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GiovanniVerga



EVA





Eccovi una narrazione - sogno o storia poco importa- ma veracom'è stata e come potrebbe esseresenza retoricae senza ipocrisie. Voi ci troverete qualcosa di voiche viappartieneche è frutto delle vostre passionie se sentitedi dover chiudere il libro allorché si avvicina vostra figlia- voi che non osate scoprirvi il seno dinanzi a lei se non allapresenza di duemila spettatori e alla luce del gaso voi chepurlacerando i guanti nell'applaudire le ballerineavete il buon sensodi supporre che ella non scorga scintillare l'ardore dei vostridesideri nelle lenti del vostro occhialetto - tanto meglio per voiche rispettate ancora qualche cosa.

Però non maledite l'arte che è lamanifestazione dei vostri gusti. I greci innamorati ci lasciarono lastatua di Venere; noi lasceremo il "cancan" litografatosugli scatolini dei fiammiferi. Non discutiamo nemmeno sulleproporzioni; l'arte allora era una civiltàoggi è unlusso: anziun lusso da scioperati. La civiltà è ilbenessere; ed in fondo ad essoquand'è esclusivo come ogginon ci troverete altrose avete il coraggio e la buona fede diseguire la logicache il godimento materiale. In tutta la serietàdi cui siamo invasie nell'antipatia per tutto ciò che non èpositivo - mettiamo pure l'arte scioperata - non c'è infineche la tavola e la donna. Viviamo in un'atmosfera di Banche e diImprese industrialie la febbre dei piaceri è la esuberanzadi tal vita.

Non accusate l'arteche ha il solo torto di averepiù cuore di voie di piangere per voi i dolori dei vostripiaceri. Non predicate la moralitàvoi che ne avete soltantoper chiudere gli occhi sullo spettacolo delle miserie che create-voi che vi meravigliate come altri possa lasciare il cuore e l'onorelà dove voi non lasciate che la borsa- voi che fatescricchiolare allegramente i vostri stivalini inverniciati dovefolleggiano ebbrezze amareo gemono dolori sconosciutiche l'arteraccoglie e che vi getta in faccia.

Avevo incontrato due volte quella donna - non erapiù bella di tutte le altrené più elegantemanon somigliava a nessun'altra. - Nei suoi occhi c'erano sguardiaffascinanticome il corruscare di un'esistenza procellosa che erapiena di attrattive. - Tutti gli abissi hanno funeste attrazioniequelle voragini che ingoiano la giovinezzail cuorel'onoresimaledicono facilmenteahimè! quando arriva la filosofia deicapelli bianchi. - Era biondadelicataalquanto pallidadi quelpallore diafano che lascia scorgere le vene sulle tempie e ai latidel mento come sfumature azzurrine; aveva gli occhi ceruleigrandia volte limpidiquando non saettavano uno di quegli sguardi cheriempiono le notti di acri sogni; aveva un sorriso che non si potevadefinire - sorriso di vergine in cui lampeggiava l'imagine di unbacio. Ecco che cosa era quella donnaquale si rivelava in unbalenofuggendovi dinanzi nella sua carrozza come una leggiadravisioneraggiante di giovinezzadi sorriso e di beltà. - Intutta la sua presenza c'era qualcosa come una confidenza fatta alvostro orecchio con labbra tiepide e palpitantiche vi rendevapossibile il sognare le sue carezzee farci su mille castelli inaria. Non era soltanto una bella donna - certe altezze non attraggonoappunto perché sono inaccessibili. - L'ammirazione che elladestava assumeva la forma di un desiderio; c'era nei suoi occhiqualche cosa come un sorriso e una promessa che faceva discendere ladea dal suo cocchio superbo - o piuttosto vi metteva accanto a leiefaceva correre il vostro pensiero alle cortine della sua alcovae aiviali più ombreggiati del suo giardino.

Si chiamava Evao almeno si faceva chiamare cosìe quel nome era forse un epigramma. Tutti conoscevano la sua vita unpo’ più in là del palcoscenico della Pergolaeforse meglio di tuttile dame del gran mondo che parlavano di leicelandosi dietro il ventaglio. Nessuno ne sapeva più di unaltro. Era l'apparizione di un astro in mezzo alla splendida societàfiorentinauna febbre di giovanotto fatta donna.

L'avevo incontrata due voltee non mi era sembratala stessa donnaforse per le diverse disposizioni d'animo in cui miero trovato; e forse anche per ciò che era rimasta in me piùviva e profonda l'impressione di lei. La prima volta la vidi pelLungarnoin un elegante legnettoe guidava una bella pariglia dicavalli inglesi; aveva il sorriso negli occhi più che nellelabbraed era una cert'aria graziosa ed ardita in tutta la suapersona che vedendola faceva sorridere di piacere. Io ero tristesenza saperne il perchéforse per non avere meglio da fareemacchinalmente la seguii cogli occhi e col pensiero - e il pensierocorse lontano verso tutte le ridenti follie del cuore. Un'altra voltala incontrai alle Cascinein uno di quei viali che nessunofrequenta. Quel mattino il mio cuore faceva festa - domenichegioconde dei venticinque anni che non tornano più! - Il solesplendevaed il sorriso brillava negli occhi di Vittorina - larva diun di quei giorni in cui si prodiga tanta parte di cuore come se nondovessero tramontare giammai - fantasma di un'ora felice che sidimentica prima ancora che sia trascorsa- nello stesso modo cheella avrà dimenticato persino il mio nomeo lo rammenteràcome io adesso mi rammento del suoa proposito di qualche cosa cheallora ci passò sotto gli occhi senza che ce ne avvedessimo.Il viale era desertogli uccelli cinguettavano fra gli alberie irami sussurravano lieve lieveintrecciando mollemente le loro ombrein bizzarri disegni sulla ghiaia del viale. Noi non si parlavacertamente dell'ultimo fascicolo dell'Antologia. Vittorina eraallegracantavarideva e il riso la faceva bella. Io guardavo edascoltavo. Quando il nostro fiacre passò accanto ad unbellissimo legnoche stava fermo in mezzo al vialevidiattraversoil cristallo scintillanteuna testolina biondacome una roseavisioneincorniciata dall'imbottitura di seta della carrozza. Ellaci volse uno sguardoun solo sguardo limpido come l'azzurro dei suoiocchima disattentoanzi noncuranteuno di quegli sguardi che viaffissano in volto senza vedervie tornò a chinare gli occhisul libro.

Vittorina chinò il capo e ammutolìcome se quella bionda e leggiadra visione fosse sempre lìfradi noiseduta sui cuscini della nostra carrozza.

La rividi anche mascherata ad un veglione dellaPergola. La folla si apriva sussurrante davanti a leie sguardibramosi l'accompagnavano come se indovinassero la sua bellezzasoltanto a quello stivalino arcuato e a tacchi alti che si posava dapadrone sul tappeto. Io l'avevo vista un momento a viso scopertomentre discendeva da una carrozza di cui i fanali scintillavano comedue stellesollevando arditamente la veste sul marciapiede conquella altera civetteria che non si cura dello sguardo indiscretoogli getta come una limosina l'onda vaporosa della battista e illucido riflesso dello stivalino. La rividi in mezzo alla follaaccompagnata da un elegante trovatore che le dava il braccioeseguita sempre da vicino o da lontano da un arlecchinocon tantainsistenza che tutti la notavano. Ella passava sorridente sotto lasua maschera - aveva un sorriso incantevole - e ogni volta chel'arlecchino l'incontrava le ripeteva la sciocca domanda solita: "Tidivertimascherina?" Ed essa ridevarideva allegramente; eridendo imporporava il basso delle sue guancequel po’ che sene poteva vedere. Una delle volte mi trovavo fra un crocchio d'amicie si fece largo davanti a quella regina che passava.

L'arlecchino la seguiva semprecome un caneallampanato colla coda attaccata al ventre e l'occhio bramoso intentoal tozzo di pane che indovina nella tasca del padrone; e ripeteva ilsuo ritornello col tono afflitto di un cane che ustoli. Allora labella mascherinache non ne poteva piùsi strinse nellespalle con molta graziae gli gettò in faccia una parolasolavoltandosi dall'altra parte:

"Noioso!"

Noi ridevamo come matti. L'arlecchino si era fermatorittoimmobilecon certi occhi che gettavano fiamme da sotto lamaschera; e senza badare a quelle risao senza accorgerseneesclamòobliando di contraffare la sua voce:

"Ah! è lei!"

E si allontanò.

Il veglione era animatissimo. Si vedeva anchequalche domino elegante quasi smarrito in mezzo alla folla. Fra ilchiasso e la calda atmosfera s'indovinava come un fiore di serra o disalone che passavaal profumoal fruscio particolare della vesteacerte leggiadre esitazionial guanto grigio che si stringevatimidamente alla manica di una giubba. Però la bellamascherina e il suo trovatore non si vedevano più; erano forsepartiti. Verso le due vedemmo bensì l'arlecchino tutto sologrullosmarritovolgendo di qua e di là occhiate da matto.Dava e riceveva colla stessa indifferenza spintoni da orbo. Sembravaubbriaco fradicio. Quei giovanotticome lo videroscoppiarono aridere fragorosamentegridandogli dietro:

"Uh! Noioso!"

Egli si fermòli guardò conquell'aria stralunatae sorrise stupidamente.

"Sìsono noioso" disse sotto lamaschera una voce che senza sapere il perché ci fece trasalire"come le tue lirichecome i tuoi drammi storicicome i tuoiquadri di generecome il tuo spirito di buona compagniacome le tuefiabe."

Quest'ultimo complimento era diretto a mesebbenenon avessi aperto boccae i miei amici avevano preso ciascuno il suocon più o meno garbocredendosi obbligati a ridere.

"Mi conosci?" gli dissi.

"Lo vedi."

"Non c'è che direhai dello spirito."

"Sìdelle voltea tavola. vogliamoandare a tavola?"

"Ci offri da cena?" domandò ilconte C***.

"Novi offro di scommettere a chi la pagherà."

"Benissimo! e che scommessa?"

"Scommetto che darò un bacio a quellamascherina accompagnata dal trovatore."

"Eh!"

"Ti gira?"

"Una cena di mille lire"dissel'arlecchino senza scomporsi. Nessuno gli rispose. Lo credevamomatto.

"Sembra che le tue scommesse non ispirino granfiducia"disse il poeta.

L'arlecchino lo guardò colla medesima calmaresa grottesca dall'aria impassibile della mascherae rispose:

"Diamo in pegno il denaro."

"A te?"

"No..." rispose senza dar retta almotteggio. Mi affissò un istantee soggiunse: "Ecco lemie cinquecento lire."

Quella preferenza mi sorprese. "Ti conosco?"gli domandai.

"Non soma mi hai conosciuto."

"Dove?"

"A Catania."

Cercai inutilmente di leggere sotto la sua maschera.Egli si levò il berretto con comica gravità e ci disse:

"Prima che finisca il veglione."

"Ma s'è partita?" disse Arturo.

"Non è partita" risposesemplicemente l'arlecchinoe ci volse le spalle.

Egli era tutt'altro che stupido o ubbriaco; el'imbarazzo del nostro silenzio lo confessava chiaramente.

Che cos'era dunque?

M'aggiravo a casaccio fra le maschereoraspingendoora spintoallorché sentii tirarmi per le faldedell'abito. Era di nuovo l'arlecchinocolla stessa aria d'imbecille.Egli mi disse:

"Vuoi venire con me?"

"Dove?"

"In palco."

"Andiamo pure"risposicurioso di saperechi fosse.

Egli prese il mio bracciomi fece salire alterz'ordinee aprì un palco.

Entrando si tolse la mascherami guardò unattimo e mi domandò:

"Mi riconosci?"

Avevo visto un volto pallidissimoassai magrocongli occhi luccicanticome per febbree incavernati in un'orbitaaccerchiata di lividocon certi baffetti biondi appena visibiliele labbra pallide.

"No" risposi "Non ti riconosco."

Egli sorrise tristemente. "Ah!" esclamò"son molto cambiato!... Enrico Lanti."

"Infatti... adesso mi rammento...>

"Fummo a scuola insieme. Tu avevi unagiacchetta coi bottoni dorati ch'era la tua disperazioneperchétutti ti canzonavano. Io ero così grasso che mi chiamavanobadduzza; ti rammenti?"

"Sì."

"Adesso non son più badduzza!"diss'egli; e l'accento contrastava stranamente con la parola.

"E' verosei molto cambiato."

Egli tossì due o tre volte e non rispose.

Il silenzio si prolungava troppo; per dire qualchecosa gli domandai se egli fosse da molto tempo in Firenze.

"Da due anni" rispose.

"Sei pittoremi sembra."

"Sì." mi dissecon un sorriso chenon dimenticherò mai più.

E dopo un istante:

"Anche tu hai la malattia dell'arte!"

"La malattia?"

"Vuoi chiamarla follia?" diss'egli con lostesso sorriso amaro. "Non discutiamo sulle parole: è unamalattia del cervello o del cuorenon mi picco gran fatto difisiologia - ma so ch'è un gran malanno... Vedinon son piùbaddizza... ed ho la febbre."

Si tolse il guanto e mi porse la manoche scottava.

"Ma tanto meglio!" riprese con lo stessotonoridendo sempre in modo strano. "Ti ho cercato appunto perquesto. Avevo bisogno di uno come te... Tu non mi riderai in facciaalmeno... Ed io non voglio che si rida di me!..."

Gli occhi gli brillavano febbrilmentee parlavaconcitato assai. Incominciai a temere che fosse matto sul serio.

Tutt'a un tratto egli mi domandò bruscamente:

"Andrai in Sicilia?"

"Forse."

"Conosci la mia famiglia?"

"No"

"La conoscerai" soggiunse "son bravagente; non son signorima potrai stringer loro la manofrancamente... e parlar di me... Non dire di cotesta scommessa peròe in caso di disgrazia non dire come sono morto... La mia poveramamma piangerebbe anche la perdita dell'anima mia... Dì cheson morto di tifodi miliarein buona casa - ché in Sicilial'idea dell'ospedale stringe il cuore - e che sono stato assistitodagli amici fino all'ultimo momento..."

"Ma che discorsi mi fai!"

Egli mi guardò sorpresocome se avessi rottoil filo logico di premesse ben stabilitee rispose tranquillamente:

"Ma io potrei anche essere ucciso invece diuccidere."

E ne parlava con calma sinistra.

"Che?..."

"Tò! non ti rammenti della scommessa?"

Allora il vero scopo di quella follia mi balenòin mente nudo e minaccioso.

"Ti batterai?"

"Oh!!" esclamò con un sorrisoindefinibile che era quasi lugubre su quel volto cadaverico.

"Odii quell'uomo?"

"Sì" mormorò coi dentistretti"e l'ucciderò!"

"Per colei?"

"Sì!"

"L'ami!"

Egli trasalì.

"La odio! La disprezzo! Vorrei morderlavorreischiaffeggiarla!... vorrei pestarmela sotto i piedi!"

Tossì di nuovo e soffocò la tosse colfazzoletto. Questa volta lo sforzo fu così violento che eglichiuse gli occhie sulle sue guance pallidissime passarono certefiamme di malaugurio. Allorché riaprì gli occhi misembrò di vedere un cadavere. Egli mi disse con voceintieramente mutata da un istante all'altro:

"Tu lo vedise non muoio di spada morròdi qualche altra cosa. Ma non penso a ciò che per i mieipoveri genitorie per la mia sorellina... Stringendo la tua mano misembra di stringermi al cuore quei poveretti che saranno tantoafflitti...Ecco perché ho voluto parlarti. Non è veroche in certi momentiquando siamo molto lontani dalla famigliaproviamo delle strane tenerezze per le persone che ce la rammentanoo che hanno il più lontano rapporto con essa?"

"Mio caro... tu esageri..."

"Io esagero?" rispose con lo stessosorriso. "Va’ a chiederlo ai medici di Santa Maria Nuova seesagero... o vieni alle Cascine fra le sei e le sette..."

"Cotesto duello è dunque inevitabile?"

Egli mi guardò sorpreso.

"A meno che il conte non prenda in santa pacela scommessa."

"Quale conte?"

"Il conte Silvaniil trovatore."

"Ma puoi anche uscirne vincitore..."

"Perbacco!" esclamò con sinistroentusiasmo. "Lo so!"

"Ma adesso hai la febbre. Non vorrai aspettarequalche altro giorno?"

"La febbre non mi lascia mai. Ma cheimporta!... Anzi!... Vedi che il pugno trema!..." e lo guardavacon triste soddisfazione. "Vedrai come ci starà bene laspada!"

"E la tua famiglia?"

"Povera mamma!" diss'egli passandosi ilguanto sugli occhi.

"Non vorrai vederla?"

"No!... No!..." ripeté dopo unbreve silenzio in tono tutto diverso e afferrandomi le mani. "Nonne ho il coraggio."

Le lagrime gli luccicavano nell'orbitae sentii chequelle lagrime mi toccavano il cuore.

"Se sapessi come sono fatti gli occhi dellamadre che ti affissano in volto in certi momenti e ti chiedono certecose!... Se sapessi!" mormorò come parlando fra di sè.

Tutt'a un tratto sentii trasalire le sue mani nellemie.

"Guarda!" esclamò. "Lavedi?... Lei!... Non è bella?" mi domandò Enricoseguendola tra la folla con gli occhi ardenti.

"Oh!>

"Se tu la vedessi senza maschera!...>

"L'ho vista."

"Ah! tu la conosci! Ella ti ha gettato lafiamma del suo sguardo... anche a te!.. Non è vero che farebbecommettere tutte le pazzie?..."

Essa scomparve verso la porta. Enrico era rimastosempre con gli occhi fissi dov'ella non era piùe le scagliòdietro una parola infame come un'imprecazione.

"Ah! Ah!" sogghignò con un riso chevoleva essere allegro ed era tristissimo. "Se tu sapessi checosa ho fatto per colei!" e si torceva le mani. "Tu rideraidi meeh?"

"Ohno! Ti compiango."

"Non voglio della tua compassione!" midisse bruscamente.

Posciacome pentitoe stringendomi la mano:

"Se tu sapessi come mi sento spregevole evile!... come mi disprezzo! Dimmi" soggiunse dopo una breveesitazionepiantandomi in volto due occhi luccicanti come quelli diun pazzo"voglio domandarne a te che ti occupi di cotesteorribile malattie... Dimmi come possono farsi di tali cose per unadonna che si disprezzache si odia... Dimmi come pur sputandole infaccia tutto quest'odio e questo disprezzo si possa morire per leisi possa sacrificarle l'onorela vitala famigliala giovinezzal'artetutte le cose che sorridono e che si amanoper abbeverarsidel fiele dell'amore di lei... Dimmi come accada tutto ciò...Edimmi che nei miei panni tu avresti fatto come mee saresti vile espregevole del pari!...Oh dimmi questo!...ché mi sembra diimpazzire!...Vuoi che io ti narri questa storia...vuoi?..."

"Sì!" gli dissi sentendomi invaderedalla sua commozione.

"Ma bisogna che ti dica quello che ero perfarti comprendere quel che sono diventato. Ero un genio in erbaunasperanza dell'arte italianacoi capelli lunghi e il cappellaccioalla Rubens; abitavo all'ultimo piano di una vecchia casa in SantoSpirito che il ventod'invernosembrava far traballare sullefondamentae desinavo a cinquantacinque lire al mese. Però intutte coteste cose ci mettevodireitanta buona fedeche lerendevo quasi rispettabili. Il mio paese mi pagava una pensionealloscopo di aumentare il numero dei suoi grandi uomini. I mieiprofessori ed i miei colleghi mi tenevano in gran conto- èvero che c'era poco da fidarsi di loro che avevano in corpo le stessemagagnema chi ci avrebbe rinunciato? - Il pubblico ed i giornali mibruciavano sotto il naso tutti gli stimolanti della vanagloria.Ebbenechi sarebbe stato più forte di me scagli la primapietra... Io battezzai pomposamente la mia vanità; la chiamaiamore dell'artee presi sul serio i miei capelli lunghi e tutte lealtre belle cose. Ero contento di passeggiare per le vie di Firenzecome se andassi a braccetto con Raffaello o con Michelangelo. Mipareva di respirare l'arte a pieni polmoni; e avevo in cuore tuttigli entusiasmile antipatiegli affetti della mia illusione. Vivevocome in un'atmosfera del Cinquecento che mi rendeva idolatra deipalazzi anneriti dal tempodelle gronde sporgenti e malinconicheedelle acque torbide dell'Arno... In fede mia!" aggiunse con unghigno amarissimo "non avevo ancora pensato all'ospedale e alcamposanto..."

Tacque e si passò a più riprese lamano sulla frontecome per scacciarne molesti pensieri o lacommozione che lo vinceva.

"Follie! si!" mormorò dopo qualcheistante quasi parlasse fra di sè.

"Sei certo di non sbagliarti giudicando cosìdei sentimenti umani?"

"Ohno...Nessuno potrebbe avere cotestasicurezza... poiché non ci sono sentimenti veri."

"Eh?!"

"Quistione d'otticamio caro. Io chiamo folliequelli che tu chiami nobili affetti" rispose con cinismoamarissimo "perché... perché mi hanno ridottoquale mi vedi... - Quanto guadagni con la tua arte?" soggiunsedopo un breve silenzioappoggiando l'accento in modo ironicosull'ultima parola.

La domanda era così brusca e brutale che loguardai sorpreso. Egli scoppiò a ridere. "Lo vedi"mi disse"ti vergogni a dirlo! Adunque sei un pazzo vanitosoil peggiore."

Ero disgustato da quell'affettazionee gli risposisecco secco:

"Io mi contento di non mischiare del danaro incerte idee."

"Bella frase!" disse senza scomporsi. "Untempo mi sarebbe parsa anche una nobile risposta. Maamico mioinun'epoca in cui le più vive ambizioni dell'uomoed i piùseri sforzi della sua attività hanno uno scopo positivo -arricchire - la logica ha il difetto di non prestarsi alle ipocrisie- confesserai anche tu che le tue ideenelle quali non vuoimischiare del danaronon valgono nulla...Cioè... no!...Valgono a gettarti fra i piedi di cotesta gentelaboriosa perchéè assetata di donne e di vino. - E cotesta genteche siaffretta verso la Borsariderà di teubbriaco in pienogiorno delle sue passioni. - ché anche tu vivi nella medesimaatmosferae la bevi avidamenteperché il tuo cervello e ituoi nervi sono in uno stato di esaltazione morbosa. - E la folla tischerniràfinché arriva una pietosa guardia urbana cheti conduce in prigione in nome della moralitào ti chiude nelmanicomio."

