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TorquatoTasso

GERUSALEMME

LIBERATA





Indice dei Canti



01   - 02   - 03   - 04   - 05   - 06   - 07   - 08   - 09   - 10

11  - 12   - 13   - 14   - 15   - 16   - 17   - 18   - 19   - 20



GERUSALEMMELIBERATA



POEMADEL SIGNOR TORQUATO TASSO
AL SERENISSIMO SIGNORE
IL SIGNORDONNO ALFONSO II D'ESTE DUCA DI FERRARA





CANTO PRIMO



Argomento

Mandaa Tortosa Dio l'Angelou' poi
Goffredo Aduna i PrincipiCristiani.
Quivi concordi que' famosi Eroi
Lui Duce fan deglialtri Capitani.
Quinci egli pria vuol rivedere i suoi
Sottol'insegne; e poi gl'invia ne' piani
Ch'a Sion vanno: intanto diGiudea
Il Re si turba alla novella rea.

         Canto l'arme pietosee 'l capitano
che 'l gran sepolcro liberò di Cristo.
Moltoegli oprò co 'l senno e con la mano
molto soffrínel glorioso acquisto;
e in van l'Inferno vi s'opposee invano
s'armò d'Asia e di Libia il popol misto.
Il Cielgli diè favoree sotto a i santi
segni ridusse i suoicompagni erranti.
        OMusatu che di caduchi allori
non circondi la fronte inElicona
ma su nel cielo infra i beati cori
hai di stelleimmortali aurea corona
tu spira al petto mio celesti ardori
turischiara il mio cantoe tu perdona
s'intesso fregi al vers'adorno in parte
d'altri dilettiche de' tuoile carte.
        Sai che làcorre il mondo ove piú versi
di sue dolcezze il lusinghierParnaso
e che 'l verocondito in molli versi
i piúschivi allettando ha persuaso.
Cosí a l'egro fanciulporgiamo aspersi
di soavi licor gli orli del vaso:
succhi amariingannato intanto ei beve
e da l'inganno suo vita riceve.
        TumagnanimoAlfonsoil quale ritogli
al furor di fortuna e guidi in porto
meperegrino errantee fra gli scogli
e fra l'onde agitato e quasiabsorto
queste mie carte in lieta fronte accogli
che quasi invoto a te sacrate i' porto.
Forse un dí fia che la presagapenna
osi scriver di te quel ch'or n'accenna.
        Èben ragions'egli averrà ch'in pace
il buon popol diCristo unqua si veda
e con navi e cavalli al fero Trace
cerchiritòr la grande ingiusta preda
ch'a te lo scettro in terraose ti piace
l'alto imperio de' mari a te conceda.
Emulo diGoffredoi nostri carmi
intanto ascoltae t'apparecchia al'armi.
        Già'l sesto anno volgeach'in oriente
passò il campocristiano a l'alta impresa;
e Nicea per assaltoe lapotente
Antiochia con arte avea già presa.
L'avea posciain battaglia incontra gente
di Persia innumerabile difesa
eTortosa espugnata; indi a la rea
stagion diè locoe 'lnovo anno attendea.
        E'l fine omai di quel piovoso inverno
che fea l'arme cessarlungenon era;
quando da l'alto soglio il Padre eterno
ch'ène la parte piú del ciel sincera
e quanto è da lestelle al basso inferno
tanto è piú in su de lastellata spera
gli occhi in giú volsee in un sol punto ein una
vista mirò ciò ch'in sé il mondoaduna.
        Miròtutte le coseed in Soria
s'affisò poi ne' principicristiani;
e con quel guardo suo ch'a dentro spia
nel piúsecreto lor gli affetti umani
vide Goffredo che scacciar desia
dela santa città gli empi pagani
e pien di fédizeloogni mortale
gloriaimperiotesor mette in non cale.
        Ma vede inBaldovin cupido ingegno
ch'a l'umane grandezze intentoaspira:
vede Tancredi aver la vita a sdegno
tanto un suo vanoamor l'ange e martira:
e fondar Boemondo al novo regno
suod'Antiochia alti princípi mira
e leggi imporreedintrodur costume
ed arti e culto di verace nume;
        ecotanto internarsi in tal pensiero
ch'altra impresa non par chepiú rammenti:
scorge in Rinaldo e animo guerriero
espirti di riposo impazienti;
non cupidigia in lui d'oro od'impero
ma d'onor brame immoderateardenti:
scorge che da labocca intento pende
di Guelfoe i chiari antichi essempiapprende.
        Ma poich'ebbe di questi e d'altri cori
scòrti gl'intimi sensi ilRe del mondo
chiama a sé da gli angelicisplendori
Gabrielche ne' primi era secondo.
È tra Dioquesti e l'anime migliori
interprete fedelnunzio giocondo:
giúi decreti del Ciel portaed al Cielo
riporta de' mortali i preghie 'l zelo.
        Disseal suo nunzio Dio: "Goffredo trova
e in mio nome di' lui:perché si cessa?
perché la guerra omai non sirinova
a liberar Gierusalemme oppressa?
Chiami i duci aconsiglioe i tardi mova
a l'alta impresa: ei capitan fiad'essa.
Io qui l'eleggo; e 'l faran gli altri in terra
giàsuoi compagnior suoi ministri in guerra."
        Cosíparloglie Gabriel s'accinse
veloce ad esseguir l'impostecose:
la sua forma invisibil d'aria cinse
ed al senso mortal lasottopose.
Umane membraaspetto uman si finse
ma di celestemaestà il compose;
tra giovene e fanciullo etàconfine
preseed ornò di raggi il biondo crine.
        Ali bianchevestíc'han d'or le cime
infaticabilmente agili epreste.
Fende i venti e le nubie va sublime
sovra la terra esovra il mar con queste.
Cosí vestitoindirizzossi al'ime
parti del mondo il messaggier celeste:
pria sul Libanomonte ei si ritenne
e si librò su l'adeguate penne;
        e vèr lepiagge di Tortosa poi
drizzò precipitando il volo ingiuso.
Sorgeva il novo sol da i lidi eoi
parte giàfuorma 'l piú ne l'onde chiuso;
e porgea matutini ipreghi suoi
Goffredo a Diocome egli avea per uso;
quando aparo co 'l solma piú lucente
l'angelo gli apparída l'oriente;
        egli disse: "Goffredoecco opportuna
già la stagionch'al guerreggiar s'aspetta;
perché dunque trapor dimoraalcuna
a liberar Gierusalem soggetta?
Tu i principi a consiglioomai raguna
tu al fin de l'opra i neghittosi affretta.
Dio perlor duce già t'eleggeed essi
sopporran volontari a te sestessi.
        Diomessaggier mi manda: io ti rivelo
la sua mente in suo nome. Ohquanta spene
aver d'alta vittoriaoh quanto zelo
de l'oste ate commessa or ti conviene!"
Tacque; esparitorivolòdel cielo
a le parti piú eccelse e piú serene.
RestaGoffredo a i dettia lo splendore
d'occhi abbagliatoattonitodi core.
        Ma poiche si riscotee che discorre
chi vennechi mandòchegli fu detto
se già bramavaor tutto arde d'imporre
finea la guerra ond'egli è duce eletto.
Non che 'l vedersi agli altri in Ciel preporre
d'aura d'ambizion gli gonfi ilpetto
ma il suo voler piú nel voler s'infiamma
del suoSignorcome favilla in fiamma.
        Dunquegli eroi compagnii quai non lunge
erano sparsia ragunarsiinvita;
lettere a lettree messi a messi aggiunge
sempre alconsiglio è la preghiera unita;
ciò ch'alma generosaalletta e punge
ciò che può risvegliar virtùsopita
tutto par che ritrovie in efficace
modo l'adorna síche sforza e piace.
        Venneroi ducie gli altri anco seguiro
e Boemondo sol qui nonconvenne.
Parte fuor s'attendòparte nel giro
e tra glialberghi suoi Tortosa tenne.
I grandi de l'essercitos'uniro
(glorioso senato) in dí solenne.
Qui il pioGoffredo incominciò tra loro
augusto in volto ed in sermonsonoro:
        "Guerrierdi Dioch'a ristorar i danni
de la sua fede il Re del Cieloelesse
e securi fra l'arme e fra gl'inganni
de la terra e delmar vi scòrse e resse
sí ch'abbiam tante e tante insí pochi anni
ribellanti provincie a lui sommesse
e frale genti debellate e dome
stese l'insegne sue vittrici e 'l nome
        già nonlasciammo i dolci pegni e 'l nido
nativo noi (se 'l creder mio nonerra)
né la vita esponemmo al mare infido
ed a iperigli di lontana guerra
per acquistar di breve suono ungrido
vulgare e posseder barbara terra
ché proposto ciavremmo angusto e scarso
premioe in danno de l'alme il sanguesparso.
        Ma fu de'pensier nostri ultimo segno
espugnar di Sion le nobil mura
esottrarre i cristiani al giogo indegno
di servitù cosíspiacente e dura
fondando in Palestina un novo regno
ov'abbiala pietà sede secura;
né sia chi neghi al peregrindevoto
d'adorar la gran tomba e sciòrre il voto.
        Dunque il fattosin ora al rischio è molto
piú che molto altravaglioa l'onor poco
nulla al disegnoove o si fermi ovòlto
sia l'impeto de l'armi in altro loco.
Che gioveràl'aver d'Europa accolto
sí grande sforzoe posto in Asiail foco
quando sia poi di sí gran moti il fine
nonfabbriche di regnima ruine?
        Nonedifica quei che vuol gl'imperi
su fondamenti fabricarmondani
ove ha pochi di patria e fé stranieri
fragl'infiniti popoli pagani
ove ne' Greci non conven che speri
ei favor d'Occidente ha sí lontani;
ma ben move ruineond'egli oppresso
sol construtto un sepolcro abbia a se stesso.
        TurchiPersiAntiochia (illustre suono
e di nome magnifico e di cose)
oprenostre non giàma del Ciel dono
furoe vittorie furmeravigliose.
Or se da noi rivolte e torte sono
contra quel finche 'l donator dispose
temo ce 'n privie favola a le genti
quelsí chiaro rimbombo al fin diventi.
        Ahnon sia alcunper Dioche sí graditi
doni in uso síreo perda e diffonda!
A quei che sono alti princípiorditi
di tutta l'opra il filo e 'l fin risponda.
Ora che ipassi liberi e spediti
ora che la stagione abbiam seconda
chénon corriamo a la città ch'è mèta
d'ogninostra vittoria? e che piú 'l vieta?
        Principiio vi protesto (i miei protesti
udrà il mondo presenteudrà il futuro
l'odono or su nel Cielo anco i Celesti):
iltempo de l'impresa è già maturo;
men divieneopportun piú che si resti
incertissimo fia quel ch'èsecuro.
Presago sons'è lento il nostro corso
avràd'Egitto il Palestin soccorso."
        Dissee a i detti seguí breve bisbiglio;
ma sorse poscia ilsolitario Piero
che privato fra' principi a consiglio
sedeadel gran passaggio autor primiero:
"Ciò ch'essortaGoffredoed io consiglio
né loco a dubbio v'hasícerto è il vero
e per sé noto: ei dimostrollo alungo
voi l'approvateio questo sol v'aggiungo:
        seben raccolgo le discordie e l'onte
quasi a prova da voi fatte epatite
i ritrosi parerie le non pronte
e in mezzo al'esseguire opre impedite
reco ad un'altra originaria fonte
lacagion d'ogni indugio e d'ogni lite
a quella autorità chein molti e vari
d'opinion quasi librataè pari.
        Ove un sol nonimperaonde i giudíci
pendano poi de' premi e de lepene
onde sian compartite opre ed uffici
ivi errante ilgoverno esser conviene.
Deh! fate un corpo sol de' membriamici
fate un capo che gli altri indrizzi e frene
date ad unsol lo scettro e la possanza
e sostenga di re vece e sembianza."
        Qui tacque ilveglio. Or quai pensierquai petti
son chiusi a tesant'Aura edivo Ardore?
Inspiri tu de l'Eremita i detti
e tu gl'imprimi ai cavalier nel core;
sgombri gl'insertianzi gl'innati affetti
disovrastardi libertàd'onore
sí che Guglielmo eGuelfoi piú sublimi
chiamàr Goffredo per lor ducei primi.
        L'approvàrgli altri: esser sue parti denno
deliberare e comandaraltrui.
Imponga a i vinti legge egli a suo senno
porti laguerra e quando vòle e a cui;
gli altrigià pariubidienti al cenno
siano or ministri de gl'imperii sui.
Conclusociòfama ne volae grande
per le lingue de gli uomini sispande.
        Ei simostra a i soldatie ben lor pare
degno de l'alto grado ove l'hanposto
e riceve i saluti e 'l militare
applausoin voltoplacido e composto.
Poi ch'a le dimostranze umili e care
d'amord'ubidienza ebbe risposto
impon che 'l dí seguente in ungran campo
tutto si mostri a lui schierato il campo.
        Facea nel'oriente il sol ritorno
sereno e luminoso oltre l'usato
quandoco' raggi uscí del novo giorno
sotto l'insegne ogniguerriero armato
e si mostrò quanto poté piúadorno
al pio Bugliongirando il largo prato.
S'era eglifermoe si vedea davanti
passar distinti i cavalieri e i fanti.
        Mentede glianni e de l'oblio nemica
de le cose custode edispensiera
vagliami tua ragionsí ch'io ridica
diquel campo ogni duce ed ogni schiera:
suoni e risplenda la lorfama antica
fatta da gli anni omai tacita e nera;
tolto da'tuoi tesoriorni mia lingua
ciò ch'ascolti ogni etànulla l'estingua.
        Primai Franchi mostràrsi: il duce loro
Ugone esser soleadel refratello.
Ne l'Isola di Francia eletti foro
fra quattro fiumiampio paese e bello.
Poscia ch'Ugon moríde' giglid'oro
seguí l'usata insegna il fer drapello
sottoClotareocapitano egregio
a cuise nulla mancaè ilnome regio.
        Milleson di gravissima armatura
sono altrettanti i cavalierseguenti
di disciplina a i primi e di natura
e d'arme e disembianza indifferenti;
normandi tuttie gli ha Roberto incura
che principe nativo è de le genti.
Poi duo pastorde' popoli spiegaro
le squadre lorGuglielmo ed Ademaro.
        L'uno e l'altrodi lorche ne' divini
uffici già trattò pioministero
sotto l'elmo premendo i lunghi crini
essercita del'arme or l'uso fero.
Da la città d'Orange e da iconfini
quattrocento guerrier scelse il primiero;
ma guida queidi Poggio in guerra l'altro
numero egualné men ne l'armescaltro.
        Baldovinposcia in mostra addur si vede
co' Bolognesi suoi quei delgermano
ché le sue genti il pio fratel gli cede
orch'ei de' capitani è capitano.
Il conte di Carnuti indisuccede
potente di consiglio e pro' di mano;
van con luiquattrocentoe triplicati
conduce Baldovino in sella armati.
        Occupa Guelfo ilcampo a lor vicino
uom ch'a l'alta fortuna agguaglia ilmerto:
conta costui per genitor latino
de gli avi Estensi unlungo ordine e certo.
Ma german di cognome e di domino
ne lagran casa de' Guelfoni è inserto:
regge Carinziae pressol'Istro e 'l Reno
ciò che i prischi Suevi e i Reti avièno.
        A questocheretaggio era materno
acquisti ei giunse gloriosi e grandi.
Quindigente traea che prende a scherno
d'andar contra la morteov'eicomandi:
usa a temprar ne' caldi alberghi il verno
e celebrarcon lieti inviti i prandi.
Fur cinquemila a la partenzae apena
(de' Persi avanzo) il terzo or qui ne mena.
        Seguiala gente poi candida e bionda
che tra i Franchi e i Germani e 'lmar si giace
ove la Mosa ed ove il Reno inonda
terra di biadee d'animai ferace;
e gl'insulani lorche d'alta sponda
riparofansi a l'ocean vorace:
l'ocean che non pur le merci e i legni
maintere inghiotte le cittadi e i regni.
        Gliuni e gli altri son millee tutti vanno
sotto un altro Robertoinsieme a stuolo.
Maggior alquanto è lo squadronbritanno;
Guglielmo il reggeal re minor figliuolo.
Sonogl'Inglesi sagittaried hanno
gente con lor ch'è piúvicina al polo:
questi da l'alte selve irsuti manda
la divisadal mondo ultima Irlanda.
        Vienpoi Tancredie non è alcun fra tanti
(tranne Rinaldo) oferitor maggiore
o piú bel di maniere e di sembianti
opiú eccelso ed intrepido di core.
S'alcun'ombra di colpa isuoi gran vanti
rende men chiariè sol folliad'amore:
nato fra l'armeamor di breve vista
che si nutred'affannie forza acquista.
        Èfama che quel dí che glorioso
fe' la rotta de' Persi ilpopol franco
poi che Tancredi al fin vittorioso
i fuggitivi diseguir fu stanco
cercò di refrigerio e di riposo
al'arse labbiaal travagliato fianco
e trasse ove invitollo alrezzo estivo
cinto di verdi seggi un fonte vivo.
        Quivia lui d'improviso una donzella
tuttafuor che la frontearmataapparse:
era paganae là venuta anch'ella
per l'istessacagion di ristorarse.
Egli mirollaed ammirò labella
sembianzae d'essa si compiacquee n'arse.
Ohmeraviglia! Amorch'a pena è nato
già grande volae già trionfa armato.
        Ellad'elmo coprissie se non era
ch'altri quivi arrivàrbenl'assaliva.
Partí dal vinto suo la donna altera
ch'èper necessità sol fuggitiva;
ma l'imagine sua bella eguerriera
tale ei serbò nel corqual essa è viva;
esempre ha nel pensiero e l'atto e 'l loco
in che la videescacontinua al foco.
        Eben nel volto suo la gente accorta
legger potria: "Questiardee fuor di spene";
cosí vien sospirosoe cosíporta
basse le ciglia e di mestizia piene.
Gli ottocento acavalloa cui fa scorta
lasciàr le piaggie di Campagnaamene
pompa maggior de la naturae i colli
che vagheggia ilTirren fertili e molli.
        Veniandietro ducento in Grecia nati
che son quasi di ferro in tuttoscarchi:
pendon spade ritorte a l'un de' lati
suonano al tergolor faretre ed archi;
asciutti hanno i cavallial corso usati
ala fatica invittial cibo parchi:
ne l'assalir son pronti e nelritrarsi
e combatton fuggendo erranti e sparsi.
        Tatinregge la schierae sol fu questi
chegrecoaccompagnòl'arme latine.
Oh vergogna! oh misfatto! or non avesti
tuGreciaquelle guerre a te vicine?
E pur quasi a spettacolosedesti
lenta aspettando de' grand'atti il fine.
Orse tu se'vil servaè il tuo servaggio
(non ti lagnar) giustiziaenon oltraggio.
        Squadrad'ordine estrema ecco vien poi
ma d'onor prima e di valor ed'arte.
Son qui gli aventurieriinvitti eroi
terror de l'Asiae folgori di Marte.
Taccia Argo i Minie taccia Artù que'suoi
errantiche di sogni empion le carte;
ch'ogni anticamemoria appo costoro
perde: or qual duce fia degno di loro?
        Dudon di Consa èil duce; e perché duro
fu il giudicar di sangue e divirtute
gli altri sopporsi a lui concordi furo
ch'avea piúcose fatte e piú vedute.
Ei di virilità grave ematuro
mostra in fresco vigor chiome canute;
mostraquasid'onor vestigi degni
di non brutte ferite impressi segni.
        Eustazio èpoi fra i primi; e i propri pregi
illustre il fannoe piúil fratel .
Gernando v'ènato di re norvegi
chescettri vanta e titoli e corone.
Ruggier di Balnavilla infra gliegregi
la vecchia fama ed Engerlan ripone;
e celebrati son fra'piú gagliardi
un Gentonioun Rambaldo e due Gherardi.
        Son fra' lodatiUbaldo ancoe Rosmondo
del gran ducato di Lincastro erede;
nonfia ch'Obizzo il Tosco aggravi al fondo
chi fa de le memorie avareprede
né i tre frati lombardi al chiaro mondo
involiAchilleSforza e Palamede
o 'l forte Ottonche conquistòlo scudo
in cui da l'angue esce il fanciullo ignudo.
        NéGuasco né Ridolfo a dietro lasso
né l'un nél'altro Guidoambo famosi
non Eberardo e non Gerniertrapasso
sotto silenzio ingratamente ascosi.
Ove voi medinumerar già lasso
Gildippe ed Odoardoamanti esposi
rapite? o ne la guerra anco consorti
non saretedisgiunti ancor che morti!
        Nele scole d'Amor che non s'apprende?
Ivi si fe' costei guerrieraardita:
va sempre affissa al caro fiancoe pende
da un fatosolo l'una e l'altra vita.
Colpo che ad un sol noccia unqua nonscende
ma indiviso è il dolor d'ogni ferita;
e spesso èl'un feritoe l'altro langue
e versa l'alma quelse questa ilsangue.
        Ma ilfanciullo Rinaldoe sovra questi
e sovra quanti in mostra erancondutti
dolcemente feroce alzar vedresti
la regal fronteein lui mirar sol tutti.
L'età precorse e la speranzaepresti
pareano i fior quando n'usciro i frutti;
se 'l mirifulminar ne l'arme avolto
Marte lo stimi; Amorse scopre ilvolto.
        Lui ne lariva d'Adige produsse
a Bertoldo SofiaSofia la bella
aBertoldo il possente; e pria che fusse
tolto quasi il bambin da lamammella
Matilda il volsee nutricolloe instrusse
ne l'artiregie; e sempre ei fu con ella
sin ch'invaghí lagiovanetta mente
la tromba che s'udia da l'oriente.
        Allor(né pur tre lustri avea forniti)
fuggí solettoecorse strade ignote;
varcò l'Egeopassò di Grecia iliti
giunse nel campo in region remote.
Nobilissima fugaeche l'imíti
ben degna alcun magnanimo nepote.
Tre annison che è in guerrae intempestiva
molle piuma del mento apena usciva.
        Passatii cavalieriin mostra viene
la gente a piedeed èRaimondo inanti.
Regea Tolosae scelse infra Pirene
e fraGarona e l'ocean suoi fanti.
Son quattromilae ben armati ebene
instruttiusi al disagio e toleranti;
buona è lagentee non può da piú dotta
o da piú forteguida esser condotta.
        Macinquemila Stefano d'Ambuosa
e di Blesse e di Turs in guerraadduce.
Non è gente robusta o faticosa
se ben tutta diferro ella riluce.
La terra mollelieta e dilettosa
simili asé gli abitator produce.
Impeto fan ne le battaglieprime
ma di leggier poi languee si reprime.
        Alcastoil terzo vienqual presso a Tebe
già Capaneoconminaccioso volto:
seimila Elveziaudace e fera plebe
da glialpini castelli avea raccolto
che 'l ferro uso a far solchiafranger glebe
in nove forme e in piú degne opre havòlto;
e con la manche guardò rozzi armenti
parch'i regni sfidar nulla paventi.
        Vediappresso spiegar l'alto vessillo
co 'l diadema di Piero e con lechiavi.
Qui settemila aduna il buon Camillo
pedonid'armerilucenti e gravi
lieto ch'a tanta impresa il Ciel sortillo
overinovi il prisco onor de gli avi
o mostri almen ch'a la virtúlatina
o nulla mancao sol la disciplina.
        Magià tutte le squadre eran con bella
mostra passateel'ultima fu questa
quando Goffredo i maggior duci appella
ela sua mente a lor fa manifesta:
"Come appaia diman l'albanovella
vuo' che l'oste s'invii leggiera e presta
sích'ella giunga a la città sacrata
quanto è possibilpiúmeno aspettata.
        Preparatevidunque ed al viaggio
ed a la pugna e a la vittoria ancora."
Questoardito parlar d'uom cosí saggio
sollecita ciascuno el'avvalora.
Tutti d'andar son pronti al novo raggio
eimpazienti in aspettar l'aurora.
Ma 'l provido Buglion senza ognitema
non è peròbenché nel cor la prema.
        Perch'egli aveacerte novelle intese
che s'è d'Egitto il re giàposto in via
inverso Gazabello e forte arnese
da fronteggiarei regni di Soria.
Né creder può che l'uomo a fereimprese
avezzo sempreor lento in ozio stia;
mad'averloaspettando aspro nemico
parla al fedel suo messeggiero Enrico: 
        "Sovrauna lieve saettia tragitto
vuo' che tu faccia ne la grecaterra.
Ivi giunger dovea (cosí m'ha scritto
chi mai peruso in avisar non erra)
un giovene regald'animo invitto
ch'afarsi vien nostro compagno in guerra:
prence è de' Daniemena un grande stuolo
sin da i paesi sottoposti al polo.
        Ma perché'l greco imperator fallace
seco forse userà le solitearti
per far ch'o torni indietro o 'l corso audace
torca inaltre da noi lontane parti
tununzio miotuconsiglierverace
in mio nome il disponi a ciò che parti
nostro esuo benee di' che tosto vegna
ché di lui fòraogni tardanza indegna.
        Nonvenir seco tuma resta appresso
al re de' Greci a procurarl'aiuto
che già piú d'una volta a noi promesso
eper ragion di patto anco è dovuto."
Cosí parlae l'informae poi che 'l messo
le lettre ha di credenza e disaluto
toglieaffrettando il suo partircongedo
e tregua faco' suoi pensier Goffredo.
        Ildí seguenteallor ch'aperte sono
del lucido oriente al solle porte
di trombe udissi e di tamburi un suono
ond'al caminoogni guerrier s'essorte.
Non è sí grato a i caldigiorni il tuono
che speranza di pioggia al mondo apporte
comefu caro a le feroci genti
l'altero suon de' bellici instrumenti.
        Tosto ciascundagran desio compunto
veste le membra de l'usate spoglie
etosto appar di tutte l'arme in punto
tosto sotto i suoi duciogn'uom s'accoglie
e l'ordinato essercito congiunto
tutte lesue bandiere al vento scioglie:
e nel vessillo imperiale egrande
la trionfante Croce al ciel si spande.
        Intantoil solche de' celesti campi
va piú sempre avanzando e inalto ascende
l'arme percote e ne trae fiamme e lampi
tremuli echiarionde le viste offende.
L'aria par di faville intornoavampi
e quasi d'alto incendio in forma splende
e co' ferinitriti il suono accorda
del ferro scosso e le campagne assorda.
        Il capitancheda' nemici aguati
le schiere sue d'assecurar desia
molti acavallo leggiermente armati
a scoprire il paese intorno invia;
einanzi i guastatori avea mandati
da cui si debbe agevolar lavia
e i vòti luoghi empire e spianar gli erti
e da cuisiano i chiusi passi aperti.
        Nonè gente pagana insieme accolta
non muro cinto di profondofossa
non gran torrenteo monte alpestreo folta
selvache'l lor viaggio arrestar possa.
Cosí de gli altri fiumi ilre tal volta
quando superbo oltra misura ingrossa
sovra lesponde ruinoso scorre
né cosa è mai che glis'ardisca opporre.
        Soldi Tripoli il reche 'n ben guardate
muragentitesori ed armeserra
forse le schiere franche avria tardate
ma non osòdi provocarle in guerra.
Lor con messi e con doni ancoplacate
ricettò volontario entro la terra
e ricevécondizion di pace
sí come imporle al pio Goffredo piace.
        Qui del monteSeirch'alto e sovrano
da l'oriente a la cittade èpresso
gran turba scese de' fedeli al piano
d'ogni etàmescolata e d'ogni sesso:
portò suoi doni al vincitorcristiano
godea in mirarlo e in ragionar con esso
stupia del'arme pellegrine; e guida
ebbe da lor Goffredo amica e fida.
        Conduce ei semprea le maritime onde
vicino il campo per diritte strade
sapendoben che le propinque sponde
l'amica armata costeggiando rade
laqual può far che tutto il campo abonde
de' necessari arnesie che le biade
ogni isola de' Greci a lui sol mieta
e Sciopietrosa gli vendemmi e Creta.
        Gemeil vicino mar sotto l'incarco
de l'alte navi e de' piú levipini
sí che non s'apre omai securo varco
nel marMediterraneo a i saracini;
ch'oltra quei c'ha Georgio armati eMarco
ne' veneziani e liguri confini
altri Inghilterra eFrancia ed altri Olanda
e la fertil Sicilia altri ne manda.
        E questiche sontutti insieme uniti
con saldissimi lacci in un volere
s'erancarchi e provisti in vari liti
di ciò ch'è d'uopo ale terrestri schiere
le quaitrovando liberi e sforniti
ipassi de' nemici a le frontiere
in corso velocissimo se 'nvanno
là 've Cristo soffrí mortale affanno.
        Ma precorsa èla famaapportatrice
de' veraci romori e de' bugiardi
ch'unitoè il campo vincitor felice
che già s'è mossoe che non è chi 'l tardi;
quante e qual sian le squadreella ridice
narra il nome e 'l valor de' piúgagliardi
narra i lor vantie con terribil faccia
gliusurpatori di Sion minaccia.
        El'aspettar del male è mal peggiore
forseche non parrebbeil mal presente;
pende ad ogn'aura incerta di romore
ogniorecchia sospesa ed ogni mente;
e un confuso bisbiglio entro e difore
trascorre i campi e la città dolente.
Ma il vecchiore ne' già vicin perigli
volge nel dubbio cor fericonsigli.
        Aladindetto è il rechedi quel regno
novo signorvive incontinua cura:
uom già crudelma 'l suo feroce ingegno
purmitigato avea l'età matura.
Egliche de' Latini udíil disegno
c'han d'assalir di sua città le mura
giungeal vecchio timor novi sospetti
e de' nemici pave e de' soggetti.
        Però chedentro a una città commisto
popolo alberga di contrariafede:
la debil parte e la minore in Cristo
la grande e fortein Macometto crede.
Ma quando il re fe' di Sion l'acquisto
evi cercò di stabilir la sede
scemò i publici pesia' suoi pagani
ma piú gravonne i miseri cristiani.
        Questo pensier laferità nativa
che da gli anni sopita e freddalangue
irritando inaspriscee la ravviva
sích'assetata è piú che mai di sangue.
Tal fero tornaa la stagione estiva
quel che parve nel gel piacevol angue
cosíleon domestico riprende
l'innato suo furors'altri l'offende.
        "Veggio"dicea "de la letizia nova
veraci segni in questa turbainfida;
il danno universal solo a lei giova
sol nel piantocomun par ch'ella rida;
e forse insidie e tradimenti orcova
rivolgendo fra sé come m'uccida
o come al mionemicoe suo consorte
popolooccultamente apra le porte.
        Ma no 'l farà:prevenirò questi empi
disegni loroe sfogherommi apieno.
Gli uccideròfaronne acerbi scempi
sveneròi figli a le lor madri in seno
arderò loro alberghi einsieme i tèmpi
questi i debiti roghi a i morti fièno;
esu quel lor sepolcro in mezzo a i voti
vittime pria faròde' sacerdoti."
        Cosíl'iniquo fra suo cor ragiona
pur non segue pensier sí malconcetto;
ma s'a quegli innocenti egli perdona
è diviltànon di pietade effetto
ché s'un timor aincrudelir lo sprona
il ritien piú potente altrosospetto:
troncar le vie d'accordoe de' nemici
troppo temeirritar l'arme vittrici.
        Tempradunque il fellon la rabbia insana
anzi altrove pur cerca ove lasfoghi;
i rustici edifici abbatte e spiana
e dà inpreda a le fiamme i culti luoghi;
parte alcuna non lascia integrao sana
ove il Franco si pascaove s'alloghi;
turba le fonti ei rivie le pure onde
di veneni mortiferi confonde.
        Spietatamente ècautoe non oblia
di rinforzar Gierusalem fra tanto.
Da trelati fortissima era pria
sol verso Borea è men securaalquanto;
ma da' primi sospetti ei le munia
d'alti ripari ilsuo men forte canto
e v'accogliea gran quantitade in fretta
digente mercenaria e di soggetta.  




CANTO SECONDO



 

Argomento

        Novocanto fa Ismen che vano uscito
Vuole Aladin che muoja ogniCristiano.
La pudica Sofronia e Olindo ardito
Perchécessi il furor del re Pagano
Voglion morir. Clorinda il casoudito
Non lascia lor più de' ministri in mano.
Argantepoi che quel ch'Alete dice
Non cura il Francoa lui guerra aspraindice.

 

        Mentreil tiranno s'apparecchia a l'armi
soletto Ismeno un dí glis'appresenta
Ismen che trar di sotto a i chiusi marmi
puòcorpo estintoe far che spiri e senta
Ismen che al suon de'mormoranti carmi
sin ne la reggia sua Pluton spaventa
e i suoidemon ne gli empi uffici impiega
pur come servie gli disciogliee lega.
        Questi orMacone adorae fu cristiano
ma i primi riti anco lasciar nonpote;
anzi sovente in uso empio e profano
confonde le due leggia sé mal note
ed or da le speloncheove lontano
dalvulgo essercitar suol l'arti ignote
vien nel publico rischio alsuo signore:
a re malvagio consiglier peggiore.
        "Signor"dicea "senza tardar se 'n viene
il vincitor essercitotemuto
ma facciam noi ciò che a noi far conviene:
daràil Cieldarà il mondo a i forti aiuto.
Ben tu di rediduce hai tutte piene
le partie lunge hai visto eproveduto.
S'empie in tal guisa ogn'altro i propri uffici
tombafia questa terra a' tuoi nemici.
        Ioquanto a mene vegnoe del periglio
e de l'opre compagnoadaiutarte:
ciò che può dar di vecchia etàconsiglio
tutto promettoe ciò che magica arte.
Gliangeli che dal Cielo ebbero essiglio
constringerò de lefatiche a parte.
Ma dond'io voglia incominciar gl'incanti
e conquai modior narrerotti avanti.
        Neltempio de' cristiani occulto giace
un sotterraneo altaree quiviè il volto
di Colei che sua diva e madre face
quel vulgodel suo Dio nato e sepolto.
Dinanzi al simulacro accesaface
continua splende; egli è in un velo avolto.
Pendonointorno in lungo ordine i voti
che vi portano i creduli devoti.
        Or questa effigielordi là rapita
voglio che tu di propria man trasporte
ela riponga entro la tua meschita:
io poscia incanto adopreròsí forte
ch'ognormentre ella qui fia custodita
saràfatal custodia a queste porte;
tra mura inespugnabili il tuoimpero
securo fia per novo alto mistero."
        Sídissee 'l persuase; e impaziente
il re se 'n corse a la magiondi Dio
e sforzò i sacerdotie irreverente
il castosimulacro indi rapio;
e portollo a quel tempio ovesovente
s'irrita il Ciel co 'l folle culto e rio.
Nel profanloco e su la sacra imago
susurrò poi le sue bestemmie ilmago.
        Ma comeapparse in ciel l'alba novella
quel cui l'immondo tempio inguardia è dato
non rivide l'imagine dov'ella
fu postaeinvan cerconne in altro lato.
Tosto n'avisa il rech'a lanovella
di lui si mostra feramente irato
ed imagina bench'alcun fedele
abbia fatto quel furtoe che se 'l cele.
        O fu di manfedele opra furtiva
o pur il Ciel qui sua potenza adopra
chedi Colei ch'è sua regina e diva
sdegna che loco vill'imagin copra:
ch'incerta fama è ancor se ciòs'ascriva
ad arte umana od a mirabil opra;
ben è pietàchela pietade e 'l zelo
uman cedendoautor se 'n creda ilCielo.
        Il re nefa con importuna inchiesta
ricercar ogni chiesaogni magione
eda chi gli nasconde o manifesta
il furto o il reogran pene epremi impone.
Il mago di spiarne anco non resta
con tuttel'arti il ver; ma non s'appone
ché 'l Cieloopra suafosse o fosse altrui
celolla ad onta de gl'incanti a lui.
        Ma poi che 'l recrudel vide occultarse
quel che peccato de' fedeli ei pensa
tuttoin lor d'odio infellonissied arse
d'ira e di rabbia immoderataimmensa.
Ogni rispetto obliavuol vendicarse
segua che potee sfogar l'alma accensa.
"Morrà" dicea "nonandrà l'ira a vòto
ne la strage comune il ladroignoto.
        Pur che'l reo non si salviil giusto pèra
e l'innocente; ma qualgiusto io dico?
è colpevol ciascunné in loroschiera
uom fu giamai del nostro nome amico.
S'anima v'ènel novo error sincera
basti a novella pena un fallo antico.
Susufedeli mieisu via prendete
le fiamme e 'l ferroardete educcidete."
        Cosíparla a le turbee se n'intese
la fama tra' fedeliimmantinente
ch'attoniti restàrsí gli sorprese
iltimor de la morte omai presente;
e non è chi la fuga o ledifese
lo scusar o 'l pregare ardisca o tente.
Ma le timidegenti e irrisolute
donde meno speraro ebber salute.
        Vergine era fralor di già matura
verginitàd'alti pensieri eregi
d'alta beltà; ma sua beltà non cura
otanto sol quant'onestà se 'n fregi.
È il suo pregiomaggior che tra le mura
d'angusta casa asconde i suoi granpregi
e de' vagheggiatori ella s'invola
a le lodia glisguardiinculta e sola.
        Purguardia esser non può ch'in tutto celi
beltà degnach'appaia e che s'ammiri;
né tu il consentiAmorma lariveli
d'un giovenetto a i cupidi desiri.
Amorch'or ciecoorArgoora ne veli
di benda gli occhiora ce gli apri e giri
tuper mille custodie entro a i piú casti
verginei alberghi ilguardo altrui portasti.
        ColeiSofroniaOlindo egli s'appella
d'una cittade entrambi e d'unafede.
Ei che modesto è sí com'essa èbella
brama assaipoco sperae nulla chiede;
né sascoprirsio non ardisce; ed ella
o lo sprezzao no 'l vedeonon s'avede.
Cosí fin ora il misero ha servito
o nonvistoo mal notoo mal gradito.
        S'odel'annunzio intantoe che s'appresta
miserabile strage al popolloro.
A leiche generosa è quanto onesta
viene inpensier come salvar costoro.
Move fortezza il gran pensierl'arresta
poi la vergogna e 'l verginal decoro;
vince fortezzaanzi s'accorda e face
sé vergognosa e la vergogna audace.
        La vergine tra 'lvulgo uscí soletta
non coprí sue bellezzee nonl'espose
raccolse gli occhiandò nel vel ristretta
conischive maniere e generose.
Non sai ben dir s'adorna o senegletta
se caso od arte il bel volto compose.
Di naturad'Amorde' cieli amici
le negligenze sue sono artifici.
        Mirata da ciascunpassae non mira
l'altera donnae innanzi al re se 'n viene.
Néperché irato il veggiail piè ritira
ma il feroaspetto intrepida sostiene.
"Vengosignor" gli disse"e 'ntanto l'ira
prego sospenda e 'l tuo popoloaffrene:
vengo a scoprirtie vengo a darti preso
quel reo checerchionde sei tanto offeso."  
        Al'onesta baldanzaa l'improviso
folgorar di bellezze altere esante
quasi confuso il requasi conquiso
frenò losdegnoe placò il fer sembiante.
S'egli era d'alma o secostei di viso
severa mancoei diveniane amante;
ma ritrosabeltà ritroso core
non prendee sono i vezzi esca d'Amore.
        Fu stuporfuvaghezzae fu diletto
s'amor non fuche mosse il corvillano.
"Narra" ei le dice "il tutto; eccoiocommetto
che non s'offenda il popol tuo cristiano."
Edella: "Il reo si trova al tuo cospetto:
opra è ilfurtosignordi questa mano;
io l'imagine tolsiio soncolei
che tu ricerchie me punir tu déi."
        Cosí alpublico fato il capo altero
offersee 'l volse in sé solaraccòrre.
Magnanima menzognaor quand'è il vero
síbello che si possa a te preporre?
Riman sospesoe non sítosto il fero
tiranno a l'iracome suoltrascorre.
Poi larichiede: "I' vuo' che tu mi scopra
chi diè consiglioe chi fu insieme a l'opra."
        "Nonvolsi far de la mia gloria altrui
né pur minima parte";ella gli dice
"sol di me stessa io consapevol fui
solconsiglierae sola essecutrice."
"Dunque in te sola"ripigliò colui
"caderà l'ira miavendicatrice."
Diss'ella: "È giusto: esser a meconviene
se fui sola a l'onorsola a le pene."
        Quicomincia il tiranno a risdegnarsi;
poi le dimanda: "Ov'hail'imago ascosa?"
"Non la nascosi" a lui risponde"io l'arsi
e l'arderla stimai laudabil cosa;
cosíalmen non potrà piú violarsi
per man di miscredentiingiuriosa.
Signoreo chiedi il furtoo 'l ladro chiedi:
quelno 'l vedrai in eternoe questo il vedi.
        Benchéné furto è il mioné ladra i' sono:
giust'èritòr ciò ch'a gran torto è tolto."
Orquest'udendoin minaccievol suono
freme il tirannoe 'l fren del'ira è sciolto.
Non speri piú di ritrovarperdono
cor pudicoalta mente e nobil volto;
e 'ndarno Amorcontr'a lo sdegno crudo
di sua vaga bellezza a lei fa scudo.
        Presa è labella donnae 'ncrudelito
il re la danna entr'un incendio amorte.
Già 'l velo e 'l casto manto a lei rapito
stringonle molli braccia aspre ritorte.
Ella si tacee in lei nonsbigottito
ma pur commosso alquanto è il petto forte;
esmarrisce il bel volto in un colore
che non è pallidezzama candore.
        Divulgossiil gran casoe quivi tratto
già 'l popol s'era: Olindoanco v'accorse.
Dubbia era la persona e certo il fatto;
veniache fosse la sua donna in forse.
Come la bella prigionera inatto
non pur di reama di dannata ei scorse
come i ministrial duro ufficio intenti
videprecipitoso urtò le genti.
        Al re gridò:"Non ènon è già rea
costei del furtoe per follia se 'n vanta.
Non pensònon ardínéfar potea
donna sola e inesperta opra cotanta.
Come ingannòi custodi? e de la Dea
con qual arti involò l'imaginsanta?
Se 'l feceil narri. Io l'hosignorfurata."
Ahi!tanto amò la non amante amata.
        Soggiunseposcia: "Io làdonde riceve
l'alta vostra meschita el'aura e 'l die
di notte ascesie trapassai per breve
fòrotentando inaccessibil vie.
A me l'onorla morte a me si deve:
nonusurpi costei le pene mie.
Mie son quelle catenee per mequesta
fiamma s'accendee 'l rogo a me s'appresta."
        Alza Sofronia ilvisoe umanamente
con occhi di pietade in lui rimira.
"Ache ne vienio misero innocente?
qual consiglio o furor ti guidao tira?
Non son io dunque senza te possente
a sostener ciòche d'un uom può l'ira?
Ho petto anch'ioch'ad una mortecrede
di bastar soloe compagnia non chiede."
        Cosíparla a l'amante; e no 'l dispone
sí ch'egli si disdicaepensier mute.
Oh spettacolo grandeove a tenzone
sono Amore emagnanima virtute!
ove la morte al vincitor si pone
in premioe 'l mai del vinto è la salute!
Ma piú s'irrita ilre quant'ella ed esso
è piú costante in incolpar sestesso.
        Pargliche vilipeso egli ne resti
e ch'in disprezzo suo sprezzin lepene.
"Credasi" dice "ad ambo; e quella equesti
vincae la palma sia qual si conviene."
Indiaccenna a i sergentii quai son presti
a legar il garzon di lorcatene.
Sono ambo stretti al palo stesso; e vòlto
èil tergo al tergoe 'l volto ascoso al volto.  
        Compostoè lor d'intorno il rogo omai
e già le fiamme ilmantice v'incita
quand'il fanciullo in dolorosi lai
proruppee disse a lei ch'è seco unita:
"Quest'è dunquequel laccio ond'io sperai
teco accoppiarmi in compagnia divita?
questo è quel foco ch'io credea ch'i cori
nedovesse infiammar d'eguali ardori?
        Altrefiammealtri nodi Amor promise
altri ce n'apparecchia iniquasorte.
Troppoahi! ben troppoella già noi divise
maduramente or ne congiunge in morte.
Piacemi almenpoich'in sístrane guise
morir pur déidel rogo esser consorte
sedel letto non fui; duolmi il tuo fato
il mio non giàpoich'io ti moro a lato.
        Edoh mia sorte aventurosa a pieno!
oh fortunati miei dolcimartíri!
s'impetrarò chegiunto seno aseno
l'anima mia ne la tua bocca io spiri;
e venendo tu meco aun tempo meno
in me fuor mandi gli ultimi sospiri."
Cosídice piangendo. Ella il ripiglia
soavementee 'n tai detti ilconsiglia:
        "Amicoaltri pensierialtri lamenti
per piú alta cagione iltempo chiede.
Ché non pensi a tue colpe? e nonrammenti
qual Dio prometta a i buoni ampia mercede?
Soffri insuo nomee fian dolci i tormenti
e lieto aspira a la supernasede.
Mira 'l ciel com'è belloe mira il sole
ch'a sépar che n'inviti e ne console."
        Quiil vulgo de' pagani il pianto estolle:
piange il fedelma in vociassai piú basse.
Un non so che d'inusitato e molle
parche nel duro petto al re trapasse.
Ei presentilloe si sdegnò;né volle
piegarsie gli occhi torsee si ritrasse.
Tusola il duol comun non accompagni
Sofronia; e pianta da ciascunnon piagni.
        Mentresono in tal rischioecco un guerriero
(ché tal parea)d'alta sembianza e degna;
e mostrad'arme e d'abitostraniero
che di lontan peregrinando vegna.
La tigreche sul'elmo ha per cimiero
tutti gli occhi a sé traefamosainsegna.
insegna usata da Clorinda in guerra;
onde la credonleiné 'l creder erra.
        Costeigl'ingegni feminili e gli usi
tutti sprezzò sin da l'etàpiú acerba:
a i lavori d'Aracnea l'agoa i fusi
inchinarnon degnò la man superba.
Fuggí gli abiti molli e ilochi chiusi
ché ne' campi onestate anco si serba;
armòd'orgoglio il voltoe si compiacque
rigido farloe pur rigidopiacque.
        Teneraancor con pargoletta destra
strinse e lentò d'un corridoreil morso;
trattò l'asta e la spadaed in palestra
induròi membri ed allenogli al corso.
Poscia o per via montana o persilvestra
l'orme seguí di fer leone e d'orso;
seguíle guerree 'n esse e fra le selve
fèra a gli uominiparveuomo a le belve.
        Vieneor costei da le contrade perse
perch'a i cristiani a suo poterresista
bench'altre volte ha di lor membra asperse
le piaggiee l'onda di lor sangue ha mista.
Or quivi in arrivando a leis'offerse
l'apparato di morte a prima vista.
Di mirar vaga e disaper qual fallo
condanni i reisospinge oltre il cavallo.
        Cedon le turbeei duo legati insieme
ella si ferma a riguardar da presso.
Mirache l'una tace e l'altro geme
e piú vigor mostra il menforte sesso.
Pianger lui vede in guisa d'uom cui preme
pietànon dogliao duol non di se stesso;
e tacer lei con gli occhi aiciel sí fisa
ch'anzi 'l morir par di qua giú divisa.
        Clorindaintenerissie si condolse
d'ambeduo loro e lagrimonnealquanto.
Pur maggior sente il duol per chi non duolse
piúla move il silenzio e meno il pianto.
Senza troppo indugiare ellasi volse
ad un uom che canuto avea da canto:
"Deh! dimmi:chi son questi? ed al martoro
qual gli conduce o sorte o colpaloro?"
        Cosípregolloe da colui risposto
breve ma pieno a le dimandefue.
Stupissi udendoe imaginò ben tosto
ch'egualmenteinnocenti eran que' due.
Già di vietar lor morte ha in séproposto
quanto potranno i preghi o l'armi sue.
Pronta accorrea la fiammae fa ritrarla
che già s'appressaed a iministri parla:
        "Alcunnon sia di voi che 'n questo duro
ufficio oltra seguire abbiabaldanza
sin ch'io non parli al re: ben v'assecuro
ch'ei nonv'accuserà de la tardanza."
Ubidiro i sergentiemossi furo
da quella grande sua regal sembianza.
Poi verso ilre si mossee lui tra via
ella trovò che 'ncontra leivenia.
        "Ioson Clorinda:" disse "hai forse intesa
talor nomarmi; equisignorne vegno
per ritrovarmi teco a la difesa
de lafede comune e del tuo regno.
Son prontaimponi puread ogniimpresa:
l'alte non temoe l'umili non sdegno;
voglimi incampo apertoo pur tra 'l chiuso
de le mura impiegarnullaricuso."
        Tacque;e rispose il re: "Qual sí disgiunta
terra è dal'Asiao dal camin del sole
vergine gloriosaove non giunta
siala tua famae l'onor tuo non vòle?
Or che s'è latua spada a me congiunta
d'ogni timor m'affidi e mi console:
nons'essercito grande unito insieme
fosse in mio scampoavrei piúcerta speme.
        Giàgià mi par ch'a giunger qui Goffredo
oltra il dover indugi;or tu dimandi
ch'impieghi io te: sol di te degne credo
l'impresemalagevoli e le grandi.
Sovr'a i nostri guerrieri a te concedo
loscettroe legge sia quel che comandi."
Cosí parlava.Ella rendea cortese
grazie per lodiindi il parlar riprese:
        "Nova cosaparer dovrà per certo
che preceda a i servigi ilguiderdone;
ma tua bontà m'affida: i' vuo' ch'in merto
delfuturo servir que' rei mi done.
In don gli chieggio: e purse 'lfallo è incerto
gli danna inclementissima ragione;
mataccio questoe taccio i segni espressi
onde argomentol'innocenza in essi.
        Edirò sol ch'è qui comun sentenza
che i cristianitogliessero l'imago;
ma discordo io da voiné peròsenza
alta ragion del mio parer m'appago.
Fu de le nostre leggiirriverenza
quell'opra far che persuase il mago:
ché nonconvien ne' nostri tèmpi a nui
gl'idoli averee mengl'idoli altrui.
        Dunquesuso a Macon recar mi giova
il miracol de l'opraed ei lafece
per dimostrar ch'i tèmpi suoi con nova
religioncontaminar non lece.
Faccia Ismeno incantando ogni sua prova
eglia cui le malie son d'arme in vece;
trattiamo il ferro pur noicavalieri:
quest'arte è nostrae 'n questa sol si speri."
        Tacqueciòdetto; e 'l rebench'a pietade
l'irato cor difficilmentepieghi
pur compiacer la volle; e 'l persuade
ragionee 'lmove autorità di preghi.
"Abbian vita" rispose "elibertade
e nulla a tanto intercessor si neghi.
Siasi questa ogiustizia over perdono
innocenti gli assolvoe rei gli dono."
        Cosí furondisciolti. Aventuroso
ben veramente fu d'Olindo il fato
ch'attopoté mostrar che 'n generoso
petto al fine ha d'amore amordestato.
Va dal rogo a le nozze; ed è giàsposo
fatto di reonon pur d'amante amato.
Volse con leimorire: ella non schiva
poi che seco non muorche seco viva.
        Ma il sospettosore stimò periglio
tanta virtú congiunta avervicina;
ondecom'egli volseambo in essiglio
oltra i terminiandàr di Palestina.
Eipur seguendo il suo crudelconsiglio
bandisce altri fedelialtri confina.
Oh comelascian mesti i pargoletti
figlie gli antichi padri e i dolciletti!
        Duradivision! scaccia sol quelli
di forte corpo e di feroceingegno;
ma il mansueto sessoe gli anni imbelli
seco ritiensí come ostaggiin pegno.
Molti n'andaro errandoaltrirubelli
fèrsie piú che 'l timor poté losdegno.
Questi unírsi co' Franchie gl'incontraro
apunto il dí che 'n Emaús entraro.
        Emaúsè città cui breve strada
da la regal Gierusalemdisgiunge
ed uom che lento a suo diporto vada
se partematutinoa nona giunge.
Oh quant'intender questo a i Franchiaggrada!
Oh quanto piú 'l desio gli affretta e punge!
Maperch'oltra il meriggio il sol già scende
qui fa spiegareil capitan le tende.
        L'aveangià tesee poco era remota
l'alma luce del sol dal'oceano
quando duo gran baroni in veste ignota
venir sonvistie 'n portamento estrano.
Ogni atto lor pacifico dinota
chevengon come amici al capitano.
Del gran re de l'Egitto eranmessaggi
e molti intorno avean scudieri e paggi.
        Aleteè l'unche da principio indegno
tra le brutture de laplebe è sorto;
ma l'inalzaro a i primi onor delregno
parlar facondo e lusinghiero e scòrto
pieghevolicostumi e vario ingegno
al finger prontoa l'ingannareaccorto:
gran fabro di calunnieadorne in modi
noviche sonoaccusee paion lodi.
        L'altroè il circasso Arganteuom che straniero
se 'n venne a laregal corte d'Egitto;
ma de' satrapi fatto è de l'impero
ein sommi gradi a la milizia ascritto:
impazienteinessorabilfero
ne l'arme infaticabile ed invitto
d'ogni diosprezzatoree che ripone
ne la spada sua legge e sua ragione.
        Chieser questiudienza ed al cospetto
del famoso Goffredo ammessi entraro
ein umil seggio e in un vestire schietto
fra' suoi duci sedendo ilritrovaro;
ma verace valorbenché negletto
è dise stesso a sé fregio assai chiaro.
Picciol segno d'onorgli fece Argante
in guisa pur d'uom grande e non curante.
        Ma la destra sipose Alete al seno
e chinò il capoe piegò a terrai lumi
e l'onorò con ogni modo a pieno
che di sua genteportino i costumi.
Cominciò posciae di sua boccauscièno
piú che mèl dolci d'eloquenza ifiumi;
e perché i Franchi han già il sermoneappreso
de la Soriafu ciò ch'ei disse inteso.
        "Odegno sol cui d'ubidire or degni
questa adunanza di famosieroi
che per l'adietro ancor le palme e i regni
da te conobbee da i consigli tuoi
il nome tuoche non riman tra isegni
d'Alcideomai risuona anco fra noi
e la fama d'Egittoin ogni parte
del tuo valor chiare novelle ha sparte.
        Név'è fra tanti alcun che non le ascolte
come egli suol lemeraviglie estreme
ma dal mio re con istupore accolte
sono nonsolma con diletto insieme;
e s'appaga in narrarle anco e levolte
amando in te ciò ch'altri invidia e teme:
ama ilvaloree volontario elegge
teco unirsi d'amorse non di legge.
        Da síbella cagion dunque sospinto
l'amicizia e la pace a terichiede
e l' mezzo onde l'un resti a l'altro avinto
sia lavirtú s'esser non può la fede.
Ma perchéinteso avea che t'eri accinto
per iscacciar l'amico suo disede
volsepria ch'altro male indi seguisse
ch'a te la mentesua per noi s'aprisse.
        Ela sua mente è talche s'appagarti
vorrai di quanto haifatto in guerra tuo
né Giudea molestarné l'altreparti
che ricopre il favor del regno suo
ei promette al'incontro assecurarti
il non ben fermo stato. E se voi duo
sareteunitior quando i Turchi e i Persi
potranno unqua sperar diriaversi?
        Signorgran cose in picciol tempo hai fatte
che lunga età porre inoblio non pote:
esserciticittàvintidisfatte
superatidisagi e strade ignote
sí ch'al grido o smarrite ostupefatte
son le provincie intorno e le remote;
e se benacquistar puoi novi imperi
acquistar nova gloria indarno speri.
        Giunta ètua gloria al sommoe per l'inanzi
fuggir le dubbie guerre a teconviene
ch'ove tu vincasol di stato avanzi
né tuagloria maggior quinci diviene;
ma l'imperio acquistato e presoinanzi
e l'onor perdise 'l contrario aviene.
Ben gioco èdi fortuna audace e stolto
por contra il poco e incerto il certo e'l molto.  
        Mail consiglio di tal cui forse pesa
ch'altri gli acquisti a lungoancor conserve
e l'aver sempre vinto in ogni impresa
e quellavoglia naturalche ferve
e sempre è piú ne' cor piúgrandi accesa
d'aver le genti tributarie e serve
faran peraventura a te la pace
fuggirpiú che la guerra altri nonface.
        T'essorterannoa seguitar la strada
che t'è dal fato largamente aperta
anon depor questa famosa spada
al cui valore ogni vittoria ècerta
sin che la legge di Macon non cada
sin che l'Asia perte non sia deserta:
dolci cose ad udir e dolci inganni
ond'esconpoi sovente estremi danni.
        Mas'animosità gli occhi non benda
né il lume oscurain te de la ragione
scorgeraich'ove tu la guerra prenda
haidi temernon di sperar cagione
ché fortuna qua giúvaria a vicenda
mandandoci venture or triste or buone
ed aivoli troppo alti e repentini
sogliono i precipizi esser vicini.
        Dimmi: s'a' dannituoi l'Egitto move
d'oro e d'arme potente e di consiglio
es'avien che la guerra anco rinove
il Perso e 'l Turco e di Cassanoil figlio
quai forzi opporre a sí gran furia odove
ritrovar potrai scampo al tuo periglio?
T'affida forse ilre malvagio greco
il qual da i sacri patti unito è teco?
        La fede greca achi non è palese?
Tu da un sol tradimento ogni altroimpara
anzi da milleperché mille ha tese
insidie avoi la gente infidaavara.
Dunque chi dianzi il passo a voicontese
per voi la vita esporre or si prepara?
chi le vie checomuni a tutti sono
negòdel proprio sangue or faràdono?
        Ma forsehai tu riposta ogni tua speme
in queste squadre ond'ora cintosiedi.
Quei che sparsi vincestiuniti insieme
di vincer ancoagevolmente credi
se ben son le tue schiere or molto sceme
trale guerre e i disagie tu te 'l vedi;
se ben novo nemico a tes'accresce
e co' Persi e co' Turchi Egizi mesce.
        Orquando pure estimi esser fatale
che non ti possa il ferro vincermai
siati concessoe siati a punto tale
il decreto del Cielqual tu te l' fai;
vinceratti la fame: a questo male
cherifugioper Dioche schermo avrai?
Vibra contra costei lalanciae stringi
la spadae la vittoria anco ti fingi.
        Ogni campod'intorno arso e distrutto
ha la provida man de gli abitanti
e'n chiuse mura e 'n alte torri il frutto
ripostoal tuo venir piúgiorni inanti.
Tu ch'ardito sin qui ti sei condutto
onde sperinutrir cavalli e fanti?
Dirai: `L'armata in mar cura neprende.'
Da i venti dunque il viver tuo dipende?
        Comandaforse tua fortuna a i venti
e gli avince a sua voglia e glidislega?
e 'l mar ch'a i preghi è sordo ed a i lamenti
tesol udendoal tuo voler si piega?
O non potranno pur le nostregenti
e le perse e le turche unite in lega
cosípotente armata in un raccòrre
ch'a questi legni tuoi sipossa opporre?
        Doppiavittoria a tesignorbisogna
s'hai de l'impresa a riportarl'onore.
Una perdita sola alta vergogna
può cagionarti edanno anco maggiore:
ch'ove la nostra armata in rotta pogna
latuaqui poi di fame il campo more;
e se tu sei perdenteindarnopoi
saran vittoriosi i legni tuoi.
        Orase in tale stato anco rifiuti
co 'l gran re de l'Egitto e pace etregua
(diasi licenza ai ver) l'altre virtuti
questo consigliotuo non bene adegua.
Ma voglia il Ciel che 'l tuo pensier simuti
s'a guerra è vòltoe che 'l contrariosegua
sí che l'Asia respiri omai da i lutti
e goda tude la vittoria i frutti.
        Névoi che del periglio e de gli affanni
e de la gloria a lui sèteconsorti
il favor di fortuna or tanto inganni
che nove guerrea provocar v'essorti.
Ma qual nocchier che da i mariniinganni
ridutti ha i legni a i desiati porti
raccòrdovreste omai le sparse vele
né fidarvi di novo al marcrudele."
        Quitacque Aletee 'l suo parlar seguiro
con basso mormorar que'forti eroi;
e ben ne gli atti disdegnosi apriro
quanto ciascunquella proposta annoi.
Il capitan rivolse gli occhi in giro
trevolte e quattroe mirò in fronte i suoi
e poi nel voltodi colui gli affisse
ch'attendea la rispostae cosí disse:
        "Messaggierdolcemente a noi sponesti
ora corteseor minaccioso invito.
Se'l tuo re m'ama e loda i nostri gesti
è sua mercedee m'èl'amor gradito.
A quella parte poi dove protesti
la guerra anoi del paganesmo unito
risponderòcome da me sisuole
liberi sensi in semplici parole.
        Sappiche tanto abbiam sin or sofferto
in marein terraa l'ariachiara e scura
solo acciò che ne fosse il calle aperto
aquelle sacre e venerabil mura
per acquistarne appo Dio grazia emerto
togliendo lor di servitú sí dura
némai grave ne fia per fin sí degno
esporre onor mondano evita e regno;
        chénon ambiziosi avari affetti
ne spronaro a l'impresae ne furguida
(sgombri il Padre del Ciel da i nostri petti
peste síreas'in alcun pur s'annida;
né soffra che l'aspergaeche l'infetti
di venen dolce che piacendo ancida)
ma la suaman ch'i duri cor penètra
soavementee gli ammollisce espetra.
        Questa hanoi mossi e questa ha noi condutti
tratti d'ogni periglio ed'ogni impaccio;
questa fa piani i monti e i fiumiasciutti
l'ardor toglie a la stateal verno il ghiaccio;
placadel mare i tempestosi flutti
stringe e rallenta questa a i ventiil laccio;
quindi son l'alte mura aperte ed arse
quindil'armate schiere uccise e sparse;
        quindil'ardirquindi la speme nasce
non da le frali nostre forze estanche
non da l'armatae non da quante pasce
genti la Greciae non da l'arme franche.
Pur ch'ella mai non ci abbandoni elasce
poco dobbiam curar ch'altri ci manche.
Chi sa comedifende e come fère
soccorso a i suoi perigli altro nonchere.
        Ma quandodi sua aita ella ne privi
per gli error nostri o per giudiziocculti
chi fia di noi ch'esser sepulto schivi
ove i membri diDio fur già sepulti?
Noi moriremné invidia avremoa i vivi;
noi moriremma non morremo inulti
né l'Asiariderà di nostra sorte
né pianta fia da noi lanostra morte.
        Noncreder già che noi fuggiam la pace
come guerra mortal sifugge e pave
ché l'amicizia del tuo re ne piace
nél'unirci con lui ne sarà grave;
ma s'al suo impero laGiudea soggiace
tu 'l sai; perché tal cura ei dunquen'have?
De' regni altrui l'acquisto ei non ci vieti
e regga inpace i suoi tranquilli e lieti."
        Cosírisposee di pungente rabbia
la risposta ad Argante il cortrafisse;
né 'l celò giàma con enfiatelabbia
si trasse avanti al capitano e disse:
"Chi la pacenon vuolla guerra s'abbia
ché penuria giamai non fu dirisse;
e ben la pace ricusar tu mostri
se non t'acqueti a iprimi detti nostri."
        Indiil suo manto per lo lembo prese
curvollo e fenne un seno; e 'lseno sporto
cosí pur anco a ragionar riprese
via piúche prima dispettoso e torto:
"O sprezzator de le piúdubbie imprese
e guerra e pace in questo sen t'apporto:
tuasia l'elezione; or ti consiglia
senz'altro indugioe qual piúvuoi ti piglia."
        L'attofero e 'l parlar tutti commosse
a chiamar guerra in un concordegrido
non attendendo che risposto fosse
dal magnanimo lor duceGoffrido.
Spiegò quel crudo il seno e 'l manto scosse
ed:"A guerra mortal" disse "vi sfido";
e 'l dissein atto sí feroce ed empio
che parve aprir di Giano ilchiuso tempio.
        Parvech'aprendo il seno indi traesse
il Furor pazzo e la Discordiafera
e che ne gli occhi orribili gli ardesse
la gran faced'Aletto e di Megera.
Quel grande già che 'ncontra il cieloeresse
l'alta mole d'errorforse tal era;
e in cotal atto ilrimirò Babelle
alzar la fronte e minacciar le stelle.
        Soggiunse allorGoffredo: "Or riportate
al vostro re che vengae ches'affretti
che la guerra accettiam che minacciate;
e s'ei nonvienfra 'l Nilo suo n'aspetti."
Accommiatò lorposcia in dolci e grate
manieree gli onorò di donieletti.
Ricchissimo ad Alete un elmo diede
ch'a Nicea conquistòfra l'altre prede.
        EbbeArgante una spada; e 'l fabro egregio
l'else e 'l pomo le fe'gemmato e d'oro
con magistero tal che perde il pregio
de laricca materia appo il lavoro.
Poi che la tempra e la ricchezza e'l fregio
sottilmente da lui mirati foro
disse Argante alBuglion: "Vedrai ben tosto
come da me il tuo dono in uso èposto."
        Inditolto il congedoè da lui ditto
al suo compagno: "Orce n'andremo omai
io a Gierusalemtu verso Egitto
tu co 'lsol novoio co' notturni rai
ch'uopo o di mia presenzao di mioscritto
essere non può colà dove tu vai.
Reca tula rispostaio dilungarmi
quinci non vuo'dove si trattanl'armi."
        Cosídi messaggier fatto è nemico
sia fretta intempestiva o siamatura:
la ragion de le genti e l'uso antico
s'offenda o noné'l pensa egliné 'l cura.
Senza risposta averva perl'amico
silenzio de le stelle a l'alte mura
d'indugioimpazienteed a chi resta
già non men la dimora anco èmolesta.
        Era lanotte allor ch'alto riposo
han l'onde e i ventie parea muto ilmondo.
Gli animai lassie quei che 'l mar ondoso
o de liquidilaghi alberga il fondo
e chi si giace in tana o in mandraascoso
e i pinti augelline l'oblio profondo
sotto ilsilenzio de' secreti orrori
sopian gli affanni e raddolciano icori.
        Ma né'l campo fedelné 'l franco duca
si discioglie nel sonnoo almen s'accheta
tanta in lor cupidigia è che riluca
omainel ciel l'alba aspettata e lieta
perché il camin lormostrie li conduca
a la città ch'al gran passaggio èmèta.
Mirano ad or ad or se raggio alcuno
spuntio sischiari de la notte il bruno.  
 


CANTO TERZO

 

Argomento

              Giunge a Gierusalemmeil campo: e quivi
In fera guisa è da Clorindaaccolto.
Sveglia in Erminia amor Tancredi: e vivi
Fa i propriincendj al discoprir d'un volto.
Restan gli Avventurier di duceprivi:
Ch'un sol colpo d'Argante a lor l'ha tolto.
Pietoseesequie fangli. Il pio Buglione
Ch'antica selva si recidaimpone.


         Già l'auramessaggiera erasi desta
a nunziar che se ne vien l'aurora;
ellaintanto s'adornae l'aurea testa
di rose colte in paradisoinfiora
quando il campoch'a l'arme omai s'appresta
in vocemormorava alta e sonora
e prevenia le trombe; e queste poi
dièrpiú lieti e canori i segni suoi.
        Ilsaggio capitan con dolce morso
i desideri lor guida e seconda
chépiú facil saria svolger il corso
presso Cariddi a lavolubil onda
o tardar Borea allor che scote il dorso
del'Apenninoe i legni in mare affonda.
Gli ordinagl'incaminae'n suon gli regge
rapido síma rapido con legge.
        Ali ha ciascunoal core ed ali al piede
né del suo ratto andar peròs'accorge;
ma quando il sol gli aridi campi fiede
con raggiassai ferventi e in alto sorge
ecco apparir Gierusalem sivede
ecco additar Gierusalem si scorge
ecco da mille vociunitamente
Gierusalemme salutar si sente.
        Cosídi naviganti audace stuolo
che mova a ricercar estranio lido
ein mar dubbioso e sotto ignoto polo
provi l'onde fallaci e 'lvento infido
s'al fin discopre il desiato suolo
il saluta dalunge in lieto grido
e l'uno a l'altro il mostrae intantooblia
la noia e 'l mal de la passata via.
        Algran piacer che quella prima vista
dolcemente spirò nel'altrui petto
alta contrizion successemista
di timoroso eriverente affetto.
Osano a pena d'inalzar la vista
vèrla cittàdi Cristo albergo eletto
dove morídovesepolto fue
dove poi rivestí le membra sue.
        Semmessi accentie tacite parole
rotti singulti e flebili sospiri
de la gentech'in un s'allegra e duole
fan che per l'aria un mormorios'aggiri
qual ne le folte selve udir si suole
s'avien che trale frondi il vento spiri
o quale infra gli scogli o presso a ilidi
sibila il mar percosso in rauchi stridi.
        Nudociascuno il piè calca il sentiero
ché l'essempiode' duci ogn'altro move
serico fregio o d'orpiuma ocimiero
superbo dal suo capo ognun rimove;
ed insieme del corl'abito altero
deponee calde e pie lagrime piove.
Pur quasial pianto abbia la via rinchiusa
cosí parlando ognun sestesso accusa:
        «Dunqueove tuSignordi mille rivi
sanguinosi il terren lasciastiasperso
d'amaro pianto almen duo fonti vivi
in síacerba memoria oggi io non verso?
Agghiacciato mio corchénon derivi
per gli occhi e stilli in lagrime converso?
Duro miocorché non ti spetri e frangi?
Pianger ben merti ognors'ora non piangi.
       De lacittade intanto un ch'a la guarda
sta d'alta torree scopre imonti e i campi
colà giuso la polve alzarsi guarda
síche par che gran nube in aria stampi:
par che baleni quella nubeed arda
come di fiamme gravida e di lampi;
poi lo splendor de'lucidi metalli
distinguee scerne gli uomini e i cavalli.
        Allor gridava:"Oh qual per l'aria stesa
polvere i' veggio! oh come par chesplenda!
Sususoo cittadinia la difesa
s'armi ciascunvelocee i muri ascenda:
già presente è il nemico."E poiripresa
la voce: "Ognun s'affrettie l'armeprenda;
eccoil nemico è qui: mira la polve
che sottoorrida nebbia il ciel involve."
        Isemplici fanciullie i vecchi inermi
e 'l vulgo de le donnesbigottite
che non sanno ferir né fare schermi
traeansupplici e mesti a le meschite.
Gli altri di membra e d'animo piúfermi
già frettolosi l'arme avean rapite.
Accorre altria le portealtri a le mura;
il re va intornoe 'l tutto vede ecura.
        Gli ordinidiedee poscia ei si ritrasse
ove sorge una torre infra dueporte
sí ch'è presso al bisogno; e son piúbasse
quindi le piaggie e le montagne scorte.
Volle che quiviseco Erminia andasse
Erminia bellach'ei raccolse in corte
poich'a lei fu da le cristiane squadre
presa Antiochiae morto il resuo padre.
        Clorindaintanto incontra a i Franchi è gita:
molti van secoedella a tutti è inante;
ma in altra parteond'èsecreta uscita
sta preparato a le riscosse Argante.
Lagenerosa i suoi seguaci incita
co' detti e con l'intrepidosembiante:
"Ben con alto principio a noi conviene"
dicea"fondar de l'Asia oggi la spene."
        Mentreragiona a i suoinon lunge scorse
un franco stuol addur rusticheprede
checom'è l'usoa depredar precorse;
or congreggie ed armenti al campo riede.
Ella vèr lore versolei se 'n corse
il duce lorch'a sé venir la vede.
Gardoil duce è nomatouom di gran possa
ma non già talch'a lei resister possa.
        Gardoa quel fero scontro è spinto a terra
in su gli occhi de'Franchi e de' pagani
ch'allor tutti gridàrdi quellaguerra
lieti augúri prendendoi quai fur vani.
Spronandoadosso a gli altri ella si serra
e val la destra sua per centomani.
Seguirla i suoi guerrier per quella strada
che spianàrgli urtie che s'aprí la spada.
        Tostola preda al predator ritoglie;
cede lo stuol de' Franchi a poco apoco
tanto ch'in cima a un colle ei si raccoglie
ove aiutateson l'arme dal loco.
Allorsí come turbine si scioglie
ecade da le nubi aereo fuoco
il buon Tancredia cui Goffredoaccenna
sua squadra mosseed arrestò l'antenna.
        Porta sísalda la gran lanciae in guisa
vien feroce e leggiadro ilgiovenetto
che veggendolo d'alto il re s'avisa
che siaguerriero infra gli scelti eletto.
Onde dice a colei ch'èseco assisa
e che già sente palpitarsi il petto:
"Benconoscer déi tu per sí lungo uso
ogni cristianbenché ne l'arme chiuso.
        Chiè dunque costuiche cosí bene
s'adatta in giostrae fero in vista è tanto?"
A quellain vece dirispostaviene
su le labra un sospirsu gli occhi il pianto.
Purgli spirti e le lagrime ritiene
ma non cosí che lor nonmostri alquanto:
ché gli occhi pregni un bel purpureogiro
tinsee roco spuntò mezzo il sospiro.
        Poigli dice infingevolee nasconde
sotto il manto de l'odio altrodesio:
"Oimè! bene il conoscoed ho ben donde
framille riconoscerlo deggia io
ché spesso il vidi i campi ele profonde
fosse del sangue empir del popol mio.
Ahi quanto ècrudo nel ferire! a piaga
ch'ei facciaerba non giova od artemaga.
        Egli èil prence Tancredi: oh prigioniero
mio fosse un giorno! e no 'lvorrei già morto;
vivo il vorreiperch'in me desse alfero
desio dolce vendetta alcun conforto."
Cosíparlavae de' suoi detti il vero
da chi l'udiva in altro senso ètorto;
e fuor n'uscí con le sue voci estreme
misto unsospir che 'ndarno ella già preme.
        Clorindaintanto ad incontrar l'assalto
va di Tancredie pon la lancia inresta.
Ferírsi a le visieree i tronchi in alto
volaroe parte nuda ella ne resta;
chérotti i lacci a l'elmosuod'un salto
(mirabil colpo!) ei le balzò di testa;
ele chiome dorate al vento sparse
giovane donna in mezzo 'l campoapparse.
        Lampeggiàrgli occhie folgoràr gli sguardi
dolci ne l'ira; or chesarian nel riso?
Tancredia che pur pensi? a che pur guardi?
nonriconosci tu l'altero viso?
Quest'è pur quel bel volto ondetutt'ardi;
tuo core il dicaov'è il suo essempioinciso.
Questa è colei che rinfrescar la fronte
vedestigià nel solitario fonte.
        Eich'al cimiero ed al dipinto scudo
non badò primaor leiveggendo impètra;
ella quanto può meglio il capoignudo
si ricopree l'assale; ed ei s'arretra.
Va contra glialtrie rota il ferro crudo;
ma però da lei pace nonimpetra
che minacciosa il seguee: "Volgi" grida;
edi due morti in un punto lo sfida.
        Percossoil cavalier non ripercote
né sí dal ferro ariguardarsi attende
come a guardar i begli occhi e legote
ond'Amor l'arco inevitabil tende.
Fra sé dicea:"Van le percosse vote
talorche la sua destra armatastende;
ma colpo mai del bello ignudo volto
non cade in falloe sempre il cor m'è colto."
        Risolveal finbenché pietà non spere
di non morir tacendoocculto amante.
Vuol ch'ella sappia ch'un prigion suo fère
giàinermee supplichevole e tremante;
onde le dice: "O tuchemostri avere
per nemico me sol fra turbe tante
usciam diquesta mischiaed in disparte
i' potrò tecoe tu mecoprovarte.
        Cosíme' si vedrà s'al tuo s'agguaglia
il mio valore." Ellaaccettò l'invito:
e come esser senz'elmo a lei noncaglia
gía baldanzosaed ei seguia smarrito.
Recatas'era in atto di battaglia
già la guerrierae giàl'avea ferito
quand'egli: "Or ferma" disse "esiano fatti
anzi la pugna de la pugna i patti."
        Fermossie luidi pauroso audace
rendé in quel punto il disperatoamore.
"I patti sian" dicea "poi che tu pace
meconon vuoiche tu mi tragga il core.
Il mio cornon piúmios'a te dispiace
ch'egli piú vivavolontario more:
ètuo gran tempoe tempo è ben che trarlo
omai tu debbiaenon debb'io vietarlo.
        Eccoio chino le bracciae t'appresento
senza difesa il petto: or chéno 'l fiedi?
vuoi ch'agevoli l'opra? i' son contento
trarmil'usbergo or orse nudo il chiedi."
Distinguea forse in piúduro lamento
i suoi dolori il misero Tancredi
ma calcal'impedisce intempestiva
de' pagani e de' suoi che soprarriva.
        Cedean cacciatida lo stuol cristiano
i Palestinio sia temenza od arte.
Unde' persecutoriuomo inumano
videle sventolar le chiomesparte
e da tergo in passando alzò la mano
per ferirlei ne la sua ignuda parte;
ma Tancredi gridòche sen'accorse
e con la spada a quel gran colpo occorse.
        Purnon gí tutto in vanoe ne' confini
del bianco collo il belcapo ferille.
Fu levissima piagae i biondi crini
rosseggiaroncosí d'alquante stille
come rosseggia l'or che dirubini
per man d'illustre artefice sfaville.
Ma il prenceinfuriato allor si strinse
adosso a quel villanoe 'l ferrospinse.
        Quel sidileguae questi acceso d'ira
il seguee van come per l'ariastrale.
Ella riman sospesaed ambo mira
lontani moltonéseguir le cale
ma co' suoi fuggitivi si ritira:
talor mostrala fronte e i Franchi assale;
or si volge or rivolgeor fugge orfuga
né si può dir la sua caccia né fuga.
        Tal gran taurotalor ne l'ampio agone
se volge il corno a i cani ond'èseguito
s'arretran essi; e s'a fuggir si pone
ciascun ritornaa seguitarlo ardito.
Clorinda nel fuggir da tergo oppone
altolo scudoe 'l capo è custodito.
Cosí coperti vanne' giochi mori
da le palle lanciate i fuggitori.
        Giàquesti seguitando e quei fuggendo
s'erano a l'alte muraavicinati
quando alzaro i pagani un grido orrendo
e indietrosi fur subito voltati;
e fecero un gran giroe poivolgendo
ritornaro a ferir le spalle e i lati.
E intantoArgante giú movea dal monte
la schiera sua per assalirgli afronte.
        Il ferocecircasso uscí di stuolo
ch'esser vols'egli il feritorprimiero
e quegli in cui ferí fu steso al suolo
esossopra in un fascio il suo destriero;
e pria che l'asta intronchi andasse a volo
molti cadendo compagnia gli fèro.
Poistringe il ferroe quando giunge a pieno
sempre uccide od abbatteo piaga almeno.
        Clorindaemula suatolse di vita
il forte Ardeliouom già d'etàmatura
ma di vecchiezza indomitae munita
di duo gran figlie pur non fu secura
ch'Alcandroil maggior figlioaspraferita
rimosso avea da la paterna cura
e Polifernocherestogli appresso
a gran pena salvar poté se stesso.
        Ma Tancredidapoi ch'egli non giunge
quel villan che destriero ha piúcorrente
si mira a dietroe vede ben che lunge
troppo ètrascorsa la sua audace gente.
Vedela intorniatae 'l corsierpunge
volgendo il frenoe là s'invia repente;
ned eglisolo i suoi guerrier soccorre
ma quello stuol ch'a tutt'i rischiaccorre:
        quel diDudon aventurier drapello
fior de gli eroinerbo e vigor delcampo.
Rinaldoil piú magnanimo e il piúbello
tutti precorreed è men ratto il lampo.
Bentosto il portamento e 'l bianco augello
conosce Erminia nelceleste campo
e dice al reche 'n lui fisa lo sguardo:
"Eccotiil domator d'ogni gagliardo.
        Questiha nel pregio de la spada eguali
pochio nessuno; ed èfanciullo ancora.
Se fosser tra' nemici altri sei tali
giàSoria tutta vinta e serva fòra;
e già dómisarebbono i piú australi
regnie i regni piúprossimi a l'aurora;
e forse il Nilo occultarebbe in vano
dalgiogo il capo incognito e lontano.
        Rinaldoha nome; e la sua destra irata
teman piú d'ogni machina lemura.
Or volgi gli occhi ov'io ti mostroe guata
colui ched'oro e verde ha l'armatura.
Quegli è Dudoneed èda lui guidata
questa schierache schiera è di ventura:
èguerrier d'alto sangue e molto esperto
che d'età vince enon cede di merto.
        Miraquel grandech'è coperto a bruno:
è Gernandoilfratel del re norvegio;
non ha la terra uom piú superboalcuno
questo sol de' suoi fatti oscura il pregio.
E son que'duo che van sí giunti in uno
e c'han bianco il vestirbianco ogni fregio
Gildippe ed Odoardoamanti e sposi
invalor d'arme e in lealtà famosi."
        Cosíparlavae già vedean là sotto
come la strage piúe piú s'ingrosse
ché Tancredi e Rinaldo il cerchiohan rotto
benché d'uomini denso e d'armi fosse;
e poi lostuolch'è da Dudon condotto
vi giunseed aspramenteanco il percosse.
ArganteArgante stessoad un grand'urto
diRinaldo abbattutoa pena è surto.
        Nésorgea forsema in quel punto stesso
al figliuol di Bertoldo ildestrier cade;
e restandogli sotto il piede oppresso
conviench'indi a ritrarlo alquanto bade.
Lo stuol pagan fra tantoinrotta messo
si ripara fuggendo a la cittade.
Soli Argante eClorinda argine e sponda
sono al furor che lor da tergo inonda.
        Ultimi vannoel'impeto seguente
in lor s'arresta alquantoe si reprime
síche potean men perigliosamente
quelle genti fuggir che fuggeanprime.
Segue Dudon ne la vittoria ardente
i fuggitivie 'l ferTigrane opprime
con l'urto del cavalloe con la spada
fa chescemo del capo a terra cada.
        Négiova ad Algazarre il fino usbergo
ned e Corban robusto il forteelmetto
ché 'n guisa lor ferí la nuca e 'ltergo
che ne passò la piaga al visoal petto.
E per suamano ancor del dolce albergo
l'alma uscí d'Amurate e diMeemetto
e del crudo Almansor; né 'l gran circasso
puòsecuro da lui mover un passo.
        Fremein se stesso Argantee pur tal volta
si ferma e volgee poi cedepur anco.
Al fin cosí improviso a lui si volta
e ditanto rovescio il coglie al fianco
che dentro il ferro vis'immergee tolta
è dal colpo la vita al ducefranco.
Cade; e gli occhich'a pena aprir si ponno
duraquiete preme e ferreo sonno.
        Gliaprí tre voltee i dolci rai del cielo
cercò fruiree sovra un braccio alzarsi
e tre volte ricaddee fosco velo
gliocchi adombròche stanchi al fin serràrsi.
Sidissolvono i membrie 'l mortal gelo
inrigiditi e di sudor gli hasparsi.
Sovra il corpo già morto il fero Argante
puntonon badae via trascorre inante.
        Contutto ciòse ben d'andar non cessa
si volge a i Franchie grida: "O cavalieri
questa sanguigna spada è quellastessa
che 'l signor vostro mi donò pur ieri;
diteglicome in uso oggi l'ho messa
ch'udirà la novella eivolentieri.
E caro esser gli dée che 'l suo bel dono
siaconosciuto al paragon sí buono.
        Ditegliche vederne ormai s'aspetti
ne le viscere sue piú certaprova;
e quando d'assalirne ei non s'affretti
verrò nonaspettato ove si trova."
Irritati i cristiani a i feridetti
tutti vèr lui già si moveano a prova;
macon gli altri esso è già corso in securo
sotto laguardia de l'amico muro.
        Idifensori a grandinar le pietre
da l'alte mura in guisaincominciaro
e quasi innumerabili faretre
tante saette a gliarchi ministraro
che forza è pur che 'l franco stuols'arretre;
e i saracin ne la cittade entraro.
Ma giàRinaldoavendo il piè sottratto
al giacente destriers'era qui tratto.
        Veniaper far nel barbaro omicida
de l'estinto Dudone aspra vendetta
efra' suoi giunto alteramente grida:
"Or qual indugio èquesto? e che s'aspetta?
poi ch'è morto il signor che ne fuguida
ché non corriamo a vendicarlo in fretta?
Dunquein sí grave occasion di sdegno
esser può fragil muroa noi ritegno?
        Nonse di ferro doppio o d'adamante
questa muraglia impenetrabilfosse
colà dentro securo il fero Argante
s'appiatteriada le vostr'alte posse:
andiam pure a l'assalto!" Ed egliinante
a tutti gli altri in questo dir si mosse
chénulla teme la secura testa
o di sasso o di strai nembo o tempesta.
        Ei crollando ilgran capoalza la faccia
piena di sí terribileardimento
che sin dentro a le mura i cori agghiaccia
a idifensor d'insolito spavento.
Mentre egli altri rincoraaltriminaccia
sopravien chi reprime il suo talento;
chéGoffredo lor manda il buon Sigiero
de' gravi imperii suoi nunziosevero.
        Questisgrida in suo nome il troppo ardire
e incontinente il ritornarimpone:
"Tornatene" dicea "ch'a le vostr'ire
nonè il loco opportuno o la stagione;
Goffredo il vi comanda."A questo dire
Rinaldo si frenòch'altrui fu sprone
benchédentro ne fremae in piú d'un segno
dimostri fuore il malcelato sdegno.
        Tornàrle schiere indietroe da i nemici
non fu il ritorno lor puntoturbato;
né in parte alcuna de gli estremi uffici
ilcorpo di Dudon restò fraudato.
Su le pietose braccia i fidiamici
portàrlocaro peso ed onorato.
Mira intanto ilBuglion d'eccelsa parte
de la forte cittade il sito e l'arte.
        Gierusalem sovraduo colli è posta
d'impari attezzae vòlti fronte afronte.
Va per lo mezzo suo valle interposta
che leidistinguee l'un da l'altro monte.
Fuor da tre lati ha malagevolcosta
per l'altro vassie non par che si monte;
mad'altissime mura è piú difesa
la parte pianae'ncontra Borea è stesa.
        Lacittà dentro ha lochi in cui si serba
l'acqua che pioveelaghi e fonti vivi;
ma fuor la terra intorno è nudad'erba
e di fontane sterile e di rivi.
Né si vedefiorir lieta e superba
d'alberie fare schermo a i raggiestivi
se non se in quanto oltra sei miglia un bosco
sorged'ombre nocenti orrido e fosco.
        Hada quel lato donde il giorno appare
del felice Giordan le nobilonde;
e da la parte occidentaldel mare
Mediterraneo l'arenosesponde.
Verso Borea è Betèlch'alzòl'altare
al bue de l'oroe la Samariae donde
Austro portarle suol piovoso nembo
Betelèm che 'l gran parto ascose ingrembo.
        Or mentreguarda e l'alte mura e 'l sito
de la città Goffredo e delpaese
e pensa ove s'accampionde assalito
sia il muro ostilpiú facile a l'offese
Erminia il videe dimostrollo adito
al re paganoe cosí a dir riprese:
"Goffredoè quelche nel purpureo ammanto
ha di regio e d'augusto insé cotanto.
        Veramenteè costui nato a l'impero
sí del regnardelcomandar sa l'arti
e non minor che duce è cavaliero
madel doppio valor tutte ha le parti;
né fra turba sígrande uom piú guerriero
o piú saggio di lui potreimostrarti.
Sol Raimondo in consiglioed in battaglia
solRinaldo e Tancredi a lui s'agguaglia."
        Rispondeil re pagan: "Ben ho di lui
contezzae 'l vidi a la grancorte in Francia
quand'io d'Egitto messaggier vi fui
e 'lvidi in nobil giostra oprar la lancia;
e se ben gli annigiovenetti sui
non gli vestian di piume ancor la guancia
purdava a i dettia l'oprea le sembianze
presagio omaid'altissime speranze;
        presagioahi troppo vero!" E qui le ciglia
turbate inchinae poil'inalza e chiede:
"Dimmi chi sia colui c'ha pur vermiglia
lasopravestae seco a par si vede.
Oh quanto di sembianti a luisomiglia!
se ben alquanto di statura cede."
"ÈBaldovin" risponde "e ben si scopre
nel volto a luifratelma piú ne l'opre.
        Orrimira colui chequasi in modo
d'uomo che consiglista dal'altro fianco:
quegli è Raimondoil qual tanto tilodo
d'accorgimentouom già canuto e bianco.
Non èchi tesser me' bellico frodo
di lui sapesse o sia latino ofranco;
ma quell'altro piú in làch'orato hal'elmo
del re britanno è il buon figliuol Guglielmo.
        V'è Guelfosecoe gli è d'opre leggiadre
emuloe d'alto sangue ed'alto stato:
ben il conosco a le sue spalle quadre
ed a quelpetto colmo e rilevato.
Ma 'l gran nemico mio tra questesquadre
già riveder non possoe pur vi guato;
io dicoBoemondo il micidiale
distruggitor del sangue mio reale."
        Cosíparlavan questi; e 'l capitano
poi ch'intorno ha miratoa i suoidiscende;
e perché crede che la terra in vano
s'oppugneriadov'il piú erto ascende
contra lo porta Aquilonarnelpiano
che con lei si congiungealza le tende;
e quinciprocedendo infra la torre
che chiamano Angolar gli altri fa porre.
        Da quel giro delcampo è contenuto
de la cittade il terzoo poco meno
ched'ogn'intorno non avria potuto
(cotanto ella volgea) cingerla apieno;
ma le vie tutte ond'aver pote aiuto
tenta Goffredod'impedirle almeno
ed occupar fa gli opportuni passi
onde dalei si viene ed a lei vassi.
        Imponche sian le tende indi munite
e di fosse profonde e ditrinciere
che d'una parte a cittadine uscite
da l'altraoppone a correrie straniere.
Ma poi che fur quest'operefornite
vols'egli il corpo di Dudon vedere
e colàtrasse ove il buon duce estinto
da mesta turba e lagrimosa ècinto.
        Di nobilpompa i fidi amici ornaro
il gran ferètro ove sublime eigiace.
Quando Goffredo entròle turbe alzaro
la voceassai piú flebile e loquace;
ma con volto né torbidoné chiaro
frena il suo affetto il pio Buglionee tace.
Epoi che 'n lui pensando alquanto fisse
le luci ebbe tenuteal finsí disse:
        "Giànon si deve a te doglia né pianto
che se mori nel mondoin Ciel rinasci;
e qui dove ti spogli il mortal manto
di gloriaimpresse alte vestigia lasci.
Vivesti qual guerrier cristiano esanto
e come tal sei morto; or godie pasci
in Dio gli occhibramosio felice alma
ed hai del bene oprar corona e palma.
        Vivi beata purché nostra sorte
non tua sventuraa lagrimarn'invita
poscia ch'al tuo partir sí degna e forte
partedi noi fa co 'l tuo piè partita.
Ma se questache 'l vulgoappella morte
privati ha noi d'una terrena aita
celeste aitaora impetrar ne puoi
che 'l Ciel t'accoglie infra gli eletti suoi.
        E come a nostropro veduto abbiamo
ch'usaviuom già mortall'armemortali
cosí vederti oprare anco speriamo
spirtodivinl'arme del Ciel fatali.
Impara i voti omaich'a teporgiamo
raccòrree dar soccorso a i nostri mali:
indivittoria annunzio; a te devoti
solverem trionfando al tempio ivoti."
        Cosídiss'egli; e già la notte oscura
avea tutti del giorno iraggi spenti
e con l'oblio d'ogni noiosa cura
ponea tregua ale lagrimea i lamenti.
Ma il capitanch'espugnar mai lemura
non crede senza i bellici tormenti
pensa ond'abbia letravied in quai forme
le machine componga; e poco dorme.
        Sorse a pari co'l soleed egli stesso
seguir la pompa funeral poi volle.
ADudon d'odorifero cipresso
composto hanno un sepolcro a pièd'un colle
non lunge a gli steccati; e sovra ad esso
un'altissimapalma i rami estolle.
Or qui fu postoe i sacerdotiintanto
quiete a l'alma gli pregàr co 'l canto.
        Quinci e quindifra i rami erano appese
insegne e prigioniere arme diverse
giàda lui tolte in piú felici imprese
a le genti di Siria ed ale perse.
De la corazza suade l'altro arnese
in mezzo ilgrosso tronco si coperse.
"Qui" vi fu scritto poi "giaceDudone:
onorate l'altissimo campione."
        Mail pietoso Buglionpoi che da questa
opra si tolse dolorosa epia
tutti i fabri del campo a la foresta
con buona scorta disoldati invia.
Ella è tra valli ascosae manifesta
l'aveafatta a i Francesi uom di Soria.
Qui per troncar le machinen'andaro
a cui non abbia la città riparo.
        L'unl'altro essorta che le piante atterri
e faccia al bosco inusitatioltraggi.
Caggion recise da i pungenti ferri
le sacre palme e ifrassini selvaggi
i funebri cipressi e i pini e i cerri
l'elcifrondose e gli alti abeti e i faggi
gli olmi maritia cui talors'appoggia
la vitee con piè torto al ciel se 'n poggia.
        Altri i tassiele quercie altri percote
che mille volte rinovàr lechiome
e mille volte ad ogni incontro immote
l'ire de' ventihan rintuzzate e dome;
ed altri impone a le stridenti rote
d'ornie di cedri l'odorate some.
Lascian al suon de l'armeal variogrido
e le fère e gli augei la tana e 'l nido.






