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FederigoTozzi



TRECROCI





ALuigi Pirandello







Cap.I

Giuliochiamò il fratello:

-Niccolò! Déstati!

Queglifece una specie di grugnitobestemmiòsi tirò piùgiù la tesa del cappello; e richiuse gli occhi. Stavaaccoccolato su una sediacon le mani in tasca dei calzoni e la testaappoggiata a uno scaffale della libreria; vicino a una cassapancaanticache tenevano lì in mostra per i forestieri; tuttaingombra di vasidi piatti e di pitture.

-Ohé! Non ti vergogni a dormire! È tutta la mattina! Fairabbia!

Niccolòallorasi sdrusciò forte le labbra e aprì gli occhiguardando il fratello.

-Ma che vuoi? Iofino all'ora di mangiaredormo!

-Volevo dirti che io devo andare alla banca! Stamanic'è unrinnovo. Niccolò fece una sbuffata e rispose:

-Vai! C'era bisogno di destarmi?

-Alla bottega chi ci bada?

-A quest'oranon viene nessun imbecille a comprare i libri! Vai! Cibado io!

Niccolòmentre il fratello cercava il tubinosi alzògiunse finoalla portacome se avesse voluto mettersi a correreprendendo loslancio; e tornò a dietrorincantucciandosi a sedere.

Eraalto e grasso; con la barbetta brizzolatale labbra grandi e gliocchi bigi.

Alloraperché Giulio andava da sé alla bancainvece dimandarci lui o l'altro fratellolo guardò e chiese conpremura studiata:

-Enrico dov'è? Dobbiamo sempre fare tutto noi anche per lui?

-Sarà a spassoa quest'ora! Dove vuoi che sia? Lo sai che aquest'ora ha sempre bisogno di fare una passeggiata.

-E rimproveravi me perché me ne sto qui a dormire?

Giuliovoleva sorridere; ma si mise le lentiguardò la firma su lacambiale e disse:

-Bada anche tu se ti pare venuta bene!

Niccolòalzò le spalle e non rispose. Giulio dissecon una specie diammirazione sempre meno involontaria:

-M'è venuta proprio bene!

Ilfratello abbassò la testa e fece un'altra sbuffata; poi simise a battere lesto lesto la punta d'un piede; ealloratremavatutta la cassapanca con quel che c'era sopra.

-Smetti: farai rompere tutto!

-Non sarebbe meglio?

Giuliograttandosi vicino alla boccaquasi sorpresolo guardò:

-Con te non ci si capisce niente! Ormaimio caroanche se volessimosmetteresarebbe tardi. Piuttostosperiamo che troveremo i denariper pagare le cambiali!

-E se alla banca scoprono prima che tu... che noi facciamo le firmefalse?

Giulioera il più melanconico dei tre fratelli Gambima anche il piùforte e quello che sperava perciò di guadagnare tanto con lalibreriada non correre più nessun pericolo. Era stato lui aproporre quell'espediente; ed era lui che aveva imparato ad imitarele firme. Ma quando il fratello gli diceva a quel modosi perdevad'animo e andava alla banca soltanto perché era indispensabilea guadagnare tempo. È vero ancheperòche eradoventata un'abitudine; che lo preoccupava piuttosto per lapuntualità che ci voleva. Perfino lusingato che ormai da treanni la cosa andasse bene: avevano preso più di cinquantamilalire senza destare nessun sospettoe il cavaliere Orazio Nicchioliche aveva fatto da vero il favore di firmare qualche cambialenonindovinava ancora niente. Seguitava sempre ad essere il loro amicoead andare alla libreria tutte le sere; a fare la chiacchierata.

Giulioera anche più alto di Niccolò; ma senza barba e piùgiovanesebbene i suoi capelli fossero tutti bianchi. I baffettierano ancora biondi; il viso roseo; e gli occhi celesti facevanopensare a qualche pietra di quel colore. Il più intelligente eil solo che avesse voglia di lavorarestando dentro la libreriadalla mattina alla sera. Niccolòinvecefaceva anchel'antiquario; e stava quasi sempre fuori di Sienaa cercare allefattorie antiche e nei paesi qualche cosa da comprare.

Enricofaceva il legatorea una piccola bottega vicino alla libreria. Erabassocon i baffi più scuri; sgarbato e prepotente.

SoltantoNiccolò aveva moglie; ma vivevano tutti insieme con duegiovinette orfaneloro nipoti.

Illoro padre era stato fortunatoe anch'essi da prima stavano bene;poia poco a pocola libreria aveva sempre fruttato meno.

Giuliosi mise il tubinodopo averlo spolverato con il gomito; stette unpoco incerto a esaminare la cambiale aperta su lo scrittoio; sigrattò vicino alla boccala prese e se la mise in tasca.Niccolò lo guardavaimprecando e bestemmiando.

-È inutile bestemmiare.

-Che devo direallora?

-Niente. Rassegnarsi.

-Ma io in galera non ci voglio andare!

Avevala voce forte e robustae quando gridava a quel modo non si sapevase faceva sul serio o per canzonatura. Allora anche a Giulio eraimpossibile sentirsi afflitto e umiliato. E risposecon la suapacatezza di uomo educato:

-Ci metteranno me in galera! Sei contento?

MaNiccolò gridò:

-Torna prestoperché io qui dentro non voglio che mi ci vengaun accidente!

Giuliotenendo la mano in tasca dov'era la cambialeperché avevapaura che potesse escirgli fuoriandò alla banca; cercando dicamminare a testa alta e di farsi vedere senza preoccupazioni; sicurodi quel che faceva.

Niccolòrestò su la sua sedia; e si mise a biascicare un sigarosputando i pezzetti sotto lo scrittoio; allungando le gambe fin nelmezzo della bottega. Quando entrò un signoreche conoscevaperché una volta erano andati a caccia insiemeNiccolònon si mosse né meno.

Queglichiese:

-Come sta?

-Iobene. E lei?

-Un poco di raffreddore.

Niccolòsorrisedicendogli con una serietà finta di cui nessuno allaprima si accorgeva:

-Si abbia riguardo!

Ilsignor Riccardo Valentinialloraguardò qualche libroeNiccolò richiuse gli occhi come se non ci fosse stato némeno. Tutti quelli che lo conoscevanonon si rivolgevano mai a luiper comprare; ma a Giuliomagari aspettando che tornassese nonc'era.

IlValentini gli disse:

-Bella vitasempre a sedere!

-Lo so! Me la invidia anche lei?

-Io? Noda vero. Anzici ho piacere.

-E io campo da signore per dispetto a quelli che mi vorrebbero vederea mendicare. Non faccio bene? Devono tutti mangiarsi il fegato dallarabbia!

Ilsignor Valentini fece una risata.

-Oggia pranzotordi e quaglie. E mi son fatto mandare da una dellemigliori tenute del Chianti un vino chese lo bevesse leiresterebbe stupito. Dio! Come mi voglio godere! Per menella vitanon c'è altro! Sono nato un signoreio; più di lei!

-Più di me? Ahlo credo! Lei non ha quelle preoccupazioni dicui io non posso fare a meno. Anche stamani son dovuto venire aSienaperché il fattore mi s'è ammalato. Come si fa arimandare al giorno dopo gli affaricon una tenuta di trenta podericome io ho su le mie spalle! Senza mentovarepoianche lemercature.

Niccolòsi sollazzava a quelle confidenze; efregatesi le manidisse:

-Vino e ponci! Ma i ponci li faccio da me. Mezzo litro di rumme pervolta! Ahio sto bene!

Nellasua voce c'era una gioia rabbiosa e violenta. Ed egliridendo a quelmodorestava simpatico a tutti.

-Oraquando torna Giulioche è andato a un appuntamento conuna bella signorasi chiude questa paretaia; e si va a mangiare. Chemangiata! Vorrei avere due ventri! Uno non mi basta! Ho fattocompraredalla nostra servaun chilo di parmigiano e certe pere chepassano una libbra l'una! Scommetto che le viene voglia di desinarecon me!

Ilsignor Valentini rise e gli batté una mano su la spalla. Poichiese:

-Che Madonna è quellalì nel mezzo alla cassapanca?Quella lì ritta?

Niccolòdoventò serio.

-Non me lo vuol dire?

-Anzi! A lei dirò la verità: è una Madonna che hotrovato in casa d'un contadino. Non me la volevano vendere a nessuncosto. L'ho pagata cento lire sole!

Sialzòe con la voce che doventava acutaripetégongolando:

-Cento lire! Cento lire! Me l'ha regalata! Ci voleva un idiota comequello!

-E lei quante ce ne prenderà?

Lavoce di Niccolò si fece tonante:

-Io?

Poicon sprezzo:

-Ieriun inglese mi dava quattromila lirequattromila lire!

-E non l'ha data?

Lavoce parve calmarsifarsi esatta:

-Ce ne prenderò seimila.

Esiccome s'era rimesso a sederesi alzò di scattobattendo ipiedi e ricominciando a gridare:

-Cento lire! Quell'idiota! Ci voleva un idiota come luiper darmela!

Efinse di ridere tantocome fosse sul punto di soffocare.

Giuliocon il cappello su gli occhicome senza avvedersene si mettevasempre tornando dalla bancaentrò serio:

-Di che ti esalti?

Niccolòsmise istantaneamente; e s'avventò alla portacome sefuggisse perché non valeva la pena di rispondergli.

 

 

Cap.II

Fuoricamminava a testa rittanel mezzo della stradafacendo il grande;rispondeva a pena se lo salutavanotirava via come se sprezzassetutti; lestocome se non avesse tempo da perdere. Giunseper la ViaCavourfin dov'era una fruttaiola; ealloraguardò le cestein mostra; ma senza fermarsigirando un poco il collo come se avesseda accomodarsi il solino. L'odore delle frutta gli fece allargare estringere le naricie gli si piegarono le ginocchia; ma seguitòa camminare: benché senza raccapezzarsi più doveandassee a ogni pochi passi urtando qualcuno; poi tornò adietropensando alle frutta veduteche se le immaginava piùbuone e più saporite di quante ne aveva mangiate durante tuttala sua vita. Quasi gli venivano le lagrimeperché si trovavasenza denaro in tasca. Ma decise di supplicare il fratelloperchéglie le comprasse.

Inbottega non c'era più il signor Valentini; ed egli disse aGiulio:

-Che voleva quel vagabondo? Quando viene in bottegaun'altra voltalo prendo a calci nei ginocchi.

-Che t'ha fatto di male? - gli chiese Giulioridendo.

-Toh! C'è bisogno che mi faccia qualche cosa di male? Non loposso né vedere né sopportare: ecco quel che m'hafatto!

-Tu non puoi vedere nessuno. Sei mezzo matto! Giànon sarestidella nostra razza!

AlloraNiccolò gli strinse un braccio e gli dissedopo aver fattoscricchiare i denticome un ragazzo che non può piùcontenersi:

-GiulioGiulio mio! Ho visto certe mele e certe pere che... se lepotessi assaggiaredarei dieci anni! Me ne sono invaghito.

Giuliodivertendosi della sua ghiottoneriagli chiese:

-Erano belle da vero?

-Meravigliose! Con una buccia grassache dev'essere come il burro! Iooggi non mangiose non mi levo anche la voglia di quelle!

-Ci manderemo Enricoquando viene!

-Sìsì! Piglia tutto quel che abbiamo incassatostamani; e mandacelo. Fa' invogliare anche lui.

-Non ci vorrà di molto!

Enricoentrò sbattendo l'uscioper chiuderlo; perché quandouna volta potevano tenere un commessose lo faceva sempre chiudere eaprire. Guardò tutta la bottega; per vedere se c'era qualcuno;sospettoso e pronto a qualche villania. Giulio gli chiese:

-Dove sei stato?

-Sei mio padreperché io te lo debba dire? Te lo domando maiio a te?

Niccolòdisse:

-Hai ragione!

-Tu stai zitto! - gli rispose Enricocon la sua voce nasale estrascicata - Hai sempre voglia di ruzzare. Ho visto escire ilValentini: che ci viene a fare in bottegase non compra mai unlibro? Giànon sa né meno leggere! Perché nonsta a casa sua? L'impiantitoquando è consumatobisognarifarlo fare con i nostri denari! Se stesse a casail fattore nonterrebbe compagnia alla sua moglie!

-È vero? Chi te l'ha detto? Che soddisfazione mi dài!

-Lo so. Quando dico una cosa iomi chiedete sempre da chi l'hosaputa! Mase non ci credeteper me è lo stesso.

Giulioaprì il cassetto dello scrittoioprese con la punta delledita dieci lire e gliele porse:

-Vai da Ciciae compra due chili tra mele e pere.

-Io ci devo andare? O voi non siete capaci?

Niccolònon gli parlava più e non lo guardava né menocome selo avesse irritato. Giulio gli disse:

-È lui che ti vuol mandare.

-Ma iose devo andarcicompro anche un pezzo di gorgonzola dalnostro pizzicagnolo.

-Fa' quel che vuoi.

Enricos'avviò verso l'uscio; e Niccolòalloradisse:

-Purché tu ti spicci; invece di star qui tra i piedi!

Equando fu escitoseguitò:

-Non ha voglia di fare niente.

Matutti e due doventarono silenziosi. Soltanto dopo una mezz'oraGiulioche s'era seduto allo scrittoio battendo a colpi regolari lelenti su la carta sugantedisse:

-Con la cambiale d'oggisono cinquemila lire di più.

-A me lo dici?

-A chi devo dirlo?

-Non me ne importa. Io non voglio né meno sentirne parlare.

-Hai paura di guastarti il sangue?

-Giulio! Smettila! Tu sai quel che ho nel cuore. È una spinagrossa come il mio pollice.

-Lo so: sarà eguale alla mia.

AlloraNiccolò divenne affettuoso; la sua voce quasi supplichevole edolce; e sarebbe stato capace di fargli anche le moine:

-Se non ci si volesse bene tra noivorrei doventare una bestia... unrospo!

Giuliolo guardò con tenerezza; ma il fratello gli disse:

-Non mi guardare!

-Quelle bambine hanno bisogno di vestiti da inverno.

-Glieli farai comprare. Subito! Per lorofaccio anche a meno dellescarpe! Di tutto! Mi lascio morire di fame!

Quandoaveva di questi propositiche gli duravano pocosi drizzava contutta la persona; mandando in fuora il petto; camminando in su e ingiù per la bottegache allora per lui pareva troppo stretta.Egli era soddisfatto di se stesso e dava occhiate di orgoglioaffettuoso; ansando come se avesse dovuto difendere precipitosamentele due nipoti. Pareva che non potesse star fermo mai più.

-Per noiquelle bambine devono esser sacre. Non è vero?

-L'ho sempre detto anch'io.

-Ma Enrico... ti pare che Enrico sia del nostro sentimento?

-Diamine!

MaNiccolò cambiò subito discorso:

-O quando torna con le frutta?

-Sono dieci minuti soli che è andato via!

EGiulio sbirciò il suo orologio.

-Io vado a casae vi aspetto là tutti e due. Vieni presto!

MaGiuliorestato solosi mise a preparare alcune fatture dariscuotere. Mentre scrivevaentròcome faceva tutte lemattinevenendo dall'Archivio di Statoun giovane francesecriticod'artestabilitosi a Siena per studiare certi pittori delquattrocento. Era vestito sempre bene; con i baffi biondi e unbastone con il pomo d'avorio cerchiato d'oro. Aveva gli occhiturchinie i baffi parevano un peso sul sorriso.

-Buon giornosignor Nisard.

-Buon giorno.

-Che mi dice di nuovo?

-Ho trovato una cosa molto importante su Matteo di Giovanni. Una cosastraordinaria! Una scoperta che farà effetto! Sono moltocontento!

Giuliodomandò:

-Si può sapere?

-Mi servirà per il libro che sto preparando!

-Allora non voglio essere indiscreto: non voglio che me la dica.

Illibraio aveva una specie di ammirazione per tutto ciò chefacevano gli altri; e aveva piacere se glie lo dicevano. Era perciòun buon amicouno di quelli da confidenze. Gli pareva che gli altrinon compromessi come lui e i suoi fratelliappartenessero a un mondoche per lui esisteva soltanto prima delle firme false. Ora sisentivasempre di piùcostretto a subire anche leconseguenze morali della sua colpa. Non avrebbe ardito né menodi chiedere a un altro che gli si mostrasse pronto a stimarlo. Anzinon voleva. Si schermivadoventava timido; faceva in modo che glialtri non gli dessero mai nulla dei loro sentimenti; perchénon voleva ingannarli.

Giudicatosida séaccettava soltanto la consapevolezza dei fratelli.Perciò il suo sorriso restava sempre impacciato e riservato; equelle erano le occasioni della sua tristezza. Niccolò nonvoleva amicizie e lo rimproverava tutte le volte che era statoaffabile con qualcuno. Gli diceva:

-Tu sai che tra noi e gli altri c'è una cosache nessuno ciperdonerà. Anche noiperciòcon gli altri nondobbiamo avere tenerezze.

Giulioascoltava il Nisardcon le mani nelle tasche della giubbasenzaalzare gli occhicome un povero riesce ad essere più contentose sta insieme qualche mezz'ora con un ricco. Non avrebbe voluto némeno che il Nisard gli desse la mano!

Quelgiorno il Nisardpensando che a Siena spendevano pochi denari percomprare i librigli chiese per dirne male con lui:

-Va bene la bottega?

Giulioscosse la testa; epoidisse:

-Non so come facciamo a andare avanti!

Eallorail piacere sentito ascoltando il Nisardlo fece soffrire.Gli pareva una grande ingiustizia e una privazione acuta che egli nonpotesse come lui lavoraresenza imbarazzia qualche cosa. Glivenivano in mente parecchi progettie vi rinunciava a pena li avevapensati; sebbenequalche voltagliene restasse il ricordo nel suoamor proprio. Il Nisard gli disse:

-Per fortuna ella ha guadagnato in altri tempie ora ha i denari pervivere!

Giuliorestò un poco perplessoe poi rispose:

-Già: è una fortuna da vero! Ma io non me ne vogliopreoccupare! Sarà quel che Dio vorrà.

IlNisardcredendo che esagerasse per spilorceria e per grettezzasimise a ridere. Giulio socchiuse gli occhie seguitò:

-Lei non mi crede.

-Masignor Giuliovuol darmi ad intendere...

-Io non dico mai bugie; cioènon vorrei mai dirle!

Erestò soprapensiero. Il Nisard lo guardava in visocome seavesse capito lo scherzo; e gli domandò:

-Crede che io vada a raccontarlo all'agente delle tasseperchégliele cresca?

Inquel mentreaprì la porta Enricosenza richiuderla; tenendocon ambedue le braccia tutte le frutta comprate. Egli disseallegro:

-Oraci manca il gorgonzola! Non inventerete che io penso prima a mee poi a voi! Dite sempre che io sono un egoista!

IlNisard si divertiva a vedere come Giulio era restato male eimbarazzato. Ma Giulio esclamò:

-Le pere son belle da vero!

Enricochiese:

-Posso andare a casa? C'è altro da comprare?

Ilfratello gli accennò la portae quegli uscì.

Enricoquando aveva comprato qualche cosanon salutava né meno:doventava più arrogante e rispondeva male.

AlloraGiulio disse:

-La tavola bene apparecchiata è una nostra debolezza. Siamotutti eguali: anche la mia cognataModestal'abbiamo avvezzatamale.

Egliora era impaziente di essere a casa; perché non lo avrebberoaspettato; e sapeva che i primi sceglievano sempre i bocconi piùbuoni. Se non ci fosse stato il Nisardavrebbe chiuso subito labottega; quantunque un signore gli avesse detto che sarebbe passato acomprare alcuni libri. Eglipentitosoffriva anche di essersiimpegnato ad aspettarlo; eperciòsi dolse:

-Non capisco come si possano buttar via i denari per comprare la cartastampata! Io sto qui dentrosacrificato tutto il giorno; non vedomai di che colore è il cielo; m'è venuto a noia perfinoa toccarlii libri! Bella cosa sarebbe mandarli tutti al macero!

-Ma lei è così intelligentee parla sul serio a questomodo?

-Sono stato intelligente. Oraè finita. Ho quarant'annie misembra di averne ottanta o cento. Lei non mi crede né menoora!

IlNisard allargò le braccia; esorridendodisse che sirassegnava a credergli. Ma Giulio cercava di ricordarsi se avevanocomprato il parmigiano da grattare su i maccheroni; edentro di sédiceva: "Chi sa come resta male Niccolò quando sente chenon è di quello come piace a noi!". E gli pareva divedere il fratello che se la prendeva con la moglie; senza smetterepiùper tutto il pranzo. Era capace di alzarsi da tavolaquando aveva finito di mangiaree di escire senza voler parlare piùalla moglie fino al giorno dopo; mentre le nipotiChiarina e Lolaci ridevano; ed Enrico diceva che era una sconvenienza da pazzo.Queste cose deliziavano Giulio; che si fermò nel mezzo dibottegacon il viso ubriaco di godimento.

Adun trattosi sentirono suoni di parecchie campane insieme. Eramezzogiorno. Giulioper esserne più sicuroescì nellastrada; ascoltando. L'orologio municipale batteva le orecon unacadenza placida; e anche San Cristoforola chiesa più vicinaalla libreriain Piazza Tolomeisi dette a suonare. La gente erameno radae cominciavano a passare gli impiegati. Alloraeglidissecon dolcezza:

-Posso chiudere!

IlNisardche doveva andare alla villa presa in affitto fuor di PortaCamollialo salutò frettolosamente.

Dopocinque minutil'orologio replicò le ore; e a Giulio parve cherispondessero proprio a luie fossero saporite e allegre come unaleccornia.

 

 

Cap.III

DopomangiatoNiccolò era sempre disposto all'allegriama cosìvolubilmente che ingiuriava chiunque gli diceva una parola piùdi quelle che volesse ascoltare.

