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GiambattistaVico



PRINCIPIDI SCIENZA NUOVA

D'INTORNOALLA COMUNE NATURA

DELLENAZIONI





IDEADELL'OPERA

SPIEGAZIONEDELLA DIPINTURA PROPOSTA AL FRONTISPIZIO

CHESERVE PER L'INTRODUZIONE DELL'OPERA



QualeCebete tebano fece delle moralitale noi qui diamo a vedere unaTavola delle cose civilila quale serva al leggitore perconcepire l'idea di quest'opera avanti di leggerlae per ridurla piùfacilmente a memoriacon tal aiuto che gli somministri la fantasiadopo di averla letta.

Ladonna con le tempie alate che sovrasta al globo mondanoo sia almondo della naturaè la metafisicaché tanto suona ilsuo nome. Il triangolo luminoso con ivi dentro un occhio veggenteegli è Iddio con l'aspetto della sua provvedenzaper lo qualaspetto la metafisica in atto di estatica il contempla sopra l'ordinedelle cose naturaliper lo quale finora l'hanno contemplato ifilosofi; perch'ellain quest'operapiù in susoinnalzandosicontempla in Dio il mondo delle menti umanech'è'l mondo metafisicoper dimostrarne la provvedenza nel mondo deglianimi umanich'è 'l mondo civileo sia il mondo dellenazioni; il qualecome da suoi elementiè formato da tuttequelle cose le quali la dipintura qui rappresenta co' geroglifici chespone in mostra al di sotto. Perciò il globoo sia il mondofisico ovvero naturalein una sola parte egli dall'altare viensostenuto; perché i filosofiinfin ad oraavendo contemplatola divina provvedenza per lo sol ordine naturalene hanno solamentedimostrato una parteper la quale a Diocome a Mente signora liberaed assoluta della natura (perocchécol suo eterno consiglioci ha dato naturalmente l'esseree naturalmente lo ci conserva)sidanno dagli uomini l'adorazioni co' sagrifici ed altri divini onori;ma nol contemplarono già per la parte ch'era più propiadegli uominila natura de' quali ha questa principale propietà:d'essere socievoli. Alla qual Iddio provvedendoha cosìordinate e disposte le cose umaneche gli uominicadutidall'intiera giustizia per lo peccato originaleintendendo di farequasi sempre tutto il diverso esovente ancoratutto il contrario -ondeper servir all'utilitàvivessero in solitudine da fierebestie- per quelle stesse loro diverse e contrarie vieessidall'utilità medesima sien tratti da uomini a vivere congiustizia e conservarsi in societàe sì a celebrare laloro natura socievole: la qualenell'operasi dimostreràessere la vera civil natura dell'uomoe sì esservi diritto innatura. La qual condotta della provvedenza divina è una dellecose che principalmente s'occupa questa Scienza di ragionare;ond'ellaper tal aspettovien ad essere una teologia civileragionata della provvedenza divina.

Nellafascia del zodiaco che cinge il globo mondanopiù che glialtricompariscono in maestà ocome diconoin prospettiva isoli due segni di Lione e di Vergineper significare che questaScienza ne' suoi princìpi contempla primieramente Ercole(poiché si truova ogni nazione gentile antica narrarne unoche la fondò); e 'l contempla dalla maggior sua fatigache fuquella con la qual uccise il lioneil qualevomitando fiammeincendiò la selva nemeadella cui spoglia adornoErcole fuinnalzato alle stelle (il qual lione qui si truova essere stata lagran selva antica della terraa cui Ercoleil quale si truovaessere stato il carattere degli eroi politicii quali dovetterovenire innanzi agli eroi delle guerrediede il fuoco e la ridusse acoltura); - e per dar altresì il principio de' tempiilqualeappo i greci (da' quali abbiamo tutto ciò ch'abbiamodell'antichità gentilesche)incominciarono dalle olimpiadico' giuochi olimpicide' quali pur ci si narra essere stato Ercoleil fondatore (i quali giuochi dovettero incominciar da' nemeiintrodutti per festeggiare la vittoria d'Ercole riportata dell'uccisolione); e sì i tempi de' greci cominciarono da che tra loroincominciò la coltivazione de' campi. E la Vergineche da'poeti venne descritta agli astronomi andar coronata di spighevuoldire che la storia greca cominciò dall'età dell'oroch'i poeti apertamente narrano essere stata la prima età dellor mondonella qualeper lunga scorsa di secoligli anni sinoverarono con le messi del granoil quale si truova essere stato ilprimo oro del mondo; alla qual età dell'oro de' greci rispondea livello l'età di Saturno per li latinidetto a "satis"da' seminati. Nella qual età dell'oro pur ci disserofedelmente i poeti che gli dèi in terra praticavano con glieroi: perché dentro si mostrerà ch'i primi uomini delgentilesimosemplici e rozziper forte inganno di robustissimefantasietutte ingombre da spaventose superstizionicredetteroveramente veder in terra gli dèi; e poscia si truoveràch'egualmenteper uniformità d'ideesenza saper nulla gliuni degli altriappo gli orientaliegizigreci e latinifurono daterra innalzati gli dèi all'erranti e gli eroi alle stellefisse. E cosìda Saturnoch'è Chrónosa' greci (e chrónos è il tempo ai medesimi)sidanno altri princìpi alla cronologia o sia alla dottrina de'tempi.

Nédee sembrarti sconcezza che l'altare sta sotto e sostiene il globo.Perché truoverassi che i primi altari del mondo s'alzarono da'gentili nel primo ciel de' poeti; i qualinelle loro favolefedelmente ci trammandarono il Cielo avere in terra regnato sopradegli uomini ed aver lasciato de' grandi benefìci al generumanonel tempo ch'i primi uominicome fanciulli del nascente generumanocredettero che 'l cielo non fusse più in susodell'alture de' monti (come tuttavia or i fanciulli il credono dipoco più alto de' tetti delle lor case); - che poivieppiùspiegandosi le menti grechefu innalzato sulle cime degli altissimimonticome d'Olimpodove Omero narra a' suoi tempi starsi gli dèi;- e finalmente alzossi sopra le sferecome or ci dimostral'astronomiae l'Olimpo si alzò sopra il cielo stellato. Oveinsiemementel'altareportato in cielovi forma un segno celeste;e 'l fuocoche vi è soprapassò nella casa vicinacome tu vedi quidel Lione (il qualecome testé si èavvisatofu la selva nemeaa cui Ercole diede il fuoco per ridurlaa coltura); e ne fu alzatain trofeo d'Ercolela spoglia del lionealle stelle.

Ilraggio della divina provvedenzach'alluma un gioiello convesso diche adorna il petto la metafisicadinota il cuor terso e puro chequi la metafisica dev'averenon lordo né sporcato da superbiadi spirito o da viltà di corporali piaceri; col primo de'quali Zenone diede il fatocol secondo Epicuro diede il casoedentrambi perciò niegarono la provvedenza divina. Oltracciòdinota che la cognizione di Dio non termini in essoleiperch'ellaprivatamente s'illumini dell'intellettualie quindi regoli le suesole morali cosesiccome finor han fatto i filosofi; lo che sisarebbe significato con un gioiello piano. Ma convessoove il raggiosi rifrange e risparge al di fuoriperché la metafisicaconosca Dio provvedente nelle cose morali pubblicheo sia ne'costumi civilico' quali sono provenute al mondo e si conservan lenazioni.

Lostesso raggio si risparge da petto della metafisica nella statuad'Omeroprimo autore della gentilità che ci sia pervenutoperchéin forza della metafisica (la quale si è fattada capo sopra una storia dell'idee umaneda che cominciarontal'uomini a umanamente pensare)si è da noi finalmentedisceso nelle menti balorde de' primi fondatori delle nazionigentilitutti robustissimi sensi e vastissime fantasie; e - perquesto istesso che non avevan altro che la sola facultàe purtutta stordita e stupidadi poter usare l'umana mente e ragione - daquelli che se ne sono finor pensati si truovano tutti contrarinonché diversii princìpi della poesia dentro ifinoraper quest'istesse cagioninascosti principi della sapienzapoeticao sia la scienza de' poeti teologila quale senza contrastofu la prima sapienza del mondo per gli gentili. E la statua d'Omerosopra una rovinosa base vuol dire la discoverta del vero Omero (chenella Scienza nuova la prima volta stampata si era da noisentita ma non intesae in questi libririflettutapienamente si èdimostrata); il qualenon saputosi finoraci ha tenuto nascoste lecose vere del tempo favoloso delle nazionie molto più le giàda tutti disperate a sapersi del tempo oscuroe 'n conseguenza leprime vere origini delle cose del tempo storico: che sono gli tretempi del mondoche Marco Terenzio Varrone ci lasciò scritto(lo più dotto scrittore delle romane antichità) nellasua grand'opera intitolata Rerum divinarum et humanarumchesi è perduta.

Oltracciòqui si accenna che 'n quest'operacon una nuova arte criticachefinor ha mancatoentrando nella ricerca del vero sopra gli autoridelle nazioni medesime (nelle quali deono correre assai più dimille anni per potervi provvenir gli scrittori d'intorno ai quali lacritica si è finor occupata)qui la filosofia si pone adesaminare la filologia (o sia la dottrina di tutte le cose le qualidipendono dall'umano arbitriocome sono tutte le storie dellelinguede' costumi e de' fatti così della pace come dellaguerra de' popoli)la qualeper la di lei deplorata oscurezza dellecagioni e quasi infinita varietà degli effettiha ella avutoquasi un orrore di ragionarne; e la riduce in forma di scienzacoldiscovrirvi il disegno di una storia ideal eternasopra la qualecorrono in tempo le storie di tutte le nazioni: talchéperquest'altro principale suo aspettoviene questa Scienza ad esser unafilosofia dell'autorità. Imperciocchéin forza d'altriprincìpi qui scoverti di mitologiache vanno di séguitoagli altri princìpi qui ritruovati della poesiasi dimostrale favole essere state vere e severe istorie de' costumi delleantichissime genti di Greciaeprimieramenteche quelle degli dèifuron istorie de' tempi che gli uomini della più rozza umanitàgentilesca credettero tutte le cose necessarie o utili al gener umanoessere deitadi; della qual poesia furon autori i primi popoliche sitruovano essere stati tutti di poeti teologii qualisenza dubbioci si narrano aver fondato le nazioni gentili con le favole deglidèi. E quivico' princìpi di questa nuov'arte criticasi va meditando a quali determinati tempi e particolari occasioni diumane necessità o utilitàavvertiti da' primi uominidel gentilesimoeglinocon ispaventose religionile quali essistessi si finsero e si credetterofantasticarono prima tali e poitali dèi; la qual teogonia naturaleo sia generazione deglidèifatta naturalmente nelle menti di tai primi uomininedia una cronologia ragionata della storia poetica degli dèi.Le favole eroiche furono storie vere degli eroi e de' lor eroicicostumii quali si ritruovano aver fiorito in tutte le nazioni neltempo della loro barbarie; sicché i due poemi d'Omero sitruovano essere due grandi tesori di discoverte del diritto naturaledelle genti greche ancor barbare. Il qual tempo si determinanell'opera aver durato tra' greci infino a quello d'Erodotodettopadre della greca storiai cui libri sono ripieni la piùparte di favole e lo stile ritiene moltissimo dell'omerico; nellaqual possessione si sono mantenuti tutti gli storici che sono venutiappressoi quali usano una frase mezza tra la poetica e la volgare.Ma Tucidideprimo severo e grave storico della Greciasul principiode' suoi racconti professa chefin al tempo di suo padre (ch'eraquello di Erodotoil qual era vecchio quando esso era fanciullo)igrecinonché delle straniere (le qualia riserba delleromanenoi abbiamo tutte da' greci)eglino non seppero nullaaffatto dell'antichità loro propie: che sono le dense tenebrele quali la dipintura spiega nel fondodalle qualial lume delraggio della provvedenza divina dalla metafisica risparso in Omeroescono alla luce tutti i geroglificiche significano i princìpiconosciuti solamente finor per gli effetti di questo mondo dinazioni.

Traquesti la maggior comparsa vi fa un altareperché 'l mondocivile cominciò appo tutti i popoli con le religionicomedianzi si è divisato alquantoe più se ne diviseràquindi a poco.

Sull'altarea man destrail primo a comparire è un lituoo sia vergacon la quale gli àuguri prendevan gli augùri edosservavan gli auspìci; il quale vuol dar ad intendere ladivinazionedalla qual appo i gentili tutti incominciarono le primedivine cose. Perchéper l'attributo della di lui provvedenzacosì vera appo gli ebrei - i quali credevano Dio esser unaMente infinita e'n conseguenzache vede tutti i tempi in un puntod'eternità; onde Iddio (o essoo per gli angioli che sonomentio per gli profeti de' quali parlava Iddio alle menti) egliavvisava le cose avvenire al suo popolo- come immaginata appresso igentili - i quali fantasticarono i corpi esser dèiche perciòcon segni sensibili avvisassero le cose avvenire alle genti- fuuniversalmente da tutto il gener umano dato alla natura di Dio ilnome di "divinità" da un'idea medesimala quale ilatini dissero "divinari" "avvisar l'avvenire";ma con questa fondamentale diversità che si è dettadalla quale dipendono tutte l'altre (che da questa Scienza sidimostrano) essenziali differenze tra 'l diritto natural degli ebreie 'l diritto natural delle gentiche i romani giureconsultidiffinirono essere stato con essi umani costumi dalla divinaprovvedenza ordinato. Laonde ad un colpocon sì fatto lituosi accenna il principio della storia universal gentilescala qualecon pruove fisiche e filologichesi dimostra aver avuto il suocominciamento dal diluvio universale: dopo il qualea capo di duesecoliil Cielo (come pure la storia favolosa il racconta) regnòin terra e fece de' molti e grandi benefìci al gener umanoeper uniformità d'idee tra gli orientaliegizigrecilatinied altre nazioni gentilisursero egualmente le religioni di tantiGiovi. Perchéa capo di tanto tempo dopo il diluviosipruova che dovette fulminare e tuonare il cieloe da' fulmini etuoniciascuna del suo Gioveincominciarono a prendere tai nazionigli auspìci (la qual moltiplicità di Giovionde gliegizi dicevano il loro Giove Ammone essere lo più antico dituttiha fatto finora maraviglia a' filologi); e con le medesimepruove se ne dimostra l'antichità della religion degli ebreisopra quelle con le quali si fondaron le gentie quindi la veritàdella cristiana.

Sullostesso altareappresso il lituosi vede l'acqua e 'l fuocoel'acqua contenuta dentro un urciuolo; perchéper cagionedella divinazioneappresso i gentili provennero i sacrifiZ da quelcomune loro costume ch'i latini dicevano "procurareauspicia"o sia sagrificare per ben intender gli augùria fin di ben eseguire i divini avvisiovvero comandi di Giove. Equeste sono le divine cose appresso i gentilidalle qualiprovvennero poscia loro tutte le cose umane.

Laprima delle quali furon i matrimonisignificati dalla fiaccolaaccesa al fuoco sopra esso altare ed appoggiata all'urciuolo; iqualicome tutti i politici vi convengonosono il seminario dellefamigliecome le famiglie lo sono delle repubbliche. Eper ciòdinotarela fiaccolaquantunque sia geroglifico di cosa umanaèallogata sull'altare tra l'acqua e 'l fuocoche sono geroglifici dicerimonie divine; appunto come i romani antichi celebrarono "aquaet igni" le nozzeperché queste due cose comuni (eprima del fuocol'acqua perennecome cosa più necessariaalla vita) dappoi s'intese cheper divino consiglioavevano menatogli uomini a viver in società.

Laseconda delle cose umaneper la quale a' latinida "humando""seppellire"prima e propiamente vien detta "humanitas"sono le seppolturele quali sono rappresentate da un'urna cenerariariposta in disparte dentro le selvela qual addita le seppoltureessersi ritruovate fin dal tempo che l'umana generazione mangiavapoma l'estateghiande l'inverno. Ed è nell'urna iscritto "D.M."che vuol dire: "All'anime buone de' seppelliti";il qual motto divisa il comun consentimento di tutto il gener umanoin quel placitodimostrato vero poi da Platoneche le anime umanenon muoiano co' loro corpima che sieno immortali.

Talurna accenna altresì l'origine tra' gentili medesimi delladivisione de' campinella quale si deon andar a truovare l'originidella distinzione delle città e de' popoli e alfin dellenazioni. Perché truoverassi che le razzeprima di Campoi diGiafet e finalmente di Semellenosenza la religione del loro padreNoèch'avevano rinniegata (la qual solanello stato ch'eraallor di naturapotevaco' matrimonitenergli in società difamiglie) - essendosi sperdutecon un errore o sia divagamentoferinodentro la gran selva di questa terraper inseguire le schivee ritrose donneper campar dalle fiere (delle quali doveva la grandeantica selva abbondare)esì sbandatiper truovare pascoloed acquaeper tutto ciòa capo di lunga età essendoandate in uno stato di bestie- quivia certe occasioni dalladivina provvedenza ordinate (che da questa Scienza si meditano e siritruovano)scosse e destate da un terribile spavento d'una da essistessi finta e creduta divinità del Cielo e di Giovefinalmente se ne ristarono alquanti e si nascosero in certi luoghi;ovefermi con certe donneper lo timore dell'appresa divinitàal covertocoi congiugnimenti carnali religiosi e pudichicelebrarono i matrimoni e fecero certi figliuolie cosìfondarono le famiglie. Econ lo star quivi fermi lunga stagione econ le seppolture degli antenatisi ritruovarono aver ivi fondati edivisi i primi domìni della terrai cui signori ne furondetti "giganti" (ché tanto suona tal voce in grecoquanto "figliuoli della terra"cioè discendenti da'seppelliti)e quindi se ne riputarono nobiliestimandoin quelprimo stato di cose umanecon giuste ideela nobiltàdall'essere stati umanamente eglino generati col timore delladivinità; dalla qual maniera di umanamente generare e nonaltrondecome provvennecosì fu detta l'"umanagenerazione"dalla quale le case diramate in più cosìfatte famiglieper cotal generazionese ne dissero le prime"genti". Dal qual punto di tempo antichissimosiccome neincomincia la materiacosì s'incomincia qui la dottrina deldiritto natural delle gentich'è altro principal aspetto concui si dee guardar questa Scienza. Or tai giganticon ragioni comefisiche così moralioltre l'autorità dell'istoriesitruovano essere stati di sformate forze e stature: le quali cagioninon essendo cadute ne' credenti del vero Diocriatore del mondo edel principe di tutto l'uman genere Adamogli ebreifin dalprincipio del mondofurono di giusta corporatura. Così - dopoil primo d'intorno alla provvedenza divinae 'l secondo il qual ède' matrimoni solenni - l'universal credenza dell'immortalitàdell'animache cominciò con le seppoltureegli è ilterzo degli tre princìpisopra i quali questa Scienza ragionad'intorno all'origini di tutte l'innumerabili varie diverse cose chetratta.

Dalleselve ov'è riposta l'urna s'avvanza in fuori un aratroilqual divisa ch'i padri delle prime genti furono i primi forti dellastoria; onde si truovano gli Ercoli fondatori delle prime nazionigentili che si sono mentovati di sopra (de' quali Varrone noveròben quarantae gli egizi dicevano che il loro era lo piùantico di tutti)perché tali Ercoli domarono le prime terredel mondo e le ridussero alla coltura. Onde i primi padri dellenazioni gentili - ch'erano giusti per la creduta pietà diosservare gli auspìciche credevano divini comandi di Giove(dal qualeappo i latini chiamato Iousne fu anticamentedetto "ious" il giusche poicontrattosi disse"ius"; onde la giustizia appo tutte le nazionis'insegna naturalmente con la pietà); erano prudenti co'sagrifizi fatti per proccurar o sia ben intender gli auspìcie sì ben consigliarsi di ciò che per comandi di Giovedovevan operar nella vita; erano temperati co' matrimoni - furonocome qui s'accennaanco forti. Quinci si danno altri princìpialla moral filosofiaonde la sapienza riposta de' filosofi debbacospirare con la sapienza volgare de' legislatori; per gli qualiprincìpi tutte le virtù mettano le loro radici nellapietà e nella religioneper le quali sole son efficaci adoperar le virtùe 'n conseguenza de' quali gli uomini sidebbano proporre per bene tutto ciò che Dio vuole. Si dannoaltri princìpi alla dottrina iconomicaonde i figliuolimentre sono in potestà de' lor padrisi deono stimare esserenello stato delle famigliee'n conseguenzanon sono in altro daformarsi e fermarsiin tutti i loro studiche nella pietà enella religione; equando non son ancor capaci d'intender repubblicae leggivi riveriscano e temano i padri come vivi simolacri di Dio;onde si truovino poi naturalmente disposti a seguire la religione de'loro padri ed a difender la patriache conserva lor le famiglieecosìad ubbidir alle leggiordinate alla conservazione dellareligione e della patria (siccome la provvedenza divina ordinòle cose umane con tal eterno consiglio: che prima si fondassero lefamiglie con le religionisopra le quali poi avevan da surgere lerepubbliche con le leggi).

L'aratroappoggia con certa maestà il manico in faccia all'altareperdarci ad intendere che le terre arate furono i primi altari dellagentilità; e per dinotar altresì la superioritàdi natura la quale credevano avere gli eroi sopra i loro soci (iqualiquindi a pocovedremo significarsici dal timoneche si vedein atto d'inchinarsi presso al zoccolo dell'altare); nella qualsuperiorità di natura si mostrerà ch'essi eroiriponevano la ragionela scienza e quindi l'amministrazione ch'essiavevano delle cose divineo sia de' divini auspìci.

L'aratroscuopre la sola punta del dente e ne nasconde la curvatura (cheprima d'intendersi l'uso del ferrodovett'esser un legno curvo benduroche potesse fender le terre ed ararle) - la qual curvatura da'latini fu detta "urbs"ond'è l'antico"urbum""curvo" - per significare che leprime cittàle quali tutte si fondarono in campi coltisursero con lo stare le famiglie lunga età ben ritirate enascoste tra' sagri orrori de' boschi religiosii quali si truovanoappo tutte le nazioni gentili antiche econ l'idea comune a tuttesi dissero dalle genti latine "luci"ch'erano"terre bruciate dentro il chiuso de' boschi"i quali sonocondennati da Mosè a doversi bruciar anch'essi ovunque ilpopolo di Dio stendesse le sue conquiste. E ciò per consigliodella provvedenza divinaacciocché gli già venutiall'umanità non si confondessero di nuovo co' vagabondirimasti nella nefaria comunione sì delle cose sì delledonne.

Sivede al lato destro del medesimo altare un timoneil qual significal'origine della trasmigrazione de' popoli fatta per mezzo dellanavigazione. Eper ciò che sembra inchinarsi a pièdell'altaresignifica gli antenati di coloro che furono poi gliautori delle trasmigrazioni medesime: i quali furono dapprima uominiempiche non conoscevano niuna divinità; nefarichéper non esser tra loro distinti i parentadi co' matrimonigiacevanosovente i figliuoli con le madrii padri con le figliuole; efinalmenteperchécome fiere bestienon intendevano societàin mezzo ad essa infame comunion delle cosetutti soli e quindideboli e finalmente miseri ed infeliciperché bisognosi ditutti i beni che fan d'uopo per conservare con sicurezza la vita.Essicon la fuga de' propi malisperimentati nelle risse ch'essaferina comunità producevaper loro scampo e salvezzaricorsero alle terre colte da' piicastiforti ed anco potentisiccome coloro ch'erano già uniti in società difamiglie. Dalle quali terre si truoveranno le città esserestate dette "are" dappertutto il mondo antico dellagentilità: che dovetter essere i primi altari delle nazionigentilisopra i quali il primo fuoco il qual vi si accese fu quelloche fu dato alle selve per isboscarle e ridurle a colturae la primaacqua fu quella delle fontane perennich'abbisognarono acciocchécoloro ch'avevano da fondare l'umanità non piùpertruovar acquadivagassero in uno ferino erroreanzi dentrocircoscritte terre stassero fermi ben lunga etàonde sidisavvezzassero dallo andar vagabondi. Eperché questi altarisi truovan essere stati i primi asili del mondo (i quali Liviogeneralmente diffinisce "vetus urbes condentium consilium"come dentro l'asilo aperto nel Luco ci è narrato aver Romolofondato Roma)quindi le prime città quasi tutte si disser"are". Tal minor discovertacon quest'altra maggiore: cheappo i greci (da' qualicome si è sopra dettoabbiamo tuttociò ch'abbiamo dell'antichità gentilesche) la primaTracia o Scizia (o sia il primo Settentrione)la prima Asia e laprima India (o sia il primo Oriente)la prima Mauritania o Libia (osia il primo Mezzodì) e la prima Europa o prima Esperia (o siail primo Occidente) econ questeil primo Oceanonacquero tuttedentro essa Grecia; e che poi i grecich'uscirono per lo mondodalla somiglianza de' siti diedero sì fatti nomi alle di luiquattro parti ed all'oceano che 'l cinge; - tali discoverte diciamodar altri princìpi alla geografiai qualicome gli altriprincìpi accennati darsi alla cronologia (che son i due occhidella storia)bisognavano per leggere la storia ideal eterna chesopra si è mentovata.

Aquesti altariadunquegli empi-vagabondi-deboliinseguiti allavita da' più robustiessendo ricorsii pii-forti v'ucciseroi violenti e vi riceverono in protezione i debolii qualiperchéaltro non vi avevano portato che la sola vitaricevettero in qualitàdi famolicon somministrar loro i mezzi di sostentare la vita; da'quali famoli principalmente si dissero le famigliei quali furonogli abbozzi degli schiaviche poi vennero appresso con le cattivitànelle guerre. Quincicome da un tronco più ramiesconol'origini degli asilicome si è veduto; - l'origine dellefamigliesulle quali poi sursero le cittàcome spiegherassipiù sotto; - l'origine di celebrarsi le cittàche fuper viver sicuri gli uomini dagl'ingiusti violenti; - l'origine dellegiurisdizioni da esercitarsi dentro i propi territori; - l'origine distender gl'imperiche si fa con usar giustiziafortezza emagnanimitàche sono le virtù più luminose de'prìncipi e degli Stati; - l'origine dell'armi gentiliziedelle quali i primi campi d'armi si truovano questi primi campi dasemina; - l'origine della famadalla quale tai famoli furon dettiedella gloriache eternalmente è riposta in giovar il generumano; - l'origini della nobiltà verache naturalmente nascedall'esercizio delle morali virtù; - l'origine del veroeroismoch'è di domar superbi e soccorrere a' pericolanti(nel qual eroismo il romano avvanzò tutti i popoli dellaterrae ne divenne signor del mondo); - le originifinalmentedella guerra e della pacee che la guerra cominciò al mondoper la propia difesanella quale consiste la virtù vera dellafortezza. Ed in tutte queste origini si scuopre disegnata la piantaeterna delle repubblichesulla quale gli Statiquantunqueacquistati con violenza e con frodaper duraredebbon fermarsi;comeallo 'ncontrogli acquistati con queste origini virtuoseposciacon la froda e con la forza rovinano. E cotal pianta direpubbliche è fondata sopra i due princìpi eterni diquesto mondo di nazioniche sono la mente e 'l corpo degli uominiche le compongono. Imperocché - costando gli uomini di questedue partidelle quali una è nobilechecome taledovrebbecomandaree l'altra vilela qual dovrebbe servire; eper lacorrotta natura umanasenza l'aiuto della filosofia (la quale nonpuò soccorrere ch'a pochissimi)non potendo l'universaledegli uomini far sì che privatamente la mente di ciaschedunocomandassee non servisseal suo corpo - la divina provvedenzaordinò talmente le cose umane con quest'ordine eterno: chenelle repubblichequelli che usano la mente vi comandino e quelliche usano il corpo v'ubbidiscano.

Iltimone s'inchina a piè dell'altareperché tali famolisiccome uomini senza dèinon avevano la comunione delle cosedivine e'n conseguenza delle qualinemmeno la comunitàdelle cose umane insieme co' nobilie principalmente la ragione dicelebrare nozze solennich'i latini dissero "connubium"delle quali la maggior solennità era riposta negli auspìciper gli qual i nobili si riputavano esser d'origine divina e tenevanoquelli essere d'origine bestialesiccome generati da' nefariconcubiti. Nella qual differenza di natura più nobile sitruovaegualmente tra gli egizigreci e latiniche consisteva uncreduto natural eroismoil quale troppo spiegatamente ci viennarrato dalla storia romana antica.

Finalmenteil timone è in lontananza dall'aratroch'in facciadell'altare gli si mostra infesto e minaccevole con la puntaperchéi famolinon avendo partecome si è divisatonel dominiode' terreniche tutti eran in signoria de' nobiliristucchi didover servire sempre a' signoridopo lunga età finalmentefaccendone la pretensione e perciò ammutinatisi rivoltaronocontro gli eroi in sì fatte contese agrarieche sitruoveranno assai più antiche e di gran lunga diverse daquelle che si leggono sopra la storia romana ultima. E quivi molticapi d'esse caterve di famolisollevate e vinte da' lor eroi (comespesso i villani d'Egitto lo furono da' sacerdotiall'osservare diPier CuneoDe republica hebræorum)per non esseroppressi e truovare scampo e salvezzacon quelli delle loro fazionisi commisero alla fortuna del mare ed andarono a truovar terre vacueper gli lidi del Mediterraneoverso occidentech'a que' tempi nonera abitato nelle marine. Ch'è l'origine della trasmigrazionede' popoli già dalla religione umanatifatta da OrientedaEgittoe dall'Oriente sopra tutti dalla Feniciacomeper le stessecagioniavvenne de' greci appresso. In cotal guisanon leinnondazioni de' popoliche per mare non posson farsi; - non lagelosia di conservare gli acquisti lontani con le colonie conosciuteperché dall'Orienteda Egittoda Grecia non si legge essersinell'Occidente alcun imperio disteso; - non la cagione de' traffichiperché l'Occidente in tali tempi si truova non essere statoancora sulle marine abitato; - ma il diritto eroico fece la necessitàa sì fatte brigate d'uomini di tali nazioni d'abbandonare lepropie terrele qualinaturalmentesenonsé per qualcheestrema necessità s'abbandonano. E con sì fattecoloniele quali perciò saranno appellate "eroicheoltramarine"propagossi il gener umanoanco per marenelresto del nostro mondo; siccome con l'error ferinolunga etàinnanzivi si era propagato per terra.

Escepiù in fuoriinnanzi l'aratrouna tavola con iscrittovi unalfabeto latino antico (checome narra Tacitofu somiglianteall'antico greco) epiù sottol'alfabeto ultimo che cirestò. Egli dinota l'origine delle lingue e delle lettere chesono dette volgariche si truovano essere venute lunga stagione dopofondate le nazionied assai più tardi quella delle lettereche delle lingue; eper ciò significarela tavola giacesopra un rottame di colonna d'ordine corintiacoassai moderno tragli ordini dell'architettura.

Giacela tavola molto dapresso all'aratro e lontana assai dal timonepersignificare l'origine delle lingue natiele quali si formarono primaciascuna nelle propie lor terreove finalmente si ritruovarono asortefermati dal loro divagamento ferinogli autori delle nazioniche si eranocome sopra si è dettosparsi e dispersi per lagran selva della terra; con le quali lingue natielunga etàdoposi mescolarono le lingue orientali o egiziache o grechecon latrasmigrazione de' popoli fatta nelle marine del Mediterraneo edell'Oceano che si è sopra accennata. E qui si danno altriprincìpi d'etimologia (e se ne fanno spessissimi saggi pertutta l'opera)per gli quali si distinguono l'origini delle vocinatie da quelle che sono d'origini indubitate stranierecon talimportante diversità: che l'etimologie delle lingue natiesieno istorie di cose significate da esse voci su quest'ordinenaturale d'ideeche prima furono le selvepoi i campi colti e ituguriappresso le picciole case e le villequindi le cittàfinalmente l'accademie e i filosofi (sopra il qual ordine ne devonodalle prime lor origini camminar i progressi); e l'etimologie dellelingue straniere sieno mere storie di voci le quali una lingua abbiaricevute da un'altra.

Latavola mostra i soli princìpi degli alfabeti e giace rimpettoalla statua d'Omeroperché le letterecome delle greche siha dalle greche tradizioninon si ritruovarono tutte a un tempo; edè necessario ch'almeno tutte non si fussero ritruovate neltempo d'Omeroche si dimostra non aver lasciato scritto niuno de'suoi poemi. Ma dell'origine delle lingue natie si dà un avvisopiù distinto qui appresso.

Finalmentenel piano più illuminato di tuttiperché vi siespongono i geroglifici significanti le cose umane piùconosciutein capricciosa acconcezza l'ingegnoso pittore facomparire un fascio romanouna spada ed una borsa appoggiate alfasciouna bilancia e 'l caduceo di Mercurio.

De'quali geroglifici il primo è 'l fascioperché i primiimperi civili sursero sull'unione delle paterne potestadi de' padrii qualitra' gentilierano sappienti in divinità d'auspìcisacerdoti per proccurargli (o sia ben intendergli) co' sacrifiziree certamente monarchii quali comandavano ciò che credevanovolesser gli dèi con gli auspìcie 'n conseguenza nonad altri soggetti ch'a Dio. Così egli è un fascio dilituiche si truovano i primi scettri del mondo. Tai padrinelleturbolenze agrarie di sopra detteper resistere alle caterve de'famoli sollevati contro essolorofurono naturalmente menati adunirsi e chiudersi ne' primi ordini di senati regnanti (o senati ditanti re famigliari) sotto certi loro capi-ordiniche si truovanoessere stati i primi re delle città eroichei quali pur cinarraquantunque troppo oscuramentela storia antica chenel primomondo de' popolisi criavano gli re per naturade' quali qui simedita e se ne truova la guisa. Or tai senati regnantipercontentare le sollevate caterve de' famoli e ridurle all'ubbidienzaaccordarono loro una legge agrariache si truova essere stata laprima di tutte le leggi civili che nacque al mondo; enaturalmentede' famolicon tal legge riduttisi composero le prime plebi dellecittà. L'accordato da' nobili a tai plebei fu il dominionaturale de' campirestando il civile appo essi nobilii quali solifurono i cittadini delle città eroichee ne surse il dominioeminente appo essi ordiniche furono le prime civili potestào sieno potestà sovrane de' popoli; le quali tutte e trequeste spezie di domìni si formarono e si distinsero colnascere di esse repubblichele qualida per tutte le nazioniconun'idea spiegata in favellari diversisi truovano essere state dette"repubbliche erculee"ovvero di curetiossia di armati inpubblica ragunanza. E quindi si schiariscono i princìpi delfamoso "ius quiritium"che gl'interpetri dellaromana ragione han creduto esser propio de' cittadini romaniperchénegli ultimi tempi tale lo era; ma ne' tempi antichi romani si truovaessere stato diritto naturale di tutte le genti eroiche. E quindisgorganocome da un gran fonte più fiumil'origine dellecittàche sursero sopra le famiglie non sol de' figliuoli maanco de' famoli (onde si truovarono naturalmente fondate sopra duecomuni: uno di nobili che vi comandasseroaltro di plebeich'ubbidissero; delle quali due parti si compone tutta la poliziaosia la ragione de' civili governi); le quali prime cittàsopra le famiglie sol di figliuolisi dimostra che non potevanonétali né di niuna sortaaffatto nascer nel mondo; - l'originidegl'imperi pubbliciche nacquero dall'unione degl'imperi privatipaterni-sovrani nello stato delle famiglie; - l'origini della guerrae della paceonde tutte le repubbliche nacquero con la mossadell'armie poi si composero con le leggi; della qual natura di coseumane restò questa eterna propietà: che le guerre sifanno perché i popoli vivano sicuri in pace; - l'origini de'feudiperché con una spezie di feudi rustici i plebeis'assoggettirono a' nobilie con un'altra di feudi nobiliovveroarmatii nobilich'eran sovrani nelle loro famiglies'assoggettirono alla maggiore sovranità de' lor ordinieroici; e si ritruova che sopra i feudi sono sempre surti al mondo ireami de' tempi barbarie se ne schiarisce la storia de' nuovi reamid'Europasurti ne' tempi barbari ultimii quali ci sono riuscitipiù oscuri de' tempi barbari primi che Varrone diceva. Perchétai primi campi da' nobili furon dati a' plebei col peso di pagarneloro la "decima" che fu detta "d'Ercole" appressoi greciovvero "censo" (che si truova quello da ServioTullio ordinato a' romani)ovvero "tributo"il qualeportava anco l'obbligazione di servir a propie spese i plebei a'nobili nelle guerrecome pur ben si legge apertamente nella storiaromana antica. E quivi si scuopre l'origine del censoche poi restòpianta delle repubbliche popolari; la qual ricerca ci ha costo lamaggior fatiga di tutte sulle cose romanein ritruovare la guisacome in questo si cangiò il censo di Servio Tullioche sitruoverà essere stato la pianta delle antiche repubblichearistocratiche; lo che ha fatto cadere tutti in errore di credereServio Tullio aver ordinato il censo <pianta> della libertàpopolare.

Dallostesso principio esce l'origine de' commerziche'n cotal guisaqual abbiam dettocominciarono di beni stabili col cominciare d'essecittàche si dissero "commerzi" da questa primamercede che nacque al mondola quale gli eroicon tali campidiedero a' famoli sotto la legge ch'abbiam detto di dover questi adessoloro servire; - l'origine degli erariche si abbozzarono colnascere delle repubblichee poi i propiamente detti da "æsæris"in senso di "danaio"s'intesero conla necessità di somministrare dal pubblico il danaio a' plebeinelle guerre; - l'origine delle colonieche si truovano caterveprima di contadini che servivano agli eroi per lo sostentamento dellalor vitapoi di vassalli che ne coltivavano per sé i campisotto i reali e personali pesi già divisati; le quali siappelleranno "colonie eroiche mediterranee"a differenzadelle oltramarine già sopra dette; - efinalmentel'originidelle repubblichele quali nacquero al mondo di forma severissimaaristocraticanelle quali i plebei non avevano niuna parte didiritto civile. E quindi si ritruova il romano essere stato regnoaristocraticoil quale cadde sotto la tirannia di Tarquinio Superboil quale avea fatto pessimo governo de' nobili e spento quasi tuttoil senato; ché Giunio Brutoil quale nel fatto di Lugreziaafferrò l'occasione di commuovere la plebe contro i Tarquinieavendo liberato Roma dalla tirannideristabilì il senato eriordinò la repubblica sopra i suoi princìpi eper unre a vitacon due consoli annalinon introdusse la popolarema viraffermò la libertà signorile. La qual si truova chevisse fin alla legge Publiliacon la quale Publilio Filonedittatoredetto perciò "popolare"dichiaròla repubblica romana esser divenuta popolare di statoe spiròfinalmente con la legge Peteliala quale liberò affatto laplebe dal diritto feudale rustico del carcere privatoch'avevano inobili sopra i plebei debitori: sulle quali due leggiche contengonoi due maggiori punti della storia romananon si è puntoriflettuto né da' politici né da' giureconsulti nédagl'interpetri eruditi della romana ragioneper la favola dellalegge delle XII Tavole venuta da Atene libera per ordinar in Roma lalibertà popolarela quale queste due leggi dichiarano essersiordinata in casa co' suoi naturali costumi (la qual favola si èscoverta ne' Princìpi del Diritto universaleuscitimolti anni fa dalle stampe). Laondeperché le leggi si deonointerpetrare acconciamente agli stati delle repubblicheda sìfatti princìpi di governo romano si danno altri princìpialla romana giurisprudenza.

Laspada che s'appoggia al fascio dinota che 'l diritto eroico fudiritto della forzama prevenuta dalla religionela qual sola puòtener in ufizio la forza e l'armi ove non ancora si sono ritruovate(oritruovatenon hanno più luogo) le leggi giudiziarie; ilqual diritto è quell'appunto d'Achillech'è l'eroecantato da Omero a' popoli della Grecia in esemplo dell'eroica virtùil qual riponeva tutta la ragione nell'armi. E qui si scuoprel'origine de' duelli; i qualicome certamente si celebrarono ne'tempi barbari ultimicosì egli si truova essersi praticatine' tempi barbari primine' quali non erano ancor i potentiaddimesticati di vendicare tra loro le offese e i torti con le leggigiudiziariee si esercitavano con certi giudizi divinine' qualiprotestavano Dio testimone e si richiamavano a Dio giudicedell'offesae dalla fortunaqual fusse maidell'abbattimento neossequiavano con tanta riverenza la dicisione chese essa parteoltraggiata vi cadesse mai vintariputavasi rea. Alto consigliodella provvedenza divinaacciocchéin tempi barbari e fierine' quali non s'intendeva ragionela stimassero dall'avere propizioo contrario Dioonde da tali guerre private non si seminasseroguerre ch'andassero a spegnere finalmente il gener umano; il qualenatural senso barbaro non può in altro rifondersi che nelconcetto innato c'hanno gli uomini di essa provvedenza divinacon laquale si devono conformareove vedano opprimersi i buoni eprosperarsi gli scellerati. Per le quali cagioni tutte funne ilduello creduto una spezie di purgazione divina; ondequanto oggiinquesta umanitàla quale con le leggi ha ordinato i giudizicriminali e civilisono vietatitanto ne' tempi barbari furonocreduti necessari i duelli. In tal guisa ne' duellio sieno guerreprivatesi truova l'origine delle guerre pubblicheche le faccinole civili potestànon ad altri soggette ch'a DioperchéIddio le diffinisca con la fortuna delle vittorieperché 'lgener umano riposasse sulla certezza degli Stati civili: ch'è'l principio della "giustizia esterna"che dicesidelleguerre.

Laborsa pur sopra il fascio dimostra ch'i commerzi i quali si celebranocon danaio non cominciarono che tardi - dopo fondati giàgl'imperi civili; - talché la moneta coniata non si legge inniuno de' due poemi d'Omero. Lo stesso geroglifico accenna l'originedi esse monete coniatela qual si truova provvenire da quelledell'armi gentiliziele quali si scuoprono (come sopra se n'èalquanto accennato de' primieri campi d'armi) aver significatodiritti e ragioni di nobiltà appartenenti più ad unafamiglia che ad altra; onde poi nacque l'origine dell'impresepubblicheo sien insegne de' popolile quali poi s'innalberarononell'insegne militari (e se ne servecome di parole mutela militardisciplina)e finalmente diedero l'impronto per tutti i popoli allemonete. E qui si danno altri princìpi alla scienza dellemedagliee quindi altri alla scienzache diconodel blasone; ch'èuno degli tre luoghi de' quali ci truoviamo soddisfatti della Scienzanuova la prima volta stampata.

Labilancia dopo la borsa dà a divedere chedopo i governiaristocraticiche furono governi eroicivennero i governi umanidispezie prima popolari; ne' qual' i popoliperché avevano giàfinalmente inteso la natura ragionevole (ch'è la vera naturaumana) esser uguale in tuttida sì fatta ugualitànaturale (per le cagioni che si meditano nella storia ideal eterna esi rincontrano appuntino nella romana) trassero gli eroitrattotrattoall'egualità civile nelle repubbliche popolari; laquale ci è significata dalla bilanciaperchécomedicevano i grecinelle repubbliche popolari tutto corre a sorte obilancia. Ma finalmentenon potendo i popoli liberi mantenersi incivile egualità con le leggi per le fazioni de' potentieandando a perdersi con le guerre civiliavvenne naturalmente cheper esser salvicon una legge regia naturale la qual si truovacomune a tutti i popoli di tutti i tempi in tali Stati popolaricorrotti (perché la legge regia civileche dicesi comandatadal popolo romano per legittimare la romana monarchia nella personad'Augustoella ne' Princìpi del Diritto universale sidimostra esser una favolala qualecon la favola ivi dimostratadella legge delle XII Tavole venuta da Atenesono due luoghi per liquali stimiamo non avere scritto inutilmente quell'opera)con tallegge o più tosto costume naturale delle genti umanevanno aripararsi sotto le monarchiech'è l'altra spezie degli umanigoverni. Talché queste due forme ultime de' governiche sonoumaninella presente umanità si scambiano vicendevolmente traloro; ma niuna delle due passano per natura in istati aristocraticich'i soli nobili vi comandino e tutti gli altri vi ubbidiscano; ondeson oggi rimaste al mondo tanto rade le repubbliche de' nobili: inGermaniaNorimberga; in DalmaziaRagugia; in ItaliaVinegiaGenova e Lucca. Perché queste sono le tre spezie degli Statiche la divina provvedenzacon essi naturali costumi delle nazioniha fatto nascere al mondoe con quest'ordine naturale succedonol'una all'altra; perché altre per provvedenza umana di questetre mescolateperché essa natura delle nazioni non lesopportada Tacito (che vidde gli effetti soli delle cagioni che quisi accennano e dentro ampiamente si ragionano) son diffinite che"sono più da lodarsi che da potersi mai conseguireeseper sorta ve n'hannonon sono punto durevoli". Per la qualdiscoverta si danno altri princìpi alla dottrina politicanonsol diversi ma affatto contrari a quelli che se ne sono immaginatifinora.

Ilcaduceo è l'ultimo de' geroglificiper farci avvertiti ch'iprimi popoline' tempi lor eroici ne' quali regnava il dirittonatural della forzasi guardavano tra loro da perpetui nimiciconcontinove rube e corseggi (e comene' tempi barbari primigli eroisi recavano a titolo d'onore d'esser chiamati ladronicosìa' tempi barbari ritornatid'esser i potenti detti corsali)perchéessendo le guerre eterne tra loronon bisognava intimarle; mavenuti poi i governi umanio popolari o monarchicidal dirittodelle genti umane furon introdutti gli araldi ch'intimasser leguerree s'incominciarono a finire l'ostilità con le paci. Eciò per alto consiglio della provvedenza divinaperchéne' tempi della loro barbariele nazioni che novelle al mondodovevano germogliare si stassero circoscritte dentro i loro confininéessendo feroci e indomiteuscissero quindi a sterminarsitra essolor con le guerre; ma poi checon lo stesso tempofusserocresciute e si truovassero insiememente addimesticatee perciòfatte comportevoli de' costumi l'une dall'altreindi fusse facile a'popoli vincitori di risparmiare la vita a' vinti con le giuste leggidelle vittorie.

Cosìquesta Nuova Scienzao sia la metafisicaal lume dellaprovvedenza divina meditando la comune natura delle nazioniavendoscoverte tali origini delle divine ed umane cose tralle nazionigentiline stabilisce un sistema del diritto natural delle gentiche procede con somma egualità e costanza per le tre etàche gli egizi ci lasciaron detto aver camminato per tutto il tempodel mondo corso loro dinanzicioè: l'età degli dèinella quale gli uomini gentili credettero vivere sotto divinigovernie ogni cosa essere lor comandata con gli auspìci econ gli oracoliche sono le più vecchie cose della storiaprofana; - l'età degli eroinella quale dappertutto essiregnarono in repubbliche aristocraticheper una certa da essiriputata differenza di superior natura a quella de' lor plebei; - efinalmente l'età degli uomininella quale tutti siriconobbero esser uguali in natura umanae perciò vi sicelebrarono prima le repubbliche popolari e finalmente le monarchiele quali entrambe sono forme di governi umanicome poco sopra si èdetto.

Convenevolmentea tali tre sorte di natura e governisi parlarono tre spezie dilingueche compongono il vocabolario di questa Scienza: la primanel tempo delle famiglieche gli uomini gentili si erano di frescoricevuti all'umanità; la qual si truova essere stata unalingua muta per cenni o corpi ch'avessero naturali rapporti all'ideech'essi volevan significare; - la seconda si parlò per impreseeroicheo sia per simiglianzecomparazioniimmaginimetafore enaturali descrizioniche fanno il maggior corpo della lingua eroicache si truova essersi parlata nel tempo che regnaron gli eroi; - laterza fu la lingua umana per voci convenute da' popolidella qualesono assoluti signori i popolipropia delle repubbliche popolari edegli Stati monarchiciperché i popoli dieno i sensi alleleggia' quali debbano stare con la plebe anco i nobili; ondeappotutte le nazioniportate le leggi in lingue volgarila scienzadelle leggi esce di mano a' nobilidelle qualiinnanzicome dicosa sagraappo tutte si truova che ne conservavano una linguasegreta i nobilii qualipur da per tuttesi truova che furonosacerdoti: ch'è la ragion natural dell'arcano delle leggi appoi patrizi romanifinché vi surse la libertà popolare.Queste sono appunto le tre lingue che pur gli egizi dissero essersiparlate innanzi nel loro mondocorrispondenti a livellocosìnel numero come nell'ordinealle tre età che nel loro mondoerano corse loro dinanzi: la geroglificaovvero sagra o segretaperatti muticonvenevole alle religionialle quali più importaosservarle che favellarne; - la simbolicao per somiglianzequaltesté abbiam veduto essere stata l'eroica; - e finalmente lapistolareo sia volgareche serviva loro per gli usi volgari dellalor vita. Le quali tre lingue si truovano tra' caldeiscitiegizigermani e tutte le altre nazioni gentili antiche; quantunque lascrittura geroglifica più si conservò tra gli egiziperché più lungo tempo che le altre furono chiusi atutte le nazioni straniere (per la stessa cagione onde si ètruovata durare tuttavia tra' chinesi)e quindi si forma unadimostrazione d'esser vana la lor immaginata lontanissima antichità.

Peròqui si danno gli schiariti princìpi come delle lingue cosìdelle lettered'intorno alle quali ha finora la filologia disperatoe se ne darà un saggio delle stravaganti e mostruose oppenioniche se ne sono finor avute. L'infelice cagione di tal effetto siosserverà ch'i filologi han creduto nelle nazioni esser nateprima le linguedappoi le lettere; quando (com'abbiamo quileggiermente accennato e pienamente si pruoverà in questilibri) nacquero esse gemelle e caminarono del pariin tutte e tre leloro speziele lettere con le lingue. E tai princìpi sirincontrano appuntino nelle cagioni della lingua latinaritruovatenella Scienza nuova stampata la prima volta - ch'èl'altro luogo degli tre onde di quel libro non ci pentiamo; - per lequali ragionate cagioni si sono fatte tante discoverte dell'istoriagoverno e diritto romano anticocome in questi libri potraioleggitorea mille pruove osservare. Al qual esemplogli eruditidelle lingue orientaligreca etralle presentiparticolarmentedella tedescach'è lingua madrepotranno fare discoverted'antichità fuori d'ogni loro e nostra aspettazione.

Principiodi tal'origini e di lingue e di lettere si truova essere stato ch'iprimi popoli della gentilitàper una dimostrata necessitàdi naturafuron poetii quali parlarono per caratteri poetici; laqual discovertach'è la chiave maestra di questa Scienzaciha costo la ricerca ostinata di quasi tutta la nostra vitaletterariaperocché tal natura poetica di tai primi uominiin queste nostre ingentilite natureegli è affattoimpossibile immaginare e a gran pena ci è permessod'intendere. Tali caratteri si truovano essere stati certi generifantastici (ovvero immaginiper lo più di sostanze animate odi dèi o d'eroiformate dalla lor fantasia)ai qualiriducevano tutte le spezie o tutti i particolari a ciascun genereappartenenti; appunto come le favole de' tempi umaniquali sonoquelle della commedia ultimasono i generi intelligibiliovveroragionati dalla moral filosofiade' quali i poeti comici formanogeneri fantastici (ch'altro non sono l'idee ottime degli uomini inciascun suo genere)che sono i personaggi delle commedie. Quindi sìfatti caratteri divini o eroici si truovano essere state favoleovvero favelle vere; e se ne scuoprono l'allegoriecontenenti sensinon già analoghi ma univocinon filosofici ma istorici ditali tempi de' popoli della Grecia. Di piùperché taligeneri (che sononella lor essenzale favole) erano formati dafantasie robustissimecome d'uomini di debolissimo raziociniose nescuoprono le vere sentenze poeticheche debbon essere sentimentivestiti di grandissime passionie perciò piene di sublimitàe risveglianti la maraviglia. Inoltrei fonti di tutta la locuzionpoetica si truovano questi duecioè povertà di parlarie necessità di spiegarsi e di farsi intendere; da' qualiproviene l'evidenza della favella eroicache immediatamentesuccedette alla favella mutola per atti o corpi ch'avessero naturalirapporti all'idee che si volevan significarela quale ne' tempidivini si era parlata. E finalmenteper tal necessario natural corsodi cose umanele lingueappo gli assirisirifeniciegizigrecie latinisi truovano aver cominciato da versi eroiciindi passatiin giambiciche finalmente si fermarono nella prosa; e se ne dàla certezza alla storia degli antichi poetie si rende la ragioneperché nella lingua tedescaparticolarmente nella Slesiaprovincia tutta di contadininascono naturalmente verseggiatorienella lingua spagnuolafrancese ed italiana i primi autori scrisseroin versi.

Dasì fatte tre lingue si compone il vocabolario mentaleda darle propie significazioni a tutte le lingue articolate diversee sene fa uso qui sempreove bisogna. E nella Scienza nuova laprima volta stampata se ne fa un pieno saggio particolareove se nedà essa idea: che dall'eterne propietà de' padrichenoiin forza di questa Scienzameditammo aver quelli avuto nellostato delle famiglie e delle prime eroiche città nel tempo chesi formaron le linguese ne truovano le significazioni propie inquindeci lingue diversecosì morte come viventinelle qualifuronoove da una ove da un'altra propietàdiversamenteappellati (ch'è 'l terzo luogo nel quale ci compiacciamo diquel libro di già stampato). Un tal lessico si truova essernecessario per sapere la lingua con cui parla la storia ideal eternasulla quale corrono in tempo le storie di tutte le nazionie perpotere con iscienza arrecare l'autorità da confermare ciòche si ragiona in diritto natural delle gentie quindi in ognigiurisprudenza particolare.

Contali tre lingue - propie di tali tre etànelle quali sicelebrarono tre spezie di governiconformi a tre spezie di natureciviliche cangiano nel corso che fanno le nazioni - si truova avercamminato con lo stess'ordinein ciascun suo tempoun'acconciagiurisprudenza.

Dellequali si truova la prima essere stata una teologia misticache sicelebrò nel tempo ch'a' gentili comandavano i dèi;della quale furono sappienti i poeti teologi (che si dicono averfondato l'umanità gentilesca)ch'interpetravano i misteridegli oracolii quali da per tutte le nazioni risposero in versi.Quindi si truova nelle favole essere stati nascosti i misteri di sìfatta sapienza volgare; e si medita così nelle cagioni ondepoi i filosofi ebbero tanto disiderio di conseguire la sapienza degliantichicome nelle occasioni ch'essi filosofi n'ebbero di destarsi ameditare altissime cose in filosofia e nelle comoditàd'intrudere nelle favole la loro sapienza riposta. La seconda sitruova essere stata la giurisprudenza eroicatutta scrupolositàdi parole (della quale si truova essere stato prudente Ulisse)laquale guardava quella che da' giureconsulti romani fu detta "æquitascivilis" e noi diciamo "ragion di Stato"per laqualecon le loro corte ideeestimarono appartenersi loronaturalmente quello dirittoch'era ciòquanto e quale sifusse con le parole spiegato; come pur tuttavia si puòosservare ne' contadini ed altri uomini rozzii qualiin contese diparole e di sentimentiostinatamente dicono la lor ragione star peressi nelle parole. E ciòper consiglio della provvedenzadivinaacciocché gli uomini gentilinon essendo ancor capacid'universaliquali debbon esser le buone leggida essaparticolarità delle loro parole fussero tratti ad osservare leleggi universalmente; e se per cotal equità in alcun casoriuscivan le leggi non solo dure ma anco crudelinaturalmente ilsopportavanoperché naturalmente tale stimavano essere illoro diritto. Oltrechégli vi attirava ad osservarle un sommoprivato interesseche si truova aver avuto gli eroi medesimato conquello delle loro patriedelle quali essi soli erano cittadini; ondenon dubitavanoper la salvezza delle lor patrieconsagrare sée le loro famiglie alla volontà delle leggile qualicon lasalvezza comune delle loro patriemantenevano loro salvi certiprivati regni monarchici sopra le loro famiglie. Altrondetalprivato grande interessecongionto col sommo orgoglio propio de'tempi barbariformava loro la natura eroicadalla quale uscironotante eroiche azioni per la salvezza delle lor patrie. Con le qualieroiche azioni si componghino l'insopportabil superbiala profondaavarizia e la spietata crudeltà con la quale i patrizi romaniantichi trattavano gl'infelici plebeicome apertamente si leggonosulla storia romana nel tempo che lo stesso Livio dice essere statal'età della romana virtù e della più fiorentefinor sognata romana libertà popolare; e truoverassi che talpubblica virtù non fu altro che un buon uso che la provvedenzafaceva di sì gravilaidi e fieri vizi privatiperchési conservassero le città ne' tempi che le menti degli uominiessendo particolarissimenon potevano naturalmente intendere bencomune. Per lo che si danno altri princìpi per dimostrarel'argomento che tratta sant'AgostinoDe virtute romanorumesi dilegua l'oppinione che da' dotti finor si è avutadell'eroismo de' primi popoli. Sì fatta civil equità sitruova naturalmente celebrata dalle nazioni eroiche così inpace come in guerra (e se n'arrecano luminosissimi esempli cosìdella storia barbara prima come dell'ultima); e da' romani essersipraticata privatamente finché fu quella repubblicaaristocraticache si truova esserlo stata fin a' tempi delle leggiPublilia e Peteliane' quali si celebrò tutta sulla leggedelle XII Tavole.

L'ultimagiurisprudenza fu dell'equità naturaleche regna naturalmentenelle repubbliche libereove i popoliper un bene particolare diciaschedunoch'è eguale in tuttisenza intenderlosonoportati a comandar leggi universalie perciò naturalmente ledisiderano benignamente pieghevoli inverso l'ultime circostanze de'fatti che dimandano l'ugual utilità; ch'è l'"æquumbonum"subbietto della giurisprudenza romana ultimalaquale da' tempi di Cicerone si era incominciata a rivoltareall'editto del pretore romano. È ella ancorae forse ancopiùconnaturale alle monarchienelle qual'i monarchi hannoavvezzati i sudditi ad attendere alle loro private utilitàavendosi essi preso la cura di tutte le cose pubblichee voglionotutte le nazioni soggette uguagliate tra lor con le leggiperchétutte sieno egualmente interessate allo Stato. Onde Adrianoimperadore riformò tutto il diritto naturale eroico romano coldiritto naturale umano delle provinciee comandò che lagiurisprudenza si celebrasse sull'Editto perpetuoche daSalvio Giuliano fu composto quasi tutto d'editti provinciali.

Ora- per raccogliere tutti i primi elementi di questo mondo di nazionida' geroglifici che gli significano - il lituol'acqua e 'l fuocosopra l'altarel'urna ceneraria dentro le selvel'aratro ches'appoggia all'altare e 'l timone prostrato a piè dell'altaresignificano la divinazionei sagrifizile famiglie prima de'figliuolile seppolturela coltivazione de' campi e la division de'medesimigli asilile famiglie appresso de' famolile primecontese agrariee quindi le prime colonie eroiche mediterranee e'ndifetto di questel'oltramarine econ questele primetrasmigrazioni de' popoliesser avvenute tutte nell'età deglidèi degli egizichenon sappiendo o traccurando"tempooscuro" chiamò Varronecome si è sopra avvisato;- il fascio significa le prime repubbliche eroichela distinzionedegli tre domini (cioè naturalecivile e sovrano)i primiimperi civilile prime alleanze ineguali accordate con la primalegge agrariaper la quale si composero esse prime cittàsopra feudi rustici de' plebeiche furono suffeudi di feudi nobilidegli eroich'essendo sovranidivennero soggetti a maggiorsovranità di essi ordini eroici regnanti; - la spada ches'appoggia al fascio significa le guerre pubbliche che si fanno daesse cittàincominciate da rube innanzi e corseggi (perchéi duelliovvero guerre privatedovettero nascere molto primacomequi sarà dimostratodentro lo stato d'esse famiglie); - laborsa significa divise di nobiltà o insegne gentilizie passatein medaglieche furono le prime insegne de' popoliche quindipassarono in insegne militari e finalmente in monetech'accennano icommerzi di cose anco mobili con danaio (perché i commerzi dirobe stabilicon prezzi naturali di frutti e fatigheavevan innanzicominciato fin da' tempi divini con la prima legge agrariasullaquale nacquero le repubbliche); - la bilancia significa le leggid'ugualitàche sono propiamente le leggi; - e finalmente ilcaduceo significa le guerre pubbliche intimateche si terminano conle paci. Tutti i quali geroglifici sono lontani dall'altareperchésono tutte cose civili de' tempi ne' quali andarono tratto tratto asvanire le false religioniincominciando dalle contese eroicheagrariele quali diedero il nome all'età degli eroi degliegiziche "tempo favoloso" chiamò Varrone. Latavola degli alfabeti è posta in mezzo a' geroglifici divinied umaniperché le false religioni incominciaron a svanir conle letteredalle quali ebbero il principio le filosofie; adifferenza della verach'è la nostra cristianala qualedalle più sublimi filosofiecioè dalla platonica edalla peripatetica (in quanto con la platonica si conforma)ancoumanamente ci è confermata. Laonde tutta l'idea di quest'operasi può chiudere in questa somma. Le tenebre nel fondo delladipintura sono la materia di questa Scienzaincertainformeoscurache si propone nella Tavola cronologica e nelle a lei scritteAnnotazioni. Il raggio del quale la divina provvedenza alluma ilpetto alla metafisica sono le Dignitàle Diffinizioni e iPostulatiche questa Scienza si prende per Elementi di ragionar iPrincìpi co' quali si stabilisce e 'l Metodo con cui siconduce: le quali cose tutte son contenute nel libro primo. Il raggioche da petto alla metafisica si risparge nella statua d'Omero èla luce propia che si dà alla Sapienza poetica nel librosecondodond'è il vero Omero schiarito nel libro terzo. DallaDiscoverta del vero Omero vengono poste in chiaro tutte le cose checompongono questo mondo di nazionidalle lor origini progredendosecondo l'ordine col quale al lume del vero Omero n'escono igeroglifici: ch'è il Corso delle nazioniche si ragiona nellibro quarto; epervenute finalmente a' piedi della statua d'Omerocon lo stess'ordine ricominciandoricorrono: lo che si ragiona nelquinto ed ultimo libro.

Ealla fin fineper restrignere l'idea dell'opera in una sommabrievissimatutta la figura rappresenta gli tre mondi secondol'ordine col quale le menti umane della gentilità da terra sisono al cielo levate. Tutti i geroglifici che si vedono in terradinotano il mondo delle nazionial quale prima di tutt'altra cosaapplicarono gli uomini. Il globo ch'è in mezzo rappresenta ilmondo della naturail quale poi osservarono i fisici. I geroglificiche vi sono al di sopra significano il mondo delle menti e di Dioilquale finalmente contemplarono i metafisici.



EBREI (II)

CALDEI (III)

SCITI (IV)

FENICI (V)

EGIZI (VI)

GRECI

ROMANI

Anni del mondo

Anni di Roma

Diluvio universale

 

 

 

 

 

 

1656

 

 

Zoroaste o regno de' Caldei (VII)

 

 

 

 

 

1756

 

 

 

 

 

Dinastie in Egitto

Deucalione (XI)

 

 

 

Chiamata d'Abramo

 

 

 

Mercurio Trimegisto il vecchio ovvero etàdegli dei d'Egitto (XII)

Età dell'oroovvero età deglidei di Grecia (XIII)

 

 

 

 

 

 

 

 

Ellenofigliuolo di Deucalionenipote diPrometeopronipote di Giapetoper tre suoi figliuoli spargenella Grecia tre dialetti (XIV)

 

2082

 

 

 

 

 

 

Cecrope egizio mena dodici colonie nell'Atticadelle quali poi Teseo compose Atene (XV)

 

 

 

 

 

 

 

 

Cadmo fenice fonda Tebe in Beoziaed introducein Grecia le lettere volgari (XVI)

 

2448

 

Iddio dà la legge scritta a Mosè

 

 

 

 

 

Sarturnoovvero l'età degli dei delLazio (XVII)

2491

 

 

 

 

 

Mercurio Trimegisto il giovane ovvero etàdegli eroi d'Egitto (XVII)

Danao caccia gl'Inachidi dal regno d'Argo(XIX).

Pelope frigio regna nel Peloponneso

 

2553

 

 

 

 

 

 

Eraclidi sparsi per tutta Greciache vi fannol'età degli eroi.

Cureti in CretaSaturniaovvero Italiaed inAsiache vi fanno regni di sacerdoti (XX)

Aborigini

2682

 

 

Nino regna con gli assiri

 

 

 

 

 

2737

 

 

 

 

Didone da Tiro va a fondare Cartagine (XXI)

 

 

 

 

 

 

 

 

Tiro celebre per la navigazione e per lecolonie

 

Minosse re di Cretaprimo legislatore dellegenti e primo corsale dell'Egeo.

 

2752

 

 

 

 

 

 

Orfeoe con essolui l'età de' poetiteologi (XXII). Ercolecon cui è al colmo il tempo eroicodi Grecia (XXIII)

Arcadi

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Sancuniate scrive storie in lettere volgari(XXIV)

 

 

 

Giasone dà principio alle guerre navalicon quella di Ponto.

Teseo fonda Atene e vi ordina l'Areopago

Ercole appo Evandro nel Lazioovvero etàdegli eroi d'Italia

2800

 

 

 

 

 

 

Guerra troiana (XXV)

 

2820

 

 

 

 

 

 

Errori degli eroied in ispezie d'Ulisse e diEnea

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Regno d'Alba

2830

 

Regno di Saulle

 

 

 

 

 

 

2909

 

 

 

 

 

Sesotride regna in Tebe (XXVI)

Colonie greche in Asiain Siciliain Italia(XXVII)

 

2949

 

 

 

 

 

 

Ligurco dà le leggi a' Lacedemoni

 

3120

 

 

 

 

 

 

Giuochi olimpiciprima ordinati da Ercole poiintermessi e restituiti da Isifilo (XXVIII)

 

3223

 

 

 

 

 

 

 

Fondazione di Roma (XXIX)

 

1

 

 

 

 

 

Omeroil quale venne che non si eran ancortruovate le lettere volgarie 'l quale non vidde l'Egitto (XXX)

Numa re.

3290

37

 

 

 

 

Psammetico apre l'Egitto a' soli greci di Iniae di Caria (XXXI)

Esopomoral filosofo volgare (XXXII)

 

3334

 

 

 

 

 

 

Sette savi di Grecia: de' quali unoSoloneordina la libertà popolare d'Atene: l'altroTaleteMilesiodà incominciamento alla filosofia con la fisica(XXXIII)

 

3406

 

 

Ciro regna in Assiria co' persiani

 

 

 

Pittagoracui vivo dice Livio che nemmeno ilnome potè sapersi in Roma (XXXIV)

Servio Tullio re (XXXV)

3468

225

 

 

 

 

 

I Pisistratidi tiranni cacciati da Atene

 

3491

 

 

 

 

 

 

 

I Tarquini tiranni cacciati da Roma

3499

245

 

 

 

 

 

Esiodo (XXXVI) ErodotoIppocrate (XXXVII)

 

3500

 

 

 

Idantura re di Scizia (XXXVIII)

 

 

Guerra peloponnesiaca.

Tucidideil qual scrive che fin a suo padre igreci non seppero nulla delle antichità loro proprie; ondesi diede a scrivere di cotal guerra (XXXIX)

 

3530

 

 

 

 

 

 

Socrate dà principio alla filosofiamorale ragionata.

Platone fiorisce nella metafisica.

Atene sfolgora di tutte l'arti della piùcolta umanità (XL).

Legge delle XII Tavole.

3553

303

 

 

 

 

 

Senofontecon portar l'armi greche nelleviscere della Persiaè 'l primo a sapere con qualchecertezza le cose persiane (XLI)

 

3583

333

 

 

 

 

 

 

Legge Pubilia (XLII)

3658

416

 

 

 

 

 

Alessandro Magno rovescia nella Macedonia lamonarchia persiana; ed Aristotileche vi si porta in personaosserva ch'i greci innanzi avevano detto favole delle cosedell'Oriente

 

3660

 

 

 

 

 

 

 

Legge Petelia (XLIII).

3661

419

 

 

 

 

 

 

Guerra di Tarantoove s'incomincian a conoscertra loro i latini co' greci (XLIV)

3708

489

 

 

 

 

 

 

Guerra cartaginese secondada cui incominciala storia certa romana a Livioil qual pur professa non sapernetre massime circostanze (XLV)

3849

552





LIBROPRIMO

DELLOSTABILIMENTO DE' PRINCÌPI

Annotazionialla tavola cronologica nelle quali si fa l'apparecchio delle materie

 

Tavolacronologicadescritta sopra le tre epoche de' tempi degli egizichedicevano tutto il mondo innanzi essere scorso per tre età:degli dèidegli eroi e degli uomini

QuestaTavola cronologica spone in comparsa il mondo delle nazioni anticheil quale dal diluvio universale girasi dagli ebrei per gli caldeiscitifeniciegizigreci e romani fin alla loro guerra secondacartaginese. E vi compariscono uomini o fatti romorosissimideterminati in certi tempi o in certi luoghi dalla comune de' dottii quali uomini o fatti o non furono ne' tempi o ne' luoghi ne' qualisono stati comunemente determinatinon furon affatto nel mondo; e dalunghe densissime tenebreove giaciuti erano seppellitiv'esconuomini insigni e fatti rilevantissimida' quali e co' quali sonavvenuti grandissimi momenti di cose umane. Lo che tutto si dimostrain queste Annotazioniper dar ad intendere quanto l'umanitàdelle nazioni abbia incerti a sconci o difettuosi o vani i princìpi.

Dipiùella si propone tutta contraria al Canone cronicoegiziacoebraico e greco di Giovanni Marshamoove vuol provareche gli egizi nella polizia e nella religione precedettero a tutte lenazioni del mondoe che i di loro riti sagri ed ordinamenti civilitrasportati ad altri popolicon qualche emendazione si ricevetterodagli ebrei. Nella qual oppenione il seguitò lo Spencero nelladissertazione De Urim et Thummimove oppina che gl'israelitiavessero apparato dagli egizi tutta la scienza delle divine cose permezzo della sagra Cabbala. Finalmente al Marshamo acclamòl'Ornio nell'Antichità della barbaresca filosofiaovenel libro intitolato Chaldaicusscrive che Mosèaddottrinato nella scienza delle divine cose dagli egizil'avesseportate nelle sue leggi agli ebrei. Surse allo 'ncontro ErmannoWitzionell'opera intitolata Ægyptiaca sive de ægyptiacorumsacrorum cum hebraicis collationee stima che 'l primo autorgentileche n'abbia dato le prime certe notizie degli egizieglisia stato Dion Cassioil quale fiorì sotto Marco Antoninofilosofo. Di che può essere confutato con gli Annali diTacitoove narra che Germanicopassato nell'Orientequindiportossi in Egitto per vedere l'antichità famose di Tebeequivi da un di quei sacerdoti si fece spiegare i geroglifici iscrittiin alcune moliil qualevaneggiandogli riferì che que'caratteri conservavano le memorie della sterminata potenza ch'ebbe illoro re Ramse nell'Affricanell'Oriente e fino nell'Asia Minoreeguale alla potenza romana di quelli tempiche fu grandissima: ilqual luogoperché gli era contrarioforse il Witzio sitacque.

Macertamentecotanto sterminata antichità non fruttòmolto di sapienza riposta agli egizi mediterranei. Imperciocchéne' tempi di Clemente l'alessandrinocom'esso narra negli Stromatiandavano attorno i loro libri detti "sacerdotali" al numerodi quarantaduei quali in filosofia ed astronomia contenevano de'grandissimi erroride' quali Cheremonemaestro di san Dionigiareopagitasovente è messo in favola da Strabone; - le cosedella medicina si truovano da Galeno ne' libri de medicinamercuriali essere manifeste ciance e mere imposture; - la moraleera dissolutala qualenonché tollerate o lecitefacevaoneste le meretrici; - la teologia era piena di superstizioniprestigi e stregonerie. E la magnificenza delle loro moli e piramidipoté ben esser parto della barbariela quale si comporta colgrande: però la scoltura e la fonderia egiziaca s'accusanoancor oggi essere state rozzissime. Perché la dilicatezza èfrutto delle filosofie; onde la Greciache fu la nazion de'filosofisola sfolgorò di tutte le belle arti ch'abbiagiammai truovato l'ingegno umano: pitturascolturafonderiaarted'intagliarele quali sono dilicatissimeperché debbonastrarre le superficie da' corpi ch'imitano.

Innalzòalle stelle cotal antica sapienza degli egizi la fondatavi sul mareda Alessandro Magno Alessandriala qualunendo l'acutezza affricanacon la dilicatezza grecavi produsse chiarissimi filosofi indivinitàper li quali ella pervenne in tanto splendore d'altodivin sapere che 'l Museo alessandrino funne poi celebrato quantounitamente erano stat'innanzi l'Accademiail Liceola Stoa e 'lCinosargi in Atene; e funne detta "la madre delle scienze"Alessandria eper cotanta eccellenzafu appellata da' greci Póliscome Aùstu Atene"Urbs" Roma. Quindiprovenne Manetoo sia Manetonesommo pontefice egizioil qualetrasportò tutta la storia egiziaca ad una sublime teologianaturaleappunto come i greci filosofi avevano fatto innanzi dellelor favolequali qui truoverassi esser state le lor antichissimestorie; onde s'intenda lo stesso esser avvenuto delle favole grecheche de' geroglifici egizi.

Contanto fasto d'alto saperela nazionedi sua natura boriosa (che nefurono motteggiati "gloriæ animalia")in unacittà ch'era un grand'emporio del Mediterraneo eper lo MarRossodell'Oceano e dell'Indie (tra gli cui costumi vituperevoli daTacitoin un luogo d'orosi narra questo: "novarumreligionum avida")tra per la pregiudicata oppenione dellaloro sformata antichitàla quale vanamente vantavano sopratutte l'altre nazioni del mondoe quindi d'aver signoreggiatoanticamente ad una gran parte del mondo; e perché non sapevanola guisa come tra gentilisenza ch'i popoli sapessero nulla gli unidegli altridivisamente nacquero idee uniformi degli dèi edegli eroi (lo che dentro appieno sarà dimostro)tutte lefalse divinitadich'essi dalle nazioni che vi concorrevano per glimarittimi traffichi udivano essere sparse per lo resto del mondocredettero esser uscite dal lor Egittoe che 'l loro Giove Ammonefusse lo più antico di tutti (de' quali ogni nazione gentilen'ebbe uno)e che gli Ercoli di tutte l'altre nazioni (de' qualiVarrone giunse a noverare quaranta) avessero preso il nome dal lorErcole egiziocome l'uno e l'altro ci vien narrato da Tacito. Econtutto ciò che Diodoro sicoloil quale visse a' tempid'Augustogli adorni di troppo vantaggiosi giudizinon dàagli egizi maggior antichità che di duemila anni; e i di luigiudizi sono rovesciati da Giacomo Cappello nella sua Storia sagraed egiziacache gli stima tali quali Senofonte aveva innanziattaccati a Ciro e (noi aggiugniamo) Platone sovente finge de'persiani. Tutto ciòfinalmented'intorno alla vanitàdell'altissima antica sapienza egiziaca si conferma con l'imposturadel Pimandro smaltito per dottrina ermeticail quale siscuopre dal Casaubuono non contenere dottrina più antica diquella de' platonici spiegata con la medesima frasenel rimanentegiudicata dal Salmasio per una disordinata e mal composta raccolta dicose.

Feceagli egizi la falsa oppenione di cotanta lor antichità questapropietà della mente umana - d'esser indiffinita- per laqualedelle cose che non saella sovente crede sformatamente piùdi quello che son in fatti esse cose. Perciò gli egizi furonin ciò somiglianti a' chinesii quali crebbero in tanto grannazione chiusi a tutte le nazioni stranierecome gli egizi lo eranostati fino a Psammetico e gli sciti fin ad Idanturada' quali èvolgar tradizione che furono vinti gli egizi in pregio d'antichità.La qual volgar tradizione è necessario ch'avesse avuto indimotivo onde incomincia la storia universale profanala qualappresso Giustinocome antiprincìpi propone innanzi allamonarchia degli assiri due potentissimi reTanai scita e Sesostrideegizioi quali finor han fatto comparire il mondo molto piùantico di quel ch'è in fatti; e che per l'Oriente prima Tanaifusse ito con un grandissimo esercito a soggiogare l'Egittoil qualè per natura difficilissimo a penetrarsi con l'armie che poiSesostride con altrettante forze si fusse portato a soggiogare laSciziala qual visse sconosciuta ad essi persiani (ch'avevano stesala loro monarchia sopra quella de' medisuoi confinanti) fin a'tempi di Dario detto "maggiore"il qual intimò aldi lei re Idantura la guerra; il qual si truova cotanto barbaro a'tempi dell'umanissima Persiache gli risponde con cinque parolereali di cinque corpiche non seppe nemmeno scrivere pergeroglifici. E questi due potentissimi re attraversano con duegrandissimi eserciti l'Asiae non la fanno provincia o di Scizia od'Egittoe la lasciano in tanta libertà ch'ivi poi surse laprima monarchia delle quattro più famose del mondoche fuquella d'Assiria!

Perciòforsein cotal contesa d'antichità non mancarono d'entrar inmezzo i caldeipur nazione mediterranea ecome dimostreremopiùantica dell'altre duei quali vanamente vantavano di conservare leosservazioni astronomiche di ben ventiottomila anni: che forse diedeil motivo a Flavio Giuseppe ebreo di credere con errorel'osservazioni avantidiluviane descritte nelle due colonneuna dimarmo ed un'altra di mattoniinnalzate incontro a' due diluvied'aver esso veduta nella Siria quella di marmo. Tanto importava allenazioni antiche di conservare le memorie astronomicheil qual sensofu morto affatto tralle nazioni che loro vennero appresso! Onde talcolonna è da riporsi nel museo della credulità.

Macosì i chinesi si sono trovati scriver per geroglificicomeanticamente gli egizi epiù degli egizigli scitii qualinemmeno gli sapevano scrivere. Enon avendo per molte migliaiad'anni avuto commerzio con altre nazioni dalle quali potesser esserinformati della vera antichità del mondocom'uomochedormendo sia chiuso in un'oscura picciolissima stanzanell'orrordelle tenebre la crede certamente molto maggiore di quello che conmani la toccherà; cosìnel buio della loro cronologiahan fatto i chinesi e gli egizi econ entrambii caldei. Purebenché il padre Michel di Ruggierogesuitaaffermi d'averesso letti libri stampati innanzi la venuta di Gesù Cristo; ebenché il padre Martinipur gesuitanella sua Storiachinese narri una grandissima antichità di Confuciolaqual ha indotti molti nell'ateismoal riferire di Martino Scoockioin Demonstratione Diluvii universalisonde Isacco Pereyroautore della Storia preadamiticaforse perciòabbandonò la fede catolicae quindi scrisse che 'l diluvio sisparse sopra la terra de' soli ebrei: però NiccolòTrigaulziomeglio del Ruggieri e del Martini informatonella suaChristiana expeditione apud Sinas scrive la stampa appo ichinesi essersi truovata non più che da due secoli innanzidegli europeie Confucio aver fiorito non più che cinquecentoanni innanzi di Gesù Cristo. E la filosofia confucianaconforme a' libri sacerdotali egiziacinelle poche cose naturaliella è rozza e goffae quasi tutta si rivolge ad una volgarmoraleo sia moral comandata a que' popoli con le leggi.

Dasì fatto ragionamento d'intorno alla vana oppenione ch'avevanodella lor antichità queste gentili nazionie sopra tutte gliegizidoveva cominciare tutto lo scibile gentilescotra per saperecon iscienza quest'importante principio: - dove e quando egli ebbe isuoi primi incominciamenti nel mondo- e per assistere con ragionianco umane a tutto il credibile cristianoil quale tutto incominciada ciò: che 'l primo popolo del mondo fu egli l'ebreodi cuifu principe Adamoil quale fu criato dal vero Dio con la criazionedel mondo. E che la prima scienza da doversi apparare sia lamitologiaovvero l'interpetrazion delle favole (perchécomesi vedràtutte le storie gentilesche hanno favolosi iprincìpi)e che le favole furono le prime storie dellenazioni gentili. E con sì fatto metodo rinvenire i princìpicome delle nazioni così delle scienzele quali da essenazioni son uscite e non altrimente: come per tutta quest'opera saràdimostro ch'alle pubbliche necessità o utilità de'popoli elleno hanno avuto i lor incominciamentie poiconapplicarvi la riflessione acuti particolari uominisi sonoperfezionate. E quindi cominciar debbe la storia universalechetutti i dotti dicono mancare ne' suoi princìpi.

Eper ciò farel'antichità degli egizi in ciògrandemente ci gioveràche ne serbarono due grandi rottaminon meno maravigliosi delle loro piramidiche sono queste due grandiverità filologiche. Delle quali una è narrata daErodoto: ch'essi tutto il tempo del mondo ch'era corso loro dinanziriducevano a tre età: la prima degli dèila secondadegli eroi e la terza degli uomini. L'altra è checoncorrispondente numero ed ordineper tutto tal tempo si erano parlatetre lingue: la prima geroglifica ovvero per caratteri sagrilaseconda simbolica o per caratteri eroicila terza pistolare o percaratteri convenuti da' popolial riferire dello SchefferoDephilosophia italica. La qual divisione de' tempi egli ènecessario che Marco Terenzio Varrone - perch'egliper la suasterminata erudizionemeritò l'elogio con cui fu detto il"dottissimo de' romani" ne' tempi loro piùilluminatiche furon quelli di Cicerone - dobbiam direnon giàch'egli non seppe seguirema che non volle; perchéforseintese della romana ciò cheper questi princìpisitruoverà vero di tutte le nazioni antichecioè chetutte le divine ed umane cose romane erano native del Lazio: onde sistudiò dar loro tutte latine origini nella sua gran operaRerum divinarum et humanarumdella quale l'ingiuria del tempoci ha privi (tanto Varrone credette alla favola della legge delle XIITavole venuta da Atene in Roma!)e divise tutti i tempi del mondo intrecioè: tempo oscuroch'è l'età degli dèi;quindi tempo favolosoch'è l'età degli eroi; efinalmente tempo istoricoch'è l'età degli uomini chedicevano gli egizi.

Oltracciòl'antichità degli egizi gioveracci con due boriose memoriediquella boria delle nazionile quali osserva Diodoro sicolo cheobarbare o umane si fusserociascheduna si è tenuta la piùantica di tutte e serbare le sue memorie fin dal principio del mondo;lo che vedremo essere stato privilegio de' soli ebrei. Delle qualidue boriose memorie una osservammo esser quella che 'l loro GioveAmmone era il più vecchio di tutti gli altri del mondol'altra che tutti gli altri Ercoli dell'altre nazioni avevano presoil nome dal loro Ercole egizio: cioè ch'appo tutte prima corsel'età degli dèire de' quali appo tutte fu credutoesser Giove; e poscia l'età degli eroiche si tenevano esserfigliuoli degli dèiil massimo de' quali fu creduto esserErcole.



II- Ebrei

S'innalzala prima colonna agli ebreii qualiper gravissime autoritàdi Flavio Giuseppe ebreo e di Lattanzio Firmiano ch'appressos'arrecherannovissero sconosciuti a tutte le nazioni gentili. E puressi contavano giusta la ragione de' tempi corsi del mondooggidagli più severi critici ricevuta per verasecondo il calcolodi Filone giudeo; la qual se varia da quel d'Eusebioil divario nonè che di mille e cinquecento annich'è brievissimospazio di tempo a petto di quanto l'alterarono i caldeigli scitigli egizi efin al dì d'oggii chinesi. Che dev'esser uninvitto argomento che gli ebrei furono il primo popolo del nostromondo ed hanno serbato con verità le loro memorie nella storiasagra fin dal principio del mondo.



III- Caldei

Sipianta la seconda colonna a' caldeitra perché in geografiasi mostra in Assiria essere stata la monarchia piùmediterranea di tutto il mondo abitabilee perché inquest'opera si dimostra che si popolarono prima le nazionimediterraneedappoi le marittime. E certamente i caldei furono iprimi sappienti della gentilitàil principe de' quali dallacomune de' filologi è ricevuto Zoroaste caldeo. E senza verunoscrupolo la storia universale prende principio dalla monarchia degliassirila quale aveva dovuto incominciar a formarsi dalla gentecaldea; dalla qualecresciuta in un grandissimo corpodovettepassare nella nazion degli assiri sotto di Ninoil quale vi dovettefondare tal monarchianon già con gente menata colà dafuorima nata dentro essa Caldea medesimacon la qual egli spenseil nome caldeo e vi produsse l'assirio: che dovetter esser i plebeidi quella nazionecon le forze de' quali Nino vi surse monarcacomein quest'opera tal civile costume di quasi tuttecome si hacertamente della romanavien dimostrato. Ed essa storia pur ciracconta che fu Zoroaste ucciso da Nino; lo che truoveremo esserstato dettocon lingua eroicain senso che 'l regnoil qual erastato aristocratico de' caldei (de' quali era stato carattere eroicoZoroaste)fu rovesciato per mezzo della libertà popolare da'plebei di tal gentei quali ne' tempi eroici si vedranno esserestati altra nazione da' nobilie che col favore di tal nazione Ninovi si fusse stabilito monarca. Altrimentese non istanno cosìqueste cosen'uscirebbe questo mostro di cronologia nella storiaassiriaca; che nella vita d'un sol uomodi Zoroasteda vagabondieslegi si fusse la Caldea portata a tanta grandezza d'imperio cheNino vi fondò una grandissima monarchia. Senza i qualiprincìpiavendoci Nino dato il primo incominciamento dellastoria universaleci ha fatto finor sembrare la monarchiadell'Assiriacome una ranocchia in una pioggia d'estàessernata tutta ad un tratto.



IV- Sciti

Sifonda la terza colonna agli scitii quali vinsero gli egizi incontesa d'antichitàcome testé l'hacci narrato unatradizione volgare.



V- Fenici

Laquarta colonna si stabilisce a' fenici innanzi degli egiziai qualii fenicida' caldeiportarono la pratica del quadrante e la scienzadell'elevazione del polodi che è volgare tradizione; eappresso dimostraremo che portarono anco i volgari caratteri.



VI- Egizi

Pertutte le cose sopra qui ragionatequelli egizi che nel suo Canonevuol il Marshamo essere stati gli più antichi di tutte lenazionimeritano il quinto luogo su questa Tavola cronologica.



VII- Zoroasteo regno de' caldei. - Anni del mondo 1756

Zoroastesi truova in quest'opera essere stato un carattere poetico difondatori di popoli in Orienteonde se ne truovano tanti sparsi perquella gran parte del mondo quanti sono gli Ercoli per l'altraopposta dell'Occidente; e forse gli Ercolii quali con l'aspettodegli occidentali osservò Varrone anco in Asia (come il tirioil fenicio)dovettero agli orientali essere Zoroasti. Ma la boriade' dottii quali ciò ch'essi sanno vogliono che sia anticoquanto ch'è il mondone ha fatto un uomo particolare ricolmod'altissima sapienza riposta e gli ha attaccato gli oracoli dellafilosofiai quali non ismaltiscono altro che per vecchia una tropponuova dottrinach'è quella de' pittagorici e de' platonici.Ma tal boria de' dotti non si fermò quiché gonfiòpiù col fingerne anco la succession delle scuole per lenazioni: che Zoroaste addottrinò Berosoper la Caldea;BerosoMercurio Trimegistoper l'Egitto; Mercurio TrimegistoAtlanteper l'Etiopia; AtlanteOrfeoper la Tracia; e chefinalmenteOrfeo fermò la sua scuola in Grecia. Ma quindi apoco si vedrà quanto furono facili questi lunghi viaggi per leprime nazionile qualiper la loro fresca selvaggia originedappertutto vivevano sconosciute alle loro medesime confinantie nonsi conobbero tra loro che con l'occasion delle guerre o per cagionede' traffichi.

Made' caldei gli stessi filologisbalorditi dalle varie volgaritradizioni che ne hanno essi raccoltenon sanno s'eglino fusserostati particolari uomini o intiere famiglie o tutto un popolo onazione. Le quali dubbiezze tutte si solveranno con questi princìpi:che prima furono particolari uominidipoi intiere famiglieappressotutto un popolo e finalmente una gran nazionesulla quale si fondòla monarchia dell'Assiria; e 'l lor sapere fu prima in volgaredivinità (con la qual indovinavano l'avvenire dal tragittodelle stelle cadenti la notte) e poi in astrologia giudiziariacom'a' latini l'astrologo giudiziario restò detto "chaldæus".



VIII- Giapetodal quale provvengon i giganti - Anni del mondo1856

Iqualicon istorie fisiche truovate dentro le greche favolee pruovecome fisiche così morali tratte da dentro l'istorie civilisidimostreranno essere stati in natura appo tutte le prime nazionigentili.



IX- Nebrodo confusione delle lingue. - Anni del mondo 1856

Laquale avvenne in una maniera miracolosaonde all'istante siformarono tante favelle diverse. Per la qual confusione di linguevogliono i Padri che si venne tratto tratto a perdere la puritàdella lingua santa avantidiluviana. Lo che si deve intendere dellelingue de' popoli d'Orientetra' quali Sem propagò il generumano. Ma delle nazioni di tutto il restante mondo altrimente dovetteandar la bisogna. Perocché le razze di Cam e Giafet dovetterodisperdersi per la gran selva di questa terra con un error ferino didugento anni; e cosìraminghi e solidovettero produrre ifigliuolicon una ferina educazionenudi d'ogni umano costume eprivi d'ogni umana favellae sì in uno stato di brutianimali. E tanto tempo appunto vi bisognò correreche laterradisseccata dall'umidore dell'universale diluviopotessemandar in aria delle esalazioni secche a potervisi ingenerare de'fulminida' quali gli uomini storditi e spaventati si abbandonasseroalle false religioni di tanti Gioviche Varrone giunse a noverarnequaranta e gli egizi dicevano il loro Giove Ammone essere lo piùantico di tutti. E si diedero ad una spezie di divinazioned'indovinar l'avvenire da' tuoni e da' fulmini e da' volidell'aquileche credevano essere uccelli di Giove. Ma appo gliorientali nacque una spezie di divinazione più dilicatadall'osservare i moti de' pianeti e gli aspetti degli astri: onde ilprimo sapiente della gentilità si celebra Zoroasteche 'lBocarto vuol detto "contemplatore degli astri". Esiccometra gli orientali nacque la prima volgar sapienzacosì traessi surse la prima monarchiache fu quella d'Assiria.

Persì fatto ragionamento vengono a rovinare tutti gli etimologiultimiche vogliono rapportare tutte le lingue del mondo all'originidell'orientali; quando tutte le nazioni provenute da Cam e Giafet sifondarono prima le lingue natie dentro terrae poicalate al marecominciarono a praticar co' feniciche furono celebri ne' lidi delMediterraneo e dell'Oceano per la navigazione e per le colonie. Comenella Scienza nuova la prima volta stampata l'abbiam dimostronelle origini della lingua latinaead esempio della latinadoversi lo stesso intendere dell'altre tutte.



X- Un de' quali gigantiPrometeoruba il fuoco dal sole. -Anni del mondo 1856

Daquesta favola si scorge il Cielo avere regnato in terraquando fucreduto tant'alto quanto le cime de' monticome ve n'ha la volgaretradizioneche narra anco aver lasciato de' molti e grandi benefizial gener umano.



XI- Deucalione

Alcui tempo Temio sia la giustizia divinaaveva un templo sopra ilmonte Parnaso; e ch'ella giudicava in terra le cose degli uomini.



XII- Mercurio Trimegisto il vecchioovvero età degli dèid'Egitto

Questoè 'l Mercurioch'al riferire di CiceroneDe naturadeorumfu dagli egizi detto "Theut" (dal qualea' greci fusse provenuto theós)il quale truovòle lettere e le leggi agli egizie questi (per lo Marshamo)l'avesser insegnate all'altre nazioni del mondo. Però i grecinon iscrissero le loro leggi co' geroglificima con le letterevolgariche finora si è oppinato aver loro portato Cadmodalla Feniciadelle qualicome vedrassinon si servirono persettecento anni e più appresso. Dentro il qual tempo venneOmeroche in niuno de' suoi poemi nomina nómos(ch'osservò il Feizio nell'Omeriche antichità)e lasciò i suoi poemi alla memoria de' suoi rapsòdiperché al di lui tempo le lettere volgari non si erano ancortruovatecome risolutamente Flavio Giuseffo ebreo il sostiene controAppionegreco gramatico. E puredopo Omerole lettere grecheuscirono tanto diverse dalle fenicie.

Maqueste sono minori difficultà a petto di quelle: come lenazionisenza le leggipossano truovarsi di già fondate? ecome dentro esso Egittoinnanzi di tal Mercuriosi erano giàfondate le dinastie? Quasi fussero d'essenza delle leggi le letteree sì non fussero leggi quelle di Spartaove per legge d'essoLigurgo erano proibiti saper di lettera! Quasi non vi avesse potutoessere quest'ordine in natura civile: - di concepire a voce le leggie pur a voce di pubblicarle- e non si truovassero di fatto appoOmero due sorte d'adunanze: una detta bulé segretadove si adunavano gli eroi per consultar a voce le leggi; ed un'altradetta agorápubblicanella quale pur a voce lepubblicavano! Quasifinalmentela provvedenza non avesse provvedutoa questa umana necessità: cheper la mancanza delle letteretutte le nazioni nella loro barbarie si fondassero prima con leconsuetudini eingentilitepoi si governassero con le leggi!Siccome nella barbarie ricorsa i primi diritti delle nazioni novelled'Europa sono nati con le consuetudinidelle quali tutte le piùantiche son le feudali; lo che si dee ricordare per ciòch'appresso diremo: ch'i feudi sono state le prime sorgive di tutti idiritti che vennero appresso appo tutte le nazioni cosìantiche come modernee quindi il diritto natural delle gentinongià con leggima con essi costumi umani essersi stabilito.

Oraper ciò ch'attiensi a questo gran momento della cristianareligione: - che Mosè non abbia apparato dagli egizi lasublime teologia degli ebrei- sembra fortemente ostare lacronologiala qual alloga Mosè dopo di questo MercurioTrimegisto. Ma tal difficultàoltre alle ragioni con le qualisopra si è combattutaella si vince affatto per questiprincìpifermati in un luogo veramente d'oro di GiamblicoDemysteriis ægyptiorumdove dice che gli egizi tutti i lororitruovati necessari o utili alla vita umana civile riferivano aquesto loro Mercurio; talché egli dee essere statonon unparticolare uomo ricco di sapienza riposta che fu poi consagrato dioma un carattere poetico de' primi uomini dell'Egitto sappienti disapienza volgareche vi fondarono prima le famiglie e poi i popoliche finalmente composero quella gran nazione. E per questo stessoluogo arrecato testé di Giamblicoperché gli egizicostino con la loro divisione delle tre età degli dèidegli eroi e degli uominie questo Trimegisto fu loro dioperciònella vita di tal Mercurio dee correre tutta l'età degli dèidegli egizi.



XIII- Età dell'oroovvero età degli dèi diGrecia

Unadelle cui particolarità la storia favolosa ci narra: che glidèi praticavano in terra con gli uomini. Eper dar certezzaa' princìpi della cronologiameditiamo in quest'opera unateogonia naturaleo sia generazione degli dèifattanaturalmente nelle fantasie de' greci a certe occasioni di umanenecessità o utilitàch'avvertirono essere state lorosoccorse o somministrate ne' tempi del primo mondo fanciullosorpreso da spaventosissime religioni: che tutto ciò che gliuomini o vedevano o immaginavano o anco essi stessi facevanoapprendevano essere divinità. Ede' famosi dodici dèidelle genti che furon dette "maggiori"o sieno dèiconsagrati dagli uomini nel tempo delle famigliefaccendo dodiciminute epochecon una cronologia ragionata della storia poetica sidetermina all'età degli dèi la durata di novecentoanni; onde si danno i princìpi alla storia universale profana.



XIV- Ellenofigliuolo di Deucalionenipote di Prometeopronipote di Giapetoper tre suoi figliuoli sparge nella Grecia tredialetti. - Anni del mondo 2082

Daquest'Elleno i greci natii si disser "elleni"; ma i grecid'Italia si dissero "graii"; e la loro terraGraikíaonde "græci" vennero detti a'latini. Tanto i greci d'Italia seppero il nome della nazion grecaprincipeche fu quella oltramareond'essi erano venuti colonie inItalia! Perché tal voce Graikía non si truovaappresso greco scrittorecome osserva Giovanni Palmerio nellaDescrizion della Grecia.



XV- Cecrope egizio mena dodici colonie nell'Atticadelle qualipoi Teseo compose Atene

MaStrabone stima che l'Atticaper l'asprezza delle sue terrenonpoteva invitare stranieri che vi venissero ad abitareper pruovareche 'l dialetto attico è de' primi tra gli altri natii diGrecia.



XVI- Cadmo fenice fonda Tebe in Beoziaed introduce in Grecia lelettere volgari. - Anni del mondo 2448

Evi porrò le lettere fenicie: onde Beoziafin dalla suafondazione letteratadoveva essere la più ingegnosa di tuttel'altre nazioni di Grecia; ma produsse uomini di menti tanto balordeche passò in proverbio "beoto" per uomo d'ottusoingegno.



XVII- Saturnoovvero l'età degli dèi del Lazio. -Anni del mondo 2491

Questaè l'età degli dèi che comincia alle nazioni delLaziocorrispondente nelle propietà all'età dell'orode' grecia' quali il primo oro si ritruoverà per la nostramitologia essere stato il frumentocon le cui raccolte per lunghisecoli le prime nazioni numerarono gli anni. E Saturno da' latini fudetto a "satis"da' seminatie si dice Chrónosda' greciappo i quali chrónos è il tempodacui vien detta essa "cronologia".



XVIII- Mercurio Trimegisto il giovineo età degli eroid'Egitto. Anni del mondo 2553

QuestoMercurio il giovine dev'essere carattere poetico dell'etàdegli eroi degli egizi. La qual a' greci non succedé che doponovecento anniper gli quali va a finire l'età degli dèidi Grecia; ma agli egizi corre per un padrefiglio e nipote. A talanacronismo nella storia egiziaca osservammo uno somigliante nellastoria assiriaca nella persona di Zoroaste.



XIX- Danao egizio caccia gl'Inachidi dal regno d'Argo. Anni delmondo 2553

Questesuccessioni reali sono gran canoni di cronologia: come Danao occupail regno d'Argosignoreggiato innanzi da nove re della casa d'Inacoper gli quali dovevano correre trecento anni (per la regola de'cronologi)come presso a cinquecento per gli quattordici re latiniche regnarono in Alba.

MaTucidide dice che ne' tempi eroici gli re si cacciavano tutto giornodi sedia l'un l'altro; come Amulio caccia Numitore dal regno d'Albae Romolo ne caccia Amulio e rimettevi Numitore. Lo che avveniva traper la ferocia de' tempie perch'erano smurate l'eroiche cittàné eran in uso ancor le fortezzecome dentro si rincontra de'tempi barbari ritornati.



XX- Eraclidi sparsi per tutta Greciache vi fanno l'etàdegli eroi. - Cureti in CretaSaturniaovvero Italiaed in Asiache vi fanno regni di sacerdoti. - Anni del mondo 2682

Questidue grandi rottami d'antichità si osservano da Dionigi Petaviogittati dentro la greca storia avanti il tempo eroico de' greci. Esono sparsi per tutta Grecia gli Eraclidio sieno i figliuolid'Ercolepiù di cento anni innanzi di provenirvi Ercole loropadreil qualeper propagarli in tanta generazionedoveva essernato molti secoli prima.



XXI- Didone da Tiro va a fondar Cartagine

Laquale noi poniamo nel fine del tempo eroico de' fenicie sìcacciata da Tiro perché vinta in contesa eroicacom'ella ilprofessa d'esserne uscita per l'odio del suo cognato. Tal moltitudined'uomini tirii con frase eroica fu detta "femmina"perchédi deboli e vinti.



XXII- Orfeoe con essolui l'età de' poeti teologi

Quest'Orfeoche riduce le fiere di Grecia all'umanitàsi truova esser unvasto covile di mille mostri. Viene da Traciapatria di fieri Martinon d'umani filosofiperché furonoper tutto il tempoappressocotanto barbari ch'Androzione filosofo tolse Orfeo dalnumero de' sappienti solamente per ciò che fusse nato egli inTracia. Ene' di lei princìpine uscì tanto dotto digreca lingua che vi compose in versi di maravigliosissima poesiaconla quale addimestica i barbari per gli orecchi; i qualicomposti giàin nazioninon furono ritenuti dagli occhi di non dar fuoco allecittà piene di maraviglie. E truova i greci ancor fierebestie; a' quali Deucalioneda un mille anni innanziavevainsegnato la pietà col riverire e temere la giustizia divinacol cui timoreinnanzi al di lei templo posto sopra il monte Parnaso(che fu poi la stanza delle muse e d'Apolloche sono lo dio e l'artidell'umanità)insieme con Pirra sua moglieentrambi co' capivelati (cioè col pudore del concubito umanovolendosignificare col matrimonio)le pietre ch'erano loro dinanzi i piedi(cioè gli stupidi della vita innanzi ferina)gittandoledietro le spallefanno divenir uomini (cioè con l'ordinedella disciplina iconomicanello stato delle famiglie); - Ellenodasettecento anni innanziaveva associati con la lingua e v'avevasparso per tre suoi figliuoli tre dialetti; - la casa d'Inacodimostrava esservi da trecento anni innanzi fondati i regni escorrervi le successioni reali. Viene finalmente Orfeo ad insegnarvil'umanità; eda un tempo che la truova tanto selvaggiaportala Grecia a tanto lustro di nazione ch'esso è compagno diGiasone nell'impresa navale del vello d'oro (quando la navale e lanautica sono gli ultimi ritruovati de' popoli)e vi s'accompagna conCastore e Pollucefratelli d'Elenaper cui fu fatta la tantoromorosa guerra di Troia. Enella vita d'un sol uomotante civilicose fattealle quali appena basta la scorsa di ben mill'anni! Talmostro di cronologia sulla storia greca nella persona d'Orfeo èsomigliante agli altri due osservati sopra: uno sulla storiaassiriaca nella persona di Zoroasteed un altro sull'egiziaca inquelle de' due Mercuri. Per tutto ciòforseCiceroneDenatura deorumsospettò ch'un tal Orfeo non fusse giammaistato nel mondo.

Aqueste grandissime difficultà cronologiche s'aggiungono nonminori altre morali e politiche: che Orfeo fonda l'umanitàdella Grecia sopra esempli d'un Giove adulterod'una Giunione nimicaa morte della virtù degli Ercolid'una casta Diana chesolecita gli addormentati Endimioni di notted'un Apollo cherisponde oracoli ed infesta fin alla morte le pudiche donzelle Dafnid'un Marte checome non bastasse agli dèi di commettereadultèri in terragli trasporta fin dentro il mare conVenere. Né tale sfrenata libidine degli dèi si contentade' vietati concubiti con le donne: arde Giove di nefandi amori perGanimede; né pur qui si ferma: eccede finalmente allabestialee Giovetrasformato in cignogiace con Leda: la quallibidineesercitata negli uomini e nelle bestiefece assolutamentel'infame nefas del mondo eslege. Tanti dèi e dèe nelcielo non contraggono matrimoni; ed uno ve n'hadi Giove conGiunoneed è sterile; né solamente sterilema ancopieno d'atroci risse; talché Giove appicca in aria la pudicagelosa moglieed esso partorisce Minerva dal capo; ed infineseSaturno fa figliuoligli si divora. I quali esemplie potentiesempli divini (contengansi pure cotali favole tutta la sapienzaripostadisiderata da Platone infino a' nostri tempi da Bacone diVerulamioDe sapientia veterum)come suonanodissolverebbero i popoli più costumati e gl'istigherebbero adimbrutirsi in esse fiere d'Orfeo: tanto sono acconci e valevoli aridurre gli uomini da bestie fiere all'umanità! Della qualriprensione è una particella quella che degli dèi dellagentilità fa sant'Agostino nella Città di Dioper questo motivo dell'Eunuco di Terenzio: che 'l Chereascandalezzato da una dipintura di Giove ch'in pioggia d'oro si giacecon Danaeprende quell'ardireche non aveva avutodi violare laschiavadella quale pur era impazzato d'un violentissimo amore.

Maquesti duri scogli di mitologia si schiveranno co' princìpi diquesta Scienzala quale dimostrerà che tali favolene' loroprincìpifurono tutte vere e severe e degne di fondatori dinazionie che poicon lungo volger degli annida una parteoscurandosene i significatie dall'altra col cangiar de' costumi cheda severi divennero dissolutiperché gli uomini perconsolarne le lor coscienze volevano peccare con l'autoritàdegli dèipassarono ne' laidi significati co' quali sonocipervenute. L'aspre tempeste cronologiche ci saranno rasserenate dalladiscoverta de' caratteri poeticiun de' quali fu Orfeoguardato perl'aspetto di poeta teologoil quale con le favolenel primo lorosignificatofondò prima e poi raffermò l'umanitàdella Grecia. Il quale carattere spiccò più che mainell'eroiche contese co' plebei delle greche città; ond'in taletà si distinsero i poeti teologicom'esso OrfeoLinoMuseoAnfioneil quale de' sassi semoventi (de' balordi plebei)innalzò le mura di Tebeche Cadmo aveva da trecento anniinnanzi fondata; appunto come Appionipote del decemvirocircaaltrettanto tempo dalla fondazione di Romacol cantar alla plebe laforza degli dèi negli auspìcidella quale avevano lascienza i patriziferma lo stato eroico a' romani. Dalle qualieroiche contese ebbe nome il secolo eroico.



XXIII- Ercolecon cui è al colmo il tempo eroico di Grecia

Lestesse difficultà ricorrono in Ercolepreso per un uom verocompagno di Giasone nella spedizione di Colco; quando egli non siacome si truoveràcarattere eroico di fondatore di popoli perl'aspetto delle fatighe.



XXIV- Sancuniate scrive storie in lettere volgari. - Anni del mondo2800

Dettoanco Sancunazionechiamato "lo storico della verità"(al riferire di Clemente alessandrino negli Stromati)ilquale scrisse in caratteri volgari la storia feniciamentre gliegizi e gli sciticome abbiam vedutoscrivevano per geroglificicome si sono truovati scrivere fin al dì d'oggi i chinesiiquali non meno degli sciti ed egizi vantano una mostruosa antichitàperché al buio del loro chiusonon praticando con altrenazioninon videro la vera luce de' tempi. E Sancuniate scrisse incaratteri fenici volgarimentre le lettere volgari non si eranoancor truovate tra' grecicome sopra si è detto.



XXV- Guerra troiana. - Anni del mondo 2820

Laqualecom'è narrata da Omeroavveduti critici giudicano nonessersi fatta nel mondo; e i Ditti cretesi e i Dareti frigiche lascrissero in prosa come storici del lor tempoda' medesimi criticisono mandati a conservarsi nella libraria dell'impostura.



