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IginioUgo Tarchetti



STORIADI UNA GAMBA

E ALTRI RACCONTI







Storiadi una gamba

Nonmi dimenticherò mai di quel giorno in cui lo conobbi nédel modo con cui lo conobbi. Fu una di quelle rivelazioni pieneardentiistantanee; una di quelle espansioni d'animo pronte ecomplete che non si fannonon si ricevono e non si conoscono che aquattordici anni. A quell'età gli affetti sono subiti come irancorile amicizie rapide come gli affettigli affettiinconsiderati come le ire. A quattordici anni si amano tutti coloroche hanno quattordici anni. Più tardi si amano tuttiindistintamenteche è lo stesso che dire che non si amanessunoperché non si predilige nessuno.

Chiha riconosciuto Eugenio M.chi n'ebbe le confidenze e l'affettosisarà ricordato di quell'epoca della vita in cui si pensasiopera e si ama in un modo così diverso dagli altri; diquell'etàpensando alla quale è impossibile che non siabbia ad esclamare più tardi: "Quanto io era alloramigliore!".

Eugenioaveva però toccati i ventiquattro anni quando io lo conobbiteneva ancora del fanciulloma aveva già in tutto dell'uomo;avesse egli vissuto una lunga esistenza sarebbe pur sempre rimastouomo e fanciullo ad un'ora.

Coloroche nella scorsa primavera solevano passeggiare nelle prime ore delgiorno nel pubblico giardino di Milanosi ricorderanno forse diavervelo veduto. Era una figura bella e patitaun viso di fanciullaa tratti viriliun volto bianco che si vedeva essere stato un temporosatouna testa a capelli castani e ad onde poco marcate –aveva baffetti fini e nascenti – era amputato della gambasinistra a metà il femore e si trascinava appoggiandosi ad unastampella da un fiancoe sorreggendosi dall'altra con una grossacanna di giunco.

Chilo vide n'ebbe pietàchi lo conobbe intimamente ne pianse:nessuno può averlo veduto o conosciuto che non ne abbiaserbato memoria. Io soleva recarmi tutti i giorni in quel giardinoeve lo trovava ogni volta: spesso vi andavamo entrambi sì pertempoche non v'erano altre persone in fuori di noinépotevamo non incontrarciné esimerci da un sentimentod'interesse reciprocoche ci traeva ad osservarci vicendevolmente.Dal canto mio vi era della pietàdal lato suo della simpatia;in entrambi una curiosità affettuosa dei nostri casi e di noi.Non ci avevamo parlatoma ardevamo di farlo; io sapeva che egli lodesideravaegli era certo che io divideva il suo desiderioe purenessuno di noi aveva osato rompere il silenzio. Se ci passavamod'accantoil saluto ci moriva sulle labbra; se ci trovavamo sedutisulla medesima pancai nostri cuori tentavano di avvicinarsiinostri sguardi si dirigevano a due punti opposti – eraun'attrazione ed una repulsione continua – spesso io me nedolevapoi ne rideva meco tacitamente: mancavaci un'occasione che cimettesse in pace col nostro orgoglio; e non tardò a giungere.

Unmattino io gli passava dappressoquando eglinel ritrarre la suastampella che erasi affondata un poco nel terreno ancora molle dipioggiauscì d'equilibrio e cadde. Io mi precipitai sopra diluie rialzatologli offersi il mio bracciolo pregai a riposarsisopra un sedilee me gli sedetti dappresso. Tacemmo per qualcheistante; la nostra situazione era sì penosa e quell'imbarazzoparevami così puerile che volli uscirne ad ogni costo: ruppiil silenzio con una esclamazione d'obbligo in queste circostanze:

"Chebel mattino!".

"Magnifico!"egli disse.

Ecome indispettitosi del mio ritegno e del suomostrandomi ch'egli vis'era meno incaponito di mee che era più uomo di meall'occorrenzaaggiunse con suono diverso di voce:

"Èsingolare! Vi sono delle abitudini di societàdelle esigenzed'amor proprio che non esitiamo un istante a disapprovarema dallequali non sappiamo mai emanciparci totalmente. Ioper esempioeracurioso di sapere chi eravateperché venivate qui tutte lemattineperché mi avete l'aspetto così patito; ed eracerto che voi avevate della simpatia per meche nutrivate la stessacuriosità a mio riguardoche non vi avrei fatto dispiacereporgendovi francamente la mano come ad un amicoe non di meno nonl'ho fatto – perché? non lo so bene io stessonon l'hofatto... e se non avessi preso questo scappucciovoi avresteaspettato ancora chi sa quanto a prevenire la mia esitazione".

"Èvero – io dissi– ho approfittato di questo pretesto; eanch'io non desiderava meno di conoscervi."

"Visono nel nostro orgoglio delle esigenze ridicolee nel nostrocarattere e nella nostra natura delle leggi che si urtanodelleprevenzioni che fanno maleio vorrei conoscere le ragioni di questoritegno indefinibile che separa un uomo dall'altrodi questabarriera di convenienze che una forza prepotente come un istintoinnalza tra creature d'una stessa specie. Certo è difetto disocietànon di natura; è però sempre un assurdofatale e deplorevole. Ma... non importa – proseguii togliendouna delle sue mani tra le mie e troncando a mezzo le mie digressioni;– non importanoi ci siamo avvicinati ora ugualmente (o tardi otosto a ciò si doveva arrivare)e voi potrete conoscereadesso chi sonoperché vengo qui tutte le mattineperchém'ho questa faccia di malatoe tutto quell'altro poco che vorretesapere di meincompensai del molto che io voglio sapere di voi ."

"Stabenesta bene – diss'egli sorridendo– voi mi avetel'aria di chiedermi una confessione."

"Edi farvela. Vi giuro che io mi struggevo dalla curiosità disapere chi eravate."

"Erauna curiosità scambievole."

"Men'era avveduto; ma temo..."

"Checosa?"

"Chei casi della mia vita non abbiano a corrispondere all'aspettazionedella vostra curiosità."

"Saremmopari anche in questo."

"Dunque!"

"Sarebbea dire! Esigete senz'altro una confessione generaleuna confidenzacompletascambievolesenza restrizioni?"

"Senzarestrizioni."

"Manoi non ci conosciamo ancora... badiamo... E se dopo..."

"Ehviache monta questo?"

"Iovi affliggerò col mio racconto."

"Edio col mio. Vi sono delle afflizioni dolcidelle afflizioniinevitabili. Sentiamo le vostre avventure."

"Melo chiedete sul serio?"

"Sulserio."

"Mapensate... Ebbene... sìsìsia come voleteincominciate voi."

"Noincominciate voi."

"Incominciatevoive ne prego."

"Beneincomincerò io" dissiper troncare subito da principioogni piccolo motivo di dissensione. E senza por tempo in mezzoincominciai il mio raccontoe gli narrai per filo e per segno tuttele piccole traversie della mia vitacolorandole come sapevo meglioe chiudendo col dirgli che la passione innata dell'arte e unapassione d'amore sventuratissima mi avevano tratto al partito dicamparmi a stento la vita colle lettere. Io non rinnoverò quiquesto raccontoche mi sarebbe un compito penoso e non avrebbe a chefare cogli avvenimenti che sto per esporre; ma fu una narrazionelunga e commoventee la feci a lui con tutto il fuococon tuttal'espansione d'animo di cui mi sentiva capace. Esponeva sventure miee sventure vere; era forse la prima volta che io raccontava unastoria realeil dolore mi armava lo stile delle sue puntee miriempiva la voce dei suoi singhiozzi e gli occhi delle sue lacrime.

Eugeniomi aveva ascoltato in un raccoglimento profondo e affannosoquelraccoglimento che somiglia alla distrazionema che non è cheun grado estremo della passività sofferente e spontanea dellanostra sensitività e della nostra intellezione.

"Voiavete sofferto assai – egli disse con quella flessioneineffabile di suono che suol dare la pietà alla voce umana–ma v'è ciò di diverso in noiche voi siete al terminedel vostro cammino ed io al principiovoi avete sofferto ed iosoffro. Dubito se apprezzerete nel loro giusto valore le cause dellemie sofferenze. Alcuna di essela più tremendavi appariràforse la più meschina e la più puerile... nononpotrete credere agli effetti terribili di una causa apparentemente sìlieve. Ma non importa. Giacché vi siete dato al mestiere dellelettere – aggiunse contraendo le labbra ad un sorriso violento– vi fornirò il soggetto di un racconto abbastanzacuriosol'occasione di uno studio analitico che darà unadiversione piacevole all'ordine monotono delle vostre idee. Irapporti della patologia animale colla clinica psicologica non furonoancora investigatio lo furono superficialmente. Voi afferrerete inme il segreto di un fenomeno stranodi un fenomeno spaventoso. Lostudierete e lo scriverete. Io non tarderò a fornirvil'argomento dell'ultima paginaperché io morrò assaiprestoodirò megliola parte di me che è ancor vivamorirà presto. Non vi dispiace accompagnarmi fino alla miadimorae trattenervi qualche istante nella mia casa? La vostravisita mi risparmierebbe una parte del mio raccontoe la fatica dimolti dettagli dolorosi."

"Andiamo"io dissi offrendogli il mio bracciocoll'animo compreso da unostrano sbigottimento. E per la prima volta dacché lo vedevaosservai che il suo volto era estremamente pallidoe la sua personaassai dimagrita. La bianchezza del suo visocui la brezza delmattino e l'agitazione derivata dal moto davano spesso una tintarosea un poco vivaceavevano potuto trarmi in ingannoma non tardaiad avvedermi che la sua salute era affrantae che sottoquell'apparenza di benessere si nascondeva il germe d'una consunzionelenta e mortale. Giungemmo in breve alla sua abitazione – duecamere solitarie in un quartiere remoto della città; –egli vi viveva soloné da quanto seppi dipoi aveva avutorapporti di intimità o relazioni d'altro genere col vicinato.

Ilprimo oggetto che colpì vivamente la mia attenzioneappenaentrato nella sua stanzafu una cassettina di legno nero a vetrateuna specie di campana nella quale eravi una gamba scarnata edisseccatacol piedelo stinco a metà del femoreil qualeun poco al di sopra del ginocchioappariva essere stato rotto escheggiato. Mi fu facile indovinare che erano le ossa della gambaamputata al mio amico; nondimeno gli chiesi per assicurarmene:"Questa è la vostra gamba?".

"Sì– disse egli tristemente– è la gamba che miappartenevae che ora – aggiunse sorridendo d'un sorriso assaimesto – mi appartienebenché nel modo singolare che voivedete."

"Enon vi dà pena il vederla?"

"Èciò che sentirete ora da meciò che vi dirò altermine del mio racconto. Voi vedete qui il segreto delle mieafflizioni. Quella parte di me che è mortache si èdistaccata dalla mia vitami chiamami vuolemi domanda l'altraparte che vive: io appartengo alla morte ed alla vita in un tempolamia esistenza è incompleta del pari che il mio nullanéio posso riempire il vuoto della vita; quello della morte lo posso...credete voi che io debba esitare a farlo?

"Nonvi parlerò della mia infanzia; la è un'epocadell'esistenza sì arida che io non so come gli uomini possanorimpiangerla. Io non ho vissuto che da quattro annila vitaincomincia coll'amorecome quella che ne è una creazioneuneffetto: fuori di esso l'esistenza è un periodo di giornisenza nomesenza scoposenza sensazioni. Io appartengo ad unafamiglia veneta: ho abbandonato la mia casa verso i quattordici anniper sfuggire alla coscrizione austriacae completare i miei studi didisegno in questa città. Vi ho vissuto solo non ostante l'etàgiovanissima in cui vi sono venuto; e forse fu questa abitudine diisolamentoquesta mancanza di affettiquesta aridità forzatadi cuore che mi rese soggetto ad una ipocondria inguaribilead unamalinconia tetra e mortale. Vi spiegherei difficilmente tutte le fasidi questa malattia che si è fatta naturae di cui sento chenon guarirò più che morendo. Sarebbe inutile ilparlarvene; tutte le sensazioni che non hanno una causa apparente nonpossono essere comprese che da coloro che le subiscono: i fenomeni diquesta infermità di animo sono sì svariati e sìnumerosi che ogni uomo ne presenta un numero sempre nuovo e sempreinosservato. Io fui tristeio sono ineffabilmente tristeecco ciòche posso dirvi soltanto. Verso i sedici anni mi legai d'amicizia concerto Lorenzo D. che s'era allora addottorato in chirurgiae miabbandonai a questo nuovo sentimento con tutto il trasportocontutta l'effusione di un cuore che non aveva ancora amato alcunomala cui affettività era esuberante ed opprimente. Lorenzo ed iosegnavamo i due punti estremi di una lineai due lati oppostidell'indole umana. Il suo carattere vivacelietoincurevoleinsensibile a qualunque dolore di cuoreformava un contrastomostruoso col mioun contrasto nel quale egli diceva piacevolmentepotersi rinvenire le ragioni della nostra amicizia. Non che egli nonavesse cuoreo lo avesse cattivoma sapeva dirigerne e moderarne lesensazioni: accettava un affanno come avrebbe accettato una gioiasorridendo; e io credo che in fondo in fondo la disparitàdelle nostre nature non si riducesse che ad una questione diapparenze: io subiva un dolore senza nasconderloegli lo subivasenza lasciarlo apparire; tutta la differenza stava in ciòche egli non soggiaceva che a dolori reali ed erano pochiio adolori immaginari ed erano grandi ed infiniti. Non dubito che loconosciateo che abbiate per lo meno sentito parlare di lui: lapiacevolezza del suo carattere lo ha circondato di amici d'ognigeneree gli ha creato una specie di reputazione che le suespensieratezze non gli rendono difficile di conservare. In questocaso voi comprenderete più agevolmente le ragioni di ciòche sto per raccontare; egli è tal natura d'uomo di cui iopotrei parlarvi assai lungamente senza mettervi in grado diformarvene un concetto preciso; sarà sufficiente cheavvertiate una cosaed è che in mezzo alle sue follieaisuoi piacerialle sue dissipazioniegli è buononobileonestoeccezionalmente onestociò che vi spiegheràforse fra poco tutte le anomalie del suo contegno a mio riguardo. Ilprimo attestato di amicizia che ricevetti da lui fu la confidenza diun suo amore per una certa fanciulla che aveva conosciuta in queiprimi giorni della nostra relazione; e questa confidenza mi fu fattacon tanto fuococon tanta espansionecon tanta ricchezza diparticolari che non tardai a formarmi il concetto piùlusinghiero del suo cuore e della stima che io aveva saputoinspirargli. Si aggiunse a queste prove il desiderio che egli mimanifestò di farmela conoscerel'insistenza che oppose al miorifiutoil pretesto che egli addusse di voler porre quella fanciullatra noi come interpretecome mediatricecome legame tra le nostreanimeper modo che quando io cedetti a questa sua volontàmegli sentiva già legato da un affetto prepotentedaun'amicizia profonda e indissolubile. Fui presentato a Clemenza (taleera il nome della fanciulla)non già in sua casanéin presenza della sua famigliama da soli a solinella stanza diuna sua cuginadove ella veniva di furto ad abbracciare il mioamico. È impossibile dirvi l'imbarazzo in cui mi pose quellapresentazione: Lorenzo volle che io le stringessi lì subito lamanoche la considerassi da quel dì innanzi come una sorellamiacome la sposa del mio amico; e mi lasciò solo con leienon passò a riprendermi che dopo qualche ora.

"Lafede che Lorenzo aveva riposta in mela sua stimail suo affettomi commovevano nel più profondo dell'animami legavano a luidi un'amicizia sempre più viva. E per altro lato quellospettacolo di felicitàquella dolce immagine della loroaffezione mi inteneriva profondamentemi traeva a pensare con dolorea me stessoall'aridità del mio passatoall'isolamentoterribile a cui mi avevano condannato la mia tristezza e i miei casi.

"Clemenzaaveva sedici anni (era bellissima)uscita poc'anzi dal collegioeraancora affatto inesperta di quegli artificidi quelle convenzioni disocietà che avvizziscono sì presto il cuore delladonnae spesso lo trasformanolo incitanone uccidono i sentimentipiù delicati e più nobili. Essa amava Lorenzo comeavrebbe amato una sua amica di collegiolo amava per divertirsiperscherzarespassarsi un poco con luilo amava perché eraallegroperché era giovineperché era bello; glivoleva bene come vogliono bene i fanciullicon schiettezzaconlealtàma senza intensità e senza ardore.

"SeLorenzo le avesse detto: "Fuggiamoabbandona la tua casativoglio rapire"essa non avrebbe esitato un istante a seguirlo.La novitàla vaghezza di quell'avvenimento ve l'avrebberoindotta senza indugiare. Tale è il giudizio che io mi sonoformato di lei in questi ultimi anninon alloraché eratroppo inesperto del cuore umano e del suo; allora io lo avevagiudicato un affetto saldo e profondoe forse la mia inesperienzanon mi aveva tratto in ingannopoiché l'amore subisce le fasidell'etàné in quell'epoca poteva essere diverso;bastava che egli contenesse i germi di un amore veroche possedessela forza di resistere al tempodi seguirlodi tramutarsi con luicome ha fattoin un affetto coscienzioso e durevole.

"Miricordo ancora che nella sera di quel giorno io fui tristissimomicoricai assai prestoe pensando alla felicità del mio amicoversai delle lacrime amare sull'acerbità inesorabile del miodestino. Clemenza ed io continuammo a vedercistringemmo da quelgiorno una relazione che non era intensa come l'amorema intimaquanto l'amicizia: Lorenzo non si dava pensiero alcuno di noigioivain vederci legati d'affettostringeva egli stesso in mille guisequesti legami che ci tenevano uniti. In mezzo alle sue follieallesue spensieratezze senza fineil suo cuore perdurava sìnobilesì lealee soprattutto sì ingenuoche eglinon aveva pur sospettata la possibilità di rapporti menoinnocenti tra la sua amante e il suo amiconé io stessoadire il veroaveva sospettata tale possibilità; io fuisorpreso dall'amore prima di poterlo avvertirene fui vinto prima dipoterlo combattere. Era così che l'amore iniziava le suebattagliesi procurava le sue vittorie! Con quelle sorpreseconquelle apparenze di virtùcon quelle simulazioni infinite? Iolo compresi troppo tardiio mi sentii posseduto da questo sentimentonon a gradima ad un trattonon in modo da poterlo vincere ancorama da esserne già vintoda esserne dominato per sempre.

Incoloro che amano una volta solaè l'amore che dirige lavolontàin coloro che amano più di una volta èla volontà che dirige l'amore. La fortunacome in tutte lealtre cose della mia vitavenne a frapporsi fra me e il mio cuore.Una fatalità inesplicabile mi condannava all'ingratitudine piùnera e più mostruosa. Erano trascorsi pochi giorni dacchéio aveva conosciuta Clemenzaquando la sua famigliaassentatasi peralcuni mesi da questa cittàlasciavala qui affidata a suacuginae contemporaneamente Lorenzo si ammalavané potevariceverla in sua casa. Clemenza ed io ci trovammo forzatamente soli.

"Incominciaronole mie esitanze. Io non poteva sfuggirlanon poteva allontanarmi dalei senza tradire il mio segreto; ed ella mi volea seco assai spessoquasi ignorasse la mia passioneonon ignorandolaintendesse disecondarla. Dal letto del mio amico a lei; da lei al letto del mioamico: io trascorreva così le mie giornate angosciose a untempo e felici; se mi tratteneva al fianco di Clemenzal'amicizia michiamava al capezzale del suo amante; se mi tratteneva presso di luil'amore mi richiamava ancora a Clemenza: viveva diviso tra questi duesentimenticonfortato dalla nobiltà dell'unolaceratodall'ingratitudine dell'altro; esitantedubbiosoimpotente sìad essere un amico lealecome un amante leale; torturato dalle lotteincessanti della mia coscienza.

"Noiuscivamo spesso alla serae solevamo passeggiare sotto gli alberidel recinto ove ci siamo ora conosciuti; la cugina di Clemenzavedova e giovane ancoraaveva un amante che incontrava soventedurante quelle nostre passeggiatee al quale soleva dare volentieriil suo braccioe col quale amava ancora più volentieri diperdersi nei meandri intricati del giardino. Così io rimanevasolo colla fanciulla.

"Fuin quelle sere e in quella solitudine e durante la malattia diLorenzo che i nostri cuori si aperseroche io ingannai il piùnobile degli amiciella il più affettuoso degli amanti; cheentrambi ci preparammo amarezze senza fine e senza rimedio. Io nonpotrei mai dirvi tutta l'intensità di queste amarezzetuttala varietà de' miei tormenti. Nello stesso istante che il miocuore si apriva per la prima volta all'amore e ne accoglieval'immagine ancora piaancora puraancora circondata di tutte le sueillusioni celestisentivasi oppressodilaniato dalla coscienzadella sua ingratitudine. E a ciò si aggiungeva la gelosia cheio sentiva di Lorenzoil pensiero che quella fanciulla lo avevaamatolo amava ancorané sapeva risolversi a rinunciarvi; eche quando pure vi si fosse risoltané io avrei potutopermettere che lo facessené ella avrebbe avuto la forza difarlo.