Giulioinvecedurante tutto il chilofaceva ripetizione alle nipoti; edEnrico andava a dormire per un paio d'ore. Niccolò disse:

-Non mi parlateperché vado in bestia! Mi fate rodere dallarabbia! Mi sentivo così allegroinvece! Lasciatemi: sto benesoloa parlare con me stesso. Io solo m'intendo!

Poiescì camminando lentamente e strenfiando; quasi sudandobenché fosse d'ottobre. Gli era venuta la gottacome aglialtri fratelli; eda quanto aveva impippiatomoveva a pena legambe.

Perla stradafingeva di fare il viso da ridere; e se qualcunoallorasi preparava a fargli altrettantoegli lesto si scansava emostravasi arcigno; quasi offeso.

Tornatodalla passeggiata alla Lizzache gli bastava per fumare tutto ilsigarotrovò in bottega un suo amicoVittorio Corsalicheera agente d'una compagnia d'assicurazioni.

-Ohogginon voglio discorrere troppo! Mi fa fatica!

-Non so come faccio a darti fastidio se non ho aperto bocca da quandosei venuto!

-Non importa! A me le persone danno fastidio anche se stanno zitte!

-Ma iocome dicevo a tuo fratello Giulioero venuto per proporti unbuon affare!

-Non ho voglia di affari! Parlane con lui. Ma quando non ci sono ioperché oggi non posso sopportare né meno una mosca chevola.

Esi mise a riderecome per fare una bravata da smargiasso. Era unriso violentosensuale e acre. Il Corsali disse a Giulio:

-Aspetterò che gli passi!

Niccolòallorafu preso dal furore:

-E io ti dico che non devi parlarmi! Hai capito? Io ti prendo per ilcolloe ti metto fuori di bottega!

Eglirespirava fortemordendosi le mani.

IlCorsaliche era per aversene a malequantunque Giulio gli facessecenno che non lo prendesse sul serioallungò un passo versola portaper andarsene.

Niccològli fecea pena voltatouna risata così spontanea egiocondache quegli restò stupefatto.

-Non ti eri accorto che celiavo?

-Non è questo il modo di trattare gli amici.

MaNiccolò non voleva sentirselo dire; e ridoventòminaccioso e provocante.

VittorioCorsali era magrosenza capelli e i baffi bianchi. Quando parlavagli si vedevano i denti; e tutta la testa parevaall'incircauncranio di volpe. Giulio domandò al fratello:

-Quando è che ti senti disposto ad ascoltarlo? Ci farai ilpiacere di dircelo.

-Tutte le volte che vuoimeno che oggi.

-Ma domani io vado con il calesse a Radicondoliper affari della miacompagnia d'assicurazioni. E làdal piovanoho visto uncrocifisso d'argento...

Niccolòche cominciava ad ascoltaresi volse con veemenza:

-Lo vende?

-È quello che volevo dirti!

Niccolòpareva adirato e come se avesse da leticare:

-Sei sicuro che mi piacerà?

-Io credo.

-Tu non capisci niente: non mi fido.

-Lo so che tu mi ritieni uno sciocco!

Giuliochiese:

-Quanto pretende? È avaro?

-Ci voglionoa quel che ho capitodue fogli da cento.

Niccolòfremeva:

-Digli al prete che se lo ficchi in gola! Non fa per me. Io compro daquelli che non sanno vendere. Se capita nella librerialo prendo apedate. Diglielo! Dio ne guardise mi viene a cercare!

Espalancò la boccacome se avesse voluto morderlo. Poisorridendosi racchetò. Si mise disteso su la sediaguardando ora il fratello e ora l'amicocon gli occhi luccicanti digodimento; stimolandoli a ridere. Aveva in tutto il viso una ilaritàcosì piacevoleche anche gli altri la sentirono subito. Maquando Niccolò li vide così cambiarsidisse conrammarico afflitto e brusco:

-Non mi parlate!

Poicome se il Corsali non ci fossesi mise a parlare con il fratello:

-Hai mandato quelle fatture?

-Devo metterle dentro le buste.

-O che aspetti?

-In giornata ci penserò.

-Hai segnato bene tutto?

-Ho ricopiato dal libro.

-Con le date?

-Con le date.

-Vorrei sapere perché non pagano!

-I signori vogliono fare il loro comodo.

Niccolòpicchiò con l'anello del mignolo su la cassapanca; poidissesbadigliando:

-Mi duole la testa: m'ha fatto male quell'intingolo troppo impepato.

-Sei tu che lo vuoi così!

-Staserac'è il pollo?

-Credo.

-Se novado a mangiare a qualche trattoria.

-Ci puoi andare: nessuno te lo proibisce. Non è la prima volta.

-E tu che mangiVittorio?

-Io? Io mangio quel che trovo: minestra magari come la broscialessoe poise c'èun cirindello di cacio quanto basterebbe permetterlo nella trappola a un topo.

Niccolòfece una risatae disse:

-Io vorrei trovarmi la tacchina; per domani. Ci credi che il lesso ionon lo potrei né meno mettere in bocca per biascicarlo?

Egliera gaio e festoso; e si mise a raccontare una delle sue barzellette.Ne sapeva sempre nuove; e allora rideva anche con lo stomacosussultando:

-Questa è bella da vero! Trovatene un altro che le scovi comeme!

AncheGiulio ridevama a gola chiusa. Niccolò seguitò:

-Diocome rido! Mi vengono perfino le lacrime agli occhi! Mi faperfino male! Stanottela mia moglie s'è destata e m'hadetto: o che hai da ridere? Perché mi ricordavo sognando diquella che dissi l'altro giorno. Ripetila anche a luiGiulio! Le miefacezie bisognerebbe stamparle.

Madivenne serioperché Enrico entrava in bottega. Era ancoraassonnato e intontito; camminava tutto dinoccolato e cozzò nelbanco dov'era lo scaffale dei libri.

-Ohnon ci vedo! Ho dormito male: c'erasotto le finestreilmarmista che faceva un chiassocon certi tonfi! Quando si sa che c'èuno a dormiredovrebbero avere più riguardo! Pareva chefacesse a posta! Vorrei sapere che bisogno avesse di sbatacchiare!

-Gli sarà arrivato il marmo!

-Ehma si tratta di educazione! Non ci sta mica lui solo nella casa!Che m'importa del suo marmo? Sarebbe lo stesso che importasse a medelle sue corna! La moglie glie le fa tutti i giorni. Lo dicono!

-E a lui che importava se tu volevi dormire?

-Che discorsi mi fate? Dei duedomandiamolo a chi voletela ragionel'ho io. Io ci scommetto quel che volete: qualunque gentiluomodarebbe ragione a me. Perchése io dormolui puòlavorare lo stesso; mentre io mi son dovuto destare. Quando sonoscesovolevo leticarci. Maun'altra voltanon starò zitto.Sono troppo buono! E tu perché ti sei succhiata tutta labottiglia del cognacche?

Niccolòrispose:

-Compratene una per te.

-Certo! Da qui in avantifarò così! Anche se trafratelli ci si tratta a questo modo! Io credevo di trovarcene almenoun bicchierino!

-E hai bevuto l'acqua?

-L'acqua? Vorrei mi schizzassero via gli occhise io ne ho messo maiin bocca una gocciola. Con quella mi ci netto il codrione.

Egliquando s'arrabbiavaaveva la voce di cattivo; e seguitò:

-Me lo dite per offendermi; ma io so tenervi al posto! Perchémi avete domandato se ho bevuto l'acqua? O che tra fratelli non ci sideve portare rispetto? Non è veroVittorio? Se me lo ripetonoun'altra voltaquestiono per da vero. Perché io sonopermaloso. Epoiper le cose giuste!

Niccològli chiese:

-Perché non vai nella tua legatoria?

-Io faccio il mio comodo. Ne ho diritto quanto te. I libri non sirilegano mica con la mia pelle! Se avete voglia di questionareiosono sempre pronto; anche se siete in due contro di me.

Giuliolo guardò meravigliato e rispose:

-Mi sembra che noi ti lasciamo spifferare tutto quel che vuoi.

-Per forza! Ho ragione!

-Io non ti dico di no.

-Ealloraperché volete insistere?

-Ti dico che io non ho nessuna voglia di alzare la voce.

-Tuno; ma Niccolòsì.

AlloraNiccolò disse a Giulio:

-Consiglialo che se ne vada!

Eprese in mano un vaso antico.

-E tuper rompermi la testasciuperesti codesto vaso? Io adopro lemani! Fagli posare il vaso! Non mica perché io abbia pauramaperché la roba di bottega la deve tenere di conto! Èd'una terraglia che si scheggia a guardarla. Epoibadate com'haammaccato con i piedi la cassapanca! Sei un lezzone e uno sciupone.

Vittorioche aveva voglia di rideredisse:

-Fatemi il piacere di smetteretutti e due. È vergognatrafratelli. O non vi volete bene?

Enricorispose:

-Lui no: mi farebbe a pezzetti se potesse!

Giuliodisse:

-Non è vero!

-Tu lo scusi semprema è così. Fagli posare il vaso.Non vuol dare mica retta! Non lo vuoi posare? Me ne vado io!Accidenti a quando sono venuto!

Detteun'occhiata stizzosa anche allo scaffale dei libried escì.

AlloraNiccolò disse:

-Bisogna metterci riparo! Deve smettere!

-Ma sei anche tu che non lo sai prendere!

-Io vorrei che morisse.

IlCorsali chiese:

-E perché?

-Il perché lo so io! Non mi fate parlare! Se fossimo io eGiulio solile cose non ci andrebbero come ci vanno! È tantotempo che desidero d'essere io e Giulio soltanto!

-Ma ormaic'è anche lui; ed è bene che ci resti fino aquando...

IlCorsali non capì a che alludesse; ma Niccolò gli tagliòlo stesso le paroletremando tutto:

-Zitto!

Giuliocapì che poteva commettere un'imprudenza. E il Corsaliaccortosenedisse perché fossero tranquilli:

-I fatti vostri non li voglio conoscere. Io vengo qui da amico; epotete essere sicuri che non sono né un pettegolo né unmaligno.

Giulioallorasi riprese:

-È Niccolò che fa immaginare non si sa che; con le suegaglioffate.

Niccolòpicchiando le ginocchia insiemeesclamò:

-Zittoti dico!

-Che cosa ho detto?

-Zittozitto!

Esi turò la bocca con una mano.

IlCorsali s'era incuriositoma ormai capì che di più nonavrebbero sciorinato.

-Se avete paura di meio vi lascio.

Niccològli gridò:

-No: voglio che tu resti!

Giulioarrossiva come una giovinetta imbarazzata. Il Corsali disse:

-Pochi minuti faeravate così allegri!

Niccològli gridò più forte:

-Io allegro? Questa è la più grande calunnia che mi sipossa inventare! Io non rido mai! Maihai capito?

-Perché non te ne ricordi!

-Basta! Basta! Basta! Se lo dico io che non rido!

Giuliofece cenno al Corsali che se ne andasse. Equando se ne fu andatoNiccolò si mise a singhiozzare.

-Eoraperché piangi?

-Non ne posso più!

Alloraanche Giulioche lo guardavain piedida dietro la scrivaniasentì gli occhi empirsi di lacrime bollenti; che loaccecavano.

Enon ebbero il coraggio di guardarsi ancora.

 



Cap.IV

Ilcavaliere Orazio Nicchioliassessore comunale e capo di parecchiecongregazioni di caritàera sicuro di trovare sempre lastessa accoglienza deferente. Entrava con un'aria di bonarietàaffettuosaprocurando di non far sentire che egli si considerava ilpadrone della libreria; e voleva bene da vero a tutti e tre ifratelli.

Avevauna bocca da bambinoe l'arricciava sempre. Guardavaabbassando latestada sopra le lenti.

Ilgiorno dopo che i due fratelli avevano piantodomandòsottovoce a Giulio perché non sentisse Niccolò:

-Come vanno le cose?

Giulioarrossìe gli rispose:

-Non cambiano.

-Ma... niente di peggio?

-Nono!

Niccolòaspettava che gli rivolgesse per primo la parolae con lui era quasiumile. Gli chiese:

-A me non parla?

-Perché dovrei fare una differenza tra lei e Giulio? Lei se nesta sempre rincantucciato in codesta sedia! Povero signor Niccolò!

-Qui ci sto meglio che in tutti gli altri posti.

Quasiinvolontariamentegli venne da scherzare anche con lui; ma sorrise ebasta. Giulioinvecesi sentiva un poco sconvolto; e doveva stareattento di non perdere la testa. Sarebbe andato via volentieriperfare a meno di parlargli; come quando trovava il pretesto magarid'andare a comprarsi un francobolloed esciva trattenendosi fuoripiù che poteva. O come Enrico che fingeva d'avere un sacco difaccendesvignandosela subito; sebbene Niccolò non glielaperdonasse.

Mail Nicchioli doventavaqualche voltacosì affettuoso cheessi non sapevano più che contegno tenere. E Niccolòdisse:

-Giuliodàgli una sedia!

-La prendo da me.

-Non ci mancherebbe altro! Piuttostole do la mia.

Manondimeno non si alzò; seguitando a dire:

-Siccome lei ci fa sempre il piacere di venirci a trovaresia tantobuono di trattenersi quanto vuole.

Ilcavalierealloras'intenerì; ed essiavvedendosenecercarono di dirgli cose gradite:

-Come sta sua moglie?

-Sta bene: grazie.

-E il bambino?

-Ingrassa sempre più.

-Che bel bambino!

Ilcavaliere n'era tanto orgoglioso che non trovava né meno piùle parole per lodarlo a modo suo:

-È... veramente... un prodigio! Bello... forte... Come devodire?... Robusto... ben fatto... i piedini... le manine...Intelligente!... Capisce più di noi!... Basta fargli... psi...psi... si volta subito... E ha quattordici mesi precisi... L'hacompiuti tre giorni fa... È la mia consolazione!...

Niccolòcominciava ad aver voglia di riderema fece finta di starnutire.

Ilcavaliere disse a Giulio:

-Venga con me: facciamo una passeggiata insieme. Cosìneparliamo un poco!

Giulionon potendo rifiutaresi mise il tubino e rispose:

-Vengo subito!

-Io parlo volentieri soltanto di lui. Per meal mondo non c'èaltro.

Niccològli faceva cenno di sì con la testa.

Andaronofino a Porta Camollia e poi in Pescaiaper rientrare in cittàda Fontebranda. La strada di Pescaia cala girando sotto una poggiaiadirupata e sterposasempre più alta; e Siena si ritira e sinasconde sempre di più dietro ad essa. La campagnaa destradivalla dentro un collineto lunghissimo e avvignato. Al MadonninoScapatosi scopre soltanto San Domenico; massiccio e rossosu unrialzo che sporge. Il cielo era tinto di una nebbiolina rosea; e ilMonisterosu un'altura più ritta e più lontanaparevadello stesso rossocon due cipressi accanto; scuricci e acuminati.Un torrente affossatostrosciando giù per le goratevenivadalla sua collina fino alla stradatra un arruffio tremolante dipioppi storti e arrembati; impolloniti. Accanto ai pioppic'eral'erba di un verde così forte e fresco che il Nicchioli smisedi parlare del suo bambinoper dire a Giulio:

-Questi campi li baratterei volentieri con i miei di Monteriggioni.

Masi riprese subitoe non dette tempo al libraio di rispondere. Egliaveva raccontatobenché non fosse la prima voltaquantimedici avevano assistito la sua moglie partoriente; tutto quel cheera accadutocon i pericoli ed i rimedii. Poiquante balie avevadovuto provareprima di azzeccarne una che avesse latte sufficiente.Oraera giunto all'infiammazione delle gengive per i denti checominciavano a spuntare. Cavò di tasca un libretto foderato dicartone biancocon i margini dorati; e disse:

-Vede: ioper non dimenticare nientesegno tutto qui. Il bambino nonpiange mai... né meno la notte... ma quando lo sentimmopiangere... mia mogliesensibile e nervosa com'è... siallarmò subito... perché a nessuno dei due era venutoin mente che poteva trattarsi dei denti... mandammoimmediatamentele dico immediatamentea chiamare il medico di casa... cheper direla veritàa suo onore... venne subito... in carrozza... Èuno dei pochi medici scrupolosidei quali ci si possa fidare... Ionon ne chiamerei mai un altro... Badim'ero scordato di dirle... cheil bambino aveva la febbre... In casa avevamo già perso latesta... chi correva di qua... chi di là... Era venuta anchela mia suocerache voleva mettere le mignatte... Ma io non volli...sebbene sia un rimedio che non mi dispiaccia... Mia mogliepiangeva... Le lascio immaginare tutto il rimanente!...

Esiccome egli temeva che Giulio si distraesselo costringeva sempre aguardarlo negli occhi come faceva lui.

Quandotornarono alla libreriaGiulio non ne poteva più. E ilcavaliere disse a Niccolò:

-Abbiamo fatto una magnifica passeggiata. Lo domandi a suo fratello.

-Lo credo; se me lo dice lei!

-Ma ne faremoprestoun'altra! E verrà lei con meNiccolò!

-Io a piedi non posso camminare.

-E perché? Se cammino perfino io!

Giuliodisse:

-Noi abbiamo tutti e tre la gottacome lei sa!

-È una cosa che fa vergogna. Mi permettano di dirlofrancamente... Ahse l'avessi io...

-Che cosa farebbe?

Mail cavaliere non seppe quel che rispondere; e restò maleapensarci. Dopo cinque minutiriprese:

-Se l'avessi io... vorrei guarire! Ahnon potrei sopportarla!

Efissò in viso i due fratelli; che si affrettarono a farsivedere convinti.

MaGiulio aveva paura che il Nicchioli volesse farli parlare parecchioper conoscere meglio il loro animo. Esiccome si riteneva piùcolpevole degli altrigli pareva che il Nicchioli giàsospettasse. E tutte le volte che egli entrava in bottegasi sentivagià perso e chiudeva gli occhi. Anche Niccolò avevapaurama cercava di pensare ad altro; perché lo pigliava unaspecie d'immobilità. Eallorasbagliava anche a rispondere;come se fosse stato sordo e non capisse. Gli saliva il sangue allatesta; ese il cavaliere si tratteneva moltostava male tutta lagiornata.

Giulioa lungo andareaveva perso la salute; e dimagrava; benchéormaiil suo carattere non potesse più cambiarsi. Una voltaera stato di modi distintiquasi signorili; ed ora si rassegnavamale a portare sempre lo stesso vestito blu; lustro e magagnato.

IlNicchioli li ammonì:

-È inutile che ve lo ridicami pare: se il denaro dei vostriincassi fosse pocome lo dovete avvertire. Badate che ioincontraccambio del favore che vi ho fattonon esigo da voi altrasincerità... Voi capite che anch'io... benché possaessere... fino a un certo punto... un signore... devo sapere come...si trova il mio denaro.

Niccolòandò a cambiare di posto a una fila di libri; spolverandolicon un gomito. Ma anche Giulio stette zitto. Il cavaliere simeravigliò un poco; ecredendo d'averli offesiseguitò:

-Badiamo che io... vi parlo così.. perché vi sonoamico... ve ne do la prova... Non mi crediate cattivo o... pentitodella firma messa... Vi ho detto che... a farmi restituire ciòche è mio... non ho nessuna fretta... Io so che voi sietebuoni e leali... come me... Mi vergognerei a sospettare... Non misbalùgina né meno per la mente!

Giuliolo avrebbe supplicato di smettere; e Niccolò ficcavaall'incontrario i libri nello scaffaleche era anche troppo corto.

Passavatutto il reggimentoe si sentivano soltanto i passi cadenzati.Involontariamentetutti e tre si voltarono ai vetri della porta;sempre con lo stesso stato d'animoche si faceva anzi piùintenso. All'improvvisola banda attaccòcon tutti glistrumentiuna marcia. I vetri tremarono; e tutti e tre siriscossero. Essi ascoltavano; e i loro sentimenti parevano aumentarebenché in contrasto con la musica sgargiante; come stupefatti.

Quandosi fu allontanataessi si sentirono un'altra volta insiemeallostesso puntocon l'animo sospeso. Il Nicchioli aspettò unpocoe poi riprese:

-Vedete come siete voi?... Io sono differente... non per vantarmene...

Niccolòdisse con la sua voce robustache faceva subito credere:

-Se lei vuolenoi restituiremo il suo denaro dentro due mesi!

AlNicchioli questa risposta dispiacqueperché credette di avereirritato il loro amor proprio.

-Lei prende le cose sempre per il peggio!

Giuliocon una dolcezza che gli repugnavadisse:

-Il cavaliere non intendeva dire questo! Con te non si puo maiparlare! Lo scusiperché né meno lui sa quello che sidica! Doventa irresponsabile.

IlNicchioli fu soddisfattoe disse:

-Nessuno... più di me... conosce la vostra onestà...nessunopiù di me... vi stima. E non vi basta!... Ciconosciamo fino da ragazzi... e sarei pronto a restare per voi senzapane... se non avessi famiglia! Io vi chiedo soltanto di trattarmi...da amico... perché non credo che possiate lamentarvi di me.

Niccolòriescì a ridere e gli disse:

-Lo sa come io sono lunatico!

Mail cavaliere non s'era ancora sfogatoe Giulio dovette ascoltarloper quasi una mezz'ora. Quando se ne andòGiulio disse:

-Ohfinalmente respiriamo!

Niccolòpropose:

-E se gli dicessimo della cambiale falsa? Io scommetto che lapagherebbe! È così benefico! Non hai sentito comeparla?

-E che importa se parla in quel modo? Non bisogna approfittarne; eforsené meno credergli.

-Tu non vuoi mai tentare!

-Perché sono sicuro di quello che succederebbe!

-Giulinodai retta a me! Ti dico che pagherebbe la cambiale! Dammirettaalmeno una volta!

-Vuoi assumerti tu la responsabilità di dirglielo?

-Io? Iofinché non se ne accorgenon gli dico niente.

Enricozoppicando per la gottaaprì l'uscio.