XXVI- Sesostride regna in Tebe. - Anni del mondo 2949

Ilquale ridusse sotto il suo imperio le tre altre dinastie dell'Egitto;che si truova esser il re Ramse che 'l sacerdote egizio narra aGermanico appresso Tacito.



XXVII- Colonie greche in Asiain Siciliain Italia. Anni del mondo2949

Questaè una delle pochissime cose nelle quali non seguiamol'autorità d'essa cronologiaforzati da una prepotentecagione. Onde poniamo le colonie de' greci menate in Italia ed inSicilia da cento anni dopo la guerra troianae sì da untrecento anni innanzi al tempo ove l'han poste i cronologicioèvicino a' tempi ne' quali i cronologi pongono gli errori degli eroicome di Menelaodi Enead'Antenoredi Diomede e d'Ulisse. Nédee recare ciò maravigliaquando essi variano diquattrocensessant'anni d'intorno al tempo d'Omeroch'è 'l piùvicino autore a sì fatte cose de' greci. Perché lamagnificenza e dilicatezza di Siragosa a' tempi delle guerrecartaginesi non avevano che invidiare a quelle d'Atene medesima;quando nell'isole più tardi che ne' continenti s'introduconola morbidezza e lo splendor de' costumiene' di lui tempiCotronefa compassione a Livio del suo poco numero d'abitatorila qualeaveva abitato innanzi più millioni.



XXVIII- Giuochi olimpiciprima ordinati da Ercolepoi intermessierestituiti da Isifilo. - Anni del mondo 3223

Perchési truova che da Ercole si noveravano gli anni con le raccolte; daIsifilo in poicol corso del soleper gli segni del zodiaco: ondeda questi incomincia il tempo certo de' greci.



XXIX- Fondazione di Roma. - Anni di Roma 1

Maqual sole le nebbiecosì sgombra tutte le magnificheoppenioni che finora si sono avute de' princìpi di Romae ditutte l'altre città che sono state capitali di famosissimenazioniun luogo d'oro di Varrone (appo sant'Agostino nella Cittàdi Dio): ch'ella sotto gli reche vi regnarono dadugencinquant'annimanomise da più di venti popolie nondistese più di venti miglia l'imperio.



XXX- Omeroil quale venne in tempo che non si eran ancor truovatele lettere volgarie 'l quale non vidde l'Egitto. Anni del mondo3290di Roma 35

Delqual primo lume di Grecia ci ha lasciato al buio la greca storiad'intorno alle principali sue particioè geografia ecronologiapoiché non ci è giunto nulla di certo nédella di lui patria né dell'età. Il quale nel terzo diquesti libri si truoverà tutt'altro da quello ch'èstato finor creduto. Maqualunque egli sia statonon videcertamente l'Egitto; il quale nell'Odissea narra che l'isolaov'è il faro or d'Alessandria fosse lontana da terrafermaquanto una nave scaricacon rovaio in poppapotesse veleggiar unintiero giorno. Né vide la Fenicia; ove narra l'isola diCalipsodetta Ogigiaesser tanto lontana che Mercurio dioe dioalatodifficilissimamente vi giunsecome se da Greciadove sulmonte Olimpo egli nell'Iliade canta starsi gli dèifusse la distanza che vi è dal nostro mondo in America.Talchése i greci a' tempi d'Omero avessero trafficato inFenicia ed Egittoegli n'arebbe perduto il credito a tutti e due isuoi poemi.



XXXI- Psammetico apre l'Egitto a' soli greci di Ionia e di Caria.Anni del mondo 3334

Ondeda Psammetico comincia Erodoto a raccontar cose più accertaredegli egizi. E ciò conferma che Omero non vide l'Egitto; e letante notiziech'egli narra e di Egitto e d'altri paesi del mondoosono cose e fatti dentro essa Greciacome si dimostrerà nellaGeografia poetica; o sono tradizionialterate col lungotempode' feniciegizifrigich'avevano menate le loro colonietra' greci; o sono novelle de' viaggiatori feniciche da moltoinnanzi a' tempi d'Omero mercantavano nelle marine di Grecia.



XXXII- Esopomoral filosofo volgare. - Anni del mondo 3334

NellaLogica poetica si truoverà Esopo non essere stato unparticolar uomo in naturama un genere fantasticoovvero uncarattere poetico de' soci ovvero famoli degli eroii qualicertamente furon innanzi a' sette saggi di Grecia.



XXXIII- Sette savi di Grecia; de' quali unoSoloneordina lalibertà popolare d'Atene; l'altroTalete milesiodàincominciamento alla filosofia con la fisica. - Anni del mondo 3406

Ecominciò da un principio troppo sciapito - dall'acqua- forseperché aveva osservato con l'acqua crescer le zucche.



XXXIV- Pittagoradi cui vivo dice Livio che nemmeno il nome potésapersi in Roma. - Anni del mondo 3468di Roma 225

Ch'essoLivio pone a' tempi di Servio Tullio (tanto ebbe per vero chePittagora fosse stato maestro di Numa in divinità!); e ne'medesimi tempi di Servio Tullioche sono presso a dugento anni dopodi Numadice che 'n quelli tempi barbari dell'Italia mediterraneafosse stato impossibilenonché esso Pittagorail di luinomeper tanti popoli di lingue e costumi diversiavesse potuto daCotrone giugnere a Roma. Onde s'intenda quanto furono spediti efacili tanti lunghi viaggi d'esso Pittagora in Tracia dagli scolarid'Orfeoda' maghi nella Persiada' caldei in Babilloniada'ginnosofisti nell'India; quindinel ritornoda' sacerdoti in Egittoequanto è larga l'Affrica attraversandodagli scolarid'Atlante nella Mauritania; e di làrivalicando il mareda'druidi nella Gallia; ed indi fusse ritornatoricco della sapienzabarbaresca che dice l'Ornionella sua patria: da quelle barbarenazionialle qualilunga età innanziErcole tebano conuccider mostri e tiranni era andato per lo mondo disseminandol'umanità; ed alle quali medesimelunga età dopoessigreci vantavano d'averla insegnatama non con tanto profitto chepure non restassero barbare. Tanto ha di serioso e grave lasuccession delle scuole della filosofia barbaresca che dice l'Ornioalquanto più sopra accennataalla quale la boria de' dotti hacotanto applaudito!

Chehassi a dire se fa necessità qui l'autorità diLattanzioche risolutamente niega Pittagora essere stato discepolod'Isaia? La qual autorità si rende gravissima per un luogo diGiuseffo ebreo nell'Antichità giudaicheche pruova gliebreia' tempi di Omero e di Pittagoraaver vivuto sconosciuti adesse vicine loro mediterraneenonché all'oltramarinelontanissime nazioni. Perché a Tolomeo Filadelfoche simaravigliava perché delle leggi mosaiche né poeta néstorico alcuno avesse fatto veruna menzione giammaiDemetrio ebreorispose essere stati puniti miracolosamente da Dio alcuni cheattentato avevano di narrarle a' gentilicome Teopompo che ne fuprivato del sennoe Teodette che lo fu della vista. Quindi essoGiuseffo confessa generosamente questa lor oscurezzae ne rendequeste cagioni: "Noi - dic'egli - non abitiamo sulle marinenéci dilettiamo di mercantare e per cagione di traffichi praticare congli stranieri". Sul qual costume Lattanzio riflette essere statociò consiglio della provvedenza divinaacciocché coicommerzi gentileschi non si profanasse la religione del vero Dio; nelqual detto egli è Lattanzio seguito da Pier CuneoDerepublica hebræorum. Tutto ciò si ferma con unaconfession pubblica d'essi ebreii quali per la versione de'Settanta facevan ogni anno un solenne digiuno nel dì otto ditebetovvero dicembre; perocchéquando ella uscìtregiorni di tenebre furon per tutto il mondocome sui libri rabbinicil'osservarono il Casaubuono nell'Esercitazioni sopra gli Annalidel Baronioil Buxtorfio nella Sinagoga giudaica el'Ottingero nel Tesoro filologico. E perché i giudeigrecantidett'"ellenisti"tra' quali fu Aristeadettocapo di essa versionele attribuivano una divina autoritàigiudei gerosolomitani gli odiavano mortalmente.

Maper la natura di queste cose civili è da reputareimpossibile cheper confini vietati anco dagli umanissimi egizi(i quali furono così inospitali a' greci lunga età dopoch'avevano aperto loro l'Egittoch'erano vietati d'usar pentolaschidonecoltello ed anco carne tagliata col coltello che fussegreco)per cammini aspri ed infestisenza alcuna comunanza dilinguetra gli ebreiche solevano motteggiarsi da' gentili ch'allostraniero assetato non additassero il fontei profeti avesseroprofanato la loro sagra dottrina a' stranieriuomini nuovi e adessolor sconosciutila quale in tutte le nazioni del mondo isacerdoti custodivano arcana al volgo delle loro medesime plebiond'ella ha avuto appo tutte il nome di "sagra"ch'ètanto dire quanto "segreta". E ne risulta una pruova piùluminosa per la verità della cristiana religione: chePittagorache Platonein forza di umana sublimissima scienzasifussero alquanto alzati alla cognizione delle divine veritàdelle quali gli ebrei erano stati addottrinati dal vero Dio; ealcontrarione nasce una grave confutazione dell'errore de' mitologiultimii quali credono che le favole sieno storie sagrecorrottedalle nazioni gentili e sopra tutti da' greci. Ebenché gliegizi praticarono con gli ebrei nella loro cattivitàperòper un costume comune de' primi popoliche qui dentro saràdimostrodi tener i vinti per uomini senza dèieglino dellareligione e storia ebraica fecero anzi beffe che conto; i qualicomenarra il sagro Genesisovente per ischerno domandavano agliebrei perché lo Dio ch'essi adoravano non veniva a liberarglidalle lor mani.



XXXV- Servio Tullio re. - Anni del mondo 3468di Roma 225

Ilqualecon comun erroreè stato finor creduto d'aver ordinatoin Roma il censo pianta della libertà popolareil qualedentro si truoverà essere stato censo pianta di libertàsignorile. Il qual errore va di concerto con quell'altro onde si èpur creduto finora chene' tempi ne' quali il debitor ammalatodoveva comparire sull'asinello o dentro la carriuola innanzi alpretoreTarquinio Prisco avesse ordinato l'insegnele togheledivise e le sedie d'avolio (de' denti di quelli elefanti cheperchéi romani avevano veduto la prima volta in Lucania nella guerra conPirrodissero "boves lucas") e finalmente i cocchid'oro da trionfare; nella quale splendida comparsa rifulse la romanamaestà ne' tempi della repubblica popolare piùluminosa.



XXXVI- Esiodo. - Anni del mondo 3500

Perle pruove che si faranno d'intorno al tempo che fra i greci si truovòla scrittura volgareponiamo Esiodo circa i tempi d'Erodoto ealquanto innanzi; il quale da' cronologi con troppo risolutafranchezza si pone trent'anni innanzi d'Omerodella cui etàvariano quattrocensessant'anni gli autori. OltrechéPorfirio(appresso Suida) e Velleo Patercolo voglion ch'Omero avesse di grantempo preceduto ad Esiodo. E 'l treppiedi ch'Esiodo consagròin Elicona ad Apollocon iscrittovi ch'esso aveva vinto Omero nelcantoquantunque il riconosca Varrone (appresso Aulo Gellio)egli èda conservarsi nel museo dell'imposturaperché fu una diquelle che fanno tuttavia a' nostri tempi i falsatori delle medaglieper ritrarne con tal frode molto guadagno.



XXXVII- ErodotoIppocrate. - Anni del mondo 3500

Egliè Ippocrate posto da' cronologi nel tempo de' sette savi dellaGrecia. Matra perché la di lui vita è troppo tinta difavole (ch'è raccontato figliuolo d'Eusculapio e nipoted'Apollo)e perch'è certo autore d'opere scritte in prosa convolgari caratteriperciò egli è qui posto circa itempi d'Erodotoil qual egualmente e scrisse in prosa con volgaricaratteri e tessé la sua storia quasi tutta di favole.



XXXVIII- Idantura re di Scizia. - Anni del mondo 3530

Ilquale a Dario il maggioreche gli aveva intimato la guerrarispondecon cinque parole reali (le qualicome dentro si mostreràiprimi popoli dovettero usare prima che le vocali efinalmentelescritte); le quali parole reali furono una ranocchiaun topounuccelloun dente d'aratro ed un arco da saettare. Dentrocon tuttanaturalezza e propietà se ne spiegheranno i significati; ec'incresce rapportare ciò che san Cirillo alessandrinoriferisce del consiglio che Dario tenne su tal rispostache da sestesso accusa le ridevoli interpetrazioni che le diedero iconsiglieri. E questo è re di quelli sciti i quali vinsero gliegizi in contesa d'antichitàch'a tali tempi sì bassinon sapevano nemmeno scrivere per geroglifici! Talché Idanturadovett'essere un degli re chinesichefin a pochi secoli fa chiusia tutto il rimanente del mondovantano vanamente un'antichitàmaggiore di quella del mondo e'n tanta lunghezza di tempisi sonotruovati scrivere ancora per geroglificiequantunque per la granmollezza del cielo abbiano dilicatissimi ingegnico' quali fannotanti a maraviglia dilicati lavoriperò non sanno ancora darl'ombre nella pitturasopra le quali risaltar possano i lumi; ondenon avendo sporti né addentratila loro pittura ègoffissima. E le statuettech'indi ci vengon di porcellanagli ciaccusano egualmente rozzi quanto lo furono gli egizi nella fonderia;ond'è da stimarsi checome ora i chinesicosì furonorozzi gli egizi nella pittura.

Diquesti sciti è quell'Anacarsiautore degli oracoli sciticicome Zoroaste lo fu de' caldaici; che dovettero dapprima esseroracoli d'indoviniche poi per la boria de' dotti passarono inoracoli di filosofi. Se dagli iperborei della Scizia presenteo daaltra nata anticamente dentro essa Greciasieno venuti a' greci idue più famosi oracoli del gentilesimoil delfico e 'ldodoneocome il credette Erodoto edopo luiPindaro e Ferenicoseguiti da CiceroneDe natura deorumonde forse Anacarsi fugridato famoso autore d'oracoli e fu noverato tra gli antichissimidèi fatidicisi vedrà nella Geografia poetica.Vagliaper ora intendere quanto la Scizia fusse stata dotta insapienza ripostache gli sciti ficcavano un coltello in terra el'adoravan per dioperché con quello giustificasserol'uccisioni ch'avevan essi da fare; dalla qual fiera religioneuscirono le tante virtù morali e civili narrate da DiodorosicoloGiustinoPlinioe innalzate con le lodi al cielo da Orazio.Laonde Abarivolendo ordinare la Scizia con le leggi di Greciafunne ucciso da Cadvidosuo fratello. Tanto egli profittònella filosofia barbaresca dell'Ornioche non intese da sé leleggi valevoli di addimesticare una gente barbara ad un'umanaciviltàe dovette appararle da' greci! Ch'è lo stessoappuntode' greci in rapporto degli scitiche poco fa abbiam dettode' medesimi a riguardo degli egizi: cheper la vanità di daral loro sapere romorose origini d'antichità forastierameritarono con verità la riprensione ch'essi stessi sognaronod'aver fatta il sacerdote egizio a Solone (riferita da Criziaappresso Platone in uno degli Alcibiadi): ch'i greci fusserosempre fanciulli. Laonde hassi a dire che per cotal boria i greciariguardo degli sciti e degli egiziquanto essi guadagnarono divanagloriatanto perderono di vero merito.



XXXIX- Guerra peloponnesiaca. Tucidideil qual scrive che fin a suopadre i greci non seppero nulla delle antichità loro propieonde si diede a scrivere di cotal guerra. - Anni del mondo 3530

Ilqual era giovinetto nel tempo ch'era Erodoto vecchioche gli potevaesser padree visse nel tempo più luminoso di Greciache fuquello della guerra peloponnesiacadi cui fu contemporaneoeperciòper iscrivere cose verene scrisse la storia; da cuifu detto ch'i greci fin al tempo di suo padrech'era quellod'Erodotonon seppero nulla dell'antichità loro propie. Chehassi a stimare delle cose straniere che essi narranoe quanto essine narrano tanto noi sappiamo dell'antichità gentileschebarbare? Che hassi a stimarefin alle guerre cartaginesidelle coseantiche di que' romani che fin a que' tempi non avevan ad altroatteso ch'all'agricoltura ed al mestiero dell'armiquando Tucididestabilisce questa verità de' suoi greciche provennero tantoprestamente filosofi? Se nonforsevogliam dire ch'essi romanin'avesser avuto un particolar privilegio da Dio.



XL- Socrate dà principio alla filosofia morale ragionata.Platone fiorisce nella metafisica. Atene sfolgora di tutte l'artidella più colta umanità

Nelqual tempo da Atene si porta in Roma la legge delle XII Tavoletantoincivilerozzainumanacrudele e fiera quanto ne' Princìpidel Diritto universale sta dimostrata.



XLI- Senofontecon portar l'armi greche nelle viscere dellaPersiaè 'l primo a sapere con qualche certezza le cosepersiane. Anni del mondo 3583di Roma 333

Comeosserva san GirolamoSopra Daniello. E dopo cheperl'utilità de' commerziavevano cominciato i greci sottoPsammetico a sapere le cose di Egitto (onde da quel tempo Erodotoincomincia a scrivere cose più accertate degli egizi)daSenofonte la prima voltaper la necessità delle guerrecominciaron a saper i greci cose più accertare de' persiani;de' quali pure Aristotileportatovisi con Alessandro magnoscrivecheinnanzida' greci se n'erano dette favolecome si accenna inquesta Tavola cronologica. In cotal guisa cominciaron i greci adavere certa contezza delle cose straniere.



XLII- Legge Publilia. - Anni del mondo 3658di Roma 416

Questalegge fu comandata negli anni di Roma CCCCXVIe contiene un puntomassimo d'istoria romanaché con questa legge si dichiaròla romana repubblica mutata di stato da aristocratica in popolare;onde Publilio Filoneche ne fu autorene fu detto "dittatorpopolare". E non si è avvertitaperché non si èsaputo intendere il di lei linguaggio. Lo che appresso sarà danoi ad evidenza dimostrato di fatto: basta qui che ne diamo un'ideaper ipotesi.

Giacquesconosciuta questa e la seguente legge Peteliach'è d'ugualimportanza che la Publiliaper queste tre parole non diffinite:"popolo""regno" e "libertà"per le quali si è con comun errore creduto che 'l popoloromano fin da' tempi di Romolo fusse stato di cittadini come nobilicosì plebeiche 'l romano fusse stato regno monarchicoe chela ordinatavi da Bruto fusse stata libertà popolare. E questetre voci non diffinite han fatto cader in errore tutti i criticistoricipolitici e giureconsultiperché da niuna dellepresenti poterono far idea delle repubbliche eroichele quali furonod'una forma aristocratica severissima e quindi a tutto cielo diverseda queste de' nostri tempi.

Romolodentro l'asilo aperto nel luco egli fondò Roma sopra leclientelele quali furono protezioni nelle quali i padri di famigliatenevano i rifuggiti all'asilo in qualità di contadinigiornalieriche non avevano niun privilegio di cittadinoe sìniuna parte di civil libertà; eperché v'eranorifuggiti per aver salva la vitai padri proteggevano loro lalibertà naturale col tenergli partitamente divisi in coltivari di loro campide' quali così dovette comporsi il fondopubblico del territorio romanocome di essi padri Romolo compose ilsenato.

AppressoServio Tullio vi ordinò il censocon permettere a'giornalieri il dominio bonitario de' campi ch'erano propi de' padrii quali essi coltivassero per sésotto il peso del censoconl'obbligo di servir loro a propie spese nelle guerreconformedifattoi plebei ad essi patrizi servirono dentro cotesta finorsognata libertà popolare. La qual legge di Servio Tullio fu laprima legge agraria del mondoordinatrice del censo pianta dellerepubbliche eroicheovvero antichissime aristocrazie di tutte lenazioni.

DappoiGiunio Brutocon la discacciata de' tiranni Tarquinirestituìla romana repubblica a' suoi princìpiecon ordinarvi iconsoliquasi due re aristocratici annali (come Cicerone gli appellanelle sue Leggi) invece di uno re a vitavi riordinòla libertà de' signori da' lor tiranninon già lalibertà del popolo da' signori. Mai nobili mal serbandol'agraria di Servio a' plebeiquesti si criarono i tribuni dellaplebee gli si fecero giurare dalla nobiltài qualidifendessero alla plebe tal parte di natural libertà deldominio bonitario de' campi: siccome perciòdisiderando iplebei riportarne da' nobili il dominio civilei tribuni della plebecacciarono da Roma Marcio Coriolanoper aver detto ch'i plebeiandassero a zapparecioè chepoiché non eran contentidell'agraria di Servio Tullio e volevano un'agraria più pienae più fermasi riducessero a' giornalieri di Romolo.Altrimenteche stolto fasto de' plebei sdegnare l'agricolturalaquale certamente sappiamo che si recavano ad onore esercitar essinobili? e per sì lieve cagione accendere sì crudelguerrache Marcioper vendicarsi dell'esiglioera venuto a rovinarRomasenonsé le pietose lagrime della madre e della mogliel'avessero distolto dall'empia impresa?

Pertutto ciòpur seguitando i nobili a ritogliere i campi a'plebei poi che quelli gli avevano coltivatiné avendo questiazion civile da vendicargliquivi i tribuni della plebe fecero lapretensione della legge delle XII Tavole (dalla qualecome ne'Princìpi del Diritto universale si è dimostratonon si dispose altro affare che questo)con la qual legge i nobilipermisero il dominio quiritario de' campi a' plebei; il qual dominiocivileper diritto natural delle gentipermettesi agli stranieri. Equesta fu la seconda legge agraria dell'antiche nazioni.

Quindi- accorti i plebei che non potevan essi trammandar ab intestatoi campi a' loro congiontiperché non avevano suitàagnazionigentilità (per le quali ragioni correvano allora lesuccessioni legittime)perché non celebravano matrimonisolennie nemmeno ne potevano disponere in testamentoperchénon avevano privilegio di cittadini - fecero la pretensione de'connubi de' nobilio sia della ragione di contrarre nozze solenni(ché tanto suona "connubium")la cui maggiorsolennità erano gli auspìcich'erano propi de' nobili(i quali auspìci furono il gran fonte di tutto il dirittoromanoprivato e pubblico); e sì fu da' padri comunicata a'plebei la ragion delle nozzele qualiper la diffinizione diModestino giureconsultoessendo "omnis divini et humaniiuris communicatio"ch'altro non è la cittadinanzadieder essi a' plebei il privilegio di cittadini. Quindisecondo laserie degli umani disidèrine riportarono i plebei da' padricomunicate tutte le dipendenze degli auspìci ch'erano diragion privatacome patria potestàsuitàagnazionigentilità eper questi dirittile successioni legittimeitestamenti e le tutele. Dipoi ne pretesero le dipendenze di ragionpubblicae prima ne riportarono comunicati gl'imperi coi consolatie finalmente i sacerdozi e i ponteficati econ questila scienzaancor delle leggi.

Incotal guisa i tribuni della plebesulla pianta sopra la qual eranostati criati di proteggerle la libertà naturaletratto trattosi condussero a farle conseguire tutta la libertà civile. E 'lcenso ordinato da Servio Tullio - con disponersi dappoi che non piùsi pagasse privatamente a' nobilima all'erarioperchél'erario somministrasse le spese nelle guerre a' plebei- da piantadi libertà signorileandò da se stessonaturalmentea formar il censo pianta della libertà popolare; di che dentrotruoverassi la guisa.

Conuguali passi i medesimi tribuni s'avanzarono nella potestà dicomandare le leggi. Perché le due leggi Orazia ed Ortensia nonpoterono accordar alla plebe ch'i di lei plebisciti obbligasserotutto il popolo senonsé nelle due particolari emergenzeperla prima delle quali la plebe si era ritirata nell'Aventino gli annidi Roma CCCIVnel qual tempocome qui si è detto per ipotesie dentro mostrerassi di fattoi plebei non erano ancor cittadini; eper la seconda ritirossi nel Gianicolo gli anni CCCLXVIIquando laplebe ancora contendeva con la nobiltà di comunicarlesi ilconsolato. Masulla pianta delle suddette due leggila plebefinalmente si avanzò a comandare leggi universali: per lo chedovetter avvenire in Roma de' grandi movimenti e rivolte; onde fubisogno di criare Publilio Filone dittatoreil quale non si criavase non negli ultimi pericoli della repubblicasiccome in questoch'ella era caduta in un tanto grande disordine di nudrire dentro ilsuo corpo due potestà somme legislatricisenza essere dinulla distinte né di tempi né di materie né diterritoricon le quali doveva prestamente andare in una certarovina. Quindi Filoneper rimediare a tanto civil maloreordinòche ciò che la plebe avesse co' plebisciti comandato ne'comizi tributi"omnes quirites teneret"obbligassetutto il popolo ne' comizi centuriatine' quali "omnesquirites" si ragunavano (perché i romani non siappellavano "quirites" che nelle pubblicheragunanzené "quirites" nel numero del menosi disse in volgar sermone latino giammai); con la qual formolaFilone volle dire che non si potessero ordinar leggi le quali fusseroa' plebisciti contrarie. Per tutto ciò - essendo giàper leggi nelle quali essi nobili erano convenutila plebe in tuttoe per tutto uguagliata alla nobiltà; e per quest'ultimotentativoal quale i nobili non potevano resistere senza rovinar larepubblicaella era divenuta superiore alla nobiltàchésenza l'autorità del senato comandava leggi generali a tuttoil popolo; e sì essendo già naturalmente la romanarepubblica divenuta libera popolare; - Filonecon questa leggetalela dichiarò e ne fu detto "dittator popolare".

Inconformità di tal cangiata naturale diede due ordinamentiche si contengono negli altri due capi della legge Publilia. Il primofu che l'autorità del senatola qual era stata autoritàdi signoriper la qualedi ciò che 'l popolo avesse dispostoprima"deinde patres fierent autores" (talchéle criazioni de' consolil'ordinazioni delle leggifatte dal popoloper lo innanzierano state pubbliche testimonianze di merito edomande pubbliche di ragione)questo dittatore ordinò ch'indiin poi fussero i padri autori al popoloch'era già sovranolibero"in incertum comitiorum eventum"cometutori del popolosignor del romano imperio; chese volessecomandare le leggile comandasse secondo la formola portata a luidal senatoaltrimente si servisse del suo sovrano arbitrio el'"antiquasse" (cioè dichiarasse di non volernovità); talché tutto ciò ch'indi in poiordinasse il senato d'intorno a' pubblici affarifussero oistruzioni da esso date al popoloo commessioni del popolo date alui. Restava finalmente cheperché il censoper tutto iltempo innanziessendo stato l'erario de' nobilii soli nobili sen'erano criati censori: poi che egli per cotal legge divennepatrimonio di tutto il popoloordinasse Filone nel terzo capo che sicomunicasse alla plebe ancor la censurail qual maestrato solorestava da comunicarsi alla plebe.

Sesopra quest'ipotesi si legga quindi innanzi la storia romanaa millepruove si truoverà che vi reggono tutte le cose che narralequaliper le tre voci non diffinite anzidettenon hanno néalcun fondamento comunené tra loro alcun convenevolerapporto particolare; onde quest'ipotesi perciò si dovrebbericever per vera. Mase ben si consideraquesta non è tantoipotesi quanto una verità meditata in ideache poi conl'autorità truoverassi di fatto. E - posto ciò cheLivio dice generalmente: gli asili essere stati "vetus urbescondentium consilium"come Romolo entro l'asilo aperto nelluco egli fondò la romana - ne dà l'istoria di tuttel'altre città del mondo de' tempi finora disperati a sapersi.Lo che è un saggio d'una storia ideal eterna (la quale dentrosi medita e si ritruova)sopra la quale corrono in tempo le storiedi tutte le nazioni.



XLIII- Legge Petelia. - Anni del mondo 3661di Roma 419

Quest'altralegge fu comandata negli anni di Roma CCCCXIXdetta de nexu(esìtre anni dopo la Publilia)da' consoli Caio Petelio eLucio Papirio Mugilano; e contiene un altro punto massimo di coseromanepoiché con quella si rillasciò a' plebei laragion feudale d'essere vassalli ligi de' nobili per cagion didebitiper gli quali quelli tenevano questisovente tutta la vitaa lavorare per essi nelle loro private prigioni. Ma restò alsenato il sovrano dominio ch'esso aveva sopra i fondi dell'imperioromanoch'era già passato nel popoloe per lo senatoconsulto che chiamavano "ultimo"finché la romanafu repubblica liberase 'l mantenne con la forza dell'armi; ondequante volte il popolo ne volle disponere con le leggi agrarie de'Gracchitante il senato armò i consolii quali dichiararonorubelli ed uccisero i tribuni della plebe che n'erano stati gliautori. Il quale grand'effetto non può altrove reggere chesopra una ragione di feudi sovrani soggetti a maggiore sovranità;la qual ragione ci vien confermata con un luogo di Cicerone in unaCatilinariadove afferma che Tiberio Gracco con la leggeagraria guastava lo stato della repubblicae che con ragione daPublio Scipione Nasica ne fu ammazzatoper lo diritto dettato nellaformola con la qual il consolo armava il popolo contro gli autori dicotal legge: "Qui rempublicam salvam velit consulemsequatur".



XLIV- Guerra di Tarantoove s'incomincian a conoscer tra loro ilatini co' greci. - Anni del mondo3708di Roma 489

Lacui cagione fu ch'i tarantini maltrattarono le navi romanech'approdavano al loro lido e gli ambasciadori altresìperchéper dirla con Floroessi si scusavano che "quiessent aut unde venirent ignorabant". Tanto tra loroquantunque dentro brievi continentisi conoscevano i primi popoli!



XLV- Guerra cartaginese secondada cui comincia la storia certaromana a Livioil qual pur professa non saperne tre massimecircostanze. - Anni del mondo 3849di Roma 552

Dellaqual guerra pur Livio - il quale si era professato dalla secondaguerra cartaginese scrivere la storia romana con alquanto piùdi certezzapromettendo di scrivere una guerra la piùmemorabile di quante mai si fecero da' romanie'n conseguenza dicotanta incomparabil grandezzane debbonocome di tutte piùromoroseesser più certe le memorie che scrive - non neseppeed apertamente dice di non saperetre gravissime circostanze.La primasotto quali consolidopo aver espugnato SaguntoavesseAnnibale preso dalla Spagna il cammino verso l'Italia. La secondaper quali Alpi vi giunsese per le Cozie o l'Appennine. La terzacon quante forze; di che truova negli antichi annali tanto divarioch'altri avevano lasciato scritto seimila cavalieri e ventimilapedonialtri ventimila di quelli e ottantamila di questi.

Conclusione

Perlo che tutto ragionato in queste Annotazionisi vede chequanto ci è giunto dell'antiche nazioni gentilifin a' tempiditerminati su questa Tavolaegli è tuttoincertissimo. Onde noi in tutto ciò siamo entrati come in cosedette "nullius"delle quali è quella regoladi ragione che "occupanti conceduntur"e perciònon crediamo d'offendere il diritto di niuno se ne ragioneremo spessodiversamente ed alle volte tutto il contrario all'oppenioni chefinora si hanno avute d'intorno a' principi dell'umanità dellenazioni. Econ far ciògli ridurremo a princìpi discienzaper gli quali ai fatti della storia certa si rendano le loroprimiere originisulle quali reggano e per le quali tra essoloroconvengano; i quali finora non sembrano aver alcun fondamento comunené alcuna perpetuità di séguito né alcunacoerenza tra lor medesimi.



II- DEGLI ELEMENTI

Perdar forma adunque alle materie qui innanzi apparecchiate sulla Tavolacronologicaproponiamo ora qui i seguenti assiomi o degnitàcosì filosofiche come filologichealcune pocheragionevoli ediscrete domandecon alquante schiarite diffinizioni; le qualicomeper lo corpo animato il sanguecosì deono per entro scorrervied animarla in tutto ciò che questa Scienza ragiona dellacomune natura delle nazioni.

I

L'uomoper l'indiffinita natura della mente umanaove questa si rovescinell'ignoranzaegli fa sé regola dell'universo.

Questadegnità è la cagione di que' due comuni costumi umani:uno che "fama crescit eundo"l'altro che "minuitpræsentia famam"la qualavendo fatto un camminolunghissimo quanto è dal principio del mondoè statala sorgiva perenne di tutte le magnifiche oppenioni che si sono finoravute delle sconosciute da noi lontanissime antichitàper talproprietà della mente umana avvertita da Tacito nella Vitad'Agricola con quel motto: "Omne ignotum pro magnificoest".

II

Èaltra propietà della mente umana ch'ove gli uomini delle coselontane e non conosciute non possono fare niuna ideale stimanodalle cose loro conosciute e presenti.

Questadegnità addita il fonte inesausto di tutti gli errori presidall'intiere nazioni e da tutt'i dotti d'intorno a' princìpidell'umanità; perocché da' loro tempi illuminaticoltie magnificine' quali cominciarono quelle ad avvertirlequesti aragionarlehanno estimato l'origini dell'umanitàle qualidovettero per natura essere picciolerozzeoscurissime.

Aquesto genere sono da richiamarsi due spezie di borie che si sonosopra accennate: una delle nazioni un'altra de' dotti.

III

Dellaboria delle nazioni udimmo quell'aureo detto di Diodoro sicolo: chele nazionio greche o barbareabbiano avuto tal boria: d'aver esseprima di tutte l'altre ritruovati i comodi della vita umana econservar le memorie delle loro cose fin dal principio del mondo.

Questadegnità dilegua ad un fiato la vanagloria de' caldeiscitiegizichinesid'aver essi i primi fondato l'umanitàdell'antico mondo. Ma Flavio Giuseffo ebreo ne purga la sua nazionecon quella confessione magnanima ch'abbiamo sopra udito: che gliebrei avevano vivuto nascosti a tutti i gentili; e la sagra storia ciaccerta l'età del mondo essere quasi giovine a petto dellavecchiezza che ne credettero i caldeigli scitigli egizi e fin aldì d'oggi i chinesi. Lo che è una gran pruova dellaverità della storia sagra.

IV

Atal boria di nazioni s'aggiugne qui la boria de' dottii qualiciòch'essi sannovogliono che sia antico quanto che 'l mondo.

Questadegnità dilegua tutte le oppinioni de' dotti d'intorno allasapienza innarrivabile degli antichi; convince d'impostura glioracoli di Zoroaste caldeod'Anacarsi scitache non ci sonpervenutiil Pimandro di Mercurio Trimegistogli orfici (osieno versi d'Orfeo)il Carme aureo di Pittagoracome tuttigli più scorti critici vi convengono; e riprende d'importunitàtutti i sensi mistici dati da' dotti a' geroglifici egizi el'allegorie filosofiche date alle greche favole.

V

Lafilosofiaper giovar al gener umanodee sollevar e reggere l'uomocaduto e debolenon convellergli la natura né abbandonarlonella sua corrozione.

Questadegnità allontana dalla scuola di questa Scienza gli stoiciiquali vogliono l'ammortimento de' sensie gli epicureiche ne fannoregolaed entrambi niegano la provvedenzaquelli faccendosistrascinare dal fatoquesti abbandonandosi al casoe i secondioppinando che muoiano l'anime umane coi corpii quali entrambi sidovrebbero dire "filosofi monastici o solitari". E viammette i filosofi politicie principalmente i platonicii qualiconvengono con tutti i legislatori in questi tre principali punti:che si dia provvedenza divinache si debbano moderare l'umanepassioni e farne umane virtùe che l'anime umane sienimmortali. E'n conseguenzaquesta degnità ne daràgli tre princìpi di questa Scienza.

VI

Lafilosofia considera l'uomo quale dev'esseree sì non puòfruttare ch'a pochissimiche vogliono vivere nella repubblica diPlatonenon rovesciarsi nella feccia di Romolo.

VII

Lalegislazione considera l'uomo qual èper farne buoni usinell'umana società; come della ferociadell'avariziadell'ambizioneche sono gli tre vizi che portano a travverso tuttoil gener umanone fa la miliziala mercatanzia e la cortee sìla fortezzal'opulenza e la sapienza delle repubbliche; e di questitre grandi vizii quali certamente distruggerebbero l'umanagenerazione sopra la terrane fa la civile felicità.

Questadegnità pruova esservi provvedenza divina e che ella sia unadivina mente legislatricela quale delle passioni degli uominitutti attenuti alle loro private utilitàper le qualiviverebbono da fiere bestie dentro le solitudinine ha fatto gliordini civili per gli quali vivano in umana società.

VIII

Lecose fuori del loro stato naturale né vi si adagiano névi durano.

Questadegnità solapoiché 'l gener umanoda che si hamemoria del mondoha vivuto e vive comportevolmente in societàella determina la gran disputadella quale i migliori filosofi e imorali teologi ancora contendono con Carneade scettico e con Epicuro(né Grozio l'ha pur inchiovata): se vi sia diritto in naturao se l'umana natura sia socievoleche suonano la medesima cosa.

Questamedesima degnitàcongionta con la settima e 'l di leicorollariopruova che l'uomo abbia libero arbitrioperòdeboledi fare delle passioni virtù; ma che da Dio èaiutato naturalmente con la divina provvedenzae soprannaturalmentedalla divina grazia.

IX

Gliuomini che non sanno il vero delle cose proccurano d'attenersi alcertoperchénon potendo soddisfare l'intelletto con lascienzaalmeno la volontà riposi sulla coscienza.

X

Lafilosofia contempla la ragioneonde viene la scienza del vero; lafilologia osserva l'autorità dell'umano arbitrioonde vienela coscienza del certo.

Questadegnità per la seconda parte diffinisce i filologi esseretutti i gramaticiistoricicriticiche son occupati d'intorno allacognizione delle lingue e de' fatti de' popolicosì in casacome sono i costumi e le leggicome fuoriquali sono le guerrelepacil'alleanzei viaggii commerzi.

Questamedesima degnità dimostra aver mancato per metà cosìi filosofi che non accertarono le loro ragioni con l'autoritàde' filologicome i filologi che non curarono d'avverare le loroautorità con la ragion de' filosofi; lo che se avessero fattosarebbero stati più utili alle repubbliche e ci avrebberoprevenuto nel meditar questa Scienza.

XI

L'umanoarbitriodi sua natura incertissimoegli si accerta e determina colsenso comune degli uomini d'intorno alle umane necessità outilitàche son i due fonti del diritto naturale delle genti.

XII

Ilsenso comune è un giudizio senz'alcuna riflessionecomunemente sentito da tutto un ordineda tutto un popoloda tuttauna nazione o da tutto il gener umano.

Questadegnità con la seguente diffinizione ne darà una nuovaarte critica sopra essi autori delle nazionitralle quali devonocorrere assai più di mille anni per provenirvi gli scrittorisopra i quali finora si è occupata la critica.

XIII

Ideeuniformi nate appo intieri popoli tra essoloro non conosciuti debbonavere un motivo comune di vero.

Questadegnità è un gran principioche stabilisce il sensocomune del gener umano esser il criterio insegnato alle nazioni dallaprovvedenza divina per diffinire il certo d'intorno al dirittonatural delle gentidel quale le nazioni si accertano con intenderel'unità sostanziali di cotal dirittonelle quali con diversemodificazioni tutte convengono. Ond'esce il dizionario mentaledadar l'origini a tutte le lingue articolate diversecol quale staconceputa la storia ideal eterna che ne dia le storie in tempo ditutte le nazioni; del qual dizionario e della qual istoria siproporranno appresso le degnità loro propie.

Questastessa degnità rovescia tutte l'idee che si sono finor avuted'intorno al diritto natural delle gentiil quale si ècreduto esser uscito da una prima nazione da cui l'altre l'avesseroricevuto; al qual errore diedero lo scandalo gli egizi e i greciiquali vanamente vantavano d'aver essi disseminata l'umanitàper lo mondo: il qual error certamente dovette far venire la leggedelle XII Tavole da' greci a' romani. Main cotal guisaeglisarebbe un diritto civile comunicato ad altri popoli per umanoprovvedimentoe non già un diritto con essi costumi umaninaturalmente dalla divina provvidenza ordinato in tutte le nazioni.Questo sarà uno de' perpetui lavori che si farà inquesti libri: in dimostrare che 'l diritto natural delle genti nacqueprivatamente appo i popoli senza sapere nulla gli uni degli altri; eche poicon l'occasioni di guerreambasciarieallianzecommerzisi riconobbe comune a tutto il gener umano.

XIV

Naturadi cose altro non è che nascimento di esse in certi tempi econ certe guisele quali sempre che sono taliindi tali e non altrenascon le cose.

XV

Lepropietà inseparabili da' subbietti devon essere produttedalla modificazione o guisa con che le cose son nate; per lo che esseci posson avverare tale e non altra essere la natura o nascimento diesse cose.

XVI

Letradizioni volgari devon avere avuto pubblici motivi di veroondenacquero e si conservarono da intieri popoli per lunghi spazi ditempi.

Questosarà altro grande lavoro di questa Scienza: di ritruovarne imotivi del veroil qualecol volger degli anni e col cangiare dellelingue e costumici pervenne ricoverto di falso.

XVII

Iparlari volgari debbon esser i testimoni più gravi degliantichi costumi de' popoliche si celebrarono nel tempo ch'essi siformaron le lingue.

XVIII

Linguadi nazione anticache si è conservata regnante finchépervenne al suo compimentodev'esser un gran testimone de' costumide' primi tempi del mondo.

Questadegnità ne assicura che le pruove filologiche del dirittonaturale delle genti (del qualesenza contrastosappientissimasopra tutte l'altre del mondo fu la romana) tratte da' parlari latinisieno gravissime. Per la stessa ragione potranno far il medesimo idotti della lingua tedescache ritiene questa stessa propietàdella lingua romana antica.

XIX

Sela legge delle XII Tavole furono costumi delle genti del Lazioincominciativisi a celebrare fin dall'età di Saturnoaltrovesempre andanti e da' romani fissi nel bronzo e religiosamentecustoditi dalla romana giurisprudenzaella è un grantestimone dell'antico diritto naturale delle genti del Lazio.

Ciòsi è da noi dimostro esser vero di fattoda ben molti annifane' Princìpi del Diritto universale; lo che piùilluminato si vedrà in questi libri.

XX

Sei poemi d'Omero sono storie civili degli antichi costumi grecisaranno due grandi tesori del diritto naturale delle genti di Grecia.

Questadegnità ora qui si suppone: dentro sarà dimostrata difatto.

XXI

Igreci filosofi affrettarono il natural corso che far doveva la loronazionecol provenirvi essendo ancor cruda la lor barbarieondepassarono immediatamente ad una somma dilicatezzae nello stessotempo serbaronv'intiere le loro storie favolose così divinecom'eroiche; ove i romanii quali ne' lor costumi caminarono congiusto passoaffatto perderono di veduta la loro storia degli dèi(onde l'"età degli dèi"che gli egizidicevanoVarrone chiama "tempo oscuro" d'essi romani)econservarono con favella volgare la storia eroica che si stende daRomolo fino alle leggi Publilia e Peteliache si truoverà unaperpetua mitologia storica dell'età degli eroi di Grecia.

Questanatura di cose umane civili ci si conferma nella nazione francesenella quale perché di mezzo alla barbarie del mille e centos'aprì la famosa scuola pariginadove il celebre maestrodelle sentenze Piero Lombardo si diede ad insegnare di sottilissimateologia scolasticavi restò come un poema omerico la storiadi Turpino vescovo di Parigipiena di tutte le favole degli eroi diFrancia che si dissero "i paladini"delle quali s'empieronappresso tanti romanzi e poemi. Eper tal immaturo passaggio dallabarbarie alle scienze più sottilila francese restonne unalingua dilicatissimatalchédi tutte le viventisembraavere restituito a' nostri tempi l'atticismo de' greci e piùch'ogni altra è buona a ragionar delle scienzecome la greca;e come a' greci così a' francesi restarono tanti dittonghiche sono propi di lingua barbaradura ancor e difficile a comporrele consonanti con le vocali. In confermazione di ciòch'abbiamo detto di tutte e due queste lingueaggiugniamol'osservazione che tuttavia si può fare ne' giovanii qualinell'età nella qual è robusta la memoriavivida lafantasia e focoso l'ingegno - ch'eserciterebbero con frutto con lostudio delle lingue e della geometria linearesenza domare con taliesercizi cotal acerbezza di menti contratta dal corpoche sipotrebbe dire la barbarie degl'intelletti- passando ancor crudiagli studi troppo assottigliati di critica metafisica e d'algebradivengono per tutta la vita affilatissimi nella loro maniera dipensare e si rendono inabili ad ogni grande lavoro.

Macol più meditare quest'operaritruovammo altra cagione di taleffettola qual forse è più propia: che Romolo fondòRoma in mezzo ad altre più antiche città del Lazioefondolla con aprirvi l'asiloche Livio diffinisce generalmente"vetus urbes condentium consilium"perchédurando ancora le violenzeegli naturalmente ordinò la romanasulla pianta sulla quale si erano fondate le prime città delmondo. Laondeda tali stessi princìpi progredendo i romanicostumiin tempi che le lingue volgari del Lazio avevano fatto dimolti avvanzidovette avvenire che le cose civili romanele qual'ipopoli greci avevano spiegato con lingua eroicaessi spiegarono conlingua volgare; onde la storia romana antica si truoveràessere una perpetua mitologia della storia eroica de' greci. E questadev'essere la cagione perché i romani furono gli eroi delmondo: perocché Roma manomise l'altre città del Lazioquindi l'Italia e per ultimo il mondoessendo tra' romani giovinel'eroismo; mentre tra gli altri popoli del Lazioda' qualivintiprovenne tutta la romana grandezzaaveva dovuto incominciar ainvecchiarsi.

 

 

XXII

Ènecessario che vi sia nella natura delle cose umane una linguamentale comune a tutte le nazionila quale uniformemente intenda lasostanza delle cose agibili nell'umana vita socievolee la spieghicon tante diverse modificazioni per quanti diversi aspetti possanaver esse cose; siccome lo sperimentiamo vero ne' proverbiche sonomassime di sapienza volgarel'istesse in sostanza intese da tutte lenazioni antiche e modernequante elleno sonoper tanti diversiaspetti significate.

Questalingua è propia di questa Scienzacol lume della quale se idotti delle lingue v'attenderannopotranno formar un vocabolariomentale comune a tutte le lingue articolate diversemorte e viventidi cui abbiamo dato un saggio particolare nella Scienza nuovala prima volta stampataove abbiamo provato i nomi de' primi padridi famigliain un gran numero di lingue morte e viventidati loroper le diverse propietà ch'ebbero nello stato delle famiglie edelle prime repubblichenel qual tempo le nazioni si formaron lelingue. Del qual vocabolario noiper quanto ci permette la nostrascarsa erudizionefacciamo qui uso in tutte le cose che ragioniamo.

Ditutte l'anzidette proposizionila primasecondaterza e quarta nedanno i fondamenti delle confutazioni di tutto ciò che si èfinor oppinato d'intorno a' princìpi dell'umanitàlequali si prendono dalle inverisimiglianzeassurdicontradizioniimpossibilità di cotali oppenioni. Le seguentidalla quintafin alla decimaquintale quali ne danno i fondamenti del veroserviranno a meditare questo mondo di nazioni nella sua idea eternaper quella propietà di ciascuna scienzaavvertita daAristotileche "scientia debet esse de universalibus etæternis". L'ultimedalla decimaquinta fin allaventesimasecondale quali ne daranno i fondamenti del certosiadopreranno a veder in fatti questo mondo di nazioni quale l'abbiamomeditato in ideagiusta il metodo di filosofare più accertatodi Francesco Bacone signor di Verulamiodalle naturalisulle qualiesso lavorò il libro Cogitata visatrasportatoall'umane cose civili.

Leproposizioni finora proposte sono generali e stabiliscono questaScienza per tutto; le seguenti sono particolariche la stabilisconopartitamente nelle diverse materie che tratta.

XXIII

Lastoria sagra è più antica di tutte le piùantiche profane che ci son pervenuteperché narra tantospiegatamente e per lungo tratto di più di ottocento anni lostato di natura sotto de' patriarchio sia lo stato delle famigliesopra le quali tutti i politici convengono che poi sursero i popoli ele città; del quale stato la storia profana ce ne ha o nulla opoco e assai confusamente narrato.

Questadegnità pruova la verità della storia sagra contro laboria delle nazioni che sopra ci ha detto Diodoro sicoloperocchégli ebrei han conservato tanto spiegatamente le loro memorie fin dalprincipio del mondo.

XXIV

Lareligion ebraica fu fondata dal vero Dio sul divieto delladivinazionesulla quale sursero tutte le nazioni gentili.

Questadegnità è una delle principali cagioni per le qualitutto il mondo delle nazioni antiche si divise tra ebrei e genti.

XXV

Ildiluvio universale si dimostra non già per le pruovefilologiche di Martino Scoockiole quali sono troppo leggieri; néper l'astrologiche di Piero cardinale d'Alliacseguìto daGiampico della Mirandolale quali sono troppo incerteanzi falserigredendo sopra le Tavole alfonsineconfutate dagli ebrei edora da' cristianii qualidisappruovato il calcolo d'Eusebio e diBedasieguon oggi quello di Filone giudeo: ma si dimostra conistorie fisiche osservate dentro le favolecome nelle degnitàqui appresso si scorgerà.

XXVI

Igiganti furon in natura di vasti corpiquali in piedi dell'Americanel paese detto de los pataconesdicono viaggiatori essersitruovati goffi e fierissimi. Elasciate le vane o sconce o falseragioni che ne hanno arrecato i filosofiraccolte e seguite dalCassanioneDe gigantibusse n'arrecano le cagionipartefisiche e parte moraliosservate da Giulio Cesare e da CornelioTacito ove narrano della gigantesca statura degli antichi germani; eda noi consideratesi compongono sulla ferina educazion de'fanciulli.

XXVII

Lastoria grecadalla qual abbiamo tutto ciò ch'abbiamo (dallaromana in fuori) di tutte l'altre antichità gentilescheelladal diluvio e da' giganti prende i princìpi.

Questedue degnità mettono in comparsa tutto il primo gener umanodiviso in due spezie: una di gigantialtra d'uomini di giustacorporatura; quelli gentiliquesti ebrei (la qual differenza non puòessere nata altronde che dalla ferina educazione di quelli edall'umana di questi); e'n conseguenzache gli ebrei ebbero altraorigine da quella c'hanno avuto tutti i gentili.

XXVIII

Cisono pur giunti due gran rottami dell'egiziache antichitàchesi sono sopra osservati. De' quali uno è che gli egiziriducevano tutto il tempo del mondo scorso loro dinanzi a tre etàche furono: età degli dèietà degli eroi ed etàdegli uomini. L'altroche per tutte queste tre età si fusseroparlate tre linguenell'ordine corrispondenti a dette tre etàche furono: la lingua geroglifica ovvero sagrala lingua simbolica oper somiglianzequal è l'eroicae la pistolare o sia volgaredegli uominiper segni convenuti da comunicare le volgari bisognedella lor vita.

XXIX

Omeroin cinque luoghi di tutti e due i suoi poemi che si rapporterannodentromentova una lingua più antica della suachecertamente fu lingua eroicae la chiama "lingua degli dèi".

XXX

Varroneebbe la diligenza di raccogliere trentamila nomi di dèi (chétanti pure ne noverano i greci)i quali nomi si rapportavano adaltrettante bisogne della vita o naturale o morale o iconomica ofinalmente civile de' primi tempi.

Questetre degnità stabiliscono che 'l mondo de' popoli dappertuttocominciò dalle religioni: che sarà il primo degli treprincìpi di questa Scienza.

XXXI

Ovei popoli son infieriti con le armitalché non vi abbiano piùluogo l'umane leggil'unico potente mezzo di ridurgli è lareligione.

Questadegnità stabilisce che nello stato eslege la provvedenzadivina diede principio a' fieri e violenti di condursi all'umanitàed ordinarvi le nazionicon risvegliar in essi un'idea confusa delladivinitàch'essi per la lor ignoranza attribuirono a cui ellanon conveniva; e cosìcon lo spavento di tal immaginatadivinitàsi cominciarono a rimettere in qualche ordine.

Talprincipio di cosetra i suoi "fieri e violenti"non seppevedere Tommaso Obbesperché ne andò a truovar iprincìpi errando col "caso" del suo Epicuro; ondecon quanto magnanimo sforzocon altrettanto infelice eventocredette d'accrescere la greca filosofia di questa gran partedellaquale certamente aveva mancato (come riferisce Giorgio PaschioDeeruditis huius sæculi inventis)di considerar l'uomo intutta la società del gener umano. Né Obbes l'arebbealtrimente pensatose non gliene avesse dato il motivo la cristianareligionela quale inverso tutto il gener umanononché lagiustiziacomanda la carità. E quindi incomincia a confutarsiPolibio di quel falso suo detto: chese fussero al mondo filosofinon farebber uopo religioni; chése non fussero al mondorepubblichele quali non posson esser nate senza religioninonsarebbero al mondo filosofi.

XXXII

Gliuomini ignoranti delle naturali cagioni che producon le coseove nonle possono spiegare nemmeno per cose similiessi danno alle cose laloro propia naturacome il volgoper esemplodice la calamitaesser innamorata del ferro.

Questadegnità è una particella della prima: che la menteumanaper la sua indiffinita naturaove si rovesci nell'ignoranzaessa fa sé regola dell'universo d'intorno a tutto quello cheignora.

XXXIII

Lafisica degl'ignoranti è una volgar metafisicacon la qualerendono le cagioni delle cose ch'ignorano alla volontà di Diosenza considerare i mezzi de' quali la volontà divina siserve.

XXXIV

Verapropietà di natura umana è quella avvertita da Tacitoove disse "mobiles ad superstitionem perculsæ semelmentes": ch'una volta che gli uomini sono sorpresi da unaspaventosa superstizionea quella richiamano tutto ciòch'essi immaginanovedono ed anche fanno.

XXXV

Lamaraviglia è figliuola dell'ignoranza; e quanto l'effettoammirato è più grandetanto più a proporzionecresce la maraviglia.

XXXVI

Lafantasia tanto è più robusta quanto è piùdebole il raziocinio.

XXXVII

Ilpiù sublime lavoro della poesia è alle cose insensatedare senso e passioneed è propietà de' fanciulli diprender cose inanimate tra mani etrastullandosifavellarvi come sefusseroquellepersone vive.

Questadegnità filologico-filosofica ne appruova che gli uomini delmondo fanciulloper naturafurono sublimi poeti.

XXXVIII

Èun luogo d'oro di Lattanzio Firmiano quello ove ragiona dell'originidell'idolatriadicendo: "Rudes initio homines deosappellarunt sive ob miraculum virtutis (hoc vere putabant rudes adhucet simplices); siveut fieri soletin admirationem præsentispotentiæ; sive ob beneficiaquibus erant ad humanitatemcompositi".

XXXIX

Lacuriositàpropietà connaturale dell'uomofigliuoladell'ignoranzache partorisce la scienzaall'aprire che fa dellanostra mente la maravigliaporta questo costume: ch'ove osservastraordinario effetto in naturacome cometaparelio o stella dimezzodìsubito domanda che tal cosa voglia dire osignificare.

XL

Lestreghenel tempo stesso che sono ricolme di spaventosesuperstizionisono sommamente fiere ed immani; talchésebisogna per solennizzare le loro stregonerieesse uccidonospietatamente e fanno in brani amabilissimi innocenti bambini.

Tuttequeste proposizionidalla ventesimottava incominciando fin allatrentesimottavane scuoprono i princìpi della poesia divina osia della teologia poetica; dalla trentesimaprimane danno iprincìpi dell'idolatria; dalla trentesimanonai princìpidella divinazione; e la quarantesima finalmente ne dà consanguinose religioni i princìpi de' sagrifiziche da' primicrudi fierissimi uomini incominciarono con voti e vittime umane. Lequalicome si ha da Plautorestarono a' latini volgarmente dette"Saturni hostiæ"e furono i sagrifizi diMoloc appresso i fenicii quali passavano per mezzo alle fiamme ibambini consegrati a quella falsa divinità; delle qualiconsegrazioni si serbarono alquante nella legge delle XII Tavole. Lequali cosecome danno il diritto senso a quel motto:

Primosin orbe deos fecit timor

-che le false religioni non nacquero da impostura d'altruima dapropia credulità; - così l'infelice voto e sagrifizioche fece Agamennone della pia figliuola Ifigeniaa cui empiamenteLucrezio acclama:

Tantumrelligio potuit suadere malorum!

rivolgonoin consiglio della provvedenza. Ché tanto vi voleva peraddimesticare i figliuoli de' polifemi e ridurgli all'umanitàdegli Aristidi e de' Socratide' Leli e degli Scipioni affricani.

XLI

Sidomandae la domanda è discretache per più centinaiad'anni la terrainsoppata dall'umidore dell'universale diluviononabbia mandato esalazioni seccheo sieno materie ignitein ariaaingenerarvisi i fulmini.

XLII

Giovefulmina ed atterra i gigantied ogni nazione gentile n'ebbe uno.

Questadegnità contiene la storia fisica che ci han conservato lefavole: che fu il diluvio universale sopra tutta la terra.

Questastessa degnitàcon l'antecedente postulatone deedeterminare che dentro tal lunghissimo corso d'anni le razze empiedegli tre figliuoli di Noè fussero andate in uno stato ferinoe con un ferino divagamento si fussero sparse e disperse per la granselva della terrae con l'educazione ferina vi fussero provenuti eritruovati giganti nel tempo che la prima volta fulminò ilcielo dopo il diluvio.

XLIII

Ogninazione gentile ebbe un suo Ercoleil quale fu figliuolo di Giove; eVarronedottissimo dell'antichitàne giunse a noverarequaranta.

Questadegnità è 'l principio dell'eroismo de' primi popolinato da una falsa oppenione: gli eroi provenir da divina origine.

Questastessa degnità con l'antecedenteche ne danno prima tantiGiovidappoi tanti Ercole tralle nazioni gentili - oltrechéne dimostrano che non si poterono fondare senza religione néingrandire senza virtùessendono elle ne' lor incominciamentiselvagge e chiusee perciò non sappiendo nulla l'unadell'altraper la degnità che "idee uniforminate trapopoli sconosciutidebbon aver un motivo comune di vero"- nedanno di più questo gran principio: che le prime favoledovettero contenere verità civilie perciò esserestate le storie de' primi popoli.

XLIV

Iprimi sappienti del mondo greco furon i poeti teologii quali senzadubbio fioriron innanzi agli eroicisiccome Giove fu padre d'Ercole.

Questadegnità con le altre due antecedenti stabiliscono che tutte lenazioni gentilipoiché tutte ebbero i loro Giovii lorErcolifurono ne' loro incominciamenti poetiche; e che prima traloro nacque la poesia divina: dopol'eroica.

XLV

Gliuomini sono naturalmente portati a conservar le memorie delle leggi edegli ordini che gli tengono dentro la loro società.

XLVI

Tuttele storie barbare hanno favolosi princìpi.

Tuttequeste degnitàdalla quarantesimasecondane danno ilprincipio della nostra mitologia istorica.

XLVII

Lamente umana è naturalmente portata a dilettarsi dell'uniforme.

Questadegnitàa proposito delle favolesi conferma dal costumec'ha il volgoil quale degli uomini nell'una o nell'altra partefamosiposti in tali o tali circostanzeper ciò che loro intale stato convienene finge acconce favole. Le quali sono veritàd'idea in conformità del merito di coloro de' quali il volgole finge; e in tanto sono false talor in fattiin quanto al meritodi quelli non sia dato ciò di che essi son degni. Talchése bene vi si riflettail vero poetico è un vero metafisicoa petto del quale il vero fisicoche non vi si conformadee tenersia luogo di falso. Dallo che esce questa importante considerazione inragion poetica: che 'l vero capitano di guerraper esemploè'l Goffredo che finge Torquato Tasso; e tutti i capitani che non siconformano in tutto e per tutto a Goffredoessi non sono vericapitani di guerra.

XLVIII

Ènatura de' fanciulli che con l'idee e nomi degli uominifemminecose che la prima volta hanno conosciutoda esse e con essi dappoiapprendono e nominano tutti gli uominifemminecose c'hanno con leprime alcuna somiglianza o rapporto.

XLIX

Èun luogo d'oro quel di GiamblicoDe mysteriis ægyptiorumsopra arrecatoche gli egizi tutti i ritruovati utili o necessarialla vita umana richiamavano a Mercurio Trimegisto.

Cotaldettoassistito dalla degnità precedenterovescerà aquesto divino filosofo tutti i sensi di sublime teologia naturalech'esso stesso ha dato a' misteri degli egizi.

Equeste tre degnità ne danno il principio de' caratteripoeticii quali costituiscono l'essenza delle favole. E la primadimostra la natural inchinazione del volgo di fingerlee fingerlecon decoro. La seconda dimostra ch'i primi uominicome fanciulli delgener umanonon essendo capaci di formar i generi intelligibilidelle coseebbero naturale necessità di fingersi i caratteripoeticiche sono generi o universali fantasticida ridurvi come acerti modellio pure ritratti idealitutte le spezie particolari aciascun suo genere simiglianti; per la qual simiglianzale antichefavole non potevano fingersi che con decoro. Appunto come gli egizitutti i loro ritruovati utili o necessari al gener umanoche sonoparticolari effetti di sapienza civileriducevano al genere del"sappiente civile"da essi fantasticato MercurioTrimegistoperché non sapevano astrarre il generintelligibile di "sappiente civile"e molto meno la formadi civile sapienza della quale furono sappienti cotal'egizi. Tantogli egizinel tempo ch'arricchivan il mondo de' ritruovati onecessari o utili al gener umanofuron essi filosofi e s'intendevanodi universalio sia di generi intelligibili!

Equest'ultima degnitàin séguito dell'antecedentiè'l principio delle vere allegorie poeticheche alle favole davanosignificati univocinon analogidi diversi particolari compresisotto i loro generi poetici: le quali perciò si dissero"diversiloquia"cioè parlari comprendenti inun general concetto diverse spezie di uomini o fatti o cose.

L

Ne'fanciulli è vigorosissima la memoria; quindi vividaall'eccesso la fantasiach'altro non è che memoria o dilatatao composta.

Questadegnità è 'l principio dell'evidenza dell'immaginipoetiche che dovette formare il primo mondo fanciullo.

LI

Inogni facultà uominii quali non vi hanno la naturaviriescono con ostinato studio dell'arte; ma in poesia è affattoniegato di riuscire con l'arte chiunque non vi ha la natura.

Questadegnità dimostra chepoiché la poesia fondòl'umanità gentilescadalla quale e non altronde dovetteruscire tutte le artii primi poeti furono per natura.

LII

Ifanciulli vagliono potentemente nell'imitareperchéosserviamo per lo più trastullarsi in assembrare ciòche son capaci d'apprendere.

Questadegnità dimostra che 'l mondo fanciullo fu di nazionipoetichenon essendo altro la poesia che imitazione.

Equesta degnità daranne il principio di ciò: che tuttel'arti del necessarioutilecomodo e 'n buona parte anco dell'umanopiacere si ritruovarono ne' secoli poetici innanzi di venir ifilosofiperché l'arti non sono altro ch'imitazioni dellanatura e poesie in un certo modo reali.

LIII

Gliuomini prima sentono senz'avvertiredappoi avvertiscono con animoperturbato e commossofinalmente riflettono con mente pura.

Questadegnità è 'l principio delle sentenze poetichechesono formate con sensi di passioni e d'affettia differenza dellesentenze filosoficheche si formano dalla riflessione con raziocinî:onde queste più s'appressano al vero quanto piùs'innalzano agli universalie quelle sono più certe quantopiù s'appropriano a' particolari.

LIV

Gliuomini le cose dubbie ovvero oscureche lor appartengononaturalmente interpetrano secondo le loro nature e quindi uscitepassioni e costumi.

Questadegnità è un gran canone della nostra mitologiaper loquale le favoletrovate da' primi uomini selvaggi e crudi tuttesevereconvenevolmente alla fondazione delle nazioni che venivanodalla feroce libertà bestialepoicol lungo volger deglianni e cangiar de' costumifuron impropiatealterateoscurate ne'tempi dissoluti e corrotti anco innanzi d'Omero. Perché agliuomini greci importava la religionetemendo di non avere gli dèicosì contrari a' loro voti come contrari eran a' loro costumiattaccarono i loro costumi agli dèie diedero sconcilaidioscenissimi sensi alle favole.

LV

Èun aureo luogo quello d'Eusebio (dal suo particolare della sapienzadegli egizi innalzato a quella di tutti gli altri gentili) ove dice:"Primam ægyptiorum theologiam mere historiam fuissefabulis interpolatam; quarum quum postea puderet posterossensimcoeperunt mysticos iis significatus affingere". Come feceManetoo sia Manetonesommo pontefice egizioche trasportòtutta la storia egiziaca ad una sublime teologia naturalecome pursopra si è detto.

Questedue degnità sono due grandi pruove della nostra mitologiaistoricae sono insiememente due grandi turbini per confonderel'oppenioni della sapienza innarrivabile degli antichicome duegrandi fondamenti della verità della religion cristianalaquale nella sagra storia non ha ella narrazioni da vergognarsene.

LVI

Iprimi autori tra gli orientaliegizigreci e latini enellabarbarie ricorsai primi scrittori nelle nuove lingue d'Europa sitruovano essere stati poeti.

LVII

Imutoli si spiegano per atti o corpi c'hanno naturali rapportiall'idee ch'essi vogliono significare.

Questadegnità è 'l principio del parlar naturalechecongetturò Platone nel Cratiloedopo di luiGiamblicoDe mysteriis ægyptiorumessersi una voltaparlato nel mondo. Co' quali sono gli stoici ed OrigeneContraCelso; eperché 'l dissero indovinandoebbero contrariAristotile nella Perì ermeneia e GalenoDe decretisHippocratis et Platonis: della qual disputa ragiona PublioNigidio appresso Aulo Gellio. Alla qual favella naturale dovettesuccedere la locuzion poetica per immaginisomiglianzecomparazionie naturali propietà.

LVIII

Imutoli mandan fuori i suoni informi cantandoe gli scilinguati purcantando spediscono la lingua a prononziare.

LIX

Gliuomini sfogano le grandi passioni dando nel cantocome si sperimentane' sommamente addolorati e allegri.

Questedue degnità supposte danno a congetturare che gli autori dellenazioni gentili poich'eran andat'in uno stato ferino di bestie mute;e cheper quest'istesso balordinon si fussero risentiti ch'aspinte di violentissime passioni - dovettero formare le prime lorolingue cantando.

LX

Lelingue debbon aver incominciato da voci monosillabe; comenellapresente copia di parlari articolati ne' quali nascon oraifanciulliquantunque abbiano mollissime le fibbre dell'istrumentonecessario ad articolare la favellada tali voci incominciano.

LXI

Ilverso eroico è lo più antico di tutti e lo spondaico ilpiù tardoe dentro si truoverà il verso eroico essernato spondaico.

LXII

Ilverso giambico è 'l più somigliante alla prosae 'lgiambo è "piede presto"come vien diffinito daOrazio.

Questedue degnità ultime danno a congetturare che andarono con paripassi a spedirsi e l'idee e le lingue.

Tuttequeste degnitàdalla quarantesimasettima incominciandoinsieme con le sopra proposte per princìpi di tutte l'altrecompiono tutta la ragion poetica nelle sue partiche sono: lafavolail costume e suo decorola sentenzala locuzione e la dilei evidenzal'allegoriail canto e per ultimo il verso. E le setteultime convincon altresì che fu prima il parlar in verso e poiil parlar in prosa appo tutte le nazioni.

LXIII

Lamente umana è inchinata naturalmente co' sensi a vedersi fuorinel corpoe con molta difficultà per mezzo della riflessionead intendere se medesima.

Questadegnità ne dà l'universal principio d'etimologia intutte le linguenelle qual'i vocaboli sono trasportati da' corpi edalle propietà de' corpi a significare le cose della mente edell'animo.

LXIV

L'ordinedell'idee dee procedere secondo l'ordine delle cose.

LXV

L'ordinedelle cose umane procedette: che prima furono le selvedopo ituguriquindi i villaggiappresso le cittàfinalmentel'accademie.

Questadegnità è un gran principio d'etimologia: che secondoquesta serie di cose umane si debbano narrare le storie delle vocidelle lingue natiecome osserviamo nella lingua latina quasi tuttoil corpo delle sue voci aver origini selvagge e contadinesche. Comeper cagion d'esemplo"lex"che dapprimadovett'essere "raccolta di ghiande"da cui crediamo detta"ilex"quasi "illex"l'elce (comecertamente "aquilex" è 'l raccoglitoredell'acque)perché l'elce produce la ghiandaalla quales'uniscono i porci. Dappoi "lex" fu "raccoltadi legumi"dalla quale questi furon detti "legumina".Appressonel tempo che le lettere volgari non si eran ancor truovatecon le quali fussero scritte le leggiper necessità di naturacivile "lex" dovett'essere "raccolta dicittadini"o sia il pubblico parlamento; onde la presenzadel popolo era la legge che solennizzava i testamenti che si facevano"calatis comitiis". Finalmente il raccoglier letteree farne com'un fascio in ciascuna parola fu detto "legere".

LXVI

Gliuomini prima sentono il necessariodipoi badano all'utileappressoavvertiscono il comodopiù innanzi si dilettano del piacerequindi si dissolvono nel lussoe finalmente impazzano inistrappazzar le sostanze.

LXVII

Lanatura de' popoli prima è crudadipoi severaquindi benignaappresso dilicatafinalmente dissoluta.

LXVIII

Nelgener umano prima surgono immani e goffiqual'i Polifemi; poimagnanimi ed orgogliosiquali gli Achilli; quindi valorosi e giustiquali gli Aristidigli Scipioni affricani; più a noi gliappariscenti con grand'immagini di virtù che s'accompagnanocon grandi vizich'appo il volgo fanno strepito di vera gloriaquali gli Alessandri e i Cesari; più oltre i tristiriflessiviqual'i Tiberi; finalmente i furiosi dissoluti esfacciatiqual'i Caligolii Neronii Domiziani.

Questadegnità dimostra che i primi abbisognarono per ubbidire l'uomoall'uomo nello stato delle famigliee disporlo ad ubbidir alle legginello stato ch'aveva a venire delle città; i secondichenaturalmente non cedevano a' loro pariper istabilire sulle famigliele repubbliche di forma aristocratica; i terzi per aprirvi la stradaalla libertà popolare; i quarti per introdurvi le monarchie; iquinti per istabilirle; i sesti per rovesciarle.

Equesta con l'antecedenti degnità danno una parte de' princìpidella storia ideal eternasulla quale corrono in tempo tutte lenazioni ne' loro sorgimentiprogressistatidecadenze e fini.

LXIX

Igoverni debbon essere conformi alla natura degli uomini governati.

Questadegnità dimostra che per natura di cose umane civili la scuolapubblica de' principi è la morale de' popoli.

LXX

Siconceda ciò che non ripugna in natura e qui poi truoverassivero di fatto: che dallo stato nefario del mondo eslege si ritiraronoprima alquanti pochi più robustiche fondarono le famigliecon le quali e per le quali ridussero i campi a coltura; e gli altrimolti lunga età dopo se ne ritiraronorifuggendo alle terrecolte di questi padri.

LXXI

Inatii costumie sopra tutto quello della natural libertànonsi cangiano tutti ad un trattoma per gradi e con lungo tempo.

LXXII

Postoche le nazioni tutte cominciarono da un culto di una qualchedivinitài padri nello stato delle famiglie dovetter esser isappienti in divinità d'auspìcii sacerdoti chesagrificavano per proccurargli o sia ben intenderglie gli re cheportavano le divine leggi alle loro famiglie.

LXXIII

Èvolgar tradizione che i primi i quali governarono il mondo furono re.

LXXIV

Èaltra volgar tradizione ch'i primi re si criavano per natura i piùdegni.

LXXV

Èvolgar tradizione ancora ch'i primi re furono sappientionde Platonecon vano voto disiderava questi antichissimi tempi ne' quali o ifilosofi regnavano o filosofavano i re.

Tuttequeste degnità dimostrano che nelle persone de' primi padriandarono uniti sapienzasacerdozio e regnoe 'l regno e 'lsacerdozio erano dipendenze della sapienzanon già riposta difilosofima volgare di legislatori. E perciòdappoiintutte le nazioni i sacerdoti andarono coronati.

LXXVI

Èvolgar tradizione che la prima forma di governo al mondo fusse ellastata monarchica.

LXXVII

Mala degnità sessantesimasettima con l'altre seguentie 'nparticolare col corollario della sessantesimanonane danno che ipadri nello stato delle famiglie dovettero esercitare un imperiomonarchicosolamente soggetto a Diocosì nelle persone comenegli acquisti de' lor figliuoli e molto più de' famoli che sierano rifuggiti alle loro terree sì che essi furono i primimonarchi del mondo de' quali la storia sagra hassi da intendere ovegli appella "patriarchi"cioè "padriprincipi". Il qual diritto monarchico fu loro serbato dallalegge delle XII Tavole per tutti i tempi della romana repubblica:"Patrifamilias ius vitæ et necis in liberos esto";di che è conseguenza: "Quicquid filius acquiritpatriacquirit".

LXXVIII

Lefamiglie non posson essere state dettecon propietàd'originealtronde che da questi famoli de' padri nello stato allordi natura.

LXXIX

Iprimi sociche propiamente sono compagni per fine di comunicare traloro l'utilitànon posson al mondo immaginarsi néintendersi innanzi di questi rifuggiti per aver salva la vita da'primi padri anzidetti ericevuti per la lor vitaobbligati asostentarla con coltivare i campi di tali padri.

Talisi truovano i veri soci degli eroiche poi furono i plebeidell'eroiche cittàe finalmente le provincie de' popoliprincipi.

LXXX

Gliuomini vengono naturalmente alla ragione de' benefiziove scorgano oritenerne o ritrarne buona e gran parte d'utilitàche son ibenefizi che si possono sperare nella vita civile.

LXXXI

Èpropietà de' forti gli acquisti fatti con virtù nonrillasciare per infingardagginemao per necessità o perutilitàrimetterne a poco a poco e quanto meno essi possono.

Daqueste due degnità sgorgano le sorgive perenni de' feudiiquali con romana eleganza si dicono "beneficia".

LXXXII

Tuttele nazioni antiche si truovano sparse di clienti e di clientelechenon si possono più acconciamente intendere che per vassalli eper feudiné da' feudisti eruditi si truovano piùacconce voci romane per ispiegarsi che "clientes" e"clientelæ".

Questetre ultime degnità con dodici precedentidallasettantesima incominciandone scuoprono i princìpi dellerepubblichenate da una qualche grande necessità (che dentrosi determina) a' padri di famiglia fatta da' famoliper la qualeandarono da se stesse naturalmente a formarsi aristocratiche.Perocché i padri si unirono in ordini per resister a' famoliammutinati contro essoloro; ecosì unitiper far contentiessi famoli e ridurgli all'ubbidienzaconcedettero loro una speziedi feudi rustici; ed essi si truovaron assoggettiti i loro sovraniimperi famigliari (che non si posson intendere che sulla ragione difeudi nobili) all'imperio sovrano civile de' lor ordini regnantimedesimi; e i capi ordini se ne dissero "re"i qualipiùanimosidovettero lor far capo nelle rivolte de' famoli. Tal originedelle città se fusse data per ipotesi (che dentro si ritruovadi fatto)ellaper la sua naturalezza e semplicità e perl'infinito numero degli effetti civili che sopracome a lor propiacagionevi reggonodee fare necessità di esser ricevuta pervera. Perché in altra guisa non si può al mondointendere come delle potestà famigliari si formò lapotestà civile e de' patrimoni privati il patrimonio pubblicoe come truovossi apparecchiata la materia alle repubbliche d'unordine di pochi che vi comandi e della moltitudine de' plebei la qualv'ubbidisca: che sono le due parti che compiono il subbietto dellapolitica. La qual generazione degli Stati civilicon le famiglie soldi figliuolisi dimostrerà dentro essere stata impossibile.

LXXXIII

Questalegge d'intorno a' campi si stabilisce la prima agraria del mondo; néper natura si può immaginar o intendere un'altra che possaessere più ristretta.

Questalegge agraria distinse gli tre domìniche posson esser dinatura civileappo tre spezie di persone: il bonitarioappo iplebei; il quiritarioconservato con l'armi e'n conseguenzanobileappo i padri; e l'eminenteappo esso ordinech'è laSignoriao sia la sovrana potestànelle repubblichearistocratiche.

LXXXIV

Èun luogo d'oro d'Aristotile ne' Libri politici ovenelladivisione delle repubblichenovera i regni eroicine' quali gli rein casa ministravan le leggifuori amministravan le guerreed eranocapi della religione.

Questadegnità cade tutta a livello ne' due regni eroici di Teseo edi Romolocome di quello si può osservar in Plutarco nella dilui Vitae di questo sulla storia romanacon supplire lastoria greca con la romanaove Tullo Ostilio ministra la leggenell'accusa d'Orazio. E gli re romani erano ancora re delle cosesagredetti "reges sacrorum"; ondecacciati gli reda Romaper la certezza delle cerimonie divine ne criavano uno chesi dicesse "rex sacrorum"ch'era il capo de'feciali o sia degli araldi.

LXXXV

Èpur luogo d'oro d'Aristotile ne' medesimi libriove riferisce chel'antiche repubbliche non avevano leggi da punire l'offese edammendar i torti privati; e dice tal costume esser de' popolibarbariperché i popoli per ciò ne' lorincominciamenti sono barbari perché non sono addimesticatiancor con le leggi.

Questadegnità dimostra la necessità de' duelli e delleripresaglie ne' tempi barbariperché in tali tempi mancano leleggi giudiziarie.

LXXXVI

Èpur aureo negli stessi libri d'Aristotile quel luogo ove dice chenell'antiche repubbliche i nobili giuravano d'esser eterni nemicidella plebe.

Questadegnità ne spiega la cagione de' superbiavari e crudelicostumi de' nobili sopra i plebeich'apertamente si leggono sullastoria romana antica: chedentro essa finor sognata libertàpopolarelungo tempo angariarono i plebei di servir loro a propiespese nelle guerregli anniegavano in un mar d'usureche nonpotendo quelli meschini poi soddisfaregli tenevano chiusi tutta lavita nelle loro private prigioniper pagargliele co' lavori efatighee quivi con maniera tirannica gli battevano a spalle nudecon le verghe come vilissimi schiavi.

LXXXVII

Lerepubbliche aristocratiche sono rattenutissime di venir alle guerreper non agguerrire la moltitudine de' plebei.

Questadegnità è 'l principio della giustizia dell'armi romanefin alle guerre cartaginesi.

LXXXVIII

Lerepubbliche aristocratiche conservano le ricchezze dentro l'ordinede' nobiliperché conferiscono alla potenza di esso ordine.

Questadegnità è 'l principio della clemenza romana nellevittorieche toglievano a' vinti le sole armi esotto la legge dicomportevol tributorillasciavano il dominio bonitario di tutto.Ch'è la cagione per che i padri resistettero sempreall'agrarie de' Gracchi: perché non volevano arricchire laplebe.

LXXXIX

L'onoreè 'l più nobile stimolo del valor militare.

XC

Ipopoli debbon eroicamente portarsi in guerrase esercitano gare dionore tra lor in pacealtri per conservarglisialtri per farsimerito di conseguirgli.

Questadegnità è un principio dell'eroismo romano dalladiscacciata de' tiranni fin alle guerre cartaginesidentro il qualtempo i nobili naturalmente si consagravano per la salvezza della lorpatriacon la quale avevano salvi tutti gli onori civili dentro illor ordinee i plebei facevano delle segnalatissime imprese perappruovarsi meritevoli degli onori de' nobili.

XCI

Legarech'esercitano gli ordini nelle cittàd'uguagliarsi congiustizia sono lo più potente mezzo d'ingrandir lerepubbliche.

Questoè l'altro principio dell'eroismo romanoassistito da trepubbliche virtù: dalla magnanimità della plebe divolere le ragioni civili comunicate ad essolei con le leggi de'padridalla fortezza de' padri nel custodirle dentro il lor ordine edalla sapienza de' giureconsulti nell'interpetrarle e condurne filfilo l'utilità a' nuovi casi che domandavano la ragione. Chesono le tre cagioni propie onde si distinse al mondo lagiurisprudenza romana.

Tuttequeste degnitàdalla otantesimaquarta incominciandoespongono nel suo giusto aspetto la storia romana antica: le seguentitre vi si adoprano in parte.

XCII

Ideboli vogliono le leggi; i potenti le ricusano; gli ambiziosiperfarsi séguitole promuovono; i principiper uguagliar ipotenti co' debolile proteggono.

Questadegnitàper la prima e seconda parteè la fiaccoladelle contese eroiche nelle repubbliche aristocratichenelle qual'inobili vogliono appo l'ordine arcane tutte le leggiperchédipendano dal lor arbitrio e le ministrino con la mano regia: chesono le tre cagioni ch'arreca Pomponio giureconsultoove narra chela plebe romana desidera la legge delle XII Tavolecon quel mottoche l'erano gravi "ius latensincertum et manus regia".Ed è la cagione della ritrosia ch'avevano i padri didarglieledicendo "mores patrios servandosleges ferri nonoportere"come riferisce Dionigi d'Alicarnassoche fumeglio informato che Tito Livio delle cose romane (perché lescrisse istrutto delle notizie di Marco Terenzio Varroneil qual fuacclamato "il dottissimo de' romani")e in questacircostanza è per diametro opposto a Livioche narra intornoa ciò: i nobiliper dirla con lui"desideria plebisnon aspernari". Ondeper questa ed altre maggioricontrarietà osservate ne' Princìpi del Dirittouniversaleessendo cotanto tra lor opposti i primi autori chescrissero di cotal favola da presso a cinquecento anni dopomegliosarà di non credere a niun degli due. Tanto più che ne'medesimi tempi non la credettero né esso Varroneil qualenella grande opera Rerum divinarum et humanarum diede originitutte natie del Lazio a tutte le cose divine ed umane d'essi romani;né Ciceroneil qual in presenza di Quinto Muzio Scevolaprincipe de' giureconsulti della sua etàfa dire a MarcoCrasso oratore che la sapienza de' decemviri di gran lunga superavaquella di Dragone e di Soloneche diedero le leggi agli ateniesiequella di Ligurgoche diedele agli spartani: ch'è lo stessoche la legge delle XII Tavole non era né da Sparta néda Atene venuta in Roma. E crediamo in ciò apporci al vero:che non per altro Cicerone fece intervenire Q. Muzio in quella solaprima giornata che - essendo al suo tempo cotal favola tropporicevuta tra' letteratinata dalla boria de' dotti di dare originisappientissime al sapere ch'essi professavano (lo che s'intende daquelle parole che 'l medesimo Crasso dice: "Fremant omnes:dicam quod sentio") - perché non potessero opporglich'un oratore parlasse della storia del diritto romanoche siappartiene saper da' giureconsulti (essendo allora queste dueprofessioni tra lor divise); se Crasso avesse d'intorno a ciòdetto falsoMuzio ne l'avrebbe certamente ripresosiccomealriferir di Pomponioriprese Servio Sulpizioch'interviene in questistessi ragionamentidicendogli "turpe esse patricio viroiusin quo versaretur ignorare".

Mapiù che Cicerone e Varroneci dà Polibio un invittoargomento di non credere né a Dionigi né a Livioilquale senza contrasto seppe più di politica di questi due efiorì da dugento anni più vicino a' decemviri chequesti due. Egli (nel libro sestoal numero quarto e molti appressodell'edizione di Giacomo Gronovio) a piè fermo si pone acontemplare la costituzione delle repubbliche libere piùfamose de' tempi suoied osserva la romana esser diversa da quelled'Atene e di Sparta epiù che di Spartaesserlo da quellad'Atenedalla qualepiù che da Spartai pareggiatori delgius attico col romano vogliono esser venute le leggi per ordinarvila libertà popolare già innanzi fondata da Bruto. Maosservaal contrariosomiglianti tra loro la romana e lacartaginesela quale niuno mai si è sognato essere stataordinata libera con le leggi di Grecia; lo che è tanto veroch'in Cartagine era espressa legge che vietava a' cartaginesi saperedi greca lettera. Ed uno scrittore sappientissimo di repubbliche nonfa sopra ciò questa cotanto naturale e cotanto ovviariflessionee non ne investiga la cagion della differenza: - Lerepubbliche romana ed ateniesediverseordinate con le medesimeleggi; e le repubbliche romana e cartaginesesimiliordinate conleggi diverse? - Laondeper assolverlo d'un'oscitanza sìdissolutaè necessaria cosa a dirsi che nell'età diPolibio non era ancor nata in Roma cotesta favola delle leggi grechevenute da Atene ad ordinarvi il governo libero popolare.

Questastessa degnitàper la terza parteapre la via agli ambiziosinelle repubbliche popolari di portarsi alla monarchiacol secondaretal disiderio natural della plebechenon intendendo universalid'ogni particolare vuol una legge. Onde Sillacapoparte di nobiltàvinto Mariocapoparte di pleberiordinando lo Stato popolare congoverno aristocraticorimediò alla moltitudine delle leggicon le "quistioni perpetue".

Equesta degnità medesima per l'ultima parte è la ragionearcana perchéda Augusto incominciandoi romani prìncipifecero innumerevoli leggi di ragion privatae perché isovrani e le potenze d'Europa dappertuttone' loro Stati reali enelle repubbliche liberericevettero il Corpo del diritto civileromano e quello del diritto canonico.

XCIII

Poichéla porta degli onori nelle repubbliche popolari tutta si è conle leggi aperta alla moltitudine avara che vi comandanon restaaltro in pace che contendervi di potenza non già con le leggima con le armie per la potenza comandare leggi per arricchirequali in Roma furon l'agrarie de' Gracchi; onde provengono nellostesso tempo guerre civili in casa ed ingiuste fuori.

Questadegnitàper lo suo oppostoconferma per tutto il tempoinnanzi de' Gracchi il romano eroismo.

XCIV

Lanatural libertà è più feroce quanto i beni piùa' propi corpi son attaccatie la civil servitù s'inceppa co'beni di fortuna non necessari alla vita.

Questadegnitàper la prima parteè altro principio delnatural eroismo de' primi popoli; per la secondaella è 'lprincipio naturale delle monarchie.

XCV

Gliuomini prima amano d'uscir di suggezione e disiderano ugualità:ecco le plebi nelle repubbliche aristocratichele quali finalmentecangiano in popolari; dipoi si sforzano superare gli uguali: ecco leplebi nelle repubbliche popolaricorrotte in repubbliche di potenti;finalmente vogliono mettersi sotto le leggi: ecco l'anarchieorepubbliche popolari sfrenatedelle quali non si dà piggioretirannidedove tanti son i tiranni quanti sono gli audaci edissoluti delle città. E quivi le plebifatte accorte da'propi maliper truovarvi rimedio vanno a salvarsi sotto lemonarchie; ch'è la legge regia naturale con la quale Tacitolegittima la monarchia romana sotto di Augusto"qui cunctabellis civilibus fessanomine "principis" sub imperiumaccepit".

XCVI

Dallanatia libertà eslege i nobiliquando sulle famiglie sicomposero le prime cittàfurono ritrosi ed a freno ed a peso:ecco le repubbliche aristocratiche nelle qual'i nobili son i signori;dappoi dalle plebicresciute in gran numero ed agguerriteindutti asofferire e leggi e pesi egualmente coi lor plebei: ecco i nobilinelle repubbliche popolari; finalmenteper aver salva la vitacomodanaturalmente inchinati alla suggezione d'un solo: ecco inobili sotto le monarchie.

Questedue degnità con l'altre innanzidalla sessantesimasestaincominciandosono i princìpi della storia ideal eterna laquale si è sopra detta.

XCVII

Siconceda ciò che ragion non offendecol dimandarsi che dopo ildiluvio gli uomini prima abitarono sopra i montialquanto tempoappresso calarono alle pianuredopo lunga età finalmente siassicurarono di condursi a' lidi del mare.

XCVIII

AppressoStrabone è un luogo d'oro di Platoneche dicedopo iparticolari diluvi ogigio e deucalionioaver gli uomini abitatonelle grotte sui montie gli riconosce ne' Polifemine' qualialtrove rincontra i primi padri di famiglia del mondo; dipoisullefaldee gli avvisa in Dardano che fabbricò Pergamochedivenne poi la ròcca di Troia; finalmentenelle pianureegli scorge in Ilodal quale Troia fu portata nel piano vicino almare e fu detta Ilio.

XCIX

Èpur antica tradizione che Tiro prima fu fondata entro terrae dipoiportata nel lido del mar Fenicio; com'è certa istoria indiessere stata tragittata in un'isola ivi da pressoquindi daAlessandro Magno riattaccata al suo continente.

L'antecedentepostulato e le due degnità che gli vanno appresso ne scuopronoche prima si fondarono le nazioni mediterraneedappoi le marittime.E ne danno un grand'argomento che dimostra l'antichità delpopolo ebreoche da Noè si fondò nella Mesopotamiach'è la terra più mediterranea del primo mondoabitabilee sì fu l'antichissima di tutte le nazioni. Lo chevien confermato perché ivi fondossi la prima monarchiache fuquella degli assirisopra la gente caldeadalla qual eran usciti iprimi sappienti del mondode' quali fu principe Zoroaste.

C

Gliuomini non s'inducono ad abbandonar affatto le propie terreche sononaturalmente care a' natiiche per ultime necessità dellavita; o di lasciarle a tempo che o per l'ingordigia d'arricchire co'traffichio per gelosia di conservare gli acquisti.

Questadegnità è 'l principio delle trasmigrazioni de' popolifatte con le colonie eroiche marittimecon le innondazioni de'barbari (delle quali sole scrisse Wolfango Lazio)con le colonieromane ultime conosciute e con le colonie degli europei nell'Indie.

Equesta stessa degnità ci dimostra che le razze perdute deglitre figliuoli di Noè dovettero andar in un error bestialeperchécol fuggire le fiere (delle quali la gran selva dellaterra doveva pur troppo abbondare) e coll'inseguire le schive eritrose donne (ch'in tale stato selvaggio dovevan essere sommamenteritrose e schive)e poi per cercare pascolo ed acquasiritruovassero dispersi per tutta la terra nel tempo che fulminòla prima volta il cielo dopo il diluvio: onde ogni nazione gentilecominciò da un suo Giove. Perchése avessero duratonell'umanità come il popolo di Dio vi duròsisarebberocome quelloristati nell'Asiachetra per la vastitàdi quella gran parte del mondo e per la scarsezza allora degliuomininon avevano niuna necessaria cagione d'abbandonarequandonon è natural costume ch'i paesi natii s'abbandonino percapriccio.

CI

Ifenici furono i primi navigatori del mondo antico.

CII

Lenazioni nella loro barbarie sono impenetrabiliche si debbonoirrompere da fuori con le guerreo da dentro spontaneamente aprireagli stranieri per l'utilità de' commerzi. Come Psammeticoaprì l'Egitto a' greci dell'Ionia e della Cariai qualidopoi fenicidovetter essere celebri nella negoziazione marittima; ondeper le grandi ricchezzenell'Ionia si fondò il templo diGiunione samia e nella Caria si alzò il mausoleo d'Artemisiache furono due delle sette maraviglie del mondo: la gloria della qualnegoziazione restò a quelli di Rodinella bocca del cui portoergerono il gran colosso del Solech'entrò nel numero dellemaraviglie suddette. Così il Chineseper l'utilità de'commerziha ultimamente aperto la China a' nostri europei.

Questetre degnità ne danno il principio d'un altro etimologico dellevoci d'origine certa stranieradiverso da quello sopra detto dellevoci natie. Ne può altresì dare la storia di nazionidopo altre nazioni portatesi con colonie in terre straniere: comeNapoli si disse dapprima Sirena con voce siriaca - ch'èargomento che i siriovvero fenicivi avessero menato prima ditutti una colonia per cagione di traffichi; - dopo si disse Partenopecon voce eroica grecae finalmente con lingua greca volgare si disseNapoli - che sono pruove che vi fussero appresso passati i greci peraprirvi società di negozi: - ove dovette provenire una linguamescolata di fenicia e di grecadella qualepiù che dellagreca purasi dice Tiberio imperadore essersi dilettato. Appuntocome ne' lidi di Taranto vi fu una colonia siriaca detta Sirii cuiabitatori erano chiamati "siriti"e poi da' greci fu dettaPolieoe ne fu appellata Minerva "poliade"che ivi avevaun suo templo.

Questadegnità altresì dà i princìpi di scienzaall'argomento di che scrisse il Giambullari: che la lingua toscanasia d'origine siriaca. La quale non poté provenire che daglipiù antichi feniciche furono i primi navigatori del mondoanticocome poco sopra n'abbiamo proposto una degnità;perchéappressotal gloria fu de' greci della Caria edell'Ioniae restò per ultimo a' rodiani.

CIII

Sidomanda ciò ch'è necessario concedersi: che nel lidodel Lazio fusse stata menata alcuna greca coloniache poida'romani vinta e distruttafusse restata seppellita nelle tenebredell'antichità.

Seciò non si concedechiunque riflette e combina sopral'antichitàè sbalordito dalla storia romana ove narraErcoleEvandroarcadifrigi dentro del LazioServio Tullio grecoTarquinio Prisco figliuolo di Demarato corintioEnea fondatore dellagente romana. Certamente le lettere latine Tacito osserva somigliantiall'antiche grechequando a' tempi di Servio Tullioper giudizio diLivionon poterono i romani nemmeno udire il famoso nome diPittagorach'insegnava nella sua celebratissima scuola in Cotroneenon incominciaron a conoscersi co' greci d'Italia che con l'occasionedella guerra di Tarantoche portò appresso quella di Pirroco' greci oltramare.

CIV

Èun detto degno di considerazione quello di Dion Cassio: che laconsuetudine è simile al re e la legge al tiranno; che deesiintendere della consuetudine ragionevole e della legge non animata daragion naturale.

Questadegnità dagli effetti diffinisce altresì la grandisputa: "se vi sia diritto in natura o sia egli nell'oppenionedegli uomini"la qual è la stessa che la proposta nelcorollario dell'VIII: "se la natura umana sia socievole".Perchéil diritto natural delle genti essendo stato ordinatodalla consuetudine (la qual Dione dice comandare da re con piacere)non ordinato con legge (che Dion dice comandare da tiranno conforza)perocché egli è nato con essi costumi umaniusciti dalla natura comune delle nazioni (ch'è 'l subbiettoadeguato di questa Scienza)e tal diritto conserva l'umana società;né essendovi cosa più naturale (perché non vi ècosa che piaccia più) che celebrare i naturali costumi: pertutto ciò la natura umanadalla quale sono usciti talicostumiella è socievole.

Questastessa degnitàcon l'ottava e 'l di lei corollariodimostrache l'uomo non è ingiusto per natura assolutamentema pernatura caduta e debole. E 'n conseguenza dimostra il primo principiodella cristiana religionech'è Adamo intieroqual dovettenell'idea ottima essere stato criato da Dio. E quindi dimostra icatolici princìpi della grazia: ch'ella operi nell'uomoch'abbia la privazionenon la niegazione delle buon'operee sìne abbia una potenza inefficacee perciò sia efficace lagrazia; che perciò non può stare senza il principiodell'arbitrio liberoil quale naturalmente è da Dio aiutatocon la di lui provvedenza (come si è detto sopranel secondocorollario della medesima ottava)sulla quale la cristiana convienecon tutte l'altre religioni. Ch'era quello sopra di che GrozioSeldenoPufendorfio dovevanoinnanzi ogni altra cosafondar i lorosistemi e convenire coi romani giureconsultiche diffiniscono ildiritto natural delle genti essere stato dalla divina provvedenzaordinato.

CV

Ildiritto natural delle genti è uscito coi costumi dellenazionitra loro conformi in un senso comune umanosenza alcunariflessione e senza prender essemplo l'una dall'altra.

Questadegnitàcol detto di Dione riferito nell'antecedentestabilisce la provvedenza essere l'ordinatrice del diritto naturaldelle gentiperch'ella è la regina delle faccende degliuomini.

Questastessa stabilisce la differenza del diritto natural degli ebreideldiritto natural delle genti e diritto natural de' filosofi. Perchéle genti n'ebbero i soli ordinari aiuti dalla provvedenza; gli ebrein'ebbero anco aiuti estraordinari dal vero Dioper lo che tutto ilmondo delle nazioni era da essi diviso tra ebrei e genti; e ifilosofi il ragionano più perfetto di quello che 'l costumanle gentii quali non vennero che da un duemila anni dopo essersifondate le genti. Per tutte le quali tre differenze non osservatedebbon cadere gli tre sistemi di Groziodi Seldenodi Pufendorfio.

CVI

Ledottrine debbono cominciare da quando cominciano le materie chetrattano.

Questadegnitàallogata qui per la particolar materia del dirittonatural delle gentiella è universalmente usata in tutte lematerie che qui si trattano; ond'era da proporsi tralle degnitàgenerali: ma si è posta quiperché in questa piùche in ogni altra particolar materia fa vedere la sua verità el'importanza di farne uso.

CVII

Legenti cominciarono prima delle cittàe sono quelle che da'latini si dissero "gentes maiores"o sia casenobili antichecome quelle de' padri de' quali Romolo compose ilsenato ecol senatola romana città: comeal contrariosidissero "gentes minores" le case nobili nuovefondate dopo le cittàcome furono quelle de' padri de' qualiGiunio Brutocacciati gli reriempiè il senatoquasiesausto per le morti de' senatori fatti morire da Tarquinio Superbo.

CVIII

Talefu la divisione degli dèi: tra quelli delle genti maggioriovvero dèi consagrati dalle famiglie innanzi delle città- i quali appo i greci e latini certamente (e qui pruoverassi appo iprimi assiri ovvero caldeifeniciegizi) furono dodici (il qualnovero fu tanto famoso tra i greci che l'intendevano con la solaparola dódeka)e vanno confusamente raccolti in undistico latino riferito ne' Princìpi del Dirittouniversale; i quali però quinel libro secondocon unateogonia naturaleo sia generazione degli dèi naturalmentefatta nelle menti de' greciusciranno così ordinati: GioveGiunone; DianaApollo; VulcanoSaturnoVesta; MarteVenere;MinervaMercurio; Nettunno; - e gli dèi delle genti minoriovvero dèi consegrati appresso dai popolicome Romoloilqualmortoil popolo romano appellò dio Quirino.

Perqueste tre degnitàgli tre sistemi di Groziodi SeldenodiPufendorfio mancano ne loro princìpich'incominciano dallenazioni guardate tra loro nella società di tutto il generumanoil qualeappo tutte le prime nazionicome sarà quidimostratocominciò dal tempo delle famigliesotto gli dèidelle genti dette "maggiori".

CIX

Gliuomini di corte idee stimano diritto quanto si è spiegato conle parole.

CX

Èaurea la diffinizione ch'Ulpiano assegna dell'equità civile:ch'ella è "probabilis quædam rationon omnibushominibus naturaliter cognita (com'è l'equitànaturale)sed paucis tantumquiprudentiausudoctrinapræditididicerunt quæ ad societatis humanæconservationem sunt necessaria". La quale in bell'italianosi chiama "ragion di Stato".

CXI

Ilcerto delle leggi è un'oscurezza della ragione unicamentesostenuta dall'autoritàche le ci fa sperimentare dure nelpraticarlee siamo necessitati praticarle per lo di lor "certo"che in buon latino significa "particolarizzato" ocome lescuole dicono"individuato"; nel qual senso "certum"e "commune"con troppa latina eleganzason oppostitra loro.

Questadegnitàcon le due seguenti diffinizionicostituiscono ilprincipio della ragion strettadella qual è regola l'equitàcivileal cui certoo sia alla determinata particolaritàdelle cui parolei barbarid'idee particolarinaturalmentes'acquetanoe tale stimano il diritto che lor si debba. Onde ciòche in tali casi Ulpiano dice: "lex dura estsed scriptaest"tu diresticon più bellezza latina e conmaggior eleganza legale: "lex dura estsed certa est".

CXII

Gliuomini intelligenti stimano diritto tutto ciò che detta essauguale utilità delle cause.

CXIII

Ilvero delle leggi è un certo lume e splendore di che neillumina la ragion naturale; onde spesso i giureconsulti usan dire"verum est" per "æquum est".

Questadiffinizione come la centoundecimo sono proposizioni particolari perfar le pruove nella particolar materia del diritto natural dellegentiuscite dalle due generalinona e decimache trattano delvero e del certo generalmenteper far le conchiusioni in tutte lematerie che qui si trattano.

CXIV

L'equitànaturale della ragion umana tutta spiegata è una pratica dellasapienza nelle faccende dell'utilitàpoiché"sapienza"nell'ampiezza suaaltro non è chescienza di far uso delle cose qual esse hanno in natura.

Questadegnità con l'altre due seguenti diffinizioni costituiscono ilprincipio della ragion benignaregolata dall'equità naturalela qual è connaturale alle nazioni ingentilite; dalla qualescuola pubblica si dimostrerà esser usciti i filosofi.

Tuttequeste sei ultime proposizioni fermano che la provvedenza ful'ordinatrice del diritto natural delle gentila qual permise chepoiché per lunga scorsa di secoli le nazioni avevano a vivereincapaci del vero e dell'equità naturale (la quale piùrischiararonoappressoi filosofi)esse si attenessero al certo edall'equità civileche scrupolosamente custodisce le paroledegli ordini e delle leggie da queste fussero portate ad osservarlegeneralmente anco ne' casi che riuscissero dureperché siserbassero le nazioni.

Equeste istesse sei proposizionisconosciute dagli tre principi delladottrina del diritto natural delle gentifecero ch'essitutti etreerrassero di concerto nello stabilirne i loro sistemi; perc'hancreduto che l'equità naturale nella sua idea ottima fussestata intesa dalle nazioni gentili fin da' loro primiincominciamentisenza riflettere che vi volle da un duemila anniperché in alcuna fussero provenuti i filosofie senzaprivilegiarvi un popolo con particolarità assistito dal veroDio.





III- DE' PRINCÌPI

Oraper fare sperienza se le proposizioni noverate finora per elementi diquesta Scienza debbano dare la forma alle materie apparecchiate nelprincipio sulla Tavola cronologicapreghiamo il leggitore cherifletta a quanto si è scritto d'intorno a' princìpi diqualunque materia di tutto lo scibile divino ed umano dellagentilitàe combini se egli faccia sconcezza con esseproposizionio tutte o più o una; perché tanto si ècon una quanto sarebbe con tutteperché ogniuna di quelle faacconcezza con tutte. Ché certamente eglifaccendo cotalconfrontos'accorgerà che sono tutti luoghi di confusamemoriatutte immagini di mal regolata fantasiae niun essere partod'intendimentoil qual è stato trattenuto ozioso dalle dueborie che nelle Degnità noverammo. Laondeperchéla boria delle nazionid'essere stata ogniuna la prima del mondocidisanima di ritruovare i princìpi di questa Scienza da'filologi; altronde la boria de' dottii quali vogliono ciòch'essi sanno essere stato eminentemente inteso fin dal principio delmondoci dispera di ritruovargli da' filosofi: quindiper questaricercasi dee far conto come se non vi fussero libri nel mondo.

Main tal densa notte di tenebre ond'è coverta la prima da noilontanissima antichitàapparisce questo lume eternoche nontramontadi questa veritàla quale non si può a pattoalcuno chiamar in dubbio; che questo mondo civile egli certamente èstato fatto dagli uominionde se ne possonoperché se nedebbonoritruovare i princìpi dentro le modificazioni dellanostra medesima mente umana. Lo chea chiunque vi riflettadeerecar maraviglia come tutti i filosofi seriosamente si studiarono diconseguire la scienza di questo mondo naturaledel qualeperchéIddio egli il feceesso solo ne ha la scienza; e traccurarono dimeditare su questo mondo delle nazionio sia mondo civiledelqualeperché l'avevano fatto gli uominine potevanoconseguire la scienza gli uomini. Il quale stravagante effetto èprovenuto da quella miseriala qual avvertimmo nelle Degnitàdella mente umanala qualerestata immersa e seppellita nel corpoè naturalmente inchinata a sentire le cose del corpo e deeusare troppo sforzo e fatiga per intendere se medesimacome l'occhiocorporale che vede tutti gli obbietti fuori di sé ed ha dellospecchio bisogno per vedere se stesso.

Orpoiché questo mondo di nazioni egli è stato fatto dagliuominivediamo in quali cose hanno con perpetuità convenuto etuttavia vi convengono tutti gli uominiperché tali cose nepotranno dare i princìpi universali ed eterniquali devonessere d'ogni scienzasopra i quali tutte sursero e tutte vi siconservano in nazioni.

Osserviamotutte le nazioni così barbare come umanequantunqueperimmensi spazi di luoghi e tempi tra loro lontanedivisamentefondatecustodire questi tre umani costumi: che tutte hanno qualchereligionetutte contraggono matrimoni solennitutte seppelliscono iloro morti; né tra nazioniquantunque selvagge e crudesicelebrano azioni umane con più ricercate cerimonie e piùconsagrate solennità che religionimatrimoni e seppolture.Chéper la degnità che "idee uniforminate trapopoli sconosciuti tra lorodebbon aver un principio comune divero"dee essere stato dettato a tutte: che da queste tre coseincominciò appo tutte l'umanitàe per ciò sidebbano santissimamente custodire da tutte perché 'l mondo nons'infierisca e si rinselvi di nuovo. Perciò abbiamo presiquesti tre costumi eterni ed universali per tre primi princìpidi questa Scienza.

Néci accusino di falso il primo i moderni viaggiatorii quali narranoche popoli del Brasiledi Cafra ed altre nazioni del mondo nuovo (eAntonio Arnaldo crede lo stesso degli abitatori dell'isole chiamateAntille) vivano in società senza alcuna cognizione di Dio; da'quali forse persuasoBayle afferma nel Trattato delle cometeche possano i popoli senza lume di Dio vivere con giustizia; chetanto non osò affermare Polibioal cui detto da talunis'acclama: chese fussero al mondo filosofiche 'n forza dellaragione non delle leggi vivessero con giustiziaal mondo nonfarebbero uopo religioni. Queste sono novelle di viaggiatoricheproccurano smaltimento a' lor libri con mostruosi ragguagli.Certamente Andrea Rudigero nella sua Fisica magnificamenteintitolata divinache vuole che sia l'unica via di mezzo tral'ateismo e la superstizioneegli da' censori dell'universitàdi Genevra (nella qual repubblicacome libera popolaredee esserealquanto più di libertà nello scrivere) è di talsentimento gravemente notato che "'l dica con troppo disicurezza"ch'è lo stesso dire che con non pocod'audacia. Perché tutte le nazioni credono in una divinitàprovvedenteonde quattro e non più si hanno potuto truovarereligioni primarie per tutta la scorsa de' tempi e per tuttal'ampiezza di questo mondo civile: una degli ebreie quindi altrade' cristianiche credono nella divinità d'una mente infinitalibera; la terza de' gentiliche la credono di più dèiimmaginati composti di corpo e di mente liberaondequando voglionosignificare la divinità che regge e conserva il mondodicono"deos immortales"; la quarta ed ultima de'maomettaniche la credono d'un dio infinita mente libera in uninfinito corpoperché aspettano piaceri de' sensi per preminell'altra vita.

