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CarloCollodi

(pseudonimodi Carlo Lorenzini)



PINOCCHIO







Comeandò che maestro Ciliegiafalegnametrovò un pezzo dilegnoche piangeva e rideva come un bambino.


C'erauna volta...

-Un re! - diranno subito i miei piccoli lettori.

Noragazziavete sbagliato. C'era una volta un pezzo di legno.

Nonera un legno di lussoma un semplice pezzo da catastadi quelli ched'inverno si mettono nelle stufe e nei caminetti per accendere ilfuoco e per riscaldare le stanze.

Nonso come andassema il fatto gli è che un bel giorno questopezzo di legno capitò nella bottega di un vecchio falegnameil quale aveva nome mastr'Antoniose non che tutti lo chiamavanomaestro Ciliegiaper via della punta del suo nasoche era semprelustra e paonazzacome una ciliegia matura.

Appenamaestro Ciliegia ebbe visto quel pezzo di legnosi rallegròtutto e dandosi una fregatina di mani per la contentezzaborbottòa mezza voce:

-Questo legno è capitato a tempo: voglio servirmene per fareuna gamba di tavolino.

Dettofattoprese subito l'ascia arrotata per cominciare a levargli lascorza e a digrossarloma quando fu lì per lasciare andare laprima asciatarimase col braccio sospeso in ariaperchésentì una vocina sottileche disse raccomandandosi:

-Non mi picchiar tanto forte!

Figuratevicome rimase quel buon vecchio di maestro Ciliegia!

Girògli occhi smarriti intorno alla stanza per vedere di dove mai potevaessere uscita quella vocinae non vide nessuno! Guardò sottoil bancoe nessuno; guardò dentro un armadio che stava semprechiusoe nessuno; guardò nel corbello dei trucioli e dellasegaturae nessuno; apri l'uscio di bottega per dare un'occhiataanche sulla stradae nessuno! O dunque?...

-Ho capito; - disse allora ridendo e grattandosi la parrucca- sivede che quella vocina me la sono figurata io. Rimettiamoci alavorare.

Eripresa l'ascia in manotirò giù un solennissimo colposul pezzo di legno.

-Ohi! tu m'hai fatto male! - gridò rammaricandosi la solitavocina.

Questavolta maestro Ciliegia resta di stuccocogli occhi fuori del capoper la pauracolla bocca spalancata e colla lingua giùciondoloni fino al mentocome un mascherone da fontana. Appenariebbe l'uso della parolacominciò a dire tremando ebalbettando dallo spavento:

-Ma di dove sarà uscita questa vocina che ha detto ohi?...Eppure qui non c'è anima viva. Che sia per caso questo pezzodi legno che abbia imparato a piangere e a lamentarsi come unbambino? Io non lo posso credere. Questo legno eccolo qui; èun pezzo di legno da caminettocome tutti gli altrie a buttarlosul fuococ'è da far bollire una pentola di fagioli... Odunque? Che ci sia nascosto dentro qualcuno? Se c'è nascostoqualcunotanto peggio per lui. Ora l'accomodo io!

Ecosi dicendoagguantò con tutt'e due le mani quel poveropezzo di legno e si pose a sbatacchiarlo senza carità controle pareti della stanza.

Poisi messe in ascoltoper sentire se c'era qualche vocina che silamentasse. Aspettò due minutie nulla; cinque minutienulla; dieci minutie nulla!

-Ho capito- disse allora sforzandosi di ridere e arruffandosi laparrucca- si vede che quella vocina che ha detto ohime la sonofigurata io! Rimettiamoci a lavorare.

Eperché gli era entrata addosso una gran paurasi provòa canterellare per farsi un po' di coraggio.

Intantoposata da una parte l'asciaprese in mano la piallaper piallare etirare a pulimento il pezzo di legno; ma nel mentre che lo piallavain su e in giùsenti la solita vocina che gli disse ridendo:

-Smetti! tu mi fai il pizzicorino sul corpo!

Questavolta il povero maestro Ciliegia cadde giù come fulminato.Quando riaprì gli occhisi trovò seduto per terra.

Ilsuo viso pareva trasfiguratoe perfino la punta del nasodipaonazza come era quasi sempregli era diventata turchina dalla granpaura.




MaestroCiliegia regala il pezzo di legno al suo amico Geppettoil quale loprende per fabbricarsi un burattino maraviglioso che sappia ballaretirar di scherma e fare i salti mortali.


Inquel punto fu bussato alla porta.

-Passate pure- disse il falegnamesenza aver la forza di rizzarsiin piedi.

Alloraentrò in bottega un vecchietto tutto arzilloil quale avevanome Geppetto; ma i ragazzi del vicinatoquando lo volevano farmontare su tutte le furielo chiamavano col soprannome di Polendinaa motivo della sua parrucca gialla che somigliava moltissimo allapolendina di granturco.

Geppettoera bizzosissimo. Guai a chiamarlo Polendina! Diventava subito unabestia e non c'era più verso di tenerlo.

-Buon giornomastr'Antonio- disse Geppetto. - Che cosa fate costìper terra?

-Insegno l'abbaco alle formicole.

-Buon pro vi faccia!

-Chi vi ha portato da mecompar Geppetto?

-Le gambe. Sappiatemastr'Antonioche son venuto da voiperchiedervi un favore.

-Eccomi quipronto a servirvi- replicò il falegnamerizzandosi su i ginocchi.

-Stamani m'è piovuta nel cervello un'idea.

-Sentiamola.

-Ho pensato di fabbricarmi da me un bel burattino di legno; ma unburattino maravigliosoche sappia ballaretirare di scherma e farei salti mortali. Con questo burattino voglio girare il mondoperbuscarmi un tozzo di pane e un bicchier di vino; che ve ne pare?

-Bravo Polendina! - gridò la solita vocinache non si capivadi dove uscisse.

Asentirsi chiamar Polendinacompar Geppetto diventò rosso comeun peperone dalla bizzae voltandosi verso il falegnamegli disseimbestialito:

-Perché mi offendete?

-Chi vi offende?

-Mi avete detto Polendina!...

-Non sono stato io.

-Sta un po' a vedere che sarò stato io! Io dico che siete statovoi.

-No!

-Si!

-No!

-Si!

Eriscaldandosi sempre piùvennero dalle parole ai fattieacciuffatisi fra di lorosi graffiaronosi morsero e sisbertucciarono.

Finitoil combattimentomastr'Antonio si trovò fra le mani laparrucca gialla di Geppettoe Geppetto si accorse di avere in boccala parrucca brizzolata del falegname.

-Rendimi la mia parrucca! - gridò mastr'Antonio.

-E tu rendimi la miae rifacciamo la pace.

Idue vecchiettidopo aver ripreso ognuno di loro la propria parruccasi strinsero la mano e giurarono di rimanere buoni amici per tutta lavita.

-Dunquecompar Geppetto- disse il falegname in segno di pace fatta- qual è il piacere che volete da me?

-Vorrei un po' di legno per fabbricare il mio burattino; me lo date?

Mastr'Antoniotutto contentoandò subito a prendere sul banco quel pezzo dilegno che era stato cagione a lui di tante paure. Ma quando fu lìper consegnarlo all'amicoil pezzo di legno dette uno scossone esgusciandogli violentemente dalle maniando a battere con forzanegli stinchi impresciuttiti del povero Geppetto.

-Ah! gli è con questo bel garbomastr'Antonioche voiregalate la vostra roba? M'avete quasi azzoppito!...

-Vi giuro che non sono stato io!

-Allora sarò stato io!...

-La colpa è tutta di questo legno...

-Lo so che è del legno: ma siete voi che me l'avete tiratonelle gambe!

-Io non ve l'ho tirato!

-Bugiardo!

-Geppettonon mi offendete; se no vi chiamo Polendina!...

-Asino!

-Polendina!

-Somaro!

-Polendina!

-Brutto scimmiotto!

-Polendina!

Asentirsi chiamar Polendina per la terza voltaGeppetto perse il lumedegli occhisi avvento sul falegname; e lì se ne dettero unsacco e una sporta.

Abattaglia finitamastr'Antonio si trovo due graffi di piu sul nasoe quell'altro due bottoni di meno al giubbetto. Pareggiati in questomodo i loro contisi strinsero la mano e giurarono di rimanere buoniamici per tutta la vita.

IntantoGeppetto prese con se il suo bravo pezzo di legnoe ringraziatomastr'Antoniose ne tornò zoppicando a casa.



Geppettotornato a casacomincia subito a fabbricarsi il burattino e glimette il nome di Pinocchio. prime monellerie del burattino.


Lacasa di Geppetto era una stanzina terrenache pigliava luce da unsottoscala. La mobilia non poteva essere più semplice: unaseggiola cattivaun letto poco buono e un tavolino tutto rovinato.Nella parete di fondo si vedeva un caminetto col fuoco acceso; ma ilfuoco era dipintoe accanto al fuoco c'era dipinta una pentola chebolliva allegramente e mandava fuori una nuvola di fumoche parevafumo davvero.

Appenaentrato in casaGeppetto prese subito gli arnesi e si pose aintagliare e a fabbricare il suo burattino.

-Che nome gli metterò? - disse fra sé e sé. - Lovoglio chiamar Pinocchio. Questo nome gli porterà fortuna. Hoconosciuto una famiglia intera di Pinocchi: Pinocchio il padrePinocchia la madre e Pinocchi i ragazzie tutti se la passavanobene. Il più ricco di loro chiedeva l'elemosina.

Quandoebbe trovato il nome al suo burattinoallora cominciò alavorare a buonoe gli fece subito i capellipoi la frontepoi gliocchi.

Fattigli occhifiguratevi la sua maraviglia quando si accorse che gliocchi si muovevano e che lo guardavano fisso fisso.

Geppettovedendosi guardare da quei due occhi di legnose n'ebbe quasi permalee disse con accento risentito:

-Occhiacci di legnoperché mi guardate?

Nessunorispose.

Alloradopo gli occhigli fece il naso; ma il nasoappena fattocominciòa crescere: e crescicrescicresci diventò in pochi minutiun nasone che non finiva mai.

Ilpovero Geppetto si affaticava a ritagliarlo; ma più loritagliava e lo scorcivae più quel naso impertinentediventava lungo.

Dopoil nasogli fece la bocca.

Labocca non era ancora finita di fareche cominciò subito aridere e a canzonarlo.

-Smetti di ridere! - disse Geppetto impermalito; ma fu come dire almuro.

-Smetti di ridereti ripeto! - urlò con voce minacciosa.

Allorala bocca smesse di riderema cacciò fuori tutta la lingua.

Geppettoper non guastare i fatti suoifinse di non avvedersenee continuòa lavorare.

Dopola boccagli fece il mentopoi il collole spallelo stomacolebraccia e le mani.

Appenafinite le maniGeppetto senti portarsi via la parrucca dal capo. Sivoltò in sue che cosa vide? Vide la sua parrucca gialla inmano del burattino.

-Pinocchio!... rendimi subito la mia parrucca!

EPinocchioinvece di rendergli la parruccase la messe in capo persérimanendovi sotto mezzo affogato.

Aquel garbo insolente e derisorioGeppetto si fece triste emelanconicocome non era stato mai in vita suae voltandosi versoPinocchiogli disse:

-Birba d'un figliuolo! Non sei ancora finito di faree giàcominci a mancar di rispetto a tuo padre! Maleragazzo miomale!

Esi rasciugò una lacrima.

Restavanosempre da fare le gambe e i piedi.

QuandoGeppetto ebbe finito di fargli i piedisentì arrivarsi uncalcio sulla punta del naso.

-Me lo merito! - disse allora fra sé. - Dovevo pensarci prima!Ormai è tardi!

Poiprese il burattino sotto le braccia e lo posò in terrasulpavimento della stanzaper farlo camminare.

Pinocchioaveva le gambe aggranchite e non sapeva muoversie Geppetto loconduceva per la mano per insegnargli a mettere un passo dietrol'altro.

Quandole gambe gli si furono sgranchitePinocchio cominciò acamminare da sé e a correre per la stanza; finchéinfilata la porta di casasaltò nella strada e si dette ascappare.

Eil povero Geppetto a corrergli dietro senza poterlo raggiungereperché quel birichino di Pinocchio andava a salti come unalepree battendo i suoi piedi di legno sul lastrico della stradafaceva un fracassocome venti paia di zoccoli da contadini.

-Piglialo! piglialo! - urlava Geppetto; ma la gente che era per laviavedendo questo burattino di legnoche correva come un barberosi fermava incantata a guardarloe ridevarideva e ridevada nonpoterselo figurare.

Allafinee per buona fortunacapitò un carabiniereil qualesentendo tutto quello schiamazzo e credendo si trattasse di unpuledro che avesse levata la mano al padronesi piantòcoraggiosamente a gambe larghe in mezzo alla stradacoll'animorisoluto di fermarlo e di impedire il caso di maggiori disgrazie.

MaPinocchioquando si avvide da lontano del carabiniere che barricavatutta la stradas'ingegnò di passargliper sorpresaframmezzo alle gambee invece fece fiasco.

Ilcarabinieresenza punto smoversilo acciuffò pulitamente peril naso (era un nasone spropositatoche pareva fatto apposta peressere acchiappato dai carabinieri)e lo riconsegnò nelleproprie mani di Geppetto; il qualea titolo di correzionevolevadargli subito una buona tiratina d'orecchi. Ma figuratevi come rimasequandonel cercargli gli orecchinon gli riuscì di poterlitrovare: e sapete perché? Perchénella furia discolpirlosi era dimenticato di farglieli.

Alloralo prese per la collottolaementre lo riconduceva indietroglidisse tentennando minacciosamente il capo:

-Andiamo a casa. Quando saremo a casanon dubitare che faremo inostri conti!

Pinocchioa questa antifonasi buttò per terrae non volle piùcamminare. Intanto i curiosi e i bighelloni principiavano a fermarsilì dintorno e a far capannello.

Chine diceva unachi un'altra.

-Povero burattino! - dicevano alcuni- ha ragione a non voler tornarea casa! Chi lo sa come lo picchierebbe quell'omaccio di Geppetto!...

Egli altri soggiungevano malignamente:

-Quel Geppetto pare un galantuomo! ma è un vero tiranno coiragazzi! Se gli lasciano quel povero burattino fra le maniècapacissimo di farlo a pezzi!...

Insommatanto dissero e tanto feceroche il carabiniere rimise in libertàPinocchio e condusse in prigione quel pover'uomo di Geppetto. Ilqualenon avendo parole lì per lì per difendersipiangeva come un vitellinoe nell'avviarsi verso il carcerebalbettava singhiozzando:

-Sciagurato figliuolo! E pensare che ho penato tanto a farlo unburattino per bene! Ma mi sta il dovere! Dovevo pensarci prima!...

Quelloche accadde dopoè una storia da non potersi crederee ve laracconterò in quest'altri capitoli.




Lastoria di Pinocchio col Grillo-parlantedove si vede come i ragazzicattivi hanno a noia di sentirsi correggere da chi ne sa piùdi loro.


Vidirò dunqueragazziche mentre il povero Geppetto eracondotto senza sua colpa in prigionequel monello di Pinocchiorimasto libero dalle grinfie del carabinierese la dava a gambe giùattraverso ai campiper far più presto a tornarsene a casa; enella gran furia del correre saltava greppi altissimisiepi di prunie fossi pieni d'acquatale e quale come avrebbe potuto fare uncapretto o un leprottino inseguito dai cacciatori. Giunto dinanzi acasatrovò l'uscio di strada socchiuso. Lo spinseentròdentroe appena ebbe messo tanto di palettosi gettò asedere per terralasciando andare un gran sospirone di contentezza.

Maquella contentezza durò pocoperché sentì nellastanza qualcuno che fece:

-Crì -crì -crì !

-Chi è che mi chiama? - disse Pinocchio tutto impaurito.

-Sono io!

Pinocchiosi voltò e vide un grosso Grillo che saliva lentamente su super il muro.

-DimmiGrillo: e tu chi sei?