-Son venuto a prendere una ventina di lire per il pesce! M'hanno dettoche al mercato c'è una palomba bianca come il salee unacesta d'anguille ancora vive!

-Allorahai fatto bene a tornare! Maun'altra voltase ci lascisoli quand'entra il cavaliereti giuro che a casa non ti ci vogliopiù.

Masiccome Giulio ridevaEnrico capì che non c'era pericolo dileticare. E disse:

-Che vi ha detto? Non capisco perché tutti i giorni si zeppiquicome se la nostra libreria fosse il suo confessionale! Èun'indecenza. Quando la gente può stare tutto il giorno senzafare nullacerca di passare le ore con le chiacchiere! Ioorasemi date i soldivado a comprare il pesce. Ci vado da meperchélo voglio scegliere. Suderò come un ciucoa portarlo fin su acasa.

-Fallo portare dal pesciaiolo!

-Nono: non mi fido. Ti ricordi quando ci barattò le triglieche puzzavanoe io le avevo sceltea una a unafresche? Non c'èda fidarsi! Datemi i denari; se noc'è caso che lo compriqualche trattore o qualche signore.

Giuliocavò dal portafogli venti lire. Ed Enricoprendendole come sefosse riescito a truffarledisse:

-Il cavaliere parla sempre di quel bambinoche crede suo! Piùimbecille di luinon c'è nessuno.

Etutti e tre fecero una risata.



 

Cap.V

Modestaera una paciona che viveva soltanto per la famiglia: non sapeva farealtro e non capiva di più. Energica e robustapassava legiornate in casa; e lavorava più lei che la donna di servizio.Per farsi portare qualche ora a spassole sue nipoti dovevanotentare tutti gli espedienti. Alta quanto Niccolònon erameno massiccia e meno grassa. Il marito e i cognati le empivano lacasa di provviste da mangiare; ed ella doveva soltanto preoccuparsidi cucinarle. Ma aveva subodorato che le nascondevano qualche cosa; enon era più tranquilla e contenta come una volta.

MentreNiccolò finiva di asciugarsi il viso e le maniella glichiese:

-Perché ti lamenti sempre che la libreria non guadagnae invece facciamo i signori; come se i denari ci fossero a palate?

Niccolòtemette di leima rispose con disinvoltura:

-Tu stai al tuo posto. Queste domandela mia moglie non le deve fare.

Ellavoleva tenergli testama le venne da ridere. Eglialloraseguitòcon il suo solito brio:

-Le donne devono pensare alla calza!

Ellasi perse di franchezza; ma non volle stare più zitta.

-Sono sicura che non mi dici la verità.

Niccolòrise più forte.

-Troppe volte ti ho visto preoccupatoe troppe volte hai detto chenoi ci possiamo trovare nella miseria!

-Non farmi andare in collera di mattinata! Mi ero alzato cosìdi buonumoree tu me lo vuoi guastare.

-Non fare il buffo!

-E tu le bizze.

-Non faccio bizze: sono stizzita da vero.

-Come ti devo ragionare io? Ti devo guarire io? T'ho detto dilasciarmi vestire in pace. Te lo chiedo per favore.

Ellaalloraandò in cucina; a preparargli la cioccolata. Eglis'affrettò a mettersi la giubbaprima che tornasse.

Modestanon si sarebbe arrischiata ad insisterema la sua ansia le detteforza. Eportatagli la cioccolata in camerasenza farlo andare insalottoper esser soligli disse ancora:

-Io andròoggidal cavaliere Nicchioli.

-Vai da chi ti pare!

Niccolòera ancora disposto ad essere mitecredendo che la moglie la facessefinita. Ma non si sarebbe sentito sicurose non avesse pensato aifratelli. Egli aveva il viso afflitto; epure di potersene andarenon gli importava che la cioccolata gli bruciasse la lingua.

-Tunonostante il bene che ti voglio e gli anni del nostromatrimoniotenti di nascondermi quello che fai capire anche aguardarti. Bada che non è una celia!

-Mi minacci? Ora non potrai dire più d'essere una buona mogliecome credevo. E come ti vantavi.

Ellarestò senza fiatoma senza sentirsi avvilita. Il marito nonle poteva mentireed ella era stata una sciocca. Manondimenoilsuo istinto non la persuadeva. Come quando aveva creduto di sognareun terno sicuroe tornava a rigiocare i numeri; con quel suofanatismo testardo e assurdo.

Ellaalloraaspettando che Enrico entrasse in salotto a bevere il caffèmentre gli preparava le fette imburratedecise di parlarne con lui.Con Giulio non ancoraperché lo avrebbe ridetto al marito.

Enricoera con lei sornionee qualche volta cupo. Le parlava a distanzasempre da sgarbato. Vedendolo entrare più burbero del solitotemette che le rispondesse troppo male. Ma gli chiese:

-Come vanno gli interessi della libreria?

-Non c'è il tuo marito? Perché non lo domandi a lui?Perché lo domandi a me? Questo latte non è piùbuonocome prima!

-Niccolò non ha voluto dirmi niente!

-Eperciòti rivolgi a me?

-Ma lo saprò lo stesso.

-Le donne riescono a tutto.

-Non mi sarà difficileallora!

-Senti: lasciami far colazione in pace! Piuttostohai messo pocoburro su le fette! Bisognerà che ce lo stenda da me. Meno cheio voglio parlare con tee più tu mi vieni attorno.

Ellanon sapeva se s'ingannava o se aveva ragione di sospettare. Egli laguardava con disprezzoaccigliato e con una serietà ostile;come se l'avesse odiata. Qualche volta egli le era restatoantipaticoma s'era subito rimproverata; come di una sconvenienza.Non poteva prendersela con un cognato! Pensòalloradisupplicarlo; ma a pena egli se ne accorsele disse:

-Ti prego di smettere e di andartene!

Ellaobbedìpentita d'aver creduto ch'egli l'avrebbe ascoltata.

Enricoinvece di fare la passeggiata di tutte le mattineandòdifilato a bottega e disse a Niccolò:

-Mi pare che la tua moglie metta su presunzione!

-Che t'ha detto?

-Suppongo che prima abbia chiesto a te quel che chiedeva a me.

Niccolòper non passare da debole dinanzi al fratellorispose:

-Con mese n'è guardata bene.

-Mi credi un idiota? Mettiamociinveced'accordo. Equando vieneGiuliodomandiamolo anche a lui.

-Veramentenon credo che possiamo rimproverarla.

-Ed io ti dico di sì. Non fare il sentimentale.

-Oggile parleremo tutti e tre insieme. Perché non dovetesupporre che io mi sia lasciato scappare né meno un ette!

-Ti saresti fatto pigliare proprio alla tagliola.

-Non c'è pericolo! Sono abbastanza furbobenché lei siauna donna.

-Appunto perché è una donna ci vuole doppio giudizio. Ebisogna metterla subito al posto.

-Io non le permetto né meno di fiatare!

-Pare di sì: altrimentinon avrebbe osatomentre facevocolazionedi mettersi lì ad affrontarmi. Io non mel'aspettavo.

-Stai tranquillo che non sa niente. Piuttostola strozzo.

-Io le ho portato sempre rispettoda buon cognatoma ora glie lofarei scontare.

-Con la mia moglie ci penso da me. Basto io!

Giulioquando gli raccontarono tuttodisse:

-Siamo rovinati! Non c'è più scampo! Le donne son piùastute del diavolo. Chi avrebbe immaginato che quella sciocca...Scommetto che ha sentito qualche nostro discorso. Ierisera parlammosottovoceal buio. Può darsi che sia stata ad ascoltare.

MaNiccolò disse:

-Oggiprima di metterci a tavolala facciamo pentire.

-Senza tanti riguardi!

Giuliopropose:

-È meglio con le buone!

Enricoribatté:

-Alloraio non me ne occupo. Farete da voi.

Giuliochiesecome se riflettesse da séa voce alta:

-È meglio con le buone o con le cattive?

Enricorispose:

-Io ho sempre sentito dire...

MaNiccolò gridò:

-Ci penso io! Basta! Voi starete lì soltanto; ese ce ne saràbisognomi aiuterete.

Enricoscosse la testaed escì. Ma Giulio era anche spiacente diobbligare la cognata a non immischiarsi nelle faccende degliinteressi.

-O chi glie lo avrà messo in mente? Mi pare impossibile chenessuno l'abbia messa su. Sempre così quieta come una pecora!Non c'è stato mai una mezza questione!

-Sono ubbie del suo cervello. Ti garantisco che non sa niente!

-Lo spero.

AmezzogiomoNiccolòla fece chiamare in salotto; e mandòle nipoti in cucinachiuse insieme con la donna di servizio. E ledisse:

-Siamo tutti e tre sorpresi dei discorsi che hai cominciato stamani.Diteglielo anche voi: non è così?

Modestasi sentì addirittura incapace di difendersi. Era il suoistinto che le dava ragionema avrebbe voluto piuttosto essererovinata da vero che trovarsi lì a quel modo. Non s'aspettavané meno che il marito le avrebbe fatto sopportare quellaparte! Se fosse stata sola con luisi sarebbe buttata in ginocchio;e invece si sentiva venire menocome se le si piegassero le gambeed ella non avesse più forza di tenersi ritta. Era sbigottita;enello stesso tempomeravigliata. Ben lontana da indovinare cheGiulio le avrebbe chiesto perdonoe che Enrico sarebbe stato prontopiù degli altriper viltàa dirle tutto. Niccolòsentiva per lei un affetto che durante qualche attimo rasentaval'adorazione. Ella li credeva indignatie pieni d'ira. E seinveceavesse detto una mezza parolatutti e tre non avrebbero piùosato di apparirle dinanzi. Ma ellaa pena si fu un poco rimessabisbigliò:

-Non dovete badare a me!

Enricorispose:

-Non voglio sapere altro: mi basta.

Niccolòaggiunse:

-Un'altra volta sarai più prudente.

Giulionon le disse nullaperché si vergognava.

Alloraellapiena di gioia quasi deliranteandò in cucina a direalle nipoti che potevano portare la minestra.

Duranteil pranzoincitava gli altri a ridere e a essere allegri; sentendouna felicità non provata mai. Le pareva perfino troppa; e diessersi ubriacatabenché non avesse bevuto più delsolito. Niccolò l'approvavae burlava Giulio quando stavaserio. Egli presentiva che presto non avrebbero più riso; ealloracon la sua ilarità avrebbe voluto insultare tutti. Sel'avessero sentito sghignazzare il cassiere e il direttore dellabancasarebbe stato disposto a dare da vero dieci anni della suavita. Erano risate sordema spumose; risate piene di impazienza;chead ascoltarle beneparevano brividi; lente e comodelarghe einsolenti. Egli rideva anche con la voce; i suoi occhi luccicavanodestando la malcreanza di Enricoe la timidità corrotta diGiulio. Maa un certo puntopareva che dovessero ridere anche ipiatti; battendo su la tavola. Tutto doventava ridicolo e piacevole.

Giuliodisse:

-Oraè troppo!

Chiarinae Lola gridarono:

-Nono! Non dovete smettere!

SoltantoEnrico riescì a farli tornare in sédicendo:

-Questa baldoria non mi piace!

QuantunqueNiccolò gli rispondesse pronto con una sguaiatagginetutt'altro che pulitarisero menotra i denti. Enrico disse ancora:

-Che tu sei il più sboccatolo sapevo. Ma le sudicerie le deviserbare per la bottega. In presenza delle bambineno. Metti il grifodentro ai piatti e taci.

-Se non vuoi ascoltare...

Giuliodisse:

-Non prendiamo le inezie troppo sul serio! Cionchiamoci sopra unbicchiere di vino; e vi passerà la voglia di fare unbisticcio. È meglio divertirsi che altercare!

Niccolòfaceva il pentitocon un'aria che rimetteva la voglia di ridere. Ledue nipoti lo guardavano con una ammirazione ingenua; quasi rapite.

Modestasi alzòandò dietro alla sua sedia; eprendendogli latestalo baciò. Egli si strofinò con il tovagliolodov'era stato baciato; eallontanandola con una spintadisse:

-Queste confidenze non le devi prendere. O che non puoi ritenerti?

 



Cap.VI

Chiarinae Lolacrescendosi volevano sempre più bene.

Tuttee due bruttinenàchere e tracagnottetroppo grasse; e siassomigliavano. Chiarina la maggiore. Vestivano alla buonacucendoda sé; e di grazioso non avevano niente. Si parlavano sempresottovoceanche se erano sole; perché credevano che avesseroda dirsi cose troppo insulse; da nascondere. Quando la zia lesorprendeva a parlarsifacevano una risatina; econ gli occhisiraccomandavano di non confessare. Ma nascondevano soltanto il loropudore e la loro innocenza. E si promettevano sempre di non parlarsipiù a quel modo; quantunquespecie certi giornila loroamicizia avesse bisogno di sottrarsi a chiunque. Erano contente dipensare a cose eguali; e avevano fatto proponimentogiurandodiessere sempre così; non desiderando un'altra fortuna migliore.

Atutte e due piacevano le passeggiate in campagna. E la ziasebbenenon più di due volte la settimanale portava fuori di cittàper una strada solitaria e quieta.

Dovevanopassare davanti alla loro Scuola Normale; e allora davano un'occhiatadentro la porta; per vedere se ci fosse la direttrice a salutarequalcuna del convittoche i parenti erano andati a prendere. Dandoquell'occhiatasghignazzavano e camminavano più leste;arrivando a Porta Tufi quando la zia stava ancora a metà dellascesa.

Sivoltavanotenendosi a braccettoper guardare il muraglioneamattonidel giardino della scuola; in cima al quale s'attacca unapianta d'edera; sbrandellandosi. Di fronteun muro più bassofatica a reggere un campo; che quasi strabocca. Sopra l'arco dellaPortadi fuoriuna meridiana vecchia e stinta; senza il ferro. Unarco più altofatto di pietre grigie; chiuso quandoriadattarono l'entrata. Da ambedue le particongiunte alla Portacominciano due muraglie; d'un rosso scurocon qualche chiazzagiallastra; edietro a quelleviti e olivi. Non c'era mai nessunrumore; ed elle facevano un passo più nel mezzo della stradaquando all'improvviso sentivano il fruscìo di una scala messada qualche contadino tra i rami di un fico. Una delle muragliedopoun cancello di legnocoperto sotto un piccolo tetto a doppio pendìotermina a un caseggiato d'un rosso cupocon le finestre angustefino al Cimitero della Misericordia. Ma le due giovinettedopoaverlo domandato alla ziaprendevano sempre la Strada del Mandorlo.E alloratra gli olividietro un muricciolo bassosul quale ci sipuò anche mettere sedutisi ricomincia a vedere Siena.

QuandoChiarina e Lola si soffermarono lìad aspettare la ziailcielo era tutto cinereoma chiaro; e il sole faceva doventareabbarbagliante la nebbia dove restava ficcato. La campagnasotto ilMonte Amiatasempre più sbiadita e uniforme. I contorni deipoggi si attenuavanoquasi sparendo. Anche i cipressi si velavano;meno che quelli vicini. Le mura della cinta cascano dentro la terragiallatra l'erba delle grosse greppaie. E Siena strapiomba su unrialzo altoseparata dalla sua cinta che in quel punto èquasi dritta; mentreverso la Porta San Marcostramba a saliscendi.Dalle case della città esce fuori soltanto il campanile delCarmine; a punta.

Seguitandola chinasentivano i loro passi risonare; perché la strada sifa più stretta tra i suoi muri sempre più alti. Lapoggiaia fuori di Porta Romana s'appianaaprendosi con le suecampagne sparse da per tutto. Più in làma come dellastessa altezzai poggi azzurridopo una striscia violacea; con lefile nere dei cipressi.

Giunseroquasi senza più parlaread una villa con la facciatascolorita dall'umidità; con una finestra finta e le persianeverdi; con rappezzature fatte a calcecome patacche bianche.

Incontraronoun portalettere sciancato; con la pipa in bocca; volta in giù;con la borsa logora a tracolla ed una fazzolettata di chiocciole inmano.

Chiarinae Lola fecero le boccacce. Poiincontrarono due preti: uno bassotarpagno; e un altro secco come un nocciolo d'oliva. E alle duesorelle venne da ridere.

Poigiunsero ad un'altra casatenuta superché non franasseconcerti rinforzi di mattonia pendìoche arrivavano al tetto.Aveva la facciata gialleggiante di licheni.

Orai muri della strada erano tutti storti e piegati; sbilenchi; conrigonfiature che si spaccano come se fossero per sfiancarsi.

Ellesi misero a canticchiare; mastonando e non andando a tempodovevano sempre rifarsi da capo. Non pensavano a niente; e la ziadisse loro:

-Non camminate troppoperché sudate.

Lolachiese:

-Non arriviamo fino alla cappella?

-È troppo lontana; poiper tornare a dietroè salita.

-Non t'impaurire. Ti porteremo noi.

Modestaripensava al contrasto del giorno avanticon il marito e i cognati.Era stato uno sbaglio di lei che avrebbe potuto finire in litigio. Ebenché se ne sentisse ancora pentitaera più serena esicura. Dunqueil suo istintoquesta voltal'aveva ingannata.

Male due sorelle volevano fare la passeggiata più lungaperchéavevano da dirle un gran segreto; volevano anche esserci preparate evederla disposta bene. Veramentea parlaretoccava a Chiarina;perché il segreto riguardava lei; ma non ne erano ben certe.In duesi sarebbero fatte coraggio meglio.

Chiarinapregò Lola:

-Diglielo tu. Appunto perché si tratta di memi parrebbed'essere troppo temeraria.

-Ese per casomi dovessi fidanzare ioche faresti tu?

-Lo sai: glielo direi io. Mi ci viene da piangere.

-Aspetta a quando torneremo a casa.

-A forza d'aspettarenon glielo diremo mai. Guarda che more grosse emature.

-Bisognerebbe fare un saltoper arrivarle.

-C'è da bucarsi le mani.

Eranoin fondo alla Strada del Mandorloalla cappella. Dirimpetto a lorosu un siepone pieno di roghic'è una ventina di cipressi;tutti diseguali anche d'altezza. La cappella pare un casotto; con duescalini cortidi pietrae con un'inferriata arrugginita sopra unafinestrucola nella porta. Due statuettecome due fantocci di pietrascortecciatauna di San Bernardino e una di Santa Caterinain prodaal tetto di tegole smosse.

-Ce la diranno mai la messa?

-C'entrerebbe soltanto il prete.

-Sicuro! Scommetto che a sentire la messa restano di fuori; qui dovesiamo noi.

Piùin làdove sboccava un'altra stradac'è una croce dilegno; con un gallo colorato in cima; in mezzo a due cipressi. Duedonneaccoccolate sul ceppo della crocesi spartivano unagrembialata d'uva.

Quand'eranopiù piccoleChiarina e Lola dicevano sempre qualche avemaria.Anche orasi sentivano preoccupate e confusequasi sperse; come sela croce proibisse loro di star sole senza la zia.

-Non sarebbe meglio che tu non ti fidanzassi?

Chiarinavoltò le spalle alla croce e si discostò:

-Perché me lo dici qui?

-È peccato qui?

-Mi pare.

-Andiamo via subitoallora!

MaChiarina stava tra la paura della croce e il suo desiderio; e disse:

-La zia vorrà riposarsi!

-E tu non esageraredunque! Se si riposeràglielo diròsubito. Oggi o mai più!

-Bada chese le dispiacela colpa è tua!

-Va bene: la prenderò io.

Modestagiunsetrenfiando. Lola le disseprendendola a braccetto:

-ZiaChiarina ha da confessarti una cosa!

-C'è bisogno che tu porti l'ambasciata?

-Da sé non te lo può dire.

-Fate sempre le giuccarellecome se tu non avessi ormai quindici annie lei diciassette!

Chiarinaalloraandò di corsa a dare un pugno a Lola.

-Ohi! M'hai fatto male!

-E tu perché non sei stata zitta?

-Ma mi hai fatto male troppo!

-E io voglio sapere quel che avete tra voi! Vi fate sempre le moine!

-Te lo dirà Chiarina da sé! Io non voglio né menoascoltare.

MaChiarinadopo aver dato il pugno alla sorellapiangeva; sebbenequelle due donne la guardassero.

-Io - disse Modesta ricordandosi un'altra volta del giorno avanti -non voglio arrabbiarmi per voi! Vi fa vergogna! Ormaisiete grandi egrosseda marito!

Lolachieseridendo:

-Da marito?

Modestaalloracercò di riflettere se aveva detto una cosa fuoriposto. Ma Lola seguitòdoventando però cosìseria e nervosa che si sentiva tirare tutti i tendini fino alla puntadei piedi:

-Chiarina ti voleva dire questo!

Lasorella smise di piangeree la picchiò su le spalle e su latesta; quanto poteva. Modesta glie la tolse di sotto e le chiese:

-È verosì o no?

Lolaper vendicarsirispose per la sorella; lagrimando:

-È vero! È vero!

MaChiarinaalloranon sapendo come meglio nascondersil'abbracciòstretta stretta; con tutta la sua amorevolezzache la facevatremare. Lolapentita d'essersi vendicata a quel modolaschiacciava a sécon il desiderio di non lasciarla più.

Modestabenché quelle due donneincuriositeridesseroprese lenipoti insieme; e le baciò.

ELola raccontò come un giovanottoimpiegato al Demanioerariescito a far sapere a Chiarinadopo averla fatta innamorarequanto già era luiche avrebbe domandato in casa difidanzarsi.

Tornaronoa dietrofuori di sé dalla contentezza. Modesta aveva dovutopromettere a Chiarina di non dire nienteancoraa nessuno deglizii. Ma ellala sera stessalo fece sapere a Giulio; chegrattandosi vicino alla boccarispose:

-Bisognerà informarsi bene chi è lui.

Modestagli chiese:

-Devo dirlo anche a Niccolò?

-Io direi d'aspettare. Perché Niccolò la piglierebbe inburletta e chi sa come darebbe la baia a Chiarina.

