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MatildeSerao



Lavirtù di Checchina



I

 

Venne ad aprireSusannala serva. Portava un vestito di lanetta bigiastintorimboccato sui fianchilasciando vedere una sottana frusta dicotonina scura; il grembiule di tela grossa era cosparso di macchieuntuose; teneva in mano uno strofinaccio puzzolente. EntrandoIsolina fece una smorfia di disgusto.

— C’è Checchina? —chiese.

— C’è —rispose Susannastringendo le sue labbra sottili di beghina.

— E che fa?

— Stiamo ripulendo i mobilicol petrolio.

— Volevo dire che si sentivaquesto puzzo! E non ci pigliate una malattiavoi?

— Il puzzo del petrolio non famale.

— Va’ a dire a Checchinache sono quiche ho da parlarledi premurasubito — e cavòdalla tasca un fazzolettotutto profumato di Jockeyclubpertapparsi il naso.

Susanna se ne andòstringendosi nelle spallecon un piccolo moto di sprezzo. Isolina siera buttata sul divano di cretonne giallinaa fiori rossimolto durodalla spalliera diritta: guardava distrattamente ilsalotto. Vi erano quattro poltroncine coperte di stoffa simile aquella del divanocoi quadrati all’uncinetto per ripararne laspalliera contro la pomata delle teste; stavano attorno attorno a unatavola rotondadal marmo bianco. Sul marmosenza tappetounsottolume di guttaperca rossastra e un lume di antico modelloaoliosenza paralume. Poi: sei sedie di legno nerodal coloresmortoche sembravano sempre impolverate — una mensola copertadi marmo bigiosu cui stavano sei tazze di porcellana biancalacaffettiera e la zuccheriera; due scatole da confettivuotevecchieuna di raso verde pallidol’altra di pagliaanappine; un piattino di frutta artificialianche queste in marmodipinte vivacementeil ficoil pomola pescala pera e ungrappoletto di ciliegie — un tavolino da giuococoperto dipanno verdecoi pezzi laterali abbassati — all’unicafinestra le tendine di velo ricamatomolto trasparentimoltostrettecolle bende di cretonne. Innanzi al divano un piccolotappeto. Era tutto. Vi faceva freddocon quella lamentevolemattinata autunnalein quel salotto glaciale. Isolina si strinse nelsuo paltoncino neroche le dava un’aria snella. Poi si slanciòcon una grande effusioneal collo di Checchina che le stava davantisorridendo tranquillamente.

— Ti si rivedefinalmentecore mio! Non potevo più stare senza tenina mia: ti giuroche mi pareva mill’anni di rivederti. Quel Frascati! Ti ci seidivertitaalmeno?

— Sì — risposeChecchinasenza battere palpebra.

— Infattisei piùbellapiù colorita: peccato che tutto questo si perdaconquello scemo di Totoche non capisce nulla! E perchè porti lafrangetta sulla fronte che nessuno usa più?

— Ma… è piùcomodaci si pettina in un momento: Susanna non sa fare altro.

— Cheche! Si compra un ferroper arricciare i capellisi mette un carboncino acceso in unoscaldino e si fanno i riccioliogni mattina. Eccocome me. Ma civuole anche la reticella di capelliper tenerli fermii riccioli.

— Susanna non sa fare tuttoquesto — rispose Checchinaostinatamente.

— Perchè non la mandiviaSusanna? È antipatica.

— Antipatica?

— Uh! queste servequesteservetutte nemiche pagate. Iovedisarei felice di mandar viaTeresa che è ladrainsolente e… non ti dico altrose neva per ore intiere dalla casa. Macome faccio? Sa tutti i fattimieiè sveltissimadi una fedeltà che mi costa moltoma di cui mi posso valere. Capirainon posso mandarla via: se quellaracconta tutto a mio marito? Anche ieri ho dovuto darle quellavestaglia di flanella rossache era ancora portabilequella chepiaceva tanto a Rodolfo. Oh! l’amore è un gran tormento!

— È un gran tormento —mormorò macchinalmente Checchina.

— Che ne sai tu? Sei unascemate l’ho sempre detto. Ti sei innamorataforseaFrascati?

— Isolina!

— Non ti offendere: tutto puòaccadere. Oh! io sono innamorata più che mai.

— Di Rodolfo?

— Ma che Rodolfoche Rodolfo!Quello era uno stupidoun avvocatofigùraticome miomarito! Non vi era gustocapisci: meglio Gigiopoi. Ma questoquesto quiè ufficiale di cavallerialo amoimmensamentecome non ho mai amato nessuno. O Checchinache passione! Io nemorirò.

Mentre diceva queste paroleunfiotto di sangue le colorava il bel viso brunogli occhi brillavanoe le labbra tumiderossepare già sentissero la golositàdei baci. Checchina la guardava con la sua aria seria e pacata difemmina senza temperamentosenza avere un fremito nella bellapersonache il goffo vestito di lana nera non arrivava a renderbrutta.

— E Gigio? — chiesecolsuo buon senso naturale.

— Oh! Gigio è gelosogelosissimomi ammazza se sa che io amo Giorgio.

— E non hai paura?

— Ho pauracerto; se nonavessi paura che gusto ci sarebbe ad amare Giorgio? Esporsi allamorte per colui che si amanon è forse la maggior provad’amore? Se sapessi che cruccio che mi dà quest’amore!Già non ho mai quattrini e ce ne voglionocapisciper darnea Teresaper le carrozzepei guantipei fiori — mi prestiventi lire?

— Come vuoi che te le presti?Non le ho.

— Dio miocome faccio?Domanisaiè giorno di appuntamento e debbo andarciassolutamente; ho da comprarmi un velo di garza che costa cinque liree mi servea ogni costo; ho da comprarmi una corazza di maglia checosta quindici liree per andare da lui ci vuole la carrozza…

— Ti posso dare sei lire: leho risparmiate sulla spesa — dissesottovoce Checchina.

— Sei lire…e che facciocon sei lire?

— Parla pianoche non tisenta Susanna.

— Sei lire… bastadammelefarò alla meglio. Grazie cara; sei buonanina mia.Fra me e tevediè un’amicizia straordinaria. Cosìpotessi servirti in qualche cosauna volta…

— Nono — disseChecchinapresa da un lieve tremore.

— Tutto può accadere:non ci facciamo forticore mio. Addioa rivedercime ne vadodebbo impostare questo bigliettino per Giorgio. Hai un francobollo daun soldo?

— Come vuoi che io lo abbia?Non scrivo mai.

— Scommetto che non haineppure la carta da scrivere?

— Ne ha Totonel suo studiocon l’intestazione sua.

— Poverettapoverettacometi compatisco! L’amore è una gran bella cosaChecchinamia.

E se ne andògaialeggeracon una effusione di sorriso interiore sul voltocome chi porta untesoro di dolcezza nell’anima. Checchina stette un minuto apensarepoi si adattò attorno alla vitasul vestito neroungrembiule di tela bianca e andò a strofinare l’armadiocol petroliomentre Susanna strofinava il cassettone.



II

Un giorno — di venerdì— il dottore Toto Primiceriomentre stava per usciredisse asua moglie Checchinache gli spazzolava le spalle del soprabito:

— Saiho invitato a pranzo ilmarchese d’Aragona.

Ella si fermò dallospazzolareimmediatamente.

— Capisci — continuòil maritosenza voltarsi — è stato così compitocon noia Frascatibisognava usargli una cortesiaquiin Roma.Vede tutte le famiglie nobilidà del tu a tutte leprincipesse romane: mi sarà utile. Viene domenicaalle settel’ora della nostra cena: essi pranzanoa quell’ora.Per un giorno pranzeremo anche noi alle sette.

Quando egli si voltòvidesua moglie un po’ pallidatutta seria.

— Questo pranzo ti seccaChecca mia? Ora è fatta e non si può disfare…

— Un marchese… qui danoi… lui che va a pranzo da tutte le principesse…

— Ebbèqui sicontenterà e non morirà mica di fame. Aggiusta tu conSusanna — concluse Totocon la bella tranquillitàromanescaandandosene all’ospedale di Santo Spirito arassettare braccia slogate e a medicare piaghe purulente. Andòviail dottorema nella casa stretta rimase la sua tracciaquell’invincibile fetore di acido fenico.

Checchina non aggiustava nulla conSusanna. La serva era in cucina e schiumava il brodoborbottandocontro l’empietà del padrone che mangiava carne divenerdìmentre leiSusannasi contentava di un pezzo dibaccalà fritto. Checchina stava in cameraseduta accanto allargoalto letto maritalecon le mani in grembotutt’assortanei suoi pensierinon accorgendosi di essere ancora in pianelle ecol fazzoletto di tela al collo. Un marchese che va dalle principessee le abbraccia e dà loro del tua pranzo da loro! Ma perchèdunque Toto lo aveva invitato? Come gli era venuto in mente di farquesto? A Frascatiil marchese di Aragona villeggiava dai principidi Altavilla: egli scarrozzava ogni giorno con la principessal’accompagnava alla messauscivano a cavallo insiemeellatutta chiusa nell’amazzone neracol velo nero attorcigliato alcappello da uomo e una rosa thea all’occhielloegli incostume di velluto verde olivacravatta di raso nerosperoni diacciaio e frustino nero. EssaChecchinali aveva visti a passaredue o tre voltecome un’apparizione. Era un bel giovaneilmarchese d’Aragonaaltocon una testa ricciuta e gli occhimalinconicamente espressivi. Un giornoscendendo da cavallosi eraun po’ storto un piede e Toto Primicerio era stato chiamato adAltavilla per curare quest’inezia. Ma d’alloraogni voltache il marchese d’Aragona incontrava Checchina Primiceriolefaceva una scappellata profondaquel gran saluto aristocratico chelusinga le donne borghesi. Tre volte l’aveva salutata così:una domenicasulla piazzadove suonava la banda municipale fra lachiesa e il caffèmentre le belle frascatane passeggiavanola testa e le spalle nascoste nello scialle di lana bianca; unmercoledìnel pomeriggioella cuciva dietro i vetri del suobalconerimettendo i polsini a una camicia vecchia di suo maritoeil marchese di Aragonapassando nella viasalutò; un lunedìdi mattinaella era con Susannain un vicolo recondito di Frascatia contrattare la compra di certe ceste di pomidoro da un contadinoper farne conservaper l’invernoe il marchese d’Aragonapassandosalutò: questa volta ella aveva arrossitoloricordava benema non sapeva perchèforse perchèSusanna litigava forte col contadinosul prezzo. Ora questo marcheseveniva a pranzo — ed ella nonsapeva che dargli da mangiare a questo nobileavvezzo alle fantasieculinarie dei grandi cuochi. Avevano un servizio di piatti solo persei personecomprato a una venditada Stellae mancava la salsierae l’insalatiera: sarebbe bastato? E l’insalatapoichèci vuolel’insalatain un pranzodove l’avrebbe messa?Eccogli si potevano dare li gnocchi col sugo di carne: li gnocchili avrebbe fatti leiChecchinae il sugoSusannachea questoera brava. Poi sarebbe venuta la carne col contorno di patatecottenel sugo: poi un piatto di pesce fritto. Ma come fare se Susanna silamentavasempreche la padella era alta in mezzo e l’oliocadeva ai lati e nel mezzo il pesce diventava neroabbruciacchiandosi? Ci voleva una padella nuova o bisognavarinunziare al fritto. Le posate d’argento erano seima unaforchetta aveva due rebbi storti: presto prestoin cucinaSusannaavrebbe dovuto lavarlecome i piattise non bastavano. E l’arrostol’arrosto ci voleva! Non usa il pollonelle casearistocratiche? Come lo avrebbe arrostitose i fornelli erano duein cucinae mancava il girarrosto? Questo pranzo sarebbe costato unaquantità di quattrini; come dirlo a Totoquante cose cimancavano nella casa! Un marchesecon un’aria così seriada gran signoreche portava al dito un anello con un brillanteunozaffiro e un rubinoella lo aveva visto benissimo; un marchese chesicuramente varie principesse dovevano amare —bisognava dargli anche il piatto dolce. Che cosa sapeva fareelladi dolceda quando era giovanetta? La torta con la conserva diamarena? Quante uova mettevaalloracon un chilo di fior di farinamezzo chilo di zucchero finissimo e mezza libbra di burro? E il fornoper cuocerlala torta? Veramente avrebbe potuto mandarla giùdalla portinaiache aveva il forno: bisognava pregarla di questofavorequella dispettosa Maddalena che litigava sempre con Susannasul proposito della confessionechè Maddalena era proprio unaeretica — poiil giorno seguentese ce ne avanzava di tortaglie ne avrebbe mandato un pezzettoperfargliela assaggiare e ringraziare della cortesia.