-Io sono il Grillo-parlanteed abito in questa stanza da piùdi cent'anni.

-Oggi però questa stanza è mia- disse il burattino-e se vuoi farmi un vero piacerevattene subitosenza nemmenovoltarti indietro.

-Io non me ne anderò di qui- rispose il Grillo- se primanon ti avrò detto una gran verità.

-Dimmela e spicciati.

-Guai a quei ragazzi che si ribellano ai loro genitori e cheabbandonano capricciosamente la casa paterna! Non avranno mai bene inquesto mondo; e prima o poi dovranno pentirsene amaramente.

-Canta pureGrillo miocome ti pare e piace: ma io so che domaniall'albavoglio andarmene di quiperché se rimango quiavverrà a me quel che avviene a tutti gli altri ragazzivalea dire mi manderanno a scuola e per amore o per forza mi toccheràstudiare; e ioa dirtela in confidenzadi studiare non ne ho puntovoglia e mi diverto più a correre dietro alle farfalle e asalire su per gli alberi a prendere gli uccellini di nido.

-Povero grullerello! Ma non sai chefacendo cosìdiventeraida grande un bellissimo somaro e che tutti si piglieranno gioco dite?

-Chetati. Grillaccio del mal'augurio! - gridò Pinocchio. Ma ilGrilloche era paziente e filosofoinvece di aversi a male diquesta impertinenzacontinuò con lo stesso tono di voce:

-E se non ti garba di andare a scuolaperché non impari almenoun mestieretanto da guadagnarti onestamente un pezzo di pane?

-Vuoi che te lo dica? - replicò Pinocchioche cominciava aperdere la pazienza. - Fra tutti i mestieri del mondo non ce n'èche uno soloche veramente mi vada a genio.

-E questo mestiere sarebbe?...

-Quello di mangiareberedormiredivertirmi e fare dalla mattinaalla sera la vita del vagabondo.

-Per tua regola- disse il Grillo-parlante con la sua solita calma-tutti quelli che fanno codesto mestiere finiscono sempre allo spedaleo in prigione.

-BadaGrillaccio del mal'augurio!... se mi monta la bizzaguai a te!

-Povero Pinocchio! Mi fai proprio compassione!...

-Perché ti faccio compassione?

-Perché sei un burattino equel che è peggioperchéhai la testa di legno.

Aqueste ultime parolePinocchio saltò su tutt'infuriato epreso sul banco un martello di legno lo scagliò contro ilGrillo-parlante. Forse non credeva nemmeno di colpirlo: madisgraziatamente lo colse per l'appunto nel capotanto che il poveroGrillo ebbe appena il fiato di fare crì -crì -crìe poi rimase lì stecchito e appiccicato alla parete.




Pinocchioha famee cerca un uovo per farsi una frittata; ma sul piùbellola frittata gli vola via dalla finestra.


Intantocominciò a farsi nottee Pinocchioricordandosi che nonaveva mangiato nullasenti un'uggiolina allo stomacoche somigliavamoltissimo all'appetito.

Mal'appetito nei ragazzi cammina presto; e di fatti dopo pochi minutil'appetito diventò famee la famedal vedere al non vederesi converti in una fame da lupiuna fame da tagliarsi col coltello.

Ilpovero Pinocchio corse subito al focolaredove c'era una pentola chebolliva e fece l'atto di scoperchiarlaper vedere che cosa ci fossedentroma la pentola era dipinta sul muro. Figuratevi come restò.Il suo nasoche era già lungogli diventò piùlungo almeno quattro dita.

Allorasi dette a correre per la stanza e a frugare per tutte le cassette eper tutti i ripostigli in cerca di un po' di panemagari un po' dipan seccoun crosterelloun osso avanzato al caneun po' dipolenta muffitauna lisca di pesceun nocciolo di ciliegiainsommadi qualche cosa da masticare: ma non trovò nullail grannullaproprio nulla.

Eintanto la fame crescevae cresceva sempre: e il povero Pinocchionon aveva altro sollievo che quello di sbadigliare: e faceva deglisbadigli cosi lunghiche qualche volta la bocca gli arrivava finoagli orecchi. E dopo avere sbadigliatosputavae sentiva che lostomaco gli andava via.

Allorapiangendo e disperandosidiceva:

-Il Grillo-parlante aveva ragione. Ho fatto male a rivoltarmi al miobabbo e a fuggire di casa... Se il mio babbo fosse quiora non mitroverei a morire di sbadigli! Oh! che brutta malattia che èla fame!

Quand'eccogli parve di vedere nel monte della spazzatura qualche cosa di tondoe di biancoche somigliava tutto a un uovo di gallina. Spiccare unsalto e gettarvisi soprafu un punto solo. Era un uovo davvero.

Lagioia del burattino è impossibile descriverla: bisognasapersela figurare. Credendo quasi che fosse un sognosi rigiravaquest'uovo fra le manie lo toccava e lo baciavae baciandolodiceva:

-E ora come dovrò cuocerlo? Ne farò una frittata?... Noè meglio cuocerlo nel piatto!... O non sarebbe piùsaporito se lo friggessi in padella? O se invece lo cuocessi a usouovo da bere? Nola più lesta di tutte è di cuocerlonel piatto o nel tegamino: ho troppa voglia di mangiarmelo! Dettofattopose un tegamino sopra un caldano pieno di brace accesa: messenel tegaminoinvece d'olio o di burroun po' d'acqua: e quandol'acqua principiò a fumaretac!;.. spezzò il gusciodell'uovoe fece l'atto di scodellarvelo dentro.

Mainvece della chiara e del torloscappò fuori un pulcino tuttoallegro e complimentosoil qualefacendo una bella riverenzadisse:

-Mille graziesignor Pinocchiod'avermi risparmiata la fatica dirompere il guscio! Arrivedellastia bene e tanti saluti a casa!

Ciòdetto distese le ali einfilata la finestra che era apertase nevolò via a perdita d'occhio.

Ilpovero burattino rimase lìcome incantatocogli occhi fissicolla bocca aperta e coi gusci delI'uovo in mano. Riavutosiperaltrodal primo sbigottimentocominciò a piangereastrillarea battere i piedi in terraper la disperazioneepiangendo diceva:

-Eppure il Grillo-parlante aveva ragione! Se non fossi scappato dicasa e se il mio babbo fosse quiora non mi troverei a morire difame! Oh! che brutta malattia che è la fame!...

Eperché il corpo gli seguitava a brontolare più che maie non sapeva come fare a chetarlopensò di uscir di casa e didare una scappata al paesello vicinonella speranza di trovarequalche persona caritatevole che gli avesse fatto l'elemosina di unpo' di pane.




Pinocchiosi addormenta coi piedi sul caldanoe la mattina dopo si sveglia coipiedi tutti bruciati


Perl'appunto era una nottataccia d'inferno. Tuonava forte fortelampeggiava come se il cielo pigliasse fuocoe un ventaccio freddo estrapazzonefischiando rabbiosamente e sollevando un immenso nuvolodi polverefaceva stridere e cigolare tutti gli alberi dellacampagna. Pinocchio aveva una gran paura dei tuoni e dei lampi: senon che la fame era più forte della paura: motivo per cuiaccostò l'uscio di casae presa la carrierain un centinaiodi salti arrivò fino al paesecolla lingua fuori e col fiatogrossocome un cane da caccia.

Matrova tutto buio e tutto deserto. Le botteghe erano chiuse; le portedi casa chiuse; le finestre chiuse; e nella strada nemmeno un cane.Pareva il paese dei morti.

AlloraPinocchiopreso dalla disperazione e dalla famesi attaccòal campanello d'una casae cominciò a suonare a distesadicendo dentro di sé:

-Qualcuno si affaccierà.

Difattisi affacciò un vecchinocol berretto da notte in capoilquale gridò tutto stizzito:

-Che cosa volete a quest'ora?

-Che mi fareste il piacere di darmi un po' di pane?

-Aspettami costì che torno subito- rispose il vecchinocredendo di aver da fare con qualcuno di quei ragazzacci rompicolloche si divertono di notte a suonare i campanelli delle casepermolestare la gente per beneche se la dorme tranquillamente.

Dopomezzo minuto la finestra si riaprì e la voce del solitovecchino gridò a Pinocchio:

-Fatti sotto e para il cappello.

Pinocchiosi levò subito il suo cappelluccio; ma mentre faceva l'atto dipararlosentì pioversi addosso un'enorme catinellata d'acquache lo annaffiò tutto dalla testa ai piedicome se fosse unvaso di giranio appassito.

Tornòa casa bagnato come un pulcino e rifinito dalla stanchezza e dallafame e perché non aveva più forza di reggersi rittosipose a sedereappoggiando i piedi fradici e impillaccherati sopra uncaldano pieno di brace accesa.

Elì si addormentò; e nel dormirei piedi che erano dilegnogli presero fuoco e adagio adagio gli si carbonizzarono ediventarono cenere.

EPinocchio seguitava a dormire e a russarecome se i suoi piedifossero quelli d'un altro. Finalmente sul far del giorno si svegliòperché qualcuno aveva bussato alla porta.

-Chi è? - domandò sbadigliando e stropicciandosi gliocchi.

-Sono io- rispose una voce.

Quellavoce era la voce di Geppetto.




Geppettotorna a casarifà i piedi al burattino e gli dà lacolazione che il pover'uomo aveva portata con sé


Ilpovero Pinocchioche aveva sempre gli occhi fra il sonnonon s'eraancora avvisto dei piediche gli si erano tutti bruciati: per cuiappena sentì la voce di suo padreschizzò giùdallo sgabello per correre a tirare il paletto; ma invecedopo due otre traballonicadde di picchio tutto lungo disteso sul pavimento.

Enel battere in terra fece lo stesso rumoreche avrebbe fatto unsacco di mestoli. cascato da un quinto piano.

-Aprimi! - intanto gridava Geppetto dalla strada.

-Babbo mionon posso- rispondeva il burattino piangendo eruzzolandosi per terra.

-Perché non puoi?

-Perché mi hanno mangiato i piedi.

-E chi te li ha mangiati?

-Il gatto- disse Pinocchiovedendo il gatto che colle zampinedavanti si divertiva a far ballare alcuni trucioli di legno.

-Aprimiti dico! - ripetè Geppetto- se no quando vengo incasail gatto te lo do io!

-Non posso star rittocredetelo. O povero me! povero me che mitoccherà a camminare coi ginocchi per tutta la vita!...

Geppettocredendo che tutti questi piagnistei fossero un'altra monelleria delburattinopensò bene di farla finitae arrampicatosi su peril muroentrò in casa dalla finestra.

Daprincipio voleva dire e voleva fare: ma poi quando vide il suoPinocchio sdraiato in terra e rimasto senza piedi davveroallorasentì intenerirsi; e presolo subito in collosi dette abaciarlo e a fargli mille carezze e mille moineecoi luccioloniche gli cascavano giù per le gotegli disse singhiozzando:

-Pinocchiuccio mio! Com'è che ti sei bruciato i piedi?

-Non lo sobabboma credetelo che è stata una nottatad'inferno e me ne ricorderò fin che campo. Tonavabalenava eio avevo una gran fame e allora il Grillo-parlante mi disse: "Tista bene; sei stato cattivoe te lo meriti"e io gli dissi:"BadaGrillo!..."e lui mi disse: "Tu sei unburattino e hai la testa di legno" e io gli tirai un martello dilegnoe lui morì ma la colpa fu suaperché io nonvolevo ammazzarloprova ne sia che messi un tegamino sulla braceaccesa del caldanoma il pulcino scappò fuori e disse:"Arrivedella... e tanti saluti a casa" e la fame crescevasempremotivo per cui quel vecchino col berretto da notteaffacciandosi alla finestra mi disse: "Fatti sotto e para ilcappello" e io con quella catinellata d'acqua sul capoperchéil chiedere un po' di pane non è vergognanon è vero?me ne tornai subito a casae perché avevo sempre una granfamemessi i piedi sul caldano per rasciugarmie voi siete tornatoe me li sono trovati bruciatie intanto la fame l'ho sempre e ipiedi non li ho più! Ih!... ih!... ih!... ih!...

Eil povero Pinocchio cominciò a piangere e a berciare cosìforteche lo sentivano da cinque chilometri lontano.

Geppettoche di tutto quel discorso arruffato aveva capito una cosa solacioèche il burattino sentiva morirsi dalla gran fametirò fuoridi tasca tre peree porgendoglieledisse:

-Queste tre pere erano per la mia colazione: ma io te le dovolentieri. Mangialee buon pro ti faccia.

-Se volete che le mangifatemi il piacere di sbucciarle.

-Sbucciarle? - replicò Geppetto meravigliato.

-Non avrei mai credutoragazzomioche tu fossi cosìboccuccia e così schizzinoso di palato. Male! In questo mondofin da bambinibisogna avvezzarsi abboccati e a saper mangiare dituttoperché non si sa mai quel che ci può capitare. Icasi son tanti!...

-Voi direte bene- soggiunse Pinocchio- ma io non mangeròmai una fruttache non sia sbucciata. Le bucce non le possosoffrire.

Equel buon uomo di Geppettocavato fuori un coltellinoe armatosi disanta pazienzasbucciò le tre peree pose tutte le buccesopra un angolo della tavola.

QuandoPinocchio in due bocconi ebbe mangiata la prima perafece l'atto dibuttar via il torsolo: ma Geppetto gli trattenne il bracciodicendogli:

-Non lo buttar via: tutto in questo mondo può far comodo.

-Ma io il torsolo non lo mangio davvero!... - gridò ilburattinorivoltandosi come una vipera.

-Chi lo sa! I casi son tanti!... - ripetè Geppettosenzariscaldarsi.

Fattosta che i tre torsoliinvece di essere gettati fuori dalla finestravennero posati sull'angolo della tavola in compagnia delle bucce.

Mangiateoper dir megliodivorate le tre perePinocchio fece unlunghissimo sbadiglio e disse piagnucolando:

-Ho dell'altra fame!

-Ma ioragazzo mionon ho più nulla da darti.

-Proprio nullanulla?

-Ci avrei soltanto queste bucce e questi torsoli di pera.

-Pazienza! - disse Pinocchio- se non c'è altromangeròuna buccia.

Ecominciò a masticare. Da principio storse un po' la bocca; mapoiuna dietro l'altraspolverò in un soffio tutte le bucce:e dopo le bucceanche i torsolie quand'ebbe finito di mangiareogni cosasi battè tutto contento le mani sul corpoe dissegongolando:

-Ora sì che sto bene!

-Vedi dunque- osservò Geppetto- che avevo ragione io quandoti dicevo che non bisogna avvezzarsi né troppo sofistici nétroppo delicati di palato. Caro mionon si sa mai quel che ci puòcapitare in questo mondo. I casi son tanti!...




Geppettorifa i piedi a Pinocchio e vende la propria casacca per comprarglil'Abbecedario


Ilburattinoappena che si fu levata la famecominciò subito abofonchiare e a piangereperché voleva un paio di piedinuovi.

MaGeppettoper punirlo della monelleria fatta lo lasciòpiangere e disperarsi per una mezza giornata: poi gli disse:

-E perché dovrei rifarti i piedi? Forse per vederti scappar dinuovo da casa tua?

-Vi prometto- disse il burattino singhiozzando- che da oggi in poisarò buono...

-Tutti i ragazzi- replicò Geppetto- quando voglionoottenere qualcosadicono così.

-Vi prometto che anderò a scuolastudierò e mi faròonore...

-Tutti i ragazziquando vogliono ottenere qualcosaripetono lamedesima storia.

-Ma io non sono come gli altri ragazzi! Io sono più buono ditutti e dico sempre la verità. Vi promettobabbocheimparerò un'arte e che sarò la consolazione e ilbastone della vostra vecchiaia.

Geppettochesebbene facesse il viso di tirannoaveva gli occhi pieni dipianto e il cuore grosso dalla passione di vedere il suo poveroPinocchio in quello stato compassionevolenon rispose altre parole:mapresi in mano gli arnesi del mestiere e due pezzetti di legnostagionatosi pose a lavorare di grandissimo impegno.

