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IacopoSannazaro

ARCADIA

 

 

Prologo

 

Sogliono il più de le volte gli alti espaziosi alberi negli orridi monti da la natura produttipiùche le coltivate pianteda dotte mani espurgatenegli adornigiardini a' riguardanti aggradare; e molto più per i soliboschi i selvatichi ucelli sovra i verdi rami cantandoa chi gliascolta piacereche per le piene cittadidentro le vezzose etornate gabbie non piacciono gli ammaestrati. Per la qual cosa ancorasì come io stimoaddivieneche le silvestre canzoni vergatene li ruvidi cortecci de' faggi dilettino non meno a chi le leggeche li colti versi scritti ne le rase carte degli indorati libri; ele incerate canne de' pastori porgano per le fiorite valli forse piùpiacevole suonoche li tersi e pregiati bossi de' musici per lepompose camere non fanno. E chi dubita che più non sia a leumane menti aggradevole una fontana che naturalmente esca da le vivepietreattorniata di verdi erbetteche tutte le altre ad arte fattedi bianchissimi marmirisplendenti per molto oro? Certo che io credaniuno. Dunque in ciò fidandomipotrò ben io fra questedeserte piaggeagli ascoltanti alberiet a quei pochi pastori chevi sarannoracontare le rozze eclogheda naturale vena uscite; cosìdi ornamento ignude esprimendolecome sotto le dilettevoli ombrealmormorio de' liquidissimi fontida' pastori di Arcadia le udiicantare; a le quali non una volta ma mille i montani Idii da dolcezzavinti prestarono intente orecchiee le tenere Ninfedimenticate diperseguire i vaghi animalilasciarono le faretre e gli archi appièdegli alti pini di Menalo e di Liceo. Onde iose licito mi fussepiù mi terrei a gloria di porre la mia bocca a la umilefistula di Coridonedatagli per adietro da Dameta in caro duonochea la sonora tibia di Palladeper la quale il male insuperbito Satiroprovocò Apollo a li suoi danni. Che certo egli èmigliore il poco terreno ben coltivareche 'l molto lasciare per malgoverno miseramente imboschire.

 

Prosa 1

Giace nella sommità di Partenionon umilemonte de la pastorale Arcadiaun dilettevole pianodi ampiezza nonmolto spazioso però che il sito del luogo nol consentema diminuta e verdissima erbetta sì ripienoche se le lascivepecorelle con gli avidi morsi non vi pascessenovi si potrebbe diogni tempo ritrovare verdura. Ovese io non mi ingannoson forsedodici o quindici alberidi tanto strana et eccessiva bellezzachechiunque li vedessegiudicarebbe che la maestra natura vi si fussecon sommo diletto studiata in formarli. Li quali alquanto distantiet in ordine non artificioso disposticon la loro rarità lanaturale bellezza del luogo oltra misura annobiliscono.

2 Quivi senza nodo veruno si vede ildrittissimo abetenato a sustinere i pericoli del mare; e con piùaperti rami la robusta quercia e l'alto frassino e lo amenissimoplatano vi si distendonocon le loro ombre non picciola parte delbello e copioso prato occupando. Et èvi con più brevefronda l'alberodi che Ercule coronar si soleanel cui pedale lemisere figliuole di Climene furono transformate. Et in un de' lati siscerne il noderoso castagnoil fronzuto bosso e con puntate foglielo eccelso pino carico di durissimi frutti; ne l'altro lo ombrosofaggiola incorruttibile tiglia e 'l fragile tamariscoinsieme conla orientale palmadolce et onorato premio de' vincitori. Ma fratutti nel mezzo presso un chiaro fonte sorge verso il cielo un drittocipressoveracissimo imitatore de le alte metenel quale non cheCiparissomase dir conviensiesso Apollo non si sdegnarebbeessere transfigurato. Né sono le dette piante sìdiscortesiche del tutto con le lor ombre vieteno i raggi del soleentrare nel dilettoso boschetto; anzi per diverse parti sìgraziosamente gli ricevenoche rara è quella erbetta che daquelli non prenda grandissima recreazione. E come che di ogni tempopiacevole stanza vi siane la fiorita primavera più che intutto il restante anno piacevolissima vi si ritruova.

3 In questo così fatto luogosogliono sovente i pastori con li loro greggi dagli vicini monticonveniree quivi in diverse e non leggiere pruove esercitarse; sìcome in lanciare il grave paloin trare con gli archi al versaglioet in addestrarse nei lievi salti e ne le forti lottepiene dirusticane insidie; e 'l più de le volte in cantare et insonare le sampogne a pruova l'un de l'altronon senza pregio e lodedel vincitore. Ma essendo una fiata tra l'altre quasi tutti iconvicini pastori con le loro mandre quivi ragunatie ciascunovarie maniere cercando di sollacciaresi dava maravigliosa festaErgasto solosenza alcuna cosa dire o fareappiè di unalberodimenticato di sé e de' suoi greggi giacevanonaltrimente che se una pietra o un tronco stato fussequantunque peradietro solesse oltra gli altri pastori essere dilettevole egrazioso. Del cui misero stato Selvaggio mosso a compassioneperdargli alcun confortocosì amichevolmente ad alta vocecantando gli incominciò a parlare:

 

 

Ecloga 1

SELVAGGIOERGASTO

 

Selvaggio:

Ergasto mioperché solingo e tacito
pensar ti veggio? Oimèche mal si lassano
le pecorelle andare a lor ben placito!
Vedi quelle che 'l rio varcando passano;
vedi quei duo monton che 'nsieme correno
come in un tempo per urtar s'abassano.
Vedi c'al vincitor tutte soccorreno
e vannogli da tergoe 'l vitto scacciano
e con sembianti schivi ognor l'aborreno.
E sai ben tu che i lupiancor che tacciano
fan le gran prede; e i can dormendo stannosi
però che i lor pastor non vi s'impacciano.
Già per li boschi i vaghi ucelli fannosi
i dolci nidie d'alti monti cascano
le neviche pel sol tutte disfannosi.
E par che i fiori per le valli nascano
et ogni ramo abbia le foglia tenere
e i puri agnelli per l'erbette pascano.
L'arco ripiglia il fanciullin di Venere
che di ferir non è mai stancoo sazio
di far de le medolle arida cenere.
Progne ritorna a noi per tanto spazio
con la sorella sua dolce cecropia
a lamentarsi de l'antico strazio.
A dire il verooggi è tanta l'inopia
di pastor che cantando all'ombra seggiano
che par che stiamo in Scitia o in Etiopia.
Or poi che o nulli o pochi ti pareggiano
a cantar versi sì leggiadri e frottole
deh canta omaiche par che i tempi il cheggiano.



Ergasto:
Selvaggio mioper queste oscure grottole
Filomena né Progne vi si vedono
ma meste strigi et importune nottole.
Primavera e suoi dì per me non riedono
né truovo erbe o fioretti che mi gioveno
ma solo pruni e stecchi che 'l cor ledono.
Nubbi mai da quest'aria non si moveno
e veggioquando i dì son chiari e tepidi
notti di vernoche tonando pioveno.
Perisca il mondoe non pensar ch'io trepidi;
ma attendo sua ruinae già considero
che 'l cor s'adempia di pensier più lepidi.
Caggian baleni e tuon quanti ne videro
i fier giganti in Flegrae poi sommergasi
la terra e 'l cielch'io già per me ildesidero.
Come vuoi che 'l prostrato mio cor ergasi
a poner cura in gregge umile e povero
ch'io spero che fra' lupi anzi dispergasi?
Non truovo tra gli affanni altro ricovero
che di sedermi solo appiè d'un acero
d'un faggiod'un abete o ver d'un sovero;
ché pensando a colei che 'l cor m'ha lacero
divento un ghiaccioe di null'altra curomi
né sento il duol ond'io mi struggo e macero.



Selvaggio:
Per maraviglia più che un sasso induromi
udendoti parlar sì malinconico
e 'n dimandarti alquanto rassicuromi.
Qual è colei c'ha 'l petto tanto erronico
che t'ha fatto cangiar volto e costume?
Dimelche con altrui mai nol commonico.



Ergasto:
Menando un giorno gli agni presso un fiume
vidi un bel lume in mezzo di quell'onde
che con due bionde trecce allor mi strinse
e mi dipinse un volto in mezzo al core
che di colore avanza latte e rose;
poi si nascose in modo dentro all'alma
che d'altra salma non mi aggrava il peso.
Così fui preso; onde ho tal giogo al collo
ch'il pruovo e sollo più c'uom mai di carne
tal che a pensarne è vinta ogni alta stima.
Io vidi prima l'uno e poi l'altro occhio;
fin al ginocchio alzata al parer mio
in mezzo al rio si stava al caldo cielo;
lavava un veloin voce alta cantando.
Oimèche quando ella mi videin fretta
la canzonetta sua spezzando tacque
e mi dispiacque che per più mie' affanni
si scinse i panni e tutta si coverse;
poi si sommerse ivi entro insino al cinto
tal che per vinto io caddi in terra smorto.
E per conforto darmiella già corse
e mi soccorsesì piangendo a gridi
c'a li suo' stridi corsero i pastori
che eran di fuori intorno a le contrade
e per pietade ritentàr mill'arti.
Ma i spirti sparti al fin mi ritornaro
e fen riparo a la dubbiosa vita.
Ella pentitapoi ch'io mi riscossi
allor tornossi indietroe 'l cor più m'arse
sol per mostrarse in un pietosa e fella.
La pastorella mia spietata e rigida
che notte e giorno al mio soccorso chiamola
e sta soperba e più che ghiaccio frigida
ben sanno questi boschi quanto io amola;
sannolo fiumimontifiere et omini
c'ognor piangendo e sospirando bramola.
Salloquante fiate il dì la nomini
il gregge mioche già a tutt'ore ascoltami
o ch'egli in selva pasca o in mandra romini.
Eco rimbombae spesso indietro voltami
le voci che sì dolci in aria sonano
e nell'orecchie il bel nome risoltami.
Quest'alberi di lei sempre ragionano
e ne le scorze scritta la dimostrano
c'a pianger spesso et a cantar mi spronano.
Per lei li tori e gli arieti giostrano.
 

 

 

Prosa 2

Stava ciascun di noi non men pietoso che attonito adascoltare le compassionevoli parole di Ergastoil quale quantunquecon la fioca voce e i miserabili accenti a suspirare più voltene movessenon di meno tacendosolo col viso pallido e magroconli rabuffati capelli e gli occhi lividi per lo soverchio piangereneavrebbe potuto porgere di grandissima amaritudine cagione. Ma poi cheegli si tacquee le risonanti selve parimente si acquetarononon fualcuno de la pastorale turbaa cui bastasse il core di partirsequindi per ritornare ai lasciati giochiné che curasse difornire i cominciati piaceri; anzi ognuno era sì vinto dacompassionechecome meglio poteva o sapevasi ingegnava diconfortarloammonirlo e riprenderlo del suo erroreinsegnandoli dimolti rimediiassai più leggieri a dirli che a metterli inoperazione. Indi veggendo che 'l sole era per dechinarse versol'occidentee che i fastidiosi grilli incominciavano a stridere perle fissure de la terrasentendosi di vicino le tenebre de la nottenoi non sopportando che 'l misero Ergasto quivi solo rimanessequasia forza alzatolo da sederecominciammo con lento passo a moveresuavemente i mansueti greggi verso le mandre usate. E per men sentirela noia de la petrosa viaciascuno nel mezzo de l'andare sonando avicenda la sua sampognasi sforzava di dire alcuna nuova canzonettachi raconsolando i canichi chiamando le pecorelle per nomealcunolamentandosi de la sua pastorella et altro rusticamente vantandosi dela sua; senza che molti scherzando con boscarecce astuziedi passoin passo si andavano motteggiandoinsino che a le pagliaresche casefummo arrivati.

2 Ma passando in cotal guisa piùe più giorniavvenne che un matino fra gli altriavendo iosì come è costume de' pastoripasciute le miepecorelle per le rogiadose erbettee parendomi omai per losopravegnente caldo ora di menarle a le piacevoli ombreove colfresco fiato de' venticelli potesse me e loro insieme recrearemipusi in camino verso una valle ombrosa e piacevoleche men di unmezzo miglio vicina mi stava; di passo in passo gridando con la usataverga i vagabundi greggi che si imboscavano. Né guari eraancora dal primo luogo dilungatoquando per aventura trovai in viaun pastore che Montano avea nomeil quale similmente cercava difuggire il fastidioso caldo; et avendosi fatto un cappello di verdifrondiche dal sole il difendessesi menava la sua mandra dinanzisì dolcemente sonando la sua sampognache parea che le selvepiò che l'usato ne godessono.

3 A cui io vago di cotal suonoconvoce assai umana dissi:

4 - Amicose le benivole Ninfeprestino intente orecchie al tuo cantaree i dannosi lupi nonpossano predare nei tuoi agnellima quelli intatti e di bianchissimelane coverti ti rendano grazioso guadagnofa che io alquanto godadel tuo cantarese non ti è noia; ché la via e 'lcaldo ne parrà minore. Et acciò che tu non creda che letue fatiche si spargano al ventoio ho un bastone di noderoso mirtole cui estremità son tutte ornate di forbito piomboe ne lasua cima è intagliata per man di Cariteobifolco venuto da lafruttifera Ispagnauna testa di arietecon le corna sìmaestrevolmente lavorateche Toribiopastore oltra gli altriricchissimomi volse per quello dare un caneanimoso strangulatoredi lupiné per lusinghe o patti che mi offerisseil poteoegli da me giamai impetrare. Or questose tu vorrai cantarefiatutto tuo.

5 Allora Montanosenza altri preghiaspettarecosì piacevolmente andando incominciò:

 

Ecloga 2

MONTANOURANIO



Montano:
Itene all'ombra degli ameni faggi
pasciute pecorelleomai che 'l sole
sul mezzo giorno indrizza i caldi raggi.
Ivi udirete l'alte mie parole
lodar gli occhi sereni e trecce bionde
le mani e le bellezze al mondo sole;
mentre il mio canto e 'l murmurar de l'onde
s'accorderannoe voi di passo in passo
ite pascendo fiorierbette e fronde.
Io veggio un uomse non è sterpo o sasso;
egli è pur uom che dorme in quella valle
disteso in terra fatigoso e lasso.
Ai pannia la statura et a le spalle
et a quel can che è biancoel par che sia
Uraniose 'l giudicio mio non falle.
Egli è Uranioil qual tanta armonia
ha ne la liraet un dir sì leggiadro
che ben s'agguaglia a la sampogna mia.
Fuggite il ladroo pecore e pastori;
che gli è di fuori il lupo pien d'inganni
e mille danni fa per le contrade.
Qui son due strade: or via veloci e pronti
per mezzo i montiché 'l camin vi squadro
cacciate il ladroil qual sempre s'appiatta
in questa fratta e 'n quellae mai non dorme
seguendo l'orme de li greggi nostri.
Nessun si mostri paventoso al bosco
ch'io ben conosco i lupi; andiamoandiamo
ché s'un sol ramo mi trarrò da presso
nel farò spesso ritornare adietro.
Chi fias'impetro da le mie venture
c'oggi secure vi conduca al varco
più di me scarco? O pecorelle ardite
andate unite al vostro usato modo
chése 'l ver odoil lupo è quivicino
ch'esto matino udi' romori strani.
Itemiei caniiteMelampo et Adro
cacciate il ladro con audaci gridi.
Nessun si fidi nell'astute insidie
de' falsi lupiche gli armenti furano;
e ciò n'avviene per le nostre invidie.
Alcun saggi pastor le mandre murano
con alti legnie tutte le circondano;
ché nel latrar de' can non s'assicurano.
Cosìper ben guardarsempre n'abondano
in latte e 'n lanee d'ogni tempo aumentano
quando i boschi son verdi e quando sfrondano.
Né mai per neve il marzo si sgomentano
né perden capraperché fuor lalascino;
così par che li fati al ben consentano.
Ai loro agnelli già non nòce ilfascino
o che sian erbe o incanti che possedano;
e i nostri col fiatar par che s'ambascino.
Ai greggi di costor lupi non predano:
forse temen de' ricchi. Or che vuol dire
c'a nostre mandre per usanza ledano?
Già semo giunti al luogo ove il desire
par che mi sprone e tire
per dar principio agli amorosi lai.
Uranionon dormirdéstati omai.
Miseroa che ti stai?
Così ne meni il dìcome la notte?



Uranio:
Montanoio mi dormiva in quelle grotte
e 'n su la mezza notte
questi can mi destàr baiando al lupo;
ond'io gridando "ALO"
più non dormii per fin che vidi il giorno.
E 'l gregge numerai di corno in corno;
indi sotto questo orno
mi vinse il sonnoond'or tu m'hai ritratto.



Montano:
Vòi cantar meco? Or incomincia affatto.



Uranio:
Io canterò con patto
di risponder a quel che dir ti sento.



Montano:
Or qual canterò ioche n'ho ben cento?
Quella del Fier tormento?
O quella che comincia: Alma mia bella?
Dirò quell'altra forse: Ahi cruda stella?



Uranio:
Dehper mio amordi' quella
c'a mezzo di l'altr'ier cantasti in villa.



Montano:
Per pianto la mia carne si distilla
sì come al sol la neve
o come al vento si disfà la nebbia;
né so che far mi debbia.
Or pensate al mio malqual esser deve.



Uranio:
Or pensate al mio malqual esser deve;
ché come cera al foco
o come foco in acqua mi disfaccio
né cerco uscir dal laccio
sì mi è dolce il tormentoe 'lpianger gioco.



Montano:
Sì mi è dolce il tormentoe 'lpianger gioco
che cantosòno e ballo
e cantando e ballando al suon languisco
e seguo un basilisco.
Così vuol mia venturao ver mio fallo.



Uranio:
Così vuol mia venturao ver mio fallo;
che vo sempre cogliendo
di piaggia in piaggia fiori e fresche erbette
trecciando ghirlandette;
e cerco un tigre umiliar piangendo.



Montano:
Fillida miapiù che i ligustri bianca
più vermiglia che 'l prato a mezzo aprile
più fugage che cerva
et a me più proterva
c'a Pan non fu colei che vinta e stanca
divenne canna tremula e sottile;
per guiderdon de le gravose some
deh spargi al vento le dorate chiome.



Uranio:
Tirrena miail cui colore agguaglia
le matutine rose e 'l puro latte;
più veloce che damma
dolce del mio cor fiamma;
più cruda di colei che fe' in Tessaglia
il primo alloro di sue membra attratte;
sol per rimedio del ferito core
volgi a me gli occhiove s'annida Amore.



Montano:
Pastorche sète intorno al cantar nostro
s'alcun di voi ricerca foco o esca
per riscaldar la mandra
vegna a me salamandra
felice inseme e miserabil mostro;
in cui convien c'ognor l'incendio cresca
dal dì ch'io vidi l'amoroso sguardo
ove ancor ripensando aghiaccio et ardo.



Uranio:
Pastorche per fuggire il caldo estivo
all'ombra desiate per costume
alcun rivo corrente
venite a me dolente
che d'ogni gioia e di speranza privo
per gli occhi spargo un doloroso fiume
dal dì ch'io vidi quella bianca mano
c'ogn'altro amor dal cor mi fe' lontano.



Montano:
Ecco la nottee 'l ciel tutto s'imbruna
e gli alti monti le contrade adombrano;
le stelle n'accompagnano e la luna.
E le mie pecorelle il bosco sgombrano
inseme ragunateche ben sanno
il tempo e l'ora che la mandra ingombrano.
Andiamo appresso noiché lor sen vanno
Uranio mio; e già i compagni aspettano
e forse temen di successo danno.



Uranio:
Montanoi miei compagni non suspettano
del tardar mioch'io vo' che 'l gregge pasca;
né credo che di me pensier si mettano.
Io ho del pane e più cose altre in tasca;
se vòi star meconon mi vedrai movere
mentre sarà del vino in questa fiasca;
e sì potrebbe ben tonare e piovere.

 

 

Prosa 3

Già si tacevano i duo pastori dal cantareespeditiquando tutti da sedere levatilasciando Uranio quivi conduo compagnine ponemmo a seguitare le pecorelleche di gran pezzaavante sotto la guardia de' fidelissiini cani si erano avviate. E nonostante che i fronzuti sambuchi coverti di fiori odoriferi la ampiastrada quasi tutta occupassenoil lume de la luna era sìchiaroche non altrimente che se giorno stato fusse ne mostrava ilcamino. E così passo passo seguitandoleandavamo per losilenzio de la serena notteragionando de le canzoni cantate ecomendando maravigliosamente il novo cominciare di Montanoma moltopiù il pronto e securo rispondere di Uranioal quale nienteil sonnoquantunque appena svegliato a cantare incominciassede lemerite lode scemare potuto avea. Per che ciascuno ringraziava libenigni Diiche a tanto diletto ne aveano sì impensatamenteguidati. Et <alcuna> volta avveniva che mentre noi per viaandavamo così parlandoi fiochi fagiani per le loro magionicantavanoe ne faceano sovente per udirli lasciare interrotti iragionamentili quali assai più dolci a tal maniera nepareanoche se senza sì piacevole impaccio gli avessemo perordine continuati. Con cotali piaceri adunque ne riconducemmo a lenostre capanne; ove con rustiche vivande avendo prima cacciata lafamene ponemmo sovra l'usata paglia a dormirecon sommo desiderioaspettando il novo giornonel quale solennemente celebrar si doveala lieta festa di Palesveneranda Dea de' pastori.

2 Per reverenza de la qualesìtosto come il sole apparve in orientee i vaghi ucelli sovra liverdi rami cantarono dando segno de la vicina luceciascunoparimente levatosi cominciò ad ornare la sua mandra di ramiverdissimi di querce e di corbezzoliponendo in su la porta unalunga corona di frondi e di fiori di ginestre e d'altri; e poi confumo di puro solfo andò divotamente attorniando i saturigreggie purgandoli con pietosi preghiche nessun male li potessenocere né dannificare. Per la qual cosa ciascuna capanna siudì risonare di diversi instrumenti. Ogni stradaogni borgoogni trivio si vide seminato di verdi mirti. Tutti gli animaliegualmente per la santa festa conobbero desiato riposo. I vomeriirastrile zappegli aratri e i gioghi similmente ornati di serte dinovelli fiori mostrarono segno di piacevole ocio. Né fu alcunodegli aratoriche per quel giorno pensasse di adoperare esercizio nélavoro alcuno; ma tutti lieti con dilettevoli giochi intornoagl'inghirlandati buovi per li pieni presepi cantarono amorosecanzoni. Oltra di ciò li vagabundi fanciulli di passo in passocon le semplicette verginelle si videro per le contrade esercitarepuerili giochiin segno di commune letizia.

3 Ma per potermo divotamente offrire ivoti fatti ne le necessità passate sovra i fumanti altaritutti inseme di compagnia ne andammo al santo tempio. Al quale pernon molti gradi poggiativedemmo in su la porta dipinte alcune selvee colli bellissimi e copiosi di alberi fronzuti e di mille varietàdi fiori; tra i quali si vedeano molti armenti che andavano pascendoe spaziandosi per li verdi praticon forse dieci cani dintorno cheli guardavano; le pedate dei quali in su la polvere naturalissime sidiscernevano. De' pastori alcuni mungevanoalcuni tondavano lanealtri sonavano sampognee tali vi eranoche pareva che cantando siingegnasseno di accordarsi col suono di quelle. Ma quel che piùintentamente mi piacque di mirareerano certe Ninfe ignudele qualidietro un tronco di castagno stavano quasi mezze nascoseridendo diun montoneche per intendere a rodere una ghirlanda di quercia chedinanzi agli occhi gli pendeanon si ricordava di pascere le erbeche dintorno gli stavano. In questo venivano quattro Satiri con lecorna in testa e i piedi caprini per una macchia di lentischi pianpianoper prenderle dopo le spalle; di che elle avedendosisimettevano in fuga per lo folto bosconon schivando né pruniné cosa che li potesse nocere. De le quali una più chele altre prestaera poggiata sovra un càrpinoe quindi conun ramo lungo in mano si difendea; le altre si erano per pauragittate dentro un fiumee per quello fuggivano notandoe le chiareonde poco o niente gli nascondevano de le bianche carni. Ma poi chesi vedevano campate dal pericolostavano assise da l'altra rivaaffannate et anelantiasciugandosi i bagnati capelli; e quindi congesti e con parole pareva che increpare volessono coloro che giungerenon le avevano potuto.

4 Et in un de' lati vi era Apollobiondissimoil quale appoggiato ad un bastone di selvatica olivaguardava gli armenti di Admeto a la riva di un fiume; e perattentamente mirare duo forti tori che con le corna si urtavanononsi avvedea del sagace Mercurioche in abito pastoralecon una pelledi capra appiccata sotto al sinestro umerogli furava le vacche. Etin quel medesmo spazio stava Battopalesatore del furtotransformato in sassotenendo il dito disteso in gesto didimostrante. E poco più basso si vedeva pur Mercuriochesedendo ad una gran pietra con gonfiate guance sonava una sampognaecon gli occhi torti mirava una bianca vitella che vicina gli stavaecon ogni astuzia si ingegnava di ingannare lo occhiuto Argo.

5 Da l'altra parte giaceva appièdi un altissimo cerro un pastore adormentato in mezzo de le suecapreet un cane gli stava odorando la tasca che sotto la testatenea; il qualeperò che la Luna con lieto occhio il miravastimai che Endimione fusse. Appresso di costui era Parische con lafalce avea cominciato a scrivere "Enone" a la corteccia diun olmoe per giudicare le ignude Dee che dinanzi gli stavanononla avea potuto ancora del tutto fornire. Ma quel ch'è non mensottile a pensare che dilettevole a vedereera lo accorgimento deldiscreto pintoreil quale avendo fatta Giunone e Minerva di tantoestrema bellezza che ad avanzarle sarebbe stato impossibileediffidandosi di fare Venere sì bella come bisognavaladipinse volta di spallescusando il difetto con la astuzia. E moltealtre cose leggiadre e bellissime a riguardarede le quali io oramal mi ricordovi vidi per diversi luoghi dipinte.

6 Ma entrati nel tempioet a l'altarepervenutiove la imagine de la santa Dea si vedeatrovammo unsacerdote di bianca veste vestito e coronato di verdi frondesìcome in sì lieto giorno et in sì solenne officio sirichiedevail quale a le divine cerimonie con silenzio mirabilissimone aspettava. Né più tosto ne vide intorno alsacrificio ragunatiche con le proprie mani uccise una bianca agnae le interiori di quella divotamente per vittima offerse nei sacratifochicon odoriferi incensi e rami di casti ulivi e di teda e dicrepitanti lauri inseme con erba sabina; e poi spargendo un vaso ditepido latteinginocchiato e con le braccia distese verso l'orientecosì cominciò:

7 - O riverenda Deala cuimaravigliosa potenzia più volte nei nostri bisogni si èdimostrataporgi pietose orecchie ai preghi divotissimi de lacircunstante turba. La quale ti chiede umilmente perdono del suofallose non sapendo avesse seduto o pasciuto sotto alcuno alberoche sacrato fusseo se entrando per li inviolabili boschiavessecon la sua venuta turbate le sante Driade e i semicapri Dii daisollacci loro; e se per necessità di erbe avesse con laimportuna falce spogliate le sacre selve de' rami ombrosipersubvenire alle famulente pecorelleo vero se quelle per ignoranzaavessono violate le erbe de' quieti sepolcrio turbati con li piedii vivi fonticorrumpendo de le acque la solita chiarezza. TuDeapietosissianaappaga per loro le deità offesedilungandosempre morbi et infirmità dai semplici greggi e dai maestri diquelli. Né consentire che gli occhi nostri non degni veggianomai per le selve le vendicatrici Ninfené la ignuda Dianabagnarse per le fredde acquené di mezzo giorno il silvestreFaunoquando da caccia tornando stancoirato sotto ardente soletranscorre per li lati campi. Discaccia da le nostre mandre ognimagica bestemmia et ogni incanto che nocevole sia; guarda i teneriagnelli dal fascino de' malvagi occhi de' invidiosi; conserva lasollicita turba degli animosi canisecurissimo sussidio et aita dele timide pecoreacciò che il numero de le nostre torme pernessuna stagione si scemene si truove minore la sera al ritornareche 'l matino all'uscire; né mai alcun de' nostri pastori siveggia piangendo riportarne a l'albergo la sanguinosa pelle appenatolta al rapace lupo. Sia lontana da noi la iniqua famee sempreerbe e frondi et acque chiarissime da bere e da lavarle nesoverchino; e di ogni tempo si veggiano di latte e di proleabondevoli e di bianche e mollissime lane copioseonde i pastoriricevano con gran letizia dilettevole guadagno.

8 E questo quattro volte dettoetaltre tante per noi tacitamente murmuratociascun per purgarsilavatosi con acqua di vivo fiume le maniindi di paglia accesigrandissimi fochisovra a quelli cominciammo tutti per ordinedestrissimamente a saltareper espiare le colpe commesse nei tempipassati.

