Readme.it in English  home page
Readme.it in Italiano  pagina iniziale
readme.it by logo SoftwareHouse.it

Ebook in formato Kindle (mobi) - Kindle File Ebook (mobi)

Formato per Iphone, Ipad e Ebook (epub) - Ipad, Iphone and Ebook reader format (epub)

Versione ebook di Readme.it powered by Softwarehouse.it


IginioUgo Tarchetti



FOSCA



 

 

Commettoio un’indiscrezione nel pubblicare queste memorie? Credo di no;né una titubanza piú lungagiustificherebbe ad ognimodo la mia colpa. Colui che le ha scritte è ora troppoindifferente alle cose del mondotroppo sicuro di séperchéabbia a godere dell’elogio o a soffrire del biasimo che puòderivargliene. Egli sa per quale strana combinazione questomanoscritto è venuto in mio poterené ignora ildisegno che io aveva concepito di publicarlo. Gli basterà cheio vi abbia tolte quelle indicazioni che potevano compromettere lafama di persone ancora viventie che il segreto della sua vitaattuale sia stato rispettato.

Sel’autore di queste pagine può ancora trovare nellasolitudine e nell’egoismo in cui si è rifuggitoqualcheparte di ciò che egli fu un temponon gli farà forsediscaro che altri abbiano a versarenel leggere queste memoriequelle lacrime che egli ha certo versato nello scriverle.

Milano21 gennaio 1869

 

Cap. I

Misono accinto piú volte a scrivere queste mie memoriee unostrano sentimento misto di terrore e di angoscia mi ha distoltosempre dal farlo. Una profonda sfiducia si è impadronita dime. Temo immiserire il valore e l’aspetto delle mie passionitentando di manifestarle; temo obbliarle tacendole. Perchéella è cosa quasi agevole il dire ciò che hanno sentitogli altri - l’eco delle altrui sensazioni si ripercuote nelnostro cuore senza turbarlo - ma dire ciò che abbiamosentito noii nostri affettile nostre febbrii nostri doloriècompito troppo superiore alla potenza della parola. Noi sentiamo dinon poter essere nel vero.

Hopensato spesso con gioia alla rovina che il tempo va facendo alle miememorie; piú spesso vi ho pensato con dolore. Dimenticare! Èuccidersiè rinunciare a quell’unico bene che possediamorealmente e impreteribilmenteal passato. Ché se si potesserodimenticare soltanto le gioieforse l’oblio potrebbe esseregiustamente desiderato; ma dei nostri dolori noi siamo superbi egelosinoi li amiamonoi li vogliamo ricordare. Sono essi checompongono la corona della vita.

Ilpassato è la misura del tempo che abbiamo percorsola misuradi quello che ci rimane a percorrere. Perciò noi lo teniamocaroperché ci fa fede dell’accorciarsi progressivodell’esistenza. Un’avidità febbrile di morireaffatica inconsciamente gli uomini. Chi vorrebbe tornare indietroun’oraun minutoun istante nella sua vita? Nessuno; e pure siamae si rimpiange questo passato che si ha orrore di rinnovare.

Scrivereciò che abbiamo sofferto e godutoè dare alle nostrememorie la durata della nostra esistenza. Scrivere per noi perrileggereper ricordare in segretoper piangere in segreto. Eccoperché scrivo.

Vifu un tempo in cui avrei voluto fare un libro delle cose che sto perraccontare: un’inclinazione che i casi della mia vita avevanocombattuto per tanti annima né dominata né vintamiaveva trabalzato già tardigià vecchio d’ingegnoe di cuorenel mondo della publicità e delle lettere. Io nonvi aveva potuto portare che le memorie di una gioventú riccadi molte passionidi una vita lungamente e orribilmente angosciata.Ove l’arte avesse trovato in me valore pari alla grandezza delsoggettoil racconto che mi accingeva a scrivere mi avrebbe forseprocurato un successo clamoroso. Nondimeno me ne astenni. Gettare nelfango della publicità il segreto de’ miei dolorisacrificarlo alle vuote soddisfazioni della fama sarebbe statadebolezza indegna del mio passato. Io scrivo ora per me medesimo. Nonavrei mai osato violare la sola religione che è sopravvissutaalla rovina della mia fedela religione delle mie memorie.

Suquesto vecchio quaderno su cui ho tentato già tante volted’incominciare il mio raccontovi sono molte cancellature chenon posso piú decifrare. Temo che il tempo abbia purecancellate dalla mia anima non poche delle sue rimembranze.

Questifogli su cui la mia anima si è arrestata tante voltetrattenuta da un terrore che non poteva vinceremi accompagnano giàda cinque anni nelle mie faticose peregrinazioni. Sulla maggior partedi essi vi è scritto nulla; pure sembra che il mio pensiero viabbia tracciato delle cifre misteriose e solennitanto vi homeditato sopraguardandoli. E li svolgo nell’ansietà dileggerlie osservo con melanconia i piccoli acari della carta chefuggono lungo le loro pieghe ingiallite.

Sísono oramai cinque anni! Le cause del mio terrore non hanno cessatodi esistereperché il mio cuore non è di quelli chedimenticanomacomunque siaquesto terrore è dissipato. Misento ora il coraggio di ricordare e di scrivere. Ora che tutto deveessere finito!

Miguardo spesso d’intorno come fossi rimasto solo nel mondocomese le illusioni che mi avevano accompagnato sin qui fossero statecose vive e sensibilicome dovessi rivederle al mio fianco. Eravenuto innanzi solo nella vitae non mi era accorto mai di essersolo. Ma ora! Ho provato la solitudine della societàe l’hospesso cercata con ardorel’ho cercata anzi sempre; quella ènulla. È la solitudine delle passioni che è orribile!

Nonso se gli altri uomini abbiano seguito un passaggio cosírapido e cosí violento come il miodal periodo della fede aquello della disperanza; se sieno passati ad un tratto dalla vitaoperosa della gioventúalla vita inerte e sconsolata dellavecchiezza. Credo nondimeno che molti vi sieno entrati con calmaquelli che amarono serenamente e con calma.

Ioera nato con passioni eccezionali. Io non avrei mai saputo néamare né odiare a metà; non avrei potuto abbassare imiei affetti fino al livello di quelli degli altri uomini. La naturami aveva reso ribelle alle misure comuni e alle leggi comuni. Eradunque giusto che anche le mie passioni avessero causemodisvolgimentifini eccezionali.

Hoavuto due grandi amoridue amori diversamente sentitima ugualmentefatali e formidabili. È con essi che si è estinta lamia gioventú; è per essi.

Scrivendoqueste pagineio non ho altro scopo che di interrogare le miememorie ancora una volta per non doverle interrogare mai piú.Io innalzo questo monumento sulle ceneri del mio passatocome sicompone una lapide sul sepolcro di un essere adorato e perduto.

Hopresa una grande risoluzione.

Primadi ritirarmi dal mondoprima di isolarmi in mezzo alla folla -isolamento assai piú penoso che nelle vaste solitudini dellanatura - ho voluto ricordare ancora una voltaricordare conpienezza e con fede. Io sono ora in pace con me stesso. Le agitazioniprofonde della mia animale irrequietezze febbrili della mia mentesono cessate. Io ne comprendo ora le cause. Molti uomini non sitrovano bene colla vita perché non hanno ancora scoperto illoro punto d’equilibrio.

Ildifficile è trovare il centro della propria anima!

Nonscriverò che di un solo di questi amori. Non parleròdell’altro che pel contrasto spaventoso che ha formato colprimo. Quello non è stato che un amore felice. Raccontarlosarebbe lo stesso che ripetere la storia di tutti gli affettie nonv’è creatura che abbia amato sí poco da nonconoscerla. O si abbandonao si è abbandonati - spessodesiderosispesso contenti dell’abbandono. Tal cosa è ilcuore umano.

Piúche l’analisi di un affettopiú che il racconto di unapassione d’amoreio faccio forse qui la diagnosi di unamalattia. - Quell’amore io non l’ho sentitol’hosubito. Non so se vi siano al mondo altri uomini che abbiano superatouna prova come quellae nelle circostanze in cui io l’hosuperata; non so se vi sarebbero sopravvissuti.

Esprimoquesto dubbioperché mi avvenne spesso di chiedere a memedesimo: "comein che guisa vi sono io sopravvissuto?"

Sentonondimeno che qualche cosa si è guastato nella mia testa: ionon ho piú cognizione di temponon ho piú ordine nellemie ideenon ho piú lucidità nelle mie memorie. Questicinque anni sono passati come un istante e come un’eternitàinosservatioscurisenza suddivisioni di giorni e di epoche. Quellefestequegli anniversari che formavano le gioie piú puredella mia vita quand’era fanciullosono essi ritornati ognianno? E come non li ho avvertiti? Cosa ho fatto in questo lungospazio di tempo? Perché non ho piú amato?…

Nonso piú pensarenon so piú fermarmi lungamente sopraun’ideanon vedo piú le linee che separano il vero dalparadossale. Tutto mi sembra ora logiconaturalepossibile. Tutti imiei pensieri si urtanosi confondonosi perdono in un vortice cheturbina incessantemente nella mia testa. È là che tuttova a finire. Sento che la coscienza di me si è confusa. Quandoavrò scritto la storia di questo amoredovrei scrivere ancoraquella dei cinque anni che vi sono succeduti; sarebbe una storiaterribile. Dovrei scriverne un’altra piú terribileancora; sarebbe la storia delle mie visioniil racconto dei sogniche hanno popolato le mie notti durante quel tempo.

Raduneròqui i documentile letterele note che ho conservato. Ricostruiròquesto edificio colle sue stesse rovine.

Orasono ben calmo e tranquillo; ora che ho incominciato a non diffidarepiú di me medesimo. La mia indifferenza mi assicura che lesorgenti del mio entusiasmo sono esaurite. Una cosa mi conforta e miinorgoglisceil sentimento della mia freddezza- perchéil mio cuore è freddoterribilmente freddo.

Speroe pur temo dimenticare. Una notte triste ed oscura ha incominciato adistendersi sul mio passato.

Leonde che la virtú del sole aveva sollevate e convertite inbelle nubi d’ororicadono in pioggia attraversando le freddelatitudini dell’ariaricadono come lagrime della natura.

Quandoil fuoco della gioventú si è spentosvanisce a poco apoco anche il tepore delle ceneri; esse rimangono là adattestare dove la fiamma ha un giorno avvampatofino a che il soffiogelato del tempo non viene anch’esso a disperderle.



Cap. II

Sarebbeinutile riandare sugli anni che hanno preceduto gli avvenimenti chesto per raccontare. Io non voglio afferrare che un punto della miavitanon voglio metterne in luce che un istante. Chi oserebbeaffacciarsi allo spettacolo intero della sua esistenzaspiare nellesue pieghe tenebrosee ritesserne tutta la storia?

Lamia gioventú trascorse pienariccafeconda. La fortunaadir veronon m’era stata assai prodiga de’ suoi favori; mache cale alla gioventú della fortuna? Quella è l’etàdella forzadel coraggiodella baldanza; è allora che siraccolgono a piene mani i frutti che maturano nel giardino dellavitache si accosta alle labbra la coppa inebriante della felicità;a quell’età si fruisce di un bene che non si conosce enon si esperimenta mai piú nell’avveniremai piú- la mite e affettuosa indulgenza degli uomini.

Nonho mai potuto indovinare se la mia natura fosse piuttosto incompletache esuberante; ma in qualunque modoegli era ben certo che io miinnalzava sul livello delle nature comuni. La ripugnanza che hosentitoe che sento ancora per tutto ciò che èconvenzionaleper tutto ciò che è metodicononproveniva già dalla mia educazionema da una disposizionespeciale del mio carattere. Non mi importava di essere da piúo da meno degli altri uominimi bastava di esserne diverso.

Intutta la mia vita ho operato come ho pensato - convulsivamente.Dicono che i leoni si trovano in uno stato di febbre continuo. Ignoroquale medico abbia potuto accertarsi di questo fenomenocome avrebbefatto al capezzale di un infermo; ma sia ciò vero o non verosia la mia natura debole o fortenon vi è dubbio che io hoprovato sempre una specie di agitazione febbrile e convulsa simile aquella.

Iomi sono divorato la vita. Io non potrei misurare la mia etàcolla stregua ordinaria del tempo.

Avevaventotto anni allorché successero gli avvenimenti che sto perraccontare. La rivoluzione mi aveva trascinato già da temponelle sue filequasi mio malgrado. Deviato da’ miei studicombattuto nelle mie inclinazionimi era indotto a rimanerenell’esercito ove aveva ottenuto grado di ufficiale. Io vimilitava da cinque anniallorché colpito da una gravemalattia di cuore dovetti chiedere una lunga licenzae ritirarmi nelmio villaggio natale. Gravi rovesci di fortuna mi avevano impedito dicamparmi la vita in altro modo che coll’essere inscritto neiruoli di un reggimentoe far pompa del mio costume di capitano. Edico ciò perché allora la guerra era cessatae mivergognava spesso di quell’inazione ricompensata sílargamente. Io riscuoteva un lauto assegnamento sulle casse delloStato.

Nonparlerò adesso dei dolori che avevano provocata quella miamalattia. Essi appartengono ad un’altra epoca della mia vita;furono il frutto di una passione cheove non mi fosse inspirata dalpiú nobile dei sentimentiavrebbe coperto di onta il miopassato. Nondimeno quei dolori furono enormie se non ebbero ilpotere di uccidermiè perché tal potere èspesso negato al dolore.

Incapo ad un anno aveva richiesta l’attivitànon giàche la mia salute fosse miglioratama perché mi sarebbe statoimpossibile rimanere piú a lungo nel mio paese natale. Quellavita di solitudine e di meditazione avrebbe finito coll’uccidermi.Chi ha vissuto un tempo nelle grandi città non può piúadattarsi alla vita dei villaggi; non può impicciolire le suevedutele sue ideele sue abitudini fino alle proporzioni meschinee spesso ridicoleche dà alle proprie la gente dellecampagne. Io ho considerato sempre i piccoli villaggi come centrid’ignoranzadi barbariespesso anche di corruzione. Sono essia mio credereche arrestano il corso della civiltàche sipongono tra le ruote del suo carro. Se tutti i punti abitati dellaterra fossero LondraPietroburgoParigiRomaBerlinoil quesitola cui soluzione affatica da secoli l’umanità sarebberisolto all’istante.

Néla monotonia di quella vita era il meno doloroso de’ mieitormenti. Io conosceva tutte le vie di quel paesetutte le casetutti gli abitanti - viuzze strette e fangosecatapecchieanguste e miserabilicontadini rozzi e cocciuti. Mi dava pena ilvederlipiú pena il sentirli. La stessa natura non aveva cheattrattive assai deboli. Vicino ai villaggi anche la natura sembrapatireè rozza e pigmeasoffre d’impotenza e dirachitismo; si direbbe che le manchi qualche cosacome la forza e ilprofumo. I boschi di Boulognedi Volksgartendi Thiergarten non sitrovano che vicino a Parigia Viennaa Berlino.

L’uomorisentecome le piantel’influsso dell’atmosfera in cuivive. Io mi vedeva isterilireimmiseriredeperire. Fosse effettodella malattiafosse influenza di quel soggiorno triste ed uggiosoio mi era interamente e miseramente trasformato. Una malinconiaprofondauna disperanza piena di gelo e di scetticismo si eranoimpadronite di me. Non sentiva piú alcun rammarico delpassatoné alcuna trepidanza dell’avvenire. Questoavvenire lo aveva in certa guisa prevenuto. Me ne era formatal’imagine la piú tristela piú nerala piúdesolante; aveva forzato la mia anima ad accettarlo senza lagnarsenee cosí m’era posto in pace con l’unico oggetto cheavesse potuto ancora atterrirmicol fantasma sconosciuto di questoavvenire.

Hopensato spessodurante questi annia quei giorni pieni didesolazione e di sconfortoa quel lungo inverno di cinque mesitrascorso tra le pareti di poche stanzesenza veder altro voltod’uomo che il mio. Mi sono ricordato ancora di tutto ciòche aveva allora colpito in qualche modo i miei sensi: le larghefinestre a vetrate coperte di ragnateliil pigolio dei passeri chebeccavano nei canali delle grondelo stillare delle nevi che siscioglievanoil rumore degli zoccoli ferrati dei contadini sulselciato fangoso della via - uniche sensazioniuniche voci chemi avvertivano come vi erano esseri che vivevano d’intorno a mecome io stesso viveva in mezzo ad esseri vivi e sensibili. Hoconservato memoria di quei giorni in un diario scritto sottol’impressione di quei dolori segreti di cuoreche non giova oraqui riportare.

Allorchémi allontanai da quel luogoe sostato nella prima città cheincontrai nel mio viaggioconfrontai il mio volto con quello dialtri uominimi chiesi con spavento se io era ancora lo stesso di untempose era diventato dissimile da lorose sarei sopravvissuto aquel giorno.

Avevaimparato a disperare troppo precocemente.

Alloranon prevedeva l’aurora luminosa che doveva sorgere ancora sullamia gioventúe che doveva tramontare sí presto!



Cap. III

Hoparlato del mio paese natale.

Miduole che queste pagine non sieno destinate a venire alla luceperpoter rendere publico un odio che conservo da lunghi anni nel cuorel’unico che il tempo e la riflessione non abbiano fatto cheavvalorare ed accrescere.

Ioamo la terraquesta grande madrequesta gran patria comune; iol’amo tutta senza distinzione di suoli e di climi; l’amocome una parte di meio che non sono che una porzione minima di leistessa.

Ioho sentito spesso le sue attrazionil’appello che ella fa a’suoi atomile sue creature; agli uominile sue particelle animate.A primaveraquando il sole la dardeggia de’ suoi raggi; in quelperiodo di febbredi ardenzedi feconditàquando dal suoseno pieno di amore erompono le famiglie degli insetti e delle erbequando ella sorride di un sorriso pieno d’incanti e di fioriioho sentito spesso con una specie di furore il desiderio di rientrarenel suo seno; io mi sono prosteso per abbracciarla; ho sentito cheessa mi chiamavae ho gridato: "Tu mi vuoitu mi chiami-io vengoio vengo". Síio amo la terraquesta bellaterra; io son certo che essa sarà lieve sulla mia fossaquando stringerà dolcemente il mio petto colle sue braccia diselci e di radici; ma vi è in essa un punto che io odioed èquell’angolo freddo e uggioso dove son nato.

Èdi là che ho cominciato a gettare uno sguardo sul mondoe avederlo triste ed ingratoè là che non ho potuto avermai né una nobile gioiané un nobile dolore; èlà che conobbi gli uomini che mi hanno insegnato ad odiare gliuomini; è là finalmenteche non ho potuto amare.

Avreivoluto levarne le ceneri de’ miei cariperché l’ultimoanello che mi congiungeva alla mia patria fosse anche spezzato.

Fuitorturato lungo tempo da un’idea insistente e malinconica: mipareva che quelle reliquie adorate non potessero aver pace làsottoperchéio stessoio sento che le mie ossafremerebbero se sepolte sotto quelle zolle abborrite.



Cap. IV

Nonso dire come ne partii per venire a Milano. Non so spiegarmi questarisoluzioneperché non aveva piú alcuna forza divolontà quando vi venni.

Erasul finire d’aprilee mi ricordo di aver fatto a piediattraverso la campagna un tratto di strada assai lungo. Due allodolegorgheggiavano nel cielo che mi sembrava altoserenosconfinato piúdi quanto non mi fosse mai parso dapprima. Esse si erano tantoinnalzate che il mio occhio non arrivava a vederleerano lontanel’una dall’altrae a giudicarne dal cantoparevanoimmobili - si sarebbe detto che avessero trovato lassúdove posarsi. Il loro gorgheggio aveva qualcosa di affettuosamenteintimopareva una serie di domande e di risposte; ed era símelodiososí calmosí limpido che mi ricordo d’averloudito ancora ad una grande distanza dal luogo ove l’avevasentito la prima volta. Certo perché calmo e limpidononperché vigoroso. Vi è uno strano mistero di luce inquel canto. Il mio orecchio poteva forse udirlo per la stessa ragioneche il nostro occhio discerne il letto algoso di un lago attraversole sue acque alte e tranquillee non vede quello del torrentelecui onde basse ed impetuosema torbidescorrono con impeto al mare.

Avevaanche raccolto lungo la strada un mazzetto di tussilaggini gialle -gli unici fiori che abbelliscono quei vigneti sterili e desolati -e lo conservo tuttora nella mia scatola dei fiori disseccati.

Hosegnato tutti i periodi solenni della mia vita con dei fiori. Neconservo una quantità di mazzetti che sono come le pietremiliari del cammino percorso nella mia esistenzae li porto mecocome l’unico tesoro che io possiedo al mondo.

Hosempre sentito una specie di rispetto per queste piccole e fragilicreature di un giornoanche una specie di fede.

Unanno a Milanoin un’ora di profondo sconfortouna donna chepasseggiava meco al mio fianco tenendo in mano una rosamiprecedette di alcuni passie sfogliandolae gettandone i petalidinanzi a memi disse scherzosamente: - Spargo dei fiori sulvostro cammino. - All’indomani un avvenimento inatteso mirestituiva la gioia e la pace.

Allorchégiunsi in quella cittàio non aveva né progettinéideené speranze di giorni migliori. Vi era venutodireiquasiinconsciamente. Sapeva che fra due mesi sarei stato richiamatoal reggimento e che di là avrei meglio potuto sollecitarequesto richiamo. Forse era stato tale il movente del mio viaggio.

Profferiiil nome del mio amico.

Appenaarrivatovicercai con ansietà di un amico che certa comunanzadi sventure mi aveva reso da tempo assai caro. Egli abitava in unacasa signorile e assai vastadove era però quasi sconosciuto.Bisognava chiedere di lui. Battei perciò ad un uscio del primopianoe venne ad aprirmi una donna giovane e bella. Mi parve cherimanesse colpita in modo singolare dal mio aspetto; né io lofui forse meno del contrasto che formavo col suo. Essa era síserenasí giovanesí fiorita; e il mondo pareva doveressere stato fino allora cosí benigno con leiche io laguardai un istante senza parlarecompreso d’una meravigliadolce e profonda.

-Di chi cercatein grazia?

-Al secondo piano.

Avreigiurato di aver sentito già piú volte quella vocediaverla sentita bambinone’ miei sogni… La guardai come sifa a persona che parci di conoscere. Nell’allontanarmi sentiiche un lembo del mio soprabito era stato chiuso tra le due impostedell’uscio. Ella se ne avvide e fu sollecita a riaprire.

-Perdonate.

M’inchinai.Non risposi nullama tornai ad affissarla sí stranamentecheessa mi guardò quasi spaventata. Sentii quello sguardopenetrarmi penosamente nell’anima.

"Sífelicesí floridasí bella!" esclamai tra mestesso salendo la scala; "oh dolce creatura! se tu mi porgessiquella tazza che l’età e gli affanni hanno allontanatoforse per sempre dalle mie labbracome potrei rifiorire anch’ioe sorridere ancora alla vita! Ma la gioventú è deigiovanie le gioie non sono che dei felici!"

Giuntosul pianerottolomi rivolsie vidi ch’ella era rimasta immotasull’uscioe mi accompagnava dello sguardoe pareva commossa epensosa. Aveva ella compreso che io era sventuratoe aveva sentitoil bisogno di confortarmi del suo affetto e della sua compassione?

Diròcosa antica come l’amore. Bastarono quello sguardo e quellamestizia. Da quel momento le nostre sorti furono gettate. Io l’avevavinta con l’unica attrattiva che vi era in me- quella dacui le donne sono prese assai raramentema cuiove lo sienoinorgogliscono spesso di cedere senza resistereperchécomprendono di mettersi cosí sulla via di una missione che lesantifica - l’attrattiva della sventura.

Trovaiil mio amicoe mi installai nel suo appartamento.

Ebbida lui notizie di quella donna. Suo marito era giovine e avvenenteoccupava una carica distinta in un’amministrazione governativa;non erano ricchima parevano agiati e felici; avevano un figlio;essa si chiamava Clara: quando non agucchiava presso una piccolafinestra che guardava nel cortileleggeva romanzi sul suo balconeseduta in mezzo a’ suoi vasi di fuxie e di gerani; suonava ancheil pianoforte e cantava.

Passaiquella prima notte in una specie di delirio; lessi l’epistolariodi Foscolo - l’uomo antico - e rividi inun’allucinazione le scene passate della mia vita. Mi pareva chetutto fosse finito lícon quel giornocon quella fugacoll’incontro di quella donna; travedeva non so quali gioienell’avvenire.

Fuiriscosso per tempo dal suono di un piano-forte che veniva dal pianosottostante. Apersi la finestra e mi affacciai dal mio balcone. Eraun mattino lucidocaldoserenoil sole si versava sulla via chebrulicava di passeggieri affaccendati. Le carriuole dei lattivendolistridevano sulle loro ruote malfermei vetturini facevanoscoppiettare le loro frustegruppi di fanciulli s’inseguivanoschiamazzando; ogni cosa era vitalucemotoallegrezza. Da lungotempo non aveva assistito a quello spettacolo del ridestarsi di unagran città. Abbassando lo sguardo sul balcone di sottoviscorsi Clara che mi stava guardando. Essa era seduta in mezzo a’suoi vasi in un abito semplice e negletto; ma le sue fuxie non eranoancora in germee non v’era altro di fiorito intorno a lei chealcune pianticelle di primule e di azzalee.

L’amorela piú complessa e la piú potente di tutte le passioniè ad un tempo la piú facile e la piú semplicenel suo nascere. Un uomo e una donna si incontranosi vedonosiguardano - e basta. Da che cosa era egli stato mosso quellosguardo? Che cosa vi era in esso? Che cosa diceva? Nessuno lo sa.Nondimeno tutti gli amori incominciarono con uno sguardo.

Rientrainella stanza ebbro. Non di amoreno; non amava ancoranon nesperava; ma assetato di confortidi compiantodi lacrime. Avreidesiderato una donnanon per chiederle le sue carezzema perpiangere sul suo seno. L’uomo è piú profondonell’amorela donna nella tenerezza; si piange meglio sul senodi una donna.

Nonso se gli altri uomini abbiano súbiti abbandonisúbitiimpetisúbite risoluzioni come ho io. In me vi è nulladi lentodi ordinatodi normale. La mia è una natura amollea sbalzi; una natura sempre alterata.

Lescrissie le gettai dal balcone un biglietto contenente queste soleparole:

"Iosono infeliceio sono malatoio soffro".

Ilbiglietto cadde a’ suoi piedi. Essa lo videesitò unistantepoi si curvòlo raccolsee fuggí nella suacamera.

Nonricomparve piú lungo il giorno. Alla sera la vidi un istantesul balconee osservai che aveva gli occhi soffusi di lacrime.

Daquel momento la mia illusione non ebbe piú freno. Essa avevapianto per meessa aveva accettato in certo modo il compito che iole aveva chiesto di consolarmi.

Fuiassalito da una smania febbrile di vederladi sentire la sua vocedi averla vicino a medi gettarmi a’ suoi piedidi dirlelacrimando tutta la povera storia della mia vita.

Avessiavuto un oggetto toccato da leiportato da leiun suo nastrounsuo abitoavrei passato la notte guardandolome ne sarei sentitomeno diviso.

Cosífu in ogni tempo della mia anima. Passai sempre dall’apatiaall’adorazione senza soffermarmi sull’amore. Perchériposarsi a metà? Perché non mirare agli ultimi limiti?Le grandi cose sono estreme - le grandi anime adorano o odiano.

Eranocominciate allora le pioggie lente e monotone della primavera;pioveva tutto il giornoe le finestre del suo balcone erano chiuse.Io la sentiva suonare e cantare sotto di me. Era casoeradivinazione? Essa ripeteva sempre alcune arie che mi erano careeche mi rammentavano le scene piú dolci della mia vita. Nonuscivo piú di casa per non allontanarmi da lei. Làinquella stanzale ero vicino; non la vedevoma sapevo di esserlevicino.

Epoila sentiva!

Lescrivevo tutto il giornole scrivevo cose straneimmenseinaudite.Ero spaventato di me medesimo. Spesso la notte balzava dal letto e migettava sul pavimento come per tenderle le bracciacome per esserlepiú d’appresso. La mia animavuota da tanto temposiera gettata con furore su quella preda. Se la sua pietà nonfosse venuta a salvarmiio mi sarei divorato il cuore.

Larividi. Il bel tempo era ritornatoaprile era finitoe maggiofioriva. Risentii tutte le febbri della primaveraquel fuoco ardenteche il sole di maggio trasfonde nelle fibrenelle venenel cuore. Ifiori sbocciavanogli uccelli riprendevano le loro canzonilefanciulle - fiori umani - scherzavano lungo le aiuole;dappertutto l’inno all’amore era cantato.

Ungiorno nel salire la scalavidi le sue stanze aperteessa era sola;corsi verso di leie mi precipitai alle sue ginocchia. Essa feceatto di fuggire; io rimasi immobile col volto celato tra le mani. Misi appressò piangendosi curvò verso di mee mi dissesinghiozzando:

-Abbiate pietàandatelasciatemi.

-Noio morirò quiio soffro.

-Oh mio Dio! povero giovine!

-Mi odiate?

Essami strinse al suo senoe mi coprí di baci e di lacrime.

-Vi amovi amoma lasciatemi.

Fuggiicome un demente.

Allanotte fui assalito dalla febbre; ebbi strane visionifeci dei sognipuerili: vedeva delle farfalle e degli angelidei paesi che nonaveva mai visto; mia madrepiú giovane di molti annipiangeva vicino al mio capezzaleed era vestita di un abito grigioche io l’aveva veduta portare da bambino.

Alloindomani era malato.

Leriscrissi:

"Iosono malatoio non guarirò se non vi vedovenite".

Eessa venne.

Venneper due lunghe settimaneogni giornodissimulandocome potevailsuo segreto; divisa tra l’angoscia del mio stato e il rossoredell’inganno che le costava la sua pietà.

Fula sua pietàche la condusse all’amore; in quei giornile nostre anime si unirono.

Piútardi io le scriveva ancora:

"Ohmia vita! Vieni a confortarmi. Vieni quilontano da cotesta casadove non possiamo essere felici. Ho affittato una cameretta chiarasolitariaserenapiena di sole. La riempirò tutta di fioriper te. Ma vieni. I nostri cuori hanno bisogno di palpitare l’unosull’altro. Cosí si muore"

Eessa venne ancora.

Lapietà l’aveva condotta all’amore; fu l’amoreche la condusse alla colpa.

Inquei giorni si unirono le nostre vite.



Cap. V

Fummofeliciineffabilmente felici.

Passammoattraverso una serie di sensazioni nuoveardentivertiginose. Maidue anime avevano combaciato cosí pienamentemai due naturesi erano congiuntefuseidentificate in una sola come le nostre.

Claraaveva indole fortegiustasevera; vi era nulla di fatuonulla difiacconulla di puerile nel suo carattere; e pure nessuna donna fumai piú affettuosapiú dolcepiú arrendevolepiú accarezzevolepiú eminentemente donna.

Avevaventicinque anni; era altapurarobustaserena. Scopersi piútardi il segreto di quel fascino immediato che aveva esercitato sopradi me. Essa rassomigliava a mia madre. Mia madre poteva aver avuto lastessa bellezza e la stessa età quando io nacqui.

Unavolta amantici abbandonammo con una specie di dolce disperanza allanostra passione; non avemmo piú limiti; ella pure era talnatura da non conoscerne. Avremmo quasi desiderato di soffrirediporre il nostro amore come ostacolo alla nostra felicitàalnostro avvenireper rendercene meritevoli. Ci sentivamo struggeredalla smania di sacrificare qualche cosa l’uno all’altra.Cosí eravamo troppo immeritatamente felici. Non potevamo dareun prezzo a quelle gioie; le sentivamo troppo intensetroppoprofonde!…

Ciraccontammo tutta la nostra vita. Ci trasfondemmo l’unonell’altra senza rossoresenza dissimulazionisenza esitanze.Essa aveva vissuto poco nel mondoaveva sposato a sedici anni unuomo che le era indifferentenon aveva mai amatonessuno le avevamai chiesto dell’affettoadorava suo figlio. In quella vita diisolamento e di disamore era nondimeno felice.

Cometutte le donne veramente ingenue s’era data a me senza fingeresenza esitare; essa aveva pensato a lungo alle conseguenze della suacolpa; aveva lottato a lungo; ma una volta decisasi era abbandonatasenza ritegno. Non so se ella ne arrossisse e ne gemesse in segreto;il suo contegno non lasciò mai penetrare in me questo dubbioessa non mi parve mai che felice. Mi diceva spesso con aria dicredulità e di spaventoaffatto puerile: - Sono cosífelice che ho paura di morire.

Ilsuo rimpianto piú acerbo era di non avermi conosciuto prima;non si doleva dell’avvenire che il tempo ed i suoi legami ciavrebberoo tardi o tostoattraversatoma del passato che avevamovissuto lungi l'uno dall’altrosenza conoscersisenza sapereche esistevamodi quei bei giorni della prima gioventú chenon avevamo potuto trascorrere assieme.

-Ohs’io t’avessi conosciuto allora! quanto sarei statafelice di darti questo mio cuore puro ed intattodi offrirti tuttala mia gioventútutta la mia freschezza - giovinettaanch’io era bella!… Come tu avresti saputo formare il miocuorecome t’avrei amatocome t’avrei ubbidito!

Talile parole che essa mi diceva soventi. Ella soffriva di non poterlegare a me le prime e le piú pure memorie della suaesistenza.

Comeaveva prevedutola mia salute era rifioritaio era ritornato fortelietosereno; ma mi pareva aver tolto a lei tutto ciò cheaveva aggiunto a me stesso. Essa non avvizzivama deperiva conlentezza. Si era come tramutatanon era piú quella di untempo. Mi pareva fosse divenuta piú altapiú gentilepiú flessibile; la vedeva come fosse stata un’immagine dise stessa.

Spessoessa mi diceva scherzosamente: - Ho voluto essere il tuo medicoe ho trascurato un po’ troppo me medesima. - Non so comeavvenissema è ben certo che ella mi aveva data la sua forzae la sua salute assieme col suo affetto. L’amore fa spesso ditali miracoli.

Delresto io non dirò come e quanto noi fossimo felici. Tristequella felicità che si può dire! Io mi era serbato finoallora eccezionalmente puroessa eccezionalmente ingenua. Ci eravamoamatiella per pietàio per gratitudine; la stimalasimpatiala conoscenza profonda delle nostre animepiú chela nostra stessa gioventúci avevano condotti alla passione.Ella a venticinque anniio a ventottoeravamo ancora due fanciulli.In un gran centro di corruzione come cotestonoi eravamo rimastiillibatipuriverginiricchi di illusione e di fede - e lafelicità e la grandezza di un tale amore non possono essereraccontati.



Cap. VI

Perchénoi ci amavamo diversamente da tutti gli altri. I nostri piaceri piúardenti consistevano spesso in alcune fanciullaggini senza nomeinalcune puerilità che ci avrebbero fatto sorridere se non cifossimo amati sí ciecamente.

Unadelle sue soddisfazioni piú vive era di far colazione con medi mangiare con me dei confettidi mangiarne moltie tutti metàper uno; di ravviarmi i capellidi guardarecome i bambinila suaimmagine riflessa nelle mie pupille.

Conoscevamotutti i piú piccoli sentieri di queste praterie tristi emonotone. Vi facevamo delle lunghe passeggiate; quando si toglieva lamantiglia e il cappellone piantava gli spilli in qualche fogliad’ellera abbarbicata ad un salicee nelle nostre scorrerieventure andavamo poi a cercarli. Non sono piú di pochi mesiche sono riuscito ancoradopo quattro annia trovarne dueirrugginiti dalle pioggie e dal tempo.

Cisedevamo spesso lungo i ruscelli a veder scorrere l’acqua; estrappavamo alcuni steli di erba che avevano in fondo una cannucciatenera di sapore quasi dolcee ce ne offrivamo a vicendadicendocischerzevolmente:

-Assaggia questo.

-Ohil mio è molto piú saporito!

-Questo è eccellente.

-Eccone uno che è squisitissimo.

Eridevamoed esclamavamo di noi stessi: "che fanciulli!"

Fuoridi Porta Magentavi è dal lato destro della via un beltorrentee un ponticello di tavole non piú largo di duespanne. Le piaceva di andare su e giú di quel ponte. Lívicino avevamo anche trovato una capanna disabitatail cui uscio eraaperto; e vi passavamo volontieri alcune ore benché fossepiena di topi e di lucertole. La chiamavamo il nostro tabernacolo.

Tuttii contadini ci conoscevano e ci facevano mille dispetti. Alcunifanciulli ci gridavano dietro: - oh gli amorosi! gli amorosi!

Unadomenicavistici sedere in un pratoalzarono una tavola chechiudeva lo sbocco d’un canale d’irrigazione.

-Mi pare d’esser tutta in un bagno!

-Ed io!

Primache fossimo balzati in piediil prato era interamente allagato; lesue sottaneil suo scialle erano immollati; salvai a stento il suocappello e i suoi guanti che galleggiavano. Essa ne rideva come unapazza. Quante volte ci siamo ricordati di quell’avvenimento!

Quelladonna sí fortesí ricca di buon sensoin alcune cosesí seriaaveva tutte le velleitàtutti i gusti pazzie bizzarri di una bambina.

-La mia non è che una rivendicazione; - diceva ellaqualche volta mezzo tra il serio e il faceto - non mi hannolasciato il tempo di essere una fanciullae me ne rivendico adesso.Meglio esserlo a venticinque anni che mai!

Elo era in fattoe me ne dava tutte le prove possibili. La mia stanzaera divenuta un caospiena di uccellidi fioridi nastridifrastagli di cartadi cartocci di confettidi scatole. Essa vimetteva tutto a soqquadro. Chiudeva di giorno le impostee viaccendeva tutte le candele. Spesso diceva sentire il bisogno digridaredi gridar fortedi urlare- non posso fare a menomisento una cosa nel pettoqui - ; e gridavae si turava labocca colle mani.

Miportava delle farfallee mi mandava a regalare delle nidiated’uccelli che era obbligato ad allevare per non dispiacerle.Nell’ultimo inverno che ci conobbimomi portò ellastessa un gattino bianco nel manicotto.

Tuttociò mi pareva allora assai puerile; pure ho pensato soventi aqueste coseanche in anni nei quali aveva già conosciuto piúpositivamente e piú spaventosamente la vitae ho dovutosempre esclamare: - Felici coloro che amarono a questo modo!



Cap. VII

Inquell’abisso di felicitàin quell’ebbrezza ches’era impossessata delle nostre animeio mi era quasidimenticato di me stesso. Non erano che due mesi che ci amavamoallorché ricevetti dal comandante del mio reggimento un ordinecosí concepito:

"Sietestato richiamato in attivitàe per un riguardo allo statocagionevole della vostra saluteapplicato allo stato maggiore delquarto dipartimento. È necessario che raggiungiate fra diecigiorni la vostra destinazione".

Rimasicome colpito dalla folgore.



Cap. VIII

Rinuncioa descrivere lo strazio della nostra separazione. Il nostro dolore fugrande quanto lo erano state le nostre gioie; veroprofondoineffabile come lo era stata la nostra felicità. Ricopio quitestualmente la prima lettera che io diressi a Clara un giorno dopola mia partenzae che può darmi anche oggi la misura del mioamore e delle mie lacrime:

"Ohmia vita! Eccoci separatieccoci lontani l’uno dall’altra.Ieri ancora io era tra le tue bracciaoggi sono sololontanomiserosconsolatoperduto. Che dirti? Come esprimerti il miodolore? Tu solatu che mi ami cogli stessi trasporti disperatitupuoi sapere dalle tue lacrime l’amarezza e la frequenza dellemie.

Mipare di trovarmi sotto l’incubo di un sogno orrendo da cui nonposso svegliarmi; non posso credere alla realtà di unasciagura cosí grande. Mi pare che ad ogni istante io debbariscuotermi da questo vaneggiamento angosciosoe rivedermi di nuovovicino a te. In tutti i miei grandi dolori ho provato questa speciedi pietosa incredulità che me li rendeva meno terribili.Alloracome adessomi domandava: "È egli vero? èciò realmente accaduto?" E lo sapevae lo so che ciòè veroche ciò è accaduto.

Ohtu mi conforti santamente! Ho compresosailo sforzo che tu faceviieri per nascondermi le tue lacrime. Povera Clara! Tu non volevi cheio piangessie non sai quanto ho pianto stanotte. Síhopianto dirottamentedirottamentee ho ringraziato Iddio di questoconforto. Non è debolezza il piangereed anche ove lo fosseè una debolezza dolce e divina che non umilia l’uomoforte.

Tunon sai quanto io sono superbo di soffrire per teper noipelnostro amore. Come dev’essere dolce il poter dire alla donna chesi ama: "Tu mi costi un sacrificioun doloreuna viltà;per te ho sacrificato le mie ricchezzela mia famala mia vita".Ho compreso come si possa commettere anche un delitto per ingigantirenella nostra coscienza questo sentimentoper accrescerne il valore;ho capito come si possa scendere fino alla degradazione la piúumiliante. È lo stesso sentimento che a voidonnefa spessosacrificare - quasi volonterosequasi superbe del sacrificio -la fama di oneste all’affetto dell’uomo che amate. E credio Claracredi che è questa sola - sia pur elladeplorabile - la misura dell’amore che unisce l’uomoalla donna.

Nonnascondermi dunque le tue lacrimee non volere che io ti nasconda lemie. Le tue lacrime! Ahio le sentosí le sentoesseripiombano qui sul mio cuore; chi sa quante tu ne hai versate oggiorain questo istante. Povera anima!

Tiscrivo quattro ore dopo esser giunto in questa città; nonavrei potuto farlo prima. Dio lo sa come sono partitocome sonoarrivato quicome mi trovo in questa stanza di albergo. Mi sonogettato sul lettoe ho dormito quattro ore di un sonno pesante eaffannoso. Ora mi sono alzatomi sono affacciato alla finestrahoguardato i tuoi ritrattile tue letteretutto ciò che hoportato meco di tee ho cominciato a comprendere qualche cosa dellamia nuova posizione. Dio mio! Dio mio! Io non so come potròsopravvivere a questa prova!

Eravamotroppo felicio Claranon era possibile che quello stato durasse;la nostra felicità stessa ci spaventavasentivamo qualchecosa nel cuore che ci diceva che essa doveva finire.

Nonti atterrire di questa parola "finire"nola nostrafelicità non è finitatu lo saitu senti al pari dime che un amore come il nostro non può finire che colla mortema saremo felici in altro modocon altra misuracon altro prezzo.Non ti vedrò piú tutti i giorninon saprò piúcosa tu fai a tutte le orenon riceverò piú i tuoifiorinon vedrò piú il tuo balconenon sentiròpiú la tua voce adoratalo strascico del tuo abitoi tuoipassiil tuo respiro; la mia povera stanza resterà solitariaper lungo temponon echeggierà piú delle nostre grida;pure queste nostre gioie non ci saranno vietate interamente néper sempre. Esse erano troppo dolci perché potessimo gustarleogni giorno; il nostro amore è troppo grande perchépossiamo rinunciarci per tutta la vita.

Enon sono già quelle gioie che mi allettanoche mi rendonocosí terribile la tua lontananzanon è la tua personala tua bellezzala tua gioventúle tue grazie: sei tumioangelotu sola; il tuo nobile cuorela tua anima pia e delicatailtuo spirito vergine e colto. È la donna-anima che ho amato inteessa sola; e sono superbo di affermare anche nella solennitàdi questo istantela purezza del sentimento che ci ha congiunti.