CANTO QUARTO



Argomento

      Tutti i Numi d'Inferno a se raccoglie
L'Imperatordel tenebroso regno:
E per dar a Cristiani acerbe doglie
Vuolch'usi ognun di lor suo iniquo ingegno.
Per lor opra Idraote acrude voglie
Si volgee vuol ch'Armida al suo disegno
Spianila via parlando in dolci modi;
E sue macchine sian bellezze efrodi.

 

        Mentreson questi a le bell'opre intenti
perché debbiano tosto inuso porse
il gran nemico de l'umane genti
contra i cristiani ilividi occhi torse;
e scorgendogli omai lieti e contenti
ambole labra per furor si morse
e qual tauro ferito il suodolore
versò mugghiando e sospirando fuore.
        Quinciavendopur tutto il pensier vòlto
a recar ne' cristiani ultimadoglia
che siacomandail popol suo raccolto
(concilioorrendo!) entro la regia soglia;
come sia pur leggiera impresaahi stolto!
il repugnare a la divina voglia:
stoltoch'alCiel s'agguagliae in oblio pone
come di Dio la destra iratatuone.
        Chiama gliabitator de l'ombre eterne
il rauco suon de la tartareatromba.
Treman le spaziose atre caverne
e l'aer cieco a quelromor rimbomba;
né sí stridendo mai da lesuperne
regioni del cielo il folgor piomba
né síscossa giamai trema la terra
quando i vapori in sen gravida serra.
        Tosto gli dèid'Abisso in varie torme
concorron d'ogn'intorno a l'alte porte.
Ohcome straneoh come orribil forme!
quant'è ne gli occhilor terrore e morte!
Stampano alcuni il suol di ferine orme
e'n fronte umana han chiome d'angui attorte
e lor s'aggira dietroimmensa coda
che quasi sferza si ripiega e snoda.
        Quimille immonde Arpie vedresti e mille
Centauri e Sfingi e pallideGorgoni
molte e molte latrar voraci Scille
e fischiar Idre esibilar Pitoni
e vomitar Chimere atre faville
e Polifemiorrendi e Gerioni;
e in novi mostrie non piú intesi ovisti
diversi aspetti in un confusi e misti.
        D'essiparte a sinistra e parte a destra
a seder vanno al crudo redavante.
Siede Pluton nel mezzoe con la destra
sostien loscettro ruvido e pesante;
né tanto scoglio in marnérupe alpestra
né pur Calpe s'inalza o 'l magnoAtlante
ch'anzi lui non paresse un picciol colle
sí lagran fronte e le gran corna estolle.
        Orridamaestà nel fero aspetto
terrore accrescee piúsuperbo il rende:
rosseggian gli occhie di veneno infetto
comeinfausta cometa il guardo splende
gl'involve il mento e sul'irsuto petto
ispida e folta la gran barba scende
e in guisadi voragine profonda
s'apre la bocca d'atro sangue immonda.
        Qual i fumisulfurei ed infiammati
escon di Mongibello e 'l puzzo e 'ltuono
tal de la fera bocca i negri fiati
tale il fetore e lefaville sono.
Mentre ei parlavaCerbero i latrati
ripresseel'Idra si fe' muta al suono;
restò Cocitoe ne tremàrgli abissi
e in questi detti il gran rimbombo udissi:
        "Tartareinumidi seder piú degni
là sovra il soleond'èl'origin vostra
che meco già da i piú feliciregni
spinse il gran caso in questa orribil chiostra
gliantichi altrui sospetti e i feri sdegni
noti son troppoe l'altaimpresa nostra;
or Colui regge a suo voler le stelle
e noisiam giudicate alme rubelle.
        Edin vece del dí sereno e puro
de l'aureo solde glistellati giri
n'ha qui rinchiusi in questo abisso oscuro
névuol ch'al primo onor per noi s'aspiri;
e poscia (ahi quanto aricordarlo è duro!
quest'è quel che piúinaspra i miei martíri)
ne' bei seggi celesti ha l'uomchiamato
l'uom vile e di vil fango in terra nato.
        Néciò gli parve assai; ma in preda a morte
sol per farne piúdannoil figlio diede.
Ei venne e ruppe le tartaree porte
eporre osò ne' regni nostri il piede
e trarne l'alme a noidovute in sorte
e riportarne al Ciel sí riccheprede
vincitor trionfandoe in nostro scherno
l'insegne ivispiegar del vinto Inferno.
        Mache rinovo i miei dolor parlando?
Chi non ha già l'ingiurienostre intese?
Ed in qual parte si trovònéquando
ch'egli cessasse da l'usate imprese?
Non piúdéssi a l'antiche andar pensando
pensar dobbiamo a lepresenti offese.
Deh! non vedete omai com'egli tenti
tutte alsuo culto richiamar le genti?
        Noitrarrem neghittosi i giorni e l'ore
né degna cura fia che'l cor n'accenda?
e soffrirem che forza ognor maggiore
il suopopol fedele in Asia prenda?
e che Giudea soggioghi? e che 'l suoonore
che 'l nome suo piú si dilati e stenda?
che suoniin altre linguee in altri carmi
si scrivae incida in novibronzi e marmi?
        Chesian gl'idoli nostri a terra sparsi?
ch'i nostri altari il mondoa lui converta?
ch'a lui sospesi i votia lui sol arsi
sianogl'incensied auro e mirra offerta?
ch'ove a noi tempio non soleaserrarsi
or via non resti a l'arti nostre aperta?
che ditant'alme il solito tributo
ne manchie in vòto regnoalberghi Pluto?
        Ah!non fia verché non sono anco estinti
gli spirti in voi diquel valor primiero
quando di ferro e d'alte fiammecinti
pugnammo già contra il celeste impero.
Fummoiono 'l negoin quel conflitto vinti
pur non mancò virtuteal gran pensiero.
Diede che che si fosse a lui vittoria:
rimasea noi d'invitto ardir la gloria.
        Maperché piú v'indugio? Iteneo miei
fidi consortiomia potenza e forze:
ite velocied opprimete i rei
prima che'l lor poter piú si rinforze;
pria che tutt'arda il regnode gli Ebrei
questa fiamma crescente omai s'ammorze;
fra loroentratee in ultimo lor danno
or la forza s'adopri ed orl'inganno.
        Siadestin ciò ch'io voglio: altri disperso
se 'n vada errandoaltri rimanga ucciso
altri in cure d'amor lascive immerso
idolsi faccia un dolce sguardo e un riso.
Sia il ferro incontra 'l suorettor converso
da lo stuol ribellante e 'n sé diviso:
pèrail campo e ruinie resti in tutto
ogni vestigio suo con luidistrutto."
        Nonaspettàr già l'alme a Dio rubelle
che fosser questevoci al fin condotte;
ma fuor volando a riveder le stelle
giàse n'uscian da la profonda notte
come sonanti e torbideprocelle
che vengan fuor de le natie lor grotte
ad oscurar ilcieloa portar guerra
a i gran regni del mar e de la terra.
        Tostospiegandoin vari lati i vanni
si furon questi per lo mondo sparti
e'ncominciaro a fabricar inganni
diversi e novie ad usar lorarti.
Ma di' tuMusacome i primi danni
mandassero a icristiani e di quai parti;
tu 'l saie di tant'opra a noi sílunge
debil aura di fama a pena giunge.
        ReggeaDamasco e le città vicine
Idraotefamoso e nobil mago
chefin da' suoi prim'anni a l'indovine
arti si diedee ne fu ognorpiú vago.
Ma che giovàrse non poté delfine
di quella incerta guerra esser presago?
Ned aspetto distelle erranti o fisse
né risposta d'inferno il verpredisse.
        Giudicòquesti (ahicieca umana mente
come i giudizi tuoi son vani etorti!)
ch'a l'essercito invitto d'Occidente
apparecchiasse ilCiel ruine e morti;
peròcredendo che l'egizia gente
lapalma de l'impresa al fin riporti
desia che 'l popol suo ne lavittoria
sia de l'acquisto a parte e de la gloria.
        Maperché il valor franco ha in grande stima
di sanguignavittoria i danni teme;
e va pensando con qual arte in prima
ilpoter de' cristiani in parte sceme
sí che piúagevolmente indi s'opprima
da le sue genti e da l'egizieinsieme:
in questo suo pensier il sovragiunge
l'angelo iniquoe piú l'instiga e punge.
        Essoil consigliae gli ministra i modi
onde l'impresa agevolar sipote.
Donna a cui di beltà le prime lodi
concedeal'Orienteè sua nepote:
gli accorgimenti e le piúocculte frodi
ch'usi o femina o maga a lei son note.
Questa asé chiama e seco i suoi consigli
compartee vuol che curaella ne pigli.
        Dice:"O diletta miache sotto biondi
capelli e fra sítenere sembianze
canuto senno e cor virile ascondi
e giàne l'arti mie me stesso avanze
gran pensier volgo; e se tu luisecondi
seguiteran gli effetti a le speranze.
Tessi la telach'io ti mostro ordita
di cauto vecchio essecutrice ardita.
        Vanne al camponemico: ivi s'impieghi
ogn'arte feminil ch'amore alletti.
Bagnadi pianto e fa' melati i preghi
tronca e confondi co' sospiri idetti:
beltà dolente e miserabil pieghi
al tuo volere ipiú ostinati petti.
Vela il soverchio ardir con lavergogna
e fa' manto del vero a la menzogna.
        Prendis'esser potràGoffredo a l'esca
de' dolci sguardi e de'be' detti adorni
sí ch'a l'uomo invaghito omairincresca
l'incominciata guerrae la distorni.
Se ciònon puoigli altri piú grandi adesca:
menagli in parteond'alcun mai non torni."
Poi distingue i consigli; al fin ledice:
"Per la féper la patria il tutto lice."
        La bella Armidadi sua forma altera
e de' doni del sesso e de l'etate
l'impresaprendee in su la prima sera
parte e tiene sol vie chiuse ecelate;
e 'n treccia e 'n gonna feminile spera
vincer popoliinvitti e schiere armate.
Ma son del suo partir tra 'l vulgo adarte
diverse voci poi diffuse e sparte.
        Doponon molti dí vien la donzella
dove spiegate i Franchi aveanle tende.
A l'apparir de la beltà novella
nasce unbisbiglio e 'l guardo ognun v'intende
sí come làdove cometa o stella
non piú vista di giornoin cielrisplende;
e traggon tutti per veder chi sia
sí bellaperegrinae chi l'invia.
        Argonon mainon vide Cipro o Delo
d'abito o di beltà forme sícare:
d'auro ha la chiomaed or dal bianco velo
traluceinvoltaor discoperta appare.
Cosíqualor si rasserena ilcielo
or da candida nube il sol traspare
or da la nubeuscendo i raggi intorno
piú chiari spiega e ne raddoppia ilgiorno.
        Fa novecrespe l'aura al crin disciolto
che natura per sérincrespa in onde;
stassi l'avaro sguardo in sé raccolto
ei tesori d'amore e i suoi nasconde.
Dolce color di rose in quelbel volto
fra l'avorio si sparge e si confonde
ma ne la boccaonde esce aura amorosa
sola rosseggia e semplice la rosa.
        Mostra il belpetto le sue nevi ignude
onde il foco d'Amor si nutre edesta.
Parte appar de le mamme acerbe e crude
parte altrui nericopre invida vesta:
invidama s'a gli occhi il varcochiude
l'amoroso pensier già non arresta
chénon ben pago di bellezza esterna
ne gli occulti secreti ancos'interna.
        Comeper acqua o per cristallo intero
trapassa il raggioe no 'ldivide o parte
per entro il chiuso manto osa il pensiero
sípenetrar ne la vietata parte.
Ivi si spaziaivi contempla ilvero
di tante meraviglie a parte a parte;
poscia al desio lenarra e le descrive
e ne fa le sue fiamme in lui piú vive.
        Lodata passa evagheggiata Armida
fra le cupide turbee se n'avede.
No 'lmostra giàbenché in suo cor ne rida
e ne disegnialte vittorie e prede.
Mentresospesa alquantoalcuna guida
chela conduca al capitan richiede
Eustazio occorse a leiche delsovrano
principe de le squadre era germano.
        Comeal lume farfallaei si rivolse
a lo splendor de la beltàdivina
e rimirar da presso i lumi volse
che dolcemente attomodesto inchina;
e ne trasse gran fiamma e la raccolse
come dafoco suole esca vicina
e disse verso leich'audace e baldo
ilfea de gli anni e de l'amore il caldo:
        "Donnase pur tal nome a te conviensi
ché non somigli tu cosaterrena
né v'è figlia d'Adamo in cuidispensi
cotanto il Ciel di sua luce serena
che da te siricerca? ed onde viensi?
qual tua ventura o nostra or qui timena?
Fa' che sappia chi seifa' ch'io non erri
ne l'onorarti;e s'è ragionm'atterri."
        Risponde:"Il tuo lodar troppo alto sale
né tanto in suso ilmerto nostro arriva.
Cosa vedisignornon pur mortale
ma giàmorta a i dilettial duol sol viva;
mia sciagura mi spinge inloco tale
vergine peregrina e fuggitiva.
Ricovro al pioGoffredoe in lui confido
tal va di sua bontate intorno il grido.
        Tu l'aditom'impetra al capitano
s'haicome parealma cortese e pia."
Edegli: "È ben ragion ch'a l'un germano
l'altro tiguidie intercessor ti sia.
Vergine bellanon ricorri invano
non è vile appo lui la grazia mia;
spender tuttopotraicome t'aggrada
ciò che vaglia il suo scettro o lamia spada."
        Tacee la guida ove tra i grandi eroi
allor dal vulgo il pio Buglions'invola.
Essa inchinollo riverentee poi
vergognosetta nonfacea parola.
Ma quei rossorma quei timori suoi
rassecura ilguerriero e riconsola
sí che i pensati inganni al finespiega
in suon che di dolcezza i sensi lega.
        "Principeinvitto" disse "il cui gran nome
se 'n vola adorno disí ricchi fregi
che l'esser da te vinte e in guerradome
recansi a gloria le provincie e i regi
noto per tutto èil tuo valor; e come
sin da i nemici avien che s'ami e pregi
cosíanco i tuoi nemici affidae invita
di ricercarti e d'impetrarneaita.
        Ed iochenacqui in sí diversa fede
che tu abbassasti e ch'ord'opprimer tenti
per te spero acquistar la nobil sede
e loscettro regal de' miei parenti;
e s'altri aita a i suoi congiuntichiede
contro il furor de le straniere genti
iopoi che 'nlor non ha pietà piú loco
contra il mio sangue ilferro ostile invoco.
        Iote chiamoin te spero; e in quella altezza
puoi tu sol pormi ondesospinta io fui
né la tua destra esser dée menoavezza
di sollevar che d'atterrar altrui
né meno ilvanto di pietà si prezza
che 'l trionfar de gl'inimicisui;
e s'hai potuto a molti il regno tòrre
fia gloriaegual nel regno or me riporre.
        Mase la nostra fé varia ti move
a disprezzar forse i mieipreghi onesti
la féc'ho certa in tua pietàmigiove
né dritto par ch'ella delusa resti.
Testimone èquel Dio ch'a tutti è Giove
ch'altrui piú giustaaita unqua non désti.
Ma perché il tutto a pienointendaor odi
le mie sventure insieme e l'altrui frodi.
        Figlia i' sond'Arbilanche 'l regno tenne
del bel Damasco e in minor sortenacque
ma la bella Cariclia in sposa ottenne
cui farlo erededel suo imperio piacque.
Costei co 'l suo morir quasi prevenne
ilnascer mioch'in tempo estinta giacque
ch'io fuori uscia del'alvo; e fu il fatale
giorno ch'a lei dié mortea menatale.
        Ma ilprimo lustro a pena era varcato
dal dí ch'ella spogliossiil mortal velo
quando il mio genitorcedendo al fato
forsecon lei si ricongiunse in Cielo
di me cura lassando e de lostato
al fratelch'egli amò con tanto zelo
chese inpetto mortal pietà risiede
esser certo dovea de la suafede.
        Presodunque di me questi il governo
vago d'ogni mio ben si mostròtanto
che d'incorrotta féd'amor paterno
e d'immensapietade ottenne il vanto
o che 'l maligno suo pensierointerno
celasse allor sotto contrario manto
o che sincereavesse ancor le voglie
perch'al figliuol mi destinava in moglie.
        Io crebbiecrebbe il figlio; e mai né stile
di cavaliernénobil arte apprese
nulla di pellegrino o di gentile
glipiacque mainé mai troppo alto intese;
sotto diformeaspetto animo vile
e in cor superbo avare voglie accese:
ruvidoin attied in costumi è tale
ch'è sol ne' vizi a semedesmo eguale.
        Orail mio buon custode ad uom sí degno
unirmi in matrimonio insé prefisse
e farlo del mio letto e del mioregno
consorte; e chiaro a me piú volte il disse.
Usòla lingua e l'arteusò l'ingegno
perché 'l bramatoeffetto indi seguisse
ma promessa da me non trasse mai
anziritrosa ognor tacqui o negai.
        Partissialfin con un sembiante oscuro
onde l'empio suo cor chiarotrasparve;
e ben l'istoria del mio mal futuro
leggergli scrittain fronte allor mi parve.
Quinci i notturni miei riposifuro
turbati ognor da strani sogni e larve
ed un fatale orrorne l'alma impresso
m'era presagio de' miei danni espresso.
        Spesso l'ombramaterna a me s'offria
pallida imago e dolorosa in atto
quantodiversaoimè!da quel che pria
visto altrove il suo voltoavea ritratto!
`Fuggifiglia' dicea `morte sí ria
cheti sovrasta omaipàrtiti ratto
già veggio il tòscoe 'l ferro in tuo sol danno
apparecchiar dal perfido tiranno.'
        Ma che giovavaoimè!che del periglio
vicino omai fosse presago ilcore
s'irresoluta in ritrovar consiglio
la mia tenera etàrendea il timore?
Prender fuggendo volontario essiglio
eignuda uscir del patrio regno fuore
grave era sí ch'io feaminore stima
di chiuder gli occhi ove gli apersi in prima.
        Temealassa!lamortee non avea
(chi 'l crederia?) poi di fuggirla ardire;
escoprir la mia tema anco temea
per non affrettar l'ore al miomorire.
Cosí inquieta e torbida traea
la vita in uncontinuo martíre
qual uom ch'aspetti che su 'l colloignudo
ad or ad or gli caggia il ferro crudo.
        Intal mio statoo fosse amica sorte
o ch'a peggio mi serbi il miodestino
un de' ministri de la regia corte
che 'l re mio padres'allevò bambino
mi scoperse che 'l tempo a la miamorte
dal tiranno prescritto era vicino
e ch'egli a quelcrudele avea promesso
di porgermi il venen quel giorno stesso.
        E mi soggiunsepoi ch'a la mia vita
sol fuggendoallungar poteva il corso;
epoi ch'altronde io non sperava aita
pronto offrí semedesmo al mio soccorso
e confortando mi rendé síardita
che del timor non mi ritenne il morso
sí ch'ionon disponessi a l'aer cieco
la patria e 'l zio fuggendoandarneseco.
        Sorse lanotte oltra l'usato oscura
che sotto l'ombre amiche necoperse
onde con due donzelle uscii secura
compagne elette ale fortune averse;
ma pure indietro a le mie patrie mura
leluci io rivolgea di pianto asperse
né de la vista delnatio terreno
poteapartendosaziarle a pieno.
        Feal'istesso camin l'occhio e 'l pensiero
e mal suo grado il piedeinanzi giva
sí come nave ch'improviso e fero
turbinescioglia da l'amata riva.
La notte andammo e 'l dí seguenteintero
per lochi ov'orma altrui non appariva;
ci ricovrammo inun castello al fine
che siede del mio regno in su 'l confine.
        È d'Aronteil castelch'Aronte fue
quel che mi trasse di periglio escòrse.
Ma poiché me fuggito aver le sue
mortaliinsidie il traditor s'accorse
acceso di furor contr'ambedue
lesue colpe medesme in noi ritorse;
ed ambo fece rei diquell'eccesso
che commetter in me volse egli stesso.
        Disse ch'Arontei' avea con doni spinto
fra sue bevande a mescolar veneno
pernon averpoi ch'egli fosse estinto
chi legge mi prescriva otenga a freno;
e ch'ioseguendo un mio lascivo instinto
volearaccòrmi a mille amanti in seno.
Ahiche fiamma del cieloanzi in me scenda
santa onestàch'io le tue leggioffenda!
        Ch'avarafame d'oro e sete insieme
del mio sangue innocente il crudoavesse
grave m'è sí; ma via piú il cor mipreme
che 'l mio candido onor macchiar volesse.
L'empioche ipopolari impeti teme
cosí le sue menzogne adorna etesse
che la cittàdel ver dubbia e sospesa
sollevatanon s'arma a mia difesa.
        Néperch'or sieda nel mio seggio e 'n fronte
già gli risplendala regal corona
pone alcun fine a i miei gran dannia l'onte
síla sua feritate oltra lo sprona.
Arder minaccia entro 'l castelloAronte
se di proprio voler non s'imprigiona;
ed a melassa!e 'nsieme a i miei consorti
guerra annunzia non purma strazi emorti.
        Ciòdice egli di far perché dal volto
cosí lavarsi lavergogna crede
e ritornar nel gradoond'io l'ho tolto
l'onordel sangue e de la regia sede;
ma il timor n'è cagion chenon ritolto
gli sia lo scettro ond'io son vera erede
chésol s'io caggio por fermo sostegno
con le ruine mie pote al suoregno.
        E ben quelfine avrà l'empio desire
che già il tiranno hastabilito in mente
e saran nel mio sangue estinte l'ire
chedal mio lagrimar non fiano spente
se tu no 'l vieti. A terifuggoo sire
io misera fanciullaorbainnocente;
e questopiantoond'ho i tuoi piedi aspersi
vagliami sí che 'lsangue io poi non versi.
        Perquesti piedi ond'i superbi e gli empi
calchiper questa man che'l dritto aita
per l'alte tue vittoriee per que' tèmpi
sacricui désti e cui dar cerchi aita
il mio desirtu che puoisoloadempi
e in un co 'l regno a me serbi la vita
la tuapietà; ma pietà nulla giove
s'anco te il dritto ela ragion non move.
        Tucui concesse il Cielo e dielti in fato
voler il giusto e poter ciòche vuoi
a me salvar la vitaa te lo stato
(ché tuofia s'io 'l ricovro) acquistar puoi.
Fra numero sí grande ame sia dato
diece condur de' tuoi piú forti eroi
ch'avendoi padri amici e 'l popol fido
bastan questi a ripormi entro almio nido.
        Anzi unde' primia la cui fé commessa
è la custodia disecreta porta
promette aprirla e ne la reggia stessa
pórcidi notte tempoe sol m'essorta
ch'io da te cerchi alcuna aita; ein essa
per picciola che siasi riconforta
piú ches'altronde avesse un grande stuolo
tanto l'insegne estima e 'lnome solo."
        Ciòdettotace; e la risposta attende
con atto che 'n silenzio havoce e preghi.
Goffredo il dubbio cor volve e sospende
frapensier varie non sa dove il pieghi.
Teme i barbari ingannieben comprende
che non è fede in uom ch'a Dio la neghi.
Mad'altra parte in lui pietoso affetto
si destache non dorme innobil petto.
        Népur l'usata sua pietà natia
vuol che costei de la suagrazia degni
ma il move util ancorch'util gli fia
che nel'imperio di Damasco regni
chi da lui dipendendo apra la via
edagevoli il corso a i suoi disegni
e genti ed arme gli ministri edoro
contra gli Egizi e chi sarà con loro.
        Mentreei cosí dubbioso a terra vòlto
lo sguardo tienee'l pensier volve e gira
la donna in lui s'affisae dal suovolto
intenta pende e gli atti osserva e mira;
e perchétarda oltra 'l suo creder molto
la rispostane teme e nesospira.
Quegli la chiesta grazia al fin negolle
ma dièrisposta assai cortese e molle:
        "S'inservigio di Dioch'a ciò n'elesse
non s'impiegasser quile nostre spade
ben tua speme fondar potresti in esse
esoccorso trovarnon che pietade;
ma se queste sue greggie equeste oppresse
mura non torniam prima in libertade
giusto nonècon iscemar le genti
che di nostra vittoria il corsoallenti.
        Ben tiprometto (e tu per nobil pegno
mia fé ne prendie vivi inlei secura)
che se mai sottrarremo al giogo indegno
questesacre e dal Ciel dilette mura
di ritornarti al tuo perdutoregno
come pietà n'essortaavrem poi cura.
Or mifarebbe la pietà men pio
s'anzi il suo dritto io nonrendessi a Dio."  
        Aquel parlar chinò la donna e fisse
le luci a terraestette immota alquanto;
poi sollevolle rugiadose edisse
accompagnando i flebil atti al pianto:
"Misera! eda qual altra il Ciel prescrisse
vita mai grave ed immutabiltanto
che si cangia in altrui mente e natura
pria che si cangiin me sorte sí dura?
        Nullaspeme piú restain van mi doglio:
non han piú forzain uman petto i preghi.
Forse lece sperar che 'l miocordoglio
che te non mosseil reo tiranno pieghi?
Négià te d'inclemenza accusar voglio
perché 'l picciolsoccorso a me si neghi
ma il Cielo accusoonde il mio maldiscende
che 'n te pietate innessorabil rende.
        Nontusignorné tua bontade è tale
ma 'l mio destinoè che mi nega aita.
Crudo destinoempio destinfatale
uccidi omai questa odiosa vita.
L'avermi privaoimè!fu picciol male
de' dolci padri in loro età fiorita
senon mi vedi ancordel regno priva
qual vittima al coltello andarcattiva.
        Chépoi che legge d'onestate e zelo
non vuol che qui sílungamente indugi
a cui ricovro intanto? ove mi celo?
o quaicontra il tiranno avrò rifugi?
Nessun loco sí chiusoè sotto il cielo
ch'a l'or non s'apra: or perchétanti indugi?
Veggio la mortee se 'l fuggirla èvano
incontro a lei n'andrò con questa mano."
        Qui tacqueeparve ch'un regale sdegno
e generoso l'accendesse in vista;
e'l piè volgendo di partir fea segno
tutta ne gli attidispettosa e trista.
Il pianto si spargea senza ritegno
com'irasuol produrlo a dolor mista
e le nascenti lagrime a vederle
eranoa i rai del sol cristallo e perle.
        Leguancie asperse di que' vivi umori
che giú cadean sin de laveste al lembo
parean vermigli insieme e bianchi fiori
se purgli irriga un rugiadoso nembo
quando su l'apparir de' primialbori
spiegano a l'aure liete il chiuso grembo;
e l'albacheli mira e se n'appaga
d'adornarsene il crin diventa vaga.
        Ma il chiaroumorche di sí spesse stille
le belle gote e 'l senoadorno rende
opra effetto di focoil qual in mille
pettiserpe celato e vi s'apprende.
O miracol d'Amorche lefaville
tragge del piantoe i cor ne l'acqua accende!
Sempresovra natura egli ha possanza.
ma in virtú di costei sestesso avanza.
        Questofinto dolor da molti elice
lagrime veree i cor piú durispetra.
Ciascun con lei s'affliggee fra sé dice:
"Semercé da Goffredo or non impetra
ben fu rabbiosa tigre alui nutrice
e 'l produsse in aspr'alpe orrida pietra
o l'ondache nel mar si frange e spuma:
crudelche tal beltà turbae consuma."
        Mail giovenetto Eustazioin cui la face
di pietade e d'amore èpiú fervente
mentre bisbiglia ciascun altroe tace
sitragge avanti e parla audacemente:
"O germano e signortroppo tenace
del suo primo proposto è la tua mente
s'alconsenso comunche brama e prega
arrendevole alquanto or non sipiega.
        Non dicoio già che i principich'a cura
si stanno qui de' popolisoggetti
torcano il piè da l'oppugnate mura
e sian gliuffici lor da lor negletti;
ma fra noiche guerrier siam diventura
senz'alcun proprio peso e meno astretti
a le leggi degli altrielegger diece
difensori del giusto a te ben lece;
        ch'al servigio diDio già non si toglie
l'uom ch'innocente verginedifende
ed assai care al Ciel son quelle spoglie
che d'uccisotiranno altri gli appende.
Quando dunque a l'impresa or nonm'invoglie
quell'util certo che da lei s'attende
mi ci move ildoverch'a dar tenuto
è l'ordin nostro a le donzelleaiuto.
        Ah! nonsia verper Dioche si ridica
in Franciao dove in pregio ècortesia
che si fugga da noi rischio o fatica
per cagion cosígiusta e cosí pia.
Io per me qui depongo elmo e lorica
quimi scingo la spadae piú non fia
ch'adopri indegnamentearme o destriero
o 'l nome usurpi mai di cavaliero."
        Cosífavella; e seco in chiaro suono
tutto l'ordine suo concordefreme
e chiamando il consiglio utile e buono
co' preghi ilcapitan circonda e preme.
"Cedo" egli disse allora "evinto sono
al concorso di tanti uniti insieme;
abbiase parviil chiesto don costei
da i vostri sínon da i consiglimiei.
        Ma seGoffredo di credenza alquanto
pur trova in voitemprate i vostriaffetti."
Tanto ei sol dissee basta lor ben tanto
perchéciascun quel che concede accetti.
Or che non può di belladonna il pianto
ed in lingua amorosa i dolci detti?
Esce davaghe labra aurea catena
che l'alme a suo voler prende ed affrena.
        Eustazio leirichiamae dice: "Omai
cessivaga donzellail tuodolore
ché tal da noi soccorso in breve avrai
qual parche piú 'l richieggia il tuo timore."
Serenòallora i nubilosi rai
Armidae sí ridente apparvefuore
ch'innamorò di sue bellezze il cielo
asciugandosigli occhi co 'l bel velo.
        Rendélor posciain dolci e care note
grazie per l'alte grazie a leiconcesse
mostrando che sariano al mondo note
mai sempreesempre nel suo core impresse;
e ciò che lingua esprimer bennon pote
muta eloquenza ne' suoi gesti espresse
e celòsí sotto mentito aspetto
il suo pensier ch'altrui non dièsospetto.
        Quincivedendo che furtuna arriso
al gran principio di sue frodiavea
prima che 'l suo pensier le sia preciso
dispon di trarreal fin opra sí rea
e far con gli atti dolci e co 'l belviso
piú che con l'arti lor Circe o Medea
e in voce disirena a i suoi concenti
addormentar le piú svegliatementi.
        Usaogn'arte la donnaonde sia colto
ne la sua rete alcun novelloamante;
né con tuttiné sempre un stessovolto
serbama cangia a tempo atti e sembiante.
Or tien pudicail guardo in sé raccolto
or lo rivolge cupido evagante:
la sferza in quegliil freno adopra in questi
comelor vede in amar lenti o presti.
        Sescorge alcun che dal suo amor ritiri
l'almae i pensier perdiffidenza affrene
gli apre un benigno risoe in dolcigiri
volge le luci in lui liete e serene;
e cosí i pigrie timidi desiri
spronaed affida la dubbiosa spene
edinfiammando l'amorose voglie
sgombra quel gel che la pauraaccoglie.
        Adaltri poich'audace il segno varca
scòrto da cieco etemerario duce
de' cari detti e de' begli occhi è parca
ein lui timore e riverenza induce.
Ma fra lo sdegnoonde la fronteè carca
pur anco un raggio di pietà riluce
sích'altri teme benma non dispera
e piú s'invoglia quantoappar piú altera.
        Stassital volta ella in disparte alquanto
e 'l volto e gli atti suoicompone e finge
quasi dogliosae in fin su gli occhi ilpianto
tragge sovente e poi dentro il respinge;
e conquest'arti a lagrimar intanto
seco mill'alme semplicetteastringe
e in foco di pietà strali d'amore
tempraondepèra a sí fort'arme il core.
        Poisí come ella a quei pensier s'invole
e novella speranza inlei si deste
vèr gli amanti il piè drizza e leparole
e di gioia la fronte adorna e veste;
e lampeggiar faquasi un doppio sole
il chiaro sguardo e 'l bel riso celeste
sule nebbie del duolo oscure e folte
ch'avea lor prima intorno alpetto accolte.
        Mamentre dolce parla e dolce ride
e di doppia dolcezza inebria isensi
quasi dal petto lor l'alma divide
non prima usata aquei diletti immensi.
Ahi crudo Amorch'egualmenten'ancide
l'assenzio e 'l mèl che tu fra noi dispensi
ed'ogni tempo egualmente mortali
vengon da te le medicine e i mali!
        Fra sícontrarie temprein ghiaccio e in foco
in riso e in piantoefra paura e spene
inforsa ogni suo statoe di lorgioco
l'ingannatrice donna a prender viene;
e s'alcun mai consuon tremante e fioco
osa parlando d'accennar sue pene
fingequasi in amor rozza e inesperta
non veder l'alma ne' suoi dettiaperta.
        O pur leluci vergognose e chine
tenendod'onestà s'orna ecolora
sí che viene a celar le fresche brine
sotto lerose onde il bel viso infiora
qual ne l'ore piú fresche ematutine
del primo nascer suo veggiam l'aurora;
e 'l rossor delo sdegno insieme n'esce
con la vergognae si confonde e mesce.
        Ma se prima negli atti ella s'accorge
d'uom che tenti scoprir l'accesevoglie
or gli s'invola e fuggeed or gli porge
modo ondeparli e in un tempo il ritoglie;
cosí il dí tutto invano error lo scorge
stancoe deluso poi di speme il toglie.
Eisi riman qual cacciator ch'a sera
perda al fin l'orma di seguitafèra.
        Questefur l'arti onde mill'alme e mille
prender furtivamente ellapoteo
anzi pur furon l'arme onde rapille
ed a forza d'Amorserve le feo.
Qual meraviglia or fia s'il fero Achille
d'Amorfu predaed Ercole e Teseo
s'ancor chi per Giesú la spadacinge
l'empio ne' lacci suoi talora stringe?  
 





CANTOQUINTO

 

Argomento

SdegnaGernando che Rinaldo aspire
Al gradoov'egli esser assuntoagogna:
Perciò ministro a se del suo morire
Luichel'uccide poiforte rampogna
Va l'uccisor in bando: népatire
Vuol che catenao ceppi altri gli pogna.
Parte Armidacontenta; ma dal mare
Vengono al gran Buglion novelle amare.

 

       Mentrein tal guisa i cavalieri alletta
ne l'amor suo l'insidiosaArmida
né solo i diece a lei promessi aspetta
ma difurto menarne altri confida
volge tra sé Goffredo a cuicommetta
la dubbia impresa ov'ella esser dée guida
chéde gli aventurier la copia e 'l merto
e 'l desir di ciascuno ilfanno incerto.
        Macon provido aviso al fin dispone
ch'essi un di loro scelgano a suavoglia
che succeda al magnanimo Dudone
e quella elezion sovrasé toglia.
Cosí non averrà ch'ei diacagione
ad alcun d'essi che di lui si doglia
e insiememostrerà d'aver nel pregio
in cui deve a ragionlo stuoloegregio.
        A sédunque li chiamae lor favella:
"Stata è da voi lamia sentenza udita
ch'era non di negare a la donzella
ma didarle in stagion matura aita.
Di novo or la propongoe ben poteella
esser dal parer vostro anco seguita
ché nel mondomutabile e leggiero
costanza è spesso il variar pensiero.
        Ma se stimateancor che mal convegna
al vostro grado il rifiutar periglio
ese pur generoso ardire sdegna
quel che troppo gli par cautoconsiglio
non sia ch'involontari io vi ritegna
né quelche già vi diedi or mi ripiglio;
ma sia con esso voicom'esser deve
il fren del nostro imperio lento e leve.
        Dunque lo starneo 'l girne i' son contento
che dal vostro piacer libero penda:
benvuo' che pria facciate al duce spento
successor novoe di voicura ei prenda
e tra voi scelga i diece a suo talento;
non giàdi diece il numero trascenda
ch'in questo il sommo imperio a meriservo:
non fia l'arbitrio suo per altro servo."
        Cosí disseGoffredo; e 'l suo germano
consentendo ciascunrispostadiede:
"Sí come a te conviensio capitano
questalenta virtú che lunge vede
cosí il vigor del core ede la mano
quasi debito a noida noi si chiede.
E saria lamatura tarditate
ch'in altri è providenzain voi viltate.
        E poi che 'lrischio è di sí leve danno
posto in lance co 'l proche 'l contrapesa
te permettentei diece eletti andranno
conla donzella a l'onorata impresa."
Cosí concludee consí adorno inganno
cerca di ricoprir la mente accesa
sottoaltro zelo; e gli altri anco d'onore
fingon desio quel ch'èdesio d'amore.
        Mail piú giovin Buglioneil qual rimira
con geloso occhio ilfiglio di Sofia
la cui virtute invidiando ammira
che 'n síbel corpo piú cara venia
no 'l vorrebbe compagnoe al corgli inspira
cauti pensier l'astuta gelosia
ondetratto ilrivale a sé in disparte
ragiona a lui con lusinghevolarte:
        "O digran genitor maggior figliuolo
che 'l sommo pregio in arme haigiovenetto
or chi sarà del valoroso stuolo
di cuiparte noi siamoin duce eletto?
Ioch'a Dudon famoso a penaesolo
per l'onor de l'etàvivea soggetto;
iofratel diGoffredoa chi piú deggio
cedere omai? se tu non seino'l veggio.
        Telacui nobiltà tutt'altre agguaglia
gloria e merito d'opre ame prepone
né sdegnerebbe in pregio di battaglia
minorchiamarsi anco il maggior Buglione.
Te dunque in duce bramoovenon caglia
a te di questa sira esser campione
né giàcred'io che quell'onor tu curi
che da' fatti verrà notturnie scuri;
        némancherà qui loco ove s'impieghi
con piú lucida famail tuo valore.
Or io procureròse tu no 'l neghi
ch'ate concedan gli altri il sommo onore;
ma perché non so bendove si pieghi
l'irresoluto mio dubbioso core
impetro or io datech'a voglia mia
o segua poscia Armida o teco stia."
        Qui tacqueEustazioe questi estremi accenti
non proferí senzaarrossarsi in viso
e i mal celati suoi pensier ardenti
l'altroben videe mosse ad un sorriso;
ma perch'a lui colpi d'amor piúlenti
non hanno il petto oltra la scorza inciso
némolto impaziente è di rivale
né la donzella diseguir gli cale
        benaltamente ha nel pensier tenace
l'acerba morte di Dudonscolpita
e si reca a disnor ch'Argante audace
gli soprastialunga stagion in vita;
e parte di sentir anco gli piace
quelparlar ch'al dovuto onor l'invita
e 'l giovenetto cor s'appaga egode
del dolce suon de la verace lode.
        Ondecosí rispose: "I gradi primi
piú meritar checonseguir desio
népur che me la mia virtúsublimi
di scettri altezza invidiar degg'io;
ma s'a l'onor michiamie che lo stimi
debito a menon ci verrò restio
ecaro esser mi dée che sia dimostro
sí bel segno davoi del valor nostro.
        Dunqueio no 'l chiedo e no 'l rifiuto; e quando
duce io pur siasaraitu de gli eletti."
Allora il lascia Eustazioe vapiegando
de' suoi compagni al suo voler gli affetti;
ma chiedea prova il principe Gernando
quel gradoe bench'Armida in luisaetti
men può nel cor superbo amor di donna
ch'aviditàd'onor che se n'indonna.
        ScesoGernando è da' gran re norvegi
che di molte provincieebber l'impero;
e le tante corone e' scettri regi
e del padre ede gli avi il fanno altero.
Altero è l'altro de' suoipropri pregi
piú che de l'opre che i passati fèro
ancorche gli avi suoi cento e piú lustri
stati sian chiari inpace e 'n guerra illustri.
        Mail barbaro signorche sol misura
quanto l'oro o 'l domino oltresi stenda
e per sé stima ogni virtute oscura
cui titoloregal chiara non renda
non può soffrir che 'n ciòch'egli procura
seco di merto il cavalier contenda
e se necruccia sí ch'oltra ogni segno
di ragione il trasporta irae disdegno.
        Talche 'l maligno spirito d'Averno
ch'in lui strada sí largaaprir si vede
tacito in sen gli serpe ed al governo
de' suoipensieri lusingando siede.
E qui piú sempre l'ira e l'odiointerno
inacerbiscee 'l cor stimola e fiede;
e fa che 'nmezzo a l'alma ognor risuona
una voce ch'a lui cosíragiona:
        "Tecogiostra Rinaldo: or tanto vale
quel suo numero van d'antichieroi?
Narri costuich'a te vuol farsi eguale
le genti serve ei tributari suoi;
mostri gli scettrie in dignitàregale
paragoni i suoi morti a i vivi tuoi.
Ah quanto osa unsignor d'indegno stato
signor che ne la serva Italia ènato!
        Vinca eglio perda omaiché vincitore
fu insino allor ch'emulo tuodivenne
che dirà il mondo? (e ciò fia sommoonore):
`Questi già con Gernando in gara venne.'
Potevaa te recar gloria e splendore
il nobil grado che Dudon priatenne;
ma già non meno esso da te n'attese:
costui scemòsuo pregio allor che 'l chiese.
        Esepoi ch'altri piú non parla o spira
de' nostri affarialcuna cosa sente
come credi che 'n Ciel di nobil ira
il buonvecchio Dudon si mostri ardente
mentre in questo superbo i lumigira
ed al suo temerario ardir pon mente
che seco ancorl'etàsprezzando e 'l merto
fanciullo osa agguagliarsi ed inesperto?
        E l'osa pure e 'ltentae ne riporta
in vece di castigo onor e laude
e v'èchi ne 'l consiglia e ne l'essorta
(o vergogna comune!) e chi gliapplaude.
Ma se Goffredo il vedee gli comporta
che di ciòch'a te déssi egli ti fraude
no 'l soffrir tu; négià soffrirlo déi
ma ciò che puoi dimostra eciò che sei."
        Alsuon di queste voci arde lo sdegno
e cresce in lui quasi commossaface;
né capendo nel cor gonfiato e pregno
per gliocchi n'esce e per la lingua audace.
Ciò che diriprensibile e d'indegno
crede in Rinaldoa suo disnor nontace;
superbo e vano il fingee 'l suo valore
chiama temeritàpazza e furore.
        Equanto di magnanimo e d'altero
e d'eccelso e d'illustre in luirisplende
tutto adombrando con mal arti il vero
pur comevizio siabiasma e riprende
e ne ragiona sí che 'lcavaliero
emulo suopublico il suon n'intende;
non peròsfoga l'ira o si raffrena
quel cieco impeto in lui ch'a morte ilmena
        ché'l reo demon che la sua lingua move
di spirto in vecee formaogni suo detto
fa che gl'ingiusti oltraggi ognor rinove
escaaggiungendo a l'infiammato petto.
Loco è nel campo assaicapacedove
s'aduna sempre un bel drapello eletto
e quiviinsieme in torneamenti e in lotte
rendon le membra vigorose edotte.
        Or quiviallor che v'è turba piú folta
purcom'è suodestinRinaldo accusa
e quasi acuto strale in lui rivolta
lalinguadel venen d'Averno infusa;
e vicino è Rinaldo e idetti ascolta
né pote l'ira omai tener piúchiusa
ma grida: "Menti" e adosso a lui si spinge
enudo ne la destra il ferro stringe.
        Parveun tuono la vocee 'l ferro un lampo
che di folgor cadenteannunzio apporte.
Tremò coluiné vide fuga oscampo
da la presente irreparabil morte;
purtutto essendotestimonio il campo
fa sembianti d'intrepido e di forte
e 'lgran nemico attendee 'l ferro tratto
fermo si reca di difesa inatto.
        Quasi inquel punto mille spade ardenti
furon vedute fiammeggiarinsieme
ché varia turba di mal caute genti
d'ogn'intornov'accorree s'urta e preme.
D'incerte voci e di confusiaccenti
un suon per l'aria si raggira e freme
qual s'ode inriva al mareove confonda
il vento i suoi co' mormorii de l'onda.
        Ma per le vocialtrui già non s'allenta
ne l'offeso guerrier l'impeto el'ira.
Sprezza i gridi e i ripari e ciò chetenta
chiudergli il varcoed a vendetta aspira;
e fra gliuomini e l'armi oltre s'aventa
e la fulminea spada in cerchiogira
sí che le vie si sgombra e soload onta
di milledifensorGernando affronta.
        Econ la manne l'ira anco maestra
mille colpi vèr luidrizza e comparte:
or al pettoor al capoor a la destra
tentaferirloora a la manca parte
e impetuosa e rapida la destra
èin guisa tal che gli occhi inganna e l'arte
tal ch'improvisa einaspettata giunge
ove manco si temee fère e punge.
        Né cessòmai sin che nel seno immersa
gli ebbe una volta e due la feraspada.
Cade il meschin su la feritae versa
gli spirti el'alma fuor per doppia strada.
L'arme ripone ancor di sangueaspersa
il vincitorné sovra lui piú bada;
ma sirivolge altrovee insieme spoglia
l'animo crudo e l'adiratavoglia.
        Tratto altumulto il pio Goffredo intanto
vede fero spettacoloimproviso:
steso Gernandoil crin di sangue e 'l manto
sordidoe mollee pien di morte il viso;
ode i sospiri e le querele e 'lpianto
che molti fan sovra il guerrier ucciso.
Stupido chiede:"Or quidove men lece
chi fu ch'ardí cotanto e tantofece?"
        Arnaltoun de' piú cari al prence estinto
narra (e 'l caso innarrando aggrava molto)
che Rinaldo l'uccise e che fu spinto
daleggiera cagion d'impeto stolto
e che quel ferroche per Cristoè cinto
ne' campioni di Cristo avea rivolto
esprezzato il suo impero e quel divieto
che fe' pur dianzi e chenon è secreto;
        eche per legge è reo di morte e deve
come l'editto imponeesser punito
sí perché il fallo in se medesmo ègreve
sí perché 'n loco tale egli èseguito;
che se de l'error suo perdon riceve
fia ciascun altroper l'essempio ardito
e che gli offesi poi quellavendetta
vorranno far ch'a i giudici s'aspetta;
        ondeper tal cagion discordie e risse
germoglieran fra quella parte equesta.
Rammentò i merti de l'estintoe disse
tutto ciòch'o pietate o sdegno desta.
Ma s'oppose Tancredi e contradisse
ela causa del reo dipinse onesta.
Goffredo ascoltae in rigidasembianza
porge piú di timor che di speranza.
        Soggiunse allorTancredi: "Or ti sovegna
saggio signorchi sia Rinaldo equale:
qual per se stesso onor gli si convegna
e per la stirpesua chiara e regale
e per Guelfo suo zio. Non dée chiregna
nel castigo con tutti esser eguale:
vario èl'istesso error ne' gradi vari
e sol l'egualità giusta èco' pari."
        Rispondeil capitan: "Da i piú sublimi
ad ubidire imparino ipiú bassi.
MalTancrediconsigli e male stimi
se vuoich'i grandi in sua licenza io lassi.
Qual fòra imperio ilmio s'a vili ed imi
sol duce de la plebeio commandassi?
Scettroimpotente e vergognoso impero:
se con tal legge è datoiopiú no 'l chero.
        Malibero fu dato e venerando
né vuo' ch'alcun d'autoritàlo scemi.
E so ben io come si deggia e quando
ora diverse imporle pene e i premi
oratenor d'egualità serbando
nonseparar da gli infimi i supremi."
Cosí dicea; nérispondea colui
vinto da riverenzaa i detti sui.
        Raimondoimitator de la severa
rigida antichitàlodava idetti.
"Con quest'arti" dicea "chi bene impera
sirende venerabile a i soggetti
ché già non èla disciplina intera
ov'uom perdono e non castigo aspetti.
Cadeogni regnoe ruinosa è senza
la base del timor ogniclemenza."
        Talei parlavae le parole accolse
Tancredie piú fra lor nonsi ritenne
ma vèr Rinaldo immantinente volse
un suodestrier che parve aver le penne.
Rinaldopoi ch'al fer nemicotolse
l'orgoglio e l'almaal padiglion se 'n venne.
QuiTancredi trovolloe de le cose
dette e risposte a pien la sommaespose.
        Soggiunsepoi: "Bench'io sembianza esterna
del cor non stimi testimonverace
ché 'n parte troppo cupa e troppo interna
ilpensier de' mortali occulto giace
pur ardisco affermara quelch'io scerna
nel capitan ch'in tutto anco no 'l tace
ch'egliti voglia a l'obligo soggetto
de' rei comune e in suo poterristretto."
        Sorriseallor Rinaldoe con un volto
in cui tra 'l riso lampeggiòlo sdegno:
"Difenda sua ragion ne' ceppi involto
chi servoè" disse "o d'esser servo è degno.
Liberoi' nacqui e vissie morrò sciolto
pria che man porga opiede a laccio indegno:
usa a la spada è questa destra edusa
a le palmee vil nodo ella ricusa.
        Mas'a i meriti miei questa mercede
Goffredo rende e vuolimpregionarme
pur com'io fosse un uom del vulgoe crede
acarcere plebeo legato trarme
venga egli o mandiio terròfermo il piede.
Giudici fian tra noi la sorte e l'arme:
feratragedia vuol che s'appresenti
per lor diporto a le nemichegenti."
        Ciòdettol'armi chiede; e 'l capo e 'l busto
di finissimo acciaioadorno rende
e fa del grande scudo il braccio onusto
e lafatale spada al fianco appende
e in sembiante magnanimo edaugusto
come folgore suolne l'arme splende.
Martee'rassembra te qualor dal quinto
cielo di ferro scendi e d'orrorcinto.
        Tancrediintanto i feri spirti e 'l core
insuperbito d'ammollirprocura.
"Giovene invitto" dice "al tuo valore
soche fia piana ogn'erta impresa e dura
so che fra l'arme sempre efra 'l terrore
la tua eccelsa virtute è piúsecura;
ma non consenta Dio ch'ella si mostri
oggi sícrudelmente a' danni nostri.
        Dimmiche pensi far? vorrai le mani
del civil sangue tuo dunquebruttarte?
e con le piaghe indegne de' cristiani
trafiggerCristoond'ei son membra e parte?
Di transitorio onor rispettivani
che qual onda del mar se 'n viene e parte
potranno in tepiú che la fede e 'l zelo
di quella gloria che n'eterna inCielo?
        Ah nonper Dio!vinci te stesso e spoglia
questa feroce tua mentesuperba.
Cedi! non fia timorma santa voglia
ch'a questoceder tuo palma si serba.
E se pur degna ond'altri essempiotoglia
è la mia giovenetta etate acerba
anch'io fuiprovocatoe pur non venni
co' fedeli in contesa e mi contenni;
        ch'avend'io presodi Cilicia il regno
e l'insegne spiegatevi di Cristo
Baldovinsopragiunsee con indegno
modo occupollo e ne fe' vileacquisto;
chémostrandosi amico ad ogni segno
del suoavaro pensier non m'era avisto.
Ma con l'arme però diricovrarlo
non tentai posciae forse i' potea farlo.
        Ese pur anco la prigion ricusi
e i lacci schiviquasi ignobilpondo
e seguir vuoi l'opinioni e gli usi
che per leggi d'onoreapprova il mondo
lascia qui me ch'al capitan ti scusi
e 'nAntiochia tu vanne a Boemondo
ché né soppórtiin questo impeto primo
a' suoi giudizi assai securo stimo.
        Ben tosto fiasepur qui contra avremo
l'arme d'Egitto o d'altro stuolpagano
ch'assai piú chiaro il tuo valoreestremo
n'apparirà mentre sarai lontano;
e senza teparranne il campo scemo
quasi corpo cui tronco è braccio omano."
Qui Guelfo sopragiunge e i detti approva
e vuolche senza indugio indi si mova.
        Ai lor consigli la sdegnosa mente
de l'audace garzon si svolge epiega
tal ch'egli di partirsi immantinente
fuor di quell'ostea i fidi suoi non nega.
Molta intanto è concorsa amicagente
e seco andarne ognun procura e prega;
egli tuttiringrazia e seco prende
sol duo scudierie su 'l cavallo ascende.
        Partee porta undesio d'eterna ed alma
gloria ch'a nobil core è sferza esprone;
a magnanime imprese intent'ha l'alma
ed insolite coseoprar dispone:
gir fra i nemiciivi o cipresso o palma
acquistarper la fede ond'è campione
scorrer l'Egittoe penetrarsin dove
fuor d'incognito fonte il Nilo move.
        MaGuelfopoi che 'l giovene feroce
affrettato al partir preso hacongedo
quivi non badae se ne va veloce
ove egli stimaritrovar Goffredo
il qualcome lui vedealza la voce:
"Guelfo"dicendo "a punto or te richiedo
e mandato ho pur ora invarie parti
alcun de' nostri araldi a ricercarti."
        Poi fa ritrarreogn'altroe in basse note
ricomincia con lui gravesermone:
"Veracementeo Guelfoil tuo nepote
troppotrascorreov'ira il cor gli sprone
e male addursi a mia credenzaor pote
di questo fatto suo giusta cagione.
Ben caro avròch'ella ci rechi tale
ma Goffredo con tutti è duce eguale;
        e sarà dellegitimo e del dritto
custode in ogni caso e difensore
serbandosempre al giudicare invitto
da le tiranne passioni il core.
Orse Rinaldo a violar l'editto
e de la disciplina il sacroonore
costretto fucome alcun dicea i nostri
giudizi vengaad inchinarsie 'l mostri.
        Asua retenzion libero vegna:
questoch'io possoa i merti suoiconsento.
Ma s'egli sta ritroso e se ne sdegna
(conosco quelsuo indomito ardimento)
tu di condurlo a proveder t'ingegna
ch'einon isforzi uom mansueto e lento
ad esser de le leggi e del'impero
vendicatorquanto è ragionsevero."
        Cosí disseegli; e Guelfo a lui rispose;
"Anima non potea d'infamiaschiva
voci sentir di scorno ingiuriose
e non farne repulsaove l'udiva.
E se l'oltraggiatore a morte ei pose
chi èche mèta a giust'ira prescriva?
chi conta i colpi o ladovuta offesa
mentre arde la tenzonmisura e pesa?
        Maquel che chiedi tuch'al tuo soprano
arbitrio il garzon venga asottoporse
duolmi ch'esser non puòch'egli lontano
dal'oste immantinente il passo torse.
Ben m'offro io di provar conquesta mano
a lui ch'a torto in falsa accusa il morse
os'altri v'è di sí maligno dente
ch'ei puníl'onta ingiusta giustamente.
        Aragiondicoal tumido Gernando
fiaccò le corna delsuperbo orgoglio.
Sols'egli erròfu ne l'oblio delbando;
ciò ben mi pesaed a lodar no 'l toglio."
Tacquee disse Goffredo: "Or vada errando
e porti risse altrove; ioqui non voglio
che sparga seme tu di nove liti:
dehper Diosian gli sdegni anco forniti."  
        Diprocurare il suo soccorso intanto
non cessò mail'ingannatrice rea.
Pregava il giornoe ponea in usoquanto
l'arte e l'ingegno e la beltà potea;
ma poiquando stendendo il fosco manto
la notte in occidente il díchiudea
tra duo suoi cavalieri e due matrone
ricovrava indisparte al padiglione.
        Mabenché sia mastra d'ingannie i suoi
modi gentili e lemaniere accorte
e bella sí che 'l ciel prima népoi
altrui non dié maggior bellezza in sorte
tal chedel campo i piú famosi eroi
ha presi d'un piacer tenace eforte;
non è però ch'a l'esca de' diletti
il pioGoffredo lusingando alletti.
        Invan cerca invaghirloe con mortali
dolcezze attrarlo a l'amorosavita
ché qual saturo augelche non si cali
ove il cibomostrando altri l'invita
tal ei sazio del mondo i piacerfrali
sprezzae se 'n poggia al Ciel per via romita
e quanteinsidie al suo bel volo tende
l'infido amortutte fallaci rende.
        Néimpedimento alcun torcer da l'orme
poteche Dio ne segnaipensier santi.
Tentò ella mill'artie in mille forme
quasiProteo novel gli apparse inanti
e desto Amordove piúfreddo ei dorme
avrian gli atti dolcissimi e i sembianti
maqui (grazie divine) ogni sua prova
vana riescee ritentar nongiova.
        La belladonnach'ogni cor piú casto
arder credeva ad un girar diciglia
oh come perde or l'alterezza e 'l fasto!
e quale ha diciò sdegno e meraviglia!
Rivolger le sue forze ovecontrasto
men duro trovi al fin si riconsiglia
qual capitanch'inespugnabil terra
stanco abbandonie porti altrove guerra.
        Ma contra l'armedi costei non meno
si mostrò di Tancredi invitto ilcore
però ch'altro desio gli ingombra il seno
névi può loco aver novello ardore;
ché si come da l'unl'altro veneno
guardar ne suoltal l'un da l'altro amore.
Questisoli non vinse: o molto o poco
avampò ciascun altro al suobel foco.
        Ellase ben si duol che non succeda
sí pienamente il suo disegnoe l'arte
pur fatto avendo cosí nobil preda
di tantieroisi riconsola in parte.
E pria che di sue frodi altris'aveda
pensa condurgli in piú secura parte
ove glistringa poi d'altre catene
che non son quelle ond'or presi litiene.
        E sendogiunto il termine che fisse
il capitano a darle alcun soccorso
alui se 'n venne riverente e disse:
"Sireil dístabilito è già trascorso
e se per sorte il reotiranno udisse
ch'i' abbia fatto a l'arme tue ricorso
prepareriasue forze a la difesa
né cosí agevol poi fòral'impresa.
        Dunqueprima ch'a lui tal nova apporti
voce incerta di fama o certaspia
scelga la tua pietà fra i tuoi piúforti
alcuni pochie meco or or gli invia
ché se nonmira il Ciel con occhi torti
l'opre mortali o l'innocenzaoblia
sarò riposta in regnoe la mia terra
sempreavrai tributaria in pace e in guerra."
        Cosídicevae 'l capitano a i detti
quel che negar non si poteaconcede
se benov'ella il suo partir affretti
in sétornar l'elezion ne vede;
ma nel numero ognun de' diece eletti
coninsolita instanza esser richiede
e l'emulazion che 'n lor sidesta
piú importuni li fa ne la richiesta.
        Ellache 'n essi mira aperto il core
prende vedendo ciò novoargomento
e su 'l lor fianco adopra il rio timore
di gelosiaper ferza e per tormento;
sapendo ben ch'al fin s'invecchiaAmore
senza quest'arti e divien pigro e lento
quasi destrierche men veloce corra
se non ha chi lui segua e chi 'l precorra.
        E in tal modocomparte i detti sui
e 'l guardo lusinghiero e 'l dolceriso
ch'alcun non è che non invidii altrui
néil timor de la speme è in lor diviso.
La folle turba de gliamantia cui
stimolo è l'arte d'un fallace viso
senzafren corree non li tien vergogna
e loro indarno il capitanrampogna.
        Eich'egualmente satisfar desira
ciascuna de le parti e in nullapende
se ben alquanto or di vergogna or d'ira
al vaneggiar de'cavalier s'accende
poi ch'ostinati in quel desio li mira
novoconsiglio in accordarli prende:
"Scrivansi i vostri nomi edin un vaso
pongansi" disse "e sia giudice il caso."
        Subito il nome diciascun si scrisse
e in picciol'urna posti e scossi foro
etratti a sorte; e 'l primo che n'uscisse
fu il conte di PembroziaArtemidoro.
Legger poi di Gherardo il nome udisse
ed uscíVincilao dopo costoro:
Vincilao chesí grave e saggioinante
canuto or pargoleggia e vecchio amante.
        Ohcome il volto han lietoe gli occhi pregni
di quel piacer che dalcor pieno inonda
questi tre primi elettii cui disegni
lafortuna in amor destra seconda!
D'incerto cordi gelosia dansegni
gli altri il cui nome avien che l'urna asconda
e da labocca pendon di colui
che spiega i brevi e legge i nomi altrui.
        Guasco quartofuor vennea cui successe
Ridolfo ed a Ridolfo indiOlderico
quinci Guglielmo Ronciglion si lesse
e 'l bavaroEberardoe 'l franco Enrico.
Rambaldo ultimo fuche farsielesse
poifé cangiandodi Giesú nemico
(tantopote Amor dunque?); e questi chiuse
il numero de' diecee glialtri escluse.
        D'iradi gelosiad'invidia ardenti
chiaman gli altri Fortuna ingiustae ria
a te accusanoAmorche le consenti
che ne l'imperiotuo giudice sia.
Ma perché instinto è de l'umanegenti
che ciò che piú si vieta uom piúdesia
dispongon molti ad onta di fortuna
seguir la donna comeil ciel s'imbruna.
        Voglionsempre seguirla a l'ombra al sole
e per lei combattendo espor lavita.
Ella fanne alcun mottoe con parole
tronche e dolcisospir a ciò gli invita
ed or con questo ed or con quel siduole
che far convienle senza lui partita.
S'erano armatiintantoe da Goffredo
toglieano i diece cavalier congedo.
        Gli ammoniscequel saggio a parte a parte
come la fé pagana èincerta e leve
e mal securo pegno; e con qual arte
l'insidie ei casi aversi uom fuggir deve;
ma son le sue parole al ventosparte
né consiglio d'uom sano Amor riceve.
Lor dàcommiato al finee la donzella
non aspetta al partir l'albanovella.
        Parte lavincitricee quei rivali
quasi prigioni al suo trionfoinanti
seco n'adducee tra infiniti mali
lascia la turba poide gli altri amanti.
Ma come uscí la nottee sottol'ali
menò il silenzio e i levi sognierranti
secretamentecom'Amor gl'informa
molti d'Armidaseguitaron l'orma.
        SegueEustazio il primieroe pote a pena
aspettar l'ombre che la notteadduce;
vassene frettoloso ove ne 'l mena
per le tenebre ciecheun cieco duce.
Errò la notte tepida e serena;
ma poi nel'apparir de l'alma luce
gli apparse insieme Armida e 'l suodrapello
dove un borgo lor fu notturno ostello.
        Rattoei vèr lei si moveed a l'insegna
tosto Rambaldo ilriconoscee grida
che ricerchi fra loro e perchévegna.
"Vengo" risponde "a seguitarne Armida
nedella avrà da mese non la sdegna
men pronta aita oservitú men fida."
Replica l'altro: "Ed a cotantoonore
di'chi t'elesse?" Egli soggiunge: "Amore.
        Me scelse Amorte la Fortuna: or quale
da piú giusto elettore elettoparti?"
Dice Rambaldo allor: "Nulla ti vale
titolofalsoed usi inutil arti;
né potrai de la vergineregale
fra i campioni legitimi meschiarti
illegitimo servo.""E chi" riprende
cruccioso il giovenetto "a me ilcontende?"
        "Iote 'l difenderò" colui rispose
e feglisi a l'incontroin questo dire
e con voglie egualmente in lui sdegnose
l'altrosi mosse e con eguale ardire;
ma qui stese la manoe sifrapose
la tiranna de l'alme in mezzo a l'ire
ed a l'unodicea: "Deh! non t'incresca
ch'a te compagnoa me campions'accresca.
        S'amiche salva i' siaperché mi privi
in sí grand'uopode la nova aita?"
Dice a l'altro: "Opportuno e gratoarrivi
difensor di mia fama e di mia vita;
né vuolragionné sarà mai ch'io schivi
compagnia nobiltanto e sí gradita."
Cosí parlandoad or ad ortra via
alcun novo campion le sorvenia.
        Chidi là giunge e chi di quané l'uno
sapea del'altroe il mira bieco e torto.
Essa lieta gli accoglieed aciascuno
mostra del suo venir gioia e conforto.
Ma giàne lo schiarir de l'aer bruno
s'era del lor partir Goffredoaccorto
e la menteindovina de' lor danni
d'alcun futuro malpar che s'affanni.
        Mentrea ciò pur ripensaun messo appare
polverosoanelanteinvista afflitto
in atto d'uom ch'altrui novelle amare
portiemostri il dolore in fronte scritto.
Disse costui: "Signortosto nel mare
la grande armata apparirà d'Egitto;
el'aviso Guglielmoil qual comanda
a i liguri naviglia te nemanda."
        Soggiunsea questo poi cheda le navi
sendo condotta vettovaglia alcampo
i cavalli e i cameli onusti e gravi
trovato aveano amezza strada inciampo
e ch'i lor difensori uccisi oschiavi
restàr pugnandoe nessun fece scampo
da iladroni d'Arabia in una valle
assaliti a la fronte ed a le spalle;
        e che l'insanoardire e la licenza
di que' barbari erranti è omai sígrande
ch'in guisa d'un diluvio intorno senza
alcun contrastosi dilata e spande
onde convien ch'a porre in lor temenza
alcunasquadra di guerrier si mande
ch'assecuri la via che dal'arene
del mar di Palestina al campo viene.
        D'unain un'altra lingua in un momento
ne trapassa la fama e sidistende
e 'l vulgo de' soldati alto spavento
ha de la fameche vicina attende.
Il saggio capitanche l'ardimento
solitoloro in essi or non comprende
cerca con lieto volto e conparole
come li rassecuri e riconsole:
        "Oper mille perigli e mille affanni
meco passati in quelle parti ein queste
campion di Dioch'a ristorare i danni
de lacristiana sua fede nasceste;
voiche l'arme di Persia e i greciinganni
e i monti e i mari e 'l verno e le tempeste
de lafame i disagi e de la sete
superastevoi dunque ora temete?
        Dunque il Signorche v'indirizza e move
già conosciuto in caso assai piúrio
non v'assecuraquasi or volga altrove
la man de laclemenza e 'l guardo pio?
Tosto un dí fia che rimembrar vigiove
gli scorsi affannie sciòrre i voti a Dio.
Ordurate magnanimie voi stessi
serbatepregoa i prosperisuccessi."
        Conquesti detti le smarrite menti
consola e con sereno e lietoaspetto
ma preme mille cure egre e dolenti
altamente ripostein mezzo al petto.
Come possa nutrir sí varie genti
pensafra la penuria e tra 'l difetto
come a l'armata in mar s'oppongae come
gli Arabi predatori affreni e dome.  
 
 


CANTOSESTO

 

Argomento

       Arganteogni Cristiano a giostra appella:
Indi Otton non elettoa luis'oppone
Audace troppoe tolto vien di sella;
Onde sen vanella città prigione.
Tancredi pur con lui pugnanovella
Comincia; ma a lei tregua il bujo impone.
Erminia chedel suo signor si crede
Curare il malmove notturna il piede.