9 Ma porti i divoti preghie isolenni sacrificii finitiuscimmo per un'altra porta ad una bellapianura coverta di pratelli delicatissimili qualisì comeio stimonon erano stati giamai pasciuti né da pecore néda caprené da altri piedi calcati che di Ninfe; nécredo ancora che le susurranti api vi fusseno nodate a gustare iteneri fiori che vi erano; sì belli e sì intatti sidimostravano. Per mezzo dei quali trovammo molte pastorelleleggiadrissimeche di passo in passo si andavano facendo noveghirlandette; e quelle in mille strane maniere ponendosi sovra libiondi capellisi sforzava ciascuna con maestrevòe arte disuperare le dote de la natura. Fra le quali Galicio veggendo forsequella che più amavasenza essere da alcuno di noi pregatodopo alquanti sospiri ardentissimisonandogli il suo Eugenio lasampognacosì suavemente cominciò a cantaretacendociascuno:

 

Ecloga 3

GALICIO




Sovra una verde riva
di chiare e lucide onde
in un bel bosco di fioretti adorno
vidi di bianca oliva
ornato e d'altre fronde
un pastorche 'n su l'alba appiè d'un orno
cantava il terzo giorno
del mese inanzi aprile;
a cui li vaghi ucelli
di sopra gli arboscelli
con voce rispondean dolce e gentile;
et ei rivolto al sole
dicea queste parole:
Apri l'uscio per tempo
leggiadro almo pastore
e fa vermiglio il ciel col chiaro raggio;
mostrane inanzi tempo
con natural colore
un bel fiorito e dilettoso maggio;
tien più alto il viaggio
acciò che tua sorella
più che l'usato dorma
e poi per la sua orma
se ne vegna pian pian ciascuna stella;
chése ben ti ramenti
guardasti i bianchi armenti.
Valli vicine e lupi
cipressialni et abeti
porgete orecchie a le mie basse rime:
e non teman de' lupi
gli agnelli mansueti
ma torni il mondo a quelle usanze prime.
Fioriscan per le cime
i cerri in bianche rose
e per le spine dure
pendan l'uve mature;
suden di mèl le querce alte e nodose
e le fontane intatte
corran di puro latte.
Nascan erbette e fiori
e li fieri animali
lassen le lor asprezze e i petti crudi;
vegnan li vaghi Amori
senza fiammelle o strali
scherzando inseme pargoletti e 'gnudi;
poi con tutti lor studi
canten le bianche Ninfe
e con abiti strani
salten Fauni e Silvani;
ridan li prati e le correnti linfe
e non si vedan oggi
nuvoli intorno ai poggi.
In questo dì giocondo
nacque l'alma beltade
e le virtuti raquistaro albergo;
per questo il ceco mondo
conobbe castitade
la qual tant'anni avea gittata a tergo;
per questo io scrivo e vergo
i faggi in ogni bosco;
tal che omai non è pianta
che non chiami "Amaranta"
quella c'adolcir basta ogni mio tòsco;
quella per cui sospiro
per cui piango e m'adiro.
Mentre per questi monti
andran le fiere errando
e gli alti pini aràn pungenti foglie;
mentre li vivi fonti
correran murmurando
ne l'alto mar che con amor li accoglie;
mentre fra speme e doglie
vivran gli amanti in terra;
sempre fia noto il nome
le mangli occhi e le chiome
di quella che mi fa sì lunga guerra;
per cui quest'aspra amara
vita m'è dolce e cara.
Per cortesiacanzontu pregherai
quel dì fausto et ameno
che sia sempre sereno.

 

 

Prosa 4

Piacque maravigliosamente a ciascuno il cantare diGalicioma per diverse maniere. Alcuni lodarono la giovenil vocepiena di armonia inestimabile; altri il modo suavissimo e dolceattoad irretire qualunque animo stato fusse più ad amore ribello;molti comendarono le rime leggiadre e tra' rustici pastori nonusitate; e di quelli ancora vi furonoche con più ammirazioneestolsero la acutissima sagacità del suo avvedimentoil qualeconstretto di nominare il mese a' greggi et a' pastori dannososìcome saggio evitatore di sinestro augurio in sì lieto giornodisse "il mese inanzi aprile". Ma io che non men desiderosodi sapere chi questa Amaranta si fusseche di ascoltare l'amorosacanzone era vagole orecchie alle parole de lo inamorato pastore egli occhi ai volti de le belle giovenette teneva intentissimamentefermatistimando per li movimenti di colei che dal suo amantecantare si udivapoteria senza dubitazione alcuna comprendere. E conaccorto sguardo or questa or quella riguardandone vidi una che trale belle bellissima giudicai; li cui capelli erano da un sottilissimovelo covertidi sotto al quale duo occhi vaghi e lucidissimiscintillavanonon altrimente che le chiare stelle sogliono nelsereno e limpido cielo fiammeggiare. E 'l viso alquanto piùlunghetto che tondodi bella formacon bianchezza non spiacevole matemperataquasi al bruno dechinandoe da un vermiglio e graziosocolore accompagnatoreimpieva di vaghezza gli occhi che 'l miravano.Le labra erano tali che le matutine rose avanzavano; fra le qualiogni volta che parlava o sorridevamostrava alcuna parte de' dentidi tanto strana e maravigliosa leggiadriache a niuna altra cosa chead orientali perle gli avrei saputo assomigliare. Quindi a lamarmorea e delicata gola discendendovidi nel tenero petto lepicciole e giovenili mammelleche a guisa di duo rotondi pomi lasottilissima veste in fuori pingivano; per mezzo de le quali sidiscerneva una vietta bellissima et oltra modo piacevole ariguardare; la qualeperò che ne le secrete parti siterminavadi a quelle con più efficacia pensare mi fucagione. Et ella delicatissima e di gentile e rilevata staturaandava per li belli praticon la bianca mano cogliendo i tenerifiori. De' quali avendo già il grembo ripienonon piùtosto ebbe dal cantante giovene udito "Amaranta" nominareche abandonando le mani e 'l senoe quasi essendo a se medesmauscita di mentesenza avvedersene ellatutti gli cadderoseminandola terra di forse venti varietà di colori. Di che poi quasiripresa accorgendosidivenne non altrimente vermiglia nel visochesuole tal volta il rubicondo aspetto de la incantata luna o vero nelo uscire del sole la purpurea aurora mostrarsi a' riguardanti. Ondeella non per bisognocredoche a ciò la astringessemaforse pensando di meglio nascondere la sopravenuta rossezza che dadonnesca vergogna li procedeasi bassò in terra da capo acoglierliquasi come di altro non gli calessescegliendo i fioribianchi dai sanguigni e i persi dai violati. Da la qual cosa io cheintento e sollicitissimo vi miravapresi quasi per fermo argomentocolei dovere essere la pastorella di cui sotto confuso nome cantareudiva.

2 Ma lei dopo brieve intervallo ditempo fattasi de' racolti fiori una semplicetta coronasi mescolòtra le belle compagne; le quali similmente avendo spogliato lo onoreai prati e quello a sé postoaltere con suave passoprocedevanosì come Naiade o Napee state fussenoe con ladiversità de' portamenti oltra misura le naturali bellezzeaugmentavano. Alcune portavano ghirlande di ligustri con fiori giallie tali vermigli interposti; altre aveano mescolati i gigli bianchi ei pulpurini con alquante frondi verdissime di arangi per mezzo;quella andava stellata di rosequell'altra biancheggiava digelsomini; tal che ognuna per sé e tutte inseme più adivini spirti che ad umane creature assomigliavano; per che molti conmaraviglia diceano: - O fortunato il posseditore di cotali bellezze!- Ma veggendo elle il sole di molto alzatoe 'l caldo grandissimosopravenireverso una fresca valle piacevolmente inseme scherzando emotteggiandosi drizzarono i passi loro. A la quale in brevissimospazio pervenutee trovativi i vivi fonti sì chiariche dipurissimo cristallo pareanocominciarono con le gelide acque arinfrescarsi i belli volti da non maestrevole arte rilucenti; eretiratesi le schiette maniche insino al cubitomostravano ignude lecandidissime bracciale quali non poca bellezza alle tenere edelicate mani sopragiungevano. Per la qual cosa noi piùdivenuti volenterosi di vederlesenza molto indugiarepresso alluogo ove elle stavano ne avvicinammoe quivi appiè di unaaltissima elcina ne ponemmo senza ordine alcuno a sedere.

3 Ove come che molti vi fusseno et incetere et in sampogne espertissiminon di meno a la più partedi noi piacque di volere udire Logisto et Elpino a pruova cantare;pastori belli de la persona e di età giovenissimi; Elpino dicapreLogisto di lanate pecore guardatore; ambiduo coi capellibiondi più che le mature spicheambiduo di Arcadiaetegualmente a cantare et a rispondere apparecchiati. Ma volendoLogisto non senza pregio contenderedepuse una bianca pecora con duoagnellidicendo:

4 - Di questi farai il sacrificio a leNinfese la vittoria del cantare fia tua; ma se quella li benignifati a me concederannoil tuo domestico cervo per merito de laguadagnata palma mi donarai.

5 - Il mio domestico cervo - rispuseElpino - dal giorno che prima a la lattante madre il tolsiinsino aquesto tempolo ho sempre per la mia Tirrena riserbatoe per amordi lei con sollicitudine grandissima in continue delicatezze nudritopettinandolo sovente per li puri fonti et ornandoli le ramose cornacon serte di fresche rose e di fiori; onde egli avvezzato di mangiarea la nostra tavolasi va il giorno a suo diporto vagabundo errandoper le selvee poi quando tempo li parequantunque tardi siase neritorna a la usata casa; ove trovando me che sollicitissimo loaspettonon si può veder sazio di lusingarmesaltando efacendomi mille giochi dintorno. Ma quel che di lui più chealtro mi aggradaè che conosce et ama sovra tutte le cose lasua donnae pazientissimo sostiene di farse porre il capestro e diessere tocco da le sue mani; anzi di sua voluntà li para ilmansueto collo al giogo e tal fiata gli umeri a l'imbasto; e contentodi essere cavalcato da leila porta umilissimo per li lati campisenza lesione o pur timore di pericolo alcuno. E quel monile che oragli vedi di marine cochigliecon quel dente di cinghiale che a guisadi una bianca luna dinanzi al petto gli pendelei per mio amoregliel puseet in mio nome gliel fa portare. Dunque questo non viporrò io; ma il mio pegno sarà taleche tu stessoquando il vedraiil giudicarai non che bastevolema maggiore deltuo. Primeramente io ti dipongo un caprovario di pelodi corpograndebarbutoarmato di quattro cornaet usato di vincerespessissime volte ne l'urtare; il quale senza pastore bastarebbe soloa conducere una mandra quantunque grande fusse. Oltra di ciòun nappo nuovo di faggiocon due orecchie bellissime del medesmolegnoil qualeda ingegnoso artefice lavoratotiene nel suo mezzodipinto il rubicondo Priapo che strettissimamente abraccia una Ninfaet a mal grado di lei la vuol basciare; onde quella di ira accesatorcendo il volto indietrocon tutte sue forze intende a svilupparsida luie con la manca mano gli squarcia il nasocon l'altra glipela la folta barba. E sonovi intorno a costoro tre fanciulli ignudie pieni di vivacità mirabilede' quali l'uno con tutto il suopodere si sforza di tòrre a Priapo la falce di manoaprendolipuerilmente ad uno ad uno le rustiche dite; l'altro con rabbiosidenti mordendoli la irsuta gambafa segnale al compagno che gliporga aita; il quale intento a fare una sua picciola gabbia di pagliae di giunchiforse per rinchiudervi i cantanti grillinon si movedal suo lavoro per agiutarli. Di che il libidinoso idio pococurandosipiù si restringe seco la bella Ninfadispostototalmente di menare a fine il suo proponimento. Et è questomio vaso di fuori circondato d'ogn'intorno d'una ghirlanda di verdepimpinellaligata con un brieve che contene queste parole: Da talradice nasce Chi del mio mal si pasce. E giuroti per le deitàde' sacri fontiche giamai le mie labra nol toccaronoma sempre loho guardato nettissimo ne la mia tascadall'ora che <per> unacapra e due grandi fiscelle di premuto latte il comparai da unnaviganteche nei nostri boschi venne da lontani paesi.

6 Allor Selvaggioche in ciògiudice era stato elettonon volle che pegni si ponessenodicendoche assai sarebbe se 'l vincitore ne avesse la lode e 'l vinto lavergogna. E così dettofe' cenno ad Ofelia che sonasse lasampognacomandando a Logisto che cominciasse et ad Elpino chealternandoa vicenda rispondesse. Per la qual cosa appena il suonofu sentitoche Logisto con cotali parole il seguitò:

 

Ecloga 4

LOGISTOELPINO

 

Logisto:
Chi vuole udire i miei sospiri in rime
donne mie caree l'angoscioso pianto
e quanti passi tra la notte e 'l giorno
spargendo indarno vo per tanti campi
legga per queste querce e per li sassi
ché n'è già piena omai ciascunavalle.



Elpino:
Pastoriucel né fiera alberga in valle
che non conosca il suon de le mie rime;
né spelunca o caverna è fra gli sassi
che non rimbombe al mio continuo pianto;
né fior né erbetta nasce in questicampi
ch'io no la calche mille volte il giorno.



Logisto:
Lassoch'io non so ben l'ora né 'l giorno
che fui rinchiuso in questa alpestra valle
né mi ricordo mai correr per campi
libero e sciolto; ma piangendo in rime
sempre in fiamme son vissoe col mio pianto
ho pur mosso a pietà gli alberi e i sassi.



Elpino:
Montiselvefontanepiagge e sassi
vo cercand'iose pur potesse un giorno
in parte rallentar l'acerbo pianto;
ma ben veggi'or che solo in una valle
trovo riposo a le mie stanche rime
che murmurando van per mille campi.



Logisto:
Fiere silvestreche per lati campi
vagando errate e per acuti sassi
udiste mai sì dolorose rime?
Ditelper dio. Udiste in alcun giorno
o pur in questa o ver in altra valle
con sì caldi sospir sì lungo pianto?



Elpino:
Ben mille notti ho già passate in pianto
tal che quasi paludi ho fatto i campi;
al fin m'assisi in una verde valle
et una voce udii per mezzo i sassi
dirmi: - Elpinoor s'appressa un lieto giorno
che ti farà cantar più dolci rime.



Logisto:
O fortunatoche con altre rime
riconsolar potrai la doglia e 'l pianto!
Ma io lasso pur vo di giorno in giorno
noiando il cielnon che le selve e i campi;
tal ch'io credo che l'erbe e i fonti e i sassi
et ogni ucel ne pianga in ogni valle.



Elpino:
Dehse ciò fusseor qual mai piaggia ovalle
udrebbe tante e sì suavi rime?
Certo io farei saltare i boschi e i sassi
sì come un tempo Orfeo col dolce pianto;
allor si sentirebbon per li campi
torturelle e colombe in ogni giorno.



Logisto:
Allora io cheggio che sovente il giorno
il mio sepolcro onori in questa valle
e le ghirlande còlte ai verdi campi
al cener muto dii con le tue rime
dicendo: - Alma infeliceche di pianto
vivesti un tempoor posa in questi sassi. -



Elpino:
Logistoodanlo i fiumiodanlo i sassi
che un lieto fausto aventuroso giorno
s'apparecchia a voltarti in riso il pianto;
se pur l'erbe ch'io colsi a la mia valle
non m'ingannaroe le 'ncantate rime
che di biade più volte han privi i campi.
 
Logisto:
Li ignudi pesci andran per secchi campi
e 'l mar fia duro e liquefatti i sassi
Ergasto vincerà Titiro in rime
la notte vedrà 'l solle stelle il giorno
pria che gli abeti e i faggi d'esta valle
odan da la mia bocca altro che pianto.



Elpino:
Se mai uom si nudrì d'ira e di pianto
quel un fui ioe voi 'l sapeteo campi;
ma pur sperando uscir de l'aspra valle
richiusa intorno d'alti e vivi sassi
e ripensando al ben che avrò quel giorno
canto con la mia canna or versi or rime.



Logisto:
Allor le rime mie ben senza pianto
che 'l giorno non dea luce ai lieti campi
e i sassi teman l'aura in chiusa valle.

 

 

Prosa 5

Era già per lo tramontare del sole tuttol'occidente sparso di mille varietà di nuvoliquali violatiquali ceruleialcuni sanguignialtri tra giallo e neroe tali sìrilucenti per la ripercussione de' raggiche di forbito e finissimooro pareano. Per che essendosi le pastorelle di pari consentimentolevate da sedere intorno a la chiara fontanai duo amanti puserofine a le loro canzoni. Le quali sì come con maravigliososilenzio erano state da tutti uditecosì con grandissimaammirazione furono da ciascuno egualmente comendatee massimamenteda Selvaggioil quale non sapendo discernere quale fusse stato piùprossimo a la vittoriaamboduo giudicò degni di somma lode;al cui giudicio tutti consentemmo di commune parere. E senza poterlipiù comendare che comendati ne gli avessemoparendo aciascuno tempo di dovere omai ritornare verso la nostra villaconpasso lentissimomolto degli avuti piaceri ragionandoin camino nemettemmo.

2 Il quale avegna che per la asprezzade l'incolto paese più montoso che piano fussenon di menotutt'i boscarecci diletti che per simili luoghi da festevole e lietacompagna prender si puotenone diede et amministrò quellasera. E primeramente avendosi nel mezzo de l'andare ciascuno trovatala sua piastrellatirammo ad un certo segno; al quale chi piùsi avvicinavaerasì come vincitoreper alquanto spazioportato in su le spalle da colui che perdea; a cui tutti con lietigridi andammo applaudendo dintorno e facendo maravigliosa festasìcome a tal gioco si richiedea. Indi di questo lasciandoneprendemmochi gli archi e chi le fiondee con quelle di passo in passoscoppiando e traendo pietrene diportammo; posto che con ogni arteet ingegno i colpi l'un de l'altro si sforzasse di superare. Madiscesi nel piano e i sassosi monti dopo le spalle lasciaticome aciascuno parvenovelli piaceri a prendere rincominciammo; oraprovandone a saltareora a dardeggiare con li pastorali bastonietora leggierissimi a correre per le spiegate campagne; ove qualunqueper velocità primo la disegnata meta toccavaera di frondi dipallidi ulivi onorevolmente a suon di sampogna coronato perguiderdone. Oltra di ciòsì come tra' boschi spessevolte addivienemovendosi d'una parte volpid'altra cavriuolisaltandoe quelli in qua et in là con nostri cani seguendone trastullammoinsino che agli usati alberghi da' compagniche ala lieta cena n'aspettavanofummo ricevuti; ove dopo molto giocareessendo gran pezza de la notte passataquasi stanchi di piacereconcedemmo alle esercitate membra riposo.

3 Né più tosto la bellaAurora cacciò le notturne stellee 'l cristato gallo col suocanto salutò il vicino giornosignificando l'ora che gliaccoppiati bovi sogliono a la fatica usata ritornareche un de'pastoriprima di tutti levatosiandò col rauco corno tuttala brigata destando; al suono del quale ciascunolasciando il pigrolettose apparecchiò con la biancheggiante alba a li novipiaceri. E cacciati da le mandre li volenterosi greggi e postine conessi in viali quali di passo in passo con le loro campane per letacite selve risvegliavano i sonnacchiosi ucelliandavamo pensosiimaginando ove con diletto di ciascuno avessemo commodamente potutotutto il giorno pascere e dimorare. E mentre così dubitosiandavamochi proponendo un luogo e chi un altroOpicoil quale erapiù che gli altri vecchio e molto stimato fra' pastoridisse:

4 - Se voi vorrete ch'io vostra guidasiaio vi menarò in parte assai vicina di quie certo al mioparere non poco dilettosa; de la quale non posso non ricordarmi atutte oreperò che quasi tutta la mia giovenezza in quellatra suoni e canti felicissimamente passai; e già i sassi chevi sono mi conosconoe sono ben insegnati di rispondere agli accentide le voci mie. Ovesì come io stimotrovaremo molti alberinei quali io un tempoquando il sangue mi era più caldoconla mia falce scrissi il nome di quella che sovra tutti gli greggiamai; e credo già che ora le lettere inseme con gli alberisiano cresciute; onde prego gli Dii che sempre le conservino inesaltazione e fama eterna di lei.

5 A tutti egualmente parve diseguitare il consiglio di Opicoet ad un punto al suo volererispondemmo essere apparecchiati. Né guari oltra a duo miliapassi andati fummoche al capo di un fiume chiamato Erimantopervenimmo; il quale da piè di un monte per una rottura dipietra viva con un rumore grandissimo e spaventevole e con certibollori di bianche schiume si caccia fòre nel pianoe perquello transcorrendocol suo mormorio va fatigando le vicine selve.La qual cosa di lontano a chi solo vi andasseporgerebbe di primaintrata paura inestimabilee certo non senza cagione; con ciòsia cosa che per commune opinione de' circunstanti populi si tienequasi per certo che in quel luogo abiteno le Ninfe del paese; lequali per porre spavento agli animi di coloro che approssimare vi sivolessonofacciano quel suono così strano ad udire. Noiperché stando a tale strepito non avriamo potuto né diparlare né di cantare prendere dilettocominciammo pian pianoa poggiare il non aspro montenel quale erano forse mille tracipressi e pini sì grandi e sì spaziosiche ognun persé averebbe quasi bastato ad umbrare una selva. E poi chefummo a la più alta parte di quello arrivatiessendo il soledi poco alzatone ponemmo confusamente sovra la verde erba a sedere.Ma le pecore e le capreche più di pascere che di riposarseerano vaghecominciarono ad andarsi appicciando per luoghiinaccessibili et ardui del selvatico montequale pascendo un ruboquale un arboscello che allora tenero spuntava da la terra; alcuna sialzava per prendere un ramo di salcealtra andava rodendo le tenerecime di querciole e di cerretti; moltebevendo per le chiarefontanesi rallegravano di vedersi specchiate dentro di quelle; inmaniera che chi di lontano vedute le avesseavrebbe di leggieropotuto credere che pendesseno per le scoverte ripe.

6 La quali cose mentre noi taciti conattento occhio miravamonon ricordandone di cantare né dialtra cosane parve subitamente da lungi udire un suono come di pivae di naccarimescolato con molti gridi e voci altissime di pastori.Per che alzatine da sedererattissimi verso quella parte del monteonde il rumore si sentiva ne drizzammoe tanto per lo inviluppatobosco andammoche a quella pervenimmo. Ove trovati da dieci vaccariche intorno al venerando sepolcro del pastore Androgeo in cerchiodanzavanoa guisa che sogliono sovente i lascivi Satiri per le selvela mezza notte saltareaspettando che dai vicini fiumi escano leamate Ninfene ponemmo con loro inseme a celebrare il mesto officio.De' quali un più che gli altri degno stava in mezzo del ballopresso a l'alto sepolcro in uno altare novamente fatto di verdi erbe.E quivisecondo lo antico costumespargendo duo vasi di novo latteduo di sacro sanguee duo di fumoso e nobilissimo vinoe copiaabondevole di tenerissimi fiori di diversi colori; et accordandosicon suave e pietoso modo al suono de la sampogna e de' naccaricantava distesamente le lode del sepolto pastore:

7 - GodigodiAndrogeoe se dopo lamorte a le quiete anime è concesso il sentireascolta leparole nostre; e i solenni onorii quali ora i tuoi bifolci tirendonoovunque felicemente dimoribenigno prendi et accetta. Certoio creggio che la tua graziosa anima vada ora a torno a queste selvevolandoe veda e senta puntalmente ciò che per noi oggi insua ricordazione si fa sovra la nova sepultura. La qual cosa se èpur veraor come può egli essere che a tanto chiamare non nerisponda? Dehtu solevi col dolce suono de la tua sampogna tutto ilnostro bosco di dilettevole armonia far lieto: come ora in picciolluogo richiusotra freddi sassi sei constretto di giacere in eternosilenzio? Tu con le tue parole dolcissime sempre ripacificavi lequestioni de' litiganti pastori: come ora gli haipartendotilasciati dubbiosi e scontenti oltra modo? O nobile padre e maestro ditutto il nostro stuoloove pari a te il troveremo? i cuiammaestramenti seguiremo noi? sotto quale disciplina viveremo ormaisecuri? Certo io non so chi ne fia per lo inanzi fidata guida neidubbiosi casi. O discreto pastorequando mai più le nostreselve ti vedranno? quando per questi monti fia mai amata lagiustiziala drittezza del vivere e la riverenza degli Dii? Le quaicose tutte sì nobilmente sotto le tue ali fiorivano; permaniera che forse mai in nessun tempo il riverendo Termino segnòpiù egualmente gli ambigui campi che nel tuo. Oimèchinei nostri boschi omai canterà le Ninfe? chi ne daràpiù ne le nostre avversità fidel consiglio? e ne lemestizie piacevole conforto e dilettocome tu facevicantandosovente per le rive de' correnti fiumi dolcissimi versi? Oimèche appena i nostri armenti sanno senza la tua sampogna pascere perli verdi prati; li quali mentre vivesti solevanosi dolcemente alsuono di quella ruminare l'erbe sotto le piacevoli ombre de lefresche elcine. Oimèche nel tuo dipartire si partironoinseme con teco da questi campi tutti li nostri Dii. E quante voltedopo avemo fatto pruova di seminare il candido frumentotante invece di quello avemo ricolto lo infelice loglio con le sterili aveneper li sconsolati solchi; et in luogo di viole e d'altri fiori sonousciti pruni con spine acutissime e velenose per le nostre campagne.

8 Per la qual cosapastorigittateerbe e fronde per terrae di ombrosi rami coprite i freschi fontiperò che così vuole che in suo onore si faccia ilnostro Androgeo. O felice Androgeoaddioeternamente addio! Eccoche il pastorale Apollo tutto festivo ne viene al tuo sepolcro peradornarti con le sue odorate corone. E i Fauni similmente con leinghirlandate cornae carichi di silvestri duoniquel che ciascunpuò ti portano: de' campi le spichedegli arbosti i racemicon tutti i pampinie di ogni albero maturi frutti. Ad invidia deiquali le convicine Ninfeda te per adietro tanto amate e riveritevengono ora tutte con canistri bianchissimi pieni di fiori e di pomiodoriferi a renderti i ricevuti onori. E quel che maggiore èe del quale più eterno duono a le sepolte ceneri dare non sipuòle Muse ti donano versi; versi ti donano le Muse; e noicon le nostre sampogne ti cantamo e cantaremo semprementre gliarmenti pasceranno per questi boschi. E questi pini e questi cerri equesti piatani che dintorno ti stannomentre il mondo saràsusurreranno il nome tuo; e i tori parimente con tutte le paesanetorme in ogni stagione avranno riverenza a la tua ombrae con altevoci muggendo ti chiameranno per le rispondenti selve. Tal che da orainanzi sarai sempre del numero de' nostri Dii; e sì come aBacco et a la santa Cererecosì ancora a' tuoi altari idebiti sacrificiise sarà freddofaremo al focose caldoale fresche ombre. E prima i velenosi tassi sudaranno mèledolcissimoe i dolci fiori il faranno amaro; prima di inverno simeteranno le biadee di estate coglieremo le nere oliveche mai perqueste contrade si taccia la fama tua.

9 Queste parole finitesubitamenteprese a sonare una suave cornamusa che dopo le spalle li pendea; a lamelodia de la quale Ergastoquasi con le lacrime <in> su gliocchicosì aperse le labra a cantare:

 

Ecloga 5



ERGASTO
Alma beata e bella
che da' legami sciolta
nuda salisti nei superni chiostri
ove con la tua stella
ti godi inseme accolta
e lieta ivischernendo i pensier nostri
quasi un bel sol ti mostri
tra li più chiari spirti
e coi vestigii santi
calchi le stelle erranti;
e tra pure fontane e sacri mirti
pasci celesti greggi
e i tuoi cari pastori indi correggi;
altri montialtri piani
altri boschetti e rivi
vedi nel cieloe più novelli fiori;
altri Fauni e Silvani
per luoghi dolci estivi
seguir le Ninfe in più felici amori.
Tal fra soavi odori
dolce cantando all'ombra
tra Dafni e Melibeo
siede il nostro Androgeo
e di rara dolcezza il cielo ingombra
temprando gli elementi
col suon de novi inusitati accenti.
Quale la vite a l'olmo
et agli armenti il toro
e l'ondeggianti biade ai lieti campi
tale la gloria e 'l colmo
fostù del nostro coro.
Ahi cruda mortee chi fia che ne scampi
se con tue fiamme avampi
le più elevate cime?
Chi vedrà mai nel mondo
pastor tanto giocondo
che cantando fra noi sì dolci rime
sparga il bosco di fronde
e di bei rami induca ombra su l'onde?
Pianser le sante Dive
la tua spietata morte;
i fiumi il sanno e le spelunche e i faggi;
pianser le verdi rive
l'erbe pallide e smorte
e 'l sol più giorni non mostrò suoiraggi;
né gli animai selvaggi
usciro in alcun prato
né greggi andàr per monti
né gustaro erbe o fonti
tanto dolse a ciascun l'acerbo fato;
tal che al chiaro et al fosco
"Androgeo Androgeo" sonava il bosco.
Dunque fresche corone
a la tua sacra tomba
e voti di bifolci ognor vedrai;
tal che in ogni stagione
quasi nova colomba
per bocche de' pastor volando andrai;
né verrà tempo mai
che 'l tuo bel nome estingua
61 mentre serpenti in dumi
sarannoe pesci in fiumi.
Né sol vivrai ne la mia stanca lingua
ma per pastor diversi
in mille altre sampogne e mille versi.
Se spirto alcun d'amor vive fra voi
querce frondose e folte
fate ombra a le quiete ossa sepolte.