Perchétu conosci la mia vitatu hai letto nelle piú ascoseprofondità del mio cuore; io era degno di teio lo sonoancoraio lo sarò sempre. Senza questa coscienzanon avreiosato pretendere alla santa fraternità delle nostre anime; nonoserei ora sfidare senza fremere questo avvenire misterioso che ciattende. Riposo tranquillo sul tuo amorepoiché esso non èdi quelli che passano; riposa tu tranquilla sul mio. Ti assicuri ilmio giuramento. OhClaraio sarò sempre degno di te!

Viè un pensiero che mi affannala certezza del tuo dolore: nondi quello che senti orama di quello che sentirai quind’innanzi.Io comprendopiú che tu non pensilo stato della tua anima.Tu ti sei data a me per pietà; la mia gratitudine ti hamostrato un cuore che non hai potuto non amare perché eratroppo simile al tuo; la tua gaiezzala tua gioventúhannogettato sui nostri abbandoni un velo che ce ne nascondeva il latocolpevole; finché io era vicino a tetu potevi essere felicema ora… Ohmia vitanon pensare a te stessa; che la solitudinenon ti faccia adoperare per evocare delle ricordanze quella forza chetu ponevi a dimenticareche essa non ti tragga a pensare a deilegami che ti farebbero infrangere quelli che ti uniscono a me! Abbipietà ancoraancorafino a che l’edificio innalzato daltuo amore non sia interamente compiuto.

Eccoo caralo sgomento incessante che viene ad aggiungersi a questodolore già immenso. Non è la fede in te che mi manchima quella nell’avvenire; diffido non di tema della forza dellecosedel tempo. Confortamicostringimi a crederenon a sperare. Inun amore come il nostro bisogna credere; lo sperare è nulla.

Volevadirti… Vi è negli affetticome in tuttoun linguaggioconvenzionaledelle frasi troppo ripetute perché abbianoancora un valorepurecome esprimersi diversamente? Voleva dirtiche io morrei perdendoti. Lo sento in mene ho la certezza profondafreddacalmaincrollabile; e ciò forma la mia gioia: io sonodunque ben certo di non perderti che morendo.

Nonso se ti ho detto abbastanza che ti amocome ti amosino a qualpunto ti amo. Ti ricordi? Ci disperavamo spesso tutti e due di questaimpotenzama ora è ben altra cosa. In quei giorni nonpotevamo dirceloma potevamo in qualche modo provarcelo. Tu leggeviin mema adesso?… È ora che io sento piú che maiil bisogno di aprirti il mio cuoredi dirti tutto ciò che viè nell’anima mia. Io ti amoo Claraio t’amo finoall’adorazionefino alla folliafino a quel punto estremodelle nostre facoltàoltre il quale vi sarebbe la mortelacessazioneil nulla.

Comenon amarti cosí? Sei tu che mi hai ridonato alla vita; tu chemi hai restituito la salutela forzala gioiala gioventúil coraggio. Tutto ciò che io saròlo dovrò atesenza di te io sarei stato piú nulla. Tu mi hai tenutoluogo di madredi sorelladi amicadi patria - síanche di patriapoiché è per amor tuo che adorocotesto angolo di terra; - tu sei statatu sei ancora il miomondotu lo sarai sempre. Dovessi tu ripudiarmirespingermiiosento che non potrei mai disconoscere questo debitonéribellarmi alla santità di questa memoria.

Eti dico ciò perché tu sappia fino a qual punto puoicalcolare sul mio affettofino a qual punto sulla mia gratitudine.

Ascoltaora il mio giuramento. Io non vivrò che di teche per te;dimenticherò che vi sono al mondo altre creaturesaròonesto per essere degno del tuo amore. Eleverò questo affettofino al culto di una religione. Ogni sera mi raccoglierò perpensare a teogni quindici giorni verrò a vederti. Ladistanza che ci separa non è sí grande da rendermeloimpossibile. Il nostro santuario - quella stanzetta ove fummotanto felici - è ancor nostrone ho meco le chiavi: nonvi saranno piú i nostri fiorii nostri uccelli che holasciato volar via; ma vi ritroveremo ancora noi stessile nostregioiela nostra felicitàil nostro entusiasmoi nostricuori ardenti e immutabili. Potremo essere ancora felicio mia buonaClarapotremo essere ancora felici!

Edoraaddio. Non por mente al disordine delle mie ideeperchéla mia testa è quasi perduta. Ti scrivo come in un sognoe miporto spesso le mani al cuore per comprimerne i battiti. Oh potessiessere vicino a teo mio angelovicino a tee morire a’ tuoipiedi!"



Cap. IX

OhClaraperché mi hai tu abbandonato!

Eccomisolopiú solo ancora di primagiacché non ho nemmenopiú meco le illusioni che prima di conoscerti mi rendevanocara la speranza. Io ho sopravvissuto al nostro amorealla tuaperditaalla rovina della mia fedea tuttoio che credeva dimorire pel tuo abbandono. Con te sarei passato nella vitabuonoamatopiodolcemente mestoindulgente; non avrei lasciato forsedei fiori sul mio sentieroma lo avrei cosparso di benedizioni e dilacrime. La fortuna mi ti ha negato - fu un lampo - i primipassi della mia esistenza erano sbagliati; io doveva corrererovinosamente fin verso il suo termine. Ho bevuto un sorso dellacoppae basta; ora è finito.

Finito!

L’amoremuore. Ecco il grido terribile che si innalza da quel sepolcro nelquale ho composto per sempre le ceneri del mio passato. Perchénon rimpiango te solama la mia fedequella fede che non potròtrovare mai piú; e senza la quale dovrò passare nelmondo senza attaccarmi piú a nullae irridere a quelle coseche ho creduto un tempo le sole sante e nobili della vita.

Nondimenonon ti condannoné la mia voce si alzerà mai contro dite; il mio cuoretu non lo saima il mio cuore ti benedice insegreto.

Tiho incontrata sulla mia viain un’epoca in cui la mia animadolorava e i miei piedi sanguinavano per l’asprezza del camminoe tu mi hai preso per manoe mi hai condotto in un sentiero fioritoe delizioso. E perché non dovrei benedirti? Tu non avevicontratto un debito di amore eterno con me; la societàlanatura stessa lo vietavano. Mi avevi amato per pietàavevivoluto rifarmi uomoridonarmi la forza e l’ingegnoritemprarmial fuoco di una passione; ebbene il tuo mandato era compiutotudovevi abbandonarmiera giusto. Altri doveri ti richiamavano sullavia dalla quale io ti aveva allontanata. Tuo maritotuo figlio!

Indarnoil mondo vorrebbe farmiti credere disprezzevoleindarno lo vorrestitu stessa. Tu sapevi che io non avrei cessato di adorarti finchéti avessi stimatae tentasti mostrarmi il tuo cuore nudo di ognivirtúindicarmi la condanna disonorante che pendeva sulla tuacondotta. NoClaraio non ti apprezzerò meno per questo. Ionon farò caso delle leggi degli uominiperché so cheil cielo ha donato all’amore delle leggi piú generosepiú saldepiú ragionevoli. Ciò che noiconsideriamo come la piú gran colpa possibile nella donna -l’adulterio - non è spesso che una rivendicazionedei diritti piú sacri che le ha dato la naturae che lasocietà le ha conculcato. Nel tuo caso era ancora di piú;era un sacrificio grande e sublime. Io solo posso saperlo. Nonontemereo Claravi è nell’amore una solidarietàche non si smentisce. Fossi tu le mille volte colpevoleio ti amereiancora doppiamente perché so che lo saresti per amor mio.

Ogniqualvolta ripenso a temi corrono alle labbra le miti parole diCristo: "Ti sarà molto perdonatoperché hai moltoamato".



Cap. X

Hovoluto accennare brevemente a questa passione d’amore che fu lapiú vera e la piú grande della mia vitaper mettere inmaggior luce il contrasto di idee e di sentimenti che quell’affettodoveva produrre nella mia animain seguito ai fatti che imprendo araccontare. Durante lo svolgimento di questi fatti l’amore diClara perdurò vivo e ardentissimo; e non fu che alla vigiliadella loro catastrofe terribile che ne fui abbandonato.

Ènelle leggi della Provvidenza che l’unione dell’uomo edella donna debba essere passeggierae la nostra separazione non fuche una conseguenza di questo decreto inesorabile della natura; chése le leggi umane hanno potuto imporre a questa associazione unadurabilità a vital’esperienza ci mostra che le leggidel cuore e le leggi provvidenziali ne trionfano sempre segretamente.

Ilmatrimonio è l’unione di due creature che si tolleranoesi amano qualche volta di amiciziamai l’unione di due animeche si amano perennemente di amore.

Questaeternità dell’amore è un’aspirazione degliuomini che si sono quasi illusi di conseguirla imponendosene leapparenze. Se l’amore fosse durevolela felicità sarebbericondotta in un mondo da cui fu forse bandita per sempre.

Dacinque mila anni l’umanità piange sulla caducitàdell’amore.



Cap. XI

Allorchéio giunsi a * * *nonostante il dolore di quella separazioneimprovvisapoteva quasi dirmi felice. Allora io era ancora pieno difede; era guarito da una malattia che aveva creduto mortaleavevatrovato uomini e cose benigne; e pareva che la fortuna avesse volutoporgermi di nuovo una mano amichevole. Quella prima lettera che di làaveva scritta a Claranon era che una prova della mia felicità.I miei dolori erano di quelli che sopravanzano in dolcezza tutte legioie possibili della vitaquelli che intessono i fiori piúbelli nella corona della gioventúla sola etàdell’esistenza in cui si sappia veramente amare e soffrire.

Lapiccola città di * * * - ne taccio il nome perchépotrei smarrire queste paginee ho caro che niuno conosca il luogodove ho soffertoe dove vi è una tomba su cui posso recarmiqualche volta a piangere - è una città angusta emonotonaposta vicino al letto di un fiume quasi sempre asciutto. Idintorni sono una specie di landauna pianura sabbiosa edestesissimatanto poveramente coltivata da non vedervi che pochiolmi tortuosi e pochi filari di gelsi intisichiti. Capitandovi acasosi crederebbe di aver messo piede in una steppa o in una savanapiuttosto che in un lembo di pianura rasente le alpi. Né gliuomini erano allora piú cortesi della natura. Ognisocievolezzaogni agio della vitao meglio ogni esuberanza di agiovi era bandita. Da quella città a Milano corre per lo menotanto quanto da Milano a Londra. Un villaggio qualunque di Lombardiapotrebbe offrire un soggiorno meno sgradevole di quella piccolacittàper la cui posizione strategica vi s’era posta lasede di un dipartimento militare.

Alzatomie scritta quella lettera a Claraconsumai il resto di quel primogiorno a girovagare per le vie e ad osservare i dintorni monotoni diquel paese. Benché scoprissi in quel deserto una specie dioasiun vecchio giardino incantevoledoppiamente incantevole perchéabbandonato da anni all’opera distruttrice del tempo e a quellaliberamente riparatrice della naturafui lieto dell’esito diquell’esamechecome ho dettoera non poco sconfortante. Unacittà fragorosa mi avrebbe distolto da quella passione per cuiaveva d’uopo di raccoglimento e di pace; una natura piúricca mi avrebbe fatto sentire con maggiore intensità ildolore della sua lontananzagiacché le piú bellememorie del nostro affetto si legavano in qualche modo alla natura.

Fuilieto di poter raccogliere e versare in me stesso tutta la miafiammadi alimentarla col suo fuoco medesimodi non poter perderené menomare alcuna delle sensazioni che avrebbe risvegliata inme l’opera assiduamente attiva di quel pensiero.

Chiudermiin una stanzae popolarla dei fantasmi del mio amore - era ilmio voto. Vivere a mee a lei. - Vivere solo.

Iocomprendeva che le sarei stato tanto piú dappressoquanto piúmi sarei trovato lontano da ogni altra creatura.

Alloraera ancora capace di creare intorno a me dei mondi.



Cap. XII

All’indomanimi recai a visitare il colonnellocapo del servizio a cui era statodestinato.

Egliera uomo di circa sessant’anniesile e piccolo di statura; ilsuo carattere aveva in sé nulla di forte e di maschiomal’abitudine del comando e della disciplina avevano dato ai suoimodi un’impronta francamente energica e militare. Come in granparte delle nature deboliquell’assenza di forza era compensatada molta dolcezza d’animoe da una specie d’ingenuitàche rasentava quasi l’ignoranzatanto era straordinaria in unuomo di quell’età e di quella professione. Aveva indoleallegra e vivacissima. Lo si poteva dire un cattivo soldatoma eraun abile matematicoun eccellente disegnatoreespertissimo di tuttele scienze attinenti alla guerra; ecosa straordinaria in ogniclasse d’uominidoppiamente straordinaria fra militarierauomo eccezionalmente onesto.

Un’avventurasuccessami due anni primaper la quale io aveva arrischiata la miavita con un’estrema temeritàe l’aveva avuta salvain modo singolarissimo - avventura troppo impressa nelle miememorieperché mi giovi l’affermarla ora su questepagine - mi aveva creato nell’esercito una specie di stranareputazione; la mia malattiai miei casi avevano contribuito acircondare il mio nome di un prestigio in parte lusinghieroe arisvegliare un interesse affettuoso per la mia persona.

Fuforse a tale prevenzione che io fui debitore dell’accoglienzaamichevole che ricevetti dal colonnello.

-Noi ci troviamo qui - diss’egli dopo avermi parlato a lungodi molte cose - come fossimo in un villaggio di Barberia; siamopoco meno che tra i Pellirosse. Dubito se avrete trovato un alloggiodove acconciarvi onestamente e comodamente.

-Sono tuttora all’albergo - io dissi.

-All’albergo! E come vi avete mangiato?

-Non so…; parmi pessimamente.

Ilcolonnello sembrò un poco meravigliato di quel mio dubbio;guardò il suo orologioe riprese:

-Non mancano che pochi minuti alle cinque. Vi invito a pranzare conmein mia casaaccettate?

-Accetto - risposi io inchinandomi.

Dopoqualche istante uscimmo.

-Noi facciamo una piccola mensa in famiglia - continuòegli lungo la via. - Propriamente parlandonon posso dire diaver famigliama ho meco una mia parente che ne tiene le vecibenché la poveretta sia di salute cosí cagionevole dadarmi piú pensieri che non me ne tolga. È una mensaabbastanza modesta. Qui non vi sono che pessimi elementi di cucinala verdura sopratutto è demoralizzata; ma almeno vi si mangiavedrete… Giàalla mia etàil bisogno di unpranzo discreto è inesorabile. Avrete della compagnia; vivengono due maggioriun colonnelloun dottore di reggimentoduemedici borghesi; siamo in otto in tutto. I medici poi - egliriprese - affluiscono a casa mia come in un ospitale. Mia cuginaè la malattia personificatal’isterismo fatto donnaunmiracolo vivente del sistema nervosocome si espresse ultimamente undottore che l’ha visitata. Ve la farò conoscere. Avreipotuto mandarla poco lungi di quipresso una famiglia che ne avrebbeavuto gran curagiacché ella è rimasta sola al mondoma non so separarmene; a sessant’anni si vive di abitudini; epoi quest’aria morta le giovae anche questo paese diPellirosse non le dispiace.

Giungemmoin breve alla sua abitazione.

Ilpranzo fu allegroeccellentecondito di molta maldicenzadifrizzie di quelle frasi equivoche e poco castigate che s’ascoltanoper solito tra militari.

Vicinoa me era un coperto intatto e ne feci l’osservazione.

-È il posto della signora Fosca - mi disse uno deicommensali.

-Di mia cugina; - aggiunse il colonnello - essa tiene illetto sette giorni della settimanae anche oggi non sta meglio delsolito. Mi dispiace che non l’abbiate vedutaè dellavoracità di una mosca.

Allorchéci fummo alzati da tavolaegli mi si piantò dinanzi collegambe sparatee colle mani incrociate dietro la schienae michiese:

-E cosícome avete pranzato?

-Ottimamente.

-Davvero?

-Diaminea meraviglia!

-E che ve ne pare di questo locale?

-Magnifico.

-Di questa nostra società?

-Ne sono lusingato - diss’io.

-Francamentesenza complimentida amici - riprese eglidrizzandosi e riunendo le sue gambe colla vivacità delloscatto di una molla; e levandosi la mano destra di dietro la schienae porgendomelaaggiunse:

-Se volete far parte della nostra mensase volete aggregarvi a noi…non avete a temere per la vostra borsala base fondamentale dellanostra associazione è l’economia. Già… Èun sentimento di carità che mi consiglia a farvi questaproposta… E anche di simpatia - continuò porgendomil’altra mano. - Pensateci benenoi vi parliamo peresperienza… in questo paese di Pellirosse…

Eraun’offerta che non poteva in alcun modo declinare.

Accettaibenché a malincuore.



Cap. XIII

Conobbiperò assai presto che non aveva che a rallegrarmi di questaspecie di legame da cuia primo aspettoera stato messo un poco inpensiero. I compensi erano maggiori dei dannila piú schiettacordialità vi temperava le soggezioni della disciplina; ed’altronde il paese offriva realmente nulla. I miei commensalipoi erano tutta gente dabbeneun poco millantatoriun poco fatui -difetti di soldato - ma in fondo in fondo onesti e leali.

Sev’era cosa atta a lusingarmi era questache tutti erano pienidi benevolenza per mee gareggiavano nel rendermi qualche servigio.Un medico di reggimentoin special modom’aveva posto non pocasimpatiae mi voleva seco assai spesso. Era uomo maturo d’annie di sennoma giovine di cuore; in alcune cosecome tutti gliuomini un po’ piú che mediocrifanciullo; in fatto diprincípivirtú rara tra medicicredente. Non tardai amettergli affetto io pure; e fu la sola persona che richiedessi eripagassi d’amicizia in quel luogo.

Lacugina del colonnello non s’era ancor fatta vedere. La malattiacontinuava a trattenerla nelle sue stanze. Io m’era avvezzatogià da parecchi giorni a chiederne notizie a suo cuginoe aripetergli alcune frasi di condoglianza che erano ben lungidall’esprimere un dispiacimento sentitogiacché eranaturale che non potessi molto dolermi de’ suoi malinonconoscendola; ma l’etichetta ha spesso esigenze ancor piúridicole.

Ilsuo posto rimaneva costantemente vuotoma nondimeno il suo copertoera sempre apparecchiato; in uno de’ suoi bicchieri v’eratutti i giorni un fiore fresco; ecosa che mi preoccupava non pocobenché non sapessi immaginare le ragioni - e non ven’erano - quel posto vacante rimaneva sempre vicino al mioora da un latoora dall’altroma sempre vicino. Ciò mimetteva in pensieromi pareva che mi mancasse qualcosanon mitrovava a mio agiomi sembrava che essa avrebbe dovuto entrare da unistante all’altro per venirsi a sedere al mio fianco.

Questapreoccupazione era però esclusivamente miai miei commensalinon si davano alcun pensiero di quell’ammalatae parevanoconsiderare quello stato di cose come naturalissimo. Tutto al piúsi limitavano a dire a fin di tavola:

-Anche oggi la signora ci ha lasciati soli!

Perme trovava strano che ogni giorno si apparecchiasse per leie ognigiorno la si aspettassecome se la sua malattia fosse stata cosa dapoterla abbandonare da un’ora all’altra; né avreiosato chiedere spiegazioni al medicocol qualecome ho dettoeragià entrato in qualche intimitàse un avvenimentoinatteso non mi avesse posto nell’obbligo di farlo.

Ungiornodurante il pranzofui colpito da urla acute e strazianti cheprovenivano dalle stanze della signora. Quelle grida echeggiarono sífortemente e sí improvvisamente nella nostra camerache iotrasaliie quasi per istinto feci atto di alzarmi e di voleraccorrere in suo aiuto.

Ilcolonnello sorridendo un po’ tristamentee stringendomi la manocome per ringraziarmi di quell’intenzionemi prevennee midisse:

-Non vi sgomentateè mia cuginaessa patisce di convulsioninervoseè cosa da nullafra pochi minuti le saranno cessate.

Unodei medici si alzò da tavola un po’ a malincuoree senzamostrare di darsene molto pensieroentrò nell’appartamentodi Fosca. Le sue cameriere non avevano dimostrato maggior premura dilui. Degli altri commensali nessuno si era mossoo aveva dato ilmenomo segno di meraviglia.

Ame era stato impossibile frenare la mia emozione. Non solo quellegrida erano orribilmente acuteorribilmente strazianti e prolungatema io non aveva immaginato mai che vi potesse essere qualche cosa disimile nella voce umana; o essendovinon mi pareva possibile chel’uomo da cui era uscito una volta un tal grido potesse vivereancora.

Hoesperimentatoprima e dopo quel giornofino a qual limite possagiungere il dolore nella natura umanae ne ho intese tutte lerivelazioni vocali possibilima non mi avvenne mai di sentirlomanifestare con un linguaggio cosí orrendamente spaventosocome quello. Oggi ancoradopo cinque anniio risento ne’ mieisogni l’eco di quelle grida terribili.

-Vedo che siete un poco preoccupato da quell’avvenimento -mi disse il medico allorché fummo usciti assieme da quellacasa. - Confessate…

-Voi prevenite la mia domanda - interruppi io ansiosamente. -Ne fui commosso nel piú profondo dell’anima; perchédovrei nascondervelo? Non so come non si potesse esserne commossi. Mache malattia ha dunque quella donna?

-Tutte.

-Tutte! Spiegatevi.

-È una specie di fenomenouna collezione ambulante di tutti imali possibili. La nostra scienza vien meno nel definirli. Possiamoafferrare un sintomoun effettoun risultato particolarenonl’assieme dei suoi malinon il loro carattere complessivonéla loro base. Possiamo curarla come empiricima non come medici. Èuna malattia che è fuori della scienza; l’azione deinostri rimedi è paralizzata da una serie di fenomeni e dicomplicazioniche l’arte non può prevedere. E l’artemedicavoi lo sapetenon è che una povera cosa - si vainnanzi per induzioni.

-Ma quelle grida? - io dissi.

-Ciò è il menoconvulsioni isteriche. Già…il fondamento de’ suoi mali è l’isterismoun maledi moda nella donnaun’infermità viziosa che ha ildoppio vantaggio di provocare e di giustificare. Quella creatura èd’una irritabilità portentosaha i nervi scoperti-(mi ricordo di questa espressione: "i nervi scoperti"). -La menoma contrarietàil menomo urto bastano a provocarequella catastrofe che oggi vi ha tanto spaventato. Del resto ècosa di tutti i giorni. Fu un caso che non sia piú avvenuta daqualche tempo in quell’ora.

-Suo cugino non sembra però molto impensierito da questo statodi cose.

-È naturale. Non vi è rimedio.

-Ella vi soccomberà dunque presto?

-Non credola sua macchina è sí debole che non ha forzadi produrre una malattia mortale.

-Strano!

-Ne abbiamo esempi ogni giorno; ogni trionfo è l’effettodi una lotta; occorrono elementi atti a lottare; in un corpo comequello non vi è lotta; tutti quei mali si paralizzano; i fortie i robusti giuocano sempre una partita assai seria colla infermitài deboli se ne schermiscono. Con una salute come quella si vivespesso fino a ottant’anni.

-È una teoria consolante pei deboli- io dissi; - macome ha potuto buscarsi tutti quei mali?

-Nessuno lo sa.

-Il suo passato?

-Lo ignoro.

-È giovine?

-Venticinque anni

(L’etàdi Clara!)

-È bella?

Ilmio amico sorrise con aria di misteroe si portò un dito allelabbra come per impormi il silenzio.

-Non credete che essa sia l’amante del colonnello?

-Non credo - diss’egli.

Esorrise da capoe piú vivacemente.

Inquell’istante eravamo giunti alla porta della sua casa.Conveniva separarsi.

-La vedrete fra poco - continuò egli - giudicheretevoi stesso della sua bellezza. Bisognerà che vi mettiate sulledifese.

Enell’allontanarsi mi ripeté con aria scherzevole:

-Badate al vostro cuore: tenetevi in guardia!

Perchéun tale avvertimento e perché offerto in tal guisa?

Nonsapeva comprendere il vero significato di quelle parole.



Cap. XIV

Eraperò curiosissimo di conoscere quella donna.

Aldomani il colonnello mi aveva detto:

-Mia cugina ha bisogno di voi. Avreste per lei qualche libro dilettura amenanon scientifico; qualche romanzo?

-Vedrò di procurargliene alcuni.

-Quella donna divora i libriè un tarlo da librilegge comenoi fumiamo. Io non so piú a chi raccomandarmiqui non v’ènemmeno un gabinetto di lettura; in questo paese di TartaridiPellirosse…

Gliportai la Nuova Eloisa di Rousseaul’Uomo singolaree le Confessioni alla tomba di Lafontaine. Mi rimandòsubito quest’ultimodicendosi spaventata del titolo. Poco dopoebbi anche gli altri. Nella Nuova Eloisa trovai molti passicontrosegnati in margine con matitae una striscia di carta postaviper segnacolosu cui vi era scritto da un lato Sursumedall’altro Excelsior.

Ipassi controsegnati rivelavanoassieme alla natura intima dei suoipatimentiuna intelligenza robustafinaperspicace. Quella donnaaveva dell’ingegno. Ella non poteva essere poco infelicegiacché era capace di conoscere la propria infelicità.Gli infelici ignoranti fruiscono di una propria beatitudineinconfronto dei dottamente infelici. Era naturale che desiderassiancora piú vivamente conoscerla.

Intutta la mia vita - fosse casofosse attrazione - non fuimai circondato che da sventurati; sull’orizzonte della miagioventú i miei occhi non hanno mai incontrato altrospettacolo che quello desolante della miseria; io stesso non mi sononutrito che de’ suoi frutti piú amarie spesso ho dovutodivorarmi il cuore perché non aveva nemmeno quelli; pure nonho mai saputo ribellarmi a questo sentimento di simpatiairresistibile che la natura mi ha posto nell’anima per tutti gliinfelici.

Hotrovato sempre un buono in ogni sventuratoun perverso in ogniprospero. In questo dolore immeritato di tanti uominiho vedutosempre un segreto di predilezione per parte della Provvidenzadellefila misteriose che uscivano fuori della vita e si perdevanonell’eternità dell’ignoto. Tutti lo hanno vedutotutti lo hanno sentito. Se vi è qualche cosa oltre la vitaèpegli infelici. Cristo lo ha detto: "Beati coloro che piangonoperché saranno consolati".



Cap. XV

Ilmio desiderio fu esaudito: conobbi finalmente Fosca.

Unmattino mi recai per tempo alla casa del colonnello (vi pranzavamotutti uniti e ad un’orama per la colazione vi si andava ad orediversealla spicciolata) e mi trovai solo con essa.

Dio!Come esprimere colle parole la bruttezza orrenda di quella donna!Come vi sono beltà di cui è impossibile il dare unaideacosí vi sono bruttezze che sfuggono ad ognimanifestazionee tale era la sua. Né tanto era brutta perdifetti di naturaper disarmonia di fattezze- ché anzierano in parte regolari- quanto per una magrezza eccessivadirei quasi inconcepibile a chi non la vide; per la rovina che ildolore fisico e le malattie avevano prodotto sulla sua persona ancoracosí giovine. Un lieve sforzo d’immaginazione potevalasciarne travedere lo scheletrogli zigomi e le ossa delle tempieavevano una sporgenza spaventosal’esiguità del suocollo formava un contrasto vivissimo colla grossezza della sua testadi cui un ricco volume di capelli nerifoltilunghissimiquali nonvidi mai in altra donnaaumentava ancora la sproporzione. Tutta lasua vita era ne’ suoi occhi che erano nerissimigrandivelati- occhi d’una beltà sorprendente. Non era possibilecredere che ella avesse mai potuto essere stata bellama eraevidente che la sua bruttezza era per la massima parte effetto dellamalattiae chegiovinettaaveva potuto forse esser piaciuta. Lasua persona era alta e giusta; v’era ancora qualcosa di quellapieghevolezzadi quella graziadi quella flessibilità chehanno le donne di sentimento e di nascita distinta; i suoi modi eranocosí naturalmente dolcicosí spontaneamente cortesiche parevano attinti dalla natura piú che dall’educazione:vestiva colla massima eleganzae veduta un poco da lontanopotevatrarre ancora in inganno. Tutta la sua orribilità era nel suoviso.

Certoella aveva coscienza della sua bruttezzae sapeva che era tale dadifendere la sua reputazione da ogni calunnia possibile; avevad’altronde troppo spirito per dissimularloe per non rinunziarea quegli artificia quelle finzionia quel ritegno convenzionale acui si appigliano ordinariamente tutte le donne in presenza d’unuomo.

Mele era presentato da me stesso nell’entrare. Allorché fuiseduto a tavolaella venne a prender posto vicino a mee mi dissecon dolcezza:

-Vi vedo soloe mi permetto di farvi un poco di compagnia. Desideravadi conoscervie di ringraziarvi personalmente dei libri che mi avetemandato. Mio cugino mi aveva parlato di voie avrei voluto vederviun po’ prima. Ma come fare? Sono sempre cosí malata!

Fuicolpito dalla soavità della sua vocepiú ancora diquanto nol fossi stato dalla sua bruttezza.

-Ora mi sembrate però guarita - risposi io.

-Guarita! - esclamò ella sorridendo - mi pare di no.L’infermità è in me uno stato normalecome lo èin voi la salute. Vi ho detto che ero malata? Fu un abuso di parole.Ne faccio sempre. Per esserlo converrebbe che io uscissi dallanormalità di questo statoche avessi un intervallo di sanità.Ho voluto tenermi chiusa parecchi giorni nella mia stanzaeccotutto; ne aveva le mie ragioni; ho attraversato un periodo diprofonda malinconia.

Vedendoche la conversazione minacciava sí presto di trascinarci nelcampo delle confidenzemi astenni dal risponderle.

-Non sapete - ella riprese dopo un istante di silenzio e contuono diverso di voce - che quel romanzo di Rousseau mi haentusiasmata? Ne conosceva il soggettoe ne aveva avuto sott’occhialcuni suntima non l’aveva mai letto.

-Avete avuto troppo premura di restituirmeloè libro che vuolessere meditato.

-È verose il meditarvi sopra non fosse cosa pericolosa.

-Parmi anzi utile.

-Utile sícertamente. Voleva dire pericolosa per la nostrapaceper noi donneper… me. Vi sono delle letture che mi fannomale.

-Voi sapete - io dissi per tenermi da capo sulle generali -che Rousseaucosí virtuoso nei suoi libriha esposto cinquefigliuoli alla ruota di Parigi?

Essamostrò di non aver compreso quell’artificio; accennòdel capo come avesse voluto dire: "Altro è l’uomoaltro le sue opere"e riprese:

-Credo che il meditare sui libri e il rileggerli sia cosa sommamenteinutileanzi sommamente nociva; a meno che in tutta la vita non sene leggesse che uno soloe questo fosse tale da instillarci princípiretti e da fortificarvici. Di libri educativi non ve ne puòessere che unopena la contraddizionegiacché ogni uomo havedute opposteo per lo meno diverse. Il leggere molti libriilmeditare su molti non ha altro effetto che quello di rendercidubbiosi sulle nostre ideeincerti nei nostri pensamenti; non si sapiú a che cosa crederee spesso si finisce col non crederepiú a nulla. Sono convinta che ogni libro che non divertefallisce il suo scopo; che ogni libro che fa pensarenuoce.L’obiettivo d’ogni lavoro letterario dovrebbe essere lafantasia - non la testa che si guastanon il cuore che sanguina- ma l’immaginazione che si esalta e gioisce. Non avete maiprovato l’ebbrezza dell’immaginazione?

-Qualche volta. Ma credete che i suoi piaceri siano innocenti?

-O non vi è innocenzao lo sono. Credo che possiamo noncommettere una colpama non possiamo non immaginarla. Non vi èazione senza idea di azione; bisognerebbe escludere il merito di fareo non fare. I traviamenti dell’immaginazione sono naturalispontaneidirei quasi obbligatori; son essi che costituiscono ilvalore morale delle nostre azioni.

-Queste teorie hanno tanto di specioso quanto hanno poco di vero; -io dissi - mase non sono in errorevostro cugino vi haaccusata con me di far un abuso della lettura.

-Sorvolo sui libri - rispose ella mestamente - come sareisorvolata sulla vitase la vita fosse stata per me. Ho letto unavolta di un fiore la sommità del cui calice è sparsa diun polline dolce e salutaree il fondo di un polline amaro evelenoso; le farfalle che vi si fermano troppovi muoiono; cosíè di tutte le cose; cosí è della vita. Non leggoné per impararené per pensare - abborro i libridi morale e di metafisica - leggo per dimenticareper conoscerequali sono le gioie che il mondo dispensa ai felici e per godernequasi di un eco. È tutto ciò che io posso fruiredell’esistenza; fuggire dalla realtàdimenticare moltosognare molto. Voi comprendete - aggiunse ella con aria di mestaironia - il bisogno che io ho di attenermi a questo sistemanonavete che a guardarmi.

-E perché - risposi io confuso e commosso da quelleparole. - Se siete infermaguarirete; la vita ha dolcezze pertuttine ha di quelle assai intime che né gli uomininéle sventure ci possono togliere - il piacere di beneficare.

-Beneficare! - interruppe essa - ho provato. Ho gettato imiei gioielli e i miei abiti di seta dinanzi ad una folla di infeliciche mi laceravano il cuore collo spettacolo della loro miseria. Èdolcema non basta. L’esistenza non può essere tutta unsacrificio. La pietà non è che amore passivoamoremorto.

-È però sempre un aspetto dell’amore - iodissi - né lo possiamo credere un affetto solitario se lovediamo ricompensato dalla gratitudine.

-Credo piú presto alla gratitudine dell’amore che a quelladel beneficio - rispose ella.

Iotacqui. Successe un istante di silenzio. Ad un tratto - ovolesse ella vendicarsi dei tentativi che io aveva fatto per deviarela conversazione da quel soggettoora che me ne vedeva infervoratoo si dolesse realmente d’esservisi lasciata andare -proruppe in uno scroscio di risae disse:

-Sono pazza io! In che discorso vi ho mai trascinato! Capisco che conme si può camminare impunemente anche su questa chinasdrucciolevole; ad ogni modo… È molto tempo che sietearrivato qui? Avete veduto tutta la città? Vi piace?

-Da pochi giorni… e ho girovagato un poco per le vie. Sono delparere di vostro cugino…

-Un paese di Barberia?

-E di Pellirosse!

Sorridemmotutti e duee credo l’una e l’altro per cortesia.

-Siete stato al giardino?

-Una volta.

-E al castello?

-Vi è un castello?

-Diamine! Avete visto il paese ad occhi chiusi. Ho pregato mio cuginodi condurmivi stasera. Se volete farci l’onore di accompagnarci…

-Molto volentierive ne ringrazio - e diceva la piúsolenne menzogna del mondo. - Dacché ho lasciato Milanosono vissuto in un isolamento il piú rigorosoho paura diammalarmi di solipsia; ma come uscir fuori di questo paese? Lacampagna è una landauna brughiera; non vi è un’ombranon vi ho ancora veduto un giardinoun fiore; io che vo’ pazzodei fiori come le femmine. Sta bene che siamo in agosto…

Foscasi alzò senza dir nullaentrò nella stanza vicinaeritornò subito dopotenendo in mano un mazzetto piccolissimodi fiori che mi offerse senza parlare.

Quell’attomi sorprese e mi turbò nel piú profondo dell’anima.La sua offerta era stata fatta tanto opportunamentee con tantadelicatezza che ne fui colpito. Ella s’avvide forse del mioturbamentoe si affrettò a dire come per togliermid’imbarazzo:

-Anch’io amo molto i fiorie se fossi sana vorrei coltivarne; mase ne trovano parecchi che sono ingratie mi procurano delleterribili emicranie coi loro profumi. Anche la società deifiori è qualche volta pericolosa.

Evedendo che m’era alzatoe aveva preso il mio cappello peruscireaggiunse avvicinandosi alla finestra che era aperta:

-Guardateabbiamo línel palazzo di fronteuna serramagnificadelle petunieuna collezione di cardenie…

Cosídicendo ci eravamo appoggiati al parapetto. In quel momento passavasulla viae proprio in faccia a noiun convoglio funerario.

Ellalo videimpallidíretrocessesi cacciò le mani neicapelliemise un urlo terribilee cadde rovesciata sul pavimento.

Lesue cameriere accorseroe la trasportarono nelle sue stanze in predaalle convulsioni piú violente.

Iouscii da quella casaquasi insensato.



Cap. XVI

Credevache questo avvenimento le avrebbe impedito di usciree ne sareistato lietogiacché avevo ricevuto in quel giorno una letterada Clarae mi sentiva l’anima tutta ripiena di lei. Avrei bensídesiderato di recarmi in quel giardinoma avrei voluto andarvi solo;aveva bisogno di pensaredi ricordaredi fantasticare a miotalento.

Inquel momento la compagnia stessa di Clara mi sarebbe forse stata menopiacevole della sua memoria. Piú volte a Milano aveva cercatoqualche pretesto onde allontanarmi da leiallo scopo di ritirarminella mia stanza e pensarci liberamente. L’amore ha spessobisogno di ripiegarsi su se medesimo.

Inquel giorno Fosca venne invece a sedersi a tavola vicino a me; ebenché apparisse estremamente sofferentesi adoprò atenerci lietie a rinfocare la conversazione con mille artifiziingegnosissimi ogni qualvolta mostrava di languire.

Ilsuo spirito non era superficialela sua intelligenza era assai piúprofonda di quanto non so lo sia ordinariamente un’intelligenzadi donna: essa aveva del talentoe una distinzione di modi affattospeciale. Non poteva però indovinare se quel suo dissimularetali virtúquell’aria di non avvertirle fosse verainconsapevolezzao artifizio.

Uscimmocome s’era convenuto. Il colonnello avendo incontrato per via unsuo amicosi accompagnò con essoe mi disse:

-Siete un cattivo cavaliere; mia cugina non è troppo sicuradelle sue gambedatele il braccio.

Cosírimasi solo con essa.

Dacchéaveva lasciato Clara non avevo piú dato il braccio ad unadonna; ed erano parecchi anni chelei toltanenon m’eratrovato in questa specie di contatto con una di loro. Camminammo perqualche tempo senza parlare. Fosca era assai mesta.

-Stamattina vi ho forse spaventato- mi diss’ella condolcezza - ne fui afflitta per voimolto afflitta; ma chil’avrebbe preveduto? Fu una sorpresa cosí triste! Non homolta paura di morireve lo giurobenché sappia che non hopiú gran tempo a vivere; ma ho paura di tutto ciò cheaccompagna e segue la morte: quel vedersi chiusi tra quattro tavolequel sentirsi buttare la terra addossoquel disfarsi… tutto ciòè troppo orribile! Se si potesse morire improvvisamentenellapienezza della gioventú e della salutee se la morte fosse unannichilimento istantaneoio l’avrei implorata di giàcome una benedizione!

-Ma questi pensieri vi fanno male - io le risposi. - Perchépensare a queste cose? Non vedo nella vostra salute motivo di tantaapprensione- e anche qui sapeva di mentire. - Mi avetefatto penaè veroma non mi avete spaventatoperchésapeva che non v’era in ciò alcun pericolo.

-Ve l’avevano già detto?

-Sí.

-Mi avevate già sentita?

-Sí.

-Eppure…

S’interruppee tacque.

Continuammoa camminare in silenzio. Io era tutto immerso nell’egoismo delmio amore. Pensava a Claranon poteva distaccarne il mio pensiero.L’aver una donna al mio fiancouna donna vestita con eleganzache posava il suo braccio sul mio- un braccio finoesileleggiero - che mi toccava collo strascico del suo abito; ecamminare con essa in un luogo solitariosotto gli alberiera cosache accresceva del doppio la mia illusione. Non solo io non potevaarrestare il mio pensiero su Foscama la mia mente si valeva di leicome di una guida in quella ricerca smaniosa delle sue memorie. Chequella donna fosse poi bruttaorribilmente bruttanon ci pensava.Sapeva tanto illudermi da dimenticarlo.

Unacosa sopratutto contribuiva a tenermi saldo nella mia illusioneunaspecie di profumo delicatomollevoluttuoso che emanava dalla suapersonae che aveva spesso sentito vicino a Clara. Gli abiti di setariscaldati dal sole esalano questa fragranza elettrizzante. Coloroche hanno passeggiato in giorni estivi con un’amante lo sanno;essi non passeranno mai dappresso ad una donna vestita di seta senzasentire quel profumoe senza ricordarsi di quei giorni.

Oltrea ciò le donne hanno un profumo a sé - non so comela scienza non abbia avvertito questo fenomeno che non sfuggeall’amore - tutto ciò che esse toccano èprofumatotutti i luoghi per cui passano ritengono qualche pocodella loro fragranza. Non ho mai potuto ricordarmi bene di mia madreche perdetti fanciullose non baciando un fazzoletto che mi èrimasto di leie che ritiene ancora dopo tanti anni le reliquie delsuo profumo di santa.

Eratroppo tardi per recarci a visitare il castello; entrammo nelgiardino.

Nonaveva veduto mai prima di quel giorno un luogo cosíincantevolecosí pieno di maestosa orribilità. Inquelle mie prime escursioni non ne aveva visitate che alcune parti.Non v’erano né aiuolené fiorima spallieregigantesche di carpiniviali ampi e lunghissimi fiancheggiati daippocastani secolarie gruppi di olmi cadenti per vecchiezza l’unosull’altro. Nel mezzo vi era un lago estesissimola cui acquacorrotta dal ristagno e dalle foglie che vi s’erano infraciditenon aveva piú alcuna trasparenza; a quando a quando il ventovi faceva cadere dagli alberi i rami secchischiantati dal turbinee appena ne sollevavano le ondetanto erano dense ed immobili.Piccoli serpentelli d’acqua scivolavano in mezzo alle fogliedelle ninfee. Dappertutto statue mutilateannerite dalle pioggiecoperte di musco e di acetose; cippi e basi di colonne sepolte inmezzo alle ellere; avanzi di acquedottitra le cui screpolaturecrescevano ranuncoli e capelveneri. Da un lato v’erano pure lerovine di un tempio paganosulla cui sommità aveva postoradice un ulivo; grosse lucertoleuscivano e entravano dalle fessuredelle pareti smattonate. L’umidità e l’ombra vierano sí costanti che in pieno agosto vi fiorivano le viole;ed erano tante che il suolo pareva coperto da un tappeto azzurrosenon che non avevano profumo. Non si sentiva che il canto di una solaspecie di uccelli (non vi intesi mai altro uccello a cantarenéne vidi d’altra sorta in tutte le volte che mi recai apasseggiarvi)ed erano certi scriccioli non piú grandi d’unafarfalla. Il loro canto era un fischio lamentevole e pieno dimalinconia. Gli uccelli piú piccoli di quel paese ne abitavanogli alberi piú grandi.

Inquel momento il sole era presso a tramontaree vi gettavaorizzontalmente alcuni de’ suoi raggi. Le sommità dellepiante erano talmente ampiee avevano talmente intrecciato i lororami che vi raccoglievano e vi trattenevano quasi tutta quella lucecome sotto un padiglione di verzura impenetrabile. Quegli effetti disole erano meravigliosi. La mia anima era rapita di quellospettacolo. Se Clara fosse stata con me!… Le ultime parole chemi aveva detto Fosca risuonavano ancora al mio orecchio come un ecoaveva ancora nel cuore qualche cosa della sensazione che ne avevaricevuto.

-Come! - proruppi io improvvisamente quasi per rispondere a mestesso e a’ suoi dubbi sconfortanti - come si puòpensare a morire quando tutto ciò che ci circonda ècosí pieno di vitaè cosí bello; quando vi èancora tanta parte di esistenza innanzi a noi? Guardate questialberiquesto tappeto di violequesto orizzonte… Non vi pareche la sola sensazione dell’esistereil vedereil sentireiltoccareil muoversiil respirare in questo luogo sia qualcosa chedebba renderci allettante la vita?