Niunacredette in un dio tutto corpo o pure in un dio tutto mente la qualenon fusse libera. Quindi né gli epicureiche non danno altroche corpo ecol corpoil casoné gli stoiciche danno Dioin infinito corpo infinita mente soggetta al fato (che sarebbero pertal parte gli spinosisti)poterono ragionare di repubblica nédi leggie Benedetto Spinosa parla di repubblica come d'una societàche fusse di mercadanti. Per lo che aveva la ragion Ciceroneil qualad Atticoperch'egli era epicureodiceva non poter esso con luiragionar delle leggise quello non gli avesse conceduto che vi siaprovvedenza divina. Tanto le due sètte stoica ed epicurea sonocomportevoli con la romana giurisprudenzala quale pone laprovvedenza divina per principal suo principio!

L'oppenionepoi ch'i concubiticerti di fattod'uomini liberi con femminelibere senza solennità di matrimoni non contengano niunanaturale maliziaella da tutte le nazioni del mondo è ripresadi falso con essi costumi umanico' quali tutte religiosamentecelebrano i matrimoni e con essi diffiniscono che'n grado benchérimessosia tal peccato di bestia. Perciocchéquanto èper tali genitorinon tenendogli congionti niun vincolo necessariodi leggeessi vanno a disperdere i loro figliuoli naturalii qualipotendosi i loro genitori ad ogni ora dividereeglinoabbandonatida entrambideono giacer esposti per esser divorati da' cani; esel'umanità o pubblica o privata non gli allevassedovrebberocrescere senza avere chi insegnasse loro religionené linguané altro umano costume. Ondequanto è per essidiquesto mondo di nazionidi tante belle arti dell'umanitàarricchito ed adornovanno a fare la grande antichissima selva perentro a cui divagavano con nefario ferino errore le brutte fiered'Orfeodelle qual'i figliuoli con le madrii padri con lefigliuole usavano la venere bestiale. Ch'è l'infame nefas delmondo eslegeche Socrate con ragioni fisiche poco propie volevapruovare esser vietato dalla naturaessendo egli vietato dallanatura umanaperché tali concubiti appo tutte le nazioni sononaturalmente abborritiné da talune furono praticati chenell'ultima loro corrozionecome da' persiani.

Finalmentequanto gran principio dell'umanità sieno le seppoltures'immagini uno stato ferino nel quale restino inseppolti i cadaveriumani sopra la terra ad esser ésca de' corvi e cani; chécertamente con questo bestiale costume dee andar di concerto quellod'esser incolti i campi nonché disabitate le cittàeche gli uomini a guisa di porci anderebbono a mangiar le ghiandecòlte dentro il marciume de' loro morti congionti. Onde a granragione le seppolture con quella espressione sublime "foederageneris humani" ci furono diffinite econ minor grandezza"humanitatis commercia" ci furono descritte daTacito. Oltrecchéquesto è un placito nel qualecertamente son convenute tutte le nazioni gentili: che l'animerestassero sopra la terra inquiete ed andassero errando intorno a'loro corpi inseppoltie 'n conseguenza che non muoiano co' lorocorpima che sieno immortali. E che tale consentimento fusse ancorastato dell'antiche barbarece ne convincono i popoli di Guineacomeattesta Ugone Linschotano; di quei del Perù e del MessicoAcostaDe indicis; degli abitatori della VirginiaTommasoAriot; di quelli della Nuova InghilterraRiccardo Waitbornio; diquelli del regno di SciamGiuseffo Scultenio. Laonde Senecaconchiude: "Quum de immortalitate loquimur non leve momentumapud nos habet consensus hominum aut timentium inferos aut colentium:hac persuasione publica utor".



IV- DELMETODO

Perlo intiero stabilimento de' princìpii quali si sono presi diquesta Scienzaci rimane in questo primo libro di ragionare delmetodo che debbe ella usare. Perché dovendo ella cominciaredonde ne incominciò la materiasiccome si è propostonelle Degnitàe sì avendo noi a ripeterlapergli filologidalle pietre di Deucalione e Pirrada' sassid'Anfionedagli uomini nati o da' solchi di Cadmo o dalla durarovere di Virgilio eper gli filosofidalle ranocchie d'Epicurodalle cicale di Obbesda' semplicioni di Grozioda' gittati inquesto mondo senza niuna cura o aiuto di Dio di Pufendorfiogoffi efieri quanto i giganti detti "los patacones"chedicono ritrovarsi presso lo stretto di Magaglianescioè da'polifemi d'Omerone' quali Platone riconosce i primi padri nellostato delle famiglie (questa scienza ci han dato de' princìpidell'umanità così i filologi come i filosofi!); - edovendo noi incominciar a ragionarne da che quelli incominciaron aumanamente pensare; - enella loro immane fierezza e sfrenatalibertà bestialenon essendovi altro mezzoper addimesticarquella ed infrenar questach'uno spaventoso pensiero d'una qualchedivinitàil cui timorecome si è detto nelle Degnitàè 'l solo potente mezzo di ridurre in ufizio una libertàinferocita: - per rinvenire la guisa di tal primo pensiero umano natonel mondo della gentilitàincontrammo l'aspre difficultàche ci han costo la ricerca di ben venti annie dovemmodiscendere da queste nostre umane ingentilite nature a quelle affattofiere ed immanile quali ci è affatto niegato d'immaginare esolamente a gran pena ci è permesso d'intendere.

Pertutto ciò dobbiamo cominciare da una qualche cognizione diDiodella quale non sieno privi gli uominiquantunque selvaggifieri ed immani. Tal cognizione dimostriamo esser questa: che l'uomocaduto nella disperazione di tutti i soccorsi della naturadisiderauna cosa superiore che lo salvasse. Ma cosa superiore alla natura èIddioe questo è il lume ch'Iddio ha sparso sopra tutti gliuomini. Ciò si conferma con questo comune costume umano: chegli uomini libertiniinvecchiandoperché si sentono mancarele forze naturalidivengono naturalmente religiosi.

Matali primi uominiche furono poi i principi delle nazioni gentilidovevano pensare a forti spinte di violentissime passionich'èil pensare da bestie. Quindi dobbiamo andare da una volgar metafisica(la quale si è avvisata nelle Degnitàetruoveremo che fu la teologia de' poeti)e da quelle ripetere ilpensiero spaventoso d'una qualche divinitàch'alle passionibestiali di tal'uomini perduti pose modo e misura e le rendépassioni umane. Da cotal pensiero dovette nascere il conatoil qualè propio dell'umana volontàdi tener in freno i motiimpressi alla mente dal corpoper o affatto acquetarglich'èdell'uomo sappienteo almeno dar loro altra direzione ad usimigliorich'è dell'uomo civile. Questo infrenar il moto de'corpi certamente egli è un effetto della libertàdell'umano arbitrioe sì della libera volontàla qualè domicilio e stanza di tutte le virtù etralle altredella giustiziada cui informata la volontà è 'lsubbietto di tutto il giusto e di tutti i diritti che sono dettatidal giusto.

Perchédar conato a' corpi tanto è quanto dar loro libertà diregolar i lor motiquando i corpi tutti sono agenti necessari innatura; e que' ch'i meccanici dicono "potenze""forze""conati" sono moti insensibili d'essi corpico' quali essio s'appressanocome volle la meccanica anticaa' loro centri digravitào s'allontananocome vuole la meccanica nuovada'loro centri del moto.

Magli uominiper la loro corrotta naturaessendo tiranneggiatidall'amor propioper lo quale non sieguono principalmente che lapropia utilità; onde eglinovolendo tutto l'utile per sée niuna parte per lo compagnonon posson essi porre in conato lepassioni per indirizzarle a giustizia. Quindi stabiliamo: che l'uomonello stato bestiale ama solamente la sua salvezza; presa moglie efatti figliuoliama la sua salvezza con la salvezza delle famiglie;venuto a vita civileama la sua salvezza con la salvezza dellecittà; distesi gl'imperi sopra più popoliama la suasalvezza con la salvezza delle nazioni; unite le nazioni in guerrepaciallianzecommerziama la sua salvezza con la salvezza ditutto il gener umano: l'uomo in tutte queste circostanze amaprincipalmente l'utilità propia. Adunquenon da altri chedalla provvedenza divina deve esser tenuto dentro tali ordini acelebrare con giustizia la famigliarela civile e finalmente l'umanasocietà; per gli quali ordininon potendo l'uomo conseguireciò che vuolealmeno voglia conseguire ciò che deedell'utilità: ch'è quel che dicesi "giusto".Onde quella che regola tutto il giusto degli uomini è lagiustizia divinala quale ci è ministrata dalla divinaprovvedenza per conservare l'umana società.

Perciòquesta Scienzaper uno de' suoi principali aspettidev'essere unateologia civile ragionata della provvedenza divina. La quale sembraaver mancato finoraperché i filosofi o l'hanno sconosciutaaffattocome gli stoici e gli epicureide' quali questi dicono cheun concorso cieco d'atomi agitaquelli che una sorda catena dicagioni e d'effetti strascina le faccende degli uomini; o l'hannoconsiderata solamente sull'ordine delle naturali coseonde "teologianaturale" essi chiamano la metafisicanella quale contemplanoquesto attributo di Dioe 'l confermano con l'ordine fisico che siosserva ne' moti de' corpicome delle sferedegli elementie nellacagion finale sopra l'altre naturali cose minori osservata. E puresull'iconomia delle cose civili essi ne dovevano ragionare con tuttala propietà della vocecon la quale la provvedenza fuappellata "divinità" da "divinari""indovinare"ovvero intendere o 'l nascosto agli uominich'è l'avvenireo 'l nascosto degli uominich'è lacoscienza; ed è quella che propiamente occupa la prima eprincipal parte del subbietto della giurisprudenzache son le cosedivinedalle quali dipende l'altra che 'l compieche sono le coseumane. Laonde cotale Scienza dee essere una dimostrazioneper cosìdiredi fatto istorico della provvedenzaperché dee essereuna storia degli ordini che quellasenza verun umano scorgimento oconsiglioe sovente contro essi proponimenti degli uominiha dato aquesta gran città del gener umanochéquantunquequesto mondo sia stato criato in tempo e particolareperò gliordini ch'ella v'ha posto sono universali ed eterni. Per tutto ciòentro la contemplazione di essa provvedenza infinita ed eterna questaScienza ritruova certe divine pruovecon le quali si conferma edimostra. Impercioché la provvedenza divinaavendo per suaministra l'onnipotenzavi debbe spiegar i suoi ordini per vie tantofacili quanto sono i naturali costumi umani; perc'ha per consiglierala sapienza infinitaquanto vi dispone debbe essere tutto ordine;perc'ha per suo fine la sua stessa immensa bontàquanto viordina debb'esser indiritto a un bene sempre superiore a quello chesi han proposto essi uomini.

Pertutto ciònella deplorata oscurità de' princìpie nell'innumerabile varietà de' costumi delle nazionisopraun argomento divino che contiene tutte le cose umanequi pruove nonsi possono più sublimi disiderare che queste istesse che cidaranno la naturalezzal'ordine e 'l finech'è essaconservazione del gener umano. Le quali pruove vi riuscirannoluminose e distinteove rifletteremo con quanta facilità lecose nascono ed a quali occasioniche spesso da lontanissime partie talvolta tutte contrarie ai proponimenti degli uominivengono e visi adagiano da se stesse; e tali pruove ne somministra l'onnipotenza.Combinarle e vederne l'ordinea quali tempi e luoghi loro propinascono le cose orache vi debbono nascer orae l'altre sidifferiscono nascer ne' tempi e ne' luoghi loronello cheall'avviso d'Orazioconsiste tutta la bellezza dell'ordine; e talipruove ci apparecchia l'eterna sapienza. E finalmente considerare sesiam capaci d'intendere sea quelle occasioniluoghi e tempipotevano nascere altri benefìci divinico' qualiin tali otali bisogni o malori degli uominisi poteva condurre meglio a benee conservare l'umana società; e tali pruove ne daràl'eterna bontà di Dio.

Ondela propia continua pruova che qui farassi sarà il combinar eriflettere se la nostra mente umananella serie de' possibili laquale ci è permesso d'intenderee per quanto ce n'èpermessopossa pensare o più o meno o altre cagioni di quelleond'escono gli effetti di questo mondo civile. Lo che faccendoilleggitore pruoverà un divin piacerein questo corpo mortaledi contemplare nelle divine idee questo mondo di nazioni per tutta ladistesa de' loro luoghitempi e varietà; e truoverassi averconvinto di fatto gli epicurei che 'l loro caso non puòpazzamente divagare e farsi per ogni parte l'uscitae gli stoici chela loro catena eterna delle cagionicon la qual vogliono avvinto ilmondoella penda dall'onnipotentesaggia e benigna volontàdell'Ottimo Massimo Dio.

Questesublimi pruove teologiche naturali ci saran confermate con leseguenti spezie di pruove logiche: chenel ragionare dell'originidelle cose divine ed umane della gentilitàse ne giugne aque' primi oltre i quali è stolta curiosità di domandaraltri primich'è la propia caratteristica de' princìpi;se ne spiegano le particolari guise del loro nascimentoche siappella "natura"ch'è la nota propissima dellascienza; e finalmente si confermano con l'eterne propietà checonservanole quali non posson altronde esser nate che da tali e nonaltri nascimentiin tali tempiluoghi e con tali guiseo sia datali naturecome se ne sono proposte sopra due Degnità.

Perandar a truovare tali nature di cose umane procede questa Scienza conuna severa analisi de' pensieri umani d'intorno all'umane necessitào utilità della vita socievoleche sono i due fonti perennidel diritto natural delle genticome pure nelle Degnitàsi è avvisato. Ondeper quest'altro principale suo aspettoquesta Scienza è una storia dell'umane ideesulla qualesembra dover procedere la metafisica della mente umana; la qualregina delle scienzeper la Degnità che "lescienze debbono incominciare da che n'incominciò la materia"cominciò d'allora ch'i primi uomini cominciarono a umanamentepensarenon già da quando i filosofi cominciaron a rifletteresopra l'umane idee (come ultimamente n'è uscito alla luce unlibricciuolo erudito e dotto col titolo Historia de ideischesi conduce fin all'ultime controversie che ne hanno avuto i due primiingegni di questa etàil Leibnizio e 'l Newtone).

Eper determinar i tempi e i luoghi a sì fatta istoriacioèquando e dove essi umani pensieri nacqueroe sì accertarlacon due sue propie cronologia e geografiaper dir cosìmetafisichequesta Scienza usa un'arte criticapur metafisicasopra gli autori d'esse medesime nazionitralle quali debbonocorrere assai più di mille anni per potervi provenir gliscrittorisopra i quali la critica filologica si è finoroccupata. E 'l criterio di che si serveper una Degnitàsovrapostaè quelloinsegnato dalla provvedenza divinacomune a tutte le nazioni; ch'è il senso comune d'esso generumanodeterminato dalla necessaria convenevolezza delle medesimeumane coseche fa tutta la bellezza di questo mondo civile. Quindiregna in questa Scienza questa spezie di pruove: che tali dovetterodebbono e dovranno andare le cose delle nazioni quali da questaScienza son ragionateposti tali ordini dalla provvedenza divinafusse anco che dall'eternità nascessero di tempo in tempomondi infiniti; lo che certamente è falso di fatto.

Ondequesta Scienza viene nello stesso tempo a descrivere una storia idealeternasopra la quale corron in tempo le storie di tutte le nazionine' loro sorgimentiprogressistatidecadenze e fini. Anzi ciavvanziamo ad affermare ch'in tanto chi medita questa Scienza eglinarri a se stesso questa storia ideal eternain quanto - essendoquesto mondo di nazioni stato certamente fatto dagli uomini (ch'è'l primo principio indubitato che se n'è posto qui sopra)eperciò dovendosene ritruovare la guisa dentro le modificazionidella nostra medesima mente umana - egliin quella pruova "dovettedevedovrà"esso stesso sel faccia; perchéoveavvenga che chi fa le cose esso stesso le narriivi non puòessere più certa l'istoria. Così questa Scienza procedeappunto come la geometriachementre sopra i suoi elementi ilcostruisce o 'l contemplaessa stessa si faccia il mondo dellegrandezze; ma con tanto più di realità quanta piùne hanno gli ordini d'intorno alle faccende degli uominiche non nehanno puntilineesuperficie e figure. E questo istesso èargomento che tali pruove sieno d'una spezie divina e che debbanooleggitorearrecarti un divin piacereperocché in Dio ilconoscer e 'l fare è una medesima cosa.

Oltracciòquandoper le diffinizioni del vero e del certo sopra propostegliuomini per lunga età non poteron esser capaci del vero e dellaragionech'è 'l fonte della giustizia internadella quale sisoddisfano gl'intelletti - la qual fu praticata dagli ebreich'illuminati dal vero Dio erano proibiti dalla di lui divina leggedi far anco pensieri meno che giustide' quali niuno di tutti ilegislatori mortali mai s'impacciò (perché gli ebreicredevano in un Dio tutto mente che spia nel cuor degli uominie igentili credevano negli dèi composti di corpi e mente che nolpotevano); e fu poi ragionata da' filosofii quali non provenneroche duemila anni dopo essersi le loro nazioni fondate; - frattanto sigovernassero col certo dell'autoritàcioè con lostesso criterio ch'usa questa critica metafisicail qual è 'lsenso comune d'esso gener umano (di cui si è la diffinizionesopranegli Elementiproposta)sopra il quale riposano lecoscienze di tutte le nazioni. Talchéper quest'altroprincipale riguardoquesta Scienza vien ad essere una filosofiadell'autoritàch'è 'l fonte della "giustiziaesterna" che dicono i morali teologi. Della qual autoritàdovevano tener conto gli tre principi della dottrina d'intorno aldiritto natural delle gentie non di quella tratta da' luoghi degliscrittori; della quale niuna contezza aver poterono gli scrittoriperché tal autorità regnò tralle nazioni assaipiù di mille anni innanzi di potervi provenir gli scrittori.Onde Groziopiù degli altri due come dotto cosìeruditoquasi in ogni particolar materia di tal dottrina combatte iromani giureconsulti; ma i colpi tutti cadono a vuotoperchéquelli stabilirono i loro princìpi del giusto sopra il certodell'autorità del gener umanonon sopra l'autoritàdegli addottrinati.

Questesono le pruove filosofiche ch'userà questa Scienzae 'nconseguenza quelle che per conseguirla son assolutamente necessarie.Le filologiche vi debbono tenere l'ultimo luogole quali tutte aquesti generi si riducono.

Primoche sulle cose le quali si meditano vi convengono le nostremitologienon isforzate e contortema dirittefacili e naturaliche si vedranno essere istorie civili de' primi popolii quali sitruovano dappertutto essere stati naturalmente poeti.

Secondovi convengono le frasi eroicheche vi si spiegano con tutta laverità de' sentimenti e tutta la propietàdell'espressioni.

Terzoche vi convengono l'etimologie delle lingue natieche ne narrano lestorie delle cose ch'esse voci significanoincominciando dallapropietà delle lor origini e prosieguendone i naturaliprogressi de' lor trasporti secondo l'ordine dell'ideesul quale deeprocedere la storia delle linguecome nelle Degnitàsta premesso.

Quartovi si spiega il vocabolario mentale delle cose umane socievolisentite le stesse in sostanza da tutte le nazioni e per le diversemodificazioni spiegate con lingue diversamentequale si ènelle Degnità divisato.

Quintovi si vaglia dal falso il vero in tutto ciò che per lungotratto di secoli ce ne hanno custodito le volgari tradizionilequaliperocché sonosi per sì lunga età e daintieri popoli custoditeper una Degnità soprapostadebbon avere avuto un pubblico fondamento di vero.

Sestoi grandi frantumi dell'antichitàinutili finor alla scienzaperché erano giaciuti squalliditronchi e slogatiarrecanode' grandi lumitersicomposti ed allogati ne' luoghi loro.

Settimoed ultimosopra tutte queste cosecome loro necessarie cagionivireggono tutti gli effetti i quali ci narra la storia certa.

Lequali pruove filologiche servono per farci vedere di fatto le cosemeditate in idea d'intorno a questo mondo di nazionisecondo ilmetodo di filosofare del Verulamioch'è "cogitarevidere"; ond'è cheper le pruove filosofiche innanzifattele filologichele quali succedono appressovengono nellostesso tempo e ad aver confermata l'autorità loro con laragione ed a confermare la ragione con la loro autorità.

Conchiudiamotutto ciò che generalmente si è divisato d'intorno allostabilimento de' princìpi di questa Scienza: chepoichéi di lei princìpi sono provvedenza divinamoderazione dipassioni co' matrimoni e immortalità dell'anime umane con leseppolture; e 'l criterio che usa è che ciò che sisente giusto da tutti o la maggior parte degli uomini debba essere laregola della vita socievole (ne' quali princìpi e criterioconviene la sapienza volgare di tutti i legislatori e la sapienzariposta degli più riputati filosofi): questi deon esser iconfini dell'umana ragione. E chiunque se ne voglia trar fuoriegliveda di non trarsi fuori da tutta l'umanità.





LIBROSECONDO

DELLASAPIENZA POETICA

 

Perciò che sopra si è detto nelle Degnità:che tutte le storie delle nazioni gentili hanno avuto favolosiprincìpie che appo i greci (da' quali abbiamo tutto ciòch'abbiamo dell'antichità gentilesche) i primi sappienti furoni poeti teologie la natura delle cose che sono mai nate o fatteporta che sieno rozze le lor origini; tali e non altrimenti si deonostimare quelle della sapienza poetica. E la somma e sovrana stima conla qual è fin a noi pervenutaella è nata dalle dueborie nelle Degnità divisateuna delle nazionil'altra de' dottie più che da quella delle nazioni ella ènata dalla boria de' dottiper la quale come Manetonesommopontefice egizioportò tutta la storia favolosa egiziaca aduna sublime teologia naturalecome dicemmo nelle Degnitàcosì i filosofi greci portarono la loro alla filosofia. Négià solamente per ciò - perchécome sopra purvedemmo nelle Degnitàerano loro entrambecotal'istorie pervenute laidissime- ma per queste cinque altrecagioni.

Laprima fu la riverenza della religioneperché con le favolefurono le gentili nazioni dappertutto sulla religione fondate. Laseconda fu il grande effetto indi seguìto di questo mondocivilesì sappientemente ordinato che non poté essereffetto che d'una sovraumana sapienza. La terza furono l'occasionichecome qui dentro vedremoesse favoleassistite dallavenerazione della religione e dal credito di tanta sapienzadiedera' filosofi di porsi in ricerca e di meditare altissime cose infilosofia. La quarta furono le comoditàcome pur qui dentrofarem conosceredi spiegar essi le sublimi da lor meditate cose infilosofia con l'espressioni che loro n'avevano per ventura lasciato ipoeti. La quinta ed ultimache val per tutteper appruovar essifilosofi le cose da essolor meditate con l'autorità dellareligione e con la sapienza de' poeti. Delle quali cinque cagioni ledue prime contengono le lodil'ultima le testimonianzechedentroi lor errori medesimidissero i filosofi della sapienza divinalaquale ordinò questo mondo di nazioni; la terza e quarta sonoinganni permessi dalla divina provvedenza ond'essi provenisserfilosofi per intenderla e riconoscerlaqual ella è veramenteattributo del vero Dio.

Eper tutto questo libro si mostrerà che quanto prima avevanosentito d'intorno alla sapienza volgare i poetitanto intesero poid'intorno alla sapienza riposta i filosofi; talché si possonoquelli dire essere stati il senso e questi l'intelletto del generumano; di cui anco generalmente sia vero quello da Aristotile dettoparticolarmente di ciascun uomo: "Nihil est in intellectuquin prius fuerit in sensu"cioè che la mente umananon intenda cosa della quale non abbia avuto alcun motivo (ch'imetafisici d'oggi dicono "occasione") da' sensila qualeallora usa l'intelletto quandoda cosa che senteraccoglie cosa chenon cade sotto de' sensi; lo che propiamente a' latini vuol dir"intelligere".



1.DELLA SAPIENZA GENERALMENTE

Orainnanzi di ragionare della sapienza poeticaci fa mestieri di vederegeneralmente che cosa sia essa sapienza. Ella è sapienza lafacultà che comanda a tutte le disciplinedalle qualis'apprendono tutte le scienze e l'arti che compiono l'umanità.Platone diffinisce la sapienza esser la perfezionatrice dell'uomo.Egli è l'uomo non altronel propio esser d'uomoche mente edanimoo vogliam dire intelletto e volontà. La sapienza deecompier all'uomo entrambe queste due partie la seconda in séguitodella primaacciocché dalla mente il luminata con lacognizione delle cose altissime l'animo s'induca all'elezione dellecose ottime. Le cose altissime in quest'universo son quelle ches'intendono e si ragionan di Dio; le cose ottime son quelle cheriguardano il bene di tutto il gener umano: quelle "divine"e queste si dicono "umane cose". Adunque la vera sapienzadeve la cognizione delle divine cose insegnare per condurre a sommobene le cose umane. Crediamo che Marco Terenzio Varroneil qualemeritò il titolo di "dottissimo de' romani"suquesta pianta avesse innalzata la sua grand'opera Rerum divinarumet humanarumdella quale l'ingiuria del tempo ci fa sentire lagran mancanza. Noi in questo libro ne trattiamo secondo la debolezzadella nostra dottrina e scarsezza della nostra erudizione.

Lasapienza tra' gentili cominciò dalla musala qual è daOmero in un luogo d'oro dell'Odissea diffinita "scienzadel bene e del male"la qual poi fu detta "divinazione";sul cui natural divietoperché di cosa naturalmente niegataagli uominiIddio fondò la vera religione agli ebreiondeuscì la nostra de' cristianicome se n'è proposta unaDegnità. Sicché la musa dovett'esserepropiamente dapprima la scienza in divinità d'auspìci;la qualecome innanzi nelle Degnità si è detto(e piùappressose ne dirà)fu la sapienza volgaredi tutte le nazioni di contemplare Dio per l'attributo della suaprovvedenzaper la qualeda "divinari"la di luiessenza appellossi divinità. E di tal sapienza vedremoappresso essere stati sappienti i poeti teologii quali certamentefondarono l'umanità della Grecia; onde restò a' latinidirsi professori di sapienza gli astrologhi giudiziari. Quindisapienza fu poi detta d'uomini chiari per avvisi utili dati al generumanoonde furono detti i sette sappienti della Grecia. Appressosapienza s'avanzò a dirsi d'uomini ch'a bene de' popoli edelle nazioni saggiamente ordinano repubbliche e le governano. Dappois'innoltrò la voce "sapienza" a significare lascienza delle divine cose naturaliqual è la metafisicacheperciò si chiama scienza divinala qualeandando a conoscerela mente dell'uomo in Dioper ciò che riconosce Dio fonted'ogni verodee riconoscerlo regolator d'ogni bene; talché lametafisica dee essenzialmente adoperarsi a bene del gener umanoilquale si conserva sopra questo senso universale: che sialadivinitàprovvedente; onde forse Platoneche la dimostrameritò il titolo di divinoe perciò quella che niega aDio un tale e tanto attributoanziché "sapienza"dee "stoltezza" appellarsi. Finalmente "sapienza"tra gli ebreie quindi tra noi cristianifu detta la scienza dicose eterne rivelate da Diola quale appo i toscaniper l'aspettodi scienza del vero bene e del vero maleforse funne dettacol suoprimo vocabolo"scienza in divinità".

Quindisi deon fare tre spezie di teologiacon più di veritàdi quelle che ne fece Varrone: unateologia poeticala qual fu de'poeti teologiche fu la teologia civile di tutte le nazioni gentili;un'altrateologia naturalech'è quella de' metafisici; e 'nluogo della terza che ne pose Varronech'è la poeticalaqual appo i gentili fu la stessa che la civile (la qual Varronedistinse dalla civile e dalla naturaleperocchéentrato nelvolgare comun errore che dentro le favole si contenessero altimisteri di sublime filosofiala credette mescolata dell'unadell'altra)poniamo per terza spezie la nostra teologia cristianamescolata di civile e di naturale e di altissima teologia rivelataetutte e tre tra loro congionte dalla contemplazione della provvedenzadivina. La quale così condusse le cose umane chedallateologia poetica che le regolava a certi segni sensibilicredutidivini avvisi mandati agli uomini dagli dèiper mezzo dellateologia naturaleche dimostra la provvedenza per eterne ragioni chenon cadono sotto i sensile nazioni si disponessero a ricevere lateologia rivelata in forza d'una fede sopranaturalenonché a'sensisuperiore ad esse umane ragioni.



2.PROPOSIZIONE E PARTIZIONE DELLA SAPIENZA POETICA

Maperché la metafisica è la scienza sublimecheripartisce i certi loro subbietti a tutte le scienze che si dicono"subalterne"; e la sapienza degli antichi fu quella de'poeti teologii quali senza contrasto furono i primi sappienti delgentilesimocome si è nelle Degnità stabilito;e le origini delle cose tutte debbono per natura esser rozze:dobbiamo per tutto ciò dar incominciamento alla sapienzapoetica da una rozza lor metafisicadalla qualecome da un troncosi diramino per un ramo la logicala moralel'iconomica e lapoliticatutte poetiche; e per un altro ramotutte eziandiopoetichela fisicala qual sia stata madre della loro cosmografiae quindi dell'astronomiache ne dia accertate le due sue figliuoleche sono cronologia e geografia. E con ischiarite e distinte guisefarem vedere come i fondatori dell'umanità gentilesca con laloro teologia naturale (o sia metafisica) s'immaginarono gli dèicon la loro logica si truovarono le linguecon la morale sigenerarono gli eroicon l'iconomica si fondarono le famigliecon lapolitica le città; come con la loro fisica si stabilirono iprincìpi delle cose tutte divinicon la fisica particolaredell'uomo in un certo modo generarono se medesimicon la lorocosmografia si finsero un lor universo tutto di dèiconl'astronomia portarono da terra in cielo i pianeti e lecostellazionicon la cronologia diedero principio ai tempie con lageografia i greciper cagion di esemplosi descrissero il mondodentro la loro Grecia.

Dital maniera questa Scienza vien ad essere ad un fiato una storiadell'ideecostumi e fatti del gener umano. E da tutti e tre sivedranno uscir i princìpi della storia della natura umanaequesti esser i princìpi della storia universalela qualesembra ancor mancare ne' suoi princìpi.



3.DEL DILUVIO UNIVERSALE E DE' GIGANTI

Gliautori dell'umanità gentilesca dovetter essere uomini dellerazze di Camche molto prestamentedi Giafetche alquanto dopoefinalmente di Semch'altri dopo altri tratto tratto rinnunziaronoalla vera religione del loro comun padre Noèla qual solanello stato delle famiglie poteva tenergli in umana societàcon la società de' matrimonie quindi di esse famigliemedesime. E perciò dovetter andar a dissolver i matrimoni edisperdere le famiglie coi concubiti incerti; econ un ferino errordivagando per la gran selva della terra - quella di Cam per l'Asiameridionaleper l'Egitto e 'l rimanente dell'Affrica; quella diGiafet per l'Asia settentrionalech'è la Sciziae di làper l'Europa; quella di Sem per tutta l'Asia di mezzo ad essoOriente- per campar dalle fieredelle quali la gran selva bendoveva abbondaree per inseguire le donnech'in tale stato dovevanesser selvaggeritrose e schivee sì sbandati per truovarepascolo ed acquale madri abbandonando i loro figliuoliquestidovettero tratto tratto crescere senza udir voce umana nonchéapprender uman costumeonde andarono in uno stato affatto bestiale eferino. Nel quale le madricome bestiedovettero lattare solamentei bambini e lasciargli nudi rotolare dentro le fecce loro propieedappena spoppati abbandonargli per sempre; e questi - dovendosirotolare dentro le loro feccele quali co' sali nitrimaravigliosamente ingrassano i campi; - e sforzarsi per penetrare lagran selvache per lo fresco diluvio doveva esser foltissimapergli quali sforzi dovevano dilatar altri muscoli per tenderne altrionde i sali nitri in maggior copia s'insinuavano ne' loro corpi; - esenza alcuno timore di dèidi padridi maestriil qualassidera il più rigoglioso dell'età fanciullesca; -dovettero a dismisura ingrandire le carni e l'ossae crescerevigorosamente robustie sì provenire giganti. Ch'è laferina educazioneed in grado più fiera di quella nellaqualecome nelle Degnità si è sopra avvisatoCesare e Tacito rifondono la cagione della gigantesca statura degliantichi germanionde fu quella de' goti che dice Procopioe qualoggi è quella de los patacones che si credono presso lostretto di Magaglianes; d'intorno alla quale han detto tante inezie ifilosofi in fisicaraccolte dal Cassanione che scrisse Degigantibus. De' quali giganti si sono truovati e tuttavia sitruovanoper lo più sopra i monti (la qual particolaritàmolto rileva per le cose ch'appresso se n'hanno a dire)i vastiteschi e le ossa d'una sformata grandezzala quale poi con levolgari tradizioni si alterò all'eccessoper ciò che asuo luogo diremo.

Digiganti così fatti fu sparsa la terra dopo il diluviopoichécome gli abbiamo veduti sulla storia favolosa de' grecicosìi filologi latinisenza avvedersenegli ci hanno narrati sullavecchia storia d'Italiaov'essi dicono che gli antichissimi popolidell'Italia detti "aborigini" si dissero autóchthonesche tanto suona quanto "figliuoli della Terra"ch'a' grecie latini significano "nobili". E con tutta propietài figliuoli della Terra da' greci furon detti "giganti"onde madre de' giganti dalle favole ci è narrata la Terra; edautóchthones de' greci si devono voltare in latino"indigenæ"che sono propiamente i natii d'unaterrasiccome gli dèi natii d'un popolo o nazione si dissero"dii indigetes"quasi "inde geniti"ed oggi più speditamente si direbbono "ingeniti".Perocché la sillaba "de"quiè unadelle ridondanti delle prime lingue de' popolile quali qui appressoragioneremo; come ne giunsero de' latini quella "induperator"per "imperator"e nelle leggi delle XII Tavolequella "endoiacito" per "iniicito"(onde forse rimasero dette "induciæ" gliarmistiziquasi "iniiciæ"perchédebbon essere state così dette da "icere foedus""far patto di pace"). Siccomeal nostro propositodagl'"indigeni"ch'or ragioniamorestarono detti"ingenui"i qualiprima e propiamentesignificarono "nobili" (onde restarono dette "artesingenuæ""arti nobili")e finalmenterestarono a significar "liberi" (ma pur "artesliberales" restaron a significar "arti nobili")perché di soli nobilicome appresso sarà dimostrosicomposero le prime cittànelle qual'i plebei furono schiavi oabbozzi di schiavi.

Glistessi latini filologi osservano che tutti gli antichi popoli furondetti "aborigini"e la sagra storia ci narra esserne statiintieri popoliche si dissero emmei e zanzummeich'i dotti dellalingua santa spiegano "giganti"uno de' quali fu Nebrot; ei giganti innanzi il diluvio la stessa storia sagra gli diffinisce"uomini fortifamosipotenti del secolo". Perchégli ebreicon la pulita educazione e col timore di Dio e de' padridurarono nella giusta staturanella qual Iddio aveva criato AdamoeNoè aveva procriato i suoi tre figliuoli; ondeforse inabbominazione di ciògli ebrei ebbero tante leggicerimonialiche s'appartenevano alla pulizia de' lor corpi. E neserbarono un gran vestigio i romani nel pubblico sagrifizio con cuicredevano purgare la città da tutte le colpe de' cittadiniilquale facevano con l'acqua e 'l fuoco; con le quali due cose essicelebravano altresì le nozze solennie nella comunanza dellestesse due cose riponevano di più la cittadinanzala cuiprivazione perciò dissero "interdictum aqua et igni";e tal sagrifizio chiamavano "lustrum"cheperchédentro tanto tempo si ritornava a faresignificò lo spazio dicinque annicome l'olimpiade a' greci significò quel diquattro; e "lustrum" appo i medesimi significò"covile di fiere"ond'è "lustrari"che significa egualmente e "spiare" e "purgare"che dovette significar dapprima spiare sì fatti lustri epurgargli dalle fiere ivi dentro intanate; e "aqua lustralis"restò detta quella ch'abbisognava ne' sagrifizi. E i romanicon più accorgimento forse che i greciche incominciarono anoverare gli anni dal fuoco che attaccò Ercole alla selvanemea per seminarvi il frumento (ond'essocome accennammo nell'Ideadell'opera e appieno vedremo appressone fondòl'olimpiadi); con più accorgimentodiciamoi romanidall'acqua delle sagre lavande cominciarono a noverare i tempi perlustriperocché dall'acquala cui necessità s'inteseprima del fuoco (comenelle nozze e nell'interdettodissero prima"aqua" e poi "igni")avesseincominciato l'umanità. E questa è l'origine dellesagre lavande che deono precedere a' sagrifiziil qual costume fu edè comune di tutte le nazioni. Con tal pulizia de' corpi e coltimore degli dèi e de' padriil quale si troveràedegli uni e degli altriessere ne' primi tempi statospaventosissimoavvenne che i giganti degradarono alle nostre giustestature: il perché forse da politéiach'appo igreci vuol dir "governo civile"venne a latini detto"politus""nettato" e "mondo".

Taldegradamento dovette durar a farsi fin a' tempi umani delle nazionicome il dimostravano le smisurate armi de' vecchi eroile qualiinsieme con l'ossa e i teschi degli antichi gigantiAugustoalriferire di Suetonioconservava nel suo museo. Quindicome si ènelle Degnità divisatodi tutto il primo mondo degliuomini si devono fare due generi: cioè uno d'uomini di giustacorporaturache furon i soli ebreie l'altro di gigantiche furonogli autori delle nazioni gentili; e de' giganti fare due spezie: unade' figliuoli della Terraovvero nobiliche diedero il nome all'etàde' giganticon tutta la propietà di tal vocecome si èdetto (e la sagra storia gli ci ha diffiniti "uomini fortifamosipotenti del secolo"); l'altrameno propiamente dettadegli altri giganti signoreggiati.

Iltempo di venire gli autori delle nazioni gentili in sì fattostato si determina cento anni dal diluvio per la razza di Semeduecento per quelle di Giafet e di Camcome sopra ve n'ha unpostulato; e quindi a poco se n'arrecherà la storia fisicanarrataci bensì dalle greche favolema finora non avvertitala quale nello stesso tempo ne darà un'altra storia fisicadell'universale diluvio.



I- METAFISICA POETICA



1.DELLAMETAFISICA POETICACHE NE DÀ L'ORIGINI DELLA POESIADELL'IDOLATRIADELLA DIVINAZIONE E DE' SAGRIFIZI

Dasì fatti primi uoministupidiinsensati ed orribilibestionitutti i filosofi e filologi dovevan incominciar a ragionarela sapienza degli antichi gentilicioè da' gigantitestépresi nella loro propia significazionede' quali il padre BoulducDe ecclesia ante Legemdice che i nomi de' giganti ne' sagrilibri significano "uomini piivenerabiliillustri"; loche non si può intendere che de' giganti nobilii quali conla divinazione fondarono le religioni a' gentili e diedero il nomeall'età de' giganti. E dovevano incominciarla dallametafisicasiccome quella che va a prendere le sue pruove non giàda fuori ma da dentro le modificazioni della propia mente di chi lameditadentro le qualicome sopra dicemmoperché questomondo di nazioni egli certamente è stato fatto dagli uominise ne dovevan andar a truovar i princìpi; e la natura umanain quanto ella è comune con le bestieporta seco questapropietà: ch'i sensi sieno le sole vie ond'ella conosce lecose.

Adunquela sapienza poeticache fu la prima sapienza della gentilitàdovette incominciare da una metafisicanon ragionata ed astrattaqual è questa or degli addottrinatima sentita ed immaginataquale dovett'essere di tai primi uominisiccome quelli ch'erano diniuno raziocinio e tutti robusti sensi e vigorosissime fantasiecom'è stato nelle Degnità stabilito. Questa fula loro propia poesiala qual in essi fu una facultà loroconnaturale (perch'erano di tali sensi e di sì fatte fantasienaturalmente forniti)nata da ignoranza di cagionila qual fu loromadre di maraviglia di tutte le coseche quelliignoranti di tuttele cosefortemente ammiravanocome si è accennato nelleDegnità. Tal poesia incominciò in essi divinaperché nello stesso tempo ch'essi immaginavano le cagionidelle coseche sentivano ed ammiravanoessere dèicomenelle Degnità il vedemmo con Lattanzio (ed ora ilconfermiamo con gli americanii quali tutte le cose che superano laloro picciola capacità dicono esser dèi; a' qualiaggiugniamo i germani antichiabitatori presso il mar Agghiacciatode' quali Tacito narra che dicevano d'udire la notte il Solechedall'occidente passava per mare nell'orienteed affermavano divedere gli dèi: le quali rozzissime e semplicissime nazioni cidanno ad intendere molto più di questi autori della gentilitàde' quali ora qui si ragiona); nello stesso tempodiciamoalle coseammirate davano l'essere di sostanze dalla propia lor ideach'èappunto la natura de' fanciullichecome se n'è proposta unadegnitàosserviamo prendere tra mani cose inanimate etrastullarsi e favellarvi come fusserquellepersone vive.

Incotal guisa i primi uomini delle nazioni gentilicome fanciulli delnascente gener umanoquali gli abbiamo pur nelle Degnitàdivisatodalla lor idea criavan essi le cosema con infinitadifferenza però dal criare che fa Iddio: perocchéIddionel suo purissimo intendimentoconosce econoscendolecriale cose; essiper la loro robusta ignoranzail facevano in forzad'una corpolentissima fantasiaeperch'era corpolentissimailfacevano con una maravigliosa sublimitàtal e tanta cheperturbava all'eccesso essi medesimi che fingendo le si criavanoonde furon detti "poeti"che lo stesso in greco suona che"criatori". Che sono gli tre lavori che deve fare la poesiagrandecioè di ritruovare favole sublimi confacentiall'intendimento popolarescoe che perturbi all'eccessoperconseguir il finech'ella si ha propostod'insegnar il volgo avirtuosamente operarecom'essi l'insegnarono a se medesimi; lo cheor ora si mostrerà. E di questa natura di cose umane restòeterna propietàspiegata con nobil espressione da Tacito: chevanamente gli uomini spaventati "fingunt simul creduntque".

Contali nature si dovettero ritruovar i primi autori dell'umanitàgentilesca quando - dugento anni dopo il diluvio per lo resto delmondo e cento nella Mesopotamiacome si è detto in unpostulato (perché tanto di tempo v'abbisognò perridursi la terra nello stato chedisseccata dall'umidoredell'universale innondazionemandasse esalazioni seccheo sienomaterie ignitenell'aria ad ingenerarvisi i fulmini) - il cielofinalmente folgoròtuonò con folgori e tuonispaventosissimicome dovett'avvenire per introdursi nell'aria laprima volta un'impressione sì violenta. Quivi pochi gigantiche dovetter esser gli più robustich'erano dispersi per gliboschi posti sull'alture de' montisiccome le fiere piùrobuste ivi hanno i loro covilieglinospaventati ed attoniti dalgrand'effetto di che non sapevano la cagionealzarono gli occhi edavvertirono il cielo. E perché in tal caso la natura dellamente umana porta ch'ella attribuisca all'effetto la sua naturacomesi è detto nelle Degnitàe la natura loro erain tale statod'uomini tutti robuste forze di corpocheurlandobrontolandospiegavano le loro violentissime passioni; si finsero ilcielo esser un gran corpo animatoche per tal aspetto chiamaronoGioveil primo dio delle genti dette "maggiori"che colfischio de' fulmini e col fragore de' tuoni volesse dir loro qualchecosa; e sì incominciarono a celebrare la naturale curiositàch'è figliuola dell'ignoranza e madre della scienzala qualpartoriscenell'aprire che fa della mente dell'uomola maravigliacome tra gli Elementi ella sopra si è diffinita. Laqual natura tuttavia dura ostinata nel volgoch'ove veggano o unaqualche cometa o parelio o altra stravagante cosa in naturaeparticolarmente nell'aspetto del cielosubito danno nella curiositàetutti anziosi nella ricercadomandano che quella tal cosa vogliasignificarecome se n'è data una Degnità; edove ammirano gli stupendi effetti della calamita col ferroin questastessa età di menti più scorte e benanco erudite dallefilosofieescono colà: che la calamita abbia una simpatiaocculta col ferroe sì fanno di tutta la natura un vastocorpo animato che senta passioni ed affetticonforme nelle Degnitàanco si è divisato.

Masiccome ora (per la natura delle nostre umane mentitroppo ritiratada' sensi nel medesimo volgo con le tante astrazioni di quante sonopiene le lingue con tanti vocaboli astrattie di troppoassottigliata con l'arte dello scriveree quasi spiritualezzata conla pratica de' numeriché volgarmente sanno di conto eragione) ci è naturalmente niegato di poter formare la vastaimmagine di cotal donna che dicono "Natura simpatetica"(che mentre con la bocca dicononon hanno nulla in lor menteperocché la lor mente è dentro il falsoch'ènullané sono soccorsi già dalla fantasia a poterneformare una falsa vastissima immagine); così ora ci ènaturalmente niegato di poter entrare nella vasta immaginativa dique' primi uominile menti de' quali di nulla erano astrattedinulla erano assottigliatedi nulla spiritualezzateperch'eranotutte immerse ne' sensitutte rintuzzate dalle passionitutteseppellite ne' corpi: onde dicemmo sopra ch'or appena intender sipuòaffatto immaginar non si puòcome pensassero iprimi uomini che fondarono l'umanità gentilesca.

Intal guisa i primi poeti teologi si finsero la prima favola divinalapiù grande di quante mai se ne finsero appressocioèGiovere e padre degli uomini e degli dèied in atto difulminante; sì popolareperturbante ed insegnativach'essistessiche sel finserosel credettero e con ispaventose religionile quali appresso si mostrerannoil temetteroil riverirono el'osservarono. E per quella propietà della mente umana chenelle Degnità udimmo avvertita da Tacitotali uominitutto ciò che vedevanoimmaginavano ed anco essi stessifacevanocredettero esser Gioveed a tutto l'universo di cuipotevan esser capaci ed a tutte le parti dell'universo diederol'essere di sostanza animata. Ch'è la storia civile di quelmotto:

...Iovis omnia plena

chepoi Platone prese per l'etereche penetra ed empie tutto; ma per glipoeti teologicome quindi a poco vedremoGiove non fu piùalto della cima de' monti. Quivi i primi uominiche parlavan percennidalla loro natura credettero i fulminii tuoni fussero cennidi Giove (onde poi da "nuo""cennare" fudetta "numen" la "divina volontà"con una troppo sublime idea e degna da spiegare la maestàdivina)che Giove comandasse co' cennie tali cenni fussero parolerealie che la natura fusse la lingua di Giove; la scienza dellaqual lingua credettero universalmente le genti essere la divinazionela qual da' greci ne fu detta "teologia"che vuol dire"scienza del parlar degli dèi". Così venne aGiove il temuto regno del fulmineper lo qual egli è 'l redegli uomini e degli dèi; e vennero i due titoli: uno di"ottimo"in significato di "fortissimo" (come arovescio appo i primi latini "fortus" significòciò che agli ultimi significa "bonus")el'altro di "massimo"dal di lui vasto corpo quant'egli è'l cielo. E da questo primo gran beneficio fatto al gener umanovennegli il titolo di "sotere" o di "salvadore"perché non gli fulminò (ch'è il primo degli treprincìpi ch'abbiamo preso di questa Scienza); e vennegli queldi "statore" o di "fermatore"perchéfermò que' pochi giganti dal loro ferino divagamentoonde poidivennero i principi delle genti. Lo che i filologi latini tropporistrinsero al fatto: perocché Gioveinvocato da Romoloavesse fermato i romani che nella battaglia co' sabini si erano messiin fuga.

Quinditanti Gioviche fanno maraviglia a' filologiperché ogninazione gentile n'ebbe uno (de' quali tuttigli egizicome si èsopra detto nelle Degnitàper la loro boria dicevanoil loro Giove Ammone essere lo più antico)sono tante istoriefisiche conservateci dalle favoleche dimostravano essere statouniversale il diluviocome il promettemmo nelle Degnità.

Cosìper ciò che si è detto nelle Degnitàd'intorno a' princìpi de' caratteri poeticiGiove nacque inpoesia naturalmente carattere divinoovvero un universalefantasticoa cui riducevano tutte le cose degli auspìci tuttele antiche nazioni gentiliche tutte perciò dovetter essereper natura poetiche; che incominciarono la sapienza poetica da questapoetica metafisica di contemplare Dio per l'attributo della suaprovvedenza; e se ne dissero "poeti teologi"ovverosappienti che s'intendevano del parlar degli dèi conceputo congli auspìci di Giovee ne furono detti propiamente "divini"in senso d'"indovinatori"da "divinari"che propiamente è "indovinare" o "predire":la quale scienza fu detta "musa"diffinitaci sopra daOmero essere la scienza del bene e del malecioè ladivinazionesul cui divieto ordinò Iddio ad Adamo la sua verareligionecome nelle Degnità si è pur detto.Dalla qual mistica teologia i poeti da' greci furono chiamati"mystæ"che Orazio con iscienza trasporta"interpetri degli dèi"che spiegavano i divinimisteri degli auspìci e degli oracoli: nella quale scienzaogni nazione gentile ebbe una sua sibilladelle quali ce ne sonomentovate pur dodici; e le sibille e gli oracoli sono le cose piùantiche della gentilità.

Cosìcon le cose tutte qui ragionate accorda quel d'Eusebio riferito nelleDegnitàove ragiona de' princìpidell'idolatria: che la prima gentesemplice e rozzasi finse glidèi "ob terrorem præsentis potentiæ".Così il timore fu quello che finse gli dèi nel mondo;macome si avvisò nelle Degnitànon fatto daaltri ad altri uominima da essi a se stessi. Con tal principiodell'idolatria si è dimostrato altresì il principiodella divinazioneche nacquero al mondo ad un parto; a' quali dueprincìpi va di séguito quello de' sagrifizich'essifacevano per "proccurare" o sia ben intender gli auspìci.

Talgenerazione della poesia ci è finalmente confermata da questasua eterna propietà: che la di lei propia materia èl'impossibile credibilequanto egli è impossibile ch'i corpisieno menti (e fu creduto che 'l cielo tonante si fusse Giove); ondei poeti non altrove maggiormente si esercitano che nel cantare lemaraviglie fatte dalle maghe per opera d'incantesimi: lo che èda rifondersi in un senso nascosto c'hanno le nazionidell'onnipotenza di Diodal quale nasce quell'altro per lo qualetutti i popoli sono naturalmente portati a far infiniti onori alladivinità. E in cotal guisa i poeti fondarono le religioni a'gentili.

Eper tutte le finora qui ragionate cose si rovescia tutto ciòche dell'origine della poesia si è detto prima da Platonepoida Aristotileinfin a' nostri PatriziScaligeriCastelvetri;ritruovatosi che per difetto d'umano raziocinio nacque la poesiatanto sublime che per filosofie le quali vennero appressoper arti epoetiche e criticheanzi per queste istesse non provenne altra parinonché maggiore: ond'è il privilegio per lo qual Omeroè 'l principe di tutti i sublimi poetiche sono gli eroicinon meno per lo merito che per l'età. Per la quale discovertade' princìpi della poesia si è dileguata l'oppenionedella sapienza innarrivabile degli antichicotanto disiderata discuoprirsi da Platone infin a Bacone da VerulamioDe sapientiaveterumla quale fu sapienza volgare di legislatori chefondarono il gener umanonon già sapienza riposta di sommi erari filosofi. Ondecome si è incominciato quinci a fare daGiovesi truoveranno tanto importuni tutti i sensi misticid'altissima filosofia dati dai dotti alle greche favole ed a'geroglifici egiziquanto naturali usciranno i sensi storici chequelle e questi naturalmente dovevano contenere.



2.COROLLARI D'INTORNO AGLI ASPETTI PRINCIPALI DI QUESTA SCIENZA



I

Daldetto fino qui si raccoglie che la provvedenza divinaappresa perquel senso umano che potevano sentire uomini crudiselvaggi e fieriche ne' disperati soccorsi della natura anco essi disiderano una cosaalla natura superiore che gli salvasse (ch'è 'l primoprincipio sopra di cui noi sopra stabilimmo il metodo di questaScienza)permise loro d'entrar nell'inganno di temere la falsadivinità di Gioveperché poteva fulminargli; e sìdentro i nembi di quelle prime tempeste e al barlume di que' lampividero questa gran verità: che la provvedenza divinasovraintenda alla salvezza di tutto il gener umano. Talchéquindi questa scienza incominciaper tal principal aspettoadessere una teologia civile ragionata della provvedenzala qualecominciò dalla sapienza volgare de' legislatori che fondaronole nazioni con contemplare Dio per l'attributo di provvedentee sicompiè con la sapienza riposta de' filosofi che 'l dimostranocon ragioni nella loro teologia naturale.

II

Quindiincomincia ancora una filosofia dell'autoritàch'èaltro principal aspetto c'ha questa Scienzaprendendo la voce"autorità" nel primo suo significato di "propietà"nel qual senso sempre è usata questa voce dalla legge delleXII Tavole; onde restaron "autori" detti in civil ragioneromana coloro da' quali abbiamo cagion di dominioche tantocertamente viene da autós"proprius"o "suus ipsius"che molti eruditi scrivono "autor"e "autoritas" non aspirati.

El'autorità incominciò primieramente divinacon laquale la divinità appropiò a sé i pochi gigantich'abbiamo detticon propiamente atterrargli nel fondo e ne'nascondigli delle grotte per sotto i monti; che sono l'anella diferro con le quali restarono i gigantiper lo spavento del cielo edi Gioveincatenati alle terre dov'essial punto del primofulminare del cielodispersi per sopra i montisi ritruovavano:quali furono Tizio e Prometeoincatenati ad un'alta rupea' qualidivorava il cuore un'aquilacioè la religione degli auspìcidi Giove; siccome gli "resi immobili per lo spavento"restarono con frase eroica detti a' latini "terrore defixi"come appunto i pittori gli dipingono di mani e piedi incatenati contali anella sotto de' monti. Dalle quali anella si formò lagran catenanella quale Dionigi Longino ammira la maggiore sublimitàdi tutte le favole omeriche: la qual catena Gioveper appruovarech'esso è 'l re degli uomini e degli dèipropone chese da una parte vi si attenessero tutti gli dèi e tutti gliuominiesso solo dall'altra parte opposta gli strascinerebbesi tuttidietro; la qual catena se gli stoici vogliono che significhi la serieeterna delle cagioni con la quale il lor fato tenga cinto e legato ilmondovedano ch'essi non vi restino avvoltiperché lostrascinamento degli uomini e degli dèi con sì fattacatena egli pende dall'arbitrio di esso Gioveed essi vogliono Giovesoggetto al fato.

Sìfatta autorità divina portò di séguitol'autorità umanacon tutta la sua eleganza filosofica dipropietà d'umana naturache non può essere toltaall'uomo nemmen da Dio senza distruggerlo: siccome in tal significatoTerenzio disse: "voluptates proprias deorum"che lafelicità di Dio non dipende da altri; ed Orazio disse"propriam virtutis laurum"che 'l trionfo dellavirtù non può togliersi dall'invidia; e Cesare disse"propriam victoriam"che con errore Dionigi Petavionota non esser detto latinoperchépur con troppa latinaeleganzasignifica una vittoria che 'l nimico non poteva toglierglidalle mani. Cotal autorità è il libero uso dellavolontàessendo l'intelletto una potenza passiva soggettaalla verità: perché gli uomini da questo primo punto ditutte le cose umane incominciaron a celebrare la libertàdell'umano arbitrio di tener in freno i moti de' corpiper oquetargli affatto o dar loro migliore direzione (ch'è 'lconato propio degli agenti libericome abbiam detto sopra nelMetodo); onde que' giganti si ristettero dal vezzo bestialed'andar vagando per la gran selva della terra e s'avvezzarono ad uncostumetutto contrariodi stare nascosti e fermi lunga etàdentro le loro grotte.

Asì fatta autorità di natura umana seguìl'autorità di diritto naturale: checon l'occupare e starelungo tempo fermi nelle terre dove si erano nel tempo de' primifulmini per fortuna truovatine divennero signori per l'occupazionecon una lunga possessionech'è 'l fonte di tutti i domìnidel mondo. Onde questi sono que'

pauciquos æquus amavit Iupiter

chepoi i filosofi trasportarono a coloro c'han sortito da Dio indolibuone per le scienze e per le virtù: ma il senso istorico dital motto è che tra que' nascondigliin que' fondi essidivennero i principi delle genti dette "maggiori"dellequali Giove si novera il primo diocome si è nelle Degnitàdivisato; le qualicome si mostrerà appressofurono casenobili antichediramate in molte famigliedelle quali si composeroi primi regni e le prime città. Di che restarono quellebellissime frasi eroiche a' latini: "condere gentes""condere regna""condere urbes";"fundare gentes""fundare regna""fundare urbes".

Questafilosofia dell'autorità va di séguito alla teologiacivile ragionata della provvedenzaperchéper le pruoveteologiche di quellaquestacon le sue filosoficherischiara edistingue le filologiche (le quali tre spezie di pruove si sono tuttenoverate nel Metodo)e d'intorno alle cose dell'oscurissimaantichità delle nazioni riduce a certezza l'umano arbitrioch'è di sua natura incertissimocome nelle Degnitàsi è avvisato. Ch'è tanto dire quanto riduce lafilologia in forma di scienza.

III

Terzoprincipal aspetto è una storia d'umane ideechecome testési è vedutoincominciarono da idee divine con lacontemplazione del cielo fatta con gli occhi del corpo: siccome nellascienza augurale si disse da' romani "contemplari"l'osservare le parti del cielo donde venissero gli augùri o siosservassero gli auspìcile quali regionidescritte dagliàuguri co' loro lituisi dicevano "templa coeli"onde dovettero venir a' greci i primi theorémata emathémata"divine o sublimi cose dacontemplarsi"che terminarono nelle cose astratte metafisiche emattematiche. Ch'è la storia civile di quel motto:

AIove principium musæ;

siccomeda' fulmini di Giove testé abbiam veduto incominciare la primamusache Omero ci diffinì "scienza del bene e del male";dove poi venne troppo agiato a' filosofi d'intrudervi quel placito:che "'l principio della sapienza sia la pietà".Talché la prima musa dovett'esser Uraniacontemplatrice delcielo affin di prender gli augùriche poi passò asignificare l'astronomiacome si vedrà appresso. E come soprasi è partita la metafisica poetica in tutte le scienzesubalternedalla stessa natura della lor madrepoetiche; cosìquesta storia d'idee ne darà le rozze origini cosìdelle scienze pratiche che costuman le nazionicome delle scienzespecolative le qualiora còlteson celebrate da' dotti.

IV

Quartoaspetto è una critica filosoficala qual nasce dalla istoriadell'idee anzidetta; e tal critica giudicherà il vero sopragli autori delle nazioni medesimenelle quali dee correre da assaipiù di mille anni per potervi provenir gli scrittoriche sonoil subbietto di questa critica filologica. Tal critica filosoficaquindi incominciando da Giovene darà una teogonia naturaleo sia generazione degli dèi fatta naturalmente nelle mentidegli autori della gentilitàche furono per natura poetiteologi; e i dodici dèi delle genti dette "maggiori"l'idee de' quali da costoro si fantasticarono di tempo in tempo acerte loro umane necessità o utilitàsi stabilisconoper dodici minute epochealle quali si ridurranno i tempi ne' qualinacquero le favole. Onde tal teogonia naturale ne darà unacronologia ragionata della storia poetica almeno un novecento anniinnanzi di averedopo il tempo eroicoi suoi primi incominciamentila storia volgare.

V

Ilquinto aspetto è una storia ideal eterna sopra la qualecorrano in tempo le storie di tutte le nazionich'ovunque da tempiselvaggiferoci e fieri cominciano gli uomini ad addimesticarsi conle religioniesse comincianoprocedono e finiscono con quelli gradimeditati in questo libro secondorincontrati nel libro quartoovetratteremo del corso che fanno le nazionie col ricorso delle coseumanenel libro quinto.

VI

Ilsesto è un sistema del diritto natural delle gentidal qualecol cominciar delle gentidalle quali ne incomincia la materia peruna delle degnità soprapostadovevano cominciar la dottrinach'essi trattano gli tre suoi principi: Ugone GrozioGiovanniSeldeno e Samuello Pufendorfio. I quali in ciò tutti e treerrarrono di concerto: incominciandola dalla metà in giùcioè dagli ultimi tempi delle nazioni ingentillte (e quindidegli uomini illuminati dalla ragion naturale tutta spiegata)dallequali son usciti i filosofiche s'alzarono a meditare una perfettaidea di giustizia.

PrimieramenteGrozioil qualeper lo stesso grand'affetto che porta alla veritàprescinde dalla provvedenza divina e professa che 'l suo sistemaregga precisa anco ogni cognizione di Dio. Onde tutte le riprensionich'in un gran numero di materie fa contro i giureconsulti romaniloro non appartengono puntosiccome a quelli i qualiavendone postoper principio la provvedenza divinaintesero ragionare del dirittonatural delle gentinon già di quello de' filosofi e de'morali teologi.

Dipoiil Seldeno la supponesenza punto avvertire all'inospitalitàde' primi popoliné alla divisione che 'l popolo di Diofacevadi tutto il mondo allor delle nazionitra ebrei e genti; -né a quello: cheperché gli ebrei avevano perduto divista il loro diritto naturale nella schiavitù dell'Egittodovett'esso Dio riordinarlo loro con la Legge la qual diede a Mosèsopra il Sina; - né a quell'altro: che Iddio nella sua Leggevieta anco i pensieri meno che giustide' quali niuno de'legislatori mortali mai s'impacciò; - oltre all'originibestialiche qui si ragionanodi tutte le nazioni gentili. E sepretende d'averlo gli ebrei a' gentili insegnato appressogli riesceimpossibile a poterlo pruovareper la confessione magnanima diGiuseffo assistita dalla grave riflessione di Lattanzio sopraarrecatae per la nimistà che pur sopra osservammo aver avutogli ebrei con le gentila qual ancor ora conservano dissipati tratutte le nazioni.

Efinalmente Pufendorfioche l'incomincia con un'ipotesi epicureachepone l'uomo gittato in questo mondo senza niun aiuto e cura di Dio.Di che essendone stato ripresoquantunque con una particolardissertazione se ne giustifichiperò senza il primo principiodella provvedenza non può affatto aprir bocca a ragionare didirittocome l'udimmo da Cicerone dirsi ad Atticoil qual eraepicureodove gli ragionò delle leggi.

Pertutto ciònoi da questo primo antichissimo punto di tutti itempi incominciamo a ragionare di dirittodetto da' latini "ius"contratto dall'antico "Ious": dal momento che nacquein mente a' principi delle genti l'idea di Giove. Nello che amaraviglia co' latini convengono i grecii quali per bella nostraventura osserva Platone nel Cratilo che dapprima il giusdissero diaiónche tanto suona quanto "discurrens"o "permanens" (la qual origine filosofica vi èintrusa dallo stesso Platoneil quale con mitologia erudita prendeGiove per l'etere che penetra e scorre tutto; ma l'origine istoricaviene da esso Gioveche pur da' greci fu detto Diósonde vennero a' latini "sub dio" egualmente e "subIove" per dir "a ciel aperto")e che poi perleggiadria di favella avessero profferito díkaion.Laonde incominciamo a ragionare del dirittoche prima nacque divinocon la propietà con cui ne parlò la divinazione o siascienza degli auspìci di Gioveche furono le cose divine conle quali le genti regolavano tutte le cose umanech'entrambecompiono alla giurisprudenza il di lei adeguato subbietto. E sìincominciamo a ragionare del diritto naturale dall'idea di essaprovvedenza divinacon la quale nacque congenita l'idea di diritto;il qualecome dianzi se n'è meditata la guisasi cominciònaturalmente ad osservare da' principi delle genti propiamente dettee della spezie più anticale quali si appellarono "gentimaggiori"delle quali Giove fu il primo dio.

VII

Ilsettimo ed ultimo de' principali aspetti c'ha questa Scienza èdi princìpi della storia universale. La quale da questo primomomento di tutte le cose umane della gentilità incomincia conla prima età del mondo che dicevano gli egizi scorsa lorodinanziche fu l'età degli dèi: nella quale cominciail Cielo a regnar in terra e far agli uomini de' grandi benefizicome si ha nelle Degnità; comincia l'etàdell'oro de' grecinella quale gli dèi praticavano in terracon gli uominicome qui abbiamo veduto aver incominciato a fareGiove. Così i greci poeti da questa tal prima età delmondo ci hanno nelle loro favole fedelmente narrato l'universalediluvio e i giganti essere stati in naturae sì ci hanno converità narrato i princìpi della storia universaleprofana. Manon potendo poscia i vegnenti entrare nelle fantasie de'primi uomini che fondarono il gentilesimoper le quali sembrava lorodi vedere gli dèi; - e non intesasi la propietà di talvoce "atterrare"ch'era "mandar sotterra"; - eperché i gigantii quali vivevano nascosti nelle grotte sottode' montiper le tradizioni appresso di genti sommamente credulefurono alterati all'eccesso ed appresi ch'imponessero OlimpoPelioed Ossagli uni sopra degli altriper cacciare gli dèi (chei primi giganti empi non già combatteronoma non avevanoappreso finché Giove non fulminasse) dal cieloinnalzatoappresso dalle menti greche vieppiù spiegate ad una sformataaltezzail quale a' primi giganti fu la cima de' monticomeappresso dimostreremo (la qual favola dovette fingersi dopo Omero eda altri esser stata nell'Odissea appiccata ad Omeroal cuitempo bastava che crollasse l'Olimpo solo per farne cadere gli dèiche Omero nell'Iliade sempre narra allogati sulla cima delmonte Olimpo): - per tutte queste cagioni ha finora mancato ilprincipio eper avere finor mancato la cronologia ragionata dellastoria poeticaha mancato ancora la perpetuità della storiauniversale profana.





II- LOGICA POETICA.



1.DELLA LOGICA POETICA

Or- perché quella ch'è metafisica in quanto contempla lecose per tutti i generi dell'esserela stessa è logica inquanto considera le cose per tutti i generi di significarle - siccomela poesia è stata sopra da noi considerata per una metafisicapoeticaper la quale i poeti teologi immaginarono i corpi essere perlo più divine sostanzecosì la stessa poesia or siconsidera come logica poeticaper la qual le significa.

"Logica"vien detta dalla voce lógosche prima e propiamentesignificò "favola"che si trasportò initaliano "favella" - e la favola da' greci si disse ancomûthosonde vien a' latini "mutus"-la quale ne' tempi mutoli nacque mentaleche in un luogo d'oro diceStrabone essere stata innanzi della vocale o sia dell'articolata:onde lógos significa e "idea" e "parola".E convenevolmente fu così dalla divina provvedenza ordinato intali tempi religiosiper quella eterna propietà: ch'allereligioni più importa meditarsi che favellarne; onde tal primalingua ne' primi tempi mutoli delle nazionicome si è dettonelle Degnitàdovette cominciare con cenni o atti ocorpi ch'avessero naturali rapporti all'idee: per lo che lógoso "verbum" significò anche "fatto"agli ebreied a' greci significò anche "cosa"comeosserva Tommaso GatacheroDe instrumenti stylo. E pur mûthosci giunse diffinita "vera narratio"o sia "parlarvero"che fu il "parlar naturale" che Platone prima edappoi Giamblico dissero essersi parlato una volta nel mondo; iqualicome vedemmo nelle Degnitàperché 'ldissero indovinandoavvenne che Platone e spese vana fatigad'andarlo truovando nel Cratiloe ne fu attaccato daAristotile e da Galeno: perché cotal primo parlareche fu de'poeti teologinon fu un parlare secondo la natura di esse cose(quale dovett'esser la lingua santa ritruovata da Adamoa cui Iddioconcedette la divina onomathesia ovvero imposizione de' nomialle cose secondo la natura di ciascheduna)ma fu un parlarefantastico per sostanze animatela maggior parte immaginate divine.

CosìGioveCibele o BerecintiaNettunnoper cagione d'esempliinteseroedapprima mutoli additandospiegarono esser esse sostanze delcielodella terradel marech'essi immaginarono animate divinitàe perciò con verità di sensi gli credevano dèi:con le quali tre divinitàper ciò ch'abbiam sopradetto de' caratteri poeticispiegavano tutte le cose appartenenti alcieloalla terraal mare; e così con l'altre significavanole spezie dell'altre cose a ciascheduna divinità appartenenticome tutti i fiori a Floratutte le frutte a Pomona. Lo che noi purtuttavia facciamoal contrariodelle cose dello spirito; come dellefacultà della mente umanadelle passionidelle virtùde' vizidelle scienzedell'artidelle quali formiamo idee per lopiù di donneed a quelle riduciamo tutte le cagionitutte lepropietà e 'nfine tutti gli effetti ch'a ciascunaappartengono: perchéove vogliamo trarre fuoridall'intendimento cose spiritualidobbiamo essere soccorsi dallafantasia per poterle spiegare ecome pittorifingerne umaneimmagini. Ma essi poeti teologinon potendo far usodell'intendimentocon uno più sublime lavoro tutto contrariodiedero sensi e passionicome testé si è vedutoa'corpie vastissimi corpi quanti sono cieloterramare; che poiimpicciolendosi così vaste fantasie e invigorendol'astrazionifurono presi per piccioli loro segni. E la metonimiaspose in comparsa di dottrina l'ignoranza di queste finor seppolteorigini di cose umane: e Giove ne divenne sì picciolo e sìleggieri ch'è portato a volo da un'aquila; corre Nettunnosopra un dilicato cocchio per mare; e Cibele è assisa sopra unlione.

Quindile mitologie devon essere state i propi parlari delle favole (chétanto suona tal voce); talchéessendo le favolecome soprasi è dimostratogeneri fantasticile mitologie devon esserestate le loro propie allegorie. Il qual nomecome si è nelleDegnità osservatoci venne diffinito "diversiloquium"in quantocon identità non di proporzione maper dirla allascolasticadi predicabilitàesse significano le diversespezie o i diversi individui compresi sotto essi generi: tanto chedevon avere una significazione univocacomprendente una ragioncomune alle loro spezie o individui (come d'Achilleun'idea divalore comune a tutti i forti; come d'Ulisseun'idea di prudenzacomune a tutti i saggi); talché sì fatte allegoriedebbon essere l'etimologie de' parlari poeticiche ne dassero leloro origini tutte univochecome quelle de' parlari volgari lo sonopiù spesso analoghe. E ce ne giunse pure la diffinizioned'essa voce "etimologia"che suona lo stesso che"veriloquium"siccome essa favola ci fu diffinita"vera narratio".



2.COROLLARI D'INTORNO A' TROPIMOSTRI E TRASFORMAZIONI POETICHE

I

Diquesta logica poetica sono corollari tutti i primi tropide' qualila più luminosa eperché più luminosapiùnecessaria e più spessa è la metaforach'allora èvieppiù lodata quando alle cose insensate ella dà sensoe passioneper la metafisica sopra qui ragionata: ch'i primi poetidieder a' corpi l'essere di sostanze animatesol di tanto capaci diquanto essi potevanocioè di senso e di passionee sìne fecero le favole; talché ogni metafora sì fatta vienad essere una picciola favoletta. Quindi se ne dà questacritica d'intorno al tempo che nacquero nelle lingue: che tutte lemetafore portate con simiglianze prese da' corpi a significare lavoridi menti astratte debbon essere de' tempi ne' quali s'eranincominciate a dirozzar le filosofie. Lo che si dimostra da ciò:ch'in ogni lingua le voci ch'abbisognano all'arti colte ed allescienze riposte hanno contadinesche le lor origini.

Quelloè degno d'osservazione: che 'n tutte le lingue la maggiorparte dell'espressioni d'intorno a cose inanimate sono fatte contrasporti del corpo umano e delle sue parti e degli umani sensi edell'umane passioni. Come "capo"per cima o principio;"fronte""spalle"avanti e dietro; "occhi"delle viti e quelli che si dicono "lumi" ingredienti dellecase; "bocca"ogni apertura; "labro"orlo divaso o d'altro; "dente" d'aratrodi rastellodi serradipettine; "barbe"le radici; "lingua" di mare;"fauce" o foce di fiumi o monti; "collo" diterra; "braccio" di fiume; manoper picciol numero; "seno"di mareil golfo; fianchi e latii canti; "costiera" dimare; "cuore"per lo mezzo (ch'"umbilicus"dicesi da' latini); "gamba" o "piede" di paesie"piede" per fine; "pianta" per base o siafondamento; "carne""ossa" di frutte; "vena"d'acquapietraminiera; "sangue" della viteil vino;"viscere" della terra; "ride" il cieloil mare;"fischia il vento"; "mormora" l'onda; "geme"un corpo sotto un gran peso; e i contadini del Lazio dicevano "sitireagros""laborare fructus""luxuriarisegetes"; e i nostri contadini "andar in amore lepiante""andar in pazzia le viti""lagrimaregli orni"; ed altre che si possono raccogliere innumerabili intutte le lingue. Lo che tutto va di séguito a quella degnità:che "l'uomo ignorante si fa regola dell'universo"siccomenegli esempli arrecati egli di se stesso ha fatto un intiero mondo.Perché come la metafisica ragionata insegna che "homointelligendo fit omnia"così questa metafisicafantasticata dimostra che "homo non intelligendo fit omnia";e forse con più di verità detto questo che quelloperché l'uomo con l'intendere spiega la sua mente e comprendeesse cosema col non intendere egli di sé fa esse cose ecoltransformandovisilo diventa.

II

Percotal medesima logicaparto di tal metafisicadovettero i primipoeti dar i nomi alle cose dall'idee più particolari esensibili; che sono i due fontiquesto della metonimia e quellodella sineddoche. Perocché la metonimia degli autori perl'opere nacque perché gli autori erano più nominati chel'opere; quella de' subbietti per le loro forme ed aggiunti nacqueperchécome nelle Degnità abbiamo dettononsapevano astrarre le forme e la qualità da' subbietti;certamente quella delle cagioni per gli di lor effetti sono tantepicciole favolecon le quali le cagioni s'immaginarono esser donnevestite de' lor effetticome sono la Povertà bruttalaVecchiezza tristala Morte pallida.

III

Lasineddoche passò in trasporto poi con l'alzarsi i particolariagli universali o comporsi le parti con le altre con le qualifacessero i lor intieri. Così "mortali" furono primapropiamente detti i soli uominiche soli dovettero farsi sentiremortali. Il "capo"per l'"uomo" o per la"persona"ch'è tanto frequente in volgar latinoperché dentro le boscaglie vedevano di lontano il solo capodell'uomo: la qual voce "uomo" è voce astrattachecomprendecome in un genere filosoficoil corpo e tutte le partidel corpola mente e tutte le facultà della mentel'animo etutti gli abiti dell'animo. Così dovette avvenire che "tignum"e "culmen" significarono con tutta propietà"travicello" e "paglia" nel tempo delle pagliare;poicol lustro delle cittàsignificarono tutta la materia e'l compimento degli edifici. Così "tectum"per l'intiera "casa"perché a' primi tempi bastavaper casa un coverto. Così "puppis" per la"nave"chealtaè la prima a vedersi da'terrazzani; come a' tempi barbari ritornati si disse una "vela"per una "nave". Così "mucro" per la"spada"perché questa è voce astratta e comein un genere comprende pomeelsataglio e punta; ed essi sentironola puntache recava loro spavento. Così la materia per lotutto formatocome il "ferro" per la "spada"perché non sapevano astrarre le forme dalla materia. Quelnastro di sineddoche e di metonimia:

Tertiamessis erat

nacquesenza dubbio da necessità di naturaperché dovettecorrere assai più di mille anni per nascere tralle nazioniquesto vocabolo astronomico "anno"; siccome nel contadofiorentino tuttavia dicono "abbiamo tante volte mietuto"per dire "tanti anni". E quel gruppo di due sineddochi ed'una metonimia:

Postaliquotmea regna vidensmirabor aristas

ditroppo accusa l'infelicità de' primi tempi villerecci aspiegarsine' quali dicevano "tante spighe"che sonoparticolari più delle messiper dire "tanti anni"eperch'era troppo infelice l'espressionei gramatici v'hannosupposto troppo di arte.

IV

L'ironiacertamente non poté cominciare che da' tempi dellariflessioneperch'ella è formata dal falso in forza d'unariflessione che prende maschera di verità. E qui esce un granprincipio di cose umaneche conferma l'origine della poesia quiscoverta: che i primi uomini della gentilità essendo statisemplicissimi quanto fanciullii quali per natura son veritierileprime favole non poterono fingere nulla di falso; per lo chedovettero necessariamente esserequali sopra ci vennero diffinitevere narrazioni.

V

Pertutto ciò si è dimostrato che tutti i tropi (che tuttisi riducono a questi quattro)i quali si sono finora credutiingegnosi ritruovati degli scrittorisono stati necessari modi dispiegarsi di tutte le prime nazioni poetichee nella lororigine aver avuto tutta la loro natia propietà: mapoi checol più spiegarsi la mente umanasi ritruovarono le voci chesignificano forme astratteo generi comprendenti le loro spezieocomponenti le parti co' loro intieritai parlari delle prime nazionisono divenuti trasporti. E quindi s'incomincian a convellere que' duecomuni errori de' gramatici: che 'l parlare de' prosatori èpropioimpropio quel de' poeti; e che prima fu il parlare da prosadopoi del verso.

VI

Imostri e le trasformazioni poetiche provennero per necessitàdi tal prima natura umanaqual abbiamo dimostrato nelle Degnitàche non potevan astrarre le forme o le propietà da' subbietti;onde con la lor logica dovettero comporre i subbietti per comporreesse formeo distrugger un subbietto per dividere la di lui formaprimiera dalla forma contraria introduttavi. Tal composizione d'ideefece i mostri poetici: come in ragion romanaall'osservare diAntonio Fabro nella Giurisprudenza papinianeasi dicon"mostri" i parti nati da meretriceperc'hanno naturad'uominiinsiemee propietà di bestie a esser nati da'vagabondi o sieno incerti concubiti; i quali truoveremo esser imostri i quali la legge delle XII Tavole (nati da donna onesta senzala solennità delle nozze) comandava che si gittassero inTevere.

VII

Ladistinzione dell'idee fece le metamorfosi: comefralle altreconservateci dalla giurisprudenza anticaanco i romani nelle lorofrasi eroiche ne lasciarono quella "fundum fieri"per "autorem fieri"perchécome il fondosostiene il podere o il suolo e ciò ch'è quivi seminatoo piantato o edificatocosì l'appruovatore sostiene l'attoil quale senza la di lui appruovagione rovinerebbeperchél'approvatoreda semovente ch'egli èprende forma contrariadi cosa stabile.



3.COROLLARID'INTORNO AL PARLARE PER CARATTERI POETICI DELLE PRIME NAZIONI

Lafavella poeticacom'abbiamo in forza di questa logica poeticameditatoscorse per così lungo tratto dentro il tempoistoricocome i grandi rapidi fiumi si spargono molto dentro il maree serbano dolci l'acque portatevi con la violenza del corso; perquello che Giamblico ci disse sopra nelle Degnità: chegli egizi tutti i loro ritruovati utili alla vita umana riferirono aMercurio Trimegisto; il cui detto confermammo con quell'altraDegnità: ch'"i fanciulli con l'idee e nomid'uominifemminecosec'hanno la prima volta veduteapprendono edappellano tutti gli uominifemminecose appressoc'hanno con leprime alcuna simiglianza o rapporto"e che questo era ilnaturale gran fonte de' caratteri poeticico' quali naturalmentepensarono e parlarono i primi popoli. Alla qual natura di cose umanese avesse Giamblico riflettuto e vi avesse combinato tal costumech'egli stesso riferisce degli antichi egizidicemmo nelle Degnitàche certamente esso ne' misteri della sapienza volgare degli egizinon arebbe a forza intruso i sublimi misteri della sua sapienzaplatonica.

Oraper tale natura de' fanciulli e per tal costume de' primi egizidiciamo che la favella poeticain forza d'essi caratteri poeticinepuò dare molte ed importanti discoverte d'intornoall'antichità.

I

CheSolone dovett'esser alcuno uomo sappiente di sapienza volgareilquale fusse capoparte di plebe ne' primi tempi ch'Atene erarepubblica aristocratica. Lo che la storia greca pur conservòove narra che dapprima Atene fu occupata dagli ottimati - ch'èquello che noi in questi libri dimostreremo universalmente di tuttele repubbliche eroichenelle quali gli eroiovvero nobiliper unacerta loro natura creduta di divina origineper la quale dicevanoessere loro propi gli dèie 'n conseguenza propi loro gliauspìci degli dèiin forza de' quali chiudevano dentroi lor ordini tutti i diritti pubblici e privati dell'eroiche cittàed a' plebeiche credevano essere d'origine bestialee 'nconseguenza esser uomini senza dèi e perciò senzaauspìciconcedevano i soli usi della natural libertà(ch'è un gran principio di cose che si ragioneranno per quasitutta quest'opera) - e che tal Solone avesse ammonito i plebeich'essi riflettessero a se medesimi e riconoscessero essere d'ugualnatura umana co' nobilie 'n conseguenza che dovevan esser conquelli uguagliati in civil diritto. Se nonpuretal Solone furonessi plebei ateniesiper questo aspetto considerati.

Perchéanco i romani antichi arebbono dovuto aver un tal Solone fra loro;tra' quali i plebeinelle contese eroiche co' nobilicomeapertamente lo ci narra la storia romana anticadicevano: i padride' quali Romolo aveva composto il senato (da' quali essi patrizierano provenuti)"non esse coelo demissos"cioèche non avevano cotale divina origine ch'essi vantavano e che Gioveera a tutti eguale. Ch'è la storia civile di quel motto

...Iupiter omnibus æquus

dovepoi intrusero i dotti quel placito: che le menti son tutte eguali eche prendono diversità dalla diversa organizzazione de' corpie dalla diversa educazione civile. Con la quale riflessione i plebeiromani incominciaron ad adeguare co' patrizi la civil libertàfino che affatto cangiarono la romana repubblica da aristocratica inpopolarecome l'abbiamo divisato per ipotesi nelle Annotazionialla Tavola cronologicaove ragionammo in idea della leggePubliliae 'l faremo vedere di fattononché della romanaessere ciò avvenuto di tutte l'altre antiche repubblicheecon ragioni ed autorità dimostreremo che universalmentedatal riflessione di Solone principiandole plebi de' popoli vicangiarono le repubbliche da aristocratiche in popolari.

QuindiSolone fu fatto autore di quel celebre motto "Nosce teipsum"il qualeper la grande civile utilitàch'aveva arrecato al popolo ateniesefu iscritto per tutti i luoghipubblici di quella città; e poi gli addottrinati il vollerodetto per un grande avvisoquanto infatti lo èd'intornoalle metafisiche ed alle morali cosee funne tenuto Solone persappiente di sapienza riposta e fatto principe de' sette saggi diGrecia. In cotal guisaperché da tal riflessioneincominciarono in Atene tutti gli ordini e tutte le leggi che formanouna repubblica democraticaperciòper questa maniera dipensare per caratteri poetici de' primi popolitali ordini e talileggicome dagli egizi tutti i ritruovati utili alla vita umanacivile a Mercurio Trimegistofuron tutti dagli ateniesi richiamati aSolone.

II

Cosìdovetter a Romolo esser attribuite tutte le leggi d'intorno agliordini.

III

ANumatante d'intorno alle cose sagre ed alle divine cerimonienellequali poi comparve ne' tempi suoi più pomposi la romanareligione.

IV

ATullo Ostiliotutte le leggi ed ordini della militar disciplina.

V

AServio Tullioil censoch'è il fondamento delle repubblichedemocraticheed altre leggi in gran numero d'intorno alla popolarlibertàtalché da Tacito vien acclamato "præcipuussanctor legum". Perchécome dimostreremoil censodi Servio Tullio fu pianta delle repubbliche aristocratichecol quali plebei riportarono da' nobili il dominio bonitario de' campipercagion del quale si criarono poi i tribuni della plebe per difenderloro questa parte di natural libertài quali poitrattotrattofecero loro conseguire tutta la libertà civile; e cosìil censo di Servio Tullioperché indi ne incominciaronol'occasioni e le mossediventò censo pianta della romanarepubblica popolarecome si è ragionato nell'annotazione allalegge Publilia per via d'ipotesie dentro si dimostreràessere stato vero di fatto.

VI

ATarquinio Priscotutte l'insegne e divisecon le quali poscia a'tempi più luminosi di Roma risplendette la maestàdell'imperio romano.

VII

Cosìdovettero affiggersi alle XII Tavole moltissime leggi che dentrodimostreremo essere state comandate ne' tempi appresso; e (come si èappieno dimostrato ne' Princìpi del Diritto universale)perché la legge del dominio quiritario da' nobili accomunatoa' plebei fu la prima legge scritta in pubblica tavola (per la qualeunicamente furono criati i decemviri)per cotal aspetto di popolarlibertà tutte le leggi che uguagliarono la libertà e siscrissero dappoi in pubbliche tavole furono rapportate a' decemviri.Siane pur qui una dimostrazione il lusso greco de' funeraliche idecemviri non dovettero insegnarlo a' romani col proibirlomadopoché i romani l'avevano ricevuto; lo che non potéavvenire se non dopo le guerre co' tarantini e con Pirronelle qualis'incominciarono a conoscer co' greci; e quindi è che Ciceroneosserva tal legge portata in latino con le stesse parole con le qualiera stata conceputa in Atene.

VIII

CosìDragoneautore delle leggi scritte col sangue nel tempo che la grecastoriacome sopra si è dettoci narra ch'Atene era occupatadagli ottimati: che fucome vedremo appressonel tempodell'aristocrazie eroichenel quale la stessa greca storia raccontache gli Eraclidi erano sparsi per tutta Greciaanco nell'Atticacome sopra il proponemmo nella Tavola cronologicai qualifinalmente restarono nel Peloponneso e fermarono il loro regno inIspartala quale truoveremo essere stata certamente repubblicaaristocratica. E cotal Dragone dovett'esser una di quelle serpi dellaGorgone inchiovata allo scudo di Perseoche si truoveràsignificare l'imperio delle leggiil quale scudo con le spaventosepene insassiva coloro che 'l riguardavanosiccome nella storiasagraperché tali leggi erano essi esemplari castighisidicono "leges sanguinis"e di tale scudo armossiMinervala quale fu detta Athenãcome sarà piùappieno spiegato appresso; e appo i chinesii quali tuttaviascrivono per geroglifici (che dee far maraviglia una tal manierapoetica di pensare e spiegarsi tra queste due e per tempi e perluoghi lontanissime nazioni)un dragone è l'insegnadell'imperio civile. Perché di tal Dragone non si ha altracosa da tutta la greca storia.

IX

Questaistessa discoverta de' caratteri poetici ci conferma Esopo ben postoinnanzi a' sette saggi di Greciacome il promettemmo nelle Note allaTavola cronologica di farlo in questo luogo vedere. Perchétal filologica verità ci è confermata da questa storiad'umane idee: ch'i sette saggi furon ammirati dall'incominciar essi adare precetti di morale o di civil dottrina per massimecome quelcelebre di Solone (il quale ne fu il principe): "Nosce teipsum"che sopra abbiam veduto essere prima stato unprecetto di dottrina civilepoi trasportato alla metafisica e allamorale. Ma Esopo aveva innanzi dati tali avvisi per somiglianzedelle quali più innanzi i poeti si eran serviti perispiegarsi; e l'ordine dell'umane idee è d'osservare le cosesimiliprima per ispiegarsidappoi per pruovaree ciò primacon l'esemplo che si contenta d'una solafinalmente con l'induzioneche ne ha bisogno di più: onde Socratepadre di tutte lesètte de' filosofiintrodusse la dialettica con l'induzioneche poi compiè Aristotile col sillogismoche non regge senzaun universale. Ma alle menti corte basta arrecarsi un luogo dalsomigliante per essere persuase; come con una favolaalla fatta diquelle ch'aveva truovato Esopoil buono Menenio Agrippa ridusse laplebe romana sollevata all'ubbidienza.

Ch'Esoposia stato un carattere poetico de' soci ovvero famoli degli eroiconuno spirito d'indovino lo ci discuopre il ben costumato Fedro in unprologo delle sue Favole:

Nuncfabularum cur sit inventum genus

Brevidocebo. Servitus obnoxia

Quiaquæ volebat non audebat dicere

Affectusproprios in fabellas transtulit.

Æsopiillius semita feci viam

comela favola della società lionina evidentemente lo ci conferma:perché i plebei erano detti "soci" dell'eroichecittàcome nelle Degnità si è avvisatoe venivano a parte delle fatighe e pericoli nelle guerrema nondelle prede e delle conquiste. Per ciò Esopo fu detto "servo"perché i plebeicome appresso sarà dimostroeranofamoli degli eroi. E ci fu narrato bruttoperché la bellezzacivile era stimata dal nascere da' matrimoni solenniche contraevanoi soli eroicom'anco appresso si mostrerà: appunto come fuegli brutto Tersiteche dev'essere carattere de' plebei cheservivano agli eroi nella guerra troianaed è da Ulissebattuto con lo scettro di Agamennonecome gli antichi plebei romania spalle nude erano battuti da' nobili con le verghe"regiumin morem"al narrar di Sallustio appo sant'Agostino nellaCittà di Diofinché la legge Porzia allontanòle verghe dalle spalle romane

Taliavvisiadunqueutili al viver civile liberodovetter esser sensiche nudrivano le plebi dell'eroiche cittàdettati dallaragion naturale: de' quali plebei per tal aspetto ne fu fattocarattere poetico Esopoal quale poi furon attaccate le favoled'intorno alla morale filosofia; e ne fu fatto Esopo il primo moralefilosofo nella stessa guisa che Solone fu fatto sappientech'ordinòcon le leggi la repubblica libera ateniese. E perch'Esopo diede taliavvisi per favolefu fatto prevenire a Solone che gli diede permassime. Tali favole si dovettero prima concepire in versi eroicicome poi v'ha tradizione che furono concepute in versi giambicico'quali noi qui appresso truoveremo aver parlato le genti greche inmezzo il verso eroico e la prosanella quale finalmente scritte cisono giunte.

X

Incotal guisa a' primi autori della sapienza volgare furono rapportatii ritruovati appresso della sapienza riposta; e i Zoroasti inOrientei Trimegisti in Egittogli Orfei in Greciai Pittagorinell'Italiadi legislatori primafurono poi finalmente credutifilosoficome Confucio oggi lo è nella China. Perchécertamente i pittagorici nella Magna Greciacome dentro si mostreràsi dissero in significato di "nobili"cheavendoattentato di ridurre tutte le loro repubbliche da popolari inaristocratichetutti furono spenti. E 'l Carme aureo diPittagora sopra lo si è dimostrato esser un'imposturacomegli Oracoli di Zoroasteil Pimandro del Trimegistogli Orfici o i versi d'Orfeo; né di Pittagora ad essiantichi venne scritto alcuno libro d'intorno a filosofiae Filolaofu il primo pittagorico il qual ne scrisseall'osservare delloSchefferoDe philosophia italica.



4.COROLLARID'INTORNO ALL'ORIGINI DELLE LINGUE E DELLE LETTERE; EQUIVI DENTROL'ORIGINI DE' GEROGLIFICIDELLE LEGGIDE' NOMIDELL'INSEGNEGENTILIZIEDELLE MEDAGLIEDELLE MONETE; E QUINDI DELLA PRIMA LINGUAE LETTERATURA DEL DIRITTO NATURAL DELLE GENTI

Oradalla teologia de' poeti o sia dalla metafisica poeticaper mezzodella indi nata poetica logicaandiamo a scuoprire l'origine dellelingue e delle lettered'intorno alle quali sono tante l'oppenioniquanti sono i dotti che n'hanno scritto. Talché GerardoGiovanni Vossio nella Gramatica dice: "De literaruminventione multi multa congeruntet fuse et confuseut ab iisincertus magis abeas quam veneras dudum". Ed Ermanno UgoneDe origine scribendiosserva: "Nulla alia res estinqua plures magisque pugnantes sententiæ reperiantur atque hæctractatio de literarum et scriptionis origine. Quantæsententiarum pugnæ! Quid credas? quid non credas?".Onde Bernardo da MelinckrotDe arte typographicaseguìtoin ciò da Ingewaldo ElingioDe historia linguægræcæper l'incomprendevolità della guisadisse essere ritruovato divino.

Mala difficultà della guisa fu fatta da tutti i dotti per ciò:ch'essi stimarono cose separate l'origini delle lettere dall'originidelle linguele quali erano per natura congionte; e 'l dovevan puravvertire dalle voci "gramatica" e "caratteri".Dalla rimaché "gramatica" si diffinisce "artedi parlare" e grámmata sono le letteretalchésarebbe a diffinirsi "arte di scrivere"qual Aristotile ladiffinì e qual infatti ella dapprima nacquecome qui sidimostrerà che tutte le nazioni prima parlarono scrivendocome quelle che furon dapprima mutole. Dipoi "caratteri"voglion dire "idee""forme""modelli"e certamente furono innanzi que' de' poeti che quelli de' suoniarticolaticome Giuseffo vigorosamente sostienecontro Appionegreco gramaticoche a' tempi d'Omero non si erano ancor truovate lelettere dette "volgari". Oltracciòse tali letterefussero forme de' suoni articolati e non segni a placitodovrebberoappo tutte le nazioni esser uniformicom'essi suoni articolati sonuniformi appo tutte. Per tal guisa disperata a sapersi non si èsaputo il pensare delle prime nazioni per caratteri poetici né'l parlare per favole né lo scrivere per geroglifici: chedovevan esser i princìpiche di lor natura han da essercertissimicosì della filosofia per l'umane ideecome dellafilologia per l'umane voci.

Insì fatto ragionamento dovendo noi qui entraredaremo unpicciol saggio delle tante oppenioni che se ne sono avuteo incerteo leggeri o sconce o boriose o ridevolile qualiperocchésono tante e talisi debbono tralasciare di riferirsi. Il saggio siaquesto: cheperocché a' tempi barbari ritornati laScandinaviaovvero Scanziaper la boria delle nazioni fu detta"vagina gentium" e fu creduta la madre di tuttel'altre del mondoper la boria de' dotti furono d'oppenione Giovannied Olao Magni ch'i loro goti avessero conservate le lettere fin dalprincipio del mondodivinamente ritruovate da Adamo; del qual sognosi risero tutti i dotti. Ma non pertanto si ristò di seguirglie d'avanzargli Giovanni Goropio Becanoche la sua lingua cimbricala quale non molto si discosta dalla sassonicafa egli venire dalparadiso terrestre e che sia la madre di tutte l'altre; della qualoppenione fecero le favole Giuseppe Giusto ScaligeroGiovanniCamerarioCristoforo Brecmanno e Martino Scoockio. E pure tal boriapiù gonfiò e ruppe in quella d'Olao Rudbechio nella suaopera intitolata Atlanticache vuole le lettere greche essernate dalle runee che queste sien le fenicie rivoltele quali Cadmorendette nell'ordine e nel suono simili all'ebraichee finalmente igreci l'avessero dirizzate e tornate col regolo e col compasso; eperché il ritruovatore tra essi è detto Mercuroumanvuole che 'l Mercurio che ritruovò le lettere agli egizi siastato goto. Cotanta licenza d'oppinare d'intorno all'origini dellelettere deve far accorto il leggitore a ricevere queste cose che noine diremonon solo con indifferenza di vedere che arrechino in mezzodi nuovoma con attenzione di meditarvi e prenderlequali debbonessereper princìpi di tutto l'umano e divino sapere dellagentilità.

Perchéda questi princìpi: di concepir i primi uomini della gentilitàl'idee delle cose per caratteri fantastici di sostanze animateemutolidi spiegarsi con atti o corpi ch'avessero naturali rapportiall'idee (quantoper esemplolo hanno l'atto di tre volte falciareo tre spighe per significare "tre anni")e sìspiegarsi con lingua che naturalmente significasseche Platone eGiamblico dicevano essersi una volta parlata nel mondo (che deveessere stata l'antichissima lingua atlanticala quale eruditivogliono che spiegasse l'idee per la natura delle coseo sia per leloro naturali propietà): da questi princìpidiciamotutti i filosofi e tutti i filologi dovevan incominciar a trattaredell'origini delle lingue e delle lettere. Delle quali due cosepernaturacom'abbiam dettocongiontehan trattato divisamenteondeloro è riuscita tanto difficile la ricerca dell'origini delleletterech'involgeva egual difficultà quanto quella dellelinguedelle quali essi o nulla o assai poco han curato.

Sulcominciarne adunque il ragionamentoponiamo per primo principioquella filologica Degnità: che gli egizi narravanopertutta la scorsa del loro mondo innanziessersi parlate tre linguecorrispondenti nel numero e nell'ordine alle tre età scorsepur innanzi nel loro mondo: degli dèidegli eroi e degliuomini; e dicevano la prima lingua essere stata geroglifica o siasagra ovvero divina; la secondasimbolica o per segni o sia perimprese eroiche; la terza pistolare per comunicare i lontani tra loroi presenti bisogni della lor vita. Delle quali tre lingue v'hanno dueluoghi d'oro appo Omero nell'Iliadeper gli quali apertamentesi veggono i greci convenir in ciò con gli egizi. De' qualiuno è dove narra che Nestore visse tre vite d'uominidiversilingui: talché Nestore dee essere stato un carattereeroico della cronologia stabilita per le tre lingue corrispondentialle tre età degli egizi; onde tanto dovette significare quelmotto: "vivere gli anni di Nestore" quanto "vivere glianni del mondo". L'altro è dove Enea racconta ad Achilleche uomini diversilingui cominciaron ad abitar IliodopochéTroia fu portata a' lidi del mare e Pergamo ne divenne la ròcca.Con tal primo principio congiugniamo quella tradizionepur degliegiziche 'l loro Theut o Mercurio ritruovò e le leggi e lelettere.

Aqueste verità aggruppiamo quell'altre: ch'appo i greci i"nomi" significarono lo stesso che "caratteri"da' quali i padri della Chiesa presero con promiscuo uso quelle dueespressioniove ne ragionano de divinis characteribus e dedivinis nominibus. E "nomen" e "definitio"significano la stessa cosaove in rettorica si dice "quæstionominis"con la qual si cerca la diffinizione del fatto; ela nomenclatura de' morbi è in medicina quella parte chediffinisce la natura di essi. Appo i romani i "nomi"significarono prima e propiamente "case diramate in moltefamiglie". E che i primi greci avessero anch'essi avuto i "nomi"in sì fatto significatoil dimostrano i patronimicichesignificano "nomi di padri"de' quali tanto spesso fannouso i poetie più di tutti il primo di tutti Omero (appuntocome i patrizi romani da un tribuno della plebeappo Liviosondiffiniti "qui possunt nomine ciere patrem""chepossano usare il casato de' loro padri")i quali patronimicipoi si sperderono nella libertà popolare di tutta la restanteGreciae dagli Eraclidi si serbarono in Ispartarepubblicaaristocratica. E in ragion romana "nomen" significa"diritto". Con somigliante suono appo i greci nómossignifica "legge" e da nómos viene nómismacome avverte Aristotileche vuole dire "moneta"; edetimologi vogliono che da nómos venga detto a' latini"numus". Appo i francesi "loy"significa "legge" ed "aloy" vuol dire"moneta"; e da' barbari ritornati fu detto "canone"così la legge ecclesiastica come ciò chedall'enfiteuticario si paga al padrone del fondo datogli inenfiteusi. Per la quale uniformità di pensare i latini forsedissero "ius" il diritto e 'l grasso delle vittimech'era dovuto a Gioveche dapprima si disse Iousdonde poiderivarono i genitivi "Iovis" e "iuris"(lo che si è sopra accennato); comeappresso gli ebreidelletre parti che facevano dell'ostia pacificail grasso veniva inquella dovuta a Dioche bruciavasi sull'altare. I latini dissero"prædia"quali dovettero dirsi prima irustici che gli urbaniperocchécome appresso farem vederele prime terre colte furono le prime prede del mondo; onde il primodomare fu di terre sì fattele quali perciò in anticaragion romana si dissero "manucaptæ" (dallequali restò detto "manceps" l'obbligatoall'erario in roba stabile); e nelle romane leggi restaron dette"iura prædiorum" le servitù che sidicon "reali"che si costituiscono in robe stabili. E taliterre dette "manucaptæ" dovettero dapprimaessere e dirsi "mancipia"di che certamente deeintendersi la legge delle XII Tavole nel capo "Qui nexumfaciet mancipiumque"cioè "chi farà laconsegna del nodoe con quella consegnerà il podere";ondecon la stessa mente degli antichi latinigl'italianiappellarono "poderi"perché acquistati con forza. Esi convince da ciò che i barbari ritornati dissero "presasterrarum" i campi co' loro termini; gli spagnuoli chiamano"prendas" l'imprese forti; gl'italiani appellano"imprese" l'armi gentiliziee dicono "termini"in significazion di "parole" (che restò indialettica scolastica)e l'armi gentilizie chiamano altresì"insegne"onde agli stessi viene il verbo "insegnare":come Omeroal cui tempo non si erano ancor truovate le lettere dette"volgari"la lettera di Preto ad Euria contro Bellerofontedice essere stata scritta "per sémata""persegni".

Conqueste cose tutte facciano il cumolo queste ultime tre incontrastateverità: la primachedimostrato le prime nazioni gentilitutte essere state mutole ne' loro incominciamentidovetterospiegarsi per atti o corpi che avessero naturali rapporti alle loroidee; la secondache con segni dovettero assicurarsi de' confini de'lor poderi ed avere perpetue testimonianze de' lor diritti; la terzache tutte si sono truovate usare monete. Tutte queste veritàne daranno qui le origini delle lingue e delle lettere equividentroquelle de' geroglificidelle leggide' nomidell'impresegentiliziedelle medagliedelle monete e della lingua e scritturacon la quale parlò e scrisse il primo diritto natural dellegenti.

Eper istabilire di tutto ciò più fermamente i princìpiè qui da convellersi quella falsa oppenione ch'i geroglificifurono ritruovati di filosofi per nascondervi dentro i misteri d'altasapienza ripostacome han creduto degli egizi. Perché fucomune naturale necessità di tutte le prime nazioni di parlarecon gerogllfici (di che sopra si è proposta una degnità);come nell'Affrica l'abbiamo già degli egizia' quali conEliodoroDelle cose dell'Etiopiaaggiugniamo gli etiopiiquali si servirono per geroglifici degli strumenti di tutte l'artifabbrili. Nell'Oriente lo stesso dovett'essere de' caratteri magicide' caldei. Nel settentrione dell'Asia abbiamo sopra veduto cheIdanturare degli scitine' tempi assai tardi (posta la lorosformata antichitànella quale avevano vinto essi egizichesi vantavano essere gli antichissimi di tutte le nazioni)con cinqueparole reali risponde a Dario il maggiore che gli aveva intimato laguerra; che furono una ranocchiaun topoun uccelloun dented'aratro ed un arco da saettare. La ranocchia significava ch'esso eranato dalla terra della Sciziacome dalla terra nasconopiovendol'estàle ranocchiee sì esser figliuolo di quellaterra. Il topo significava essocome topodov'era nato aversi fattola casacioè aversi fondato la gente. L'uccello significavaaver ivi esso gli auspìcicioècome vedremo appressoche non era ad altri soggetto ch'a Dio. L'aratro significava averesso ridutte quelle terre a colturae sì averle dome e fattesue con la forza. E finalmente l'arco da saettare significava ch'essoaveva nella Scizia il sommo imperio dell'armida doverla e poterladifendereLa qual spiegazione così naturale e necessaria sicomponga con le ridevoli ch'appresso san Cirillo lor danno iconsiglieri di Darioe pruoverà ad evidenza generalmente chefinora non si è saputo il propio e vero uso de' geroglificiche celebrarono i primi popolicol combinare le interpetrazioni de'consiglieri di Dario date a' geroglifici scitici con le lontaneraggirate e contorte c'han dato i dotti a' geroglifici egizi. De'latini non ci lasciò la storia romana privi di qualchetradizione nella risposta eroica muta che Tarquinio superbo manda alfigliuolo in Gabicol farsi vedere al messaggiero troncar capi dipapaveri con la bacchetta che teneva tra mani; lo che è statocreduto fatto per superbiaove bisognava tutta la confidenza. Nelsettentrione d'Europa osserva Tacitoove ne scrive i costumich'igermani antichi non sapevano "literarum secreta"cioè che non sapevano scriver i loro geroglifici; lo chedovette durare fin a' tempi di Federico suevoanzi fin a quelli diRidolfo d'Austriada che incominciarono a scriver diplomi iniscrittura volgar tedesca. Nel settentrione della Francia vi fu unparlar geroglificodetto "rebus de Picardie"chedovett'esserecome nella Germaniaun parlar con le cosecioèco' geroglifici d'Idantura. Fino nell'ultima Tule e nell'ultima dilei partein Iscozianarra Ettore Boezio nella Storia dellaScozia quella nazione anticamente aver scritto con geroglifici.Nell'Indie occidentali i messicani furono ritruovati scriver pergeroglificie Giovanni di Laet nella sua Descrizione della NuovaIndia descrive i geroglifici degl'indiani essere diversi capid'animalipiantefiorifruttee per gli loro ceppi distinguere lefamiglie; ch'è lo stesso uso appunto c'hanno l'armi gentilizienel mondo nostro. Nell'Indie orientali i chinesi tuttavia scrivonoper geroglifici.

Cosìè sventata cotal boria de' dotti che vennero appresso (chetanto non osò gonfiare quella de' boriosissimi egizi): che glialtri sappienti del mondo avessero appreso da essi di nascondere laloro sapienza riposta sotto de' geroglifici.