E il caffè si dà intavolanon è verodopo che si è sparecchiato?Susannaalla mattinalo faceva sul fuocoil caffècon laribollitura del giorno prima e un po’ di caffè fresco;mentre questi nobilicon la loro aria sempre svelta e vivaceèchiaro che prendono il caffè fatto con la macchinettasullospirito e tutto caffè frescotre o quattro cucchiaini pertazzasenza ribollitura. Appunto la settimana prima Bianchelli avevafatto una grande esposizione di macchinettetutte lucidefiammantiche parevano di oro e di argento. Ce ne voleva una: e poiin duegiorniSusanna doveva imparare a usarla. Ci volevano cinquanta lireper questo pranzo. Toto non gliele avrebbe mai date. Le dava trefranchi il giorno per la spesa; ma avevano il vino in casa e ognitanto qualche regaluccio da un clienteuna forma di caciounsalamequalche cestino di frutta. Ancheper lasciare quelle trelireToto borbottava; e Susannain cucinagiurava nel nome diSantorsolapatrona di tutte le verginiche non ci si arrivavanonci si arrivavae i beccai erano tanti cani e i fruttaroli tantiladri di strada. Come avrebbe fatto per chiedere a Toto tutti questiquattrinipel pranzo del marchese? Giusto aveva prestato le seilirerisparmiate a furia di stentia quella sventata di Isolina:con sei lire qualche cosa si poteva fare… — e aquest’ultimo pensieroarrossìricordandosi.

Poi si alzòandò incucina e stette a guardaredistrattaSusanna che tagliavaminutamente una pastinaca per metterla nel brodo. Non diceva nullatutt’assorbita. Due o tre volte la serva borbottò controil carbonaio che non aveva proprio coscienzanè timor di Dioa vendere il carbone adacquato per farlo pesare di piùma lapadrona non le dette retta. A un puntoChecchina le dissecomeridestandosi:

— Li sapresti fareSusannairiccioli sulla fronte?

— Quale riccioli? —chiese l’altra sbalordita.

— Come quelli di Isolina —mormorò la padrona a bassa voce.



III

Quando il marchese d’Aragonagiunsealle sette meno dieci minuticome vuole la consuetudineChecchina era ancora in camera suaa vestirsi. Aveva il viso rossodue placche di fuoco sulle guancetanto la vampa del fornello leaveva mandato il sangue alla testa. Era stanca mortaaveva dovutofar tutto leiperchè Susanna si ricusava ogni tantoconacredineseccata di questo pranzo. Giàalla mattina non siera potuto andare alla messa in sant’Andrea delle FratteeSusanna era implacabilequando non aveva potuto ascoltar la messa. Aquell’orapel caldoper la faticaper l’idea che tuttosarebbe andato maleuna grande confusione era nella testa diChecchina: gli occhi le brillavanocome per febbre. Quattro volte siera lavata le mani per paura che avessero il sito di pesce emacchinalmente le fiutavacome in un sonnambulismo. Uscendo nelsalottoil marchese le diresse un complimento sulla sua buona cera eToto Primicerio si ringalluzzì. Il marchese era in soprabitochiusocravatta di raso biancocon spillo di brillantia ferro dicavallo: si toglieva lentamente i guantidonde le mani uscivanobianche e morbidecome quelle di una donna. Mentre ella restava inpiediimpacciata dal suo vestito nuovo di lana foglia mortaconun’arricciatura di merletto al collo che le solleticava la nucapensavadisperatamenteche forse era meglio dargli del brodo invecedelli gnocchi.

Toto Primicerio continuava a dire ea insistere che quello era un pranzetto alla buonain una casamodestache non aveva a che fare coi banchetti principeschi: ilmarchese sorridevacon una grande finezzae non rispondeva. QuandoSusannacon una voce bruscaannunziò che li gnocchi erano intavolaegli s’inchinò e offrì il braccio allasignora. Ella sentì il sottile profumo che egli portavaforsenei capelliforse nel fazzoletto: un profumo molle e dolce: lepareva di averlo sulle labbracome un sapore di zuccherino. Inveritàsul principio del pranzoella fu molto in penaperchè tutto andava male. Susanna dava al marchese certeocchiate di diffidenza e serviva di malagrazia. I piatti e leforchette tardavano un secolodalla cucina: e Checchina tacevasenza osar di chiamarefissando la tovagliatutta imbarazzata. TotoPrimicerio aveva una grossa allegria di medico in festaarrischiavalo scherzettoparlava familiarmente al marchesecome se fosserocompagnoni: gli narrava di una quantità di gambe segatedibudella ricucite e riadattate nel ventredi carotidi recise e diflemmoni che gonfiavano un braccio come un pallone. Il lume filavaequando si abbassavala luce era troppo fioca. A un punto il maritodisse:

— Caro marchese mioquestignocchi e la torta che assaggerete in fine di pranzosono opera diquesta Checca miache ha le mani benedette.

Il marchese le fece un complimentosquisito. In veritàegli fu finissimo. Parve non siaccorgesse neppure di tanti piccoli incidenti volgarinon guardòmai Susannacome se non esistesseprese due volte della frittura eparlò semprecon la massima scioltezza. Parlava a mezza vocecon una erre molto lievequasi aspiratae una esseinfantilemolto dolce; quella voce aveva delle intonazioni mollicome carezzevolie nelle più semplici parolepareva cheondeggiassero soffi caldialiti avvincenti di tenerezza. Parlandofissava negli occhi il suo interlocutorecol suo sguardo seriopensosomentre un lieve sorriso compariva sotto l’arco biondodei mustacchi e la mano morbida scherzava col coltello. Checchinasollevata dal suo incubosi rincoravavedendo la disinvoltura dagran signore con cui il marchese di Aragona non si accorgeva dinulla: il viso rosso diventava roseoe l’arricciatura che lesolleticava la nucale cagionava un fastidio dilettosoinvece cheuna pena. Ogni tantosotto lo sguardo del marchesele palpebre lebattevanocome se la luce fosse troppo viva nella stanza; maanch’ella sorridevasilenziosamenteannuendo col capo a quelloche diceva. A proposito della tortache era forse un po’ troppocottaabbrustolita nell’orliccioegli disse qualcosa di moltodelicatosulla dolcezza della donna. Checchina non intese bene ilsenso delle parolema la voce la carezzò come una musica. Ilmarchese non prese il caffèche forse era molto cattivoedella gliene fu grata in cuor suo: i denari non le erano bastati percomprare la macchinetta. Invece Toto Primicerio volle che si sturasseuna bottiglia di vieux cognacche gli aveva regalato un suocliente di Francia. Il marchese allora levò il bicchierino efece un brindisi alla signora Primicerio: la qualepercorrisponderebevve un bicchierino di cognacliquore che nonaveva mai bevutodi un fiato solo.

Nel salottotutti tre tacquero unmomento. Vi faceva freddo in quella stanzetta povera di mobilisenzatappetocon quelle tendine grame. Come se si potesse riscaldarla coilumiChecchina fece portare l’altro lume che esisteva in casa;ma non aveva paralume e accecavaa guardarlo. Ella sedeva suldivanoritta sul bustosentendo per la prima volta la miseria diquella stanza e soffrendone acutamente: appena appena se udiva lavoce armoniosa del marchese di Aragona che le diceva male dellavilleggiatura di Scoziadove gli Altavillasuoi cuginiavevano uncastello. Vi era freddo laggiù: ella rabbrividiva qui: lelagrime le salivano agli occhi. Toto Primicerio si lasciava vinceredall’irresistibile sonno degli uomini adiposiche hanno moltomangiato e molto bevuto. Ella rivolgeva a suo marito certe timideocchiatequasi supplicando di non addormentarsi: Totocome tuttigli uomini grassirussava. Toto non capiva edisteso sullapoltroncinaogni tanto chiudeva gli occhi e abbassava la testa sulpetto. Alla fine uno sguardo di Checchina lo svegliòcome unascossa elettrica: egli si levòarrivò sino allafinestraguardò nella strada per avere un’ariadisinvoltapoi uscì dalla stanzad’un tratto solosenza voltarsi. Egli aveva bisogno di dormire un’orettadopo ilpranzo.

Questo bel marchese di Aragonafinse di non vedere l’uscita del marito. Disteso nellapoltroncina con una gamba accavallata sull’altraegli mostravail piede aristocraticocalzato dalla calza di seta rossa e dallascarpa di copale: una mano arricciavaaffilava i mustacchi biondiel’altra si poggiava sul bracciuolo del divanodove Checchinaera seduta. Checchinaorarespirava megliochè suo maritodormivalargo distesosul letto coniugale. Ella osava alzare sulmarchese i suoi grandi occhi romaniimmobili forse nell’espressionema profondi. Di nuovo sentiva quel molle profumo di violettache ledava un intenerimento ai nervi. Il marchese d’Aragona avevaancora abbassato il tono della voce: ora le diceva della propriacasaun quartierino da scapolodove egli passava delle lunghe oresolitarie.

— Perchè non viammogliateallora? — disse ellaingenuamente.

Poi si pentì della soverchiafamiliarità. Egli non rispose alla domanda: vi fu silenzio.

— La casa è solitaria —mormorò eglidi nuovoguardando Checchina — in quellamalinconica via dei santi Apostoli. La conoscete? Sì?… mifa piacere. Non il palazzo di Balduccio Odescalchiil principeOdescalchiun mio amico: noquello accantodopo un arco. Sono alprimo piano: ventiquattro scalini. Io detesto le scale lunghe: mifanno male al cuore. Nella mia famiglia è ereditaria lamalattia di cuore: ne moriamo tutti molto presto. Che importa? Lavita deve essere breve e buona. La mia è troppo lunga: e non èbella sicuramente. Non vi è mai nessuno in casa mia: vi sonodue porte nell’appartamentoil mio cameriere preparadalmattinotutto quello che mi può servire nella giornata. Poiresto solo. Il quartierino ha le triplici tende di seta gialladimerletto bianco e di broccato che lo difendono contro la soverchialuce. Io amo molto la penombrain cui si può sonnecchiare. Visono dei tappeti dapertuttoe la casa tutta quanta è un po’foderataun po’ imbottitacontro il freddo: il caminetto delsalotto ha sempre una fiammata viva. Io sono molto freddoloso: nelcalduccio mi sento felice. Sono sempre soloin quella casa: perdivertirmiabbrucio una pastiglia orientale che profuma la stanzafumo una sigarettae aspetto che venga… chi? Un sognounfantasmauna bella donna semplice e buonache mi volesse benecheio adorerei…

— Volete venirci voi? —soggiunse subitobaciandola improvvisamente sul collo.

