallina...

- Io!... - esclamò il mastrola cui faccia si oscurò. - Io!...

Trinciò l'aria due o tre volte colla destra e colla sinistracome se volesse scacciare qualche cosapoi riprese con voce aspra:

- Lasciatemi finire...o io me ne vado nella cabina coi ferri alle mani e anche ai piedise volete mettermeli.

- Lasciamo correre adunque e vediamo cos'ha da fare quell'ufficiale piagnucolone colle sirene- disse il capitano.

- Dunque- riprese il mastro- sono rimasto quando l'ufficiale mi rivolse a bruciapelo quella stravagante domanda.

- Rimasi imbarazzatotanto ero lontano dall'attendermi una simile interrogazionee non riuscii che a borbottare tre o quattro paroleche certo egli non compresepoiché nemmeno io sapevo quello che dicessi.

- Avesse capito un noo un sìl'ufficiale continuòcoll'aria di un uomo che non ha tutto il cervello solidamente incastrato nella zucca:

- "Dimmi tu se io posso essere felice nel trovarmi così lontano da lei! E forse non la rivedrò più maiforse morrà per mee anch'iolo sentofinirò presto questa esistenza tormentosa".

- Io non sapevo cosa rispondere; giravo e rigiravo le dita nel mio berretto e non vedevo il momento di darmela a gambe. Non m'intendevo io di simili cose... E poi... come mai gli era saltato in capo di prendermi per suo confidente?

- Continuò così a parlare un bel pezzo della sua donnasenza che io comprendessi gran cheavendo in quel momento nel cervello altro da pensare e indosso una certa vergogna che non saprei spiegarvi. Quando il cielo vollemi lasciò liberoe vi potete immaginare con quanta lestezza sgattaiolai sul ponte.

- Per quindici giorni non misi più piede nella sua cabina per paura che mi facesse qualche altra simile domanda o che mi riparlasse della sua infelicità e della sua donna. Egli d'altronde non mi mandò più a chiamare e non comparve che rade volte sul ponte.

- Era però sempre abbattutopallidotristee nei suoi occhi brillava una strana fiamma. Vi confesso che mi faceva paura tutte le volte che mi fissava: c'era qualche cosa di sinistro in quelle pupille; e per quanto chiudessi gli occhime le vedevo balenare sempre dinanzie le vedevo anche alla notte luccicar in fondo alla mia branda o negli angoli più oscuri della mia piccola cabinasotto le sediesull'orlo del tavolo o sulle pareti.

- Io incominciavo davvero a temere che quell'uomo mi avesse affascinatoo comunicato la sua pazzia; poiché io lo ritenevo un vero pazzo...

Papà Catrame s'interruppeguardandocie fosse l'impressione o altroanche nei suoi occhi vedemmo in quel momento balenare un lampo simile a quello che egli scorgeva negli occhi del misterioso ufficialetto. Era un baleno d'una tinta indefinibileche ci metteva indosso un certo malessere. Si sarebbe detto che ci affascinava!...

A poco a poco però quel lampo si spenseil vecchio fece una mossa brusca come per risvegliarsi e continuò la sua curiosa storiama con voce stancaspossata:

- Una seramentre mi trovavo nella stiva ritirando certe gomene che dovevano servire pel ricambio d'un paterazzomi sentii improvvisamente battere sulla spalla.

- Mi volsi e nella semioscurità vidi quei due occhi che mi guardavano con un'ostinata fissazione. Non scorgendo di primo colpo l'ufficialettomi sentii prendere da un vivo terrore e lasciai cadere le gomene per fuggire; ma una mano di ferro mi trattenne violentementementre una voce mi sussurrava agli orecchi:

- "L'ho veduta!..."

- M’alzai di scattoe mi trovai dinanzi all’ufficialeal pazzo.

- "Chi?" - chiesi coi denti stretti.

- "Lei!..."

- Non so chi mi trattenne dal rispondergli male. Ero arcistucco di quel pazzo da catenatanto più che cominciava a farmi paura.

- Vedendo che io rimanevo impalato dinanzi a lui senza parlaremi ripeté con una intonazione pazza:

- "Ti ho detto che l'ho veduta".

- "Ebbene?" - chiesialzando le spalle.

- "Era bellasai?"

- "Ne ho piacere".

- "E mi ha detto che mi vuole sempre bene".

- "Tanto meglio".

- "E che tornerà a trovarmi".

- "Buon segno".

- "Vieni a bere nella mia cabina: ti parlerò di lei".

- Mi sono sentito imperlare la fronte d'un freddo sudore a quella propostanon perché mi dispiacesse il bereanzi tutt'altro: ma trovarmi solo con quel pazzo! ciò non mi andava a sangue.

- Gli risposi che ero di quarto e che dovevo conferire col capitano; che perciò per quella sera mi dispensasse dal tenergli compagnia. Non attesi nemmeno la sua risposta e salii più che in fretta sul pontemandando un altro marinaio a compiere l'operazione delle gomenetemendo di ritrovare ancora il pazzo.

- L'indomani mi mandò a chiamarema mi guardai bene di andare nella sua cabina e gli feci dire che ero ammalato. Non so se credesse alla mia malattiao si fosse accorto che io non volevo più saperne di lui: mi ricordo che mi lasciò tranquilloe io fui contentissimoe lo sarei stato di più se si fosse dimenticato di me.

- Quando però lo vedevo apparire in copertafuggivo più che in fretta e andavo a nascondermi nel pozzo delle cateneonde non potesse trovarmi.

- Eglinon vedendomidomandava di me; ed i miei cameratiche sapevano ogni cosagli rispondevano sempre che ero ammalato od occupato in qualche importante lavoro per ordine espresso del capitano. L'ufficiale allora sospirava lungamente e tornava nella sua cabina più cupo che mai.

- Eravamo giunti presso le coste australianeanzi già le avevamo scorte durante il giornoquando una sera mi imbattei in quel maniaco. Vi assicuro che passai un brutto quarto d'oraquantunque sia stato l’ultimo.

- Mi trovavo seduto a poppadietro la ruota del timoneattendendo la fine del mio quarto di guardia per andarmene a dormire. Ora che mi ricordoappunto quella sera la fregata aveva imboccato lo stretto di Basslarghissimo canale che divide la costa australiana dall'isola di Van Diemened eravamo a poche miglia dall'isola di King.

- Avevo socchiuso gli occhi e stavo per addormentarmiquando mi sentii toccare in fronte da una mano gelida. Alzai bruscamente il capoe vidi dinanzi a me l'ufficialecogli occhi strabuzzatiil viso più terreo del solitoi capelli irti.

- "Cosa volete?" - chiesi preparando le gambe per fuggire.

- "Là!... là!..." - esclamò egli con voce strozzataindicandomi la scia spumeggiante della nave.

- "Cosa vedete?" - gli chiesi.

- "Lei!..."

- "In mare? Eh viasignorevoi sognate".

- "NoCatrame!" - esclamò egli. - "L'ho veduta!..."

- Quantunque non credessi un ette a quello che mi dicevami curvai sul bordo e guardai attentamente nella scia; ma nulla vidinemmeno la testa di un pescecane.

- "Calmatevi"- gli dissivedendolo in preda a una viva eccitazione. - "Non vi è nulla in mare".

- "Ma sì"- riprese con sovrumana energia. - "Ti dico che l'ho veduta làin mezzo alla spuma".

- "Sarà stato uno scherzo dei vostri occhi".

- Egli non rispose; si era slanciato innanzi come un vero pazzosporgendosi mezzo fuor dal bordoe guardava fissamente con quegli occhi che mandavano strani bagliori.

- "Guardala!... guardala come è bella!" - ripeté.

- Guardaipiù spinto dal desiderio di accontentarlo che dalla curiosità. Ebbene... voi non mi credereteeppure vidi sorgere in mezzo alla scia della navefra la candida spumauna testa!... Faceva buioè veroma la spuma era biancaquasi fosforescentee quella testa spiccava nettamente!... L'ho veduta due volte emergerepoi spariree giurerei di aver udito un suonouna voce che mi parve umana.

- Se mi chiedeste se era bella o bruttase era bionda o brunanon ve lo saprei direpoiché lo stupore che provai era così forte da impedirmi di veder bene; ma avevo visto una testa umana: di questo sono certo...

Un beffardo scroscio di risa interruppe papà Catrame: era il capitano che si burlava di lui.

Il vecchio alzò le spalle e continuò:

- Rimasi parecchi minuti come pietrificatodinanzi a quella inaspettata visione. L'ufficiale mi strappò da quello stupore paurosodicendomi:

- "L'hai veduta?"

- Non seppi dir di no e fu malepoichéappena ebbi fatto quel cenno affermativoil povero pazzo superò d'un balzo la murata e si slanciò a capofitto in maregridando:

- "EccomiManuelita!..."

- Gettai un grido di terroree con un colpo di coltello lasciai cadere un gavitello. Il capitanosubito informatocomandò di virare di bordo e di mettere in mare le imbarcazioni.

- Tornammo sul luogo; ma tutte le nostre ricerche furono vane: il povero pazzo non ricomparve più mai alla superficie!...

- Era stato proprio affascinato da una sirena? - chiesero i mozzi.

- Chi può dirlo? - rispose papà Catrame. - Io non ho potuto vederla beneessendo la notte oscura; ma... forse i nostri vecchi non hanno inventato le sirene!

Il capitano fece ancora udire il suo riso beffardo.

- Sai cos'era quella testapapà Catrame? - disse poi.

- Non lo so- rispose il mastrobruscamente.

- Era quella di una foca!

- Saràma non lo credo.

Sìpapà Catrameera una foca dello stretto di Bass; e aggiungeròper meglio convincertiche in quel braccio di mare sono numerose quanto le tinche dei nostri stagni e che di notte si può scambiare la loro testa rotonda con quella di una creatura umana. Sei persuaso?

Il mastro non rispose né sìné noma ci lasciòbrontolando più del solito.



Il serpente marino

Anche la nona seramastro Catrame fu puntuale come il cronometro di bordo. Battevano le otto quando si vide il suo berrettovecchio di almeno mezzo secolospuntare dal boccaportopoi apparire quel lungo corpo magroma ancora robusto.

Si spinse fino a prua per osservare lo stato del mare e del cielofece bracciare la vella di parrocchetto onde prendesse più ventodiede uno sguardo alla bussola per accertarsi dell'esattezza della ruotapoi accese la sua pipa e andò a sedersi al suo solito postosul tronocome diceva scherzando l'equipaggio.