Postitali princìpi di logica poetica e dileguata tal boria de'dottiritorniamo alle tre lingue degli egizi. Nella prima dellequalich'è quella degli dèicome si è avvisatonelle Degnitàper gli greci vi conviene Omeroche incinque luoghi di tutti e due i suoi poemi fa menzione d'una linguapiù antica della suala qual è certamente linguaeroicae la chiama "lingua degli dèi". Tre luoghisono nell'Iliade: il primo ove narra "Briareo" dirsidagli dèi"Egeone" dagli uomini; il secondooveracconta d'un uccelloche gli dèi chiamano chalkídagli uomini kúmindin; il terzoche 'l fiume di Troiagli dèi "Xanto"gli uomini chiamano "Scamandro".Nell'Odissea sono due: unoche gli dèi chiamanoplanktás pétras

"Scillae Cariddi" che dicon gli uomini; l'altroove Mercurio dàad Ulisse un segreto contro le stregonerie di Circeche dagli dèiè appellato môlu ed è affatto niegato agliuomini di sapere. D'intorno a' quali luoghi Platone dice molte cosema vanamente; talché poi Dion Crisostomo ne calogna Omerod'imposturach'esso intendesse la lingua degli dèich'ènaturalmente niegato agli uomini. Ma dubitiamo che non forse inquesti luoghi d'Omero si debbano gli "dèi" intendereper gli "eroi"i qualicome poco appresso si mostreràsi presero il nome di "dèi" sopra i plebei delleloro cittàch'essi chiamavan "uomini" (come a'tempi barbari ritornati i vassalli si dissero "homines"che osserva con maraviglia Ottomano)e i grandi signori (come nellabarbarie ricorsa) facevano gloria di avere maravigliosi segreti dimedicina; e così queste non sien altro che differenze diparlari nobili e di parlari volgari. Peròsenza alcun dubbioper gli latini vi si adoperò Varroneil qualecome nelleDegnità si è avvisatoebbe la diligenza diraccogliere trentamila dèiche dovettero bastare per uncopioso vocabolario divinoda spiegare le genti del Lazio tutte leloro bisogne umanech'in que' tempi semplici e parchi dovetter esserpochissimeperch'erano le sole necessarie alla vita. Anco i greci nenumerarono trentamilacome nelle Degnità pur si èdettoi quali d'ogni sassod'ogni fonte o ruscellod'ogni piantad'ogni scoglio fecero deitadinel qual numero sono le driadil'amadriadil'oreadile napee; appunto come gli americani ogni cosache supera la loro picciola capacità fanno dèi. Talchéle favole divine de' latini e de' greci dovetter essere i veri primigeroglificio caratteri sagri o divinidegli egizi.

Ilsecondo parlareche risponde all'età degli eroidissero gliegizi essersi parlato per simbolia' quali sono da ridursi l'impreseeroicheche dovetter essere le somiglianze mute che da Omero sidicono sémata (i segni co' quali scrivevan gli eroi); e'n conseguenza dovetter essere metafore o immagini o somiglianze ocomparazioniche poicon lingua articolatafanno tutta lasuppellettile della favella poetica. Perché certamente Omeroper una risoluta niegazione di Giuseffo ebreo che non ci sia venutoscrittore più antico di luiegli vien ad essere il primoautor della lingua grecaeavendo noi da' greci tutto ciòche di essa n'è giuntofu il primo autore di tutta lagentilità. Appo i latini le prime memorie della loro linguason i frammenti de' Carmi saliarie 'l primo scrittore che cen'è stato narrato è Livio Andronico poeta. E dalricorso della barbarie d'Europaessendovi rinnate altre linguelaprima lingua degli spagnuoli fu quella che dicono "di romanzo"e'n conseguenzadi poesia eroica (perché i romanzieri furoni poeti eroici de' tempi barbari ritornati); in Franciail primoscrittore in volgar francese fu Arnaldo Daniel Paccail primo ditutti i provenzali poetiche fiorì nell'XI secolo; efinalmente i primi scrittori in Italia furon rimatori fiorentini esiciliani.

Ilparlare pistolare degli egiziconvenuto a spiegare le bisogne dellapresente comun vita tra gli lontanidee esser nato dal volgo d'unpopolo principe dell'Egittoche dovett'esser quello di Tebe (il cuireRamsecome si è sopra dettodistese l'imperio sopratutta quella gran nazione)perché per gli egizi corrispondaquesta lingua all'età degli "uomini"quali sidicevano le plebi de' popoli eroici a differenza de' lor eroicomesi è sopra detto. E dee concepirsi esser provenuto da liberaloro convenzioneper questa eterna propietà: ch'èdiritto de' popoli il parlare e lo scriver volgare; onde Claudioimperadore avendo ritruovato tre altre lettere ch'abbisognavano allalingua latinail popolo romano non le volle riceverecomegl'italiani non han ricevuto le ritruovate da Giorgio Trissinochesi sentono mancare all'italiana favella.

Taliparlari pistolario sieno volgaridegli egizi si dovettero scriverecon lettere parimente volgarile quali si truovano somiglianti allevolgari fenicie; ond'è necessario che gli uni l'avesseroricevute dagli altri. Coloro che oppinano gli egizi essere stati iprimi ritruovatori di tutte le cose necessarie o utili all'umanasocietàin conseguenza di ciò debbon dire che gliegizi l'avessero insegnate a' fenici. Ma Clemente alessandrinoilquale dovett'esser informato meglio ch'ogni altro qualunque autoredelle cose di Egittonarra che Sancunazione o Sancuniate fenice (ilquale nella Tavola cronologica sta allogato nell'etàdegli eroi di Grecia) avesse scritto in lettere volgari la storiafeniciae sì il propone come primo autore della gentilitàch'abbia scritto in volgari caratteri; per lo qual luogo hassi a direch'i fenicii quali certamente furono il primo popolo mercatante delmondoper cagione di traffichi entrati in Egittov'abbiano portatole lettere loro volgari. Masenza alcun uopo d'argomenti e dicongetturela volgare tradizione ci accerta ch'essi fenici portaronole lettere in Grecia; sulla qual tradizione riflette Cornelio Tacitoche le vi portarono come ritrovate da sé le lettere ritruovateda altriche intende le geroglifiche egizie. Maperché lavolgar tradizione abbia alcun fondamento di vero (come abbiamouniversalmente pruovato tutte doverlo avere)diciamo che viportarono le geroglifiche ricevute da altriche non poteron esserech'i caratteri mattematici o figure geometriche ch'essi ricevuteavevano da' caldei (i quali senza contrasto furono i primimattematici e spezialmente i primi astronomi delle nazioni; ondeZoroaste caldeodetto così perché "osservatoredegli astri"come vuole il Bochartofu il primo sappiente delgentilesimo)e se ne servirono per forme di numeri nelle loromercatanzieper cagion delle quali molto innanzi d'Omero praticavanonelle marine di Grecia. Lo che ad evidenza si pruova da essi poemid'Omeroe spezialmente dall'Odisseaperché a' tempid'Omero Gioseffo vigorosamente sostiene contro Appione grecogramatico che le lettere volgari non si erano ancor truovate tra'greci. I qualicon sommo pregio d'ingegnonel quale certamenteavvanzarono tutte le nazionitrasportarono poi tai forme geometrichealle forme de' suoni articolati diversie con somma bellezza neformarono i volgari caratteri delle lettere; le quali poscia sipresero da' latinich'il medesimo Tacito osserva essere statesomiglianti all'antichissime greche. Di che gravissima pruova èquella ch'i greci per lunga etàe fin agli ultimi loro tempii latiniusarono lettere maiuscole per scriver numeri; che dev'esserciò che Demarato corintio e Carmentamoglie d'Evandro arcadeabbiano insegnato le lettere alli latinicome spiegheremo appressoche furono colonie grecheoltramarine e mediterraneededotteanticamente nel Lazio.

Népunto vale ciò che molti eruditi contendono: - le letterevolgari dagli ebrei esser venute a' greciperocchél'appellazione di esse lettere si osserva quasi la stessa appo degliuni e degli altri- essendo più ragionevole che gli ebreiavessero imitata tal appellazione da' greci che questi da quelli.Perché dal tempo ch'Alessandro Magno conquistòl'imperio dell'Oriente (che dopo la di lui morte si divisero i di luicapitani) tutti convengono che 'l sermon greco si sparse per tuttol'Oriente e l'Egitto; econvenendo ancor tutti che la gramaticas'introdusse assai tardi tra essi ebreinecessaria cosa èch'i letterati ebrei appellassero le lettere ebraiche conl'appellazione de' greci. Oltrecchéessendo gli elementisemplicissimi per naturadovettero dapprima i greci batteresemplicissimi i suoni delle lettereche per quest'aspetto sidovettero dire "elementi"; siccome seguitarono a batterle ilatini colla stessa gravità (con che conservarono le formedelle lettere somiglianti all'antichissime greche): laonde fu d'uopodire che tal appellazione di lettere con voci composte fussesi tardiintrodotta tra essie più tardi da' greci si fusse in Orienteportata agli ebrei.

Perle quali cose ragionate si dilegua l'oppenion di coloro che voglionoCecrope egizio aver portato le lettere volgari a' greci. Perchél'altra di coloro che stimano che Cadmo fenice le vi abbia portato daEgitto perocché fondò in Grecia una città colnome di Tebecapitale della maggior dinastia degli egizisi solveràappresso co' princìpi della Geografia poeticaper gliquali truoverassi ch'i greciportatisi in Egittoper una qualchesimiglianza colla loro Tebe natia avessero quella capitale d'Egittocosì chiamata. E finalmente s'intende perché avveduticriticicome riferisce l'autor anonimo inglese nell'Incertezzadelle scienzegiudicano che per la sua troppa antichitàcotal Sancuniate non mai sia stato nel mondo. Onde noiper non tôrloaffatto dal mondostimiamo doversi porre a' tempi più bassie certamente dopo d'Omero; e per serbare maggior antichità a'fenici sopra de' greci d'intorno all'invenzion delle lettere che sidicon "volgari" (con la giusta proporzioneperòdiquanto i greci furono più ingegnosi d'essi fenici)si ha adire che Sancuniate sia stato alquanto innanzi d'Erodoto (il quale fudetto "padre della storia de' greci"la quale scrisse confavella volgare)per quello che Sancuniate fu detto lo "storicodella verità"cioè scrittore del tempo istoricoche Varrone dice nella sua divisione de' tempi: dal qual tempoperla divisione delle tre lingue degli egizicorrispondente alladivisione delle tre età del mondo scorse loro dinnanziessiparlarono con lingua pistolarescritta con volgari caratteri.

Orsiccome la lingua eroica ovvero poetica si fondò dagli eroicosì le lingue volgari sono state introdutte dal volgochenoi dentro ritruoveremo essere state le plebi de' popoli eroici: lequali lingue propiamente da' latini furono dette "vernaculæ"che non potevan introdurre quelli "vernæ" chei gramatici diffiniscono "servi nati in casa dagli schiavi chesi facevano in guerra"i quali naturalmente apprendono lelingue de' popoli dov'essi nascono. Ma dentro si truoverà ch'iprimi e propiamente detti "vernæ" furon ifamoli degli eroi nello stato delle famiglieda' quali poi sicompose il volgo delle prime plebi dell'eroiche cittàefurono gli abbozzi degli schiaviche finalmente dalle cittàsi fecero con le guerre. E tutto ciò si conferma con le duelingue che dice Omerouna degli dèialtra degli uominichenoi qui sopra spiegammo "lingua eroica" e "linguavolgare"e quindi a poco lo spiegheremo vieppiù.

Madelle lingue volgari egli è stato ricevuto con troppo di buonafede da tutti i filologi ch'elleno significassero a placitoperch'esseper queste lor origini naturalidebbon aver significatonaturalmentelo che è facile osservare nella lingua volgarlatina (la qual è più eroica della greca volgareeperciò più robusta quanto quella è piùdilicata)che quasi tutte le voci ha formate per trasporti di natureo per propietà naturali o per effetti sensibili; egeneralmente la metafora fa il maggior corpo delle lingue appo tuttele nazioni. Ma i gramaticiabbattutisi in gran numero di vocaboliche danno idee confuse e indistinte di cosenon sappiendone leoriginiche le dovettero dapprima formare luminose e distinteperdar pace alla loro ignoranzastabilirono universalmente la massimache le voci umane articolate significano a placitoe vi trasseroAristotile con Galeno ed altri filosofie gli armarono controPlatone e Giamblicocome abbiam detto.

Mapur rimane la grandissima difficultà: comequanti sono ipopolitante sono le lingue volgari diverse? La qual perisciogliereè qui da stabilirsi questa gran verità:checome certamente i popoli per la diversità de' climi hansortito varie diverse natureonde sono usciti tanti costumi diversi;così dalle loro diverse nature e costumi sono nate altrettantediverse lingue: talchéper la medesima diversità delleloro naturesiccome han guardato le stesse utilità onecessità della vita umana con aspetti diversionde sonouscite tante per lo più diverse ed alle volte tra lorcontrarie costumanze di nazioni; così e non altrimente sonuscite in tante linguequant'esse sonodiverse. Lo che si confermaad evidenza co' proverbiche sono massime di vita umanale stessein sostanzaspiegate con tanti diversi aspetti quante sono state esono le nazionicome nelle Degnità si èavvisato. Quindi le stesse origini eroicheconservate in accorciodentro i parlari volgarihan fatto ciò che reca tantamaraviglia a' critici biblici: ch'i nomi degli stessi renellastoria sagra detti d'una manierasi leggono d'un'altra nellaprofana; perché l'una per avventura considerò gliuomini per lo riguardo dell'aspettodella potenza; l'altra perquello de' costumidell'imprese o altro che fusse stato: cometuttavia osserviamo le città d'Ungheria altrimente appellarsidagli ungherialtrimente da' grecialtrimente da' tedeschialtrimente da' turchi. E la lingua tedescach'è lingua eroicaviventeella trasforma quasi tutti i nomi delle lingue stranierenelle sue propie natie; lo che dobbiam congetturare aver fatto ilatini e i greci ove ragionano di tante cose barbare con bell'ariagreca e latina: la qual dee essere la cagione dell'oscurezza ches'incontra nell'antica geografia e nella storia naturale de' fossilidelle piante e degli animali. Perciò da noi in quest'opera laprima volta stampata si è meditata un'Idea d'un dizionariomentale da dare le significazioni a tutte le lingue articolatediverseriducendole tutte a certe unità d'idee insostanzachecon varie modificazioni guardate da' popolihanno daquelli avuto vari diversi vocaboli; del quale tuttavia facciamo usonel ragionar questa Scienza. E ne diemmo un pienissimo saggio nelcapo IVdove facemmo vedere i padri di famigliaper quindeciaspetti diversi osservati nello stato delle famiglie e delle primerepubblichenel tempo che si dovettero formare le lingue (del qualtempo sono gravissimi gli argomenti d'intorno alle cose i quali siprendono dalle natie significazioni delle parolecome se n'èproposta una degnità)essere stati appellati con altrettantidiversi vocaboli da quindeci nazioni antiche e moderne; il qual luogoè uno degli tre per gli quali non ci pentiamo di quel librostampato. Il qual Dizionario ragiona per altra via l'argomentoche tratta Tommaso Hayne nella dissertazione De linguarumcognatione e nell'altre De linguis in genere e Variarumlinguarum harmonia. Da tutto lo che si raccoglie questocorollario: che quanto le lingue sono più ricche di taliparlari eroici accorciati tanto sono più bellee per ciòpiù belle perché son più evidentie perchépiù evidenti sono più veraci e più fide; ealcontrarioquanto sono più affollate di voci di tali nascosteorigini sono meno dilettevoliperché oscure e confuseeperciò più soggette ad inganni ed errori. Lo chedev'essere delle lingue formate col mescolamento di molte barbaredelle quali non ci è venuta la storia delle loro origini e de'loro trasporti.

Oraper entrare nella difficilissima guisa della formazione di tutte etre queste spezie e di lingue e di lettereè da stabilirsiquesto principio: checome dallo stesso tempo cominciarono gli dèigli eroi e gli uomini (perch'eran pur uomini quelli che fantasticarongli dèi e credevano la loro natura eroica mescolata di quelladegli dèi e di quella degli uomini)così nello stessotempo cominciarono tali tre lingue (intendendo sempre andar loro delpari le lettere); però con queste tre grandissime differenze:che la lingua degli dèi fu quasi tutta mutapochissimaarticolata; la lingua degli eroimescolata egualmente e diarticolata e di mutae 'n conseguenza di parlari volgari e dicaratteri eroici co' quali scrivevano gli eroiche sématadice Omero; la lingua degli uominiquasi tutta articolata epochissima mutaperocché non vi ha lingua volgare cotantocopiosa ove non sieno più le cose che le sue voci. Quindi funecessario che la lingua eroica nel suo principio fusse sommamentescomposta; ch'è un gran fonte dell'oscurità dellefavole. Di che sia esemplo insigne quella di Cadmo: egli uccide lagran serpene semina i dentida' solchi nascono uomini armatigitta una gran pietra tra loroquesti a morte combattonoefinalmente esso Cadmo si cangia in serpe. Cotanto fu ingegnoso quelCadmo il qual portò le lettere a' grecidi cui fu trammandataquesta favolachecome la spiegheremo appressocontiene piùcentinaia d'anni di storia poetica!

Inséguito del già dettonello stesso tempo che si formòil carattere divino di Gioveche fu il primo di tutt'i pensieriumani della gentilitàincominciò parimente a formarsila lingua articolata con l'onomatopeacon la quale tuttaviaosserviamo spiegarsi felicemente i fanciulli. Ed esso Giove fu da'latinidal fragor del tuonodetto dapprima "Ious";dal fischio del fulmine da' greci fu detto Zéus; dalsuono che dà il fuoco ove bruciadagli orientalidovett'essere detto "Ur"onde venne "Urim"la potenza del fuoco; dalla quale stessa origine dovett'a' grecivenir detto uranós il cieloed a' latini il verbo"uro""bruciare"; a' qualidallo stessofischio del fulminedovette venire "cel"uno de'monosillabi d'Ausonioma con prononziarlo con la "ç"degli spagnuoliperché costi l'argutezza del medesimoAusonioove di Venere così bisquitta:

Natasalosuscepta solopatre edita coelo.

Dentrole quali origini è da avvertirsi checon la stessa sublimitàdell'invenzione della favola di Giovequal abbiamo sopra osservatoincomincia egualmente sublime la locuzion poetica con l'onomatopeala quale certamente Dionigi Longino pone tra' fonti del sublimeel'avvertisceappo Omeronel suono che diede l'occhio di Polifemoquando vi si ficcò la trave infuocata da Ulisseche fece síz.

Seguitaronoa formarsi le voci umane con l'interiezioniche sono voci articolateall'émpito di passioni violenteche 'n tutte le lingue sonmonosillabe. Onde non è fuori del verisimile cheda' primifulmini incominciata a destarsi negli uomini la maraviglianascessela prima interiezione da quella di Gioveformata con la voce "pa!"e che poi restò raddoppiata "pape!"interiezione di maravigliaonde poi nacque a Giove il titolo di"padre degli uomini e degli dèi"e quindi appressoche tutti gli dèi se ne dicessero "padri"e "madri"tutte le dèe; di che restaron a' latini le voci "Iupiter""Diespiter""Marspiter""Iunogenitrix": la quale certamente le favole narranci esserestata sterile; ed osservammosopratanti altri dèi e dèenel cielo non contrarre tra essolor matrimoni (perché Venerefu detta "concubina"non già "moglie" diMarte)e nulla di meno tutti appellavansi "padri" (di chevi hanno alcuni versi di Lucilioriferiti nelle Note al Dirittouniversale). E si dissero "padri" nel senso nel quale"patrare" dovette significare dapprima il farech'èpropio di Diocome vi conviene anco la lingua santa ch'in narrandola criazione del mondodice che nel settimo giorno Iddio riposò"ab opere quod patrarat". Quindi dev'essere statodetto "impetrare"che si disse quasi "impatrare"che nella scienza augurale si diceva "impetrire"ch'era "riportar il buon augurio"della cui origine diconotante inezie i latini gramatici: lo che pruova che la primainterpetrazione fu delle leggi divine ordinate con gli auspìcicosì detta quasi "interpatratio".

Orsì fatto divino titoloper la natural ambizione dell'umanasuperbiaavendosi arrogato gli uomini potenti nello stato dellefamiglieessi si appellarono "padri" (lo che forse diedemotivo alla volgar tradizione ch'i primi uomini potenti della terrasi fecero adorare per dèi); maper la pietà dovuta ainumiquelli i numi dissero "dèi"ed appresso ancopresosi gli uomini potenti delle prime città il nome di "dèi"per la stessa pietà i numi dissero "dèiimmortali"a differenza dei "dèi mortali"ch'eran tali uomini. Ma in ciò si può avvertire lagoffaggine di tai gigantiqual i viaggiatori narrano de lospatacones: della quale vi ha un bel vestigio in latinitàlasciatoci nell'antiche voci "pipulum" e "pipare"nel significato di "querela" e di "querelarsi"che dovette venire dall'interiezione di lamento "pipi";nel qual sentimento vogliono che "pipulum" appressoPlauto sia lo stesso che "obvagulatio" delle XIITavolela qual voce deve venir da "vagire"ch'èpropio il piagnere de' fanciulli. Talché è necessariodall'interiezione di spavento esser nata a' greci la voce paiánincominciata da pái; di che vi ha appo essi un'aureatradizione antichissima: ch'i grecispaventati dal gran serpentedetto Pitoneinvocarono in loro soccorso Apollo con quelle voci: iòpaiáv che prima tre volte batterono tardeessendoillanguiditi dallo spaventoe poiper lo giubilo perch'avevaloApollo uccisogli acclamarono altrettante volte battendole prestecol dividere l'omega in due omicrone 'l dittongo aiin due sillabe. Onde nacque naturalmente il verso eroico primaspondaico e poi divenne dattilicoe ne restò quell'eternapropietà ch'egli in tutte l'altre sedi cede il luogo aldattilofuorché nell'ultima; e naturalmente nacque il cantomisurato dal verso eroicoagl'impeti di passioni violentissimesiccome tuttavia osserviamo nelle grandi passioni gli uomini dar nelcanto esopra tuttii sommamente afflitti ed allegricome si èdetto nelle Degnità. Lo che qui detto quindi a pocorecherà molto uso ove ragioneremo dell'origini del canto e de'versi.

S'innoltraronoa formar i pronomiimperocché l'interiezioni sfogano lepassioni propielo che si fa anco da solima i pronomi servono percomunicare le nostre idee con altrui d'intorno a quelle cose che co'nomi propi o noi non sappiamo appellare o altri non sappia intendere.E i pronomipur quasi tuttiin tutte le lingue la maggior parte sonmonosillabi; il primo de' qualio almeno tra' primidovett'esserquello di che n'è rimasto quel luogo d'oro d'Ennio:

Aspicehoc sublime cadensquem omnes invocant Iovem

ov'èdetto "hoc" invece di "coelum"ene restò in volgar latino

Luciscithoc iam

invecedi "albescit coelum". E gli articoli dalla lornascita hanno questa eterna propietà: d'andare innanzi a' nomia' quali son attaccati.

Doposi formarono le particelledelle quali sono gran parte lepreposizioniche pure quasi in tutte le lingue son monosillabe; checonservano col nome questa eterna propietà: di andar innanzia' nomi che le domandano ed a' verbi co' quali vanno a comporsi.

Trattotratto s'andarono formando i nomi; de' quali nell'Origini dellalingua latinaritruovate in quest'opera la prima volta stampatasi novera una gran quantità nati dentro del Laziodalla vitad'essi latini selvaggiaper la contadinescainfin alla primacivileformati tutti monosillabiche non han nulla d'originiforestierenemmeno grechea riserba di quattro voci: bûssûsmûssépsch'a' latinisignifica "siepe" e a' greci "serpe". Il qualluogo è l'altro degli tre che stimiamo esser compiuti in quellibroperch'egli può dar l'esemplo a' dotti dell'altre linguedi doverne indagare l'origini con grandissimo frutto della repubblicaletteraria; come certamente la lingua tedescach'è linguamadre (perocché non vi entrarono mai a comandare nazionistraniere)ha monosillabe tutte le sue radici. Ed esser nati i nomiprima de' verbi ci è appruovato da questa eterna propietà:che non regge orazione se non comincia da nome ch'espresso o taciutola regga.

Finalmentegli autori delle lingue si formarono i verbicome osserviamo ifanciulli spiegar nomiparticellee tacer i verbi. Perché inomi destano idee che lasciano fermi vestigi; le particellechesignificano esse modificazionifanno il medesimo; ma i verbisignificano motii quali portano l'innanzi e 'l dopoche sonomisurati dall'indivisibile del presentedifficilissimo ad intendersidagli stessi filosofi. Ed è un'osservazione fisica che dimolto appruova ciò che diciamoche tra noi vive un uomoonestotòcco da gravissima apoplessiail quale mentova nomie sì è affatto dimenticato de' verbi. E pur i verbi chesono generi di tutti gli altri - quali sono "sum"dell'essereal quale si riducono tutte l'essenzech'è tantodire tutte le cose metafisiche; "sto" della quiete"eo" del motoa' quali si riducono tutte le cosefisiche; "do""dico" e "facio"a' quali si riducono tutte le cose agibilisien o morali ofamigliari o finalmente civili - dovetter incominciaredagl'imperativi; perché nello stato delle famigliepovero insommo grado di linguai padri soli dovettero favellare e dar gliordini a' figliuoli ed a' famolie questisotto i terribili imperifamigliariquali poco appresso vedremocon cieco ossequio dovevanotacendo eseguirne i comandi. I quali imperativi sono tuttimonosillabiquali ci son rimasti "es""sta""i""da""dic""fac".

Questagenerazione delle lingue è conforme a' princìpi cosìdell'universale naturaper gli quali gli elementi delle cose tuttesono indivisibilide' quali esse cose si compongono e ne' qualivanno a risolversicome a quelli della natura particolare umanaperquella Degnità ch'"i fanciullinati in questacopia di lingue e c'hanno mollissime le fibbre dell'istromento daarticolare le vocile incominciano monosillabe": che molto piùsi dee stimare de' primi uomini delle gentii quali l'avevanodurissimené avevano udito ancor voce umana. Di piùella ne dà l'ordine con cui nacquero le parti dell'orazionee'n conseguenza le naturali cagioni della sintassi.

Lequali cose tutte sembrano più ragionevoli di quello che GiulioCesare Scaligero e Francesco Sanzio ne han detto a proposito dellalingua latina. Come se i popoli che si ritruovaron le lingue avesseroprima dovuto andare a scuola d'Aristotilecoi cui princìpi nehanno amendue ragionato!





5.COROLLARI D'INTORNO ALL'ORIGINI DELLA LOCUZION POETICADEGLIEPISODIDEL TORNODEL NUMERODEL CANTO E DEL VERSO

Incotal guisa si formò la lingua poetica per le nazionicomposta di caratteri divini ed eroicidappoi spiegati con parlarivolgarie finalmente scritti con volgari caratteri. E nacque tuttada povertà di lingua e necessità di spiegarsi; lo chesi dimostra con essi primi lumi della poetica locuzioneche sonol'ipotiposil'immaginile somiglianzele comparazionilemetaforele circoscrizionile frasi spieganti le cose per le loronaturali propietàle descrizioni raccolte dagli effetti o piùminuti o più risentitie finalmente per gli aggiunti enfaticied anche oziosi.

Gliepisodi sono nati da essa grossezza delle menti eroicheche nonsapevano sceverare il propio delle cose che facesse al loropropositocome vediamo usargli naturalmente gl'idioti e sopra tuttile donne.

Itorni nacquero dalla difficultà di dar i verbi al sermonechecome abbiam vedutofurono gli ultimi a ritruovarsi; onde igreciche furono più ingegnosiessi tornarono il parlare mende' latinie i latini meno di quel che fanno i tedeschi.

Ilnumero prosaico fu inteso tardi dagli scrittori - nella greca linguada Gorgia leontino e nella latina da Cicerone- perocchéinnanzial riferire di Cicerone medesimoavevano renduto numerosel'orazioni con certe misure poetiche; lo che servirà moltoquindi a pocoove ragioneremo dell'origini del canto e de' versi.

Datutto ciò sembra essersi dimostrato la locuzion poetica essernata per necessità di natura umana prima della prosaica; comeper necessità di natura umana nacqueroesse favoleuniversali fantasticiprima degli universali ragionati o sienofilosoficii quali nacquero per mezzo di essi parlari prosaici.Perocchéessendo i poetiinnanziandati a formare lafavella poetica con la composizione dell'idee particolari (come si èappieno qui dimostrato)da essa vennero poi i popoli a formare iparlari da prosa col contrarre in ciascheduna vocecome in ungenerele parti ch'aveva composte la favella poetica; e di quellafrase poeticaper essemplo: "mi bolle il sangue nel cuore"(ch'è parlare per propietà naturaleeterno eduniversale a tutto il gener umano)del sanguedel ribollimento edel cuore fecero una sola vocecom'un genereche da' greci fu dettostómachosda' latini "ira"dagl'italiani "collera". Con egual passode' geroglifici edelle lettere eroiche si fecero poche lettere volgaricome generi daconformarvi innumerabili voci articolate diverseper lo che viabbisognò fior d'ingegno; co' quali generi volgarie di vocie di letteres'andarono a fare più spedite le menti de'popoli ed a formarsi astrattiveonde poi vi poterono provenir ifilosofii quali formaron i generi intelligibili. Lo che quiragionato è una particella della storia dell'idee. Tantol'origini delle lettereper truovarsisi dovevano ad un fiatotrattare con l'origini delle lingue!

Delcanto e del verso si sono proposte quelle Degnità: chedimostrata l'origine degli uomini mutolidovettero dapprimacomefanno i mutolimandar fuori le vocali cantando; dipoicome fannogli scilinguatidovettero pur cantando mandar fuori l'articolate diconsonanti. Di tal primo canto de' popoli fanno gran pruova idittonghi ch'essi ci lasciarono nelle lingueche dovettero dapprimaesser assai più in numero; siccome i greci e i francesichepassarono anzi tempo dall'età poetica alla volgarece n'hanlasciato moltissimicome nelle Degnità si èosservato. E la cagion si è che le vocali sono facili aformarsi ma le consonanti difficili; e perché si èdimostrato che tai primi uomini stupidiper muoversi a profferire levocidovevano sentire passioni violentissimele quali naturalmentesi spiegano con altissima voce; e la natura porta ch'ove uomo alziassai la voceegli dia ne' dittonghi e nel cantocome nelle Degnitàsi è accennato: onde poco sopra dimostrammo i primi uominigrecinel tempo de' loro dèiaver formato il primo versoeroico spondaico col dittongo pái e pieno due volte piùdi vocali che consonanti.

Ancoratal primo canto de' popoli nacque naturalmente dalla difficultàdelle prime prononziela qual si dimostra come dalle cagioni cosìdagli effetti. Da quelleperché tali uomini avevano formatodi fibbre assai dure l'istrumento d'articolare le vocie di vociessi ebbero pochissime; come al contrario i fanciullidi fibbremollissimenati in questa somma copia di vocisi osservano consomma difficultà prononziare le consonanti (come nelle Degnitàs'è pur detto)e i chinesiche non hanno più chetrecento voci articolatechevariamente modificandoe nel suono enel tempocorrispondonocon la lingua volgare a' loro cenventimilageroglificiparlan essi cantando. Per gli effettisi dimostra dagliaccorciamenti delle vocii quali s'osservano innumerabili nellapoesia italiana (e nell'Origini della lingua latina n'abbiamodimostro un gran numeroche dovettero nascere accorciate e poiessersi col tempo distese); ed al contrario da' ridondamentiperocché gli scilinguati da alcuna sillabaalla quale sonopiù disposti di profferire cantandoprendon essi compenso diprofferir quelle che loro riescono di difficil prononzia (come purenelle Degnità sta proposto); onde appo noi nella miaetà fu un eccellente musico di tenore con tal vizio di lingua:ch'ove non poteva profferir le paroledava in un soavissimo canto ecosì le prononziava. Così certamente gli arabicominciano quasi tutte le voci da "al"; ed affermanogli unni fussero stati così detti che le cominciassero tutteda "un". Finalmente si dimostra che le lingueincominciaron dal canto per ciò che testé abbiam detto:ch'innanzi di Gorgia e di Cicerone i greci e i latini prosatoriusarono certi numeri quasi poeticicome a' tempi barbari ritornatifecero i Padri della Chiesa latina (truoverassi il medesimo dellagreca)talché le loro prose sembrano cantilene.

Ilprimo verso (come abbiamo poco fa dimostrato di fatto che nacque)dovette nascere convenevole alla lingua ed all'età degli eroiqual fu il verso eroicoil più grande di tutti gli altri epropio dell'eroica poesia; e nacque da passioni violentissime dispavento e di giubilocome la poesia eroica non tratta che passioniperturbatissime. Però non nacque spondaico per lo gran timordel Pitonecome la volgar tradizione racconta; la qual perturbazioneaffretta l'idee e le voci più tosto che le ritardaonde appoi latini "solicitus" e "festinans"significano "timoroso": ma per la tardezza delle menti edifficultà delle lingue degli autori delle nazioni nacqueprimacome abbiam dimostrospondaicodi che si mantiene inpossessoche nell'ultima sede non lascia mai lo spondeo; dappoifaccendosi più spedite e le menti e le linguev'ammise ildattilo; appressospedendosi entrambe vieppiùnacque ilgiambicoil cui piede è detto "presto" da Orazio(come di tali origini si sono proposte due Degnità);finalmentefattesi quelle speditissimevenne la prosala qualecome testé si è vedutoparla quasi per generiintelligibili; ed alla prosa il verso giambico s'appressa tantochespesso innavedutamente cadeva a' prosatori scrivendo.

Cosìil canto s'andò ne' versi affrettando co' medesimi passi co'quali si spedirono nelle nazioni e le lingue e l'ideecome anconelle Degnità si è avvisato.

Talfilosofia ci è confermata dalla storiala quale la piùantica cosa che narra sono gli oracoli e le sibillecome nelleDegnità si è proposto; ondeper significare unacosa esser antichissimavi era il detto: "quella essere piùvecchia della sibilla"; e le sibille furono sparse per tutte leprime nazionidelle quali ci sono pervenute pur dodici. Ed èvolgar tradizione che le sibille cantarono in verso eroicoe glioracoli per tutte le nazioni pur in verso eroico davano le risposte;onde tal verso da' greci fu detto "pizio" dal loro famosooracolo d'Apollo pizio (il qual dovette così appellarsidall'ucciso serpente detto Pitoneonde noi sopra abbiam detto essernato il primo verso spondaico)e da' latini fu detto "versosaturnio"come ne accerta Festo; che dovette in Italia nascerenell'età di Saturnoche risponde all'età dell'oro de'grecinella quale Apollocome gli altri dèipraticava interra con gli uomini. Ed Ennioappo il medesimo Festodice che contal verso i fauni rendevano i fati ovvero gli oracoli nell'Italia(che certamente tra' grecicom'or si è dettosi rendevano inversi esametri); ma poi "versi saturni" restaron detti igiambici senariforse perché così poi naturalmente siparlava in tai versi saturni giambicicome innanzi si eranaturalmente parlato in versi saturni eroici.

Quantunqueoggi dotti di lingua santa sien divisi in oppenioni diverse d'intornoalla poesia degli ebreis'ella è composta di metri overamente di ritmiperò GioseffoFiloneOrigeneEusebiostanno a favore de' metrie per ciò che fa sommamente alnostro proposito san Girolamo vuole che 'l libro di Giobbeil qual èpiù antico di quei di Mosèfusse stato tessuto inverso eroico da principio del III capo fin al principio del capoXLII.

Gliarabiignoranti di letteracome riferisce l'autor anonimodell'Incertezza delle scienzeconservarono la loro lingua contener a memoria i loro poemi finattanto ch'innondarono le provincieorientali del greco imperio.

Gliegizi scrivevano le memorie de' lor difonti nelle siringio colonnein versodette da "sir"che vuol dire "canzona";onde vien detta "Sirena"deità senza dubbiocelebre per lo cantonel qual Ovidio dice esser egualmente statacelebre che 'n bellezza la ninfa detta Siringa: per la qual originesi deve lo stesso dire ch'avessero dapprima parlato in versi i siri egli assiri.

Certamentei fondatori della greca umanità furon i poeti teologie furonessi eroie cantarono in verso eroico.

Vedemmoi primi autori della lingua latina essere stati i saliiche furonpoeti sagrida' quali si hanno i frammenti de' versi saliaric'hanno un'aria di versi eroiciche sono le più antichememorie della latina favella. Gli antichi trionfanti romanilasciarono le memorie de' loro trionfi pur in aria di verso eroicocome Lucio Emilio Regillo quella:

Duellomagno dirimendoregibus subiugandis

AcilioGlabrione quell'altra:

Fuditfugatprosternit maximas legiones

edaltri altre.

Iframmenti della legge delle XII Tavolese bene vi si riflettanellapiù parte de' suoi capi vanno a terminar in versiadonîche sono ultimi ritagli di versi eroici; lo che Ciceronedovette imitare nelle sue Leggile quali cosìincominciano:

Deoscaste adeunto.

Pietatemadhibento.

Ondeal riferire del medesimodovette venire quel costume romano: ch'ifanciulliper dirla con le di lui parole"tanquamnecessarium carmen"andavano cantando essa legge; nonaltrimenti che Eliano narra che facevano i fanciulli cretesi. Perchécertamente Ciceronefamoso ritruovatore del numero prosaico appressoi latinicome Gorgia leontino lo era stato tra' greci (lo che soprasi è riflettuto)doveva schifare nella prosae prosa di sìgrave argomentononché versi così sonorianche igiambici (i quali tanto la prosa somigliano)da' quali si guardòscrivendo anco lettere famigliari. Onde di tal spezie di versobisogna che sieno vere quelle volgari tradizioni: delle quali laprima è appresso Platonela qual dice che le leggi degliegizi furono poemi della dea Iside; la seconda è appressoPlutarcola quale narra che Ligurgo diede agli spartani in verso leleggia' quali con una particolar legge aveva proibito saper dilettera; la terza è appo Massimo tiriola qual racconta Gioveaver dato a Minosse le leggi in verso; la quarta ed ultima èriferita da Suidache Dragone dettò in verso le leggi agliateniesiil quale pur volgarmente ci vien narrato averle scritte colsangue.

Oraritornando dalle leggi alle storieriferisce Tacito ne' Costumide' germani antichi che da quelli si conservavano conceputi inversi i princìpi della loro storia; e quivi LipsionelleAnnotazioniriferisce il medesimo degli americani. Le qualiautorità di due nazionidelle quali la prima non fuconosciuta da altri popoli che tardi assai da' romanila seconda fuscoverta due secoli fa da' nostri europeine danno un forteargomento di congetturare lo stesso di tutte l'altre barbare nazionicosì antiche come moderne; esenza uopo di conghietturede'persiani tralle antichee de' chinesi tralle nuovamente scopertesiha dagli autori che le prime loro storie scrissero in versi. E qui sifacci questa importante riflessione: chese i popoli si fondaronocon le leggie le leggi appo tutti furono in versi dettatee leprime cose de' popoli pur in versi si conservarono; necessaria cosa èche tutti i primi popoli furono di poeti.

Ora- ripigliando il proposto argomento d'intorno all'origini del verso -al riferire di Festoancora le guerre cartaginesi furono da Nevioinnanzi di Ennio scritte in verso eroico; e Livio Andronicoil primoscrittor latinoscrisse la Romanidech'era un poema eroicoil quale conteneva gli annali degli antichi romani. Ne' tempi barbariritornati essi storici latini furon poeti eroicicome GunteroGuglielmo pugliese ed altri. Abbiam veduto i primi scrittori nellenovelle lingue d'Europa essere stati verseggiatori; e nella Silesiaprovincia quasi tutta di contadininascon poeti. E generalmenteperocché cotal lingua troppo intiere conserva le sue originieroichequesta è la cagionedi cui ignaroAdamoRochembergio afferma che le voci composte de' greci si possonofelicemente rendere in lingua tedescaspezialmente in poesia; e 'lBerneggero ne scrisse un catalogoe poi si studiòd'arricchire Giorgio Cristoforo Peischero in Indice de græcæet germanicæ linguæ analogia. Nella qual partedicomporre le intiere voci tra lorola lingua latina antica ne lasciòpur ben moltedelle qualicome di lor ragioneseguitarono aservirsi i poeti: perché dovett'essere propietà comunedi tutte le prime linguele qualicome si è dimostratoprima si fornirono di nomidappoi di verbie sìper inopiadi verbiavesser unito essi nomi. Che devon esser i princìpidi ciò che scrisse il Morhofio in Disquisitionibus degermanica lingua et poesi. E questa sia una pruova dell'avvisoche diemmo nelle Degnità: chese i dotti della linguatedesca attendano a truovarne l'origini per questi princìpivi faranno delle discoverte maravigliose.

Perle quali cose tutte qui ragionate sembra ad evidenza essersiconfutato quel comun error de' gramaticii quali dicono la favelladella prosa esser nata primae dopo quella del verso; e dentrol'origini della poesiaquali qui si sono scovertesi son truovatel'origini delle lingue e l'origini delle lettere.



6.GLI ALTRI COROLLARI LI QUALI SI SONO DA PRINCIPIO PROPOSTI

I

Contal primo nascere de' caratteri e delle lingue nacque il giusdetto"ious" da' latinie dagli antichi greci diaión- che noi sopra spiegammo "celeste"detto da Diós;onde a' latini vennero "sub dio" egualmente e "subIove" per dir "a ciel aperto" - ecome dicePlatone nel Cratiloche poi per leggiadria di favella fudetto díkaion. Perché universalmente da tutte lenazioni gentili fu osservato il cielo con l'aspetto di Gioveperriceverne le leggi ne' di lui divini avvisi o comandiche credevanesser gli auspìci; lo che dimostra tutte le nazioni esser natesulla persuasione della provvedenza divina.

E'ncominciandole a noverareGiove a' caldei fu 'l cieloin quantoera creduto dagli aspetti e moti delle stelle avvisar l'avvenireene furon dette "astronomia" e "astrologia" lescienze quella delle leggi e questa del parlare degli astrima nelsenso d'"astrologia giudiziaria"come "chaldæi"per "astrolaghi giudiziari" restarono detti nelle leggiromane.

A'persiani egli fu Giove ben anco il cieloin quanto si credevasignificare le cose occulte agli uomini. Della qual scienza isappienti se ne dissero "maghi"e restonne appellata"magia" così la permessach'è la naturaledelle forze occulte maravigliose della naturacome la vietata dellesopranaturalinel qual senso restò "mago" detto per"istregone". E i maghi adoperavano la verga (che fu illituo degli àuguri appo i romani) e descrivevano i cerchidegli astronomi; della qual verga e cerchi poi si sono serviti imaghi nelle loro stregonerie. Ed a' persiani il cielo fu il templo diGiovecon la qual religione Ciro rovinava i templi fabbricati per laGrecia.

Agliegizi pur Giove fu 'l cieloin quanto si credeva influire nelle cosesublunari ed avvisar l'avvenire; onde credevano fissare gl'influssicelesti nel fondere a certi tempi l'immaginied ancor oggiconservano una volgar arte d'indovinare.

A'greci fu anco Giove esso cieloin quanto ne consideravano i teoremie i matemi altre volte dettiche credevano cose divine o sublimi dacontemplarsi con gli occhi del corpo e da osservarsi (in senso di"eseguirsi") come leggi di Giove; da' quai matemi nelleleggi romane "mathematici" si dicono gli astrolaghigiudiziari.

De'romani è famoso il sopra qui riferito verso di Ennio:

Aspicehoc sublime cadensquem omnes invocant Iovem

presoil pronome "hoc"come si è dettoinsignificato di "coelum"; ed a' medesimi si dissero"templa coeli"che pur sopra si sono dette leregioni del cielo disegnate dagli àuguri per prender gliauspìci. E ne restò a' latini "templum"per significare ogni luogo che da ogni parte ha libero e di nullaimpedito il prospetto; ond'è "extemplo" insignificato di "subito"e "neptunia templa"disse il marecon maniera anticaVirgilio.

De'germani antichi narra Tacito ch'adoravano i loro dèi entroluoghi sagriche chiama "lucos et nemora"chedovetter essere selve rasate dentro il chiuso de' boschi (del qualcostume durò fatiga la Chiesa per dissavvezzarglicome siraccoglie da' concili stanetense e bracarense nella Raccolta de'decreti lasciataci dal Buchardo)ed ancor oggi se ne serbano inLapponia e Livonia i vestigi.

De'peruani si è truovato Iddio dirsi assolutamente "ilSublime"i cui templi sonoa ciel apertopoggi ove si sale dadue lati per altissime scalenella qual altezza ripongono tutta laloro magnificenza. Onde dappertutto la magnificenza de' templi or èriposta in una loro sformatissima altezza. La cima de' quali troppo anostro proposito si truova appresso Pausania dirsi ætósche vuol dir "aquila"; perché si sboscavano le selveper aver il prospetto di contemplare donde venivano gli auspìcidell'aquileche volan alto più di tutti gli uccelli. E forsequindi le cime ne furon dette "pinnæ templorum"donde poi dovettero dirsi "pinnæ murorum"perché sui confini di tali primi templi del mondo dopos'alzarono le mura delle prime cittàcome appresso vedremo. Efinalmente in architettura restaron dette "aquilæ"i "merli" ch'or diciamo degli edifici.

Magli ebrei adoravano il vero Altissimoch'è sopra il cielonel chiuso del tabernacolo; e Mosèper dovunque stendeva ilpopolo di Dio le conquisteordinava che fussero bruciati i boschisagri che dice Tacitodentro i quali si chiudessero i "luci".

Ondesi raccoglie che dappertutto le prime leggi furono le divine diGiove. Dalla qual antichità dev'essere provenuto nelle linguedi molte nazioni cristiane di prender "il cielo" per "Dio":come noi italiani diciamo "voglia il cielo""spero alcielo"nelle quali espressioni intendiamo "Dio"; lostesso è usato dagli spagnuoli; e i francesi dicono "bleu"per l'"azzurro"e perché la voce "azzurro"è di cosa sensibiledovetter intendere "bleu"per "lo cielo"; e quindicome le nazioni gentili avevanointeso "il cielo" per "Giove"dovettero ifrancesi per "lo cielo" intendere "Dio" inquell'empia loro bestemmia "moure bleu!"per "muoiaIddio!"e tuttavia dicono "par bleu!" "perDio!". E questo può esser un saggio del Vocabolariomentale proposto nelle Degnitàdel quale sopra siè ragionato.

II

Lacertezza de' domìni fece gran parte della necessità diritrovar i "caratteri" e i "nomi" nellasignificazione natia di "case diramate in molte famiglie"che con la loro somma propietà si appellarono "genti".Così Mercurio Trimegistocarattere poetico de' primifondatori degli egiziquale l'abbiam dimostratoritruovòloro e le leggi e le lettere. Dal qual Mercurioche fu altresìcreduto dio delle mercatanziegl'italiani (la qual uniformitàdi pensare e spiegarsifin a' nostri dì conservatadee recarmaraviglia) dicono "mercare" il contrasegnare con lettere ocon imprese i bestiami o altre robe da mercantareper distinguere edaccertarne i padroni.

III

Questesono le prime origini dell'imprese gentilizie e quindi dellemedaglie. Dalle qual'impreseritruovate prima per private e poi perpubbliche necessitàvennero per diletto l'imprese eruditelequaliindovinandodissero "eroiche"le quali bisognaanimare co' mottiperché hanno significazioni analogheovel'imprese eroiche naturali lo erano per lo stesso difetto de' mottiesìmutole parlavano; ond'erano in lor ragione l'impreseottimeperché contenevano significazioni propiequanto trespighe o tre atti di falciare significavano naturalmente "treanni". Dallo che venne "caratteri" e "nomi"convertirsi a vicenda tra loroe "nomi" e "nature"significare lo stessocome l'uno e l'altro sopra si è detto.

Orfaccendoci da capo all'imprese gentiliziene' tempi barbariritornati le nazioni ritornarono a divenir mutole di favella volgare:onde delle lingue italianafrancesespagnuola o d'altre nazioni diquelli tempi non ci è giunta niuna notizia affattoe lelingue latina e greca si sapevano solamente da' sacerdoti; talchéda' francesi si diceva "clerc" in significazione di"letterato"ed allo 'ncontro dagl'italianiper un belluogo di Dantesi diceva "laico" per dir "uomo chenon sapeva di lettera". Anzi tra gli stessi sacerdoti regnòcotanta ignoranzache si leggono scritture sottoscritte da' vescovicol segno di croceperché non sapevano scrivere i propi lornomi; e i prelati dotti anco poco sapevano scriverecome ladiligenza del padre Mabillone nella sua opera De re diplomaticadà a veder intagliate in rame le sottoscrizioni de' vescovi earcivescovi agli atti de' concili di que' tempi barbarile qualis'osservano scritte con lettere più informi e brutte di quelleche scrivono gli più indotti idioti oggidì. E pure taliprelati erano per lo più i cancellieri de' reami d'Europaquali restarono tre arcivescovi cancellieri dell'Imperio per trelingue (ciascheduno per ciascheduna): tedescafrancese ed italiana;e da essiper tal maniera di scrivere lettere con tali formeirregolaridev'essere stata detta la "scrittura cancellaresca".Da sì fatta scarsezza per una legge inghilese fu ordinato cheun reo di morte il quale sapesse di letteracome eccellente in arteegli non dovesse morire: da che forse poi la voce "letterato"si stese a significar "erudito".

Perla stessa inopia di scrittorinelle case antiche non osserviamoparete ove non sia intagliata una qualche impresa. Altrondeda'latini barbari fu detta "terræ presa" inpodere co' suoi confinie dagl'italiani fu detto "podere"per la stessa idea onde da' latini era stato detto "prædium";perché le terre ridutte a coltura furono le prime prede delmondoe furono i fondi detti "mancipia" dalla leggedelle XII Tavolee detti "prædes" e"mancipes" gli obbligati in roba stabileprincipalmente all'erarioe "iura prædiorum"le servitù che si dicon "reali". Altronde daglispagnoli fu detta "prenda" l'"impresa forte"perché le prime imprese forti del mondo furono di domare eridurre a coltura le terre: che si truoverà essere la maggioredi tutte le fatighe d'Ercole. L'impresadi nuovoagl'italiani sidisse "insegna" in concetto di "cosa significante"(onde agli stessi si venne detto "insegnare"); e si diceanco "divisa"perché l'insegne si ritruovarono persegni della prima division delle terrech'erano state innanzinell'usarlea tutto il gener umano comuni; onde i terminiprimarealidi tali campipoi dagli scolastici si presero per terminivocalio sia per voci significativeche sono gli estremi delleproposizioni. Qual uso appunto di termini hanno appo gli americanicome si è veduto soprai geroglificiper distinguere traessolor le famiglie.

Datutto ciò si conchiude che all'insegne la gran necessitàdi significare ne' tempi delle nazioni mutole dovette esser fattadalla certezza de' domìnile quali poi passarono in insegnepubbliche in pace; onde vennero le medagliele quali appressoessendosi introdutte le guerresi truovarono apparecchiate perl'insegne militarile quali hanno il primiero uso de' geroglificifaccendosi per lo più le guerre fra nazioni di voci articolatediverse e 'n conseguenza mute tra loro. Le quali cose tutte quiragionatea maraviglia ci si conferma esser vere da ciò: cheper uniformità d'ideeappo gli egizigli antichi toscaniromani e gl'inghilesiche l'usano per fregio della lor arma realesi formò questo geroglificoappo tutti uniforme: un'aquila incima ad uno scettroch'appo queste nazionitra loro per immensispazi di terre e mari divisedovette egualmente significare ch'ireami ebbero i loro incominciamenti da' primi regni divini di Giovein forza de' di lui auspìci. Finalmenteessendosi introduttii commerzi con danaio coniatosi ritruovarono le medaglieapparecchiate per l'uso delle monetele qualidall'uso di essemedagliefuron dette "monetæ" a "monendo"appresso i latinicome dall'insegne fu detto "insegnare"appresso gl'italiani. Così da nómos vennenómismalo che ci disse Aristotile; e indi ancor forsevenne detto a' latini "numus"ch'i miglioriscrivono con un "m"; e i francesi dicono "loy"la legge ed "aloy" la moneta; i quali parlari nonpossono altronde essere provenuti che dalla "legge" o"diritto"significato con geroglificoch'è l'usoappunto delle medaglie. Tutto lo che a maraviglia si conferma dallevoci "ducato"detto a "ducendo"ch'èpropio de' capitani; "soldo" ond'è detto "soldato";e "scudo"arma di difesach'innanzi significòil fondamento dell'armi gentilizieche dapprima fu la terra colta diciascun padre nel tempo delle famigliecome appresso saràdimostro. Quindi devon aver luce le tante medaglie anticheove sivede o un altareo un lituoch'era la verga degli àuguri concui prendevan gli auspìcicome si è sopra dettoo untreppiedidonde si rendevan gli oracoliond'e quel motto "dictumex tripode""detto d'oracolo".

Dellaqual sorta di medaglie dovetter esser l'alech'i greci nelle lorofavole attaccarono a tutti i corpi significanti ragioni d'eroifondate negli auspìci. Come Idanturatra gli geroglificireali co' quali rispose a Dariomandò un uccello; e i patriziromaniin tutte le contese eroiche le quali ebbero con la plebe(come apertamente si legge sulla storia romana)per conservarsi iloro diritti eroiciopponevano quella ragione: "auspiciaesse sua". Appunto come nella barbarie ricorsa si osservanol'imprese nobili caricate d'elmi con cimieri che si adornano dipennacchie nell'Indie occidentali non si adornano di penne ch'isoli nobili.

IV

Cosìquello che fu detto "Ious"Gioveecontrattosidisse "ius"prima d'ogni altro dovette significareil grascio delle vittime dovuto a Gioveconforme a ciò che sen'è sopra detto. Siccome nella barbarie ricorsa "canone"si disse e la legge ecclesiastica e ciò che pagal'enfiteuticario al padrone direttoperocché forse le primeenfiteusi s'introdussero dagli ecclesiasticichenon potendo essicoltivarglidavano i fondi delle chiese a coltivar ad altrui. Con lequali due cose qui dette convengono le due dette sopra: una de'greciappo i quali nómos significa la legge e nómismala moneta; l'altra de' francesii quali dicono "loy"la legge ed "aloy" la moneta. Alla stessa fatta enon altrimentequel fu detto "Ious optimus" per"Giove fortissimo"che per la forza del fulmine diedeprincipio all'autorità divina nella primiera suasignificazioneche fu di "dominio"come sopra abbiamdettoperocché ogni cosa fusse di Giove.

Perchéquel vero di metafisica ragionata d'intorno all'ubiquità diDioch'era stato appreso con falso senso di metafisica poetica:...Iovis omnia plenaprodusse l'autorità umana a quelligiganti ch'avevano occupato le prime terre vacue del mondonellostesso significato di "dominio"che 'n ragion romana restòcertamente detto "ius optimum"; ma nella suasignificazione nativaassai diversa da quella nella quale poi restòa' tempi ultimi. Perocché nacque in significazione nellaqualein un luogo d'oro dell'orazioniCicerone il diffinisce"dominio di roba stabilenon soggetto a pesonon sol privatoma anche pubblico"detto "ottimo" - estimandosi ildiritto della forzaconforme ne' primi tempi del mondo si truoverà- nello stesso significato di "fortissimo"perocchénon fusse infievolito di niuno peso straniero. Il qual dominiodovett'essere de' padri nello stato delle famigliee 'n conseguenzail dominio naturaleche dovette nascere innanzi al civile; edellefamiglie poi componendosi le città sopra tal dominio ottimoche in greco si dice díkaion áristonéllenonacquero di forma aristocraticacome appresso si truoverà.Dalla stessa origineappo i latinidette repubbliche d'ottimati sidissero anco "repubbliche di pochi"perché lecomponevano que'

...pauci quos æquus amavit

Iupiter.

Egli eroi nelle contese eroiche con le plebi sostenevano le lororagioni eroiche con gli auspìci divini; e ne' tempi muti lesignificavano con l'uccello d'Idanturacon le ale delle grechefavole; e con lingua articolata finalmente i patrizi romanidicendo"auspicia esse sua".

PerocchéGiove co' fulminide' quali sono i maggiori auspìciavevaatterrato o mandato sotterra entro le grotte de' monti i primigigantie con atterrargli aveva loro dato la buona fortuna didivenire signori de' fondi di quelle terre ove nascosti siritruovaron fermatie ne provennero signori nelle prime repubbliche;per lo qual dominio ogniuno di essi si diceva "fundus fieri"invece di "fieri auctor". E delle loro privateautorità famigliaridappoi unitecome appresso vedremosene fece l'autorità civile ovvero pubblica de' loro senatieroici regnantispiegata in quella medaglia (che si osserva sìfrequente tra quelle delle repubbliche greche appo il Golzio) cherappresenta tre cosce umane le quali s'uniscono nel centro e con lepiante de' piedi ne sostengono la circonferenza; che significa ildominio de' fondi di ciascun orbe o territorio o distretto diciascuna repubblicach'or si chiama "dominio eminente"edè significato col geroglifico d'un pomo ch'oggi sostengono lecorone delle civili potenzecome appresso si spiegherà.Significato fortissimo col "tre" appuntopoiché igreci solevano usare i superlativi col numero del "tre"come parlan ora i francesi; con la qual sorta di parlare fu detto ilfulmine trisulco di Gioveche solca fortissimamente l'aria (ondeforse l'idea di "solcare" fu prima di quello in ariadipoiin terrae per ultimo in acqua); fu detto il tridente di Nettunnochecome vedremofu un uncino fortissimo da addentare o siaafferrare le navi; e Cerbero detto trifaucecioè d'unavastissima gola.

Lequali cose qui dette dell'imprese gentilizie sono da premettersi aciò che de' lor princìpi si è ragionato inquest'opera la prima volta stampata; ch'è 'l terzo luogo diquel libro per lo quale non ci 'ncresce per altro d'esser uscito allaluce.

V

Inconseguenza di tutto ciòda queste lettere e queste leggi chetruovò Mercurio Trimegisto agli egizida questi "caratteri"e questi "nomi" de' grecida questi "nomi" chesignificano e "genti" e "diritti" a' romaniglitre principi della lor dottrinaGrozioSeldenoPufendorfiodovevan incominciar a parlare del diritto natural delle genti. E sìdovevano con intelligenza spiegarla co' geroglifici e con le favoleche sono le medaglie de' tempi ne' quali si fondarono le nazionigentili; e sì accertarne i costumi con una critica metafisicasopra essi autori delle nazionidalla quale doveva prendere i primilumi questa critica filologica sopra degli scrittorii quali nonprovennero che assai più di mille anni dopo essersi le nazionifondate.



7.ULTIMI COROLLARI D'INTORNO ALLA LOGICA DEGLI ADDOTTRINATI



I

Perle cose ragionate finora in forza di questa logica poetica d'intornoall'origini delle linguesi fa giustizia a' primi di lor autorid'essere stati tenuti in tutti i tempi appresso per sappientiperocché diedero i nomi alle cose con naturalezza e propietà;onde sopra vedemmo ch'appo i greci e latini "nomen"e "natura" significarono una medesima cosa.

II

Ch'iprimi autori dell'umanità attesero ad una topica sensibilecon la quale univano le propietà o qualità o rapportiper così direconcreti degl'individui o delle speziee neformavano i generi loro poetici.

III

Talchéquesta prima età del mondo si può dire con veritàoccupata d'intorno alla prima operazione della mente umana.

IV

Eprimieramente cominciò a dirozzare la topicach'èun'arte di ben regolare la prima operazione della nostra menteinsegnando i luoghi che si devono scorrer tutti per conoscer tuttoquanto vi è nella cosa che si vuol bene ovvero tuttaconoscere.

V

Laprovvedenza ben consigliò alle cose umane col promuoverenell'umane menti prima la topica che la criticasiccome prima èconoscerepoi giudicar delle cose. Perché la topica èla facultà di far le menti ingegnosesiccome la critica èdi farle esatte; e in que' primi tempi si avevano a ritruovare tuttele cose necessarie alla vita umanae 'l ritruovare è propietàdell'ingegno. Ed in effettochiunque vi riflettaavvertiràche non solo le cose necessarie alla vitama l'utilile comodelepiacevoli ed infino alle superflue del lussosi erano giàritruovate nella Grecia innanzi di provenirvi i filosoficome ilfarem vedere ove ragioneremo d'intorno all'età d'Omero. Di cheabbiamo sopra proposto una Degnità: ch'"ifanciulli vagliono potentemente nell'imitare"e "la poesianon è che imitazione"e "le arti non sono cheimitazioni della naturae 'n conseguenza poesie in un certo modoreali". Così i primi popolii quali furon i fanciullidel gener umanofondarono prima il mondo dell'arti; poscia ifilosofiche vennero lunga età appressoe 'n conseguenza ivecchi delle nazionifondarono quel delle scienze: onde fu affattocompiuta l'umanità.

VI

Questastoria d'umane idee a maraviglia ci è confermata dalla storiadi essa filosofia. Ché la prima maniera ch'usarono gli uominidi rozzamente filosofare fu l'autopsía o l'evidenza de'sensidella quale si servì poi Epicurochecome filosofode' sensiera contento della isola sposizione delle coseall'evidenza de' sensine' qualicome abbiam veduto nell'Originidella poesiafurono vividissime le prime nazioni poetiche. Dipoivenne Esopoo i morali filosofi che diremmo "volgari"(checome abbiam sopra dettocominciò innanzi de' sette savidella Grecia)il quale ragionò con l'esemploeperchédurava ancora l'età poeticail prendeva da un qualche similefinto (con uno de' quali il buono Menenio Agrippa ridusse la pleberomana sollevata all'ubbidienza); e tuttavia uno di sì fattiesemplie molto più un esemplo veropersuade il volgoignorante assai meglio ch'ogni invitto raziocinio per massime.Appresso venne Socrate e introdusse la dialetticacon l'induzione dipiù cose certe ch'abbian rapporto alla cosa dubbia della qualesi quistiona. Le medicineper l'induzione dell'osservazioniinnanzidi Socrate avevano dato Ippocrateprincipe di tutti i medici cosìper valore come per tempoche meritò l'immortal elogio: "Necfallit quenquamnec falsus ab ullo est". Le mattematicheper la via unitiva detta "sintetica"avevan a' tempi diPlatone fatto i loro maggiori progressi nella scuola italiana diPittagoracome si può veder dal Timeo. Sicchéper questa via unitivaa' tempi di Socrate e di Platone sfolgoravaAtene di tutte l'arti nelle quali può esser ammirato l'umanoingegnocosì di poesiad'eloquenzadi storiacome dimusicadi fonderiadi pitturadi scolturad'architettura. Poivennero Aristotileche 'nsegnò il sillogismoil qual èun metodo che più tosto spiega gli universali ne' loroparticolari che unisce particolari per raccogliere universali; eZenone col soriteil quale risponde al metodo de' modernifilosofantich'assottiglianon aguzzagl'ingegni; e non fruttaronoalcuna cosa più di rimarco a pro del gener umano. Onde a granragione il Verulamiogran filosofo egualmente e politicoproponecommenda ed illustra l'induzione nel suo Organo; ed èseguito tuttavia dagl'inghilesi con gran frutto della sperimentalefilosofia.

VII

Daquesta storia d'umane idee si convincono ad evidenza del loro comunerrore tutti coloro i qualioccupati dalla falsa comune oppenionedella somma sapienza ch'ebber gli antichihan creduto Minosseprimolegislator delle gentiTeseo agli ateniesiLigurgo agli spartaniRomolo ed altri romani re aver ordinato leggi universali. Perchél'antichissime leggi si osservano concepute comandando o vietando adun solole quali poi correvan per tutti appresso (tanto i primipopoli eran incapaci d'universali); e pure non le concepivano senonséfussero avvenuti i fatti che domandavanle. E la legge di TulloOstilio nell'accusa d'Orazio non è che la penala qual iduumviri per ciò criati dal re dettano contro l'inclito reoe"lex horrendi carminis" è acclamata da Livio;talch'ella è una delle leggi che Dragone scrisse col sangue e"leges sanguinis" chiama la sagra storia. Perchéla riflessione di Livio: che 'l re non volle esso pubblicarla per nonesser autore di giudizio sì tristo ed ingrato al popoloellaè affatto ridevolequando esso re ne prescrive la formoladella condennagione a' duumviriper la quale questi non potevanassolver Orazioneppure ritruovato innocente. Dove Livio affatto nonsi fa intendereperch'esso non intese che ne' senati eroiciqualiritruoveremo essere stati aristocraticigli re non avevano altrapotestà che di criare i duumviri in qualità dicommessarii quali giudicassero delle pubbliche accusee che ipopoli delle città eroiche eran di soli nobilia' quali i reicondennati si richiamavano.

Oraper ritornar al propositocotal legge di Tullo in fatti è unodi quelli che si dissero "exempla" in senso di"castighi esemplari"e dovetter esser i primi esemplich'usò l'umana ragione (lo che conviene con quello ch'udimmoda Aristotile sopranelle Degnità: che "nellerepubbliche eroiche non vi erano leggi d'intorno a' torti ed offeseprivate"); e 'n cotal guisaprima furono gli esempli realidipoi gli esempli ragionati de' quali si servono la logica e larettorica. Mapoi che furono intesi gli universali intelligibilisiriconobbe quella essenziale propietà della legge: - che debbaesser universale- e si stabilì quella massima ingiurisprudenza: che "legibusnon exemplisest iudicandum".





III- MORALE POETICA.

 

DELLAMORALE POETICAE QUI DELL'ORIGINI DELLE VOLGARI VIRTU` INSEGNATEDALLA RELIGIONE CO' MATRIMONI

Siccomela metafisica de' filosofi per mezzo dell'idea di Dio fa il primo suolavoroch'è di schiarire la mente umanach'abbisogna allalogica perché con chiarezza e distinzione d'idee formi i suoiraziocinicon l'uso de' quali ella scende a purgare il cuoredell'uomo con la morale; così la metafisica de' poeti gigantich'avevano fatto guerra al cielo con l'ateismogli vinse col terroredi Giovech'appresero fulminante. E non meno che i corpiegliatterrò le di loro menticon fingersi tal idea sìspaventosa di Giovela quale - se non co' raziocinide' quali nonerano ancor capacico' sensiquantunque falsi nella materiaveriperò nella loro forma (che fu la logica conforme a sìfatte loro nature) - loro germogliò la morale poetica confargli pii. Dalla qual natura di cose umane uscì quest'eternapropietà: che le mentiper far buon uso della cognizione diDiobisogna ch'atterrino se medesimesiccome al contrario lasuperbia delle menti le porta nell'ateismoper cui gli ateidivengono giganti di spiritoche deono con Orazio dire:

Coelumipsum petimus stultitia.

 

Sìfatti giganti pii certamente Platone riconosce nel Polifemo d'Omero;e noi l'avvaloriamo da ciò ch'esso Omero narra dello stessogiganteove gli fa dire ch'un àugurech'era stato un tempotra lorogli aveva predetto la disgrazia ch'egli poi sofferse daUlisse: perché gli àuguri non possono vivere certamentetra gli atei. Quivi la morale poetica incominciò dalla pietàperch'era dalla provvedenza ordinata a fondare le nazioniappo lequali tutte la pietà volgarmente è la madre di tutte lemoraliiconomiche e civili virtù; e la religione unicamente èefficace a farci virtuosamente operareperché la filosofia èpiù tosto buona per ragionarne. E la pietà incominciòdalla religioneche propiamente è timore della divinità.L'origine eroica della qual voce si conservò appo i latini percoloro che la voglion detta a "religando"cioèda quelle catene con le quali Tizio e Prometeo eran incatenatisull'alte rupia' quali l'aquilao sia la spaventosa religionedegli auspìci di Giovedivorava il cuore e le viscere. E nerestò eterna propietà appo tutte le nazioni: che lapietà s'insinua a' fanciulli col timore d'una qualchedivinità.

Cominciòqual deela moral virtù dal conatocol qual i giganti dallaspaventosa religione de' fulmini furon incatenati per sotto i montie tennero in freno il vezzo bestiale d'andar errando da fiere per lagran selva della terrae s'avvezzarono ad un costumetuttocontrariodi star in que' fondi nascosti e fermi; onde poscia nedivennero gli autori delle nazioni e i signori delle primerepubblichecome abbiamo accennato sopra e spiegheremo più alungo appresso. Ch'è uno de' gran benefici che la volgartradizione ci conservò d'aver fatto il Cielo al gener umanoquando egli regnò in terra con la religion degli auspìci;onde a Giove fu dato il titolo di "statore" ovvero di"fermatore"come sopra si è detto. Col conatoaltresì incominciò in essi a spuntare la virtùdell'animocontenendo la loro libidine bestiale di esercitarla infaccia al cielodi cui avevano uno spavento grandissimo; e ciascunodi essi si diede a strascinare per sé una donna dentro le lorogrotte e tenerlavi dentro in perpetua compagnia di lor vita; e siusarono con esse la venere umana al covertonascostamentecioèa dire con pudicizia; e sì incominciarono a sentir pudorecheSocrate diceva esser il "colore della virtù". Ilqualedopo quello della religioneè l'altro vincolo checonserva unite le nazionisiccome l'audacia e l'empietà sonquelle che le rovinano.

Incotal guisa s'introdussero i matrimoniche sono carnalicongiugnimenti pudichi fatti col timore di qualche divinitàche furono da noi posti per secondo principio di questa Scienzaeprovennero da quelloche noi ne ponemmo per primodella provvedenzadivina. E uscirono con tre solennità.

Laprima delle quali furono gli auspìci di Giovepresi da que'fulmini onde i giganti indutti furono a celebrargli: dalla qual sorteappo i romani restò il matrimonio diffinito "omnisvitæ consortium"e ne furono il marito e la mogliedetti "consortes"e tuttavia da noi le donzellevolgarmente si dicono "prender sorte" per "maritarsi".Da tal determinata guisa e da tal primo tempo del mondo restòquel diritto delle genti: che le mogli passino nella religionpubblica de' lor maritiperocché i mariti incominciarono acomunicare le loro prime umane idee con le loro donne dall'idea d'unaloro divinitàche gli sforzò a strascinarle dentro leloro grotte; e sì questa volgar metafisica incominciòanch'ella in Dio a conoscer la mente umana. E da questo primo puntodi tutte le umane cose dovettero gli uomini gentili incominciar alodare gli dèinel sensocon cui parlò il dirittoromano anticodi "citare" e "nominatamente chiamare";donde restò "laudare auctores"perchécitassero in autori gli dèi di tutto ciò che facevanessi uomini: che dovetter esser le lodi ch'apparteneva agli uomini didar agli dèi.

Daquesta antichissima origine de' matrimoni è nato che le donneentrino nelle famiglie e case degli uomini co' quali son maritate; ilqual costume natural delle genti si conservò da' romaniappoi quali le mogli erano a luogo di figliuole de' lor mariti e sorellede' lor figliuoli. E quindi ancora i matrimoni dovettero incominciarenon solo con una sola donnacome fu serbato da' romani (e Tacitoammira tal costume ne' germani antichiche serbavanocome i romaniintiere le prime origini delle loro nazionie ne danno luogo dicongetturare lo stesso di tutte l'altre ne' lor princìpi)maanco in perpetua compagnia di lor vitacome restò in costumea moltissimi popoli; onde appo i romani furono diffinite le nozzeper questa propietà"individuæ vitæconsuetudo"e appo gli stessi assai tardi s'introdusse ildivorzio.

Disì fatti auspìci de' fulmini osservati di Giovelastoria favolosa greca narra Ercole (carattere di fondatori dinazionicome sopra vedemmo e più appresso ne osserveremo)nato da Alcmena ad un tuono di Giove; altro grande eroe di GreciaBacconato da Semele fulminata. Perché questo fu il primomotivo onde gli eroi si dissero esser figliuoli di Giove; lo che converità di sensi dicevanosull'oppenionedella quale vivevanopersuasiche facessero ogni cosa gli dèicome sopra si èragionato. E questo è quello che nella storia romana si legge:chenelle contese eroichea' patrizii quali dicevano "auspiciaesse sua"la plebe rispondeva che i padri de' quali Romoloaveva composto il senatoda' quali essi patrizi traevan l'origine"non esse coelo demissos"; che se non significa chequelli non eran eroi cotal risposta non s'intende come possaviconvenire. Quindiper significare che i connubi o sia la ragione dicontrarre nozze solennidelle quali la maggior solennitàerano gli auspìci di Gioveella era propia degli eroifeceroAmor nobile alato e con benda agli occhiper significarne lapudicizia (il quale si disse Eùroscol nome simile diessi eroi)ed alato Imeneofigliuolo di Uraniadettada uranós"coelum""contemplatrice del cielo"affine di prender da quello gli auspìci; che dovette nascerela prima dell'altre musediffinita da Omerocome sopra osservammo"scienza del bene e del male"ed anch'essacome l'altredescritta alata perché propia degli eroicome si èsopra spiegato. D'intorno alla quale pur sopra spiegammo il sensoistorico di quel motto:

AIove principium musæ:

ond'ellacome tutte le altre furon credute figliuole di Giove (perchédalla religione nacquero l'arti dell'umanitàdelle quali ènume Apolloche principalmente fu creduto dio della divinità)e cantano con quel "canere" o "cantare"che significa "predire" a' latini.

Laseconda solennità è che le donne si velinoin segno diquella vergogna che fece i primi matrimoni nel mondo. Il qual costumeè stato conservato da tutte le nazioni; e i latini ne diederoil nome alle medesime nozzeche sono dette "nuptiæ"a "nubendo"che significa "cuoprire"; e da'tempi barbari ritornati "vergini in capillo" sidissero le donzellea differenza delle donnech'ivan velate.

Laterza solennità fu (la qual si serbò da' romani) diprendersi le spose con una certa finta forzadalla forza vera con laquale i giganti strascinarono le prime donne dentro le loro grotte. Edopo le prime terre occupate da' giganti con ingombrarle coi corpile mogli solenni si dissero "manucaptæ".

Ipoeti teologi fecero de' matrimoni solenni il secondo de' divinicaratteri dopo quello di Giove: Giunoneseconda divinitàdelle genti dette "maggiori". La qual è di Giovesorella e moglieperché i primi matrimoni giusti ovverosolenni (che dalla solennità degli auspìci di Giovefurono detti "giusti")da fratelli e sorelle dovetterincominciare; - regina degli uomini e degli dèiperchéi regni poi nacquero da essi matrimoni legittimi; - tutta vestitacome s'osserva nelle statuenelle medaglieper significazion dellapudicizia.

OndeVenere eroicain quanto nume anch'essa de' matrimoni solennidetta"pronuba"si cuopre le vergogne col cesto; il qualedopoi poeti effemminati ricamarono di tutti gl'incentivi della libidine.Ma poicorrotta la severa istoria degli auspìcicome Giovecon le donnecosì Venere fu creduta giacer con gli uominiedi Anchise aver fatto Eneache fu generato con gli auspìci diquesta Venere. Ed a questa Venere sono attribuiti i cignicomuni alei con Apolloche cantano di quel "canere" o"cantare" che significa "divinari"o "predire"; in forma d'uno de' quali Giove giace con Ledaper dire che Leda con tanti auspìci di Giove concepisce dalleuova CastorePolluce ed Elena.

Ellaè Giunone detta "giogale" da quel giogo ond'ilmatrimonio solenne fu detto "coniugium"e"coniuges" il marito e la moglie; - detta ancoLucinaché porta i parti alla lucenon già naturalela qual è comune anco agli parti schiavima civileond'inobili son detti "illustri"; - è gelosa d'unagelosia politicacon la qual i romani fin al trecento e nove di Romatennero i connubi chiusi alla plebe. Ma da' greci fu detta Héradalla quale debbono essere stati detti essi eroiperchénascevano da nozze solennidelle quali era nume Giunonee perciògenerati con Amor nobile (ché tanto Eùrossignifica)che fu lo stesso ch'Imeneo. E gli eroi si dovettero direin sentimento di "signori delle famiglie"a differenza de'famolii qualicome vedremo appressovi erano come schiavi;siccome in tal sentimento "heri" si dissero da'latinie indi "hereditas" detta l'ereditàla quale con voce natia latina era stata detta "familia".Talchéda questa origine"hereditas"dovette significare una "dispotica signoria"come da essalegge delle XII Tavole a' padri di famiglla fu conservata una sovranapotestà di disponerne in testamentonel capo "Utipaterfamilias super pecuniæ tutelæve rei suælegassitita ius esto". Il disponerne fu detto generalmente"legare"ch'è propio de' sovrani; onde l'erede vienad esser un legatoil quale nell'eredità rappresenta il padredi famiglia defontoe i figliuolinon meno che gli schiavifuronocompresi ne' motti "rei suæ" e "pecuniæ".Lo che tutto troppo gravemente n'appruova la monarchica potestàch'avevano avuto i padri nello stato di natura sopra le lorofamigliela qual poi essi si dovettero conservare (come vedremoappresso che si conservarono di fatto) in quello dell'eroiche città;le quali ne dovettero nascere aristocratichecioè repubblichedi signoriperché la ritennero anco dentro le repubblichepopolari. Le quali cose tutte appresso saranno pienamente da noiragionate.

Ladea Giunone comanda delle grandi fatighe ad Ercole detto tebanochefu l'Ercole greco (perché ogni nazione gentile antica n'ebbeuno che la fondòcome si è nelle Degnitàsopradetto)perché la pietà co' matrimoni è lascuola dove s'imparano i primi rudimenti di tutte le grandi virtù;ed Ercole col favore di Giovecon gli cui auspìci era statogeneratotutte le supera; e ne fu detto Heraklés quasiHerakléis"gloria di Giunone"estimata lagloriacon giusta ideaqual Cicerone la diffinisce"famadivolgata di meriti inverso il gener umano"quanta debbe esserestata avere gli Ercoli con le loro fatighe fondato le nazioni.

Ma- oscuratesi col tempo queste severe significazionie conl'effemminarsi i costumie presa la sterilità di Giunone pernaturalee le gelosie come di Giove adulteroed Ercole per bastardofigliuolo di Giove - con nome tutto contrario alle coseErcole tuttele fatighecol favore di Giovea dispetto di Giunon superandofufatto di Giunone tutto l'obbrobrioe Giunone funne tenuta mortalnimica della virtù. E quel geroglifico o favola di Giunoneappiccata in aria con una fune al collocon le mani pur con una funelegatee con due pesanti sassi attaccati a' piediche significavanotutta la santità de' matrimoni (in ariaper gli auspìcich'abbisognavano alle nozze solennionde a Giunone fu data ministral'Iride ed assegnato il pavoneche con la coda l'Iride rassomiglia;- con la fune al colloper significare la forza fatta da' gigantialle prime donne; - con la fune legate le manila quale poi appotutte le nazioni s'ingentilì con l'anelloper dimostrare lasuggezione delle mogli a' mariti; - co' pesanti sassi a' piediperdinotare la stabilità delle nozzeonde Virgilio chiama"coniugium stabile" il matrimonio solenne)essendopoi stato preso per crudele castigo di Giove adulterocon sìfatti sensi indegni che le diedero i tempi appresso de' corrotticostumiha finor tanto travagliato i mitologi.

Perqueste cagioni appunto Platonequal Maneto fece de' geroglificiegiziegli aveva fatto delle favole grecheosservandone da unaparte la sconcezza di dèi con sì fatti costumiedall'altra parte l'acconcezza con le sue idee. Nella favola di Gioveintruse l'idea del suo etereche scorre e penetra tuttoper quel

...Iovis omnia plena

comepur sopra abbiam dettoma il Giove de' poeti teologi non fu piùalto de' monti e della regione dell'aria dove s'ingenerano i fulmini.In quella di Giunone intruse l'idea dell'aria spirabile: ma Giunonedi Giove non generae l'etere con l'aria produce tutto. (Tanto contal motto i poeti teologi intesero quella verità in fisicach'insegna l'universo empiersi d'etere; e quell'altra in metafisicache dimostra l'ubiquità ch'i teologi naturali dicon di Dio!)Sull'eroismo poetico innalzò il suo filosofico: che l'eroefusse sopra all'uomononché alla bestia (la bestia èschiava delle passioni; l'uomoposto in mezzocombatte con lepassioni; l'eroe con piacere comanda alle passioni)e sìesser l'eroica mezza tralla divina natura ed umana. E truovòacconcio l'Amor nobile de' poeti (che fu detto Eùrosdalla stessa origine ond'è detto éros l'eroe)finto alato e bendatoe l'Amor plebeosenza benda e senz'aliperispiegar i due amoridivino e bestiale: quello bendato alle cose de'sensiquesto alle cose de' sensi intento; quello con l'ali s'innalzaalla contemplazione delle cose intelligibiliquesto senz'ali nellesensibili si rovescia. E di Ganimedeper un'aquila rapito in cieloda Giovech'a' poeti severi volle dire il contemplatore degliauspìci di Giovefatto poi da' tempi corrotti nefanda deliziadi Giovecon bell'acconcezza egli fece il contemplativo dimetafisicail quale con la contemplazione dell'ente sommoper lavia ch'egli appella "unitiva"siesi unito con Giove.

Incotal guisa la pietà e la religione fecero i primi uomininaturalmente prudentiche si consigliavano con gli auspìci diGiove: - giustidella prima giustizia verso di Giovechecomeabbiam vedutodiede il nome al "giusto"e inverso gliuomininon impacciandosi niuno delle cose d'altruicome de'gigantidivisi per le spelonche della Sicilianarra Polifemo adUlisse (la qualgiustizia in comparsaerain fattiselvatichezza); - di piùtemperaticontenti d'una sola donnaper tutta la loro vita. Ecome vedremo appressogli fecero fortiindustriosi e magnanimiche furono le virtù dell'etàdell'oro: non già quale la si finserodopoi poetieffemminatinella quale licesse ciò che piacesse; perchéin quella de' poeti teologiagli uoministorditi ad ogni gusto dinauseante riflessione (come tuttavia osserviamo i costumicontadineschi)non piaceva se non ciò ch'era lecitonépiaceva se non ciò che giovava (la qual origine eroica hanserbato i latini in quell'espressione con cui dicono "iuvat"per dir "è bello"); - né come la si finsero ifilosofiche gli uomini leggessero in petto di Giove le leggi eternedel giustoperché dapprima leggerono nel cospetto del cielole leggi lor dettate da' fulmini. Ein conchiusionele virtùdi tal prima età furono come quelle che tanto sopranell'Annotazioni alla Tavola cronologicaudimmo lodar degliscitii quali ficcavano un coltello in terra e l'adoravan per dio(con che poi giustificavano gli ammazzamenti): cioè virtùper sensimescolate di religione ed immanità; i quali costumicome tra loro si comportino si può tuttavia osservar nellestreghecome nelle Degnità si è avvisato.

Datal prima morale della superstiziosa e fiera gentilità vennequel costume di consagrare vittime umane agli dèicome si hadagli più antichi feniciappo i qualiquando loro sovrastavaalcuna grande calamitàcome di guerrafamepestegli reconsagravano i loro propi figliuoli per placare l'ira celestecomenarra Filone biblio; e tal sagrifizio facevano di fanciulliordinariamente a Saturnoal riferire di Quinto Curzio. Checomeracconta Giustinofu conservato poi da' cartaginesigente senzadubbio colà pervenuta dalla Fenicia (come qui dentro siosserva)e fu da essi praticato infin agli ultimi loro tempicomeil conferma Ennio in quel verso:

Etpoinei solitei sos sacruficare puellos

iquali dopo la rotta ricevuta da Agatocle sagrificarono dugento nobilifanciulli a' loro dèi per placarli. E co' fenici e cartaginesiin tal costume empiamente pio convennero i greci col voto esagrifizio che fece Agamennone della sua figliuola Ifigenia. Lo chenon dee recar maraviglia a chiunque rifletta sulla ciclopica paternapotestà de' primi padri del gentilesimola quale fu praticatadagli più dotti delle nazioniquali furon i grecie daglipiù saggiquali sono stati i romanii quali entrambifindentro i tempi della loro più colta umanitàebberol'arbitrio d'uccidere i loro figliuoli bambini di fresco nati. Laqual riflessione certamente dee scemarci l'orrore che 'n questanostra mansuetudine ci si è fatto finor sentire di Brutochedecapita due suoi figliuoli ch'avevano congiurato di riporre nelregno romano il tiranno Tarquinioe di Manlio detto "l'imperioso"che mozza la testa al suo generoso figliuolo ch'aveva combattuto evinto contro il suo ordine. Tali sagrifizi di vittime umane esserestati celebrati da' galli l'afferma Cesare; e Tacito negli Annalinarra degl'inghilesi checon la scienza divina de' druidi (i qualila boria de' dotti vuol esser stati ricchi di sapienza riposta)dall'entragne delle vittime umane indovinavano l'avvenire: la qualfiera ed immane religione da Augusto fu proibita ai romani i qualivivevano in Franciae da Claudio fu interdetta a' galli medesimialnarrare di Suetonio nella vita di questo cesare. Quindi i dotti dellelingue orientali vogliono ch'i fenici avessero sparso per le restantiparti del mondo i sagrifizi di Moloch (che 'l Morneoil DrusioilSeldeno dicono essere stato Saturno)co' quali gli bruciavano unuomo vivo. Tal umanità i feniciche portarono ai greci lelettereandavano insegnando per le prime nazioni della piùbarbara gentilità! D'un cui simile costume immanissimo diconoch'Ercole avesse purgato il Lazio: di gittare nel Tevere uomini vivisagrificati ed avesse introdotto di gittarlivi fatti di giungo. MaTacito narra i sagrifizi di vittime umane essere stati solenni appogli antichi germanii quali certamente per tutti i tempi de' qualisi ha memoria furono chiusi a tutte le nazioni stranieretalchéi romanicon tutte le forze del mondonon vi poterono penetrare. Egli spagnuoli gli ritruovarono in Americanascosta fin a due secolifa a tutto il resto del mondo; ove que' barbari si cibavano di carniumane (all'osservare di LascobotoDe Francia nova)chedovevan essere d'uomini da essi consagrati ed uccisi (quali sagrifizisono narrati da OviedoDe historia indica). Talchémentre i germani antichi vedevano in terra gli dèigliamericani altrettanto (come sopra da noi l'un e l'altro si èdetto)e gli antichissimi sciti erano ricchi di tante auree virtùdi quante l'abbiamo testé uditi lodare dagli scrittori; intali tempi medesimi celebravano tal inumanissima umanità!Queste tutte furono quelle che da Plauto son dette "Saturnihostiæ"nel cui tempo vogliono gli autori che ful'età dell'oro del Lazio. Tanto ella fu mansuetabenignadiscretacomportevole e doverosa!

Dalloche tutto ha a conchiudersi quanto sia stata finora vana la boria de'dotti d'intorno all'innocenza del secol d'oroosservata dalle primenazioni gentili; che'n fattifu un fanatismo di superstizionech'i primi uominiselvaggiorgogliosifierissimidel gentilesimoteneva in qualche ufizio con un forte spavento d'una da essiimmaginata divinità. Sulla qual superstizione riflettendoPlutarco pone in problema: se fusse stato minor male cosìempiamente venerare gli dèio non creder affatto agli dèi.Ma egli non contrapone con giustizia tal fiera superstizione conl'ateismo: perché con quella sursero luminosissime nazionimacon l'ateismo non se ne fondò al mondo niunaconforme soprane' Princìpi si è dimostrato.

Eciò sia detto della morale divina de' primi popoli del generumano perduto: della morale eroica appresso ragioneremo a suo luogo.



IV- DELL'ICONOMICA POETICA.

 

1.DELL'ICONOMICA POETICAE QUI DELLE FAMIGLIE CHE PRIMA FURONO DE'FIGLIUOLI

Sentironogli eroi per umani sensi quelle due verità che compiono tuttala dottrina iconomicache le genti latine conservarono con questedue voci di "educere" e di "educare";delle quali con signoreggiante eleganza la prima s'appartieneall'educazione dell'animoe la seconda a quella del corpo. E laprima fucon dotta metaforatrasportata da' fisici al menar fuorile forme dalla materia; perciocché con tal educazione eroicas'incominciò a menar fuori in un certo modo la formadell'anima umanache ne' vasti corpi de' giganti era affattoseppellita dalla materiae s'incominciò a menar fuori laforma di esso corpo umano di giusta corporatura dagli smisurati corpilor giganteschi.

Eper ciò che riguarda la prima partedovettero i padri eroicome nelle Degnità si è avvisatoesserenellostato che dicesi "di natura"i sappienti in sapienzad'auspìci o sia sapienza volgare; e'n séguito dicotal sapienzaesser i sacerdotichecome più degnidovevano sagrificare per proccurare o sia ben intender gli auspìci;e finalmente gli reche dovevano portar le leggi dagli dèialle loro famiglienel propio significato di tal voce "legislatori"cioè "portatori di leggi"come poi lo furono iprimi re nelle città eroicheche portavano le leggi da'senati regnanti a' popolicome noi l'osservammo sopranelle duespezie dell'adunanze eroiche d'Omerouna detta bulé el'altra agoránell'Annotazioni alla Tavolacronologica. E come in quella gli eroi a voce ordinavano leleggiin questa a voce le pubblicavano (perocché le letterevolgari non si erano ancor truovate); onde gli re eroici portavano leleggi da essi senati regnanti a' popoli nelle persone de' duumviriiquali essi avevano per ciò criati che le dettasserocomeTullo Ostilio quella nell'accusa d'Orazio. Talché essiduumviri venivan ad essere leggi vive e parlanti; che è ciòche non intendendo Livionon si fa intenderecome sopra osservammoove narra del giudizio d'Orazio.

Cotaltradizione volgare sulla falsa oppenione della sapienza innarrivabiledegli antichi diede la tentazione a Platone di vanamente disideraReque' tempi ne' quali i filosofi regnavano o filosofavano i re. Ecertamente cotali padricome nelle Degnità si èavvisatodovetter essere re monarchi famigliarisuperiori a tuttinelle loro famiglie e solamente soggetti a Dioforniti d'imperiarmati di spaventose religioni e consegrati con immanissime penequanto dovetter essere quelli de' polifemine' quali Platonericonosce i primi padri di famiglia del mondo. La qual tradizionemal ricevutadiede la grave occasione del comun errore a tutti ipolitici: di credere che la prima forma de' governi civili fusse ellanel mondo stata monarchica; onde sono dati in quelli ingiustiprincìpi di rea politica: che i regni civili nacquero o daforza aperta o da frodache poi scoppiò nella forza. Ma inque' tempitutti orgoglio e fierezza per la fresca origine dellalibertà bestiale (di che abbiamopur sopraposto unaDegnità)nella somma semplicità e rozzezza dicotal vitach'eran contenti de' frutti spontanei della naturadell'acqua delle fontane e di dormir nelle grotte; nella naturaleegualità dello statonel quale tutti i padri erano sovraninelle loro famiglie; non si può affatto intendere néfroda né forzacon la quale uno potesse assoggettir tutti glialtri ad una civil monarchia: la qual pruova si farà piùspiegata appresso.

Solamenteora sia lecito qui di riflettere quanto vi volle acciocché gliuomini del gentilesimo dalla ferina loro natia libertàperlunga stagione di ciclopica famigliar disciplinasi ritruovasseroaddimesticatinegli Stati ch'avevano da venir appresso civiliadubbidire naturalmente alle leggi. Di che restò quell'eternapropietà: ch'ivi le repubbliche sono più beate diquella ch'ideò Platoneove i padri insegnano non altro che lareligionee da' figliuoli vi sono ammirati come lor sappientiriveriti come lor sacerdoti e vi sono temuti da re. Tanta forzadivina e tale vi abbisognava per ridurre a' doveri umani i quantogoffi altrettanto fieri giganti! La qual forza non potendo dir inastrattola dissero in concreto con esso corpo d'una cordachechordá si dice in grecoed in latino da prima si disse"fides"la qualprima e propiamentes'intese inquel motto "fides deorum""forza degli dèi".Della qual poicome la lira dovette cominciare dal monocordonefecero la lira d'Orfeoal suon della quale eglicantando loro laforza degli dèi negli auspìciridusse le fiere grecheall'umanitàed Anfione de' sassi semoventi innalzò lemura di Tebe: cioè di que' sassi che Deucalione e Pirrainnanzi al templo di Temi (cioè col timore della divinagiustizia)co' capi velati (con la pudicizia de' matrimoni)postiinnanzi i piedi (ch'innanzi erano stupidicome a' latini per"istupido" restò "lapis")essicol gittargli dietro le spalle (con introdurvi gli ordini famigliariper mezzo della disciplina iconomica)fecero divenir uominicomequesta favola fu sopranella Tavola cronologicacosìspiegata.

Perciò ch'attiensi all'altra parte della disciplina iconomicach'è l'educazione de' corpitai padricon le spaventosereligioni e co' lor imperi ciclopici e con le lavande sagreincominciaron ad edurre o menar fuori dalle corporature giganteschede' lor figliuoli la giusta forma corporea umanain conformitàdi ciò che sopra n'abbiamo detto. Ov'è da sommamenteammirare la provvedenzala qual dispose chefinché poisuccedesse l'educazione iconomicagli uomini perduti provenisserogigantiacciocché nel loro ferino divagamento potessero conle robuste complessioni sopportare l'inclemenza del cielo e dellestagionie con le smisurate forze penetrare la gran selva dellaterra (che per lo recente diluvio doveva esser foltissima)per laquale (affinché si truovasse tutta popolata a suo tempo)fuggendo dalle fiere e seguitando le schive donnee quindi sperduticercando pascolo ed acquasi dispergessero; madappoi cheincominciarono con le loro donne a star fermiprima nelle spelonchepoi ne' tuguripresso le fontane perenni (come or ora diremo)e ne'campicheridutti a colturadavano loro il sostentamento dellaloro vitaper le cagioni ch'ora qui ragioniamodegradassero allegiuste stature delle quali ora son gli uomini.

Quiviin esso nascere dell'iconomicala compierono nella sua idea ottimala qual è ch'i padri col travaglio e con l'industria lascinoa' figliuoli patrimonioov'abbiano e facile e comoda e sicura lasossistenzaanco mancassero gli stranieri commerzianco mancasserotutti i frutti civilianco mancassero esse cittàacciocchéin tali casi ultimi almeno si conservino le famigliedalle quali siasperanza di risurger le nazioni; - che debbano lasciar loropatrimonio in luoghi di buon'ariacon propia acqua perennein sitinaturalmente fortiovenella disperazione delle cittàpossan aver la ritirataed in campi di larghi fondi ove possanomantenere de' poveri contadinida essinella rovina delle cittàrifuggiticon le fatighe de' quali vi si possano mantenere signori.Tali ordini la provvedenza (secondo il detto di Dione che noiriferimmo tralle Degnità)non da tiranna con leggimada reginaqual èdelle cose umanecon costumanze poseallo stato delle famiglie. Perché si truovaron i fortipiantate le loro terre sull'alture de' montie quivi in ariaventilata e per questo sana; ed in siti per natura anco fortichefurono le prime "arces" del mondoche poi con lesue regole l'architettura militare fortificò (come in italianosi dissero "rocce" gli scoscesi e ripidi montionde poi"ròcche" se ne dissero le fortezze); e finalmente sitruovarono presso alle fontane perenniche per lo più mettonocapo ne' montipresso alle quali gli uccelli di rapina fanno i lornidi (onde presso a tali fontane i cacciatori tendono loro le reti).I quali uccelli per ciò forse dagli antichi latini furonotutti chiamati "aquilæ"quasi "aquilegæ"(come certamente "aquilex" ci restò detto il"ritruovatore o raccoglitore dell'acqua")perocchésenza dubbio gli uccellide' quali osservò gli auspìciRomolo per prender il luogo alla nuova cittàdalla storia cisi narrano essere stati avvoltoiche poi divennero aquile e furon inumi di tutti i romani eserciti. Così gli uomini semplici erozziseguendo l'aquilele quali credevano esser uccelli di Gioveperché volan alto nel cieloritruovarono le fontane perennie ne venerarono quest'altro gran beneficio che fece loro il Cieloquando regnava in terra. E dopo quello de' fulminigli piùaugusti auspìci furon osservati i voli dell'aquilecheMessala e Corvino dissero "auspìci maggiori" ovvero"pubblici"de' quali intendevano i patrizi romani quandonelle contese eroiche replicavano alla plebe "auspicia essesua". Tutto ciòdalla provvedenza ordinato per darprincipio all'uman genere gentilescoPlatone stimò esserestati scorti provvedimenti umani de' primi fondatori delle città.Ma nella barbarie ricorsache dappertutto distruggeva le cittànella stessa guisa si salvarono le famiglieonde provennero lenovelle nazioni d'Europa; e ne restarono agl'italiani dette"castella" tutte le signorie che novellamente vi surseroperché generalmente s'osserva le città piùantiche e quasi tutte le capitali de' popoli essere poste sull'altode' montied al contrario i villaggi sparsi per le pianure: ondedebbono venire quelle frasi latine "summo loco""illustri loco nati" per significar "nobili"e "imo loco""obscuro loco nati"per dir "plebei"perchécome vedremo appressoglieroi abitavano le cittài famoli le campagne.

Peròsopra tutt'altroper le fontane perenni fu detto da' politici che lacomunanza dell'acqua fusse stata l'occasione che da presso vi siunissero le famigliee che quindi le prime comunanze si dicesserophratríai da' grecisiccome le prime terre vennerodette "pagi" a' latinicome da' greci dori fu lafonte chiamata peghé: ch'è l'acquaprima delledue principali solennità delle nozze. Le quali da' romani sicelebravano aqua et igniperché i primi matrimoninaturalmente si contrassero tra uomini e donne ch'avevano l'acqua e'l fuoco comunee sì erano d'una stessa famiglia; ondecomesopra si è dettoda' fratelli e sorelle dovetteroincominciare. Del qual fuoco era dio il lare di ciascheduna casa;dalla qual origine vien detto "focus laris" ilfuocolaiodove il padre di famiglia sagrificava agli dèidella casai quali nella legge delle XII Tavoleal capo Deparricidiosecondo la lezione di Giacomo Revardoson detti"deivei parentum"; e nella sagra storia si legge sìfrequente una simil espressione: "Deus parentum nostrorum"come più spiegatamente: "Deus AbrahamDeus IsaacDeus Iacob". D'intorno a che è quella tralle leggi diCicerone così conceputa: "Sacra familiaria perpetuamanento"; ond'è la frasesì spessa nelleleggi romanecon la quale un figliuol di famiglia si dice essere "insacris paternis"e si dice "sacra patria"essa paterna potestàle cui ragioni ne' primi tempicome sidimostra in quest'operaerano tutte credute sagre. Cotal costume siha a dire essere stato osservato da' barbari i quali venneroappresso: perché in Firenzea' tempi di Giovanni Boccaccio(come l'attesta nella Geanologia degli dèi)nelprincipio di ciascun anno il padre di famigliaassiso nel focolaio acapo di un ceppo a cui s'appiccava il fuocogli dava l'incenso e vispargeva del vino; lo che dalla nostra bassa plebe napoletana siosserva la sera della vigilia del santo Nataleche 'l padre difamiglia solennemente deve appiccare il fuoco ad un ceppo sìfatto nel fuocolaio; e per lo Reame di Napoli le famiglie dicononoverarsi per fuochi. Quindifondate le cittàvennel'universal costume che i matrimoni si contraggono tra' cittadini; efinalmente restò quello: cheove si contraggono conistranieriabbiano almen tra loro la religione comune.

Oraritornando dal fuoco all'acquaStigeper cui giuravano i dèifu la sorgiva delle fontane: ove gli dèi debbon esser i nobilidell'eroiche città (come si è sopra detto)perchéla comunanza di tal acqua aveva fatto loro i regni sopra degliuomini; onde fin al CCCIX di Roma i patrizi tennero i connubiincomunicati alla plebecome se n'è detto alquanto sopra epiù appresso se ne dirà. Per tutto ciò nellastoria sagra si leggono sovente o "pozzo del giuramento" o"giuramento del pozzo": ond'esso nome serba questa tantogrande antichità alla città di Pozzuoliche fu detto"Puteoli" da più piccioli pozzi uniti; ed èragionevole congetturafondata sul dizionario mentale ch'abbiamodettoche tante città sparse per le antiche nazioni che sidicono nel numero del piùda questa cosauna in sostanzasiappellaronocon favella articolatadiversamente.

Quivisi fantasticò la terza deità maggiorela qual fuDianache fu la prima umana necessitàla quale si fecesentir a' giganti fermati in certe terre e congionti in matrimoniocon certe donne. Ci lasciarono i poeti teologi descritta la storia diqueste cose con due favole di Diana. Delle quali una ce ne significala pudicizia de' matrimoni: ch'è quella di Dianala qualetutta tacitaal buio di densa nottesi giace con Endimionedormente; talch'è casta Diana di quella castità ondeuna delle leggi di Cicerone comanda "Deos caste adeunto"(che si andasse a sagrificarefatte le sagre lavande prima). L'altrace ne narra la spaventosa religione de' fontia' quali restòil perpetuo aggiunto di "sagri": ch'è quellad'Atteoneil qualeveduta Diana ignuda (la fontana viva)dalla deaspruzzato d'acqua (per dire che la dea gli gittò sopra il suogrande spavento)divenne cervo (lo più timido degli animali)e fu sbranato da' suoi cani (da' rimorsi della propia coscienza perla religion violata); talché "lymphati"(propiamente "spruzzati d'acqua pura"ché tantovuol dire "lympha") dovettero dapprima intendersicotali Atteoni impazzati di superstizioso spavento. La qual istoriapoetica serbarono i latini nella voce "latices" (chedebbe venire a "latendo")c'hanno l'aggiuntoperpetuo di "puri"e significano l'acqua che sgorgadalla fontana; e tali "latices" de' latini devonessere le ninfe compagne di Diana appo i grecia' quali "nymphæ"significavano lo stesso che "lymphæ"; e talininfe furon dette da' tempi ch'apprendevano tutte le cose persostanze animate eper lo piùumanecome sopra si ènella Metafisica ragionato.

Appressoi giganti piiche furon i postati ne' montidovettero risentirsidel putore che davano i cadaveri de' lor trappassatiche marcivanoloro da presso sopra la terra; onde si diedero a seppellirgli (de'quali si sono truovati e tuttavia si ritruovano vasti teschi ed ossaper lo più sopra l'alture de' monti; ch'è ungrand'argomento che de' giganti empidispersi per le pianure e levalli dappertuttoi cadaveri marcendo inseppoltifurono i teschi el'ossa o portati in mar da' torrenti o macerati alfin dalle piogge)e sparsero i sepolcri di tanta religioneo sia divino spaventoche"religiosa loca" per eccellenza restaron detti a'latini i luoghi ove fussero de' sepolcri. E quivi cominciòl'universale credenzache noi pruovammo sopra ne' Princìpi(de' quali questo era il terzo che noi abbiamo preso di questaScienza)cioè dell'immortalità dell'anime umanelequali si dissero "dii manes" e nella legge delle XIITavoleal capo De parricidio"deivei parentum"si appellano. Altronde essi dovetteroin segno di seppolturaosopra o presso a ciascun tumuloche altro dapprima non potéessere propiamente che terra alquanto rilevata (come de' germaniantichii quali ci dan luogo di congetturare lo stesso costume ditutte l'altre prime barbare nazionial riferire di Tacitostimavanodi non dover gravare i morti di molta terra; ond'è quellapreghiera per gli difonti: "Sit tibi terra levis");dovetterodiciamoin segno di seppoltura ficcar un ceppodetto da'greci phúlaxche significa "custode"perchécredevanoi sempliciche cotal ceppo il guardasse; e "cippus"a' latini restò a significare "sepolcro"edagl'italiani "ceppo" significa "pianta d'alberogeanologico". Onde dovette venir a' greci phuléche significa "tribù": e i romani descrivevano leloro geanologie disponendo le statue de' lor antenati nelle saledelle loro case per filiche dissero "stemmata"(che dev'aver origine da "temen"che vuol dir"filo"; ond'è "subtemen""filato"che si stende sotto nel tessersi delle tele); i quali filigeanologici poi da' giureconsulti si dissero "lineæ"e quindi "stemmata" restarono in questi tempi asignificare "insegne gentilizie". Talch'è fortecongettura che le prime terre con tali seppelliti sieno stati i primiscudi delle famiglie; onde dev'intendersi il motto della madrespartanache consegna lo scudo al figliuolo che va alla guerradicendo: "aut cum hocaut in hoc"volendo dire"ritorna o con questo o sopra una bara"; siccome oggi inNapoli tuttavia la bara si chiama "scudo". E perchétai sepolcri erano nel fondo de' campiche prima furon da seminaquindi gli scudi nella scienza del blasone son diffiniti il"fondamento del campo"che poi fu detto dell'"armi".

Dasì fatta origine dee esser venuto detto "filius"il qualedistinto col nome o casato del padresignificò"nobile"; appunto come il patrizio romano udimmo sopradiffinito "qui potest nomine ciere patrem": il qual"nome" de' romani vedemmo sopra esser a livello ilpatronimicoil quale sì spesso usarono i primi grecionde daOmero si dicono "filii Achivorum" gli eroisiccomenella sagra storia "filii Isræl" sonosignificati i nobili del popolo ebreo. Talché ènecessario chese le tribù dapprima furono de' nobilidapprima di soli nobili si composero le cittàcome appressodimostreremo.

Cosìcon essi sepolcri de' loro seppelliti i giganti dimostravano lasignoria delle loro terre; lo che restò in ragion romana diseppellire il morto in un luogo propioper farlo religioso. Edicevano con verità quelle frasi eroiche: "noi siamofigliuoli di questa terra""siamo nati da queste roveri";come i capi delle famiglie da' latini si dissero "stirpes"e "stipites"e la discendenza di ciascheduno fuchiamata "propago"; ed esse famiglie dagl'italianifuron appellate "legnaggi"; e le nobilissime case d'Europae quasi tutte le sovrane prendono i cognomi dalle terre da essesignoreggiate. Ondetanto in greco quanto in latinoegualmente"figliuol della Terra" significò lo stesso che"nobile": ed a' latini "ingenui"significano "nobili"quasi "indegeniti" epiù speditamente "ingeniti"; come certamente"indigenæ" restaron a significare i natiid'una terrae "dii indigetes" si dissero i dèinatiiche debbon essere stati i nobili dell'eroiche cittàche si appellarono "dèi"come sopra si èdettode' quali dèi fu gran madre la Terra. Onde da principio"ingenuus" e "patricius"significarono "nobile"perché le prime cittàfurono de' soli nobili: e questi "ingenui" devonessere stati gli aboriginidetti quasi "senza origini"ovvero "da sé nati"a' quali rispondono a livellogli autóchthones che dicono i greci. E gli aboriginifuron gigantie "giganti" propiamente significano"figliuoli della Terra"; e così la Terra ci fufedelmente narrata dalle favole essere stata madre de' giganti e deidèi.

Lequali cose tutte sopra si sono da noi ragionatee quich'era luogoloro propiosi son ripetute per dimostrare che Livio mal attaccòcotal frase eroica a Romolo e a' padridi lui compagniove airicorsi nell'asilo aperto nel luco gli fa dire "esser essifigliuoli di quella terra"e 'n bocca loro fa diveniresfacciata bugia quella che ne' fondatori de' primi popoli era stataun'eroica verità: tra perché Romolo era conosciutoreale d'Albae perché tal madre era stata loro pur troppoiniqua a produrre de' soli uominitanto ch'ebbero bisogno di rapirle sabine per aver donne. Onde hassi a dire cheper la maniera dipensare de' primi popoli per caratteri poeticia Romologuardatocome fondatore di cittàfuron attaccate le propietàde' fondatori delle città prime del Lazioin mezzo a un grannumero delle quali Romolo fondò Roma. Col qual errore va diconcerto la diffinizione che lo stesso Livio dà dell'asilo:che fusse stato "vetus urbes condentium consilium"che ne' primi fondatori delle cittàch'erano semplicinongià consiglioma fu natura che serviva alla provvedenza.