EChiarina non voleva mettersi né meno a tavola; se non l'avessepersuasa la sorella. Si vergognava; e s'impensieriva senza saperperchévedendo lo zio Giulio più serio del solito.

Lasorelladopole chiese:

-Mi accompagni al pianoforte?

-Nono! Non mi riesce!

-Dio mio! Ma è possibile che tu faccia così?

-Ho un'irrequietezza che mi noia. Avrei bisogno di distrarmi.

-Perciò vieni con me al pianoforte!

-Mi farebbe peggio!

Lolale suggerì:

-Chiudi gli occhi.

-Non mi riesce più.

-Te li chiudo iocon le mani. Ti passa?

MaChiarina voleva esser più forte del suo sentimento; e ledisse:

-Non è facileanche per mecapire quel che ho.

-Andremo a letto prima.

-No: voglio stare al buiocon la finestra aperta. Voglio provarecosì!

Dallafinestra della loro camerasi vedeva la campagnatra Porta Ovile ePorta Pispini. Ma era già troppo buioe la campagna doventavadi un colore cinerognolo tutto eguale. Soltanto dove cominciavailcielo rimaneva come un lungo taglio più chiaro; cheperòaffievoliva. Il vento frusciava nei giardini e negli ortia pièdelle case; dentro la cinta delle mura di Siena. Si sentiva chiuderequalche persianasbattendo; e c'era un piccolo eco affilato e raucoche ripeteva pazientemente in fondo agli orti quel rumore; come seandasse ad appiattarsi laggiù; dove gli archi della fonte diFollonica s'interrano fino a mezzo; impiastricciati di muschiche sisfanno con il tartaro dell'acquiccia. L'erta delle casesilenziosamortanon sentiva le foglie di un gran tigliosotto la finestradella camerastaccarsi l'una dopo l'altra; senza che potesserosmettere più.

Lolaera in salottoa studiare un libro di scuola; e Chiarina si voltòper guardare fisso il Cristo d'ebano e d'avorioquello della primacomunionesu la parete del letto.



 

Cap.VII

Giuliodiede subito importanza a quel che gli aveva detto la cognata. Ma dasolo non riesciva a vedere come avrebbe fatto a fingere che laragazza avesse almeno una dote piccola. Era curioso di conoscere ilgiovine; e aspettavada un giorno all'altroche capitasse inbottega; perchécertamenteavrebbe dovuto prima parlare alui. Mapoinon volle preoccuparsene troppo; perchéconvinto che tutto ormai gli dovesse essere contrariosiracchiocciolava e non desiderava più che la sua sfortunamutasse; e aveva perduto ogni senso di volontà. Peròfu di parere di dirlo ai fratelli: Enrico rispose che non ci credevae che si trattava molto probabilmente d'una fisima da donniccioleeNiccolò garantì che non valeva la pena né menodi occuparsene. AlloraGiulio volle impegnarsi da solo a fare perChiarina quel che avrebbe potuto. Tutto il suo sentimento d'uomo glidava un piacere d'energiache si trovava d'accordo con la suacoscienza. E credettecosìdi rendersi meno abbandonato a sestesso. Non aveva fatto mai niente che avesse un intento moraleedora gliene capitava l'occasione!

Volleriprovarsi a discorrerne più a lungo con Niccolòe glidisse:

-Tu che sei tanto affezionatoe non lo metto in dubbioa quelle duebambineperché ti rifiuti ora di prendere sul serio lapossibilità che una abbia trovato da sistemarsi bene?

-Giuliolo sai! Io di queste bazzecole non me ne intendo punto!

-O perché?

-Perché ioda qui in avantipiù che ci s'avvicinaall'abissovoglio mangiare e bere soltanto!

-Mi pare che l'una cosa non escluda l'altra!

-Ma che dovrei fare?

-Siccome è un impiegato al Demaniotu che conosci ildirettoredovresti informartene.

Niccolòsi mise a ridere:

-Ti pare che io sia proprio adatto?

Poidisse con violenzaalzandosi in piedi e battendosi una mano apertasul ventre:

-Se è uno che cerca la doteha sbagliato! La dote non c'èe non la piglia. Si trovi un'altra fidanzata!

Poicon una voceche gli sbatteva insieme con le sue risate brusche equasi minaccioseseguitò gridando:

-Ti pare che la sposi senza una dote? Ahio non ci credo! Sarebbe unbell'imbecille! Sono il primo a dirglielo! Avete voluto mandare ascuola anche leie invece doveva entrare a farsi monaca! L'ho sempredetto! Non mi sento mica un gonzo!

-Ormaiè inutile avere codeste idee.

-Eallorafate quel che volete. Io resto del mio parere.

Erisesempre più aspramente.

Mentreridevaentrò un giovine vestito abbastanza bene; con i baffirossi e le lenti. Niccolò gli chiesecon un risolinobeffardo:

-Vuol qualche libro?

-Volevo parlare a uno di loro. Non so a chi.

-Parli al mio fratello!

Eabbottonatasi la giubbascappò.

Giulioescì da dietro la scrivaniae il giovine si presentò:

-Sono il ragioniere Bruno Palliniimpiegato da un anno al Demanio diSiena.

Giulioinchinandosigli rispose:

-Mi dica pure quello che vuole.

Ilgiovine stette un momento zitto.

-Sa... è la prima volta ch'io parlo con lei! Mi scusi! Iodesidererei l'onore di fidanzarmi con la signorina Chiarina.

Avevagli occhi luccicantie gli tremavano anche le lenti. Aspettavaansioso che il libraio aprisse bocca.

-Non c'è nulla in contrariose la mia nipote acconsente:purché lei sia disposto anche se le condizioni... attuali...della ragazza sono piuttosto modeste.

Ilgiovineesaltatodisse senza riflettere:

-Ahnon le voglio né meno sapere!

-Allora... la cosa può essere fattibile! Oggi ne parleròalla sua zia e a lei.

-Quando vuole che torni?

-A comodo suo. Staseradomattina... Meglio domattina.

Ilgiovine avrebbe voluto stare con lui più a lungoma siccomenon trovava niente da diresorrise tutto imbarazzato e timidoglitese la mano; e se ne andò.

Giuliorestò fermoallo stesso posto; facendo girare le lenti fra ledita. Poidisse:

-E ora?

Maentrò Costanzo Nisard tutto azzimato e gioioso; con uncrisantemo che pareva d'oro; tenendolo insieme con un manoscrittoarrotolato.

-Disturboforse?

-Anzimi fa piacere. C'è statomezzo minuto faun signore achiedere la mano d'una mia nipote; di Chiarina.

IlNisarda cui piaceva fare i complimentiesclamò:

-Mi duole di essere arrivato troppo tardi! Lo avrei conosciutovolentieri.

-Pare serio. Dev'essere meridionale; come quasi tutti gli impiegatiche mandano qua.

-È ricco?

-Io non gliel'ho chiesto.

Mail Nisard aveva parlato abbastanza di quell'argomentoe disse:

-Ero venuto per sapere se lei ha un fascicolo del BurlingtonMagazinedov'è uno studio sul Sassetta del Berenson. Miscusi se io cerco quel che interessa me.

-Oraguarderemo se lo troviamo!

-Non ho nessuna fretta.

Macomparve Niccològhignando; e s'accomodò a sederesenza dire niente.

-Era lui quello che ci domanda di Chiarina - gli disse Giulio.

-Lo sapevo. E perciò me la son battuta.

Allorail Nisard gli chiese scherzandocon la sua voce crepitante comefatta di aghicon un sorriso che sgrigliolava liscio e pulito comele sue scarpe sempre nuove e sempre lucide:

-E lei è contento?

Niccolòlo ragguardò in visoridendo; e orail suo riso eratranquilloma dileggiante lo stesso. Si calcò il cappello finsugli occhiin modo che le sopracciglia toccarono la tesae glirispose:

-Le pare che io pensi agli sposalizii?

IlNisardcon una voce che pareva donnescasi raccomandò chenon si prendesse gioco anche della nipote. E restò con ilsorriso sospesoaspettando a ricominciarlo quando il libraio gliavesse risposto. Allora rise come se gli facessero il solletico;rannicchiandosi con le spalle; e torcendosi le mani.

-Ma via! È troppo grossa! Soltanto lei dice cose simili!

Giuliocon il suo sorriso che si sottomettevaun sorriso che si mutavasubito nella vocegli disse:

-Non c'è da far caso più di niente con lui!

MaNiccolòcon un ridere agroche scherniva:

-Io non me ne intendo!

Poichinò la testae dopo un poco ronfava.

IlNisard sfogliòsul bancoil fascicolo del Magazine; battéla punta del bastone su le ginocchia di Niccolòpersalutarlo. Ma Niccolò finse di non destarsi. Quando sentìch'era escitofece uno sbadiglio lungo come una ragliataa piùripresee disse:

-Non so perché i quadri debbano stare nei museie invece nonli dànno a meper venderli! Caro Giuliosenza un quadro diautore verosaremo sempre miserabili.

Giuliopensierosorispose:

-Lo so! Ma bada se ti riesce a staccarne almeno qualcuno da dove litengono chiusi a chiave.

-Ecco qui! Siamo costretti a fare l'industria delle antichitàfalse! Come le trecche!

Risecon un suonoche pareva quello di un trombone; espalancando labocca con un altro sbadigliocontinuò:

-Una voltaalmenosi poteva cercare per la campagna! Ora il governoha fatto inventariare tutto senza pensare al nostro mestiere! Ci harovinato tutti!

Poicon una voce più naturale:

-Dimmi almeno quel che t'ha detto!

-Chi?

-Quel signoreche è venuto a posta per Chiarina!

-Ahm'era passato di mente!

Niccolòparve preso dall'impazienza:

-Che t'ha detto?

Maambedue si volsero verso la portasentendo toccare la maniglia: erail cavaliere Nicchioli. AlloraNiccolò richiuse lesto gliocchi.

Ilcavaliere disse tutto festoso:

-Ho incontrato il Nisarde m'ha detto che la vostra Chiarina èper fidanzarsi. Me ne congratuloquantunque... al mio bambino siavenuta una tossetta... piuttosto cattiva.

Giuliosorrise:

-Sono certo che domani tutta Siena saprà che è venuto ungiovine a domandarmi il consenso di...

-Ohlo sapranno tutti! Si figuri: ho parlato con due miei amicichesapevano perché ho dovuto cambiare la donna di servizio... chenon si prestava... amorevolmente... con il mio bambino.

-È una cosa meravigliosa.

-Siena è fatta così; e nessuno ci cambierà; seDio vuole! Anch'iodel restonon vivrei volentieri a Siena se nonfosse possibile conoscere quel che si desidera degli altri. Perchénon mi piacciono le grandi città? Principalmenteperchéio non potrei stare senza conoscere gli altri come me stesso. Èuna curiositàche abbiamo nel sangue. E nessuno ce la leva.Anziiole persone che non sono di quinon ce le vorrei némeno! Che ci fanno? Stiamo bene tra noi; essendo tutti eguali e dellostesso seme. Dorme davvero Niccolò?

Lavoce del cavaliere pareva malataun poco saponosad'una timiditàfloscia.

Illibraio gli rispose:

-Credo. Non fa altro!

-Mi dica che giovine è.

-Ancora non ho avuto tempo di chiederlo a nessuno.

-O che aspetta? Vuole che me ne incarichi io? Lo faccio con veropiacere. Mi dia il nome.

Scrisseil nomee riescì dicendo:

-Tra un'ora... lei saprà con precisione quanti anni hadi chefamiglia è natoe se è un partito da farsi. Si fidi dime.

Giulioallorachiese al fratello:

-Ti sei addormentato da vero?

Niccolòse ne vantò:

-Sognavo perfino!

Dentrola libreria c'era poca luce e dovevano accendere presto il gasse.Nella stradavedevano passare sempre le stesse persone; e qualcunasi fermava a guardare la vetrina. AlloraNiccolòcheocchiava dal suo cantucciocominciò a dire:

-Quello è il pazzo che dovette fuggire da Sienaquandoscoprirono che aveva rubato al cugino l'eredità; che nondoveva toccare a lui... Una di quelle due signorela piùbruttaè la moglie di un tale che s'è fatto pagare idebiti dal suocero... Ecco la contessache al servizio non vuoltenere donne... Ohecco la marchesa tradita dal marito con lagovernante dei figlioli... Lo sai chi è quel prete? Èun canonico del Duomo: si dice che abbia per amante la zia di quelsignore che l'altro giorno comprò tutti quei libri dichimica... quella è l'amante del barone che va sempre conl'automobile... stai attento: tra poco passa anche lui... Eccolo! Cheti dicevoGiulio? Lo vedi che è vero?...

Ebatté le mani dalla compiacenza:

-Scommetto che sono escitia quest'oraper vedersi!... Ohecco lagovemante che tradisce la marchesa! È giovine! Si vede chedev'essere l'amante di lui! Basta guardarla in faccia! Stai sicuroche non ci si sbaglia! Lo vedi che io so tutto? E hai visto comesoffre la marchesa?... Bada quella signorina che si tinge sempre!...M'hanno detto che la mantiene quel conte tanto riccoche ha letenute a Poggibonsi. Io ci credo! Se nochi glieli comprerebbe ivestiti a quel modo? E suo padre è contento. Anche questo so.Chi me l'ha dettola conosce fin da bambina... Come fa schifo quellasignora vecchia! Non la posso né meno guardare. Come biascica!Non ha più né meno un dente!... Almeno la baronessache va sempre a spasso con gli ufficialise li è messi finti.È andata da un dottore americanoche sta a Firenze. Ha spesouna somma favolosa!

Masi turbòdicendo:

-Ecco questo screanzato.

EraEnrico che zoppicava anche più del solito. Niccolò glichiese:

-Che vuoi?

-Quel che mi pare.

Giuliolo difese:

-Ha ragione.

-Mi ha detto il Nisard che è venuto quel giovineper ilfidanzamento.

-Lo sai anche tu?

-Se non lo so io? Non è anche mia nipote? Dimmipiuttostoletue impressioni.

-Né buone né cattive.

-Parla bene? Era disinvolto?

-È un gingillinodi pelo rossomogioun poco anemico! Madecente.

-Io non capisco perché sia capitato proprio lui! Speriamo chesia una buona fortuna. Per l'appunto è il primo e l'unico. Nonc'è né meno da sceglierecosì!

-E chi è che può imbroccare se si deve dirgli di no o disì?

-Se sono innamoratiio direi di non rimandarlo via! EtuNiccolòl'hai visto?

Niccolònon gli risposee si mise a togliere la polvere di sopra allacassapanca. AlloraEnrico disse:

-Ioinvece di prendere mogliemi metterei un pietrone al collo em'affogherei.

-Ma tutti non sono come te!

-Perché non hanno la mia furbizia!

Econ la voceche gli cambiava tonoquando voleva preparare gli altria udire qualche scappataproseguì:

-Bel piacere a prender moglie! Alloraanche di me direbbero che ho lecorna!

Erisestridendo come un topo e spruzzolando lontano la saliva.

 



Cap.VIII

Enricoera stato uno di quei ragazzi impertinenti e sfacciatidei quali sidice che non se ne ricaverà mai nulla. Ma i fratelliminacciando che lo avrebbero mandato fuori di casariescirono amettergli un poco di giudizio. Egliperòdoventava semprepiù intrattabile. In casa ci s'era trovato benespecie dopoil matrimonio di Niccolò; e così cercava di andared'accordo più ch'era possibile. Egliqualche voltaavevatentato di comandare e d'imporsi agli altri; maessendo menointelligentespecie di Giulioaveva dovuto sempre sottomettersi.Dentro di séè veroglie ne era rimasta lapresunzione; e non avrebbe mai voluto essere né disapprovato ené biasimato. Ma egli aveva la convinzione che i fratelliparlassero male di lui anche con gli altri; eperciòsivantava d'essere sempre diffidente.

Orache s'avvicinava la scadenza di un'altra cambialepiuttosto grossaanch'egli sapeva com'era difficile trovare il denaro per scontarlaoalmenocom'erano solitiper scemarla d'un quinto. Egli disse:

-Giuliotu che hai fatto sempre bene e con prudenzabisogna cheanche questa volta suggerisca il mezzo di toglierci d'imbarazzo! Èproprio indispensabile!

Eglisapeva che non aveva niente da proporglie fingeva di aver fiduciain lui.

-Questa volta bisognerà raccomandarsi a Dio!

-Che c'entra Dio? Bada di non scherzare.

Egliindispettitopiantò il fratello nell'intrigo; pensando condisprezzo che non sarebbe stato capace ad escirne. E incontratoNiccolò nella stradagli disse:

-Lo sapevo che quel menno lì avrebbe compromesso anche noi!

Niccolòalloradifese il fratelloe rispose:

-È meglio che tu non me ne parli!

Enricoborbottò le sue solite ingiuriee andò in una bettolaa giocare a briscola. Egli giocava anche dopo cenafino allamezzanotte. E disse ai suoi amici:

-È una bella sfortuna avere un micco di fratelloche noncapisce niente.

Gliamici non badavano se aveva ragione o torto; ed egli poteva dirnequante voleva. Perciòquasi tutte le volte che aveva messo lasua cartadomandava a qualcunosenza che nessuno gli rispondessemai:

-Che gli faresti se tu avessi un fratello come il mio? Non sarebbemeglio nascere soli? Non dovrei trovare il modomagari per mezzo ditribunaledi farmi rispettare?

Allafine di parecchie partitetoccava a lui scozzare le carte. Ma eglitenne il mazzo chiuso in mano; e disse:

-Voi credete ch'io faccia una bella vita. Non è mica vero! Vigiurosul mio onoreche io non ho mai un giorno di bene. Ma comedovrei fare a separarmi dai fratelli? Ormai da tanti anni stiamoinsiemee sono già troppo anziano. Ma Dio mi scortichi senessuno di voi ci resisterebbe. Non ci credete? Ci resisto ioperchéli lascio fare come voglionoe sono remissivo; anzidolce. Fanno dime come se fossi un ragazzo! È sempre stato il mio torto.

Egliaveva un'aria sincera e afflitta come quando si lamentava deitormenti della gotta.

-Vedete: io vengo qui a giocare e a sorsellare un gocciolo di vinoperché ho bisogno di distrarmi! Non ho altra consolazione.Dalla mattina alla seranon ho altro svago. Mi si puòrimproveraredunque? E paresecondo loroche io sia un esserespregevole; uno che non è buono a niente. Come se fossiincastronito. Ma io l'ho specie con Giulioche è responsabiledi tutti i nostri affari. Non dovrebbe essermi riconoscente se iodimia volontàmi son tirato in disparte?

Magli amici non volevano ascoltarloe gli gridavano che desse lecarte.

-Noogginon gioco più; perché sono troppo stordito.

Posòle cartee andò a dire le stesse cose al padrone dellabettola; cheper fargli piaceregli dette ragione. Eglialloraaggiunse:

-Tutti sanno che ioper esempioai teatri non mi ci reco; perchénon mi ci diverto; anche alla bandala domenicami annoierei.Faccio qualche passeggiatasempre solo; e non cerco mai di nessuno.

-Ma con la cognata va d'accordo?

-Perché è merito mio. Io non le rivolgo mai la parolaaltro che quando siamo a tavola; per convenienza. Ecosìevito qualunque diverbio. E pure non me ne dolgo! Ioanzinon dicomai male di lei; e mi rimetto sempre a quel che fanno gli altri! Epuretrovano da ridire anche sul mio carattere e sul mio contegnoche meglio non potrebbe essere.

-Ma Niccolò è tanto allegro! Lo giudico anche simpatico!

-Quando pare a lui! Ma non mica con me! Le giuro che non mi puòvedere! Giuliopoiè un testardo e basta. Non dice mainiente di quello che fae pretende che io ne sia contento. Se non cifosse lui in mezzoforse con Niccolò mi potrei affiatare. Cisono io che penso a tutto. La spesa la faccio ioper il mangiare dòl'ordine io... Iolo soho finito con il sacrificarmi e con ildoventare ingiusto anche verso me stesso! È la mia disgrazia.Avrei dovuto prendere mogliee stare per conto mio. Vedràcheun giornodovranno chiudere la libreria e anche la legatoria.Anzibisogna che vada a farmi vedere; se nomontano in bestia tuttie due.

Mail padrone della bettola stavaoraattento a tre che bestemmiavanoper un litro di vino; perché s'erano scordati di portarglieloe non lo salutò né meno; quantunque si fosse affissatodi gusto ad ascoltare quel grumolo di bestemmie.

Enriconon entrò in bottega e si appoggiòinveceal muro;vicino alla porta. Era deciso a dire le sue ragioni; quantunquepensandoci megliodentro di sé non ne trovasse né menouna. In fondoriconosceva che aveva forse tortoe che non dovevalagnarsi di niente. Escontento di sentirsi soloentrò inbottega; dove doveva esserci il Nisard e anche il Corsali. Eglisapeva che quei due erano piuttosto amici dei suoi fratelli; ma gliera venuto voglia di farseli amici anche lui. Esiccome c'eranoappunto tutti e duecercò di dire subito qualche cosa cheattirasse la loro attenzione.

Quand'eglivoleva mostrarsi affabiledava ragione a qualunque cosa che unodicesse; esentendo che il Nisard sosteneva che il Pinturicchio glipiaceva meno del Peruginoegli disse:

-Io sono del suo parere! Bravo! Ci voleva proprio un forestiero a direla verità.

MaNiccolòper deriderlogli gridò:

-Tu di che t'intendi?

-Io me ne intendo quanto te e più di te.

Niccolòdette in una di quelle sue risateche non si dimenticavano piùper un giorno intero; e facevano divertire anche a ripensarci dopo unpezzo. Anche il Nisard risecome un flauto stonato. Giulio glidisse:

-Che ti salta in testa?

Enricolo guardò con risentimento e gli rispose:

-Lo vedremo chi di noi due ha più cervello! Per cosa molto piùseria di questa. Ché questa è una buffonata e basta! Ioti voglio vedere alla provada qui a qualche giorno! Non c'èmica molto! Del restoil Nisard è più competente divoie io ho approvato lui.