-Perché non avete aggiuntopensare?

-I pensieri che nascono dalla contemplazione della natura non possononon essere che sereni.

-Voi non conoscete tutti gli abissi del pensiero.

-Forse…

-Né le sue torture.

-Queste síconosco però anche le sue dolcezze.

-Io non le ho mai conosciute.

-Vorrei dirvi ingiusta. Sono convinto che non vi è assolutainfelicitàné felicità assoluta. L’ereditàdi beni e di mali che ci ha legato la naturapuò eccedere odifettare nella misura di questi o di quellima ciascun uomo ne hauna parte - piccola o grandene ha una - non vi èesistenza cosí misera che non sia stata letificata un istanteda un baleno di fugace felicità… Poc’anzi miparlavate dei piaceri della fantasia.

-Altro è immaginareilludersi; altro è aver coscienza esentimento di un bene reale. Vi fu un tempo in cui avrei accettatoqualunque miseriaqualunque spasimoa patto di sognare tutte lenottidi sognar sempredi non vivere che di questa vita diillusioni. Allora non era ancora malata. I miei stessi mali mi hannoora esaudita; la mia infermità mi procura ogni notte sonniconvulsiviperiodi di assopimento febbrilenei quali ripassanoinnanzi a me tutte le scenetutte le visionitutte le complicazionipossibili di questo mondo sterminato dei sogni. Ebbenelocredereste? Non ne ho piú alcuna gioiaspesso anzi midisgustanomi tediano. Noi viviamo in un mondo realedobbiamoafferrare il realeil concreto.

-Esso è sempre inferiore all’ideale.

-Non importa. Chi non preferirebbe all’immagine di un benesmisuratoil possesso di un bene anche minimo?

-Tutto ciò è relativo; - io dissi - gliaspetti e le sorgenti della felicità sono molteplicichi sireputa avventurato in una manierachi in un’altra; la maggiorparte degli uomini lo sono in modi opposti o diversissimi. Non vi èche un mezzo comunefacilesicuro di essere felici.

-Quale?

-Amare.

Essatacquee sentii il suo braccio pesare con maggior abbandono sul mio.

-Amare! - ripeté ella dopo qualche istante. - Checosa avete inteso di dire? Spiegatevi.

-Credeva di essermi giovato di una parola assai semplice - dissiio. - Se non ne comprendete il valorele mie spiegazioni nonavrebbero alcun frutto.

Ellasorrise a fior di labbrae riprese:

-Intendete di escludere le piccole simpatiele amiciziegli affettidomestici? Amare è una parola assai generica.

-Assai esclusiva all’età vostra. Non escludo gli affettiche voi dite; ma non li considero che come una sfumaturacome unaeccedenzacome la cornice del quadro. Forse anzi m’ingannoessi hanno natura oppostissima. Dicendo amore intendo amore.

Eripresi col pensiero rivolto a Clara:

-Intendo l’amore che sentiamo alla nostra etànoigiovaniardentiimmaginosi; quell’amore che è superiorea tuttoche sfida tuttoche è tutto; quella fusione piena didue anime che fa vivere la stessa vitapensare gli stessi pensierivolere le stesse volontàdesiderare gli stessi desideri; quelperiodo di acciecamento e di ebbrezza in cui tutto è bellotutto è nobile e purotutto è felice; giacchél’amore non è che un grande acciecamento ed una grandeebbrezza!

-Ahsí! - esclamò ella sommessamentee comeparlasse a se stessa - quello è l’amore.

-E credete- continuai io senza avvedermi del male che lefacevano le mie parole - credete che la vita avrebbe qualcheattrattiva se vuota di questo sentimento che l’occupa tutta;nella fanciullezza col desiderionella gioventú collafruizionenella vecchiezza colle memorie? Credete che questo mondoci parrebbe sí bello e sí buonose non avesse questaluce e questo profumo? Che questo stesso luogo dove siamo ora misembrerebbe cosí incantevolese non lo vedessi attraversoquesto prisma abbagliante?

-Voi!… - esclamò ella - voi lo vedete…

Es’interruppe di nuovo angosciosamente.

Eravamoarrivati in quel punto nel mezzo di una crociera ove sorgeva unmonumento di marmo. Sopra una fronte di essorimasta intattaeranoscritti a matita molti nomi che il tempo aveva in parte cancellati:due righe sole parevano recenti e dicevano: 22 agosto 1863.Giulio e Teresa - amanti e sposi felici.

MentreFosca me le indicava col ditosentiva la sua persona pesare sopra lamia con abbandono. Non era effetto di voluttàmaprostrazioneabbattimento improvviso. Quanto a mequelle parole miavevano colpito piú intimamente: la mia situazione era tale dasentire piú al vivo quel richiamo: "amanti e sposi"noi non eravamo che amantinoiio e Claranon saremmo stati sposimai; il nostro stesso amore non era che una colpache una violazionedi quella legittima felicità di cui godevano quei due ignoti.Essi erano stati in quell’eliso quattro soli giorni prima di noi- era allora il ventisei agostome ne ricordo bene - come- come dovevano esservisi sentiti felici! Correre lungo queivialinascondervisi dietro i carpini; chiamarsiinseguirsisedersisu quelle viole; oppure passeggiarvi a bracciovicini vicinicolleteste che si toccanocolle mani intrecciate; e parlare di cosemalinconichedi ammalarsidi morire… "prima io; noprimaio… assieme…". E mi veniva in mente che quattro giorniprima era stato un bel giorno quietofrescoserenoe il soledoveva essere tramontatocome allorain un oceano di raggiinfuocatie quel luogo doveva essere stato belloseveroincantevole come in quel momento.

L’immaginedi quella felicità era venuta a colpirmi nella pienezza dellamia baldanza. Non invidiava quelle due creaturema mi faceva male ilpensare che v’erano al mondo esseri tanto piú felici dime.

Avvenneuna reazione istantanea nelle mie idee; mi riebbi subito da quellaspecie di allucinazione che m’aveva dominato fino allorapensaial discorso tenuto con Foscae ne sentii pentimento.

Meditavasul modo di dirglielo opportunamenteallorché essendo statiraggiunti da suo cugino che discuteva forte col suo amico intorno adun quesito di strategiaessa gli disse:

-Mi sento maletorniamo a casa.

Ilcolonnello si rivolse senza risponderletutto infervorato come eranella sua discussione.

-Vi sentite male? - le chiesi con dolcezza. - Mio Dio! forsele mie parole… i discorsi insensati che abbiamo tenuto finora…

-Voi siete ben crudele - diss’ella.

Eparve che non potesse continuare.

-Crudele- esclamai io - e perché? Non vicomprendo.

-Voi non sapete quanto mi avete fatto soffrire. O sieteincredibilmente ingenuoo incredibilmente cattivo. Parlarmi d’amoredi felicitàparlarmene in tal guisa… - e si calòil velo del cappellonon so se per nascondere la sua emozioneo percelarmi la sua bruttezza in un momento in cui stava per trionfaredella mia pietà. - Non comprendevate quanto mi dovevanofar male quelle parole?

-Perdonate- io dissi con accento commosso - vi giuro cheera ben lungi dal sospettarlo: mi avviene spesso di parlareinconsideratamente…

Eavrei voluto aggiungere: "Voi mi avete però provocato".Ma me ne astenni.

-Sentite - diss’ella cercando la mia mano colla mano delbraccio che aveva fatto passare nel mio - una mano seccalungaleggiera - e stringendola a intervalli convulsivamente. -Qualche giorno vi farò della confidenzevi racconteròla mia vita; voi me lo permetteretenon è vero? Ho bisognodel vostro compianto. Avete un’aria cosí dolcecosíbuona. Ve lo confesserò: io vi ho veduto fin dal primo momentoche siete venuto in nostra casavi vedeva tutti i giornie nonusciva mai dalla mia stanza perché aveva vergogna di voitemeva di dispiacervisono cosí brutta! Mio cugino non ècattivomi vuol benema non mi sa comprendere; gli altri sono gentegrossolanabuoni ma rozzi - soldati! Non vi siete che voi chepossa capirmisopportarmi senza umiliarmicompiangermi. Perchénon v’ha alcuno tra essi che non mi rispettiè veromain segreto mi deridonone sono ben certalo sento. Dicono che sonodispettosavolubileironicaspesso cattiva. Son essiè ilmondo che mi ha fatta diventare cosími conoscerete. Hobisogno di essere conosciutacapita. Voi non potete immaginare comequesti uomini che dicono di sapere tante coseche sembrano conoscereil mondo sí benee ne ridonosieno poi tanto ignorantitanto superficiali nella scienza del cuore umano. S’illudonoperché si conoscono tra loroe si conoscono tra loro perchésono tutti eguali! Voi siete diversovoi; mi è bastatovedervi per comprenderlo. Non vi domando che la vostra protezionelavostra tolleranza. Ho qui nel cuore tante cose che mi fanno maleperché non le posso mai dire; e poi lo vedetesono malatasono anche bruttaassai bruttadovete aver compassione di me…quella compassione amorevolegenerosasincera che non ho trovatomaimaie di cui sento tanto bisogno. Non mi rifiuterete la vostrapietàditelonon me la rifiuterete!

-Buona creatura - esclamai io profondamente commosso - síavrete tutta la mia amiciziatutta la mia confidenza; avròanch’io tante cose a dirvi; sarò felice di avereun’amica…

Etrovandomi imbarazzato a continuarestrinsi calorosamente la manoche ella aveva posto nella mia.

-La vostra mano è ardente.

-Ho la febbrel’ho sempre.

-Sentite- riprese ella dopo qualche istante - ho bisognodi giustificarmi con voisento che ne ho il diritto e il dovere. Seoggi stessoil primo giorno in cui vi ho vedutoho osato tenere convoi alcuni discorsi che nessun’altra donna avrebbe tenutoe hovoluto quasi provocarlil’ho fatto perché la miabruttezza mi garantiva contro tutti i pericoli di una similediscussionee anche contro il sospetto di essermivi abbandonata peruno scopo biasimevole. La mia deformità ha almeno questovantaggio.

-Ora - proseguí Foscavedendo che non eravamo piúche a pochi passi dalla sua casa - dovete promettere diperdonarmi la prima colpa che ho commesso a vostro riguardo.

-Quale! una colpa!

-Promettetelo prima.

-Con tutta l’anima.

-Quella di avervi fatto uscire con me. È una ferita che horecato al vostro amor proprio; e so quanto ciò vi possa esseredispiaciuto. Non tentate di farmi credere il contrario.

-Non lo farò- io le dissi (giacché mi vedevaposto nel caso di dire una nuova menzogna) - non lo faròperché me lo proibitema…

Essami guardò e sorrise tristementecome avesse voluto dirmi:

"Èveroperciò non lo farete".

Inquel momento avevamo raggiunto il colonnello ed il suo amico che sierano fermati alla porta ad aspettarci.

-Sapreste dirmi - mi chiese il colonnello col volto arrossatodalla discussione avuta col suo compagno - se fu De-Fauchéel’inventore delle capsule a seccoo piuttosto se non fu lui chele ha perfezionate?

-Egli ne fu l’inventore.

-Lo sapete positivamente?

-Positivamente.

-Al diavolo! - disse il suo amico.

-Benissimo! - esclamò il colonnellofregandosi le mani -sei bottiglie di madera guadagnate!



Cap. XVII

Miritirai nella mia stanza tristissimo; era assai malcontento di meesentiva che aveva il dovere di indagare severamente la mia condotta.Il risultato di quell’esame non poteva che mettermi in maggiorira contro me medesimo; mi era contenuto come un ragazzocome uncollegiale. Fosca aveva avuto ragione ad approfittare della miasemplicità; essa non aveva fatto che cedere alle mieprovocazioni. Se il mio contegno era stato tale con lei di cui avreiabborrito l’affettoquale sarebbe stato con una donnaavvenenteil cui amore avrebbe lusingato la mia vanità? Comemi sentiva colpevole verso Clara! Come era umiliato della miadebolezza!

Unaltro pensiero metteva a tortura l’anima mia. Quella donna erarealmente buonarealmente ingenua? O non era che un essere infintoastutocorrotto? Aveva ella voluto abusare della mia semplicitàsorprendermicondurre all’amore per la via della compassione; ole sue intenzioni erano puree questa mia stessa semplicitàl’aveva invogliata della mia amiciziadella mia sola amicizia?Infelice lo erae assai: le miserie sue dovevano essere infinite; néera strano che ella potesse desiderare un’anima in cui versarsidesiderarla con tale intensità di desiderioe invocarne lapietà con tale abbandono.

Oltrea ciò Fosca non era una donna comune. Il suo spirito era assaicoltola sua intelligenza assai vasta; e la sua stessa infermitàla sua bruttezza erano tali circostanze che concorrevano a formareun’eccezione. Le sue passionii suoi sentimentile sue ideedovevano anche essere eccezionali; ed era forse sotto questo aspettoche bisognava giudicarne. Nondimeno quell’aprirmi subito l’animasua; quell’abbandonarsi cosí a me nel primo giorno che mivedevaquel richiedermi disperatamente della mia amicizia…

Diffidavodell’amicizia di una donnae mi doleva non poco di averaccettato quella di lei. Io sapeva che noi non possiamo sottrarci maiagli istintie che tra un uomo e una donna giovaniche voglionoviolentare la natura amandosi di amicizianon può esistereche un affetto moncoartificialeviolentospesso ridicoloperchénon conduce che ad un amore già nudo d’ogni illusione ed’ogni attrattiva. L’amicizia ci ha fatto veder tuttal’indiscretezza della sua intimitàci ha spogliati diogni velo; non si può piú essere né amici veriné amanti veri; ed è cosí che la natura sivendica spesso dell’oltraggio che ha ricevuto.

Avreidato un anno della mia vita per potermi sottrarre a quella promessaper poter infrangere quel legame. Se tutto ciò non fosseavvenuto!

Prevedevache quella donna si sarebbe posta fra me e la mia felicitàavrebbe attraversato il mio avvenire. Non sapeva immaginare leragioni di questo timorema il cuore me lo dicevané il miocuore mi aveva mai ingannato.

Cercaiin quella notte di prendere una risoluzione pronta ed efficacedifuggirladi essere crudele. Ma Dio mio! Come potevo io esserecrudele? Io non era mai stato nella mia vita che semplicecheaffettuosoche buono!



Cap. XVIII

V’eraperò un mezzo ben certo di rendere impossibile ogni altrolegamee di distruggere quello che avevamo già contratto -evitare di trovarmi solo con lei. Fuggirla era follia; l’avessipur potutonon l’avrei dovuto; tale estremo era inopportunonéella il meritavané suo cugino ci sarebbe passato sopra senzavolerne sapere le cause.

Ellaavrebbe potuto leggere nell’anima mia il pentimento che iosentiva di quel primo abbandonoe la risoluzione decisa didimenticarlo; il mio contegno doveva essere sufficiente a ciòné il suo orgoglio le avrebbe permesso di chiedermene unaspiegazione.

Riusciiper alcuni giorni ad evitare di trovarci soli - cosa che nonebbe a costarmi poca faticaperché elladal canto suoponeva in opera ogni strattagemma possibile per ottenere uno scopocontrario. Aveva ella indovinato le mie intenzioni? Non lo lasciavaapparire. Forse ad artegiacché in tal caso il suo amorproprio le avrebbe dovuto imporre la stessa severità dicontegno a mio riguardo.

Nonera piú stata malatané aveva lasciato passare unasola occasione per vedermi. All’indomani di quella passeggiataciascun commensale aveva trovato un fiore sul suo coperto; inutiledire che il mio era il piú bello. Tutte le curetutte lepreferenze possibili erano per me. Ella sapeva porre tant’artein dissimulare questa predilezioneche nessuno se n’eraavvedutoma era tal cosa che a me non poteva sfuggire. Ne eracommossoma me ne doleva amaramente.

Daprincipio mi era sembrato tollerasse quella mia apatia con animoindifferentein seguito mi avvidi che incominciava ad immalinconiree ne soffriva.

Unasera in cui eravamo seduti dappresso - fosse casofosse disegno- accostò tanto il suo braccio al mio da toccarlo e dapremerlo; io mi ritrassi un poco: bastò quest’atto acagionarle una crisi nervosa delle piú violente.

Chepoteva io fare? Sentiva pietà di leivedeva il suo cuore e nesoffriva; ma l’egoismo del mio amorela mia felicitàlanatura stessa facevano tacere in me quel sentimento. Io ero divenutopiú fermo che mai nel disegno di respingere quell’affezione.

Unasera il colonnello mi aveva detto:

-Domani usciremo in carrozza assiemevi farò vedere unapariglia che non avete ancora vedutoandremo al castello.

-Volontieri.

All’indomanirimasi penosamente sorpreso nel veder Fosca apparecchiata adaccompagnarci. Eravamo soltanto noi tree aspettavamo che ci siannunciasse che la vettura era pronta. Indugiando i domestici in ciòil colonnello salí sulle furiee discese egli stesso nelcortile. Rimanemmo soliin piedil’uno di fronte all’altra.Nessuno di noi osava rompere quel silenzio angoscioso.

Adun trattoFosca afferrò con atto disperato le mie mani che ioteneva riunite sul pettoe vi nascose il volto esclamando con vocesupplichevole:

-Oh Giorgiooh Giorgio!

Finsidi essere sorpresodi non comprendere.

-Che avete? - le chiesi io con freddezza - vi sentite forsemale? Che è avvenuto?

-Ah! - gridò ella respingendo le mie mani con violenzaeguardandomi con espressione di affettuoso rancore. E prorompendo inlacrime fuggí nella sua camera.

Suocugino fu assai sorpreso di questo incidente.

-Che hai? Che accadde?

-Nullaun’emicrania improvvisainsoffribile: sto malenonuscirò piúsono disperata. Vorrei moriremorire!

-Morire! Sei pazza! - esclamò il colonnello.

Eavvicinandosi a me che ero rimasto immoto sull’usciomi disse:

-Abbiate pazienzamio carovoi vedete che mia cugina sta male; nonho cuore a lasciarla sola; andremo un altro giorno a visitare quelcastello.



Cap. XIX

Quellasituazione non poteva durare. Al domanimentre ci trovavamo atavoladissi a suo cugino:

-Ho ricevuto lettere da Milano che rendono indispensabile una mia gitain quella città; vi sarei obbligato se poteste concedermi unalicenza di tre giorni.

-Accordato - rispose il colonnello. - Se me ne aveste fattodomanda in ufficiovi avrei forse risposto di noma a tavola! Comefare! Voi conoscete il mio debolee ne approfittate. Fate conto dipartire domani? E con qual convoglio?

-Con quello delle quattro.

-Bisognerà far anticipare il vostro pranzo.

-Non occorrepranzerò alla locanda.

-Che diavolo! - esclamò il colonnello. - Perchéalla locanda? Non ne vedo la necessità.

Ediede ordine che si apparecchiasse alle tre per me solo.

Avevofatto quella domanda per riabbracciar Claraanzi tutto; poi per avertempo a riflettere sopra una risoluzione piú fruttuosaefors’anche a consigliarmi con lei. Se avessi veduto modo diabbandonare quella casatutto sarebbe stato finito; ma la mia mentenon giungeva a trovare per ciò un pretesto ragionevole.

Aldomanicome aveva prevedutotrovai Fosca che mi aspettava nellasala da pranzo. Essa vi s’era fatta portare un suo piccolotavolino d’ebanoe vi stava lavorando di ricamo.

Quellasua costanzaquel difetto di amor proprio che mi pareva scorgere nelsuo caratterequell’ostinazione a volermi imporre il suoaffettofecero sí che io la vedessi sotto un aspetto ancorapiú triste di quanto non me la avesse già fatta vederela sua bruttezza. Ne fui offeso e disgustato. Se non era che inquell’istante il pensiero della mia felicità mi rendevalieto e indulgentesarei stato veramente cattivo con lei. Ma si puòessere cattivi quando si ama? Se tutti gli uomini amasserosel’esistenza fosse una giovinezza perennela questione del benee del male sarebbe risoltail trionfo della virtú sarebbeassicurato: noi non spiccheremmo piú dall’albero dellavita che i dolci frutti del bene.

Micontenni nondimeno con molta freddezza. Fosca non parlò mai;io divorava in silenzio. Di quando in quando alzavo gli occhi e laguardavo. Era facile accorgersi che ella soffriva orribilmenteefaceva violenza a se stessa per contenersi. Vedeva in lei comequalche cosa che stesse per proromperecome una fiamma che stesseper avvampare; non mi tenevo affatto sicuro di poter uscire da quellacasa senza subire le spiegazioni che tanto temeva.

L’orologiosuonò le ore.

-Tre e mezza- io dissi - non ho tempo a perdere.

Ellaalzò gli occhie mi chiese:

-Andate a Milano?

-Sí.

-Vi divertirete?

-Spero.

-Mi sembrate molto contento.

-Non ho motivo di essere triste.

-Quando ritornerete?

-Fra tre giorni.

-Vi ricorderete di me?

-Perché no! Ricordandomi di questa cittàdi vostrocugino… mi ricorderò anche di voi…

Essachinò il capo. Io mi alzaie presi il mio cappello. Foscafece atto di volermi accompagnare nell’anticamera.

-Restate- io le dissi - non lo permetto.

Estesi la mano quasi per impedirlo.

Essala strinse tra le sue sí fortemente che ne sentii quasidolore. Se la portò al cuore e se la premette sul petto conatto convulsivo; poiprima che io avessi potuto rimettermi da quellasorpresaabbandonò la mia manomi gettò le braccia alcollo e mi coperse il volto dei suoi baciil cui ribrezzo mi fecerestare agghiacciato ed immobile.

-Cessate- io le dissisciogliendomi con dolcezza daquell’abbracciamento - cessate per carità; vivedrannopensate…

-Nono- interruppe ella - mi vedesseroe che monta? OhGiorgio! pietà di mepietà di me! Io vi adoro.

Sigettò a terra con atto disperatoe mi abbracciò leginocchia. Il suo volto era tutto pieno di lacrime.

-Mi disprezzerete! Ebbenenon importa; purché mi soffriatepurché mi permettiate di vedervidi dirvi il mio amorediraccontarvi i miei patimentidi piangere con voi. Se non l’avessiconfessato io che vi amavavoi non me l’avreste detto mainessuno me l’avrebbe detto perché hanno tutti orrore dime. Ohabbiate compassione! amatemiamatemi; si ama un caneunabestia… e perché non amerete me che sono una creaturacome voi?…

(Miricordo ancora di queste parole terribili: "si ama un caneunabestia…".)

-Alzatevialzatevi - io le dissi con voce tremante. - Levostre parole mi turbanomi straziano il cuore. Calmateviricomponetevi. Oralo vedeteio debbo partir subitonon possodirvi tutto ciò che vorrei. Il vostro affetto mi commuovelavostra simpatia mi lusinga… veramente… ma ora… Viscriverò da Milanovi scriverò lungamentesubito…vi dirò tante cose; datemi un indirizzoun nome…

-Il mio nome di ragazza?

-Avete marito?

-L’ebbi.

-(Mio Dio!)

Midiede un indirizzo.

-Mi scriverete davvero? - diss’ella col volto raggiante digioia - davvero? - mi scriverete? Oh graziegrazie!

-Non ne dubitatedomani stesso. Ora restate quisiete agitatapotrebbero indovinare…

Miaccompagnò fino alla soglia dell’usciomi guardòcon tenerezza ineffabilemi stese le manimi baciò un lembodell’abitotornò a ripetere:

-Graziegrazie della vostra pietà! Pregherò per voi.Siate benedetto! siate benedetto!

Usciicol cuore lacerato.



Cap. XX

"Comesono belle le campagne che corrono di là a Milano! Le hoattraversate come in un sogno. Quando si viaggiava in carrozzaagiornatesi vedeva un lembo di terra alla voltaora la nostra vistapuò abbracciarne in poche ore estensioni smisurate. L’uomosi affanna sempre piú a conquistare la terra.

Lepianure della Lombardia sono serene come il suo cieloliete efiorenti come le sue donne; quel cielo è fatto apposta perquelle campagnenon sta bene che lícon un altro suolo nonarmonizzerebbe. Non so perché mi piacciano adesso le pianurea me cui non sono piaciute maia me nato e cresciuto tra lemontagne. Ma chi non amerebbe i luoghi dove è stato felice edove lo può essere ancora? La Lombardia è all’Italiaciò che sono le praterie all’America- gliElisii Campi felici.

Hopassato sei ore in una specie di dolce rapimentocolla testa fuoridello sportellocoll’anima perduta nella natura. Un viaggio inferrovia è una corsa attraverso la natura: si provano lestesse vertigini del volare. Dopo che la scienza ha creato questomezzo di locomozione si può quasi dire che l’uomo hadelle ali.

Chebella fantasmagoria di alberidi fiumidi casedi paesaggi! Comel’orizzonte pareva girare intorno a mequasi mi fossi trovatoin circolo magico! Ho veduto su nell’altonell’altounalunga fila di gru che erano appena visibili. Dove andavano? Chidirigeva la loro corsa? Chi lo sa dire! - Dove va a finire ilcorso della mia vita?

Hoviaggiato con alcune fanciullee con due vecchi che non mi levavanomai gli occhi d’addosso. Essi comprendevano senza dubbio che viera in me qualche cosa di straordinariol’aspettazione di unagrande felicità. Mi sentiva voglia di voltarmie di dir loro:"Signori non sapete che io sono molto felice?" Ma ho avutopietà della loro vecchiezza!

Eccomidi nuovo in questo piccolo santuario. Esso è ancora tuttoripieno di leivi è ancora tutto il suo profumo. Se miavessero condotto qui ad occhi chiusiavrei gridato subito: "ClaraClara!" perché avrei sentito la sua presenza.

Hotrovato un suo capelloe ho baciato e ribaciato il guanciale cheriteneva ancora l’impronta della sua testa. Quanti ragnateli! Hovisto un millepiedi sulla parete. Il micio del vicino ha vedutol’uscio aperto ed è entrato ad accarezzarmi le gambecolla codal’ho riveduto come un vecchio amico. Quell’ellerache veste la parete esternamente si è abbarbicata allapersianae ha cacciato dentroper le gretolealcuni rami copertidi fogliuzze quasi biancheperché non avevano luce. Èuna pianta sempre vivae ne ho tratto un presagio lusinghiero.

Sonole quattro dopo mezzanotte: passeggiopiango e sorrido. Ripetospessoprotendendo le braccia: "Oh Claravienivieni!"

Nonposso coricarmi: ancora otto ore- a domani: ancora otto ore!

Hoaperto le finestre; il cielo è chiaro e sereno. Che scintilliodi stelle! che silenzio! Oh mio Diocome siete grande!"

Taleè un brano delle memorie che io scrissi in quella mia primagita a Milanoe che ricopio ora dal mio giornale.



Cap. XXI

Aggiungoqui la lettera che diressi in quella notte a Fosca:

"Viscrivo appena arrivato qui. Siete il mio primo pensierobenchéil piú doloroso. Vi scrivo col cuore lacerato. Se ilsagrifizio di dieci anni della mia vita potesse evitare a me ildolore di mandarvi questa letterae a voi quello di riceverlavigiuro che accetterei questo rimedio con gioia. Procurate di ascoltarecon calma quello che sto per dirvi.

Ionon posso amarvi perché il mio cuore non è piúmio; non posso ingannarvi perché né io ne sono capacené voi lo meritate. Il rispetto che ho per voi è piúpotente della pietà che mi domandatee mi impone di esseresincero. Un inganno vi umilierebbeumilierebbe me stesso. Io amoperdutamenteio sono perdutamente riamato. Se aggiungessi parole adescrivere la mia felicitàapparirei troppo crudele verso divoi; nondimeno è necessario che vi facciate un’ideadell’intensità del mio amore per averne unadell’imponenza de’ miei doveri. Sappiate soltanto che ilmio amore non hacome il suoné limitené nomenéesempio; giudicate di ciò che io debbo a leidi ciòche ella deve a medi ciò che noi dobbiamo al nostro affettoe a noi stessi.

Primadi confessarmi il vostro amoremi avevate richiesto della miaamicizia; ora che io debbo respingere questo secondo legamereclamerete ancora i diritti di quella prima offerta? Credete che lapura amicizia non è possibile tra noicome non lo èmai tra un uomo e una donna giovani. Essa non farebbe che rendere lanostra posizione piú imbarazzantepiú equivocapiúpericolosa. È necessario che noi ci separiamo interamente.Consideriamo la nostra conoscenza come una sventura; tentiamo disopportarla con forzae di rimediarvi con coraggio.

Voiavete avuto maritomi diceste; voi sapete dunque che cosa èun doverelasciate che io lo compia. Voi sapete anche che cosa èla felicitàlasciate che provi anch’io ad essere felice- non lo sono mai stato!

Laragione vi offre un mezzo assai facile per riconciliarvi col miorifiuto. Supponete che la donna che io amo foste voicomegiudichereste il mio abbandono? Una viltàuna bassezzaundelitto. Mi disprezzereste. Oradareste voi il vostro amore ad unuomo cui aveste dato il vostro disprezzo? La necessità dellanostra separazione è evidentealtrettanto che inesorabile.

Comprendereteche se ho insistito per avere un vostro indirizzo e per scriverviera allo scopo di farvi conoscere il piú presto possibilequesti miei sentimenti e di sottrarmi ad una situazione piena dipericoli. Se questa mia promessa ha creato in voi delle illusioni cheho dovuto toglierviperdonatemiperché non avrei potuto farealtrimenti.

Sentite- e chiamo il cielo in testimonio della veracità dellemie parole - se il mio cuore fosse stato liberonon vi avreiforse amata di tutto il mio amoreperché credo che la naturanon abbia posto delle leggi di simpatia assai tenaci tra noima viavrei nondimeno amata. Il vostro cuore e il vostro talento mi viavrebbero resa assai carapiú ancora le vostre sventure.Avrei accettato con gioia il mandato di proteggervi e di confortarela vostra esistenza di qualche piacere. Ora è troppo tardi; ionon appartengo piú a me stesso. Debbo essere crudele peressere giusto; e voi non potete disconoscerlo.

Sieteanzi voi che mi dovete secondare in un’opera cosídifficile. È necessario che io conservi la mia stimavoi lavostra paceella le sue illusioni. Faccio appello alla vostragenerositàal vostro cuore. Non vi è miglior mezzo diguarire dell’amoreche amando. Non mi dovete odiareperchénon l’ho meritato. Il bene chiama il bene: stimandomiavretecara la mia stimae vi adoprererete a meritarla.

Ionon posso cessare di frequentare la vostra casalo sapete; la mialontananza creerebbe dei sospetti pericolosi alla vostratranquillità. Fate che io non vi debba essere motivo diafflizioniche possa vedervi con sicurezzae stringervi la manosenza timore. Ogni altro rapporto tra noi è impossibile.

Sequesta lettera vi pare freddaè segno che sono riuscito anascondervi il dolore che mi lacera il cuore. Si è ingrati ditutto al mondomai però di un affettoperché èil solo beneficio che non ci umiliae che lusinga la nostra vanità.Potete dunque calcolare sulla mia gratitudine.

Voiavete pronunciato nel lasciarmi delle parole che mi hanno fattopiangere perché mi hanno fatto conoscere il vostro cuore.Lasciate che io le ripeta ora per voi: Siate benedettasiatebenedetta!".

Usciiio stesso dopo la mezzanotte ad impostare quella lettera. Sentiva cheera stato ben crudele nella mia stessa pietà. Affrettarmitanto a disingannarla!… I sentimenti che aveva espressi inquelle pagine erano sincerima io li aveva attinti dal mio egoismopiú che dalla mia compassione.

Ciòche mi stava a cuore era la mia felicitàera togliere dimezzo quell’ostacolo che ne aveva minacciate le dolcezze.

Nonso se la felicità abbia potere di renderci egoistio sel’egoismo sia una condizione assoluta della felicità. Macome mi sentiva mutato dacché era felice!



Cap. XXII

Vorreiaggiungere qui alcune altre pagine del mio giornalesu cui ho volutoricordare le gioie del mio primo incontro con Clara.

Maperché ritornare su quella parte del mio passato? Esso èsepolto assai profondamente. E poiio non amo piú quellegioieio le odio. Sono esse che mi hanno ingannato sulla natura esui fini della vita. Una vita tutta di dolori mi avrebbe conservatopioseveroinflessibile; avrebbe almeno riempiuto d’orgoglioquesto cuoreche ora è ripieno di nulla. Quelle gioie nehanno invece oscurate le virtúperché un’esistenzavirtuosa non può essere altro che una serie di sacrifici noninterrotta. Le dolcezze del mondo sono bandite da una vita veramenteutilee veramente benefica. Gli alberi che dànno frutti hannofiori modesti e spesso inodori; i grandi fioriquelli ricchi dipetali e di profuminon sbocciano quasi mai che sulle piante sterilie velenose.

Lavirtú non ha fiorima ha frutti.



Cap. XXIII

Lafelicità di cui aveva goduto in quei tre giorni aveva infusoin me - ordinariamente sí timido - un poco di quellabaldanzadi quella fiducia di se stessi che hanno tutti gli uominiprosperi. Sapevo che all’indomani del mio arrivo non avreipotuto evitare di trovarmi solo con Foscae me le presentai concoraggio.

Adessonon so dire come ella fosse mutatama allora lo comprendeva. Ilpallore e la magrezza del suo volto erano già tali cheparevano non poter aumentarepure in quel giorno mi colpirono piúvivamente del solito. Gli occhi - la sola beltà di quelviso - erano come arrossati dal piangere e dal vegliaree uncerchio orribilmente livido pareva ingrandirne le orbite. Le labbraquasi pavonazze aggiungevano qualche cosa di spaventevole alla suafisionomia. Del resto non v’era alcun disordine nel suoacconciamentoche era come sempre elegante e accurato. Le suefattezze erano riposatee quasi sorridenti.

-Ho ricevuto la vostra letterae vi ringrazio - mi disse ellacon calma.

Eporgendomi la destraaggiunse:

-Spero che mi sarà almeno lecito di stringervi la mano.

-Diamine! Non abbiamo cessato di essere amicie poi…

-Oh- interruppe ella sorridendo - voi vi dimenticate giàdi ciò che mi avete scritto: "Credete che la puraamicizia non è possibile tra noi…"

-Allora si trattava d’altra cosa. Ora… Io intendo l’amicizianel senso convenzionale della parola; un legame che non ha diritto adalcuna intimitàe si limita a pochi rapporti superficiali.

-In questo sensova bene.

-Accettereste dunque sinceramente questa specie di amicizia?

-Sinceramente.

-Grazie!

-Sempreché - riprese ella dopo qualche momento - nonaveste a mutar consiglio da oggi a domanie ad evitare di trovarvisolo con mecome avete fatto dopo il nostro primo abboccamento.Anche allora mi avevate fatto una promessa simile a questa.

-Era un’altra questione - io dissi. - Comprenderete cheio prevedeva allora ciò che è successoe che quelcontegno non aveva altro scopo che di evitarlo.

-Voi non sapete come ne sono mortificata.

-Di che?

-Di ciò che è successo.

-Perché? Non ne è il caso. La vostra simpatia mi onorae la vostra sensibilità non forma che l’elogio del vostrocuore.

-Quanto siete indulgente! - diss’ella con un sorriso pienodi ironia.

Eradisgustato di quella freddezza. Comprendeva che essa voleva mostrarsiindifferente al mio rifiutoe che il suo amor proprio umiliatogliene dava tutti i diritti; puremi faceva pena il vederla irriderea quell’affetto che aveva creduto sí serio e síveemente.

-Vi siete divertito a Milano?

-Assai.

Elo dissi apposta con enfasi.

-Confessate che quella donnalei… la mia rivale- ripreseessa marcando queste parole con un sorriso- abita a Milanoeche vi siete andato per rivederla.

-Era facile indovinarlo. Non è cosa che indichi in voi unapenetrazione molto profonda.

-Sono sí ingenua sul conto vostro! E vi ritornerete?

-Prestissimo.

-Se ne avrete licenza.

-S’intende.

-Ah! ah! - esclamò ella sorridendo - dirò iouna parola a mio cugino. Dipenderà tutto da lui. Scommetto cheavrete bisogno della opera mia.

-Signora! - io dissi vivacemente - non comprendo leintenzioni che vi consigliano a farmi questa offertae mi astengodal rispondervi.

-Rifiutereste perfino la mia mediazione?

-Non vi avrei creduta capace di offrirmela!

-Siete geloso della mia dignità! Ciò mi piace. Ma avreifatto volontieri una bassezza per voi. Che volete? È uncapriccio. Amate molto quella donna?

-Ve l’ho dettoalla follia.

-È bella?

-Un angelo.

-È buona?

-Un angelo.

-Perché non la sposate?

-Ha marito.

-Ah! E la stimate?

-La stima è una condizione dell’amore.

-Non è veroma non importa. Vi renderà dunque moltofelice?

-Tanto che temo morirne.

-Sono contenta - diss’ella.

Tacemmoper qualche istante tutti e due. Essa lacerava colle dita l’estremitàdi un fazzolettino di garza che s’era annodato al colloeguardava fisso a terra senza batter palpebra.

-Sentite- le dissi io dopo qualche momento - io soglioporre in tutte le mie azioni una franchezza con cui mi vanto di nonaver mai avuto la debolezza di transigere. Questo dialogo pieno diironia mi umiliaquesto ferirsi scambievolmente non è nélealené onestosoprattutto è indegno di noi. Lanostra situazione è ora ben definita. È necessario chenon torniamo piú su questo argomento.

-È ciò che io desiderava.

-Ne sono felice. Spero che non avremo piú motivo di parlare dinoi.

-Potete anche sperare che non ci vedremo piú.

-Sia- diss’io esitando - sarebbe affliggentemautile.

Ellasi alzòs’inchinò freddamenteed uscísenza guardarmi.

Nonl’avrei io realmente piú veduta? Ne dubitava.



Cap. XXIV

Peròripensandociera lieto di queste spiegazioni. Esse mi davano almenoil diritto di dimenticarlae mi scioglievano da quel debito di pietàche mi pareva aver contratto verso di lei. Buonamitesoffrentel’avrei avuta cara e compianta; freddaironicasprezzantenonavrei piú sentito per essa che dell’indifferenza. Ciòche mi teneva in pensiero era l’impossibilità di darmiragione della mutabilità del suo contegnodell’incoerenzadella sua condotta. Per quanto mi arrovellassi non poteva comprenderela natura di quel caratterenon riusciva a metterlo bene in luce.Fino a quel momento era stato incerto tra l’ammirazione e ildisprezzo - gli estremi della sua condotta esigevanoapprezzamenti estremi - dopo quel dialogofreddocausticoartificiosonon sentiva nemmeno piú il bisogno di giudicarla- essa mi era perfettamente indifferente.

Perciòalla seraquando mi fu detto che ella era ammalataascoltai quellanotizia con freddezzae l’abitudine di non vederla piúper molti giorni fu causa che me ne dimenticassi interamente.

Avrebbeella serbato la sua promessa? Incominciava a crederlo. A tavola nonsi apparecchiava nemmeno piú per leie nessuno ne riparlava.Il suo posto era stato occupato da un nuovo commensale. Ella eraandata ad abitare un altro appartamento lontano dalla sala da pranzo;e siccome non vedevamo piúcome primaentrarne ed uscirne imedici e le camerierenon v’era piú nulla che potesserichiamarla al nostro pensieroe ciascuno di noi se ne erafacilmente dimenticato.

Confessoqui di aver nutrito per essa un sentimento che mi sono rimproveratoassai spesso. Io odiava quasi quella donna. Allora ne attribuiva lacagione a ciòche mi pareva che ella avesse voluto farsigiuoco della mia sensibilità; piú tardi compresi che lecause ne erano differenti. Vi è nulla di piú ridicolodi una emozione non divisa. Nulla è piú atto a renderciinamabile una persona che non possiamo amare che il vederla usare anostro riguardo i modi e il linguaggio di un amore appassionato. Lanostra ripugnanza cresce in proporzione dello zelo che ella pone asuperarla. Nessuna legge in natura è piú inesorabile diquelle che reggono le simpatie e le antipatie. Non è vero chel’amore sia una questione di sentimentiesso non è cheuna questione di nervidi fluididi armonie animali: l’identitàdei caratterila stima lo fortificanonon lo creano. Noi siamospesso ingannati da queste cause apparentiperché l’identitàdel carattere non è che un effetto dell’identitàdella costituzione.

Chinon vorrebbe dare all’amore un’origine piúspirituale e piú nobile? Ma non è possibile! Bensíegli può essere un impulso ad azioni nobili. L’amiciziagli è superioreperché non è esclusiva. Iocome qualunque altro uomofui qualche volta preferito da donnegiovani e avvenenti che non ho potuto riamarenemmeno d’amorfisico; aveva ripugnanza per ciò che avrebbe formato l’altruifelicitàe ne soffriva. Avrei potuto strapparmi il cuoremanon avrei potuto sentir nulla per esse.

Cosíera di Fosca - se non che la sua bruttezza la poneva anche fuoridi questa legge.



Cap. XXV

Ungiorno - ne erano trascorsi piú di venti dacchél’aveva veduta l’ultima volta - suo cugino noncomparve a tavola - tutta la casa era in disordine e i camerierici avvertirono che Foscapeggiorata improvvisamentesi trovava inpericolo di vita; ci fossimo perciò accontentati di un pranzoimprovvisato alla meglio.

Quellanotizia mi giungeva cosí inattesae mi trovava cosídisarmato da quella lunga dimenticanzache mi sentii colto da unsúbito terrorequasi avessi dovuto essere io la causa dellasua morte. La mia debolezza mi induceva a credermi colpevolee micreava dei rimorsi che non avrei dovuto sentire.

Sarebbeella morta per me? Questo pensiero mi trapassava il cuore come unalama di coltello.



Cap. XXVI

Nellasera di quel giorno medesimo ricevetti una visita del dottore cheaveva conosciuto in sua casa.

-Devo parlarvi premurosamente d’una cosa che vi riguarda -diss’egli entrando e sedendosi. - Vi prego anzitutto a nontacciarmi d’indiscrezione semio malgradosono venuto aconoscenza di un segreto del vostro cuore - dico del vostrocuore tanto per modo di esprimermi - e se ho voluto accettare unmandato che in altre circostanze avrei rifiutato volentieri;comprenderete fra poco che era mio dovere di farlo.

-Ditedite - esclamai io ansiosamente.

-Eccomi spiegherò con poche paroleabbiamo il tempomisurato. La signora Foscala cui salvezza è in questomomento assai dubbiami ha raccontato ieri quanto è successotra lei e voi - è una confidenza che ella mi ha fattospontaneamente. Voi avete respinto il suo affetto - néciò mi fa meravigliané credo che io avrei fattodiversamente - pure questo rifiuto ha bastato a dare unosviluppo decisivo alla sua infermità. Quella donna si lasciamorire per voie…

-Per me! - interruppi io - e si lascia morire… Non sitratta dunque d’una malattia?

-Ma sí- diss’egli impazientemente - di unacosa e dell’altra. La sua vita è attaccata a un filolasua salute è cosí cagionevole che basterebbe un lievesforzo di volontà ad ucciderlacome ne basterebbe unocontrario a salvarla. Non posso farmi comprendere di piú davoinon siete medicoe d’altronde questo caso è quasianche fenomenale in medicina. Vorrei che mi credeste ciecamente.Quella donna non aveva certo una vita assai lunga d’innanzi a sé- si tratta d’un male inguaribile - ma se tranquillase calmaavrebbe potuto vivere forse ancora qualche anno. Lapassione che ha concepito per voiil dolore e l’umiliazione delvostro rifiuto saranno forse sufficienti a cagionarle la morte.Vediamo talora le stesse cause produrre effetti ancora piúpronti in costituzioni sane e robuste.