Pochi istanti dopotutto l'uditorio era a lui d'intornopoiché la curiosità non scemavaanzi cresceva ogni serae tutti avrebbero voluto che il capitano prolungasse ad altri giorni ancora la pena del povero vecchioquantunque certe volte avesse narrato delle storie così lugubri da sconvolgere il sangue a più d'uno e mettere indosso a tutti delle brutte paure.

Papà Catrame dovevadurante il giornoaver già pensata e preparata la sua novellapoichéappena sedutosenza preamboli e senza farci attenderecome era solitodisse:

- Vi narrerò questa sera l'incontro da me fatto d'un mostro spaventevoledi cui si sono occupati a lungo i così detti scienziatialcuni affermandone l'esistenza e altri negandola spudoratamente. Non intendo parlare di uno di quei mostri immensi che i popoli nordici chiamano krakenné di quello segnalato da Olaus Magnusvescovo di Upsalae che si disse avesse un miglio di lunghezza e somigliasse più a un'isola che a un pesce; né di quell'altro veduto da un prete scandinavo e sul cui corpo celebrò la santa messaavendolo scambiato per una roccia. No: papà Catrame è più ragionevole di quello che sembrané è poi tanto credenzone quanto lo giudica il signor capitanoe a frottole così colossali non presta fede.

- Non dico che quei due santi uomini non possono aver veduto dei mostri enormiforse simili a quello incontrato dal comandante dell'avviso a vapore Alectofra Madera e le isole Canarieor son pochi annie di cui si conserva ancora un pezzo di coda o di braccio a Santa Croce di Tenerife; quello era un polipograndissimo sima non tale da scambiarlo per un'isola. Lasciamo però andare questi kraken delle leggende nordiche e occupiamoci del mio mostro.

- L'hai proprio veduto tu? - gli chiese il capitanoche prestava una profonda attenzione.

- Coi miei occhi.

- Di giorno?

- Di notte: c'era però la luna e ci si vedeva abbastanza bene.

- Allora cominciano a nascermi dei dubbi.

- E qualise è permesso conoscerli? - chiese il vecchio con tono risentito.

- Te li dirò più tardi; ora prosegui perché non sappiamo ancora di quale mostro tu intenda parlare.

- Ebbeneavete mai udito parlare del serpente marino?

- Sìsì- esclamarono tutti.

- Credete alla sua esistenza?

Nessuno rispose; tutti ci guardammo l'un l'altro in visonon sapendo dire né siné no; ma sono certo che i più inclinati al meravigliosocome tutti i marinaiavrebbero risposto in modo affermativopiuttosto che negativamente.

- Forse non credete- riprese papà Catrame; - ma avete tortopoichéve lo ripetol'ho veduto io coi miei occhi. Come dissil'esistenza di questo mostruoso serpente fu messa lungamente in dubbio anche dai più vecchi marinai; però alcuni affermaronoin epoche diversedi averlo incontrato. Le opinioni loro naturalmente sono disparate: altri dicevano che era lungo più di mille metrialtri cinquecento: altri riducevano la misura a più modeste proporzionia centoa cinquanta; non però a meno.

- Chi dice che è dotato di una forza così potente da stritolare fra le sue spire un vascello; chi invece essere gelatinoso come i polipi e senza consistenza; alcuni narrano di essere stati assaliti e altri di averlo invece veduto fuggireappena s'accorse di essere stato scoperto. L'equipaggio di una nave danese affermò di averne tagliato a mezzo uno con un colpo di sperone e che le due parti perdettero tanto sangue da arrossare il mare per un tratto di mille metri quadrati.

- Bum! - esclamò il capitano. - Aveva una cantina nel corpo quel serpente?

- Non ne so più di voi- rispose serio serio papà Catrame. - Quanto a menon presto che una fede molto relativa a tutti questi racconti. Ora lasciatemi proseguire e non m'interrompetese desiderate che me la sbrighi prestopoiché sento che la mia lingua s'ingrossa con questo faticoso esercizioe se non mi affretto a direfinirò di perderla.

- Navigavo da circa tre anni a bordo di un barco malteseche faceva dei lunghi viaggi in Americanell'Estremo Oriente e anche nel grande Oceano Pacifico; un buon velieroforse il migliore che io abbia montato in tanti anni di navigazionee comandato dal più amabile capitano che abbia conosciuto.

- Durante questo lungo tempo nulla di straordinario era accaduto. Navigavamo come tranquilli passeggeri che vanno a diporto pel mondoanziché come poveri marinaie mangiando bene e bevendo megliosenza mai aver incontrata una di quelle formidabili tempeste che fanno rizzare i capelli ai più coraggiosi e stringere il cuore anche a chi non è alle prime sue armi.

- Il capitanoche era un epulone e anche un mattacchioneoffriva di quando in quando dei banchetti al suo equipaggioo delle bicchierate memorabili che facevano dei grandi vuoti nella sua cantina. Quando poi il tempo era tranquillo e la notte illuminata dalla lunanon mancava mai d'improvvisare delle feste da ballo fra l'albero di trinchetto e quello di mezzana.

- Un giornomentre ci disponevamo a lasciare l'isola di Tongache fa parteanzi è la principaledel gruppo omonimoun capo indigenoa cui avevamo fatto dei regalici mandò a bordo due granchi ladri.

- Cosa sono i granchi ladri? - chiedemmo tuttieccettuato il capitanoil quale senza dubbio sapeva cos'erano.

- Ve lo dico subito in quattro parole- rispose il mastro. - Sono dei granchi grossi assaicon delle morse così potenti che spaccano una noce di cocco colla massima facilità. Vivono in grande numero nelle isole dell'Oceano Pacificopresso alle spiaggeonde essere più vicini agli alberi di coccosui tronchi dei quali si arrampicano per mangiare le frutta.

- Gli isolani sono ghiotti della loro carne e li cercano avidamente; se poi sia eccellente o no io lo ignoronon avendone mai assaggiata.

- Ma- disse il capitano- cosa c'entrano qui i birgus latro (questo è il vero nome di quei granchi) col serpente di mare? Tu divaghipapà Catrame.

- C'entrano per qualche cosasignore- rispose il mastro- poiché furono quei due granchi a chiamare sul nostro veliero le disgrazie.

- E come mai?

- Io non lo so; il cuoco di bordo mi disse con tutta serietà che quelle bestie portano sfortuna e non si è ingannatopoiché dopo la loro comparsa cominciarono tempestedisgrazie e facemmo l'incontro del serpente di mare.

- Oh! diamine! - esclamò il capitanoschiattando dalle risa.

- Lo vedrete fra poco- rispose il mastro sempre serio e grave. - Passo sopra alle tempeste che ci assalirono poco dopoai due o tre marinai che si ruppero le braccia e le gambe sempre per colpa di quei granchi che ci avevano attirato addosso l'ira del re del mare (tal è almeno la mia convinzionepoiché si dice fra gl'isolaniche siano quei crostacei i suoi favoriti)e vengo al punto più interessante.

- Se ben mi ricordostavamo attraversando quel tratto di oceano che si estende fra le isole dell'arcipelago di Mendaña e la costa d'Americaquando una seramentre stavamo danzando e bevendo in buona allegriasi verificò un fenomeno che non solamente ci sorpresema ci spaventò assai.

- Il nostro legno filava quattro o cinque nodi all'oraspinto da buon vento largoquando a poco a poco rallentò la corsafinché rimase quasi immobile sul tranquillo mare!

- Dapprima credemmo che il vento fosse improvvisamente cessatoma i mostravento spiegati sulla cima degli alberi indicavano il contrarioe poi le vele erano sempre gonfiesegno evidente che tiravano ancora. Meravigliati d'un tal fattoche per noi tutti era inesplicabileci precipitammo verso prua per vedere se qualche ostacolo si opponeva alla corsa del nostro legno: nulla appariva.

- Gettammo la sonda per vedere se vi era qualche bancoma lo scandaglio non toccò fondoquantunque fosse sceso a quattrocentocinquanta braccia. Guardammo a poppatemendo che qualche mostro si fosse aggrappato al timonee nulla si vide che potesse convalidare il nostro sospetto.

- Nessuno sapeva spiegare quello strano e sorprendente fenomeno. Alcuni dicevano che qualche grande polipo si era attaccato alla nostra chiglia e ci aveva fermati; altri dicevano che forse il mare era in quel punto così denso da impedirci di avanzare e che per conseguenza dovevamo virare di bordo; ma erano sciocchezze a cui nessuno prestava fede.

- Il nostro barco rimase quasi immobile per un buon quarto d'orapoi tutto d'un tratto si mise a veleggiare colla primiera velocità. Peròallorché si mossevedemmo a poppa il mare gonfiarsi e ribolliree un marinaio assicurò di aver veduto qualche cosa di nerastro agitarsi fra la spumacome un braccio smisurato o un immenso cilindro.

- Ci aveva fermati qualche mostro marino di nuova speciee non altro. Per quella sera però nulla potemmo sapere.

- Durante tutta la notte l'intero equipaggio vegliò sul pontegiacché nessuno pensava a dormiree parecchi uomini si tennero armati di ramponi e di carabine. Nulla accaddefino verso le due del mattino. Alloraun gabbiere che si era arrampicato sulla crocetta dell'albero di trinchettoasserì di aver vedutoappena un miglio sottoventoun cono ergersi dal maresimile ad una tromba marina. Non ho potuto constatare il fatto coi miei occhi: ma non mi sembra tuttavia che potesse essere una trombagiacché il vento era leggerol'oceano tranquillo o quasie il cielo sgombro di ogni nube.

- Verso l'alba però vidi il mare sollevarsi sotto la poppa del nostro legno e intesi distintamente una specie di fischiopoco meno acuto di quello che ordinariamente emettono i serpenti.

- Questo nuovo fenomeno ci spaventò e anche il nostro capitano cominciò a impensierirsitanto più che si sospettava la presenza d'un mostro marino.

- Virammo di bordo cambiando rottacolla speranza di fargli perdere le nostre tracceed infatti il nostro barco filò verso nord senza incidenti durante tutta la giornata. Già ci rallegravamo di essere scampati a quel misterioso pericoloquandodue ore dopo calato il soleecco la nostra nave a poco a poco arrestarsi e poi oscillare abbastanza fortemente da bordo a tribordo.