Giuliodoventò pallido e si sentì pieno di dolore.

-Io me ne lavo le mani di tutto: te lo fischio davanti a testimoni. Ioe tu sappiamo a quel che voglio alludere.

IlCorsali disse:

-Ho capito! È una delle vostre bazzecole di famiglia! Epercosì pocosiete vicini a leticare?

-Tu stai zittoperché non sai quel che snàcchero. Machi mi deve intenderenon è sordo! A buon intenditorpocheparole.

Giulioera anche convulso e non riesciva a rimpiattare niente. Il suo doloregli faceva girare la testa; e non sentiva più quel chedicevano; benché alzassero tutti la voce.

Niccolòstringeva i pugni nelle tasche della giubbaper nascondere la suaira.

IlCorsali disse:

-Ho capito! C'è qualche cosa di grossoche vorrebbe trapelareda sé. Maalloraaspettate di essere soli.

IlNisardvedendo Giulio così pallido che le chiazze rosse delleguance gli eran doventate lividesi fece serio pur senza capire diche si trattava. Egliappoggiato alla scrivaniachinò latestaaspettando che tornasse la giovialità di prima. IlCorsalicredendo di far benedisse:

-Ormai nella vostra bottega non ci si viene più volentieri!Rizzate sempre qualche chiassata che disturba. Dite quel che avete enon vi adirate l'uno con l'altro.

IlNisard non se ne andava per non essere maleducato con Giulio. Eglisentiva che aveva ragione lui; ed era irritato d'Enrico; ma non se nefece accorgere.

Enricoricominciòvolgendosi a Giulio:

-Perché non dici chiaramente qual è la ragione della miaarrabbiatura? Se lo dicia me ormai non importa più nulla.

-Vuoi dare a me la colpa di tutto?

Enriconon s'arrischiò a rispondere. Ma Giulio proseguì:

-La prendo io! Tu che ne pensiNiccolò? Voglio conoscere ancheil tuo sentimento.

Niccolòsi storse tutto; eraccattando il sigaro acceso che gli era cadutodi boccadisse al fratello:

-Io vorrei soffrire come te. Mi pare giusto! Ma tutti non si puòsoffrire. Unosoffrendopiange; e ioinvecerido.

AlloraGiulioavendo bisogno di una parola buonachiese:

-E di lui che ne pensi?

-Stasera non gli parrà vero di parlarti come deve!

MaEnrico rimbeccò:

-Sbagliate tutti e due.

Niccolòdisse al Nisard:

-Mi faccia la cortesia lei: lo porti fuori di bottega!

IlNisard si accostò ad Enricotirandolo per una spalla:

-Venga con me.

Enricoquasi lusingato che il Nisard si intromettessesi fece portarefuori. Da principiovoleva stare zitto; mapoidisse:

-Lo vede come mi trattano? Se non c'era lei mi sbattevano la porta infaccia.

IlNisard non gradiva ascoltare quelle confidenzee non gli rispondeva.Allora Enricosentendosi troppo sotto a luigli dissecon unosgarbo che non riescì a velare:

-Non s'incomodi per me. Io vado nella bettoladove sono stato dianzi.Là ci sono i miei amici.

IlNisard voleva sgridarloma torse la bocca e lasciò chefacesse il suo comodo. Poiaffrettandositornò nellalibreria.

IlCorsali diceva cose sciocche e senza senso; credendo fosse suo doverea mettere bocca. Né Giulio né Niccolò loascoltavano: Niccolò guardava per tutti i versi la cassapancae la roba che c'era sopracome se mancasse qualche cosa. Giuliocercava d'inghiottire la sua amarezza; che gli pareva inverosimile.Il Nisard disse con sdegno affettuoso:

-È andato a giocare.

Soltantoil Corsali gli rispose:

-Quello è il suo posto!

Allorail Nisard dette la mano ai due fratellisi tolse il cappello alsensale; e se la svignò. I tre rimasti non si parlarono piùper parecchio tempo; alla fine si salutarono e basta.

Enricotornò al tavolino dove i suoi amici giocavano ancora. Maessendo incominciata la partitaegli dovette sedersi in disparte.Pensava ai fratellie gli pareva di avere agito bene. Orafinalmentes'era fatto intendere! Gli pareva di essere stato bravocome a giocare a briscola! E loro non conoscevano né meno lecarte! Loro non avevano il coraggio di venire a giocarecome lui!Egli non voleva avere più nessun affetto per Niccolòcomportandosi come se Giulio non esistesse né meno! Stettecosì fino a buiosu uno sgabello; con una gamba accavalciatasopra l'altra; avvinazzandosi. Ma quando fu in casabenchéavesse giurato che non ce lo avrebbero più vistodomandòpremuroso a Modesta:

-Sono venuti i fratelli?

-Stanno già a tavola.

-Ora vengo subito anch'io.

Edentrato dov'erano a mangiaresi scusò d'aver fatto piùtardi del solito.



 

Cap.IX

Parevache Giulio escisse da una malattia lunga. Emaciatocon la pelle delviso più flosciasi capiva che era molto abbattuto d'animo.

IlNisard tornò subito il giorno dopo a trovarlima s'avvide chenon avevano voglia di burlare. Egli disse:

-Ma! Non bisogna mai stare male più di quanto ènecessario!

Niccolòche sonnecchiavaaprì gli occhi e li richiuse smovendo lalingua come se l'avesse allappata. Sapeva qualche cosa il Nisardforse? A luiin quel momentonon glie ne importava. Giulio pensòche doveva subito investigarema bastò ch'egli guardasse ilNisard per rassicurarsi. Allorasfilò un libro dallo scaffaleche gli era dietrolo aprì a una pagina che conosceva e glifece leggeretenendo l'indice sotto le parole e scorrendolo: Filisic dicas in omni re: Dominesi tibi placitum fueritfiat hoc ita.

Rimisesubito il libro al postoe chiese:

-Non ha ragione chi ha scritto così?

Ilfrancese voleva contraddirloma restò colpito che il libraiogli avesse fatto leggere l'Imitazione di Cristo. Non eradelicato né opportuno farne una discussione da passatempo.Peròegli aveva intuito che le cose della libreria dovesseroandare di molto male e che ne dovessero apparire presto leconseguenze. E se non gliene dicevano nientevuol dire chediffidavano anche di lui. Egli si dissevergognandosi di questadiffidenza: "Ma! Soltanto tra sé sanno quel che accade!"Eperché quel giorno aveva voglia di sentirsi lietonon sitrattenne come il solito.

Niccolòsi alzò di scatto dalla sediastirandosi e mettendo il pettoin fuori. Egli pensava a cose addirittura infantili per aiutare ilfratello; ch'era costretto a pregarlo che lo lasciasse fare. Quandosi fu stiratotanto che gli parve di essere molto più alto diquel che eradisse:

-Vendiamo la libreria al primo che capitae noi faremo un altromestiere! Io vado a Milanoa Torinoa Roma; e trovo il compratore.Lo porto qua con me; e il rimedio è preso!

Epicchiò forte le mani insieme; poifece una giravolta; chelasciò i segni del tacco sul pavimento.

-Ohma non bisogna perdere tempo!

Giulioscosse la testa; con le mani nelle tasche dei calzoni e gli occhifissi su gli sgorbi della cartasuga. I suoi occhi doventavanoluminosi e trasparenti; e avevano una tristezzache avrebbe fattopietà a chiunque.

Dopoun pocoNiccolò trasse fuori un'altra proposta; anche piùseriamente:

-Facciamoci firmare una cambiale dal signor Riccardo Valentini.

-La firmerà la prima voltama la seconda no. Epoise non cifossero quelle false e quelle vere del Nicchioli!

-Già! Non ci avevo pensato! Il meglio è dirlo alcavalieredunque!

-Potremo andare qualche altro mesema poi?

-Bisogna resistere fino all'ultimo.

-Abbiamo fatto già tutto il possibile.

-Seguiteremo.

Giulioaprì il cassetto della scrivaniacome se avesse potutotrovarci qualche cosa che gli fosse utile. Toccò tutti imucchi delle carte che c'eranoe con le unghie volle levare unospillo restato dentro una commettitura del legno. Poisi mise abucarsi la punta delle dita.

-Vogliamo dire tutte le cosecome stannoal direttore della banca?Ci vado io. E gli chiedo che ci lasci tempo di riparare alla nostrauscita.

-Io mi strabilio come non ti rendi conto che tu farnetichi.

-Vado a rubarepiuttosto! Ma in prigione per le cambiali falseno.M'ammazzo!

Ilmalessere di Giulio si eccitava anche di più; e finìche egli ebbe più compassione per il fratello che per sestesso. Di Enrico pensò che era un cretino.

Niccològridava sempre di più:

-Come! Due uomini non siamo capaci a slegarci da quest'impicci! Faremoridere tutta Siena! Chi sa quanta gente ci avrà piacere. Ma iome ne strafotto! Basta che non mi vengano sotto il viso! Saràuna festa per parecchi il nostro fallimento.

-Zitto! Non dire questa parola.

Niccolòsi volse attorno impauritoe chiese:

-Non siamo soli?

Edata una stratta alla sediala fece rompere. Alloracome un mattoescì di bottega.

Giuliorimise insieme i pezzi della sedialegandoli con lo spago.

Niccolòandò a casaquasi correndo. Giù per la scesa di Viadel Re ci mancò poco che non sdrucciolasse. Come se fosseammattito da verotremando tuttobaciò le nipoti e dissealla moglie:

-Modestanon ti affaticare troppo per il mangiare! Non voglio! Anchetu hai ragione di riposartiqualche volta. Dacci paneacqua equalche cipolla cruda. Io non voglio altro!

Modestasi spaventò e si volse a guardare le nipoti.

-Che hai? La febbre! Quando t'è venuta?

Eglientrava da una stanza a un'altrae riesciva subito. Non capivanoquel che volesse.

Eglichiesesempre senza fermarsi:

-Chiarinaè venuto già il tuo fidanzato?

Laragazza gli risposeridendo:

-Viene questa sera.

Lozio le fece una carezza sotto il mento e girò gli occhi suattorno al soffitto.

-Niccolòche hai? Mi fai battere il cuore. Io mando a chiamareil medico.

-Il medico? Non ce n'è bisogno. Sono venuto a farvi una visitae a cercare il mio cappello sodoche mi pareva d'averlo attaccato inquesta stanza.

Manon s'era ancora fermato; e la moglie gli domandò:

-Eoradove te ne vai?

Ellae le nipoti gli andavano dietrodi stanza in stanza.

-Voipiuttostoche volete da me? O se io volessi vivere solo da quiin avanti? Tohnon mi piace più avere moglie e stare contutti voi. Siamo troppi!

Modestaalloracredette che burlasse; e gli dissefacetamentesebbene nondel tutto rassicurata:

-Se mi vuoi lasciareio ne sono più contenta di te.

Eglirise a singhiozzicome sforzandocisi. Erendendosi conto del suostato d'animoall'improvvisolo continuò finché nonfu all'uscio: l'aprìmandò indietro la moglie e saltògiù per le scale. Egli si chiedeva perché gli fossevenuto quell'estro poco seriomentre in bottega aveva lasciatoGiulio solo.

Glichieserientrando:

-Che hai fatto mentre non c'ero?

Giuliogli sorrise:

-T'ho accomodato la sedia e mi son messo a segnare sul registro quelpacco di libri arrivato stamani.

-Che roba è?

-Romanzinovelle...

-Pappa sciapa per chi non ha niente da pensare. Al macero!

Emessosi a ciancicarsi le unghiedisse:

-Io prenderei quelli che scrivono i libri e con una frusta li fareiballare a suon di lividure.

-Codesti son ghiribizzi!

-O alla cambiale non ci pensi più?

Giulioche se n'era un poco dimenticatogli disse:

-Lasciami respirare!

-Ho capito: ci penso più io di te.

-Perché? Che hai fatto? Hai trovato i denari?

-È inutile che tu mi faccia l'ironico.

Esperò che Giulio avesse già rimediatoparendogli piùtranquillo. Perciòlo guardòaspettando che tenesse abocca dolce anche lui. Ma Giulio gli disseaccorato:

-Questa volta scivoliamo senza poterci aggrappare a niente! Tuancoranon ci vuoi credere!

-Fino ad orala fortuna ci ha sempre assistito!

-Ed ora ci ha lasciato.

-Vuol dire che subiremo insieme la stessa sorte: io non sono comeEnrico.

-Pensavoinvecese qualcuno di voi si potesse salvare.

-A quale scopo?

-È vero: se tocca a meanche voi dovete fare lo stesso.

MaNiccolò non avrebbe potuto resistere di più allamonotonia di questa tristezza sconsolata. Egli cominciò amuoversi e poi a dimenarsi su la sedia; come quandod'estateperchiappare una mosca picchiava e sbatacchiava le mani da per tutto.Giulio se ne accorse e gli disse:

-Vai a fare una bella scorpacciata d'aria! Non è micanecessario che tu stia qui perché ci sto io!

Mail suo doloreche doveva sopportare da solosi fece piùvivo; con un'acutezza felina.

Niccolòrispose:

-Ti garantisco che non perderò mai il mio appetito. Sestaseraavessimo una mezza dozzina di beccacce arrostoio pulireianche gli ossi. La soddisfazione di farmi stare male non l'avràmai nessuno. Alla bottega sarei il primo io a darle fuoco! Perchéte la vuoi prendereGiulio?

-C'è bisogno che tu mi metta coraggio? Io non mi sono maisentito galantuomo e leale come ora! Mi sembra di non avere piùnulla da chiedere; né agli uomini né a Dio. La miavolontà consiste appunto nel rendermi conto del mio tracollo.È una specie di orgoglio alla rovescia; ma sempre orgoglio. Hofatto di tutto non per essere un signoreperché non sarebbestato possibilema per mantenerci quel che avevamo avuto da nostropadre. Se non m'è riescitonon è colpa mia. Nondimenomi prendo lo stesso la colpa; e voglio morire con piùcoscienza di quella che avevo due o tre anni fa. Era destinato ch'iodovessi finire malee non me ne lamento. Qualcuno potrà direche s'era sbagliato ad avermi stima; e io gli rispondo che ora faccioa meno di qualunque stima. Sono ioproprio ioche gli togliereiqualunque illusione. Nessuno può pretendere da me che io nonsia come Dio mi ha messo al mondo. Non ho mai recatovolontariamentemale a nessuno. Ho fatto le firme falsesolo perchéla mia firma vera non avrebbe contato nulla.

Niccolòper approvarefece una specie di grugnito; e disse un'imprecazionecon una parola oscena. Ma Giulio si sentiva come moriredesiderandolo stesso di sacrificarsi senza chiedere un limite.

-Nessunose sapesse ch'io sono un falsariomi darebbe la mano. Nonme ne importa più!

Glimancava anche il respiroe dovette riposarsi. Niccolò glidisse:

-Io soloche t'ho sentito parlare cosìe ti sono fratelloposso apprezzarti. Ma anche di me non te ne deve importare! Sono ioche seguo tese non vuoi che io sparisca alla chetichella. Orastiamo zitti perché entra il verro!

Enricocon la sua collottola dura di lardo e di cotennaentrò anchepiù fosco e imbiecato degli altri giorni. Giuliosenza nessunrancore e senza nessuna animositàgli chiese:

-Che vuoi?

Egliprimabiascicò senza rispondere; poidisse:

-Domani è domenica: vogliamo mangiare una spiedonata di tordi?Li ho visti da Cicialegati a mazzi. Mi son parsi grassi abbastanza.

Niccolòallorabofonchiò:

-Io domani non mangio con voi!

-E perché? Dove vai?

Niccolòcon un tono da gradassatainsolenterispose:

-A Firenze. È tanto tempo che non assaggio più i fagiolicotti in forno; come li fanno i fiorentini. Questi di Siena non sonobuoni.

Giuliorisposead ambeduecon una voce pacata; che commoveva:

-Domani tu mangerai i fagioli a Firenzee tu comprerai i tordi daCicia. Vi manca altro?

 



Cap.X

LadomenicaGiulio e il cavaliere Nicchioli fecero un'altrapasseggiata. Niccolò era andato a Firenze; e perché nonlo dissuadesseroaveva evitato di parlare a solo con i fratelli.

Quandoprendeva di queste decisionidoventava intrattabile; rifiutando didarne qualunque giustificazione. Non riescivano né meno atrovarlo.

Ilcavaliere chiese a Giulio:

-Vogliamo andare da Ovile a Pispini?

Illibraio era distrattoe rispose:

-Dove vuole lei. Per meè lo stesso.

Nell'ariac'era una dolcezza pungente; e le campagne parevano gli avanzi dellaprimavera. Quasi tutti i contadini avevano vendemmiato; e perciòi cancelli su le strade erano aperti; ma portavano ancora le spine.

Sienaè come tante strisce dritte di tetti e di facciatedellastessa altezza; che si alzano invece all'improvviso dove le casevengono più in fuoripigliando un poco di poggetto. Ma SanFrancesco e Provenzanocon spicchi di case in mezzoda un'altraparte della cittàtaglierebbero quelle strisce quasi adangolo retto se in quel punto la pendenza non fosse piùripida. E le mura della cintatrattenute dalle loro torrettesmozzicate e vuotelasciano un gran spazio libero; venendo fin giùalla strada; come una corda allentata. Poila strada gira tropposotto la cinta; e Siena non si vede più. Ma dopo un pocoritorna; con le case ammucchiate alla ridossa. E la Torre del Mangiapare che si spenzolisu alta nel cielodalle mura.

Ilcavaliere disse:

-Si volti a vedere com'è bella la nostra Siena!

MaGiulio non aveva voglia di guardare. Aspettando l'oradell'appuntamento s'era sempre più persuaso che a chiedere alNicchioli un'altra firma si sarebbe compromesso; oper lo menogliavrebbe suggerito un sospetto troppo forte. Epoisi sentiva conlui di una timidità molle. L'averlo ingannato gli mettevanell'animo il desiderio di compensarlo con una devozione intima eprofonda. Mastandoci insiemefu tentato; e gli parve possibile cheil cavaliere avrebbe annuito a firmare un'altra volta. Eradelrestoil mezzo di salvarsi soltanto per altre poche settimane ebasta! Ma quando sentì che gli parlava con quella suatenerezza vanitosa e saccentegli disse:

-Domani avrei bisogno da lei di una gentilezza che m'ha fatto un'altravolta.

-Se possovolentieri!

Giulioebbe un gran rivoltolone dentroe continuò come se fossefatale non potersi trattenere più:

-Ci fanno comodo altri denari...

Ilcavaliere impallidìe chiese:

-Quanti?

-Un diecimila lire!

-E perché?

-Siamo restati al secco.

Ilcavaliere trasecolava e allibiva; e Giulio si accorse cheparlandoaveva dato il tracollo a tutto. Ma gli pareva già da un tempoincalcolabile e che fosse possibile rimediare. Stava per dire che nonera veroquando s'accorse che il cavaliere non aveva piùnessuna stima di lui. Allora si raccomandò come un ragazzocercando di fargli credere che si trattasse quasi di un capricciodiuna necessità non indispensabile; quasi di un lusso. Glipremeva che il Nicchioli non sospettassee sorrise. Ma il cavaliereaddirittura di un altro umorenon dette retta a quel sorriso. Chegli era avvenuto? Non alzava più gli occhi e non aveva piùvoglia di parlare. Questo cambiamento sembrava pieno di conseguenzecattive. Camminava più lestocome se non potesse stare piùcon lui. Era adirato? Era finita la loro amicizia? O sarebbe andato ainformarsi alla banca?

Manon indovinò nullabenché il cavalierelasciandologli desse la mano in un modo come per rimproverarlo.

IncasaGiulio trovò Enrico che insegnava a giocare a dama allenipoti; mentre stava su una poltrona con un piede dentro un senapismocaldoperché durante la notte aveva avuto un altro attacco digotta. Modesta vicino alla finestracuciva.

Eglientrò in camerae ci si chiuse. Sentì che per luivivere era doventata una cosa del tutto involontaria. Non gliimportava più di nientee le voci di quelli che parlavanonella stanza accanto gli sembrava che si fermassero a una specied'ostacolo; che le lasciava passare oltre. Eglia un certo momentosi voltò perfino per vedere se quell'ostacolo era visibile!Non riesciva né meno ad essere triste e a preoccuparsi: unachiarezza fatale ed inalterata gli faceva conoscerecon un granguazzabuglio di ricordi e di pensierich'egli non avrebbe potutocambiare nulla. Sentiva dissolversi ogni cosa e non riusciva piùa prendere una decisione. Anzigli pareva proibito per sempre cheegli potesse trovare una ragione qualunque di quel silenziocosciente. Se uno avesse parlato di cose allegregli avrebbe fattopiacere; e gli sarebbe parso naturale. Pensava volentieri che Niccolòera andato a Firenze per divertirsi; ed egli stesso non credeva piùche il giorno dopo c'era la scadenza d'una cambiale. S'allontanavaagevolmente dalla realtà; e gli pareva che avrebbe potuto farea meno di riavvicinarcisi.

S'accorseche non parlavano più; ed Enricosporgendo la testadall'usciodopo un bel pezzogli chiese:

-Sei stato con il cavaliere?

-Sì: quasi due ore. C'è qualche motivo perché tume lo domandi?

-Volevo sapere quel che ne pensie se gli hai detto niente. Non te nefidare: è doppio come le cipolle.

-Ma ti pare che io volessi entrare con lui in certi gineprai? Egliaveva tutt'altro per la testa. Non sarebbe stato né menoeducazione!

-Allorahai agito bene.

-Sono venuto al mondo stamattina?

-Lo so. Ma te l'ho chiesto tanto per potermi regolare nel caso che loincontrassi io.

-Tu farai sempre conto di cadere dalle nuvolequalunque cosa tidomandi.