-Le stesse cause! - ripetei io - ma credete realmente cheella abbia sentito per me una di queste passioni serie e inguaribili?Credete che un amore appena concepitoappena confessatononcorrispostopossa elevarsi in un attimo a questo grado di passione?Egli è che io non ho potuto comprender nulla del carattere diquella donna. Non riesco a spiegarmi la sua condottami trovo difronte a lei come di fronte ad un mito.

-Che cosa vorreste capire del carattere di una creatura che vivecontinuamente sotto l’influenza di una malattia nervosala piúcomplicatala piú assolutala piú fenomenale?Bisognerebbe che conviveste con lei dieci anniper afferrareneipochi e rarissimi momenti di calmail fondo vero e naturale del suocarattere. Sapreste dirmi come è fatto il letto di un fiumeche scorre sempre torbido e gonfio? La sua arditezza vi saràsembrata stranala sua prontezza ad amarvi incomprensibilelocapisco facilmente; pure io vi dico che l’onestà diquella donna malata vale per lo meno l’onestà di centodonne sane. È la malattia dell’amoreèl’irritabilità elevata all’ultima potenza. Voi altrispiritualisti vivete costantemente in un mondo pieno di ubbienoncapite nulla della natura umana; avete fatto dell’onestàdella donna una questione di virtú e di caratterementre nonè quasi mai che una questione di nervi e di temperamento. SeLucrezia avesse avuto una costituzione meno linfaticaun sistemanervoso meno languidose fosse stata malata d’isterismocredete che la monarchia dei Tarquini?…

-Via- diss’io interrompendolo - sapete che abborro daqueste teorie materialisticheche non le voglio accettareperquanto la ragione si ostini a ripetermi che sono le vere. Mi avetedetto che il nostro tempo è limitatosentiamo cosa posso fareper quella donna.

-Una cosa semplicissima.

-Cioè?

-Venire da lei.

-Da lei! Quando?

-Subito.

-E come?

-Sapete che io abito nella stessa casa; l’appartamento di Foscacomunica col mio mediante un uscio che è chiusoma che misarà facile aprireancorché non ne abbia la chiave.Ella lo sa; le ho parlato di questo progettoè lei che mi hapregato di comunicarvelo. Basterà che io dia ordine dilasciarla sola perché anche suo cugino si astenga del venirci.Credo che non vi sia altro mezzo di salvarlae immagino che nonvorrete astenervi dall’usarne.

-Mae poi?

-Quando la sua malattia sarà tornata allo stato normalevedremo. Intanto…

-Dovrò prometterle di amarla?…

-S’intendee con quanta maggior dolcezza potrete.

-È una cosa terribile.

-Lo immagino - diss’egli prendendo il suo cappello. -Ve ne aveva avvertito iove ne ricordate?

-E perché me ne avevate avvertito? Forse che ella ha fattoaltrettanto con altri? Come avevate fatto a prevedere?…

-La sua condotta è irreprensibile- diss’egli -ed è ciò che forma il mio stupore; io solo possocomprendere ciò che le costa questa condotta! Ma in quanto aciò che è successo con voi lo aveva immaginato. Noisiamo gente rozzatipi grossolaninon era il casoci voglionoaltre donne per noi. Essa ha una mente coltauno spirito delicato eromantico; voi eravate l’uomo fatto a posta; l’ho detto ame stesso appena vi ho veduto: ecco l’uomo! Figurateviconoscoquella donna da cinque anni. Voi siete un bel giovinee la bellezzaè cosa che si sconta quasi altrettanto come la bontà.Buoni e belli! Guai a coloro che vengono al mondo colla macchia diquesto peccato originale!

-Me ne era accorto- proseguí egli intanto che io miapparecchiava ad uscire - ma siccome non me ne dicevate nullanon voleva forzarvi a farmi questa confidenza. Capiva che non eracosa da far venire il ruzzo di contarla. Quella volta che andaste aMilanoella stette assai malecredeva che la morisse; ebbe unassalto di nervi terribilepoi si riebbe subito nel giorno cheritornaste. Ma spicciatevi- aggiunse il dottore guardando ilsuo orologio - se farà d’uopo attenderete nella miacamera.

Uscimmoassieme. Dio sa in quale stato d’animo io mi trovava!



Cap. XXVII

Miconvenne attendere due ore nelle stanze del medicoe per maggiorcautela in un buio perfetto. Se non era che la luna era in quellanotte piena e chiarissimanon avrei potuto distinguere certiossicini e certi teschi di cui il dottore aveva ornatosimmetricamente il suo caminettocome di altrettanti ninnoli; e chein quel momentoe visti cosí in quella penombranon era ciòche vi fosse di piú adatto a mettere in calma il mio spiritoe a prepararmi a quello strano appuntamento.

Sentivadi là la voce fioca e dolce dell’infermae il cicalaresommesso del medico con suo cugino.

Eravicina la mezzanotteallorché intesi Fosca dire alla suacameriera:

-Mi sento benee ho bisogno di dormiree di esser sola; va pureenon venire se non ti chiamo.

Lacameriera se ne andòlietissima di quella concessione. Ilmedico si accomiatò dal colonnellodicendogli:

-Riverrò domattina per tempooccorre anzi tutto che non la sidisturbison certo che passerà una notte quieta. Non sidimentichi di prendere la valeriana. Buona sera!

-Buona sera!

El’udii aprir l’uscio ed uscire.

Vifu un breve momento di silenzio.

-Buona notte- le disse per ultimo suo cugino - me ne vadoperché tu possa dormire. Appena alzato verrò a vedertie se non ti sentissi bene fammi chiamarenon avere riguardidiavolo!…

-Sta certoaddio.

-Addio.

Eduscí egli pure.

Ilmedico risalí l’altro braccio della scalae rientrònella stanza.

-Siamo a tempo- diss’egli - attendiamo peròqualche minuto per maggior sicurezza. Intanto…

Preseuno scalpello di cui si serviva per le sezioni anatomichee svitòcon destrezza le viti della serratura. L’uscio fu subito aperto.

-Ecco i miei amici - diss’egli mostrandomi i teschi cheerano sul caminetto e facendovi passare dinanzi la fiamma dellacandela. - Essi vi faranno compagniaintanto che io resteròfuori a giuocare la mia partita di tarocchi; non vi daranno disturbosono gente quieta. Aspettate qualche momento ad entrare; e abbiategiudizio- aggiunse mezzo tra il serio e il faceto - iosarò di ritorno fra un paio d’ore.

Rimasisoloin preda ad una tristezza inesprimibile.

Mipareva che la fortuna si prendesse giuoco di me (e dico la fortunapoiché mi ha ripugnato sempre il riferire i miei mali allaProvvidenzacome a cosa che mi è dolce reputar equa ebenefica)tante e tanto stranamente dolorose erano le circostanze incui allora mi trovava. Lontano dalla donna che amava piú dellamia vitache non avrei riveduto forse mai piúil cui amoreaveva ritemprato la mia fede e il mio ingegno; adorato da leibuonabellasimile in tutto a meriflesso dell’anima miadovevadarmi ad una creatura che quasi abborrivausare con lei i modidell’affettoripeterle le stesse espressioni che aveva dette aClaraversare in essa la piena del mio cuore tumultuante!… Ohse fosse stato per Clara che io mi trovava líin quellacamerase fosse stata essa che io stava per riabbracciaredi quantafelicità sarebbe stata innondata la mia anima! E pensava aiprimi giorni del nostro amorea quella prima volta che l’avevaattesa nel mio stanzinopazzoebbrodelirante; al tremito cheaveva provato al contatto della sua manoal fruscio del suo abitoal suono della sua prima parola…

Entusiasmisvaniti per sempreingannierroriillusioni - unico verounica grandezza della vita - egli è da gran tempo che iovi ho perduti; né ritrovo oggi tampoco le traccie delle vostrerovineo un eco delle vostre gioie per rammentarvi e per piangervi.

Seavessi esitato ancora qualche istante ad entrare nella camera diFoscanon vi sarei andato piú; me ne sarebbe venuto meno ilcoraggio. Vi entrai risoluto.

Allieve rumore dell’uscio trasalíe rivolse il capo dallamia parte.

-Son ioGiorgionon temete.

-Oh mio Dio! oh mio Dio!

Esi coprí il volto con un lembo del lenzuolo. Singhiozzava cosícoperta e fremeva.

Misedetti al suo capezzalee mi guardai dintorno. La stanza era pienadi fioriil letto era bianco come nevee pareva tutto di pizzounalampada posta in un angolo emanava una luce debolema chiara etrasparente come luce di notte lunata. L’amore avrebbe trovatolà il suo tempio.

Siscoperse il volto ad un trattomi guardò a lungo conespressione di affetto ineffabilepoi mi disse:

-Sapeva che sareste venuto.

Vidilucere una lacrima sui di lei occhie mi sforzai a sorriderle. Levòun braccio di sotto le coltriio le porsi una mano che si portòalle labbra e baciò convulsivamente.

-Si fanno tali follie prima di morire - diss’ella.

-Non pensate a morire.

-Dacché siete qui non ci penso piúsono guarita. Miperdonate di avervi pregato di venire?

-Non vi perdono però di averlo fatto sí tardi.

-Oh Giorgio! - esclamò ella con aria di gratitudine e dirimprovero - io leggo nel vostro cuore.

Stetteun momento silenziosapoi si animò improvvisamenteedesclamò con entusiasmo:

-Io vi adoro.

Preseun mazzetto di mughetti che era sul tavolinoe lo avvicinòalle mie labbra.

-Perché?

-Baciatelo.

-Perché?

-Baciate questi bei mughetti.

Ubbidii.Si portò subito il mazzolino alle labbralo baciò contrasportoe lo riavvicinò alle mie. Compresi il suodesiderio.

Micurvai sopra di leie la baciai sulle guancie.

Chiusegli occhie rimase assorta ed immobile. Meravigliai che non miavesse reso quel bacio.

-Dammi del tu- riprese improvvisamente riscuotendosi.

-Con tutta l’anima.

-Chiamami col mio nome.

-Fosca.

-Di’: Giorgio e Fosca.

Lodissi.

-Dimmi: ti amo.

-Ti amo.

-Baciami.

Labaciai con finto trasporto.

-Oh Giorgio!

Proruppein lacrimee si coperse il volto colle mani. Passammo quasi unamezz’ora senza parlare. Quello sforzo l’aveva esaurita. Miguardava in silenzioio la guardava in silenzio. La notte era síquieta che sentivamo gli oscillamenti gravi e misurati del pendolo diun grosso orologio di una torre che sovrastava alla casa.

-Come stai? - le chiesi io finalmente.

-Bene e male ad un tempo. Tu mi comprendi. Se morissi ora sareifelice: ciò non annullerebbe le angoscie di tutta la mia vitaè veroma il morire felice sarebbe già per me un beneinsperato.

-Sarai piú felice vivendo.

-Mi amerai se viva?

-Sí…

-Non dirlonon dirlo; cioèsídillo. Povero giovine!- aggiunse ella prendendo le mie mani - io comprendol’importanza del sacrificio che ti impongo. Io lo so che tu nonpuoi sentire per me che della pietàma ho caro d’illudermie ho caro il sentimento che ti spinge a far nascere in me questeillusioni. Una volta credeva che la pietà fosse poca cosachenon si potesse non sentirlaperché io aveva pietà ditutto ciò che soffrivafosse anche stato un povero uccelloun povero caneuna povera bestia qualunque; ma piú tardi hoimparato come gli uomini siano avari anche di compassioneperchéla compassione è il riflesso di un dolore altruie diventa undolore proprio. Io so apprezzare la tua pietàio te ne sonograta perché sento che in te è ancora piúmeritoria dell’amore.

Vollirisponderle; ella mi posò un dito sulle labbrae ripresesorridendo:

-Tacitacimi dirai piú tardi delle bugieti costringeròa dirmene tante! Prendi la lampadamettila quivoglio vederti bene.

Posaila lampada sul tavolino. Ella mi fissò in volto con ariarapitae mi disse:

-Come sei belloDio! come sei bello!

Ellastessa non mi parve in quel momento sí bruttacome mi erasembrata nei primi giorni della nostra conoscenza. La sua testa eraaffondata nel guanciale per modo che non si poteva indovinarne lesproporzionii suoi capelli nerifoltilucentissimile scendevanoscomposti per le spalle e ne incorniciavano il visola cuipallidezza e la cui magrezza erano estreme; i suoi grandi occhi nerierano inumiditi dalle lacrimee brillavano stranamente al riflessodella luce della lampada; soltanto la fronte smisuratamente grande esporgente rompeva l’armonia fantastica delle linee scorrette diquel volto.

Miricorse al pensiero una Madonna che ho pregato molto da fanciulloilcui volto di cera biancai cui capelli di crine neroi cui occhi divetro smerigliatosoliti a mandare strani riverberi alla luce deiceri della chiesala rendevano assomigliante a Foscabenchéd’una rassomiglianza senza vita e senza espressione.

Forseella si avvide dell’effetto che produceva in me quell’esamedel suo volto. Si affrettò ad abbassare il paralume dellalampadae a soggiungere:

-Non voglio che tu mi veda! sono sí brutta!

-Non è vero.

-Oh non adularmi cosí.

-La bontà ti rende bella.

(Ein quel momento era forse sincero).

-Tu apprezzi questa bellezza?

-Piú di tutto.

-Credi che il mio cuore è buono?

-Se lo credo!

-Come battono i cuori buoni? Li sai tu distinguere dai cattivi? Sentiil mio.

Miprese una mano e se la posò sul petto.

-E il tuo? Oh il tuo cuore!

-Esso ti amaFoscati ama.

-Come… una sorella?

-Sícome un’affettuosa sorella.

-Ah!

-Come vuoi. Ti ama come tu vuoi. Dagli un altro nomeè sempreamore.

-GrazieGiorgiograzie. Io ti voleva dimenticaresaiio era beningrataera anche ben sciocca. Credere di poterti dimenticare!Voleva morire senza vederti… poinon ho avuto la forza…quel giorno fui cosí cattiva con te!

-Non dirloson io che fui cattivo.

-Tu nooh noGiorgiotu non puoi esserlo. Egli è che la miamalattia mi rende trista; il sapere che sono bruttache sono malatache nessuno mi può amare… Che povera creatura son io! Nonci hai mai pensato? Non ti venne mai in mente d’immaginarequanto io debba essere infelice! Ci sono dei giorni in cui questopensiero mi straziae dico a me stessa: dunque sarò semprecosí sventurata? Dunque non vi sarà mai nulla per me?Mi odieranno tutti? Mi derideranno tutti? Oh Giorgiomio buonangelotu non sai quanto ciò sia terribile per una donnapermeper un essere sensibile e sventurato come son io!

S’interruppesinghiozzando.

-Calmatinon piangerete ne scongiurociò ti faràmale.

-Quel giorno pensava a queste cosee perciò fui cattiva; losembrai ancora di piúperché non lo sonoe misforzava di apparirlo. Ma tu mi hai perdonato!

-Ohtu sei sí buona! Nulla io ho a perdonartinulla!

Suonaronole due ore all’orologio.

-Come passa presto la notte; il tempo vola quando si è felici -diss’ella. - Fino a quando resterai qui?

-Fino a quando vorrai.

-Fino a domattina?

-Sí.

-Cosa faremo?

-Parleremoma forse ciò ti affatica.

-Un poco.

-Penseremo.

-Metti la tua testa quicosívicino alla miadammi la tuamano. Dormiamo?

-Come vuoi.

-Sogniamo?

-Sí.

Tacemmotutti e due. Ella chiuse gli occhie parve raccogliersi e dormire.Passammo cosí un’ora che mi parve un’eternità.Ogni qual volta io faceva atto di muovermiella trasaliva estringeva piú forte le mie mani. Pareva leggesse nel miopensierotremava ad ogni idea spiacevole che mi passava nella mentee mormorava il mio nome.

Siriscosse al rumore di certi carri che passavano sulla via.

-Sei tusei tu; -mi disse con gioia - non dormiva masognava. Mi pareva di essere ancora fanciullae che tu fossi il mioangelo custodequell’angelo che allora pregava tutte le sereeche immaginava dovesse vegliare la notte al mio capezzale; misembrava che tu avessi delle ali bianche. Ti ricordi quando si erafanciulli? Pensare che allora non ti conoscevanon ti amava! Quandosi era fanciulli!…

-Eri piú felice allora?

-Sperava di divenirloe perciò lo era. Dio! Come me ne ricordobene in questo momento! Al mattinoquando ci si svegliava per tempoe si sentivano passare i primi carri come adessoe abbaiare i canida lontanoe si vedeva entrare il primo filo di luce per lafinestra. Che senso singolare misto di paura e di gioia! Hai provatoanche tu queste cose? Te ne sovvieni?

-Síe me ne sovvengo anch’io.

-Qualche giorno ti conterò tutta la mia vita saivoglio che tuconosca il mio passato. Aveva incominciato adesso a scrivere per tealcune memoriee voleva che ti fossero consegnate dopo la mia mortema non ho potuto continuare; stavo cosí male! Ora non voglioche tu le veda; e poi ora non devo morire. Io sono guarita. Apri leimposte delle finestrevoglio vedere le stelle. Cosísollevale cortine.

Ilcielo era chiaro e sereno; ma l’aurora aveva giàincominciato a spuntaree non si vedevano che poche stelle pallide equasi bianche. La brezza del mattino si cacciava innanzi alcune nubiassai bassee con tale impeto che la lunaora velata da esseorascopertapareva correre a precipizio pel cielo. Di lontano sisentivano trillare i grilli nelle praterie.

-Ritorna vicino a me - mi diss’ella. - Siediti ancora.Non lasciarmi cosí presto. Già giorno! Che bel cielo!Che belle stelle! Credi che sieno tanti mondi?

-Senza dubbio.

-E che li abiteremo un giorno?

-Ma! Forse!

-Che cosa siamo noi! Che cosa è la vita! - esclamòella tristemente.

Equasi avesse voluto cercare nella certezza del mio amore un compensoallo sconforto di quel pensieroaggiunse con impeto:

-Oh amamiamami! Abbi compassione di me! Mi ami tu realmente?

-Sí.

-Mi amerai sempre?

-Sí.

-Giuralo.

Esitaiun istante.

-D’un affetto puro… di un affetto fraterno!… -diss’ella.

-Lo giuro.

-Non avrei voluto esigere da te un giuramento diverso: io ne conoscol’importanzané vorrei legarti cosí a mequantunque sappia che la mia morte te ne scioglierebbe assai presto.Non voglio che tu sia infelice pel mio egoismo. La natura ha dato atutti gli uomini un solo mezzo per rendere felici gli altri -amarli - io col mio amore non li posso rendere che piúmiseri. Tu ami molto quella donna? - mi chiese ella con accentopieno di mestizia.

-Non me lo chiedereFoscanon me lo chiedere.

-E perché? Non ho io caro che tu sia felice? Ti ama ella?

-Lo spero.

-È bella?

-A me piace.

-È alta?

-Come te.

-Come si chiama?

-Clara.

-Ebbi un’amica di collegio che si chiamava cosí. Èmorta a quattordici anni. Era una bella fanciullacol naso aquilinobrunarideva sempre… È bruna anch’essa?

-Sí…

-Ha i capelli come i miei?

-Dello stesso colore.

-Tanti cosí?

-Non so.

-Guarda le mie trecce - diss’ella sciogliendosi i nastri diuna cuffietta che ne teneva riunite due dietro la testae gettandolegiú pel letto con aria di trionfo.

-Ti piacciono?

-Sono meravigliose - diss’ioprendendone una tra le mani.

Elo erano realmente.

Ellasorrise con aria vanitosalieta di quella specie di superioritàche era quasi certa di avere su Clarae disse:

-Te ne voglio dar una. Strappala.

-Strapparla!

-Sístrappalastrappalatira - diss’ella concalore agitandosi.

-Ma è impossibile. E poi ciò ti ucciderebbe… inquesto momento.

-Ebbenestrappami un capellouno soltantociò non mi faràmale.

-Ma…

-Viaè un capriccio- diss’ella -accontentami.

Nestrappai uno che mi avvolsi attorno al dito.

-Hai ragione - diss’ella. - Un capello solo ènullama una treccia sarebbe di triste presagio. Quando gli amantisi regalano i capelliè segno che l’amore sta perfinire. Sono una cosa assai malinconica i capelli. Non ci hai maipensato? Quando sarò vicina a morireti regalerò lemie trecce. Oh mio Dio! - esclamò ella dopo qualchemomento di silenzio - è già giorno chiaro ebisognerà che tu te ne vada. Riponi la lampada inquell’angololàspegnila.

Allospegnersi della fiammella della lampadala stanza parve cambiared’aspetto; molti oggetti che erano in luce rientrarono in unasemi-oscuritàe molti che non lo erano apparvero piúchiari e piú illuminati. Tornai a sedermi vicino a Fosca chemi buttò le braccia al collo piangendo. La luce del giorno mela mostrava adesso in tutta la sua orridezza.

-Tu mi lascerai ora- esclamò ella con aria desolata -oh mio buon amicooh mio povero Giorgio! Ti ricorderai tu di me? Ohmio Dio!

-Non ti affliggerenon ti affliggereFoscaio non ti dimenticheròmai.

-Perchévedinon potrò rivederti piú finchénon sarò guarita. Cosa ne direbbe il medico? Stanotte eranecessario che io ti vedessima dopo! Ebbeneti scriveròsei contento?

-Síne sarò felice.

-E poifra pochi giorni incomincerò ad alzarmie ti vedròquando verrai solo al mattino. Poi guariròpoi faremo dellepasseggiate…

-Tu hai sorelle? - mi chiese ella sorridendo in mezzo alle suelacrime.

-Sí.

-E le baci?

-Qualche volta?

-Baciami come loro.

Labaciai.

-Non cosínon cosíbaciami come un’amante!

Sisollevò un poco sul lettoe mi strinse al suo seno con forza.Mi volse la testa verso la lucesi scostò un pocoe miguardò con entusiasmo.

-Voglio vederti ancora… piú benecosícosí…Oh mio amore! Oh mio bello!

Miriabbracciò con delirioe ricadde spossata sul guanciale.

-Addio - le dissi io.

-Non partirenon lasciarmi ancora.

-Ma è tardi!

-Restaresta.

-Verranno a vedertici sorprenderanno.

-Ebbenepartima lasciami qualche cosa di tuoun oggetto portato dateil tuo fazzoletto.

Glielodiedi.

-Va’ orava’ - diss’ella. - Fuggifuggi…Questa emozione mi ha vintala malattia mi riassale; dovrògridareverranno a vedermicorri…

Nonintesi piú nulla. Riattraversai fuggendo le stanze del dottoreche dormiva vestito sopra un divanoe nei cui teschi mi parve dirivedere riprodotta e moltiplicata l’immagine spaventosa diFosca.

Intendevaancora dalla via le sue grida acute e terribili.





Cap. XXVIII

Trovonel mio giornale questo frammento scritto in quel giorno medesimo:

"Sonotristemutoprostratoannichilito. Appena oso credere alla realtàdi una sciagura cosí grande. Fu inganno suo? Fu artificioanche cotesto? Io non lo soio non so altro se non che mi sonolegato per sempre a quella donna. Mi sono lagnato col medicoe gliho espressi i miei dubbi sulla gravità di quella malattiaesulla indispensabilità di quella visita fatale. Se ne offesee mi disse che Fosca sarebbe forse già morta se io non cifossi andatoe che fra pochi giorni sarà invece guarita.

Terribilee strana creatura in tutto!

Horipensato alle cause della mia felicità presentemi sonoposto ancora di fronte al mio passato. Che cosa era ioor fa unanno? Che cosa sarebbe stato di me se Clara non mi avesse amato? Ladeduzione che ne ho tratto è sconfortantema giusta; io fuiamato per compassione; non ho il debito di amare quella donna per lostesso motivo? Sono disgustato dalla felicità. Se non avessifatto appello ai miei dolori di un tempoessa non mi avrebbe maidetto quali sieno i miei doveri verso quella donna. Il dolore èpiú severo e piú giusto.

Nonè questa mia felicità che io rimpiango - io l’amola felicitàè veroma l’amo come una donna chesi disprezza - rimpiango bensí quella di Clarailbisogno di ucciderla manifestandole il veroo di offenderlasegretamente tacendoglielo. Perché le rivelerò ioquesta infedeltà forzata? Gliela nasconderò io? E micrederà ella? Sarà ella generosa? Diffido dell’amoregiacché piú egli è profondoe piú èmostruosamente egoista. L’amore è la fusione e laconciliazione di due egoismi che si soddisfano a vicenda.

Nonsarei atterrito da questo affetto se credessi alla sua purezza. Avreianzi accettato volentieri questa missioneper quanto ella siadolorosae non avrei avuto scrupolo di serbarne il segretoma cosíè impossibile. Io vedo le lotte di Fosca; le suecontraddizioni sono troppo eloquentila sua malattia le ha toltotutte quelle forze che qualche volta ci fanno trionfare dellepassioni; il suo amore è amore.

Iorido di coloro che credono la nostra volontà avere un potereillimitato sulle nostre passioniche asseriscono esistere in noi unaforza sempre superiore agli istintisempre capace di dominarli. Ionon ho esperimentate le passioni perverse; non oso investigare se lasocietà punisca nei malvagi la natura o l’uomo; mi limitoa compiangerli: ma le passioni non turpi - quelle che sono comeun’esuberanza viziosa delle virtú - le ho provatené avrei meglio potuto resistere lorodi quanto lo potrebbeuna verruca all’impeto di un’onda dell’oceano. Chi mimostra la bilancia su cui pesare la potenza della volontà equella delle passioni? Chi è che ha parlato dell’arbitrio?Chi mi insegnerà a combattere la natura colla natura? mestesso con me stesso? Dov’è questa forza misteriosa dicui ragionano costoro?

Ionon la sento. È in meo è fuori di me? D’ondeviene? Ove posso trovarla? Io era nato per amaree ho amato; se natoper uccidereavrei forse ucciso. La responsabilità sarebbestata uguale. Tutto ciò che avrei potuto fareè ciòche ho fatto e che faccio - vergognarmi della mia natura!"





Cap. XXIX

Sínel segreto del mio cuore io giustificava Fosca. Se volendolol’avesse potutoil suo amore sarebbe stato puro. Ella avrebbevoluto amarmi come una sorella; ella comprendeva la sublimitàdi questo affettoe soffriva di non poterlo conservar tale. Ciòera tuttoin lei non vi era dunque alcuna colpa.

Questepagine che mi scrisse durante la sua malattia ne erano la prova piúevidente:

"MioGiorgio - Ti scrivo subito oggi benché il medico mel’abbia vietato. Non posso credere alla mia felicitàame stessa. Poterti scrivere! Avere una persona cui poter dire ciòche si pensaciò che si senteciò che si soffre! Esapere che queste sensazioniquesti sentimentiqueste sofferenzesono condivise!… Non l’avrei mai speratonon l’avreimai sperato!

Ancheprima di essere certa del tuo amore ho voluto illudermi che tuaccettassi e avessi care le mie confidenzeho voluto provareun’ombra di questa gioiati ho scritto quasi tutti i giorni; mamio Dio! sapeva bene che tu non avresti letto quelle pagineche iomi illudevanull’altroche io mi illudeva. Se tu sapessi cosavuol dire avere il cuore cosí pieno! E pure…

Tidirò una cosa che ti farà sorridere. L’anno scorsoaveva una coppia di canariniil maschio è morto quest’inverno- non so come avvenisseincominciò ad arruffarsiatremarea sonnecchiarea non mangiar piúe un mattino lotrovai irrigidito sul fondo della gabbia. Ebbenela femminavenutala primaveraha fatto tuttavia il suo nidoe se avessi veduto conche cura! Non aveva uova e nondimeno covava semprecovava tutto ilgiornoe pigolava in quel metro affettuoso che hanno tutti gliuccelli quando allevano i piccini. Anche oggi che siamo in estatenon si è ancora ricreduta di questa illusione. Quante voltequesto povero uccello mi ha fatto pensare a me stessae mi ha fattopiangere!

Peròtu non vedrai queste pagineperché allora non mi amaviperché esse appartengono ancora ad un’epoca del miopassato che ho bisogno di dimenticare per sempre. Se potessidimenticarlo!

Tumi devi perdonare le angoscie che ti ho cagionato ieri; deviperdonare le mie dubbiezzele mie esigenzele mie contraddizioni.Adesso ti scrivo col cuore calmoe conosco ciò che vi era direprensibile nel mio contegnoallora non lo poteva. Ho soffertomolto a vederti partirema oggi mi sento quieta e felice. Tu nonpuoi comprendere la sorpresadirò quasi lo sbigottimento cheprovo in me stessa nello scrivere queste parole che non ho mai potutoné direné scrivere: "Mi sento felice!".

Tant’èbisognerà bene che tu mi conoscaho promesso di raccontartila mia vita e lo farò. Il medico mi ha detto che non potròalzarmi prima di otto giorniutilizzerò questo tempo nelfarti il mio racconto. Oggi non lo potreiti scrivo con moltafatica.

Sesapessi quanto mi è caro il tuo fazzoletto; lo tengo sempresul cuoredormo con lui; ho qui ancora i fiori che tu hai baciato; ealzando un poco la testa posso vedere la sedia su cui ti sei seduto:vi ho fatto metter sopra un mio abito perché non vi si seggapiú nessun altro. Oh mio Giorgiomio adorato! mio mio! Èegli vero?

Nonposso scriverti di piúmi duole il braccio; e poi non sonemmeno se potrai decifrare i miei caratteri. Sono felice e ti adoroecco tuttonon potrei dirti altro. Ierimentre salivi la scalahosentito la tua voce. Dioche spasimo! AmamiGiorgioamami. Il tuocuore non ha che a pensare all’immensità della miamiseria per trovare in sé la forza di amarmi.

Voglioavere un altro oggetto toccato da teho bisogno che tu mi diaqualche altra particella della tua personalità. Ti acchiudo unmio piccolo nastrobacialo e rimandamelo.

.. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .

Hopassato tutto il giorno a sognaree perciò non ti scrivo chestasera. Ho avuto caro che oggi abbia piovuto. Una volta la pioggiami metteva malinconia; adesso mi rallegra. Forse perché orasono felicemi piace che la natura sia malinconica? Non lo so.Quando si è felici si amano i piccoli dolori e le piccolecontrarietà - forse per ombreggiare meglio le nostregioie e per darvi un risalto maggiore.

Devodunque parlarti di me? scriverti qualche cosa della mia vita? Non socome incominciare.

Quandoera piccina aveva un’abitudine comune a tutti i fanciullie dicui veniva rimbrottata assai spesso. Chiudeva gli occhievellicandoli leggermente col rovescio della manovedeva deighirigoridelle scintilledegli oggetti d’ogni forma e d’ognicoloredelle figurinema tutte in modo confusointricatovariabile. Mi succede ora intellettualmente lo stesso fenomenosetento di affacciarmi alle memorie del mio passato.

Esí che il mio passato fu assai povero di tutte quelle gioieche formano ordinariamente per le donne una causa di dolci rimpianti- amoriadulazionivanità soddisfatte - io hoprovato nullao quasi nulla di tutto ciò. La maggior partedegli uomini amano inconsciamente il passato per la sola ragione cheè passatoio credo di averlo caro per lo stesso motivo.

Ionacqui malata: uno dei sintomi piú gravi e piú profondidella mia infermità era il bisogno che sentiva di affezionarmia tutto ciò che mi circondavama in modo violentosubitoestremo. Non mi ricordo di un’epoca della mia vita in cui nonabbia amato qualche cosa. Mi asterrei dal raccontarti ora alcuneparticolarità di questa mia disposizione morbosase non fosseche ciò deve spiegarti le molte anomalie che dovrairiconoscere piú tardi nel mio carattere. La mia potenza diaffettività non aveva né modiné limiti; erauna febbreuna espansioneun’irradiazione continua; avreipotuto amare tutto l’universo senza esaurirmi.

Eparlo di affettinon di amoreché a quell’etànon avrei potuto sentire altro che affetti; se quel bisogno di amorefosse perdurato sí violento fino alla gioventúmiavrebbe trascinata a qualche eccesso colpevole.

Tuttii fanciulli si affezionano ai primi oggetti che possiedonosopratutto alle cose che vivono od hanno apparenza di vita; ma leloro predilezioni sono superficialimutabili; sono meglio cheaffettiun’affettuosa curiosità di conoscere.L’intensità era invece la maggiore dote della mia; amavale cose che amano i fanciullima come le amerebbero gli uomini.

Miricordo spesso - e te lo racconto per farti sorridere - diuna piccola sciagura che m’accadde a sette annie che mi fucausa di una malattia quasi mortale. Avevo un micio ed un canarino;erano tutta la mia affezionenon avrei saputo dire quale amava dipiú. - Il micio mangiò il canarino - immaginatu il mio dolore! Uno l’aveva perdutol’altro non lopoteva piú amaredoveva abborrirlo. Me ne corrucciai tantoche ne fui malata due mesi.

Nonho mai amato le bamboleaveva avversione a tutto ciò che nonera vivo; amava le piante ed i fiori perché mi parevano coseviventi. Non so dirti ciò che provava alla vista di un cespodi violedi un bulbo di giacintodi una pianticella di primule. Lesradicavae le tramutava spesso di vaso per averle tra le manipervederne le radiciper guardarle bene; se morivanone conservava glisteli disseccati. Di tutte le sensazioni incerte e confuse di quellaetàquesta è stata sempre per me la piúinesplicabile - questo strano amore che aveva per le piante. Miavviene ancora oggi di pensarvi alcune voltesenza poterne puntocomprenderne la natura.

L’attaccamentoche sentiva per le mie compagneper i fanciulliper le persone dicasami era spesso motivo di grandi tormenti. Esigeva dal loroaffetto piú di quello che era possibile concedermi; quindiquelle contrarietà me le facevano credere indifferentiapateingrate; ne soffrivo come soffrirei ora d’un vero abbandono ed’una vera ingratitudine. Una mia nutrice che io amava assaidovette allogarsi in mia casae rimanervi fino a che io non ebbitoccato i dodici annigiacché mi era ammalata ad ognitentativo che si era fatto di separarmene.

Aquell’età fui posta in collegioe mi vi innamorai di unamia compagna. Fu una passione veraostinatatenacequale nonpoteva sentirla che io. Quella fanciullache ora è donnamaritatanon comprendeva nulla della profondità e dell’indoledi quell’affetto; e quantunque mi riamasselo faceva sífreddamente che io ne era desolata. Era - benché buona -una ragazza vacua e leggera come le altre; era bellissimae fu forsela sua beltà che mi trasse inconsciamente ad amarla. Miricordoche mi alzava di notte per andarla a vedere mentre dormivae passava molte ore vicino al suo lettocoi piedi nudicolla solacamiciatutta tremante di freddo. Le rubava i suoi nastri e le suepezzuole pel solo motivo che erano suela scongiurava colle lacrimea dirmi che mi voleva benea lasciarsi baciare. Ma ella era spessosenza pietà. Non solo quella delusione non mi guarídella mia malattiama mi fu anzi fataleperché mi fececomprendere che avrei trovato difficilmente in altri cuoriquell’affetto ardente e senza limiti che sentivo nel mio.

Fuilevata di collegio dopo pochi mesie non aveva ancora quattordicianni che fui presa d’amore per un uomo di quarantaun giudicedi mandamentoun amico di mio padre che veniva in nostra casa tuttele sere. Allorastrana cosa! non aveva simpatia che per uomini moltoattempati. Benché giunta all’epoca della pubertànon era piú sviluppata di quanto lo sia una fanciulla robustadi dieci anni: egli mi trattava come una bambinae mi faceva spessoballare sulle sue ginocchia; le sue carezze e i suoi baciogni suoatto di famigliaritàmi cagionava un turbamento dolce eincomprensibile.

L’amavaalla folliabenché non comprendessi nulla della natura diquesto sentimentoe avessi quasi paura di lui. Era un uomo altoseriocon una gran barba nera: ora che ci penso non so come aquell’età avessi potuto innamorarmi di un tal uomopurefu una passione quasi decisiva per la mia vita. Ebbi il coraggio discrivergli una lunga lettera che egli mostrò a’ mieiparenti. Mio padre risema mia madre ci vide dentro il germe di unapassione seriae lo pregò a non venir piú in nostracasa. Nell’uscireegli m’incontrò sull’usciomi prese pel mento e mi disse: "Mia cara piccinavorresteincominciare troppo male e troppo per tempo; non avete avuto paurade’ miei quarant’anni? Se mia moglie avesse veduto lavostra letteravi avrebbe mandato a regalare un bel pulcinella".Mi strinse una guancia tra le ditaed uscí sorridendo.

Miammalai di dolore e di vergogna: vissi per due anni malaticciapensierosaraccoltaappassionata della solitudine e dei libri. Inquel periodo di raccoglimento mi formai l’intelletto ed ilcuore; vi era entrata fanciullae ne uscii donna.

Masono già assai stancamio caro Giorgioproseguiròdomani. Addioaddio.

.. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .

Ovesono rimasta? Eccomi a riprendere.

Miopadre e mia madre mi adoravanoe si adoravano. Erano due creaturestranamente ingenuestranamente buone. Si erano fatti all’amorediciassette anni prima di sposarsi; erano vecchi tutti e duee nonavevano avuto altri figli. Questo nome di Fosca che a te saràparso assai singolareè comunissimo in quella provincia delleRomagne dove son natae me l’avevano dato perché erastato quello d’una bisavola che non ho conosciuto.

L’affettoche mia madre aveva per me la rendeva sí cieca a’ mieidifettiche l’educazione che ella mi diede fu affatto impotentea correggermene. La sua illusione piú costantequella che nonsi smentí mainemmeno dopo che le malattie m’ebberodeformata come tu vediera che io fossi bellissima. Parlava di mealle sue amiche come di un prodigio di avvenenzae si spaventava deipericoli che circondavano la mia bellezza. La verità era chele attrattive della gioventú supplivano in parte al difetto diquelle della natura; non ero né bruttané spiacevolema non ero bella; e fu la convinzione che ella aveva infuso a me finoda piccinache mi rese doppiamente terribile il dovermi ricredere diun errore cosí dolce.

Tunon sai cosa voglia dire per una donna non essere bella. Per noi labellezza è tutto. Non vivendo che per essere amatee nonpotendolo essere che alla condizione di essere avvenentil’esistenzadi una donna brutta diventa la piú terribilela piúangosciosa di tutte le torture. Nella vita dell’uomo non vi èmiseria paragonabile a questa. L’uomoancorché deformeancorché non amatoha mille divagazioniha mille compensi;la società gli è indulgente; non potendo mirareall’amoreegli mira all’ambizione; ha uno scopo; ma ladonna non può mai uscire dalla via che le hanno tracciato ilsuo cuore e la sua vanitànon può tendere ad altrofine che a quello di piacere e di essere amata. Non vi è chela maternità che possa compensarla qualche volta dellaprivazione dell’amorema questa ne è il fruttoed èspesso negata alla bruttezza.

Miocaro Giorgiotu comprenderai ciò che io ti voglio dire: io hoprovato questo tormento in tutta la sua estensione; io piú chemolte altre infelicigiacché la mia sensibilità eradisgraziatamente ancora piú mostruosa della mia laidezza. Sídella mia laidezza; avrò il coraggio di giudicarmi senzapietàe di chiamare le cose col loro nome. Se tu sapessi…io ho odiato molto me medesimaho odiato molto la mia disavvenenzama non mai tanto quanto ho detestato e detesto ancora il mio cuore.Sono le sue esigenze che mi hanno reso doppiamente terribile il pesodella mia deformità.

Alloraio non era però cosí bruttae se quella stranaillusione che mia madre aveva fatto nascere in me coi suoi elogi nonavesse dapprima lusingatapoi ferita improvvisamente la mia vanitàabbandonandomiavrei potuto rassegnarmi alla mia fortuna che non eradelle piú tristie forse anche appagarmene. Il disilludermimi costò invece molti dolori. Giunta ad un’età incui la bellezza doveva esser tuttoriconosceva di non essere bella;quell’illusione non aveva durato che per tutto quel tempo in cuinon sarebbe stato necessario di averla.

Tiricordi di aver avuto sedici anni? Hai provato anche tu quellafebbrequelle smaniequelle inquietudini incomprensibili cheaccompagnano quell’età? Hai sentito anche tu il bisognodi straziarti il cuore con mille sventure immaginariedi credertivittima di persecuzioni che non soffrividi fantasticare unafelicità impossibile per godere crudelmente di disilluderti?Hai provato tu pure quel bisogno che ti spingeva a cercare una chiesaper pregarvi e per piangervi? La mia vita fu cosí povera anchedi amicizia che non ho ancora potuto penetrare nel cuore di un’altracreatura: non so cosa abbiano provato le altre donne a quell’etàma ciò che ho provato io è fuori di ogni espressione.Il bisogno di essere amata era il segreto di tutte le mie sofferenzeio lo comprendeva. La natura non mi aveva dotata soltanto di un cuoresensibilema di una costituzione infermanervosairritabile; ionon poteva avere né quella forza passiva che dàl’apatiané quella castità naturale che dàla robustezza: l’amore doveva essere il mezzo e lo scopo ditutta la mia esistenza.

Nontardai a convincermi che non poteva inspirare dell’affetto.Tutte le donne scelgonoio doveva lasciarmi scegliere. E questapiccola rinuncia che era necessario fare al mio amor propriononsarebbe pur stata assai crudele se qualcuno mi avesse almenopreferita ed amata. Vissi invece fino a vent’annisenza averinspirata la benché menoma affezione; senza aver ottenutonemmeno per gioco o per pietàil conforto di una parolaamorevole.

Lacondizione delle donne del volgo ha ciò di preferibilechel’amore tra esse non obbedisce a leggi di etichetta; possono nonessere amate veracementee tuttavia godere delle apparenzedell’amoree spesso anche de’ suoi vantaggi. L’educazionenon ha reso il loro cuore cosí esigente come il nostro; essenon sentono il bisogno di sacrificargli le dolcezze di un affettocolpevole. Non vi è confronto tra l’infelicità chela bruttezza può cagionare ad una donna riccae quella chepuò cagionare ad una donna povera; gli occhi del mondo non sirivolgono mai su quest’ultima - il codice dell’onorenon colpisce che la donna ricca.

Miocaro Giorgiodirti ciò che ho sofferto in quegli anni sarebbeimpossibile. Coll’amore mi mancava tutto; quando non si èamatela vanità non ha piú motivo di esserel’ambizione non ha piú scopotutte le nostre piccolepassioni svaniscono ad una ad unacome quelle che attingevano tuttala loro vitalità dall’amoree non potevano sussisteresenza di esso.

Miabbandonai con furore alla passione del meditare e del leggere -passione che non mi ha lasciata piú da quel tempo - e vitrovai qualche confortonon foss’altro quello di dimenticarmi atratto a trattoe di sollevarmi sulla triste realtà che micircondava. Ma la lettura è fatale in ciòche quelladimenticanza apparente ci ripiomba ancora piú disarmati nellememorie che tentavamo dimenticare; che l’idea fissa dalla qualesembra distoglierci trova invece mille confermemille argomenti diesserenelle pagine medesime che leggiamo. Portare le passioni nellasolitudine è lo stesso che volerne essere dominati. E poinonè la letturanon è la solitudine che possono guarircidell’amorele donne non ne guariscono maile nature superiorine muoiono.