Ein meno d'un'orai piedi erano bell'e fatti; due piedini sveltiasciutti e nervosicome se fossero modellati da un artista di genio.

AlloraGeppetto disse al burattino:

-Chiudi gli occhi e dormi!

EPinocchio chiuse gli occhi e fece finta di dormire. E nel tempo chesi fingeva addormentatoGeppetto con un po' di colla sciolta in unguscio d'uovo gli appiccicò i due piedi al loro postoeglieli appiccicò così beneche non si vedeva nemmenoil segno dell'attaccatura.

Appenail burattino si accorse di avere i piedisaltò giùdalla tavola dove stava distesoe principiò a fare millesgambetti e mille capriolecome se fosse ammattito dalla grancontentezza.

-Per ricompensarvi di quanto avete fatto per me- disse Pinocchio alsuo babbo- voglio subito andare a scuola.

-Bravo ragazzo!

-Ma per andare a scuola ho bisogno d'un po' di vestito.

Geppettoche era povero e non aveva in tasca nemmeno un centesimogli feceallora un vestituccio di carta fioritaun paio di scarpe di scorzadi albero e un berrettino di midolla di pane.

Pinocchiocorse subito a specchiarsi in una catinella piena d'acqua e rimasecosì contento di séche disse pavoneggiandosi:

-Paio proprio un signore!

-Davvero- replicò Geppetto- perchétienlo a mentenon è il vestito bello che fa il signore. ma èpiuttosto il vestito pulito.

-A proposito- soggiunse il burattino- per andare alla scuola mimanca sempre qualcosa: anzi mi manca il più e il meglio.

-Cioè?

-Mi manca l'Abbecedario.

-Hai ragione: ma come si fa per averlo?

-è facilissimo: si va da un libraio e si compra.

-E i quattrini?

-Io non ce l'ho.

-Nemmeno io- soggiunse il buon vecchiofacendosi tristo.

EPinocchiosebbene fosse un ragazzo allegrissimosi fece tristoanche lui: perché la miseriaquando è miseria davverola intendono tutti: anche i ragazzi.

-Pazienza! - gridò Geppetto tutt'a un tratto rizzandosi inpiedi; e infilatasi la vecchia casacca di fustagnotutta toppe erimendiuscì correndo di casa.

Dopopoco tornò: e quando tornò aveva in mano l'Abbecedarioper il figliuoloma la casacca non l'aveva più. Il pover'uomoera in maniche di camiciae fuori nevicava.

-E la casaccababbo?

-L'ho venduta.

-Perché l'avete venduta?

-Perché mi faceva caldo.

Pinocchiocapì questa risposta a voloe non potendo frenare l'impetodel suo buon cuoresaltò al collo di Geppetto e cominciòa baciarlo per tutto il viso.



Pinocchiovende l'Abbecedario per andare a vedere il teatrino dei burattini


Smessoche fu di nevicarePinocchio col suo bravo Abbecedario nuovo sottoil braccioprese la strada che menava alla scuola: e strada facendofantasticava nel suo cervellino mille ragionamenti e mille castelliin ariauno più bello dell'altro.

Ediscorrendo da sé solo diceva:

-Oggialla scuolavoglio subito imparare a leggere: domani poiimparerò a scrivere e domani l'altro imparerò a fare inumeri. Poicolla mia abilitàguadagnerò moltiquattrini e coi primi quattrini che mi verranno in tascavogliosubito fare al mio babbo una bella casacca di panno.

Mache dico di panno? Gliela voglio fare tutta d'argento e d'oroe coibottoni di brillanti. E quel pover'uomo se la merita davvero: perchéinsommaper comprarmi i libri e per farmi istruireè rimastoin maniche di camicia... a questi freddi! Non ci sono che i babbi chesieno capaci di certi sacrifizi!...

Mentretutto commosso diceva così gli parve di sentire in lontananzauna musica di pifferi e di colpi di grancassa: pì pì pìzumzumzumzum.

Sifermò e stette in ascolto. Quei suoni venivano di fondo a unalunghissima strada traversache conduceva a un piccolo paesettofabbricato sulla spiaggia del mare.

-Che cosa sia questa musica? Peccato che io debba andare a scuolaseno...

Erimase lì perplesso. A ogni modobisognava prendere unarisoluzione: o a scuolao a sentire i pifferi.

-Oggi anderò a sentire i pifferie domani a scuola: per andarea scuola c'è sempre tempo- disse finalmente quel monellofacendo una spallucciata.

Dettofattoinfilò giù per la strada traversae cominciòa correre a gambe. Più correva e più sentiva distintoil suono dei pifferi e dei tonfi della grancassa: pì pì

pì..zumzumzumzum.

Quand'eccoche si trovò in mezzo a una piazza tutta piena di gentelaquale si affollava intorno a un gran baraccone di legno e di teladipinta di mille colori.

-Che cos'è quel baraccone? - domandò Pinocchiovoltandosi a un ragazzetto che era lì del paese.

-Leggi il cartelloche c'è scrittoe lo saprai.

-Lo leggerei volentierima per l'appunto oggi non so leggere.

-Bravo bue! Allora te lo leggerò io. Sappi dunque che in quelcartello a lettere rosse come il fuoco c'è scritto: GRANTEATRO DEI BURATTINI...

-è molto che è incominciata la commedia?

-Comincia ora.

-E quanto si spende per entrare?

-Quattro soldi.

Pinocchioche aveva addosso la febbre della curiositàperse ogniritegnoe disse senza vergognarsi al ragazzettocol quale parlava:

-Mi daresti quattro soldi fino a domani?

-Te li darei volentieri- gli rispose l'altro canzonandolo- ma oggiper l'appunto non te li posso dare.

-Per quattro solditi vendo la mia giacchetta- gli disse allora ilburattino.

-Che vuoi che mi faccia di una giacchetta di carta fiorita? Se cipiove sunon c'è più verso di cavartela da dosso.

-Vuoi comprare le mie scarpe?

-Sono buone per accendere il fuoco.

-Quanto mi dai del berretto?

-Bell'acquisto davvero! Un berretto di midolla di pane! C'è ilcaso che i topi me lo vengano a mangiare in capo!

Pinocchioera sulle spine. Stava lì lì per fare un'ultimaofferta: ma non aveva coraggio; esitavatentennavapativa. Allafine disse:

-Vuoi darmi quattro soldi di quest'Abbecedario nuovo?

-Io sono un ragazzoe non compro nulla dai ragazzi- gli rispose ilsuo piccolo interlocutoreche aveva molto più giudizio dilui.

-Per quattro soldi l'Abbecedario lo prendo io- gridò unrivenditore di panni usatiche s'era trovato presente allaconversazione.

Eil libro fu venduto lì sui due piedi. E pensare che quelpover'uomo di Geppetto era rimasto a casaa tremare dal freddo inmaniche di camiciaper comprare l'Abbecedario al figliuolo!




Iburattini riconoscono il loro fratello Pinocchio e gli fanno unagrandissima festa; ma sul più belloesce fuori il burattinaioMangiafocoe Pinocchio corre il pericolo di fare una brutta fine


QuandoPinocchio entrò nel teatrino delle marionetteaccadde unfatto che destò mezza rivoluzione.

Bisognasapere che il sipario era tirato su e la commedia era giàincominciata.

Sullascena si vedevano Arlecchino e Pulcinellache bisticciavano fra diloro esecondo il solitominacciavano da un momento all'altro discambiarsi un carico di schiaffi e di bastonate.

Laplateatutta attentasi mandava a male dalle grandi risatenelsentire il battibecco di quei due burattiniche gestivano e sitrattavano d'ogni vitupero con tanta veritàcome se fosseroproprio due animali ragionevoli e due persone di questo mondo.

Quandoall'improvvisoche è che non èArlecchino smette direcitaree voltandosi verso il pubblico e accennando colla manoqualcuno in fondo alla plateacomincia a urlare in tono drammatico:

-Numi del firmamento! sogno o son desto? Eppure quello laggiù èPinocchio!...

-è Pinocchio davvero! - grida Pulcinella.

-è: proprio lui! - strilla la signora Rosaurafacendo capolinodi fondo alla scena.

-è: Pinocchio! è Pinocchio! - urlano in coro tutti iburattiniuscendo a salti fuori delle quinte.

èPinocchio! è il nostro fratello Pinocchio! Evviva Pinocchio.

-Pinocchiovieni quassù da me- grida Arlecchino- vieni agettarti fra le braccia dei tuoi fratelli di legno!

Aquesto affettuoso invito Pinocchio spicca un saltoe di fondo allaplatea va nei posti distinti; poi con un altro saltodai postidistinti monta sulla testa del direttore d'orchestrae di lìschizza sul palcoscenico.

è:impossibile figurarsi gli abbracciamentigli strizzoni di colloipizzicotti dell'amicizia e le zuccate della vera e sincerafratellanzache Pinocchio ricevè in mezzo a tanto arruffiodagli attori e dalle attrici di quella compagnia drammatico-vegetale.

Questospettacolo era commoventenon c'è che dire: ma il pubblicodella plateavedendo che la commedia non andava più avantis'impazientì e prese a gridare:

-Vogliamo la commediavogliamo la commedia!

Tuttofiato buttato viaperché i burattiniinvece di continuare larecitaraddoppiarono il chiasso e le gridaepostosi Pinocchiosulle spallese lo portarono in trionfo davanti ai lumi dellaribalta.

Allorauscì fuori il burattinaioun omone così bruttochemetteva paura soltanto a guardarlo. Aveva una barbaccia nera come unoscarabocchio d'inchiostroe tanto lunga che gli scendeva dal mentofino a terra: basta dire chequando camminavase la pestava coipiedi. La sua bocca era larga come un fornoi suoi occhi parevanodue lanterne di vetro rossocol lume acceso di dietroe con le manifaceva schioccare una grossa frustafatta di serpenti e di code divolpe attorcigliate insieme.

All'apparizioneinaspettata del burattinaioammutolirono tutti: nessuno fiatòpiù. Si sarebbe sentito volare una mosca. Quei poveriburattinimaschi e femminetremavano tutti come tante foglie.

-Perché sei venuto a mettere lo scompiglio nel mio teatro? -domandò il burattinaio a Pinocchiocon un vocione d'Orcogravemente infreddato di testa.

-La credaillustrissimoche la colpa non è stata mia!...

-Basta cosi! Stasera faremo i nostri conti.

Difattifinita la recita della commediail burattinaio andò incucinadov'egli s'era preparato per cena un bel montoneche giravalentamente infilato nello spiedo. E perché gli mancavano lalegna per finirlo di cuocere e di rosolarechiamò Arlecchinoe Pulcinella e disse loro:

-Portatemi di qua quel burattino che troverete attaccato al chiodo. Mipare un burattino fatto di un legname molto asciuttoe sono sicurochea buttarlo sul fuocomi darà una bellissima fiammataall'arrosto.

Arlecchinoe Pulcinella da principio esitarono; ma impauriti da un'occhiatacciadel loro padroneobbedirono: e dopo poco tornarono in cucinaportando sulle braccia il povero Pinocchioil qualedivincolandosicome un'anguilla fuori dell'acquastrillava disperatamente:

-Babbo miosalvatemi! Non voglio morirenon voglio morire!...




Mangiafocostarnutisce e perdona a Pinocchioil quale poi difende dalla morteil suo amico Arlecchino


Ilburattinaio Mangiafoco che (questo era il suo nome) pareva un uomospaventosonon dico di nospecie con quella sua barbaccia nera chea uso grembialegli copriva tutto il petto e tutte le gambe; ma nelfondo poi non era un cattiv'uomo. Prova ne sia che quando videportarsi davanti quel povero Pinocchioche si dibatteva per ogniversourlando "Non voglio morirenon voglio morire!"principiò subito a commuoversi e a impietosirsi edopo averresistito un bel pezzoalla fine non ne poté piùelasciò andare un sonorissimo starnuto.

Aquello starnutoArlecchinoche fin allora era stato afflitto eripiegato come un salcio piangentesi fece tutto allegro in visoechinatosi verso Pinocchiogli bisbigliò sottovoce:

-Buone nuovefratello. Il burattinaio ha starnutitoe questo èsegno che s'è mosso a compassione per tee oramai sei salvo.

Perchébisogna sapere chementre tutti gli uominiquando si sentonoimpietositi per qualcunoo piangono o per lo meno fanno finta dirasciugarsi gli occhiMangiafocoinveceogni volta ches'inteneriva davveroaveva il vizio di starnutire. Era un modo comeun altroper dare a conoscere agli altri la sensibilità delsuo cuore.

Dopoaver starnutitoil burattinaioseguitando a fare il burberogridòa Pinocchio:

-Finiscila di piangere! I tuoi lamenti mi hanno messo un'uggiolina infondo allo stomaco... Sento uno spasimoche quasi quasi... ~

Etcìetcì~ - e fece altri due starnuti.

-Felicità! - disse Pinocchio.

-Grazie! E il tuo babbo e la tua mamma sono sempre vivi? - gli domandòMangiafoco.

-Il babbosì la mamma non l'ho mai conosciuta.

-Chi lo sa che dispiacere sarebbe per il tuo vecchio padrese ora tifacessi gettare fra quei carboni ardenti! Povero vecchio! locompatisco!.. Etcì etcì etcì - e fece altri trestarnuti.

-Felicità! - disse Pinocchio.

-Grazie! Del resto bisogna compatire anche meperchécomevedinon ho più legna per finire di cuocere quel montonearrostoe tudico la veritàin questo caso mi avresti fattoun gran comodo! Ma oramai mi sono impietosito e ci vuol pazienza.Invece di temetterò a bruciare sotto lo spiedo qualcheburattino della mia Compagnia... Olàgiandarmi!

Aquesto comando comparvero subito due giandarmi di legnolunghilunghisecchi secchicol cappello a lucerna in testa e collasciabola sfoderata in mano.

Allorail burattinaio disse loro con voce rantolosa:

-Pigliatemi lì quell'Arlecchinolegatelo ben benee poigettatelo a bruciare sul fuoco. Io voglio che il mio montone siaarrostito bene!

Figurateviil povero Arlecchino! Fu tanto il suo spaventoche le gambe gli siripiegarono e cadde bocconi per terra.

Pinocchioalla vista di quello spettacolo strazianteandò a gettarsi aipiedi del burattinaio e piangendo dirottamente e bagnandogli dilacrime tutti i peli della lunghissima barbacominciò a direcon voce supplichevole:

-Pietàsignor Mangiafoco!...

-Qui non ci son signori! - replicò duramente il burattinaio.

-Pietàsignor Cavaliere!...

-Qui non ci son cavalieri!

-Pietàsignor Commendatore!...

-Qui non ci son commendatori!

-PietàEccellenza!...

Asentirsi chiamare Eccellenza il burattinaio fece subito il bocchinotondoe diventato tutt'a un tratto più umano e piùtrattabiledisse a Pinocchio:

-Ebbeneche cosa vuoi da me?

-Vi domando grazia per il povero Arlecchino!...

-Qui non c'è grazia che tenga. Se ho risparmiato tebisognache faccia mettere sul fuoco luiperché io voglio che il miomontone sia arrostito bene.

-In questo caso- gridò fieramente Pinocchiorizzandosi egettando via il suo berretto di midolla di pane- in questo casoconosco qual è il mio dovere. Avantisignori giandarmi!Legatemi e gettatemi là fra quelle fiamme. Nonon ègiusta che il povero Arlecchinoil vero amico miodebba morire perme!...

Questeparolepronunziate con voce alta e con accento eroicofeceropiangere tutti i burattini che erano presenti a quella scena. Glistessi giandarmisebbene fossero di legnopiangevano come dueagnellini di latte.

Mangiafocosul principiorimase duro e immobile come un pezzo di ghiaccio: mapoiadagio adagiocominciò anche lui a commuoversi e astarnutire. E fatti quattro o cinque starnutiaprìaffettuosamente le braccia e disse a Pinocchio:

-Tu sei un gran bravo ragazzo! Vieni qua da me e dammi un bacio.

