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ItaloSvevo

(EttoreSchmitz)



CORTOVIAGGIO

SENTIMENTALE
 

 

 

I.Stazione di Milano

Condolce violenza il signor Aghios si staccò dalla moglie e apasso celere tentò di perdersi nella folla che s'addensavaall'ingresso della stazione.

Bisognavaabbreviare quegli addii ridicoli se prolungati fra due vecchiconiugi. Ci si trovava bensì in uno di quei posti ove tuttihanno fretta e non hanno il tempo di guardare il vicino neppure perridernema il signor Aghios sentiva costituirsi nell'animo proprioil vicino che ride. Anzi lui stesso intero diveniva quel vicino. Chestrano! Doveva fingere una tristezza che non sentivaquando erapieno di gioia e di speranza e non vedeva l'ora di essere lasciatotranquillo a goderne. Perciò correvaper sottrarsi piùpresto alle simulazioni. Perché tante discussioni? Era veroch'egli da molti anni non s’era staccato dalla mogliema unviaggio sino a casa suaa Triesteove essa due settimane appressol'avrebbe raggiuntoera cosa di cui non valeva la pena di parlare.

Sene aveva parlato invece da molti giorni e continuamente. La decisioneera stata difficilissima proprio perché ambedue l'avevanodesiderata e ambedue per raggiungerla sicuramente avevano credutonecessario di tener celato il loro desiderio.

Avrebbepotuto piangere se si fosse trattato di un distacco per tutta la vitao almeno per gran parte di essa. Ma così poteva confessare ase stesso che s'allontanava giocondamente. Tanto più chesapeva di fare un piacere anche a lei.

Negliultimi anni la signora Aghios s'era attaccata di un affettoappassionato ed esclusivo al figliuolo. Quando questi era lontanoessa si sentiva sola anche accanto al marito e più sola ancoraperché del suo dolore non parlavasapendo che il signorAghios ne avrebbe riso. Ma il signor Aghios sapeva di quel doloresioffendeva di non poterlo lenire e fingeva d'ignorarlo per nonseccarsi. "Una duplice costrizione!" pensava il signorAghios che aveva letto qualche opera filosofica. "Duplice perchémia e sua! "

Adessola signora Aghios voleva rimanere ancora a Milano per non lasciaresolo il figliuolo che doveva passare un esame importante. Il signorAghios non dava gran peso agli esami che si possono ripetere e sapevaanche che il figliuolocui il soggiorno a Milano non spiacevaliavrebbe ripetuti volentieri. Ma adessose voleva partire soloanchelui doveva insistere perché la madre restasse a tutelare ilfigliuolo in tanto frangente. Così la signora restava a Milanoper compiacere il maritoma il signor Aghiosche l'animo dellasignora aveva accuratamente spiatopartiva offesosenza peròdirloperché altrimenti avrebbe compromesso la sua libertàdi viaggiare solo.

Eraveramente un congedo che bisognava abbreviareperché ancheall'ultimo momento la signora Aghios era capace di mutare ognidisposizione quando avesse indovinato come stavano le cose. Era unadonna che non ammetteva di non fare il proprio dovere. E il signorAghios pensò che il lieve rancore che sentiva per la moglieun sentimento sgradevolissimosarebbe sparito non appena si sarebbetrovato solo. Correndo fu già più giusto. La moglieprolungando quegli addii rivelava il suo rimorso di lasciarlo partiresolo ed egli pensò: "Come è onesta! Non m'amaaffattoma fino all'ultimo vuol tenere le promesse fatte all'altare.Si rammarica di non sapere fare quello che dovrebbe. Una grande penaper lei e una bella seccatura per me! ".

Maperché il signor Aghios si sentiva tanto pieno di gioia e disperanza al momento di poter finalmente abbandonare la sua legittimaconsorte? Voleva forse andar a divertirsi e disonorare i suoi capelliquasi del tutto bianchi correndo dietro alle donne?

Oh!Non bisogna dire una cosa simile. Un vecchio intanto non sa correre epoi il signor Aghios non era corso dietro alle donne neppurequand'era giovine. Certo dalla sua gioia e speranza non bisognavaescludere del tutto la donna. Era tanto piena quella gioia e speranzache la donna - la donna idealemancante magari di gambe e di bocca -non poteva esserne assente. Giaceva nell'ombra fusa con molti altrifantasmiparte importante degli stessi. Ma la donna non èsempre la stessa nel desiderio. È vero che prima di tuttoserve all'amorema talvolta la si desidera per proteggerla esalvarla. È un animale belloma anche deboleche se si puòsi accarezza e se non si può si accarezza ancora.

Ilsignor Aghios aveva bisogno di vita e perciò viaggiava solo.Si sentiva vecchio e ancora più vecchio accanto alla vecchiamoglie e al giovine figliuolo. Quando aveva al braccio la mogliedoveva rallentare il passo e quando camminava accanto al figliuolosentiva che questi doveva rallentarlo. Lo circondavano di tutto ilrispetto. Dacché era stato ammalato la moglie aveva conservatoil fare dell'infermiera che aboliva ogni istinto di cavalleria daparte dell'uomo. Il figliuolo poi aveva tutto il rispetto per ilpadrema lo educava e lo correggeva quando eglispinto dalla suafervida fantasiainventava etimologie non basate su alcuna scienza ospostava o svisava fatti storicimentre il giovinettoche pur tantoaveva stentato a finire il Liceoricordava il suo greco e latino cheil signor Aghios mai aveva conosciuti e sapeva - come sua madre -esattamente quello che sapeva. E non è mica comodo di essereun padre che ha torto!

Manon era tutto quibenché fosse abbastanza importante per ilsignor Aghios di essere lasciato nei suoi vecchi anni interamente inpaceinteramente cioè compresa la sua ignoranzanella qualeviveva da tanti anni da farne la base della vita.

Ognimalessere che sentiva il signor Aghios lo diceva vecchiaiamapensava che una parte di tale malessere gli venisse dalla famiglia.Sta bene che vecchio come ora non era mai statoma mai s'erasentitooltre che vecchioanche tanto ruggine. E la ruggineproveniva sicuramente dalla famiglial'ambiente chiuso ove c'èmuffa e ruggine. Come non irrugginire in tanta monotonia? Vedeva ognigiorno le stesse faccesentiva le stesse paroleera obbligato aglistessi riguardi e anche alle stesse finzioniperché eglituttavia accarezzava giornalmente sua moglie che certamente lomeritava. Persino la sicurezza di cui si gode in famiglia addormentairrigidisce e avvia alla paralisi.

Sisarebbe egli sentito più forte all'aria rude fuori dellafamiglia? Il breve viaggio sarebbe stato un esperimentoperchéi suoi affari gli avrebbero fornito il pretesto ad altri viaggi.Certo non sperava di divenire tanto vivo come nel suo ultimo viaggioa Londraove aveva soggiornato varii mesivent'anni primasenza lamoglie ch'era stata allora una giovanissima madre.

Avevasofferto allora orrendamente della solitudine. C'era stata da luiun'impazienza irosa della sfiducia e dell'indifferenza da cui sisentiva circondato. Guardava con invidia e desiderio la vita intensache lo circondava e respingeva. Una voltanella stanza di letturadell'albergos'era messo a leggere solitario quando fu avvicinato daun bel ragazzo roseodi dieci anni circache gl'indirizzòdelle parole ch'egli non intese affattoperché si capisce chel'inglese dei bambini è il più difficile. Il signorAghios si commosse al trovare finalmente un amico. Gli parlò eparve anche che il fanciullo intendesse perché rispose conmolte più parole di quelle avute. Disgraziatamente tutte ininglese! E per avvicinarsi a luivisto che la parola non servivailsignor Aghios gli accarezzò i biondi capelli. Ma alloraapparve alla porta della sala un signore che parve indignato che ilbambino suo avesse da fare con uno straniero: "Philip! Comealong!" esclamò e il bambino subito s'allontanòdopo di aver gettata un'occhiata spaventata sulla persona cui avevadimostrato fiducia e da cui certamente poteva derivargli un pericolovisto che con tanta premura da essa lo si allontanava.

Eil dolore iracondo della solitudine danneggiò anche i suoiaffariperché il signor Aghios finì col considerarequali nemici tutti i suoi clienti. E ci fu anche di peggioperchéil sobrio virtuoso signor Aghiosper sentirsi più animatoricorse all'uso dell'assenziouna bibita che sostituisce benissimol’amicizia e la conversazione. Non ne prese troppomaabbastanza da procurargli dei disturbi nervosi che cessarono quandorimpatriatorientrò felice nella vita familiare che resesuperfluo ogni altro stimolo da principio.

Mail dolore ricordato non è sempre dolore. Ora egli vi sentivala vita intensa. Oh! Se si avesse potuto ricreare tuttaquell'impazienza e quel dolore! Quale rinnovamento di vita! La vitanon può essere che sforzorisentimento e attesa di gioia!Egli era circondato da troppi amicichese anche talvolta loferivanonon gli consentivano una vera ribellione. Aveva bisogno divivere fra ignoti e magari nemici. Ricordava con ammirazione la suaribellione alla Granbretagna. Aveva studiato questioni politiche edeconomiche solo per poter aggredire il grande Imperoil quale avevaun'organizzazione quasi perfettama non perfetta del tutto e non sisentiva capace del piccolo sforzo per arrivare alla perfezione. E ilritorno in Italia fu anch'esso un viaggio animato dalle piùalte speranze. Fra l'altro bagaglio egli portava seco anche unpiccolo pacchetto contenente un po' di terra raccolta a Londra nellevicinanze di un terreno roccioso. Di quel pacchettoche il signorAghios teneva umidonessuno sapeva fuori dell'agente del dazio aChiassoch'era stato in procinto di fermare il viaggiatore e mandareall’analisi quella terra. Costuipagato dal Governostava perimpedire la fortuna d'Italia! Il signor Aghios sorrideva pieno diaffetto al ricordare la propria grande ingenuità. Anchel'ingenuità è vitaanziil vero esordio frescofragrante della vita. Bisogna sapere che al signor Aghios era statoraccontato che il Darwin riteneva che la roccia della Granbretagnafosse stata convertita in terra fertile da un vermicellomicroscopico. Bastò questo per fargli sperare di poterpromuovere l'opera lenta dei vermicello anche nel proprio paese.Sparpagliò quella terra su certo terreno carsico in Italiaesi sentì elevato e animato. Non gl'importava che fossericordato il suo nome quandodi lì a qualche secoloinItaliaa fior di terra non ci sarebbe più stata della roccia.A tanta altezza si arrivava nella solitudine! Adesso sorrideva di sestesso. Aveva vissuto troppo tempo in famiglia per poter intendere lapropria passata grandezza. La famiglia era come un velo dietro alquale ci si riparava per vivere sicuri e dimentichi di tutto. Oraegli ne moriva pieno di speranza. Probabilmente era una prova che gliavrebbe procurato una delusione. E allora si sarebbe accontentato.Nulla ci sarebbe stato di perduto. Egli sarebbe ritornato dietro aquel velo per vivere nella penombraprotettosicuroma moribondorassegnato. Proprio così! Come i moribondi cheabbacinatidalla meta vicinanon conoscono altro sforzo che di trattenere lavita che vuol staccarsi da loroincapaci di vederesentire osalutare le altre coseconcentrati come sono nel lavoro divenutodifficile di respirare e digerire.

Mancavaquasi un quarto d'ora alla partenza e il signor Aghiosrallentòil passo. Forse aveva dimostrata troppa fretta di staccarsi dallamoglie e gli doleva ch'essa avrebbe potuto risentirsene perchécertoessa meritava tuttoanche riguardi.

Unpiccolo fox terrier venne esitante ad annusargli i piedi. "Seigià quivecchio amico?" pensò il vecchio. Certonon era il primo cane ch'egli vedesse a Milanoma era il primo chegli si accostasse dacché egli era solo. E lo guardò conaffettomentre il cane arretrò - cercava certo il suo padrone- e poi saltellò via guardando ancora un'ultima volta chil'aveva spaventatole molli orecchie giovanili aderenti alla testa.Il vecchio gli guardò dietro ammirando. Il passo su quattrozampe è sempre più ingenuo di quello su due. Quello delpiccolo giovine caneche ora saltellava ora cercavacon queimovimenti non ancora bene associati delle quattro zampeeral'ingenuità stessa. E il signor Aghios pensò col cuorepesante ai grandi pericoli che la bianca bestia correva. "Guardatidal canicida!" pensò.

Grandiamici del viaggiatore sono i cani. Persino in Inghilterra somiglianoai nostri e ci fanno ritrovare in essi un pezzo di patria. Non meglioeducati dei nostricuriosi come questi di tutte le porcherie sullaviainvadentirumorosiobbedienti quando conobbero la frustaaffettuosi e sempre stupiti che chi li ama non accetti di lasciarpassarsi la loro lingua sulla faccia. Parlano la stessa lingua. El'Aghios nella solitudine li amò e spiò scoprendone ilcarattere e le sue cause. Radicalmente differenti da noicheguardiamo mentre essi annusanoè strano che fra noi e loro sisia costituita una relazione tanto intimanostra grande fortunadalcane basata certo su un malinteso. Forse il gatto a noi s'accosta dipiù perché a noi meglio somiglia e meglio ci conosce. Eil cane deve la sua sincerità al suo senso predominantel'olfatto. Il suo modo di percepire gli fa credere che a questo mondoogni tradimento sia subito scoperto perché egli non vede lesuperfici ingannevoliegli analizza proprio l'anima delle coseilloro odore. Può essere che anche il suo senso lo truffi och'egli spesso addenti degl’innocenti dall'odore sgradevolemaegli non lo sa e se è impedito nel suo proposito s'adattamaringhiando. Tante volte una legge superiore lo arresta e lo incatenaesenza convinzioneegli deve subirla; vi è abituato. Ma ilproposito di tradire egli non può accoglierepensando ch'eglicol suo senso sarebbe capace di scoprirlo e tanto meglio dunque ilsuo padroneche non sarebbe il suo padrone se non avesse dei sensipiù perfetti dei suoi.

Mondosincero perciò quello degli odori. Pare però che siallontani dalla realtà più di quello delle linee e deicolori. Il povero cane è sempre il truffato perché maleinformato. Tuttavia qualche dolore gli è risparmiato. Innessun posto egli 'e straniero. Il suo senso è essenzialmentesocievole. Ogni incontro casuale si fa subito intimo e al nasovengono offerte per la verifica le parti più recondite.Rifiutarle è una vera sgarbatezza che provoca la reazione piùviolenta. Che vita più naturale che non la nostra! Nella vitapiù affollata di Londra un uomo è all'altro nient'altroche un impedimento a procedere. Come fare? Anche se il signor Aghiosfosse stato accettato quale dittatore della vita di societàegli non avrebbe saputo imporre il sorriso reciproco di saluto frasconosciuti. Essoimpostosarebbe divenuto una smorfia orrida e maiavrebbe potuto significare un sincero saluto di fratello. L'affetto èanch'esso una fatica; e nessuno vi si sottopone per regola; il veroriposo è l'indifferenza. Dai canidiretti dagli odoril'indifferenza di fronte alla vita non c’è mai. Non sonomai semplici indifferenti stranierima sempre amici o nemici.

Untreno non è una cosa piccolama il signor Aghios nella vastastazione non trovava il suo. Doveva pur esserci nella stazioneinqualche postol'indicazione necessaria per trovarloma il signorAghios non la vedeva. Di solito sua moglie lo dirigeva. Il signorAghios fiutò inutilmente a destra e a sinistra. Vide unfacchino che gli correva incontro. Era il fatto suo. Gli consegnòla piccola valigetta che tanto facilmente avrebbe potuto portare dasolo e domandò del treno. Sentì il bisogno di scusarsi:"È leggerama mi pesa perché sono vecchio".

Avevaparlato al facchino per farselo amico. Già sentiva il bisognodegli amici occasionali che non attentano alla propria libertà.Il facchinoun uomo tozzo e sveltosorrise e borbottòqualche cosa in meneghinoche il signor Aghios non intese. Buona chec'era stato il sorriso e il signor Aghioscon buona volontà epasso celereseguì l'amico chela valigetta in manoloprecedeva correndo. Lo seguiva e già l'amava. Come era bellal'invenzione delle mance! Specialmente delle piccolequelle che nondolgono. Perciò egli era piuttosto avaroperchéregalando molto in una voltail piacere era breve e si restava poiparalizzati per lungo tempo. Sua moglie era più generosa equando trovava un bisogno che non poteva essere lenito che con unasomma grossaessa la dava. Ma era un modo di disporre della robaaltruiperché agli altri bisognava poi dire: "Hodisposto già altrimenti di quanto vi spettava". Egli eraveramente generoso solo talvoltaper volontà della mogliecom'era molte altre cose ancora quando essa lo voleva.

Inviaggio bisognava conquistarsi degli amiciperché altrimentisi percorre questa terra ch'è la verala grande nostrapatriacol cipiglio dello straniero. Ed il signor Aghios sfruttavale sue piccole mance da vero avaro e voleva con esse comperare nonmoltama un'amicizia duratura. Perciò cominciava col pagareun prezzo inferiore alla tariffa. Di solito l'altro non protestavama restava a guardareinterdettoil poco denaro che teneva nellamano aperta. Allora appena il signor Aghios metteva in quella manouna moneta alla voltafinché essa si chiudeva e sulla facciadel facchino appariva un sorriso. Così quel sorrisoche avevatardato a nasceresi stampava meglio nel ricordo del signor Aghios egli appianava qualche miglio di strada. Talvoltaprima ch'egliarrivasse a dare tutta la manciail facchino si stancava e se neandava con una brutta parola. Il signor Aghios se ne andava alloracon la mancia in tascama aveva avuto tuttavia la sua soddisfazioneperché egli si divideva da un nemico bensìma non dauno straniero.

Bisognòscendere per uno scalone sotto terra e risaliredopo aver percorsoun corridoioalla banchina sulla quale bisognava aspettare il trenonon ancora giunto da Torino.

Ilfacchino domandò al signor Aghios se doveva aspettare con lui.Se non fosse stato necessario di parlare in meneghino il signorAghios avrebbe trattenuto l'amico dell'ultima ora. Così invecelo congedò e restò nella solitudine allietatadall'ultimo suo sorriso di ringraziamento. S'erano guardati per unistante negli occhi quasi a dichiararsi la loro reciprocabenevolenza. E il signor Aghiosper aumentare tale benevolenzaaggiunse alla mancia una sigaretta.

Moltagente aspettava sulla banchina. Accanto ad una colonna eranoaccatastati molti poveri bagagliuna sola valigia chiusadue cestelegatedi cui una chiusa da un panno rosso e l'altra verde sbiadito.Una donna sedeva sulla valigia con un poppante in grembo e unafanciullina di dieci anniben difesa dal freddo da un vestitinoconsuntodormiva su una cestala testa appoggiata sul fianco dellamadre.

"Sloggiano?"pensò il signor Aghios. Vide poi avvicinarsi un contadino chementre correvaesaminava dei biglietti ferroviari certo alloraacquistati. La giovine donna ebbe un respiro vedendolo. Doveva aversofferto di essere rimasta sola tanto a lungo. Quello non era unviaggio con tutta quella famiglia. Un'emigrazioneuna fuga.

Poiil signor Aghios non guardò più la gente che locircondava e s'incantò per qualche minuto a guardare il fumoche denso usciva dal camino di una locomotiva fuori della stazione.Il vento lo spingeva. Uscendo dal camino a nucleiveniva subitodiminuito e diffuso dal vento. Ogni nucleonell'atto che subiva taledistruzionepareva si spogliasse e tradisse l'esistenza entro di luidi una testaun grugnoun essere animato. E tale testaprima didisfarsispalancava degli occhi smisurati per guardare meglio e perguardare meglio finiva con lo spalancarsi tutta. Una processione diteste spaventate e minacciose. "Poche linee di vita bastano asignificare l'essenza della vitala paura o minaccia" moralizzòil signor Aghios.

Iltreno entrò sbuffando in stazione. In quell'istante il signorAghios sentì la voce della moglie che lo chiamava: "Giacomo!".

Sivolse a lei e forse non seppe celare un gesto d'impazienza. Eglil'amava com'essa meritavama la sua assenza non era stata lungaabbastanza per fargli desiderare di rivederla. Proprio era bastato ilsuono della sua voce per strapparlo a quella lieta benevolenzach'egli riversava su tutte e cose e persone. Eppoi gli portava essaforse l'annunzio che non poteva più viaggiare solo? Ma eglisarebbe partito tuttavia.

Lasignora dovette indovinare parte del suo stato d'animo perchéinterdettagli domandò: "Ti secco tanto?" e fecel'atto di ritornare sui suoi passi. Fu un attimo brutto.

Questopoi noil signor Aghios non l'avrebbe ammesso. Si poteva pensare aquesto mondo quello che si volevama non bisognava rivelare quelpensiero tanto bello e giusto finché restava celato nelproprio animo e tanto ingiurioso quando sbucava alla luce del sole."Non ti avevo riconosciuta!" disse subito. Epresala perla manol'attirò a sé. Essa si sottrasseall'abbraccioperché era tanto bene educata che non avrebbeammesso una cosa simile in pubblico. Ma fu subito convintaperchéessa credeva al marito. Era una fede di cui il signor Aghios inpassato era stato beato. Da qualche tempo lo seccava. Era proprio unmodo di semplificare troppo la vita. Oramai anche questa fede avevaqualche cosa di gelido come tutta la loro relazione.

Sorridendoessa gli disse che non era per rivederlo un'altra volta che gli eracorsa dietroma perché aveva dimenticato di dirgli che lasignora Luisi lo pregava di avvertire il gioielliere di Venezia cheessa tratteneva il filo di perle offertole e che il signor Luisiavrebbe provveduto fra pochi giorni al pagamento.

Poisempre sorridendogli domandò: "Ricordi ancora quelloche hai nella tasca di petto?".

L'Aghiosportò subito la mano a quella tasca etrovatala gonfiaricordò: "Non dubitare! Ci penso sempre".

Maqui essa non gli credetteperché s'era accorta che perricordare di aver seco una somma forte di denaroegli aveva dovutotoccare quella tasca. E s'impensierìper i denari e non perlui. "Ho fatto tanto male di lasciarti partire solo." Siguardò irresoluta in giro. Poi sospirò"Già!Ora non c'è più tempo".

Eranoambedue contenti che non ci fosse più tempoma il signorAghios era anche adirato di sentirsi trattare quale un bambino."Pensi forse ch'io perderò il denaro?" domandòrisentito. "M'hai trovato distratto così perchéproprio pensavo di fare un giro per Trieste per vedere se non potevotrovare il denaro più a buon mercato per la rinnovazione diparte del nostro debito." E mentre parlava guardò ancorauna volta il camino della lontana locomotiva donde continuava asbucare del fumo denso. Non era che fumo informe oranon testenonminaccianon spavento.

"Èuna leggerezza di viaggiare con tanto contante in tasca" disseancora la signora con voce calda che domandava scusa.

Sì!Era una leggerezza. Dal giorno prima avevano deciso di comperare unvagliaanche per rendere quella tasca più leggera. Ma loaveva disturbato di andare con quel denaro alla banca e avevarimandato quell'operazione fino a quel giorno stesso. Poisul piùbelloerano venuti a trovare il figliuolo tre giovini che con luistudiavano. Il vecchio s'era incantato a star a sentire i loro pianiper l'avvenire ora che avevano finiti gli studii. Egli non avrebbeaperto bocca per paura di sentirsi correggere da quei dottimaricordava che all'uscita dalla scuola egli era stato piùtimidoesitantepauroso. Uno di loro trovava la sua posizione giàfattama riteneva che il suo intervento avrebbe significato unprogresso per l'azienda in cui doveva entrare. Il secondopoichenon trovava nulla di fatto dai suoi antenaticon tutta calmas'apprestava all'emigrazione. Gli spettavano tante cose che l'Italianon poteva fornirgli. Il terzo invece manifestava un grande disprezzoper la politicama pensava di dedicarvisi. Non aveva alcun partitoancora e aveva tempo di pensarci. Intanto sarebbe entrato in unufficio governativo. E il vecchio non s'accontentava di pensare cheil mondo non fosse più quello in cui era nato luimas'incantava a studiare quale dei due mondi avesse avuto ragione. Nonc'era verso! Uno dei due aveva sbagliato. Forse egli non sapevameglioma in sua gioventù gli avevano spiegato che sullaterra non ci fosse gioia abbastanza per contentare tutti ed eglil'aveva creduto euscito dalla scuolatimidamente aveva bussatoalla porta del mondo per domandare: "C'è un posticinoanche per me? Potrò conquistarlo?". Questo era il mondod'alloraquando a questo mondo si era in meno. Che dopo il mondo sisia allungato e allargato? E il vecchio era stato tenuto al suo postoe impedito di andar a comperare il vaglia dal rancore di essere natoin un mondo più difficile.