Quivisi fantasticò la quarta divinità delle genti dette"maggiori"che fu Apolloappreso per dio della lucecivile; onde gli eroi si dissero kleitói ("chiari")da' grecida kléos ("gloria")e sichiamarono "inclyti" da' latinida "cluer""splendore d'armi"ed in conseguenza da quella luce allaquale Giunone Lucina portava i nobili parti. TalchédopoUrania - che sopra abbiam veduto esser la musa ch'Omero diffinisce"scienza del bene e del male"o sia la divinazionecomesi è sopra dettoper la quale Apollo è dio dellasapienza poetica ovvero della divinità - quivi dovettefantasticarsi la seconda delle museche dev'essere stata Cliolaquale narra la storia eroica; e la prima storia sì fattadovette incominciare dalle geanologie di essi eroisiccome la sagrastoria comincia dalle discendenze de' patriarchi. A sì fattastoria dà Apollo il principio da ciò: che perseguitaDafnedonzella vagabonda che va errando per le selve (nella vitanefaria); e questa con l'aiuto ch'implorò degli dèi(de' quali bisognavano gli auspìci ne' matrimoni solenni)fermandosidiventa lauro (pianta che sempre verdeggia nella certa econosciuta sua prolein quella stessa significazione ch'i latini"stipites" dissero i ceppi delle famiglie; e labarbarie ricorsa ci riportò le stesse frasi eroicheovedicono "alberi" le discendenze delle medesimee ifondatori chiamano "ceppi" e "pedali"e lediscendenze de' provenuti dicono "rami"ed esse famigliedicon "legnaggi"). Così il seguire d'Apollo fupropio di numeil fuggire di Dafne propio di fiera; ma poisconosciuto il parlare di tal istoria severaavvenne che 'l seguired'Apollo fu d'impudicoil fuggire di Dafne fu di Diana.

Dipiù Apollo è fratello di Dianaperché con lefontane perenni ebbero l'agio di fondarsi le prime genti sopra de'monti; ond'egli ha la sua sede sopra il monte Parnasodove abitanole muse (che sono l'arti dell'umanità)e presso il fonteIppocrenedelle cui acque bevono i cigniuccelli canori di quel"canere" o "cantare" che significa"predire" a' latini; con gli auspìci d'un de' qualicome si è sopra dettoLeda concepisce le due uovae da unopartorisce Elenae dall'altro Castore e Polluce ad un parto.

EdApollo e Diana sono figliuoli di Latonadetta da quel "latere"o "nascondersi" onde si disse "condere gentes""condere regna""condere urbes"eparticolarmente in Italia fu detto "Latium". ELatona gli partorì presso l'acque delle fontane perennich'abbiamo dettoal cui parto gli uomini diventaron ranocchielequali nelle piogge d'està nascono dalla terrala qual fudetta "madre de' giganti"che sono propiamente della Terrafigliuoli. Una delle quali ranocchie è quella che a Dariomanda Idantura; e devon essere le tre ranocchie e non rospi nell'armereale di Franciache poi si cangiarono in gigli d'orodipinte colsuperlativo del "tre"che restò ad essi francesiper significare una ranocchia grandissimacioè un grandissimofigliuoloe quindi signor della terra.

Entrambison cacciatoriche con alberi spiantatiuno de' quali è laclava d'Ercoleuccidono fiereprima per difenderne sé e leloro famiglie (non essendo loro più lecitocome a' vagabondidella vita eslegedi camparne fuggendo)di poi per nudrirsene essicon le loro famiglie. Come Virgilio di tali carni fa cibare gli eroie i germani antichial riferire di Tacitoper tal fine con le loromogli ivano cacciando le fiere.

Edè Apollo dio fondatore dell'umanità e delle di leiartiche testé abbiam detto esser le musele quali arti da'latini si dicono "liberales" in significato di"nobili"una delle quali è quella di cavalcare:onde il Pegaso vola sopra il monte Parnasoil quale è armatod'aliperch'è in ragione de' nobili; e nella barbariericorsaperch'essi soli potevano armare a cavalloi nobili daglispagnuoli se ne dissero "cavalieri". Essa umanitàebbe incominciamento dall'"humare""seppellire"(il perché le seppolture furono da noi prese per terzoprincipio di questa Scienza); onde gli ateniesiche furono gliumanissimi di tutte le nazionial riferire di Ciceronefuron iprimi a seppellire i lor morti.

FinalmenteApollo è sempre giovine (siccome la vita di Dafne sempreverdeggiacangiata in lauro)perché Apollocoi "nomi"delle prosapieeterna gli uomini nelle loro famiglie. Egli porta lachioma in segno di nobiltà; e ne restò costume amoltissime nazioni di portar chioma i nobilie si legge tralle penede' nobili appo i persiani e gli americani di spiccare uno o piùcapelli dalla lor chiomae forse quindi dissero la "Galliacomata" da' nobili che fondarono tal nazionecomecertamente appo tutte le nazioni agli schiavi si rade il capo.

Ma- stando essi eroi fermi dentro circoscritte terreed essendocresciute in numero le lor famigliené bastando loro i fruttispontanei della naturae temendo per averne copia d'uscire da'confini che si avevano essi medesimi circoscritti per quelle catenedella religione ond'i giganti erano incatenati per sotto i montiedavendo la medesima religione insinuato loro di dar fuoco alle selveper aver il prospetto del cieloonde venissero loro gli auspìci- si diedero con moltalunga dura fatiga a ridurre le terre acoltura e seminarvi il frumentoil qualebrustolito tra gli dumetie spinaiavevano forse osservato utile per lo nutrimento umano. Equicon bellissimo naturale necessario trasportole spighe delfrumento chiamarono "poma d'oro"portando innanzi l'ideadelle pomache sono frutte della natura che si raccogliono l'estàalle spigheche pur d'està si raccogliono dall'industria.

Datal fatigache fu la più grande e più gloriosa dituttespiccò altamente il carattere d'Ercoleche ne fa tantagloria a Giunoneche comandolla per nutrir le famiglie. Econaltrettanto belle quanto necessarie metaforefantasticarono la terraper l'aspetto d'un gran dragonetutto armato di squame e spine(ch'erano i di lei dumeti e spinai)finto alato (perché iterreni erano in ragion degli eroi)sempre vegghiante (cioèsempre folta)che custodiva le poma d'oro negli Orti esperidiedall'umidore dell'acque del diluvio fu poi il dragone creduto nascerein acqua. Per un altro aspetto fantasticarono un'idra (che pur vienedetta da húdor"acqua")cherecisa ne'suoi capisempre in altri ripullulava; cangiante di tre colori: dinero (bruciata)di verde (in erbe)d'oro (in mature biade); de'quali tre colori la serpe ha distinta la spogliae invecchiando larinnovella. Finalmenteper l'aspetto della ferocia ad esser domatafu finta un animale fortissimo (onde poi al fortissimo degli animalifu dato nome "lione")ch'è 'l lione nemeoche ifilologi pur vogliono essere stato uno sformato serpente. E tuttivomitan fuocoche fu il fuoco ch'Ercole diede alle selve.

Questefurono tre storie diverse in tre diverse parti di Greciasignificanti una stessa cosa in sostanza. Come in altra fuquell'altra pur d'Ercoleche bambino uccide le serpi in culla (cioènel tempo dell'eroismo bambino). In altra Bellerofonte uccide ilmostro detto Chimeracon la coda di serpecol petto di capra (persignificar la terra selvosa) e col capo di lioneche pur vomitafiamme. In Tebe è Cadmo ch'uccide pur la gran serpe e nesemina i denti (con bella metafora chiamando "denti della serpe"i legni curvi più durico' qualiinnanzi di truovarsi l'usodel ferrosi dovette arare la terra); e Cadmo divien esso anco serpe(che gli antichi romani arebbero detto che Cadmo"fundusfactus est")come alquanto si è spiegato sopra esarà spiegato molto più appresso; ove vedremo le serpinel capo di Medusa e nella verga di Mercurio aver significato"dominio di terreni"; e ne restò ophéleia(da óphis"serpe") detto il terraticochefu pur detto "decima d'Ercole". Nel qual senso l'indovinoCalcante appo Omero si legge che la serpela qual si divora gli ottopassarini e la madre altresìinterpetra la terra troiana ch'acapo di nove anni verrebbe in dominio de' greci; e i grecimentrecombattono co' troianiuna serpe uccisa in aria da un'aquilachecade in mezzo alla loro battagliaprendono per buon augurioinconformità della scienza dell'indovino Calcante. PerciòProserpinache fu la stessa che Cereresi vede ne' marmi rapita inun carro tratto da serpi; e le serpi si osservano sì spessenelle medaglie delle greche repubbliche.

Quindiper lo dizionario mentale (ed è cosa degna di riflettervi) glire americanial cantare di Fracastoro la sua Sifilidefuronoritruovatiinvece di scettroportar una spoglia secca di serpe. E ichinesi caricano di un dragone la lor arme reale e portano un dragoneper insegna dell'imperio civileche dev'essere stato Dragone ch'agliateniesi scrisse le leggi col sangue; e noi sopra dicemmo tal Dragoneesser una delle serpi della Gorgoneche Perseo inchiovò alsuo scudoche fu quello poi di Minervadea degli ateniesicol cuiaspetto insassiva il popolo riguardanteche truoverassi essere statogeroglifico dell'imperio civile d'Atene. E la Scrittura sagrainEzechiellodà al re di Egitto il titolo di "grandragone" che giace in mezzo a' suoi fiumiappunto come sopra siè detto i dragoni nascer in acqua e l'idra aver dall'acquapreso tal nome. L'imperador del Giappone ne ha fatto un ordine dicavalieriche portano per divisa un dragone. E de' tempi barbariritornati narrano le storie che per la sua gran nobiltà fuchiamata al ducato di Melano la casa Viscontila quale carica loscudo d'uno dragone che divora un fanciulloch'è appunto ilPitoneil quale divorava gli uomini greci e fu ucciso da Apolloch'abbiamo ritruovato dio della nobiltà: nella qual impresadee far maraviglia l'uniformità del pensar eroico degli uominidi questa barbarie seconda con quella degli antichissimi della prima.Questi adunque devon essere i due dragoni alatiche sospendono lacollana delle pietre focaiech'accesero il fuoco che essi vomitanoe sono due tenenti del Toson d'oroche 'l Chiflezioil qualescrisse l'istoria di quell'insigne ordinenon poté intendereonde il Pietrasanta confessa esserne oscura l'istoria.

Comein altre parti di Grecia fu Ercole ch'uccise le serpiil lionel'idrail dragone; in altra Bellerofonte ch'ammazzò laChimera: così in altra fu Bacco ch'addimestica tigrichedovetter esser le terre vestite così di vari colori come letigri han la pellee passonne poi il nome di "tigri" aglianimali di tal fortissima spezie. Perché aver Bacco dome letigri col vino è un'istoria fisicache nulla apparteneva asapersi dagli eroi contadini ch'avevano da fondare le nazioni:oltreché nommai Bacco ci fu narrato andar in Affrica o inIrcania a domarle in que' tempine' qualicome dimostreremo nellaGeografia poeticanon potevano saper i greci se nel mondofusse l'Ircania e molto meno l'Affricanonché tigri nelleselve d'Ircania o ne' deserti dell'Affrica.

Dipiù le spighe del frumento dissero "poma d'oro"chedovett'essere il primo oro del mondonel tempo che l'oro metallo erain zollené se ne sapeva ancor l'arte di ridurlo purgato inmassanonché di dargli lustro e splendore; néquandosi beveva l'acqua dalle fontanese ne poteva punto pregiare l'uso:il quale poidalla somiglianza del colore e sommo pregio di cotalcibo in que' tempiper trasporto fu detto "oro"; ondedovette Plauto dire "thesaurum auri"perdistinguerlo dal "granaio". Perché certamenteGiobbetralle grandezze dalle quali egli era cadutonovera quella:ch'esso mangiava pan di frumentosiccome ne' contadi delle nostrepiù rimote provincie si haa luogo di quello che sono nellecittà le pozioni gemmategli ammalati cibarsi di pan digranoe si dice "l'infermo si ciba di pan di grano" persignificare lui essere nell'ultimo di sua vita.

Appressospiegando più l'idea di tal pregio e carezzadovettero dire"d'oro" le belle lane; onde appo Omero si lamenta Atreo cheTieste gli abbia le pecore d'oro rubato; e gli argonauti rubarono ilvello d'oro da Ponto. Perciò lo stesso Omero appella i suoi reo eroi col perpetuo aggiunto di polúmelosch'interpetrano "ricchi di greggi"; siccome dagli antichilatinicon tal uniformità d'ideeil patrimonio si disse"pecunia"ch'i latini gramatici vogliono esserdetta a "pecude"come appo i germani antichialnarrare di Tacitoi greggi e gli armenti "solæ etgratissimæ opes sunt": il qual costume deve esser lostesso degli antichi romanida' quali il patrimonio si diceva"pecunia"come l'attesta la lettera delle XIITavoleal capo De' testamenti. E mélonsignifica e "pomo" e "pecora" ai grecii qualiforse anche con l'aspetto di pregevole fruttodissero méliil mèle; e gl'italiani dicono "meli" esse poma.

Talchéqueste del frumento devon essere state le poma d'orole quali primadi tutt'altri Ercole riporta ovvero raccoglie da Esperia; e l'Ercolegallico con le catene di quest'orole quali gli escon di boccaincatena gli uomini per gli orecchicome appresso si truoveràesser un'istoria d'intorno alla coltivazione de' campi. Quindi Ercolerestò nume propizio a ritruovare tesoride' quali era dioDitech'è 'l medesimo che Plutoneil quale rapiscenell'inferno Proserpinache truoverassi la stessa che Cerere (cioèil frumento)e la porta nell'Inferno narratoci da' poetiappo iquali il primo fu dov'era Stigeil secondo dov'erano i seppellitiil terzo il profondo de' solchicome a suo luogo si mostrerà.Dal qual dio Dite son detti "dites" i ricchi; e iricchi eran i nobilich'appo gli spagnuoli si dicono "ricoshombres"ed appo i nostri anticamente si dissero"benestanti"; ed appo i latini si disse "ditio"quella che noi diciamo "signoria d'uno Stato"perchéi campi colti fanno la vera ricchezza agli Stationde da' medesimilatini si disse "ager" il distretto d'una signoriaed "ager"propiamenteè la terra che"aratro agitur". Così dev'esser vero che 'lNilo fu detto chrusorróas"scorrente oro"perché allaga i larghi campi d'Egittodalle cui innondazionivi proviene la grande abbondanza delle raccolte: così "fiumid'oro" detti il Pattoloil Gangel'Idaspeil Tagoperchéfecondano le campagne di biade. Di queste poma d'oro certamenteVirgiliodottissimo dell'eroiche antichitàportando innanziil trasportofece il ramo d'oro che porta Enea all'inferno; la qualfavolaqui appressoove sarà suo più pieno luogosispiegherà. Del rimanentel'oro metallo non si tenne a' tempieroici in maggior pregio del ferro: come Tearcore di Etiopiaagliambasciadori di Cambisei quali gli avevano presentato da parte delloro re molti vasi d'ororispose non riconoscerne esso alcun uso emolto meno necessitàe ne fece un rifiuto naturalmentemagnanimo; appunto come degli antichi germani (ch'in tali tempi sitruovarono essere anche questi antichissimi eroi i quali ora stiamragionando) Tacito narra: "Est videre apud illos argenteavasa legatis et principibus eorum muneri datanon alia vilitate quamquæ humo finguntur". Perciò appo Omeronell'armarie degli eroi si conservano con indifferenza armi d'oro edi ferroperché il primo mondo dovette abbondare di sìfatte miniere (siccome fu ritruovata nel suo scuoprimento l'America)e che poi dall'umana avarizia fussero esauste.

Datutto lo che esce questo gran corollario: che la divisione dellequattro età del mondocioè d'orod'argentodi rame edi ferroè ritruovato de' poeti de' tempi bassi; perchéquest'oro poeticoche fu il frumentodiede appo i primi greci ilnome all'età dell'orola cui innocenza fu la sommaselvatichezza de' polifemi (ne' quali riconosce i primi padri difamigliacome altre volte si è sopra dettoPlatone)che sistavano tutti divisi e soli per le loro grotte con le loro mogli efigliuolinulla impacciandosi gli uni delle cose degli altricomeappo Omero raccontava Polifemo ad Ulisse.

Inconfermazione di tutto ciò che finora dell'oro poetico si èqui dettogiova arrecare due costumiche ancor si celebranode'quali non si possono spiegar le cagioni se non sopra questi princìpi.Il primo è del pomo d'oroche si pone in mano agli re trallesolennità della lor coronazione; il quale dev'esser lo stessoche nelle lor imprese sostengono in cima alle loro corone reali: ilqual costume non può altronde aver l'origine che dalle pomad'oroche diciamo quidel frumentoche anco qui si truoverannoessere stato geroglifico del dominio ch'avevano gli eroi delle terre(che forse i sacerdoti egizi significarono col pomose non èuovoin bocca del loro Cnefodel quale appresso ragionerassi)eche tal geroglifico ci sia stato portato da' barbarii qualiinvasero tutte le nazioni soggette all'imperio romano. L'altrocostume è delle monete d'oroche tralle solennitàdelle loro nozze gli re donano alle loro spose regine; che devonovenire da quest'oro poetico del frumento che qui diciamo (tanto cheesse monete d'oro significano appunto le nozze eroiche checelebrarono gli antichi romani "coemptione et farre")in conformità degli eroiche racconta Omero che con le dotiessi comperavan le mogli: in una pioggia del qual oro dovettecangiarsi Giove con Danaechiusa in una torre (che dovett'esser ilgranaio)per significare l'abbondanza di questa solennità;con che si confà a maraviglia l'espression ebrea "etabundantia in turribus tuis". E ne fermano tal congettura ibritanni antichiappo i quali gli sposiper solennità dellenozzealle spose rigalavano le focacce.

Alnascere di queste cose umanenelle greche fantasie si destarono trealtre deitadi delle genti maggioricon quest'ordine d'ideecorrispondente all'ordine d'esse cose: prima VulcanoappressoSaturno (detto a "satis"da' seminati; onde l'etàdi Saturno de' latini risponde all'età dell'oro de' greci) ein terzo luogo fu Cibele o Berecinziala terra colta. E perciòsi pinge assisa sopra un lione (ch'è la terra selvosacheridussero a coltura gli eroicome si è sopra spiegato); detta"gran madre degli dèi"e "madre" dettaancor "de' giganti" (chepropiamentecosì furondetti nel senso di "figliuoli della Terra"come sopra si èragionato); talché è madre degli dèi (cioède' gigantiche nel tempo delle prime città s'arrogarono ilnome di "dèi"come pur sopra si è detto)el'è consegrato il pino (segno della stabilità onde gliautori de' popolistando fermi nelle prime terrefondarono lecittàdea delle quali è Cibele). Fu ella detta Vestadea delle divine cerimonie appresso i romaniperché le terrein tal tempo aratefurono le prime are del mondo (come vedremo nellaGeografia poetica)dove la dea Vestacon fiera religionearmataguardava il fuoco e 'l farroche fu il frumento degliantichi romani: onde appo gli stessi si celebrarono le nozze "aquaet igni" e col farroche si chiamavano "nuptiæconfarreatæ"che restarono poi a' soli lor sacerdotiperché le prime famiglie erano state tutte di sacerdoti (comesi sono ritruovati i regni de' bonzi nell'Indie orientali); e l'acquae 'l fuoco e 'l farro furono gli elementi delle divine cerimonieromane. Sopra queste prime terre Vesta sagrificava a Giove gli empidell'infame comunionei quali violavano i primi altari (che abbiamsopra detto esser i primi campi del granocome appresso sispiegherà); che furono le prime ostiele prime vittime dellegentilesche religioni: detti "Saturni hostiæ"come si è osservato soprada Plauto; detti "victimæ"a "victis"dall'esser deboliperché soli(ch'in tal sentimento di "debole" è pur rimasto a'latini "victus"); e detti "hostes"perché furon tali empicon giusta ideariputati nimici ditutto il gener umano; e restonne a' romani e le vittime e l'ostieimpastarsi e la fronte e le corna di farro. Da tal dea Vesta imedesimi romani dissero "vergini vestali" quelle cheguardavano il fuoco eternoil qualese per mala sorte spegnevasisi doveva riaccender dal soleperché dal solecome vedremoappressoPrometeo rubò il primo fuoco e portollo in terratra' grecidal quale appiccato alle selveincominciaron a coltivari terreni. E per ciò Vesta è la dea delle divinecerimonie a' romaniperché il primo "colere"che nacque nel mondo della gentilità fu il coltivare la terrae 'l primo culto fu ergere sì fatti altariaccendervi talprimo fuoco e farvi sopra sacrificicome testé si èdettodegli uomini empi.

Talè la guisa con la quale si posero e si custodirono i terminiai campi. La qual divisionecome ci è narrata troppogeneralmente da Ermogeniano giureconsulto - che si èimmaginata fatta per deliberata convenzione degli uominie riuscitacon tanta giustizia e osservata con altrettanto di buona fedeintempi che non vi era ancora forza pubblica d'armie 'n conseguenzaniuno imperio civile di leggi- non può affatto intendersiche con l'essere stata fatta tra uomini sommamente fieri edosservanti d'una qualche spaventosa religioneche gli avesse fermi ecircoscritti entro di certe terree con queste sanguinose cerimonieavessero consagrato le prime murache pur i filologi dicono esserestate descritte da' fondatori delle città con l'aratrola cuicurvaturaper le origini delle lingue che si sono sopra scovertedovette dirsi dapprima "urbs"ond'è l'antico"urbum"che vuol dire "curvo": dallaquale stessa origine forse è "orbis"; talchédapprima "orbis terræ" dovett'essere ogniricinto sì fattocosì basso che Remo passò conun salto e vi fu ucciso da Romoloe gli storici latini narrano averconsegrato col suo sangue le prime mura di Roma. Talché talricinto dovetter esser una siepe (ed appo i greci "séps"significa "serpe"nel suo significato eroico di "terracolta"); dalla quale origine deve venir detto "munireviam"lo che si fa con afforzare le siepi a' campi; onde lemura son dette "moenia"quasi "munia"come "munire" certamente restò per"fortificare". Tali siepi dovetter esser piantate di quellepiante ch'i latini dissero "sagmina"cioè disanginellisambuciche finoggi ne ritengono e l'uso e 'l nome; e siconservò tal voce "sagmina" per significarl'erbe di che si adornavan gli altarie dovettero così dirsidal "sangue" degli ammazzatiche come Remotrascesel'avessero. Di che venne la santità alle muracome si èdetto; ed agli araldi altresìchecome vedremo appressosicoronavano di sì fatt'erbecome certamente gli antichiambasciadori romani il facevano con quelle còlte dalla ròccadel Campidoglio; e finalmente alle leggi ch'essi araldi portavano odella guerra o della pace: ond'è detta "sanctio"quella parte della legge ch'impon la pena a' di lei trasgressori. Equindi comincia quello che noi pruoviamo in quest'opera: che 'ldiritto natural delle genti fu dalla divina provvedenza ordinato tra'popoli privatamenteil qualenel conoscersi tra di lororiconobbero esser loro comune: chéperché gli araldiromani consagrati con sì fatt'erbe fussero inviolati tra glialtri popoli del Lazioè necessario che quellisenza sapernulla di questicelebrassero lo stesso costume.

Cosìi padri di famiglia apparecchiarono la sussistenza alle loro famiglieeroiche con la religionela qual esse con la religione si dovesseroconservare. Onde fu perpetuo costume de' nobili d'esser religiosicome osserva Giulio Scaligero nella Poetica: talché deeesser un gran segno che vada a finire una nazioneove i nobilidisprezzano la loro religione natia.

Siè comunemente oppinatoe da' filologi e da' filosofiche lefamiglie nello stato che dicesi "di natura" sieno state nond'altri che di figliuoli; quando elleno furono famiglie anco de'famolida' quali principalmente furon dette "famiglie":onde sopra tal manca iconomica stabilirono una falsa politicacomesi è sopra accennato e pienamente appresso si mostrerà.Però noi da questa parte de' famolich'è propia delladottrina iconomicaincominceremo qui della politica a ragionare.



2.DELLE FAMIGLIE DE' FAMOLI INNANZI DELLE CITTÀ SENZA LE QUALINON POTEVANO AFFATTO NASCERE LE CITTA`

Perchéfinalmentea capo di lunga etàde' giganti empirimastinell'infame comunione delle cose e delle donnenelle risse ch'essacomunion producevacome i giureconsulti pur diconogli scempi diGroziogli abbandonati di Pufendorfioper salvarsi da' violenti diObbes (come le fierecacciate da intensissimo freddovanno talor asalvarsi dentro ai luoghi abitati)ricorsero alle are de' forti; equivi questi ferociperché già uniti in societàdi famiglieuccidevano i violenti ch'avevano violato le loro terree ricevevano in protezione i miseri da essolor rifuggiti. E oltrel'eroismo di naturad'esser nati da Gioveo sia generati con gliauspìci di Giovespiccò principalmente in essil'eroismo della virtùnel quale sopra tutti gli altri popolidella terra fu eccellente il romanoin usarne appunto queste duepratiche:

Parceresubiectis et debellare superbos.

Equi si offre cosa degna di riflessioneper intendere quanto gliuomini dello stato ferino fossero stati feroci e indomiti dalla lorolibertà bestiale a venire all'umana società: chepervenir i primi alla prima di tutteche fu quella de' matrimoniv'abbisognaronoper farglivi entrarei pugnentissimi stimoli dellalibidine bestiale eper tenerglivi dentrov'abbisognarono ifortissimi freni di spaventose religionicome sopra si èdimostrato. Da che provennero i matrimonii quali furono la primaamicizia che nacque al mondo; onde Omeroper significare che Giove eGiunone giacquero insiemedice con eroica gravità che traloro "celebrarono l'amicizia"detta da' greci philíadalla stessa origine ond'è philéo"amo"e dond'è da' latini detto "filius"; e phíliosa' greci ioni è l'"amico"e quindi a' grecicon lamutazione d'una lettera vicina di suonoè phuléla "tribù"; onde ancora vedemmo sopra "stemmata"essere stati detti i "fili geanologici"che da'giureconsulti sono chiamati "lineæ". Da questanatura di cose umane restò quest'eterna propietà: chela vera amicizia naturale egli è 'l matrimonionella qualenaturalmente si comunicano tutti e tre i fini de' benicioèl'onestol'utile e 'l dilettevole; onde il marito e la mogliecorrono per natura la stessa sorte in tutte le prosperità eavversità della vita (appunto come per elezione èquello: "amicorum omnia sunt communia")per lo cheda Modestino fu il matrimonio diffinito "omnis vitæconsortium".

Isecondi non vennero a questa secondach'ebbeper una certaeccellenzail nome di "società"come quindia poco farem conoscereche per l'ultime necessità della vita.Ov'è degno pur di riflessione cheperché i primivennero all'umana società spinti dalla religione e da naturalistinto di propagare la generazione degli uomini (l'una pial'altrapropiamente detta gentil cagione)diedero principio ad un'amicizianobile e signorile; e perché i secondi vi vennero pernecessità di salvare la vitadiedero principio alla "società"che propiamente si diceper comunicare principalmente l'utilitàe'n conseguenzavile e servile. Perciò tali rifuggitifurono dagli eroi ricevuti con la giusta legge di protezioneondesostentassero la naturale lor vita con l'obbligo di servir essi dagiornalieri agli eroi. Qui dalla "fama" di essi eroi (cheprincipalmente s'acquista con praticar le due parti che testédicemmo usare l'eroismo della virtù) e da tal mondano romorech'è la kléos o "gloria" de' greciche vien detta "fama" a' latini (come phémepur si dice da' greci)i rifuggiti s'appellarono "famoli"da' quali principalmente si dissero le "famiglie". Dallaqual fama certamente la sagra storianarrando de' giganti che furoninnanzi il diluviogli diffinisce "viros famosos":appunto come Virgilio ne descrisse la Fama starsi assisa sopra diun'alta torre (che sono le terre poste in alto de' forti)che metteil capo entro il cielo (la cui altezza cominciò dalle cime de'monti)alata (perch'era in ragion degli eroi; onde nel campo posto aTroia la Fama vola per mezzo alle schiere de' greci eroinon permezzo alle caterve de' lor plebei)e con la tromba (la qualdee essere la tromba di Clioch'è la storia eroica) celebra inomi grandi (quanto lo furono di fondatori di nazioni).

Orin sì fatte famiglie innanzi delle città vivendo ifamoli in condizione di schiavi (che furono gli abbozzi degli schiaviche poi si fecero nelle guerreche nacquero dopo delle città;che sono quelli che da' latini detti furono "vernæ"da' quali provennero le lingue da' medesimi dette "vernaculæ"come sopra si è ragionato)i figliuoli degli eroiperdistinguersi da quelli de' famolisi dissero "liberi"da' quali infatti non si distinguevano punto: come de' germaniantichii quali ci danno ad intendere lo stesso costume di tutti iprimi popoli barbariTacito narra che "dominum ac servumnullis educationis deliciis dignoscas"; come certamente tra'romani antichi ebbero i padri delle famiglie una potestàsovrana sopra la vita e la morte de' lor figliuoli ed un dominiodispotico sopra gli acquistionde infin a' romani princìpi ifigliuoli dagli schiavi di nulla si distinguevano ne' peculi. Macotal voce "liberi" significò dapprima anco"nobili"; onde "artes liberales" sono"arti nobili"e "liberalis" restòa significare "gentile"e "liberalitas""gentilezza"dalla stessa antica origine onde "gentes"erano state dette le "case nobili"da' latini; perchécome vedremo appressole prime genti si composero di soli nobiliei soli nobili furono liberi nelle prime città. Altronde ifamoli furon detti "clientes"e dapprima"cluentes"dall'antico verbo "cluere""risplendere di luce d'armi" (il quale splendore fu detto"cluer")perché rifulgevano con lo splendoredell'armi ch'usavano i lor eroiche dalla stessa origine si disserodapprima "incluti" e dappoi "inclyti":altrimente non erano ravvisaticome se non fusser tra gli uominicom'appresso si spiegherà.

Equi ebbero principio le clientele e i primi dirozzamenti de' feudide' quali abbiamo moltoappressoda ragionare; delle qualiclientele e clienti si leggono sulla storia antica sparse tutte lenazionicome nelle Degnità sta proposto. Ma Tucididenarra che nell'Egittoanco a' suoi tempile dinastie di Tane eranotutte divise tra padri di famiglieprincipi pastori di famiglie sìfatte; ed Omeroquanti eroi cantatanti chiama "re"egli diffinisce "pastori de' popoli"che dovetter esserinnanzi di venire i pastori de' greggicome appresso dimostreremo.Tuttavia in Arabiacom'erano stati in Egittoor ne sono in grannumero; e nell'Indie occidentali si truovò la maggior partein tale stato di naturagovernarsi per famiglie sì fatteaffollate di tanto numero di schiaviche diede da pensareall'imperador Carlo Vre delle Spagnedi porvi modo e misura. E conuna di queste famiglie dovette Abramo far guerre co' re gentili; icui servico' quali le fecetroppo al nostro propositodotti dilingua santa traducono "vernaculos"come poc'anzi"vernæ" si sono da noi spiegati.

Sulnascere di queste cose incominciò con verità il famosonodo erculeocol quale i clienti si dissero "nexi""annodati" alle terreche dovevano coltivare pergl'incliti; che passò poi in un nodo fintocome vedremonella legge delle XII Tavoleche dava la forma alla mancipazionecivileche solennizzava tutti gli atti legittimi de' romani. Oraperché non si può intendere spezie di società népiù ristretta per parte di chi ha copia di beninéper chi ne ha bisognopiù necessariaquivi dovetteroincominciare i primi soci nel mondochecome l'avvisammo nelleDegnitàfuron i soci degli eroiricevuti per la vitacome quelli ch'avevano arresa alla discrezion degli eroi la lor vita.Onde ad Antinooil capo de' suoi sociper una parolaquantunquedettagli a buon fineperché non gli va all'umoreUlisse vuolmozzare la testa; e 'l pio Enea uccide il socio Misenoche glibisognava per far un sagrifizio. Di che pure ci fu serbata unavolgare tradizione; ma Virgilioperché nella mansuetudine delpopolo romano era troppo crudo ad udirsi di Eneach'esso celebra perla pietàil saggio poeta finge che ucciso fu da Tritoneperché avesse osato con quello contendere in suon di tromba:ma nello stesso tempo ne dà troppo aperti motivi d'intenderlonarrando la morte di Miseno tralle solennità prescritte dallaSibilla ad Eneadelle quali una era che gli bisognava innanziseppellire Miseno per poter poi discendere nell'inferno; eapertamente dice che la Sibilla gliene aveva predetto la morte.

Talchéquesti erano soci delle sole fatighema non già degliacquisti e molto meno della gloriadella quale rifulgevano solamentegli eroiche se ne dicevano kleitói ovvero "chiari"da' grecie "inclyti" da' latini (quali restaronole provincie dette "socie" da' romani); ed Esopo se nelamenta nella favola della società leoninacome si èsopra detto. Perché certamente degli antichi germanii qualici permettono fare una necessaria congettura di tutti gli altripopoli barbariTacito narra che di tali famoli o clienti o vassalliquello "suum principem defendere et tuerisua quoque fortiafacta gloriæ eius adsignarepræcipuum iuramentum est";ch'è una delle propietà più risentite de' nostrifeudi. E quindie non altrondedee essere provenuto che sotto la"persona" o "capo" (checome vedremo appressosignificarono la stessa cosa che "maschera") e sotto il"nome" (ch'ora si direbbe "insegna") d'un padredi famiglia romano si contenevanoin ragionetutti i figliuoli etutti gli schiavi; e ne restò a' romani dirsi "clypea"i mezzi bustiche rappresentavano l'immagini degli antenatiripostene' tondi incavati dentro i pareti de' lor cortiliecon troppaacconcezza alle cose che qui si dicono dell'origini delle medagliedalla novella architettura si dicono "medaglioni". Talchédovette con verità dirsine' tempi eroici così de'greciqual Omero il raccontaAjace "torre de' greci"chesolo combatte con intere battaglie troiane; come de' latinich'Orazio solo sul ponte sostiene un esercito di toscani: cioèAiaceOrazio co' lor vassalli. Appunto come nella storia barbararitornata quaranta normanni eroii quali ritornavano da Terra Santadiscacciano un esercito di saraceniche tenevano assediato Salerno.Onde bisogna dire che da queste prime antichissime protezionilequali gli eroi presero de' rifuggiti alle loro terredovetteroincominciar i feudi nel mondoprima rustici personaliper gli qualitali vassalli debbon esser stati i primi "vades"ch'erano obbligati nella persona a seguir i loro eroiove glimenassero a coltivare i di loro campi (che poi restarono detti i reiobbligati di seguir i lor attori in giudizio); ondecome "vas"a' latinibás ai grecicosì "was"e "wassus" restaron a' feudisti barbari asignificare "vassallo"dappoi dovettero venire i feudirustici realiper gli quali i vassalli dovetter essere i primi"prædes" o "mancipes"gliobbligati in roba stabile; e "mancipes"propiamenterestaron detti tali obbligati all'erario. Di che piùragioneremo in appresso.

Quindidevon altresì incominciare le prime colonie eroiche che noidiciamo "mediterranee"a differenza di altrele qualivennero appressoche furon le marittimele quali vedremo esserestate drappelli di rifuggiti da mareche si salvarono in altre terre(che nelle Degnità si son accennate): perché ilnomepropiamentealtro non suona che "moltitudine digiornalieriche coltivano i campi (come tuttavia fanno) per lo vittodiurno". Delle quali due spezie di colonie son istorie quelledue favole: cioèdelle mediterraneeè 'l famosoErcole gallicoil quale con catene d'oro poetico (cioè delfrumento)che gli escono di boccaincatena per gli orecchimoltitudine d'uomini e gli si menadove vuoldietro; il quale èstato finora preso per simbolo dell'eloquenzala qual favola nacquene' tempi che non sapevano ancora gli eroi articolar la favellacomesi è appieno sopra dimostro. Delle colonie marittime èla favola della retecon la quale Vulcano eroico strascina da mareVenere e Marte plebei (la qual distinzione sarà qui appressogeneralmente spiegata)e 'l Sole gli scuopre tutti nudi (cioènon vestiti della luce civiledella quale rifulgevan gli eroicomesi è testé detto)e gli dèi (cioè inobili dell'eroiche cittàquali si sono sopra spiegati) nefanno scherno (come fecero i patrizi della povera plebe romanaantica).

Efinalmente quindi ebbero gli asili la loro primiera origine: ondeCadmo con l'asilo fonda Tebeantichissima città della Grecia;- Teseo fonda Atene sull'altare degl'infelicidetti con giusta idea"infelici" gli empi vagabondich'erano privi di tutti idivini ed umani beni ch'aveva produtto a' pii l'umana società;- Romolo fonda Roma con l'asilo aperto nel luco; se nonpiùtostocome fondatore di città nuovaesso co' suoi compagnila fonda sulla pianta degli asiliond'erano surte l'antiche cittàdel Lazioche generalmente Livio in tal proposito diffinisce "vetusurbes condentium consilium"e perciò male gliattaccacome abbiam veduto sopraquel detto: ch'esso e i suoicompagni erano figliuoli di quella terra. Maper ciò che 'ldetto di Livio fa al nostro propositoegli ci dimostra che gli asilifurono l'origini delle cittàdelle quali è propietàeterna che gli uomini vi vivono sicuri da violenza. In cotal guisadalla moltitudine degli empi vagabondidappertutto riparati e salvinelle terre de' forti piivenne a Giove il grazioso titolod'"ospitale": perocché sì fatti asili furonoi primi "ospizi" del mondoe sì fatti "ricevuti"come appresso vedremofurono i primi "ospiti" ovvero"stranieri" delle prime città; e ne conservòla greca storia poeticatralle molte fatighe d'Ercolequeste due:ch'egli andò per lo mondo spegnendo mostriuomininell'aspetto e bestie ne' lor costumie che purgò lelordissime stalle d'Augia.

Quivile genti poetiche fantasticarono due altre maggiori divinitàuna di Marteun'altra di Venere: quelloper un carattere deglieroicheprima e propiamentecombatterono "pro aris etfocis"; la qual sorta di combattere fu sempre eroica:combattere per la propia religionea cui ricorre il gener umano ne'disperati soccorsi della natura; onde le guerre di religione sonosanguinosissimee gli uomini libertiniinvecchiandoperchési sentono mancar i soccorsi della naturadivengon religiosi; ondenoi sopra prendemmo la religione per primo principio di questaScienza. Quivi Marte combatté in veri campi reali e dentroveri reali scudiche da "cluer" prima "clupei"e poi "clypei" si dissero da' romani; siccome a'tempi barbari ritornati i pascoli e le selve chiuse sono dette"difese". E tali scudi si caricavano di vere armile qualidapprimache non v'erano armi ancora di ferrofuron aste d'alberibruciate in punta e poi ritondate ed aguzzate alla cote per renderleatte a ferire; che sono l'"aste pure"o non armate diferroche si davano per premi militari a' soldati romani i quali sierano eroicamente portati in guerra. Onde appo i greci son armated'aste MinervaBellonaPallade; ed appo i latini da "quiris""asta"Giunone detta "Quirina"e "Quirino"Martee Romoloperché valse vivo coll'astamorto fuappellato "Quirino"; e 'l popolo romanoche armò dipili (come lo spartanoche fu il popolo eroico di Greciaarmòd'aste)fu dettoin adunanza"quirites". Ma dellenazioni barbare la storia romana ci narra aver guerreggiato con leprime aste ch'ora diciamoe le ci descrive "præustassudes""aste bruciate in punta"come furonoritruovati armeggiare gli americani; e a' tempi nostri i nobili conl'aste armeggiano ne' torneile quali prima adoperarono nelleguerre. La qual sorta d'armadura fu ritruovata da una giusta idea difortezzad'allungar il braccio e col corpo tener lontana l'ingiuriadal corposiccome l'armi che più s'appressano al corpo sonpiù da bestie.

Sopraritruovammo i fondi de' campi ov'erano i seppelliti essere stati iprimi scudi del mondo; onde nella scienza del blasone restòche lo scudo è 'l fondamento dell'armi. I colori de' campifurono veri: il nerodella terra bruciataa cui Ercole diede ilfuoco; - il verdedelle biade in erba; - e con errore per metallo fupreso l'oroche fu il frumentochebiondeggiando nelle secche suebiadefu il terzo color della terracom'altra volta si èdetto; siccome i romanitra' premi militari eroicicaricavano difrumento gli scudi di que' soldati che si erano segnalati nellebattagliee "adorea" loro si disse la "gloriamilitare"da "ador""grano brustolito"di che prima cibavansiche gli antichi latini dissero "adur"da "uro""bruciare"; talchéforse il primo "adorare" de' tempi religiosi fu brustolirefrumento; - l'azzurro fu il color del cielodel quale eran essi lucicoverti (il perch'i francesi dissero "bleu" perl'"azzurro"per lo "cielo" e per "Dio"come sopra si è detto); - il rosso era il sangue de' ladroniempiche gli eroi uccidevanoritruovati dentro de' loro campi.L'imprese nobili venuteci dalla barbarie ritornata si osservanocaricate di tanti lioni neriverdid'oroazzurri e finalmenterossii qualiper ciò che sopra abbiam veduto de' campi daseminache poi passarono in campi d'armideono essere le terrecolteguardate con l'aspettoche sopra si ragionòdel lionevinto da Ercolee de' lor coloriche si sono testé noverati;- tante caricate di variche deon essere i solchi onde da' dentidella gran serpeda esso uccisadi che avevagli seminatiuscironogli uomini armati di Cadmo; - tante caricate di paliche devonessere l'aste con le quali armeggiarono i primi eroi; - e tantecaricate alfin di rastelliche sono stromenti certamente di villa.Per lo che tutto si ha a conchiudere che l'agricolturacome ne'tempi barbari primide' quali ci accertano essi romanicosìne' secondi fece la prima nobiltà delle nazioni.

Gliscudi poi degli antichi furon coverti di cuoiocome si ha da' poetiche di cuoio vestirono i vecchi eroicioè delle pelli dellefiere da essi cacciate ed uccise. Di che vi ha un bel luogo inPausania ove riferisce di Pelasgo (antichissimo eroe di Greciachediede il primo nomeche quella nazione portòdi "pelasgi";talché ApollodoroDe origine deorumil chiamaautóchthona"figliuol della Terra"che sidiceva in una parola "gigante") ch'egli "ritruovòla veste di cuoio". Econ maravigliosa corrispondenza de' tempibarbari secondi co' primide' grandi personaggi antichi parlandoDante dice che vestivan "di cuoio e d'osso"e Boccaccionarra ch'ivan impacciati nel cuoio: dallo che dovette venire chel'imprese gentilizie fussero di cuoio covertenelle quali la pelledel capo e de' piedirivolta in cartoccivi fa acconci finimenti.Furon gli scudi ritondiperché le terre sboscate e coltefurono i primi "orbes terrarum"come sopra si èdetto; e ne restò la propietà a latinicon cui"clypeus" era tondoa differenza di "scutum"ch'era angolare. Il perché ogni luco si disse nel senso di"occhio"come ancor oggi si dicon "occhi"l'aperture ond'entra il lume nelle case: la qual frase eroica veraessendosi poi sconosciutaquindi alterata e finalmente corrotta:ch'"ogni gigante aveva il suo luco"era giàdivenuta falsa quando giunse ad Omeroe fu appreso ciascun gigantecon un occhio in mezzo la fronte. Co' quali giganti monocoli ci venneVulcanonelle prime fucine - che furono le selvealle quali Vulcanoaveva dato il fuoco e dove aveva fabbricato le prime armichefuronocome abbiam dettol'aste bruciate in punta- stesa l'ideadi tal'armifabbricar i fulmini a Giove; perché Vulcano avevadato fuoco alle selveper osservar a cielo aperto donde i fulminifussero mandati da Giove.

L'altradivinitàche nacque tra queste antichissime cose umanefuquella di Venerela quale fu un carattere della bellezza civile;onde "honestas" restò a significare e"nobiltà" e "bellezza" e "virtù".Perché con quest'ordine dovettero nascere queste tre idee: cheprima fussesi intesa la bellezza civilech'apparteneva agli eroi; -dopola naturaleche cade sotto gli umani sensiperò diuomini di menti scorte e comprendevoliche sappiano discernere leparti e combinarne la convenevolezza nel tutto d'un corponello chela bellezza essenzialmente consiste; onde i contadini e gli uominidella lorda plebe nulla o assai poco s'intendono di bellezza (lo chedimostra l'errore de' filologii quali dicono chein questi tempiscempi e balordi ch'ora qui ragioniamosi eleggevano gli redall'aspetto de' loro corpi belli e ben fatti; perché taltradizione è da intendersi della bellezza civilech'era lanobiltà d'essi eroicome or ora diremo); finalmentes'intesela bellezza della virtùla quale si appella "honestas"e s'intende sol da' filosofi. Laonde della bellezza civile dovetteresser belli ApolloBaccoGanimedeBellerofonteTeseo con altrieroiper gli quali forse fu immaginata Venere maschia.

Dovettenascere l'idea della bellezza civile in mente de' poeti teologi dalveder essi gli empi rifuggiti alle lor terre esser uomini d'aspetto ebrutte bestie di costumi. Di tal bellezzae non d'altravaghifurono gli spartanigli eroi della Greciache gittavano dal monteTaigeta i parti brutti e deformicioè fatti da nobili femminesenza la solennità delle nozze; che debbon esser i "mostri"che la legge delle XII Tavole comandava gittarsi in Tevere. Perchénon è punto verisimile ch'i decemviriin quella parsimonia dileggi propia delle prime repubblicheavessero pensato a' mostrinaturaliche sono sì radi che le cose rade in natura si dicon"mostri"; quandoin questa copia di leggi della qual ortravagliamoi legislatori lasciano all'arbitrio de' giudicanti lecause ch'avvengono rade volte: talché questi dovetter esser imostri dettiprima e propiamente"civili" (d'un de' qualiintese Panfilo ovevenuto in falso sospetto che la donzella Filumenafusse gravidadice:

...Aliquid monstri alunt)

;e così restaron detti nelle leggi romanele quali dovetteroparlare con tutta propietà come osserva Antonio Fabro nellaGiurisprudenza papinianea. Lo che sopra si è altravolta ad altro fine osservato.

Laondequesto dee essere quello checon quanto di buona fedeconaltrettanta ignorazione delle romane antichità ch'egli scrivedice Livio: chese comunicati fussero da' nobili i connubi a'plebeine nascerebbe la prole "secum ipsa discors"ch'è tanto dire quanto "mostro mescolato di due nature":unaeroicade' nobili; altraferinad'essi plebeiche "agitabantconnubia more ferarum": il qual motto prese Livio da alcunoantico scrittor d'annalie l'usò senza scienzaperocchéegli il rapporta in senso: "se i nobili imparentassero co'plebei". Perché i plebeiin quel loro misero stato diquasi schiavinol potevano pretendere da' nobilima domandarono laragione di contrarre nozze sollenni (ché tanto suona"connubium"): la qual ragione era solo de' nobili;madelle fiereniuna spezie usa con altra di altra spezie. Talchéè forza dire ch'egli fu un mottocol qualein quella eroicacontesai nobili volevano schernir i plebeichenon avendo auspìcipubblicii quali con la lor solennità facevano le nozzegiusteniuno di loro aveva padre certo (come in ragion romanarestonne quella diffinizionech'ognun sache "nuptiædemonstrant patrem"); talchéin sì fattaincertezzai plebei si dicevan da' nobili ch'usassero con le loromadricon le loro figliuolecome fanno le fiere.

Maa Venere plebea furon attribuite le colombenon già persignificare svisceratezze amorosema perché sonoqual'Oraziole diffinisce"degeneres"uccelli vili a pettodell'aquile (che lo stesso Orazio diffinisce "feroces")e sì per significare ch'i plebei avevano auspìciprivati o minoria differenza di quelli dell'aquile e de' fulminich'erano de' nobili e Varrone e Messala dissero "auspìcimaggiori" ovvero "pubblici"de' quali eranodipendenze tutte le ragioni eroiche de' nobilicome la storia romanaapertamente lo ci conferma. Ma a Venere eroicaqual fu la "pronuba"furon attribuiti i cignipropi anco d'Apolloil quale sopra vedemmoessere lo dio della nobiltàcon gli auspìci di uno de'quali Leda concepisce di Giove l'uovacome si è sopraspiegato.

Fula Venere plebea ella descritta nudaperocché la pronuba eracol cesto covertacome si è detto sopra (quindi si vedaquanto d'intorno a queste poetiche antichità si sieno contortel'idee!): che poi fu creduto finto per incentivo della libidinequello che fu ritruovato con verità per significar il pudornaturaleo sia la puntualità della buona fede con la quale siosservavano tra' plebei le naturali obbligazioni; perocchécome quindi a poco vedremo nella Politica poeticai plebeinon ebbero niuna parte di cittadinanza nell'eroiche cittàesì non contraevano tra loro obbligazioni legate con alcunvincolo di legge civileche lor facesse necessità. Quindifuron a Venere attribuite le Grazie ancor nude; e appo i latini"caussa" e "gratia" significano unacosa stessa: talché le Grazie a' poeti significar dovettero i"patti nudi"che producono la sola obbligazion naturale. Equindi i giureconsulti romani dissero "patti stipulati"quelli che poi furon detti "vestiti" dagli antichiinterpetri: perchéintendendo quelli i patti nudi esser ipatti non stipulatinon deve "stipulatio" venirdetta da "stipes" (cheper tal originesi dovrebbedire "stipatio")con la sforzata ragione "perocchéella sostenga i patti"; ma dee venire da "stipula"detta da' contadini del Lazio perocch'ella "vesta il frumento":com'al contrario i "patti vestiti" in prima da' feudistifurono detti dalla stessa origine onde son dette l'"investiture"de' feudide' quali certamente si ha "exfestucare"il "privare della degnità". Per lo che ragionato"gratia" e "caussa" s'inteseroessere una cosa stessa da' latini poeti d'intorno a' contratti che sicelebravano da' plebei delle città eroiche: comeintroduttipoi i contratti "de iure naturali gentium"ch'Ulpiano dice "humanarum""causa"e "negocium" significarono una cosa medesima;perocchéin tali spezie di contrattiessi negozi quasisempre sono "caussæ" o "cavissæ"o "cautele"che vagliono per stipulazioni le quali necautelino i patti.



3.COROLLARI D'INTORNO A' CONTRATTI CHE SI COMPIONO COL SOLO CONSENSO

Perchéper l'antichissimo diritto delle genti eroichele quali non curavanoche le cose necessarie alla vitae non raccogliendosi altri fruttiche naturaliné intendendo ancora l'utilità deldanaioed essendo quasi tutti corponon potevano conoscerecertamente i contratti che oggi dicono compiersi col solo consenso;ed essendo sommamente rozzide' quali è propio l'esseresospettosiperché la rozzezza nasce dall'ignoranza ed èpropietà di natura umana che chi non sa sempre dubita: pertutto ciò non conoscevano buona fedee di tuttel'obbligazioni si assicuravano con la mano o vera o fintaperòquesta accettatanell'atto del negoziocon le stipulazioni solenni;ond'è quel celebre capo nella legge delle XII Tavole: "Siquis nexum faciet mancipiumqueuti lingua nuncupassitita iusesto". Dalla qual natura di cose umane civili escono questeverità.

I

Chequello che diconoche l'antichissime vendite e compere furonopermutazioniove fussero di robe stabilielleno dovetter esserquelli che nella barbarie ricorsa furon detti "livelli";de' quali s'intese l'utilitàperch'altri abbondasse di fondii quali dassero copia di fruttide' quali altri avesse scarsezzaecosì a vicenda.

II

Lelocazioni di case non potevano celebrarsi quand'erano picciole lecittà e l'abitazioni ristrette: talché si dovettero da'padroni de' suoli quelli darsi perch'altri vi fabbricasse; e sìnon poteron esser altri che censi.

III

Lelocazioni de' terreni dovetter essere enfiteusiche da' latinifurono dette "clientelæ"; ond'i gramaticidisseroindovinandoche "clientes" fussero statidetti quasi "colentes".

IV

Talchéquesta dev'esser la cagione ondeper la barbarie ricorsanegliantichi archivi non si leggon altri contratti che censi di case opoderio in perpetuo o a tempo.

V

Ch'èforse la ragione perché l'enfiteusi è contratto "deiure civili"; cheper questi princìpisi truoveràessere lo stesso che "de iure heroico romanorum"acui Ulpiano oppone il "ius naturale gentium humanarum"che disse "umane" in rapporto al gius delle genti barbareche furon primanon delle genti barbare ch'a' suoi tempi erano fuoridell'imperio romanoil quale nulla importava a' romanigiureconsulti.

VI

Lesocietà non erano conosciuteper quel costume ciclopicoch'ogni padre di famiglia curava solamente le cose sue e nullaimpacciavasi di quelle d'altruicomesopraOmero ci ha fatto udirenel racconto che fa Polifemo ad Ulisse.

VII

Eper questa stessa ragione non erano conosciuti i mandati; onde restòquella regola di diritto civile antico: "Per extraneampersonam acquiri nemini".

VIII

Maa quello dell'eroiche essendo poi succeduto il diritto delle gentiumane che diffinisce Ulpianosi fece tanto rivolgimento di cosechela vendita e comperala qual anticamentesenell'atto delcontrarsinon si stipulava la "dupla"nonproduceva l'evizioneoggi è la regina de' contratti i qualisi dicono "di buona fede"e naturalmenteanco nonpatteggiatala deve.



4.CANONE MITOLOGICO

Oraritornando agli tre caratteri di VulcanoMarte e Venereèqui d'avvertire (e tal avvertimento dee tenersi a luogo d'unimportante canone di questa mitologia) che questi furono tre divinicaratteri significanti essi eroia differenza di altrettanti chesignificarono plebei: come Vulcanoche fende il capo a Giove con uncolpo di scureonde nasce Minervaevolendosi frapporre in unacontesa tra Giove e Giunonecon un calcio da Giove èprecipitato dal cielo e restonne zoppo; - Martea cui Giovein unaforte riprensione che gli fa appo Omerodice essere lo piùvile di tutti i dèie Minervanella contesa degli dèiappo lo stesso poetail ferisce con un colpo di sasso (che devonessere stati i plebeiche servivano agli eroi nelle guerre); - eVenere (che deon essere state le mogli naturali di sì fattiplebei)checon questo Marte plebeosono còlti entrambinella rete da Vulcano eroicoescoverti ignudi dal Solesono presia scherno dagli altri dèi. Quindi Venere fu poi con errorcreduta esser moglie di Vulcano: ma noi sopra vedemmo che 'n cielonon vi fu altro matrimonio che di Giove e Giunoneil quale pure fusterile; e Marte fu detto non "adultero"ma "concubino"di Venereperché tra' plebei non si contraevano che matrimoninaturalicome appresso si mostreràche da' latini furondetti "concubinati".

Comequesti tre caratteri quicosì altri saranno appressoa'luoghi lorospiegati. Quali si truoveranno Tantalo plebeoche nonpuò afferrare le poma che s'alzano né toccare l'acquache bassasi; Mida plebeoil qualeperché tutto ciòche tocca è orosi muore di fame; Lino plebeoche contendecon Apollo nel cantoevintoè da quello ucciso.

Lequali favoleovvero caratteri doppidevon essere stati necessarinello stato eroicoch'i plebei non avevano nomi e portavano i nomide' loro eroicome si è sopra detto: oltre alla somma povertàde' parlariche dovett'essere ne' primi tempi; quandoin questacopia di lingueuno stesso vocabolo significa spesso diverse ealcuna voltadue tra loro contrarie cose.



V- DELLA POLITICA POETICA



1.DELLA POLITICA POETICA CON LA QUALE NACQUERO LE PRIME REPUBBLICHE ALMONDO DI FORMA SEVERISSIMA ARISTOCRATICA

Incotal guisa si fondarono le famiglie di sì fatti famoliricevuti in fede o forza o protezione dagli eroiche furon i primisoci del mondoquali sopra abbiamo veduti. De' quali le vite eranoin balia de' loro signorie'n conseguenza delle viteeran ancogli acquisti; quando essi eroicon gl'imperi paterni ciclopicisopra i loro propi figliuoli avevano il diritto della vita e dellamortee'n conseguenza di tal diritto sopra le personeavevan ancoil diritto dispotico sopra tutti i di lor acquisti. Lo che inteseAristotile ove diffinì i figliuoli di famiglia esser "animatistrumenti de' loro padri"; e la legge delle XII Tavolefindentro la più prosciolta libertà popolareserbòa' padri di famiglia romani entrambe queste due parti monarchiche: edi potestà sopra le persone e di dominio sopra gli acquisti;efinché vennero gl'imperadorii figliuolicome glischiaviebbero una sola spezie di peculioche fu il profettizio; ei padrine' primi tempidovettero avere la potestà divendere veramente i figliuoli fin a tre volte; che poiinvigorendola mansuetudine de' tempi umaniil fecero con tre vendite fintequando volevano liberare i figliuoli dalla paterna potestà. Mai galli e i celti si conservarono un'egual potestà sopra ifigliuoli e gli schiavi; e 'l costume di vendere con verità ipadri i loro figliuoli fu ritruovato nell'Indie occidentalienell'Europa si pratica infin a quattro volte da' moscoviti e da'tartari. Tanto è vero che l'altre nazioni barbare non hanno lapaterna potestà "talem qualem habent cives romani"!La qual aperta falsità esce dal comune volgar errorecon cuii dottori hanno ricevuto tal motto: ma ciò fu da'giureconsulti detto in rapporto delle nazioni vinte dal popoloromano; alle qualicome più a lungo appresso dimostreremotolto tutto il diritto civile con la ragione delle vittorienonrestarono che naturali paterne potestà e'n lor conseguenzanaturali vincoli di sangueche si dicono "cognazioni"edall'altra partenaturali domìniche son i bonitariepertutto ciònaturali obbligazioniche si dicono "deiure naturali gentium"ch'Ulpiano ci specificò sopracon l'aggiunto "humanarum". Le quali ragioni tutte ipopoli posti fuori dell'imperio dovettero avere civilie appuntotali quali l'ebbero essi romani.

Maripigliando il ragionamentocon la morte de' loro padri restandoliberi i figliuoli di famiglia di tal monarchico imperio privatoanzi riassumendolo ciascun figliuolo intieramente per sé (ondeogni cittadino romanolibero dalla paterna potestàin romanaragione egli è "padre di famiglia" appellato)e ifamoli dovendo sempre vivere in tale stato servilea capo di lungaetà naturalmente se ne dovettero attediareper la Degnitàda noi sopra posta: che "l'uomo soggetto naturalmente bramasottrarsi alla servitù". Talché costoro debbonoessere stati Tantaloche testé dicemmo plebeoche non puòaddentare le poma (che devon essere le poma d'oro del frumento sopraspiegatele quali s'alzano sulle terre de' lor eroi)e (perispiegarne l'ardente sete) non può prender un picciol sorsodell'acquache gli si appressa fin alle labbra e poi fugge; -Issioneche volta sempre la ruota; - e Sisifoche spinge sùil sassoche gittò Cadmo (la terra durachegiunta alcolmorovescia giùcome restò a' latini "vertereterram" per "coltivarla" e "saxum volvere"per "far con ardore lunga e aspra fatiga"). Per tutto ciòi famoli dovettero ammutinarsi contro essi eroi. E questa è la"necessità"che generalmente si congetturònelle Degnità esser stata fatta da' famoli ai padrieroi nello stato delle famiglieonde nacquero le repubbliche.

Perchéquivial grand'uopodovettero per natura esser portati gli eroi adunirsi in ordiniper resistere alle moltitudini de' famolisollevatidovendo loro far capo alcun padre più di tuttiferoce e di spirito più presente; e tali se ne dissero i "re"dal verbo "regere"ch'è propiamente"sostenere" e "dirizzare". In cotal guisaperdirla con la frase troppo ben intesa di Pomponio giureconsulto"rebus ipsis dictantibusregna condita"dettoconvenevolmente alla dottrina della romana ragioneche stabilisce"ius naturale gentium divina providentia constitutum".Ed ecco la generazione de' regni eroici. Eperché i padrierano sovrani re delle lor famiglienell'ugualità di sìfatto stato eper la feroce natura de' polifeminiuno di tuttinaturalmente dovendo ceder all'altrouscirono da se medesimi isenati regnantio sia di tanti re delle lor famiglie; i qualisenzaumano scorgimento o consigliosi truovaron aver uniti i loro privatiinteressi a ciascun loro comuneil quale si disse "patria"chesottointesovi "res"vuol dir "interessedi padri"e i nobili se ne dissero "patricii":onde dovettero i soli nobili esser i cittadini delle prime patrie.Così può esser vera la tradizione che ce n'ègiunta: che ne' primi tempi si eleggevano gli re per natura; dellaquale vi sono due luoghi d'oro appo TacitoDe moribus Germanorumi quali ci danno luogo di congetturare essere stato lo stesso costumedi tutti gli altri primi popoli barbari. Uno è quello: "Noncasusnon fortuita conglobatio turmam aut cuneum facitsed familiæet propinquitates". L'altro è: "Duces exemplopotius quam imperio; si promptisi conspicuisi ante aciem agantadmiratione præsunt".

Taliessere stati i primi re in terra ci si dimostra da ciò: chetal i poeti eroi immaginarono essere Giove in cielo re degli uomini edegli dèiper quell'aureo luogo di Omero dove Giove si scusacon Teti ch'esso non può far nulla contro a ciò che glidèi avevano una volta determinato nel gran consiglio celeste;ch'è parlare di vero re aristocratico: dove poi gli stoicificcarono il loro dogma di Giove soggetto al fato; ma Giove e glialtri dèi tennero consiglio d'intorno a tai cose degli uominie sì le determinarono con libera volontà. Il qual luogoqui riferito ne spiega due altri del medesimo Omerone' quali conerrore i politici fondano ch'Omero avesse inteso la monarchia. Uno èdi Agamennoneche riprende la contumacia d'Achille; l'altro èdi Ulisseche i greciammutinati di ritornar alle loro casepersuade di continuare l'assedio incominciato di Troia: dicendoentrambi che "uno è 'l re"perché l'un el'altro è detto in guerranella quale uno è 'l generalcapitanoper quella massima avvertita da Tacito ove dice: "eamesse imperandi conditionemut non aliter ratio constet quam si unireddatur". Del rimanentelo stesso Omero in quanti luoghide' due poemi mentova eroi dà loro il perpetuo aggiunto di"re": col quale si confà a maraviglia un luogo d'orodel Genesiove quanti Mosè narra discendenti d'Esaùtanti ne appella "re"o dir vogliamo capitaniche laVolgata legge "duces"; e gli ambasciadori di Pirrogli riferiscono d'aver veduto in Roma un senato di tanti re. Perchéinvero non si può affatto intendere in natura civile niunacagioneper la qual i padriin tal cangiamento di statiavesserodovuto altro mutareda quello ch'avevano avuto nello stato giàdi naturache di assoggettire le loro sovrane potestàfamigliari ad essi ordini loro regnanti: perché la natura de'forticome abbiamo nelle Degnità sopra postoèdi rimetteredegli acquisti fatti con virtùquanto meno essipossonoe tanto quanto bisogna perché loro si conservin gliacquisti; onde si legge sì spesso sulla storia romanaquell'eroico disdegno de' fortiche mal soffre "virtuteparta per flagitium amittere". Nétra tutti ipossibili umaniuna volta che gli Stati civili non nacquero néda froda né da forza d'un solo (come abbiam sopra dimostro esi dimostrerà più in appresso)come dalle potestàfamigliari poté formarsi la civil potestàe de' domìninaturali paterni (che noi sopra accennammo essere stati "exiure optimo"in significato di "liberi d'ogni pesoprivato e pubblico") si fusse formato il dominio eminente diessi Stati civilisi può immaginare in altra guisa chequesta.

Laqualecosì meditataci si appruova a maraviglia con esseorigini delle voci. Chéperché sopra esso dominioottimo ch'avevano i padri (detto da' greci díkaion áriston)si formarono esse repubblichecome altra volta si è dettosoprada' greci si dissero "aristocratiche"e da' latinisi chiamarono "repubbliche d'ottimati"dette da Opideadetta della potenza: onde perciò forse Opi (dalla qualedev'essere stato detto "optimus"ch'èáristos a' grecie quindi "optimus"a' latini) funne detta moglie di Giovecioè dell'ordineregnante di quelli eroii qualicome sopra si è dettos'avevano arrogato il nome di "dèi" (perchéGiunone per la ragion degli auspìci era moglie di Giovepresoper lo cielo che fulmina); de' quali dèicome si èdetto soprafu madre Cibeledetta "madre" ancor "de'giganti"propiamente detti in significazione di "nobili"e la qualecome vedremo appresso nella Cosmografia poeticafu appresa per la regina delle città. Da Opi adunque sidissero gli "ottimati"perché tali repubbliche sonotutte ordinate a conservare la potenza de' nobilieperconservarlaritengono per eterne propietà quelle dueprincipali custodiedelle quali una è degli ordini e l'altraè de' confini. E dalla custodia degli ordini venne prima lacustodia de' parentadiper la qual i romani fin al CCCIX di Romatennero chiusi i connubi alla plebe; dipoila custodia de'maestrationde tanto i patrizi contrastarono alla plebe lapretenzione del consolato; appressola custodia de' sacerdozi eperquestala custodia alfin delle leggiche tutte le prime nazioniguardarono con aspetto di cose sagre: onde fin alla legge delle XIITavole i nobili governarono Roma con costumanzecome nelle Degnitàce n'accertò Dionigi d'Alicarnassoe fino a cento anni dopoessa legge ne tennero chiusa l'interpetrazione dentro il collegio de'ponteficial narrar di Pomponio giureconsultoperché fin aquel tempo entrati v'erano i soli nobili. L'altra principal custodiaella è de' confini; onde i romanifin a quella che fecero diCorintoavevan osservato una giustizia incomparabile nelle guerreper non agguerrireed una somma clemenza nelle vittorieper nonarricchir i plebeicome sopra se ne sono proposte due Degnità.

Tuttoquesto grande ed importante tratto di storia poetica ècontenuto in questa favola: che Saturno si vuol divorare Giovebambinoe i sacerdoti di Cibele glielo nascondono e col romoredell'armi non gliene fanno udire i vagiti; ove Saturno dev'esserecarattere de' famoliche da giornalieri coltivano i campi de' padrisignori econ un'ardente brama di desideriovogliono da' padricampi per sostentarvisi. E così questo Saturno è padredi Gioveperché da questo Saturnocome da occasionenacqueil regno civile de' padrichecome dianzi si è dettosispiegò col carattere di quel Giove del qual fu moglie Opi.Perché Giovepreso per lo dio degli auspìcide' qualigli più solenni erano in fulmine e l'aquila (del qual Gioveera moglie Giunone)egli è "padre degli dèi"cioè degli eroiche si credevano figliuoli di Giovesiccomequelli ch'erano generati con gli auspìci di Giove da nozzesolenni (delle quali è nume Giunone)e si presero il nome di"dèi"de' quali è madre la Terraovvero Opimoglie di questo Giovecome tutto si è detto sopra; e 'lmedesimo fu detto "re degli uomini"cioè de' famolinello stato delle famiglie e de' plebei in quello dell'eroiche città:i quali due divini titoliper ignorazione di quest'istoria poeticasi sono tra lor confusiquasi Giove fusse anco padre degli uomini; iquali fin dentro a' tempi della repubblica romana antica "nonpoterant nomine ciere patrem"come narra Livioperchénascevano da' matrimoni naturalinon da nozze solenni; onde restòin giurisprudenza quella regola: "Nuptiæ demonstrantpatrem".

Sieguela favola ch'i sacerdoti di Cibeleo sieno d'Opi (perché iprimi regni furono dappertutto di sacerdoticome alquanto se n'èdetto sopra e pienamente appresso si mostrerà)nascondonoGiove (dal qual nascondimento i filologi latiniindovinandodisseroessere stato appellato "Latium"e la lingua latinane conservò la storia in questa sua frase: "condereregna" - lo che altra volta si è detto- perchéi padri si chiusero in ordine contro i famoli ammutinatidal qualsegreto incominciarono a venir quelli ch'i politici dicono "arcanaimperii")ecol romore dell'armi non faccendo a Saturnoudire i vagiti di Giove (testé nato all'union diquell'ordine)in cotal guisa il salvarono. Con la qual guisa sinarra distintamente ciò che 'n confuso Platone disse: "lerepubbliche esser nate sulla pianta dell'armi"; a cui dev'unirsiciò ch'Aristotile ci disse sopra nelle Degnità:che nelle repubbliche eroiche i nobili giuravano d'esser eterninimici alla plebe; e ne restò propietà eternaper laquale ora diciamo i servidori esser nimici pagati de' loro padroni.La qual istoria i greci ci conservarono in questa etimologiaper laqualeappo essida pólis"città"pólemos è appellata la "guerra".

Quivile nazioni greche immaginarono la decima divinità delle gentidette maggioriche fu Minerva. E la si finsero nascere con questafantasiafiera ugualmente e goffa: che Vulcano con una scurefendette il capo di Gioveonde nacque Minerva; volendo essi dire chela moltitudine de' famoli ch'esercitavan arti servilichecome si èdettovenivano sotto il genere poetico di Vulcano plebeoessiruppero (in sentimento d'"infievolirono" o "scemarono")il regno di Giove (come restò a' latini "minuerecaput" per "fiaccare la testa"perchénonsappiendo dir in astratto "regno"in concreto dissero"capo")che stato eranello stato delle famigliemonarchicoe cangiarono in aristocratico in quello delle città.Talché non è vana la congettura che da tal "minuere"fusse stata da' latini detta Minerva; e da questa lontanissimapoetica antichità restasse a' medesimiin romana ragione"capitis deminutio" per significare "mutazionedi stato"come Minerva mutò lo stato delle famiglie inquello delle città.

Incotal favola i filosofi poi ficcarono il più sublime delleloro meditazioni metafisiche: che l'idea eterna in Dio ègenerata da esso Dioove l'idee criate sono in noi produtte da Dio.Ma i poeti teologi contemplarono Minerva con l'idea di ordine civilecome restò per eccellenza a' latini "ordo"per lo "senato" (lo che forse diede motivo a' filosofi dicrederla idea eterna di Dioch'altro non è che ordineeterno); e ne restò propietà eterna: che l'ordine de'migliori è la sapienza delle città. Ma Minerva appoOmero è sempre distinta con gli aggiunti perpetui di"guerriera" e di "predatrice"e due volte soleci ricordiamo di averlavi letto con quello di "consigliera";e la civetta e l'oliva le furono consagratenon giàperch'ella mediti la notte e legga e scriva al lume della lucernamaper significare la notte de' nascondiglico' quali si fondòcom'abbiamo sopra dettol'umanitàe forse per piùpropiamente significare che i senati eroiciche componevano lecittàconcepivano in segreto le leggie ne restòcertamente agli areopagiti di dir i voti al buio nel senato d'Ateneche fu la città di Minervala qual fu detta Athenã.Dal qual eroico costume appo i latini fu detto "condereleges"talché "legum conditores"furono propiamente i senati che comandavan le leggisiccome "legumlatores" coloro che da' senati portavano le leggi alle plebide' popolicome sopranell'accusa d'Oraziosi è detto. Etanto da' poeti teologi fu considerata Minerva esser dea dellasapienzache nelle statue e nelle medaglie si osserva armata; e lastessa fu "Minerva" nella curia"Pallade"nell'adunanze plebee (comeappo OmeroPallade mena Telemaconell'adunanza della plebech'egli chiama "altro popolo"ove vuol partire per andar truovando Ulissesuo padre)ed è"Bellona"per ultimonelle guerre.

Talchéè da dirsi checon l'errore che Minerva fusse stata intesada' poeti teologi per la sapienzavada di concerto quell'altro che"curia" fusse stata detta a "curandarepublica"in que' tempi che le nazioni erano stordite estupide. La qual dovette a' greci antichissimi venir detta churíada chéirla "mano"e indi "curia"similmente a' latiniper uno di questi due grandi rottamid'antichitàche (come si è detto nella Tavolacronologica e nelle ivi scritte Annotazioni) per buonanostra ventura Dionigi Petavio truova gittati dentro la storia grecainnanzi l'età degli eroi di Grecia e'n conseguenzainquestada noi qui seguitaetà degli dèi degli egizi.

Unoè che gli Eraclidiovvero discendenti d'Ercoleerano statisparsi per tutta Greciaanco nell'Atticaove fu Atenee che poi siritirarono nel Peloponnesoove fu Spartarepubblica o regnoaristocratico di due re della razza d'Ercoledetti Eraclidiovveronobiliche amministravano le leggi e le guerre sotto la custodiadegli efori. I quali erano custodi della libertà non giàpopolare ma signorileche fecero strozzare il re Agideperchéaveva attentato di portar al popolo una legge di conto nuovolaquale Livio diffinisce "facem ad accendendum adversusoptimates plebem"ed un'altra testamentariala qualedivolgava i retaggi fuori dell'ordine de' nobilitra' quali soliinnanzi si erano conservati con le successioni legittimeperchéessi soli avevano dovuto avere suitàagnazionigentilità;della qual fatta erano state in Roma innanzi della legge delle XIITavolecome appresso sarà dimostro: ondecome i CassiiCapitolinii Gracchi ed altri principali cittadiniper volereconqualche legge sì fattad'un poco sollevare la povera oppressaplebe romanafurono dal senato dichiarati ed uccisi come rubelli;così Agide fu fatto strozzare dagli efori. Tanto gli efori diSpartaper Polibiofurono custodi della libertà popolare diLacedemone! Laonde Atenecosì appellata da Minervala qualsi disse Athenãdovette esserene' primi suoi tempidi stato aristocratica; e la storia greca l'hacci narrato fedelmentepiù sopraove ci disse che Dragone regnò in Atene neltempo ch'era occupata dagli ottimatie cel conferma Tucididenarrando chefinch'ella fu governata da' severissimi areopagiticheGiovenale traduce "giudici di Marte"in senso di "giudiciarmati" (cheda Aùres"Marte"peghéond'è "pagus" a' latinimeglio arebbetrasportato "popolo di Marte"come fu detto il romano;perchénel loro nascimentoi popoli si composero di solinobiliche soli avevano il diritto dell'armi)ella sfolgoròdelle più belle eroiche virtù e fecedell'eccellentissime imprese (appunto come Romanel tempo nel qualecome appresso vedremoella fu repubblica aristocratica); dal qualestato Pericle ed Aristide (appunto come Sestio e Canuleotribunidella plebeincominciarono a fare di Roma) la rovesciarono nellalibertà popolare.

L'altrogran rottame egli è ch'i greciusciti di Greciaosservaronoi curetiovvero sacerdoti di Cibelesparsi in Saturnia (o sial'antica Italia)in Creta ed in Asia; talché dovetterodappertutto nelle prime nazioni barbare celebrarsi regni di cureticorrispondenti a' regni degli Eraclidisparsi per l'antichissimaGrecia: i quali cureti furon que' sacerdoti armatiche col batteredell'armi attutarono i vagiti di Giove bambinoche Saturno volevasidivorare; la qual favola è stata testé spiegata.

Pertutto lo che ragionatoda questo antichissimo punto di tempo e conquesta guisa nacquero i primi comizi curiatiche sono gli piùantichi che si leggono sulla storia romana; i quali si dovetterotener sotto l'armie restarono poi per trattare le cose sagreperché con tal aspetto ne' primi tempi si guardarono tutte lecose profane. Delle quali adunanze si maraviglia Livio ch'a' tempid'Annibaleche vi passa per mezzosi tenevano nelle Gallie; maTacito ne' Costumi de' germani ci narra quello: che sitenevano anco da' sacerdotiove comandavano le pene in mezzodell'armicome se ivi fussero presenti i lor dèi (e congiusto senso: si armavano le adunanze eroiche per comandare le peneperché il sommo imperio delle leggi va di séguito alsommo imperio dell'armi); e generalmente narra che armati trattavanotutti i loro pubblici affari e presiedendovi i sacerdoticom'or si èdetto. Laonde tra gli antichi germanii quali ci danno luogod'intendere lo stesso costume di tutti i primi popoli barbarisirincontra il regno de' sacerdoti egizi; si rincontrano i regni de'cureti ovvero de' sacerdoti armatichecome abbiam vedutoi greciosservarono in Saturnia (o sia l'antica Italia)in Creta ed in Asia;si rincontrano i quiriti dell'antichissimo Lazio.

Perle quali cose ragionateil "diritto de' quiriti" deeessere stato il diritto naturale delle genti eroiche d'Italiacheper distinguersi da quello degli altri popolisi disse "iusquiritium romanorum"; non già per patto convenutotra' sabini e romaniche si fussero detti "quiriti" daCurecapital città de' sabiniperchécosìdovrebbon essere stati detti "cureti"che osservarono igreci in Saturnia. Mase tal città de' sabini si disse Cere(lo che vogliono i latini gramatici)deono (qui vedasi checontorcimento d'idee!) più tosto esser i "ceriti"ch'erano cittadini romani condennati da' censori a portar i pesisenza aver alcuna parte degli onori civili; appunto come furono leplebiche poi si composero de' famoli nel nascerecome or orvedremodell'eroiche cittànel corpo delle quali dovetterovenir i sabiniin que' tempi barbari che le città vinte sismantellavano (lo che i romani non risparmiarono ad essa Albalormadre)e gli arresi si disperdevano per le pianureobbligati acoltivar i campi per gli popoli vincitori: che furono le primeprovinciecosì dette quasi "prope victæ"(onde Marcioda Corioli ch'aveva vintofu detto Coriolano); perl'opposto onde furon dette le "provincie ultime"perchéfussero "procul victæ". Ed in tali campagne simenarono le prime colonie mediterraneeche con tutta propietàsi dissero "coloniæ deductæ"cioèdrappelli di contadini giornalieri menatida sugiù; che poinelle colonie ultime significarono tutto il contrariochéda' luoghi bassi e gravi di Romaove dovevan abitar i plebei poverierano questi menati in luoghi alti e forti delle provinciepertenerle in doverea far essi i signori e cangiarvi i signori de'campi in poveri giornalieri. In cotal guisaal riferire di Livioche ne vide solamente gli effetticresce Roma con le rovine di Albae i sabini portano in Roma a' generiin dote delle loro rapitefigliuolele ricchezze di Cerecome sopra ciò vanamenteriflette Floro. E queste sono le colonie innanzi a quelle che vennerodopo l'agrarie de' Gracchile quali lo stesso Livio riferisce che laplebe romananelle contese eroiche che esercita con la nobiltào sdegna o più con esse si aizzaperché non eranodella fatta dell'ultime; e perché di nulla sollevavano laplebe romanae Livio truova pure con quelle seguir le contesevi fatali sue vane riflessioni.

Finalmenteche Minerva significato avesse ordini aristocratici armatici siappruova da Omero ovenella contesanarra che Minerva con un colpodi sasso ferisce Marteche noi sopra vedemmo carattere de' plebeiche servivano agli eroi nelle guerre; e ove riferisce che Minervavuol congiurare contro Giove: che può convenirall'aristocrazieove i signori con occulti consigli opprimono i loroprincipiove n'affettano la tirannide. Del qual tempo e non d'altrosi legge agli uccisori de' tiranni essersi alzate le statue; chése gli supponiamo re monarchiessi sarebbono stati rubelli.

Cosìsi composero le prime città di soli nobiliche vicomandavano. Ma peròbisognandovi che vi fussero anche colorche servisserogli eroi furono da un senso comune d'utilitàcostretti di far contenta la moltitudine de' sollevati clientiemandarono loro le prime ambasciarieche per diritto delle genti simandano da' sovrani. E le mandarono con la prima legge agraria chenacque al mondocon la qualeda fortirillasciarono a' clienti ilmen che potevanoche fu il dominio bonitario de' campi ch'arebbonassegnato loro gli eroi; e così può esser vero cheCerere ritruovò e le biade e le leggi. Cotal legge fu dettatada questo diritto natural delle genti: ch'andando il dominio diséguito alla potestàed avendo i famoli la vitaprecaria da essi eroii quali l'avevano loro salvata ne' lor asilidiritto era e ragione ch'avessero un dominio similmente precarioilqual essi godessero fintanto ch'agli eroi fusse piaciuto dimantenergli nel possesso de' campi ch'avevano lor assegnati. Cosìconvennero i famoli a comporre le prime plebi dell'eroiche cittàsenza avervi niuno privilegio di cittadini; appunto come un de' qualidice Achille essere stato trattato da Agamennoneil quale gli avevatolto a torto la sua Briseideove dice avergli fatto un oltraggioche non si sarebbe fatto ad un giornaliere che non ha niuno dirittodi cittadino.

Talifuron i plebei romani fin alla contesa de' connubi. Imperciocchéessi - per la seconda agrariaaccordata loro da' nobili con la leggedelle XII Tavoleavendo riportato il dominio quiritario de' campicome si è dimostrato da molti anni fa ne' Princìpidel Diritto universale (il qual è uno de' due luoghi pergli quali non c'incresce d'esser uscita alla luce quell'opera)e perdiritto delle genti non essendo gli stranieri capaci didominio civilee così i plebei non essendo ancor cittadini-come ivan morendonon potevano lasciare i campi ab intestatoa' congiontiperché non avevano suitàagnazionigentilitàch'erano dipendenze tutte delle nozze solenni;nemmeno disponerne in testamentoperché non erano cittadini:talché i campi lor assegnati ne ritornavano ai nobilida'quali avevan essi la cagion del dominio. Avvertiti di ciòsubito fra tre anni fecero la pretension de' connubinella quale nonpreteseroin quello stato di miseri schiavi quale la storia romanaapertamente ci narrad'imparentare co' nobilich'in latino arebbedovuto dirsi "pretendere connubia cum patribus"; madomandarono di contrarre nozze solenniquali contraevano i padriesì pretesero "connubia patrum"la solennitàmaggior delle quali erano gli auspìci pubbliciche Varrone eMessala dissero "auspìci maggiori"quali i padridicevano "auspicia esse sua". Talché i plebeicon tal pretensione domandarono la cittadinanza romanadi cui eranonatural principio le nozzele quali perciò da Modestinogiureconsulto son diffinite "omnis divini et humani iuriscommunicatio"che diffinizione più propia non puòassegnarsi di essa cittadinanza.



2.LE REPUBBLICHE TUTTE SON NATE DA CERTI PRINCÌPI ETERNI DE'FEUDI

Incotal guisaper la natura de' forti di conservare gli acquisti e perl'altra de' benefizi che si possono sperare nella vita civilesoprale quali due nature di cose umane dicemmo nelle Degnitàesser fondati i princìpi eterni de' feudinacquero al mondole repubbliche con tre spezie di domìni per tre spezie difeudiche tre spezie di persone ebbero sopra tre spezie di cose.

Ilprimo fu dominio bonitario di feudi rustici ovvero umaniche gli"uomini"i quali nelle leggi de' feudial ritornare dellabarbariesi maraviglia Ottomano dirsi i "vassalli"cioèi plebeiebbero de' frutti sopra i poderi de' lor eroi.

Ilsecondo fu dominio quiritario di feudi nobilio sia eroiciovveroarmatioggi detti "militari"che gli eroiin unirsi inordini armatisi conservarono sovrani sopra i loro poderi; chenello stato di naturaera stato il dominio ottimo che Ciceronecomealtra volta si è dettonell'orazione De aruspicumresponsis riconosce d'alquante case ch'erano a' suoi tempirestate in Romae 'l diffinisce "dominio di roba stabilelibera d'ogni peso realenon solo privatoma anche pubblico".Di che vi ha un luogo d'oro ne' cinque libri sagriove Mosènarra ch'a' tempi di Giuseffo i sacerdoti egizi non pagavano al re iltributo de' loro campi; e noi abbiamo poco sopra dimostro che tutti iregni eroici furono di sacerdotie appresso dimostreremo che daprima i patrizi romani non pagaron all'erario il tributo nemmeno deiloro. I quali feudi sovrani privatinel formarsi delle repubblicheeroichesi assoggettirono naturalmente alla maggiore sovranitàdi essi ordini eroici regnanti (ciascun comune de' quali si disse"patria"sottointesovi "res"cioè"interesse di padri")a doverla difendere e mantenereperch'ella aveva conservato loro gl'imperi sovrani famigliariequesti stessi tutti eguali tra lor medesimi; lo che unicamente fa lalibertà signorile.

Ilterzocon tutta la propietà detto "dominio civile"che esse città eroichecompostesi sul principio di soli eroiavevano de' fondiper certi feudi divini ch'essi padri di famigliaavevano innanzi ricevuto da essa divinità provvedentecom'abbiamo sopra dimostro (onde si erano truovati sovrani nellostato delle famigliee si composero in ordini regnanti nello statodelle città)e sì divennero regni civili sovranisoggetti al solo sommo sovrano Dioin cui tutte le civili sovranepotestà riconoscono provvedenza. Lo che ben per sensi umani siprofessa dalle sovrane potenzech'a' lor maestosi titoli aggiugnonoquello "per la divina provvedenza" ovvero quello "perla grazia di Dio"dalla quale devono pubblicamente professaredi aver ricevuto i regni; talchése ne proibisserol'adorazioneesse anderebbero naturalmente a caderneperchénazione di fatisti o casisti o d'atei non fu al mondo giammaie nevedemmo sopra tutte le nazioni del mondoper quattro religioniprimarie e non piùcredere in una divinitàprovvedente. Perciò i plebei giuravano per gli eroi (di chesonci rimasti i giuramenti "mehercules!""mecastor!""ædepol!" e"mediusfidius!""per lo dio Fidio!"checome vedremofu l'Ercole de' romani)altronde gli eroi giuravan perGiove: perché i plebei furono dapprima in forza degli eroi(come i nobili romanifin al CCCCXIX di Romaesercitarono laragione del carcere privato sopra i plebei debitori); gli eroicheformarono gli ordini loro regnantieran in forza di Gioveper laragion degli auspìci: i qualise loro sembravano dipermetterlodavano i maestraticomandavan le leggi ed esercitavanoaltri sovrani diritti; se parevano di vietarlose n'astenevano. Loche tutto è quella "fides deorum et hominum"a cui s'appartengono quell'espressioni latine "implorarefidem""implorar soccorso ed aiuto"; "reciperein fidem""ricevere sotto la protezione o l'imperio";e quella esclamazione "proh deûm atque hominum fidemimploro!"con la quale gli oppressi imploravano a lorfavore la "forza degli dèi e degli uomini"checonesso senso umanogl'italiani voltarono "poter del mondo!".Perché questo potereonde le somme civili potestà sonodette "potenze"; questa forzaquesta fededi cui igiuramenti testé osservati attestano l'ossequio de' soggetti;e questa protezionech'i potenti debbono avere de' deboli (nellequali due cose consiste tutta l'essenza de' feudi)è quellaforza che sostiene e regge questo mondo civile; il cui centro fusentitose non ragionatoda' greci (come l'abbiamo sopra avvertitonelle medaglie delle loro repubbliche) e da' latini (come l'abbiamoosservato nelle loro frasi eroiche) esser il fondo di ciascun orbecivile: com'oggi le sovranità sulle loro corone sostengono unorbe ov'è innalberata la divinità della croceil qualeorbe sopra abbiamo dimostrato esser il pomo d'oroil quale significail dominio alto che le sovranità hanno delle terre da essolorosignoreggiatee perciò tralle maggiori solennità delleloro incoronazioni si pone nella loro sinistra mano. Laonde hassi adire che le civili potestà sono signore della sostanza de'popolila qual sostienecontiene e mantiene tutto ciò che viè sopra e s'appoggia: per cagione d'una cui parte"proindiviso"per dirla alla scolasticaper una distinzion diragionenelle romane leggi il patrimonio di ciascun padre difamiglia vien detto "patris" o "paternasubstantia"; ch'è la profonda ragione perchéle civili sovrane potestà possono disporre di tutto l'aggiuntoa cotal subbiettocosì nelle personecome negli acquistiopere e lavoried imporvi tributi e daziov'abbiano da essercitaresso dominio de' fondich'ora per un riguardo opposto (il qualesignifica in sostanza lo stesso) i teologi morali e gli scrittori deiure publico chiamano "dominio eminente"siccome leleggiche tal dominio riguardanodicono pur ora "fondamentali"de' regni. Il qual dominioperch'è di essi fondida' sovraninaturalmente non si può esercitare che per conservare lasostanza de' loro Statiallo stare de' quali stannoal rovinarerovinano tutte le cose particolari de' popoli.

Chei romani avessero sentitose non intesoquesta generazione direpubbliche sopra tali princìpi eterni de' feudici sidimostra nella formola che ci han lasciato della revindicazionecosìconceputa: "Aio hunc fundum meum esse ex iure quiritium"nella qual attaccarono cotal azione civile al dominio del fondoch'èdi essa città e proviene da essa forzaper così direcentraleper la qual ogni cittadino romano è certo signore diciascun suo poderecon un dominio "pro indiviso"che uno scolastico direbbeper una mera distinzion di ragioneeperciò detta "ex iure quiritium"i qualiper mille pruove fatte e da farsifurono dapprima i romani armatid'aste in pubblica ragunanzache facevan essa città. Tantoche questa è la profonda ragione ch'i fondi e tutti i beni (iquali tutti da essi fondi provengono)ove sono vacantiricadono alfisco: perché ogni patrimonio privato pro indiviso èpatrimonio pubblicoondein mancanza de' privati padroniperdonola disegnazione di parte e restano con quella di tutto. Che deeessere la cagione di quella elegante frase legale: ch'i retaggiparticolarmente leggittimisi dicono "redire aglieredi"a' qualiin veritàvengono una sol voltaperché da' fondatori del diritto romanoch'essi fondarono nelfondare della romana repubblicatutti i patrimoni privati siordinarono feudiquali da' feudisti si dicono "ex pacto etprovidentia"che tutti escono dal patrimonio pubblico eper patto e provvedenza delle civili leggigirano sotto certesolennità da privati in privatiin difetto de' quali debbanoritornare al lor principiodond'essi eran usciti. Tutto lo che quidetto ad evidenza vien confermato dalla legge Papia Poppea d'intornoa' caducila quale puniva i celibi con la giusta pena: ch'icittadini i quali avevano trascurato di propagare co' matrimoni illoro nome romanose avessero fatto testamentiquesti si rendesseroinefficacied altronde si stimassero non avere congionti che lorosuccedessero ab intestatoe sìné per l'una néper l'altra viaavessero eredii quali conservassero i nomi loro; ei patrimoni ricadessero al fiscocon qualità non di retaggima di peculieper dirla con Tacitoandassero al popolo"tanquamomnium parentem". Ove il profondo scrittore richiama laragione delle pene caducarie fino dagli antichissimi tempi ch'i primipadri del gener umano occuparono le prime terre vacuela qualoccupazione è 'l fonte originario di tutti i domìni delmondo; i quali padri poiunendosi in cittàdelle loropotestà paterne fecero la potestà civilee de' loroprivati patrimoni fecero il patrimonio pubblicoil quale s'appella"erario"; e che i patrimoni de' cittadini vadano di privatoin privato con qualità di retaggimaricadendo al fiscoriprendano l'antichissima prima qualità di peculi.

Quinella generazione delle loro repubbliche eroichefantasticarono ipoeti eroi l'undecima divinità maggioreche fu Mercurio. Ilquale porta a' famoli ammutinati la legge nella verga divina (parolareale degli auspìci)ch'è la verga con cui Mercuriorichiama l'anime dall'Orcocome narra Virgilio (richiama a vitasocievole i clienticheusciti dalla protezione degli eroieranotornati a disperdersi nello stato eslegech'è l'Orco de'poetiil quale divoravasi il tutto degli uominicome appresso sispiegherà). Tal verga ci vien descritta con una o due serpiavvoltevi (che dovetter esser spoglie di serpisignificanti ildominio bonitario che si rillasciava lor dagli eroie 'l dominioquiritario che questi si riserbavano)con due ali in capo alla verga(per significar il dominio eminente degli ordini) e con un cappellopur alato (per raffermarne l'alta ragione sovrana liberacome ilcappello restò geroglifico di libertà); oltre di ciòcon l'ali a' talloni (in significazione che 'l dominio de' fondi erade' senati regnanti)e tutto il rimanente si porta nudo (perchéportava loro un dominio nudo di civile solennitàe che tuttoconsisteva nel pudor degli eroiappunto quali nude vedemmo sopraessere state finte Venere con le Grazie). Talché dall'uccellod'Idanturacol quale voleva dir a Dario ch'esso era sovrano signordella Scizia per gli auspìci che v'avevai greci nespiccarono l'aliper significare ragioni eroiche; e finalmenteconlingua articolatai romani in astratto dissero "auspiciaesse sua"per gli quali volevano dimostrar alla plebech'erano propie loro tutte le civili eroiche ragioni e diritti.Sicché questa verga alata di Mercurio de' grecitoltane laserpeè l'aquila sullo scettro degli egizide' toscaniromani eper ultimodegl'inghilesiche sopra abbiam detto. La qualda' greci si chiamò kerúkeionperchéportò tal legge agraria a' famoli degli eroii quali da Omerosono kérukes appellati; portò l'agraria diServio Tulliocon la quale ordinò il censoper lo quale icontadini con tal qualità dalle leggi romane sono detti"censiti"; portò in queste serpi il dominiobonitario de' campiper lo quale da ophéleia (cheviene da óphis"serpe") fu detto ilterraticoil qualecome sopra abbiam dimostratoda' plebei sipagava agli eroi; portò finalmente il famoso nodo erculeoperlo quale gli uomini pagavano agli eroi la decima d'Ercolee i romanidebitori plebei fin alla legge Petelia furono "nessi" ovassalli ligi de' nobili: delle quali cose tutte abbiamo appressomolto da ragionare.

Quindiha a dirsi che questo Mercurio de' greci fu il Theut o Mercurio chedà le leggi agli egizisignificato nel geroglifico delloCnefo: descritto serpenteper dinotare la terra colta; col capo disparviere o d'aquilacome gli sparvieri di Romolo poi divennerol'aquile de' romanicon che intendevano gli auspìci eroici;stretto da un cintosegno del nodo erculeo; con in mano uno scettroche voleva dire il regno de' sacerdoti egizi; con un cappello puralatoch'additava il loro alto dominio de' fondi; e alfin con unuovo in boccache dava ad intendere l'orbe egiziacose non èforse il pomo d'oroche sopra abbiamo dimostrato significare ildominio alto ch'i sacerdoti avevano delle terre d'Egitto. Dentro ilqual geroglifico Maneto ficcò la generazione dell'universomondano; e giunse tanto ad impazzare la boria de' dottich'AtanagioKirckero nell'Obelisco panfilio dice significare la santissimaTrinità.

Quiincominciarono i primi commerzi nel mondoond'ebbe il nome essoMercurioe poi funne tenuto dio delle mercatanzie; come da questaprima imbasciata fu lo stesso creduto dio degli ambasciadorieconverità di sensifu detto dagli dèi (che noi sopratruovammo essersi appellati gli eroi delle prime città) essermandato agli uomini (qual'Ottomano avverte con maraviglia essersidetti dalla ricorsa barbarie i vassalli); e le aliche qui abbiamveduto significare ragioni eroichefurono poi credute usarsi daMercurio per volare da cielo in terrae quinci rivolare da terra incielo. Maper ritornar a' commerzieglino incominciarono d'intornoa questa spezie di beni stabili; e la prima mercede fucomedovett'esserela più semplice e naturalequal è de'frutti che si raccogliono dalla terra; la qual mercedesia o difatighe o di robesi costuma tuttavia ne' commerzi de' contadini.

Tuttaquesta istoria canservarono i greci nella voce nómoscon la quale significano e "legge" e "pascolo";perché la prima legge fu quest'agrariaper la quale gli reeroici furono detti "pastori de' popoli"come qui si èaccennato e più appresso si spiegherà.

Cosìi plebei delle prime barbare nazioni (appunto come Tacito gli narraappresso i germani antichiovecon erroregli crede serviperchécome si è dimostroi soci eroici erano come servi) sidovettero dagli eroi sparger per le campagnee ivi soggiornare conle lor case ne' campi assegnati loro eco' frutti delle villecontribuire quanto faceva d'uopo al sostentamento de' lor signori.Con le quali condizioni si congiunga il giuramentoche pur da Tacitoudimmo sopradi dover essi e guardargli e difendergli e servir allaloro gloriae tal spezie di diritti si pensi di diffinirsi con unnome di legge: che si vedrà con evidenza che non puòconvenir loro altro nome che di questi i quali da noi si dicono"feudi".

Dital maniera si truovarono le prime città fondate sopra ordinidi nobili e caterve di plebeicon due contrarie eterne propietàle quali escono da questa natura di cose umane civili che si èqui da noi ragionata: de' plebei di voler sempre mutar gli Staticome sempre essi gli mutano; e de' nobilisempre di conservargli.Ondenelle mosse de' civili governise ne dicono "ottimati"tutti coloro che si adoperano per mantenere gli Statich'ebbero talnome da questa propietà di star fermi ed in piedi.

Quivinacquero le due divisioni: una di sappienti e di volgoperocchégli eroi fondavano i loro regni nella sapienza degli auspìcicome si è detto nelle Degnità e molto sopra si èragionato. In séguito di questa divisionerestò alvolgo l'aggiunto perpetuo di "profano"; perché glieroiovvero i nobilifurono i sacerdoti dell'eroiche cittàcome certamente lo furono tra' romani fin a cent'anni dopo la leggedelle XII Tavolecome sopra si è detto; onde i primi popolicon certa spezie di scomunicatoglievano la cittadinanzaqual futra' romani l'interdetto dell'acqua e fuococome appresso simostrerà. Perciò le prime plebi delle nazioni sitennero per istraniericome or ora vedremo (e ne restòpropietà eterna che non si dà la cittadinanza ad unuomo di diversa religione); e da tal "volgo" restaron detti"vulgo quæsiti" i figliuoli fatti nel chiassoper ciò che sopra abbiam ragionatoche le plebi nelle primecittàperocché non vi avevano la comunanza delle cosesagre o divineper molti secoli non contrassero matrimoni solenni.

L'altradivisione fu di "civis" e "hostis".E "hostis" significò "ospite ostraniero" e "nimico"perché le prime cittàsi composero di eroi e di ricevuti a' di lor asili (nel qual sensos'hanno a prendere tutti gli ospizi eroici); comeda' tempi barbariritornatiagl'italiani restò "oste" per"albergatore" e per gli "alloggiamenti di guerra"e "ostello" dicesi per "albergo". CosìParide fu ospite della real casa d'Argocioè nimicocherapiva donzelle nobili argiverappresentate col carattere d'Elena.Così Teseo fu ospite d'AriannaGiasone di Medeache poiabbandonano e non vi contraggono matrimoni: ch'erano riputate azionieroichecheco' sensi nostri presentisembranocome lo sonoazioni d'uomini scellerati. Così hassi a difendere la pietàd'Eneach'abbandona Didone ch'aveva stuprato (oltre a' grandissimibenefizi che n'avea ricevutie la magnanima profferta che quella gliaveva fatto del regno di Cartagine in dote delle sue nozze)perubbidir a' fatii qualibenché fusse straniera anch'essagli avevano destinata Lavinia moglie in Italia. Il qual eroicocostume serbò Omero nella persona d'Achilleil massimo deglieroi della Greciail quale rifiuta qualunque delle tre figliuolech'Agamennone gli offre in moglie con la regal dote di sette terreben popolate di bifolchi e pastoririspondendo di voler prendere inmoglie quella che nella sua padria gli darebbe Peleosuo padre.Insommai plebei eran "ospiti" delle città eroichecontro i quali udimmo più volte Aristotile che "gli eroigiuravano d'esser eterni nimici". Questa stessa divisione ci èdimostrata con quelli estremi di "civis" e"peregrinus"preso il "peregrino" con lasua natia propietà d'"uomo che divaga per la campagna"detta "ager" in significazione di "territorio"o "distretto" (come "ager neapolitanus""ager nolanus")detto così quasi"peragrinus"perocché gli stranieri cheviaggiano per lo mondo non divagano per gli campima tengon drittoper le vie pubbliche.

Taliorigini ragionate degli ospiti eroici danno un gran lume alla storiagreca ove narra de' samisibarititrezenianfiboliticalcidonignidi e sciiche dagli stranieri vi furono cangiate le repubblicheda aristocratiche in popolari; e danno l'ultimo lustro a ciòch'abbiamo pubblicato molti anni fa con le stampene' Princìpidel Diritto universaled'intorno alla favola delle leggi delleXII Tavole venute da Atene in Roma; ch'è un de' due luoghi pergli quali stimiamo non esser inutile affatto quell'opera: che nelcapo De forti sanate nexo solutoche noi pruovammo esserestato il subbietto di tutta quella contesaper ciò che vi handetto i latini filologi che 'l "forte sanate" era lostraniero ridutto all'ubbidienzaella fu la plebe romanala qualesi era rivoltata perché non poteva da' nobili riportar ildominio certo de' campi; che certo non poteva durarese non ne fussestata fissa eternalmente la legge in una pubblica tavolacon laquale determinatosi il gius incertomanifestatosi il gius nascostofusse legata a' nobili la mano regia di ripigliarglisi: ch'è'l vero di ciò che ne racconta Pomponio. Per lo che fece tantiromori che fu bisogno criare i decemvirii quali diedero altra formaallo Stato e ridussero la plebe sollevata all'ubbidienzacondichiararlacon questo capoprosciolta dal nodo vero del dominiobonitarioper lo quale erano stati "glebæ addicti"o "adscriptitii" o "censiti" delcenso di Servio Tulliocome sopra si è dimostratoe restasseobbligata col nodo finto del dominio quiritario: ma se ne serbòun vestigio fin alla legge Petelia nel dirittoch'avevano i nobilidella prigion privata sopra i plebei debitori. I quali straniericonle "tentazioni tribunizie" ch'elegantemente dice Livio (enoi l'abbiamo noveratenell'annotazioni alla legge Publiliasopranella Tavola cronologica)lo stato di Roma da aristocraticofinalmente cangiarono in popolare.

Nonessersi Roma fondata sopra le prime rivolte agrarie egli ci dimostraessere stata una città nuovacome canta la storia. Fu ellabensì fondata sopra l'asilodovedurando ancora dappertuttole violenzeavevano dovuto prima farsi forti Romolo e i suoicompagnie poi ricevervi i rifuggitie quivi fondare le clientelequali sono state sopra da noi spiegate: onde dovette passare undugento anni perch'i clienti s'attediassero di quello stato: quantotempo vi corse appunto perché il re Servio Tullio vi portassela prima agraria. Il qual tempo aveva dovuto correre nelle antichecittà per un cinquecento anniper questo istesso: che quellesi composero d'uomini più sempliciquesta di piùscaltriti; ch'è la cagione perché i romani manomiseroil Lazioquindi Italiae poi il mondoperché piùdegli altri latini ebbero giovine l'eroismo. La qual istessa èla ragione più propia (la qual si disse nelle Degnità)ch'i romani scrissero in lingua volgare la loro storia eroicach'igreci avevano scritta con favole.

Tuttociò ch'abbiamo meditato de' princìpi della politicapoetica e veduto nella romana storiaa maraviglia ci èconfermato da questi quattro caratteri eroici: primodalla lirad'Orfeo ovvero d'Apollo; secondodal teschio di Medusa; terzoda'fasci romani; quarto ed ultimodalla lutta d'Ercole con Anteo.

Eprimieramentela lira fu ritruovata dal Mercurio de' greciquale daMercurio egizio fu ritruovata la legge. E tal lira gli fu data daApollodio della luce civile o sia della nobiltàperchénelle repubbliche eroiche i nobili comandavan le leggie con tallira OrfeoAnfione ed altri poeti teologiche professavano scienzadi leggifondarono e stabilirono l'umanità della Greciacomepiù spiegatamente diremo appresso. Talché la lira ful'unione delle corde o forze de' padrionde si compose la forzapubblicache si dice "imperio civile"che fece cessarefinalmente tutte le forze e violenze private. Onde la legge con tuttapropietà restò a' poeti diffinita "lyraregnorum"nella quale s'accordarono i regni famigliari de'padrii quali stati erano innanzi scordatiperché tutti solie divisi tra loro nello stato delle famigliecome diceva Polifemo adUlisse; e la gloriosa storia nel segno di essa lira fu poi con lestelle descritta in cieloe 'l regno d'Irlanda nell'arme degli red'Inghilterra ne carica lo scudo d'un'arpa. Maappressoi filosofine fecero l'armonia delle sferela qual è accordata dal sole;ma Apollo suonò in terra quella la qualenonché potédovett'udireanzi esso stesso suonare Pittagorapreso per poetateologo e fondatore di nazioneil quale finora n'è statod'impostura accusato.

Leserpi unite nel teschio di Medusacaricato d'ale nelle tempiason idomìni alti famigliari ch'avevano i padri nello stato dellefamigliech'andarono a comporre il dominio eminente civile. E talteschio fu inchiovato allo scudo di Perseoch'è lo stesso delqual è armata Minervache tra l'armio sia nelle adunanzearmate delle prime nazionitralle quali truovammo ancor la romanadetta le spaventose pene ch'insassiscono i riguardanti. Una dellequali serpi sopra dicemmo essere stato Dragoneil quale fu dettoscriver le leggi col sangueperché se n'era armataquell'Atene (qual si disse Minerva Athenã) nel tempoch'era occupata dagli ottimaticome pur sopra si è detto; e'l dragone appo i chinesii quali ancora scrivono per geroglificieglicom'anco sopra si è vedutoè l'insegnadell'imperio civile.

Ifasci romani sono i litui de' padri nello stato delle famiglie. Unaqual sì fatta verga in mano d'uno di essi Omero con peso diparole chiama "scettro"ed esso padre appella "re"nello scudo ch'egli descrive d'Achillenel quale si contiene lastoria del mondo; e in tal luogo è fissata l'epoca dellefamiglie innanzi a quella delle cittàcome appresso saràpienamente spiegato. Perchécon tali litui presi gli auspìciche le comandasseroi padri dettavano le pene de' loro figliuolicome nella legge delle XII Tavole ne passò quella del figliuolempio che abbiamo sopra veduto. Onde l'unione di tali verghe a lituisignifica la generazione dell'imperio civilela quale si èqui ragionata.