Pinocchiocorse subitoe arrampicandosi come uno scoiattolo su per la barbadel burattinaioandò a posargli un bellissimo bacio sullapunta del naso.

-Dunque la grazia è fatta? - domandò il poveroArlecchinocon un fil di voce che si sentiva appena.

-La grazia è fatta! - rispose Mangiafoco: poi soggiunsesospirando e tentennando il capo: - Pazienza! Per questa sera mirassegnerò a mangiare il montone mezzo crudoma un'altravoltaguai a chi toccherà!...

Allanotizia della grazia ottenutai burattini corsero tutti sulpalcoscenico eaccesi i lumi e i lampadari come in serata di galacominciarono a saltare e a ballare. Era l'alba e ballavano sempre.




Ilburattinaio Mangiafoco regala cinque monete d'oro a Pinocchioperchéle porti al suo babbo Geppetto: e Pinocchioinvecesi lasciaabbindolare dalla Volpe e dal Gatto e se ne va con loro


Ilgiorno dipoi Mangiafoco chiamò in disparte Pinocchio e glidomandò:

-Come si chiama tuo padre?

-Geppetto.

-E che mestiere fa?

-Il povero.

-Guadagna molto?

-Guadagna tantoquanto ci vuole per non aver mai un centesimo intasca. Si figuri che per comprarmi l'Abbecedario della scuola dovèvendere l'unica casacca che aveva addosso: una casacca chefra toppee rimendiera tutta una piaga.

-Povero diavolo! Mi fa quasi compassione. Ecco qui cinque moneted'oro. Vai subito a portargliele e salutalo tanto da parte mia.

Pinocchiocom'è facile immaginarseloringraziò mille volte ilburattinaioabbracciòa uno a unotutti i burattini dellaCompagniaanche i giandarmi: e fuori di sé dalla contentezzasi mise in viaggio per tornarsene a casa sua.

Manon aveva fatto ancora mezzo chilometroche incontrò per lastrada una Volpe zoppa da un piede e un Gatto cieco da tutt'e due gliocchiche se ne andavano là làaiutandosi fra diloroda buoni compagni di sventura. La Volpe che era zoppacamminava appoggiandosi al Gatto: e il Gattoche era ciecosilasciava guidare dalla Volpe.

-Buon giornoPinocchio- gli disse la Volpesalutandologarbatamente.

-Com'è che sai il mio nome? - domandò il burattino.

-Conosco bene il tuo babbo.

-Dove l'hai veduto?

-L'ho veduto ieri sulla porta di casa sua.

-E che cosa faceva?

-Era in maniche di camicia e tremava dal freddo.

-Povero babbo! Mase Dio vuoleda oggi in poi non tremeràpiù!...

-Perché?

-Perché io sono diventato un gran signore.

-Un gran signore tu? - disse la Volpee cominciò a ridere diun riso sguaiato e canzonatore: e il Gatto rideva anche luima pernon darlo a vederesi pettinava i baffi colle zampe davanti.

-C'è poco da ridere- gridò Pinocchio impermalito. - Midispiace davvero di farvi venire l'acquolina in boccama queste quise ve ne intendetesono cinque bellissime monete d'oro.

Etirò fuori le monete avute in regalo da Mangiafoco.

Alsimpatico suono di quelle monete la Volpeper un moto involontarioallungò la gamba che pareva rattrappitae il Gatto spalancòtutt'e due gli occhiche parvero due lanterne verdi: ma poi lirichiuse subitotant'è vero che Pinocchio non si accorse dinulla.

-E ora- gli domandò la Volpe- che cosa vuoi farne dicodeste monete?

-Prima di tutto- rispose il burattino- voglio comprare per il miobabbo una bella casacca nuovatutta d'oro e d'argento e coi bottonidi brillanti: e poi voglio comprare un Abbecedario per me.

-Per te?

-Davvero: perché voglio andare a scuola e mettermi a studiare abuono.

-Guarda me! - disse la Volpe. - Per la passione sciocca di studiare hoperduto una gamba.

-Guarda me! - disse il Gatto. - Per la passione sciocca di studiare hoperduto la vista di tutti e due gli occhi.

Inquel mentre un Merlo biancoche se ne stava appollaiato sulla siepedella stradafece il solito verso e disse:

-Pinocchionon dar retta ai consigli dei cattivi compagni: se notene pentirai!

PoveroMerlonon l'avesse mai detto! Il Gattospiccando un gran saltoglisi avventò addossoe senza dargli nemmeno il tempo di dire~ohi~ se lo mangiò in un bocconecon le penne e tutto.

Mangiatoche l'ebbe e ripulitasi la boccachiuse gli occhi daccapo ericominciò a fare il ciecocome prima.

-Povero Merlo! - disse Pinocchio al Gatto- perché l'haitrattato così male?

-Ho fatto per dargli una lezione. Così un'altra volta impareràa non metter bocca nei discorsi degli altri.

Eranogiunti più che a mezza stradaquando la Volpefermandosi dipunto in biancodisse al burattino:

-Vuoi raddoppiare le tue monete d'oro?

-Cioè?

-Vuoi tudi cinque miserabili zecchinifarne centomilleduemila?

-Magari! E la maniera?

-La maniera è facilissima. Invece di tornartene a casa tuadovresti venire con noi.

-E dove mi volete condurre?

-Nel paese dei Barbagianni.

Pinocchioci pensò un pocoe poi disse risolutamente:

-Nonon ci voglio venire. Oramai sono vicino a casae voglioandarmene a casadove c'è il mio babbo che m'aspetta. Chi losapovero vecchioquanto ha sospirato ieria non vedermi tornare.Pur troppo io sono stato un figliolo cattivoe il Grillo-parlanteaveva ragione quando diceva: "I ragazzi disobbedienti nonpossono aver bene in questo mondo". E io l'ho provato a miespesePerché mi sono capitate dimolte disgraziee anche ierisera in casa di Mangiafocoho corso pericolo... Brrr! mi viene ibordoni soltanto a pensarci!

-Dunque- disse la Volpe- vuoi proprio andare a casa tua? Alloravai puree tanto peggio per te!

-Tanto peggio per te! - ripetè il Gatto.

-Pensaci benePinocchioperché tu dai un calcio alla fortuna.

-Alla fortuna! - ripetè il Gatto.

-I tuoi cinque zecchinidall'oggi al domani sarebbero diventatiduemila.

-Duemila! - ripetè il Gatto.

-Ma com'è mai possibile che diventino tanti? - domandòPinocchiorestando a bocca aperta dallo stupore.

-Te lo spiego subito- disse la Volpe. - Bisogna sapere che nel paesedei Barbagianni c'è un campo benedettochiamato da tutti ilCampo dei miracoli. Tu fai in questo campo una piccola buca e cimetti dentro per esempio uno zecchino d'oro. Poi ricuopri la buca conun po' di terra: l'annaffi con due secchie d'acqua di fontanacigetti sopra una presa di salee la sera te ne vai tranquillamente aletto. Intantodurante la nottelo zecchino germoglia e fiorisceela mattina dopodi levataritornando nel campoche cosa trovi?Trovi un bell'albero carico di tanti zecchini d'oroquanti chicchidi grano può avere una bella spiga nel mese di giugno.

-Sicché dunque- disse Pinocchio sempre più sbalordito- se io sotterrassi in quel campo i miei cinque zecchinila mattinadopo quanti zecchini ci troverei?

-è un conto facilissimo- rispose la Volpe- un conto chepuoi farlo sulla punta delle dita. Poni che ogni zecchino ti facciaun grappolo di cinquecento zecchini: moltiplica il cinquecento percinque e la mattina dopo ti trovi in tasca duemila cinquecentozecchini lampanti e sonanti.

-Oh che bella cosa! - gridò Pinocchioballandodall'allegrezza. - Appena che questi zecchini gli avròraccoltine prenderò per me duemila e gli altri cinquecentodi più li darò in regalo a voi altri due.

-Un regalo a noi? - gridò la Volpe sdegnandosi e chiamandosioffesa. - Dio te ne liberi!

-Te ne liberi! - ripetè il Gatto.

-Noi- riprese la Volpe- non lavoriamo per il vile interesse: noilavoriamo unicamente per arricchire gli altri.

-Gli altri! - ripetè il Gatto.

-Che brave persone! - pensò dentro di sé Pinocchio: edimenticandosi lì sul tamburodel suo babbodella casaccanuovadell'Abbecedario e di tutti i buoni proponimenti fattidissealla Volpe e al Gatto:

-Andiamo pure. Io vengo con voi.




L'osteriadel Gambero Rosso


Camminacamminacamminaalla fine sul far della sera arrivarono stanchimorti all'osteria del Gambero Rosso.

-Fermiamoci un po' qui- disse la Volpe- tanto per mangiare unboccone e per riposarci qualche ora. A mezzanotte poi ripartiremo peressere domaniall'albanel Campo dei miracoli.

Entratinell'osteriasi posero tutti e tre a tavola: ma nessuno di loroaveva appetito.

Ilpovero Gattosentendosi gravemente indisposto di stomaconon potémangiare altro che trentacinque triglie con salsa di pomodoro equattro porzioni di trippa alla parmigiana: e perché la trippanon gli pareva condita abbastanzasi rifece tre volte a chiedere ilburro e il formaggio grattato!

LaVolpe avrebbe spelluzzicato volentieri qualche cosa anche lei: masiccome il medico le aveva ordinato una grandissima dietacosìdovè contentarsi di una semplice lepre dolce e forte con unleggerissimo contorno di pollastre ingrassate e di galletti di primocanto. Dopo la lepre si fece portare per tornagusto un cibreino dipernicidi starnedi coniglidi ranocchidi lucertole e d'uvaparadisa; e poi non volle altro. Aveva tanta nausea per il cibodiceva leiche non poteva accostarsi nulla alla bocca.

Quelloche mangiò meno di tutti fu Pinocchio. Chiese uno spicchio dinoce e un cantuccino di panee lasciò nel piatto ogni cosa.Il povero figliuolo col pensiero sempre fisso al Campo dei miracoliaveva preso un'indigestione anticipata di monete d'oro.

Quand'ebberocenatola Volpe disse all'oste:

-Dateci due buone camereuna per il signor Pinocchio e un'altra perme e per il mio compagno. Prima di ripartire schiacceremo unsonnellino. Ricordatevi però che a mezzanotte vogliamo esseresvegliati per continuare il nostro viaggio.

-Sissignori- rispose l'oste e strizzò l'occhio alla Volpe eal Gattocome dire: "Ho mangiata la foglia e ci siamointesi!...".

Appenache Pinocchio fu entrato nel lettosi addormentò a colpo eprincipiò a sognare. E sognando gli pareva di essere in mezzoa un campoe questo campo era pieno di arboscelli carichi digrappolie questi grappoli erano carichi di zecchini d'oro chedondolandosi mossi dal ventofacevano ~zinzinzin~quasivolessero dire: "Chi ci vuole venga a prenderci". Ma quandoPinocchio fu sul più belloquandocioèallungòla mano per prendere a manciate tutte quelle belle monete emettersele in tascasi trovò svegliato all'improvviso da treviolentissimi colpi dati nella porta di camera.

Eral'oste che veniva a dirgli che la mezzanotte era suonata.

-E i miei compagni sono pronti? - gli domandò il burattino.

-Altro che pronti! Sono partiti due ore fa.

-Perché mai tanta fretta?

-Perché il Gatto ha ricevuto un'imbasciatache il suo gattinomaggioremalato di geloni ai piedistava in pericolo di vita.

-E la cena l'hanno pagata?

-Che vi pare? Quelle lì sono persone troppo educate perchéfacciano un affronto simile alla signoria vostra.

-Peccato! Quest'affronto mi avrebbe fatto tanto piacere! - dissePinocchiograttandosi il capo. Poi domandò:

-E dove hanno detto di aspettarmi quei buoni amici?

-Al Campo dei miracolidomattinaallo spuntare del giorno.

Pinocchiopagò uno zecchino per la cena sua e per quella dei suoicompagnie dopo partì.

Masi può dire che partisse a tastoniperché fuoridell'osteria c'era un buio così buioche non ci si vedeva daqui a lì. Nella campagna all'intorno non si sentiva alitareuna foglia. Solamente alcuni uccellacci notturnitraversando lastrada da una siepe all'altravenivano a sbattere le ali sul naso diPinocchioil qualefacendo un salto indietro per la pauragridava:- Chi va là? - e l'eco delle colline circostanti ripeteva inlontananza: - Chi va là? chi va là? chi va là?

Intantomentre camminavavide sul tronco di un albero un piccolo animalettoche riluceva di una luce pallida e opacacome un lumino da nottedentro una lampada di porcellana trasparente.

-Chi sei? - gli domandò Pinocchio.

-Sono l'ombra del Grillo-parlante- rispose l'animalettocon unavocina fioca fiocache pareva venisse dal mondo di là.

-Che vuoi da me? - disse il burattino.

-Voglio darti un consiglio. Ritorna indietro e porta i quattrozecchiniche ti sono rimastial tuo povero babbo che piange e sidispera per non averti più veduto.

-Domani il mio babbo sarà un gran signoreperché questiquattro zecchini diventeranno duemila.

-Non ti fidareragazzo miodi quelli che promettono di farti riccodalla mattina alla sera. Per il solitoo sono matti o imbroglioni!Dai retta a meritorna indietro.

-E ioinvecevoglio andare avanti.

-L'ora è tarda!...

-Voglio andare avanti.

-La nottata è scura...

-Voglio andare avanti.

-La strada è pericolosa...

-Voglio andare avanti.

-Ricordati che i ragazzi che vogliono fare di loro capriccio e a modoloroprima o poi se ne pentono.

-Le solite storie. Buona notteGrillo.

-Buona nottePinocchioe che il cielo ti salvi dalla guazza e dagliassassini!

Appenadette queste ultime paroleil Grillo-parlante si spense a un trattocome si spenge un lume soffiandoci soprae la strada rimase piùbuia di prima.




Pinocchioper non aver dato retta ai buoni consigli del Grillo-parlantes'imbatte negli assassini


-Davvero- disse fra sé il burattino rimettendosi in viaggio- come siamo disgraziati noialtri poveri ragazzi! Tutti ci sgridanotutti ci ammonisconotutti ci danno consigli. A lasciarli diretutti si metterebbero in capo di essere i nostri babbi e i nostrimaestri; tutti: anche i Grilli-parlanti. Ecco qui: perché ionon ho voluto dar retta a quell'uggioso di Grillochi lo sa quantedisgraziesecondo luimi dovrebbero accadere! Dovrei incontrareanche gli assassini! Meno male che agli assassini io non ci credonéci ho creduto mai. Per me gli assassini sono stati inventati appostadai babbiper far paura ai ragazzi che vogliono andare fuori lanotte. E poi se anche li trovassi qui sulla stradami darebberoforse soggezione? Neanche per sogno. Anderei loro sul visogridando:"Signori assassiniche cosa vogliono da me? Si rammentino checon me non si scherza! Se ne vadano dunque per i fatti loroezitti!". A questa parlantina fatta sul serioquei poveriassassinimi par di vederliscapperebbero via come il vento. Casopoi fossero tanto ineducati da non voler scappareallora scappereiioe così la farei finita...

MaPinocchio non poté finire il suo ragionamentoperchéin quel punto gli parve di sentire dietro di sé unleggerissimo fruscio di foglie.

Sivoltò a guardare e vide nel buio due figuracce nere tutteimbacuccate in due sacchi da carbonele quali correvano dietro a luia salti e in punta di piedicome se fossero due fantasmi.

-Eccoli davvero! - disse dentro di sé: e non sapendo dovenascondere i quattro zecchinise li nascose in bocca e precisamentesotto la lingua.

Poisi provò a scappare. Ma non aveva ancor fatto il primo passoche sentì agguantarsi per le braccia e intese due vociorribili e cavernoseche gli dissero:

-O la borsa o la vita!