 

        Mad'altra parte l'assediate genti
speme miglior conforta erassecura
ch'oltra il cibo raccolto altri alimenti
son lordentro portati a notte oscura
ed han munite d'arme ed'instrumenti
di guerra verso l'Aquilon le mura
che d'altezzaaccresciute e sode e grosse
non mostran di temer d'urti o discosse.
        E 'l repur sempre queste parti e quelle
lor fa inalzare e rafforzare ifianchi
o l'aureo sol risplenda od a le stelle
ed a la luna ilfosco ciel s'imbianchi;
e in far continuamente arme novelle
sudanoi fabri affaticati e stanchi.
In sí fatto apparecchiointolerante
a lui se 'n vennee ragionolli Argante:
        "Einsino a quando ci terrai prigioni
fra queste mura in vile assedioe lento?
Odo ben io stridere incudie suoni
d'elmi e di scudie di corazze sento
ma non veggio a quel uso; e queiladroni
scorrono i campi e i borghi a lor talento
név'è di noi chi mai lor passo arresti
né tromba chedal sonno almen gli desti.
        Alor né i prandi mai turbati e rotti
né molestateson le cene liete
anzi egualmente i dí lunghi e lenotti
traggon con securezza e con quiete.
Voi da i disagi e dala fame indotti
a darvi vinti a lungo andar sarete
od a morirnequicome codardi
quando d'Egitto pur l'aiuto tardi.
        Ioper me non vuo' già ch'ignobil morte
i giorni miei d'oscurooblio ricopra
né vuo' ch'al novo dí fra questeporte
l'alma luce del sol chiuso mi scopra.
Di questo viver miofaccia la sorte
quel che già stabilito è làdi sopra;
non farà già che senza oprar laspada
inglorioso e invendicato io cada.
        Maquando pur del valor vostro usato
cosí non fosse in voispento ogni seme
non di morir pugnando ed onorato
ma di vitae di palma anco avrei speme.
A incontrare i nemici e 'l nostrofato
andianne pur deliberati insieme
ché spesso avienche ne' maggior perigli
sono i piú audaci gli ottimiconsigli.
        Ma senel troppo osar tu non isperi
né sei d'uscir con ognisquadra ardito
procura almen che sia per duo guerrieri
questotuo gran litigio or difinito.
E perch'accetti ancor piúvolentieri
il capitan de' Franchi il nostro invito
l'arme egliscelga e 'l suo vantaggio toglia
e le condizion formi a suavoglia.
        Chése 'l nemico avrà due mani ed una
anima soloancorch'audace e fera
temer non déiper isciagura alcuna
chela ragion da me difesa pèra.
Pote in vece di fato e difortuna
darti la destra mia vittoria intera
ed a te se medesmaor porge in pegno
che se 'l confidi in lei salvo è il tuoregno."
        Tacquee rispose il re: "Giovene ardente
se ben me vedi in graveetà senile
non sono al ferro queste man sílente
né sí quest'alma è neghittosa evile
ch'anzi morir volesse ignobilmente
che di morte magnanimae gentile
quando io temenza avessi o dubbio alcuno
de' disagich'annunzii e del digiuno.
        CessiDio tanta infamia! Or quel ch'ad arte
nascondo altruivuo' ch'ate sia palese.
Soliman di Niceache brama in parte
di vendicarle ricevute offese
de gli Arabi le schiere erranti esparte
raccolte ha fin dal libico paese
e i nemici assalendo al'aria nera
darne soccorso e vettovaglia spera.
        Tostofia che qui giunga; or se fra tanto
son le nostre castellaoppresse e serve
non ce ne cagliapur che 'l regal manto
e lamia nobil reggia io mi conserve.
Tu l'ardimento e questo ardorealquanto
tempraper Dioche 'n te soverchio ferve
edopportuna la stagione aspetta
a la tua gloria ed a la miavendetta."
        Fortesdegnossi il saracino audace
ch'era di Solimano emulo antico
síamaramente ora d'udir gli spiace
che tanto se 'n prometta il regeamico.
"A tuo senno" risponde "e guerra epace
faraisignor: nulla di ciò piú dico.
S'indugipuree Soliman s'attenda;
eiche perdé il suo regnoiltuo difenda.
        Venganea te quasi celeste messo
liberator del popolo pagano
ch'ioquanto a mebastar credo a me stesso
e sol vuo' libertàda questa mano.
Or nel riposo altrui siami concesso
ch'io nediscenda a guerreggiar nel piano:
privato cavaliernon tuocampione
verrò co' Franchi a singolar tenzone."
        Replica il re:"Se ben l'ire e la spada
dovresti riserbare a miglioreuso
che tu sfidi peròse ciò t'aggrada
alcunguerrier nemicoio non ricuso."
Cosí gli disseed eipunto non bada:
"Va" dice ad un araldo "or colàgiuso
ed al duce de' Franchiudendo l'oste
fa' queste mienon picciole proposte:
        ch'uncavalierche d'appiattarsi in questo
forte cinto di muri a sdegnoprende
brama di far con l'armi or manifesto
quanto la suapossanza oltra si stende;
e ch'a duello di venirne èpresto
nel pian ch'è fra le mura e l'alte tende
perprova di valoree che disfida
qual piú de' Franchi in suavirtú si fida;
        eche non solo è di pugnare accinto
e con uno e con duo delcampo ostile
ma dopo il terzoil quarto accetta e 'l quinto
siadi vulgare stirpe o di gentile:
diase vuolla franchigiaeserva il vinto
al vincitor come di guerra è stile."
Cosígli imposeed ei vestissi allotta
la purpurea de l'arme auratacotta.
        E poi chegiunse a la regal presenza
del principe Goffredo e de'baroni
chiese: "O signorea i messaggier licenza
dassitra voi di liberi sermoni?"
"Dassi" rispose ilcapitano "e senza
alcun timor la tua propostaesponi."
Riprese quegli: "Or si parrà se grata
oformidabil fia l'alta ambasciata."
        Eseguí posciae la disfida espose
con parole magnifiche edaltere.
Fremer s'udiroe si mostràr sdegnose
al suoparlar quelle feroci schiere;
e senza indugio il pio Buglionrispose:
"Dura impresa intraprende il cavaliere;
e tostoio creder vuo' che glie ne incresca
sí che d'uopo non fiache 'l quinto n'esca.
        Mavenga in prova purche d'ogn'oltraggio
gli offero campo libero esecuro;
e seco pugnerà senza vantaggio
alcun de' mieicampionie cosí giuro."
Tacquee tornò il red'arme al suo viaggio
per l'orme ch'al venir calcate furo
enon ritenne il frettoloso passo
sin che non diè risposta alfier circasso.
        "Armati"dice "alto signor; che tardi?
la disfida accettata hanno icristiani
e d'affrontarsi teco i men gagliardi
mostran desionon che i guerrier soprani.
E mille i' vidi minacciosi sguardi
emille al ferro apparecchiate mani:
loco securo il duce a teconcede."
Cosí gli dice; e l'arme esso richiede
        e se ne cingeintorno e impaziente
di scenderne s'affretta a la campagna.
Dissea Clorinda il rech'era presente:
"Giusto non è ch'eivada e tu rimagna.
Mille dunque con te di nostra gente
prendiin sua securezzae l'accompagna;
ma vada inanzi a giusta pugna eisolo
tu lunge alquanto a lui ritien lo stuolo."
        Tacque ciòdetto; e poi che furo armati
quei del chiuso n'uscivano al'aperto
e giva inanzi Argante e de gli usati
arnesi in su 'lcavallo era coperto.
Loco fu tra le mura e gli steccati
chenulla avea di diseguale e d'erto:
ampio e capacee parea fatto adarte
perch'egli fosse altrui campo di Marte.
        Ivisolo disceseivi fermosse
in vista de' nemici il feroArgante
per gran corper gran corpo e per gran posse
superboe minaccievole in sembiante
qual Encelado in Flegrao qualmostrosse
ne l'ima valle il filisteo gigante
ma pur molti dilui tema non hanno
ch'anco quanto sia forte a pien non sanno.
        Alcun peròdal pio Goffredo eletto
come il migliorancor non è framolti.
Ben si vedean con desioso affetto
tutti gli occhi inTancredi esser rivolti
e dichiarato infra i miglior perfetto
dalfavor manifesto era de' volti;
e s'udia non oscuro anco ilbisbiglio
e l'approvava il capitan co 'l ciglio.
        Giàcedea ciascun altroe non secreto
era il volere omai del pioBuglione:
"Vanne" a lui disse "a te l'uscir nonvieto
e reprimi il furor di quel fellone."
E tutto involto baldanzoso e lieto
per sí alto giudizioil fergarzone
a lo scudier chiedea l'elmo e 'l cavallo
poi seguitoda molti uscia del vallo.
        Eda quel largo pian fatto vicino
ov'Argante l'attendeanco nonera
quando in leggiadro aspetto e pellegrino
s'offerse a gliocchi suoi l'alta guerriera.
Bianche via piú che neve ingiogo alpino
avea le sopravestee la visiera
alta tenea dalvolto; e sovra un'erta
tuttaquanto ella è grandeerascoperta.
        Giànon mira Tancredi ove il circasso
la spaventosa fronte al cieloestolle
ma move il suo destrier con lento passo
volgendo gliocchi ov'è colei su 'l colle;
poscia immobil si fermaepare un sasso:
gelido tutto fuorma dentro bolle.
Sol di mirars'appagae di battaglia
sembiante fa che poco or piú glicaglia.
        Arganteche non vede alcun ch'in atto
dia segno ancor d'apparecchiarsi ingiostra:
"Da desir di contesa io qui fui tratto";
grida"or chi viene inanzie meco giostra?"
L'altroattonitoquasi e stupefatto
pur là s'affissa e nulla udir benmostra.
Ottone inanzi allor spinse il destriero
e ne l'arringovòto entrò primiero.
        Questiun fu di color cui dianzi accese
di gir contra il pagano altodesio;
pur cedette a Tancredie 'n sella ascese
fra gli altriche seguírlo e seco uscio.
Or veggendo sue voglie altroveintese
e starne lui quasi al puguar restio
prendegioveneaudace e impaziente
l'occasione offerta avidamente;
        eveloce cosí che tigre o pardo
va men ratto talor per laforesta
corre a ferire il saracin gagliardo
che d'altra partela gran lancia arresta.
Si scote allor Tancredie dal suotardo
pensierquasi da un sonnoal fin si desta
e grida eiben: "La pugna è mia; rimanti."
Ma troppo Ottoneè già trascorso inanti.
        Ondesi ferma; e d'ira e di dispetto
avampa dentroe fuor qual fiammaè rosso
perch'ad onta si reca ed a difetto
ch'altri sisia primiero in giostra mosso.
Ma intanto a mezzo il corso in sul'elmetto
dal giovin forte è il saracin percosso;
egli al'incontro a lui co 'l ferro nudo
fende l'usbergoe pria rompe loscudo.
        Cade ilcristianoe ben è il colpo acerbo
poscia ch'avien che dal'arcion lo svella.
Ma il pagan di piú forza e di piúnerbo
non cade giàné pur si torce in sella;
indicon dispettoso atto superbo
sovra il caduto cavalierfavella:
"Renditi vintoe per tua gloria basti
che dirpotrai che contra me pugnasti."
        "No"gli risponde Otton "fra noi non s'usa
cosí tosto deporl'arme e l'ardire;
altri del mio cader farà la scusa
iovuo' far la vendetta o qui morire."
In sembianza d'Aletto edi Medusa
freme il circassoe par che fiamma spire:
"Conoscior" dice "il mio valor a prova
poi che la cortesiasprezzar ti giova."
        Spingeil destrier in questoe tutto oblia
quanto virtúcavaleresca chiede.
Fugge il franco l'incontro e si desvia
e'l destro fianco nel passar gli fiede
ed è sí gravela percossa e ria
che 'l ferro sanguinoso indi ne riede;
ma cheprose la piaga al vincitore
forza non toglie e giunge ira efurore?
        Arganteil corridor dal corso affrena
e indietro il volge; e cosítosto è vòlto
che se n'accorge il suo nemico apena
e d'un grand'urto a l'improviso è colto.
Tremar legambee indebolir la lena
sbigottir l'alma e impallidir ilvolto
fègli l'aspra percossae frale e stanco
sovra ilduro terren battere il fianco.
        Nel'ira Argante infelloniscee strada
sovra il petto del vinto aldestrier face;
e: "Cosí" grida "ogni superbovada
come costui che sotto i piè mi giace."
Mal'invitto Tancredi allor non bada
ché l'atto crudelissimogli spiace
e vuol che 'l suo valor con chiara emenda
copra ilsuo fallo ecome suolrisplenda.
        Fassiinanzi gridando: "Anima vile
che ancor ne le vittorie infamesei
qual titolo di laude alto e gentile
da modi attendi síscortesi e rei?
Fra i ladroni d'Arabia o fra simíle
barbaraturba avezzo esser tu déi.
Fuggi la lucee va' con l'altrebelve
a incrudelir ne' monti e tra le selve."
        Tacque; e 'lpaganoal sofferir poco uso
morde le labra e di furor sistrugge.
Risponder vuolma il suono esce confuso
sícome strido d'animal che rugge;
o come apre le nubi ond'egli èchiuso
impetuoso il fulminee se 'n fugge
cosí parevaa forza ogni suo detto
tonando uscir da l'infiammato petto.
        Ma poi ch'in amboil minacciar feroce
a vicenda irritò l'orgoglio el'ira
l'un come l'altro rapido e veloce
spazio al corsoprendendoil destrier gira.
Or quiMusarinforza in me lavoce
e furor pari a quel furor m'inspira
sí che nonsian de l'opre indegni i carmi
ed esprima il mio canto il suon del'armi.
        Posero inresta e dirizzaro in alto
i duo guerrier le noderose antenne;
néfu di corso mainé fu di salto
né fu mai talvelocità di penne
né furia eguale a quella ond'al'assalto
quinci Tancredi e quindi Argante venne.
Rupper l'astesu gli elmie volàr mille
tronconi e scheggie e lucidefaville.
        Sol de icolpi il rimbombo intorno mosse
l'immobil terrae risonàrnei monti;
ma l'impeto e 'l furor de le percosse
nulla piegòde le superbe fronti.
L'uno e l'altro cavallo in guisa urtosse
chenon fur poi cadendo a sorger pronti.
Tratte le spadei granmastri di guerra
lasciàr le staffe e i piè fermaroin terra.
        Cautamenteciascuno a i colpi move
la destraa i guardi l'occhioa i passiil piede;
si reca in atti variin guardie nove:
or giraintornoor cresce inanzior cede
or qui ferire accenna e posciaaltrove
dove non minacciò ferir si vede
or di sédiscoprire alcuna parte
e tentar di schernir l'arte con l'arte.
        De la spadaTancredi e de lo scudo
mal guardato al pagan dimostra ilfianco;
corre egli per ferirloe intanto nudo
di riparo silascia il lato manco.
Tancredi con un colpo il ferro crudo
delnemico ribattee lui fère anco;
né poiciòfattoin ritirarsi tarda
ma si raccoglie e si restringe inguarda.
        Il feroArganteche se stesso mira
del proprio sangue suo macchiato emolle
con insolito orror freme e sospira
di cruccio e didolor turbato e folle;
e portato da l'impeto e da l'ira
con lavoce la spada insieme estolle
e torna per ferireed è dipunta
piagato ov'è la spalla al braccio giunta.
        Qual nel'alpestri selve orsache senta
duro spiedo nel fiancoin rabbiamonta
e contra l'arme se medesma aventa
e i perigli e la morteaudace affronta
tale il circasso indomito diventa:
giunta orpiaga a la piagaed onta a l'onta
e la vendetta far tantodesia
che sprezza i rischi e le difese oblia.
        Econgiungendo a temerario ardire
estrema forza e infaticabillena
vien che sí impetuoso il ferro gire
che ne tremala terra e 'l ciel balena;
né tempo ha l'altro ond'un solcolpo tire
onde si copraonde respiri a pena
néschermo v'è ch'assecurar il possa
da la fretta d'Argante eda la possa.
        Tancrediin sé raccoltoattende in vano
che de' gran colpi latempesta passi.
Or v'oppon le difeseed or lontano
se 'n vaco' giri e co' veloci passi;
ma poi che non s'allenta il ferpagano
è forza al fin che trasportar si lassi
ecruccioso egli ancor con quanta pote
violenza maggior la spadarote.
        Vinta dal'ira è la ragione e l'arte
e le forze il furor ministra ecresce.
Sempre che scendeil ferro o fòra o parte
opiastra o magliae colpo in van non esce.
Sparsa è d'armela terrae l'arme sparte
di sanguee 'l sangue co 'l sudor simesce.
Lampo nel fiammeggiarnel romor tuono
fulmini nelferir le spade sono.
        Questopopolo e quello incerto pende
da sí nuovo spettacolo edatroce
e fra tema e speranza il fin n'attende
mirando or ciòche giovaor ciò che noce;
e non si vede purnépur s'intende
picciol cenno fra tanti o bassa voce
ma se nesta ciascun tacito e immoto
se non se in quanto ha il cortremante in moto.
        Giàlassi erano entrambie giunti forse
sarian pugnando ad immaturofine
ma sí oscura la notte intanto sorse
che nascondeale cose anco vicine.
Quinci un araldo e quindi un altroaccorse
per dipartirlie li partiro al fine.
L'uno è ilfranco ArideoPindoro è l'altro
che portò ladisfidauom saggio e scaltro.
        Ipacifici scettri osàr costoro
fra le spade interpor de'combattenti
con quella securtà che porgealoro
l'antichissima legge de le genti.
"Sèteoguerrieri" incominciò Pindoro
"con pari onordipari ambo possenti;
dunque cessi la pugnae non sian rotte
leragioni e 'l riposo de la notte.
        Tempoè da travagliar mentre il sol dura
ma ne la notte ognianimale ha pace
e generoso cor non molto cura
notturno pregioche s'asconde e tace."
Risponde Argante: "A me per ombraoscura
la mia battaglia abbandonar non piace
ben avrei caro iltestimon del giorno!
Ma che giuri costui di far ritorno!"
        Soggiunse l'altroallora: "E tu prometti
di tornar rimenando il tuoprigione
perch'altrimenti non fia mai ch'aspetti
per la nostracontesa altra stagione."
Cosí giuraro; e poi gliaraldieletti
a prescriver il tempo a la tenzone
per darespazio a le lor piaghe onesto
stabiliro il mattin del giornosesto.
        Lasciòla pugna orribile nel core
de' saracini e de' fedeliimpressa
un'alta meraviglia ed un orrore
che per lunga stagionein lor non cessa.
Sol de l'ardir si parla e del valore
che l'unguerriero e l'altro ha mostro in essa
ma qual si debbia di lordue preporre
vario e discorde il vulgo in sé discorre;
        e sta sospeso inaspettando quale
avrà la fera lite avenimento
e se 'lfurore a la virtú prevale
o se cede l'audacia al'ardimento.
Ma piú di ciascun altro a cui ne cale
labella Erminia n'ha cura e tormento
che da i giudizi de l'incertoMarte
vede pender di sé la miglior parte.
        Costeiche figlia fu del re Cassano
che d'Antiochia già l'imperiotenne
preso il suo regnoal vincitor cristiano
fra l'altreprede anch'ella in poter venne.
Ma fulle in guisa allor Tancrediumano
che nulla ingiuria in sua balia sostenne;
ed onorata fune la ruina
de l'alta patria suacome reina.
        L'onoròla servídi libertate
dono le fece il cavaliero egregio
ele furo da lui tutte lasciate
le gemme e gli ori e ciòch'avea di pregio.
Ella vedendo in giovanetta etate
e inleggiadri sembianti animo regio
restò presa d'Amorchemai non strinse
laccio di quel piú fermo onde lei cinse.
        Cosí se 'lcorpo libertà riebbe
fu l'alma sempre in servituteastretta.
Ben molto a lei d'abbandonar increbbe
il signor caroe la prigion diletta;
ma l'onestà regalche mai nondebbe
da magnanima donna esser negletta
la costrinse apartirsie con l'antica
madre a ricoverarsi in terra amica.
        Venne aGierusalemmee quivi accolta
fu dal tiranno del paese ebreo;
matosto pianse in nere spoglie avolta
de la sua genitrice il fatoreo.
Pur né 'l duol che le sia per morte tolta
nél'essiglio infeliceunqua poteo
l'amoroso desio sveller dalcore
né favilla ammorzar di tanto ardore.
        Amaed arde la miserae sí poco
in tale stato che sperar leavanza
che nudrisce nel sen l'occulto foco
di memoria via piúche di speranza;
e quanto è chiuso in piú secretoloco
tanto ha l'incendio suo maggior possanza.
Tancredi alfine a risvegliar sua spene
sovra Gierusalemme ad oste viene.
        Sbigottírgli altri a l'apparir di tante
nazionie sí indomite e sífere;
fe' sereno ella il torbido sembiante
e lieta vagheggiòle squadre altere
e con avidi sguardi il caro amante
cercandogio fra quelle armate schiere.
Cercollo in van sovente ed ancospesso:
"Eccolo" dissee 'l riconobbe espresso.
        Nel palagio regalsublime sorge
antica torre assai presso a le mura
da la cuisommità tutta si scorge
l'oste cristianae 'l monte e lapianura.
Quivida che il suo lume il sol ne porge
in sin chepoi la notte il mondo oscura
s'assidee gli occhi verso il campogira
e co' pensieri suoi parla e sospira.
        Quincivide la pugnae 'l cor nel petto
sentí tremarsi in quelpunto sí forte
che parea che dicesse: "Il tuodiletto
è quegli là ch'in rischio è de lamorte."
Cosí d'angoscia piena e di sospetto
miròi successi de la dubbia sorte
e sempre che la spada il paganmosse
sentí ne l'alma il ferro e le percosse.
        Mapoi ch'il vero intesee intese ancora
che dée l'aspratenzon rinovellarsi
insolito timor cosí l'accora
chesente il sangue suo di ghiaccio farsi.
Talor secrete lagrime etalora
sono occulti da lei gemiti sparsi:
pallidaessangue esbigottita in atto
lo spavento e 'l dolor v'avea ritratto.
        Con orribileimago il suo pensiero
ad or ad or la turba e la sgomenta
e viapiú che la morte il sonno è fero
sí stranelarve il sogno le appresenta.
Parle veder l'amato cavaliero
laceroe sanguinosoe par che senta
ch'egli aita le chieda; e destaintanto
si trova gli occhi e 'l sen molle di pianto.
        Nésol la tema di futuro danno
con sollecito moto il cor le scote
made le piaghe ch'egli avea l'affanno
è cagion che quetarl'alma non pote;
e i fallaci romorch'intorno vanno
cresconle cose incognite e remote
sí ch'ella avisa che vicino amorte
giaccia oppresso languendo il guerrier forte.
        Eperò ch'ella da la madre apprese
qual piú secretasia virtú de l'erbe
e con quai carmi ne le membraoffese
sani ogni piaga e 'l duol si disacerbe
(arte che perusanza in quel paese
ne le figlie de i re par che siserbe)
vorria di sua man propria a le ferute
del suo carosignor recar salute.
        Ellal'amato medicar dasia
e curar il nemico a lei conviene;
pensatalor d'erba nocente e ria
succo sparger in lui che l'avelene
maschiva poi la man vergine e pia
trattar l'arti malignee sen'astiene.
Brama ella almen ch'in uso tal sia vòta
disua virtude ogn'erba ed ogni nota.
        Négià d'andar fra la nemica gente
temenza avriachéperegrina era ita
e viste guerre e stragi avea sovente
escorsa dubbia e faticosa vita
sí che per l'uso la femineamente
sovra la sua natura è fatta ardita
e di leggiernon si conturba e pave
ad ogni imagin di terror men grave.
        Ma piúch'altra cagiondal molle seno
sgombra Amor temerario ognipaura
e crederia fra l'ugne e fra 'l veneno
de l'africanebelve andar secura;
pur se non de la vitaavere almeno
de lasua fama dée temenza e cura
e fan dubbia contesa entro alsuo core
duo potenti nemiciOnore e Amore.
        L'uncosí le ragiona: "O verginella
che le mie leggiinsino ad or serbasti
io mentre ch'eri de' nemici ancella
ticonservai la mente e i membri casti;
e tu libera or vuoi perder labella
verginità ch'in prigionia guardasti?
Ahi! neltenero cor questi pensieri
chi svegliar può? che pensioimè? che speri?
        Dunqueil titolo tu d'esser pudica
sí poco stimie d'onestate ilpregio
che te n'andrai fra nazion nemica
notturna amantearicercar dispregio?
Onde il superbo vincitor ti dica:
`Perdestiil regnoe in un l'animo regio;
non sei di me tu degna'e ticonceda
vulgare a gli altri e mal gradita preda."
        Dal'altra parteil consiglier fallace
con tai lusinghe al suopiacer l'alletta:
"Nata non sei tu già d'orsavorace
né d'aspro e freddo scoglioo giovanetta
ch'abbiaa sprezzar d'Amor l'arco e la face
ed a fuggir ognor quel chediletta
né petto hai tu di ferro o di diamante
chevergogna ti sia l'esser amante.
        Deh!vanne omai dove il desio t'invoglia.
Ma qual ti fingi vincitorcrudele?
Non sai com'egli al tuo doler si doglia
comecompianga al piantoa le querele?
Crudel sei tuche con sípigra voglia
movi a portar salute al tuo fedele.
Langueo feraed ingratail pio Tancredi
e tu de l'altrui vita a cura siedi!
        Sana tu purArganteacciò che poi
il tuo liberator sia spinto amorte:
cosí disciolti avrai gli obblighi tuoi
e síbel premio fia ch'ei ne riporte.
È possibil però chenon t'annoi
quest'empio ministero or cosí forte
che lanoia non basti e l'orror solo
a far che tu di qua te 'n fugga avolo?
        Deh! benfòraa l'incontraufficio umano
e ben n'avresti tu gioiae diletto
se la pietosa tua medica mano
avicinassi al valorosopetto;
ché per te fatto il tuo signor poi sano
colorirebbeil suo smarrito aspetto
e le bellezze sueche spente orsono
vagheggiaresti in lui quasi tuo dono.
        Parteancor poi ne le sue lodi avresti
e ne l'opre ch'ei fèssealte e famose
ond'egli te d'abbracciamenti onesti
faria lietae di nozze aventurose.
Poi mostra a dito ed onorata andresti
frale madri latine e fra le spose
là ne la bella Italiaov'èla sede
del valor vero e de la vera fede."
        Datai speranze lusingata (ahi stolta!)
somma felicitate a séfigura;
ma pur si trova in mille dubbi avolta
come partir sipossa indi secura
perché vegghian le guardie e sempre involta
van di fuori al palagio e su le mura
né portaalcunain tal rischio di guerra
senza grave cagion mai sidisserra.
        SolevaErminia in compagnia sovente
de la guerriera far lungadimora.
Seco la vide il sol da l'occidente
seco la vide lanovella aurora;
e quando son del dí le luci spente
unsol letto le accolse ambe talora:
e null'altro pensier chel'amoroso
l'una vergine a l'altra avrebbe ascoso.
        Questosol tiene Erminia a lei secreto
e s'udita da lei talor silagna
reca ad altra cagion del cor non lieto
gli affettiepar che di sua sorte piagna.
Or in tanta amistà senzadivieto
venir sempre ne pote a la campagna
né stanza algiunger suo giamai si serra
siavi Clorindao sia in consiglio o'n guerra.
        Venneviun giorno ch'ella in altra parte
si ritrovavae si fermòpensosa
pur tra sé rivolgendo i modi e l'arte
de labramata sua partenza ascosa.
Mentre in vari pensier divide eparte
l'incerto animo suo che non ha posa
sospese di Clorindain alto mira
l'arme e le sopraveste: allor sospira.
        Etra sé dice sospirando: "O quanto
beata è lafortissima donzella!
quant'io la invidio! e non l'invidio ilvanto
o 'l feminil onor de l'esser bella.
A lei non tarda ipassi il lungo manto
né 'l suo valor rinchiude invidacella
ma veste l'armie se d'uscirne agogna
vassene e non latien tema o vergogna.
        Ahperché forti a me natura e 'l cielo
altrettanto non fèrle membra e 'l petto
onde potessi anch'io la gonna e 'lvelo
cangiar ne la corazza e ne l'elmetto?
Ché sínon riterrebbe arsura o gelo
non turbo o pioggia il mioinfiammato affetto
ch'al sol non fossi ed al notturnolampo
accompagnata o solaarmata in campo.
        Giànon avrestio dispietato Argante
co 'l mio signor pugnato tuprimiero
ch'io sarei corsa ad incontrarlo inante;
e forse orfòra qui mio prigionero
e sosterria da la nemicaamante
giogo di servitú dolce e leggiero
e giàper li suoi nodi i' sentirei
fatti soavi e alleggeriti i miei.
        O vero a me da lasua destra il fianco
sendo percossoe riaperto il core
purrisanata in cotal guisa almanco
colpo di ferro avria piagad'Amore;
ed or la mente in pace e 'l corpo stanco
riposariansie forse il vincitore
degnato avrebbe il mio cenere el'ossa
d'alcun onor di lagrime e di fossa.
        Malassa! i' bramo non possibil cosa
e tra folli pensier in vanm'avolgo;
io mi starò qui timida e dogliosa
com'una purdel vil femineo volgo.
Ah! non starò: cor mioconfida edosa.
Perch'una volta anch'io l'arme non tolgo?
perchéper breve spazio non potrolle
sostenerbenché sia debile emolle?
        Sípotròsíché mi farà possente
atolerarne il peso Amor tiranno
da cui spronati ancor s'armansovente
d'ardire i cervi imbelli e guerra fanno.
Io guerreggiarnon giàvuo' solamente
far con quest'armi un ingegnosoinganno:
finger mi vuo' Clorinda; e ricoperta
sotto l'imaginsuad'uscir son certa.
        Nonardirieno a lei far i custodi
de l'alte porte resistenzaalcuna.
Io pur ripensoe non veggio altri modi:
aperta ècredoquesta via sol una.
Or favorisca l'innocenti frodi
Amorche le m'inspira e la Fortuna.
E ben al mio partir commoda èl'ora
mentre co 'l re Clorinda anco dimora."
        Cosírisolve; e stimolata e punta
da le furie d'Amorpiú nonaspetta
ma da quella a la sua stanza congiunta
l'arme involatedi portar s'affretta.
E far lo puòché quando ivifu giunta
diè loco ogn'altroe si restò soletta;
ela notte i suoi furti ancor copria
ch'a i ladri amica ed a gliamanti uscia.
        Essaveggendo il ciel d'alcuna stella
già sparso intorno divenirpiú nero
senza fraporvi alcuno indugioappella
secretamente un suo fedel scudiero
ed una sua lealdiletta ancella
e parte scopre lor del suo pensiero.
Scopre ildisegno de la fugae finge
ch'altra cagion a dipartir l'astringe.
        Lo scudiero fedelsúbito appresta
ciò ch'al lor uopo necessariocrede.
Erminia intanto la pomposa vesta
si spogliache lescende insino al piede
e in ischietto vestir leggiadra resta
esnella sí ch'ogni credenza eccede;
nétrattanecolei ch'a la partita
scelta s'aveacompagna altra l'aita.
        Co 'l durissimoacciar preme ed offende
il delicato collo e l'aurea chioma
ela tenera man lo scudo prende
pur troppo grave e insopportabilsoma.
Cosí tutta di ferro intorno splende
e in attomilitar se stessa doma.
Gode Amor ch'è presentee tra séride
come allor già ch'avolse in gonna Alcide.
        Oh! con quantafatica ella sostiene
l'inegual peso e move lenti i passi
ed ala fida compagnia s'attiene
che per appoggio andar dinanzifassi.
Ma rinforzan gli spirti Amore e spene
e ministran vigorea i membri lassi
sí che giungono al loco ove le aspetta
loscudieroe in arcion sagliono in fretta.
        Travestitine vannoe la piú ascosa
e piú riposta via prendonoad arte
pur s'avengono in molti e l'aria ombrosa
veggon lucerdi ferro in ogni parte;
ma impedir lor viaggio alcun non osa
ecedendo il sentier ne va in disparte
ché quel candidoammanto e la temuta
insegna anco ne l'ombra è conosciuta.
        Erminiabenchéquinci alquanto sceme
del dubbio suonon va peròsecura
ché d'essere scoperta a la fin teme
e del suotroppo ardir sente or paura;
ma purgiunta a la portail timorpreme
ed inganna colui che n'ha la cura.
"Io sonClorinda" disse "apri la porta
ché 'l rem'invia dove l'andare importa."
        Lavoce feminil sembiante a quella
de la guerriera agevolal'inganno
(chi crederia veder armata in sella
una de l'altrech'arme oprar non sanno?)
sí che 'l portier tostoubidisceed ella
n'esce veloce e i duo che seco vanno;
e perlor securezza entro le valli
calando prendon lunghi obliqui calli.
        Ma poi ch'Erminiain solitaria ed ima
parte si vedealquanto il corso allenta
ch'iprimi rischi aver passati estima
né d'esser ritenuta omaipaventa.
Or pensa a quello a che pensato in prima
non beneaveva; ed or le s'appresenta
difficil piú ch'a lei non fumostrata
dal frettoloso suo desirl'entrata.
        Vedeor che sotto il militar sembiante
ir tra feri nemici è granfollia;
né d'altra parte palesarsiinante
ch'al suosignor giungessealtrui vorria.
A lui secreta ed improvisaamante
con secura onestà giunger desia;
onde si fermaeda miglior pensiero
fatta piú cauta parla al suo scudiero:
        "Essereomio fedelea te conviene
mio precursorma sii pronto esagace.
Vattene al campoe fa' ch'alcun ti mene
e t'introducaove Tancredi giace
a cui dirai che donna a lui ne viene
chegli apporta salute e chiede pace:
paceposcia ch'Amor guerra mimove
ond'ei saluteio refrigerio trove;
        ech'essa ha in lui sí certa e viva fede
ch'in suo poter nonteme onta né scorno.
Di' sol questo a lui solo; e s'altroei chiede
di' non saperlo e affretta il tuo ritorno.
Io (chéquesta mi par secura sede)
in questo mezzo qui faròsoggiorno."
Cosí disse la donnae quel leale
gíaveloce cosí come avesse ale.
        E'n guisa oprar sapeach'amicamente
entro a i chiusi ripari eraraccolto
e poi condotto al cavalier giacente
che l'ambasciataudia con lieto volto;
e già lasciando ei luiche ne lamente
mille dubbi pensier avea rivolto
ne riportava a leidolce risposta:
ch'entrar potràquando piú liceascosta.
        Ma ellaintanto impazientea cui
troppo ogni indugio par noioso egreve
numera fra se stessa i passi altrui
e pensa: "orgiungeor entraor tornar deve."
E già le sembraese ne duolcolui
men del solito assai spedito e leve.
Spingesial fine inantie 'n parte ascende
onde comincia a discoprir letende.
        Era lanottee 'l suo stellato velo
chiaro spiegava e senza nubealcuna
e già spargea rai luminosi e gelo
di vive perlela sorgente luna.
L'innamorata donna iva co 'l cielo
le suefiamme sfogando ad una ad una
e secretari del suo amoreantico
fea i muti campi e quel silenzio amico.
        Poirimirando il campo ella dicea:
"O belle a gli occhi mieitende latine!
Aura spira da voi che mi ricrea
e mi conforta purche m'avicine;
cosí a mia vita combattuta e rea
qualcheonesto riposo il Ciel destine
come in voi solo il cercoe soloparmi
che trovar pace io possa in mezzo a l'armi.
        Raccogliete medunquee in voi si trove
quella pietà che mi promiseAmore
e ch'io già vidiprigioniera altrove
nelmansueto mio dolce signore.
Né già desio diracquistar mi move
co 'l favor vostro il mio regale onore;
quandociò non avengaassai felice
io mi terrò se 'n voiservir mi lice."
        Cosíparla costeiche non prevede
qual dolente fortuna a leis'appreste.
Ella era in parte ove per dritto fiede
l'armi sueterse il bel raggio celeste
sí che da lunge il lampo lorsi vede
co 'l bel candor che le circonda e veste
e la grantigre ne l'argento impressa
fiammeggia sí ch'ognun direbbe:"È dessa."
        Comevolle sua sorteassai vicini
molti guerrier disposti avean gliaguati;
e n'eran duci duo fratei latini
Alcandro e Polifernoe fur mandati
per impedir che dentro a i saracini
greggie nonsiano e non sian buoi menati;
e se 'l servo passòfuperché torse
piú lunge il passo e rapido trascorse.
        Al giovinPolifernoa cui fu il padre
su gli occhi suoi già daClorinda ucciso
viste le spoglie candide e leggiadre
fu diveder l'alta guerriera aviso
e contra le irritò l'occultesquadre;
né frenando del cor moto improviso
(com'era insuo furor súbito e folle)
gridò: "Sei morta"e l'asta in van lanciolle.
        Sícome cerva ch'assetata il passo
mova a cercar d'acque lucenti evive
ove un bel fonte distillar da un sasso
o vide un fiumetra frondose rive
s'incontra i cani allor che 'l corpolasso
ristorar crede a l'ondea l'ombre estive
volge indietrofuggendoe la paura
la stanchezza obliar face e l'arsura;
        cosícosteiche de l'amor la sete
onde l'infermo core è sempreardente
spegner ne l'accoglienze oneste e liete
credevaeriposar la stanca mente
or che contra gli vien chi glie 'ldiviete
e 'l suon del ferro e le minaccie sente
se stessa e'l suo desir primo abbandona
e 'l veloce destrier timida sprona.
        Fugge Erminiainfelicee 'l suo destriero
con prontissimo piede il suolcalpesta.
Fugge ancor l'altra donnae lor quel fero
con moltiarmati di seguir non resta.
Ecco che da le tende il buonscudiero
con la tarda novella arriva in questa
e l'altrui fugaancor dubbio accompagna
e gli sparge il timor per la campagna.
        Ma il piúsaggio fratelloil quale anch'esso
la non vera Clorinda aveaveduto
non la volle seguirch'era men presso
ma ne l'insidiesue s'è ritenuto;
e mandò con l'aviso al campo unmesso
che non armento od animal lanuto
né preda altrasimílma ch'è seguita
dal suo german Clorindaimpaurita;
        ech'ei non crede giàné 'l vuol ragione
ch'ellach'è duce e non è sol guerriera
elegga a l'uscirsuo tale stagione
per opportunità che sia leggiera;
magiudichi e comandi il pio Buglione
egli farà ciòche da lui s'impera.
Giunge al campo tal novae se ne intende
ilprimo suon ne le latine tende.
        Tancredicui dinanzi il cor sospese
quell'aviso primieroudendo orquesto
pensa: "Deh! forse a me venia cortese
e 'nperiglio è per me"né pensa al resto.
E parteprende sol del grave arnese
monta a cavallo e tacito esce epresto;
e seguendo gli indizi e l'orme nove
rapidamente a tuttocorso il move.  
 
 




CANTOSETTIMO

 

Argomento

        FuggeErminia e un pastor l'accoglie; intanto
Tancredi in van di leicercandoil piede
Pon ne' lacci d'Armida: il fero vanto
D'Arganteriprovar Raimondo ha fede:
Però difeso da custodesanto
Seco entra in campo: Belzebùche vede
Ch'al Paganmale il folle ardir riesce
Per lui salvar guerra e procellemesce.

         IntantoErminia infra l'ombrose piante
d'antica selva dal cavallo èscòrta
né piú governa il fren la mantremante
e mezza quasi par tra viva e morta.
Per tante stradesi raggira e tante
il corridor ch'in sua balia la porta
ch'alfin da gli occhi altrui pur si dilegua
ed è soverchio omaich'altri la segua.
        Qualdopo lunga e faticosa caccia
tornansi mesti ed anelanti i cani
chela fèra perduta abbian di traccia
nascosa in selva da gliaperti piani
tal pieni d'ira e di vergogna in faccia
riedonostanchi i cavalier cristiani.
Ella pur fuggee timida esmarrita
non si volge a mirar s'anco è seguita.
        Fuggítutta la nottee tutto il giorno
errò senza consiglio esenza guida
non udendo o vedendo altro d'intorno
che lelagrime sueche le sue strida.
Ma ne l'ora che 'l sol dal carroadorno
scioglie i corsieri e in grembo al mar s'annida
giunsedel bel Giordano a le chiare acque
e scese in riva al fiumee quisi giacque.
        Cibonon prende giàché de' suoi mali
solo si pasce esol di pianto ha sete;
ma 'l sonnoche de' miseri mortali
èco 'l suo dolce oblio posa e quiete
sopí co' sensi i suoidolorie l'ali
dispiegò sovra lei placide e chete;
néperò cessa Amor con varie forme
la sua pace turbar mentreella dorme.
        Nonsi destò fin che garrir gli augelli
non sentí lietie salutar gli albori
e mormorar il fiume e gli arboscelli
econ l'onda scherzar l'aura e co i fiori.
Apre i languidi lumi eguarda quelli
alberghi solitari de' pastori
e parle voce udirtra l'acqua e i rami
ch'a i sospiri ed al pianto la richiami.
        Ma sonmentr'ella piangei suoi lamenti
rotti da un chiaro suon ch'a leine viene
che sembra ed è di pastorali accenti
misto edi boscareccie inculte avene.
Risorgee là s'indrizza apassi lenti
e vede un uom canuto a l'ombre amene
tesserfiscelle a la sua greggia a canto
ed ascoltar di tre fanciulli ilcanto.
        Vedendoquivi comparir repente
l'insolite armesbigottírcostoro;
ma li saluta Erminia e dolcemente
gli affidae gliocchi scopre e i bei crin d'oro:
"Seguite" dice"aventurosa gente
al Ciel dilettail bel vostro lavoro
chénon portano già guerra quest'armi
a l'opre vostrea ivostri dolci carmi."
        Soggiunseposcia: "O padreor che d'intorno
d'alto incendio di guerraarde il paese
come qui state in placido soggiorno
senza temerle militari offese?"
"Figlio" ei rispose "d'ognioltraggio e scorno
la mia famiglia e la mia greggia illese
semprequi furné strepito di Marte
ancor turbò questaremota parte.
        Osia grazia del Ciel che l'umiltade
d'innocente pastor salvi esublime
o chesí come il folgore non cade
in bassopian ma su l'eccelse cime
cosí il furor di peregrinespade
sol de' gran re l'altere teste opprime
né gliavidi soldati a preda alletta
la nostra povertà vile enegletta.
        Altruivile e neglettaa me sí cara
che non bramo tesor néregal verga
né cura o voglia ambiziosa o avara
mai neltranquillo del mio petto alberga.
Spengo la sete mia ne l'acquachiara
che non tem'io che di venen s'asperga
e questa greggiae l'orticel dispensa
cibi non compri a la mia parca mensa.
        Ché poco èil desiderioe poco è il nostro
bisogno onde la vita siconservi.
Son figli miei questi ch'addito e mostro
custodi dela mandrae non ho servi.
Cosí me 'n vivo in solitariochiostro
saltar veggendo i capri snelli e i cervi
ed i pesciguizzar di questo fiume
e spiegar gli augelletti al ciel le piume.
        Tempo giàfuquando piú l'uom vaneggia
ne l'età primach'ebbi altro desio
e disdegnai di pasturar la greggia;
efuggii dal paese a me natio
e vissi in Menfi un tempoe ne lareggia
fra i ministri del re fui posto anch'io
e benchéfossi guardian de gli orti
vidi e conobbi pur l'inique corti.
        Pur lusingato dasperanza ardita
soffrii lunga stagion ciò che piúspiace;
ma poi ch'insieme con l'età fiorita
mancòla speme e la baldanza audace
piansi i riposi di quest'umilvita
e sospirai la mia perduta pace
e dissi; `O cortea Dio.'Cosía gli amici
boschi tornandoho tratto i dífelici."
        Mentreei cosí ragionaErminia pende
da la soave bocca intenta echeta;
e quel saggio parlarch'al cor le scende
de' sensi inparte le procelle acqueta.
Dopo molto pensarconsiglio prende
inquella solitudine secreta
insino a tanto almen farnesoggiorno
ch'agevoli fortuna il suo ritorno.
        Ondeal buon vecchio dice: "O fortunato
ch'un tempo conoscesti ilmale a prova
se non t'invidii il Ciel sí dolce stato
dele miserie mie pietà ti mova;
e me teco raccogli in cosígrato
albergo ch'abitar teco mi giova.
Forse fia che 'l miocore infra quest'ombre
del suo peso mortal parte disgombre.
        Ché se digemme e d'orche 'l vulgo adora
sí come idoli suoitufossi vago
potresti bentante n'ho meco ancora
renderne iltuo desio contento e pago."
Quinciversando da' begli occhifora
umor di doglia cristallino e vago
parte narrò disue fortunee intanto
il pietoso pastor pianse al suo pianto.
        Poi dolce laconsola e sí l'accoglie
come tutt'arda di paterno zelo
ela conduce ov'è l'antica moglie
che di conforme cor gli hadata il Cielo.
La fanciulla regal di rozze spoglie
s'ammantaecinge al crin ruvido velo;
ma nel moto de gli occhi e de lemembra
non già di boschi abitatrice sembra.
        Noncopre abito vil la nobil luce
e quanto è in lei d'altero edi gentile
e fuor la maestà regia traluce
per gli attiancor de l'essercizio umile.
Guida la greggia a i paschi e lariduce
con la povera verga al chiuso ovile
e da l'irsute mammeil latte preme
e 'n giro accolto poi lo strige insieme.
        Soventeallorche su gli estivi ardori
giacean le pecorelle a l'ombra assise
nela scorza de' faggi e de gli allori
segnò l'amato nome inmille guise
e de' suoi strani ed infelici amori
gli asprisuccessi in mille piante incise
e in rileggendo poi le proprienote
rigò di belle lagrime le gote.
        Indidicea piangendo: "In voi serbate
questa dolente istoriaamiche piante;
perché se fia ch'a le vostr'ombregrate
giamai soggiorni alcun fedele amante
senta svegliarsi alcor dolce pietate
de le sventure mie sí varie e tante
edica: `Ah troppo ingiusta empia mercede
diè Fortuna edAmore a sí gran fede!'
        Forseaverràse 'l Ciel benigno ascolta
affettuoso alcun pregomortale
che venga in queste selve anco tal volta
quegli a cuidi me forse or nulla cale;
e rivolgendo gli occhi ovesepolta
giacerà questa spoglia inferma e frale
tardopremio conceda a i miei martíri
di poche lagrimette e disospiri;
        onde sein vita il cor misero fue
sia lo spirito in morte almen felice
e'l cener freddo de le fiamme sue
goda quel ch'or godere a me nonlice."
Cosí ragiona a i sordi tronchie due
fontidi pianto da' begli occhi elice.
Tancredi intantoove fortuna iltira
lunge da leiper lei seguirs'aggira.
        Egliseguendo le vestigia impresse
rivolse il corso a la selvavicina;
ma quivi da le piante orride e spesse
nera e folta cosíl'ombra dechina
che piú non può raffigurar traesse
l'orme novellee 'n dubbio oltre camina
porgendo intornopur l'orecchie intente
se calpestiose romor d'armi sente.
        E se pur lanotturna aura percote
tenera fronde mai d'olmo o di faggio
ose fèra od augello un ramo scote
tosto a quel picciol suondrizza il viaggio.
Esce al fin de la selvae per ignote
stradeil conduce de la luna il raggio
verso un romor che di lontanoudiva
insin che giunse al loco ond'egli usciva.
        Giunsedove sorgean da vivo sasso
in molta copia chiare e lucide onde
efattosene un rio volgeva a basso
lo strepitoso piè traverdi sponde.
Quivi egli ferma addolorato il passo
e chiamaesola a i gridi Ecco risponde;
e vede intanto con sereneciglia
sorger l'aurora candida e vermiglia.
        Gemecrucciosoe 'ncontra il Ciel si sdegna
che sperata gli neghi altaventura;
ma de la donna suaquand'ella vegna
offesa purfarla vendetta giura.
Di rivolgersi al campo al fin disegna
benchéla via trovar non s'assecura
ché gli sovien che presso èil dí prescritto
che pugnar dée co 'l cavalierd'Egitto.
        Partesie mentre va per dubbio calle
ode un corso appressar ch'ognors'avanza
ed al fine spuntar d'angusta valle
vede uom che dicorriero avea sembianza.
Scotea mobile sferzae da lespalle
pendea il corno su 'l fianco a nostra usanza.
ChiedeTancredi a lui per quale strada
al campo de' cristiani indi sivada.
        Quegliitalico parla: "Or là m'invio
dove m'ha Boemondo infretta spinto."
Segue Tancredi lui che del gran zio
messaggiostimae crede al parlar finto.
Giungono al fin là dove unsozzo e rio
lago impaludaed un castel n'è cinto
ne lastagion che 'l sol par che s'immerga
ne l'ampio nido ove la nottealberga.
        Suona ilcorriero in arrivando il corno
e tosto giú calar si vedeun ponte:
"Quando latin sia tuqui far soggiorno
potrai"gli dice "in fin che 'l sol rimonte
ché questo locoe non è il terzo giorno
tolse a i pagani di Cosenza ilconte."
Mira il loco il guerrierche d'ogniparte
inespugnabil fanno il sito e l'arte.
        Dubitaalquanto poi ch'entro sí forte
magione alcuno ingannoocculto giaccia;
ma come avezzo a i rischi de la morte
mottonon fannee no 'l dimostra in faccia
ch'ovunque il guidielezione o sorte
vuol che securo la sua destra il faccia.
Purl'obligo ch'egli ha d'altra battaglia
fa che di nova impresa ornon gli caglia;
        sích'incontra al castelloove in un prato
il curvo ponte sidistende e posa
ritiene alquanto il passoed invitato
nonsegue la sua scorta insidiosa.
Su 'l ponte intanto un cavalieroarmato
con sembianza apparia fera e sdegnosa
ch'avendo ne ladestra il ferro ignudo
in suon parlava minaccioso e crudo:
        "O tuche(siasi tua fortuna o voglia)
al paese fatal d'Armida arrive
pensiindarno al fuggir; or l'arme spoglia
e porgi a i lacci suoi leman cattive
ed entra pur ne la guardata soglia
con questeleggi ch'ella altrui prescrive
né piú sperar diriveder il cielo
per volger d'anni o per cangiar di pelo
        se non giurid'andar con gli altri sui
contra ciascun che da Giesús'appella."
S'affisa a quel parlar Tancredi in lui
ericonosce l'arme e la favella.
Rambaldo di Guascogna eracostui
che partí con Armidae sol per ella
pagan sifece e difensor divenne
di quell'usanza rea ch'ivi si tenne.
        Di santo sdegnoil pio guerrier si tinse
nel voltoe gli rispose: "Empiofellone
quel Tancredi son io che 'l ferro cinse
per Cristosempree fui di lui campione;
e in sua virtute i suoi rubellivinse
come vuo' che tu vegga al paragone
ché da l'iradel Ciel ministra eletta
è questa destra a far in tevendetta."
        Turbossiudendo il glorioso nome
l'empio guerrieroe scolorissi inviso.
Pur celando il timorgli disse: "Or come
miserovieni ove rimanga ucciso?
Qui saran le tue forze oppresse edome
e questo altero tuo capo reciso;
e manderollo a i ducifranchi in dono
s'altro da quel che soglio oggi non sono."
        Cosí diceail pagano; e perché il giorno
spento era omai sí chevedeasi a pena
apparír tante lampade d'intorno
che nefu l'aria lucida e serena.
Splende il castel come in teatroadorno
suol fra notturne pompe altera scena
ed in eccelsaparte Armida siede
onde senz'esser vista e ode e vede.
        Il magnanimo eroefra tanto appresta
a la fera tenzon l'arme e l'ardire
nésu 'l debil cavallo assiso resta
già veggendo il nemico apié venire.
Vien chiuso ne lo scudo e l'elmo ha intesta
la spada nudae in atto è di ferire.
Gli moveincontra il principe feroce
con occhi torvi e con terribil voce.
        Quegli con largherote aggira i passi
stretto ne l'armee colpi accenna efinge;
questise ben ha i membri infermi e lassi
va risolutoe gli s'appressa e stringe
e là donde Rambaldo a dietrofassi
velocissimamente egli si spinge
e s'avanza e l'incalzae fulminando
spesso a la vista gli dirizza il brando.
        Epiú ch'altrove impetuoso fère
ove piú divital formò natura
a le percosse le minacciealtere
accompagnandoe 'l danno a la paura.
Di qua di làsi volgee sue leggiere
membra il presto guascone a i colpifura
e cerca or con lo scudo or con la spada
che 'l nemicofurore indarno cada;
        maveloce a lo schermo ei non è tanto
che piú l'altronon sia pronto a l'offese.
Già spezzato lo scudo e l'elmoinfranto
e forato e sanguigno avea l'arnese
e colpo alcun de'suoi che tanto o quanto
impiagasse il nemico anco non scese;
etemee gli rimorde insieme il core
sdegnovergognaconscienzaamore.
        Disponsial fin con disperata guerra
far prova omai de l'ultimafortuna.
Gitta lo scudoe a due mani afferra
la spada ch'èdi sangue ancor digiuna;
e co 'l nemico suo si stringe e serra
ecala un colpoe non v'è piastra alcuna
che gli resista síche grave angoscia
non dia piagando a la sinistra coscia.
        E poi su l'ampiafronte il ripercote
sí ch'il picchio rimbomba in suon disquilla;
l'elmo non fende giàma lui ben scote
talch'egli si rannicchia e ne vacilla.
Infiamma d'ira il principe legote
e ne gli occhi di foco arde e sfavilla;
e fuor de lavisiera escono ardenti
gli sguardie insieme lo stridor de'denti.
        Il perfidopagan già non sostiene
la vista pur di sí feroceaspetto.
Sente fischiare il ferroe tra le vene
già glisembra d'averlo e in mezzo al petto.
Fugge dal colpoe 'l colpo acader viene
dove un pilastro è contra il ponte eretto;
nevan le scheggie e le scintille al cielo
e passa al cor deltraditor un gelo
        ondeal ponte rifuggee sol nel corso
de la salute sua pone ognispeme.
Ma 'l seguita Tancredie già su 'l dorso
la mangli stende e 'l piè co 'l piè gli preme
quando ecco(al fuggitivo alto soccorso)
sparir le faci ed ogni stellainsieme
né rimaner a l'orba notte alcuna
sotto poverocielluce di luna.
        Fral'ombre de la notte e de gli incanti
il vincitor no 'l segue piúné 'l vede
né può cosa vedersi a lato oinanti
e muove dubbio e mal securo il piede.
Su l'entrare d'unuscio i passi erranti
a caso mettené d'entrar s'avede
masente poi che suona a lui di dietro
la portae 'n loco il serraoscuro e tetro.
        Comeil pesce colà dove impaluda
ne i seni di Comacchio ilnostro mare
fugge da l'onda impetuosa e cruda
cercando inplacide acque ove ripare
e vien che da se stesso ei sirinchiuda
in palustre prigion né può tornare
chéquel serraglio è con mirabil uso
sempre a l'entrare apertoa l'uscir chiuso;
        cosíTancredi allorqual che si fosse
de l'estrania prigion l'ordignoe l'arte
entrò per se medesmoe ritrovosse
poi làrinchiuso ov'uom per sé non parte.
Ben con robusta man laporta scosse
ma fur le sue fatiche indarno sparte
e voceintanto udí che: "Indarno" grida
"uscirprocurio prigionier d'Armida.
        Quimenerai (non temer già di morte)
nel sepolcro de' vivi igiorni e gli anni."
Non rispondema preme il guerrierforte
nel cor profondo i gemiti e gli affanni
e fra se stessoaccusa Amorla sorte
la sua schiocchezza e gli altrui feriinganni;
e talor dice in tacite parole:
"Leve perdita fiaperdere il sole
        madi piú vago sol piú dolce vista
misero! i' perdoenon so già se mai
in loco tornerò che l'almatrista
si rassereni a gli amorosi rai."
Poi gli soviend'Argantee piú s'attrista
e: "Troppo" dice "almio dover mancai;
ed è ragion ch'ei mi disprezzi escherna!
O mia gran colpa! o mia vergogna eterna!"
        Cosíd'amord'onor cura mordace
quinci e quindi al guerrier l'animorode.
Or mentre egli s'affliggeArgante audace
le molli piumedi calcar non gode;
tanto è nel crudo petto odio dipace
cupidigia di sangueamor di lode
chede le piaghe suenon sano ancora
brama che 'l sesto dí porti l'aurora.
        La notte cheprecedeil pagan fero
a pena inchinaper dormir la fronte;
esorge poi che 'l cielo anco è sí nero
che non dàluce in su la cima al monte.
"Recami" grida "l'arme"al suo scudiero
ed esso aveale apparecchiate e pronte:
non lesolite suema dal re sono
dategli questee prezioso è ildono.
        Senza moltomirarle egli le prende
né dal gran peso è la personaonusta
e la solita spada al fianco appende
ch'è ditempra finissima e vetusta.
Qual con le chiome sanguinoseorrende
splender cometa suol per l'aria adusta
che i regnimuta e i feri morbi adduce
a i purpurei tiranni infausta luce;
        tal ne l'arme eifiammeggiae bieche e torte
volge le luci ebre di sangue ed'ira.
Spirano gli atti feri orror di morte
e minaccie dimorte il volto spira.
Alma non è cosí secura eforte
che non paventiove un sol guardo gira.
Nuda ha la spadae la solleva e scote
gridandoe l'aria e l'ombre in van percote.
        "Ben tosto"dice "il predator cristiano
ch'audace è sích'a me vuole agguagliarsi
caderà vinto e sanguinoso alpiano
bruttando ne la polve i crini sparsi;
e vedràvivo ancor da questa mano
ad onta del suo Dio l'armespogliarsi
né morendo impetrar potrà co'preghi
ch'in pasto a' cani le sue membra i' neghi." 
        Nonaltramente il tauroove l'irriti
geloso amor co' stimulipungenti
orribilmente muggee co' muggiti
gli spirti in sérisveglia e l'ire ardenti
e 'l corno aguzza a i tronchie parch'inviti
con vani colpi a la battaglia i venti:
sparge co 'lpiè l'arenae 'l suo rivale
da lunge sfida a guerra asprae mortale.
        Da sífatto furor commossoappella
l'araldo; e con parlar tronco gliimpone:
"Vattene al campoe la battaglia fella
nunzia acolui ch'è di Giesú campione."
Quinci alcun nonaspetta e monta in sella
e fa condursi inanzi il suoprigione;
esce fuor de la terrae per lo colle
in corso vienprecipitoso e folle.
        Dàfiato intanto al cornoe n'esce un suono
che d'ogn'intornoorribile s'intende
e 'n guisa pur di strepitoso tuono
gliorecchi e 'l cor de gli ascoltanti offende.
Già i principicristiani accolti sono
ne la tenda maggior de l'altre tende:
quife' l'araldo sue disfide e incluse
Tancredi priané perògli altri escluse.
        Goffredointorno gli occhi gravi e tardi
volge con mente allor dubbia esospesa
néperché molto pensi e molto guardi
attogli s'offre alcuno a tanta impresa.
Vi manca il fior de' suoiguerrier gagliardi:
di Tancredi non s'è novella intesa
elunge è Boemondoed ito è in bando
l'invitto eroech'uccise il fier Gernando.
        Edoltre i diece che fur tratti a sorte
i migliori del campo e i piúfamosi
seguír d'Armida le fallaci scorte
sotto ilsilenzio de la notte ascosi.
Gli altri di mano e d'animo menforte
taciti se ne stanno e vergognosi
né vi èchi cerchi in sí gran rischio onore
ché vinta lavergogna è dal timore.
        Alsilenzioa l'aspettoad ogni segno
di lor temenza il capitans'accorse
e tutto pien di generoso sdegno
dal loco ove sedearepente sorse
e disse: "Ah! ben sarei di vita indegno
sela vita negassi or porre in forse
lasciando ch'un pagan cosívilmente
calpestasse l'onor di nostra gente!
        Siedain pace il mio campoe da secura
parte miri ozioso il mioperiglio.
Su sudatemi l'arme"; e l'armatura
gli furecata in un girar di ciglio.
Ma il buon Raimondoche in etàmatura
parimente maturo avea il consiglio
e verdi ancor leforze a par di quanti
erano quiviallor si trasse avanti
        e disse a luirivolto: "Ah non sia vero
ch'in un capo s'arrischi il campotutto!
Duce sei tunon semplice guerriero:
publico fòrae non privato il lutto.
In te la fé s'appoggia e 'l santoimpero
per te fia il regno di Babèl distrutto.
Tu ilsenno sollo scettro solo adopra;
ponga altri poi l'ardire e 'lferro in opra.
        Ediobench'a gir curvo mi condanni
la grave etànon fia checiò ricusi.
Schivino gli altri i marziali affanni
menon vuo' già che la vecchiezza scusi.
Oh! foss'io pur su 'lmio vigor de gli anni
qual sète or voiche qui temendochiusi
vi state e non vi move ira o vergogna
contra lui che visgrida e vi rampogna
        equale allora fuiquando al cospetto
di tutta la Germaniaa lagran corte
del secondo Corradoapersi il petto
al feroceLeopoldo e 'l posi a morte!
E fu d'alto valor piú chiaroeffetto
le spoglie riportar d'uom cosí forte
ches'alcun or fugasse inerme e solo
di questa ignobil turba un grandestuolo.
        Se fossein me quella virtúquel sangue
di questo alter l'orgoglioavrei già spento.
Ma qualunque io mi sianon peròlangue
il core in mené vecchio anco pavento
E s'iopur rimarrò nel campo essangue
né il pagan divittoria andrà contento.
Armarmi i' vuo': sia questo il dích'illustri
con novo onor tutti i miei scorsi lustri."
        Cosí parlail gran vecchioe sproni acuti
son le paroleonde virtúsi desta.
Quei che fur prima timorosi e muti
hanno la lingua orbaldanzosa e presta.
Né sol non v'è che la tenzonrifiuti
ma ella omai da molti a prova è chiesta:
Baldovinla domandae con Ruggiero
Guelfoi due Guidie Stefano eGerniero
        ePirroquel che fe' il lodato inganno
dando Antiochia presa aBoemondo;
ed a prova richiesta anco ne fanno
EberardoRidolfoe 'l pro' Rosmondo
un di Scoziaun d'Irlandaed unbritanno
terre che parte il mar dal nostro mondo;
e ne sonparimente anco bramosi
Gildippe ed Odoardoamanti e sposi.
        Ma sovra tuttigli altri il fero vecchio
se ne dimostra cupido ed ardente.
Armatoè già; sol manca a l'apparecchio
de gli altri arnesiil fino elmo lucente.
A cui dice Goffredo: "O vivospecchio
del valor priscoin te la nostra gente
miri e virtún'apprenda: in te di Marte
splende l'onorla disciplina e l'arte.
        Oh! pur avessifra l'etade acerba
diece altri di valor al tuo simíle
comeardirei vincer Babèl superba
e la Croce spiegar da Battro aTile.
Ma cedi orpregoe te medesmo serba
a maggior opre e divirtú senile.
Pongansi poi tutti i nomi in un vaso
comeè l'usanzae sia giudice il caso;
        anzigiudice Diode le cui voglie
ministra e serva è la fortunae 'l fato."
Ma non però dal suo pensier sitoglie
Raimondoe vuol anch'egli esser notato.
Ne l'elmo suoGoffredo i brevi accoglie;
e poi che l'ebbe scosso ed agitato
nelprimo breve che di là traesse
del conte di Tolosa il nomelesse.
        Fu il nomesuo con lieto grido accolto
né di biasmar la sorte alcunardisce.
Ei di fresco vigor la fronte e 'l volto
riempie; ecosí allor ringiovenisce
qual serpe fier che in novespoglie avolto
d'oro fiammeggi e 'ncontra il sol si lisce.
Mapiú d'ogn'altro il capitan gli applaude
e gli annunziavittoriae gli dà laude.
        Ela spada togliendosi dal fianco
e porgendola a luicosídicea:
"Questa è la spada che 'n battaglia ilfranco
rubello di Sassonia oprar solea
ch'io già glitolsi a forzae gli tolsi anco
la vita allor di mille colperea;
questache meco ognor fu vincitrice
prendie sia cosíteco ora felice."
        Diloro indugio intanto è quell'altero
impazientee liminaccia e grida:
"O gente invittao popologuerriero
d'Europaun uomo solo è che vi sfida.
VengaTancredi omai che par sí fero
se ne la sua virtútanto si fida;
o vuolgiacendo in piumeaspettar forse
lanotte ch'altre volte a lui soccorse?
        Vengaaltris'egli teme; a stuolo a stuolo
venite insiemeo cavalierio fanti
poi che di pugnar meco a solo a solo
non v'èfra mille schiere uom che si vanti.
Vedete là il sepolcroove il figliuolo
di Maria giacque: or ché non giteavanti?
ché non sciogliete i voti? Ecco la strada!
Aqual serbate uopo maggior la spada?"
        Contali scherni il saracin atroce
quasi con dura sferza altruipercote
ma piú ch'altri Raimondo a quella voce
s'accendee l'onte sofferir non pote.
La virtú stimolata è piúferoce
e s'aguzza de l'ira a l'aspra cote
sí chetronca gli indugi e preme il dorso
del suo Aquilinoa cui diè'l nome il corso.
        Questosu 'l Tago nacqueove talora
l'avida madre del guerrieroarmento
quando l'alma stagion che n'innamora
nel cor leinstiga il natural talento
volta l'aperta bocca incontral'òra
raccoglie i semi del fecondo vento
e de' tepidifiati (o meraviglia!)
cupidamente ella concipe e figlia.
        E ben questoAquilin nato diresti
di quale aura del ciel piú lievespiri
o se veloce sí ch'orma non resti
stendere ilcorso per l'arena il miri
o se 'l vedi addoppiar leggieri epresti
a destra ed a sinistra angusti giri.
Sovra tal corridoreil conte assiso
move a l'assaltoe volge al cielo il viso:
        "Signortuche drizzasti incontra l'empio
Golia l'arme inesperte inTerebinto
sí ch'ei ne fuche d'Israel fea scempio
alprimo sasso d'un garzone estinto;
tu fa' ch'or giaccia (e fia paril'essempio)
questo fellon da me percosso e vinto
e debilvecchio or la superbia opprima
come debil fanciul l'oppresse inprima."
        Cosípregava il contee le preghiere
mosse dalla speranza in Diosecura
s'alzàr volando a le celesti spere
come va focoal ciel per sua natura.
L'accolse il Padre eternoe fra leschiere
de l'essercito suo tolse a la cura
un che 'l difendaesano e vincitore
da le man di quell'empio il tragga fuore.
        L'angeloche fugià custode eletto
da l'alta Providenza al buonRaimondo
insin dal primo dí che pargoletto
se 'n venne afarsi peregrin del mondo
or che di novo il Re del Ciel gli hadetto
che prenda in sé de la difesa il pondo
ne l'altarocca ascendeove de l'oste
divina tutte son l'arme riposte.
        Qui l'asta siconserva onde il serpente
percosso giacquee i gran fulmineistrali
e quegli ch'invisibili a la gente
portan l'orride pestie gli altri mali;
e qui sospeso è in alto il grantridente
primo terror de' miseri mortali
quando egli avien chei fondamenti scota
de l'ampia terrae le città percota.
        Si vedeafiammeggiar fra gli altri arnesi
scudo di lucidissimodiamante
grande che può coprir genti e paesi
quanti ven'ha fra il Caucaso e l'Atlante;
e sogliono da questo esserdifesi
principi giusti e città caste e sante.
Questol'angelo prendee vien con esso
occultamente al suo Raimondoappresso.
        Pieneintanto le mura eran già tutte
di varia turbae 'l barbarotiranno
manda Clorinda e molte genti instrutte
che ferme amezzo il colle oltre non vanno.
Da l'altro lato in ordineridutte
alcune schiere di cristiani stanno
e largamente a' duocampioni il campo
vòto riman fra l'uno e l'altro campo.
        Mirava Arganteenon vedea Tancredi
ma d'ignoto campion sembianze nove.
Fecesiil conte inanzie: " Quel che chiedi
è" disse alui "per tua ventura altrove.
Non superbir peròchéme qui vedi
apparecchiato a riprovar tue prove
ch'io di luiposso sostener la vice
o venir come terzo a me qui lice."
        Ne sorride ilsuperboe gli risponde:
"Che fa dunque Tancredi? e dovestassi?
Minaccia il ciel con l'armee poi s'asconde
fidandosol ne' suoi fugaci passi;
ma fugga pur nel centro e 'n mezzol'onde
ché non fia loco ove securo il lassi."
"Menti"replica l'altro "a dir ch'uom tale
fugga da tech'assai dite piú vale."
        Fremeil circasso iratoe dice: "Or prendi
del campo tuch'invece sua t'accetto;
e tosto e' si parrà come difendi
l'altafollia del temerario detto."
Cosí mossero in giostrae i colpi orrendi
parimente drizzaro ambi a l'elmetto;
e 'lbuon Raimondo ove mirò scontrollo
né dar gli fecene l'arcion pur crollo.
        Dal'altra parte il fero Argante corse
(fallo insolito a lui)l'arringo in vano
ché 'l difensor celeste il colpotorse
dal custodito cavalier cristiano.
Le labra il crudo perfuror si morse
e ruppe l'asta bestemmiando al piano.
Poitragge il ferroe va contra Raimondo
impetuoso al paragonsecondo.
        E 'lpossente corsiero urta per dritto
quasi monton ch'al cozzo ilcapo abbassa.
Schiva Raimondo l'urtoal lato dritto
piegandoil corsoe 'l fère in fronte e passa.
Torna di novo ilcavalier d'Egitto
ma quegli pur di novo a destra il lassa
epur su l'elmo il cogliee 'ndarno sempre
ché l'elmoadamantine avea le tempre.
        Mail feroce paganche seco vòle
piú stretta zuffaalui s'aventa e serra.
L'altroch'al peso di sí vastamole
teme d'andar co 'l suo destriero a terra
qui cedeedindi assalee par che vòle
intorniando con girevolguerra
e i lievi imperii il rapido cavallo
segue del frenoenon pone orma in fallo.
        Qualcapitan ch'oppugni eccelsa torre
infra paludi posta o in altomonte
mille aditi ritentae tutte scorre
l'arti e le viecotal s'aggira il conte;
e poi che non può scaglia d'armetòrre
ch'armano il petto e la superba fronte
fèrei men forti arnesied a la spada
cerca tra ferro e ferro aprir lastrada.
        Ed in dueparti o in tre forate e fatte
l'arme nemiche ha già tepidee rosse
ed egli ancor le sue conserva intatte
né dicimierné d'un sol fregio scosse.
Argante indarnoarrabbiaa vòto batte
e spande senza pro l'ire e leposse;
non si stanca peròma raddoppiando
va tagli epunte e si rinforza errando.
        Alfin tra mille colpi il saracino
cala un fendentee 'l conte ècosí presso
che forse il velocissimo Aquilino
nonsottraggeasi e rimaneane oppresso;
ma l'aiuto invisibilevicino
non mancò lui di quel superno messo
che stese ilbraccio e tolse il ferro crudo
sovra il diamante del celestescudo.
        Fragile èil ferro allor (ché non resiste
di fucina mortal tempraterrena
ad armi incorrottibili ed immiste
d'eterno fabro) ecade in su l'arena.
Il circassoch'andarne a terra haviste
minutissime partiil crede a pena;
stupisce poiscortala mano inerme
ch'arme il campion nemico abbia sí ferme;
        e ben rotta laspada aver si crede
su l'altro scudoonde è coluidifeso
e 'l buon Raimondo ha la medesma fede
ché nonsa già chi sia dal ciel disceso.
Ma però ch'eglidisarmata vede
la man nemicasi riman sospeso
chéstima ignobil palma e vili spoglie
quelle ch'altrui con talvantaggio toglie.
        "Prendi"volea già dirgli "un'altra spada"
quando novopensier nacque nel core
ch'alto scorno è de' suoi doveegli cada
che di publica causa è difensore.
Cosíné indegna a lui vittoria aggrada
né in dubbio vuolporre il comune onore.
Mentre egli dubbio stassiArgantelancia
il pomo e l'else a la nemica guancia
        ein quel tempo medesmo il destrier punge
e per venirne a lottaoltra si caccia.
La percossa lanciata a l'elmo giunge
síche ne pesta al tolosan la faccia;
ma però nullasbigottiscee lunge
ratto si svia da le robuste braccia
edimpiaga la man ch'a dar di piglio
venia piú fera che ferinoartiglio.
        Posciagira da questa a quella parte
e rigirasi a questa indi daquella;
e sempree dove riede e donde parte
fère ilpagan d'aspra percossa e fella.
Quanto avea di vigorquanto avead'arte
quanto può sdegno anticoira novella
a dannodel circasso or tutto aduna
e seco il Ciel congiura e la fortuna.
        Quei di fine armee di se stesso armato
a i gran colpi resiste e nulla pave;
epar senza governo in mar turbato
rotte vele ed antenneeccelsanave
che pur contesto avendo ogni suo lato
tenacemente dirobusta trave
sdrusciti i fianchi al tempestoso flutto
nonmostra ancorné si dispera in tutto.
        Arganteil tuo periglio allor tal era
quando aiutarti Belzebúdispose.
Questi di cava nube ombra leggiera
(mirabil mostro) informa d'uom compose;
e la sembianza di Clorinda altera
glifinsee l'arme ricche e luminose:
diegli il parlare e senza menteil noto
suon de la vocee 'l portamento e 'l moto.
        Ilsimulacro ad Oradinesperto
sagittario famosoandonne edisse:
"O famoso Oradinch'a segno certo
come a tepiacele quadrella affisse
ah! gran danno saria s'uom di talmerto
difensor di Giudeacosí morisse
e di suespoglie il suo nemico adorno
securo ne facesse a i suoi ritorno.
        Qui fa' prova del'artee le saette
tinginel sangue del ladronfrancese
ch'oltra il perpetuo onor vuo' che n'aspette
premioal gran fatto egual dal re cortese."
Cosí parlòné quegli in dubbio stette
tosto che 'l suon de lepromesse intese;
da la grave faretra un quadrel prende
e sul'arco l'adattae l'arco tende.
        Sibilail teso nervoe fuore spinto
vola il pennuto stral per l'aria estride
ed a percoter va dove del cinto
si congiungon le fibbiee le divide;
passa l'usbergoe in sangue a pena tinto
qui susi ferma e sol la pelle incide
ché 'l celeste guerriersoffrir non volse
ch'oltra passassee forza al colpo tolse.
        Da l'usbergo lostral si tragge il conte
ed ispicciarne fuori il sangue vede;
econ parlar pien di minaccie ed onte
rimprovera al pagan la rottafede.
Il capitanche non torcea la fronte
da l'amato Raimondoallor s'avede
che violato è il pattoe perchégrave
stima la piagane sospira e pave;
        econ la fronte le sue genti altere
e con la lingua a vendicarlodesta.
Vedi tosto inchinar giú le visiere
lentare ifreni e por le lancie in resta
e quasi in un sol punto alcuneschiere
da quella parte moversi e da questa.
Sparisce il campoe la minuta polve
con densi globi al ciel s'inalza e volve.
        D'elmi e scudipercossi e d'aste infrante
ne' primi scontri un gran romors'aggira.
Là giacere un cavalloe girne errante
unaltro là senza rettor si mira;
qui giace un guerrier mortoe qui spirante
altri singhiozza e gemealtri sospira.
Fera èla pugnae quanto piú si mesce
e stringe insiemepiús'inaspra e cresce.
        SaltaArgante nel mezzo agile e sciolto
e toglie ad un guerrier ferratamazza;
e rompendo lo stuol calcato e folto
la rota intorno esi fa larga piazza.
E sol cerca Raimondoe in lui sol vòlto
hail ferro e l'ira impetuosa e pazza
e quasi avido lupo ei par chebrame
ne le viscere sue pascer la fame.
        Maduro ad impedir viengli il sentiero
e fero intoppoacciòche 'l corso ei tardi.
Si trova incontra Ormannoe conRuggiero
di Balnavilla un Guido e duo Gherardi.
Non cessanons'allentaanzi è piú fero
quanto ristretto èpiú da que' gagliardi
sí come a forza da rinchiusoloco
se n'esce e move alte ruine il foco.
        UccideOrmannopiaga Guidoatterra
Ruggiero infra gli estinti egro elanguente
ma contra lui crescon le turbee 'l serra
d'uominie d'arme cerchio aspro e pungente.
Mentre in virtú di luipari la guerra
si mantenea fra l'una e l'altra gente
il buonduce Buglion chiama il fratello
ed a lui dice: "Or movi iltuo drapello
        elà dove battaglia è piú mortale
vattene adinvestir nel lato manco."
Quegli si mossee fu lo scontrotale
ond'egli urtò de gli nemici al fianco
che parve ilpopol d'Asia imbelle e frale
né poté sostenerl'impeto franco
che gli ordini disperdee co'destrieri
l'insegne insieme abbatte e i cavalieri.
        Dal'impeto medesmo in fuga è vòlto
il destro corno; enon v'è alcun che faccia
fuor ch'Argante difesaa frenosciolto
cosí il timor precipiti li caccia.
Egli solferma il passo e mostra il volto
né chi con mani cento ecento braccia
cinquanta scudi insieme ed altrettante
spademovesseor piú faria d'Argante.
        Eigli stocchi e le mazzeegli de l'aste
e de' corsieri l'impetosostenta;
e solo par che 'ncontra tutti baste
ed ora a questoed ora a quel s'aventa.
Peste ha le membra e rotte l'arme eguaste
e sudor versa e sanguee par no 'l senta.
Ma cosíl'urta il popol denso e 'l preme
ch'al fin lo svolge e seco ilporta insieme.
        Volgeil tergo a la forza ed al furore
di quel diluvio che 'l rapisce e'l tira;
ma non già d'uom che fugga ha i passi e 'lcore
s'a l'opre de la mano il cor si mira.
Serbano ancora gliocchi il lor terrore
e le minaccie de la solita ira;
e cercaritener con ogni prova
la fuggitiva turbae nulla giova.
        Non puòfar quel magnanimo ch'almeno
sia lor fuga piú tarda e piúraccolta
ché non ha la paura arte né freno
népregar qui né comandar s'ascolta.
Il pio Buglionch'i suoipensieri a pieno
vede fortuna a favorir rivolta
segue de lavittoria il lieto corso
e invia novello a i vincitor soccorso.
        E se non che nonera il dí che scritto
Dio ne gli eterni suoi decretiavea
quest'era forse il dí che 'l campo invitto
de lesante fatiche al fin giungea.
Ma la schiera infernalch'in quelconflitto
la tirannide sua cader vedea
sendole ciòpermessoin un momento
l'aria in nube ristrinse e mosse il vento.
        Da gli occhi de'mortali un negro velo
rapisce il giorno e 'l solee parch'avampi
negro via piú ch'orror d'inferno il cielo
cosífiammeggia infra baleni e lampi.
Fremono i tuonie pioggiaaccolta in gelo
si versae i paschi abbatte e inonda icampi.
Schianta i rami il gran turboe par che crolli
non purle quercie ma le rocche e i colli.
        L'acquain un tempoil vento e la tempesta
ne gli occhi a i Franchiimpetuosa fère
e l'improvisa violenza arresta
con unterror quasi fatal le schiere.
La minor parte d'esse accoltaresta
(ché veder non le puote) a le bandiere.
MaClorindache quindi alquanto è lunge
prende opportuno iltempo e 'l destrier punge.
        Ellagridava a i suoi: "Per noi combatte
compagniil Cieloe lagiustizia aita;
da l'ira sua le faccie nostre intatte
sonoenon è la destra indi impedita
e ne la fronte solo irato eibatte
de la nemica gente impaurita
e la scote de l'armee dela luce
la priva: andianne purché 'l fato è duce."
        Cosíspinge le gentie ricevendo
sol nelle spalle l'impetod'inferno
urta i Francesi con assalto orrendo
e i vani colpilor si prende a scherno.
Ed in quel tempo Argante anco volgendo
fade' già vincitor aspro governo
e quei lasciando il campo atutto corso
volgono al ferroa le procelle il dorso.
        Percotono lespalle a i fuggitivi
l'ire immortali e le mortali spade
e 'lsangue corre e facommisto a i rivi
de la gran pioggiarosseggiar le strade.
Qui tra 'l vulgo de' morti e de' mal vivi
ePirro e 'l buon Ridolfo estinto cade;
e toglie a questo il fiercircasso l'alma
e Clorinda di quello ha nobil palma.
        Cosífuggiano i Franchie di lor caccia
non rimaneano i Siri anco o idemoni.
Sol contra l'arme e contra ogni minaccia
di granuoledi turbini e di tuoni
volgea Goffredo la securafaccia
rampognando aspramente i suoi baroni;
efermo anzi laporta il gran cavallo
le genti sparse raccogliea nel vallo.
        E ben due volteil corridor sospinse
contra il feroce Argante e lui ripresse
edaltrettante il nudo ferro spinse
dove le turbe ostili eran piúspesse;
al fin con gli altri insieme ei si ristrinse
dentro a iriparie la vittoria cesse.
Tornano allora i saraciniestanchi
restan nel vallo e sbigottiti i Franchi.
        Néquivi ancor de l'orride procelle
ponno a pieno schivar la forza el'ira
ma sono estinte or queste faci or quelle
e per tuttoentra l'acqua e 'l vento spira.
Squarcia le tele e spezza i palie svelle
le tende intere e lunge indi le gira;
la pioggia a igridia i ventia i tuon s'accorda
d'orribile armonia che 'lmondo assorda.  




 

CANTOOTTAVO

 

Argomento

        Narraa Goffredo del signor de' Dani
Il valor prima un messoe poi lamorte
Credendo quei d'Italia a' segni vani
Stimano estinto illor Rinaldo forte.
Dunque al furor ch'Aletto spirainsani
disoverchia irae d'odio apron le porte:
E minaccia Goffredo: eicon la voce
Sola in lor frena l'impeto feroce.