 

 

Prosa 6

Mentre Ergasto cantò la pietosa canzoneFronimosovra tutti i pastori ingegnosissimola scrisse in unaverde corteccia di faggio; e quella di molte ghirlande investitaappiccò ad un alberoche sovra la bianca sepoltura stendeva irami soi. Per la qual cosa essendo l'ora del disnare quasi passatan'andammo presso d'una chiara fontanache da piè di unaltissimo pino si movea; e quivi ordinatamente cominciammo a mangiarele carni de' sacrificati vitellie latte in più maniereecastagne mollissimee di quei frutti che la stagione concedeva; nonperò senza vini generosissimi e per molta vecchiezza odoriferiet apportatori di letizia nei mesti cori.

2 Ma poi che con la abondevolediversità de' cibi avemmo sedata la famechi si diede acantarechi a narrare favolealcuni a giocaremoltisopravintidal sonnosi addormirono. Finalmente io (al quale e per laallontananza de la cara patriae per altri giusti accidentiogniallegrezza era cagione di infinito dolore) mi era gittato appièd'un alberodoloroso e scontentissimo oltra modo; quando vididiscosto da noi forse ad un tratto di pietra venire con frettolosipassi un pastore ne l'aspetto giovenissimoavvolto in un mantarro diquel colore che sogliono essere le grueal sinestro lato del qualependea una bella tasca d'un picciolo cuoio di abortivo vitello; esopra le lunghe chiomele quali più che 'l giallo de la rosabiondissime dopo le spalle gli ricadevanoaveva uno irsuto cappellofattosì come poi mi avvididi pelle di lupo; e ne la destramano un bellissimo bastone con la punta guarnita di nova ramema diche legno egli era comprendere non potei; con ciò sia cosa chese li cornilo stato fusseai nodi eguali l'avrei potuto conoscerese di frassino o di bossoil colore me lo avrebbe manifestato. Etegli veniva taleche veracissimamente pareva il troiano Parisquando ne le alte selvetra li semplici armentiin quella primarusticitàdimorava con la sua Ninfacoronando sovente ivincitori montoni.

3 Il quale poi che in brieve spaziopresso a me ove alcuni giocavano al versaglio fu giuntodomandòa quei bifolci se una sua vacca di pel bianco con la fronte neraveduta avessenola quale altre volte fuggendo era avezzata dimescolarsi fra li loro tori. A cui piacevolmente fu rispostoche nongli fusse noia tanto indugiarse con esso noiche 'l meridiano caldosopravenisse; con ciò sia cosa che in su quell'otta avean percostume gli armenti di venirsene tutti a ruminare le matutine erbeall'ombra de' freschi alberi. E questo non bastandovi mandarono unloro famigliareil qualeperò che peloso molto erusticissimo uomo eraUrsacchio per tutta Arcadia era chiamato; checostui la dovesse in quel mezzo andare per ogni luogo cercandoequella trovata conducere ove noi eravamo.

4 Allora Carinoche così aveanome colui che la bianca vacca smarrita aveasi puse a sedere sovraun tronco di faggio che dirimpetto ne stava; e dopo moltiragionamential nostro Opico voltatosiil pregòamichevolmente che dovesse cantare. Il quale così mezzosorridendo rispuse:

5 - Figliuol miotutte le terrenecose e l'animo ancoraquantunque celeste siane portano seco glianni e la devoratrice età. E' mi ricorda molte volte fanciulloda che il sole usciva insino che si coricava cantaresenza puntostancarmi mai; et ora mi sono usciti di mente tanti versianzipeggioche la voce tuttavia mi vien mancandoperò che i lupiprima mi videro ch'io di loro accorto mi fusse. Ma posto che i lupidi quella privato non mi avessonoil capo canuto e 'l raffreddatosangue non comanda ch'io adopre ciò che a' gioveni siappertene; e già gran tempo è che la mia sampogna pendeal silvestre Fauno. Niente di meno qui sono moltiche saprebbonorispondere a qualunque pastore più di cantare si vanta; liquali potranno appienoin ciò che a me domandatesatisfarve.Ma come che dagli altri mi tacciali quali son tutti nobilissimi edi grande saperequi è il nostro Serranoche veramenteseTitiro o Melibeo lo udisseronon potrebbono sommamente noncomendarlo; il quale e per vostro et anco per nostro amorese graveal presente non gli fiacanterà e daranne piacere.

6 Allora Serranorendendo ad Opico ledebite graziegli rispuse:

7 - Quantunque il più infimo e'l meno eloquente di tutta questa schiera meritamente dir mi possanon di meno per non usare officio di uomo ingrato a chiperdonemieglicontra ogni dovere di tanto onore mi reputò degnoio misforzerò in quanto per me si potrà di obedirlo. Eperché la vacca da Carino smarrita mi fa ora rimembrare dicosa che poco mi aggradadi quella intendo cantare. E voiOpicoper vostra umanitàlasciando la vecchiezza e le scuse dapartele quali al mio parere son più soverchie chenecessariemi risponderete.

8 E cominciò:

 

Ecloga 6

SERRANOOPICO

 

Serrano:

QuantunqueOpico miosii vecchio e carico
di senno e di pensier che 'n te si covano
deh piangi or mecoe prendi il mio ramarico
Nel mondo oggi gli amici non si trovano
la fede è morta e regnano le 'nvidie
e i mal costumi ognor più si rinovano.
Regnan le voglie prave e le perfidie
per la robba mal nata che gli stimula
tal che 'l figliuolo al padre par che insidie.
Tal ride del mio benche 'l riso simula;
tal piange del mio malche poi mi lacera
dietro le spalle con acuta limula.



Opico:
L'invidiafigliuol miose stessa macera
e si dilegua come agnel per fascino
ché non gli giova ombra di pino o d'acera.



Serrano:
I' 'l pur dirò: così gli Dii milascino
veder vendetta de chi tanto affondami
prima che i metitor le biade affascino!
E per l'ira sfogar c'al core abondami
così 'l veggia cader d'un olmoe frangasi
tal ch'io di gioia e di pietà confondami!
Tu sai la via che per le piogge affangasi;
ivi s'ascosequando a casa andàvamo
quel che tal vivache lui stesso piangasi!
Nessun vi riguardòperché cantàvamo;
ma 'nanzi cena venne un pastor sùbito
al nostro albergoquando al foco stàvamo
e disse a me: - Serranvedi ch'io dubito
che tue capre sian tutte -; ond'io per correre
ne caddi sìc'ancor mi dole il cubito.
Dehse qui fusse alcunoa cui ricorrere
per giustizia potesse! Or che giustizia?
Sol Dio sel vedache ne può soccorrere!
Due capre e duo capretti per malizia
quel ladro traditor dal gregge tolsemi;
sì signoreggia al mondo l'avarizia!
Io gliel direi; ma chi mel dissevolsemi
legar per giuramentoond'esser mutolo
conviemmi; e pensa tuse questo dolsemi!
Del furto si vantòpoi ch'ebbe avutolo;
ché sputando tre volte fu invisibile
agli occhi nostri; ond'io saggio riputolo.
Ché se 'l vedeadi certo era impossibile
uscir vivo da' cani irati e calidi
ove non val che l'uom richiami o sibile.
Erbe e pietre mostrose e sughi palidi
ossa di morti e di sepolcri polvere
magichi versi assai possenti e validi
portava indossoche 'l facean risolvere
in ventoin acquain picciol tubo o félice;
tanto si può per arte il mondo involvere!



Opico:
Questo è Protèoche di cipresso inélice
e di serpente in tigre transformavasi
e feasi or bove or capra or fiume or selice.



Serrano:
Or vediOpico miose 'l mondo aggravasi
di male in peggio; e deiti pur compiangere
pensando al tempo buon che ognor depravasi.



Opico:
Quand'io appena incominciava a tangere
da terra i primi ramiet addestravami
con l'asinel portando il grano a frangere
il vecchio padre mioche tanto amavami
sovente all'ombra degli opachi suberi
con amiche parole a sé chiamavami;
e come fassi a quei che sono impuberi
il gregge m'insegnava di conducere
e di tonsar le lane e munger gli uberi.
Tal volta nel parlar soleva inducere
i tempi antichiquando i buoi parlavano
ché 'l ciel più grazie allor soleaproducere.
Allora i sommi Dii non si sdegnavano
menar le pecorelle in selva a pascere;
ecome or noi facemoessi cantavano.
Non si potea l'un uom vèr l'altro irascere;
i campi eran commoni e senza termini
e Copia i frutti suoi sempre fea nascere.
Non era ferroil qual par c'oggi termini
l'umana vita; e non eran zizanie
ond'avvien c'ogni guerra e mal si germini.
Non si vedean queste rabbiose insanie;
le genti litigar non si sentivano
per che convien che 'l mondo or si dilanie.
I vecchiquando al fin più non uscivano
per boschio si prendean la morte intrepidi
o con erbe incantate ingiovenivano.
Non foschi o freddima lucenti e tepidi
eran gli giorni; e non s'udivan ulule
ma vaghi ucelli dilettosi e lepidi.
La terra che dal fondo par che pulule
atri aconiti e piante aspre e mortifere
ond'oggi avvien che ciascun pianga et ulule
era allor piena d'erbe salutifere
e di balsamo e 'ncenso lacrimevole
di mirre preziose et odorifere.
Ciascun mangiava all'ombra dilettevole
or latte e ghiandeet or ginebri e morole.
Oh dolce tempooh vita sollaccevole!
Pensando a l'opre lornon solo onorole
con le parole; ancor con la memoria
chinato a terracome sante adorole.
Ov'è 'l valoreov'è l'antica gloria?
u' son or quelle genti? Oimèson cenere
de le qual grida ogni famosa istoria.
I lieti amanti e le fanciulle tenere
givan di prato in prato ramentandosi
il foco e l'arco del figliuol di Venere.
Non era gelosiama sollacciandosi
movean i dolci balli a suon di cetera
e 'n guisa di colombi ognor basciandosi.
Oh pura fedeoh dolce usanza vetera!
Or conosco ben io che 'l mondo instabile
tanto peggiora piùquanto piùinvetera;
tal che ogni voltao dolce amico affabile
ch'io vi ripensosento il cor dividere
di piaga avelenata et incurabile.



Serrano:
Dehper dionon mel dirdeh non mi uccidere;
ché s'io mostrasse quel che ho dentrol'anima
farei con le sue selve i monti stridere.
Tacer vorrei; ma il gran dolor me inanima
ch'io tel pur dica: or sai tu quel Lacinio?
Oimèc'a nominarlo il cor si esanima!
Quel che la notte vigliae 'l gallicinio
gli è primo sonnoe tutti Cacco il chiamano
però che vive sol di latrocinio.



Opico:
Oh ohquel Cacco! oh quanti Cacchi bramano
per questo bosco! ancor che i saggi dicano
che per un falso mille buon s'infamano.



Serrano:
Quanti ne l'altrui sangue si nutricano!
I' 'l soche 'l pruovoe col mio danno intendolo
tal che i miei cani indarno s'affaticano.



Opico:

Et ioper quel che veggioancor comprendolo
che son pur vecchioet ho corvati gli omeri
in comprar sennoe pur ancor non vendolo.
Oh quanti intorno a queste selve nomeri
pastoriin vista buonche tutti furano
rastrizappesampognearatri e vomeri!
D'oltraggio o di vergogna oggi non curano
questi compagni del rapace gracculo;
in sì malvagia vita i cuori indurano
pur c'abbian le man piene all'altrui sacculo.

 

 

Prosa 7

Venuto Opico a la fine del suo cantarenon senzagran diletto da tutta la brigata ascoltatoCarino piacevolmente a mevoltatosimi domandò chi e donde io erae per qual cagionein Arcadia dimorava. Al quale iodopo un gran sospiroquasi danecessità constrettocosì rispusi:

2 - Non possograzioso pastoresenzanoia grandissima ricordarmi de' passati tempi; li quali avegna cheper me poco lieti dir si possanoniente di meno avendoli a racontareora che in maggiore molestia mi trovomi saranno accrescimento dipena e quasi uno inacerbire di dolore a la mal saldata piagachenaturalmente rifugge di farsi spesso toccare; ma perché losfogare con parole ai miseri suole a le volte essere alleviamento dipesoil dirò pure.

3 Napolisì come ciascuno divoi molte volte può avere uditoè ne la piùfruttifera e dilettevole parte di Italiaal lito del mare postafamosa e nobilissima cittàe di arme e di lettere feliceforse quanto alcuna altra che al mondo ne sia. La quale da popoli diCalcidia venuti sovra le vetuste ceneri de la Sirena Partenopeedificataprese et ancora ritiene il venerando nome de la sepoltagiovene.

4 In quella dunque nacqui ioove nonda oscuro sanguemase dirlo non mi si disconvienesecondo che perle più celebri parti di essa città le insegne de' mieipredecessori chiaramente dimostranoda antichissima e generosaprosapia discesoera tra gli altri miei coetanei gioveni forse nonil minimo riputato. E lo avolo del mio padreda la cisalpina Galliabenchése a' principii si riguardada la estrema Ispagnaprendendo originenei quali duo luoghi ancor oggi le reliquie de lamia famiglia fiorisconofu oltra a la nobilità de' maggioriper suoi proprii gesti notabilissimo. Il qualecapo di molta gentecon la laudevole impresa del terzo Carlo ne l'ausonico regno venendomeritò per sua virtù di possedere la antica Sinuessacon gran parte de' campi Falernie i monti Massiciinseme con lapicciola terra sovraposta al lito ove il turbulento Volturno prorumpenel maree Linternobenché solitarioniente di meno famosoper la memoria de le sacrate ceneri del divino Africano; senza che nela fertile Lucania avea sotto onorato titulo molte terre e castellade le quali solo avrebbe potutosecondo che a la sua condizione sirichiedevavivere abondantissimamente. Ma la Fortunavia piùliberale in donare che sollicita in conservare le mondane prosperitàvolse che in discorso di tempomorto il Re Carlo e 'l suo legittimosuccessore Lanzilaorimanesse il vedovo regno in man di femina. Laquale da la naturale inconstanzia e mobilità di animoincitataagli altri suoi pessimi fatti questo aggiunseche coloro iquali erano stati e dal padre e dal fratello con sommo onoremagnificatilei esterminando et umiliando annullòe quasi adestrema perdizione ricondusse. Oltra di ciò quante e qualifussen le necessitadi e gli infortunii che lo avolo e 'l padre miosoffersonolungo sarebbe a racontare.

5 Vegno a me adunqueil quale inquegli estremi anni che la recolenda memoria del vittorioso ReAlfonso di Aragona passò da le cose mortali a piùtranquilli secolisotto infelice prodigio di cometedi terremotodi pestilenziadi sanguinose battaglie nato et in povertàoverosecondo i saviiin modesta fortuna nudrito; sì come lamia stella e i fati volsonoappena avea otto anni fornitiche leforze di Amore a sentire incominciai; e de la vaghezza di unapicciola fanciullama bella e leggiadra più che altra chevedere mi paresse giamaie da alto sangue discesainamoratoconpiù diligenzia che ai puerili anni non si convienequesto miodesiderio teneva occolto. Per la qual cosa coleisenza punto di ciòavvedersifanciullescamente meco giocandodi giorno in giornodiora in ora più con le sue eccessive bellezze le mie teneremedolle accendeva; intanto che con gli anni crescendo lo amoreinpiù adulta età et a li caldi desii più inclinatapervenimmo. Né per tutto ciò la solita conversazionecessandoanzi quella ognor più domesticamente ristringendosimi era di maggiore noia cagione. Perché parendomi lo amorelabenivolenzia e la affezzione grandissima da lei portataminon esserea quel fine che io avrei desideratoe conoscendo me avere altro nelpettoche di fuori mostrare non mi bisognava; né avendoancora ardire di discoprirmegli in cosa alcunaper non perdere in unpunto quel che in molti anni mi parea avere con industriosa faticaracquistato; in sì fiera malinconia e dolore intraiche 'lconsueto cibo e 'l sonno perdendonepiù ad ombra di morte chead uom vivo assomigliava. De la qual cosa molte volte da leidomandato qual fusse la cagionealtro che un sospiro ardentissimo inrisposta non gli rendea. E quantunque nel letticciuolo de la miacameretta molte cose ne la memoria mi proponesse di dirliniente dimeno quando in sua presenza eraimpallidivatremava e divenivamutolo; in maniera che a molti forseche ciò vedeanodiedicagione di sospettare. Ma leio che per innata bontà non sene avvedesse giamaio che fusse di sì freddo petto che amorenon potesse ricevereo forsequel che più credibile èche fusse sì savia che migliore di me sel sapesse nasconderein atti et in parole sovra di ciò semplicissima mi simostrava. Per la qual cosa io né di amarla mi sapea distraerené dimorare in sì misera vita mi giovava. Dunque perultimo rimedio di più non stare in vita deliberai; e pensandomeco del modovarie e strane condizioni di morte andai esaminando; everamente o con laccioo con velenoo vero con la tagliente spadaavrei finiti li miei tristi giornise la dolente anima da non so cheviltà sovrapresanon fusse divenuta timida di quel che piùdesiderava. Dal che rivolto il fiero proponimento in piùregulato consigliopresi per partito di abandonare Napoli e lepaterne casecredendo forse di lasciare amore e i pensieri insemecon quelle.

6 Malassoche molto altrimentech'io non avvisava mi avvenne; però che se alloraveggendo eparlando sovente a colei che io tanto amomi riputava infelicesolpensando che la cagione del mio penare a lei non era nota; ora miposso giustamente sovra ogni altro chiamare infelicissimotrovandomiper tanta distanza di paese assente da leie forse senza speranza dirivederla giamainé di udirne novella che per me salutiferasia. Massimamente ricordandomi in questa fervida adolescenzia de'piaceri de la deliciosa patria tra queste solitudini di Arcadiaovecon vostra pace il dirònon che i gioveni ne le nobili cittànudritima appena mi si lascia credere che le selvatiche bestie vipossano con diletto dimorare. E se a me non fusse altra tribulazioneche la ansietà de la mentela quale me continuamente tenesuspeso a diverse coseper lo fervente desio ch'io ho di rivederlanon potendolami né notte né giorno quale stia fattariformare ne la memoriasi sarebbe ella grandissima.

7 Io non veggio né monte néselva alcunache tuttavia non mi persuada di doverlavi ritrovarequantunque a pensarlo mi paia impossibile. Niuna fiera néucello né ramo vi sento moverech'io non mi gire paventosoper mirare se fusse dessa in queste parti venuta ad intendere lamisera vita ch'io sostegno per lei. Similmente niuna altra cosavedere vi possoche prima non mi sia cagione di rimembrarmi con piùfervore e sollicitudine di lei. E mi pare che le concave grotteifontile vallii monticon tutte le selve la chiaminoe gli altiarbusti risoneno sempre il nome di lei. Tra i quali alcuna voltatrovandomi ioe mirando i fronzuti olmi circondati da le pampinosevitimi corre amaramente ne l'animo con angoscia incomportabilequanto sia lo stato mio difforme da quello degli insensati alberiiqualida le care viti amatidimorano continuamente con quelle ingraziosi abracciari; et io per tanto spazio di cieloper tantalonginquità di terraper tanti seni di mare dal mio desiodilungatoin continuo dolore e lacrime mi consumo.

8 Oh quante volte e' mi ricorda chevedendo per li soli boschi gli affettuosi colombi con suave mormoriobasciarsie poi andare desiderosi cercando lo amato nidoquasi dainvidia vinto ne piansicotali parole dicendo: "Oh felici voiai quali senza suspetto alcuno di gelosia è concesso dormire eveghiare con secura pace! Lungo sia il vostro dilettolunghi siano ivostri amori; acciò che io solo di dolore spettaculo possa a'viventi rimanere!".

9 Elli interviene ancora spesse fiateche guardando iosì come per usanza ho preso in queste vostreselvei vagabundi armentiveggio tra i fertili campi alcun toromagrissimo appena con le deboli ossa sostinere la secca pelleilquale veramente senza fatica e dolore inestimabile non posso mirarepensando un medesmo amore essere a me et a lui cagione di penosavita. Oltra a queste cose mi soviene che fuggendo tal ora io dalconsorzio de' pastoriper poter meglio ne le solitudini pensare a'miei maliho veduto la inamorata vaccarella andare sola per le alteselve muggendo e cercando il giovene giovencoe poi stanca gittarsia la riva di alcun fiumedimenticata di pascere e di dar luogo a letenebre de la oscura notte; la qual cosa quanto sia a me che similevita sostegno noiosa a riguardarecolui solamente sel puòpensareche lo ha pruovato o pruova. Elli mi viene una tristezza dimente incurabilecon una compassione grandissima di me stessomossada le intime medollela quale non mi lascia pelo veruno ne lapersonache non mi si arricci; e per le raffreddate estremitàmi si move un sudore angosciosocon un palpitare di core sìforteche veramente s'io nol desiderassetemerei che la dolenteanima se ne volesse di fuori uscire.

10 Ma che più mi prolungo io inracontar quello che a ciascuno può essere manifesto? Io non misento giamai da alcun di voi nominare "Sannazaro"quantunque cognome a' miei predecessori onorevole stato siachericordandomi da lei essere stato per adietro chiamato "Sincero"non mi sia cagione di sospirare. Né odo mai suono di sampognaalcunané voce di qualunque pastoreche gli occhi miei nonversino amare lacrime; tornandomi a la memoria i lieti tempineiquali io le mie rime e i versi allora fatti cantandomi udia da leisommamente comendare. E per non andare ogni mia pena puntalmenteracontandoniuna cosa m'aggradanulla festa né gioco mi puònon dico accrescere di letiziama scemare de le miserie; a le qualiio prego qualunque Idio esaudisce le voci de' dolorosiche o conpresta morteo con prospero succedimento ponga fine.

11 Rispose allora Carino al mio lungoparlare:

12 - Gravi sono i tuoi doloriSinceromioe veramente da non senza compassione grandissima ascoltarsi; madimmise gli Dii ne le braccia ti rechino de la desiata donnaqualifuron quelle rimeche non molto tempo è ti udii cantare ne lapura notte? de le quali se le parole non mi fusseno uscite di mentedel modo mi ricorderei. Et io in guidardone ti donerò questasampogna di sambucola quale io con le mie mani colsi tra montiasprissimi e da le nostre ville lontaniove non credo che vocegiamai pervenisse di matutino galloche di suono privata l'avesse;con la quale spero chese da li fati non ti è toltocon piùalto stile canterai gli amori di Fauni e di Ninfe nel futuro. E sìcome insino qui i principii de la tua adolescenzia hai tra semplici eboscarecci canti di pastori infruttuosamente dispesicosì perlo inanzi la felice giovenezza tra sonore trombe di poeti chiarissimidel tuo secolonon senza speranza di eterna fama trapasserai.

13 E questo dettosi tacque; et iol'usata lira sonando così cominciai:

 

Ecloga 7

SINCERO



Come notturno ucel nemico al sole
lassovo io per luoghi oscuri e foschi
mentre scorgo il dì chiaro in su la terra;
poi quando al mondo sopravien la sera
non com'altri animai m'acqueta il sonno
ma allor mi desto a pianger per le piagge.
Se mai quest'occhi tra boschetti o piagge
ove no splenda con suoi raggi il sole
stanchi di lacrimar mi chiude il sonno
vision crude et error vani e foschi
m'attristan sìch'io già pavento asera
per tema di dormirgittarmi in terra.
O madre universalbenigna terra
fia mai ch'io pòsi in qua' che verdi piagge
tal che m'addorma in quella ultima sera
e non mi desti maiper fin che 'l sole
vegna a mostrar sua luce agli occhi foschi
e mi risvegii da sì lungo sonno?
Dal dì che gli occhi miei sbandiro il sonno
e 'l letticciuol lasciaiper starmi in terra
i dì seren mi fur turbidi e foschi
campi di stecchi le fiorite piagge;
tal che quando a' mortali aggiorna il sole
a me sì oscura in tenebrosa sera.
Madonnasua mercépur una sera
gioiosa e bella assai m'apparve in sonno
e rallegrò il mio corsì come il sole
suol dopo pioggia disgombrar la terra
dicendo a me: - Viencogli a le mie piagge
qualche fiorettoe lascia gli antri foschi. -
Fuggite omaipensier noiosi e foschi
che fatto avete a me sì lunga sera;
ch'io vo' cercar le apriche e liete piagge
prendendo in su l'erbetta un dolce sonno;
perché so ben c'uom mai fatto di terra
più felice di me non vide il sole.
Canzondi sera in oriente il sole
vedraie me sotterra ai regni foschi
prima che 'n queste piagge io prenda sonno

 

 

Prosa 8

Appena era io a le ultime note del mio cantarepervenutoquando con allegra voce Carino vèr me esclamando:

2 - Rallégrati - mi disse -napolitano pastoree la turbidezza de l'animoquanto puoida tediscacciarasserenando omai la malinconica fronte; chéveramente e a la dolce patria e a la donna che più che quelladesideriin brevissimo tempo ritorneraise 'l manifesto e lietosegnale che gli Dii ti mostrano non mi inganna.

3 - E come può egli essere? -rispusi io -; ora bastarammi tanto il vivere che io la riveggia?

4 - Certo sì - disse egli edegli augurii e de le promesse degli Dii non si deve alcunosconfortare giamaiperò che certissime et infallibili tuttesono. Adunque confòrtati e prendi speranza di futura letiziache certo io spero che 'l tuo sperare non fia vano. Non vedi tu ilnostro Ursacchio tutto festivo da man destra venirne con la ritrovatagiovencarallegrando le propinque selve col suono de la suavesampogna? Per la qual cosase luogo alcuno hanno in te i preghimieiio ti pregoe quanto posso ti ricordoche di te stesso pietàti stringaet a le amare lacrime ponghi fine; però checomeè il proverbioné di lacrime Amorené di rivii pratiné capre di frondené api di novelli fiori sividero sazie giamai. E per porgerti ne le afflizzioni miglioresperanzati fo certo che ioil quale se ora non del tutto lietoalmeno in parte scarico de le amaritudini dir mi possofui in similee forsedal voluntario esilio in fuoriil quale ora sìfieramente ti premein più doloroso caso che tu non sei néfosti giamai; con ciò sia cosa che tu mai non ti mettesti inperiglio di perdere quello che forse con fatica ti pareva avereracquistatocome feci ioche in un punto ogni mio beneogni miasperanzaogni mia felicità commisi in mano de la ciecaFortunae quelli subitamente perdei. Né dubito puntoche sìcome allora gli perdeicosì gli avrei ancora in eternoperdutise desperato mi fusse de l'abondevole grazia degli Diicometu facesti.

5 Era io adunquebenché siaancorae sarò mentre lo spirto regerà queste membrainsino da la mia fanciullezza acceso ardentissimamente de l'amord'unache al mio giudicio con le sue bellezze non che l'altrepastorelle d'Arcadiama di gran lunga avanza le sante Dee; la qualeperò che dai teneri anni a' servigii di Diana dispostaet iosimilmente nei boschi nato e nudrito eravolentieri con meco et iocon lei per le selve inseme ne demesticammoesecondo che volserogli Diitanto ne trovammo nei costumi conformiche uno amore et unatenerezza sì grande ne nacque fra noiche mai né l'unoné l'altro conosceva piacere né dilettose non tantoquanto inseme eravamo. Noi parimente nei boschi di opportuniinstrumenti armati a la dilettosa caccia andavamo; né mai dali cercati luoghi carichi di preda tornavamoche prima che quellatra noi divisa fussegli altari de la santa Dea non avessemo condebiti onori visitati et accumulati di larghi doniofferendogli orala fiera testa del setoso cinghialeet ora le arboree corna delvivace cervo sovra gli alti pini appiccandoli.