"Giàadesso non c'è più tempo. Sta sicura che per il denaronon c'è pensiero. Addio!" e le offerse il baciodell'addio. Essa si lasciò baciare sulla guancia e lo baciòpoi anche lei sulla guancia. Egli si guardò d'intorno cercandodi trovare un altro segno d'affetto da darle. Trovò! Le presela destra e la portò alle labbra. Era lietissimo di avertrovato. La solitudine a cui s'avviava sarebbe stata abbellita datale congedo.

Eglis'accinse di montare sul vagone dimenticando di prendere la valigettache il facchino aveva deposta in terra. Essa la sollevò egliela porse ridendo molto. Per scusarsi il signor Aghios mormorò:"È il facchino che l'ha lasciata lì. Non trovavoil treno..."

Lasignora Aghios rise ancora: "E come arriverai a Trieste senza ilfacchino?".

Eradestino! Dovevano dividersi in broncio.

Ilsignor Aghios di malavoglia rispose: "Il difficile è ditrovare il treno. Poi non lo guido mica io".

Ela signorasempre ridendo insistentemente: "Per fortuna!"disse.

Nonc'era più il tempo di pensare ad una risposta. Avrebbe subitopotuto dire che neppure lei avrebbe saputo dirigere il trenopoi chenon era tanto difficile perché c'erano le rotaie e infine chela valigetta non conteneva niente d'importantema non disse niente.Era meglio sorriderle ancora una volta e andare via in pace. Ma ilrancore c'era nell'animo suo ed era male. Saltò esitante nelvagone. Nel corridoio del vagone era difficile di muoversima condecisione giovanile il signor Aghios con la valigetta in mano si feceposto ed arrivò alla prossima finestra che aperse. Il treno inquel momento si mise in moto.

Ilsignor Aghios chiamò la moglie che aveva continuato a guardarela porta per la quale egli era sparito. Essa corrispose vivamente alsuo saluto. La banchina era ormai deserta. Egli per un istante stornògli occhi dalla moglie per guardare il posto ove era giaciuto ilbagaglio dei contadini. Quel bagaglio era sparito e chissà chefatica per farlo entrare nel vagone. Poi ritornò con l'occhioalla moglie che aveva levato di tasca il fazzoletto e gli faceva deivivi segni di saluto. Corrispose al suo saluto mandandole un bacio.La fine elegante figura della moglie che da vicino si scorgeva un po'disseccata dall'etàoracome il movimento del trenoaumentava la distanza fra di lorogli appariva veramente graziosacon quel velo roseo chepuntato sul cappellosi muoveva nellabrezza. Eavviandosi alla sua solitudineguardando quella figurasnellavolle avere il pensiero preciso e sincero e pensò:"Più m'allontano da lei e più l'amo". Poi sisentì la coscienza tranquilla. Per il momentoinsommaeglisi trovava in ordine con la legge umana e divinaperché eglisinceramenteamava la propria donna.

Pervederla più a lungo si sporse dalla finestra. Vedeva bene? Lamoglie portava la mano al cuore con gesto esagerato. Non erapossibile ch'essauna persona tanto equilibratavolesse far vederea degli estranei un dolore esagerato perché la lasciava sola.Eppure pareva che quel grande gesto fosse accompagnato da grida.

Poiquando non la vide piùindovinò. Con quel gesto essaaveva voluto fargli un'ultima raccomandazione di badare ai denari cheaveva nella tasca del petto. Meno male! Sorrise eobbedienteperattenuare il rimorso che sentiva di amare la moglie più chemai ora che non la vedeva affattosi toccò con grande energiala tasca del petto. Il portafogligonfio delle trenta banconote damillec'era tuttavia.

 

II.Milano - Verona

Orabisognava tentare di procurarsi un posto. Intanto non era facile alvecchio signore di muoversi in quel corridoio mentre il treno filavaa tutta velocitàsobbalzava e percorreva certe curve in mododa far sentire al corpo un'irresistibile attrazione ora da una parteora dall'altra. Deciso il signor Aghios si diresse al prossimocompartimento domandando scusa a destra e sinistra. E subito ebbe laprima avventura amorosa. Una graziosa giovinetta si fece in dispartefin dove la parete lo permettevaper fargli posto e il signor Aghiosla guardò con un sorriso che volle paternopensando peròche non sarebbe stato male se lo scompiglio in quel breve spaziol'avesse gettato su lei. Ma il movimento del trenoquasi a farloappostalo inchiodò sulla parete di faccia. Continuò asorridere alla signorina che lo guardava ansiosa con grandi occhiazzurri temendo di vedersi capitare addosso il grosso uomo malsicuro.Egli dovette procedere e allontanarsi sorridendo alle cieche forzefisiche che s'erano messe al servizio della morale. Altre voltealtrettanto ciecamente avevano promosso il piacere degli uominicomein quell'antica storiella dei due amanti chiusi da una valanga in unagrotta provvista di alimenti. La sorpresa in primavera di trovare inquella grotta tre anziché due esseri viventi. Impossibile! Lecose per maturarsi hanno bisogno di nove mesi.

Arrivòal compartimento cui aveva miratoma i posti vi erano occupati adesuberanza. Anzida una partesedevano addirittura in cinque. Fraquei cinque una donna elegante ma non bellacon uno di quei cappelliche coprono la fronte e anche una parte degli occhi. Essa s'era unpo' stesa: Le sue gambe calzate di setai piedini piccolissimi inscarpine nere di lacca. Il signor Aghiosche per sfuggire alla ressadel corridoio s'era messo in mezzo allo scompartimento arrivando atenersi alla stanga di ferro che sosteneva la rete dei bagaglinonfissò troppo la signoraperché dovette provvedere atenersi in piedi. Ma il suo disturbo non gl’impedì dipensare che quei cappelli che coprivano la testala fronte e gliocchi delle donne erano seccanti. La moda era fatta dalla maggioranzae perciò bisognava ritenere che la massima parte delle donneavesse le gambe fatte bene e male la testa. Poi il movimento deltreno lo fece volgere alla signora e s'accorse ch'essa avevaaccondisceso al suo desiderio non manifestato e che s'era levata ilcappello che le giaceva ora in grembo. No! La sua faccia non erabellama doveva esserlo stata. Una faccia ch'era stata alterata econsumata dalla vitaridotta a linee rigideprodotte da un duroscalpelloche la rendevano lunga. I capelli bruniricci ad artelecoprivano gli orecchi. Ma il piedino era graziosopiù piccolodella piccola scarpina di lacca.

Ungiovinetto (il quinto su quel sedile) si alzò e offerse il suoposto al vecchio. "Grazie! Grazie! Ma perché'?"disse il signor Aghios. "Posso rimanere qui."

"Iovado in corridoio" disse il giovinetto. Non ebbe un sorriso dibenevolenza pel vecchio cui usava tanta cortesia. E uscìpestando il piede alla signora che non l'aveva ritirato in tempo.

Ilsignor Aghios s'assise sul breve spazio che gli era stato lasciatolibero accanto alla finestra. Peccato che il giovinetto (lungobrunorude) non aveva accompagnato il suo dono di una parolagentile. Sarebbe stato tale un bell'esordio al viaggio! Tuttavia nonbisognava lagnarsiperché il viaggio in piedi non sarebbestato adatto alle sue vecchie membra.

Pernon disturbare il vicino ch'egli non aveva neppure vedutoil signorAghios restò per qualche tempo nella stessa posizione in cuisul suo posto era cadutola faccia verso la finestra.

Dapprimapensò alla vita in quella vettura e a quel giovinetto burberobenefico. Ecco! In certe posizioni è difficile di conservarela benevolenza. Persino ora che stava tanto meglio egli sentiva unacerta antipatia per il suo vicino che lo costringeva d'aderire allafinestra. Era proprio un momento in cui si sente che l'uomo con lasua panciale larghe spalle e i duri gomiti è una bestiaodiosa per il prossimo. È una crudele lotta quella per lospazio. L'Aghios non volle perdere la sua gioia e relegò lasua benevolenza in un sogno perché non tutta andassedistrutta. Il treno futuroche avrebbe trasportata un'umanitàpiù evolutasarebbe stato allungabile come sarebbe stato dibisogno e senza per questo aver bisogno di arrestarlo. Ogni vagoneavrebbe comportato delle enormi possibilità. Si tocca unbottone ed i posti si moltiplicano. E così le Ferrovie delloStato creerebbero dei cavalierianziché come ora dei villanie non ci sarebbe stato bisogno di accettare sorridendo un postoofferto villanamente.

Colnaso sui vetri il signor Aghios non poté finalmente fare ameno di vedere la campagna enorme che correva via. Il raccolto erafinito. I covoni di fieno s'ergevano colossalila provvista pertutto l'anno per gli animali della cucina tanto semplice. I campierano oziosi in aspettativa di essere incaricati del nuovo lavoro. Eil signor Aghios pensò ch'egli arrivava proprio in tempo coisuoi augurii per procurare un buon raccolto. Ora cominciava adecidersi la sorte dell'anno prossimo. Occorreva subito una lungapioggiache poi cessidopo di aver ammorbidita la terra e resadisposta al lavoro. Doveva essere preparata a puntino: Nétroppo durané troppo tenera. E gli augurii del signor Aghiospiovevano abbondantimentre correva accanto a quei campi a sessantachilometri all'ora e una volta con grande sforzo si volse non pervedere il piedino di quella signora che ancora doveva trovarsi perariama per inviare gli augurii anche dall'altra parte dellaferrovia: "Produceteproducete in grande abbondanzaperchéchi vi lavora abbia il suo premio". Esitò poi. Ricordòla faccia triste di quel contadino che l'anno precedente gli avevadetto: "Abbiamo il vino triste quest'annoperché ve n'èdi troppo". Ma che importa? Augurare bisogna a questo mondo.Nessuno può togliere all'uomo tale diritto il cui esercizioallarga polmoni e cuore. È vero che l'augurio finisce colricordare l'ironia di chiallontanandosi da un tavolo di giocoaugura la buona fortuna a tutti coloro che vi restano assisisoloche a questo mondo l'evidenza non è tale e si puòsempre credere che un grande sforzo della terra benefica debbaprodurre del bene.

Siraddrizzò e vide il piedino per aria. Essa era la terzapersona seduta dalla sua parte e direttamente non poteva scorgerne lafacciama s'accorse che ora poteva scorgerla riflessa in modocurioso da una lastra che copriva la fotografia. Come era bella!Completato o sminuito il deperimento suo dai riflessi del tramonto ofors'anche da qualche linea della fotografia che la lastra coprivaquella faccia era tutta pensiero e bellezza. Ricordava qualcheritratto celebrema il signor Aghiosche ne aveva visti tantinonsapeva precisare quale. Era in fondo solo un ritratto e neppure moltosomigliantema il signor Aghios era felice di viaggiare con esso.

Nelbreve tempo dacché aveva abbandonato la mogliequesto era ilsecondo suo desideriocioè il secondo tradimento e anche ilsecondo peccato. Ogni ammirazione per una donna è undesiderio. Le si attribuisce intelligenza o dolore per rendere piùsaporite quelle labbra che si vorrebbero baciare. Il peccato non glipesava troppo. Quando si sta per arrivare ai sessant'anni - almeno ilsignor Aghios aveva per conto proprio tale esperienza e nella suasolitudine amava di generalizzare - si sa che il proprio organismonon è fatto per le grandi resistenze. Lo stesso fatto cheanche se il peccato fosse dichiarato lecitosi peccherebbe ora menosovente che in epoche anterioriprova che tutto dipendeva da quelloche si può e si deve. E il signor Aghios assurse anzi ad unpensiero altamente filosofico: Se il signor Iddio ci avesse fattiproprio allo scopo di vederci agire proprio come lui vuolenon cisarebbe stato scopo alla creazione. Egli ci feceeppoi stette aguardarci con curiosità e mai con ira. Perciò il signorAghios desiderava le donne degli altrisenza averne rimorso.

Sivantava invece chead onta di tale desiderioegli mai aveva traditola moglie. Com'era stato bravoessendo fatto cosìdi nonaverla effettivamente tradita. In questo momento in cui dallafamiglia si divideva con qualche rancoreammetteva anche d'esserestato sciocco. Ma però la donna - il signor Aghios lo sapeva -non è mai a buon mercato. Vuole i denariil cuorela vita.Invece non costava nulla di guardarla e desiderarla e questocertamenteera troppo a buon mercato. Perché la donnaquand'è belladà subito molto e in primo luogo ilsentimento dell'umanità allo straniero e a tutti. Altro che ilsaluto scimmiesco fra sconosciuti! Bisogna trovarsi per vari mesiisolato in un paese ove si parla una lingua incomprensibileevitatidal prossimo solo perché non vi conosce e vi sospetta perciòcapace di furti e omicidiie scoprire ad un tratto l'intimo vostronesso con tutti costorola vostra appartenenza a quel paeseilvostro innato diritto di cittadinanza nello stesso alla vista di unocchio luminosodi un piedino nervosodi una capigliatura dalcolore e dall'assetto sorprendente. Più giovine alloralaprima sua occhiata era stata un vero proprio inizio di una relazionesociale. Un inizio entusiastico: Era come se fosse entrato nella casadi un intimissimo amicoaddobbata per farvi onorecon tanto dibenvenuto stampato sulla porta. Con quell'occhiata il signor Aghiosdiceva: "Ti conosco perché sei bella" . El'inglesina rispondeva in lingua intelligibilissima. cioè conun'occhiata. "Come sei amabile tu cui piaccio tanto. Piùamabile di colui cui diedi tutto e che non sa più chefarsene." Dopo un discorso simile il signor Aghios non aveva piùbisogno dell'assenzioperché gli pareva di trovarsi nellapatria ideale dove tutti s'intendono e s'amano.

Eraanzi comodo che l'inglesina non sapesse altro linguaggio. Secondo ilsignor Aghios di alloraquand'era più giovine e perciòpiù virtuosoquesta era una grande comodità. Perchése alle occhiate fosse seguita la parolasi sarebbe corso ilpericolo di trovarsi trasportato di colpo da quella patria ideale albosco più pericoloso.

Eglicredeva così di essere rimasto sempre un monogamo virtuoso chepoteva sopportare lo sguardo sincero della moglie. Essa non c'entravanel suo mondo ideale. Il reale era tutto suo. Tutto era nettamentedivisoperché nei suoi sogni essa non entrò giammai eadessoin viaggiomeno che maiperché il signor Aghiosvolava come se il treno si fosse mutato in un aeroplano. Una solavolta a lei pensò: "Poverina! Speriamo che a quest'oraneppure lei a me pensi".

Oltrealla donna c'erano in quel compartimento sette uomini e finora ilsignor Aghios non li aveva visti. Del suo vicino dovette accorgersi.Era un giovanotto pallido che si sarebbe potuto credere uscisse dauna malattiaperché tradiva la sofferenza mentre il suoorganismo aveva le linee di quello di un uomo forteagilesano. Lospazio non gli bastava. Stendeva ora una gambaora l'altra sotto ilsedile occupato da un grosso signore che gli stava di faccia e cheguardava traverso gli occhiali con una calma serenadeciso a nonfermare quelle gambe finché non l'avessero urtato. Avanzavanocome se volessero finire su lui in un calcioeppoi passavano nellospazio fra le sue due grosse gambe senza neppure sfiorarle. E ilgrosso uomo (il signor Aghios lo guardò ora soltanto) avevadegli occhiali dalle lenti di uno spessore sorprendente. La luce visi frangeva e mandava sulle sue palpebre una macchia azzurra luminosache dava alla sua faccia l'aspetto del Mefistofele del teatro lirico.E fra quell'uomo tranquillo che aspettava il calcio per protestare el'altroinquieto e sofferentele simpatie del signor Aghiosandarono intere al malato. Il movimento è il sollievo delcorpo dolorante; si sposta come se al dolore volesse fuggire. Ora ilgiovinotto cercò di muoversi in altra direzioneforse perchéda quella parte sentiva la minaccia di quei grossi occhiali e delloro riverbero. Guardò dietro di sé il soffice cuscinosu cui avrebbe voluto poggiare la testama cui non poteva giungereproprio causa le grosse spalle del signor Aghios. E il signor Aghiosintese quel desiderio come se gli fosse stato detto e si strinse evolse in modo che quel capo stanco potesse arrivare al cuscino. Poi:"Guardiguardi" disse con slancio"mi metteròcosì!". Si gettò con la faccia verso la finestra emise anche il petto parallelo alla stessa. L'altroprontodopo diaver mormorato un fervido grazielasciò cadere la testa sulcuscino. Poco dopo la rimise sulle manile braccia poggiate sulleginocchia. Ma il signor Aghioscol naso sulla lastranon lo vedevapiùperché ogni suo atto gentile rendeva piùvivo il suo pensiero sul lieto viaggiocome se la locomotiva sifosse messa a correre più dolce e più forte.

Mapure questo pensiero non era abbastanza liberoperché eglicontinuava a discutere la propria libertà di amare le donnedegli altri. Con chi? Non con la moglieche nei suoi sogni maiapriva boccama con quell'essere non precisabilema che pur deveesserci in qualche luogonell'etere forse che si suppone siadappertuttoche sovraintende alla legge morale.

Oggidìera acquisito dalla scienza che le giovani e belle donne erano piùnecessarie ai vecchi che ai giovani. Naturalmenteoltre che lasorpassata legge moraleperché a questa necessità siacorrispostoc'era l'ostacolo che anche alle giovani e belle donneera concessa la libertà di disporre di sé. Forse controogni giustiziaperché per la loro giovinezza e per la lorobellezza esse alla libertà non sono preparate. Oggetti troppopreziosivenivano distribuiti anche più ingiustamentedell'oro stesso. Si conquistavano anche con un paio di mustacchi beneimpomatati. Ai vecchi non si concedevano che in casi rarissimi:Gerontomania. Ma se si confermava quello che Woronoff e Stirnachasserivano? Meglio di lorosarebbe servita a ridestare nei vecchiorganismi la memorial'attivitàla vitauna bellissimafanciulla opiù precisamenteuna bellissima fanciulla allasettimana. Già i vecchi ebrei pensavano così e pertenere in vita re Davidegli offersero una bella fanciulla. Ma eglinon volle toccarla e dovette miseramente perire.

Volleessere giusto e non appena pensò alla giustiziail suopensiero corse alla propria moglie. Anch'essa con la faccia tuttorafrescal'aspetto incantevole come sulla banchina a Milano con quelnastro rosso che si moveva alla brezza vespertinapoteva dare aqualcun altro (non a lui) un po' di vita e riceverne. Invece essainvecchiava peggio di luiperché essa poi mancava del suolibero pensiero. Poverina! Non era però suo l'ufficio di darletale pensiero. In passato egli invece aveva fatto del suo meglio pertoglierglielo. Anziappena sposatila sua morale era stata dura eimperiosa. Che rimorso! Non bisogna mai sgridare nessunoperchépoi ci si pente. L'altro resiste ed è male. Cede o si foggiasecondo il nostro imperioso volere ed è peggio ancora. Ma seinvece in lei tale pensiero fosse ora altrettanto libero che da lui?Poteva essere checome essa non l'indovinava in luicosì luinon lo scoprisse da lei. Sarebbe forse anche lui apparso a leimiserevolmente credulo e perciò gelidoinerte? Se egli avessepotuto istruire suo figlio ossia se suo figlio da lui avesseaccettato qualche istruzioneeglial momento in cui avesse presomogliegli avrebbe raccomandato: "Non istruire troppo tuamoglie e non foggiarla a modo tuoperché può avvenireti riesca".

Suofiglio l'avrebbe guardato con quel suo aspetto glaciale che potevaanche manifestare un rispetto e avrebbe pensato: "Presuntuosiquesti vecchi. Credono tutti fatti come loro e a tutti raccomandano ipurganti che fanno per loro". Aveva già detto cosìuna volta ed il male era che allora aveva avuto ragione. Allora e poimai piùma il vecchio aveva ragione di credere che la frasevenisse ripetuta molto di spesso.

Ricadevanel rancore! Non apparteneva a quel treno ed egli respinse i fantasmidella moglie e del figlio. Egli voleva fare la vita suacioèil suo viaggio.

Iltreno si fermò ad una stazione non importantedi cuil'edificio doveva trovarsi dall'altra parte. Dalla parte suanell'erbac'era una quantità di polli che continuavano arazzolare senza quasi accorgersi del treno che in questo momentos'era fermato accanto alla loro casa. "Come sono saggi costoro!"pensò il signor Aghios. "Questo treno a ore fisseappartiene alla loro vita. Penseranno sia sempre lo stesso." Poiricordò che neppure fra uomini ci si intendevase non ci sispiegavacom'era da lui e sua mogliecon quel pensiero libero esuperboma segreto che com'era da lui poteva essere anche da lei econ grande piaceresi dedicò a studiare quello che i pollipotevano pensare della loro relazione con l'uomo. Gli pareva che unodei polli dall'erba gli gridasse: "Guai a noi se l'uomo non cifosse". E il pollo doveva essere certo della benevolenza delpadroneche gli procurava il buon becchimechequando ne erasgozzatose ne andava da questo mondo con la convinzione che l'uomosuo amico doveva essere ammattito.

Oras'accorse di stare più comodo. In quella piccola stazione illoro compartimento s'era addirittura vuotato e non vi restavano chein quattro. V'era sempre ancora il forte giovanotto pallidocheaveva approfittato di conciarsi nel cantuccio più lontano dalsignor Aghios e sdraiarvisi allungando le gambe. Di faccia a costuic'era un signore che s'era procurato un giornale in cui ficcava ilnaso in modo che il signor Aghios non poteva vederlo in faccia.Proprio di fronte al signor Aghios era rimasto anche il grossosignore dagli occhiali di tante diottrie.

Mancaval'unica signora che c'era stata. Anch'essa era scesa a popolare lapiccola stazione. Senza quel piedino che s'era tenuto alto inquell'adunanzai quattro uomini rimasti avevano perduto ognicontatto fra di loro. Erano divenuti dei veri stranieri scialbi emuti.

Ilsignor Aghios per un istante guardò il suo vis-à-vis.Scoperse poi che anche dietro di costui c'era una lastra che coprivauna fotografia e nella quale egli scorgeva la propria testachiaracome in uno specchio. Si analizzò accuratamente.Irrimediabilmente vecchio con quella fronte troppo alta ed imustacchi non curatiun po' troppo gonfi. I mustacchi erano laprerogativa degli animali che s'annidano nel buchi (così avevadetto quella canaglia di suo figlio); devono servire ad avvisarliquando il buco si restringe e arrestarli dal pericolo distrangolarsi. "Ho io l'aspetto di bestia?" si domandòil signor Aghios esaminando le proprie fattezze. E lui e la suaimmagine si guardarono sospettosi. Questisìch'eranorapporti semplici! Era l'unico caso in cui guardando una fisonomia sisa con piena certezza quello ch'essa esprima. Eppure quella fisonomiaconservava il suo aspetto di bestia mustacciataavvilita alloscorgersi meno bellamentre era vero che il signor Aghios si sentivagonfiare il petto dalla superbia di aver scoperto in quel momentoquale fosse l'unico rapporto intimo in tutta la grande vasta natura.Solamente dubitava! Anche quello mancava? E corrugò tutta lapropria faccia: Un gesto di disprezzo alla propria fisonomia che glifu prontamente restituito.