"PerchéClemenza amavaci entrambi ad un'ora; sentivasi in cuore tanto affettoper dividerlo tra noie bastare al debito che aveva contratto versociascuno. Appena ella aveva la coscienza del suo falloneintravedeva appena le conseguenze inevitabili.

"Misterosingolare del cuore umano! Ella aveva amato Lorenzo per l'indolespensierata e vivace del suo carattereaveva amato me per la naturaopposta del mio. La gioventùla bellezzail piacerel'avevano attratta verso di luila pietàla sofferenzaildolorel'avevano a me legata; essa afferrava in entrambi glielementi di cui costituire una sola individualitàunaindividualità perfetta: completava uno coll'altro; amavaciambedue in uno soloe amava uno solo in ciascuno di noi.

"Indarnoio tentava di richiamarla al pensiero dei suoi doveridei nostridoveri; ella rifuggiva da un esame del suo cuoreda una minutaanalisi dei suoi sentimenti; come la maggior parte delle donneobbediva ai propri istinti senza rifletterviseguiva le proprieinclinazioni senza dirigerle; non si formava la vitala subiva; nésapeva tampoco di subirlatrovavala dolce e bastevole.

"Taleè la donna. Non consideranon intuiscenon giudica mai sémedesima; ciò che fa le par buonociò a cui la spingel'istinto le appare sempre giustificato.

"Moltesono oneste perché la natura non le spinse ad essere diverse;moltele piùnon lo sonoperché la natura non volleche lo fosseroperché giudicarono un poco tedioso l'esserlo.L'osservazione non ammette in ciò cause più serie. Nonimporta come e chi esse amino: esse si danno al primo amorecome sidanno all'ultimocome si sono date talora a quelli di mezzoconespansionecon veritàcon abbandono intero e generoso; ciòche esse vogliono soltanto è di essere amatee di esserlosempre.

"Ionon vi racconterò tutte le fasile impressioni di questoamore: dovrei richiamarmi delle memorie troppo affannosenégiungerei a farvi comprendere con quanta profondità io l'abbiasentitoe con quanta amarezza di sacrificii scontato. Piùvoltedurante la malattia di Lorenzoio era stato in procinto digettarmi ai piedi del mio amicodi raccontargli tuttodi implorarela sua pietà e il suo perdonodi fuggiredi sottrarmi persempre alla sua vista e a me stesso. Ma il pensiero del suo doloreil pericolo di aggravarne la malattiala vergogna che io sentiva dime medesimo mi distoglievano da questo progetto. E Clemenza pure visi opponeva. "Perché dirglielo – mi diceva ella–perché affliggerlo! È ella questa gran colpa l'amarti?Non ti ama egli stessoLorenzo? Io ti voglio beneperché tuhai soffertoperché soffriperché sei docile e buono;perché non hai al mondo altra persona che ti ami. Lorenzo nonpuò rimproverarmi l'amore che io ho per te; puòsoffrirnema non può rimproverarmene. Io non sarò tuama non sarò nemmeno di luivi amerò entrambiapparterrò tutta a voima non sarò di nessuno."

"Cherisolvere! Tacqui e simulai lungo tempo. Lorenzo guarì. La sualieta naturache non si era pur smentita durante gli eccessi delmaletornò ad arriderciad allietarci colle suefestevolezzea spensierirci colle sue gioie. Più io mi rodevain segreto della mia colpapiù egli mi amava. Clemenza nonnascondeva il suo affetto per mepareva non arrossirnesembrava nontemere che Lorenzo l'indovinasse.

"ELorenzo mostravasene lieto.

"Credevaegli all'innocenza di questo amoreo non credendovivolevapunirmene coll'ingigantire nella mia coscienza l'idea della miaingratitudine? È ciò che nondimeno aveva sospettato. Ein questo sospetto il mio cuore trovò le ragioni di inasprirsiverso di lui. La sua dolcezza mi faceva malela sua clemenza miuccideva; avrei voluto che egli mi avesse odiatoche mi avessedisprezzatopunito; la sua generosità diveniami una torturaalla quale non mi sentiva più la forza di reggere. Vi faròquesta terribile confessione? Sentii che incominciava ad odiarlocompresi che non poteva più trovarmi dinanzi a lui senzafremere. Quell'uomo mi contendeva l'unico affetto della mia vitamicontendeva la mia felicità. Con quale diritto! Il mio cuorenon tardò a sollevarsi contro di lui; e benché non misentissi deliberato ad una provocazione che spezzasse per sempre inostri legamila mia ingiustizia mi suggerì un divisamentoche non era meno crudele e meno colpevole. Io amava disperatamenteClemenzaio non poteva più vivere senza di lei e presso dilei. Con lei e senza lei: tale era la mia situazione. Poteva ioprolungarlatollerarlaresistervi! Ella non voleva rinunciare aLorenzo per menon sentivasi la forza di rinunciare a me perLorenzooscillava tra un affetto e l'altromi lacerava il cuorecolle sue lacrimecolle sue tenerezzecolle sue preghiere; mirendeva desolato co' suoi rifiuticolle sue esitazionicoll'immagine dei doveri che la legavano al mio amicoe che miricordava ad ogni istante senza pietàe a un tempo senzarimorso.

"Risolsidi partiredi fuggirli entrambidi gettarmi nel turbine dellasocietàdi obbliarmi e di obbliarli tra gente stranierae inun mondo nuovo e ignorato. Scelsi per il mio ritiro la Franciae miallontanai da questa città prima che Clemenza e Lorenzoavessero sospettato il mio disegnoe avessero avuto tempo aprevenirlo. Accasatomi a Parigidiressi a Lorenzo una lettera nellaquale gli confessava il mio amorei miei patimentile miesofferenze senza numero; e lo accusava di avermene punitonascondendomi il suo risentimentoe di avermi reso infelice persempre. Io non dissimulava a me stesso l'ingiustizia di quelleaccusee l'asprezza e la severità delle mie parole. Nondimenole scrissi.

"Ebbida Lorenzo questa risposta:

"Lavostra letterala vostra fugala confidenza che mi fate del vostroamore mi hanno sorpreso e atterrito. Devo far appello a tutto il miocoraggio per non soccombere sotto il peso d'una sventura sìgrande. Io ho perduto a un tratto quanto aveva al mondo di carovoiClemenzail mio amorela mia fede illimitata e incorrotta.Comprenderete quanto io debba soffrire di questa perdita. Nondimenola mia ragione non si smarriscené il mio cuore si mutanéio posso concedere alla sventura il diritto di rendermi malvagio.Perché fuggire? Perché non dirmi tutto qui? Perchéusare verso di me un linguaggio che mi ha fatto sì male? Ahvoi siete ben debole se la sventura può rendervi cosìingiusto! TornateLorenzo; le persone che avete offeso viperdoneranno; faranno di piùimploreranno ancora la vostraamicizia. Clemenza non apparterrà che a voiio mi varròdi tutta la mia influenza sul di lei animo per fare che ella midimentichiche non sia che vostrache non sia felice che conEugenio. Son io che doveva fuggireche doveva accorgermi dellavostra passionee prevenirvi; son io che doveva sacrificarmi pervoiper voi che siete sì mestosì solosìtravagliato. Ah la mia coscienza mi opprime di tardi rimproveri!VeniteveniteLorenzo; o verrò io costìverròad oppormi ai vostri ingrati progetti; a ricondurvi tra le bracciadell'amore e dell'amicizia".

"Chevi dirò io? Fui commosso profondamente da quella letterafuivinto da una generosità sì sovrumana: cedetti alle sueistanzee tornai.

"Ionon ignorava che in quella lotta di sacrificii appariva ed era assaimeno nobile di lui; il mio egoismoil mio amorel'istintoineluttabile della mia felicità mi rendevano superiore aquella tacita coscienza della mia bassezzama non l'attutivanonémi confortavano di dolcezze vere e durature. Riacquistando l'amiciziadi Lorenzotornandone ad apprezzare quelle doti elette di cuore chenon poteva in alcun modo disconosceresentiami torturato dalpensiero della mia ingenerositàdella mia inferioritàmorale. Ogni sacrificio di lui mi feriva come un rimproveroogniparola che vi alludesse mi richiamava dolorosamente all'idea dellamia ingratitudine. Io vedeva il mio amico attristirsiimmalinconirsimutarsi; fuggire da mefuggire da Clemenza;nascondere nel segreto i dolori di cui doveva essere travagliata lasua anima. E Clemenza stessa fuggivami: ora che ella era stataabbandonata da luitenealo caro più che non l'avesse tenutodapprima; la sua generosità avevaglielo reso degno di stimaquanto la facilità con cui io aveva accettato il suosacrificio doveva avere immiserito nella di lei anima il concetto chesi era formata di me.

"Iovedeva ogni giorno Lorenzo; la nostra amicizia fortificavasi di nuovilegamibenché non potessi bandire dal mio cuore non so qualeindegna prevenzione che mi teneva in sospetto di lui. Clemenza nonamavami più come primae io vedeva in questa diminuzione diaffetto l'opera consenziente e involontaria del mio amico. La gelosiache io ne sentivail dispetto che provava dalla mia stessaingenerosità a suo riguardoil convincimento che egli eramigliore di meponevano tra i nostri cuori qualche cosa di freddodi amarodi insuperabile. Non so se Lorenzo se ne avvedessesepartecipasse a questa convinzionema io non ho riposto mai una pienafiducia nell'anima sua: e ve lo dico perché giudichiate voistesso di meperché possiate fare un giusto apprezzamento ditutto ciò che egli operò in seguito a mio riguardo.

"Nonvi prolungherò il racconto di queste lottedi questi dubbidi queste esitanze. Clemenza mi amava ancorama amava del paroLorenzoamavalobenché egli non l'avesse più rivedutadopo il mio ritorno; rifiutavasi a contrarre un legame duraturo conme.

"Iocaddi allora in una malinconia inguaribile; i germi di quellainfermità di cuore e di mente che io recava meco sisvilupparonoingigantironodiedero frutti precoci ed amari; latristezza venne ad assidersi al mio capezzale; la diffidenza venne acollocarsi tra noi e a dividercinel tempo stesso che ci sentivamoriuniti da un potere più valido della nostra volontàdalla forza prepotente del destino.

"Passaronocosì due anni.

"Nellaprimavera scorsagli avvenimenti della guerra vennero a togliermi daquella situazione terribile; volli lottare di sacrificii con Lorenzovolli mostrarmi al paro generosoe d'altra parte la vita eramidivenuta insoffribile. Mi arruolai nel corpo dei volontari percercare in tal guisa un pretesto di morte onorevole.

"Prevedendogli ostacoli che il mio amico e Clemenza avrebbero opposto a questamia risoluzionemi allontanai da essi senza abbracciarlie ne liavvertii per lettera che diressi loro dal campo. Quattro giorni dopola mia partenzaLorenzo mi raggiungeva al reggimento cui si erafatto aggregare nella sua qualità di medicoe mi diceva:

"Tutenti indarno di sfuggirmi; costringendomi ad arruolarmi teco e adavventurarmi agli stessi pericolimi hai legato ancora piùtenacemente al tuo destino. L'affetto che io ho per tee il bisognoche sento di contribuire alla tua felicità non sono unsentimento ed un'esigenza che io possa attribuire sì presto.Io ti seguirò dappertutto: io spero che usciremo illesientrambi da questi pericoli o vi soccomberemo entrambi; ma se un solodi noi è destinato a sopravvivere al nostro passatoio facciovoti perché tu sia quelloperché tu possa serbareintatta la fede nell'amiciziae formare ancora colla tua felicitàla felicità di Clemenza".

"Lasciodi raccontarvi tutte le tristi eventualità di quella campagnacome ometto la storia delle mie impressioni e de' miei rapporti conLorenzo in quell'ultimo periodo della nostra amicizia. Per me chem'era dato al militare non per affetto di patriané peresigenze di un principionon v'era pure quel sacro entusiasmo che cicompensa di tuttoquell'immenso conforto che si attinge dallacoscienza di compiere un grande dovere. Io era venuto per morirvinon importava il modo e lo scopoe non ne anelava che l'istante.

"Mitrovai tra i primi al combattimento del Caffaro: Lorenzo mi s'eraposto al fiancoe aveva fatto sacramento di non abbandonarmibenchéio l'avessi scongiurato piangendo a ristarsi. Mi scagliai tra i piùarditi nel grosso della mischia: gli istinti della vita e delladifesaridestatisi malgrado la mia determinazione di farmi uccidereavevano prodotto in me quella febbrequell'acciecamentoquell'esaltazione di animo che non ci lascia campo ad altre ideeerestringe tutta la nostra attività morale nel pensiero unicofissoirremovibile della nostra conservazione. Dimenticai il mioamico che combatteva al mio fianco; né erano trascorsi dieciminuti dacché aveva avuto principio il combattimentoche misentii colpito la gamba sinistra; e avendo tentato di sorreggermi edi avanzarmi verso il nemicola gamba spezzata mi si curvòverso la metà del femoreprovai un dolore acutostraziantevacillai e caddi svenuto.

"Rinvennialle ambulanze. Lorenzo seduto a terra presso alcuni manipoli dipaglia su cui io era stato adagiatodiscuteva con altri medici sullanecessità dell'amputazione. Io era sì sofferente chepoteva comprendere a stento le loro parolenondimeno intesi che essiammettevano la possibilità della mia guarigione senza laperdita della gambamentre il mio amico solo sosteneva calorosamentela necessità di amputarla sull'istante. Non so perchéma mi pareva che Lorenzo mostrasse in ciò un'ostinazionecagionata da motivi estranei a quelli di conservare la mia vita. Eraun semplice quesito di scienza? Era l'effetto di un convincimentosincero? Allora non mi parve talené poiné adesso;benché la debolezza cagionatami dal doloree l'insistenza ele lacrime con cui mi scongiurava di subire l'amputazionemi vifacessero acconsentire.

"Fuil giorno più terribile della mia vita. L'immaginazione umananon può giungere a concepire che cosa sia l'amputazione di unagambaquesta orrenda mutilazione della nostra macchinaquestoimpicciolimentoquesta modificazionequesta morte parziale delnostro essere fisico. È impossibile che voi possiatecomprendere i rapporti che questo avvenimento stabilisce col nostrospiritoche possiate farvi un'idea delle sensazioni che proviamoallorché quella parte viene a distaccarsi da noideldisequilibriodell'incompletazione che ne deriva.

"Ionon vi farò una descrizione di questa orribile operazionechirurgicané potrò parlarvi come vorrei dellesensazioni che vi ho provato. Certo è però che quandol'ultima fibra fu recisa e la gamba completamente distaccataiosentii che non apparteneva più alla vita che per metàche tutto in me si era mutilatosconvoltoimmiserito; che io sareirimasto nel mondo come una parte minimacome il frammentoinfinitesimale di un essere; che vi sarebbe sempre stata una metàdi me chegià perdutasi nel gran nullami vi avrebbechiamato ad ogni istantecome avesse voluto precedermi.

"Nonera il dolore fisico che mi opprimeva in quel momentonon il doloremorale: era una sensazione nuovaorrendaprofondainesplicabile.Credo che tutti coloro che subirono una tale mutilazione abbianosentito per metà che cosa è il morirene abbianoindovinato per una parte il segreto.

"Lagamba amputata giaceva lì presso di mesul terreno; unistante prima aveva appartenuto a meera miaformava parte del mioessereio ne dirigeva le movenze; la mia volontà le imponeva;la mia mano la toccavaed essa rispondeva a quel contatto; sentivapiaceredoloresoddisfazionestanchezza... ora tutto era finito:essa si era sottratta al dominio della mia volontàera uscitadal cerchio della mia esistenza. Io viveva ancoraio respiravapensavaformava progetti per un tempo avvenire; essa era mortafreddabiancaimmobile; e pure pochi istanti prima lei ed ioavevamo formato un essere solo. Mi sentiva collocato sul limitaredella morteed era vivomi sentiva attratto verso la vitaed unaparte di me era mortaera una sensazione tremenda e ineffabile...Volli toccarlasollevarla colle mie mani... Quale orrore! La sentivapesantefreddamollemortasoprattutto morta. Quante partiquanti dettagli che non aveva osservato prima mi apparivano alloravisibili; quante rughequante pieghequanti effetti di nervi e dimuscoli! Toccai un tendine e vidi rizzarsi il pollice del piede...Gran Dio! La gettai da me con orrore; e subito mi curvai su di leiper istintoquasi mi appartenesse ancoraquasi avesse potuto ancorasoffrire. Mi posi a singhiozzare ed a piangere.

"Eccoora qua la mia gamba... voi la vedetevoi potete ammirare sotto icristalli di quella cassetta una parte considerevole del mioscheletro. Quale sarebbe la vostra impressione se quello stincobiancolucidofreddo appartenesse a voi? Immaginate l'impressioneche quella vista può cagionare sopra uno spirito infermo comeil mio. Perché mirando quello stinco io ricostituisco tutto ilmio scheletroio lo vedo interoio lo vedo in tutta la suaorribilitàin tutte le sue minime parti: la mia immaginazionedà al mio corpo la trasparenza di quel cristallo. E poi quellaporzione di me che è venuta a morireche io ho distaccatoviolentemente dal suo gran centro di vitalitàreclama lealtre partile vuoleesige che si confondano con lei nel suo nulla.Ed io non posso separarmiallontanarmidivellermi da questa partedi me: se ne sto lontano un giornosento che vi è qualchecosa che mi ridomanda; sento che non tutto ciò che èmio è con me: se le sto d'appresso le sue esigenze diventanomaggioril'influenza che esercita sul mio animo più imperiosae crudele. È tempo che io mi sottragga a questa tortura –o vivere completamenteo morire completamente – ecco il dilemmaterribile che io leggo scritto su questo frammento spaventoso del mioscheletro.

"Eavesse egli ucciso soltanto la mia vita fisica sarebbe nullama èla mia fede che egli ha uccisola fede che io aveva nell'amicizia.SìLorenzo mi ha tradito; egli mi ha mutilato cosìperché Clemenza non potesse più amarmiperchénon potesse esser mia. Ho fatto analizzare la mia gamba da medicicelebrie hanno dichiarato che l'osso non era sì fratturatoda non potersi ricongiungereche io avrei potuto guarire senzaamputazione. Gli stessi consigli ripetutigli già con tantaunanimità dai chirurghi dell'ambulanza mi confermarono suquesto odioso convincimento.

"Edeccovedete – egli aggiunse sollevandosi e aprendo un'impostadella cassetta– guardate qui ove la palla aveva colpitononvi era che una fratturanon vi erano scheggele parti del femore sisarebbero ricongiunte senza difficoltà."

"Nonparmi" io dissitanto per confortarlo come potevo meglioedistogliere la sua mente da quella fede.

Eglicrollò il capo in atto di dubbioe soggiunse:

"E'impossibile; io non posso credere all'innocenza di Lorenzoperquanto egli abbia tentato e tenti ancora di distruggere in me questaconvinzione. Vi sono dei momenti in cui il dolore me lo presentasotto un aspetto sì odiosoche anche avvedendomicomevorreidel mio ingannonon potrei più mettermi in pace conesso... Sìil dolore mi renderà forse ingiustoma èluisono le sue maniquei suoi ordigni terribili che mi hannomutilato cosìche hanno distaccato dal mio essere questaparte miserevole di me che mi attende".

"Ciòè certamente esagerato – io dissi; – se egli avevain animo di rendervi in tal modo un servigionon dovete serbarglirancore dei mezzi con cui lo doveva fare. Ma il suo contegno dopoquell'avvenimento non vi ha potuto accertare o distogliere dal vostrosospetto? Clemenza vi ha abbandonato? L'ha egli sposata?"

"No– diss'egli– tutt'altro. Clemenzapel contrariomi amaed egli la fuggeed insiste perchésuperando la ripugnanzache io debbo inspirarleacconsenta a divenire mia moglie."

"Dunque?"

"Machi mi assicura che il suo pentimento non lo ecciti a questosacrificio? E quando pure egli ne fosse pentitoposso io perdonargliquesto assassinio parziale di me? In quanto a Clemenzanon dubitoche solo un sentimento di commiserazione la spinga a desiderare lamia manoné io posso essere così vile per accettarequesto sacrificio."

"Diobuono! – io dissi. – Voi siete terribilmente sospettosovoi vedete forse dell'odio dove non ve n'è ombradove non viè che della virtù e dell'abnegazione. I vostri rapporticon Lorenzo sono dunque cessati!"