Nonpoteva sperare nulla dagli uominimi rivolsi a Dio; è ciòche noi tutte finiamo di fare; se non che io l’aveva fattotroppo presto. Divenni religiosa; entrai in quel periodo di ascetismosinceroesaltatoprofondoche tutte le donne di cuoreancorchéfelicihanno o tosto o tardi provato e superato. Mi pareva di poterdare cosí uno scopo alla mia vita. Nelle nature buone egenerose l’amore non è egoistaegli non è tantoun desiderio di rendere felici se stessiquanto un bisogno direndere felici gli altri; non è spesso che una smania disacrificarsi all’altrui felicità: ora mi pareva che ilsagrifizio che avrei fatto a Dio della mia gioventú avrebbedovuto soddisfare in qualche modo quella sete di amore che mistruggeva da tanto tempo senza rimedio. Molte donne furono condotte aDio da questa illusione. Hanno esse trovato pace? È ciòche io non ho potuto esperimentare.

Ungiorno mi recai sola a visitare un convento che era poco lungi dallacittàisolatosopra un collecome un nido di colombequietosolitariosereno. Mi sedetti sui gradini della porta. Glialberi del cortile sorpassavano colle loro cime l’alta muragliadi cintae sembravano affacciarsi per mormorarmi un invito adentrare: da quell’altura si vedeva la campagna tuttoall’intornoe la città simile ad un immenso alveare:sulla porta erano scritte le meste parole della Bibbia"Sacroall’amore e al dolore"; tutto era pace e silenzio.

Rimasicolà assai tempo. Nel ritornare l’eco di un salmeggiareimprovviso che veniva dalla chiesa parve volermi richiamare.

Eradi sera; il sole tramontavagli uccelli si raccoglievano suglialberi… colsi una pratellinae ne strappai i petali ad uno aduno: "Sí e nosí e no"l’ultimo era"sí". Decisi. All’indomani manifestai il mioprogetto a mia madre. Ne fu spaventata. Si pose a piangere e midisse: - Mia cara figliuolatu ci vuoi far morire; pensare alasciarci!… noi che non viviamo che per te! Entrare in unconventoalla tua età! una bella fanciulla come sei tucollatua dote!

Chepoteva io fare? Non mi amava forse mia madre? Non aveva io il debitodi riamarla? Mia madre!

.. . . . . . . . . . . . . . . . . . . .

Ierisera non ho potuto né proseguirené mandarti ciòche aveva scritto. Oggi sono tentata a non continuare. Mi pareva diaver tante cose a raccontartie vedo che finisco col raccontartinulla. Forse che io non ho sofferto? Noegli è che le causedelle mie sofferenze sono tutte intimesono tutte moralie tu puoimeglio immaginarle che io dirtele. E poicome si può dire undolore? come una gioia?

Hodomandato spesso a me medesima se l’apatia e l’egoismoetalora quella melata crudeltà che li mascheranon sieno altroche una conseguenza di quelle leggi che regolano l’individualitàdi quell’impossibilità assoluta di comunanza tra unessere e l’altro che ci tiene divisi e isolatie forma diciascun individuo un centro irremovibile nel gran mondo dellesensazioni. Dolorisperanzeaffettitripuditutto èessenzialmente individuale. Sembra che da tutte le leggi della naturasi sollevi una voce che ci grida: "Nessuno può addossarsila soma dei tuoi dolorio versarti le dolcezze delle sue gioie;nessuno può togliere od aggiungere un atomo al tuo essere: nonriporre le tue cure che in te stesso".

Credettifinalmente di essere amata.

Unmattino trovai sul mio balcone un mazzo di fiori che vi era statogettato dalla via. Sopra una cartolina che v’era nascosta dentroerano scritte queste parole: "Vi amo. Lodovico". Chi eraquesto incognito? Era giovinebelloveramente innamorato di me? Nonlo sapevonondimeno era feliceera pazza; v’era un uomo che miaveva detto: "Vi amo"; ciò era già per me unavvenimento sí grandeche l’ordine delle mie idee ne erainteramente sconvolto.

Risolsidi tentare ogni mezzo per scoprire chi fosse lo sconosciuto che miaveva indirizzato quel biglietto. Aveva già osservato daparecchi giorni che un giovine forestiero passava assai spesso sullaviae sollevava gli occhi alle mie finestre con aria d’imbarazzo;ma egli era sí bellosí elegantee pareva esser anchesí riccoche io non avrei mai osato illudermi che egli vipassasse per me. Io l’aveva d’altronde guardato sípoco e con tanta timidezzache non era possibile che egli avessetanto letto nell’anima mia da risolversi a scrivermi quelleparole. Mi pareva follia l’abbandonarmi a quella speranza.

Nondimenomi convinsi a poco a poco che - fosse egli stato o no l’autoredi quel biglietto - quell’incognito mi amava. Era cosífacile l’indovinarlo. Egli non passava che per vedermi -ciò era evidente. In quanto a menon aveva già piúaltro pensiero che il suo. Essere amata da quel giovine mi parevafelicità cosí grandeche ne era quasi atterrita. Lasua bellezza sembravami ancora superiore all’ideale che mi eraformata di un amante.

Ungiorno ripassò sotto le mie finestre cavalcandomi guardòe mi mostrò con aria d’intelligenza un mazzetto di violeche aveva in mano. La mattina trovai quei fiori sul mio balcone.Dentro vi era un altro biglietto su cui era scritto: "Mi amate?Lodovico". Non v’era dubbio. Era luie mi amava. Immaginatuo Giorgiol’anima mia!.

Inquel tempomio cuginoche era maggioree aveva ottenuto un anno didisponibilitàconviveva colla mia famiglia. Egli era orfanoda giovinettoe mio padreche era poco piú attempato di luilo aveva caro come un fratello. Alcuni amici suoi e di mio padre siradunavano alla sera nella mia casa; erano persone seriegravimatureappassionate di discussioni politiche; e né io némia madre solevamo far loro maggior compagnia di quel tanto che ce loimponevano le convenienze. Mio cugino mi disse un giorno: - Comeavviene che non ti si vede mai? sembra che tu ci sfugga: hai forsepaura dei nostri anni e della nostra serietà? vuoi vedertiintorno dei giovani? Lasciane il pensiero a me; porterò quiuna calamita piú attraente -. E alla sera fui per svenireallorché lo vidi entrare nella sala collo sconosciuto che miaveva gettato quei due biglietti.

Eglilo presentò a mio padre come il conte Lodovico di B…veneto ed emigrato. Disse averlo conosciuto già da parecchigiorni al gabinetto di lettura; parlò con entusiasmo del suoingegnoaccennò alle persecuzioni politiche che lo avevanocostretto ad emigraree aggiunse che si sarebbe forse trattenuto piúmesi nella nostra cittàe ci avrebbe onorato alcuna voltadelle sue visite. Come seppi piú tardiegli era statoragguagliato da mio cugino intorno al mio caratterealla miaposizione e alla mia fortunacosa che per altro non aveva fattonascere in me alcun sospetto sulla lealtà della sua condotta.Egli era sí spiritoso e sí amabileche i miei parentine furono presto entusiasti; mio cugino ed i suoi amici non potevanopiú far a meno di luie lo sollecitavano a venire in nostracasa tutte le sere. In capo a pochi giorni noi avevamo preso aconsiderarlo come una persona della nostra famiglia.

Èassai difficile che io possa farti una pittura esatta del suocarattere; mi giovo di questa parola "carattere"perchéè quella che risponde meglio al mio concettonon giàche egli ne avesse uno. Non aveva alcun principionon aveva alcunaopinione; si piegava subito ai princípi e alle opinioni deglialtriqualunque esse fossero; e con tal calore e con taleaccortezzache nessuno lo avrebbe creduto non sincero: passavadall’uno all’altro estremo colla stessa facilitàecolla stessa apparenza di convinzioni. Era cattivo per indolequalche volta arrendevole e buono per debolezza. Non aveva idea didignità personalenon si curava che di simularla e di parerneestremamente geloso. Qualunque bassezza non gli sarebbe sembrataumiliante; qualunque ostacolo mortale non lo avrebbe distolto dalcompiere un’azione proficua a’ suoi interessi. Era incapacedi sentire uno scrupolo. Tutta la sua condotta non era subordinatache ad una cosa solaal codice; egli aveva commesso di turpe tuttociò che è possibile commettere senza venir colpitidalla legge - mille volte nella sua vita aveva rasentato ilcarceree non vi era mai entrato. Dire che cosa era stata la suavita non è possibileforse egli stesso non lo avrebbe potuto.Aveva errato di paese in paesevivendo splendidamente delle sueindustrie di avventuriereassumendo qui un nomelà un altroatteggiandosi a martire politicoaprendosi mille vie col suotalentocol suo coraggiocolla sua avvedutezza - semprefortunatosempre felicemente ingannatore.

Lasua bellezza doveva aver contribuito non poco a questo successo. Egliera alto della personaben fattogiovinefiorentebiondissimo;aveva aspetto e maniere distinteaveva aria di bontà e didolcezza straordinarieera sempre calmosempre sereno e pareva nonconoscere che il sorriso. A queste qualità aggiungeva untalento mediocre che aveva l’arte di far apparire un talentosuperiore. Era intelligente di musica e scriveva versi. Le suecomposizioni musicali e le sue poesie erano una specie disalvacondottouna specie di commendatizia di cui si giovava peraccreditarsi presso le famiglie che lo ospitavanood iniziavanoqualche rapporto con lui. Egli non indugiava mai a mettere in lucequeste due qualitàe sopratutto in modo sí naturale esí sempliceche nessuno ne avrebbe mosso rimprovero alla suamodestia.

Miocaro amico. Oserò darti un consiglio che ti parràstranoche forse ti farà sorriderema che nondimeno èassai giusto. Diffida di coloro che fanno mestiere di far versidiffida in genere degli artisti e dei letterati mediocri. Durante iltempo che vissi con mio marito ho avuto agio di avvicinarne un grannumeroné ho trovato in alcuna altra classe della societàcaratteri d’uomini piú tristi e piú abbietti. Unmezzo letteratoun mezzo poetaun mezzo artista mi fanno orrore.Hanno tutte le passioni sfrenate e biasimevoli dei grandi caratterisenza averne una sola virtú. Ne hanno la vanitàl’orgogliol’ambizionel’egoismosenza un solo deiloro pregi che li temperisenza un raggio di quella bontàimprovvisa e passeggiera che ha il genio. Molti confondono l’ingegnocol cuore; nulla di piú erroneo. È provato che gliuomini piú eminenti nella vita pubblica furono quasi sempre ipiú tristi nella vita privata. Cristo lo ha detto: " Ilcielo è pei semplici". L’onestà non fu mai néil retaggioné il privilegio della sapienza.

Taleera in poche parole l’uomo che divenne mio marito.

Iomentirei se ti dicessi che lo sposai non amandolomentirei pure seasserissi di averlo amato quanto ne era capace. Non lo conoscevaquale erama aveva come un presentimento delle sue viltàunaspecie d’intuizione misteriosa che impediva alla mia anima diabbandonarsi intieramente alla sua. Forse il mio amore mi aveva resaimpotente a comprendere alcune delle sue bassezze che la miacoscienza aveva comprese senza che io lo sapessie di cui nonlasciava trapelare al mio cuore che un’idea vaga e confusa. Iosubiva d’altrondecome tutte le altre donnequella maliaprepotente e incomprensibile che esercitano su di noi gli uomini dicarattere violentoe spesso anche perverso. Lo avrai osservatoècosa comune. Le donneancorché non cessino di essere cortesicoi buoni e coi miticedono sempre di preferenza agli uomini audaciprepotentipronti all’offesadisprezzatori degli altrivanagloriosi di sé; in una parolaai peggiori degli uomini.Le piú grandi passioni sentite da donne furono quasi sempreper uomini abbiettissimi. Mi è avvenuto piú volte dichiedere a me stessavedendo qualche donna giovinegentilebellaelegante: "A chi apparterrà il suo cuore! chi godràdel suo affetto? Un uomo celebreun uomo di genio? un bell’uomo?Noun piccolo mostrouno scioccoun cattivo". OhmioGiorgionoi siamo pure le tristi e incoerenti creature!

Nonavendo voluto cedere alle istanze de’ miei genitori che loavevano scongiurato rimanere con essimio marito mi condusse aTorino. Ci accasammo in quella cittàdovediceva egliavevaavuto rapporti con uomini politicii quali lo avrebbero aiutato aconseguire una posizione elevata ed una fortuna ragguardevole. Mi fuassai facile avvedermi fino da principio che egli non mi amavatantoerano artificiose le prove che si affannava a darmi del suo affetto.E non solo non mi amavama pareva aver disgusto di mee sforzarsi aviolentare il suo cuore e la sua natura per non dimostrarmelo. Lungidal comprendere lo scopo di questa dissimulazioneionell’immensitàdel mio doloregliene era grata. Sapeva di non essere bellaimmaginava che l’intimità e la convivenza mi avesserofatta apparire a’ suoi occhi ancora piú brutta di quantolo erae gli avessero destato nell’animo una súbitaavversione per me. In questo caso la sua finzione era mossa da unsentimento di delicatezza ch’io non avrei saputo apprezzareabbastanza; era un sacrificio di cui io gli doveva esserericonoscente. Ho serbato lungo tempo questa illusionee mi sonosforzata a trattenerlagiacchéquantunque non amatami eracaro il pensare che lo era stata un tempoche la mia bruttezzasoltanto lo aveva diviso da mee che io poteva ancora stimarlo. Inquel bisogno che io sentiva di giustificare ad ogni costo la suacondottaquante cose ho attribuito alla mia bruttezza!

Soltantoun mese dopo il nostro matrimonio egli mi aveva annunziato che ilgoverno austriaco aveva posto sequestro sulle sue renditeper cuidiventava necessario esigere da mio padre la riscossione di una partedella mia dote; e m’aveva parlato di questa sventura come dicosa di cui non avrebbe mai saputo darsi pace. Lieta che ciòl’accostasse di piú a mesollecitai da’ mieiparenti il pagamento di una somma che costituiva una parteragguardevole della loro fortuna. Però questo avvenimento nonparve renderlo né piú cautoné piúprevidentené tanto meno piú affettuoso. Le sueabitudini erano anzi peggiorate. Egli rimaneva assente una partedella nottee non rientrava che al mattino; spesso passavano giorniintieri senza che ci vedessimo; intraprendeva alcuni brevi viaggisenza avvertirmie tornatonemi diceva semplicemente: "Scusaho dovuto partire sul momentoun affare di premura…". Inuna parola era evidente che egli non si occupava punto di menésentiva forse tampoco quella specie di attaccamento che nasce dallaconvivenza e dall’abitudine.

Avevaperò slanci di tenerezzaradi ma vivi; e in quei momentipareva si dolesse con se stesso della propria freddezzae si scusavameco de’ suoi torti. Appariva in ciò sí sinceroche io non solo tornava a perdonarlo e ad amarloma mi struggeva ditrovare in me qualche colpa onde giustificarlo delle sue.

Unaserain uno di questi momenti di abbandonomi confessòd’aver fatto una grave perdita al giuoconon osare chiederealtro denaro a mio padretrovarsinon pagandopoco meno chedisonorato. Io fui felice di potergli dare tutti i miei gioielliimiei abiti piú ricchitutto ciò che possedevo dipreziosoonde sottrarlo alle conseguenze di quella perdita. Me nepagò con una settimana di amoredi assiduitàditenerezzee ritornò poi subito alle abitudini di prima.

Masarebbe racconto assai lungo il voler dire tutte le torture mie etutta la ingratitudine di luitutte le astuzie con cui giunse a pocoa poco a spogliarmi interamente della mia fortuna.

Ungiorno - mi s’era mostrato già da tempo agitatissimo- entrò improvvisamente nella mia camera col voltoestremamente turbato; mi disse di non aver mai avuto il coraggio diconfidarmeloora essere necessariobenché troppo tardi; averegli contratto da celibe alcuni debiti ascendenti a somme enormipiúdi metà la fortuna della mia casaaver sperato poterli pagarecoi capitali che il sequestro impreveduto rendeva ora inalienabilieaver perciò firmato cambiali la cui scadenza imminente gliapriva le porte del carcere: preferire uccidersi. E levata unapistolafece atto di esplodersela al viso.

Tuavrai già indovinato ciò che io ho fatto. Mio padre emia madre vennero essi a trovarmi piangendo. Mi chiesero se egli miamavaio dissi di sí; se ero feliceio dissi ancora di sí:essi acconsentirono a spogliarsi quasi interamente della lorofortunaperché io fossi felice e tranquilla con lui. Felice!

Quelsacrificio che doveva legarlo maggiormente a mesembrò inveceallontanarmelo; e ciò era naturalegiacché non v’erapiú possibilità di altre speculazioni a mio riguardoné occorreva fingere piú oltre. Incominciai allora acomprendere qualche cosa del suo carattere e a tentare di resistere aquel bisogno di affetto ineluttabile che mi trascinava verso di lui;ma era indarno: io non poteva conciliarmi a quella fedecrederlo sícattivo e sí infintonon poteva cessare di amarlo. M’erafatta quasi una religione del mio amoree mi ostinava adabbassarmivi benché lo sapessi incorrisposto. Ogni cosa che cicosta molto la si amabenché riluttanti; e nell’ostinazionedi un dolore o di un sacrificiovi è un’acre voluttàche è spesso altrettanto soave quanto la gioia.

Pochesettimane dopo questo ultimo avvenimento mi disse che attendeva daVenezia una sua cuginache me l’avrebbe fatta conoscereel’avrebbe pregata di fermarsi a pranzo con noi; le facessi buonviso. All’indomani mi presentò diffatti una donna giovanee avvenentissimacui volle che baciassi e trattassi con intimitàpari alla sua. Non sospettai di nullae fui lieta della compagnia diquella sconosciuta che era venuta ad interrompere per un istante latediosa monotonia della mia vita. Mi parve che quella donna miponesse affettoe provasse un interesse singolare per me. Ricevettinel giorno seguente un suo bigliettoin cui mi diceva:

"Devoparlarvi di cose che riguardano il vostro avvenirevi aspetteròin mia casa (via Borgo NuovoN. 7). Che vostro marito nol sappiaotutto sarebbe inutile. Se avete cara la vostra felicitàvenite".

Viandai col cuore tremante. Appena entrata la mi buttò lebraccia al collocon atto di espansione rozzo ma sincero; e midisse: - Povera creaturavoi siete rovinatavoi siete stataingannatatradita… Non sapete? Quell’uomovostro maritonon è né il conte di B…né il marchese diC… - che so io? - Egli si è tosto fattochiamare con tutti i titoli possibili. - Egli non è altroche un barattiereun cavaliere d’industriaun cattivosoggetto. Ioche non sono mai stata sua cuginaso dirvi che egli èun fiore di bricconeche ha moglie in Dalmazia e due figli: io ve nedarà la vita e i miracoli. Ho conosciuto suo padredalmatoanch’essoimpiegato nella polizia austriaca a Zara; hoconosciuta sua moglieuna povera ragazza che egli ha ingannato comevoie abbandonato come abbandonerà voi pure. Se volete saperetutte le sue furfanteriele ho sulle dita. Non vi fidatelasciatelotornate a casa vostra. So che vi ha già estortodelle somme considerevoli ; me lo disse lui stessofra poco vispoglierebbe di tutto il resto. Egli passa la sua vita in mezzo alledonne e alle carte; e non ha un’oncia di cuorenon crediate dipoterlo correggere. Ve lo confesseròio sono stata una suaamante; l’aveva lasciato già da un pezzoallorchéla settimana scorsa mi fece un sonetto pel mio giorno onomasticoecon ciò tornò a metter piede in mia casa. Fu lui stessoche mi parlò di voi; e in che modo! Se lo aveste sentito! mifece nascere la curiosità di conoscervie ho tanto insistitoche mi ha accontentato. Povera creatura! mi avete fatto compassione:ho detto tra me stessa: "Le dirò tutto"e vi hoscritto di venire. Tornate a casa vostracredete a me; quell’uomovi farà morire; non siete voi quella che possa resistergli;colla vostra salutecol vostro carattere. Io ne ho risoio non sonodonna da lasciarmi malmenare cosíma voi! Ho voluto dirvitutte queste cose. Ho fatto una buona azione e mi sono vendicatasono contenta.

Neltornare a casa lo trovai che scendeva le scale.

--onde venite? - mi chiese egli con asprezza.

-Da vostra cugina; - risposi io - ella mi aveva mandato achiamare per raccontarmi tutto ciò che sa di voi e per darmialcuni consigli in proposito.

-Va bene! - diss’egli aggrottando le ciglia - lo avevapreveduto. Che sciocca!

-Non avete a dir nulla a vostra giustificazione?

-Nulla. Immagino che ella vi avrà detto la verità.Venite nella mia stanzae ne parleremo.

-Voi sapete dunque tutto; - diss’egli - non me nedispiace; quella donnaa pensarci benemi ha reso un servizio. Saròsincero con voi. Mi doleva d’ingannarvi piú oltre. Se unuomo che vende la sua bellezzacome la vendete voi tutteèun cattivo soggettoio ne sono uno pessimo… Ma ciò nonha a che fare; è questione di apprezzamento. Fra me e voi ècorso un contratto. Voi mi avete dato il vostro danaroio vi ho datola mia avvenenzala mia gioventúil mio talento. (Non vogliomancarvi di rispetto in questo istantema voi sapeteFoscache nonsiete bella). Eravamo pari: ebbeneabbiamo vissuto insieme undicimesiil nostro commercio andava bene. Ora questo contratto non ciconviene piú? sciogliamolo. Mi sembra che non occorradisgustarci per questo. Voi tornerete a casa vostravostro padre evostra madre sono due eccellenti creaturee vi riceveranno a bracciaaperte. Io tornerò a vagabondare pel mondo e a distrarmi. Già…fu un errore. Non era nato per la vita di famiglia io. Badate chesiamo in debito di un semestre di fitto di casa. Ve ne avverto pervostra norma. Io parto sul momento. A rivederci.

Cosími separai da mio marito. Rimpatriatatrovai la mia famiglia quasipovera. Al rimorso di averne sacrificato il benessere al mio egoismosi aggiungeva il dolore di scorgere che la salute dei miei genitoris’era alterata di molto per quei dispiaceri. Erano invecchiatiquasi ad un trattoerano diventati pensierositristidiffidenti.Quelle due creature sí semplicisí ingenuesíaffettuoseavevano subito una disillusione troppo grande e troppoinaspettata. Essi non avevano neppure mai immaginato che avessepotuto esistere al mondo un uomo come mio marito; ciò sarebbestato superiore di gran lunga al concetto piú triste cheavevano potuto farsi degli uominied era naturale che ne fosserocolpiti sí al vivo. Una sola cosa consolava me ed essi diquella sventura. Io stava per diventar madre. Io avrei avuto unoscopo nella mia vita; essiun affetto nuovouna nuova divagazione;sentivamo tutti e tre che questo avvenimento ci avrebbe fattodimenticare il passato di cui lo consideravamo quasi come uncompenso.

Eranotrascorsi cinque mesi dal giorno della nostra separazioneallorchéuna sera d’invernomentre stavamo seduti al caminettoconversandoecco aprirsi l’uscio improvvisamentee compariremio marito. Egli era tutto alterato e in cattivo arnese.

Ioinnalzai un grido di spavento. Mio padre gli si avvicinòtremante per emozione e per irae gli chiese:

-Cosa volete?

-Vengo a riprendere mia moglie- rispose egli - noi nonsiamo divisi formalmentene ho tutto il diritto.

-Vostra moglie ha cessato di appartenervi da tempo.

-V’ingannatela legge mi dà facoltà di obbligarlaa seguirmi.

-Essa non si moverà di quiuscite.

-Mi costringete ad usare la violenza? Ciò mi dispiace.

Misi avvicinòe afferratami pel bracciofece atto ditrascinarmi verso la porta. Io resistettiscivolaie caddipercuotendo del seno sopra una sedia. Egli mi lasciò libera emi disse: - Vi siete fatta male? Perdonate madonna: non era miaintenzione.

Miopadre era vecchio ed impotente a difendermi. Eravamo soli in casa.

-Volete del denaro? - gli chiese egli.

-Non accetto danaro da alcunoma ho tuttora alcuni crediti su vostrafiglia che mi dovete soddisfare.

-Passate nella mia camera.

Nelritornare si affacciò all’uscio e mi disse:

-Foscanon vi ho mai voluto maleve lo giuronon avrei volutorendervi infelicema era predestinato. Io sono un miserabile. Oravivete tranquillanon mi rivedrete mai piú.

Eduscí. Mio padre gli aveva dato quasi tutto il denaro che glirimaneva. La nostra fortuna era pressoché rovinata.

L’emozionee la caduta affrettarono l’istante che aveva tanto desiderato.Sentiva che stava finalmente per diventar madre. Nel mio stessodolore io era felice. Questa nuova sciagura aveva affrettato ilpremio di tutte le mie sofferenzeil conforto e la gioia della miavita. Ohimè! Io non aveva preveduta la piú grandelapiú crudelela piú orribile di tutte le sciagure.

Miofiglio vivevama io non poteva diventar madre.

Lanatura mi era stata anche in ciò sí matrignache avevaposto ai piaceri del mio amore il prezzo della mia vita. Non solo miaveva privato della bellezza perché non provassi mai le gioiedi un affetto corrispostoma mi aveva reso anche deforme perchénon godessi nemmeno di quelle piú pure della maternitàche sole avrebbero potuto salvarmi. Sío Giorgioun figliomi avrebbe salvata. La solitudine delle mie passioni mi ha invecerovinataperduta!

Maa che prolungarti questo racconto? Io scampai miracolosamente ad unamorte quasi sicura. Lasciai il letto dopo un anno di malattiaincadaveritaconsunta come mi vedi. Mio padre morí dicrepacuore; mia madreche non era vissuta che per luilo seguípoco dopo. Di mio marito non seppi piú nulla. Io mi riunii amio cugino cheper avermi fatto conoscere lui l’autore di tuttele mie sventurenella sua generosità se ne credeva quasiresponsabile. Ed ecco la mia storia.

Seio potessi dirti ora la vita che ho vissuto in questi quattro anni diisolamentotu ne saresti atterrito. Fino allora io era stata unafanciullaaveva conosciuta nulla del mondo; i miei doloribenchégrandierano stati in certo modo compensati da quelle illusionichel’inesperienza e la gioventú avevano ancora il potere dicrearmi; possedeva ancora il segreto della fatua felicità deigiovani - sapeva sperare; ora tutto era mutatotutto l’edificioera caduto; io era rimasta sola colle mie passionicolle mieinfermitàcolle mie debolezze; con tutte quelle miserie chela natura ha dato alla donnasenza il compenso di una sola delle suegioie.

Tiho detto come l’amore fosse una condizione della mia vitacomequesto bisogno fosse esigente e irrefrenabile fino dai primi annidella mia fanciullezza; immagina tu cosa doveva essere alloracosa èadesso. Io non fui amata piú mainon sperava piú diesserlopoiché ove pure la mia disavvenenza non lo avessereso impossibileil mio cuore non era tale da darsi ad un uomocomune. Cosí tutto era contraddizione in metutto era urto edantitesi: il cuorela natural’isolamentole infermitàmi spingevano all’amore; la bruttezzal’orgoglioleesigenze dell’onoreil dovere me ne trattenevano. Mai lotta piúlunga e piú crudele fu combattuta in un’anima. Ho iofinito adesso? ho io vinto? Tu solo puoi rispondermio Giorgiotusolo!".





Cap. XXX

Inquel frattempoprevedendo il dolore che avrebbe cagionato piútardi a Fosca una mia gita a Milanomi v’era recatofurtivamentee nel giorno stesso in cui ella mi mandava questiultimi cenni sulla sua vitariceveva da Clara la lettera seguente:

"Tiho accompagnato col pensiero fino a * * *. Sono le tre dopomezzanottee tu vi arriverai in questo momento. Ho voluto coricarmisubito appena ti ho lasciatoe alzarmi adesso per scriverti e perveder spuntare il giorno. Dico che ho voluto accompagnarti colpensieroperché dormendo ero sicura di sognarti. Oramai visono sí avvezzae mi par cosa sí naturaleche sepassassi una notte sola senza sognarti ne sarei spaventata.

Nonpuoi credere la strana impressione che mi fa questo trovarmi alzatain quest’ora. Che silenzioche raccoglimento! Pensare che mainella mia vita ho passato quest’ora svegliata! È una cosasemplicissima; pure è un’idea che mi colpisce. Io vivoadesso in un istante che era venuto migliaia di volte nella miaesistenzae in cui non aveva mai vissuto. Sono anche contenta dipoterti scrivere in questo momentoperché ora tu dormi e mipare che tu mi appartenga di piú. Non so cosa pagherei pervederti dormire! Non ho mai potuto comprendere perché si trovisí gran piacere a veder dormire una persona che si ama; forseperché possiamo vederlaguardarlapensarci liberamentesenza bisogno di dissimulare le sensazioni che ne proviamo; perchéla vediamo come disarmatamansuetamigliore? O piuttosto nonavviene egli perché in quell’abbandono apparente dellavita materialevi è una trasparenza che ce ne lascia vederl’anima? Quando vedo dormir mio figlio ne sono quasi sicura.

Aproposito di mio figlioho trovato mezzo di inserire anche il tuonome nelle orazioni che gli faccio dire tutte le sere. Giorni fapassando con lui presso un venditore di immagini di chiesaecco líuna litografia colorita di ruggine di ferro e di rosso di mattoneche rappresentava S. Giorgio a cavallo in atto di combattere ildrago. Quel cavalloquel drago lo hanno colpito vivamente. Glie l’hocompratoe gli ho detto che essendo quello il santo il quale uccidei draghi che mangiano i cattivi fanciulliconveniva ricordarsenetutte le sere nelle sue orazioni. Se le sue preghiere hanno unvaloreIddio ne terrà conto lo stesso; del resto io sono giàfelice di sentirlo pronunciare il tuo nome.

Voglioandare domani a passeggiare lungo la via che va a Loretodoveabbiamo fatto colazione insieme ieri l’altro. Come siamo statifelici! Dio mio! Ma veramente io sono sempre stata felice. DavveroGiorgio! Sono nata cosí. Un’altra donnacol mio passatosi reputerebbe miserissima: io nosento che sarei ingiusta alagnarmene. Prima che ti conoscessi ero felice di una felicitàmestapassivainconsapevolefelice come lo sono i fanciullimanondimeno lo ero. Te lo dico perché quel debito di gratitudineche io n’ho al cielo mi par quasi che lo esiga. Ho piacere chetuche altri lo sappianocome si ha piacere a far conosceree aconoscere una buona azione.

Sai!Oggi a pranzo mi furono date alle frutta delle piccole peschemuscatesimili a quelle che ci avevano dato a Loreto. Figuratineho mangiato un profluvio! Un orrore! Assaporandolee chiudendo unpoco gli occhimi pareva di esserti ancora vicino.

Luimi ha detto: - Che diavolo! Tutta quella frutta ti faràmale! - Se avesse saputo! Se avessi potuto mandartene una! Maveramente - l’avrai rimarcato ieri l’altro - iosono ghiotta come i ragazziio mangio troppoio divoro!

Vogliomandarti le primizie della mia età senile!

Ierila pettinatrice mi ha detto: - Ohsignoraun capello bianco! -Possibile! strappalo -. Era veramente un capello d’argentoe te lo mando perché tu lo veda e lo conservi come la data diun’epoca.

Quelladonna mi ha raccontato che il primo capello biancogettato in unlagosi cambia in un’anguillae si è incaponita asostenere questa tesi. Vuoi credere che questa superstizione mi faribrezzoe non avrei il coraggio di fare questo esperimento? Masarei pazza di sapere perché e in che momento questo capello èdiventato bianco! È un’idea che mi tortura il cervellosenza rimedio.

Sepotessi incanutire interamente in un giorno! Se tuvenendo quiun’altra voltami trovassi invecchiata ad un tratto… unavecchiettatutta biancatutta rugosa! Come ne sarei felice!

Voglioche tu mi faccia fare una chiave della nostra stanzettavoglioandarvi qualche volta intanto che tu sei lontanovoglio andarvi apregare. E non credere che te lo dica per celia: davveroGiorgiosev’è un luogo dove io sento che potrei pensare al cieloesentirmi piú buonae pregare proprio con fervoregli èquello. È bene di avere sulla terra un luogo dove potersiricordare del cielo: di là la felicità vi ci ha giàavvicinati. E poisei tu che vieni a visitarmie son io che dovreiapparecchiare pel tuo ricevimento. Vorrei gareggiare con te in questosfoggio di apparecchi. Vedresti che ordineche abbondanza di fioriche assortimento di confetti!

Riprendoa scriverti dopo una mezz’ora d’intervallo. Sono stata sulbalcone a veder spuntare il giorno. Che spettacolo delizioso!

Nonl’aveva osservato chi sa da quanto tempo. Credo che un uomodisgustato della vita non avrebbe che ad assistere allo spettacolo diun’aurora per riamarla; almeno sono ben certa che in quelmomento non avrebbe il coraggio di morire. Una cosa orribileunaraffinatezza di crudeltà mostruosaè l’abitudineche si ha di giustiziare i delinquenti al mattino. Morire alla seranon deve esser per metà sí doloroso. Ma non parliamo diquestoio amo la vitaGiorgioio l’amo in qualunque momento;io sono felice.

Sonorientrata perché spira un’aria acutafrizzantee non hoindosso che una camiciuola sottile quanto una ragna. Se vedessigl’inchini che si fanno i miei fiori sotto le carezze di questoventicello balsamico! Vi sono certe formiche colle ali che vanno su egiú per uno stelo di geraniocon una furiacon una premurada non dirsi. Vannotornanos’incontranoripartonotornanoad incontrarsi… che faccende sono mai le loro? che affari leoccupano? Qual è lo scopo di questo strano lavorio? La genteche va e viene sulla strada quanto è lungo il giornoe che ioguardo spesso dal mio balconemi fa lo stesso effetto.

Iorido sovente di queste loro preoccupazioni. Io domando a me stessa:"Quella gente amano?". Tutto il resto mi par vano.

Vediquesta farfalluccia? Ho voluto mandartela; ronzava già daun’ora attorno al mio lume allorché io sono andata sulbalcone. Ne l’aveva cacciata mille volte colla mano. Oratornando l’ho trovata qui agonizzante. Ha urtato nella fiammellaed è caduta sulla carta con un’ala bruciata. Sarei purcuriosa di sapere il segreto di questa attrazione che la luceesercita sugl’insetti alati. Amano la luce e muoiono diquest’amore. Che cosa sublime! Ma veramente… quando sihanno delle alicome non amare la luce e l’azzurro? Hai maiosservato? Le farfalle sono molto migliori di noi. Quando siabbracciano muoiono.

Horaccolto questi fiori che ti mandoe che ho baciato uno per unoperché tu faccia altrettanto. Non è poca cosa ciòche ti mando oggi: un capello biancouna falena morta d’amore eun piccolo giardino. Non ti puoi lagnare. Ho anche posto un mio bacioin un punto di questo foglio che non ti dicoe tu devi saperlotrovare. Nella tua prima lettera mi dirai dov’è che lemie labbra hanno toccato. Non te ne dimenticare. Ci tengo a questaprova.

Addioper orao caro Giorgio. È giorno fattoe posso esseresorpresa. - Mi ami? Dimmimi ami ancora? Non ti sarai mutato inquesta eternità di dieci ore che ci divide? Io non sono piúquaggiú che per te. Sai dirmi se esiste qualche cosa fuori dinoiqualche cosa che possa dar piacere o dolore? Se vi è unavita fuori del nostro affetto? Come ti amoGiorgio! Dio miocome tiamo! E si può tanto amare? Può il cuore umano sentirtanto?"





Cap. XXXI

Pochigiorni dopo la guarigione di Foscaio ero già quasiconsiderato nella sua casa come una persona di famiglia. Ella avevasaputo trattenermi sí accortamente presso di séla suaimmaginazione era stata sí feconda di pretesti a questo scopoche suo cuginolungi dall’adontarseneaveva trovato questaintimità naturalissima e me ne sapeva grado come di unacortesia. Egli era un uomo semplice e debole. Benché labruttezzae piú ancora la malattia di Foscarendesseroimpossibile e quasi assurdo ogni sospetto di rapporti amorosi tranoile imprudenze di lei erano state tante e sí gravicheavrebbe pur dovuto avvedersene. Nell’affetto sincero e quasipaterno che egli nutriva per sua cuginaera invece felice di quellaspecie di sollievo che pareva recarle la mia compagnialieto diquell’interesse che io sembrava prendere alle sue sventure.

Eglimi lasciava solo con lei nella sua camerad’onde io non uscivaspesso che oltre la mezzanotte. Non sospettava neppure che altriavrebbero potuto sospettare. La sua fiducia non aveva limiti. Quellacecità provvidenziale che la natura ha dato ai mariti e agliamantiera in lui sí pienache ove io avessi amato quelladonnaavrei potuto abusare della sua fede colla maggiore sicurezzapossibile. Né oso dire ora quanto mi affliggessi diquell’abuso parziale che era costretto a farne. Questo cruccioera una delle amarezze piú acerbe di quell’affetto;poichéquasi non avesse bastato a torturare la mia coscienzail conoscerlo sí leale e sí ingenuoegli mi avevafatto alcune confidenze che mi avevano potuto dare una misura dellastima altissima in cui teneva il mio carattere. Mi aveva raccontatatutta la vita di Foscaquale io l’aveva appresa da leie miaveva parlato con dolore dell’affanno in cui lo poneva ilpensiero delle sue angoscie intime e della sua salute incurabile.

-Questa spina - mi aveva egli detto sovente con quel suolinguaggio rozzoma schietto ed affettuoso - è ciòche non mi lascia avere un’ora in pace. Non v’è cosasí fuori di posto come una donna che viva con un soldato.Portarla di quaportarla di là… co’ suoi nerviella che non ha piú salute di un invalido! Se un soldatopotesse avere una casa propria come gli altri galantuominimenomale; ma noi siamo invece condannati a girare di paese in paese comeil giudeo che ha dato lo schiaffo al Signore. Quando ci pensomiaccapiglierei con Domeneddio. Farci brutti e senza salutevada; malasciarci soli e senza una gioia al mondoè troppo. I libripoi hanno finito di rovinarla. Al diavolo i libri! Per me li hosempre avuti cari come uno stecco in un occhio. - Voi avetemolta pazienza con leive ne ringrazio. Voi siete un giovinedabbeneun giovine intelligentee la vostra compagnia le piace. Viammiro; quando aveva la vostra età non aveva un’onciadella vostra calmae dirò anche del vostro giudizio. Non vifaccio altri elogiperché gli elogi sono della natura delvino - ubbriacano. Ho stima di voie potendolosarei felice digiovarvi. Ecco tutto.

Emi stringeva la mano con calore; e mercè quella sicurezza checi dava la sua stessa intimitàrafforzava egli medesimosenza saperloquei vincoli segreti che mi legavano a Fosca.

Seio ho dovuto tradire la nobile fiducia di quell’uomoecompensarla piú tardi d’ingratitudineil cielo mi ètestimonio della inesorabile fatalità che mi ha trascinato afarlo. Egli sa che di tutte le amarezze che mi provennero da questoamore sciaguratoquella fu la piú vera e la piúprofonda.





Cap. XXXII

Foscaed io vivevamo quasi uniti come due amanti. Se io avessi potutoamarlasentire veramente per essa ciò che la sola pietàm’induceva a fingere di sentirenessuna donna avrebbe potutoessere piú felice di lei. Perché nessun’altraavrebbe potuto amare piú intensamente. Lo stesso affetto diClara non era né sí assolutoné síprofondo; non aveva né la forzané l’abbandononé la continuitàné la voluttuosa mollezza delsuo. La natura di Fosca era stata in ciò privilegiata. Se ilcielo le aveva negato la bellezzalo aveva forse fatto pertemperarecol difetto di questal’esuberanza pericolosa diquella.

Oltrea ciòella pensavaagivaamava come una persona inferma.Tutto era eccezionale nella sua condottatutto era contraddittorio;la sua sensibilità era sí eccessivache le sue azionii suoi affettii suoi piacerii suoi timoritutto era subordinatoalle circostanze le piú inconcludenti della sua vita d’ognigiorno. In una sola cosa era costantenell’amare e nelcontraddirsiquantunque nelle sue stesse contraddizioni vi fossequalche cosa di ordinato e di coerentee nel suo amore un non so chedi oscuro e di mutabile che non ne lasciava comprendere la natura elo scopo. Era ben certo che in fondo a tutto ciò vi era uncaratterema si poteva meglio indovinarlo che dirlo.

Passavamoquasi tutta la giornata assieme. Al mattino la vedeva da sola comeprima; alla sera suo cugino si tratteneva qualche ora con noi; poifiniva coll’uscire e col lasciarci soli da capo. Spesso Foscateneva il lettoe io vegliava al suo capezzale gran parte dellanotte. Era impossibile ribellarsi a quelle esigenzeimpossibileallontanarsi da lei un istante piú presto di ciò cheera inesorabilmente necessarioo lasciarle apparire soltantol’affanno in cui mi poneva quel sacrificio.

Ciòavrebbe bastato a provocare qualche accesso terribile. Era cosaavvenutami qualche volta nei primi giorni della nostra relazioneen’era rimasto sí atterrito che mi sarei assoggettato aqualunque gravissima prova per evitarlo.

Durantequelle sue convulsioni io temeva che ella morissee mi sentivarabbrividire a questo pensierogiacché se ciò fosseavvenuto ne sarei stato io la causa. L’abitudine mi aveva resoin pochi giorni sí rassegnatoche io aveva quasi cessato dicredere alla possibilità di sottrarmi a quella tortura. Iltimore di ucciderla mi rendeva capace di qualunque sacrificio. Ellami faceva rimanere vicino al suo letto delle lunghe oree nelleposizioni le piú penose; o col capo sul guancialeo collemani intrecciate colle sueo col viso rivolto verso la luce perchépotesse vedermi bene. Mi conveniva chiudere gli occhiaprirlifingere di dormiresorridereparlaretacerealzarmipasseggiaretornarmi a sederesecondo che ella mi diceva di fare. Unadisubbidienza commessa con garbo poteva farla sorriderema un attodispettoso poteva avere conseguenze fatali. Quando era malata moltoi miei tormenti divenivano ancora maggiori. Ella aveva degli eccessidi tristezza e di disperazione veramente spaventevoli. La pietàche ne sentiva mi lacerava il cuore. Spesso era assalita da emicraniesí violente che ne diventava come pazza. Si lacerava icapellie tentava di percuotere la testa alla parete. In mezzo aquelle sue urlaa quei suoi spasiminon si dimenticava peròdi me; mi avvinghiava tra le sue braccia con forzaquasi avessevoluto cercar salvezza sul mio senoe non mi lasciava libero se nonquando i suoi dolori l’avevano abbandonata. Io rimaneva tra lesue bracciainertemutoinorriditocogli occhi chiusi per nonvederne il voltoatterrito dal pensiero che una mia imprudenzaavrebbe provocato in lei quelle convulsionidurante le quali avrebbepotuto tradire inconsciamente il nostro segreto. Nei pochi momenti dicalma le leggeva qualche libroo parlavamo del nostro passato; e iomostrava di metter fede e interesse nei progetti strani e impossibiliche ella formava pel suo avvenire. Allora ella era spessoragionevolespesso anche amabilesempre buona; il suo dire era síaggraziatosí facilee le modulazioni della sua voce sídolciche a non vederla si poteva rimanere incantati della suacompagnia.

Negl’intervallidi benessere che le lasciavano di quando in quando le sue infermitàera vivacelietaqualche volta scherzosa. Alzataera altra donna.Lo sfarzo dei suoi abitii suoi profumii fiori di cui riempiva lesue stanzesembravano metterla in una luce piú serenaecircondarla d’un’atmosfera meno lugubre. Benché que’suoi acconciamenti sí ricchi dessero maggior risalto alla suabruttezzanon la rendevano però sí spaventevole. Inquei momenti v’era nella sua persona qualche cosa di vivodigiovanedi voluttuoso che il letto e la malattia non lasciavanoapparire.