 

        Giàcheti erano i tuoni e le tempeste
e cessato il soffiar d'Austro edi Coro
e l'alba uscia de la magion celeste
con la fronte dirose e co' piè d'oro.
Ma quei che le procelle avean giàdeste
non rimaneansi ancor da l'arti loro
anzi l'un d'essich'Astragorre è detto
cosí parlava a la compagnaAletto:
        "MiraAlettovenirne (ed impedito
esser non può da noi) quelcavaliero
che da le fere mani è vivo uscito
del sovrandifensor del nostro impero.
Questinarrando del suo duce ardito
ede' compagni a i Franchi il caso fero
paleserà gran cose;onde è periglio
che si richiami di Bertoldo il figlio.
        Sai quanto ciòrilevi e se conviene
a i gran princípi oppor forza edinganno.
Scendi tra i Franchi adunquee ciò ch'abene
colui dirà tutto rivolgi in danno:
spargi le fiammee 'l tòsco entro le vene
del Latinde l'Elvezio e delBritanno
movi l'ire e i tumulti a fa' tal opra
che tutto vadail campo al fin sossopra.
        L'opraè degna di tetu nobil vanto
te 'n désti giàdinanzi al signor nostro."
Cosí le parlae basta bensol tanto
perché prenda l'impresa il fero mostro.
Giuntoè su 'l vallo dei cristiani intanto
quel cavaliero il cuivenir fu mostro
e disse lor: "Dehsia chi m'introduca
permercedeo guerrierial sommo duca."
        Moltiscorta gli furo al capitano
vaghi d'udir del peregrinnovelle.
Egli inchinolloe l'onorata mano
volea baciar che fatremar Babelle;
"Signor" poi dice "che conl'oceano
termini la tua fama e con le stelle
venirne a tevorrei piú lieto messo."
Qui sospiravae soggiungevaappresso:
        "Svenodel re de' Dani unico figlio
gloria e sostegno a la cadenteetade
esser tra quei bramò che 'l tuo consiglio
seguendohan cinto per Giesú le spade;
né timor di fatica odi periglio
né vaghezza del regnoné pietade
delvecchio genitorsí degno affetto
intepidír nelgeneroso petto.
        Lospingeva un desio d'apprender l'arte
de la milizia faticosa edura
da tesí nobil mastroe sentia in parte
sdegno evergogna di sua fama oscura
già di Rinaldo il nome in ogniparte
con gloria udendo in verdi anni matura;
ma piúch'altra cagioneil mosse il zelo
non del terren ma de l'onor delCielo.
        Precipitòdunque gli indugie tolse
stuol di scelti compagni audace efero
e dritto invèr la Tracia il camin volse
a la cittàche sede è de l'impero.
Qui il greco Augusto in sua magionl'accolse
qui poi giunse in tuo nome un messaggiero.
Questi apien gli narrò come già presa
fosse Antiochiaecome poi difesa;
        difesaincontra al Persoil qual con tanti
uomini armati ad assediarvimosse
che sembrava che d'arme e d'abitanti
vòto il granregno suo rimaso fosse.
Di te gli dissee poi narròd'alquanti
sin ch'a Rinaldo giunsee qui fermosse;
contòl'ardita fugae ciò che poi
fatto di glorioso avea travoi.
        Soggiunse alfin come già il popol franco
veniva a dar l'assalto aqueste porte;
e invitò lui ch'egli volesse almanco
del'ultima vittoria esser consorte.
Questo parlare al giovenettofianco
del fero Sveno è stimolo sí forte
ch'ogn'oraun lustro pargli infra pagani
rotar il ferro e insanguinar lemani.
        Par che lasua viltà rimproverarsi
senta ne l'altrui gloriae se nerode;
e ch'il consiglia e ch'il prega a fermarsi
o che nonl'essaudisce o che non l'ode.
Rischio non temefuor che 'l nontrovarsi
de' tuoi gran rischi a parte e di tua lode;
questo glisembra sol periglio grave
de gli altri o nulla intende o nullapave.
        Eglimedesmo sua fortuna affretta
fortuna che noi tragge e luiconduce
però ch'a pena al suo partire aspetta
i primirai de la novella luce.
È per miglior la via piúbreve eletta;
tale ei la stimach'è signor e duce
néi passi piú difficili o i paesi
schivar si cerca de' nemicioffesi.
        Ordifetto di ciboor camin duro
trovammoor violenza ed oraguati;
ma tutti fur vinti i disagie furo
or uccisi i nemicied or fugati.
Fatto avean ne' perigli ogn'uom securo
levittorie e insolenti i fortunati
quando un dí ciaccampammo ove i confini
non lunge erano omai de' Palestini.
        Quivi da iprecursori a noi vien detto
ch'alto strepito d'arme aveansentito
e viste insegne e indizi onde han sospetto
che siavicino essercito infinito.
Non pensiernon colornon cangiaaspetto
non muta voce il signor nostro ardito
benchémolti vi sian ch'al fero aviso
tingan di bianca pallidezza ilviso.
        Ma dice:`Oh quale omai vicina abbiamo
corona o di martirio o divittoria!
L'una spero io ben piúma non men bramo
l'altraove è maggior merto e pari gloria.
Questo campoofratelliove or noi siamo
fia tempio sacro ad immortalmemoria
in cui l'età futura additi e mostri
le nostresepolture e i trofei nostri.'
        Cosíparlae le guardie indi dispone
e gli uffici comparte e lafatica.
Vuol ch'armato ognun giacciae non depone
ei medesmogli arnesi o la lorica.
Era la notte ancor ne la stagione
ch'èpiú del sonno e del silenzio amica
allor che d'urlibarbareschi udissi
romor che giunse al cielo ed a gli abissi.
        Si grida `Al'armi! a l'armi!'e Sveno involto
ne l'armi inanzi a tutti oltresi spinge
e magnanimamente i lumi e 'l volto
di colord'ardimento infiamma e tinge.
Ecco siamo assalitie un cerchiofolto
da tutti i lati ne circonda e stringe
e intorno un boscoabbiam d'aste e di spade
e sovra noi di strali un nembo cade.
        Ne la pugnainegual (però che venti
gli assalitori sono incontra aduno)
molti d'essi piagati e molti spenti
son da cieche ferite al'aer bruno;
ma il numero de gli egri e de' cadenti
fra l'ombreoscure non discerne alcuno:
copre la notte i nostri danniel'opre
de la nostra virtute insieme copre.
        Pursí fra gli altri Sveno alza la fronte
ch'agevol cosa èche veder si possa
e nel buio le prove anco son conte
a chi vimirae l'incredibil possa.
Di sangue un riod'uomini uccisi unmonte
d'ogni intorno gli fanno argine e fossa;
e dovunque nevasembra che porte
lo spavento ne gli occhie in man la morte.
        Cosípugnato fu sin che l'albore
rosseggiando nel ciel giàn'apparia.
Ma poi che scosso fu il notturno orrore
che l'orrorde le morti in sé copria
la desiata luce a noi terrore
convista accrebbe dolorosa e ria
ché pien d'estinti il campoe quasi tutta
nostra gente vedemmo omai destrutta.
        Duomila fummoenon siam cento. Or quando
tanto sangue egli mira e tantemorti
non so se 'l cuor feroce al miserando
spettacolo siturbi e si sconforti;
ma già no 'l mostraanzi la vocealzando:
`Seguiam' ne grida `que' compagni forti
ch'al Ciellunge da i laghi averni e stigi
n'han segnati co 'l sangue altivestigi.'
        Dissee lieto (credo io) de la vicina
morte cosí nel cor come alsembiante
incontra alla barbarica ruina
portonne il pettointrepido e costante.
Tempra non sosterrebbeancor che fina
fossee d'acciaio noma di diamante
i feri colpionde egli il campoallaga
e fatto è il corpo suo solo una piaga.
        Lavita noma la virtú sostenta
quel cadavero indomito eferoce.
Ripercote percosso e non s'allenta
ma quanto offeso èpiú tanto piú noce.
Quando ecco furiando a luis'aventa
uom grandec'ha sembiante e guardo atroce;
e dopolunga ed ostinata guerra
con l'aita di molti al fin l'atterra.
        Cade il garzoneinvitto (ahi caso amaro!)
né v'è fra noi chivendicare il possa.
Voi chiamo in testimonioo del miocaro
signor sangue ben sparso e nobil ossa
ch'allor non fui dela mia vita avaro
né schivai ferro né schivaipercossa;
e se piaciuto pur fosse là sopra
ch'io vimorissiil meritai con l'opra.
        Fragli estinti compagni io sol cadei
vivoné vivo forse èchi mi pensi;
né de' nemici piú cosa saprei
ridirsí tutti avea sopiti i sensi.
Ma poi che tornò illume a gli occhi miei
ch'eran d'atra caligine condensi
nottemi parveed a lo sguardo fioco
s'offerse il vacillar d'un picciolfoco.
        Nonrimaneva in me tanta virtude
ch'a discerner le cose io fossipresto
ma vedea come quei ch'or apre or chiude
gli occhimezzo tra 'l sonno e l'esser desto;
e 'l duolo omai de le feritecrude
piú cominciava a farmisi molesto
chél'inaspria l'aura notturna e 'l gelo
in terra nuda e sotto apertocielo.
        Piúe piú ognor s'avicinava intanto
quel lume e insieme untacito bisbiglio
sí ch'a me giunse e mi si pose acanto.
Alzo allorbench'a penail debil ciglio
e veggio duevestiti in lungo manto
tener due facie dirmi sento: `Ofiglio
confida in quel Signor ch'a' pii soviene
e con lagrazia i preghi altrui previene.'
        Intal guisa parlommi: indi la mano
benedicendo sovra me distese;
esusurrò con suon devoto e piano
voci allor poco udite emeno intese.
`Sorgi'poi disse; ed io leggiero e sano
sorgoenon sento le nemiche offese
(oh miracol gentile!)anzi misembra
piene di vigor novo aver le membra.
        Stupidolor riguardoe non ben crede
l'anima sbigottita il certo e ilvero;
onde l'un d'essi a me: `Di poca fede
che dubbii? o chevaneggia il tuo pensiero?
Verace corpo è quel che 'n noi sivede:
servi siam di Giesúche 'l lusinghiero
mondo e 'lsuo falso dolce abbiam fuggito
e qui viviamo in loco erto eromito.
        Me perministro a tua salute eletto
ha quel Signor che 'n ogni parteregna
ché per ignobil mezzo oprar effetto
meravigliosoed alto egli non sdegna
né men vorrà che síresti negletto
quel corpo in cui già visse alma sídegna
lo qual con essa ancorlucido e leve
e immortal fattoriunir si deve.
        Dicoil corpo di Sveno a cui fia data
tombaa tanto valorconveniente
la qual a dito mostra ed onorata
ancor saràda la futura gente.
Ma leva omai gli occhi a le stellee guata
làsplender quellacome un sol lucente;
questa co' vivi raggi or ticonduce
là dove è il corpo del tuo nobil duce.'
        Allor vegg'io cheda la bella face
anzi dal sol notturnoun raggio scende
chedritto là dove il gran corpo giace
quasi aureo tratto dipennelsi stende;
e sovra lui tal lume e tanto face
ch'ognisua piaga ne sfavilla e splende
e subito da me si raffigura
nela sanguigna orribile mistura.
        Giaceaprono non giàma come vòlto
ebbe sempre a le stelleil suo desire
dritto ei teneva inverso il cielo il volto
inguisa d'uom che pur là suso aspire.
Chiusa la destra e 'lpugno avea raccolto
e stretto il ferroe in atto è diferire;
l'altra su 'l petto in modo umile e pio
si posae parche perdon chieggia a Dio.
        Mentreio le piaghe sue lavo co 'l pianto
né però sfogo ilduol che l'alma accora
gli aprí la chiusa destra ilvecchio santo
e 'l ferro che stringea trattone fora:
`Questa'a me disse `ch'oggi sparso ha tanto
sangue nemicoe n'èvermiglia ancora
è come sai perfettae non èforse
altra spada che debba a lei preporse.
        Ondepiace là su ches'or la parte
dal suo primo signor acerbamorte
oziosa non resti in questa parte
ma di man passi inmano ardita e forte
che l'usi poi con egual forza ed arte
mapiú lunga stagion con lieta sorte;
e con lei facciaperchéa lei s'aspetta
di chi Sveno le uccise aspra vendetta.
        Soliman Svenouccisee Solimano
dée per la spada sua restarneucciso.
Prendila dunquee vanne ov'il cristiano
campo fiaintorno a l'alte mura assiso;
e non temer che nel paese estrano
tisia il sentier di novo anco preciso
ché t'agevoleràper l'aspra via
l'alta destra di Lui ch'or là t'invia.
        Quivi Egli vuolche da cotesta voce
che viva in te servòsi manifesti
lapietateil valorl'ardir feroce
che nel diletto tuo signorvedesti
perché a segnar de la purpurea Croce
l'arme contale essempio altri si desti
ed ora e dopo un corso anco dilustri
infiammati ne sian gli animi illustri.
        Restache sappia tu chi sia colui
che deve de la spada essererede.
Questi è Rinaldoil giovenetto a cui
il pregiodi fortezza ogn'altro cede.
A lui la porgie di' che sol dalui
l'alta vedetta il Cielo e 'l mondo chiede.'
Or mentre io lesue voci intento ascolto
fui da miracol novo a sé rivolto
        ché làdove il cadavero giacea
ebbi improviso un gran sepolcroscorto
che sorgendo rinchiuso in sé l'avea
come non soné con qual arte sorto;
e in brevi note altrui vi sisponea
il nome e la virtú del guerrier morto.
Io nonsapea da tal vista levarmi
mirando ora le lettre ed ora i marmi.
        `Qui' disse ilvecchio `appresso a i fidi amici
giacerà del tuo duce ilcorpo ascoso
mentre gli spirti amando in Ciel felici
godonperpetuo bene e glorioso.
Ma tu co 'l pianto omai gli estremiuffici
pagato hai loroe tempo è di riposo.
Oste mio nesarai sin ch'al viaggio
matutin ti risvegli il novo raggio.'
        Tacquee perlochi ora sublimi or cupi
mi scòrse onde a gran pena ilfianco trassi
sin ch'ove pende da selvaggie rupi
cava speloncaraccogliemmo i passi.
Questo è il suo albergo: ivi fra gliorsi e i lupi
co 'l discepolo suo securo stassi
chédifesa miglior ch'usbergo e scudo
è la santa innocenza alpetto ignudo.
        Silvestrecibo e duro letto porse
quivi a le membra mie posa e ristoro.
Mapoi ch'accesi in oriente scorse
i raggi del mattin purpurei ed'oro
vigilante ad orar subito sorse
l'uno e l'altro eremitaed io con loro.
Dal santo vecchio poi congedo tolsi
e quidov'egli consigliòmi volsi."
        Quisi tacque il tedescoe gli rispose
il pio Buglione: "Ocavaliertu porte
dure novelle al campo e dolorose
onde aragion si turbi e si sconforte
poi che genti sí amiche evalorose
breve ora ha tolte e poca terra absorte
e in guisad'un baleno il signor vostro
s'è in un sol punto dileguatoe mostro.
        Ma che?felice è cotal morte e scempio
via piú ch'acquistodi provincie e d'oro
né dar l'antico Campidoglioessempio
d'alcun può mai sí glorioso alloro.
Essidel ciel nel luminoso tempio
han corona immortal del vincerloro:
ivi credo io che le sue belle piaghe
ciascun lietodimostri e se n'appaghe.
        Matuche a le fatiche ed al periglio
ne la milizia ancor resti delmondo
devi gioir de' lor trionfie 'l ciglio
render quantoconviene omai giocondo;
e perché chiedi di Bertoldo ilfiglio
sappi ch'ei fuor de l'oste è vagabondo
nélodo io già che dubbia via tu prenda
pria che di lui certanovella intenda."
        Questolor ragionar ne l'altrui mente
di Rinaldo l'amor desta e rinova
ev'è chi dice: "Ahi! fra pagana gente
il giovenettoerrante or si ritrova."
E non v'è quasi alcun che nonrammente
narrando al danoi suoi gran fatti a prova;
e del'opere sue la lunga tela
con istupor gli si dispiega e svela.
        Or quando delgarzon la rimembranza
avea gli animi tutti inteneriti
eccomolti tornarche per usanza
eran d'intorno a depredareusciti.
Conducean questi seco in abbondanza
e mandre di lanutie buoi rapiti
e biade ancorbenché non moltee strame
chepasca de' corsier l'avida fame.
        Equesti di sciagura aspra e noiosa
segno portàr che 'napparenza è certo:
rotta del buon Rinaldo e sanguinosa
lasopravesta ed ogni arnese aperto.
Tosto si sparse (e chi potriatal cosa
tener celata?) un romor vario e incerto.
Corre ilvulgo dolente a le novelle
del guerriero e de l'armee vuolvedelle.
        Vedeeconosce ben l'immensa mole
del grand'usbergo e 'l folgorar dellume
e l'arme tutte ove è l'augel ch'al sole
prova isuoi figli e mal crede a le piume;
ché di vederle giàprimiere o sole
ne le imprese piú grandi ebbe incostume
ed or non senza alta pietate ed ira
rotte e sanguigneivi giacer le mira.
        Mentrebisbiglia il campoe la cagione
de la morte di lui varia sicrede
a sé chiama Aliprando il pio Buglione
duce diquei che ne portàr le prede
uom di libera mente e disermone
veracissimo e schiettoed a lui chiede:
"Di' comee donde tu rechi quest'arme
e di buono o di reo nulla celarme."
        Gli risposecolui: "Di qui lontano
quanto in duo giorni un messaggieroandria
verso il confin di Gaza un picciol piano
chiuso tracolli alquanto è fuor di via;
e in lui d'alto deriva elento e piano
tra pianta e pianta un fiumicel s'invia
ed'arbori e di macchie ombroso e folto
opportuno a l'insidie illoco è molto.
        Quigreggia alcuna cercavam che fosse
venuta a i paschi de l'erbosesponde
e in su l'erbe miriam di sangue rosse
giacerne unguerrier morto in riva a l'onde.
A l'arme ed a l'insegne ogn'uomsi mosse
che furon conosciute ancor che immonde.
Iom'appressai per discoprirgli il viso
ma trovai ch'era il capoindi reciso.
        Mancavaancor la destrae 'l busto grande
molte ferite avea dal tergo alpetto;
e non lontancon l'aquila che spande
le candide aligiacea il vòto elmetto.
Mentre cerco d'alcuno a cuidimande
un villanel sopragiungea soletto
che 'ndietro il passoper fuggirne torse
subitamente che di noi s'accorse.
        Maseguitato e presoa la richiesta
che noi gli facevamoal finrispose
che 'l giorno inanti uscir de la foresta
scorse moltiguerrierionde ei s'ascose;
e ch'un d'essi tenea recisa testa
perle sue chiome bionde e sanguinose
la qual gli parverimirandointento
d'uom giovenetto e senza peli al mento;
        eche 'l medesmo poco poi l'avolse
in un zendado da l'arcionpendente.
Soggiunse ancor ch'a l'abito raccolse
ch'erano icavalier di nostra gente.
Io spogliar feci il corpoe síme 'n dolse
che piansi nel sospetto amaramente
e portai mecol'arme e lasciai cura
ch'avesse degno onor di sepoltura.
        Ma se quel nobiltronco è quel ch'io credo
altra tombaaltra pompa egliben merta."
Cosí dettoAliprando ebbe congedo
peròche cosa non avea piú certa.
Rimase grave e sospiròGoffredo;
pur nel tristo pensier non si raccerta
e con piúchiari segni il monco busto
conoscer vuole e l'omicida ingiusto.
        Sorgea la notteintantoe sotto l'ali
ricopriva del cielo i campi immensi;
e'l sonnoozio de l'almeoblio de' mali
lusingando sopia le curee i sensi.
Tu sol puntoArgilland'acuti strali
d'asprodolorvolgi gran cose e pensi
né l'agitato sen négli occhi ponno
la quiete raccòrre o 'l molle sonno.
        Costui pronto dimandi lingua ardito
impetuoso e fervido d'ingegno
nacque inriva del Tronto e fu nutrito
ne le risse civil d'odio e disdegno;
poscia in essiglio spintoi colli e 'l lito
empiédi sangue e depredò quel regno
sin che ne l'Asia aguerreggiar se 'n venne
e per fama miglior chiaro divenne.
        Al fin questi sul'alba i lumi chiuse;
né già fu sonno il suo queto esoave
ma fu stupor ch'Aletto al cor gl'infuse
non men chemorte sia profondo e grave.
Sono le interne sue virtúdeluse
e riposo dormendo anco non have
ché la furiacrudel gli s'appresenta
sotto orribili larve e lo sgomenta.
        Gli figura ungran bustoond'è diviso
il capo e de la destra il braccioè mozzo
e sostien con la manca il teschio inciso
disangue e di pallor livido e sozzo.
Spira e parla spirando il mortoviso
e 'l parlar vien co 'l sangue e co 'l singhiozzo:
"FuggiArgillan; non vedi omai la luce?
Fuggi le tende infami e l'empioduce.
        Chi dalfero Goffredo e da la frode
ch'uccise mevoicari amiciaffida?
D'astio dentro il fellon tutto si rode
e pensa solcome voi meco uccida.
Purse cotesta mano a nobil lode
aspirae in sua virtú tanto si fida
non fuggirno; plachi iltiranno essangue
lo spirto mio co 'l suo maligno sangue.
        Io saròtecoombra di ferro e d'ira
ministrae t'armerò la destrae 'l seno."
Cosí gli parlae nel parlar glispira
spirito novo di furor ripieno.
Si rompe il sonnoesbigottito ei gira
gli occhi gonfi di rabbia e di veneno;
edarmato ch'egli ècon importuna
fretta i guerrier d'Italiainsieme aduna.
        Gliaduna là dove sospese stanno
l'arme del buon Rinaldoe consuperba
voce il furore e 'l conceputo affanno
in tai dettidivulga e disacerba:
"Dunque un popolo barbaro e tiranno
chenon prezza ragionche fé non serba
che non fu mai disangue e d'or satollo
ne terrà 'l freno in bocca e 'lgiogo al collo?
        Ciòche sofferto abbiam d'aspro e d'indegno
sette anni omai sotto síiniqua soma
è tal ch'arder di scornoarder disdegno
potrà da qui a mill'anni Italia e Roma.
Taccioche fu da l'arme e da l'ingegno
del buon Tancredi la Ciliciadoma
e ch'ora il Franco a tradigion la gode
e i premi usurpadel valor la frode.
        Taccioch'ove il bisogno e 'l tempo chiede
pronta manpensier fermoanimo audace
alcuno ivi di noi primo si vede
portar fra millemorti o ferro o face;
quando le palme poiquando le prede
sidispensan ne l'ozio e ne la pace
nostri in parte non sonmatutti loro
i trionfigli onorle terre e l'oro.
        Tempoforse già fu che gravi e strane
ne potevan parer sífatte offese;
quasi lievi or le passo: orrendaimmane
feritàleggierissime l'ha rese.
Hanno ucciso Rinaldoe conl'umane
l'alte leggi divine han vilipese.
E non fulmina ilCielo? e non l'inghiotte
la terra entro la sua perpetua notte?
        Rinaldo hanmortoil qual fu spada e scudo
di nostra fede; ed ancor giaceinulto?
inulto giace e su 'l terreno ignudo
lacerato illasciaro ed insepulto.
Ricercate saper chi fosse il crudo?
Achi poteo compagniesser occulto?
Deh! chi non sa quanto alvalor latino
portin Goffredo invidia e Baldovino?
        Mache cerco argomenti? Il Cielo io giuro
(il Ciel che n'ode ech'ingannar non lice)
ch'allor che si rischiara il mondooscuro
spirito errante il vidi ed infelice.
Che spettacolooimècrudele e duro!
Quai frode di Goffredo a noipredice!
Io 'l vidie non fu sogno; e ovunque or miri
par chedinanzi a gli occhi miei s'aggiri.
        Orche faremo noi? dée quella mano
che di morte síingiusta è ancora immonda
reggerci sempre? o pur vorremlontano
girne da leidove l'Eufrate inonda
dove a popoloimbelle in fertil piano
tante ville e città nutre efeconda
anzi a noi pur? Nostre sarannoio spero
néco' Franchi comune avrem l'impero.
        Andiannee resti invendicato il sangue
(se cosí parvi) illustre edinnocente
benchése la virtú che freddalangue
fosse ora in voi quanto dovrebbe ardente
questo chedivoròpestifero angue
il pregio e 'l fior de la latinagente
daria con la sua morte e con lo scempio
a gli altrimostri memorando essempio.
        Ioio vorreise 'l vostro alto valore
quanto egli puòtantovoler osasse
ch'oggi per questa man ne l'empio core
nido ditradigionla pena entrasse."
Cosí parla agitatoenel furore
e ne l'impeto suo ciascuno ei trasse.
"Arme!arme!" freme il forsennatoe insieme
la gioventúsuperba "Arme! arme!" freme.
        RotaAletto fra lor la destra armata
e co 'l foco il venen ne' pettimesce.
Lo sdegnola folliala scelerata
sete del sangue ognorpiú infuria e cresce;
e serpe quella peste e si dilata
ede gli alberghi italici fuor n'esce
e passa fra gli Elvezie vis'apprende
e di là poscia a gli Inghilesi tende.
        Né soll'estrane genti avien che mova
il duro caso e 'l gran publicodanno
ma l'antiche cagioni a l'ira nova
materia insieme enutrimento danno.
Ogni sopito sdegno or si rinova:
chiamano ilpopol franco empio e tiranno
e in superbe minaccie escediffuso
l'odio che non può starne omai piú chiuso.
        Cosí nelcavo rame umor che bolle
per troppo focoentro gorgoglia efuma;
né capendo in se stessoal fin s'estolle
sovragli orli del vasoe inonda e spuma.
Non bastano a frenare ilvulgo folle
que' pochi a cui la mente il vero alluma;
eTancredi e Camillo eran lontani
Guglielmo e gli altri in podestàsoprani.
        Corronogià precipitosi a l'armi
confusamente i popoli feroci
egià s'odon cantar bellici carmi
sediziose trombe in ferevoci.
Gridano intanto al pio Buglion che s'armi
molti di qua dilà nunzi veloci
e Baldovin inanzi a tutti armato
glis'appresenta e gli si pone a lato.
        Eglich'ode l'accusai lumi al cielo
drizza e pur come suole a Dioricorre:
"Signortu che sai ben con quanto zelo
la destramia del civil sangue aborre
tu squarcia a questi de la mente ilvelo
e reprimi il furor che sí trascorre;
e l'innocenzamiache costà sopra
è notaal mondo cieco anco siscopra."
        Tacquee dal Cielo infuso ir fra le vene
sentissi un novo inusitatocaldo.
Colmo d'alto vigord'ardita spene
che nel volto sisparge e 'l fa piú baldo
e da' suoi circondatooltre se'n viene
contra chi vendicar credea Rinaldo;
néperchéd'arme e di minaccie ei senta
fremito d'ogni intornoil passoallenta.
        Ha lacorazza indossoe nobil veste
riccamente l'adorna oltra 'lcostume.
Nudo è le mani e 'l voltoe di celeste
maestàvi risplende un novo lume:
scote l'aurato scettroe sol conqueste
arme acquetar quegli impeti presume.
Tal si mostra acoloro e tal ragiona
né come d'uom mortal la voce suona:
        "Qualistolte minaccie e quale or odo
vano strepito d'arme? e chi ilcommove?
Cosí qui riverito e in questo modo
noto son iodopo sí lunghe prove
ch'ancor v'è chi sospetti echi di frodo
Goffredo accusi? e chi l'accuse approve?
Forseaspettate ancor ch'a voi mi pieghi
e ragioni v'adduca e porgapreghi?
        Ah nonsia ver che tanta indignitate
la terra piena del mio nomeintenda.
Me questo scettrome de l'onorate
opre mie la memoriae 'l ver difenda;
e per or la giustizia a la pietate
cedanésovra i rei la pena scenda.
A gli altri merti or questo errorperdono
ed al vostro Rinaldo anco vi dono.
        Co'l sangue suo lavi il comun difetto
solo Argillandi tante colpeautore
chemosso a leggierissimo sospetto
sospinti gli altriha nel medesmo errore."
Lampi e folgori ardean nel regioaspetto
mentre ei parlòdi maestàd'onore;
talch'Argillano attonito e conquiso
teme (chi 'l crederia?) l'irad'un viso.
        E 'lvulgoch'anzi irriverenteaudace
tutto fremer s'udia d'orgoglie d'onte
e ch'ebbe al ferroa l'aste ed a la face
che 'lfuror ministròle man sí pronte
non osa (e i dettialteri ascoltae tace)
fra timor e vergogna alzar la fronte
esostien ch'Argillanoancor che cinto
de l'arme lorsia da'ministri avinto.
        Cosíleonch'anzi l'orribil coma
con muggito scotea superbo e fero
sepoi vede il maestro onde fu doma
la natia ferità del corealtero
può del giogo soffrir l'ignobil soma
e teme leminaccie e 'l duro impero
né i gran vellii gran denti el'ugne c'hanno
tanta in sé forzainsuperbire il fanno.
        È fama chefu visto in volto crudo
ed in atto feroce e minacciante
unalato guerrier tener lo scudo
de la difesa al pio Bugliondavante
e vibrar fulminando il ferro ignudo
che di sanguevedeasi ancor stillante:
sangue era forse di cittàdiregni
che provocàr del Cielo i tardi sdegni.
        Cosícheto il tumultoognun depone
l'armee molti con l'arme il maltalento;
e ritorna Goffredo al padiglione
a varie cosea noveimprese intento
ch'assalir la cittate egli dispone
pria che 'lsecondo o 'l terzo dí sia spento;
e rivedendo va l'incisetravi
già in machine conteste orrende e gravi.  
 
 


CANTONONO

Argomento

        Trova la Furia Solimanoe 'l move
A far a' Franchi aspra notturnaguerra.
Il giusto Dio che l'infernali prove
Mira dal Cielmanda Michele in terra.
Cosìpoiché il soccorso sirimove
Dell'Inferno ai Paganie si disserra
A lor danni ildrappel che seguì Armida
Fuggee di vincer Solimandiffida.

 

        Mail gran mostro infernalche vede queti
que' già torbidicori e l'ire spente
e cozzar contra 'l fato e i grandecreti
svolger non può de l'immutabil Mente
si partee dove passa i campi lieti
seccae pallido il sol si farepente;
e d'altre furie ancora e d'altri mali
ministraa novaimpresa affretta l'ali.
        Ellache dall'essercito cristiano
per industria sapea de' suoiconsorti
il figliuol di Bertoldo esser lontano
Tancredi e glialtri piú temuti e forti
disse: "Che piús'aspetta? or Solimano
inaspettato venga e guerra porti.
Certo(o ch'io spero) alta vittoria avremo
di campo mal concorde e inparte scemo."
        Ciòdettovola ove fra squadre erranti
fattosen duceSolimandimora
quel Soliman di cui non fu tra quanti
ha Dio rubelliuom piú feroce allora
né se per nova ingiuria i suoigiganti
rinovasse la terraanco vi fòra.
Questi fu rede' Turchi ed in Nicea
la sede de l'imperio aver solea
        edistendeva incontra a i greci lidi
dal Sangario al Meandro il suoconfine
ove albergàr già Misi e Frigi e Lidi
ele genti di Ponto e le bitine;
ma poi che contra i Turchi e glialtri infidi
passàr ne l'Asia l'arme peregrine
fur sueterre espugnateed ei sconfitto
ben fu due fiate in generalconflitto.
        Mariprovata avendo in van la sorte
e spinto a forza dal natiopaese
ricoverò del re d'Egitto in corte
ch'oste gli fumagnanimo e cortese;
ed ebbe a grado che guerrier síforte
gli s'offrisse compagno a l'alte imprese
proposto avendogià vietar l'acquisto
di Palestina a i cavalier di Cristo.
        Ma prima ch'egliapertamente loro
la destinata guerra annunziasse
volle cheSolimanoa cui molto oro
diè per tal usogli Arabiassoldasse.
Or mentre ei d'Asia e dal paese moro
l'osteaccoglieaSoliman venne e trasse
agevolmente a sé gliArabi avari
ladroni in ogni tempo o mercenari.
        Cosífatto lor duceor d'ogni intorno
la Giudea scorree fa prede erapine
sí che 'l venire è chiuso e 'l far ritorno
dal'essercito franco a le marine;
e rimembrando ognor l'anticoscorno
e de l'imperio suo l'alte ruine
cose maggior nel pettoacceso volve
ma non ben s'assecura o si risolve.
        Acostui viene Alettoe da lei tolto
è 'l sembiante d'un uomd'antica etade:
vòta di sangueempie di crespe ilvolto
lascia barbuto il labro e 'l mento rade
dimostra ilcapo in lunghe tele avolto
la veste oltra 'l ginocchio al piègli cade
la scimitarra al fiancoe 'l tergo carco
de lafaretrae ne le mani ha l'arco.
        "Noi"gli dice ella "or trascorriam le vòte
piaggie el'arene sterili e deserte
ove né far rapina omai sipote
né vittoria acquistar che loda merte.
Goffredointanto la città percote
e già le mura ha con letorri aperte;
e già vedrems'ancor si tarda un poco
insindi qua le sue ruine e 'l foco.
        Dunqueaccesi tuguri e greggie e buoi
gli alti trofei di Solimansaranno?
Cosí racquisti il regno? e cosí ituoi
oltraggi vendicar ti credi e 'l danno?
Ardisciardisci;entro a i ripari suoi
di notte opprimi il barbaro tiranno.
Credial tuo vecchio Araspeil cui consiglio
e nel regno provasti e nel'essiglio.
        Nonci aspetta egli e non ci temee sprezza
gli Arabi ignudi in veroe timorosi
né creder mai potrà che gente avezza
ale predea le fugheor cotanto osi;
ma feri li farà latua fierezza
contra un campo che giaccia inerme e posi."
Cosígli dissee le sue furie ardenti
spirogli al senoe si mischiòtra' venti.
        Gridail guerrierlevando al ciel la mano:
"O tuche furor tantoal cor m'irriti
(ned uom sei giàse ben sembianteumano
mostrasti)ecco io ti seguo ove m'inviti.
Verròfarò là monti ov'ora è piano
monti d'uominiestinti e di feriti
farò fiumi di sangue. Or tu siameco
e tratta l'armi mie per l'aer cieco."
        Tacee senza indugiar le turbe accoglie
e rincora parlando il vile e 'llento
e ne l'ardor de le sue stesse voglie
accende il campo aseguitarlo intento.
Dà il segno Aletto de la trombaescioglie
di sua man propria il gran vessillo al vento.
Marciail campo veloceanzi sí corre
che de la fama il volo ancoprecorre.
        Va secoAlettoe poscia il lascia e veste
d'uom che rechi novelleabitoe viso;
e ne l'ora che par che il mondo reste
fra la notte efra 'l dí dubbio e diviso
entra in Gierusalemmee tra lemeste
turbe passando al re dà l'alto aviso
del grancampo che giunge e del disegno
e del notturno assalto e l'ora e'l segno.
        Ma giàdistendon l'ombre orrido velo
che di rossi vapor si sparge etigne;
la terra in vece del notturno gelo
bagnan rugiade tepidee sanguigne;
s'empie di mostri e di prodigi il cielo
s'odonfremendo errar larve maligne:
votò Pluton gli abissie lasua notte
tutta versò da le tartaree grotte.
        Persí profondo orror verso le tende
de gli inimici il ferSoldan camina;
ma quando a mezzo dal suo corso ascende
lanotteonde poi rapida dechina
a men d'un miglioove riposoprende
il securo Franceseei s'avicina.
Qui fe' cibar legentie poscia d'alto
parlando confortolle al crudo assalto:
        "Vedete làdi mille furti pieno
un campo piú famoso assai cheforte
che quasi un mar nel suo vorace seno
tutte de l'Asia hale ricchezze absorte?
Questo ora a voi (né giàpotria con meno
vostro periglio) espon benigna sorte:
l'arme ei destrier d'ostro guerniti e d'oro
preda fian vostrae nondifesa loro.
        Néquesta è già quell'oste onde la persa
gente e lagente di Nicea fu vinta
perché in guerra sí lunga esí diversa
rimasa n'è la maggior parte estinta;
es'anco integra fosseor tutta immersa
in profonda quiete e d'armeè scinta.
Tosto s'opprime chi di sonno è carco
chédal sonno a la morte è un picciol varco.
        Susuvenite: io primo aprir la strada
vuo' su i corpi languentientro a i ripari;
ferir da questa mia ciascuna spada
e l'artiusar di crudeltate impari.
Oggi fia che di Cristo il regnocada
oggi libera l'Asiaoggi voi chiari."
Cosígli infiamma a le vicine prove
indi tacitamente oltre lor move.
        Ecco tra via lesentinelle ei vede
per l'ombra mista d'una incerta luce
néritrovarcome secura fede
aveapote improviso il saggioduce.
Volgon quelle gridando indietro il piede
scorto che sígran turba egli conduce
sí che la prima guardia èda lor desta
e com' può meglio a guerreggiar s'appresta.
        Dan fiato alloraa i barbari metalli
gli Arabicerti omai d'essere sentiti.
Vangridi orrendi al cieloe de' cavalli
co 'l suon del calpestiomisti i nitriti.
Gli alti monti muggírmuggír levalli
e risposer gli abissi a i lor muggiti
e la face inalzòdi Flegetonte
Alettoe 'l segno diede a quei del monte.
        Corre inanzi ilSoldanoe giunge a quella
confusa ancora e inordinataguarda
rapido sí che torbida procella
da' cavernosimonti esce piú tarda.
Fiume ch'arbori insieme e casesvella
folgore che le torri abbatta ed arda
terremoto che 'lmondo empia d'orrore
son picciole sembianze al suo furore.
        Non cala il ferromai ch'a pien non colga
né coglie a pien che piaga anconon faccia
né piaga fa che l'alma altrui non tolga;
epiú direima il ver di falso ha faccia.
E par ch'egli os'infinga o non se 'n dolga
o non senta il ferir de l'altruibraccia
se ben l'elmo percosso in suon di squilla
rimbomba eorribilmente arde e sfavilla.
        Orquando ei solo ha quasi in fuga vòlto
quel primo stuol dele francesche genti
giungono in guisa d'un diluvio accolto
dimille rivi gli Arabi correnti.
Fuggono i Franchi allora a frenosciolto
e misto il vincitor va tra' fuggenti
e con lor entrane' riparie 'l tutto
di ruine e d'orror s'empie e di lutto.
        Porta il Soldansu l'elmo orrido e grande
serpe che si dilunga e il collosnoda
su le zampe s'inalza e l'ali spande
e piega in arco laforcuta coda.
Par che tre lingue vibri e che fuor mande
lividaspumae che 'l suo fischio s'oda.
Ed or ch'arde la pugnaanch'eis'infiamma
nel motoe fumo versa insieme e fiamma.
        Esi mostra in quel lume a i riguardanti
formidabil cosíl'empio Soldano
come veggion ne l'ombra i naviganti
fra millelampi il torbido oceano.
Altri danno a la fuga i piètremanti
danno altri al ferro intrepida la mano;
e la notte itumulti ognor piú mesce
ed occultando i rischii rischiaccresce.
        Fracolor che mostraro il cor piú franco
Latinsu 'l Tebronatoallor si mosse
a cui né le fatiche il corpostanco
né gli anni dome aveano ancor le posse.
Cinquesuoi figli quasi eguali al fianco
gli erano sempreovunque inguerra ei fosse
d'arme gravandoanzi il tor tempo molto
lemembra ancor crescenti e 'l molle volto.
        Edeccitati dal paterno essempio
aguzzavano al sangue il ferro el'ire.
Dice egli loro: "Andianne ove quell'empio
veggiamne' fuggitivi insuperbire
né già ritardi ilsanguinoso scempio
ch'ei fa de gli altriin voi l'usatoardire
però che quelloo figliè vile onore
cuinon adorni alcun passato orrore."
        Cosíferoce leonessa i figli
cui dal collo la coma anco non pende
nécon gli anni lor sono i feri artigli
cresciuti e l'arme de labocca orrende
mena seco a la preda ed a i perigli
e conl'essempio a incrudelir gli accende
nel cacciator che le natie lorselve
turba e fuggir fa le men forti belve.
        Segueil buon genitor l'incauto stuolo
de' cinquee Solimano assale ecinge;
e in un sol punto un sol consiglioe un solo
spiritoquasisei lunghe aste spinge.
Ma troppo audace il suo maggiorfigliuolo
l'asta abbandona e con quel fer si stringe
e tentain van con la pungente spada
che sotto il corridor morto gli cada.
        Ma come a leprocelle esposto monte
che percosso da i flutti al marsovraste
sostien fermo in se stesso i tuoni e l'onte
del cielirato e i venti e l'onde vaste
cosí il fero Soldanl'audace fronte
tien salda incontra a i ferri e incontra al'aste
ed a colui che il suo destrier percote
tra i cigliparte il capo e tra le gote.
        Aramanteal fratel che giú ruina
porge pietoso il braccioe losostiene.
Vana e folle pietà! ch'a la ruina
altrui lasua medesma a giunger viene
ché 'l pagan su quel braccioil ferro inchina
ed atterra con lui chi lui s'attiene.
Caggionoentrambie l'un su l'altro langue
mescolando i sospiri ultimi e'l sangue.
        Quinciegli di Sabin l'asta recisa
onde il fanciullo di lontanl'infesta
gli urta il cavallo addosso e 'l coglie in guisa
chegiú tremante il batteindi il calpesta.
Dal giovenettocorpo uscí divisa
con gran contrasto l'almae lasciòmesta
l'aure soavi de la vita e i giorni
de la tenera etàlieti ed adorni.
        Rimaneanvivi ancor Pico e Laurente
onde arricchí un sol parto ilgenitore:
similissima coppia e che sovente
esser solea cagiondi dolce errore.
Ma se lei fe' natura indifferente
differenteor la fa l'ostil furore:
dura distinzion ch'a l'un divide
dalbusto il colloa l'altro il petto incide.
        Ilpadreah non piú padre! (ahi fera sorte
ch'orbo di tantifigli a un punto il face!)
rimira in cinque morti or la suamorte
e de la stirpe sua che tutta giace.
Né so comevecchiezza abbia sí forte
ne l'atroci miserie e sívivace
che spiri e pugni ancor; ma gli atti e i visi
non miròforse de' figliuoli uccisi
        edi sí acerbo lutto a gli occhi sui
parte l'amiche tenebrecelaro.
Con tutto ciò nulla sarebbe a lui
senza perderse stessoil vincer caro.
Prodigo del suo sanguee del'altrui
avidissimamente è fatto avaro;
né siconosce ben qual suo desire
paia maggiorl'uccidere o 'l morire.
        Ma grida al suonemico: "È dunque frale
sí questa manoe inguisa ella si sprezza
che con ogni suo sforzo ancor non vale
aprovocar in me la tua fierezza?"
Tacee percossa tira asprae mortale
che le piastre e le maglie insieme spezza
e su 'lfianco gli cala e vi fa grande
piaga onde il sangue tepido sispande.
        A quelgridoa quel colpoin lui converse
il barbaro crudel la spada el'ira.
Gli aprí l'usbergoe pria lo scudo aperse
cuisette volte un duro cuoio aggira
e 'l ferro ne le viscere gliimmerse.
Il misero Latin singhiozza e spira
e con vomitoalterno or gli trabocca
il sangue per la piagaor per la bocca.
        Come nel'Appennin robusta pianta
che sprezzò d'Euro e d'Aquilon laguerra
se turbo inusitato al fin la schianta
gli alberiintorno ruinando atterra
cosí cade eglie la sua furia ètanta
che piú d'un seco tragge a cui s'afferra;
e bend'uom sí feroce è degno fine
che faccia ancormorendo alte ruine.
        Mentreil Soldan sfogando l'odio interno
pasce un lungo digiun ne' corpiumani
gli Arabi inanimiti aspro governo
anch'essi fanno de'guerrier cristiani:
l'inglese Enrico e 'l bavaro Oliferno
moionoo fer Draguttea le tue mani;
a Gilbertoa FilippoAriadeno
toglie la vitai quai nacquer su 'l Reno;
        Albazàrcon la mazza abbatte Ernesto
cade sotto Algazelle Otton dispada.
Ma chi narrar potria quel modo o questo
di morteequanta plebe ignobil cada?
Sin da quei primi gridi erasidesto
Goffredoe non istava intanto a bada;
già tutto èarmatoe già raccolto un grosso
drapello ha secoe giàcon lor s'è mosso.
        Egliche dopo il grido udí il tumulto
che par che sempre piúterribil suoni
avisò ben che repentino insulto
esserdovea de gli Arabi ladroni;
ché già non era alcapitano occulto
ch'essi intorno scorrean le regioni
benchénon istimò che sí fugace
vulgo mai fosse d'assalirloaudace.
        Or mentreegli ne vieneode repente
"Arme! arme!" replicar dal'altro lato
ed in un tempo il cielo orribilmente
intonar dibarbarico ululato.
Questa è Clorinda che del re lagente
guida l'assaltoed have Argante a lato.
Al nobil Guelfoche sostien sua vice
allor si volge il capitano e dice:
        "Odi qualnovo strepito di Marte
di verso il colle e la città neviene;
d'uopo là fia che 'l tuo valore e l'arte
i primiassalti de' nemici affrene.
Vanne tu dunque e là provedieparte
vuo' che di questi miei teco ne mene;
con gli altri io men'andrò da l'altro canto
a sostener l'impeto ostileintanto."
        Cosífra lor conclusoambo gli move
per diverso sentiero egualfortuna.
Al colle Guelfoe 'l capitan va dove
gli Arabi omainon han contesa alcuna.
Ma questi andando acquista forzaenove
genti di passo in passo ognor raguna
tal che giàfatto poderoso e grande
giunge ove il fero turco il sangue spande.
        Cosíscendendo dal natio suo monte
non empie umile il Po l'angustasponda
ma sempre piúquanto è piú lunge alfonte
di nove forze insuperbito abonda;
sovra i rotti confinialza la fronte
di tauroe vincitor d'intorno inonda
e con piúcorna Adria respinge e pare
che guerra porti e non tributo almare.
        Goffredoove fuggir l'impaurite
sue genti vedeaccorre e leminaccia:
"Qual timor" grida "è questo? ovefuggite?
Guardate almen chi sia quel che vi caccia.
Vi cacciaun vile stuolche le ferite
né ricever né dar sa nela faccia;
e se 'l vedranno incontra sé rivolto
temeranl'arme lor del vostro volto."
        Pungeil destrierciò dettoe là si volve
ove di Solimangli incendi ha scorti.
Va per mezzo del sangue e de la polve
ede' ferri e de' rischi e de le morti;
con la spada e con gli urtiapre e dissolve
le vie piú chiuse e gli ordini piúforti
e sossopra cader fa d'ambo i lati
cavalieri e cavalliarme ed armati.
        Sovrai confusi monti a salto a salto
de la profonda strage oltrecamina.
L'intrepido Soldan che 'l fero assalto
sente venirno'l fugge e no 'l declina;
ma se gli spinge incontrae 'l ferro inalto
levando per ferir gli s'avicina.
Oh quai duo cavalier orla fortuna
da gli estremi del mondo in prova aduna!
        Furorcontra virtute or qui combatte
d'Asia in un picciol cerchio ilgrande impero.
Chi può dir come gravi e come ratte
lespade son? quanto il duello è fero?
Passo qui cose orribiliche fatte
furonma le coprí quell'aer nero
d'unchiarissimo sol degne e che tutti
siano i mortali a riguardarridutti.
        Il popoldi Giesúdietro a tal guida
audace or divenutooltre sispinge
e de' suoi meglio armati a l'omicida
Soldano intorno undenso stuol si stringe.
Né la gente fedel piú chel'infida
né piú questa che quella il campotinge
ma gli uni e gli altrie vincitori e vinti
egualmentedan morte e sono estinti.
        Comepari d'ardircon forza pare
quinci Austro in guerra vienquindiAquilone
non ei fra lornon cede il cielo o 'l mare
ma nubea nube e flutto a flutto oppone;
cosí né ceder quané là piegare
si vede l'ostinata aspratenzone:
s'affronta insieme orribilmente urtando
scudo a scudoelmo a elmo e brando a brando.
        Nonmeno intanto son feri i litigi
da l'altra partee i guerrierfolti e densi.
Mille nuvole e piú d'angeli stigi
tuttihan pieni de l'aria i campi immensi
e dan forza a i paganiondei vestigi
non è chi indietro di rivolger pensi;
e laface d'inferno Argante infiamma
acceso ancor de la sua propriafiamma.
        Egliancor dal suo lato in fuga mosse
le guardiee ne' ripari entròd'un salto;
di lacerate membra empié le fosse
appianòil calleagevolò l'assalto
sí che gli altri ilseguiro e fèr poi rosse
le prime tende di sanguignosmalto.
E seco a par Clorinda o dietro poco
se 'n giosdegnosadel secondo loco.
        Egià fuggiano i Franchi allor che quivi
giunse Guelfoopportuno e 'l suo drapello
e volger fe' la fronte a ifuggitivi
e sostenne il furor del popol fello.
Cosí sicombattevae 'l sangue in rivi
correa egualmente in questo lato ein quello.
Gli occhi fra tanto a la battaglia rea
dal suo granseggio il Re del Ciel volgea.
        Sedeacolà dond'Egli e buono e giusto
dà legge al tutto e'l tutto orna e produce
sovra i bassi confin del mondoangusto
ove senso o ragion non si conduce;
e de l'Eternitànel trono augusto
risplendea con tre lumi in una luce.
Ha sottoi piedi il Fato e la Natura
ministri umilie 'l Moto e Chi 'lmisura
        e 'l Locoe Quella chequal fumo o polve
la gloria di qua giuso e l'oro ei regni
come piace là sudisperde e volve
nédivacura i nostri umani sdegni.
Quivi ei cosí nel suosplendor s'involve
che v'abbaglian la vista anco i piúdegni:
d'intorno ha innumerabili immortali
disegualmente inlor letizia eguali.
        Algran concento de' beati carmi
lieta risuona la celestereggia.
Chiama Egli a sé Micheleil qual ne l'armi
dilucido adamante arde e lampeggia
e dice lui: "Non vedi orcome s'armi
contra la mia fedel diletta greggia
l'empia schierad'Avernoe insin dal fondo
de le sue morti a turbar sorga ilmondo?
        Va'dilletu che lasci omai le cure
de la guerra a i guerriercui ciòconviene
né il regno de' viventiné lepure
piaggie del ciel conturbi ed avenene.
Torni a le nottid'Acheronte oscure
suo degno albergoa le sue giuste pene;
quivise stessa e l'anime d'abisso
crucii. Cosí commando e cosího fisso."
        Quitacquee 'l duce de' guerrieri alati
s'inchinò riverenteal divin piede;
indi spiega al gran volo i vanni aurati
rapidosí ch'anco il pensiero eccede.
Passa il foco e la luceovei beati
hanno lor gloriosa immobil sede
poscia il purocristallo e 'l cerchio mira
che di stelle gemmato incontra gira;
        quincid'oprediversi e di sembianti
da sinistra rotar Saturno e Giove
e glialtrii quali esser non ponno erranti
s'angelica virtú gliinforma e move;
vien poi da' campi lieti e fiammeggianti
d'eternodí là donde tuona e piove
ove se stesso il mondostrugge e pasce
e ne le guerre sue more e rinasce.
        Veniascotendo con l'eterne piume
la caligine densa e i cupiorrori;
s'indorava la notte al divin lume
che spargeascintillando il volto fuori.
Tale il sol ne le nubi ha percostume
spiegar dopo la pioggia i bei colori;
tal suolfendendo il liquido sereno
stella cader de la gran madre in seno.
        Ma giunto ove laschiera empia infernale
il furor de' pagani accende e sprona
siferma in aria in su 'l vigor de l'ale
e vibra l'astae lor cosíragiona:
"Pur voi dovreste omai saper con quale
folgoreorrendo il Re del mondo tuona
o nel disprezzo e ne' tormentiacerbi
de l'estrema miseria anco superbi.
        Fissoè nel Ciel ch'al venerabil segno
chini le muraapra Sionle porte.
A che pugnar co 'l fato? a che lo sdegno
dunqueirritar de la celeste corte?
Itenemaledettial vostroregno
regno di pene e di perpetua morte;
e siano in quegli avoi dovuti chiostri
le vostre guerre ed i trionfi vostri.
        Làincrudelitelà sovra i nocenti
tutte adoprate pur levostre posse
fra i gridi eterni e lo stridor de' denti
e 'lsuon del ferro e le catene scosse."
Dissee quei ch'eglivide al partir lenti
con la lancia fatal pinse e percosse;
essigemendo abbandonàr le belle
region de la luce e l'aureestelle
        edispiegàr verso gli abissi il volo
ad inasprir ne' reil'usate doglie.
Non passa il mar d'augei sí grandestuolo
quando a i soli piú tepidi s'accoglie
nétante vede mai l'autunno al suolo
cader co' primi freddi aridefoglie.
Liberato da lorquella sí negra
faccia deponeil mondo e si rallegra.
        Manon perciò nel disdegnoso petto
d'Argante vien l'ardire o'l furor manco
benché suo foco in lui non spiri Aletto
néflagello infernal gli sferzi il fianco.
Rota il ferro crudel ove èpiú stretto
e piú calcato insieme il popolfranco;
miete i vili e i potentie i piú sublimi
e piúsuperbi capi adegua a gli imi.
        Nonlontana è Clorindae già non meno
par che ditronche membra il campo asperga.
Caccia la spada a Berlinghier nelseno
per mezzo il cordove la vita alberga
e quel colpo atrovarlo andò sí pieno
che sanguinosa uscífuor de le terga;
poi fère Albin là 've primiers'apprende
nostro alimentoe 'l viso a Gallo fende.
        Ladestra di Gernieroonde ferita
ella fu giàmanda recisaal piano:
tratta anco il ferroe con tremanti dita
semivivanel suol guizza la mano.
Coda di serpe è talch'indipartita
cerca d'unirsi al suo principio invano.
Cosí malconcio la guerriera il lassa
poi si volge ad Achille e 'l ferroabbassa
        e tra 'lcollo e la nuca il colpo assesta;
e tronchi i nervi e 'lgorgozzuol reciso
gío rotando a cader prima latesta
prima bruttò di polve immonda il viso
che giúcadesse il tronco; il tronco resta
(miserabile mostro) in sellaassiso
ma libero del fren con mille rote
calcitrando ildestrier da sé lo scote.
        Mentrecosí l'indomita guerriera
le squadre d'Occidente apre eflagella
non fa d'incontra a lei Gildippe altera
de' saracinisuoi strage men fella.
Era il sesso il medesmoe similera
l'ardimento e 'l valore in questa e in quella.
Ma far provadi lor non è lor dato
ch'a nemico maggior le serba ilfato.
        Quinci unae quindi l'altra urta e sospinge
né può la turbaaprir calcata e spessa;
ma 'l generoso Guelfo allorastringe
contra Clorinda il ferro e le s'appressa
e calando unfendente alquanto tinge
la fera spada nel bel fiancoed essa
fad'una punta a lui cruda risposta
ch'a ferirlo ne va tra costa ecosta.
        Doppiaallor Guelfo il colpo e lei non coglie
ch'a caso passa ilpalestino Osmida
e la piaga non sua sopra sé toglie
laqual vien che la fronte a lui recida.
Ma intorno a Guelfo omaimolta s'accoglie
di quella gente ch'ei conduce e guida;
ed'altra parte ancor la turba cresce
sí che la pugna siconfonde e mesce.
        L'auroraintanto il bel purpureo volto
già dimostrava dal sovranbalcone
e in quei tumulti già s'era disciolto
il feroceArgillan di sua prigione;
e d'arme incerte il frettolosoavolto
quali il caso gli offerse o triste o buone
giàse 'n venia per emendar gli errori
novi con novi merti e novionori.
        Comedestrier che da le regie stalle
ove a l'uso de l'arme siriserba
fuggee libero al fin per largo calle
va tra gliarmenti o al fiume usato o a l'erba:
scherzan su 'l collo i crinie su le spalle
si scote la cervice alta e superba
suonano ipié nel corso e par ch'avampi
di sonori nitriti empiendo icampi;
        tal neviene Argillano: arde il feroce
sguardoha la fronte intrepida esublime;
leve è ne' salti e sovra i pié veloce
síche d'orme la polve a pena imprime
e giunto fra nemici alza lavoce
pur com'uom che tutto osi e nulla stime:
"O vilfeccia del mondoArabi inetti
ond'è ch'or tanto ardire invoi s'alletti?
        Nonregger voi de gli elmi e de gli scudi
sète atti il pesoo'l petto armarvi e il dorso
ma commettete paventosi e nudi
icolpi al vento e la salute al corso.
L'opere vostre e i vostriegregi studi
notturni son; dà l'ombra a voi soccorso.
Orch'ella fuggechi fia vostro schermo?
D'arme è ben d'uopoe di valor piú fermo."  
        Cosíparlando ancor diè per la gola
ad Algazèl di sícrudel percossa
che gli secò le faucie la parola
troncòch'a la risposta era già mossa.
A quel meschin súbitoorror invola
il lumee scorre un duro gel per l'ossa:
cadeeco' denti l'odiosa terra
pieno di rabbia in su 'l morire afferra.
        Quinci per varicasi e Saladino
ed Agricalte e Muleasse uccide
e da l'unfianco a l'altro a lor vicino
con esso un colpo Aldiazíldivide;
trafitto a sommo il petto Ariadino
atterrae conparole aspre il deride.
Eigli occhi gravi alzando al'orgogliose
parolein su 'l morir cosí rispose:
        "Non tuchiunque siadi questa morte
vincitor lieto avrai gran tempo ilvanto;
pari destin t'aspettae da piú forte
destra agiacer mi sarai steso a canto."
Rise egli amaramente e: "Dimia sorte
curi il Ciel" disse "or tu qui moriintanto
d'augei pasto e di cani"; indi lui preme
co 'lpiedee ne trae l'alma e 'l ferro insieme.  
        Unpaggio del Soldan misto era in quella
turba di sagittari elanciatori
a cui non anco la stagion novella
il bel mentospargea de' primi fiori.
Paion perle e rugiade in su labella
guancia irrigando i tepidi sudori
giunge grazia la polveal crine incolto
e sdegnoso rigor dolce è in quel volto.
        Sotto ha undestrier che di candore agguaglia
pur or ne l'Apennin cadutaneve;
turbo o fiamma non è che roti o saglia
rapido sícome è quel pronto e leve.
Vibra eipresa nel mezzounazagaglia
la spada al fianco tien ritorta e breve
e conbarbara pompa in un lavoro
di porpora risplende intesta e d'oro.
        Mentre ilfanciulloa cui novel piacere
di gloria il petto giovenillusinga
di qua turba e di là tutte le schiere
e luinon è chi tanto o quanto stringa
cauto osserva Argillantra le leggiere
sue rote il tempo in che l'asta sospinga;
ecolto il puntoil suo destrier di furto
gli uccide e sovra gli èch'a pena è surto
        edal supplice voltoil qual in vano
con l'arme di pietà feasue difese
drizzòcrudel!l'inessorabil mano
e dinatura il piú bel pregio offese.
Senso aver parve e fu del'uom piú umano
il ferroche si volse e piatto scese.
Mache prose doppiando il colpo fero
di punta colse ove egli erròprimiero?
        Solimanche di là non molto lunge
da Goffredo in battaglia ètrattenuto
lascia la zuffae 'l destrier volve e punge
tostoche 'l rischio ha del garzon veduto;
e i chiusi passi apre co 'lferroe giunge
a la vendetta sínon a l'aiuto
perchévedeahi dolor!giacerne ucciso
il suo Lesbinquasi bel fiorsucciso.
        E inatto sí gentil languir tremanti
gli occhi e cader su 'ltergo il collo mira;
cosí vago è il palloree da'sembianti
di morte una pietà sí dolcespira
ch'ammollí il cor che fu dur marmo inanti
e ilpianto scaturí di mezzo a l'ira.
Tu piangiSoliman? tuche destrutto
mirasti il regno tuo co 'l ciglio asciutto?
        Ma come vede ilferro ostil che molle
fuma del sangue ancor del giovenetto
lapietà cedee l'ira avampa e bolle
e le lagrime sue stagnanel petto.
Corre sovra Argillano e 'l ferro estolle
parte loscudo oppostoindi l'elmetto
indi il capo e la gola; e de losdegno
di Soliman ben quel gran colpo è degno.
        Nédi ciò ben contentoal corpo morto
smontato del destrieroanco fa guerra
quasi mastin che 'l sassoond'a lui porto
fuduro colpoinfellonito afferra.
Oh d'immenso dolor vanoconforto
incrudelir ne l'insensibil terra!
Ma fra tanto de'Franchi il capitano
non spendea l'ire e le percosse invano.
        Mille Turchi aveaqui che di loriche
e d'elmetti e di scudi eran coperti
indomitidi corpo a le fatiche
di spirto audaci e in tutti i casiesperti;
e furon già de le milizie antiche
di Solimanoe seco ne' deserti
seguír d'Arabia i suoi erroriinfelici
ne le fortune averse ancora amici.
        Questiristretti insieme in ordin folto
poco cedeano o nulla al valorfranco.
In questi urtò Goffredoe ferí il volto
alfier Corcutte ed a Rosteno il fianco
a Selin da le spalle il capoha sciolto
troncò a Rossano il destro braccio e 'lmanco;
né già soli costorma in altre guise
moltipiagò di loro e molti uccise.
        Mentreei cosí la gente saracina
percotee lor percosse ancosostiene
e in nulla parte al precipizio inchina
la fortuna de'barbari e la spene
nova nube di polve ecco vicina
che folgoridi guerra in grembo tiene
ecco d'arme improvise uscirne unlampo
che sbigottí de gli infedeli il campo.
        Soncinquanta guerrier che 'n puro argento
spiegan la trionfalpurpurea Croce.
Non iose cento bocche e lingue cento
avessie ferrea lena e ferrea voce
narrar potrei quel numero chespento
ne' primi assalti ha quel drapel feroce.
Cade l'Araboimbellee 'l Turco invitto
resistendo e pugnando anco ètrafitto.
        L'orrorla crudeltàla temail lutto
van d'intorno scorrendoein varia imago
vincitrice la Morte errar per tutto
vedresti edondeggiar di sangue un lago.
Già con parte de' suoi s'eracondutto
fuor d'una porta il requasi presago
di fortunosoevento; e quindi d'alto
mirava il pian soggetto e 'l dubbioassalto.
        Ma comeprima egli ha veduto in piega
l'essercito maggiorsuona araccolta
e con messi iterati instando prega
ed Argante eClorinda a dar di volta.
La fera coppia d'esseguir ciònega
ebra di sangue e cieca d'ira e stolta;
pur cede al finee unite almen raccòrre
tenta le turbe e freno a i passiimporre.
        Ma chidà legge al vulgo ed ammaestra
la viltade e 'l timor? Lafuga è presa.
Altri gitta lo scudoaltri ladestra
disarma; impaccio è il ferroe non difesa.
Valleè tra il piano e la cittàch'alpestra
dal'occidente al mezzogiorno è stesa;
qui fuggon essie sirivolge oscura
caligine di polve invèr le mura.
        Mentre ne vanprecipitosi al chino
strage d'essi i cristiani orribil fanno;
maposcia che salendo omai vicino
l'aiuto avean del barbarotiranno
non vuol Guelfo d'alpestro erto camino
con tanto suosvantaggio esporsi al danno.
Ferma le genti; e 'l re le sueriserra
non poco avanzo d'infelice guerra.
        Fattointanto ha il Soldan ciò che è concesso
fare aterrena forzaor piú non pote;
tutto è sangue esudoree un grave e spesso
anelar gli ange il petto e i fianchiscote.
Langue sotto lo scudo il braccio oppresso
gira ladestra il ferro in pigre rote:
spezzae non taglia; e divenendoottuso
perduto il brando omai di brando ha l'uso.
        Comesentissi talristette in atto
d'uom che fra due sia dubbioe insé discorre
se morir debbae di sí illustrefatto
con le sue mani altrui la gloria tòrre
o pursopravanzando al suo disfatto
campola vita in securezzaporre.
"Vinca" al fin disse "il fatoe questamia
fuga il trofeo di sua vittoria sia.
        Veggiail nemico le mie spallee scherna
di novo ancora il nostroessiglio indegno
pur che di novo armato indi mi scerna
turbarsua pace e 'l non mai stabil regno.
Non cedo iono; fia conmemoria eterna
de le mie offese eterno anco il miosdegno.
Risorgerò nemico ognor piú crudo
cenereanco sepolto e spirto ignudo."  
 


CANTODECIMO



Argomento

        Al Soldan che dormìasi mostra Ismeno
E occultamenteentro a Sion l'ha posto.
Quivi il vigor dell'animoche meno
NelRe veniacostui rinfranca tosto.
De' suoi Goffredo ode gli erroriappieno;
Ma poi che di Rinaldo ha ognun deposto
Ch'ei siamorto il timorfa Piero aperto
De' nepoti di lui le lodi e 'lmerto.

 

        Cosídicendo ancor vicino scorse
un destrier ch'a lui volse errante ilpasso;
tosto al libero fren la mano ei porse
e su vi salseancorch'afflitto e lasso.
Già caduto è il cimierch'orribil sorse
fasciando l'elmo inonorato e basso;
rotta èla sopravestae di superba
pompa regal vestigio alcun non serba.
        Come dal chiusoovil cacciato viene
lupo talor che fugge e si nasconde
cheseben del gran ventre omai ripiene
ha l'ingorde voraginiprofonde
avido pur di sangue anco fuor tiene
la lingua e 'lsugge da le labra immonde
tale ei se 'n gía dopo ilsanguigno strazio
de la sua cupa fame anco non sazio.
        Ecome è sua venturaa le sonanti
quadrellaond'a luiintorno un nembo vola
a tante spadea tante lancieatanti
instrumenti di morte alfin s'invola
e sconosciuto purcamina inanti
per quella via ch'è piú deserta esola;
e rivolgendo in sé quel che far deggia
in grantempesta di pensieri ondeggia.
        Disponsialfin di girne ove raguna
oste sí poderosa il red'Egitto
e giunger seco l'armee la fortuna
ritentar anco dinovel conflitto.
Ciò prefisso tra sédimoraalcuna
non pone in mezzo e prende il camin dritto
chésa le viené d'uopo ha di chi il guidi
di Gaza antica agli arenosi lidi.
        Néperché senta inacerbir le doglie
de le sue piaghee graveil corpo ed egro
vien però che si posi e l'armespoglie
ma travagliando il dí ne passa integro.
Poiquando l'ombra oscura al mondo toglie
i vari aspetti e i colortinge in negro
smonta e fascia le piaghee come pote
megliod'un'alta palma i frutti scote;
        ecibato di lorsu 'l terren nudo
cerca adagiare il travagliatofianco
e la testa appoggiando al duro scudo
quetar i moti delpensier suo stanco.
Ma d'ora in ora a lui si fa piúcrudo
sentire il duol de le feriteed anco
roso gli èil petto e lacerato il core
da gli interni avoltoisdegno edolore.
        Alfinquando già tutto intorno chete
ne la piú alta notteeran le cose
vinto egli pur da la stanchezzain Lete
sopíle cure sue gravi e noiose
e in una breve e languidaquiete
l'afllitte membra e gli occhi egri compose;
e mentreancor dormiavoce severa
gli intonò su l'orecchie in talmaniera:
        "SolimanSolimanoi tuoi sí lenti
riposi a miglior tempo omairiserva
ché sotto il giogo di straniere genti
la patriaove regnasti ancor è serva.
In questa terra dormie nonrammenti
ch'insepolte de' tuoi l'ossa conserva?
ove sígran vestigio è del tuo scorno
tu neghittoso aspetti ilnovo giorno?"
        Destoil Soldan alza lo sguardoe vede
uom che d'età gravissimaa i sembianti
co 'l ritorto baston del vecchio piede
ferma edirizza le vestigia erranti.
"E chi sei tu" sdegnoso alui richiede
"che fantasma importuno a i viandanti
rompi ibrevi lor sonni? e che s'aspetta
a te la mia vergngna o lavendetta?"
        "Iomi son un" risponde il vecchio "al quale
in parte ènoto il tuo novel disegno
e sí come uomo a cui di te piúcale
che tu forse non pensia te ne vegno;
né ilmordace parlare indarno è tale
perché de la virtúcote è lo sdegno.
Prendi in gradosignorche 'l miosermone
al tuo pronto valor sia sferza e sprone.
        Orperchés'io m'appongoesser dée vòlto
algran re de l'Egitto il tuo camino
che inutilmente aspro viaggiotolto
avrais'inanzi seguiio m'indovino;
chése bentu non vaifia tosto accolto
e tosto mosso il campo saracino
néloco è là dove s'impieghi e mostri
la tua virtúcontra i nemici nostri.
        Mase 'n duce me prendientro quel muro
che da l'arme latine èintorno astretto
nel piú chiaro del dí pórtisecuro
senza che spada impugniio ti prometto.
Quivi conl'arme e co' disagi un duro
contrasto aver ti fia gloria ediletto;
difenderai la terra insin che giugna
l'oste d'Egitto arinovar la pugna."
        Mentreei ragiona ancorgli occhi e la voce
de l'uomo antico il feroturco ammira
e dal volto e da l'animo feroce
tutto depone omail'orgoglio e l'ira.
"Padre" risponde "io giàpronto e veloce
sono a seguirti: ove tu vuoi mi gira.
A mesempre miglior parrà il consiglio
ove ha piú difatica e di periglio."
        Lodail vecchio i suoi detti; e perché l'aura
notturna avea lepiaghe incrudelite
un suo licor v'instillaonde ristaura
leforze e salda il sangue e le ferite.
Quinci veggendo omaich'Apollo inaura
le rose che l'aurora ha colorite:
"Tempoè" disse "al partirché già nescopre
le strade il sol ch'altrui richiama a l'opre."
        E sovra un carrosuoche non lontano
quinci attendeaco 'l fer niceno eisiede;
le briglie allentae con maestra mano
ambo i corsierialternamente fiede.
Quei vanno sí che 'l polverosopiano
non ritien de la rota orma o del piede;
fumar li vedi edanelar nel corso
e tutto biancheggiar di spuma il morso.
        Maraviglie dirò:s'aduna e stringe
l'aer d'intorno in nuvolo raccolto
síche 'l gran carro ne ricopre e cinge
ma non appar la nube o pocoo molto
né sassoche mural machina spinge
penetrariaper lo suo chiuso e folto;
ben veder ponno i duo dal curvo seno
lanebbia intorno e fuori il ciel sereno.
        Stupidoil cavalier le ciglia inarca
ed increspa la frontee mirafiso
la nube e 'l carro ch'ogni intoppo varca
veloce síche di volar gli è aviso.
L'altroche di stupor l'animacarca
gli scorge a l'atto de l'immobil viso
gli rompe quelsilenzio e lui rappella
ond'ei si scote e poi cosífavella:
        "Ochiunque tu siache fuor d'ogni uso
pieghi natura ad opre alteree strane
e spiando i secretientro al piú chiuso
spaziia tua voglia de le menti umane
s'arrivi co 'l saperch'èd'alto infuso
a le cose remote anco e lontane
deh! dimmi qualriposo o qual ruina
ai gran moti de l'Asia il Ciel destina.
        Ma pria dimmi iltuo nomee con qual arte
far cose tu sí inusitatesoglia
ché se pria lo stupor da me non parte
com'esserpuò ch'io gli altri detti accoglia?"
Sorrise ilvecchioe disse: "In una parte
mi sarà leve l'adempirtua voglia.
Son detto Ismenoe i Siri appellan mago
me che del'arti incognite son vago.
        Mach'io scopra il futuro e ch'io dispieghi
de l'occulto destin glieterni annali
troppo è audace desiotroppo altipreghi:
non è tanto concesso a noi mortali.
Ciascun quagiú le forze e 'l senno impieghi
per avanzar fra lesciagure e i mali
ché sovente adivien che 'l saggio e 'lforte
fabro a se stesso è di beata sorte.
        Tuquesta destra invittaa cui fia poco
scoter le forze del franceseimpero
non che munirnon che guardar il loco
che strettamenteoppugna il popol fero
contra l'arme apparecchia e contra 'lfoco:
osasoffriconfida; io bene spero.
Ma pur diròperché piacer ti debbia
ciò che oscuro vegg'ioquasi per nebbia.
        Veggioo parmi vedereanzi che lustri
molti rivolga il gran pianetaeterno
uom che l'Asia ornerà co' fatti illustri
e delfecondo Egitto avrà il governo.
Taccio i pregi de l'ozio el'arti industri
mille virtú che non ben tutte ioscerno;
basti sol questo a teche da lui scosse
non pursaranno le cristiane posse
        mainsin dal fondo suo l'imperio ingiusto
svelto sarà nel'ultime contese
e le afflitte reliquie entro uno angusto
girosospinte e sol dal mar difese.
Questi fia del tuo sangue." Equi il vetusto
mago si tacquee quegli a dir riprese:
"Olui feliceeletto a tanta lode!"
e parte ne l'invidia eparte gode.
        Soggiunsepoi: "Girisi pur Fortuna
o buona o reacome è làsu prescritto
ché non ha sovra me ragione alcuna
e nonmi vedrà mai se non invitto.
Prima dal corso distornar laluna
e le stelle potràche dal diritto
torcere un solmio passo." E in questo dire
sfavillò tutto di focosoardire.
        Cosígír ragionando insin che furo
là 've presso vedeanle tende alzarse.
Che spettacolo fu crudele e duro!
E in quanteforme ivi la morte apparse!
Si fe' ne gli occhi allor torbido escuro
e di doglia il Soldano il volto sparse.
Ahi con quantodispregio ivi le degne
mirò giacer sue già temuteinsegne!
        Escorrer lieti i Franchie i petti e i volti
spesso calcar de'suoi piú noti amici
e con fasto superbo a gliinsepolti
l'arme spogliare e gli abiti infelici;
molti onorarein lunga pompa accolti
gli amati corpi de gli estremiuffici
altri suppor le fiammee 'l vulgo misto
d'Arabi eTurchi a un foco arder ha visto.
        Sospiròdal profondoe 'l ferro trasse
e dal carro lanciossi e corrervolle
ma il vecchio incantatore a sé ilritrasse
sgridandoe raffrenò l'impeto folle;
e fattoche di novo ei rimontasse
drizzò il suo corso al piúsublime colle.
Cosí alquanto n'andaroinsin ch'atergo
lasciàr de' Franchi il militare albergo.
        Smontaro allordel carroe quel repente
sparve; e presono a piedi insieme ilcalle
ne la solita nube occultamente
discendendo a sinistra inuna valle
sin che giunsero là dove al ponente
l'altomonte Siòn volge le spalle.
Quivi si ferma il mago e pois'accosta
quasi mirandoa la scoscesa costa.
        Cavagrotta s'apria nel duro sasso
di lunghissimi tempi avantifatta;
ma disusandoor riturato il passo
era tra i pruni el'erbe ove s'appiatta.
Sgombra il mago gli intoppie curvo ebasso
per l'angusto sentiero a gir s'adatta
e l'una manprecede e il varco tenta
l'altra per guida al principeappresenta.
        Diceallora il Soldan: "Qual via furtiva
è questa tuadoveconvien ch'io vada?
Altra forse miglior io me n'apriva
se 'lconcedevi tucon la mia spada."
"Non sdegnar" glirisponde "anima schiva
premer co 'l forte piè la buiastrada
ché già solea calcarla il grande Erode
quelc'ha ne l'arme ancor sí chiara lode.
        Cavòquesta spelonca allor che porre
volse freno a i soggetti il rech'io dico
e per essa potea da quella torre
ch'egli Antoniaappellò dal chiaro amico
invisibile a tutti il pièraccòrre
dentro la soglia del gran tempio antico
equindi occulto uscir de la cittate
e trarne genti ed introdurcelate.
        Ma nota èquesta via solinga e bruna
or solo a me de gli uomini viventi.
Perquesta andremo al loco ove raguna
i piú saggi a conciglio ei piú potenti
il re ch'al minacciar de la fortuna
piúforse che non déepar che paventi.
Ben tu giungi agrand'uopo: ascolta e taci
poi movi a tempo le parole audaci."
        Cosí glidissee 'l cavaliero allotta
co 'l gran corpo ingombròl'umil caverna
e per le vie dove mai sempre annotta
seguícolui che 'l suo camin governa.
Chini pria se n'andàrmaquella grotta
piú si dilata quanto piú s'interna
sích'asceser con agio e tosto furo
a mezzo quasi di quell'antrooscuro.
        Aprivaallora un picciol uscio Ismeno
e se ne gian per disusata scala
acui luce mal certo e mal sereno
l'aer che giú d'altospiraglio cala.
In sotterraneo chiostro al fin venieno
esalian quindi in chiara e nobil sala.
Qui con lo scettro e co 'ldiadema in testa
mesto sedeasi il re fra gente mesta.
        Dala concava nube il turco fero
non veduto rimira e spiad'intorno
e ode il re fra tantoil qual primiero
incominciacosí dal seggio adorno:
"Veramenteo miei fidialnostro impero
fu il trapassato assai dannoso giorno;
e cadutid'altissima speranza
sol l'aiuto d'Egitto omai n'avanza.
        Ma ben vedete voiquanto la speme
lontana sia da sí vicin periglio.
Dunquevoi tutti ho qui raccolti insieme
perch'ognun porti in mezzo ilsuo consiglio."
Qui tacee quasi in bosco aura chefreme
suona d'intorno un picciolo bisbiglio.
Ma con la facciabaldanzosa e lieta
sorgendo Argante il mormorare accheta.
        "O magnanimore" fu la risposta
del cavaliero indomito e feroce
"perchéci tenti? e cosa a nullo ascosta
chiedich'uopo non ha di nostravoce?
Pur dirò: sia la speme in noi sol posta;
e s'egliè ver che nulla a virtú noce
di questa armiamcialei chiediamo aita
né piú ch'ella si voglia amiamla vita.
        Néparlo io già cosí perch'io dispere
de l'aiutocertissimo d'Egitto
ché dubitarse le promesse vere
fiandel mio renon lece e non è dritto;
ma il dico sol perchédesio vedere
in alcuni di noi spirto piúinvitto
ch'egualmente apprestato ad ogni sorte
si promettavittoria e sprezzi morte."
        Tantosol disse il generoso Argante
quasi uom che parli di non dubbiacosa.
Poi sorse in autorevole sembiante
Orcanouom d'altanobiltà famosa
e già ne l'arme d'alcun pregioinante;
ma or congiunto a giovanetta sposa
e lieto omai difigliera invilito
ne gli affetti di padre e di marito.
        Disse questi: "Osignorgià non accuso
il fervor di magnificheparole
quando nasce d'ardir che star rinchiuso
tra i confinidel cor non può né vòle;
però se 'lbuon circasso a te per uso
troppo in vero parlar fervido sòle
ciòsi conceda a lui che poi ne l'opre
il medesmo fervor non menoscopre.
        Ma siconviene a tecui fatto il corso
de le cose e de' tempi han síprudente
impor colà de' tuoi consigli il morso
dovecostui se ne trascorre ardente
librar la speme del lontansoccorso
co 'l periglio vicinoanzi presente
e con l'arme econ l'impeto nemico
i tuoi novi ripari e 'l muro antico.
        Noi (se lece a medir quel ch'io ne sento)
siamo in forte città di sito ed'arte
ma di machine grande e violento
apparato si fa dal'altra parte.
Quel che sarànon so; spero e pavento
igiudizi incertissimi di Marte
e temo che s'a noi piú fiaristretto
l'assedioal fin di cibo avrem difetto.
        Peròche quegli armenti e quelle biade
ch'ieri tu ricettasti entro lemura
mentre nel campo a insanguinar le spade
s'attendea soloe fu alta ventura
picciol esca a gran fameampia cittade
nutrirmal ponno se l'assedio dura;
e forza è pur che duriancorche vegna
l'oste d'Egitto il dí ch'ella disegna.
        Ma che fiasepiú tarda? Or súconcedo
che tua speme prevegna esue promesse;
la vittoria peròperò nonvedo
liberateo signorle mura oppresse.
Combattremoo buonrecon quel Goffredo
e con que' duci e con le genti istesse
chetante volte han già rotti e dispersi
gli Arabii TurchiiSoriani e i Persi.
        Equali siantu 'l saiche lor cedesti
sí spesso il campoo valoroso Argante
e sí spesso le spalle ancovolgesti
fidando assai ne le veloci piante;
e 'l sa Clorindateco ed io con questi
ch'un piú de l'altro non convien sivante.
Né incolpo alcuno io giàché vi fumostro
quanto potea maggiore il valor nostro.
        Edirò pur (benché costui di morte
bieco minacci e 'lvero udir si sdegni):
veggio portar da inevitabil sorte
ilnemico fatale a certi segni
né gente potrà mainémuro forte
impedirlo cosí ch'al fin non regni;
ciòmi fa dir (sia testimonio il Cielo)
del signorde la patriaamore e zelo.
        Ohsaggio il re di Tripoliche pace
seppe impetrar da i Franchi eregno insieme!
Ma il Soldano ostinato o morto or giace
or purservil catena il piè gli preme
o ne l'essiglio timido efugace
si va serbando a le miserie estreme;
e purcedendoparteavria potuto
parte salvar co' doni e co 'l tributo."
        Cosídicevae s'avolgea costui
con giro di parole obliquo eincerto
ch'a chieder pacea farsi uom ligio altrui
giànon ardia di consigliarlo aperto.
Ma sdegnoso il Soldano i dettisui
non potea omai piú sostener coperto
quando il magogli disse: "Or vuoi tu darli
agiosignorch'in tal materiaparli?"
        "Ioper me" gli risponde "or qui mi celo
contra mio gradoed'ira ardo e di scorno."
Ciò disse a penaeimmantinente il velo
de la nubeche stesa è lord'intorno
si fende e purga ne l'aperto cielo
ed ei riman nelluminoso giorno
e magnanimamente in fero viso
rifulge inmezzoe lor parla improviso:
        "Iodi cui si ragionaor son presente
non fugace e non timidoSoldano
ed a costui ch'egli è codardo e mente
m'offerodi provar con questa mano.
Io che sparsi di sangue ampiotorrente
che montagne di strage alzai su 'l piano
chiuso nelvallo de' nemici e privo
al fin d'ogni compagnoio fuggitivo?
        Ma se piúquesti o s'altri a lui simíle
a la sua patriaa la suafede infido
motto osa far d'accordo infame e vile
buon resia con tua paceio qui l'uccido.
Gli agni e i lupi fian giuntiin un ovile
e le colombe e i serpi in un sol nido
prima chemai di non discorde voglia
noi co' Francesi alcuna terraaccoglia."
        Tiensu la spadamentre ei sí favella
la fera destra inminaccievol atto.
Riman ciascuno a quel parlara quella
orribilfacciamuto e stupefatto.
Poscia con vista men turbata efella
cortesemente inverso il re s'è tratto:
"Spera"gli dice "alto signorch'io reco
non poco aiuto: or Solimanoè teco."
        Aladinch'a lui contra era già sorto
risponde: "Oh comelieto or qui ti veggio
diletto amico! Or del mio stuol ch'èmorto
non sento il danno; assai temea di peggio.
Tu lo miostabilire e in tempo corto
puoi ridrizzar il tuo caduto seggio
se'l Ciel no 'l vieta." Indi le braccia al collo
cosídettogli stese e circondollo.
        Finital'accoglienzail re concede
il suo medesmo soglio al granniceno.
Egli poscia a sinistra in nobil sede
si poneed al suofianco alluoga Ismeno
e mentre seco parla ed a lui chiede
dilor venutaed ei risponde a pieno
l'alta donzella ad onorar inpria
vien Solimano; ogn'altro indi seguia.
        Seguífra gl'altri Ormusseil qual la schiera
di quegli Arabi suoi aguidar tolse;
e mentre la battaglia ardea piú fera
perdisusate vie cosí s'avolse
ch'aiutando il silenzio e l'arianera
lei salva al fin nella città raccolse
e con lebiade e con rapiti armenti
aita porse a l'affamate genti.
        Sol con la facciatorva e disdegnosa
tacito si rimase il fer circasso
a guisa dileon quando si posa
girando gli occhi e non movendo il passo.
Manel Soldan feroce alzar non osa
Orcano il voltoe 'l tien pensosoe basso.
Cosí a conciglio il palestin tiranno
e 'l rede' Turchi e i cavalier qui stanno.
        Mail pio Goffredo la vittoria e i vinti
avea seguitie libere levie
e fatto intanto a i suoi guerrieri estinti
l'ultimo onordi sacre essequie e pie;
ed ora a gli altri impon che sianoaccinti
a dar l'assalto nel secondo die
e con maggiore e piúterribil faccia
di guerra i chiusi barbari minaccia.
        Eperché conosciuto avea il drapello
ch'aiutò luicontra la gente infida
esser de' suoi piú cari ed esserquello
che già seguí l'insidiosa guida
eTancredi con lorche nel castello
prigion restò de lafallace Armida
ne la presenza sol de l'Eremita
e d'alcuni piúsaggi a sé gli invita;
        edice lor: "Prego ch'alcun racconti
de' vostri brevi errori ildubbio corso
e come poscia vi trovaste pronti
in sígrand'uopo a dar sí gran soccorso."
Vergognando teneanbasse le fronti
ch'era al cor picciol fallo amaro morso.
Alfin del re britanno il chiaro figlio
ruppe il silenzioe dissealzando il ciglio:
        "Partimmonoi che fuor de l'urna a sorte
tratti non fummoognun per sénascoso
d'Amorno 'l negole fallaci scorte
seguendo e d'unbel volto insidioso.
Per vie ne trasse disusate e torte
fra noidiscordie in sé ciascun geloso.
Nutrian gli amori e inostri sdegni (ah! tardi
troppo il conosco) or paroletteorguardi.
        Al fingiungemmo al loco ove già scese
fiamma dal cielo indilatate falde
e di natura vendicò l'offese
sovra legenti in mal oprar sí salde.
Fu già terra fecondaalmo paese
or acque son bituminose e calde
e steril lago; equanto ei torpe e gira
compressa è l'aria e grave il puzzospira.
        Questo èlo stagno in cui nulla di greve
si getta mai che giunga insino albasso
ma in guisa pur d'abete o d'orno leve
l'uom vi sornuotae 'l duro ferro e 'l sasso.
Siede in esso un castelloe stretto ebreve
ponte concede a' peregrini il passo.
Ivi n'accolsee nonso con qual arte
vaga è là dentro e ride ogni suaparte.
        V'èl'aura molle e 'l ciel sereno e lieti
gli alberi e i prati e puree dolci l'onde
ove fra gli amenissimi mirteti
sorge una fontee un fiumicel diffonde:
piovono in grembo a l 'erbe i sonniqueti
con un soave mormorio di fronde
cantan gli augelli: imarmi io taccio e l'oro
meravigliosi d'arte e di lavoro.
        Apprestar sul'erbettaov'è piú densa
l'ombra e vicino al suonde l'acque chiare
fece di sculti vasi altera mensa
e ricca divivande elette e care.
Era qui ciò ch'ogni stagiondispensa
ciò che dona la terra o manda il mare
ciòche l'arte condisce; e cento belle
servivano al convito accorteancelle.
        Ellad'un parlar dolce e d'un bel riso
temprava altrui cibo mortale erio.
Or mentre ancor ciascuno a mensa assiso
beve con lungoincendio un lungo oblio
sorse e disse: `Or qui riedo.' E con unviso
ritornò poi non sí tranquillo e pio.
Con unaman picciola verga scote
tien l'altra un libroe legge in bassenote.
        Legge lamagaed io pensiero e voglia
sento mutarmutar vita edalbergo.
(Strana virtú) novo pensier m'invoglia:
saltone l'acquae mi vi tuffo e immergo.
Non so come ogni gamba entros'accoglia
come l'un braccio e l'altro entri neltergo
m'accorcio e stringoe su la pelle cresce
squamoso ilcuoio; e d'uom son fatto un pesce.
        Cosíciascun de gli altri anco fu vòlto
e guizzò meco inquel vivace argento.
Quale allor mi foss'iocome di stolto
vanoe torbido sognoor me 'n rammento.
Piacquele al fin tornarci ilproprio volto;
ma tra la meraviglia e lo spavento
muti eravamquando turbata in vista
in tal guisa ne parla e ne contrista:
        `Eccoa voi notoè il mio poter' ne dice
`e quanto sopra voi l'imperio hopieno.
Pende dal mio voler ch'altri infelice
perda in prigioneeterna il ciel sereno
altri divenga augelloaltri radice
facciae germogli nel terrestre seno
o che s'induri in scelceo inmolle fonte
si liquefacciao vesta irsuta fronte.
        Benpotete schivar l'aspro mio sdegno
quando servire al mio piacerv'aggrade:
farvi paganie per lo nostro regno
contra l'empioBuglion mover le spade.'
Ricusàr tutti ed aborrírl'indegno
patto; solo a Rambaldo il persuade.
Noi (chénon val difesa) entro una buca
di lacci avolse ove non èche luca.
        Poi nelcastello istesso a sorte venne
Tancredied egli ancor fuprigioniero.
Ma poco tempo in carcere ci tenne
la falsa maga; e(s'io n'intesi il vero)
di seco trarne da quell'empia ottenne
delsignor di Damasco un messaggiero
ch'al re d'Egitto in don fracento armati
ne conduceva inermi e incatenati.
        Cosíce n'andavamo; e come l'alta
providenza del Cielo ordina emove
il buon Rinaldoil qual piú sempre essalta
lagloria sua con opre eccelse e nove
in noi s'avienee i cavalieriassalta
nostri custodi e fa l'usate prove:
gli uccide e vincee di quell'arme loro
fa noi vestir che nostre in prima foro.
        Io 'l vidie 'lvider questi; e da lui porta
ci fu la destrae fu sua voceudita.
Falso è il romor che qui risuona e porta
sírea novellae salva è la sua vita;
ed oggi è ilterzo dí che con la scorta
d'un peregrin fece da noipartita
per girne in Antiochiae pria depose
l'arme che rotteaveva e sanguinose."
        Cosíparlavae l'Eremita intanto
volgeva al cielo l'una e l'altraluce.
Non un colornon serba un volto: oh quanto
piúsacro e venerabile or riluce!
Pieno di Diorapto dal zeloacanto
a l'angeliche menti ei si conduce;
gli si svela ilfuturoe ne l'eterna
serie de gli anni e de l'etàs'interna.
        e labocca sciogliendo in maggior suono
scopre le cose altrui ch'indiverranno.
Tutti conversi a le sembianzeal tuono
de l'insolitavoce attenti stanno.
"Vive" dice "Rinaldoel'altre sono
arti e bugie di femminile inganno.
Vivee la vitagiovanetta acerba
a piú mature glorie il Ciel riserba.
        Presagi sono efanciulleschi affanni
questi ond'or l'Asia lui conosce enoma.
Ecco chiaro vegg'iocorrendo gli anni
ch'egli s'opponea l'empio Augusto e 'l doma
e sotto l'ombra de gli argenteivanni
l'aquila sua copre la Chiesa e Roma
che de la fèraavrà tolte a gli artigli;
e ben di lui nasceran degni ifigli.
        De' figlii figlie chi verrà da quelli
quinci avran chiari ememorandi essempi;
e da' Cesari ingiusti e da' rubelli
difenderanle mitre e i sacri tèmpi. Premer gli alteri e sollevar gliimbelli
difender gli innocenti e punir gli empi
fian l'artilor: cosí verrà che vóle
l'aquila estenseoltra le vie del sole.
        Edritto è ben chese 'l ver mira e 'l lume
ministri aPietro i folgori mortali.
U' per Cristo si pugniivi lepiume
spiegar dée sempre invitte e trionfali
chéciò per suo nativo alto costume
dielle il Cielo e per leggia lei fatali.
Onde piace là su che in questa degna
impresaonde partíchiamato vegna."
        Quidal soggetto vinto il saggio Piero
stupido tacee 'l cor nel'alma faccia
troppo gran cose de l'estense altero
valorragionaonde tutto altro spiaccia.
Sorge intanto la nottee 'lvelo nero
per l'aria spiega e l'ampia terra abbraccia;
vansenegli altri e dan le membra al sonno
ma i suoi pensieri in luidormir non ponno.  
 
 

CANTOUNDICESIMO

.

Argomento

        Con puro sacrificio e sacre note
Il soccorso del Cielo invoca ilcampo.
Poi dell'alta città le mura scote
Ch'al suofurore omai non avean scampo;
Quando Clorinda il Capitanpercote
E 'l colpo è a lui d'alta vittoria inciampo.
Bendall'Angel sanato ei torna in guerra:
Ma già il diurnoraggio ito è sotterra.