"Cessati."

"Èa deplorarsi. Ma io tenterò di rinnovarli – proseguiistringendo le sue mani nelle mie; – io tenterò vostromalgradoperché anch'io desidero la vostra felicitàcome la desidera forse profondamente e sinceramente Lorenzo. Io loconosco il vostro amicogli parlerò di voitenterò diassicurarmi dei sentimenti che nutre a vostro riguardo. Vedrete chevi eravate ingannatoche la vostra bontà fu traviata dallavostra debolezza. Mi permettete di farlo? Di interessarmi alla vostrafelicità?"

"Fatefate" diss'egli sorridendo tristamente.

"Eincominciate – ripresi accennando alla cassetta –coll'allontanare da voi questo motivo di doloriquesta causa diconsiderazioni continue sul vostro stato. Bandite coteste malinconieche non hanno ragione di essere. Fate in modo..." Ma Eugeniom'interruppe vivamente esclamando:

"Èimpossibileimpossibile! Ne andrebbe la vita; credete voi che lecose che vi ho detto poc'anzive l'abbia dette per giuoco! Credeteche l'influenza che esercita su di me questa frazione di me stessonon sia assolutatirannicainesorabilecome vi ho manifestato? Noio non potrei vivere un'ora diviso da leila sola certezza di nonvederla più sarebbe sufficiente ad uccidermiquantunquecomprenda che se potessi allontanarmene potrei riconciliarmi ancoracolla vita".

"Siacome voleteve ne farete ragione più tardi; ese me lopermettetevi rivedrò domanie riparleremo di voieprocureremo di essere buoni amici."

"Volentierivolentieri – diss'egli richiudendo l'imposta della cassettasenza levarne lo sguardo ed abbracciandomi con effusione. – Cirivedremo domani al giardino."

"Algiardino."

Eci lasciammo coll'ansietà di rivederci.

Ionon aveva mentito asserendo di conoscere Lorenzo. Benché irapporti amichevoli che esistevano tra noi non avessero alcuncarattere d'intimitàvi era da una parte e dall'altra unatacita simpatia che le sole circostanze non ci avevano ancora messoin grado di provarci. Il suo carattere lietovivaceincurevolegliaveva procurata l'affezione di quanti lo conobberoil suo cuoresincero e generoso gliene aveva guadagnata la stima. Io l'avevaosservato da qualche tempo – e l'avevano osservato meco i suoiamici – che la sua indole si era modificatala sua allegrezzasvanitala sua spensieratezza frenata: egli frequentava assairaramente quei luoghi di convegno ove un tempo soleva mostrarsi ognigiorno; e spesso trascorrevano intere settimane senza che lo sipotesse vedere. Richiesto del perchégiustificavasi conimbarazzo: e per evitare quelle domande e per sottrarsi alle noiedegli amiciche quel modificarsi improvviso del suo carattereincominciava ad allontanare da luiaveva in quegli ultimi giornicessato assolutamente di frequentarli.

Ilracconto di Eugenio mi aveva svelato il segreto di questo contegno.Io non poteva però prestar fede alle accuse che eranocontenute in questo racconto: qualunque sospetto poteva capire in meed acquistarvi un certo valorenon quello che Lorenzo fosse unipocritaed avesse potuto nascondere opere e divisamenti sìtristi sotto il manto di un'infame simulazione. Ad ogni modopremevami di decifrare questo enigmae la mia premura non eral'effetto di una semplice curiosità.

Ilracconto di Eugeniole sofferenzele prevenzionigli affettil'infermità fisica e morale di questo infelice giovane avevanodestato nel mio animo la più viva simpatia per luiem'avevano eccitato a giovargli. Deliberai di parlarne a Lorenzoe lafortuna mi fu in ciò sì cortese che mi imbattei con luinella sera di quel giorno medesimo.

"Ènecessario – gli dissi dopo avergli stretto la mano – cheio vi parli di alcuni avvenimenti che vi riguardano. Ho penetratomio malgradoin alcuni segreti della vostra vita intimae sento ildovere di avvertirvenee la necessità di combinarmi con voicirca i mezzi di raggiungere la felicità di un amico comune."

"Ditedite" interruppe Lorenzo meravigliato. Io gli raccontai alloraquanto m'era successo nel mattinoe gli ripetei letteralmente lanarrazione che aveva ascoltata da Eugenio.

"Voicapirete – aggiunsi terminando il mio racconto – che lavita di quel giovine non potrà più durare gran tempocosì travagliatae che voi dovete tentare di guarirne lospirito con tutti quei rimedii che l'arte vostra e più ancorala vostra amicizia e la conoscenza più esatta del suocarattere vi suggeriscono. Conosco il vostro cuore: io mi uniròa voie vi presterò tutti quei mezzi di cui posso disporreper raggiungere questo scopo."

"Eugenioè un ingrato – disse Lorenzo attristato: – viracconterò tuttobenché non vi sia alcuna inesattezzanella narrazione che avete già ascoltata da lui. Vi sono degliuomini i quali si atteggiano a vittime senza esserloaffettano unasensibilità che non hannoaccusano dolori che non sentonoesigono da coloro che soffrono e sanno soffrire con forza e condignitàl'omaggio d'una compassione che non meritano.Ambiscono di essere deboliimmaginano di essere oppressi; pretendonoche li proteggiate e li accarezziate come fanciullichesacrifichiate tutto per essi; e se cessate un istante di farloobbliano ciò che avete già fattovi accusano diegoismo e di ingratitudine. Sìperché noi ridiamoperché nascondiamo sotto la maschera dell'apatia le insanabilipiaghe dell'animaci dicono che non abbiamo cuorepretendono chegittiamo ai loro piedi come un trastullo il tesoro dei nostri affettie della nostra felicità. Freddi e ingenerosi egoisti! Eugenioè uno di costoro. Se v'hanno dolori nella sua vita sono quelliche egli si è procurato colla instabilità del suocaratterecollo scetticismo della sua anima; sono quelli che mirinfacciae che io nondimeno ho tentato risparmiargli col sacrificiodi tutto ciò che ho avuto caro nel mondo; il resto èfittizioè mentito. Conoscerete Clemenza: vi farete voistesso un concetto dell'affezione che quella fanciulla ha nutrito enutre per luigiudicherete di me e di lei.

"Quandoio conobbi Eugenio me ne sentii preso da pietà per la suatristezzaper l'isolamento in cui vivevaper l'acerbitàsomma dei suoi casimali tutti di cui egli aggravava l'intensitàsenz'arte forsema nondimeno l'aggravava. La pietà micondusse all'amore. Immaginai di porlo al fianco di Clemenzaperchél'affetto e le cure di una donna non ne lasciassero inaridire lospirito che io vedeva già isterilirsi in lui miseramente.Questa confidenza che io mostrava di riporre nella sua amiciziaquesta stima in cui gli provava di avere il suo cuoredovevanosollevarne e fortificarne la federiconciliarlo un poco cogli uominidai quali si era diviso senza motivi. Queste sole ragioni mi avevanoindotto a renderlo partecipe dei segreti e della felicitàdella mia vita. Per lui che non aveva mai amatola sola presenza diuna donnala sola fiducia nell'amiciziail solo spettacolo dellanostra felicità dovevano essere sufficienti ad aprireadilatarea migliorare il suo cuorea schiudergli nuovi orizzontiapresentargli la vita sotto il suo aspetto reale: una lotta accettatacon coraggioricca di trionfi e di beni. Iddio mi ètestimonio se non erano tali i sentimenti che mi avevano mosso a ciòfare: egli li ha disconosciuti.

"Previdipiù tardi le conseguenze possibili di questo avvicinamento tralui e Clemenza; il fatto non tardò ad accertarmi dellagiustezza delle mie previsioni. Non vi dirò se io ne soffersi– ne giudicherete se avete amato – non vi farò pompanemmeno di una virtù che forse non era che un dovere; una solacosa vi diròed è che io mi rassegnai alla perdita diquell'affettoe ne cercai un compenso nella coscienza del miosacrificioe nel pensiero di aver contribuito alla felicitàdi Eugenioanzi di averla formata. Il mio cuore rifugge dal dirvi ilprezzo di quel sacrificio.

"Voisapete già come ne fui retribuito. Divenni un ostacolo allaloro felicità; anche la mia sola amiciziail mio solo passatoparevano innalzare una barriera troppo grande tra i loro destini; nonvi era più posto per me nei loro cuorinon vi era nemmeno trai loro cuori: Eugenio prese ad odiarmi – lo tacevamalasciavalo apparire tacendo – vinto dalla mia dolcezzaatterrito dall'immagine gigante della sua ingratitudinesi allontanòda me e da leisi rifuggì in Francia; e di là accusòme della sua fuga e del suo doloree chiamò responsabile lamia coscienza della sua sventura.

"Avreipotuto un'altra volta ricostruire l'edificio della mia felicitàripossedere il cuore di Clemenzail cui amore per lui non era statomaicome il mioche una manifestazione affettuosa della pietà;non lo feci.

"Questastessa pietà mi riconduceva verso di luimi rendevaindulgente a' suoi fallialle sue aberrazionialla sua stessaingiustizia. Lo eccitailo scongiurai a ritornare; lo riaccolsi trale mie braccia come tra le braccia di un amico. Non bastavafuggiida quel giorno Clemenzali abbandonai a sé stessicessai dipormi tra i loro cuoriperché potessero avvicinarsiintendersifortificarsi nei loro legamiprepararsi a formarsi unavvenire. Voi sapete l'esito di questo secondo tentativo. Attristatodal pensiero del mio abbandonodella incostanza di leicolto dasubita vaghezza di moriresi pose tra le file dei volontarii; edanche alloraanche in quella circostanza in cui avrei potuto ridarmial mio amorenon esitai ad avventurarmi ai pericoli d'una campagnaper convincerlo che io non pensava più a Clemenzapersoccorrerlo della mia arte e della mia amicizia.

"Fuiricompensato colla ingratitudine più tristepiùinqualificabile. Fui accusato di averlo mutilato senza necessitàdi avere attentato alla sua vitadi avere mentito semprel'interessamento appassionato e sincero che aveva sentito per lui.Furono chiamati chirurghi distintio reputati distintiadavvalorare col loro giudizio l'infame sospetto di Eugenio –giudizio impossibile a formularsi sul semplice esame dell'ossomache nondimeno – e ne ho ignorato sempre il motivoforse pergelosia d'arte – fu espresso in modo conforme alle sueprevisioni. Dinanzi a queste accuse terribili io non poteva piùdimostrargli una benevolenza che aveva cessato di sentirenon potevapiù far appello alla mia longanimità esausta da tanteprove sì scoraggianti. Quantunque la sua sventura ridestasseora più vivamente la mia pietàsentiva non so qualcosa di freddo nel cuore che m'imponeva di farla tacere: l'immaginepotente della sua ingiustizia frenava gli ultimi slanci del mioaffetto e della mia compassione. Doveva io simulare! A che scopo! Cisiamo lasciati.

"Inquanto al contegno di Clemenzache avrete giudicato riprovevoleoper lo meno incomprensibilevi sarà interpretato da me inpoche parole. Ella ha subìtocome ho subìto io stessol'impero della pietà che egli ci aveva inspirato. Il suo cuorepiù giovinepiù buonopiù inesperto del mioaccolse e sentì più al vivo questa pietà; in leiprese forma di amorein me forma di amiciziain entrambi ebbenatura di un affetto pienosinceroprofondo. Ma il cuore di lei fusempre miolo fu doppiamente dal giorno che Eugenioaccettando ilsacrificio che io gli faceva del mio amorele dimostrò quantola sua anima fosse ingenerosa ed ingrata. Se ella continuò adargli pegno di affetto fu perché io ve la eccitava colrammentarle quei doveri di pietà e di tenerezza che cilegavano a luiperché la minacciava della mia dimenticanzaove lo avesse abbandonato. Il mio sacrificio era stato sincerogliimpegni che aveva contratto verso il mio amico dovevano essereadempiuti.

"Inquesto stesso momento in cui egli tenta di uccidere la miareputazione con un'accusa terribilein questo stesso momento in cuimi odia e m'ingiuriaio non sono venuto meno alle mie promessenonho smentito il mio passato e la mia condotta. Le mie preghierelemie lacrimele mie minacce hanno indotto Clemenza a dargli la suamano di sposal'infelice sacrifica la sua beltà e la suagiovinezza a due grandi doverialla felicità di unosventurato che in gran parte divenne tale per leiallagiustificazione ed alla riabilitazione del suo amante. SìClemenza non lo ha mai amato; se ebbe istanti di acciecamento perluiciò avvenne in quel periodo del loro avvicinamentoquando la sua età e la sua inesperienza davano a qualunqueistinto di tenerezza il carattere e la spontaneità d'unsentimento d'amore. La mia pressione moralequella gara disacrificio nella quale mi aveva impegnato la sua ingratitudinefurono la causa di quelle esitanzedi quell'instabilità delsuo contegnodi cui voi non avrete potuto emettere un apprezzamentoche tornasse lusinghiero per la sua virtù."

"Sì– io dissi – il contegno di quella fanciulla mi erasembrato incomprensibile: gli schiarimenti che mi avete ora dato melo fanno apparire chiaro e lodevole. Ma voi avete dunque rinunciatoalla sua mano?"

"Sì."

"Edella accetta la mano di Eugenio?"

"Condoloresìma l'accetta."

"Laloro unione avrà dunque luogo?"

"Eccociò che io non posso dirvi – rispose Lorenzo. – Sonooramai circa tre mesi dacché io l'ho vedutoné soquali sieno le sue risoluzioni. Clemenza persiste nel suodivisamentoma egli la respinge e la sfugge. So che si èabbandonato a tutti gli eccessi di una ipocondria mortaleche passale intere notti vegliandocontemplando le tristi reliquie di quellasua gambafantasticando stranezze inaudite; e temo che la suaragione o la sua vita non abbiano ad essere sopraffatte da quellaterribile malinconia. Il ricredersi dei suoi ingannila felicitàche gli offre Clemenza potrebbe salvarlola sua fede soltantopotrebbe ancora salvarlose voi avete impero sul suo cuoreadopratevi a ravvivarladifendete dinanzi a lui la mia causa; nonper meper lui solo; per lui che è sventurato assai piùche cattivoper lui che io amo ancora nonostante l'ingratitudine deisuoi progetti e del suo abbandono."

Lorenzopronunciò queste parole con voce commossamalgrado fossesolito dissimularci colle sue festevolezze la sensibilitàdelicata della sua anima. Questa stessa rinuncia che egli faceva alleesigenze della sua vanitàquesta infrazione delle sueabitudini e delle leggi del suo amor propriomi dicevano quanto egliamasse ancora Eugenioquanto sentisse profondamente il dolore dellasua perdita.

"Iolo farò – gli dissi; – non ho ancora impero alcunonel suo cuorema tenterò di averne. Voi mi dovete peròpromettere di secondare i miei sforzidi sacrificare ancora qualchecosa per luiil vostro risentimento."

"Faròanche questo – disse Lorenzo– quantunque disperi di farlocon frutto. Voi dovete tentare più di ogni altra cosa di farlorisolvere ad allontanarsi per qualche tempo da questi luoghio adare sepoltura a quella gamba che è oramai l'unica originedella sua funesta ipocondria."

"Temodi ciò."

"Eio non meno."

"Ein tal caso..."

"V'haa disperare che egli guarisca. Ma voi verrete a darmi le sue notizienon è vero? – aggiunse Lorenzo stringendomi la mano. –Potete immaginare se io le attenderò con impazienza.""Sarò da voi più presto che non credete."

Aldomani fui sollecito a recarmi al giardino. Era uno tra i piùbei giorni di maggio: gli alberi erano già tutti coperti difogliuzzericchi di quel verde purolucidovivodi cui la naturanon fa pompa che in primavera; i roseti pieni di bocciuoli qua e làmezzo sbocciatiaiuole tutte fiorite dei fiori primaticciitulipanii narcisii giacintile giunchigliele mammole – ifiori il cui profumo accompagna quasi sempre le rimembranze deinostri amori giovanili. I cignile folaghele piccole anitremandarine si tuffavano e si inseguivano nel lago; e il fondo del lagorifletteva le piantele riveil cielo alto e serenocome se quelpiccolo lembo di terra si fosse trovato sospeso in un oceanosterminato di azzurro.

Eugeniosi era seduto sopra un sedile in un angolo appartato del recinto. Ilsuo volto pallido e bianco spiccava vivamente dal fondo verde d'unabrionia che tappezzava la roccia artificiale del giardino. Quel nonso che di malatodi sofferentedi morto che vedevasi in essoformava un contrasto mestissimo con quei canticon quel profumoconquella giovinezza piena e feconda della natura.

"Comestate?" gli chiesi iosedendomi presso di luie guardandolocon espressione di tenerezza.

"Male– diss'egliporgendomi la sua mano e sorridendomi con quel farelanguido e affaticato che dà l'abitudine del dolore: – hopassato una cattiva notteho avuto dei sogni spaventosi. In questevariazioni repentine di temporiprovo con una veritàtormentosissima un fenomeno che è comune a tutti i mutilati:risento l'esistenza della gamba che non ho piùe questaillusione mi affanna e non mi lascia pace un istante.

"Èun'illusione di cui non potete immaginare tutta la potenza; se iltatto non ve ne accertassevi credereste certo d'illudervi. Lastessa sensibilitàla stessa comprensione di vita; provateper esempiouna sensazione al ginocchioalla cavigliaal piede...allungate subito la mano per istintovolete toccaree trovatenulla.

"Èuna cosa che fa rabbrividire! Voi non sapete che cosa vi è diorribile in questa espressione: trovate nulla!"

"Manon pensate sempre a ciò" io dissi.

"Èegli possibile? – interruppe Eugenio. – Guardate – emi additò col dito il moncone della sua gambala suastampellala sua canna: – io porto con me le testimonianzedella mia sventurae le porterò per tutta la vita; potreiforse recarle meco e obliarle?"

"Poteteperò – io dissi – alleggerirvi il fardello di questememoriepensarvi il meno che è possibileallontanare da voiquella parte che non vi appartiene piùe che non fa cherichiamarvele ad ogni istante."

"Perchénon mi appartiene più? Non è essa mia? A chi appartieneella dunque?"

"Anessunoalla natura. La vostra individualità morale èella monca per questo? Il vostro ente psicologico ha forsepartecipato a cotesta mutilazione? E ove ciò fossepotete voicompletarlo colla presenza di quella parteche si èdistaccata dalla vostra esistenzache è uscita dal cerchiodella vostra vita?"

"Eccol'errore – esclamò egli con vivacità– eccola fallacia di quei giudizii che la petulanza degli uomini suoleformulare con tanta leggerezza. Nulla di più insensato diquesto assolutismo di convinzioni che vi siete create senzaattingerle dai fattiche spesso avete accettate servilmente senzaesaminare. In un mondo di cose sì molteplicisìsvariatesì opposte; in mezzo ad uomini ed avvenimenti chemutano semprepossiamo formarci delle convinzioni stabilicomplessiveassolute? Possiamo noi dire: è cosìdeveessere cosìe non altrimenti; quale arroganza! Ecco il vostroerrore. Voi credetee molti crederanno con voiche la miaindividualità morale abbia nulla sofferto per quella perdita.Non è vero. I fenomeni che sono successi nel mio spiritononpossono essere compresi da voi che non li avete provatima non perquesto potete rifiutarvi di credere che siano avvenuti. Avete forseidee che non abbiate attinte in qualche modo dai sensi?L'impicciolimentola paralisi delle facoltà del mio spiritonon possono per fermo essere comprese da coloro che non subirono unaperdita uguale alla miama non possono esser negate. Mi recate degliesempi? Mi citate delle leggi dedotte dall'esperienza? Ogni uomo èun'individualitàè un fatto isolato. Siete voi cheimponete delle norme stabili alla naturache le segnate un limiteinesorabile dal quale non può uscire!

"Questastessa debolezza del mio animoquesta nuova debolezza che mi rendesì necessaria una parte di me che mi giova a nullache èmorta (poiché ben comprendo che è mortache mi giova anulla)non è forse una conseguenza di quel fattounamenomanza della mia potenza morale! E poise lo spirito ha d'uopodel corpo per rivelarsiper agirel'incompletazione di questo mezzonon renderà anche incompleta la sua azione? Parmi evidente.