Pinocchionon potendo rispondere con le parolea motivo delle monete che avevain boccafece mille salamelecchi e mille pantomime per dare adintendere a quei due incappatidi cui si vedevano soltanto gli occhiattraverso i buchi dei sacchiche lui era un povero burattinoe chenon aveva in tasca nemmeno un centesimo falso.

-Viavia! Meno ciarle e fuori i denari! - gridavano minacciosamente idue briganti.

Eii burattino fece col capo e colle mani un segno come dire: "Nonne ho".

-Metti fuori i denari o sei morto- disse l'assassino più altodi statura.

-Morto! - ripetè l'altro.

-E dopo ammazzato teammazzeremo anche tuo padre!

-Anche tuo padre!

-Nononoil mio povero babbo no! - gridò Pinocchio conaccento disperato: ma nel gridare cosìgli zecchini glisuonarono in bocca.

-Ah! furfante! Dunque i denari te li sei nascosti sotto la lingua?Sputali subito!

EPinocchioduro!

-Ah! tu fai il sordo? Aspetta un pocoche penseremo noi a fartelisputare!

Difattiuno di loro afferrò il burattino per la punta del naso equell'altro lo prese per la bazzae lì cominciarono a tirarescreanzatamenteuno per in qua e l'altro per in làtanto dacostringerlo a spalancare la bocca: ma non ci fu verso. La bocca delburattino pareva inchiodata e ribadita.

Alloral'assassino più piccolo di staturacavato fuori uncoltellaccioprovò a conficcarglieloa guisa di leva e discalpellofra le labbra: ma Pinocchiolesto come un lampogliazzannò la mano coi dentie dopo avergliela con un morsostaccata di nettola sputò; e figuratevi la sua maravigliaquandoinvece di una manosi accorse di aver sputato in terra unozampetto di gatto.

Incoraggiatoda questa prima vittoriasi liberò a forza dalle unghie degliassassini esaltata la siepe della stradacominciò a fuggireper la campagna. E gli assassini a correre dietro a luicome duecani dietro una lepre: e quello che aveva perduto uno zampettocorreva con una gamba solané si è saputo mai comefacesse.

Dopouna corsa di quindici chilometriPinocchio non ne poteva più.Alloravistosi persosi arrampicò su per il fusto di unaltissimo pino e si pose a sedere in vetta ai rami. Gli assassinitentarono di arrampicarsi anche loroma giunti a metà delfusto sdrucciolarono ericascando a terrasi spellarono le mani e ipiedi.

Nonper questo si dettero per vinti: che anziraccolto un fastello dilegna secche a piè del pinovi appiccarono il fuoco. In menche non si diceil pino cominciò a bruciare e a divamparecome una candela agitata dal vento. Pinocchiovedendo che le fiammesalivano sempre piùe non volendo far la fine del piccionearrostospiccò un bel salto di vetta all'alberoe via acorrere daccapo attraverso ai campi e ai vigneti. E gli assassinidietrosempre dietrosenza stancarsi mai.

Intantocominciava a baluginare il giorno e si rincorrevano sempre;quand'ecco che Pinocchio si trovò sbarrato il passo da unfosso largo e profondissimotutto pieno di acquaccia sudiciacolordel caffè e latte. Che fare? "Unaduetre!" gridòil burattinoe slanciandosi con una gran rincorsasaltòdall'altra parte. E gli assassini saltarono anche loroma non avendopreso bene la misura~patatunfete!~... cascarono giù nel belmezzo del fosso. Pinocchio che sentì il tonfo e gli schizzidell'acquaurlò ridendo e seguitando a correre:

-Buon bagnosignori assassini.

Egià si figurava che fossero bell'e affogatiquando invecevoltandosi a guardaresi accorse che gli correvano dietro tutti eduesempre imbacuccati nei loro sacchi e grondanti acqua come duepanieri sfondati.




Gliassassini inseguono Pinocchio; edopo averlo raggiuntolo impiccanoa un ramo della Quercia grande


Allorail burattinoperdutosi d'animofu proprio sul punto di gettarsi interra e di darsi per vintoquando nel girare gli occhi all'intornovide fra mezzo al verde cupo degli alberi biancheggiare in lontananzauna casina candida come la neve.

-Se io avessi tanto fiato da arrivare fino a quella casaforse sareisalvo- disse dentro di sé.

Esenza indugiare un minuto riprese a correre per il bosco a carrieradistesa. E gli assassini sempre dietro.

Edopo una corsa disperata di quasi due orefinalmente tutto trafelatoarrivò alla porta di quella casina e bussò.

Nessunorispose.

Tornòa bussare con maggior violenzaperché sentiva avvicinarsi ilrumore dei passi e il respiro grosso e affannoso dè suoipersecutori.

Lostesso silenzio.

Avvedutosiche il bussare non giovava a nullacominciò per disperazionea dare calci e zuccate nella porta. Allora si affacciò allafinestra una bella bambinacoi capelli turchini e il viso biancocome un'immagine di ceragli occhi chiusi e le mani incrociate sulpettola quale senza muovere punto le labbradisse con una vocinache pareva venisse dall'altro mondo:

-In questa casa non c'è nessuno. Sono tutti morti.

-Aprimi almeno tu! - gridò Pinocchio piangendo eraccomandandosi.

-Sono morta anch'io.

-Morta? e allora che cosa fai costì alla finestra?

-Aspetto la bara che venga a portarmi via.

Appenadetto cosìla bambina disparvee la finestra si richiusesenza far rumore.

-O bella bambina dai capelli turchini- gridava Pinocchio- aprimiper carità! Abbi compassione di un povero ragazzo inseguitodagli assass...

Manon poté finir la parolaperche sentì afferrarsi peril colloe le solite due vociaccie che gli brontolaronominacciosamente:

-Ora non ci scappi più!

Ilburattinovedendosi balenare la morte dinanzi agli occhifu presoda un tremito così forteche nel tremaregli sonavano legiunture delle sue gambe di legno e i quattro zecchini che tenevanascosti sotto la lingua.

-Dunque? - gli domandarono gli assassini- vuoi aprirla la bocca

sìo no? Ah! non rispondi?... Lascia fare: ché questa volta te lafaremo aprir noi!...

Ecavato fuori due coltellacci lunghi lunghi e affilati come rasoi

~zaff...~gli affibbiarono due colpi nel mezzo alle reni.

Mail burattino per sua fortuna era fatto d'un legno durissimomotivoper cui le lamespezzandosiandarono in mille schegge e gliassassini rimasero col manico dei coltelli in manoa guardarsi infaccia.

-Ho capito- disse allora uno di loro- bisogna impiccarlo!Impicchiamolo!

-Impicchiamolo- ripetè l'altro.

Dettofattogli legarono le mani dietro le spalle e passatogli un nodoscorsoio intorno alla golalo attaccarono penzoloni al ramo di unagrossa pianta detta la Quercia grande.

Poisi posero làseduti sull'erbaaspettando che il burattinofacesse l'ultimo sgambetto: ma il burattinodopo tre oreavevasempre gli occhi apertila bocca chiusa e sgambettava più chemai.

Annoiatifinalmente di aspettaresi voltarono a Pinocchio e gli disserosghignazzando:

-Addio a domani. Quando domani torneremo quisi spera che ci farai lagarbatezza di farti trovare bell'e morto e con la bocca spalancata.

Ese ne andarono.

Intantos'era levato un vento impetuoso di tramontanache soffiando emugghiando con rabbiasbatacchiava in qua e in là il poveroimpiccatofacendolo dondolare violentemente come il battaglio di unacampana che suona a festa. E quel dondolio gli cagionava acutissimispasimie il nodo scorsoiostringendosi sempre più allagolagli toglieva il respiro.

Apoco a poco gli occhi gli si appannavano; e sebbene sentisseavvicinarsi la mortepure sperava sempre che da un momento all'altrosarebbe capitata qualche anima pietosa a dargli aiuto. Ma quandoaspetta aspettavide che non compariva nessunoproprio nessunoallora gli tornò in mente il suo povero babbo... e balbettòquasi moribondo:

-Oh babbo mio! se tu fossi qui!...

Enon ebbe fiato per dir altro. Chiuse gli occhiaprì la boccastirò le gambe edato un grande scrollonerimase lìcome intirizzito.




Labella Bambina dai capelli turchini fa raccogliere il burattino: lomette a lettoe chiama tre medici per sapere se sia vivo o morto


Inquel mentre che il povero Pinocchio impiccato dagli assassini a unramo della Quercia grandepareva oramai più morto che vivola bella Bambina dai capelli turchini si affacciò daccapo allafinestrae impietositasi alla vista di quell'infelice chesospesoper il colloballava il trescone alle ventate di tramontanabattèper tre volte le mani insiemee fece tre piccoli colpi.

Aquesto segnale si sentì un gran rumore di ali che volavano confoga precipitosae un grosso falco venne a posarsi sul davanzaledella finestra.

-Che cosa comandatemia graziosa Fata? - disse il Falco abbassando ilbecco in atto di reverenza (perché bisogna sapere che laBambina dai capelli turchini non era altroin fin dei contiche unabuonissima Fatache da più di mill'anni abitava nellevicinanze di quel bosco):

-Vedi tu quel burattino attaccato penzoloni a un ramo della Querciagrande?

-Lo vedo.

-Orbene: vola subito laggiù: rompi col tuo fortissimo becco ilnodo che lo tiene sospeso in aria e posalo delicatamente sdraiatosull'erba a piè della Quercia.

IlFalco volò via e dopo due minuti tornò dicendo:

-Quel che mi avete comandatoè fatto.

-E come l'hai trovato? Vivo o morto?

-A vederlopareva mortoma non dev'essere ancora morto perbeneperchéappena gli ho sciolto il nodo scorsoio che lostringeva intorno alla golaha lasciato andare un sospirobalbettando a mezza voce: "Ora mi sento meglio!".

Allorala Fatabattendo le mani insiemefece due piccoli colpie apparveun magnifico Can-barboneche camminava ritto sulle gambe di dietrotale e quale come se fosse un uomo.

IlCan-barbone era vestito da cocchiere in livrea di gala. Aveva in capoun nicchiettino a tre punte gallonato d'orouna parrucca bianca coiriccioli che gli scendevano giù per il collouna giubba colordi cioccolata coi bottoni di brillanti e con due grandi tasche pertenervi gli ossi che gli regalava a pranzo la padronaun paio dicalzoni corti di velluto cremisile calze di setagli scarpiniscollatie di dietro una specie di fodera da ombrellitutta di rasoturchinoper mettervi dentro la codaquando il tempo cominciava apiovere.

-Su da bravoMedoro! - disse la Fata al Can-barbone; - Fai subitoattaccare la più bella carrozza della mia scuderia e prendi lavia del bosco. Arrivato che sarai sotto la Quercia grandetroveraidisteso sull'erba un povero burattino mezzo morto. Raccoglilo congarboposalo pari pari su i cuscini della carrozza e portamelo qui.Hai capito?

IlCan-barboneper fare intendere che aveva capitodimenò tre oquattro volte la fodera di raso turchinoche aveva dietroe partìcome un barbero.

Dilì a pocosi vide uscire dalla scuderia una bella carrozzinacolor dell'ariatutta imbottita di penne di canarino e foderatanell'interno di panna montata e di crema coi savoiardi. La carrozzinaera tirata da cento pariglie di topini bianchie il Can-barboneseduto a cassettaschioccava la frusta a destra e a sinistracomeun vetturino quand'ha paura di aver fatto tardi.

Nonera ancora passato un quarto d'orache la carrozzina tornòela Fatache stava aspettando sull'uscio di casaprese in collo ilpovero burattinoe portatolo in una cameretta che aveva le pareti dimadreperlamandò subito a chiamare i medici più famosidel vicinato.

Ei medici arrivarono subitouno dopo l'altro: arrivòcioèun Corvouna Civetta e un Grillo-parlante.

-Vorrei sapere da lor signori- disse la Fatarivolgendosi ai tremedici riuniti intorno al letto di Pinocchio- vorrei sapere da lorsignori se questo disgraziato burattino sia morto o vivo!...

Aquest'invitoil Corvofacendosi avanti per il primotastòil polso a Pinocchio: poi gli tastò il nasopoi il ditomignolo dei piedi: e quand'ebbe tastato ben benepronunziòsolennemente queste parole:

-A mio credere il burattino è bell'e morto: ma se per disgrazianon fosse mortoallora sarebbe indizio sicuro che è semprevivo!

-Mi dispiace- disse la Civetta- di dover contraddire il Corvomioillustre amico e collega: per meinveceil burattino èsempre vivo; ma se per disgrazia non fosse vivoallora sarebbe segnoche è morto davvero!

-E lei non dice nulla? - domandò la Fata al Grillo-parlante.

-Io dico che il medico prudente quando non sa quello che dicelamiglior cosa che possa fareè quella di stare zitto. Delresto quel burattino lì non m'è fisonomia nuova: io loconosco da un pezzo!...

Pinocchioche fin allora era stato immobile come un vero pezzo di legnoebbeuna specie di fremito convulsoche fece scuotere tutto il letto.

-Quel burattino lì- seguitò a dire il Grillo-parlante- è una birba matricolata...

Pinocchioaprì gli occhi e li richiuse subito.

-è un monellacciouno svogliatoun vagabondo. Pinocchio sinascose la faccia sotto i lenzuoli.

-Quel burattino lì è un figliuolo disubbidientechefarà morire di crepacuore il suo povero babbo!...

Aquesto punto si sentì nella camera un suono soffocato dipianti e di singhiozzi. Figuratevi come rimasero tuttiallorchésollevati un poco i lenzuolisi accorsero che quello che piangeva esinghiozzava era Pinocchio.

-Quando il morto piangeè segno che è in via diguarigione- disse solennemente il Corvo.

-Mi duole di contraddire il mio illustre amico e collega- soggiunsela Civetta- ma per mequando il morto piange è segno chegli dispiace a morire.




Pinocchiomangia lo zuccheroma non vuol purgarsi: Però quando vede ibecchini che vengono a portarlo viaallora si purga. Poi dice unabugia e per gastigo gli cresce il naso


Appenai tre medici furono usciti di camerala Fata si accostò aPinocchio edopo averlo toccato sulla frontesi accorse che eratravagliato da un febbrone da non si dire.

Allorasciolse una certa polverina bianca in un mezzo bicchier d'acquaeporgendolo al burattinogli disse amorosamente:

-Bevilae in pochi giorni sarai guarito.

Pinocchioguardò il bicchierestorse un po' la boccae poi dimanda convoce di piagnisteo:

-è dolce o amara?

-è amarama ti farà bene.

-Se è amaranon la voglio.

-Dà retta a me: bevila.

-A me l'amaro non mi piace.

-Bevila: e quando l'avrai bevutati darò una pallina dizuccheroper rifarti la bocca.

-Dov'è la pallina di zucchero?

-Eccola qui- disse la Fatatirandola fuori da una zuccherierad'oro.

-Prima voglio la pallina di zuccheroe poi beveròquell'acquaccia amara...

-Me lo prometti?

-Sì...

Lafata gli dette la pallinae Pinocchiodopo averla sgranocchiata eingoiata in un attimodisse leccandosi i labbri:

-Bella cosa se anche lo zucchero fosse una medicina!... Mi purghereitutti i giorni.

-Ora mantieni la promessa e bevi queste poche gocciole d'acquache tirenderanno la salute.

Pinocchioprese di mala voglia il bicchiere in mano e vi ficcò dentro lapunta del naso: poi se l'accostò alla bocca: poi tornòa ficcarci la punta del naso: finalmente disse:

-è troppo amara! troppo amara! Io non la posso bere.

-Come fai a dirlo se non l'hai nemmeno assaggiata?

-Me lo figuro! L'ho sentita all'odore. Voglio prima un'altra pallinadi zucchero... e poi la beverò!...

Allorala Fatacon tutta la pazienza di una buona mammagli pose in boccaun altro po' di zucchero; e dopo gli presentò daccapo ilbicchiere.