Egli si tacque per esaminare trionfante l'effettodella sua eloquenza da pessimista.

"Che cosa mi rispondi?" domandòsorpreso del mio silenzio.

"Che hai veramente il cuore ammalato."

"Sarà anche vero. Già te l'hodetto che è quistione d'otticaed io non pretendoall'infallibilità."

"E ti credo molto sventurato."

"Sì! Sì!" accennò colcapoe sembrava commosso; indi soggiunse: "E' pure una gransventura quella di perdere certe illusioni... certe follie... carefollie che riempivano di rosei sogni la mia cameretta al terzopiano!...E poiche resta quando esse son svanite?..."

"Tu lo vedi!"

"Sì! ci dev'esser qualcosa di vero incoteste illusioni che spalancano il cuore a due battenti verso tuttoquello che è nobile e bello!..." esclamòlasciandosi dominare dalla commozione. E poscia come pentitosirifacendosi scuro in volto: "Ma è poi vero che sia nobilee bello ciò che mi è parso anche ridicolo ungiorno?...>

"Un giorno di febbre o di sconforto!..>

"Potresti assicurarmi quali sieno i giorni diserenoper giudicare con esattezza dei sentimentitu che hai amatoe odiato la stessa cosache ne hai pianto e riso nel medesimogiorno?" domandò con quel sorriso che voleva sembrarcinico ed era una contrazione dolorosa del suo cuore. E lasciando piùlibero varco alla sua amarezza mormorò: "Non c'èaltro di vero che la modificazione dei nostri nervi o la temperaturadel nostro sangue".

"La tua scienza è desolante! E' lascienza del nulla!"

"E' vero!"

"Non hai ma pensato alla tua famiglia?"

Egli trasalì e si fece pallido; accennòdue o tre volte a voler parlaree le labbra gli tremavano.

"Io l'ho abbandonata per correre dietro aquelle larve!" mormorò con voce soffocata. "E alloraho dovuto chiedermi quale di cotesti due affetti fosse il verose ilpiù forte o il più puro...E' stato un gran dolore!...Mail dolore è una debolezzanon è una verità...edei due affetti sai quale ha vinto...nel mio cuore entusiasta evergine?... ha vinto il più turpe; ha vinto il sensuale nellamia anima che viveva in un mondo ideale...Ora dimmi tu le tue frasisonore; io ti getterò fra i piedi i fatti eloquenti."

Io non avevo mai amatoo almeno cotesto sentimentoche era sparso in tutto il mio essere non si era incarnato in unafigura di donna. Ero superbo della mia artesuperbo di me che lasentivo degnamentee ciò mi rendeva quasi geloso di memedesimo. I miei sogni erotici non erano mai scesi più giùdi una duchessacui prestavo gratuitamente tutti i miei entusiasmie piedi che non si erano mai posati sul lastrico delle viee maniche nessuno aveva mai visto senza guantiall'infuori di me. Easpettando la duchessa che non venivaio facevo all'amore coi mieiquadrisognavo i capelli biondi della cameriera che spolverava letende della finestra di faccia alla mia - i soli capelli - o le lineegraziose degli omeri della modista che vedevo tutti i giorni dietrola vetrina in via Rondinelli. Nella comprensione dell'arte c'èuna squisita sensualità; la bellezza plastica checompenetravasi nel bello ideale aveva per me certi affascinamentiancora verginali ma potentissimi.

La mia vita scorreva serenamente in un mondo chem'ero creato colla mia fantasia. Non avevo mai rivolto un solosguardo di desiderio su quei piaceri di una grande città chemi passavano sotto gli occhisebbene ad una certa distanzae comein una nube; oppure se ne avevo provata la curiositàcon unamaro sentimento di privazionem'ero rifugiato nella mia arte comenelle braccia di un'amante. Il mio più grande divertimento eraquello di andare a teatro la domenica. Avrei preferitoèveroquegli spettacoli che parlano più vivamenteall'immaginazionecome l'opera in musica ed il ballo; ma eranospettacoli che costavano carie in ciascun mese ci son quattro ocinque domeniche - troppo lusso per un bilancio di centocinquantalire.

Ora se ti dirò che senza fare un buco nel miobilancio io non avrei fatto uno strappo nel mio cuoreche se unadomenica non fossi andato alla Posta per riscuotere un vaglia nonavrei visto forse il cartellone della Pergola; e se non avessi finitoil giorno innanzi un lavoro di cui ero soddisfattissimoe il sole diquella domenica non mi fosse perciò sembrato in festa come ilmio cuoreio avrei visto il cartellone senza pensare a fare un buconel mio bilanciotu mi darai del fatalista... Farai come tutti glialtriti sbarazzerai con una parola di un esame increscioso.

Andai dunque alla Pergola di buon'ora per trovare unposto in platea; e lìnella semi-oscuritàcol miopaletò piegato sulla spallieral'ombrello fra le gambeilcappello sull'ombrellol'occhio intentostavo a godermi il miobiglietto d'ingresso esaminando tuttole dorature dei palchiilleggio del suggeritorei lumi della ribaltae soprattutto l'ora chesegnava l'orologio.

I palchetti si andavano popolando di belle signore- almeno avevano indosso tanti fiorie gemmee nastrie biancoerossoche nella mezza luce sembravano tutte belle. Degli uomini poice n'erano così ben vestiti e così ben rasie colletestine così ben pettinatericciutelle e lucideche quellebelle donne dovevano al certo guardarli con tanto d'occhi spalancaticome io guardavo loroe istintivamente mi nascondevo le mani nudesotto il cappotto.

Squillò un campanello; un'onda di luce invasequella splendida salae incominciò la rappresentazione. Ioascoltavoguardavotutto commosso e rimpicciolito nel miocantuccio; il mio entusiasmo non si manifestava altrimenti che comeuna gran soddisfazione di aver ben impiegato le mie tre lire. Avevocomprato per tre sole lire un tesoro di emozioni. Costruivo unparadiso di matte aspirazionidi sogni e ne cercavo il riflessonegli occhi scintillanti di quelle belle dame. - E quando le vedevoparlare e ridere sbadatamenteagitando il ventaglio o aggiustando ilfisciùprovavo una molesta sensazionee mi scuotevobruscamentecome se m'avessero svegliato di soprassalto da un sognodelizioso.

Vedimio caroquante belle cose ci sono in trelire per uno spettatore novizio?

Alcuni istanti prima del ballo corse per la folla unmormorio di aspettazione. Io sentivo come allargarmisi il cuoreeaggiustavo macchinalmente il mio cappello sull'ombrello.Improvvisamente apparve una scena incantatariboccante di suonidilucedi veli e di larve seducenti che turbinavano nelle ridde piùvoluttuose - come una fantasmagoria di sorrisi affascinantidi formeleggiadredi occhi lucenti e di capelli sciolti. Poiquando quellamusica fu più delirantequando tutti gli occhi erano piùintentie tutti gli occhialetti si affissavano bramosi sulla scenacorse un nuovo susurrio: "Eva! Eva!" e in mezzo a un nembodi fioridi luce elettricae di applausiapparve una donnasplendente di bellezza e di nuditàcorruscante febbrilidesideri dal sorriso impudicodagli occhi arditidai veli chegettavano ombre irritanti sulle forme seminudedai procaci pudoridagli omeri sparsi di biondi capellidai brillanti falsidallepagliuzze doratedai fiori artificiali. Diffondeva un profumo diacri voluttà e di bramosie penose. Guardavo stupefattocollatesta in fiamme e vertiginosa. Provavo mostruosi desiderie invidiee scoramentie alterezze per la mia arte che sentivo abbassarsi sinoai miei desiderie pel mio ingegno che mi pareva si elevasse sino aguardarla a faccia a faccial'arte; e in fondo a tutto questounamaro rammarico di trovarmi in quel meschino posto di platea e senzaguanti. Poi tutta quella visione scomparve in un lampo di luce e inun'onda di musica. Tutto tornò buio. Rimasi ancora sognandocon quei suoni negli orecchi e quelle larve davanti agli occhi. Mialzai quando gli altri si alzavano; uscii barcollandourtando nelvestibolo tante belle signoree calpestando tante coderischiandoventi volte di gettarmi sotto i piedi dei cavalli in istrada. Quellanotte non potei dormire; mi sentivo come se avessi tutti i nerviagitati; avevo bisogno di sfogarmi in qualche modo delle mieimpressionie giacché mi parve che il pennello non avrebbepotuto esprimerle tuttemi misi a scrivere... un vero deliriounsogno da febbricitanteperò senza pretesee senza altroscopo che quello di accenderne il fuoco quando avrei avuto freddo.

Ahimè! la stagione era mite; il caldo delcuore durava ancora troppo per lasciar sentire il freddo alle membra- ecco perché quello scritto che non raggiunse il suo scopo dicomunicare la fiamma alle fascine del caminetto arse il mio cuore econsunse la mia vita.

Un mio amicoappendicista molto conosciutovenivaspesso a trovarmi - eravamo giovaniartistientusiastimatti delpari - Si fumava spesso la pipa insieme e digerivamo la gloria di làda venire. Il mio cuoreo piuttosto la mia immaginazioneavevabisogno di espandersi. Gli parlai delle impressioni ricevute contanto calore che egli volle leggere il mio scritto e lo trovòbello. "Dammelo" mi disse "voglio farti amare daquella donna."

"Eh?!" risposi come sbalordito daquell'enormità.

"Che ci trovi d'impossibile? La donna ècosì vana! E la ballerina ha tanto bisogno di similientusiasmi che le facciano la reclame e si comunichino agli altri!"

"Oh! amarmi! Lei... amar me!... Sei matto!"

"Chi lo sa! E poi mi renderai un servigio; mirisparmierai buona parte dell'appendice teatrale che dovrei scrivere.Il tuo articolo è proprio bello; me ne farò onore."

E lo portò via infattie la sera dopo trovaiin camera il giornale ed una letterina del mio amico.

" Non te l'avevo detto? " mi scriveva"il tuo articolo ha fatto furore. Eva desidera conoscerti. Staseratrovati in teatroti presenterò. "

Provai come una fitta al cuore. Presentarmi alei!... io!... così fatto!... a quella bellezza circondata datante seduzionida tanti splendoriche non aveva nulla diterreno!... proprio io!...E in me successe una lotta di millepensieri diversie l'intima soddisfazione ch'ella avesse letto ilmio articoloavesse scorto una parte del mio cuoree ne fosselieta... e la ripugnanza di svelare al pubblico e a lei stessa ilsegreto delle mie impressionie il timore che esse fossero giudicateridicole... Se ella mi trovasse ridicolo?...

Non ebbi neanche un istante il coraggio di pensaread accettare quell'invito. Eppure ero felicetutto solo nella miacamerettafantasticando cogli occhi fissi sulla fiamma delcaminetto.

A un tratto fu suonato il campanello con violenza.Io mi scossi bruscamente. Udii nell'andito la voce di Giorgio. "Ecosì" mi disse entrando"che cosa fai? Non hairicevuto il mio biglietto?"

"Sima..."

"O dunque?"

"Ma non verrò... Non posso venire..."

"Eh! che diavolo! Ora che ho promesso dipresentarti! Che figura mi fai fare?"

"Ma capisci..."

"Capisco che sei di una timiditàridicola."

Così la paura di un ridicolo scacciòl'altrae mi lasciai condurre. Alle porte del teatro sentiirinascere più vive che mai le ultime esitazionie le misifuori risolutamente. Egli le respinse senza ammettere replica e miprese pel braccio. Infilammo alcuni corridoi poco illuminatie citrovammo quasi improvvisamente in mezzo ad un caos di ordegnidiassidi tele dipintedi scale; tutto polverosountosudiciodovestavano a chiacchierare alcuni macchinisti in maniche di camiciaeun pompiere faceva la corte ad una figurante lerciaseduta acavalcioni su di una seggiola zoppa. - Era il rovescio di quelparadiso di tele dipinte e di fiori di carta. Di fuori risuonavanoapplausi fragorosi che soverchiavano la musica da ballo. Tutt'a untrattodalle quinteentrò correndo un leggiadro follettotutto involto in una nube di velie rialzando la gonnellina appoggiòil piede su di uno sgabello per allacciare meglio uno degli scarpini.

"E' lei" mi disse Giorgio; "vieni."

Essa levò il capoancora tutta rossa eanelante. Ci vide e ci sorrise. - ahimè! un sorriso stancodistrattoreso sgarbato dalla respirazione accelerata. I capelli lecadevano sul petto senz'arte; alcune stille di sudore rigavano il suobelletto; le sue candide bracciavedute così da vicinoavevano certe macchie rossastree nello stringere i legaccioli vi sirivelavano i muscoli che ne alteravano la delicata morbidezza; lescapule si ravvicinavano sgarbatamentefin la suola del suo scarpinoera insudiciata dalla polvere del palcoscenico. Ti parlo da pittore;ma anche da pittore ne avevo ricevuto la prima impressione. Era lasilfide dietro la scenanel suo momento di prosain cui non habisogno di essere bellae non si cura di esserlo. Ora èimpossibile esprimerti l'effetto che tutto ciò doveva faresulla squisita e mobilissima sensibilità mia. La farfallatornava brucoed io ne risentivo un dispetto ed una amarezzaindicibili.

"Ahil signore!..." diss'ella sorridendofra un nodo l'altro. "Le sono molto riconoscente del suoarticolo."

E siccome io non rispondevoil mio amico stimòconveniente dire qualcosa per conto mio. Ella si rizzòtuttarossaancora anelanteed aggiustando i suoi capelli e le pieghe delsuo gonnellinomi affissava coi suoi grand'occhi - erano tutt'altriocchi che quelli lampeggianti ebbrezze e seduzioni mentite cheavevano sconvolto la mia ragione; ma ci era un'aria d'insistente equasi ingenua curiosità ch'era stranissima.

"Rientro in iscena" disse vivamente estendendoci le due mani nello stesso tempo. "Mi rincresce nonpotermi fermare più a lungo. Ma spero che il signore vorràfarmi il piacere di venirmi a trovare..."

Ci sorrise e con la vivacità piena di graziaspinse all'indietro colle due mani quel fiocco di velo che formava ilsuo gonnellino; riprese come una maschera il suo sorriso e disparve.

Rimanevo tristamente là dov'erano svanite lemie illusioni.

"Che te ne sembra?" domandòGiorgio.

"In fede mia... non valeva proprio la pena divenir qui a sciupare i bei frutti delle mie tre lire!"

"Che bel matto! Avresti voluto essere accoltocon una piroetta? E credi forse che la prima ballerina della Pergolanon debba far altro che sorrisi convenzionali e gesti aggraziati?Puoi essere ben contentogiacché ti ha invitato ad andarla atrovare..."

"Ohgrazie!"

"Saresti capace di non andarci!"

"Tanto capace che non ci andrò."

"Ehvia! cotesto si chiama viver nellenuvole!..."

"Lasciami pure le mie nuvole così belleperché tutto il resto è così brutto!"

"Amen!" rispose Giorgio in tono derisorio."Non te le invidieròdi certo!"

"Anzi" avevo detto a Giorgio un altrogiorno"voglio tornare a vederlacotesta sirena che abbagliala ragione collo scintillare delle sue pagliuzze doratee che irritai sensi colle sue vesti vaporoseche mette la febbre nel sangueefa scrivere appendici ridicole. Voglio ridere di me anch'iogiacchéne hanno riso gli altrie lei per la prima."

"Si direbbe che nella tua ironia c'èmolta amarezza!"

"No! c'è del dispetto!... C'è ildispetto di aver visto il mio cuore ginocchioni davanti a cotesta deache si allaccia le scarpe come l'ultima donnicciuola..."

Giorgio quest'altra volta era accanto a meinteatroe guardava cogli occhi spalancati quella donna circondatadagli stessi splendorie irradiante le medesime ebbrezze. E arispondere colla sua ammirazione al mio sarcasmoesclamava quasi frasé: "Perdio!... com'è bella!..."

"Oh! Sì! Sì! Ed è qualcosache irritache fa dispettoquesta bellezza alla cui presenza ilcuore si contorce di spasimo e la ragione diventa vigliaccacotestaprofanazione del bello chesorridente e non curantecalpesta collesue scarpine di raso tutto quello che abbiamo creduto puro e santo -la donnal'amorel'ideale. - Vediessa mi ha messo la febbre nelsangueed io mi sento come schiaffeggiato."

"Mio caro" esclamò Giorgio uscendofuori dai gangheri "qualche volta io credo che tutte le nostrecreazioni rachitiche non valgano un capello della schietta bellezzafisica."

"Ah! sìper esempio cotesta vale trelire."

"Oh!"

"Sìella vende per tre lire le suespalleil suo senole menzogne dei suoi sguardii baci del suosorrisoil suo pudoreper tre lirea mea tea quel grassosignore con l'occhio imbambolato dal vinoa quel giovane che legetta in faccia i suoi sozzi desideri con esclamazioni da trivioaquell'elegante annoiato che fissa su lei il suo occhialino distrattodal fondo del suo palchettoa quella signora che non si fa pagare laseminuditàma che la guarda con disprezzo. Tutto ciònon vale che tre lire; ella ebbraprocacein mezzo a gente che hala testa a segnoe qualche volta il sorriso o la curiositàinsultante!... Nelle medesime condizioni la cortigiana ha su di leiil vantaggio di aver di faccia un uomo abbietto e ridicolo del pari."

"Essa ha udito tutto quello che hai detto dilei!" rispose ridendo Giorgio che da qualche istante non mi davapiù retta.

Io trasaliispiegamene tu il motivose puoi.

"Davvero?" esclamai come se fosse statopossibile.

"Sì. Non vedi come ci guarda?"

Allora mi accorsi che la mia sorpresa e la miacredulità erano ridicolee giacché mi sentivoumiliatosenza saperne il perchéammutolii.

Giorgio era partito prima di me. Quando fui peruscire mi si avvicinò un inserviente del teatro e mi porse unbiglietto.

"A me?" esclamai sorpreso.

"Sissignoremi fu ben indicato."

"Da chi?"

"Dalla signora Eva."

"Eh?!..."

"Che l'aspetti nel vestibolo. Verrà framezz'ora."

La mia sorpresa era tale che non potei metter fuoriuna sola delle interrogazioni che mi si affollavano in mente.

Apersi il biglietto e lessi:

" Non siete venuto: perché? Se voleteaccompagnarmi dopo il balloaspettatemi nel vestibolo. "

Rimanevo come sbalordito dalla sorpresaleggendo erileggendo quelle due o tre righesentendomi serpeggiare fiammeignote per le veneprovando improvvisi ed inesplicabili turbamenti.Gli spettatorigli artistigli impiegati del teatro erano tuttipartiti gli uni dopo gli altri; i lumi erano stati spenti; nonrimaneva che qualche fiammella di gas per i corridoie il lampionedi un fiacre che si riverberava sull'invetriata del vestibolo. Avraiosservato come in certi momenti eccezionali un oggetto insignificanteassorbisca tutta la nostra attenzione e s'inchiodi nel nostrocervello. - Quel lume che brillava al di fuori esercitava una speciedi fascino sui miei occhie sembrava mi penetrasse sino al cuore conun raggio di fuoco. Non sapevo da qual parte ella sarebbe venutaeal menomo rumore che udivo su per le scale o pei corridoi il sanguemi si rimescolava tutto. Venti volte provai una gran tentazione discappar via. Avevo pauraecco!

Udii un leggero fruscio di seta dietro a me; uscìdall'ombra di un corridoio una donna tutta infagottata nelle sciarpenelle pelliccee col velo sul viso. Attraversò quasi correndoil vestibolo; passò la sua mano sotto il mio bracciosenzadirmi una sola parola; spinse l'uscialee mentre raccoglieva lostrascico della veste per montare in carrozzami disse con vocesoffocata sotto il cappuccio e il velo: "Venite."

Appena fui seduto al suo fianco calò ilcristallosporse il viso in fuoried ordinò al cocchiere:

"Ai colli."

Poscia sollevò il cappuccio che le veniva finsugli occhigettò il suo velo all'indietroe si volse aguardarmi fissosenza dir mottocon un'aria di curiositàinsistentee quasi fanciullesca. Erasi sdraiata in un angolo dellegnocol capo rivolto dalla mia parte. Sembrava assai stancaefaceva scorrere quell'occhio curioso su tutta la mia personadalcapo alle piante.

A un tratto si rizzò sulla vitae mi domandòsemplicemente:

"Come vi chiamate?"

"Enrico Lanti."

"Quanti anni avete?"

"Venticinque."

"Siete da molto tempo in Firenze?"

"Noda due mesi."

"Ci resterete ancora del tempo?"

"Tre o quattro anni."

"Io partirò in giugno" mi disse conuna lieve tinta d'ingenua malinconia.

Aveva la voce sonoradi quella sonorità ch'èdolce come una musica.

E s'abbandonò sui cusciniappoggiò latesta all'indietro e chiuse gli occhi. Sembrava che dormisse.

La notte era tiepida e rischiarata da un bel lume diluna. Sentivo accanto a me quel respiro lievissimo come quello di unabambina; di quando in quandoa seconda delle svolte che faceva illegnoun raggio di luna passava dallo sportello e gettava deicapricciosi chiaroscuri su quel viso così bianco da sembrarediafanosu cui svolazzavano pel vento che veniva dal di fuorialcuni ricci biondi così fini e leggieri che sembravano dellevaporose piccole ombre cinerine. Credevo di sognare. Ero proprio io!dentro quel legnetto! Sotto quel mucchio di velluto e di seta che eraproprio lei!

"Perdonatemi" mi disse elladopo alcuniminuti di silenziosenza neanche aprire gli occhi. "Sono moltostanca! E tutte le sere di solito mi riposo così un pochino."

E siccome volevo rialzare il cristallo che avevalasciato apertomi disse:

"Lasciatelo così. La sera èbella!"

"Ma vi farà male."

"Noanzi!"

Sporse la testa fuori dello sportello e respiròcon forza.

"Mio Diocome fa bene!"

E rimase immobileguardando lungamente al di fuori.