Passavaquasi tutto il giorno in un suo gabinetto dove non riceveva altrepersone che suo cugino ed io. V’era colà un ampio divanodi velluto turchinosul quale mi faceva sedere vicino a lei; miaveva assegnato un posto alla sua destraed esigeva che non misedessi in altro punto del divano che in quello. Non vedendomi maiche làdiceva ellapotevaallorché io non v’erasedersi al suo posto e illudersi di avermi vicino. Spesso mi tenevaabbracciato delle lunghe oree mi faceva ripetere parola per parolaalcune frasi affettuose che né il mio cuore mi avrebbesuggeritoné avrei avuto la forza di dirle. Queste sue follieerano inesauribili come la mia rassegnazionegiacché tuttociò che avrebbe formato la felicità di un amanteformava invece la mia torturané sapeva indurmi adimostrarglielo. Mi copriva di petali di fiorimi faceva magiare deibottoni di roseo assaggiare le sue medicine che erano quasi sempreamarissime. Talora esigeva che mi mettessi al tavoloche lescrivessi una lettera amorosa che mi dettava sovente ella stessa.Dopo essersi abbandonata a tutte queste follieera spesso assalitada una tristezza improvvisasi buttava a terra in ginocchiomidiceva di perdonarlae piangeva. Passava da un eccesso all’altroad un trattosenza cause apparenti; e non aveva alcuna moderazionené ne’ suoi doloriné nelle sue gioie.

Ciòche mi pareva piú incomprensibile in leiera che non vivevache di caffè. Non veniva a tavola che per trovarmisi vicinaeper mettere a prova la mia pazienzafacendo passare i suoi piccolipiedi sotto i mieiperché glie li premessio pizzicandomi leginocchia sotto la tovaglia. In quei momenti sapeva che io avreitollerato tuttoe abusava volentieri di questa sicurezza.

Allasera facevamo abitualmente una passeggiata in carrozza. La stagioneera ancora assai caldae spesso non uscivamo che sull’imbrunire.Il moto della vettura conciliava sí bene il sonno alcolonnelloed egli era sí felice di sapere che v’era líio per conversare con sua cuginache non aveva posto piede sullapredella che era già addormentato. Fosca sembrava trovaremaggior piacere in quelle strette di mano e in quei baci che mi davadi sotterfugio in quei momenti. Quella era per lei l’ora piúfelice della giornata: il sapere che suo cugino era líche ioavrei osato dir nullaoppormi a nullarendeva la sua arditezzaancora piú tormentosa. Le sue imprudenze erano in quei momentisenza numero.

Inquanto a me non v’erano istanti piú tristi di quelli.

Lestrade che percorrevamo erano quasi tutte strade di campagnastrettesolitarieaperte in mezzo ai vigneti ed ai prati. Era ilprincipio dell’autunno; i grillile locustele piccole ranedelle siepi riempivano l’aria d’una musica piena didolcezza e di melanconia. Il cielo era quasi sempre sereno estellatol’aria impregnata di profumi. In quei momenti avreivoluto pensare a Clararaccogliermi e dimenticarmi in quel pensieroma non era possibile. Fosca mi richiamava inesorabilmente alla realtàdella mia situazione.

Maa che scopo ricordare le angosce di quei giorni? Furono tali doloriche non si possono né immaginarené direnéforse sopportare senza soccombervi. La prova che io ho subita fubreveed è a ciò soltanto che ho dovuto la miasalvezza. Venti giorni dopo la convalescenza di Foscaio non avevagià piú né salutené coraggionésperanza di sopravvivere e quella sciagura.





Cap. XXXIII

Unacosa sovratutto - e la noto qui come quella che può darragione dell’abbandono in cui ero cadutoe della sfiducia ches’era impadronita di me - contribuiva ad accrescere il miodolore: il pensiero fissocontinuoorrendoche quella donnavolesse trascinarmi con sé nella tomba. Essa doveva morireprestociò era evidente. Il vederla già consuntagiàincadaveritaabbracciarmiavvinghiarmitenermi stretto sul suoseno durante quei suoi spasimiera cosa che dava ogni giorno maggiorforza a questa fissazione spaventevole.





Cap. XXXIV

Oltrea ciò mi era avveduto assai presto che il nostro amore non erapiú un segretoe che tutto il ridicolo di una similerelazione cadeva sopra di me. Ho detto il ridicologiacchéper tutti coloro che non conoscevano né i casinél’indole di Foscatali rapporti non potevano essere cheargomento di meraviglia e di riso. È difficile che il mondoattribuisca ad una passione amorosaaltre cause ed altro scopotranne quelli che hanno in natura. Né è in ingannogiacchéa dispetto nostrola stimail cuoreil sentimentonon sono che modi e pretesti per condurci al piacere. L’amore ilpiú elevato non ha altro fine che quello che ha l’amoreil piú ignobilese non che questo vuol andarvi direttamentequello per vie illusorie ed obblique. Dare per pietà ciòche si dà per egoismoè poi sacrificio sígrande e sí raro che pochi o nessuno lo puòcomprendere.

Foscaaveva una cameriera giovane e bellafidanzata ad un domestico di suocugino. Mi era sembrato un giorno che ella mi avesse visto dare unbacio alla sua padronanell’istante che attraversava uncorridoio nel cui fondo v’era uno specchio che rifletteval’interno del nostro gabinetto. Non era in errore. Una seraneldiscendere le scaleintesi che ella parlava di me al suo innamoratoin una stanzetta attigua al pianerottolo.

Miarrestai ad origliare.

-Non sai? - gli diceva ella -ora ne sono proprio certa; lasignora Fosca fa all’amore col capitano.

-Possibile! Non lo crederei se vedessi.

-Mio caroio ho vedutoe ci credo.

-Cosa li hai veduti fare?

-A darsi un bacio.

-Lei a lui?

-Nolui a lei.

-Ah! ah! è doppiamente incredibile! quella donna farebbescappare il diavolo.

-Tutti i diavoliè addirittura orribile!

-Vorrei poi vederla in camicia.

-Cattivo.

Ein mezzo alle loro risa intesi il rumore di un bacio che si eranodati quasi per accertarsi della differenza che vi era fra i loro ed inostri.

Miallontanai profondamente ferito nella mia vanitàtristemortificato.

Maciò non era il peggior male; tutte le persone chefrequentavano la casa del colonnello se n’erano avvedute;nessuno osava parlarmenema il loro contegno me ne assicurava. Piúvolte a tavola aveva sorpreso alcuni sorrisi e alcuni sguardi diintelligenza che mi avevano trafitto il cuore. Si rideva di me quasiapertamentesi parlava di quell’amore come di una aberrazionemostruosa. La sola persona che non avesse penetrato questo misteroera suo cugino.





Cap. XXXV

Aquesto punto io sono tentato di desistere dallo scrivere queste miememorieperché comprendo adesso tutta l’impossibilitàdi farlo come lo richiederebbe l’importanza de’ mieidolori.

Laparola - questa pittura del pensiero - non sa ritrarre chele passioni comuni e convenzionali; rende i profilima non ha néle luciné le ombrenon sa mostrare né le profonditàné le salienze; le grandi gioie e i grandi dolori non li sadire. Le pagine che ometto quiperché dispero di saperesprimere con verità ciò che ho soffertodovrebberocontenere i dettagli piú strazianti di questo racconto. Tuttal’orribilità di quel mio passato fu nei due mesi chetrascorsi al fianco di Foscaed è ciò che èimpossibile raccontare. Mi basta di segnare qui alcune epoche perpoter dire piú tardi "fu in quel giornofu in quell’orafu in quell’istante". Il tempo cancella le date impressedal tempoma quelle che il dolore ha scolpite nei cuori degli uomininon si cancellano mai.





Cap. XXXVI

Eravamonel mese di novembre. Fosca mi disse un giorno: - Domani andremoa passare una giornata intiera in campagnaandremo a piangere sullefoglie che cadono.

Illuogo dove dovevamo recarci era una fattoria a dieci miglia dellacittàsituata in una posizione incantevolea piedi degliAppennini. V'era già stato con essa altre voltee vi andavavolontieribenché la compagnia di Fosca mi amareggiasse ditanto quella gioiada rendermivi quasi indifferente. Ella invece neera pazza; quelli erano i giorni piú lieti della sua vita. Seio fossi stato poco piú fortepoco piú generosoavreipotuto e dovuto essere felice di quella felicità sípiena e sí grande di cui godeva ella stessa. Ma io nonpossedeva che la virtú della tolleranzanon sapeva cherassegnarmie non poteva pretendere di piú dal mio cuore.

Inquel giorno ero mesto e scorato piú che mai. Mi ero avvedutoche la mia salute si alterava spaventevolmentee che il miocoraggiola mia forzala mia gaiezza svanivano a poco a poco conessa.

L'ultimavolta che Clara mi aveva visto ne era rimasta atterritae mi avevadetto: - Povero Giorgiomi pare di vederti ancora quale ti vidila prima volta che venisti a battere all'uscio della mia casa; seimolto tristemolto dimagratoche hai? - E non so se fosse perpietà che le inspirasse di nuovo il mio statoo per affannisuoi intimiella era assai pensierosa e assai mesta.

DacchéFosca era guaritam'era recato a vederla due altre voltee l'avevasempre trovata cosí; non mi pareva piú quella. Non chemi amasse di menoma non era piú lieta come primanon misembrava piú felice. E perché si affannava adesso adaccertarmi del suo amorea giurarmi che mi amavaa chiedermi se ilsuo affetto era tutta la mia vita e la mia felicità?

Ohimè!Io dubitavo. Io conosceva assai bene il cuore degli uomini. Quandol'amore se ne vaallora si sente il bisogno di affermarlo. Noi siamopiú costanti della naturapiú fedelipiúcoscienziosi; noi vorremmo trattenere questo amore che la natura ciinvolama è indarno. Comecome amare ancora quando l'amorese n'è andatoquando il nostro cuore è rimastodesertoe l'oggetto delle nostre affezioni non ha piúun'attrattiva per noi? Noi possiamo piangere su questa fralezzadell'amorema non possiamo arrestarlo: egli abbandona i cuori che vihanno troppo creduto.

Ionon sospettava che Clara avesse cessato di amarmino; questosospetto mi avrebbe ucciso (almeno allora lo credeva)ma mi sentivanell'anima mia qualche cosa di simile al presagio di una sventuralontana; mi pareva che avrei dovuto perderlae l'amava di piú.Cosa portentosaincomprensibile a me stesso; l'amava piúancora di primaoltre quella misura che aveva giudicata estremapiúdi quanto aveva creduto compatibile colla nostra natura mortale.

Talesono stato in ogni tempo. Il pericolo non ha mai smentita quella fedeche aveva riposta negli esseri e nelle cose che mi erano care. Nonon li ho mai abbandonati. Allorché io li ho veduti sfuggirmimi sono avvinghiato ad essi per gettarmi insieme nell'abissoperprecipitare in una rovina comune.

Pensavaa queste cose seduto sulla riva di un torrentepoco lungi dallafattoriadove era venuto insieme col colonnello e con Fosca. Dopotante ore di persecuzioneera riuscito a trovarmi solo un istanteed era fuggito in quel luogo quasi a nascondermivi. Era assetato dipace e di solitudine. In quel giorno Fosca era stata intollerabilemi era divenuta odiosa. Durante il viaggiodurante la colazionedurante le nostre passeggiate nel giardinonon mi s'era tolta dalfianco un istante. Suo cugino aveva preso un fucile ed era andato asparare ai colombi; ella mi aveva condotto sotto un alberomi avevafatto sedere vicino a leie m'aveva parlato del suo amore sía lungo e sí calorosamenteche n'aveva l'anima piena didisperazione e di tedio. Non sentiva piú alcuna pietàper essaperché mi pareva di meritarne di piú iomedesimo.

Avevaora approfittato di un momento in cui ella aveva dovuto allontanarsiper fuggire e per andarmi a sedere sulla riva di quel torrente.

Daquanto tempo non m'era trovato piú solo in campagnae nonaveva piú inteso la voce soave della natura! Era un luogoorribilmente incantevole; il suolo a rocciea borria dirupiadavvallamenti; il torrente scorreva nel fondo di una forra in un lettodi selci terse e bianchissime; querce e castagni secolari sporgevanoda una riva e dall'altra le loro braccia che si intrecciavano; ilsole vicino a declinare gettava sulla superficie dell'acqua alcuniraggi che sembravano convertirla in tante lame d'oro e d'argento. Diquando in quando uno sbuffo di rovaio faceva cadere una pioggia difoglie che l'acqua travolgeva nei suoi vorticio spingeva verso lariva; il terreno era fiorito di ciclaminidi pratellinedi viole;una pispola cantava sopra il mio capo; io guardava e sognava.

Eralàseduto da un'oraallorché alzando gli occhi versola sommità del burronevidi Fosca che stava sedutaguardandomi. Io la vidi e non mi mossi. Ella si alzòesitòun istantepoi attraversò correndo un tratto della rivacoperto di acacie e di rovimi raggiunsee si lasciò caderevicino a me senza parlare.

-Mi sfuggi? - mi disse ella finalmente dopo un lungo silenzio.

-Noma aveva bisogno di esser solo.

-Perché non avvertirmi?

-Temeva d'offenderti.

-Credevi meno offensivo il non dirmelo?

-Mio Dio! - io dissi - ma tu vuoi mettere il mio cuore aduna prova ben esigente!

Ellafece atto di alzarsi.

Iosollevai gli occhi per un movimento quasi involontarioeraccapricciai nel vedere che aveva il volto e le mani tutte copertedi sangue. Nell'attraversare la riva correndos'era ferita allespine delle acacies'era lacerati i capellie aveva fatto a braniil suo abito.

-Resta- io le dissi con voce commossa afferrando le sue braccia- tu sei feritatu devi soffrire.

Ellasi guardò le mani senza muoversie disse:

-Non me n'ero accorta.

Lesciolsi un fazzoletto bianco che aveva al colloe le asciugai ilvolto; andai a bagnarne un'estremità nell'acquae le lavai leferite. Ella mi lasciava fare senza dir parola: guardava il torrentecogli occhi fissi e spalancatie pareva assorta in una stranameditazione.

-Che hai? - le chiesi io - a che pensi?

Nonmi rispose.

-Vuoi che mi getti in quell'acqua? - mi disse ella dopo unmomento di silenzio.

-Fosca- esclamai - non essere cosí ingiusta con me;iotu lo saiio ho momenti di tristezzadurante i quali possoessere qualche volta cattivoma tu conosci il mio cuore.

-È perché lo conoscoperciò appunto che vorreiliberarti del peso della mia affezione. Forse che io non vedo le tuetorture?

Lestrinsi la mano senza risponderlee le dissi dopo un istante:

-Credo che tu te ne sia fatta un concetto esagerato.

-Può essere - diss'ella.

Tacemmotutti e due per piú di un'ora.

Ellastrappava convulsivamente delle manate di erba che gettavanell'acquaapplicava delle foglie sulle sue graffiaturee le levavaper vedervi le traccie del sangue. Io guardava il fondo del torrenteseminato di macchiette d'alghe che l'acqua curvava scorrendo. Eravamoappoggiati l'uno all'altrama sí assorti in noisíimmobiliche non sentivamo piú il nostro contatto.

Ilcampanello di una muccache venne a pascolare sulla sommitàdella rivaci riscosse da quell'assopimento. Quella bestia ciaffissava con aria di stupida meraviglia; abbassava il caposbrucavauna boccata d'erbapoi tornava a rialzarloe a guardarci. Ad ognimovimento della testail campanello che le pendeva dal collo mandavaun suono sordo e malinconico.

Foscami disse:

-Perché mi guarda cosí?

-Non so - io risposi sorridendo - guarda pure me.

-Non però tanto fissamente. Ciò mi fa penanon so ilperchéma mi fa una gran penane ho quasi paura; mandalaviaGiorgiote ne scongiuro.

Esi nascose il volto tra le mani per non vederla. Io mi alzai e me leappressai un poco agitando un fazzoletto; ella si allontanòfuggendoe facendo tintinnare la sua campana.

-Credi che quella bestia sia piú felice di me? - mi chieseFosca quando tornai a sedermele vicino.

-Se il non aver affetti e passioniil non aver coscienza di bene e dimale può essere una sorgente di felicitàio credo chesí- dissi. - E in questo casoè anche piúavventurata di qualunque uomo avventuratissimo. Ma che ne sappiamonoi? Chi può scrutare nella loro natura?

-Ella era solae pareva nondimeno tranquilla. Non si amano forse traloro?

-Non come noi. Ciò che è strano è che l'uomosoltanto ha orrore della solitudine.

-Tu però la cercavi poco anzi.

-Per un istante.

-Perché volevi esser solo?

-Per pensare.

-A chi?

-Dio mio!… A nessunoa me stessoalla natura. Non hai maisentito il bisogno di esser sola?

-Síquando soffriva… per piangere.

-Ebbene…

-Tu volevi piangere? - interruppe ella - e per me?

-Ma no; - io dissi con impazienza - buon Dio; voleva essersoloecco tutto.

Foscachinò il capo con aria mortificatacolse una violae michiese dopo qualche momento:

-Perché rifioriscono adesso le viole e le margheritei primifiori che sbucciano a primavera?

-Credo che si sbaglino- io dissi - il tepore dell'autunnofa loro immaginare che l'aprile sia già ritornato. Vi sonomolti fiori che cadono nello stesso errore. I lillài rosaii sambuchitutte le piante primaticce tornano a metter le gemme inautunno.

-È vero- diss'ella - l'autunno e la primavera sirassomigliano. È la stessa cosa che la gioventú e lavecchiezza. Chi sa se a ottant'anni si risentano le passioni diquindici!

-Ma! - io dissi - è però ben certo che siriprovano le stesse debolezze. La vita è un arcole estremitàsi assomigliano perché sono vicine. Tutto ciò che vivepresentanel deperire e nel distruggersigli stessi fenomeni che hapresentato nel nascere e nello svilupparsi; si muore come si haincominciato a viverequasi che ciò che noi chiamiamo mortenon sia che il formarsi del germe di un'altra vita.

-E queste viole bianche - diss'ella - sono viole da mortonon è vero? Perché i fiori da morto sono tutti bianchi?

Iomi sentiva orribilmente tediato da quelle domande. Il sole tramontavain quell'istantel'orizzonte pareva in fiammei tronchi deglialberi spiccavano vivamente da quel fondo sanguigno ed abbagliante.Io pensava a Clara. Se ella fosse stata con me!

-Non so- io dissi - forse perché sono i piúmesti e i piú fragili.

-Regalami un fiore.

-Ecco.

Spiccaiuna primula gialla e gliela diedi.

-Che uccello è quello che canta?

-Mio Dio! Uno scricciolo.

-Come la sua voce è sottile! Che colore ha?

-Credo grigio; eccologuardalo lísu quel ramo.

-Credo che sia il piú piccolo dei nostri uccelli.

-Il piú piccolo.

-Dammi un bacio.

Mirivolsie la baciai con freddezza.

Sene avvidemi guardò e mi disse:

-Ti tormentonon è vero? Ebbene ti bacierò io sola.

Miprese una mano che si avvicinò alle labbra. Vedendo che io nonle dicevo nulla tornò a chiedermi:

-Ti annoio forse? ti faccio soffrire? vuoi che io vada via?Rispondimi.

Iocontinuai a tacere. Era tutto il giorno che ella mi opprimeva cosíil dispetto mi aveva reso muto e crudele.

-Rispondi - ripeté ella con accento supplichevole.

-Ohlasciami- esclamai io con impazienza - lasciami!

Ellasi alzòe incominciò a risalire lentamente la riva.Non si era allontanata che di pochi passiallorché intesi unsuo urlo acutissimo; mi rivolsie vidi che era caduta a terra inpreda ad una di quelle sue convulsioni terribili.

Compresitroppo tardi il male che aveva fatto. Quell'accesso era uno de' piúviolenti. Di là alla fattoria vi erano dieci minuti dicamminofra poco avrebbe annottatoio e lei eravamo soli in quellaforra.

Ladistesi sull'erba. Corsi a prendere acqua nella palma della manolespruzzai il voltoma indarno. Le sue grida e le sue convulsionierano calmate a poco a pocoma ella era ancora svenuta. Me lesedetti vicinoaspettando in un'ansietà mortale cherinvenisse. Scorse una mezz'oraera quasi buio. La mucca che avevamoveduto prima ripassò sulla sommità del burrone agitandoil suo sonaglioe si fermò un istante a guardarci. Anch'ioebbi quasi paura di quello sguardo. Quella donna distesa sull'erbacome mortacoll'abito lacerocol volto livido e insanguinatoaquell'orain quell'oscurità tetra che non era né lucené tenebrein quella forra profondasotto quei grandialberisoli… v'era in quel quadro qualche cosa di sítetroche raccapriccio ancora oggi a ricordarlo.

Quandom'avvidi che era inutile l'indugiaresollevai Fosca sulle miebracciae mi diressi verso la fattoria. Ella era sí magrasíconsunta che io indovinava quasi il suo scheletro sotto le pieghe delsuo abito di setae ne rabbrividiva. Quanta differenza da queigiorninei quali aveva per vezzo portato Clara in quel modo attornoalla nostra piccola stanzae aveva sentito fremere sulla mia personale sue forme pienepieghevolidense!

Ilcolonnello era stato assai inquieto per la nostra assenza; lo fuancor piú nel vederci tornare in quel modo.

Gliraccontai cheavendo udito le grida di Foscaera corso verso iltorrente e l'aveva trovata a terra svenuta; forse nel cadere s'eraoffesa il volto e le mani cogli spini.

Fuposta in carrozzacosí priva di sensi com'era. Durante ilviaggio non abbandonò mai la mia mano che stringeva tra le sueconvulsivamente.

Suocugino mi disse:

-Mi dispiace che ella vi fa stare in una posizione molto incomoda;poverettanon capisce piú nullavi ha scambiato per me.

-Certo- io risposi - ella crede di stringere la vostramano.





Cap. XXXVII

Giuntoa casaincominciai a provare quella specie di leggerezza e dibenessere che precede la febbre.

Mibuttai nel lettosmanioso di addormentarmidi non svegliarmi maipiúgiacché non potevo piú reggere agli assaltidi tutti quei pensieri che venivano a torturare il mio cervello.

Nontardai ad assopirmima passai una notte terribile; ebbi l'incubo; unfantasma spaventevole s'era buttato sopra di me e mi stringevamisoffocava col suo peso; sentivo un affannoun caldouna seteun'oppressura da non dirsi; al mattino mi svegliai come istupiditomi sembrava di non esser desto; sentiva una gonfiezza penosa nelcuoree mi pareva che egli si fosse ingrossatoe che urtasse conviolenza nelle pareti del petto. Non avendo potuto alzarmimandaipel medico.

-Era cosa da aspettarsi- mi diss'egli - vi vedevo deperireogni giornoe voleva avvertirvene. Me ne astenni sempre perchémi sentiva un poco imbarazzato a farvi questa confidenzae perchésperavo che un giorno o l'altro avreste trovato modo voi stesso ditroncare quella relazione. Ora non posso farne a meno. Bisogna chelasciate quella donna ad ogni costo; siete troppo sensibile.

-Credete che ella ne morrebbe?

-Non è cosa da potersi prevedere. Ad ogni modo voi non faresteche affrettarle di poco una crisi vicinainevitabile. Capirete che èquestione assai delicata; io non posso dirvi: "Fate questofatequello"posso avvertirvi di un pericoloecco tutto; è aciò che si limita il mio mandato. La vostra malattia attuale ècosa di cui guarirete in otto giorni; siete sanoe potetetrionfarnepotete farvi robusto; ma i germi del male li avete giàin voitrascuratelie non sarete piú in tempo. Vi ammaleretein piedivi consumerete senza avvedervene; alla vostra etàcolla vostra costituzionecolla vostra indolesi muore in questomodo. Non avete nessun altro dispiacere?

-Nessun altro.

Stetteun momento silenziosopoi riprese:

-Pensatecibisogna che scegliate fra la vostra vita e la sua; o voi oleiquesto è il dilemmaio mi limito a formularvelo.

Miprescrisse alcune medicineed uscí dicendo sarebbe ritornatoassai presto.

Passaitutto quel giorno in una profonda malinconia; v'era fuori un granventopiovigginava; io guardava le gocce di pioggia stillare giúper i vetrie le ventole dei tetti girare da un lato e dall'altrocigolando. La notte era vicinaincominciava ad abbuiarsii mobilidella mia stanza sparivano a poco a poco nell'oscurità; ilrumore della via cessavae sentiva da lontano certi rintocchi dicampane che mi stringevano il cuore di tristezza. Io era tuttoimmerso nel pensiero dei miei affetti e dei miei dolori.

Adun tratto intesi su per le scale un rumore di passi acceleratipoiun fruscio di abiti femminilipoi sentii aprirsi l'uscio conviolenzapoi Fosca comparve come una visione nel fondo della stanzacorse verso di mee si lasciò cadere inginocchiata vicino almio letto.

-Tu soffritu sei malatoe per colpa mia! Oh mio Giorgioo mioangeloperdonoperdono!

Singhiozzavae non poteva articolare altre parole.

-Fosca - io le dissi - che hai fatto? Alzatialzati.

-Nofinché non mi avrai perdonato.

-Ma io non ho nulla a perdonarti.

-Sídimmi che mi perdoni.

-Ti perdono.

-Oh graziegrazie!

Sialzò a stentoe si abbandonò con le braccia disteseattraverso il mio letto.

-Ieri ti ho tormentatoti ho torturato con le mie insistenzehoabusato troppo di te. Sísínon dirmi che non èvero. Io lo so che tu sei malato per questoio lo sento. Oh sonostata ben egoistaben trista! Povero Giorgio! E tu non vuoi neppuredirmi che son io che ti ho fatto ammalare. Ma sapessi quanto hosofferto anch'io stanotte! Dioquanto ho sofferto! Io ignorava chetu eri malato; era in letto io purel'ho saputo adessomi sonosubito sentita fortemi sono alzatasono fuggita. Povero angelo!povero angelo! Ohio sono una insensatauna miserabile!

Estringeva colle mani e mordeva la coperta del letto piangendo.

-CalmatiFosca- io le dissi - tu lo saiquestacommozione potrebbe esserti fatale; se i tuoi accessi… se ciòsuccedesse qui… pensa…

-Oh nonoè impossibileio soffro troppo in questo momento;e poi io non mi appartengo piútutta la mia vita è inteio non so piú di esistere. Ma guariraiguarirai prestonon è vero? oh guarisciguarisci!

Sialzòbuttò in un angolo il suo sciallee prese acamminare per la stanza con passi rapidi. Afferrò l'estremitàdi un tappeto che copriva il tavoloe lo gettò a terraassieme ad alcuni ninnoli che vi erano sopra. Guardò il cielodalla finestrasi avvicinò ad una paretevi appoggiòil capoe rimase in quell'atteggiamento alcuni minuti. Io laguardava istupidito.

-Non voglio che soffra tu solo- riprese riscuotendosi ad untratto - nononon voglio.

Guardòintorno alla stanzavide splendere sopra uno scrittoio la lamad'acciaio d'un tagliacartela prese e mi si avvicinògridando:

-Feriscimiferiscimi: dove è che soffri? nel pettonel cuore?ebbene feriscimi quinel cuorevoglio anch'io la mia parte didolorisívoglio soffrire anch'io.

Leafferrai la manoe le tolsi la lama che gettai a terra.

-Per carità- esclamai io - Foscanon tiabbandonare a questi trasporti. Io non sto malenon ho nullasiediti vicino a mesu questa sedia; se veramente mi amise ti ècara la mia vitala mia felicitànon mi affliggere e non miatterrire in questo modo.

Nondisse nullae si sedette. La sentiva piangere e singhiozzare fortenell'oscurità.

-Accendi un lume - io le dissi.

-Nomi vedrestiavresti orrore di me. Io ti vedo lo stesso. Non hobisogno di luce per vederti.

-Buon Dio! è forse la prima volta che ti vedo?

-È vero - diss'ella con tristezza.

-Ebbenesarò io che voglio vederti - aggiunse permitigare l'asprezza di quella risposta.

Sialzòaccese la lampadae tornò a sedersi vicino almio letto.

-Come sei pallido! Come sei bello! Ahperché sei cosípallido!

Stetteun momento a guardarmi come rapita. Alzò gli occhie vide unvecchio Cristo di legno appeso alla parete.

-Tu credi? - mi chiese ella.

-Un poco.

-E preghi?

-Qualche volta.

-Vi fu un tempo in cui ho creduto anch'ioin cui ho pregato anch'io.Quando aveva quindici anni piangeva tutte le sere pregando. Incollegio c'era un camerino dove andava a nascondermi per poter essersolae pregare ad alta voce senza essere sentita. Oh quell'età!quella fede! Ora è tutto finito. Sono tre anni che non pregopiú; penso sovente al cieloma senza invocarlo. Due mesi orsono nei primi giorni che ti conobbiin una notte che c'era stato ungran temporalee non aveva potuto dormiremi alzai e mi affacciaialla finestra. Aveva cessato di piovereil cielo s'era rasserenatocome per incanto e scintillava di miriadi di stellel'aria erafrescaimbalsamataricca di quel profumo acre che ha la terrabagnata; e allora mi ricordai con piú forza di Dioe tesi lebraccia al cielo quasi per chiedergli misericordia di me e della miagiovinezza infelice; ma fu indarnoio non sentiva piú la suavoce.

-Tu non puoi non credere- io le dissi - la tua bontàè una fedela tua virtú è una religionei tuoidolori sono una preghiera. Quanti onesti credono di essere ateiperché sono infelici! La loro infelicità sembra volerliallontanare dal cieloe non sanno di essere i piú credentidegli uomini! Può la bontà non essere credente?

-Ciò è vero - diss'ella. - Oh se potessicredere ancora! Ma per te crederòsaipregherò ancoraper te. Sarò esaudita lo stesso. Stasera dirò le mievecchie orazionile dirò sempretutti i giorni; domani andròin una chiesa per pregarvi e per piangervi.

Mifece passare una mano sotto il capovolse il mio viso verso il suo;mi guardòe mi sorrise cogli occhi bagnati di lacrime.

-Come sei bello cosí malato- mi disse - se tu nonsoffrissi vorrei vederti sempre cosí. Farei patto di passaretutta la mia vita in questo modovicino al tuo letto a guardarti.

Miarruffò i capelli con le manili fece cadere a ciocche da unlato e dall'altro del guancialesi alzòprese unospecchietto e mi disse:

-Guardati.

Iomi guardai e sorrisi. Baciò lo specchiolo riposee tornòa sedersi.

-Ora - diss'ella - me ne andrò; mio cugino erauscitoe non sarà tornato ancora; se lo sapesse!…Ebbenese lo sapesse!

-Ma che monta? - riprese crollando il capo e riabbracciandomi -io ti adoroGiorgioio ti adoro. Che m'importerebbe il perdere lamia pacela mia famail rendermi anche ridicolaquando ciòfosse per te? Ove è il tuo male? Nella testanel cuore?

-Nell'uno e nell'altropiú nel cuore.

-Anche il mio è lí. Mi sento una penaun fuocounaquantità di sangue… Ti parrà strano che io tantoconsunta soffra di troppo sanguee pure è cosí. Ierimi sono sentita meglioquelle graffiature mi avevano fatto bene.Dovresti levarmene un poco.

Sitolse uno spillone dalla cinturame lo diede e mi disse:

-Forami una manoforami.

-Ma è una follia! Che idea!

-Nono; - esclamò ella con impazienza - lo vogliote ne pregoGiorgio!

Ioallontanai il braccioella fu sollecita ad afferrarloa tirarloverso di sée a percuotere la mano che aveva libera sullospillo. Si ferí leggermente; una goccia di sangue cadde sulmio guanciale.

-Ora sono contenta- disse ella- mi fa malemi abbruciasono contenta.

-Va'va'!- le diss'io - è tardi.

-Síandròritornerò domani; fuggiròancora. Oh! per pietànon soffrirenon esser triste;guarisci prestoguarisci presto.

Siabbassò a raccogliere lo scialle che aveva calpestatopasseggiando. Guardò tutt'intorno alla stanzaguardòil mio lettoi miei mobilie disse:

-Che pace vi è qui dentro! Che raccoglimento! Che religione! Èqui che tu vivio mio Giorgio -. Si inginocchiòestette assorta un istante non so in quali pensieri; si calò ilvelo del cappellosi alzòe mi disse con voce ferma erisoluta:

-Un solo baciouno soloe partirò subito.

Labaciai; attraverso il suo velo vidi lucere le sue lagrime.

Preseun lembo del mio lenzuolo e se lo avvicinò alle labbra; baciòanche un piccolo libro che v'era sul tavolino. Quando fu vicinaall'usciotornò indietrosi fermò a piedi del miolettosi appoggiò colle mani incrociate sulla spallieramiguardò un istante; poi uscí senza parlare.

All'indomaniil dottore mi trovò assai peggiorato.





Cap. XXXVIII

Dodicigiorni dopo io aveva già lasciato il lettoma il medico miaveva prescritto un riposo continuo. Non uscivo piú di casaeFosca veniva a vedermi ogni giorno. Aveva cominciato allora anevicarele giornate erano brevi e malinconicheio passava le mieore al caminettoleggendofantasticandorattizzando il fuocoguardando i passeri posarsi tutti arruffati sulle gronde dei tettipensando a quell'inverno che aveva trascorso un anno prima nella miapatriasimile in tutto a questose non era che ora almeno vivevasotto il martello di un gran dolore.

Imomenti che passava con Fosca erano i piú tristi di quelle miegiornate. Le sue contraddizioni non erano mai state sífrequenti e sí estremela mutabilità del suocaratterese pure non era la sua malattia che la rendeva sívariabilenon si era mai rivelata sí pienamente come in queigiorni. Passava da un abbandono di dolore ad un abbandono di gioiada un eccesso di pietà ad un eccesso di egoismorepentinamentesenza causasenza pensare e senza avvedersi del maleche mi faceva. Ora che eravamo liberisolisicuri di noiquegliincontri potevano essere assai piú pericolosi. L'amore diFosca non conosceva piú alcun ritegnoalcun limite. La suavirtú avrebbe avuto la forza di imporgliene? Era la domandache io mi volgeva spesso rabbrividendo.

Perchésoltanto la mia freddezzala mia avversionela mia ripugnanzainvincibileinconcepibileestremaavevano avuto fino allora ilpotere di conservarci puri. Fosca aveva compreso la tacita eloquenzadi quel contegno; il suo amor proprio le aveva imposto di non tradirela natura de' suoi desiderima era però ben facilel'indovinarla. E se adesso ella avesse potuto superare questeesigenze del suo amor proprio? se avesse osato… se la pietàmi avesse vinto?…

Eraben necessario che io mi fossi risolto a non vederla piú cosída soloa non vederla che raramente. Oltre ai pericoli di queste suevisiteoltre alla fissazione terribile che si era impadronita di mee di cui ho già parlato - che essa volesse trascinarmicon sé nella tomba - (e io la vedeva avvicinarvisideperire miseramente ogni giorno) m'era pure fisso in capo che lospavento incussomi da que' suoi accessi nervosila vicinanzacontinuail contattoquel non so che di morboso che vi era in leiavrebbero dovutoo tardi o tostosviluppare in me la stessamalattia. V'erano momenti in cui sentiva salirmi tutto il sangue allatestaprovava un tremito violento in tutta la personasentivaun'oppressione terribile al pettoe non poteva sollevarmeneliberamente che piangendo dirottamentee gridando. Che era ciò?Avrei io ereditato da lei questo male? Sarebbe stato questo il premioche avrei ricevuto della mia pietà?

Cosíio proseguiva a vivere in tali angustienon rassegnatononapertamente intolleranteinerte; debole troppo per risolvermi afuggire quella donnatroppo geloso della mia felicità persapergliela sacrificare interamente.





Cap. XXXIX

Nonso fino a quando avrei durato in quella irresolutezzase la notiziadi un piú grande pericolo non fosse venuta a salvarmi.

-Che cosa avete risolto di fare? - mi chiese una volta il medico.

-Lo sapetenullanon ho la forza di prendere alcuna risoluzione.

-E pure converrà che vi decidiate.

-A che?

-A ciò che vi parrà meglio. Io vi dirò ora piúesattamente quale è la vostra situazionequale quella di lei.Voi saprete trovarvi il vostro tornaconto.

-Spiegatevila mia situazione?

-È assai piú triste di quanto non lo crediate. Suppongoche in questo amore vi sia stato finora nulla di colpevoleanzi nesono certo.

-Nullanulla - io dissi.

-Non mi nasconderete però che avete incominciato a temere dellasua virtúnon meno che della vostra debolezza.

-Mi pare anzi di avervene parlato.

-E a temerne molto.

-Moltissimole circostanze…

-Sísono le circostanze - riprese egli - che creanoper ciascun di voi un pericolo di cui ignorate tutta l'estensione. Seio non ve n'ho parlato primaè perché sapeva che ciòallora era inutile; la difficoltà di vedervi liberamente erauna guarentigia della vostra virtú; per voi lo era la sua solabruttezza. Allora io ne poteva esser sicuro - lo fui anchefinché avete tenuto il letto - ma oggi è un'altracosa. Conosco la sua malattiagiacché non si tratta che diuna malattiae so che ella potrebbe abusare della vostraaccondiscendenza. Guardatevene. È necessario che io vi facciauna rivelazione.

-Voi mi tenete in grande ansietà.

-Sappiate che l'amore sarebbe fatale a quella donna; un errorel'ucciderebbe. La sua sensibilità è sí profondala sua irritabilità sí grande… non vi diròaltrovoi mi comprendete. Si tratta di un'infermitàcomunissimama fenomenale pel suo sviluppodi un'infermitàspaventevole.

-Mio Dio- io dissi - ed ella sa ciò?

-Sí.

-In questo casoella stessa …

-Ebbene! Ella stessa potrebbe provocare questo pericolo. Voi laconoscetebadate che l'idea del sacrificio che ella sembrerebbe faredella sua vitanon esalti la vostra immaginazione fino a farveloparere sublime. La sua vita sta per finireella lo sa; ella puòscherzare con essa impunemente; ma riguardo a voi è altracosa. D'altronde non ignorate che l'amore non sta nel cuore; nonilludeteviquella donna non sacrificherebbe la sua esistenza néa voiné al vostro affettonon la sacrificherebbe che allasua felicità.

-Ella - proseguí il medico - era assai meno malataallorché vi conobbe. La vostra vicinanzale vostreaccondiscendenze le sono state fatali; d'ora in poi glie lo sarebberosempre piú. Convincetevi di una cosaed è che voil'uccidereste in ogni modoo volendola rendere feliceo continuandoa tollerarla come avete fatto finora. L'unica via che vi rimane èdi abbandonarla.

-Ma come- io dissi - come abbandonarla?

-Diamine! Immagino che non sarà poi impossibile - risposeegli sorridendo. - Viaabbiate animo. Vi volete rovinare cosí?Che credete! siete dimagrito spaventevolmenteavete addosso unafebbriciatola che mi fa paura. Io non compiango quella donna meno divoiio ammiro la vostra generosità e ve ne lodo; masacrificarvi in tal guisa è una stoltezza; i primi doveri sonoquelli che avete verso di voi medesimo. Io vi farò ottenereuna licenza col pretesto che la vostra malattia lo esige. Fra duegiorni potrete partire. Vi terrò informato di tutto. Vedremoin appresso ciò che si potrà fareprenderemo consigliodagli avvenimenti. Acconsentite?

-Con tutta l'anima - io risposi.

Edue giorni dopo andai ad accomiatarmi dal colonnellocui dissi:

-Vengo a salutarvi in ufficioperché non avrei piútempo di venire stassera in vostra casa; è tardi e devoapparecchiare per la mia partenza; scusatemi presso vostra cuginaiopartirò domani all'alba.

-Diavolo! - esclamò il colonnello - mi dispiace cheve ne andiate cosí per tempo; ma per altro lato… quandosi tratta di lasciare un paese come questoun paese di TartaridiPellirosse… capisco.

Emi strinse e mi scosse la mano con una ruvidezza piena di affetto.

Quantomi faceva male ingannare quell'uomo!





Cap. XL

Quellanotte non dormii; passai circa sei oreassopitosopra una seggiolaa bracciuolivicino al focolarecoi piedi incrociati sulparacenerepensando e fantasticando alla luce della fiamma delcaminetto. Le idee piú dolci e le piú tristi sisuccedevano senza posa nel mio cervellosi urtavanosi mescevanosenza lasciarmi un istante di pace. Agiva io umanamentenell'abbandonare Fosca in quel modo? Era lealeera onesto quelfuggire cosí da leiquell'ingannarla in tal guisa? Erasovratutto prudente? Nulla di tutto ciò; né io potevamettere in calma la mia coscienzané almeno tenermi certo chequesta risoluzione non avrebbe compromesso il nostro segreto. Senell'apprendere questa notiziaella avesse rivelatone' suoiaccessile cause della mia fuga? Se suo cugino?… E poiella neavrebbe certo soffertone avrebbe sofferto orribilmenteavrebbepotuto morirne! Ad ogni modose pur nulla di ciò fosseavvenutoio poteva essere almeno ben sicuro che quella donna miavrebbe disprezzatoe giustamente. Questa supposizione era tuttaviala meno triste che io potessi fare.

Maper altro lato quante considerazioni insorgevano a giustificarmi! Lamia salutei doveri che io aveva verso Clarala mia avversionesempre crescentel'impossibilità di dividermi da lei in unmodo meno violentoquella specie di influenza decisiva che il medicoaveva esercitato sopra la mia volontàtutto ciò dovevapure aver peso in quell'apprezzamento rigoroso che io intendevo faredella mia condotta.

Epoiquali compensi! Sarei sfuggito alle persecuzioni di Foscanonl'avrei veduta piúavrei ricuperata la mia salute e la miagaiezzaavrei riveduta Claraavrei passato quaranta giorni vicino alei. Quaranta giorni!

Ciòera piú che sufficiente a confortarmi di questi scrupoli e diquesti timori. Il pensiero di riabbracciare Clara fu quello che mitenne desto e immerso nelle mie fantasticherie fino al mattino. Ogniqualvolta l'immagine di Fosca veniva a collocarsi d'innanzi a mequella di Clara insorgeva a frapporsi e a celarmela.

Miriscossi al suono delle ore che scoccarono alla torre della piazza.Erano le seie conveniva partire. Il fuoco si era spentoio misentiva irrigidito e ingranchito da quel lungo rimanere sullaseggiola. Uscii da quella stanza con una specie di trepidazioneaffannosama dolce: dappertuttovicino al lettosul divanonelleinarcature delle finestrein tutti gli angoli della camera mi parevadi veder Fosca guardarmi inesorabile e minacciosa.

Discesisulla viaspirava un'aria gelata e tagliente; i fanali erano ancoraaccesiincominciava ad aggiornareil cielo era grigio e nuvoloso.Alcuni conduttori di vetture pubbliche dormivano con quel freddoavvolti nei loro mantellisul cassetto delle carrozze. Ne riscossiunomi cacciai nella vetturae mi feci condurre alla ferrovia. Vigiunsi un po' prestoma non importava. Attesi una mezz'orapasseggiando per la salaparlando e sorridendo con me stesso. Soprauno stipite della porta rilessi le date delle gite che aveva fattofino allora a Milanoe che aveva avuto cura di scrivervi tutte levolte colla matita. Erano cinque in tutto; vi aggiunsi quest'ultima:Giorgio e Clara19 dicembre 1863.