Ilsignore grosso lo guardavaanche lui diffidentecon gli occhiingranditi dalla lente. "Io credo" disse levando ilfazzoletto di tasca "d'essermi imbrattata la faccia conl'inchiostro della macchina da scrivere." E arrossì.Doveva essere un timido.

"Oh!no!" esclamò confuso il vecchioche guardò lamacchia bluastra dagli occhiali sotto gli occhi del suo interlocutore"Io guardavo me stesso in quella lastra. Ho uno strano aspettoioin viaggio." E guardando meglio le guancie accuratamenterasate del grosso uomooffuscate dal pelo denso della barbaaggiunse mentendo: "Non v'è traccia di macchie sulla suafaccia".

Mentiva.Bastava indirizzarsi fra uomini una sola parola per correre ilrischio di dover dire una menzogna. Si era nella verità frasconosciuti soltanto. La macchia bluastranon raggiungibile dalfazzolettoperché vagante secondo le rifrazioni della lucec'era su quella facciama non bisognava parlarne. Perciòanche in viaggio si perdeva la propria libertà. Come di tuttele coseanche del viaggio la parte più bella era l’inizio.Partendo si correva via immediatamente liberi dal groviglio di affarie affarucci che gremivano la vita. Per un istante si respiravaliberi. Non si serviva da puntello a nessuno e nessuno più vipuntellava. Ma però con la prima parola gentile non meritata(la macchia su quella faccia c'era!) avveniva la ricostruzione delpuntello che impacciava i movimenti. Si dava e si domandaval'appoggio. "Nessuno mi dirà ch'io abbia parlato cosìper far piacere a quel coso grosso. Parlai così perchésto meglio se dico cose gentili ".

Ilcoso grosso disse anche lui una cosa gentile: "Io non so perchéella dica di avere un aspetto strano. Non vedo in verità.Davvero non vedo!". Scandiva con pedanteria le sillabe. Era unaltro puntello che si cacciava sotto la spalla del signor Aghios.Però aveva sofferto quando la buona creanza l'aveva obbligatodi costruire lui l'appoggio all'altro dicendo una menzogna. Orainvece si sentiva sollevato dalla gentilezza che riceveva. Rientravacon un sospiro di sollievo nel consorzio umanonon accorgendosi cheanche quel puntello poggiava su una menzogna di cui non sentivadolorenon avendo potuto inventarla lui. Eppure avrebbe dovutoricordare che poco prima la propria faccia gli era apparsa stranaanzibestialecon quei mustacchi grossi.

Ringraziòe avrebbe volentieri attaccato conversazione con chi gli avevaregalato un complimento. Ma non trovò l'argomento. Le primeparole che avevano scambiate vertevano su una parte del loro corpo.Continuando così si correva il rischio di somigliare ai cani.

Ilsignor Aghios guardò con desiderio verso il corridoio ch'eratuttavia affollato e ove si fumavaciarlava e rideva. Avrebbescommesso che la sua bella fanciulla dagli occhi azzurri c'era sempreancora; altrimenti non ci sarebbe stata tanta gioia e gli uominisarebbero venuti a sedere nel compartimento semivuoto. Perpoltroneriamalgrado il desiderionon si mosse. Nel momento distornare l'occhio dalla porta s'avvide che un'animata conversaziones'era sviluppata nell'altro canto della vettura. Uno dei gioviniquello ammalatosi teneva penosamente teso verso il suointerlocutore per arrivare a sentirlo e aveva nella sua facciaemaciata tutta l'espressione di persona che viene costretta ad unafatica spiacevole.

L'altroinvece doveva gustare molto l'occasione di tenere una predica. Era unragazzo circa dell'età del figlio del signor Aghios. Erabiondo come lui e con lui aveva un'altra somiglianza che stupìil signor Aghios. Parlava proprio di una cosa di cui il signor Aghiosaveva recentemente sentito parlare dal figlio suo. Anche in viaggiosi poteva scontrarsi nelle cose note che ingombravano la casaperchéla moda funestava nello stesso tempo le case e i treni. Lo studenteparlava dell'origine delle malattie nervose e della cura delle stessemediante la psicanalisi. Il signor Aghios sentì solo questeparole: "La malattia ha la sua prima origine in una feritamorale ricevuta nella prima infanzia e di cuiper non soffrirnesisoppresse il ricordo. Per avere tale importanzatale ferita deveessere stata inferta proprio nella prima infanzia".

Tuttoquesto il signor Aghios già sapeva. E quando il figliuolo suogliel'aveva detta con aria dottoralecome se fosse stata scoperta daluiil signor Aghios aveva mitemente consentito. Anche lui vedevache la ferita fatta in un organismo nel suo sviluppo si moltiplicavacon lo sviluppo. Poi l'ignoranza del bambinodava all'offesa unaimportanza enorme. Orainvecenella libertà del viaggio ilsignor Aghios si ribellò. Come si poteva asserire una cosasimile? Ogni ferita doleva ed ogni ferita - se ne aveva il tempo -incancreniva e si dilatava. Non soffriva luia quasi sessant'annidi ogni offesa altrui e di ogni proprio dubbio? La carnecomposta ditanta parte di liquidoera sempre poco resistente e l'ignoranza poici accompagnava fino all'ultimo alitogrande abbastanza per indurcia concedere importanza a tutte le cose che non ne hanno veruna efarcele sentire pesantiaffannoseorigine di malessere e malattia.Certoil tempo ci voleva e il più lungo tempo è quelloche trascorre dall'infanzia alla morte. Perciò si potrebbedire che le avventure dell'infanzia sono le più lunghe e soloperciò le cattive avventure le più pericolose.S'avverano piccole nei piccini e s'evolvono a grandi per affliggeregli adulti.

Eil giovanotto continuava a dire: "Una seconda avventura puòaggiungersi più tardi ad inacerbire la primama mai puòassurgere ad un'importanza per sé".

Quiad onta della sua lontananza dal predicatorela quale avrebbe dovutoimpedirgli d'intervenire anche per il rumore assordante del trenoilsignor Aghios s'apprestò ad urlare la sua protesta. Avevataciuto col figliolo suoma qui non c'era ragione di tacere. Ci sitrovava nella grande libertà del viaggio.

Main quel momento il giovanotto sofferenteche aveva provato delledifficoltà per stare a sentiresi lasciò ricadere sulcuscino dietro di séallontanandosi da chi gli parlava edisse: "Ne parlerò col medico condotto". Era stancoe si coperse gli occhi. La posizione faticosa gli aveva dato ilsentimento del mal di mare.

Ilpredicatore apparve per un momento stupito e offeso. E il signorAghios dovette trattenersi per non ridere. Parlare di cose simili colmedico condotto? Certo il predicatore non era medicoma non eraneppure medico condotto e credeva perciò di avere un maggiorediritto di parlare di scienza.

Pocodopo il giovanotto si levòprese a mano la sua valigetta euscì sul corridoio per essere pronto ad abbandonare il trenoalla prima fermata. Alla fermata il signor Aghios lo seguì perguardare due cose. Prima di tutto volle vedere se il giovanottoveramente scendesse o se avesse voluto abbandonare un luogo ove erastato posposto ad un medico condotto. Scendeva realmente in unastazioncella piccola e il signor Aghios lo seguì con l'occhiocome si moveva lento e sicuro e spariva nella casucciala porta delpiccolo luogo per la quale entrava così la grande scienzadella psicanalisi. Poi il signor Aghios guardò nel corridoiosperando di rivedere la giovinetta dagli occhi azzurri ch'egli erastato in procinto di abbracciare. Non c'era. Che cosa facevano dunquetutti quegli uomini in piedi? Essendo uscito sul corridoio il signorAghios volle darsi un contegno e accese una sigaretta in mezzo aquegli uomini chein piediaspettavano di arrivare alla meta. Eglinon ambiva di parlare con loroperché sul corridoio sisentiva come sulla via. Non era nella propria societàcioènel proprio compartimento. Guardò fuori della finestra ecominciò a contare i pali del telegrafo come andavano via.Poiper lungo temponon li contò più e fu consapevoledi essere rimasto nel più assoluto riposo di pensiero aguardare senza vedere. I pali e la campagna o una parte di vitafuggono senz'essere visti o sentiti. Quando ritornò in sédubitò che una cosa simile possa esisterema non ricordòche ci fosse statoin quello spazio di tempoil menomo movimentodella memoria o del pensiero. E forsea riprova del riposo assolutoavutoridestandosi il signor Aghios giunse al suo mondo con ungiudizio sintetico: "Io sono un vecchio che non amerebbe nessunoe da nessuno sarebbe amato se non ci fossi io stesso che amo e da cuisono amato". Bisognava rischiarare il mondo a cui egliritornava. Sorriseperché non ci fu amarezza. Le cose eranocosì e ne risultava una situazione comoda come la sua etàesigeva. Poi la sua asserzione andava attenuata: Non si poteva direch'egli amasse qualcunoma egli amava intensamente tutta la vitagli uomini le bestie e le piantetutta roba anonima e perciòtanto amabile. Anzise fra gli uomini non ci fossero state anche lebelle donneegli avrebbe potuto aspettare la morte con la serenitàdi un santo. E finita la sigarettaritornò al suo posto conla coscienza di aver chiuso un viaggio lontanoinserito nel cortoviaggio che s'era appena iniziato. Era stanco di quel viaggio es'assise con un respiro di soddisfazione.

Ilsuo vis-à-vis intendeva certamente d'annodare discorsoperché teneva in mano un mezzo toscano e gliel'accennòguardandolo supplice coi grandi occhi rischiarati dagli occhiali:"Lei è uscito sul corridoio per fumarema visto che ilsignore già me lo permiseavrebbe niente in contrario dilasciarmi al mio posto a fumare questo mezzo toscano?".

Grandecosa il fumo! Specialmente in un compartimento per non fumatori. Eccoche la vita sociale per esso s'iniziava anche fra sconosciuticomedai canisebbene meno entusiasticamente.

Coneguale gentilezza il signor Aghios consentì e volle essere piùgentile ancoraaggiungendo alla gentile parola un atto gentile. Perquanto non ne avesse vogliaavendo fumato giusto alloratrasse ditasca un'altra sigaretta e disse sorridendo: "Del mio permessoprofitterò anch'io". Poiperònon trovava glizolfanelli. Doveva rovistare tre tasche del soprabitotre dellagiubba (non quattro perché quella interna di petto il signorAghios trovò tanto gonfia che subito ricordò chev'erano i denari)due del panciotto e due dei calzoni. Intanto ilgrosso signore fu anche una volta molto gentile e gli porse unozolfanello acceso.

Addiritturacommossoil signor Aghios ringraziò. L'altro gli sorrisemanulla rispose essendo occupatissimo col suo toscano che doveva essereun poco umido.

Poiperòla conversazione si ravvivò perché ilsignor Aghiosavendo ricordato che sua moglie sempre diceva che ledonne ne avevano troppo poche di tasche e gli uomini di troppesimise a ridere ad alta voce e dovette dare una spiegazione della suailarità.

Ilgrosso suo compagno di viaggio risema piuttosto per compiacenza cheper proprio bisogno. Poi protestò. Non vedeva la giustezzadell’osservazione: "Io so sempre tutto quello che ho inogni singola tasca. Vuole il mio biglietto? Eccolo! Il miospecchietto? Gli occhiali per leggere?". Anche quelli eranogrossissimi. Aveva grande ordineforse necessario con quegli occhidifettosi. Aveva un mondo di cose quel signorecome un armadioambulante e tutte al loro posto. L'idea era buona di tenere tantoordine nelle tasche ed il signor Aghios si propose di adottarla. Anziavrebbe messo in una delle tasche un bel registro contenente lapianta delle tasche con l'enumerazione degli oggetti contenutivi. Epensò con buon umore e senza risentimentoche il suo nuovoamico non aveva fatto vedere il portafogli. Anche lui non avevatoccato quella tasca. È un bel sentimento quello di sentirsifurbi.

Poiper rassicurare anche meglio quel signore ch'egli non aveva riso diluiil signor Aghios escogitò una gentilezza da usargli.Ricordò ch'era il vanto di tutti i fumatori di toscani disaper sopportare tanto veleno. In verità egli non sentivatanta ammirazioneperché sapeva che il fumo del toscano nonsi usava lasciar andare ai bronchi e polmonima si espelleva subitonon appena avutone in bocca il sapore. Ma valeva bene la pena di direuna bugia per garantire intorno a sé tutta la necessariagentilezza. E disse: "Come fa lei a sopportare tutto quelveleno?".

Curioso!L'altro non sentì tali parole quali un complimento. "Noncredo di avvelenarmi più di lei con le sue Macedonia. Lei negettò via una or ora e ne ha già accesa un’altra.Questo è il terzo mezzo toscano che fumo oggi e fino a questaseradopo il pastonon fumo altro. So come vada con le Macedonia.Scommetto che lei ne fuma una quarantina al giorno!".

Nonera vero. Questa ch’egli aveva in boccail signor Aghiosl'aveva accesa proprio a scopo socialealtrimenti egli avrebbesaputo restarne senza per lungo tempo. Ma la gentilezza! Mentìuna seconda volta assentendoma ne fu subito consapevole.

Strano!Con gli sconosciuti si mentiva disordinatamentesenza un vero scopo.Con lo sconosciuto non c'era mai un vero accordo. Anche con chiintimamente si conosceva c'era spesso la stonaturama non così.Così era un gridìo discordecome nelle orchestrequando ogni singolo suonatore tocca lo strumento per provarlosentirlo e regolarlo. La menzogna con coloro che ci conoscevanos'adattava a tutte le circostanze per essere più credibile.Nel treno che correva era suggerita dal capricciomancava dellosforzo consapevole ch'era un fine lavoro mentale. Il signor Aghios sitoccò la bocca per frenarla e toglierle quella libertà.Egli voleva traversare il mondo serioserionon falsificandolo conparole che somigliavano ai sassi che il monello gettava per il solobisogno di moversisenza preoccuparsi dove andava a finiremagarinell'occhio del prossimo. Era dunque più difficile di sapermuoversi con dignità fra sconosciuti e a lui era toccato disbagliare perché poco uso alla libertàcome quei canidi catena che appena liberi guastano il giardino.

Mac'era dell'imbarazzo nel suo animo e il signor Aghiosper moversi esvincolarsiaperse il finestrino e comperò un arancio. Unalira! Egli non aveva fameperché aveva mangiato poco prima dilasciare Milano. Ma non era male di avere un arancio in tasca perl’eventualità di essere colto dalla sete. Una liraunalira intera!

Ilfumatore di toscani era sempre occupato a tirare e sotto ai grossiocchiali gli occhi loscavano per veder meglio il sigaro. Tuttaviadoveva aver seguita la transazione fatta dal signor Aghios perchémormorò: "Un arancio una lira. Almeno con questo prezzonon c'è da perdere tempo. Si dà la lira e non c'èresto".

"Néarresto del treno" disse il signor Aghiospensando subito checon gli sconosciuti si dicevano più parole inutili che con gliamici. Allora si avrebbe dovuto tacere?

Nonaveva scrupoli l'altroperché si mise a parlareabbondantemente dei prezzi bassi di cui si aveva goduto nella suainfanzia. Accarezzava quei prezzi bassi come se fossero stati suoicari congiunti decessi. Ead onta degli scrupoli ch'egli avevainterianche il signor Aghios parlò di sue lontanerimembranze. Dopo le prime parole si trovò trasportato intutt'altra epocaquasi dimenticando che s'era mosso per riscontraredei prezzi.

Unaluminosa mattina di agosto sulla bella strada che va da Tricesimoalla Carnia. Lui e un suo amicoun pittorein una carretta tiratada un cavalloche ha il vizio ad ogni tratto di rallentare il passoper sentire meglio quello che si dice nel veicolo cui èlegato. Non vi sono frustateperché nella vasta verdecampagna friulanatra quelle colline che si sporgono cariche dialberinella quiete della mattina soleggiatal'ira stonerebbe. Idue giovininella loro gioiasono buoni e amano il cavallino cheinsieme alla carrettaper una giornata intera costa due lire.

"Nonè moltoma neppure tanto poco"disse dottoralmentel'altro. "Anche oggidì in Brianzama d'inverno..."

Ilsignor Aghios subì tranquillamente l'interruzione. Egli eraora col pensiero tutto in un piccolo luogo della CarniaTorlanoaipiedi della Carniaun luogo che a luiche allora era capitato perla prima volta in una parte nuova del Friulisembrava non friulano eneppure italiano. I tetti delle case ertivicini allaperpendicolaresembravano fatti per coprire delle case nordiche. Ilsignor Aghios non ricordava dettaglima ricordava tutto l'insiemenitido sorridentecon tanto colore italiano sulle linee quasigotiche. Accanto a luiil pittore guardava con gli occhi semichiusie ambedue associavano la loro ammirazionela società piùintima umana. C'era anche un ruscelloimponente per certi stratiazzurri nell'acqua qua e là profondissima e per la fogadell’acquaviva per la sua recente caduta di montagna. E ditutto questo il signor Aghios tacqueperché non era cosa cheappartenesse al signore dai grossi occhiali.

Magli raccontò che in quella perla del Friuli lui e il suo amicoandarono a rassodare il loro entusiasmo ad una merenda. Fu unamerenda a periodi. Dapprima un latte squisitotinto da un po' dicaffè e pane casalingo ancora caldo e un burro autenticounpo' ingenuo e aspro. L'appetito aumentò evennero due uova altegame. Poi un po' di salame tenerelloperché anch'esso natoappena e non ancora cristallizzatosi nel nuovo assetto. E giovineanche il formaggio che seguìe il vecchio signor Aghiossapeva che il formaggio vetusto è buonoma che ilgiovanissimo ha pure i suoi pregi. La merenda fu chiusa da unabottiglia di vino di Torlano. Oh! il vino di Torlano! Giallo eluminoso di luce propria e vivo come l'acqua di Torlanoscesa alloraallora dalla montagna. E il vecchio s'incantò a ricordarequella roba giovine e quel vino vecchio (aveva tre annidi queglianni lunghi della montagna) e la propria fresca gioventù resageniale dal grande pittore triestinosparito tanto presto e cheguardando il ponte di Torlano sapeva come Manet l'avrebbe ritratto.Ma a Torlanodove la montagna incombevail ponte non avrebbe potutorestare solo e giganteggiare. Tutto era sparito. Era impossibile cheTorlano esistesse ancoraquand'era morto il pittore che l'avevabaciatoe lui era là molto simile a quanto era statoma nonpiù simile di una fotografia ad una cosa viva. Ed oracheguardava indietroera immobile come una fotografia. Pare chericordare non sia una vera azione. Il ricordo lo si subisce immobile.Chi ricorda e chi è ricordato s'immobilizzano.

Ilsuo compagno lo richiamò al movimento del treno. "E ilconto fu piccolo?" E infatti il vecchio sentìritornandoin séla spinta del treno che lo fece piegare per innanzi.

Aghiossorrise. "Non basta ancora. Anche il cavallo ebbe la suamerenda: Granturcoperché non c'era avena. In un cortilevasto (lo spazio a Torlano non manca) fu lavata accuratamente lacarretta ch'era sudiciaperchéessendo stata guidata dalpittoreaveva finito talvolta fuori della strada carrozzabile."

"Ebbene!"disse il grosso uomo. "Io scommetto d'indovinare a quantoammontò il conto. Due lire otutt'al piùdue lire ecinquanta."

"Ellasbaglia di una lira intera" disse il signor Aghios.

L'altrofece atto di non credere. Parve anche fosse in procinto diprotestare. Poi s'accontentò di far conti e mormorò:"Due tazze di lattepane à volonté...quattro uova al tegame... due formaggi. Una lira e cinquanta a mepare poco".

Alsignor Aghiosche pur tanto amava la sinceritàla protestadell’altro parve scortese e anche imprudente. Che cosa potevalui saperne dei prezzi di Torlano nel milleottocento e novantatré?

Ebrevemente aggiunse: "Io fui tanto stupito di tale contocheproposi al pittore di dare una lira intera di mancianel quale casola merenda avrebbe costato proprio quello ch'ella dice. Ma il pittorem'ingiunse di dare solo venti centesimi di manciaperchépretese che altrimenti il mondo si guastava. Io feci come egli disse.Così truffai Torlano etuttaviacome si videil mondo siguastò".

Menomale che il suo interlocutore a quest'osservazione dell'Aghiosvivamente assentì ed anche riseperché unaconstatazione molto giusta fa sempre da ridere. Volle peròaggiungere la sua pezzetta e disse: "Chissà se ancheTorlano è tanto guasta?"

"Iospero di no" disse l’Aghios fervidamente. E non pensòai prezzima a quell'acqua bene incanalata che cantava la sua mitecanzone a quel ponte e a quelle case grandi abitate da gentesemplicema nutrita di buone cose.

Idue s'erano ormai fatti abbastanza intimi e si presentarono."Ragioniere Ernesto Borlini."

IlBorlini si stupì nel sentire il nome dell'Aghios. "Greco?" "D'originema lontana." Era da lungo tempo chel'Aghios non pensava al suo nome greco perché chi lo conoscevaaccettava quel nome come se fosse stato italiano. Certo nella suavitacausa quel nomespesso egli aveva rovistato nel proprio animocurioso di scoprirvi qualche cosa del più geniale dei popoli.Tante volte aveva analizzato qualche propria parola per vedere sepoteva considerarla arrivata da paesi lontani e tante volte avevaaccarezzato una propria idea come sorprendentenata in un cervelloatteggiato altrimenti dai cervelli dei suoi vicini. Adesso pensò:"Se l'origine valesse qualche cosaiodunquemi troverei inviaggio tutto l’anno". Ma molta sua superbia era sparitadacché egli aveva accanto il figliuolo che ne sapeva piùdi lui.

Rapidoil pensiero del vecchio si ripiegò su se stesso. Subito eglidovette ridere. Somigliava egli a Dante o a Omero? In complesso nonc'era niente da perdere scegliendo una nazione o l'altra. Umiliatodal proprio risopassò a considerare le tabelle statistiche.Delitti passionali e fazioni da una parte e dall'altra. Nulla daguadagnare mettendosi di qua o di lì. Eppoi quanti italianinon erano greci senza saperlo? No! No! Anche luiper trovarsi inviaggiodoveva pagare il biglietto ferroviario.

"Hopiacere ch’ella non sia greco!" disse il Borlini. "Ioi grecinon li posso soffrire."

L'Aghiosebbe una smorfia d'imbarazzo. Che cosa poteva dire a quel grosso uomoche in quel momento gli aveva serrata la mano e che subito glidichiarava che metà dei suo organismo gli era odiosa? Ilsignor Aghios si rassegnò a pensare: "Se tu odii i greciio me ne infischio. Di te non so che il nomeBorlinie m'èodioso perché lo porti tu". E tacque. Non occorrevaabbandonare la propria famiglia per litigare.

Idue cominciavano a conoscersi ed era una intimità.Improvvisamente il signor Aghios fu nettato dal suo disgusto da unsuono stranonuovoche interrompeva le trequattro o piùnote prodotte dal procedere del treno. Il giovinottonel cantuccioch'era rimasto immoto con una mano sugli occhiemise un vero gemito.Il gemito è veramente un suono d'intimità. Tutta unavia cambia d'aspetto se un suono simile vi è emesso in modo daesser sentito. L'indifferente viandante s'arresta e pensa: "Oh!poverino! Guarda quello che gli accade e può domani accadere ame che ogni giorno passo per questa stessa via".

L'Aghiose il Borlinistupitiguardarono il gemente. Troppo a lungo tacqueroe ciò rese accorto il giovanotto che lo si osservava. Levòla mano dagli occhi e guardò i due compagni di viaggio. Loguardavanoil Borlini proprio chino per innanzi per accostarglisimeglio.

"Staforse male?" domandò l'Aghiossubito fraterno.

"Perché?"domandò il giovanotto stupito. Aveva dei begli occhi brunisotto una chioma quasi bionda. "Scusi tanto!" dissel'Aghios. "Ha sognato forse e ha emesso un gemito."

"Puòessere" rispose il giovine. "Ciò mi avvienetalvolta. Mi scusino. Io non sono malato. Pensavo a certa miasventura e perciò gemetti. Mi compatiscano." Chiuse gliocchi e si riadagiò nel suo cantuccio. Poco dopo trasse a séla tenda e se ne coperse il capo. Voleva una grande oscuritàquel disgraziatoperché nella vettura la luce erascarsissima. S'era già al crepuscoloeppoi il cielo s'eracoperto.