A un tratto si volse verso di mee mi disse quasibruscamente:

"Perché non siete venuto a trovarmi?"

Ero imbarazzato a rispondereed ella seguitòsenza attendere la mia risposta:

"Siete poeta?"

"Nosono pittore."

"E' lo stessosiete artista!" mormoròe mi affissò a lungo coi suoi grand'occhi lucenti; cosìa lungo che il mio imbarazzo si faceva visibile. "Voi non miavete trovato più così bellada vicino!..."esclamò con tutta naturalezzarompendo improvvisamente quelsilenzio che mi sembrava eternobenché non durasse da duesecondi. "Ohnon mi dite nulla!..." soggiunse con ungrazioso movimento del capo. "E' così!"

E si tacque nuovamenteguardò al di fuorisi passò a più riprese le mani su quei ricci ribelliedi quando in quando mi affissava sempre con quello sguardoinsistente.

"Di dove siete?" mi domandò.

"Son siciliano."

"E' assai lontana la Sicilia?"

"Sì."

"Più lontana di Napoli?"

"Sì."

"Avete visto il San Carlo di Napoli?"

"No."

"Io ci andrò forse in dicembre."

Era una conversazione bizzarrain cui le paroleavevano tutt'altro significatoe nell'accento della voce erravanocerti suoni che ricercavano le più intime fibre del cuore.

"E' vero che i siciliani sieno gelosi?" midomandò dopo qualche istante.

"Nè più nè meno deglialtri."

"Voi non siete geloso?"

"Non lo sono mai stato."

"Non avete mai amato?"

"No."

"Giammai?"

"Giammai."Mi affissò alcuni istantie riprese:

"Siete innamorato dell'arte vostra?"

"Sì."

"Come di una donna?"

"Come di una donna."

"Come lo sapete se non avete mai provatol'amore della donna?"

Parve sorpresa ella stessa della sua scappataesoggiunsequasi per non darmi il tempo di rispondere:

"Come siete fatti voi altri artisti!"

Nuovo silenziooscillante di vibrazioni arcaneepieno di turbamenti misteriosi.

"Ho conosciuto molta gentema non un artista"soggiunse. "Dicono che sono così matti! Vi ho guardatocon curiosità per questo. Ve ne siete accorto?"

"Sì."

"Ma non ho visto nulla! Vi credo troppo superbiper lasciarvi scorgere... Avrei una grande curiosità dileggervi in cuore le vostre stranezze. Vi guardo quasi come unanimale curioso."

E rideva schiettaingenuascoprendo i suoi piccolidentibianchi e lucidi.

"Quasi vi faccio paura?" le dissi ridendo.

"No!... no!..." rispose stringendomi lamano. "Siete stato così buono verso di me!"

Sembrò esitare qualche istanteeall'improvviso mi disse con vivacità:

"Ditemelo francamente: voi altri non vi montatela testa da per voi quando pensate tante belle cose di una donna?"

"No."

"Davvero?"

"Davvero."

"Ahcom'è bello quello che avetescritto di me!" esclamò battendo le mani con ariainfantile. "M'ha fatto tanto piacere!"

La sua vanità era così sinceracosìingenuadireich'era quasi commovente. Abbandonava fra le mie lasua mano senza guantoquella piccola mano affilatatiepidacollapelle fine come il raso.

"Che sciocca sono stata a farmi vedere da voitra le scene!" soggiunse. "Non me lo sono mai perdonato! Lacolpa è mia. Vi ho letto in cuore come su di un libroaperto..."

Mi strinse la manoper proibirmi di rispondere;mise la testa fuori lo sportello e soggiunse come parlando a sestessa:

"Rincresce davvero l'aver sciupate certeillusioni... Anche delle illusioni!..."

"Guardate!" esclamò con infantilevivacità poco dopotirandomi per la mano. "Guardatecom'è bello!"

Misi anch'io la testa fuori dello sportello. Illegno correva pei deliziosi viali dei Colli. L'alito di lei mi sfioròil visoe un brusco movimento della carrozza spinse il suo volto sulmio.

"Oh!" esclamò sorridendo earrossendoe buttandosi vivamente indietro. "Che bella sera!Vogliamo scendere?"

Saltò a terra leggiera come un uccellettoesiccome la notte era freddinasi strinse al mio braccio.

"Che bel freddo!" esclamò ridendo erabbrividendo con tanta grazia che mi comunicò il brividodelle sue membra. "Corriamo!"

E corremmo come due fanciulliella posando appena isuoi piedini sul suolocompiacendosi del fruscio della sua vesteetirandosi sul viso il mantello che il vento gonfiava.

"Ohcom'è bello!" esclamava quandonon tremava dal freddo. "Oh! che bella sera!"

Quando fummo di nuovo in carrozza ella chiuse tuttii cristallie si rannicchiò in un angolo del legno tremando eridendo a sbalzi: "Accostatevi di più" mi disse; "hofreddo."

Le misi un cuscino sotto i piedie il paletòsui ginocchi.

"Ma voi avrete freddo!" diss'ella."Facciamo a metà."

Tirò indietro i suoi piedinie gettòsulle mie spalle metà del suo mantello di velluto.

"Eccovi metà del manicotto"soggiunse."Avete le mani gelate! Che piccole mani che avetesignore!"

E poscia con un sospiro tutto gaio: "Ah come sista bene così!"

Sentivo il suo corpicino delicatotremanteraggomitolato in un cantuccioe che mi mandava sul viso il suo alitotiepido e profumato.

"Che avete che non parlate?" mi disse dopoun breve silenzio.

"Nulla."

"Siete contento di questa passeggiata?"

"Sì."

"Anch'io!" esclamòe un istantedopocon quella sua bizzarra mobilità di pensiero: "Fateanche dei ritratti?"

"Sì."

"Volete fare il mio?"

"Sì"

"Mi farete bella?"

"Come siete."

"Vi piaccio?"

"Assai!"

"Anche voi mi piacete."

Tutto ciò con tal franchezza e tal semplicitàcome se fossimo fratello e sorellao forse la cosa piùnaturale di questo mondo.

"Ebbeneche fate adesso?" mi dissevedendomi sedere di faccia a lei.

"Ho bisogno di guardarvi in faccia!..."

Ella sorrise dolcementecon quello stesso sorrisodi piena e schietta ingenuitàpiegò la testaall'indietrosocchiuse gli occhischiuse le labbra senza far motto.

E piovvero da tutta la sua persona su di me le sueemanazioni inebbrianti.

Poscia scoppiò a ridere allegramente: "Oh!che matti! che matti!... ma pure è una gran felicitàesser matti di tanto in tanto!... Quanta noia in tutto il resto!"

"Anche il teatro?" domandai.

"Ohsoprattutto il teatro."

"Allora perché non lo lasciate?"

Ella mi guardò sorpresacon quei suoigrand'occhi spalancati da bambinae mi disse ingenuamente:

"Ma è il mio mestieresignore!"

"Ah!"

"E poi ci sono anche dei bei momenti."

"Gli applausi?"

"Sì... in mezzo a tutti quei lumiequella musicae quegli entusiasmi... e si sente bella..."

"Si sente?"

"Sìproprio! Da principio anche cotestofa una certa paura... a trovarsi così bella e così pocovestita sotto tutti quegli occhialetti che luccicano... E' qualcosache fa piacere e fa soffrire. Poscia quei sorrisiquegli occhiquelle gridaquelle mani inguantate che si sporgono fuori deipalchimontano alla testa come una febbre... E poi c'è ancheuna grande soddisfazione d'amor proprio."

"Quale?"

"Quelle di sentirci dire da tanti signorieleganti che siamo più belle di quelle gran dame superbe checi guardano sdegnosamente come cagnolini ammaestrati."

"Ah! le visite sul palcoscenico?"

"Sìe anche in casa."

"Vi piacciono?"

"Sìce ne sono di quelle che piacciono"

Diceva tutto questo guardandomi tranquillamentenegli occhicon una grand'aria di semplicità e dinaturalezza.

"Che cosa avete che non dite più nulla?"

"Proprio nulla."

"Vi dispiace che vi abbia detto queste cose?"

"Ohno!"

"Poiché fra le visite che mi piaccionoc'è anche la vostra. E' vero che non me ne avete fattema mene farete."

"Ohno."

"Come no?! Perché?"

Ella aspettò lungamente la mia rispostaeriprese con la voce dolce ed il fare insinuante di un bambino cheteme di aver torto:

"Ma se chiudo la porta in faccia a tutti queisignori sarò fischiata... E allora a voi per primo nonsembrerò più bella..."

C'era una sinceritàtale accento di veritànella sua voceche non seppi che cosa rispondere aquell'osservazione di cui la cruda verità mi spezzava ilcuore. Anche lei s'era fatta pensosae teneva il capo chino fra lemani.

La carrozza si fermò. Essa mise fuori il capodallo sportello e mormorò: "Diggià!"

"Volete tirare il campanello del primo piano?"mi disse.

Al primo piano c'erano le finestre illuminate.

"C'è gente da voi!"

"Sì" mi rispose semplicemente eprese la mia mano.

Si era fatta improvvisamente triste. Erano le duedel mattino; la carrozza era partita; la strada era deserta evivamente rischiarata dalla luna. Eravamo solidavanti a quellaportacome un commesso ed una sartina che fanno all'amore dinascosto.

"Verrete a trovami?" domandò.

"Forse."

"Perché forse? Non potetepromettermelo?"

"Temerei di mancare."

"Ah! temete diggià di mancare!"

Mi scosse la manodopo un breve silenzioe ripetécon voce quasi supplichevole:

"Venite a trovarmi!"

"Verrò."

"Ah! bravo così! Domani?"

"Domani."

"Verrete a prendermi dopo il ballo?"

"Se lo volete..."

"Ma non lo voglio! Mi fareste un piacereecco!"

"Ebbenesì!"

"Arrivedercidunque."

E scomparve nell'andito. Avevo fatto una ventina dipassi quando udii che mi chiamava per nome. Era la prima volta cheudivo il mio nome in bocca suae mi parve che mi mescolasse tutto ilsangue. Mi volsi - era ancora sulla soglia - e la luna l'irradiavatutta.

"Dove abitate?" mi domandòsemplicemente.

"In Santo Spirito." E le dissi anche ilnumero.

"Che piano?"

"Il terzol'ultimo."

"Buona sera!" e stavolta partìdavvero.

Rimanevo estaticocome inchiodato davanti a quellaportarespirando l'aria fredda della notte a pieni polmoni. Sentivoun'esuberanza di vita quasi dolorosache mi dilatava e mi comprimevail cuore a vicenda. Mi pareva che ella dovesse guardarmi dietro ivetrie quelle finestre illuminatedinanzi alle quali passavanotutt'altre ombre che la suami abbacinavano gli occhi. Sierogeloso di quegli uomini che l'aspettavano in casa suaalle due delmattinoe li vedevo belliorgogliosi e sorridentirubarmi le sueparolela sua vistae la felicità. Vidi come un balenodell'avvenire; mi trovai poverosolomeschinoridicoloabbandonato su quella sogliatremante di freddo e divoratodall'invidia! Che cos'ero io per disputare quella donna a quegliuomini felici? Provai dispettovergognagelosia rabbiosa; sentiiche la vertigine di quella sera mi strappava violentemente da tuttele mie affezionie mi gettava nell'ignoto. Ebbi paurae l'orgogliomi diede la forza di giurare che mai più avrei riveduto quelladonnala quale si sarebbe vergognata di confessare il suo amore perme.

Non dirò che quel giuramento non mi costassee molto; ma ebbi la forza di mantenerlo - per invidiaper dispettoper orgoglioper gelosia... non lo so...

Il giorno doponell'ora in cui avevo promesso diandarla a trovarecombattei una lotta terribile. Venti volte fui sulpunto di usciredi correre a buttarmi ai suoi piedi. Mi afferrai adue mani a tutte le mie più dispettose passionie non mimossi... e se piangevo ero felice che nessuno mi vedesse piangere.

Così suonò un'ora. Allora respirai conforzacome se avessi superato una gran prova.

Faceva freddo. Di fuori un vento impetuoso scuotevai vetrie gemeva per le strette viuzze di oltr’Arno. Guardavo irari fiocchi di neve che svolazzavano sui vetrie pensavo alla miafamiglia lontanae a tutte le tranquille gioie che avevo abbandonatoper correre dietro a larve affascinanti. Mi sentivo invadere da centoispirazioni giganteschee sognavo tutte le ebbrezze della gloria.

All'improvviso fu suonato violentemente all'uscio.Saltai sulla seggiola come se il filo del campanello fosse statoattaccato al mio cuore. Presi un lume e andai ad aprire tuttotremantecome se attendessi una disgrazia... Indietreggiaistupefatto.

Era Evatutta imbacuccatapallida e tremante dalfreddoche mi guardava con certi occhi dove avrei giurato che cifossero delle lagrime.

Mi aspettavo rimproveriscene drammatiche; nulla ditutto ciò. Ella entròsedette accanto al caminospentoe mi disse tranquillamente:

"Non siete venuto!"

"Voi!"

Ella sorrise dolcemente. Aveva gli stivalini tutticoperti di neve.

"Siete venuta a piedi?"

"Sì."

"Perché?"

"Non so. Avevo bisogno di farmi perdonarel'altra sera."

E si sforzava di non tremaredi non farscricchiolare i suoi dentinicome se avesse temuto di rimproverarmiil freddo glaciale che regnava nella mia cameretta. Sebbene cotestadelicatezza mi commovesseio ero tutto vergognosopel mio caminospentopei miei mobili più che modestie pel mio vecchiomantello che avevo gettato su di una seggiola.

Ruppi il cavalletto e accesi il fuoco nel camino.

Ella sorrise; aveva la labbra violette e stese lemanine tremanti sulla fiamma che le rendeva quasi trasparenti.

"Oh! che bel fuoco!" ripeteva.

Io m'inginocchiai ai suoi piedi; asciugai i suoistivalini con un lembo del mio mantelloe poscia glielo stesi sottoi piedi a guisa di tappeto. Ella mi lasciava fareridendo come unabambina; guardava all'intorno con curiositàe mi sembrava chein cotesta curiositàcosì espressanon ci fosse piùnulla di mortificante pel mio amor proprio.

"E' la vostra camera?" mi domandò.

"Sì."

"Come siete felici voi altri artisti!... Quantibei sogni dovete aver fatto fra queste pareti."

Oh! il bel sogno ch'era la sua leggiadra figurinacol sorriso dolcegli occhi umidile bianche mani incrociate sulleginocchiae la veste bruna che si piegava mollemente sulla suapersona come carezzandolalàin quel povero angolo della miacamerucciailluminata dalla fiamma del mio camino!

Ella aveva capricci improvvisibizzarridietro aiquali si smarriva volentieri il proprio buon senso come dietro alsorriso di un bambino. "Fatemi vedere!" disse. E si mise arovistare in tutti gli angoliin tutti i miei disegniin tutti imiei cartoniponendo tutto sottosoprascappando in mille ingenueesclamazionifacendomi mille domande prive di senso e piene digrazia. "Oh! bello!" e seguitava a metter tutto sossoprabattendo le mani dinanzi alle mie tele.

"Come fate a creare tante belle cose?" midomandòfacendosi seria - e senza aspettare la mia risposta:"Regalatemene una."

"Scegliete voi stessa."

"Datemi quel paesaggio. E' una spiaggia dimare?"

"Sono i Ciclopi."

"Che cosa sono i Ciclopi?"

"Si chiamano così certi scogligiganteschi sulla spiaggia di Aci-Trezza."

"In Sicilia?"

"Sì."

"Ohcome sono belli!"

Prese un pennello e sul margine della tela scrisse:

" Eva - 22 Marzo ".

"Così ci avrò lavorato anch'io!"aggiunse con quel sorriso vago.

E poifacendosi seria:

"Voi altri dovete trovare un paradiso da pertutto."

Girò all'intorno uno sguardo sorridente eriprese:

"Son contenta di essere venuta. Così hovisto il vostro nido."

Il suo sguardo cadde sul modesto lettuccioesorrise vagamente senza dir motto. Poi tornò a sedersi accantoal fuococon un atto di dimistichezza carezzevolee soggiunseguardandomi fisso:

"Sìson contenta di esser venuta; ma miavete pur dato un grande dispiacere!"

"Perdonatemi!"

"Ohnon ho nulla da perdonarvi! Non vi honemmeno domandato perché non siate venuto. Quando non vi hovistoall'uscire dal teatroho subito indovinato il motivo che vifaceva mancare alla vostra promessa... e son venuta."

Mi stese le manimi guardò negli occhisorridendoe soggiunse:

"Siete ancora geloso?"

"Oh..."

"Mi amate molto?"

"Mi par d'impazzire."

"Molti mi hanno detto la stessa cosa."

"OhEva!... perché mi dite questo?"

"Ma a voi vi credo. Dovete amarmi così!OhDio mio! com'è bello essere amata così! Ho dovutopiacervi molto per farvi pensare di me a quel modo... Se sapeste checos'è per una donna il sapere di aver tanto piaciuto! Quantodurerà questa impressione in voi? Chi lo sa! Ma non importa.E' pur dolce l'averla destataanche per un momento solo. Anch'io viamo."

"Voi! voi!"

"Sìvi amo perché vi piacciotanto."

Mi guardava con tanta serenitàche quellesemplici parole avevano un senso affascinante.

"E poiin questo momentoanche voi mipiacete."

<Ah! in questo momento!..."

"Sìmio Dio!... bisogna mentire perfarvi piacere! Con voi credevo che potessi aprire il cuoreschiettamente. Potreste giurare che mi amerete sempre come oggi?"

"Sì! ohsì!"

"Fanciullo!" esclamò essa con untriste sorriso"Quanti me lo hanno detto!"

"Non mi parlate in tal modoEva!"

"Che v'importase in questo momento non amoche voi! Mi crederete almenogiacché sono così franca!Sìsarà un capricciosarà una pazzia. - Vi amoperché siete ingenuoperché non siete riccoperchénon siete eleganteperché avete in cuore tutte le folliedell'arteperché mi guardate con quegli occhie anch'iodivento come voinon mi riconosco più! - Ecco perchévi amo. Domani forse mi piacerà di più la cravatta diun bel giovanecome a voi piaceranno le mani rosse di una sartina.Avremmo avuto torto per ciò di godere insieme questo momentodi felicità? O saremmo più stimabili se mentissimo oggicon promesse per mentirci ancora domani con menzogne? Io ne ho amatitanti! Anche voi chissà quante donne avete amato! Oggi mipiacetevi piaccioe son felice di dirveloecco! Domani... Chi losa il domani? Dunque vedete che se vi parlo con tanta franchezzaavete torto di essere geloso."

C'era tanta sinceritàdirei tanto cuoreinquelle cose dureche le rendeva affascinanti. Avrei potuto farmisaltare le cervellama non avrei potuto abbandonare la mano diquella donna che mi diceva di amarmi in tal modofacendomiindovinare il giorno in cui non mi avrebbe più amato.

Ella era seduta di faccia a medinanzi al caminoequasi le nostra ginocchia si toccavano; teneva le mani nelle mie e isuoi piccoli polsi bianchi e rotondi uscivano fuori dalle trine dellemaniche; mi guardava sorridentefiduciosacon abbandonofelice diespandersi così sinceramentee di parlarmi col suo cuorepovera e modesta come me. Ella mi disse anche:

"Vedete che vi amo davverose ve lo dico quiquasi al buiocosì infagottatasenza che possiate trovarmibella..."

Il fuoco s'era spento. Ella s'inginocchiòdinanzi al camino - ella sì elegantesì delicatacheavevo vista circondata di tutti gli splendori del lusso -s'inginocchiò dinanzi al mio povero caminoaffumicato e pienodi ceneree cercò di rianimare le poche braci. Io andavoattorno per vedere che cosa potessi sacrificare al gran freddo chefaceva. Ella si avvide del mio imbarazzo e mi disse:

"Vogliamo andare a prendere il thè?"

"Dove?"

"A casa mia."

"Ma come? a piedi?"

"A piedicome due scampati. Voi mi darete ilvostro mantello."

"Andiamo."

Faceva un freddo di gennaio; le strade erano tuttebianche di neve; ella tremava. Allorché fummo in piazzad'Azeglioil mio primo sguardo cadde su quelle finestre del primopiano ancora illuminate. Ella che si stringeva al mio bracciolosentì trasaliree lo premette leggermente come per attaccarsia me.

"Non ci ho colpavi giuro!" esclamòcon voce supplichevole. "Speravo che a quest'ora fosseropartiti!..."

Mi prese per manocome un bambinoe mi fecesalirle scale appresso a lei.

"Zitto!" mi sussurrò all'orecchio."Non voglio che vi vedano; spegnete il gas."

Io girai la chiavetta. Eravamo al buioe sentivo ilprofumo del suo fazzolettoil soffio del suo respiro. Essa cercòtastoni il campanello e suonò quasi timidamente. Venne adaprire una leggiadra cameriera. Eva le disse all'orecchio qualcheparolami spinse in un anditoe scomparve senza far rumore da unaltro uscio a vetri.

La cameriera mi fece entrare in una stanza da lettodebolmente illuminatae scomparve anche lei.

La camera era piccola e imbottita di seta biancacome un elegante scatolino. In un canto c'era un letto tutto velatodi trinecon certe cortine diafane che sembravano i vapori di unsogno d'amoree lasciavano trasparire certe coperte color di rosadi cui la seta doveva carezzare l'epidermidee nascondere nelle suepieghe scrosci di risa soffocatedi palpiti virginei. C'era unprofumo singolare in quella cameraun profumo di cosa vivaunprofumo di donna e di donna amante. C'erano in tutti gli angoli queipiccoli oggetti che luccicano e che hanno forme e colori leggiadri.C'erano negli specchi come il riflesso di chiome biondecome illampo di occhi lucenti e di sorrisi giovanili; vi si riverberavanoombre leggierecolori delicati; il moto dell'orologio erasilenzioso; il tappeto era spessobianco e carezzava i piedi.

Nell'altra stanza si udivano voci di uominie ditanto in tanto delle risa allegre. Si udì anche per qualcheistante il suono del pianofortee ad intervalli la voce di Evafrescaspensieratagiuliva. Poi si udì un rumore di tazzemosse.

Improvvisamente una luce più viva invase lacamera ed entrò Eva.