— Nono — disse leidifendendosi le labbra col braccio.

— Vieni mercoledìdalle quattro alle seivieniFanny.

— Nomercoledì —rispose Checchinavinta da quel nome.

— Venerdì alloraallastessa ora.

E fattole un profondo inchinosene andò. Susanna gli fece lumecon una lampadina a olioperle scale.



IV

Al mattino seguente il marchesed’Aragona mandò alla signora Primicerio un mazzo di rosebianche e di vainiglia. Toto era uscito. Checchina si facevapettinare da Susanna: aveva gli occhi socchiusi e le labbrasbiancatecome chi ha mal dormito. Si fisava nello specchiosenzavedersicome trasognata: quando vide il mazzo di fiorisi confuselo prese pe’l gambolo strinse al pettosbalordita:

— Il cameriere aspetta —disse Susannacon la voce dura e secca.

— Aspetta? gli dirai… glidiraiSusannache ringrazio tanto il signor marchese… e che loringrazia anche mio marito. Va… sentinon sarebbe meglioscrivere un biglietto di ringraziamento?

— So molto io — borbottòl’altracon una spallata.

— Sentiio non posso passaredinanzi al cameriere in sottana di flanella: fammi il favoreprendiun foglio di cartauna bustail calamaiola pennae porta tuttoqui.

Mentre Susanna si attardavadi làChecchina con la faccia china sul mazzo delle rosepensava a quelloche avrebbe scritto al marchese: era presa dalla vergogna di nonsaper scriver benedi far qualche grosso errore di ortografia. Erada tanto tempo che non scriveva più una lettera: e ilmarchesesicuramentedoveva ricevere di mirabili bigliettini daquelle fantastiche principessesue parenti. Esse dovevano scriveresu quella fine carta che pare rasoche Isolina ci si rovinava acomprarne una scatolauna carta che odora di buonocome tutte lecose di questa gente nobile e ricca. EllaChecchinanon avevacartasalvo quei larghi fogli da ricettadi suo maritocheportavano per intestatura: Antonio Primiceriomedico-chirurgoconsultazioni dall’una alle treVia del Bufalo: — larghifogli che putivano di acido fenico come tutte le cose che Tototoccavacome ella stessaChecchinache ogni tanto si fiutava lemaniche del vestitoper trovare la traccia di quel cattivo odore.

— Non vi è la busta —disse Susannarientrando.

— E come faccioora?

— Pieghi in quattro un fogliogrande e lo chiuda con la mollica del pane.

— Nopreferisco far senza.Di’ al cameriere che ringrazî per me il marchese: ma…sentibisognerà dargli qualche cosa a questo cameriere?

La serva fece una smorfiacome senon volesse intervenire.

— Ce l’hai una liraSusanna? — pregò la padrona con la voce e con lo sguardo.

— Come vuole che ce l’abbia?Alla grazia dei quattrini che mi consegnala mattina! Tutto ècaroil beccaio è fuori del timor di Dio e alla verdura nonci si può avvicinareper non far peccato d’ira e disuperbia. Mi sono rimasti pochi soldi in tasca…

— ContaliSusannafosseromai una lira — le tremava la voce e aveva le lagrime negliocchi.

— Appena appena otto soldi eho da comprare il sale per la minestra e il cacio per la trippa.

— Dà questi otto soldial camerieree che ringrazi il suo padrone e che lo preghi discusarmi se non ho scritto… Va’Susannaal sale cipenseremo…

— Già lo sa leiche iltabaccaio credito non ne fa.

Checchina chinò la testa:mentre di làSusanna parlava col camerierela padronaarrossivaarrossiva di scorno per quegli otto soldi cosìmeschinicosì miserabiliche quel cameriereavvezzo allemance principescheavrebbe certo disprezzato. Quando udìchiudere la portarespirò di sollievo.

— … li ha presi?

— Sfido io!

E in silenzio ricominciò apassarle il pettine nella foltezza dei capelli bruni. Checchinafrale palpebre semichiuseseguitava a guardare i fioria seguire ilsottile traforo della lieve carta che li circondava.

— Dove lo vuol mettere quelmazzo?

— Qui…

— Stia attenta che la puzzadei fiori fa male al capo. Glielo avverto perchè una signoradove ero a servizione prese un mal di testauno sturbo da morirne.

— Allora li metteremo insalotto.

— E dove li faràbagnare? Non ci sono vasi.

— In un bicchiere…

— Sono tutti troppo piccoli…

— È vero — mormoròla padronaumiliata — sono troppo piccoli.

— Mi senta — ripreseSusanna — che le do un santo consiglio. Il meglio che possafareè di mandare questi fiori alla Madonna Immacolata insant’Andrea delle Fratte. Glie li dia col cuorecome dice ilpredicatoree ne avrà doppio merito innanzi a quella VergineImmacolata. Già… non si sa maifioridolcigioiellisono opera del diavolo e inducono in tentazione. Scansi il pericolo;mandi i fiori alla Madonna.

— Almeno aspettiamo Totocheli veda; ne avrà piacere — disse Checchinaa voce bassavinta da un timore interiore.

— Sìpiacere! Se luidice che i fiori costano troppi denari e non significano nulla e nonservono a nullasalvo i fiori di tiglio per far sudare e i fiori dicamomilla per il mal di pancia!

— Allora portali tu allaMadonnaquesti fiori.

Seguì con l’occhioquelle rose bianche dal seno rosatoquella mite vainiglia: poi cercòdi scuotersi da quel torpore. S’infilò la giacchetta delsuo brutto vestito di casacercò di rialzarne il merlettobianco del collo che era tutto gualcitoe andò a sedersinella stanza da pranzo: per stanchezzaper disgustonon ebbe lavoglia neppure di compire il suo solito giro mattinale nella casaper vedere se vi fosse polvere sui mobilise gli angoli delle stanzefossero bene spazzatise il focolare di mattoni lucidia scacchettibianchi e nerifosse stato lavato. Si sarebbe buttata sul lettovestita com’eraper dormirese la coperta di cotonina rossa egiallaimbottita di bambagianon le avesse dato un senso di freddo.Si mise a marcare di rosso con le iniziali A. P. e col numeroprogressivocerti strofinacci nuovia cui aveva già fattol’orlo. Lavorò per mezz’oracome in sognocercandodi vincere la sonnolenzaapplicandosi a contare i filimentre lepalpebre le battevano.

Lo strofinaccio era caduto perterralasciando sul vestito nero la gugliata rossacome un filo disangue: a Checchina le mani giacevano in gremboinerti. Provavacerti lenti brividi di freddo per la personacon una pesantezzavincente della testa. Sui mattoni grezzi del tinelloi piedicalzati da un vecchio paio di stivali di prunellas’irrigidivano:trasse innanzi a sè una sedia e li appoggiò alcannello. Aveva una voglia grande di sdraiarsi in una poltrona lungae sofficedalla stoffa liscia liscia di seta che scricchioladolcementeaffondando i piedi in un tappeto caldo e molle. Di questecarezzanti morbidezze egli le aveva parlato: e in quel dormiveglia unpo’ penosostringendosi tutta nella vesticciuola di lanaficcando le mani nella larghezza delle manicheper aver caldochinando il capo sul pettotutta raccoltaella pensava che dovesseessere di bellodi confortante quel nido caldoombrosoprofumatodove si affondava nella piuma e non si udivano rumori. Le ronzavanella testa la voce di luicosì soavecosì soavementre le parlava.

Nel dormivegliapensandosognandole pareva udire di nuovo quella voce profondatoccantecarezzevoleche alle più dolci parole dava un’intonazionemusicale: le pareva di respirare nell’ariaintorno a sèquell’odore frescoquasi giovaniledi violetta. — Unascossa nervosa la fece trasalirele fece aprire gli occhi: tremavadal freddoorain quella oscura stanza da pranzocon quellaumidità di novembre. Le mani bruciavanole braccia ledolevanoin una gamba sentiva un formicolìocome la punturadi mille spilli. Andò in camera suazoppicandobattendo identisi avvolse in uno scialle di lanaa quadrettini grigi eazzurriche era già stato lavato quattro volte. Oh! avesseavuto una pelliccia almenocome tante altre donne fortunate cheincontrava per il Corsotutte ridentichiuse ermeticamente nellarotonda nera che lascia vedere solo l’orlo del vestito; ma conTotonon era il caso neppur di parlarne. Costavanole meno carequarantacinque liresomma enorme. Uscire con la pellicciasarebbestato tanto bellotanto signorileanzichè con quel vecchiomantello di panno neroil cui passamano aveva perduto tutte leperline ed era diventato rosso. Allora una grande malinconia lainvase: la privazione delle cose ricche ed eleganti che aiutano efanno risplendere la bellezza feminile.

Aprì l’armadio deivestiti e si diede ad osservarli minutamentecon una cèraafflitta: quello di estatedi lanetta a grandi scacchi gialli everdiera troppo chiarodava troppo all’occhiola ingrossavaera troppo freddonon ci si poteva pensare. Quello di seta neralousava da quattro anniera liso su tutte le cuciturespecie nelbustodove le stecche di balena consumano maledettamente la stoffa;era troppo miserabilesarebbe parsa una straccionanon lo potevamettere. Non le restava che il suo vestito di lana foglia mortaquello che portava la sera primaal pranzoquello stessosemprequelloquell’unico. Non aveva altrodoveva da capo infilarsiquello e fare la medesima figura della sera primacioè quelladi una povera meschinache il marito tiene a stecchetto. Oh quelToto così taccagnocosì attento al centesimochediscuteva ore intiere sopra la spesa di una mezza lira! Quel Totocosì sospettoso di essere rubatoche riuniva la moglie e laserva nello stesso sospettoe le vigilavae le guardava con uncerto sorriso malignoil sorriso dell’uomo furbo a cui nessunola fache arrivava loro alle spalleimprovvisoquando parlavanosottovocein cucina — e loro che restavano interdetteChecchina pallida pallida e Susanna rabbiosa. Perchè nonglielo avrebbe fatto un vestito di casimiro nerodi quella bellalana fina che fa le pieghe così larghe e si tende sul bustocome un guanto e diminuisce le persone troppo grasse? Ma che! Ce nevolevano almeno dodici metria cinque lire il metroerano sessantaliree una ventina di lire alla sartafra spese e manifatturailmeno che si poteva — il casimiro si guarnisce da sè—dunqueottanta lireper una volta solama un vestito diquelli si porta sempreè sempre elegante e dura un secolo. Dadue anniogni tre mesi litigavano con Toto per questo vestito:

— Scusaperchè te loavrei da fare? Quelli che hainon ti bastano? sono tanti! Hai da farla bellina per me? Checca miaoramai ti conoscoti so moltoequesto civettìo non serve più.

— Allora io ho da andare comeuna straccionanevvero? E la gente attorno dirà che sei unmedico senza clienti e senza quattrini!