- Il nostro stupore si cambiò in una vera paura da non potersi descrivere. Dal capitano all'ultimo mozzo erano tutti pallidi ed io tremavo più degli altri.

- Guardammo tutto intorno alla nostra navema nulla appariva a fior d'acqua. Eppure il rollio continuava e tanto che credemmo di venire da un istante all'altro gettati in mare e subissati.

- L'oscurità accresceva la nostra paura: il cielo si era coperto e la luna e le stelle non proiettavano sulla nera superficie dell'oceano nessun chiarore che permettesse di distinguere alcuna cosa con precisione.

- Più tardila nostra attenzione venne attirata da un potente fischio che veniva dal largo. Corremmo tutti a prua stringendo le armicredendoci assaliti dal misterioso mostro che ci seguiva con tanta ostinazione.

- Làa sole due gomene da pruaun mostro enormeche non si poteva ben distinguere in causa dell'oscuritànavigava in modo da tagliarci il passoruttando una specie di nebbia o di fumo.

- Si teneva quasi tutto sommerso; ma dietro alla sua testa che poteva essere lunga venti metrivedevamo distendersi sul mare un corpo lungo lungoserpeggianteche si perdeva verso il Nord. Non so quanto misurasse tutto intero poichécome dissila notte era oscura; ma io non esito ad affermare che superava un miglio.

- "Virate di bordo!" - tuonò il capitano con voce strozzata per l'emozione.

- Non so comein meno di venti secondi la manovra fu eseguita e il nostro legno fuggi verso il Nord; ma percorse sei o sette gomenesi trovò dinanzi alla coda del mostro che fu tagliata nettamente per metà e con una facilità tale che nessuno di noi s'accorse del menomo urto!...

- Era di burro quel serpente? - chiese il nostro capitanoguardando con aria ironica mastro Catrame.

- Di burro!... Vi basti sapere che al mattino trovammo nella sentina un piede d'acqua entrata da due fori perfettamente regolaridel diametro di quindici o venti centimetriaperti uno a babordoun po' sopra il paramezzalee l'altro a poppa. Ditemi che specie di denti aveva quel serpente di burro.

- E siete andati a picco? - chiedemmo.

- No- rispose papà Catrame. - Ci riuscì facile chiudere quei due fori e asciugare la stiva col mezzo delle pompe; ma tale fu lo spavento provato da quell'incontroche parecchi marinai si ammalarono.

- Io sarò un credulonema dico chese quei due granchi non fosse stati a bordochissàil re degli abissi marini non ci avrebbe mandato addosso quel formidabile serpentela cui esistenza molti mettono in dubbio.

Ciò dettoil vecchio scese dal barile e fece per andarsene; ma il capitanoche da qualche minuto era diventato pensierosolo fermò con un gesto.

- Una spiegazione? - chiese il vecchioaggrottando la fronte.

- Forse.

- Non credereste a ciò che vi ho narrato?

- Non credo al tuo serpenteil quale non esiste che nel cervello de gli ignoranti.

Mastro Catrame alzò il suo curvo dorsopuntò le mani sui fianchi guardò il suo eterno contraddittore con un'aria di sfida.

- Che fossimo tutti ciechi! - esclamò. - Spiegate voi adunque questo fenomeno!

- Sì- disse il capitanocome parlando fra se stesso- deve essere così... ne sono certo... Ebbene- riprese poi ad alta voce e sostenendo serenamente lo sguardo fosco del vecchio- ti spiegherò io tutto.

- Non posso assicurare per quale motivo la vostra nave sia stata fermata e scrollata; ma io ritengo che si fosse aggrappato alla vostra chiglia qualche mostro fornito di braccia potentiun polipo giganteper esempiooppure un cefalopodo. Questi polipi hanno dei tentacoli che raggiungono e talvolta sorpassano una lunghezza di dieci metrisono dotati di una forza straordinaria e possono far oscillare una nave anche grossa. Il caso non sarebbe nuovo.

- Ammettiamolo- rispose il mastro.

- In quanto al serpente marino vi siete tutti ingannaticominciando dal tuo amabile capitano. Sono convintissimo che voi abbiate incontrato nient'altro che una pacifica balenaoccupata a pranzare fra un banco di alghe. Le dimensioni del capo del preteso serpenteche era invece l'intero corpo del cetaceole nubi di vaporeche lanciava dagli sfiatatoie il fischio acuto bastano per dimostrare che io non mi inganno.

- La coda del serpente non era altro che un lungo banco di algheeccellente pastura delle balene; se così non fossela vostra nave non avrebbe tagliato l'appendice del mostro smisurato. Hai veduto tu quella coda contorcersi o sollevare ondate quando la vostra nave la investi?... Dimmelo francamentepapà Catrame.

- No- rispose il mastroche si grattava furiosamente la testa- ma quei due buchi?...

- Quei due buchi!... Ecco il punto oscuro. Un polipo non può averli fattiun cetaceo nemmenoun pesce-spada noquantunque sovente pianti il suo corno nella carena delle navima senza riuscire ad attraversarla e... Ah!... ah!... Questa è bella!...

- Ridete! - esclamò il mastro.

- Vi è da riderepapà Catramee come!... - rispose il capitano. Dimmi: li avevate mangiati i due granchi ladri?...

- I due granchi!... - mormorò il mastroche parve colpito. - Ma noperbacco!... Erano chiusi in una cassa e...

- Cosa vuoi dire?

- Che quando asciugammo la sentinali trovammo nascosti colà. I furboni avevano rotto la cassa; eppure era grossa e solida.

- Sappi allorapapà Catrameche il vostro legno era stato sabordato dai due fuggiaschi. Avevano setee colle loro robuste morseche fendono le durissime noci di coccohanno praticato quei due buchi per bere. Ah!... vecchio mioche granchio hai preso!... Va' a dormire e per domani sera prepara qualche cosa di meglio.

Il mastro non fiatava più: guardava il capitano come trasognatocon certi occhi che parevano quelli d'un pazzo.

Quando si alzòlo udimmo mormorare:

- Decisamente colle mie novelle non farò mai fortuna!...

Quella nottenon so per qual capriccioil vecchio non discese nella sua cala e dormì sul pontefra due velacci e un rotolo di gomene.



Le murene

Anche durante il giorno papà Catrame rimase sempre sul pontepasseggiando con gravità da prua a poppalungo la murata di tribordoche era il suo riparto favoritoavendo sempre manifestatonon so per quale motivouna avversione decisa per quella di babordo. Fumò senza interruzionelasciò andare un paio di sonori scapaccioni ai mozziperché si erano permessi di interrogarlo sul titolo della decima novella; ma non scambiò una parola con nessuno. Pareva preoccupatissimoassorto in profonda meditazionetanto da non darsi pensiero né della navené dell'equipaggioné della manovra.

Ci voleva poco a capire che era di umore non troppo buono e che quei continui smacchi che gli venivano dal nostro capitano gli bruciavano. Ma forse più di tutto gli pesava la smentita recisa all'esistenza del famoso serpente di marecosì miseramente fatto naufragare dal suo eterno contraddittore. Mi provai ad interrogarloed egli mi salutò senza rispondere. Per rabbonirlo un po' gli offersi un sigaro; lo prese ringraziandomi con un cenno del capose lo cacciò mezzo in boccama proseguì la sua passeggiata sempre accigliatosempre pensieroso.

All'ora dei pasti non venne a sedere fra noi; si prese la sua razione la fece sparire in otto bocconipoi continuò il suo avanti e indietro col la precisione d'un orologio.

Non si fermò che alla seraallorquando la soneria di bordo fece udire le otto ore. Allora si assise sul barile e attese l'uditoriotenendo gl occhi fissi sul ponte.

- Papà Catrame ha il cervello in burrasca- disse il nostro capitanosedendosi dinanzi all'albero. - Mabah! la faremo passare raddoppiando la razione di Cipro. Ehicamerotto! Due bottiglie pel mio vecchio mastro!... Stasera voglio che beva un paio di bicchieri di più!

Udendo quel comando papà Catrame alzò il capofacendo una smorfia di allegrezza (vi dico tra parentesi che era pazzo pel Cipro del nostro comandante e non aveva tortoessendo proprio di quello buono); poi aprì gli occhiche fino allora aveva tenuti socchiusied emise un brontolìo di soddisfazione.

- Udiamo adunquevecchio miola decima novella- disse il capitano. - Vediamo se stasera c'è qualche cosa da spiegare senza farti andare in bestia.

Mastro Catrame si lisciò la bianca barbatossì tre voltepoi guardando fisso il capitano gli disse:

- Questa sera non spiegherete nulla.

- E perchése è lecito saperlo?

- Perché la storia è autentica e non può avere altra spiegazione che la mia.

- Di che si tratta adunque?

- Di un altro vascello che fu improvvisamente fermatomentre navigava a gonfie vele sul libero mare.

- Da uno scoglio?

- No: da un pesce che da molti secoli gode fama di arrestare i più grandi legni.

- Ohdiavolo!... - esclamò il capitano ironicamente. - Cosa può essere mai? Udiamo questo interessante e meraviglioso fatto. Ti assicuro che ecciti la mia curiositàpapà Catrame.

Il vecchio mastroa cui non era sfuggito l'accento ironico del nostro amabile capitanoscrollò le spalle con una cert'aria da impiparsene e diede la stura alla sua decima novella.

- Sono trascorsi da quell'epoca cinquant'anni- diss'egli- eppure il fatto toccatomi l'ho presente come se fosse accaduto ierie se volete sapere perché lo ricordo tanto benevi dirò che da quel giorno porto una traccia profonda sul mio braccio destrouna cicatriceche ancoraspecialmente quando il tempo si cambiami fa provare degli acuti dolori.

- Voi tutti saprete forse cos'è una giuncae se lo ignorate vi dirò che è un bastimento cinese dalle forme quadre e pesantid'una costruzione tutt'altro che sicurache porta vele formate da giunchi intrecciati e due alberi irti di banderuole d'ogni dimensione o di teste di drago orribili.

- Per una circostanza che è inutile vi riferiscaero rimasto a Cantonche è una delle più ricche città dell'Impero Celestesenza imbarco.