Ella corse verso di me; mi afferròimprovvisamente il caposenza dire una sola parolae mi diede unbacio.

"Ecco il tuo thè!" mi disse.

E quand'io la baciavoquand'io la soffocavo dicarezze delirantiella metteva un piccolo grido: un grido pienod'amore e di voluttà.

"Ahi! mi fate male!"

Si svincolò ridendo dalle mia braccia; miguardò fissocon quegli ardori negli occhistendendo le maniper tenermi discosto ed esclamò:

"Come sei bello! Come devi amare tu! Vieni!"soggiunse sottovoceprendendomi per la mano. "Zitto! vieni quiaccanto a me!"

Lisciava i miei baffiarruffava i miei capelli e liintrecciava coi suoimi prendeva la testa fra la mani per guardarmia lungo negli occhie mormorava:

"Bambino! bambino mio bello!"

Ad un tratto si fece seria; mi affissò concerti occhi attonitie mi disse:

"Mi pare di amarti davveroguarda!"

Saltò dalle mia ginocchia come un uccellocorse all'uscio e girò la chiave.

"Buona nottesignori!" disseevolgendosi verso di mecon uno scroscio di riso infantile: "Seci vedessero!"

Si udì uno scoppio di voci e direcriminazioni al di là dell'uscio.

"Ho sonno!" ripeté Eva"Buonanotte!"

"Che imbecilli!" soggiunse poi "sicredono in diritto di annoiarmi anche quando sono felice!"

Stette ad ascoltaree ripigliò dopo alcuniistanti:

"Se ne vanno; finalmente! Verrai domaninon èvero?"

"Sì."

"Alla stessa orami aspetterai in teatro?"

"Sì."

"Anzifai così: m'aspetterai in fiacrein piazza Santa Maria Nuova. Verrò a trovarti io stessa.Prendi il fiacre numero nove; è la data del giorno in cui mihai conosciuta. Ora che farai?"

"Come vuoi ch'io te lo dica se non lo so... senon ho più la testase ho la febbre!...>

Ella aveva i capelli scioltie me ne sferzava ilviso con certi movimenti felini. "Ebbene" mi disse"sehai la febbre vai a casa."

"Nostarò a vederti dormire."

"Eh?!"

"Starò a guardare le tue finestre dallaviae ti vedrò dormire."

Ella sorrise in modo inesprimibilee mi avventòun bacio come un morso.

"Birbone!"

Scostò colle sue mani i capelli dalla miafronte; mi guardò con certi lampi abbaglianti negli occhi - miguardò a lungo cosìtenendomi la fronte fra le mani -e posciacome rispondendo a se stessa:

"Vattene!" mi disse "vattene!" Enon mi lasciavae sporgeva verso le mie le sue labbra sitibondeechiudeva gli occhi.

Mi richiamò di nuovoquand'ero sulla sogliadell'uscio. "Dammi qualche cosa di tuo" mi disse; "dammiil tuo fazzoletto."

E poscia un'altra volta:

"Aspetta! Voglio che anche tu pensi a me."

Si staccò dal seno uno spillo d'oroe mipunse leggermente sulla mano.

"Bravo!" esclamò dandovi su unbacio. "Ora vattene. Addio!"

Attraversai l'andito al buioe andavo tastandotutte le serrature dell'usciosenza trovar modo di aprirle.

Al di là dell'altro uscio udivo un fruscio divesti e di passicome se Eva andasse e venisse per la camera. Questasituazione si prolungava e cominciava a farsi imbarazzante. Nonpotevo tornare indietroe non potevo chiamare la cameriera. Tutt'aun tratto udii uno scoppio di risa frescogaioargentino - unoscoppio di risa che mi chiamava per nomee comprendeva tutte le miefollie. Mi trovainon so comesull'uscio della sua camera; sollevaila portierae vidi quella leggiadra testolina che si affacciava frale cortine del letto incorniciata dai biondi capelli e dai candidimerletti - saettandomi il delirio del suo sorrisole ebbrezze deisuoi sguardie il fascino del suo silenzio.

Io non saprei dirti quanto durasse cotesto sognofebbrilee quello ch'io vi provassi. Avevo in seno tutte le gioietutti gli entusiasmitutte le frenesie... e mi soffocavano.Sembravami che il cuore mi si dilatasse talmenteper tanta piena diaffettiche il mio petto non bastasse a contenerlo. Provavo nellostesso tempo tal fastidio di metal rimorsocome un dolorepungente. Sentivo che ero tremendamente felice. Passavo i giornisognando ad occhi apertialla finestrao presso il caminoogironzolando per le vie - senza vederesenza udiresenza pensare -e la notte divoravo avidamente tutte le ebbrezze. Partivo da leiall'albadi nascostocome un ladro che ha rubato il paradiso.

Provavo sgomenti inesplicabili; di tratto in trattoil cuore mi palpitava di gioie improvviseacri e dolorose; sentivoarcane e infinite ispirazioni artistiche che non avrei neppuretentato di esprimeree impotenze desolanti.

Ella mi amava veramente. Quell'amore saràstato un capriccioma in quel momento era sincero. Le arrecavo paurae diletto. Delle volte mi guardava timidamentee all'improvviso misaltava al colloebbra anch'essa d'amore. Aveva certe stranecuriosità di sapere come fosse fatto il mio cuore che l'amavain tal modo. Mi chiudeva gli occhi con le manimetteva la sua boccanella mia per sentire come fosse caldo il mio alitoed appoggiaval'orecchio sul mio cuore per udire come battesse. Mi voltava erivoltava in tutti i sensiscomponeva i miei capellie quandol'affissavo a lungo negli occhili chiudeva con un piccolo grido dipaura.

"Se avessi saputo di doverti amare così"mi diceva"non ti avrei più cercato. Mi fai male!"

Delle volte voleva che le suonassi al pianoforte lamusica dei suoi ballied ella mi appariva improvvisamente dinanzinel suo leggiadro costumee spiegava intorno a me tutte le seduzioni- per me! per me solo! - il sorriso inebbriantegli sguardi pieni dipromessei capelli discioltiil seno palpitante... E tutte le voltefiniva saltandomi sulle ginocchiae annegandomi in un'onda di velo.

"Come ti amo!" mi diceva. "Come tiamo!"

Un giorno mi dissequasi paurosa:

"Come farò a non amarti più?"

E un'altra volta:

"Sai ch'è più di un mese che tiamo così!"

Erano esclamazioni di una commovente ingenuitàma mi arrecavano aspri dolori.

"Non mi amerai sempre così?" ledissi.

"Ohsempre!" mormorò con mestizia."Neanche tu m'amerai sempre così!"

In cotesto delirioche si prolungava tantocapiraiche il mio tenore di vita era molto cambiato. Non lavoravo piùnon ricevevo più nessunonon scrivevo più nemmeno allamia famigliatranne delle brevissime letteread uso telegrammaetutte le volte per chiedere denaro.

Non puoi immaginare come una tal passione siadivorante per uno che si trovi nella mia disgraziata condizioneecome divori specialmente il denaroch'è la cosa piùpreziosa. Io non spendevo un soldo per Evanemmeno per regalarle unmazzolino di violema provavo mille nuovi bisogni: avevo comperatodegli abiti nuoviavevo bisogno di essere elegantedi lavarmi lemani con acqua di Coloniadi essere ben alloggiatodi desinare daDoneydi portar dei guanti - e tutti questi nonnulla sonoenormemente dispendiosi per un pensionato del Comune a centocinquantalire.

Ohimè! Vorrei credere che fossi pazzoperchéfui assai vigliaccoperché fui infame. Io divenni esigentesino all'impossibile verso la mia povera famiglia - fino a strapparleil necessario per comprarmi delle cravatte. - Non scrivevo altro cheper chiedere denaroe mentivo anche l'affezione! Ohmia poveramamma! Ohpadre mio!... e non arrossivo allorché vedevogiungere quel denaro che costava tanti stenti ai miei genitori! No!Non arrossivo! - E allorché le mie richieste si fecero piùfrequentipiù insistentividi le lagrime di mia madrelosconforto di mio padre per non potermi mandare più nulla - enon provai altro dolore che la paura di rimanere senza quattrini - enon esitaino! ad abusare dell'inesauribile affetto paternofingendomi ammalatoe scrivendo di aver bisogno di denaro a ognicosto - e non pensai al dolore immensoalle ansie morali dei mieigenitori che per specularci sopra... Ah! cos'ero divenutomioDio!... dove avevo la testa? che se n'era fatto del mio cuore?

Non pensai neanche a morire; non pensai a buttarmiin Arno - avevo bisogno di vivere.

La risposta non si fece attendere. Ricevetti unvaglia di centoventicinque lire e una lettera che mi avrebbe laceratoil cuore se non l'avessi avuto di pietra. Mia madre ci aveva aggiuntoi suoi scarabocchi e li aveva inzuppati di lagrime; mio padre miscongiurava di vendere tutto quello che possedevose quei denari nonmi fossero bastati per fare il viaggioe di ritornarmene a casagiacché non poteva mandarmi più nulla.

Riscossi il vaglia e lacerai la lettera.

Ero malatonon è vero? Avevo un'orribilemalattia di cervello o di cuore! Ero pazzo! Non ero io!

Alcune voltequando aspettavo Eva delle ore interenella sua cameramentre ella riceveva i suoi numerosi amicimentrela sentivo ridere e folleggiare nel suo salottoprovavo dellecollere sorde ma selvagge contro di lei. Allora tutte le amarezze chequell'amore mi costava mi sfilavano davanti agli occhi. Ero gelosoemi vedevo ridicolonascosto dietro il suo uscio a divorare insilenzio la mia gelosia. - Alcune volte sembravami che tutta quellagran gelosia non si riducesse ad altro che ad una febbrile impazienzadi stringermi Eva tra le braccia. Poi ella comparivasorridenteinebbriante - la luce si faceva e mi abbagliava.

Ella trovava cento pretesti per venire a stare conme due o tre volte durante quelle visitee in quei due minuti in cuiella mi saltava sulle ginocchia aveva tali carezzetali bacitaliparole da farmi impazzire. Sembrava che gli ostacoli irritassero ilsuo amore e gli dessero mille nuove attrattive. Noi ci dicevamo dellecose futilisciocchesenza significatosottovocetremantiestatici. - Poi ella mi lasciava con un bacio e scappava via.

Una volta mi trovò che ridevo.

"Che hai che ridi così?" midomandò.

"Penso alla bella figura che ci fanno quei tuoiamici di làmentre tu sei qui con me..."

"Ohmio Dio!... ma ne ridi in un certomodo!..."

Un altro giorno le dissi:

"Senti Evadelle volte mi assale la tentazionedi entrare all'improvviso in quel salottoe schiaffeggiare tuttiquei bei signori."

"Sei matto?..."

"Lo so anch'io. E' una pazzia; ma ci avreigustoecco!"

Una sera ebbi la tentazione di origliare dietrol'uscio e di guardare dal buco della serratura. Lo feci con un granbattito di cuore - non di vergognama di paura.

Quand'ella venne da memi trovò cosìpallido e corrucciato che mi domandò dolcemente che cosaavessi. Io le dissi con amaro sorriso:

"Che persone sono quelleEva?"

"Ohdella migliore società."

"Infatti sembrava che si tenessero molto al disopra di voi. Vi fumavano in faccia!"

"Hai visto?"

"Sì!" esclamai con un sogghignodove cercai di mettere tutto il fiele che avevo in cuore.

Ella non mi rimproverò la mia indiscrezione.

"Hai fatto male" mi disse semplicementefacendosi triste.

"Ho avuto tortolo so."

"Non dico ciò per mema per te."

"Ohper me!"

"Non ridere cosìEnrico! Ascoltami; sevuoi essere felice contentati di amarmi e di essere amato come io tiamo. Tu hai il cuore caldo e la mente esaltata. Certe curiositàa mio avviso ti farebbero male."

"Ah! voi lo sapete!"

"Sì" rispose tranquillamenteguardandomi con tutta franchezza. "Ma che vuoi farci? Tu sai checosa sono: mi hai amato appunto per questo. Ora per essere quella chesono bisogna che io mi rassegni a siffatte visiteanche quando miannoiano."

"Soltanto questo?"

"Soltanto questo."

"Oh! non basterà!"

"Basterà... perché ti amo!... Haitorto a lagnarti!"

Mi guardò a lungo negli occhi con tanto amoreche avrei giurato fosse sincero; mi prese entrambe le manie midisse con serietà - ella che non era mai seria:

"Ti amo ancora e voglio che tu mi ami. Miprometti una cosa?"

"Di'."

"Giurami che non starai ad origliare dietroquell'uscio."

"Ah!" mormorai amaramente con un risoch'era una contrazione dolorosa del cuore.

"Ohmio Dio!" esclamò torcendosile mani "Che timore potrei avere di essere spiata se volessiingannarti?"

"Perché non volete dunque che ioascolti?"

"Perché... tu l'hai visto... Perchéquelle familiarità insolenti che per me sono soltanto unamortificazione d'amor proprioper te sarebbero morsi acuti digelosia... Per risparmiarti dispiaceri..."

"Che m'importa se questi non mi vengono davoi!"

Ella lesse nei miei sguardi tutta l'amarezza che nonc'era nelle mie parolechinò gli occhi e mi disse solamente:

"Come siete ingiusto!"

C'era tal suono di verità nella sua voceecosì schietta e dignitosa franchezza nelle sue paroleneisuoi occhie nel suo gestoche mi facevano soffrire orribilmenteper tutte le sciagurate contraddizioni della vita.

"Sìlo sento che sono ingiusto!"esclamai. "Ma soffro orribilmente! sono gelosoEva! Son gelosodi tedi tutti quelli che ti vedono in teatro perché tutti tidesiderano; son geloso di tutti quelli che ti parlanoperchéti parlano per averti..."

"Oh!" esclamò Eva con uno scoppiodi risa schiette e gaie "se sapeste come dovrebbero invidiarviquei signori di cui siete geloso!"

"Non importa; essi vi vogliono..."

"Ohnon tutti! Ci sono quelli che vengono perprendere il mio thègli altri per trovare gli amicialtriperché la mia casa è di modaaltri pur di far sapereche ci vengono."

"Io vorrei che non foste obbligata a riceveretutte quelle personeEva."

"Sono tutti abbonatigiovanotti chicdiquelli che dispongono dell'esito di uno spettacoloed io appartengoal teatro."

"Io intendo che la donna che mi ama appartengaa me anzitutto!"

"Allora non avresti dovuto innamorarti di unaballerina."

"Ohio mi innamorai della donnaperdio!"

Ella sorrise tristamente.

"La donna la vedesti un momentonel dietroscena... e scappasti via."

"Ma io vi amo cosìcome siete!"

"Lo sai tu come sono? Una donna non èche come vuol essere. Sai tu che cosa sarei senza la mia gonnellinacorta e le mie scarpine di raso? Sarei una modesta operaia colle ditapunzecchiate dall'agoe con un vecchio ombrello sotto il braccio;una ragazza che potrebbe dirsi bellina se non avesse gli stivalinirotti e il cappellino di traverso - che andrebbe al mercatofarebbela cucinae se avesse fortuna sposerebbe un cuoco o un cocchiere.Ecco che cosa sareimio caro; invece ecco che cosa sono: faccio fareanticamera a tanti signori che sarebbero gelosi di te - e tu che nonmi avresti neanche guardato se m'avessi vista andare attorno collescarpe rottetu hai fatto delle pazzie per me. Oh! lo so bene ch'èassai meglio non esser costretti a far buon viso a quelli che ci sonouggiosie a soffrire delle galanterie insolenti. Ma che vuoi farci?Non son nata duchessa!"

Venne a sedermi sulle ginocchia; mi cinse il collodelle sue bracciae mi baciò a più riprese.

"Andiamovia! non piangerebambino mio! amormio! non piangere! mi fai male! Io ti amo davverosai! Non ho nullada sperare da teanzi potresti nuocermivedi che son sincera! Micredi dunque che ti amo?"

"Se tu non mi amassi così io farei unacosa semplicissimami ucciderei."

"Ah! no!" esclamò essa con quelriso da bambinatenendosi appesa al mio collo colle maniintrecciatee dondolandosi sulle mie ginocchia. "Non voglio chetu ti uccida perché sei il mio amoreil mio amore bello! ilmio amore bello!" e nella voce aveva la dolce cantilena con cuisi cullano i bambini.

Alcune sere quelle visite si prolungavano moltoinnanzi nella notte. Era un giuoco di scherma fra quei signori a chidovesse rimaner padrone del campo. Una volta Eva entròimprovvisamente e come se fuggisse. Era rossa in visoe avea lenarici dilatate. Chiuse l'uscio a chiavesi gettò su di mecon passionee nascose il mio viso sul suo senobaciandomi suicapellicome per impedirmi di uscireo per nascondermi qualchecosa.

"Che hai?" le chiesi svincolandomi dallesue bracciavedendola così turbata e colle lagrime agliocchi.

"Nulla!" rispose.

Io impallidiie non osai domandarle altro.

Il giorno dopo ella mi vide così cambiato chemi domandò anche lei. "Che hai?" E stavolta fui ioche risposi: "Nulla!"

Ella si fece pensierosa e parlò d'altro.

Passammo quella notte come le altresoffocando leciarle infantili sotto i guanciali e scambiandoci i sorrisi nelledolci ombre dei cortinaggi; però sentivamo che fra noi duec'era qualche cosa che ci faceva morire il bacio sulle labbra ed ilriso in cuore. Ella mi guardava con quei suoi grand'occhi spalancaticol gomito sul guancialeil mento sulla manoil braccio trasparenteattraverso la nebbia dei merlettie i capelli che gettavano ondedorate sui candidi lini. - Aveva degli accessi quasi tristi e paurosidi tenerezza; mi gettava al collo le braccia nudee mi nascondeva inpetto la sua bionda testolina. - Poi mi stava di nuovo a guardarefisso senza dir parolacolla testa affondata nella tela batistaedil braccio distesomentre le sue piccole dita giocherellavano collatrina della coperta.

Una voltamentre si parlava d'altroesclamò:"Come son pazza ad amarti così!"

E più tardidopo uno scoppio di risa tantoallegre e matte che mi facevano un senso di pena:

"Come farò quando non mi amerai più?"

Poisenza badare a quel che rispondessimi parlòdella sua sartadelle sue vestidei suoi cavallidei suoi fioridel teatrodi musicadi ballimi parlò della mia artedimedel mio paese - giammai ella non mi aveva parlato della miafamiglia; era una circostanza che incominciava a sorprendermi. Eradelicatezza? era istinto di gelosia?

Allorché partivosull'albaella mirichiamòmi attirò sui guancialiallacciandositenacemente al mio colloe mi domandò collo stesso tono dellaprima voltacome se fra la prima domanda e la seconda non ci fosseropassate tutte quelle ore e quelle follie. "Che hai?"

"Nulla."

"Ohnon partire così!" esclamòcolle lagrime nella voce.

"Perché me lo domandi? Non mi ami? Nonti amo? Non siamo felici?"

Ella appoggiava la testa sul cuscinorivolta dallamia partee mi fissava senza parlarecoi suoi grandi occhi pieni dilagrime.

"Credimi" soggiunsi"la nostracuriosità è funesta. Io l'ho capitoe non ti hodomandato altroquando l'altra sera mi hai risposto: nulla."

Mi prese le mani e le baciò - le sentii umidedi lagrime.

"Non mi ami più!" disse.

"Dio lo volesse!" esclamai conun'esplosione di tutte quelle angosce che mi rodevano da due giorni.

Ella si rizzò a sedere di bottosplendida dibellezzasotto la fine batistacome una statua grecae mi si buttòal collocoprendomi di lagrime e di baci.

"Situ mi ami! tu mi ami!" singhiozzò"ed io pure ti amo come una pazza!"

Posciatenendosi allacciata a me come l'ederanascondendo il suo capo nel mio senoe parlandomi sottovocecomevergognosa per quello che doveva dirmi:

"Non credi che ti amo?"

"Sì!"

"Temi che io possa ingannarti per un altro?"

"Ohno!"

E chinando maggiormente la testae abbassando dipiù la vocee abbracciandomi più strettamente:

"Perché quella domanda adunque?"

"Perché ti amo! Perché songeloso... in un altro modo."

"Come?"

"Oh!... non lo so!... non te lo diròmai!"

Tuttavia sembrò aver compresopoichéallentò le braccianon disse moltoe ricadde sul guancialenascondendovi il viso.

"Ascolta!" mi disse vivamenteafferrandomi per le manimentre era per partire. "Piuttosto checessare di amarmi... quando lo vorrai... domandami quello che vuoi...Ti giuro che lo farò!"

"Non voglio che tu venga a teatro" mi aveadetto altre volte.

"Perché?"

"Perché... perché... E' unafanciullagginelo so... ma se ti sapessi là... in mezzo aquella folla... ciò mi farebbe pena."

Io le fui grato di cotesta delicatezzae promisieun giornola sera della sua beneficiatacon la logica cosìstrana del cuore umanole domandai di sciogliermi dalla miapromessa. Ella mi guardò sorpresa.

"Perché?"

"Voglio vederti."

"Non mi vedi adesso?"

"No! vederti là... a quel modo!..."

"Mi vestirò qui per te."

"Ohè tutt'altro!..."

Ella sorrise e mi disse: "Orgoglioso!"

"Orgoglioso?"

"Sivuoi godere del tuo trionfoe dire:Quella donna che tutti desiderano mi appartiene!"

"E' vero... sì!"

"Ebbene" soggiunse semplicemente"dillopure giacché è la verità."

La sua cameriera l'attendeva per pettinarla; primadi lasciarmi ella mi dissecome risovvenendosi:

"Però mi prometterai di non esseregeloso!"

Ahimè! prevedeva forse che avrei dovutoesserlo?