-Così non la posso bere! - disse il burattinofacendo millesmorfie.

-Perché?

-Perché mi dà noia quel guanciale che ho laggiùsui piedi.

LaFata gli levò il guanciale.

-è inutile! Nemmeno così la posso bere...

-Che cos'altro ti dà noia?

-Mi dà noia l'uscio di camerache è mezzo aperto.

LaFata andò e chiuse l'uscio di camera.

-Insomma- gridò Pinocchiodando in uno scoppio di pianto-quest'acquaccia amaranon la voglio berenonono!...

-Ragazzo miote ne pentirai...

-Non me n'importa...

-La tua malattia è grave...

-Non me n'importa...

-La febbre ti porterà in poche ore all'altro mondo...

-Non me n'importa...

-Non hai paura della morte?

-Punto paura!... Piuttosto morireche bevere quella medicina cattiva.

Aquesto puntola porta della camera si spalancò ed entraronodentro quattro conigli neri come l'inchiostroche portavano sullespalle una piccola bara da morto.

-Che cosa volete da me? - gridò Pinocchiorizzandosi tuttoimpaurito a sedere sul letto.

-Siamo venuti a prenderti- rispose il coniglio più grosso.

-A prendermi?... Ma io non sono ancora morto!...

-Ancora no: ma ti restano pochi minuti di vita avendo tu ricusato dibevere la medicinache ti avrebbe guarito dalla febbre!...

-O Fatao Fata mia- cominciò allora a strillare il burattino- datemi subito quel bicchiere. Spicciateviper caritàperché non voglio morire no... non voglio morire...

Epreso il bicchiere con tutt'e due le manilo votò in unfiato.

-Pazienza! - dissero i conigli. - Per questa volta abbiamo fatto ilviaggio a ufo.

Etiratisi di nuovo la piccola bara sulle spalleuscirono di camerabofonchiando e mormorando fra i denti.

Fattosta che di lì a pochi minutiPinocchio saltò giùdal lettobell'e guarito; perché bisogna sapere che iburattini di legno hanno il privilegio di ammalarsi di rado e diguarire prestissimo.

Ela Fatavedendolo correre e ruzzare per la cameravispo e allegrocome un gallettino di primo cantogli disse:

-Dunque la mia medicina t'ha fatto bene davvero?

-Altro che bene! Mi ha rimesso al mondo!...

-E allora come mai ti sei fatto tanto pregare a beverla?

-Egli è che noi ragazzi siamo tutti così! Abbiamo piùpaura delle medicine che del male.

-Vergogna! I ragazzi dovrebbero sapere che un buon medicamento preso atempo può salvarli da una grave malattia e fors'anche dallamorte...

-Oh! ma un'altra volta non mi farò tanto pregare! Mi rammenteròdi quei conigli nericolla bara sulle spalle... e allora piglieròsubito il bicchiere in manoe giù!...

-Ora vieni un po' qui da me e raccontami come andò che titrovasti fra le mani degli assassini.

-Gli andò che il burattinaio Mangiafoco mi dette alcune moneted'oroe mi disse: "Tòportale al tuo babbo!" e ioinveceper la strada trovai una Volpe e un Gattodue persone moltoper beneche mi dissero: "Vuoi che codeste monete diventinomille e duemila? Vieni con noie ti condurremo al Campo deiMiracoli". E io dissi: "Andiamo"; e loro dissero:"Fermiamoci qui all'osteria del Gambero Rosso e dopo lamezzanotte ripartiremo". Ed ioquando mi svegliailoro nonc'erano piùperché erano partiti. Allora io cominciaia camminare di notteche era un buio che pareva impossibileper cuitrovai per la strada due assassini dentro due sacchi da carbonechemi dissero: "Metti fuori i quattrini"; e io dissi: "Nonce n'ho"; perché le quattro monete d'oro me l'eronascoste in boccae uno degli assassini si provò a mettermile mani in boccae io con un morso gli staccai la mano e poi lasputaima invece di una mano sputai uno zampetto di gatto. E gliassassini a corrermi dietro eio corri che ti corrofinchémi raggiunseroe mi legarono per il collo a un albero di questoboscocol dire: "Domani torneremo quie allora sarai morto ecolla bocca apertae così ti porteremo via le monete d'oroche hai nascoste sotto la lingua".

-E ora le quattro monete dove le hai messe? - gli domandò laFata.

-Le ho perdute! - rispose Pinocchio; ma disse una bugiaperchéinvece le aveva in tasca. Appena detta la bugiail suo nasoche eragià lungogli crebbe subito due dita di più.

-E dove le hai perdute?

-Nel bosco qui vicino.

Aquesta seconda bugia il naso seguitò a crescere.

-Se le hai perdute nel bosco vicino- disse la Fata- le cercheremoe le ritroveremo: perché tutto quello che si perde nel vicinoboscosi ritrova sempre.

-Ah! ora che mi rammento bene- replicò il burattinoimbrogliandosi- le quattro monete non le ho perdutema senzaavvedermene le ho inghiottite mentre bevevo la vostra medicina.

Aquesta terza bugiail naso gli si allungò in un modo cosìstraordinarioche il povero Pinocchio non poteva più girarsida nessuna parte. Se si voltava di qui batteva il naso nel letto onei vetri della finestrase si voltava di làlo battevanelle pareti o nella porta di camerase alzava un po' di piùil capocorreva il rischio di ficcarlo in un occhio alla Fata.

Ela Fata lo guardava e rideva.

-Perché ridete? - gli domandò il burattinotuttoconfuso e impensierito di quel suo naso che cresceva a occhiate.

-Rido della bugia che hai detto.

-Come mai sapete che ho detto una bugia?

-Le bugieragazzo miosi riconoscono subito! perché ve nesono di due specie: vi sono le bugie che hanno le gambe cortee lebugie che hanno il naso lungo: la tua per l'appunto è diquelle che hanno il naso lungo.

Pinocchionon sapendo più dove nascondersi per la vergognasi provòa fuggire di camera; ma non gli riuscì. Il suo naso eracresciuto tantoche non passava più dalla porta.




Pinocchioritrova la Volpe e il Gattoe va con loro a seminare le quattromonete nel Campo dè Miracoli


Comepotete immaginarvelola Fata lasciò che il burattinopiangesse e urlasse una buona mezz'oraa motivo di quel suo naso chenon passava più dalla porta di camera; e lo fece per dargliuna severa lezione perché si correggesse dal brutto vizio didire le bugieil più brutto vizio che possa avere un ragazzo.Ma quando lo vide trasfigurato e cogli occhi fuori della testa dallagran disperazionealloramossa a pietàbattè le maniinsiemee a quel segnale entrarono in camera dalla finestra unmigliaio di grossi uccelli chiamati ~Picchi~i qualiposatisi tuttisul naso di Pinocchiocominciarono a beccarglielo tanto e poi tantoche in pochi minuti quel naso enorme e spropositato si trovòridotto alla sua grandezza naturale.

-Quanto siete buonaFata mia- disse il burattinoasciugandosi gliocchi- e quanto bene vi voglio!

-Ti voglio bene anch'io- rispose la Fata- e se tu vuoi rimanerecon metu sarai il mio fratellino e io la tua buona sorellina...

-Io resterei volentieri... ma il mio povero babbo?

-Ho pensato a tutto. Il tuo babbo è stato digiàavvertito: e prima che faccia nottesarà qui.

-Davvero?... - gridò Pinocchiosaltando dall'allegrezza. -AlloraFatina miase vi contentatevorrei andargli incontro! Nonvedo l'ora di poter dare un bacio a quel povero vecchioche hasofferto tanto per me!

-Vai purema bada di non ti sperdere. Prendi la via del boscoe sonosicurissima che lo incontrerai.

Pinocchiopartì: e appena entrato nel boscocominciò a correrecome un capriolo. Ma quando fu arrivato a un certo puntoquasi infaccia alla Quercia grandesi fermòperché gli parvedi aver sentito gente fra mezzo alle frasche. Difatti vide appariresulla stradaindovinate chi?... la Volpe e il Gattoossia i duecompagni di viaggiocoi quali aveva cenato all'osteria del GamberoRosso.

-Ecco il nostro caro Pinocchio! - gridò la Volpeabbracciandolo e baciandolo. - Come mai sei qui?

-Come mai sei qui? - ripetè il Gatto.

-è una storia lunga- disse il burattino- e ve la racconteròa comodo. Sappiate però che l'altra nottequando mi avetelasciato solo nell'osteriaho trovato gli assassini per la strada...

-Gli assassini?... O povero amico! E che cosa volevano?

-Mi volevano rubare le monete d'oro.

-Infami!... - disse la Volpe.

-Infamissimi! - ripetè il Gatto.

-Ma io cominciai a scappare- continuò a dire il burattino-e loro sempre dietro: finché mi raggiunsero e m'impiccarono aun ramo di quella quercia.

EPinocchio accennò la Quercia grandeche era lì a duepassi.

-Si può sentir di peggio? - disse la Volpe. - In che mondosiamo condannati a vivere? Dove troveremo un rifugio sicuro noi altrigalantuomini?...

Neltempo che parlavano cosìPinocchio si accorse che il Gattoera zoppo dalla gamba destra davantiperché gli mancava infondo tutto lo zampetto cogli unghioli: per cui gli domandò:

-Che cosa hai fatto del tuo zampetto?

IlGatto voleva rispondere qualche cosama s'imbrogliò. Allorala Volpe disse subito:

-Il mio amico è troppo modesto- e per questo non risponde.Risponderò io per lui. Sappi dunque che un'ora fa abbiamoincontrato sulla strada un vecchio lupoquasi svenuto dalla fameche ci ha chiesto un po' d'elemosina. Non avendo noi da darglinemmeno una lisca di pesceche cosa ha fatto l'amico mioche hadavvero un cuore di Cesare?... Si è staccato coi denti unozampetto delle sue gambe davanti e l'ha gettato a quella poverabestiaperché potesse sdigiunarsi. E la Volpe nel dir cosìsi asciugò una lacrima.

Pinocchiocommosso anche luisi avvicinò al Gattosussurrandogli negliorecchi:

-Se tutti i gatti ti somigliasserofortunati i topi!...

-E ora che cosa fai in questi luoghi? - domandò la Volpe alburattino.

-Aspetto il mio babboche deve arrivare qui di momento in momento.

-E le tue monete d'oro?

-Le ho sempre in tascameno una che la spesi all'osteria del GamberoRosso.

-E pensare cheinvece di quattro monetepotrebbero diventare domanimille e duemila! Perché non dai retta al mio consiglio? Perchénon vai a seminarle nel Campo dei miracoli?

-Oggi è impossibile: vi anderò un altro giorno.

-Un altro giorno sarà tardi- disse la Volpe.

-Perché?

-Perché quel campo è stato comprato da un gran signore eda domani in là non sarà più permesso a nessunodi seminarvi i denari.

-Quant'è distante di qui il Campo dei miracoli?

-Due chilometri appena. Vuoi venire con noi? Fra mezz'ora sei là:semini subito le quattro monete: dopo pochi minuti ne raccogliduemila e stasera ritorni qui colle tasche piene. Vuoi venire connoi?

Pinocchioesitò un poco a rispondereperché gli tornò inmente la buona Fatail vecchio Geppetto e gli avvertimenti delGrillo-parlante; ma poi finì col fare come fanno tutti iragazzi senza un fil di giudizio e senza cuore; finìcioècol dare una scrollatina di capoe disse alla Volpe e al Gatto:

-Andiamo pure: io vengo con voi.

Epartirono.

Dopoaver camminato una mezza giornata arrivarono a una città cheaveva nome "Acchiappa-citrulli". Appena entrato in cittàPinocchio vide tutte le strade popolate di cani spelacchiatichesbadigliavano dall'appetitodi pecore tosate che tremavano dalfreddodi galline rimaste senza cresta e senza bargiglichechiedevano l'elemosina d'un chicco di granturcodi grosse farfalleche non potevano più volareperché avevano venduto leloro bellissime ali coloritedi pavoni tutti scodatiche sivergognavano a farsi vederee di fagiani che zampettavano chetichetirimpiangendo le loro scintillanti penne d'oro e d'argentooramai perdute per sempre.

Inmezzo a questa folla di accattoni e di poveri vergognosi passavano ditanto in tanto alcune carrozze signorili con dentro o qualche volpeo qualche gazza ladra o qualche uccellaccio di rapina.

-E il Campo dei miracoli dov'è? - domandò Pinocchio.

-è qui a due passi.

Dettofatto traversarono la città eusciti fuori dalle murasifermarono in un campo solitario chesu per giùsomigliava atutti gli altri campi.

-Eccoci giunti- disse la Volpe al burattino. - Ora chinati giùa terrascava con le mani una piccola buca nel campo e metticidentro le monete d'oro.

Pinocchioubbidì. Scavò la bucaci pose le quattro monete d'oroche gli erano rimaste: e dopo ricoprì la buca con un po' diterra.

-Ora poi- disse la Volpe- vai alla gora qui vicinaprendi unasecchia d'acqua e annaffia il terreno dove hai seminato.

Pinocchioandò alla gorae perché non aveva lì per lìuna secchiasi levò di piedi una ciabatta eriempitalad'acquaannaffiò la terra che copriva la buca. Poi domandò:

-C'è altro da fare?

-Nient'altro- rispose la Volpe. - Ora possiamo andar via. Tu poiritorna qui fra una ventina di minuti e troverai l'arboscello giàspuntato dal suolo e coi rami tutti carichi di monete. Il poveroburattinofuori di sé dalla contentezzaringraziòmille volte la Volpe e il Gattoe promise loro un bellissimo regalo.

-Noi non vogliamo regali- risposero quei due malanni. - A noi cibasta di averti insegnato il modo di arricchire senza durar faticaesiamo contenti come pasque.

Ciòdetto salutarono Pinocchioe augurandogli una buona raccoltase neandarono per i fatti loro.




Pinocchioè derubato delle sue monete d'oro eper gastigosi buscaquattro mesi di prigione


Ilburattinoritornato in cittàcominciò a contare iminuti a uno a uno; equando gli parve che fosse l'oraripresesubito la strada che menava al Campo dei miracoli.

Ementre camminava con passo frettolosoil cuore gli batteva forte egli faceva tictactictaccome un orologio da salaquando corredavvero. E intanto pensava dentro di sé:

-E se invece di mille monetene trovassi su i rami dell'alberoduemila?... E se invece di duemilane trovassi cinquemila?... E seinvece di cinquemila ne trovassi centomila? Oh che bel signoreallorache diventerei!... Vorrei avere un bel palazzomillecavallini di legno e mille scuderieper potermi baloccareunacantina di rosoli e di alchermese una libreria tutta piena dicanditidi tortedi panettonidi mandorlati e di cialdoni collapanna.

Cosìfantasticandogiunse in vicinanza del campoe lì si fermòa guardare se per caso avesse potuto scorgere qualche albero coi ramicarichi di monete: ma non vide nulla. Fece altri cento passi inavantie nulla: entrò sul campo... andò proprio suquella piccola bucadove aveva sotterrato i suoi zecchinie nulla.Allora diventò pensieroso edimenticando le regole delGalateo e della buona creanzatirò fuori una mano di tasca esi dette una lunghissima grattatina di capo.

Inquel mentre sentì fischiare negli orecchi una gran risata: evoltatosi in suvide sopra un albero un grosso pappagallo che sispollinava le poche penne che aveva addosso.

-Perché ridi? - gli domandò Pinocchio con voce di bizza.

-Ridoperché nello spollinarmi mi son fatto il solletico sottole ali.

Ilburattino non rispose. Andò alla gora e riempita d'acqua lasolita ciabattasi pose nuovamente ad annaffiare la terra chericuopriva le monete d'oro.

Quand'eccoche un'altra risataanche più impertinente della primasifece sentire nella solitudine silenziosa di quel campo.

-Insomma- gridò Pinocchioarrabbiandosi- si puòsaperePappagallo mal educatodi che cosa ridi?

-Rido di quei barbagianniche credono a tutte le scioccherie e che silasciano trappolare da chi è più furbo di loro.