Ilsignor Aghios continuò a guardarlo. Oh! quanto avrebbedesiderato di poter lenire il primo dolore in cui s'imbatteva in quelsuo viaggio. Un gemitopoiè il suono più familiareche un uomo possa indirizzare ad un altro. Lo s'intende subito. Èpiù intelligibile di una parolaperché sfuggitoall'organismo che lo formò e non lo volle come tutte le suefunzioni. Così il polmone respira e il cuore batte. E il suonova direttamente al cuore degli altri che sanno anch'essi formarlo eperciò l'intendono.

Inveceil Borlini guardava il dormente con quei suoi occhi rotondi sottoagli occhialicon pienagrande diffidenza. Quando avvenne la solitarivoluzione all'arrivo a Verona e la gente di tutto il vagone simosseuscendo a prendere aria sulla banchina della fosca stazione oper restare nella più luminosa delle cittàilgiovanotto si destòsi levò e uscì sulcorridoio a guatare la penombrala fronte poggiata sul vetro dellafinestra.

IlBorlini si chinò all’Aghios: "Chi geme in pubblicosi prepara a domandare dei denari in prestito".

Erauna gentilezza e l'Aghios sorrise per ringraziarema non sentìgratitudine. Se si doveva guardare con diffidenza un uomo che gemevaallora si faceva meglio di restare celato fra le proprie pareti e nonmoversi. Sentire un gemito e diffidare? Solo diffidare? Era propriocome chi si mette a correre sentendo chiamare aiutoperché ilgrido è in sé un avvertimento di pericolo.

Ilgiovanotto ritornò al suo posto e si sdraiò nel suocantuccio proprio nella posizione di prima. Intanto il signor Aghiosintese ch'egli non poteva soccorrerlo neppure con una parola. Labuona educazione imponeva così.

Quandosi sorprende un gemito si deve fingere di non averlo sentito. Non perniente si era un gentiluomo. Tutto doveva continuare come se ilgemito non fosse stato emesso. "Non devi intrudere" ammonìse stesso il signor Aghios.

 

III.Verona-Padova

Maprima di abbandonare Verona la vettura accolse tre nuovi ospiti cheal signor Aghios parve di riconoscere. Il contadinola moglie e lafigliuola ch'egli credeva di aver visti alla stazione di Milano. Glipareva soprattutto di riconoscere il gonnellinorigonfio moltodella fanciulla. Questa gli pareva più giovinetta di quellache aveva visto dormire alla stazioneperché questa nonpoteva avere neppure dieci anni. Ma non si poteva dirloperchéun bambino con gli occhi aperti non somiglia ad uno che li ha chiusi.La madre era ben vestita con un fazzoletto di seta annodato sul capoin luogo del cappello. La sua faccina sotto a quel fazzolettoun po'incartapecorita forse dalle intemperieera ammorbidita dagli occhiazzurriseriima vivi. Il contadino era privo di collettomavestito pulitamente alla cittadina. Quel fazzoletto sulla testa dellacontadinanitido e biancoera adorabile. La donna inchinavasi agliantenati per sottomettersi al marito che non li curava.

Ilgiovanotto nel cantuccio fu obbligato di ritirare le gambe. Lo fecesenza dire una parolaciò che al signor Aghios parvescorteselui che voleva il suo viaggio soffuso di gentilezza. Delresto a lui pareva d'imbattersi in conoscenti e avrebbe voluto aprireloro le braccia. Doveva però diffidareperché alsignor Aghios mancavano due qualità: L'orientamento e ilriconoscimento delle fisonomie. A Milanodopo esserci stato tantevoltenon sapeva andare da solo dalla stazione a piazza del Duomo edera incapace di trovare sulla via chi conosceva ed incapace di nonsalutare tutti gli sconosciuti. Per essere sicuramente conosciuti dalui bisognava averlo praticato da molti anni. Come è tantodifficile di apprendere da vecchi una linguacosì egli nonsapeva più stampare nel suo cervello la fisonomia di gentenuova. Forse era la stessa deficienza che gl'impediva l'orientamento.Infattiintorno al naso e agli occhi degli uominici sono dellevieandrone e piazze di cuiper la loro minutezzaèdifficile d'intendersi. Li conosceva o non li conosceva queicontadini? I biglietti ferroviari erano ora tenuti in manofissatinegligentemente col pollice sulle altre dita robuste e rudi delladonnamentre a Milano li aveva tenuti il contadino. Ecco unadifferenza e il signor Aghios fu più dubbioso che mai.

Ancheil Borlini guardò quei biglietti. Si chinò all'Aghioscome per dirgli qualche cosa d'importantee gli soffiònell'orecchio: "Quei biglietti sono di terza classe".

Iltreno correva da una decina di minuti e la fanciulla si guardavaintorno come se cercasse qualche cosa. Poi si piegò sul grembodella madre e mormorò: "Mamavoio veder".

Anch'essaaveva la testa coperta dal fazzoletto annodato al mento. La facciasua era rosea e frescagli occhi azzurripiù chiari chedella madregrandila cornea biancaluminosa anch'essa. Parlavanoil veneto ed era difficile fossero venuti da Milano.

Lamadre si chinò e disse: "Guarda alora. No ghe xe gnenteda veder". Parlava a bassa voce. Pareva intimidita dallacompagnia di quei signori silenziosi.

Ilsignor Aghiosche non aspettava di megliofece posto alla finestra:"Vuol vedere! Ha ragione! Anch'io quando viaggio voglio vedere.La ponga qui".

Labambina guardò supplichevole la madrela quale volse ilguardo come a domandare consiglio al marito. Questi sorrise"Sesto sior xe tanto bonno vedo perché la picola no dovariagodersela. Zà no restemo tantoperché ghe semo subitoa ... ".

Esubito preso in braccio il piccolo fagotto di vestitilo depose alposto lasciato libero dal signor Aghios.

Lapiccina guardò la campagna che fuggiva e per qualche minutostette silenziosa. Poi aderì con tutta la faccia al vetro e ilsignor Aghios sorrise perché intese che faceva così pervedere meglio. Indi si volse al padre piagnucolando: "Mi voriaveder".

"Eno ti vedi?" domandò il padre stupito.

"Mino che no vedo!" esclamò la fanciulla e volse alla madrei chiari occhiresi anche più chiari dalle lacrime checominciavano a formarvici. La madre accorse e sedette fra il padre ela bambinacosì che il signor Aghios dovette spostarsi ancorauna volta per fare luogofatica che gli fu resa più facile daun cordiale: "El scusa tanto!" del contadinomentre ilBorlini lanciava un biasimo parlante traverso ai suoi occhiali.

Lamadre domandò: "Ma coss'ti vol veder? No ti vedi tuto? ".

Lafanciulla scoppiò in pianto: "No vedo el treno".

IlBorlini scoppiò in una risata e i genitori risero anche loroun po' imbarazzati dalla bestialità della figliuola. Il soloAghios fu commosso . Egli solo sentiva e sapeva il dolore di nonpoter vedere se stesso come viaggiava.

Ilpiacere del viaggio sarebbe tutt'altro se si avesse potuto vedere ilgrande treno con la sua macchina come procedeva traverso allacampagnacome un serpente veloce e silenzioso. Vedere la campagnail treno e se stessi nello stesso tempo. Quello sarebbe stato il veroviaggio.

Domandòsorridendo: "È la prima volta che la cara bambinaviaggia?".

"Sì!"disse pronta la contadina. "E se ghe ne parla zà daquindese zorni de sto viagio."

L'Aghiossi commosse. Quindici giorni su questo viaggio e trovarsi poi inquesta gabbia chiusa! Nella mente giovinetta il viaggio avrebbedovuto concedere il piacere di una passeggiata senza faticamoltiplicato per infiniti numeri. Quale delusione!

Poivenne il peggio. Il controllore si presentò alla porta arivedere i biglietti. Quelli dei tre ultimi venuti erano di terzaclasse ed essi dovettero sgombrare. È vero che alla prossimastazione sarebbero discesima intanto dovevano cambiare di vagone.Per quanto il controllore fosse abbastanza urbanotuttavia la suavoce ebbe qualche accento imperioso. La bambina non pianse piùe si ficcò timorosa fra padre e madre ch'erano già inpiedi. L'Aghios domandò al controllore: "Non si puòchiudere un occhio per una stazione sola?". I contadini eranogià usciti dallo scompartimento. Il controllore cortesementedisse: "Io faccio il mio dovere".

El'Aghios deplorò di non aver avuto il coraggio di stampare unbacio sulla fronte della bambinalàsopra agli occhi chiariche avrebbero voluto vedere il treno. Luidi seconda classeperaffetto alla terza.

IlBorlini era tutto approvazione: "Ordine ci deve essere".L'Aghios non protestòperché pensava a cappuccettobianco come passava fra la gente sul corridoio.

"Quelladel treno mi piacque" disse il Borlini. "Tanti bambinitardano molto a intendere le cose. Vuol vedere il treno e c'èdentro."

Poiraccontò di avere anche lui a casa due bambiniuno di sei el'altro di quattro anni e mezzo. Egli s'era sposato tardi. "Sì!Dopo raggiunta la necessaria posizione." Il secondo vedeva tuttele cose che non importavanole automobili che passavano lontane enon quelle che minacciavano di schiacciarlo e il palazzo alto e nonla pietra su cui incespicava.

"Dovrebbeessere consanguineo di quella bambina che non vedeva il treno"disse il signor Aghios.

IlBorlini non parve approvare l'osservazione. "Il mio è unpo' più fine per quanto bestia anche lui."

Poiraccontò che pochi giorni prima era con Pucci a passeggio evidero due carabinieri col loro mantello un po' minaccioso sotto aquel cappello napoleonico. E il bimbo spaventato domandò sequei carabinieri sapevano ch'essi non erano dei ladri. "Si puòessere più sciocchi di cosi?" esclamò il Borlini.

Subitol'Aghios prese interesse al chiacchierio vuoto del suo compagno. Comesi sentiva amico del piccolo Pucci dal cuore palpitante di paurad'essere preso per un ladro o forse di esserlo! Il ladro potevaessere preso in flagrantema non c'era una prova cosìrisolutiva per il non ladro. Era come la prova Wassermann. Lanegativa non era mai sicura. Il microbo del furto poteva esserci nelsanguema aspettare una buona occasione per dar segno di vita.

Poiil Borlinifra una tirata e l'altra del suo minuscolo toscano chegli aveva consumato una scatola intera di cerinidisse ancora diPucciche aveva paura di nottema che si sentiva più sicurose gli permettevano di tener nel letto un giocattoloper esempio lapalla di gomma. "C'è senso?" domandò ilBorlini. "È però di buona razza" disse ilBorlini"e somiglierà presto a suo fratello che non hadi tali rane. "

Stranaasserzione! Se non ci fosse stato l'obbligo della cortesia il signorAghiosper la propria esperienza di sessant'anniavrebbe potutoraccontargli che quando si nasce fatti in un modosi resta così.Era invece un grande disgraziatoquel povero Paolucci ch'era nato inuna famiglia che non faceva per lui. L'Aghios lo intendevaperchéanche lui aveva sofferto di paure quando ancora la vita non gli avevainsegnato quanto minacciosa essa fosse. Aveva sognato di queglianimalucci piccolirapidiinafferrabili e schifosiroditori einsetti quando ancora non aveva sospettato che prima o poil'avrebbero raggiuntoe di grandi oscurità prima di sapereche l'oscurità era la nostra meta. E nel suo letto egli avevaportato con sé un cavalluccio di legno e dormendo lo stringevaal petto. Finora egli aveva creduto d'aver fatto così perbontàattribuendo una vita bisognosa di calore a quel suocavalluccio di legno che alla vita apparteneva per la sua formaruvidamente sbozzata. Ma la palla? Quel Paolucciil suo verofratelloteneva in letto una palla! Quella poi non aveva bisogno dicalorecon quella sua forma rigidamente rotonda che non appartenevaalla vita. E quando l'aveva vicina si tranquillava e aveva menopaura! Ma era un simbolo quello; s'attaccava al suo divertimento perdimenticare la vita (divertimento = diversivopensò l'Aghiossenza che il suo figliuolo sentisse). Come il piccolo Paolucci avevapotuto assurgere a tanta altezza! Ma orain tutta la sua vitachel'Aghiossinceramente gli augurava lungaegli non poteva apprenderenulla di più nuovonulla di più altonulla di piùamaro. Perché viveva ancora? Il fratello suo! Quale avvenirelo aspettava! Anche luiquando non aveva saputo simulareavevapassato la sua vita fra sorrisi di schernocorrezioni imperiose osprezzi. Per sua sfortuna e propria sventura il figliuolo suo non glisomigliava affattoprivo di paureaccorto e abilesentendo ildivertimento come il suo destino. Non sospettava che cosa fosse lavita e non se ne curavacome se egli alla vita non avesseappartenuto. La godeva dimenticandola. Studiava pocoma sapevamaneggiarsi. Sapeva anche pocoma aveva sempre pronti molti datiprecisi che gli davano facilmente la vittoria. E aveva a disposizionemolti libri in cui sapeva trovare tutto quanto gli occorreva perdiscutere.

Eper lungo tempo il piccolo Paolucci fu il suo compagno di viaggio. IlBorlini ne disse ancora una parola: "Mentre suo fratellomaggiore camminava sicuroattaccato alla mano del padrePaolucci sifaceva sempre trascinare. Era come la moglie di Lot e guardava dietroa sé. Certo per vedere più a lungo le cose".

PaolucciBorlini poteva diventare un grand'uomo oppure un triste depravato oinfine un uomo comunissimo come lui stessoil signor Aghios. Menofelice in tutti i casi. Anche per far valere delle grandi qualitàci voleva dell'accortezza. E non avendo questasi poteva vivere comese la si avesse avuta e traboccare per afferrare le cose di cui l'usonon è concesso che per quella conquista che designano comelegittima. O infine poteva adattarsi di vivere la vita piùcomuneriservando il libero movimento delle grandi qualitànei brevi intervalli in cui viaggiava.

Addiocaropiccolo fratellino.

Eppuredopo di essersi congedato da luiil signor Aghios s’imbattéin lui anche una volta. Per dimostrare anche una volta la bestialitàdel bambinoil Borlini raccontò che una mattina Paolucci sidestò affannato e raccontò di aver sognato di asini ecavalliche gli correvano addosso minacciosiper dargli calci. E ilBorlinivantandosiraccontò ch'egli interruppe il raccontodomandandogli: "Ti davano dei calci con le zampe anteriori o conle posteriori?". "Con le anteriori!" disse il bambino."Ebbene!" disse il Borlini. "È un sognoimpossibileperché quegli animali non possono dare dei calcicon le gambe anteriori."

Ilsignor Aghios risema pensò: "Povero Paolucci! Una veracrudeltà! Spezzare i sogni dei bambini con la scienza".

Equando Paolucci definitivamente lo abbandonòegli restòproprio solo col Borlini. Molto solo! Ci furono dei momenti in cuiegli rivide uno per uno i simpatici veronesi che lo avevanoabbandonato a Porta Vescovo e alla Centrale e ripensò ai duecontadini (quell'indimenticabile donna dagli occhi dolci e dallapelle bruciata!) e pensò che il suo viaggio sarebbe stato benpiù lieto se uno qualunque di costoro fosse rimasto al postodel Borlini. Peccato che quel giovanottoreso interessante da tantodolorecontinuasse a dormire nel suo cantuccio.

Ebisognò parlare col Borlini. Stavano làseduti aguardaretraverso la finestrala notte oramai completae cortesiavoleva di far sentire la propria voce. Disse subito una bugialamentando di dover sobbarcarsi alla fatica del viaggio. Aveva presolo slancio al complimento (che per sua natura è menzognero) edisse la bugia completa: Per lui il viaggio era una tortura.

Ein un lampo il signor Aghios evocò delle immagini che dovevanorendere vera quella bugia. In prima linea la bambina di poco primache aveva immaginato il viaggio come qualche cosa che meglio si sentae si veda. Anche lui era come la bambina. Il vero viaggio sarebbestato quello con la diligenza traverso a vere vie naturali (chiamavanaturali quelle prive di ferro) e ai luoghi abitaticon gli arrestinon alle stazioniche in Italia mai davano l'immagine del luogo dicui erano la porta d'ingressoma davanti ad un'osteria del luogoparte di essoove i cavalli si rifocillavano o cambiavano. Neppurein automobile la viail luogola gente non era tanto intimamentesfiorata dal viaggiatore. E il viaggioin compagnia del Borlinierameno viaggio che mai.

Ilquale rispose all'osservazione dell'Aghios con una domanda: "Quantevolte viaggia lei in un mese?".

Edil signor Aghios disse un'altra bugia: "Due o tre volte almese". Era già la seconda volta - disse - che in un meseandava da Trieste a Milano. Quest'ultima comunicazione era vera. Laprima volta su e giù con la moglie; la seconda volta siconcludeva ora col suo ritorno da solo. Ma primada anninon s'eramosso da Trieste.

IlBorlini vivamente stava contando aiutandosi con le dita e mormorava:"Lodi (sporgendo il pollice)Vicenza (l'indice)Siracusa (ilmedio)AnconaSienaPerugia ... ". Dieci città el'Aghios guardava quelle dita tozze che le segnavano e correva avederne tutto l'aspetto in rapida sintesi: Lodi (non v'era statomaricordava che la poverina non aveva saputo imporre il proprio nomealla sua squisita invenzione attribuita a Parma)Vicenza (ilPalladiole cui opere venivano spregiate da quel saputo delfigliuolo suoquei palazzi marmorei che l'Aghios vedeva lucere nellevie poco popolose in una giornata festiva di sole)Siena (oh! quelduomo risultato più piccolo del proposito e piccolo per teneretanta bellezza. Siena? Diecimila fiorentini ammazzati in un giorno!)Perugia (le volteAssisi vicina e i campi verdi coi greggi bianchitutto un paese che sta aspettando un altro santo). Ma il Borlini nonlo lasciò pensare più oltre. "Dieci volte!"esclamò. "Io lasciai Milano durante questo mesee siamoal venticinqueben dieci volte. E non me ne dico stancoperchéper essere ben fattoil dovere dev'essere un piacere."

Oh!Questapoiera grossa! Se il dovere fosse il piacereallora non cisarebbe merito. Eglil'Aghiosaveva il vanto di aver fatto tutta lasua vita il vero dovereabbandonando i suoi cari pensierile suecare fantasieil vero piacere. Se lo avessero lasciato in paceegliavrebbe percorso il mondonon per guardarloma per trovare maggiorestimolo a staccarseneabbellirlo e offuscarlo. Anche il figliuolosuo diceva che ognuno a questo mondo faceva quello che doveva eperciò lui si divertivamentre altri (il signor Aghios)soffriva. C'era sicuramente una differenza! Ma dove?

Nonprotestò. Tutta quella conversazione non gli sembrava una veraconversazione. Perché avrebbe dovuto faticarsi a discutere? Simoveva la bocca cosìper dar tempo al treno di procedere.

"Ellaè dunque un viaggiatore di commercio?" domandòtanto per dire qualche cosa.

"Macché!"disse il Borlini con disdegno per chi non meglio lo giudicava. "Iosono l'ispettore viaggiante di una società d'Assicurazioni."

Ilsignor Aghios s'inchinòcome per congratularsi dell'altacarica. Ispettore! Era tutt'altra cosa di commesso viaggiatore!

Sivedevano in distanzasotto la montagnale luci di una borgata aipiedi di una collina. Luce tranquillaimmota! Del resto una lucelontana è sempre tranquillaè sempre immota! Puòsoffiare il vento ese non l'estingueè come quella dellestelle; brilla con la tranquillità di un colore (se ce nefossero di tanto brillanti). E per qualcuno in quella borgata dovevaesserci il turbine. Ma la lontananza è la pace.

Mabisognava intanto muovere la bocca e il signor Aghios disse dellealtre bugiesenz'intenzioneper mancanza di sorveglianza: "Ionon amo di lasciar sola la mia vecchia moglie".

"Soche vi sono degli uomini fatti così" disse l'ispettoreguardando attentamente il signor Aghios come se avesse volutostudiare un animale strano.

El'Aghios insistette nella bugia: "Badi ch'io alla cittànon ci tengo affatto e che mi trovo altrettanto bene a Milano che aTrieste. La questione è che non so vivere solo".

Epensò: "Guardaguarda puread onta di tanto occhialenon ci capirai nulla". Stimo io! Se quello che diceva dovevacontareera impossibile d'indovinarlo. E disse ancora ch'egli amavala vita di famiglia. Cercò una parola più intelligenteper addobbare la bugia e la trovò subito: Egli amava la vitadi famiglia ove era necessario di pensare ora all'uno ora all'altro emai a se stessialla propria miseria. Parlava della propria miseriain un momento in cui assolutamente non la sentivacoi soldini intasca pronti per le mance e il suo affetto per tutti i deboli in cuis'imbattevail suo affetto tanto grande da raggiungere anche dellepersone che non aveva mai vistocome l'indimenticabile Paolucci.

IlBorlini brontolò: "La mia vita di famiglia ètutt'altra cosa. Quando ci sono io tutti pensano a me e cosìfaccio anch'iocioè penso a tutti loro. Quando viaggioalloranaturalmentelascio la libertà a tuttima spero chea me si pensi. Io sono assorbito dagli affari e non penso che aquesti. Ma perché ci sonogli affari? Non forse per lafamiglia? Quando penso agli affaripenso alla famiglia".

L'Aghiosrimase ammirato. Quest'era la presentazione del vero uomo normale!Non gli era simpatico. L'uomo normale voleva che tutti pensassero alui (e rivelò il suo vero pensiero confessandodapprimachecosì faceva anche luiper disdirsipoicon una spiegazioneche annullava la parola sfuggita). Forse tutti pensavano a lui peraugurargli la morte. Come era migliore luiche non domandava niente.Non gli pareva d'aver amato meno la propria famiglia perchénon lo curava abbastanza. No! Egli l'amava meno perché sentivail bisogno della famiglia maggioreil mondo.

Fuuna vera antipatia per il suo interlocutore che lo trascinò aduna discussione. Non bisognava permettergli di dire delle cose tantoingiuste con quel tono di predicatore sicuro di sé.Seccamentecon piena sinceritàegli disse: "Ioinvecequando sono in famiglia penso a tutti loro e spero che quando sonoassente tutti pensino a me". C'era la bugia nella seconda partedella dichiarazionema questa era risultata da un'istintivamodestia. Temeva di apparire troppo alto se avesse confessato chepoco prima egli aveva desiderato che sua mogliedurante la suaassenzanon l'avesse ricordato. Troppo alto? Dicendo il suo intimopensiero forse non avrebbe appartenuto tanto in alto.

IlBorlini si mise a rideredi un riso sonoroa scattiil rumore diun motore che s’avvia: "Ma questa è poesia; verafutile poesia! Sarebbe ella forse un poeta travestito?".

Dapprimail signor Aghios senti la parola come un'insolenza. Travestito? Mapoi guardò in se stesso con curiosità. Egli credevad'essere un uomo che desiderava tante cose non permesse e che - vistoche non erano permesse - le proibiva a se stessolasciandone peròvivere intatto il desiderio. Egli poi non ne parlava neppure e stavafacendo delle asserzioni che dovevano celare meglio - negandoli -quei desiderii. Era perciò un poeta travestito? Se avessecantato di quei desiderii non permessi sarebbe stato un poeta nontravestito. E negandoli? Se per negarli avesse saputo elevare la vocefino al cantoanche negandoli sarebbe stato un poeta. Che bestiaquel Borlini! Come può travestirsi un poeta? Tacendo? Non èun travestimento infatti ma perché il silenzio pensòl'Aghios. Nella vita si può essere bestia quanto si vuolemanon un poeta se non si sa cantare la propria bestialità.

Dissecon semplicità: "Non so neppure di quante sillabe sicomponga un endecasillabo".

"Undici"disse il Borlini. "Leigrecolo deve sapere. Si travesteancora."