 

        Ma'l capitan de le cristiane genti
vòlto avendo a l'assaltoogni pensiero
giva apprestando i bellici instrumenti
quando alui venne il solitario Piero;
e trattolo in dispartein taliaccenti
gli parlò venerabile e severo:
"Tu moviocapitanl'armi terrene
ma di là non cominci ondeconviene.
        Sia dalCielo il principio; invoca inanti
ne le preghiere pubbliche edevote
la milizia de gli angioli e de' santi
che ne impetrivittoria ella che puote.
Preceda il clero in sacre vestiecanti
con pietosa armonia supplici note;
e da voiducigloriosi e magni
pietate il vulgo apprenda e n'accompagni."
        Cosí gliparla il rigido romito
e 'l buon Goffredo il saggio avisoapprova:
"Servo" risponde "di Giesúgradito
il tuo consiglio di seguir mi giova.
Or mentre i ducia venir meco invito
tu i Pastori de' popoli ritrova
Guglielmoed Ademaroe vostra sia
la cura de la pompa sacra e pia."
        Nel seguentemattino il vecchio accoglie
co' duo gran sacerdoti altriminori
ov'entro al vallo tra sacrate soglie
soleansi celebrardivini onori.
Quivi gli altri vestír candidespoglie
vestír dorato ammanto i duo Pastori
chebipartito sovra i bianchi lini
s'affibbia al pettoe incoronaro icrini.
        Va Pierosolo inanzi e spiega al vento
il segno riverito in Paradiso
esegue il coro a passo grave e lento
in duo lunghissimi ordinidiviso.
Alternando facean doppio concento
in supplichevol cantoe in umil viso
e chiudendo le schiere ivano a paro
i principiGuglielmo ed Ademaro.
        Veniaposcia il Buglionpur come è l'uso
di capitan senzacompagno a lato;
seguiano a coppia i ducie non confuso
seguivail campo in lor difesa armato.
Sí procedendo se n'uscia delchiuso
de le trinciere il popolo adunato
né s'udiantrombe o suoni altri feroci
ma di pietate e d'umiltà solvoci.
        Te Genitorte Figlio eguale al Padre
e te che d'ambo uniti amando spiri
ete d'Uomo e di Dio vergine Madre
invocano propizia a i lordesiri;
o Ducie voi che le fulgenti squadre
del ciel movetein triplicati giri
o Divoe te che de la diva fronte
la mondaumanità lavasti al fonte
        chiamano;e te che sei pietra e sostegno
de la magion di Dio fondato eforte
ove ora il novo successor tuo degno
di grazia e diperdono apre le porte
e gli altri messi del celeste regno
chedivulgàr la vincitrice morte
e quei che 'l vero aconfermar seguiro
testimoni di sangue e di martiro;
        quegli ancor lacui penna o la favella
insegnata ha del Ciel la via smarrita
ela cara di Cristo e fida ancella
ch'elesse il ben de la piúnobil vita;
e le vergini chiuse in casta cella
che Dio con altenozze a sé marita;
e quell'altre magnanime a itormenti
sprezzatrici de' regi e de le genti.
        Cosícantandoil popolo devoto
con larghi giri si dispiega e stende
edrizza a l'Oliveto il lento moto
monte che da l'olive il nomeprende
monte per sacra fama al mondo noto
ch'oriental contrale mura ascende
e sol da quelle il parte e ne 'l discosta
lacupa Giosafà ch'in mezzo è posta.
        Colàs'invia l'essercito canoro
e ne suonan le valli ime e profonde
egli alti colli e le spelonche loro
e da ben mille parti Eccorisponde
e quasi par che boscareccio coro
fra quegli antri siceli e in quelle fronde
sí chiaramente replicar s'udia
ordi Cristo il gran nomeor di Maria
        D'insu le mura ad ammirar fra tanto
cheti si stanno e attoniti ipagani
que' tardi avolgimenti e l'umil canto
e l'insolitepompe e i riti estrani.
Poi che cessò de lo spettacolsanto
la novitatei miseri profani
alzàr le strida; edi bestemmie e d'onte
muggí il torrente e la gran valle e'l monte.
        Ma dala casta melodia soave
la gente di Giesú però nontace
né si volge a que' gridi o cura n'have
piúche di stormo avria d'augei loquace;
né perchéstrali aventinoella pave
che giungano a turbar la santa pace
disí lontanoonde a suo fin ben pote
condur le sacreincominciate note.
        Posciain cima del colle ornan l'altare
che di gran cena al sacerdote èmensa
e d'ambo i lati luminosa appare
sublime lampa inlucid'oro accensa.
Quivi altre spogliee pur dorate ecare
prende Guglielmoe pria tacito pensa
indi con chiarosuon la voce spiega
se stesso accusa e Dio ringrazia e prega.
        Umili intornoascoltano i primieri
le viste i piú lontani almen v'hanfisse.
Ma poi che celebrò gli alti misteri
del purosacrificio: "Itene" ei disse;
e in fronte alzando a ipopoli guerrieri
la man sacerdotalli benedisse.
Allor se 'nritornàr le squadre pie
per le dianzi da lor calcate vie.
        Giunti nel valloe l'ordine disciolto
si rivolge Goffredo a sua magione
el'accompagna stuol calcato e folto
insino al limitar delpadiglione.
Quivi gli altri accommiata indietro vòlto
maritien seco i duci il pio Buglione
e li raccoglie a mensae vuolch'a fronte
di Tolosa gli sieda il vecchio conte.
        Poiche de' cibi il natural amore
fu in lor ripresso e l'importunasete
disse a i duci il gran duce: "Al novo albore
tutti al'assalto voi pronti sarete:
quel fia giorno di guerra e disudore
questo sia d'apparecchio e di quiete.
Dunque ciascunvada al riposoe poi
se medesmo prepari e i guerrier suoi."
        Tolser essicongedoe manifesto
quinci gli araldi a suon di trombefèro
ch'essere a l'arme apparecchiato e presto
déecon la nova luce ogni guerriero.
Cosí in parte al ristoro ein parte questo
giorno si diede a l'opre ed al pensiero
sinche fe' nova tregua a la fatica
la cheta nottedel riposo amica.
        Ancor dubbial'aurora ed immaturo
ne l'oriente il parto era del giorno
néi terreni fendea l'aratro duro
né fea il pastore a i pratianco ritorno;
stava tra i rami ogni augellin securo
e in selvanon s'udia latrato o corno
quando a cantar la mattutinatromba
comincia: "A l'arme!" " A l'arme!" ilciel rimbomba.
        "Al'arme! a l'arme! " subito ripiglia
il grido universal dicento schiere.
Sorge il forte Goffredo e già non piglia
lagran corazza usata o le schiniere;
ne veste un'altra ed un pedonsomiglia
in arme speditissime e leggiere;
e indosso avea giàl'agevol pondo
quando gli sovraggiunse il buon Raimondo.
        Questiveggendoarmato in cotal modo
il capitanoil suo pensier comprese:
"Ov'è"gli disse "il grave usbergo e sodo?
ov'èsignorl'altro ferrato arnese?
perché sei parte inerme? Io giànon lodo
che vada con sí debili difese.
Or da tai segniin te ben argomento
che sei di gloria ad umil mèta intento.
        Deh! che ricerchitu? privata palma
di salitor di mura? Altri le saglia
edesponga men degna ed util alma
(rischio debito a lui) ne labattaglia;
tu riprendisignorl'usata salma
e di te stesso anostro pro ti caglia.
L'anima tuamente del campo evita
cautamente per Dio sia custodita."
        Quitaceed ei risponde: "Or ti sia noto
che quando inChiaramonte il grande Urbano
questa spada mi cinsee medevoto
fe' cavalier l'onnipotente mano
tacitamente a Diopromisi in voto
non pur l'opera qui di capitano
mad'impiegarvi ancorquando che fosse
qual privato guerrier l'armee le posse.
        Dunqueposcia che fian contra i nemici
tutte le genti mie mosse edisposte
e ch'a pieno adempito avrò gli uffici
che sondovuti al principe de l'oste
ben è ragion (né tucredoil disdici)
ch'a le mura pugnando anch'io m'accoste
ela fede promessa al Cielo osservi:
egli mi custodisca e miconservi."
        Cosíconclusee i cavalier francesi
seguír l'essempio e i duominor Buglioni;
gli altri principi ancor men gravi arnesi
partevestiro e si mostràr pedoni.
Ma i pagani fra tanto eranoascesi
là dove a i sette gelidi Trioni
si volge e piegaa l'occidente il muro
che nel piú facil sito è mensecuro.
        Peròch'altronde la città non teme
de l'assalto nemico offesaalcuna
quivi non pur l'empio tiranno insieme
il forte vulgo egli assoldati aduna
ma chiama ancora a le faticheestreme
fanciulli e vecchi l'ultima fortuna;
e van questiportando a i piú gagliardi
calce e zolfo e bitume e sassi edardi.
        E dimacchine e d'arme han pieno inante
tutto quel muro a cui soggiaceil piano
e quinci in forma d'orrido gigante
da la cintola insu sorge il Soldano
quindi tra' merli il minacciosoArgante
torreggiae discoperto è di lontano
e in su latorre altissima Angolare
sovra tutti Clorinda eccelsa appare.
        A costei lafaretra e 'l grave incarco
de l'acute quadrella al tergopende.
Ella già ne le mani ha preso l'arco
e giàlo stral v'ha su la corda e 'l tende;
e desiosa di ferirealvarco
la bella arciera i suoi nemici attende.
Tal giàcredean la vergine di Delo
tra l'alte nubi saettar dal cielo.
        Scorre piúsotto il re canuto a piede
da l'una a l'altra portae 'n su lemura
ciò che prima ordinò cauto rivede
e idifensor conforta e rassecura;
e qui genti rinforza e làprovede
di maggior copia d'armee 'l tutto cura.
Ma se ne vanl'afflitte madri al tempio
a ripregar nume bugiardo ed empio.
        "Deh! spezzatu del predator francese
l'astaSignorcon la man giusta eforte;
e luiche tanto il tuo gran nome offese
abbatti espargi sotto l'alte porte."
Cosí diceanné furle voci intese
là giú tra 'l pianto de l'eternamorte.
Or mentre la città s'appresta e prega
le genti el'arme il pio Buglion dispiega.
        Traggeegli fuor l'essercito pedone
con molta providenza e conbell'arte
e contra il muro ch'assalir dispone
obliquamente induo lati il comparte.
Le baliste per dritto in mezzo pone
e glialtri ordigni orribili di Marte
onde in guisa di fulmini silancia
vèr le merlate cime or sassoor lancia.
        Emette in guardia i cavalier de' fanti
da tergoe manda intorno icorridori.
Dà il segno poi de la battagliae tanti
isagittari sono e i frombatori
e l'arme da le machine volanti
chescemano fra i merli i difensori.
Altri v'è morto e 'l locoaltri abbandona;
già men folta del muro è la corona.
        La gente francaimpetuosa e ratta
allor quanto piú puote affretta ipassi;
e parte scudo a scudo insieme adatta
e di quegli uncoperchio al capo fassi
e parte sotto machine s'appiatta
chefan riparo al grandinar de' sassi;
ed arrivando al fossoil cupoe 'l vano
cercano empirne ed adeguarlo al piano.
        Nonera il fosso di palustre limo
(ché no 'l consente il loco)o d'acqua molle
onde l'empienoancor che largo ed imo
lepietre e i fasci e gli arbori e le zolle.
L'audacissimo Alcastointanto il primo
scopre la testa ed una scala estolle
e no 'lritien dura gragnuola o pioggia
di fervidi bitumie su vi poggia.
        Vedeasi in altoil fier elvezio asceso
mezzo l'aereo calle aver fornito
segnoa mille saettee non offeso
d'alcuna sí che fermi il corsoardito;
quando un sasso ritondo e di gran peso
veloce come dibombarda uscito
ne l'elmo il coglie e il risospinge a basso;
e'l colpo vien dal lanciator circasso.
        Nonè mortalma grave il colpo e 'l salto
sí ch'eistordiscee giace immobil pondo.
Argante allor in suon feroce edalto:
"Caduto è il primoor chi verràsecondo?
Ché non uscite a manifesto assalto
appiattatiguerriers'io non m'ascondo?
Non gioveranvi le caverneestrane
ma vi morrete come belve in tane."
        Cosídice eglie per suo dir non cessa
la gente occultae tra iripari cavi
e sotto gli alti scudi unita e spessa
le saettesostiene e i pesi gravi;
già gli arieti e la muragliaappressa
machine grandi e smisurate travi
c'han testa dimonton ferrata e dura:
temon le porte il cozzoe l'alte mura.
        Gran mole intantoè di là su rivolta
per cento mani al gran bisognopronte
che sovra la testugine piú folta
ruinae parche vi trabocchi un monte;
e de gli scudi l'union disciolta
piúd'un elmo vi frange e d'una fronte
e ne riman la terra sparsa erossa
d'armedi sanguedi cervella e d'ossa.
        L'assalitoreallor sotto al coperto
de le machine sue piú non ripara
mada i ciechi perigli al rischio aperto
fuori se n'esce e sua virtúdichiara.
Altri appoggia le scale e va per l'erto
altripercote i fondamenti a gara.
Ne crolla il muroe ruinoso ifianchi
già fesso mostra a l'impeto de' Franchi.
        Eben cadeva a le percosse orrende
che doppia in lui l'espugnatormontone
ma sin da' merli il popolo il difende
con usata diguerra arte e ragione
ch'ovunque la gran trave in lui sistende
cala fasci di lana e li frapone;
prende in sé lepercosse e fa piú lente
la materia arrendevole e cedente.
        Mentre con talvalor s'erano strette
l'audaci schiere e la tenzon murale
curvòClorinda sette voltee sette
rallentò l'arco e n'aventòlo strale;
e quante in giú se ne volàr saette
tantes'insanguinaro il ferro e l'ale
non di sangue plebeo ma del piúdegno
ché sprezza quell'altera ignobil segno.
        Ilprimo cavalier ch'ella piagasse
fu l'erede minor del regeinglese.
Da' suoi ripari a pena il capo ei trasse
che la mortalpercossa in lui discese
e che la destra man non gli trapasse
ilguanto de l'acciar nulla contese;
sí che inabile a l'armeei si ritira
fremendoe meno di dolor che d'ira.
        Ilbuon conte d'Ambuosa in ripa al fosso
e su la scala poi Clotareoil franco:
quegli morí trafitto il petto e 'l dosso
questida l'un passato a l'altro fianco.
Sospingeva il montonquando èpercosso
al signor de' Fiamminghi il braccio manco
síche tra via s'allentae vuol poi trarne
lo stralee resta ilferro entro la carne.
        Al'incauto Ademarch'era da lunge
la fera pugna a riguardarrivolto
la fatal canna arriva e in fronte il punge.
Stende eila destra al loco ove l'ha colto
quando nova saetta eccosorgiunge
sovra la mano e la confige al volto;
onde egli cadee fa del sangue sacro
su l'arme feminili ampio lavacro.
        Ma non lungi da'merli a Palamede
mentre ardito disprezza ogni periglio
e super gli erti gradi indrizza il piede
cala il settimo ferro aldestro ciglio
e trapassando per la cava sede
e tra i nervi del'occhio esce vermiglio
diretro per la nuca; egli trabocca
emore a' piè de l'assalita rocca.
        Talsaetta costei. Goffredo intanto
con novo assalto i difensoriopprime.
Avea condotto ad una porta a canto
de le machine suela piú sublime.
Questa è torre di legnoe s'ergetanto
che può del muro pareggiar le cime;
torre chegrave d'uomini ed armata
mobile è su le rote e vientirata.
         Vieneaventando la volubil mole
lancie e quadrellae quanto puòs'accosta
e come nave in guerra nave suole
tenta d'unirsi ala muraglia opposta;
ma chi lei guarda ed impedir ciòvuole
l'urta la fronte e l'una e l'altra costa
la respingecon l'aste e le percote
or con le pietre i merli ed or le rote.
        Tanti di quatanti di là fur mossi
e sassi e dardi ch'oscuronne ilcielo.
S'urtàr due nembi in ariae làtornossi
talor respintoonde partivail telo.
Come di frondesono i rami scossi
da la pioggia indurata in freddo gelo
e necaggiono i pomi anco immaturi
cosí cadeano i saracin da imuri
        peròche scende in lor piú greve il danno
che di ferro assaimeno eran guerniti.
Parte de' vivi ancora in fuga vanno
de lagran mole al fulminar smarriti.
Ma quel che già fu di Niceatiranno
vi restae fa restarvi i pochi arditi;
e 'l feroArgante a contraporsi corre
presa una travea la nemica torre
        e da sé larespinge e tien lontana
quanto l'abete è lungo e 'l braccioforte.
Vi scende ancor la vergine sovrana
e de' perigli altruisi fa consorte.
I Franchi intanto a la pendente lana
le funirecideano e le ritorte
con lunghe falcionde cadendo aterra
lasciava il muro disarmato in guerra.
        Cosíla torre sovrae piú di sotto
l'impetuoso il batte asproariete
onde comincia ormai forato e rotto
a discoprir leinterne vie secrete.
Essi non lunge il capitan condotto
alconquassato e tremulo parete
nel suo scudo maggior tuttorinchiuso
che rade volte ha di portar in uso.
        Equivi cauto rimirando spia
e scender vede Solimano a basso
eporsi a la difesa ove s'apria
tra le ruine il periglioso passo
erimaner della sublime via
Clorinda in guardia e 'l cavaliercircasso.
Cosí guardavae già sentiasi ilcore
tutto avampar di generoso ardore.
        Onderivolto dice al buon Sigiero
che gli portava un altro scudo el'arco:
"Ora mi porgio fedel mio scudiero
cotesto mengravoso e grande incarco
ché tenterò di trapassarprimiero
su i dirupati sassi il dubbio varco;
e tempo èben che qualche nobil opra
de la nostra virtute omai si scopra."
        Cosímutato scudo a pena disse
quando a lui venne una saetta a volo
ene la gamba il colse e la trafisse
nel piú nervosoove èpiú acuto il duolo.
Che di tua manClorindail colpouscisse
la fama il cantae tuo l'onor n'è solo;
sequesto dí servaggio e morte schiva
la tua gente paganaate s'ascriva.
        Mail fortissimo eroequasi non senta
il mortifero duol de laferita
dal cominciato corso il piè non lenta
e montasu i dirupi e gli altri invita.
Pur s'avede egli poi che no 'lsostenta
la gambaoffesa troppo ed impedita
e ch'inaspraagitando ivi l'ambascia
onde sforzato alfin l'assalto lascia.
        E chiamando ilbuon Guelfo a sé con mano
a lui parlava: "Io me ne voconstretto:
sostien persona tu di capitano
e di mia lontananzaempi il diffetto.
Ma picciol'ora io vi starò lontano:
vadoe ritorno." E si partiaciò detto;
ed ascendendo inun leggier cavallo
giunger non può che non sia visto alvallo.
        Aldipartir del capitansi parte
e cede il campo la fortunafranca.
Cresce il vigor ne la contraria parte
sorge la speme egli animi rinfranca;
e l'ardimento co 'l favor di Marte
ne' corfedeli e l'impeto già manca:
già corre lento ognilor ferro al sangue
e de le trombe istesse il suono langue.
        E già tra'merli a comparir non tarda
lo stuol fugace che 'l timorcaccionne
e mirando la vergine gagliarda
vero amor de lapatria arma le donne.
Correr le vedi e collocarsi in guarda
conchiome sparse e con succinte gonne
e lanciar dardi e non mostrarpaura
d'esporre il petto per l'amate mura.
        Equel ch'a i Franchi piú spavento porge
e 'l toglie a idifensor de la cittade
è che 'l possente Guelfo (e sen'accorge
questo popol e quel) percosso cade.
Tra mille iltrova sua fortuna e scòrge
d'un sasso il corso per lontanestrade;
e da sembiante colpo al tempo stesso
colto èRaimondoonde giú cade anch'esso.
        Edaspramente allora anco fu punto
ne la proda del fosso Eustazioardito.
Né in questo a i Franchi fortunoso punto
contralor da' nemici è colpo uscito
(che n'uscír molti)onde non sia disgiunto
corpo da l'alma o non sia almen ferito.
Ein tal prosperità via piú feroce
divenendo ilcircassoalza la voce:
        "Nonè questa Antiochiae non è questa
la notte amica ale cristiane frodi.
Vedete il chiaro solla gente desta
altraforma di guerra ed altri modi.
Dunque favilla in voi nulla piúresta
de l'amor de la preda e de le lodi
che sí tostocessate e sète stanche
per breve assaltoo Franchi nomaFranche?"
        Cosíragionae in guisa tal s'accende
ne le sue furie il cavalieroaudace
che quell'ampia città ch'egli difende
non gli parcampo del suo ardir capace
e si lancia a gran salti ove sifende
il muro e la fessura adito face;
ed ingombra l'uscitaegrida intanto
a Soliman che si vedeva a canto:
        "Solimanecco il loco ed ecco l'ora
che del nostro valor giudice fia.
Checessi? o di che temi? or costà fora
cerchi il pregio sovranchi piú 'l desia."
Cosí gli dissee l'uno el'altro allora
precipitosamente a prova uscia;
l'un da furorl'altro da onor rapito
e stimolato dal feroce invito.
        Giunseroinaspettati ed improvisi
sovra i nemicie in paragon mostràrsi;
eda lor tanti furo uomini uccisi
e scudi ed elmi dissipati esparsi
e scale tronche ed arieti incisi
che di lor parvequasi un monte farsi
e mescolati a le ruine alzaro
in vecedel cadutoalto riparo.
        Lagente che pur dianzi ardí salire
al pregio eccelso di muralcorona
non ch'or d'entrar ne la cittate aspire
ma sembra a ledifese anco mal buona;
e cede al nuovo assaltoe in preda al'ire
de' duo guerrier le machine abbandona
ch'ad altra guerraormai saran mal atte
tanto è 'l furor che le percote ebatte.
        L'uno el'altro pagancome il trasporta
l'impeto suogià piúe piú trascorre;
già 'l foco chiede a i cittadinieporta
duo pini fiammeggianti invèr la torre.
Cotaliuscir da la tartarea porta
soglionoe sottosopra il mondoporre
le ministre di Pluto empie sorelle
lor ceraste scotendoe lor facelle.
        Mal'invitto Tancrediil qual altrove
confortava a l'assalto i suoilatini
tosto che vide l'incredibil prove
e la gemina fiamma ei duo gran pini
tronca in mezzo le vocie presto move
afrenar il furor de' saracini;
e tal del suo valor dà segnoorrendo
che chi vinse e fugò fugge or perdendo.
        Cosí de labattaglia or qui lo stato
co 'l variar de la fortuna èvòlto
e in questo mezzo il capitan piagato
ne la grantenda sua già s'è raccolto
co 'l buon SigierconBaldovino a lato
de i mesti amici in gran concorso e folto;
eiche s'affretta e di tirar s'affanna
de la piaga lo stralrompe lacanna
        e la viapiú vicina e piú spedita
a la cura di lui vuol chesi prenda
scoprasi ogni latebra a la ferita
e largamente sirisechi e fenda.
"Rimandatemi in guerraonde fornita
nonsia co 'l dí prima ch'a lei mi renda."
Cosídice; e premendo il lungo cerro
d'una gran lanciaoffre la gambaal ferro.
        E giàl'antico Eròtimoche nacque
in riva al Pos'adopra in suasalute
il qual de l'erbe e de le nobil acque
ben conoscevaogni usoogni virtute;
caro a le Muse ancorma si compiacque
nela gloria minor de l'arti mute
sol curò tòrre amorte i corpi frali
e potea far i nomi anco immortali.
        Stassiappoggiatoe con secura faccia
freme immobile al pianto ilcapitano.
Quegli in gonna succinto e da le braccia
ripiegato ilvestirleggiero e piano
or con l'erbe potenti in vanprocaccia
trarne lo straleor con la dotta mano;
e con ladestra il tenta e co 'l tenace
ferro il va riprendendoe nullaface.
        L'arte suenon seconda ed al disegno
par che per nulla via fortuna arrida;
enel piagato eroe giunge a tal segno
l'aspro martír che n'èquasi omicida.
Or qui l'angiol custodeal duol indegno
mossodi luicolse dittamo in Ida:
erba crinita di purpureofiore
c'have in giovani foglie alto valore.
        Eben mastra natura a le montane
capre n'insegna la virtúcelata
qualor vengon percosse e lor rimane
nel fianco affissala saetta alata.
Ouestabenché da parti assai lontane
inun momento l'angelo ha recata
e non veduto entro le medicheonde
de gli apprestati bagni il succo infonde
        edel fonte di Lidia i sacri umori
e l'odorata panacea vi mesce.
Nesparge il vecchio la feritae fuori
volontario per sé lostral se 'n esce
e si ristagna il sangue; e già idolori
fuggono da la gamba e 'l vigor cresce.
Grida Eròtimoallor: "L'arte maestra
te non risana o la mortal mia destra
        maggior virtúti salva: un angiolcredo
medico per te fattoè sceso interra
ché di celeste mano i segni vedo:
prendi l'arme;che tardi? e riedi in guerra."
Avido di battaglia il pioGoffredo
già ne l'ostro le gambe avolge e serra
el'asta crolla smisuratae imbraccia
il già deposto scudo el'elmo allaccia.
        Uscídal chiuso valloe si converse
con mille dietro a la cittàpercossa:
sopra di polve il ciel gli si coperse
tremòsotto la terra al moto scossa;
e lontano appressar le gentiaverse
d'alto il miraroe corse lor per l'ossa
un tremorfreddo e strinse il sangue in gelo.
Egli alzò tre fiate ilgrido al cielo.
        Conosceil popol suo l'altera voce
e 'l grido eccitator de la battaglia
eriprendendo l'impeto veloce
di novo ancora a la tenzon siscaglia.
Ma già la coppia de i pagan feroce
nel rottoaccolta s'è de la muraglia
difendendo ostinata il varcofesso
dal buon Tancredi e da chi vien con esso.
        Quidisdegnoso giunge e minacciante
chiuso ne l'arme il capitan diFrancia
e 'n su la prima giunta al fero Argante
l'asta ferratafulminando lancia.
Nessuna mural machina si vante
d'aventar conpiú forza alcuna lancia.
Tuona per l'aria la nodosatrave
v'oppon lo scudo Argante e nulla pave.
        S'aprelo scudo al frassino pungente
né la dura corazza anco ilsostiene
ché rompe tutte l'armee finalmente
il sanguesaracino a sugger viene.
Ma si svelle il circasso (e il duol nonsente)
da l'arme il ferro affisso e da le vene
e 'n Goffredoil ritorce: "A te" dicendo
"rimando il troncoel'armi tue ti rendo."
        L'astach'offesa or porta ed or vendetta
per lo noto sentier vola erivola
ma già colui non fère ove èdiretta
ch'egli si spiega e 'l capo al colpo invola;
coglie ilfedel Sigieroil qual ricetta
profondamente il ferro entro lagola
né gli rincrescedel suo caro duce
morendo inveceabbandonar la luce.
        Quasiin quel punto Soliman percote
con una scelce il cavaliernormando;
e questi al colpo si contorce e scote
e cade in giúcome paleo rotando.
Or piú Goffredo sostener non pote
l'iradi tante offesee impugna il brando
e sovra la confusa altaruina
ascendee move omai guerra vicina.
        Eben ei vi facea mirabil cose
e contrasti seguiano aspri emortali
ma fuor uscí la notte e 'l mondo ascose
sottoil caliginoso orror de l'ali;
e l'ombre sue pacificheinterpose
fra tante ire de' miseri mortali
sí che cessòGoffredo e fe' ritorno.
Cotal fine ebbe il sanguinoso giorno.
        Ma pria che 'lpio Buglione il campo ceda
fa indietro riportar gli egri e ilanguenti
e già non lascia a' suoi nemici inpreda
l'avanzo de' suoi bellici tormenti;
pur salva la grantorre avien che rieda
primo terror de le nemiche genti
comeche sia da l'orrida tempesta
sdruscita anch'essa in alcun loco epesta.
        Da' granperigli uscita ella se 'n viene
giungendo a loco omai disicurezza.
Ma qual nave talor ch'a vele piene
corre il marprocelloso e l'onde sprezza
poscia in vista del porto o sul'arene
o su i fallaci scogli un fianco spezza;
o qual destrierpassa le dubbie strade
e presso al dolce albergo incespa e cade;
        tale inciampa latorree tal da quella
parte che volse a l'impeto de' sassi
frangedue rote debilisí ch'ella
ruinosa pendendo arresta ipassi.
Ma le suppone appoggi e la puntella
lo stuol che laconduce e seco stassi
insin che i pronti fabri intornovanno
saldando in lei d'ogni sua piaga il danno
        CosíGoffredo imponeil qual desia
che si racconci inanzi al novosole
ed occupando questa e quella via
dispon le guardieintorno a l'alta mole;
ma 'l suon ne la città chiaros'udia
di fabrili instrumenti e di parole
e mille si vedeanfiaccole accese
onde seppesi il tutto o si comprese.  
 



CANTODODICESIMO

Argomento

        Prima da un suo fedel Clorinda ascolta
Del suo natal l'istoriaepoi sen viene
Ignota al campoa grand'impresa volta.
Questatragge ella a fineindi s'avviene
In Tancredida cui l'alma l'ètolta;
Ma benanzi 'l morirbattesmo ottiene.
Piangel'estinta il Prenze. Argante giura
Di dar a chi l'uccise aspraventura.

 

        Erala nottee non prendean ristoro
co 'l sonno ancor le faticosegenti:
ma qui vegghiando nel fabril lavoro
stavano i Franchi ala custodia intenti
e là i pagani le difese loro
gianrinforzando tremule e cadenti
e reintegrando le già rottemura
e de' feriti era comun la cura.
        Curateal fin le piaghee già fornita
de l'opere notturne eraqualcuna;
e rallentando l'altreal sonno invita
l'ombra omaifatta piú tacita e bruna.
Pur non accheta la guerrieraardita
l'alma d'onor famelica e digiuna
e sollecita l'opre ovealtri cessa.
Va seco Argantee dice ella a se stessa:
        "Ben oggi ilre de' Turchi e 'l buon Argante
fèr meraviglie inusitate estrane
ché soli uscír fra tante schiere e tante
evi spezzàr le machine cristiane.
Io (questo è ilsommo pregio onde mi vante)
d'alto rinchiusa oprai l'armelontane
sagittariano 'l negoassai felice.
Dunque sol tantoa donna e piú non lice?
        Quantome' fòra in monte od in foresta
a le fère aventardardi e quadrella
ch'ove il maschio valor si manifesta
mostrarmiqui tra cavalier donzella!
Ché non riprendo la femineavesta
s'io ne son degna e non mi chiudo in cella?"
Cosíparla tra sé; pensa e risolve
al fin gran cose ed alguerrier si volve:
        "Buonapezza èsignorche in sé raggira
un non so ched'insolito e d'audace
la mia mente inquieta: o Dio l'inspira
ol'uom del suo voler suo Dio si face.
Fuor del vallo nemico accesimira
i lumi; io là n'andrò con ferro e face
e latorre arderò: vogl'io che questo
effetto seguail Ciel poicuri il resto.
        Mas'egli averrà pur che mia ventura
nel mio ritorno mirinchiuda il passo
d'uom che 'n amor m'è padre a te lacura
e de le care mie donzelle io lasso.
Tu ne l'Egittorimandar procura
le donne sconsolate e 'l vecchio lasso.
Falloper Diosignorché di pietate
ben è degno quelsesso e quella etate."
        StupisceArgantee ripercosso il petto
da stimoli di gloria acutisente.
"Tu là n'andrai" rispose "e menegletto
qui lascierai tra la vulgare gente?
E da secura parteavrò diletto
mirar il fumo e la favilla ardente?
Nono;se fui ne l'arme a te consorte
esser vo' ne la gloria e ne lamorte.
        Ho coreanch'io che morte sprezza e crede
che ben si cambi con l'onor lavita."
"Ben ne fèsti" diss'ella "eternafede
con quella tua sí generosa uscita.
Pure io feminasonoe nulla riede
mia morte in danno a la cittàsmarrita;
ma se tu cadi (tolga il Ciel gli augúri)
orchi sarà che piú difenda i muri?"
        Replicòil cavaliero: "Indarno adduci
al mio fermo voler fallaciscuse.
Seguirò l'orme tuese mi conduci;
ma leprecorreròse mi ricuse."
Concordi al re ne vannoilqual fra i duci
e fra i piú saggi suoi gli accolse echiuse.
Incominciò Clorinda: "O sireattendi
a ciòche dir vogliantie in grado il prendi.
        Argantequi (né sarà vano il vanto)
quella macchina eccelsaarder promette.
Io sarò secoed aspettiam sol tanto
chestanchezza maggiore il sonno allette."
Sollevò il rele palmee un lieto pianto
giú per le crespe guancie a luicadette;
e: "Lodato sia tu" disse "che a iservi
tuoi volgi gli occhi e 'l regno anco mi servi.
        Négià sí tosto caderàse tali
animi forti insua difesa or sono.
Ma qual poss'iocoppia onorataeguali
dara i meriti vostri o laude o dono?
Laudi la fama voi conimmortali
voci di gloriae 'l mondo empia del suono.
Premiov'è l'opra stessae premio in parte
vi fia del regno mionon poca parte."
        Síparla il re canutoe si ristringe
or questa or quel teneramenteal seno.
Il Soldanch'è presente e non infinge
lagenerosa invidia onde egli è pieno
disse: "Néquesta spada in van si cinge;
verravvi a paro o poco dietroalmeno."
"Ah!" rispose Clorinda "andremo aquesta
impresa tutti? e se tu vienchi resta?"
        Cosígli dissee con rifiuto altero
già s'apprestava aricusarlo Argante;
ma 'l re il prevennee ragionòprimiero
a Soliman con placido sembiante:
"Ben sempre tumagnanimo guerriero
ne ti mostrasti a te stesso sembiante
cuinulla faccia di periglio unquanco
sgomentòné maifosti in guerra stanco.
        Eso che fuora andando opre faresti
degne di te; ma sconvenevolparmi
che tutti usciatee dentro alcun non resti
di voi chesète i piú famosi in armi.
Né men consentireich'andasser questi
(ché degno è il sangue lor che sirisparmi)
s'o men util tal opra o mi paresse
che fornita peraltri esser potesse.
        Mapoi che la gran torre in sua difesa
d'ogni intorno le guardie hacosí folte
che da poche mie genti esser offesa
non potee inopportuno è uscir con molte
la coppia che s'offerse al'alta impresa
e 'n simil rischio si trovò piúvolte
vada felice purch'ella è ben tale
che sola piúche mille insieme vale.
        Tucome al regio onor piú si conviene
con gli altripregoin su le porte attendi;
e quando poi (ché n'ho securaspene)
ritornino essi e desti abbian gli incendi
se stuolnemico seguitando viene
lui risospingi e lor salva edifendi."
Cosí l'un re dicevae l'altrocheto
rimaneva al suo dirma non già lieto.
        Soggiunse alloraIsmeno: "Attender piaccia
a voich'uscir doveteora piútarda
sin che di varie tempre un misto i' faccia
ch'a lamachina ostil s'appigli e l'arda.
Forse allora averrà cheparte giaccia
di quello stuol che la circonda e guarda."
Ciòfu conclusoe in sua magion ciascuno
aspetta il tempo al granfatto opportuno.
        DeponClorinda le sue spoglie inteste
d'argento e l'elmo adorno e l'armealtere
e senza piuma o fregio altre ne veste
(infaustoannunzio!) ruginose e nere
però che stima agevolmente inqueste
occulta andar fra le nemiche schiere.
È quiviArsete eunucoil qual fanciulla
la nudrí da le fasce e dala culla
        e perl'orme di lei l'antico fianco
d'ogni intorno traendoor laseguia.
Vede costui l'arme cangiateed anco
del gran rischios'accorge ove ella gía
e se n'affliggee per lo crin chebianco
in lei servendo ha fatto e per la pia
memoria de' suo'uffici instando prega
che da l'impresa cessi; ed ella il nega.
        Onde ei le dissealfin: "Poi che ritrosa
sí la tua mente nel suo mals'indura
che né la stanca etàné lapietosa
vogliané i preghi mieiné il piantocura
ti spiegherò piú oltree saprai cosa
ditua condizion che t'era oscura;
poi tuo desir ti guidi o mioconsiglio."
Ei segueed ella inalza attenta il ciglio.
        "Resse giàl'Etiopiae forse regge
Senapo ancor con fortunato impero
ilqual del figlio di Maria la legge
osservae l'osserva anco ilpopol nero.
Quivi io pagan fui servo e fui tra gregge
d'ancelleavolto in feminil mestiero
ministro fatto de la regia moglie
chebruna è síma il bruno il bel non toglie.
        N'arde il maritoe de l'amore al foco
ben de la gelosia s'agguaglia il gelo.
Siva in guisa avanzando a poco a poco
nel tormentoso petto il follezelo
che da ogn'uom la nascondee in chiuso loco
vorriacelarla a i tanti occhi del cielo.
Ellasaggia ed umildi ciòche piace
al suo signor fa suo diletto e pace.
        D'unapietosa istoria e di devote
figure la sua stanza eradipinta.
Verginebianca il bel volto e le gote
vermigliaèquivi presso un drago avinta.
Con l'asta il mostro un cavalierpercote:
giace la fèra nel suo sangue estinta.
Quivisovente ella s'atterrae spiega
le sue tacite colpe e piange eprega.
        Ingravidafra tantoed espon fuori
(e tu fosti colei) candida figlia.
Siturba; e de gli insoliti colori
quasi d'un novo mostrohameraviglia.
Ma perché il re conosce e i suoifurori
celargli il parto alfin si riconsiglia
ch'egli avriadal candor che in te si vede
argomentato in lei non bianca fede.
        Ed in tua veceuna fanciulla nera
pensa mostrarglipoco inanzi nata.
E perchéfu la torreove chius'era
da le donne e da me solo abitata
ameche le fui servo e con sincera
mente l'amaiti diè nonbattezzata;
né già poteva allor battesmo darti
chél'uso no 'l sostien di quelle parti.
        Piangendoa me ti porsee mi commise
ch'io lontana a nudrir ticonducessi.
Chi può dire il suo affannoe in quanteguise
lagnossi e raddoppiò gli ultimi amplessi?
Bagnòi baci di piantoe fur divise
le sue querele da i singultispessi.
Levò alfin gli occhie disse: "O Diochescerni
l'opre piú occultee nel mio cor t'interni
        s'immaculato èquesto cors'intatte
son queste membra e 'l marital mioletto
per me non pregoche mille altre ho fatte
malvagità:son vile al tuo cospetto;
salva il parto innocenteal qual illatte
nega la madre del materno petto.
Vivae sol d'onestate ame somigli;
l'essempio di fortuna altronde pigli.
        Tuceleste guerrierche la donzella
togliesti del serpente a gliempi morsi
s'accesi ne' tuo' altari umil facella
s'auro oincenso odorato unqua ti porsi
tu per lei pregasí chefida ancella
possa in ogni fortuna a te raccòrsi."
Quitacque; e 'l cor le si rinchiuse e strinse
e di pallida morte sidipinse.
        Iopiangendo ti presie in breve cesta
fuor ti portaitra fiori efrondi ascosa;
ti celai da ciascunche né di questa
diedisospizion né d'altra cosa.
Me n'andai sconosciuto; e perforesta
caminando di piante orride ombrosa
vidi una tigrecheminaccie ed ire
avea ne gli occhiincontr'a me venire.
        Sovra un arborei' salsi e te su l'erba
lasciaitanta paura il cor miprese.
Giunse l'orribil fèrae la superba
testavolgendoin te lo sguardo intese.
Mansuefece e raddolciol'acerba
vista con atto placido e cortese;
lenta poi s'avicinae ti fa vezzi
con la linguae tu ridi e l'accarezzi;
        edischerzando secoal fero muso
la pargoletta man secura stendi.
Tiporge ella le mamme ecome è l'uso
di nutrices'adattaetu le prendi.
Intanto io miro timido e confuso
come uom farianovi prodigi orrendi.
Poi che sazia ti vede omai la belva
delsuo latteella parte e si rinselva;
        edio giú scendo e ti ricolgoe torno
là 've prima furvòlti i passi miei
e preso in picciol borgo alfinsoggiorno
celatamente ivi nutrir ti fei.
Vi stetti insin che'l sol correndo intorno
portò a i mortali e diece mesi esei.
Tu con lingua di latte anco snodavi
voci indistinteeincerte orme segnavi.
        Masendo io colà giunto ove dechina
l'etate omai cadente a lavecchiezza
ricco e sazio de l'or che la regina
nel partirdiemmi con regale ampiezza
da quella vita errante e peregrina
nela patria ridurmi ebbi vaghezza
e tra gli antichi amici in caroloco
vivertemprando il verno al proprio foco.
        Partomie vèr l'Egitto onde son nato
te conducendo mecoil corsoinvio
e giungo ad un torrentee riserrato
quinci da i ladrisonquindi dal rio.
Che debbo far? tedolce peso amato
lasciarnon voglioe di campar desio.
Mi gitto a nuotoed una man neviene
rompendo l'onda e te l'altra sostiene.
        Rapidissimoè il corsoe in mezzo l'onda
in se medesma si ripiega egira;
magiunto ove piú volge e si profonda
in cerchioella mi torce e giú mi tira.
Ti lascio allorma t'alza eti seconda
l'acquae secondo a l'acqua il vento spira
et'espon salva in su la molle arena;
stancoanelandoio poi vigiungo a pena.
        Lietoti prendo; e poi la nottequando
tutte in alto silenzio eran lecose
vidi in sogno un guerrier che minacciando
a me su 'lvolto il ferro ignudo pose.
Imperioso disse: 'Io ti comando
ciòche la madre sua primier t'impose:
che battezzi l'infante; ella èdiletta
del Cieloe la sua cura a me s'aspetta.
        Iola guardo e difendoio spirto diedi
di pietate a le fère emente a l'acque.
Misero te s'al sogno tuo non credi
ch'èdel Ciel messaggiero.' E qui si tacque.
Svegliaimi e sorsie dilà mossi i piedi
come del giorno il primo raggio nacque;
maperché mia fé vera e l'ombre false
stimaidi tuobattesmo non mi calse
        néde i preghi materni; onde nudrita
pagana fostie 'l vero a tecelai.
Crescestie in arme valorosa e ardita
vincesti il sessoe la natura assai:
fama e terre acquistastie qual tua vita
siastata poscia tu medesma il sai;
e sai non men che servo insieme epadre
io t'ho seguita fra guerriere squadre.
        Ierpoi su l'albaa la mia mente oppressa
d'alta quiete e simile a lamorte
nel sonno s'offerí l'imago stessa
ma in piúturbata vista e in suon piú forte:
'Ecco' dicea 'fellonl'ora s'appressa
che dée cangiar Clorinda e vita esorte:
mia sarà mal tuo gradoe tuo fia il duolo.'
Ciòdissee poi n'andò per l'aria a volo.
        Orodi dunque tu che 'l Ciel minaccia
a tediletta miastraniaccidenti.
Io non so; forse a lui vien che dispiaccia
ch'altriimpugni la fé de' suoi parenti.
Forse è la verafede. Ah! giú ti piaccia
depor quest'arme e questi spirtiardenti."
Qui tace e piagne; ed ella pensa e teme
ch'unaltro simil sogno il cor le preme.
        Rasserenandoil voltoal fin gli dice:
"Quella fé seguiròche vera or parmi
che tu co 'l latte già de lanutrice
sugger mi fèsti e che vuoi dubbia or farmi;
néper temenza lascieròné lice
a magnanimo corl'impresa e l'armi
non se la morte nel piú fersembiante
che sgomenti i mortali avessi inante."
        Poscia ilconsola; e perché il tempo giunge
ch'ella deve ad effettoil vanto porre
parte e con quel guerrier si ricongiunge
che sivuol seco al gran periglio esporre.
Con lor s'aduna Ismenoeinstiga e punge
quella virtú che per se stessa corre;
elor porge di zolfo e di bitumi
due pallee 'n cavo rame ascosilumi.
        Esconnotturni e pianie per lo colle
uniti vanno a passo lungo espesso
tanto che a quella parte ove s'estolle
la machinanemica omai son presso.
Lor s'infiamman gli spirtie 'l cor nebolle
né può tutto capir dentro se stesso:
gliinvita al focoal sangueun fero sdegno.
Grida la guardiae lordimanda il segno.
        Essivan cheti inanzionde la guarda
"A l'arme! a l'arme!"in alto suon raddoppia;
ma piú non si nasconde e non ètarda
al corso allor la generosa coppia.
In quel modo chefulmine o bombarda
co 'l lampeggiar tuona in un punto escoppia
movere ed arrivarferir lo stuolo
aprirlo epenetrarfu un punto solo.
        Eforza è pur che fra mill'arme e mille
percosse il lordisegno al fin riesca.
Scopriro i chiusi lumie lefaville
s'appreser tosto a l'accensibil esca
ch'a i legni poil'avolse e compartille.
Chi può dir come serpa e comecresca
già da piú lati il foco? e come folto
turbiil fumo a le stelle il puro volto?
        Vediglobi di fiamme oscure e miste
fra le rote del fumo in cielgirarsi.
Il vento soffiae vigor fa ch'acquiste
l'incendio ein un raccolga i fochi sparsi.
Fère il gran lume con terrorle viste
de' Franchie tutti son presti ad armarsi.
La moleimmensae sí temuta in guerra
cadee breve ora opre sílunghe atterra.
        Duesquadre de' cristiani intanto al loco
dove sorge l'incendioaccorron pronte.
Minaccia Argante: "Io spegnerò quelfoco
co 'l vostro sangue"e volge lor la fronte.
Purristretto a Clorindaa poco a poco
cedee raccoglie i passi asommo il monte.
Cresce piú che torrente a lunga pioggia
laturbae li rincalza e con lor poggia.
        Apertaè l'Aurea portae quivi tratto
è il rech'armatoil popol suo circonda
per raccòrre i guerrier da sígran fatto
quando al tornar fortuna abbian seconda.
Saltano idue su 'l limitaree ratto
diretro ad essi il franco stuolv'inonda
ma l'urta e scaccia Solimano; e chiusa
è poila portae sol Clorinda esclusa.
        Solaesclusa ne fu perché in quell'ora
ch'altri serrò leporte ella si mosse
e corse ardente e incrudelita fora
a punirArimon che la percosse.
Punillo; e 'l fero Argante avistoancora
non s'era ch'ella sí trascorsa fosse
chéla pugna e la calca e l'aer denso
a i cor togliea la curaa gliocchi il senso.
        Mapoi che intepidí la mente irata
nel sangue del nemico e insé rivenne
vide chiuse le porte e intorniata
séda' nemicie morta allor si tenne.
Pur veggendo ch'alcuno in leinon guata
nov'arte di salvarsi le sovenne.
Di lor gentes'infingee fra gli ignoti
cheta s'avolge; e non è chi lanoti.
        Poicomelupo tacito s'imbosca
dopo occulto misfattoe si desvia
da laconfusionda l'aura fosca
favorita e nascosaella se 'ngía.
Solo Tancredi avien che lei conosca;
egli quivi èsorgiunto alquanto pria;
vi giunse allor ch'essa Arimonuccise:
vide e segnollae dietro a lei si mise.
        Vuolne l'armi provarla: un uom la stima
degno a cui sua virtúsi paragone.
Va girando colei l'alpestre cima
verso altraportaove d'entrar dispone.
Segue egli impetuosoonde assaiprima
che giungain guisa avien che d'armi suone
ch'ella sivolge e grida: "O tuche porte
che corri sí?"Risponde: "E guerra e morte."
        "Guerrae morte avrai;" disse "io non rifiuto
darlatise lacerchi"e ferma attende.
Non vuol Tancrediche pedonveduto
ha il suo nemicousar cavalloe scende.
E impugnal'uno e l'altro il ferro acuto
ed aguzza l'orgoglio e l'ireaccende;
e vansi a ritrovar non altrimenti
che duo tori gelosie d'ira ardenti.
        Degned'un chiaro soldegne d'un pieno
teatroopre sarian símemorande.
Notteche nel profondo oscuro seno
chiudesti e nel'oblio fatto sí grande
piacciati ch'io ne 'l tragga e 'nbel sereno
a le future età lo spieghi e mande.
Viva lafama loro; e tra lor gloria
splenda del fosco tuo l'alta memoria.
        Non schivarnonpararnon ritirarsi
voglion costorné qui destrezza haparte.
Non danno i colpi or fintior pienior scarsi:
togliel'ombra e 'l furor l'uso de l'arte.
Odi le spade orribilmenteurtarsi
a mezzo il ferroil piè d'orma non parte;
sempreè il piè fermo e la man sempre 'n moto
néscende taglio in vanné punta a vòto.
        L'ontairrita lo sdegno a la vendetta
e la vendetta poi l'ontarinova;
onde sempre al ferirsempre a la fretta
stimol novos'aggiunge e cagion nova.
D'or in or piú si mesce e piúristretta
si fa la pugnae spada oprar non giova:
dansi co'pomie infelloniti e crudi
cozzan con gli elmi insieme e con gliscudi.
        Tre volteil cavalier la donna stringe
con le robuste bracciaedaltrettante
da que' nodi tenaci ella si scinge
nodi di fernemico e non d'amante.
Tornano al ferroe l'uno e l'altro iltinge
con molte piaghe; e stanco ed anelante
e questi e queglial fin pur si ritira
e dopo lungo faticar respira.
        L'unl'altro guardae del suo corpo essangue
su 'l pomo de la spadaappoggia il peso.
Già de l'ultima stella il raggiolangue
al primo albor ch'è in oriente acceso.
VedeTancredi in maggior copia il sangue
del suo nemicoe sénon tanto offeso.
Ne gode e superbisce. Oh nostra folle
mentech'ogn'aura di fortuna estolle!
        Miserodi che godi? oh quanto mesti
fiano i trionfi ed infelice ilvanto!
Gli occhi tuoi pagheran (se in vita resti)
di quelsangue ogni stilla un mar di pianto.
Cosí tacendo erimirandoquesti
sanguinosi guerrier cessaro alquanto.
Ruppeil silenzio al fin Tancredi e disse
perché il suo nome alui l'altro scoprisse:
        "Nostrasventura è ben che qui s'impieghi
tanto valordovesilenzio il copra.
Ma poi che sorte rea vien che ci neghi
elode e testimon degno de l'opra
pregoti (se fra l'arme han loco ipreghi)
che 'l tuo nome e 'l tuo stato a me tu scopra
acciòch'io sappiao vinto o vincitore
chi la mia morte o la vittoriaonore."
        Rispondela feroce: "Indarno chiedi
quel c'ho per uso di non farpalese.
Ma chiunque io mi siatu inanzi vedi
un di quei dueche la gran torre accese."
Arse di sdegno a quel parlarTancredi
e: "In mal punto il dicesti"; indi riprese
"iltuo dir e 'l tacer di par m'alletta
barbaro discortesea lavendetta."
        Tornal'ira ne' corie li trasporta
benché debili in guerra. Ohfera pugna
u' l'arte in bandou' già la forza èmorta
ovein veced'entrambi il furor pugna!
Oh chesanguigna e spaziosa porta
fa l'una e l'altra spadaovunquegiugna
ne l'arme e ne le carni! e se la vita
non escesdegnotienla al petto unita.
        Quall'alto Egeoperché Aquilone o Noto
cessiche tutto primail volse e scosse
non s'accheta ei peròma 'l suono e 'lmoto
ritien de l'onde anco agitate e grosse
talse ben mancain lor co 'l sangue vòto
quel vigor che le braccia a icolpi mosse
serbano ancor l'impeto primoe vanno
da quelsospinti a giunger danno a danno.
        Maecco omai l'ora fatale è giunta
che 'l viver di Clorinda alsuo fin deve.
Spinge egli il ferro nel bel sen di punta
che vis'immerge e 'l sangue avido beve;
e la vesteche d'or vagotrapunta
le mammelle stringea tenera e leve
l'empie d'un caldofiume. Ella già sente
morirsie 'l piè le mancaegro e languente.
        Segueegli la vittoriae la trafitta
vergine minacciando incalza epreme.
Ellamentre cadeala voce afflitta
movendodisse leparole estreme;
parole ch'a lei novo un spirto ditta
spirto difédi caritàdi speme:
virtú ch'or Dio leinfondee se rubella
in vita fula vuole in morte ancella.
        "Amicohaivinto: io ti perdon... perdona
tu ancoraal corpo noche nullapave
a l'alma sí; deh! per lei pregae dona
battesmo ame ch'ogni mia colpa lave."
In queste voci languiderisuona
un non so che di flebile e soave
ch'al cor gli scendeed ogni sdegno ammorza
e gli occhi a lagrimar gli invoglia esforza.
        Pocoquindi lontan nel sen del monte
scaturia mormorando un picciolrio.
Egli v'accorse e l'elmo empié nel fonte
e tornòmesto al grande ufficio e pio.
Tremar sentí la manmentrela fronte
non conosciuta ancor sciolse e scoprio.
La videlaconobbee restò senza
e voce e moto. Ahi vista! ahiconoscenza!
        Nonmorí giàché sue virtuti accolse
tutte inquel punto e in guardia al cor le mise
e premendo il suo affannoa dar si volse
vita con l'acqua a chi co 'l ferro uccise.
Mentreegli il suon de' sacri detti sciolse
colei di gioia trasmutossie rise;
e in atto di morir lieto e vivace
dir parea: "S'apreil cielo; io vado in pace."
        D'unbel pallore ha il bianco volto asperso
come a' gigli sarian misteviole
e gli occhi al cielo affisae in lei converso
sembraper la pietate il cielo e 'l sole;
e la man nuda e fredda alzandoverso
il cavaliero in vece di parole
gli dà pegno dipace. In questa forma
passa la bella donnae par che dorma.
        Come l'almagentile uscita ei vede
rallenta quel vigor ch'avea raccolto;
el'imperio di sé libero cede
al duol già fattoimpetuoso e stolto
ch'al cor si stringe echiusa in brevesede
la vitaempie di morte i sensi e 'l volto.
Giàsimile a l'estinto il vivo langue
al coloreal silenzioa gliattial sangue.
        Eben la vita sua sdegnosa e schiva
spezzando a forza il suoritegno frale
la bella anima sciolta al fin seguiva
che pocoinanzi a lei spiegava l'ale;
ma quivi stuol de' Franchi a casoarriva
cui trae bisogno d'acqua o d'altro tale
e con la donnail cavalier ne porta
in sé mal vivo e morto in lei ch'èmorta.
        Peròche 'l duce loro ancor discosto
conosce a l'arme il principecristiano
onde v'accorree poi ravisa tosto
la vaga estintae duolsi al caso strano.
E già lasciar non volle a i lupiesposto
il bel corpo che stima ancor pagano
ma sovra l'altruibraccia ambi li pone
e ne vien di Tancredi al padiglione.
        A fatto ancor nelpiano e lento moto
non si risente il cavalier ferito;
purfievolmente gemee quinci è noto
che 'l suo corso vitalnon è fornito.
Ma l'altro corpo tacito ed immoto
dimostraben che n'è lo spirto uscito.
Cosí portatièl'uno e l'altro appresso;
ma in differente stanza al fine èmesso.
        I pietosiscudier già sono intorno
con vari uffici al cavaliergiacente
e già se 'n riede a i languidi occhi il giorno
ele mediche mani e i detti ei sente;
ma pur dubbiosa ancor del suoritorno
non s'assecura attonita la mente.
Stupido intorno eiguardae i servi e 'l loco
al fin conosce; e dice afflitto efioco:
        "Iovivo? io spiro ancora? e gli odiosi
rai miro ancor di questoinfausto die?
Dí testimon de' miei misfatti ascosi
cherimprovera a me le colpe mie!
Ahi! man timida e lentaor chénon osi
tu che sai tutte del ferir le vie
tuministra dimorte empia ed infame
di questa vita rea troncar lo stame?
        Passa pur questopettoe feri scempi
co 'l ferro tuo crudel fa' del mio core;
maforseusata a' fatti atroci ed empi
stimi pietà dar morteal mio dolore.
Dunque i' vivrò tra memorandi essempi
miseromostro d'infelice amore:
misero mostroa cui sol pena èdegna
de l'immensa impietà la vita indegna.
        Vivròfra i miei tormenti e le mie cure
mie giuste furieforsennatoerrante;
paventarò l'ombre solinghe e scure
che 'l primoerror mi recheranno inante
e del sol che scoprí le miesventure
a schivo ed in orrore avrò il sembiante.
Temeròme medesmo; e da me stesso
sempre fuggendoavrò me sempreappresso.
        Madoveoh lasso me!dove restaro
le reliquie del corpo e bello ecasto?
Ciò ch'in lui sano i miei furor lasciaro
dalfuror de le fère è forse guasto.
Ahi troppo nobilpreda! ahi dolce e caro
troppo e pur troppo prezioso pasto!
ahisfortunato! in cui l'ombre e le selve
irritaron me prima e poi lebelve.
        Io purverrò là dove sète; e voi
meco avròs'anco sèteamate spoglie.
Ma s'egli avien che i vaghimembri suoi
stati sian cibo di ferine voglie
vuo' che la boccastessa anco me ingoi
e 'l ventre chiuda me che lorraccoglie:
onorata per me tomba e felice
ovunque sias'essercon lor mi lice."
        Cosíparla quel miseroe gli è detto
ch'ivi quel corpo aveanper cui si dole:
rischiarar parve il tenebroso aspetto
qual lenube un balen che passe e vóle;
e da i riposi sollevòdel letto
l'inferma de le membra e tarda mole;
e traendo a granpena il fianco lasso
colà rivolse vacillando il passo.
        Ma come giunseevide in quel bel seno
opera di sua manl'empia ferita
equasi un ciel notturno anco sereno
senza splendor la facciascolorita
tremò cosí che ne cadease meno
eravicina la fedele aita.
Poi disse: "Oh viso che poi far lamorte
dolcema raddolcir non puoi mia sorte!
        Ohbella destra che 'l soave pegno
d'amicizia e di pace a meporgesti!
quali orlasso!vi trovo? e qual ne vegno?
E voileggiadre membraor non son questi
del mio ferino e sceleratosdegno
vestigi miserabili e funesti?
Oh di par con la man lucispietate:
essa le piaghe fe'voi le mirate.
        Asciuttele mirate? or corradove
nega d'andare il piantoil sanguemio."
Qui tronca le parolee come il move
suo disperatodi morir desio
squarcia le fasce e le feritee piove
da lesue piaghe essacerbate un rio;
e s'uccideama quella dogliaacerba
co 'l trarlo di se stessoin vita il serba.
        Posto su 'llettoe l'anima fugace
fu richiamata a gli odiosi uffici.
Mala garrula fama omai non tace
l'aspre sue angoscie e i suoi casiinfelici.
Vi tragge il pio Goffredoe la verace
turbav'accorre de' piú degni amici.
Ma né grave ammonirné pregar dolce
l'ostinato de l'alma affanno molce.
        Qual in membrogentil piaga mortale
tocca s'inaspra e in lei cresce ildolore
tal da i dolci conforti in sí gran male
piúinacerbisce medicato il core.
Ma il venerabil Pieroa cui necale
come d'agnella inferma al buon pastore
con parolegravissime ripiglia
il vaneggiar suo lungoe lui consiglia:
        "O TancrediTancredio da te stesso
troppo diverso e da i princípituoi
chi sí t'assorda? e qual nuvol sí spesso
dicecità fa che veder non puoi?
Questa sciagura tua del Cieloè un messo;
non vedi lui? non odi i detti suoi?
che tisgridae richiama a la smarrita
strada che pria segnasti e tel'addita?
        A gliatti del primiero ufficio degno
di cavalier di Cristo ei tirappella
che lasciasti per farti (ahi cambio indegno!)
drudod'una fanciuila a Dio rubella.
Seconda aversitàpietososdegno
con leve sferza di là su flagella
tua follecolpae fa di tua salute
te medesmo ministro; e tu 'l rifiute?
        Rifiuti dunqueahi sconoscente!il dono
del Ciel salubre e 'ncontra luit'adiri?
Miserodove corri in abbandono
a i tuoi sfrenati erapidi martíri?
Sei giuntoe pendi già cadente eprono
su 'l precipizio eterno; e tu no 'l miri?
Miralopregoe te raccoglie frena
quel dolor ch'a morir doppio ti mena."
        Tacee in coluide l'un morir la tema
poté de l'altro intepidir lavoglia.
Nel cor dà loco a que' confortie scema
l'impetointerno de l'interna doglia
ma non cosí che ad or ad ornon gema
e che la lingua a lamentar non scioglia
ora secoparlandoor con la sciolta
anima che dal Ciel forse l'ascolta.
        Lei nel partirlei nel tornar del sole
chiama con voce stancae prega eplora
come usignuol cui 'l villan duro invole
dal nido i figlinon pennuti ancora
che in miserabil canto afflitte e sole
piangele nottie n'empie i boschi e l'òra.
Al fin co 'l novo dírinchiude alquanto
i lumie 'l sonno in lor serpe fra 'l pianto.
        Ed ecco in sognodi stellata veste
cinta gli appar la sospirata amica:
bellaassai piúma lo splendor celeste
orna e non toglie lanotizia antica;
e con dolce atto di pietà le meste
lucipar che gli asciughie cosí dica:
"Mira come sonbella e come lieta
fedel mio caroe in me tuo duolo acqueta.
        Tale i' sontuamercé: tu me da i vivi
del mortal mondoper errortogliesti;
tu in grembo a Dio fra gli immortali e divi
perpietàdi salir degna mi fèsti.
Quivi io beataamando godoe quivi
spero che per te loco anco s'appresti
oveal gran Sole e ne l'eterno die
vagheggiarai le sue bellezze e mie.
        Se tu medesmo nont'invidii il Cielo
e non travii co 'l vaneggiar de' sensi
vivie sappi ch'io t'amoe non te 'l celo
quanto piú creaturaamar conviensi."
Cosí dicendofiammeggiò dizelo
per gli occhifuor del mortal uso accensi;
poi nelprofondo de' suoi rai si chiuse
e sparvee novo in lui confortoinfuse.
        Consolatoei si desta e si rimette
de' medicanti a la discreta aita
eintanto sepellir fa le dilette
membra ch'informò giàla nobil vita.
E se non fu di ricche pietre elette
la tomba eda man dedala scolpita
fu scelto almeno il sassoe chi glidiede
figuraquanto il tempo ivi concede.
        Quivida faci in lungo ordine accese
con nobil pompa accompagnar lafeo
e le sue armea un nudo pin sospese
vi spiegòsovra in forma di trofeo.
Ma come prima alzar le membra offese
neldí seguente il cavalier poteo
di riverenza pieno e dipietate
visitò le sepolte ossa onorate.
        Giuntoa la tombaove al suo spirto vivo
dolorosa prigione il Cielprescrisse
pallidofreddomutoe quasi privo
di movimentoal marmo gli occhi affisse.
Al finsgorgando un lagrimosorivo
in un languido: "oimè!" proruppeedisse:
"O sasso amato ed onorato tanto
che dentro hai lemie fiamme e fuori il pianto
        nondi morte sei tuma di vivaci
ceneri albergoove è ripostoAmore;
e ben sento io da te l'usate faci
men dolci síma non men calde al core.
Deh! prendi i miei sospirie questibaci
prendi ch'io bagno di doglioso umore;
e dalli tupoich'io non possoalmeno
a le amate reliquie c'hai nel seno.
        Dalli lor tuchése mai gli occhi gira
l'anima bella a le sue belle spoglie
tuapietate e mio ardir non avrà in ira
ch'odio o sdegno làsu non si raccoglie.
Perdona ella il mio falloe sol respira
inquesta speme il cor fra tante doglie.
Sa ch'empia è sol lamano; e non l'è noia
ches'amando lei vissiamando moia.
        Ed amando morrò:felice giorno
quando che sia; ma piú felice molto
secome errando or vado a te d'intorno
allor sarò dentro altuo grembo accolto.
Faccian l'anime amiche in Ciel soggiorno
sial'un cenere e l'altro in un sepolto;
ciò che 'l viver nonebbeabbia la morte.
Oh se sperar ciò licealtera sorte!"
        Confusamente sibisbiglia intanto
del caso reo ne la rinchiusa terra.
Pois'accerta e divulgae in ogni canto
de la città smarritail romor erra
misto di gridi e di femineo pianto;
nonaltramente che se presa in guerra
tutta ruinie 'l foco e inemici empi
volino per le case e per li tèmpi.
        Matutti gli occhi Arsete in sé rivolve
miserabil di gemito ed'aspetto.
Ei come gli altri in lagrime non solve
il duolchétroppo è d'indurato affetto;
ma i bianchi crini suoid'immonda polve
si sparge e bruttae fiede il volto e 'lpetto.
Or mentre in lui vòlte le turbe sono
va in mezzoArgante e parla in cotal suono:
        "Benvolev'ioquando primier m'accorsi
che fuor si rimanea la donnaforte
seguirla immantinente; e ratto corsi
per correr seco unamedesma sorte.
Che non feci o non dissi? o quai nonporsi
preghiere al re che fèsse aprir le porte?
Ei mepregantee contendente invano
con l'imperio affrenò c'haqui soprano
        Ahi!che s'io allora uscivao dal periglio
qui ricondotta la guerrieraavrei
o chiusiov'ella il terren fe' vermiglio
con memorabilfine i giorni miei.
Ma che potevo io piú? parve alconsiglio
de gli uomini altramente e de gli dèi:
ellamorí di fatal morteed io
quant'or conviensi a me giànon oblio.
        OdiGierusalemciò che prometta
Argante; odi 'l tuCielo; ese in ciò manco
fulmina su 'l mio capo: io lavendetta
giuro di far ne l'omicida franco
che per la costeimorte a me s'aspetta
né questa spada mai depor dalfianco
insin ch'ella a Tancredi il cor non passi
e 'l cadaveroinfame a i corvi lassi."
        Cosídisse eglie l'aure popolari
con applauso seguír le vociestreme;
e imaginando soltemprò gli amari
l'aspettatavendetta in quel che geme.
Oh vani giuramenti! eccocontrari
seguir tosto gli effetti a l'alta speme
e caderquesti in tenzon pari estinto
sotto colui ch'ei fa giàpreso e vinto.
 
 



CANTOTREDICESIMO



Argomento

        Acustodir la selva Ismeno caccia
Gli empi demoni; e questi instrani mostri
Conversisol l'aspetto lor discaccia
Quei chevan per tagliar gli ombrosi chiostri.
Vavvi Tancredi che securafaccia;
Ma pietà il tienche 'l suo valor non mostri.
Ilcampo cui soverchia arsura offende
Copiosa pioggia vigorosorende.

 

        Macadde a pena in cenere l'immensa
machina espugnatrice de lamura
che 'n sé novi argomenti Ismen ripensa
perchépiú resti la città secura;
onde a i Franchi impedirciò che dispensa
lor di materia il bosco egli procura
ondecontra Sion battuta e scossa
torre nova rifarsi indi non possa.
        Sorge non lunge ale cristiane tende
tra solitarie valli alta foresta
foltissimadi piante anticheorrende
che spargon d'ogni intorno ombrafunesta.
Quine l'ora che 'l sol piú chiaro splende
èluce incerta e scolorita e mesta
quale in nubilo ciel dubbia sivede
se 'l dí a la notte o s'ella a lui succede.
        Ma quando parteil solqui tosto adombra
nottenubecaligine ed orrore
cherassembra infernalche gli occhi ingombra
di cecitàch'empie di tema il core;
né qui gregge od armenti a'paschia l'ombra
guida bifolco maiguida pastore
név'entra peregrinse non smarrito
ma lunge passa e la dimostra adito.
        Quis'adunan le stregheed il suo vago
con ciascuna di lor notturnoviene;
vien sovra i nembie chi d'un fero drago
e chi formad'un irco informe tiene:
concilio infameche fallace imago
suolallettar di desiato bene
a celebrar con pompe immonde e sozze
iprofani conviti e l'empie nozze.
        Cosícredeasied abitante alcuno
dal fero bosco mai ramo nonsvelse;
ma i Franchi il violàrperch'ei soluno
somministrava lor machine eccelse.
Or qui se 'n venne ilmagoe l'opportuno
alto silenzio de la notte scelse
de lanotte che prossima successe
e suo cerchio formovvi e i segniimpresse.
        Escinto e nudo un piè nel cerchio accolto
mormoròpotentissime parole.
Girò tre volte a l'oriente ilvolto
tre volte a i regni ove dechina il sole
e tre scosse laverga ond'uom sepolto
trar de la tomba e dargli il moto sòle
etre co 'l piede scalzo il suol percosse;
poi con terribil grido ilparlar mosse:
        "Uditeuditeo voi che da le stelle
precipitàr giú ifolgori tonanti:
sí voi che le tempeste e leprocelle
moveteabitator de l'aria erranti
come voi che a leinique anime felle
ministri sète de li eternipianti;
cittadini d'Avernoor qui v'invoco
e tesignor de'regni empi del foco.
        Prendetein guardia questa selvae queste
piante che numerate a voiconsegno.
Come il corpo è de l'alma albergo e veste
cosíd'alcun di voi sia ciascun legno
onde il Franco ne fugga o almens'arreste
ne' primi colpie tema il vostro sdegno."
Dissee quelle ch'aggiunse orribil note
linguas'empia non èridir non pote.
        Aquel parlar le facionde s'adorna
il seren de la notteegliscolora;
e la luna si turba e le sue corna
di nube avolgeenon appar piú fora.
Irato i gridi a raddoppiar eitorna:
"Spirti invocatior non venite ancora?
onde tantoindugiar? forse attendete
voci ancor piú potenti o piúsecrete?
        Perlungo disusar già non si scorda
de l'arti crude il píúefficace aiuto;
e so con lingua anch'io di sangue lorda
quelnome proferir grande e temuto
a cui né Dite mai ritrosa osorda
né trascurato in ubidir fu Pluto.
Che sí?...che sí?..." Volea piú dirma intanto
conobbech'esseguito era lo 'ncanto.
        Venienoinnumerabiliinfiniti
spirtiparte che 'n aria alberga ederra
parte di quei che son dal fondo usciti
caliginoso e tetrode la terra;
lenti e del gran divieto anco smarriti
ch'impedíloro il trattar l'arme in guerra
ma già venirne qui lornon si toglie
e ne' tronchi albergare e tra le foglie.
        Ilmagopoi ch'omai nulla piú manca
al suo disegnoal relieto se 'n riede:
"Signorlascia ogni dubbio e 'l corrinfranca
ch'omai secura è la regal tua sede
népotrà rinovar piú l'oste franca
l'alte machine suecome ella crede."
Cosí gli dicee poi di parte inparte
narra i successi de la magica arte.
        Soggiunseappresso: "Or cosa aggiungo a queste
fatte da me ch'a me nonmeno aggrada.
Sappi che tosto nel Leon celeste
Marte co 'l solfia ch'ad unir si vada
né tempreran le fiamme lormoleste
aureo nembi di pioggia o di rugiada
chéquanto in cielo appartutto predice
aridissima arsura edinfelice;
        ondequi caldo avrem qual l'hanno a pena
gli adusti Nasamoni o iGaramanti.
Pur a noi fia men grave in città piena
d'acquee d'ombre sí fresche e d'agi tanti
ma i Franchi in terraasciutta e non amena
già non saranlo a tolerar bastanti;
epria dómi dal cieloagevolmente
fian poi sconfitti dal'egizia gente.
        Tuvincerai sedendoe la fortuna
non cred'io che tentar piúti convegna.
Ma se 'l circasso alter che posa alcuna
non vuoleebenché onestaanco la sdegna
t'affretta come sòlee t'importuna
trova modo pur tu ch'a freno il tegna
chémolto non andrà che 'l Cielo amico
a te pace daràguerra al nemico."
        Orquesto udendo il reben s'assecura
sí che non teme lenemiche posse.
Già riparate in parte avea le mura
chede' montoni l'impeto percosse;
con tutto ciò non rallentòla cura
di ristorarleove sian rotte o smosse.
Le turbe tuttee cittadine e serve
s'impiegan qui: l'opra continua ferve.
        Ma in questomezzo il pio Buglion non vòle
che la forte cittade in vansi batta
se non è prima la maggior sua mole
ed alcunaaltra machina rifatta.
E i fabri al bosco invia che porger sòle
aduso tal pronta materia ed atta.
Vanno costor su l'alba a laforesta
ma timor novo al suo apparir gli arresta.
        Qualsemplice bambin mirar non osa
dove insolite larve abbiapresenti
o come pave ne la notte ombrosa
imaginando purmostri e portenti
cosí temeansenza saper qual cosa
siasiquella però che gli sgomenti
se non che 'l timor forse a isensi finge
maggior prodigi di Chimera o Sfinge.
        Tornala turbae misera e smarrita
varia e confonde sí le cose ei detti
ch'ella nel riferir n'è poi schernita
néson creduti i mostruosi effetti.
Allor vi manda il capitanoardita
e forte squadra di guerrieri eletti
perché siascorta a l'altra e 'n esseguire
i magisteri suoi le porga ardire.
        Questiappressando ove lor seggio han posto
gli empi demoni in quelselvaggio orrore
non rimiràr le nere ombre sítosto
che lor si scosse e tornò ghiaccio il core.
Puroltra ancor se 'n giantenendo ascosto
sotto audaci sembianti ilvil timore;
e tanto s'avanzàr che lunge poco
erano omaida l'incantato loco.
        Esceallor de la selva un suon repente
che par rimbombo di terren chetreme
e 'l mormorar de gli Austri in lui si sente
e 'l piantod'onda che fra scogli geme.
Come rugge il leonfischia ilserpente
come urla il lupo e come l'orso freme
v'odie v'odile trombee v'odi il tuono:
tanti e sí fatti suoni esprimeun suono.
        Intutti allor s'impallidír le gote
e la temenza a mille segniapparse
né disciplina tanto o ragion pote
ch'osin digire inanzi o di fermarse
ch'a l'occulta virtú che glipercote
son le difese loro anguste e scarse.
Fuggono al fine; eun d'essiin cotal guisa
scusando il fattoil pio Buglionn'avisa:
        "Signornon è di noi chi piú si vante
troncar la selvach'ella è sí guardata
ch'io credo (e 'l giurerei)che in quelle piante
abbia la reggia sua Pluton traslata.
Benha tre volte e piú d'aspro diamante
ricinto il cor chiintrepido la guata;
né senso v'ha colui ch'udirs'arrischia
come tonando insieme rugge e fischia."
        Cosícostui parlava. Alcasto v'era
fra molti che l'udian presente asorte:
l'uom di temerità stupida e fera
sprezzator de'mortali e de la morte;
che non avria temuto orribil fèra
némostro formidabile ad uom forte
né tremotonéfolgorené vento
né s'altro ha il mondo piúdi violento.
        Crollavail capo e sorridea dicendo:
"Dove costui non osaio girconfido;
io sol quel bosco di troncar intendo
che di torbidisogni è fatto nido.
Già no 'l mi vieteràfantasma orrendo
né di selva o d'augei fremito o grido
opur tra quei sí spaventosi chiostri
d'ir ne l'inferno ilvarco a me si mostri."
        Cotalsi vanta al capitanoe tolta
da lui licenza il cavaliers'invia;
e rimira la selvae poscia ascolta
quel che da leinovo rimbombo uscia
né però il piede audaceindietro volta
ma securo e sprezzante è come pria;
e giàcalcato avrebbe il suol difeso
ma gli s'oppone (o pargli) un focoacceso.
        Cresce ilgran focoe 'n forma d'alte mura
stende le fiamme torbide efumanti;
e ne cinge quel boscoe l'assecura
ch'altri gliarbori suoi non tronchi e schianti.
Le maggiori sue fiamme hannofigura
di castelli superbi e torreggianti
e di tormentibellici ha munite
le rocche sue questa novella Dite.
        Ohquanti appaion mostri armati in guardia
de gli alti merli e in cheterribil faccia!
De' quai con occhi biechi altri il riguarda
edibattendo l'arme altri il minaccia.
Fugge egli al finee ben lafuga è tarda
qual di leon che si ritiri in caccia
mapure è fuga; e pur gli scote il petto
timorsin a quelpunto ignoto affetto.
        Nons'avide esso allor d'aver temuto
ma fatto poi lontan ben sen'accorse;
e stupor n'ebbe e sdegnoe dente acuto
d'amaropentimento il cor gli morse.
Edi trista vergogna acceso emuto
attonito in disparte i passi torse
ché quellafaccia alzargià sí orgogliosa
ne la luce de gliuomini non osa.
        Chiamatoda Goffredoindugia e scuse
trova a l'indugioe di restarsiagogna.
Pur vama lento; e tien le labra chiuse
o gli ragionain guisa d'uom che sogna.
Diffetto e fuga il capitan concluse
inlui da quella insolita vergogna
poi disse: "Or ciòche fia? forse prestigi
son questi o di natura alti prodigi?
        Ma s'alcun v'ècui nobil voglia accenda
di cercar que' salvatichisoggiorni
vadane puree la ventura imprenda
e nunzio almenpiú certo a noi ritorni."
Cosí disse eglie lagran selva orrenda
tentata fu ne' tre seguenti giorni
da i piúfamosi; e pur alcun non fue
che non fuggisse a le minaccie sue.
        Era il prenceTancredi intanto sorto
a sepellir la sua diletta amica
ebenché in volto sia languido e smorto
e mal atto a portarelmo o lorica
nulla di menpoi che 'l bisogno ha scorto
einon ricusa il rischio o la fatica
ché 'l cor vivace il suovigor trasfonde
al corpo sí che par ch'esso n'abbonde.
        Vassene ilvaloroso in sé ristretto
e tacito e guardingoal rischioignoto
e sostien de la selva il fero aspetto
e 'l gran romordel tuono e del tremoto;
e nulla sbigottiscee sol nelpetto
sentema tosto il sedaun picciol moto.
Trapassaedecco in quel silvestre loco
sorge improvisa la città delfoco.
        Allors'arretrae dubbio alquanto resta
fra sé dicendo: "Orqui che vaglion l'armi?
Ne le fauci de' mostrie 'n gola aquesta
devoratrice fiamma andrò a gettarmi?
Non mai lavitaove cagione onesta
del comun pro la chiedaaltririsparmi
ma né prodigo sia d'anima grande
uom degno; etale è ben chi qui la spande.
        Purl'oste che diràs'indarno i' riedo?
qual altra selva ha ditroncar speranza?
Né intentato lasciar vorràGoffredo
mai questo varco. Or s'oltre alcun s'avanza
forsel'incendio che qui sorto i' vedo
fia d'effetto minor che disembianza;
ma seguane che pote." E in questo dire
dentrosaltovvi. Oh memorando ardire!
        Nésotto l'arme già sentir gli parve
caldo o fervor come difoco intenso;
ma purse fosser vere fiamme o larve
mal potégiudicar sí tosto il senso
perché repente a penatocco sparve
quel simulacroe giunse un nuvol denso
che portònotte e verno; e 'l verno ancora
e l'ombra dileguossi in picciolora.
        Stupido síma intrepido rimane
Tancredi; e poi che vede il tutto cheto
mettesecuro il piè ne le profane
soglie e spia de la selva ognisecreto.
Né piú apparenze inusitate e strane
nétrova alcun fra via scontro o divieto
se non quanto per séritarda il bosco
la vista e i passi inviluppato e fosco.
        Al fine un largospazio in forma scorge
d'anfiteatroe non è pianta inesso
salvo che nel suo mezzo altero sorge
quasi eccelsapiramideun cipresso.
Colà si drizzae nel mirars'accorge
ch'era di vari segni il tronco impresso
simili aquei che in vece usò di scritto
l'antico giàmisterioso Egitto.
        Frai segni ignoti alcune note ha scorte
del sermon di Soria ch'ei benpossede:
"O tu che dentro a i chiostri de la morte
osastiporguerriero audaceil piede
deh! se non sei crudel quanto seiforte
deh! non turbar questa secreta sede.
Perdona a l'almeomai di luce prive:
non dée guerra co' morti aver chivive."
        Cosídicea quel motto. Egli era intento
de le brevi parole a i sensiocculti:
fremere intanto udia continuo il vento
tra le frondidel bosco e tra i virguiti
e trarne un suon che flebileconcento
par d'umani sospiri e di singulti
e un non so checonfuso instilla al core
di pietàdi spavento e di dolore.
        Pur tragge al finla spadae con gran forza
percote l'alta pianta. Ohmeraviglia!
manda fuor sangue la recisa scorza
e fa la terraintorno a sé vermiglia.
Tutto si raccapricciae purrinforza
il colpo e 'l fin vederne ei si consiglia.
Allorquasi di tombauscir ne sente
un indistinto gemito dolente
        che poi distintoin voci: "Ahi! troppo" disse
"m'hai tuTancredioffeso; or tanto basti.
Tu dal corpo che meco e per mevisse
felice albergo giàmi discacciasti:
perchéil misero troncoa cui m'affisse
il mio duro destinoanco miguasti?
Dopo la morte gli aversari tuoi
crudelne' lorsepolcri offender vuoi?
        Clorindafuiné sol qui spirto umano
albergo in questa pianta rozzae dura
ma ciascun altro ancorfranco o pagano
che lassi imembri a piè de l'alte mura
astretto è qui da novoincanto e strano
non so s'io dica in corpo o in sepoltura.
Sondi sensi animati i rami e i tronchi
e micidial sei tuse legnotronchi."
        Quall'infermo talor ch'in sogno scorge
drago o cinta di fiamme altaChimera
se ben sospetta o in parte anco s'accorge
che 'lsimulacro sia non forma vera
pur desia di fuggirtanto gliporge
spavento la sembianza orrida e fera
tal il timido amantea pien non crede
a i falsi ingannie pur ne teme e cede.
        Edentroil corgli è in modo tal conquiso
da vari affetti che s'agghiacciae trema
e nel moto potente ed improviso
gli cade il ferroe'l manco è in lui la tema.
Va fuor di sé: presenteaver gli è aviso
l'offesa donna sua che plori e gema
népuò soffrir di rimirar quel sangue
né quei gemitiudir d'egro che langue.
        Cosíquel contra morte audace core
nulla forma turbò d'altospavento
ma lui che solo è fievole in amore
falsa imagodeluse e van lamento.
Il suo caduto ferro intanto fore
portòdel bosco impetuoso vento
sí che vinto partissi; e in sula strada
ritrovò poscia e ripigliò la spada.
        Pur non tornòné ritentando ardio
spiar di novo le cagioni ascose.
Epoi che giunto al sommo duce unio
gli spirti alquanto e l'animocompose
incominciò: "Signornunzio son io
di noncredute e non credibil cose.
Ciò che dicean de lo spettacolfero
e del suon paventosoè tutto vero.
        Meraviglioso focoindi m'apparse
senza materia in un istante appreso
che sorsee dilatando un muro farse
parvee d'armati mostri esserdifeso.
Pur vi passaiché né l'incendio m'arse
nédal ferro mi fu l'andar conteso.
Vernò in quel punto edannottò; fe' il giorno
e la serenità poscia ritorno.
        Di piúdirò: ch'a gli alberi dà vita
spirito uman che sentee che ragiona.
Per prova sollo; io n'ho la voce udita
che nelcor flebilmente anco mi suona.
Stilla sangue de' tronchi ogniferita
quasi di molle carne abbian persona.
Nonopiúnon potrei (vinto mi chiamo)
né corteccia scorzarnésveller ramo."
        Cosídice eglie 'l capitano ondeggia
in gran tempesta di pensieriintanto.
Pensa s'egli medesmo andar là deggia
(che tallo stima) a ritentar l'incanto
o se pur di materia altraproveggia
lontana piúma non difficil tanto.
Ma dalprofondo de' pensieri suoi
l'Eremita il rappellae dice poi:
        "Lascia ilpensier audace: altri conviene
che de le piante sue la selvaspoglie.
Già già la fatal nave a l'erme arene
laprora accosta e l'auree vele accoglie;
giàrottel'indegnissime catene
l'aspettato guerrier dal lido scioglie;
nonè lontana omai l'ora prescritta
che sia presa Sionl'ostesconfitta."
        Parlaei cosífatto di fiamma in volto
e risuona piúch'uomo in sue parole.
E 'l pio Goffredo a pensier novi èvòlto
ché neghittoso già cessar non vòle.
Manel Cancro celeste omai raccolto
apporta arsura inusitata ilsole
ch'a i suoi disegnia i suoi guerrier nemica
insopportabilrende ogni fatica.
        Spentaè del cielo ogni benigna lampa;
signoreggiano in luicrudeli stelle
onde piove virtú ch'informa e stampa
l'ariad'impression maligne e felle.
Cresce l'ardor nocivoe sempreavampa
piú mortalmente in queste parti e in quelle;
agiorno reo notte piú rea succede
e dí peggior dilei dopo lei vede.
        Nonesce il sol giamaich'asperso e cinto
di sanguigni vapori entro ed'intorno
non mostri ne la fronte assai distinto
mesto presagiod'infelice giorno;
non parte mai che in rosse macchie tinto
nonminacci egual noia al suo ritorno
e non inaspri i giàsofferti danni
con certa tema di futuri affanni.
        Mentreli raggi poi d'alto diffonde
quanto d'intorno occhio mortal sigira
seccarsi i fiori e impallidir le fronde
assetate languirl'erbe rimira
e fendersi la terra e scemar l'onde
ogni cosadel ciel soggetta a l'ira
e le sterili nubi in aria sparse
insembianza di fiamme altrui mostrarse.
        Sembrail ciel ne l'aspetto atra fornace
né cosa appar che gliocchi almen ristaure:
ne le spelonche sue Zefiro tace
e 'ntutto è fermo il vaneggiar de l'aure;
solo vi soffia (e parvampa di face)
vento che move da l'arene maure
chegravoso espiacentee seno e gote
co' densi fiati ad or ad or percote.
        Non ha poscia lanotte ombre piú liete
ma del caldo del sol paionoimpresse
e di travi di foco e di comete
e d'altri fregiardenti il velo intesse.
Né pur misera terraa la tuasete
son da l'avara luna almen concesse
sue rugiadose stilleel'erbe e i fiori
bramano indarno i lor vitali umori.
        Dale notti inquiete il dolce sonno
bandito fuggee i languidimortali
lusingando ritrarlo a sé no 'l ponno;
ma pur lasete è il pessimo de' mali
però che di Giudeal'iniquo donno
con veneni e con succhi aspri e mortali
piúde l'inferna Stige e d'Acheronte
torbido fece e livido ogni fonte.
        E il picciolSiloèche puro e mondo
offria cortese a i Franchi il suotesoro
or di tepide linfe a pena il fondo
arido copre e dàscarso ristoro;
né il Poqualor di maggio è piúprofondo
parria soverchio a i desideri loro
né 'lGange o 'l Niloallor che non s'appaga
de' sette alberghie 'lverde Egitto allaga.
        S'alcungiamai tra frondeggianti rive
puro vide stagnar liquido argento
ogiú precipitose ir acque vive
per alpe o 'n piaggia erbosaa passo lento
quelle al vago desio forma e descrive
e ministramateria al suo tormento
ché l'imagine lor gelida emolle
l'asciuga e scalda e nel pensier ribolle.
        Vedile membra de' guerrier robuste
cui né camin per aspraterra preso
né ferrea salma onde gír sempreonuste
né domò ferro a la lor morte inteso
ch'orrisolute e dal calore aduste
giacciono a se medesme inutil peso;
evive ne le vene occulto foco
che pascendo le strugge a poco apoco.
        Langue ilcorsier già sí ferocee l'erba
che fu suo caro ciboa schifo prende
vacilla il piede infermoe la superba
cervicedianzi or giú dimessa pende;
memoria di sue palme or piúnon serba
né piú nobil di gloria amor l'accende:
levincitrici spoglie e i ricchi fregi
par che quasi vil soma odii edispregi.
        Languisceil fido caneed ogni cura
del caro albergo e del signoroblia
giace disteso ed a l'interna arsura
sempre anelando aurenovelle invia;
ma s'altrui diede il respirar natura
perchéil caldo del cor temprato sia
or nulla o poco refrigerion'have
sí quello onde si spira è denso e grave.
        Cosílanguia la terrae 'n tale stato
egri giaceansi i miserimortali
e 'l buon popol fedelgià disperato
divittoriatemea gli ultimi mali;
e risonar s'udia per ognilato
universal lamento in voci tali:
"Che piú speraGoffredo o che piú bada
sí che tutto il suo campo amorte cada?"
        Deh!con quai forze superar si crede
gli alti ripari de' nemicinostri?
onde machine attende? ei sol non vede
l'ira del Cielo atanti segni mostri?
de la sua mente aversa a noi fan fede
millenovi prodigi e mille mostri
ed arde a noi cosí che minoreuopo
di refrigerio ha l'Indo e l'Etiopo.
        Dunquestima costui che nulla importe
che n'andiam noiturba neglettaindegna
vili ed inutil almea dura morte
perch'ei lo scettroimperial mantegna?
Cotanto dunque fortunata sorte
rassembraquella di colui che regna
che ritener si cerca avidamente
adanno ancor de la soggetta gente?
        Ormira d'uom c'ha il titolo di pio
providenza pietosaanimoumano:
la salute de' suoi porre in oblio
per conservarsi onordannoso e vano;
e veggendo a noi secchi i fonti e 'l rio
persé l'acque condur fa dal Giordano
e fra pochi sedendo amensa lieta
mescolar l'onde fresche al vin di Creta."
        Cosí iFranchi dicean; ma 'l duce greco
che 'l lor vessillo è diseguir già stanco
"Perché morir qui?"disse "e perché meco
far che la schiera mia ne vegnamanco?
Se ne la sua follia Goffredo è cieco
siasi insuo danno e del suo popol franco;
a noi che noce?" E senzatòr licenza
notturna fece e tacita partenza.
        Mosse l'essempioassaicome al dí chiaro
fu noto; e d'imitarlo alcunrisolve.
Quei che seguír Clotareo ed Ademaro
e gli altriduci ch'or son ossa e polve
poi che la fede che a colorgiuraro
ha disciolto colei che tutto solve
già trattanodi fugae già qualcuno
parte furtivamente a l'aer bruno.
        Ben se l'odeGoffredo e ben se 'l vede
e i piú aspri rimedi avria benpronti
ma gli schiva ed aborre; e con la fede
che faria starei fiumi e gir i monti
devotamente al Re del mondo chiede
chegli apra omai de la sua grazia i fonti:
giunge le palmeefiammeggianti in zelo
gli occhi rivolge e le parole al Cielo:
        "Padre eSignors'al popol tuo piovesti
già le dolci rugiade entroal deserto
s'a mortal mano già virtúporgesti
romper le pietre e trar del monte aperto
un vivofiumeor rinnovella in questi
gli stessi essempi; e s'ineguale èil merto
adempi di tua grazia i lor difetti
e giovi lor chetuoi guerrier sian detti."
        Tardenon furon già queste preghiere
che derivàr da giustoumil desio
ma se 'n volaro al Ciel pronte e leggiere
comepennuti augelli inanzi a Dio.
Le accolse il Padre eternoed a leschiere
fedeli sue rivolse il guardo pio;
e di sí gravilor rischi e fatiche
gli increbbee disse con parole amiche:
        "Abbia sinqui sue dure e perigliose
aversità sofferte il campoamato
e contra lui con armi ed arti ascose
siasi l'inferno esiasi il mondo armato.
Or cominci novello ordin di cose
e glisi volga prospero e beato.
Piova; e ritorni il suo guerrieroinvitto
e venga a gloria sua l'oste d'Egitto."
        Cosídicendoil capo mosse; e gli ampi
cieli tremaro e i lumi errantie i fissi
e tremò l'aria riverentee i campi
del'oceanoe i monti e i ciechi abissi.
Fiammeggiare a sinistraaccesi lampi
fur vistie chiaro tuono insieme udissi.
Accompagnanle genti il lampo e 'l tuono
con allegro di voci ed alto suono.
        Ecco súbitenubie non di terra
già per virtú del sole in altoascese
ma giú del cielche tutte apre e disserra
leporte sueveloci in giú discese:
ecco notte improvisa ilgiorno serra
ne l'ombre sueche d'ogni intorno ha stese.
Seguela pioggia impetuosae cresce
il rio cosí che fuor delletto n'esce.
        Cometalor ne la stagione estiva
se dal ciel pioggia desiatascende
stuol d'anitre loquaci in secca riva
con rauco mormorarlieto l'attende
e spiega l'ali al freddo umornéschiva
alcuna di bagnarsi in lui si rende
e là 've inmaggior fondo ei si raccoglia
si tuffa e spegne l'assetatavoglia;
        cosígridandola cadente piova
che la destra del Ciel pietosaversa
lieti salutan questi; a ciascun giova
la chioma avernenon che il manto aspersa:
chi bee ne' vetri e chi ne gli elmi aprova
chi tien la man ne la fresca onda immersa
chi se nespruzza il volto e chi le tempie
chi scaltro a miglior uso i vasin'empie.
        Népur l'umana gente or si rallegra
e dei suoi danni a ristorar siviene
ma la terrache dianzi afflitta ed egra
di fessure lemembra avea ripiene
la pioggia in sé raccoglie e sirintegra
e la comparte a le piú interne vene
elargamente i nutritivi umori
a le piante ministraa l'erbea ifiori;
        ed infermasomiglia a cui vitale
succo le interne parti arse rinfresca
edisgombrando la cagion del male
a cui le membra sue fur cibo edesca
la rinfranca e ristora e rende quale
fu ne la sua stagionpiú verde e fresca;
tal ch'obliando i suoi passatiaffanni
le ghirlande ripiglia i lieti panni.
        Cessala pioggia al fine e torna il sole
ma dolce spiega e temperato ilraggio
pien di maschio valorsí come sòle
tra'l fin d'aprile e 'l cominciar di maggio.
Oh fidanza gentilchiDio ben cole
l'aria sgombrar d'ogni mortale oltraggio
cangiarea le stagioni ordine e stato
vincer la rabbia de le stelle e 'lfato.  
 