- La terraferma mi era diventata odiosa allora come oggie non sentendomi sotto i piedi il ponte rollante d'un vascellosoffrivo come se mi trovassi sui carboni ardenti; quindi era necessario prendere un imbarcose non volevo ammalarmi e morire di noia. Aggiungo poi che la questione pecuniaria s'imponeva seriamentepoiché io ho avuto sempre l'abitudine di non mettere da parte uno spicciolo. E infattiche dovevo farne io dei risparmi? Poiché si ha da morire nella gran tazzaè meglio andarsene colle tasche vuotevisto e considerato che laggiùin fondo agli abissimancano le tavernee che i pesci non vendono bottiglie. Vi pare?

- Benissimoperbacco! - esclamarono i marinai.

- Or dunqueeccomi a bordo di quella pesante carcassain compagnia d'una dozzina di marinai color dello zafferano e dalle zucche pelatee sotto gli ordini d'un imponente capitano nanchinesegrasso come un rinocerontecon una coda lunga un metro e sessantasei centimetrie un paio di baffi senz'anima che gli scendevano fino alla cintola. Senza che ve lo dicessivoi sapete che i baffi di tutti i cinesi non hanno fibra dura e cheinvece di tenersi rittisi curvano umilmente verso terra. È questione di razza.

- Ve lo figurate voi il vecchio Catramecioè nopoiché allora io ero giovane e la mia barba era ancora nera e la mia zucca capellutave lo figuratedicoin compagnia di quel codato equipaggioche quando parlava strideva come una lima che morde il ferro e gorgogliava come la gola d'un capodoglio? Poi mangiava tutto il giorno risoservendosi di certe bacchettine d'avorioe tutte le sere s'ubriacava sconciamente d'oppio. Ehse non ci fossi stato io a raddrizzare di quando in quando la ribolla del timone o a dirigere la rottanon so dove quella povera giunca sarebbe andata a finire.

- Ma io divago un po' troppocome diceva ieri o l'altra sera il capitano- riprese papà Catramegettando uno sguardo malizioso sul nostro comandante- e perciò torno all'argomentotanto più che comincio a sbadigliare a mo' di un orso che non dorme da tre settimane

- Adunque avevamo lasciato Canton diretti alle coste orientali dell'Australiaonde cercare quei molluschi che somigliano a un cilindro coriaceibuoni da nullama che i cinesi apprezzano più dei topi salatidel giovane cane in stufato e della salsa di giang-seng. Si chiamano... Corpo di Giove!... hanno un nome così barbaro da far disperare un galantuomo... Ah!... sì...

- Oloturie o trepang- disse il capitano.

-Benissimo...proprio così;... olea...olo... Orsùla mia lingua s'ingrossa coi nomi barbari e non vuole pronunciarli; ma non importa l'ha detto il capitano per me.

- Bene o maleeravamo giunti sulle coste australianee dopo due mesi avevamo fatto un carico completo di quei molluschi. Sciogliemmo le vele verso il Nordimpazienti i miei camerati celestiali di rivedere le cupole a scaglie di ramarro della loro Canton ed io di piantare quella poco allegra compagnia e la carcassa che l'imbarcava.

- Eravamo giunti nei pressi dello stretto di Torres e stavamo per imboccare quel pericoloso passoquando vidi il capitano curvarsi parecchie volte sul coronamento di poppa e fare dei segni bizzarri.

- Sorpreso e curiosolo interrogai; ma era cosa tutt'altro che facile l'intendersi; sicché non riuscii a comprendere nulla. Per istinto però sentivo che qualche cosa di serio era avvenuto o stava per avvenire.

- Infatti verso sera la nostra giuncache pur era una discreta velieraa poco a poco cominciò a rallentare la corsacome il vascello di cui vi parlavo nel mio precedente racconto.

- Andai a trovare il capitanoche era seduto a poppaper sapere il motivo di quel rallentamentoed egli si accontentò di fare un gesto che poteva tradursi con un: Aspettiamoché nulla posso fare. Mi rivolsi all'equipaggioe tutti mi fecero un gesto eguale. Lo sapevano il motivo o no? Non ne so più di voi.

- Intanto la giunca rallentava sempre; sentivo sotto la carena un certo dondolio che nulla di buono pronosticava; eppure il vento soffiava sempre e il mare era tranquillo entro lo stretto.

- Salii sulla prua per meglio conoscere e spiegare quello strano fenomenoquando il legno si arrestò così bruscamente da farmi fare una brutta volata in mare.

- Allorché tornai alla superficie mi sentii afferrare per un braccio e penetrare nelle carni certi denti aguzzi come lame e solidi come fossero d'acciaio. Allungai la mano libera e afferrai una specie di serpente lungo lungo; si dibatteva il mostroma le mie dita erano robuste e non lasciai la preda finché non la sentii come morta.

- I celestialiche si erano accorti del mio salto involontariovennero in mio aiuto con un canotto e mi trasportarono a bordo insieme col serpente. Voi forse direte che io sognavo; eppureappena misi i piedi sul pontela giunca riprese le mosse e continuò a navigare colla celerità di prima. Indovinereste quale pesce avevo strangolato?

- No- risposero tutti.

- Una murenache misurava due metri di lunghezza!...

Guardammo papà Catrameche si era arrestatochiedendogli cogli occhi che cosa voleva dire; egli invece guardava noistupito della nostra sorpresa.

- E che! - esclamò egli con superbo disprezzo- forse che non sapete cos'è una murena?

Un coro di proteste si alzò fra l'equipaggio:

- È un'anguilla!...

- Ne abbiamo viste delle centinaia.

- Ne abbiamo mangiate delle dozzine.

- E dunque! - esclamò il vecchio. - Non sapete che le murene arrestano le navi? Ma che razza di marinai siete voi (non parlo degli ufficiali)da ignorare una cosa simile? Ne parlavano persino i romaniai tempi di Remo e di Romolodue fratelli stati allattati da non so quale bestia: e voidopo non so quante migliaia d'anni che questo fatto è constatatovoiche siete o vi dite uomini di marenon conoscete ancora la potenza delle murene? Domandate un po' al capitano se non fu una murena ad arrestare una nave di non so quale condottiero romanomentre inseguiva non so quale principeo consoleo imperatore. Oh! che ignoranti!...

I marinaiconfusirossi fino agli orecchiguardarono il capitanoche penava a frenare le risa.

- Papà Catrame ha ragione: la storia ha registrato il fatto citato- rispose questi.

Il mastro lasciò andare due poderosi pugni sul barile e parve che fosse per impazzire dalla contentezzaa quella solenne affermazione del nostro comandante.

- Avete capitoragazzacci increduli? - esclamò con aria trionfante. - Perfino i romani del signor Remo e del signor Romolo conoscevano queste cose.

- Sì- disse il capitano- tutti gli antichi popoli si sono occupati e non poco delle mureneed affermarono che queste specie di anguille sono capaci di arrestare una navee la storia cita parecchi fatti.

- E anche le adoravanole murene- disse il mastro.

- Sìma per ghiottoneria- rispose il capitano. - Gli opulenti romani le allevavano con cura in certe piscine appositamente scavatele nutrivano senza risparmiosomministrando loro perfino carne umanadavano a ciascuna un nome e le ammaestravanoonde accorressero a baciare le loro mani. La bizzarria di non so più quale imperatore romano giunse al punto di adornare le sue murene con pendenti d'oro.

- Udite! - esclamò il mastro.

Ad un tratto il capitano incrociò le braccia ecangiando tonodisse:

- Papà Catrameora basta! Che i romani ed altri popoli abbiano creduto che le murene fossero così potenti da arrestare una navepadronissimi. Ma credi tu che noi prestiamo fede a simili corbellerie? Ah noperbacco! Vecchio Catramet'inganni!

Il mastroche era all'apogeo del suo trionfoa quel cambiamento di tono e a quelle parole illividìe per poco non cadde dal barile.

- Ma... come... i romani... - borbottò con filo di voce

- Lascia andare i romani e le loro corbellerie. Io ti dico che sei pazzo se credi che la tua giunca sia stata fermata dalla murena che ti morse. Nell'Oceano Pacifico questi pesci sono grandi assaima incapaci di fermare nemmeno una barca.

- Eppure la giunca...

- Si è fermatavuoi dire. Io non so per quale motivo e fenomenoma suppongo che navigasse sui bassifondi dello strettoe tu sai che in quello di Torres sono numerosi; la mareache forse in quel momento montavavi avrà rimessi a galla dopo pochi minuti. Ma levati dal capo la credenza che sia stata una murena. I vecchi marinaiimbevuti di pregiudizi ed attaccati alle antiche leggendepossono ancora prestare fede alle murene: noi nopapà Catrame... Prendi le tue due bottiglie e va' a riposare la lingua e le stanche membra.

Il mastro non fiatò più. Si terse due goccioloni di sudorenon so se caldi o freddiprese le sue due bottiglie e discese barcollando nella sua cala.



La nave-feretro sul mare ardente

Le dure smentite del nostro capitanoil quale per altro non mirava che a dissipare la nebbia d'antichi pregiudizi a pro del nostro equipaggioal pari di tutti gli altri fuor di misura ignorante e credulonedovevano aver prodotto un profondo effetto sul povero condannato.

Infatti l'indomani papà Catrame non comparve sul pontee quando fu sera non lasciò la cala. Lo si mandò a chiamare dieci volte di seguitoma fu inflessibile. All'undicesima tirò dietro al camerotto tutte e due le scarpe e alla dodicesima scagliò alle gambe d'un timoniereche era sceso per persuaderlo a saliretutta la sua batteria di bottiglievuoteintendiamoci.

Il capitano lo lasciò faregli mandò anzi due fiaschi del vino suo più graditoche il vecchio orso accolse con un brontolio di contentezza e che vuotò subitopoiché mezz'ora dopo lo udimmo russare con tal fracasso da destare l'eco nella stiva.

Il secondo giorno peròomeglio la seconda serail mastroriconoscente alla cortesia del nostro allegro capitanosalì in coperta. Pareva contento: aveva un sorrisetto misterioso sulle labbra e lanciava sul capitano degli sguardi maliziosi. Che in quelle ventiquattro ore di riposo avesse scavatonei suoi vecchi ricordiqualche fatto da imbarazzare il suo eterno contraddittore? Io lo sospettai vedendolo così di buon umorementre tutti credevano che fosse imbronciato.

Quando ci vide attorno al suo barileil suo sorriso misterioso divenne più marcato e nei suoi occhietti grigi brillò un lampo.