"Voimi consigliate ad allontanare da me quella porzione che ne fudivelta. Non la considerate più come una parte di me. Parviimpossibile che io possa sentire per essa quella specie di affettoche voi sentite per la vostra gambapel vostro braccioperqualunque altra parte di voi. È naturale. Voi ne giudicateinspirandovi ai rapporti che potete stabilire con essala vedeteebasta; non appartiene a voi; la trovate lìsolamortadistaccata dall'essere cui appartennee il vostro consiglio èuna conseguenza logica del vostro istinto. Ma voi non pensate cheessa appartenne a meche fu parte di me per ventitré anniche io ho coscienza di questa pertinenzané la possodimenticare; che ho per lei quell'affetto che voi avete per la vostragamba vivané sta in me il menomarlo o il rinunciarvi. Sapetedirmi qual è la natura di questo affetto? Ciascun uomo ama lesue manile sue bracciale altre parti di sépoichéama complessivamente se stesso. Orapotete provarmi che una partemorta non debba amarsi più? E questo amore inesplicabile eenergico che abbiamo per noi medesimi donde ci viene? Ove èriposto? È collocato in un centro donde si diffonde e verso ilquale ritorna ad affluireod è sparso per tutte le parti lequali si amano tra di loro e formano la grande unità di questoamore? Mistero singolare ed inesplicabile! Amiamo noi stessi: èl'amore che ama l'amoreè una forza che agisce su sémedesima! Ma se questa potenza di amore ha un centro in ciascunaparte di noisvanisce ella quando queste parti si distaccanoe sitrasformano? Le loro ceneri ci saranno meno care di quanto ce lofossero le membra che componevano? Perché amiamo gli estinti?Perché amiamo e rispettiamo le loro reliquie? Non sono essifuori della vitafuori dell'amore? E chi ha assegnato un limiteall'amore? Chi lo ha circoscritto nella vita?

"Mase voi amate una persona mortaiovivoposso ben cedere allestesse leggiposso ben amare una parte di me che mi ha appartenuto.E poi... ve lo dissi: io subisco questo amorequesta attrazionenontento di trattenerlané voi potete giudicare della suanatura."

"Èveroè vero – io dissi più sopraffattodall'impeto del suo ragionamentoche persuaso dalla logica delle sueargomentazioni– ma... nondimenoparmi che dovreste valerviquanto potete della vostra volontà per vincereper dominarequesto amore (chiamerò così questa debolezza del vostrospirito)anziché compiacervi di secondarlacome mi sembratefare."

"Eccoun altro errore. La volontà! Ma credete voi che vi sia proprionella nostra natura una forza liberadistaccata da essacorrispondente al concetto che racchiude questa parola? Credeteseriamente che noi abbiamo una volontà? Che possiamodirigerlafarla agire come ci aggrada? Non parvi che ciò chenoi chiamiamo maggiore o minore potenza di volontà non sia cheuna maggiore o minore potenza di passioni?"

"Sarebbea dire?"

"Supponetepassioni uguali in tutti gli uominiavete una forza uguale divolontà. È naturale. Noi diciamo di un animo mitecalmoimpotenteche ha molta forza di volontà; diciamo d'unanatura ardenteinquietaricca di passioniche ne ha pocae se negiova poco. È una parola; è la stessa cosa che noichiamiamo virtù nella donnadifetto di passioniassenza diforza. Che se pure questa forza esistenoi ne abbiamo esageratotalmente il valore che non è più possibile averne unconcetto esattoe calcolare a norma di esso l'importanza dell'usoche ne possiamo fare. Strano capriccio degli uomini cotestoche hatolto tanta parte di responsabilità alla natura per gettarlasu sé medesimi!

"Voimi dite di contare sulla volontà; di servirmene come diun'arma contro la debolezza della mia natura. Quale consiglio!

"Sapetefino a qual grado di potenza giunge questa mia debolezza? Debolezza!È una forza. Singolare mistificazione! Chiamiamo le passionidebolezze... Ma veniamo pure al mio caso. Sapete voi qual èl'influenza che esercita sul mio animo quella reliquia del mioessereda cui mi vorreste allontanare? Quella gamba? Io mi sentoattratto continuamenteincessantemente verso di lei; èimpossibile che io possa sottrarmi un istante a quella attrazione. Digiorno la vedodi notte la sogno. E spesso anche la notte devobalzare dal lettoaccendere la mia lampadaguardarla e ricoricarmipiù tristo e più atterrito di prima. Non vedete? Non hopiù un centronon sono più un'unità; sono qui esono altrove in un tempo stesso: dove è l'altra parte di me?Dove è il tutto? La parte sono io che parlood èquella? Ove è la forza unificatrice di queste frazioni? Ove èl'io? L'io! Io non appartengo più alla vitanon appartengodel paro alla morte: il mio io è spezzato: dovunque lo sicollochi egli è incompletoanzi egli non è più:mi bilico tra l'essere e il non essere. Né crediate che quellafrazione non senta di essere mortao dirò meglio non riflettasopra di me quella sensazione. Noi crediamo (né siamo forse ininganno) che un corpo uscito totalmente dalla vita non abbia lacoscienza del proprio statoma non è lo stesso di un corpoche ne è uscito in parte soltantoe della parte che ne èuscita. Questa è la terribile coscienzala terribilesensazione che voi non potrete mai comprendere. Un corpo interamentevivo ha coscienza pienaintatta di vitaun corpo interamente mortonon ha coscienza alcunaio ho coscienza di vita e di morte. Non viparlerò dei fenomeni che produce questo stato. Io vedo tuttoil mio scheletro (ne vedo una partee lo vedo tutto)è sìfacile l'immaginarloil ricostruirlo interamente su quella parte!Spesso nella notte sono assalito da strane visioniparmi che le mieossa si sprigioninoescano ad uno ad uno dal mio involucro di carnee vadano ad aggiungersi a quella parte che ho già perduto.Allora vedo allungarsi le imposte della cassettae innalzarsieinnalzarsie apparirvi dentro il mio scheletro intero... io restoimmobile come un'ombracome una cosa vuotacome un edificio privodi sostegni... poi tutto ad un trattolo scheletro si sfasciasiscomponele imposte della cassetta si riabbassanoogni osso rientraa precipizio dentro di merioccupa il suo posto... quello solorimanee io soffro e io grido... io lo chiamo... sento che mi mancaqualche cosasento che non appartengo più totalmente allavita!... Ma ve ne scongiurodistogliamo da ciò il nostrodiscorsose pure non è già troppo tardi percontinuarloe per rimanere ancora lontano dalla mia casa."

"Sì– io dissi – calmatevicalmatevine riparleremo altravolta; ma perché volete lasciarmi sì presto?"

"Nonlo indovinate?"

"Veramente...no..."

"Diomio! Sono io qui totalmente? Non vi dissi che non posso restarelontano più di qualche ora da lei?"

"Dachi? Da Clemenza?"

"Dallamia gamba."

"BuonDio!"

"Avetenominato Clemenza. Mi fate ricordare della confessione che vi hofatto ieri. L'avete forse conosciuta? L'avete veduta?"

"No– io dissi– ho bensì veduto Lorenzo."

"Lorenzo?"

"Egli ho parlato di voi."

"Dime!"

"Divoi. Ve ne aveva chiesta un'autorizzazione formale – aggiunsisorridendo – e ne ho usato."

"Ègiusto. Ma in che modo? Sentiamo."

"Devodirvi apertamente il mio cuore?"

"Èciò che dovete fare."

"Nonve ne offenderete?"

"Immaginoche non ve ne saranno delle ragioni."

"Precisamente.Eccovoi siete un pochino sospettoso – aggiunsi con quellaintonazione di voce più dolce che mi era possibilebattendoleggermente colla palma della mano sul suo ginocchio– sieteforse anche un pochino cattivotroppo propenso a formarvi delleprevenzioni e a lasciarvene dominare. Voi avete trovato in Lorenzouno di quegli uomini che la natura sembra produrre per erroretantoè avvezza a crearne pochiuno di quegli amici fenomenalidicui possiamo trovare qualche tipo nei nostri cattivi romanzimoltopiù agevolmente che nell'arida società in cui viviamo.

"Siategiustosiate sincero con lui; egli vi ha sacrificato tuttogiacchél'amore è tutto alla nostra età: quando voi eravate inFrancia ve ne ha richiamatoquando vi allontanaste da lui la secondavolta vi ha seguito. Non poteva egli abbandonarvi a voi stesso? Checosa avete fatto voi della sua amicizia? L'avete disconosciuta. Delsuo amore? Glielo avete tolto. Della sua reputazione? Gliela avetemacchiata. Viasiate imparziale; perché avete dei rancori conlui? Confessate che vi siete dispiaciuto di trovare in lui un uomoche aveva diritto a pareredico parereun poco migliore di voi. Noisiamo per natura degli ingrati: volete trovare le cause di qualcheingratitudine mostruosa? Cercatele in un gran beneficio. Noi citeniamo molto al cuorebenché sembriamo talora vergognarcene;noi perdoniamo difficilmente ad una persona che amiamodi essersimostrata più generosa di noi; il nostro orgoglio è unanobile dote dell'animoquando lo conteniamo in noi stessiquando lorivolgiamo esclusivamente sopra di noi; ma è fango quando loponiamo come una barriera tra il nostro cuore ed i cuori degli altriuomini."

"Cessatecessate per carità – disse Eugenio; – voi mi pungetetroppo aspramentevoi non tenete conto della mia infermitàdelle mie sventure... Non sapete che la sventura ci rende assaispesso ingiustie..."

"Ingiusti!– interruppi io. – Sta benee voi ne convenite. Non èla vostra ingiustizia che intendo di rimproverarvima la vostraostinazione a non credere di essere stato ingiusto."

"Nonnego di esserlo stato prima di quel giornoma dopo?"

"Chegiorno?"

"Ilgiorno dell'amputazione. Come mi giustificate voi questo delitto?"

"Delitto?Esagerazione! Vergognatevi di aver concepito un sospetto cosìmostruoso sulla condotta di un uomo che vi aveva già tuttosacrificato. È egli possibile! Pensare ciò di un taluomo! Invocare il giudizio de' mediciavvalorarne il vostro dubbiogettare una taccia così infamante sul suo nome! Ma voi noncomprendete dunque quanto sia terribile la taccia che avete gettatasopra di lui?"

"Voimi parlate con molta severitàabusate voi pure della miadebolezza" disse egli visibilmente turbato.

"Oh!nono – interruppi io abbracciandolo; – egli è cheio soffro per voiper Lorenzoche mi fa male il pensiero dellavostra ingratitudineche vorrei vedervi riconciliati. Ma non pensateche ove pure la vostra amputazione avesse potuto evitarsitutta lacolpa del vostro amico si ridurrebbe ad un errore di scienzainspiratogli dal timore eccessivo di perdervi?"

"Vorreiesserne convinto."

"Lodovrete essere: siate ragionevole e lo sarete."

"Nonè tutto qui – riprese Eugenio con quella timidaesitazione che ci dà la vergogna e la coscienza del nostrotorto– io dovrei richiamarmi le idee che esposi poc'anzi circal'impotenza della nostra volontàper giustificarvi laripugnanza che mi sento nel cuore per lui. Lo credete? La miainfermità mi rese sì debole di mente che io lo accusodel semplice fatto dell'amputazionesieno pure generosi i motivi chelo indussero a farlo. Accuso Lorenzo come ne accuserei un altro uomoqualunque. È una puerilitàè un'insensatezzalo comprendonon occorre che me lo dimostriate... ma che volete? Mifa male il vederlo... mi fa maleecco tutto... Non posso piùvederlo senza soffrire. Investitevi del mio statoponete il vostrospirito nelle identiche situazioni del mioe comprenderete chequesta sensazione è naturalevedrete almenoche non ètanto strana come vi potrete forse immaginare."

"Comprendo– io dissi– ma tentate di vincere questa avversione perquanto vi è possibile: avete se non altroil dovere didissimulargliela."

"Questoio faròe procurerò di riconciliare la mia anima conlui."

"Vene ringrazio. E con Clemenza?"

"Nonho alcun rancore con leinon ho che dell'affettoun affetto chedurerà quanto la mia vita."

"Èsingolare! Asserite di amarla e la sfuggite. Ora che potrebbe evorrebbe essere vostra la sfuggite. Donde questa contraddizione?"

"Credetevoi – diss'egli – che un uomo nel mio stato possa inspirareuna passione di amore che non derivi tutta dalla pietà?Credete che non sia delitto il secondarla?"

"Èciò che non credo. Anzitutto Clemenza vi amava prima che fostecolpito da questa sventura. E poi la pietà non è capacedi sacrifici sì grandi? Perché non pensate a renderlafelicee a rendere felice voi pure? a guarirvi il cuorea metterviin pace con voi stessoe riconciliarvi coi vostri affetti che nonavete motivo di spezzare?"

"Ohmio Dio!" esclamò egli sospirando.

"Nonripudiate – aggiunsi io con fuoco– non ripudiate lafelicità che il cielo vi offre; ve ne pentireste troppo tardi.Non abbandonatevi così a questa tristezza che divora la vostragioventù senza fruttoche paralizza tutta la vostra attività;diffidate della malinconiadi questo dolce dolore che accarezzatepur troppobenché vogliate celarlo a voi stesso; la èuna lima dorata che rode lentamente cuore e vita. Lo apprenderetetroppo tardi. Coraggiosiate meno debolepensate meno ed operate dipiù. Sorvolate! È la scienza della vitaè ilsegreto della felicità. Mi concedete di aiutarvi araggiungerla cotesta felicità sospirata! Lorenzo e Clemenzasaranno domani da voili rivedretedirete loro le vostreafflizioniaprirete loro il vostro cuore che è troppo chiusotroppo ripieno; vi ricrederete dei vostri erroridirete a voistesso: "Come era ciecocome mi era ingannato!"."

"Oh!graziegrazie" disse Eugenio trattenendo a stento le lacrime.

"EClemenza sarà vostra – proseguii io– dovete farloper essa e per lui; ne avete il dovere."

"Purchéella acconsenta."

"Acconsente."

"Voimi fate rinascere alla speranzavoi mi riconciliate ancora collavita" esclamò egli sollevandosi per andarsene.

"Èuna riconciliazione – dissi io – che tutti gli uominisentonoo presto o tardiil dovere di compierepoiché vienesempre un giorno nella vita in cui si comprende l'insussistenza delleragioni che ce ne avevano disgustati."

Edopo averlo accompagnato un tratto ci separammoed io mi arrestai unistante ad osservarlomentre si allontanava pei meandri delgiardino.

Tennila mia promessa. Alcune settimane dopoin uno splendido mattino digiugnoLorenzo e il suo amicoClemenzasua cugina ed ioviaggiavamo in una carrozza da nolo alla volta di Lecco. Ci trovavamosì pigiati che non v'era mezzo a muovere braccio o gamba senzarompere tutta l'armonia del nostro gruppo; la carrozza mal sicurasulle molle infiacchite ci dondolava come un corpo solo a cinquetestepoiché da quel mucchio di soprabiti e di sottane sivedevano per l'appunto emergerecon diversa gradazione di livellocinque testetre di uomini e due di donna.

Eraun mattino stupendo – la strada fiancheggiata da siepi di quelleacacie a lunghe spine note pel martirio tradizionale del Cristochehanno le foglie sì piccole e sì lucide – la viabianca e spazzataracchiusa tra lunghi filari di termini di granitosimili a quelle viuzze che fingono in legno bianco nei loro paesaggimicroscopici gli intagliatori del Cantone di Berna – il cieloquello stesso di cui diceva Manzoniche è sì belloquando è bello. E allora era proprio bello! Anziora che ciripensoera proprio lo stesso cielo; e poco lungi da noi scorreva lastessa Addae in faccia ci stava lo stesso Resegone colla sua vettacrestataaddentellata come la enorme mascella fossile di un mostroantidiluviano. Pescarenicoquel piccolo gruppo di catapecchie e distamberghe tutte coperte di reti e di cenci d'ogni colore posti fuoria sciorinareci stava pure lì presso: non mancavano acompiere il quadro che un Renzo ed una Luciaquei due amanti sìfreddi e pure sì verisì veri e pure sì pocoverosimili in quella classe povera e dimenticata del popolo. Poichéfra quella gente si pensa di rado a far all'amorenon se ne ha nél'inclinazione né il tempo. L'amore quale lo si concepisce elo si fa nella classe colta è una superfetazioneunamalattiaun contagio portato dalla civiltàè unpatema che si trasfuse nel sanguee lo si ereditae lo si trasmettein retaggio col sangue. "Se nel cielo ci si ammala – midiceva scherzosamente un innamorato – ci si ammaleràcerto d'amorepoiché la è in vero una divinamalattia." Ma nelle campagne non si amanon si puòamare: quegli arcadi scipiti che screditarono la nostra letteraturacoi loro versi o scrissero più menzogne che rimeo nonconobbero dell'amore che il lato fisicoche il lato brutale. Quellacampagna verdeggiantequel terreno sì variamentesìbizzarramente configuratomi richiamava alla memoria tutte le scenestupende di quel romanzo. Qui si respira i Promessi Sposimi dicevaLorenzo guardando attonito a quei monti e a quell'orizzonte. Ed iopensava a quel libro sì celebresì perfettosìbello e pure sì arido. A quel romanzo che lessi tante volteetante volte ributtai là tra i miei libri inutilidicendo delsuo autore: "È buonoè dottoè nobile manon ha anima". E il succedersi delle idee mi evocava altrerimembranzeun altro letterato senz'anima. Un anno prima era passatoper quella via in una carrozza come quellacon un uomo che fu inprocinto di amarenon cattivoma debole tanto da vergognarsi di nonesserlo e da arrovellarsi a divenirloil quale non seppe maiperdonarmi di avermi trovato in tutto migliore di lui. Strana cosa!Conobbi molti uomini che arrossivano di essere onestie soprattuttodi essere sensibili; vivevano in una continua contraddizionein unalotta perpetua coi loro principii e collo sforzo che facevano didissimularli. Tutti o quasi tutti finirono col diventare disonesti.Mi spaventò spesso questo raggomitolarsiquesto accovacciarsiche fa la bontà nel fondo della coscienzaquesto atteggiarsia vergogna. Preferii sempre la disonestà apertacome unfilosofo celebre preferiva ad un nemico equivoco un franco odiatore.Temo che non venga un giorno in cui il vizio abbia a pretendere abuon diritto l'omaggio dovuto alla virtù; in cui s'abbia adirea mo' d'esempio: "Meno male! Mi rallegro in vedere che lacorruzione incominci a penetrare nelle famiglie". "Chi èche ha commesso quella buona azione? Lo denuncieremo al rigore delleleggi." Certo non arriveremo a tantoma chi non direbbe che nesiamo sul pendio? Eravamo giunti a poca distanza da Leccoin unpunto in cui s'era convenuto sostare. L'arrestarsi improvviso diquella trabacca sdruscita fece sussultare le nostre cinque teste ches'inchinarono tre da una banda e due dall'altra a modo di riverenza.Il vetturino balzando dal suo sedile e spalancando lo sportello conaria d'uomo che volesse dirci: "Eccosiete arrivati sani esalvinon avete a che dire; fuori la mancia" stava in disparteaspettando che ne uscissimo.

"Escanoessi; noescano prima le signore; ma escano prima essi; comevogliono; di chi è questa gamba? badi al mio abito; non mettail piede sulla ruota che può girare."

Incapo a cinque minuti eravamo riusciti a sgomitolarcia riprenderciascuno il suoe a discendere. V'era ancora qualche gamba e qualchebraccio ingranchitoqualche manica e qualche sottana rimboccata congrande imbarazzo delle signorema a conti fatti eravamo discesieci accingevamo a salire il pendio del monte che ci stava dirimpetto.Perché avevamo fatta quella carrozzata?

Èd'uopo sapere che la mia mediazione aveva riconciliati pienamenteLorenzo ed Eugenioe che quest'ultimo aveva finalmente offerto lasua mano a Clemenzala quale avevala accettata con gratitudine.S'erano poste a ciò due condizionil'una richiesta da noiedera che Eugenio si risolvesse prima a separarsi dalla sua gambal'altra offerta spontaneamente da Lorenzoed era che egli sarebbepartitopochi giorni dopo il matrimonio di Eugeniosopra unbrigantino italiano che salpava per la Nuova Olandae che loaccettava a bordo impiegandovelo utilmente nella sua qualitàdi medico. Questo piano non offriva alcuna improbabilità diattuazione; tutto stava a far risolvere Eugenio a dar sepoltura allasua gambae anche in ciò v'era speranza di riuscita. Eranogià alcuni giorni che noi l'avevamo avvezzato gradatamente astarne lontanodapprima trattenendolo con noi in lunghe passeggiatequindi allontanandolo un poco dalla cittàed ora... ora s'erafatto un progetto più seriouna specie di congiura; sitrattava di non lasciarlo tornare in sua casa prima di tre o quattrogiornie di allontanarne in questo frattempo quella cassetta fataleche gli faceva dar di volta alla ragione. Clemenza era stataincaricata di prepararlo a questa sorpresalibera d'impiegarvi tuttiquei mezzi che teneva a sua disposizionee non erano pochi. A cosecompiuteil matrimonio si sarebbe effettuato sollecitamente.