Questedate esistevano ancora quattro mesi or sono. Il tempo che hadistrutto i miei affettinon ne aveva ancora cancellato le traccie.Uscendo dalla sala per entrare nella vetturami accorsi che avevacominciato a piovigginare. Mi sedetti ad un'estremità delsedile presso la vetrata onde guardar la campagna che era tuttacoperta di neve; i miei scrupoli erano svaniti interamentee misentivo gaio e felice come un fanciullo. Fra sei ore sarei statonelle braccia di Clara; stavamo per partireallorché intesiaprirsi lo sportello ed entrare frettoloso un altro viaggiatore. Mirivolsie rimasi fulminato: era Fosca.

Essavenne a sedersi vicino a me senza parlare. I suoi capelli eranoscompostile sue fattezze orribilmente alterateil pallore del suovolto cadaverico. Gli occhi di tutti i passeggeri si rivolsero versodi lei con aria mista di compassionedi spavento e di meraviglia. Iostesso non l'aveva mai veduta sotto un aspetto sí spaventoso.Se la sorpresase il terrore non mi avessero reso impossibile ilpensarci tostosarei stato ancora in tempo a discendere con leidalla vettura; ma non m'era balenata alla mente questa ideache ilconvoglio era già partito. Io rinunzio a descrivere tutto lostrazio di quella situazione crudele. Ora il segreto della nostraintimità era scoperto; non soloma ella aveva abbandonata lasua casa per seguirmi. Se fino a quel giorno io aveva esperimentatola sua dolcezzaora doveva esperimentare la sua collera: io leggevoora ne' suoi occhi uno sdegno represso a forzauna fermezza diproposito che non avrei mai potuto supporre nel suo carattere; si eraseduta vicino a mema non per altro che come per assicurarsi che nonle sarei sfuggito. Non mi guardavané pareva volermi chiederealcuna spiegazione della mia condotta. D'altronde la sua voce eraabitualmente sí deboleche il rumore delle ruote mi avrebbeimpedito di sentirla.

Miattenni all'unico rimedio che mi era possibile accettare in quelmomento. Alla prima stazione che incontrammomi alzai e le dissi:

-Discendiamoci fermeremo quiaspetteremo il primo convoglio cheritorniparleremo.

Miubbidí senza rispondere.

Ilpaese dove ci eravamo fermati era un piccolo villaggio di poche casee distava dieci minuti di strada dalla stazione. Il convoglio nonsarebbe ripassato che fra sei oreera necessario attendere in unluogo caldo e coperto; non v'erano carrozzepioveva ancoraebisognava percorrere a piedi quel tratto di cammino che ci separavadal paese.

Offersiil mio braccio a Fosca che lo accettò e vi si abbandonòcome fosse stata sul punto di svenire. La copersi in parte del miomantello. La via era tutta fangotutta pozzangheree vi affondavamofino alla caviglia; tutta la campagna era coperta di neve; stuoliinnumerevoli di corvi stavano appollaiati sugli alberi; esaltellavano da un ramo all'altro senza discenderne. Noi camminavamoin silenzio; io stringeva il braccio di Foscae sentiva la suapersona tremare per l'emozione e pel freddo. Soltanto una grandefermezza di volontà poteva dare a lei quella forza.

Appenagiunti al villaggiovedemmo una casa sulla cui porta era dipinta unacorona d'ellerae nel mezzo di questa una bottiglia e un bicchiereriuniti da una larga pennellata di minioche voleva figurare unozampillo di vinoil quale pareva spicciare dal bicchiere e versarsinella bottiglia che era piú piccola. Entrammo in quellabettola. Era una stanza a piano terrenopiena di carrettieri che vistavano bestemmiandobevendo e fumando in piedicome fossero statisulle mosse per partire. Alcune tavole neregrassebisunteeranodisposte attorno alle paretie parevano trasudare olio; un odoreributtante di chiusodi liquoridi fumo di cattivo tabaccoammorbava quell'atmosfera in modo da renderla irrespirabile. Intantoche quei carrettieri ci stavano guardando meravigliatiedammiccavano degli occhi fra loro - né io poteva nonrimarcare il contrasto che il volto cadaverico di Fosca formava conquelle loro faccie rossepieneabbronzite - chiesi allapadrona della bettolase si potesse avere una stanza appartata eaccendervi fuoco.

-Non v'è altra stanza che questa- diss'ella - maper lorosignorise vogliono… metterò a lorodisposizione la mia.

Salimmoper una scala di legno in una camera vastamunita d'un ampio caminodove non tardò a brillare una gran fiamma. Offersi una sedia aFosca che vi si lasciò cadere sfinitane presi un'altra permee mi sedetti di rimpetto a lei dall'altra parte del camino.

Eravamosolie poiché non era piú possibile evitare unaspiegazionecredetti meglio affrettarla e provocarla io medesimo.

-Ecco- io dissi - o Foscaa che cosa ci hanno condotto levostre follie!

Ellaalzò gli occhi con lentezzaquasi con fatica; mi guardòe li riabbassò senza rispondere.

-Spero - io continuai - che mi direte quale scopo aveteavuto nel seguirmiquali sono i vostri progettiquale il contegnoche terrete verso vostro cuginoallorché gli sarà notala vostra fugase pure non gli è già nota in questoistante.

-Qualunque sieno per essere le conseguenze di questa mia risoluzione -diss'ella con calma - voi non dovrete parteciparvi in alcunamaniera.

-Mi pare però che in questo stesso momento… Voi sapete cheio ho una licenza di quaranta giorniche andava a fruirne ora perriconquistare in parte quella salute che mi sono rovinato per voieche questa vostra imprudenza mi costringerà a rinunciarvi.

-Perché? Voi potete continuare il vostro viaggio; se in questomomento voi siete quie se io sono in vostra compagniaèperché mi avete invitata a venirvi.

-Fosca- io dissi con calore - spero che non vorretespingere tant'oltre la vostra crudeltàda irridere perfinoalla mia delicatezza. Le ragioni che adducete non hanno maggiorelogica di quelle di un fanciullo. Avete troppo spirito per nonavvedervene.

-No- rispose ella con asseveranza - nosiete in errore.Io sono ben risoluta a lasciarvi proseguire la vostra viaa nonfrappormi fra voi e la vostra felicità. Non ho saputo chenella notte di ieri la vostra risoluzione; era troppo tardi perchéio potessi uscire di casa; sono venuta stamattinaed eravate giàpartito; se vi avessi trovatovi avrei fatto conoscere quali erano imiei progetti. Sono giunta ancora in tempo a vedervi e a seguirvi -a seguirvi senza parlarvisenza chiedervi nullasenza pretenderealcuna cosa da voi; immagino che non me ne contestereste il diritto.Ho con me del denaroe vi terrò dietro ovunque andrete:nessuno m'impedirà di abitare la stessa cittàlastessa casadi non perdervi d'occhio un istante. Se non m'avesteinvitata a discenderevi avrei accompagnata come un'estraneafino aMilano. In quanto a mio cuginorassicuratevigli ho scritto diquesto mio amoregli ho confessato come io stessa vi ho legata a mecolla mia insistenzacome avete dovuto sacrificarvi a questapassione e risolvervi ad abbandonarmi con un inganno. Gli ho dettoche siete onestobuonolealeche il vostro maggior dolore eraquello di tradire la sua fiducia (credo di aver indovinato un vostrosentimento); potete essere tranquillo su ciò.

-E credete cosí di avermi tolta tutta la responsabilitàche mi hanno creata le vostre follie?

-È la seconda volta che usate questa parola "follie".Credeva che almeno del mio cuore non avreste mai potuto dubitarechene avreste rispettato il dolore.

-Ma che cosa pretendete da me?

-Nulla.

-Perché mi avete seguito?

-Ve l'ho detto.

-Ma io non vi amodovete pure avvedervene.

-Non importavi amo io.

-Non avete pensato a che cosa vi condurrà questa situazione?

-Non posso avere altro pensiero che il vostro.

-La vostra salute v'impedirà di seguirminon avrete forza digiungere fino a Milano.

-Ebbenemorrò per via.

-Voi credete con ciò di farvi amaredi farvi ammirare; lavostra vanità ha forse in questa risoluzione una partemaggiore che il vostro cuore; disingannatevi; la mia stimail mioaffetto non attingono alcuna forza da questa falsa costanza.

-Mi conoscete assai male - diss'ella. - Io non ho creduto alvostro amore quando asserivate d'amarmi; come potrei lusingarmi diaccrescerlo adesso che mi sfuggite? Non ho voluto mai che illudermi.Sono io che vi ho amatoche vi amoche voglio amarvi. È unimpegno che ho contratto con la mia coscienza. Voglio che cicrediatevi costringerò a crederci. Mi sono votata a voihorisolto di morire per voi. Aveva bisogno di uno scopo nella vital'ho trovatolo raggiungerò. Non importa che non mi amiatepotete anche odiarmiè tutt'uno; anzi preferirò ilvostro odio alla vostra indifferenza: ciò di cui voglioassicurarmi è della vostra memoria; voglio costringervi aricordarvi di me; quando vi avrò oppresso con tutto il pesodella mia tenerezzaquando vi avrò seguito sempre edappertutto come la vostra ombraquando sarò morta per voiallora non potrete piú dimenticarmi. Ecco perché vi hoseguito.

-Ma è una aberrazione - io dissi.

-Forsema non monta.

-Un'aberrazione inutile…

-Non credovi conosco.

-Per lo meno crudele.

-Sí.

-Sapete dunque che ne soffrirò?

-Sí.

-Come potete conciliare questi due sentimenti disparatissimi: l'amoreche dite avere per mee il desiderio di farmi soffrire?

-Non desidero di farvi soffrire. Io vorrei rendervi felice se lopotessi; ma il mio amore è troppo piú grande dellesofferenze che può cagionarvi.

-Non vi comprendotutto in voi è contraddizione.

-Sí- esclamò ella con impeto - un'orribileuna spaventosa contraddizione.

Tacemmoentrambi per un istante.

-Avete però un mezzo - ripigliò ella con calmaesenza distogliere gli occhi dalla fiamma che stava affissando -per sottrarvi alle mie minacce.

-Quale?

-Uccidetemi.

-Uccidervi! Che insensatezza! Ma voi sapete che non s'uccide unapersona impunementené senza motivi. Se mi aveste detto ciòa quindici annivi avrei trovato qualche cosa di nuovodiromanticodi commoventema ora! E perché dovrei uccidervi?Perché non vi posso amare? Che colpa ne ho io se il mio cuorenon può sentire nulla per voi?

-Il vostro cuore! - diss'ella - non appellatevi al vostrocuore. Conosco questa ipocrisia delle passionil'ho esperimentata.Il cuore non è l'amore. Se il mio volto fosse stato menobruttose io avessi potuto correggere le linee del mio nasodellamia boccadella mia fronteconseguire un poco della freschezza edella pinguedine dell'infima donna del volgovoi stessovoi miavreste adorato. L'amicizia è bontàma l'amore non èche bellezza.

-Sia come volete - io dissi. - Doppia ragione perchédobbiate cessare di perseguitarmi sí crudelmente. Posso ioimpormi una simpatia che la natura vi ha negato i mezzi d'inspirarmi?Devo io subire le conseguenze di quello che vi ho fatalmenteinspirato io? Che cosa poteva fare per voi oltre a ciò che hofatto? Vi ho dedicato quattro mesi della mia gioventúmi sonosacrificato intieramente ai vostri capriccialle vostre preteseaivostri nervi. Ho avuto la forza di fingere un affetto che era benlungi dal sentireho avuto la delicatezza di dissimularvi con tuttii ripieghi possibili la mia avversione. Ho resistito finché hopotuto; quando vidi che la mia salute n'era rovinatae che nonpoteva liberarmi da voi che fuggendoho risoltobenché conripugnanzadi giovarmi di questa astuzia. Un santo non avrebbe fattoaltrimenti. Ed ora che cosa volete da me? Che cosa esigete di piú?Ho sentito un vivo interesse per voivi ho compiantavi ho stimata.Mi obbligherete ora a parlarvi aspramentea far tacere perfino lamia pietà? Siete sconoscentesiete ingratanon avete cuore.Se mi amastemi lascereste in pace. Pretenderete adesso che io visacrifichi tutta la mia vita? È impossibile. Quattro mesi ditali tormenti sono un'eternità; un amore felice non potrebbedurare di piú. Voi lo sapetevoi non potete dissimularlo: ionon posso amarviio non posso amarvi!

-Ohtu mi amerai- esclamò ella con voce terribile -tu mi amerai!

Sidrizzò di tutta la personae mi guardò con ariarisoluta e minacciosa. Io rimasi come istupidito dalla paura e dallasorpresa. Era avvezzo a temere quella donnae mi meravigliava e midoleva dell'arditezza che aveva posto in quelle mie parole. Comeaveva osato tanto? Comprendevo che ella agiva ora per uno di quegliimpetidi quei súbiti mutamenti che erano cosí facilinel suo caratteree che sarebbe stato impossibile il continuare conlei una discussione seria e tranquilla.

-Fosca!… - le dissi con accento affettuosoe mi sentiisoverchiato da una súbita angoscia di cuoree non potei diredi piú.

Ellasi portò le mani alla frontese la premette fino a imprimervile traccie delle ditaalzò gli occhi al cieloe si contorsele mani gridando:

-Ah! io sono disperataio sono disperata!

Guardòattorno alla stanza con aria atterritavide la finestraesitòun istantepoi vi si avventò con impeto.

-AddioGiorgioaddio! non mi rivedrai piú!

Laraggiunsi prima che avesse potuto aprirlala trascinai a forzavicino alla sua sedia. Singhiozzava affannosamente senza piangere.L'abbracciaie me la strinsi al seno con tenerezza.

-Siedisiedi- io le dissi - non ti desolare cosífarò tutto quello che vorrai. Tu tremisei pallida!

-Ho freddo.

Lacopersi col mio mantelloe rattizzai il fuoco.

-I tuoi piedi sono bagnatii tuoi abiti inzuppati di pioggia;accostati alla fiammacosí. Datti pacedatti pace. Non sonocattivolo sainon ti farò alcun maleti ubbidiròma non mi spaventare co' tuoi impeti. Abbi anche tu compassione dime!

Tornaia sedermie mi celai il volto fra le maniper nascondere le lacrimeche la pietà di leiche il dispetto della mia fortuna miavevano richiamato sugli occhi.

Stemmoqualche momento senza parlare. Fosca si accorse che io piangeva.

-Tu piangi- mi diss'ella - oh mio Dio!

Silasciò cadere dalla sediae mi tese le braccia supplichevole.

-Non piangerenon piangere. Sono un'egoistauna miserabile. Lo soche ti rendo infelicee non ho la forza di rinunciare a tenon lopossoecco la mia sciagura piú grande… Oh perdonamiperdonami! Se tu vedessi nell'anima mia! Se tu sapessi come ti amocome mi sei necessario! Fa' tutto ciò che vuoi di mesaròla tua servala tua schiavama non mi sfuggirenon mi abbandonare.Non potrei stare quaranta giorni senza vedertisarebbe impossibilemorrei disperata. Ritornaritorna. Tu lo vedi. Io moriròassai prestosento la morte dentro di me; ancora un istante e sarailibero. Tu sei giovanetu sei bellohai salutehai talentolavita ti sorrideil mondo è tuola felicità che tiattende è lunga; sacrificati ancora un momento per me; quandosarò mortaconsidererai questa sventura come un istante diamarezza nelle lunghe ore di gioia che avrai godutomi ricorderaiforse con delle lacrime. Non mi parlare di doveridi ragioneio nonho piú ragionenon ho piú coscienza di doveri; nonesigere da me ciò che non è piú possibileottenere; io ti amoecco tutto ciò che so dirti. Abbi carità.Ritornerai? Dimmi che ritornerai.

Sitrascinò verso di mee nascose il capo tra le mie ginocchia.

-Sí- io le dissi - sítorneremo assiememadomani dovrò pur ripartirenon posso fare a meno di recarmiper due giorni a Milano.

-Ah! - esclamò ella. - Ebbeneebbene non importa.Non vorrò essere felice io sola. Avrò la forza diresistere. Ma non ti fermerai di piúritornerai?Promettimelo.

-Sí- io dissi - te lo prometto.

-Giuralo.

-Lo giuro. Ma potrò poi rivederti in casa tua? Tuo cugino…

-Spero che non avrà veduto la mia letterache saprànulla. Io l'ho lasciata sul mio tavolino da lavoro. Dacché nontengo piú il lettoegli non viene piú nella miacamera. Sai che non esce dall'ufficio che pel pranzo. Prima diquell'ora saremo già arrivati. La mia cameriera ne sa qualchecosaè prevenutanon dirà nulla. Checchéavvenissevedrò oggi il medicoe lo pregherò divenirtene ad informare.

Omettoil resto di quel triste dialogo. Feci cercare una carrozzaericondussi Fosca alla stazione. Il freddola faticail doloreavevano talmente esaurito le sue forzeche dovetti quasi sollevarlasulle mie braccia per salire con essa le due predelline della vetturadel convoglio. Quivi si sedette dirimpetto a me; volle tenere tutte edue le mie mani tra le sueavvicinare il suo viso al miobaciarmidi quando in quando come fossimo stati soli. Piú ella erasofferentepiú era affettuosa; lo spaventol'agitazionelelotte di quella mattina l'avevano sfinita; non aveva quasi piúcoscienza della nostra situazionee si abbandonava a me senzaritegno.

Chieravamo noi? Quali rapporti correvano tra quei due esseri sídiversi? Quella donna sí mostruosasí spaventevolesímalatapoteva essere l'amante di quell'uomo? Tali erano le domandeche io leggeva negli sguardi attoniti dei nostri compagni di viaggio.

Miricorderò per tutta la vita di quel giorno!

Allasera mi sentii un poco rassicurato nel ricevere questo biglietto deldottore:

"Hosaputo da lei quanto è successo oggie vi scrivo per incaricosuo; state tranquillola cosa non ebbe alcuna conseguenzasuocugino ignora tutto. Sento che intendete di ripartire domanie cheavete promesso ritornare fra due giorni. Verrò domattina aparlarvi e a consigliarvi in proposito".

Maquali altri consigli poteva egli darmi in quel caso?





Cap. XLI

Pochiminuti prima che io partissiil medico venne infatti a trovarmi.

Entrònella stanza sorridente con aria di voler fare le beffe della miasconfitta; e mi sarei offeso di questo contegnose non l’avessisaputo sinceramente interessato ai miei casie non fossi stato certoche egli era appunto venuto da me per suggerirmi qualche altrorimedio.

-E cosí- mi diss’egli sedendosi - eccovi giàdi ritorno. Non avrei creduto di rivedervi sí presto. Aveteavuto paura? Vi siete lasciato ricondurre come un agnello.

-Voi conoscete quella donna- risposi io - non crederetecerto che avrei potuto contenermi diversamente.

-Lo soma la cosa per se stessa è assai singolare; non vioffendete se ne ho sorriso mio malgrado. Immagino almeno che questovostro recarvi a Milano per due giorni non sia che un pretestoe chela vostra partenza sarà decisiva.

-Noho promesso di ritornare.

-Bisogna dimenticarsene.

-Ne ho impegnato la mia parola d’onore.

-Male. Bisognerebbe dimenticarsi anche di questa.

-Non è possibile.

-Come volete. Non voglio esporvi qui le mie teorie sull’onoremami limito a farvi una domanda: "Che cosa intendete di fare?".

-Ciò che è oramai inevitabile. Ritornaregiustificarecon un pretesto qualunque la mia rinuncia alla licenzae rimanerepresso di lei fino a che non vedrò la possibilità difare diversamente.

-Datemi il vostro polso - diss’egli; e corrugò lafronte tastandolo. - La vostra tosse è diminuita?

-Accresciuta.

-Dormite?

-Poco.

-Agitato?

-Estremamente.

-Fate cattivi sogni?

-Orribili.

-Fra due giorni sarete traslocato a Milano- diss’eglitranquillamente. - State assai male; avete bisogno di cambiararia; questa atmosfera vi uccide.

-A Milano! Fra due giorni.

-Síme ne incarico io. L’aria di quel paese vi faràbene. Farò revocare la vostra licenzae vi farò inveceavere una traslocazione che renderà la vostra partenzainevitabile. Ella lo comprenderànon potrà opporsi. Ledirò che fui io a provocarla vostro malgrado.

-Ma pensate…

-A che cosa? - interruppe egli con impazienza. - Io penso alvostro benegiacché voi non avete un’oncia di giudizioe lasciate volentieri che vi pensino i vostri amici. Dopo tutte lefollie che ha fatte per voidopo quella colossale di ierila salutedi quella donna è peggiorata a tal segnoche ella non ha piúdue mesi di vita; e due altri mesi di soggiorno vicino a leibasterebbero a dare a questa lenta infiammazione che vi divora unosviluppo che renderebbe impossibile arrestarla. Fatequell’apprezzamento che volete di questa mia mediazioneche vicostringo a subire; io ho coscienza di compiere un dovere. Me neringrazierete piú tardi.

Euscí prima che nella mia titubanza avessi trovato parole pereccitarlo e per distoglierlo da questo disegno.





Cap. XLII

Iovorrei tacere qui di quegli ultimi giorni che passai con Clara aMilano; non vorrei evocare dalle oscure profondità delle miememorie che i soli dolori - giacché l’evocarne legioie è compito assai piú triste e difficile - ilmio cuore non conosce piú la via delle gioieesso ne hadimenticato il linguaggio! - ma come non ricordare quegli ultimibaleni di felicità che hanno rallegrato la nostra esistenza? Iprimi piaceri non sono meno dolci degli ultimima non si rammentanocon la stessa trepidazione. Allora se ne speravano altrie piúfrequentie piú grandi; la gioventúla fortuna eranoper noi; v’era ancora tempo a saziarsenema adesso!… sonole ultime gioie quelle che si rammentano per tutta la vitaquelleche il cuore ha legato a sé colla stessa superstiziosareligione con cui vi ha legato la memoria di un estinto. Non sono ipiaceri che incominciano quelli che si rimpiangonosono quelli chefiniscono.

Inuna natura dove tutto muoredove tutto ci sfuggele cose piúdilette sono quelle che abbiamo perduto. La fortuna ci fa parere piúcari gli oggetti che ci togliedi quelli che ci donaed èforse cosí che ci riconcilia lentamente con l’idea delladistruzione e della morte; nondimeno tristi quelle cose di cuiesclamiamo: sono le ultime! Ho veduto spesso sorgere il sole congioia; ma talora mi sono sentito stringere il cuoree ho stese lebraccia verso di lui nell’ora melanconica del tramonto.





Cap. XLIII

Eccosoltanto ciò che ne scrissi allora nel mio diario:

"23dicembre 1863. - Registro questa data e queste memorie due oreprima di ripartire da Milano. Clara mi ha lasciato in questo momento;ho il cuore gonfio di lacrimee vorrei piangere come un fanciullo.Perché? Non lo so dire. Forse è un bisogno puramentefisico. Dopo i vent’anni le lacrime ricadono nel cuore e vi siaccumulano. Credo che spesso si muoia di queste lacrime che nonpossono trovare una via. Perché non si piange piú dopoi vent’anni?

Sonogiunto ieriho passato tutto il giorno con leiquisolicontentima non piú contento come un tempo… Mi amerebbe ella meno?Noella sembra amarmi soltanto piú seriamente. Temo d’averindovinato il segreto terribile che ella si strugge di nascondermi.Clara non è felice.

Perchéha pianto ieri sera nel lasciarmi? ella che non ha pianto mai? Ellasapeva pure che mi avrebbe riabbracciato oggi. Non aveva maiassaporato delle lacrime; ne ho bevuta una delle sue. Come sonoamare!

Pensoquasi con dispettoquasi con ira alla strana conformità chela fortuna ha posto tra alcune scene di questi miei due amori cosídiversi. Che raffronti! che analogia in queste antitesi! Oggi abbiamopassato quattro ore in campagnasulla nevein mezzo al fangocomele passai ieri l’altro con Fosca. Clara ha voluto rivedere ilnostro tabernacoloi nostri pratii nostri alberii nostriruscelli. Ho tentato inutilmente di distorgliela da questo progettoho dovuto accompagnarvela. In questa stagione! Non mi dimenticheròmaimaidi questa passeggiata!

Perchéella ha detto che voleva tentare di ritrovarvi se stessa? Miritorna ora in mente questa frase oscura e angosciosa.

Siamosaliti in una carrozza ove eravamo già stati assieme una voltanei primi tempi del nostro amore. Clara l’ha riconosciuta. V’eraancora nella tappezzeria della vettura un G che ella vi aveva incisoallora con tanti trafori di spillo. Siamo discesi fuori della cittàdalla parte di Morivione. Siamo stati fino a Vaianoabbiamoattraversato i prati correndo. Clara ha voluto entrare nella chiesae si è inginocchiata un momento per pregarvi. Non vi eradentro anima viva. Che solennità nelle chiese deserte!

Abbiamobevuto latte in una di quelle catapecchie miserabili che si trovanoallo svolto del canale. Siamo entrati nella stalla; alcuni bambinigiuocavano in un angolo della mangiatoiae ci guardavano attoniti equasi spaventati; non sapevano levarci gli occhi d’addosso. Chequiete là dentro! che caldo! Ho chiesto a Clara:

-Vorresti vivere qui con me?

-No- rispose ella tristamente - ho orrore della povertà.

Quellacontadina ci ha detto:

-Loro signori sono già stati qui a San Giorgiome ne ricordo.

-Quando? - chiese Clara.

-A San Giorgionel giorno in cui si usa andare a bere il latte incampagna.

Allorchéfummo uscitiClara mi disse:

-Ho voluto farle ripetere due volte il tuo nome.

Ritornammoattraversando quell’argine lungo e sottile che divide i duecanali. Bisognava camminare l’uno dietro l’altro. Clara midisse:

-Va’ d’innanzi tuvoglio vederti.

Mirivolsi a un tratto improvvisamentee la sorpresi con le lacrimeagli occhi.

-Tu piangi - le diss’io con ansietà. - Che hai?Perché piangi?

M’interruppecon un sorrisoe mi disse:

-È effetto del guardare la neve. Come sei poco esperto dilacrime!

Risalimmonella vettura che ci attendeva. Il vetturino ci guardò quasistordito. Eravamo tutti immollati. Ci facemmo condurre a PortaMagentae ripigliammo le nostre scorrerie a piedi. La nebbia si erasollevatae il sole splendeva di tutta la sua luce. La neve parevafatta di tante pagliuzze d’argentoe abbagliava. Gli alberierano pieni di gazze e di merliil torrente era gelato da un lato edall’altro della rivae scorreva nel mezzo con lentezza; non sivedeva né un insettoné un filo d’erba.

Clarascorse la prima la nostra capanna- il nostro tabernacolo-e fu sollecita a raggiungerlama l’uscio ne era chiusoe nonci fu possibile entrarvi.

Ellafu sí afflitta di questa contrarietàche per poco nonne pianse. Riattraversò il ponte di tavole su cui la nevegelata rendeva facile lo sdrucciolaree abbracciò un alberosotto il quale eravamo soliti ripararci dal sole. Si sedette sullaneve in un punto in cui solevamo sederci e passare lunghe oresull’erba. Trovammo in una siepe alcune di quella bacchevermiglie che producono le rose selvatiche e che hanno un saporeacrebenché quasi dolcee un nido ripieno di foglie secche edi neve. Quante memorie in quei luoghiquante memorie!

Claraesclamava tra se stessa: "Pensare che tutto saràrifiorito a primaverache questi luoghi ritorneranno cosíbelli come lo erano nei primi giorni del nostro amore!".

-Ebbene- le dissi io - questo pensiero non ti conforta?

-Ma saremo noi ancora cosí giovaniancora cosí felici?

Nonseppi risponderle. Perché ha ella concepito questo dubbio?

Nelritornare raccolse presso la siepe di un giardino un fiore disemprevivodi quelli di cui si intessono le corone mortuarie.

-Gettalo via- io le dissi - è un fiore da morto.

-Perché? - rispose ella con tristezza - se èl’unico fiore che non avvizzisce? l’unico che non muoremai? Il fiore delle memorie è caducoma questo sopravvivealla memoria. Quello è per gli affetti viviquesto per gliaffetti sepolti.

Evolle che lo accettassie promettessi di conservarlo per memoria diquel giorno.

-Ritorniamo nella tua stanza- mi diss’ella - vogliopassare tutto il giorno con tesono pazza oggi. Ho freddosonoirrigiditaaccenderemo il fuoco.

Duranteil tragitto della carrozza incominciò a tremare e rabbrividiredal freddo. Volle che facessi passare anch’io le mani nel suomanicotto. Vi sentii dentro alcuni oggetti che aveva raccolto permemoria di quella passeggiatauna foglia di elleraun ramoscellod’albero. Percorremmo quel lungo tratto di strada senza parlarevicinicoperti dalla sua pellicciaguardandocicolle mani cosístrette e riunite nel manicotto.

Accendemmonella mia stanza un gran fuoco.

Nonaveva mai veduto Clara sí pallida. Come era bella cosícome era bella!

Ellaaveva i piedi tutti bagnati.

-Levati i tuoi stivalini - io le dissi.

Nonvoleva.

-Ti ammalerai. Ubbidiscimite li leverò io.

Milasciò farebenché quasi con dispiacere. Le sue bellecalze erano anch’esse bagnate; glie le slegaiglie le tolsi; hoveduto i suoi piedini nudipiccolitornitirosati; li horiscaldati tra le mie mani.

Lasera ci ha raggiunti lívicini al fuoco. Avevamo passato treore nelle braccia l’una dell’altro. Ella non aveva maiposto tanta dolcezza ne’ suoi abbandoni. Perché era cosímesta? Perché non sapeva dividersi da me? Perché ètornata indietro per baciare l’uscio della nostra camera? Iotorturo inutilmente il mio cuore con queste domande.

Hadimenticato qui la sua crocetta di brillanti: la porterò conmeglie la restituirò ritornando.

Scrivoun istante dopo che ella è partita; guardo con tristezza lasedia su cui si è sedutae guardo gli ultimi tizzi delfocolare che si spengono. Non l’ho amata mai tanto come oggi.Oh! che sarebbe di me senza quella donna!"





Cap. XLIV

L'indomaniera la vigilia di Natale: avevo detto a Fosca che per quel giornosarei ritornatoe tenni la promessa. Un biglietto del dottore chetrovai nella mia stanza mi diceva:

"Soche ella vi aspetta a pranzo qui. Se vi verrete (e non farete male avenirvi) direte al colonnello e agli altri che non siete ancorapartitoche una lieve indisposizione vi ha obbligato a rimanere. Iosarò là a farne fede. Immagino che non avrete paura diaggravare la vostra coscienza con questa menzogna inevitabile".

Viandai. Tanto non avrei potuto evitare di veder Foscae il minor maleche mi fosse possibile sperare era appunto quello di non vederci dasoli. La certezza della mia traslocazione imminente mi infondeva unaspecie di coraggio che non aveva avuto prima. Per poco non eradivenuto anche audace. Affrontava questi pericoli con calmaperchésapeva che erano gli ultimi. La mia apparizione non produsse alcunasorpresa nei miei commensaligiacché il dottore ne li avevaprevenuti. Il colonnello mi strinse la mano fino a farmi sentire unpo’ troppo la pressione delle sue dita secche e nervosee midisse con schiettezza:

-Sono veramente contento che non siate ancora partito; me ne dispiaceper voima per me ne sono lieto. È una puerilitàun’abitudine come le altrelo capiscoma in questo giornosento anch’io il bisogno di vedermi circondato da’ mieiamici. Il Natale è la piú bella festa dell’anno.Io non sono né turconé cattolico - sonosemplicemente un galantuomo - ma alcune delle feste cristiane mipiaccionomi vanno a sanguearmonizzano colle mie convinzioni; ioci vedo dentro un significato profondoche le apparenze cinascondono. La religione ne è un pretesto. Che credete? Non ègià la nascita di Cristo che noi festeggiamo oggi; noifesteggiamo la famigliale gioie della vita domesticail focolare.Se questa festa si celebrasse in agosto non avrebbe piú unametà della sua importanza; è in questa stagione chesentiamo il bisogno di vederci riuniti. Ecco la casail caminoilceppo tradizionalela tavola apparecchiata. Peccato che non nevichi!Tempo faho passato questo giorno sulle montagnein una casettasepolta tra le valanghecoi lupi alla porta. Quello fu un veroNatale! E stasera rimarrete con noi? Faremo una piccola cena.

-Volontieri- io dissi - è una festa a cui ho legatoanch’io delle memorie.

-Ah! - continuò il colonnello mentre ci mettevamo a tavola- chi è che non vi ha legato delle memorie? Le piúbelle rimembranze della famiglia fanno capo a questo giorno. Voletericordarvi delle ore piú gioconde della vostra fanciullezzadelle persone che avete amato di piúdei vostri genitorideivostri fratelli? Bisogna che pensiate al Natalealla casa dove sietenatialla stanza dove potevate raccogliervialla fiamma delcaminettoalla notte vegliata cicalando…

-E alle gozzoviglie… - interruppe uno dei commensali.

-Sia come volete- continuò il colonnello - anchealle gozzoviglie. Male per voi se in questo tacchino coi tartufinonvedete altro che un tacchino coi tartufi. Io ci vedo la ragione di unlegame piú stretto fra noi. Dov’è che gli uominisi trovano meglio riuniti che a tavola? È là che essidividono il pane ed il vinoche si dimostrano piúefficacemente il loro affettooffrendosi a vicenda le cose piúnecessarie alla vita. A voi. Eccovi qui un petto di pernice;permettete che ve lo offra. Crederete forse che un uomo che vi offreun petto di pernice possa essere un vostro nemico?

Questaofferta era stata fatta a me.

-Tolga il cielo che io abbia a cadere in tale errore- io dissi- io considero la vostra offerta come la piú eloquentetestimonianza della vostra amicizia.

-Via- esclamò egli - voi credete di aver proferitouna faceziaavete detto invece una grande verità. Io hoimparato a non dare alcun valore a quei doni che sogliono farsi iricchia quei piccoli sacrifici fatti e retribuiti per convenzione.Quando io era ragazzo era molto poveronon mi vergogno certo diconfessarlo. Ebbenela camera migliore della casa era la miaqueipiccoli agi che poteva permetterci la nostra situazione erano per me;a tavola mi si davano le cose piú squisite; mia madre erainstancabile nell’occuparsi di tutti questi piccoli nonnulla chepotevano recarmi piacere; quello era il vero affetto - tutto ilresto è convenzionalefalso - è apparente. Se unuomo affamato - mettiamo anche semplicemente un uomo goloso -desse a me affamato l’unica costoletta che gli rimanesse percolazionesento che dovrei essergliene piú tenutoche sem’avesse dato venti napoleoni dei quaranta che aveva nella suasaccoccia.

-È vero- disse Fosca - io credo…

-Chiedo scusa- interruppe suo cugino - tu non puoi crederenullanon puoi essere in ciò un giudice competente; tu nonpuoi conoscere il valore di una costolettagiacché non ne haimai mangiata una intiera in tua vita.

-Ohoh- esclamò il dottore - questa argomentazioneè falsa. Converrebbe indagare se un piacere debba esseremisurato dalla sua entitàpiuttosto che dalla sua durata.

-Dall’una e dall’altra - diss’io

-Sta bene- disse il colonnello - ma piú assai dalladurata. Farò uno sforzo di logica. Argomentiamo da un casoopposto. Supponiamo a mo’ d’esempioche abbiate a ricevereun colpo di bastone; voi ne sentirete dolore per unova benemaricevetene invece dieciricevetene venti… Che ve ne pare?Persisterete a credere che il dolore dei diecidei ventisia ugualea quello dell’uno? Singolarmente síma molti doloririuniti costituiscono un dolore piú grande. Cosí èdei piaceri. Addizioniamo i piacerie ne avremo uno piú vivoe piú durevole. Forse che se noi rimanessimo quiseduti aquesta tavola fino alla mezzanottee riuscissimo a riunire con unacatena di piccoli piaceri intermedi questi due grandi poli delpiacere che sono il pranzo e la cenanon avremmo sciolto con onorequesta questione?

Questaproposta trovò un eco in tutti i commensali.

-Chi avremo a cena con noi? - chiese il dottore.

-Un mondo di personetutte le onorevoli metà dei nostricolleghi.

-Compresa la baronessala moglie di…

-Suo marito.

-O dell’amico di suo marito!

-Bando alla maldicenza - disse il colonnello. - In veritàche se io credo di avere una virtúla è questadi nonveder mai ciò che non dev’esser veduto evedendolodipersuadere me stesso di non aver visto. Vi è un beneficiograndissimo che ogni uomo è in grado di rendere ad un altroeche è tuttavia quello che vien reso piú raramentel’astenersi dal dirne male.

-Ma io non aveva in animo di dirne male - disse quello tra noiche aveva provocato questa osservazione. - Voleva far constaredi un fatto. Vi sono certe cose che saltano agli occhi. I mariti…

-Può essere - interruppe il colonnello - che i maritivedano poco; ma gli altri vedono troppo. Io apprezzo piú lacecità dei primiche l’accortezza dei secondi. Lafiducia di un maritodi un padredi un fratello è cosa chemi commuovedoppiamente poi se tradita. Io non ho riso mai dellasemplicità; la credo la piú nobile delle virtúinvece ho sempre temuto della doppiezza. La natura ha donato all’uomoquesta cecitàper dare alla colpa della donna un rilievoancora piú appariscente.

Ioguardai Fosca il cui volto aveva incominciato ad impallidire. Ilpranzo era finitoese avessi potutole avrei suggerito volontieridi ritirarsi nella sua camera.

-E se non fosse… - aveva ripreso il colonnello. Ma fuinterrotto dall’arrivo del sergente di posta che ci recava unfascio di lettere. Io n’ebbi unache conobbi tosto essere diClarae mi affrettai a nasconderla nel mio portafogliimpaziente ditrovarmi solo per leggerla. Dopo le follie di quel nostro ultimoritrovoche cosa mi avrebbe ella detto?

Ilcolonnello fece atto di riconsegnare le sue al sergente perchéle riportasse in ufficioma avendone veduta una col suggello delMinisterola riprese e l’aperse. La lesse in un balenosirivolse a me con aria di meraviglia e di dispiaceremi guardòun poco come per interrogarmipoi mi disse:

-Siete voio sono quei signori del Ministero che hanno voluto farciquesta sorpresa? Siete destinato al dipartimento di Milanoe doveteraggiungere immediatamente la vostra destinazione. Che diavolo!…

-A Milano!… - io balbettai tutto confuso - traslocato!…Veramente… non capisco…

Ealzai gli occhi verso Fosca. Vidi il suo volto impallidiretrasfigurarsiaffilarsi. Ella stese le braccia verso di metentòsollevarsie ricadde sulla sedia. Suo cuginoi medicile furonotosto dintorno; guardavano ora meora leie parevano sospettare lecause di quella sua crisi improvvisa. Successe un istante disilenzio. Gli occhi di Foscaspalancatiimmobilivitreinoncessavano di affissarmi. Ella si alzò ad un tratto agitata dauna contrazione spaventevolecorse verso di mesi afferrò a’miei abiti e proruppe in un grido straziante:

-O Giorgionon mi abbandonareo mio Giorgio! mio adorato!

Quelleparolequell’atto erano una confessione troppo eloquente. Suocugino impallidíarrossítornò ad impallidire;stette un istante immobile come istupiditoparalizzatofulminato daquella rivelazionepoi si avventò verso Fosca guardandomi conocchi terribilila strappò con violenza dalle mie braccialatrascinò verso il suo appartamento; e nel varcare la sogliadell’uscio si rivolsee mi disse:

-Uscitesignore; uscite di questa casa. Ci rivedremo assai presto.

Gettaigli occhi smarriti d’intorno a me; il sergente di postalecameriere erano spariti; i miei commensali si erano alzatiefacevano mostra di frugare qua e là tra i mobili per cercare iloro berretti e le loro sciabole. Io usciimi cacciai giú perle scale colla disperazione nel cuore.





Cap. XLV

Nonso perché fuggissi. Credo che sia istinto: si fugge da undolore come da un pericolo. In un attimo mi trovai fuori della cittànell’aperta campagna; era già buioe le strade eranodeserte. Mi arrestai al crocicchio di una viae percossi col foderodella sciabola alcuni ramoscelli di sanguineche sporgevano da unasiepeper farne cadere la neve. Guardai un lume che un contadinoportava in lontananza attraverso i campie che pareva andar solo; loseguii coll’occhio finché lo perdetti di vista. Un canemagrobruttopatitomi si avvicinò annusando e agitando conlentezzaquasi con faticala sua coda aggomitolata; lo chiamai e micurvai ad accarezzarlopoi lo respinsi percuotendolo col piede. Isuoi guaiti mi riscossero da quella specie di astrazione simile alsonnambulismoriacquistai la coscienza di memi ricordai di ciòche era successoe mi portai le mani alle tempieperché mipareva che qualche cosa stesse per spezzarmisi nella testa.

Oramaitutto era scopertoe in che modo crudele e impreveduto! Fra poco ilnostro segreto sarebbe stato sulle bocche di tutti. Foscasuocuginoio piú di ogni altrosaremmo stati fatti oggetti discherno e di ridicolo. Luiquell'uomo onestoquell’uomoeccellentecolpito della stessa pena che una societàingiustafatuagoffamente crudeleavrebbe gettato sopra di me. Piúancora: avrei dovuto battermi con essoforse ferirloforseucciderlo; o io stesso rimanere ferito od ucciso. Tale il premio cheegli avrebbe ricevuto della sua fiduciaio del mio sacrificio. Unafatalità inesorabile aveva posto a legge delle nostreesistenze questo dilemma terribile.

Perchésarei io stato sí vile da gettare sopra di lei laresponsabilità di quell’avvenimentoda dirgli come ellami aveva imposto il suo amore? E quando pure egli ne fosse statoconvintoavrebbe potuto sottrarsi alle esigenze di quei pregiudiziche lo costringevano a pretendere da me una riparazione palese comel’offesa? Nonon v’era a questo riguardo alcuna via ditransizione; un duello era inevitabile.

Poichém’ebbi definita la mia situazione in questi terminimi sentiiun poco piú tranquillo. Il timorel’aspettazione di unmalesono un male maggiore di quello che si teme e si aspetta. Misarebbe importato poco il morire; mi era avvezzato a questa idea finoda fanciulloe la mia gioventú non era stata che una lottacontinua tra l’istinto tenace della vitae la mania assidua delsuicidio; ma uccidere luiquell’uomo che sapeva accomodarsi síbene cogli uomini e coll’esistenzache era cosíonestamente felice!… quello era un pensiero che mi lacerava ilcuore.

DiFosca non mi dava gran pena. Io non l’amava; i mali che ellaaveva cagionato parevano disgiungerci ancora di piú. La miapietà era sí poco vivache il minimo de’ suoitorti bastava a farla tacere.

Lemie idee si rischiararono a poco a poco.

Nonsi può durare lungamente sotto l’oppressione di un grandolore. Il cuoreprostrato per un istantesi risolleva subito; lasperanza ritorna a sorridereprecorre gli avvenimentie ci additale gioie che devono compensarci di quegli affanni.

Rientrainella città. Mi pareva d’essermi dimenticato di qualchecosaaveva nella testa l’idea confusa di un piacere vicinodiuna gioia certama non sapeva quale fosse. Ad un tratto me nesovvenni; fu un baleno: non aveva letto ancora la lettera di Clara.

Sorrisitra me stessoe mi affrettai verso casa. Quella lettera mi avrebbecompensato di tutto. E poila mia felicità era adesso bencertafra poche ore sarei partito per Milanosarei vissuto semprevicino a leinon l’avrei abbandonata mai piú. Ora ne eraben sicuro. Come poteva io dolermi di una sventura sí lieved’innanzi alle attrattive di una gioia sí grande e sídurevole? Io sorrideva di quel dolore miserabile.

Nonso se gli altri amanti sieno stati nei loro affetti tantosublimamente puerili quanto lo fui io. Vorrei pur leggere nel cuoredegli altri uomini per conoscere se io ho realmente amato di piúse fui in ciòcome ho creduto e temuto sempreun’eccezionemostruosa e sventurata.