- Restano ancora due sere per espiare la mia pena- cominciò egli. - Ho narrato dei fatti a me succeduti e mi avete riso sulla faccia come se vi narrassi delle frottole inventate nell'oscurità della cala; ho citato nomi ed autori e voi avete voluto sfatarli; ho creduto di divertirvi e invece mi avete trattato come un buffone di qualche tirannello africano o peggio. Ritorno quindi alle storie lugubri e paurose: quelle almeno sono certo che non le spiegheretee chi non vuole udirmivada a dormire. M'avete capito?

- Se papà Catrame spera di vederci andare a dormire per risparmiare il resto della sua penas'inganna- disse il capitano. - Io rimango e aspetto l'undicesima novella.

- Anche noi! - esclamarono in coro i marinaiche non avrebbero lasciati i loro posti nemmeno per dieci boccali del miglior vino.

Papà Catrame fece un gesto dispettosoma dovette rassegnarsipoiché nessuno si moveva. Storie allegre o tristidoveva narrarle tutte.

- Sta bene- diss'egli coi denti stretti; - ma forse vi pentirete. La novella di stasera s'intitola: "La nave-feretro sul mare ardente".

- Che storia è mai questa! - esclamò il capitano. - Tu vuoi proprio spaventare i mozzi.

- Tanto meglio- rispose il mastro ruvidamente. - A chi non accomoda il titolovada a dormire.

- Con tuo permesso rimarremo tutti quivecchio brontolone.

Papà Catrame scrollò le spallesi raccolse per alcuni istantipoi cominciò:

- Vi narrerò un'avventura assai bizzarraforse la più strana che mi sia toccata in tanti anni di navigazionee che non fui capace di spiegare maiquantunque mi sia torturato il cervello non so quante volte. Voglio vedere se il nostro capitano è capace di fare un po' di luce su questo tenebroso fatto.

- Speriamolopapà mio- disse il capitano. - Bada però che sia una storia vera.

- È toccata a mee questo può bastarvi per credere alla esattezza dell'avventura. Ditemi innanzi tutto: avete mai udito parlare della nave-feretro? Si dicee non da orama da moltimoltissimi anniche di quando in quando si incontra un vascello tutto nero che veleggia da solosenza aver bisogno d'un equipaggio che lo manovri e lo guidiche porta con sé un carico completo di feretri.

- Le leggende di molti popoli non solo europei ma anche di altri continentidicono che quel vascello fantasma racchiude le salme di marinai morti durante le tempesteo quelle dei più valenti guerrieri spenti combattendo sul mare per sante causeo i cadaveri di quegli audaci scorrazzatori del mare che si chiamarono normannitutti resti di persone affidate all'oceano da secoli e secoli e riunite sulla nera nave. Cosa ci sia di vero in tutto ciòio lo ignoro; ma che la nave-feretro esista è veropoiché io l'ho incontrata e l'ho veduta coi miei occhi.

- Tu! - esclamò il capitano con tono incredulo.

- Iosignore- rispose il mastro con voce solenne- io!...

- Udiamo adunque questa bizzarra avventura- riprese il capitano - Se è veranon so come potrò spiegarla.

- Non la spiegheretesignore: ve l'assicuro- rispose il mastro.

Mi ero arruolato su di un brigantino messicano che faceva il traffico con la Cina ed il Giapponeattraversando tre o quattro volte all'anno l'Oceano Pacifico settentrionale. Avevamo lasciato il porto di Callao sul finire della primaverase ben ricordodiretti al Giapponedove contavamo di fare un grosso carico di seta per le bellezze americane.

Il buon ventoche in quella stagione spira quasi sempre in favore delle navi che vanno dall'oriente verso l'occidentein quindici giorni ci aveva spinto fino al 220° parallelo senza che alcun avvenimento turbasse la calma che regnava a bordoquando un giornopochi minuti prima che calasse il solefacemmo una strana scoperta.

- Mentre stavamo terminando la nostra cenaun gabbiere che si trovava sulla coffa di maestra occupato a fare un legaccio a un boscelloci segnalò un bastimento che navigava parallelamente a noia una distanza di quattro miglia.

- Non era una cosa straordinaria di certoquantunque in quella porzione d'oceano sia abbastanza raro un tale incontro. Essendosi però il giorno precedente manifestato un guasto nella nostra bussolail capitano volle approfittare di quella occasione per chiedere alla nave segnalata la giusta rottae diresse il brigantino verso il Nord.

- Mezz'ora doponoi eravamo ad un miglio dal vascellosicché potemmo osservarlo a nostro agio. La sua andaturala sua immersione e la disposizione delle sue vele attrassero la nostra attenzione.

- Era un grande veliero tutto dipinto in nerocoi suoi tre alberi carichi di telama coi pennoni orientati gli uni sottovento e gli altri sopravventosenza regolaed era così immerso che l'acqua giungeva fino agli ombrinali. Macosa ancora più sorprendentenon portava alcuna bandierae né sul ponte di comandoné sul cassero di poppané sul castello di pruané in coperta si vedeva alcun marinaio.

- Il nostro capitanoritenendo che gli uomini fossero sdraiati dietro alle murate di babordo o dietro alle imbarcazionifece spiegare le bandiere dei segnalipregando quell'equipaggio invisibile di porsi in panna; ma nessuno apparve!

- Converrete che la cosa era strana. O l'equipaggio si era ubriacato e dormiva della grossao quella nave era stata abbandonata per qualche motivo. Eppure senza bisogno di braccia continuava a navigarefilando più di noi. Sparammo un colpo di spingardama non ottenemmo miglior frutto: nessun uomo comparvenessuno ci rispose.

- Essendo calata in quel frattempo la nottela nave misteriosa scomparve nelle tenebre; peròqualche ora dopoe da lontanoscoprimmo parecchie fiammelle che brillavano distintamente fra la profonda oscurità.

- Da che provenivano? Non riuscimmo a saperlo; non essendovi però alcuna terra in vistaarguimmo che quei fuochi dovevano brillare sul vascello poco prima segnalato.

- Lascio immaginare a voi a quante chiacchiere diede luogo quel misterioso incontro. Alcuni dicevano che forse quella nave era montata da piratii quali dovevano aver avuto paura di noi; altri che era il vascello fantasma dell'olandese maledetto; altri ancora asserivano invecee con tutta serietàche doveva essere la nave-feretroanzi aggiungevano che appunto in quella porzione dell'Oceano Pacifico era stata incontrata pochi anni prima da un capitano di Acapulco.

- Tutta la notte vegliammo attentamente in copertatemendo che il triste legno da un istante all'altro ci investisse o ci facesse qualche brutto gioco; ma nulla apparve sulla fosca linea dell'orizzonte. Soltanto un gabbiere assicurò di aver veduto ancorafra le undici e la mezzanottebrillare quelle fiammelle che ci avevano tanto spaventati.

- Finalmente l'albacosì ansiosamente attesaspuntòe l'oceano apparve completamente libero: la nave incontrata la sera precedente era scomparsa!...

- Trascorsero tre giornidurante i quali essa più non riapparvebenché l'equipaggio intero vegliasse attentamente e per turnoed un uomo si tenesse sulla crocetta di maestramunito d'un potente cannocchiale.

- Cominciavamo già a rassicurarciquando al tramonto del quarto giorno il nostro timoniere gridò:

- "Nave sottovento!..."

- Salimmo tutti in coperta e distinguemmo infattiverso il Nordun tre-alberi di dimensioni non comuni; ma la distanza era tale da non permetterci di osservarlo minutamente.

- Un gabbiere si issò sulla crocetta e puntò un cannocchiale in quella direzione.

- "È la nave-feretro!" - esclamò.

- "Mettete la prua al Nord e si spieghino i coltellacci e gli scopamari!"- comandò il nostro capitano. - "Voglio vedere chiaro in questa misteriosa avventura".

- Quantunque fossimo tutti impressionatianzise devo dire esattamente la veritàvivamente spaventatitemendo quell'incontroobbedimmoe il nostro brigantino filò come una rondine marina verso il Nordalla caccia del vascello fantasma.

- La nostra velocità cresceva di minuto in minuto; ma anche quella del vascello inseguitoche forse era meglio costruito e che portava più vele di noiera rapidapoiché la distanza non scemava che lentamente.

- Anche quella volta giungemmo a un miglio di distanza; indi le tenebre calarono e non riuscimmo più a distinguere nulla. Però avevamo avuto tempo di osservare che il ponte della nave era sempre desertoche la sua immersione si manteneva come primae che i suoi pennoni non avevano subito alcun cambiamentoquantunque il vento avesse preso diversa direzione.

- Cercammo tutta la notteora dirigendoci verso il Nordora verso l'Ovestma senza risultato; nemmeno le fiamme apparverocosicchénon potendo proseguire in modo alcunofummo costretti ad abbandonare le nostre ricerche con grande rincrescimento del capitanoche contava di fare una grossa predagiacché quella nave sembrava abbandonata dal suo equipaggio.

- Noi però eravamo convinti che fosse la nave-feretro ed infatti non dovevamo tardare ad averne la prova

- La sesta sera nulla apparve nel momento in cui il sole tramontava; ma più tardi accadde un avvenimento straordinarioche spaventò tuttieccetto il capitano.

- Erano le undici. Il nostro brigantino navigava colla velocità ridottaessendo il vento alquanto fortee colla prua sempre all'Ovestquando scorgemmo tutto ad un trattoad una grande distanzaun vivo chiarore.

- Si sarebbe detto che il mare era in fiammeo che sotto le onde splendeva un altro soleo che avvampava un vulcano. Si vedevano guizzare in tutte le direzioni lingue rosseazzurre o verdastre. colle selvagge contrazioni dei serpenti; balzavano per ogni dove fasci di scintille ogni volta che le onde fosforescenti s'urtavanoe sotto a quella specie di distesa di bronzo liquefattosi distinguevano dei ribollimenti strani che parevano prodotti da legioni di mostri contorcentisi.

- Cos'era? Il capitano diceva che era una fosforescenza marina d'un chiarore ammirabileprodotta da ammassi enormi di certi pesci o da miriadi di uova; ma nessuno di noi gli credevaquantunque non ignorassimo che anche gli scienziati hanno dato tale spiegazione di siffatto fenomeno.