-Parli forse di me?

-Sìparlo di tepovero Pinocchiodi te che sei cosìdolce di saleda credere che i denari si possano seminare eraccogliere nei campicome si seminano i fagioli e le zucche.Anch'io l'ho creduto una voltae oggi ne porto le pene. Oggi (matroppo tardi!) mi son dovuto persuadere che per mettere insiemeonestamente pochi soldibisogna saperseli guadagnare o col lavorodelle proprie mani o coll'ingegno della propria testa.

-Non ti capisco- disse il burattinoche già cominciava atremare dalla paura.

-Pazienza! Mi spiegherò meglio- soggiunse il Pappagallo. -Sappi dunque chementre tu eri in cittàla Volpe e il Gattosono tornati in questo campo: hanno preso le monete d'oro sotterratee poi sono fuggiti come il vento. E ora chi li raggiungeèbravo!

Pinocchiorestò a bocca apertae non volendo credere alle parole delPappagallocominciò colle mani e colle unghie a scavare ilterreno che aveva annaffiato. E scavascavascavafece una bucacosì profondache ci sarebbe entrato per ritto un pagliaio:ma le monete non ci erano più.

Allorapreso dalla disperazionetornò di corsa in città eandò difilato in tribunaleper denunziare al giudice i duemalandriniche lo avevano derubato.

Ilgiudice era uno scimmione della razza dei Gorilla: un vecchioscimmione rispettabile per la sua grave etàper la sua barbabianca e specialmente per i suoi occhiali d'orosenza vetriche eracostretto a portare continuamentea motivo di una flussione d'occhiche lo tormentava da parecchi anni.

Pinocchioalla presenza del giudiceraccontò per filo e per segnol'iniqua frodedi cui era stato vittima; dette il nomeil cognome ei connotati dei malandrinie finì col chiedere giustizia.

Ilgiudice lo ascoltò con molta benignità: prese vivissimaarte al racconto: s'intenerìsi commosse: e quando ilburattino non ebbe più nulla da direallungò la mano esuonò il campanello.

Aquella scampanellata comparvero subito due can mastini vestiti dagiandarmi.

Allorail giudiceaccennando Pinocchio ai giandarmidisse loro:

-Quel povero diavolo è stato derubato di quattro monete d'oro:pigliatelo dunque e mettetelo subito in prigione.

Ilburattinosentendosi dare questa sentenza fra capo e collorimasedi princisbecco e voleva protestare: ma i giandarmia scanso diperditempi inutiligli tapparono la bocca e lo condussero ingattabuia.

Elì v'ebbe a rimanere quattro mesi: quattro lunghissimi mesi: evi sarebbe rimasto anche di piùse non si fosse dato un casofortunatissimo. Perché bisogna sapere che il giovaneImperatore che regnava nella città di Acchiappa-citrulliavendo riportato una gran vittoria contro i suoi nemiciordinògrandi feste pubblicheluminariefuochi artificialicorse dibarberi e velocipedie in segno di maggiore esultanzavolle chefossero aperte le carceri e mandati fuori tutti i malandrini.

-Se escono di prigione gli altrivoglio uscire anch'io- dissePinocchio al carceriere.

-Voi no- rispose il carceriere- perché voi non siete delbel numero...

-Domando scusa- replicò Pinocchio- sono un malandrinoanch'io.

-In questo caso avete mille ragioni- disse il carceriere; elevandosi il berretto rispettosamente e salutandologli aprìle porte della prigione e lo lasciò scappare.




Liberatodalla prigionesi avvia per tornare a casa della Fata; ma lungo lastrada trova un serpente orribilee poi rimane preso alla tagliuola


Figuratevil'allegrezza di Pinocchioquando si sentì libero. Senza starea dire che è e che non èuscì subito fuoridella città e riprese la strada che doveva ricondurlo allaCasina della Fata.

Amotivo del tempo piovigginosola strada era diventata tutta unpantano e ci si andava fino a mezza gamba.

Mail burattino non se ne dava per inteso.

Tormentatodalla passione di rivedere il suo babbo e la sua sorellina daicapelli turchinicorreva a salti come un cane levrieroe nelcorrere le pillacchere gli schizzavano fin sopra il berretto. Intantoandava dicendo fra sé e sé:

-Quante disgrazie mi sono accadute... E me le merito! perché iosono un burattino testardo e piccoso... e voglio far sempre tutte lecose a modo miosenza dar retta a quelli che mi voglion bene e chehanno mille volte più giudizio di me!... Ma da questa volta inlàfaccio proponimento di cambiar vita e di diventare unragazzo ammodo e ubbidiente... Tanto ormai ho bell'e visto che iragazzia essere disubbidientici scapitano sempre e non neinfilano mai una per il sù verso. E il mio babbo mi avràaspettato?... Ce lo troverò a casa della Fata? è tantotempopover'uomoche non lo vedo piùche mi struggo difargli mille carezze e di finirlo dai baci! E la Fata mi perdoneràla brutta azione che le ho fatto?... E pensare che ho ricevuto da leitante attenzioni e tante cure amorose... e pensare che se oggi sonsempre vivolo debbo a lei! Ma si può dare un ragazzo piùingrato e più senza cuore di me?...

Neltempo che diceva cosìsi fermò tutt'a un trattospaventato e fece quattro passi indietro.

Checosa aveva veduto?...

Avevaveduto un grosso Serpentedisteso attraverso alla stradache avevala pelle verdegli occhi di fuoco e la coda appuntutache glifumava come una cappa di camino.

Impossibileimmaginarsi la paura del burattino: il qualeallontanatosi piùdi mezzo chilometrosi mise a sedere sopra un monticello di sassiaspettando che il Serpente se ne andasse una buona volta per i fattisuoi e lasciasse libero il passo della strada.

Aspettòun'ora; due ore; tre ore; ma il Serpente era sempre làeanche di lontanosi vedeva il rosseggiare dè suoi occhi difuoco e la colonna di fumo che gli usciva dalla punta della coda.

AlloraPinocchiofigurandosi di aver coraggiosi avvicinò a pochipassi di distanzae facendo una vocina dolceinsinuante e sottiledisse al Serpente:

-Scusisignor Serpenteche mi farebbe il piacere di tirarsi unpochino da una partetanto da lasciarmi passare?

Fulo stesso che dire al muro. Nessuno si mosse.

Allorariprese colla solita vocina:

-Deve saperesignor Serpenteche io vado a casadove c'è ilmio babbo che mi aspetta e che è tanto tempo che non lo vedopiù!... Si contenta dunque che io seguiti per la mia strada?

Aspettòun segno di risposta a quella dimanda: ma la risposta non venne: anziil Serpenteche fin allora pareva arzillo e pieno di vitadiventòimmobile e quasi irrigidito. Gli occhi gli si chiusero e la coda glismesse di fumare.

-Che sia morto davvero?... - disse Pinocchiodandosi una fregatina dimani dalla gran contentezza: e senza mettere tempo in mezzofecel'atto di scavalcarloper passare dall'altra parte della strada. Manon aveva ancora finito di alzare la gambache il Serpente si rizzòall'improvvisocome una molla scattata: e il burattinonel tirarsiindietrospaventatoinciampò e cadde per terra.

Eper l'appunto cadde così maleche restò col capoconficcato nel fango della strada e con le gambe ritte su in aria.

Allavista di quel burattinoche sgambettava a capofitto con una velocitàincredibile il Serpente fu preso da una tal convulsione di risacheridiridiridialla finedallo sforzo del troppo rideregli sistrappò una vena sul petto: e quella volta morìdavvero.

AlloraPinocchio ricominciò a correre per arrivare a casa della Fataprima che si facesse buio. Ma lungo la strada non potendo piùreggere ai morsi terribili della famesaltò in un campocoll'intenzione di cogliere poche ciocche d'uva moscadella. Nonl'avesse mai fatto!

Appenagiunto sotto la vite~crac~... sentì stringersi le gambe dadue ferri taglientiche gli fecero vedere quante stelle c'erano incielo.

Ilpovero burattino era rimasto preso da una tagliuola appostata làda alcuni contadini per beccarvi alcune grosse faineche erano ilflagello di tutti i pollai del vicinato.




Pinocchioè preso da un contadinoil quale lo costringe a far da can daguardia a un pollaio


Pinocchiocome potete figurarvelosi dette a piangerea strillarearaccomandarsi: ma erano pianti e grida inutiliperché lìall'intorno non si vedevano casee dalla strada non passava animaviva.

Intantosi fece notte.

Unpo' per lo spasimo della tagliuolache gli segava gli stinchie unpo' per la paura di trovarsi solo e al buio in mezzo a quei campiilburattino principiava quasi a svenirsi; quando a un tratto vedendosipassare una Lucciola di sul capola chiamò e le disse:

-O Lucciolinami faresti la carità di liberarmi da questosupplizio?...

-Povero figliuolo! - replicò la Lucciolafermandosiimpietosita a guardarlo. - Come mai sei rimasto colle gambeattanagliate fra codesti ferri arrotati?

-Sono entrato nel campo per cogliere due grappoli di quest'uvamoscadellae...

-Ma l'uva era tua?

-No...

-E allora chi t'ha insegnato a portar via la roba degli altri?...

-Avevo fame...

-La fameragazzo mionon è una buona ragione per potereappropriarsi la roba che non è nostra...

-è veroè vero! - gridò Pinocchio piangendo-ma un'altra volta non lo farò più.

Aquesto punto il dialogo fu interrotto da un piccolissimo rumore dipassiche si avvicinavano.

Erail padrone del campo che veniva in punta di piedi a vedere sequalcuna di quelle faineche mangiavano di nottetempo i pollifosserimasta al trabocchetto della tagliuola.

Ela sua maraviglia fu grandissima quandotirata fuori la lanterna disotto il pastranos'accorse cheinvece di una fainac'era rimastopreso un ragazzo.

-Ahladracchiolo! - disse il contadino incollerito- dunque sei tuche mi porti via le galline?

-Io noio no! - gridò Pinocchiosinghiozzando. - Io sonoentrato nel campo per prendere soltanto due grappoli d'uva!...

-Chi ruba l'uva è capacissimo di rubare anche i polli. Lasciafare a meche ti darò una lezione da ricordartene per unpezzo.

Eaperta la tagliuolaafferrò il burattino per la collottola elo portò di peso fino a casacome si porterebbe un agnellinodi latte.

Arrivatoche fu sull'aia dinanzi alla casalo scaraventò in terra: etenendogli un piede sul collogli disse:

-Oramai è tardi e voglio andare a letto. I nostri conti liaggiusteremo domani. Intantosiccome oggi mi è morto il caneche mi faceva la guardia di nottetu prenderai subito il suo posto.Tu mi farai da cane di guardia.

Dettofattogl'infilò al collo un grosso collare tutto coperto dispunzoni di ottonee glielo strinse in modo da non poterselo levarepassandoci la testa dentro. Al collare c'era attaccata una lungacatenella di ferro: e la catenella era fissata nel muro.

-Se questa notte- disse il contadino- cominciasse a pioveretupuoi andare a cuccia in quel casotto di legnodove c'è semprela paglia che ha servito di letto per quattr'anni al mio povero cane.E se per disgrazia venissero i ladriricordati di stare a orecchiritti e di abbaiare.

Dopoquest'ultimo avvertimentoil contadino entrò in casachiudendo la porta con tanto di catenaccio: e il povero Pinocchiorimase accovacciato sull'aiapiù morto che vivoa motivo delfreddodella fame e della paura. E di tanto in tantocacciandosirabbiosamente le mani dentro al collareche gli serrava la goladiceva piangendo:

-Mi sta bene!... Pur troppo mi sta bene! Ho voluto fare lo svogliatoil vagabondo... ho voluto dar retta ai cattivi compagnie per questola sfortuna mi perseguita sempre. Se fossi stato un ragazzino perbenecome ce n'è tantise avessi avuto voglia di studiare edi lavorarese fossi rimasto in casa col mio povero babboaquest'ora non mi troverei quiin mezzo ai campia fare il cane diguardia alla casa d'un contadino. Ohse potessi rinascere un'altravolta!... Ma oramai è tardie ci vuol pazienza! Fatto questopiccolo sfogoche gli venne proprio dal cuoreentrò dentroil casotto e si addormentò.




Pinocchioscuopre i ladri ein ricompensa di essere stato fedelevien postoin libertà


Edera già più di due ore che dormiva saporitamente;quando verso la mezzanotte fu svegliato da un bisbiglio e da unpissi-pissi di vocine straneche gli parve di sentire nell'aia.Messa fuori la punta del naso dalla buca del casottovide riunite aconsiglio quattro bestiuole di pelame scuroche parevano gatti. Manon erano gatti: erano faineanimaletti carnivorighiottissimispecialmente di uova e di pollastrine giovani. Una di queste fainestaccandosi dalle sue compagneandò alla buca del casotto edisse sottovoce:

-Buona seraMelampo.

-Io non mi chiamo Melampo- rispose il burattino.

-O dunque chi sei?

-Io sono Pinocchio.

-E che cosa fai costì?

-Faccio il cane di guardia.

-O Melampo dov'è? dov'è il vecchio caneche stava inquesto casotto?

-è morto questa mattina.

-Morto? Povera bestia! Era tanto buono!... Ma giudicandoti allafisonomiaanche te mi sembri un cane di garbo.

-Domando scusaio non sono un cane!...

-O chi sei?

-Io sono un burattino.

-E fai da cane di guardia?

-Purtroppo: per mia punizione!...

-Ebbeneio ti propongo gli stessi pattiche avevo col defuntoMelampo: e sarai contento.

-E questi patti sarebbero?

-Noi verremo una volta la settimanacome per il passatoa visitaredi notte questo pollaioe porteremo via otto galline. Di questegallinesette le mangeremo noie una la daremo a tea condiziones'intende beneche tu faccia finta di dormire e non ti venga mail'estro di abbaiare e di svegliare il contadino.

-E Melampo faceva proprio così? - domandò Pinocchio.

-Faceva cosìe fra noi e lui siamo andati sempre d'accordo.Dormi dunque tranquillamentee stai sicuro che prima di partire diquiti lasceremo sul casotto una gallina bell'e pelataper lacolazione di domani. Ci siamo intesi bene?

-Anche troppo bene!... - rispose Pinocchio: e tentennò il capoin un certo modo minacciosocome se avesse voluto dire: "Frapoco ci riparleremo!".

Quandole quattro faine si credettero sicure del fatto loroandaronodifilato al pollaioche rimaneva appunto vicinissimo al casotto delcanee aperta a furia di denti e di unghioli la porticina di legnoche ne chiudeva l'entratinavi sgusciarono dentrouna dopo l'altra.Ma non erano ancora finite d'entrareche sentirono la porticinarichiudersi con grandissima violenza.

Quelloche l'aveva richiusa era Pinocchio; il qualenon contento di averlarichiusavi posò davanti per maggior sicurezza una grossapietraa guisa di puntello.

Epoi cominciò ad abbaiare: eabbaiando proprio come se fosseun cane di guardiafaceva colla voce ~bu-bu-bu-bu~.

Aquell'abbaiatail contadino saltò dal letto epreso iifucile e affacciatosi alla finestradomandò:

-Che c'è di nuovo?

-Ci sono i ladri! - rispose Pinocchio.

-Dove sono?

-Nel pollaio.

-Ora scendo subito.

Einfattiin men che non si dice ~amen~il contadino scese: entròdi corsa nel pollaio edopo avere acchiappate e rinchiuse in unsacco le quattro fainedisse loro con accento di vera contentezza:

-Alla fine siete cascate nelle mie mani! Potrei punirvima sìvil non sono! Mi contenteròinvecedi portarvi domaniall'oste del vicino paeseil quale vi spellerà e vi cucineràa uso lepre dolce e forte. E' un onore che non vi meritatema gliuomini generosi come me non badano a queste piccolezze!...