L'amoree la prospettiva di una felicità di cui aveva giàdisperato avevano fatto rifiorire un poco la salute cagionevole diEugenio. Il suo volto aveva ricuperata una lieve tinta di rosaisuoi occhi avevano come perduto quel non so che di velato e dilanguido che acquistano nelle malattie; la sua conversazionedeviatada quei soggetti melanconici che la rendevano sì penosa e sìmestafluiva lietavivacepiccante... La convalescenza haattrattive che non ha la saluteha bellezza speciale che affascina;e io comprendeva in questo modo come Clemenza potesse mostrarsi lietadi quell'amoree adattarsi ad un legame che mi pareva avrebbe dovutoatterrirla.

Siera convenuto nel nostro piano cheappena sostati in quellacampagnaavremmo lasciato solo Eugenio con lei; che la fanciullaavrebbe tentato d'indurlo ad acconsentire che la sua gamba ricevessesepoltura; che in questo caso io sarei tornato a Milano per adempierea tale incombenzaed essi mi vi avrebbero raggiunto di lì atre giornigirando il lago per Como. Avviandoci su per la falda delmontenoi pigliammo quindi pretesto dall'impotenza di Eugenio allasalitaper pregarlo ad attenderci all'ombra di un verde castagnoeClemenzaessendosi seduta la primae avendo accennato di volerglitenere compagnianon v'ebbe motivo a replicar parole perchéegli accettasse. Li lasciammo là soli. Lorenzola cuginadella fanciulla ed io continuammo a lenti passi la nostra salita.

Eravamotutti e tre tristissimi. Il sentiero che si distendeva dinanzi a noiera sì inuguale e sì angustoche c'era forzal'andarcene ad uno ad uno: io era rimasto in coda alla comitivae mirivolgeva spesso a guardare la fanciulla seduta vicino ad Eugenio.

Eraun quadro bellissimo e toccante ad un'ora. In mezzo a tutti queifioria quel verdel'abito roseo di Clemenza si allargava in unampio cerchiodal cui centro si vedeva emergere il suo corpicinopieno e spigliatoe la sua testolina bizzarracoronata diriccioloni biondissimi che le cadevano giù per le spallee sidondolavano ad ogni movenza del capo. Presso di leiil volto pallidoe malinconico di Eugenioe la sua gamba moncala sua stampellailsuo bastone che formavano un contrasto ineffabilmente triste collavivacitàcolla gioventùcolla festevolezza di quelgruppo. Oh! Una donna seduta sull'erba! Non provò che cosa siaun istante di vera e d'innocente felicità in amorechi nonpassò un'ora della sua vita seduto presso la donna del suocuorein un giorno di primaverasul verde di una balzain un puntosolitario della natura. Vi sono tali rapporti tra la natura e ladonna che non possono essere compresi che in quel momento. Passatequalche giorno in campagnatra uomini; sentirete che vi mancaqualche cosa: ponetevi di mezzo una donna – vecchia o fanciullaqualunque ella sia – vi sentirete subito ravvivativi sentiretecompleti. È un'osservazione che non pochi uomini avranno avutooccasione di fare. Col declinare della vitacoll'avvizzirsi delcuoresi dimenticano molte gioiemolte follie di gioventùmolti dolci momenti di effusionema non si obbliano mai gli istantiche si passarono con una fanciulla sul verde di un pratoinseguendosifolleggiandocoronandosi il capo di fiori: rimangonocome tanti punti luminosi nella tenebra impenetrabile del nostropassato.

Cieravamo seduti anche noi in un piccolo spazio verde che si dilatavain mezzo ai castagni. Lorenzoaccosciato ai piedi di un alberoguardava fisso non so qual cosa al di là del lagoguardavasenza vederecome avviene quando si pensa; e io indovinavo lebattaglie che si combattevano nella sua anima. La cugina di Clemenzauna donna non bellama attraente per quella mitezza di cuore che haspesso le stesse seduzioni della bellezzaguardava Lorenzoe poi meseduto dall'altra partee poi ancora Lorenzo; né osavainterrompere il corso delle nostre meditazioni. Per noi era unmomento mestoper lui solennepei due giovani un momento decisivo.Mi avvicinai a lei: la nostra neutralità ci poneva quasi indovere di far causa comunedi starcene un poco tra noie didiscorrere in confidenza dei nostri amici. Lorenzo era abbastanzalontano perchéabbassando un poco la vocenon potesseudirci.

"Credetevoi – io le chiesi – che riuscirà a persuaderlo?"

"Senzadubbio – diss'ella; – so quanto è grande l'influenzache la fanciulla esercita sul di lui animoe non ne posso dubitaremenomamente. Temo bensì di Lorenzo."

"Checosa temete?"

"Cheegli non abbia a soffrir troppo della risoluzione di lei. Il suosacrificio è grandema le sue forze sono molto limitate; noncrediate che egli sia rassegnato a perderla; vi è dispostomanon vi è rassegnato. Egli si lusinga che Eugenio nonacconsentae che il coraggio di Clemenza venga meno al momentodecisivo di usarne. Credeteegli conta sull'amore di lei; vi contasenza quasi volerloma non è persuaso ancora di perderla. Sisottoporrà a questa sventura senza lagnarsiperchéClemenza non lo ami. Ne ebbe pietàlo amòsi assunsevolenterosa il debito di farlo felicee lo faràne sonosicuraLorenzo..."

"Lorenzo!– interruppi io. – Ma egli è dunque in inganno? Lafanciulla li ama entrambi ad un tempo?"

Ellanon risposee scosse il capo indispettitacome si dolesse di nonessere stata compresa.

"Egli– proseguii io – crede di essere il solo amato da leicrede che ella accetti la mano di Eugenio per le calde preghiere chele ne fecela considera come unita a se stesso nello scopo dicompiere un sacrificio comune."

"Lasciategliquesta fede – diss'ella. – Strana cosa è il nostrocuore! Non avete mai amato!"

Iosorrisi.

"Nonvi sembrò che il nostro cuore sia qualche cosa che èfuori di noi? Vi provaste a dirigerlo? Vi pare che noi possiamoessere responsabili de' suoi traviamenti?"

"Nonsapreiso che amai" io dissi.

"Èveroè vero – riprese ella– è l'unica cosache noi possiamo e dobbiamo ricordare. Che importa il perchéil comelo scopo? Quale insensatezza! Noi vogliamo conoscere leragioni di tuttoe ci amareggiamo le dolcezze di tutto. Sì...perché vi sono dolcezze nel mondo: tutto sta che la coscienzanon ce le faccia apparire vietate."

Iostava per rispondere quando ascoltammo la voce di Eugenio chechiamava da lontano. Guardammo giù dalla balza: egli siavviava lentamente verso di noi a braccio di Clemenzae ci accennavadi scendere. Lorenzo si alzò il primoe si avviò giùpel sentiero; era pallido più dell'usatoma calmo.Discendemmo senza parlare. Quando fummo vicini ai due giovaniClemenza si spiccò dal braccio di Eugenioe ci venne incontrocorrendo e battendo le mani. "Acconsenteacconsente" ciripeteva ella con espressione di una gioia profonda; e mentre suacugina mi guardava sottocchicome per dirmi: "Vedete se eravatein inganno"io guardava Lorenzoil cui volto si era comeaffilatocome mutato ad un tratto; e indovinava la violenzaterribile che egli faceva a se stesso per contenersie permostrarsene lieto. Eugenio sorridevama era pensieroso.

Ionon dimenticherò mai la tristezza mutafreddaagghiacciatache s'impossessò di noi nel rimanente di quel giornobenchélo trascorressimo ridendo e folleggiando più dell'usato.

Nelmattino seguente accompagnai i quattro giovani alla riva del lagoove presero imbarco per Como. Eugenioporgendomi la sua manoagghiacciatae dandomi le chiavi della sua casami disse: "Fatelaseppellirese è possibile in uno dei cimiteri della cittàe senza che nessuno lo sappia; accompagnatevela voi stesso".

Ementre io lasciava la sua mano per allontanarmimi si avvicinòdi nuovoe mi sussurrò all'orecchio: "Non tarderòa raggiungervela".

Ottogiorno dopo io rivedeva i miei amici che non avevano potuto tornareprimaperché Eugenio s'era ammalato a Como sìimprovvisamente e sì gravemente che aveva dato a temere dellasua vita. Egli era stato trasportato nella casa della cugina diClemenzaove s'era riposto a letto benché si trovasse giàin via di guarigione. Li rivedea come persone che io non avessi piùvedute da tempotanto i loro volti erano mutatitanto s'era mutataClemenza stessa.

Eugenioguarì. Le nozze di lui e di Clemenza furono celebrate senzapreparativisenza pompe e quasi in segreto. Lorenzo li accompagnòall'altare.

Alcunigiorni dopofedele alla sua promessavenne a dirci addioe partìper Genovadonde avrebbe salpatotre mesi dopoper la NuovaOlanda.

Lenostre lagrime e la nostre benedizioni lo accompagnarono nel suoviaggio.

Nonpotrei completare più brevemente il mio racconto chetrascrivendo qui alcuni brani d'una lettera che io diressi a Lorenzocirca quaranta giorni dopo la sua partenza:

"Nonho d'uopo di far appello alla tua virtùe alla forzadell'animo tuo per prepararti a ricevere con coraggio la terribilenotizia che sto per darti. Noi perdemmo il più nobile e il piùsventurato dei nostri amici. Eugenio morì ieri sera diun'affezione di cuorequella stessa malattia che lo colse nellanostra ultima gita sul lago. Sarebbe superfluo dirti le cause dellasua infermità: le potrai indovinare agevolmente. Fino algiorno della tua partenza egli si era posto a letto con delirioipocondriaco: seppimo più tardi che aveva trovato modo dirivedere la sua stanzadi cui Clemenza teneva nascoste le chiavi; ele impressioni subitevi per la mancanza della sua gambae le tristimeditazioni che vi feceprovocarono la ricaduta di quella funestamalattia della quale non doveva più guarire. Quella fissazionesingolare che lo aveva reso sì ingiusto e sì infelicein questo ultimo anno della sua vitanon era punto scemata o cessataper il nuovo legame contratto con Clemenzanon era fatalmente cheassopita. Rientrato nella quiete della famigliain un ordine di ideepiù calmo e più regolarela sua immaginazione menodistolta dai fatti positivi della vitaspaziò in un campo piùvasto e più ideale – tornò alle malinconicheaberrazioni di prima. La fermezza che aveva attinto dall'amorevagheggiatosvanì coll'amore soddisfatto: s'impaurìdubitòsi meravigliò egli stesso della suarisoluzione; non tardò a soccombere sotto l'oppressione diquesto pensiero.

"Impossibiledirti il processo della sua malattia. Dissimulò sempre:vergognavasi di dirne le causebenché ce le rivelasse soventenel suo delirio. Dopo che egli aveva acconsentito a separarsi dallasua gambatemeva mostrarsi debole nell'apparirci sìsoverchiamente addolorato per essa. Soltanto negli ultimi giornidella sua vita prevalse il bisogno di effusione alle esigenze del suoamor proprio; ci confidò tuttodisse non sentirsi piùil coraggio di vivere così diviso da quella parte di sestessocosì attratto sempre a raggiungerla.

"Fuallora che io concertai con Clemenza un rimedio che peggioròrepentinamente il suo stato. Prevedendo le tristi eventualitàche si avveraronoaveva trattenuto semplicemente presso di me quellasua cassetta fatale; risolvemmo restituirgliela. Fu una risoluzionefunesta che aspettò e inacerbì la crisi della suainfermità. La vista di quella parte del suo scheletroaccrescendo in lui quella vaghezza indefinita di morire che lotravagliava da tanto tempodiede alla sua fissazione e a questodesiderio il carattere di una vera mania. Gliela si ritolsema eratroppo tardipeggiorò sempre: noi lo perdemmo senza averpotuto rinvenire alcun rimedio efficace che lo salvasse. Non ti diròle nostre lagrime e la desolazione di Clemenza; so che tu sentirainon meno intensamente il nostro dolore. Non te ne scrivemmo maiperché saresti venuto quie la tua vista avrebbe peggioratoil suo stato. Egli sarà sepolto domani. Clemenza rientrerànella sua famiglia.

"Iospero che questa immensa sventura ci tornerà meno affliggenteper ciòche ti distoglierà da' tuoi progetti e ticonsiglierà a restituirti alle persone che ti amano e tidesiderano".

Sonotrascorsi quattro mesi. Mentre scrivo queste pagineLorenzo eClemenza stanno adempiendo alle ultime formalità necessarieper le loro nozze. Lorenzo è sempre ugualesempre fiduciosoed aperto; il suo volto è ancora animato da quell'allegrezzacalma e serena che dà una retta coscienza. La fanciulla èmesta e patitama è ancor bellaforse ancor piùbellapoiché la bellezza della vergine è spesso unabellezza fredda ed insipida. Il segreto della maternità èla scintilla che anima la bellezza della donna.

Sarannoessi felici?

"Iocredo – mi diceva ieri la cugina di Clemenza – che Lorenzonon sarà amato mai quanto lo fu e lo sarà Eugenio.L'amore ha d'uopo d'essere santificato dalla morte per durare eterno.Quella venerazione istintiva di cui circondiamo le tombe riveste diuna aureola immortale i sepolcri lagrimati dagli amanti. È ilprestigio solenne della morte. È una innocente illusione checi trae a credere che noi avremmo amato eternamente quelle personeche perdemmoe ne saremmo state eternamente riamate. Ci èfacile e dolce il lusingarceneperciò solo che la morte nonpuò sorgere a smentirci."

"MaLorenzo? – chiesi io. – Non sarà egli amato?"

"Losarà egli pure" diss'ella.

"Dunque!"

"Ma...è evidente che la vita ha anche le sue seduzioni..."

"Eil cuore umano?"

"Unaimpareggiabile facilità a lasciarsene dominare."

"Eil cuore della donna?"

"Ilcuore della donna – diss'ella – è talora un vasod'orotalora un vaso di fango; ma qualunque sia quello che voiamatenon arriverete mai ad indovinare la natura finché nescruterete il fondo attraverso le impenetrabili opacitàdell'amore."

Iopensai che la cugina di Clemenza avesse parlato da senno nel dirmiqueste parolee le scrissi qui come la sintesi e come la morale diquesto breve racconto.

 

Unospirito in un lampone

NEL1854 un avvenimento prodigioso riempí di terrore e dimeraviglia tutta la semplice popolazione d'un piccolo villaggio dellaCalabria.

Miaccingerò a raccontarecon quanta maggior esattezza mi saràpossibilequesta avventura meravigliosabenché comprendaessere cosa estremamente difficile l'esporla in tutta la sua veritàe con tutti i suoi dettagli piú interessanti.

Ilgiovane barone di B... - mi duole che una promessa formale mi vietidi rivelarne il nome - aveva ereditato da pochi anni la ricca edestesa baronia del suo avo paternosituata in uno dei punti piúincantevoli della Calabria. Il giovane erede non si era allontanatomai da quei monti cosí ricchi di frutteti e di selvaggiume;nel vecchio maniero della famigliache un tempo era stato uncastello feudale fortificatoaveva appreso dal pedagogo di casa iprimi rudimenti dello scrivere e i nomi di tre o quattro classicilatinidi cui sapeva citare all'occorrenza alcuni distici benconosciuti. Come tutti i meridionaliaveva la passion~ della cacciadei cavalli e dell'amore - tre passioni che spesso sembrano camminaredi conserva come tre buoni puledri di posta; le poteva appagare a suotalentoné s'era mai dato un pensiero di piú; nonaveva neppur mai immaginato che al di là di quelle crestefrastagliate degli Appennini vi fossero degli altri paesideglialtri uomini e delle altre passioni.

Delrestosiccome la sapienza non è uno dei requisitiindispensabili alla felicità - anzi ci pare l'opposto - ilgiovane barone di... si sentiv~ perfettamente felice col semplicecorredo dei suoi distici; e non erano meno felici i suoi domesticile sue donnei suoi limierie le sue dodici livree verdi incaricatedi precedere e seguire la sua carrozza di gala nelle circostanzesolenni.

Unsolo fatto luttuoso avevaalcuni mesi prima dell'epoca a cui risaleil nostro raccontoportata la desolazione in una famiglia addetta alservigio della casa e alterate le tradizioni pacifiche del castello.Una cameriera del baroneuna fanciulla che si sapeva aver tenutotresche amorose con alcuni dei domesticiera sparita improvvisamentedal villaggio; tutte le ricerche erano riuscite vane; e benchépendessero non pochi sospetti sopra uno dei guardaboschi - giovaned'indole violentache era stato un tempo invaghito senza essernecorrisposto - questi sospetti erano poi in realtà cosívaghi e cosí infondatiche il contegno calmo e sicuro delgiovane era stato piú che sufficiente a disperderli.

Questasparizione misteriosache pareva involgere in sé l'idea di undelittoaveva rattristato profondamente l'onesto barone di B...; maa poco a poco egli se n'era dimenticato spensierandosi con l'amore econ la caccia: la gioia e la tranquillità erano rientrate nelcastello; le livree verdi erano tornate a darsi buon tempo nelleanticamere; e non erano trascorsi due mesi dall'epoca di questoavvenimento che né il baronené alcuno de' suoidomestici si ricordava della sparizione della fanciulla.

Eranel mese di novembre.

Unmattino il barone di B... si svegliò un po' turbato da uncattivo sognosi cacciò fuori del lettospalancò lafinestrae vedendo che il cielo era serenoe che i suoi limieripasseggiavano immalinconiti nel cortile e raspavano alla porta peruscirnedisse: « Voglio andare a cacciaio solo; vedo laggiúalcuni stormi di colombi selvatici che si son dati la posta nelseminatoe spero che ne salderanno il conto con le penne ».Fatta questa risoluzionefiní di abbigliarsiinfilò isuoi stivali impermeabilisi buttò il fucile ad armacolloaccomiatò le due livree verdi che solevano accompagnarlo eduscí circondato da tutti i suoi limierii quali agitando latestafacevano scoppiettare le loro larghe orecchiee gli sicacciavano ad ogni momento tra le gambe accarezzando con le lunghecode i suoi stivali impermeabili.

Ilbarone di B... si avviò direttamente verso il luogo ove avevaveduto posarsi i colombi selvatici. Era nell'epoca delle seminagionie nei campi arati di fresco non si scorgeva piú un arbusto odun filo d'erba. Le piogge dell'autunno avevano ammollito il terrenoper modo che egli affondava nei solchi fino al ginocchioe si vedevaad ogni momento in pericolo di lasciarvi uno stivale. Oltre a ciòi caninon assuefatti a quel genere di cacciarendevano vana tuttala strategia del cacciatore e i colombi avevano appostate qua e làle loro sentinelle avanzateprecisamente come avrebbe fatto un bravoreggimento della vecchia guardia imperiale.

Stizzitoda questa astuzia il barone di B... continuò nondimeno aperseguitarli con maggiore accanimentoquantunque non gli venisseromai al tiro una sola volta; e si sentiva stanco e sopraffatto dallasetequando vide lí presso in un solco una pianticellarigogliosa di lamponi carica di frutti maturi. 178 « Strano! »disse il barone« una pianta di lamponi in questo luo go... equanti frutti! come sono belli e maturi! » E abbassando lafocaia del fucilelo collocò presso di sési sedette;e spiccando ad una ad una le coccole del lamponei cui granelli diporpora parevano come inargentati graziosamente di brinaestinsecome poté megliola sete che aveva incominciato atravagliarlo.

Stettecosí seduto una mezz'ora; in capo alla quale si accorse cheavvenivano in lui dei fenomeni singolari.

IlcieloI'orizzontela campagna non gli parevano piú quelli;cioè non gli parevano essenzialmente mutatima non li vedevapiú con la stessa sensazione di un'ora prima; per servirsid'un modo di dire piú comunenon li vedeva piú con glistessi occhi.

Inmezzo ai suoi cani ve n'erano taluni che gli sembrava di non aver maivedutoe pureriflettendoci beneli conosceva; se non che liosservava e li accarezzava tutti quanti con maggior rispetto che nonfosse solito fare; gli pareva in certo modo che non ne fosse egli ilpadronee dubitandone quasisi provò a chiamarli: «AzorFidoAloff! )> I cani chiamati gli si avvicinaronoprontamentedimenando la coda.