-Siamo d'accordo. O perché te ne stai costì solo? Vienidi qua anche tu. Le bambine escono con Modesta.

Giuliorispose come se il fratello cercasse di fargli commettere qualcheerrore:

-Perché devo muovermi di qui? Ci sto così bene!

-Allorase credifai il tuo comodo.

Eritirata la testachiuse l'uscio. MaistantaneamenteGiulio sisentì invadere come da un delirio senza scampo. Chi lo avrebbetrattenuto perché non andasse in mezzo alla cognata e allenipoti gridando? Come avrebbe potuto fare a non buttarsi a capofittocontro il muro? Chi lo poteva tenerenella stradache non corresseper tutta Siena? Bisognavadunqueche egli si preparasse acommettere chi sa quale stravaganzache avrebbe fatto effetto atutti. "Eccoegli pensavacome un uomo può cambiarsi! Èlo stesso di una malattiache viene quando non ci si pensa némeno!" Ma egli restava a sedere; e nessunovedendoloavrebbepotuto sospettare di niente. Gli seccò che le nipoti andasseroa salutarlo e a baciarlo. Pensava: "C'è bisogno di questesmancerie?" E non si rendeva conto che esse avevano fatto semprecosì. Poipensava: "Tutta la nostra regola di viveredev'essere intesa in un altro modo. Altrimentivuol dire che ioinquarant'anni che honon sono mai riescito ad imbastire attorno a meuna cosa che mi possa fare veramente piacere e che risponda ai mieisentimenti. Perché gli altri mi credono eguale a loro? Perchégliel'ho fatto credere io. E perché se io dicessi a loro quelche pensoè certo che ne proverebbero dispiacere e nonvorrebbero? Vuol dire che io li ho tanto abituati a me stesso e adessere cosìche io ho perduto ormai qualunque diritto aricredermi. Ho fatto bene o male? E non potrebbe essere un bene ancheper loro se io riescissi a far conoscere quel che penso? Io hocontinuato a vivere adattandomi sempree costringendo me stesso auna certa regolaritàche mi sembrava giusta ed opportuna. Oram'accorgo che posso esser vissuto soltanto provvisoriamentefinchéun giorno dovesse sopravvenire un fatto decisivocome quello dellacambialeche farà doventare debole ciò che prima misembrava sicuramente forte e scelto bene. E se io non volessi piùobbedire a tutto ciò che fa parte anche di me stessomitroverei obbligato a non stare più in questa casa e forse adandarmene chi sa dove. L'impazienza del mio stato d'animodeliberativo dipende soltanto da me; finché io non l'homanifestato a nessuno. Masiccome per eseguire la mia volontàdovrei necessariamentein un modo o in un altrofarla conoscere aloroio non sarei più libero come mi credo; ed ioperciòmi sono illuso da vero di godere e di soffrire soltanto per uneffetto della mia coscienza. La paura che io ho di sbagliare aprendere qualche decisionel'impossibilità anzi di prenderlaè la causa della mia indifferenza. Non valedunquela penach'io soffra; perché non soffro soltanto per me ma anche pergli altri. Io vivo così perché essi vivono insieme conme."

Alloragli pareva possibile cedere e trasmettere la sua sofferenza aqualcuno di loro; ed egli ritrarsi verso qualche puntodal qualeavrebbe potuto soltanto assistere. Non vide più perchéegli avesse dovuto continuare a viveree il desiderio della mortegli parve preferibile e necessario. "Essi mi fanno moriresenzach'io abbia il diritto di rifiutarmi. Anzi non mi preparo némeno a rifiutarmi. E perché?" Ma il perché non lotrovava; ea forza di pensarcigli vennero in mente altre cosechecon quella domanda non avevano più nessun legame. Almenoquand'era giovinenon gli era mai capitato di perdersi in questepossibilità negativeche ora filtravano anche nel suo passatopiù remoto; in quel passato che credeva invulnerabile. Invecenon esisteva nessuna resistenza; e un giorno di disperazione sitrovava subito a contatto con la sua giovinezza; checon unarapidità da far pauraera doventata soltanto una veritàdel suo sentimento.

Escìdi camera con un viso che Enrico gli domandò se si sentissemale.

-Io? Perché? Non sono mai stato come oggi!

Niccolòa Firenze s'era divertito a girare tutto il giorno; senza parlare anessuno. Egli s'incoraggiava con energia ad essere senzapreoccupazioni; e camminava a testa altatronfio e rimpettitocomeun signore che avesse a fare visite da insuperbire; esolleticandoil suo amor propriofossero dicevoli soltanto alle sue ricchezze. Lagiornata gli parve troppo breve; e soltanto in trenomentre siriavvicinava a Sienaebbe qualche dubbio se avesse dovuto stareinsieme con Giulio. Ma si portò almeno un centinaio diragionil'una migliore dell'altra; che lo approvarono. "Avreipoco giudizio se io me la prendessi prima del tempo! Per oggièbene ch'io abbia fatto così."

Quandoil treno arrivòera vicino a buio; e Niccolò non sisentì nessuna fretta di andare a casa. Lasciò passarsiavanti tutti gli altri scesi alla stazione; seguiti dai facchini conle valigie in spalla; ed egli guardava Siena come se la vedesse perla prima volta. Era tentatoperfinodi domandare quale stradadovesse prendere! Si fermòcon le mani dietro la schienaaguardare la basilica di San Francesco; già scura d'ombra.

Dirimpettoné meno a mezzo chilometroil pendio d'una collina era inveceancora chiaro; etra essa e la basilicala vallata che s'allarga inpianuranon smettendo fino ai monti lontaniera azzurrognola eplacida; con anche certi colori di grigio quasi bianco. Un cipressoda sopra una sporgenza che non si vedepareva sospeso sopra allapianura. Sotto San Francescole case d'Ovile; sospinte esdrucciolate giù per lunghi scarichi.

Niccolòsi volse intornoper vedere se nessuno lo notava. Desiderava che logiudicassero pieno di boria e d'alterigia; eandando a casasisoffermò a tutte le botteghe dove erano ghiottonerie e robe damangiare. A casa disse giubilandoper vantarsi:

-Come sono stato bene! Una giornata incantevole!

Epoifingendo una magnanimità compunta:

-Scommetto che voi vi siete annoiati!

 



Cap.XI

IlNicchioli non aveva sospettato; ma gli era parso che il libraiovolesse troppo approfittarsi di lui; eperciòs'eraimbroncito. Dopoperòs'avvide ch'egli avrebbe potuto esserepiù fermo senza alterarsi. E aveva in mente di spiegarlo alGambi; disposto magariin seguitoe dopo aver visto le cose conchiarezzaa non rifiutare il suo aiuto; quando non ci fossero stativeri pericoli. Non poteva darsi paceanzid'essere stato costrettoa un diniego così reciso e anche umiliante. Ma la sua stessaalbagia buonacciona non gli permetteva né meno di temere cheGiulio avesse fatto qualche imbroglio. Egliintantoper evitare dichiedergli troppo presto scusa e anche di accondiscenderepensòche non doveva tornare almeno per un poco di tempo alla libreria; eil lunedìsebbene non ce ne avesse bisognoandò allesue tenute di Monteriggioni: cosìse lo avessero cercatononlo avrebbero trovato in casa. Bisogna essere buonima fino a uncerto punto!

Illunedì mattinatutti e tre i fratelli si trovarono nellalibreria. Enrico bofonchiava abbacchiato ed immusonito; con gli occhigonfi e pesti. Cavò l'orologio dal taschinoe disse:

-Oha presentare la cambialec'è ormai due ore sole!

Niccolòche stava a capo riverso su la sua sediasbattendo i denti insiemegli fece una sghignazzata rabbiosa e gridò:

-Tu stattene cheto!

Giuliosi raccomandò che non si mettessero a imbastire un litigioperché gli avrebbero fatto perdere di più la testa.

Egliera sempre mite; e restava assorto a almanaccare la via di scampo piùprudente. Si teneva il mento con una manoe non alzava mai gliocchi. Le mani gli s'erano affilate e parevano fatte soltanto ditendini. Niccolò non voleva essere distornato dal guardarloaspettando; e preparandogli un risolino. Ma Giulio dissecon unadolcezza rassegnata:

-Farò un'altra firma falsa.

Idue fratelliche s'aspettavano di megliorestarono zitti; quasicontrariati. Giulio sentì che avevano ragionee non aggiunsealtre parole.

AlloraEnrico dissecon una certa vivacità che credeva approvata daNiccolò:

-Se non trovi un santo più fidato!

-Non abbiamo fatto così le altre volte?

-Ma... sarebbe tempo di smettere.

Niccolòsi drizzò e disse a Giulioandando alla scrivania:

-Dammi quel che ci vuole per comprare la cambiale: ci vado io.

Enricodisse:

-Aspetta! Riflettiamoprima!

AlloraGiulio rimise i soldi nella ciotola di legno; pigiandoci la puntadelle dita sopra. Niccolò sembrava abbonitoquasi contento;come seanziavesse la bramosia di comprare la cambiale. Egli citeneva a farsi vedere il più sveglioquasi il piùsagace; ma siccome gli altri restavano ancora indecisieglispazientito si ributtò su la sediaspingendola a dietro contutto il corpo e puntando i piedi in terra. Badò se ci avevaun mezzo sigaroe poi si mise a cacciarsi le dita nel naso.

Giulioteneva gli occhi bassibenché fosse voltato dalla parte diEnrico; e sentiva le ciglia chiudersi da sésu gli occhi.Enrico disse:

-O quel mascalzone del Nicchioli non potrebbe cavarci d'impiccio?

Giulioaccennò di nocon la testa.

-Ma bisognerebbe almeno che tu provassi!

Giuliosi fece di porporae disse:

-Glie ne parlai ieri.

Niccolòallorasmosse un'altra volta la sedia; che scricchiolò comese si sfondasse. E gridò:

-Le bugie né meno tu me le devi dire.

-Che male ho fatto?

Niccolòriprendeva gagliardiaquasi baldanza. Andò fino alla portatornò a dietro; poi fece lo stesso altre due volte.

Enricogli disse:

-Smetti. Non senti come sventoli?

Egliallorasi piantò a sedere; e gridò:

-Di qui non mi alzo!

MentreGiulio stava per dire a Enrico che intanto poteva decidersi lui acomprare la cambiale da qualche tabaccaiopurché non andassetroppo lontanoentrò il Corsali; che aveva voglia diraccontare un pettegolezzo su certi suoi pigionali; uno di queipettegolezzi che li mettevano di buon umore. Niccolò loaggredì:

-Che vuoi? Non è giornataoggi!

-Che ti è accaduto? Io non ne so mica niente!

-Vattene.

-Ohma potresti usare modi più garbati!

Niccolòringhiòbattendo forte i piedi. Giulio gli fece capireconun cenno della testache non potevano dargli retta.

Allorail Corsali s'arrischiò:

-Se io posso esservi utile...

Enricodissecome se si rivolgesse ai fratelli:

-Non se ne vuole mica andare! Entraqua dentrofrancoquasi conbrio... e pretende che lo si tratti da persona educata! La colpa èvostraperché è sempre venuto a trovare voi! Io nonl'avrei fatto passare né meno una volta!

IlCorsaliadiratogli chiese:

-E tu che hai da guaire contro di me? Finché vi ho fattocomodo...

Niccolòrispose:

-A me non fa comodo nessuno. Altro che i signori. E oggi némeno quelli! Vattenee basta!

-Mi meraviglio di Giulio!

Maanche Giulio sbuffò; e il Corsali escìminacciandoli.

Eranotutti e tre fuori di sé dalla collera; ed erano i soli momentiche si volevano veramente bene. Giuliosicuro che nessuno avrebbecontraddettodisse ad Enrico:

-Vai a prenderla!

RestatisoliGiulio e Niccolò sentivano l'uno per l'altro unatenerezza che pareva una cosa sola con la loro collera. Anche Giuliooraera più spigliato; equando venne la cambialela stesesubito su la scrivania. Scelse una penna che faceva benee la provòcon l'unghia del pollice; masiccome gli tremavano un poco le manidisse:

-Prima è meglio ch'io mi calmi!

Glialtri due fratelliappoggiati agli scaffaligli stavano attorno.Giulio accese una sigaretta; efumatala mezzadisse:

-Ora sono in ordine!

Sistrinse forte le mani insiemepoi un dito per volta della destra;tuffò la pennaguardò che non fosse inchiostratatroppo; etenendo ferma la cambiale con la sinistracominciòla firma. In quel momento si entusiasmava; ebenché sisentisse sempre rimescolare e come un'interruzione nella suacoscienzanon avrebbe potuto fare a meno di finire la firma; quasiprotetto e scusato dalla certezza della sua bravura. Egli esaminòla firmada tutte le parti; e la mostrò ai fratelli; che latrovarono perfettaconfrontandola con una vera del Nicchioli. Mafatta la firmabisognava portare la cambiale. E la titubanzacominciava qui. Per portarladoveva ragionare presso a poco così:"Ormai è fattae sarei ridicolo che me ne pentissi e mene vergognassi. Se è fattavuol dire ch'io devo prendere lacambiale e portarla alla banca. A che cosa servirebbese no? Sonodoventato un ragazzo che non sa quello che deve lambiccare?" Maquella mattina non ebbe tempo per queste riflessionie némeno per altre più brevi; perché tanto Niccolòche Enrico gli intimarono:

-Non bisogna perdere più tempo! C'è mezz'ora soltanto!Alzati da sedere!

Egliprese la cambiale ed obbedì. Maper la stradasentiva diperdere quella specie di sicurezza; e camminava sempre più arilento. Avrebbe potuto tornare a dietro o strappare la cambiale?Egli ci pensòun attimo solo e come a una cosa impossibile.C'erano dinanzi a lui tante viema egli doveva prendere quella dellabanca. Quando fu su per le scalepulite ed elegantiriconobbel'odore che veniva sempre da quegli uffici. Molta gente scendeva esaliva; egli ne conosceva parecchi e s'affrettava a salutarli. Giuntoallo sportello dove accettavano gli scontidovette attendere perchéc'erano almeno una dozzina di persone. Ma non gli venne mai in mentedi andarsene; anziostentava di avere fretta; e consegnò lacambiale all'impiegatocon un sorriso convenzionale; da commercianteconosciuto e accreditato. Poi chiesescherzando:

-Va bene?

L'impiegatocon un moto della testarispose:

-Benissimo!

Ebuttò la cambialeinsieme con le altrein una cestina divimini.

Giulioscendendo con più allegrezzapensava: "Anche questavolta il colpo è fatto!" Ma s'accorgeva che la suaallegria era impacciata e malsicura: pareva che egli non avesseforza. Si sentivaoracome un convalescente; che comincia ariconoscere le proprie sensazioni e le trova troppo vecchie e usate.E vuole averle più intense. Ma non tardò molto aconfessarsi ripreso in mezzo al disordine delle sue preoccupazioni.

Inbottega c'era il Nisardche parlava con quella voce che viene quandoci si trova tra persone in lutto. Egli non capiva che cosa avessero;ma voleva rendersi gradevole e non far pesare quella specie digiocondità correttaquasi precisa e convenutache era dellasua indole; pur senza essere costretto a lasciarla per gli altri.

Giuliocon un cennofece capire ai fratelli che la cambiale era statapresa; e si mise alla scrivaniaun poco impacciato e incuriosito diquel che parlavano. Soffiò meticolosamente la polvere su lascrivania; quasi toccandola con le guanceper piegare la testa esogguardare da vicino e contro luce. Il Nisard gli piacevaancheperché gli parlava di pittura antica; e con lui potevamostrare la sua erudizione di bibliofilo; sempre con un'ironia astutae bonaria. Possedeva parecchi libri rari; efacendoli vedere con unacompiacenza particolareli sfogliava come se li accarezzasse.S'intendeva bene di stampe vecchie e le riconosceva subito;sorridendo come una zitellonacon il labbro di sotto che glipendeva.

IlNisard capìcon un'occhiatache anche Giulio era moltodifferente agli altri giorni; e perché fossero costretti adammirare la sua amabilitàsfoggiòprima di andarsenequalche parola come egli solo sapeva scegliere in certe circostanze.

Comefu escitoGiulio disse:

-Domani sapremo se la cambiale sarà accettata dalla banca!

Niccolòrispose:

-Ne sono arcisicuro!

MaEnrico non era del suo parere e scuoteva la testa. Poi s'impennò:

-Se io fossi certo che la respingonoanderei ad ammazzarli uno pervolta! Ladri! Che ci rimettonoloroa farci questo piacere? Vorreiche si trovassero con l'acqua alla gola come noi!

Niccolòseguitòper un pezzoa sostenere che aveva torto.

-Ahahah! Tu non ne infili né meno una! Anzi sono sicuroappunto perché tu dici di noche la cambiale saràpresa! Andrà a vele gonfie! Mi par di vederlaquando laprenderanno in mano quelli che devono decidere! Perdio! Siamogalantuominiper ora!

AncheGiulio allora si rifece animo; e disse cose strampalate: - Ci penseròtutto il giorno; cosìla cambiale doventerà viva comese nel suo posto ci fossi io e potrà parlare da sé!

Enricochiese:

-Oalloraperché dianzi ci siamo tanto rannuvolati? Se vieneil Corsaliquando io non ci sonoditegli a nome mio che non lovolevo offendere sul serio!

Giuliogli chiese: - E dove hai da andare?

-Vado a giocare due o tre briscole; perché non ne posso fare ameno! Mi parrebbe di non essere più io!

Niccolòera così nervosamente allegro che cominciò acanticchiare sguaiataggini. Giulio lo ascoltava; ma ad un trattosenza osare di dirlo a luisentì come un fendente dal capo aipiedi. Per salvarsinascose il viso tra le mani.

 

 

Cap.XII

Allabancaun amico del Nicchioli si stupì che egli avesse firmatoper i Gambi un'altra cambiale; e pensò di dirglielo.

IlNicchioli non voleva credercie restò così sconvoltoed atterrito delle conseguenze che né meno la moglie riescìa calmarlo. Si spense in lui ogni stima per gli altri; e se si fosseritrovatoda un giorno a un altrosenza più nientenonavrebbe potuto accasciarsi di più. La moglie gli diceva chedopo tuttosessanta o settanta mila lire perdutese dal fallimentonon ci fosse stato da prendere né meno una liraerano per luisoltanto un anno e forse meno di rendita. Egli le dava ragionelebaciava le mani mentre ella lo accarezzava; madopo un pocoricominciava a smaniare più di prima; senza sapere se andavala sera stessa a trovare i Gambi o se aspettava il giorno dopo;quando si fosse rimesso e fosse tornato in sé. La moglie nonlo fece escire; ed egli la notte non poté mai addormentarsi.Verso la mattinapianse per più di un'orazitto zitto; epoté assopirsi anche perché era sfinito.

Sialzò con il proposito di andare alla libreriaa farsi vederesdegnato e a trattar male i Gambi; maper la stradala sua furiadiminuiva; ed era così debole che sudava. Egli non ebbe animod'entrare solo; e andò a prenderein casail Corsali; checredeva piuttosto di sognare.

Intantoi Gambi sapevano che la cambiale era stata non solo respintamaanche denunciata. Pareva che già lo sapesse anche tutta Siena;perché molti ne parlavano a voce altafermandosi davanti allalibreria; dicendo che si trattava di quasi novantamila lire; equalcuno assicurava centomila. Enrico era andato a quella bettolaacombinare una partita a carte per la sera; e un suo conoscente gliaveva riso su la faccia. Eglisgattaiolandocorse ad avvertire ifratelli; facendo loro vedere con che aria la gente si fermavadavanti alla libreria. Non c'era più niente da sperare!

Giuliocadde in deliquio; e Niccolòstringendo la sua testa tra lemanilo baciava e lo chiamava per nome. Enricoper non trovarsi aqualche umiliazione bruttaandò a turarsi in casa. Eperessere il primodisse tutto a Modesta; che cominciò adisperarsi strillandoinsieme con le nipoti.

QuandoGiulio si riebbenon pianse; ma aveva gli occhi di chi ha sparsosempre lagrime. Niccolò non stava fermoandava per tutti icantucci della libreria; fremendobestemmiando e insultando chiunquegli veniva alla mente. La sua voce sembrava un legno grosso che sistronca; ma c'era sempre una specie di risatache la rendeva piùtagliente e sanguigna.

Quandoapparve il Nicchioli seguito dal Corsaliche avrebbe voluto nonessere lìper paura che poi i Gambi si sarebbero rifattisfogandosi contro di luiNiccolò si fermò di bottosbiancando come se dovesse venirgli male; e Giulio cadde un'altravolta in deliquio. Il Nicchioli disse a Niccolòsenz'esseresicuro che egli l'ascoltasse:

-Avrei diritto di dirvi quel che penso e tutto quel che volessima hocompassione di voi!

Niccolòfece un gestocome per trattenerlo e per accennargli Giulioabbandonato addosso alla scrivania; ma il Nicchioli non volle sentirenientee rispose:

-Non ce n'è bisogno. Mi aspettavo più coscienza!

IlCorsaliche si teneva a una certa distanzagli aprì laporta; eprima di escire anche luidisse:

-Più tardi tornerò!

Alloraa Niccolò venne da ridere; ma a vedere il fratello come unmorto s'infuriava; e lo sollevò di pesoaccomodandolo su lasedia. Egli pensava: "Ci dovrebbe essere Modesta! Io non lo soassistere!"

Giulioaprendo gli occhidisse:

-Che m'è accaduto? Mi son sentito girare la testa. Guarda chele mie lenti non si siano rotte.

Niccològlie le dettee gli disse:

-Bisogna che tu sia più forte!

Giuliotentando di sorriderechiese:

-Il Nicchioli se n'è andato subito?

-Quasi.

-Che ti ha detto? Volevo parlargli io!

-Non ha detto niente! Se non fosse un imbecilledovrebbe pagare lacambiale; e anche lui eviterebbe quel che cerca facendoci fallire!

Giuliodisse:

-Mi pare di sentirmi male.