FinalmenteErcole (carattere degli Eraclidi ovvero nobili dell'eroiche città)lutta con Anteo (carattere de' famoli ammutinati) einnalzandolo incielo (rimenandoli nelle prime città poste in alto)il vincee l'annoda a terra. Di che restò un giuoco a' greci detto del"nodo"; ch'è 'l nodo erculeocol qual Ercole fondòle nazioni eroichee per lo quale da' plebei si pagava agli eroi ladecima d'Ercoleche dovett'esser il censo pianta delle repubblichearistocratiche. Ond'i plebei romani per lo censo di Servio Tulliofurono nexi de' nobili eper lo giuramento che narra Tacitodarsi da' germani antichi a' loro principidovevano lor servire comevassalli perangarii a propie spese nelle guerre: di che la pleberomana si lamenta dentro cotesta stessa sognata libertàpopolare. Che dovetter esser i primi assiduiche "suisassibus militabant": però soldati non di venturamadi dura necessità.



3.DELL'ORIGINI DEL CENSO E DELL'ERARIO

Mafinalmente dalle gravi usure e spesse usurpazioni ch'i nobilifacevano de' loro campi (a tal segno ch'a capo di età Filippotribuno della plebead alta voce gridava che duemila nobilipossedevano tutti i campi che dovevan essere ripartiti tra bentrecentomila cittadinich'a suo tempo in Roma si noveravano)perchéfin da quarant'anni dopo la discacciata di Tarquinio Superboper ladi lui morte assicuratala nobiltà aveva ricominciato adinsolentire sopra la povera plebe; e 'l senato di que' tempi avevadovuto incominciar a praticar quell'ordinamento: ch'i plebeipagassero all'erario il censoche prima privatamente avevano dovutopagar a' nobiliacciocché esso erario potesse somministrarloro le spese indi in poi nelle guerre; dal qual tempo comparisce dinuovo sulla storia romana il censoch'i nobili sdegnavanoamministrareal riferire di Liviocome cosa non convenevole allalor degnità (perché Livio non poté intenderech'i nobili nol volevanoperché non era il censo ordinato daServio Tullioch'era stato pianta della libertà de' signoriil qual si pagava privatamente ad essi nobiliingannato con tuttigli altri che 'l censo di Servio Tullio fusse stato pianta dellalibertà popolare: perché certamente non fu maestrato dimaggior degnità di quella di che fu la censurae fin dal suoprimo anno fu amministrato da' consoli): così i nobiliper leloro avare arti medesimevennero da se stessi a formar il censochepoi fu pianta della popolar libertà. Talchéessendonevenuti i campi tutti in loro potereeglino a' tempi di Filippotribuno dovevano duemila nobili pagar il tributo per trecentomilaaltri cittadini ch'allora si numeravano (appunto come in Isparta eradivenuto di pochi tutto il campo spartano)perché si eranodescritti nell'erario i censi ch'i nobili avevano privatamenteimposto a' campii qualiincoltiab antiquo avevanoassegnati a coltivar a' plebei. Per cotanta inegualitàdovetter avvenire de' grandi movimenti e rivolte della plebe romanale quali Fabiocon sappientissimo ordinamentoonde meritò ilsopranome di Massimorassettòcon ordinare che tutto ilpopolo romano si ripartisse in tre classidi senatoricavalieri eplebeie i cittadini vi si allogassero secondo le facultà; econsolò i plebei: perocchéquandoinnanzique'dell'ordine senatorioch'era prima stato tutto de' nobiliviprendevano i maestratiindi in poi vi potessero passare ancora conle ricchezze i plebeie quindi fusse aperta a' plebei la stradaordinaria a tutti gli onori civili.

Talè la guisa che fa vera la tradizione che 'l censo di ServioTullio (perché da quello se ne apparecchiò la materia eda quella ne nacquero l'occasioni) fu egli pianta della libertàpopolarecome sopra si ragionò per ipotesi nell'Annotazionialla Tavola cronologicaov'è il luogo della leggePublilia. E tal ordinamentonato dentro Roma medesimafu inveroquello che ordinovvi la repubblica democraticanon già lalegge delle XII Tavole colà venuta da Atene: tanto cheBernardo Segni quella ch'Aristotile chiama "repubblicademocratica"egli in toscano trasporta "repubblica percenso"per dire "repubblica libera popolare". Lo chesi dimostra con esso Liviochequantunque ignorante dello Statoromano di quelli tempipur narra ch'i nobili si lagnavano avere piùperduto con quella legge in città che guadagnato fuori conl'armi in quell'annonel quale pur avevano riportato molte e grandivittorie. Ch'è la cagione onde Publilioche ne fu autorefudetto "dittator popolare".

Conla libertà popolarenella quale tutto il popolo è essacittàavvenne che 'l dominio civile perdé il propiosignificato di "dominio pubblico" (cheda essa cittàera stato detto "civile")e si disperdé per tutti idomìni privati di essi cittadini romaniche poi tuttifacevano la romana città. Il dominio ottimo s'andò adoscurare nella sua significazione natia di "dominio fortissimo"come sopra abbiam detto"non infievolito da niun real pesoanche pubblico"e restò a significare "dominio diroba libera da ogni peso privato". Il dominio quiritario non piùsignificò dominio di fondodal cui possesso se fusse cadutoil cliente o plebeoil nobileda cui aveva la cagion del dominiodoveva venir a difenderlo; che furono i primi "autores iuris"in romana ragionei qualiper queste e non altre clientele ordinateda Romolodovevano insegnar a' plebei queste e non altre leggi.Imperciocché quali leggi dovevan i nobili insegnar a' plebeii quali fin al CCCIX di Roma non ebbero privilegio di cittadiniefin a cento anni dopo la legge delle XII Tavoledentro il lorcollegio de' ponteficii nobili tennero arcane alla plebe? Sicchéi nobili furon in tali tempi quelli "autores iuris"ch'ora sono rimasti nella spezie ch'i possessori de' fondi comperatiove ne sono convenuti con revindicazione da altri"lodano inautori"perché loro assistano e gli difendano: ora taldominio quiritario è rimasto a significare dominio civileprivato assistito da revindicazionea differenza del bonitariochesi mantiene con la sola possessione.

Nellastessa guisae non altrimentiqueste cose sulla natura eterna de'feudi ritornarono a' tempi barbari ritornati. Prendiamoper esemploil regno di Francianel quale le tante provinciech'ora ilcompongonofurono sovrane signorie de' principi soggetti al re diquel regnodove que' principi avevano dovuto avere i loro beni nonsoggetti a pubblico peso veruno: dipoio per successioni o perribellioni o caducis'incorporarono a quel reamee tutti i beni dique' principi ex iure optimo furono sottoposti a' pubblicipesi. Perché le case e i fondi di essi rede' quali avevanola Camera reale lor propiao per parentadi o per concessioni essendopassati a' vassallioggi si truovono assoggettiti a' dazi e tributi:tanto che ne' regni di successione tale s'andò a confondere ildominio ex iure optimo col dominio privato soggetto a pesopubblicoqual il fiscoch'era patrimonio del romano principesifusse andato a confondere con l'erario.

Laqual ricerca del censo e dell'erario è stata la piùaspra delle nostre meditazioni sulle cose romanesiccome nell'Ideadell'opera l'avvisammo.



4.DELL'ORIGINE DE' COMIZI ROMANI

Perle quali cose così meditate la bulé e l'agoráche sono le due ragunanze eroiche ch'Omero narra e noi sopra abbiamosservatodovetter essere tra' romani le ragunanze curiatele qualisi leggono le più antiche sotto gli ree le ragunanzetribute. Le prime furono dette "curiate" da "quir""asta"il cui obbliquo è "quiris"che poi restò rettoconforme ne abbiamo ragionatonell'Origini della lingua latinasiccome da chéir"la mano"ch'appo tutte le nazioni significò"potestà"dovette a' greci dapprima venir dettakuríanello stesso sentimento nel qual èappresso i latini "curia": onde vennero i curetich'erano i sacerdoti armati d'asteperché tutti i popolieroici furon di sacerdotie i soli eroi avevan il diritto dell'armi;i quali cureticom'abbiamo sopra vedutoi greci osservarono inSaturnia (o sia antica Italia)in Creta ed in Asia. E kuríain tal antico significatodovette intendersi per "signoria";come "signorie" ora pur si dicono le repubblichearistocratiche: da' quali senati eroici si disse kûros"autorità"; macome sopra abbiam osservato e piùappresso n'osserveremo"autorità di dominio"; dallequal'origini poi restarono kúrios e kuríaper "signore" e "signora". Ecome da chéiri "cureti" da' grecicosì sopra vedemmo da "quir"essere stati detti i "quiriti" romani; che fu il titolodella romana maestàche si dava al popolo in pubblicaragunanzacome si è accennato pur sopradove osservammo de'galli e degli antichi germanicombinati con quel de' cureti chedicevano i greciche tutti i primi popoli barbari tennero lepubbliche ragunanze sotto dell'armi.

Quindicotal maestoso titolo dovette incominciare da quando il popolo era disoli nobilii quali soli avevano il diritto dell'armi; e che poipassò al popolo composto ancor di plebeidivenuta Romarepubblica popolare. Perché della plebela qual non ebbedapprima cotal dirittole ragunanze furon dette "tribute"da "tribus""la tribù"; ed appo iromanisiccome nello stato delle famiglie esse "famiglie"furon dette da' "famoli"così in quello poi dellecittà la tribù intesesi de' plebeii quali vi siragunavano per ricevere gli ordini del regnante senato; tra' qualiperché fu principale e più frequente quello di dover iplebei contribuir all'erariodalla voce "tribù"venne detto "tributum".

Mapoi che Fabio Massimo introdusse il censoche distingueva tutto ilpopolo romano in tre classi secondo i patrimoni de' cittadini -perchéinnanzii soli senatori erano stati cavalieriperchéi soli nobili a' tempi eroici avevano il diritto dell'armeggiareperciò la repubblica romana antica sopra essa storia si leggedivisa tra "patres" e "plebem";talché tanto aveva innanzi significato "senatore"quanto "patrizio"ed all'incontro tanto "plebeo"quanto "ignobile": quindisiccom'erano innanzi state duesole classi del popolo romano anticocosì erano state duesole sorte di ragunanze: unala curiatadi padri o nobili osenatori; l'altratributadi plebei ovvero d'ignobili; - mapoiche Fabio ripartì i cittadinisecondo le loro facultàper tre classidi senatoricavalieri e plebeiessi nobili nonfecero più ordine nella cittàe secondo le lorofacultà si allogavano per sì fatte tre classi. Dal qualtempo in poi si vennero a distinguere "patrizio" da"senatore" e da "cavaliere"e "plebeo"da "ignobile"; e "plebeo" non più s'opposea "patrizio"ma a "cavaliere" e "senatore";né "plebeo" significò "ignobile"ma "cittadino di picciolo patrimonio"quantunque nobileegli si fusse; ed al contrario "senatore" non piùsignificò "patrizio"ma "cittadinod'amplissimo patrimonio"quantunque si fusse ignobile.

Pertutto ciò indi in poi si dissero "comitia centuriata"le ragunanze nelle quali per tutte e tre le classi conveniva tutto ilpopolo romanoper comandaretra l'altre pubbliche faccendeleleggi consolari; e ne restarono dette "comitia tributa"quelle dove la plebe sola comandava le leggi tribunizieche furon iplebiscitiinnanzi detti in sentimento nel quale Cicerone glidirebbe "plebi nota"cioè "leggipubblicate alla plebe" (una delle quali era stata quella diGiunio Brutoche narra Pomponiocon cui Bruto pubblicò allaplebe gli re eternalmente discacciati da Roma); siccome nellemonarchie s'arebbon a dire "populo nota"consomigliante propietàle leggi reali. Di chequanto pocoerudito tanto assai acutoBaldo si maraviglia esserci stata lasciatascritta la voce "plebiscitum" con una "s"perchénel sentimento di "legge ch'aveva comandato laplebe"dovrebbe essere stato scritto con due: "plebisscitum"venendo egli da "sciscor" e non da "scio".

Finalmenteper la certezza delle divine cerimonierestaron dette "comitiacuriata" le ragunanze de' soli capi delle curieove sitrattava di cose sagre. Perché ne' tempi di essi re siguardavano con aspetto di sagre tutte le cose profanee gli eroierano dappertutto cureti ovvero sacerdoticome sopra si èdettoarmati; onde infin agli ultimi tempi romaniessendo rimastacon aspetto di cosa sagra la paterna potestà (le cui ragioninelle leggi spesso "sacra patria" son dette): pertal cagione in tali ragunanze con le leggi curiate si celebravanol'arrogazioni.



5.COROLLARIO CHE LA DIVINA PROVVEDENZA È L'ORDINATRICE DELLEREPUBBLICHE E NELLO STESSO TEMPO DEL DIRITTO NATURAL DELLE GENTI

Sopraquesta generazion di repubblichescoverta nell'età degli dèi- nella quale i governi erano stati teocraticicioè governidivinie poi uscirono ne' primi governi umaniche furon gli eroici(che qui chiamiamo "umani" per distinguergli da' divini)dentro a' qualicome gran corrente di real fiume ritiene per lungotratto in mare e l'impressione del corso e la dolcezza dell'acquescorse l'età degli dèiperché dovette durarancora quella maniera religiosa di pensare che gli dèifacessero tutto ciò che facevan essi uomini (onde de' padriregnanti nello stato delle famiglie ne fecero Giove; de' medesimichiusi in ordine nel nascere delle prime cittàne feceroMinerva; de' lor ambasciadori mandati a' sollevati clienti ne feceroMercurio; ecome poco appresso vedremodegli eroi corsali ne fecerofinalmente Nettunno)- è da sommamente ammirare laprovvedenza divina. La qualintendendo gli uomini tutt'altro fareella portògli in prima a temer la divinità (la cuireligione è la prima fondamental base delle repubbliche); -indi dalla religione furon fermi nelle prime terre vacuech'essiprimi di tutt'altri occuparono (la qual occupazione è 'l fontedi tutti i domìni); egli più robusti giganti avendoleoccupate nell'alture de' montidove sorgono le fontane perennidispose che si ritruovassero in luoghi sani e forti di sito e concopia d'acquapoter ivi star fermi né più divagare:che sono le tre qualità che devon avere le terre per poisurgervi le città; - appressocon la religione medesimaglidispose ad unirsi con certe donne in perpetua compagnia di lor vita:che son i matrimoniriconosciuti fonte di tutte le potestà; -dipoicon queste donne si ritruovarono aver fondato le famigliechesono il seminario delle repubbliche; - finalmentecon l'aprirsidegli asilisi ritruovarono aver fondato le clienteleonde fusseroapparecchiate le materie taliche poiper la prima legge agrarianascessero le città sopra due comuni d'uomini che lecomponessero: uno di nobili che vi comandasseroaltri di plebeich'ubbidissero (che Telemacoin una diceria appo Omerochiama"altro popolo"cioè popolo soggettodiverso dalpopolo regnanteil qual si componeva d'eroi); ond'esce la materiadella scienza politicach'altro non è che scienza dicomandare e d'ubbidire nelle città. Enel loro medesimonascimentofa nascere le repubbliche di forma aristocraticainconformità della selvaggia e ritirata natura di tai primiuomini; la qual forma tutta consistecome pur i politicil'avvertisconoin custodire i confini e gli ordiniacciocchéle genti di fresco venute all'umanitàanco per la forma de'lor governiseguitassero lungo tempo a stare dentro di essolorchiuseper disavvezzarle dalla nefaria infame comunione dello statobestiale e ferino. Eperché gli uomini erano di mentiparticolarissimeche non potevano intendere ben comuneper lo cheeran avvezzi a non impacciarsi nemmeno delle cose particolarid'altruisiccome Omero il fa dire da Polifemo ad Ulisse (nel qualgigante Platone riconosce i padri di famiglia nello stato chechiamano "di natura"il quale fu innanzi a quello dellecittà)la provvedenzacon la stessa forma di tai governigli menò ad unirsi alle loro patrieper conservarsi tantograndi privati interessi quanto erano le loro monarchie famigliari(ch'era ciò ch'essi assolutamente intendevano); e sìfuori d'ogni loro propositoconvennero in un bene universale civileche si chiama "repubblica".

Orquiper quelle pruove divine ch'avvisammo sopra nel Metodosi riflettacol meditarvi sopraalla semplicità enaturalezza con che la provvedenza ordinò queste cose degliuominicheper falsi sensigli uomini dicevano con veritàche tutte facessero i dèi; - e col combinarvi sopra l'immensonumero degli effetti civiliche tutti richiamerannosi a questequattro loro cagionichecome per tutta quest'opera si osserveràsono quasi quattro elementi di quest'universo civile: cioèreligionimatrimoniasili e la prima legge agraria che sopra si èragionata; - e poitra tutti i possibili umanisi vada in ricercase tantesì varie e diverse cose abbian in altra guisa potutoaver incominciamenti più semplici e più naturali traquelli stessi uomini ch'Epicuro dice usciti dal caso e Zenonescoppiati dalla necessitàche né 'l caso gli divertìné 'l fato gli strascinò fuori di quest'ordinenaturale: chénel punto nel qual esse repubbliche dovevanonasceregià si erano innanzi apparecchiate ed erano tuttepreste le materie a ricever la formae n'uscì il formatodelle repubblichecomposto di mente e di corpo. Le materieapparecchiate furono propie religionipropie linguepropie terrepropie nozzepropi nomi (ovvero genti o sieno case)propie armiequindi propi imperipropi maestrati e per ultimo propie leggi; eperché propiperciò dello 'n tutto liberieperchédello 'n tutto liberiperciò costitutivi di vere repubbliche.E tutto ciò provenne perché tutte l'anzidette ragionierano state innanzi propie de' padri di famiglianello stato dinatura monarchi; i qualiin questo puntounendosi in ordineandaron a generare la civil potestà sovranasiccomenellostato di naturaessi padri avevan avuto le potestàfamigliariinnanzi non ad altri soggette che a Dio. Questa sovranacivil persona si formò di mente e di corpo. La mente fu unordine di sappientiquali in quella somma rozzezza e semplicitàesser per natura potevanoe ne restò eterna propietàche senza un ordine di sappienti gli Stati sembrano repubbliche invistama sono corpi morti senz'anima: dall'altra parte il corpoformato col capo ed altre minori membra. Onde alle repubblicherestonne quest'altra eterna propietà: ch'altri vi debbanesercitare la mente negl'impieghi della sapienza civilealtri ilcorpo ne' mestieri e nell'arti che deon servire così alla pacecome alla guerra; con questa terza eterna propietà: che lamente sempre vi comandi e che 'l corpo v'abbia perpetuamente aservire.

Maciò che dee recare più maraviglia è che laprovvedenza cometrallo far nascere le famiglie (le quali tutteerano nate con qualche cognizione d'una divinitàbenchéper lor ignoranza e disordinenon conoscesse la vera ciascunaconaver ciascuna propie religionilingueterrenozzenomiarmigoverni e leggi)aveva fatto nello stesso tempo nascere il dirittonaturale delle genti maggioricon tutte l'anzidette propietàda usar poi i padri di famiglia sopra i clienti; cosìtrallofar nascere le repubblicheper mezzo di essa forma aristocratica conla qual nacqueroella il diritto naturale delle genti maggiori (osieno famiglie)che si era innanzi nello stato di natura osservatofece passare in quello delle genti minori (o sia de' popoli)daosservarsi nel tempo delle città. Perché i padri difamigliade' quali tutte l'anzidette ragioni erano propie loro soprai clientiin tal puntocol chiudersi quelli in ordine naturalecontro di questivennero essi a chiudere tutte l'anzidette propietàdentro i lor ordini civili contro le plebi; nello che consistette laforma aristocratica severissima delle repubbliche eroiche.

Incotal guisa il diritto naturale delle gentich'ora tra i popoli e lenazioni vien celebratosul nascere delle repubbliche nacque propiodelle civili sovrane potestà. Talché popolo o nazioneche non ha dentro una potestà sovrana civile fornita di tuttel'anzidette propietàegli propiamente popolo o nazione non èné può esercitar fuori contr'altri popoli o nazioni ildiritto natural delle genti; macome la ragionecosìl'esercizio ne avrà altro popolo o nazione superiore.

Lequali cose qui ragionateposte insieme con quello che si èsopra avvertitoche gli eroi delle prime città s'appellarono"dèi"danno la spiegata significazione di quelmottocon cui "iura a diis posita" sono state dettele ordinazioni del diritto natural delle genti. Masucceduto poi ildiritto naturale delle genti umane ch'Ulpiano più volte sopraci ha dettosopra il quale i filosofi e i morali teologi s'alzaronoad intendere il diritto naturale della ragion eterna tutta spiegatatal motto passò acconciamente a significare il dirittonaturale delle genti ordinato dal vero Dio.



6.SIEGUE LA POLITICA DEGLI EROI

Matutti gli storici danno il principio al secolo eroico coi corseggi diMinosse e con la spedizione navale che fece Giasone in Pontoilprosieguimento con la guerra troianail fine con gli error deglieroiche vanno a terminare nel ritorno d'Ulisse in Itaca. Laonde intali tempi dovette nascere l'ultima delle maggiori divinitàla qual fu Nettunnoper questa autorità degli storicilaqual noi avvaloriamo con una ragion filosoficaassistita dai piùluoghi d'oro d'Omero. La ragion filosofica è che l'arti navalee nautica sono gli ultimi ritruovati delle nazioniperché vibisognò fior d'ingegno per ritruovarle; tanto che Dedalochefunne il ritruovatorerestò a significar esso ingegnoe daLucrezio ne fu detta "dædala tellus" per"ingegnosa". I luoghi d'Omero sono nell'Odisseach'ovunque Ulisse o approda o è da tempesta portatomontaalcun poggio per veder entro terra fummoche gli significhi iviabitare degli uomini. Questi luoghi d'Omero sono avvalorati da quelluogo d'oro di Platonech'udimmo riferirsici da Strabone sopra nelleDegnitàdel lungo orrore ch'ebbero del mare le primenazioni; e la ragione fu avvertita da Tucidide: che per lo timor de'corseggi le nazioni greche tardi scescero ad abitare sulle marine.Perciò Nettunno ci si narra aver armato il tridente col qualefaceva tremar la terrache dovett'esser un grande uncino da afferrarnavidetto con bella metafora "dente"e col superlativodel "tre"com'abbiam sopra dettocol quale faceva tremarele terre degli uomini col terrore de' suoi corseggi: che poigiàa' tempi d'Omerofu creduto far tremare le terre della naturanellaqual oppenione Omero fu seguìto poi da Platone col suo abissodell'acqueche pose nelle viscere della terrama con quantoaccorgimentoappresso sarà dimostro.

Questideon essere stati il toro con cui Giove rapisce Europail minotauroo toro di Minossecon cui rapisce garzoni e fanciulle dalle marinedell'Attica (come restarono le vele dette "corna delle navi"ch'usò poi Virgilio); e i terrazzani spiegavano con tuttaverità divorarglisi il minotauroche vedevano con ispavento edolore la nave ingoiarglisi. Così l'Orca vuol divorareAndromeda incatenata alla rupeper lo spavento divenuta di sasso(come restò a' latini "terrore defixus""divenuto immobile per lo spavento"); e 'l cavallo alatocon cui Perseo la liberadev'essere stata altra nave da corsosiccome le vele restaron dette "ali delle navi". EVirgiliocon iscienza di quest'eroiche antichitàparlando diDedaloche fu il ritruovator della navedice che vola con lamacchina che chiama "alarum remigium"; e Dedalo purci fu narrato esser fratello di Teseo. Talché Teseo dee essercarattere di garzoni ateniesicheper la legge della forza fattalor da Minossesono divorati dal di lui toro o nave da corso; alqual Arianna (l'arte marinaresca) insegna col filo (dellanavigazione) uscire dal labirinto di Dedalo (cheprima di questiche sono ricercate delizie delle ville realidovett'esser il marEgeoper lo gran numero dell'isole che bagna e circonda)eappresal'arte da' cretesiabbandona Arianna e si torna con Fedradi leisorella (cioè con un'arte somigliante)e sì uccide ilminotauro e libera Atene della taglia crudele che l'aveva impostoMinosse (col darsi a far essi ateniesi i corsali). E cosìqual Fedra sorella fu d'Ariannatale Teseo fu fratello di Dedalo.

Conl'occasione di queste cosePlutarco nel Teseo dice che glieroi si recavano a grande onore e si riputavano in pregio d'armi conl'esser chiamati "ladroni" siccomea' tempi barbariritornatiquello di "corsale" era titolo riputato disignoria. D'intorno a' quali tempivenuto Solonesi dice averpermesso nelle sue leggi le società per cagion di prede: tantoSolone ben intese questa nostra compiuta umanitànella qualecostoro non godono del diritto natural delle genti! Ma quel che fapiù maraviglia è che Platone ed Aristotile posero illadroneccio fralle spezie della caccia; e con tali e tanti filosofid'una gente umanissima convengonocon la loro barbariei germaniantichiappo i qualial riferire di Cesarei ladronecci non solonon eran infamima si tenevano tra gli esercizi della virtùsiccome tra quelli cheper costume non applicando ad arte alcunacosì fuggivano l'ozio. Cotal barbaro costume duròtant'oltre appo luminosissime nazionich'al narrar di Polibio sidiede la pace da' romani a' cartaginesitra l'altre leggiconquesta: che non potessero passare il capo di Peloro in Sicilia percagion di prede o di traffichi. Ma egli è meno de' cartaginesie romanii quali essi medesimi si professavano d'esser barbari intali tempicome si può osservare appresso Plautoin piùluoghiove dice aver esso vòlte le greche commedie in "linguabarbara"per dir "latina". Quello è più:che dagli umanissimi grecine' tempi della loro più coltaumanitàsi celebrava cotal costume barbaroonde sono trattiquasi tutti gli argomenti delle loro commedie; dal qual costumequesta costa d'Affrica a noi oppostaperché tuttavial'esercita contro de' cristianiforse dicesi Barbaria.

Principiodi cotal antichissimo diritto di guerra fu l'inospitalità de'popoli eroici che sopra abbiam ragionatoi quali guardarono glistranieri con l'aspetto di perpetui nimici e riponevano lariputazione de' lor imperi in tenergli quanto si potesse lontani da'lor confini (come il narra Tacito degli svevila nazione piùriputata dell'antica Germania); e sì guardavano gli straniericome ladroniquali abbiamo ragionato poc'anzi. Di che vi ha un luogod'oro appresso Tucidide: chefin al suo tempoove s'incontrasseroviandanti per terra o passaggieri per maresi domandavascambievolmente tra loro se fusser essi ladroniin significazion di"stranieri". Matroppo avacciandosi la Grecia all'umanitàprestamente si spogliò di tal costume barbaroe chiamarono"barbare" tutte l'altre nazioni che 'l conservavano; nelqual significato restò ad essi detta barbaría laTroglodiziache doveva uccidere tal sorta d'ospiti ch'entravano ne'suoi confinisiccome ancor oggi vi sono nazioni barbare che 'lcostumano. Certamente le nazioni umane non ammettono stranieri senzache n'abbiano da esse riportato licenza.

Traqueste per tal costume da' greci dette "barbare nazioni"una fu la romana per due luoghi d'oro della legge delle XII Tavole.Uno: "Adversus hostem æterna auctoritas esto";l'altro è rapportato da Cicerone: "Si status dies sitcum hoste venito". E qui prendono la voce "hostis"indovinando con termini generalicome per metafora così dettol'"avversario che litiga"; ma sullo stesso luogo Ciceroneriflettetroppo al nostro propositoche "hostis"appresso gli antichi si disse quello che fu detto poi "peregrinus".I quali due luoghicomposti insiemedanno ad intendere ch'i romanida principio tennero gli stranieri per eterni nimici di guerra.

Mai detti due luoghi si deon intendere di quelli che furono i primi"hostes" del mondochecome sopra si èdettofurono gli stranieri ricevuti agli asilii quali poi venneroin qualità di plebei nel formarsi dell'eroiche cittàcome si sono dimostrati più sopra. Talché il luogoappresso Cicerone significa chenel giorno stabilito"venga ilnobile col plebeo a vendicargli il podere"come anco si èsopra detto. Perciò l'"eterna autorità"chesi dice dalla medesima leggedev'essere stata contro i plebeicontro i quali ci disse Aristotile nelle Degnità chegli eroi giuravano esser eterni nimici; per lo quale diritto eroico iplebeicon quantunque corso di temponon potevan usucapere niunofondo romanoperché tali fondi erano nel commerzio de' solinobili; ch'è buona parte della ragione perché la leggedelle XII Tavole non riconobbe nude possessioni: onde poiincominciando a disusarsi il diritto eroico e invigorendo l'umanoipretori assistevan essi alle nude possessioni fuori d'ordineperchéné apertamente né per alcuna interpetrazione aveano daessa legge alcun motivo di costituirne giudizi ordinari nédiretti né utili; e tutto ciòperché lamedesima legge teneva le nude possessioni de' plebei esser tutteprecarie de' nobili. Altronde non s'impacciava delle furtive oviolente de' nobili medesimiper quell'altra propietà delleprime repubbliche (che lo stesso Aristotile nelle Degnitàpur ci disse)che non avevano leggi d'intorno a' privati torti edoffesedelle quali essi privati la si dovevano vedere con la forzadell'armicom'appieno dimostreremo nel libro IV; dalla qual veraforza restò poi per solennità nelle revindicazioniquella forza finta ch'Aulo Gellio dice "di paglia". Siconferma tutto ciò con l'interdetto "Unde vi"che si dava dal pretoree fuori d'ordineperché la leggedelle XII Tavole non aveva inteso nullanonché parlatodelleviolenze private; e con l'azioni "De vi bonorum raptorum"e "Quod metus caussa"le quali vennero tardi efuron anco pretorie.

Oracotal costume eroico d'avere gli stranieri per eterni nimiciosservato privatamente da ciascun popolo in paceportatosi fuorisiriconobbe comune a tutte le genti eroiche di esercitare tra loro leguerre eterne con continove rube e corseggi. Cosìdallecittàche Platon dice nate sulla pianta dell'armicome sopraabbiam vedutoe incominciate a governarsi a modo di guerra innanzidi venir esse guerrele quali si fanno delle cittàprovenneche da pólis"città"fusse pólemosessa guerra appellata.

Ovein pruova del dettoè da farsi questa importanteosservazione: che i romani stesero le conquiste e spiegarono levittorieche riportaron del mondosopra quattro leggich'avevanoco' plebei praticate dentro di Roma. Perché con le provincieferoci praticarono le clientele di Romolocon mandarvi le colonieromanech'i padroni de' campi cangiavano in giornalieri; con leprovincie mansuete praticarono la legge agraria di Servio Tulliocolpermetter loro il dominio bonitario de' campi; con l'Italiapraticarono l'agraria della legge delle XII Tavolecol permetterleil dominio quiritarioche godevano i fondi detti "soliitalici"; co' municìpi o città benemeritepraticarono le leggi del connubio e del consolato comunicato allaplebe.

Talnimicizia eterna tralle prime città non richiedeva che fusserole guerre intimatee sì tali ladronecci si riputarono giusti;comeper lo contrariodisavvezzate poi di barbaro costume sìfatto le nazioniavvenne che le guerre non intimate son ladroneccinon conosciuti ora dal diritto natural delle genti che da Ulpiano sondette "umane". Questa stessa eterna inimicizia de' primipopoli dee spiegarci che 'l lungo tempo ch'i romani avevanoguerreggiato con gli albani fu egli tutto il tempo innanzich'entrambi avevano esercitato gli uni contro degli altri a vicenda iladronecci che qui diciamo: ond'è più ragionevole cheOrazio uccida la sorella perché piagne il suo Curiazio chel'aveva rapitache essergli stata sposata; quando esso Romolo nonpoté aver moglie da essi albaninulla giovandogli l'essereuno de' reali di Albané 'l gran beneficio chediscacciatoneil tiranno Amulioaveva loro renduto il legittimo re Numitore. Èmolto da avvertirsi che si patteggia la legge della vittoria sullafortuna dell'abbattimento di essiche principalmente eranointeressati; qualdell'albanafu quello degli tre Orazi e degli treCuriaziedella troianaquello di Paride e Menelaoch'essendorimasto indicisoi greci e troiani poi seguitarono a terminarla:siccomea' tempi barbari ultimisimilmente essi principi con gliabbattimenti delle loro persone terminavano le loro controversie de'regnialla fortuna de' quali si assoggettivano i popoli. Ed ecco cheAlba fu la Troia latinae l'Elena romana fu Orazia (di che vi haun'istoria affatto la stessa tra grecich'è rapportata daGerardo Giovanni Vossio nella Rettorica)e i diece annidell'assedio di Troia a' greci devon essere i diece anni dell'assediodi Vei a' latinicioè un numero finito per un infinito ditutto il tempo innanziche le città avevano esercitatol'ostilità eterne tra loro.

Perchéla ragione de' numeriperciocch'è astrattissimafu l'ultimaad intendersi dalle nazioni (come in questi libri se ne ragiona adaltro proposito): di chespiegandosi più la ragionerestòa' latini "sexcenta" (e così appressogl'italiani prima si disse "cento" e poi "cento emille") per dir un numero innumerabileperché l'idead'infinito può cader in mente sol de' filosofi. Quindi èforse cheper dire un gran numerole prime genti dissero "dodeci":come dodeci gli dèi delle genti maggioriche Varrone e igreci numerarono trentamila; anco dodeci le fatighe d'Ercolechedovetter essere innumerabili; e i latini dissero dodeci le partidell'asseche si può in infinite parti dividere; della qualsorta dovetter essere state dette le XII Tavoleper l'infinitonumero delle leggi che furono in tavoledi tempo in tempoappressointagliate.

Peròne' tempi della guerra troiana bisogna chein quella parte di Greciadove fu fattai greci si dicessero "achivi" (ch'innanzi sierano detti "pelasgi"di Pelasgouno degli piùantichi eroi della Greciadel quale sopra si è ragionato)eche poi tal nome d'"achivi" si fusse andato per tuttaGrecia spandendo (che durò fin a' tempi di Lucio Mummioall'osservare di Plinio)come indi per tutto il tempo appressorestarono detti "elleni". E sì la propagazione delnome "achivi" vi fece truovare a' tempi di Omero in quellaguerra essersi alleata tutta la Grecia; appunto come il nome di"Germania"al riferire di Tacitoegli ultimamente sisparse per tutta quella gran parte di Europala quale cosìrimase appellata dal nome di coloro chepassato il Renoindicacciarono i galli e s'incominciarono a dir "germani"; ecosì la gloria di tai popoli diffuse tal nome per la Germaniacome il romore della guerra troiana sparse il nome d'"achivi"per tutta Grecia. Perché tanto i popoli nella loro primabarbarie intesero legheche nemmeno i popoli d'essi re offesi sicuravano prender l'armi per vendicarglicome si è osservatodel principio della guerra troiana.

Dallaqual natura di cose umane civilie non altrondesi puòsolvere questo maraviglioso problema: come la Spagnache fu madre ditante che Cicerone acclama fortissime e bellicosissime nazioni (eCesare le sperimentòche 'n tutte l'altre parti del mondoche tutte vinseesso combatté per l'imperio: solamente inIspagna combatté per la sua salvezza); comediciamoalfragor di Sagunto (il quale per otto mesi continui fece sudarAnnibalecon tutte le fresche intiere forze dell'Affricacon lequali poi - di quanto scemate e stanche! - poco mancò chedopo la rotta di Cannenon trionfasse di Roma sopra il di leimedesimo Campidoglio) ed allo strepito di Numanzia (la qual fecetremare la romana gloriach'aveva già di Cartagine trionfatoe pose la mente a partito alla stessa virtù e sapienza diScipionetrionfatore dell'Affrica); come non unì tutti i suoipopoli in lega per istabilire sulle rive del Tago l'imperiodell'universoe diede luogo all'infelice elogio che le fa LucioFloro: che s'accorse delle sue forze dopo esser stata tutta per partivinta? (E Tacito nella Vita d'Agricolaavvertendo lo stessocostume negl'inghilesia' tempi di quello ferocissimi ritruovatiriflette con quest'altra ben intesa espressione: "dum singulipugnantuniversi vincuntur"). Perchénon tòcchise ne stavano come fiere dentro le tane de' lor confiniseguitando acelebrare la vita selvaggia e solitaria de' polifemila qual soprasi è dimostrata.

Perògli storicitutti desti dal romore della bellica eroica navale e daquello tutti storditinon avvertirono alla bellica eroica terrestremolto meno alla politica eroicacon la qual i greci in tali tempi sidoveano governare. Ma Tucidideacutissimo e sappientissimoscrittorece ne lasciò un grande avviso ove narra che lecittà eroiche furono tutte smuratecome restò Spartain Grecia e Numanziache fu la Sparta di Spagna; eposta la lororgogliosa e violenta naturagli eroi tuttodì si cacciavanodi sedia l'un l'altrocome Amulio cacciò Numitoree Romolocacciò Amulio e rimise Numitore nel regno d'Alba. Tanto lediscendenze delle case reali eroiche di Grecia ed una continuata diquattordici re latini assicurano a' cronologi la lor ragione de'tempi! Perché nella barbarie ricorsaquando ella fu piùcruda in Europanon si legge cosa più incostante e piùvaria che la fortuna de' regnicome si avvertì sopranell'Annotazioni alla Tavola cronologica. E invero Tacitoavvedutissimolo ci avvisò in quel primo motto degli Annali:"Urbem Romam principio reges habuere"usando ilverbo che significa la più debole spezie delle tre che dellapossessione fanno i giureconsultiche sono "habere""tenere""possidere".

Lecose civili celebrate sotto sì fatti regni ci sono narratedalla storia poetica con le tante favole le quali contengono contesedi canto (presa la voce "canto" di quel "canere"o "cantare" che significa "predire")e'n conseguenzacontese eroiche d'intorno agli auspìci.

CosìMarsia satiro (il quale"secum ipse discors"è'l mostro che dice Livio)vinto da Apollo in una contesa di cantoegli vivo è dallo dio scorticato (si veda fierezza di peneeroiche!); Linoche dee essere carattere de' plebei (perchécertamente l'altro Lino fu egli poeta eroech'è noverato conAnfioneOrfeoMuseo ed altri)in una simil contesa di cantoèda Apollo ucciso. Ed in entrambe tali favole le contese sono conApollodio della divinità o sia della scienza delladivinazioneovvero scienza d'auspìci; e noi il truovammosopra esser anco dio della nobiltàperché la scienzadegli auspìcicome a tante pruove si è dimostratoerade' soli nobili.

Lesirenech'addormentano i passaggieri col canto e dipoi gli scannano;la Sfingeche propone a' viandanti gli enimmiche non sappiendoquelli sciogliereuccide; Circeche con gl'incantesimi cangia inporci i compagni d'Ulisse (talché "cantare"fu poi presa per "fare delle stregonerie"com'èquello:

...cantando rumpitur anguis:

ondela magiache 'n Persia dovett'essere dapprima sapienza in divinitàd'auspìcirestò a significare l'arte degli stregonied esse stregonerie restaron dette "incantesimi"): sìfatti passaggieriviandantivagabondi sono gli stranieri dellecittà eroiche ch'abbiam sopra dettoi plebei che contendonocon gli eroi per riportarne comunicati gli auspìcie sono intali mosse vinti e ne sono crudelmente puniti.

Dellastessa fattaPane satiro vuol afferrare Siringaninfacom'abbiamsopra dettovalorosa nel cantoe si truova aver abbracciato lecanne; ecome Pane di Siringacosì Issioneinnamorato diGiunonedea delle nozze solenniinvece di lei abbraccia una nube.Talché significano le canne la leggerezzala nube la vanitàde' matrimoni naturali; onde da tal nube si dissero nati i centauricioè a dire i plebeii quali sono i mostri di discordantinature che dice Livioi quali a' lafitimentre celebrano tra lorole nozzerapiscono loro le spose. Così Mida (il quale quisopra abbiam truovato plebeo) porta nascoste l'orecchie d'asinoe lecanne ch'afferra Pane (cioè i matrimoni naturali) lescuoprono: appunto come i patrizi romani appruovano a' lor plebeiciascun di loro esser mostroperché essi "agitabantconnubia more ferarum".

Vulcano(che pur dee essere qui plebeo) si vuol frapporre in una contesa traGiove e Giunonee con un calcio da Giove è precipitato dalcielo e restonne zoppo. Questa dev'esser una contesa ch'avesser fattoi plebei per riportarne dagli eroi comunicati gli auspìci diGiove e i connubi di Giunonenella qual vintine restaron zoppiinsenso d'"umiliati".

CosìFetontedella famiglia d'Apolloe quindi creduto figliuol del Solevuol reggere il carro d'oro del padre (il carro dell'oro poeticodelfrumento)e divertisce oltre le solite vie (che menavano al granaiodel padre di sua famiglia: fa la pretensione del dominio de' campi)ed è precipitato dal cielo.

Masopra tutte cade dal cielo il pomo della Discordia (cioè ilpomo ch'abbiamo sopra dimostro significare il dominio de' terreniperché la prima discordia nacque per la cagione de' campi chevolevano per sé coltivar i plebei)e Venere (che dev'esserequi plebea) contende con Giunone de' connubi e con Minervadegl'imperi. Perchéd'intorno al giudizio di Parideperbuona fortunaPlutarco nel suo Omero avvertisce che que' dueversi verso il fin dell'Iliadeche ne fan mottonon sond'Omeroma di mano che venne appresso.

Atalantacol gittare le poma d'orovince i proci nel corsoappuntocom'Ercole lutta con Anteo einnalzandolo in cieloil vincecomesi è sopra spiegato. Atalanta rillascia a' plebei prima ildominio bonitariodappoi il quiritario de' campie si riserba iconnubi: appunto come i patrizi romanicon la prima agraria diServio Tullio e con la seconda della legge delle XII Tavoleserbaronancor i connubi dentro il lor ordinein quel capo: "Connubiaincommunicata plebi sunto"ch'era primaria conseguenza diquell'altro: "Auspicia incommunicata plebi sunto";ondedi là a tre annila plebe ne incominciò a far lapretensione edopo tre anni di contesa eroicagli riportò.

Iproci di Penelope invadono la reggia d'Ulisse (per dire il regnodegli eroi) e se n'appellano rese ne divorano le regie sostanze(s'hanno appropiato il dominio de' campi)pretendono Penelope inmoglie (fanno la pretension de' connubi). In altre parti Penelope simantien casta e Ulisse appicca i procicome tordialla retediquella spezie con la quale Vulcano eroico trasse Vener e Marte plebei(gli annoda a coltivar i campi da giornalieri d'AchillecomeCoriolano i plebei romaninon contenti dell'agraria di ServioTulliovoleva ridurre a' giornalieri di Romolocome sopra si èdetto). Quivi ancor Ulisse combatté con Iropoveroel'ammazzò (che dev'essere stata contesa agrarianella qual iplebei si divoravano le sostanze d'Ulisse). In altre parti Penelopesi prostituisce a' proci (communica i connubi alla plebe)e ne nascePanemostro di due discordanti natureumana e bestiale: ch'èappunto il "secum ipse discors" appresso Livioqualdicevano i patrizi romani a' plebei che nascerebbe chiunque fusseprovenuto da essi plebeicomunicati lor i connubi de' nobilisimigliante a Panemostro di due discordanti natureche partorìPenelope prostituita a' plebei.

DaPasifela quale si giace col toronasce il minotauromostro di duenature diverse. Che dev'esser un'istoria che dagli eroi cretesi sicomunicarono i connubi a stranieri che dovettero venir in Creta conla nave la quale fu detta "toro"con cui noi sopraspiegammo che Minosse rapiva garzoni e donzelle dall'Atticae Gioveinnanzi aveva rapito Europa.

Aquesto genere d'istorie civili è da richiamarsi la favolad'Io. Giove se n'innamora (l'è favorevole con gli auspìci);Giunone n'è gelosa (con la gelosia civileche noi sopraspiegammodi serbare tra gli eroi le nozze solenni) e la dà aguardare ad Argo con cento occhi (a' padri argiviognuno col suolucocon la sua terra coltacome sopra l'interpetrammo); Mercurio(che qui dev'essere carattere de' plebei mercenari)col suono delpifferoo piuttosto col cantoaddormenta Argo (vince i padri argiviin contesa d'auspìcida' quali si cantavan le sorti nellenozze solenni)ed Io quivi si cangiain vaccache si giace coltoro col quale s'era giaciuta Pasifee va errando in Egitto (cioètra quelli egizi stranierico' quali Danao aveva cacciatogl'Inachidi dal regno d'Argo).

MaErcolea capo di etàsi effemmina e fila sotto i comandi diIole ed Onfale: va ad assoggettire il diritto eroico de' campi a'plebeia petto de' quali gli eroi si dicevano "viri".Ché tanto a' latini suona "viri" quanto a' grecisignifica "eroi"come Virgilio incomincia l'Eneideconpeso usando tal voce:

Armavirumque cano

edOrazio trasporta il primo verso dell'Odissea:

DicmihiMusavirum;

e"viri" restaron a' romani per significare maritisolennimaestratisacerdoti e giudiciperché nellearistocrazie poetiche e nozze ed imperi e sacerdozi e giudizi eranotutti chiusi dentro gli ordini eroici.

Ecosì fu accomunato il diritto de' campi eroico a' plebei dellaGreciacome fu da' patrizi romani a' plebei comunicato il dirittoquiritario per la seconda agrariacombattuta e riportata con lalegge delle XII Tavolequal si è sopra dimostro: appunto comene' tempi barbari ritornati i beni feudali si dicevano "benidella lancia" e i burgensatici si chiamavano "beni delfuso"come si ha nelle leggi inghilesi; onde l'arme reale diFrancia (per significare la legge salicach'esclude dallasuccessione di quel regno le donne) è sostenuta da due angiolivestiti di dalmatiche e armati d'astee si adorna di questo mottoeroico: "Lilia non nent". Talchécome Baldoper nostra bella venturala legge salica chiamò "iusgentium gallorum"così noi la legge delle XII Tavole(per quanto serbavanel suo rigorele successioni ab intestatodentro i suoigli agnati e finalmente i gentili) possiamo chiamare"ius gentium romanarum"; perché appresso simostrerà quanto sia vero che ne' primi tempi di Roma vi fussestata costumanza onde le figliuole venissero ab intestato allasuccessione de' loro padrie che poi fusse passata in legge nelleXII Tavole.

FinalmenteErcole esce in furore col tingersi del sangue di Nesso centauro -appunto il mostro delle plebi di due discordi nature che dice Livio- cioè tra' furori civili communica i connubi alla plebe e sicontamina del sangue plebeoe 'n tal guisa si muore: qual muore perla legge Peteliadetta De nexul'Ercole romanoil dioFidio. Con la qual legge "vinculum fidei victum est"quantunque Livio il rapporti con l'occasione d'un fatto da un dieceanni avvenuto dopoil qual in sostanza è lo stesso che quelloil quale aveva dato la cagione alla legge Petelianel quale sidovette eseguirenon ordinareciò ch'è contenuto intal mottoche dee essere stato di alcuno antico scrittor d'annaliche Liviocon quanta fede con altrettanta ignorazionerapporta:perchécol liberarsi i plebei del carcere privato de' nobilicreditorisi costrinsero pur i debitori con le leggi giudiziarie apagar i debiti; ma fu sciolto il diritto feudaleil diritto del nodoerculeonato dentro i primi asili del mondocol quale Romolo dentroil suo aveva Roma fondato. Perciò è forte congetturache dall'autor degli annali fusse stato scritto "vinculumFidii""del dio Fidio"che Varrone dice esserestato l'Ercole de' romani; il qual motto gli altriche venneroappressonon intendendoper errore credettero scritto "fidei".Il qual diritto natural eroico si è truovato lo stesso tra gliamericanie tuttavia dura nel mondo nostro tra gli abissininell'Affrica e tra' moscoviti e tartari nell'Europa e nell'Asia; mafu praticato con più mansuetudine tra gli ebreiappo i qualii debitori non servivano più che sette anni.

Eper finirlacosì Orfeofinalmenteil fondatore dellaGreciacon la sua lira o corda o forzache significano la stessacosa che 'l nodo d'Ercole (il nodo della legge Petelia)egli èmorto ucciso dalle baccanti (dalle plebi infuriate)le quali glienefecero andar in pezzi la lira (chea tante pruove fatte soprasignificava la legge): ond'a tempi d'Omero già gli eroimenavano in mogli donne straniere e i bastardi venivano allesuccessioni reali; lo che dimostra che già la Grecia avevaincominciato a celebrare la libertà popolare.

Pertutto ciò hassi a conchiudere che queste contese eroichefecero il nome all'età degli eroi; e che in esse molti capivinti e premuticon quelli delle lor fazioni si fussero dati adandar errando in mare per ritruovar altre terre; e che altri fusserofinalmente ritornati alle loro patriecome Menelao ed Ulisse; altrisi fussero fermati in terre stranierecome CecropeCadmoDanaoPelope (perocché tali contese eroiche eran avvenute da moltisecoli innanzi nella Fenicianell'Egittonella Frigiasiccome intali luoghi aveva prima incominciato l'umanità)i quali sifermarono nella Grecia. Come una d'essi dev'essere stata Didonecheda Fenicia fuggendo la fazione del cognatodal qual eraperseguitatasi fermò in Cartagineche fu detta "Punica"quasi "Phoenica"; edi tutt'i troianidistruttaTroiaCapi si fermò in CapovaEnea approdò nel LazioAntenore penetrò in Padova.

Incotal guisa finì la sapienza de' poeti teologio sia de'sappienti o politici dell'età poetica de' greciquali furonoOrfeoAnfioneLinoMuseo ed altri; i qualicol cantare alle plebigreche la forza degli dèi negli auspìci (ch'erano lelodi che tali poeti dovettero cantar degli dèicioèquelle della provvedenza divinach'apparteneva lor di cantare)tennero esse plebi in ossequio de' lor ordini eroici. Appunto comeAppionipote del decemvirocirca il trecento di Romacom'altravolta si è dettocantando a' plebei romani la forza degli dèinegli auspìcide' quali i nobili dicevano aver la scienzagli mantiene nell'ubbidienza de' nobili. Appunto come Anfionecantando sulla lirade' sassi semoventi innalza le mura di Tebechetrecento anni innanzi aveva Cadmo fondatocioè vi conferma lostato eroico.



7.COROLLARI D'INTORNO ALLE COSE ROMANE ANTICHE E PARTICOLARMENTE DELSOGNATO REGNO ROMANO MONARCHICO E DELLA SOGNATA LIBERTÀPOPOLARE ORDINATA DA GIUNIO BRUTO

Questetante convenienze di cose umane civili tra romani e grecionde lastoria romana antica a tante pruove si è qui truovata esseruna perpetua mitologia istorica di tantesì varie e diversefavole grechechiunque ha intendimento (che non è némemoria né fantasia) pongono in necessità dirisolutamente affermare cheda' tempi degli re infino a' connubicomunicati alla plebeil popolo romano (il popolo di Marte) sicompose di soli nobili; e ch'a tal popolo di nobili il re Tulloincominciando dall'accusa d'Oraziopermise a' rei condennati o da'duumviri o da' questori l'appellagione a tutto l'ordinequando isoli ordini eran i popoli eroicie le plebi erano accessioni di talipopoli (quali poi le provincie restarono accessioni delle nazioniconquistatricicome l'avvertì ben il Grozio); ch'appunto èl'"altro popolo" che chiamava Telemaco i suoi plebeinell'adunanza che noi qui sopra notammo. Ondecon forza d'un'invittacritica metafisica sopra essi autori delle nazionisi dee scuoterequell'errore: che tal caterva di vilissimi giornalieritenuti daschiavifin dalla morte di Romolo avessero l'elezione degli relaqual poi fusse appruovata da' padri. Il qual dee esser un anacronismode' tempi ne' quali la plebe aveva già parte nella cittàe concorreva a criare i consoli (lo che fu dopo comunicati ad essoleii connubi da' padri)tirato da trecento anni indietro finall'interregno di Romolo.

Questavoce "popolo"presa de' tempi primi del mondo delle cittànella significazione de' tempi ultimi (perché non poterono néfilosofi né filologi immaginare tali spezie di severissimearistocrazie)portò di séguito due altri errori inqueste due altre voci: "re" e "libertà";onde tutti han creduto il regno romano essere stato monarchico e laordinata da Giunio Bruto essere stata libertà popolare. MaGian Bodinoquantunque entrato nel volgare comun errorenel qualeran entrati innanzi tutti gli altri politiciche prima furono lemonarchieappresso le tirannidiquindi le repubbliche popolari ealfine l'aristocrazie (e qui vedasiove mancano i veri princìpiche contorcimenti si possono faree fansi di fattod'umane idee!)pureosservando nella sognata libertà popolare romana anticache gli effetti erano di repubblica aristocraticapuntella il suosistema con quella distinzione: che ne' tempi antichi Roma erapopolare di Statoma che aristocraticamente fussesi governata. Contutto ciòpur riuscendogli contrari gli effetti e cheancocon tal puntellola sua macchina politica pur crollavacostrettofinalmente dalla forza del verocon brutta incostanza confessa ne'tempi antichi la repubblica romana essere stata di Statononchégovernoaristocratica.

Tuttociò vien confermato da Tito Livioil qualein narrandol'ordinamento fatto da Giunio Bruto de' due consoli annalidiceapertamente e professa non essersi di nulla affatto mutato lo Stato(come dovette da sappiente far Brutodi richiamare da talcorrottella a' suoi princìpi lo Stato)e coi due consoliannali "nihil quicquam de regia potestate deminutum":tanto che vennero i consoli ad essere due re aristocratici annaliquali Cicerone nelle Leggi gli appella "reges annuos"(com'eran a vita quelli di Spartarepubblica senza dubbioaristocratica); i quali consolicom'ognun saerano soggettiall'appellagione durante esso loro regno (siccome gli re spartanierano soggetti all'emenda degli efori)efinito il regno annaleerano soggetti all'accuse (conforme gli re spartani erano fattimorire dagli efori). Per lo qual luogo di Livio ad un colpo sidimostra e che 'l regno romano fu aristocratico e che la ordinata daBruto ella fu libertànon già popolarecioèdel popolo da' signorima signorilecioè de' signori da'tiranni Tarquini. Lo che certamente Bruto non arebbe potuto faresenon gli si offeriva il fatto di Lugrezia romanach'esso saggiamenteafferrò; la qual occasione era vestita di tutte le circostanzesublimi per commuovere la plebe contro il tiranno Tarquinioil qualaveva fatto tanto mal governo della nobiltàch'a Bruto fud'uopo di riempier il senatogià esausto per tanti senatorifatti morir dal Superbo. Nello che conseguìcon saggioconsigliodue pubbliche utilità: e rinforzò l'ordinede' nobili già cadentee si conservò il favor dellaplebe; perché del corpo di quella dovette sceglieremoltissimie forse gli più ferocich'arebbon ostato ariordinarsi la signoriae gli fece entrare nell'ordine de' nobiliecosì compose la cittàla qual era a que' tempi tuttadivisa "inter patres et plebem".

Se'l precorso di tantesì varie e diverse cagioniquante sisono qui meditate fin dall'età di Saturno; se 'l séguitodi tantisì vari e diversi effetti della repubblica romanaanticai quali osserva il Bodino; e se la perpetuità ocontinuazione con cui quelle cagioni influiscono in questi effettila quale considera Livionon sono valevoli a stabilire che 'l regnoromano fu aristocratico e che la ordinata da Bruto fu la libertàde' signori (e ciò per attenersi alla sola autorità)bisogna dire ch'i romanigente barbara e rozzaavesser avuto ilprivilegio da Dioche non poteron aver essi grecigente acutaumanissimai qualial narrar di Tucididenon seppero nulladell'antichità loro propie fin alla guerra peloponnesiacachefu il tempo più luminoso di Greciacome osservammo sopranella Tavola cronologica: ove dimostrammo il medesimo de'romani fin dentro alla seconda guerra cartaginesedalla quale Livioprofessa scrivere la romana storia con più certezzae purapertamente confessa di non saperne tre circostanzeche sono le piùconsiderabili nella storiale qual'ivi si sono ancor osservate. Macon tutto che si conceda tal privilegio a' romanipure resteràdi ciò un'oscura memoriauna confusa fantasia; e pertanto lamente non potrà rinniegare i raziocinî che si son fattisopra tai cose romane antiche.



8.COROLLARIO D'INTORNO ALL'EROISMO DE' PRIMI POPOLI

Mal'età eroica del primo mondo di cui trattiamo ci tragge condura necessità a ragionare dell'eroismo de' primi popoli. Ilqualeper le Degnità che se ne sono sopra proposte equi hanno il lor usoe per gli princìpi qui stabiliti dellapolitica eroicafu di gran lunga diverso da quello che'nconseguenza della sapienza innarrivabile degli antichièstato finor immaginato da' filosofiingannati da' filologiinquelle tre voci non diffinite le quali sopra abbiam avvertito:"popolo""re" e "libertà";avendo preso i popoli eroici - ne' quali fussero anco entrati iplebeipreso gli remonarchi e preso la libertà popolare; edal contrarioapplicandovi tre lor idee di menti ingentilite edaddottrinate - una di giustizia ragionata con massime di moralesocratical'altra di gloria (ch'è fama di benefizi fattiinverso il gener umano) e la terza di disiderio d'immortalità:- laonde su questi tre errori e con queste tre idee han creduto chere o altri grandi personaggi de' tempi antichi avessero consagrato esé e le loro famiglienonché gl'intieri patrimoni esostanzeper far felici i miseriche sono sempre gli piùnelle città e nelle nazioni.

Peròdi Achillech'è 'l massimo de' greci eroiOmero ci narra trepropietà dello 'n tutto contrarie a cotali tre idee de'filosofi. Ed'intorno alla giustiziaegli ad Ettorreche con essovuol patteggiare la seppoltura se nell'abbattimento l'uccidanullariflettendo all'egualità del gradonulla alla sorte comune(le quali due considerazioni naturalmente inducono gli uomini ariconoscer giustizia)feroce risponde: - Quando mai gli uominipatteggiarono co' lionio i lupi e l'agnelle ebbero uniformitàdi voleri? - Anzi: - Se t'avrò uccisoti strascinerònudolegato al mio cocchioper tre giorni d'intorno alle mura diTroia - siccome fece- e finalmente ti darò a mangiare a'miei cani da caccia; - lo che arebbe pur fattose l'infelice padrePriamo non fusse venuto da essolui a riscattarne il cadavere.D'intorno alla gloriaegli per un privato dolore (perocchéAgamennone gli aveva tolto a torto la sua Briseide) se ne richiamaoffeso con gli uomini e con gli dèi; e fanne querela a Gioved'essere riposto in onoreritira dall'esercito alleato le sue gentie dalla comune armata le propie navie soffre ch'Ettorre facciascempio della Greciaecontro il dettame della pietà che sideve alla patriasi ostina di vendicare una privata sua offesa conla rovina di tutta la sua nazione; anzi non si vergogna dirallegrarsi con Patroclo delle straggi ch'Ettorre fa de' suoi grecie col medesimo (ch'è molto più)colui che portava ne'suoi talloni i fati di Troiafa quello indegnissimo voto: che 'nquella guerra morissero tuttie troiani e grecied essi due soli nerimanessero vivi. D'intorno alla terzaegli nell'infernodomandatoda Ulisse come vi stava volentieririsponde che vorrebbe piùtostovivoessere un vilissimo schiavo. Ecco l'eroe che Omero conl'aggiunto perpetuo d'"irreprensibile" canta a' grecipopoli in esemplo dell'eroica virtù! Il qual aggiuntoacciocché Omero faccia profitto con l'insegnar dilettando (loche debbon far i poeti)non si può altrimente intendere cheper un uomo orgogliosoil qual or direbbesi che non si facciapassare la mosca per innanzi alla punta del naso; e sì predicala virtù puntigliosanella quale a' tempi barbari ritornatitutta la loro morale riponevano i duellistidalla quale uscirono leleggi superbegli ufizi altieri e le soddisfazioni vendicative de'cavalieri erranti che cantano i romanzieri.

Allo'ncontro si rifletta al giuramentoche dice Aristotilechegiuravano gli eroi d'esser eterni nimici alla plebe. Si riflettaquindi sulla storia romana nel tempo della romana virtùcheLivio determina ne' tempi della guerra con Pirroa cui acclama conquel motto: "nulla ætas virtutum feracior"enoi (con Sallustioappo sant'AgostinoDe civitate Dei)stendiamo dalla cacciata degli re fin alla seconda guerracartaginese. Bruto che consagra con due suoi figliuoli la sua casaalla libertà; Scevola checol punire del fuoco la sua destrala quale non seppe ucciderloatterrisce e fuga Porsenare de'toscani; Manlio detto "l'imperioso" cheper un felicepeccato di militar disciplinaistigatogli da stimoli di valor e digloriafa mozzare la testa al suo figliuolo vittorioso; i Curzi chesi gittano armati a cavallo nella fossa fatale; i Decipadre efigliuoloche si consagrano per la salvezza de' lor eserciti; iFabrizii Curiche rifiutano le some d'oro da' sannitile partiofferte de' regni da Pirro; gli Attili Regoli che vanno a certacrudelissima morte in Cartagine per serbare la santità romanade' giuramenti: che pro fecero alla misera ed infelice plebe romana?che per più angariarla nelle guerreper piùprofondamente sommergerla in mar d'usureper più a fondoseppellirla nelle private prigioni de' nobiliove gli battevano conle bacchette a spalle nude a guisa di vilissimi schiavi? e chi volevadi un poco sollevarla con una qualche legge frumentaria o agrariadaquest'ordine di eroinel tempo di essa romana virtùegli eraaccusato e morto come rubello. Qual avvenneper tacer d'altriaManlio Capitolinoche aveva serbato il Campidoglio dall'incendiodegl'immanissimi galli senoni; qual in Isparta (la città deglieroi di Greciacome Roma lo fu degli eroi del mondo) il magnanimo reAgideperché aveva attentato di sgravare la povera plebe diLacedemoneoppressa dall'usure de' nobilicon una legge di contonuovoe di sollevarla con un'altra testamentariacome altra voltasi è dettofunne fatto strozzare dagli efori: ondecome ilvaloroso Agide fu il Manlio Capitolino di Spartacosì ManlioCapitolino fu l'Agide di Romacheper lo solo sospetto di sovveniralquanto alla povera oppressa plebe romanafu fatto precipitare giùdal monte Tarpeo. Talché per quest'istesso ch'i nobili de'primi popoli si tenevano per eroiovvero di superior natura a quellade' lor plebeicome appieno sopra si è dimostratofacevanotanto malgoverno della povera moltitudine delle nazioni. Perchécertamente la storia romana sbalordisce qualunque scortissimoleggitoreche la combini sopra questi rapporti: che romana virtùdove fu tanta superbia? che moderazione dove tanta avarizia? chemansuetudine dove tanta fierezza? che giustizia dove tantainegualità?

Laondei princìpii quali possono soddisfare una sì granmaravigliadebbono necessariamente esser questi:

I

Siain séguito di quella ferina che sopra si ragionò de'gigantil'educazion de' fanciulli severaaspracrudelequale fuquella degl'illiterati lacedemoniche furono gli eroi della Greciai quali nel templo di Diana battevano i loro figliuoli fin all'animatalché cadevano sovente morticonvulsi dal doloresotto lebacchette de' padriacciocché s'avvezzassero a non temeredolori e morte; e ne restarono tal'imperi paterni ciclopici cosìa' greci come a' romanico' quali permettevano uccidersigl'innocenti bambini di fresco nati. Perché le deliziech'orfacciamo de' nostri figliuoli fanciullifanno oggi tutta ladilicatezza delle nostre nature.

II

Sicomperino con le doti eroiche le moglile quali restarono poscia persolennità a' sacerdoti romanii quali contraevano le nozze"coëmptione et farre" (che fu ancheal narrardi Tacitocostume degli antichi germanii quali ci danno luogo distimare lo stesso di tutti i primi popoli barbari); e le mogli sitenganocome per una necessità di naturain uso di farfigliuoli: del rimanentesi trattino come schiaveconforme in molteparti del nostro e quasi universalmente nel mondo nuovo ècostume di nazioni: quando le doti sono compere che fan le donnedella libertà da' mariti e pubbliche confessioni ch'i maritinon bastano a sostenere i pesi del matrimonioonde sono forse itanti privilegi co' quali gl'imperatori han favorito le doti.

III

Ifigliuoli acquistinole mogli risparmino per gli loro mariti epadri: noncome si fa oggitutto a rovescio.

IV

Igiuochi e i piaceri sien faticosicome luttacorso (onde Omero dàad Achille l'aggiunto perpetuo di "piè veloce");sieno ancor con pericolocome giostrecacce di fiereondes'avvezzino a fermare le forze e l'animo e a strappazzare edisprezzare la vita.

V

Nons'intendano affatto lussilautezze ed agi.

VI

Leguerrecome l'eroiche antichesieno tutte di religionela qualeper la ragione ch'abbiamo preso per primo principio di questascienzale rende tutte atrocissime.

VII

Sicelebrino le schiavitù pur eroicheche van di séguitoa tali guerrenelle quali i vinti si tengano per uomini senza Dioonde con la civile si perda ancora la natural libertà. E quiabbia uso quella Degnità sopra posta: che "lalibertà naturale ella è più feroce ov'i benisono più a' nostri corpi attaccatie la civil servitùs'inceppa co' beni di fortuna non necessari alla vita".

VIII

Pertutto ciò sienole repubblichearistocratiche per natura osia di naturalmente fortissimiche schiudano a' pochi padri nobilitutti gli onori civili; e 'l ben pubblico sieno monarchie famigliariconservate lor dalla patria; che sarebbe la vera patriacom'abbiamopiù volte dettointeresse di pochi padriper lo quale sienoi cittadini naturalmente patrizi. E con tali naturetali costumitali repubblichetali ordini e tali leggi si celebreràl'eroismo de' primi popoliil qualeper le cagioni a queste che sisono noverate tutte contrarie (che dappoi produssero l'altre duespezie degli Stati civiliche sopra pruovammo esser entrambi umanicioè le repubbliche libere popolari epiù che questele monarchie)egli è ora per civil natura impossibile. Perchéper tutto il tempo della romana libertà popolare fa romord'eroe il solo Catone uticesee lasciò tal romore per unospirito di repubblica aristocratica: checaduto Pompeo e rimastoesso capoparte della nobiltàper non poter sofferire divederla umiliata a Cesaresi ammazzò. Nelle monarchie glieroi son coloro che si consagrano per la gloria e grandezza de' lorsovrani. Ond'ha a conchiudersi ch'un tal eroe i popoli afflitti ildisideranoi filosofi il ragionanoi poeti l'immaginano; ma lanatura civilecome n'abbiamo una Degnitànon portatal sorta di benefizi.

Tuttele quali cose qui ragionate dell'eroismo de' primi popoli ricevonolustro e splendore dalle Degnità sopra poste d'intornoall'eroismo romanole quali si truoveranno comuni all'eroismo degliantichi ateniesi nel tempo checome narra Tucididefurono governatida' severissimi areopagiti (checome abbiam vedutofu un senatoaristocratico)ed all'eroismo degli spartaniche furono repubblicadi Eraclidi o di signoricome a mille pruove sopra si èdimostrato.







VI- REPILOGAMENTI DELLA STORIA POETICA

 

Tuttaquest'istoria divina ed eroica de' poeti teologi con troppod'infelicità ci fu nella favola di Cadmo descritta. Egliuccide la gran serpe (sbosca la gran selva antica della terra); nesemina i denti (con bella metaforacome sopra si è dettoconcurvi legni duri) - ch'innanzi di truovarsi l'uso del ferro dovetteroservire per denti de' primi aratriche "denti" nerestarono detti - egli ara i primi campi del mondo; gitta una granpietra (ch'è la terra durache volevano per sé arare iclienti ovvero famolicome si è sopra spiegato); nascono da'solchi uomini armati (per la contesa eroica della prima agrariach'abbiamo dettogli eroi escono da' loro fondiper dire ch'essisono signori de' fondie si uniscono armati contro le plebiecombattononon già tra di loroma co' clienti ammutinaticontro essoloro; e coi solchi sono significati essi ordinine' qualis'uniscono e co' quali formano e fermano le prime città sullapianta dell'armicome tutto si è detto sopra); e Cadmo sicangia in serpe (e ne nasce l'autorità de' senatiaristocraticiche gli antichissimi latini arebbono detto: "Cadmusfundus factus est"e i greci dissero Cadmo cangiato inDragoneche scrive le leggi col sangue). Lo che tutto èquello che noi sopra promettemmo di far vedere: - che la favola diCadmo conteneva più secoli di storia poetica- ed è ungrand'esemplo dell'infanziaonde la fanciullezza del mondotravagliava a spiegarsi; chedegli sette ch'appresso novereremoèun gran fonte della difficultà delle favole. Tanto felicementeseppe Cadmo lasciare scritta cotal istoria con le sue letterevolgarich'esso aveva a' greci dalla Fenicia portato! E DesiderioErasmocon mille inezieindegne dell'uomo eruditissimo che fu dettoil "Varron cristiano"vuol che contenga la storia dellelettere ritruovate da Cadmo. Così la chiarissima istoria d'untanto benefizio d'aver ritruovato le lettere alle nazioniche per sestessa doveva esser romorosissimaCadmo nasconde al gener umano diGrecia dentro l'inviluppo di cotal favolach'è stata oscurafin a' tempi di Erasmoper tener arcano al volgo uno sìgrande ritruovato di volgare sapienzache da esso "volgo"tali lettere furon dette "volgari".

II

Macon maravigliosa brevità ed acconcezza narra Omero questamedesima istoriatutta ristretta nel geroglifico dello scettrolasciato ad Agamennone. Il quale Vulcano fabbricò a Giove(perché Gioveco' primi fulmini dopo il diluviofondossi ilregno sopra gli dèi e gli uominiche furon i regni divininello stato delle famiglie); - poi Giove il diede a Mercurio (che fuil caduceocon cui Mercurio portò la prima legge agraria alleplebionde nacquero i regni eroici delle prime città); - poiMercurio il diede a PelopePelope a TiesteTieste ad AtreoAtreoad Agamennone (ch'è tutta la successione della casa realed'Argo).

III

Peròpiù piena e spiegata è la storia del mondoche 'lmedesimo Omero ci narra essere stata descritta nello scudo d'Achille.

I.Nel principio vi si vedeva il cielola terrail mareil solelalunale stelle: - questa è l'epoca della criazione del mondo.

II.Dipoi due città. In una erano cantiimenei e nozze: questa èl'epoca delle famiglie eroiche de' figliuoli nati dalle nozzesolenni. Nell'altra non si vedeva niuna di queste cose: questa èl'epoca delle famiglie eroiche de' famolii quali non contraevanoche matrimoni naturalisenza niuna solennità di quelle con lequali si contraevano le nozze eroiche. Sicché entrambe questecittà rappresentavano lo stato di naturao sia quello dellefamiglie; ed eran appunto le due cittàch'Eumeocastaldod'Ulisseracconta ch'erano nella sua padriaentrambe rette da suopadrenelle qual'i cittadini avevano divisamente tutte le loro cosedivise (cioè che non avevano niuna parte di cittadinanza traessoloro comune). Onde la città senza imenei è appuntol'"altro popolo" che Telemaco in adunanza chiama la plebed'Itaca; ed Achillelamentandosi dell'oltraggio fattogli daAgamennonedice che l'aveva trattato da un giornaliereche nonaveva niuna parte al governo.

III.Appressoin questa medesima città delle nozzesi vedevanoparlamentileggigiudizipene. Appunto come i patrizi romani nellecontese eroiche replicavano alla plebe che e le nozze e gl'imperi e isacerdozide' quali ultimi era dipendenza la scienza delle leggiecon questei giudizierano tutte ragioni loro propieperch'eranoloro propi gli auspìciche facevano la maggior solennitàdelle nozze: onde "viri" (che tanto appo i latinisuonava quanto "eroi" appo i greci) se ne dissero i maritisolennii maestratii sacerdoti e per ultimo i giudicicome altravolta sopra si è detto. Sicché questa è l'epocadelle città eroicheche sopra le famiglie de' famoli surserodi stato severissimo aristocratico.

IV.L'altra città è assediata con armiea vicenda con laprimamenano prede l'una dall'altra; e quivi la città senzanozze (ch'erano le plebi delle città eroiche) diventa un'altraintiera città nimica. Il qual luogo a maraviglia conferma ciòche sopra abbiam ragionato: che i primi stranierii primi "hostes"furono le plebi de' popoli eroicicontro le qualicome n'abbiamopiù volte udito Aristotilegli eroi giuravano d'esser eterninimici; onde poi l'intiere cittàperché tra lorostraniereco' ladronecci eroiciesercitavano eterne ostilitàtra di lorocome sopra si è ragionato.

V.E finalmente vi si vedeva descritta la storia dell'arti dell'umanitàdandole incominciamento dall'epoca delle famiglie; perchéprima di ogni altra cosavi si vedeva il padre reche con loscettro comanda il bue arrosto dividersi a' mietitori; dappoi vi sivedevano piantate vigne; appressoarmentipastori e tuguri; e infine di tutto v'erano descritte le danze. La qual immaginecontroppo bello e vero ordine di cose umanesponeva ritruovate primal'arti del necessario: la villerecciae prima del panedipoi delvino; appressoquelle dell'utile: la pastoreccia; quindi quelle delcomodo: l'architettura urbana; finalmente quelle del piacere: ledanze.

 



VII- FISICA POETICA.

 

1.DELLA FISICA POETICA.

Passandoora all'altro ramo del tronco metafisico poeticoper lo quale lasapienza poetica si dirama nella fisica e quindi nella cosmografia eper questanell'astronomiadi cui son frutte la cronologia e lageografiadiamoa quest'altra parte che resta di ragionamentoprincipio dalla fisica.

Ipoeti teologi considerarono la fisica del mondo delle nazioni; eperciò primieramente diffinirono il Cao essere confusione de'semi umaninello stato dell'infame comunione delle donne: dal qualepoi i fisici furono desti a pensare alla confusione de' semiuniversali della naturaea spiegarlan'ebbero da' poeti giàritruovato e quindi acconcio il vocabolo. Egli era confusoperchénon vi era niun ordine d'umanità; era oscuroperchéprivo della luce civile (onde "incliti" furon detti glieroi). L'immaginarono ancora l'Orcoun mostro informe chedivorassesi tuttoperché gli uomini nell'infame comunione nonavevano propie forme d'uominied eran assorti dal nullaperchéper l'incertezza delle proli non lasciavano di sé nulla:questo poi da' fisici fu preso per la prima materia delle naturalicosecheinformeè ingorda di forme e si divora tutte leforme. Ma i poeti gli diedero anco la forma mostruosa di Panedioselvaggio ch'è nume di tutti i satiriche non abitano lecittà ma le selve; carattere al quale riducevano gli empivagabondi per la gran selva della terrach'avevano aspetto d'uominie costumi di bestie nefande: che poicon allegorie sforzatech'osserveremo più appressoi filosofiingannati dalla vocepãnche significa "tutto"l'appresero perl'universo formato. Han creduto ancor i dotti ch'i poeti avesserinteso la prima materia con la favola di Proteocon cuiimmersonell'acqueUlisse da fuori l'acqua lutta in Egittoné puòafferrarloperché sempre in nuove forme si cangia. Ma talloro sublimità di dottrina fu una gran goffaggine e semplicitàde' primi uominii quali (come i fanciulliquando si guardano neglispecchivogliono afferrare le lor immagini) dalle variemodificazioni de' lor atti e sembianti credevano esser un uomonell'acquache cangiassesi in varie forme.

Finalmentefulminò il cieloe Giove diede principio al mondo degliuomini dal poner questi in conatoch'è propio della libertàdella mentesiccome dal motoil qual è propio de' corpicheson agenti necessaricominciò il mondo della natura; perocchéque'che ne' corpi sembran esser conatisono moti insensibilicomesi è detto sopra nel Metodo. Da tal conato uscìla luce civiledi cui è carattere Apolloalla cui luce sidistinse la civile bellezza onde furono belli gli eroi; della qualefu carattere Venereche poi fu presa da' fisici per la bellezzadella naturaanzi per tutta la natura formatala qual èbella e adorna di tutte le sensibili forme.

Uscìil mondo de' poeti teologi da quattro elementi sagri: dall'ariadovefulmina Giovedall'acqua delle fonti perennidi cui è numeDiana; dal fuocoonde Vulcano accese le selve; e dalla terra coltach'è Cibele o Berecintia. Che tutti e quattro sono glielementi delle divine cerimonie: cioè auspìciacquafuoco e farroche guarda Vestachecome si è detto sopraèla stessa che Cibele o Berecintiala quale delle terre colteafforzate di siepicon le ville poste in alto in figura di torri(onde a' latini è "extorris"quasi"exterris")ella va Coronata; con la qual corona sichiude quello che ci restò detto "orbis terrarum"ch'è propiamente il mondo degli uomini. Quindi poi i fisiciebbero il motivo di meditare ne' quattro elementi de' quali ècomposto il mondo della natura.

Glistessi poeti teologi e agli elementi e alle indi uscite innumerabilispeziali nature diedero forme viventi e sensibilied alla maggiorparte umanee ne finsero tante e sì varie divinitàcome abbiamo ragionato sopra nella Metafisica; onde riuscìacconcio a Platone d'intrudervi il placito delle sue "menti"o "intelligenze": che Giove fusse la mente dell'etereVulcano del fuocoe altri somiglianti. Ma i poeti teologi tantointesero tal'intelligenti sostanzeche fin ad Omero non s'intendevaessa mente umanain quantoper forza di riflessioneresiste alsenso; di che vi sono due luoghi d'oro nell'Odisseadove viendetta o "forza sagra" o "vigor occulto"che sonlo stesso.



2.DELLA FISICA POETICA INTORNO ALL'UOMO O SIA DELLA NATURA EROICA

Mala maggior e più importante parte della fisica è lacontemplazione della natura dell'uomo. Come gli autori del generumano gentilesco s'abbiano essi in un certo modo generato e produttola propia lor forma umana per entrambe le di lei particioècon le spaventose religioni e coi terribili imperi paterni; e con lesagre lavande essi edussero da' loro corpi giganteschi la forma dellenostre giuste corporaturee con la stessa disciplina iconomicaeglinoda' lor animi bestialiedussero la forma de' nostri animiumani: tutto ciò sopranell'Iconomica poeticasi èragionatoe questo è luogo propio da qui doversi ripetere.

Ori poeti teologicon aspetto di rozzissima fisicaguardarononell'uomo queste due metafisiche idee: d'essere e di sossistere.Certamente gli eroi latini sentirono l'"essere"assaigrossolanamentecon esso "mangiare"che dovett'esser ilprimo significato di "sum"che poi significòl'uno e l'altro; conforme anch'oggi i nostri contadiniper dire chel'ammalato vivedicono ch'"ancor mangia": perché"sum" in significato d'"essere" egli èastrattissimoche trascende tutti gli esseri; scorrevolissimocheper tutti gli esseri penetra; purissimoche da niun essere ècircoscritto. Sentirono la "sostanza"che vuol dire "cosache sta sotto e sostiene" star ne' talloniperocchésulle piante de' piedi l'uomo sussiste; ond'Achille portava i suoifati sotto il talloneperché ivi stasse il suo fatoo sia lasorte del vivere e del morire.

Lacompagine del corpo riducevano a' solidi e liquidi. I solidirichiamavano a viscere o sieno carni (come appo i romani si disse"visceratio" la divisione che da' sacerdoti sifaceva al popolo delle carni delle vittime sagrificate)talché"vesci" intesero "nudrirsi"quando delcibo si faccia carne; - ad ossa e giuntureche si dicono "artus"(ov'è da osservare che "artus" è dettoda "ars"ch'agli antichi latini significò la"forza del corpo"ond'è "artitus""atante della persona": poi fu detta "ars"ogni compagine di precetti che ferma qualche facultà dellamente); - a' nervichequandomutoliparlavan per corpipreseroper le forze (da un qual nervodetto "fides"insenso di "corda"fu detta "fede" la "forzadegli dèi"del qual nervo o corda o forza poi fecero illiuto d'Orfeo)e con giusto senso riposero ne' nervi le forzepoiché questi tendono i muscoliche bisognano tendersi perfar forza; - e finalmente a midollee nelle midolle riposeroconsenso ancor giustoil fior fior della vita (onde "medulla"era detta dall'innamorato l'amata donnae "medullitus"ciò che diciamo "di tutto cuore"e amoreov'ègrandesi dice "bruciar le midolla"). I liquidi riducevanoal solo sangueperciocché la sostanza nervea o spermale purchiamavano "sangue" (come la frase poetica lo ci dimostra:"sanguine cretus" per "generato")e congiusto senso ancoraperché tal sostanza è 'l fiorfiore del sangue. Epure con senso giustostimarono il sangue sugodelle fibre delle quali si compone la carne; onde restò a'latini "succiplenus" per dir "carnuto""insuppato di buono sangue".

Peraltra parte poi dell'animai poeti teologi la riposero nell'aria(che "anima" pur da' latini vien detta)e lastimarono il veicolo della vita (come restò a' latini lapropietà della frase "anima vivimus"e a'poeti quelle frasi: "ferri ad vitales auras""nascere"; "ducere vitales auras""vivere"; "vitam referri in auras""morire"; e in volgar latino restarono "animamducere" per "vivere""animam trahere"per "agonizzare""animam efflareemittere"per "morire"); onde forse i fisici ebbero il motivo diriporre l'anima del mondo nell'aria. E i poeti teologicon giustosenso ancoramettevano il corso della vita nel corso del sanguenelcui giusto moto consiste la nostra vita.

Dovetterancora con giusto sensosentir che l'animo 'l veicolo sia del sensoperché restò a' latini la propietàdell'espressione "animo sentimus". Econ giustosenso altresìfecero l'animo maschiofemmina l'animaperchél'animo operi nell'anima (ch'è l'"igneus vigor"che dice Virgilio); talché l'animo debba avere il suosubbietto nei nervi e nella sostanza nerveae l'anima nelle vene enel sangue: e così i veicoli sienodell'animol'etere edell'animal'aerecon quella proporzione con la quale gli spiritianimali son mobilissimialquanto tardi i vitali. Ecome l'anima èla ministra del motocosì l'animo sia del conatoe 'nconseguenza il principio; ch'è l'"igneus vigor"che testé ci ha detto Virgilio. E i poeti teologi il sentivanoe non intendevanoe appresso Omero il dissero "forza sagra"e "vigor occulto" e un "dio sconosciuto"; come igreci e i latiniquando dicevano o facevano cosa di che sentivano insé un principio superioredicevano che un qualche dio avessesì fatta cosa voluto: il qual principio fu da' medesimi latinidetta "mens animi". E sìrozzamenteintesero quell'altissima veritàche poi la teologia naturalede' metafisiciin forza d'invitti raziocinî contro gliepicureiche le vogliono esser risalti de' corpidimostra chel'idee vengono all'uomo da Dio.

Inteserola generazione con una guisa che non sappiamo se più propian'abbiano potuto appresso giammai ritruovar i dotti. La guisa tuttasi contiene in questa voce "concipere"detta quasi"concapere"che spiega l'esercizio che celebranodella loro natura le forme fisiche (ch'ora si dee supplire con lagravità dell'ariadimostrata ne' tempi nostri)di prendered'ogn'intorno i corpi loro vicinie vincere la lor resistenzaeadagiargli e conformargli alla loro forma.

Lacorrozione spiegarono troppo sappientemente con la voce "corrumpi"che significa il rompimento di tutte le parti che compongono ilcorpo; per l'opposto di "sanum"perché lavita consista in tutte le parti sane: tanto che dovettero stimare imorbi portar la morte col guasto de' solidi.

Riducevanotutte le funzioni interne dell'animo a tre parti del corpo: al capoal pettoal cuore. E dal capo richiamavano tutte le cognizioni; cheperciocch'erano tutte fantastichecollocarono nel capo la memoriala quale da' latini fu detta per "fantasia". E a' tempibarbari ritornati fu detta "fantasia" per "ingegno"e'n vece di dir "uomo d'ingegno"dicevan "uomofantastico"; qual narra essere stato Cola di Rienzo l'autoredello stesso tempoil qual in barbaro italiano ne descrisse la vitala qual contiene nature e costumi somigliantissimi a quest'eroiciantichi che ragioniamo: ch'è un grande argomento del ricorsoche'n nature e costumifanno le nazioni. Ma la fantasia altro nonè che risalto di reminiscenzee l'ingegno altro non èche lavoro d'intorno a cose che si ricordano. Oraperché lamente umana de' tempi che ragioniamo non era assottigliata daverun'arte di scriverenon spiritualezzata da alcuna pratica diconto e ragionenon fatta astrattiva da tanti vocaboli astratti diquanti or abbondan le linguecome si è detto sopra nelMetodoella esercitava tutta la sua forza in queste trebellissime facultàche le provengon dal corpo; e tutte e treappartengono alla prima operazion della mentela cui arteregolatrice è la topicasiccome l'arte regolatrice dellaseconda è la critica; ecome questa è arte digiudicarecosì quella è arte di ritruovareconformesi è sopra detto negli Ultimi corollari della Logicapoetica. Ecome naturalmente prima è 'l ritruovarepoiil giudicar delle cosecosì conveniva alla fanciullezza delmondo di esercitarsi d'intorno alla prima operazion della menteumanaquando il mondo aveva di bisogno di tutti i ritruovati per lenecessità ed utilità della vitale quali tutte sierano provvedute innanzi di venir i filosoficome piùpienamente il dimostreremo nella Discoverta del vero Omero.Quindi a ragione i poeti teologi dissero la Memoria esser "madredelle muse"le quali sopra si sono truovate essere l'artidell'umanità.

Èin questa parteda punto non trallasciare quest'importanteosservazioneche molto rileva per quello che nel Metodo si èsopra detto: ch'or intender appena si puòaffatto immaginarnon si può come pensassero i primi uomini che fondaronol'umanità gentilescach'erano di menti così singolarie precisech'ad ogni nuov'aria di faccia ne stimavano un'altranuovacom'abbiam osservato nella favola di Proteo; ad ogni nuovapassione stimavano un altro cuoreun altro pettoun altr'animo:onde sono quelle frasi poeticheusatenon già per necessitàdi misurema per tal natura di cose umanequali sono "ora""vultus""animi""pectora""corda"prese per gli numeri loro del meno.

Feceroil petto stanza di tutte le passionia cui con giusti sensi nesottoposero i due fomenti o princìpi: cioè l'irascibilenello stomacoperocché iviper superare il mal che ci premeci si faccia sentire la bile contenuta ne' vasi biliarisparsi perlo ventricoloil qualecon invigorire il suo moto peristalticospremendoglila vi diffonde: - posero la concupiscibilepiùdi tutt'altronel fegatoch'è diffinito l'"ufficina delsangue"ch'i poeti dissero "precordi"ove Titaneimpastò le passioni degli altri animalile quali fussero inciascuna specie più insigni; e abbozzatamente intesero che laconcupiscenza è la madre di tutte le passioni e che lepassioni sieno dentro de' nostri umori.

Richiamavanoal cuore tutti i consiglionde gli eroi "agitabantversabantvolutabant corde curas"perché nonpensavano d'intorno alle cose agibili senonsé scossi dapassionisiccome quelli ch'erano stupidi ed insensati. Quindi da'latini "cordati" furono detti i saggie "vecordes"al contrario gli scempi; e le risoluzioni si dissero "sententiæ"perchécome sentivano così giudicavanoonde i giudizieroici erano tutti con verità nella loro formaquantunquespesso falsi nella materia.



3.COROLLARIO: DELLE SENTENZE EROICHE

Oraperché i primi uomini del gentilesimo erano di mentisingolarissimepoco meno che di bestiealle quali ogni nuovasensazione cancella affatto l'antica (ch'è la ragione perchénon possono combinar e discorrere)perciò le sentenze tuttedovevan essere singolarizzate da chi sentivale. Onde quel sublimech'ammira Dionigi Longino nell'oda di Saffo che poi trasportòin latino Catulloche l'innamoratoalla presenza della sua amatadonnaspiega per somiglianza:

Illemi par esse deo videtur

mancadel sommo grado della sublimitàperché nonsingolarizza la sentenza in se stessocome fa Terenziocon dire:

Vitamdeorum adepti sumus;

ilqual sentimentoquantunque sia propio di chi lo diceper la manieralatina d'usare nella prima persona il numero del più perquello del menoperò ha un'aria di sentimento comune. Madallo stesso poetain altra commediail medesimo sentimento èinnalzato al sommo grado della sublimitàovesingolarizzandolol'appropia a chi 'l sente:

Deusfactus sum.

Perciòqueste sentenze astratte son di filosofiperché contengonouniversalie le riflessioni sopra esse passioni sono di falsi efreddi poeti.



4.COROLLARIO:DELLE DESCRIZIONI EROICHE

Finalmenteriducevano le funzioni esterne dell'animo ai cinque sensi del corpoma scortivividi e risentitisiccome quelli ch'erano nulla o assaipoco ragione e tutti robustissima fantasia. Di ciò sienopruove i vocaboli che diedero ad essi sensi.

Dissero"audire"quasi "haurire"perchégli orecchi bevano l'aria da altri corpi percossa. Dissero "cernereoculis" il vedere distintamente (onde forse venne "scernere"agl'italiani)perché gli occhi sieno come un vaglio e lepupille due buchi - checome da quello escon i bastoni di polvereche vanno a toccare la terracosì dagli occhiper lepupilleescano bastoni di luceche vanno a toccare le coselequali distintamente si vedono (ch'è 'l baston visuale che poiragionarono gli stoicie felicemente a' nostri tempi ha dimostratoil Cartesio); - e dissero "usurpare oculis"generalmente il vederequasi checon la vistas'impossessasserodelle cose vedute. Con la voce "tangere" disseroanco il rubareperchécol toccareda' corpi che si toccanosi porta via qualche cosach'or appena s'intende da' fisici piùavveduti. Dissero "olfacere" l'odorarequasiodorandofacessero essi gli odori; lo che poicon graviosservazionitruovaron vero i naturali filosofiche i sensifacciano le qualità che sono dette "sensibili". Efinalmente dissero "sapere" il gustaree "sapere"propiamenteè delle cose che dan saporeperchéassaggiassero nelle cose il sapor propio delle cose; onde poi conbella metafora fu detta "sapienza"che fa usidelle cosei quali hanno in naturanon già quelli che ne fingel'oppenione.

Nelloche è da ammirare la provvedenza divina: ch'avendoci dato ellai sensi per la custodia de' nostri corpi - i quali i bruti hannomaravigliosamente più fini degli uomini- in tempo ch'eranogli uomini caduti in uno stato di brutida tal loro natura istessaavessero sensi scortissimi per conservarsi; i qualivenendo l'etàdella riflessionecon cui potessero consigliarsi per guardar i lorcorpis'infievolirono. Per tutto ciò le descrizioni eroichequali sono quelle d'Omerodiffondono tanto lume e splendord'evidenzache non si è potuto imitarenonchéuguagliareda tutti i poeti appresso.



5.COROLLARIO: DE' COSTUMI EROICI

Datali eroiche naturefornite di tali sensi eroicisi formarono efermarono somiglianti costumi. Gli eroiper la fresca originegigantescaerano in sommo grado goffi e fieriquali ci sono statidetti los pataconesdi cortissimo intendimentodi vastissimefantasiedi violentissime passioni. Per lo che dovetter esserezoticicrudiasprifieriorgogliosidifficili ed ostinati ne'loro propositi enello stesso tempomobilissimi al presentarsi lorode' nuovi contrari obbietti: siccome tuttodì osserviamo icontadini caparbii quali ad ogni motivo di ragion detta loro vi sirimettono; maperché sono deboli di riflessionela ragioneche gli aveva rimossitosto dalle loro menti sgombrandosirichiamano al lor proposito. Eper lo stesso difetto dellariflessioneeran apertirisentitimagnanimi e generosiqual èda Omero descritto Achilleil massimo di tutti gli eroi dellaGrecia. Sopra i quali esempli di costumi eroici Aristotile alzòin precetto d'arte poetica che gli eroii quali si prendono persubbietti delle tragedieeglino non sieno né ottimi népessimima di grandi vizi e di grandi virtù mescolati. Perchécotesto eroismo di virtùla qual sia compiuta sopra la suaidea ottimaegli è di filosofinon di poeti; e cotestoeroismo galante è di poeti che vennero dopo Omeroi quali one finsero le favole di getto nuoveo le favolenate dapprima gravie severequali convenivano a fondatori di nazioniposciaeffemminandosi col tempo i costumiessi alterarono e finalmentecorruppero. Gran pruova è di ciò (e la stessa deeessere un gran canone di questa mitologia istorica che ragioniamo)che Achilleil quale per quella Briseide ad essolui tolta daAgamennone fa tanti romori che n'empie la terra e 'l cielo e ne porgela materia perpetua a tutta l'Iliadenon ne mostrain tuttal'Iliadepur un menomo senso di passion amorosa d'essernerimasto privo; e Menelaoche per Elena muove tutta la Grecia controdi Troianon ne mostraper tutta quella lunga e gran guerraunsegnopur picciolod'amoroso cruccio di gelosia che la si godaParideil quale gliel'aveva rapita. Tutto ciò che si èin questi tre corollari detto delle sentenzedelle descrizioni e de'costumi eroiciappartiene alla discoverta del vero Omeroche sifarà nel libro seguente.





VIII- DELLA COSMOGRAFIA POETICA

Ipoeti teologisiccome posero per princìpi in fisica lesostanze da essi immaginate divinecosì descrissero una acotal fisica convenevole cosmografiaponendo il mondo formato di dèidel cielodell'inferno (che da' latini si dissero "diisuperi" e "dii inferi") e di dèi chetra 'l cielo e la terra si frapponessero (che dovetter esser appo ilatini dapprima i dèi detti "medioxumi").

Delmondo in primo luogo contemplarono il cielole cui cose dovetteresser a greci i primi mathématao sieno "sublimicose"e i primi theorématao sieno "divinecose da contemplarsi". La contemplazione delle quali fu dettacosì da' latini da quelle regioni del cielo che disegnavanogli àuguri per prender gli augùri (che dicevano "templacoeli"onde nell'Oriente venne il nome de' zoroastiche 'lBocarto vuol detti quasi "contemplatori degli astri")perindovinare dal tragitto delle stelle cadenti la notte.

Fua' poeti il primo cielo non più in suso delle alture dellemontagneov'i giganti da' primi fulmini di Giove furono dal loroferino divagamento fermati; ch'è quel Cielo che regnòin terra equindi incominciandofece de' grandi benefìci algener umanocome si è sopra pienamente spiegato. Laondedovetter estimar il cielo la cima d'esse montagne (dall'acutezzadelle quali a' latini venne "coelum" detto ancor ilbolinoistrumento d'intagliar in pietre o metalli); appunto come ifanciulli immaginano ch'i monti sieno le colonne che sostengono ilsolaio del cielo (siccome gli arabi tali princìpi dicosmografia diedero all'Alcorano): delle quali colonnedue restarono"d'Ercole"come più giuso vedremo; che dovetterodapprima dirsi i puntelli o sostegnida "columen"e che poi l'abbia ritondati l'architettura; sopra un cui solaio sìfatto Teti dice ad Achilleappo Omeroche Giove con gli altri dèiera ito da Olimpo a banchettare in Atlante. Tanto checome sopradicemmoove si ragionò de' gigantila favola della guerrach'essi fanno al cieloe impongono gli altissimi montia PelioOssaad Ossa Olimpoper salirvi e scacciarne gli dèidev'essere stata ritruovata dopo d'Omero; perché nell'Iliadecertamente egli sempre narra gli dèi starsi sulla cima delmonte Olimpoonde bastava che crollasse l'Olimpo soloper farnecadere gli dèi. Né tal favolaquantunque sia riferitanell'Odisseaella ben vi conviene: perché in quelpoema l'inferno non è più profondo d'un fossodoveUlisse vede e ragiona con gli eroi trappassati; laonde quanto cortaidea aveva l'Omero dell'Odissea dell'inferno ènecessario ch'a proporzione altrettanta ne avesse avuto del cieloinconformità di quanta ne aveva avuto l'Omero autor dell'Iliade.E'n conseguenzasi è dimostro che tal favola non èd'Omerocome promettemmo sopra di dimostrare.

Inquesto cielo dapprima regnarono in terra gli dèi e praticaronocon gli eroisecondo l'ordine della teogonia naturale che sopra si èragionataincominciando da Giove. In questo cielo rendette in terraragione Astreacoronata di spighe e fornita altresì dibilanciaperché il primo giusto umano fu ministrato daglieroi agli uomini con la prima legge agraria ch'abbiamo sopra veduto:perocché gli uomini sentirono prima il pesopoi la misuraassai tardi il numeronel quale finalmente si fermò laragione; tanto che Pittagoranon intendendo cosa più astrattada' corpipose l'essenza dell'anima umana ne' numeri. Per questocielo van correndo a cavallo gli eroicome Bellerofonte sul Pegasoe ne restò a' latini "volitare equo""andarcorrendo a cavallo". In questo cielo Giunone imbianca la vialattea del lattenon suoperché fu sterilema delle madridi famigliache lattavano i parti legittimi per quelle nozze eroichedelle quali era nume Giunone. Su per questo cielo gli dèi sonoportati sui carri d'oro poetico (di frumento)onde fu detta l'etàdell'oro. In questo cielo s'usarono l'alinon già per volareo significare speditezza d'ingegno - onde son alati Imeneo (ch'èlo stesso ch'Amor eroico)Astreale museil PegasoSaturnolaFamaMercurio (come nelle tempie così ne' tallonie alato ildi lui caduceocon cui da questo cielo porta la prima legge agrariaa' plebeich'ammutinati erano nelle vallicome si è sopradetto); alato il dragone (perché la Gorgone è pur nelletempie alatané significa ingegno né vola); - ma l'alisi usarono per significare diritti eroiciche tutti erano fondatinella ragion degli auspìcicome pienamente sopra si èdimostrato. In questo cielo ruba Prometeo il fuoco dal solechedovettero gli eroi fare con le pietre focaie ed attaccarlo aglispinai secchi per sopra i monti dagli accesi soli d'estàondela fiaccola d'Imeneo ci viene fedelmente narrata essere stata fattadi spine. Da questo cielo è Vulcano precipitato con un calcioda Giove; da questo cielo precipitacol carro del SoleFetonte; daquesto cielo cade il pomo della Discordia: le quali favole si sonotutte sopra spiegate. E da questo cielo finalmente dovettero caderegli ancilio scudi sagratia' romani.

Delledeitadi infernali in primo luogo i poeti teologi fantasticaronoquella dell'acqua; e la prima acqua fu quella delle fontane perenniche chiamarono "Stige"per cui giuravano i dèicome si è sopra detto: onde forse Platone poi oppinòche nel centro della terra fusse l'abisso dell'acque. Ma Omeronellacontesa degli dèifa temere Plutone che Nettunno co' tremuotinon iscuopra l'inferno agli uomini ed agli dèicon aprir lorola terra; maposto l'abisso nelle più profonde viscere dellaterrae che egli facesse i tremuotiavverrebbe tutto il contrario:che l'inferno sarebbe sommerso e tutto ricoverto dall'acque. Lo chesopra avevamo promesso di dimostrare: che tal allegoria di Platonemal conveniva a tal favola. Per ciò che si è dettoilprimo inferno non dovett'essere più profondo della sorgivadelle fontane; e la prima deitade funne creduta Dianadi cui pur ciracconta la storia poetica essere stata detta triformeperchéfu Diana in cieloCintia cacciatricecol suo fratello Apollointerrae Proserpina nell'inferno.

Sistese l'idea dell'inferno con le seppolture; ond'i poeti chiamano"inferno" il sepolcro (la qual espressione è ancousata ne' libri santi). Talché l'inferno non fu piùprofondo d'un fossodove Ulisseappo Omerovede l'inferno e quivil'anime degli eroi trappassati: perché in tal inferno furonimmaginati gli Elisiovecon le seppolturegodono eterna pacel'anime de' difonti; e gli Elisi sono la stanza beata degli dèimani o sia dell'anime buone de' morti.

Appressol'inferno pur fu di bassa profondità quanto è l'altezzad'un solcoove Cererech'è la stessa che Proserpina (il semedel frumento)è rapita dal dio Plutonee vi sta dentro seimesie poi ritorna a veder la luce del cielo; onde appresso sispiegherà il ramo d'oro con cui Enea scende all'infernocheVirgilio finse continuando la metafora eroica delle poma d'orochenoi sopra abbiam truovato esser le spighe del grano.

Finalmentel'inferno fu preso per le pianure e le valli (opposte all'altezza delcieloposto ne' monti)ove restarono i dispersi nell'infamecomunione. Onde di tal inferno è lo dio Erebodetto figliuolodel Caocioè della confusione de' semi umanied èpadre della notte civile (della notte de' nomi); siccome il cielo èallumato di civil luceonde gli eroi sono incliti. Vi scorre ilfiume Leteil fiumecioèdell'obblioperché taliuomini non lasciavano niun nome di sé nelle loro posterità;siccome la gloria in cielo eterna i nomi de' chiari eroi. QuindiMercuriocome si è detto di sopra nel di lui carattereconla sua vergain cui porta la legge agrariarichiama l'animedall'Orcoil quale tutto divora: ch'è la storia civileconservataci da Virgilio in quel motto:

hacille animas evocat Orco:

chiamale vite degli uomini eslegi e bestiali dallo stato ferinoil qualesi divora il tutto degli uominiperché non lasciano essinulla di sé nella loro posterità. Onde poi la verga fuadoperata da' maghisulla vana credenza che con quella sirisuscitassero i morti; e 'l pretore romano con la bacchetta battevasulla spalla gli schiavi e gli faceva divenir liberiquasi conquella gli faceva ritornar da morte in vita. Se non pure i maghistregoni usano la verga nelle loro stregoneriech'i maghi sappientidi Persia avevan usato per la divinazion degli auspìci: ondealla verga fu attribuita la divinitàe fu dalle nazionitenuta per dio e che facesse miracolicome Trogo Pompeo ce n'accertaappresso il suo breviatore Giustino.

Quest'infernoè guardato da Cerberodalla sfacciatezza canina d'usar lavenere senza vergogna d'altrui. È Cerbero trifaucecioèd'una sformata golacol superlativo del "tre" ch'abbiamopiù volte sopra osservatoperchécome l'Orcotuttodivora; euscito sopra la terrail sole ritorna indietro (esalitosulle città eroichela luce civil degli eroi ritorna allanotte civile).

Nelfondo di tal inferno scorre il fiume Tartarodove si tormentano idannati: Issione a girar la ruotaSisifo a voltar il sassoTantaloa morirsi e di fame e di setecome si sono sopra queste favole tuttespiegate; e 'l fiume dove brucian di sete è lo stesso fiume"senza contento"ché tanto Acheronte e Flegetontesignificano. In quest'inferno poiper ignorazione di cosefuronogittati da' mitologi e Tizio e Prometeo: ma costoro furon in cieloincatenati alle rupia' quali divora le viscere l'aquila che volane' monti (la tormentosa superstizion degli auspìcich'abbiamo sopra spiegati).

Lequali favole tutte poscia i filosofi ritruovaron acconcissime ameditarvi e spiegare le loro cose morali e metafisiche; e se ne destòPlatone ad intendere le tre pene divineche solamente danno gli dèie non possono dare gli uomini: la pena dell'obbliodell'infamia e irimorsi co' quali ci tormenta la rea coscienza; e cheper la viapurgativa delle passioni dell'animole quali tormentano gli uomini(ch'esso intende per l'inferno de' poeti teologi)si entra nella viaunitivaper dove va ad unirsi la mente umana con Dio per mezzo dellacontemplazione dell'eterne divine cose (la qual egli interpetra averinteso i poeti teologi coi lor Elisi).

Macon idee tutte diverse da queste morali e metafisiche (perocchéi poeti teologi l'avevano detto con idee politichecom'era loronecessario naturalmente di faresiccome quelli che fondavanonazioni)scesero nell'inferno tutti i gentili fondatori de' popoli.Scesevi Orfeoche fondò la nazion greca; evietatonelsalirnedi voltarsi indietrovoltandosiperde la sua moglieEuridice (ritorna all'infame comunion delle donne). Scesevi Ercole(ch'ogni nazione ne racconta uno da cui fusse stata fondata)escesevi per liberar Teseoche fondò Ateneil quale vi erasceso per rimenarne Proserpinach'abbiamo detto essere la stessa cheCerere (per riportarne il seminato frumento in biade). Mapiùspiegatamente di tuttiappressoVirgilio (il quale nei primi seilibri dell'Eneide canta l'eroe politiconegli altri restantisei canta l'eroe delle guerre)con quella sua profonda scienzadell'eroiche antichitànarra ch'Eneacon gli avvisi e con lacondotta della Sibilla cumanadelle quali dicemmo ch'ogni nazionegentile n'ebbe unae ce ne sono giunte nominate pur dodici (talchévuol dire con la divinazioneche fu la sapienza volgare dellagentilità)con sanguinosa religione pio (di quella pietàche professarono gli antichissimi eroi nella fierezza ed immanitàdella loro fresca origine bestiale che sopra sì èdimostrata)sagrifica il socio Miseno (come pure abbiam sopra dettoper lo diritto crudele che gli eroi ebbero sopra i lor primi socich'abbiamo ancor ragionato)si porta nell'antica selva (qual era laterra dappertutto incolta e boscosa)gitta il boccone sonnifero aCerbero e l'addormenta (ch'Orfeo aveva addormentato col suono dellasua lirache sopra a tante pruove abbiamo truovato esser la legge;ed Ercole incatenò col nodo con cui avvinse Anteo nellaGreciacioè con la prima legge agrariain conformitàdi ciò che se n'è sopra detto); per la cui insaziabilfame Cerbero fu finto trifauce - d'una vastissima gola - colsuperlativo del trecome si è sopra spiegato. CosìEnea scende nell'inferno (che truovammo dapprima non piùprofondo dell'altezza de' solchi)e a Dite (dio delle ricchezzeeroichedell'oro poeticodel frumento; il quale Dite lo stesso fuche Plutoneche rapì Proserpinache fu la stessa che Cererela dea delle biade) presenta il ramo d'oro (ove il gran poeta lametafora delle poma d'oroche sopra truovammo essere le spighe delgranoporta più innanzi al ramo d'oroalle messe). Ad un talramo svelto succede l'altro (perché non proviene la secondaraccolta senonsé l'anno dopo essersi fatta la prima); ch'ovegli dèi si compiaccionovolentieri e facile siegue la mano dichi l'afferraaltrimente non si può svellere con niuna forzadel mondo (perché le biadeove Dio voglianaturalmenteprovengono; ove non vogliacon niuna umana industria si possonraccogliere). Quindiper mezzo dell'infernosi porta ne' CampiElisi (perché gli eroicon lo star fermi ne' campi coltimorti poi godevanocon le seppolturela pace eternacom'abbiamosopra spiegato)e quivi egli vede i suoi antenati e vegnenti (perchécon la religione delle seppolturech'i poeti dissero "inferno"come sopra si è pur vedutosi fondarono le prime geanologiedalle quali pur sopra si è detto aver incominciato la storia).