<Menomale » disse il barone« i miei cani sembrano essereproprio ancora i miei cani... Ma è singolare questa sensazioneche provo alla testaquesto peso... E che cosa sono questi stranidesideri che sentoqueste volontà che non ho mai avutequesta specie di confusione e di duplicità che provo in tuttii miei sensi? Sarei io pazzo'?... Vediamoriordiniamo le nostreidee... Le nostre idee! Síperfettamente... perchésento che queste idee non sono tutte mie. Però... èpresto detto riordinarle! Non è possibilesento nel cervelloqualche cosa che si è disorganizzatacioè... diròmeglio... che si è organizzata diversamente di prima...qualche cosa di superfluodi esuberante; una cosa che vuole farsiposto nella testache non fa malema che pure spingeurta in modoassai penoso le pareti del cranio... mi pare di essere un uomodoppio. Un uomo doppio! Che stranezza! E pure... sísenzadubbio... capisco in questo momento come si possa essere un uomodoppio. Vorrei sapere perché questi anemoni mezzo fradici perle pioggeai quali non ho mai badato in vita miaadesso mi sembranocosí belli e cosí attraenti. Che colori vivacicheforma semplice e graziosa! Facciamore un mazzolino. » E ilbarone allungando la mano senza alzarsine colse tre o quattro checosa singolaresi pose in seno come le femmine. Ma nel ritrarre lamano a séprovò una sensazione ancora piústrana; voleva ritrarla 179 e nel tempo stesso allungarla di nuovo;il braccio mosso come da due volontà opposterimase in questaposizione quasi paralizzato. Mio Dio! disse il barone; e facendo unosforzo violento uscí da quello Stato di rigiditàesubito osservò attentamente la sua mano come a guardare sequalche cosa vi fosse rotto o guastato. Per la prima volta egliosservò allora che le sue mani erano brevi e ben fatteche ledita erano piene e fusolateche le unghie descrivevano un'ellisseperfetta; e l'osservò con una compiacenza insolita; si guardòi piedie vedendoli piccoli e sottilinonostante la forma un po'rozza dei suoi stivali impermeabiline provò piacere esorrise. In quel momento uno stormo di colombi si innalzò daun campo vicinoe venne a passargli dinanzi al tiro. Il barone fusollecito a cur varsiad afferrare il suo fucilead inarcarne ilcanema. .. cosa prodigiosa !in quell'istante si accorse che avevapaura del suo fucileche il fragore dello sparo lo avrebbeatterrito; ristette e si lasciò cader l'arma di manomentreuna voce interna gli diceva: "Che begli uccelli! che belle penneche hanno nelle ali!... mi pare che siano colombi selvatici..."« Per l'inferno! » esclamò il barone portandosi lemani alla testa« io non comprendo piú nulla di mestesso... sono ancora ioo non sono piú io ? o sono io ed unaltro ad un tempo ? Quando mai io ho avuto paura di sparare il miofucile? quando mai ho sentito tanta pietà per questi maledetticolombi che mi devastano i seminati? I seminati! Ma... veramente mipare che non siano piú miei questi seminati... Bastabastatorniamo al castellosarà forse effetto di una febbre che mipasserà buttandomi a letto. » E fece atto di alzarsi. Main quell'istante un'altra volontà che pareva esistere in luilo sforzò a rimanere nella posizione di primaquasi avessevoluto dirgli: "Nostiamo ancora un poco seduti".

Ilbarone sentí che annuiva di buon grado a questa volontàpoiché dallo svolto della via che fiancheggiava il campo eracomparsa una brigata di giovani lavoratori che tornavano alvillaggio. Egli li guardò con un certo senso di interesse e didesiderio di cui non sapeva darsi ragione: vide che ve ne eranoalcuni assai bellie quando essi gli passarono dinanzi salutandolorispose al loro saluto chinando il capo con molto imbarazzoe siaccorse che era arrossito come una fanciulla. Allora sentí chenon aveva piú alcuna difficoltà ad alzarsie si alzò.Quando fu in piedi gli parve d'essere piú leggero del solito;le sue gambe parevano ora ingranchiteora piú sciolte; le suemovenze erano piú aggraziate quantunque fossero poi in realtàle stesse movenze di primae gli paresse di camminaredi gestiredi dimenarsicome sempre.

Feceatto di recarsi il fucile ad armacolloma ne provò lo stessospavento di primae gli convenne adattarselo al braccio e tenerlo unpoco discosto dalla personacome avrebbe fatto un fanciullotimoroso.

Essendoarrivato ad un punto in cui la via si biforcavasi trovòincerto per quale delle due strade avrebbe voluto avviarsi alcastello. Tutte e due vi conducevanoma egli era solito percorrernesempre una sola: ora avrebbe voluto passare per unae ad un tempovoleva passare per l'altra: tentò di muoversima riprovòlo stesso fenomeno che aveva provato poc'anzi: le due volontàche parevano dominarloagendo su di lui con la stessa forzasiparalizzarono reciprocamenteresero nulla la loro azione: egli restòimmobile sulla via come impietritocome colpito da catalessi. Dopoqualche momento si accorse che quello stato di rigidità eracessatoche la sua titubanza era svanitae svoltò per quelladelle due strade che era solito percorrere.

Nonaveva fatto un centinaio di passi che s'imbatté nella mogliedel magistrato la quale lo salutò cortesemente.

"Daquando in qua" si disse il barone di B..."io sono solitoa ricevere i saluti della moglie del magistrato ?" Poi siricordò che egli era il barone di B...che egli era in intimaconoscenza con la signorae si meravigliò di essersi rivoltaquesta domanda.

Pocopiú innanzi imbatté in una vecchia che andavarazzolando alcuni manipoli di rami secchi lungo la siepe.

«Buon díCaterina » le disse egli abbracciandola ebaciandola sulle guance; «come state? avete poi ricevutonotizie di vostro suocero?» « Oh! Eccellenza... quantadegnazione... » esclamò la vecchia quasi spaventatadalla insolita familiarità del barone. « Le dirò...» Ma il barone l'interruppe dicendole: «Per caritàguardatemi beneditemi: Sono ancora io ? sono ancora il barone diB... ?> « Ohsignore!.. . » diss'ella.

Eglinon stette ad attendere altra rispostae proseguí la suastradacacciandosi le mani nei capelliesclamando: « lo sonoimpazzito! » Gli avveniva spesso lungo la via di arrestarsi acontemplare oggetti o persone che non avevano mai destato in lui ilminimo interessee li vedeva sotto un aspetto affatto diverso diprima. Le belle contadine che stavano sarchiando nei campi coll'abitorimboccato fin sopra il ginocchionon avevano piú per luialcuna attrattivae gli parevano rozzesciatte e sguaiate. Gettandoa caso uno sguardo sui suoi limieri che lo precedevano col muso bassoe con la coda penzolonidisse: « To'! Visir che non aveva chedue mesiadesso sembra averne otto suonati s'è cacciato anchelui nella compagnia dei cani scelti ».

Glimancavano pochi passi per arrivare al castelloquando incontròalcuni dei suoi domestici che passeggiavano ciarlando lungo la viaecosa singolare!li vedeva doppi: provava lo stesso fenomenoottico che si ottiene convergendo tutte e due le pupille verso uncentro soloper modo d'incrociarne la visuale; se non che eglicomprendeva che le cause di questo fenomeno erano affatto diverse daquelle; poiché li vedeva bensí doppima non sirassomigliavano totalmente nella loro duplicità li vedeva comese vi fossero in lui due persone che guardassero con gli stessiocchi.

Equesta strana duplicità incominciò da quel momento adestendersi su tutti i suoi sensi; vedeva doppiosentiva doppiotoccava doppio; e - cosa ancor piú sorprendente! - pensavadoppio. Cioèuna stessa sensazione destava in lui due ideeequeste due idee venivano svolte da due forze diverse di raziocinio egiudicate da due diverse coscienze. Gli parevain una parolache vifossero due vite nella sua vitama due vite oppostesegregatedinatura diversa- due vite che non potevano fondersie che lottavanoper contendersi il predominio dei suoi sensi - donde la duplicitàdelle sue sensazioni.

Fuper ciò che eglivedendo i suoi domesticiconobbe síche erano i suoi domesticima cedendo ad un impulso piúfortenon poté fare a meno di avvicinarne unodiabbracciarlo con trasporto e di dirgli: « Oh! caro Francescogodo di rivedervi; come state? come sta il nostro barone?» esapeva benissimo di esser egli il barone. «Ditegli che mirivedrà fra poco al castello. » I domestici siallontanarono sorpresi- e quello tra loro che era stato abbracciatodiceva tra sé stesso: "lo mi spezzerei la testa persapere se èo se non è veramente il barone che mi haparlato. Io ho già inteso altre volte quelle parole... nonso... ma quell'espressione... quell'aspetto... quell'abbraccio...certo non è la prima volta che io fui abbracciato in quelmodo. E pure... il mio degno padrone non mi ha mai onorato di tantafamiliarità".

Pochipassi piú innanziil barone di B... vide un pergolato ches'appoggiava ad un angolo del recinto d'un giardinoper modo chequando era coperto di foglie doveva essere affatto inaccessibile agliocchi dei cu riosi. Egli non poté resistere al desiderio chel'incitava ad affrettarsi verso il castello. Cedette al primoimpulsoe appena sedutosi sotto la per golasentí compiersiin sé un fenomeno psicologico ancor piú curioso.

Unanuova coscienza si formò in lui: tutta la tela di un passatomai conosciuto si distese dinanzi ai suoi occhi: delle memorie pure esoavidi cui egli non poteva aver fecondata la sua vitavennero aturbare dolcemente la sua anima. Erano memorie di un primo amorediuna prima colpa; ma di un amore piú gentile e piúelevato che egli non avesse sentitodi una colpa piú dolce epiú generosa che egli non avesse commesso. La sua mentespaziava in un mondo di affetti ignoratopercorreva regioni maivisteevocava dolcezze mai conosciute.

Nondimenotutto questo assieme di rimembranzequesta nuova esistenza che eravenuta ad aggiungersi a luinon turbavanon confondeva le memoriespeciali della sua vita. Una linea impercettibile separava le duecosclenze.

Ilbarone di B... passò alcuni momenti nel pergolatodopo di chesentí desiderio di affrettarsi verso il villaggio. E allora ledue volontà agendo su di esso con lo stesso accordoegli nesubí un impulso cosí potente che non potéconservare il suo passo abitualee fu costretto a darsi ad una corsaprecipitosa.

Questedue volontà incominciarono da quell'istante a dominarsi e adominarlo con pari forza. Se agivano d'accordoi movimenti della suapersona erano precipitaticonvulsiviolenti; se una tacevaeranoregolari; se erano contrariei movimenti venivano impeditie davanoluogo ad una paralisi che si protraeva fino a che la piúpotente di esse avesse predominato.

Mentreegli correva cosí verso il castellouno dei suoi domestici lovidee temendo qualche sventuralo chiamò per n~me. Ilbarone volle arrestarsima non gli fu possibile; rallentò ilpasso e si fermò per qualche istantema ne seguí unaconvulsioneun saltellareun avanzarsi e un retrocedere a sbalziper modo che sembrava invasatoe gli fu giocoforza continuare la suacorsa verso il villaggio.

Ilvillaggio non gli pareva piú quellogli pareva che ne fossestato assente da molti mesi: vide che il campanile della parrocchiaera stato riattatO di frescoe quantunque lo sapessegli sembravatuttavia di non saperlo.

Lungola strada si imbatté in molte persone chesorprese di quelsuo correrelo guardavano con atti di meraviglia. Egli faceva atutte 183 di cappellobenché comprendesse che non doveva; equelle gli rispondevano togliendosi i loro berretti e meravigliandosidi tanta cortesia. Ma ciò che sembrava ancora piúsingolareera che tutte quelle persone consideravano quasi comenaturale quel suo correrequel suo salutare; e pareva loro di avertravistointuitocompreso qualche cosa in quei suoi attie nonsapevano che cosa fosse. Ne erano però impaurite e pensierose.

Giuntoal castello si arrestò; entrò nelle anticamere- baciòad una ad una le sue cameriere; strinse la mano alle sue livreeverdie si buttò al collo di una di esse che accarezzòcon molta tenerezzae a cui disse parole colme di passione e diaffetto.

Aquella vista le cameriere e le livree verdi fuggironoe corserourlando a rinchiudersi nelle loro stanze.

Allorail barone di B... salí agli altri pianivisitò tuttele sale del castelloe essendo giunto alla sua alcovasi buttòsul lettoe disse: « Io vengo a dormire con leisignor barone». In quell'intervallo di riposole sue idee si riordinaronoegli si ricordò di tutto ciò che gli era avvenutodurante quelle due oree se ne sentí atterrito; ma non fu cheun lampoegli ricadde ben presto nel dominio di quella volontàche lo dirigeva a sua volontà.

Tornòa ripetersi le parole che aveva dette poc'anzi: « Io vengo adormire con lei signor barone ». E delle nuove memorie sisuscitarono nella sua anima; erano memorie doppiecioè lerimembranze delle impressioni che uno stesso fatto lascia in duespiriti diversied egli accoglieva in sé tutte e due questeimpressioni. Tali rimembranze però non erano simili a quelleche aveva già evocate sotto la pergola- quelle erano sempliciqueste complesse; quelle lasciavano vuotaneutralegiudice unaparte dell'anima; queste l'occupavano tutta: e siccome eranorimembranze di amoreegli comprese in quel momento che cosa fosse lagrande unitàI'immensa complessività dell'amoreilquale essendo nelle leggi inesorabili della vita un sentimento divisofra duenon può essere compreso da ciascuno che per metà.Era la fusione piena e completa di due spiritifusione di cuil'amore non è che una aspirazionee le dolcezze dell'amoreun'ombraun'ecoun sogno di quelle dolcezze. Né potreiesprimere meno confusamente lo stato singolare in cui egli sitrovava.

Passòcosí circa un'oratrascorsa la quale si accorse che quellavoluttà andava scemandoe che le due vite che parevanoanimarlo si separavano. Discese dal lettosi passò le manisul viso come per cacciarne qualche cosa di leggiero... un veloun'ombrauna piuma; e sentí che il tatto non era piúquello; gli parve che i suoi lineamenti si fossero mutatie provòla sensazione di aver accarezzato il viso di un altro.

V'eralí presso uno specchio e corse a contemplarvisi. Strana cosaNon era piú lui; o almeno vi vedeva riflessa sí la suaimmaginema la vedeva come fosse l'immagine di un altrovedeva dueimmagini in una. Sotto l'epidermide diafana della sua personatraspariva una seconda immagine a profili vaporosiinstabiliconosciuti. E ciò gli pareva naturalissimoperché eglisapeva che nella sua unità vi erano due personeche era unoma che era anche due ad un tempo.

Allontanandolo sguardo dal cristallovide sulla parete opposta un suo vecchioritratto di grandezza naturalee disse: « Ah! questo èil signor barone di... Come è invecchiato! » E tornòa contemplarsi nello specchio.

Lavista di quella tela gli fece allora ricordare che vi era nelcorridoio del castello una immagine simile a quella che aveva vedutopoc'anzi trasparire dalla sua persona nello specchioe si sentídominato da una smania invincibile di rivederla. Si affrettòverso il corridoio.

Alcunedelle sue cameriere che vi passavano in quell'istante furono prese dauno sgomento ancora piú profondo di primae corsero fuggendoa chiamare le livree verdi che stavano assembrate nell'anticameraconcertandosi sul da farsi.

Intantonel cortile del castello si era radunato buon numero di curiosi: lanotizia delle follie commesse dal barone si era divulgata in unattimo nel villaggioe vi aveva fatto accorrere il medicoilmagistrato ed altre persone autorevoli del paese. Fu deciso dientrare nel corridoio. Il disgraziato barone fu trovato in piedidinanzi ad un ritratto di fanciulla - quella stessa che era sparitamesi addietro dal castello - in uno stato di eccitamento nervosoimpos sibile a definirsi. Egli sembrava in preda ad un assaltoviolento di epi lessia: tutta la sua vitalità parevaconcentrarsi in quella tela; pareva che vi fosse in lui qualche cosache volesse sprigionarsi dal suo corpoche volesse uscirne perentrare nell'immagine di quel quadro. Egli la fis sava coninquietudinee spiccava salti prodigiosi verso di leicome se fosseattratto da una forza irresistibile.

Mail prodigio piú meraviglioso era che i suoi lineamentiparevano trasformarsiquanto piú egli fissava quella telaedacquistare un'altra espressione. Ciascuna persona riconosceva in luiil barone di B...ma vi vedeva ad un tempo una strana somiglianzacoll'immagine riprodotta nel quadro. La folla accorsa nel corridoiosi era arrestata compresa da un panico indescrivibile. Che cosavedevano? Non lo sapevano: sentivano di trovarsi dinanzi a qualchecosa di soprannaturale.

Nessunoosava avvicinarsi - nessuno si muoveva - uno spavento insuperabile siera impadronito di ciascuno di loro: un brivido di terrore scorrevaper tutte le loro fibre...

Ilbarone continuava intanto ad avventarsi verso il quadro; la suaesaltazione crescevai suoi profili si modificavano sempre piúil suo volto riproduceva sempre piú esattamente l'immaginedella fanciulla... e già alcune persone parevano volerprorompere in un grido di terrorequantunque uno spavento misteriosoli avesse resi muti ed immobiliallorehé una voee si sollevòimprovvisamentedalla follaehe gridava: « Clara! Clara! »Quel grido ruppe l'ineantesimo.

«SíClara! Clara! » ripeterono unanimi le persone versole portesopraffatte da un terrore aneora piú grande; e quelnome era il nome della faneiulla sparita dal eastellola cuiimmagine era stata riprodotta nella tela.

Maa quella voeeil barone di B... si spieeò dal quadro e sislanciò in mezzo alla folla gridando: « Il mioassassinoil mio assassino! » La folla si sparpagliò esi divise. Un uomo era in terra svenuto quello stesso che avevagridato - il giovane guardaboschi su cui pendevano sospetti per lasparizione misteriosa di Clara.

Ilbarone di B... fu trattenuto a forza dalle sue livree verdi. Ilguardabosehirinvenutodomandò del magistratoeui eonfessòspontaneamente di aver ueeisa la faneiulla in un eeeesso di gelosiae di averla sotterrata in un eampopreeisamente in quel luogo dovepoehe ore innanziaveva veduto lo sfortunato barone sedersi amangiare le coccole del lampone.

Fudata al barone di B... una forte dose di emetico che gli fecerimettere i frutti non digeritie lo liberò dallo spiritodella fanciulla.

Ilcadavere di essada eui se ne partivano le radiei del lamponefudissotterrato e rieevette sepoltura eristiana nel eimitero.

Ilguardabosehitradotto in giudizioebbe una eondanna a dodiei annidi lavori forzati.

Nel1865 io lo eonobbi nello stabilimento eareerario di Cosenza ehe miero reeato a visitare. Gli maneavano allora due anni a eompiere lasua pena; e fu da lui stesso ehe intesi questo raeeonto meraviglioso.



Leleggende del castello nero

"Nonso se le memorie che io sto per scrivere possano avere interesse peraltri che per me; le scrivo ad ogni modo per me. Esse si riferisconopressoché tutte ad un avvenimento pieno di mistero e diterrorenel quale non sarà possibile a molti rintracciare ilfilo di un fattoo desumere una conseguenzao trovare una ragionequalunque. Io solo il potròio attore e vittima a un tempo.Incominciato in quell'età in cui la mente èsuscettibile delle allucinazioni più strane e piùpaurose; continuatointerrotto e ripreso dopo un intervallo di quasiventi annicircondato di tutte le parvenze dei sognicompiuto —se così si può dire d'una cosa che non ebbe principioevidente — in una terra che non era la miae alla quale miavevano attratto delle tradizioni piene di superstizioni e ditenebre; io non posso considerare questo avvenimento imperscrutabiledella mia vita che come un enigma insolvibilecome l'ombra di unfattocome una rivelazione incompletama eloquente d'un'esistenzatrascorsa. Erano fatti od erano visioni? L'uno e l'altro; nél'uno né l'altro forse. Nell'abisso che ha inghiottito ilpassato non vi sono più fatti od ideevi è il passato:i grandi caratteri delle cose si sono distrutti come le cosee leidee si sono modificate con esse — la verità ènell'istante — il passato e l'avvenire sono due tenebre che ciavviluppano da tutte le partie in mezzo alle quali noi trasciniamoappoggiandoci al presente che ci accompagna e che viene con noicomedistaccato dal tempoil viaggio doloroso della vita.