Non l'avevo più vista sul palcoscenicoequando la rividi mi parve tutt'altra! Io comprendo come si possanofare quelle cose che si dicono pazzie - e sono brani di cuorestrappato da penose voluttàbrani di ragione torturati daldelirio - per coteste donne che hanno un pubblico per amanteche cisbattono sul viso tutte le seduzioniinchiodandoci ad una poltronad'orchestrae che ci abbruciano gli occhi col lampo della lorobellezzacostringendoci ad affissarle avidamente. - Cotesta voluttàche s'inebbria di suoniche abbaglia di luceche sollecita con acriprofumiche vi fa ondeggiare dei veli dinanzi alla curiositàspasmodicache ha il sorriso sfacciatoe la nudità pudicache idealizza tutte le vostre più sensuali passionièmostruosa del paricon tutte le cecitàcon tutte le frenesie- e lo spasimo di sguazzarci dentrole manii piediil pettoicapellidi abbeverarsenedi affogarvi la coscienzail cuoreilsentimento della vitaha le medesime estasi inenarrabilii medesimisplendorile stesse torturele stesse infamie... Se si potessevedere in cuore ad uno di quei felici mortalisu cui passa ilturbine di una tal passionee che va invidiato dalla moltitudine!...

Quella donna per cui gli applausi avevano fremiti didesiderio era miaavea posato la testa sul mio guanciale; ma io nonci pensai che per essere geloso delle sue spalle nudedellatrasparenza dei suoi velidi quei cannocchiali che sembravanobaciarla con lingue di fuocodi quelle mani inguantate che misembrava accarezzassero le sue spalle.

Partii come un pazzoassai prima che fosseterminato il balloed andai ad attenderla in casa suaarso digelosiadi corrucciodi desiderio - spiegami tu questo contrasto. Eallorché udii il suo passo leggiero per le scaleallorchéme la vidi comparire dinanzi ancora ansanteallegraridentecolleguance rosse e gli occhi brillanti di giubilome le gettai al collostringendola freneticamente come se temessi di vedermela strapparedalle braccia. Ella credette che fosse l'entusiasmo destatomi dal suotrionfo!

"Oh! come son contenta che tu sia stato lì!"mi disse senza scorgere il male orribile che mi facevano quelleparole. "Fu un vero entusiasmonon è vero? Vedi quantifiori!"

E si pavoneggiava ingenuamente in mezzo agli enormimazzi che il domestico aveva portato in sala. Io dovevo avere l'ariaorribilmente stralunata; ma ella era così compresa della gioiadel suo trionfo che non se ne avvide. Si aggirava intorno alla stanzacon movimenti bruschiviviquasi serpentini. Si mirava nellospecchiomi abbracciava e mi baciavacome baciava quei fioripersfogare la sua contentezza.

"Quanto sono felicemio Dio!" esclamavasenza avvedersi che egoismo c'era nella sua felicità.

Suonarono il campanello. Eravamo nel salotto; ellami prese per manoe mi fece entrare nella sua camera. "Aspettamiqui" mi disse.

"E' inutilegiacché me ne vado."

"Te ne vai! E perché?"

"Avrete molte visite... E' la vostra festa..."

"E' vero!" disse tutta giuliva.

"Vedete che mi rassegno anch'io..."

Ella mi guardò in volto con sorpresa.

"Fai il broncio alla mia contentezza? Uhbrutto!"

"No."

"Davvero?"

"Davvero."

"Domani dunque?"

"A domani."

"Buona sera"

Io non risposi; ella non se ne accorse. Eraimpazientetutta commossa di gioiasi contentava facilmente dellamia affermazionee non mi leggeva nulla in cuore.

Partii con tal corruccio in cuore che mi sembrava diodiarla. Quando fui istrada piansi come un bambino. E il giornoappressodopo una notte di colleradi gelosiae d'amoreappenafurono le dieci corsi da lei.

Avevo bisogno di vederladi vedere i suoi occhichiusidi vederla dormiree di sognare ancora le dolci notti diabbandono e d'amore. Avevo bisogno di schiudere le sue cortinee divedere il sorriso incerto di quelle labbra vermiglie ancora tiepidedel respiro notturnoe quegli occhi ancora socchiusi che cercavano imiei. Entrai nella sua camera in punta di piedima trovai ch'era giàalzatae che leggeva una lettera accanto al caminetto.

Vedendomi entrare all'improvvisosi scossebruscamentecome sorpresae fece un movimento istintivo eimpercettibile quasi per nascondere la lettera che stava leggendo.Non fu che un lampoma bastò al mio occhio acutamentesospettoso. Si alzòvenne a gettarmi le braccia al colloemi disse con effusione:

"Ah! bravo! Mi hai fatto un gran bene!"

E gettò la lettera con tutta naturalezza sulmarmo del caminetto.

"Perché?" io le dissi.

"Ieri sera mi lasciasti in tal modo! Vedierocosì commossa che non mi avvidi che partivi in collera. Tu seipiù buono di me... Ci ho pensato tutta la notte... Sei ancorain collera?"

"Ohno!"

"Ma perché eri in collera? che ti avevofatto?"

Io chinai la testa senza rispondere.

"Vedi"soggiunse"se io avevoragione di temere quello ch'è avvenuto! Ho più giudiziodi teioo piuttosto t'amo di più."

Mi prese per mano e mi fece sedere accanto al fuoco.

"Come sei pallido!" mi disse. "Nonhai dormito stanotte?"

"No."

"Caro! caro! caro!" esclamò contrasporto infantile baciandomi in fronte.

Indi con improvvisa e ingenua vivacità:

"Vediio t'amo per questo! T'amo perchémi ami cosìperché sei mattoperché seigelosoperché sei ingiusto e cattivo. Mi piaci cosìecco!"

In questo momento sorprese i miei occhi cheinvolontariamente si fissavano sulla letterae credette forse che lamia curiosità fosse rivolta a un braccialetto ch'era anch'essosul marmo del caminoaccanto alla lettera.

"Ti piace quel braccialetto?" mi disseprendendolo in mano onde prevenire i sospetti che credeva scorgere inme.

"Non l'avevo visto."

"Ah!" esclamò sconcertata.

Aprì e richiuse due o tre volte la busta divellutofacendo scintillare i raggi delle gemmee soggiunse perriprendere un certo contegnoo per disarmarmi colla franchezza:

"E' un regalo per la mia beneficiata."

"Oh!"

"E' bellonon è vero?"

Ioche avevo la testa a tutt'altrorisposi:"Bellissimo."

"E' di gran valore."

"Varrà per lo meno duecento lire."

"Oh!" esclamò Evadimenticando aquella mia ingenua scappata tutte le sue preoccupazioni in unaschietta risata. "Ne vale almeno duemila!"

Ebbenefrancamenteio fui umiliato della miaignoranza sul valore delle gemme.

"A che pensi?" ella domandò con unacerta inquietudine.

"Penso che sono ben fortunati coloro chepossono offrire regali di duemila lire."

"Tu mi dai il tuo amore che vale assai di più!"

Io sorrisi amaramente.

Si parlò un po’ di tuttoora seriorainnamoratiora quasi giulivi. Ad un trattole gettai fra i piediquesta domandache la fece trasaliretanto era fatta bruscamente:

"Chi t'ha regalato quel gioiello?"

Ella rispose con la maggior franchezza. "Ilconte Silvani. Saresti geloso di lui?" soggiunse vedendo chem'ero fatto serio.

"Ohavrei torto!"

"E avresti torto davvero!" esclamòessa con tale accento dignitoso che mi umiliò.

"OhEvaperdonami!" esclamai quasi fuoridi me"Io m'avvengo che sono ingiusto e cattivo! Facciodispetto a me stesso!... Ma son geloso! orribilmente geloso!"

Per tutta risposta ella mi dette un bacio.

"Perché non hai rimandato quelbraccialetto?" le domandai dolcemente.

Ella mi guardò con tanto d'occhi spalancaticome se stentasse a capire il significato delle mie parole.

"Comerimandarlo? Ma vuol dire rifiutarlo!"

"Sìrifiutarlo."

Quel rifiuto sconcertava tutti i suoi principisinceramente e francamente accettati da tanto tempo.

"Ma non si usa in teatro!" mi dissesorridendomi come si fa ad un bambino che ha detto una sciocchezza.

"Ah!" sogghignai. "Credevo che cifosse della dignità anche fra le persone del teatro!"

"Mamio caroè un altro genere didignità. C'è l'uso di far dei regali agli artisti inoccasione delle loro beneficiatee ciò non ha nulla diumiliante pel loro amor proprio. Perché ridi?"

"Rido perché sono uno scioccounprovincialettoperché non so tutte coteste coseesoprattutto perché non oserei mai offrire un regalo simile aduna signora per bene... senza temere di farmi rosso in visoo difarmi gettar dalla finestra dai suoi domestici."

"Ma un'artista non è una duchessamiocaro! te l'ho già detto."

E ci metteva tanto candore che avrebbe disarmatotutt'altro risentimento che non fosse stato il mio.

Andavo su e giù per la stanzaed ella miteneva dietro con gli occhiteneraamorosaquasi timida - ella cheera così orgogliosa! Io sentivo quello sguardo attaccato su dimee sentivo che cercava il mioche vinceva la mia colleraem'irritava. Improvvisamente mi arrestai dinanzi al caminosoverchiato dal fascino mordente che quella lettera esercitava daun'ora su di mee la presi in mano. Ella trasalìma non simosse.

"Entrando ho interrotto la tua lettura";le dissie le porsi la lettera.

Ella la prese vivamente.

"Ohnulla d'importante."

"Ebbeneleggila pure."

"L'avevo già letta"e con un gestonaturalissimo la buttò nel camino.

Io non seppi dominare un movimento come per buttarmisul fuoco.

"Chi ti scrive?" le domandai facendomirosso in volto.

"Il conte Silvani."

"Ah!"

"Mi pare che la mia franchezza dovrebbedisarmare i tuoi pazzi sospetti!"

"Tanto più che adesso devo contentarmidella franchezza!" le dissi amaramenteadditando il foglio cheardeva.

"Oh!" esclamò ella celandosi ilviso fra le mani. "Oh!"

Sentivo montarmi alla testa dei caldi soffi dicollera selvaggia. Ella rimase un istante in silenziocol viso rossodi vergognapoi esclamò: "Siete pazzo!"

"Avete ragione!" le dissi mettendo tuttala mia amarezza in un sorriso; e aspettai che mi rispondesse qualchecosa per sfogarmi di tutti i sarcasmi che mi bollivano in seno.

Ella non mi diceva più nulla; attizzava ilfuoco colle molle e aveva l'aria severa.

"Quella lettera naturalmente accompagnava quelgioiello!" ripresi dopo un lungo silenziopoiché sentivoil bisogno ch'ella dicesse qualcosa.

"Sì" rispose seccamente.

Allorairritato di tanta calmale domandaibruscamente:

"Perché l'avete bruciata?"

"Perché non vi riguardava."

Perdei la testa: "E' vero;" le dissi"ionon posso farvi dei regali di duemila lire!"

Ella si rizzò come se l'avessi morsa alcuorepallidacon certe lagrime ardenti negli occhie mi disse conun accento che non dimenticherò giammai:

"Adesso siete più che ingiusto e piùche cattivo!"

C'era tanta collera nel mio cuore che non ne fuiscosso. Rimasi com'eroappoggiato al caminettoduropallidofosco. Ella fece due o tre giri per la cameraasciugandosidispettosamente le lagrime; poi venne a me all'improvviso; prese lemie manie mi fissò in volto i suoi occhi lagrimosi.

"M'avete fatto molto male!" mi disse."M'avete detto quello che nessuno m'ha detto; mi aveterinfacciata la mia condizione come io sentivo di meritarmima comenessuno osava dirmelo... Ora che volete che io faccia?"

"Scacciatemi."

"Ohno! ti amo troppo!"

"Tu vedi come ti amocome son gelosogiacchéti faccio piangeree non fai nulla per togliermi da quest'inferno!"

"Che cosa vuoi che io faccia? tutto quello cheposso fare per provarti il mio amore non l'ho fatto? Tutto ciòche posso dissimularti per risparmiarti dei dispiaceri non te lodissimulo? E tu me ne ringrazi con un aumento di sospetti ingiuriosie d'insulti! La mia sincerità dovrebbe rassicurarti et'irrita! Gli stessi fastidi che mi prendo per nasconderti quellecose che possono ferire il tuo amore o il tuo orgoglio dovrebberoprovarti che io ti amo tantosino a mentire per te!"

Io la guardai in viso coll'occhio freddo escintillante di collera come una lama di acciaioe le piantai infaccia queste parolecome una pistolettata a bruciapelo:

"Non vi credo!"

Ella si celò il viso tra le manie si lasciòcadere sulla poltronacome se quelle parole le avessero schiantatoil cuore. Poscia levò verso di me il viso tutto bagnato dilagrimee i singhiozzi le soffocavano la parola: "Perché?"balbettava "perché?"

"Perché ti ho visto fingere allo stessomodo sul palcoscenico; perché il tuo volto è unamaschera; perché dubiterò sempre che tu mentisca;giacché la tua arte è una menzogna!" gridai fuoridi mesputandole in faccia tutta la mia rabbiatutta la mia gelosiae tutto il mio amore.

Mi attendevo un'esplosione di collera. - Ella sialzòpallidissimasi tenne ritta in faccia a mepiangendosilenziosamente e cogli occhi come attoniti per tanto dolore. Lelabbra le tremarono due o tre volte prima di poter parlare.

"Non mi credi!" balbettò. "Eche dovrei fare perché tu mi creda? Dillo."

"Dovresti abbandonare il teatro."

"Oh!"

"Dovresti romperla con tutto il mondo."

"Oh!"

"Dovresti venire a vivere con me."

"Ohno! non lo farò maiperchéti amo!" mi rispose con uno scoppio di pianto.

"Ah! è una ragione singolare!"

"Si! Tu pel primo te ne pentirestitu!... No!no! no!"

Alloradue o tre voltefeci per precipitarmi su dileie strangolarla; le gettai in faccia un sorriso che valeva unoschiaffoe scappai via. Quando la notte tornai a casacon tutte lesmanietutte le frenesietutte le più pazze risoluzioni incuoretrovai Evasulla soglia della portache mi aspettava.

"L'hai voluto:" mi disse semplicemente"ecco che t'ho obbedito."

Credetti di esser felice. Ella mi appartenevaintieramente; non aveva che me. Mi pareva di avere avvinto piùsolidamente la sua esistenza alla miarompendo tutti i legami chel'attaccavano al mondo esteriore. Io più non sarei statogeloso di tutta Firenzee avrei potuto uccidere come un cane coluiche avesse osato stendere la mano verso la mia felicità.

Mille volte avevo fatto quel sogno senza sperare direalizzarlo giammaie l'avevo abbellito con seducenti particolari.L'idea sola di avere Eva accanto a mead ogni ora della mia vitasotto il mio medesimo tettomi avea creato altre volte delle estasidi paradiso. Avevo sognato le ridenti follie di una eterna luna dimielele passeggiate in campagnala fiamma del caminettolalucerna della serai giuochi infantilie i dolci silenzi. Avevopensato a tutte le parole più comuni che ella avrebbe potutodirmi nelle più insignificanti congiunture. L'avevo vista comeun raggio di sole in tutti gli angoli della mia camera.

Ahimè! il domaniallorché la vidisotto le povere cortine del mio lettoallorché ebbe freddo enon ebbi altro da metterle sui piedi che il mio paletòallorché accese il fuoco del mio camino e si tinse le mani -quelle candide manine - e tossì due o tre volte pel fumoallorché dovette trascurare i suoi capelli per fare il caffèprovai un dolore nuovo e come una spaventosa sorpresa; mi parve chela fata fosse svanitae non rimanesse più che una belladonnina - di quelle che piacciono - ma io avevo bisogno di adorarla!

Un demone maligno si assise sogghignando alcapezzale del mio letto sin dalla prima notteper trascinare nelvolgare e nel ridicolo tutte le mie illusioni.

La realizzazione dei miei castelli in aria eradiventata la sorgente di mille fastididi mille sorpreseed anchedi mille dolori. Ero costretto a starmi fuor di casa la maggior partedel tempo per non spoetarmi intieramente l'anima alla vista di leichecon un'abnegazione senza pariaffaccendavasi nelle curedomestiche. Mi era parso che lo starle sempre vicino dovesse essereuna felicità sovrumanae quella felicitàvista davicinoaveva particolari così volgari che mi facevanochiudere gli occhi e sanguinare il cuore. Delle notti intierecolgomito sul guancialevedendola dormire accanto a mebellaserenaquasi felice anche nel sonno - lei che mi aveva tutto sacrificato -domandavo a me stesso se ella soffocassecome mele medesimedolorose impressionioppure se non le provasse nemmeno perchémi amava di piùo in un altro modoo se nella donna cifossecome un istinto provvidenzialel'affetto del focolaredomestico... oppure se la sua condizionel'educazione ricevutaisuoi sentimentila tenessero molto al di sotto della mia ombrosa edelicata suscettibilità... E finivo per darle torto - a lei!di non aver la delicatezza di risparmiarmi certi particolarivolgarissimi che mi sembrava affrontasse con la più volgaredisinvoltura...

Non cerco di spiegarti cotesto mostruoso mistero chechiamasi cuore. Non mi sono mai sognato di giustificarlo. Ti faccioosservare un fatto.

Cotesta disillusionecotesta amarezza intimam'invadeva tuttola mente come il cuore. L'arte mi negava anch'essale sue ispirazioni; era forse gelosao la vita mi assorbiva troppoper potermi sollevare sino ad essa. Però fu un altro grandolore per me. Provare la febbre e l'impotenza di creare! L'hai tuprovato? Ero stato delle ore intere dinanzi a quel cavallettoaccanto a quella donna che mi aveva riempita l'anima di tanta luce edi tanti coloriche adesso attaccava i bottoni ai miei vestitie mirendeva ebete; e qualche volta mi ero strappato i capelliqualchealtra volta avevo pianto di rabbiao avevo tirato giù linee opennellate che il giorno dopo scancellavo. Ella mi guardava consorpresami stringeva le manimi diceva delle parole affettuose. Iole rispondevo sgarbatamenteinfastiditoquasi irosoe delle voltetrovandomi l'anima così vuotapiangevo tutt'altre lagrime.

Intanto i bisogni materiali della vita si facevanosentire più che mai. Quel pochissimo di cui potevo disporreera stato dissipato in un lampo; ero indebitato fin sopra ai capellicoll'ostecol padrone di casacon tutti i miei amicied anche coisemplici conoscentipoiché la necessità mi aveva resosfacciato. Avevo momenti di preoccupazione tale che le carezze di Evami avrebbero fatto montare in collera. Non osavo più scrivereai miei genitori perché avevo l'orgoglio del mio falloed ilmio amore sciagurato non era abbastanza potente per assorbire anche esoffocare il rimorso di strappare il pane di bocca alla mia famigliaonde prolungare la mia dolorosa follia. Ero troppo orgoglioso per fartrapelare ad Eva la menoma mia preoccupazione; e allorché ellasi mostrava più affettuosapiù sommessae cercavatimidamente di prender parte alle mie angustie e di venirmi in aiutoavevo per lei modi aspri e parole dure. Per vivere alla meglio avevoaccettato una delle più umili occupazioni - dipingevo adoleografia; il mio cervello si atrofizzavama si tirava innanzi.

L'inverno era ritornatoe rigidissimo. Io andavo alcaffè tutte le sere a bere il ponce e a leggere il giornalementre Eva mi aspettava a casa. Mi occupavo delle quistioniinternazionali e tenevo dietro al corso dei valori pubblici coninteresse! Leggevo sino alla quarta pagina; poi facevo quattrochiacchiere coi vicinie tornavo a casa sbadigliando. Una sera avevotrovato il ponce freddo; la politica volgevasi contraria al miocolore - poiché avevo già un colore politico! - il miovicino era stato sgarbato; fioccava maledettamentee tornando a casaavevo trovato il camino spento.

"Perdio!" dissi ad Eva aspramente; ellalavorava presso il lume. "Non vien certamente la voglia ditornare a casa."

Essa levò su me i suoi occhi sempre dolci eserenie non rispose.

"Con una notte come questa farmi trovare unaghiacciaia!" ripresi. Vedevo che ella avea il viso lividochetremava dal freddo sotto il suo sciallee non pensai che in quellaghiacciaia ella avea dovuto pur starci tutto quel tempo in cui ioavevo acconciato l'Europa a modo mioseduto in un angolo benriscaldato del caffè.

"Non è freddo" rispose.

"Perdios'è freddosi gela."

"Non c'è più legna"soggiunse timidamente.

"Non ce n'è più in Firenze?"

Ella chinò il capo sul lavoro e stette zitta.

"Non hai danari?" domandai.

Era la prima volta che quella parola mi veniva sullelabbrae malgrado fossi tanto cambiatomi fece una singolareimpressionecome se avesse suonato altrimenti della mia intenzione.

"No"rispose Eva dolcemente.

"Come! non hai danari?" replicaisenzache la parola quella volta mi ripugnasse. "Hai fatto delle spesestraordinarie?"

"No."

"Ma non siamo che ai venti del mese."

"E' vero."

Malgrado il mio abbrutimento un raggio di luce sifece nella mia mentee mi parve che attraversasse la parte piùsensibile del mio cuore come uno stile di acciaio.

"Vuol dire...> esclamaisentendo che lavoce mi tremava"vuol dire che i danari che ti ho dato ciascunmese... non bastavano!"

"Che importa?" mi diss'ella sorridendomicon la stessa dolcezza.

"Ma allora... come hai fatto?..."

"Avevo del danaro."

"Tu!!!" e mi nascosi il volto fra le mani.

Il mio orgoglio si contorceva dolorosamentepoichéil mio cuore non si commoveva più.

"Sì."

"Tu non avevi nulla quando venisti."

"Avevo quei pochi gioielli."

"Li hai venduti?"

"Sì."

"Ah!"

Ella venne a me dolcemente; mi rialzò ilcapoe mi baciò in fronte.

"Non mi ami più?" disse.

"Perché?"

"Perché quello che io ho fatto tidispiace."

"No."

"Ti fa arrossire."

"Sì."

"Non mi ami più! Io non mi sonvergognata di quello che hai fatto per me."

"E' tutt'altra cosa; io sono un uomo."

"E' lo stesso quando si ama!"

Io le baciai le manie la guardai con occhi cheavevano le migliori intenzioni di adorarla. Ella aveva una cuffiettaassai modesta; alcune ciocche di biondi capelli le scappavanoattraverso i nastri scoloriti; sul suo seno s'incrociava un leggieroscialletto; aveva le labbra pallide e le mani livide. Le prime paroleche mi vennero in bocca furono:

"Ed ora come si fa?"

"Bisogna aver coraggio!"