6 Ma come che di ogni cacciaprendessemo sommamente piacerequella de li semplici et innocentiucelli oltra a tutte ne dilettavaperò che con piùsollaccio e con assai meno fatica che nessuna de le altre si poteacontinuare. Noi alcuna volta in sul fare del giornoquandoappenasparite le stelleper lo vicino sole vedevamo lo oriente travermigli nuvoletti rosseggiaren'andavamo in qualche valle lontanadal conversare de le gentie quivi fra duo altissimi e dritti alberitendevamo la ampia retela quale sottilissima tanto che appena trale frondi scernere si potea"Aragne" per nome chiamavamo.E questa ben maestrevolmentecome si bisognaordinatane moveamoda remote parti del boscofacendo con le mani tumori spaventevoliecon bastoni e con pietre di passo in passo battendo le macchieversoquella parte ove la rete stavai tordile merule e gli altri ucellisgridavamo. Li quali dinanzi a noi paurosi fuggendodisavedutamentedavano il petto ne li tesi inganniet in quelli inviluppatiquasiin più sacculi diversamente pendevano. Ma al fine veggendo lapreda essere bastevoleallentavamo appoco appoco i capi de lemaestre funiquelli calandoOve quali trovati piangerequalisemivivi giacerein tanta copia ne abondavanoche molte voltefastiditi di ucciderlie non avendo luogo ove tanti ne porreconfusamente con le mal piegate reti ne li portavamo insino agliusati alberghi.

7 Altra fiataquando nel fruttiferoautunno le folte caterve di storni volando in drappello raccolte simostrano a' riguardanti quasi una rotonda palla nell'arianeingegnavamo di avere duo o tre di quellila qual cosa di leggiero sipotea trovareai piedi dei quali un capo di spaghetto sottilissimounto di indissolubile visco legavamolungo tanto quanto ciascuno ilsuo potea portare; e quindicome la volante schiera verso noi siapprossimavacosì li lasciavamo in loro libertàandare. Li quali subitamente a' compagni fuggendoe fra quellisìcome è lor naturamescolandosiconveniva che a forza con loinviscato canape una gran parte de la ristretta moltitudine netirasseno seco. Per la qual cosa i miseri sentendosi a basso tirareet ignorando la cagione che il volare li impedivagridavanofortissimamenteempiendo l'aria di dolorose voci. E di passo inpasso per le late campagne ne li vedeamo dinanzi ai piedi cadere;onde rara era quella volta che con li sacchi colmi di caccia non netornassemo a le nostre case.

8 Ricordami avere ancora non pochevolte riso de' casi de la male augurata cornice; et udite come. Ognifiata che tra le manisì come spesso addivienealcuna diquelle ne capitavanoi subitamente n'andavamo in qualche apertapianurae quivi per le estreme punte de le ali la legavamo resupinain terrané più né meno come se i corsi de lestelle avesse avuto a contemplare. La quale non prima si sentiva cosìlegatache con stridenti voci gridava e palpitava sì forteche tutte le convicine cornici faceva intorno a sé ragunare.De le quali alcuna forse più de' mali de la compagna pietosache de' suoi avvedutasi lasciava a le volte di botto in quellaparte calare per agiutarlae spesso per ben fare ricevea malguiderdone. Con ciò sia cosa che non sì tosto vi eragiuntache da quella che 'l soccorso aspettavasì come dadesiderosa di scamparesùbito con le uncinute unghieabbracciata e ristretta non fosse; per maniera che forse volentieriavrebbe volutose possuto avessesvilupparsi da' suoi artigli. Maciò era niente; però che quella la si stringeva eriteneva sì forteche non la lasciava punto da sépartire. Onde avresti in quel punto veduto nascere una nova pugna;questa cercando di fuggirequella di agiutarsi; l'una e l'altraegualmente più de la propria che de l'altrui salute sollicitaprocacciarsi il suo scampo. Per la qual cosa noi che in occolta partedimoravamodopo lunga festa sovra di ciò presavi andavamo aspicciarlee racquetato alquanto il rumorene riponevamo a l'usatoluogoda capo attendendo che alcuna altra venisse con simile atto aradoppiarne lo avuto piacere.

9 Or che vi dirò io de la cautagrue? Certo non gli valevatenendo in pugno la pietrafarsi lenotturne escubie; però che dai nostri assalti non vivea ancoradi mezzo giorno secura. Et al bianco cigno che giovava abitare ne leumide acque per guardarsi dal focotemendo del caso di Fetontesein mezzo di quelle non si potea egli da le nostre insidie guardare? Etu misera e cattivella perdicea che schifavi gli alti tettipensando al fiero avvenimento de la antica cadutase ne la pianaterraquando più secura stare ti credevine li nostrilacciuoli incappavi? Chi crederebbe possibile che la sagace ocasollicita palesatrice de le notturne frodenon sapeva a se medesmale nostre insidie palesare? Similmente de' fagianide le turturedele colombede le fluviali anitree degli altri ucelli vi dico.Niuno ne fu mai di tanta astuzia da la natura dotatoil quale da'nostri ingegni guardandosisi potesse lunga libertàpromettere.

10 Et acciò che io ogniparticella non vada racontandodico adunqueche venendocome uditoavetedi tempo in tempo più crescendo la etàla lungae continua usanza si convertì in tanto e sì fieroamoreche mai pace non sentivase non quanto di costei pensava. Enon avendosì come tu poco inanzi dicestiardire didiscoprirmegli in cosa alcunaera divenuto in vista taleche nonche gli altri pastori ne parlavanoma lei chedi ciò nullasapendodi bon zelo affettuosissimamente mi amavacon dolore epietà inestimabile ne stava maravigliata. E non una volta mamille con instanzia grandissima pregandomi che 'l chiuso core glipalesassee 'l nome di colei che di ciò mi era cagione glifacesse chiaroio che del non potermi scoprire intolerabile noiaportava ne l'animoquasi con le lacrime in su gli occhi glirispondea: a la mia lingua non essere licito di nominare coleicuiio per mia celeste deità adoravama che dipinta la suabellissima e divina imaginequando commodo stato mi fussegli avreidimostrata.

11 Et avendola con cotali parole moltie molti giorni tenutaavvenne una volta che dopo molto ucellareessendo io e lei solettie dagli altri pastori rimotiin una valleombrosatra il canto di forse cento varietà di belli ucellii quali di loro accenti facevano tutto quel luogo risonarequellemedesme note le selve iterando che essi esprimevanone ponemmoambiduo a sedere a la margine d'un fresco e limpidissimo fonte che inquella sorgea. Il quale né da ucello né da fieraturbatosì bella la sua chiarezza nel selvatico luogoconservavache non altrimente che se di purissimo cristallo statofussei secreti del translucido fondo manifestava. E dintorno aquello non si vedea di pastori né di capre pedata alcunaperciò che armenti giamai non vi si soleano per riverenza dele Ninfe accostare. Né vi era quel giorno ramo néfronda veruna caduta da' sovrastanti alberima quietissimo senzamormorio o rivoluzione di bruttezza alcuna discorrendo per lo erbosopaeseandava sì pianamenteche appena avresti creduto che simovesse. Ove poi che alquanto avemmo refrigerato il caldolei connovi preghi mi ricominciò da capo a stringere e scongiurareper lo amore che io gli portavache la promessa effigie glimostrasseaggiungendo a questo col testimonio degli Dii millegiuramentiche mai ad alcunose non quando a me piacessenolridirebbe. A la quale io da abondantissime lacrime sovragiuntonongià con la solita vocema tremante e sommessarispusi che nela bella fontana la vedrebbe. La qualesì come quella chedesiderava molto di vederlasemplicemente senza più avantepensarebassando gli occhi ne le quiete acquevide se stessa inquelle dipinta. Per la qual cosase io mal non mi ricordoella sismarrì sùbitoe scolorisse nel viso per manierachequasi a cader tramortita fu vicina; e senza cosa alcuna dire o farecon turbato viso da me si partì.

12 Ora quale mi dovesse io in quelpunto rimanerevedendomi da quella con ira e con cruccio lasciarela quale poco avanti blandaamicissima e di mie piaghe pietosaquasi per compassione piangere veduta aveaciascunosenza che io ilracontisel può considerare. Io per me non so se morto inquel punto o vivo mi fussené chi a casa me ne portasse; matanto vi dicoche quattro soli et altre tante lune il mio corpo néda cibo né da sonno fu riconfortato; e le mie vacche digiunenon uscirono da la chiusa mandrané gustarono mai sapore dierba né liquore di fiume alcuno; onde i miseri vitelli sugandole secche poppe de le affamate madrie non trovandovi lo usatolattedolorosi appo quelle reimpivano le circonstanti selve dilamentevoli muggiti. De la qual cosa io poco curandomigittato ne lapiana terraad altro non intendeva che a piangeretal che nessunoche veduto mi avesse nei tempi de la mia tranquillitàmiavrebbe per Carino riconosciuto. Venivano i bifolcivenivano ipastori di pecore e di capreinseme con li paesani de le vicinevillecredendo me essere uscito dal sennocome già eraetutti con pietà grandissima dimandavano qual fusse la cagionedel mio dolore. Ai quali io niuna risposta facea; ma al mio lacrimareintendendocosì con lamentosa voce dicea: "VoiArcadicantarete nei vostri monti la mia morte; Arcadisoli di cantareespertivoi la mia morte nei vostri monti cantarete. Oh quantoallora le mie ossa quietamente riposerannose la vostra sampogna acoloro che dopo me nasceranno dirà gli amori e i casi miei!".

13 Finalmente a la quinta nottedesideroso oltra modo di morireuscendo fuora de lo sconsolatoalbergonon andai a la odiosa fontanacagione infelicissima de'miei mali; ma errando per boschi senza sentiero e per montiasprissimi et arduiove i piedi e la fortuna mi menavanoa granfatica mi ricondussi in una ripa altissima pendente sovra al mareonde i pescatori sogliono da lungi scoprire i notanti pesci. E quiviprima che 'l sole uscisseappiè di una bella querciaovealtra volta mi ricordai essermi nel seno di lei riposatomi pusi asederené più né meno come se questa statafusse medicina del mio furore; e dopo molto sospirarea guisa chesuole il candido cigno presago de la sua morte cantare gli esequialiversicosì dirottamente piangendo incominciai:

14 "O crudelissima e fiera piùche le truculente orsepiù dura che le annose querceet a'miei preghi più sorda che gli insani mormorii de l'infiatomare! Ecco che vinci giàecco che io moio; contèntatiche più non avrai di vedermi fastidio. Ma certo io spero che'l tuo coreil quale la mia lieta fortuna non ha potuto moverelamisera il piegherà; e tardi divenuta pietosasarai constrettaa forza di biasmare la tua durezzadesiderando almeno morto di vedercoluia cui vivo non hai voluto di una sola parola piacere. Oimèe come può essere che 'l lungo amoreil quale un tempo soncerto mi portastisia ora io tutto da te fuggito? Deh non ti tornanoa mente i dolci giochi de la nostra pueriziaquando inseme andavamoper le selve cogliendo le rubiconde fragolee dagli alti faggi lesaporose ghiandee le tenere castagne da le pungenti scorze? Sèitidimenticata tu de' primi gigli e de le prime rosele quali io sempreda le cercate campagne ti portava? tal che appena le api aveanogustato ancora i fioriquando tu per me andavi ornata di millecorone. Lassoquante fiate allora mi giurasti per gli alti Diichequando senza me dimoravii fiori non ti olivanoe i fonti non tirendevano il solito sapore! Ahi dolorosa la vita mia! E che parlo io?e chi mi ascoltaaltro che la risonante Eco? La quale credente a'miei malisì come quella che altra volta provati gli hamirisponde pietosamurmurando al suono degli accenti miei; ma non sopure ove nascosa si stiache non viene ella ora ad accompagnarsimeco! O Idii del cielo e de la terrae qualunque altri avete curade' miseri amantiporgetevi pregopietose orecchie al miolamentaree le dolenti voci che la tormentata anima manda fuoriascoltate. O Naiadiabitatrici de' correnti fiumi; o Napeegraziosissima turba de' riposti luoghi e de' liquidi fontialzatealquanto le bionde teste da le chiare ondee prendete le ultimestrida anzi che io moia. E voio bellissime Oreadile quali ignudesolete per le alte ripe cacciando andarelasciate ora il dominiodegli alti monti e venite al misero; ché son certo vi porgeràpietà quello che a la mia cruda donna porge diletto. Usciteda' vostri alberio pietose Amadriadisollicite conservatrici diquellie parate un poco mente al fiero supplicio che le mie manitesté mi apparecchiano. E voio Driadiformosissime donzellede le alte selvele quali non una volta ma mille hanno i nostripastori a prima sera vedute in cerchio danzare all'ombra de le freddenocicon li capelli biondissimi e lunghi pendenti dietro le bianchespallefatevi pregose non sète inseme con la mia pocostabile fortuna mutateche la mia morte fra queste ombre non sitacciama sempre si estenda più di giorno in giorno ne lifuturi secoliacciò che quel tempo il quale da la vita simancaa la fama si supplisca. O lupio orsie qualunque animaliper le orrende spelunche vi nascondeterimanetevi; addio! Ecco chepiù non vedrete quel vostro bifolcoche per li monti e per liboschi solea cantare. Addiorive; addiopiagge verdissime e fiumi!Vivete senza me lungo tempo; e mentre murmurando per le petrose vallicorrerete ne l'alto mareabbiate sempre ne la memoria il vostroCarino. Il quale qui le sue vacche pasceva; il quale qui i suoi toricoronava; il quale qui con la sampogna gli armentimentre beveanosolea dilettare.

15 E queste parole dicendomi eraalzato già per gittarmi da la alta ripaquando subitamentedal destro lato mi vidi duo bianchi colombi veniree con lieto voloappoggiarsi a la fronzuta quercia che di sovra mi stavaporgendosiin breve spazio con affettuosi mormorii mille basci dolcissimi. Daiquali iosì come da prospero augurioprendendo speranza difuturo benecominciai con più saldo consiglio a colpare mestesso del folle proponimento che seguire voluto aveacioè dicacciare con cruda morte reparabile amore. Né guari in questopensiero stato erache io mi sentiie non so comesovragiunto daquella che di tutto ciò mi era cagione; la qualesìcome tenera de la mia saluteappieno ogni cosa da accolto luogoveduto et udito avea. E non altrimente che farebbe pietosa madre neicasi del suo unico figliuoloamorosamente piangendo e con dolciparole et accoglienze onestissime riconfortandomiseppe sìben fareche da disperazione e da morte ne la vita e ne lo stato chevoi mi vedete mi ricondusse.

16 Dunque che diremo noi de laammirabile potenzia degli Diise non che allora in piùtranquillo porto ne guidanoche con più turbata tempestamostrano di minacciarne? Per la qual cosaSincero miose a'racontati casi porgi credenza alcunae sei uomo come io credotidevresti omai riconfortare come gli altri fannoe sperare ne leavversità fermamente di potere ancora con la aita degli Diivenire in più lieto stato; ché certo non puòessere che fra tanti nuvoli alcuna volta non paia il sole. Ecome tudei saperele cose desiate quanto con più affanno siacquistanotanto con più dilettoquando si possedonosogliono esser care tenute.

- 17 E così dettoperchétardi gli si facevadopo il lungo parlarepostasi la sua vaccadinanzie dicendo "Addio"da noi si partì. Népria si fu costui accomiatato da noiche vedemmo ad un punto tuttiinseme da lungi tra quercia e querciasovra un picciolo asinellovenire un uomo sì rabbuffato e nei gesti dolorosoche di séne fe' forte maravigliare. Il quale poi che da noi scostandosiperun sentiero che a la città conducea si fu indrizzatosenzadubbio alcuno conoscemmo essere lo inamorato Clonicopastore oltragli altri dottissimo e ne la musica esperto. Per la qual cosaEugenioche suo amicissimo erasì come colui che tutte lesue amorose passioni sapeafattoglisi incontro a la viacosìudendo ciascunogli incominciò a dire:

 

 

Ecloga 8

EUGENIOCLONICO

 

Eugenio:
Ove sì sol con fronte esangue e palida
su l'asinello or vainee malinconico
con chiome irsute e con la barba squalida?
Qualunque uom ti vedesse andar sì erronico
di duol sì carcoin tanta amaritudine
certo direbbe: - Questi non par Clonico. -
Forse che per fuggir la solitudine
or cerchi le cittadiove Amor gemina
suo' strai temprati ne la calda incudine?
Nell'onde solca e nell'arene semina
e 'l vago vento spera in rete accogliere
chi sue speranze funda in cor di femina.



Clonico:
Eugenios'io potrò mai l'alma sciogliere
o rallentar dal laccio iniquo et orido
tal ch'io possa dal giogo il collo estogliere
selva alcuna non fia né campo florido
senza il mio cantotal che e Fauni e Driadi
diran che viva ancor Dameta e Corido.
Le NaiadiNapee et Amadriadi
e i Satiri e i Silvani desterannosi
per me dal lungo sonnoe le Tespiadi:
e poi per mano in giro prenderannosi
discinti e scalzisovra l'erbe tenere;
e mille canzonette ivi uderannosi.
E 'l fier fanciullo e la spietata Venere
vinti di dogliasi daranno il biasimo
e non potran goder de la mia cenere.
Lassoche 'n ciò pensando ognora spasimo:
sarà mai di ch'io possa dir fra' liberi:
"Mercé del cieldal gran periglioevasimo"?



Eugenio:
Di state secchi pria mirti e giuniberi
e i fior vedrò di verno al ghiaccio sorgere
che tu mai impetri quel che in van deliberi.
Se Amore è cieconon può il veroscorgere:
chi prende il cieco in guidamal consigliasi;
s'è ignudouom che non hacome puòporgere?
Questa vita mortale al dì somigliasi
il qualpoi che si vede giunto al termine
pien di scorno all'occaso rinvermigliasi.
Cosìquando vecchiezza avvien che termine
i mal spesi anni che sì ratti volano
vergogna e duol convien c'al cor si germine.
A che le menti cieche si consolano
s'e' nostri affanni un fumo al fin diventano
e l'ore ladre i nostri beni involano?
Dunque è ben tempo omai che si risentano
i spirti tuoi sepolti anzi l'esequie
nel fango; onde convien c'al fin si pentano.
E se a te stesso non dai qualche requie
che spene aràn gli strani? E se 'l cor misero
non può gioirragion è ben chearrequie.
Quante fiate del tuo error sorrisero
i monti e i fiumi! e se 'l tuo duol compunseli
quei corser per pietàquesti s'affisero.



Eugenio:
O felici color che amor congiunseli
in vita e 'n mortein un voler non vano
né invidia o gelosia giamai disgiunseli!
Sovra un grand'olmo iersera e solitario
due turturelle vidi il nido farnosi:
et a me solo è il ciel tanto contrario.
Quando io le vidioimèsì amichestarnosi
se respirai non soma il duol sì avinsemi
c'appena in terra i piè potean fermarnosi.
Dirollo o taccio? In tanto il duol sospinsenli
ch'io fui per appiccarmi sovra un piatano
et Ifi inanzi agli occhi Amor dipinsemi.



Eugenio:
A quanti error gli amanti orbi non guatano!
Col desio del morir la vita sprezzano;
tanto a ciascun le sue sciocchezze aggratano.
E pria mutan il pelpoi che s'avezzano
che muten voglia; tal che un dolce ridere
et un bel guardo più c'un gregge apprezzano.
Talor per ira o sdegno volno incidere
lo stame che le Parche al fuso avolgono
e con amor da sé l'alma dividere.
Braman tornare adietroe non si volgono;
né per foco ardenné per geloagghiacciano
ma senza alcun dolor sempre si dolgono.
Cercan fuggire Amoree pur lo abbracciano;
se questa è vita o morteio non comprendola
ché chiaman libertadee piùs'allacciano.



Eugenio:
Pur mi si para la spietata Amendola
dinanzi agli occhie par c'al vento movasi
la trista Filli esanimata e pendola.
Se spirto al mondo di pietà ritrovasi
per dioquest'alma liberar consentami
ché miglior vita del morir non provasi.
O terratu che puoiterracontentami:
tranghiotti il tristo corpo in le tue viscere
sì che uom mai non ne trove ormanésentami.
O fólgori che fate il ciel tremiscere
venite a quel che ad alta voce chiàmavi
e vòlse puòdi disamare addiscere.
Correteo fierea quel che tanto bràmavi
e voipastorpiangete il tristo esìcio
di quel che con sua morte tutti infàmavi.
Voi userete in me il pietoso officio
e fra' cipressi mi farete un tumolo
che sia nel mondo di mia morte indicio.
Allor le rimec'a mal grado accumolo
farete meco in cenere risolvere
ornando di ghirlande il mesto cumolo.
Allor vi degnarete i passi volvere
cantandoal mio sepolcro; allor direteme:
- Per troppo amar altruisei ombra e polvere. -
E forse alcuna volta mostrareteme
a quella cruda c'or m'incende e struggemi
e 'ndarno al sordo sasso chiamareteme.



Eugenio:
Un orso in mezzo l'almaun leon ruggemi
Clonico miosentendo il tuo ramarico
che quasi d'ogni vena il sangue suggemi.
E s'io le leggi al tuo signor prevarico
prendi il consiglio del tuo fido Eugenio
ché vivrai lieto e di tal peso scarico.
Ama il giocondo Apollo e 'l sacro Genio
et odia quel crudel che sì ti strazia
ch'è danno in gioventùvergogna alsenio.
Allora il nostro Pan colmo di grazia
con l'alma Pale aumenterà 'l tuo numero
tal che la mente tua ne fia ben sazia.
E non ti sdegnerai portar su l'umero
la cara zappae pianterai la neputa
l'asparagol'aneto e 'l bel cucumero.
E 'l tempo sol in ciò disponi e deputa;
ché non s'acquista libertà perpiangere
e tanto è miser l'uomquant'ei si reputa.
E poi cominciarai col rastro a frangere
la dura terrae sterperai la lappola
che le crescenti biade suol tant'angere.
Io con la rete ucello e con la trappola
per non marcir ne l'ocioe tendo insidie
a la mal nata volpee spesso incappola.
Così si scaccia amor; così le invidie
de' pastor neghittosi si postergano;
così si spregia il mondo e sue perfidie.
Così convien c'al tutto si dispergano
l'amorose speranze ardite et avide
che ne le menti semplicette albergano.
Or pensa alquanto a le tue capre gravide
che per tema de' lupi che le assaltano
fuggon da' canipiù che cervi pavide.
Vedi le valli e i campi che si smaltano
di color mille; e con la piva e 'l crotalo
intorno ai fonti i pastor lieti saltano.
Vedi il monton di Frissoe segna e notalo
Clonico dolcee non ti vinca il tedio;
ché 'n pochi dì convien che 'l solpercotalo
Caccia i pensier che t'han già posto assedio
e che ti fan dì e notte andar fantastico;
ché al mondo mal non è senza rimedio.
E pria ch'io parlole parole mastico

 

 

Prosa 9

Non si sentivano più per li boschi le cicalecantarema solamente in vece di quelle i notturni grilli succedendosi facevano udire per le fosche campagne; e già ogni ucello siera per le sovravegnenti tenebre raccolto nel suo albergofòrache i vespertellii quali allora destati uscivano da le usatecavernerallegrandosi di volare per la amica oscurità de lanotte; quando ad un tempo il cantare di Eugenio ebbe il suo finee inostri greggi discesi da le alte montagne si ragunarono al luogo ovela sampogna sonava. Per che con le stelle in cielo tutti insemepartendone da la via ove cantato si erae menando Clonico con essonoine riducemmo in un valloncello assai vicino; ove allora cheestate erale vacche de' paesani bifolci le più de le nottialbergavanoma al tempo de le guazzose piogge tutte le acque che da'vicini monti discendonovi si sogliono ragunare. Il qualed'ogn'intorno circondato naturalmente di querciolecerrettisuberilentischisaligastrie di altre maniere di selvatichi arboscelliera sì da ogni parte richiusoche da nessuno altro luogo chedal proprio varco vi si potea passare; tal che per le folte ombre de'fronzuti raminon che allora che notte erama appena quando il solefusse stato più altose ne sarebbe potuto vedere il cielo.Ove alquanto discosto da le vacchein un lato de la picciola vallele nostre pecore e le capre restringemmo come sapemmo divisare ilmeglio. E perché gli usati focili per caso portati non aveamoErgastoil quale era più che gli altri espertoebbesubitamente ricorso a quello che la commodità gli offeriva; epreso un legno di edera et un di alloroe quelli inseme per bonospazio fregandocacciò del foco; dal quale poi che ebbe perdiversi luoghi accese di molte fiaccolechi si diede a mungerechia racconciare la guasta sampognachi a saldare la non stagna fiascae chi a fare un mistiero e chi un altroinsino che la desiata cenasi apparecchiasse. La quale poi che con assai diletto di tutti fucompitaciascunoperché molta parte de la notte passata erasi andò a dormire.

2 Ma venuto il chiaro giornoe iraggi del sole apparendo ne le sommità di alti montinonessendo ancora le lucide gotte de la fresca brina riseccate ne letenere erbecacciammo dal chiuso vallone li nostri greggi e gliarmenti a pascere ne le verdi campagne. E drizzatine per un fuor distrada al camino del monte Menaloche non guari lontano ne stavacon proponimento di visitare il riverendo tempio di Panpresentissimo Idio del selvatico paeseil misero Clonico si volseaccomiatare da noi. Il quale dimandato qual fusse la cagione che sìpresto a partirsi il constringesserispose che per fornire quelloche la precedente sera gli era stato da noi impeditoandar voleva;cioè per trovare a' suoi mali rimedio con opra di una famosavecchiasagacissima maestra di magichi artificii. A la qualesecondo che egli per fama avea molte volte udito direDiana in sognodimostrò tutte le erbe de la magica Circe e di Medea; e con laforza di quelle soleva ne le più oscure notti andare perl'aria volando coverta di bianche piumein forma di notturna strega;e con suoi incantamenti inviluppare il cielo di oscuri nuvoliet asua posta ritornarlo ne la pristina chiarezza; e fermando i fiumirivoltare le correnti acque ai fonti loro. Dotta sovra ogni altra diattraere dal cielo le offuscate stelle tutte stillanti di vivosanguee di imporre con sue parole legge al corso de la incantatalunae di convocare di mezzo giorno nel mondo la notte e li notturniIdii da la infernale confusione; e con lungo mormorio rompendo ladura terrarichiamare le anime degli antichi avoli da li desertisepolcri; senza chetogliendo il veleno de le inamorate cavalleilsangue de la viperail cerebro dei rabbiosi orsi e i peli de laestrema coda del lupocon altre radici di erbe e sughi potentissimisapeva fare molte altre cose maravigliosissime et incredibili aracontare.

3 A cui il nostro Opico disse:

4 - Ben credofigliuol mioche gliDii de' quali tu sei divototi abbiano oggi qui guidato per farti a'tuoi affanni trovar rimedioe tale rimedioch'io spero chese amie parole presterai fedene sarai lieto mentre vivrai. Et a cui nepotresti gir tuche più conforto porgere ti potesseche alnostro Enareto? Il quale sopra gli altri pastori dottissimoabandonati i suoi armentidimora nei sacrificii di Pan nostro Idio;a cui la maggior parte de le cose e divine et umane èmanifestala terrail cieloil marelo infatigabile solelacrescente lunatutte le stelle di che il cielo si adornaPliadiIadie 'l veleno del fiero Orionel'Orsa maggiore e minore; e cosìper conseguente i tempi de l'araredel meteredi piantare le viti egli ulividi inestare gli alberivestendoli di adottive frondi;similmente di governare le mellifere apie ristorarle nel mondoseestinte fussenocol putrefatto sangue degli affogati vitelli.

5 Oltra di ciòquel che piùmaraviglioso è a dire et a credersidormendo egli in mezzo dele sue vacche ne la oscura notteduo dragoni gli leccarono leorecchie; onde egli subitamente per paura destatosiintese pressoall'alba chiaramente tutti i lenguaggi degli ucelli. E fra gli altriudette un luscignuoloche cantando o più tosto piangendosovra i rami d'un folto corbezzolosi lamentava del suo amoredimandando a le circonstanti selve aita. A cui un passeroall'incontro rispondeain Leucadia essere una alta ripache chi daquella nel mare saltassesarebbe senza lesione fuor di pena. Alquale soggiunse una lodoladicendo in una terra di Greciade laquale io ora non so il nomeessere il fonte di Cupidinedel qualechiunque bevedepone subitamente ogni suo amore. A cui il dolceuscignuolo suavemente piangendo e lamentandosi rispondeva ne le acquenon essere virtù alcuna. In questo veniva una nera merlaunfrisone et un lucarino; e riprendendolo de la sua sciocchezzachenei sacri fonti non credeva celesti potenzie fusseno infusecominciarono a racontarli le virtù di tutti i fiumifonti estagni del mondo; dei quali lui appieno tutti i nomie le natureei paesi dove nascono e dove correno mi seppe direche non ve nelasciò un solosì bene gli teneva ne la memoriariposti.