Ma non andavano più oltre leribellioni della natura flemmatica e timida di Checchina. Ella sistringeva nelle spallesi rassegnavaricadeva nella sua apatìariaccomodava i suoi vecchi vestitili faceva tingereli facevalavare. Ma oraora sorgeva ardentevivissimo il desiderio di questovestito nero. Le sarebbe andato così benetutto semplicecoibottoni di pastiglia neracol fazzoletto di velo bianco avvolto alcollocome un collarino monacalecon una di quelle spille d’argentoche sono formate dalle lettere di un nome: Fannyche Suscipile vendea buon mercato. E su la pelliccia e il cappello… comeera brutto il cappello che aveva! Era di paglia nera che avevaperduto il lucidofoderato di velluto nerocon una falda dritta eun’altra abbassatauna piuma nerapiccolapoverache avevaperduta l’arricciatura e pendevasfilacciatacome se avessepreso una grande bagnatura. Visto sulla testadi sotto in suilcappello non stava male: ma a guardarlo di dietroera una pietà.Eccoci sarebbe voluta una cappottina di velluto nerosempliceconun piccolo diadema e un gruppetto sollevato di pennine nerenienteche un fiocchettoe i nastri anche di velluto che si annodano sottoil mento: ne avevano tutte le modistedi queste cappottineecostavano da venti a venticinque lire. Col vestito nero e con lapellicciasarebbe stata una cosa meravigliosa. Ma nienteniente:ella non aveva niente di tutto questonon lo avrebbe mai avutotutto era inutiletuttotuttoera impossibile.

Ebbe una mezz’ora diannullamento nella desolazionementre in cucina Susanna grattava latavola con un grosso coltelloper raschiarne l’unto. Quelrumore monotonocontinuofinì con lo scuoterlacol darleanimo. Qualche cosa bisognava fare. Si mise a frugare nel cassettodell’armadiofra i vecchi fiori artificiali dai petalisgualcitifra le piumette rôse dai tarlifra i rotoletti distraccetti. Vi era una cappottina di raso nerodi due anni prima; laforma era troppo altasulle pieghe il raso mostrava la trama dicotonenon vi erano nè fiori nè piume. Ma scucendolaquesta cappottinae rifacendolanascondendo le pieghe consuntemettendovi la piuma del cappello rotondoche si poteva arricciarecon le forbicine poteva venir fuori un cappellino passabilemasenza le sciarpe. Subitopresa da una voglia di far prestosi miseall’operascucendoricucendopiegandoripiegando quel pocorasonon riuscendo a celarne le strisce consumateimpazientandosi.Ne venne fuori un certo coso informetutto sbuffi e gonfiamenti: mala penna avrebbe accomodato tutto questo. La tolse dal cappellorotondo e l’appuntò con gli spilli su quello cherifacevaper provare. Innanzi allo specchiosi guardavacon quelcappellino troppo piccolo sul capocon la penna che andava ditraversoe vedeva di aver fatto un pasticcio.

— Che fai qui? — chieseil maritoarrivandole alle spalle.

Ella si rivolse precipitosamentespaventata come se avesse commesso un delittoimbarazzata; con quelberretto sul capo.

— Che fai qui? — ripetèlui.

— Niente: provavo adaccomodarmi un cappelloperchè non ne hocome tu sai.

— Alle solitenehCheccamia? Sarebbe meglio pensassi alla minestra di cicoriache Susanna hadimenticato di metterci una cotenna grassa di maiale. E dire che losaiquanto mi piace la cotenna!

— Come ti pare questocappello? — chiese lei.

— E che vuoi che io necapiscadei vostri capricci femminili? So molto iodei vostricappelli!

— Ma puredimmeloToto —supplicò lei.

— Ti sta maleti sta maleecco tuttogiacchè vuoi la verità. Era meglio l’altro.

Ella si tolse lestamente di capoquel berretto strano e ne staccò la piuma.

— Ora non è tempo difar cotestoChecca — esclamò il dottorecon la suagrossa voce — ora si mangia.

A tavolamentre Toto tagliava illesso rassegnatoChecchina gli disse del mazzo di fioricome percasoguardando nel piatto.

— Giàtutti compagniquesti nobili — rispose il medico — tutti a un modo. Glidate un pranzo che vi costa su per giù un trentacinque liretanto che voi ci mangereste dieci giornicavate i quattrini dallevostre venechè vi sfacchinate dalla mattina alla seratoccando polsi di gente malataguardando lingue sporche e altre cosepiù sporche ancorainfine cercate di far buona figuradandogli da mangiarelui vienemangia il pranzo come se nullafossechi si è visto s’è vistola mattina dopoun mazzo di fiori alla signora!

— Così usaforse —disse ellaguardando nel bicchieredove vi erano poche gocce di unvinello bianco dei castelli.

— Usausa! Non mi parlare deiloro usidi questi aristocratici. Dammi quella trippa: èfatta col lardonevveroChecca? Usano una quantità discempiagginiquesti signori: i fiori costano tanto denaro e nonservono a niente. Ci voleva il cacio pecorinosu questa trippa.Susannaperchè non ce lo avete messoil cacio pecorino?

— Non avevo piùquattriniper comprarlo — gridò quella dalla cucinaconun grande rumore di forchette e di coltelli.

— Tutto avete speso?

— Tutto.

— Al solitosempre la stessaantifona! aveste mai un soldo da restituire!

— Ci è stata la manciaal cameriere del marchese — replicò la serva alacremente.

— Anche la mancia?!

Checchina ingoiò in frettaun bicchiere d’acquatutto intiero.

— Anche la mancia: ecco a cheservono i fioria farmi mangiare la trippa senza cacio. Ma se credecosì uscire d’obbligoil signor marchese! Debbono essereaffaridebbono essere clientiquelle trentacinque lire di pranzoch’egli s’è pappate! Vedremo se è galantuomoil signor marchese. Fruttada ierinon ce ne sono restate?

— No — rispose la moglie.

— Susannaporta allora lecaldarroste — gridò il medico.

Dopo pranzo egli si andò asedere nel suo scrittoioaspettando le consultazioni che avrebberodovuto esserci dall’una alle trema che venivano di radounaogni tre o quattro giorni: per lo più egli apriva un libro dimedicina e vi si addormentava soprasul seggiolone di pelle neracoi piedi sotto la scrivania. Checchina era restata a tavolapensandorompendo le cortecce vuote delle caldarroste in minutipezzettimentre Susanna sparecchiava. Nella stanza ondeggiaval’odore della cicoria bollita e quello della trippa in umido.

— Per la cena basteràl’arrosto di abbacchio e la insalata di patate? —domandò Susannatirando a sè la tovaglia e scotendolaper farne cadere le molliche di pane.

— Basterà — lerispose Checchinarestando ancora al suo postoincapace di levarsisuripresa da quel letargo della mattina.

— Ho parlato col padre Filenostamanea Sant’Andrea delle Fratte — riprese la servafamiliarizzandosiin quella benevolenza della digestione. —Quel santo sacerdote si lagnache lei non ci vada più spesso.

— Potevi dirgli che Toto cis’inquieta e mi grida.

— Gliel’ho detto che ilpadrone non ci credeperchè sa come è fatto dentrol’uomo e perchè vede morire di mala morte tanticristianiche Sant’Andrea Avellinoprotettore degliagonizzantici scampi e liberi. Ma già questi uomini sonotutti a un modo: stanno bene e si ridono della religione e peccanocome tante anime dannate — poiquando sono ammalatichiamanoDio e la Madonna... bastaho detto al padre Fileno che sarei andataoggi a confessarmi. Me le dà due ore di permessoquando ilsignore va a Santo Spirito?

— Non potresti andare un altrogiornovenerdì? — fece la padronacome sbadatamente.

— Nonogli ho detto chesarei andata oggi. Perchè vorrebbe mandarmici venerdì?

— Va’ pure oggifa’come vuoi — e si strinse nelle spallecome una persona che hafatto tutto quello che poteva.

Doporicucita la piuma sulcappello rotondoripose tutti quei cenciquei pezzetti di nastroquello scuffiotto di raso nerocon un sospiro. Giammai avrebbe osatochiedere dei quattrini a Toto. Si rassegnavasoffrendoin silenziopur di non udire quella grossa voce che calcolava il valore di unsoldo e gliene rinfacciava la spesapur di non udire le domandesospettose di Susanna. Ora rifaceva le iniziali rosse aglistrofinaccidove le aveva sbagliateal mattino. Non poteva pensarea quello che le mancava per essere vestita bene: non voleva pensarciper non affliggersi più. A che contristarsene? Solo unmomentoin due oresi alzò per vedere quello che faceva suomarito. Dormivarussava sopra un grosso librocon la boccasocchiusa e stortala testa china sopra una spallail panciottosbottonato che lasciava vedere la camicia bianca e la camicia diflanella. In cucina Susanna faceva dei piccoli buchi nella polparosea dell’agnello da arrostireper ficcarvi del rosmarino edel pepe. Poialle tre e mezzo Toto si svegliò di pessimoumorechiese il soprabito pesanteil fazzoletto da collo per quandousciva da quel maledetto ospedalebestemmiò la professione dimedicochi l’aveva presa e chi la prendevae se ne andòsbattendo la porta. Checchina tacevacome semprequando lo udivagridare. Poi Susanna si mise il vestito di lanetta marronecolormonacaleil velo nero sul capolo scialletto nero sulle spalle evenne a salutare la padrona.

— Raccomandami a Dio — ledisse costeisospirando.

— Indegnamente — risposel’altratutta compunta.

Finalmente era solaper due oredi poter andarevenirepensareliberaalmeno in questo. Ora piùche mai le bruciava dentro la ferita del non aver vestiti. Quelleprincipesse che ne cambiavano tre al giornole cui camerierevestivano con maggior eleganza di leiChecchina! Quelle principesseche certo visitavanonelle ore dei convegnil’appartamento delmarchese d’Aragona! Ella doveva andarci cosìcome unastraccionacon quella roba vecchia di cui si vergognava?

Una forte scampanellata la scosse:restò interdettanon osando aprireguardandosi intornoritta in mezzo alla tela gialla degli strofinacci. Chi poteva essere?Suonarono di nuovopiù forte. Bisognava aprire. Finìcol chiedere a voce tremantedi dentro:

— Chi è?

— Amici; apriCheccasonoioIsolina.

— Ah! sei tu — disseCheccacome delusaaprendo.

— Solaeh? Quanto mi fapiacere! Un bacioneanzi due su questa bella faccia pallida. Chehaicore mio?

— Niente: non ho niente.

— Hai avuto paura che fosseroi ladri? Si sentono tanti brutti raccontiche io faccio sempredomandare chi èda Teresa. Già Teresa ha sempreda chiacchierarefuori la porta: ora con un bimboora con unadonnaora con un vecchio: è una disperazione.

— Come sei bellaoggiIsolina!

— Non ti pare? — e silevò in piediper farsi veder bene.

— Tutto per Giorgiotutto perquel caro amore mio — ripresesedendosi.

— Sei ancora da luioggi? —chiese l’altradopo una esitazione.

— Ancorasempre che possoappena ho mezz’ora di libertàscappo da lui. Oggivedisapevo che mio marito usciva alle cinque; gli ho scrittoa Giorgioche sarei andata dalle cinque alle sei. Saisono le ore miglioriper gli appuntamenti. Invece quella bestia di mio marito va via alletre e mezzo e io perdo un’ora e mezzo. Giorgio non andràa casa sua che alle cinque meno cinque minuti. Ho pensato: ora vadoda Checca e sto un po’ con lei: mi servirà anche discusase mio marito dovesse domandarmi dove sono stata. Se tudovessi vederlogli dirai che sono stata qui fino alle sei. Traamichesai...

— Glielo dirò — esorrise lievemente. — Questo cappello è nuovonevvero?