"Ohse potessimo contentarci delle belleparole!" le dissi aspramente.

"Mio Dio!" rispose ella timidamentecomeper rabbonirmi"non sono stata mai riccatu lo sai; quellabella casa e quei bei mobili non mi appartenevanoepur troppotutto il mio danaro lo spendevo malamente per vivere in un certolusso; sicché quando gli ho voltato le spalle possedevo benpoco. Ho fatto tutto quello che ho potutoe te l'ho nascosto perrisparmiarti un dispiacere di più. Adesso non ho piùnulla."

"Io non vi ho chiesto nulla!" le dissiamaramente.

"Oh!"

"E se l'avessi saputo non vi avrei permesso diinfliggermi questa umiliazione che adesso mi rinfacciate!"

"Oh!" ripeté Eva con unraddoppiamento di dolore.

Io non ebbi cuore per prendere le sue manicon lequali si celava il visoe asciugarle le lagrime che vedevo scorrerlefra le dita.

"Enrico!" mi disse ella dolcemente comenei nostri più bei giorni d'amore"vedi come seidiventato? Vedi se m'ingannavo presagendo quel ch'è successo?Tu te ne sei pentito pel primo!"

L'abbassamento moraledireiera cosìpronunziato in me che non pensai nemmeno di protestare per illuderla;e non pensai che quel mio lugubre silenzio doveva pesarle sul cuorecome piombo fuso. Poiquando me ne avvididopo un lungo e mortaleindugionon trovai di meglio per consolarla che sciorinareun'imprecazione.

"Arte pitocca e bugiarda!" esclamaistendendo il pugno verso il cavalletto "che vai tronfiad'orgoglio e non dai pane da sfamare!"

Eva mi guardò sorpresaquasi addolorata. Iole risposi quel ritornello che riepilogava tutte le mie abbiezioni:"Ed ora come si fa?"

Non rispose.

"Se tu tornassi al teatro?" le dissi contutta naturalezzacompiacendomidireidella mia vigliaccheria.

"E' impossibile;" rispose colla stessacalma rassegnata; "non è la sola abilità che formal'artista; ma la carriera fattail palcoscenicoil pubblicoigiornali teatralii cartelloni degli spettacoligli agentigliimpresari. Bisogna vivere in questo mondo per appartenervi. Io nesono uscitae nessuno più mi conosce. Per rientrarvibisognerebbe che incominciassi da capo."

Allora soltanto mi balenò dinanzi agli occhitutta l'estensione del sacrificio che ella avea fatto alle mie folliesigenze.

"E tu sapevi tutto questo?" le dissi.

"Sì" rispose tranquillamente "esapevo anche che doveva arrivare questo giorno."

"Ti giuro" esclamai"che ti renderòtutto quello che mi hai sacrificatoo mi ucciderò!"

Ella mi guardò in modo singolare con queisuoi occhi mesti e dolcie mi disse quasi con un soffio di voce:

"Io non me ne sono mai lagnatae tu non miavevi mai promesso di ucciderti."

Passai la notte in magnanime risoluzionie appenafu giorno cominciai a darmi le mani attorno per cercare altreoccupazioni che mi fruttassero qualcosa. Ma le magnanime risoluzioninon riuscirono che a procurarmi un modesto impiegopresso unfotografo. Di meglio in megliodalle nebulose altezze della grandearte io ero arrivato a stendere i colori dietro le fotominiature chesi vendevano a dodici lire l'una. E neanche questo bastava. Io eroinquietoirascibiledispettoso. Ella trascurava il suo vestireeratristee qualche volta stizzosa; aveva certi suoni di voce aspricerti sorrisi che non la rendevano bella. Io credevocoscienziosamente di farle dei veri sacrifici andando a casa la serainvece di andare al caffèe fumando la pipa accanto a leileggendo il giornalementre ella lavorava. Ambedue senza dire unaparolasentendoci gravare quel silenzio sul petto come un pesoenorme.

Dopo alcuni giorni osservai in lei un cambiamentoche mi avrebbe sorpreso se il mio cuore fosse stato piùall'erta. Ella cantava per la camerasembrava allegraavevacomperata una veste di seta e degli stivalini nuovi coi suoi risparmi- faceva già dei risparmi! - Aveva dei guanti e si abbigliavacon cura! Quell'aria di festa si era stesa anche al mio focolare esulla mia mensa - ed io ne godevo come un parassita!

Mi accadde due o tre volte di non trovarla in casae non le domandai dove fosse stata. Una sera trovai la chiave nellaserratura. La camera era buia. La chiamai e non rispose. Accesi illume e vidi la camera vuota; sul caminoappoggiata allo specchioemessa con cura in evidenzac'era una lettera aperta; era per me -ecco che cosa lessi:

" Mio caro Enricotu non mi ami piùionon ti amo più nemmeno - e siamo pari. Te l'avevo predetto! Tumi hai visto attizzare il fuocoe far la calza; io ti ho vistostendere tranquillamente i colori sulle tue stupide fotografiesenzaispirazione e senza entusiasmo; ecco perché non ci amiamo più.Le asprezzei diverbile amarezzeson degli accessori. Domaniforse saremmo arrivati a picchiarci! Ti lascioe credo fare del beneanche a te. Tu hai bisogno di sognare per buscarti gloria equattrini; io non ho che la mia giovinezzae bisogna che neapprofitti se non voglio andare a finire all'ospedale. Tu hai ilcuore buono; ti ho parlato con franchezzae credo perciò dinon lasciarti in collera. Io ti voglio sempre del benee te loproveròquando potrò. Eccoti 500 lire. "

Devo confessare che la prima impressione destatamida quella lettera fu di sollievo. Tutto quello che c'è difalso e di malsano in tali legami si scorge al sentimentoinesplicabile di soddisfazione che si prova rompendolianche quandoil romperli costi qualche lagrime. Poiquando la tempesta èpassata rimangono qualche volta nei bassi fondi limacciosi le serpiche si sono avviticchiate più strettamente al cuoree chehanno più tenace vitalità: - il dispettol'amorproprio feritola vanità schiaffeggiata. Trovandomi solo inquella camera ove m'aveva aspettato tante voltenon pensai ad altroche al modo con cui ella l'aveva abbandonata; e quando mi avvicinai aquei guanciali che conservavano ancora l'impressione del suo capo nonpensai a quell'altro letto dove ella forse dormivase non perchénon era il mio. Non pensai a quei baci che più non desideravose non perché un altro li aveva.

E al nuovo giorno il raggio di sole che veniva dallafinestra era così allegrodiceva tante belle cose dellagiovinezzadell'artedell'avveniredella mia famigliacui nonavevo rivolto il pensiero prima senza una spina nel cuoreche mitrovai con sorpresa l'animo in festa: esso non voleva rammaricarsi adogni costo dell'abbandono di Eva.

Scrissi ai miei genitorifumai la mia pipariordinai tutti i miei utensili da dipingerecome se non dovessi cheritornare all'arte perché l'arte mi sorridessee non pensaiad Eva che pel dispetto di aver trovato fra la cenere del caminettouna busta mezzo arsaove l'indirizzo di lei era scritto con quellostesso carattere elegante della lettera che accompagnava ilbraccialetto del conte Silvani - e per quel biglietto di cinquecentolire chetutto sdegnatomisi nel portafoglicol fermo proposito dibuttarglielo in volto quando l'avessi vista.

Ahimè! io non la rividi! non le buttai nullain viso! Il vuoto che si era fatto nel mio cuorea furia di viveresoltanto per essomi avea prostrato intieramentee aveva isterilitoil mio ingegno. Tutte le orride lingue della miseria del cuoredell'intelletto e della borsalambivano la mia esistenza.L'avvilimento mi snervavae logorava la mia vita nell'oziosullepanche di un bigliardo o di un caffè. I debitil'inerziaela miseria mi affogavano; tutta l'attività del mio spirito nonaveva altra mira che di farmi acconciare alla meglio in quel fango -ed io mangiai tranquillamente il biglietto di cinquecento lire.

Poi anche questo finì.

E allora incominciai un'altra lotta piùbassapiù accanitapiù dolorosala lotta degliespedientidelle transazioni d'amor propriodelle viltàcontro un desinare. Dopo aver venduto tutto quello che era vendibilele telei disegnile scatolei colorigli abitile scarpetuttomi trovai senza panequasi senza vestialloggiato come inostaggio del mio debitocon cinque lire in tascae certeallucinazioni come quelle che si devono provare al momento dismarrire la ragione.

Mi venne in mente di giocare. Mi ricordai di tuttequelle storielle e di tutti quei bei romanzi ove si parla di guadagnienormi fatti con un nullae mi parve d'esser ricco possedendo cinquelire e quella bella idea. Salii senza esitare le scale di una casaove gli artisti e gli studenti poveri andavano a disputarsi l'unl'altro il pane quotidiano; arrischiai una lirapoi l'altrapoil'altrapoi l'ultima. Vedevo delle fiamme abbaglianti passarmidinanzi agli occhie provavo degli improvvisi sbalordimenti. Miparve che si facesse un gran vuoto nel mio cuore e ne sentii tutta lapenosa sensazionenel momento in cui si voltava la carta che dovevadecidere dell'ultima mia lira. Tu non sai quel che voglia direl'ultima lira; vuol dire il pane dell'indomanie si ha lo stomacovuoto! e i fantasmi dei tuoi bisogni ti attraversano in un lampo lospirito!... Poi sentii una gran calma improvvisacome una specie dibenessereuna terribile lucidità d'idee. Avevo perduto.Almeno non avevo più nulla!

Scesi le scale con passo fermo. Avevo la vistachiara e la mente tranquilla. Passeggiai per le vie piùfrequentate; lessi gli annunzi degli spettacoli; passai dinanzi allevetrine di parecchi caffè provando una strana soddisfazione aveder la gente che vi era; andai pel Lungarno alla Pescaiae stettiuna mezz'ora a guardare i bizzarri riflessi del gas sulle acque delfiumesenza pensare un istante che sarebbe stato anche piùbello trovarvisi in mezzo. Poiquando suonò la mezzanottemitrovai come per abitudine nella mia strada. Avevo freddoe miricordai che non avevo meglio da fare che andare a letto.

Il giorno dopo pensai che era naturalissimo diandare a chiedere qualche cosa in prestito al solo amico che non mivoltasse ancora le spallecome tutti gli altriGiorgioe mimeravigliai come quell'idea non mi fosse venuta prima. Quell'idea nonmi fruttò che una lunga corsaed io non ero molto in forze.Giorgio non era in Firenze. Domandai quando sarebbe ritornato; mirisposerofra dieci o quindici giorni. - Dieci o quindici giorni!

Quella risposta mi lasciò come istupidito;tornai indietro colle mani nelle taschee zufolando un'arietta fra identi.

Mi venne in mente di fumare. Cercai in tutte le mietaschee non vi trovai che uno scatolino di fiammiferi; era pieno."Se potessi cambiarlo con un sigaro!..." pensai"ocon un pezzo di pane!"

E credo anche che scappai a ridere!

Avevo una preoccupazione insistente; quella diammazzare il tempocome se aspettassi qualche avvenimento el'indugio mi pesasse. Pensai di trastullarmi colle miefantasticheriegiacché non avevo più fiducianell'ispirazionee di andare alle Cascine per cercarvi lasolitudine. Ahimè! la mia mente era vuotacome il mio cuorecome il mio stomaco. Andavo baloccandomi come un imbecille pei vialiora guardando correre le nuvole più basse e brune su di uncielo di piomboattraverso gli incrociamenti dei rami nudioratenendo dietro con grande curiosità ai passeri che correvanosull'erba riarsa dal gelo in cerca di cibo - anch'essi avevano fame.Tutt'a un tratto udii uno scalpito accelerato e un grido "guarda!"e mi gettai sul ciglionetutto sossopracome se ne valesse la pena!E vidi passare come frecce due cavalierianzi un cavaliere eun'amazzone. L'amazzone era leiEva! - la riconobbi al risoridevaallegramentee alla persona: ma non la vidi in faccia; era rivoltaverso il suo compagnogli parlava e non mi vide - credo almeno chenon mi abbia visto. Il suo cavallo era coperto di sudoreaveva lenarici rosse e mandava nugoli di fumo. Ella era leggermente inclinatasulla sella; acconsentiva la mano alle redini e tutta la persona aibruschi movimenti del cavallocon grazia ardita e sicura. Si udivanostridere il cuoio e le cinghie della sella; il velo le svolazzavadietro coi biondi capellie la lunga veste ondeggiava come unprolungamento della sua persona. Il giovane che l'accompagnava avevala sigaretta fra le labbrail brio spensieratoe nel sorrisonelgestonel guantoaveva come l'insolenza di tutte le ricchezzedella gioventùdella salutedell'avvenenzadella condizionee del danaro. Non so se Eva mi vide; so che vedendola cosìbella e accanto a quel bel giovane mi parve tutt'altra donna; miparve che non avrei giammai osato di stringerle la punta di un dito.Più non sentivo il menomo desiderio di lei. C'era come unabisso fra di noi. Ella era così lontanacosì in altoche non provavo nè desiderionè memorie - o erano ditutt'altro genere. - Se mi avesse gettato un pezzo da cinque lirenon l'avrei presoma se mi avesse buttato un pezzo di panechissà... quando ella avesse svoltato l'angolo del viale!...

Verso le sei mi trovai senza avvedermene dinanziall'osteria dove solevo desinare. Mi sentivo stancoe mi rammentaiche non avevo mangiato dal giorno innanzi.

Allora provai una paura improvvisarapida come unlampo.

"Dio mio!" balbettai"se lo sapessemia madre!"

Mi aggirai tutta la sera per le vie come unfantasmasenza direzionesenza sapere che fareguardandostupidamente tutti quelli che incontravonon per altro che percercar d'indovinare se avessero desinato.

Il freddo mi arrecava le convulsioni; avevo levertigini; la mia camera era gelatae le coltri della padrona eranopovere come il mio vestito. Tutta la notte non potei chiuder occhio:provavo degli stiramenti convulsivi di stomacodelle nausee che mifacevano assai soffrire.

Mi rammentai di Evadi averla incontrata alleCascinee quel ricordo fu come di persona che avessi conosciutomolto tempo addietro. Nella mia mente c'era un penoso sonnambolismoche faceva correre incessantemente il mio pensiero stanco dietrocerte larve senza forme preciseo dietro le memorie del passato. Miricordavo di tutti i particolari del mio amore per Evaanzi unaforza che non era nella mia volontà vi costringeva quasiostinatamente il mio pensieroe parevami che mi ricordassi di unfatto accaduto ad altra personao narratomi molto tempo addietro.Non mi sorprendevo nemmeno di non esserne geloso. Prima di tuttol'amore sta in un complesso di circostanzee in me allora nonc'erano che circostanze negative. L'avevo amata quando la miaimmaginazione e il mio cuore sarebbero stati ricchi. Quanto allagelosiaessa richiedese non un grande amorealmeno una certa dosedi amor proprio che renda possibile un parallelo anche ipotetico fradue rivali. - Io avevo fame!

Avevo anche preoccupazioni lugubri. Pensavo alle oreche mi rimanevano ancora di vita e alle sofferenze che dovevanoaccompagnare tal genere di mortecome per conciliarmi conquell'idea. Non osavo uscir di casanon ne avrei avuto la forzaesembravami che tutti dovessero leggermi in viso la fame. Avevo ancoradell'orgoglio!

L'aria era frizzante. Dalla finestra vedevo la genteandar lestacertuni avevano la cera sorridente: molti una tranquillaspensieratezza; tutti erano certi di trovare a casa il desinare.Vedevo i camini che fumavanoeattraverso i vetri delle finestre difaccia alla miadonne affaccendate e fumo di vivande. Vedevo tuttociò con una dolorosa lucidità di mentee fermavo ilmio pensiero in mezzo a tante domestiche felicitàche vedevoo che indovinavocon una penosa voluttà; e domandavo a mestessocon immenso sconfortose fosse possibile che tutta quellagente felice potesse credere che a venti passi c'era un uomo chemoriva di fame.

Verso sera le mie sofferenze si feceroinsopportabili. Uscii come un pazzo. Mi trascinai dinanzi a tutti icaffè e a tutti i teatrinascondendomi fra i monellicercando il buioesitando lungamente. Poitutt'a un trattomitrovai abbiettorassegnatocontento di esserlo. Vidi uscire unacoppia di giovani eleganti dalla Pergola; la donna bellacoperta dipellicce e sorridente; l'uomo con la cravatta biancae guardava leicon occhi innamorati. Ella montò in una bella carrozzaglistrinse la mano e gli sorrise. Egli la vide partirecol cappello inmano e gli occhi intenti; allo svolto della via un guanto bianco siaffacciò allo sportello del legnoe il giovane salutònuovamente quel guanto; poi si avvicinò al gas e lesse unpiccolo bigliettino che aveva in mano; - gli occhi gli raggiavanosembrava felicedoveva esser buono. Me gli avvicinai col cappello inmano e gli dissi: "Ho fame."

Cotesta terribile verità doveva leggersichiaramente sul mio voltopoiché quel giovane mi guardòsorpresosenza parlaree mi diede un biglietto da cinque lire.Dovette accorgersi delle lagrime che avevo negli occhi febbrili; sifermò a guardarmi e mi disse:

"Voi siete giovanee sembrate sano; come vache avete fame?"

Però non attese altra risposta da me - io nonavevo alcuna da dargliene - e soggiunse:

"Se volete occuparvi venite a questo recapitodomani alle undici."

Era giovaneamatoriccofeliceaveva del cuoree quel ch'è più rarola delicatezza del cuore. Egli mifece fare il suo ritrattome lo pagò benissimonon solomarisparmiò anche il mio amor proprio comprendendo le cinquelire che mi aveva anticipato nel prezzo del lavoro. Egli mi aiutòin tutti i modicol danarocon le raccomandazionicogliincoraggiamentied ancheposso dirlocolla sua amicizia. Mercèsua entrai in un'altra vitanella vita operosalauta e onorata.Povero giovane! aveva il cuore pieno e l'espandeva! Un bel giorno lasua felicità si esaurì - egli aveva creduto che fosseinesauribile. - La sua amante era una gran damaportava un bel nomee cambiava spesso d'abiti e d'amiche intime. - Egli ebbe un duelloper una quistione di giuococon un capitano di cavalleriae fuucciso - il marito fece da secondo del capitano. - I suoi miglioriamici gli diedero torto; dissero che egli spingeva le cose sino alromanticismoche aveva mancato di delicatezza e di saper viverechel'avea ricompensata di tutti i sacrifici ch'ella gli avea fatti pelpassatoe della felicità che gli avea regalatocompromettendola; che era ridicolo mostrarsi più geloso delmarito. Egli pagò con la vita.

Perché ti ho narrato anche questo episodioestraneo al mio racconto? Tant'èacciò serva a qualchecosati dirò chenon so perchépensai ad Eva che nonera riccache non era gran damache non aveva un bel nomee cheera nella condizione di dover smungere borsa dai suoi amanticome lagran dama smungeva i cuori dei suoi.

Io avevo vissuto vent'anni in dieci mesie misentivo fortepieno di vitadi cuoredi memorie e d'immaginazione.Se non avessi tanto goduto e tanto sofferto credo che non avrei maiavuto tanta vigoria di mente e d'animatanta felicità ditrasmettere nelle mie opere cotesta sovrabbondanza di vita. Avevo unabella riputazioneero quasi riccoe godevo la vita - io che avevoavuto l'anima piena di sogni luminosi e di aspirazioni idealiel'avevo ancora qualche volta! La contraddizione che c'era nella miaesistenza fra le passioni e i sentimentisi rivelava nelle mieopere. Ero falso nell'arte com'ero fuori del vero nella vita - e ilpubblico mi batteva le mani. Quegli applausidelle voltemiumiliavano agli occhi miei stessima sovente mi ubbriacavano.Sembravami che andassi tentoni in cerca di non so che; mi sentivoisolatoe spesso ridicolo; avevo una menzogna per l'arte cheavvilivo e per la società che ingannavo; mi inebbriavo ditutti i piacerie di tanto in tanto sentivo il bisogno di uscirfuori da quell'atmosfera come un nuotatore che annega. Non mirimanevano che le passioni più sterilie le arricchivo ditutte le esuberanze del mio cuorepoiché sentivo il bisognodi avere delle passioni ad ogni costo. Non credevo piùnell'amoredopo averne fatto lo sciagurato esperimentoe dopo averveduto nelle braccia del grosso capitano di cavalleria quella donnaper la quale il mio benefattore avea dato sorridendo i suoiventicinque anniquella donna così elegantecosìdelicatacosì poetica - e mi sbramavo nel capriccio. Nonavevo un caldo sentimento religioso; il sentimento civile lo vedevosciupato nelle lotte dei partitie intorbidato dalle dispute digiornalirare volte convinti di aver ragione. Vivevo lontano dallafamigliain mezzo ad un mondo di usurai e di egoisti e di gaudenti;l'atmosfera era calda di effluvi giovanili. - Come vuoi che iopotessi comprender l'arte in tali condizioni?... mettendomela sotto ipiedi! Arrossivo delle mie illusioni di una voltae per non rideredi me che mi ostinavo ancora a sognare in mezzo a tanti che tenevanogli occhi apertirisi di quella buffonesca serietàe diquella sordida preoccupazione generale. Risi del contegno ipocritaper nascondere il marciodella frase elegantemente vaporosa checonteneva desideri volgaridel pudore del veloe dell'innocenzadello sguardo.

Ero ricco di giovinezzadi gloria e di fiducia inme. Più di uno stivalino altierodi quelli che avevo sognatiavea toccato per me il lastrico della viae si era posato furtivosul tappeto della mia scala. Più di un guanto profumato erastato dimenticato sul mio canapè. Ti giuro che i miei sognivalevano assai più della realtà! Ah! le mie duchesse divia Santo Spirito! Se avessi saputo che la scienza della vita doveacostarmi tante e sì care illusioniio avrei preferito lamiserial'oscurità e i miei castelli in aria. Non ti diròdi chi fosse il tortoanzi probabilmente era il mioperch'erosognatoreperch'ero ombroso e diffidenteperch'ero divenutoscetticoperché amavo da osservatoree mettevo sempre delriserbodirei della restrizione mentalenelle espansioni del cuore.Quando nei trasporti amorosi non si mette lo stesso abbandono dalledue partiuna delle due è ridicola di certo - Non so quale.