6 Significommi ancora per nome alcuniucellidel sangue dei quali mescolato e confuso insemesi genera unserpe mirabilissimola cui natura è taleche qualunque uomodi mangiarlo si arriscanon è sì strano parlare diucelliche egli appieno non lo intenda. Similmente mi disse non soche animaledel sangue del quale chi bevesse un pocoe trovassesiin sul fare del giorno sovra alcun monteove molte erbe fussenopotrebbe pianamente intendere quelle parlare e manifestare le suenaturequando tutte piene di rogiada aprendosi ai primi raggi delsorgente sole ringraziano il cielo de le infuse grazie che in sépossedono; le quali veramente son tante e taliche beati i pastoriche quelle sapessono. E se la memoria non mi ingannami disseancorache in un paese molto strano e lontano di quiove nascon legenti tutte nere come matura olivae còrrevi sì bassoil soleche si potrebbe di leggierose non cocessecon la manotoccaresi trova una erbache in qualunque fiume o lago gittatafusseil farebbe subitamente seccaree quante chiusure toccassetutte senza resistenza aperire; et altrala quale chi seco portassein qualunque parte del mondo pervenisseabondarebbe di tutte lecosené sentirebbe famesetené penuria alcuna. Nécelò egli a mené io ancora celarò a voilastrana potenzia de la spinosa eringenotissima erba nei nostri liti;la radice de la quale ripresenta a le volte similitudine del sessovirile o femineobenché di raro si trova; ma se per sòrtead alcuno quella del suo sesso pervenisse ne le manisarebbe senzadubbio in amore fortunatissimo. Appresso a questa soggiunse lareligiosa verbenagratissimo sacrificio agli antichi altari; delsugo de la quale qualunque si ungesseimpetrarebbe da ciascunoquanto di dimandare gli aggradassepur che al tempo di coglierlafusse accorto. Ma che vo io affatigandomi in dirvi queste cose? Giàil luogo ove egli dimora ne è vicino; e saràvi concessoudirlo da lui appieno racontare.

- 7 - Deh non - disse Clonico -io etutti costoro desiamo più tosto così caminandoperalleggerirne la faticaudirlo da te; acciò che poiquando nefia licito vedere questo tuo santo pastorepiù in reverenzalo abbiamoe quasi a terreno Idio gli rendiamo i debiti onori ne lenostre selve.

- 8 Allora il vecchio Opicotornandoal lasciato ordinedissesé avere ancora udito dal medesmoEnareto alcuni incanti da resistere a le marine tempestatiai tuonia le nevia le pioggele grandini et a li furiosi impeti de lidiscordevoli vènti. Oltra di ciò disse averli vedutotranghiottire un caldo core e palpitante di una cieca talpaponendosi sovra la lingua uno occhio di indiana testudine ne laquintadecima lunae tutte le future cose indovinare. Appressoseguitò averli ancora veduta una pietra di cristallina specietrovata nel picciolo ventre d'un bianco gallola quale chi seco nele forti palestre portassesarebbe indubitatamente contra ogniavversario vincitore. Poi racontò averneli veduta un'altrasimile ad umana linguama maggiorela quale non come l'altre nascein terrama ne la mancante luna cade dal cieloet è non pocoutile a li venerei lenocinii; altra contra al freddo; altra contra leperverse effascinazioni di invidiosi occhi. Né tacque quellala quale inseme legata con una certa erba e con alquante altreparolechiunque indosso la portassepotrebbe a sua posta andareinvisibile per ogni partee fare quanto gli piacessesenza paura diessere impedito da alcuno. E questo dettoseguitò d'un dentetolto di bocca a la destra parte di un certo animale chiamatose iomai non mi ricordoiena; il quale dente è di tanto vigoreche qualunque cacciatore sel legasse al braccionon tirarebbe maicolpo in vano. E non partendosi da questo animaledisse che chisotto al piede ne portasse la linguanon sarebbe mai abbaiato da'cani; chi i peli del muso con la pelle de le oscene parti nelsinestro braccio legata portassea qualunque pastorella gli occhivolgessesi farebbe sùbito a mal grado di lei seguitare. Elasciando questodimostrò che chi sovra la sinestra mammelladi alcuna donna ponesse un core di notturno gufoli farebbe tutti isecreti in sogno parlando manifestare.

9 Così di una cosa in un'altrasaltandoprima appiè de l'alto monte giungemmoche di avernedopo le spalle lasciato il piano ne fussemo avveduti. Ove poi chearrivati fummocessando Opico dal suo ragionaresì come laFortuna volsetrovammo il santo vecchio che appiè di unoalbero si riposava. Il quale come da presso ne videsubitamentelevatosi per salutarneall'incontro ne venne; degno veramente dimolta riverenza ne la rugosa frontecon la barba e i capelli lunghie bianchissimi più che la lana de le tarentine pecore; e nel'una de le mani avea di genebro un bastone bellissimo quanto alcunomai ne vedesse a pastorecon la punta ritorta un pocoda la qualeusciva un lupo che ne portava uno agnellofatto di tanto artificioche gli avresti i cani irritati appresso. Il quale ad Opico primadopo a tutti noi fatte onorevoli accoglienzene invitòall'ombra a sedere. Ove aperto un sacchetto che egli di pelle dicavriuolo portava maculosa e sparsa di biancone trasse con altrecose una fiasca delicatissima di tamariscoe volle che in onore delcommune Idio bevessemo tutti. E dopo breve disnaread Opicovoltatosiil dimandò di quello che a fare così dischiera andassemo. Il qualeprendendo lo inamorato Clonico per manocosì rispose:

10 - La tua virtùsovra lealtre singularissimae la estrema necessità di questo miseropastore ne constrinse a venire in queste selveEnareto mio; il qualeoltra al dovuto ordine amandoe non sapendo a se medesmo soprastaresi consuma sì forte come al foco la molle cera. Per la qualcosa non cerchiamo noi a tal bisogno i responsi del tuo e nostroIdioi quali egli più che altro oracolo verissimi rende ne lapura notte a' pastori in questi monti; ma solamente dimandamo la tuaaitache in un punto ad amore togliendoloa le desiderose selve eta tutti noi il ritorni; col quale confessaremotutte le gioconditàperdute esserne per te inseme restituite. Et acciò che chiegli è occolto non ti siamille pecore di bianca lana pasceper queste montagnené di state né di verno mai limanca novo latte. Del suo cantare non dico altroperò chequando da amore liberato lo avraiil potrai a tua posta udire; efìatison certogratissimo.

11 Il vecchio sacerdoteparlandoOpicoriguardava il barbuto pastoree mosso a pietà de lasua pallidezzasi apparecchiava di rispondere; quando a le orecchieda le prossimane selve un dolcissimo suono con suave voce nepervenne; et a quella rivolti da traversovedemmo in una picciolaacquetta appiè d'un salce sedere un solo capraioche sonandodilettava la sua mandra. E vedutosubitamente a trovar lo andammo.Ma coluiil quale Elenco avea nomecome ne vide verso il limpidofiumicello appressaresubitamente nascondendo la sua liraquasi perisdegno turbato si tacque. Per la qual cosa il nostro Ofelia offesoda tanta selvatichezzasì come colui che piacevolissimo era egrazioso a' preghi de' pastorisi argumentò con ingiurioseparole doverlo provocare a cantare. E così con un risoschernevole beffandolocon questi versi il constrinse a rispondere:

 

Ecloga 9

MONTANOOFELIAELENCO

 

Ofelia:
Dimmicaprar novelloe non ti irascere
questa tua greggia ch'è cotanto strania
chi te la diè sì follemente a pascere?



Elenco:
Dimmibifolco anticoe quale insania
ti risospinse a spezzar l'arco a Clonico
ponendo fra' pastor tanta zizania?



Ofelia:
Forse fu allor ch'io vidi malinconico
Selvaggio andarper la sampogna e i naccari
che gl'involasti tuperverso erronico.



Elenco:
Ma con Uranio a te non valser baccari
che mala lingua non t'avesse a ledere.
Furasti il capro: ei ti conobbe ai zaccari.



Ofelia:
Anzi gliel vinsie lui nol volea cedere
al cantar mioschernendo il buon giudicio
d'Ergastoche mi ornò di mirti e d'edere.



Elenco:
Cantando tu 'l vincesti? Or con Galicio
non udi' io già la tua sampogna stridere
come agnel ch'è menato al sacrificio?



Ofelia:
Cantiamo a provae lascia a parte il ridere;
pon quella lira tua fatta di giuggiola;
Montan potrà nostre question decidere.



Elenco:
Pon quella vaccache sovente muggiola;
ecco una pelle e duo cerbiatti mascoli
pasti di timo e d'acetosa luggiola.



Ofelia:
Pon pur la liraet io porrò duo vascoli
di faggioove potrai le capre mungere;
ché questi armenti a mia matrigna pascoli.



Elenco:
Scuse non mi saprai cotante aggiungere
ch'io non ti scopra. Or ecco il nostro Eugenio:
far non potrai sì ch'io non t'abbia apungere.



Ofelia:
Io vo' Montanche è più vicino alsenio;
ché questo tuo pastor par troppo ignobile
né credo c'abbia sì sublime ingenio.



Elenco:
Vienne all'ombraMontan; ché l'aura mobile
ti freme fra le frondee 'l fiume mormora;
nota il nostro cantar qual è piùnobile.



Ofelia:
VienneMontanmentre le nostre tormora
ruminan l'erbee i cacciator s'imboscano
mostrando ai cani le latebre e l'ormora.



Montano:
Cantateacciò che i monti omai conoscano
quanto il secol perduto in voi rinovasi;
cantate fin che i campi si rinfoscano.



Ofelia:
Montancostui che meco a cantar provasi
guarda le capre d'un pastore erratico.
Misera mandrache 'n tal guida trovasi!



Elenco:
Corbo malvagioursacchio aspro e selvatico
cotesta lingua velenosa mordila
che transportar si fa dal cor fanatico.



Ofelia:
Misera selvache coi gridi assordila!
Fuggito è dal romore Apollo e Delia.
Getta la lira omaiché indarno accordila.



Montano:
Oggi qui non si cantaanzi si prelia.
Cessate omaiper diocessate alquanto;
cominciaElencoe tu rispondiOfelia.



Elenco:
La santa Pale intenta ode il mio canto
e di bei rami le mie chiome adorna
che nessun altro se ne può dar vanto.



Ofelia:
E 'l semicapro Pan alza le corna
a la sampogna mia sonora e bella
e corre e salta e fugge e poi ritorna.



Elenco:
Quando tal ora a la stagion novella
mungo le capre miemi scherne e ride
la mia suave e dolce pastorella.



Ofelia:
Tirrena mia col sospirar m'uccide
quando par che vèr me con gli occhi dica:
- Chi dal mio fido amante or mi divide? -



Elenco:
Un bel colombo in una quercia antica
vidi annidar poc'anzi; il qual riserbo
per la crudele et aspra mia nemica.



Ofelia:
Et io nel bosco un bel giovenco aderbo
per la mia donna; il qual fra tutti i tori
incede con le corna alto e superbo.



Elenco:
Fresche ghirlande di novelli fiori
i vostri altario sacre Ninfeavranno
se pietose sarete a' nostri amori.



Ofelia:
E tuPriapoal rinovar de l'anno
onorato sarai di caldo latte
se porrai fine al mio amoroso affanno.



Elenco:
Quella che 'n mille selve e 'n mille fratte
seguir mi face Amorso che si dole
benché mi fugga ognorbenchés'appiatte.



Ofelia:
Et Amaranta mia mi stringee vòle
ch'io pur li canti a l'uscioe mi risponde
con le sue dolci angeliche parole.



Elenco:
Fillida ognor mi chiama e poi s'asconde
e getta un pomo e ridee vuol già ch'io
la veggia biancheggiar tra verdi fronde.



Ofelia:
Anzi Fillida mia m'aspetta al rio
e poi m'accoglie sì suavemente
ch'io pongo il gregge e me stesso in oblio.



Elenco:
Il bosco ombreggia; e se 'l mio sol presente
non vi fusse orvedresti in nova foggia
secchi i fioretti e le fontane spente.



Ofelia:
Ignudo è il montee più non vi sipoggia;
ma se 'l mio sol vi appareancor vedrollo
d'erbette rivestirsi in lieta pioggia.



Elenco:
O casta Venatriceo biondo Apollo
fate ch'io vinca questo alpestro Cacco
per la faretra che vi pende al collo.



Ofelia:
E tuMinervae tuceleste Bacco
per l'alma vite e per le sante olive
fate ch'io porte la sua lira al sacco.



Elenco:
Oh s'io vedesse un fiume in queste rive
correr di lattedolce il mio lavoro
in far sempre fiscelle all'ombre estive!



Ofelia:
Oh se queste tue corna fussen d'oro
e ciascun pelo molle e ricca seta
quanto t'avrei più caroo bianco toro!



Elenco:
Oh quante volte vien gioiosa e lieta
e stassi meco in mezzo ai greggi mei
quella che mi diè in sòrte il miopianeta!



Ofelia:
Oh quai sospir vèr me move colei
ch'io sola adoro! O vèntialcuna parte
portatene all'orecchie degli Dei.



Elenco:
A te la manoa te l'ingegno e l'arte
a te la lingua serve. O chiara istoria
già sarai letta in più di mille carte.



Ofelia:
Omai ti pregiaomai ti esalta e gloria;
ché ancor dopo mill'anniin viva fama
eterna fia di te qua giù memoria.



Elenco:
Qualunque per amor sospira e brama
leggendo i tronchi ove segnata stai
- Beata lei - dirà ch'il ciel tant'ama! -



Ofelia:
Beata teche rinovar vedrai
dopo la morte il tuo bel nome in terra
e da le selve al ciel volando andrai!



Elenco:
Fauno ride di te da l'alta serra.
Tacibifolco; chés'io dritto estimo
la capra col leon non può far guerra.



Ofelia:
Corricicalain quel palustre limo
e rappella a cantar di rana in rana;
ché fra la schiera sarai forse il primo.



Elenco:
Dimmiqual fera è sì di mente umana
che s'inginocchia al raggio de la luna
e per purgarsi scende a la fontana?



Ofelia:
Dimmiqual è l'ucello il qual raguna
i legni in la sua mortee poi s'accende
e vive al mondo senza pare alcuna?



Montano:
Mal fa chi contra al ciel pugna e contende;
tempo è già da por fine a vostre liti
ché 'l saver pastoral più non sistende.
Tacicoppia gentilché ben graditi
son vostri accenti in ciascun sacro bosco;
ma temo che da Pan non siano uditi.
Eccoal mover de' rami il riconosco
che torna all'ombra pien d'orgoglio e d'ira
col naso adunco amando amaro tòsco.
Ma quel facondo Apolloil qual v'aspira
abbia sol la vittoria; e tubifolco
prendi i tuo' vasie tucaprarla lira.
Che 'l ciel v'accresca come erbetta in solco!
 
 
Prosa 10
Le selve che al cantare de' duo pastorimentrequello durato eraaveano dolcissimamente rimbombatosi tacevanogiàquasi contenteacquetandosi a la sentenzia di Montano;il quale ad Apollosì come ad aguzzatore de' peregriniingegnidonando lo onore e la ghirlanda de la vittoriaavea adambiduo i suoi pegni renduti. Per la qual cosa noilasciandol'erbosa rivalieti cominciammo per la falda del monte a poggiaretuttavia ridendo e ragionando de le contenzioni udite. E senza essereoltra a duo tratti di fronda andaticominciammo appoco appoco dalunge a scoprire il reverendo e sacro bosconel quale mai nécon ferro né con scure alcuna si osava entrare; ma conreligione grandissimaper paura de' vendicatori Diifra' paesanipopuli si conservava inviolato per molti anni. Ese degno èdi credersiun tempoquando il mondo non era sì colmo diviziitutti i pini che vi eranoparlavanocon argute noterispondendo a le amorose canzoni de' pastori.

2 Al quale con lenti passi dal santosacerdote guidatisì come lui volsein un picciolofonticello di viva acquache ne la entrata di quello sorgeanelavammo le mani; con ciò sia cosa che con peccati andare incotal luogo non era da religione concesso. Indi adorato prima ilsanto Pandopo li non conosciuti Diise alcuno ve ne erache pernon mostrarsi agli occhi nostri nel latebroso bosco si nascondessepassammo col destro piede avanti in segno di felice augurio; ciascunotacitamente in sé pregandolili fusseno sempre propiziicosìin quel puntocome ne le occorrenti necessità future. Etentrati nel santo pinetotrovammo sotto una pendente ripafraruinati sassi una spelunca vecchissima e grandenon so senaturalmente o se da manuale artificio cavata nel duro monte; edentro di quelladel medesmo sasso un bello altareformato darustiche mani di pastori. Sovra al quale si vedeva di legno la grandeeffigie del selvatico Idioappoggiata ad un lungo bastone di unaintiera olivae sovra la testa avea due corna drittissime et elevateverso il cielo; con la faccia rubiconda come matura fragolale gambee i piedi irsutiné d'altra forma che sono quelli de lecapre. Il suo manto era di una pelle grandissimastellata di bianchemacchie.

3 Da l'un lato e da l'altro delvecchio altare pendevano due grandi tavole di faggioscritte dirusticane lettere; le quali successivamente di tempo in tempo permolti anni conservate dai passati pastoricontinevano in séle antiche leggi e gli ammaestramenti de la pastorale vita; da lequali tutto quello che fra le selve oggi si adopraebbe primaorigine. Nell'una eran notati tutti i dì de l'anno e i variimutamenti de le stagionie la inequalità de la notte e delgiornoinseme con la osservazione de le orenon poco necessaria a'viventie li non falsi pronostici de le tempestati; e quando il solecol suo nascimento denunzia serenità e quando pioggiaequando vènti e quando grandini; e quali giorni son de la lunafortunati e quali infelici a le opre de' mortali; e che ciascuno inciascuna ora dovesse fuggire o seguitareper non offendere leosservabili voluntà degli Dii. Ne l'altra si leggeva qualedovesse essere la bella forma de la vacca e del toro; e le etàidonee al generare et al parturire; e le stagioni e i tempi atti acastrare i vitelliper poterli poi nel giogo usare a le robuste oprede la agricultura. Similmente come la ferocità de' montoniforandoli il corno presso l'orecchiasi possa mitigare; e comelegandoli il destro testicologenera feminee 'l sinestro mascoli;et in che modo gli agnelli vegnano bianchi o di altri colori variati;e qual rimedio sia a le solitarie pecoreche per lo spavento de'tuoni non si abortiscano. Et oltra a questo che governo si convegna ale barbute capree quali e di che forma e di che etadeet in chetempo de l'anno et in che paese quelle siano più fruttifere; ecome i loro anni si possano ai segni de le noderose corna chiaramenteconoscere. Appresso vi erano scritte tutte le medicine appertinentia' morbitanto de' greggiquanto de' cani e de' pastori.

4 Dinanzi a la spelunca porgeva ombraun pino altissimo e spaziosoad un ramo del quale una grande e bellasampogna pendevafatta di sette vociegualmente di sotto e di sopracongiunta con bianca cera; la cui simile forse mai non fu veduta apastore in alcuna selva. De la quale dimandando noi qual fusse statolo auttoreperché da divine mani composta et incerata lagiudicavamoil savio sacerdote così ne respuse:

5 - Questa canna fu quella che 'lsanto Idioche voi ora vedetesi trovò ne le maniquandoper queste selve da amore spronato seguitò la bella Siringa.Ovepoi che per la sùbita transformazione di lei si videschernitosospirando egli sovente per rimembranza de le antichefiammei sospiri si convertirono in dolce suono. E cosìsoloin questa sola grottaassiso presso a le pascenti caprecominciò a congiungere con nova cera sette cannelo ordine dele quali veniva successivamente mancandoin guisa che stanno i ditine le nostre manisì come ora in essa medesma vedere potete;con la qual poi gran tempo pianse in questi monti le sue sventure.Indi pervennee non so comene le mani d'un pastore siracusano; ilquale prima che alcuno altro ebbe ardire di sonarla senza paura diPan o d'altro Idiosovra le chiare onde de la compatriota Aretusa.Et è fama che mentre costui cantavai circonstanti pinimovendo le loro sommità li rispondeano; e le forestierequercedimenticate de la propria selvatichezzaabandonavano inativi monti per udirloporgendo sovente piacevoli ombre a leascoltanti pecorelle; né era Ninfa alcuna né Fauno inquelle selveche di attrecciare ghirlande non si affatigasseperornarli di freschi fiori i giovenili capelli. Il quale poi dainvidiosa morte sovragiuntofe' di quella lo ultimo dono al mantuanoTitiroe così col mancante spirtoporgendoglielali disse:"Tu sarai ora di questa il secondo signore; con la quale potraia tua posta riconciliare li discordevoli taurirendendograziosissimo suono a li selvatichi Idii". Per la qual cosaTitiro lieto di tanto onorecon questa medesma sampognadilettandosiinsegnò primeramente le selve di risonare ilnome de la formosa Amarillida; e poiappressolo ardere del rusticoCoridone per Alessi; e la emula contenzione di Dameta e di Menalca; ela dolcissima musa di Damone e di Alfesibeofacendo sovente permaraviglia dimenticare le vacche di pasceree le stupefatte fierefermare fra' pastorie i velocissimi fiumi arrestare dai corsi loropoco curando di rendere al mare il solito tributo; aggiungendo aquesto la morte di Dafnila canzone di Sileno e 'l fiero amore diGallocon altre cose di che le selve credo ancora si ricordino ericorderanno mentre nel mondo saranno pastori. Ma avendo costui da lanatura lo ingegno a più alte cose dispostoe noncontentandosi di sì umile suonovi cangiò quella cannache voi ora vi vedete più grossa e più che le altrenovaper poter meglio cantare le cose maggiorie fare le selvedegne degli altissimi consuli di Roma. "Il quale poi cheabandonate le capre si diede ad ammaestrare i rustichi coltivatori dela terraforse con isperanza di cantare appresso con piùsonora tromba le arme del troiano Eneala appiccò quivioveora la vedetein onore di questo Idioche nel cantare li aveaprestato favore. Appresso al quale non venne mai alcuno in questeselveche quella sonare potuto avesse compitamente; posto che moltida volenteroso ardire spronatitentato lo abbiano più volte etentino tuttavia.

6 Ma perché il giorno tutto fraquesti ragionamenti non trapassitornando omai a quello per chevenuti sietedicol'opra e 'l saper mio così a tutt'i vostribisognicome a questo un soloessere sempre non men disposto cheapparecchiato. E con ciò sia cosa che ora per lo scemo de lacornuta luna il tempo molto atto non siaudrete non di meno delluogo e del modo che a tenere avremo alquanto ragionare. E tuprincipalmenteinamorato pastorea chi il fatto più toccaporgi intentivamente le orecchie a le mie parole.

7 Non molto lunge di quifra desertimonti giace una profondissima vallecinta d'ogn'intorno di solingheselve e risonanti di non udita selvatichezza; sì bellasìmaravigliosa e stranache di primo aspetto spaventa con inusitatoterrore gli animi di coloro che vi entrano; i quali poi che in quellaper alquanto spazio rassicurati si sononon si possono saziare dicontemplarla. Ove per un solo luogoe quello strettissimo et asprosi conviene passare; e quanto più basso si scendetanto vi sitrova la via più ampia e la luce diventa minorecon ciòsia cosa che da la sua sommità insino a la più infimaparte è da opache ombre di gioveni alberi quasi tuttaoccupata. Ma poi che al fondo di quella si pervieneuna grottaoscurissima e grande vi si vede incontanente aprire di sotto aipiedi; ne la quale arrivandosi sentono sùbito strepitiorribilissimifatti divinamente in quel luogo da non veduti spirticome se mille milia naccari vi si sonassono. E quivi dentro in quellaoscurità nasce un terribilissimo fiumee per breve spaziocontrastando ne la gran voraginee non possendo di fuora usciresimostra solamente al mondo et in quel medesmo luogo si sommerge; ecosì nascoso per occolta via corre nel marené di luipiù si sa novella alcuna sovra de la terra. Luogo veramentesacroe degnosì come èdi essere sempre abitatodagli Dii. Niuna cosa non venerabile o santa vi si puògiudicare; con tanta maiestà e riverenza si offre agli occhide' riguardanti.

8 Or quivicome la candida luna conritonda faccia apparirà a' mortali sovra l'universa terratimenerò io primeramente a purgartise di venirvi ti daràil core; e bagnato che ti avrò nove volte in quelle acquefarò di terra e di erbe un novo altareet in quellocircondato di tre veli di diversi coloriraccenderò la castaverbena e maschi incensicon altre erbe non divelte da le radicimasecate con acuta falce al lume de la nova luna. Dopo spargeròper tutto quel luogo acque tolte da tre fontanee farotti poidiscinto e scalzo d'un piedesette volte attorniare il santo altaredinanzi al quale io con la manca mano tenendo per le corna una neraagnae con la destra lo acuto coltellochiamarò ad alta vocetrecento nomi di non conosciuti Dii; e con quelli la riverenda Notteaccompagnata da le sue tenebree le tacite Stelle consapevoli de leoccolte cosee la moltiforme Luna potente nel cielo e negli oscuriabissie la chiara faccia del Sole circondata di ardenti raggi; laquale continuamente discorrendo intorno al mondovede senzaimpedimento veruno tutte le opere de' mortali. Appresso convocaròquanti Dii abitano ne l'alto cielone la ampia terra e ne lo undosomare; e 'l grandissimo Oceano padre universale di tutte le cosee levergini Ninfe generate da lui: cento che ne vanno per le selveecento che guardano i liquidi fiumi; et oltra a questiFauniLariSilvani e Satiricon tutta la frondosa schiera de' semideie 'lsommo Aeree 'l durissimo aspetto de la bruta Terrai stanti Laghii correnti Fiumi e i sorgenti Fonti. Né lascerò lioscuri regni de li sutterranei Dii; ma convocando la tergemina Ecatevi aggiungerò il profondo Caosil grandissimo Erebo e leinfernali Eumenidi abitatrici de le stigie acque; e alcuna altradeità è là giùche con degno suppliciopunisca le scelerate colpe degli uominiche siano tutte presenti almio sacrificio. E così dicendoprenderò un vaso digeneroso vino e versarollo ne la fronte de la dannata pecoraedisvellendoli da mezzo le corna la fosca lanala gitterò nelfuoco per primi libamenti; dopoaprendoli la gola col destinatocoltelloriceverò in una patera il caldo sanguee quello congli estremi labri gustatoversarò tutto in una fossa fattadinanzi a l'altarecon oglio e latte insemeacciò che negoda la madre terra.

9 E preparato che ti avrò incotal modosovra la pelle di quella ti farò distendere; e disangue di nottola ti ungerò gli occhi con tutto il visochele tenebre de la notte al vedere non ti offendanoma come chiarogiorno ti manifestino tutte le cose. Et acciò che le strane ediversissime figure de' convocati Dii non ti spaventinoti porròindosso una linguauno occhio et una spoglia di libiano serpentecon la destra parte del core d'un leone inveterato e secco all'ombrasolamente de la piena luna. Appresso a questo comanderò aipescia le serpia le fiere et agli ucelli (dai qualiquando mipiaceintendo e proprietà de le cose e gli occolti secretidegli Dii) che vegnano tutti a me di presentesenza fare dimoraalcuna. Per la qual cosa quelli solamente retinendo meco che mistieromi farannogli altri rimanderò via ne le loro magioni. Etaperta la mia tascane trarrò veleni potentissimicoi qualia mia posta soglio io transformarmi in lupoe lasciando i panniappiccati ad alcuna querciamescolarmi fra gli altri ne le deserteselve; non già per predare come molti fannoma per intenderei loro secretie gl'inganni che si apparecchiano a' pastori di fare;i quali potranno ancora al tuo bisogno commodamente servire.

10 E se uscire da amore totalmentevorraicon acqua lustrale e benedetta ti inaffiarò tuttosoffumigandoti con vergine solfocon issopo e con la casta ruta. Dapoi ti spargerò sovra al capo de la polvereove mula o altrosterile animale involutrato si sia; e sciogliendoti un per uno tuttii nodi che indosso avrai ti farò prendere la cenere dal sacroaltareet a due mani per sovra 'l capo gettarlati dopo le spalle nelcorrente lumesenza voltare più gli occhi indietro. Il qualesubitamente con le sue acque ne porterà il tuo amore ne l'altomarelasciandolo ai delfini et a le notanti balene.