"Mache poeta" disse l'Aghiosridendo un po' compiaciuto e un po'offeso. "Pensi che io ora corro a Trieste senza moglie e senzafiglio per un affare urgente."

Nonpoteva aprir bocca senza dire qualche parola di troppo. E trovòuna verità da dire e la disse subitocome se una parola verapotesse cancellare la vergogna di una parola falsa: "Si figurise è un piacere viaggiare cosìcarico di denari".E si batté la tasca di petto.

IlBorlini si mise a ridere più a bassa voceguardando condiffidenza verso il loro compagno che ancora sempre sonnecchiava nelsuo cantuccio: "Anch'io ne ho del denaro in tascae molto. Dalei è un'imprudenzada me una necessità".

IlBorlini diventava veramente aggressivo ed il signor Aghiossconcertato tacque. Dopo una pausa alquanto lunga il grosso uomoriprese la parola in tono più di convinzione. Forse s'erapentito del suo tono troppo aggressivo.

"Pensiquello ch'io faccio per la mia famiglia eppoi mi dica se incontraccambio non ho il diritto di esigere che tutti i suoi membripensino costantemente a me. Vi sono certi uomini a questo mondo chelavorano come mema nessuno più di me. Questi viaggi nonpossono essere considerati quali un riposo. Le pare?"

Alsignor Aghios pareva che fino a quel momento in cui aveva incontratoil suo interlocutoreil viaggio fosse stato veramente un riposo.Oracostretto di dar continuamente ragione a qualcuno che egli nonamavasi sentiva afferrato da una famiglia e per di più dauna famiglia che non amava. Poté perciò consentire conpiena sincerità: "Noassolutamente non è unriposo!". Non era un riposo! Per godere del riposo bisognavaaspettare Padovavarie ore!

"Pensipoi alla responsabilità che mi tocca assumere! Talvoltaliquido ioda soloun danno! dall'a alla zeta! Apprezzazione deldanno e accordo definitivo! Naturalmente che so quello che faccio emai ebbi ad incorrere in alcun rimprovero. Oggiper esempiocorro aPadova proprio per una cosa simile. Un grossissimo cliente ebbe unincendio ed esigeva centosettantacinque mila lire. A Milanoproponevano di mandare dei peritiquegli ingegneri imbecilliti nellamatematica. Io dissi al direttore di provare d'incaricare me dellaliquidazione e mi ripromettevo saldare tutto con centocinquantamilalire e conservarmi la riconoscenza del cliente. Il direttoreche miconoscedisse subito: "Va bene! Tentiamo questa volta noiuomini d'affarisenza ingerenza di quelle bestie di tecnici. Faccialei!". Ed io partii dopo di aver messo nel mio portafoglicentocinquanta pezzi da mille lire. Guardi qua!" e trasse dallatasca di petto un portafoglio gonfioche aperse. "Noi arriviamoa Padova troppo tardi per riscuotere un vaglia e perciò micarico di tutte queste banconote. Il cliente sarà reso piùmitese vede le banconote in natura"e il grosso uomo risemostrando i suoi bei denti di carnivoro. "eppoichissàche una parte di queste banconote non ritorni alla Società? Ilvaglia invece è difficile di frazionare e non si potrebbeoffrirne una parte alla volta." Qui il signor Aghios potécompetere coll'ispettore. "Anch'io per la mia famiglia assumovolentieri qualunque responsabilità. Nella mia tasca di pettoho ... " esitò per un istanteperché stava perdire la veritàcioè trentamila lire; poi si ricredettee disse: "cinquantamila lire".

"Enon ha paura di portare tanti denari con sé?" Il signorAghios s'arrabbiò: "Se lei crede di saper difenderecentocinquantamila lireio ne saprò certo difenderecinquantamila!".

L'ispettoresi mise a ridere di un riso molto più gradevole di prima el'accompagnò di un'occhiata d'ammirazione pel signor Aghios."Una vera frase da poeta cotesta!" osservò.

Ilsignor Aghios si sentiva solleticato nel suo amor propriomatuttavia era in dubbio se aveva ragione di non offendersi. Il poetaera un uomo che sapeva scrivereciò che il signor Aghios nonsapeva enon sapendo fare delle poesieil suo destino era difalsare la veritàvedere aria dove c'era una parete esbattervi la testa. Fino a Padova non occorreva offendersi però;perché convincere quel signore che non avrebbe rivisto maipiù?

Eppurela loro recente relazione doveva farsi più gradevole. Dovevadipendere dal fatto che l'ispettore pensava di essersi presentato asufficienza e che ormai poteva trattarecon più semplicità.Intanto si preoccupò del denaro del signor Aghios. "Nondica più di avere quel denaro. Capisco che sono stato io afare il malanno. Ma io ho buon naso e subito compresi che con lei nonc'era pericolo. Quello lìdorme della grossa." Ambeduesi misero a guardare il biondino pallidosempre immobile nel suocantuccio. Dormiva tranquillo e giaceva sul guanciale come unpupazzetto di cerascosso dai sobbalzamenti del treno. Soltanto lenarici del suo naso fine parevano allargatequasi per uno sforzo dilasciar passare maggior quantità d'aria. Da quei biondinitrasparenti le narici sembravano delle piccole ali. Ma poi il signorAghios ricordò un suo cavallo imbolsitoche tendeva le naricicol solito sforzo fuori di posto dei malati e mormorò:"Dev'essere enfisematico".

Oramaiil signor Aghios era accorato per il ricordo del suo cavallino bolso.Nella malattia le bestie somigliavano di più all'uomo. Solo aloro mancava la parolacioè la bestemmia che piùattenua il dolore della malattia. Povere bestie. Il cavallinosoffriva e non lo sapevama il suo affanno era molto umano.

L'ispettoreaveva acceso il suo toscano e per far dimenticare di essersi vantatodi una regola ferreagettò un complimento al signor Aghios:"In buona compagnia si fuma di più". Ed il signorAghios fumò soltanto per restituire il complimento.

Poil'ispettore predicò e fu molto noiosoma la salvezza era amano. Il treno faceva un rumore indiavolato e bastava cessare dallosforzo di stare a sentire per non sentire più nulla. Tuttaviail signor Aghios sapeva quello che l'ispettore stava dicendo. Parlavadi politica ed asseriva che sarebbe bastato il buon volere di tuttiper trarre l'Italia da ogni difficoltà. Circa quaranta milionidi buon volere. L'unanimità! Era troppomentre il signorAnghios (che si sentiva greco) aveva osservato che quando dueitaliani si trovano allo stesso tavoloavevano la gran voglia dilasciarlo per non sentire più l'altro. E lui stessoch'eraitaliano per la nonna e la madrenon avrebbe voluto saltar fuori daltreno per non vedere più il signor ispettore?

Ementre il signor ispettore parlavail signor Aghios restò adanalizzare il ricordo della propria nonna. Com'era pallida. Una solafrase che forse gli era stata ripetuta da altri: Il letto èuna buona cosaperché se non si dorme si riposa. Ed unafotografia sbiadita di donna grassacadentevestita a festa convestiti impossibili che la stringevano nella vita e le lasciavano lagonna larga. La frase era altrettanto sbiadita e il signor Aghios nonsapeva staccare la fotografia dalla frasené la frase dallafotografia. Pareva insomma che la fotografia avesse parlato. Perciòquella fotografia era più espressiva di ogni altra. Potevaavvenire che quella donna si rimettesse a discorrere.

Orail signor ispettore era arrivato a parlare delle elezioni. Il signorAghiosper cortesiasi spostò in avanti per avvicinarsiall'oratore e sentì chiaramente questa frase: "Il voto...obbligatorio". Ritornò al suo posto subito.

Tuttoera obbligatorio in questa vitaanche di stare a sentire il signorispettore. Se si divideva la vita nella parte dedicata alle azioni ealle parole obbligate e in quella riservata ai movimenti di liberainiziativa e ch'era quella che solo meritava il nome di vitacomequesta era meschina in confronto di quella. Il signor Aghios erapartito anelante alla libertàma sapeva chedi lì aqualche giornodella libertà ne avrebbe avuto abbastanza eavrebbe ambito di riavere il suo giogo. Era così! La schiavitùnon era solo un destinoma anche un'abitudine. Era bello avere lalibertà nel momento in cui ci si liberavacome aveva fattolui che lasciava chiacchierare il signor ispettore senza starlo adascoltare.

Mal'ispettore lo guardò ed egli di nuovo per cortesia s’avvicinòa lui per udirne la parola e senti: "In Italia ci sono troppicapi".

Ilsignor Aghiosrimessosi al suo postoseppe subito dimenticare chein Italia ci fossero troppi capi. Aveva guardato fuori della finestradonde era proibito di augurare il bene ed era stato colto da un'ideaterribile: "L’avvenire del mondo era di divenire tuttoun'unicauna sola città. Addio campagneaddio boschiaddioprati. Come avrebbero mangiato tutti costoro? Chimicamente? Oh!Disgraziati". L'idea colossale gli era venuta dalla vista di trecase coloniche con altre tre più in là e due prima einfine altre quattro. Invadevano i campi! Egli vedeva come fra tuttequeste case se ne sarebbero messe delle altre e tutte in fila. Maperòquando il mondo sarebbe stato tutta una cittàluisua moglie e persino suo figlio avrebbero domandato poco posto.Era giusto di tranquillizzarsi con tanto egoismo? Non sarebbe statomeglio di soffrire per i posteri? Il signor Aghios sorrise. Il mondoera costruito tanto bene che certi dolori sono impossibili.

Inseguito ad un altro richiamo dell'ispettore il signor Aghios arrivòa sentire ancora: "In conclusione io pretendo che il cittadinosi scelga un Governoeppoi non s'ingerisca di altro. Questa èla vera libertà". Sì! Questa era la libertà!Venticinque anni prima il signor Aghios s'erascelta la consorte.Quale gioia quandovincendo ogni difficoltà. egli eraarrivato a dirla suatrovando naturale chein compensoegliappartenesse a lei. Egli era stato felicissimo. Oh! tanto! Nellagrande libertà del viaggio egli tuttavia pensò che seventicinque anni primainvece che sentire il bisogno di sposarsiegli avesse sentito l'istinto del malfattore e l'avesse soddisfattocon un omicidiocerto a quest'oraa forza di amnistieegli sarebbestato del tutto liberomagari di viaggiare.

Nelpensiero solitario non c'era nulla di compromettente ed il signorAghios con un sorriso continuò a vedersi nella veste di unmalfattore liberato. È certo cheabitudinario come egli eraavrebbe avuto un desiderio intenso di ritornare alla galeracome frapoco avrebbe anelato di rimettersi sotto la protezione della moglie esoprattutto andare a proteggere quello scervellato di suo figlioinsomma il ritorno alla sua galera. E del resto che cosa potevarimproverare a quella sua cara (oh! tanto cara!) moglie? Assidualavoratriceeconomabellaaveva vissuto alla lettera per lui.Certo lo seccava (ed il signor Aghios sorrise di nuovo) chequand'egli trovava bella una donnaessa subito interveniva acriticarne il naso o la figura. Eppoi essa lo accettava e amavacom'era fattoma troppo spesso lo incitava di essere meno distrattoe più accorto. Insomma veniva costantemente esercitata unapressione su di lui ed egli orain viaggioliberotentava diritrovarsi intero. Certodoveva riconoscere che la pressione non eratanto grave quanto quella che su lui tentava di esercitare quelsignor ispettore viaggiante...

Aproposito! L'ispettoreche per parecchio tempo era rimasto aguardare fuori della finestra in un sogno vagoquasi fosse allaricerca di ulteriori idee politiches'era abbandonato sul sedile edormiva russando leggermente.

Digusto il signor Aghios si mise a ridere e al suono del suo risol'ispettore non si mosse affatto. Era un bravo uomo quest'uomod'affariche si diceva tanto accorto e che dopo di aver raccontatopubblicamente di tener in tasca centocinquantamila lire si metteva arussare. Il signor Aghios si sentì sollevatocome quandotrovava la moglie in sbaglio di distrazione. Questo predicatore quiera veramente ridicolo! La vendetta del signor Aghios sarebbe statapiù completa se gli fosse stato permesso di rubare quellebanconote. Sarebbe stata una grande soddisfazione di andarsene conquelle centocinquantamila lire. Peccato non essere un ladro! E ilsignor Aghiossenza nessuna intenzione di attuarlostudiò ilpiano per arrivare a quel portafogli da cui avrebbe preso il denaro eanche le carte d'affariper distruggere queste ultimevisto chebisognava dare una lezione completa a quel grand'uomo. Era tantosemplice! Bisognava sbottonare la giubba chiusa da un bottone solo earrivato al portafogliestrarlo lentamente secondando il movimentodel treno.

Ilbiondino nell'altro cantuccio si agitòcome se nel sonnoavesse avuto un incubo.

Nonce ne sarebbe stato di bisognoperché il signor Aghios maipiù avrebbe proceduto ad attuare il piano. Il suo pensiero eratanto libero precisamente perché ogni attuazione ne eralontana. Libero veramenteil pensiero non può essere chequando si muove fra fantasmi. Anche quella giubba e quel bottone inrealtà potevano essere più duri di quanto eglisognasse.

Ilsignor Aghios sorvegliò il biondinoper non sognare neppureil suo delitto prima che l'altro non dormisse.

Maallora un altro pensiero lo agitò. Si doveva esserevicinissimi a Padova. E se l'ispettore avesse continuato a dormire?Finché dormiva meno malema se si fosse destato e avessecontinuato a procedere fino a Venezia? Altre predichegran Dio!

Inquel momento per buona fortuna venne il conduttore a rivedere ibiglietti.

Ilbiondino diede il suo ed anche l'ispettore si destò e subitodomandò: "Quando arriviamo a Padova?".

"Fradieci minuti!" rispose il conduttore.

Menomale. Dieci minuti di predica si potevano sopportare.

Mail signor ispettore s'era destato di malumore. Non aperse bocca percinque minuti. Poi si rizzò con risoluzione ferrea e trassedalla rete la sua valigetta che pose accanto a sé. Guardòpoi fuori della finestra e il signor Aghios guardò anche luinella stessa direzionecon l'unica cortesia che l'ispettore glipermettesse. Il cielo s'era coperto di nubi nere ed il sole deltramontoinvisibileilluminava la loro parte inferioreche parevacomposta di piante leggereluminose d'argentod'oro e di qualchemetallo sconosciutotrasparente e irrorato di luce propria.

"Pioverà"mormorò l’ispettore di malumore.

"Nonsempre piove quando il cielo ha quest'aspettodenso e neroconpropaggini luminose" disse il signor Aghiostentando di ridareil buonumore all'ispettore o forse per incoraggiarlo ad andarsenecome se la pioggia avesse potuto indurlo a fermarsi nel treno.

Infattil'ispettore parve contento. "Lei se ne intende del tempo" eper la prima volta guardò il signor Aghios con granderispetto.

"Nontanto!" disse il signor Aghios con modestia. "Peròosservai spesso che il soleal momento di partires'ammantaquasivolesse nascondervicidi dense nubi che poiquando non vi èpiù bisogno di lorospariscono."

Ilsignor ispettore fece tre cose in una volta: Sbadigliòsorrise e disse: "Poeta". Soltanto che la "e" dipoeta divenne una "a" larga come quella bocca.

Equando l'ispettore dopo un breve saluto partìil signorAghios pensò che il maggior frutto del suo viaggio era lascoperta di essere un poeta.

Allorada Padova a Mestrefu la piena libertà. Il biondino nelcantuccio continuava a dormire e così il signor Aghios ebbeper essersi staccato dal signor ispettorelo stesso senso di libertàcome quando s'era staccato dalla moglie. E questa libertà siprecisò in parecchie osservazioni. Su un campo vide lavorareinsieme un uomo e una donna. Non vide che una fisonomia sorridente digiovine donnaperché la corsa del treno non gli diede iltempo di vedere anche l'uomo. Potevano essere brutti o belliciònon importava. Non si poteva essere sicuri se erano sposati. Quelloche era certoera che lavoravano insiemema che si amavano o meglioche formavano quella società sessuale in origineche dovevadegenerare in una società d'interessi abbracciante il campo sucui lavoravano e la casettamolto lontana forsedove dormivano. Chetruffa colossale! Venivano presi con dolcezzaavvolti nel loroproprio calore naturale e coperti di catene senza che se neavvedessero. Se il signor Aghios non si fosse trovato in viaggiodeidue che lavoravano cantando sul campo non avrebbe osservato altro chel'aspetto della donnaper compiangere o invidiare il marito. Ancheluicoperto da catenenon sapeva vedere più in là delnasomentre orain viaggioassurgeva fino a vedere nel destinodell'uomo quello di tutti gli animali domestici. I polli non venivanomica trattati brutalmente. Anziveniva propinato loro il cibo chemeglio loro si confaceva. Il male era che ad un dato momento venivanosgozzati.

Eduna secondabenché orribile visione diede ancora la provadell'altezza del pensiero del signor Aghios. Una donna vecchiamoltograssafaceva da cantoniera poco prima di Mestre. Pareva che ilpettomolto grossole rendesse difficile di stare eretta. E ilsignor Aghios seppe indignarsi di quello che gli parve la massimaingiustizia fra le tante che facevano le leggi di questo mondo. Gliorgani sessuali secondari della donnale piante più deliziosedel mondotroppo spesso degeneravano in modo da torturare coloro cuinon servivano più. Ed il signor Aghios ricordò che.poco prima di partireaveva visto una cosa simile ed era passatooltre mormorando: "Ammazzarla!". Tanto il suo pensieros'ingentiliva nella solitudine!

Almomento di lasciare Mestre il biondino nel cantuccio si mossetese ibracci per sgranchirsicome se fosse uscito da un sonno profondoemormorò chiaramente: "Come i sogni sono belli! Peccatolasciarli!".

Fuun'avventura enorme nel viaggio del signor Aghios di sentirsi direuna cosa simile da uno sconosciuto. Veniva improvvisamente ammessonell'intimità di un proprio simile sconosciuto. Con costui nonoccorreva mica fumare per accostarlo.

Volleripagarlo di uguale moneta consegnando anche lui qualche cosa dellasua intimità. "Io so sognare anche senza dormire"disse sorridendo.

"Eh!sì!" disse con tristezza il biondino"si può!Quando la realtà non è troppo forte e si puòdimenticare." Guardò sorridendo il signor Aghios. Questosorrisoche seguiva a quelle parolecertificava la loro relazionegià divenuta più intima di quelle che di solito sifanno nell’ozio del viaggio. Si conoscevano intimamente. Ilsignor Aghios era un uomo felicela cui realtà sparivaquand'egli chiudeva gli occhi. Il giovinetto invece era un uomotorturato che per obliare doveva abbandonarsi al sonno. Due destini oforse due caratteri.

Ilsignor Aghiosnel suo sentimentalismo da viaggiatore oziosocorsead aiutare: "Voigiovini" disse "molto spessoattribuite troppa importanza a coseche non ne hanno. Guardi! Nonvolendo dormire troppoper togliere importanza alla realtàbasta pensare una cosa sola: Che cosa sarà di noi due di qui acent'anni? Non ci sarà che la calma e perciò èfacile di anticiparla. Di tutte le cose che a noi d’intorno simuovononon si moverà che questo vagoneperché laFerrovia dello Stato tarda molto a mettere in pace le cose".

Ilbiondino rise e aggiunse anche la sua approvazione ad alta voce: "Sìla Ferrovia dello Stato è molto economica". Poi siraccolse per trovare la risposta da dare. Infine parve ritirarsi nelproprio gusciocome se fosse pentito di discutere con uno stranieroe con un'occhiata molto eloquentetimida e supplicedisse al signorAghios: "Per giudicare bisognerebbe lei sapesse tutto e non sipuò". Guardò fuori della finestra i primi canalidella Laguna.

Ilsignor Aghios ammonì se stesso come talvolta soleva: "Badadi non intrudere! ". Volle anche informare il giovinetto che nongli teneva rancore perché non voleva confidarsi a lui e disseguardando anche lui fuori della finestra: "La Laguna quisembrerebbe intaccare la terra ferma ed è invece la terraferma che aggredisce la laguna. Guardi quei piani fangosi screpolatiche giacciono all'aria. Neppur dieci anni fa erano ancora coperti diacqua". E per lungo e per largo il signor Aghios raccontòdella lotta secolare fra laguna e terra ferma e delle spese e faticheche implicavano la conservazione della laguna. Perciò Venezianon poteva sopportare un secondo ponte con la terra fermaperchéogni piuolo piantato nel fondo della Laguna adunava intorno a séla fanghigliache altrimenti sarebbe andata viae costituiva unanuova aggressione alla Laguna.

Eraun nuovo vantaggio del viaggio per il signor Aghios. Egli sapeva dalunghi anni la storia della Laguna moribondache minacciava difinirecome quella di Ravennama il male era che anche sua mogliela sapevaavendo abitato con lui a Venezia e sentito lui parlarnetante volte. Il suo interlocutore invecebenché certamentevenetodella Laguna non sapeva nulla e stava a sentirlo con gliocchi spalancatimormorando a mo' di scusa: "Ioa queste cosenon ci pensai giammaiperché ho da lavorare ogni giorno".Ed il signor Aghiossentendosi pervaso dalla gioia di poterraccontareinsegnare e inventare (non era mica vero che fosseoccorso di deviare tanti di quei fiumi per proteggere la laguna!)non poté far a meno di ricordare che una persona che loconosceva pochissimopoco prima lo aveva designato di poeta. Come siscoprivano cose e persone in viaggio!

Ilbiondino sospirò: "Dio sa quello ch'io farò aVenezia fino alla mezzanottel'ora del mio treno".

"Anchelei parte alla mezzanotte?" domandò il signor Aghios.

"Sì"disse il biondino. "Vado per un affare a Gorizia e domaniritorno a Udine."

"Eallora vuole che attendiamo il treno insieme? Io devo andare inpiazza San Marco per una mezz'oretta. Se vuole tenermi compagniaiola invito!"

Ilsenso dell'ultima dichiarazione non ammetteva dubbio. Parve che ilbiondino volesse sottolineare l'evidente significato. "Io laringrazio della sua generositàma non vorrei disturbarla."

Dovevaconoscere bene il signor Aghiosquel biondino. Con quella suarisposta aveva proprio messo la firma a un contratto ed il signorAghios aveva la religione del contratto. Quando egli aveva detto unaparola vi si sentiva legato e inchiodato. Ora egli la parola d'invitol'aveva detta e l'altro aveva fatto segno di averla intesa. Non c'erala possibilità di ritirarsi.

Perciòil signor Aghios insistette. L'altro non ancora accettò.Oramai ci si trovava in piena laguna. Da lontano si vedevano le lucidi Murano che il signor Aghios tanto bene conosceva. Si fermòdall'insistere per parlare al suo nuovo amico di Murano e dei suoivetri.

 

IV.Venezia

Uscironodalla stazione dopo di aver messo le loro due valigette nel depositocontro una sola ricevuta.

Ilsignor Aghios aveva un piano ben definito. Avrebbe voluto andare colvaporino fino alla Riva del Carbon e da lì a piedi - persgranchirsi un poco - a S. Marco. Era del resto l'unica via diVenezia che il signor Aghios avrebbe saputo camminare da solo e ilsuo compagno era a Venezia per la seconda voltama non ne sapevagran che.

Siavviarono dunque al vaporino. Già il signor Aghios stava perpresentarsi alla cassaaccompagnato dal suo nuovo amico che oramailo seguiva senza aver ancora decisamente accettato il suo invitoquando si sentì chiamare: "Signor Aghios! ". Sivolse. Era Bortoloil gondoliere di Murano. Il signor Aghios losalutò con grande affabilità: "Come va? Haivenduto la gondolache sei qui con la vita?".

Ilgondoliereun uomo sulla cinquantinaalto e magrotutto nervi emuscolila faccia rugosa illuminata da due occhi azzurri giovanilifu affettuoso e cortese eprima di risponderedomandònotizie della salute del signor Aghiospoi della signora Eleonora einfine dei figliuolo. Poiappenadichiarò che la gondola eralaggiù a sua disposizione: "Vorla degnarse? Andemo a S.Marco".