- Ci dirigemmo a quella volta egiunti sull'estremo lembo di quel mare ardente o fosforescente che fossevedemmo fermaproprio nel mezzouna massa nera che spiccava nettamente su quel fondo scintillante. La riconoscemmo di colpo.

- "La nave-feretro!" - gridammo tutti.

- "Finalmente!" - esclamò il nostro capitano. - "Avanti!"

- Invece di ubbidireil timoniere lasciò la ribolla e i gabbieri abbandonarono i bracci delle manovredichiarando formalmente che nessuno lo avrebbe seguito. Perbacco! Non avevamo alcuna intenzione di andarci ad impacciare col vascello dei morti! E fummo ben contenti di rimanere a bordo.

- Vedendoci risoluti e decisi a ribellarci se avesse insistitoil nostro capitano fece calare una scialuppa in mare e discese solodicendoci:

- "Aspettatemi qui adunque: la preda sarà tutta mia".

- Afferrò i remi e con un coraggio ammirabile entrò nel mare fosforescentedirigendosi verso la nave misteriosa. Arrancava con sovrumana energiafacendo volare sotto i colpi di remo sprazzi di scintillee teneva gli occhi costantemente fissi sul tre-alberiche era perfettamente immobilequantunque avesse sempre le vele sciolte e il vento soffiasse ancora.

- Di mano in mano che la scialuppa si allontanavainvece di sembrare più piccolasia che un fenomeno d'ottica ovvero il terrore ci falsasse la vistapareva assumere proporzioni gigantesche e che il nostro capitano diventasse sempre più grande.

- Finalmente lo vedemmo raggiungere la navedeporre i remi e balzare sopra le murate che erano a fior d'acqua.

- Quasi nel medesimo istantecome se quello fosse stato un segnalela luce intensa che si stendeva sotto le onde si spense bruscamentee tutto divenne oscuro come il fondo di un barile di catrame!...

- Il nostro terrore accrebbe smisuratamente quandoin mezzo al profondo silenzio che regnava fra le tenebreci giunse agli orecchi un grido acuto che veniva dal largocome un grido d'orrore.

- L'aveva emesso il nostro capitanoo qualche altro essere umano? Attendemmo col cuore stretto dall'angosciama non udimmo più nullané vedemmo ritornare la scialuppa.

- Passarono duetrequattro oreed il nostro comandante non riapparve. Il terrore cresceva a bordo di momento in momentoe nessuno ardiva slanciarsi verso la nave misteriosa: eravamo istupiditi dallo spavento.

- Verso le quattro udimmo improvvisamente a prua un urto. Facendoci coraggio uno coll'altrosalimmo sul castello e scorgemmo la scialuppa del capitanoche le onde o qualche corrente marina o il flusso avevano ricondotta verso di noi. Gettammo una corda munita d'un uncino e la rimorchiammo fin sotto la scala. Solo allora ci accorgemmo che dentro vi giaceva il nostro capitano!

- Lo portammo a bordo: non dava quasi più segno di vitaera bianco come un cencio lavatobagnato di freddo sudore e i capelli gli erano incanutiti tutti.

- Abbandonammo subito quei paraggi funestitemendo che una grave sciagura cogliesse anche noi.

- Al nostro povero capitano vennero prodigate le più affettuose curema non rinvenne che il giorno seguente. Le prime parole che pronunciò furono queste:

- "I feretri!... Quanti feretri!..."

- Poi fu subito assalito da un delirio furiosodurante il quale non faceva altro che parlare di morti e di sepolture. Dai suoi discorsi riuscimmo a capire che quella nave era piena di casse contenenti centinaia di morti.

- Non vi era più dubbio: avevamo incontrato la nave-feretro!...

- Il delirio del nostro capitano non cessò piu; il disgraziato era diventato pazzo furioso. Morì tre giorni dopo il nostro arrivo al Giappone e le sue ultime parole furono:

- "I feretri!... I feretri!... Oh! le orribili code!..."

- Ora quel coraggioso capitanovittima della propria audaciariposa nel piccolo cimitero europeo di Yokohama. Pace alla sua salma!...

Papà Catrame tacque per alcuni istantipoiguardando il nostro comandantegli chiese a bruciapelo:

- Cosa ne dite voi?...

Il capitano invece di rispondere si alzòprese papà Catrame per un bracciolo fece sedere fra l'uditorio eaccomodatosi sul barilereclamò con un gesto il silenzio di tutti.

Noisorpresi per quella novità e curiosi di sapere cosa stava per succedereaprimmo ben bene gli occhitenendoli fissi su di lui. Anche il vecchio mastro era sorpresoed era diventato un po' inquieto.

- Dovete saperemiei lupicini- cominciò il nostro capitano- che esiste un popolo industriosissimod'una frugalità senza paridi un'avarizia incredibileil quale ha una tendenza assai accentuata per l'emigrazione.

- La terra che egli occupa è d'una fertilità prodigiosale sue ricchezze minerali sono incredibilil'industria occupa milioni di braccia; ma non basta per mantenere tutto quel popoloche è il più numeroso dell'Asiapoiché la sua cifra ascende a circa quattrocentocinquanta milioni.

- Adunque una parte di quel popolo è costretta ad emigraresebbene la sua emigrazione non sia di lunga durata. Lascia la patria momentaneamenteinvade le contrade più ricche del globosi adatta a tutti i lavori dai più lucrosi a quelli più meschinimangia quel tanto che basta per tenersi in piediaccumula soldo su soldoe un bel giorno ritorna all'ombra delle sue pagode a scaglie di ramarrodei suoi tetti di porcellanadelle sue splendide torri a nove piani con le più ardite arcate.

- Muoiono taluni di quegli emigrati in terra straniera? Non importa: la loro salma riposerà egualmente sulla terra della patriae i bonzi del suo villaggio o della città andranno egualmente a pregare sulla sua fossa.

- Questo popolovoi l'avrete indovinato giàè il cinese.

- Alcuni anni or sonoi figli del Celeste Impero avevano fissato gli sguardi sulle coste americane bagnate dalle onde dell'Oceano Pacifico. La notizia della favolosa scoperta dell'oro nella nuova California aveva attraversato l'oceanoed ecco salpare a migliaia e migliaia i codati figli del Celeste Imperoavidi di approdare anch'essi a quella preziosa regione.

- Bastarono pochi annianzi pochi mesi si può direperché tutte le coste fossero infestate da quegli emigrati. Il piccolo commercio cadde in gran parte nelle loro maniinvasero tutti i posti disponibilicacciarono i braccianti e gli artierifacendo loro una guerra accanita a colpi di ribasso sulle mercedie le loro colonie in breve divennero numerose e fiorenti.

- Ma il clima nuovole privazioni che s'imponevano per accumulare rapidamente grandi ricchezzele fatiche od altrofacevano dei grandi vuoti fra quella popolazione di emigratie moltissimi non ritornarono più in patria a godere i risparmi e a riposare sul suolo natio. E il morire all'estero rincresceva assai ai gialli figli del Celeste Impero.

- Gli intraprendenti americani fiutarono un buon affareed una società si costituì in breveoffrendo agli emigrati cinesi di trasportare in patria le salme dei loro compatrioti.

- Ecco comparire adunque le navi-feretrolugubri vascelli che salpavano con un carico completo di morti.

- Con un processo speciale si impediva al morto di infracidire subitolo si rinchiudeva in un feretrolo si portava a bordo e dopo cinque o sei settimane lo si sbarcava nei porti del Celeste Imperoe i parenti lo tumulavano nella terra natia.

- Queste navi esistono ancorasalpano ogni mese da San Francisco di California o da Montereye i soci della compagnia fanno splendidi guadagni alle spalle dei poveri morti. Cosa ne penserete ora dell'incontro fatto da mastro Catrame?

- Che era una nave piena di cinesi morti portati in patria- risposero i marinairidendo come pazzimentre il viso di papà Catrame si allungava a vista d'occhio.

- È proprio cosìvecchio mastro- disse il capitano. - La nave dei mortiche hai vedutonon era altro che una nave-feretro americana che trasportava verso la Cina un carico di defunti. Ignoro i motivi che avevano costretto l'equipaggio americano ad abbandonarla; ma forse si era aperta improvvisamente una fallache poi si rinchiuse forse per qualche feretro incastratosi nell'apertura o per altra cagione.

- Avendo ancora le vele scioltepoté continuare a navigarefinché trovò un ostacoloforse un banco sottomarino che l'arrestò. Se il tuo capitano non avesse ignorato l'esistenza delle navi-feretro della compagnia americananon sarebbe diventato pazzo per lo spavento; e forse a quest'ora sarebbe ancora vivo ed occupato a vuotare un buon fiasco di mezcal in qualche ottima posada di Acapulco...

Si alzò ebattendo una mano sulle spalle del mastro che era diventato pensieroso:

- Hai compreso? - disse: - badapapà Catramedi non sognare la nave-feretro ed i suoi morti.

Ci allontanammochi per montare il quarto di guardia e chi pel recarsi a dormire; ma il mastro rimase seduto al suo postoimmerso in profondi pensieri.



L'apparizione del naufrago

La condanna di papà Catrame stava per terminare; ancora una novella e poi la sua linguadopo tanto lavorodoveva alfine riposaree molto probabilmente per un bel pezzo. Era però tempo: poiché la nostra nave stava per avvistare le coste indianee se il vento avesse continuato a mantenersi buonoil giorno seguente dovevamo scoprire le vette delle grandi montagne.

Disgraziatamente per mastro Catrameche calcolava appunto su quel vento per giungere in India prima della sera e quindi evitare la novella che gli restava da raccontarealla notte successe una calma quasi completache durò per tutto il giorno.

Quando il sole scomparveeravamo ancora assai lontani dalla costaforse un trecento miglia. Papà Catrame parve dapprima contrariato e tardò una buona mezz'ora prima di lasciare la cala; ma finalmente risalì sul ponte e non ci sembrò di cattivo umore.

Forse si consolava pensando che era l'ultima sera. Chissà però se invece non gli spiacesse di finire la penaaddolcita dalle eccellenti bottiglie del nostro capitano? Amava tanto quel delizioso Ciproche non gli si faceva ingiuria a pensarlo.

- Animopapà Catrame- disse il capitanoquando lo vide seduto sul famoso barile: - tira fuori la tua miglior novellaallegra o funebre non importa; ma bada che sia interessante. Se piacerà a tuttiin compenso ti regalerò... Indovina.