11 Ma se più tosto la tuanemica ad amarti di constringere tieni in desiofarò venireerbe da tutta Arcadiae sugo di nero aconitoe la picciola carnerapita dal fronte del nascente cavallo prima che la madre diinghiottirla si apparecchiasse. E fra queste cosesì come ioti insegnaròlegarai una imagine di cera in tre nodi con trelacci di tre colori; e tre volte con quella in mano attorniando loaltarealtre tante li pungerai il core con punta di omicida spadatacitamente dicendo queste parole: Colei pungo et astringoChe nelmio cor depingo. Appresso avrai alcuna parte del lembo de la suagonnae piegandola appoco appocoe così piegatasotterrandola ne la cavata terradirai: Tutte mie pene e doglieRichiudo in queste spoglie. Da poi ardendo un ramo di verde laurosoggiungerai: Così strida nel foco Chi il mio mal prende ingioco. Indi prendendo io una bianca colombae tu tirandoli una peruna le penne e gittandole ne le fiammeseguiterai: Di chi il miobene ha in possa Spargo le carni e l'ossa. Al finepoi che la avraitutta spogliatalasciandola sola andarefarai così l'ultimoincanto: Rimantiiniqua e crudaD'ogni speranza ignuda. Et ognifiata che le dette cose faraisputerai tre volteperò che del'impari numero godono i magichi Dii. Né dubito punto chesaranno di tanta efficacia queste parolechesenza repugnanzaalcuna farela vedrai a te venirenon altrimente che le furiosecavalle ne le ripe de lo estremo occidente sogliano i genitabilifrati di zefiro aspettare. E questo ti affermo per la deità diquesta selva e per la potenzia di quello Idioil quale ora presentestandoneascolta il mio ragionare.

12 - E così dettopusesilenzio a le sue parole; le quali quanto diletto porgesseno aciascunonon è da dimandare.

13 Ma parendone finalmente ora diritornare a le lasciate mandrebenché il sole fusse ancoramolto altodopo molte grazie con parole renduteline licenziammo dalui; e per una via più breve postine a scendere il monteandavamo con non poca ammirazione comendando lo udito pastore; tantoche quasi al piano discesiessendo il caldo grande e veggendone unboschetto fresco davantideliberammo di volere udire alcuno de labrigata cantare. Per la qual cosa Opico a Selvaggio il carco neimpusedandogli per soggetto che lodasse il nobile secoloil qualedi tanti e tali pastori si vedeva copiosamente dotato; con ciòfusse cosa che in nostra età ne era concesso vedere et udirepastori cantare fra gli armentiche dopo mille anni sarebbonodesiati fra le selve. E stando costui già per cominciarerivolsenon so comegli occhi in un picciolo colle che da mandestra gli stavae vide l'alto sepolcro ove le riverende ossa diMassilia si riposano con eterna quiete; Massiliamadre di Ergastola quale fumentre visseda' pastori quasi divina Sibilla riputata.Onde drizzatosi in piedi disse:

14 - Andiamo colàpastori; chése dopo le esequie le felici anime curano de le mondane coselanostra Massilia ne avrà grazia nel cielo del nostro cantare;la quale sì dolcemente soleva un tempo tra noi le contenzionidecideredando modestamente ai vinti animoe comendando conmaravigliose lode i vincitori.

15 A tutti parve ragionevole quelloche Selvaggio dissee con espediti passil'un dopo l'altromoltocon parole raconsolando il piangente Ergastovi andammo. Ove giuntiavemmo tanto da contemplare e da pascere gli occhiquanto da'pastori in alcuna selva si avesse giamai; et udite come.

16 Era la bella piramide in picciolopiano sovra una bassa montagnetta postafra due fontane di acquechiarissime e dolcicon la punta elevata verso il cielo in formad'un dritto e folto cipresso; per le cui latorale quali quattroeranosi potevano vedere molte istorie di figure bellissimelequali lei medesmaessendo già vivaaveva in onore de' suoiantichi avoli fatte dipingeree quanti pastori ne la sua prosapiaerano in alcun tempo stati famosi e chiari per li boschicon tuttoil numero de' posseduti armenti. E dintorno a quella porgevano consuoi rami ombra alberi giovenissimi e freschinon ancora cresciuti apare altezza de la bianca cimaperò che di poco tempo avantivi erano dal pietoso Ergasto stati piantati. Per compassione delquale molti pastori ancora avevano il luogo circondato di alte sepinon di pruni o di rubima di genebridi rose e di gelsomini; eformatovi con le zappe un seggio pastoralee di passo in passoalquante torri di rosmarino e di mirtiintessute con mirabilissimoartificio. Incontro a le quali con gonfiate vele veniva una navefatta solamente di vimini e di fronde di viva ederasìnaturalmente che avresti detto: "Questa solca il tranquillomare"; per le sarte de la qualeora nel temone et ora ne laalta gabbiaandavano cantanti ucelli vagandosiin similitudine diesperti e destrissimi naviganti. Così ancora per mezzo deglialberi e de le sepi si vedevano fiere bellissime e snelleallegramente saltare e scherzare con varii giochibagnandosi per lefredde acque; credo forse per dare diletto a le piacevoli Ninfeguardiane del luogo e de le sepolte ceneri. A queste bellezze se neaggiungeva una non meno da comendare che qualsivoglia de le altre;con ciò sia cosa che tutta la terra si potea vedere coverta difiorianzi di terrene stellee di tanti colori dipintaquanti nela pomposa coda del superbo pavone o nel celestiale arcoquando a'mortali denunzia pioggiase ne vedeno variare. Quivi gigliquiviligustriquivi viole tinte di amorosa pallidezzaet in gran copia isonnacchiosi papaveri con le inchinate testee le rubiconde spighede l'immortale amarantograziosissime corone ne l'orrido verno.Finalmente quanti fanciulli e magnanimi re furono nel primo tempopianti dagli antichi pastoritutti si vedevano quivi transformatifiorireservando ancora gli avuti nomi: AdoneIacintoAiace e 'lgiovene Croco con la amata donzella; e fra questi il vano Narcisso sipoteva ancora comprendere che contemplasse sopra quelle acque ladannosa bellezza che di farlo partire dai vivi gli fu cagione.

17 Le quali cose poi che di una in unaavemmo fra noi maravigliosamente comendatee letto ne la bellasepoltura il degno epitafioe sovra a quella offerte di moltecoronene ponemmo inseme con Ergasto in letti di alti lentischidistesi a giacere. Ove molti olmimolte querce e molti allorisibilando con le tremule frondine si moveano per sovra al capo; aiquali aggiungendosi ancora il mormorare de le roche ondele qualifuggendo velocissime per le verdi erbe andavano a cercare il pianorendevano inseme piacevolissimo suono ad udire. E per li ombrosi ramile argute cicale cantando si affatigavano sotto al gran caldo; lamesta Filomena da lunge tra folti spineti si lamentava; cantavano lemerolele upupe e le calandre; piangeva la solitaria tortora per lealte ripe; le sollecite api con suave susurro volavano intorno aifonti. Ogni cosa redoliva de la fertile estate: redolivano i pomi perterra sparside' quali tutto il suolo dinanzi ai piedi e per ognilato ne vedevamo in abondanza coverto; sovra ai quali i bassi albericoi gravosi rami stavano sì inchinatiche quasi vinti dalmaturo peso parea che spezzare si volessono. Onde Selvaggioa cuisovra la imposta materia il cantare toccavafacendo con gli occhisegnale a Fronimo che gli rispondesseruppe finalmente il silenzioin queste voci:
 
Ecloga 10
SELVAGGIOFRONIMO
 
Selvaggio:
Non sonFronimo miodel tutto mutole
com'uom credele selve; anzi risonano
tal che quasi all'antiche egual riputole.




Fronimo:
Selvaggiooggi i pastor più non ragionano
de l'alme Musee più non pregian naccari
perchéper ben cantarnon si coronano.
E sì del fango ognun s'asconde i zaccari
che tal più pute che ebuli et abrotano
e par che odore più che ambrosia e baccari.
Ond'io temo gli Dii non si riscotano
dal sonnoe con vendetta ai boni insegnino
sì come i falli de' malvagi notano.
E s'una volta avvien che si disdegnino
non fia mai poi balen né tempo pluvio
che di tornar al ben pur non si ingegnino.



Selvaggio:
Amicoio fui tra Baie e 'l gran Vesuvio
nel lieto pianoove col mar congiungesi
il bel Sebetoaccolto in picciol fluvio.
Amorche mai dal cor mio non disgiungesi
mi fe' cercare un tempo strane fiumora
ove l'almapensandoancor compungesi.
E s'io passai per pruniurtiche e dumora
le gambe il sanno; e se timor mi pusero
crudi orsidure gentiaspre costumora!
Al fin le dubbie sòrti mi rispusero:
- Cerca l'alta cittade ove i Calcidici
sopra 'l vecchio sepolcro si confusero. -
Questo non intens'io; ma quei fatidici
pastor mel fer poi chiaro e mel mostrarono
tal ch'io gli vidi nel mio ben veridici.
Indi incantar la luna m'insegnarono
e ciò che in arte maga al tempo nobile
Alfesibeo e Meri si vantarono.
Né nasce erbetta sì silvestraignobile
che 'n quelle dotte selve non conoscasi;
e quale stella è fissae quale èmobile.
Quivi la serapoi che 'l ciel rinfoscasi
certa l'arte febea con la palladia
che non c'altrima Fauno a udir rimboscasi.
Ma a guisa d'un bel sol fra tutti radia
Caracciolche 'n sonar sampogne o cetere
non troverebbe il pari in tutta Arcadia.
Costui non imparò putare o metere
ma curar greggi da la infetta scabbia
e passion sanar maligne e vetere.
Il qual un dìper isfogar la rabbia
così prese a cantar sotto un bel frassino
io fiscelle tessendoegli una gabbia:
- Proveda il ciel che qui vèr noi non passino
malvage lingue; e le benigne fatora
fra questi armenti respirar mi lassino.
Itenevaccarellein quelle pratora
acciò che quando i boschi e i montiimbrunano
ciascuna a casa ne ritorne satora.
Quanti greggi et armentioimèdigiunano
per non trovar pasturae de le pampane
si van nudrendoche per terra adunano!
Lassoc'appena di mill'una càmpane;
e ciascun vive in tanto estrema inopia
che 'l cor per doglia sospirando avampane.
Ringrazie dunque il ciel qualunque ha copia
d'alcun suo bene in questa vil miseria
che ciascun caccia da la mandra propia.
I bifolci e i pastor lascian Esperia
le selve usate e le fontane amabili;
ché 'l duro tempo glie ne dà materia.
Erran per alpe incolte inabitabili
per non veder oppresso il lor peculio
da genti straneiniqueinesorabili.
Le qua' per povertà d'ogni altro edulio
non già per aurea etàghiandepascevano
per le lor grotte da l'agosto al giulio.
Viven di preda quicome solevano
fra quei primi pastor nei boschi etrurii.
Deh c'or non mi sovien qual nome avevano!
So ben che l'un da più felici augurii
fu vinto e morto - or mi ricordaRemo -
in su l'edificar de' lor tugurii.
Lassoche 'n un momento io sudo e tremo
e veramente temo d'altro male;
ché si de' aver del sale in questo stato
perché 'l comanda il Fato e la Fortuna.
Non vedete la luna ineclissata?
La fera stella armata di Orione?
Mutata è la stagione e 'l tempo èduro
e già s'attuffa Arcturo in mezzo l'onde;
e 'l solc'a noi s'ascondeha i raggi spenti
e van per l'aria i vènti mormorando
né so pur come o quando torne estate.
E le nubi spezzate fan gran suoni;
tanti baleni e tuoni han l'aria involta
ch'io temo un'altra volta il mondo pera.
O dolce primaverao fior novelli
o aureo arboscellio fresche erbette
o piagge benedetteo collio monti
o vallio fiumio fontio verdi rive
palmelauri et oliveedere e mirti;
o gloriosi spirti degli boschi;
o Ecoo antri foschio chiare linfe
o faretrate Ninfeo agresti Pani
o Satiri e Silvanio Fauni e Driadi
Naiadi et Amadriadio semidee
Oreadi e Napeeor sète sole;
secche son le viole in ogni piaggia:
ogni fiera selvaggiaogni ucelletto
che vi sgombrava il pettoor vi vien meno.
E 'l misero Sileno vecchiarello
non trova l'asinello ov'ei cavalca.
DafniMopso e Menalcaoimèson morti.
Priapo è fuor degli orti senza falce
né genebro né salce è che 'lricopra.
Vertunno non s'adopra in transformarse
Pomona ha rotte e sparse le sue piante
né vòl che le man sante puten legni.
E tuPaleti sdegni per l'oltraggio
ché di april né di maggio haisacrificio.
Ma s'un commette il vicioe tu nol reggi
che colpa n'hanno i greggi de' vicini?
Che sotto gli alti pini e i dritti abeti
si stavan mansueti a prender festa
per la verde foresta a suon d'avena;
quandoper nostra penail cieco errore
entrò nel fiero core al neghittoso.
E già Pan furioso con la sanna
spezzò l'amata canna; ond'or piangendo
se stesso riprendendoAmor losinga
ché de la sua Siringa si ricorda.
La saettela cordal'arco e 'l dardo
c'ogni animal fea tardoomai Diana
dispregiae la fontana ove il protervo
Atteon divenne cervo; e per campagne
lassa le sue compagne senza guida;
cotanto si disfida omai del mondo
che vede ognor al fondo gir le stelle.
Marsia senza pelle ha guasto il bosso
per cui la carne e l'osso or porta ignudo;
Minerva il fiero scudo irata vibra;
Apollo in Tauro o in Libra non alberga
ma con l'usata verga al fiume Anfriso
si sta dolenteassiso in una pietra
e tien la sua faretra sotto ai piedi.
AhiGiovee tu tel vedi? E non ha lira
da piangerma sospirae brama il giorno
che 'l mondo intorno intorno si disfaccia
e prenda un'altra faccia più leggiadra.
Bacco con la sua squadra senza Tirsi
vede incontro venirsi il fiero Marte
armatoe 'n ogni parte farsi strada
con la cruenta spada. Ahi vita trista!
Non è chi gli resista. Ahi fato acerbo!
ahi ciel crudo e superbo! Ecco che 'l mare
si comincia a turbaree 'ntorno ai liti
stan tutti sbigottiti i Dii dell'acque
perché a Nettuno piacque esilio darli
e col tridente urtarli in su la guancia.
La donna e la bilancia è gita al cielo.
Gran cose in picciol velo oggi restringo.
Io ne l'aria dipingoe tal si stende
che forse non intende il mio dir fosco.
Dormasi fuor del bosco. Or quando mai
ne pensàr tanti guai bestemmie antiche?
Gli ucelli e le formiche si ricolgono
de' nostri campi il desiato tritico;
così gli Dii la libertà ne tolgono.
Tal che assai meglio nel paese scitico
viven color sotto Boote et Elice
benché con cibi alpestri e vin sorbitico.
Già mi rimembra che da cima un'élice
la sinestra corniceoimèpredisselo;
ché 'l petto mi si fe' quasi una selice.
Lassoche la temenza al mio cor fisselo
pensando al mal che avvenne; e non è dubbio
che la Sibilla ne le foglie scrisselo.
Un'orsaun tigre han fatto il fier connubbio.
Dehperché non troncateo Parche rigide
mia tela breve al dispietato subbio?
Pastorla noce che con l'ombre frigide
nòce a le biadeor ch'è ben tempotrunchesi
pria che per anni il sangue si rinfrigide.
Non aspettate che la terra ingiunchesi
di male piantee non tardate a svellere
fin che ogni ferro poi per forza adunchesi.
Tagliate tosto le radici all'ellere;
ché se col tempo e col poder s'aggravano
non lasseranno i pini in alto eccellere. -
Così cantavae i boschi rintonavano
con notequai non so s'un tempo in Menalo
in Parnaso o in Eurota s'ascoltavano.
E se non fusse che 'l suo gregge affrenalo
e tienlo a forza ne l'ingrata patria
che a morte desiar spesso rimenalo
verrebbe a noilassando l'idolatria
e gli ombrati costumi al guasto secolo
fuor già d'ogni natia carità patria.
Et è sol di vertù sì chiarospecolo
che adorna il mondo col suo dritto vivere;
degno assai più ch'io col mio dir non recolo.
Beata terra che 'l produsse a scrivere
e i boschiai quai sì spesso è datointendere
rimea chi 'l ciel non pòte il finprescrivere!
Ma l'empie stelle ne vorrei riprendere
né curo io giàse col parlar miocrucciole;
sì ratto fer dal ciel la notte scendere
che sperando udir piùvidi le lucciole.
 
 
Prosa 11
Se le lunghe rime di Fronimo e di Selvaggio porsonouniversalmente diletto a ciascuno de la nostra brigatanon èda dimandare. A me veramenteoltra al piacere grandissimocommossono per forza le lacrimeudendo sì ben ragionare del'amenissimo sito del mio paese. Che già mentre quelli versiduraronomi parea fermamente essere nel bello e lieto piano checolui dicea; e vedere il placidissimo Sebetoanzi il mio napolitanoTeverein diversi canali discorrere per la erbosa campagnae poitutto inseme raccolto passare soavemente sotto le volte d'un piccioloponticelloe senza strepito alcuno congiungersi col mare. Némi fu picciola cagione di focosi sospiri lo intender nominare Baie eVesuvioricordandomi de' diletti presi in cotali luoghi. Coi qualiancora mi tornaro a la memoria i soavissimi bagnii maravigliosi egrandi edificiii piacevoli laghile dilettose e belle isoletteisulfurei montie con la cavata grotta la felice costiera diPausilipoabitata di ville amenissime e soavemente percossa da lesalate onde. Et appresso a questoil fruttifero monte sovraposto ala cittàet a me non poco graziosoper memoria degliodoriferi roseti de la bella Antinianacelebratissima Ninfa del miogran Pontano. A questa cogitazione ancora si aggiunse il ricordarmide le magnificenzie de la mia nobile e generosissima patria. La qualedi tesori abondevolee di ricco et onorato populo copiosaoltra algrande circuito de le belle muracontiene in sé ilmirabilissimo portouniversale albergo di tutto il mondo; e conquesto le alte torrii ricchi templii superbi palazzii grandi etonorati seggi de' nostri patriziie le strade piene di donnebellissime e di leggiadri e riguardevoli gioveni. Che dirò iode' giochide le festedel sovente armeggiaredi tante artiditanti studiidi tanti laudevoli esercizii? che veramente non che unacittàma qualsivoglia provinciaqualsivoglia opulentissimoregno ne sarebbe assai convenevolmente adornato. E sopra tutto mipiacque udirla comendare de' studii de la eloquenzia e de la divinaaltezza de la poesia; e tra le altre cosede le merite lode del miovirtuosissimo Caracciolonon picciola gloria de le volgari Muse; lacanzone del qualee se per lo coverto parlare fu poco da noi intesanon rimase però che con attenzione grandissima non fusse daciascuno ascoltata. Altro che se forse da Ergastoil qualementrequel cantare duròin una fissa e lunga cogitazione vidiprofondamente occupatocon gli occhi sempre fermati in quelsepolcrosenza moverli punto né battere palpebra maia mododi persona alienata; et a le volte mandando fuori alcune rarelacrimee con le labra non so che fra se stesso tacitamentesubmormorando.

2 Ma finito il cantaree da diversiin diversi modi interpretatoperché la notte si appressava ele stelle cominciavano ad apparere nel cieloErgastoquasi da lungosonno svegliatosi drizzò in piedie con pietoso aspetto vèrnoi volgendosi disse:

3 - Cari pastorisì come iostimonon senza voluntà degli Dii la fortuna a questo tempone ha qui guidati; con ciò sia cosa che 'l giornoil qualeper me sarà sempre acerbo e sempre con debite lacrime onoratoè finalmente a noi con opportuno passo venuto; e compiesidimane lo infelice annoche con vostro commune lutto e doloreuniversale di tutte le circonstanti selvele ossa de la vostraMassilia furono consecrate a la terra. Per la qual cosasìtosto come il solefornita questa notteaverà con la sualuce cacciate le tenebree gli animali usciranno a pascere per leselvevoi similmente convocando gli altri pastoriverrete qui acelebrar meco i debiti officii e i solenni giochi in memoria di leisecondo la nostra usanza. Ove ciascuno de la sua vittoria averàda me quel donoche da le mie facultà si puote espettare.

4 E così dettovolendo Opicocon lui rimanereperché vecchio eranon gli fu permesso; madatigli alquanti gioveni in sua compagnala maggior parte di noiquella notte si restò con Ergasto a veghiare. Per la qualcosaessendo per tutto oscuratoaccendemmo di molte fiaccoleintorno a la sepolturae sovra la cima di quella ne ponemmo unagrandissimala quale forse da lunge a' riguardanti si dimostravaquasi una chiara luna in mezzo di molte stelle. Così tuttaquella notte tra fochisenza dormirecon suavi e lamentevoli suonisi passò; ne la quale gli ucelli ancoraquasi studiosi disuperarnesi sforzavano per tutti gli alberi di quel luogo acantare; e i silvestri animalideposta la solita pauracome sedemesticati fussenointorno a la tomba giacendoparea che conpiacere maraviglioso ne ascoltasseno.

5 E già in questo la vermigliaAurora alzandosi sovra la terrasignificava a' mortali la venuta delsolequando di lontano a suon di sampogna sentimmo la brigataveniree dopo alquanto spaziorischiarandosi tuttavia il cieloglicominciammo a scoprire nel piano; li quali tutti in schiera venendovestiti e coverti di frondicon rami lunghissimi in manoparevanoda lungi a vedere non uomini che venissenoma una verde selva chetutta inseme con gli alberi si movesse vèr noi. A la finegiunti sovra al colle ove noi dimoravamoErgasto ponendosi in testauna corona di biancheggianti uliviadorò prima il sorgentesole: dopo a la bella sepoltura voltatosicon pietosa voceascoltando ciascunocosì disse:

6 - Materne cenerie voi castissime ereverende ossase la inimica Fortuna il potere mi ha tolto di farvequi un sepolcro eguale a questi montie circondarlo tutto di ombroseselve con cento altari dintornoe sovra a quelli ciascun matinocento vittime offrirvinon mi potrà ella togliere che consincera voluntà et inviolabile amore questi pochi sacrificiinon vi renda e con la memoria e con le oprequanto le forze sistendononon vi onore.

7 E così dicendofe' le santeoblazionibasciando religiosamente la sepoltura. Intorno a la qualei pastori ancora collocarono i grandi rami che in mano teneanoechiamando tutti ad alta voce la divina animaferono similmente iloro doni: chi uno agnellochi uno favo di mèlechi lattechi vinoe molti vi offersono incenso con mirra et altre erbeodorifere.

8 Allora Ergastofornito questopropose i premii a coloro che correre volesseno; e facendosi venireun bello e grande arietele cui lane eran bianchissime e lunghetanto che quasi i piedi gli toccavanodisse: 9 -Questo sarà di coluia cui nel correre la sua velocitàe la Fortuna concederanno il primo onore. Al secondo èapparecchiata una nova e bella fiscinaconvenevole instrumento alsordido Bacco; e 'l terzo rimarrà contento di questo dardo digenebroil quale ornato di sì bel ferropotrà e perdardo servire e per pastorale bastone.

10 A queste parole si ferono avantiOfelia e Carinogioveni leggerissimi et usati di giungere i cerviiper le selve; e dopo questiLogisto e Galicioe 'l figliuolo diOpico chiamato Partenopeocon Elpino e Serranoet altri lorcompagni più gioveni e di minore estima. E ciascuno postosi aldovuto ordinenon fu sì tosto dato il segnoche ad un tempotutti cominciarono a stendere i passi per la verde campagna con tantoimpetoche veramente saette o fólgori avresti detto che statifusseno; e tenendo sempre gli occhi fermi ove arrivare intendeanosisforzava ciascuno di avanzare i compagni. Ma Carino con maravigliosaleggerezza era già avanti a tutti. Appresso al quale ma dibona pezza seguiva Logistoe dopo Ofelia; a le cui spalle era sìvicino Galicioche quasi col fiato il collo gli riscaldava e i piediin quelle medesme pedate ponevae se più lungo spazio acorrere avuto avessonolo si avrebbe senza dubbio lasciato dopo lespalle. E già vincitore Carino poco avea a correreche ladisegnata meta toccata avrebbequandonon so comegli vennefallito un piedeo sterpo o petra o altro che se ne fusse cagione; esenza potere punto aitarsicadde subitamente col petto e col voltoin terra. Il qualeo per invidia non volendo che Logisto la palmaguadagnasseo che da vero levar si volessenon so in che modo nel'alzarsi gli oppose davanti una gambae con la furia medesma checolui portavail fe' parimente a sé vicino cadere. CadutoLogistocominciò Ofelia con maggiore studio a sforzare ipassi per lo libero campovedendosi già esser primo; a cui ilgridare de' pastori e 'l plauso grandissimo aggiungevano animo a lavittoria. Tal che arrivando finalmente al destinato luogoottennesì come desideravala prima palma. E Galicioche piùche gli altri appreso gli eraebbe il secondo pregioe 'l terzoPartenopeo.

11 Qui con gridi e rumori cominciòLogisto a lamentarsi de la frode di Carinoil quale opponendogli ilpiedegli avea tolto il primo onoree con instanzia grandissima ildimandava. Ofelia in contrario diceva esser suoe con ambe le manisi tenea per le corna il guadagnato ariete. Le voluntà de'pastori in diverse parti inclinavanoquando Partenopeofigliuolo diOpicosorridendo disse:

12 - E se a Logisto date il primodonoa meche sono ora il terzoquale darete?

13 A cui Ergasto con lieto voltorispose:

14 - Piacevolissimi giovenii premiiche già avuti avetevostri saranno; a me fia licito averpietà de l'amico.

15 E così dicendodonòa Logisto una bella pecora con duo agnelli. Il che vedendo CarinoadErgasto voltosidisse:

16 - Se tanta pietà hai degliamici cadutichi più di me merita esser premiato? che senzadubbio sarei stato il primose la medesma sòrte che nocque aLogistonon fusse a me stata contraria.

17 E dicendo queste parolemostravail pettola faccia e la bocca tutta piena di polvere; per modo chemovendo riso a' pastoriErgasto fe' venire un bel cane biancoetenendolo per le orecchiedisse:

18 - Prendi questo caneil cui nome èAsterionnato d'un medesmo padre con quel mio antico Petulcoilquale sovra tutti i cani fedelissimo et amorevolemeritò perla sua immatura morte essere da me piantoe sempre con sospiroardentissimo nominato.

19 Acquetato era il rumore e 'l direde' pastoriquando Ergasto cacciò fuori un bel palo grande elungo e ponderoso per molto ferroe disse:

20 - Per duo anni non aràmistiero di andare a la città né per zappe néper pale né per vomeri colui che in trar questo saràvincitore; ché 'l medesmo palo gli sarà e fatica epremio.

21 A queste parole Montano et Elencocon Eugenio et Ursacchio si levarono in piedi; e passando avanti epostisi ad ordinecominciò Elenco ad alzare di terra il palo;e poi che fra sé molto bene esaminato ebbe il peso di quellocon tutte sue forze si mise a trarloné però molto dasé il poteo dilungare. Il qual colpo fu sùbito segnatoda Ursacchio; ma credendosi forse che in ciò solo le forzebastare gli dovessenobenché molto vi si sforzasseil trasseper forma che fe' tutti ridere i pastorie quasi davanti ai piedisel fe' cadere. Il terzo che 'l tirò fu Eugenioil quale dibono spazio passò i duo precedenti. Ma Montanoa cui l'ultimotratto toccavafattosi un poco avantisi bassò in terraeprima che il palo prendessedue o tre volte dimenò la manoper quella polvere; dopopresoloet aggiungendo alquanto didestrezza a la forzaavanzò di tanto tutti gli altriquantodue volte quello era lungo. A cui tutti i pastori applausonoconammirazione lodando il bel tratto che fatto avea. Per la qual cosaMontanopresosi il palosi ritornò a sedere.

22 Et Ergasto fe' cominciare il terzogiocoil quale fu di tal sòrte. Egli di sua mano con un de'nostri bastoni fe' in terra una fossapicciola tantoquantosolamente con un piè vi si potesse fermare un pastoreel'altro tenere alzatocome vedemo spesse volte fare a le grue.Incontro al quale un per uno similmente con un piè solo aveanoda venire gli altri pastorie far prova di levarlo da quella fossa eporvisi lui. Il perderetanto de l'una parte quanto de l'altraeratoccare con quel piè che suspeso tenevanoper qualsivogliaaccidentein terra. Ove si videro di molti belli e ridiculi trattiora essendone cacciato uno et ora un altro. Finalmente toccando adUrsacchio di guardare il luogoe venendoli un pastore molto lungodavantisentendosi lui ancora scornato del ridere de' pastoriecercando di emendare quel fallo che nel trare del palo commesso aveacominciò a servirse de le astuziee bassando in un punto ilcapocon grandissima prestezza il puse tra le cosce di colui che perattaccarsi con lui gli si era appressato; e senza fargli pigliarfiatosel gettò con le gambe in aere per dietro le spalleesì lungo come erail distese in quella polvere. Lamaravigliale risa e i gridi de' pastori furono grandi. Di cheUrsacchio prendendo animodisse:

23 - Non possono tutti gli uominitutte le cose sapere. Se in una ho fallatone l'altra mi basta averericoprato lo onore.