MaNiccolò vide alcune persone ferme dinanzi alla bottega;alloraandò dietro i vetri e fece una risata: le personesorprese e vergognose s'allontanarono.

-Credono che io gliela dia vinta! Altro che fallimenti ci vogliono!Niccolò non si leva di cappello a nessuno! SentiGiuliononti affliggere come fai. Non ti posso sopportare. Guarda il contegnoche tengo io! Guarda: non mi tremano né meno le mani!

Etese il braccio; ma la mano gli tremava così forte che laritirò subito.

-Che gente! Pare che i soldi li abbiamo presi a loro! Che glieneimporta? Non si sapesseche sono tutti peggio di noi!

Poicredendo di avere già influito sul fratellodisse:

-Per mesono contento se mi resta questa cassapanca. Me la facciomettere in camerae me la guarderò quanto voglio.

MaGiulio si sentiva trafittoe non avrebbe voluto parlare più.Eglinello stesso tempoprovava una grande dolcezzaquasi unagrande contentezzache gli faceva desiderare sofferenze piùacute. Gli pareva d'essere doventatoinveceinsensibile; e questolo deludeva. Non c'era altrodunqueda inventare acciocchéegli fosse costretto a patire quanto aveva sognato? Perchédunqueviveva? Non era incompatibile che vivesse se i suoi occhivedevano gli stessi scaffali e suo fratello? Non era immorale seegliforse tra pochi minutidoveva parlarecome una voltaaModesta e alle nipoti? A quale fine sarebbe stato cosìdifferente a Enrico e anche a Niccolò? Sapeva da séquello che ormai era: nessuno glie lo avrebbe potuto dire con piùasprezza. Ecco perché le angosce degli altri giorni oggi nontornavano! Ecco perché sentiva una specie di serenitàincerta e nebulosa; ma quasi soave; come se i suoi pensieri sipurificassero da séa contatto di una misericordia. Disse aNiccolò:

-Io invidio quelli che possono credere.

Niccolòcon un'alterezza violentachiese:

-A che?

-A Dio.

Niccolònon voleva sentirne parlaree s'impazientì di più.

-Giuliooggi tu hai perso la testa! Non ti giudicavo così.Fammi sentire il polso se hai la febbre!

AlloraGiulio disse:

-Ho detto... una cosa qualunque. Piuttostoora dovremo andare a casa;e non potremo più nascondere niente.

-Ahcerto! È bene che anche Modesta faccia buon viso allasventura. Subito ci si deve avvezzare! Ci penso io! Guai a lei sepiange! Non ci dormirei né meno insieme. Perdio! Le turo labocca con le mani. Ci hai il vino in casa?

Maanche eglibenché il suo istinto fosse sempre fortesisentiva esasperare; e gli mancava sempre di più l'animo. Edaveva paura di doversi pentire. Nondimenoper orasembrava capacedi qualunque resistenza e anche di qualunque eccesso. Egliinfatticon le mani dietro la schienae il sigaro in boccabenchénon avesse voluto accenderlosi mise al vetro della portafissandoin viso tutti quelli che si voltavano; non smettendo se essi nonerano i primi. Poidisse quasi allegrobenché con una certapunta d'agrezza:

-Giuliofatti vedere anche tu.

-Ma perché dài importanza a queste nànnole? Vienipiù in dentroe lasciali stare quanti sono. Ora chiudiamoeandiamo a casa. Poisentiremo quel che ci dovrà capitare.Verranno a mettere i sigilli alla porta e poi...

-E poi?

-Se io sarò vivovedrò.

-E io lo stesso.

Escironoinsiemecome non facevano da anni; e insieme non ci sapevanocamminare. Giulio affettava di essere indifferente e anche di nondare importanza alla faccenda; mentre Niccolò guardava tutticon un'aria arrogante e sguaiata. In Via del Rea un certo puntoGiulio disse:

-Senti come puzzano queste stalle! Di qui non ci si dovrebbe maipassare!

Scesidal Vicolo di San Vigiliosi trovarono al Palazzo Piccolomini: unodei suoi spigoli pareva rasente alla Torre; come se fosse statastaccata da esso con un taglio. E il Palazzodi pietracon lefinestre inferriatefa sempre un'impressionech'è addolcitadalle Loggebenché deserte e polverosechiuse dalla vecchiacancellata.

Niccolòalzando gli occhiche ridoventarono furbi e maliziosiallefinestredisse:

-Se mi lasciassero entrare dove sono le pergamene! Altro che cambiale!

Maquando si trattò di girare la chiave nella serratura di casaegli non ebbe più voglia di scherzare; e il viso gli doventòscuro. Giulioprima d'apriresi raccomandò che lasciassefare a lui; senza montare in furieanche se Modesta avesse volutodire qualche cosa; perchédel restoaveva diritto a nonstare zitta. Esebbene poco rassicuratoaprì.

Alloracome se fosse stata lì ad attenderliModesta si avventòal collo del marito e non lo voleva più lasciare;singhiozzando e torcendosi tuttaquasi da cadere insieme con lui.Niccolòa cui non piaceva quella passione insensata e siasciugava il viso che la donna gli bagnava con le lacrimedisse aGiulio:

-Levamela tu di dosso! Prendila! Io non vorrei farle male a staccarla;da quanto mi stringe!

Main quel punto le due nipoti afferrarono Giulioe con il loro peso lofecero perfino traballare. Giulioperòsi commosse; eavrebbe desiderato che non lo lasciassero più. Ma disse loroche andassero a prendere la zia e la portassero in salotto. Egli nons'aspettava che sapessero già tutto; e non gli veniva in menteche poteva essere stato Enrico.

Niccològli disse:

-Hai visto che sentimento ha quella donna? Non ha detto né menouna parola cattiva!

-Vai da lei!

Niccolòandò in salotto e si mise a sedere accanto alla moglie; maavederlofaceva rideretanto ci stava goffamente e malvolentieri.Egli non le diceva nulla; e quando ellaper affettovoleva fissarlonegli occhiegli a poco a poco li girava altrove e fingeva di farecosì per distrarsi quanto fosse possibile.

-Perché non mi avete detto la verità prima? Vedi ch'ioero stata indovina? Non meritavoallorache tu fossi statoschietto?

Eglistorceva la bocca e chiudeva gli occhi.

-Forse avrei potuto consigliarti.

AlloraNiccolò si scosse e fece l'atto di alzarsi; ma si rilasciòsu la sedia.

-Certamentenon avrei permesso che spendessimo tanto!

Eglirisolutamentesi alzò. E le dissecon una specie di autoritàcanzonatoria:

-Ne parleremo domani.

Giulionella sua camerasi sentiva assai più triste che nellalibreria; e gli sarebbe stato impossibile rimanerci a lungo. Mangiòun pezzo di pane intinto nel vinoe andò a serrarsi dentro lalibreria; a stracciare carte e a preparare i bilanci dei registri.Lavorava in fretta e con una facilità che non aveva sempreavuta. Lavorava come se avesse potuto riparare a qualche cosa; e sisentiva calmo; ma con una di quelle calme che pesano come il piombo ese ne ha paura; perché si sa che esse ci costringeranno aqualche tristizia inaudita.

Lasera non mangiò nientee barcollando si gettò subitosul letto. Dormì con un senso di dolcezza che lo affascinava.Poirimpianse di essersi destato: in certi casi non si lascerebbemai il sonno.

Niccolòtentò di parlare con Enricoma gli fu impossibile. Uno dicevauna cosa e uno un'altra; e nessun dei due pareva disposto a capirequel che dicevano. Enrico sembrava addirittura idiotaquasiinconsapevole della cambiale. Pareva che soltanto a stento ammettesseche era vero; ealla finedisse che anche a parlarne non nericavavano nessuna utilità. Egli non aveva né menoaperto la legatoria; e i due o tre operaisaputo del perchése n'erano andati. Niccolò avrebbe voluto stare con Giulio; maquesti gli aveva detto di no. Allorapensò di trovare ilNisard; ma non riuscì ad incontrarlo.

Nonpoteva stare senza discorrere; etornato a casasi mise a fare ilchiasso con le nipoti; mentre Modestadistesa su una greppinateneva gli orecchi turati con le mani.

OgnitantoEnrico si affacciava alla stanza; e tornava via senza direniente. Egli stava con i gomiti appuntellati al davanzale dellafinestrasbadigliando.

Atavoladisse:

-Il peggio sarà che non potremo mangiare come abbiamo fattofino ad ora! Il restopoinon conta niente.

 

 

Cap.XIII

LamattinaGiulio si disse: "No; non mi lascerò illudere.Ho capitoormaiche le cose bisogna guardarle in un modo comeancora non sapevo! Se io accettassi di viveregiacché non misento per ora nessun male che mi possa togliere la vitasarebbe lostesso io trovassi gusto a farmi martoriare. Ma questo non puòessereper quanto io soffra molto meno. Non può essere mimanchi la forza di fare a me quello che non farei agli altri. Forsesbaglierò; ma è necessario io faccia la prova dellamorte. Stanottemi pareva già di non avere più a chefare con la mia solita vitaalla quale ho creduto fino ad ora; e nonrimpiangevo niente. Non avevo mai sognato così bene!"

Mala calma della sera innanzi s'era già rivelata per unaenfiagione di cose malaticce. Ed egli continuò a pensareconpiacere: "Qualcuno crederà che io mi uccida buttandomidalla finestra; un altro che io vada ad annegarmi. No: cosìnon mi ucciderò."

Edescì di casa. La mattina era umida e fresca. Si fermò avedere una sciancata; cheaiutandosi con il bastone e appoggiandosianche con una mano alla sporgenza della balaustratacercava disalire le scale della Chiesa di San Martino. Egli non aveva mai vistoun'altra ostinazione così vogliosa e nello stesso tempoun'altra impazienza forse così piena di gioia. Egli sentivache quella donnàcchera poteva significare una cosache cercòin vano. E la sua disperazione crebbe. Il giorno dopola leggeavrebbe fatto mettere i sigilli alla libreria; ed egli aveva dinanzia sé soltanto poche oreper prendere qualche risoluzione chepotesse essere definitiva.

Svoltandoper una stradas'imbatté con il Nisard; che gli andòincontro mentre il suo viso doventava rapidamente compunto. Eglidisse:

-Ma che disgrazia! Come mi dispiace!

Giuliolo guardò con il viso scompostoquasi irriconoscibile per isentimenti che ora gli si vedevano. Poi aggiunse:

-Una cosa inevitabile! Vuole accompagnarmi un poco? Ero diretto allalibreria; ma se lei non si vergogna a venire con mespecie per lagenteandremo un poco insieme.

IlNisard troncò subito la sua titubanza e tornò a dietrocon lui. Preserocome se l'uno volesse far piacere all'altroperVia delle Termedove potevano incontrare meno conoscenti.

Lecase alte e strette insieme dànno un senso d'angustiamonotona; con i vicoli di Fontebranda come tanti baratri che lascianovederelontanauna collina verde e intramezzata di cipressi neri.In Piazza di San Domenico si fermarono; sicuri che lì non liavrebbe uditi nessuno. C'è un giardinetto mezzo devastato conun abete in mezzo; su cui s'arrampicavano un branco di monelli. LaChiesa è d'un rosso tutto eguale; con le finestre tappate amattoni e la torre crettata da cima a fondo. Dentro uno spiazzotradue mura sporgenti accanto alla torresu per un arco chiuso chearriva fino al tettouna striscia d'erba sempre più larga inbasso; che va a unirsi con quella del prato.

AGiulio pareva di respirare con una boccata sola tutta l'aria dellapiazza; ed era come un ragazzo che si trova dinanzi a cose che nonpuò capirema vi si attacca lo stesso. Sentiva che potevaparlare con quanta sincerità voleva; una sinceritàimmensa. Eglinondimenovoleva evitare che il Nisard lo mettesse alpunto di parlare di se stesso; e insisteva perché mai cadesseil discorso anche su le cambiali false. Il Nisard si meravigliava diquesta noncuranza tranquilla; attribuendolaa tortoa pocascrupolosità; quasi a un cinismo che gli pareva spaventevolee che egli non osava discutere. Perciòsenza volereassecondava il desiderio del libraio; evisto che presso a pocopoteva parlargli come tutte le altre voltelo portò aguardare Siena; dal muricciolo della Fortezza. Gli disse:

-Venga a vedere comea quest'orai colori sono più belli chela sera. Io me ne sono convinto venendo qui la mattina e il giorno.

Vienesubito alla vista un gran rigonfio di case; edentrola Cattedrale.In Fontebrandale case invece si biforcanolasciando in mezzo unospazio vuoto. Stanno come attaccate e schiacciate sotto laCattedrale; a strapiombo su gli orti e su la campagna. Poi siabbassano sempre di più fino a spariresotto una balza; eallora si vedono soltanto i loro tetti. Quelle più grossereggono le altre; e non è possibile capire dove siano le vie;perché le case paiono separate l'una dall'altra da spacchi eda tagli quasi bizzarrialla rinfusa; a crocicchi rasenticontraridi tutte le lunghezze e di tutte le specie. E i tettiin quellepicce e in quegli arrembamentiin quelle spezzettature di ogniformasono sempre più rari di mano in mano che le case sispargono per le chine. La campagna era d'un'ampiezzache non finivamai; e Sienain quel silenzioquasi taciturno ma soavesembravatutta raccolta in se stessa e inaccostabile. Mentre le cime piùlontanefino alle Cornate di Gerfalcosi sbandavano e riempivanol'orizzonte sperduto.

Giulioguardò con avidità: non maicome alloraaveva amatola sua Siena; e ne fu orgoglioso. Il Nisard gli spiava nel visol'effettoe lo riportò via subito perché gli sembravache fosse troppo forte. Giulio disse:

-Ci sarei stato per sempre!

-Lei è senesee scommetto che qui non c'era mai venuto.

-È vero: soltanto da ragazzoma allora non capivo.

-Ci torneràorada sé?

-Chi lo sa? Oggi siamo vivi e domani già morti! Epoiio! Miricordo di quand'ero giovine. Bastava che restassi una mezz'ora soloe non avessi niente da fareperché mi venisse una specie disospetto che mi faceva paura. Io non ero né meno sicuro divivere. Il sospetto che avevo non glie lo so spiegare; ma cercheròdi farglielo capire. Lei sognandoqualche voltaha certamente avutonello stesso istante una sensazione vaganon si sa se con piacere ocon doloreche le impediva di credere al suo sogno; e avrebbe volutoche fosse stata la realtàinvece. Ma quella sensazionestaccava il suo sognolo teneva discostosenza riescire peròa fare di lei stesso e del sogno una cosa sola. Ebbene la realtà- la chiamano realtà - che m'era intornomi faceva lo stessoeffetto. Io non sapevo se quel che vedevo era un sogno piùvastocontinuoa cui mi ero abituato; e del quale soltanto pochevolte avevo coscienza. Per farla capire meglioimagini che ilpresente stesso era per me il senso d'una realtàconvenzionale.

Maal Nisard questo parlare non piaceva; earricciando il nasosidiscostò dal libraio senza dirgli niente. Quegli seguitò:

-Ioquesti pochi minuti che sono stato con lei in Fortezzaho capitocome vivevo per tanti anni di seguito. E non vorrei ricominciare dacapo. Pare che la nostra memoria sparisca e poi si faccia anche piùviva di quel che non ci aspettiamo noi.

IlNisard storceva la bocca; eridacchiandodisse:

-Capisco! Capisco!

Maegli avrebbe voluto dirgli: "Ero venuto con lei per la curiositàche ho di sapere tutta la storia delle cambiali; e invece lei mi fadi queste divagazioni fuori di luogo; che sembrano sciocchezze d'unamente alterata!" Eper non trovarsi più a disagiodisseche doveva lasciarloper tornare a San Domenico; a vedere una tavoladi Matteo di Giovannich'egli studiava. Andò in chiesaridendo e proponendosi di raccontare tuttoperché ridesseanche qualche altro. Edicendosi troppo credulo e troppo debole adaver pensato ch'egli doveva consolare un pazzo di quel genereentrònella cappelladov'era attaccata quella tavola; e lo dimenticòsubito.

MaGiulio era restato come ebbro; e aveva una specie di gaudio amaro.Dentro di lui sentiva moversi come una quantità di coseparassite e malvagie; che volevano prendere il sopravvento. I suoistati di coscienza si erano solidificati l'uno vicino all'altromairriducibilmente; ed egli tentava in vano di metterli d'accordo e dispiegarli con un solo mezzo. Non si sentiva più libero ecomprendeva che la coscienza quotidiana si era inspirata non ai suoisentimentisempre mobilima a certe invariabilità; allequaliforsequei sentimenti si erano sempre attaccati. Oraancheil desiderio di morire era invariabile. Non gli parve necessariorivedere quelli della sua famiglia; perché credeva che dovesserestare più solo che fosse possibile; come un dovere. Egliinquel momentonon poteva avere più nessun affetto per loro; equando fu alla libreriane aprì la porta come se andasse aconoscere la realtà del suo sentimento.

Nellalibreriacon gli sportelli chiusic'era buio ed egli accese ilgasse. Il rumore del gasseprendendo fuocolo fece tremare dispavento. Girò gli occhi attornoe gli venne voglia diavventarsi a quelle pareti. Loro lo avevano fatto mentire e poiperdere; loro le più forti.

Adun trattosentì bussare: Niccolòlo chiamava. Dovevarispondere? Non allora. Egli era troppo da più di luiperchégli permettesse di chiamarlo ancora. Lasciò che egli smettessedi battere le nocche; edal cassetto della scrivaniaprese unacorda fortecon la quale era stato legato un pacco di libri. Eglialloranon credette più che si sarebbe ammazzato! Perciòsalì sopra uno sgabello e provòficcandoci il manicodel martello dentrose un gancio alla trave veniva via. Era propriosicuro che non si sarebbe ammazzato! Ci legò la funea nodoscorsoio. Poiridiscese dallo sgabello e si mise a guardarla datutte le parti; sentendo la voglia di sorridere. La guardavascherzando; ma pensò di toglierla perché aveva paurache le avrebbe dato rettamettendoci il collo dentro. Egli delirandole parlavaperché non lo tentasse. Ma non osava piùtoccarla. Egli disse: "La lascerò qui per sempre. Perchési veda a che punto mi sono ridotto." Era ormai come un pazzo; eappuntellò la porta per paura che venisse un branco di gente abuttarla giù. Non dovevano tardare molto. Li sentiva venireda tutte le parti. Non c'era più modo di resistere: i puntellisaltavano via. Su la cassapancatutti quegli oggetti falsamenteantichi gli dissero: "Tu sei eguale a noi! È inutile chetu cerchi d'evitarci!" Egli rispose a voce alta: "Aspettatefaccio una firma." E vide la sua firma falsa saltellare sulpavimento. Si chinò per chiapparla; entrò con la testasotto gli scaffali: la firma c'erama egli non la vedeva più."Guardate: in mano non ce l'ho!"

Alloraspense la luce. Eal buiosenza rendersi conto che si ammazzavamise la testa dentro il laccio. Sentendosi stringereavrebbe volutogridare; ma non gli riescì.

 

 

Cap.XIV

Ilpretore fece staccare il cadavere e portarlo all'Istituto Anatomico.Madopo due giornifu dato il permesso di seppellirlo nel cimiterodel Laterino. Enrico e Niccolò lo accompagnaronodietro lalettiga d'incerato verde; ma erano sospettosi di tutti e desideravanodi fare prestocome se temessero di essere arrestati insieme con ilmorto. C'era soltanto il becchino che li aiutò a collocare ilcadavere dentro la cassa. Pochi minuti dopovenne il cappellano delcimitero; chemessa la stolabenedì con l'aspersorio unaltro morto. Era un vecchio prete atticciatocon il viso adusto e lescarpe imbullettate; da contadino.

Idue fratelli stavano a capo scoperto e badavano di non mettere ipiedi sopra certi fiori già putridicaduti da qualcheghirlanda: anch'essi avevano macchiato il pavimento della piccolacappella.

Ilpretearrossendo e accennando con il mento la bara del Gambichiese:

-Come si è ammazzato?

Niccolòera pieno d'ira. Ma Enrico rispose:

-Con un nodo scorsoio.

Ilpreteallorali salutò; andandosene come se avesse avutofuriacon l'ombrello e il cappello in mano. Egli andava e veniva trala sua casa e il cimitero; e non aveva mai tempo da perdere.

Eraun cielo grigio; quasi giallognolo; con una umidità chebagnava tutto. Anche la cancellata del cimitero sgocciolava giùper le spranghe di ferro; le lapidi si lavavano e la cima deicipressi restava nascosta nella nebbia; ebenché fosseroormai le diecisembrava sempre l'alba. Sienacon un velo addossoche la faceva assomigliare ad una superficie tutta piana e unitacominciava a schiarirsi allora; lasciando distinguere e riconoscerele case e i loro aggruppamenti; poi anche i loro colori; tutti unpoco ceruli però. Finché restò su l'orizzonte unvapore bianco e luccicante.

Niccolòdisse:

-Io non mi reggo più in piedi.

-A me dolgono le ginocchia: è la mia gotta reumatica. Maormaibisogna aspettare.

Ilbecchino chiamò due compagni; e misero il morto in una fossa.Poicominciarono subito a buttarci la terra con le pale. I duefratelli piangevanotappandosi gli occhi. Sentivano che lìdentro lasciavano e perdevano quel che essi non avevano; ed eranoveramente commossi. Giulio s'era preso la responsabilità dituttoe li aveva salvati. Maall'escita del cimiteroNiccolòchiese al fratello:

-Tu passi per la strada più corta per andare a casa?

-O che vuoi ch'io faccia?

-Ioinvecegiro da San Marco.

-Perché? Andiamo insieme!

MaNiccolòpigliando rasente uno dei muri della stradaaffrettòil passo e lo lasciò a dietro. Andò a comprare unsigarodove era sicuro non sapevano che tornava dal cimitero es'affrettò a trovare il Corsali. E in meno di due ore simisero d'accordo: anche lui avrebbe fatto l'agente d'assicurazione;perché appunto bisognava trovare uno che conoscesse bene ipaesi del circondario e fosse disposto ad andarci.