— Sìnuovo: figuratinon l’ho pagato ancora. Ma la Coppi mi conoscemi aspetterà.Avevo dei quattrinima ho dovuto comprare le scarpette.

— Queste quilucidedorate?

— Queste quicore mio: nientemeno costano sedici lireda Carducciun orrore di prezzoma vediche tacco altoche impunturache punta sottile!

— Sono bellissime.

— Giorgio adora i piedini bencalzati. Se tu sapessicome sono stranigli amanti! Io avevo deifazzoletti semplicidi tela biancacon una lettera Iricamatami restavano del mio corredo. Che! niente affattoGiorgiovuole che io porti i fazzoletti di batistacon un merletto intornocome questo.

— È bellissimo.

— Costa cinque lire. Poichègli piace di fare lo scherzettodi stringere le mani nel manicottoho dovuto comprare questoper nove lire. Ti piace?

— È bellissimo.

— Non puoi crederecome sispende: è una rovinaninuccia mia. Faccio una quantitàdi pasticcid’imbroglidi debitiuna cosa da impazzire. Oraper tutta questa roba che mi servivaho pigliato sessanta lire inprestitoda una donna che conosceva Teresache dà il denaroa usura. Invece di sessantadebbo restituirne centoventiil doppioa sei lire la settimana. Il brutto è chese non si paga ognisabatoquella strega vienesi siede in anticamera e aspetta.Giustoquesta prima settimana non ho avuto da pagare. Che ci èvoluto per mandarla via! Ho dovuto pregarlagridava...

— Povera Isolina!

— Che importa? Per Giorgiofarei tutto.

— Dicevi che questa donnapresta denari?

— Ti serveforse? —chiese Isolinaalzandole gli occhi in volo.

— Nono... dicevo per dire.

— Credevo... Ma èdifficilissimo averne. Per nullaminaccia di parlare al marito: unascellerata...

— Per carità! Anchequello spillo è nuovo?

— Sìl’hocomprato ieri. Ora si usano i ferri di cavallosono in gran moda. Lesignore lo hanno in brillantiio l’ho in argento. Non importanon vorrei avere i brillantivorrei almeno avere un orologettod’orouno di quei piccolinisaicome un medaglioncino. Nonpuoi credere che è di terribile non aver l’orologioquando si ha l’amante! Si sbaglia già sempre l’ora.Arriviè troppo prestonon vi è: è una mortelenta. Arrivi tardiè passato un quarto d’oraper unaltro quarto d’ora egli ti porta il bronciogli uomini siseccano di aspettare. Sei da luiogni cinque minuti gli domandi: cheora sarà? Quello s’irrita di questa domanda. A casaritorni sempre in ritardocon una cèra sbalordita che èun miracolo non ti tradisca. Dio mioche farei per avere unorologio! Adessoper esempioche ora sarà? Sono o non sonoancora le cinque?

— Io non so: non ce l’hoiol’orologio.

— Vedinon so se andare o no.Bastacaraè meglio che me ne vada. Vieni da mepoiungiorno?

— Certoverrò.

— Fammelo sapere almeno. Magiànon ci credo. Resti solaoraqui?

— Sola.

— E che fai?

— Nulla.

— Buon tempo perduto! Unbaciocara. Purchè io non incontri nessuno!

Quando fu solanell’ombra delcrepuscoloChecchina si mise a piangere. Ella non aveva nèscarpette doratenè i fazzoletti di batistanè ilmanicottonè lo spillo a ferro di cavallonèl’orologio. Piangevapoichè non aveva niuna di questecose che servono all’amore.



V

Ma nel silenzio delle nottivegliate accanto a Toto che dormiva e russava profondamenteinquelle lunghe ore di lievi e brevi assopimentidi sussulti nervosidi intervalli insonniguardando la striscia di luce che entravadallo scuretto socchiusoche Toto lasciava così per potersisvegliare prestissimoal mattinotalvolta soffocando di caldo sottola coperta di bambagia tesa come una tavolatalvolta non potendoarrivare a scaldarsi fra quelle glaciali lenzuola di telaChecchinasentiva crescere in sèdi nuovoil desideriovivofortedi andarequel venerdìdalle quattro alle seiinquell’appartamento di via Santi Apostoli. Nella nottenellasolitudinefissando gli occhi ardenti che l’insonniaspalancavanelle tenebreella si sentiva piena di coraggio. Questogrosso uomo che russava in tutti i tonie ogni tanto si rivoltavasotto le coperte di un botto solocome mosso da un saltaleonenonle faceva più paura; per quanto tendesse l’orecchiononle riusciva udire il respiro di Susanna che dormiva in uno stambugioaccanto alla cucina. I suoi due nemici non le parevano piùterribili. Andaresìdoveva andarepoichè avevadetto sìquella seraquando egli l’aveva baciata.Infine che ci voleva dal Bufalo sino a via Santi Apostoli? Civorranno forse dieci minutia piedi. Nopiùce ne vorrannododici. Dal Bufalo a Santi Apostoli si fa una via scorciatoiatuttaa tratti brevi: si sale pel Nazzarenosi discende per via dellaStamperiasi passa accanto alla fontana di Trevis’infila ilvicoletto di San Vincenzo e Anastasiopoi un pezzetto dell’Umiltàl’Archettoe si è subito a Santi Apostoli. Un quarto dioraforseci si metteràandando piano per non darenell’occhio. A fare il giro lungoper il Pozzettoper ilCorsoper san Marcelloci sarebbe voluto mezz’ora; tanta genteè sempre per il Corsoche vi urtache vi fermache vi fainciampareche vi fa ritardare. Meglio andare per le strade interne.E con la lucidità di visione dei cervelli che la veglianotturna esaltaella si vedeva partire di casaalle quattrosorridendo un poco per la burletta che faceva a Toto e a Susannalaserva che si vantava di essere tanto furbacamminando pianopianoguardando le bottegheil dolciere Pesoli in via della Stamperiailcartolaio sulla piazza di Trevile colombelle che svolazzanoaltesulla fontana; si vedeva camminare più prestodopopoichèera già lontana di casa sua; si vedeva scantonare in via SantiApostoliguardando distrattamente i numeri delle case; si vedevaentrare in casa di luiche l’aspettava... qui tutti i suoinervi tremavano in una vibrazioneed ella nascondeva la faccia nelcuscino.

Sìtutto le pareva faciletutto le pareva semplicetutto le pareva vicinopossibilenellanotte che eccita le forze dei temperamenti flemmatici. Progettava:domani faccio una grande scena a Toto e gli cavo dei quattrinicompro almeno dei guantigli stivaliniil manicotto. Oppuredomanivado da Isolinami faccio accompagnare dalla Coppiche mi facreditoe compro un cappellino; poiquando sarà a pagareper forzaToto strilleràma dovrà cavare i quattrini.Oppure: domani vado da Isoliname le butto nelle braccialeracconto tuttoe la prego di chiedere per me quattrini a quelladonna che ne presta; poiin qualche modopenserò a pagare.Oppure: se per un giorno Isolina fosse tanto buona da prestarmi laroba sua? È verosono più grassa di leima le spallehanno la stessa misura e basterà slargare l’abito allacintura e sui fianchi: il piede lo abbiamo lo stessomi pareforseè un po’ più piccolo il mioma le sue scarpettemi vannole sono tante assestate! Domanidomani ci vado e le dicotutto. Le pareva di avere una forza nuova che non aveva mai sentitoin sèun coraggio grandeun’audacia che fa superareallegramente qualunque ostacolouna volontà così fermache nulla poteva vincerla o spezzarla. Rideva di orgoglionellanottesollevando le spallecome se volesse provarsi ad alzare unpeso immensoper giuocoper provare le sue forze. Poidopo averrifatto venti volteampliandololo stesso progettovedendolo tuttoaggiustatotutto prontotutto belloella arrivava sempreall’estremo del suo sognoa quell’arrivo in quella casada lui che l’aspettava... e tutto s’inabissava in unaconfusione di fantasie sognanti le sensazioni della mitezza ombrosadella mollezza caldadel silenzio profondodella carezza voluttuosadelle cose ricche e belle.

Ma l’alba la buttava in unsonno plumbeoda cui invanoper mezza oratentavano di destarlagli strilli e i borbottamenti di Toto. Si levava spossatacon labocca amara e pastosaesaurita dall’insonnia. Ogni mattina Totogliene inventava una.

— Sarà stata labraciola di maiale che t’ha fatto maleChecca mia.

— Se ti senti maleperchènon prendi il citrato di magnesia effervescente? È una bibitapiacevole e ti spazza lo stomaco come una scopa.

— Checca miapiù tiguardo e più mi pare che tu debba avere della coprostasi:perchè non ti decidi addirittura per un po’ d’oliodi mandorle? Fresco spremutoda Garneriè una bellezza.

— Sìsìloprenderò — mormorava leichinando il capo.

Così dal mattinolentamentesvaniva la sua volontàla sua forzail suocoraggio. Invano tentava di ritrovare l’audacia delle veglienotturne. L’idea di chiedere denaro a Toto le erainsopportabilenon avrebbe saputo donde cominciare ed egli avrebbefinito col non darle un soldo; cercava di rianimarsidi mettersi super parlarema le parole le morivano sulle labbralo lasciavauscire senza dirgli nulla. Susanna le pareva l’altro ostacoloinsormontabileera sicura di non poterla ingannarequella servadiffidentesospettosadallo sguardo scrutinatore di beghina. PerIsolinale veniva una vergogna grande di quella confessionenon peraltroperchè le pareva brutto narrare la sua miseriala suainabilitàla sua inesperienza. Come avrebbe avuto il coraggiodi presentarsi dalla Coppi per avere il cappellino di velluto? E sequella glielo rifiutava? sarebbe stata una mortificazione da nonpotersi sopportare. Nella sua vitanon aveva mai piantato debitidalla modista o dalla sartacon lo istintivo orrore del debito che èin tutte le tranquille coscienze borghesi. E quell’altra donnal’usuraiaIsolina glielo aveva dettoera una streganon sipoteva combinare nulla con lei. Non vi era da fare nullanulla.Mentre macchinalmente levava la polverein salottodal servizio ditazzedalle bomboniere e dal piattino di frutta artificialimentreaiutava Susanna a pulire i broccoli per la minestramentre rimettevala pedana di mussola a una sottana tutta sfilacciata sull’orlomentre versava l’acqua calda sul marmo della toilette evi strisciava su un pezzo di potassa per cavarne le macchieellademolivain sèsilenziosamentetutti i progetti dellanotte. Le parevano un sognouna pazzia. Financo l’itinerariocosì semplicedi nottele sembravadi giornotutta unaconfusioneun imbroglio; ella avrebbe certo smarrita la via. Quandoveniva la seratutto era crollatotutto era cadutoin polverescomparso; ella non aveva osato pronunziare una parolafare un attonullanulla che la riavvicinasse ai suoi progetti. Ed era anchesicuraquel giornodi perdersi per la strada. Sentivaalla finedella giornataacutamente il dolore della propria inerziasentivatutta l’amarezza di una disfatta ingloriosain una battagliadove ella non aveva avuto il coraggio nè di attaccarenèdi difendersi. Dentro di sèsi lamentava ingenuamente deifatti che accadevanodelle cose che la circondavanodelle personefra cui vivevadi sè stessa che non sapeva far nullache eraimpotente a tutto.