Ilsignor Aghios rise e propose di fare le condizioni. Domandòquanto avrebbe dovuto pagare per avere la gondola a disposizione finoalla mezzanottel'ora del suo treno.

Bortolonon volle fare delle condizioni. Era sempre così. Poi eradifficile di contentarlo quando aveva compiuto il suo servizio.Quella gondola era simile a un locale di divertimentidi cui ilsignor Aghios aveva sentito parlaredall'ingresso libero visto chesi pagava all'uscita.

Macome sempre il signor Aghios s'adattò. Prima di parlare avevapreveduta la rispostama aveva voluto parlare anche lui per esseremeglio armato per il momento in cui si sarebbe arrivati al pagamento.

Invitòil suo giovine amico a seguirlo eguidati da Bortolosceseroall'imbarcadero. Bortolo saltò in una peatapoi in unagondola e infine in un'altra ch'era la sua. Si rizzò conl'aspetto di un generale su un campo di battaglia e cercò ilposto necessario per moversi e arrivare alla riva. Gridò a unsuo vicino di moversima l'altro dimostrò con parole vivacidi non poterlo fare. Infine Bortolo prese la sua decisione. Disse:"El sior Aghios xe abituà alla laguna e lo go visto fartuto el Tio della Canonica saltando de barca in barca. Lu po' (e sirivolse all'ignoto amico del signor Aghios) non so come che el seciamama so che el xe zovine e el pol anca lu far sto salto. Vegno aaiutarli". Ritornò alla prima barca ormeggiata alla rivae s'inginocchiò a poppa per offrire il suo braccio saldo inappoggio al signor Aghios che con facilità montò sullapeata. Fu seguito dal compagno un po' esitante. Più difficilefu il passaggio sul leggero sandalo che pur bisognava varcare. Anziil giovine fu in procinto di cadere in acqua e trascinare secoBortolo. Fu un brutto attimo da cui Bortolo uscì illeso e ilgiovanotto si fece male al ginocchio che era andato a batteresull'orlo del sandalo.

Bortolonon finiva più di esprimere il suo dispiacere per l'avvenuto.Diceva che non aveva saputo di aver da fare con un uomo che nonconosceva le barche. "Me dispiase tanto. So che dolor ch'el e defracassarsi l'osso sacro del zenocio."

Ilnuovo amico del signor Aghios s'era accomodato nella gondola e sifregava ancora il ginocchio. Mormorò: "Non fa nulla. Èstato proprio per colpa mia. Avrei dovuto far meglio attenzione".E al signor Aghiosche anche lui s'informava come si sentissedisseche non valeva la pena di parlarne.

Poimentre la gondola s'avviava sull'acqua trasparenteilluminata dagliultimi bagliori dimenticati del sole già sparitouna sorpresadolceuna carezzavenendo dal lungo viaggio traverso la campagnaautunnaleil signor Aghios diede ordine a Bortolo di portarli inpiazza per la via più breve. Al ritorno sarebbero passati peril Canal Grande.

"Iomi chiamo Giacomo Aghios" disse il signor Aghios volgendosi alsuo vicino. Probabilmente era stato spinto a questa presentazionedall'osservazione fatta poco prima dal gondoliere dì nonsapere il nome del giovanotto.

Questistrinse la mano portagli dall'Aghios ed esitò per un istante.Ma poi l'esitazione fu spiegata: "Strano! Anch'io mi chiamoGiacomo. Giacomo Bacis. Il nome rivela la mia origine friulana. Ancheil suo mi pare?".

"No!No!" disse il signor Aghios ridendo di cuore. "Io discendoda una razza molto più antica della celta."

"Greca?"domando il Bacis ammirando.

Ilsignor Aghios annuì. "È comodo" disse "diappartenere ad un'altra razza. Così è come se ci sitrovasse sempre in viaggio. Si ha il pensiero più libero. Ècosì che quando si tratta di modo di vedere italiano io nonsono d'accordo neppure col modo di vedere greco. L'ultimo greco colquale fui d'accordo è Socrate."

"Io"disse il Bacis"sono di quei friulani che sanno due lingue e undialetto. Sono in viaggio anch'io." Rise per la prima volta dopola stazione di Milano di un riso abbondantequasi infantileche loportò subito più vicino al cuore del signor Aghiosilquale anche pensò: "Com'è intelligente il mionuovo amico. Immediatamente intese intera la teoria che fa delviaggiatore una persona di eccezionementre io per elaborare unconcetto tanto semplice impiegai quasi 60 anni".

Passatoil Ponte della Ferrovia poterono gettare un'occhiata al grandecanale. La modestia della penombra crepuscolare su quell'acqua e suquei marmi ne rilevava il colore e la linea. Subito entrarono nel riodove le forme grandiose del canale si riducevano e variavano inmotivi capricciosi ch'erano la continuazioneanzila integrazionedella forte melodia che non ancora aveva liberato i loro sensi.Davvero a Venezia si può credere che di tutte le costruzionigrandiose siano avanzati dei pezzi e che tali pezzi siano serviti acostituire piccoli organismiche all'altro somigliano nel dettaglioe ne differiscono radicalmente nell'espressione.

Ela gondola della benevolenza (perché c'era luiil signorAghiose il suo nuovo amico che egli sottraeva ad una grandetristezza e il gondoliere che tanto volentieri per lui vogava)procedeva nel rio oscuromisteriosoallargantesi ora per una vastamarmorea scala d'approdoora ristretto fra mura sormontate dalverdeancora evidente nell'oscuritàdi alberiincredibilmente vivi nell'ambiente dell'acqua salata e delle pietre.

"Magnifico!"mormorò il Bacis.

All'Aghiosbatté il cuore dalla compiacenza. Era come se gli fosse statoindirizzato un ringraziamento vivissimoil più fervido che lanostra lingua comporti. E a sua volta egli mandò un salutoriverente agli antenati pirati che sulle loro piccole piroghe eranocorsi per il mondo a cercare oggetti preziosi per portarli nella lorostrana casa e disporli in modo da renderli tutti ugualmente preziosi.Chi sa donde era venuta quella pietra bianca che nel rio scurosegnava dinanzi ad una porta l'altezza dell'acqua. Era possibile chein mezzo al combattimento il pirata si fosse fermato a guardarequella pietra intensamentericordando la propria abitazione dormentenel rio tranquillo e si fosse caricato del grosso oggetto solo perdisegnare sulla casa già completa una linea nuova?

Ilsignor Aghios aveva una nozione molto superficiale della storia diVenezia e di Venezia stessa. Perciò con tanta facilitàla sua scienza si convertiva in un sentimento. Anche dagli altrigreci ogni ignoranza aveva creato il premio. Egli sapeva il nome diqualche palazzoma specialmente sapeva la differenza fra palazzigiacenti nei rii e quelli del Canalazzo dall'unica facciata adorna;magnifici quellialcuni però tronfiin lotta con lamagnificenza del loro contornomentre nei rii i palazzi eranoquadrati e completi e s'adagiavano nel contornosua parte evidente.Non conosceva Veneziama la teoria su Venezia.

Poiil signor Aghios si dimostrò veramente incapace Cicerone. Erastato preso da un vivo desiderio del Rio di Noalch'egli non vedevada vari anni ein mezzo ai tanti rii per cui passarono e persinoquando giunsero dinanzi alla Salute e a S. Marcocontinuò aparlare di quel rio ampiotranquillo e modestoche non era statoaddobbato da nessun altro che dalla propria vita tranquillalapropria necessità di bellezza.

"Andiamoci!" propose a mezza voce il Bacis.

"Nonsi può" disse sospirando l'Aghios. "Adesso sono leotto. Perderemo sicuramente una mezz'ora in piazza. Poi ci vorràcon questo benedetto Bortolopiù di un'ora per arrivare allastazione e infine bisognerà anche mangiare qualche cosaperché di notte con quel nostro treno non troveremo nulla finoa Trieste."

Delresto e nell'intimo dell'animo suo il signor Aghios lo riconobbe. Nonsarebbe stato bene di vedere quella sera il Rio di Noal. Cosìdesiderato da lontanoposto al disopra della piazzetta e della vistasu S. Giorgiodiventava una cosa enorme. Lo adornava il desiderio eanche l'impossibilità di raggiungerlo.

Edavanti al palazzo dei dogi il signor Aghios parlò ancoradell’unico ponte di legno che fosse a Veneziasituato anchequello nel suo rio... Poi egli stesso s'avvide che non era possibiledi continuare a parlare del Rio di Noal a chi non l'aveva mai visto estava guardando la Chiesa di San Marco intento e raccolto.

Poiil signor Aghios parlò del quarto d'ora terribile di Venezianon durante la guerrama molto primaalla caduta del campanileedescrisse il terrore che aveva provocato lo stato del Palazzol'allontanamento della Biblioteca e la chiavatura delle mura chedanno sul Rio della Canonicafasciature che rappresentavano ilpericolo enorme e anche un dolore come di mal di denti.

Ilsignor Aghios propose al Bacis di lasciarlo dinanzi alla chiesaintanto ch'egli avrebbe fatto un salto alle Mercerie per eseguire lasua missione. E avviandosi il signor Aghios con piena sinceritàpensò: "Egli vedrà Venezia meglio se lasciatosolo. Già ioil poetanon so dire nulla che valga acomunicare le mie impressioni. La storia non la solo stile nonconosco. Dunque?". E ammirò che bastava la compagniaprolungata di un solo uomo per togliergli la grande libertàdel viaggio. Ci poteva essere meno libertà che quella diessere costretto di parlare di cose che non si sapevano? E poi pensò:"Non sarebbe perciò stato meglio di dividersi dal suonuovo amico?". Gli sarebbe stato dolorosoperché egliera l'uomo dalle affezioni improvvise. E si levò dal dubbiopensando che per lui era meglio di passare la notte con persone checonosceva. Si toccò la tasca di petto.

Ilsignor Meuliun uomo sulla cinquantina tuttavia biondoma calvogrosso e curvoera nella sua bottega occupato a fare qualche cosa disimile al bilancio della giornata in compagnia di un commesso.Esaminava delle annotazioni minute su un piccolo pezzo di cartaintanto che il commesso contava dei brillantini sciolti in unascatolina divenuto.

Vedendoentrare l'Aghios non sospese il lavoroma tenendo sempre d'occhio lacartina e il commesso gli domandò: "Qual buon vento tiporta?".

Ilsignor Aghios gli disse la missione da parte della moglie. Gliportava così un affare di oltre centomila lirema non parveche il Meuli ne fosse molto felice. Anzi assunse lui un faruccio diprotezione e dichiarò: "Sono ben contento di non essermiimpegnato per quel vezzo di perle. Allora resta stabilito così!Metto in disparte quel vezzo di perle per l'amica di tua moglie e nonse ne parli più". Poi: "Ti fermi a Venezia?".L'Aghios gli rispose che doveva partire a mezzanotte.

"Conquel treno merci?" esclamò il Meuli stupito.

"Nonsi poteva fare altrimenti. Arrivai a Venezia alle 20 e il trenocelere per Trieste era partito alle 18. Io debbo essere a Triestedomattina di buon'ora."

IlMeuli lo guardò ridendo. La persona dell'Aghios gli parevatanto lentache gli pareva impossibile fosse spinta a tanta fretta.

L'Aghiosuscì da quella bottega un po' stupito di aver trovato il Meulipiù curvo del solito e anche più cereo. "Che stiamale? Era un uomo tanto occupato a far denari che poteva anche moriresenz’accorgersene. "

Giàla morte era il presupposto della vita e quando si trattava di unuomo come il Meuli non bisognava dolersene troppo. Non che l'Aghiosgli augurasse la mortetanto più che il posto lasciato liberodal Meuli sarebbe stato occupato da un altro Meulima questo Meuliqui non aveva nessuno che lo avrebbe rimpianto troppo acerbamente.Lasciava alcune povere sorelle che finalmente con la sua morte sisarebbero arricchite.

IlMeuli era stato compagno di scuola nelle elementari a Trieste. Poiaveva cominciata una sua vita avventurosa traverso tutto il mondo.Egli non amava parlarne moltoma si diceva ch'egli fosse statopersino aguzzino di schiavi sull'isola di Giamaica. Insomma eraritornato a Trieste senza un soldo e scalcinato. Portava con séqualche cosa d'altro: Sapeva parlare correntemente sette lingue senzasaperne scrivere una sola. Il signor Aghiosche pur sapeval'ingleserimase stupito al sentirlo discorrere in quel linguaggiocon un cliente. Come pronunzia pareva che la parola uscisse da unabocca anglo-sassone. Era probabile ch'egli non conoscesse che quellepoche parole che proprio gli occorrevanoper salutare e imbrogliarema era tuttavia meraviglioso per il signor Aghios che studiava datanti anni l'inglese e che quando apriva la bocca era come sel'avesse tenuta chiusa perché nessuno l'intendeva.

Ilmoderno pirata aveva portato a casa anziché il sasso con cuiaddobbare la propria casasette lingue con cui costruirla. Mabisognava trovare il modo di sfruttare le sette lingue in luogo ovenon fosse domandato di saperle anche scrivere. E con occhio dauccello da preda il Meuli scoperse il punto del globo piùinternazionale del mondopiazza S. Marco. Bisognava calare colà.Ma non era facileperché sarebbe stato grave arrivarci cosìe senza un soldo in tasca. Qui intervenne l'Aghios con una di quellesue buone azioni che gli scaldavano la vita: Regalò al Meulialcuni suoi vestitiun paio di stivali e della biancheria econtribuì anche a rifornirgli le tasche.

Passaronodegli anni e il Meuli fece la carriera chiacchierando con glistranieri un centinaio di parole per ogni lingua e vendendo lorodapprima dei merletti e poi dei brillanti. Un bel giorno il signorAghios ebbe per un istante l'animo pieno di gratitudine per suamoglie. Ciò gli avveniva qualche volta. S'accorgeva d'averpensato poco a lei e nello stesso tempo ch'essa per lui assiduamenteaveva lavorato. Quella volta però il caso vollech'egli sitrovasse in tasca più denaro del solito. Decise di darle inregalo un vezzo di perle. Non s'intendeva affatto di quegli oggettiil signor Aghiosma ebbe una trovata: il Meuli era tale suo vecchioamico e gli doveva tanto ch'egli di lui poteva fidarsi. Gli commiseperciò l'acquisto e quando il gioiello arrivò lopresentò senz'altro alla moglie. La signora Eleonora gradìil donoma nello stesso tempo in cui ringraziò il maritovolle saperne il prezzo e urlò subito che il Meuli l'avevatruffato. Quel vezzo di perle rappresenta un'adunanza di perle gobbedalla gobba di tutte le varie grandezze e in tutte le direzioni.

Ilsignor Aghios s'adirò e corse a Venezia. Riebbe con facilitài suoi denari ma non gli bastò e volle delle spiegazioni dalMeuliil quale infinecon una certa tristezzagli disse che igioielli non si comperavano per lettera. Specialmente per le perlenon bastavano pesi e misure. Ricevendo un ordine similel'animo diun vecchio gioielliere naturalmente accettava il raro dono che laProvvidenza gli offriva.

Finchél'affare non fu liquidatodel beneficio antico che il signor Aghiosgli aveva reso non fu parlatoma una volta il Meuli ardì divantare la sua grande correttezza per cui subito aveva accettato diannullare un grande affare conchiuso. Il signor Aghios non potésopportare in silenzio una cosa simile e gli ricordò il suobeneficio che al Meuli aveva reso possibile di calare a Venezia adafferrare il suo bottino. Il Meuli socchiuse gli occhi come se avessevoluto costringerli ad un grande sforzo per penetrare nella notte deitempi. Si ricordò e sorridendo disse: "Era a quel tuobeneficio ch'io dovevo la preferenza che volevi accordarmi? A questomondo la più bella posizione è quella di essere unbeneficato".

Ilsignor Aghios rimase incantato dall'osservazione acuta e conservòla sua amicizia all'amico sconoscente. Costuievidentementealmenoin una linguasapeva dire delle cose fini. Peròquand'ebbe atrattare con lui degli affaritenne gli occhi aperti. Cosìfra loro due tutto fu chiaro e la loro amicizia non s'offuscòper la brutta avventura.

IlBacis era nel mezzo della piazza tuttavia ammirando e l'Aghios loraggiunse.

"Adesso"propose "c'imbarchiamo sulla nostra gondola e facciamo una gitamagnifica fino alla stazione."

S'avviarono.Della storia di Venezia l'Aghios sapeva con precisione una cosa:L'incendio del palazzo ducale e la sua data. Era stato rifatto infuria? Avviandosi alla piazzetta l'Aghios pensò: "Dovròpur verificare se sono bene informato". Dinanzi a quellaleggiadra costruzioneuna festa che nessuno penserebbe contenereanche la tristezza dei piombi e dei pozzil'Aghios fece osservare alBacis la disformità fra finestre e finestre e il grandebalcone al centro. La parte più ricca era quella ch'era statarisparmiata dall'incendio. Avevano voluto risparmiare nellaricostruzione o avevano inventato qualche cosa di nuovo? Certo nonavevano cercato di celare tale disformitàperchéappariva già dalla posizionedella nuova costruzione. Oh!come l'Aghios amava quel palazzo in cui gli pareva che si fossesposata Venezia sontuosa e Venezia modesta! Ecco un'opera ch'eradiventata intera per effetto di una forza naturale: Il fuoco. Ed unministro d'Italia aveva proposto di rifare il palazzo com'era primadell'incendioma chi accanto al palazzo era cresciuto vi si erarifiutato. Oggidìse vi fosse un incendio a Venezia oaltrovenon vi sarebbe altra salvezza che ritornare al disegnoantico come si fece col campanilema prima? Prima l'incendio nonpoteva essere che un'occasione a variazioni sull'antica piantavivaancora tanto da saper ricrescere.

Montaronoin gondola aiutati dall'uomo del bastonesempre pronto a Venezia intutti i traghetti. Il pesante signor Aghios fu ben lieto dell'aiuto ebeneficò sorridendo il buon uomo che si dimostrò moltoservizievole. Quando fu seduto accanto al Bacis gli disse:"Quest'uomo del bastone è una vera necessità diVenezia ecome tante altre cose di Veneziaa chi non la conoscepare superflua".

Comepassarono il signor Aghios disse i nomi dei palazzi che conosceva.Più volte fu corretto da Bortoloche dall’alto seguivala conversazione come se fosse stato seduto in gondola. Il mezzo piùlento di locomozione di questo mondo è la gondola a un remoperché una parte della forza del gondoliere va spesanell'arresto e si procedeva lentissiminon più presto che inun museo.

Alsignor Aghios non importò affatto di dover apparire - causa lecorrezioni del barcaiolo - meno dotto. Egli aveva nel suo animo altrericchezze di cui non gl'importava di parlare. Nel silenzio delCanalazzo s'imprimeva indelebile nel suo animo quella notte oscurama dalla luce ancora sufficiente per vedere le tante cose chebrillavano. E fra tutte brillava anche quella barca della benevolenzacon Bortologiovanile e sicuroinfitto perpendicolare a poppa equel giovanotto accanto a luicui egli aveva saputo procurare unamezz'ora di svago dal suo grande dolore. Non di piùperchépoco prima il Bacis aveva emesso un sospiro che somigliava ad unsinghiozzo. L'Aghios aveva trasalito a quel suono di dolore. Rimaseun momento incerto se doveva usare una parola di confortoma poipreferì di tacere. Non bisognava intrudere.

Orail Bacis s'era abbandonato nella gondola come poco prima nell'angolodel vagone ferroviario. E per lungo tempo tacque. Sorprese e commosseil signor Aghios con una perorazione che doveva aver pensato perlungo tempo: "Certo io non sono la compagnia che leisignoremeriterebbe. È questa la giornata più triste della miavita e non dimenticherò mai più ch'ellacon la suabontàvolle rendermela più sopportabile. Se lei nonfosse intervenuto io m'aggirerei adesso attorno a quella tristetristissima stazione".

"Eh!No la xe tanto trista quela stazion!" intervenne Bortolo di buonumore. "Basta saverse orizontar! Da rente ghe xe un boteghin devin de quelo..." e staccò dal remo la destra perportarsela alla bocca e stamparvi un bacio.

Ilgiovanotto non rispose. Anche il signor Aghios tacqueper quanto glidolesse di non saper premiare neppure con una parola lo sforzo didivertirli fatto dal povero Bortolo.

"Vedrà"disse improvvisando "che alla giornata più triste dellavita ne seguono altre lietissime."

"Nonè possibile!" disse vivacemente il Bacis.

"Eh!i zovini credi sempre d'essere in ultima malora!" borbottòBortolo. "Daché mondo xe mondo aquell'età se secopa una volta al giorno."

Quest'interventoera meglio riuscito del primo. Con un sorriso l'Aghios si rivolse algondoliere: "Eppure fra voialtri gondolieri i suicidii sono rarianche da giovani".

Ilgondoliere ci pensò un istante prima di rispondere e si curvòinnanzi per un colpo vigoroso del remo. Poirizzandosiconfermò:"Xe proprio vero!". Si sporse ancora una volta inanzilento e riflessivo. Poi sciando: "Noi povareti semo tantoabituai a difender la nostra vita che non la demo via per gnente".

Convigorema a bassa voce in modo da non esser sentito dal gondoliereil Bacis avvicinandosi all'orecchio del signor Aghios disse: "Anch'iosono un povaretoma il mio dolore è tale che dellavita che sempre difesi non so più che farmene".

Eraun dolore iroso che in quelle parole si manifestava. L'Aghios peròpoco pensò a quel dolorema subitospaventatoa se stesso.Aveva fattobene di accollarsi un compagno simileche poteva magariammazzarsi a lui da canto. Oh! quanto gli sarebbe stata piùcara la compagnia della moglie!

Anchelui con voce bassama angosciatadisse al Bacis: "Io sperobene che in mia compagnia ella non si abbandonerà ad alcunatto contro la propria vita".

"Oh!sia tranquillo!" assicurò il Bacis. "Ho promessod'essere domani a Udine e certamente domani sarò a Udine.Poi... io non muoio volentieri. Prima di tutto la speranza l'hotuttavia. Lei è stato tanto gentile con me che le racconteròtutto quando saremo soli. Vedrà! Io amo e ho tradito l'amore.Non sarebbe neppure un'azione decente quella di sparire ora. Leracconterò tutto. Giàrivelando il mio segreto a leiio non comprometto nessuno. Lei domani avrà dimenticato il mionome e tutta l'avventura."

Ilsignor Aghios non protestò. Egli sapeva che del viaggio pocosi ricorda. Passano fisonomie e s'accumulano confuse in un cantucciodella memoriadiventando collettivitànazionisessimaiindividui. Come nel sognoch'era tanto difficile di ricordareperché piombava dalla notte oscura in un lampo di magnesio incui s'agitavano cose e persone. Eccoin un vagone si discorreva etutto quanto si diceva aveva un sapore di teoria vagain quellavettura tanto simile a tutte e passando traverso un paesaggio che aquella vettura non apparteneva. Vero è: Vent'anni prima unagiovinettach'egli non aveva mai vistas'era gettata durante lanotte dal vapore in una cabina del quale egli aveva dormito. Per ilfatto d'essere stato in quel piroscafo egli non dimenticò piùil nome di quella giovinetta e la immaginava comecaduta in acqua eforse tuttavia galleggianteguardava allontanarsi il piroscafoilluminato che l'abbandonava alla notte e alla morte. Alla mattinac'era stata una inchiesta a bordo ed egli nel rispondere avevabalbettatosentendosi colpevole di aver dormito quando avrebbepotuto procurare il soccorso alla giovinetta forse già pentitadell'atto inconsiderato e che forseprima di essersi rassegnata allamorteaveva anche domandato aiuto ad alta voce. Ma qui c'era statal'avventura rara e importante ch'è la morte. Tutto il restoaveva dimenticato. Certo non le sue osservazioni sulle belle donnesui canisui gatti e persino sugli uomini. Non la fisonomia! Eradifficile (almeno a lui) di ricordare una linea e invece facilissimodi ritenere un'espressione.

IlBacis aveva richiuso gli occhi e s'era abbandonato sul cuscino. Ilricordo troppo vivo del proprio dolore l'aveva allontanato daVenezia.