24 A cui Ergasto ridendo affermòche dicea bene; e cavandosi dal lato una falce delicatissima colmanico di bossonon ancora adoprata in alcuno esercizioglieladiede.

25 E sùbito ordinò ipremii a coloro che lottare volessonooffrendo di dare al vincitoreun bel vaso di legno di aceroove per mano del padoano Mantegnaartefice sovra tutti gli altri accorto et ingegnosissimoerandipinte molte cose; ma tra l'altre una Ninfa ignudacon tutti imembri bellissimidai piedi in fuoriche erano come quegli de lecapre. La quale sovra un gonfiato otre sedendolattava un piccioloSatirelloe con tanta tenerezza il miravache parea che di amore edi carità tutta si struggesse; e 'l fanciullo ne l'unamammella poppavane l'altra tenea distesa la tenera manoe conl'occhio la si guardavaquasi temendo che tolta non gli fosse. Pocodiscosto da costoro si vedean duo fanciulli pur nudii qualiavendosi posti duo volti orribili di mascarecacciavano per lebocche di quelli le picciole maniper porre spavento a duo altri chedavanti gli stavano; de' quali l'uno fuggendo si volgea indietro eper paura gridaval'altro caduto già in terra piangevae nonpossendosi altrimente aitarestendeva la mano per graffiarli. Ma difuori del vaso correva a torno a torno una vite carica di mature uve;e ne l'un de' capi di quella un serpe si avolgeva con la codae conla bocca aperta venendo a trovare il labro del vasoformava unbellissimo e strano manico da tenerlo.

26 Incitò molto gli animi de'circonstanti a dovere lottare la bellezza di questo vaso; ma purestettono a vedere quello che i maggiori e più reputatifacessono. Per la qual cosa Uranioveggendo che nessuno ancora simoveasi levò sùbito in piedi e spogliatosi il mantocominciò a mostrare le late spalle. Incontro al qualeanimosamente uscì Selvaggiopastore notissimo e molto stimatofra le selve. La espettazione de' circonstanti era grandevedendoduo tali pastori uscire nel campo. Finalmente l'un verso l'altroapprossimatosipoi che per bono spazio riguardati si ebbero dal capoinsino ai piediin un impeto furiosamente si ristrinsero con leforti braccia; e ciascuno deliberato di non cedereparevano a vedereduo rabbiosi orsi o duo forti toriche in quel piano combattessono.E già per ogni membro ad ambiduo correva il sudoree le venede le braccia e de le gambe si mostravano maggiori e rubiconde permolto sangue; tanto ciascuno per la vittoria si affaticava. Ma nonpossendosi in ultimo né gittare né dal luogo movereedubitando Uranio che a coloroi quali intorno stavanononrincrescesse lo aspettaredisse: - Fortissimo et animosissimoSelvaggioil tardarecome tu vediè noioso: o tu alza me diterrao io alzarò te; e del resto lassiamo la cura agli Dii-; e così dicendo il sospese da terra. Ma Selvaggionondimenticato de le sue astuziegli diede col talone dietro a lagiuntura de le ginocchia una gran bottaper modo che facendoli perforza piegare le gambe il fe' cadere sopinoe lui senza potereaitarsi gli cadde di sopra. Allora tutti i pastori maravigliatigridarono. Dopo questotoccando la sua vicenda a Selvaggio di doverealzare Uranioil prese con ambedue le braccia per mezzo; ma per logran peso e per la fatica avuta non possendolo sustinerefu bisognoquantunque molto vi si sforzasseche ambiduo così giunticadessono in quella polvere. A l'ultimo alzatisicon malo animo siapparecchiavano a la terza lotta. Ma Ergasto non volse che le ire piùavanti procedessonoet amichevolmente chiamatiligli disse:

27 - Le vostre forze non son ora daconsumarsi qui per sì picciolo guidardone. Eguale è diambiduo la vittoriaet eguali doni prenderete.

28 E così dicendoa l'unodiede il bel vasoa l'altro una cetara novaparimente di sotto e disopra lavorata e di dolcissimo sòno; la quale egli molto caratenea per mitigamento e conforto del suo dolore.

29 Avevano per aventura la precedentenotte i compagni di Ergasto dentro la mandra preso un lupo; e per unafesta il tenean così vivo legato ad un di quegli alberi. Diquesto pensò Ergasto dover fare in quel giorno lo ultimogioco; et a Clonico voltandosiil quale per niuna cosa ancora levatosi era da sederegli disse:

30 - E tu lasserai oggi cosìinonorata la tua Massiliache in sua memoria non abbii di te amostrare prova alcuna? Prendianimoso giovenela tua frondae faconoscere agli altri che tu ancora ami Ergasto.

31 E questo dicendoa lui et aglialtri mostrò il legato lupoe disse:

32 - Chi per difendersi da le pioggedel guazzoso verno desidera un cucullo o tabarro di pelle di lupoadesso con la sua fionda in quel versaglio sel può guadagnare.

33 Allora Clonico e Partenopeo eMontanopoco avanti vincitore nel palocon Fronimo cominciarono ascingersi le fionde et a scoppiare fortissimamente con quelle; e poigittate fra loro le sòrtiuscì prima quella diMontanol'altra appresso fu di Fronimola terza di Clonicolaquarta di Partenopeo. Montano adunque lieto ponendo una viva selce nela rete de la sua frondae con tutta sua forza rotandolasi intornoal capola lasciò andare. La quale furiosamente stridendopervenne a dirittura ove mandata era; e forse a Montano avrebbe sovraal palo portata la seconda vittoriase non che il lupo impaurito perlo romoretirandosi indietrosi mosse dal luogo ove stavae lapietra passò via. Appresso a costui tirò Fronimoebenché indrizzasse bene il colpo verso la testa del lupononebbe ventura in toccarlama vicinissimo andandolidiede in quelalbero e levògli un pezzo de la scorza; e 'l lupo tuttoatterrito fe' movendosi grandissimo strepito. In questo parve aClonico di dovere aspettare che 'l lupo si fermassee poi sìtosto come quieto il videliberò la pietra; la qualedrittissima verso quello andandodiede in la corda con che al'albero legato stavae fu cagione che il lupofacendo maggioresforzoquella rumpesse. E i pastori tutti gridaronocredendo che allupo dato avesse: ma quello sentendosi scioltosùbitoincominciò a fuggire. Per la qual cosa Partenopeoche teneagià la fionda in posta per tirarevedendolo traversare persalvarsi in un bosco che da la man sinestra gli stavainvocòin sua aita i pastorali Dii; e fortissimamente lasciando andare ilsassovolse la sua sòrte che al lupoil quale con ogni suaforza intendeva a correreferì ne la tempia sotto la mancaorecchiae senza farlo punto movereil fe' sùbito mortocadere. Onde ciascuno di maraviglia rimase attonitoet ad una vocetutto lo spettacolo chiamò vincitore Partenopeo; et ad Opicovolgendosiche già per la nova allegrezza piangeasicongratulavanofacendo maravigliosa festa. Et Ergasto allora lietofattosi incontro a Partenopeolo abbracciòe poi coronandolod'una bella ghirlanda di fronde di baccarigli diede per pregio unbel cavriuolocresciuto in mezzo de le pecore et usato di scherzaretra i cani e di urtare coi montonimansuetissimo e caro a tutti ipastori. Appresso a PartenopeoClonico che rotto avea il legame dellupoebbe il secondo dono; il quale fu una gabbia nova e bellafatta in forma di torrecon una pica loquacissima dentroammaestrata di chiamare per nome e di salutare i pastori; per modoche chi veduta non la avesseudendola solamente parlaresi avrebbeper fermo tenuto che quella uomo fusse. Il terzo premio fu dato aFronimoche con la pietra ferì ne l'albero presso a la testadel lupo; il quale fu una tasca da tenere il panelavorata di lanamollissima e di diversi colori. Dopo dei quali toccava a Montanol'ultimo pregioquantunque al tirare stato fosse il primo. A cuiErgasto piacevolmente e quasi mezzo sorridendo disse:

34 - Troppo sarebbe oggi stata grandela tua venturaMontanose così ne la fionda fossi statofelicecome nel palo fosti -; e così dicendosi levòdal collo una bella sampogna di canna fatta solamente di due vocimadi grandissima armonia nel sonaree gliela diede; il qualelietamente prendendola ringraziò.

35 Ma forniti i donirimase adErgasto un delicatissimo bastone di pero selvaticotutto pieno diintagli e di varii colori di cera per mezzoe ne la sua sommitàinvestito d'un nero corno di bufalosì lucente che veramenteavresti detto che di vetro stato fusse. Or questo bastone Ergasto ildonò ad Opicodicendogli:

36 - E tu ancora ti ricorderai diMassiliae per suo amore prenderai questo donoper lo quale non tisarà mistiero lottarené correrené fare altraprova. Assai per te ha oggi fatto il tuo Partenopeoil quale nelcorrere fu de' primie nel trare de la fiondasenza controversiaèstato il primo.

37 A cui Opico allegro rendendo ledebite graziecosì rispose:

38 - I privilegii de la vecchiezzafigliuol mioson sì grandicheo vogliamoo non vogliamosemo costretti di obedirli. Oh quanto ben fra gli altri mi avresti inquesto giorno veduto adoperarese io fusse di quella età eforza che io eraquando nel sepolcro di quel gran pastore Panormitafurono posti i premiisì come tu oggi facestiove nessunoné paesano né forastiero si possette a me agguagliare.Ivi vinsi Crisaldofigliuolo di Tirrenone le lotte; e nel saltarepassai di gran lunga il famoso Silvio; così ancora nel correremi lasciai dietro Idalogo et Ametoi quali eran fratelli e divelocità e scioltezza di piedi avanzavano tutti gli altripastori. Solamente nel saettare fui superato da un pastore che aveanome Tirsi; e questo fu per cagione che coluiavendo uno arcofortissimo con le punte guarnite di corno di caprapossea con piùsecurtà tirarlo che non facea ioil quale di semplice tassoavendolodubitava di spezzarlo; e così mi vinse. Allora eraio fra' pastoriallora era io fra' gioveni conosciuto; ora sovra dime il tempo usa le sue ragioni. Voi dunque a cui la età ilpermettevi esercitate ne le prove giovenili; a me e gli anni e lanatura impongono altre leggi. Ma tuacciò che questa festa daogni parte compita siaprendi la sonora sampognafigliuol mioe fache colei che si allegrò d'averti dato al mondosi rallegrioggi di udirti cantare: e dal cielo con lieta fronte mire et ascolteil suo sacerdote celebrare per le selve la sua memoria.

39 Parve ad Ergasto sì giustoquello che Opico diceache senza farli altra rispostaprese di mandi Montano la sampogna che poco avanti donata li avea; e quella perbono spazio con pietoso modo sonatavedendo ciascuno con attenzionee silenzio aspettarenon senza alcun sospiro mandò fuoraqueste parole:
 
Ecloga 11
ERGASTO



Poi che 'l soave stile e 'l dolce canto
sperar non lice più per questo bosco
ricominciateo Museil vostro pianto.
Piangicolle sacratoopaco e fosco
e voicave spelunche e grotte oscure
ululando venite a pianger nosco.
Piangetefaggi e querce alpestre e dure
e piangendo narrate a questi sassi
le nostre lacrimose aspre venture.
Lacrimate voifiumi ignudi e cassi
d'ogni dolcezza; e voifontane e rivi
fermate il corso e ritenete i passi.
E tuche fra le selve occolta vivi
Eco mestarispondi a le parole
e quant'io parlo per li tronchi scrivi.
Piangetevalli abandonate e sole;
e tuterradepingi nel tuo manto
i gigli oscuri e nere le viole.
La dotta Egeria e la tebana Manto
con sùbito furor Morte n'ha tolta.
RicominciateMuseil vostro pianto.
E se turivaudisti alcuna volta
umani affettior prego che accompagni
la dolente sampognaa pianger volta.
O erbeo fiorche un tempo eccelsi e magni
re foste al mondoet or per aspra sòrte
giacete per li fiumi e per li stagni
venite tutti meco a pregar Morte
chese esser puòfinisca le mie doglie
e gli rincresca il mio gridar sì forte.
PiangiIacintole tue belle spoglie
e radoppiando le querele antiche
descrivi i miei dolori in le tue foglie.
E voiliti beati e piagge apriche
ricordate a Narcisso il suo dolore
se giamai foste di miei preghi amiche.
Non verdeggi per campi erba né fiore
né si scerna più in rosa o in amaranto
quel bel vivo leggiadro almo colore.
Lassochi può sperar più gloria ovanto?
Morta è la fémorto è 'lgiudicio fido.
RicominciateMuseil vostro pianto.
E mentre sospirando indarno io grido.
voiucelletti inamorati e gai
uscitepregoda l'amato nido.
O Filomenache gli antichi guai
rinovi ogni annoe con soavi accenti
da selve e da spelunche udir ti fai;
e se tuProgneè ver c'or ti lamenti
né con la forma ti fur tolti i sensi
ma del tuo fallo ancor ti lagni e penti;
lasciatepregoi vostri gridi intensi
e fin che io nel mio dir diventi roco
nessuna del suo mal ragione o pensi.
Ahiahiseccan le spine; e poi che un poco
son state a ricoprar l'antica forza
ciascuna torna e nasce al proprio loco.
Ma noipoi che una volta il ciel ne sforza
vento né solné pioggia o primavera
basta a tornarne in la terrena scorza.
E 'l sol fuggendo ancor da mane a sera
ne mena i giorni e 'l viver nostro inseme
e lui ritorna pur come prima era.
Felice Orfeoche inanzi l'ore estreme
per ricoprar colei che pianse tanto
securo andò dove più andar si teme!
Vinse Megeravinse Radamanto;
a pietà mosse il re del crudo regno.
RicominciateMuseil vostro pianto.
Or perchélassoal suon del curvo legno
temprar non lice a me sì meste note
ch'impetri grazia del mio caro pegno?
E se le rime mie non son sì note
come quelle d'Orfeopur la pietade
dovrebbe farle in ciel dolci e devote.
Ma se schernendo nostra umanitade
lei schifasse il venirsarei ben lieto
di trovar all'uscir chiuse le strade.
O desir vanoo mio stato inquieto!
E so pur che con erba o con incanto
mutar non posso l'immortal decreto.
Ben può quel nitido uscio d'elefanto
mandarmi in sogno il volto e la favella.
RicominciateMuseil vostro pianto.
Ma ristorar non può né darmi quella
che cieco mi lasciò senza il suo lume
né tòrre al ciel sì peregrinastella.
Ma tuben nato aventuroso fiume
convoca le tue Ninfe al sacro fondo
e rinova il tuo antico almo costume.
Tu la bella Sirena in tutto il mondo
facesti nota con sì altera tomba:
quel fu 'l primo dolorquest'è 'l secondo.
Fa che costei ritrove un'altra tromba
che di lei canteacciò che s'oda sempre
il nome che da se stesso rimbomba.
E se per pioggia mai non si distempre
il tuo bel corsoaita in qualche parte
il rozzo stilsì che pietade il tempre.
Non che sia degno da notarsi in carte
ma che sul reste qui tra questi faggi
così colmo d'amorprivo d'ogn'arte;
acciò che in questi tronchi aspri e selvaggi
leggan gli altri pastor che qui verranno
i bei costumi e gli atti onesti e saggi;
e poi crescendo ognor più di anno in anno
memoria sia di lei fra selve e monti
mentre erbe in terra e stelle in ciel saranno.
Fiereucellispelunchealberi e fonti
uomini e Dei quel nome eccelso e santo
esalteran con versi alteri e conti.
E perché al fine alzar conviemmi alquanto
lassando il pastoral ruvido stile
ricominciateMuseil vostro pianto.
Non fa per me più suono oscuro e vile
ma chiaro e belloche dal ciel l'intenda
quella altera ben nata alma gentile.
Ella coi raggi suoi fin qui si stenda
ella aita mi porgae mentre io parlo
spesso a vedermi per pietà discenda.
E se 'l suo stato è talche a dimostrarlo
la lingua manchea se stessa mi scuse
e m'insegne la via d'in carte ornarlo.
Ma tempo ancor verrà che l'alme Muse
saranno in pregio; e queste nebbie et ombre
dagli occhi de' mortai fien tutte escluse.
Allor pur converrà c'ognuno sgombre
da sé questi pensier terreni e loschi
e di salde speranze il cor s'ingombre.
Ove so che parranno incolti e foschi
i versi mieima spero che lodati
saran pur da' pastori in questi boschi.
E molti che oggi qui non son pregiati
vedranno allor di fior vermigli e gialli
descritti i nomi lor per mezzo i prati.
E le fontane e i fiumi per le valli
mormorando diran quel c'ora io canto
con rilucenti e liquidi cristalli.
E gli alberi c'or qui consacro e pianto
risponderanno al vento sibilando.
Ponete fineo Museal vostro pianto.
Fortunati i pastor chedesiando
di venir in tal gradohan poste l'ale!
benché nostro non sia sapere il quando.
Ma tupiù c'altrabella et immortale
animache dal ciel forse m'ascolti
e mi dimostri al tuo bel coro eguale
impetra a questi lauri ombrosi e folti
graziache con lor sempre verdi fronde
possan qui ricoprirne ambo sepolti.
Et al soave suon di lucide onde
il cantar degli ucelli ancor si aggiunga
acciò che il luogo d'ogni grazia abonde.
Ovese 'l viver mio pur si prolunga
tantochecom'io bramoornar ti possa
e da tal voglia il ciel non mi disgiunga
spero che sovra te non avrà possa
quel duroeternoineccitabil sonno
d'averti chiusa in così poca fossa;
se tanto i versi miei prometter ponno.
 
 
Prosa 12
La nova armoniai soavi accentile pietose paroleet in ultimo la bella et animosa promessa di Ergasto tenevano giàtacendo luiammirati e suspesi gli animi degli ascoltanti; quandotra le sommità de' monti il sole bassando i rubicondi raggiverso lo occidentene fe' conoscere l'ora esser tardae da dovereavvicinarne verso le lassate mandre. Per la qual cosa Opiconostrocapoin piè levatosi e verso Ergasto con piacevole voltogiratosigli disse:

2 - Assai per oggi onorata hai la tuaMassilia; ingegnaraiti per lo avvenirequel che nel fine del tuocantare con affettuosa voluntà gli prometticon ferma estudiosa perseveranza adempirli.

3 E così dettobasciando lasepolturaet invitando noi a fare il similesi puse in via.Appresso al quale l'un dopo l'altro prendendo congedosi indrizzòciascuno verso la sua capannabeata riputando Massilia sovra ognialtraper avere di sé a le selve lasciato un sì belpegno.

4 Ma venuta la oscura nottepietosade le mondane fatichea dar riposo agli animalile quiete selvetacevanonon si sentivano più voci di cani né di fierené di ucelli; le foglie sovra gli alberi non si moveano; nonspirava vento alcuno; solamente nel cielo in quel silenzio si poteavedere alcuna stella o scintillare o cadere. Quando ionon so se perle cose vedute il giornoo che che se ne fusse cagionedopo moltipensierisovrapreso da grave sonnovarie passioni e dolori sentivane l'animo. Però che mi parevascacciato da' boschi e da'pastoritrovarmi in una solitudine da me mai più non vedutatra deserte sepolturesenza vedere uomo che io conoscessi; onde iovolendo per paura gridarela voce mi veniva menoné permolto che io mi sforzasse di fuggirepossea estendere i passimadebole e vinto mi rimaneva in mezzo di quelle. Poi pareva che standoad ascoltare una Sirenala quale sovra uno scoglio amaramentepiangevauna onda grande del mare mi attuffassee mi porgesse tantafatica nel respirareche di poco mancava che io non mi morisse.Ultimamente un albero bellissimo di arangioe da me molto coltivatomi parea trovare tronco da le radicicon le frondii fiori e ifrutti sparsi per terra. E dimandando io chi ciò fatto avesseda alcune Ninfe che quivi piangevano mi era rispostole iniqueParche con le violente secure averlo tagliato. De la qual cosadolendomi io fortee dicendo sovra lo amato troncone: "Ovedunque mi riposerò io? sotto qual ombra omai canterò imiei versi?"mi era da l'un de' canti mostrato un nero funebrecipressosenza altra risposta avere a le mie parole.

5 In questo tanta noia et angoscia misoprabondavache non possendo il sonno soffrirlafu forza che sirompesse. Ondecome che molto mi piacesse non esser così lacosa come sognato aveapur non di meno la paura e 'l suspetto delveduto sogno mi rimase nel coreper forma che tutto bagnato dilacrime non possendo più dormirefui costretto per minor miapena a levarmi ebenché ancora notte fusseuscire per lefosche campagne. Così di passo in passonon sapendo io stessoove andare mi dovesseguidandomi la Fortunapervenni finalmente ala falda di un monteonde un gran fiume si moveacon un ruggito emormorio mirabilemassimamente in quella ora che altro romore non sisentiva.

6 E stando qui per bono spaziolaAurora già incominciava a rosseggiare nel cielorisvegliandouniversalmente i mortali a le opre loro. La quale per me umilmenteadoratae pregata volesse prosperare i miei sogniparve che pocoascoltasse e men curasse le parole mie. Ma dal vicino fiumesenzaavvedermi io comein un punto mi si offerse avanti una giovenedoncella ne l'aspetto bellissimae nei gesti e ne l'andare veramentedivina; la cui veste era di un drappo sottilissimo e sìrilucente chese non che morbido il vedeaavrei per certo detto chedi cristallo fusse; con una nova ravolgetura di capellisovra iquali una verde ghirlanda portavaet in mano un vasel di marmobianchissimo. Costei venendo vèr me e dicendomi: "Séguitai passi mieich'io son Ninfa di questo luogo"tanto divenerazione e di paura mi porse insemeche attonitosenzarispondergli e non sapendo io stesso discernere s'io pur veghiasse overamente ancora dormissemi pusi a seguitarla. E giunto con leisopra al fiumevidi subitamente le acque da l'un lato e da l'altrorestringersi e dargli luogo per mezzo; cosa veramente strana avedereorrenda a pensaremostrosa e forse incredibile ad udire.Dubitava io andargli appressoe già mi era per paura fermatoin su la riva; ma ella piacevolmente dandomi animo mi prese per manoe con somma amorevolezza guidandomimi condusse dentro al fiume. Ovesenza bagnarmi piede seguendolami vedeva tutto circondato da leacquenon altrimente che se andando per una stretta valle mi vedessesoprastare duo erti argini o due basse montagnette.

7 Venimmo finalmente in la grotta ondequella acqua tutta uscivae da quella poi in un'altrale cui voltesì come mi parve di comprendereeran tutte fatte di scabrosepomici; tra le quali in molti luoghi si vedevano pendere stille dicongelato cristalloe dintorno a le mura per ornamento poste alcunemarine cochiglie; e 'l suolo per terra tutto coverto di una minuta espessa verduracon bellissimi seggi da ogni partee colonne ditranslucido vetroche sustinevano il non alto tetto. E quivi dentrosovra verdi tappeti trovammo alcune Ninfe sorelle di leiche conbianchi e sottilissimi cribri cernivano oro separandolo da le minutearene. Altre filando il riducevano in mollissimo stamee quello consete di diversi colori intessevano in una tela di meravigliosoartificio; ma a meper lo argomento che in sé continevaaugurio infelicissimo di future lacrime. Con ciò sia cosa chenel mio intrare trovai per sòrte che tra li molti ricamitenevano allora in mano i miserabili casi de la deplorata Euridice;sì come nel bianco piede punta dal velenoso aspide fucostretta di esalare la bella animae come poi per ricoprarladiscese a l'infernoe ricoprata la perdé la seconda volta losmemorato marito. Ahi lassoe quali percossevedendo io questomisentii ne l'animoricordandomi de' passati sogni! e non so qual cosail core mi presagivache benché io non volessemi trovavagli occhi bagnati di lacrimee quanto vedevainterpretava insinestro senso.

8 Ma la Ninfa che mi guidavaforsepietosa di metogliendomi quindimi fe' passare più oltrein un luogo più ampio e più spaziosoove molti laghisi vedevanomolte scaturiginimolte speluncheche rifundevanoacqueda le quali i fiumi che sovra la terra correno prendono leloro origini. O mirabile artificio del grande Idio! La terra che iopensava che fusse sodarichiude nel suo ventre tante concavità!Allora incominciai io a non maravigliarmi de' fiumicome avessenotanta abondanzae come con indeficiente liquore serbasseno eterni icorsi loro. Così passando avanti tutto stupefatto e storditodal gran romore de le acqueandava mirandomi intornoe non senzaqualche paura considerando la qualità del luogo ove io mitrovava. Di che la mia Ninfa accorgendosi:

9 - Lascia - mi disse - cotestipensieriet ogni timore da te discaccia; ché non senzavoluntà del cielo fai ora questo camino. I fiumi che tantefiate uditi hai nominarevoglio che ora vedi da che principionascano. Quello che corre sì lontano di quiè ilfreddo Tanai; quel altro è il gran Danubio; questo è ilfamoso Meandro; questo altro è il vecchio Peneo; vedi Caistro;vedi Acheloo; vedi il beato Eurotaa cui tante volte fu lecitoascoltare il cantante Apollo. E perché so che tu desiderivedere i tuoii quali per aventura ti son più vicini che tunon avisisappi che quello a cui tutti gli altri fanno tanto onoreè il triunfale Tevereil quale non come gli altri ècoronato di salci o di cannema di verdissimi lauriper le continuevittorie de' suoi figliuoli. Gli altri duo che più propinquigli stannosono Liri e Vulturnoi quali per li fertili regni de'tuoi antichi avoli felicemente discorreno.

10 Queste parole ne l'animo miodestaro un sì fatto desiderioche non possendo piùtenere il silenziocosì dissi:

11 - O fidata mia scortao bellissimaNinfase fra tanti e sì gran fiumi il mio picciolo Sebeto puòavere nome alcunoio ti prego che tu mel mostri.

12 - Ben lo vedrai tu disse ellaquando li sarai più vicinoChé adesso per la suabassezza non potresti. - E volendo non so che altra cosa diresitacque.

13 Per tutto ciò i passi nostrinon si allentaronoma continuando il caminoandavamo per quel granvacuoil quale alcuna volta si restringea in angustissime viealcuna altra si diffundea in aperte e larghe pianure; e dove montiedove valli trovavamonon altrimente che qui sovra la terra esserevedemo.

14 - Maravigliarestiti tu - disse laNinfa - se io ti dicesse che sovra la testa tua ora sta il mare? eche per qui lo inamorato Alfeosenza mescolarsi con quelloperoccolta via ne va a trovare i soavi abbracciamenti de la sicilianaAretusa?

15 Così dicendocominciammo dalunge a scoprire un gran foco et a sentire un puzzo di solfo. Di chevedendo ella che io stava maravigliatomi disse:

16 - Le pene de' fulminati Gigantiche volsero assalire il cielo son di questo cagione; i qualioppressi da gravissime montagnespirano ancora il celeste fococonche furono consumati. Onde avviene che sì come in altre partile caverne abondano di liquide acquein queste ardeno sempre di vivefiamme. E se non che io temo che forse troppo spavento prenderestiio ti farei vedere il superbo Encelado disteso sotto la granTrinacria eruttar foco per le rotture di Mongibello; e similmente laardente fucina di Vulcanoove li ignudi Ciclopi sovra le sonantiancudini batteno i tuoni a Giove; et appresso poi sotto la famosaEnariala quale voi mortali chiamate Ischiati mostrarei il furiosoTifeodal quale le estuanti acque di Baia e i vostri monti del solfoprendono il lor calore. Così ancora sotto il gran Vesevo tifarei sentire li spaventevoli muggiti del gigante Alcioneo; benchéquesti credo gli sentiraiquando ne avvicinaremo al tuo Sebeto.Tempo ben fu che con lor danno tutti i finitimi li sentironoquandocon tempestose fiamme con cenere coperse i circonstanti paesisìcome ancora i sassi liquefatti et arsi testificano chiaramente a chigli vede. Sotto ai quali chi sarà mai che creda che e populi eville e città bilissime siano sepolte? Come veramente vi sononon solo quelle che da le arse pomici e da la mina del monte furoncopertema questa che dinanzi ne vedemola quale senza alcun dubbiocelebre città un tempo nei tuoi paesichiamata Pompeietirrigata da le onde del freddissimo Sarnofu per sùbitoterremoto inghiottita da la terramancandoli credo sotto ai piedi ilfirmamento ove fundata era. Strana per certo et orrenda maniera dimortele genti vive vedersi in un punto tòrre dal numero de'vivi! Se non che finalmente sempre si arriva ad un terminonépiù in là che a la morte si puote andare.