In questo stato di coseconl’esaltamento della fantasia nella nottecon l’assolutamancanza di volontà nel giornovenne il venerdìmattina. Ella non aveva deciso niente. Alle quattro doveva andarepoichè gli aveva detto di sìquando egli l’avevabaciata. Comein che modo non sapeva. Quella mattinapiù chemaiToto le parve strillonecollericotaccagno: voleva lasciaredue lire e cinquanta per la spesacon la scusa che non aveva altrispiccioli. Quando Susanna ricordò al padrone cheessendovenerdìdoveva lasciare altri venticinque soldi per lalavandaia che avrebbe portato i panni dal bucatone venne una litefra la serva e il padrone. Toto era seccatoera seccatocapitediqueste continue spese straordinarieogni giorno una cosa nuova;bisognava chiedere il permesso alla signora del terzo piano disciorinare la biancheria sul terrazzogià vi era la fontanasi poteva da ora innanzi lavare in casa. Susanna rispondeva che nonci era avvezza a stare una giornata con le mani nell’acquaecheper otto lire il meseanche troppo ci rimetteva la salute.

— Otto lirecol trattamento —gridava continuamente Toto.

— Bel trattamento!

Quando se ne fu andatodopo avercavato a uno a uno i venticinque soldiSusanna soggiunseaconclusione:

— Oggivenerdìtredici: sta Cristo mortoper terraper i peccati nostri.

Checchinache non aveva apertoboccatrasalì. Anche la dataa cui non aveva pensatounadata fataleuna combinazione strana di numero e di giornata. Unapaura dell’ignoto le nasceva dentroquesto appuntamento giustodi venerdì nel giorno trediciquando il proverbio dice chenon si sposa e non si partee la religione stabilisce il venerdìcome giorno lugubrein memoria della morte del Redentore. Andòin cucinagironzò un momento:

— Brutta giornataoggi —disse.

— Dio ne scampi dallatentazione — rispose la serva. — Se dicessimo il piccolorosario delle anime del Purgatorioquello a tre decine di avemmariecol requiem aeternam invece del Gloria Patri?

— Diciamolo pure.

Alloramentre Susanna versava inun piatto le lenticchie per la zuppa e vi soffiava dentroscotendoleper farne andar via la polveree poi le scostava colditoper toglierne i sassolinile pagliuchelle — mentreChecchina metteva un mucchietto di bicarbonato in un pezzetto ditelane faceva un batuffoletto annodato col filoper metterlo abollire con le lenticchieperchè cocessero più prestole due voci si elevarono monotonesenza intonazioni specialisenzainflessioninell’abitudine della preghieranella indifferenzadella preghiera quotidiana. Alla fine Checchina dètte in unsospiro di sollievoquasi che quel senso di paura superstiziosa sifosse dileguato. Cristo doveva essere placatoin quel giorno fatalepoichè gli avevano detto il rosario: Cristo doveva aiutarla intutto quel venerdìin quello che essa desiderava. Da questointerno convincimento ella trasse un po’ di coraggioper dire aSusanna:

— Puliscili tuoggii lumifammi il piacere.

Le faceva schifooratoccare quelcencio sporco e passare mezz’ora a rigirare lo spazzolinorotondo dentro il tubo. Susanna acconsentìsenza dire nulla.Allora Checchinain sèdiscoraggiatacosìcome separlasse fra sè:

— Voglio andare da Isolinaoggi. È venuta tre o quattro volteda me.

L’altra non risposeoccupataa risciacquare certe stoviglie.

— Ci potrei andare quando Totova a Santo Spiritoper la visita della sera... verso le quattro.

— Fossi in leivedanon ciandrei — disse la servarivoltandosiimprovvisamente.

— E perchè?

— Perchè quella lìtutti lo sannoè una gran peccatrice avanti a Dio e avantiagli uomini.

— Ma no... povera Isolina...

— Sìpovera Isolina!Bella povertàche sta dalla mattina alla sera immersa nelpeccato! Come se non si sapessero tutti gli orrori che commette! Soloquel babbeo del marito non sa niente: ma ci dovrebbe essere un’animacristiana che lo avvisasse.

Checchina guardò la servacon aria spaventata.

— Mi ha fatto tre o quattrovisite — ripetè poiostinandosi — dovrei farglieneuna oggi.

— Ehci vada purepoichèle fa tanto piacere. Scommetto che se se ne confessa a padre Filenodell’amicizia che ha con la signora Isolinail padre glielaproibiscesotto pena di non darle l’assoluzione.

— Per oggi solo... —disse l’altratransigendo.

Nel dopopranzovi fu unavvenimento. — Venne un clienteun provinciale febbricitantelo mandava il marchese di Aragona. Toto si dètte da farechiuse la porta dello studiolo interrogò lungamentegliscrisse una lunga ricettalo trattenne per un’ora. Checchinapasseggiava su e giùmorendo d’impazienza. Ilprovinciale lasciò cinque lireun prezzo insperato pel dottorPrimicerioa cui davano ordinariamente due lire. Toto venne fuorientusiasmatocon quella carta sudicia di cinque lire.

— E unaChecca mia! Questomarchese è una gran brava persona: vedraivedraine verrannodegli altridi clienti e di carte da cinque. Lo diceva ioquestinobilisono incapaci di tenersi una gentilezza. Sono le treèmeglio che mi vestaper andare all’ospedale. Vedici sonodelle soddisfazioni a fare il medico.

Mentre egli si spogliava perrivestirsiella lo seguiva passo passocome per aiutarlo.

— Sei contentaChecca?

— Contenta.

— Cercherò di vederloquesto marcheseper ringraziarlo. Chissà dove abita! Infine èun galantuomo. Non ti pare?

— Mi pare.

— Se lo vedogli dico diritornarequia trovarciqualche seradopo cena.

— Diglielo pure.

Il dottore se ne andòfischiando un’ariettatutto felice della professione che avevapresacompatendo tutti gli altri infeliciavvocatiingegneriprofessori. Allora Checchina cavò fuori il vestito fogliamortail cappellinoil mantelloi guantiprese un fazzolettopulitodi telae adagiò tutto sul letto. Dal mattino Susannal’aveva pettinataella ripassò il pettine nei capelliper lisciarli un poconon volle richiamarla per farsi pettinare dinuovonon ne ebbe il coraggio. Poi cominciò a vestirsilentamenteguardandosi molto nello specchioscoprendo che aveva tremacchie di lentiggini sotto l’occhio sinistro: ma a una certadistanza non si vedevano. Ella detestava tutta quella brutta roba chesi metteva addosso: il busto dell’abitoeccoslargava troppoalla cintura e serrava sul petto da soffocarla. Non se ne era maiaccortaoggi se ne accorgeva. Un guanto era scucitoperdèdel tempo a ricucirlo e non aveva filo nero; lo ricucì colfilo grigionon ci sembrava troppopoteva andare. Provò dueo tre volte il cappelloper dargli un’inclinazione diversamafinì col metterlo come lo metteva sempre. Si guardòun’ultima volta nello specchio e le parve di fare una figuramolto meschinamolto miserabile: maoramaiche poteva farci più?Lentamente si avviòstretta nel mantello: entrò incucina.

— Esce? — domandòla serva.

— Vado da Isolina.

— Piove — disse l’altrabruscamente.

— Comepiove?

— Non se n’era accorta?Piove da mezz’ora.

Checchina andò alla finestradella stanza da pranzo: il cortile era tutto bagnato. Ma potevanoessere anche le fontane: andò alla finestra del salottol’unica che dava sulla via. Pioveva propriofino finosenzascroscioma continuamente. Ella aprì i cristallimise unamano fuoricome se non credesse ai suoi occhi: il guanto sipicchiettò di goccioline di acqua. Sedette un momentoquasile mancassero le forze. Poi si alzò:

— Piglierò l’ombrello— disse alla serva.

E ambedue lo cercarono da per tuttoquest’ombrellol’unico di casauno di quelli da sei liree cinquanta.

— Stava dietro l’armadio— continuava a ripetere Checchinacome un pappagallo.

— Stavastavama non ci è.

E frugavano ancoraguardando inogni postoanche dove non poteva staresotto il lettodentro lacredenzanel cassetto dell’armadio. Nientenon vi era.

— Guardiamo bene — dicevaella ancoraostinata.

— È inutile guardarenon vi è. Lo avrà preso il signorevedendo che volevapiovere. Se ne rammenta leise il signore l’avesse messo sottoil bracciol’ombrello?

— Non me ne rammentonon hoguardato.

— Bèlo avràpreso luiè inutile perdere la testa più.

E se ne tornò in cucina.Purecon la cocciutaggine nervosa di chi vuol ritrovare a ogni costoun oggetto perdutoChecchina cercò ancorarivolgendo certeocchiate smarrite a tutti gli angoli dove l’ombrello potevaessere. Nienteniente. Ritornò alla finestra; pioveva piùforteorala fontanella che sta all’angolo del Pozzettorigurgitava di acquapassavano certe cappe di ombrelli lucide dipioggiasotto cui si movevano certe gambe dai calzoni arrovesciati edalle scarpe infangate. Pioveva: non si poteva usciresenzal’ombrello. Per prendere una carrozza ci sarebbero voluti sedicisoldi e forse una liraperchèdi questi tempi cattiviicocchieri romani sono tanti ladri. Pioveva sempre e i vetri siappannavanoella non vedeva più chi passava per la via.

— Maddalena ce lo avràun ombrello da prestarmi? — chiese alla servarientrando incucina.

— Maddalena? Ce lo avràdi certo: ma io non glielo chiedo. Sono due giorni che quella bruttastrega non mi salutaquando passo.

Checchina voltò le spallesenza dire altroaprì la porta e discese le scalecome unautoma. In verità le salivano le lagrime agli occhi perl’umiliazionema cercava di non piangere.

— Maddalena miaio ho dauscireper vedere un’amicala signora Isolinaper un affare;piovee Toto s’è portato l’ombrello. Per favoremelo prestereste l’ombrello vostro?

— Con tutto il cuore e che leparesignora mia! Si trattasse di quella beghina falsa di Susannadirei di nochè quella non darebbe un sorso di acqua a unmoribondo. Ma per voicara signora mia! La disgraziavedeteèche non ce l’hochè mio marito se l’èportato via da stamane e io avevo da andare ai Coronari e nemmanco cison potuta andare. Se aspettate che torniall’Avemmaria...

— GrazieMaddalenanonimporta.

— Poco ci può mancareuna mezz’oretta.

— Non importanon importa...

— Che vi ho da faresignoramiala buona intenzione ce l’ho...

Checchina dette un’occhiatasulla via. Pioveva semprema meno di prima. Se ne risalìsopra pian pianodecisa ad aspettare che cessasse di piovere.Infinenon doveva esser molto tardi: egli aveva detto dalle quattroalle sei. Ma non aveva l’orologio. Dietro i vetririttacompresa da quella umidità crepuscolareguardava dirimpettonel vano nero di una finestrase le goccie di pioggia sidiradassero. Non aveva idea più dell’oraniente. Fino achea poco a pococessò di piovere e ella si avviò.Alla porta sonarono:

— È la lavandaia —disse Susanna.

— Ora ho da uscire —rispose Checchina.

— E che ci vuolea legger lalista? Quella non se ne va e lo sapeteche io non so leggere.