Laterra da' poeti teologi fu sentita con la guardia de' confiniond'ella ebbe sì fatto nome di "terra". La qualorigin eroica serbaron i latini nella voce "territorium"che significa "distretto"da ivi dentro esercitarel'imperio; checon errorei latini gramatici credono esser detto a"terrendo" de' littoriche col terrore de' fascifacevano sgombrare la follaper far largo a' maestrati romani. Main que' tempi che nacque la voce "territorium"nonvi era troppa folla in Romachein dugencinquant'anni di regnoella manomise più di venti popoli e non distese più diventi miglia l'imperiocome sopra l'udimmo dir da Varrone. Peròl'origine di tal voce è perché tali confini di campicoltidentro i quali poi sursero gl'imperi civilierano guardati daVesta con sanguinose religionicome si è sopra vedutoovetruovammo tal Vesta de' latini esser la stessa che Cibele oBerecintia de' greciche va coronata di torrio sia di terre fortidi sito. Dalla qual corona cominciò a formarsi quello che sidice "orbis terrarum"cioè "mondo dellenazioni"che poi da' cosmografi fu ampliato e detto "orbismundanus" ein una parola"mundus"ch'è'l mondo della natura.

Cotalmondo poetico fu diviso in tre regniovvero in tre regioni: una diGiove in cielo; l'altra di Saturno in terra; la terza di Plutonenell'infernodetto Ditedio delle ricchezze eroichedel primo orodel frumentoperché i campi colti fanno le vere ricchezze de'popoli.

Cosìformossi il mondo de' poeti teologi di quattro elementi civilichepoi furono da' fisici appresi per naturalicome poco piùsopra si è detto: cioè di Giove ovvero l'ariadiVulcano o sia il fuocodi Cibele ovvero la terra e di Dianainfernale o sia l'acqua. Perché Nettunno tardi da' poeti fuconosciutoperchécome si è sopra dettole nazionitardi scesero alle marine; e fu detto Oceano ogni mare di prospettointerminato che cingesse una terrache si dice "isola"come Omero dice l'isola Eolia circondata dall'Oceano: dal qualeOceano dovettero venire ingravidate da Zefirovento occidentale diGreciacome quindi a poco dimostreremole giumente di Resoene'lidi del medesimo Oceanopur da Zefiro nati i cavalli d'Achille.Doppoi geografi osservarono tutta la terracom'una grand'isolaesser cinta dal maree chiamarono tutto il mare che cinge la terra"oceano".

Quivifinalmentecon l'idea con la quale ogni brieve proclive era detto"mundus" (onde sono quelle frasi: "in mundoest""in proclivi est"per dir "egliè facile"ed appresso tutto ciò che mondapulisce e raffazzona una donna si disse "mundus muliebris")poi che s'intese la terra e 'l cielo essere di figura orbicolarech'in ogni parte della circonferenza verso ogni parte èproclivee che l'oceano d'ogn'intorno la bagnae che 'l tutto èadorno d'innumerabilivariediverse forme sensibiliquest'universofu detto "mundus"del qualecon bellissimo sublimetrasportola natura s'adorna.





IX- DELL'ASTRONOMIA POETICA 



1.

Questosistema mondano egli durava a' tempi d'Omero alquanto spiegato piùil quale nell'Iliade narra sempre gli dèi allogati sulmonte Olimpoe udimmo che fa dire dalla madre Teti ad Achille chegli dèi eran iti da Olimpo a banchettare in Atlante. Sicchégli più alti monti della terra dovetter a' tempi d'Omero essercreduti le colonne che sostenessero il cielosiccome Abila e Calpenello stretto di Gibilterra ne restaron dette "colonned'Ercole"il quale succedette ad Atlantestanco di piùsostenere sopra i suoi ómeri il cielo.



2.DIMOSTRAZIONE ASTRONOMICA FISICO-FILOLOGICA DELL'UNIFORMITÀDE' PRINCÌPI IN TUTTE L'ANTICHE NAZIONI GENTILI

Mal'indiffinita forza delle menti umane spiegandosi vieppiùela contemplazione del cielo affin di prender gli augùriobbligando i popoli a sempre osservarlonelle menti delle nazionialzossi più in suso il cieloe col cielo alzaronsi piùin suso e gli dèi e gli eroi. Qui ci giovinoper loritruovamento dell'astronomia poeticafar uso di queste treerudizioni filologiche: la primache l'astronomia nacque al mondodalla gente caldea; la secondach'i fenici portarono da' caldei agliegizi la pratica del quadrante e la scienza dell'elevazione del polo;la terzache i feniciche 'l dovettero aver appreso innanzi daglistessi caldeiportarono a' greci i dèi affissi alle stelle.Con queste tre filologiche erudizioni si compongano queste duefilosofiche verità: unacivileche le nazionise non sonoprosciolte in una ultima libertà di religione (lo che nonavviene se non nella lor ultima decadenza)sono naturalmenterattenute di ricevere deitadi straniere; l'altrafisicacheper uninganno degli occhile stelle erranti più grandi ci sembranodelle fisse.

Postii quali princìpidiciamo che appo tutte le nazioni gentili ed'Oriente e di Egitto e di Grecia (e vedremo anco del Lazio) nacqueda origini volgari uniformi l'astronomiaper tal allogamentouniformecon essere gli dèi saliti ai pianeti e gli eroiaffissi alle costellazioniperché l'erranti paiono grandimolto più delle fisse. Onde i fenici truovarono tra greci giàgli dèi apparecchiati a girar ne' pianeti e gli eroi acomporre le costellazionicon la stessa facilità con la qualei greci gli ritruovarono poi tra' latini; ed è da dirsi suquesti esempli ch'i feniciquale tra' grecitale ancora truovaronosì fatta facilità tra gli egizi. In cotal guisaglieroie i geroglifici significanti o le loro ragioni o le lorimpresee buon numero degli dèi maggiori furono innalzati alcielo e apparecchiati per l'astronomia addottrinata di dar allestelleche innanzi non avevano nomicom'a loro materiala formacosì degli astrio sia delle costellazionicome deglierranti pianeti.

Cosìcominciando dall'astronomia volgarefu da' primi popoli scritta incielo la storia de' loro dèide' lor eroi. E ne restòquest'eterna propietà: che materia degna d'istoria sienomemorie d'uomini piene di divinità o d'eroismoquelle peropere d'ingegno e di sapienza ripostaqueste per opere di virtùe di sapienza volgare; siccome la storia poetica diede agli astronomiaddottrinati i motivi di dipignere nel cielo gli eroi e i geroglificieroici più con questi che con quelli gruppi di stellee piùin queste che 'n quelle parti del cieloe più a questa che aquella stella errante di attaccarvi gli dèi maggioricoi nomide' quali poi ci sono venuti detti i pianeti.

Eper parlar alcuna cosa più de' pianeti che dellecostellazionicertamente Dianadea della pudiciziaserbata ne'concubiti nozzialiche tutta tacita di notte si giace con gliEndimioni dormentifu attaccata alla lunache dà lume allanotte.

Veneredea della bellezza civileattaccata alla stella errante piùridentegaia e bella di tutte. Mercuriodivino araldovestito dicivil lucecon tante ali (geroglifici di nobiltà)dellequali va ornato (mentre porta la legge agraria a' sollevati clienti)è allogato in un'erranteche tutta di raggi solari ècovertatalché di rado è veduta. Apollodio d'essaluce civile (onde "incliti" si dicon gli eroi)attaccatoal solefonte della luce naturale. Martesanguinosoad una stelladi somigliante colore. Giovere e padre degli uomini e degli dèisuperior a tutti e inferior a Saturnocheperch'è padre e diGiove e del Tempocorre lo più lungo anno di tutti gli altripianeti: talché mal gli convengono l'alisecon allegoriasforzatavogliano significare la velocità d'esso tempopoiché corre più tardo di tutti i pianeti il suo anno;ma le si portò in cielo con la sua falcein significazionenon di mietere vite d'uominima mieter biadecon le quali gli eroinumeravano gli annie che i campi colti erano in ragion degli eroi.Finalmente i pianeti coi carri d'oro (cioè di frumento)co'quali andavano in cielo quand'era in terraora girano l'orbite lorassegnate.

Perlo che tutto qui ragionato hassi a dire che 'l predominiodegl'influssiche sono credute avere sopra i corpi sublunari e lefisse e l'errantiè stato lor attribuito da ciò in chee gli dèi e gli eroi prevalsero quand'eran in terra. Tantoessi dipendono da naturali cagioni!





X- DELLA CRONOLOGIA POETICA



1.

Inconformità di cotal astronomia diedero i poeti teologigl'incominciamenti alla cronologia. Perché quel Saturnocheda' latini fu detto a "satis"da' seminatie fuda' greci detto Chrónos (appo i quali chrónossignifica il tempo)ci dà ad intendere che le prime nazioni(le quali furono tutte di contadini) incominciarono a noverare glianni con le raccolte ch'essi facevano del frumento (ch'èl'unica o almeno la maggior cosa per la quale i contadini travaglianotutto l'anno)eprima mutoledovetteroo con tante spighe o puretanti fili di pagliafar tanti atti di mietere quanti anni volevanessi significare. Onde sono appo Virgilio (dottissimo quant'altri maidell'eroiche antichità) prima quell'espressione infelice econ somma arte d'imitazioneinfelicemente contortaper ispiegarel'infelicità de' primi tempi a spiegarsi:

Postaliquot mea regna videns mirabor aristas

perdire "post aliquot annos"; poi quellacon alquantodi maggior spiegatezza:

Tertiamessis erat.

Siccomefin oggi i contadini toscaniin una nazione la più riputatain pregio di favellare che sia in tutta Italiainvece di dire "treanni"per esemplodicono "abbiamo tre volte mietuto".E i romani conservarono questa storia eroicache si ragiona quidell'anno poetico che significavasi con le messii quali la curadell'abbondanza principalmente del grano dissero "annona".

QuindiErcole fucci narrato fondatore dell'olimpiadicelebre epoca de'tempi appo i greci (da' quali abbiamo tutto ciò ch'abbiamodell'antichità gentilesche)perch'egli diede il fuoco alleselve per ridurle a terreni da seminaonde furon raccolte le messicon le quali dapprima si numeravano gli anni. E tali giuochi dovetterincominciar da' nemeiper festeggiare la vittoria che riportòdel lione nemeo vomitante fuocoche noi sopra abbiamo interpetratoil gran bosco della terraal qualappreso con l'idea d'un animalefortissimo (tanta fatiga vi bisognò per domarla!)diederonome di "lione": il quale poi passò al piùforte degli animalisiccome sopra si è ragionato ne' Princìpidell'armi gentilizie; ed al Lione fu dagli astronomi assegnatanel zodiaco una casaattaccata a quella d'Astreacoronata dispighe. Questa è la cagione onde nei circi si vedevano spessisimulacri di lionisimulacri del sole; si vedevano le mete con incima le uovache dovetter esser dapprima mete di granoe i luciovvero gli occhi sboscatiche sopra si ragionarono de' giganti: dovepoi gli astronomi ficcarono la significazione della figura ellitticache descrive in un anno il solecol cammino che fa per l'eclittica;la quale significazione sarebbe stata più acconcia a Maneto didar all'uovo che porta in bocca lo Cnefoche quella che significassela generazione dell'universo.

Peròcon la teogonia naturale sopra qui ragionata si determina da noi lascorsa de' tempine' qualiall'occasioni di certe prime necessitào utilità del gener umanoche dappertutto incominciòdalle religioni (la quale scorsa è l'età degli dèi)ella deve almeno aver durato novecento anni da che tralle nazionigentili incominciarono i Giovio sia dal tempo che 'ncominciòa fulminar il cielo dopo l'universale diluvio. E i dodici dèimaggioriincominciando da Giovedentro questa scorsa a' loro tempifantasticatisi pongano per dodici minute epocheda ridurvi acertezza de' tempi la storia poetica. Comeper cagion d'esemploDeucalioneche dalla storia favolosa si narra immediatamente dopo ildiluvio e i gigantiche fonda con la sua moglie Pirra le famiglieper mezzo del matrimoniosia egli nato nelle fantasie grechenell'epoca di Giunonedea delle nozze solenni. Ellenoche fonda lagreca lingua eper tre suoi figliuolila ripartisce in tredialettinacque nell'epoca d'Apollodio del cantodal cui tempodovette incominciare la favella poetica in versi. Ercoleche fa lamaggior fatiga d'uccider l'idra o 'l lione nemeo (o sia di ridurre laterra a campi da semina)e ne riporta da Esperia le poma d'oro (lemessich'è impresa degna di storia; non gli aranci diPortogallofatto degno di parasito)si distinse nell'epoca diSaturnodio de' seminati. Così Perseo dee essersi fattochiaro nell'epoca di Minervao sia degli già nati impericivilipoich'ha caricato lo scudo del teschio di Medusach'èlo scudo d'essa Minerva. E deveper finirlaOrfeo esser nato dopol'epoca di Mercuriochecol cantar alle fiere greche la forza deglidèi negli auspìcide' quali avevano la scienza glieroiristabilisce le nazioni greche eroiche ed al "tempoeroico" ne diede il vocaboloperché in tal tempoavvennero siffatt'eroiche contese. Onde con Orfeo fioriscono LinoAnfioneMuseo ed altri poeti eroi; de' quali Anfionede' sassi(come restonne a' latini "lapis" per dir "balordo":degli scempi plebei)innalza le mura di Tebe dopo trecento annich'avevala Cadmo fondata; appunto come da un trecento anni dopo lafondazione di Roma egli avvenne che Appionipote del decemvirocomealtra volta sopra abbiam dettola plebe romanache "agitabatconnubia more ferarum" (che sono le fiere d'Orfeo)cantandole la forza degli dèi negli auspìci (de' qualiavevano la scienza i nobili)riduce in ufizioe ferma lo Statoromano eroico.

Oltracciòqui si deon avvertire quattro spezie d'anacronismicontenute sottoil generech'ogniun sadi tempi prevertiti e posposti. La prima èdi tempi vuoti di fatti de' quali debbon esser ripieni; come l'etàdegli dèinella quale abbiamo truovato quasi tutte l'originidelle cose umane civilie al dottissimo Varrone corre per "tempooscuro". La seconda è di tempi pieni di fatti de' qualidebbon esser vuoti; come l'età degli eroiche corre perdugento anniesulla falsa oppenione che le favole fussero stateritruovati di getto de' poeti eroicie sopra tutti di Omeros'empiedi tutti i fatti dell'età degli dèii quali da questain quella si devono rovesciare. La terza è di tempi uniti chesi devon dividereacciocché nella vita d'un solo Orfeo laGrecia da fiere bestie non sia portata al lustro della guerratroiana; ch'era quel gran mostro di cronologia che facemmo vederenell'Annotazioni alla Tavola cronologica. La quarta ed ultimaè di tempi divisi che debbon esser uniti; come le coloniegreche menate in Sicilia ed in Italia più di trecento annidopo gli error degli eroile quali vi furono menate con gli errori eper gli errori de' medesimi eroi.

 

2.CANONECRONOLOGICO PER DAR I PRINCÌPI ALLA STORIA UNIVERSALECHEDEONO PRECORRERE ALLA MONARCHIA DI NINODALLA QUAL ESSA STORIAUNIVERSALE INCOMINCIA.

Inforza adunque alla detta teogonia naturaleche n'ha dato la dettacronologia poetica ragionatae con la scoverta delle anzidettespezie d'anacronismi notati sopra essa storia poeticaoraper dar iprincìpi alla storia universaleche deon precorrere allamonarchia di Ninodalla qual essa storia universale incominciastabiliamo questo canone cronologico: che dalla dispersione del generumano perduto per la gran selva della terrache 'ncominciò afarsi dalla Mesopotamia (come tralle Degnità n'abbiamofatta una discreta domanda)per la razza empia di Sem nell'Asiaorientale soli cento annie dugento per l'altre due di Cam e Giafetnelle restanti parti del mondovi corsero di divagamento ferino. Dachecon la religione di Giove (che tantisparsi per le primenazioni gentilici appruovaronosopral'universale diluvio)incominciarono i principi delle nazioni a fermarsi in ciaschedunaterradove per fortuna dispersi si ritruovavanovi corsero inovecento anni dell'età degli dèinel cui fine -perché quelli si erano per la terra dispersi per cercar pascoed acquache non si truovano ne' lidi del marele nazioni si eranfondate tutte mediterranee - dovettero scender alle marine; onde sene destò in mente de' greci l'idea di Nettunnoche truovammol'ultima delle dodici maggiori divinità; e cosìtra'latinidall'età di Saturnoo sia secolo dell'oro del Laziovi corsero da novecento anni che Anco Marzio calasse al mare aprendervi Ostia. Finalmente vi corsero i dugento anni ch'i grecinoverano del secolo eroicoch'incomincia da' corseggi del reMinosseséguita con la spedizione navale che fece Giasone inPontos'innoltra con la guerra troiana e termina con gli error deglieroi fin al ritorno d'Ulisse in Itaca. Tanto che Tirocapitale dellaFeniciasi dovette portare da mezzo terra a lidoe quindi inun'isola vicina del mar fenicioda più di mille anni dopo ildiluvio; ed essendo già ella celebreper la navigazione e perle colonie sparse nel Mediterraneo e fin fuori nell'Oceanoinnanzial tempo eroico de' grecivien ad evidenza pruovato che nell'Orientefu il principio di tutto il gener umanoe che prima l'error ferinoper gli luoghi mediterranei della terradipoi il diritto eroico eper terra e per marefinalmente i traffichi marittimi de' fenicisparsero le prime nazioni per le restanti parti del mondo. I qualiprincìpi della commigrazione de' popoli (conforme neproponemmo una Degnità) sembrano più ragionatidi quelli i quali Wolfango Lazio n'ha immaginati.

Orper lo corso uniforme che fanno tutte le nazioniil quale si èsopra pruovato coll'uniformità degli dèi innalzati allestellech'i fenici portarono dall'Oriente in Grecia e in Egittohassi a dire che altrettanto tempo corse a' caldei d'aver essiregnato nell'Orientetalché da Zoroaste si fusse venuto aNinoche vi fondò la prima monarchia del mondoche fu quellad'Assiria; altrettanto che da Mercurio Trimegisto si venisse aSesostrideo sia il Ramse di Tacitoche vi fondò unamonarchia pur grandissima. Eperch'erano entrambe nazionimediterraneevi dovettero da' governi diviniper gli eroiciequindi per la libertà popolareprovenire le monarchiech'èl'ultimo degli umani governiacciocché gli egizi costinonella loro divisione degli tre tempi del mondo scorsi loro dinanzi.Perchécome appresso dimostreremola monarchia non puònascere che sulla libertà sfrenata de' popolialla quale gliottimati vanno nelle guerre civili ad assoggettire la loro potenza;la qual poidivisa in menome parti tra' popolifacilmenterichiamano tutta a sé coloro checol parteggiare la popolarlibertàvi surgono finalmente monarchi. Ma la Feniciaperchénazione marittimaper le ricchezze de' traffichi si dovette fermarenella libertà popolarech'è 'l primo degli umanigoverni.

Cosìcon l'intendimentosenz'uopo della memoriala quale non ha che fareov'i sensi non le somministrano i fattisembra essersi supplita lastoria universale ne' suoi princìpi e dell'antichissimo Egittoe dell'Orientech'è dell'Egitto più anticoein essoOrientei princìpi della monarchia degli assiri; la qualefinorasenza il precorso di tante e sì varie cagioniche ledovevano precedere per provenirvi la forma monarchicach'èl'ultima delle tre forme de' governi civiliesce sulla storia tuttanata ad un trattocome nascepiovendo l'estàuna ranocchia.

Inquesta guisa la cronologia ella ci vien accertata de' suoi tempi colprogresso de' costumi e de' fattico' quali ha dovuto camminare ilgener umano. Perchéper una Degnità soprapostaella qui ha incominciato la sua dottrina dond'ebbeincominciamento la sua materia: da ChrónosSaturno(onde da' greci fu detto chrónos il tempo)numeratoredegli anni con le raccoltee da Uraniacontemplatrice del cieloaffin di prender gli augùrie da Zoroastecontemplatoredegli astri per dar gli oracoli dal tragitto delle stelle cadenti(che furon i primi mathématai primi theorématale prime cose sublimi o divine che contemplarono ed osservaron lenazionicome si è sopra detto); e poicol salire Saturnonella settima sferaindi Urania divenne contemplatrice de' pianeti edegli astrie i caldeicon l'agio delle lor immense pianuredivennero astronomi ed astrolaghicol misurarne i lor moti econtemplarne i di lor aspettied immaginarne gl'influssi sopra icorpi che dicono "sublunari" ed ancovanamentesopra lelibere volontà degli uomini. Alla qual scienza restaron iprimi nomiche l'erano stati dati con tutta propietà: uno di"astronomia" o sia scienza delle leggi degli astril'altrodi "astrologia" o sia scienza del parlare degli astril'uno e l'altro in significato di "divinazione"come daque' "teoremi" funne detta "teologia" la scienzadel parlar degli dèi ne' lor oracoliauspìci e augùri.Ondefinalmentela mattematica scese a misurare la terrale cuimisure non si potevan accertare che da quelle dimostrate del cieloela prima e principale sua parte si portò il propio nomecolqual è detta "geometria".

Perchéadunquenon ne incominciarono la dottrina donde aveva incominciatola materia ch'essi trattavano - perché incominciano dall'annoastronomicoil qualecome sopra si è dettonon nacquetralle nazioni che dopo almeno un mille annie che non potevaaccertargli d'altro che delle congiunzioni ed opposizioni che lecostellazioni e i pianeti si avessero fatti nel cieloma nulla dellecose che con proseguito corso fussero succedute qui in terra (nelloche andò a perdersi il generoso sforzo di Piero cardinald'Alliac)- perciò tanto poco han fruttato a pro de' princìpie della perpetuità della storia universale (de' quali dopoessi tuttavia pur mancava) i due maravigliosi ingegnicon la lorostupenda erudizioneGiuseppe Giusto Scaligero nella sua Emendazionee Dionigi Petavio nella sua Dottrina de' tempi.

 

 

XI- DELLA GEOGRAFIA POETICA.



1.

Orci rimane finalmente di purgare l'altr'occhio della storia poeticach'è la poetica geografiala qualeper quella propietàdi natura umanache noi noverammo tralle Degnitàche"gli uomini le cose sconosciute e lontaneov'essi non ne abbianavuto la vera idea o la debbano spiegar a chi non l'hale descrivonoper somiglianze di cose conosciute e vicine"ellanelle sueparti ed in tutto il suo corponacque con picciol'idee dentro lamedesima Greciaecoll'uscirne i greci poi per lo mondos'andòampliando nell'ampia forma nella qual ora ci è rimastadescritta. E i geografi antichi convengono in questa veritàma poi non ne sepper far uso; i quali affermano che le antichenazioniportandosi in terre straniere e lontanediedero i nominatii alle cittàa' montia' fiumicolli di terrastrettidi mareisole e promontori.

Nacqueroadunqueentro Grecia la parte orientaledetta Asia o India;l'occidentaledetta Europa o Esperia; il settentrionedetto Traciao Scizia; il mezzodìdetto Libia o Mauritania; e furono cosìappellate le parti del mondo co' nomi delle parti del picciol mondodi Grecia per la simiglianza de' sitich'osservaron i greci inquellea riguardo del mondosimili a questea riguardo di Grecia.Pruova evidente di ciò sieno i vènti cardinaliiqualinella loro geografiaritengono i nomi che dovetterocertamente avere la prima volta dentro essa Grecia: talché legiumente di Reso debbono ne' lidi dell'Oceano (qual or or vedremodetto dapprima ogni mare d'interminato prospetto) essere stateingravidate da Zefirovento occidentale di Grecia; e pur ne' lididell'Oceano (nella prima significazionela quale testé si èdetta) devon essere da Zefiro generati i cavalli d'Achille; come legiumente d'Erictonio dic'Enea ad Achille essere state ingravidate daBoreadal vento settentrionale della Grecia medesima. Questa veritàde' vènti cardinali ci è confermata in un'immensadistesa: che le menti grechein un'immensa distesa spiegandosidalloro monte Olimpodove a' tempi d'Omero se ne stavano i dèidiedero il nome al cielo stellatoche gli restò.

Postiquesti princìpialla gran penisola situata nell'oriente diGrecia restò il nome d'Asia minorepoi che ne passò ilnome d'"Asia" in quella gran parte orientale del mondoch'Asia ci restò detta assolutamente. Per lo contrarioessaGreciach'era occidente a riguardo dell'Asiafu detta "Europa"che Giovecangiato in tororapì: poi il nome d'"Europa"si stese in quest'altro gran continente fin all'oceano occidentale.Dissero "Esperia" la parte occidentale di Greciadovedentro la quarta parte dell'orizonte sorge la sera la stella Espero;poi videro l'Italia nel medesimo sitoma molto maggiore di quella diGreciae la chiamaron "Esperia magna"; si steserofinalmente nella Spagna nel medesimo sitoe la chiamaron "Esperiaultima". I greci d'Italiaal contrariodovettero chiamar"Ionia" la parte a lor riguardo orientale di Greciaoltramaree restonne il nometra l'una e l'altra Greciadi "marIonio": poiper la somiglianza del sito delle due Grecienatiaed asiaticai greci natii chiamaron "Ionio" la parte a lorriguardo orientale dell'Asia minore. E dalla prima Ionia èragionevole che fusse in Italia venuto Pittagora da Samounadell'isole signoreggiate da Ulissenon da Samo dell'Ionia seconda.

DallaTracia natia venne Marteche fu certamente deità greca; equindi dovette venir Orfeoun de' primi poeti greci teologi.

DallaScizia greca venne Anacarsiche lasciò in Grecia gli oracolisciticiche dovetter esser simili agli oracoli di Zoroaste (chebisognò fusse stata dapprima una storia d'oracoli)ondeAnacarsi è stato ricevuto tra gli antichissimi dèifatidici: i quali oracoli dall'impostura poi furono trasportati indogmi di filosofia; siccome gli Orfici ci furon supposti versifatti da Orfeoi qualicome gli oracoli di Zoroastenulla sanno dipoetico e danno troppo odore di scuola platonica e pittagorica.Perciò da questa Sciziaper gl'iperborei natiidovetterovenir in Grecia i due famosi oracoli delfico e dodoneocome nedubitammo nell'Annotazioni alla Tavola cronologica; per cheAnacarsi nella Sciziacioè tra questi iperborei natii diGreciavolendo ordinare l'umanità con le greche leggifunneucciso da Cadvidosuo fratello: tanto egli profittò nellafilosofia barbaresca dell'Ornioche non seppe ritruovarglieledappersé! Per le quali ragioniquindidovett'essere purscita Abatiche si dice avere scritto gli oracoli sciticiche nonpoteron esser altri che gli detti testé d'Anacarsi; e gliscrisse nella Scizianella quale Idanturamolto tempo venuto doposcriveva con esse cose: onde necessariamente è da credersiessere stati scritti da un qualche impostore de' tempi dopo esserestate introdutte le greche filosofie. E quindi gli oracoli d'Anacarsidalla boria de' dotti furono ricevuti per oracoli di sapienzaripostai quali non ci son pervenuti.

Zamolscifu geta (come geta fu Marte)il qualal riferire d'Erodotoportòa' greci il dogma dell'immortalità dell'anima.

Cosìda alcun'India greca dovette Bacco venire dall'indico Orientetrionfatore (da alcuna greca terra ricca d'oro poetico)e Bacco netrionfa sopra un carro d'oro (di frumento); onde lo stesso èdomatore di serpenti e di tigriqual Ercole d'idre e lionicome siè sopra spiegato.

Certamenteil nomeche 'l Peloponneso serba fin a' nostri dìdi "Morea"troppo ci appruova che Perseoeroe certamente grecofece le sueimprese nella Mauritania natia; perché 'l Peloponneso tal èper rapporto all'Acaia qual è l'Affrica per rapportoall'Europa. Quindi s'intenda quanto nulla Erodoto seppe delle suepropie antichità (come gliene riprende Tucidide)il qualenarra ch'i mori un tempo furono bianchiquali certamente erano imori della sua Greciala quale fin oggi si dice "Morea bianca".

Cosìdev'esser avvenuto che dalla pestilenza di questa Mauritania avesseEusculapio con la sua arte preservato la sua isola di Coo; che se ladoveva preservare da quella de' popoli di Maroccoegli l'arebbedovuto preservare da tutte le pestilenze del mondo.

Incotal Mauritania dovett'Ercole soccombere al peso del cieloche 'lvecchio Atlante era già stanco di sostenere: che dovettedapprima dirsi così il monte Atocheper un collo di terrache Serse dappoi foròdivide la Macedonia dalla Traciae virestò pur quivitralla Grecia e la Traciaun fiume appellatoAtlante; poscianello stretto di Gibilterraosservati i monti Abilae Calpe così per uno stretto di mare dividere l'Affricadall'Europafurono dette da Ercole ivi piantate colonnechecomeabbiamo sopra dettosostenevano il cieloe 'l monte nell'Affricaquivi vicino fu detto "Atlante". E 'n cotal guisa puòfarsi verisimile la risposta ch'appo Omero fa la madre Teti adAchille: che non poteva portare la di lui querela a Gioveperch'erada Olimpo ito con gli altri dèi a banchettare in Atlante(sull'oppenioneche sopra abbiam osservatoche gli dèi se nestassero sulle cime degli altissimi monti); chése fussestato il monte Atlante nell'Affricaera troppo difficile a credersiquando il medesimo Omero dice che Mercurioquantunque alatodifficilissimamente pervenne nell'isola di Calipsoposta nel marFenicioch'era molto più vicino alla Grecia che non lo regnoch'or dicesi di Marocco.

Cosìdall'Esperia greca dovett'Ercole portare le poma d'oro nell'Atticaove furono pure le ninfe esperidi (ch'eran figliuole d'Atlante)chele serbavano.

Cosìl'Eridanodove cadde Fetontedev'essere statonella Tracia grecail Danubio che va a mettere nel mar Eusino: poiosservato da' greciil Pochecome il Danubioè l'altro fiume al mondo checorre da occidente verso orientefu da essi il Po detto "Eridano"e i mitologi fecero cader Fetonte in Italia. Ma le cose della storiaeroica solamente grecae non dell'altre nazionifurono affisse allestelletralle quali è l'Eridano.

Finalmenteusciti i greci nell'Oceanovi distesero la brieve idea d'ogni mareche fosse d'interminato prospetto (onde Omero diceva l'isola Eoliaesser cinta dall'Oceano) econ l'ideail nomech'or significa ilmare che cinge tutta la terrache si crede esser una grand'isola. Esi ampliò all'eccesso la potestà di Nettunnochedall'abisso dell'acqueche Platone pose nelle di lei viscereeglicol gran tridente faccia tremare la terra: i rozzi princìpidella qual fisica sono stati sopra da noi spiegati.

Taliprincìpi di geografia assolutamente possono giustificar Omerodi gravissimi erroriche gli sono a torto imputati.

I.

Ch'ilotofagi d'Omeroche mangiavano cortecce d'una pianta ch'èdetto "loto"fussero stati più viciniove dice cheUlisse da Malea a' lotofagi pose un viaggio di nove giorni: che sesono i lotofagiquali restaron dettifuori dello stretto diGibilterradoveva in nove giorni far un viaggio impossibilenonchédifficile a credersi: il qual errore gli è notato daEratostene.

II.

Ch'ilestrigonia' tempi d'Omerofussero stati popoli di essa Greciach'ivi avessero i giorni più lunghinon quelli che l'avesseropiù lunghi sopra tutti i popoli della terra; il qual luogoindusse Arato a porgli sotto il capo del Dragone. CertamenteTucididescrittore grave ed esattonarra i lestrigoni in Siciliache dovetter esser i popoli più settentrionali di quell'isola.

III.

Perquest'istessoi cimmeri ebbero le notti più lunghe sopratutti i popoli della Greciaperch'erano posti nel di lei piùalto settentrionee perciòper le loro lunghe nottifuronodetti abitare presso l'inferno (de' quali poi si portòlontanissimo il nome a' popoli abitatori della palude Meotide): equindi i cumaniperch'eran posti presso la grotta della Sibillacheportava all'infernoper la creduta somiglianza di sito dovetterodirsi "cimmeri". Perché non è credibile cheUlissemandato da Circe senz'alcun incantesimo (perchéMercurio gli aveva dato un segreto contro le stregonerie di Circecom'abbiamo sopra osservato)in un giorno fusse andato da' cimmeri iquali restarono così detti a vedere l'infernoe nello stessogiorno fusse ritornato da quella in Circeiora detto Monte Circelloche non è molto distante da Cuma.

Conquesti stessi princìpi della geografia poetica greca sipossono solvere molte grandi difficultà della storia anticadell'Orienteove son presi per lontanissimi popoliparticolarmenteverso settentrione e mezzodìquelli che dovettero dapprimaesser posti dentro l'Oriente medesimo.

Perchéquestoche noi diciamo della geografia poetica grecasi truova lostesso nell'antica geografia de' latini. Il Lazio dovette dapprimaessere ristrettissimochéper dugencinquanta anni di regnoRoma manomise ben venti popoli e non distese più che ventimigliacome sopra abbiam dettol'imperio. L'Italia fu certamentecircoscritta da' confini della Gallia cisalpina e da quelli di MagnaGrecia: poicon le romane conquistene distese il nomenell'ampiezza nella quale tuttavia dura. Così il mar Toscanodovett'esser assai picciolo nel tempo che Orazio Coclite solosostenne tutta Toscana sul ponte: poicon le vittorie romanesi èdisteso quanto è lunga questa inferior costa d'Italia.

Allastessa fatta e non altrimenteil primo Pontodove fece la suaspedizione navale Giasonedovett'essere la terra più vicinaall'Europada cui la divide lo stretto di mare detto Propontide; laqual terra dovette dar il nome al mar Ponticoche poi si distesedove più s'addentra nell'Asiaove fu poi il regno diMitridate: perché Eetapadre di Medeada questa stessafavola ci si narra esser nato in Calcidecittà d'Eubeaisolaposta dentro essa Greciala qual ora chiamasi Negropontochedovette dare il primo nome a quel mareil quale certamente Mar Neroci restò detto. La prima Creta dovett'esser un'isola dentroesso Arcipelagodov'è il labirinto dell'isole ch'abbiamosopra spiegatoe quindi dovette Minosse celebrare i corseggi sopragli ateniesi: poi Creta uscì nel Mediterraneoche ci restò.

Orcosì da' latini avendoci richiamati i greciessicon uscirper lo mondo (gli uomini boriosi)sparsero dappertutto la fama dellaguerra troiana e degli error degli eroicosì troianiqualid'Antenoredi Capid'Eneacome greciquali di MenelaodiDiomeded'Ulisse. Osservarono per lo mondo sparso un carattere difondatori di nazioni simigliante a quello del lor Ercole che fu dettotebanoe vi sparsero il nome del loro Ercolede' quali Varrone perle nazioni antiche noverò ben quarantade' quali il latinoafferma essere stato detto "dio Fidio". Così avvennecheper la stessa boria degli egizi (che dicevano il loro GioveAmmone essere lo più antico di tutti gli altri del mondoetutti gli Ercoli dell'altre nazioni aver preso il nome dal lor Ercoleegizioper due Degnità che se ne sono sopra propostesiccome quelli che con errore credevano essere la nazione piùantica di tutte l'altre del mondo)i greci fecero andar il lorErcole per tutte le parti della terrapurgandola de' mostriperriportarne solamente la gloria in casa.

Osservaronoesservi stato un carattere poetico di pastori che parlavano in versich'appo essi era stato Evandro arcade; e così Evandro venne daArcadia nel Lazioe vi ricevette ad albergo l'Ercole suo natioe viprese Carmenta in mogliedetta da' "carmi"da' versilaqual a' latini truovò le letterecioè le forme de'suoni che si dicono "articolati"che sono la materia de'versi. E finalmentein confermazione di tutte le cose qui detteosservarono tai caratteri poetici dentro del Lazioalla stessafattacome sopra abbiam vedutoche truovarono i loro cureti sparsiin Saturnia (o sia nell'antica Italia)in Creta ed in Asia.

Macome tali greche voci e idee sieno pervenute a' latini in tempisommamente selvaggine' quali le nazioni erano chiuse a stranieriquando Livio niega ch'a' tempi di Servio Tulliononché essoPittagorail di lui famosissimo nomeper mezzo a tante nazionidilingue e di costumi diverseavesse da Cotrone potuto giugner a Roma;per questa difficultà appunto noi sopra domandammo in unpostulatoperché ne portavamo necessaria congetturache vifusse stata alcuna città greca nel lido del Lazioe che poisi fusse seppellita nelle tenebre dell'antichitàla qualavesse insegnato a' latini le letterele qualicome narra Tacitofurono dapprima somiglianti alle più antiche de' greci. Lo cheè forte argomento ch'i latini ricevettero le lettere greche daquesti greci del Lazionon da quelli di Magna Greciae molto menodella Grecia oltramareco' quali non si conobbero che dal tempodella guerra di Tarantoche portò appresso quella di Pirro:perchéaltrimentei latini arebbono usato le lettere ultimede' grecie non ritenute le primeche furono l'antichissime greche.

Cosìi nomi d'Ercoled'Evandrod'Enea da Grecia entrarono nel Lazio perquesti seguenti costumi delle nazioni:

Primaperchésiccomenella loro barbarieamano i costumi loronatiicosìda che incominciano a ingentilirsicome dellemercatanzie e delle fogge stranierecosì si dilettano deglistranieri parlari; e perciò scambiarono il loro dio Fidio conl'Ercole de' grecieper lo giuramento natio "mediusfidius"introdusseo "mehercule""edepol""mecastor".

Dipoiper quella boriatante volte dettac'hanno le nazioni di vantarorigini romorose straniereparticolarmente ove ne abbian avuto da'loro tempi barbari alcun motivo di crederle (siccomenella barbarieritornataGian Villani narra Fiesole essere stata fondata daAtlantee che in Germania regnò un re Priamo troiano)perciòi latini volontieri sconobbero Fidiovero lor fondatoreper Ercolevero fondatore de' grecie scambiarono il carattere de' loro pastoripoeti con Evandro d'Arcadia.

Interzo luogole nazioniov'osservano cose straniereche non possonocertamente spiegare con voci loro natiedelle stranierenecessariamente si servono.

Quartoe finalmentes'aggiugne la propietà de' primi popolichesopra nella Logica poetica si è ragionatadi non saperastrarre le qualità da' subbiettienon sappiendoleastrarreper appellare le qualità appellavan essi subbietti.Di che abbiamo ne' favellari latini troppo certi argomenti.

Nonsapevano i romani cosa fusse lusso: poi che l'osservarono ne'tarantinidissero "tarantino" per "profumato".Non sapevano cosa fussero stratagemmi militari: poi che l'osservaronone' cartaginesigli dissero "punicas artes". Nonsapevano cosa fusse fasto: poi che l'osservarono ne' capovanidissero "supercilium campanicum" per dire "fastoso"o "superbo". Così Numa ed Anco furon "sabini"perché non sapevano dire "religioso"nel qualcostume eran insigni i sabini. Così Servio Tullio fu "greco"perché non sapevano dir "astuto"la qual ideadovettero mutoli conservare finché poi conobbero i greci dellacittà da essi vinta ch'or noi diciamo; e fu detto anco"servo"perché non sapevano dir "debole"che rillasciò il dominio bonitario de' campi a' plebei conportar loro la prima legge agrariacome sopra si èdimostratoonde forse funne fatto uccider da' padri: perchél'astuzia è propietà che siegue alla debolezzai qualicostumi erano sconosciuti alla romana apertezza e virtù. Chéinvero è una gran vergogna che fanno alla romana originee ditroppo offendono la sapienza di Romolo fondatorecoloro cheaffermano non aver avuto Roma dal suo corpo eroi da crearvi reinfino che dovette sopportare il regno d'un vil schiavo: onore chegli han fatto i critici occupati sugli scrittorisomiglianteall'altroche seguì appressochedopo aver fondato unpotente imperio nel Lazio e difesolo da tutta la toscana potenzahanfatto andar i romani come barbari eslegi per l'Italiaper la MagnaGrecia e per la Grecia oltramarecercando leggi da ordinare la lorolibertàper sostenere la riputazione alla favola della leggedelle XII Tavole venuta in Roma da Atene.



2.COROLLARIO DELLA VENUTA D'ENEA IN ITALIA

Pertutto lo fin qui ragionato si può dimostrare la guisa com'Eneavenne in Italia e fondò la gente romana in Albadalla qual iromani traggon l'origine: che una sì fatta città grecaposta nel lido del Lazio fusse città greca dell'Asiadove fuTroiasconosciuta a' romani finché da mezzo terra stendesserole conquiste nel mar vicino; ch'a far incominciarono da Anco Marzioterzo re de' romaniil quale vi die' principio da Ostiala cittàmarittima più vicina a Romatanto chequesta poscia adismisura ingrandendone fece finalmente il suo porto. E 'n cotalguisacome avevano ricevuto gli arcadi latinich'erano fuggiaschidi terracosì poi ricevettero i frigii quali eranofuggiaschi di marenella loro protezionee per diritto eroico diguerra demolirono la città. E così arcadi e frigicondue anacronismigli arcadi con quello de' tempi posposti e i frigicon quello de' prevertitisi salvarono nell'asilo di Romolo.

Chese tali cose non andaron cosìl'origine romana da Eneasbalordisce e confonde ogn'intendimentocome nelle Degnitàl'avvisammo; talchéper non isbalordirsi e confondersiidottida Livio incominciandola tengon a luogo di favolanonavvertendo checom'abbiam nelle Degnità detto soprale favole debbon aver avuto alcun pubblico motivo di verità.Perché egli è Evandro sì potente nel Laziochevi riceve ad albergo Ercole da cinquecento anni innanzi la fondazionedi Roma; ed Enea fonda la casa reale d'Albala quale per quattordicire cresce in tanto lustroche diviene la capitale del Lazio; e gliarcadi e i frigiper tanto tempo vagabondisi ripararono finalmenteall'asilo di Romolo! Come da Arcadiaterra mediterranea di Greciapastoriche per natura non sanno cosa sia marene valicarono tantotratto e penetrarono in mezzo del Lazioquando Anco Marzioterzo redopo Romolofu egli il primo che menò una colonia nel marvicino? e vi vannoinsieme co' frigi dispersidugento anni innanziche nemmeno il nome di Pittagoracelebratissimo nella Magna Greciaa giudizio di Livioarebbeper mezzo a tante nazionidi lingue edi costumi diverseda Cotrone potuto giugner a Roma? e quattrocentoanni innanzi ch'i tarantini non sapevano chi si fussero i romanigiàpotenti in Italia?

Mapurecome più volte abbiam dettoper una delle Degnitàsopra postequeste tradizioni volgari dovettero da principio averede' grandi pubblici motivi di veritàperché l'haconservate per tanto tempo tutta una nazione. Che dunque? Bisognadire che alcuna città greca fusse stata nel lido del Laziocome tante altre ve ne furono e duraron appresso ne' lidi del MarTirreno; la qual città innanzi della legge delle XII Tavolefusse stata da' romani vintae per diritto eroico delle vittoriebarbare fussesi demolitae i vinti ricevuti in qualità disoci eroici; e cheper caratteri poeticicosì cotesti grecidissero "arcadi" i vagabondi di terra ch'erravano per leselve"frigi" quelli per marecome i romani i vinti edarresi loro dissero "ricevuti nell'asilo di Romolo"cioèin qualità di giornalieriper le clientele ordinate da Romoloquando nel luco aprì l'asilo a coloro i quali vi rifuggivano.Sopra i quali vinti ed arresi (che supponiamo nel tempo tra lodiscacciamento degli re e la legge delle XII Tavole) i plebei romanidovetter esser distinti con la legge agraria di Servio Tullioch'aveva permesso loro il dominio bonitario de' campi; del quale noncontentandosivoleva Coriolanocome sopra si è dettoridurre a' giornalieri di Romolo. E posciabuccinando dappertutto igreci la guerra troiana e gli errori degli eroie per l'Italiaquelli d'Eneacome vi avevano osservato innanzi il lor Ercoleillor Evandroi loro cureti (conforme si è sopra detto)incotal guisaa capo di tempoche tali tradizioni per mano di gentebarbara s'eran alterate e finalmente corrotte; in cotal guisadiciamoEnea divenne fondatore della romana gente nel Lazio: ilquale il Bocharto vuole che non mise mai piede in ItaliaStrabonedice che non uscì mai da Troiaed Omeroc'ha qui piùpesonarra ch'egli ivi morì e vi lasciò il regno a'suoi posteri. Cosìper due borie diverse di nazioni - una de'greciche per lo mondo fecero tanto romore della guerra di Troia;l'altra de' romanidi vantare famosa straniera origine- i greciv'intruseroi romani vi ricevettero finalmente Enea fondatore dellagente romana.

Laqual favola non poté nascere che a' tempi della guerra conPirroda' quali i romani incominciarono a dilettarsi delle cose de'greci; perché tal costume osserviamo celebrarsi dalle nazionidopo c'hanno molto e lungo tempo praticato con istranieri.



3.DELLA NOMINAZIONE E DESCRIZIONE DELLE CITTÀ EROICHE

Oraperché sono parti della geografia la nomenclatura e lacorografiao sieno nominazione e descrizione de' luoghiprincipalmente delle cittàper compimento della sapienzapoetica ci rimane di queste da ragionare.

Sen'è detto sopra che le città eroiche si ritruovaronodalla provvedenza fondate in luoghi di forti sitiche gli antichilatini con vocabolo sagrone' loro tempi divinidovettero chiamare"aras" e appellar anco "arces" tailuoghi forti di sitoperché ne' tempi barbari ritornati da"rocce"rupi erte e scoscesesi dissero poi le "ròcche"e quindi "castella" le signorie. Ealla stessa fattatalnome di "are" si dovette stendere a tutto il distretto diciascun'eroica cittàil qualecome sopra si èosservatosi disse "ager" in ragionamento di"confini con istranieri" e "territorium"in ragionamento di "giurisdizione sui cittadini". Di tuttociò vi ha un luogo d'oro appo Tacitoove descrive l'aramassima d'Ercole in Romail qualeperché troppo gravementeappruova questi princìpirapportiamo qui intiero: "Igitura foro boarioubi æneum bovis simulacrum adspicimusquia idgenius animalium aratro subditursulcus designandi oppidi captusutmagnam Herculis aram complectereturara Herculis erat"; -un altro pur d'oro appresso Sallustioove narra la famosa ara de'fratelli Fileni rimasta per confine dell'imperio cartaginese e delcirenaico.

Disì fatte are è sparsa tutta l'antica geografia. Eincominciando dall'Asiaosserva il Cellari nella sua Anticageografia che tutte le città della Siria si dissero "are"con innanzi o dopo i loro propi vocaboliond'essa Siria se ne disseAramea ed Aramia. Ma nella Grecia fondò Teseo la cittàd'Atene sul famoso altare degl'infeliciestimando con la giusta idead'"infelici" gli uomini eslegi ed empiche dalle rissedella infame comunione ricorrevano alle terre forti de' forticomesopra abbiam dettotutti solideboli e bisognosi di tutti i benich'aveva a' pii produtto l'umanità; onde da' greci si disseára anco il "voto". Perchécome pursopra abbiam ragionatosopra tali prime are del gentilesimo le primeostiele prime vittime (dette "Saturni hostiæ"come sopra vedemmo)i primi anathémata (ch'in latinosi trasportano "diris devoti")che furono gli empiviolentich'osavano entrare nelle terre arate de' forti perinseguire i deboliche per campare da essi vi rifuggivano (ond'èforse detto "campare" per "salvarsi")quivi essida Vesta vi erano consagrati ed uccisi; e ne restò a' latini"supplicium" per significare "pena" e"sagrifizio"ch'usa fra gli altri Sallustio. Nelle qualisignificazioni troppo acconciamente a' latini rispondono i grecia'quali la voce árachecome si è dettovuoldire "votum"significa altresì "noxa"ch'è 'l corpo c'ha fatto il dannoe significa "diræ"che son esse Furiequali appunto erano questi primi devoti che quiabbiam detto (e più ne diremo nel libro IV)ch'eranoconsagrati alle Furie e dappoi sagrificati sopra questi primi altaridella gentilità. Talché la voce "hara"che ci restò a significare la "mandria"dovetteagli antichi latini significare la "vittima"; dalla qualvoce certamente è detto "aruspex"l'indovinatoredall'interiore delle vittime uccise innanzi aglialtari.

Eda ciò che testé si è detto dell'ara massimad'Ercoledovette Romolo sopra un'ara somigliante a quella di Teseofondar Roma dentro l'asilo aperto nel lucoperché restòa' latini che nommai mentovassero luco o bosco sagroch'ivi nonfusse alcun'ara alzata a qualche divinità: talché perquello che Livio ci disse sopra generalmenteche gli asili furono"vetus urbes condentium consilium"ci si scuopre laragione perché nell'antica geografia si leggono tante cittàcol nome di "are". Laonde bisogna confessare che daCicerone con iscienza di quest'antichità il senato fu detto"ara sociorum"perocché al senato portavanole provincie le querele di sindacato contro i governadorich'avaramente l'avevano governaterichiamandone l'origine da questiprimi soci del mondo.

Giàdunque abbiamo dimostro dirsi "are" le città eroichenell'Asia eper l'Europain Grecia e in Italia. Nell'Affrica restòappo Sallustiofamosa l'ara de' fratelli Fileni poc'anzi detta. NelSettentrioneritornando in Europatuttavia si dicono "are de'cicoli"nella Transilvaniale città abitate daun'antichissima nazione unnatutta di nobili contadini e pastoriche con gli ungheri e sassoni compongono quella provincia. NellaGermaniaappo Tacitosi legge l'"ara degli ubi". InIspagna ancor dura a molte il nome di "ara". Ma inlingua siriaca la voce "ari" vuol dir "lione";e noi sopranella teogonia naturale delle dodici maggiori divinitàdimostrammo che dalla difesa dell'are nacque a' greci l'idea diMarteche loro si dice Aùres; talchéper lastessa idea di fortezzane' tempi barbari ritornati tante cittàe case nobili caricano di lioni le lor insegne. Cotal vocedi suonoe significato uniforme in tante nazioniper immensi tratti di luoghie tempi e costumi tra lor divise e lontanedovette dar a' latini lavoce "aratrum"la cui curvatura si disse "urbs";quindi a' medesimi dovettero venire e "arx" e"arceo"dond'è "ager arcifinius"agli scrittori de limitibus agrorume dovettero venir altresìle voci "arma" e "arcus"riponendocon giusta ideala fortezza in arretrare e tener lontanal'ingiuria.

Edecco la sapienza poetica dimostrata meritar con giustizia quelle duesomme e sovrane lodi: delle quali una certamente e con costanza l'èattribuitad'aver fondato il gener umano della gentilitàchele due boriel'una delle nazionil'altra de' dottiquella conl'idee di una vana magnificenzaquesta con l'idee d'un'importunasapienza filosoficavolendogliele affermaregliel'hanno piùtosto niegata; l'altradella quale pure una volgar tradizione n'èpervenutache la sapienza degli antichi faceva i suoi saggicon unospiritoegualmente grandi e filosofi e legislatori e capitani edistorici ed oratori e poetiond'ella è stata cotantodisiderata. Ma quella gli fece opiù tostogli abbozzòtaliquali l'abbiamo truovati dentro le favolenelle qualicom'inembrioni o matricisi è discoverto essere stato abbozzatotutto il sapere riposto; che puossi dire dentro di quelle per sensiumani essere stati dalle nazioni rozzamente descritti i princìpidi questo mondo di scienzeil quale poi con raziocinî e conmassime ci è stato schiarito dalla particolare riflessione de'dotti. Per lo che tuttosi ha ciò che 'n questo librodovevasi dimostrare: che i poeti teologi furono il sensoi filosofifurono l'intelletto dell'umana sapienza.







LIBROTERZO

DELLADISCOVERTA DEL VERO OMERO

 

Quantunquela sapienza poeticanel libro precedente già dimostrataessere stata la sapienza volgare de' popoli della Greciaprima poetiteologi e poscia eroicidebba ella portare di séguitonecessario che la sapienza d'Omero non sia stata di spezie puntodiversa; peròperché Platone ne lasciò troppoaltamente impressa l'oppenione che fusse egli fornito di sublimesapienza riposta (onde l'hanno seguìto a tutta voga tutti glialtri filosofie sopra gli altri Plutarco ne ha lavorato un intierolibro)noi qui particolarmente ci daremo ad esaminare se Omero maifusse stato filosofo; sul qual dubbio scrisse un altro intiero libroDionigi Longinoil quale da Diogene Laerzio nella Vita di Pirronesta mentovato.



1.DELLA SAPIENZA RIPOSTA C'HANNO OPPINATO D'OMERO

Perchégli si conceda pure ciò che certamente deelesi darech'Omerodovette andar a seconda de' sensi tutti volgarie perciò de'volgari costumi della Greciaa' suoi tempi barbaraperchétali sensi volgari e tai volgari costumi danno le propie materie a'poeti. E perciò gli si conceda quello che narra: - estimarsigli dèi dalla forza- come dalla somma sua forza Giove vuoldimostrarenella favola della gran catenach'esso sia il re degliuomini e degli dèicome si è sopra osservato; sullaqual volgar oppenione fa credibile che Diomede ferisce Venere e Martecon l'aiuto portatogli da Minervala qualenella contesa degli dèie spoglia Venere e percuote Marte con un colpo di sasso (tantoMinerva nella volgar credenza era dea della filosofia! e sìben usa armadura degna della sapienza di Giove!). Gli si concedanarrare il costume immanissimo (il cui contrario gli autori deldiritto natural delle genti vogliono essere stato eterno trallenazioni)che pur allora correva tralle barbarissime genti greche (lequali si è creduto avere sparso l'umanità per lomondo)di avvelenar le saette (onde Ulisse per ciò va inEfiraper ritruovarvi le velenose erbe) e di non seppellire i nimiciuccisi in battagliama lasciargli inseppolti per pasto de' corvi ecani (onde tanto costò all'infelice Priamo il riscatto delcadavero di Ettore da Achillechepure nudolegato al suo carrol'aveva tre giorni strascinato d'intorno alle mura di Troia).

Peròessendo il fine della poesia d'addimesticare la ferocia del volgodel quale sono maestri i poetinon era d'uom saggio di tai sensi ecostumi cotanto fieri destar nel volgo la maraviglia perdilettarsenee col diletto confermargli vieppiù. Non erad'uom saggio al volgo villano destar piacere delle villanie degli dèinonché degli eroicomenella contesasi legge che Marteingiuria "mosca canina" a MinervaMinerva dà unpugno a DianaAchille ed Agamennoneuno il massimo de' greci eroil'altro il principe della greca legaentrambi res'ingiuriano l'unl'altro "cani"ch'appena ora direbbesi da' servidori nellecommedie.

Maper Dio! qual nome più propio che di "stoltezza"merita la sapienza del suo capitano Agamennoneil quale dev'esserecostretto da Achille a far suo dovere di restituire Criseide a Crisedi lei padresacerdote d'Apolloil qual dio per tal rapina facevascempio dell'esercito greco con una crudelissima pestilenza? estimando d'esservi in ciò andato del punto suocredetterimettersi in onore con usar una giustizia ch'andasse di séguitoa sì fatta sapienzae toglier a torto Briseide ad Achilleilqual portava seco i fati di Troiaacciocchédisgustatodipartendosi con le sue genti e con le sue naviEttore facesse ilresto de' greci ch'erano dalla peste campati? Ecco l'Omero finorcreduto ordinatore della greca polizia o sia civiltàche datal fatto incomincia il filo con cui tesse tutta l'Iliadeicui principali personaggi sono un tal capitano ed un tal eroequalenoi facemmo vedere Achille ove ragionammo dell'Eroismo de' primipopoli! Ecco l'Omero innarrivabile nel fingere i caratteripoeticicome qui dentro il farem vederede' quali gli piùgrandi sono tanto sconvenevoli in questa nostra umana civil natura!Ma eglino sono decorosissimi in rapporto alla natura eroicacome siè sopra dettode' puntigliosi.

Chedobbiam poi dire di quello che narra: i suoi eroi cotanto dilettarsidel vinoeove sono afflittissimi d'animoporre tutto il lorconfortoe sopra tutti il saggio Ulissein ubbriacarsi? Precettiinvero di consolazionedegnissimi di filosofo!

Fannorisentire lo Scaligero quasi tutte le comparazioni prese dalle fieree da altre selvagge cose. Ma concedasi ciò essere statonecessario ad Omero per farsi meglio intendere dal volgo fiero eselvaggio: però cotanto riuscirviche tali comparazioni sonoincomparabilinon è certamente d'ingegno addimesticato edincivilito da alcuna filosofia. Né da un animo da alcunafilosofia umanato ed impietosito potrebbe nascer quella truculenza efierezza di stilecon cui descrive tantesì varie esanguinose battaglietantesì diverse e tutte inistravaganti guise crudelissime spezie d'ammazzamenticheparticolarmente fanno tutta la sublimità dell'Iliade.

Lacostanza poiche si stabilisce e si ferma con lo studio dellasapienza de' filosofinon poteva fingere gli dèi e gli eroicotanti leggierich'altri ad ogni picciolo motivo di contrariaragionequantunque commossi e turbatis'acquetano e sitranquillano; - altri nel bollore di violentissime collereinrimembrando cosa lagrimevolesi dileguano in amarissimi pianti(appunto come nella ritornata barbarie d'Italia - nel fin della qualeprovenne Danteil toscano Omeroche pure non cantò altro cheistorie - si legge che Cola di Rienzo - la cui Vita dicemmosopra esprimer al vivo i costumi degli eroi di Greciache narraOmero- mentre mentova l'infelice stato romano oppresso da' potentiin quel tempoesso e coloroappo i quali ragionaprorompono indirottissime lagrime); - al contrario altrida sommo dolor afflittiin presentandosi loro cose lietecome al saggio Ulisse la cena daAlcinoosi dimenticano affatto de' guai e tutti si sciolgono inallegria; - altritutti riposati e quietiad un innocente dettod'altrui che lor non vada all'umoresi risentono cotanto e montanoin sì cieca collerache minacciano presente atroce morte achi 'l disse. Come quel fatto d'Achilleche riceve alla sua tendaPriamo (il quale di nottecon la scorta di Mercurioper mezzo alcampo de' greciera venuto tutto solo da essolui per riscattar ilcadaverocom'altra volta abbiam dettodi Ettorre)l'ammette acenar seco; eper un sol detto il quale non gli va a secondach'all'infelicissimo padre cadde innavvedutamente di bocca per lapietà d'un sì valoroso figliuolo- dimenticato dellesantissime leggi dell'ospitalità; non rattenuto dalla fedeonde Priamo era venuto tutto solo da essoluiperché confidavatutto in lui solo; nulla commosso dalle molte e gravi miserie di untal renulla dalla pietà di tal padrenulla dallavenerazione di un tanto vecchio; nulla riflettendo alla fortunacomunedella quale non vi ha cosa che più vaglia a muovercompatimento; - montato in una collera bestialel'intuona sopravolergli mozzar la testa. Nello stesso tempo ch'empiamente ostinatodi non rimettere una privata offesa fattagli da Agamennone (la qualebenché stata fuss'ella gravenon era giusto di vendicare conla rovina della patria e di tutta la sua nazione)si compiacechiporta seco i fati di Troiache vadano in rovina tutti i grecibattuti miseramente da Ettorre; né pietà di patrianégloria di nazione il muovono a portar loro soccorsoil quale nonporta finalmente che per soddisfare un suo privato dolored'averEttorre ucciso il suo Patroclo. E della Briseide toltagli nemmenomorto si placasenonsé l'infelice bellissima real donzellaPolissenadella rovinata casa del poc'anzi ricco e potente Priamodivenuta misera schiavafusse sagrificata innanzi al di luisepolcroe le di lui ceneriassetate di vendettanon insuppassedell'ultima sua goccia di sangue. Per tacer affatto di quello che nonpuò intendersi: ch'avesse gravità ed acconcezza dipensar da filosofo chi si trattenesse in ritruovare tante favole divecchiarelle da trattener i fanciullidi quante Omero affollòl'altro poema dell'Odissea.

Talicostumi rozzivillaniferocifierimobiliirragionevoli oirragionevolmente ostinatileggieri e sciocchiquali nel libro IIdimostrammo ne' Corollari della natura eroicanon possonesser che d'uomini per debolezza di menti quasi fanciulliperrobustezza di fantasie come di femmineper bollore di passioni comedi violentissimi giovani; onde hassene a niegar ad Omero ognisapienza riposta. Le quali cose qui ragionate sono materie per lequali incomincian ad uscir i dubbi che ci pongono nella necessitàper la ricerca del vero Omero.



2.DELLA PATRIA D'OMERO

Talfu la sapienza riposta finor creduta d'Omero: ora vediamo dellapatria. Per la qual contesero quasi tutte le città dellaGreciaanzi non mancarono di coloro che 'l vollero greco d'Italiaeper determinarla Leone Allacci (De patria Homeri) invano vis'affatica. Maperché non ci è giunto scrittore chesia più antico d'Omerocome risolutamente il sostieneGiuseffo contro Appione gramaticoe gli scrittori vennero per lungaetà dopo luisiamo necessitati con la nostra criticametafisicacome sopra un autore di nazionequal egli è statotenuto di quella di Greciadi ritruovarne il veroe della etàe della patriada esso Omero medesimo.

Certamentedi Omero autore dell'Odissea siamo assicurati essere statodell'occidente di Grecia verso mezzodì da quel luogo d'orodove Alcinoore de' feaci (ora Corfù) ad Ulisseche vuolpartireofferisce una ben corredata nave de' suoi vassallii qualidice essere spertissimi marinaiche 'l porterebberose bisognassefin in Eubea (or Negroponto)la qualecoloro ch'avevano per fortunavedutodicevano essere lontanissimacome se fusse l'ultima Tule delmondo greco. Dal qual luogo si dimostra con evidenza Omerodell'Odissea essere stato altro da quello che fu autordell'Iliade; perocché Eubea non era molto lontana daTroiach'era posta nell'Asia lungo la riviera dell'Ellespontonelcui angustissimo stretto son ora due fortezze che chiamanoDardanellie fin al dì d'oggi conservano l'origine della voce"Dardania"che fu l'antico territorio di Troia. Ecertamente appo Seneca si ha essere stata celebre quistione tra'greci gramatici: se l'Iliade e l'Odissea fussero d'unmedesimo autore.

Lacontesa delle greche città per l'onore d'aver ciascuna Omerosuo cittadinoella provenne perché quasi ogniuna osservavane' di lui poemi e voci e frasi e dialetti ch'eran volgari diciascheduna.

Loche qui detto serve per la discoverta del vero Omero.



3.DELL'ETÀ D'OMERO.

Ciassicurano dell'età d'Omero le seguenti autorità de' dilui poemi:

I

Achillene' funerali di Patroclo dà a vedere quasi tutte le spezie de'giuochiche poi negli olimpici celebrò la coltissima Grecia.

II

Eransigià ritruovate l'arti di fondere in bassirilievid'intagliarin metallicomefralle altre cosesi dimostra con lo scudod'Achille ch'abbiamo sopra osservato: la pittura non erasi ancortruovata. Perché la fonderia astrae le superficie con qualcherilevatezzal'intagliatura fa lo stesso con qualche profondità;ma la pittura astrae le superficie assolutech'èdifficilissimo lavoro d'ingegno. Onde né Omero né Mosèmentovano cose dipinte giammai: argomento della lor antichità.

III

Ledelizie de' giardini d'Alcinoola magnificenza della sua reggia e lalautezza delle sue cene ci appruovano che già i greciammiravano lusso e fasto.

IV

Ifenici già portavano nelle greche marine avolioporporaincenso arabicodi che odora la grotta di Venere; oltracciòbisso più sottile della secca membrana d'una cipollavestiricamateetra' doni de' prociuna da rigalarsi a Penelopechereggeva sopra una macchina così di dilicate molle contestache ne' luoghi spaziosi la dilargasseroe l'assettassero negliangusti. Ritruovato degno della mollezza de' nostri tempi!

V

Ilcocchio di Priamocon cui si porta ad Achillefatto di cedroel'antro di Calipso ne odora ancor di profumiil qual è unbuon gusto de' sensiche non intese il piacer romano quando piùinfuriava a disperdere le sostanze nel lusso sotto i Neroni e gliEliogabali.

VI

Sidescrivono dilicatissimi bagni appo Circe.

VII

Iservetti de' procibellileggiadri e di chiome biondequaliappunto si vogliono nell'amenità de' nostri costumi presenti.

VIII

Gliuomini come femmine curano la zazzera; lo che Ettorre e Diomederinfacciano a Paride effemminato.

IX

Equantunque egli narri i suoi eroi sempre cibarsi di carni arrosteilqual cibo è 'l più semplice e schietto di tutti glialtriperché non ha d'altro bisogno che delle brace: il qualcostume restò dopo ne' sagrifizie ne restarono a' romanidette "prosiicia" le carni delle vittime arrostesopra gli altariche poi si tagliavano per dividersi a' convitatiquantunque poscia si arrostironocome le profanecon gli schidoni.Ond'è che Achilleove dà la cena a Priamoesso fendel'agnello e Patroclo poi l'arrosteapparecchia la mensa e vi ponesopra il pane dentro i canestri: perché gli eroi noncelebravano banchetti che non fussero sagrifizidov'essi dovevanoesser i sacerdoti. E ne restarono a' latini "epulæ"ch'erano lauti banchetti eper lo piùche celebravano igrandi; ed "epulum"che dal pubblico si dava alpopoloe la "cena sagra"in cui banchettavano i sacerdotidetti "epulones". Perciò Agamennone essouccide i due agnellicol qual sagrifizio consagra i patti dellaguerra con Priamo. Tanto allora era magnifica cotal ideach'ora cisembra essere di beccaio! Appresso dovettero venire le carni allessech'oltre al fuoco hanno di bisogno dell'acquadel caldaio econciòdel treppiedi; delle quali Virgilio fa anco cibar i suoieroie gli fa con gli schidoni arrostir le carni. Vennero finalmentei cibi conditii qualioltre a tutte le cose che si son dettehanbisogno de' condimenti- Oraper ritornar alle cene eroiched'Omerobenché lo più dilicato cibo de' greci eroiegli descriva esser farina con cascio e mèleperò perdue comparazioni si serve della pescagione; ed Ulissefintosipoverellodomandando la limosina ad un de' procigli dice che glidèi agli re ospitalio sien caritatevoli co' poveriviandantidanno i mari pescosio sia abbondanti di pesciche fannola delizia maggior delle cene.

X

Finalmente(quel che più importa al nostro proposito) Omero sembra esservenuto in tempi ch'era già caduto in Grecia il diritto eroicoe 'ncominciata a celebrarsi la libertà popolareperchégli eroi contraggono matrimoni con istraniere e i bastardi vengononelle successioni de' regni. E così dovett'andar la bisognaperchélungo tempo innanziErcoletinto dal sangue delbrutto centauro Nessoe quindi uscito in furoreera morto; cioècome si è nel libro II spiegatoera finito il diritto eroico.

Adunquevolendo noi d'intorno all'età d'Omero non disprezzare puntol'autoritàper tutte queste cose osservate e raccolte da' dilui poemi medesimiepiù che dall'Iliadeda quellodell'Odisseache Dionigi Longino stima aver Omero essendovecchio compostoavvaloriamo l'oppenion di coloro che 'l pongonolontanissimo dalla guerra troiana: il qual tempo corre per lo spaziodi quattrocensessant'anniche vien ad essere circa i tempi di Numa.E pure crediamo di far loro piacere in ciòche nol poniamo a'tempi più a noi viciniperché dopo i tempi di Numadicono che Psammetico aprì a' greci l'Egittoi qualiperinfiniti luoghi dell'Odissea particolarmenteavevano da lungotempo aperto il commerzio nella loro Grecia a' fenici; dellerelazioni de' qualiniente meno che delle mercatanziecom'ora glieuropei di quelle dell'Indieeran i popoli greci già usi didilettarsi. Laonde convengono queste due cose: e che Omero egli nonvide l'Egittoe che narra tante cose e di Egitto e di Libiae diFenicia e dell'Asiae sopra tutto d'Italia e di Siciliaper lerelazioni ch'i greci avute n'avevano da' fenici.

Manon veggiamo se questi tanti e sì dilicati costumi ben siconvengono con quanti e quali selvaggi e fieri egli nello stessotempo narra de' suoi eroie particolarmente nell'Iliade.Talché

neplacidis coëant immitia

sembranotai poemi essere stati per più età e da più manilavorati e condotti.

Cosìcon queste cose qui dette della patria e dell'età del finoracredutosi avanzano i dubbi per la ricerca del vero Omero.



4.DELL'INNARRIVABILE FACULTÀ POETICA EROICA D'OMERO

Mala niuna filosofiache noi abbiamo sopra dimostrato d'Omero e lediscoverte fatte della di lui patria ed etàche ci pongono inun forte dubbio che non forse egli sia stato un uomo affatto volgaretroppo ci son avvalorate dalla disperata difficultàchepropone Orazio nell'Arte poeticadi potersi dopo Omerofingere caratteriovvero personaggi di tragediedi getto nuoviond'esso a' poeti dà quel consiglio di prenderglisi da' poemid'Omero. Ora cotal disperata difficultà si combini con quello:ch'i personaggi della commedia nuova son pur tutti di getto fintianzi per una legge ateniese dovette la commedia nuova comparire ne'teatri con personaggi tutti finti di getto; e sì felicemente igreci vi riuscironoch'i latininel loro fastoa giudizio di FabioQuintilianone disperarono anco la competenzadicendo: "Cumgræcis de comoedia non contendimus".

Atal difficultà d'Orazio aggiugniamo in più ampiadistesa quest'altre due. Delle quali una è: come Omeroch'eravenuto innanzifu egli tanto innimitabil poeta eroicoe latragediache nacque dopocominciò così rozzacom'ogniun sa e noi più a minuto qui appresso l'osserveremo?L'altra è: come Omerovenuto innanzi alle filosofie ed allearti poetiche e critichefu egli il più sublime di tutti glipiù sublimi poetiquali sono gli eroiciedopo ritruovatele filosofie e le poetiche e critiche artinon vi fu poetail qualenon potesse che per lunghissimi spazi tenergli dietro? Malasciando queste due nostrela difficultà d'Oraziocombinatacon quello ch'abbiamo detto della commedia nuova doveva pure porre inricerca i Patrizigli Scaligerii Castelvetri ed altri valentimaestri d'arte poetica d'investigarne la ragion della differenza.

Cotalragione non può rifondersi altrove che nell'origine dellapoesiasopra qui scoverta nella Sapienza poeticae 'nconseguenza nella discoverta de' caratteri poeticine' qualiunicamente consiste l'essenza della medesima poesia. Perché lacommedia nuova propone ritratti de' nostri presenti costumi umanisopra i quali aveva meditato la socratica filosofiadonde dalle dilei massime generali d'intorno all'umana morale poterono i grecipoetiin quella addottrinati profondamente (quale Menandroa pettodi cui Terenzio da essi latini fu detto "Menandro dimezzato");poteronodicofingersi cert'esempli luminosi di uomini d'ideaallume e splendor de' quali si potesse destar il volgoil quale tantoè docile ad apprendere da' forti esempli quanto èincapace d'apparare per massime ragionate. La commedia anticaprendeva argomenti ovvero subbietti veri e gli metteva in favolaquali essi eranocome per una il cattivo Aristofane mise in favolail buonissimo Socrate e 'l rovinò. Ma la tragedia caccia fuoriin iscena odîsdegnicollerevendette eroiche (ch'escano danature sublimidalle quali naturalmente provengano sentimentiparlariazioni in generedi ferociadi crudezzadi atrocità)vestiti di maraviglia; e tutte queste cose sommamente conformi traloro ed uniformi ne' lor subbiettii quali lavori si sepperounicamente fare da' greci ne' loro tempi dell'eroismonel fine de'quali dovette venir Omero. Lo che con questa critica metafisica sidimostra: che le favolele quali sul loro nascere eran uscitediritte e convenevolielleno ad Omero giunsero e torte e sconce;come si può osservare per tutta la Sapienza poeticasopra qui ragionatache tutte dapprima furono vere storiechetratto tratto s'alterarono e si corrupperoe così corrottefinalmente ad Omero pervennero. Ond'egli è da porsi nellaterza età de' poeti eroici: dopo la primache ritruovòtali favole in uso di vere narrazioninella prima propiasignificazione della voce mûthosche da essi greci èdiffinita "vera narrazione"; la seconda di quelli chel'alterarono e le corruppero; la terzafinalmented'Omeroche cosìcorrotte le ricevé.

Maper richiamarci al nostro proponimentoper la ragione da noi di taleffetto assegnataAristotile nella Poetica dice che le bugiepoetiche si seppero unicamente ritruovare da Omeroperché idi lui caratteri poeticiche in una sublime acconcezza sonoincomparabiliquanto Orazio gli ammirafurono generi fantasticiquali sopra si sono nella Metafisica poetica diffinitia'quali i popoli greci attaccarono tutti i particolari diversiappartenenti a ciascun d'essi generi. Come ad Achillech'è 'lsubbietto dell'Iliadeattaccarono tutte le propietàdella virtù eroica e tutt'i sensi e costumi uscenti da talipropietà di naturaquali sono risentitipuntigliosicollericiimplacabiliviolentich'arrogano tutta la ragione allaforzacome appunto gli raccoglie Orazio ove ne descrive ilcarattere. Ad Ulissech'è 'l subbietto dell'Odisseaappiccarono tutti quelli dell'eroica sapienzacioè tutti icostumi accortitollerantidissimulatidoppiingannevolisalvasempre la propietà delle parole e l'indifferenza dell'azioniond'altri da se stessi entrasser in errore e s'ingannassero da sestessi. E ad entrambi tali caratteri attaccarono l'azioni de'particolarisecondo ciascun de' due generipiù strepitosele qual'i greciancora storditi e stupidiavessero potuto destar emuover ad avvertirle e rapportarle a' loro generi. I quali duecaratteriavendogli formati tutta una nazionenon potevano nonfingersi che naturalmente uniformi (nella quale uniformitàconvenevole al senso comune di tutta una nazioneconsiste unicamenteil decoroo sia la bellezza e leggiadria d'una favola); eperchési fingevano da fortissime immaginativenon si potevano fingere chesublimi. Di che rimasero due eterne propietà in poesia: dellequali una è che 'l sublime poetico debba sempre andar unito alpopolaresco; l'altrach'i popolii quali prima si lavoraron essi icaratteri eroiciora non avvertono a' costumi umani altrimente cheper caratteri strepitosi di luminosissimi esempli.



5.PRUOVE FILOSOFICHE PER LA DISCOVERTA DEL VERO OMERO

Lequali cose stando cosìvi si combinino queste pruovefilosofiche:

I

Quellache si è sopra tralle Degnità noverata: che gliuomini sono naturalmente portati a conservare le memorie degli ordinie delle leggi che gli tengono dentro le loro società.

II

Quellaverità ch'intese Lodovico Castelvetro: che prima dovettenascere l'istoriadopo la poesia; perché la storia èuna semplice enonziazione del veroma la poesia è unaimitazione di più. E l'uomoper altro acutissimonon neseppe far uso per rinvenire i veri princìpi della poesiacolcombinarvi questa pruova filosoficache qui si pone per

III

ch'essendostati i poeti certamente innanzi agli storici volgarila primastoria debba essere la poetica.

IV

Chele favole nel loro nascere furono narrazioni vere e severe (ondemûthosla favolafu diffinita "vera narratio"come abbiamo sopra più volte detto); le quali nacquerodapprima per lo più sconcee perciò poi si reseroimpropiequindi alterateseguentemente inverisimiliappressooscuredi là scandaloseed alla fine incredibili; che sonosette fonti della difficultà delle favolei quali di leggierisi possono rincontrare in tutto il secondo libro.

V

Ecome nel medesimo libro si è dimostratocosì guaste ecorrotte da Omero furono ricevute.

VI

Chei caratteri poeticine' quali consiste l'essenza delle favolenacquero da necessità di naturaincapace d'astrarne le formee le propietà da' subbietti; e'n conseguenzadovett'esseremaniera di pensare d'intieri popoliche fussero stati messi dentrotal necessità di naturach'è ne' tempi della loromaggior barbarie. Delle quali è eterna propietàd'ingrandir sempre l'idee de' particolari: di che vi ha un bel luogod'Aristotile ne' Libri moraliove riflette che gli uomini dicorte idee d'ogni particolare fan massime. Del qual detto dev'esserela ragione: perché la mente umanala qual èindiffinitaessendo angustiata dalla robustezza de' sensinon puòaltrimente celebrare la sua presso che divina natura che con lafantasia ingrandir essi particolari. Onde forseappresso i poetigreci egualmente e latinile immagini come degli dèi cosìdegli eroi compariscono sempre maggiori di quelle degli uomini; e ne'tempi barbari ritornati le dipintureparticolarmente del Padreeternodi Gesù Cristodella Vergine Mariasi veggono d'unaeccedente grandezza.

VII

Perchéi barbari mancano di riflessionela qualmal usataè madredella menzognai primi poeti latini eroici cantaron istorie verecioè le guerre romane. E ne' tempi barbari ritornatiper sìfatta natura della barbariegli stessi poeti latini non cantaronaltro che istoriecome furon i Gunterii Guglielmi pugliesi edaltri; e i romanzieri de' medesimi tempi credettero di scriveristorie vere: onde il Boiardol'Ariostovenuti in tempi illuminatidalle filosofiepresero i subbietti de' lor poemi dalla storia diTurpinovescovo di Parigi. E per questa stessa natura dellabarbariela quale per difetto di riflessione non sa fingere(ond'ella è naturalmente veritieraapertafidagenerosa emagnanima)quantunque egli fusse dotto di altissima scienza ripostacon tutto ciò Dante nella sua Commedia spose incomparsa persone vere e rappresentò veri fatti de'trappassatie perciò diede al poema il titolo di "commedia"qual fu l'antica de' grecichecome sopra abbiam dettoponevapersone vere in favola. E Dante somigliò in questo l'Omerodell'Iliadela quale Dionigi Longino dice essere tutta"dramatica" o sia rappresentativacome tutta "narrativa"essere l'Odissea. E Francesco Petrarcaquantunque dottissimopure in latino si diede a cantare la seconda guerra cartaginese; edin toscanone' Trionfii quali sono di nota eroicanon faaltro che raccolta di storie. E qui nasce una luminosa pruova di ciò:che le prime favole furon istorie. Perché la satira dicevamale di persone non solo veremadi piùconosciute; latragedia prendeva per argomenti personaggi della storia poetica; lacommedia antica poneva in favola chiari personaggi viventi; lacommedia nuovanata a' tempi della più scorta riflessionefinalmente finse personaggi tutti di getto (siccome nella linguaitaliana non ritornò la commedia nuova che incominciando ilsecolo a maraviglia addottrinato del Cinquecento): né appo igreci né appo i latini giammai si finse di getto unpersonaggio che fusse il principale subbietto d'una tragedia. E 'lgusto del volgo gravemente lo ci confermache non vuole drami permusicade' quali gli argomenti son tutti tragicise non sono presida istorie; ed intanto sopporta gli argomenti finti nelle commedieperchéessendo privati e perciò sconosciutigli credeveri.

VIII

Essendotali stati i caratteri poeticidi necessità le loro poeticheallegoriecome si è sopra dimostro per tutta la Sapienzapoeticadevon unicamente contenere significati istorici de'primi tempi di Grecia.

IX

Chetali storie si dovettero naturalmente conservare a memoria da' comunide' popoliper la prima pruova filosofica testé mentovata:checome fanciulli delle nazionidovettero maravigliosamente valerenella memoria. E ciònon senza divino provvedimento: poichéinfin a' tempi di esso Omeroed alquanto dopo di luinon si eraritruovata ancora la scrittura volgare (come più volte soprasi è udito da Giuseffo contro Appione)in tal umana bisogna ipopolii quali erano quasi tutti corpo e quasi niuna riflessionefussero tutti vivido senso in sentir i particolariforte fantasia inapprendergli ed ingrandirgliacuto ingegno nel rapportargli a' lorogeneri fantasticie robusta memoria nel ritenergli. Le quali facultàappartengonoegli è veroalla mentema mettono le lororadici nel corpo e prendon vigore dal corpo. Onde la memoria èla stessa che la fantasiala quale perciò "memoria"dicesi da' latini (come appo Terenzio truovasi "memorabile"in significato di "cosa da potersi immaginare"evolgarmente "comminisci" per "fingere"ch'è propio della fantasiaond'è "commentum"ch'è un ritruovato finto); e "fantasia" altresìprendesi per l'ingegno (come ne' tempi barbari ritornati si disse"uomo fantastico" per significar "uomo d'ingegno"come si dice essere stato Cola di Rienzo dall'autore contemporaneoche scrisse la di lui vita). E prende tali tre differenze: ch'èmemoriamentre rimembra le cose; fantasiamentre l'altera econtrafà; ingegnomentre le contorna e pone in acconcezza edassettamento. Per le quali cagioni i poeti teologi chiamarono laMemoria "madre delle muse".

X

Perciòi poeti dovetter esser i primi storici delle nazioni: ch'èquello ond'il Castelvetro non seppe far uso del suo detto perrinvenire le vere origini della poesia; ché ed esso e tuttigli altri che ne han ragionato (infino da Aristotile e da Platone)potevano facilmente avvertire che tutte le storie gentilesche hannofavolosi i princìpicome l'abbiamo nelle Degnitàproposto e nella Sapienza poetica dimostrato.

XI

Chela ragion poetica determina esser impossibil cosa ch'alcuno sia epoeta e metafisico egualmente sublimeperché la metafisicaastrae la mente da' sensila facultà poetica dev'immergeretutta la mente ne' sensi; la metafisica s'innalza sopra agliuniversalila facultà poetica deve profondarsi dentro iparticolari.

XII

Che'n forza di quella Degnità sopra posta: - che 'n ognifacultà può riuscire con l'industria chi non vi ha lanaturama in poesia è affatto niegato a chi non vi ha lanatura di potervi riuscir con l'industria- l'arti poetiche e l'articritiche servono a fare colti gl'ingegninon grandi. Perchéla dilicatezza è una minuta virtùe la grandezzanaturalmente disprezza tutte le cose picciole; anzicome granderovinoso torrente non può far di meno di non portar secotorbide l'acque e rotolare e sassi e tronchi con la violenza delcorsocosì sono le cose vili detteche si truovano sìspesse in Omero.

XIII

Maqueste non fanno ch'Omero egli non sia il padre e 'l principe ditutti i sublimi poeti.

XIV

Perchéudimmo Aristotile stimar innarrivabili le bugie omeriche; ch'èlo stesso che Orazio stima inimitabili i di lui caratteri.

XV

Egliè infin al cielo sublime nelle sentenze poetichech'abbiamdimostratone' Corollari della natura eroica nel librosecondodover esser concetti di passioni vere o che in forzad'un'accesa fantasia ci si facciano veramente sentiree perciòdebbon esser individuate in coloro che le sentono. Onde diffinimmoche le massime di vitaperché sono generalisono sentenze difilosofi; e le riflessioni sopra le passioni medesime sono di falsi efreddi poeti.

XVI

Lecomparazioni poetiche prese da cose fiere e selvaggequali sopraosservammosono incomparabili certamente in Omero.

XVII

L'atrocitàdelle battaglie omeriche e delle morticome pur sopra vedemmofannoall'Iliade tutta la maraviglia.

XVIII

Matali sentenzetali comparazionitali descrizioni pur soprapruovammo non aver potuto essere naturali di riposatoingentilito emansueto filosofo.

XIX

Chei costumi degli eroi omerici sono di fanciulli per la leggerezzadelle mentidi femmine per la robustezza della fantasiadiviolentissimi giovani per lo fervente bollor della colleracome pursopra si è dimostratoe'n conseguenzaimpossibili da unfilosofo fingersi con tanta naturalezza e felicità.

XX

Chel'inezie e sconcezze sonocome pur si è qui sopra pruovatoeffetti dell'infelicitàdi che avevano travagliato nellasomma povertà della loro linguamentre la si formavanoipopoli grecia spiegarsi.

XXI

Econtengansi pure gli più sublimi misteri della sapienzaripostai quali abbiamo dimostrato nella Sapienza poetica noncontenere certamente: come suonanonon posson essere stati concettidi mente dirittaordinata e gravequal a filosofo si conviene.

XXII

Chela favella eroicacome si è sopra veduto nel libro IInell'Origini delle linguefu una favella per simiglianzeimmaginicomparazioninata da inopia di generi e di speziech'abbisognano per diffinire le cose con propietàe'nconseguenzanata per necessità di natura comune ad intieripopoli.

XXIII

Cheper necessità di naturacome anco nel libro II si èdettole prime nazioni parlarono in verso eroico. Nello che èanco da ammirare la provvedenzachenel tempo nel quale non sifussero ancor truovati i caratteri della scrittura volgarelenazioni parlassero frattanto in versii quali coi metri e ritmiagevolassero lor la memoria a conservare più facilmente leloro storie famigliari e civili.

XXIV

Chetali favoletali sentenzetali costumital favellatal verso sidissero tutti "eroici"e si celebrarono ne tempi ne' qualila storia ci ha collocato gli eroicom'appieno si èdimostrato sopra nella Sapienza poetica.

XXV

Adunquetutte l'anzidette furono propietà d'intieri popoli e'nconseguenzacomuni a tutti i particolari uomini di tali popoli.

XXVI

Manoiper essa naturadalla quale son uscite tutte l'anzidettepropietàper le quali egli fu il massimo de' poetiniegammoche Omero fusse mai stato filosofo.

XXVII

Altrondedimostrammo sopra nella Sapienza poetica che i sensi disapienza riposta da' filosofii quali vennero appressos'intruserodentro le favole omeriche.

XXVIII

Masiccome la sapienza riposta non è che di pochi uominiparticolaricosì il solo decoro de' caratteri poetici eroicine' quali consiste tutta l'essenza delle favole eroicheabbiamotesté veduto che non posson oggi conseguirsi da uominidottissimi in filosofiearti poetiche ed arti critiche. Per lo qualdecoro dà Aristotile il privilegio ad Omero d'esserinnarrivabili le di lui bugie; ch'è lo stesso che quellochegli dà Oraziod'esser innimitabili i di lui caratteri.



6.PRUOVE FILOLOGICHE PER LA DISCOVERTA DEL VERO OMERO

Conquesto gran numero di pruove filosofichefatte buona parte in forzadella critica metafisica sopra gli autori delle nazioni gentilinelqual numero è da porsi Omeroperocché non abbiamocertamente scrittor profano che sia più antico di luicomerisolutamente il sostiene Giuseffo ebreosi congiugnan ora questepruove filologiche:

I

Chetutte l'antiche storie profane hanno favolosi i princìpi.

II

Chei popoli barbarichiusi a tutte l'altre nazioni del mondocomefurono i germani antichi e gli americanifurono ritruovati conservarin versi i princìpi delle loro storieconforme si èsopra veduto.

III

Chela storia romana si cominciò a scrivere da' poeti.

IV

Chene' tempi barbari ritornati i poeti latini ne scrissero l'istorie.

V

CheManetopontefice massimo egizioportò l'antichissima storiaegiziaca scritta per geroglifici ad una sublime teologia naturale.

VI

Enella Sapienza poetica tale dimostrammo aver fatto i grecifilosofi dell'antichissima storia greca narrata per favole

VII

Ondenoi sopranella Sapienza poeticaabbiam dovuto tenere uncammino affatto retrogrado da quello ch'aveva tenuto Manetoe daisensi mistici restituir alle favole i loro natii sensi storici; e lanaturalezza e facilitàsenza sforziraggiri e contorcimenticon che l'abbiam fattoappruova la propietà dell'allegoriestoriche che contenevano.

VIII

Loche gravemente appruova ciò che Strabone in un luogo d'oroafferma: prima d'Erodotoanzi prima d'Ecateo milesiotutta lastoria de' popoli della Grecia essere stata scritta da' lor poeti.

IX

Enoi nel libro secondo dimostrammo i primi scrittori delle nazionicosì antiche come moderne essere stati poeti.

X

Visono due aurei luoghi nell'Odisseadovevolendosi acclamarad alcuno d'aver lui narrato ben un'istoriasi dice averla raccóntada musico e da cantore. Che dovetter esser appunto quelli che furon isuoi rapsòdii quali furon uomini volgariche partitamenteconservavano a memoria i libri de' poemi omerici.

XI

CheOmero non lasciò scritto niuno de' suoi poemicome piùvolte l'hacci detto risolutamente Flavio Giuseffo ebreo controAppionegreco gramatico.

XII

Ch'irapsòdi partitamentechi unochi altroandavano cantando ilibri d'Omero nelle fiere e feste per le città della Grecia.

XIII

Chedall'origini delle due vocionde tal nome "rapsòdi"è compostoerano "consarcinatori di canti"chedovettero aver raccolto non da altri certamente che da' loro medesimipopoli: siccome hómeros vogliono pur essersi detto dahomú"simul"ed éirein"connectere"ove significa il "mallevadore"perocché leghi insieme il creditore col debitore. La qualorigine è cotanto lontana e sforzata quanto è agiata epropia per significare l'Omero nostroche fu legatore ovverocomponitore di favole.

XIV

Chei Pisistratiditiranni d'Ateneeglino divisero e disposeroofecero dividere e disponerei poemi d'Omero nell'Iliade enell'Odissea: onde s'intenda quanto innanzi dovevan esserestati una confusa congerie di cosequando è infinita ladifferenza che si può osservar degli stili dell'uno edell'altro poema omerico.

XV

Chegli stessi Pisistratidi ordinarono ch'indi in poi da' rapsòdifussero cantati nelle feste panatenaichecome scrive CiceroneDenatura deorumed Elianoin ciò seguìto dalloScheffero.

XVI

Mai Pisistratidi furono cacciati da Atene pochi anni innanzi che lofuron i Tarquini da Roma: talchéponendosi Omero a' tempi diNumacome abbiamo sopra pruovatopur dovette correre lunga etàappresso chi rapsòdi avessero seguitato a conservar a memoriai di lui poemi. La qual tradizione toglie affatto il creditoall'altra di Aristarco ch'a' tempi de' Pisistratidi avesse fattocotal ripurgadivisione ed ordinamento de' poemi d'Omeroperchéciò non si poté fare senza la scrittura volgaree sìda indi in poi non vi era bisogno più de' rapsòdi chegli cantassero per parti ed a mente.

XVII

TalchéEsiodoche lasciò opere di sé scrittepoichénon abbiamo autorità che da' rapsòdi fusse statocom'Omeroconservato a memoriae da' cronologicon una vanissimadiligenzaè posto trent'anni innanzi d'Omerosi dee porredopo de' Pisistratidi. Se non purequal'i rapsòdi omericitali furono i poeti cicliciche conservarono tutta la storiafavolosa de' greci dal principio de' loro dèi fin al ritornod'Ulisse in Itaca. I quali poetidalla voce kúklosnon poteron esser altri ch'uomini idioti che cantassero le favole agente volgare raccolta in cerchio il dì di festa; qual cerchioè quell'appunto che Orazio nell'Arte dice "vilempatulumque orbem"che 'l Dacier punto non riman soddisfattode' commentatori ch'Orazio ivi voglia dir "i lunghi episodi".E forse la ragione di punto non soddisfarsene ella è questa:perché non è necessario che l'episodio d'una favolaperocché sia lungodebba ancor esser vile: comeper cagiond'esemploquelli delle delizie di Rinaldo con Armida nel giardinoincantato e del ragionamento che fa il vecchio pastore ad Erminiasono lunghi bensìma pertanto non sono viliperchél'uno è ornatol'altro è tenue o dilicatoentrambinobili. Ma ivi Orazioavendo dato l'avviso a' poeti tragici diprendersi gli argomenti da' poemi di Omerova incontro alladifficultàch'in tal guisa essi non sarebbon poetiperchéle favole sarebbero le ritruovate da Omero. Però Oraziorisponde loro che le favole epiche d'Omero diverranno favole tragichepropiese essi staranno sopra questi tre avvisi. De' quali il primoè: se essi non ne faranno oziose parafrasicome osserviamotuttavia uomini leggere l'Orlando furioso o innamoratoo altro romanzo in rima a' vili e larghi cerchi di sfaccendata gentegli dì delle festeerecitata ciascuna stanzaspiegarlaloro in prosa con più parole; - il secondose non ne sarannofedeli traduttori; - il terzo ed ultimo avviso è: sefinalmente non ne saranno servili imitatorimaseguitando i costumich'Omero attribuisce a' suoi eroieglino da tali stessi costumifaranno uscire altri sentimentialtri parlarialtre azioniconformie sì circa i medesimi subbietti saranno altri poetida Omero. Così nella stess'Arte lo stesso Orazio chiama"poeta ciclico" un poeta triviale e da fiera. Sìfatti autori ordinariamente si leggono detti kúklioi edenkúklioi e la loro raccolta ne fu detta kúklosepikóskúklia épepóiema enkúklikonesenz'aggiunta alcunatalora kúkloscome osservaGerardo Langbenio nella sua prefazione a Dionigi Longino. Talchédi questa maniera può essere ch'Esiodoil quale contienetutte favole di dèiegli fusse stato innanzi d'Omero.

XVIII

Perquesta ragione lo stesso è da dirsi d'Ippocrateil qualelasciò molte e grandi opere scritte non già in verso main prosache perciò naturalmente non si potevano conservar amemoria: ond'egli è da porsi circa i tempi d'Erodoto.

XIX

Pertutto ciò il Vossio troppo di buona fede ha creduto confutareGiuseffo con tre iscrizioni eroicheuna d'Anfitrionela secondad'Ippocoontela terza di Laomedonte (imposture somiglianti a quelleche fanno tuttavia i falsatori delle medaglie); e Martino Scoockioassiste a Giuseffo contro del Vossio.

XX

Acui aggiugniamo che Omero non mai fa menzione di lettere grechevolgarie la lettera da Preto scritta ad Euriainsidiosa aBellerofontecome abbiamo altra volta sopra osservatodice esserestata scritta per sémata.

XXI

CheAristarco emendò i poemi d'Omeroi quali pure ritengono tantavarietà di dialettitante sconcezze di favellariche deonessere stati vari idiotismi de' popoli della Grecia e tante licenzeeziandio di misure.

XXII

DiOmero non si sa la patriacome si è sopra notato.

XXIII

Quasitutti i popoli della Grecia il vollero lor cittadinocome si èosservato pur sopra.

XXIV

Soprasi son arrecate forti congetture l'Omero dell'Odissea esserestato dell'occidente di Grecia verso mezzodìe quellodell'Iliade essere stato dell'oriente verso settentrione.

XXV

Nonse ne sa nemmeno l'età.

XXVI

El'oppenioni ne sono sì molte e cotanto varieche 'l divario èlo spazio di quattrocensessant'anniponendolodalle sommamenteopposte tra lorouna a' tempi della guerra di Troial'altra verso itempi di Numa.

XXVII

DionigiLonginonon potendo dissimulare la gran diversità degli stilide' due poemidice che Omero essendo giovine compose l'Iliadee vecchio poi l'Odissea: particolarità invero dasapersi di chi non si seppero le due cose più rilevanti nellastoriache sono prima il tempo e poi il luogodelle quali ci halasciato al buioove ci narra del maggior lume di Grecia.

XXVIII

Loche dee togliere tutta la fede ad Erodotoo chi altro ne sial'autorenella Vita d'Omeroove ne racconta tante bellevarie minute coseche n'empie un giusto volume; ed alla Vitache ne scrisse Plutarcoil qualessendo filosofone parlòcon maggiore sobrietà.

XXIX

Maforse Longino formò cotal congetturaperché Omerospiega nell'Iliade la collera e l'orgoglio d'Achilleche sonopropietà di giovanie nell'Odissea narra le doppiezzee le cautele di Ulisseche sono costumi di vecchi.

XXX

Èpur tradizione che Omero fu ciecoe dalla cecità prese sìfatto nomech'in lingua ionica vuol dir "cieco".

XXXI

EdOmero stesso narra ciechi i poeti che cantano nelle cene de' grandicome cieco colui che canta in quella che dà Alcinoo ad Ulissee pur cieco l'altro che canta nella cena de' proci.

XXXII

Edè propietà di natura umana ch'i ciechi vaglionomaravigliosamente nella memoria.

XXXIII

Efinalmente ch'egli fu povero e andò per gli mercati di Greciacantando i suoi propi poemi.







II- DISCOVERTA DEL VERO OMERO

 

Ortutte queste cose e ragionate da noi e narrate da altri d'intorno adOmero e i di lui poemisenza punto averloci noi eletto o propostotanto che nemmeno avevamo sopra ciò riflettutoquando (nécon tal metodo col quale ora questa Scienza si è ragionata)acutissimi ingegni d'uomini eccellenti in dottrina ed erudizioneconleggere la Scienza nuova la prima volta stampatasospettaronoche Omero finor creduto non fusse vero: tutte queste cosedicooraci strascinano ad affermare che tale sia adivenuto di Omero appuntoquale della guerra troianachequantunque ella dia una famosa epocade' tempi alla storiapur i critici più avveduti giudicanoche quella non mai siesi stata fatta nel mondo. E certamentesecome della guerra troianacosì di Omero non fussero certigrandi vestigi rimastiquanti sono i di lui poemia tantedifficultà si direbbe che Omero fusse stato un poeta d'ideail quale non fu particolar uomo in natura. Ma tali e tantedifficultàe insiememente i poemi di lui pervenuticisembrano farci cotal forza d'affermarlo per la metà: chequest'Omero sia egli stato un'idea ovvero un carattere eroicod'uomini greciin quanto essi narravanocantandole loro storie.



1.LE SCONCEZZE E INVERISIMIGLIANZE DELL'OMERO FINOR CREDUTO DIVENGONONELL'OMERO QUI SCOVERTO CONVENEVOLEZZE E NECESSITA`

Persì fatta discoverta tutte le cose e discorse e narratechesono sconcezze e inverisimiglianze nell'Omero finor credutodivengono nell'Omero qui ritruovato tutte convenevolezze e necessità.E primieramente le stesse cose massime lasciateci incerte di Omero civiolentano

I

Cheper ciò i popoli greci cotanto contesero della di lui patria e'l vollero quasi tutti lor cittadinoperché essi popoli grecifurono quest'Omero.

II

Cheper ciò variino cotanto l'oppenioni d'intorno alla di lui etàperché un tal Omero veramente egli visse per le bocche e nellamemoria di essi popoli greci dalla guerra troiana fin a' tempi diNumache fanno lo spazio di quattrocensessant'anni.

III

Ela cecità

IV

ela povertà d'Omero furono de' rapsòdii qualiessendociechionde ogniun di loro si disse "omèro"prevalevano nella memoriaed essendo poverine sostentavano la vitacon andar cantando i poemi d'Omero per le città della Greciade' quali essi eran autoriperch'erano parte di que' popoli che viavevano composte le loro istorie.

V

CosìOmero compose giovine l'Iliadequando era giovinetta laGrecia e'n conseguenzaardente di sublimi passionicomed'orgogliodi colleradi vendettale quali passioni non soffronodissimulazione ed amano generosità; onde ammiròAchilleeroe della forza: ma vecchio compose poi l'Odisseaquando la Grecia aveva alquanto raffreddato gli animi con lariflessionela qual è madre dell'accortezza; onde ammiròUlisseeroe della sapienza. Talché a' tempi d'Omero giovinea' popoli della Grecia piacquero la crudezzala villanialaferociala fierezzal'atrocità: a' tempi d'Omero vecchio giàgli dilettavano i lussi d'Alcinoole delizie di Calipsoi piaceridi Circei canti delle sirenei passatempi de' proci e dinonchétentareassediar e combattere le caste Penelopi; i quali costumitutti ad un temposopra ci sembrarono incompossibili. La qualdifficultà poté tanto nel divino Platone chepersolverladisse che Omero aveva preveduti in estro tali costuminauseantimorbidi e dissoluti. Ma eglicosìfece Omero unostolto ordinatore della greca civiltàperchéquantunque gli condanniperò insegna i corrotti e guasticostumii quali dovevano venire dopo lungo tempo ordinate le nazionidi Greciaaffinchéaffrettando il natural corso che fanno lecose umanei greci alla corrottella più s'avacciassero.

VI

Incotal guisa si dimostra l'Omero autor dell'Iliade avere dimolt'età preceduto l'Omero autore dell'Odissea.

VII

Sidimostra che quello fu dell'oriente di Grecia verso settentrionechecantò la guerra troiana fatta nel suo paese; e che questo fudell'occidente di Grecia verso mezzodìche canta Ulissech'aveva in quella parte il suo regno.

VIII

CosìOmerosperduto dentro la folla de' greci popolinon solo sigiustifica di tutte le accuse che gli sono state fatte da' criticieparticolarmente:

IX

dellevili sentenze

X

de'villani costumi

XI

dellecrude comparazioni

XII

degl'idiotismi

XIII

dellelicenze de' metri

XIV

dell'incostantevarietà de' dialetti

XV

edi avere fatto gli uomini dèi e gli dèi uomini.

Lequali favole Dionigi Longino non si fida di sostenere che co'puntelli dell'allegorie filosofichecioè a dire checomesuonano cantate a' grecinon possono avergli produtto la gloriad'essere stato l'ordinatore della greca civiltà: la qualdifficultà ricorre in Omero la stessache noi sopranell'Annotazioni alla Tavola cronologicafacemmo controd'Orfeodetto il fondatore dell'umanità della Grecia. Ma lesopradette furono tutte propietà di essi popoli grecieparticolarmente l'ultima: chenel fondarsicome la teogonianaturale sopra l'ha dimostratoi greci di sì piireligiosicastifortigiusti e magnanimitali fecero i dèi; e posciacol lungo volger degli annicon l'oscurarsi le favole e colcorrompersi de' costumicome si è a lungo nella Sapienzapoetica ragionatoda sédissoluti estimaron gli dèi- per quella Degnitàla qual è stata sopraproposta: che gli uomini naturalmente attirano le leggi oscure odubbie alla loro passione ed utilità- perché temevanogli dèi contrari a' loro votise fussero stati contrari a' diloro costumicom'altra volta si è detto.

XVI

Madi più appartengono ad Omero per giustizia i due grandiprivilegiche 'n fatti son unoche gli danno Aristotileche lebugie poeticheOrazioche i caratteri eroici solamente si sepperofinger da Omero. Onde Orazio stesso si professa di non esser poetaperché o non può o non sa osservare quelli che chiama"colores operum"che tanto suona quanto le "bugiepoetiche"le quali dice Aristotile; come appresso Plauto silegge "obtinere colorem" nel sentimento di "dirbugia che per tutti gli aspetti abbia faccia di verità"qual dev'esser la buona favola.

Maoltre a questigli convengono tutti gli altri privilegich'a luidanno tutti i maestri d'arte poeticad'essere stato incomparabile:

XVII

inquelle sue selvagge e fiere comparazioni

XVIII

inquelle sue crude ed atroci descrizioni di battaglie e di morti

XIX

inquelle sue sentenze sparse di passioni sublimi

XX

inquella sua locuzione piena di evidenza e splendore. Le quali tuttefurono propietà dell'età eroica de' grecinella qualee per la quale fu Omero incomparabil poeta; perchénell'etàdella vigorosa memoriadella robusta fantasia e del sublime ingegnoegli non fu punto filosofo.

XXI

Ondené filosofiené arti poetiche e critichele qualivennero appressopoterono far un poeta che per corti spazi potessetener dietro ad Omero.

Equel ch'è piùegli fa certo acquisto degli treimmortali elogiche gli son dati:

XXII

primod'essere stato l'ordinatore della greca polizia o sia civiltà;

XXIII

secondod'essere stato il padre di tutti gli altri poeti;

XXIV

terzod'essere stato il fonte di tutte le greche filosofie: niuno de' qualiall'Omero finor creduto poteva darsi. Non lo primoperchéda' tempi di Deucalione e Pirravien Omero da mille e ottocento annidopo essersi incominciata co' matrimoni a fondare la greca civiltàcome si è dimostrato in tutta la scorsa della Sapienzapoetica che la fondò. Non lo secondoperché primad'Omero fiorirono certamente i poeti teologiquali furon OrfeoAnfioneLinoMuseo ed altritra' quali i cronologi han postoEsiodo e fattolo di trent'anni prevenir ad Omero; altri poeti eroiciinnanzi d'Omero sono affermati da Cicerone nel Bruto enominati da Eusebio nella Preparazione evangelicaqualifurono FilamoneTemiridaDemodocoEpimenideAristeo ed altri. Nonfinalmente il terzoimperciocchécome abbiamo a lungo edappieno nella Sapienza poetica dimostratoi filosofi nellefavole omeriche non ritruovaronoma ficcarono essi le lorofilosofie; ma essa sapienza poeticacon le sue favolediedel'occasioni a' filosofi di meditare le lor altissime veritàediede altresì le comodità di spiegarleconforme ilpromettemmo nel di lui principio e 'l facemmo vedere per tutto illibro secondo.



2.I POEMI D'OMERO SI TRUOVANO DUE GRANDI TESORI DEL DIRITTO NATURALEDELLE GENTI DI GRECIA

Masopra tuttoper tal discovertagli si aggiugne una sfolgorantissimalode:

XXV

d'esserOmero stato il primo storicoil quale ci sia giunto di tutta lagentilità;

XXVI

ondedovrannoquindi appressoi di lui poemi salire nell'alto creditod'essere due grandi tesori de' costumi dell'antichissima Grecia.Tanto che lo stesso fato è avvenuto de' poemi d'Omerocheavvenne della legge delle XII Tavole: perchécome questeessendo state credute leggi date da Solone agli ateniesie quindifussero venute a' romanici hanno tenuto finor nascosta la storiadel diritto naturale delle genti eroiche del Lazio; cosìperché tai poemi sono stati creduti lavori di getto d'un uomoparticolaresommo e raro poetaci hanno tenuta finor nascostal'istoria del diritto naturale delle genti di Grecia.



3.ISTORIA DE' POETI DRAMATICI E LIRICI RAGIONATA

Giàdimostrammo sopra tre essere state l'età de' poeti innanzid'Omero: la prima de' poeti teologich'i medesimi furon eroiiquali cantarono favole vere e severe; la seconda de' poeti eroiciche l'alterarono e le corruppero; la terza d'Omeroch'alterate ecorrotte le ricevette. Ora la stessa critica metafisica sopra lastoria dell'oscurissima antichitàovvero la spiegazionedell'idee ch'andarono naturalmente faccendo le antichissime nazionici può illustrar e distinguere la storia de' poeti dramatici eliricidella quale troppo oscura e confusamente hanno scritto ifilologi.