- Due bottiglie- rispose il mastroleccandosi le labbra.

- No: il barile che ti serve da trono.

- Cosa volete che ne faccia?

- Per Giove! Lo spilleraivuotandolo un po' per serama senza ubriacartiveh!...

- Me lo darete pieno? - chiese il vecchioi cui occhi brillarono di cupidigia.

- Pienoe di quel Cipro che tanto ti piace.

- Ventre di balena! Mi ubriacherò un'altra volta per guadagnare un altro barile.

- Alto là! papà Catrame: ché alla seconda sbornia ti cambio pena e ti carico di ferri per un mese. Sai il proverbio: "Uomo avvisato..." con quel che segue. Ora lasciamo le chiacchiere e narraci la tua ultima novella.

- Il titolo! - esclamarono tutti.

- "L'apparizione del naufrago"- rispose papà Catrame. - Fate silenzio e lasciatemi parlare.

Stava per aprire la boccaquando lo vedemmo improvvisamente trasalire e poi diventare pallido pallidomentre la fronte gli si imperlava di sudore. Il suo viso manifestava una viva ansietà.

- Cosa avete? - chiedemmo.

- Ti senti malepapà Catrame? - domandò alla sua volta il capitano alzandosi.

Il mastro non rispose: pareva che ascoltasse con profondo raccoglimento.

- Non avete udito nulla? - chiese eglidopo qualche istante.

- Nulla- rispondemmo stupiti.

Egli mandò un gran sospiropoitergendosi il sudoremormorò:

- Mi pareva di averla udita.

- Che?... - chiese il capitano.

- La voce di mastro Aniello.

- Chi è questo Aniello?...

- Un mio amico morto sul mare... To'! È strano... si direbbe che è una mania... eppure mi pare sempre di udire quel grido tutte le volte che penso a lui!... Quanti misteri nasconde questo mare!...

Papà Catrame tacque: pareva che ascoltasse ancora: ma non si udivano che i sibili del venticello notturno attraverso l'attrezzatura e il gorgoglìo dell'acquatagliata dall'acuto sperone del veliero.

Nessuno di noi osava rompere il silenzio di quel vecchio originale: si sarebbe però detto che una vaga paura ci aveva invasie anche il capitano parevaforse per la prima voltaimpressionato.

Finalmente papà Catrame si scossesi passò una mano sulla fronte quasi volesse cacciare lontano da sé non so quale doloroso ricordopoi cominciò:

- Non avete mai udito parlare dell'apparizione dei naufraghi? Io non avevo mai creduto che un amico affezionato o un parente adorato potesse ricomparire dopo la sua morte; ma ho dovuto arrendermi all'evidenza di questo strano fenomenose fenomeno può chiamarsi.

- Le leggende del mare sono piene di tali apparizionieper quanto sembrino incredibilivennero registrate da molti e molti autori.

- I bretoni affermano chequando un marinaio muore durante una tempestacomparisce la notte seguente sulle spiagge del paese natio e ne dà l'annuncio con grida lamentevoli; che quando una moglie muore nella propria casaapparisce al marito che si trova lontanosullo sterminato marefra le onde del primo uragano.

- Anche gl'inglesi credono a queste apparizioni: è nota la storia dell'apparizione di una giovane donnaannegatasi sul mare e che per lungo tempo fu vista aggirarsi sulle spiagge gallesi coperta di alghe e di conchigliee si dice che ancora oggidurante certe notti oscure e tempestosese ne odono i lamenti; ed è pure nota e ancora commentata in tutta la marina britannica la fine miseranda d'uno dei più brillanti e audaci ufficiali di marediventato pazzo in seguito ad un bacio ricevuto da sua sorella morta in Inghilterrala quale gli era apparsa nella cabina nello stesso momento in cui cessava di vivere.

- Se dovessi citare tutti i racconti che corrono fra gli equipaggi dei due mondinon finirei più. Mi contenterò di raccontarvi ciò che toccò a mealcuni anni or sononell'Atlantico settentrionalea mille e duecento miglia dalle coste europee.

- Vi presento un bel tipo di marinaio innanzi tutto: mastro Aniello. Eravamo cresciuti assiemeci eravamo imbarcati come mozzi assieme e sullo stesso vascelloe ci volevamo un gran benecome se fossimo fratelli.

- Quando giungevamo in qualche portoscendevamo sempre in compagniae che bevutefiglioli miei! Erano bei tempi quelli: le tasche sempre pienee poi giovani tutti e due. Del vino ne abbiamo ingollato tanto da far navigare una corvetta di prima classe.

- Un giorno peròil diavolo volle metterci la sua codae la nostra amicizia subì un fiero colpo. Mastro Aniello aveva messo gli occhi su di una bruna figlia della sua terra natìa; il suo cuore prese fuoco come le ardenti lave dell'Etna... e la sposò. Pare impossibile! Un marinaio di quello stampoinnamorarsi di una donna!... Uh! quando ci pensogetterei in mare il mio berretto!...

- Ci lasciammoamici semprema non più fratelli come prima. La donna gli aveva rubato il cuoree per me non ne restava che un briciolo grosso quanto il salivagnolo che tengo in bocca. Passarono parecchi anni senza che io nulla sapessi di luiquando me lo vidi giungere sul vascello che montavonon ricordo più se in un porto della Turchia o della Spagna. Si era arruolato in qualità di quartiermastro fra il nostro equipaggio.

- Ma non era più il mio Aniello d'un tempoallegrobuonosenza pensieri pel capo. Era invecchiato di dieci annitristetaciturnod'un umore sempre nero.

- La sua donna era mortala sua barca da pesca era andata a picco in una notte tempestosaed egli era ridiventato marinaio; ma si vedeva che ancora piangeva la bruna figlia del paese natìoe come la piangeva!... Guardate un po' cosa doveva toccare a quel lupo di mare!... Ventre di foca... Non l'avesse mai veduta quella donna!...

- Dunque mastro Aniello era diventato irriconoscibile: parlava solo di radoviveva da parte e non beveva quasi più. Eh! se avesse vuotato delle bottigliel'umor nero se ne sarebbe andato qualche volta; ma non c'era verso che volesse arrendersi ai miei ottimi consigli.

- Bei consigli d'ubriacone! - esclamò il capitano.

Papà Catrame finse di non intendere e continuò:

- Una sera ci trovavamo circa trecento miglia lontano dalle coste dell'America settentrionale. Il tempo era cattivo: soffiava un ventaccio rigido che veniva dai banchi di Terranova e le onde montavano all'assalto del nostro vascello come un branco di molossi affamatiurlando su tutti i toni.

- Io ero di guardia alla ruota del timone e mi affaticavo a mantenere il legno sulla buona rottaquando vidi avvicinarsi a me mastro Aniellocol viso scomposto e gli occhi stravolti.

- "Catrame"- mi disse- "credi tu che i morti ritornino?"

- "Che ubbìe ti saltano pel capo?" - risposi. - "Ti pare che questo sia il momento di parlare di cose così lugubri? Va' a bere una bottigliaAnielloe scaccia le melanconie".

- Egli crollò il capo e riprese:

- "Dunque tu non credi?"

- "No"- risposi.

- "E cosa diresti se io ti dicessi che poco fadinanzi alla prua della navefra due ondeho veduto apparire la mia donna?"

- Lo guardai rabbrividendo; mi ricordavo della storia dell'ufficiale inglesee non ignoravo le dicerie dei marinai bretoni.

- "Hai veduto maleAniello"- diss'iocercando di apparire calmo.

- Egli mandò un profondo sospiro e mi lasciòmormorando non so quali parole.

- L'indomaniquando lo rividi sul pontemi parve che fosse più triste del solito. Salì sul castello di prua senza guardarmi in visoe stette lì parecchie oreimmobilecol viso alteratogli occhi fissi fissi sulle onde e le braccia strettamente incrociate.

- Povero Aniello!... Cercava fra quelle onde l'apparizione veduta nella notte? O forse il suo cervello non era più fermo come prima e gli danzava nella zucca? Lo lasciai farema non lo perdetti d'occhiopoiché sentivo per istinto che quel disgraziato doveva finire male la sua vita.

- Da quel giorno infatti notai che cercava avidamente la morte. Si esponeva dove le onde si rovesciavano con maggior furia sul nostro legno; s'avventuravacon una temerità che faceva raddrizzare i capelli sulle più alte cime della alberatura e si spingeva fino all'estremità dei pennonianche durante le più fiere tempesteper fare un nodo o per aggiustare una fune.

- Invano io lo rimproveravo e gli dicevo che simili prodezze bisognava lasciarle ai mozzipiù agili e più lesti di lui: crollava il capomi faceva cenno di tacere e mi lasciava lì senza pronunciare una sola parola.

- Eravamo giunti a mezza via fra l'America e l'Inghilterraquando fummo sorpresi da un violentissimo uraganouno dei più formidabili che io abbia veduti e provati.

- Il nostro vascello pareva che fosse diventato un semplice guscio di noce. Rollava disperatamentes'inabissava fino al capo di bandaimbarcava ad ogni istante vere montagne d'acqua e si rovesciava sui fianchi con tale violenza da farci ruzzolare come bottida babordo a tribordo.

- Quantunque fosse ancora giornol'oscurità era quasi completa. Si sarebbe detto che il sole era andato a passeggiare nell'altro emisfero e che le tenebre si erano imposte alle nubi.

- Ad un tratto si spezza l'alberetto di maestrarimanendo sospeso per un semplice paterazzino. Il vento e le onde gl'imprimevano tali scosseda temere che da un istante all'altro ci piombasse sul capo.

- Nessuno ardiva salire lassù per spingerlo in marepoiché la furia del vento era tale da trascinare con sé l'uomo più saldo e robusto.

- D'improvviso apparisce sul ponte mastro Aniello. Vede l'alberetto e si slancia verso le griselle per salire.

- Compresi che quell'uomo andava a cercare la morte. Lo raggiunsi nel momento in cui stava per montare sui primi scalini.

- "Disgraziatocosa fai?" - gli chiesi. - "Non vedi che lassù vi è la morte?"

- Egli mi guardò con due occhi che mandavano vivi baglioricon due occhi da pazzoe sorrise tristemente.

- "La morte!..." - esclamò con voce rauca. - "Forse che Aniello la teme? Va'Catramee se muoioricordati di me".