Ma la cosa tirò in lungo. Lalavandaia cominciò a lamentarsi del cattivo tempo che non lepermetteva di far asciugare i pannia scuotersi l’abito che eratutto bagnato. Checchinarittapresso la tavola da pranzosfogliava con le dita tremanti il quaderno delle listenon trovandola giornatamentre la lavandaia faceva dei gruppi separatiungruppo le lenzuolaun altro le camicieun altro i tovaglioliunfascio i fazzoletti e le calze. Cominciarono a verificarema lalista non combinava. Checchina aveva sbagliato il foglioera unavecchia listabisognò ricominciare dal principio. In ultimorisultò che mancava un lenzuolo e che un fazzoletto era statoscambiato. Qui la lite fu tra Susanna e la lavandaiapoichèquesta diceva che il lenzuolo non lo aveva avuto maie Susannasosteneva di averglielo consegnatocon le proprie mani.

— Ci è scritto? —domandavagridando alla padronala serva.

— Ci è scritto —rispondeva Checchina macchinalmente.

— Ebbeneci deve essere.

La lavandaia scoteva il capopococonvinta. Essa non perdeva mai nientenon aveva che quattrofamiglietutti erano sempre soddisfatti della sua esattezzaavevaconsegnato le tre altre partitenon vi era nulla di soverchio.

— Guardate bene nell’armadioil lenzuolo ci saràio non l’ho avuto — continuava.

Finalmenteguardando beneillenzuolo fu trovatoarrotolato nella coperta bigia da stirare.

— Come è che lo hascritto? — chiese la servamortificataalla padrona.

— Non so.

Poi venne la questione delfazzoletto scambiatoChecchina non aveva mai avuto fazzoletti con lalettera Rdiceva Susanna. Ci volle del bello e del buono perconvincere la lavandaia a riprendersi il fazzolettoper cercare sefosse di qualcun altroa cui avesse dato quello della signora. Essanon perdeva mai nullas’era visto col lenzuolo chepoidopotante litiera in casa: anche questo fazzoletto scambiato dovevaessere un errore. Infine lo portava viaavrebbe vistonon era puntosicuraavrebbe riportato indietro quelloche non era mica cattivotutto di tela e grande. Al momento dei soldifu il difficile: lalista era di trentadue e Susanna non ne aveva che venticinque. Lalavandaia li voleva tuttinaturalmente; aveva da comprare il saponeleied era una pietà dover lavare d’invernonell’acquagelata. Checchina stava a sentiresenza intervenireimmobilel’occhio distrattocalcolando mentalmente che ora potesseessere. Tanto chequando finalmente la lavandaia fu andata viaborbottando ancoraSusanna si lagnò con la padronache lalasciava sempre sola nelle questionia combattere per gl’interessidi casache finalmente a leiSusannanon gliene avrebbe dovutoimportare nienteche tanto nessuno gliene teneva contoneppure ilsignor padronequello là meno di tuttipoi. Checchinasenzadarle rettaandò a vedere se piovesse. Non piovevama eragià scuroaccendevano i lampioni. Esitò un istantepoi si decise. Non doveva essere tanto tardid’inverno legiornate sono così brevi! Poteva andare ancora.

— Va sola? — chieseSusanna.

— Sola.

— A quest’ora?

— Non è tardi.

— Non sarà tardima èscuro.

— Che fa? È tantovicinaPropaganda!

— Scusima non convieneproprio a una donna onesta camminare solaa quest’ora. Giranotanti malintenzionati! E poiè proprio l’ora per esserepresa per una di quelle.

— Quando una va per la suavianon le accade niente.

— Lo soma se il dottore sache lei è uscita solaa quest’orava sicuramente incollera e se la piglierà con meche non dovevo lasciarlaandar via così.

— Avevo promesso a Isolina...

— Bèfacciamo cosìora mi vesto in un minuto e ce l’accompagno iodalla signoraIsolina. In due non ci diranno nienteeppoiso rispondere ioaglisfacciati.

— E in cucina chi ci baderà?

— È tutto prontocoproil fuoco con la cenere e sono da lei. Aspetterò in anticamerache lei abbia fatto la sua visita; mi dirò un altro rosarioper non parlare con quella sciagurata di Teresache non èaltroche la Madonna le tenga la mano sul capo.

Checchinaperdutasi sedettenella stanza da pranzosenza saper che cosa fare. Udiva Susanna chesi moveva nello stambugiourtando alle paretiper far prestoindossando il vestito di lanetta. Non era più possibileimpedire a Susanna di accompagnarla. Oradoveva andare da Isolinasino a Propaganda: e restar lì a far la visita. Era statapresanon era possibile liberarsi di Susanna. Uscironotirandosidietro la porta: Checchina camminava fiaccamentecome se il terrenofangoso la trattenesse. Davanti alla chiesa di Sant’Andrea delleFratteSusanna si segnò. Isolina non vi era. Checchinarespirò.

— Meglio così —mormorò la serva. — Andiamocene.

Se ne tornaronosempre insilenzio. Al portone Maddalena fermò Checchina:

— Se lo voleva l’ombrelloNino era tornato dalla fabbrica...

— Non serve piùgrazie— rispose Checchinacon molta dolcezza.

— Tantosu da leiètornato anche il signore.

— Ah! — fece l’altrasemplicemente.

Nè salì più infretta. Toto era rientratoaprendo l’uscio con la sua chiave esi cambiava le scarpe.

— Sei uscita con questo tempoChecca?

— Non piovevaquando sonouscita.

— Dove sei stata?

— Da Isolina.

— E che fa?

— Niente: non vi era.

— Ci potrai tornare.

— Già.

— Io sono stato all’ospedale:poco da fareuna lussazioneuna gamba rottanull’altro. Ne hoprofittato per andare sino al Caffè di RomasaialCorsoper vederese ci fosse il marchese d’Aragona...

— Con la pioggia sei andato?

— Avevo l’ombrello. M’eroricordato che il marchese d’Aragona mi aveva detto che pranzavaqualche volta a quel caffè. Ho preso un caffè:accidenticosta cinque soldi e uno di mancia al cameriereche haanche fatto il muso storto. Non l’ho trovato il marchese...

Seguì un silenzioella sisvestiva lentamenteriponendo man mano la sua roba. Quando fu adabbottonarsi la giacchetta di casa domandò:

— Che ore sonoToto?

— Le sei.

Ella voltòper un istantela faccia verso la parete.

 



VI

Susanna cavava la roba che avevacomprato pel pranzodal grande fazzoletto di cotone rossoe andavadicendo:

— Questi sono i cannellonifatti a manodue libbrecome mi avete detto; queste sono lesardelle da cucinarsi in tegame con oliomollica di pane e origano:si vendevano a sedici soldi il chiloho dovuto gridare per averle aquattordici; questo è un fascetto di pomidoroper la salsadei cannelloni…

— E questoche è? —chiese Checchinache guardava e ascoltava ancora spettinatatantopallida che pareva gialla.

Allora Susanna tirò fuoriqualche cosa di biancouna cartauna lettera che si era bagnata emacchiata di sugo rossostando tra il fascio di pomidoro afiaschetti e un mazzetto di agli.

— È una lettera —disse la serva; — me l’ha data il postino per lei.

Sulla busta di carta inglesediceva: Signora Fanny Primicerio; giusto una macchia era sul nome el’aveva insudiciato. Dentrodiceva: "Quanto siete statacrudeleoggi! che vi avevo fatto per farmi soffrir tanto? Vi hoaspettato dalle tre alle settespasimando. Verrete domani? Siatebuona con me infelice. Mi avevate promesso di venire; venite. Viaspetterò di nuovosolobella creatura destinata all’amoreinvocandovi col desiderio. Ohnon mancateve ne scongiuroinginocchio — Ugo di Aragona."

D’un trattodopo la letturaa Checchina parve di vederselo inginocchiato innanziil bel marchesed’Aragonain quella cucina umida e buia; e cominciò atremare tutta e tutto le girò intornovorticosamentelacasseruola sul focolarela graticola sospesa al muroi ferri dastirare poggiati sull’orlo della cappa del camino— e ilrumore della fontanella che sgorgava nello sciacquatoiole parve unatempesta.

— Ora casco a terra —pensò tra sè e si appoggiò alla tavola.

— Ha freddo? — disse laservasentendola battere i denti.

— Sìho freddo —mormorò la padronaficcandosi la lettera in tascaistintivamente.

— Fuori non ne fa tantoèscirocco. Fosse per caso pena di stomaco? Vuole che le frigga duesardellecosìalla lesta?

— Nono — e se ne andòlentamente in camera suatenendo sempre la mano in tascasullalettera. Ma per lungo tempo non osò rileggerlatemendo chesopravvenisse Susanna e la sorprendesse. La serva scopava nella salada pranzo e Checchina aveva paura financo che ella si accorgessedello scricchiolìo della carta. Poiebbe una idea: prese illibro delle orazionivi mise la letteravoltò due o trefogliettipoi aprì la lettera e la lessecome se leggesseuna pagina di preghiera. Oh quella bella letteracon quella coronadi marchesesemplice semplicescritta con quel caratterino cosìsottilecosì signorilecon l’inchiostro azzurroasciugato dall’arena di oro! Le parole si allungavanolanguidamentevoluttuosamentetenendosi per manolegate da certelineette esili esili; e sotto la grande firmachiara e largacomesonante e squillante. Due o tre volte ella ripetè sotto voce:Ugo di Aragona. Poida quello che egli diceva nella letteralepareva partisse una musica dolorosache la faceva struggere dicompassionecome per una grande sventura che gli fosse accaduta. Lepareva di udirle da lui quelle malinconiche parolepronunziate conuna mestizia nella voce: le salivano le lagrime agli occhi. Poil’impressione si calmò— e le rimase in mente solola cifra: egli aveva aspettato dalle tre alle sette.

Mentre la pettinavaSusannacontro il suo solitotacquee Checchina ebbe paura di quel broncio.Che poteva essere?

— Mi ha scritto Isolina…— insinuòsenza far mostra di nulla.

Susanna non rispose.

— Per dirmi che ieri non vieraa causa di una sua zia che era ammalata.

E respiròdopo lacomplicata bugia:

— Sarà stata una ziamaschio — borbottò la pinzocchera.

Ma non smise il broncio: invanoChecchina le gironzò intornopresa da un’inquietudineche sino allora non aveva mai provata. Susanna non aveva voglia didiscorrere. Poi l’inquietudine di Checchina crebbe: se labeghina parlava della lettera a Totocome avrebbe fatto ella? Estringeva la lettera in tascafra le ditaconvulsamentecome seavesse voluto stritolarla: ma di stracciarla non aveva il coraggio.La lesse una terza voltaaprendola in un cassetto del cassettonesopra un mucchio di tovaglioli: voleva impararla a mente e poilacerarlama ci si confondevale frasi si arruffavano nel cervello.Pensò un momento di nasconderla in qualche postoma dove? Delcassettone e dell’armadioToto le chiedeva ogni momento lechiavi per prendere qualche cosa; la tavola da pranzo aveva icassetti col pomo di legnosenza serraturae il tavolino da giuoconel salottonon aveva cassetti. Era inutileera meglio tenerla intascastava più al sicuro: ma a pranzoper la inquietudinecrescentevisto che Susanna conservava quel suo viso incollerito equel silenzio dispettosoChecchina non mangiò che pochissimo.Ogni tantonervosametteva la mano in tasca a tastare se vi era lacartae non cavò mai il fazzolettoper timore di trarlafuori inavvertitamente. Ma la serva non parlò e Toto nonlitigòper miracolo. Era stanco come un facchino che avessealzato delle balle sul moloe dopo pranzo si addormentòsubitosul lettobell’e vestitoavvolto nel vecchio sciallerussando come un mantice. Dovettero chiamarlo quattro voltealle tree mezzo — e borbottavaraschiandosputandoche aveva la boccaavvelenata e il mal di capo.