CANTOQUATTORDICESIMO

Argomento

        Intende in sogno il Capitan Franzese
Come Dio vuol che sirichiami all'oste
Il buon Rinaldo: ond'egli poi cortese
De'principi risponde alle proposte.
Ma Piero che già prima iltutto intese
I messi invia là dov'han cortese oste
Unmago; il qual lor pria d'Armia scopre
Gli occulti inganni indi gliaiuta all'opre.



        Uscivaomai dal molle e fresco grembo
de la gran madre sua la notteoscura
aure lievi portando e largo nembo
di sua rugiadapreziosa e pura;
e scotendo del vel l'umido lembo
ne spargevai fioretti e la verdura
e i venticellidibattendol'ali
lusingavano il sonno de' mortali.  
        Edessi ogni pensier che 'l dí conduce
tuffato aveano in dolceoblio profondo.
Ma vigilando ne l'eterna luce
sedeva al suogoverno il Re del mondo
e rivolgea dal Cielo al franco duce
losguardo favorevole e giocondo;
quinci a lui ne inviava un sognocheto
perché gli rivelasse alto decreto.  
        Nonlunge a l'auree porte ond'esce il sole
è cristallina portain oriente
che per costume inanti aprir si sòle
che sidischiuda l'uscio al dí nascente.
Da questa escono i sognii quai Dio vòle
mandar per grazia a pura e casta mente;
daquesta or quel ch'al pio Buglion discende
l'ali dorate inverso luidistende.  
        Nullamai vision nel sonno offerse
altrui sí vaghe imagini o síbelle
come ora questa a luila qual gli aperse
i secreti delcielo e de le stelle;
ondesí come entro uno speglioeiscerse
ciò che là suso è veramente inelle.
Pareagli esser traslato in un sereno
candido e d'aureefiamme adorno e pieno;  
        ementre ammira in quell'eccelso loco
l'ampiezzai motii lumi el'armonia
ecco cinto di raicinto di foco
un cavalieroincontra a lui venia
e 'n suonoa lato a cui sarebbe roco
qualpiú dolce è qua giúparlar l'udia:
"Goffredonon m'accogli? e non ragione
al fido amico? or non conosci Ugone?" 
        Ed ei glirispondea: "Quel novo aspetto
che par d'un sol mirabilmenteadorno
da l'antica notizia il mio intelletto
sviat' ha síche tardi a lui ritorno."
Gli stendea poi con dolce amicoaffetto
tre fiate le braccia al collo intorno
e tre fiateinvan cinta l'imago
fuggiaqual leve sogno od aer vago. 
        Sorrideaqueglie: "Non giàcome credi"
dicea "soncinto di terrena veste:
semplice forma e nudo spirto vedi
quicittadin de la città celeste.
Questo è tempio diDio: qui son le sedi
de' suoi guerrierie tu avrai loco inqueste."
"Quando ciò fia?" rispose "ilmortal laccio
sciolgasi omais'al restar qui m'èimpaccio."  
        "Ben"replicogli Ugon "tosto raccolto
ne la gloria sarai de'trionfanti;
pur militando converrà che molto
sangue esudor là giú tu versi inanti.
Da te prima a i paganiesser ritolto
deve l'imperio de' paesi santi
e stabilirsi inlor cristiana reggia
in cui regnare il tuo fratel poi deggia. 
        Ma perchépiú lo tuo desir s'avvive
ne l'amor di qua supiúfiso or mira
questi lucidi alberghi e queste vive
fiamme chemente eterna informa e gira
e 'n angeliche tempre odi ledive
sirene e 'l suon di lor celeste lira.
China" poidisse (e gli additò la terra)
"gli occhi a ciòche quel globo ultimo serra.  
        Quantoè vil la cagion ch'a la virtude
umana è colàgiú premio e contrasto!
in che picciolo cerchio e fra chenude
solitudini è stretto il vostro fasto!
Lei comeisola il mare intorno chiude
e luich'or ocean chiamat'èor vasto
nulla eguale a tai nomi ha in sé di magno
maè bassa palude e breve stagno."  
        Cosíl'un disse; e l'altro in giuso i lumi
volsequasi sdegnandoe nesorrise
ché vide un punto solmarterre e fiumi
chequi paion distinti in tante guise
ed ammirò che pur al'ombrea i fumi
la nostra folle umanità s'affise
servoimperio cercando e muta fama
né miri il ciel ch'a sén'invita e chiama.  
        Onderispose: "Poi ch'a Dio non piace
del mio carcer terreno ancodisciorme
prego che del caminch'è men fallace
fra glierrori del mondoor tu m'informe."
"È"replicogli Ugon "la via verace
questa che tieni; indi nontorcer l'orme:
sol che richiami dal lontano essiglio
ilfigliuol di Bertoldo io ti consiglio.  
        Perchése l'alta Providenza elesse
te de l'impresa sommocapitano
destinò insieme ch'egli esser dovesse
de' tuoiconsigli essecutor soprano.
A te le prime partia luiconcesse
son le seconde: tu sei capoei mano
di questo campo;e sostener sua vece
altrui non potee farlo a te non lece. 
        A lui soldi troncar non fia disdetto
il bosco c'ha gli incanti in suadifesa;
e da lui il campo tuo cheper difetto
di genteinabilsembra a tanta impresa
e par che sia di ritirarsiastretto
prenderà maggior forza a nova impresa;
e irinforzati muri e d'Oriente
supererà l'essercito possente." 
        Tacquee'l Buglion rispose: "Oh quanto grato
fòra a me chetornasse il cavaliero!
Voi che vedete ogni pensier celato
sapetes'amo luise dico il vero.
Ma di'con quai proposte od in quallato
si deve a lui mandarne il messaggiero?
Vuoi ch'io preghi ocomandi? e come questo
atto sarà legitimo ed onesto?" 
        Allorripigliò l'altro: "Il Rege eterno
che te di tantesomme grazie onora
vuol che da quegli onde ti diè ilgoverno
tu sia onorato e riverito ancora.
Però nonchieder tu (né senza scherno
forse del sommo imperio ilchieder fòra)
ma richiesto concedi; ed al perdono
scendidegli altrui preghi al primo suono.  
        Guelfoti pregherà (Dio sí l'inspira)
ch'assolva il fergarzon di quell'errore
in cui trascose per soverchio d'ira
síche al campo egli torni ed al suo onore.
E bench'or lunge ilgiovene delira
e vaneggia ne l'ozio e ne l'amore
non dubitarperò che 'n pochi giorni
opportuno a grand'uopo ei nonritorni;  
        ché'l vostro Pieroa cui lo Ciel comparte
l'alta notizia de' secretisui
saprà drizzare i messaggieri in parte
ove certenovelle avran di lui
e sarà lor dimostro il modo el'arte
di liberarlo e di condurlo a vui.
Cosí al fintutti i tuoi compagni erranti
ridurrà il Ciel sotto i tuoisegni santi.  
        Orchiuderò il mio dir con una breve
conclusion che so ch'a tefia cara:
sarà il tuo sangue al suo commistoedeve
progenie uscirne gloriosa e chiara."
Qui tacqueesparve come fumo leve
al vento o nebbia al sole arida e rara;
esgombrò il sonnoe gli lasciò nel petto
di gioia edi stupor confuso affetto.  
        Apreallora le luci il pio Buglione
e nato vede e già cresciutoil giorno
onde lascia i riposie sovrapone
l'arme a le membrafaticose intorno.
E poco stante a lui nel padiglione
venieno iduci al solito soggiorno
ove a consiglio siedonoe per uso
ciòch'altrove si fa quivi è concluso.  
        Quiviil buon Guelfoche 'l novel pensiero
infuso avea ne l'inspiratamente
incominciando a ragionar primiero
disse a Goffredo: "Oprincipe clemente
perdono a chieder ne vegn'ioch'in vero
èperdon di peccato anco recente
onde potrà parer peraventura
frettolosa dimanda ed immatura;  
        mapensando che chiesto al pio Goffredo
per lo forte Rinaldo ètal perdono
e riguardando a me che in grazia il chiedo
chevile a fatto intercessor non sono
agevolmente d'impetrar micredo
questo ch'a tutti fia giovevol dono.
Deh! consenti ch'eirieda e chein ammenda
del falloin pro comune il sangue spenda. 
        E chi saràs'egli non èquel forte
ch'osi troncar le spaventosepiante?
chi girà incontra a i rischi de la morte
con piúintrepido petto e piú costante?
Scoter le mura ed atterrarle porte
vedrailoe salir solo a tutti inante.
Rendi al tuocampo omairendi per Dio
lui ch'è sua alta speme e suodesio.  
        Rendiil nipote a mesí valoroso
e pronto essecutor rendi a testesso;
né soffrir ch'egli torpa in vil riposo
ma rendiinsieme la sua gloria ad esso.
Segua il vessillo tuovittorioso
sia testimonio a sua virtú concesso
facciaopre di sé degne in chiara luce
e rimirando te maestro educe."  
        Cosípregavae ciascun altro i preghi
con favorevol fremitoseguia.
Onde Goffredo allorquasi egli pieghi
la mente a cosanon pensata in pria
"Come esser può" dicea "chegrazia i' neghi
che da voi si dimanda e si desia?
Ceda ilrigoree sia ragione e legge
ciò che 'l consensouniversale elegge.  
        TorniRinaldoe da qui inanzi affrene
piú moderato l'impeto del'ire
e risponda con l'opre a l'alta spene
di lui concetta edal comun desire.
Ma il richiamarloo Guelfoa teconviene:
frettoloso egli fiacredoal venire;
tu scegli ilmessoe tu l'indrizza dove
pensi che 'l fero giovene si trove." 
        Tacqueedisse sorgendo il guerrier dano:
"Esser io chieggio ilmessaggier che vada
né ricuso camin dubbio o lontano
perfar il don de l'onorata spada."
Questi è di corfortissimo e di mano
onde al buon Guelfo assai l'offertaaggrada:
vuol che sia l'un de' messi e che sia l'altro
Ubaldouom cauto ed aveduto e scaltro.  
        VedutiUbaldo in giovenezza e cerchi
vari costumi aveavaripaesi
peregrinando da i piú freddi cerchi
del nostromondo a gli Etiopi accesi
e come uom che virtute e sennomerchi
le favellel'usanze e i riti appresi;
poscia in maturaetà da Guelfo accolto
fu tra' compagnie caro a lui fumolto.  
        Atai messaggi l'onorata cura
di richiamar l'alto campion sidiede;
e gli indrizzava Guelfo a quelle mura
tra cui Boemondoha la sua regia sede
ché per publica famae persecura
opinionch'egli vi sia si crede.
Ma 'l buon romitochelor mal diretti
conosceentra fra loro e turba i detti 
        e dice: "Ocavalierseguendo il grido
de la fallace opinion vulgare
duceseguite temerario e infido
che vi fa gire indarno e traviare.
Ord'Ascalona nel propinquo lido
itenedove un fiume entra nelmare.
Quivi fia che v'appaia uom nostro amico:
credete a lui;ciò che diravviio 'l dico.  
        Eimolto per sé vedee molto intese
del preveduto vostro altoviaggio
(già gran tempo ha) da me: so checortese
altrettanto vi fia quanto egli è saggio."
Cosílor disse: e piú da lui non chiese
Carlo o l'altro che secoiva messaggio
ma furo ubidienti a le parole
che spirito divindettar gli suole.  
        Presercommiatoe sí il desio gli sprona
chesenza indugio alcunposti in camino
drizzano il lor corso ad Ascalona
dove a ilidi si frange il mar vicino.
E non udian ancor come risuona
ilroco ed alto fremito marino
quando giunsero a un fiume il qual dinova
acqua accresciuto è per novella piova 
        síche non può capir dentro al suo letto
e se 'n va piúche stral corrente e presto.
Mentre essi stan sospesia lord'aspetto
venerabile appare un vecchio onesto
coronato difaggioin lungo e schietto
vestir che di lin candido ècontesto.
Scote questi una vergae 'l fiume calca
co' piediasciutti e contra il corso il valca.  
        Sícome soglion là vicino al polo
s'avien che 'l verno ifiumi agghiacci e indure
correr su 'l Ren le villanelle astuolo
con lunghi strisci e sdrucciolar secure
cosí eine vien sovra l'instabil suolo
di queste acque non gelide e nondure;
e tosto colà giunse onde in lui fisse
tenean leluci i due guerrierie disse:  
        "Amicidura e faticosa inchiesta
seguite; e d'uopo è ben ch'altrivi guidi
ché 'l cercato guerrier lunge è daquesta
terra in paesi incogniti ed infidi.
Quantooh quanto del'opra anco vi resta!
quanti mar correrete e quanti lidi!
Econvien che si stenda il cercar vostro
oltre i confini ancor delmondo nostro.  
        Manon vi spiaccia entrar ne le nascose
spelonche ov'ho la miasecreta sede
ch'ivi udrete da me non lievi cose
e ciòch'a voi saper piú si richiede."
Dissee ch'a lor dialoco a l'acqua impose;
ed ella tosto si ritira e cede
e quincie quindi di montagna in guisa
curvata pende e 'n mezzo appardivisa.  
        Eipresili per manne le piú interne
profondità sottodel rio lor mena.
Debile e incerta luce ivi si scerne
qual traboschi di Cinzia ancor non piena;
ma pur gravide d'acqua ampiecaverne
veggionoonde tra noi sorge ogni vena
la qual rampilliin fonteo in fiume vago
discorrao stagni o si dilati in lago. 
        E vederponno onde il Po nasca ed onde
IdaspeGangeEufrateIstroderivi
ond'esca pria la Tanae non asconde
gli occulti suoiprincípi il Nilo quivi.
Trovano un rio piú sottoilqual diffonde
vivaci zolfi e vaghi argenti e vivi;
questi ilsol poi raffinae 'l licor molle
stringe in candide masse e inauree zolle.  
        Emiran d'ogni intorno il ricco fiume
di care pietre il marginedipinto;
ondecome a piú fiaccole s'allume
splendequel locoe 'l fosco orror n'è vinto.
Quivi scintilla conceruleo lume
il celeste zafiro ed il giacinto;
vi fiammeggia ilcarbonchioe luce il saldo
diamantee lieto ride il belsmeraldo.  
        Stupidii guerrier vanno e ne le nove
cose sí tutto il lor pensiers'impiega
che non fanno alcun motto. Al fin pur move
la voceUbaldo e la sua scorta prega:
"Dehpadredinne ove noisiamo ed ove
ci guidie tua condizion ne spiega
ch'io non sose 'l ver miri o sogno od ombra
cosí alto stupore il corm'ingombra."  
        Risponde:"Sète voi nel grembo immenso
de la terrache tutto insé produce;
né già potreste penetrar neldenso
de le viscere sue senza me duce.
Vi scòrgo al miopalagioil qual accenso
tosto vedrete di mirabil luce.
Nacquiio paganma poi ne le sant'acque
rigenerarmi a Dio per graziapiacque.  
        Néin virtú fatte son d'angioli stigi
l'opere mie meravigliosee conte
(tolga Dio ch'usi note o suffumigi
per isforzar Cocitoe Flegetonte)
ma spiando me 'n vo' da' lor vestigi
qual in sévirtú celi o l'erba o 'l fonte
e gli altri arcani dinatura ignoti
contemploe de le stelle i vari moti. 
        Peròche non ognor lunge dal cielo
tra sotterranei chiostri è lamia stanza
ma su 'l Libano spesso e su 'l Carmelo
in aereamagion fo dimoranza;
ivi spiegansi a me senza alcun velo
Veneree Marte in ogni lor sembianza
e veggio come ogn'altra o presto otardi
rotio benigna o minaccievol guardi.  
        Esotto i piè mi veggio or folte or rade
le nubior negre edor pinte da Iri;
e generar le pioggie e le rugiade
risguardoecome il vento obliquo spiri
come il folgor s'infiammi e per quaistrade
tortuose in giú rispinto ei si raggiri;
scorgocomete e fochi altri sí presso
che soleva invaghir giàdi me stesso.  
        Dime medesmo fui pago cotanto
ch'io stimai già che 'l miosaper misura
certa fosse e infallibile di quanto
può farl'alto Fattor de la natura;
ma quando il vostro Piero al fiumesanto
m'asperse il crine e lavò l'alma impura
drizzòpiú su il mio guardoe 'l fece accorto
ch'ei per se stessoè tenebroso e corto.  
        Conobbiallor ch'augel notturno al sole
è nostra mente a i rai delprimo Vero
e di me stesso risi e de le fole
che giàcotanto insuperbir mi fèro;
ma pur seguito ancorcome eglivòle
le solite arti e l'uso mio primiero.
Ben son inparte altr'uom da quel ch'io fui
ch'or da lui pendo e mi rivolgoa lui 
        e inlui m'acqueto. Egli comanda e insegna
mastro insieme e signorsommo e sovrano
né già per nostro mezzo oprardisdegna
cose degne talor de la sua mano.
Or sarà curamia ch'al campo vegna
l'invitto eroe dal suo carcer lontano
ch'eila m'impose; e già gran tempo aspetto
il venir vostroa meper lui predetto."  
        Cosícon lor parlandoal loco viene
ov'egli ha il suo soggiorno e 'lsuo riposo.
Questo è in forma di speco e in sécontiene
camare e salegrande e spazioso.
E ciò chenudre entro le ricche vene
di piú chiaro la terra eprezioso
splende ivi tutto; ed ei n'è in guisaornato
ch'ogni suo fregio è non fattoma nato. 
        Non mancàrqui cento ministri e cento
che accorti e pronti a servir gli ostiforo
né poi in mensa magnifica d'argento
mancàrgran vasi e di cristallo e d'oro;
ma quando sazio il naturaltalento
fu de' cibi e la sete estinta in loro:
"Tempo èben" disse a i cavalieri il mago
"che 'l maggior desirvostro omai sia pago."  
        Quiviricominciò: "L'opre e le frodi
note in parte a voi sonde l'empia Armida:
come ella al campo vennee con quai modi
moltiguerrier ne trasse e lor fu guida.
Sapete ancor che di tenacinodi
gli avinse posciaalbergatrice infida
e ch'indi a Gazagli inviò con molti
custodie che tra via furon disciolti. 
        Or vinarrerò quel ch'appresso occorse
vera istoria da voi nonanco intesa.
Poi che la maga rea vide ritòrse
la predasuagià con tant'arte presa
ambe le mani per dolor simorse
e fra sé disse di disdegno accesa:
"Ah! verounqua non fia che d'aver tanti
miei prigion liberati egli sivanti.  
        Segli altri sciolseei serva ed ei sostegna
le pene altrui serbatee 'l lungo affanno;
né questo anco mi basta: i' vo' chevegna
su gli altri tutti universale il danno."
Cosítra sé dicendoordir disegna
questo ch'or udirete iniquoinganno.
Viensene al loco ove Rinaldo vinse
in pugna i suoiguerrierie parte estinse.  
        Quiviegli avendo l'arme sue deposto
indosso quelle d'un pagan sipose;
forse perché bramava irsene ascosto
sotto insegnemen note e men famose.
Prese l'armi la magae in esse tosto
untronco busto avolse e poi l'espose;
l'espose in ripa a un fiumeove doveva
stuol de' Franchi arrivare 'l prevedeva.  
        Equesto antiveder potea ben ella
che mandar mille spie solead'intorno
onde spesso del campo avea novella
e s'altri indipartiva o fea ritorno;
oltre che con gli spirti ancofavella
soventee fa con lor lungo soggiorno.
Collocòdunque il corpo morto in parte
molto opportuna a sua ingannevolarte.  
        Nonlunge un sagacissimo valletto
posedi panni pastorai vestito
eimpose lui ciò ch'esser fatto o detto
fintamente doveva; efu essequito.
Questi parlò co' vostrie di sospetto
sparsequel seme in lor ch'indi nutrito
fruttò risse e discordiee quasi al fine
sediziose guerre e cittadine.  
        Chéfucom'ella disegnòcreduto
per opra del Buglion Rinaldoucciso
benché alfine il sospetto a torto avuto
del versi dileguasse al primo aviso.
Cotal d'Armida l'artificioastuto
primieramente fu qual io diviso.
Or udirete ancor comeseguisse
poscia Rinaldoe quel ch'indi avenisse.  
        Qualcauta cacciatriceArmida aspetta
Rinaldo al varco. Ei su l'Orontegiunge
ove un rio si dirama eun'isoletta
formandotosto alui si ricongiunge;
e 'n su la riva una colonna eretta
vedeeun picciol battello indi non lunge.
Fisa egli tosto gli occhi albel lavoro
del bianco marmo e legge in lettre d'oro:  
        "Ochiunque tu siache voglia o caso
peregrinando adduce a questesponde
meraviglie maggior l'orto o l'occaso
non ha di ciòche l'isoletta asconde.
Passase vuoi vederla." Èpersuaso
tosto l'incauto a girne oltra quell'onde;
e perchémal capace era la barca
gli scudieri abbandona ed ei sol varca. 
        Come èlà giuntocupido e vagante
volge intorno lo sguardoenulla vede
fuor ch'antri ed acque e fiori ed erbe e piante
ondequasi schernito esser si crede;
ma pur quel loco è cosílieto e in tante
guise l'alletta ch'ei si ferma e siede
edisarma la fronte e la ristaura
al soave spirar di placid'aura. 
        Il fiumegorgogliar fra tanto udio
con novo suonoe là con gliocchi corse
e mover vide un'onda in mezzo al rio
che in sestessa si volse e si ritorse;
e quinci alquanto d'un crin biondouscio
e quinci di donzella un volto sorse
e quinci il petto ele mammellee de la
sua forma infin dove vergogna cela. 
        Cosídal palco di notturna scena
o ninfa o deatarda sorgendoappare.
Questabenché non sia vera sirena
ma sia magicalarvauna ben pare
di quelle che già presso a latirrena
piaggia abitàr l'insidioso mare;
né mench'in viso bellain suono è dolce
e cosí cantae'l cielo e l'aure molce:  
        `Ogiovenettimentre aprile e maggio
v'ammantan di fiorite e verdispoglie
di gloria e di virtú fallace raggio
latenerella mente ah non v'invoglie!
Solo chi segue ciò chepiace è saggio
e in sua stagion de gli anni il fruttocoglie.
Questo grida natura. Or dunque voi
indurarete l'alma ai detti suoi?  
        Folliperché gettate il caro dono
che breve è sídi vostra età novella?
Nomee senza soggetto idolisono
ciò che pregio e valore il mondo appella.
La famache invaghisce a un dolce suono
voi superbi mortalie par síbella
è un'eccoun sognoanzi del sogno un'ombra
ch'adogni vento si dilegua e sgombra.  
        Godail corpo sicuroe in lieti oggetti
l'alma tranquilla appaghi isensi frali;
oblii le noie andatee non affretti
le suemiserie in aspettando i mali.
Nulla curi se 'l ciel tuoni osaetti
minacci egli a sua voglia e infiammi strali.
Questo èsaverquesta è felice vita:
sí l'insegna natura esí l'addita.'  
        Sícanta l'empiae 'l giovenetto al sonno
con note invoglia sísoavi e scórte.
Quel serpe a poco a pocoe si fadonno
sovra i sensi di lui possente e forte;
né i tuoniomai destarnon ch'altriil ponno
da quella queta imagine dimorte.
Esce d'aguato allor la falsa maga
e gli va sopradivendetta vaga.  
        Maquando in lui fissò lo sguardo e vide
come placido in vistaegli respira
e ne' begli occhi un dolce atto che ride
benchésian chiusi (or che fia s'ei li gira?)
pria s'arresta sospesaegli s'asside
poscia vicinae placar sente ogn'ira
mentre ilrisguarda; e 'n su la vaga fronte
pende omai sí che parNarciso al fonte.  
        Equei ch'ivi sorgean vivi sudori
accoglie lievemente in un suovelo
e con un dolce ventillar gli ardori
gli va temprando del'estivo cielo.
Cosí (chi 'l crederia?) sopitiardori
d'occhi nascosi distempràr quel gelo
ches'indurava al cor piú che diamante
e di nemica elladivenne amante.  
        Diligustridi gigli e de le rose
le quai fiorian per quelle piaggieamene
con nov'arte congiunteindi compose
lente matenacissime catene.
Queste al colloa le bracciaa i piègli pose:
cosí l'avinse e cosí preso iltiene;
quincimentre egli dormeil fa riporre
sovra un suocarroe ratta il ciel trascorre.  
        Négià ritorna di Damasco al regno
né dove ha il suocastello in mezzo a l'onde;
ma ingelosita di sí caropegno
e vergognosa del suo amors'asconde
ne l'oceanoimmensoove alcun legno
radoo non maiva de le nostresponde
fuor tutti i nostri lidi; e quivi eletta
per solingasua stanza è un'isoletta.  
        Un'isolettala qual nome prende
con le vicine sue da la Fortuna.
Quinciella in cima a una montagna ascende
disabitata e d'ombre oscura ebruna
e per incanto a lei nevose rende
le spalle e i fianchie senza neve alcuna
gli lascia il capo verdeggiante e vago
evi fonda un palagio appresso un lago 
        ovein perpetuo april molle amorosa
vita seco ne mena il suodiletto.
Or da cosí lontana e cosí ascosa
prigiontrar voi dovete il giovenetto
e vincer de la timida e gelosa
leguardieond'è difeso il monte e 'l tetto;
e già nonmancherà chi là vi scòrga
e chi per l'altaimpresa arme vi porga.  
        Trovaretedel fiume a pena sorti
donna giovin di visoantica d'anni
ch'ai lunghi crini in su la fronte attorti
fia nota ed al color variode' panni.
Questa per l'alto mar fia che vi porti
piúratta che non spiega aquila i vanni
piú che non vola ilfolgore; né guida
la trovarete al ritornar men fida. 
        A pièdel monte ove la maga alberga
sibilando strisciar novi pitoni
ecinghiali arrizzar l'aspre lor terga
ed aprir la gran bocca orsi eleoni
vedrete; ma scotendo una mia verga
temeranno appressarsiove ella suoni.
Poi via maggior (se dritto il ver s'estima)
sitroverà il periglio in su la cima.  
        Unfonte sorge in lei che vaghe e monde
ha l'acque sí che iriguardanti asseta;
ma dentro a i freddi suoi cristalli asconde
ditòsco estran malvagità secreta
ch'un picciol sorsodi sue lucide onde
inebria l'alma tosto e la fa lieta
indi arider uom movee tanto il riso
s'avanza alfin ch'ei ne rimaneucciso.  
        Lungela bocca disdegnosa e schiva
torcete voi da l'acque empieomicide
né le vivande poste in verde riva
v'allettinpoiné le donzelle infide
che voce avran piacevole elasciva
e dolce aspetto che lusinga e ride;
ma voigli sguardie le parole accorte
sprezzandoentrate pur ne l'alte porte. 
        Dentro èdi muri inestricabil cinto
che mille torce in sé confusigiri
ma in breve foglio io ve 'l darò distinto
síche nessun error fia che v'aggiri.
Siede in mezzo un giardin dellabirinto
che par che da ogni fronde amore spiri;
quivi ingrembo a la verde erba novella
giacerà il cavaliero e ladonzella.  
        Macome essa lasciando il caro amante
in altra parte il piede avràrivolto
vuo' ch'a lui vi scopriatee d'adamante
un scudoch'io darò gli alziate al volto
sí ch'egli vi sispecchie 'l suo sembiante
veggia e l'abito molle onde fuinvolto
ch'a tal vista potrà vergogna e sdegno
scacciardal petto suo l'amor indegno.  
        Altroche dirvi omai nulla m'avanza
se non ch'assai securi ir nepotrete
e penetrar de l'intricata stanza
ne le piúinterne parti e piú secrete
perché non fia chemagica possanza
a voi ritardi il corso o 'l passo viete;
népotrà purcotal virtú vi guida
il giunger vostroantiveder Armida.  
        Némen secura da gli alberghi suoi
l'uscita vi sarà poscia e'l ritorno.
Ma giunge omai l'ora del sonnoe voi
sorger dimandovete a par co 'l giorno."
Cosí lor dissee li menòdopoi
ove essi avean la notte a far soggiorno.
Ivi lasciandolor lieti e pensosi
si ritrasse il buon vecchio a i suoi riposi.   
 




CANTOQUINDICESIMO



Argomento

        Dal Mago instrutti i duo guerrier sen vanno
Dove il pino fatalgli attende in porto:
Spiegan la velae pria del granTiranno
D'Egitto i legni e l'apparecchio han scorto:
Poi taleil ventoe tale il nocchiero hanno
Che ben lungo viaggio estimancorto.
All'isola remota alfine spinti
Da lor le forze sonoei vezzi vinti.

        Giàrichiamava il bel nascente raggio
a l'opre ogni animal ch'in terraalberga
quando venendo a i due guerrieri il saggio
portòil foglio e lo scudo e l'aurea verga.
"Accingetevi"disse "al gran viaggio
prima che 'l díche spuntaomai piú s'erga.
Eccovi qui quanto ho promesso e quanto
puòde la maga superar l'incanto."  
        Eranoessi già sorti e l'arme intorno
a le robuste membra aveangià messe
onde per vie che non rischiara il giorno
tostoseguono il vecchioe son l'istesse
vestigia ricalcate or nelritorno
che furon prima nel venire impresse;
ma giunti al lettodel suo fiume: "Amici
io v'accommiato:" ei disse "itefelici."  
        Gliaccoglie il rio ne l'alto senoe l'onda
soavemente in su glispinge e porta
come suol inalzar leggiera fronda
la qual daviolenza in giú fu torta
e poi gli espon sovra la mollesponda.
Quinci miràr la già promessa scorta
viderpicciola nave e in poppa quella
che guidar li dovea fataldonzella.  
        Crinitafronte essa dimostrae ciglia
cortesi e favorevoli etranquille;
e nel sembiante a gli angioli somiglia
tanta luceivi par ch'arda e sfaville.
La sua gonna or azzurra ed orvermiglia
direstie si colora in guise mille
sí ch'uomsempre diversa a sé la vede
quantunque volte a riguardarlariede.  
        Cosípiuma talorche di gentile
amorosa colomba il collo cinge
mainon si scorge a se stessa simile
ma in diversi colori al sol sitinge.
Or d'accesi rubin sembra un monile
or di verdi smeraldiil lume finge
or insieme gli mescee varia e vaga
in centomodi i riguardanti appaga.  
        "Entrate"dice "o fortunatiin questa
nave ond'io l'ocean securavarco
cui destro è ciascun ventoognitempesta
tranquillae lieve ogni gravoso incarco.
Per ministrae per duce or me vi appresta
il mio signordel favor suo nonparco."
Cosí parlò la donnae piúvicino
fece poscia a la sponda il curvo pino.  
        Comela nobil coppia ha in sé raccolta
spinge la ripa e glirallenta il morso
ed avendo la vela a l'aure sciolta
ellasiede al governo e regge il corso.
Gonfio è il torrente sích'a questa volta
i navigli portar ben può su 'l dorso
maquesto è sí leggier che 'l sosterebbe
qual altro rioper novo umor men crebbe.  
        Velocesovra il natural costume
spingon la vela inverso il lido iventi:
biancheggian l'acque di canute spume
e rotte dietromormorar le senti.
Ecco giungono omai là dove ilfiume
queta in letto maggior l'onde correnti
e ne l'ampievoragini del mare
disperso o divien nulla o nulla appare. 
        A pena hatocco la mirabil nave
de la marina allor turbata il lembo
chespariscon le nubi e cessa il grave
Noto che minacciava oscuronembo:
spiana i monti de l'onde aura soave
e solo increspa ilbel ceruleo grembo
e d'un dolce seren diffuso ride
il cielche sé piú chiaro unqua non vide.  
        Trascorseoltre Ascalona ed a mancina
andò la navicella invèrponente
e tosto a Gaza si trovò vicina
che fu porto diGaza anticamente
ma poicrescendo de l'altrui ruina
cittàdivenne assai grande e possente;
ed eranvi le piagge allorripiene
quasi d'uomini sí come d'arene.  
        Volgendoil guardo a terra i naviganti
scorgean di tende numeroinfinito:
miravan cavaliermiravan fanti
ire e tornar da lacittade al lito
e da cameli onusti e da elefanti
l'arenososentier calpesto e trito;
poi del porto vedean ne' fondicavi
sorte e legate a l'ancore le navi 
        altrespiegar le velee ne vedieno
altre i remi trattar veloci esnelle
e da essi e da' rostri il molle seno
spumar percosso inqueste parti e in quelle.
Disse la donna allor: "Benchéripieno
il lido e 'l mar sia de le genti felle
non ha insiemeperò le schiere tutte
il potente tiranno anco ridutte. 
        Sol dalregno d'Egitto e dal contorno
raccolte ha queste; or le lontaneattende
ché verso l'oriente e 'l mezzogiorno
il vastoimperio suo molto si stende.
Sí che sper'io che prima assairitorno
fatto avrem noi che mova egli le tende:
egli o quelch'in sua vece esser soprano
de l'essercito suo de' capitano." 
        Mentre ciòdicecome aquila sòle
tra gli altri augelli trapassarsecura
e sorvolando ir tanto appresso il sole
che nulla vistapiú la raffigura
cosí la nave sua sembra chevóle
tra legno e legnoe non ha tema o cura
che vi siachi l'arresti o chi la segua;
e da lor s'allontana e si dilegua. 
        E 'n unmomento incontra Raffia arriva
città la qual in Siriaappar primiera
a chi d'Egitto move; indi a la riva
sterilissimavien di Rinocera.
Non lunge un monte poi le si scopriva
chesporge sovra 'l mar la chioma altera
e i piè si lava nel'instabil onde
che l'ossa di Pompeo nel grembo asconde. 
        Poi Damiatascopree come porte
al mar tributo di celesti umori
per setteil Nilo sue famose porte
e per cento altre ancor foci minori;
enaviga oltre la città dal forte
greco fondata a i greciabitatori
ed oltra Faroisola già che lunge
giacquedal lidoal lido or si congiunge.  
        Rodie Creta lontane inverso al polo
non scernee pur lungo Africa se'n viene
su 'l mar culta e feracea dentro solo
fertil dimostri e d'infeconde arene.
La Marmarica radee rade ilsuolo
dove cinque cittadi ebbe Cirene.
Qui Tolomitta e poi conl'onde chete
sorger si mira il fabuloso Lete.  
        Lamaggior Sirte a' naviganti infesta
trattasi in altoinvèrle piaggie lassa
e 'l capo di Giudeca indietro resta
e lafoce di Magra indi trapassa.
Tripoli appar su 'l lidoe 'ncontraa questa
giace Malta fra l'onde occulta e bassa;
e poi rimancon l'altre Sirti a tergo
Alzerbegià de' Lotofagialbergo.  
        Nelcurvo lido poi Tunisi vede
che d'ambo i lati del suo golfo ha unmonte.
Tunisiricca ed onorata sede
a par di quante n'ha Libiapiú conte.
A lui di costa la Sicilia siede
ed il granLilibeo gli inalza a fronte.
Or quivi addita la donzella a idue
guerrieri il loco ove Cartagin fue.  
        Giacel'alta Cartago: a pena i segni
de l'alte sue ruine il lidoserba.
Muoiono le cittàmuoiono i regni
copre i fastie le pompe arena ed erba
e l'uom d'esser mortal par che sisdegni:
oh nostra mente cupida e superba!
Giungon quinci aBisertae piú lontano
han l'isola de' Sardi a l'altramano.  
        Trascorserpoi le piaggie ove i Numidi
menàr gia vita pastoraleerranti.
Trovàr Bugia ed Algieriinfami nidi
dicorsaried Oràn trovàr piú inanti;
ecosteggiàr di Tingitana i lidi
nutrice di leoni ed'elefanti
ch'or di Marocco è il regnoe quel di Fessa;
evarcàr la Granata incontro ad essa.  
        Songià là dove il mar fra terra inonda
per via ch'esserd'Alcide opra si finse;
e forse è ver ch'una continuasponda
fossech'alta ruina in due distinse.
Passovvi a forzal'oceanoe l'onda
Abila quinci e quindi Calpe spinse;
Spagna eLibia partio con foce angusta:
tanto mutar può lunga etàvetusta!  
        Quattrovolte era apparso il sol ne l'orto
da che la nave si spiccòdal lito
né mai (ch'uopo non fu) s'accolse in porto
etanto del camino ha già fornito.
Or entra ne lo stretto epassa il corto
varcoe s'ingolla in pelago infinito.
Se 'l marqui è tanto ove il terreno il serra
che fia colàdov'egli ha in sen la terra?  
        Piúnon si mostra omai tra gli alti flutti
la fertil Gade e l'altredue vicine.
Fuggite son le terre e i lidi tutti:
de l'onda ilcieldel ciel l'onda è confine.
Diceva Ubaldo allor: "Tuche condutti
n'haidonnain questo mar che non ha fine
di's'altri mai qui giunseo se piú inante
nel mondo ovecorriamo have abitante."  
        Risponde:"Ercolepoi ch'uccisi i mostri
ebbe di Libia e del paeseispano
e tutti scòrsi e vinti i lidi vostri
non osòdi tentar l'alto oceano:
segnò le mètee 'n troppobrevi chiostri
l'ardir ristrinse de l'ingegno umano;
ma queisegni sprezzò ch'egli prescrisse.
di veder vago e di saperUlisse.  
        Eipassò le Colonnee per l'aperto
mare spiegò de'remi il volo audace;
ma non giovogli esser ne l'ondeesperto
perché inghiottillo l'ocean vorace
e giacqueco 'l suo corpo anco coperto
il suo gran casoch'or tra voi sitace.
S'altri vi fu da' venti a forza spinto
o non tornovvi ovi rimase estinto;  
        sích'ignoto è 'l gran mar che solchi: ignote
isole mille emille regni asconde;
né già d'abitator le terre hanvòte
ma son come le vostre anco feconde:
son esse atteal produrné steril pote
esser quella virtú che 'lsol n'infonde."
Ripiglia Ubaldo allor: "Del mondoocculto
dimmi quai sian le leggi e quale il culto." 
        Glisoggiunse colei: "Diverse bande
diversi han riti ed abiti efavelle:
altri adora le belvealtri la grande
comune madreilsole altri e le stelle;
v'è chi d'abominevoli vivande
lemense ingombra scelerate e felle.
E 'n somma ognun che 'n qua daCalpe siede
barbaro è di costumeempio di fede." 
        "Dunque"a lei replicava il cavaliero
"quel Dio che scese a illuminarle carte
vuol ogni raggio ricoprir del vero
a questa che delmondo è sí gran parte?"
"No." risposeella "anzi la fé di Piero
fiavi introdotta ed ognicivil arte;
né già sempre sarà che la vialunga
questi da' vostri popoli disgiunga.  
        Tempoverrà che fian d'Ercole i segni
favola vile a i navigantiindustri
e i mar ripostior senza nomee i regni
ignotiancor tra voi saranno illustri.
Fia che 'l piú ardito allordi tutti i legni
quanto circonda il mar circondi e lustri
e laterra misuriimmensa mole
vittorioso ed emulo del sole. 
        Un uom dela Liguria avrà ardimento
a l'incognito corso esporsi inprima;
né 'l minaccievol fremito del vento
nél'inospito marné 'l dubbio clima
né s'altro diperiglio e di spavento
piú grave e formidabile or sistima
faran che 'l generoso entro a i divieti
d'Abila angustil'alta mente accheti.  
        TuspiegheraiColomboa un novo polo
lontane sí le fortunateantenne
ch'a pena seguirà con gli occhi il volo
la famac'ha mille occhi e mille penne.
Canti ella Alcide e Baccoe di tesolo
basti a i posteri tuoi ch'alquanto accenne
chéquel poco darà lunga memoria
di poema dignissima ed'istoria."  
        Cosídisse ella; e per l'ondose strade
corre al ponente e piega almezzogiorno
e vede come incontra il sol giú cade
e comea tergo lor rinasce il giorno.
E quando a punto i raggi e lerugiade
la bella aurora seminava intorno
lor s'offrí dilontano oscuro un monte
che tra le nubi nascondea la fronte. 
        E 'l vedeanposcia procedendo avante
quando ogni nuvol già n'erarimosso
a l'acute piramidi sembiante
sottile invèr lacima e 'n mezzo grosso
e mostrarsi talor cosí fumante
comequel che d'Encelado è su 'l dosso
che per propria naturail giorno fuma
e poi la notte il ciel di fiamme alluma. 
        Ecco altreisole insiemealtre pendici
scoprian alfinmen erte edelevate;
ed eran queste l'isole Felici
cosí le nominòla prisca etate
a cui tanto stimava i cieli amici
che credeavolontarie e non arate
quivi produr le terree 'n piúgraditi
frutti non culte germogliar le viti.  
        Quinon fallaci mai fiorir gli olivi
e 'l mèl dicea stillar dal'elci cave
e scender giú da lor montagne i rivi
conacque dolci e mormorio soave
e zefiri e rugiade i raggiestivi
temprarvi sí che nullo ardor v'è grave;
equi gli elisi campi e le famose
stanze de le beate anime pose. 
        A queste orvien la donnaed: "Omai sète
dal fin del corso"lor dicea "non lunge.
L'isole di Fortuna ora vedete
dicui gran fama a voi ma incerta giunge.
Ben son elle feconde evaghe e liete
ma pur molto di falso al ver s'aggiunge."
Cosíparlandoassai presso si fece
a quella che la prima è dele diece.  
        Carloincomincia allor: "Se ciò concede
donnaquell'altaimpresa ove ci guidi
lasciami omai por ne la terra il piede
eveder questi inconosciuti lidi
veder le genti e 'l culto di lorfede
e tutto quello ond'uom saggio m'invídi
quando migioverà narrar altrui
le novità vedute e dir: `Iofui!'"  
        Glirispose colei: "Ben degna in vero
la domanda è di tema che poss'io
s'egli osta inviolabile e severo
il decreto de'Cieli al bel desio?
ch'ancor vòlto non è lo spaziointero
ch'al grande scoprimento ha fisso Dio
né lece avoi da l'ocean profondo
recar vera notizia al vostro mondo. 
        A voi pergrazia e sovra l'arte e l'uso
de' naviganti ir per quest'acque èdato
e scender là dove è il guerrier rinchiuso
eridurlo del mondo a l'altro lato.
Tanto vi bastie l'aspirar piúsuso
superbir fòra e calcitrar co 'l fato."
Quitacquee già parea piú bassa farsi
l'isola prima ela seconda alzarsi.  
        Ellamostrando gía ch'a l'oriente
tutte con ordin lungo erandirette
e che largo è fra lor quasi egualmente
quellospazio di mar che si framette.
Pònsi veder d'abitatricegente
case e culture ed altri segni in sette;
tre deserte nesonoe v'han le belve
securissima tana in monti e in selve. 
        Luogo èin una de l'erme assai riposto
ove si curva il lido e in fuoristende
due larghe cornae fra lor tiene ascosto
un ampio sene porto un scoglio rende
ch'a lui la fronte e 'l tergo a l'ondaha opposto
che vien da l'alto e la respinge e fende.
S'inalzanquinci e quindie torreggianti
fan due gran rupi segno a'naviganti.  
        Taccionosotto i mar securi in pace
sovra ha di negre selve opaca scena
e'n mezzo d'esse una spelonca giace
d'edera e d'ombre e di dolciacque amena.
Fune non lega quiné co 'l tenace
morso lestanche navi ancora frena.
La donna in sí solinga e quetaparte
entravae raccogliea le vele sparte.  
        "Mirate"disse poi "quell'alta mole
ch'a quel gran monte in su la cimasiede.
Quivi fra cibi ed ozio e scherzi e fole
torpe il campionde la cristiana fede.
Voi con la guida del nascente sole
su perquell'erto moverete il piede;
né vi gravi il tardarperòche fòra
se non la matutinainfausta ogn'ora. 
        Ben co 'llume del dí ch'anco riluce
insino al monte andar per voipotrassi."
Essi al congedo de la nobil duce
poser nel lidodesiato i passi
e ritrovàr la via ch'a lui conduce
agevolsí ch'i piè non ne fur lassi;
ma quando v'arrivàrda l'oceano
era il carro di Febo anco lontano.  
        Veggionche per dirupi e fra ruine
s'ascende a la sua cima alta esuperba
e ch'è fin là di nevi e di pruine
sparsaogni strada: ivi ha poi fiori ed erba.
Presso al canuto mento ilverde crine
frondeggiae 'l ghiaccio fede a i gigli serba
ed ale rose tenere: cotanto
puote sovra natura arte d'incanto. 
        I duoguerrierin luogo ermo e selvaggio
chiuso d'ombrefermàrsia piè del monte;
e come il ciel rigò co 'l novoraggio
il solde l'aurea luce eterno fonte:
"Su su"gridaro entrambie 'l lor viaggio
ricominciàr con voglieardite e pronte.
Ma esce non so dondee s'attraversa
fèraserpendo orribile e diversa.  
        Inalzad'oro squallido squamose
le creste e 'l capoe gonfia il collod'ira
arde ne gli occhie le vie tutte ascose
tien sotto ilventree tòsco e fumo spira;
or rientra in se stessaorle nodose
ruote distendee sé dopo sé tira.
Tals'appresenta a la solita guarda
né però de'guerrieri i passi tarda.  
        GiàCarlo il ferro stringe e 'l serpe assale
ma l'altro grida a lui:"Che fai? che tente?
per isforzo di mancon arme tale
vinceravisi il difensor serpente?"
Egli scote la verga aureaimmortale
sí che la belva il sibilar ne sente
eimpaurita al suonfuggendo ratta
lascia quel varco libero es'appiatta.  
        Piúsuso alquanto il passo a lor contende
fero leon che rugge e torvoguata
e i velli arrizzae le caverne orrende
de la boccavorace apre e dilata.
Si sferza con la coda e l'ire accende
manon è pria la verga a lui mostrata
ch'un secreto spaventoal cor gli agghiaccia
l'ira e 'l nativo orgoglioe 'n fuga ilcaccia.  
        Seguela coppia il suo camin veloce
ma formidabile oste han giàdavante
di guerrieri animaivari di voce
vari di motovaridi sembiante.
Ciò che di mostruoso e di feroce
erra fra'l Nilo e i termini d'Atlante
par qui tutto raccoltoe quantebelve
l'Ercinia ha in senquante l'ircane selve.  
        Mapur sí fero essercito e sí grosso
non vien che lorrespinga o che resista
anzi (miracol novo) in fuga èmosso
da un picciol fischio e da una breve vista.
La coppiaomai vittoriosa il dosso
de la montagna senza intoppo acquista
senon se in quanto il gelido e l'alpino
de le rigide vie tarda ilcamino.  
        Mapoi che già le nevi ebber varcate
e superato il discoscesoe l'erto
un bel tepido ciel di dolce state
trovaroe 'l piansu 'l monte ampio ed aperto.
Aure fresche mai sempre ed odorate
vispiran con tenor stabile e certo
né i fiati lorsícome altrove sòle;  
        nécome altrove suolghiacci ed ardori
nubi e sereni a quellepiaggie alterna
ma il ciel di candidissimi splendori
sempres'ammanta e non s'infiamma o verna
e nudre a i prati l'erbaal'erba i fiori
a i fior l'odorl'ombra a le piante eterna.
Siedesu 'l lago e signoreggia intorno
i monti e i mari il bel palagioadorno.  
        Icavalier per l'alta aspra salita
sentiansi alquanto affaticati elassi
onde ne gian per quella via fiorita
lenti or movendo edor fermando i passi.
Quando ecco un fonteche a bagnar gliinvita
l'asciutte labbiaalto cader da' sassi
e da una largavenae con ben mille
zampilletti spruzzar l'erbe di stille. 
        Ma tuttainsieme poi tra verdi sponde
in profondo canal l'acqua s'aduna
esotto l'ombra di perpetue fronde
mormorando se 'n va gelida ebruna
ma trasparente sí che non asconde
de l'imo lettosuo vaghezza alcuna;
e sovra le sue rive alta s'estolle
l'erbettae vi fa seggio fresco e molle.  
        "Eccoil fonte del risoed ecco il rio
che mortali perigli in sécontiene.
Or qui tener a fren nostro desio
ed esser cauti moltoa noi conviene:
chiudiam l'orecchie al dolce canto e rio
diqueste del piacer false sirene
cosí n'andrem fin dove ilfiume vago
si spande in maggior letto e forma un lago." 
        Quivi de'cibi preziosa e cara
apprestata è una mensa in su lerive
e scherzando se 'n van per l'acqua chiara
due donzellettegarrule e lascive
ch'or si spruzzano il voltoor fanno agara
chi prima a un segno destinato arrive.
Si tuffano talore'l capo e 'l dorso
scoprono alfin dopo il celato corso. 
        Mosser lenatatrici ignude e belle
de' duo guerrieri alquanto i duripetti
sí che fermàrsi a riguardarle; edelle
seguian pur i lor giochi e i lor diletti.
Una intantodrizzossie le mammelle
e tutto ciò che piú lavista alletti
mostrò dal seno in susoaperto al cielo;
e'l lago a l'altre membra era un bel velo.  
        Qualmatutina stella esce de l'onde
rugiadosa e stillanteo comefuore
spuntò nascendo già da le feconde
spume del'ocean la dea d'amore
tal apparve costeital le suebionde
chiome stillavan cristallino umore.
Poi girò gliocchie pur allor s'infinse
que' duo vedere e in sé tuttasi strinse;  
        e'l crinch'in cima al capo avea raccolto
in un sol nodoimmantinente sciolse
che lunghissimo in giú cadendo efolto
d'un aureo manto i molli avori involse.
Oh che vagospettacolo è lor tolto!
ma non men vago fu chi loro iltolse.
Cosí da l'acque e da' capelli ascosa
a lor sivolse lieta e vergognosa.  
        Ridevainsieme e insieme ella arrossia
ed era nel rossor piúbello il riso
e nel riso il rossor che le copria
insino almento il delicato viso.
Mosse la voce poi sí dolce epia
che fòra ciascun altro indi conquiso:
"Ohfortunati peregrincui lice
giungere in questa sede alma efelice!  
        Questoè il porto del mondo; e qui è il ristoro
de le suenoiee quel piacer si sente
che già sentí ne'secoli de l'oro
l'antica e senza fren libera gente.
L'armechesin a qui d'uopo vi foro
potete omai depor securamente
esacrarle in quest'ombra a la quiete
ché guerrier qui solod'Amor sarete 
        edolce campo di battaglia il letto
fiavi e l'erbetta morbida de'prati.
Noi menarenvi anzi il regale aspetto
di lei che qui fa iservi suoi beati
che v'accorrà nel bel numero eletto
diquei ch'a le sue gioie ha destinati.
Ma pria la polve in questeacque deporre
vi piacciae 'l cibo a quella mensa tòrre." 
        L'una dissecosíl'altra concorde
l'invito accompagnò d'atti edi sguardi
sí come al suon de le canorecorde
s'accompagnano i passi or presti or tardi.
Ma i cavalierihanno indurate e sorde
l'alme a que' vezzi perfidi e bugiardi
e'l lusinghiero aspetto e 'l parlar dolce
di fuor s'aggira e solo isensi molce.  
        Ese di tal dolcezza entro trasfusa
parte penètra onde ildesio germoglie
tosto ragion ne l'arme sue rinchiusa
sterpa eriseca le nascenti voglie.
L'una coppia riman vinta edelusa
l'altra se 'n vané pur congedo toglie.
Essientràr nel palagioesse ne l'acque
tuffàrsi: larepulsa a lor sí spiacque.   
 
 




CANTOSEDICESIMO



Argomento

        Entrano i duo guerrier nell'ampio tetto
Ove in dolce prigionRinaldo stassi:
E fan sìch'eipien d'ira e didispetto
Move al partir di là con loro i passi.
Perritenere il cavalier diletto
Prega e piange la Maga; egli al finvassi.
Essa per vendicare il suo gran duolo
Strugge ilpalagioe va per l'aria a volo.

 

        Tondoè il ricco edificioe nel piú chiuso
grembo di luiché quasi centro al giro
un giardin v'ha ch'adorno èsovra l'uso
di quanti piú famosi unqua fioriro.
D'intornoinosservabile e confuso
ordin di loggie i demon fabri ordiro
etra le oblique vie di quel fallace
ravolgimento impenetrabilgiace.
        Perl'entrata maggior (però che cento
l'ampio albergo n'avea)passàr costoro.
Le porte qui d'effigiato argento
su icardini stridean di lucid'oro.
Fermàr ne le figure ilguardo intento
ché vinta la materia è dallavoro:
manca il parlardi vivo altro non chiedi;
némanca questo ancors'a gli occhi credi.
        Mirasiqui fra le meonie ancelle
favoleggiar con le conocchia Alcide.
Sel'inferno espugnòresse le stelle
or torce il fuso; Amorse 'l guardae ride.
Mirasi Iole con la destra imbelle
perischerno trattar l'armi omicide;
e indosso ha il cuoio del leonche sembra
ruvido troppo a sí tenere membra.
        D'incontra èun maree di canuto flutto
vedi spumanti i suoi ceruleicampi.
Vedi nel mezzo un doppio ordine instrutto
di navi ed'armee uscir da l'arme i lampi.
D'oro fiammeggia l'ondae parche tutto
d'incendio marzial Leucate avampi.
Quinci Augusto iRomaniAntonio quindi
trae l'Oriente: EgiziArabi ed Indi.
        Svelte notar leCicladi diresti
per l'ondee i monti co i gran montiurtarsi;
l'impeto è tantoonde quei vanno e questi
co'legni torreggianti ad incontrarsi.
Già volàr faci edardie già funesti
sono di nova strage i marisparsi.
Ecco (né punto ancor la pugna inchina)
eccofuggir la barbara reina.
        Efugge Antonioe lasciar può la speme
de l'imperio delmondo ov'egli aspira.
Non fugge nonon teme il fiernon teme
masegue lei che fugge e seco il tira.
Vedresti luisimile ad uomche freme
d'amore a un tempo e di vergogna e d'ira
miraralternamente or la crudele
pugna ch'è in dubbioor lefuggenti vele.
        Nele latebre poi del Nilo accolto
attender par in grembo a lei lamorte
e nel piacer d'un bel leggiadro volto
sembra che 'l durofato egli conforte.
Di cotai segni variato e scolto
era ilmetallo de le regie porte.
I due guerrierpoi che dal vagoobietto
rivolser gli occhientràr nel dubbio tetto.
        Qual Meandro frarive oblique e incerte
scherza e con dubbio corso or cala ormonta
queste acque a i fonti e quelle al mar converte
ementre ei viensé che ritorna affronta
tali e piúinestricabili conserte
son queste viema il libro in sé leimpronta
(il librodon del mago) e d'esse in modo
parla che lerisolvee spiega il nodo.
        Poiche lasciàr gli aviluppati calli
in lieto aspetto il belgiardin s'aperse:
acque stagnantimobili cristalli
fior varie varie pianteerbe diverse
apriche collinetteombrosevalli
selve e spelonche in una vista offerse;
e quel che 'lbello e 'l caro accresce a l'opre
l'arteche tutto fanulla siscopre.
        Stimi (símisto il culto è co 'l negletto)
sol naturali e gliornamenti e i siti.
Di natura arte parche perdiletto
l'imitatrice sua scherzando imiti.
L'auranonch'altroè de la maga effetto
l'aura che rende gli alberifioriti:
co' fiori eterni eterno il frutto dura
e mentrespunta l'unl'altro matura.
        Neltronco istesso e tra l'istessa foglia
sovra il nascente ficoinvecchia il fico;
pendono a un ramoun con dorataspoglia
l'altro con verdeil novo e 'l pomoantico;
lussureggiante serpe alto e germoglia
la torta viteov'è piú l'orto aprico:
qui l'uva ha in fioriacerbae qui d'or l'have
e di piropo e già di nèttargrave.
        Vezzosiaugelli infra le verdi fronde
temprano a prova lascivettenote;
mormora l'aurae fa le foglie e l'onde
garrir chevariamente ella percote.
Quando taccion gli augelli altorisponde
quando cantan gli augei piú lieve scote;
siacaso od arteor accompagnaed ora
alterna i versi lor la musicaòra.
        Volafra gli altri un che le piume ha sparte
di color vari ed hapurpureo il rostro
e lingua snoda in guisa largae parte
lavoce sí ch'assembra il sermon nostro.
Questi ivi allorcontinovò con arte
tanta il parlar che fu mirabilmostro.
Tacquero gli altri ad ascoltarlo intenti
e fermaro isusurri in aria i venti.
        "Dehmira" egli cantò "spuntar la rosa
dal verde suomodesta e verginella
che mezzo aperta ancora e mezzoascosa
quanto si mostra mentanto è piúbella.
Ecco poi nudo il sen già baldanzosa
dispiega;ecco poi langue e non par quella
quella non par che desiatainanti
fu da mille donzelle e mille amanti.
        Cosítrapassa al trapassar d'un giorno
de la vita mortale il fiore e 'lverde;
né perché faccia indietro april ritorno
sirinfiora ella mainé si rinverde.
Cogliam la rosa in su 'lmattino adorno
di questo díche tosto il serenperde;
cogliam d'amor la rosa: amiamo or quando
esser si puoteriamato amando."
        Tacquee concorde de gli augelli il coro
quasi approvandoil canto indiripiglia.
Raddoppian le colombe i baci loro
ogni animal d'amarsi riconsiglia;
par che la dura quercia e 'l casto alloro
etutta la frondosa ampia famiglia
par che la terra e l'acqua eformi e spiri
dolcissimi d'amor sensi e sospiri.
        Framelodia sí tenerafra tante
vaghezze allettatrici elusinghiere
va quella coppiae rigida e costante
se stessaindura a i vezzi del piacere.
Ecco tra fronde e fronde il guardoinante
penetra e vedeo pargli di vedere
vede pur certo ilvago e la diletta
ch'egli è in grembo a la donnaessa al'erbetta.
        Elladinanzi al petto ha il vel diviso
e 'l crin sparge incomposto alvento estivo;
langue per vezzoe 'l suo infiammato viso
fanbiancheggiando i bei sudor piú vivo:
qual raggio in ondale scintilla un riso
ne gli umidi occhi tremulo e lascivo.
Sovralui pende; ed ei nel grembo molle
le posa il capoe 'l volto alvolto attolle
        ei famelici sguardi avidamente
in lei pascendo si consuma estrugge.
S'inchinae i dolci baci ella sovente
liba or da gliocchi e da le labra or sugge
ed in quel punto ei sospirar sisente
profondo sí che pensi: "Or l'alma fugge
e 'nlei trapassa peregrina." Ascosi
mirano i due guerrier gliatti amorosi.
        Dalfianco de l'amante (estranio arnese)
un cristallo pendea lucido enetto.
Sorsee quel fra le mani a lui sospese
a i misterid'Amor ministro eletto.
Con luci ella ridentiei conaccese
mirano in vari oggetti un solo oggetto:
ella del vetroa sé fa specchioed egli
gli occhi di lei sereni a séfa spegli.
        L'unodi servitúl'altra d'impero
si gloriaella in se stessaed egli in lei.
"Volgi" dicea "deh volgi" ilcavaliero
"a me quegli occhi onde beata bèi
chésonse tu no 'l sairitratto vero
de le bellezze tue gli incendimiei;
la forma lorla meraviglia a pieno
piú che ilcristallo tuo mostra il mio seno.
        Deh!poi che sdegni mecom'egli è vago
mirar tu almen potessiil proprio volto;
ché il guardo tuoch'altrove non èpago
gioirebbe felice in sé rivolto.
Non puòspecchio ritrar sí dolce imago
né in picciol vetroè un paradiso accolto:
specchio t'è degno il cieloe ne le stelle
puoi riguardar le tue sembianze belle."
        Ride Armida aquel dirma non che cesse
dal vagheggiarsi e da' suoi beilavori.
Poi che intrecciò le chiome e che ripresse
conordin vago i lor lascivi errori
torse in anella i crin minuti ein esse
quasi smalto su l'orcosparse i fiori;
e nel bel senle peregrine rose
giunse a i nativi giglie 'l vel compose.
        Né 'lsuperbo pavon sí vago in mostra
spiega la pompa del'occhiute piume
né l'iride sí bella indora emostra
il curvo grembo e rugiadoso al lume.
Ma bel sovra ognifregio il cinto mostra
che né pur nuda ha di lasciarcostume.
Diè corpo a chi non l'ebbee quando ilfece
tempre mischiò ch'altrui mescer non lece.
        Teneri sdegnieplacide e tranquille
repulsee cari vezzie liete paci
sorriseparolettee dolci stille
di piantoe sospir tronchie mollibaci:
fuse tai cose tuttee poscia unille
ed al foco tempròdi lente faci
e ne formò quel sí mirabil cinto
dich'ella aveva il bel fianco succinto.
        Finealfin posto al vagheggiarrichiede
a lui commiatoe 'l bacia esi diparte.
Ella per uso il dí n'esce e rivede
gliaffari suoile sue magiche carte.
Egli rimanch'a lui non siconcede
por orma o trar momento in altra parte
e tra le fèrespazia e tra le piante
se non quanto è con leiromitoamante.
        Ma quandol'ombra co i silenzi amici
rappella a i furti lor gli amantiaccorti
traggono le notturne ore felici
sotto un tetto medesmoentro a quegli orti.
Ma poi che vòlta a piú severiuffici
lasciò Armida il giardino e i suoi diporti
iduoche tra i cespugli eran celati
scoprirsi a lui pomposamentearmati.
        Qualferoce destrier ch'al faticoso
onor de l'arme vincitor siatolto
e lascivo marito in vil riposo
fra gli armenti e ne'paschi erri disciolto
se 'l desta o suon di tromba oluminoso
acciarcolà tosto annitrendo è vòlto
giàgià brama l'arringo el'uom su 'l dorso
portandourtatoriurtar nel corso;
        talsi fece il garzonquando repente
de l'arme il lampo gli occhisuoi percosse.
Quel sí guerrierquel sí feroceardente
suo spirto a quel fulgor tutto si scosse
benchétra gli agi morbidi languente
e tra i piaceri ebro e sopito eifosse.
Intanto Ubaldo oltra ne vienee 'l terso
adamantinoscudo ha in lui converso.
        Eglial lucido scudo il guardo gira
onde si specchia in lui qual siasie quanto
con delicato culto adorno; spira
tutto odori elascivie il crine e 'l manto
e 'l ferroil ferro avernonch'altromira
dal troppo lusso effeminato a canto:
guernito èsí ch'inutile ornamento
sembranon militar feroinstrumento.
        Qualuom da cupo e grave sonno oppresso
dopo vaneggiar lungo in sériviene
tal ei tornò nel rimirar se stesso
ma sestesso mirar già non sostiene;
giú cade il guardoetimido e dimesso
guardando a terrala vergogna il tiene.
Sichiuderebbe e sotto il mare e dentro
il foco per celarsie giúnel centro.
        Ubaldoincominciò parlando allora:
"Va l'Asia tutta e val'Europa in guerra:
chiunque e pregio brama e Cristoadora
travaglia in arme or ne la siria terra.
Te soloo figliodi Bertoldofuora
del mondoin ozioun breve angolo serra;
tesol de l'universo il moto nulla
moveegregio campion d'unafanciulla.
        Qualsonno o qual letargo ha sí sopita
la tua virtute? o qualviltà l'alletta?
Su su; te il campo e te Goffredoinvita
te la fortuna e la vittoria aspetta.
Vienio fatalguerrieroe sia fornita
la ben comincia impresa; e l'empiasetta
che già crollastia terra estinta cada
sottol'inevitabile tua spada."
        Tacquee 'l nobil garzon restò per poco
spazio confuso e senzamoto e voce.
Ma poi che diè vergogna a sdegno loco
sdegnoguerrier de la ragion feroce
e ch'al rossor del volto un novofoco
successeche piú avampa e che piúcoce
squarciossi i vani fregi e quelle indegne
pompediservitú misera insegne;
        edaffrettò il partiree de la torta
confusione uscídel labirinto.
Intanto Armida de la regal porta
mirògiacere il fier custode estinto.
Sospettò primae si fuposcia accorta
ch'era il suo caro al dipartirsi accinto;
e 'lvide (ahi fera vista!) al dolce albergo
darfrettolosofuggitivoil tergo.
        Voleagridar: "Doveo crudelme sola
lasci?"ma il varco alsuon chiuse il dolore
sí che tornò la flebileparola
piú amara indietro a rimbombar su 'l core.
Misera!i suoi diletti ora le invola
forza e saperdel suo sapermaggiore.
Ella se 'l vedee invan pur s'argomenta
di ritenerloe l'arti sue ritenta.
        Quantemormorò mai profane note
tessala maga con la boccaimmonda
ciò ch'arrestar può le celesti rote
el'ombre trar de la prigion profonda
sapea ben tuttee pur oprarnon pote
ch'almen l'inferno al suo parlar risponda.
Lascia gliincantie vuol provar se vaga
e supplice beltà sia migliormaga.
        Correenon ha d'onor cura o ritegno.
Ahi! dove or sono i suoi trionfi e ivanti?
Costei d'Amorquanto egli è grandeil regno
volsee rivolse sol co 'l cenno inanti
e cosí pari al fasto ebbelo sdegno
ch'amò d'essere amataodiò gliamanti;
sé gradí solae fuor di sé inaltrui
sol qualche effetto de' begli occhi sui.
        Ornegletta e schernita in abbandono
rimasesegue pur chi fugge esprezza;
e procura adornar co' pianti il dono
rifiutato per sédi sua bellezza.
Vasseneed al piè tenero non sono
quelgelo intoppo e quella alpina asprezza;
e invia per messaggieriinanzi i gridi
né giunge lui pria ch'ei sia giunto a ilidi.
        Forsennatagridava: "O tu che porte
parte teco di meparte ne lassi
oprendi l'una o rendi l'altrao morte
dà insieme ad ambe:arrestaarresta i passi
sol che ti sian le voci ultimeporte;
non dico i bacialtra piú degna avrassi
quellida te. Che temiempiose resti?
Potrai negarpoi che fuggirpotesti."
        DissegliUbaldo allor: "Già non conviene
che d'aspettar costeisignorricusi;
di beltà armata e de' suoi preghi orviene
dolcemente nel pianto amaro infusi.
Qual piúforte di tese le sirene
vedendo ed ascoltando a vincert'usi?
cosí ragion pacifica reina
de' sensi fassie semedesma affina."
        Allorristette il cavalieroed ella
sovragiunse anelante elagrimosa:
dolente sí che nulla piúmabella
altrettanto però quanto dogliosa.
Lui guarda e inlui s'affisae non favella
o che sdegna o che pensa o che nonosa.
Ei lei non mira; e se pur mirail guardo
furtivo volge evergognoso e tardo.
        Qualmusico gentilprima che chiara
altamente la voce al cantosnodi
a l'armonia gli animi altrui prepara
con dolci ricercatein bassi modi
cosí costeiche ne la doglia amara
giàtutte non oblia l'arti e le frodi
fa di sospir breve concento inprima
per dispor l'alma in cui le voci imprima.
        Poicominciò: "Non aspettar ch'io preghi
crudeltecomeamante amante deve.
Tai fummo un tempo; or se tal esser neghi
edi ciò la memoria anco t'è greve
come nemico almenoascolta: i preghi
d'un nemico talor l'altro riceve.
Ben quelch'io chieggio è tal che darlo puoi
e integri conservar glisdegni tuoi.
        Sem'odiie in ciò diletto alcun tu senti
non te 'n vengo aprivar: godi pur d'esso.
Giusto a te paree siasi. Anch'io legenti
cristiane odiaino 'l negoodiai te stesso.
Nacquipaganausai vari argomenti
che per me fosse il vostro imperiooppresso;
te perseguiite presie te lontano
da l'arme trassiin loco ignoto e strano.
        Aggiungia questo ancor quel ch'a maggiore
onta tu rechi ed a maggior tuodanno:
t'ingannait'allettai nel nostro amore;
empia lusingacertoiniquo inganno
lasciarsi còrre il virginal suofiore
far de le sue bellezze altrui tiranno
quelle ch'a milleantichi in premio sono
negateoffrire a novo amante in dono!
        Sia questa purtra le mie frodie vaglia
sí di tante mie colpe in te ildifetto
che tu quinci ti parta e non ti caglia
di questoalbergo tuo già sí diletto.
Vattenepassa il marpugnatravaglia
struggi la fede nostra: anch'io t'affretto.
Chedico nostra? ah non piú mia! fedele
sono a te soloidolomio crudele.
        Soloch'io segua te mi si conceda:
picciola fra nemici ancorichiesta.
Non lascia indietro il predator la preda;
va iltrionfanteil prigionier non resta.
Me fra l'altre tue spoglie ilcampo veda
ed a l'altre tue lodi aggiunga questa
che la tuaschernitrice abbia schernito
mostrando me sprezzata ancella adito.
        Sprezzataancellaa chi fo piú conserva
di questa chiomaor ch'a tefatta è vile?
Raccorcierolla: al titolo di serva
vuo'portamento accompagnar servile.
Te seguiròquando l'ardorpiú ferva
de la battagliaentro la turba ostile.
Animoho beneho ben vigor che baste
a condurti i cavallia portarl'aste.
        Saròqual piú vorrai scudiero o scudo:
non fia ch'in tua difesaio mi risparmi.
Per questo senper questo collo ignudo
priache giungano a tepasseran l'armi.
Barbaro forse non saràsí crudo
che ti voglia ferirper non piagarmi
condonandoil piacer de la vendetta
a questaqual si siabeltànegletta.
        Misera!ancor presumo? ancor mi vanto
di schernita beltà che nullaimpetra?"
Volea piú dirma l'interruppe il pianto
chequal fonte sorgea d'alpina pietra.
Prendergli cerca allor ladestra o 'l manto
supplichevole in attoed ei s'arretra
resistee vince; e in lui trova impedita
Amor l'entratail lagrimarl'uscita.
        Nonentra Amor a rinovar nel seno
che ragion congelòlafiamma antica;
v'entra pietate in quella vece almeno
purcompagna d'Amorbenché pudica
e lui commove in guisa talch'a freno
può ritener le lagrime a fatica.
Pur queltenero affetto entro restringe
e quanto può gli atticompone e infinge.
        Poile risponde: "Armidaassai mi pesa
di te; sípotess'iocome il farei
del mal concetto ardor l'animaaccesa
sgombrarti: odii non sonné sdegni i miei
névuo' vendettané rammento offesa;
né serva tunétu nemica sei.
Errastiè veroe trapassasti i modi
oragli amori essercitandoor gli odi;
        mache? son colpe umane e colpe usate:
scuso la natia leggeil sessoe gli anni.
Anch'io parte fallii; s'a me pietate
negar nonvuo'non fia ch'io te condanni.
Fra le care memorie ed onorate
misarai ne le gioie e ne gli affanni
sarò tuo cavalierquanto concede
la guerra d'Asia e con l'onor la fede.
        Deh! che delfallir nostro or qui sia il fine
e di nostre vergogne omai tispiaccia
ed in questo del mondo ermo confine
la memoria di lorsepolta giaccia.
Solain Europa e ne le due vicine
partifral'opre mie questa si taccia.
Deh! non voler che segni ignobilfregio
tua beltàtuo valortuo sangue regio.
        Rimanti in pacei' vado; a te non lice
meco venirchi mi conduce ilvieta.
Rimantio va per altra via felice
e come saggia i tuoiconsigli acqueta."
Ellamentre il guerrier cosí ledice
non trova locotorbidainquieta;
già buona pezzain dispettosa fronte
torva riguardaal fin prorompe a l'onte:
        "Néte Sofia produsse e non sei nato
de l'azio sangue tu; te l'ondainsana
del mar produsse e 'l Caucaso gelato
e le mammeallattàr di tigre ircana.
Che dissimulo io piú?l'uomo spietato
pur un segno non diè di mente umana.
Forsecambiò color? forse al mio duolo
bagnò almen gliocchi o sparse un sospir solo?
        Qualicose tralascio o quai ridico?
S'offre per miomi fugge em'abbandona;
quasi buon vincitordi reo nemico
oblia leoffesei falli aspri perdona.
Odi come consiglia! odi ilpudico
Senocrate d'amor come ragiona!
O Cieloo dèiperché soffrir questi empi
fulminar poi le torri e i vostritèmpi?
        Vattenepurcrudelcon quella pace
che lasci a me; vatteneiniquoomai.
Me tosto ignudo spirtoombra seguace
indivisibilmente atergo avrai.
Nova furiaco' serpi e con la face
tantot'agiterò quanto t'amai.
E s'è destin ch'esca delmarche schivi
gli scogli e l'onde e che a la pugna arrivi
        là tra 'lsangue e le morti egro giacente
mi pagherai le peneempioguerriero.
Per nome Armida chiamerai sovente
ne gli ultimisingulti: udir ciò spero."
Or qui mancò lospirto a la dolente
né quest'ultimo suono espresseintero;
e cadde tramortita e si diffuse
di gelato sudoree ilumi chiuse.
        Chiudestii lumiArmida; il Cielo avaro
invidiò il conforto ai tuoimartiri.
Aprimiseragli occhi; il pianto amaro
ne gli occhial tuo nemico or ché non miri?
Oh s'udir tu 'l potessiohcome caro
t'addolcirebbe il suon de' suoi sospiri!
Dàquanto ei potee prende (e tu no 'l credi!)
pietoso in vista gliultimi congedi.
        Orche farà? dée su l'ignuda arena
costei lasciar cosítra viva e morta?
Cortesia lo ritienpietà l'affrena
duranecessità seco ne 'l porta.
Partee di lievi zefiri èripiena
la chioma di colei che gli fa scorta.
Vola per l'altomar l'aurata vela:
ei guarda il lidoe 'l lido ecco si cela.
        Poi ch'ella in sétornòdeserto e muto
quanto mirar poté d'intornoscorse.
"Ito se n'è pur" disse "ed hapotuto
me qui lasciar de la mia vita in forse?
Né unmomento indugiòné un breve aiuto
nel caso estremoil traditor mi porse?
Ed io pur ancor l'amoe in questolido
invendicata ancor piango e m'assido?
        Chefa piú meco il pianto? altr'armealtr'arte
io non hodunque? Ahi! seguirò pur l'empio
né l'abisso perlui riposta parte
né il ciel sarà per lui securotempio.
Già 'l giungoe 'l prendoe 'l cor gli svelloesparte
le membra appendoa i dispietati essempio.
Mastro èdi ferità? vuo' superarlo
ne l'arti sue... Ma dove son? cheparlo?
        MiseraArmidaallor dovevie degno
ben erain quel crudeleincrudelire
che tu prigion l'avesti; or tardo sdegno
t'infiammae movi neghittosa a l'ire.
Pur se beltà può nulla oscaltro ingegno
non fia vòto d'effetto il mio desire.
Omia sprezzata formaa te s'aspetta
(ché tua l'ingiuria fu)l'alta vendetta.
        Questabellezza mia sarà mercede
del troncator de l'essecrabiltesta.
O miei famosi amantiecco si chiede
difficil sída voi ma impresa onesta.
Io che sarò d'ampie ricchezzeerede
d'una vendetta in guiderdon son presta.
S'esser compra atal prezzo indegna sono
beltàsei di natura inutil dono.
        Dono infeliceioti rifiuto; e insieme
odio l'esser reina e l'esser viva
el'esser nata mai; sol fa la speme
de la dolce vendetta ancor ch'ioviva."
Cosí in voci interrotte irata freme
e torceil piè da la deserta riva
mostrando ben quanto ha furorraccolto
sparsa il crinbieca gli occhiaccesa il volto.
        Giunta a glialberghi suoi chiamò trecento
con lingua orrenda deitàd'Averno.
S'empie il ciel d'atre nubie in unmomento
impallidisce il gran pianeta eterno
e soffia e scote igioghi alpestri il vento.
Ecco già sotto i pièmugghiar l'inferno:
quanto gira il palagio udresti irati
sibilied urli e fremiti e latrati.
        Ombrapiú che di nottein cui di luce
raggio misto non ètutto il circonda
se non se in quanto un lampeggiar riluce
perentro la caligine profonda.
Cessa al fin l'ombrae i raggi il solriduce
pallidi; né ben l'aura anco è gioconda
népiú il palagio apparné pur le sue
vestigianédir puossi: "Egli qui fue."
        Comeimagin talor d'immensa mole
forman nubi ne l'aria e poco dura
ché'l vento la disperde o solve il sole
come sogno se 'n va ch'egrofigura
cosí sparver gli alberghie restàrsole
l'alpe e l'orror che fece ivi natura.
Ella su 'l carrosuoche presto aveva
s'assisee come ha in uso al ciel si leva.
        Calca le nubi etratta l'aure a volo
cinta di nembi e turbini sonori
passa ilidi soggetti a l'altro polo
e le terre d'ignoti abitatori;
passad'Alcide i termininé 'l suolo
appressa de gli Espèrio quel de' Mori
ma su i mari sospeso il corso tiene
insin chea i lidi di Soria perviene.
        Quincia Damasco non s'inviama schiva
il già sí caro dela patria aspetto
e drizza il carro a l'infecondo riva
ove ètra l'onde il suo castello eretto.
Qui giuntai servi e ledonzelle priva
di sua presenza e sceglie ermo ricetto;
e fravari pensier dubbia s'aggira
ma tosto cede la vergogna a l'ira.
        "Io n'andròpur" dice ella "anzi che l'armi
de l'Oriente il red'Egitto mova.
Ritentar ciascun'arte e trasmutarmi
in ogniforma insolita mi giova
trattar l'arco e la spadae servafarmi
de' piú potenti e concitargli a prova:
pur che lemie vendette io veggia in parte
il rispetto e l'onor stiasi indisparte.
        Nonaccusi già mebiasmi se stesso
il mio custode e zio checosí volse.
Ei l'alma baldanzosa e 'l fragil sesso
a inon debiti uffici in prima volse;
esso mi fé donna vaganteed esso
spronò l'ardire e la vergogna sciolse:
tutto sirechi a lui ciò che d'indegno
fei per amore o che faròper sdegno."
        Cosírisolsee cavalieri e donne
paggi e sergenti frettolosa aduna;
ene' superbi arnesi e ne le gonne
l'arte dispiega e la regalfortuna
e in via si pone; e non è mai ch'assonne
o chesi posi al sole od a la luna
sin che non giunge ove le schiereamiche
copria di Gaza le campagne apriche.  
 