Nonlessi mai una lettera di Clara se non alcune ore dopo averlaricevutaper prolungarmi coll’aspettazione il piacere di quellalettura. Spessoappena aperteleincominciava a leggere a rovescioo alla trasparenza della fiamma della candelae guardava qua e colàin fretta alcune parolee richiudeva tosto quei fogli per costruirecon esse qualche frase a mio talentoe fantasticare su ciòche avrebbe potuto dirmi. Non comprendeva nullase non dopo averlelette dieci o venti volte; le ritenevo a memoriae le recitavo a mestesso prima di addormentarmi; talora le ricopiavo imitando i suoicaratteriper provare in qualche modo le sensazioni che ella dovevaaver provato nello scriverle.

Eaveva allora venticinque anni!

Main quella sera era troppo afflittoaveva troppo bisogno di confortiper potermi protrarre questo piacere. L’apersi con avidaimpazienza; ed ecco ciò che conteneva quella letteraterribile:

"Procuradi ascoltare con calma ciò che sto per dirti. Abbi tu almenoquella forza che io non hoe possa non conoscere l’amarezza diquelle lacrime disperate che io verso nello scriverti. Mio buonamicomio Giorgiomio angelonoi non dobbiamo vederci piúnoi dobbiamo lasciarci per sempre. La mia mano vacillae il miocuore s’infrange nello scrivere queste parole.

Ascolta.Sarò breveti dirò tutto piú concisamente chepossogiacché ogni parola che devo dirti mi trapassa l’animacome una lama. Rovesci di fortuna gravi e improvvisi hanno rovinatola mia famiglia. Mio marito è quasi povero. Ènecessario che tutto sia mutato nel nostro sistema di vita; che ioattenda colla mia vigilanzacolla mia assiduitàforse anchecol mio lavoroa quelle economie che mi impone il mio dovere dimoglie e di madre. Mio marito ebbe forse dei torti verso di me; io nel’ho ben punito. Ad ogni modoora che egli è infelicesento il bisogno di riavvicinarmi a luie di proteggerlo col mioaffetto. La fortuna ha riunito le nostre esistenzenon possoabbandonarlo. Tu stessotu mi disprezzeresti. Sono ora otto mesi checi amiamo. La mia colpa fu lungala mia dimenticanza profondalamia felicità immensa.

Tuttauna vita non basterebbe a scontare questa felicità (poichéla felicità è cosa che si sconta). Come potreipretendere di essere ancora felice? Come oserei di essere ancoracolpevole? Lasciandoci oranoi ci lasciamo in tutta la pienezzadelle nostre illusioni e della nostra fede; noi porteremo intattealla tomba queste illusioni che una intimità piúdurevole avrebbe scolorite o distrutte. La tua memoria riempiràtutta la mia esistenza.

Nonè il caso che ci ha separatiè una predestinazioneèuna volontà superiore e imperscrutabile. La sventura che micolpisce ha punito me di una colpa che non potrò mai lavareabbastanza colle mie lacrime; ha tolto dalla tua via un ostacolo cheavrebbe certo attraversato a tegiovaneun avvenire che il tuocoraggio e il tuo ingegno ti additano lusinghiero e felice.

Quandopure il mio cuore avesse potuto ribellarsi al sentimento di un dovereche m’impone di dividermi da teio non avrei mai potutosottrarmi al disprezzo di coloro che avrebbero penetrato il nostrosegretoalla condanna disonorante di cui la società avrebbecolpito la mia condotta. Mio figliol’unico scopol’unicoaffetto legittimo della mia vitanon avrebbe potuto redimersi maidal disonore ingiusto e crudele che gli sarebbe provenuto dalla miacolpa; egli non avrebbe potuto arricchire il suo cuore di quel dolcesentimento che a voi uomini già esperti della nostra fatuitàdei nostri errorispesso anche delle nostre bassezzefa parereancora nobile e cara la donna: la pura e santa memoria di una madre.

SíGiorgioio sono caduta con facilitàma devo rialzarmi concoraggio. Mi sono data a te con franchezzami ti ritoglieròcon pari franchezza; mi farò un’arma della tua stimadella tua ricordanza; adoprerò a nobilitarmi quella stessaforza che mi darà la memoria del nostro passato.

Nellamia vita di otto mesiio fui assai felice… Non ho mai tantoguardato e pensato a questo tempocome ora che i nostri cuori stannoper dividersi. Un’idea mi conforta e mi inorgoglisce. Nessunopuò toglierci questo passatonessuno può fare che ionon t’abbia amato con tutta l’anima mia e che tu mi abbiariamata collo stesso ardore. Questo tesoro di memoria èindistruttibile. Io l’ho celato nelle profondità piúsegrete della mia anima. È da esso che io attingeròqualche conforto per la mia vita avveniremisera vitapiena ditristezza e di abbandonoma abbellita dal sorriso de la tuarimembranza; senza questa certezzadove avrei io trovato la forza diabbandonarti?

Nénoi dobbiamo lasciarci solo come amantidobbiamo lasciarci anchecome amiciogni altra relazione tra noi sarebbe fatale; non cipotrebbe ricondurre all’amore perché nol dovremmononlegherebbe di piú i nostri cuori perché ce nemostrerebbe quei difetti che l’amore ci aveva nascosti. Quandodue creature si sono amate come noinon possono piú amarsicome gli altri; tu fosti tutto per menon voglio che tu sia pocopreferisco che tu sia nulla. Le anime come le nostre non vivono chedi piaceri grandio di grandi dolori. Prima di lasciarti ho volutorivedere tutti quei luoghi che mi parlavano di te (forse io non lirivedrò mai piú)ho voluto dare un addio a tutto ciòche il tuo affetto mi aveva reso caro. Nell’immensità delmio doloreio sono ora quasi tranquilla. Io non ti perdo; horaccolto dal nostro passato tante memorie che una lunghissima vitanon basterebbe ad esaurirle.

Oraaddio. Tu lo vedi. Io ti scrivo piangendoe non potrei scriverti dipiú; le lacrime cancellano le parolequasi avesserosentimento di pietà e volessero risparmiare a te il dolore diversarne altre nel leggerle. Io non poteva ingannarti. Poteva essereancora fra le tue bracciama il mio pensieroil mio cuore sarebberostati lontani da te.

Ildestino che ci separa è inesorabile. Se tu mi hai realmenteamatase ho meritato qualche cosa dal tuo affettofa che la tuarassegnazione e la tua virtú mi abbiano a rendere menoterribile il perderti.

Holasciato apposta nella tua stanza la mia crocetta di brillanti.Tienila per memoria mia. Sarò felice se mi prometterai diportarla sempre sul tuo cuore. Non ti avrei fatto un altro donononavrei osatoma una croce è simbolo di sacrificiodiabnegazionedi dolore; mi parve che ella avrebbe potuto fartiricordare di menella sola maniera in cui desidero che tu abbia aricordartene. Quel giorno in cui mi lasciasti la prima voltatu lavedesti brillare sul mio pettotu la baciasti; vi si vedono oggiancora le traccie delle nostre lacrime: ho pensato che questa memoriasarebbe stata sacra per te.

Addioancora. Sii forteGiorgiosii ragionevolenon maledirmi. Pensa chesoltanto in questo modo io poteva riacquistare la stima di memedesimanon credermi interamente perdutae tu sii pago di averamata una donna non affatto indegna di te. Un abbandono piúlungo ci avrebbe disgiuntiquesto sacrificio ci riunisce. Se iofossi stata liberami sarei uccisa per non sopravvivere al nostroamore; esso fu immensoma immenso e terribile ne fu il distacco; tuinvece conosci i legami che mi impongono di vivere. Ma se io fossistata libera ti avrei amato per tutta la vita.

Addiomio adoratomia anima(ti chiamerò ancora una volta conquesti nomi diletti)addio per l’ultima voltaaddio persempre. Mi dicesti un tempo che assomiglio a tua madreamami in essae come essa. Il mio affettola mia memoria ti seguiranno fino allatomba. Sii feliceGiorgiosii onesto; e che il cielo vegli sopra dite".





Cap. XLVI

Laprima lettura di quel foglio non produsse in me che un senso disbigottimento profondo. Poggiai i gomiti sul tavolola testa fra lemanie la rilessi due o tre volte. Non poteva credere che ciòche aveva letto fosse realmente vero.

Laprima impressione che ci dà una sventura grande e inattesa ètemperata sempre da un sentimento di strana incredulitàlaquale ci trae a dubitare delle cose piú palesi e reali. Secosí non fossequell’impressione avrebbe spesso ilpotere di uccidere.

Miprovai a fare colle mani alcune pieghe nel mio abitoa pronunciareforte il mio nomeperché mi pareva di non essere piúioo di essere in preda ad una tremenda allucinazione.

Mialzaie sorrisi non so di che cosa. Incominciai a camminare per lacamera a passi accelerati. Senza accorgermene aveva preso in mano lacandela; la mia ombra che si allungava sul pavimento e si piegavaalla base della parete risalendola come vi aderissemi seguiva su egiú per la stanza. Mi arrestai a contemplarlal’accorciaie la riallungai appressando e allontanando il lume: mi fermai ad unangoloe guardai attorno alla camera quasi spaventatovidi vicino ame un ragno nero che si arrampicava su pel murolo abbruciai collafiamma della candelae lo sentii friggere e scoppiettare con unaspecie di voluttà quasi crudele. Passando vicino ad unospecchiovi scorsi riflessa la mia personae mi arrestai acontemplarmi. Aveva quasi paura di memi pareva che il mio volto nonfosse quelloche avrei dovuto averne uno diverso.

Miprovai a sorrideree a contrarre in mille modi le mie fattezze. Vifu un istante in cui mi parve che lo specchio riflettesse il viso diun’altra persona che era dietro di me e vi si affacciavacurvandosi dietro la mia spalla. Trasaliie feci atto di rivolgermi;il lume mi scivolò di manocadde e si spense. Quel rumorequell’oscurità improvvisa mi fecero tornare in me. Loriaccesimi sedettitornai a rileggere la lettera di Clara.

Oraaveva ben compreso; mi premetti le mani sul cuoree mi abbandonaisulla mia sedia cogli occhi chiusiquasi sperando che qualche cosadi terribiledi fatale sarebbe successo fra pocoche la casa ove mitrovava sarebbe rovinatache la terra si sarebbe aperta peringhiottirmi. Non era possibile che ogni cosa in natura continuasse aprocedere collo stesso ordine di prima. Sentiva passare le carrozzesulla viasentiva il cicaleccio dei passeggierima tutto ciònon avrebbe durato piú che un istante. La mia felicitàera finitatutto doveva essere finito. In quel momento scoccarono lesette al pendolo della camera; ogni vibrazione mi parve un colpo dicoltello che mi trapassasse il cuoree mi contorsi e mi raggomitolaigemendo come per difendermi da quei colpi.

Inquell’orribile confusione di idee che s’era formata dentrodi meuna ve n’era ben certaben chiaraben definita: ioaveva amato un mostro. Egli era possibile abbandonarmi cosí?Potevano esservi in natura ragioni sufficienti a dividere due cuoriche si erano amati come i nostri? Potevano due creature che eranostate sí care l’una all’altra separarsi e sperare disopravvivere a questo abbandono? Avrei io mai creduto che il nostroamore avrebbe potuto finire? Avrei io avuto il coraggio pur dipensare a ciò che ella aveva predeciso e compiuto con sífacile risolutezza? Noné ioné nessuno. Tal cosa nonpoteva essere immaginata che da un essere mostruosamente ingratomostruosamente crudele. Io aveva amato questo essere. Tuttol'edificio della mia fede era rovinatotutto era caduto nel fango.

Miimmersi e mi smarrii in questi pensieridi cui non comprendevaallora tutta l'ingiustizia. Mi riscossi sentendomi toccare allaspalla; guardai: era il dottore.

Eglisi scostò un poco da meperché la sua ombra nonm'impedisse di vedere il colonnello che era entrato con luie s'eraarrestato in piedi nel mezzo della camera. Si appoggiò collemani allo schienale d'una sedia e mi disse:

-Immaginerete certo le ragioni che hanno indotto il colonnello avenire da voi. Egli sa che vi sono amicoe mi ha permesso diaccompagnarlo. Ho insistito su ciòperché spero che levostre giustificazioni saranno sufficienti ad evitare…

-Ma che diavolo dite! - interruppe vivacemente il colonnello. -Io non vi ho dato certo questo mandato. - E proseguíavvicinandosi a mee piantandomisi diritto dinanzi:

-Signorevoi avete abusato bassamente della mia fiduciasiete venutonella mia casa per disonorarlami avete reso ridicolo. Capirete checiò è tal cosa cui non si può rimediare condelle parole. È necessario che me ne diate una riparazioned'altro genere. Spero che non dovrò costringervi adaccordarmela.

-Volete dire?

-Noi ci batteremo.

-Va bene. Quando?

-Domani.

-Ma… - interruppe il dottore - io credo… mi pareche se si facessero prima alcune parole in propositonon sarebbegran male; sarebbe possibile intendersie…

-Viavia- riprese furiosamente il mio avversario - èinutile che insistiate a questo riguardo. Voi non conoscete tutte leminime particolarità di questo fattonon sapete fino a chepunto io fui ingannato. Vi fu un altro miserabile che ha abusato diquella donna… egli lo saho avuto la debolezza diraccontarglielo. Finora ha saputo sfuggirmima nutro speranza che ungiorno o l'altro c'incontreremo.

Ionon risposie continuai a guardare la fiamma del caminetto.

-Spero - continuò egli riavvicinandomisidopo aver fattoalcuni giri per la stanza - che lascerete a me lo stabilire lecondizioni di questo scontro. Voi siete il provocatoma io sonol'offeso. Voi solo sapete fino a che punto mi avete offeso. Abborroquesti duelli ridicoli che finiscono con una scalfittura. Ènecessario che ci battiamo fino a che uno di noi rimanga sul terreno.

-Sia- io dissi senza sollevare gli occhi - ho bisogno diuccidere un uomo.

Ilmio avversario e il dottore mi guardavano meravigliati.

-Saprete però - continuò il colonnello - checiascuno di noi arrischia ad un tempo la sua posizione. La disparitàdei nostri gradi ci vieta di batterci. Bisognerebbe che io o voi cidimettessimo.

-Mi dimetterò io - dissi.

-Non vorrei però…

-Non potete impedirmi di dimettermi - replicai con calma.

-Come volete.

Micurvai sul tavoloscrissi la domanda della mia dimissionee glielaporsi.

-Restano a stabilirsi l'ora e le condizioni del duello -diss'egli - è troppo tardi perché possiamoaffidarne l'incarico ai nostri secondi. Se non avete nulla adopporreci accorderemo noi stessi a questo riguardo; il dottore nesarà testimonio.

Ionon risposi.

-Ci troveremo domattina alle ottodietro gli spalti del castello.Provvederò io le armi. Non avete osservazioni a fare?

-Nessuna.

-Allora non v'è altro punto a discutere. Conto sulla vostraparola. Ci rivedremo.

Efece atto di uscire. Quando fu presso la soglia dell'uscio tornòindietroe mi disse con voce piú calma:

-Qualunque sieno i nostri rapporti attualidevo richiedervi d'unfavore che i vostri sentimenti di gentiluomo non mi possonorifiutare. Mia cugina non ha serbata memoria alcuna di ciò chesuccesse oggi…

-Ah! vostra cugina… - interruppi io. - Ebbene?

-È necessario che essa continui ad ignorarloche non sappianulla di ciò che sta per succedere. L'esito di un duello èincertoe …

-Sí- io dissi alzando il capo e guardandolo in volto perla prima volta dacché era entrato nella stanza - èassai incerto. Io potrei anche uccidervinon è vero?

-Verissimo- rispose egli un po' turbato - come io potreiuccidere voi.

Edopo un momento di silenzio mi chiese:

-Mi odiate dunque molto?

-Non so- io risposi - ma se non fossi certo che fra poco ouccideròo sarò uccisomi sarei già buttatosulla via per uccidere qualcun altro.

-Vi ho fatto una domanda inopportuna - diss'egli con ariamortificata e sorpresa. - Tali sentimenti non mi riguardano. Lenostre convenzioni sono stabilitee basta. A domani.

-A domani.

Eduscí.

Allorchésentii l'uscio richiudersi dietro di luiricaddi sulla mia sediaeproruppi in un pianto dirotto.

Ildottoreche era rimasto nella stanza senza che me ne fossi avvedutomi si avvicinò e mi disse:

-Calmatevi. Siete stranamente agitato. È a deplorarsi chequella donna vi abbia condotta a tale estremoma chi l'avrebbepreveduto? Questo duello avrebbe potuto essere evitato; il vostrocontegno fu calmoma provocante. Ora non giova pensarci. Voi l'avetedettol'esito d'uno scontro è incertoè follia ilpreoccuparsene. Io sono afflitto di aver cagionato inconsciamentequeste sventurema voi sapete che l'ho fatto a fine di bene. Non mene porterete rancore?

-Se io credessi esservi atto meritevole di gratitudine - io dissi- ve ne sarei anzi grato. Ma non parliamo di ciò. Iodebbo in questa notte veder Foscaio l'amoio voglio renderlafelice un istante prima di abbandonarla. Qualunque sia per esserel'esito di quel duelloio non la vedrò mai piú.Bisogna che voi la preveniate della mia visitache ordiniate dilasciarla solache mi lasciate passare dalla vostra camera.

-Ma è impossibile! - esclamò egli. - Voisapete…

-Nono - interruppi io con impeto. - Voi non vi opporreteperché io sono risoluto a vederla in qualunque modoaqualunque costo. Nemmeno l'idea di una violenza potrebbe arrestarmi.Quella donna mi ha amatoella sola mi ha amato veracemente. Nonl'abbandonerò senza gettarmi a' suoi piedie senzaringraziarla colle mie lacrime.

-La responsabilità di questa imprudenza - disse il dottore- ricadrà tutta sopra di voi.

-Io posso sopportarne delle piú terribili…

-Non vi riconosco piú. Sia come volete. Vi attenderònella mia stanza. Ora corro a prevenirla.





Cap. XLVII

Iotorno a rivolgermi adesso una domanda che la mia coscienza atterritami ripete assiduamente da cinque anni. Sono io responsabile di ciòche commisi in quella notte? Aveva io la consapevolezza delle mieazioni? Non so; ricordarmi di quegli avvenimenti con piena esattezzadi dettagli è per fermo tal cosa che sembra accusarmi; ma nonci ricordiamo noi anche dei sogni? Prima di quel giornodopooggistesso in cui mi riconosco sí mutatomi sarei lasciatovincere a tal punto dalle mie passioni? Ed esistono passioni síindomabili nel mio carattere? - È uno spaventoso problemache non giungerò forse mai a decifrare. La incertezza dellamia responsabilità è il segreto delle mie torture; peressa io sarò infelice tutta la vita. Che se pure io potessiallontanare da me questa responsabilità orrendacesserei perquesto di essere la causa di quelle sciagure? La mano che colpiscenel delirioche uccide nell'impeto della passioneè perciòmeno la mano ha colpitoche ha ucciso? Io ho perduto anche ilconforto disperato che mi veniva da quel dubbio; io sento la miacoscienza fremere e ripiegarsi sotto il peso di questo convincimentoterribile.





Cap. XLVIII

Suonavala mezzanotte quando io entrai nella camera di Fosca.

Ellaera inginocchiata a piedi del lettocolla testa appoggiata ad unaseggiolain attitudine di preghiera. Non mi udí e non sivolse; io mi tenni ritto sulla sogliaimmobilecombattuto da milledubbida mille paurecol cuore soffocato dall'angoscia. Girail'occhio intorno a mee contemplai con un senso di raccapricciotutti quegli oggetti che mi ricordavano tanta parte del mio cuore.Colà io aveva vegliato un'intera notte al suo fiancosuquella sedia aveva evocato le dolci memorie di Claraal fiocobarlume di quella lampada aveva accarezzato le lusinghiere promessed'un avvenire ampio e sereno. Ed ora!…

Mossiun passo verso Fosca. Ella rivolse il capo con un moto sírisoluto che i capelliappena trattenuti da una reticellasisprigionarono e caddero sulle spalle e sul collo. Mi videdièun gridobalzò in piedie mi corse incontro con le bracciaprotesee mi avvinghiò al suo seno palpitante. Il mio cuorefremeva come all'aspetto d'una immensa sciagura.

Quell'amplessofu lungo e penoso. L'emozione ci aveva reso mutoli entrambi.

Lapallida luce che illuminava la stanzail crepito lieve dellucignoloil battito affrettato dei nostri pettie la calma chevegliava al di fuoridavano a quel momento una solennità checresceva il mio affanno.

Feciun moto come per ritrarmi da lei; ella se ne avvidene indovinòil senso e gettandomi le braccia al collopiegò il mio capoverso il suosi sollevò sulla punta dei piediaccostòle sue labbra arse dalla febbre alle mie labbrae mi coprí dibaci brevireplicatifrenetici. Tutta la sua natura combatteva unaterribile lotta di desiderio e d'amore; il suo corpo fragile econsumato dal dolore aveva un'energia che m'impauriva.

Latrassi con dolce violenza presso un divanoe la feci sedere; io mele posi d'accanto. Mi afferrò le manime le strinse conforzale accostò al suo senopoi alla bocca fremente. Il suocorpo tremava tutto.

-Hai freddo? - le domandai commosso?

-Ho paura - mi rispose.

Laguardai in volto meravigliato.

-Di che?

-Di moriredi non poter reggere l'urto di quest'onda di felicitàche mi opprime. Ho pregato il cielo che mi desse la forza che mimanca; poche orepoche ore solee poi la morte; che importa a me dimorire quando io abbia vissuto questa notte nelle tua braccia? Ilcielo è generosonon è vero? Ha pietà di coloroche amano?

Nonrisposi. Fosca proseguí senza badare.

-Domani tu dovrai partiredomani io morrò. Ma non è chemezzanotte. Abbiamo sei ore innanzi a noisei ore per noiper noisolipel nostro amore; poiché tu mi aminon è vero?tu me l'hai detto.

Miguardò colle pupille scintillanti di passione. Il suo voltopareva illuminato da un entusiasmo gagliardo che ne rendeva menosgradevole la deformità; le guancie leggermente rosateicapelli nerissimi e abbondanti che contornavano il suo volto come inuna cornice d'ebanoil vivo contrappunto della sua veste di mussolabianca l'assomigliavano ad una visione fantastica; in quel momentonissuno avrebbe detto che Fosca era assolutamente brutta. Io pensai aClaraalle menzogne che le avevano guadagnato il mio cuoreall'inganno bassamente concepito e stoltamente svelato… Oh! síFosca soltanto aveva meritato il mio amoreella sola mi aveva amatoella che aveva sfidato il ridicoloil disprezzola collera; ellache aveva rinunziato al suo orgoglio di donnadomandando per pietàciò che le altre dànno per debolezzaper vanitào per vizio.

-T'amo - le risposi.

-Ripetilo.

-T'amo.

-Ripetilo ancora.

-T'amo.

-Oh! mio Giorgiomio Giorgio!

Caddea' miei piedimi strinse le ginocchiae vi nascose la fronte.Quando la risollevòvidi la sua faccia bagnata di pianto.

-Tu soffri? - le chiesi con dolcezza.

-No.

-Tu piangi?

-Sono lagrime dolci.

Tacquesi curvò sopra di me e coprendosi il volto colle mani continuòa singhiozzare in silenzio. La sollevai da terraallontanai le suemanie la baciai sulla bocca. Trasalílevò gli occhiverso di mevolle parlarema gliene venne meno la forzae siabbandonò nelle mie braccia mormorando il mio nome.

-Fosca! Fosca!

Nonmi rispose. Trasognatoistupiditosenza mente e senz'animaiosentiva il suo petto asciutto premere sul miola sua facciaappoggiata alla mia facciacosí presso da udire le pulsazioniaffrettate delle sue tempia.

-Fosca! Fosca! sii fortesii calma; io sono tuosono tuodinissun'altri che tuo.

-Di nissun'altri? Ripetilo. Non è un sogno? Oh! sísaròfortesarò calma; il tempo è geloso della miafelicitàvedi le freccie di quel pendolo come corrono veloci!Oh! mio Giorgiomio Giorgio! tu sei mio!

V'eraun accento di cosí selvaggia voluttà nelle sue paroleche il mio cuore si contorse nel seno come un serpente. Quellaripugnanza invincibile che la natura aveva posto fra di noi risorseimpetuosa come una corrente per separarci.

Unmotoun gestouna mal frenata contrazione dei miei muscoli lerivelarono forse la mia intenzionepoiché in quel puntosentii i nervi delle sue esili braccia stirarsi come corde estringermi in un amplesso soffocante. Gridai… si ritrassemiabbandonò impauritas'inginocchiò domandandomiperdono.

Abbassailo sguardo verso di lei; quel volto sfigurato dalle lacrime e dalsentimento eccessivo del piacerei suoi grandi occhi sporgentidall'orbitail tremito del suo corpomi rivelarono brutalmentetutto l'orrore della mia posizione. Non era la mia animanon era lamia volontà; era il sangueerano le fibrei muscolii nerviche si ribellavano a quell'amplesso. L'immaginazione raddoppiòil mio ribrezzo: ricercai sotto quella vestesotto quei nastri ilsuo corpo… Ed avrei io?… Mio Dio! Mio Dio!

Oh!ClaraClaraperché hai tu ucciso il mio cuore? perchénon posso riconfortarmi del tuo pensierodella tua memoria? perchémi hai lasciato solo colle mie paurecoi miei vaneggiamenti? perchéhai tu posto la maledizione sulle mie labbra che non conoscevano chel'amore?

All'improvvisoFosca tacquesi sollevòmi guardò in volto e sorrise.

-Sono pazza! - mi disse - sono pazza! Il mio cuore traboccadi piacereed io piango come una sventurata.

Andòcon passo fermo verso la lampadala prese e la collocòdinanzi ad uno specchio. Si guardògettò indietro conun moto energico della testa il lusso dei suoi capelli nerissimieritornò a me col volto rasserenato.

-Sono brutta; - mi disse con calma - le lagrime sono unfalso ornamento.

-Non è vero - le risposi tanto per liberarmi dal peso delmio silenzio.

Tentennòil capo.

-A quindici anni le lagrimea trenta i sorrisi.

Poicon una specie di civetteria che contrastava stranamente colla suanaturasi accostò alla tolettasi lavò la facciaarruffò bizzarramente i capellie ritornò a me lietavoluttuosatutta profumisorrisi e desideri.

-T'amo - mi dissee si sedette sulle mie ginocchiaincrociandole mani sul mio capo.

Parevacosí felicecosí riconoscentecosícarezzevoleche se anche il proposito non avesse prevenuto il miocuoreegli si sarebbe arreso per un senso irresistibile di pietà.Quella donna mi amava!

-Tu parti? - mi domandò qualche istante dopo con accentodi melanconia.

-Domani stesso.

-Domani!

Eparve raccogliersi a meditare. All'improvviso si riscosse.

-Vuoi che io venga teco?

Esiccome io non risposi subitopose una mano sulla mia bocca e midisse:

-Non schermirti; io so bene che noi non possiamo amarci come gli altriuomini. Un giornoun'oraun istantee poi…

-E poi?

-Si muore.

Elladisse queste parole con tanta sicurezzache mio malgrado sentii unbrivido corrermi per le vene.

-Qual è la donna che tu hai amato sopra tutte?

Laguardai meravigliato.

-Mia madre.

-Non è questo.

-Non domandarmi altro.

-Voglio saperlo; è un capriccio; ho i miei capricci anch'io;tutte le donne innamorate ne hanno; tutti gli innamorati lisoddisfano. Oggi tu sei il mio innamorato.

-Domandami qual è quella che io amo.

-E sia. Qual è la donna che tu ami sopra tutte?

-Sei tu.

Nonsi aspettava questa risposta; tremòsi fe' rossa in volto dalpiaceree nascose il capo nel mio seno.

-Quand'è cosí- prese a dire poco dopo -dammene una prova.

Labaciai sulla bocca.

-Non basta.

Labaciai ancora.

-Non basta.

-Farò ciò che vorrai. Comandami.

-Non voglio comandarti.

-Desidera.

-Nemmeno.

-Che ho da fare?

-Indovina. Ciò che faresti con una donna che amassiciòche hai fatto con le donne che hai amatociò che hai fattocon Clara.

-Clara! Tu dici?…

MioDio! Mio Dio! Perché risuscitava ella questo terribilepensiero in quel momento?… La strinsi al petto con forzaconuna forza rabbiosa che aveva apparenza di passione. Ella si abbandonòpalpitantesenza dir parola. La mia stretta fu lunga; il suo fragilecorpo fremeva fra le mie braccia.

-Giorgiomio Giorgio!

-Sei paga?

-Non ancora.

-Non credi dunque al mio amore?

-Ci credoci credo; spirerei ai tuoi piedi se non ci credessi.Mordimi la guancia.

-Perché?

-Mordimi la guancia; tu l'hai fatto con Claranon lo negare; gettatiai miei piediappoggia il tuo capo sulle mie ginocchia.

Miarresi come un fanciullo. Tutte le forze della mia volontàerano domate dall'aspetto di quell'energia.

M'inginocchiaia' suoi piedi. Ella batté palma a palma le mani con unoslancio di gioia puerilmente selvaggia.

-Cosícosí… lo vedeteè proprio luiilmio amoreil mio bello; lui cosí fortecosí grande!Egli domanda la mia pietàlo vedetelo vedete!

Passòle mani affilate fra i miei capellili attortigliò fra ledita come avrebbe fatto con un bambinomi lisciò la frontemi prodigò cento carezzemi chiamò con cento nomiteneri. Io taceva e tremava.

-Credi nella virtú della donna? - mi domandòimprovvisamente.

Perchéquella domanda? E quale sarebbe stato l'effetto della mia risposta?Voleva ella darmene una prova? O piuttosto prevenire il miodisprezzo? Assicurare l'impunità della sua colpa?

-Ci credo - le risposi con un esaltamento che nascondeva assaimale la mia convinzione.

-Non ti pare che vi possano essere delle circostanze che scusino elegittimino il fallo?

Nonrisposi. La sua intenzione era palese. Ripugnava alla mia dignitàd'uomo contrastarle e schermirmi con un sotterfugio da una promessache il dispetto e l'affanno avevano strappato al mio cuore. Ripugnavaalla mia debole natura incoraggiarla con bugiarde lusinghe.

Ellami comprese e tacque.

-Parlami di Clara - mi disse poco dopo.

Esiccome io non rispondevoaggiunse con accento carezzevole:

-Non temeremio bellonon temere; non ne sono gelosa. Tu non sei piúGiorgio per mesei l'amoresei il mio sole. Il sole illumina eriscalda; le creature ne fruiscono senza lamentarsine fruisconobenedicendo; tu sei il mio amoretu sei il mio sole… Tu l'aminon è vero?

-L'ho amata.

-Non l'ami piú? Sarebbe vero? Oh! graziegrazie. Non èverosai; io ho mentitonon è vero che io non sia gelosa;oggi sono forteecco tutto. Vorrei essere l'aria che tu respiri perconfondere la mia vita colla tuadistruggere la mia natura per farparte della tua natura. Dimmi ancora che non ami piú quelladonna.

Glielodissi.

-Giuralo.

Giurai.

Siabbandonò fremente di piacere sopra di memormorando paroledi desiderio e di preghiera.

Ilmio cuore era straziato dall'angoscia.

Quellacreatura selvaggiaresa terribile dalla deformità e dallamalattiadomandava da me l'ultima prova. Lottai contro me stessocontro la mia natura codarda che si ribellava ad un sagrifizio che iostesso avevo provocato.

Sefosse stata Clara! Che dico? Se fosse stata la piú viledonnicciuolaio sarei caduto ai suoi piedi supplichevoleavreidimenticato il mio cuorela mia mentela mia anima nell'ebbrezzadei sensi. Codardo! Codardo!

Nell'impetogeneroso che succedette a questo pensiero l'afferrai convulsolasollevai sulle bracciala portai in giro per la camera smaniando.Cosí altre voltecon altro fremitocon altro spasimoioaveva portato il corpo adorato di Clara! Erano le stesse gridalestesse parole rottelo stesso fruscio di vestilo stesso ondeggiaredi capelli discioltilo stesso profumo inebbriante…

Ansantepallida piú del consuetoella mi scivolò dallebracciae si accosciò sul nudo terreno. Me le assisi alfianco.

-Ho freddo- mi disse.

-Ti riscalderò sul mio seno.

-Come sei bello! come ti amo!

Silevò d'un balzocorse ad uno stipoprese un paio di forbici:poi venne a mee me le diede; trasse innanzi i suoi capelliliraccolse in un fascio colle manie mi disse sorridendo:

-Recidilimio bellomio amorerecidili; sono tuoi.

Esiccome io mi ritrassiafferrò le forbici e fece atto direciderli ella stessa. Una parte dei suoi capelli le era sfuggitatentò di riafferrarli e fu vano; io ebbi tempo di trattenerla.

-Hai ragione- mi disse ella - hai ragione; piútardi.

Piútardi! che voleva ella dire? Perché? E poteva io ingannarmisul significato di quelle parole? Si sarebbe ella privata della suasola bellezza in quel momento? Piú tardi! piú tardi!Mio Dio!

Inquella si udí lo scatto d'una mollapoi quattro squillisonori del pendolo.

Quattroore! Erano passate quattro ore! Levai gli occhi in volto a Fosca e vilessi lo stesso pensiero. Feci un moto come per ritrarmi; essa miafferròmi strinsee con un accento intraducibile d'affannomormorò alle mie orecchie queste terribili parole: - Siimio! Sii mio!

Unanebbia mi oscurò l'intellettoe non ebbi forza di resistere.Ciò che avvenne dopo è cosí spaventoso che lamia mente ne rifugge inorridita. Due lunghe ore di spasimidi gridadi ritrosie ispirate dal ribrezzohanno spezzato la mia naturahanno sfasciato l'edifizio delle mie memorie e inaridito l'ultimasorgente delle mie speranze…





Cap. XLIX

Mitrovai nel luogo convenuto presso il castello senza quasi avvedermid'esservi andato. Non aveva dormitoe mi pareva di non essere bendesto. Il dottore era venuto co' miei secondim'aveva cacciato inuna carrozzaed era stato in ciò sí pronto e sípuntualeche eravamo giunti nello stesso istante che il mioavversario.

Erauna mattina freddaoscuranebbiosa; gli alberi erano carichi dighiacciuoli che la brezza faceva cadere dai rami; le campane deipaeselli vicini continuavano a suonare a festa; gruppi di contadiniandavano alla città o ne tornavano coi loro canestri; lecampagne erano coperte di neve e deserte.

Scendemmonel fossato per una frana che le pioggie avevano prodotto nelterrapieno. Colà non v'era a temere di esser visti. Quelcastellocui tante volte aveva dovuto recarmi con Fosca e che nonaveva veduto mainon era abitato che da pochi coloni; le sue torriscrepolate coperte di ficaie selvagge e di ellere pareano minacciarcidi crollare sopra di noi.

Inostri secondi convennero che ci fossimo battuti alla sciabolacomearma meno pericolosa. Ciò era per me indifferente. Non perchénon odiassi quell'uomoma perché in quell'istante non avevacoscienza né dell'altrui pericoloné del mio; quellaspecie di esaltazionedi sonnambulismo che aveva provato in me finodalla sera precedente era ancora piú piena e piúprofonda. Non vedevo con chiarezzanon aveva che una percezioneimperfettissima delle cose che accadevano intorno a me. Sentiva ilmio sangue fluttuare dal cuore alla testa con impeto spaventevole;provava una sensazione penosa alle vene delle tempie ed ai polsilemie orecchie erano assordate da un tintinnio incessante; provava intutto il mio corpo quell'impressione che dà non un doloremal'aspettazione di un dolore; mi pareva che fra pochi istanti tutta lamia macchina avrebbe dovuto scomporsirovinare; mi sembrava diessere in attesa di qualche cosa di stranodi terribilecome diessere fulminato.

Cilevammo le tuniche e rimboccammo le maniche della camicia. Scorrevalí presso un rigagnolo; il dottore vi bagnò unfazzolettolo torsee mi legò il polso. Ci diedero lesciaboleci collocarono di fronte l'uno all'altromisurarono ledistanze. Io aveva sul mio avversario il vantaggio della staturaegli quello dell'agilità. Era un uomo piccolosecconervoso;e i suoi occhi inquieti e vivaci che non cessavano di affissarmiindicavano in lui un'energia e una risolutezza che io era ben lungidall'avere.

Fudato il segnale. Il colonnello tentò subito e con agilitàimpareggiabile un colpo decisivoun colpo a bandoliera che io nonevitai che in parte ritirandomi. Egli mi squarciò la camiciadalla spalla destra fino al fianco sinistroe mi segnò unalunga scalfittura sul petto. Un orlo di sangue comparve subitamentelungo tutto lo sparato. Però nel ritirarsi si scopersee dalcanto mio lo colpii al braccioma la rimboccatura della manica reseil mio colpo inoffensivo.

Ciordinarono desistereesaminarono la mia feritaricominciammo.

Scambiammoparecchi colpi senza alcun frutto. Io era assai piú abile delmio avversarioe se avessi nutrito odio per lui o avessi avutomaggior coscienza del pericolo cui m'esponevonon avrei trovatodifficoltà ad uscirne con vantaggio. Dopo pochi minutiilcolonnello era ansantesfinito. Ci riposammo.

Facemmoun terzo assalto. Io era piú che stancoannoiato; mi limitavaalla difesae mi difendeva debolmente. Il colonnello avevariacquistata nuova energiail dispetto lo avevaper cosídireringiovanitoaccompagnava ogni colpo con un grido secco ebreve come è costume dei duellantie tentava ferirmi al pettodi punta. Ripeté due o tre volte questo tentativo. La suaostinazione mi scosse istintivamente dalla mia apatia. V'era nulla dipiú facile che colpirlo in quel momento con un fendente ditestané so come non se ne avvedesse. Colsi l'istanteeglimi si avventò rovesciando indietro il capoio fui sollecito aritrarmi senza pararee a riavventarmi subitoprima che avesseavuto tempo di rimettersi in guardia. Lasciai scendere la sciabolaleggermenteegli vide il pericolodeviò a destrae locolpii alla spalla.

Gettòla sua arma con dispettorampognando i suoi secondi di averacconsentito alla scelta della sciabolae dicendo che il freddo gliirrigidiva le manie rendeva impossibile il servirsene liberamente.La sua ferita era benché profondanon grave.

Insistetteperché ci battessimo alla pistola. Nessun consiglio potédistoglierlo da questo proposito.

Levammoa sorte cui toccasse sparare per primo: la fortuna favorí ilmio avversario.

Fummocollocati a trenta passi di distanza. Le pareti parallele del fossoche era angustissimo davano all'occhio una direzione sí giustae sí facileche io mi tenni perduto. Avvicinai la mia arma alpetto per coprirne il cuoree mi collocai un poco di fianco peroffrir minor bersaglio possibile. Fu dato il segnaleil colonnellosparòla palla passò fischiando senza colpirmi.

Egliriprese la sua posizioneio distesi il bracciosparai alla miavolta senza mirare; egli vacillò un istantelasciòscivolare la pistola di manoe cadde rovesciato. Io non so cosaavvenisse di me in quell'istante. Il mio respiro si arrestòle mie vene parvero scoppiareil mio cuore schiantarsi; una tenebrami passò davanti agli occhii miei muscoli si contrassero conuno spasimo atrocebrancicai un momento come per afferrarmi aqualche cosaproruppi in un urlo acutodisperatostraziantequalenon aveva inteso mai uscire da petto umanose non forse da quello diFoscae caddi fra le braccia del dottore che era accorso in mioaiuto.

Quellainfermità terribile per cui aveva provato tanto orrore miaveva colpito in quell'istante; la malattia di Fosca si era trasfusain me: io aveva conseguito in quel momento la triste ereditàdel mio fallo e del mio amore.





Cap. L

Dopoquel giorno tutto è oscurità nelle mie memorie; io nonappresi che piú tardi gli ultimi dettagli di questa tragediadomestica. La morte di Foscal'arrivo di mia madreil ritorno almio paese natale sono tutti avvenimenti di cui non ho serbato altraricordanza che quella oscura e confusa di un sogno. Mi sembra talorache tali fatti sieno avvenuti in un'epoca assai remota della miavitatale che non può neppure essere circoscritta entro illimite degli anni che ho già vissuto; e sarei tentato dinegare fede all'esistenza di questo passato angosciosose le traccieche esso ha lasciato nel mio cuore non fossero troppo palesi e troppoprofonde.

Soltantoquattro mesi dopo la catastrofe che ho raccontatouna lettera deldottore mi recava le ultime notizie di quei fatti.

"Nonvi ho scritto prima perché sapeva che la vostra malattia viavrebbe impedito di rispondermie forse anche di apprendere ilcontenuto della mia lettera. Sento che vi siete pressochéristabilitoe che i vostri accessi nervosi sono anche piúmitie piú rari. Il vostro medico vi avrà certoassicurato che ne guarireteio ne impegno la mia parola; questiaccessi non hanno alcun carattere epiletticola vostra debolezza lialimentala forza che riacquisterete guarendo li faràcessare. Viaggiatedivagatevi.

Ignorose lo stato d'animo in cui vi trovavate allora v'abbia permesso diserbar memoria di ciò che avvenne prima della vostra partenza.Fosca morí tre giorni dopo quella notte fatale; morífeliceillusasoddisfatta; ignara di ciò che avvenne tra voie suo cuginoconvinta che l'ordine della vostra traslocazione avevareso la vostra partenza inevitabile.

Inuna scatola che vi spedisco colla ferrovia troverete un involto diseta nera contenente i suoi capelli. Io ve li avrei mandati prima sesapendovi ancora malatonon avessi temuto di commuovervi fatalmentecon questo dono. Saprete certo che ve li mando per incarico suo.

Laferita del colonnello fu gravenon mortale; il proiettile lo colpípure alla spallama girò l'osso senza fratturarlo. Guaríin quaranta giorni. Il Ministero seppe del duelloe poiché levostre dimissioni non erano state ancora né offertenéaccettatelo costrinse a chiedere il suo collocamento in ritiro.Egli è partito pochi giorni or sono per Suez ove gli fuofferto un impiego d'ingegnere civile nei lavori del tagliodell'istmo. Io gli avrei parlato volontieri di voie avrei volutoconvincerlo della vostra innocenza; ma queste sue ultime sciagure loavevano reso sí sospettoso e sí ingiustoche avreitemuto di nuocere alla vostra causa anziché di favorirla.D'altronde è assai probabile che non abbiate piú arivederlo.

Hofede che la vostra coscienza non mi avrà scagliata mai alcunaparola di rimprovero per l'influenza fatale che ebbi in queste vostresventure; nondimeno ho bisogno che me ne assicuriate; voi sapete seio ho pensato alla vostra felicitàe se mi stette a cuore ilprocurarvela.

Nonso se ci vedremo ancorané quando (ci hanno sbalzatiall'altro capo dell'Italia)ma se ciò avverrà speroche vi vedrò mutato. La vitala gioventúil cuorehanno i loro diritti; voi li avevate anche troppo sacrificati.Distaccatevi dal passatogettatevi in questo grande avvenire che viattende. La coscienza è codardaessa si atterrisce spesso dimali che non commiseo che non potea non commettere. Una ciecafatalità muove e dirige le azioni di tutti gli uomini; nondate loro maggiore responsabilità di quella che vi assegnano ilimiti ristrettissimi del vostro arbitrio.

Addiomio buon amicopossiate essere felicee non farvi rimprovero d'unasciagura di cui non siete stato che uno strumento."