Nei crocchi eleganti che frequentavo sentivo spessoparlare di Eva come si parla del miglior cavallo da corsadell'operain vogae della più bella pariglia. Era un'appendicenecessaria a quella vita di lusso e di piaceri. Io avevo buttatodalla finestra le poche memorie che mi rimanessero di lei - i suoinastri scoloritii suoi stivalini rottii suoi guanti scompagnati.- Avevo lasciato da molto tempo quella cameretta dov'ella avevadormito tanti sonni - ed oraa voltesentivo un ardente desideriodi rivederlad'incontrarladi gettarle in faccia il lusso della miafelicità. - Non era più amorema era vanità. -Io non so quale dei due sentimenti sia più forte; certo spessosi scambiano l'uno per l'altro.

Non l'avevo più vista. La dicevano bella comeprimaelegante come un mazzo di fiorie corteggiata come unaregina. Molti entusiasmi giovanili si scaldavano parlando di cotestadonna che avevo visto attizzare il fuoco del mio camino; e nonrammentai altro che la sua bellezzala sua eleganzae il suosorriso - ricordi che mi montavano alla testa. - Ero dispettoso chela fosse cosìe che sembrasse ancora così agli altri.

Una sera ero al Paglianoin uno di quei palchettidove è favore distinto essere ammessodove i numi dell'olimpofiorentino si pigiavano come ad una mostraper scambiare un sorrisoo una stretta di manoin faccia ad un pubblico di gelosicon la deadel santuario. Io le sedevo accantoe la dea mi largiva parole esorrisi. Tutt'a un tratto la vidi aggrottare il sopracciglioda veradeaprendere l'occhialettoe dirigerlo bruscamente su di unpalchetto di faccia - era uno di quei gesti espressivi che usano legran dame quando non vogliono scendere alla parola - ma siccome nonmi curavo di seguire il capriccio di leicosì mi contentai diguardare quel braccio nudotanto bello ch'era pudicoe sinascondeva nel guanto sino a metà. Però l'osservazionedi lei era così insistente chesenza volerloseguii ladirezione di quell'occhialettoe ne vidi un altro che gli rispondevacome una pistola da duellante. La dea si stancò per la primae distese mollemente il braccio sul velluto del parapetto. Alloraanche l'altro occhialetto scomparvee riconobbi Eva - Evasfolgorante di tutta la sua bellezzacolle spalle e le braccia nudei diamanti fra i capellii merletti sul senola giovinezzailbriol'amore negli occhi - anzila voluttà - e il sorrisoinebbriante - il sorriso che faceva luccicare come perle i suoidenti.

"Chi c'è nel palco numero treinseconda fila?" domandò la dea con quell'accentoinimitabile che hanno le dee quando parlano dei semplici mortali.

L'officioso più lesto e più fortunatorispose:

"Il conte Silvani."

"E' un pezzo che non si vede il conte!"

"E' stato in Germania."

"E ha preso moglie?"

"No."

"Ah!"

Nel vestibolo incontrai di nuovo Eva di faccia afaccia. Ella mi lanciò di bruciapelo uno di quei tali sguardicome se mi desse un pugno al cuore.

La dea aveva un altro genere di sguardiquellidella lente che vi tiene a distanza poiché l'occhio non vivuol riconosceree domandòcon quel muto linguaggioall'insolente che osava fissare gli occhi su di leicome nonrimanesse abbagliata da tanto splendore. Eva si contentò disorriderelevando il capo per dire qualche parola al suo compagnomentre si appoggiava al suo braccio con un raddoppiamento dileggiadra civetteria; - il conte era alto e le dava il vantaggio dilevare il capo verso di lui per parlarglivantaggio grandissimo perle donne che sanno farlo in un certo modo! - Lasciò anchescivolare la mantiglia sulle spallee mi pare che osservasse con lacoda dell'occhio se io facessi attenzione a tutta cotesta manovra.Quelle due donne che non si conoscevano nemmenoche non si sarebberoincontrate giammaidovevano odiarsi cordialmente.

Io non potei dimenticare un momento quegli occhi chemi avevano dardeggiatoe che si erano volti sorridenti verso di me.

Un giorno all'improvviso Eva venne da meleggiadrapazzerellasorridente come sempregirando per tutte le stanzetoccando tuttofacendo frusciare gaiamente la sua veste sul tappetocome se ci fossimo lasciati il giorno innanzi. Mi domandò sefossi in collera con leise avessi pensato a leise l'amassiancora; mi disse che non mi aveva mai dimenticatoche era contentadi vedermi in quello statoche era orgogliosa di avermi amato; midisse cento cose seducenti come ella le sa direscaldandosi alfuocoe sollevando la veste per posare i piedini sugli alari. E'impossibile esprimerti tutto quello che c'era nelle sue parolenelsuo risonei suoi occhi e nei suoi gesti. Mi parlò delpassato; mi domandò dei miei amorie come amassie comefossi amatoe se amassi di più o in un altro modo- e midiede anche un bacio come mi avrebbe dato una stretta di mano. Poidopo ch'ebbe fatto ardere il mio sangue con quella grazia cosìcalma e nello stesso tempo così spensieratacon quei suoisguardi sorridenti come ad un fratellocol profumo del suofazzoletto e coi tacchi degli stivaliniella si alzòtranquillamente e mi stese la mano. - Se ne andava! erano le duedoveva andare dalla modistadalla sartada Marchesinia fare ungiro alle Cascine. Alle sei poi davano in tavola - mille ragioniinoppugnabili! Io chiusi la porta e le presi le mani; ella me lestrappòe si mise a correre per le stanzaridendofolleggiando come una bambinae poi mi si abbandonò tuttatremantecollo stesso sorrisocon un movimento infantile einebbriante.

"Matto! matto!" mi disse lisciandosi icapelli allo specchio. "Ed io più matta di te! Apropositoe la tua dea?"

"Quale dea?>

"Quella del Paglianola superbiosa. L'amimolto?"

"Punto."

"Ti credo. Siete così orgogliosientrambi! Dovete bisticciarvi sempre. L'amerai per vanità."

"Sono troppo orgoglioso per avere di cotestevanità."

"Come sei diventato!" e mi guardava tuttasorpresacon cert'aria ingenua che possedeva ancora. "Dimmicome amano le gran dame" e annodava i nastri del cappellino.

"Come le piccole."

"Adulatore! Ma io perdo il mio tempo con te!Addio."

"Verrai a trovarmi?"

"No."

"Verrò io?"

"No."

"Comeno! Ma non capisci che ho bisogno divederti!"

Ella mi guardò e scoppiò a ridere.

"Proprio?" mi disse.

"Come dell'aria per respirare!"

"Sei pur stato tanto tempo senzae non seimorto!"

"Perché sei venuta dunquemaliarda?perché mi hai fatto ardere il sangue colle stesse febbri?..."

Ella mi guardò nello specchiocon quelsorriso! e mi disse:

"Ero gelosa!"

"Dunque mi ami!"

"No. Tu non capisci coteste gelosie di donnatu! e sei un uomo di spirito! Andiamovianon piùsciocchezze!" riprese con dolcezza dopo alcuni istantiaccarezzandomi la mano per rabbonirmi. "Ti voglio ancora delbenema bisogna essere ragionevoli. Non scherziamo più colfuoco!"

Ella seguitava ad accarezzarmi le manie vedendomisempre accigliato soggiunse:

"Ti giuro che se avessi prevista cotesta nuovafollia non sarei venuta!"

"Ah! non lo sapevi?"

"No! Mi pareva di trovarti piùragionevole."

"Ma adesso che vedi come non lo sonoe che sonpiù pazzo di primae che son geloso non del tuo cuorema deltuo corpoe che un lembo della tua veste se mi tocca mi fa perder latestaperché non seguitarese non ad amarmialmeno alasciarti amare?"

Eva mi guardò in viso in modo singolare e midisse tranquillamente:

"Perché ho più giudizio di te."

"Non mi ami più?"

"No."

"Perché sei venuta dunque? Dimmelomaledetta! maledetta! Fu un capriccio?..."

"Sì... e se durasse sarebbe unafollia... per tee per me."

Allora io andai all'usciosenza far mottoel'apersi.

"Senza rancore!" diss'ella stendendomi lamano.

E lasciandola cadere dopo aver aspettato inutilmentesoggiunse:

"E' pure una gran disgrazia che siate fattocosì."

Uscì stringendosi nella veste per nontoccarmi. Io corsi a nascondere il viso e le lagrime nei guancialiancora odorosi del profumo dei suoi capelli.

Quelle due ore avevano gettato sul mio cuore ilsoffio ardente delle tempeste del passato. Io l'adoravosìl'adoravo così com'eral'adoravo perch'era così! Avevoil desiderio frenetico dei suoi guanti che si lasciava strappare elacerare ridendoe dei suoi stivalini di cui la seta strideva fra lemie mani.

Feci mille pazzie per leila cercaiimploraipiansipassai le notti sotto le sue finestrevidi l'ombra di leiaccanto all'ombra di un uomo dietro le cortineseguii di notte lasua carrozza per le vie e vidi il suo capo sull'omero di lui. - Ellami ravvisòe chiuse le imposte o si tirò vivamenteindietroo volse il capo dall'altra parte. - Sirena! maliarda! chemi aveva inebbriato coll'amoreed ora mi intossicava con la gelosia!Le scrissi; le scrissi umiledeliranteminaccioso. Ella mi rimandòle mie lettere con un sol motto: " Una follia non si fa duevolte o diventa sciocchezza ". - Una sera la rividi in teatro;ella non mi gettò che un'occhiata dal suo palchetto - a me chedivoravo la sua bellezza con tutti i sensi e ne ero geloso! La vidiuscire raggiantesuperbacolla testa altail cappuccio sugliocchie il braccio nudo appoggiato a quello di lui. Io feci striderela seta della sua veste imprigionata sotto al mio piede; ella sivolse vivamente e mi gettò in faccia un'occhiata di colleraforse senza riconoscermi.

E così la seguo da mesicon questo acredesiderio di lei ch'è memoria e gelosia mischiate insieme; ecerco di vederla; e frequento i luoghi dove spero incontrarla; e lariconosco al portamentoal posare del piedeal muover della testa;e stasera la riconobbi subito appena la vidisebbene mascherataequando potei farla parlare ed accertarmi ch'era proprio lei non lalasciai piùda lontano o da vicinoe so quel che ha fattoquel che faràl'ora in cui la carrozza verrà aprenderlae poco famentre era seduta nel ridottonel momento incui vidi allontanare il conte per andare a comprarle dei dolcisedetti accanto a lei e mi tolsi la maschera.

"Voi!" esclamò. "Ancora!"

"Sì! non tentate di sfuggirmi; voglio iltuo amore!"

"Siete pazzo!" mi dissegettandomi infaccia la doccia fredda della sua calma.

"E voi senza cuore!"

"Io! che vi ho sacrificato dieci mesi della miagiovinezzai più belli! che vi ho sacrificato la miacarrierae che avete messo alla porta quasi in cenci!"

"Ah! e volete vendicarvi!..."

"Nove lo giuro. Non sono in collera con voi.Non lo sarei che ove vi ostinaste in questa follia. Noi ci siamotrastullati con una cosa pericolosaabbiamo preso sul serio ilromanzo del cuore; ecco il nostro tortoperché anch'io ci hocreduto per un istante. Ma non siamo abbastanza ricchi perpermetterci questo lusso."

"Non credete all'amore?" le dissiinsolentemente. "non ci credete più?"

"Ohtutt'altro! E' il ferro del mestiere. Macredo a quello degli altri. Anche voi dovete credercima intutt'altro modoper scaldare la vostra fantasia e farne risultaredei bei quadri che vi frutteranno onori e quattrini."

"Ohè un'infamia!"

Ella si drizzò come una duchessa cui si fossemancato di rispetto e mi disse seccamente:

"Me l'avete insegnata voi! Ora andatevenechéviene il conte."

"Oh! tanto meglio! Voglio conoscerlo questofelice mortale che vi paga i baci e le menzogne!"

"Ah!" esclamò con un sorriso chenon avevo mai visto in lei "mi ricompensate così! Maguardatevi! che il conteoltre il pagarmi tutto questoregala anchedei famosi colpi di spada!"

"Pel nome di Dio!" mormorai ebbro dicollera e di gelosia"che egli non ti pagherà piùnullae domani sarai sulla strada se non vorrai venire a chiedermiospitalità!"

<Tu sai che ho scommesso!" finìEnrico guardandomi con occhi sfavillanti.

Enrico si passò la mano sugli occhiperscacciarne la frenesia che vi lampeggiavae riprese dopo alcuniistanti di silenzio:

"Sono pazzo! lo so anch'io! Ma la ragione mi èinsopportabile. Non ho più fede nell'artenella vitadi cuiposso contare i giorni che ancora mi rimangononell'amore... e songeloso!..."

"Hai visto le sue braccia nude?" midomandò dopo un istante con voce raucacome se parlasse insogno.

"Ma la tua famiglia?" gli dissi.

Non rispose. Posciadopo un lungo silenzio easciugandosi gli occhi. "E' il solo dolore che mi rimanga!"

"Potrebbe anche essere un confortoe tale dacompensarti ampiamente."

Enrico mi rise in faccia con un'ironia quasiinsolente.

"Mio caroi sentimenti puri non sono che perle anime pure. Che cosa porterei in mezzo alla mia famiglia che hasacrificato tutto al mio egoismo?... i miei infami sogni? i mieisozzi desideri? i miei disinganni colpevoli? Grazie a Dionon sonoarrivato così in basso da non comprendere che morrei divergogna pensando ad Evanelle braccia di mia madree cheprofanerei vilmente le labbra di mia sorellacoi baci che ho dato aquella donna!"

Si alzò bruscamentecome se temesse qualchealtra osservazione.

"Fra mezz'ora" mi disse"al buffet;il conte vi ha dato appuntamento ad un suo amico che parte per Parigicol primo treno. Sono le quattro; hanno ordinato la carrozza per lecinque; sono certo di non mancare."

Mi toccò appena la manoed uscì.

Egli mi aveva rovesciata addosso quella narrazionecome una valangatutta di un fiatoquasi fosse stato uno sfogosupremo e disperatocon parole rottecon frasi smozzicateconaccenti che solo il cuore sa metter fuorie cui solo lo sguardo sadare un significato. Io non potrei accennare la millesima partedell'impressione che faceva quella dolorosa frenesiairrompenteconcitata e febbrile di un uomo col piede diggià nella fossache gemevasi contorceva ed urlava nel suono della vocenel tremitodelle labbranelle lagrime degli occhimentre la folla dellemaschere urlava anch'essa ebbra di vino e di musica rimbombante.Tutto ciò mi saliva alla testami ubbriacava. Ero rimastoattonitoquasi annichilito dinanzi a quella tempesta del cuorecomedinanzi ad una tempesta degli elementi. Uscii dal palco dopo diEnricoe lo cercai inutilmente pei corridoiin plateasulpalcoscenicoda per tutto. Dov'era andato?

Vidi l'elegante coppia che aveva attirati tutti glisguardi dirigersi verso il buffete la seguii. Quella stranaavventura mi aveva gettato in una singolare preoccupazione. Iltrovatore si tolse la maschera; era veramente il conte Silvanibelgiovanericcoprodigocoraggioso. Era l'ora in cui la stanchezzao il caldoo il vinoo la folliafanno cadere tutte le maschereed anche Eva si tolse la sua. Aveva il viso rossovolse in giroun'occhiata quasi timida; poi si assise di faccia al suo compagno. Losciampagna spumeggiava nei bicchierigli occhi brillavanoel'eguaglianza sociale regnava in un modo che mai democrazia al mondoha sognato possibile. A poco a poco vidi radunarsi nella sala tuttiquei giovanotti che si erano trovati impegnatisenza saper comeinquella bizzarra scommessa. Si guardavano attorno con curiositàsorridevanoe si parlavano a bassa voce. Di quando in quando Evavolgeva uno sguardo sulla folla che andava e veniva dall'uscioe poitornava a ridere e a parlare col conte. La mezz'ora suonava. Iotenevo gli occhi fissi su di Evae tutt'a un tratto la vidiimpallidire lievementechinarsi all'orecchio del conte e dirgliqualche parola; questi sorrise e accennò negativamente; preseil bicchiere di leie lo riempì di sciampagna. Seguii ladirezione degli occhi della donnastraordinariamente spalancatievidi Enricoche si teneva sulla sogliasenza mascheracon certafaccia pallida di malaugurio che gli dava l'aspetto di un cadavere.Non so perché - non conoscevodireicostui che da due ore -ma il cuore mi batté forte.

Infatti vi dovea essere veramente qualcosa distraordinario nel suo aspettopoiché tutti lo guardarono inun certo modo come di sorpresa. Anche il conte si volse a guardarlovedendo che tutti lo guardavanoe sorrise.

"Tò! ancora quell'originale!"

Enrico gli si avvicinò con tutta calmae sitolse il berretto con comica serietà.

"Ti diverti?" gli disse sorridendo ilconte per dire qualche cosagiacché quel saluto gli aveatirato addosso l'attenzione generale.

"Sì! in fede miasi! quando ti vedo midiverto."

"Mi conosci?"

"Diavolo! Chi non ti conosce!"

"Bevi alla mia salutedunque"gli disseporgendogli il bicchiere spumeggiante.

"In coscienza non posso; ché tu staimolto male!"

"Ah! ah! una delle solite facezie!"sghignazzò il conte rivolto ad Eva. "Adesso ci dirài nostri segreti!"

Io guardai Eva e la vidi pallida come cera.

"Oh! oh!" rispose Enrico ridendo comeavrebbe potuto ridere uno spettro se gli spettri potessero ridere;"il segreto di pulcinella!"

Il conte sembrò imbarazzato per un istante;ma non era uomo da darsi per vinto alla primae replicò:"Sapevo la tua risposta: è vecchia come il tuotravestimento."

"Da arlecchino d'onoreno! Anziper provartiche non sono un ciarlatanoti dirò quelli di lei" eaccennò ad Eva. "Non i segreti del suo cuorepoichénon ne ha; ma posso dirti quelli della sua vita."

Eva fece un movimento per alzarsiquasi avesseperduta la testae agitò due o tre volte le labbra pallidesenza poter parlare. Attorno a quel gruppo si era formato un cerchiodi curiosidi cui il centro era occupato da quei due uomini chesorridevano. Ci fu un istante di silenzio. Evidentemente il conteavrebbe fatto a meno di quella lotta di frizzima come trarsiindietro? Enrico gli sorrideva semprecol suo viso cadaverico e gliocchi luccicanti come quelli di un fantasma.

"Ah! davvero? E come lo sai?" disse ilconte con uno sforzo d'audaciaperché era imbarazzato eglimedesimo del suo silenzio.

Enrico appoggiò ambe le mani sul marmo deltavolinosi chinò verso di lui sin quasi a soffiargli infaccia le parolee rispose lentamente:

"Lo soperché sono stato l'amante dellatua amante."

Nell'occhio del conte passò un lampoe lesue labbra si contrassero sforzandosi di sorridere ancora. Sembròondeggiare un istante sul partito da prenderee istintivamente volseattorno uno sguardo furtivo e lo fermò su di Eva. Ella erapallidissimaavea le labbra livide e l'occhio smarrito quasi stesseper svenire. Tutti quegli occhi che si fissavano sul conte sembraronoraddoppiare il sangue freddo di lui. Egli esitò un solomomento; poi alzò il bicchiere ricolmo all'altezza del naso diEnrico ed esclamò:

"Alla salute dei tuoi amori passati dunque!"e vuotò il bicchiere d'un fiato.

Ci fu uno scoppio di applausi.

"Bravo!" disse anche Enrico. "Sei unuomo di spirito!"

"Grazie!"

"Io lo sapevoe perciò ho fatto lascommessa."

"Davvero?"

"Sìho scommesso che avrei dato unbacio alla tua amantee che tu non l'avresti avuta a male."

"Ehcaro mio! Scommessa arrischiata!"rispose il conte che cominciava a farsi serio.

"Ohibò! Sei un uomo ammodo! Guarda!..."

E senza precipitazionecon quella calma che nonl'aveva abbandonato un solo istantesi chinò su di Evalaquale era quasi fuori di sée non si aspettava certamentequell'eccesso di folliae la baciò sulla guancia.

Il conte si rizzò come un fulminee gliapplicò un sonoro schiaffo.

"Ohoh" esclamò Enrico senzascomporsisorridendo ancora del suo lugubre risoe passandosi lamanica sulla guancia rossa. "Vedi che avevo ragione di non berealla tua salute."

Le condizioni del duello furono stabilite quasisubito fra due amici del conte e due dei giovanotti che avevanoimpegnato la scommessa con Enrico. Silvani era partito. Ioaccompagnai il mio amico che sembrava diventato un altroindifferente a tuttoanzi un po’ inebetito come quando giravafra la calca del veglione. I suoi occhi luccicavano da pazzo: era lasola manifestazione di quello che dovea chiudersi in petto. Passandoattraverso la ridda frenetica dei ballerini e delle mascheresorrideva in modo strano; e un momento si fermò a guardarecome uno sfaccendato che si balocca con la sua spensieratezza. -Quella musicaquell'allegria scapigliata e quell'uomo che guardavasorridendomi stringevano il cuore. Allorché fummo incarrozzam'accorsi che Enrico tremava come chi è colto dafebbre. Volli dargli il mio paletò; lo rifiutò.

"Non occorre;" mi disse"fa caldo."

"Hai la febbre!"

"Lo so. Son parecchi mesi che l'ho tutte lesere... Passerà."

E rideva.

Era ancora buio. Nella notte era caduta molta neveche imbiancava le strade e i tetti sicché la carrozza vicorreva sopra senza far rumorecome se facessimo un viaggiofantastico. Lasciammo il legno al piazzale delle Cascinee cimettemmo a piedi per un lungo viale. L'aria era frizzante; i primichiarori dell'alba imbiancavano debolmente il cielo attraversol'incrociarsi dei rami inargentati dalla neve; una sfumatura opalinasi disegnava in fondo al viale sull'orizzontee il viale stessoappariva come una lunga striscia candida su cui risaltavaad unacerta distanzaun'ombra indistinta che si avvicinava senza farrumorefacendo tremolare due fiammelle rossigne ai due lati.