17 E già in queste parole eramoben presso a la città che lei diceade la quale e le torri ele case e i teatri e i templi si poteano quasi integri discernere.Maravigliaimi io del nostro veloce andareche in sì brevespazio di tempo potessemo da Arcadia insino qui essere arrivati; masi potea chiaramente conoscere che da potenzia maggiore che umanaeravamo sospinti. Così a poco a poco cominciammo a vedere lepicciole onde di Sebeto. Di che vedendo la Ninfa che io mi allegravamandò fuore un gran sospiroe tutta pietosa vèr mevolgendosidisse: - Omai per te puoi andare -. E così dettodisparvené più si mostrò agli occhi miei.

18 Rimasi io in quella solitudinetutto pauroso e tristoe vedendomi senza la mia scortaappena areiavuto animo di movere un passose non che dinanzi agli occhi mivedea lo amato fiumicello. Al quale dopo breve spazio appressatomiandava desideroso con gli occhi cercando se veder potesse ilprincipio onde quella acqua si movea; perché di passo in passoil suo corso pareva che venisse crescendo et acquistando tuttaviamaggior forza. Così per occolto canale indrizzatomitanto inqua et in là andaiche finalmente arrivato ad una grottacavata ne l'aspro tofotrovai in terra sedere il venerando Idiocolsinestro fianco appoggiato sovra un vaso di pietra che versava acqua;la quale egli in assai gran copia facea maggiore con quella che dalvoltoda' capelli e da' peli de la umida barba piovendolicontinuamente vi aggiungeva. I suoi vestimenti a vedere parevano diun verde limo; in la destra mano teneva una tenera cannaet in testauna corona intessuta di giuochi e di altre erbe provenute da lemedesme acque. E dintorno a lui con disusato mormorio le sue Ninfestavano tutte piangendoe senza ordine o dignità alcunagittate per terra non alzavano i mesti volti.

19 Miserando spettacolovedendo ioquestosi offerse agli occhi miei. E già fra me cominciai aconoscere per qual cagione inanzi tempo la mia guida abandonato miavea; ma trovandomi ivi condottoné confidandomi di tornarepiù indietrosenza altro consiglio prenderetutto doloroso epien di sospetto mi inclinai a basciar prima la terrae poicominciai queste parole:

20 - O liquidissimo fiumeo Re delmio paeseo piacevole e grazioso Sebetoche con le tue chiare efreddissime acque irrighi la mia bella patriaDio ti esalte! Dio viesalteo Ninfegenerosa progenie del vostro padre! Siatepregopropizie al mio veniree benigne et umane tra le vostre selve miricevete. Baste fin qui a la mia dura Fortuna avermi per diversi casimenato; ormaio reconciliata o sazia de le mie fatichedeponga learme.

21 Non avea ancora io fornito il miodirequando da quella mesta schiera due Ninfe si mossonoe conlacrimosi volti vèr me venendomi pusero mezzo tra loro. Dele quali una alquanto più che l'altra col viso levatoprendendomi per manomi menò verso la uscitaove quellapicciola acqua in due parti si dividel'una effundendosi per lecampagnel'altra per occolta via andandone a' commodi et ornamentide la città. E quivi fermatasimi mostrò il caminosignificandomi in mio arbitrio essere omai lo uscire. Poi permanifestarmi chi esse fussenomi disse:

22 - Questala qual tu ora danubilosa caligine oppresso pare che non riconoschiè la bellaNinfa che bagna lo amato nido de la tua singulare Fenice; il cuiliquore tante volte insino al colmo da le tue lacrime fu aumentato.Meche ora ti parlotroverai ben tosto sotto le pendici del monteove ella si posa. - E 'l dire di queste parolee 'l convertirsi inacquae l'aviarsi per la coverta viafu una medesma cosa.

23 Lettoreio ti giurose quelladeità che in fin qui di scriver questo mi ha prestato graziaconcedaqualunque elli si sianoimmortalità agli scrittimieiche io mi trovai in tal punto sì desideroso di morireche di qualsivoglia maniera di morte mi sarei contentato. Et essendoa me medesmo venuto in odiomaladissi l'ora che da Arcadia partitomi erae qualche volta intrai in speranza che quello che io vedevaet udiva fusse pur sogno; massimamente non sapendo fra me stessostimarequanto stato fusse lo spazio ch'io sotterra dimorato era.Così tra pensieridolore e confusionetutto lasso e rottoegià fuora memi condussi a la designata fontana. La quale sìtosto come mi sentì venirecominciò forte a bollire eta gorgogliare più che il solitoquasi dir mi volesse: - Ioson colei cui tu poco inanzi vedesti. - Per la qual cosa girandomi ioda la destra manovidi e riconobbi il già detto collefamosomolto per la bellezza de l'alto tugurio che in esso si vededenominato da quel gran bifolco Africanorettore di tanti armentiil quale a' suoi tempiquasi un altro Anfionecol suono de la soavecornamusa edificò le eterne mura de la divina cittade.

24 E volendo io più oltreandaretrovai per sòrte appiè de la non alta salitaBarcinio e Summonziopastori fra le nostre selve notissimii qualicon le loro gregge al tepido soleperò che vento faceasierano retiratieper quanto dai gesti comprender si poteamostravano di voler cantare. Onde iobenché con orecchiepiene venisse de' canti di Arcadiapur per udire quelli del miopaese e vedere in quanto gli si avvicinassenonon mi parvedisdicevole il fermarmi; et a tanto altro tempo per me sìmalamente dispesoquesto breve spazioquesta picciola dimoranzaancora aggiungere. Così non molto discosto da lorosovra laverde erba mi pusi a giacere. A la qual cosa mi porse ancor animo ilvedere che da essi conosciuto non era; tanto il cangiato abito e 'lsoverchio dolore mi aveano in non molto lungo tempo transfigurato. Marivolgendomi ora per la memoria il lor cantaree con quali accenti icasi del misero Meliseo deplorassenomi piace sommamente conattenzione avergli uditi; non già per conferirli con quegliche di là ascoltainé per porre queste canzoni conquellema per allegrarmi del mio cieloche non del tutto vacueabbia voluto lasciare le sue selve; le quali in ogni temponobilissimi pastori han da sé produttie dagli altri paesicon amorevoli accoglienze e materno amore a sé tirati. Onde misi fa leggiero il credereche da vero in alcun tempo le Sirene viabitassenoe con la dolcezza del cantare detinesseno quegli che perla lor via si andavano. Ma tornando omai ai nostri pastoripoi cheBarcinio per buono spazio assai dolcemente sonata ebbe la suasampognacominciò così a direcol viso rivolto versoil compagno; il quale similmente assiso in una pietrastava perrispondergli attentissimo:
 
 
Ecloga 12
BARCINIOSUMMONZIOMELISEO
 

Barcinio:
Qui cantò Meliseoqui proprio assisimi
quand'ei scrisse in quel faggio: - Vidiio misero
vidi Filli moriree non uccisimi. -




Summonzio:
Oh pietà grande! E quali Dii permisero
a Meliseo venir fato tant'aspero?
perché di vita pria non lo divisero?




Barcinio:
Quest'è sol la cagione ond'io mi esaspero
incontra 'l cieloanzi mi indrago e invipero
e via più dentro al cor mi induro e inaspero
pensando a quel che scrisse in un giunipero:
- Fillinel tuo morir morendo lassimi. -
Oh dolor sommoa cui null'altro equipero!




Summonzio:
Questa pianta vorrei che tu mostrassimi
per poter a mia posta in quella piangere;
forse a dir le mie pene oggi incitassimi!




Barcinio:
Mille ne sonche qui vedere e tangere
a tua posta potrai; cerca in quel nespilo;
ma destro nel toccarguarda nol frangere.




Summonzio:
- Quel biondo crineo Fillior non increspilo
con le tue manné di ghirlande infiorilo
ma del mio lacrimar lo inerbi e incespilo. -




Barcinio:
Volgi in qua gli occhi e mira in su quel corilo:
- Fillideh non fuggirch'io seguo; aspettami
portane il corche qui lasciando accorilo. -

Summonzio:
Dir non potrei quanto lo udir dilettami;
ma cerca ben se v'è pur altro arbuscolo
quantunque il mio bisogno altrove affrettami.

Barcinio:
Una tabella puse per munuscolo
in su quel pin. Se vuoi vederlaor àlzati
ch'io ti terrò su l'uno e l'altro muscolo.
Ma per miglior salirviprima scàlzati
e depon qui la perail manto e 'l bacolo
e con un salto poi ti apprendi e sbàlzati.




Summonzio:
Quinci si vede bensenz'altro ostacolo
- Filliquest'alto pino io ti sacrifico;
qui Diana ti lascia l'arco e 'l iacolo
Questo è l'altar che in tua memoria edifico;
quest'è 'l tempio onoratoe questo èil tumulo
in ch'io piangendo il tuo bel nome amplifico.
Qui sempre ti farò di fiori un cumulo:
ma tuse 'l più bel luogo il ciel destìnati
non disprezzar ciò che in tua gloriaaccumulo.
Vèr noi più spesso omai lietaavicìnati;
e vedrai scritto un verso in su lo stipite:
"Arbor di Filli io son; pastoreinclìnati".-




Barcinio:
Or che diraiquand'ei gittò precipite
quella sampogna sua dolce et amabile
e per ferirsi prese il ferro ancipite?
Non gian con un suon tristo e miserabile
"FilliFilli" gridando tutti i calami?
che pur parve ad udir cosa mirabile.

Summonzio:
Or non si mosse da' superni talami
Filli a tal suon? ch'io già tutto commovomi;
tanta pietà il tuo dir nel petto esalami.




Barcinio:
Tacimentre fra me ripensoe provomi
se quell'altre sue rime or mi ricordano
de le quali il principio sol ritrovomi.




Summonzio:
Tanto i miei sensi al tuo parlar si ingordano
che temprar non gli so. Cominciaagiùtati;
ché ai primi versi poi gli altri s'accordano.

Barcinio:
- Che faraiMeliseo? Morte refùtati
poi che Filli t'ha posto in doglia e lacrime
né piùcome solealieta salùtati.
Dunqueamici pastorciascun consacrime
versi sol di dolorlamenti e ritimi;
e chi altro non puòmeco collacrime.
A pianger col suo pianto ognuno incitimi
ognun la pena sua meco communiche
benché 'l mio duol da sé dì enotte invitimi.
Scrissi i miei versi in su le poma puniche
e ratto diventàr sorba e corbezzoli;
sì son le sòrti mie mostrose etuniche.
E se per inestar li incido o spezzoli
mandan sugo di fuor sì tinto e livido
che mostran ben che nel mio amaro avezzoli.
Le rose non han più quel color vivido
poi che 'l mio sol nascose i raggi lucidi
dai quai per tanto spazio oggi mi dìvido.
Mostransi l'erbe e i fior languidi e mucidi
i pesci per li fiumi infermi e sontici
e gli animai nei boschi incolti e sucidi.
Vegna Vesevoe i suoi dolor racontici.
Vedrem se le sue viti si lambruscano
e se son li suoi frutti amari e pontici.
Vedrem poi che di nubi ognor si offuscano
le spalle suecon l'uno e l'altro vertice;
forse pur novi incendii in lui coruscano.
Ma chi verrà che de' tuoi danni accertice
Mergilina gentilche sì ti inceneri
e i lauri tuoi son secche e nude pertice?
Antinianae tu perché degeneri?
Perché ruschi pungenti in te diventano
quei mirti che fur già sì molli eteneri?
DimmiNisida mia (così non sentano
le rive tue giamai crucciata Dorida
né Pausilipo in te venir consentano!)
non ti vid'io poc'anzi erbosa e florida
abitata da lepri e da cuniculi?
Non ti veggi'or più c'altra incolta et orida?
Non veggio i tuoi recessi e i diverticuli
tutti cangiatie freddi quelli scopuli
dove temprava Amor suo' ardenti spiculi?
Quanti pastorSebetoe quanti populi
morir vedrai di quei che in te s'annidano
pria che la riva tua si inolmi o impopuli!
Lassogià ti onorava il grande Eridano
e 'l Tebro al nome tuo lieto inchinavasi;
or le tue Ninfe appena in te si fidano.
Morta è colei che al tuo bel fonte ornavasi
e preponea il tuo fondo a tutt'i specoli:
onde tua fama al ciel volando alzavasi.
Or vedrai ben passar stagioni e secoli
e cangiar rastristivearatri e capoli
pria che mai sì bel volto in te si specoli.
Dunquemiserperché non rompi e scapoli
tutte l'onde in un punto et inabissiti
poi che Napoli tua non è più Napoli?
Questo doloreoimèpur non predissiti
quel giornoo patria miac'allegro et ilare
tante lodecantandoin carta scrissiti.
Or vo' che 'l senta pur Vulturno e Silare
c'oggi sarà fornita la mia fabula
né cosa verrà mai che 'l cor miesilare.
Né vedrò mai per boschi sasso o tabula
ch'io non vi scriva "Filli"acciòche piangane
qualunque altro pastor vi pasce o stabula.
E se avverrà che alcun che zappe o mangane
da qualche frattaov'io languiscaascoltemi
dolente e stupefatto al fin rimangane.
Ma pur convien che a voi spesso rivoltemi
luoghiun tempo al mio cor soavi e lepidi
poi che non trovo ove piangendo occoltemi.
O Cumao Baiao fonti ameni e tepidi
or non fia mai che alcun vi lodi o nomini
che 'l mio cor di dolor non sude e trepidi.
E poi che morte vuol che vita abomini
quasi vacca che piange la sua vitula
andrò noiando il ciella terra e gli uomini.
Non vedrò mai LucrinoAverno o Tritula
che con sospir non corra a quella ascondita
valleche dal mio sogno ancor si intitula.
Forse qualche bella orma ivi recondita
lasciàr quei santi pièquandofermarosi
al suon de la mia voce aspra et incondita;
e forse i fior che lieti allor mostrarosi
faran gir li miei sensi infiati e tumidi
de l'alta vision ch'ivi sognarosi.
Ma come vedrò voiardenti e fumidi
montidove Vulcan bollendo insolfasi
che gli occhi miei non sian bagnati et umidi?
Però che ove quell'acqua irata ingolfasi
ove più rutta al ciel la gran voragine
e più grave lo odor redunda et olfasi
veder mi par la mia celeste imagine
sedersie con diletto in quel gran fremito
tener le orecchie intente a le mie pagine.
Oh lassooh dì miei vòlti in pianto egemito!
Dove viva la amaimorta sospirola
e per quell'orme ancor m'indrizzo e insemito.
Il giorno sol fra me contemplo e mirola
e la notte la chiamo a gridi altissimi;
tal che sovente in fin qua giù ritirola.
Sovente il dardoond'io stesso trafissimi
mi mostra in sogno entro i begli occhie dicemi:
"ECco il rimedio di tuoi pianti asprissimi".
E mentre star con lei piangendo licemi
avrei poter di far pietoso un aspide;
sì cocenti sospir dal petto elicemi.
Né grifo ebbe giamai terra arimaspide
sì crudooimèc'al dipartir sìsùbito
non desiasse un cor di dura iaspide.
Ond'io rimango in sul sinestro cubito
mirandoe parmi un sol che splenda e rutile;
e così verso lei gridar non dubito:
"Qual tauro in selva con le corna mutile
e quale arbusto senza vite o pampino
tal sono io senza temanco e disutile". -




Summonzio:
Dunque esser può che dentro un cor sistampino
sì fisse passion di cosa mobile
e del foco già spento i sensi avampino?
Qual fiera sì crudelqual sasso immobile
tremar non si sentisse entro le viscere
al miserabil suon del canto nobile?

Barcinio:
E' ti parrà che 'l ciel voglia deiscere
se sentrai lamentar quella sua citera
e che pietà ti rodaamor ti sviscere.
La qualmentre pur "Filli" alterna etitera
e "Filli" i sassii pin "Filli"rispondono
ogni altra melodia dal cor mi oblitera.




Summonzio:
Or dimmia tanto umor che gli occhi fondono
non vide mover mai lo avaro carcere
di quelle inique Dee che la nascondono?

Barcinio:
- O Atropo crudelpotesti parcere
a Filli mia - gridava -; o Clotoo Lachesi
deh consentite omai ch'io mi discarcere! -




Summonzio:
Moran gli armentie per le selve vachesi
in arbor frondain terra erba non pulule
poi che è pur ver che 'l fiero ciel nonplachesi.




Barcinio:
Vedresti intorno a lui star cigni et ulule
quando avvien che talor con la sua lodola
si lagnee quella a lui risponda et ulule.
O ver quando in su l'alba esclama e modola:
- Ingrato solper cui ti affretti a nascere?
Tua luce a me che vals'io più non godola?
Ritorni tuperch'io ritorne a pascere
gli armenti in queste selve? o perchéstruggami?
o perché più vèr te mi possairascere?
Se 'l fai che al tuo venir la notte fuggami
sappi che gli occhi usati in pianto e tenebre
non vo' che 'l raggio tuo rischiare o suggami.
Ovunque miropar che 'l ciel si ottenebre
ché quel mio sol che l'altro mondo allumina
è or cagion ch'io mai non mi distenebre.
Qual bove all'ombra che si posa e rumina
mi stava un tempo; et orlassoabandonomi
qual vite che per pal non si statumina.
Talor mentre fra me piango e ragionomi
sento la lira dir con voci querule:
"Di lauroo Meliseopiù non coronomi".
Talor veggio venir frisoni e merule
ad un mio roscignuol che stride e vocita:
"Voi mecoo mirtie voi piangeteo ferule".
Talor d'un'alta rupe il corbo crocita:
"Assorbere a tal duolo il mar devrebbesi
IschiaCapreAteneoMiseno e Procita".
La tortorellache al tuo grembo crebbesi
poi mi si mostrao Fillisopra un alvano
seccoché in verde già nonposerebbesi;
e dice: "ECco che i monti già siincalvano;
o vaccheecco le nevi e i tempi nubili;
qual'ombre o qua' difese omai vi salvano?".
Chi fia cheudendo ciòmai rida o giubili?
E' par che i tori a memuggendodicano:
"Tu seiche con sospir quest'aria annubili".-




Summonzio:
Con gran ragion le genti s'affaticano
per veder Meliseopoi che i suoi cantici
son tai che ancor nei sassi amor nutricano.




Barcinio:
Ben sai tufaggioche coi rami ammantici
quante fiate a' suoi sospir movendoti
ti parve di sentir suffioni o mantici.
O Meliseola notte e 'l giorno intendoti
e sì fissi mi stan gli accenti e i sibili
nel pettochetacendo ancorcomprendoti.

Summonzio:
Dehse ti cal di meBarcinioscribili
a tal che poimirando in questi cortici
l'un arbor per pietà con l'altro assibili.
Fa che del vento il mormorar confortici
fa che si spandan le parole e i numeri
tal che ne sone ancor Resina e Portici.




Barcinio:
Un lauro gli vid'io portar su gli umeri
e dir: - Col bel sepolcroo lauroabbràcciati
mentre io semino qui menta e cucumeri.
Il cieloo diva mianon vuol ch'io tàcciati
anziperché ognor più ti onori ecelebre
dal fondo del mio cor mai non discàcciati.
Onde con questo mio dir non incelebre
s'io vivoancor farò tra questi rustici
la sepoltura tua famosa e celebre.
E da' monti toscani e da' ligustici
verran pastori a venerar quest'angulo
sol per cagion che alcuna volta fustici.
E leggeran nel bel sasso quadrangulo
il titol che a tutt'ore il cor m'infrigida
per cui tanto dolor nel petto strangulo:
"Quella che a Meliseo sì altera e rigida
si mostrò sempreor mansueta et umile
si sta sepolta in questa pietra frigida". -




Summonzio:
Se queste rime troppo dir presumile
Barcinio miotra queste basse pergole
ben veggio che col fiato un giorno allumile.




Barcinio:
Summonzioio per li tronchi scrivo e vergole
e perché la lor fama più dilatesi
per longinqui paesi ancor dispergole;
tal che farò che 'l gran Tesino et Atesi
udendo Meliseoper modo il cantino
che Filli il senta et a se stessa aggratesi;
e che i pastor di Mincio poi gli piantino
un bel lauro in memoria del suo scrivere
ancor che del gran Titiro si vantino.




Summonzio:
Degno fu Meliseo di sempre vivere
con la sua Fillie starsi in pace amandola;
ma chi può le sue leggi al ciel prescrivere?




Barcinio:
Solea spesso per qui venir chiamandola;
or davanti un altarein su quel culmine
con incensi si sta sempre adorandola.

Summonzio:
Dehsocio miose 'l ciel giamai non fulmine
ove tu pascae mai per vento o grandine
la capannuola tua non si disculmine;
qui sovra l'erba fresca il manto spandine
e poi corri a chiamarlo in su quel limite;
forse impetri che 'l ciel la grazia mandine.




Barcinio:
Più tostose vorrai che 'l finga et imite
potrò cantar; ché farlo qui discendere
leggier non ècome tu forse estimite.




Summonzio:
Io vorrei pur la viva voce intendere
per notar de' suoi gesti ogni particola;
ondes'io pecco in ciònon mi riprendere.

Barcinio:
Poggiamoorsùvèr quella sacraedicola;
ché del bel colle e del sorgente pastino
lui solo è il sacerdote e lui lo agricola.
Ma prega tu che i vènti non tel guastino
ch'io ti farò fermar dietro a quei frutici
pur che a salir fin su l'ore ne bastino.




Summonzio:
Voto fo iose tuFortunaagiutici
una agna dare a te de le mie pecore
una a la Tempestàche 'l ciel non mutici.
Non consentireo cielch'io mora indecore;
ché sol pensando udir quel suo dolce organo
par che mi spolpesnerve e mi disiecore.

Barcinio:
Or viache i fati a bon camin ne scorgano!
Non senti or tu sonar la dolce fistula?
Férmati omaiche i can non se ne accorgano.



Meliseo:
I tuoi capellio Filliin una cistula
serbati tegnoe spessoquand'io volgoli
il cor mi passa una pungente aristula.
Spesso gli lego e spessooimèdisciolgoli
e lascio sopra lor quest'occhi piovere;
poi con sospir gli asciugoe inseme accolgoli.
Basse son queste rimeesili e povere;
ma se 'l pianger in cielo ha qualche merito
dovrebbe tanta fé Morte commovere.
Io piangoo Filliil tuo spietato interito
e 'l mondo del mio mal tutto rinverdesi.
Deh pensapregoal bel viver preterito
se nel passar di Lete amor non perdesi.
 
A la Sampogna
Ecco che qui si compieno le tue faticheo rustica eboscareccia sampognadegna per la tua bassezza di non da piùcoltoma da più fortunato pastore che io non sonoessersonata. Tu a la mia bocca et a le mie mani sei non molto tempo statapiacevole esercizioet orapoi che così i fati voglionoimporrai a quelle con lungo silenzio forse eterna quiete. Con ciòsia cosa che a me convieneprima che con esperte dite sappiamisuratamente la tua armonia esprimereper malvagio accidente da lemie labra disgiungertiequali che elle si sianopalesare leindòtte noteatte più ad appagare semplici pecorelleper le selveche studiosi popoli per le cittadi; facendo sìcome colui che offeso da notturni furti nei suoi giardinicoglie conisdegnosa mano i non maturi frutti dai carichi rami; o come il duroaratoreil quale dagli alti alberi inanzi tempo con tutti i nidi siaffretta a prendere i non pennuti ucelliper tema che da serpi o dapastori non gli siano preoccupati. Per la qual cosa io ti pregoequanto posso ti ammoniscoche de la tua selvatichezza contentandotitra queste solitudini ti rimanghi.

2 A te non si appertiene andarcercando gli alti palagi de préncipiné le superbepiazze de le populose cittadiper avere i sonanti plausigliadombrati favurio le ventose glorievanissime lusinghefalsiallettamentistolte et aperte adulazioni de l'infido volgo. Il tuoumile suono mal si sentirebbe tra quello de le spaventevoli buccine ode le reali trombe. Assai ti fia qui tra questi monti essere daqualunque bocca di pastori gonfiatainsegnando le rispondenti selvedi risonare il nome de la tua donnae di piagnere amaramente conteco il duro et inopinato caso de la sua immatura mortecagioneefficacissima de le mie eterne lacrime e de la dolorosa etinconsolabile vita ch'io sostegno; se pur si può dir che vivachi nel profondo de le miserie è sepelito.




3 Dunquesventuratapiagni; piagniche ne hai ben ragione. Piagnimisera vedova; piagniinfelice edenigrata sampognapriva di quella cosa che più cara dalcielo tenevi. Né restar mai di piagnere e di lagnarti de letue crudelissime disventurementre di te rimanga calamo in questeselve; mandando sempre di fuori quelle vociche al tuo misero elacrimevole stato son più conformi. E se mai pastore alcunoper sòrte in cose liete adoprar ti volessefagli primaintendere che tu non sai se non piagnere e lamentartie poi conesperienzia e veracissimi effetti esser così gli dimostrarendendo continuamente al suo soffiare mesto e lamentevole suono; performa che temendo egli di contristare le sue festesia costrettoallontanartesi da la boccae lasciarti con la tua pace stareappiccata in questo alberoove io ora con sospiri e lacrimeabondantissime ti consacro in memoria di quellache di avere infinqui scritto mi è stata potente cagione; per la cui repentinamorte la materia or in tutto è mancata a me di scrivereet ate di sonare.

4 Le nostre Muse sono estinte; secchisono i nostri lauri; ruinato è il nostro Parnaso; le selve sontutte mutole; le valli e i monti per doglia son divenuti sordi. Nonsi trovano più Ninfe o Satiri per li boschi; i pastori hanperduto il cantare; i greggi e gli armenti appena pascono per lipratie coi lutulenti piedi per isdegno conturbano i liquidi fontiné si degnanovedendosi mancare il lattedi nudrire piùi parti loro. Le fiere similmente abandonano le usate caverne; gliucelli fuggono dai dolci nidi; i duri et insensati alberi inanzi a ladebita maturezza gettano i lor frutti per terra; e i teneri fiori perle meste campagne tutti communemente ammarciscono. Le misere apidentro ai loro favi lasciano imperfetto perire lo incominciato mèle.Ogni cosa si perdeogni speranza è mancataogni consolazioneè morta.

5 Non ti rimane altro omaisampognamiase non dolertie notte e giorno con ostinata perseveranzaattristarti. Attrìstati adunquedolorosissima; e quanto piùpuoide la avara mortedel sordo cielode le crude stellee de'tuoi fati iniquissimi ti lamenta. E se tra questi rami il vento peraventura movendoti ti donasse spiritonon far mai altro che gridarementre quel fiato ti basta.

6 Né ti curarese alcuno usatoforse di udire più esquisiti suonicon ischifo gustoschernisse la tua bassezza o ti chiamasse rozza; chéveramentese ben pensiquesta è la tua propria eprincipalissima lodepur che da' boschi e da' luoghi a teconvenienti non ti diparta. Ove ancora so che non mancheran diquegliche con acuto giudicio esaminando le tue paroledicano te inqualche luogo non bene aver servate le leggi de' pastorinéconvenirsi ad alcuno passar più avanti che a lui siappertiene. A questiconfessando ingenuamente la tua colpavoglioche rispondiniuno aratore trovarsi mai sì esperto nel farde' solchiche sempre prometter si possasenza deviaredi menarlitutti dritti. Benché a te non picciola scusa fialo essere inquesto secolo stata prima a risvegliare le adormentate selveet amostrare a' pastori di cantare le già dimenticate canzoni.Tanto più che colui il quale ti compose di queste cannequando in Arcadia vennenon come rustico pastore ma come coltissimogiovenebenché sconosciuto e peregrino di amorevi sicondusse. Senza che in altri tempi sono già stati pastori sìaudaciche insino a le orecchie de' romani consuli han sospinto illoro stile; sotto l'ombra de' quali potrai tusampogna miamoltoben coprirti e difendere animosamente la tua ragione.

7 Ma se forse per sòrte alcunaltro ti verrà avanti di più benigna naturail qualecon pietà ascoltandoti mandi fuori qualche amica lacrimettaporgi subitamente per lui efficaci preghi a Dioche ne la suafelicità conservandoloda queste nostre miserie lo allontane.Ché veramente chi de le altrui avversità si doledi semedesmo si ricorda. Ma questi io dubito saranno rari e quasi bianchecornici; trovandosi in assai maggior numero copiosa la turba de'detrattori. Incontra ai quali io non so pensare quali altre arme darmi ti possase non pregarti caramenteche quanto più puoirendendoti umilea sustinere con pazienzia le lor percosse tidisponghi. Benché mi pare esser certoche tal fatica a te nonfia necessariase tu tra le selvesì come io ti impongosecretamente e senza pompe star ti vorrai. Con ciò sia cosache chi non salenon teme di cadere; e chi cade nel pianoil cherare volte adivienecon picciolo agiuto de la propria manosenzadanno si rileva. Onde per cosa vera et indubitata tener ti puoichechi più di nascoso e più lontano da la moltitudinevivemiglior vive; e colui tra' mortali si può con piùverità chiamar beatoche senza invidia de le altruigrandezzecon modesto animo de la sua fortuna si contenta.