Eil signor Aghios lo lasciò tranquillo e si abbandonòalle proprie riflessioni. Costui aveva amato e tradito! In quelleparole c'era una tale sintesi di avventura umana che al signor Aghiosparve di trovarsi di nuovo a guardare sul destino umano da un trenolanciato a piena velocità e di non arrivar a vederne altro chequella parte comune a tutti i mortali.

Nelgrande silenzio della Lagunadove egli non scorgeva altra vita chequella rinchiusa in quella gondolach'era in certo modo non la vitastessama l'occhio che la guardavail signor Aghios potérifigurarsiad onta dei palazzi granitici fra cui passava e che nonnecessariamente implicavano la vital'assenza di vita su tutto ilpianeta. Pochi giorni prima egli aveva letto in un giornale cheoramai si riteneva che quando la terra era già abitabileperun caso qualunque era stata infettata di vita da un altro pianeta.Dopo tutto si spiegava: I piccoli animali arrivati quaggiùliberamente si misero ad amare e tradire e invasero tuttoil mare ela terraper svilupparsi e continuare ad amare e tradire in ogniloro stadio.

"Mistago atento de no far susuro col remo per no sveiarve" disseBortolocui era duro di star zitto per tanto tempo.

Si!Non era giusto di traversare muti la Laguna e nello stesso tempo didimenticarla. Si passa dinanzi a Palazzo Pesarobruno tempio dallepietre quadrema consacrato all'artee ad alta voce il signorAghios menzionò il nome di Umberto Verudail grande pittoretriestino il cui capolavoro vi dormiva.

IlBacis aperse gli occhi per un istante e li richiuse subito. Ma ilsignor Aghios da quel ricordo si sentì vivificato. La Lagunaapparteneva a tutti i veneti ed anche a lui. Era il pertugio per cuiessi arrivavano al grande mondo.

Perchéda tanta altezza egli improvvisamente scese tanto in basso daricordare di nuovo il Meulil'uomo dalle sette lingue? Forse peldesiderio di svagare il suo compagnoche non pareva ormai piùaccessibile alle cose belle fra cui si movevano esenza farne ilnomeraccontò la sua avventura col Meulicioè ilbeneficio che gli aveva reso e come ne era stato compensato.

"Scometo"disse Bortolo "che de quela figura ludra de ... " E nominòun altro gioielliere.

L'Aghiosprotestòma Bortolo insisteva "Mi lo conosso! El xeproprio capaze de un'azion simile".

"Mainsomma non può essere luivisto che non è triestino"disse l'Aghios impaziente. Per nulla al mondo avrebbe voluto lasciareuna calunnia come traccia del suo passaggio per il Canalazzo.

"Elxe de Corfùancora pezo" si lasciò sfuggireBortolo. L'Aghios rise di tanta ingenuitàin persona checertamente lavorava e anche parlava per vedersi aumentata la mancia.

"Elei tratta tuttavia con quell'individuo?"domandò ilBortolo con vivo interesse.

"Altroche! E ben volentieri! È un buonissimo gioielliere; ha dellebellissime cose ed io gli raccomando tutti i miei amici avvertendolidi stare in guardia."

"Eldevi aver tanti amizi castrài" disse Bortolodando allagondola un bello slanciopuntando il remo al fondo del canale.

L'Aghiosrise di cuore. Poi spiegò al Bacis ch'egli era stato conquisodalla bellacalma filosofia del Meuli. "È una grandescopertaquella di mettere a frutto un beneficio avuto".L'Aghios rise di cuore: "Io doeppoi do ancoraecco che iconti si pareggiano".

"Leiè un uomo straordinario" disse il Bacis con voceprofonda. Non richiuse più gli occhima parve immerso inriflessioni profonde e quando l'Aghios gli fece vedere il palazzoLabia sottrarsi per una modestia veramente eccessiva al Canalazzo egli raccontò chesecondo una leggendaattorno ad essonelriodoveva esserci sepolto del vasellame d'oroche ad ognibanchetto vi veniva gettatoil Bacis lo degnò di un'occhiatadistratta.

Allosbarco l'Aghios domandò a Bortolo quanto gli dovesse. Bortolodichiarò d'affidarsi nella generosità del signore.Quando il signor Aghios ebbe fatto quanto stava in lui per appariregenerosoBortolo osservò: "Tuto va benma Ela no gapensà che a sta ora me toca tornar solo soleto fin a Muran.Merito qualche cosa anche per questo". E visto che il signorAghios non pareva molto convinto della giustezza dell'osservazioneBortolo osservò: "Prometo de passar per el Rio de Noal ede telegrafarghe. Mi no savevo gnanca che el sia tanto belo. Loguardarò perla prima volta". Questo piacque al signorAghios e lo stimolò a maggiore generosità.

 

V.Alla stazione di Venezia

Lastazione era pressoché vuota. Al restaurant vi erano occupatitre tavoli e da gente che non pareva accingersi al viaggio vistoch'erano privi di bagagli. Non una donna. Dietro il banco alla cassave n'era una sola e vecchia.

Delresto il signor Aghios era ansioso di sentire le confidenze di Bacised era tutt'intento ad un'attività negativa: Impedire a sestesso di fare un cenno o dire una parola che potesse essereinterpretata come un incentivo al Bacis di fare tali confidenze. Nonc'era più tempo di guardarsi d'attorno. Il signor Aghios nonsi trovava in viaggioma in una casa. Se nel frattempo il giovanottoavesse deciso altrimentiegli non avrebbe cercato di farlodesistere. Era un sacrificiodopo di aver già sacrificatoqualche cosa al Bacis e alla sua tragedia. Ma non bisognava fareerroriperché gli errori che si commettono in viaggio sonoirreparabili. Le persone che si assistono non si rivedono piùe non v'è più riparazione possibile.

Unmomento perdettero col cameriere. Il signor Aghios ordinòdella carne fredda e del vino. Avevano ancora molto tempo perchébenché la gondola fosse stata contrattata fino allamezzanotteBortolo aveva fatto in modo di liberarsi dal suo fardelloalle undici. Il Bacis accettò un pezzo di pane e un pezzo dicarne che il signor Aghios gli porsema non ne ingoiò chequalche boccone sollecitatovi più volte. Invece vuotòquasi senza accorgersene molti bicchieri di vinoproprio nel corsodel discorso cui i bicchieri servivano quasi d'interpunzione. Perimitazione e lui pure senza accorgersenene bevette molto anchel'Aghios.

Nonc'era pericolo che l'Aghios perdesse le confidenze. Fu un fiume diparole da cui fu investito. Da bel principio irruenti parolecome sefossero giaciute contenute da troppo tempo in gola.

"Ioavrei già parlato in gondola. Ma c'era quel gondoliere. Diomio! Che uomo insopportabile! Certamente disturbava così perrendersi gradevole e farsi aumentare la mancia. Io avrei volutolevarmi in piedi senza ch'egli se ne accorgesseavvicinarlo espingerlo in acqua."

Ilsignor Aghios era tutt'intento ad esaminare la faccia che gli erarivolta e ch'egli vedeva per la prima volta con tanta esattezza. Erauna faccia d'adolescente su cui stonava l'ira energica che gli simanifestava e che faceva lampeggiare i suoi occhi azzurrigrandiben disegnatisani perché la cornea ne era niveasenz'alcunatrasparenza di sangue o di fiele. I capelli biondiabbandonatidicui un riccio ricadeva sulla fronte così che il Bacis aveva ilbisogno di allontanarveli con la manoa volte in quella lucerosseggiavano. Una lieve peluria copriva il labbro ed era strano cheda una persona vestita di un abito nettoaccuratamente ripassato euna camicia di bucatola barba non fosse fatta da varii giorniforse un segno della tragedia che gli veniva raccontata.

Ilsignor Aghios non poté trattenersi dal difendere il poveroBortolo: "Poverino! Fa quello che può!".

IlBacis prima di ammetterlo dovette pensarci un momento. Poi riconobbeche il signor Aghios aveva ragione e mormorò: "Certoognuno a questo mondo fa quello che deve. Forse anch'io così ecerto allora sarei meno infelice".

"Anch'io"pensò il signor Aghios eper esserne sicurotrangugiòun bicchiere di vino. Poi non fu facile al signor Aghios di seguireparola per parola tutto il racconto del Bacis. Il Bacis era costrettoad abbassare la voce per non essere sentito dagli altri. Poicome iltempo passòla stanza si vuotò del tutto e distranieri non vi rimase che la vecchia signora dietro al banco eabbastanza lontana da loro. Allora il Bacis di tempo in tempo elevòdi troppo la voce e fu peggio. Un timpano vecchio come quello delsignor Aghiosper ragioni ovvienon sa percepire il suono lieve. Manon sa nemmeno analizzare e disarticolare il grido forte se vi èimpreparato. Però l'effetto dell'esposizione non fudanneggiato da tale sua sordità. Il grido e il pianto possonoperdere del loro effetto se la parola che li accompagna non èadeguata.

L'insiemedel racconto fu da lui inteso. Non si trattava di una storia troppocomplicata. Il Bacis era un milanese di origine friulana che a 17anni era stato chiamato da un cugino della madre a Torlano nellaCarnia per essergli d'aiuto nella direzione di un'azienda agricola.Ora questo cugino aveva una sola figliuolaBertae da belprincipioper una tacita intesa di cui anche il giovanotto sapevaegli avrebbe dovuto sposarla e succedere nella proprietàdell'azienda che amministrava. Il giovanotto non l'amava. Sentivaanche una certa antipatia per il carattere imperioso e presuntuosodella giovinettama spintovi dall'interessech'è tantopotente in tanti giovani cuoriamava l'azienda e la giovinetta dellostesso amore.

"Probabilmenteil suo fisico non le piaceva" disse il signor Aghios che sapevala vita. "Quando una donna non piace è sicuro che ha uncarattere disgustoso."

"Puòessere!" disse il Bacis con una certa fretta di eliminareun'idea che gli toglieva il corso del suo pensiero. Ma poi non seppeprocedere senza aver proprio distrutta quell'obbiezione che gli siattaccava ai piedi e gl'impediva il passo. "Prima ch'io amassiAnna io amai un'altra donna..."

"Chiè Anna?" interruppe il signor Aghios.

"Annaè la nipote del padre di Berta. Quella che m'impedì ditenere gli occhi chiusi e di sposare Berta senz'accorgermi ch'io nonsapevo amarla. Ma non sapevo amare Berta proprio per il suocarattere. Prima di Anna io amai un’altranon so quandoproprio nella mia prima infanziama so che anche quest'altra eradeboledeboledolcedolcebisognosa di protezione e piùdisposta al pianto che alla lotta."

"Insommasottilesottile" disse il signor Aghios che intendeva benissimoavendo avuto gli stessi gusti. Non s'accorgeva il signor Aghios direstare ostinatamente fermo nella sua prima idea e di correre perciòil pericolo di fermare il racconto del Bacis.

"Sottilesottile! Sianche sottile" disse il Bacis arrendendosi. Ilsignor Aghios sospirò soddisfatto di aver indovinato.

Ilgiovanotto aveva visto spesso Anna accanto alla fidanzatama non sene era subito innamorato. Era una bambinauna vera bambina aquattordici anni. Di adulta c'era in lei la grande soggezione airicchi parentiun calcolo dunque da persona molto ragionevole. Ma aquindici anni anche tale soggezione divenne ancora più daadultacioè s'ammantò di un po' di tristezza e divennedolorosa per certi lievi scoppii di ribellione subito repressimanon abbastanza prontamente per sfuggire ai parenti che perciòla odiavano. Era vestita più dimessamente di primama ognistraccio sul suo corpicino diventava importante.

Ilsignor Aghios aveva già bevuto abbastanza per sentirsi capacedi conservare tutta la libertà di cui aveva goduto quasi tuttoil giorno anche di fronte ad un interlocutore tanto veemente.

Conl'esperienza di chi molto amò e desideròma nellostesso tempo con la parola pacata del vecchio ch'è simileall'uomo oggettivo chiuso nel laboratorio con gli elementi che rubòalla vitaosservò: "Questi stracci appiccicati alladonna amata diventano una sua estensione. È come porre su unafiamma un pezzettino informe di metallo. Quando s'arroventa emana lastessa o anche una maggiore luce della fiamma stessa. C'è unadifferenza però. Tutti vedono la luce. Non tutti la bellezzadi quegli stracci. Grande differenza! ".

IlBacis tracannò un bicchiere di vino per poter restare colpensiero al proprio discorso. Ma con l'Aghios un bicchiere nonbastavaperché era un uomo che in viaggio voleva vedercichiaro

"Perciòio credo che quegli stracci siano piuttosto simili a certi colori lacui bellezza è sentita dai soli artisti o dagl'intenditori.Già! È evidente! Solo chi ama è un intenditore."E anche il signor Aghios bevette per premiarsi di tanta acutezza.

"Matutti dicevano che Anna coi mezzi più semplici era vestitasplendidamente."

Poiil Bacis fu anche più irruente per non dar tempo al signorAghios d'intervenire.

Maora parlò chiaramente e sempre con la stessa bassa voce quasivergognandosi di se stessocosì che il signor Aghios percepìogni sua sillaba.

"Chiera Anna? Una serva. Chi ero io? Non sapevo di essere uno schiavodisgraziato. Venivo già trattato quale il figlio del padrone.Non si poteva ragionevolmente pretendere ch'io rinunziassi all'altaposizione che mi veniva regalata. Perciò io decisi di godereAnna e sposare Berta. Con lento proposito. Ogni mattina levandomi ilmio problema era: Che cosa farò io oggi per conquidere Anna?Senza che altri se ne accorgesse io la circuii delle mie attenzioni.Fu facilissimo ottenerla! Non ci fu altra difficoltà che ditrovarla solascavalcare un davanzale. Ancora adesso non capisco!Tutti a Torlano l'ammiravano per la sua modestiala sua ritenutezzala sua religione. Questa facilità forse m'attaccò tantoa leifu la mia sventura ese Dio m'aiutasarà la suasalvezza. Perché si fidòdi mecosì subito? Fuingannata dalla sincerità della mia carne? Sa spiegarlo leich'è un filosofo?"

Lamente intorpidita del signor Aghios fu scossa da quelle parole delBacis: Sincerità della carne. Un turbine d'idee sorse daquelle parole. Era la sincerità delle bestie la sinceritàdella carnema anche da esse questa sincerità non durava cheun attimo e non rappresentava un impegno. Il Bacis aveva peròmacchiato quella sinceritàperché in quel medesimoistante egli aveva pensato di simulare. Anche quella sinceritàda lui non aveva servito che a tradire meglio.

"Ame lei dà del filosofo nello stesso istante in cui ellafabbricò questa terribile idea della sincerità dellacarne contraddetta dalla falsità di un'altra parte del corpoch'è anch'essa carnecarne evoluta!"

"Ionon ho tempo di pensare a tali cose" disse il Bacis stringendosinelle spalle. "Io non penso mai; io ricordo per soffrire.Avvenne proprio come le dico. Essa mi sentì sempre sincero edio sempre seppi di tradirla. Io non credo di aver saputo fingere. Ilmio volere fermo di sposare la fortunanon me ne lasciava il tempo.Se avevo anche sempre pronte le parole per avvisarla ch'essa dovevarestare l'umile serva mia e di mia moglie. Pensavo proprio di dirleche di giorno avrebbe potuto continuare a servire mia moglie equalche notte avrebbe dovuto accogliermi nel suo letto. Per qualchetempo solofinché ne fossi stato ben sazio. Non dissi tuttociò solo perché tutto mi pareva sottinteso. Non c'erafretta. E se non ci fosse stato questo mio sciocco cervello ch'èfatto altrimenti di quello che dovrebbeio avrei potuto fare la miavita più lieta e più comoda per sempre. Non Anna mirese infelicema questo mio stupido cuore."

Eil Bacis continuò dicendo che in quel torno di tempo glicapitò la notizia che suo fratellocassiere in una bancaaveva commesso una cattiva azione che avrebbe potuto costare la vitaalla loro madre. La madre supplice si rivolse a lui pregandolo diprocurare lui le diecimila lire che occorrevano per salvare l'onoredella famiglia. Egli senz'altro comunicò la cosa al padre diBerta che già considerava suo padre. Costui diede subito lediecimila lirema volle che Berta ne fosse informata e sapesse chetale importo andava in deduzione della dote. Così egli sitrovò d'essere ufficialmente fidanzato di Berta. "Non cifurono molte parole né con Anna per divenirne l'amantenécon Berta per divenirne il fidanzato. L'anticipazione sulla dote eraproprio da Berta la stessa cosa che Anna m'aveva concessopermettendomi di godere del suo corpo. Così io passai tutti imiei giorni con Berta e tutte le mie notti con Anna. Il grandecasamento vastissimo e disadorno in cui vivevamo era proprio fattoper organizzarvi la mia doppia vita. Ad un'ala c'era l'ufficio el'abitazione della famiglia di Berta. Al di fuori dell'ufficiodormivo io in una stanza a pianoterra. All'altra alacircondata dastanze in cui dormivano famigli e serve stanchi del lavoro dellagiornatac'era la stanza di Anna. Avevamo tre cani di guardiachem'accompagnavano festosamente ma muti nella mia corsa da una partedella casa all'altra. E di giorno io ad Anna non pensavo. Quandol'intravedevo umileintenta alle sue faccendepensavo: "Aspetta!Godrò di questa tua umiltà questa notte. Adesso non c'ètempo di pensarci". E con Berta poco o nulla si parlava d'amore.Ma ci trovavamo uniti nello stesso pensiero di allargare il nostropossesso. Già! Quello che nelle vostre città èl'avidità di denaroda noi in campagna è l'aviditàdi terra. E quando si parlava delle nostre conquiste future (volevamofar salire sui colli il nostro possesso tutto in pianura) Bertadiceva: "Quando Ugo (mio fratello) ci restituirà lequindicimila lire...". Essa non dimenticava le quindicimilalire! "

Alsignor Aghios parve che dapprima si fosse parlato di sole diecimilalire. Volle rettificarema poi gli parve cosa inconferente.

Intutte le loro speculazioni di terra e di prodotti erano guidati da unvecchio contadinoGiovanniassurto per la sua astuzia e fedeltàal rango di consigliere. Riceveva la stessa paga come quando irroravadel suo sudore i campi (e non più)ma era l'animadell'azienda. Il signor Aghios tese l'orecchioperché ilBacis dedicava tante parole a quell'umile uomo che si capiva dovevafinire per giocare una parte importante nell'avventura che gli venivaraccontata. Era avido come i padronima solo per loro. Un vero canefedele. Il padrone era il padrone e quando s'abituò aconsiderare anche il Bacis quale padronepiù padrone di tuttiperché più giovinedoveva rimanere suo padrone perl'eternità della sua vitas'investì dei suoi interessianche quando potevano collidere con quelli del suo legittimo padroneil padre di Bertae Berta stessa che quale donna non poteva esserela prima nel comando.

PrestoAnna si sentì madre. Lo disse al Bacis senza domandare nullaed anzi giocondamentenella certezza che ciò fosse un nuovoanello della catena che li univa. Non le era stata detta una parolain contrario e innocentemente essa pensava che tutto dovessesvolgersi nel modo più naturale. Il Bacis non ne fu moltoturbato. Il suo primo pensiero fu anzi che ormai si dovesseroaccelerare le pratiche per il suo matrimonio con Berta. Dopoqualepadroneavrebbe potuto facilmente far crescere quel bastardoall'ombra del casone senza riconoscerlo e senza curarsene. Un bambinoche non si ama costa in campagna pochissimo. Poi cresce e produce.L'unica seccatura fu che la giovine madre fu meno amorosa. Sisottometteva per verogrande amore. Ma se poteva si sottraeva eselasciata liberadomandava di essere risparmiata.

"Già!"interruppe il signor Aghios. "Madre natura creò ilPiacere per garantire la riproduzione. Una volta garantita questaseil piacere tuttavia persiste è per dimenticanza come dagliinsetti certi colori che persistono talvolta anche quando la stagionedell'amore è passata. Non si può mica essere tantoprecisi in un'azienda tanto vasta."

"Puòessere sia così" disse seccamente il Bacis. "Maanche qui ci fu una dimenticanza. Perché madre naturadimenticò di spegnere l'incendio anche da me?"

"Oh!bella!" disse l'Aghios e furono parole dettate dal vino. "Amadre natura non sarebbe mica spiaciuto che voi avesteprocurato unbimbo anche alla Berta. Essa ha sempre a fare. Siamo in tanti! Nonelimina che chi non serve più."

"Mai!Mai!" gridò il giovine con veemenza. "Bertalanemicala sprezzatrice di Anna!"

Ilsignor Aghios rimase scosso. Egli ora sapeva come la storia sarebbefinita. Il Bacis stava dinanzi a luiaccesoinnamoratodisperatoil vero ultimo capitolo del romanzo. Non avrebbe più bisognodi sentire altro.

IlBacis continuò il suo racconto con una certa fretta di finire.Anna dopo averlo respinto quale amantein un certo modolo privòanche del suo amoredel suo grande amore che s'era manifestato primadi tutto nella sua assoluta discrezione e nella sua rassegnazionealla parte ch'egli le aveva attribuita. Poi lo tradìconfidandosi a Giovanni. Giovannida cane fedeleparlò colBacis e gli propose di far sposare la fanciulla da un giovanotto lorocontadinoma zoticonato apposta per quella parte.

"Ciòavvenne" disse il Bacis "nove giorni or sono." Contòsulle dita: "Sì! propriolunedì facevano gli ottogiorni. Pare impossibile! Io allora ero ben altro uomoperchéringraziai Giovanni e consentii al suo piano. La mia metamorfosicominciò la sera stessa quando bussai alla porta dellagiovinetta e non mi fu aperto. La chiamai ed essa venne fino allaporta per dirmi a bassa voce due volte: "No! No!". Dovettiretrocedere ed i cani ringhiarono perchénon aspettando divedermi tanto prestocredettero non fossi io. Mi coricaima nonseppi dormire e alla mattina mi domandai: "Perché non latruffai ancora? Perché non le promisi di sposarla purchémi aprisse quella porta?". Così m'avviai alla decisionenuova senza saperlo.

Allamattina Giovanni mi raccontò di essere già d'accordocon Anna. Adesso bisognava affrettarsi di togliere Anna dal lavori dicasa e di porla al lavoro sui campialla destra del fiumepermetterla a lavorare accanto a Luigi. Fra contadini si fa presto.L'erba è soffice e si arriva ancora in tempo per dare un nuovopadre al nascituro. Al sole io non ricordavo più le angosciedella notte e fui anche d'accordo. Era facile di ottenere un ordinesimile dalla Bertaanche perché durante la vendemmia c'erabisogno del lavoro femminile ai campi. Ma per fortunanon ricordoper quale ragionela Berta domandò di poter tenere la cuginain casa per soli due giorni ancora. Io invece non ebbi bisogno che diuna notte sola per sapere quale fosse il mio dovere. Mi coricaizufolando e pensando: "M’attenderai invano questa notte equando sarai dell'altro io non ci penserò più e andròla mia via alla ricchezza e all'indipendenza"".

Fuinvece una notte terribile. Egli rivide nell'oscurità Annacome l'aveva vista durante la giornatapiù dimessa che maipriva anche di quegli straccetti ch'egli su di lei tanto ammirava. Enell'oscurità egli intese quella povera animuccia tutta comemai prima. Con lui l'intese e forse più profondamentel'Aghiosche stava a sentire e temeva di aver gli occhi offuscati dalacrime. Essa non era altro che madremadre del suo bambino e nonaveva altro pensiero a questo mondo. Stava per abbandonarsi a Luigisperando di preparare un posto qualunque a quel bambino a questomondo. Non era lei che a quell'abbraccio s'abbandonavaera lui che aquell'abbraccio la spingeva. Poi essa avrebbe partoritosarebberidivenuta bella e amante. E il Bacis subito comprese chenella suaposizione di padronegli sarebbe stato facile di riaverla. Ma nongli importavanon era quello che gl'importava. Digrignava i dentiall'idea che quel bifolco di Luigi avrebbe potuto prendergliela. Enon per gelosia (egli assicurava al signor Aghios)ma perchénon ammetteva che un bifolco tale potesse divenire l'arbitro dellavita di Anna. Che cosa sarebbe divenuta la dolce Anna nelle mani diun simile individuo? E eglioravoleva lui prenderla fra le bracciae portarla dolcemente traverso la vita. Egli non più ladesiderava. Egli oramai l'amava.