Maabbiamo noi avuta una vita antecedente? Abbiamo previssuto in altrotempocon altro cuore e sotto un altro destinoalla esistenzadell'oggi? Vi fu un'epoca nel temponella quale abbiamo abitato queiluoghi che ora ignoriamoamato quegli esseri che la morte ha rapitoda annivissuto fra quelle persone di cui vediamo oggi le opereocerchiamo la memoria nelle storie o nell'oscurità delletradizioni? Mistero! E nondimeno... sìio ho sentito spessoqualche cosa che mi parlava d'un'esistenza trascorsaqualche cosa dioscurodi confusoè veroma di lontanodi infinitamentelontano. Vi sono delle rimembranze nella mia mente che non possonoessere contenute in questo limite angusto della mia vitapergiungere alla cui origine io devo risalire la curva degli annirisalire molto lontano... due o tre secoli... Anche prima d'oggi miera avvenuto più volte ne' miei viaggi di arrestarmi in unacampagna e di esclamare: "Ma io ho veduto già questositoio sono già stato qui altre volte!... questi campiquesta vallequesto orizzonte io li conosco!". E chi non haesclamato taloraparendogli di ravvisare in qualche persona dellesembianze già note: "Quell'uomo l'ho già veduto:dove? quando? Chi è egli? non lo soma per fermo noi ci siamoveduti altre voltenoi ci conosciamo!". Nella mia infanziavedeva spesso un vecchio che certo aveva conosciuto fanciulloda cuicerto era stato conosciuto già vecchio: non ci parlavamomaci guardavamo come persone che sanno di conoscersi da tempo. Lungouna via di Poolerasente la spiaggia della Manicaho trovato unsasso sul quale mi rammento benissimo di essermi sedutosarannocirca settant'annie ricordo che era un giorno triste e piovosoevi aspettava una persona di cui ho dimenticato il nome e lesembianzema che mi era cara. In una galleria di quadri a Graz hoveduto un ritratto di donna che io ho amatoe la riconobbi subitobenché ella fosse allora più giovinee il ritratto lefosse fatto forse vent'anni dopo la nostra separazione. La telaportava la data del 1647: press'a poco a quell'epocarisale lamaggior parte di queste mie memorie.

Vifu un tempo della mia fanciullezza durante il quale non potevaascoltare la cadenza di certe canzoni che cantano da noi le donne dicampagna nelle fattoriesenza sentirmi trasportare ad un tratto inun'epoca così remota della mia vitache non avrei potutorisalirvi anche moltiplicando un gran numero di volte gli anni giàvissuti nell'esistenza presente. Bastava che io ascoltassi quellanota per cadere sull'istante in uno stato come di paralisicome diletargia morale che mi rendeva estraneo a tutto ciò che micircondavaqualunque fosse lo stato d'animo in cui essa mi avessesorpreso. Dopo i venti anni non ho più riprovato quelfenomeno. Non aveva io più ascoltata quella nota? o la miaanimagià abbastanza immedesimata colla vita presentesi eraresa insensibile a quel richiamo?

Oche la mia natura è infermao che io concepisco in mododiverso dagli altri uominio che gli altri uomini subisconosenzaavvertirlele medesime sensazioni. Io sentoe non saprei esprimerein qual guisache la mia vita — o ciò che noi chiamiamopropriamente con questo nome — non è incominciata colgiorno della mia nascitanon può finire con quello della miamorte: lo sento colla stessa energiacolla stessa pienezza disensazione con cui sento la vita dell'istantebenché ciòavvenga in modo più oscuropiù stranopiùinesplicabile. E d'altra parte come sentiamo noi di vivere l'istante!Si diceio vivo. Non basta: nel sonno non si ha coscienzadell'esisteree nondimeno si vive. Questa coscienza dell'esisterepuò non essere circoscritta esclusivamente negli strettilimiti di ciò che chiamiamo la vita. Vi possono essere in noidue vite — è sotto forme diverse la credenza di tutti ipopoli e di tutte le epoche— l'una essenzialecontinuataimperitura forse; l'altra a periodia sbalzi più o menobrevipiù o meno ripetuti: l'una è l'essenzal'altraè la rivelazioneè la forma. Che cosa muore nel mondo?La vita muorema lo spiritoil segretola forza della vita nonmuore: tutto vive nel mondo.

Hodetto il sonno. E che cosa è il sonno? Siamo noi ben certi chela vita del sonno non sia una vita a parteun'esistenza distaccatadall'esistenza della veglia? Che cosa avviene di noi in quello stato?chi lo sa dire? Gli avvenimenti a cui assistiamo o prendiamo partenel sogno non sarebbero essi reali? Ciò che noi chiamiamo conquesto nome non potrebbe essere che una memoria confusa di quegliavvenimenti?... Pensiero spaventoso e terribile! Noi forsein unordine diverso di cosepartecipiamo a fattiad affettiad idee dicui non possiamo conservare la coscienza nella veglia; viviamo inaltro mondo e tra altri esseri che ogni giorno abbandoniamocherivediamo ogni giorno. Ogni sera si muore di una vitaogni notte sirinasce d'un'altra. Ma ciò che avviene di queste esistenzeparzialiavviene forse anche di quell'esistenza intera e piùdefinita che le comprende. Gli uomini hanno sempre rivolto lo sguardoall'avveniremai al passato; al finemai al principio; all'effettomai alla causa; e non di meno quella porzione della vita a cui iltempo può nulla togliere o aggiungerequella su cui la nostramente avrebbe maggiori diritti a posarsie dalla cui investigazionepotrebbe attingere le più grandi compiacenzee gliammaestramenti più utiliè quella che ètrascorsa in un passato più o meno remoto. Perocché noiabbiamo vissutonoi viviamovivremo. Vi sono delle lacune traqueste esistenzema saranno riempiute. Verrà un'epoca in cuitutto il mistero ci sarà rivelato; in cui si spiegheràtutto intero ai nostri occhi lo spettacolo di una vitale cui filaincominciano nell'eternità e si perdono nell'eternità;nella quale noi leggeremocome sopra un libro divinole opereipensierile idee concepite o compiute in un'esistenza trascorsaoin una serie di esistenze parziali che abbiamo dimenticate. Se glialtri uomini serbino o no questa fedenon so; ma ciò nonpotrebbe né fortificarené abbattere il mioconvincimento. Ad ogni modoecco il mio racconto.

Nel1830 io aveva quindici annie conviveva colla famiglia in una grossaborgata del Tirolodi cui alcuni riguardi personali mi costringono asopprimere il nome. Non erano passate più di tre generazionidacché i miei antenati erano venuti ad allogarsi in quelvillaggio: essi vi erano bensì venuti dalla Svizzerama lalinea retta della famiglia era oriunda della Germania: le memorie chesi conservavano della sua origine erano sì inesatte e sìoscureche non mi fu mai dato di poterne dedurre delle cognizioniben definite: ad ogni modomi preme soltanto di accertare questofattoed è che il ceppo della mia casa era originario dellaGermania.

Eravamoin cinque: mio padre e mia madrenati in quel villaggiovi avevanoricevuto quell'educazione limitata e modesta che è propriadella bassa borghesia. Vi erano bensì delle tradizioniaristocratiche nella mia famigliadelle tradizioni che ne facevanorisalire l'origine al vecchio feudalismo sassone; ma la fortuna dellanostra casa si era talmente ristretta che aveva fatto tacere in noiogni istinto di ambizione e di orgoglio. Non vi era differenza disorta tra le abitudini della mia famiglia e quelle delle famiglie piùmodeste del popolo; i miei genitori erano nati e cresciuti tra diessela loro vita era tutta una pagina bianca; né io avevapotuto attingere dalla loro convivenzané trarre dal lorometodo di educazione alcuna di quelle ideedi quelle memorie difanciullezza che predispongono alla superstizione e al terrore.

L'unicopersonaggio la cui vita racchiudeva qualche cosa di misterioso ed'imperscrutabilee che era venuto ad aggiungersiper cosìdirealla mia famigliaera un vecchio zio legato a noidicevasida una comunanza d'interessidi cui però non ho potutodecifrarmi in alcun modo le ragionidopo chee per la morte di luie per quella di mio padreio venni in possesso della fortuna dellamia casa.

Eglitoccava allora — e parlo di quell'età a cui risalgonoqueste mie memorie — i novant'anni. Era una figura alta eimponentebenché leggermente curvata; aveva tratti di voltomaestosimarcatidirei quasi plastici; l'andamento fiero quantunquevacillante per vecchiaial'occhio irrequieto e scrutatoredoppiamente vivo su quel visodi cui gli anni avevano paralizzata lamobilità e l'espressione. Giovine ancoraaveva abbracciato lacarriera del sacerdoziospintovi dalle pressioni insistenti dellafamiglia; poi aveva buttata la tonaca e s'era dato al militare; larivoluzione francese lo aveva trovato nelle sue file; egli avevapassato quarantadue anni lontano dalla sua patriae quando viritornò — poiché non aveva rotti i voti contratticolla Chiesa — riprese l'abito di prete che portò senzamacchie e senza affettazione di pietà fino alla morte. Lo sisapeva dotato d'indole pronta benché abitualmente pacatadivolontà indomabiledi mente vasta e eruditaquantunques'adoprasse a non parerlo. Capace di grandi passioni e di grandiardimentilo si teneva in concetto di uomo non comunedi caratteregrande e straordinario. Ciò che contribuiva per altro acircondarlo di questo prestigioera il mistero che nascondeva il suopassatoerano alcune dicerie che si riferivano a mille straniavvenimenti cui volevasi che egli avesse preso parte — certoegli aveva reso dei grandi servigi alla rivoluzione; quali e conquale influenza non lo si seppe mai: egli morì a novantaseianni portando seco nella sua tomba il segreto della sua vita.

Tutticonoscono le abitudini della vita di villaggio; non mi tratterròa discorrere di quelle speciali della mia famiglia. Noi ci radunavamotutte le sere d'inverno in una vasta sala a pian terrenoe cisedevamo in circolo intorno ad uno di quegli ampi camini a cappa sìantichi e sì comodiche il gusto moderno ha ora abolitosostituendovi le piccole stufe a carbone. Mio zioche abitava unappartamento separato nella stessa casaveniva qualche volta aprender parte alle nostre riunionie ci raccontava alcune avventurede' suoi viaggi o alcune scene della rivoluzione che ci riempivano diterrore e di meraviglia. Taceva però sempre di sé; erichiesto della parte che vi aveva presodistoglieva la narrazioneda quel soggetto.

Unasera — lo ricordo come fosse ieri — eravamo riunitisecondo il solitoin quella sala; era d'invernoma non vi era neve;il suolo gelato e imbiancato di brina rifletteva i raggi della lunain guisa da produrre una luce bianca e viva come quella di un'aurora.Tutto era silenzioe non si udiva che il martellare alternato diqualche goccia che stillava dai ghiacciuoli delle gronde. Ad untratto un rumore sordo e improvviso di un oggetto gettato nel cortiledal muricciuolo di cintaviene ad interrompere la nostraconversazione; mio padre si alzaesce e si precipita fuori dellaporta che mette sulla viama non ode rumore alcuno di passinévedeper tutto quel tratto di strada che si distende d'innanzi aluialcuna persona che si allontani. Allora raccoglie dal suolo unpiccolo involto che vi era stato gettatoe rientra con esso nellasala. Ci raccogliamo tutti dintorno a lui per esaminarlo. Erameglioche un involtoun grosso plico quadrato in vecchia carta grigiastramacchiata di rugginee cucita lungo gli orli con filo bianco e apunti esatti e regolari che accusavano l'ufficio di una mano didonna. La cartatagliata qua e là dal filoe arrossata econsumata sugli orliindicava che quel piego era stato fatto dalungo tempo.

Miozio lo ricevette dalle mani di mio padree lo vidi tremare edimpallidire nell'osservarlo. Tagliatane la cartane trasse duevecchi volumi impolverati; e non v'ebbe gettato su gli occhiche ilsuo volto si coperse di un pallore cadavericoe dissedissimulandoun senso di dolore e di meraviglia più vivo: "Èstrano!". E dopo un breve istante in cui nessuno di noi avevaosato parlare riprese: "È un manoscrittosono due volumidi memorie che risalgono alle prime origini della nostra famigliaecontengono alcune gloriose tradizioni della nostra casa. Io ho datoquesti due volumi ad un giovine chequantunque non appartenessedirettamente alla nostra famigliavi era congiunto per certi legamiche non posso ora qui rivelare. Furono il pegno d'una promessacuinon ioma il tempo mi ha impedito di mantenere: sìiltempo... — aggiunse tra di sé a bassa voce. — Io loaveva conosciuto all'Università di ***allorché vistudiava teologia: egli fu ghigliottinato sulla piazza della Greveela sua famiglia fu distrutta dalla rivoluzionesaranno oraquarant'anni... non uno gli sopravisse... È strano!...".

Edopo un breve intervalloosservando che verso la cucitura dei foglisi era accumulata una polvere rossastra leggerissimaci dissecomesi fosse risovvenuto di un pericolo: "Lavatevi le mani".

"Perché?"

"Nulla..."

Ubbidimmo.Si passò tutta quella sera in silenzio: mio zio era in preda atristi pensierie si vedeva che egli si sforzava di evocare o discacciare delle memorie assai dolorose. Si ritirò assaiprestosi rinchiuse nel suo appartamentoe vi stette due giornisenza lasciarsi vedere.

Inquella sera io mi coricai in preda a pensieri strani e paurosi di cuinon sapeva darmi ragione. Era preoccupato dall'idea diquell'avvenimento più che non avrei dovutopiù che unfanciullo della mia età non avrebbe potuto esserlo. Indarno iotenterei ora di rendere qui colla parola i sentimenti inesplicabili esingolari che si agitavano dentro di me in quell'istante. Parevamiche tra quei volumi e mio zioe me stessocorressero dei rapportiche non aveva avvertito fino alloradelle relazioni misteriose elontanedi cui non giungeva a decifrarmi in alcun modo la naturanéa comprendere il fine. Eranoo mi parevano rimembranze. Ma di checosa? Non lo sapeva. Di che tempo? Remote. Nella mia giovineintelligenza tutto si era alterato e confuso.

Miaddormentai sotto l'impressione di quelle ideee feci questo sogno.

Avevaventicinque anni: nella mia mente si erano come agglomerate tuttequelle ideetutte quelle esperienzetutti quegli ammaestramenti cheil tempo mi avrebbe fatto subire durante gli anni che segnavanoquella differenza tra l'età sognata e l'età reale; maio rimaneva nondimeno estraneo a questo maggiore perfezionamentobenché il comprendessi. Sentiva in me tutto lo sviluppointellettuale di quell'etàma ne giudicava col senno e cogliapprezzamenti propri de' miei quindici anni. Vi erano due individuiin meall'uno apparteneva l'azioneall'altro la coscienza el'apprezzamento dell'azione. Era una di quelle contraddizionidiquelle bizzarriedi quelle simultaneità di effetti che nonsono proprie che dei sogni.

Mitrovava in una gran valle fiancheggiata da due alte montagne: lavegetazionela coltivazionela forma e la disposizione dellecapannee un non so che di diversodi antico nella lucenell'atmosferain tutto ciò che mi circondavami dicevanoch'io mi trovava colà in un'epoca assai remota dalla miaesistenza attualedue o tre secoli almeno. Ma come era ciòavvenuto? come mi trovava in quelle campagne? Non lo sapeva. Ciòera bensì naturale nel sogno: vi erano degli avvenimenti chegiustificavano il mio ristarmi in quel luogoma non sapeva qualifossero; non aveva coscienza del loro valoredella loro entitànon l'aveva che della loro esistenza. Era solo e triste. Camminavaper uno scopo determinatoprefissoper un fine che mi attraeva inquel luogoma che ignorava. All'estremità della valles'innalzava una rupe tagliata a piccoaltaperpendicolareprofondasolcata da screpolature dove non germogliava una liana; esulla sua sommità vi era un castello che dominava tutta lavallee quel castello era nero. Le sue torri munite di balestriereerano gremite di soldatile porte dei ponti calatele altanestipate d'uomini e di arnesi da difesa; negli appartamenti delcastello era rinchiusa una donna di prodigiosa bellezzache nellaconsapevolezza del sogno io sapeva essere la dama del castello neroe quella donna era legata a me da un affetto anticoe io dovevadifenderlasottrarla da quel castello. Ma giù nella valle a'piedi della rupe ove io mi era arrestatoun oggetto colpivadolorosamente la mia attenzione: sui gradini di un monumentomortuario sedeva un uomo che ne era uscito allora; egli era morto etuttavia viveva; presentava un assieme di cose impossibile a dirsil'accoppiamento della morte e della vitala rigiditàilnulla dell'una temperata dalla sensitivitàdall'essenzadell'altra: le sue pupille che io sapeva essere state abbacinate conun chiodo roventeerano ancora attraversate da due piccoli foriquadrati che davano al suo sguardo qualche cosa di terribile e dicompassionevole a un tempo. A quel fatto si legavano delle memorie disanguedelle memorie di un delitto a cui io aveva preso parte. Frame e lui e la dama del castello correvano dei rapporti inesplicabili.Egli mi guardava colle sue pupille forate; e col gestoe con unaspecie di volontà che egli non manifestavama che ionon socomeleggeva in luim'incitava a liberare la dama.

Unavia scavata lateralmente nella rupe conduceva al castello. Unaimmensa quantità di proiettili lanciatimi dai mangani delletorri m'impedivano di giungervi. Mastrana cosa! tutti queiproiettili enormi mi colpivanoma non mi uccidevano; nondimeno miarrestavano. Attraverso le mura del castelloio vedeva la damacorrere sola per gli appartamenti coi capelli neri disciolticolvolto e coll'abito bianchi come la neveprotendendomi le braccia conespressione di desiderio e di pietà infinita; e io la seguivacollo sguardo attraverso tutte quelle sale che io conoscevanellequali aveva vissuto un tempo con lei. Quella vista mi animava acorrere in suo soccorsoma non lo poteva; i proiettili lanciatimidalle torri me lo impedivano: a ogni svolto del sentiero la grandinediventava più fitta e più atroce; e quegli svolti eranomolti — dopo questo un altrodopo quello ancora un altro... iosaliva e saliva... la dama mi chiamava dal castellosi affacciavadalle ampie finestre coi capelli che le piovevano giù dalsenomi accennava colla mano di affrettarmimi diceva parole pienedi dolcezza e di amorené io poteva giungere fino a lei —era un'impotenza straziante. Quanto durasse quella terribile lottanon so; tutta la durata del sognotutto lo spazio della notte...Finalmentee non sapeva in che modoera arrivato alle porte delcastello; esse erano rimaste indifesei soldati erano spariti: leimposte serrate si spalancarono da sé cigolando sui cardiniirruginitie nello sfondo nero dell'atrio vidi la dama col suo lungostrascico biancoe colle braccia apertecorrere verso di meattraversando con una rapidità sorprendentee rasentandoappena lo spazzola distanza che ci separava. Essa si gettòtra le mie braccia coll'abbandono di una cosa mortacollaleggerezzacoll'adesione di un oggetto aereoflessibilesoprannaturale. La sua bellezza non era della terra; la sua voce eradolcema debole come l'eco di una nota; la sua pupilla nera e velatacome per pianto recenteattraversava le più ascose profonditàdella mia anima senza ferirlainvestendola anzi della sua luce comeper effetto di un raggio. Noi passammo alcuni istanti cosìabbracciati: una voluttà mai sentita da me né primanédopo quell'orami ricercava tutte le fibre. Per un momento io subiitutta l'ebbrezza di quell'amplesso senza avvertirla: ma non m'eraposato su questo pensieronon era appena discesa in me la coscienzadi quella voluttàche sentii compiersi in lei un'orribiletrasformazione. Le sue forme piene e delicate che sentiva fremeresotto la mia manosi appianaronorientrarono in sésparirono; e sotto le mie dita incespicate tra le pieghe che s'eranoformate a un tratto nel suo abitosentii sporgere qua e làl'ossatura di uno scheletro... Alzai gli occhi rabbrividendo e vidiil suo volto impallidireaffilarsiscarnarsicurvarsi sopra la miabocca; e colla bocca priva di labbra imprimervi un bacio disperatoseccolungoterribile... Allora un fremitoun brivido di mortescorse per tutte le mie fibre; tentai svincolarmi dalle sue bracciarespingerla... e nella violenza dell'atto il mio sonno si ruppe: misvegliai urlando e piangendo.

Tornaia' miei quindici annialle mie ideea' miei apprezzamentialle miepuerilità di fanciullo. Tutto quel sogno mi pareva assai piùstranoassai più incomprensibile che spaventoso.

Qualierano i sentimenti che si erano impossessati di me in quello stato?Io non aveva ancora conosciuta la voluttà di un baciononaveva pensato ancora all'amorenon poteva darmi ragione dellesensazioni provate in quella notte. Ciò non ostante eratristeera posseduto da un pensiero irremovibile; mi pareva che quelsogno non fosse altrimenti un sognoma una memoriaun'idea confusadi cosela rimembranza di un fatto molto remoto dalla mia vitaattuale.