— Ci vai da Isolinaoggidinuovo?

— Sì — disse leidecisamente.

Ma partito il maritomentre sivestivaChecchina s’impensieriva ancora di Susanna. Che avessesospettato qualche cosa? Non ci mancava che questa. Ella si fermavaabbottonandosi il vestitopresa da una fiacchezzada una sfiducia:poi la musica triste che era nelle parole scritte dal marcheseletoccava certe fibre del cuore per cui trasaliva e si sbrigava avestirsi.

— A rivederciSusanna.

— A rivederla — dissel’altraduramente.

E non aggiunseDiol’accompagnicome faceva sempre. Checchina era di nuovospaventata nelle scalema la lucela via libera l’incoraggiaronoe se ne salì per il Nazzarenoadagio adagio: era prestonondoveva arrivare tanto presto. Ma quando fu innanzi al cartolaio dipiazza Trevisi agghiacciò dallo spavento. Aveva lasciata lalettera del marchese di Aragona nella tasca del vestito di casa —e Susanna sapeva leggere anche il manoscritto. Si frugò intascamacchinalmentedue o tre voltepregando fra sè ilSignore che gliela facesse ritrovarecome se ancora un miracolopotesse accadere. E cercando sempreritornava verso casadicendotra sè:

— Madonna miafate che nonl’abbia letta! Madonna miaaiutatemi voi!

Le parve un secolo per tornare. Epregava in sè.

— ApriSusannasono io!

— Ahè lei —disse quellaseccamente.

Giustoper una fatalitàaveva sul braccio il vestito da casa. Checchina si fermòinterdetta.

— Ero tornata — dissepoisubito — perchè ho dimenticato la lettera diIsolinavi era una cosa importante da farmi spiegare: è intasca la lettera?

Susanna le tese la gonnella:

— La spazzolavo — disse.

Checchina riprese la lettera senzaaprirla e se ne andòpensando: l’avrà lettanonl’avrà letta? Nella viamentre voltava di nuovo pelNazzarenoguardò la finestra di casa: Susanna vi eraaffacciata e la guardava.

— Oh Dio! — pensòChecchina — ora ha visto che non ho voltato per S. Andrea.

Ma tirò innanziincapace difar altroparalizzata nella sua volontà dall’idea cheSusanna avesse letto la lettera. A san Vincenzoun signore la fermò:

— Oh sora Checcaben trovatadove va?

Era Alessandro Pontacchiniunamico di casache teneva un botteghino di sali e tabacchi.

— Vado quisor Sandro —disse leitutta scossa da quell’arresto improvviso —qui... per un affare...

— Ci ha degli affarileisora Checca? Lo dirò al sor Totosache stia attento —disse l’altrocon la sua grossa malizia romanesca.

Ella sorrise debolmente.

— Dalla tintora — spiegòpoi — dalla tintora in via S. Marcelloper un vestito...

— Sempre esattasempre bravala sora Checca: eh! di queste donne qui ce ne son poche! E per questoci rinunzioioal matrimonio. Quando ci ho pensato era troppotardisora Checca miae il sor Toto era arrivato prima di me —e rise.

Ella restava tutta confusasenzarispondere.

— Una di queste serequandoposso lasciar solo Cencioil mio nipotea magazzinovengo da loroa far quattro ciarle. Io metto le caldarroste e lei il vinellobiancosora Checca. Ci sta?

— Ci sto.

— Lo dica a Totoa quelfortunato birbone e me lo saluti tanto.

Ella riprese la stradasempre piùagitata. Adesso anche il sor Sandro che sarebbe venutoche avrebbedettoche avrebbe raccontatoche avrebbe scherzato di nuovo —e Susannaa casache aveva forse letta la lettera e che dallafinestra l’aveva vista voltare per il Nazzarenoinvece che perS. Andrea. E chissà per le viequante persone che conosceval’avevano incontrata e notata ed ella non se n’era accorta!E se quel collega di Totodi Santo Spiritol’aveva vista eglielo andava a diresubitoall’ospedalee Totomesso insospettousciva e andava da Isolina e non vi trovava leiChecchina?E non trovandola lìandava a casa e Susanna gli narravatuttodalla lettera a quel ritornoa quella nuova uscitaallacombinazione di quelle strade. Eppure camminavacamminava ancorasenza veder più nessuno.

— Dove vai? — disse unanota voce.

Era Isolina: stava fermata pressola birraria del teatro Quirinoappoggiata alla balaustrata di legnovestita malecon un cappello vecchio e coi guanti ricuciti.

— Dove vaicara Checchina?

— Venivo da te... —balbettò Checchinanon sapendo più che cosa direperduta per quest’altro incontro.

— Da me? da questa parte? Cometi viene in mente? E che haibella mia? Ti senti maleforse?

Presala per manola trascinòin quel grande palazzo di Sciarranel portone dove ancora sicostruivadove andavano e venivano i muratorifra i mucchi dicalcinacci e le travi che sbarravano il passo.

— Non ho nullanon ho nulla —rispose Checchinacercando di riaversi — ma da qualche giornopatisco di sturbinon so perchè.....

— Sarai gravida forseCheccamia.

— Ma che! Non so che cosasia... mi piglia ogni tanto.

— O nina mia cara caraiodovrei starmene in lettotanto mi sento male. Che vitaccia da cani èmai questa! quanti dispiaceri abbiamo da inghiottire! Se sapessisesapessi... quell’infame di Giorgiol’amore mioche mi stafacendo...

— Che ti sta facendo?

— Cose incredibiliCheccamiada farmi piangere tutte le lagrime che ho in corpo. Nientemenoche io sosicuramenteche egli fa la corte qui a una di questechellerinequeste giovani della birrariauna brunaed èqui ogni seraa bever birraa bever poncini e a dar un franco dimanciacapisciper ingraziarselauna porcheriauna sudiceria danon credersi!

— Ma sarà vero?

— Come? Se chi me lo ha dettonon può mentireè tanto un bravo e simpatico giovaneuno studente di letteraturache fa anche dei versi e li pubblicasopra un giornaletto della domenica e abita accanto a noi; ècosì buonoviene qui la seraper fare degli studi chemetterà poi nei suoi libri e mi ha detto l’infamia diGiorgio...

— Ci hai creduto?

— Vorrei non credercigioiamiama quel Giorgio è stato sempre un grande ingrato! Giàsi dicevolubile come un ufficiale. Oraoggiper dispettonon civado e sono passata qui innanziper vedere se posso distinguerlaquesta chellerinagià sarà tutta dipintame loimmagino. Non ho potuto veder niente; è troppo lontano e icristalli fanno un riflesso. Ma qui fa freddoqui dentro. Andiamoti accompagnoti racconterò il resto per la strada.

— No — disse Checchina.

— Non vuoi che ti accompagni?

— No.

— Ah! — fece soltantol’altra.

Le fiamme della vergognaabbruciavano le guance di Checchina: la voce restava strozzata ingola.

— Avrai frettasicchè?— riprese lentamente Isolina.

— Sì.

— È la prima volta checi vai?

— Sì.

— Ed è un bel giovane?

— Sì.

Restavano ritteuna pressol’altraa quell’angolo di via dell’Archettoscusandosi ogni tanto per far passare i carri di pietre e di mattoniche l’attraversavano continuamente.

— Brava Checchina! E non dirminulla! Proprio si vede che non mi vuoi benepuntoche non haiconfidenzamentre io ti ho sempre raccontato tuttosi vede che seiuna grande ipocritona...

— Oh Isolina!

— Giàèquestione di temperamentoio non te ne faccio un tortoquando siamasi ha paura. Pureavrei potuto aiutartidarti qualcheconsiglio. Dove abitalui?

— Qui... qui presso...

— Dove?

— A via Santi Apostoli.

— Brutta stradapericolosatroppo vicina al Corso — osservò Isolinacon la sua ariadi esperienza — digli che cambi casache affitti una stanza aiquartieri altiè meglio...

— Egli non ci va ai quartierialtiin una stanzaè un signoreè un marchese.....

— Un marchese? Che marchese?

— Il marchese d’Aragona —e il nome fu sospirato più che detto.

— Aragona? l’ho intesonominareun signorone. Ti avrà fatto dei gran regali? Unbraccialetto?

— No: mi ha mandato dei fiori.

— Ti avrà scritto dellebellissime lettere?

— Una sola.

— L’hai in tascanaturalmente? Fammela vedere.

E Checchina gliela fece vedere.Come sempresubiva la volontà della persona che le eradaccanto.

— È bellissima: feliceteChecchina miache sei amata. Oh la monacella che non dicevanulla!

— Ti ho detto tutto.

— VacaravaDio tibenedica: sii prudenteti raccomandotu sei nuova a queste coseunnulla può tradirtitu non sai a quale pericolo ti mettivacauta. So io che cosa siache ci ho preso le palpitazioni di cuore!Vanon ti trattengobeata tese vedo Totogli dico che siamostate due ore insieme. Due ore basterannoneh? O.... ti serverestare di più?

— OhIsolina!

— Non ti scandalizzarenon viè nulla di male. Dammi un baciocarasiamo più cheamicheora siamo sorelle.

E se ne andò per la viadelle Verginicol suo passo saltellante di uccellino frivolo.Checchina camminava pianoancora abbattuta dallo scorno di averdovuto dire tuttoparendole oramai tutto fosse finitopoichèun’altra lo sapevapoichè ella aveva avuto la debolezzadi pronunziare quel nome. Quando voltò in via Santi Apostolidette uno sguardo alla chiesa epassandourtò il cancelloera chiuso. Dinanzi al grande palazzo Odescalchi una carrozzastemmata stava ferma: era vuotaaspettava qualcuno. Poidall’altromarciapiedeChecchina vide l’arco e dopo l’arcoduebotteghee poi la porticinacon uno scalino. Ma sulla sogliasbarrando la metà dell’entrataappoggiato al muroviera il portinaioun uomo alto e grossodalla faccia volgare eirsuta di peli bigicon un fazzoletto di lana rossa al collo e unberretto con la visieramesso un po’ di traverso. Fumava lapipaguardando in aria. Di bottosul marciapiede dirimpettoChecchina si fermòsenza poter attraversare la via. Perentrare nella porticinabisognava domandare al portinaio di poterentrarechiedergli se il marchese d’Aragona era su e poipassare. Ella riunì tutte le sue forzeper far questotentativoma a mezza via si fermò di nuovo. Il portinaioaveva un viso brutto e brutaleuna di quelle facce irriverenti chedisanimano i timidi. Ella arrivò sino dal tappezziere Reandacercando di farsi coraggio e attraversò la strada. Passòinnanzi alla porticinanon levando gli occhi sul portinaio: eppurevide che costui la squadravasfacciatamente. Essa arrivò dinuovo sino alla chiesa: e si voltò a guardare le finestredisperatamentecome se chiedesse aiuto. Le imposte verdi eranochiuseil marchese lo aveva dettoche lui amava l’ombra.Allora ella rifece la stradadal palazzo Odescalchi sino al caffèall’angolo di via Nazionaleripassando lentamente innanzi allaporticina. Il portinaio leggeva un biglietto del lottocon una cèracollericama non si muoveva. Ella non entrò. Per la terzavoltaritornando verso il palazzo Odescalchiella ripassò:egli ricaricava lentamente la pipapremendo il tabacco col pollice —nè si levava dalla soglia.

Allora Checchina abbassò ilcapo e se ne andò a casa rinunziando.


In Romadicembre1883