Essipongono tra' lirici Anfione metinneopoeta antichissimo de' tempieroicie ch'egli ritruovò il ditirambo econ quelloilcoroe che introdusse i satiri a cantar in versie che 'l ditiramboera un coro menato in giroche cantava versi fatti in lode di Bacco.Dicono che dentro il tempo della lirica fiorirono insigni tragicieDiogene Laerzio afferma che la prima tragedia fu rappresentata dalsolo coro. Dicono ch'Eschilo fu il primo poeta tragicoe Pausaniaracconta essere stato da Bacco comandato a scriver tragedie(quantunque Orazio narri Tespi esserne stato l'autoreove nell'Artepoetica incomincia dalla satira a trattare della tragediae cheTespi introdusse la satira sui carri nel tempo delle vendemmie); cheappresso venne Sofocleil quale da Palemone fu detto l'"Omerode' tragici"; e che compiè la tragedia finalmenteEuripideche Aristotile chiama traghikótaton. Diconoche dentro la medesima età provenne Aristofaneche ritruovòla commedia antica ed aprì la strada alla nuova (nella qualecaminò poi Menandro)per la commedia d'Aristofane intitolataLe nebbieche portò a Socrate la rovina. Poi altri diloro pongono Ippocrate nel tempo de' tragicialtri in quello de'lirici. Ma Sofocle ed Euripide vissero alquanto innanzi i tempi dellalegge delle XII Tavolee i lirici vennero anco dappoi; lo che sembraassai turbar la cronologiache pone Ippocrate ne' tempi de' settesavi di Grecia.

Laqual difficultà per solversideesi dire che vi furono duespezie di poeti tragici ed altrettante di lirici.

Ilirici antichi devon essere prima stati gli autori degl'inni in lodedegli dèidella spezie della quale sono quelli che si dicond'Omerotessuti in verso eroico; dipoi deon essere stati i poeti diquella lirica onde Achille canta alla lira le laudi degli eroitrappassati. Siccome tra' latini i primi poeti furono gli autori de'versi saliarich'erano inni che si cantavano nelle feste degli dèida' sacerdoti chiamati "salii" (forse detti così dalsaltarecome saltando in giro s'introdusse il primo coro tra'greci)i frantumi de' quali versi sono le più antiche memorieche ci son giunte della lingua latinac'hanno un'aria di versoeroicocom'abbiamo sopra osservato. E tutto ciòconvenevolmente a questi princìpi dell'umanità dellenazioniche ne' primi tempii quali furon religiosinon dovetteraltro lodar che gli dèi (siccome a' tempi barbari ultimiritornò tal costume religiosoch'i sacerdotii quali solicome in quel tempoerano letteratinon composero altre poesie cheinni sagri); appressone' tempi eroicinon dovetter ammirare ecelebrare che forti fatti d'eroicome gli cantò Achille. Cosìdi tal sorta di lirici sagri dovett'esser Anfione metinneoil qualaltresì fu autore del ditirambo; e che il ditirambo fu ilprimo abbozzo della tragediatessuta in verso eroico (che fu laprima spezie di verso nel quale cantarono i grecicome sopra si èdimostrato); e sì il ditirambo d'Anfione sia stata la primasatiradalla qual Orazio comincia a ragionare della tragedia.

Inuovi furono i lirici melicide' quali è principe Pindaroche scrissero in versi che nella nostra italiana favella si dicon"arie per musica"; la qual sorta di verso dovette veniredopo del giambicoche fu la spezie di verso nel qualecome sopra siè dimostratovolgarmente i greci parlarono dopo l'eroico.Così Pindaro venne ne' tempi della virtù pomposa diGreciaammirata ne' giuochi olimpicine' quali tai lirici poeticantarono; siccome Orazio venne a' tempi più sfoggiosi diRomaquali furono quelli sotto di Augusto; e nella lingua italiana èvenuta la melica ne' di lei tempi più inteneriti e piùmolli.

Itragici poi e i comici corsero dentro questi termini: che Tespi inaltra parte di Greciacome Anfione in altranel tempo dellavendemmia diede principio alla satiraovvero tragedia anticaco'personaggi de' satirich'in quella rozzezza e semplicitàdovettero ritruovare la prima maschera col vestire i piedile gambee cosce di pelli caprineche dovevan aver alla manoe tingersi ivolti e 'l petto di fecce d'uvaed armar la fronte di corna (ondeforse finorappresso di noii vendemmiatori si dicono volgarmente"cornuti"); e sì può esser vero che Baccodio della vendemmiaavesse comandato ad Eschilo di comporretragedie; e tutto ciò convenevolmente a' tempi che gli eroidicevano i plebei esser mostri di due naturecioè d'uomini edi capronicome appieno sopra si è dimostrato. Così èforte congettura che anzi da tal maschera che da ciò: - che inpremio a chi vincesse in tal sorta di far versi si dasse un capro (ilqual Oraziosenza farne poi usoriflette e chiama pur "vile")il quale si dice trágos- avesse preso il nome latragediae ch'ella avesse incominciato da questo coro di satiri. Ela satira serbò quest'eterna propietàcon la qual ellanacquedi dir villanie ed ingiurieperché i contadinicosìrozzamente mascherati sopra i carri co' quali portavano l'uveavevano licenzala qual ancor oggi hanno i vendemmiatori dellanostra Campagna feliceche fu detta "stanza di Bacco"didire villanie a' signori. Quindi s'intenda con quanto di veritàposcia gli addottrinati nella favola di Paneperché pãnsignifica "tutto"ficcarono la mitologia filosofica chesignifichi l'universoe che le parti basse pelose voglian dire laterrail petto e la faccia rubiconda dinotino l'elemento del fuocoe le corna significhino il sole e la luna. Ma i romani ce neserbarono la mitologia istorica in essa voce "satyra"la qualecome vuol Festofu vivanda di varie spezie di cibi: dondepoi se ne disse "lex per satyram" quella la qualeconteneva diversi capi di cose: siccome nella satira dramaticach'ora qui ragioniamoal riferire di esso Orazio (poiché néde' latini né de' greci ce n'è giunta pur una)comparivano diverse spezie di personecome dèieroireartegiani e servi. Perché la satirala quale restò a'romaninon tratta di materie diversepoiché èassegnata ciascheduna a ciaschedun argomento.

PosciaEschilo portò la tragedia anticacioè cotal satiranella tragedia mezzana con maschere umanetrasportando il ditirambod'Anfionech'era coro di satiriin coro d'uomini. E la tragediamezzana dovett'esser principio della commedia anticanella quale siponevan in favola grandi personaggie perciò le convenne ilcoro. Appresso vennero Sofocle primae poi Euripideche cilasciarono la tragedia ultima. Ed in Aristofane finì lacommedia anticaper lo scandalo succeduto nella persona di Socrate;e Menandro ci lasciò la commedia nuovalavorata su personaggiprivati e fintii qualiperché privatipotevan esser fintie perciò esser creduti per vericome sopra si èragionato; onde dovette non più intervenirvi il coroch'èun pubblico che ragionané di altro ragiona che di cosepubbliche.

Incotal guisa fu tessuta la satira in verso eroicocome laconservarono poscia i latiniperché in verso eroico parlaronoi primi popolii quali appresso parlarono in verso giambico; eperciò la tragedia fu tessuta in verso giambico per naturaela commedia lo fu per una vana osservazione d'esemploquando ipopoli greci già parlavano in prosa. E convenne certamente ilgiambico alla tragediaperocch'è verso nato per isfogare lacollerache cammina con un piede ch'Orazio chiama "presto"(lo che in una Degnità si è avvisato): siccomedicono volgarmente che Archiloco avesselo ritruovato per isfogare lasua contro di Licambeil quale non aveva voluto dargli in moglie lasua figliuolae con l'acerbezza de' versi avesse ridutti lafigliuola col padre alla disperazion d'afforcarsi: che dev'esserun'istoria di contesa eroica d'intorno a' connubinella qual iplebei sollevati dovetter afforcar i nobili con le loro figliuole.

Quindiesce quel mostro d'arte poeticach'un istesso verso violentorapidoe concitato convenga a poema tanto grande quanto è latragediala qual Platone stima più grande dell'epopeae adun poema dilicato qual è la commedia; e che lo stesso piedepropiocome si è dettoper isfogare collera e rabbianellequali proromper dee atrocissime la tragediasiesi egualmente buono aricevere scherzigiuochi e teneri amoriche far debbono allacommedia tutta la piacevolezza ed amenità.

Questistessi nomi non diffiniti di poeti "lirici" e "tragici"fecero porre Ippocrate a' tempi de' sette savi; il quale dev'esserposto circa i tempi d'Erodotoperché venne in tempi ch'ancorasi parlava buona parte per favole (com'è di favole tinta la dilui vitaed Erodoto narra in gran parte per favole le sue storie)enon solo si era introdutto il parlare da prosama anco lo scrivereper volgari caratterico' quali Erodoto le sue storieed egliscrisse in medicina le molte opere che ci lasciòsiccomealtra volta sopra si è detto.





LIBROQUARTO

DELCORSO CHE FANNO LE NAZIONI

 

Inforza de' princìpi di questa Scienzastabiliti nel libroprimo; e dell'origini di tutte le divine ed umane cose dellagentilitàricercate e discoverte dentro la Sapienzapoetica nel libro secondo; e nel libro terzo ritruovati i poemid'Omero essere due grandi tesori del diritto naturale delle genti diGreciasiccome la legge delle XII Tavole era stata già da noiritruovata esser un gravissimo testimone del diritto naturale dellegenti del Lazio: - ora con tai lumi così di filosofia come difilologiain séguito delle Degnità d'intornoalla storia ideal eterna già sopra postein questo libroquarto soggiugniamo il corso che fanno le nazionicon costanteuniformità procedendo in tutti i loro tanto vari e sìdiversi costumi sopra la divisione delle tre etàche dicevanogli egizi essere scorse innanzi nel loro mondodegli dèidegli eroi e degli uomini. Perché sopra di essa si vedrannoreggere con costante e non mai interrotto ordine di cagioni ed'effettisempre andante nelle nazioniper tre spezie di nature; eda esse nature uscite tre spezie di costumi; da essi costumiosservate tre spezie di diritti naturali delle genti; e'nconseguenza di essi dirittiordinate tre spezie di Stati civili osia di repubbliche; eper comunicare tra loro gli uomini venutiall'umana società tutte queste già dette tre spezie dicose massimeessersi formate tre spezie di lingue ed altrettante dicaratteri; eper giustificarletre spezie di giurisprudenzeassistite da tre spezie d'autorità e da altrettante di ragioniin altrettante spezie di giudizi; le quali giurisprudenze sicelebrarono per tre sètte de' tempiche professano in tuttoil corso della lor vita le nazioni. Le quali tre speziali unitàcon altre molte che loro vanno di séguito e saranno in questolibro pur noveratetutte mettono capo in una unità generalech'è l'unità della religione d'una divinitàprovvedentela qual è l'unità dello spiritocheinforma e dà vita a questo mondo di nazioni. Le quali cosesopra sparsamente essendosi ragionatequi si dimostra l'ordine dellor corso.



I- TRE SPEZIE DI NATURE.

Laprima naturaper forte inganno di fantasiala qual èrobustissima ne' debolissimi di raziociniofu una natura poetica osia creatricelecito ci sia dire divinala qual a' corpi diedel'essere di sostanze animate di dèie gliele diede dalla suaidea. La qual natura fu quella de' poeti teologiche furono gli piùantichi sappienti di tutte le nazioni gentiliquando tutte legentili nazioni si fondarono sulla credenzach'ebbe ogniunadicerti suoi propi dèi. Altronde era natura tutta fiera edimmane; maper quello stesso lor errore di fantasiaeglino temevanospaventosamente gli dèi ch'essi stessi si avevano finti. Diche restarono queste due eterne propietà: unache lareligione è l'unico mezzo potente a raffrenare la fierezza de'popoli; l'altrach'allora vanno bene le religioniove coloro che vipresiedonoessi stessi internamente le riveriscano.

Laseconda fu natura eroicacreduta da essi eroi di divina origine;perchécredendo che tutto facessero i dèisi tenevanoesser figliuoli di Giovesiccome quelli ch'erano stati generati congli auspìci di Giove: nel qual eroismo essicon giusto sensoriponevano la natural nobiltà: - perocché fussero dellaspezie umana; - per la qual essi furono i prìncipi dell'umanagenerazione. La quale natural nobiltà essi vantavano sopraquelli che dall'infame comunion bestialeper salvarsi nelle rissech'essa comunion producevas'erano dappoi riparati a' di lor asili:i qualivenutivi senza dèitenevano per bestiesiccomel'una e l'altra natura sopra si è ragionata. La terza funatura umanaintelligentee quindi modestabenigna e ragionevolela quale riconosce per leggi la coscienzala ragioneil dovere.



II- TRE SPEZIE DI COSTUMI

Iprimi costumi furono tutti aspersi di religione e pietàqualici si narrano quelli di Deucalione e Pirravenuti di fresco dopo ildiluvio.

Isecondi furono collerici e puntigliosiquali sono narrati diAchille.

Iterzi son officiosiinsegnati dal propio punto de' civili doveri.



III- TRE SPEZIE DI DIRITTI NATURALI

Ilprimo diritto fu divinoper lo quale credevano e sé e le lorocose essere tutte in ragion degli dèisull'oppenione chetutto fussero o facessero i dèi.

Ilsecondo fu eroicoovvero della forzama però prevenuta giàdalla religioneche sola può tener in dovere la forzaovenon sonoose vi sononon vaglionole umane leggi perraffrenarla. Perciò la provvedenza dispose che le prime gentiper natura ferocifussero persuase di sì fatta lororeligioneacciocché si acquetassero naturalmente alla forzae chenon essendo capaci ancor di ragioneestimassero la ragionedalla fortunaper la quale si consigliavano con la divinazion degliauspìci. Tal diritto della forza è 'l diritto diAchilleche pone tutta la ragione nella punta dell'asta.

Ilterzo è 'l diritto umano dettato dalla ragion umana tuttaspiegata.



IV- TRE SPEZIE DI GOVERNI.

Iprimi furono diviniche i greci direbbono "teocratici"ne' quali gli uomini credettero ogni cosa comandare gli dèi;che fu l'età degli oracoliche sono la più anticadelle cose che si leggono sulla storia.

Isecondi furono governi eroici ovvero aristocraticich'è tantodire quanto "governi d'ottimati"in significazion di"fortissimi"; ed ancoin greco"governi d'Eraclidi"o usciti da razza erculeain sentimento di "nobili"qualifurono sparsi per tutta l'antichissima Greciae poi restò lospartano; ed eziandio "governi di cureti"ch'i greciosservarono sparsi nella Saturniao sia antica Italiain Creta edin Asia; e quindi "governo di quiriti" ai romanio sienodi sacerdoti armati in pubblica ragunanza. Ne' qualiper distinziondi natura più nobileperché creduta di divina originech'abbiam sopra dettotutte le ragioni civili erano chiuse dentrogli ordini regnanti de' medesimi eroied a' plebeicome riputatid'origine bestialesi permettevano i soli usi della vita e dellanatural libertà.

Iterzi sono governi umanine' qualiper l'ugualità di essaintelligente naturala qual è la propia natura dell'uomotutti si uguagliano con le leggiperocché tutti sien natiliberi nelle loro cittàcosì libere popolariovetutti o la maggior parte sono esse forze giuste della cittàper le quali forze giuste son essi i signori della libertàpopolare; o nelle monarchienelle qual'i monarchi uguagliano tutti isoggetti con le lor leggieavendo essi soli in lor mano tutta laforza dell'armiessi vi sono solamente distinti in civil natura.



V- TRE SPEZIE DI LINGUE.

Trespezie di lingue

Dellequali la prima fu una lingua divina mentale per atti muti religiosio sieno divine cerimonie; onde restaron in ragion civile a' romanigli atti legittimico' quali celebravano tutte le faccende delleloro civili utilità. Qual lingua si conviene alle religioniper tal eterna propietà: che più importa loro essereriverite che ragionate; e fu necessaria ne' primi tempiche gliuomini gentili non sapevano ancora articolar la favella.

Laseconda fu per imprese eroichecon le quali parlano l'armi; la qualfavellacome abbiam sopra dettorestò alla militardisciplina.

Laterza è per parlariche per tutte le nazioni oggi s'usanoarticolati.



VI- TRE SPEZIE DI CARATTERI

Trespezie di caratteri.

De'qual'i primi furon diviniche propiamente si dissero "geroglifici"de' quali sopra pruovammo che ne loro princìpi si servironotutte le nazioni. E furono certi universali fantasticidettatinaturalmente da quell'innata propietà della mente umana didilettarsi dell'uniforme (di che proponemmo una Degnità)lo che non potendo fare con l'astrazione per generiil fecero con lafantasia per ritratti. A' quali universali poetici riducevano tuttele particolari spezie a ciascun genere appartenenticom'a Giovetutte le cose degli auspìcia Giunone tutte le cose dellenozzee così agli altri l'altre.

Isecondi furono caratteri eroicich'erano pur universali fantasticia' quali riducevano le varie spezie delle cose eroiche: come adAchille tutti i fatti de' forti combattidoriad Ulisse tutti iconsigli de' saggi. I quali generi fantasticicon avvezzarsi posciala mente umana ad astrarre le forme e le propietà da'subbiettipassarono in generi intelligibilionde provenneroappresso i filosofi; da' quali poscia gli autori della commedianuovala quale venne ne' tempi umanissimi della Greciapresero igeneri intelligibili de' costumi umani e ne fecero ritratti nelleloro commedie.

Finalmentesi ritruovarono i volgari caratterii quali andarono di compagniacon le lingue volgari: poichécome queste si compongono diparoleche sono quasi generi de' particolari co' quali avevaninnanzi parlato le lingue eroiche (comeper l'esemplo sopraarrecatodella frase eroica "mi bolle il sangue nel cuore"ne fecero questa voce: "m'adiro"); così dicenventimila caratteri geroglificicheper esemplousano fin oggii chinesine fecero poche letterealle qualicome generisiriducono le cenventimila parole delle quali i chinesi compongono laloro lingua articolata volgare. Il qual ritruovato ècertamente un lavoro di mente ch'avesse più che dell'umana;onde sopra udimmo Bernardo da Melinckrot ed Ingewaldo Elingio che 'lcredono ritruovato divino. E tal comun senso di maraviglia èfacile ch'abbia mosso le nazioni a credere ch'uomini eccellenti indivinità avesser loro ritruovate sì fatte letterecomesan Girolamo agl'illiricome san Cirillo agli slavicome altri adaltreconforme osserva e ragiona Angelo Rocha nella Bibliotecavaticanaove gli autori delle lettereche diciamo "volgari"coi lor alfabeti sono dipinti. Le quali oppenioni si convinconomanifestamente di falso col solo domandare: - Perché nonl'insegnarono le loro propie? - La qual difficultà abbiam noisopra fatto di Cadmoche dalla Fenicia aveva portato a' greci leletteree questi poi usarono forme di lettere cotanto diverse dallefenicie.

Dicemmosopra tali lingue e tali lettere esser in signoria del volgo de'popolionde sono dette e l'une e l'altre "volgari". Percotal signoria e di lingue e di lettere debbon i popoli liberi essersignori delle lor leggiperché danno alle leggi que' sensine' quali vi traggono ad osservarle i potentichecome nelleDegnità fu avvisatonon le vorrebbono. Tal signoria ènaturalmente niegato a' monarchi di toglier a' popoli; maper questastessa loro niegata natura di umane cose civilital signoriainseparabile da' popolifa in gran parte la potenza d'essi monarchiperch'essi possano comandare le loro leggi realialle quali debbanostar i potentisecondo i sensi ch'a quelle danno i lor popoli. Pertal signoria di volgari lettere e lingue è necessarioperordine di civil naturache le repubbliche libere popolari abbianopreceduto alle monarchie.



VII- TRE SPEZIE DI GIURISPRUDENZE

Trespezie di giurisprudenzeovvero sapienze.

Laprima fu una sapienza divinadettacome sopra vedemmo"teologiamistica"che vuol dire "scienza di divini parlari" od'intendere i divini misteri della divinazionee sì fuscienza in divinità d'auspìci e sapienza volgaredellaquale furono sappienti i poeti teologiche furono i primi sappientidel gentilesimo; e da tal mistica teologia essi se ne dissero"mystæ"i quali Oraziocon iscienzavolta"interpetri degli dèi". Talché di questaprima giurisprudenza fu il primo e propio "interpretari"detto quasi "interpatrari"cioè "entrarein essi padri"quali furono dapprima detti gli dèicomesi è sopra osservato: che Dante direbbe "indiarsi"cioè entrare nella mente di Dio. E tal giurisprudenza estimavail giusto dalla sola solennità delle divine cerimonie; ondevenne a' romani tanta superstizione degli atti legittimie nelleloro leggi ne restarono quelle frasi "iustæ nuptiæ"e "iustum testamentum"per nozze e testamento"solenni".

Laseconda fu la giurisprudenza eroicadi cautelarsi con certe propieparolequal è la sapienza di Ulisseil qualeappo Omerosempre parla sì accortoche consiegua la propostasi utilitàserbata sempre la propietà delle sue parole. Onde tutta lariputazione de' giureconsulti romani antichi consisteva in quel lor"cavere"; e quel loro "de iure respondere"pur altro non era che cautelar coloroch'avevano da sperimentar ingiudizio la lor ragioned'esporre al pretore i fatti cosìcircostanziatiche le formole dell'azioni vi cadessero sopra alivellotalché il pretore non potesse loro niegarle. Cosìa' tempi barbari ritornatitutta la riputazion de' dottori era intruovar cautele d'intorno a' contratti o ultime volontà ed insaper formare domande di ragione ed articoli: ch'era appunto il"cavere" e "de iure respondere" de'romani giureconsulti.

Laterza è la giurisprudenza umanache guarda la veritàd'essi fatti e piega benignamente la ragion delle leggi a tutto ciòche richiede l'ugualità delle cause; la qual giurisprudenza sicelebra nelle repubbliche libere popolarie molto più sottole monarchiech'entrambe sono governi umani.

Talchéle giurisprudenze divina ed eroica si attennero al certo ne' tempidelle nazioni rozze; l'umana guarda il vero ne' tempi delle medesimeilluminate. E tutto ciòin conseguenza delle diffinizioni delcerto e del veroe delle Degnità che se ne sono postenegli Elementi.



VIII- TRE SPEZIE D'AUTORITA`

Furonotre spezie d'autorità. Delle quali la prima è divinaper la quale dalla provvedenza non si domanda ragione; la secondaeroicariposta tutta nelle solenni formole delle leggi; la terzaumanariposta nel credito di persone sperimentatedi singolarprudenza nell'agibili e di sublime sapienza nell'intelligibili cose.

Lequali tre spezie d'autoritàch'usa la giurisprudenza dentroil corso che fanno le nazionivanno di séguito a tre sorted'autorità de' senatiche si cangiano dentro il medesimo lorocorso.

Dellequali la prima fu autorità di dominiodalla quale restaronodetti "autores" coloro da' quali abbiamo cagion didominioed esso dominio nella legge delle XII Tavole sempre"autoritas" vien appellato. La qual autoritàmise capo ne' governi divini fin dallo stato delle famiglienelquale la divina autorità dovett'essere degli dèiperch'era credutocon giusto sensotutto essere degli dèi.Convenevolmenteappressonelle aristocrazie eroichedove i senaticomposero (com'ancor in quelle de' nostri tempi compongono) lasignoriatal autorità fu di essi senati regnanti. Onde isenati eroici davano la lor approvagione a ciò ch'avevanoinnanzi trattato i popoliche Livio dice "eiusquod populusiussissetdeinde patres fierent autores": perònondall'interregno di Romolocome narra la storiama da' tempi piùbassi dell'aristocraziane' quali era stata comunicata lacittadinanza alla plebecome sopra si è ragionato. Il qualordinamentocome lo stesso Livio dice"sæpe spectabatad vim"sovente minacciava rivolte; tanto chese 'l popolone voleva venir a capodovevaper esemplonominar i consoli ne'qual'inchinasse il senato: appunto come sono le nominazioni de'maestrati che si fanno da' popoli sotto le monarchie.

Dallalegge di Publilio Filone in poicon la quale fu dichiarato il popoloromano libero ed assoluto signor dell'imperiocome sopra si èdettol'autorità del senato fu di tutela; conformel'approvagione de' tutori a' negozi che si trattano da' pupillichesono signori de' loro patrimonisi dice "autoritas tutorum".La qual autorità si prestava dal senato al popolo in essaformola della leggeconceputa innanzi in senatonella qualeconforme dee prestarsi l'autorità da' tutori a' pupilliilsenato fusse presente al popolopresente nelle grandi adunanzenell'atto presente di comandar essa legges'egli volesselacomandare; altrimentel'antiquasse e "probaret antiqua"ch'è tanto dire quanto ch'egli dichiarasse che non volevanovità. E tutto ciòacciocché il popolonelcomandare le leggiper cagione del suo infermo consigliononfacesse un qualche pubblico dannoe perciònel comandarlesi facesse regolar dal senato. Laonde le formole delle leggiche dalsenato si portavano al popolo perch'egli le comandassesono coniscienza da Cicerone diffinite "perscriptæautoritates": non autorità personalicome quelle de'tutorii quali con la loro presenza appruovano gli atti che si fanda' pupilli: ma autorità distese a lungo in iscritto (chétanto suona "perscribere")a differenza delleformole dell'azioniscritte "per notas"le qualinon s'intendevan dal popolo. Ch'è quello ch'ordinò lalegge Publilia: cheda essa in poil'autorità del senatoper dirla come Livio la riferisce"valeret in incertumcomitiorum eventum".

Passòfinalmente la repubblica dalla libertà popolare sotto lamonarchiae succedette la terza spezie d'autoritàch'èdi credito o di riputazione in sapienzae perciò autoritàdi consigliodalla qual i giureconsulti sotto gl'imperadori se nedissero "autores". E tal autorità dev'esserede' senati sotto i monarchii quali son in piena ed assoluta libertàdi seguir o no ciò che loro han consigliato i senati.



IX- TRE SPEZIE DI RAGIONI.

1.RAGIONE DIVINA E RAGIONE DI STATO.

Furonotre le spezie delle ragioni.

Laprimadivinadi cui Iddio solamente s'intendee tanto ne sanno gliuomini quanto è stato loro rivelato: agli ebrei prima e poi a'cristianiper interni parlarialle mentiperché voci d'unDio tutto mente; ma con parlari esternicosì da' profeticome da Gesù Cristo agli appostolie da questi palesati allaChiesa; - a' gentiliper gli auspìciper gli oracoli edaltri segni corporei creduti divini avvisiperché credutivenire dagli dèich'essi gentili credevano esser composti dicorpo. Talché in Dioch'è tutto ragionela ragion el'autorità è una medesima cosa; onde nella buonateologia la divina autorità tiene lo stesso luogo che diragione. Ov'è da ammirare la provvedenzachene' primi tempiche gli uomini del gentilesimo non intendevan ragione (lo che sopratutto dovett'essere nello stato delle famiglie)permise loroch'entrassero nell'errore di tener a luogo di ragione l'autoritàdegli auspìci e co' creduti divini consigli di quelli sigovernasseroper quella eterna propietà: ch'ove gli uomininelle cose umane non vedon ragionee molto più se la vedoncontrarias'acquetano negl'imperscrutabili consigli che sinascondono nell'abisso della provvedenza divina.

Laseconda fu la ragion di Statodetta da' romani "civilisæquitas"la quale Ulpiano tralle Degnitàsopra ci diffinì da ciò ch'ella non ènaturalmente conosciuta da ogni uomoma da pochi pratici di governoche sappian vedere ciò ch'appartiensi alla conservazione delgener umano. Della quale furono naturalmente sappienti i senatieroicie sopra tutti fu il romanosappientissimo ne' tempi dellalibertà così aristocraticane' quali la plebe eraaffatto esclusa di trattar cose pubblichecome della popolarepertutto il tempo che 'l popolo nelle pubbliche faccende si fece regolardal senatoche fu fin a' tempi de' Gracchi.



2.COROLLARIO: DELLA SAPIENZA DI STATO DEGLI ANTICHI ROMANI.

Quindinasce un problemache sembra assai difficile a solversi: come ne'tempi rozzi di Roma fussero stati sappientissimi di Stato i romaniene' loro tempi illuminati dice Ulpiano ch'"oggi di Statos'intendono soli e pochi pratici di governo"? - Perchéper quelle stesse naturali cagioni che produssero l'eroismo de' primipopoligli antichi romaniche furono gli eroi del mondoessinaturalmente guardavano la civil equitàla qual erascrupolosissima delle parole con le quali parlavan le leggi; econosservarne superstiziosamente le lor parolefacevano camminare leleggi diritto per tutti i fattianco dov'esse leggi riuscisseroseveredurecrudeli (per ciò che se n'è detto piùsopra)com'oggi sul praticare la ragione di Stato; e sì lacivil equità naturalmente sottometteva tutto a quella leggeregina di tutte l'altreconceputa da Cicerone con gravitàeguale alla materia: "Suprema lex populi salus esto".Perché ne' tempi eroicine' quali gli Stati furonoaristocraticicome si è appieno sopra pruovatogli eroiavevano privatamente ciascuno gran parte della pubblica utilitàch'erano le monarchie famigliari conservate lor dalla patriaepertal grande particolar interesse conservato loro dalla repubblicanaturalmente posponevano i privati interessi minori; ondenaturalmentee magnanimidifendevano il ben pubblicoch'èquello dello Statoe saggiconsigliavano d'intorno allo Stato. Loche fu alto consiglio della provvedenza divinaperché i padripolifemi dalla loro vita selvaggia (come con Omero e Platone si sonosopra osservati)senza un tale e tanto lor privato interessemedesimato col pubbliconon si potevano altrimente indurre acelebrare la civiltàcom'altra volta sopra si èriflettuto.

Alcontrarione' tempi umanine' quali gli Stati provengono o liberipopolari o monarchiciperché i cittadini ne' primi comandanoil ben pubblicoche si ripartisce loro in minutissime parti quantison essi cittadiniche fanno il popolo che vi comandae ne' secondison i sudditi comandati d'attender a' loro privati interessi elasciare la cura del pubblico al sovrano principe; aggiugnendo a ciòle naturali cagionile quali produssero tali forme di Statichesono tutte contrarie a quelle che produtto avevano l'eroismolequali sopra dimostrammo esser affetto d'agitenerezza di figliuoliamor di donne e disiderio di vita: per tutto ciòson oggi gliuomini naturalmente portati ad attendere all'ultime circostanze de'fattile quali agguaglino le loro private utilità. Ch'èl'"æquum bonum"considerato dalla terzaspezie di ragione (che qui era da ragionarsi)la quale si dice"ragion naturale"e da' giureconsulti "æquitasnaturalis" vien appellatadella quale sola è capacela moltitudine. Perché questa considera gli ultimi a séappartenenti motivi del giustoche meritano le causenell'individuali loro spezie de' fatti; e nelle monarchie bisognanopochi sappienti di Stato per consigliare con equità civile lepubbliche emergenze ne' gabinettie moltissimi giureconsulti digiurisprudenza privatache professa equità naturaleperministrare giustizia a' popoli.



3.COROLLARIO: ISTORIA FONDAMENTALE DEL DIRITTO ROMANO.

Lecose qui ragionate d'intorno alle tre spezie della ragione possonesser i fondamenti che stabiliscono la storia del diritto romano.Perché i governi debbon esser conformi alla natura degliuomini governaticome se n'è proposta sopra una Degnità;- perché dalla natura degli uomini governati escon essigovernicome per questi Princìpi sopra si èdimostrato; - e ché le leggi perciò debbon essereministrate in conformità de' governi eper tal cagionedallaforma de' governi si debbono interpetrare (lo che non sembra averfatto niuno di tutti i giureconsulti ed interpetriprendendo lostesso errore ch'avevano innanzi preso gli storici delle cose romanei quali narrano le leggi comandate in vari tempi in quellarepubblicama non avvertono a' rapporti che dovevano le leggi avercon gli stati per gli quali quella repubblica procedé;ond'escono i fatti tanto nudi delle loro propie cagioni le qualinaturalmente l'avevano dovuto produrreche Giovanni Bodinoegualmente eruditissimo giureconsulto e politicole cose fatte dagliantichi romani nella libertàche falsamente gli storicinarrano popolareargomenta essere stati effetti di repubblicaaristocraticaconforme in questi libri di fatto si èritruovata): - per tutto ciòse tutti gli adornatori dellastoria del diritto romano son domandati: - perché lagiurisprudenza antica usò tanti rigori d'intorno alla leggedelle XII Tavole? perché la mezzanacon gli editti de'pretoricominciò ad usare benignità di ragionema conrispetto però d'essa legge? perché la giurisprudenzanuovasenz'alcun velo o riguardo di essa leggeprese generosamentea professare l'equità naturale? - essiper renderne unaqualche ragionedanno in quella grave offesa alla romana generositàcon cui dicono ch'i rigorile solennitàgli scrupolilesottigliezze delle parole e finalmente il segreto delle medesimeleggi furon imposture de' nobiliper aver essi le leggi in manochefanno una gran parte della potenza nelle città.

Matanto sì fatte pratiche furono da ogn'impostura lontanechefurono costumi usciti dalle lor istesse naturele qualicon talicostumiprodussero tali Statiche naturalmente dettavano tali e nonaltre pratiche. Perchénel tempo della somma fierezza delloro primo gener umanoessendo la religione l'unico potente mezzod'addimesticarlala provvedenzacome si è veduto sopradispose che vivessero gli uomini sotto governi divini e dappertuttoregnassero leggi sagrech'è tanto dire quanto arcane esegrete al volgo de' popoli; le qualinello stato delle famiglietanto lo erano state naturalmenteche si custodivano con linguemutolele quali si spiegavano con consagrate solennità (chepoi restarono negli atti legittimi)le quali tanto da quelle mentibalorde erano credute abbisognare per accertarsi uno della volontàefficace dell'altro d'intorno a comunicare l'utilitàquantoorain questa naturale intelligenza delle nostrebasta accertarsenecon semplici parole ed anche con nudi cenni. Dipoi succedettero igoverni umani di Stati civili aristocraticieper naturaperseverando a celebrarsi i costumi religiosicon essa religioneseguitarono a custodirsi le leggi arcane o segrete (il qual arcano èl'anima con cui vivono le repubbliche aristocratiche)e con talreligione si osservarono severamente le leggi; ch'è 'l rigoredella civil equitàla quale principalmente conserval'aristocrazie. Appressoavendo a venire le repubbliche popolariche naturalmente son apertegenerose e magnanime (dovendovicomandare la moltitudinech'abbiam dimostro naturalmente intendersidell'equità naturale)vennero con gli stessi passi le linguee le lettere che si dicon "volgari" (delle qualicomesopra dicemmoè signora la moltitudine)e con quellecomandarono e scrisser le leggie naturalmente se n'andò apubblicar il segreto: ch'è 'l "ius latens"che Pomponio narra non avere sofferto più la plebe romanaonde volle le leggi descritte in tavolepoich'eran venute le letterevolgari da' greci in Romacome si è sopra detto. Tal ordinedi cose umane civili finalmente si truovò apparecchiato pergli Stati monarchicine' quali i monarchi vogliono ministrate leleggi secondo l'equità naturale e'n conseguenzaconformel'intende la moltitudinee perciò adeguino in ragione ipotenti co' deboli: lo che fa unicamente la monarchia. E l'equitàcivileo ragion di Statofu intesa da pochi sappienti di ragionpubblica econ la sua eterna propietàè serbataarcana dentro de' gabinetti.



X- TRE SPEZIE DI GIUDIZI.



1.PRIMA SPEZIE: GIUDIZI DIVINI.

Lespezie de' giudizi furono tre.

Laprima di giudizi divinine' qualinello stato che dicesi "dinatura" (che fu quello delle famiglie)non essendo impericivili di leggii padri di famiglia si richiamavano agli dèide' torti ch'erano stati lor fatti (che fuprima e propiamente"implorare deorum fidem")chiamavano in testimonidella loro ragion essi dèi (che fuprima e propiamente"deosobtestari"). E tali accuse o difese furonocon natiapropietàle prime orazioni del mondocome restò a'latini "oratio" per "accusa" o "difesa":di che vi sono bellissimi luoghi in Plauto e 'n Terenzioe ne serbòdue luoghi d'oro la legge delle XII Tavoleche sono "furtoorare" e "pacto orare" (non "adorare"come legge Lipsio)nel primo per "agere" e nelsecondo per "excipere"; talché da questeorazioni restaron a' latini detti "oratores" coloroch'arringano le cause in giudizio. Tali richiami agli dèi sifacevano dapprima dalle genti semplici e rozzesulla credulitàch'essi eran uditi dagli dèich'immaginavano starsi sullecime de' montisiccome Omero gli narra su quella del monte Olimpo; eTacito ne scrive tra gli ermonduri e catti una guerra con talsuperstizione: che dagli dèi se non dall'alte cime de' monti"preces mortalium nusquam propius audiri".

Leragionile quali s'arrecavano in tali divini giudizieran essi dèisiccome ne' tempi ne' quali i gentili tutte le cose immaginavanoesser dèi: come "Lar" per lo dominio dellacasa"dii Hospitales" per la ragion dell'albergo"dii Penates" per la paterna potestà"deusGenius" per lo diritto del matrimonio"deusTerminus" per lo dominio del podere"dii Manes"per la ragion del sepolcro; di che restò nella legge delle XIITavole un aureo vestigio: "ius deorum manium".

Dopotali orazioni (ovvero obsecrazioniovvero implorazioni) e dopo taliobtestazionivenivan all'atto di esegrare essi rei; onde appo igrecicome certamente in Argovi furono i templi di essaesegrazionee tali esegrati si dicevano anathématache noi diciamo "scomunicati". E contro loro concepivano ivoti (che fu il primo "nuncupare vota"chesignifica far voti solenni ovvero con formole consagrate) e gliconsagravano alle Furie (che furono veramente "dirisdevoti")e poi gli uccidevano (ch'era quello degli scitilo che sopra osservammoi quali ficcavano un coltello in terra el'adoravano per dioe poi uccidevano l'uomo). E i latini taluccidere dissero col verbo "mactare"che restòvocabolo sagro che si usava ne' sagrifizi; onde agli spagnuoli restò"mattar" ed agl'italiani altresì "ammazzare"per "uccidere". E sopra vedemmo c'appo i greci restòára per significar il "corpo che danneggia"il "voto" e la "furia"; ed appo i latini "ara"significò e l'"altare" e la "vittima".Quindi restò appo tutte le nazioni una spezie di scomunica:della qualetra' galline lasciò Cesare un assai spiegatamemoria; e tra' romani restonne l'interdetto dell'acqua e fuococomesopra si è ragionato. Delle quali consagrazioni moltepassarono nella legge delle Xll Tavole: come "consagrato aGiove" chi aveva violato un tribuno della plebe"consagratoagli dèi de' padri" il figliuolo empio"consagratoa Cerere" chi aveva dato fuoco alle biade altruiil quale fussebruciato vivo (si veda crudeltà di pene divinesomiglianteall'immanitàch'abbiamo nelle Degnità dettodell'immanissime streghe!)che debbon essere state quelle sopra daPlauto dette "Saturni hostiæ".

Conquesti giudizi praticati privatamenteusciron popoli a far le guerreche si dissero "pura et pia bella"e si facevano"pro aris et focis"per le cose civili comepubbliche così privatecol qual aspetto di divine siguardavano tutte le cose umane. Onde le guerre eroiche tutt'erano direligioneperché gli araldinell'intimarledalle cittàalle quali le portavanochiamavan fuori gli dèi econsagravano i nemici agli dèi. Onde gli re trionfati eranoda' romani presentati a Giove Feretrio nel Campidoglio e dappois'uccidevanosull'esemplo de' violenti empich'erano stati le primeostiele prime vittimech'aveva consagrato Vesta sulle prime aredel mondo: e i popoli arresi erano considerati uomini senza dèisull'esemplo de' primi famoli: onde gli schiavicome cose inanimatein lingua romana si dissero "mancipia" ed in romanagiurisprudenza si tennero "loco rerum".



2.COROLLARIO: DE' DUELLI E DELLE RIPRESAGLIE

Talchéfuron una spezie di giudizi divininella barbarie delle nazioniiduelliche dovettero nascere sotto il governo antichissimo degli dèie condursi per lunga età dentro le repubbliche eroiche. Dellequali riferimmo nelle Degnità quel luogo d'orod'Aristotile ne' Libri politiciove dice che non avevanoleggi giudiziarie da punir i torti ed emendare le violenze private:lo chesulla falsa oppenione finor avuta dalla boria de' dottid'intorno all'eroismo filosofico de' primi popoliil qual andasse diséguito alla sapienza innarrivabile degli antichinon si ècreduto finora.

Certamentetra' romani furono tardi introduttie pur dal pretorecosìl'interdetto "Unde vi" come le azioni "De vibonorum raptorum" e "Quod metus caussa"come altra volta si è detto. Eper lo ricorso della barbarieultimale ripresaglie private durarono fin a' tempi di Bartolo; chedovetter essere "condiczioni"o "azioni personali"degli antichi romaniperché "condicere"secondo Festovuol dire "dinonziare" (talché ilpadre di famiglia doveva dinonziarea colui che gli avevaingiustamente tolto ciò ch'era suoche glielo restituisseper poi usare la ripresaglia); onde tal dinonzia restòsolennità dell'azioni personali: lo che da Udalrico Zasioacutamente fu inteso.

Mai duelli contenevano giudizi realicheperocché si facevanoin re præsentinon avevano bisogno della dinonzia; onderestarono le vindiciæle qualitolte all'ingiustopossessore con una finta forzache Aulo Gellio chiama "festucaria""di paglia" (le quali dalla forza verache si era fattaprimadovettero dirsi "vindiciæ")sidovevano portare dal giudiceper direin quella gleba o zolla: "Aiohunc fundum meum esse ex iure quiritium". Quindi coloro chescrivono i duelli essersi introdutti per difetto di pruoveegli èfalso; ma devon dire: per difetto di leggi giudiziarie. Perchécertamente Frotonere di Danimarcacomandò che tutte lecontese si terminassero per mezzo degli abbattimentie sìvietò che si diffinissero con giudizi legittimi; eper nonterminarle con giudizi legittimisono de' duelli piene le leggi de'longobardisaliiinghilesiborghignoninormannidanesialemanni; per lo che Cuiacio ne' Feudi dice: "Et hocgenere purgationis diu usi sunt christiani tam in civilibus quam incriminalibus caussisre omni duello commissa". Di che èrestato che in Lamagna professano scienza di duello coloro che sidicon "reistri"i quali obbligano quelli c'hanno daduellare a dire la veritàperocché i duelliammessivii testimonie perciò dovendovi intervenire i giudicipasserebbero in giudizi o criminali o civili.

Nonsi è creduto della barbarie primaperché non ce nesono giunte memoriech'avesse praticato i duelli. Ma non sappiamointendere come in questa parte sieno statinonché umanisofferenti di torti i polifemi d'Omerone' quali riconosce gliantichissimi padri delle famiglienello stato di naturaPlatone.Certamente Aristotile ne ha detto nelle Degnità chenell'antichissime repubblichenonché nello stato dellefamiglieche furon innanzi delle cittànon avevano leggi daemendar i torti e punire l'offesecon le qual'i cittadinis'oltraggiassero privatamente tra loro (e noi l'abbiamo testédimostro della romana antica); e perciò Aristotile pur cidissenelle Degnitàche tal costume era de' popolibarbariperchécome ivi avvertimmoi popoli per ciòne' lor incominciamenti son barbariperché non sonaddimesticati ancor con le leggi.

Madi essi duelli vi hanno due grandi vestigi - uno nella greca storiaun altro nella romana - ch'i popoli dovettero incominciar le guerre(che si dissero dagli antichi latini "duella") dagliabbattimenti di essi particolari offesiquantunque fussero reedessendo entrambi i popoli spettatoriche pubblicamente volevanodifendere o vendicare l'offese. Comecertamentecosì laguerra troiana incomincia dall'abbattimento di Menelao e di Paride(questi ch'avevaquegli a cui era stata rapita la moglie Elena)ilquale restando indicisoseguitò poi a farsi tra greci etroiani la guerra; e noi sopra avvertimmo il costume istesso dellenazioni latine nella guerra de' romani ed albaniche conl'abbattimento degli tre Orazi e degli tre Curiazi (uno de' qualidovette rapire l'Orazia) si diffinì dello 'n tutto. In sìfatti giudizi armati estimarono la ragione dalla fortuna dellavittoria: lo che fu consiglio della provvedenza divinaacciocchétra genti barbare e di cortissimo raziocinioche non intendevanragioneda guerre non si seminassero guerree sì avesseroidea della giustizia o ingiustizia degli uomini dall'aver essipropizi o pur contrari gli dèi: siccome i gentili schernivanoil santo Giobbe dalla regale sua fortuna cadutoperocch'egli avessecontrario Dio. Ene' tempi barbari ritornatiperciò allaparte vintaquantunque giustasi tagliava barbaramente la destra.

Dasì fatto costumeprivatamente da' popoli celebratouscìfuori la giustizia esternach'i morali teologi diconodelle guerreonde le nazioni riposassero sulla certezza de' lor imperi. Cosìquelli auspìciche fondarono gl'imperi paterni monarchici a'padri nello stato delle famiglie e apparecchiarono e conservaronoloro i regni aristocratici nell'eroiche città ecomunicariloroprodussero le repubbliche libere alle plebi de' popoli (come lastoria romana apertamente lo ci racconta)finalmente legittimano leconquistecon la fortuna dell'armia' felici conquistatori. Lo chetutto non può provenire altronde che dal concetto innato dellaprovvedenza c'hanno universalmente le nazionialla quale si debbonoconformareove vedono affliggersi i giusti e prosperarsi gliscelleraticome nell'Idea dell'opera altra volta si èdetto.



3.SECONDA SPEZIE: GIUDIZI ORDINARI

Isecondi giudiziper la recente origine da' giudizi divinifuronotutti ordinariosservati con una somma scrupolosità diparoleche da giudiziinnanzi statidivini dovette restar detta"religio verborum"; conforme le cose divineuniversalmente son concepute con formole consagrateche non sipossono d'una letteruccia alterare; onde delle antiche formoledell'azioni si diceva: "qui cadit virgulacaussa cadit".Ch'è 'l diritto naturale delle genti eroicheosservatonaturalmente dalla giurisprudenza romana anticae fu il "fari"del pretorech'era un parlar innalterabiledal quale furono detti"dies fasti" i giorni ne' quali rendeva ragion ilpretore. La qualeperché i soli eroi ne avevano la comunionenell'eroiche aristocraziedev'esser il "fas deorum"de' tempi ne' qualicome sopra abbiamo spiegatogli eroi s'avevanopreso il nome di "dèi"donde poi fu detto "Fatum"sopra le cose della natura l'ordine ineluttabile delle cagioni che leproduceperché tale sia il parlare di Dio: onde forseagl'italiani venne detto "ordinare"ed in ispezie inragionamento di leggiper "dare comandi che si devononecessariamente eseguire".

Percotal ordine (che'n ragionamento di giudizisignifica "solenneformola d'azione")ch'aveva dettato la crudele e vil penacontro l'inclito reo d'Orazionon potevano i duumviri essi stessiassolverloquantunque fussesi ritruovato innocente; e 'l popoloacui n'appellòl'assolvettecome Livio il racconta"magisadmiratione virtutis quam iure caussæ". E tale ordinedi giudizi bisognò ne' tempi d'Achilleche riponeva tutta laragion nella forzaper quella propietà de' potenti chedescrive Plauto con la sua solita grazia: "pactum non pactumnon pactum pactum"ove le promesse non vanno a secondadelle lor orgogliose voglie o non voglion essi adempiere le promesse.Cosìperché non prorompessero in piatirisse educcisionifu consiglio della provvedenza ch'avessero naturalmentetal oppenione del giustoche tanto e tale fusse loro diritto quantoe quale si fusse spiegato con solenni formole di parole; onde lariputazione della giurisprudenza romana e de' nostri antichi dottorifu in cautelare i clienti. Il qual diritto naturale delle gentieroiche diede gli argomenti a più commedie di Plauto: nellequal'i ruffianiper inganni orditi loro da' giovani innamorati delleloro schiavene sono ingiustamente fraudatifatti da quelliinnocentemente truovar rei d'una qualche formola delle leggi; e nonsolamente non isperimentano alcun'azione di doloma altro rimborsaal doloso giovane il prezzo della schiava vendutaaltro priegal'altro che si contenti della mettà della penaalla qual eratenutodi furto non manifestoaltro si fugge dalla città pertimore d'esser convinto d'aver corrotto lo schiavo altrui. Tanto a'tempi di Plauto regnava ne' giudizi l'equità naturale!

Nésolamente tal diritto stretto fu naturalmente osservato tra gliuomini; madalle loro naturegli uomini credettero osservarsi daessi dèi anco ne' lor giuramenti. Siccome Omero narra cheGiunone giura a Giovech'è de' giuramenti non sol testimonema giudicech'essa non aveva solecitato Nettunno a muovere latempesta contro i troianiperocché 'l fece per mezzo dellodio Sonno; e Giove ne riman soddisfatto. Così MercuriofintoSosiagiura a Sosia vero chese esso l'ingannasia Mercuriocontrario a Sosia: né è da credersi che Plautonell'Anfitrione avesse voluto introdurre i dèich'insegnassero i falsi giuramenti al popolo nel teatro. Lo che menoè da credersi di Scipione Affricano e di Lelio (il quale fudetto il "romano Socrate")due sappientissimi principidella romana repubblicaco' quali si dice Terenzio aver composte lesue commedie; il quale nell'Andria finge che Davo fa poner ilbambino innanzi l'uscio di Simone con le mani di Misideacciocchése per avventura di ciò sia domandato dal suo padronepossain buona coscienza niegare d'averlovi posto esso.

Maquel che fa di ciò una gravissima pruova si è ch'inAtenecittà di scorti ed intelligentiad un verso diEuripideche Cicerone voltò in latino:

Iuravilinguamentem iniuratam habui

glispettatori del teatrodisgustatifremetteroperchénaturalmente portavano oppenione che "uti lingua nuncupassitita ius esto"come comandava la legge delle XII Tavole.Tanto l'infelice Agamennone poteva assolversi del suo temerario votocol quale consagrò ed uccise l'innocente e pia figliuolaIfigenia! Onde s'intenda cheperché sconobbe la provvedenzaperciò Lucrezio al fatto d'Agamennone fa quell'empiaacclamazione:

Tantumrelligio potuit suadere malorum!

chenoi sopra nelle Degnità proponemmo.

Finalmenteinchiovano al nostro proposito questo ragionamento queste due cose digiurisprudenza e d'istoria romana certa: una ch'a' tempi ultimi GalloAquilio introdusse l'azione de dolo; l'altrache Augustodiede la tavoletta a' giudici d'assolvere gl'ingannati e sedutti.

Atal costume avvezze in pacele nazioni poinelle guerre essendovinteessecon le leggi delle reseo furono miserevolmenteoppresse o felicemente schernirono l'ira de' vincitori.

Miserevolmenteoppressi furon i cartaginesii quali dal Romano avevano ricevuta lapace sotto la legge che sarebbero loro salve la vitala cittàe le sostanzeintendendo essi la "città" per gli"edifici"che da' latini si dice "urbs".Maperché dal Romano si era usata la voce "civitas"che significa "comune di cittadini"quando poiinesecuzion della leggecomandati di abbandonar la città postaal lido del mare e ritirarsi entro terraricusando essi ubbidire edi nuovo armandosi alla difesafurono dal Romano dichiarati rubellieper diritto di guerra eroicopresa Cartaginebarbaramente fumessa a fuoco. I cartaginesi non s'acquetarono alla legge della pacedata lor da' romanich'essi non avevano inteso nel patteggiarlaperch'anzi tempo divenuti erano intelligentitra per l'acutezzaaffricana e per la negoziazione marittimaper la quale si fanno piùscorte le nazioni. Né pertanto i romani quella guerra tenneroper ingiusta; perocchéquantunque alcuni stimino aver iromani incominciato a fare le guerre ingiuste da quella di Numanziache fu finita da esso Scipione Affricanoperò tutticonvengono aver loro dato principio da quellache poi fecerodiCorinto.

Mada' tempi barbari ritornati si conferma meglio il nostro proposito.Corrado III imperadoreavendo dato la legge della resa a Veinsbergala qual aveva fomentato il suo competitore dell'imperio: - che neuscissero solamente salve le donne con quanto esse via ne portasseroaddosso fuoraquivi le pie donne veinsbergesi si caricarono de' lorofigliuolimaritipadri; estando alla porta della cittàl'imperadore vittoriosonell'atto dell'usar la vittoria (che pernatura è solita insolentire)non ascoltò punto lacollera (ch'è spaventosa ne' grandi e dev'essere funestissimaove nasca da impedimento che lor si faccia di pervenire o diconservarsi la loro sovranità)stando a capo dell'esercitoch'era accintocon le spade sguainate e le lance in restadi farstrage degli uomini veinsbergesise 'l vide e 'l sofferse che salvigli passassero dinanzi tuttich'aveva voluto a fil di spada tuttipassare. Tanto il diritto naturale della ragion umana spiegata diGroziodi Seldenodi Pufendorfio corse naturalmente per tutti itempi in tutte le nazioni.

Loche si è finor ragionatoe tutto ciò cheragionerassene appressoesce da quelle diffinizioni che sopratralle Degnitàabbiamo proposto d'intorno al vero edal certo delle leggi e de' patti; e che così a' tempi barbariè naturale la ragion stretta osservata nelle parolech'èpropiamente il "fas gentium"com'a' tempi umani loè la ragione benignaestimata da essa uguale utilitàdelle causeche propiamente "fas naturæ" deedirsidiritto immutabile dell'umanità ragionevolech'èla vera e propia natura dell'uomo.



4.TERZA SPEZIE: GIUDIZI UMANI.

Iterzi giudizi sono tutti straordinarine' quali signoreggia laverità d'essi fattia' qualisecondo i dettami dellacoscienzasoccorrono ad ogni uopo benignamente le leggi in tutto ciòche domanda essa uguale utilità delle cause; tutti aspersi dipudor naturale (ch'è parto dell'intelligenza)e garantitiperciò dalla buona fede (ch'è figliuola dell'umanità)convenevole all'apertezza delle repubbliche popolari e molto piùalla generosità delle monarchieov'i monarchiin questigiudizifan pompa d'esser superiori alle leggi e solamente soggettialla loro coscienza e a Dio. E da questi giudizipraticati negliultimi tempi in pacesono uscitiin guerragli tre sistemi diGroziodi Seldenodi Pufendorfio. Ne' quali avendo osservato moltierrori e difettiil padre Niccolò Concina ne ha meditato unopiù conforme alla buona filosofia e più utile all'umanasocietàchecon gloria dell'Italiatuttavia insegnanell'inclita università di Padovain séguito dellametafisicache primario lettor vi professa.



XI- TRE SÈTTE DI TEMPI



Tuttel'anzidette cose si sono praticate per tre sètte de' tempi.Delle quali la prima fu de' tempi religiosiche si celebròsotto i governi divini. La seconda de' puntigliosicome di Achille;ch'a' tempi barbari ritornati fu quella de' duellisti. La terzade'tempi civili ovvero modestine' tempi del diritto naturale dellegentichenel diffinirloUlpiano lo specifica con l'aggiuntod'"umane"dicendo "ius naturale gentiumhumanarum"; ondeappo gli scrittori latini sottogl'imperadoriil dovere de' sudditi si dice "officiumcivile"e ogni peccatoche si prende nell'interpetraziondelle leggi contro l'equità naturalesi dice "incivile".Ed è l'ultima setta de' tempi della giurisprudenza romanacominciando dal tempo della libertà popolare. Onde prima ipretoriper accomodare le leggi alla naturacostumigovernoromanodi già cangiatidovetter addolcire la severitàed ammollire la rigidezza della legge delle XII Tavolecomandataquand'era naturalene' tempi eroici di Roma; e dipoi gl'imperadoridovettero snudare di tutti i velidi che l'avevano coverta ipretorie far comparire tutta aperta e generosaqual si convienealla gentilezza alla quale le nazioni s'erano accostumatel'equitànaturale.

Perciò i giureconsulti con la "setta de' loro tempi"(come si posson osservare) giustificano ciò ch'essi ragionanod'intorno al giusto: perché queste sono le sètte propiedella giurisprudenza romananelle quali convennero i romani contutte le altre nazioni del mondoinsegnate loro dalla provvedenzadivinach'i romani giureconsulti stabiliscono per principio deldiritto natural delle genti; non già le sètte de'filosofiche vi hanno a forza intruso alcuni interpetri eruditidella romana ragionecome si è sopra detto nelle Degnità.Ed essi imperadoriove vogliono render ragione delle loro leggi o dialtri ordinamenti dati da essolorodicono essere stati a ciòfar indutti dalla "setta de' loro tempi"come ne raccogliei luoghi Barnaba BrissonioDe formulis romanorum: perocchéla scuola de' prìncipi sono i costumi del secolosiccomeTacito appella la setta guasta de' tempi suoiove dice "corrumpereet corrumpi seculum vocatur"ch'or direbbesi "moda".



XII- ALTRE PRUOVE TRATTE DALLE PROPIETÀ DELL'ARISTOCRAZIEEROICHE.

Cosìcostante perpetua ordinata successione di cose umane civilidentrola forte catena di tante e tanto varie cagioni ed effetti che si sonoosservati nel corso che fanno le nazionidebbe strascinare le nostrementi a ricevere la verità di questi princìpi. Mapernon lasciare verun luogo di dubitarneaggiugniamo la spiegazioned'altri civili fenomenii quali non si possono spiegare che con ladiscovertala qual sopra si è fattadelle repubblicheeroiche.

1.DELLA CUSTODIA DE' CONFINI

Imperciocchéle due eterne massime propietà delle repubblichearistocratiche sono le due custodiecome sopra si è dettouna de' confinil'altra degli ordini.

Lacustodia de' confini cominciò ad osservarsicome si èsopra vedutocon sanguinose religioni sotto i governi diviniperchési avevano da porre i termini a' campiche riparassero all'infamecomunion delle cose dello stato bestiale; sopra i quali terminiavevano a fermarsi i confini prima delle famigliepoi delle genti ocaseappresso de' popoli e alfin delle nazioni. Onde i giganticomedice Polifemo ad Ulissese ne stavano ciascuno con le loro mogli efigliuoli dentro le loro grottené s'impacciavano nulla l'unodelle cose dell'altroserbando in ciò il vezzo dell'immaneloro recente originee fieramente uccidevano coloro che fusseroentrati dentro i confini di ciaschedunocome voleva Polifemo fared'Ulisse e de' suoi compagni (nel qual gigantecome più voltesi è dettoPlatone ravvisa i padri nello stato dellefamiglie); onde sopra dimostrammo esser poi derivato il costume diguardarsi lunga stagione le città con l'aspetto di eternenimiche tra loro. Tanto è soave la divisione de' campi chenarra Ermogeniano giureconsultoe di buona fede si è ricevutada tutti gl'interpetri della romana ragione! E da questo primoantichissimo principio di cose umanedonde ne incominciò lamateriasarebbe ragionevole incominciar ancor la dottrina ch'insegnaDe rerum divisione et acquirendo earum dominio. Tal custodiade' confini è naturalmente osservata nelle repubblichearistocratichele qualicome avvertono i politicinon sono fatteper le conquiste. Mapoi chedissipata affatto l'infame comuniondelle cosefurono ben fermi i confini de' popolivennero lerepubbliche popolariche sono fatte per dilatare gl'imperiefinalmente le monarchieche vi vagliono molto più.

Questae non altra dev'essere la cagione perché la legge delle XIITavole non conobbe nude possessioni; e l'usucapione ne' tempi eroiciserviva a sollennizzare le tradizioni naturalicome i migliorinterpetri ne leggono la diffinizione che dica "dominiiadiectio"aggiunzione del dominio civile al naturaleinnanzi acquistato. Manel tempo della libertà popolarevennerodopoi pretori ed assisterono alle nude possessioni congl'interdettie l'usucapione incominciò ad essere "dominiiadeptio"modo d'acquistare da principio il dominio civile;equando prima le possessioni non comparivano affatto in giudizioperché ne conosceva estragiudizialmente il pretoreper ciòche se n'è sopra dettooggi i giudizi più accertatisono quelli che si dicono "possessorii".

Laondenella libertà popolare di Roma in gran parteed affatto sottola monarchiacadde quella distinzione di dominio bonitarioquiritarioottimo e finalmente civilei quali nelle lor originiportavano significazioni diversissime dalle significazioni presenti:il primodi dominio naturaleche si conservava con la perpetuacorporale possessione; - il secondodi dominio che potevasivindicareche correva tra plebeicomunicato loro da' nobili con lalegge delle XII Tavolema ch'a' plebei dovevano vindicarelaudatiin autoriessi nobilida' qual'i plebei avevano la cagion deldominiocome pienamente sopra si è dimostrato; - il terzodidominio libero d'ogni peso pubblico nonché privatochecelebrarono tra essoloro i patrizi innanzi d'ordinarsi il censo chefu pianta della libertà popolarecome si è sopradetto; - il quarto ed ultimodi dominio ch'avevan esse cittàch'or si dice "eminente". Delle quali differenzequellad'ottimo e di quiritario da essi tempi della libertà si era digià oscuratatanto che non n'ebbero niuna contezza igiureconsulti della giurisprudenza ultima. Ma sotto la monarchia quelche si dice "dominio bonitario" (nato dalla nuda tradizionnaturale) e 'l detto "dominio quiritario" (nato dallamancipazione o tradizion civile) affatto si confusero da Giustinianocon le costituzioni De nudo iure quiritium tollendo e Deusucapione transformandae la famosa differenza delle cosemancipi e nec mancipi si tolse affatto; e restarono"dominio civile" in significazione di dominio valevole aprodurre revindicazionee "dominio ottimo" insignificazione di dominio non soggetto a veruno peso privato.

2.DELLA CUSTODIA DEGLI ORDINI.

Lacustodia degli ordini cominciò da' tempi divini con le gelosie(onde vedemmo sopra esser gelosa Giunonedea de' matrimoni solenni)acciocché indi provenisse la certezza delle famiglie incontrola nefaria comunion delle donne. Tal custodia è propietànaturale delle repubbliche aristocratichele quali vogliono iparentadile successionie quindi le ricchezzee per queste lapotenzadentro l'ordine de' nobili; onde tardi vennero nelle nazionile leggi testamentarie (siccome tra' germani antichi narra Tacito chenon era alcun testamento): il perchévolendo il re Agideintrodurle in Ispartafunne fatto strozzare dagli eforicustodidella libertà signorile de' lacedemonicom'altra volta si èdetto. Quindi s'intenda con quanto accorgimento gli adornatori dellalegge delle XII Tavole fissano nella tavola decimoprimo il capo"Auspicia incommunicata plebi sunto"de' qualidapprima furono dipendenze tutte le ragioni civili cosìpubbliche come privateche si conservavano tutte dentro l'ordine de'nobili; e le private furono nozzepatria potestàsuitàagnazionigentilitàsuccessioni legittimetestamenti etutelecome sopra si è ragionato; - talchédopoaverenelle prime tavolecol comunicare tai ragioni tutte allaplebestabilite le leggi propie d'una repubblica popolareparticolarmente con la legge testamentariadappoinella tavoladecimoprimoin un sol capo la formano tutta aristocratica. Maintanta confusione di cosedicono pur questoquantunque indovinandodi vero: che nelle due ultime tavole passarono in leggi alcunecostumanze antiche d'essi romani; il qual detto avvera che lo Statoromano antico fu aristocratico.

Oraritornando al propositopoi che fu fermato dappertutto il generumano con la solennità de' matrimonivennero le repubblichepopolari emolto più appressole monarchie; nelle qualipermezzo de' parentadi con le plebi de' popoli e delle successionitestamentariese ne turbarono gli ordini della nobiltàequindi andarono tratto tratto uscendo le ricchezze dalle case nobili.Perché appieno sopra si è dimostrato ch'i plebei romanisin al trecento e nove di Romache riportarono da' patrizifinalmente comunicati i connubio sia la ragione di contrarre nozzesolenniessi contrassero matrimoni naturali; néin quellostato sì miserevole quasi di vilissimi schiavicome la storiaromana pure gli ci raccontapotevano pretendere d'imparentare conessi nobili. Ch'è una delle cose massimeonde dicevamo inquest'opera la prima volta stampata chese non si danno questiprincìpi alla giurisprudenza romanala romana storia èpiù incredibile della favolosa de' greciquale finora ci èstata ella narrata. Perché di questa non sapevamo che siavesse voluto dire; madella romanasentiamo nella nostra natural'ordine de' disidèri umani esser tutto contrario: che uominimiserabilissimi pretendessero prima nobiltà nella contesa de'connubipoi onori con quella che loro comunicassesi il consolatofinalmente ricchezze con l'ultima pretensione che fecero de'sacerdozi; quandoper eterna comune civil naturagli uomini primadisiderano ricchezzedopo di queste onorie per ultimo nobiltà.

Laondes'ha necessariamente a dire ch'avendo i plebei riportato da' nobiliil dominio certo de' campi con la legge delle XII Tavole (che noisopra dimostrammo essere stata la seconda agraria del mondo) edessendo ancora stranieri (perché tal dominio puossi concedereagli stranieri)con la sperienza furono fatti accorti che nonpotevano lasciargli ab intestato a' loro congiontiperchénon contraendo nozze solenni tra essoloronon avevano suitàagnazionigentilità; molto meno in testamentonon essendocittadini. Né è maravigliaessendo stati uomini diniuna o pochissima intelligenzacome lo ci appruovano le leggiFuriaVoconia e Falcidiache tutte e tre furono plebisciti; e tanteve n'abbisognarono perché con la legge Falcidia si fermassefinalmente la disiderata utilità ch'i retaggi non siassorbissero da' legati. Perciòcon le morti d'essi plebeich'eran avvenute in tre anniaccortisi cheper tal viai campiloro assegnati ritornavano a' nobilicoi connubi pretesero lacittadinanzacome sopra si è ragionato. Ma i gramaticiconfusi da tutti i politicich'immaginarono Roma essere statafondata da Romolo sullo stato nel quale ora stanno le cittànon seppero che le plebi delle città eroiche per piùsecoli furono tenute per istranieree quindi contrassero matrimoninaturali tra loro; e perciò essi non avvertirono ch'era unaquanto in fatti sconciatanto nelle parole men latina espressionequella della storia: che "plebei tentarunt connubia patrum"ch'arebbe dovuto dire "cum patribus" (perchéle leggi connubiali parlan così per esemplo: "patruusnon habet cum fratris filia connubium")come anco si èsopra detto. Chese avessero ciò avvertitoavrebbonocertamente inteso ch'i plebei non pretesero aver dirittod'imparentare co' nobilima di contrarre nozze solenniil qualdiritto era de' nobili.

Quindise si considerano le successioni legittimeovvero le comandate dallalegge delle XII Tavole: - ch'al padre di famiglia difontosuccedessero in primo luogo i suoiin lor difetto gli agnati e 'nmancanza di questi i gentili- sembra la legge delle XII Tavoleessere stata appunto una legge salica de' romani; la quale ne' suoiprimi tempi si osservò ancora per la Germania (onde si puòcongetturare lo stesso per l'altre nazioni prima della ritornatabarbarie)e finalmente si ristò nella Francia efuori diFrancianella Savoia. Il qual diritto di successioni Baldoassaiacconciamente al nostro propositochiama "ius gentiumgallorum": alla qual istessa fattacotal diritto romano disuccessioni agnatizie e gentilizie si può con ragion chiamare"ius gentium romanarum"aggiontavi la voce"heroicarum"eper dirla con piùacconcezza"romanum"; che sarebbe appunto "iusquiritium romanorum"che noi provammo qui sopra esserestato il diritto naturale comune a tutte le genti eroiche.

Néciòcome sembraegli turba punto le cose da noi qui detted'intorno alla legge salicain quanto esclude le femmine dallasuccessione de' regni: che Tanaquillefemminagovernò ilregno romano. Perché ciò fu dettocon frase eroicach'egli fu un re d'animo deboleche si fece regolare dallo scaltritodi Servio Tullioil qual invase il regno romano col favor dellaplebealla qual avea portato la prima legge agrariacome sopra si èdimostrato. Alla qual fatta di Tanaquilleper la stessa maniera diparlar eroicoricorsa ne' tempi barbari ritornatiGiovanni papa fudetto femmina (contro la qual favola Lione Allacci scrisse un intierolibro)perché mostrò la gran debolezza di ceder aFoziopatriarca di Costantinopolicome ben avvisa il Baronio edopo di luilo Spondano.

Scioltaadunque sì fatta difficultàdiciamo ch'alla stessamaniera che prima si era detto "ius quiritium romanorum"nel significato di "ius naturale gentium heroicarumromanarum"non altrimente sotto gl'imperadoriquandoUlpiano il diffiniscecon peso di parole dice "ius naturalegentium humanarum"che corre nelle repubbliche libere emolto più sotto le monarchie. E per tutto ciò il titolodell'Instituta sembra doversi leggere: De iure naturaligentium civilinon solocon Ermanno Vulteotogliendo lavirgola tralle voci "naturali" "gentium"(supplitacon Ulpianola seconda "humanarum")maanco la particella "et" innanzi alla voce "civili".Perché i romani dovetter attendere al diritto loro propiocomedall'età di Saturno introduttol'avevano conservatoprima coi costumi e poi con le leggisiccome Varronenellagrand'opera Rerum divinarum et humanarumtrattò lecose romane per origini tutte quante natienulla mescolandovi distraniere.

Oraritornando alle successioni eroiche romaneabbiamo assai molti etroppo forti motivi di dubitare sene' tempi romani antichiditutte le donne succedessero le figliuole; perché non abbiamonessuno motivo di credere ch'i padri eroi n'avessero sentito punto ditenerezzaanzi n'abbiamo ben molti e grandi tutti contrari.Imperciocché la legge delle XII Tavole chiamava un agnato ancoin settimo grado ad escludere un figliuoloche trovavasi emancipatodalla succession di suo padre. Perché i padri di famigliaavevano un sovrano diritto di vita e mortee quindi un dominiodispotico sopra gli acquisti d'essi figliuoli: essi contraevano iparentadi per gli medesimiper far entrar femmine nelle loro casedegne delle lor case (la qual istoria ci è narrata da essoverbo "spondere"ch'èpropiamente"promettere per altrui"onde vengono detti "sponsalia");consideravano le adozioni quanto le medesime nozzeperchérinforzassero le cadenti famiglie con eleggere strani allievi chefussero generosi; tenevano l'emancipazioni a luogo di castigo e dipena; non intendevano legittimazioniperché i concubinati nonerano che con affranchite e stranierecon le quali ne' tempi eroicinon si contraevano matrimoni solennionde i figliuoli degenerasserodalla nobiltà de' lor avoli; i loro testamenti per ognifrivola ragione o erano nulli o s'annullavano o si rompevano o nonconseguivano il loro effettoacciocché ricorressero lesuccessioni legittime. Tanto furono naturalmente abbagliati dallachiarezza de' loro privati nomionde furono per natura infiammatiper la gloria del comun nome romano! Tutti costumi propi direpubbliche aristocratichequali furono le repubbliche eroichelequali tutte sono propietà confaccenti all'eroismo de' primipopoli.

Edè degno di riflessione questo sconcissimo errore preso dacotesti eruditi adornatori della legge delle XII Tavolei qualivogliono essersi portata da Atene in Roma: che de' padri di famigliaromani l'eredità ab intestatoper tutto il tempoinnanzi di portarvi tal legge le successioni testamentarie elegittimedovettero andare nelle spezie delle cose che sono dettenullius. Ma la provvedenza dispose cheperché 'l mondonon ricadesse nell'infame comunion delle cosela certezza de' domìnisi conservasse con essa e per essa forma delle repubblichearistocratiche: onde tali successioni legittime per tutte le primenazioni naturalmente si dovettero celebrare innanzi d'intendersi itestamentiche sono propi delle repubbliche popolari e molto piùdelle monarchiesiccome de' germani antichi (i quali ci danno luogod'intendere lo stesso costume di tutti i primi popoli barbari)apertamente da Tacito ci è narrato; onde testécongetturammo la legge salicala quale certamente fu celebrata nellaGermaniaessere stata osservata universalmente dalle nazioni neltempo della seconda barbarie.

Peròi giureconsulti della giurisprudenza ultimaper quel fonted'innumerabili errori (i quali si sono notati in quest'opera)d'estimare le cose de' tempi primi non conosciuti da quelle de' lorotempi ultimihan creduto che la legge delle XII Tavole avessechiamate le figliuole di famiglia all'eredità de' loro padriche morti fussero ab intestatocon la parola "suus"su quella massima che 'l genere maschile contenga ancora le donne. Mala giurisprudenza eroicadella quale tanto in questi libri si èragionatoprendeva le parole delle leggi nella propissima lorosignificazione; talché la voce "suus" nonsignificasse altro che 'l figliuol di famiglia. Di che con un'invittapruova ne convince la formola dell'istituzione de' postumiintrodutta tanti secoli dopo da Gallo Aquiliola quale sta cosìconceputa: "Si quis natus natave erit"per dubbioche nella sola voce "natus" la postuma nons'intendesse compresa. Ondeper ignorazione di queste coseGiustiniano nell'Istituta dice che la legge delle XII Tavolecon la voce "adgnatus" avesse chiamati egualmentegli agnati maschi e l'agnate femminee che poi la giurisprudenzamezzana avesse irrigidito essa leggerestrignendola alle solesorelle consanguinee; lo che dev'esser avvenuto tutto il contrarioeche prima avesse steso la parola "suus" allefigliuole ancor di famigliae dipoi la voce "adgnatus"alle sorelle consanguinee. Ove a casoma però benetalgiurisprudenza vien detta "media"perch'ella da questicasi incominciò a rallentare i rigori della legge delle XIITavole: la qual venne dopo la giurisprudenza anticala quale n'avevacustodito con somma scrupolosità le parolesiccome dell'una edell'altra appieno si è sopra detto.

Maessendo passato l'imperio da' nobili al popoloperché laplebe pone tutte le sue forzetutte le sue ricchezzetutta la suapotenza nella moltitudine de' figliuolis'incominciò asentire la tenerezza del sanguech'innanzi i plebei delle cittàeroiche non avevano dovuto sentireperché generavano ifigliuoli per fargli schiavi de' nobilida' quali erano posti agenerare in tempo ch'i parti provenissero nella stagione diprimaveraperché nascessero non solo sanima ancor robusti(onde se ne dissero "vernæ"come vogliono ilatini etimologida' qualicome si è detto soprale linguevolgari furono dette "vernaculæ")e le madridovevano odiargli anzi che nosiccome quelli de' quali sentivano ilsolo dolore nel partorirgli e le sole molestie nel lattarglisenzaprenderne alcun piacere d'utilità nella vita. Maperchéla moltitudine de' plebeiquanto era stata pericolosa allerepubbliche aristocraticheche sono e si dicon di pochitantoingrandiva le popolarie molto più le monarchiche (onde sonoi tanti favori che fanno le leggi imperiali alle donne per glipericoli e dolori del parto)quindi da' tempi della popolar libertàcominciaron i pretori a considerare i diritti del sangue ed ariguardarlo con le bonorum possessioni; cominciaron a sanareco' loro rimedi i vizi o difetti de' testamentiperche sidivolgassero le ricchezzele quali sole son ammirate dal volgo.Finalmentevenuti gl'imperadoria' quali faceva ombra lo splendoredella nobiltàsi dieder a promuovere le ragioni dell'umananaturacomune così a' plebei com'a' nobiliincominciando daAugustoil quale applicò a proteggere i fedecommessi (per gliqualicon la puntualità degli eredi gravatierano innanzipassati i beni agl'incapaci d'eredità)e lor assistétantoche nella sua vita passarono in necessità di ragione dicostrignere gli eredi a mandargli in effetto. Succedettero tantisenaticonsultico' quali i cognati entrarono nell'ordine degliagnati; finché venne Giustiniano e tolse le differenze de'legati e de' fedecommessiconfuse le quarte falcidia etrebellianicadi poco distinse i testamenti da' codicilli eabintestatoadeguò gli agnati e i cognati in tutto e pertutto. E tanto le leggi romane ultime si profusero in favorirel'ultime volontàchequando anticamente per ogni leggiermotivo si viziavanooggi si devono sempre interpetrar in maniera chereggano più tosto che cadano.

Perl'umanità de' tempi (ché le repubbliche popolari amanoi figliuolie le monarchie vogliono i padri occupati nell'amor de'figliuoli)essendo già caduto il diritto ciclopico ch'avevanoi padri delle famiglie sopra le personeperché cadesse ancoquello sopra gli acquisti de' lor figliuoligl'imperadoriintrodussero prima il peculio castrense per invitar i figliuoli allaguerrapoi lo stesero al quasi castrense per invitargli alla miliziapalatinae finalmenteper tener contenti i figliuoli che néeran soldati né letteratiintrodussero il peculio avventizio.Tolsero l'effetto della patria potestà all'adozionile qualinon si contengono ristrette dentro pochi congionti; appruovaronouniversalmente le arrogazionidifficili alquanto ch'i cittadinidipadri di famigliadivengano soggetti nelle famiglie d'altrui;riputarono l'emancipazioni per benefizi; diedero alle legittimazioniche dicono "per subsequens matrimonium" tutto ilvigore delle nozze solenni. Ma sopra tuttoperché sembravascemare la loro maestà quell'"imperium paternum"il disposero a chiamarsi "patria potestà"; sul loresemplointrodutto con grand'avvedimento da Augustocheper noningelosire il popolo che volessegli togliere punto dell'imperiosiprese il titolo di "potestà tribunizia"o sia diprotettore della romana libertàche ne' tribuni della plebeera stata una potestà di fattoperch'essi non ebbero giammaiimperio nella repubblica: come ne' tempi del medesimo Augustoavendoun tribuno della plebe ordinato a Labeone che comparisse avanti diluiquesto principe d'una delle due sètte de' romanigiureconsulti ragionevolmente ricusò d'ubbidireperchéi tribuni della plebe non avessero imperio. Talché néda' gramatici né da' politici né da' giureconsulti èstato osservato il perchénella contesa di comunicarsi ilconsolato alla plebei patriziper farla contenta senzapregiudicarsi di comunicarle punto d'imperiofecero quell'uscita dicriare i tribuni militariparte nobili parte plebei"cumconsulari potestate"come sempre legge la storianon già"cum imperio consulari"che la storia non leggemai.

Ondela repubblica romana libera si concepì tutta con questo mottoin queste tre parti diviso: "senatus autoritas""populi imperium""tribunorum plebispotestas". E queste due voci restarono nelle leggi con taliloro native eleganze: che l'"imperio" si dice de' maggiorimaestraticome de' consolide' pretorie si stende fino a potercondennare di morte; la "potestà" si dice de'maestrati minoricome degli edilie "modica coercitionecontinetur".

Finalmentespiegando i romani prìncipi tutta la loro clemenza versol'umanitàpresero a favorire la schiavitù eraffrenarono la crudeltà de' signori contro i loro miserischiavi; ampliarono negli effetti e restrinsero nelle solennitàle manomessioni; e la cittadinanzache prima non si dava ch'a'grandi stranieri benemeriti del popolo romanodiedero ad ogniunoch'anco di padre schiavopurché da madre libera (nonchénataaffranchita) nascesse in Roma. Dalla qual sorta di nascereliberi nelle città il diritto naturalech'innanzi dicevasi"delle genti" o delle case nobili (perché ne' tempieroici erano state tutte repubbliche aristocratichedelle quali erapropio cotal dirittocome sopra si è ragionato)poi chevennero le repubbliche popolari (nelle quali l'intiere nazioni sonosignore degl'imperi) e quindi le monarchie (dove i monarchirappresentano l'intiere nazioni loro soggette)restò detto"diritto naturale delle nazioni".

3.DELLA CUSTODIA DELLE LEGGI.

Lacustodia degli ordini porta di séguito quella de' maestrati ede' sacerdozie quindi quella ancor delle leggi e della scienzad'interpetrarle. Ond'è che si legge nella storia romanaa'tempi ne' quali era quella repubblica aristocraticache dentrol'ordine senatorio (ch'allora era tutto di nobili) erano chiusi econnubi e consolati e sacerdozie dentro il collegio de' pontefici(nel quale non si ammettevano che patrizi)come appo tutte l'altrenazioni eroichesi custodiva sagra ovvero segreta (che sono lostesso) la scienza delle lor leggi: che durò tra' romani fin acento anni dopo la legge delle XII Tavoleal narrare di Pomponiogiureconsulto. E ne restarono detti "viri"chetanto in que' tempi a' latini significò quanto a' grecisignificarono "eroi"e con tal nome s'appellarono i maritisolennii maestratii sacerdoti e i giudicicome altra volta si èdetto. Però noi qui ragioneremo della custodia delle leggisiccome quella ch'era una massima propietà dell'aristocrazieeroiche; onde fu l'ultima ad essere da' patrizi comunicata allaplebe.

Talcustodia scrupolosamente si osservò ne' tempi divini; talchél'osservanza delle leggi divine se ne chiama "religione"la quale si perpetuò per tutti i governi appressone' qualile leggi divine si devon osservare con certe innalterabili formole diconsagrate parole e di cerimonie solenni: la qual custodia delleleggi è tanto propia delle repubbliche aristocratiche chenulla più. Perciò Atene (eal di lei esemploquasitutte le città della Grecia) andò prestamente allalibertà popolareper quello che gli spartani (ch'erano direpubblica aristocratica) dicevano agli ateniesi: che le leggi inAtene tante se ne scrivevanoe le poche ch'erano in Isparta siosservavano.

Furonoi romaninello stato aristocraticorigidissimi custodi della leggedelle XII Tavolecome si è sopra veduto; tanto che da Tacitofunne detta "finis omnis æqui iuris"perchédopo quelle che furono stimate bastevoli per adeguare la libertà(che dovettero essere comandate dopo i decemviria' qualiper lamaniera di pensare per caratteri poetici degli antichi popoliche siè sempre dimostrofurono richiamate)leggi consolari didiritto privato furono appresso o niune o pochissime; e perquest'istesso da Livio fu ella detta "fons omnis æquiiuris"perch'ella dovett'esser il fonte di tuttal'interpetrazione. La plebe romanaa guisa dell'ateniesetuttodìcomandava delle leggi singolariperché d'universali ella nonè capace: al qual disordine Sillache fu capoparte di nobilipoi che vinse Marioch'era stato capoparte di pleberiparòalquanto con le "quistioni perpetue"; marinnunziatach'ebbe la dittaturaritornarono a moltiplicarsicome Tacito narrale leggi singolari niente meno di prima. Della qual moltitudine delleleggicom'i politici l'avvertiscononon vi è via piùspedita di pervenir alla monarchia; e perciò Augustoperistabilirlane fece in grandissimo numeroe i seguenti prìncipiusarono sopra tutto il senato per fare senaticonsulti di privataragione. Niente di mancodentro essi tempi della libertàpopolare si custodirono sì severamente le formole dell'azioniche vi bisognò tutta l'eloquenza di Crassoche Ciceronechiamava il "romano Demostene"perché lasustituzione pupillar espressa contenesse la volgar tacitae vibisognò tutta l'eloquenza di Cicerone per combattere una "r"che mancava alla formolacon la qual letteruccia pretendeva SestoEbuzio ritenersi un podere d'Aulo Cecina. Finalmente si giunse atantopoi che Costantino cancellò affatto le formolech'ognimotivo particolar d'equità fa mancare le leggi: tanto sotto igoverni umani le umane menti sono docili a riconoscere l'equitànaturale. Cosìda quel capo della legge delle XII Tavole:"Privilegia ne irroganto"osservato nella romanaaristocraziaper le tante leggi singolarifattecome si èdettonella libertà popolaresi giunse a tanto sotto lemonarchiech'i prìncipi non fann'altro che concedereprivilegide' qualiconceduti con meritonon vi è cosa piùconforme alla natural equità. Anzi tutte l'eccezionich'oggisi danno alle leggisi può con verità dire che sonoprivilegi dettati dal particolar merito de' fattiil quale glitragge fuori dalla comun disposizion delle leggi.

Quindicrediamo esser quello avvenuto: chenella crudezza della barbariericorsale nazioni sconobbero le leggi romane; tanto che in Franciaera con gravi pene punitoed in Ispagna anco con quella di mortechiunque nella sua causa n'avesse allegato alcuna. CertamenteinItalia si recavano a vergogna i nobili di regolar i lor affari con leleggi romane e professavano soggiacere alle longobarde; e i plebeiche tardi si disavvezzano de' lor costumipraticavano alcuni dirittiromani in forza di consuetudini: ch'è la cagione onde il corpodelle leggi di Giustiniano ed altri del diritto romano occidentaletra noi latinie i libri Basilici ed altri del diritto romanoorientale tra' greci si seppellirono. Ma poirinnate le monarchie erintrodutta la libertà popolareil diritto romano compresone' libri di Giustiniano è stato ricevuto universalmentetanto che Grozio afferma esser oggi un diritto naturale delle gentid'Europa.

Peròqui è da ammirare la romana gravità e sapienza: cheinqueste vicende di statii pretori e i giureconsulti si studiarono atutto loro potere che di quanto meno e con tardi passis'impropiassero le parole della legge delle XII Tavole. Onde forseper cotal cagione principalmente l'imperio romano cotanto s'ingrandìe durò: perchénelle sue vicende di statoproccuròa tutto potere di star fermo sopra i suoi princìpiche furonogli stessi che quelli di questo mondo di nazioni; come tutti ipolitici vi convengono che non vi sia miglior consiglio di durar ed'ingrandire gli Stati. Così la cagioneche produsse a'romani la più saggia giurisprudenza del mondo (di che sopra siè ragionato)è la stessa che fece loro il maggiorimperio del mondo; ed è la cagione della grandezza romanachePolibiotroppo generalmenterifonde nella religione de' nobilialcontrario Macchiavello nella magnanimità della plebeePlutarcoinvidioso della romana virtù e sapienzarifondenella loro fortuna nel libro De fortuna romanoruma cui peraltre vie meno diritte Torquato Tasso scrisse la sua generosaRisposta.

 

XIII- ALTRE PRUOVE PRESE DAL TEMPERAMENTO DELLE REPUBBLICHEFATTO DEGLISTATI DELLE SECONDE COI GOVERNI DELLE PRIMIERE

1.

Pertutte le cose che in questo libro si sono dettecon evidenza si èdimostrato cheper tutta l'intiera vita onde vivon le nazioniessecorrono con quest'ordine sopra queste tre spezie di repubblicheosia di Stati civilie non più: che tutti mettono capo ne'primiche furon i divini governi; da' qualiappo tutteincominciando (per le Degnità sopra poste come princìpidella storia ideal eterna)debbe correre questa serie di cose umaneprima in repubbliche d'ottimatipoi nelle libere popolari efinalmente sotto le monarchie: onde Tacitoquantunque non le vedacon tal ordinedice (quale nell'Idea dell'opera l'avvisammo)cheoltre a queste tre forme di Stati pubbliciordinate dallanatura de' popolil'altre di queste tremescolate per umanoprovvedimentosono più da disiderarsi dal cielo che dapotersi unquemai conseguireese per sorte ve n'hannonon sonopunto durevoli. Maper non trallasciare punto di dubbio d'intorno atal naturale successione di Stati politici o sien civilisecondoquesta ritruoverassi le repubbliche mescolarsi naturalmentenon giàdi forme (che sarebbero mostri)ma di forme seconde mescolate coigoverni delle primiere; il qual mescolamento è fondato sopraquella Degnità: checangiandosi gli uominiritengonoper qualche tempo l'impressione del loro vezzo primiero.

Perciòdiciamo checome i primi padri gentilivenuti dalla vita lorbestiale all'umanaeglinoa' tempi religiosinello stato dinaturasotto i divini governiritennero molto di fierezza ed'immanità della lor fresca origine (onde Platone riconoscene' polifemi d'Omero i primi padri di famiglia del mondo); cosìnel formarsi le prime repubbliche aristocraticherestaron intierigl'imperi sovrani privati a' padri delle famigliequali gli avevanoessi avuto nello stato già di natura; eper lo loro sommoorgoglionon dovendo niuno ceder ad altriperch'erano tutti ugualicon la forma aristocratica s'assoggettirono all'imperio sovranopubblico d'essi ordini loro regnanti; onde il dominio alto privato diciascun padre di famiglia andò a comporre il dominio altosuperiore pubblico d'essi senatisiccome delle potestàsovrane privatech'avevano sopra le loro famiglieessi composero lapotestà sovrana civile de' loro medesimi ordini. Fuori dellaqual guisaè impossibil intendere come altrimente dellefamiglie si composero le cittàle qualiperciònedovettero nascere repubbliche aristocratichenaturalmente mescolated'imperi famigliari sovrani.

Mentrei padri si conservarono cotal autorità di dominio dentro gliordini loro regnantifinché le plebi de' loro popoli eroiciper leggi di essi padririportarono comunicati loro il dominio certode' campii connubigl'imperii sacerdozi eco' sacerdozilascienza ancor delle leggile repubbliche durarono aristocratiche.Mapoi che esse plebi dell'eroiche cittàdivenute numeroseed anco agguerrite (che mettevano paura a' padriche nellerepubbliche di pochi debbon essere pochi) ed assistite dalla forza(ch'è la loro moltitudine)cominciarono a comandare leggisenza autorità de' senatisi cangiarono le repubblichee daaristocratiche divennero popolari: perché non potevano pur unmomento vivere ciascuna con due potestà somme legislatricisenza essere distinte di subbiettidi tempidi territorid'intornoa' qualine' quali e dentro i quali dovessero comandare le leggi:come con la legge PubliliaperciòFilone dittatore dichiaròla repubblica romana essersi per natura fatta già popolare. Intal cangiamentoperché l'autorità di dominio ritenesseciò che poteva della cangiata sua formaella naturalmentedivenne autorità di tutela (siccome la potestà c'hannoi padri sopra i loro figliuoli impuberimorti essidiviene in altriautorità di tutori); per la quale autoritài popoliliberisignori de' lor imperiquasi pupilli regnantiessendo didebole consiglio pubblicoessi naturalmente si fanno governarecomeda' tutorida' lor senati; e sì furono repubbliche libere pernaturagovernate aristocraticamente. Mapoi che i potenti dellerepubbliche popolari ordinarono tal consiglio pubblico a' privatiinteressi della loro potenzae i popoli liberiper fini di privateutilitàsi fecero da' potenti sedurre ad assoggettire la loropubblica libertà all'ambizione di quellicon dividersi inpartitisedizioniguerre civiliin eccidio delle loro medesimenazionis'introdusse la forma monarchica.

2.D'UN'ETERNA NATURAL LEGGE REGIAPER LA QUALE LE NAZIONI VANNO ARIPOSARE SOTTO LE MONARCHIE

Etal forma monarchica s'introdusse con questa eterna natural leggeregiala qual sentirono pure tutte le nazioniche riconoscono daAugusto essersi fondata la monarchia de' romani: la qual legge nonhan veduto gl'interpetri della romana ragioneoccupati tuttid'intorno alla favola della "legge regia" di Tribonianodicui apertamente si professa autore nell'Istitutaed una voltal'appicca ad Ulpiano nelle Pandette. Ma l'intesero bene igiureconsulti romaniche seppero bene del diritto naturale dellegentiper ciò che Pomponionella brieve storia del dirittoromanoragionando di cotal leggecon quella ben intesa espressioneci lasciò scritto: "rebus ipsis dictantibusregnacondita".

Cotallegge regia naturale è conceputa con questa formola naturaledi eterna utilità: chepoiché nelle repubbliche liberetutti guardano a' loro privati interessia' quali fanno servire leloro pubbliche armi in eccidio delle loro nazioniperché siconservin le nazionivi surga un solo (come tra' romani un Augusto)che con la forza dell'armi richiami a sé tutte le curepubbliche e lasci a' soggetti corarsi le loro cose privatee tale etanta cura abbiano delle pubbliche qual e quanta il monarca lor nepermetta; e così si salvino i popolich'anderebbonoaltrimente a distruggersi. Nella qual verità convengono ivolgari dottoriove dicono che "universitates sub regehabentur loco privatorum"perché la maggior partede' cittadini non curano più ben pubblico: lo che Tacitosappientissimo del diritto natural delle gentinegli Annalidentro la sola famiglia de' Cesari l'insegna con quest'ordine d'ideeumane civili: avvicinandosi al fine Augusto"pauci bonalibertatis incassum disserere"; tosto venuto Tiberio"omnesprincipis iussa adspectare"; sotto gli tre Cesari appressoprima venne "incuria" e finalmente "ignorantiareipublicæ tanquam alienæ": ond'essendo icittadini divenuti quasi stranieri delle loro nazioniènecessario ch'i monarchi nelle loro persone le reggano erappresentino. Oraperché nelle repubbliche libere perportarsi un potente alla monarchia vi deve parteggiare il popoloperciò le monarchie per natura si governano popolarmente:prima con le leggicon le qual'i monarchi vogliono i soggetti tuttiuguagliati; dipoi per quella propietà monarchicach'isovranicon umiliar i potentitengono libera e sicura lamoltitudine dalle lor oppressioni; appresso per quell'altra dimantenerla soddisfatta e contenta circa il sostentamento che bisognaalla vita e circa gli usi della libertà naturale; e finalmenteco' privilegich'i monarchi concedono o ad intieri ordini (che sichiamano "privilegi di libertà") o a particolaripersonecon promuovere fuori d'ordine uomini di straordinario meritoagli onori civili (che sono leggi singolari dettate dalla naturalequità). Onde le monarchie sono le più conformiall'umana natura della più spiegata ragionecom'altra voltasi è detto.

3.CONFUTAZIONE DE' PRINCÌPI DELLA DOTTRINA POLITICA FATTA SOPRAIL SISTEMA DI GIOVANNI BODINO

Dalloche si è fino qui ragionato s'intenda quanto Gian Bodinostabilì con iscienza i princìpi della sua dottrinapoliticache dispone le forme degli Stati civili con sìfatt'ordine: che prima furono monarchicidipoi per le tiranniepassati in liberi popolarie finalmente vennero gli aristocratici.Qui basterebbe averlo appien confutato con la natural successionedelle forme politichespezialmente in questo libro a tanteinnumerabili pruove dimostrata di fatto. Ma ci piaceadexuberantiamconfutarlo dagl'impossibili e dagli assurdi dicotal sua posizione.

Essocertamenteconviene in quello ch'è vero: che sopra lefamiglie si composero le città. Altrondeper comun erroreche si è qui sopra ripresoha creduto che le famiglie solfussero di figliuoli. Or il domandiamo: come sopra tali famigliepotevano surger le monarchie?

Duesono i mezzi: o la forza o la froda.

Perforzacome un padre di famiglia poteva manomettere gli altri?Perchése nelle repubbliche libere (cheper essovennerodopo le tirannie) i padri di famiglia consagravano sé e leloro famiglie per le loro patrieche loro conservavano le famiglie(eper essoerano quelli già stati addimesticati allemonarchie)quanto è da stimarsi ch'i padri di famigliaallorpolifeminella recente origine della loro ferocissima libertàbestialesi arebbono tutti con le lor intiere famiglie fatti piùtosto uccidere che sopportar inegualità?

Perfrodaella è adoperata da coloro ch'affettano il regno nellerepubbliche liberecon proporre a' sedutti o libertà opotenza o ricchezze. Se libertànello stato delle famiglie ipadri erano tutti sovrani. Se potenzala natura de' polifemi era distarsi tutti soli nelle loro grotte e curare le lor famigliee nullaimpacciarsi di quelle ch'eran d'altruiconvenevolmente al vezzodella lor origine immane. Se ricchezzein quella semplicità eparsimonia de' primi tempi non s'intendevano affatto.

Crescea dismisura la difficultàperché ne' tempi barbariprimi non vi eran fortezzee le città eroichele quali sicomposero dalle famigliefurono lungo tempo smuratecome cen'accertò sopra Tucidide; enelle gelosie di Statochefurono funestissime nell'aristocratiche eroiche che sopra abbiamdettoValerio Publicolaper aversi fabbricato una casa in altovenutone in sospetto d'affettata tirannideaffin di giustificarsenein una notte fecela smantellaree 'l giorno appressochiamatapubblica ragunanzafece da' littori gittar i fasci consolari a'piedi del popolo; e 'l costume delle città smurate piùdurò ove furono più feroci le nazioni: talché inLamagna si legge ch'Arrigo detto l'uccellatore fu il primo che'ncominciasse a ridurre i popolida' villaggi dove innanzi avevanovivuto dispersia celebrar le città ed a cingere le cittàdi muraglie. Tanto i primi fondatori delle città essi furonoquelli che con l'aratro vi disegnarono le mura e le portech'ilatini etimologi dicono essersi così dette a "portandoaratro"perché l'avessero portato altoove volevanoche si aprisser le porte! Quinditra per la ferocia de' tempibarbari e per la poca sicurtà delle reggenella corte diSpagna in sessant'anni furon uccisi più di ottanta reali;talché i padri del concilio illiberitanouno degli piùantichi della Chiesa latinacon gravi scomuniche ne condennarono latanto frequentata scelleratezza.

Magiunge la difficultà all'infinitoposte le famiglie sol difigliuoli. Ché o per forza o per froda debbon i figliuoliessere stati i ministri dell'altrui ambizionee o tradire o ucciderei propi padri; talché le prime sarebbono statenon giàmonarchiema empie e scellerate tirannidi: come i giovani nobili inRoma congiurarono contro i lor propi padri a favore del tirannoTarquinioper l'odio ch'avevano al rigor delle leggipropio dellerepubbliche aristocratiche (come le benigne sono delle repubblichepopolarile clementi de' regni legittimile dissolute sotto itiranni); ed essi giovani congiurati le sperimentarono a costo dellepropie lor vite; etra quellidue figliuoli di Brutodettando essopadre la severissima penafuron entrambi decapitati. Tanto il regnoromano era stato monarchico e la libertà da Bruto ordinatavipopolare!

Pertali e tante difficultà debbe Bodino (e con lui tutti glialtri politici) riconoscere le monarchie famigliari nello stato dellefamiglie che si sono qui dimostratee riconoscere le famiglieoltrede' figliuoliancora de' famoli (da' quali principalmente si disserole famiglie)i quali si sono qui truovati che abbozzi furono deglischiavii quali vennero dopo le città con le guerre. E 'ncotal guisa sono la materia delle repubbliche uomini liberi e servii quali il Bodino pone per materia delle repubblichemaper la suaposizionenon posson esserlo.

Pertale difficoltà di poter essere uomini liberi e servi materiadelle repubbliche con la sua posizionesi maraviglia esso Bodino chela sua nazione sia stata detta di "franchi"i qualiosserva essere stati ne' loro primi tempi trattati da vilissimischiavi; perchéper la sua posizionenon poté vedereche sugli sciolti dal nodo della legge Petelia si compierono lenazioni. Talché i franchide' quali si maraviglia il Bodinosono gli stessi che gli "homines"de' qualisi maraviglia Ottomano essere stati detti i vassalli rusticide'qualicome in questi libri si è dimostratosi composero leplebi de' primi popolii quali eran d'eroi. Le quali moltitudinicome pure si è dimostratotrassero l'aristocrazie allalibertà popolare efinalmentealle monarchie; e ciòin forza della lingua volgarecon cuiin ogniuno dei due ultimiStatisi concepiscon le leggicome sopra si è ragionato:onde da' latini si disse "vernacula" la volgarlinguaperocché venne da questi servi nati in casachétanto "verna" significanon "fatti in guerra";quali sopra dimostrammo essere stati per tutte le nazioni antiche findallo stato delle famiglie. Il perché i greci non si disseropiù "achivi" (onde da Omero si dicono "filiiachivorum" gli eroi)ma si dissero "elleni" daEllenoche 'ncominciò la lingua greca volgare; appunto comenon più si dissero "filii Isræl"comene' tempi primima restò detto "popolo ebreo"daEberche i padri vogliono essere stato il propagator della linguasanta. Tanto Bodinoe tutti gli altri c'hanno scritto di dottrinapoliticavidero questa luminosissima veritàla quale pertutta quest'operaparticolarmente con la storia romanaad evidenzasi è dimostrata: che le plebi de' popolisempre ed in tuttele nazionihan cangiato gli Stati da aristocratici in popolaridapopolari in monarchicie checome elleno fondarono le linguevolgari (come sopra appieno si è pruovato nell'Originidelle lingue)così hanno dato i nomi alle nazioniconforme testé si è veduto! E sì gli antichifranchide' quali il Bodino si maravigliail diedero alla suaFrancia.

Finalmentegli Stati aristocraticiper la sperienza ch'ora n'abbiamosonopochissimirimastici da essi tempi della barbarieche sono VinegiaGenovaLucca in ItaliaRagugia in Dalmazia e Norimberga in Lamagnaperocché gli altri sono Stati popolari governatiaristocraticamente. Laonde lo stesso Bodino - chesulla suaposizionevuole il regno romano monarchicoecacciati indi itirannivuole in Roma introdutta la popolar libertà- nonvedendo ne' tempi primi di Roma libera riuscirgli gli effetticonformi al disegno de' suoi princìpi (perch'eran propi direpubblica aristocratica)osservammo sopra cheper uscirneonestamentedice prima che Roma fu popolare di Stato ma di governoaristocraticama poiessendo costretto dalla forza del veroinaltro luogocon brutta incostanzaconfessa essere stataaristocraticanonché di governodi Stato.

Talierrori nella dottrina politica sono nati da quelle tre voci nondiffinitech'altre volte abbiamo sopra osservato: "popolo""regno" e "libertà". E si è credutoi primi popoli comporsi di cittadini così plebei come nobilii quali a mille pruove qui si sono truovati essere stati di solinobili. Si è creduto libertà popolare di Roma anticacioè libertà del popolo da' signoriquella che qui siè truovata libertà signorilecioè libertàde' signori da' tiranni Tarquini; onde agli uccisori di tai tirannis'ergevano le statueperché gli uccidevano per ordine di essisenati regnanti. Gli renella ferocia de' primi popoli e nella malasicurtà delle reggefurono aristocraticiquali i due respartani a vita in Isparta (repubblicafuor di dubbioaristocraticacome si è qui dimostrata)e poi furono i dueconsoli annali in Romache Cicerone chiama "reges annuos"nelle sue Leggi. Col qual ordinamento fatto da Giunio Brutoapertamente Livio professa che 'l regno romano di nulla fu mutatod'intorno alla regal potestà; come l'abbiamo sopra osservatoche da questi re annalidurante il loro regnovi era l'appellagioneal popoloequello finitodovevano render conto del regno da essiamministrato allo stesso popolo. E riflettemmo chene' tempi eroicigli re tutto giorno si cacciavano di sedia l'un l'altrocome cidisse Tucidide; co' quali componemmo i tempi barbari ritornatine'quali non si legge cosa più incerta e varia che la fortuna de'regni. Ponderammo Tacito (che nella propietà ed energia diesse voci spesso suol dare i suoi avvisi)che 'ncomincia gli Annalicon questo motto: "Urbem Romam principio reges habuere"ch'è la più debole spezie di possessione delle tre chene fanno i giureconsultiquando dicono "habere""tenere""possidere"; ed usòla voce "urbem"chepropiamentesono gli edificiper significare una possessione conservata col corpo: non disse"civitatem"ch'è 'l comune de' cittadiniiquali tuttio la maggior partecon gli animi fanno la ragionpubblica.



XIV- ULTIME PRUOVE LE QUALI CONFERMANO TAL CORSO DI NAZIONI.

 

1.

Visono altre convenevolezze di effetti con le cagioni che lor assegnaquesta Scienza ne' suoi princìpiper confermare il naturalcorso che fanno nella lor vita le nazioni. La maggior parte dellequali sparsamente sopra e senz'ordine si sono dettee quidentrotal naturale successione di cose umane civilisi uniscono e sidispongono.

Comele peneche nel tempo delle famiglie erano crudelissime quanto eranoquelle de' polifeminel quale stato Apollo scortica vivo Marsia; eseguitarono nelle repubbliche aristocratiche: onde Perseo col suoscudocome sopra spiegammoinsassiva coloro che 'l riguardavano. Ele pene se ne dissero da' greci paradéigmatanellostesso senso che da' latini si chiamarono "exempla"in senso di "castighi esemplari"; e da' tempi barbariritornaticome si è anco osservato sopra"peneordinarie" si dissero le pene di morte. Onde le leggi di Spartarepubblica a tante pruove da noi dimostrata aristocraticaellenoselvagge e crude così da Platone come da Aristotile giudicatevollero un chiarissimo reAgidefatto strozzare dagli efori; equelle di Romamentre fu di stato aristocraticovolevano un inclitoOrazio vittorioso battuto nudo con le bacchette e quindi all'alberoinfelice afforcatocome l'un e l'altro sopra si è detto adaltro proposito. Dalla legge delle XII Tavole condennati ad esserbruciati vivi coloro ch'avevano dato fuoco alle biade altruiprecipitati giù dal monte Tarpeo li falsi testimonifattivivi in brani i debitori falliti: la qual pena Tullo Ostilio nonaveva risparmiato a Mezio Suffeziore di Albasuo pariche gliaveva mancato la fede dell'alleanza; ed esso Romoloinnanzifufatto in brani da' padri per un semplice sospetto di Stato. Lo chesia detto per coloro i quali vogliono che tal pena non fu maipraticata in Roma.

Appressovennero le pene benignepraticate nelle repubbliche popolaridovecomanda la moltitudinela qualeperché di deboliènaturalmente alla compassione inchinata; e quella pena - della qualOrazio (inclito reo d'una collera eroicacon cui aveva ucciso lasorellala qual esso vedeva piangere alla pubblica felicità)il popolo romano assolvette "magis admiratione virtutis quamiure caussæ" (conforme all'elegante espressione diLivioaltra volta sopra osservata)- nella mansuetudine della dilui libertà popolarecome Platone ed Aristotilene' tempid'Atene liberapoco fa udimmo riprendere le leggi spartanecosìCicerone grida esser inumana e crudeleper darsi ad un privatocavaliere romanoRabirioch'era reo di ribellione. Finalmente sivenne alle monarchienelle qual'i principi godono di udire ilgrazioso titolo di "clementi".

Comedalle guerre barbare de' tempi eroiciche si rovinavano le cittàvintee gli arresicangiati in greggi di giornalierieranodispersi per le campagne a coltivar i campi per gli popoli vincitori(checome sopra ragionammofurono le colonie eroiche mediterranee)- quindi per la magnanimità delle repubbliche popolarilequalifinché si fecero regolare da' lor senatitoglievano a'vinti il diritto delle genti eroiche e lasciavano loro tutti liberigli usi del diritto natural delle genti umane ch'Ulpiano diceva(ondecon la distesa delle conquistesi ristrinsero a' cittadiniromani tutte le ragioniche poi si dissero "propriæcivium romanorum"come sono nozzepatria potestàsuitàagnazionegentilitàdominio quiritario o siacivilemancipazioniusucapionistipulazionitestamentitutele ederedità; le quali ragioni civili tutteinnanzi d'essersoggettedov