Nellanotte seguente ebbi un altro sogno. Mi trovava ancora in quel luogoma tutto era cambiato; il cielogli alberile vie non erano piùquelli; i fianchi della rupe erano intersecati da sentieri coperti dimadreselve; del castello non rimanevano che poche rovinee neicortili deserti e negli interstizi delle stanze terrene crescevano lecicute e le ortiche. Passando vicino al monumento che sorgeva primanella valle e di cui pure non restavano che alcune pietrel'uomoabbacinato che stava ancora seduto sopra un gradino rimasto intattomi disse porgendomi un fazzoletto bruttato di sangue: "Recateloalla signora del castello". Mi trovai assiso sulle rovine: lasignora del castello era seduta al mio fianco — eravamo soli —non si udiva una voceun'ecouno stormire di fronde nella campagna.Essaafferrandomi le manimi diceva: "Sono venuta tanto dalontano per rivedertisenti il mio cuore come batte... senti comebatte forte il mio cuore!... tocca la mia fronte e il mio seno: oh!sono assai stancaho corso tanto; sono spossata dalla lungaaspettazione... erano quasi trecento anni che non ti vedeva".

"Trecentoanni!"

"Nonti ricordi? Noi eravamo assieme in questo castello: ma sono memorieterribili! non le evochiamo."

"Sarebbeimpossibile; io le ho dimenticate."

"Lericorderai dopo la tua morte."

"Quando?"

"Assaipresto."

"Quando?"

"Fraventi annial venti di gennaio: i nostri destinicome le nostrevitenon potranno ricongiungersi prima di quel giorno."

"Maallora?"

"Allorasaremo felicirealizzeremo i nostri voti."

"Quali?"

"Liricorderai a suo tempo... ricorderai tutto. La tua espiazione sta perfiniretu hai attraversate undici vite prima di giungere a questache è l'ultima. Io ne ho attraversate sette soltantoe sonogià quarant'anni che ho compiuto il mio pellegrinaggio nelmondo: tu lo compirai con questa fra venti anni. Ma non possorimanere più a lungo con teè necessario che cisepariamo."

"Spiegamiprima questo enimma."

"Èimpossibile... Può avvenire però che tu lo abbia acomprendere. Ho rinfacciato ieri a lui la sua promessa; te ne horestituito il mezzoquei due volumiquelle memorie scritte da tequelle pagine sì colme di affetto... le avraise quell'uomoche ci fu allora sì fatale non t'impedirà di averle".

"Chi?"

"Tuozio... egli... l'uomo della valle."

"Egli?mio zio!"

"Sìe lo hai tu veduto!"

"Lovidie ti manda per me questo fazzoletto insanguinato."

"Èil tuo sangueArturo — diss'ella con trasporto— sialodato il cielo! egli ha mantenuto la sua promessa."

Dicendoqueste parole la signora del castello sparve. Io mi svegliaiatterrito.

Miozio stette rinchiuso per due giorni nel suo appartamento: appena nefu uscito mi precipitai nelle sue stanze per impadronirmi di queivolumima non vi trovai che un mucchio di cenere; egli li aveva datialle fiamme. Quale non fu però il mio terrore quando nelrimescolare quelle ceneri vi rinvenni alcuni frammenti che parevanoscritti di mio pugnoe da alcune parole sconnesse che erano rimasteintelligibilipotei ricostruire con uno sforzo potente di memoriadegli interi periodi che si riferivano agli avvenimenti accennatioscuramente in quei sogni! Io non poteva più dubitare dellaverità di quelle rivelazioni; e benché non giungessimai ad evocare tutte le mie rimembranze per modo da dissipare letenebre che si distendevano su quei fattinon era piùpossibile che io potessi metterne in dubbio l'esistenza. Il castellonero era spesso nominato in quei frammentie quella passione d'amoreche pareva legarmi alla signora del castelloe quel sospetto didelitto che pesava sull'uomo della valle vi erano in parte accennati.Oltre a ciòper una combinazione singolare altrettanto chespaventevolela notte in cui aveva fatto quel sogno era appunto lanotte del venti gennaio: mancavano adunque venti anni esatti alla miamorte.

Dopoquel giorno io non aveva dimenticato mai quel presagioma quantunquenon ponessi in dubbio che vi fosse un fondo di verità in tuttoquell'assieme di fattiera riuscito a persuadermi che la miagioventùla mia sensibilitàla mia immaginazioneavevano contribuito in gran parte a circondarli del loro prestigio.Mio ziomorto sei anni dopomentre io era assente dalla famiglianon aveva fatto alcuna rivelazione che si riferisse a quegliavvenimenti; io non aveva più avuto alcun sogno che potesseconsiderarsi come uno schiarimento od una continuazione di quelli; edegli affetti nuovie delle cure nuovee delle nuove passioni eranovenute a distogliermi da quel pensieroa crearmi un nuovo stato dicoseun nuovo ordine di ideead allontanarmi da quellapreoccupazione triste e affannosa.

Nonfu che diciannove anni dopo che io dovetti persuadermi per unatestimonianza irrefragabileche tutto ciò che io avevasognato e veduto era veroe che il presagio della mia morte dovevaconseguentemente avverarsi.

Nell'anno1849viaggiando al nord della Franciaaveva disceso il Reno finpresso al confluente della piccola Mosae m'era trattenuto acacciare in quelle campagne.

Errandosolo un giorno lungo le falde di una piccola catena di montimi eratrovato ad un tratto in una valle nella quale mi pareva esser statoaltre voltee non aveva fatto questo pensiero che una memoriaterribile venne a gettare una luce fosca e spaventosa nella miamentee conobbi che quella era la valle del castelloil teatro de'miei sogni e della mia esistenza trascorsa. Benché tutto fossemutatobenché i campiprima desertibiondeggiassero adessodi messie non rimanessero del castello che alcuni ruderi sepolti ametà dalle ellereravvisai tosto quel luogoe mille e millerimembranzemai più evocatesi affollarono in quell'istantenella mia anima conturbata.

Chiesiad un pastore che cosa fossero quelle rovinee mi rispose: "Sonole rovine del castello nero; non conoscete la leggenda del castellonero? Veramente ve ne sono di molte e non si narrano da tutti allostesso modo; ma se desiderate di saperla come la so io... se...".

"Ditedite" io interruppi sedendomi sull'erba al suo fiancoe intesida lui un racconto terribileun racconto che io non riveleròmaibenché altri il possa allo stesso modo saperee sulquale ho potuto ricostruire tutto l'edificio di quella mia esistenzatrascorsa.

Quandoegli ebbe finitoio mi trascinai a stento fino ad un piccolovillaggio vicinod'onde fui trasportatogià infermo aWiesbadene vi tenni il letto tre mesi.

Oggiprima di partiremi sono recato a rivedere le rovine del castello. Èil primo giorno di settembremancano sei mesi all'epoca della miamortesei mesi meno dieci giornigiacché non dubito chemorrò in quel giorno prefisso. Ho concepito lo stranodesiderio che rimanga alcuna memoria di me. Assiso sopra una pietradel castello ho tentato di richiamarmi tutte le circostanze lontanedi questo avvenimentoe vi scrissi queste pagine sotto l'impressionedi un immenso terrore".

*

L'autoredi queste memorieche fu mio amico e letterato di qualche famaproseguendo il suo viaggio verso l'interno della Germaniamorìil venti gennaio 1850come gli era stato presagitoassassinato dauna banda di zingani nelle gole così dette di Giessen pressoFreiburgo.

Ioho trovate queste pagine tra i suoi molti manoscrittie le hopubblicate.

 

Unosso di morte

Lascioa chi mi legge l'apprezzamento del fatto inesplicabile che sto perraccontare.

Nel1855domiciliatomi a Paviam'era dato allo studio del disegno inuna scuola privata di quella città; e dopo alcuni mesi disoggiorno aveva stretto relazione con certo Federico M. che eraprofessore di patologia e di clinica per l'insegnamentouniversitarioe che morì di apoplessia fulminante pochi mesidopo che lo aveva conosciuto. Era uomo amantissimo delle scienzeedella sua in particolare — aveva virtù e doti di mentenon comuni — senonchécome tutti gli anatomisti ed iclinici in genereera scettico profondamente e inguaribilmente —lo era per convinzionené io potei mai indurlo alle miecredenzeper quanto mi vi adoprassi nelle discussioni appassionate ecalorose che avevamo ogni giorno a questo riguardo. Nondimeno —e piaceami rendere questa giustizia alla sua memoria — egli siera mostrato sempre tollerante di quelle convinzioni che non erano lesue; ed io e quanti il conobbero abbiamo serbato la più cararimembranza di lui. Pochi giorni prima della sua morte egli mi avevaconsigliato ad assistere alle sue lezioni di anatomiaadducendo chene avrei tratte non poche cognizioni giovevoli alla mia arte deldisegno: acconsentii benché repugnante; e spinto dalla vanitàdi parergli meno pauroso che non fossilo richiesi di alcune ossaumane che egli mi diede e che io collocai sul caminetto della miastanza. Colla morte di lui io aveva cessato di frequentare il corsoanatomicoe più tardi aveva anche desistito dallo studio deldisegno. Nondimeno aveva conservato ancora per molti anni quelleossaché l'abitudine di vederle me le aveva rese quasiindifferentie non sono più di pochi mesi checolto dasubite pauremi risolsi a seppellirlenon trattenendo presso di meche una semplice rotella di ginocchio. Questo ossicino sferico eliscio cheper la sua forma e la sua piccolezza io aveva destinatofino dal primo istante che l'ebbia compiere l'ufficio d'unpremi-cartecome quello che non mi richiamava alcuna ideaspaventosasi trovava già collocato da undici anni sul miotavolinoallorché ne fui privato nel modo inesplicabile chesto per raccontare.

Avevaconosciuto a Milano nella scorsa primavera un magnetizzatore assainoto tra gli amatori di spiritismoe aveva fatto istanze per essereammesso ad una delle sue sedute spiritiche. Ricevetti poco dopoinvito di recarmivie vi andai agitato da prevenzioni sìtristiche più volte lungo la via era stato quasi in procintodi rinunciarvi. L'insistenza del mio amor proprio mi vi aveva spintomio malgrado. Non starò a discorrere qui delle invocazionisorprendenti a cui assistetti: basterà il dire che io fui sìmeravigliato delle risposte che ascoltammo da alcuni spiritie lamia mente fu sì colpita da quei prodigiche superato ognitimoreconcepii il desiderio di chiamarne uno di mia conoscenzaerivolgergli io stesso alcune domande che aveva già meditate ediscusse nella mia mente. Manifestata questa volontàvenniintrodotto in un gabinetto appartatoove fui lasciato solo; e poichél'impazienza e il desiderio d'invocare molti spiriti a un tempo mirendevano titubante sulla sceltaed era mio disegno di interrogarelo spirito invocato sul destino umanoe sulla spiritualitàdella nostra naturami venne in memoria il dottore Federico M. colqualeviventeaveva avuto delle vive discussioni su questoargomentoe deliberai di chiamarlo. Fatta questa sceltami sedettiad un tavolinodisposi innanzi a me un foglietto di cartaintinsila penna nel calamaiomi posi in atteggiamento di scrivereeconcentratomi per quanto era possibile in quel pensieroe raccoltatutta la mia potenza di volizionee direttala a quello scopoattesiche lo spirito del dottore venisse.

Nonattesi lungamente. Dopo alcuni minuti d'indugio mi accorsi persensazioni nuove e inesplicabili che io non era più solo nellastanzasentii per così dire la sua presenza; e prima cheavessi saputo risolvermi a formulare una domandala mia mano agitatae convulsamossa come da una forza estranea alla mia volontàscrisseme inconsapevolequeste parole:

"Sonoa voi. Mi avete chiamato in un momento in cui delle invocazioni piùesigenti mi impedivano di venirené potrò trattenermiora quiné rispondere alle interrogazioni che avetedeliberato di farmi. Nondimeno vi ho obbedito per compiacervieperché aveva bisogno io stesso di voi; ed era gran tempo checercava il mezzo di mettermi in comunicazione col vostro spirito.Durante la mia vita mortale vi ho date alcune ossa che avevasottratte al gabinetto anatomico di Paviae tra le quali vi era unarotella di ginocchio che ha appartenuto al corpo di un ex inservientedell'Universitàche si chiamava Pietro Marianie di cui ioaveva sezionato arbitrariamente il cadavere. Sono ora undici anni cheegli mette alla tortura il mio spirito per riavere quell'ossicinoinconcludentené cessa di rimproverarmi amaramentequell'attodi minacciarmie di insistere per la restituzione dellasua rotella. Ve ne scongiuro per la memoria forse non ingrata cheavrete serbato di mese voi la conservate tuttorarestituiteglielascioglietemi da questo debito tormentoso. Io farò venire a voiin questo momento lo spirito del Mariani. Rispondete".

Atterritoda quella rivelazioneio risposi che conservava di fatto quellasciagurata rotellae che era felice di poterla restituire al suoproprietario legittimochenon v'essendo altra viamandasse da meil Mariani. Ciò dettoo dirò megliopensatosentiila mia persona come alleggeritail mio braccio più liberolamia mano non più ingranchita come dianzie compresiin unaparolache lo spirito del dottore era partito.

Stettiallora un altro istante ad attendere. La mia mente era in uno statodi esaltazione impossibile a definirsi.

Incapo ad alcuni minutiriprovai gli stessi fenomeni di primabenchémeno intensi; e la mia manotrascinata dalla volontà dellospiritoscrisse queste altre parole:

"Lospirito di Pietro Marianiex inserviente dell'Università diPaviaè innanzi a voie reclama la rotella del suo ginocchiosinistro che ritenete indebitamente da undici anni. Rispondete".

Questolinguaggio era più conciso e più energico di quello deldottore. Io replicai allo spirito:

"Iosono dispostissimo a restituire a Pietro Mariani la rotella del suoginocchio sinistroe lo prego anzi di perdonarmene la detenzioneillegale; desidero però di conoscere come potròeffettuare la restituzione che mi è domandata". Allora lamia mano tornò a scrivere:

"PietroMarianiex inserviente dell'Università di Paviaverràa riprendere egli stesso la sua rotella".

"Quando?"chiesi io atterrito.

Ela mano vergò istantaneamente una sola parola: "Stanotte".

Annichilitoda quella notiziacoperto di un sudore cadavericoio mi affrettaiad esclamaremutando tono di voce ad un tratto.

"Percarità... vi scongiuro... non vi disturbate... manderòio stesso... vi saranno altri mezzi meno incomodi...". Ma nonaveva finito la frase che mi accorsiper le sensazioni giàprovate dapprimache lo spirito di Mariani si era allontanatoe chenon v'era più mezzo ad impedire la sua venuta.

Èimpossibile che io possa rendere qui colle parole l'angoscia dellesensazioni che provai in quel momento. Io era in preda ad un panicospaventoso. Uscii da quella casa mentre gli orologi della cittàsuonavano la mezzanotte: le vie erano desertei lumi delle finestrespentile fiamme nei fanali offuscate da un nebbione fitto epesante: tutto mi pareva più tetro del solito. Camminai per unpezzo senza sapere dove dirigermi: un istinto più potentedella mia volontà mi allontanava dalla mia abitazione. Oveattingere il coraggio di andarvi? Io avrei dovuto ricevervi in quellanotte la visita di uno spettro: era un'idea da morirneera unaprevenzione troppo terribile.

Volleallora il caso che aggirandominon so più per qual viamitrovassi di fronte a una bettolasu cui vidi scritto a caratteriintagliati in un'impannatae illuminati da una fiamma interna: "Vininazionali" e io dissi senz'altro a me stesso: "Entriamoviè meglio cosìe non è un cattivo rimedio;cercherò nel vino quell'ardimento che non ho più ilpotere di chiedere alla mia ragione". E cacciatomi in un angolod'una stanzaccia sotterranea domandai alcune bottiglie di vino chebevetti con aviditàbenché repugnante per abitudineall'abuso di quel liquore. Ottenni l'effetto che aveva desiderato. Adogni bicchiere bevuto il mio timore svaniva sensibilmentei mieipensieri si dilucidavanole mie idee parevano riordinarsiquantunque con un disordine nuovo; e a poco a poco riconquistaitalmente il mio coraggio che risi meco stesso del mio terroree mialzaie mi avviai risoluto verso casa.

Giuntoin stanzaun po' barcollante pel troppo vino bevutoaccesi il lumemi spogliai per metàmi cacciai a precipizio nel lettochiusi un occhio e poi un altroe tentai di addormentarmi. Ma eraindarno.

Misentiva assopitoirrigiditocataletticoimpotente a muovermi; lecoperte mi pesavano addosso e mi avviluppavano e mi investivano comefossero di metallo fuso; e durante quell'assopimento incominciai adavvedermi che dei fenomeni singolari si compievano intorno a me.

Dallucignolo della candela che mi pareva avere spentoche erad'altronde una stearica purasi sollevavano in giro delle spire difumo sì fitte e sì nereche raccogliendosi sotto ilsoffitto lo nascondevanoe assumevano apparenza di una cappa pesantedi piombo: l'atmosfera della stanzadivenuta ad un trattosoffocanteera impregnata di un odore simile a quello che esaladalla carne viva abbrustolitale mie orecchie erano assordate da unbrontolio incessante di cui non sapeva indovinare le causee larotella che vedeva lìtra le mie cartepareva muoversi egirare sulla superficie del tavolocome in preda a convulsionistrane e violente.

Durainon so quanto tempo in quello stato: io non poteva distogliere la miaattenzione da quella rotella.

Imiei sensile mie facoltàle mie ideetutto era concentratoin quella vistatutto mi attraeva a lei; io voleva sollevarmidiscendere dal lettouscirema non mi era possibile; e la miadesolazione era giunta a tal grado che quasi non ebbi a provarealcuno spaventoallorché dissipatosi a un tratto il fumoemanato dal lucignolo della candelavidi sollevarsi la tendadell'uscio e comparire il fantasma aspettato.

Ionon batteva palpebra. Avanzatosi fino alla metà della stanzas'inchinò cortesemente e mi disse: "Io sono PietroMarianie vengo a riprenderecome vi ho promessola mia rotella".

Epoiché il terrore mi rendeva esitante a risponderglieglicontinuò con dolcezza:

"Perdoneretese ho dovuto disturbarvi nel colmo della notte... in quest'ora...capisco che la è un'ora incomoda... ma...".

"Oh!è nullaè nulla — io interruppi rassicurato datanta cortesia— io vi debbo anzi ringraziare della vostravisita... io mi terrò sempre onorato di ricevervi nella miacasa..."

"Vene son grato — disse lo spettro — ma desidero ad ogni modogiustificarmi dell'insistenza con cui ho reclamato la mia rotellasia presso di voisia presso l'egregio dottore dal quale l'avetericevuta; osservate."

Ecosì dicendo sollevò un lembo del lenzuolo bianco incui era avviluppatoe mostrandomi lo stinco della gamba sinistralegato al femoreper mancanza della rotellacon un nastro neropassato due o tre volte nell'apertura della fibulafece alcuni passiper la stanza onde farmi conoscere che l'assenza di quell'ossogl'impediva di camminare liberamente.

"Tolgail cielo — io dissi allora con accento d'uomo mortificato —che il degno ex inserviente dell'Università di Pavia abbia arimanere zoppicante per mia causa: ecco la vostra rotellalàsul tavolinoprendetelae accomodatela come potete al vostroginocchio."

Lospettro s'inchinò per la seconda volta in atto diringraziamentosi slegò il nastro che gli congiungeva ilfemore allo stincolo posò sul tavolinoe presa la rotellaincominciò ad adattarla alla gamba.

"Chenotizie ne recate dall'altro mondo?" io chiesi alloravedendoche la conversazione languivadurante quella sua occupazione. Maegli non rispose alla mia domandaed esclamò con aspettoattristato: "Questa rotella è alquanto deterioratanonne avete fatto un buon uso".

"Noncredo — io dissi— ma forse che le altre vostre ossa sonopiù solide?"

Eglitacque ancoras'inchinò la terza volta per salutarmi; equando fu sulla soglia dell'usciorispose chiudendone l'impostadietro di sé. "Sentite se le altre mie ossa non sono piùsolide".

Epronunciando queste parole percosse il pavimento col piede con tantaviolenza che le pareti ne tremarono tutte; e a quel rumore mi scossie... mi svegliai.

Eappena destointesi che era la portinaia che picchiava all'uscio ediceva: "Son iosi alzimi venga ad aprire".

"MioDio! — esclamai allora fregandomi gli occhi col rovescio dellamano. — Era dunque un sognonient'altro che un sogno! chespavento! Sia lodato il cielo... Ma quale insensatezza! Credere allospiritismo... ai fantasmi..." E infilzati in fretta i calzonicorsi ad aprire l'uscio; e poiché il freddo mi consigliava aricacciarmi sotto le coltrimi avvicinai al tavolino per posarvi lalettera sotto il premi-carte...

Maquale fu il mio terrore quando vi vidi sparita la rotellae al suoposto trovai il nastro nero che vi aveva lasciato Pietro Mariani!

-Fine -