 



CANTODICIASSETTESIMO



Argomento

        Ilsuo esercito immenso in mostra chiama
L'Egizioe poi contra iCristian l'invia.
Armida che pur di Rinaldo brama
La morteconsua gente anco giungia;
E per meglio saziar sua crudel brama
Sein guiderdon della vendetta offria.
Ei vestia intanto arme fatalidove
Mira impresse degli avi illustri prove.

 

        Gazaè città de la Giudea nel fine
su quella viach'invèr Pelusio mena
posta in riva del mareed havicine
immense solitudini d'arena
le quaicome Austro suoll'onde marine
mesce il turbo spiranteonde a gran pena
ritrovail peregrin riparo o scampo
ne le tempeste de l'instabil campo.
        Del re d'Egitto èla città frontiera
da lui gran tempo inanzi a i Turchitolta
e però ch'opportuna e prossima era
a l'altaimpresa ove la mente ha vòlta
lasciando Egitto e la suaregia altera
qui traslato il gran seggio e qui raccolta
giàda varie provincie insieme avea
l'innumerabil oste a l'assemblea.
        Musaqualestagione e qual là fosse
stato di cose or tu mi reca amente:
qual arme il grande imperatorquai posse
qual servaavesse e qual compagna gente
quando del Mezzogiorno in guerramosse
le forze e i regi e l'ultimo Oriente;
tu sol le schiere ei duci e sotto l'arme
mezzo il mondo raccoltoor puoi dettarme.
        Poscia cheribellante al greco impero
si sottrasse l'Egitto e mutòfede
del sangue di Macon nato un guerriero
se 'n fe' tiranno evi fondò la sede.
Ei fu detto Califfoe del primiero
chin'ha lo scettro al nome anco succede.
Cosí per ordin lungoil Nilo i suoi
Faraon vide e i Tolomei dopoi.
        Volgendogli anniil regno è stabilito
ed accresciuto in guisa talche viene
Asia e Libia ingombrandoal sirio lito
da'marmarici fini e da Cirene
e passa a dentro incontra al'infinito
corso del Nilo assai sovra Siene
e quinci a lecampagne inabitate
va de la sabbia e quindi al grande Eufrate.
        A destra ed asinistra in sé comprende
l'odorata maremma e 'l riccomare
e fuor de l'Eritreo molto si stende
incontra al sol chematutino appare.
L'imperio ha in sé gran forzee piúle rende
il re ch'or lo governa illustri e chiare
ch'èper sangue signorma piú per merto
ne l'arti regie emilitari esperto.
        Questior co' Turchior con le genti perse
piú guerre fe': lemosse e le respinse;
fu perdente e vincentee ne leaverse
fortune fu maggior che quando vinse.
Poi che la graveetà piú non sofferse
de l'armi il pesoalfin laspada scinse;
ma non depose il suo guerriero ingegno
e d'onoril desio vasto e di regno.
        Ancorguerreggia per ministried have
tanto vigor di mente e diparole
che de la monarchia la soma grave
non sembra a gli annisuoi soverchia mole.
Sparsa in minuti regni Africa pave
tuttaal suo nome e 'l remoto Indo il cole
e gli porge altri volontarioaiuto
d'armate genti ed altri d'or tributo.
        Tantoe sí fatto re l'arme raguna
anzi pur adunate omail'affretta
contra il sorgente imperio e la fortuna
francanele vittorie omai sospetta.
Armida ultima vien: giunge opportuna
nel'ora a punto a la rassegna eletta.
Fuor de le mura in spaziosocampo
passa dinanzi a lui schierato il campo.
        Egliin sublime soglioa cui per cento
gradi eburnei s'ascendealterosiede;
e sotto l'ombra d'un gran ciel d'argento
porpora intestad'or preme co 'l piede
e ricco di barbarico ornamento
in abitoregal splender si vede:
fan torti in mille fascie i bianchilini
alto diadema in nova forma a i crini.
        Loscettro ha ne la destra e per canuta
barba appar venerabile esevero;
e da gli occhich'etade ancor non muta
spira l'ardiree 'l suo vigor primiero
e ben da ciascun atto èsostenuta
la maestà de gli anni e de l'impero.
Apelleforse o Fidia in tal sembiante
Giove formòma Giove allortonante.
        Stannoglia destra l'unl'altro a sinistra
due satrapii maggiori: alzail piú degno
la nuda spadadel rigor ministra
l'altroil sigillo ha del suo ufficio in segno.
Custode un de' secretialre ministra
opra civil ne' grandi affar del regno
ma prence degli esserciti e con piena
possanza è l'altro ordinator dipena.
        Sottofolta corona al seggio fanno
con fedel guardia i suoi Circassiastati
ed oltre l'aste hanno corazze ed hanno
spade lunghe ericurve a l'un de' lati.
Cosí sedeacosí scopria iltiranno
d'eccelsa parte i popoli adunati;
tutte a' suoi piènel trapassar le schiere
chinanquasi adorandoarmi e bandiere.
        Il popol del'Egitto in ordin primo
fa di sé mostrae quattro i ducisono:
duo de l'alto paese e duo de l'imo
ch'è delceleste Nilo opera e dono.
Al mare usurpò il letto ilfertil limo
e rassodato al cultivar fu buono;
sí crebbeEgitto: oh quanto a dentro è posto
quel che fu lido a inaviganti esposto!
        Nelprimiero squadron appar la gente
ch'abitò d'Alessandria ilricco piano
ch'abitò il lido vòlto al'occidente
ch'esser comincia omai lido africano.
Araspe èil duce lorduce potente
d'ingegno piú che di vigor dimano:
ei di furtivi aguati è mastro egregio
ed'ogn'arte moresca in guerra ha il pregio.
        Secondanquei che posti invèr l'aurora
ne la costa asiaticaalbergaro
e li guida Arontèo cui nulla onora
pregio ovirtúma i titoli il fan chiaro.
Non sudò il mollesotto l'elmo ancora
né matutine trombe anco il destaro
mada gli agi e da l'ombra a dura vita
intempestiva ambizionl'invita.
        Quellache terza è poisquadra non pare
ma un'oste immensaecampi e lidi tiene;
non crederai ch'Egitto mieta ed are
pertantie pur da una città sua viene:
cittàch'a leprovincie emula e pare
mille cittadinanze in sécontiene.
Del Cairo i' parlo; indi il gran vulgo adduce
vulgoa l'arme restioCampsone il duce.
        Vengonsotto Gazèl quei che le biade
segaron nel vicin campofecondo
e piú suso insin là dove ricade
il fiumeal precipizio suo secondo.
La turba egizia avea sol archi espade
né sosterria d'elmo o corazza il pondo:
d'abito èriccaonde altrui vien che porte
desio di preda e non timor dimorte.
        Poi laplebe di Barcae nudae inerme
quasisotto Alarcon passar sivede
che la vita famelica ne l'erme
piaggie gran temposostentò di prede.
Con istuol manco reo ma inetto aferme
battagliedi Zumara il re succede;
quel di Tripoliposcia: e l'uno e l'altro
nel pugnar volteggiando è dotto escaltro.
        Diretroad essi apparvero i cultori
de l'Arabia Petreade la Felice
che'l soverchio del gelo e de gli ardori
non sente maise 'l ver lafama dice;
ove nascon gl'incensi e gli altri odori
ove rinascel'immortal fenice
ch'in quella ricca fabrica ch'aduna
al'essequiea i nataliha tomba e cuna.
        L'abitodi costoro è meno adorno
ma l'armi a quei d'Egitto hansimiglianti.
Ecco altri Arabi poiche di soggiorno
certo nonsono stabili abitanti:
peregrini perpetui usano intorno
trarnegli alberghi e le cittadi erranti.
Han questi voce e femminilstatura
crin lungo e negroe negra faccia e scura.
        Egran canne indiane arman di corte
punte di ferroe 'n su destriercorrenti
diresti ben che un turbine lor porte
se pur han turbosí veloce i venti.
Da Siface le prime erano scòrte
Aldinoin guardia ha le seconde genti
le terze guida Albiazàrch'è fiero
omicida ladronnon cavaliero.
        Laturba è appresso che lasciate avea
l'isole cinte dal'arabiche onde
da cui pescando già raccòrsolea
conche di perle gravide e feconde.
Sono i Negri con lorsu l'eritrea
marina posti a le sinistre sponde.
QuegliAgricalte e questi Osmida regge
che schernisce ogni fede ed ognilegge.
        Gli Etiòpidi Mèroe indi seguiro:
Mèroeche quindi il Niloisola face
ed Astrabora quinciil cui gran giro
è ditre regni e di due fé capace.
Li conducea Canario edAssimiro
re l'uno e l'altro e di Macon seguace
e tributario alCalifé; ma tenne
santa credenza il terzo e qui non venne.
        Poi due regisoggetti anco venieno
con squadre d'arco armate e diquadrella:
unsoldano è d'Ormúsche dal granseno
persico è cintanobil terra e bella;
l'altrodiBoecan; questa è nel seno
del gran flusso marino isolaanch'ella
ma quando poi scemando il mar s'abbassa
co 'l piedeasciutto il peregrin vi passa.
        NéteAltamoroentro al pudico letto
potuto ha ritener la sposaamata.
Piansepercosse il biondo crine e 'l petto
perdistornar la tua fatale andata:
"Dunque" dicea "crudelpiú che 'l mio aspetto
del mar l'orrida faccia a te fiagrata?
fia l'arme al braccio tuo piú caro peso
che 'lpicciol figlio a i dolci scherzi inteso?"
        Èquesti re di Sarmacante; e 'l manco
ch'in lui si pregièil libero diadema
cosí dotto è ne l'armee cosífranco
ardir congiunge a gagliardia suprema.
Saprallo ben(l'annunzio) il popol franco
ed è ragion che insino ad orne tema.
I suoi guerrieri indosso han la corazza
la spada alfianco ed a l'arcion la mazza.
        Eccopoi fin da gl'Indi e da l'albergo
de l'aurora venuto Adrasto ilfero
che di serpenti indosso ha per usbergo
il cuoio verde emaculato a nero
e smisurato a un elefante il tergo
preme cosícome si suol destriero.
Gente guida costui di qua dal Gange
chesi lava nel mar che l'Indo frange.
        Nela squadra che segue è scelto il fiore
de la regal miliziae v'ha que' tutti
che con regal mercécon degno onore
eper guerra e per pace eran condutti
ch'armati a securezza ed aterrore
vengono in su i destrier possenti instrutti;
e de'purpurei manti e de la luce
de l'acciaio e de l'oro il cielriluce.
        Fraquesti è il crudo Alarco ed Odemaro
ordinator di squadre edIdraorte
e Rimedon che per l'audacia è chiaro
sprezzatorde' mortali e de la morte;
e Tigrane e Rapoldo il grancorsaro
già de' mari tiranno; e Ormondo il forte
eMarlabusto arabico a chi il nome
l'Arabie dièr cheribellanti ha dome.
        EvviOrindoArimonPirgaBrimarte
espugnator de le cittàSifante
domator de' cavalli; e tu de l'arte
de la lottamaestroAridamante;
e Tisafernoil folgore di Marte
a cuinon è chi d'agguagliar si vante
o se in arcione o se pedoncontrasta
o se rota la spada o corre l'asta.
        Maduce è un prence armeno il qual tragitto
al paganesmo nel'età novella
fe' da la vera fedeed ove ditto
fu giàClementeora Emiren s'appella;
per altrouom fido e caro al red'Egitto
sovra quanti per lui calcàr mai sella:
èduce insieme e cavalier soprano
per corper senno e per valor dimano.
        Nessun piúrimaneaquando improvisa
Armida apparve e dimostrò suaschiera.
Venia sublime in un gran carro assisa
succinta ingonna e faretrata arciera;
e mescolato il novo sdegno in guisa
co'l natio dolce in quel bel volto s'era
che vigor dàlleecruda ed acerbetta
par che minacci e minacciando alletta.
        Somiglia il carroa quel che porta il giorno
lucido di piropi e di giacinti;
efrena il dotto auriga al giogo adorno
quattro unicorni a coppia acoppia avinti.
Cento donzelle e cento paggi intorno
pur difaretra gli omeri van cinti
ed a i bianchi destrier premono ildorso
che sono al giro pronti e lievi al corso.
        Segueil suo stuoloed Aradin con quello
ch'Idraote assoldò nela Soria.
Come allor che 'l rinato unico augello
i suo' Etiòpia visitar s'invia
vario e vago la piumae ricco e bello
dimonildi corona aurea natia
stupisce il mondo e va dietro ed a ilati
meravigliandoessercito d'alati
        cosípassa costeimeravigliosa
d'abitodi maniere e di sembiante.
Nonè allor sí inumana o sí ritrosa
alma d'amorche non divegna amante.
Veduta a pena e in gravitàsdegnosa
invaghir può genti sí varie e tante;
chesarà poiquando in piú lieto viso
co' begli occhilusinghi e co 'l bel riso?
        Mapoi ch'ella è passatail re de' regi
comanda ch'Emireno asé ne vegna
ché lui preporre a tutti i duciegregi
e duce farlo universal disegna.
Quelgiàpresagoa i meritati pregi
con fronte vien che ben del grado èdegna:
la guardia de' Circassi in due si fende
e gli fa stradaal seggioed ei v'ascende;
        echino il capo e le ginocchiaal petto
giunge la destra. Il recosí gli dice:
"Te' questo scettro; a teEmirencommetto
le gentie tu sostieni in lor mia vice
e portaliberando il re soggetto
su' Franchi l'ira mia vendicatrice.
Va'vedi e vinci; e non lasciar de' vinti
avanzoe mena presi i nonestinti."
        Cosíparlò il tirannoe del soprano
imperio il cavalier laverga prese:
"Prendo scettrosignord'invitta mano"
disse"e vo co' tuo' auspici a l'alte imprese
e speroin tuavirtú tuo capitano
de l'Asia vendicar le gravi offese;
nétornerò se vincitor non torno
e la perdita avràmortenon scorno.
        Benprego il Ciel ches'ordinato male
(ch'io già no 'l credo)di là su minaccia
tutta su 'l capo mio quellafatale
tempesta accolta di sfogar gli piaccia;
e salvo rieda ilcampoe 'n trionfale
piú che in funebre pompa il ducegiaccia."
Tacquee seguí co' popolari accenti
mistoun gran suon de' barbari instrumenti.
        Efra le grida ei suoni in mezzo a densa
nobile turba il re de' resi parte;
e giunto a la gran tendaa lieta mensa
raccoglie iduci e siede egli in disparte
ond'or ciboor parole altruidispensa
né lascia inonorata alcuna parte.
Armida al'arte sue ben trova loco
quivi opportun fra l'allegrezza e 'lgioco.
        Ma giàtolte le menseella che vede
tutte le viste in sé fisse edintente
e ch'a' segni ben noti omai s'avvede
che sparso èil suo venen per ogni mente
sorge e si volge al re da la suasede
con atto insieme altero e riverente
e quanto puòmagnanima e feroce
cerca parer nel volto e ne la voce.
        "Ore supremo" dice "anch'io ne vegno
per la féper la patria ad impiegarmi.
Donna son ioma regal donna:indegno
già di reina il guerreggiar non parmi.
Usiogn'arte regal chi vuol il regno
dansi a l'istessa man lo scettroe l'armi;
saprà la mia (né torpe al ferro olangue)
ferir e trar da le ferite il sangue.
        Nécreder che sia questo il dí primiero
ch'a ciò nobilm'invoglia alta vaghezza
ché in pro di nostra legge e deltuo impero
son io già prima a militar avezza.
Benrammentar déi tu s'io dico il vero
ché d'alcun'opranostra hai pur contezza
e sai che molti de' maggior campioni
chedispieghin la Croce io fèi prigioni.
        Dame presi ed avintie da me furo
in magnifico dono a temandati;
ed ancor si stariano in fondo oscuro
di perpetuaprigion per te guardati
e saresti ora tu via piú securo
diterminar vincendo i tuoi gran piati
se non che 'l fier Rinaldoil qual uccise
i miei guerrieriin libertà li mise.
        Chi sia Rinaldo ènoto; e qui di lui
lunga istoria di cose anco si conta:
questoè il crudel ond'aspramente fui
offesa poinévendicata ho l'onta;
onde sdegno a ragione aggiunge i sui
stimolie piú mi rende a l'arme pronta.
Ma qual sia la miaingiuriaa lungo detta
saravvi; or tanto basti: io vuo' vendetta.
        E la procureròche non invano
soglion portarne ogni saetta i venti
e ladestra del Ciel di giusta mano
drizza l'arme talor contra inocenti;
ma s'alcun fia ch'al barbaro inumano
tronchi il capoodioso e me 'l presenti
a grado avrò questa vendettaancora
benché fatta da me piú nobil fòra
        a grado síche gli sarà concessa
quella ch'io posso dar maggiormercede:
me d'un tesor dotata e di me stessa
in moglie avràs'in guiderdon mi chiede.
Cosí ne faccio qui stabilpromessa
cosí ne giuro inviolabil fede.
Or s'alcun èche stimi i premi nostri
degni del rischioparli e si dimostri."
        Mentre la donnain guisa tal favella
Adrasto affigge in lei cupidi gliocchi:
"Tolga il Ciel" dice poi "che lequadrella
nel barbaro omicida unqua tu scocchi
ché nonè degno un cor villanoo bella
saettatriceche tuo colpoil tocchi.
Atto de l'ira tua ministro sono
ed io del capo suoti farò dono.
        Iosterparogli il coreio darò in pasto
le membra lacerate agli avoltoi."
Cosí parlava l'indiano Adrasto
nésoffrí Tisaferno i vanti suoi:
"E chi sei" disse"tuche sí gran fasto
mostripresente il representi noi?
Forse è qui tal ch'ogni tuo vantoaudace
supererà co' fattie pur si tace."
        Rispose l'indofero: "Io mi son uno
ch'appo l'opre il parlare ho scarso escemo.
Ma s'altrove che qui cosí importuno
parlavituparlavi il detto estremo."
Seguito avrianma raffrenòciascuno
dimostrando la destra il re supremo.
Disse ad Armidapoi: "Donna gentile
ben hai tu cor magnanimo e virile;
        e ben sei degna acui suoi sdegni ed ire
l'uno e l'altro di lor conceda edone
perché tu poscia a voglia tua le gire
contra quelforte predator fellone.
Là fian meglio impiegatee 'lvostro ardire
là può chiaro mostrarsi inparagone."
Tacqueciò detto; e quegli offertanova
fecero a lei di vendicarla a prova.
        Néquelli purma qual piú in guerra è chiaro
la linguaal vanto ha baldanzosa e presta.
S'offerser tutti a leituttigiuraro
vendetta far su l'essecrabil testa
tante contra ilguerrier ch'ebbe sí caro
armi or costei commove e sdegnidesta.
Ma essopoi ch'abbandonò la riva
felicemente algran corso veniva.
        Perle medesme vie ch'in prima corse
la navicella indietro siraggira;
e l'aurach'a le vele il volo porse
non men secondaal ritornar vi spira.
Il giovenetto or guarda il polo e l'Orse
edor le stelle rilucenti mira
via de l'opaca notteor fiumi emonti
che sporgono su 'l mar l'alpestre fronti;
        orlo stato del campoor il costume
di varie genti investigandointende.
E tanto van per le salate spume
che lor da l'orto ilquarto sol risplende;
e quando omai n'è disparito illume
la nave terra finalmente prende.
Disse la donna allor."Le palestine
piaggie son qui: qui del viaggio è ilfine."
        Quincii tre cavalier su 'l lito spose
e sparve in men che non si formaun detto.
Sorgea la notte intantoe de le cose
confondea ivari aspetti un solo aspetto.
E in quelle solitudini arenose
essiveder non ponno o muro o tetto
né d'uomo o di destrieroappaion l'orme
o d'altro pur che del camin gli informe.
        Poi che statisospesi alquanto foro
mossero i passi e dièr le spalle almare.
Ed ecco di lontano a gli occhi loro
un non so che diluminoso appare
che con raggi d'argento e lampi d'oro
la notteillustra e fa l'ombre piú rare.
Essi ne vanno allor contrala luce
e già veggion che sia quel che sí luce.
        Veggiono a ungrosso tronco armi novelle
incontra i raggi de la luna appese
efiammeggiarpiú che nel ciel le stelle
gemme ne l'elmoaurato e ne l'arnese;
e scoprono a quel lume imagin belle
nelgrande scudo in lungo ordine stese.
Pressoquasi custodeunvecchio siede
che contra lor se 'n vacome li vede.
        Benè da' due guerrier riconosciuto
di saggio amico ilvenerabil volto.
Mapoi che ricevé lieto saluto
ech'ebbe lor cortesemente accolto
al giovenettoil qual tacito emuto
il riguardavail ragionar rivolto:
"Signorte sol"gli disse "io qui soletto
in cotal ora desiando aspetto
        chése no'l saiti sono amico; e quanto
curi le cose tue chiedilo aquesti
ch'essiscòrti da mevinser l'incanto
ove tuavita misera traesti.
Or odi i detti mieicontrari al canto
dele sirenee non ti sian molesti
ma gli serba nel cor fin chedistingua
meglio a te il ver piú saggia e santa lingua.
        Signornon sottol'ombra in piaggia molle
tra fonti e fiortra ninfe e trasirene
ma in cima a l'erto e faticoso colle
de la virtúriposto è il nostro bene.
Chi non gela e non suda e nons'estolle
da le vie del piacerlà non perviene.
Orvorrai tu lungi da l'alte cime
giacerquasi tra valli augelsublime?
        T'alzònatura inverso il ciel la fronte
e ti diè spirti generosied alti
perché in su miri e con illustri e conte
oprete stesso al sommo pregio essalti;
e ti diè l'ire ancorveloci e pronte
non perché l'usi ne' civili assalti
néperché sian di desideri ingordi
elle ministreed a ragiondiscordi
        maperché il tuo valorearmato d'esse
piú feroassalga gli aversari esterni
e sian con maggior forza indiripresse
le cupidigieempi nemici interni.
Dunque ne l'uso percui fur concesse
l'impieghi il saggio duce e le governi
ed asuo senno or tepide or ardenti
le facciaed or le affretti ed orle allenti."
        Cosíparlava; e l'altroattento e cheto
a le parole sue d'altoconsiglio
fea de' detti conservae mansueto
volgeva a terra evergognoso il ciglio.
Ben vide il mago veglio il suo secreto
egli soggiunse: "Alza la fronteo figlio
e in questo scudoaffissa gli occhi omai
ch'ivi de' tuoi maggior l'opre vedrai.
        Vedrai de gli aviil divulgato onore
lunge precorso in loco erto e solingo;
tudietro anco riman'lento cursore
per questo de la gloriaillustre arringo.
Su sute stesso incita: al tuo valore
siasferza e spron quel ch'io colà dipingo."
Cosídiceva; e 'l cavalier affisse
lo sguardo làmentre coluisí disse.
        Consottil magistero in campo angusto
forme infinite espresse il fabrodotto
del sangue d'Aziogloriosoaugusto
l'ordin vi sivedeanulla interrotto:
vedeasi dal roman fonte vetusto
i suoirivi dedur puro e incorrotto.
Stan coronati i principid'alloro
mostra il vecchio le guerre e i pregi loro.
        Mostragli Caioallor ch'a strane genti
va prima in preda il già inclinatoimpero
prendere il fren de' popoli volenti
e farsi d'Esti ilprincipe primiero
ed a lui ricovrarsi i men potenti
vicini acui rettor facea mestiero.
Posciaquando ripassa il varco noto
agli inviti d'Onorioil fero goto
        equando sembra che piú avampi e ferva
di barbarico incendioItalia tutta
e quando Romaprigioniera e serva
sin dalprofondo teme esser destrutta
mostra ch'Aurelio in libertàconserva
la gente sotto al suo scettro ridutta.
Mostragli poiForesto che s'oppone
a l'unno regnator de l'Aquilone.
        Bensi conosce al volto Attila il fello
ché con occhi di dragoei par che guati
ed ha faccia di caneed a vedello
dirai cheringhi e udir credi i latrati;
poi vinto il fero in singolarduello
mirasi rifuggir fra gli altri armati
e la difesad'Aquilea poi tòrre
il buon Forestode l'Italia Ettorre.
        Altrove èla sua mortee 'l suo destino
è destin de la patria. Eccol'erede
del padre grande il gran figlio Acarino
ch'a l'italicoonor campion succede.
Cedeva a i fatie non a gli UnniAltino
poi riparava in piú secura sede;
poi raccoglievauna città di mille
in val di Po case disperse in ville.
        Contra il granfiume ch'in diluvio ondeggia
muniasie quindi la cittàsorgea
che ne' futuri secoli la reggia
de' magnanimi Estensiesser dovea.
Par che rompa gli Alani e che si veggia
contraOdoacro aver fortuna rea
e morir per l'Italia: oh nobilmorte
che de l'onor paterno il fa consorte!
        Caderseco Alforisioire in essiglio
Azzo si vede e 'l suo fratel conesso
e ritornar con l'arme e co 'l consiglio
dapoi che fu iltiranno erulo oppresso.
Trafitto di saetta il destro ciglio
seguel'estense Epaminonda oppresso;
e par lieto morirposcia che 'lcrudo
Totila è vinto e salvo il caro scudo.
        DiBonifacio parlo; e fanciulletto
premea Valerian l'orme delpadre:
già di destra virilviril di petto
cento no 'lsostenean gotiche squadre.
Non lungeferocissimo in aspetto
feacontra Schiavi Ernesto opre leggiadre;
ma inanzi a lui l'intrepidoAldoardo
da Monscelce escludeva il re lombardo.
        Enricov'era e Berengario; e dove
spiega il gran Carlo la sua augustainsegna
par ch'egli il primo feritor si trove
ministro ocapitan d'impresa degna.
Poi segue Lodovicoe quegli ilmove
contra il nipote ch'in Italia regna:
ecco in battaglia ilvince e 'l fa prigione;
eravi poi co' cinque figli Ottone.
        V'era Almerico; esi vedea già fatto
de la cittàdonna del Pomarchese.
Devotamente il ciel riguardain atto
dicontemplanteil fondator di chiese.
D'incontra Azzo secondo aveanritratto
far contra Berengario aspre contese;
e dopo un corsodi fortuna alterno
vincevae de l'Italia avea il governo.
        Vedi Alberto ilfigliuolo ir fra' Germani
e colà far le sue virtú sínote
chevinti in giostra e vinti in guerra i Dani
genero ilcompra Otton con larga dote.
Vedigli a tergo Ugonquel ch'a'Romani
fiaccar le corna impetuoso pote
e che marchese del'Italia fia
detto e Toscana tutta avrà in balia.
        Poscia TedaldoeBonifacio a canto
di Beatrice sua poi v'era espresso.
Non sivedea virile erede a tanto
retaggio a sí gran padre essersuccesso.
Seguia Mateldaed adempia ben quanto
difetto par nelnumero e nel sesso
che può la saggia e valorosadonna
sovra corone e scettri alzar la gonna.
        Spiraspiriti maschi in nobil volto
mostra vigor piú che virillo sguardo:
là configea i Normannie 'n fuga vòlto
sidileguava il già invitto Guiscardo;
qui rompea Enrico ilquartoed a lui tolto
offriva al tempio imperial stendardo;
quiriponea il pontefice soprano
nel gran soglio di Pietro inVaticano.
        Poivediin guisa d'uom ch'onori ed ami
ch'or l'è al fiancoAzzo il quintoor la seconda.
Ma d'Azzo il quarto in piúfelici rami
germogliava la prole alma e feconda.
Va dove parche la Germania il chiami
Guelfo il figliuolfigliuol diCunigonda;
e 'l buon germe roman con destro fato
è ne'campi bavarici traslato.
        Làd'un gran ramo estense ei par ch'inesti
l'arbore di Guelfonch'èper sé vieto;
quel ne' suoi Guelfi rinovar vedresti
scettrie corone d'orpiú che mai lieto
e co 'l favor de' beilumi celesti
andar poggiandoe non aver divieto:
giàconfina co 'l cielgià mezza ingombra
la gran Germaniaetutta anco l'adombra.
        Mane' suoi rami italici fioriva
bella non men la regal pianta aprova.
Bertoldo qui d'incontra a Guelfo usciva
qui Azzo ilsesto i suoi prischi rinova.
Questa è la serie de gli eroiche viva
nel metallo spirante par si mova.
Rinaldo svegliainrimirandomille
spirti d'onor da le natie faville
        ed'emula virtú l'animo altero
commosso avampaed èrapito in guisa
che ciò che imaginando ha nelpensiero
città abbattuta e presa e gente uccisa
purcome sia presente e come vero
dinanti agli occhi suoi vedereavisa;
e s'arma frettolosoe con la spene
già lavittoria usurpa e la previene.
        MaCarloil quale a lui del regio erede
di Dania già narrataavea la morte
la destinata spada allor gli diede:
"Prendila"disse "e sia con lieta sorte
e solo in pro de la cristianafede
l'adopragiusto e pio non men che forte;
e fa del primosuo signor vendetta
che t'amò tantoe ben a te s'aspetta."
        Rispose egli alguerriero: "A i cieli piaccia
che la man che la spada orariceve
con lei del suo signor vendetta faccia:
paghi con leiciò che per lei si deve."
Carlorivolto a lui conlieta faccia
lunghe grazie ristrinse in sermon breve.
Ma lors'offriva il magoed al viaggio
notturno l'affrettava il nobilsaggio.
        "Tempoè" dicea "di girne ove t'attende
Goffredo e 'lcampoe ben giungi opportuno.
Or n'andiam purch'a le cristianetende
scorger ben vi saprò per l'aer bruno."
Cosídice eglie poi su 'l carro ascende
e lor v'accoglie senzaindugio alcuno;
e rallentando a' suoi destrieri il morso
glisferzae drizza a l'oriente il corso.
        Tacitise ne gian per l'aria nera
quando al garzon si volge il veglio edice:
"Veduto hai tu de la tua stirpe altera
i rami e lavetusta alta radice;
e se ben ella da l'età primiera
stataè fertil d'eroi madre e felice
non è né fiadi partorir mai stanca
ché per vecchiezza in lei virtúnon manca.
        E cometratto ho fuor del fosco seno
de l'età prisca i primi padriignoti
cosí potessi ancor scoprire a pieno
ne' secoliavenire i tuoi nepoti
e pria ch'essi apran gli occhi al belsereno
di questa lucefarli al mondo noti!
ché de'futuri eroi già non vedresti
l'ordin men lungoo pur menchiari i gesti.
        Mal'arte mia per sé dentro al futuro
non scorge il ver chetroppo occulto giace
se non caliginoso e dubbio e scuro
quasilungeper nebbiaincerta face;
e se cosa qual certo iom'assecuro
affermartinon sono in questo audace
ch'iol'intesi da tal che senza velo
i secreti talor scopre del Cielo.
        Quel ch'a luirivelò luce divina
e ch'egli a me scoperseio a tepredico:
"Non fu mai greca o barbara o latina
progenieinquesto o nel buon tempo antico
ricca di tanti eroi quantidestina
a te chiari nepoti il Cielo amico
ch'agguaglieran qualpiú chiaro si noma
di Spartadi Cartagine e di Roma.
        Ma fra gli altri"mi disse "Alfonso io sceglio
primo in virtú ma intitolo secondo
che nascer dée quandocorrotto eveglio
povero fia d'uomini illustri il mondo;
questo fia talche non sarà chi meglio
la spada usi o lo scettroo meglioil pondo
o de l'arme sostegna o del diadema
gloria del sanguetuogemma suprema.
        Daràfanciulloin varie imagin fere
di guerrai segni di valorsublime:
fia terror de le selve e de le fère
e ne gliarringhi avrà le lodi prime;
poscia riporterà dapugne vere
palme vittoriose e spoglie opime
e sovente averràche 'l crin si cigna
or di lauroor di querciaor di gramigna.
        De la matura etàpregi men degni
non fiano stabilir pace e quiete
mantener suecittà fra l'arme e i regni
di possenti vicin tranquille echete
nutrire e fecondar l'arti e gl'ingegni
celebrar giochiillustri e pompe liete
librar con giusta lance e pene epremi
mirar da lunge e preveder gli estremi.
        Ohs'avenisse mai che contra gli empi
che tutte infesteran le terre ei mari
e de la pace in quei miseri tempi
daran le leggi a ipopoli piú chiari
duce se 'n gisse a vendicare i tèmpi
dalor distrutti e i violati altari
qual ei giusta faria gravevendetta
su 'l gran tiranno e su l'iniqua setta!
        Indarnoa lui con mille schiere armate
quinci il Turco opporriasi e quindiil Mauro
ch'egli portar potrebbe oltre l'Eufrate
ed oltre igioghi del nevoso Tauro
ed oltre i regni ov'è perpetuastate
la Croce e 'l bianco augello e i gigli d'auro
e perbattesmo de le nere fronti
del gran Nilo scoprir le ignote fonti."
        Cosíparlava il veglioe le parole
lietamente accoglieva ilgiovenetto
che del pensier de la futura prole
un tacito piacersentia nel petto.
L'alba intanto sorgea nunzia del sole
e 'lciel cangiava in oriente aspetto
e su le tende già poteanvedere
da lunge il tremolar de le bandiere.
        Ricominciòdi novo allora il saggio:
"Vedete il sol che vi riluce infronte
e vi discopre con l'amico raggio
le tende e 'l piano ela cittade e 'l monte.
Securi d'ogni intoppo e d'ogni oltraggio
ioscòrti v'ho fin qui per vie non conte;
potete senza guidair per voi stessi
omai; né lece a me che piúm'appressi."
        Cosítolse congedoe fe' ritorno
lasciando i cavalier ivi pedoni;
edessi pur contra il nascente giorno
seguír lor strada e gíra i padiglioni.
Portò la fama e divulgòd'intorno
l'aspettato venir dei tre baroni
e inanzi ad essi alpio Goffredo corse
che per raccòrli dal suo seggio sorse. 
 
 


CANTODICIOTTESIMO



Argomento

        Primai suoi falli piangee poi l'impresa
Del bosco tentae vince ilbuon Rinaldo.
Del campo Egizio s'è novella intesa
Ch'omais'appressa; però astuto e baldo
Va a spiarne Vafrino: aspracontesa
Fassi intorno a Sion; ma tanto è saldo
l'ajutoc'han dal Ciel l'arme Cristiane
Ch'a nostri in preda la Cittàrimane
.

 

        GiuntoRinaldo ove Goffredo è sorto
ad incontrarloincominciò:"Signore
a vendicarmi del guerrier ch'è morto
curami spinse di geloso onore;
e s'io n'offesi teben disconforto
nesentii poscia e penitenza al core.
Or vegno a' tuoi richiamiedogni emenda
son pronto a farche grato a te mi renda."
        A lui ch'umil glis'inchinòle braccia
stese al collo Goffredo e glirispose:
"Ogni trista memoria omai si taccia
e pongansiin oblio l'andate cose.
E per emenda io vorrò sol chefaccia
quai per uso farestiopre famose;
e 'n danno de' nemicie 'n pro de' nostri
vincer convienti de la selva i mostri.
        L'antichissimaselvaonde fu inanti
de' nostri ordigni la materia tratta
qualsi sia la cagioneora è d'incanti
secreta stanza eformidabil fatta
né v'è chi legno di troncar sivanti
né vuol ragion che la città si batta
senzatali instrumenti: or colà dove
paventan gli altriil tuovalor si prove."
        Cosídisse eglie il cavalier s'offerse
con brevi detti al rischioala fatica;
ma ne gli atti magnanimi si scerse
ch'assai faràbenché non molto ei dica.
E verso gli altri poi lietoconverse
la destra e 'l volto a l'accoglienza amica:
quiGuelfoqui Tancredie qui già tutti
s'eran de l'oste iprincipi ridutti.
        Poiche le dimostranze oneste e care
con que' soprani egli iteròpiú volte
placido affabilmente e popolare
l'altre gentiminori ebbe raccolte.
Non saria già piú allegro ilmilitare
grido o le turbe intorno a lui piú folte
sevinto l'Oriente e 'l Mezzogiorno
trionfando n'andasse in carroadorno.
        Cosíne va sino al suo albergoe siede
in cerchio quivi a i cariamici a canto
e molto lor risponde e molto chiede
or de laguerraor del silvestre incanto.
Ma quando ognun partendo agiolor diede
cosí gli disse l'Eremita santo:
"Bengran cosesignore lungo corso
(mirabil peregrino) errando haiscorso.
        Quantodevi al gran Re che 'l mondo regge!
Tratto egli t'ha dal'incantate soglie:
ei te smarrito agnel fra le sue gregge
orriconduce e nel suo ovil accoglie
e per la voce del Bugliont'elegge
secondo essecutor de le sue voglie.
Ma non conviensigià ch'ancor profano
ne' suoi gran magisteri armi la mano
        ché sei dela caligine del mondo
e de la carne tu di modo asperso
che 'lNilo e 'l Gange o l'ocean profondo
non ti potrebbe far candido eterso.
Sol la grazia del Ciel quanto hai d'immondo
puòrender puro: al Ciel dunque converso
riverente perdon richiedi espiega
le tue tacite colpee piangi e prega."
        Cosígli disse; e quel prima in se stesso
pianse i superbi sdegni e ifolli amori
poi chinato a' suoi piè mesto e dimesso
tuttiscoprigli i giovenili errori.
Il ministro del Cieldopo ilconcesso
perdonoa lui dicea: "Co' novi albori
ad orar ten'andrai là su quel monte
ch'al raggio matutin volge lafronte.
        Quivi albosco t'inviadove cotanti
son fantasmi ingannevoli ebugiardi.
Vincerai (questo so) mostri e giganti
pur ch'altrofolle error non ti ritardi.
Deh! né voce che dolce o piangao canti
né beltà che soave o rida o guardi
contenere lusinghe il cor ti pieghi
ma sprezza i finti aspetti e ifinti preghi."
        Cosíil consiglia; e 'l cavalier s'appresta
desiando e sperandoal'alta lmpresa.
Passa pensoso il dípensosa e mesta
lanotte; e pria ch'in ciel sia l'alba accesa
le belle arme sicingee sopravesta
nova ed estrania di color s'ha presa
etutto solo e tacito e pedone
lascia i compagni e lascia ilpadiglione.
        Erane la stagion ch'anco non cede
libero ogni confin la notte algiorno
ma l'oriente rosseggiar si vede
ed anco è ilciel d'alcuna stella adorno;
quando ei drizzò vèrl'Oliveto il piede
con gli occhi alzati contemplandointorno
quinci notturne e quindi mattutine
bellezzeincorrottibili e divine.
        Frase stesso pensava: "O quante belle
luci il tempio celeste insé raguna!
Ha il suo gran carro il díl'auratestelle
spiega la notte e l'argentata luna;
ma non è chivagheggi o questa o quelle
e miriam noi torbida luce ebruna
ch'un girar d'occhiun balenar di riso
scopre in breveconfin di fragil viso."
        Cosípensandoa le piú eccelse cime
ascese; e quiviinchino eriverente
alzò il pensier sovra ogni ciel sublime
e leluci fissò ne l'oriente:
"La prima vita e le mie colpeprime
mira con occhio di pietà clemente
Padre e Signore in me tua grazia piovi
sí che 'l mio vecchio Adam purghie rinovi."
        Cosípregavae gli sorgeva a fronte
fatta già d'auro lavermiglia aurora
che l'elmo e l'arme e intorno a lui del monte
leverdi cime illuminando indora;
e ventillar nel petto e ne lafronte
sentia gli spirti di piacevol òra
che sovra ilcapo suo scotea dal grembo
de la bell'alba un rugiadoso nembo.
        La rugiada delciel su le sue spoglie
cadeche parean cenere al colore
e síl'asperge che 'l pallor ne toglie
e induce in esse un lucidocandore;
tal rabbellisce le smarrite foglie
a i matutini geliarido fiore
e tal di vaga gioventú ritorna
lieto ilserpente e di novo or s'adorna.
        Ilbel candor de la mutata vesta
egli medesmo riguardandoammira
poscia verso l'antica alta foresta
con secura baldanzai passi gira.
Era là giunto ove i men forti arresta
soloil terror che di sua vista spira;
pur né spiacente a lui népauroso
il bosco parma lietamente ombroso.
        Passapiú oltree ode un suono intanto
che dolcissimamente sidiffonde.
Vi sente d'un ruscello il roco pianto
e 'l sospirarde l'aura infra le fronde
e di musico cigno il flebil canto
el'usignol che plora e gli risponde
organi e cetre e voci umane inrime:
tanti e sí fatti suoni un suono esprime.
        Ilcavalierpur come a gli altri aviene
n'attendeva un gran tuond'alto spavento
e v'ode poi di ninfe e di sirene
d'aured'acqued'augei dolce concento
onde meravigliando il pièritiene
e poi se 'n va tutto sospeso e lento;
e fra via nonritrova altro divieto
che quel d'un fiume trapassante e cheto.
        L'un margo el'altro del bel fiumeadorno
di vaghezze e d'odoriolezza eride.
Ei stende tanto il suo girevol corno
che tra 'l suo giroil gran bosco s'asside
né pur gli fa dolce ghirlandaintorno
ma un canaletto suo v'entra e 'l divide:
bagna egli ilbosco e 'l bosco il fiume adombra
con bel cambio fra lor d'umore ed'ombra.
        Mentremira il guerriero ove si guade
ecco un ponte mirabileappariva:
un ricco ponte d'or che larghe strade
su gli archistabilissimi gli offriva.
Passa il dorato varcoe quel giúcade
tosto che 'l piè toccata ha l'altra riva;
e se ne'l porta in giú l'acqua repente
l'acqua ch'è d'unbel rio fatta un torrente.
        Eisi rivolge e dilatato il mira
e gonfio assai quasi per nevisciolte
che 'n se stesso volubil si raggira
con millerapidissime rivolte.
Ma pur desio di novitade il tira
a spiartra le piante antiche e folte
e 'n quelle solitudiniselvagge
sempre a sé nova meraviglia il tragge.
        Dove in passandole vestigia ei posa
par ch'ivi scaturisca o che germoglie:
làs'apre il giglio e qui spunta la rosa
qui sorge un fonteivi unruscel si scioglie
e sovra e intorno a lui la selva annosa
tutteparea ringiovenir le foglie;
s'ammolliscon le scorze e sirinverde
piú lietamente in ogni pianta il verde.
        Rugiadosa dimanna era ogni fronda
e distillava de le scorze il mèle
edi novo s'udia quella gioconda
strana armonia di canto e diquerele;
ma il coro umanch'a i cignia l'auraa l'onda
faceatenornon sa dove si cele:
non sa veder chi formi umaniaccenti
né dove siano i musici stromenti.
        Mentreriguardae fede il pensier nega
a quel che 'l senso gli offeriaper vero
vede un mirto in dispartee là si piega
ovein gran piazza termina un sentiero.
L'estranio mirto i suoi granrami spiega
piú del cipresso e de la palma altero
esovra tutti gli arbori frondeggia;
ed ivi par del bosco esser lareggia.
        Fermo ilguerrier ne la gran piazzaaffisa
a maggior novitate allor leciglia.
Quercia gli appar che per se stessa incisa
apre fecondail cavo ventre e figlia
e n'esce fuor vestita in stranaguisa
ninfa d'età cresciuta (oh meraviglia!);
e vedeinsieme poi cento altre piante
cento ninfe produr dal senpregnante.
        Quaile mostra la scena o quai dipinte
tal volta rimiriam dèeboscareccie
nude le braccia e l'abito succinte
con beicoturni e con disciolte treccie
tali in sembianza si vedean lefinte
figlie de le selvatiche corteccie;
se non che in veced'arco o di faretra
chi tien leutoe chi viola o cetra.
        E cominciàrcostor danze e carole
e di se stesse una corona ordiro
ecinsero il guerriersí come sòle
esser puntorinchiuso entro il suo giro.
Cinser la pianta ancorae taiparole
nel dolce canto lor da lui s'udiro:
"Ben carogiungi in queste chiostre amene
o de la donna nostra amore espene.
        Giungiaspettato a dar salute a l'egra
d'amoroso pensiero arsa eferita.
Questa selva che dianzi era sí negra
stanzaconforme a la dolente vita
vedi che tutta al tuo venirs'allegra
e 'n piú leggiadre forme èrivestita."
Tale era il canto; e poi dal mirto uscia
undolcissimo tuonoe quel s'apria.
        Giàne l'aprir d'un rustico sileno
meraviglie vedea l'antica etade
maquel gran mirto da l'aperto seno
imagini mostrò piúbelle e rade:
donna mostrò ch'assomigliava a pieno
nelfalso aspetto angelica beltade.
Rinaldo guatae di veder gli èaviso
le sembianze d'Armida e il dolce viso.
        Quellalui mira in un lieta e dolente:
mille affetti in un guardo appaionmisti.
Poi dice: "Io pur ti veggioe finalmente
purritorni a colei da chi fuggisti.
A che ne vieni? a consolarpresente
le mie vedove notti e i giorni tristi?
o vieni a moverguerraa discacciarme
che mi celi il bel volto e mostri l'arme?
        giungi amante onemico? Il ricco ponte
io già non preparava ad uomnemico
né gli apriva i ruscellii fiorlafonte
sgombrando i dumi e ciò ch'a' passi èintrico.
Togli questo elmo omaiscopri la fronte
e gli occhi agli occhi mieis'arrivi amico;
giungi i labri a le labrail senoal seno
porgi la destra a la mia destra almeno."
        Seguia parlandoe in bei pietosi giri
volgeva i lumi e scoloria isembianti
falseggiando i dolcissimi sospiri
e i soavi singultie i vaghi pianti
tal che incauta pietade a quei martíri
intenerirpotea gli aspri diamanti;
ma il cavalieroaccorto sínoncrudo
piú non v'attendee stringe il ferro ignudo.
        Vassene al mirto;allor colei s'abbraccia
al caro troncoe s'interpone e grida:
"Ahnon sarà mai ver che tu mi faccia
oltraggio talchel'arbor mio recida!
Deponi il ferroo dispietatoo ilcaccia
pria ne le vene a l'infelice Armida:
per questo senperquesto cor la spada
solo al bel mirto mio trovar puòstrada."
        Eglialza il ferroe 'l suo pregar non cura;
ma colei si trasmuta (ohnovi mostri!)
sí come avien che d'una altrafigura
trasformando repenteil sogno mostri.
Cosíingrossò le membrae tornò oscura
la faccia e visparír gli avori e gli ostri;
crebbe in gigante altissimoe si feo
con cento armate braccia un Briareo.
        Cinquantaspade impugna e con cinquanta
scudi risuonae minacciandofreme.
Ogn'altra ninfa ancor d'arme s'ammanta
fatta un ciclopeorrendo; ed ei non teme:
raddoppia i colpi e la difesa pianta
chepurcome animataa i colpi geme.
Sembran de l'aria i campi icampi stigi
tanti appaion in lor mostri e prodigi.
        Soprail turbato cielsotto la terra
tuona: e fulmina quelloe tremaquesta;
vengono i venti e le procelle in guerra
e gli soffianoal volto aspra tempesta.
Ma pur mai colpo il cavalier non erra
néper tanto furor punto s'arresta;
tronca la noce: è noceemirto parve.
Qui l'incanto fornísparír le larve.
        Tornòsereno il cielo e l'aura cheta
tornò la selva al naturalsuo stato:
non d'incanti terribile né lieta
pienad'orror ma de l'orror innato.
Ritenta il vincitor s'altro piúvieta
ch'esser non possa il bosco omai troncato;
posciasorridee fra sé dice: "Oh vane
sembianze! e follechi per voi rimane!"
        Quincis'inviaverso le tendee intanto
colà gridava il solitarioPiero:
"Già vinto è de la selva il feroincanto
già se 'n ritorna il vincitor guerriero:
vedilo."Ed ei da lunge in bianco manto
comparia venerabile e severo
ede l'aquila sua l'argentee piume
splendeano al sol d'inusitatolume.
        Ei dalcampo gioioso alto saluto
ha con sonoro replicar di gridi;
epoi con lieto onore è ricevuto
dal pio Buglionee non èchi l'invídi.
Disse al duce il guerriero: "A queltemuto
bosco n'andaicome imponestie 'l vidi:
vidie vinsigli incanti; or vadan pure
le genti làché son levie secure."
        Vassia l'antica selvae quindi è tolta
materia tal qual buongiudicio elesse;
e bench'oscuro fabro arte non molta
por ne leprime machine sapesse
pur artefice illustre a questa volta
ècolui ch'a le travi i vinchi intesse:
Guglielmoil duce ligureche pria
signor del mare corseggiar solia
        poisforzato a ritrarsi ei cesse i regni
al gran navilio saracin de'mari
ed ora al campo conducea da i legni
e le maritime arme ei marinari;
ed era questi infra i piú industri ingegni
ne'mecanici ordigni uom senza pari
e cento seco avea fabriminori
di ciò ch'egli disegna essecutori.
        Costuinon solo incominciò a comporre
catapulteballiste edarieti
onde a le mura le difese tòrre
possa e spezzarle sode alte pareti;
ma fece opra maggior: mirabil torre
ch'entrodi pin tessuta era e d'abeti
e ne le cuoia avolto ha quel difuore
per ischermirsi da lanciato ardore.
        Sicommette la mole e ricompone
con sottili giunture in uncongiunta
e la trave che testa ha di montone
da l'ime partisue cozzando spunta;
lancia dal mezzo un pontee spesso ilpone
su l'opposta muraglia a prima giunta
e fuor da lei su perla cima n'esce
torre minor ch'in suso è spinta e cresce.
        Per le facili viedestrae corrente
sovra ben cento sue volubil rote
gravidad'arme e gravida di gente
senza molta fatica ella girpote.
Stanno le schiere in rimirando intente
la prestezza de'fabri e l'arti ignote
e due torri in quel punto anco son fatte
dela prima ad imagine ritratte.
        Manon eran fra tanto a i saracini
l'opre ch'ivi si fean del tuttoascoste
perché ne l'alte mura a i piú vicini
lochile guardie ad ispiar son poste.
Questi gran salmerie d'orni e dipini
vedean dal bosco esser condotte a l'oste
e machinevedean; ma non a pieno
riconoscer la forma indi potieno.
        Fan lor machineanch'essi e con molt'arte
rinforzano le torri e la muraglia
el'alzaron cosí da quella parte
ov'è men atta asostener battaglia
ch'a lor credenza omai sforzo di Marte
essernon può ch'ad espugnarla vaglia;
ma sovra ogni difesa Ismenprepara
copia di fochi inusitata e rara.
        Mesceil mago fellon zolfi e bitume
che dal lago di Sodoma haraccolto;
e fu' credoin infernoe dal gran fiume
che novevolte il cerchia anco n'ha tolto.
Cosí fa che quel foco eputa e fume
e che s'aventi fiammeggiando al volto.
E ben co'feri incendi egli s'avisa
di vendicar la cara selva incisa.
        Mentre il campo el'assalto e la cittade
s'apparecchia in tal modo a le difese
unacolomba per l'aeree strade
vista è passar sovra lo stuolfrancese
che non dimena i presti vanni e rade
quelle liquidevie con l'ali tese;
e già la messaggiera peregrina
dal'alte nubi a la città s'inchina
        quandodi non so donde esce un falcone
d'adunco rostro armato e digrand'ugna
che fra 'l campo e le mura a lei s'oppone.
Nonaspetta ella del crudel la pugna;
queglid'alto volandoalpadiglione
maggior l'incalza e par ch'omai l'aggiugna
ed altenero capo il piede ha sovra:
essa nel grembo al pio Buglionricovra.
        Laraccoglie Goffredoe la difende;
poi scorgein lei guardandoestrania cosa
ché dal collo ad un filo avintapende
rinchiusa cartae sotto un'ala ascosa.
La disserra edispiegae bene intende
quella ch'in sé contien non lungaprosa:
"Al signor di Giudea" dice lo scritto
"inviasalute il capitan d'Egitto.
        Nonsbigottirsignor: resisti e dura
insino al quarto o insino algiorno quinto
ch'io vengo a liberar coteste mura
e vedraitosto il tuo nemico vinto."
Questo il secreto fu che lascrittura
in barbariche note avea distinto
dato in custodia alportator volante
ché tai messi in quel tempo usò ilLevante.
        Liberail prence la colomba; e quella
che de' secreti furivelatrice
come esser creda al suo signor rubella
non ardípiú tornar nunzia infelice.
Ma il sopran duce i minor duciappella
e lor mostra la carta e cosí dice:
"Vedetecome il tutto a noi riveli
la providenza del Signor de' cieli.
        Già piúda ritardar tempo non parmi:
nova spianata or cominciarpotrassi
e fatica e sudor non si risparmi
per superard'inverso l'Austro i sassi.
Duro fia sí far colàstrada a l'armi
pur far si può: notato ho il loco e ipassi.
E ben quel muro che assecura il sito
d'arme e d'opremen deve esser munito.
        TuRaimondovogl'io che da quel lato
con le machine tue le muraoffenda
vuo' che de l'arme mie l'alto apparato
contra la portaAquilonar si stenda
sí che il nemico il vegga edingannato
indi il maggior impeto nostro attenda;
poi la grantorre miach'agevol move
trascorra alquanto e porti guerraaltrove.
        TudrizzaraiCamilloal tempo stesso
non lontana da me la terzatorre."
Tacque; e Raimondoche gli siede appresso
e cheparlando luifra sé discorre
disse: "Al consiglio daGoffredo espresso
nulla giunger si pote e nulla tòrre.
Lodosolooltra ciòch'alcun s'invii
nel campo ostil ch'i suoisecreti spii
        ene ridica il numero e 'l pensiero
quanto raccòr potràcerto e verace."
Sogiunge allor Tancredi: "Ho un mioscudiero
che a questo uffizio di propor mi piace:
uom pronto edestro e sovra i piè leggiero
audace símacautamente audace
che parla in molte linguee varia il noto
suonde la voce e 'l portamento e 'l moto."
        Vennecoluichiamato; e poi ch'intese
ciò che Goffredo e 'l suosignor desia
alzò ridendo il volto ed intraprese
lacura e disse: "Or or mi pongo in via.
Tosto sarò dovequel campo tese
le tende avrànon conosciuta spia;
vuo'penetrar di mezzodí nel vallo
e numerarvi ogn'uomoognicavallo.
        Quanta equal sia quell'ostee ciò che pensi
il duce loroa voiridir prometto:
vantomi in lui scoprir gli intimi sensi
e isecreti pensier trargli del petto."
Cosí parla Vafrinoe non trattiensi
ma cangia in lungo manto il suo farsetto
emostra fa del nudo colloe prende
d'intorno al capo attorcigliatebende;
        la faretras'adatta e l'arco siro
e barbarico sembra ogni suogesto.
Stupiron quei che favellar l'udiro
ed in diverse lingueesser sí presto
ch'egizio in Menfi o pur fenice inTiro
l'avria creduto e quel popolo e questo.
Egli se 'n vasovra un destrier ch'a pena
segna nel corso la piú mollearena.
        Ma iFranchipria che 'l terzo dí sia giunto
appianaron le viescoscese e rotte
e fornír gli instromenti anco in quelpunto
ché non fur le fatiche unqua interrotte;
anzi al'opre de' giorni avean congiunto
togliendola al riposoanco lanotte
né cosa è piú che ritardar lipossa
dal far l'estremo omai d'ogni lor possa.
        Deldí cui de l'assalto il dí successe
gran parteorando il pio Buglion dispensa;
e impon ch'ogn'altro i falli suoiconfesse
e pasca il pan de l'alme a la gran mensa.
Machine edarme poscia ivi piú spesse
dimostra ove adoprarle egli menpensa;
e 'l deluso pagan si riconforta
ch'oppor le vede a lamunita porta.
        Co'l buio de la notte è poi la vasta
agil machina sua colàtraslata
ove è men curvo il muro e mencontrasta
ch'angulosa non fa parte e piegata.
E d'in su 'lcolle e la città sovrasta
Raimondo ancor con la sua torrearmata
la sua Camillo a quel lato avicina
che dal Borea al'occaso alquanto inchina.
        Macome furo in oriente apparsi
i matutini messaggier delsole
s'avidero i pagani (e ben turbàrsi)
che la torrenon è dove esser sòle;
e miràr quinci equindi anco inalzarsi
non piú veduta una ed un'altramole
e in numero infinito anco son viste
catapultemontongatti e balliste.
        Nonè la turba de' pagan già lenta
a trasportarne làmolte difese
ove il Buglion le machine appresenta
da quellaparte ove primier l'attese.
Ma il capitanch'a tergo averrammenta
l'oste d'Egittoha quelle vie già prese;
eGuelfo e i due Roberti a sé chiamati:
"State"dice "a cavallo in sella armati
        eprocurate voi chementre ascendo
colà dove quel muro apparmen forte
schiera non sia che súbita venendo
s'atterghia gli occupati e guerra porte."
Tacquee già da trelati assalto orrendo
movon le tre sí valorose scorte;
eda tre lati ha il re sue genti opposte
che riprese quel díl'arme deposte.
        Eglimedesmo al corpo omai tremante
per gli annie grave del suoproprio pondo
l'arme che disusò gran tempoinante
circondae se ne va contra Raimondo.
Solimano aGoffredo e 'l fero Argante
al buon Camillo opponche diBoemondo
seco ha il nipote; e lui fortuna or guida
perché'l nemico a sé dovuto uccida.
        Incominciaroa saettar gli arcieri
infette di veneno arme mortali
edadombrato il ciel par che s'anneri
sotto un immenso nuvolo distrali.
Ma con forza maggior colpi piú feri
ne venian dale machine murali:
indi gran palle uscian marmoree e gravi
econ punta d'acciar ferrate travi.
        Parfulmine ogni sassoe cosí trita
l'armatura e le membra achi n'è colto
che gli toglie non pur l'alma e la vita
mala forma del corpo anco e del volto.
Non si ferma la lancia a laferita;
dopo il colpodel corso avanza molto:
entra da un latoe fuor per l'altro passa
fuggendoe nel fuggir la morte lassa.
        Ma non toglieaperò da la difesa
tanto furor le saracine genti:
contraquelle percosse avean già tesa
pieghevol tela e cose altrecedenti;
l'impetoche 'n lor cadeivi contesa
non trovaevien che vi si fiacchi e lenti;
essiove miran piú lacalca esposta
fan con l'arme volanti aspra risposta.
        Contutto ciò d'andarne oltre non cessa
l'assalitorchetripartito move;
e chi va sotto gattiove la spessa
gragnuoladi saette indarno piove
e chi le torri a l'alto muro appressa
cheda sé loro a suo poter rimove:
tenta ogni torre omailanciare il ponte
cozza il monton con la ferrata fronte.
        Rinaldo intantoirresoluto bada
ché quel rischio di sé degno nonera
e stima onor plebeo quand'egli vada
per le comuni vie co'l vulgo in schiera.
E volge intorno gli occhie quellastrada
sol gli piace tentar ch'altri dispera.
Là dove ilmuro piú munito ed alto
in pace stassiei vuol portarassalto.
        Evolgendosi a queglii quai già furo
guidati da Dudonguerrier famosi:
"Oh vergogna" dicea "che làquel muro
fra cotant'arme in pace or si riposi!
Ogni rischio alvalor sempre è securo
tutte le vie son piane a glianimosi:
moviam là guerrae contra a i colpi crudi
faciamdensa testugine di scudi."
        Giunsersitutti seco a questo detto;
tutti gli scudi alzàr sovra latesta
e gli uniron cosí che ferreo tetto
facean contral'orribile tempesta.
Sotto il coperchio il fero stuol ristretto
vadi gran corsoe nulla il corso arresta
ché la sodatestugine sostiene
ciò che di ruinoso in giú neviene.
        Son giàsotto le mura: allor Rinaldo
scala drizzò di cento gradi ecento
e lei con braccio maneggiò sí saldo
ch'agileè men picciola canna al vento.
Or lancia o traveor grancolonna o spaldo
d'alto discende: ei non va su piúlento;
maintrepido ed invitto ad ogni scossa
sprezzariasecadesseOlimpo ed Ossa.
        Unaselva di strali e di ruine
sostien su 'l dossoe su lo scudo unmonte:
scote una man le mura a sé vicine
l'altrasospesa in guardia è de la fronte.
L'essempio a l'opreardite e pellegrine
spinge i compagni: ei non è sol chemonte
ché molti appoggian seco eccelse scale;
ma 'lvalore e la sorte è diseguale.
        Morealcunoaltri cade: egli sublime
poggiae questi conforta e queiminaccia;
tanto è già in su che le merlate cime
poteafferrar con le distese braccia.
Gran gente allor vi trae; l'urtail reprime
cerca precipitarloe pur no 'l caccia.
Mirabilvista! a un grande e fermo stuolo
resister puòsospeso inariaun solo.
        Eresiste e s'avanza e si rinforza;
e come palma suol cui pondoaggreva
suo valor combattuto ha maggior forza
e ne laoppression piú si solleva.
E vince alfin tutti i nemiciesforza
l'aste e gli intoppi che d'incontro aveva;
e sale ilmuro e 'l signoreggiae 'l rende
sgombro e securo a chi diretroascende.
        Ed eglistesso a l'ultimo germano
del pio Buglionch'è di caderein forse
stesa la vincitrice amica mano
di salirne secondoaita porse.
Fra tanto erano altrove al capitano
varie fortune eperigliose occorse;
ch'ivi non pur fra gli uomini si pugna
male machine insieme anco fan pugna.
        Su'l muro aveano i Siri un tronco alzato
ch'antenna un tempo essersolea di nave
e sovra lui co 'l capo aspro e ferrato
pertraverso sospesa è grossa trave;
e indietro quel da canapitirato
poi torna inanti impetuoso e grave:
talor rientra nelsuo guscioed ora
la testugin rimanda il collo fora.
        Urtò latrave immensae cosí dure
ne la torre addoppiò lesue percosse
che le ben teste in lei salde giunture
lentandoapersee la respinse e scosse.
La torre a quel bisogno armisecure
avea già in puntoe due gran falcimosse
ch'aventate con arte incontra al legno
quelle funitagliàr ch'eran sostegno.
        Qualgran sasso talorch'o la vecchiezza
solve da un monte o svelleira de' venti
ruinoso dirupae porta e spezza
le selve e conle case anco gli armenti
tal giú traea da la sublimealtezza
l'orribil trave e merli ed arme e genti;
diè latorre a quel moto uno e duo crolli
tremàr le mura erimbombaro i colli.
        Passail Buglion vittorioso inanti
e già le mura d'occupar sicrede
ma fiamme allora fetide e fumanti
lanciarsi incontraimmantinente ei vede;
né dal sulfureo sen fochi maitanti
il cavernoso Mongibel fuor diede
né mai cotantine gli estivi ardori
piovve l'indico ciel caldi vapori.
        Qui vasi e cerchied aste ardenti sono
qual fiamma nera e qual sanguignasplende.
L'odore appuzzaassorda il bombo e 'l tuono
acciecail fumoil foco arde e s'apprende.
L'umido cuoio alfin saria malbuono
schermo a la torrea pena or la difende.
Già sudae si rincrespa; e se piú tarda
il soccorso del Cielconvenpur ch'arda.
        Ilmagnanimo duce inanzi a tutti
stassie non muta né colorné loco;
e quei conforta che su i cuoi asciutti
versanl'onde apprestate incontra al foco.
In tale stato eran costorridutti
e già de l'acque rimanea lor poco
quando eccoun ventoch'improviso spira
contra gli autori suoi l'incendiogira.
        Vien controal foco il turbo; e indietro vòlto
il foco ove i pagan letele alzaro
quella molle materia in sé raccolto
l'haimmantinentee n'arde ogni riparo.
Oh glorioso capitano! ohmolto
dal gran Dio custoditoal gran Dio caro!
A te guerreggiail Cielo; ed ubidienti
vengonchiamati a suon di trombei venti.
        Ma l'empio Ismenche le sulfuree faci
vide da Borea incontra séconverse
ritentar volle l'arti sue fallaci
per sforzar lanatura e l'aure averse
e fra due magheche di lui seguaci
sifèrsu 'l muro a gli occhi altrui s'offerse;
e torvo enero e squallido e barbuto
fra due furie parea Caronte o Pluto.
        Già ilmormorar s'udia de le parole
di cui teme Cocito e Flegetonte
giàsi vedea l'aria turbar e 'l sole
cinger d'oscuri nuvoli lafronte
quando aventato fu da l'alta mole
un gran sassoche fuparte d'un monte;
e tra lor colse sí ch'una percossa
sparsedi tutti insieme il sangue e l'ossa.
        Inpezzi minutissimi e sanguigni
si disperser cosí l'iniqueteste
che di sotto a i pesanti aspri macigni
soglion poco lebiade uscir piú peste.
Lasciàr gemendo i tre spirtimaligni
l'aria serena e 'l bel raggio celeste
e se 'n fuggìrtra l'ombre empie infernali.
Apprendete pietà quinciomortali.
        Inquesto mezzoa la città la torre
cui da l'incendio ilturbine assecura
s'avicina cosí che può ben porre
efermare il suo ponte in su le mura;
ma Solimano intrepidov'accorre
e 'l passo angusto di tagliar procura
e doppia icolpi: e ben l'avria reciso;
ma un'altra torre apparse al'improviso.
        Lagran mole crescente oltra i confini
de' piú alti edifici inaria passa.
Attoniti a quel mostro i saracini
restàrvedendo la città piú bassa.
Ma il fero turcoancorch'in lui ruini
di pietre un nemboil loco suo non lassa;
nédi tagliar il ponte anco diffida
e gli altri che temean rincora esgrida.
        S'offersea gli occhi di Goffredo allora
invisibile altruil'agnolMichele
cinto d'armi celesti; e vinto fòra
il sol daluicui nulla nube vele.
"Ecco" disse "Goffredoè giunta l'ora
ch'esca Siòn di servitúcrudele.
Non chinarnon chinar gli occhi smarriti;
mira conquante forze il Ciel t'aiti.
        Drizzapur gli occhi a riguardar l'immenso
essercito immortal ch'èin aria accolto
ch'io dinanzi torrotti il nuvol denso
divostra umanitàch'intorno avolto
adombrando t'appanna ilmortal senso
sí che vedrai gli ignudi spirti in volto;
esostener per breve spazio i rai
de l'angeliche forme anco potrai.
        Mira di quei chefur campion di Cristo
l'anime fatte in Cielo or cittadine
chepugnan teco e di sí alto acquisto
si trovan teco alglorioso fine.
Là 've ondeggiar la polve e 'l fumomisto
vedi e di rotte moli alte ruine
tra quella folta nebbiaUgon combatte
e de le torri i fondamenti abbatte.
        Eccopoi là Dudonche l'alta porta
Aquilonar con ferro e fiammaassale:
ministra l'arme a i combattentiessorta
ch'altrui sumontie drizza e tien le scale.
Quel ch'è su 'l collee'l sacro abito porta
e la corona a i crin sacerdotale
èil pastore Ademaroalma felice:
vedi ch'ancor vi segna ebenedice.
        Levapiú in su l'ardite lucie tutta
la grande oste del cielcongiunta guata."
Egli alzò il guardoe vide in unridutta
milizia innumerabile ed alata.
Tre folte squadreedogni squadra instrutta
in tre ordini gira e si dilata;
ma sidilata piú quanto piú in fòri
i cerchi son:son gli intimi i minori.
        Quichinò vinti i lumi e gli alzò poi
né lospettacol grande ei piú rivide;
ma riguardando d'ogni partei suoi
scorge che a tutti la vittoria arride.
Molti dietro aRinaldo illustri eroi
saliano; ei già salito i Siriuccide.
Il capitanche piú indugiar si sdegna
togliedi mano al fido alfier l'insegna
        epassa primo il ponteed impedita
gli è a mezzo il corsodal Soldan la via.
Un picciol ponte è campo adinfinita
virtúch'in pochi colpi ivi apparia.
Grida ilfer Solimano: "A l'altrui vita
dono e consacro io la vitamia.
Tagliateamicia le mie spalle or questo
pontechéqui non facil preda i' resto."
        Mavenirne Rinaldo in volto orrendo
e fuggirne ciascun vedealontano:
"Or che farò? se qui la vita spendo
laspando" disse "e la disperdo invano."
Ein sénove difese anco volgendo
cedea libero il passo al capitano
cheminacciando il segue e de la santa
Croce il vessillo in su le murapianta.
        Lavincitrice insegna in mille giri
alteramente si rivolge intorno;
epar che in lei piú riverente spiri
l'aurae che splenda inlei piú chiaro il giorno;
ch'ogni dardoogni stral ch'inlei si tiri
o la declinio faccia indi ritorno:
par che Siònpar che l'opposto monte
lieto l'adorie inchini a lei la fronte.
        Allor tutte lesquadre il grido alzaro
de la vittoria altissimo e festante
erisonaro i monti e replicaro
gli ultimi accenti; e quasi in quelloistante
ruppe e vinse Tancredi ogni riparo
che gli aveva al'incontro opposto Argante
e lanciando il suo ponte anch'eiveloce
passò nel muro e v'inalzò la Croce.
        Ma verso ilmezzogiornoove il canuto
Raimondo pugna e 'l palestin tiranno
iguerrier di Guascogna anco potuto
giunger la torre a la cittànon hanno
ché 'l nerbo de le genti ha il re in aiuto
edostinati a la difesa stanno;
e se ben quivi il muro era menfermo
di machine v'avea maggior lo schermo.
        Oltrache men ch'altrove in questo canto
la gran mole il sentier trovòspedito
né tanto arte poté che pur alquanto
disua natura non ritegna il sito.
Fu l'alto segno di vittoriaintanto
da i difensori e da i Guasconi udito
ed avisòil tiranno e 'l tolosano
che la città già presa èverso il piano.
        OndeRaimondo a i suoi: "Da l'altra parte"
grida "ocompagniè la città già presa.
Vinta ancorne resiste? or soli a parte
non sarem noi di sí onoratapresa?"
Ma il re cedendo alfin di là siparte
perch'ivi disperata è la difesa
e se 'n rifuggein loco forte ed alto
ove egli spera sostener l'assalto.
        Entra allorvincitore il campo tutto
per le mura non solma per leporte;
ch'è già apertoabbattutoarso edestrutto
ciò che lor s'opponea rinchiuso e forte.
Spazial'ira del ferro; e va co 'l lutto
e con l'orrorcompagni suoilamorte.
Ristagna il sangue in gorghie corre in rivi
pieni dicorpi estinti e di mal vivi.  
 
 






CANTODICIANNOVESIMO



Argomento

        Interapalma del famoso Argante
Tancredi ottiene in signolartenzone.
Salvo è il Re nella rocca. Erminia hainnante
Vafrino; e questa a lui gran cose espone.
Riedeinstrutto: ella è seco; e 'l caro amante
Di lei trovanoesangue in sul sabbione.
Piange ellae 'l cura poi. Goffredointende
Quali insidie il Pagan contra gli tende.