SoltantoModesta aveva da parte qualche centinaio di lire; ea tavolaNiccolò disse al fratello:

-Io mi son già sistemato da me; e voglio pensare alla moglie ealle bambine. Anche tuse crediarrangiati!

-Dammi almeno tempo!

-Nono! Stasera non verrai né meno a dormire; perchénon ti ci voglio: non c'è posto. Io e la mia moglie prendiamouna casa più piccola; e tu farai portare via la tua roba.

Sitrattava di un estro forse meditato in quei due giornie poi venutofuori lì per lì. E sarebbe stato inutile fargli capirech'era troppo repentino.

Modestanon per cattiveriatrovò giusto quel che disse il marito; edEnrico tentò invano di cavare qualche cosa da lei; perchéNiccolòche stava alle vedettele proibì dirispondergli e a lui ripeté che doveva fare come gli avevadetto.

-Non ci doveva essere né meno il bisogno che te lo suggerissiio!

Enricosenza nessuna idea in capogli disse:

-Prestamialmenoun poco di denaro che mi basti per trovarmi unacamera!

Niccolònon gli voleva dare niente; ma Modesta escì dalla stanza doveegli le aveva detto che si chiudesse; eallungando un bracciogliporse cento lire.

Enricole strinse e se ne andò; barellando come un ubriaco.

Alprocessocome se si fossero messi d'accordo primaincolparonoGiulio compiangendolo; ed essi furono assolti.

Manon restava loro più nulla; ed il cavaliere Nicchioli ricavòa pena la metà della cambiale firmata da vero.

Enriconon voleva darsi a niente; e le cento lireche s'era tenute in tascainvece di pagare la retta della cameragli bastarono poco piùd'una settimana. Egli non poteva fare a meno delle sue abitudinieandava sempre anche a quella bettola. Là si dolevaeattribuiva a Niccolò la sua miseria. La gotta lo perseguitavae s'era ridotto molto male. Alla finesi dette a fermare tutti iclienti più ricchi della libreriachiedendo qualche lira.Essidopo le prime voltefingevano di non vederlo e si scansavano;ese erano in più d'unogli facevano capire che non potevanodargli rettaprima che s'avvicinasse. Ma Enrico era capaced'aspettare e di seguirlifinchésopraggiungendoliquandocredeva il momento opportunoli costringeva almeno ad ascoltarlo.Dicevaquasi sempre:

-Niccolò non s'è vergognato a mandarmi via e m'ha toltotutto quello che avevo. Lo divorerei vivo con il mio odio. A talcarnetal coltello! Io non posso mettermi a lavorare perchésono impedito dalla gotta. Se non ci credonoguardino che nodinoccioluti m'è venuto alle dita! Faccio pietà! Ora hoanche l'uremia nervosa e intestinale. Bisogna che m'aiutino.

MaNiccolòsempre più libero dopo il processocominciavaa trovarsi discretamente. Gli amiciche gli restavano ancora quasiin ogni paesedove l'avevano conosciuto quando faceva l'antiquarionon era difficile che lo invitassero a mangiare; ed egliallorasicompensava delle strettezze in famiglia. Era tornato di buon umorebenché fosse invecchiato a fretta. Egli dicevapicchiandosiil petto:

-Io ho fortuna!

Ea testa rittasi faceva vedere ancora ben portante e sciolto:qualche voltasi metteva a camminare lesto a posta; con gli occhipiù sgargi di prima.

Incasaerano stati afflitti in un'angustia repentina; e pareva che nonpotessero dimenticare più i tempi di una volta.

Chiarinanon aveva perso il fidanzato; ma s'era fatta anche piùdimessa; e con Lola non rideva quasi più. Modesta portavasempreper votole candele alla Madonna del Duomo; e tra le nipotipregava lunghe oresotto le fiammelle delle lampade d'argentocongli occhi intenti all'altarein mezzo alle pareti coperte dai cuoridi tutte le dimensioni e dai gioielli. La Madonnadietro il vetrolustro e luccicantesi scorgeva a pena; ma l'ambascia infervoravasempre di più quella disgraziata; chesenza la fedenon sisarebbe sentita più né meno un essere umano.

Niccolònon avrebbe voluto che andasse sempre in chiesama non siarrischiava a rimproverarla. Soltantocontinuava a fare il propriocomodo; con quella sua giocondità irascibile e beffardachegli traluceva anche dagli occhi. Non aveva altra soddisfazione che difarsi invitare a pranzo; epoitornato a Sienadi raccontarlo aModesta; chea biasciare il panele pareva meno saporito. Maringraziava Dio che Niccolò s'ingegnasse a quel modo; e ancheleiqualche voltasi rinfrancava a vederlo sempre eguale. Nondimenoegliverso la fine dell'annoa pena due mesi dopo il suicidio diGiuliocominciò ad avere certi dolori alla testa che lolasciavano sbigottito. Contro di essinon poteva fare nientee gliandava via la voglia di celiare. Poigli venne anche l'insonnia; eil giorno dopo non si sentiva mai capace di prendere il treno.Restava a letto finchéper non avere rimorsizoppicandoesciva a rimettere in pari gli affari della Compagnia diAssicurazione. L'insonnia gli lasciava il senso di vivere troppoquasi il doppio. Elì a lettolo assalivano mille tristezzeche lo abbattevano.

-Modestache pensi quando io non rido più? È vero cheallorala casa pare morta? Quando ridoio la scuoto tutta e anchevoi state meglio. Peccato ch'io non portassi a casa la miacassapancache avevo nella libreria! Qui a lettonon ci ho nienteda guardare. L'avrei messa a una di queste pareti; e avrebbeabbellito la stanza.

Poisi voltava verso la finestrae diceva:

-Gli occhi mi s'annebbiano: non so perché.

Mase Modesta gli si metteva attornomagari per portargli un guancialedi piùegli non voleva a nessun costo. Poise Modestacominciava a lagrimareegli le rifaceva il verso; e voleva che lenipotisentendolo attraverso l'uscio apertoridessero.

-Mi dovete obbedire! Volete farmi crepare di lagrime! Vuol dire chenon mi sapete voler bene!

Quandoridevanoegli alzava la testa e chiedeva:

-Chi ve l'ha dato il permesso?

Ecrucciatostava ore ed ore senza parlare. Egli sperava di guarire evolevaa primaveraandare ai bagni caldi; ma peggiorò sempredi più.

Oltreall'insonniache gli faceva spavento soltanto a ricordarseneglivennero i delirii. Dapprimanon ci fecero caso; credendo chesognasse troppo forte; ma poisi destavano e lo ascoltavano conterrore. Egli diceva cose lubriche o insensate. Gli pareva sempre chelo avessero chiuso nella libreria e non volessero lasciarlo più.E lo costringevano a dondolare Giulio penzoloni. Anche gli pareva chelo facessero camminare nudocon le mani e con i piedi. Alla finefaceva una risata che non finiva più; una risata bavosachegli bagnava il pizzo. I delirii doventarono più intensi inpoche settimane. Quando andavano viagli restava il dolore allatesta; che era quasi peggio. Madurante il giomoesciva come prima;e non voleva nessuno con sé. Andava per strade solitarie; e selo incontravano i ragazzi che tornavano di scuolagli facevano lachiucchiurlaia. Egli non se la prendeva; anzise ne vantava; e allamoglie gliene parlava come se fosse andato ad una festa. Allora ellatemeva che fosse per perdere la ragione; e voleva farlo visitare.Bastava ch'ella dicesse cosìperché ritornasse in séstrafinefatto; e riprendesse subito il suo solito aspetto. Si capivaperòch'era uno sforzo; perchédopo pocomentreanche la pelle gli si faceva floscia e pallidail viso doventavaparalizzatosolidoprivo di qualsiasi intelligenza.

Unanottegli venne un delirio così violento che rotolòdal letto. A sedere in terratra le sedie rovesciateegliincominciò a gridare; come non aveva fatto mai. La sua voceastrattesi faceva sempre più acuta e più forte; conuna rapidità che metteva raccapriccio. Talvoltainveceeracupa e bassaquasi piatta; talvoltascivolava con una ilaritàacuminata; una voce senza più parole e senza senso; ma condolcezze tenere; intonata.

Nonriescivaormaipiù a calmarsi; e per quantodurante qualcheintervalloegli si ricordasse di quando stava bene e invocasse diguariresubito dopo la sua bocca restava spalancata e torta. Ed eglisi sbatteva giù in terrafuori di sé. Questo delirioche fece ammalare Modesta e sconvolse i nervi alle bambineduròquasi tre ore; senza attenuarsi mai. Finché la voce vennesempre di più a mancargli. Alloragli cominciò ilrantoloche pareva una risata repressa; gorgogliante nel sanguediacciato dall'apoplessia reumatica.

 

 

Cap.XV

Enricocome della cambialeseppe alla bettola che Niccolò era mortoprima dell'alba. Eraormaistralinco; con le mani e le gambegonfie; con la bocca livida; da cui non esciva più nessunaparola che non facesse sentire una cattiveria quasi repugnante. Stavasedutocon un bicchiere di vino davanti. Si grattò i capellisul collopieni di lendinie disse:

-Comincio a credere che ci sia Dio! È morto prima di merazzadi un cane! Ha fatto di tutto per straziarmi; maquesta voltaèpartito prima lui! Ohè! Avete sentito quel che m'èstato detto? È morto quel farabutto di mio fratello! Oravoglio vedere stesa la sua mogliequel pezzaccio di carnaccia e digrasso! E io non seguo quello scimunito di Giulio cheappeso alsoffittoscalciava per dare la benedizione con i piedi!

Isuoi amicida un bugigattolo buio e puzzolenterisero; e risposerorifacendogli la voce un poco strascicata:

-Quando morirai tusi piglia tutti la sbornia! Quel giornoil nostrooste non ci metterà l'acqua. Credi di averci molto da campare?

-Che m'importa a me? Se fossi un signore come prima!

-Un signore non sei stato mai.

-Del restouna voltami portavate tutti rispetto.

Allorauno gli andò a versare una bottiglia d'acqua dentro il collomentre non se l'aspettava; perché sollevava con una mano latendina rossa della porta e teneva gli occhi ai vetri. Sbalzòdallo sgabelloscuotendosi:

-O non lo sapete che mi potete far morire da verocon la gotta comeho io? E non sono mica guarito dell'uremia nervosa e viscerale!

-Che ce ne importa a noi? Dici sempre la stessa tiritera!

-Io dico quel che hoe non invento niente!

Mavisto ch'era inutile arrabbiarsi o protestareanche perchénon ci avrebbe ricavato nullasi ributtò a sedere; evoltando le spalle a quellisi mise a discorrere con l'oste chestava con una mano appoggiata allo spigolo dell'uscio e la frontesopra.

-Stamani il contequello che ha più corna che quattrininons'è vergognato di mettermi in mano mezza lira sola! Gli hotenuto dietro per tutta Sienae gli ho detto che non avevo némeno da mangiare! Se fossi un signore iovorrei insegnare a quantisono. Mi voglio mettere a vendere le corna dei signoriperarricchire anch'io.

L'ostegli rispose:

-Sarebbe il mestiere più adatto per te!

Primal'oste gli dava del leipoi aveva fatto come tutti gli altri; edEnrico aveva detto:

-Sìsì; a farmi dare del tu mi piace.

Enricoalloragli fece una lunga spiegazione:

-Il carrettocome fanno tanti che vanno a prendere le valige allastazioneio non lo tirerò mai; perché non l'ho maitirato. Mi dovrei mettere a fare il fabbro? E la forza dove l'ho? Èinutile: quando si nasce con l'animo di signorenon si perde mai. Civuole altro!

-E a dormire dove vai?

-In una panchina della Lizzasotto agli abeti. Ma comincio a starcimaleperché è freddo. Con la malattia che horeumatismo e gottami scricchiolano le ossa e mi vengono certenevralgie che mi fanno perdere i sensi. Mi dolgono tutte le ossaemi chiappa un malessere indefinibile che non mi lascia addormentare.Non posso stare in nessun modo; eanche se avessi una copertanonpotrei adoprarlaperché addosso non sopporterei nulla. Bastaanche toccarmi con un ditoper farmi saltare dallo spasimo. Perciòscendo giù dalla panchina e mi metto a passeggiare; ancheperché il freddo mi faccia meno male e non mi sbatta i denti.Passeggio fin quasi a giorno; eallorapotrei quasi addormentarmi;ma ci sono i giardinieri che mi destano; e così non riposomai.

-Ma non hai trovato né meno un bucouna speloncache so io?dove ficcartiper essere più riparato? O quando piove?

-Ho dormitoper quasi una settimanain quelle grotte che sono giùper la strada di Pescaia. Ma ci venivano a fare all'amore; epoilanottedue o tre giovinastrivagabondiche la insozzavano da nonrespirarci più dal puzzo. La mattinaa digiunomi sentivoquasi svenire. Alla Lizzainvecesarebbe un luogo più sicuroe più pulito! Peròvorrei sapere perché tidiverti a sentirmi squadernare queste delizie!

-Hai sempre la stessa boria: non c'è verso di fartela passare.Oravattene! Bada se raccapezzi qualche altro soldo! Vattene: se noil passeggio dei signori finisce.

Enricosi alzò e chiese a quelli dentro il bugigattolo:

-Volete niente da me?

Quellinon risposero. Alloraegli ci si avvicinò.

-Vi ho chiesto se volete niente da me.

Unogli disse:

-Tieni: piglia questa cicca. Se tu ne avessi parecchiepotrestilevarti la fame!

Enricose la mise in boccaper biascicarla. Il suo vestito non ne potevapiù e mancavano tutti i bottoni.

Nonsapendo come arzigogolare il tempoandò al cimitero. Ma ilguardiano non lo voleva far passare; credendo che volesse portarsivia qualche cosa. Allora eglirisentitocon i suoi denti ancoraintatti e bianchicome quelli di un lupoche gli si vedevanoquand'era arrabbiato e gli s'arricciava la boccagli disse:

-Non mi riconosci? Pochi mesi fa son venuto a sotterrare quel miofratello che si suicidò. Oggi vengo a veder sotterrarequell'altro fratelloche allora era con me.

-Come si chiama?

-Niccolò Gambi.

-È sotterrato. L'hanno portato giù stamani.

-Dove l'hanno messo?

-Nel quadrilatero più vecchioche ora per ordine del municipiosi ributta all'aria. Quasi in fondo. La fossa si riconosceperchéè la più fresca.

-Ho capito: vado!

Mail guardianonon rassicurato del tuttogli disse:

-Aspettami un momento: ti ci porto io. Devo venire da quella parte perpreparare un'altra fossa.

Cominciavaa pioviscolareed era un'acqua così diaccia che faceva venirei brividi. Tutto il vecchio cimitero era stato scavato. Avevanoaddossato le lapidi al muro di cinta; e le croci erano tutte unacatasta accanto a un cippo. I cipressi odoravano; come se la pioggiafacesse escire i loro succhi. E gli uccelli saltellavano sul muro dicinta.

Ilguardianoper avvertire ch'era venutofischiò al becchino; edisse a Enrico:

-La fossa è quella.

-Sei proprio sicuro?

-Per una settimana almenome ne ricordo di tutte e sono sicuro di nonsbagliare. Ora che cosa fai?

-Ho voluto vedere qual è per tornarci con più agio.

Gironzolòun poco attorno alla fossafin quasi a metterci un piede sopra; poitornò via.

Ilguardiano gli tenne gli occhi dietro finché non ebbe ripassatola cancellata. Enricoallorasi ricordò di come il fratellol'aveva lasciato proprio in quel punto; e sentì stringersi ipugni: non gli pareva che già fosse morto!

Manon si decideva ad entrare in città. Quella Porta è piùstretta delle altre; e ci passano soltanto per andare al cimitero.Egli s'era soffermatoma siccome la guardia daziariadall'aperturadel suo casotto di legnolo spiava per capire quel che voleva fareentrò.

Alzandogli occhi a sinistravide l'Ospizio de' Vecchi Impotenti: ce n'eraunovestito di nerocon una suora ritta accanto; e stava seduto sulmuraglione altocon il dorso verso la strada. Allora pensòche anch'eglicon la raccomandazione di qualche signoreavrebbepotuto farsi prendere con gli altri lì dentro.

Strascicavauna gamba; eper quel giornonon aveva trovato ancora némeno da spilluzzicare. Il vecchio stava lassùtranquillosotto una pergola; riparato dal vento e dall'acqua. Egliinvecesisentiva male e non ne poteva più.

Maa Modestache ora campicchiava con le trine e i ricamipareva difar male a lasciarlo finire in quel modo; senza mai dirgli almeno unaparola. Perciò andava quasi ad appostarlo dove indovinavach'egli potesse passare. E siccome egli tirava di lungofacendofinta di non averla guardataella aspettava un pocotutta dritta;poi lo raggiungeva. Gli metteva nella manoch'egli non aprivasubitoqualche lira; e seguitando a camminargli di fiancoperchéegli non si voltava né meno alloragli diceva:

-Perchéalmenonon ti converti a Dio? Anche il povero Niccolòè morto senza potersi confessare; e Giulio s'è ucciso.Forsestanno male tutti e due; ora. Bisogna pensare alle loro anime.

Enricofaceva il viso cattivo; e si raggomitolava tutto; perch'ella non lovedesse.

Ladonna proseguiva:

-Vai a farti aiutare dai canonici del Duomo. Fermali quando escono dalcorola mattina. Tu non hai da compicciare niente in tutta lagiornata!

Ellavoleva che chiedesse l'elemosina ai canoniciperché a poco apoco gli venisse l'idea di entrare in chiesa. Ma Enrico ai preti nonvoleva ricorrere; e le rispondeva con la voce velata:

-Ora basta! Vattene!

Modestaprima di lasciarlogli chiedeva:

-Hai bisogno che ti lavi qualche fazzolettoalmeno? Vieni in casanostraa farti ricucire i calzoni: li hai troppo rotti.

Maegli tirava di lungo; ed ella tornava a casa con la stessa tristezzasebbene un poco sdebitata di coscienza.

Enriconon le dava ascoltoperché non voleva che le bambinevedendolosi vergognassero di lui.

Quandole scorgeva di lontanospariva; magari entrando dentro un usciofinché non fossero passate.

Ese era dentro la bettoladiceva agli amici:

-Quelle sono due angeli. Ho riguardo soltanto dei loro occhiinnocentiche non mi vedano così.

Avevaimparato tutti i luoghi più deserti e più sporchi diSiena. Soltanto a quelli ci si avvicinava sicuro; come quando andavaa riposarsi in Via del Solesotto le case di Salicottoe dovevastare attento che i cenci tesi alle finestrelegati alle forcelle dilegno e i fili di ferronon gli sgocciolassero addosso. Epoic'era caso che lo colpissero su la testa con qualche scarpa vecchiaattraventata giùo magari con le bucce di pomodoro quando ledonne ripulivano le pentole e i piatti. Buttavano via anche pezzi divestiti logori; e i suoi occhi ci si fermavano sopra per ore intere.

Allafinedopo avere atteso per un altro mesei primi di febbraio lopresero all'Ospizio di Mendicità. Egli avrebbe volutorifiutareperché si vergognava; ma dovette cedere. Era sempremeglio di quando moriva di fame in qualche immondezzaioe qualchecane randagiocon le costole sottili che tremolavanoandava araspare nei mucchi della spazzatura e delle putrilagini; e trovava unosso; ed eglialloraguardava il cane che mangiavae gli veniva lasaliva alla bocca.

Lomisero in un cameronedove c'era un centinaio di letti e nessunovuoto. Quando lo fecero lavare e gli dettero un vestito come avevanotutti gli altrirossiccio e grossocon un berretto filettato diturchinosi sentì avvilire.

Iprimi giorninon poteva fare a meno di guardare fisso quel che glialtri mangiavano; e a lui pareva che la sua parte non bastasse.

Siccomeera dei meno vecchilo mandarono nell'orto a raccattare le potaturerestate sotto gli olivi. Poicon due compagnia portarle in unpiazzale; dove erano le serre dei limoni.

Eglipensava sempre alle nipoti; e avrebbe voluto che le domeniche fosseroandate a trovarlo. Ma esse non andavano ancora; perché nonsapevano il suo desiderio; e passavano tutte le sere dinanziall'Ospizio di Mendicità.

Unamattinamentre raccattava le potaturedisse a quelli con lui:

-Se io muoio prestovi prego di dire alle mie due nipoticheverranno a vedermiche io m'ero messo a lavorare.

Glialtri alzarono gli occhi da terra; e lo guardaronosenzarispondergli. Alloraegli si spiegò:

-Anch'io ho un briciolo di coscienza. E soltanto quelle bambinecapiscono che è vero.

Ipiù vecchi si misero ad ascoltarlo; eper ascoltarlononlavoravano. Qualcuno cercò di sorridere e non ci riescì:smosse le labbracome se ciancicasse.

Egliproseguì:

-Sono mesi e mesi che non mi parlano più.

Edegli pensavasenza osare di dirlo: "Mi porterebbero una boccinadi vino".

Maegli aveva patito troppo; euna nottepreso da una nuova crisi digottache gli aveva ormai infettato tutto il sanguemorìsenza né meno accorgersene.

Lamattina era freddo come il marmo del refettorio.

Lolae Chiarina gli misero due mazzetti di fiori sul lettouno a destra euno a sinistra. C'era una sola candela; cheessendo di segosipiegava per il calore della sua fiamma rossa come se avesse nellostoppino un poco di sangue morticcio.

Essepregavano inginocchiatecon le mani congiunte vicino ai mazzetti difiori; ein mezzo a loroil morto doventava sempre piùbuono.

Ilgiorno dopospaccarono il salvadanaio di coccio e fecero comprare daModesta tre croci eguali; per metterle al Laterino.



FINE