"Quandoil desiderio s'accumula perde il suo aspetto e diventa amore. Tantecose a questo mondo accumulandosi mutano d'aspetto" dissesentenziosamente il signor Aghios. Non trovò subito ilparagone e non fu contento di quello che trovò. "Guardila lietezza che produce il vino diventa ubbriacatura". Poiriflessivo: "È vero che pare che il desiderio sia piùfurioso dell'amore che viene dalla sua accumulazione."

"Ionon so" disse il Bacis stringendosi nelle spalle. "Per ilmomento e finché non potei parlare con Annaio fui piùfurioso in amore che nel desiderio. Adesso non so nemmeno io come iomi sia. Saltai dal letto perché in quello stato di abbiezionenon potevo vivere per un solo istante. Dovevo nettarmi verso Anna. Mivestii e saltai dalla finestra. I cani ringhiarono perché nonerano usi a vedermi uscire tanto tardi. Ma a me non importavad'essere scoperto e camminai per la campagna col mio solito passopesante. Arrivato dinanzi alla porta di Anna bussai. Essa dall'altraparte sussurrò: "Perché vieni? Sai bene che nonposso". Cercai di spiegarle il motivo della mia visita. Volevosolo parlarle. Ma essa non mi credette e sussurrò che parlaresi poteva anche di giorno. Aperse quando ad alta voce dichiarai chese tuttavia avesse rifiutato di aprireio avrei abbattuta la portacon un colpo di spalla. Allora apersema per lungo tempo il nostrocolloquio rimase violentopiù simile ad una lotta che ad unabbraccio. Io profondevo su lei tutte le parole più dolci chemi si erano accumulate nell'animama essa non mi credevaperchépare che - senza neppur accorgermene - io ne avessi usate di similianche nel desideriousando di tutti i mezzi per sottometterla piùpresto. Poi seppi anche di un'altra causa che le impediva dicredermi. Giovanni aveva parlato con lei e l'aveva convinta che nonera pensabile che un padrone come me rinunziasse ad ogni sua fortunaper una servetta come era lei. Mi credette solo quando vide chem'accingevo ad andarmene senza domandarle niente. Ero dunque venutosolo per convincerla dell'amore mio. Credette perciò nel mioamore quando s'accorse che da me non c'era desiderio. Stranonevvero?" E il Bacis bevette e tacque. L'Aghiosostinato nelvinoavrebbe voluto sostenere il suo punto e asserire che l'Annas'era accorta d'essere amata solo quando aveva sentito che ildesiderio da lui s'era tanto accumulato ch'egli non poteva piùsperare di saziarlo in un abbraccio. Ma non trovò le parole.Il Bacis aveva anche lui bevuto molto. Le sue guance erano accese e isuoi bei capelli biondilisciavevano invaso la fronte a furiad'essere scossi dalla testa che accompagnava coi movimenti la parolacome se avesse voluto costringerla in un ritmo. Gli fece compassionee non aperse bocca finché il Bacis non gli disse con voce chesi sforzava di rendere pacata: "Mi pare che ora potremmo usciree metterci sul nostro treno".

"Nonc'è furia" disse l'Aghios dopo di aver guardatol'orologio. Attese ancora per un istantema poi ansioso domandò:"Ma poi? Come finì?".

"Ancoranon finì" disse il Bacis. "Se nella notte io avessiincontrato la Berta o suo padreper aumentare la tranquillitàche già avevo conquistata con le mie dichiarazioni ad Annaavrei subito dichiarato loro la mia risoluzione di sposare questa enon altri. Non mi bastava mai la tranquillità che adoravo. Manon li incontrai. Li rividi alla luce del sole e fui prudente. Forsetale differenza di contegno si può spiegare col fatto che datanto tempo io dedicavo la notte all'amore per ritornare ai mieiinteressi di giorno. Io non dissi loro altro che desideravo di fareuna corsa a Udine per salutare mia madre e subito partiiperMilano."

"Perchéa Milano?" domandò l'Aghios trasognato.

"Perriavere quelle quindicimila lire che m'erano state prestate dal padredella Berta in acconto della dote" disse i Bacis stupito chel'altro non ricordasse. "Come potevo io ora non sposare la Bertase prima non saldavo quel debito?"

L'Aghiospronto causa il vino a tradire ogni movimento del suo animosi misea ridere di cuore. Ricordava che nel pomeriggio s'erano trovati intre in una vettura e tutt'e tre avevano avuto delle somme di denaroin tasca: L'ispettore centocinquantamila (forse menoperchéera un uomo disposto alla vanteria)lui non cinquantama trentamilae i Bacis quindicimila (a meno che non fossero solo diecimila). "Inbanconote?" domandò quando il riso gli permise diparlare.

"Ionon ebbi quel denaro" disse il Bacis con tristezza"e Diosa quando l'avrò. Mio fratello Ugo che me le deve non puòrestituirmele e s'accinge invece a sposarsi. Anche lui ebbe nelfrattempo un'avventura molto simile alla mia."

"Condue donne?" domandò l'Aghiosche oramai di ogniavventura vedeva in piena luce solo i dettagli meno importanti. Esubito pensò: "Dev'essere una malattia di famiglia".

Isuoi ricordicome la sua percezionerimasero chiari e non dimenticòche il Bacis rispose che si trattava di una sola donna bastevole adimpedire al fratello di pagare il suo debito. "Già"pensò l'Aghios che non dimenticava neppure la propriaesperienza "Una sola donna basta per impedire tante cose."

Poil'Aghios finì col pagare il conto. Con la mancia cinquantalire per un po' di carne fredda e due pezzi di pane. Salirononell'ultima vettura di un lunghissimo trenola sola vettura adibitaal servizio di persone. L'Aghios si sentiva tanto sicuro nelle gambeda ridiscendere dall'altissimo vagone per andare a prendere a nolo uncuscino. Lo pagò ed era già in procinto di allontanarsiquando gli venne la buona idea di prendere uno di quei cuscini ancheper il suo compagno dì viaggio.

Gloriosorisalì; scelse fra due compartimenti quello che meglio glipiacque e offerse l'ultimo suo dono al Bacis. Costui non avrebbedimenticato mai più quella gondolaquella cena e quelcuscinotutti doni di una persona ch'egli vedeva per la prima volta.Ma neppure lui avrebbe mai più dimenticato il Bacisla Bertagrassa e l'Anna sottile. Ma neppure Giovanniquella pianta uomo checresce dappertutto con un bell'istinto di servitore utile. Anziilsignor Aghios si coricò pensando solo a Giovanni e a tutti iGiovanni ch'egli in sua vita aveva conosciuti. Avevano rinunziato atutte le altre fortune che ci potevano essere a questo mondo es'associavano indissolubilmente partecipandovi nel modo piùmodesto. Per essi non esistevano speranze in evoluzioni pazzesche cheli avrebbero resi padroni e non esempi di fortune fatte periniziative coraggiose indipendenti. Essi restavano attaccati alpadrone come la pianta arrampicante all'albero. Nella sua mentefoscaprossima a chiudersi nel sonnoil signor Aghios pensòche Darwin non aveva inteso tutto. Non un animale aveva prodottol'umanitàma da ogni singolo animale era discesa una dataspecie di uomo. Tutti i Giovanni di questo mondo erano risultati perlenta evoluzione da quegli uccelli che sulle rive del Nilo nettavanoi denti ai coccodrilli. Forse i coccodrilli soffrivano di carie e ilpasto di quegli uccelli erain proporzione di quello delcoccodrillopiù abbondante di quello che i padroni lasciavanoai Giovanni.

Stavaper prendere sonno quando un pensiero addirittura imperioso dibenevolenza gli fece riaprire gli occhi. Guardò il suocompagno di viaggio. Alla fioca luce che c'era nella vettura lo videgiacere sull'altro bancoparallelo al suoi biondi capelli lucentigiacere come luiabbandonato sul cuscino. Con la differenza peròche si teneva gli occhi coperti con una mano. Forse sotto a quellamano piangeva. Ed il signor Aghios pensò: "Guarda questidue uomini. Io ho in tasca il doppio (e forse il triplo) di quelloche occorre per salvare da tanta angoscia quest'uomo. Non posso peròdarglieliperché altrimentialmeno peraltri tre mesidovrei continuare a pagare degl'interessi esosi. Insomma io nonvoglio pagare degl'interessi e voglio invece ch'egli soffra sposandoBerta e faccia soffrire questa e specialmente quella povera Annachesta per cadere in mano di quella bestia di Luigich'èappoggiato da quel mostro in natura ch'è Giovannil'idealedei servitori".

"SentaBacis!" chiamò e l'altro lasciò cadere la manodagli occhi e lo guardò. "Iocertonon c'entro coi suoiaffarivisto che non ho i mezzi per aiutarla. Ma per il momento nonc'è che una premura: Impedire che Anna faccia un passoprecipitoso. Non c'è urgenza. Il bamboccio è ancoralontano. Perché non si confida con suo zio? Quando non si puòpagarenon si può pagare e non si paga. È ridicolocredere di essersi venduto per aver preso a prestito dieci o (siapure) quindicimila lire. Si resta debitori e amici come prima.L'altro conteggia gl'interessi e può farlo. Poi nella vitaprima o poicapita il colpo di fortuna. Si paga e si è piùliberi di primaquando pure si era liberi per propria risoluzione.Il colpo di fortuna può capitare a lei o può capitare ame. Sarebbe una gran bella cosa per lei che capitasse a me. Le giuroche verrei subito a Torlano a liberarla del suo impegno. Io avrei oratrentamila lire in contantia Triestenaturalmente (e si toccòla tasca di petto)ma non posso dargliene neppure una parte perchémi occorrono tutte subito domani. Anziè per consegnaredinanzi ad un notaio quei denari ch'io ora faccio questo viaggiochesarebbe stato ben noioso se io non avessi incontrato lei."

L'altroringraziò a mezza voce e ricoprì gli occhi con la manoquasi a difenderli dalla luce. Il signor Aghios si sentìprofondamente amareggiato. Era certo ch'egli non poteva dare quelloche gli veniva chiestoma era ben doloroso che il suo viaggiointrapreso per cospargere la Lombardiail Veneto e il Friuli dellasua benevolenza finiva (la notte era il riposo e non contava per ilviaggio) con un atto d’egoismo come in qualche breve favola direligiosi. Lui era l'uomo riccol'altro il poverolui la bestial'altro (visto ch'era il povero) l'intelligentequello che vedeva ilmondo com'è nella vera lucedove c'erano da difenderetutt'altri beni che la vile moneta.

Eppoiun'altra cosa l'amareggiava. Se egli avesse presa con sé lamoglieforse tutto avrebbe potuto accomodarsi. Lui era l'avaro chenon dava che le mance piccolema la moglie dava proprio quello cheoccorreva... se consentiva. Raccontandole tutta la storia come stavaessa. forsesi sarebbe commossa. Si avrebbe potuto offrire alpoverino diecimila lire (quindicimila in nessun caso).

Scoppiò.Si rizzòtrasse di tasca il proprio biglietto da visita e loporse al Bacis. "Se non trova di meglio venga me a Trieste o miscriva. Non perda ogni speranza ed intanto impedisca alla povera Annadi commettere delle bestialità."

Anchel'altro si rizzò. Ma fu come un atto di cortesia senzaconvinzione. Mormorò: "Grazie. Verrò a Trieste".Si ricoricò e riportò la mano agli occhi non appena ilsignor Aghios accennò a sdraiarsi di nuovo.

 

VI.Venezia-Pianeta Marte

Ilsignor Aghios era oramai più tranquillo. Solo gli bruciava lostomaco per il tanto vino bevuto. La sua coscienza era oramaitranquilla come se egli già avesse dato il denaro. In sostanzaegli l'aveva datoperché avrebbe patrocinato con la moglie laparte del Bacis. Ora toccava alla moglie di comportarsi bene anchelei.

Manon subito s'addormentò. È una cosa impossibile per unessere previdente di addormentarsi in un treno che s'accinge acorrere. Per essere più sicuro il signor Aghios s’aggrappòal suo giaciglioma ciò implicò uno sforzo e non èuna cosa facile di addormentarsi nell'atto di fare uno sforzo. Poifinalmente il treno si mosse. Assunse un passo piuttosto lento epesante. Il rumore maggiore fu dato dapprima dalla propagazione delmoto dalla cima alla coda del grande convoglioperché fra isingoli vagoni fu uno sbattersi inquietantetanto che il signorAghios si rizzò per star a sentire. Per quietarlo il Bacissenza levare la mano dal voltomormorò: "Ciòavviene perché questo treno manca del freno Westinghouse".

Nonoccorreva la parola rassicuratriceperché oramai il trenos'era avviato ed aveva assunto un passo tranquillo. Molto tranquillo.Il signor Aghios poté abbandonare ogni sforzo e abbandonarsisul suo giaciglio. In un treno che procedeva con quel passo siavrebbe certamente dormito tranquilli. La musica che proveniva daquel movimento era fortemente ritmica e non violenta come da un trenocelere: Una vera ninna-nanna. E lungamente il signor Aghios seguìquel suono o meglio da quel suono fu inseguito nella pace che precedeil sonno. Esistono dei sonni di tutte le gradazioni e il suo gradopiù basso è quando i sensi non si sono ancora staccatidalla realtà. Il signor Aghios traverso le ciglia sentival'esistenza di quella fioca luce nella vettura e anche quel corpo delBacis dagli occhi coperti dalla manogiacente a meno di un metro didistanza dal proprio. E il sonno da lui cominciò quando quellamusica là fuori cominciò a significare qualche cosa.Diceva: "Tutto va benetutto va bene". E il signor Aghiosnon si sentiva d'intervenire per far terminare la monotonaripetizione. Era tanto bello di addormentarsi al suono di una missivatanto bella e tanto vera. Tutto andava bene infatti. Il Bacis glivoleva beneavendo subito voluto rassicurarlo su quei suoniscomposti provenuti dal primo sobbalzo del treno. Tutto andava bene esi poteva finire.

Maancora una volta il suo sonno fu interrotto. L'arrivo a Mestresomigliò alla fine del mondo. Pareva come se una macchinapotente si fosse messa a movere della ferramenta accatastata.L'Aghios spaventato si rizzò. Arrivò a vedere il Bacistranquillo e immotola mano sempre sulla facciaeppoitranquillizzatolasciò ricadere la testa pesante sulguanciale mormorando: "Manca il freno Westinghouse".

Quandosognò il signor Aghios? Certo non subito dopo abbandonatoMestre. Presso Goriziaquando alle quattro della mattinail signorAghios si destòla distanza è lunga e il sogno sarebbestato dimenticato come ogni altro sogno che certamente allieta ancheil sonno più profondo. È piuttosto da supporsi che ilsogno si sia prodotto in qualche stazione poco prima di Goriziaquando il sonno fu meno profondo e qualche cellula desta potésorvegliare e ritenereil sogno.

Chissàpoi se il sogno fu proprio quello che il signor Aghios ricordò.Quando ci si desta da un sognosubito interviene la menteanalizzatrice per connetterlo e completarlo. È come se volessefare una lettera da un dispaccio. Il sogno è come una sequeladi lampi e per farne un'avventura bisogna che il lampo divenga lucepermanente e sia ricostituito anche quando non si videperchénon illuminato. Insomma il ricordo del sogno non è mai ilsogno stesso. È come una polvere che si scioglie.

Insommail signor Aghios era avviato verso il pianeta Martesdraiato su uncarrello che si moveva traverso lo spazio come sulle rotaie. Egli viera sdraiato bocconi e invece di pavimento il carrello aveva delleassi su cuidolorantepoggiava il suo corpo. Una delle assi passavasul suo petto e rendeva più pesante la tasca che vi era. Sottoa lui c'era lo spazio infinito e al di sopra anche. La terra non sivedeva più e Marte non ancorané si vide mai.

Ilsignor Aghios si sentiva molto liberomolto più che in piazzaS. Marco e anche troppo. Si guardava d'intorno e non vedeva altro chespazio luminoso. Dove esercitare la sua libertà se non v'eranulla che fosse schiavo? E a chi dire la propria libertà? Persentirla bisognava pur poter vantarsene. Anche nel sogno il signorAghios era riflessivo. Pensò: "Io non sono soloperchéc'è la mia libertà con me. La mia sola noia èquella tasca di petto che duole".

Mapiù che si procedeva nello spaziopiù solo il signorAghios si sentiva. Giacché andava al pianeta Marte egli pensòper il sentimento d'onnipotenza che il sognatore sentech'egliavrebbe potuto foggiare quel pianeta a sua volontà. Previdequel pianeta. Ebbeneegli lo avrebbe popolato di gente che avrebbeintesa la sua linguamentre egli non avrebbe intesa la loro. Cosìegli avrebbe comunicata loro la propria libertà eindipendenzamentre loro non avrebbero potuto incatenarlo con leproprie storieche certo non mancavano loro.

Unavoce proveniente dalla stazione di partenza già tanto lontanadomandò: "Mi vuoi con te?". Doveva essere la moglie.Ma il signor Aghios voleva la libertà; finse di non aversentito e anzi aderì ancora meglio al suo carrello percelarsi. Così proseguì a grande velocitàchenon si percepiva causa la mancanza di cose e di aria ecorrendopensò: "Voglio che mio figlio non rimanga solo".

Poila voce fiocalontana di Bacis gli domandò: "Mi vuolecon lei?".

Aghiospensò che l'intervento di Bacis l'avrebbe privato di ognilibertà. Appassionato com'eracon lui non si poteva parlared'altro che dei fatti suoi. Gli aveva già pagato la gita ingondola ed era ridicolo volesse ora fare un simile viaggio a spesesue. Andare al pianeta Marte per parlare di Torlano? Non ne valeva lapena. Il signor Aghios si strinse meglio al carrello per continuare acelarsi.

Unavoce dolcemusicalema vicinissima domandò: "Io sonopronta alla partenzase mi vuoi".

Insogno una parola e il suo suono dipinge intera la persona che laemette. Era Annala fanciulla biondaaltadalle linee dolcisalvole mani abituate al grande lavoro. Quell'Anna che s'era lasciataingannare dalla sincerità della carne.

Ilcuore paterno dell'Aghios si commosse fino alle sue più intimefibre. Egli la voleva con sé per allontanarla da Berta e daGiovanni che la umiliavano e anche dal Bacis del quale non c'era dafidarsiil traditore che l'aveva ingannata con la sinceritàdella carne.

Esubito essa fu con lui sul carrellosotto a luicoperta da queglistracci che l'adornavanoma che ricavavano ogni loro bellezza dalsuo corpo morbidogiovanilenon ancora sformato dall'incipientematernità. I capelli biondi svolazzavano nell'ariache peressi c'erasotto a loro. Ora non avrebbe più dovuto essercidel dolore alla tasca del petto. Ma un greve peso v'era tuttavia.Anna probabilmente vi si era afferrata per sentirsi sicura.

Esi procedette cosìsenza parolementre il signor Aghiospensò: "È la mia figliuola. Le insegnerò anon fidarsi più di alcuna sincerità".

Orail motore del carrello doveva fare un chiasso indiavolato. Tutto lospazio ne era pieno. E l'Aghios si domandò: "Ma perchéla mia figliuola ha da giacere così sotto a me? È ilsesso? Io non la voglio". E urlò: "Io sono il padreil buon padre virtuoso".

SubitoAnna fu seduta lontano da luiad un angolo del carrelloin grandepericolo di scivolarne nell'orrendo spazio e l'Aghios gridò:"Ritornaritornasi vede che su quest'ordigno non si puòstare altrimenti". E Anna obbediente ritornò a lui comeprimameglio di prima. E lo spazio era infinito e perciòquella posizione doveva durare eterna.

Unoschianto! Si era arrivati al pianeta?

Infattiil trenofermandosisembrava volesse distruggere se stesso. Ilsignor Aghios saltò in piedi. Soffocavama arrivava aravvisarsi. Fra quel carrello e questo treno c'era una confusione dacui era impossibile estricarsi. E la stessa confusione c'era fra lagioia che aveva provato poco prima e la vergogna che ora lopervadeva. Ma la bontà del signor Aghios era infinita ancheverso se stesso. Pensò: "Io non ci ho colpa". Esubito sorrise.

Egliaperse una finestra e l'aria si fece respirabile. Vide la campagnavuota: Una luce immota brillava dalla casa di un contadino. Tuttaviaabbattuto dal grande sonnola stanchezza del doppio viaggioilsignor Aghios ebbe ancora il tempo di guardare il giaciglio vuoto delBaciseppoi anche il posto ove era giaciuta la sua valigetta. IlBacis se ne era andato discretamentesenza destarlo. Dovevano avergià passato Gorizia.

Senzaconvinzionecon la testa sul cuscinol'Aghios pensò:"Peccato! Se ci fosse stato gli avrei dato subito le diecimilalire (non quindici)". Sorrise! Era bello di non poter pagare.Rimorsi non ebbe. La sua avventurala più forte che avesseavuta durante la vitanon usciva dalla vita del suo pensierosolitario e perciò non aveva importanza. Tuttavia se il Bacisfosse venuto da lui a Triesteeglid'accordo con la moglieavrebbetentato di aiutarlo in piena virtù.

Es'addormentò profondamente dopo di aver tratto sotto lapropria testa anche il cuscino del Bacis. Si sentiva perfettamentebene. Il vino era stato smaltito nella corsa traverso gli spazisiderei e non lo turbava più.

 

VII.Gorizia-Trieste

Sidestò che albeggiavasquassato da un'altra fermata del treno.Saltò in piedi. Era una stazione abbastanza considerevole.Gorizia!

Madove era dunque disceso il Bacis? E l'Aghios fece con facilitàla sua teoria su quell'abbandono. Certo il Bacis aveva rinunziatoalla speranza di trovare quel denaro da quel suo parente a Gorizia edoveva essere disceso a Udine. Chissà quello che avrebbefatto! Forse avrebbe finito col decidersi di sposare Berta per poterda padroneproteggere meglio Anna. Vedeva oramai quella storia tantoda lontano che ogni accomodamento gli pareva possibile. In fondo Annaera l'oggetto dell'amore e tale doveva rimanere. Cara! Cara! Queglistracciniche la vestivano tanto benenon doveva abbandonarli.

Versole settequando il trenocon quel suo passo stanco di nottambuloche rincasacominciò ad arrampicarsi sul Carsoin un istantedi noianon sapendo che farsi nella sua solitudineil signor Aghiostrasse di tasca il portafogli e palpò le banconote. Sorrise aipropri sensi ingenui che sentivano un dimagrimento del pacchetto.Cosa vuol dire curarsi troppo di una cosa! Per rassicurarsi si chiusenella vetturacalò le tendine e si mise a contareaccuratamente le banconote. Non ve ne erano che quindici! Il Bacis neaveva trafugate proprio quindici. Oh! Quale canaglia!

Ilprimo movimento dell'Aghios fu di correre al campanello di allarme.Vi pose persino la manoma dopoda persona timidaesitòdavanti a quella minaccia di persecuzione penale. E così ebbeil tempo di ragionare. Che scopo c'era di arrestare quel treno lentoche si batteva al di sopra Barcolasobborgo di Triesteperraggiungere il ladro ch'era disceso in una stazione non precisabileprima di Gorizia e da li s'era avviato col suo bottino verso Torlanoove non c’era ferrovia? Nessunissimoperché ilconduttore del treno non avrebbe mai acconsentito di cambiar rotta eportare lui e tutti i vagoni sgangherati verso la Carnia.

Ilsignor Aghios si morse le dita. Era tutto ira e vergogna. Vergogna diessersi lasciato turlupinare a quel modo. Addio sentimento dellalibertà del viaggioaddio benevolenza. Somigliava ad una diquelle figure sintetizzate tanto bene nelle nubi nere e minacciosema egli non ricordava né le nubiné i cani e neppurele belle donnei suoi aggradevoli monti compagni di viaggio. Allastazione di Tries