 

        Giàla morte o il consiglio o la paura
da le difese ogni pagano hatolto
e sol non s'è da l'espugnate mura
il pertinaceArgante anco rivolto.
Mostra ei la faccia intrepida e secura
epugna pur fra gli inimici avolto
piú che morir temendoesser respinto;
e vuol morendo anco parer non vinto.
        Masovra ogn'altro feritore infesto
sovragiunge Tancredi e luipercote.
Ben è il circasso a riconoscer presto
alportamentoa gli attia l'arme note
lui che pugnò giàsecoe 'l giorno sesto
tornar promisee le promesse írvòte.
Onde gridò: "Cosí la féTancredi
mi servi tu? cosí a la pugna or riedi?
        Tardi riedienon solo; io non rifiuto
però combatter teco eriprovarmi
benché non qual guerrierma qui venuto
quasiinventor di machine tu parmi.
Fatti scudo de' tuoitrova inaiuto
novi ordigni di guerra e insolite armi
ché nonpotrai da le mie manio forte
de le donne uccisorfuggir lamorte."
        Sorriseil buon Tancredi un cotal riso
di sdegnoe in detti alteri ebberisposto:
"Tardo è il ritorno mioma pur aviso
chefrettoloso ti parrà ben tosto
e bramerai che te da mediviso
o l'alpe avesse o fosse il mar fraposto;
e che del mioindugiar non fu cagione
tema o viltàvedrai co 'lparagone.
        Viennein disparte pur tu ch'omicida
sei de' giganti solo e de glieroi:
l'uccisor de le femine ti sfida."
Cosí glidice; indi si volge a i suoi
e fa ritrarli da l'offesaegrida:
"Cessate pur di molestarlo or voi
ch'èproprio mio piú che comun nemico
questied a lui mistringe obligo antico."
        "Ordiscendine giúsolo o seguito
come piú vuoi";ripiglia il fer circasso
"va' in frequentato loco od inromito
ché per dubbio o svantaggio io non ti lasso."
Sífatto ed accettato il fero invito
movon concordi a la gran liteil passo:
l'odio in un gli accompagnae fa il rancore
l'unnemico de l'altro or difensore.
        Grandeè il zelo d'onorgrande il desire
che Tancredi del sangueha del pagano
né la sete ammorzar crede de l'ire
sen'esce stilla fuor per l'altrui mano;
e con lo scudo il copree:"Non ferire"
grida a quanti rincontra anco lontano;
síche salvo il nimico infra gli amici
tragge da l'arme irate evincitrici.
        Esconde la cittade e dan le spalle
a i padiglion de le accampategenti
e se ne van dove un girevol calle
li porta per secretiavolgimenti;
e ritrovano ombrosa angusta valle
tra piúcolli giacernon altrimenti
che se fosse un teatro o fosse aduso
di battaglie e di caccie intorno chiuso.
        Quisi fermano entrambie pur sospeso
volgeasi Argante a la cittadeafflitta.
Vede Tancredi che 'l pagan difeso
non è discudoe 'l suo lontano ei gitta.
Poscia lui dice: "Or qualpensier t'ha preso?
pensi ch'è giunta l'ora a teprescritta?
S'antivedendo ciò timido stai
è 'ltuo timore intempestivo omai."
        "Penso"risponde "a la città del regno
di Giudea antichissimaregina
che vinta or cadee indarno esser sostegno
io procuraide la fatal ruina
e ch'è poca vendetta al mio disdegno
ilcapo tuo che 'l Cielo or mi destina."
Tacquee incontra sivan con gran risguardo
ché ben conosce l'un l'altrogagliardo.
        Èdi corpo Tancredi agile e sciolto
e di man velocissimo e dipiede;
sovrasta a lui con l'alto capoe molto
di grossezza dimembra Argante eccede.
Girar Tancredi inchino in séraccolto
per aventarsi e sottentrar si vede;
e con la spada suala spada trova
nemicae 'n disviarla usa ogni prova.
        Madisteso ed eretto il fero Argante
dimostra arte simileattodiverso.
Quanto egli puòva co 'l gran braccio inante
ecerca il ferro noma il corpo averso.
Quel tenta aditi novi inogni istante
questi gli ha il ferro al volto ognorconverso:
minacciae intento a proibirgli stassi
furtiveentrate e súbiti trapassi.
        Cosípugna navalquando non spira
per lo piano del mare Africo oNoto
fra due legni ineguali egual si mira
ch'un d'altezzaprevall'altro di moto:
l'un con volte e rivolte assale e gira
daprora a poppae si sta l'altro immoto;
e quando il piúleggier se gli avicina.
d'alta parte minaccia alta ruina.
        Mentre il latindi sottentrar ritenta
sviando il ferro che si vede opporre
vibraArgante la spada e gli appresenta
la punta a gli occhi; egli alriparo accorre
ma lei sí presta allorsíviolenta
cala il pagan che 'l difensor precorre
e 'l fèreal fianco; e visto il fianco infermo
grida: "Lo schermitorvinto è di schermo."
        Fralo sdegno Tancredi e la vergogna
si rodee lascia i solitiriguardi
e in cotal guisa la vendetta agogna
che sua perditastima il vincer tardi.
Sol risponde co 'l ferro a la rampogna
e'l drizza a l'elmo. Ove apre il passo a i guardi.
Ribatte Arganteil colpoe risoluto
Tancredi a mezza spada è giàvenuto.
        Passaveloce allor co 'l piè sinestro
e con la manca al drittobraccio il prende
e con la destra intanto il lato destro
dipunte mortalissime gli offende.
"Questa" diceva "alvincitor maestro
il vinto schermidor risposta rende."
Fremeil circasso e si contorce e scote
ma il braccio prigionier ritrarnon pote.
        Alfinlasciò la spada a la catena
pendentee sotto al buon latinsi spinse.
Fe' l'istesso Tancredie con gran lena
l'un calcòl'altro e l'un l'altro recinse;
né con piú forza dal'adusta arena
sospese Alcide il gran gigante e strinse
diquella onde facean tenaci nodi
le nerborute braccia in vari modi.
        Tai fur gliavolgimenti e tai le scosse
ch'ambi in un tempo il suol presser co'l fianco.
Arganteod arte o sua ventura fosse
sovra ha ilbraccio migliore e sotto il manco.
Ma la man ch'è piúatta a le percosse
sottogiace impedita al guerrier franco;
ond'eiche 'l suo svantaggio e 'l rischio vede
si sviluppa da l'altro esalta in piede.
        Sorgepiú tardi e un gran fendentein prima
che sorto ei siavien sopra al saracino.
Ma come a l'Euro la frondosa cima
piegae in un tempo la solleva il pino
cosí lui sua virtute alzae sublima
quando ei n'è già per ricader piúchino.
Or ricomincian qui colpi a vicenda:
la pugna ha mancod'arte ed è piú orrenda.
        Escea Tancredi in piú d'un loco il sangue
ma ne versa il paganquasi torrenti.
Già ne le sceme forze il furor langue
sícome fiamma in deboli alimenti.
Tancredi che 'l vedea co 'lbraccio essangue
girar i colpi ad or ad or piú lenti
dalmagnanimo cor deposta l'ira
placido gli ragiona e 'l pièritira:
        "Cedimiuom forteo riconoscer voglia
me per tuo vincitore o lafortuna;
né ricerco da te trionfo o spoglia
némi riserbo in te ragione alcuna."
Terribile il pagan piúche mai soglia
tutte le furie sue desta e raguna;
risponde:"Or dunque il meglio aver ti vante
ed osi di viltàtentare Argante?
        Usala sorte tuaché nulla io temo
né lascieròla tua follia impunita."
Come face rinforza anzi l'estremo
lefiammee luminosa esce di vita
tal riempiendo ei d'ira il sanguescemo
rinvigorí la gagliardia smarrita
e l'ore de lamorte omai vicine
volse illustrar con generoso fine.
        Laman sinistra a la compagna accosta
e con ambe congiunte il ferroabbassa;
cala un fendentee benché trovi opposta
laspada ostilla sforza ed oltre passa
scende a la spallae giúdi costa in costa
molte ferite in un sol punto lassa.
Se nonteme Tancrediil petto audace
non fe' natura di timor capace.
        Quel doppia ilcolpo orribileed al vento
le forze e l'ire inutilmente hasparte
perché Tancredia la percossa intento
se nesottrasse e si lanciò in disparte.
Tudal tuo peso trattoin giú co 'l mento
n'andastiArgantee non potestiaitarte:
per te cadestiaventuroso in tanto
ch'altri non ha ditua caduta il vanto.
        Ilcader dilatò le piaghe aperte
e 'l sangue espressodilagando scese.
Punta ei la manca in terrae si converte
rittosovra un ginocchio a le difese.
"Renditi" gridae glifa nove offerte
senza noiarloil vincitor cortese.
Quegli difurto intanto il ferro caccia
e su 'l tallone il fiedeindi ilminaccia.
        Infuriossiallor Tancredie disse:
"Cosí abusifellonla pietàmia?"
Poi la spada gli fisse e gli rifisse
ne la visieraove accertò la via.
Moriva Argantee tal moria qualvisse:
minacciava morendo e non languia.
Superbiformidabili eferoci
gli ultimi moti furl'ultime voci.
        RiponTancredi il ferroe poi devoto
ringrazia Dio del trionfalonore;
ma lasciato di forze ha quasi vòto
la sanguignavittoria il vincitore.
Teme egli assai che del viaggio almoto
durar non possa il suo fievol vigore;
pur s'incaminaecosí passo passo
per le già corse vie move il pièlasso.
        Trar moltoil debil fianco oltra non pote
e quanto piú si sforza piús'affanna
onde in terra s'asside e pon le gote
su la destrache par tremula canna.
Ciò che vedea pargli veder cherote
e di tenebre il dí già gli s'appanna.
Alfin isviene; e 'l vincitor dal vinto
non ben saria nel rimirardistinto.
        Mentrequi segue la solinga guerra
che privata cagion fe' cosíardente
l'ira de' vincitor trascorre ed erra
per la cittàsu 'l popolo nocente.
Or chi giamai de l'espugnata terra
potrebbea pien l'imagine dolente
ritrarre in carte od adeguar parlando
lospettacolo atroce e miserando?
        Ognicosa di strage era già pieno
vedeansi in mucchi e in montii corpi avolti:
là i feriti su i mortie quigiacieno
sotto morti insepolti egri sepolti.
Fuggian premendo ipargoletti al seno
le meste madri co' capegli sciolti
e 'lpredatordi spoglie e di rapine
carcostringea le vergini nelcrine.
        Ma per levie ch'al piú sublime colle
saglion verso occidenteond'èil gran tempio
tutto del sangue ostile orrido e molle
Rinaldocorre e caccia il popolo empio.
La fera spada il generosoestolle
sovra gli armati capi e ne fa scempio;
è schermofrale ogn'elmo ed ogni scudo:
difesa è qui l'esser del'arme ignudo.
        Solcontra il ferro il nobil ferro adopra
e sdegna ne gli inermiesser feroce;
e que' ch'ardir non armiarme non copra
cacciaco l' guardo e con l'orribil voce.
Vedrestidi valor mirabilopra
come or disprezzaora minacciaor noce
come conrischio disegual fugati
sono egualmente pur nudi ed armati.
        Già co 'lpiú imbelle vulgo anco ritratto
s'è non picciolostuol del piú guerriero
nel tempio chepiú voltearso e disfatto
si noma ancordal fondator primiero
diSalamone; e fu per lui già fatto
di cedrid'oro e di beimarmi altero.
Or non sí ricco giàpur saldo eforte
è d'alte torri e di ferrate porte.
        Giuntoil gran cavaliero ove raccolte
s'eran le turbe in loco ampio esublime
trovò chiuse le porte e trovò molte
difeseapparecchiate in su le cime.
Alzò lo sguardo orribile e duevolte
tutto il mirò da l'alte parti a l'ime
varcoangusto cercandoed altrettante
il circondò con le velocipiante.
        Qual lupopredatore a l'aer bruno
le chiuse mandre insidiando aggira
seccol'avide faucie nel digiuno
da nativo odio stimulato ed'ira
tale egli intorno spia s'adito alcuno
(piano od erto chesiasi) aprir si mira;
si ferma alfin ne la gran piazzaed'alto
stanno aspettando i miseri l'assalto.
        Indisparte giacea (qual che si fosse
l'uso a cui si serbava) eccelsatrave
né cosí alte mainé cosígrosse
spiega l'antenne sue ligura nave.
Vèr la granporta il cavalier la mosse
con quella man cui nessun pondo ègrave
e recandosi lei di lancia in modo
urtò d'incontroimpetuoso e sodo.
        Restarnon può marmo o metallo inanti
al duro urtareal riurtarpiú forte.
Svelse dal sasso i cardini sonanti
ruppe iserragli ed abbatté le porte.
Non l'ariete di far piúsi vanti
non la bombardafulmine di morte.
Per la dischiusavia la gente inonda
quasi un diluvioe 'l vincitor seconda.
        Rende miserastrage atra e funesta
l'alta magion che fu magion di Dio.
Ogiustizia del Cielquanto men presta
tanto piú grave sovrail popol rio!
Dal tuo secreto proveder fu desta
l'ira ne' corpietosie incrudelio.
Lavò co 'l sangue suo l'empiopagano
quel tempio che già fatto avea profano.
        Maintanto Soliman vèr la gran torre
ito se n'è che diDavid s'appella
e qui fa de' guerrier l'avanzo accòrre
esbarra intorno a questa strada e quella;
e 'l tiranno Aladino ancovi corre.
Come il Soldan lui vedea lui favella:
"Vienio famoso revieni; e là sovra
a la rocca fortissimaricovra
        chédal furor de le nemiche spade
guardar vi puoi la tua salute e 'lregno."
"Oimè" risponde "oimèche la cittade
strugge dal fondo suo barbaro sdegno
e la miavita e 'l nostro imperio cade.
Vissie regnai; non vivo piúné regno.
Ben si può dir: `Noi fummo.' A tutti ègiunto
l'ultimo díl'inevitabil punto."
        "Ov'èsignor la tua virtute antica?"
disse il Soldan tuttocruccioso allora.
"Tolgaci i regni pur sorte nemica
ché'l regal pregio è nostro e 'n noi dimora.
Ma colàdentro omai da la fatica
le stanche e gravi tue membraristora."
Cosí gli parlae fa che si raccoglia
ilvecchio re ne la guardata soglia.
        Egliferrata mazza a due man prende
e si ripon la fida spada alfianco
e stassi al varco intrepido e difende
il chiuso de lestrade al popol franco.
Eran mortali le percosse orrende:
quellache non uccideatterra almanco.
Già fugge ognun da lasbarrata piazza
dove appressar vede l'orribil mazza.
        Ecco da feracompagnia seguito
sopragiungeva il tolosan Raimondo.
Alperiglioso passo il vecchio ardito
corsee sprezzò di queigran colpi il pondo.
Primo ei feríma invano ebbeferito;
non ferí invano il feritor secondo
ch'in fronteil colsee l'atterrò co 'l peso
supintremantea bracciaaperte e steso.
        Finalmenteritorna anco ne' vinti
la virtú che 'l timore aveafugata
e i Franchi vincitori o son respinti
o pur caggionouccisi in su l'entrata.
Ma il Soldanche giacere infra gliestinti
il tramortito duce a i piè si guata
grida a isuoi cavalier: "Costui sia tratto
dentro a le sbarre eprigionier sia fatto."
        Simovon quegli ad esseguir l'effetto
ma trovan dura e faticosaimpresa
perché non è d'alcun de' suoinegletto
Raimondoe corron tutti in sua difesa.
Quinci furorquindi pietoso affetto
pugnané vil cagione è dicontesa:
di sí grand'uom la libertàla vita
questia guardarquegli a rapir invita.
        Purvinto avrebbe a lungo andar la prova
il Soldano ostinato a lavendetta
ch'a la fulminea mazza oppor non giova
o doppio scudoo tempra d'elmo eletta;
ma grande aita a i suoi nemici e nova
diqua di là vede arrivare in fretta
ché da duo latiopposti in un sol punto
il sopran duce e 'l gran guerriero ègiunto.
        Comepastorquando fremendo intorno
il vento e i tuoni e balenando ilampi
vede oscurar di mille nubi il giorno
ritrae le greggieda gli aperti campi
e sollecito cerca alcun soggiorno
ovel'ira del ciel securo scampi
ei co 'l grido indrizzando e con laverga
le mandre inantia gli ultimi s'atterga;
        cosíil paganche già venir sentia
l'irreparabil turbo e latempesta
che di fremiti orrendi il ciel feria
d'armeingombrando e quella parte e questa
le custodite genti inanziinvia
ne la gran torreed egli ultimo resta:
ultimo parteesí cede al periglio
ch'audace appare in provido consiglio.
        Pur a faticaavien che si ripari
dentro a le portee le riserra a pena
chegiàrotte le sbarrea i limitari
Rinaldo viennéquivi anco s'affrena.
Desio di superar chi non ha pari
in oprad'armee giuramento il mena;
ché non oblia che in votoegli promise
di dar morte a colui che 'l dano uccise.
        Eben allor allor l'invitta mano
tentato avria l'inespugnabilmuro
né forse colà dentro era il Soldano
dalfatal suo nemico assai securo;
ma già suona a ritratta ilcapitano
già l'orizonte d'ogni intorno èscuro.
Goffredo alloggia ne la terrae vòle
rinovar poil'assalto al novo sole.
        Dicevaa i suoi lietissimo in sembienza:
"Favorito ha il gran Diol'armi cristiane:
fatto è il sommo de' fattie pocoavanza
de l'opra e nulla del timor rimane.
La torre (estrema emisera speranza
degli infedeli) espugnarem dimane.
Pietàfra tanto a confortar v'inviti
con sollecito amor gli egri e iferiti.
        Iteecurate quei c'han fatto acquisto
di questa patria a noi co 'lsangue loro.
Ciò piú conviensi a i cavalier diCristo
che desio di vendetta o di tesoro.
Troppoahi! troppodi strage oggi s'è visto
troppa in alcuni aviditàde l'oro;
rapir piú oltrae incrudelir i' vieto.
Ordivulghin le trombe il mio divieto."
        Tacquee poi se n'andò là dove il conte
riavuto dal colpoanco ne geme.
Né Soliman con meno ardita fronte
a i suoiragionae 'l duol ne l'alma preme:
"Siateo compagnidifortuna a l'onte
invitti insin che verde è fior dispeme
ché sotto alta apparenza di fallace
spavento oggimen grave il danno giace.
        Presei nemici han sol le mura e i tetti
e 'l vulgo umilné lacittade han presa
ché nel capo del rene' vostripetti
ne le man vostre è la città compresa.
Veggioil re salvo e salvi i suoi piú eletti
veggio che necirconda alta difesa.
Vano trofeo d'abbandonata terra
abbiansii Franchi; alfin perdran la guerra.
        Ecerto i' son che perderanla alfine
ché ne la sorteprospera insolenti
fian vòlti a gli omicidia le rapine
eda gli ingiuriosi abbracciamenti;
e saran di leggier tra leruine
tra gli stupri e le predeoppressi e spenti
se intanta tracotanza omai sorgiunge
l'oste d'Egittoe non pote esserlunge.
        Intantonoi signoreggiar co' sassi
potrem de la città gli altiedifici
ed ogni calle onde al Sepolcro vassi
torràn lenostre machine a i nemici.
Cosívigor porgendo a i cor giàlassi
la speme rinovò ne gli infelici.
Or mentre quitai cose eran passate
errò Vafrin tra mille schierearmate.
        Al'essercito avverso eletto in spia
già dechinando il solpartí Vafrino;
e corse oscura e solitaria via
notturno esconosciuto peregrino.
Ascalona passò che non uscia
dalbalcon d'oriente anco il mattino;
poi quando è nel meriggioil solar lampo
a vista fu del poderoso campo.
        Videtende infinite e ventillanti
stendardi in cima azzurri e persi egialli
e tante udí lingue discordi e tanti
timpani ecorni e barbari metalli
e voci di cameli e d'elefanti
tra 'lnitrir de' magnanimi cavalli
che fra sé disse: "Quil'Africa tutta
translata viene e qui l'Asia è condutta."
        Mira eglialquanto pria come sia forte
del campo il sitoe qual vallo ilcirconde;
poscia non tenta vie furtive e torte
né dalfrequente popolo s'asconde
ma per dritto sentier tra regieporte
trapassaed or dimanda ed or risponde.
A dimandearisposte astute e pronte
accoppia baldanzosa audace fronte.
        Di qua di làsollecito s'aggira
per le vieper le piazze e per le tende.
Iguerrieri destrierl'arme rimira
l'arti e gli ordini osserva ei nomi apprende.
Né di ciò pagoa maggior coseaspira:
spia gli occulti disegni e parte intende.
Tantos'avolgee cosí destro e piano
ch'adito s'apre alpadiglion soprano.
        Vedemirando quisdruscita tela
ond'ha varco la voceonde siscerne
che là proprio risponde ove son de la
stanzaregal le ritirate interne
sí che i secreti del signor malcela
ad uom ch'ascolti da le parti esterne.
Vafrin vi guata epar ch'ad altro intenda
come sia cura sua conciar la tenda.
        Stavasi ilcapitan la testa ignudo
le membra armato e con purpureoammanto.
Lunge due paggi avean l'elmo e lo scudo:
preme egliun'asta e vi s'appoggia alquanto.
Guardava un uom di torvo aspettoe crudo
membruto ed altoil qual gli era da canto.
Vafrino èattento edi Goffredo a nome
parlar sentendoalza gli orecchi alnome.
        Parla ilduce a colui: "Dunque securo
sei cosí tu di dar mortea Goffredo?"
Risponde quegli: "Io sonnee 'n cortegiuro
non tornar mai se vincitor non riedo.
Preverrò bencolor che meco furo
al congiurare; e premio altro non chiedo
senon ch'io possa un bel trofeo de l'armi
drizzar nel Cairoesottopor tai carmi:
        `Questearme in guerra al capitan francese
distruggitor de l'AsiaOrmondo trasse
quando gli trasse l'almae le sospese
perchémemoria ad ogni età ne passe.'"
"Non fia"l'altro dicea "che 'l re cortese
l'opera grande inonoratalasse:
ben ei darà ciò che per te si chiede
macongiunta l'avrai d'alta mercede.
        Orapparecchia pur l'arme mentite
ché 'l giorno omai de labattaglia è presso.
"Son" rispose "giàpreste." E quifornite
queste parolee 'l duce tacque edesso.
Restò Vafrino a le gran cose udite
sospeso edubbioe rivolgea in se stesso
qual arti di congiura e qualisieno
le mentite armee no 'l comprese a pieno.
        Indipartissi e quella notte intera
desto passòch'occhioserrar non volse;
ma quando poi di novo ogni bandiera
a l'aurematutine il campo sciolse
anch'ei marciò con l'altra gentein schiera
fermossi anch'egli ov'ella albergo tolse
e puranco tornò di tenda in tenda
per udir cosa onde il vermeglio intenda.
        Cercandotrova in sede alta e pomposa
fra cavalieri Armida e fradonzelle
che stassi in sé romita e sospirosa:
fra séco' suoi pensier par che favelle.
Su la candida man la guanciaposa
e china a terra l'amorose stelle.
Non sa se pianga o no:ben può vederle
umidi gli occhi e gravidi di perle.
        Vedele incontrail fero Adrasto assiso
che par ch'occhio non batta e che nonspiri
tanto da lei pendeatanto in lei fiso
pasceva i suoifamelici desiri.
Ma Tisafernoor l'uno or l'altro inviso
guardandoor vien che bramior che s'adiri;
e segna ilnobil volto or di colore
di rabbioso disdegno ed or d'amore.
        Scorge posciaAltamorch'in cerchio accolto
fra le donzelle alquanto era indisparte.
Non lascia il desir vago a freno sciolto
ma gira gliocchi cupidi con arte:
volge un guardo a la manouno al belvolto
talora insidia piú guardata parte
e làs'interna ove mal cauto apria
fra due mamme un bel vel secretavia.
        Alza alfingli occhi Armidae pur alquanto
la bella fronte sua tornaserena;
e repente fra i nuvoli del pianto
un soave sorriso apree balena.
"Signor" dicea "membrando il vostrovanto
l'anima mia pote scemar la pena
ché d'esservendicata in breve aspetta
e dolce è l'ira in aspettarvendetta."
        Rispondel'indian: "La fronte mesta
dehper Dio! rasserenae 'lduolo alleggia
ch'assai tosto averrà che l'empia testa
diquel Rinaldo a piè tronca ti veggia
o menarolti prigioniercon questa
ultrice manoove prigion tu 'l chieggia.
Cosípromisi in vòto." Or l'altro ch'ode
moto non famatra suo cor si rode.
        Volgendoin Tisaferno il dolce sguardo:
"Tuche dicisignor?"colei soggiunge.
Risponde egli infingendo: "Io che sontardo
seguiterò il valor cosí da lunge
di questotuo terribile e gagliardo."
E con tai detti amaramente ilpunge.
Ripiglia l'indo allor: "Ben è ragione
chelunge segua e tema il paragone."
        CrollandoTisaferno il capo altero
disse: "Oh foss'io signor del miotalento!
libero avessi in questa spada impero!
ché tostoei si parria chi sia piú lento.
Non temo io te nétuoi gran vantio fero;
ma il Cielo e l'inimico Amorpavento."
Tacque; e sorgeva Adrasto a far disfida
ma laprevenne e s'interpose Armida.
        Diss'ella:"O cavalierperché quel dono
donatomi piúvolteanco togliete?
Miei campion sète voipur esserbuono
dovria tal nome a por tra voi quiete.
Meco s'adira chis'adira: io sono
ne l'offese l'offesae voi 'l sapete."
Cosílor parlae cosí avien che accordi
sotto giogo di ferroalme discordi.
        Èpresente Vafrino e 'l tutto ascolta
e sottrattone il vero indi sitoglie.
Spia de l'alta congiurae lei ravvolta
trova insilenzio e nulla ne raccoglie.
Chiedene improntamente anco talvolta
e la difficoltà cresce le voglie.
O qui lasciarla vita egli è disposto
o riportarne il gran secretoascosto.
        Mille epiú vie d'accorgimento ignote
mille ripensa inusitatefrodi
e pur con tutto ciò non gli son note
de l'occultacongiura e l'arme e i modi.
Fortuna alfin (quel che per sénon pote)
isviluppò d'ogni suo dubbio i nodi
si ch'eidistinto e manifesto intese
come l'insidie al pio Buglion siantese.
        Era tornatoov'è pur anco assisa
fra' suoi campioni la nemicaamante
ch'ivi opportun l'investigarne avisa
ove traean gentisí varie e tante.
Or qui s'accosta a una donzellainguisa
che par che v'abbia conoscenza inante;
par v'abbiad'amistade antica usanza
e ragiona in affabile sembianza.
        Egli diceaquasiper gioco: " Anch'io
vorrei d'alcuna bella esser campione
etroncar pensarei co 'l ferro mio
il capo o di Rinaldo o delBuglione.
Chiedila pure a mese n'hai desio
la testa d'alcunbarbaro barone."
Cosí cominciae pensa a poco apoco
a piú grave parlar ridur il gioco.
        Main questo dir sorrisee fe' ridendo
un cotal atto suo nativousato.
Una de l'altre allor qui sorgiungendo
l'udíguardolloe poi gli venne a lato;
disse: "Involarti aciascun'altra intendo
né ti dorrai d'amor maleimpiegato.
In mio campion t'eleggo; ed in disparte
come a miocavaliervuo' ragionarte."
        Ritirolloe parlò: "Riconosciuto
ho teVafrin; tu me conoscerdéi."
Nel cor turbossi lo scudiero astuto
pur sirivolse sorridendo a lei:
"Non t'ho (che mi sovenga) unquaveduto
e degna pur d'esser mirata sei.
Questo so bench'assaivario da quello
che tu dicesti è il nome ond'io m'appello.
        Me su la piaggiadi Biserta aprica
Lesbin produssee mi nomòAlmanzorre."
Tosto disse ella: "Ho conoscenzaantica
d'ogn'esser tuoné già mi voglioapporre.
Non ti celar da mech'io sono amica
ed in tuo provorrei la vita esporre.
Erminia songià di re figliaeserva
poi di Tancredi un tempoe tua conserva.
        Nela dolce prigion due lieti mesi
pietoso prigionier m'avesti inguarda
e mi servisti in bei modi cortesi.
Ben dessa i' sonben dessa i' son; riguarda."
Lo scudiercome pria v'ha gliocchi intesi
la bella faccia a ravvisar non tarda.
"Vivi"ella soggiungea "da me securo:
per questo cielper questosol te 'l giuro.
        Anzipregar ti vo' chequando torni
mi riconduca a la prigion miacara.
Torbide notti e tenebrosi giorni
miseravivo inlibertate amara.
E se qui per ispia forse soggiorni
ti si faincontro alta fortuna e rara:
saprai da me congiuree ciòch'altrove
malagevol sarà che tu ritrove."
        Cosí gliparlae intanto ei mira e tace;
pensa a l'essempio de la falsaArmida.
"Femina è cosa garrula e fallace:
vòlee disvòle; è folle uom che se 'n fida."
Sítra sé volge. "Orse venir ti piace"
alfin ledisse "io ne sarò tua guida.
Sia fermato tra noiquesto e conchiuso
serbisi il parlar d'altro a miglior uso."
        Gli ordini dannodi salire in sella
anzi il mover del campo allora allora.
ParteVafrin dal padiglioneed ella
si torna a l'altre e alquanto ividimora.
Di scherzar fa sembianza e pur favella
del campionnovoe se ne vien poi fora;
viene al loco prescritto es'accompagna
ed escon poi del campo a la campagna.
        Giàeran giunti in parte assai romita
e già sparian le saracinetende
quando ei le disse: "Or di' come a la vita
del pioGoffredo altri l'insidie tende."
Allor colei de la congiuraordita
l'iniqua tela a lui dispiega e stende.
"Son"gli divisa "otto guerrier di corte
tra' quali il piúfamoso è Ormondo il forte.
        Questi(che che lor movaodio o disegno)
han conspiratoe l'arte lorfia tale:
quel dí ch'in lite verrà d'Asia ilregno
tra' due gran campi in gran pugna campale
avran sul'arme de la Croce il segno
e l'arme avranno a la francesca; equale
la guardia di Goffredo ha bianco e d'oro
il suo vestirsarà l'abito loro.
        Maciascun terrà cosa in su l'elmetto
che noto a i suoi peruom pagano il faccia.
Quando fia poi rimescolato e stretto
l'uncampo e l'altroelli porransi in traccia
e insidieranno alvaloroso petto
mostrando di custodi amica faccia;
e 'l ferroarmato di veneno avranno
perché mortal sia d'ogni piaga ildanno.
        E perchéfra' pagani anco risassi
ch'io so vostr'usi ed arme esopraveste
fèr che le false insegne io divisassi;
e fuicostretta ad opere moleste.
Queste son le cagion che 'l campo iolassi:
fuggo l'imperiose altrui richieste;
schivo ed aborro inqual si voglia modo
contaminarmi in atto alcun di frodo.
        Queste son lecagionma non già sole."
E qui si tacquee di rossorsi tinse
e chinò gli occhie l'ultime parole
ritenervolle e non ben le distinse.
Lo scudierche da lei ritrar purvòle
ciò ch'ella vergognando in séristrinse
"Di poca fede" disse "or perchécele
le piú vere cagioni al tuo fedele?"
        Elladal petto un gran sospiro apriva
e parlava con suon tremante eroco:
"Mal guardata vergogna intempestiva
vattene omainon hai tu qui piú loco;
a che pur tentio in van ritrosao schiva
celar co 'l fuoco tuo d'amor il foco?
Debiti furquesti rispetti inante
non or che fatta son donzella errante."
        Soggiunse poi:"La notte a me fatale
ed a la patria mia che giacqueoppressa
perdei piú che non parve; e 'l mio gran male
nonebbi in leima derivò da essa.
Leve perdita è ilregnoio co 'l regale
mio alto stato anco perdei me stessa:
permai non ricovrarlaallor perdei
la mentefollee 'l core e isensi miei.
        Vafrintu sai che timidetta accorsi
tanta strage vedendo e tanteprede
al tuo signor e mioche prima i' scorsi
armato por nela mia reggia il piede;
e chinandomi a lui tai vociporsi:
`Invitto vincitorpietàmercede!
non prego iote per la mia vita: il fiore
salvami sol del verginale onore.'
        Eglila suaporgendo a la mia mano
non aspettò che 'l mio pregarfornisse:
`Vergine bellanon ricorri in vano
io ne saròtuo difensor' mi disse.
Allor un non so che soave e piano
sentiich'al cor mi scese e vi s'affisse
che serpendomi poi per l'almavaga
non so comedivenne incendio e piaga.
        Visitommipoi spesso e 'n dolce suono
consolando il mio duolmeco sidolse.
Dicea: `L'intera libertà ti dono'
e de le spogliemie spoglia non volse.
Oimè! che fu rapina e parvedono
ché rendendomi a me da me mi tolse.
Quel mi rendéch'è via men caro e degno
ma s'usurpò del core aforza il regno.
        Malamor si nasconde. A te sovente
desiosa chiedea del miosignore.
Veggendo i segni tu d'inferma mente:
`Erminia' midicesti `ardi d'amore.'
Io te 'l negaima un mio sospiroardente
fu piú verace testimon del core;
e 'n vece forsedella linguail guardo
manifestava il foco onde tutt'ardo.
        Sfortunatosilenzio! avessi almeno
chiesta allor medicina al granmartire
s'esser poscia dovea lentato il freno
quando nongiovarebbeai mio desire.
Partimmi in sommae le mie piaghe inseno
portai celate e ne credei morire.
Al fin cercando al vivermio soccorso
mi sciolse amor d'ogni rispetto il morso;
        sí ch'atrovarne il mio signor io mossi
ch'egra mi fece e mi potea farsana.
Ma tra via fero intoppo attraversossi
di genteinclementissima e villana.
Poco mancò che preda lor nonfossi
pur in parte fuggimmi erma e lontana;
e colàvissi in solitaria cella
cittadina de' boschi e pastorella.
        Ma poi che queldesio che fu ripresso
molti dí per la tema ancorisorse
tornarmi ritentando al loco stesso
la medesmasciagura anco m'occorse.
Fuggir non potei giàch'era omaipresso
predatrice masnada e troppo corse.
Cosí fuipresae quei che mi rapiro
Egizi fur ch'a Gaza indi se 'n giro
        e 'n don menàrmial capitanoa cui
diedi di me contezzae 'l persuasi
sích'onorata e inviolata fui
quei dí che con Armida ivirimasi.
Cosí venni piú volte in forza altrui
eme 'n sottrassi. Ecco i miei duri casi.
Pur le prime catene ancoriserva
la tante volte liberata e serva.
        Ohpur colui che circondolle intorno
a l'almasí che non fiachi le scioglia
non dica: `Errante ancellaaltrosoggiorno
cércati pure' e me seco non voglia;
mapietoso gradisca il mio ritorno
e ne l'antica mia prigionm'accoglia!"
Cosí diceagli Erminiae insiemeandaro
la notte e 'l giorno ragionando a paro.
        Ilpiú usato sentier lasciò Vafrino
calle cercando opiú securo o corto.
Giunsero in loco a la cittàvicino
quando è il sol ne l'occaso e imbruna l'orto
etrovaron di sangue atro il camino;
e poi vider nel sangue unguerrier morto
che le vie tutte ingombrae la gran faccia
tienvolta ai cielo e morto anco minaccia.
        L'usode l'arme e 'l portamento estrano
pagàn mostràrloelo scudier trascorse;
un altro alquanto ne giacea lontano
chetosto a gli occhi di Vafrino occorse.
Egli disse fra sé:"Questi è cristiano."
Piú il mise posciail vestir bruno in forse.
Salta di sella e gli discopre ilviso
ed: "Oimè" grida "è quiTancredi ucciso."
        Ariguardar sovra il guerrier feroce
la male aventurosa erafermata
quando dal suon de la dolente voce
per lo mezzo delcor fu saettata.
Al nome di Tancredi ella veloce
accorse inguisa d'ebra e forsennata.
Vista la faccia scolorita e bella
nonscese noprecipitò di sella;
        ein lui versò d'inessicabil vena
lacrime e voce di sospirimista:
"In che misero punto or qui mi mena
fortuna? a cheveduta amara e trista?
Dopo gran tempo i' ti ritrovo apena
Tancredie ti riveggio e non son vista:
vista non son date benché presente
e trovando ti perdo eternamente.
        Misera! noncredea ch'a gli occhi miei
potessi in alcun tempo esser noioso.
Orcieca farmi volentier torrei
per non vedertie riguardar nonoso.
Oimède' lumi già sí dolci e rei
ov'èla fiamma? ov'è il bel raggio ascoso?
de le fiorite guancieil bel vermiglio
ov'è fuggito? ov'è il seren delciglio?
        Ma che?squallido e scuro anco mi piaci.
Anima bellase quinci entrogire
s'odi il mio piantoa le mie voglie audaci
perdona ilfurto e 'l temerario ardire:
da le pallide labra i freddibaci
che piú caldi speraivuo' pur rapire;
parte torròdi sue ragioni a morte
baciando queste labra essangui e smorte.
        Pietosa bocca chesolevi in vita
consolar il mio duol di tue parole
lecito siach'anzi la mia partita
d'alcun tuo caro bacio io mi console;
eforse allors'era a cercarlo ardita
quel davi tu ch'ora convench'invole.
Lecito sia ch'ora ti stringa e poi
versi lo spirtomio fra i labri tuoi.
        Raccoglitu l'anima mia seguace
drizzala tu dove la tua se 'n gio."
Cosíparla gemendoe si disface
quasi per gli occhie par conversa inrio.
Rivenne quegli a quell'umor vivace
e le languide labraalquanto aprio:
aprí le labra e con le luci chiuse
unsuo sospir con que' di lei confuse.
        Sentela donna il cavalier che geme
e forza è pur che siconforti alquanto:
"Apri gli occhiTancredia questeestreme
essequie" grida "ch'io ti fo co 'lpianto;
riguarda me che vuo' venirne insieme
la lunga strada evuo' morirti a canto.
Riguarda menon te 'n fuggir sípresto:
l'ultimo don ch'io ti dimando è questo."
        Apre Tancredi gliocchi e poi gli abbassa
torbidi e gravied ella pur silagna.
Dice Vafrino a lei: "Questi non passa:
curisiadunque primae poi si piagna."
Egli il disarmaellatremante e lassa
porge la mano a l'opere compagna
mira etratta le piaghe edi ferute
giudice espertaspera indi salute.
        Vede che 'l malda la stanchezza nasce
e da gli umori in troppa copia sparti.
Manon ha fuor ch'un velo onde gli fasce
le sue feritein sísolinghe parti.
Amor le trova inusitate fasce
e di pietàle insegna insolite arti:
l'asciugò con le chiome erilegolle
pur con le chiome che troncar si volle
        peròche 'l velo suo bastar non pote
breve e sottile a le síspesse piaghe.
Dittamo e croco non aveama note
per uso talsapea potenti e maghe.
Già il mortifero sonno ei da séscote
già può le luci alzar mobili e vaghe.
Vedeil suo servoe la pietosa donna
sopra si mira in peregrina gonna.
        Chiede: "OVafrinqui come giungi e quando?
E tu chi seimedica miapietosa?"
Ellafra lieta e dubbia sospirando
tinse ilbel volto di color di rosa:
"Saprai" rispose "iltuttoor (te 'l comando
come medica tua) taci e riposa.
Saluteavraiprepara il guiderdone."
Ed al suo capo il grembo indisuppone.
        Pensaintanto Vafrin come a l'ostello
agiato il porti anzi piúfosca sera
ed ecco di guerrier giunge un drapello:
conosce eiben che di Tancredi è schiera.
Quando affrontò ilcircasso e per appello
di battaglia chiamolloinsieme egliera;
non seguí lui perché non volse allora
poidubbioso il cercò de la dimora.
        Seguianmolti altri la medesma inchiesta
ma ritrovarlo avien che lorsucceda.
De le stesse lor braccia essi han contesta
quasi unasede ov'ei s'appoggi e sieda.
Disse Tancredi allora: "Adunqueresta
il valoroso Argante a i corvi in preda?
Ah per Dio non silascie non si frodi
o de la sepoltura o de le lodi.
        Nessuna a me co'l busto essangue e muto
riman piú guerra; egli moríqual forte
onde a ragion gli è quell'onor devuto
chesolo in terra avanzo è de la morte."
Cosí damolti ricevendo aiuto
fa che 'l nemico suo dietro siporte.
Vafrino al fianco di colei si pose
sí come uomsòle a le guardate cose.
        Soggiunseil prence: "A la città regale
non a le tende mievuo' che si vada
ché s'umano accidente a questa frale
vitasovrastaè ben ch'ivi m'accada;
ché 'l loco ovemorí l'Uomo immortale
può forse al Cielo agevolar lastrada
e sarà pago un mio pensier devoto
d'averperegrinato al fin del voto."
        Dissee colà portato egli fu posto
sovra le piumee 'l prese unsonno cheto.
Vafrino a la donzellae non discosto
ritrovaalbergo assai chiuso e secreto.
Quinci s'invia dov'èGoffredoe tosto
entraché non gli è fatto alcundivieto
se ben allor de la futura impresa
in bilance iconsigli appende e pesa.
        Dellettoove la stanca egra persona
posa Raimondoil duce èsu la sponda
e d'ogn'intorno nobile corona
de' piúpotenti e piú saggi il circonda.
Ormentre lo scudiero alui ragiona
non v'è chi d'altro chieda o chirisponda.
"Signor" dicea "come imponestiandai
tra gli infedeli e 'l campo lor cercai.
        Manon aspettar già che di quell'oste
l'innumerabil numero ticonti.
I' vidi ch'al passar le valli ascoste
sotto e' teneva ei piani tutti e i monti;
vidi che dove giungaoves'accoste
spoglia la terra e secca i fiumi e i fonti
perchénon bastan l'acque a la lor sete
e poco è lor ciòche la Siria miete.
        Masí de' cavaliersí de' pedoni
sono in gran parteinutili le schiere:
gente che non intende ordini o suoni
néstringe ferro e di lontan sol fère.
Ben ve ne sono alquantieletti e buoni
che seguite di Persia han le bandiere
e forsesquadra anco migliore è quella
che la squadra immortal delre s'appella.
        Ellaè detta immortal perché difetto
in quel numero mainon fu pur d'uno
ma empie il loco vòto e sempreeletto
sottentra uom novo ove ne manchi alcuno.
Il capitan delcampoEmiren detto
pari ha in senno e valor pochi o nessuno
egli commanda il re che provocarti
debba a pugna campal con tuttel'arti.
        Nécredo già ch'al dí secondo tardi
l'essercito nemicoa comparire.
Ma tuRinaldoassai conven che guardi
il capoond'è fra lor tanto desire
ché i piú famosiin arme e i piú gagliardi
gli hanno incontra arrotato ilferro e l'ire;
perché Armida se stessa in guiderdone
aqual di loro il troncherà propone.
        Fraquesti è il valoroso e nobil perso:
dico Altamoroil re diSarmacante
Adrasto v'èc'ha il regno suo làverso
i confin de l'aurora ed è gigante
uom d'ogniumanità cosí diverso
che frena per cavallo unelefante.
V'è Tisafernoa cui ne l'esser prode
concordefama dà sovrana lode."
        Cosídice eglie 'l giovenetto in volto
tutto scintilla ed ha negliocchi il foco.
Vorria già tra' nemici essere avolto
nécape in séné ritrovar può loco.
QuinciVafrino al capitan rivolto:
"Signor" soggiunse "ilsin qui detto è poco;
la somma de le cose or qui sichiuda:
impugneransi in te l'arme di Giuda."
        Diparte in parte poi tutto gli espose
ciò che di fraudolentein lui si tesse:
l'arme e 'l venenl'insegne insidiose
ilvanto uditoi premi e le promesse.
Molto chiesto gli fumoltorispose;
breve tra lor silenzio indi successe
poscia inalzandoil capitano il ciglio
chiede a Raimondo: "Or qual è iltuo consiglio?"
        Edegli: "È mio parer ch'a i novi albori
come conclusofupiú non s'assaglia
ma si stringa la torreonde uscirfuori
quel ch'è là dentro a suo piacer non vaglia
eposi il nostro campo e si ristori
fra tanto ad uopo di maggiorbattaglia.
Pensa poi tu s'è meglio usar la spada
conforza aperta o 'l gir tenendo a bada.
        Miogiudizio è però che a te convegna
di te stesso curarsovra ogni cura
ché per te vince l'oste e per teregna.
Chi senza te l'indrizza e l'assecura?
E perché itraditor non celi insegna
mutar l'insegne a' tuoi guerrierprocura.
Cosí la fraude a te palese fatta
sarà daquel medesmo in chi s'appiatta."
        Rispondeil capitan: "Come hai per uso
mostri amico voler e saggiamente;
ma quel che dubbio lascior fia conchiuso.
Usciremcontra a la nemica gente
né già star deve in muro o'n vallo chiuso
il campo domator de l'Oriente.
Sia da quegliempi il valor nostro esperto
ne la piú aperta lucein locoaperto.
        Nonsosterran de le vittorie il nome
non che de' vincitor l'aspettoaltero
non che l'arme; e lor forze saran dome
fermostabilimento al nostro impero.
La torre o tosto renderassi ocome
altri no 'l vietiil prenderla è leggiero."
Quiil magnanimo tace e fa partita
ché 'l cader de le stelleal sonno invita.  
 
 
 
CANTOVENTESIMO



Argomento

        Giungel'oste paganae crudel guerra
Fa col campo fedele. Il fierSoldano
L'assediata rocca anco disserra
Vago d'andare aguerreggiar nel piano.
N'esce col Re; ma l'uno e l'altro aterra
Estinto cade da famosa mano.
Placa rinaldo Armida. ICristian scempio
fan de' nemicie poi van lieti al tempio.

 

      Giàil sole avea desti i mortali a l'opre
già diece ore delgiorno eran trascorse
quando lo stuol ch'a la gran torre èsopre
un non so che da lunge ombroso scorse
quasi nebbia ch'asera il mondo copre
e ch'era il campo amico al fin s'accorse
chetutto intorno il ciel di polve adombra
e i colli sotto e lecampagne ingombra.
        Alzanoallor da l'alta cima i gridi
insino al ciel l'assediate genti
conquel romor con che da i traci nidi
vanno a stormi le gru ne'giorni algenti
e tra le nubi a piú tepidi lidi
fuggonstridendo inanzi a i freddi venti
ch'or la giunta speranza in lorfa pronte
la mano al saettarla lingua a l'onte.
        Bens'avisaro i Franchi onde de l'ire
l'impeto novo e 'l minacciarprocede
e miran d'alta parte; ed apparire
il poderoso campoindi si vede.
Súbito avampa il generoso ardire
in que'petti feroci e pugna chiede.
La gioventute altera accoltainsieme:
"Dà" grida "il segnoinvittoduce" e freme.
        Manega il saggio offrir battaglia inante
a i novi albori e tien gliaudaci a freno
né pur con pugna instabile e vagante
vuolche si tentin gl'inimici almeno.
"Ben è ragion"dicea "che dopo tante
fatiche un giorno io vi ristori apieno."
Forse ne' suoi nemici anco la folle
credenza di sestessi ei nudrir volle.
        Siprepara ciascunde la novella
luce aspettando cupido ilritorno.
Non fu mai l'aria sí serena e bella
come al'uscir del memorabil giorno:
l'alba lieta ridevae pareach'ella
tutti i raggi del sole avesse intorno;
e 'l lume usatoaccrebbee senza velo
volse mirar l'opere grandi il cielo.
        Come vide spuntarl'aureo mattino
mena fuori Goffredo il campo instrutto.
Ma ponRaimondo intorno al palestino
tiranno e de' fedeli il popoltutto
che dal paese di Soria vicino
a' suoi liberator s'eracondutto:
numero grande; e pur non questo solo
ma di Guasconiancor lascia uno stuolo.
        Vassenee tal è in vista il sommo duce
ch'altri certa vittoria indipresume.
Novo favor del Cielo in lui riluce
e 'l fa grande edaugusto oltra il costume:
gli empie d'onor la faccia e viriduce
di giovenezza il bel purpureo lume
e ne l'atto de gliocchi e de le membra
altro che mortal cosa egli rassembra.
        Ma non lunge se'n va che giunge a fronte
de l'attendato essercito pagano
eprender fane l'arrivarun monte
ch'egli ha da tergo e dasinistra mano;
e l'ordinanza poilarga di fronte
di fianchiangustaspiega inverso il piano
stringe in mezzo i pedoni erende alati
con l'ale de' cavalli entrambi i lati.
        Nelcorno mancoil qual s'appressa a l'erto
de l'occupato colle es'assecura
pon l'un e l'altro prencipe Roberto
dà leparti di mezzo al frate in cura.
Egli a destra s'alluogaove èl'aperto
e 'l periglioso piú de la pianura
ove ilnemicoche di gente avanza
di circondarlo aver potea speranza.
        E qui i suoiLoteringhi e qui dispone
le meglio armate genti e le piúelette
qui tra cavalli arcieri alcun pedone
uso a pugnar tra'cavalier framette.
Poscia d'aventurier forma un squadrone
ed'altri altronde sceltie presso il mette;
mette loro in disparteal lato destro.
e Rinaldo ne fa duce e maestro.
        Eda lui dice: "In tesignorriposta
la vittoria e la somma ède le cose.
Tieni tu la tua schiera alquanto ascosta
dietro aqueste ali grandi e spaziose.
Quando appressa il nemicoe tu dicosta
l'assali e rendi van quanto e' propose.
Proposto avràse 'l mio pensier non falle
girando a i fianchi urtarci ed a lespalle."  
        Quindisovra un corsier di schiera in schiera
parea volar tra' cavaliertra' fanti.
Tutto il volto scopria per la visiera:
fulminava negli occhi e ne' sembianti.
Confortò il dubbio e confermòchi spera
ed a l'audace rammentò i suoi vanti
e le sueprove al forte: a chi maggiori
gli stipendi promisea chi glionori.
        Al fincolà fermossi ove le prime
e piú nobili squadreerano accolte
e cominciò da loco assai sublime
parlareond'è rapito ogn'uom ch'ascolte.
Come in torrenti dal'alpestri cime
soglion giú derivar le nevi sciolte
cosícorrean volubili e veloci
da la sua bocca le canore voci.
        "O de'nemici di Giesú flagello
campo miodomator del'Oriente
ecco l'ultimo giornoecco pur quello
che giàtanto bramaste omai presente.
Né senza alta cagion ch'ilsuo rubello
popolo or si raccolga il Ciel consente:
ogni vostronimico ha qui congiunto
per fornir molte guerre in un sol punto.
        Noi raccorremmolte vittorie in una
né fia maggiore il rischio o lafatica.
Non sianon sia tra voi temenza alcuna
in veder cosígrande oste nimica
ché discorde fra sé mai siraguna
e ne gli ordini suoi se stessa intrica
e di chi pugniil numero fia poco:
mancherà il core a moltia molti illoco.
        Quei cheincontra verranciuomini ignudi
fian per lo piú senzavigorsenz'arte
che dal lor ozio o da i servili studi
solviolenza or allontana e parte.
Le spade omai tremartremar gliscudi
tremar veggio l'insegne in quella parte
conosco i suoniincerti e i dubbi moti:
veggio la morte loro a i segni noti.
        Quel capitan checinto d'ostro e d'oro
dispon le squadree par sí fero invista
vinse forse talor l'Arabo o 'l Moro
ma il suo valor nonfia ch'a noi resista.
Che faràbenché saggiointanta loro
confusione e sí torbida e mista?
Mai noto ècredoe mai conosce i sui
ed a pochi può dir: `Tu fostiio fui.'
        Macapitano i' son di gente eletta:
pugnammo un tempo e trionfammoinsieme
e poscia un tempo a mio voler l'ho retta.
Di chi divoi non so la patria o 'l seme?
quale spada m'è ignota? oqual saetta
benché per l'aria ancor sospesa treme
nonsaprei dir se franca o se d'Irlanda
e quale a punto il braccio èche la manda?
        Chiedosolite cose: ognun qui sembri
quel medesmo ch'altrove i' l'ho giàvisto;
e l'usato suo zelo abbiae rimembri
l'onor suol'onormiol'onor di Cristo.
Iteabbattete gli empi; e i tronchimembri
calcatee stabilite il santo acquisto.
Ché piúvi tengo a bada? assai distinto
ne gli occhi vostri il veggio:avete vinto."  
        Parveche nel fornir di tai parole
scendesse un lampo lucido esereno
come tal volta estiva notte sòle
scoter dalmanto suo stella o baleno.
Ma questo creder si potea che 'lsole
giuso il mandasse dal piú interno seno;
e parve alcapo irgli girandoe segno
alcun pensollo di futuro regno.
        Forse (se deveinfra celesti arcani
prosuntuosa entrar lingua mortale)
agnolcustode fu che da i soprani
cori discesee 'l circondò conl'ale.
Mentre ordinò Goffredo i suoi cristiani
e parlòfra le schiere in guisa tale
l'egizio capitan lento non fue
adordinarea confortar le sue.
        Trassele squadre fuorcome veduto
fu da lunge venirne il popolfranco
e fece anch'ei l'essercito cornuto
co' fanti in mezzoe i cavalieri al fianco.
E per sé il corno destro haritenuto
e prepose Altamoro al lato manco;
Muleasse fra loro ifanti guida
e in mezzo è poi de la battaglia Armida.
        Co 'l duce adestra è il re de gli Indiani
e Tisaferno e tutto il regiostuolo.
Ma dove stender può ne' larghi piani
l'alasinistra piú spedito il volo
Altamoro ha i re persi e i reafricani
e i duo che manda il piú fervente suolo.
Quincile frombe e le balestre e gli archi
esser tutti dovean rotati escarchi.
        CosíEmiren gli schierae corre anch'esso
per le parti di mezzo e pergli estremi:
per interpreti or parlaor per se stesso
mescelodi e rampogne e pene e premi.
Talor dice ad alcun: "Perchédimesso
mostrisoldatoil volto? e di che temi?
che pote uncontra cento? io mi confido
sol con l'ombra fugarli e sol co 'lgrido."
        Adaltri: "O valorosoor via con questa
faccia a ritòrla preda a noi rapita."
L'imagine ad alcuno in mentedesta
glie la figura quasi e glie l'addita
de la pregantepatria e de la mesta
supplice famigliuola sbigottita.
"Credi"dicea "che la tua patria spieghi
per la mia lingua in taiparole i preghi:
        `Guardatu le mie leggi e i sacri tèmpi
fa' ch'io del sangue mionon bagni e lavi;
assecura le vergini da gli empi
e i sepolcrie le ceneri de gli avi.'
A tepiangendo i lor passatitempi
mostran la bianca chioma i vecchi gravi
a te la mogliele mammelle e 'l petto
le cune e i figli e 'l marital suo letto."
        A molti poidicea: "L'Asia campioni
vi fa de l'onor suo; da vois'aspetta
contra que' pochi barbari ladroni
acerbamagiustissima vendetta.
Cosí con arti variein vari suoni
levarie genti a la battaglia alletta.
Ma già tacciono i ducie le vicine
schiere non parte omai largo confine.
        Grandee mirabil cosa era il vedere
quando quel campo e questo a frontevenne
comespiegate in ordine le schiere
di mover giàgià d'assalire accenne;
sparse al vento ondeggiando ir lebandiere
e ventolar su i gran cimier le penne:
abiti e fregiimpresearme e colori
d'oro e di ferro al sol lampi e fulgori.
        Sembra d'alberidensi alta foresta
l'un campo e l'altrodi tant'aste abbonda.
Sontesi gli archi e son le lancie in resta
vibransi i dardi e rotasiogni fionda;
ogni cavallo in guerra anco s'appresta;
gli odii e'l furor del suo signor seconda
raspabattenitrisce e siraggira
gonfia le nari e fumo e foco spira.
        Belloin sí bella vista anco è l'orrore
e di mezzo latema esce il diletto.
Né men le trombe orribili ecanore
sono a gli orecchi lieto e fero oggetto.
Pur il campofedelbenché minore
par di suon piú mirabile ed'aspetto
e canta in piú guerriero e chiaro carme
ognisua trombae maggior luce han l'arme.
        Fèrle trombe cristiane il primo invito
risposer l'altre ed accettàrla guerra.
S'inginocchiaro i Franchi e riverito
da lor fu ilCieloindi baciàr la terra.
Decresce in mezzo il campo;ecco è sparito:
l'un con l'altro nemico omai si serra.
Giàfera zuffa è ne le cornae inanti
spingonsi già conlor battaglia i fanti.
        Orchi fu il primo feritor cristiano
che facesse d'onor lodatiacquisti?
FostiGildippetu che 'l grande ircano
che regnavain Ormúsprima feristi
(tanto di gloria a la femineamano
concesse il Cielo) e 'l petto a lui partisti.
Cade iltrafittoe nel cadere egli ode
dar gridando i nemici al colpolode.
        Con ladestra viril la donna stringe
poi c'ha rotto il tronconla buonaspada
e contra i Persi il corridor sospinge
e 'l folto de leschiere apre e dirada.
Coglie Zopiro là dove uom si cinge
efa che quasi bipartito ei cada
poi fèr la gola e tronca alcrudo Alarco
de la voce e del cibo il doppio varco.
        D'unmandritto ArtaserseArgeo di punta
l'uno atterra stordito el'altro uccide.
Poscia i pieghevol nodiond'è congiunta
lamanca al braccioad Ismael recide.
Lasciacadendoil fren laman disgiunta
su gli orecchi al destriero il colpo stride;
eiche si sente in suo poter la briglia
fugge a traverso e gliordini scompiglia.
        Questie molti altrich'in silenzio preme
l'età vetustaella divita toglie.
Stringonsi i Persi e vanle adosso insieme
vaghid'aver le gloriose spoglie.
Ma lo sposo fedelche di leiteme
corre in soccorso a la diletta moglie.
Cosícongiuntala concorde coppia
ne la fida union le forze addoppia.
        Arte di schermonova e non piú udita
a i magnanimi amanti usarvedresti:
oblia di sé la guardiae l'altrui vita
difendeintentamente a quella e questi.
Ribatte i colpi la guerrieraardita
che vengono al suo caro aspri e molesti;
egli a l'arme alei dritte oppon lo scudo
v'opporrias'uopo fosseil capoignudo.
        Proprial'altrui difesae propria face
l'uno e l'altro di lor l'altruivendetta.
Egli dà morte ad Artabano audace
per cui diBoecàn l'isola è retta
e per l'istessa mano Alvantegiace
ch'osò pur di colpir la sua diletta.
Ella fraciglio e ciglio ad Arimonte
che 'l suo fedel batteapartíla fronte.
        Talfean de' Persi stragee via maggiore
la fea de' Franchi il re diSarmacante
ch'ove il ferro volgeva o 'l corridore
uccidevaabbattea cavallo o fante.
Felice è qui colui che primamore
né geme poi sotto il destrier pesante
perchéil destrierse da la spada resta
alcun mal vivo avanzoil mordee pesta.
        Riman dai colpi d'Altamoro ucciso
Brunellone il membrutoArdonio ilgrande.
L'elmetto a l'uno e 'l capo è sídiviso
ch'ei ne pende su gli omeri a due bande.
Trafitto èl'altro insin là dove il riso
ha suo principioe 'l cordilata e spande
talché (strano spettacolo edorrendo!)
ridea sforzato e si moria ridendo.
        Nésolamente discacciò costoro
la spada micidial dal dolcemondo
ma spinti insieme a crudel morte foro
GentonioGuascoGuido e 'l buon Rosmondo.
Or chi narrar potria quantiAltamoro
n'abbattee frange il suo destrier co 'l pondo?
chidire i nomi de le genti uccise?
chi del ferirchi del morir leguise?
        Non èchi con quel fero omai s'affronte
né chi pur lunged'assalirlo accenne.
Sol rivolse Gildippe in lui la fronte
néda quel dubbio paragon s'astenne.
Nulla Amazone mai su 'lTermodonte
imbracciò scudo o maneggiò bipenne
audacesícom'ella audace inverso
al furor va del formidabilperso.
        Ferilloove splendea d'oro e di smalto
barbarico diadema in sul'elmetto
e 'l ruppe e sparseonde il superbo ed alto
suocapo a forza egli è chinar constretto.
Ben di robusta manparve l'assalto
al re paganoe n'ebbe onta e dispetto
nétardò in vendicar l'ingiurie sue
ché l'onta e lavendetta a un tempo fue.
        Quasiin quel punto in fronte egli percosse
la donna di percossa in modofella
che d'ogni senso e di vigor la scosse:
cadeama 'l suofedel la tenne in sella.
Fortuna loro o sua virtú purfosse
tanto bastogli e non ferí piú in ella
quasileon magnanimo che lassi
sdegnandouom che si giacciae guardie passi.
        Ormondointantoa le cui fere mani
era commessa la spietata cura
mistocon false insegne è fra' cristiani
e i compagni con lui disua congiura;
cosí lupi notturnii quai di cani
mostrinsembianzaper la nebbia oscura
vanno a le mandre e spian come inlor s'entre
la dubbia coda ristringendo al ventre.
        Giansiappressandoe non lontano al fianco
del pio Goffredo il fer pagansi mise.
Ma come il capitan l'orato e 'l bianco
vide apparir dele sospette assise:
"Ecco" gridò "queltraditor che franco
cerca mostrarsi in simulate guise
ecco isuoi conguirati in me già mossi."
Cosí dicendoal perfido aventossi.
        Mortalmentepiagolloe quel fellone
non fèrenon fa schermo e nons'arretra;
macome inanzi a gli occhi abbia 'l Gorgone
(e fucontanto audace)or gela e impètra.
Ogni spada ed ogn'astaa lor s'oppone
e si vòta in lor soli ogni faretra.
Vain tanti pezzi Ormondo e i suoi consorti
che 'l cadavero pur nonresta a i morti.
        Poiche di sangue ostil si vede asperso
entra in guerra Goffredoelà si volve
ove appresso vedea che 'l duce perso
le piúristrette squadre apre e dissolve
sí che 'l suo stuoloomai n'andria disperso
come anzi l'Austro l'africana polve.
Vèrlui si drizzae i suoi sgrida e minaccia;
e fermando chi fuggeassal chi caccia.
        Comincianqui le due feroci destre
pugna qual mai non vide Ida néXanto.
Ma segue altrove aspra tenzon pedestre
fra Baldovino eMuleasse intanto
né ferve men l'altra battagliaequestre
appresso il collea l'altro estremo canto
ove ilbarbaro duce de le genti
pugna in persona e seco ha i duo potenti.
        Il rettor de leturbe e l'un Roberto
fan crudel zuffae lor virtús'agguaglia.
Ma l'indian de l'altro ha l'elmo aperto
e l'armetuttavia gli fende e smaglia.
Tisaferno non ha nemico certo
chegli sia paragon degno in battaglia
ma scorre ove la calca apparpiú folta
e mesce varia uccisione e molta.
        Cosísi combattevae 'n dubbia lance
co 'l timor le speranze eransospese.
Pien tutto il campo è di spezzate lance
dirotti scudi e di troncato arnese
di spade a i pettia lesquarciate pance
altre confittealtre per terra stese
dicorpialtri supinialtri co' volti
quasi mordendo il suoloalsuorivolti.
        Giaceil cavallo al suo signore appresso
giace il compagno appo ilcompagno estinto
giace il nemico appo il nemicoe spesso
su'l morto il vivoil vincitor su 'l vinto.
Non v'è silenzioe non v'è grido espresso
ma odi un non so che roco eindistinto:
fremiti di furormormori d'ira
gemiti di chilangue e di chi spira.
        L'armeche già sí liete in vista foro
faceano or mostrapaventosa e mesta:
perduti ha i lampi il ferroi raggil'oro
nulla vaghezza a i bei color piú resta.
Quantoapparia d'adorno e di decoro
ne' cimieri e ne' fregior sicalpesta;
la polve ingombra ciò ch'al sangue avanza
tantoi campi mutata avean sembianza.
        GliArabi allorae gli Etiòpi e i Mori
che l'estremo teneandel lato manco
giansi spiegando e distendendo in fòri
giravanpoi de gli inimici al fianco;
ed omai saggittari efrombatori
molestavan da lunge il popol franco
quando Rinaldoe 'l suo drapel si mosse
e parve che tremoto e tuono fosse.
        Assimiro di Mèroeinfra l'adusto
stuol d'Etiopia era il primier de' forti.
Rinaldoil colse ove s'annoda al busto
il nero colloe 'l fe' cader tra'morti.
Poich'eccitò de la vittoria il gusto
l'appetitodel sangue e de le morti
nel fero vincitoreegli fe'cose
incredibiliorrende e monstruose.
        Dièpiú morti che colpie pur frequente
de' suoi gran colpi latempesta cade.
Qual tre lingue vibrar sembra il serpente
chéla prestezza d'una il persuade
tal credea lui la sbigottitagente
con la rapida man girar tre spade.
L'occhio al motodeluso il falso crede
e 'l terrore a que' mostri accresce fede.
        I libici tirannie i negri regi
l'un nel sangue de l'altro a morte stese.
Dièrsovra gli altri i suoi compagni egregi
che d'emulo furorl'essempio accese.
Cadeane con orribili dispregi
l'infedelplebee non facea difese.
Pugna questa non èma stragesola
ché quinci oprano il ferroindi la gola.
        Manon lunga stagion volgon la faccia
ricevendo le piaghe in nobilparte.
Fuggon le turbee sí il timor le caccia
ch'ogniordinanza lor scompagna e parte.
Ma segue pur senza lasciar latraccia
sin che l'ha in tutto dissipate e sparte
poi siraccoglie il vincitor veloce
che sovra i piú fugaci èmen feroce.
        Qualventoa cui s'oppone o selva o colle
doppia ne la contesa isoffi e l'ira
ma con fiato piú placido e piúmolle
per le campagne libere poi spira;
come fra scogli il marspuma e ribolle
e ne l'aperto onde piú chete aggira
cosíquanto contrasto avea men saldo
tanto scemava il suo furorRinaldo.
        Poi chesdegnossi in fuggitivo dorso
le nobil ire ir consumandoinvano
verso la fanteria voltò il suo corso
ch'ebbel'Arabo al fianco e l'Africano
or nuda è da quel latoechi soccorso
dar le doveva o giace od è lontano.
Vien datraversoe le pedestri schiere
la gente d'arme impetuosa fère.
        Ruppe l'aste egli intoppiil violento
impeto vinse e penetrò fraesse
le sparse e l'atterrò; tempesta o vento
men tostoabbatte la pieghevol messe.
Lastricato co 'l sangue è ilpavimento
d'arme e di membra perforate e fesse;
e la cavalleriacorrendo il calca
senza ritegnoe fera oltra se 'n valca.
        Giunse Rinaldoove su 'l carro aurato
stavasi Armida in militar sembianti
enobil guardia avea da ciascun lato
de' baroni seguaci e de gliamanti.
Noto a piú segniegli è da lei mirato
conocchi d'ira e di desio tremanti:
ei si tramuta in volto un cotalpoco
ella si fa di geldivien poi foco.
        Declinail carro il cavaliero e passa
e fa sembiante d'uom cui d'altrocale;
ma senza pugna già passar non lassa
il drapelcongiurato il suo rivale.
Chi il ferro stringe in luichi l'astaabbassa;
ella stessa in su l'arco ha già lo strale:
spingeale manie incrudelia lo sdegno
ma le placava e n'era amorritegno.
        Sorseamor contra l'irae fe' palese
che vive il foco suo ch'ascosotenne.
Le man tre volte a saettar distese
tre volte essainchinollae si ritenne.
Pur vinse al fin lo sdegnoe l'arcotese
e fe' volar del suo quadrel le penne.
Lo stral volòma con lo strale un voto
súbito uscíche vada ilcolpo a vòto.
        Torriaben ella che il quadrel pungente
tornasse indietroe le tornasseal core;
tanto poteva in leibenché perdente
(or chepotria vittorioso?)Amore.
Ma di tal suo pensier poi siripente
e nel discorde sen cresce il furore.
Cosí orpaventa ed or desia che tocchi
a pieno il colpoe 'l segue purcon gli occhi.
        Manon fu la percossa in van diretta
ch'al cavalier su 'l durousbergo è giunta
duro ben troppo a feminil saetta
chedi pungere in vece ivi si spunta.
Egli le volge il fianco; ellanegletta
esser credendoe d'ira arsa e compunta
scocca l'arcopiú volte e non fa piaga:
e mentre ella saettaAmor leipiaga.
        "Sídunque impenetrabile è costui"
fra sé dicea"che forza ostil non cura?
Vestirebbe mai forse i membrisui
di quel diaspro ond'ei l'alma ha sí dura?
Colpod'occhio o di man non pote in lui
di tai tempre è il rigorche lo assecura;
e inerme io vinta sonoe vinta armata:
nemicaamanteegualmente sprezzata.
        Orqual arte novella e qual m'avanza
nova forma in cui possa ancomutarmi?
Misera! e nulla aver degg'io speranza
ne' cavalierimieiché veder parmi
anzi pur veggioa la costuipossanza
tutte le forze frali e tutte l'armi."
E ben vedade' suoi campioni estinti
altri giacernealtri abbattuti e vinti.
        Soletta a suadifesa ella non basta
e già le pare esser prigiona eserva;
né s'assecura (e presso l'arco ha l'asta)
nel'arme di Diana o di Minerva.
Qual è il timido cigno a cuisovrasta
co 'l fero artiglio l'aquila proterva
ch'a terra sirannicchia e china l'ali
i suoi timidi moti eran cotali.
        Ma il principeAltamorche sino allora
fermar de' Persi procurò lostuolo
(ch'era già in piega e 'n fuga ito se 'n fòra
ma'l riteneabench'a faticaei solo)
or tal veggendo leich'amando adora
là si volge di corsoanzi di volo
e'l suo onor abbandona e la sua schiera:
pur che costei si salviil mondo pèra.
        Almal difeso carro egli fa scorta
e co 'l ferro le vie gli sgombrainante
ma da Rinaldo e da Goffredo è morta
e fugata suaschiera in quell'istante.
Il misero se 'l vede e se 'lcomporta
assai miglior che capitanoamante.
Scorge Armida insecuroe torna poi
intempestiva aitaa i vinti suoi
        ché daquel lato de' pagani il campo
irreparabilmente è sparso esciolto;
ma da l'oppostoabbandonando il campo
a gli infedelii nostri il tergo han vòlto.
Ebbe l'un de' Roberti a penascampo
ferito dai nemico il petto e 'l volto
l'altro èprigion d'Adrasto. In cotal guisa
la sconfitta egualmente eradivisa.
        PrendeGoffredo allor tempo opportuno:
riordina sue squadre e faritorno
senza indugio a la pugna; e cosí l'uno
viene adurtar ne l'altro intero corno.
Tinto se 'n vien di sangue ostilciascuno
ciascun di spoglie trionfali adorno.
La vittoria el'onor vien da ogni parte
sta dubbia in mezzo la Fortuna e Marte.
        Or mentre inguisa tal fera tenzone
è tra 'l fedel essercito e 'lpagano
salse in cima a la torre ad un balcone
e miròbenché lungeil fer Soldano;
miròquasi in teatrood in agone
l'aspra tragedia de lo stato umano:
i vari assaltie 'l fero orror di morte
e i gran giochi del caso e de la sorte.
        Stette attonitoalquanto e stupefatto
a quelle prime viste; e poi s'accese
edesiò trovarsi anch'egli in atto
nel periglioso campo al'alte imprese.
Né pose indugio al suo desirmaratto
d'elmo s'armòch'aveva ogn'altro arnese:
"Susu" gridò "non piúnon piúdimora:
convien ch'oggi si vinca o che si mora."
        Oche sia forse il proveder divino
che spira in lui la furiosamente
perché quel giorno sian del palestino
imperio lereliquie in tutto spente;
o che sia ch'a la morte omaivicino
d'andarle incontra stimolar si sente
impetuoso e rapidodisserra
la portae porta inaspettata guerra.
        Enon aspetta pur che i feri inviti
accettino i compagni; esce solesso
e sfida sol mille nimici uniti
e sol fra mille intrepidos'è messo.
Ma da l'impeto suo quasi rapiti
seguon poigli altri ed Aladino stesso.
Chi fu vilchi fu cautoor nullateme:
opera di furor piú che di speme.
        Quelche prima ritrova il turco atroce
caggiono a i colpi orribiliimprovisi
e in condur loro a morte è síveloce
ch'uom non li vede ucciderema uccisi.
Da i primieri ai sezzaidi voce in voce
passa il terrorvanno i dolentiavisi
tal che 'l vulgo fedel de la Soria
tumultuando giàquasi fuggia.
        Macon men di terrore e di scompiglio
l'ordine e 'l loco suo furitenuto
dal Guasconbenché prossimo al periglio
al'improvviso ei sia colto e battuto.
Nessun dente giamainessunartiglio
o di silvestre o d'animal pennuto
insanguinossi inmandra o tra gli augelli
come la spada del pagan tra quelli.
        Sembra quasifamelica e vorace
pasce le membra quasi e 'l sangue sugge.
SecoAladinseco lo stuol seguace
gli assediatori suoi percote estrugge.
Ma il buon Raimondo accorre ove disface
Soliman le suesquadre e già no 'l fugge
se ben la fera destra eiriconosce
onde percosso ebbe mortali angosce.
        Purdi novo l'affronta e pur ricade
pur ripercosso ove fu primaoffeso;
e colpa è sol de la soverchia etade
a cuisoverchio è de' gran colpi il peso.
Da cento scudi fudacento spade
oppugnato in quel tempo anco e difeso.
Ma trascorreil Soldanoo che se 'l creda
morto del tuttoo 'l pensi agevolpreda.
        Sovra glialtri ferisce e tronca e svena
e 'n poca piazza fa mirabilprove;
ricerca poicome furor il mena
a nova uccision materiaaltrove.
Qual da povera mensa a ricca cena
uom stimolato daldigiun si move
tal vanne a maggior guerra ov'egli sbrame
lasua di sangue infuriata fame.
        Scendeegli giú per le abbattute mura
e s'indirizza a la granpugna in fretta.
Ma 'l furor ne' compagni e la paura
riman ch'isuoi nemici han già concetta;
e l'una schiera d'asseguirprocura
quella vittoria ch'ei lasciò imperfetta
l'altraresiste síma non è senza
segno di fuga omai laresistenza.
        IlGuascon ritirandosi cedeva
ma se ne gía disperso il popoisiro.
Eran presso a l'albergo ove giaceva
il buon Tancredie igridi entro s'udiro.
Dal letto il fianco infermo eglisolleva
vien su la vetta e volge gli occhi in giro;
vedegiacendo il contealtri ritrarsi
altri del tutto giàfugati e sparsi.
        Virtúch'à valorosi unqua non manca
perché languisca ilcorpo fral non langue
ma le piagate membra in lui rinfranca
quasiin vece di spirito e di sangue.
Del gravissimo scudo arma ei lamanca
e non par grave il peso al braccio essangue.
Prende conl'altra man l'ignuda spada
(tanto basta a l'uom forte) e piúnon bada
        ma giúse 'n viene e grida: "Ove fuggite
lasciando il signor vostroin preda altrui?
dunque i barbari chiostri e lemeschite
spiegheran per trofeo l'arme di lui?
Ortornando inGuascognaal figlio dite
che morí il padre onde fuggistevui."
Cosí lor parlae 'l petto nudo e infermo
amille armati e vigorosi è schermo.
        Eco 'l grave suo scudoil qual di sette
dure cuoia di tauro eracomposto
e che a le terga poi di tempre elette
un coperchiod'acciaio ha sopraposto
tien da le spade e tien da lesaette
tien da tutte arme il buon Raimondo ascosto
e co 'lferro i nemici intorno sgombra
sí che giace securo e quasia l'ombra.
        Respirandorisorge in tempo poco
sotto il fido riparo il vecchio accolto
esi sente avampar di doppio foco
di sdegno il core e di vergognail volto;
e drizza gli occhi accesi a ciascun loco
per rivederquel fero onde fu colto
ma no 'l vedendo fremee far prepara
ne'seguaci di lui vendetta amara.
        Ritornangli Aquitani e tutti insieme
seguono il duce al vendicarsiintento.
Lo stuol ch'inanzi osava tantoor teme:
audacia passaov'era pria spavento.
Cede chi rincalzò; chi cesseorpreme:
cosí varian le cose in un momento.
Ben faRaimondo or sua vendettae sconta
pur di sua man con cento mortiun'onta.
        MentreRaimondo il vergognoso sdegno
ne' piú nobili capi sfogartenta
vede l'usurpator del nobil regno
che fra' primicombattee gli s'aventa;
e 'l fère in fronte e nel medesmosegno
tocca e ritoccae 'l suo colpir non lenta
onde il recade e con singulto orrendo
la terra ove regnò mordemorendo.
        Poich'unascorta è lunge e l'altra uccisa
in color che restàrvario è l'affetto:
alcundi belva infuriata inguisa
disperato nel ferro urta co 'l petto;
altritemendodicampar s'avisa
e là rifugge ov'ebbe pria ricetto.
Matra' fuggenti il vincitor commisto
entrae fin pone al gloriosoacquisto.
        Presa èla roccae su per l'alte scale
chi fugge è morto o 'n sule prime soglie;
e nel sommo di lei Raimondo sale
e ne ladestra il gran vessillo toglie
e incontra a i due gran campi iltrionfale
segno de la vittoria al vento scioglie.
Ma non giàil guarda il fer Soldan che lunge
è di là fatto ed ala pugna giunge.
        Giungein campagna tepida e vermiglia
che d'ora in ora piú disangue ondeggia
sí che il regno di morte omaisomiglia
ch'ivi i trionfi suoi spiega e passeggia.
Vede undestrier che con pendente briglia
senza rettortrascorso èfuor di greggia;
gli gitta al fren la mano e 'l vòtodorso
montando preme e poi lo spinge al corso.
        Grandema breve aita apportò questi
a i saracini impauriti elassi.
Grande ma breve fulmine il diresti
ch'inaspettatosopragiunga e passi
ma del suo corso momentaneo resti
vestigioeterno in dirupati sassi.
Cento ei n'uccise e piúpur didue soli
non fia che la memoria il tempo involi.
        Gildippeed Odoardoi casi vostri
duri ed acerbi e i fatti onesti edegni
(se tanto lice a i miei toscani inchiostri)
consacreròfra' peregrini ingegni
sí ch'ogn'età quasi ben natimostri
di virtude e d'amor v'additi e segni
e co 'l suo piantoalcun servo d'Amore
la morte vostra e le mie rime onore.
        La magnanimadonna il destrier volse
dove le genti distruggea quel crudo
edi due gran fendenti a pieno il colse:
ferigli il fianco e glipartí lo scudo.
Grida il crudelch'a l'abito raccolse
chicostei fosse: "Ecco la putta e 'l drudo:
meglio per tes'avessi il fuso e l'ago
ch'in tua difesa aver la spada e 'lvago."
        Quitacquee di furor piú che mai pieno
drizzò percossatemeraria e fera
ch'osòrompendo ogn'armeentrar nelseno
che de' colpi d'Amor segno sol era.
Ellarepenteabbandonando il freno
sembiante fa d'uom che languisca e pèra;
eben se 'l vede il misero Odoardo
mal fortunato difensornontardo.
        Che fardée nel gran caso? Ira e pietade
a varie parti in un tempol'affretta:
questa a l'appoggio del suo ben che cade
quella apigliar del percussor vendetta.
Amore indifferente il persuade
chenon sia l'ira o la pietà negletta.
Con la sinistra mancorre al sostegno
l'altra ministra ei fa del suo disdegno.
        Ma voler e poterche si divida
bastar non può contra il pagan síforte
tal che non sostien leiné l'omicida
de la dolcealma sua conduce a morte.
Anzi avien che 'l Soldano a luirecida
il braccioappoggio a la fedel consorte
onde caderlasciollaed egli presse
le membra a lei con le sue membrastesse.
        Come olmoa cui la pampinosa pianta
cupida s'aviticchi e si marite
seferro il tronca o turbine lo schianta
trae seco a terra lacompagna vite
ed egli stesso il verde onde s'ammanta
lesfronda e pesta l'uve sue gradite
par che se 'n dolgae piúche 'l proprio fato
di lei gl'incresca che gli more a lato;
        cosí cadeeglie sol di lei gli duole
che 'l cielo eterna sua compagnafece.
Vorrian formar né pòn formar parole
formansospiri di parole in vece:
l'un mira l'altroe l'un pur comesòle
si stringe a l'altromentre ancor ciò lece:
esi cela in un punto ad ambi il die
e congiunte se 'n van l'animepie.
        Allorscioglie la Fama i vanni al volo
le lingue al gridoe 'l durocaso accerta;
né pur n'ode Rinaldo il romor solo
mad'un messaggio ancor nova piú certa.
Sdegnodoverbenivolenza e duolo
fan ch'a l'alta vendetta ei si converta
mail sentier gli attraversa e fa contrasto
su gli occhi del Soldanoil grande Adrasto.
        Gridavail re feroce: "A i segni noti
tu sei pur quegli al fin ch'iocerco e bramo:
scudo non è che non riguardi e noti
ed anome tutt'oggi invan ti chiamo.
Or solverò de la vendetta ivoti
co 'l tuo capo al mio nume. Omai facciamo
di valordifuror qui paragone
tu nemico d'Armida ed io campione."
        Cosí losfidae di percosse orrende
pria su la tempia il fèreindi nel collo.
L'elmo fatal (ché non si può) nonfende
ma lo scote in arcion con piú d'un crollo.
Rinaldolui su 'l fianco in guisa offende
che vana vi saria l'arted'Apollo:
cade l'uom smisuratoil rege invitto
e n'èl'onore ad un sol colpo ascritto.
        Lostupordi spavento e d'orror misto
il sangue e i cori a icircostanti agghiaccia
e Solimanch'estranio colpo ha visto
nelcor si turba e impallidisce in faccia
e chiaramente il suo morirprevisto
non si risolve e non sa quel che faccia;
cosainsolita in luima che non regge
de gli affari qua giúl'eterna legge?
        Comevede talor torbidi sogni
ne' brevi sonni suoi l'egro ol'insano
pargli ch'al corso avidamente agogni
stender lemembrae che s'affanni invano
ché ne' maggiori sforzi a'suoi bisogni
non corrisponde il piè stanco e lamano
scioglier talor la lingua e parlar vòle
ma nonseguon la voce o le parole;
        cosíallora il Soldan vorria rapire
pur se stesso a l'assalto e se nesforza
ma non conosce in sé le solite ire
né séconosce a la scemata forza.
Quante scintille in lui sorgond'ardire
tante un secreto suo terror n'ammorza:
volgonsi nelsuo cor diversi sensi
non che fuggirnon che ritrarsi pensi.
        Giungeall'irresoluto il vincitore
e in arrivando (o che gli pare)avanza
e di velocitade e di furore
e di grandezza ogni mortalsembianza.
Poco ripugna quel; pur mentre more
già nonoblia la generosa usanza:
non fugge i colpi e gemito nonspande
né atto fa se non se altero e grande.
        Poiche 'l Soldanche spesso in lunga guerra
quasi novello Anteocadde e risorse
piú fero ognoraal fin calcò laterra
per giacer sempreintorno il suon ne corse;
e Fortunache varia e instabil erra
piú non osò por lavittoria in forse
ma fermò i girie sotto i ducistessi
s'uní co' Franchi e militò con essi.
        Fuggenonch'altriomai la regia schiera
ov'è de l'Oriente accoltoil nerbo.
Già fu detta immortaleor vien che pèra
adonta di quel titolo superbo.
Emireno a colui c'ha labandiera
tronca la fuga e parla in modo acerbo:
"Or se' tuquel ch'a sostener gli eccelsi
segni dei mio signor fra mille i'scelsi?
        Rimedonquesta insegna a te non diedi
acciò che indietro tu lariportassi.
Dunquecodardoil capitan tuo vedi
in zuffa co'nemicie solo il lassi?
che brami? di salvarti? or mecoriedi
ché per la strada presa a morte vassi.
Combattaqui chi di campar desia:
la via d'onor de la salute è via."
        Riede in guerracolui ch'arde di scorno.
Usa ei con gli altri poi sermon piúgrave:
talor minaccia e fèreonde ritorno
fa contra ilferro chi del ferro pave.
Cosí rintegra del fiaccatocorno
la miglior partee speme anco pur have.
E Tisaferno piúch'altri il rincora
ch'orma non torse per ritrarsi ancora.
        Meraviglie queldí fe' Tisaferno:
i Normandi per lui furon disfatti
fe'di Fiammenghi strano empio governo
GernierRuggierGherardo amorte ha tratti.
Poi ch'a le mète de l'onor eterno
lavita breve prolungò co' fatti
quasi di viver piúpoco gli caglia
cerca il rischio maggior de la battaglia.
        Vide ei Rinaldo;e benché omai vermigli
gli azzurri suoi color siandivenuti
e insanguinati l'aquila gli artigli
e 'l rostros'abbiai segni ha conosciuti.
"Ecco" disse "igrandissimi perigli;
qui prego il ciel che 'l mio ardimentoaiuti
e veggia Armida il desiato scempio:
Macons'io vincoi' voto l'arme al tempio."
        Cosípregavae le preghiere ír vòte.
ché 'l sordosuo Macon nulla n'udiva.
Qual il leon si sferza e si percote
perisvegliar la ferità nativa
tale ei suoi sdegni destaed ala cote
d'amor gli aguzza ed a le fiamme avviva.
Tutte sueforze aduna e si ristringe
sotto l'arme a l'assaltoe 'l destrierspinge.
        Spinse ilsuo contra luiche in atto scerse
d'assalitoreil cavalierlatino.
Fe' lor gran piazza in mezzo e si converse
a lospettacol fero ogni vicino.
Tante fur le percosse e sídiverse
de l'italico eroedel saracino
ch'altri permeraviglia obliò quasi
l'ire e gli affetti propri e ipropri casi.
        Mal'un percote sol; percote e impiaga
l'altroch'ha maggior forzaarmi piú ferme.
Tisaferno di sangue il campo allaga
conl'elmo aperto e de lo scudo inerme.
Mira del suo campion la bellamaga
rotti gli arnesie piú le membra inferme
e glialtri tutti impauriti in modo
che frale omai gli stringe e debilnodo.
        Giàdi tanti guerrier cinta e munita
or rimasa nel carro erasoletta:
teme di servituteodia la vita
dispera la vittoria ela vendetta.
Mezza tra furiosa e sbigottita
scendeed ascendeun suo destriero in fretta;
vassene e fuggee van seco puranco
Sdegno ed Amor quasi due veltri al fianco.
       TalCleopatra al secolo vetusto
sola fuggia da la tenzoncrudele
lasciando incontra al fortunato Augusto
ne' maritimirischi il suo fedele
che per amor fatto a se stessoingiusto
tosto seguí le solitarie vele.
E ben la fuga dicostei secreta
Tisaferno seguiama l'altro il vieta.
        Alpaganpoi che sparve il suo conforto
sembra ch'insieme il giornoe 'l sol tramonte
ed a lui che 'l ritiene a sí grantorto
disperato si volge e 'l fiede in fronte.
A fabricar ilfulmine ritorto
via piú leggier cade il martel di Bronte
eco 'l grave fendente in modo il carca
che 'l percosso la testa alpetto inarca.
        TostoRinaldo si dirizza ed erge
e vibra il ferro erotto il grossousbergo
gli apre le coste e l'aspra punta immerge
in mezzo 'lcor dove ha la vita albergo.
Tanto oltra va che piaga doppiaasperge
quinci al pagano il petto e quindi il tergo
elargamente a l'anima fugace
piú d'una via nel suo partir siface.
        Allor siferma a rimirar Rinaldo
ove drizzi gli assaltiove gli aiuti
ede' pagan non vede ordine saldo
ma gli stendardi lor tutticaduti.
Qui pon fine a le mortie in lui quel caldo
disdegnomarzial par che s'attuti.
Placido è fattoe gli si reca amente
la donna che fuggia sola e dolente.
        Benrimirò la fuga; or da lui chiede
pietà che n'abbiacura e cortesia
e gli sovien che si promise in fede
suocavalier quando da lei partia.
Si drizza ov'ella fuggeov'eglivede
il piè del palafren segnar la via.
Giunge ellaintanto in chiusa opaca chiostra
ch'a solitaria morte atta simostra.
        Piacqueleassai che 'n quelle valli ombrose
l'orme sue erranti il caso abbiacondutte.
Qui scese dal destriero e qui depose
e l'arco e lafaretra e l'armi tutte.
"Armi infelici" disse "evergognose
ch'usciste fuor de la battaglia asciutte
qui videpongo; e qui sepolte state
poiché l'ingiurie mie malvendicate.
        Ah! manon fia che fra tant'armi e tante
una di sangue oggi si bagnialmeno?
S'ogn'altro petto a voi par di diamante
osarete piagarfeminil seno?
In questo mioche vi sta nudo avante
i pregivostri e le vittorie sieno.
Tenero a i colpi è questo mio:ben sallo
Amor che mai non vi saetta in fallo.
        Dimostratevi inme (ch'io vi perdono
la passata viltà) forti edacute.
Misera Armidain qual fortuna or sono
se sol da voiposso sperar salute?
Poi ch'ogn'altro rimedio è in me nonbuono
se non sol di ferute a le ferute
sani piaga di stralpiaga d'amore
e sia la morte medicina al core.
        Felicemese nel morir non reco
questa mia peste ad infettarl'inferno!
Restine Amor; venga sol Sdegno or meco
e sia del'ombra mia compagno eterno
o ritorni con lui dal regno cieco
acolui che di me fe' l'empio scherno
e se gli mostri tal che 'nfere notti
abbia riposi orribili e 'nterrotti."
        Quitacque estabilito il suo pensiero
strale sceglieva il piúpungente e forte
quando giunse e mirolla il cavaliero
tantovicina a l'estrema sua sorte
già compostasi in atto atrocee fero
già tinta in viso di pallor di morte.
Da tergoei se le aventa e 'l braccio prende
che già la fera puntaal petto stende.
        Sivolse Armida e 'l rimirò improviso
ché no 'l sentíquando da prima ei venne:
alzò le stridae da l'amatoviso
torse le luci disdegnosa e svenne.
Ella cadeaquasi fiormezzo inciso
piegando il lento collo; ei la sostenne
le fe'd'un braccio al bel fianco colonna
e' ntanto al sen le rallentòla gonna
        e 'lbel volto e 'l bel seno a la meschina
bagnò d'alcunalagrima pietosa.
Qual a pioggia d'argento e matutina
sirabbellisce scolorita rosa
tal ella rivenendo alzò lachina
facciadel non suo pianto or lagrimosa.
Tre volte alzòle luci e tre chinolle
dal caro oggettoe rimirar no 'l volle.
        E con manlanguidetta il forte braccio
ch'era sostegno suoschivarespinse;
tentò piú volte e non uscíd'impaccio
ché via piú stretta ei rilegolla ecinse.
Al fin raccolta entro quel caro laccio
che le fu caroforse e se n'infinse
parlando incominciò di spanderfiumi
senza mai dirizzargli al volto i lumi.
        "Osempree quando parti e quando torni
egualmente crudeleor chiti guida?
Gran meraviglia che 'l morir distorni
e di vitacagion sia l'omicida.
Tu di salvarmi cerchi? a quali scorni
aquali pene è riservata Armida?
Conosco l'arti del felloneignote
ma ben può nulla chi morir non pote.
        Certoè scorno al tuo onorse non s'addita
incatenata al tuotrionfo inanti
femina or presa a forza e pria tradita:
quest'è'l maggior de' titoli e de' vanti.
Tempo fu ch'io ti chiesi e pacee vita
dolce or saria con morte uscir de' pianti;
ma non lachiedo a teché non è cosa
ch'essendo dono tuo nonmi sia odiosa.
        Perme stessacrudelspero sottrarmi
a la tua feritade in alcunmodo.
Es'a l'incatenata il tòsco e l'armi
purmancheranno e i precipizi e 'l nodo
veggio secure vie che tuvietarmi
il morir non potrestie 'l ciel ne lodo.
Cessa omaida' tuoi vezzi. Ah! par ch'ei finga:
dehcome le speranze egrelusinga!"
        Cosídoleasie con le flebil onde
ch'amor e sdegno da' begli occhistilla
l'affettuoso pianto egli confonde
in cui pudica lapietà sfavilla;
e con modi dolcissimi risponde:
"Armidail cor turbato omai tranquilla:
non a gli schernial regno io tiriservo;
nemico noma tuo campione e servo.
        Mirane gli occhi mieis'al dir non vuoi
fede prestarde la mia fedeil zelo.
Nel soglioove regnàr gli avoli tuoi
riportigiuro; ed oh piacesse al Cielo
ch'a la tua mente alcun de' raggisuoi
del paganesmo dissolvesse il velo
com'io farei che 'nOriente alcuna
non t'agguagliasse di regal fortuna."
        Sí parla epregae i preghi bagna e scalda
or di lagrime rareor disospiri;
onde sí come suol nevosa falda
dov'arda il soleo tepid'aura spiri
cosí l'ira che 'n lei parea sísalda
solvesi e restan sol gli altri desiri.
"Eccol'ancilla tua; d'essa a tuo senno
dispon" gli disse "ele fia legge il cenno."
        Inquesto mezzo il capitan d'Egitto
a terra vede il suo regalstendardo
e vede a un colpo di Goffredo invitto
cadere insiemeRimedon gagliardo
e l'altro popol suo morto e sconfitto;
névuol nel duro fin parer codardo
ma va cercando (e non la cercainvano)
illustre morte da famosa mano.
        Contrail maggior Buglione il destrier punge
ché nemico veder nonsa piú degno
e mostraove egli passaove egli giunge
divalor disperato ultimo segno.
Ma pria ch'arrivi a luigrida dalunge:
"Eccoper le tue mani a morir vegno;
ma tentaròne la caduta estrema
che la ruina mia ti colga e prema."
        Cosí glidissee in un medesmo punto
l'un verso l'altro per ferir silancia.
Rotto lo scudoe disarmato e punto
è 'l mancobraccio al capitan di Francia;
l'altro da lui con sí grancolpo è giunto
sovra i confin de la sinistra guancia
chene stordisce in su la sellae mentre
risorger vuolcade trafittoil ventre.
        Mortoil duce Emirenoomai sol resta
picciol avanzo del gran campoestinto.
Segue i vinti Goffredo e poi s'arresta
ch'Altamorvede a piè di sangue tinto
con mezza spada e con mezzoelmo in testa
da cento lancie ripercosso e cinto.
Grida egli a'suoi: "Cessate; e tubarone
renditiio son Goffredoa meprigione."
        Coluiche sino allor l'animo grande
ad alcun atto d'umiltà nontorse
ora ch'ode quel nomeonde si spande
sí chiaro ilsuon da gli Etiòpi a l'Orse
gli risponde: "Faròquanto dimande
ché ne sei degno:" e l'arme in man gliporse
"ma la vittoria tua sovra Altamoro
né digloria fia poverané d'oro.
        Mel'oro del mio regno e me le gemme
ricompreran de la pietosamoglie."
Replica a lui Goffredo: "Il ciel nondiemme
animo tal che di tesor s'invoglie.
Ciò che tivien da l'indiche maremme
abbiti puree ciò che Persiaaccoglie
ché de la vita altrui prezzo noncerco:
guerreggio in Asiae non vi cambio o merco."
        Taceed a' suoicustodi in cura dallo
e segue il corso poi de' fuggitivi.
Fuggonquegli a i riparied intervallo
da la morte trovar non ponnoquivi.
Preso è repente e pien di strage il vallo
corredi tenda in tenda il sangue in rivi
e vi macchia le prede e vicorrompe
gli ornamenti barbarici e le pompe.
        Cosívince Goffredoed a lui tanto
avanza ancor de la diurna luce
ch'ala città già liberataal santo
ostel di Cristo ivincitor conduce.
Né pur deposto il sanguinoso manto
vieneal tempio con gli altri il sommo duce;
e qui l'arme sospendeequi devoto
il gran Sepolcro adora e scioglie il voto.