- Con una spinta irresistibile mi allontanòpoi sparve fra l'oscuritàe mentre salivalo udivo riderema d'un riso che faceva fremere e raggrinzare il cuore.

- Alla vivida luce d'un lampo lo vidi sull'alto dell'albero lottare contro il vento che cercava di spingerlo nello spumeggiante abissoinerpicarsi sulle esili griselle delle crocettepoi afferrare l'oscillante alberetto.

- Cosa accadde poi? L'oscurità non mi permise di vedere altro; ma d'improvviso udii echeggiare tra i fischi del vento e i muggiti dell'oceano un urlo acutoterribilee distinsi a stento una massa confusa piombare fra le onde. Mastro Aniello era caduto insieme coll'alberetto e il mare li aveva inghiottiti entrambi!...

Papà Catrame si arrestò: era pallido e sulla sua fronte rugosa vidi apparire delle grosse gocce di sudore.

Sembrava che ascoltasse di nuovo: si era curvato verso il tribordo e impallidiva sempre più. Ascoltammo anche noi; fosse illusione od altroudimmo o ci sembrò di udire in lontananza un grido che pareva d'uomo.

- Avete udito? - chiese mastro Catramecon voce alterata.

- Non ho udito nulla- rispose il capitano.

- Eppure!...

- Hai scambiato qualche scricchiolio del legname con un grido. Tira innanzipapà Catrameche sono curioso di sapere come termina la tua storia.

- È una cosa strana- riprese il vecchio marinaiocome parlando fra sé. - Ho sempre quel grido straziante negli orecchiquel grido che mi parve come un ultimo addio dell'amico d'infanzia!... Povero Aniello! Chissà quale pensiero gli passò pel caponel momento in cui piombava nell'oceano dall'alto della crocetta! Orsùpensiamo ad altro.

- Tutte le manovre tentate per salvare quel disgraziatoriuscirono vane. L'uragano ci trascinava verso l'Est con furia irresistibilee l'amico mio trovò fra le onde la morteche con tanta ostinazione cercava.

- Da quel momento cominciai a provare delle misteriose paure e quasi quasi dei rimorsi. Se gli avessi impedito di salire su quell'alberoforse sarebbe ancora vivo. Sia maledetta quella notte!...

- Per lungo tempo fui in preda ad una viva agitazione e negli orecchi avevo sempre quelle parole che egli mi aveva dette pochi giorni prima che morisse: "Catramecredi tu che i morti ritornino?..."

- Devono ritornaresìchecché ne dicano gli spregiudicatie anche Aniello doveva tornare. Lo sentivo attorno a mesebbene non lo vedessi ancora. Quando di notte io scendevo nella calami pareva di veder dinanzi a me un'ombra più nera e più densa delle tenebre; udivo dei fruscii strani nelle corsie della nave equando mi trovavo solotintinnare i bicchieri e le bottiglie e oscillare la mia brandaanche se il mare era perfettamente tranquillo.

- Avrò sognato forsequantunque so che ero desto; ma una notte sentii due labbra gelide posarsi sulla mia fronte e un'altra-volta svolazzare qualche cosa attorno al viso. In quei momentisempre mi tornava alla memoria quella frase: "I morti ritornano"e sentivo agghiacciarmi il cuore.

- Erano passati due mesi. Avevamo toccato le coste inglesi ed eravamo ripartiti per quelle americane con un carico di cotoni lavorati.

- Una seramentre ci trovavamo presso a poco nel punto dove si era inabissato mastro Aniellonello scendere nella stiva udii distintamente un grido che pareva sorgesse dalle profondità dell'oceano. Era il grido echeggiato fra l'uragano due mesi innanziera quello emesso da Aniello nel momento in cui piombava giù dall'albero.

- Atterritorisalii in coperta e mi diressi a pruaspinto da una forza misteriosa. La notte era cupa: soffiava forte il ventoe il mare si rompeva furioso contro il nostro veliero.

- D'improvvisoa una gomena di distanzavidi apparire sulla superficie dell'oceano un largo flotto di spumapoi balzare su un alberettoe aggrappato a quello un uomo.

- L'apparizione si spiegò manifesta sulle onde e distinsi nettamente mastro Aniellocoperto di conchiglie e di alghe marine. Mi guardò per alcuni istantimi fece un segno colla destra a mo' di salutopoi s'inabissò in mezzo ad un cerchio fosforescente che spiccava vivamente fra la profonda oscurità.

- Voi direte che in quel momento io sognavoo che il mio cervello non era a postoo che i miei occhi hanno creduto di vedere; ma io vi rispondo di no! Ero sveglio come sono orail vento era gelido e non permetteva di sognare o di dormire in piediné avevo assaggiato un sorso di vino o di liquore.

- Rimasi come inchiodato sul castello di pruapazzo di terrorecogli occhi fissi sul muggente oceanoparendomi sempre di vedere riapparire il mortoe nei miei orecchi sentivo risuonare dei funebri rintocchicome quella notte terribile in cui udii la campana dell'inglese Morthon.

- Quando mi tolsero di làpoiché da solo non sarei stato capace di fare un passoio deliravo. Caddi ammalatonon so se per lo spavento o per l'emozione provatae nei miei deliri mi pareva di sentire sulla fronte il freddo bacio di mastro Aniello e di vedermelo ricomparire dinanzi pallido come i mortiseminudo e cogli occhi sbarratifissi su di mecome in quel momento in cui lo vidi sorgere dagli abissi dell'oceanotra il candido flotto di spuma.

- Guarii...le visioni sparvero...la paralisi che mi colse passò... trascorsero molti anni...eppure tutte le volte che mastro Anielllo mi torna alla memoriaodo ancora quel grido straziantee chissà... forse non cesserà se non colla mia morte...

Mastro Catrame tacquechinando il capo sul petto. Nessuno osava parlare: eravamo anche noi impressionati vivamente da quella triste storia. Anche il capitano taceva e mi pareva che fosse diventato pallido come il vecchio marinaio.

Per parecchi minuti un profondo silenzio regnò a bordo del nostro legnoappena rotto dal flebile lamento del vento e dal frangersi delle onde. Ad un tratto il capitano si scosse eguardando il mastroche continuava a tacere:

- Hai sognatopapà Catrame- disse.

Il vecchio crollò il capo.

- No- rispose poi.

- La paura ti ha fatto vedere l'amico tuo.

- No- ripeté il mastro.

- Forse fu una...

- È inutile! - esclamò il mastro con tono energico. - I naufraghi riappariscono!...

In quell'istante sul mare s'alzò un grido acutoun grido che pareva voce umana.

Balzammo tutti in piedi lividi pel terrorementre mastro Catrame precipitava dal barileurlando con voce strozzata:

- Lo udite?... È lui!...

Il capitano era impallidito come noi.

È impossibile! - esclamò.

Il grido si fece riudiree questa volta più chiaro e vicino.

- È lui! - ripeté mastro Catrame con voce tremante.

Il capitano fece un gesto di furore e si slanciò verso la murata prodieramentre tutti gli altri si stringevano attorno al vecchio marinaio.

Uno scroscio di risa echeggiò a prua.

- Ah! un dugongo!- disse il capitano. - L'India ci è vicina - Un dugongo! - esclamarono i marinairespirando.

Mastro Catrame si alzò lentamentesi terse il freddo sudore che gli inondava la fronte e se ne andò balbettando:

- Eppure i morti ritornano!

E sparve nella stivamentre il veliero correva ratto verso l'Indiale cui coste spiccavano nettamente fra i pallidi raggi dell'astro notturnoil vento mormorava dolcemente fra l'attrezzaturae l'onda gorgogliava attorno allo speronemandando strani bagliori.

Il giorno dopoil nostro veliero gettava l'ancora nel porto di Bombaydi fronte all'isola di Salsette.

Mastro Catramecome era sua abitudinerimase rintanato nelle tenebrose cavità della cala; quell'uomo aveva in orrore la terra e quando si sentiva vicino alla costa non avrebbe abbandonato la sua nave per cento bottiglie di vino di Cipro.

Ioavendo compiuto il mio impegno col capitano e contando di rimanere in India qualche tempoprima di abbandonare la nave volli rivedere una volta ancora il vecchio mastro.

Lo trovai in fondo alla sua calasdraiato a fianco del famoso barile che il capitanocome aveva promessogli aveva donatoe pieno di quell'eccellente Cipro così caro financo ai mussulmani.

Quando mi vide si alzòspillò un gran bicchiereeoffrendomelo col più amabile sorriso che fosse mai apparso su quelle labbra d'orsomi disse:

- Vi auguro buona fortunasignoree speronel prossimo viaggiodi vuotare in vostra compagnia un altro boccale di questo delizioso vino.

Poimentre io sorseggiavo il contenuto del bicchieremi si piantò dinanzi colle braccia incrociate sul pettoguardandomi fisso fisso. Mi pareva imbarazzato e dimenava la lingua come se avesse voluto dire qualche cosa d'altrosenza però osarlo.

- Orsùpapà Catrame- diss'io ridendo. - Cosa vi frulla pel capo?...

- Ma... è che... non so...

- Parlateperbacco! Vi faccio paura forse?

Il vecchio si guardò d'intorno come per assicurarsi che nessuno poteva udirlo all'infuori di mepoi mi si avvicinò con una cert'aria misteriosa e mi dissegrattandosi il capo:

- Io so... che voi scrivete... Se un giorno avrete del tempo da gettar via... ehper Giove!...

- Avantipapà Catrame.

- Ebbene... il colpo ormai è partito. Ditemi: vi spiacerebbe scrivere le mie leggende? Non per meveh! ma per quegli increduli che vorrebbero gettar tra i ferri vecchi le leggende del mare.

- Con tutto il piacere; se avrò tempovi prometto di scriverle.

Il vecchio mastro mi strinse vigorosamente la destramentre mi diceva:

- Spero di rivedervi. Sono vecchioassai vecchioma ho la pelle salda ancora.

Ci lasciammo. Mentre però stavo per salire la scalaegli mi richiamò.

- Mi dimenticavo una cosa- mi disse.

Si frugò nel petto e staccò da un piccola cordicella un pezzo di corallo in forma di corno.

- Prendete- mi disse: - ciò vi porterà fortuna!...

E ci separammo entrambi commossi.

Che uomo! Che uomo era quel mastro Catrame!