L'alba si era fatta più chiara quando ilconte e i suoi testimoni ci raggiunsero. Erano avvolti nei loromantelli e avevano il sigaro in bocca. Ci fu uno scambio generale disaluti fatti in silenzio. Quei due uomini si guardarono senza batterciglioquasi non si fossero conosciuti mai.

Gli uccelli cominciavano a pispigliaree un raggioindorato corse come una freccia sui rami più alti. Il conteaccese un'altra sigaretta mentre si compivano le formalitàpreliminaried uno dei testimoni alzò il naso verso il cielodicendo:

"Sarà una bella giornata."

Poscia tutti i sigari si spenseroe tutti i voltiassunsero la maschera di circostanza.

Enrico si tolse l'abito e lo piegòaccuratamente; vi sovrappose il cappellorimboccò le manichedella camicia sino al gomitoprese la spada che gli presentavanolapiegò in tutti i sensi sulla punta del piedee frustòl'aria con essa. Successe un istante di silenzio. Poi si udìuna voce:

"A voisignori!".

E le due lame scintillarono.

Ho ancora dinanzi agli occhi quel triste spettacolo.

Enrico avea la guardia un po’ spavaldamaferma come il bronzoche gli spagnoli ci hanno lasciato a noi delmezzogiorno; sembrava tutto d'un pezzo dalla punta della spada allapunta del piedee parava con un semplice movimento del pugno. Ilconte era bravo spadaccinosnelloagilenervoso; la spada gliguizzava fra le mani come un balenocavando e ricavando collarapidità di un mulinello; si raccorciavasi nascondeva quasisul fiancoe vibravasi improvvisamente come un giavellotto aspuntarsi su quei pochi centimetri di cocciadietro alla qualeEnrico riparavasi come dietro ad uno scudo che coprisse tutta la suapersona.

Dopo alcuni istanti il conte ruppe di un passoe sirimise in guardia come per vedere con chi avesse a che fare. Due otre minuti rimasero immobilicon il ferro sul ferrogli occhi negliocchil'odio che si scontrava con l'odio.

Enrico ritirò la sua spada facendolastrisciare lento lento su quella dell'avversario con un movimentofelino. Parve che un fremito si fosse comunicato dal suo ferro atutto il suo corpoed assaltò bruscamente. A un tratto sipiegò come un arco colla rapidità del lampoed io chegli stavo alle spalle vidi luccicare la punta della spada nemicadall'altra parte del suo petto.

"Alto!" gridarono i secondimettendo laspada fra i duellanti.

"Non è nulla!" disse Enricoscoprendosi il petto. "E' una scalfittura."

Il ferro però aveva fatto quel che aveapotutoe aveva portato via quello che aveva incontrato. Una strisciadi carne lacerata solcava il petto di Enrico e la camiciach'erastata meno lesta di luiera stata bucata netta.

Il chirurgo - un nostro carissimo amicomoltoconosciuto a Mentana come il 'Dottore dal cappello bianco' - esaminòla ferita; era infatti orribile a vedersima non era gravee queisignori potevano ancora seguitare a bucarsi la pelle.

"Diavolo!" esclamò Enrico. "Noncredevo che ci fosse ancora tanta carne nelle mia ossa."

Il dottore voleva fasciargli la ferita. "No"egli rispose; "il signore ha diritto di aver nudo il suobersaglio."

Il conte s'inchinò.

Non c'era che direquei due bravi giovanotti siscannavano da perfetti gentiluomini.

Tornarono a mettersi in guardia; ma stavolta eranopallidi entrambi di un pallore sinistro. Lo scherzo di buona societàcominciava a farsi serio. Enrico sentiva al certo che non aveva tempoda perdereperché il sangue gli scorreva fra le dita dellamano che si teneva sulla feritae la mano e la camicia gli si eranofatte rosse. Si vedeva una terribile tensione in tutta la suapersonanell'occhio intentonei movimenti nervosinel garrettosaldonel corpo piegato all'indietro: sembrava una molla d'acciaioche stia per scattare. Il conte l'assaliva colla furia di chi capisced'avere a che fare con un temibile avversarioe sente di doveruccidere per non essere ucciso. Tutt'a un tratto si vide una strisciadi luce correre e serpeggiare come una biscia sulla spada del conteEnrico andare a fondo tutto d'un pezzoe saltare indietro levando inalto la spada.

Il conte portò vivamente la sinistra sulpettostralunò gli occhiabbandonò la guardia e siappoggiò un'istante alla spada che si piegò sotto ilsuo peso; poscia barcollò e cadde su un ginocchio.

Tutti si precipitarono su di lui. Enrico si feceancora più pallidoe lo guardò cogli occhi di unmentecatto.

Il 'Dottore dal cappello bianco' s'inginocchiòpresso del contementre uno dei suoi secondi gli teneva il capo suiginocchie gli aprì la camicia.

La ferita non doveva essere grave; era appenavisibilefra la terza e la quarta costolae mandava pochissimosangue. Sembrava davvero una cosa da nulla. Il dottore non ebbebisogno che di una sola occhiataper ordinarecon quell'accento chehanno soltanto i medici in certe occasionirialzandosi bruscamente:"La carrozza! prestola carrozza!"

Passarono alcuni mesi senza che io piùrivedessi Enrico Lanti. Ero tornato in Siciliama non ne avevo avutopiù notizia. Un mattinoverso gli ultimi di ottobremi furecapitata da un contadino una lettera urgente inSant'Agata-li-Battiatiove mi trovavo.

Il carattere di quella lettera che veniva a cercarmicon urgenza mi era assolutamente sconosciutoe sembrava tracciatocon mano tremante. Però non ci volle molto per correre allafirmagiacché la lettera era brevissima; era di Enrico Lantie diceva:

" Amico miovorrei vedertie siccome me nerimane pochissimo tempo ti prego di affrettartise vuoi rendermiquest'ultimo servigio. "

Mi misi in viaggio immediatamentefacendomi guidaredal contadino che aveva recato la lettera.

Fuori Aci Sant'Antoniodopo un cinque minuti dicorsa per quella bella strada che svolge agli occhi del viandantel'incantevole panorama della vallata di Acitutta seminata di villee di villaggifra le vigne e i boschi di arancisino al marelamia guida mi additò una casetta elevata su di un ciglione.Bisognò lasciare la carrozza e metterci per una viottolaattraverso i campi.

Alla svolta del sentiero mi si presentò lacasa ridente ed ariosaornata di viti e di rosaicon una bellaspianata sul davantie due magnifici castagni che le facevano ombra.

Sotto un di quegli alberi c'era una poltrona collaspalliera appoggiata al tronco; un mucchio di guanciali le daval'aspetto doloroso che hanno le poltrone degli infermi. Vidi unascarna e pallida figura quasi sepolta fra quei guancialie accantoalla poltrona un'altra figura canuta e veneranda - la madre accantoal figliuolo che moriva.

Corsi a lui con una commozione che non sapevopadroneggiare. Com'egli mi vide mi sorrise di quel riso cosìdolce degli infermie fece un movimento per levarsi.

Si vedeva diggià il cadavere: il nasoaffilatole labbra sottili e pallidel'occhio incavernato.

Lo tenni stretto fra le mie bracciaed egli mibaciò più volte; quel bacio era caldo di febbre; tuttala sua epidermide era riarsae l'anelito frequente ed affannoso glisi sprigionava dal petto con un sibilo.

Sedetti di faccia a lui. Egli non volle abbandonarele mie manie cercava di sorridermi ancora quantunque dovesse moltosoffrirea giudicarne dalla contrazione dei suoi lineamentiche ditratto in tratto non poteva dissimulare.

"Grazie!" mi disse tutto commosso. "Tualmeno non mi hai dimenticato!"

Tacque subitosopraffatto da un violento scoppio ditossecheahimé!non ebbe neanche la forza di proromperema si contentò di lacerare quel povero pettofacendolosobbalzare convulsivamente. Poi si abbandonò sui cuscini cogliocchi chiusisfinito. Quali occhi! Le palpebre nerastre siaffondavano nell'occhiaia incavatae quando si riaprivano scoprivanoqualche cosa che parlava dell'altro mondo. Nell'impeto della tossetutto quel poco sangue che gli rimaneva sembrava correrecon rossorifuggitivisulla mortale pallidezza delle gote; poscia quellapallidezza si faceva più mortale ancora. La madre tenevaabbracciati i cuscini dove si perdeva quasi il corpo del figlioeguardava quelle sembianze adorateove la morte sbatteva diggiàla sua livida alacon l'occhio asciuttoquasi il cuore avessebevuto tutte le sue lagrime.

Feci un movimento per alzarmi. Egli che possedeva lasquisita percezione di tutto ciò che si faceva vicino a luicome l'hanno i moribondi di quel malemi strinse le manisenzariaprir gli occhie mi fece cenno di non muovermi.

Dopo qualche secondo volse lentamente il capoefissò un lungo sguardo negli occhi di sua madre. Negli occhidella madre e in quelli del figlio non c'erano lagrime: c'era unsilenzio che spezzava il cuore.

"Mamma!" disse Enricoe la sua voce fiocavibrava come una carezza in quella dolce parola. "Ecco il mioamico. Tu gli vuoi benenon è vero?"

La povera donna mi stese la manoed io la baciaireligiosamente.

"Dove sono gli altri?" domandòEnrico con la curiosità inquietaparticolare al suo stato.

"Tuo padre è andato ad accompagnare ilmedicoe l'Agatina è andata a coglierti una manata digelsomini che ti piacciono tanto."

"Il medico!..." mormorò ilmoribondo con accento che stringeva il cuore.

Nessuno di noi ebbe il coraggio di rispondere.

"Ti ho disturbato forse?" mi domandòdopo alcuni istanti.

"Ohno!"

"Avevo bisogno di vederti... e di parlarti."

Mi fissò col suo sguardo espressivo elucidissimoe soggiunse:

"Noi non fummo mai intimi; ma ci siamoincontrati in una tal epoca della mia vita che mi pare di non averealtri amici che te. Eppoi" e sorrise dolorosamente "hodiritto alla tua indulgenza... come tutti quelli che se ne vannoverso quelli che rimangono..."

"Enrico!" esclamai stringendogli le manicon dolce rimproveroe rivolgendo involontariamente uno sguardo allamadre di lui.

Anch'egli rivolse su di lei quegli occhi che dopoalcuni secondi di angosciosa contemplazione gli si riempirono dilagrime.

"Mamma!" le disse dopo una qualcheesitazione"non vorresti dire all'Agatina di fare anche unmazzolino pel nostro amico?"

La povera madre si levò in silenzioe siallontanò.

Rimasti soli ci guardammo senza aprir bocca. Nessunodi noi due trovava la prima parolae quel suo sguardo mi trafiggevail cuore.

"Io muoio!..." diss'egli finalmenteconun accento che non potrò mai dimenticare. "Lo vedi!..."

Non potei frenare le lagrimee gli strinsi la manocon forza.

"Coraggiopovero amico mio!"

"Credi dunque che mi rincresca di morire?... Ionon avrei bisogno di coraggio... se non fosse per quei poveri vecchiche mi spezzano il cuore!"

I suoi occhidove soltanto sembrava essersiraccolta la vitaluccicavano di lagrimementre li volgeva su tantosorriso di cielosu tanto azzurro di maresu tanto verde digiardini che gli stava attorno. Il suo cuore d'artistache possedevala squisita suscettibilità d'idealizzare quelle impressionidei sensidoveva grondar sangue parlando di morte fra tantericchezze di vita. Non ebbe più a lungo la forza didissimulare l'angoscia che doveva lacerarlo a quelle paroleemormorò con un sospiro a stento represso:

"Com'è bello tutto ciò!... Iosolo posso sentirlo in quest'ora..."

Rimanemmo qualche tempo in silenzio.

"L'hai veduta?" mi domandò tutt'aun trattocome se non ci vedessimo soltanto da pochi giornio comese seguitasse un discorso incominciato.

"No!" risposi con ripugnanzapoichéil ricordo di tal donna mi pareva una profanazione in quel momento.

Egli capìe sorrise ironicamente.

"Ah! voi altri puritani!... come sietesciocchi!"

Aprì la camicia sul petto per cercarvi unpacchetto di carte. Le ossa sembravano forargli la pelle gialla earida come cartapecora.

"Guardala!" mi disse trionfantesvolgendoda quelle carte una piccola miniatura"e dimmi se il vostropuritanismo vale il suo sorriso!"

Quel disgraziatodiggià per tre quarticadaverefaceva un ultimo sforzo onde delirare per quella donna chegli sorrideva ancora nel ritrattoe che non si ricordava piùdi averlo amato.

"Quando sarai al punto in cui sono" midisse Enrico"o quando sarai vecchioil che è peggiomaledirai la tua saviezza che ti ha fatto insensibile alla luceaiprofumialle dolcezze della giovinezza!..." E c'era tantocalore nel paradosso di quel moribondo che lo rendevadireisolenne.

"Ohpovero amico mio! Interroga la tuacoscienzainterrogala senza rimpianti e senza collerae non diraipiù così."

"Che m'importa!" saltò su Enricocon tal impeto quasi un serpe l'avesse morsicato. "Che m'importadella coscienzae di tutti quei fantasmi che voi altri avete creatoa furia di paroloni! Che m'importa del vero e del falso!... Ho tempodi perderci la testaio?... e neanche voi altri ce l'avete... voiche m'isterilite il cuore mentre la giovinezza fugge come un lampo!Tuvedisei giovanesanoforte... tu mi guardi forse con maggiorsorpresa che compassionee domandi a te stesso come mai siapossibile che la vitalità che senti in te rigogliosa e robustapossa giungere a tanta miseria di deperimento... Eppurevedi! Tuttacotesta robustezzatutta cotesta forza... un soffio... e se nevanno!... E l'uomo... l'uomo che sente dentro di sé ancoratutto questo inesplicabile mistero di desideridi speranzedi gioiee di doloriche la malattia non ha né indebolitonéuccisol'uomo che lo sente più forte e tumultuoso per quantopiù infiacchiscono le sue forzedomanderà a se stessocome tecosa sia dunque questa vitae questa incognita che chiamanocuore!... Chi lo può dire?... Nessuno. E se nessuno lo sachipuò dargli torto o ragione?"

Tacque anelanterifinito al pari di un uomo cheabbia fatto una lunga corsa; e dopo un triste silenzio ripigliòcon esaltazione morbosa:

"Ho visto tante mostruosità rispettatetante bassezze cui si fa di cappellotante contraddizioni di quelloche chiamate senso moraleche non so più dove stia la verità.Tu che mi parli di gioie false dimmi quali sieno le vere: quelle checostano più lagrimeo quelle che lasciano più rimorsi?- O perché rimorsi? – Qual è l'amor veroquelloche muoreo quello che uccide? - E qual è la donna piùdegna di amorela più castao la più seducente? -dov'è l'infamia? nella donna che ama per vivereo nell'uomoche vive per godere? - o che tiene il sacco dell'adulterio collacomplicità del silenzio - o che gli s'inchina quando lo vedepassare in carrozza? Chi sentenzia del bene e del male? Il mondo! Checos'è? Quali sono i suoi diritti? - e non mentisce? - e nons'inganna? - e non è ipocrita? o non ha altra scienza chequella di negare? - e quell'altra di biasimare?"

Si arrestava di quando in quandoe agitava la testasul cuscino come se i pensieri che gli martellavano il cervello nonpotessero più irrompere. La parola gli usciva rottaa sibilia rantoli.

Era uno spettacolo straziante.

"I pazzi son più felici di voi" eripeté due o tre volte questa frase. "Se vivete dimenzognese non avete di certo che le illusioniperché lemaledite quando son belle?... Voi altri savi... che vi affannatedietro ad illusioni che non raggiungerete giammai... o chesconfesserete quando le avrete raggiuntechiamate pazzo colui che sivive beato nelle sue illusioni!... il pazzo come vi chiameràvoi altri savi?"

"E l'arte..." soggiunse dopo poco"Menzogna anch'essa!... Menzogna... o illusione!"

Dopo coteste parole stette a lungo in silenziocogli occhi chiusi come se la vita l'avesse abbandonato intieramente.Era un lugubre silenzio. Poscia fissandomi in volto uno sguardorelativamente calmoe dove c'era una tinta di sorpresa:

"E' strano!" mormorò; "mipareva che avessi bisogno di parlare di lei... e che tu mi dicessiche ella ti ha parlato di me... Ora non lo desidero più... Hopensato ad Eva... e alla mia giovinezza... e le ho vedute lontanlontano... Sarà perché sono stanco!"

E dopo un silenzio:

"Posso contare le ore che mi restano di vitaposso dire: Domani... fra due giorni... quando quel bel sole faràscintillare l'immensa pianura d'acqua che si stende laggiùecolorirà del suo bell'azzurro questo cielo... quando lo stessoalbero getterà la stessa ombra sulla mia povera casae quegliuccelli schiamazzeranno fra le foglie... io sarò morto... nonvedrò e non sentirò più nulla... nemmeno ipianti desolati dei miei genitori che mi chiameranno... Che rimarràdi me? di tutta cotesta confusione di pensiero che sento in cosìfragile involucro?... Non lo so! nessuno me lo sa dire! Ciò èben triste!... Non è vero?"

Volse gli occhi lentamentecon stanchezzasu tuttol'orizzonte che lo circondavae con una certa inesprimibileamarezza:

"La vita!..." mormorò chiudendo gliocchi di nuovocome se quella vista l'affaticasseo gli lacerassel'animae dopo una lunga esitazione: "Sì! sì...c'è qualche cosa di vero nell'arte!..."

Il dolore m'opprimeva. Non sapevo far altro chestringere fra le mie quelle povere mani scarne.

"Tu non muoritu!" mi disse egli con unasublime e lacerante ingenuità "e forse la vedrai! Prendi"soggiunse dopo qualche secondo d'esitazione consegnandomi quelpacchetto che non aveva abbandonato. "Se mai la rivedrai ungiorno... se si rammenterà di me... dagliele... Se no... fannequello che vuoi... bruciale... Domani forse sarò mortoe miamadree mia sorella... non devono vederle..."

Ed esitò ancora lungamente prima di darmi ilritratto. In questo momento si udirono le voci dei suoi parenti chesi avvicinavano. "Maledetta!" esclamò trasalendo ebuttando il ritratto per terra. "Maledetta! Menzogna infame chemi hai rubato la felicità vera! Maledetta! E maledetta anchetearte bugiarda che c'inebbrii con tutte le follie! Maledetta!"

Un accesso di tosse sembrò soffocarlo; ilcorpo era troppo debole; ma lo spasimo lo faceva sollevare sullapoltronaagitando le braccia smaniosamente; e tentava quasi collemani contratte di strapparsi dalla bocca e dal petto quel doloreinsoffribile. In quel momento temei sul serio che mi morisse tra lebraccia.

Allorché sopraggiunsero i suoi parenti eraabbandonato sui cuscinicon un soffio di vita sulle labbracogliocchi fissi e le lagrime che gli rigavano le guance.

Qual più doloroso spettacolo di persone chesi adoperanoche hanno la terribile certezza di doversi separare persempreche hanno il cuore a brani pel doloree che devononasconderselo reciprocamente! Nella madre quel dolore era sovrumanoma rassegnatoquasi sacro; nel padre era cupo e profondo;nell'ingenua e candida giovinetta era meno dissimulatoma anche menovivoforse perché a quell'età non si crede giammaiintieramente alla sventura.

"Eccoti i tuoi gelsominiEnrico!> diss'ellascuotendo il suo grembialino sulle ginocchia del fratello. "Edecco per lei..." aggiunse arrossendo con un grazioso sorriso einchinandosi con bel garbo.

La ringraziaicommosso al vivo. Il desolatogenitore venne a stringermi la mano.

Vidi la madre che si chinava sui cuscini delfigliuolo e gli diceva qualche parola all'orecchio. Dal tristesorriso con cui il figlio rispose indovinai che gli aveva domandatocome si sentisse - quella dolorosa domanda che si ripete piùspesso quanto minori sono le speranze di avere una rispostarassicurante. Il padre che aveva lasciato il medico pochi momentiprimanon ebbe il coraggio di domandargli.

Lo sguardo intelligente del moribondo si affissavacon indefinibile espressione sui suoi caricome se volesse saziarsidella felicità di vederseli accanto mentre sentiva l'angosciadi allontanarsene sempre più ogni secondo.

"Perché mi lasci così spesso?"diss'egli al padre con accento che spezzava il cuorestendendogli lamano che ricadde senza forza.

"Accompagnai il dottorefigliuol mio..."rispose il povero vecchio facendo sforzi sovrumani per dissimulare lesue lagrime.

"Ah!... il dottore!..." esclamòl'ammalato stringendosi nelle spalle.

Nessuno osò aprir bocca.

Mi alzaipoiché non mi sentivo le forze diassistere più a lungo a quello spettacoloe perché misembrava di dover rispettare il pudore di quelle angosce.

"Te ne vai diggià?" diss'eglistendendomi la mano.

"Si."

"Verrai domani?"

"Verrò."

Credeva ancora al domani!

"Domani!..." esclamò quinditristamente. "Chi lo sa?... Ad gni modo" soggiunsestringendomi le mani"baciamoci... come due amici che silasciano per lungo tempo..."

Quel bacio caldoin cui si sentiva giàl'anelito del moribondomi trafisse il cuore. Egli mi seguìcon quello sguardo che strappava le lagrime finché svoltail'angolo della viottola.

Il padre suo insisteva per accompagnarmi sino allostradale. Mi parve un delitto rapirgli quegli ultimi e solennimomenti che poteva passare ancora presso il figlio che la morte glirapiva. Partii addolorato profondamente.

Tutta la notte non potei dormire. Sembravami disentire al mio capezzale il rantolo di quel moribondoe di vedermidinanzi agli occhi quello sguardo e quel sorriso nuotantinell'agonia.

Il giorno dopodi buon mattinoritornai ad AciSant'Antonio.

Sulla strada di Valverde incontrai i contadino chemi avea recato la lettera di Enrico il giorno innanzi. Lessi tutta laverità nell'occhiata che egli mi volsee l'interrogai colsolo sguardo. "All'alba!" mi rispose levandosi il cappelloe segnandosi.

Ordinai al cocchiere di tornare indietro; mi buttaiin fondo alla carrozzae piansi.



FINE