Quindiavvicinatosi a Pinocchiocominciò a fargli molte carezzeefra le altre cosegli domandò:

-Com'hai fatto a scuoprire il complotto di queste quattro ladroncelle?E dire che Melampoil mio fido Melamponon s'era mai accorto dinulla...

Ilburattinoalloraavrebbe potuto raccontare quel che sapeva: avrebbepotutocioèraccontare i patti vergognosi che passavano frail cane e le faine: ma ricordatosi che il cane era mortopensòsubito dentro di sé: - A che serve accusare i morti?... Imorti son mortie la miglior cosa che si possa fare è quelladi lasciarli in pace!...

-All'arrivo delle faine sull'aiaeri sveglio o dormivi? - continuòa chiedergli il contadino.

-Dormivo- rispose Pinocchio- ma le faine mi hanno svegliato coiloro chiacchiericcie una è venuta fin qui al casotto perdirmi: "Se prometti di non abbaiare e di non svegliare ilpadronenoi ti regaleremo una pollastra bell'e pelata!...".Capiteeh? Avere la sfacciataggine di fare a me una simile proposta!Perché bisogna sapere che io sono un burattinoche avròtutti i difetti di questo mondo: ma non avrò mai quello distar di balla e di reggere il sacco alla gente disonesta!

-Bravo ragazzo! - gridò il contadinobattendogli sur unaspalla. - Cotesti sentimenti ti fanno onore: e per provarti la miagrande soddisfazioneti lascio libero fin d'ora di tornare a casa.

Egli levò il collare da cane.




Pinocchiopiange la morte della bella Bambina dai capelli turchini: poi trovaun Colombo che lo porta sulla riva del maree lì si gettanell'acqua per andare in aiuto del suo babbo Geppetto


AppenaPinocchio non sentì più il peso durissimo e umiliantedi quel collare intorno al collosi pose a scappare attraverso icampie non si fermò un solo minutofinché non ebberaggiunta la strada maestrache doveva ricondurlo alla Casina dellaFata.

Arrivatosulla strada maestrasi voltò in giù a guardare nellasottoposta pianurae vide benissimo a occhio nudo il boscodovedisgraziatamente aveva incontrato la Volpe e il Gatto: videframezzo agli alberiinalzarsi la cima di quella Quercia grandeallaquale era stato appeso ciondoloni per il collo: ma guarda di quaguarda di lànon gli fu possibile di vedere la piccola casadella bella Bambina dai capelli turchini.

Alloraebbe una specie di tristo presentimento e datosi a correre con quantaforza gli rimaneva nelle gambesi trovò in pochi minuti sulpratodove sorgeva una volta la Casina bianca. Ma la Casina biancanon c'era più. C'erainveceuna piccola pietra di marmosulla quale si leggevano in carattere stampatello queste doloroseparole:

QUIGIACE

LABAMBINA DAI CAPELLI TURCHINI

MORTADI DOLORE

PERESSERE STATA ABBANDONATA DAL SUO

FRATELLINOPINOCCHIO

Comerimanesse il burattinoquand'ebbe compitate alla peggio quelleparolelo lascio pensare a voi. Cadde bocconi a terra e coprendo dimille baci quel marmo mortuariodette in un grande scoppio dipianto. Pianse tutta la nottee la mattina doposul far del giornopiangeva sempresebbene negli occhi non avesse più lacrime: ele sue grida e i suoi lamenti erano così strazianti e acutiche tutte le colline all'intorno ne ripetevano l'eco.

Epiangendo diceva:

-O Fatina miaperché sei morta?... perchéinvece ditenon sono morto ioche sono tanto cattivomentre tu eri tantobuona?... E il mio babbodove sarà? O Fatina miadimmi doveposso trovarloche voglio stare sempre con luie non lasciarlo più!più! più!... O Fatina miadimmi che non è veroche sei morta!... Se davvero mi vuoi bene... se vuoi bene al tuofratellinorivivisci... ritorna viva come prima!... Non ti dispiacea vedermi solo e abbandonato da tutti? Se arrivano gli assassini. miattaccheranno daccapo al ramo dell'albero... e allora moriròper sempre. Che vuoi che faccia quisolo in questo mondo? Ora che hoperduto te e il mio babbochi mi darà da mangiare? Doveanderò a dormire la notte? Chi mi farà la giacchettinanuova? Oh! sarebbe megliocento volte meglioche morissi anch'io!Sìvoglio morire!... ih! ih! ih!...

Ementre si disperava a questo modofece l'atto di volersi strappare icapelli: ma i suoi capelliessendo di legnonon poté nemmenolevarsi il gusto di ficcarci dentro le dita.

Intantopassò su per aria un grosso Colomboil quale soffermatosiaali distesegli gridò da una grande altezza:

-Dimmibambinoche cosa fai costaggiù?

-Non lo vedi? piango! - disse Pinocchio alzando il capo verso quellavoce e strofinandosi gli occhi colla manica della giacchetta.

-Dimmi- soggiunse allora il Colombo - non conosci per caso fra ituoi compagniun burattinoche ha nome Pinocchio?

-Pinocchio?... Hai detto Pinocchio? - ripetè il burattinosaltando subito in piedi. - Pinocchio sono io!

IlColomboa questa rispostasi calò velocemente e venne aposarsi a terra. Era più grosso di un tacchino.

-Conoscerai dunque anche Geppetto? - domandò al burattino.

-Se lo conosco? E' il mio povero babbo! Ti ha forse parlato di me? Miconduci da lui? Ma è sempre vivo? Rispondimi per carità:è sempre vivo?

-L'ho lasciato tre giorni fa sulla spiaggia del mare.

-Che cosa faceva?

-Si fabbricava da sé una piccola barchetta per traversarel'Oceano. Quel pover'uomo sono più di quattro mesi che giraper il mondo in cerca di te: e non avendoti potuto trovareora si èmesso in capo di cercarti nei paesi lontani del nuovo mondo.

-Quanto c'è di qui alla spiaggia? - domandò Pinocchiocon ansia affannosa.

-Più di mille chilometri.

-Mille chilometri? O Colombo mioche bella cosa potessi avere le tueali!...

-Se vuoi venireti ci porto io.

-Come?

-A cavallo sulla mia groppa. Sei peso di molto?...

-Peso? tutt'altro! Son leggiero come una foglia.

Elìsenza stare a dir altroPinocchio saltò sullagroppa al Colombo e messa una gamba di qua e l'altra di làcome fanno i cavallerizzigridò tutto contento: - Galoppagaloppacavallinoché mi preme di arrivar presto!...

IlColombo prese l'aire e in pochi minuti arrivò col volo tantoin altoche toccava quasi le nuvole. Giunto a quell'altezzastraordinariail burattino ebbe la curiosità di voltarsi ingiù a guardare: e fu preso da tanta paura e da tali giracapicheper evitare il pericolo di venir disottosi avviticchiòcolle bracciastretto strettoal collo della sua piumatacavalcatura.

Volaronotutto il giorno. Sul far della serail Colombo disse:

-Ho una gran sete!

-E io una gran fame! - soggiunse Pinocchio.

-Fermiamoci a questa colombaia pochi minuti; e dopo ci rimetteremo inviaggioper essere domattina all'alba sulla spiaggia del mare.Entrarono in una colombaia desertadove c'era soltanto una catinellapiena d'acqua e un cestino ricolmo di veccie.

Ilburattinoin tempo di vita suanon aveva mai potuto patire leveccie: a sentir luigli facevano nauseagli rivoltavano lostomaco: ma quella sera ne mangiò a strippapellee quandol'ebbe quasi finitesi voltò al Colombo e gli disse:

-Non avrei mai creduto che le veccie fossero così buone!

-Bisogna persuadersiragazzo mio- replicò il Colombo- chequando la fame dice davvero e non c'è altro da mangiareanchele veccie diventano squisite! La fame non ha capricci néghiottonerie!

Fattoalla svelta un piccolo spuntinosi riposero in viaggioe via! Lamattina dopo arrivarono sulla spiaggia del mare. Il Colombo posòa terra Pinocchioe non volendo nemmeno la seccatura di sentirsiringraziare per aver fatto una buona azioneriprese subito il volo esparì.

Laspiaggia era piena di gente che urlava e gesticolava guardando ilmare.

-Che cos'è accaduto? - domandò Pinocchio a una vecchina.

-Gli è accaduto che un povero babboavendo perduto ilfigliologli è voluto entrare in una barchetta per andare acercarlo di là dal mare; e il mare oggi è molto cattivoe la barchetta sta per andare sott'acqua...

-Dov'è la barchetta?

-Eccola laggiùdiritta al mio dito- disse la vecchiaaccennando una piccola barca cheveduta in quella distanzaparevaun guscio di noce con dentro un omino piccino piccino.

Pinocchioappuntò gli occhi da quella partee dopo aver guardatoattentamentecacciò un urlo acutissimo gridando:

-Gli è il mì babbo! gli è il mì babbo!

Intantola barchettasbattuta dall'infuriare dell'ondeora spariva fra igrossi cavalloniora tornava a galleggiare: e Pinocchio ritto sullapunta di un alto scoglio non finiva più dal chiamare il suobabbo per nome e dal fargli molti segnali colle mani e col moccichinoda naso e perfino col berretto che aveva in capo.

Eparve che Geppettosebbene fosse molto lontano dalla spiaggiariconoscesse il figliuoloperché si levò il berrettoanche lui e lo salutò ea furia di gestigli fece capire chesarebbe tornato volentieri indietroma il mare era tanto grossochegl'impediva di lavorare col remo e di potersi avvicinare alla terra.

Tutt'aun trattovenne una terribile ondatae la barca sparì.

Aspettaronoche la barca tornasse a galla: ma la barca non si vide piùtornare.

-Pover'omo! - dissero allora i pescatoriche erano raccolti sullaspiaggia: e brontolando sottovoce una preghiera si mossero pertornarsene alle loro case.

Quand'eccoche udirono un urlo disperatoevoltandosi indietrovidero unragazzetto chedi vetta a uno scogliosi gettava in mare gridando:

-Voglio salvare il mio babbo!

Pinocchioessendo tutto di legnogalleggiava facilmente e nuotava come unpesce. Ora si vedeva sparire sott'acquaportato dall'impeto deifluttiora riappariva fuori con una gamba o con un braccioagrandissima distanza dalla terra. Alla fine lo persero d'occhio e nonlo videro più.

-Povero ragazzo! - dissero alIora i pescatoriche erano raccoltisulla spiaggia: e brontolando sottovoce una preghiera tornarono alleloro case.




Pinocchioarriva all'isola delle Api industriose e ritrova la Fata


Pinocchioanimato dalla speranza di arrivare in tempo a dare aiuto al suopovero babbonuotò tutta quanta la notte.

Eche orribile nottata fu quella! Diluviògrandinòtuonò spaventosamentee con certi lampi che pareva di giorno.

Sulfar del mattinogli riuscì di vedere poco distante una lungastriscia di terra. Era un'isola in mezzo al mare.

Allorafece di tutto per arrivare a quella spiaggia: ma inutilmente. Leonderincorrendosi e accavallandosise lo abballottavano fra dilorocome se fosse stato un fuscello o un filo di paglia. Alla finee per sua buona fortunavenne un'ondata tanto prepotente eimpetuosache lo scaraventò di peso sulla rena del lido.

Ilcolpo fu così forte chebattendo in terragli crocchiaronotutte le costole e tutte le congiunture: ma si consolò subitocol dire:

-Anche per questa volta l'ho proprio scampata bella!

Intantoa poco a poco il cielo si rasserenò; il sole apparve fuori intutto il suo splendore e il mare diventò tranquillissimo ebuono come un olio.

Allorail burattino distese i suoi panni al sole per rasciugarli e si pose aguardare di qua e di là se per caso avesse potuto scorgere suquella immensa spianata d'acqua una piccola barchetta con un ominodentro. Ma dopo aver guardato ben benenon vide altro dinanzi a séche cielomare e qualche vela di bastimentoma cosi lontanachepareva una mosca.

-Sapessi almeno come si chiama quest'isola! - andava dicendo. -Sapessi almeno se quest'isola è abitata da gente di garbovoglio dire da gente che non abbia il vizio di attaccare i ragazzi airami degli alberi; ma a chi mai posso domandarlo? A chise non c'ènessuno?...

Quest'ideadi trovarsi solosolosolo in mezzo a quel gran paese disabitatogli messe addosso tanta malinconiache stava lì lì perpiangere; quando tutt'a un tratto vide passarea poca distanza dallarivaun grosso pesceche se ne andava tranquillamente per i fattisuoicon tutta la testa fuori dell'acqua. Non sapendo come chiamarloper nomeil burattino gli gridò a voce altaper farsisentire:

-Ehisignor pesceche mi permetterebbe una parola?

-Anche due- rispose il pesceil quale era un Delfino cosìgarbatocome se ne trovano pochi in tutti i mari del mondo.

-Mi farebbe il piacere di dirmi se in quest'isola vi sono dei paesidove si possa mangiaresenza pericolo d'esser mangiati?

-Ve ne sono sicuro- rispose il Delfino. - Anzine troverai uno pocolontano di qui.

-E che strada si fa per andarvi?

-Devi prendere quella viottola làa mancinae camminaresempre diritto al naso. Non puoi sbagliare.

-Mi dica un'altra cosa. Lei che passeggia tutto il giorno e tutta lanotte per il marenon avrebbe incontrato per caso una piccolabarchettina con dentro il mì babbo?

-E chi è il tuo babbo?

-Gli è il babbo più buono del mondocome io sono ilfigliuolo più cattivo che si possa dare.

-Colla burrasca che ha fatto questa notte- rispose il delfino- labarchettina sarà andata sott'acqua.

-E il mio babbo?

-A quest'ora l'avrà inghiottito il terribile Pesce-caneche daqualche giorno è venuto a spargere lo sterminio e ladesolazione nelle nostre acque.

-Che è grosso di molto questo Pesce-cane? - domandòPinocchioche digià cominciava a tremare dalla paura.

-Se gli è grosso!... - replicò il Delfino. - Perchétu possa fartene un'ideati dirò che è piùgrosso di un casamento di cinque pianied ha una boccaccia cosìlarga e profondache ci passerebbe comodamente tutto il treno dellastrada ferrata colla macchina accesa.

-Mamma mia! - gridò spaventato il burattino: e rivestitosi infretta e furiasi voltò al delfino e gli disse: -Arrivedellasignor pesce: scusi tanto l'incomodo e mille graziedella sua garbatezza.

Dettociòprese subito la viottola e cominciò a camminare diun passo svelto; tanto sveltoche pareva quasi che corresse. E aogni più piccolo rumore che sentivasi voltava subito aguardare indietroper la paura di vedersi inseguire da quelterribile pesce-cane grosso come una casa di cinque piani e con untreno della strada ferrata in bocca.

Dopomezz'ora di stradaarrivò a un piccolo paese detto "Ilpaese delle Api industriose". Le strade formicolavano di personeche correvano di qua e di là per le loro faccende: tuttilavoravanotutti avevano qualche cosa da fare. Non si trovava unozioso o un vagabondo nemmeno a cercarlo col lumicino.

-Ho capito- disse subito quello svogliato di Pinocchio- questopaese non è fatto per me! Io non son nato per lavorare!Intanto la fame lo tormentavaperché erano oramai passateventiquattr'ore che non aveva mangiato più nulla; nemmeno unapietanza di veccie.

Chefare?

Nongli restavano che due modi per potersi sdigiunare: o chiedere un po'di lavoroo chiedere in elemosina un soldo o un boccone di pane.

Achiedere l'elemosina si vergognava: perché il suo babbo gliaveva predicato sempre che l'elemosina hanno il diritto di chiederlasolamente i vecchi e gl'infermi. I veri poveriin questo mondomeritevoli di assistenza e di compassionenon sono altro che quellicheper ragione d'età o di malattiasi trovano condannati anon potersi più guadagnare il pane col lavoro delle propriemani. Tutti gli altri hanno l'obbligo di lavorare: e se non lavoranoe patiscono la fametanto peggio per loro.

Inquel frattempopassò per la strada un uomo tutto sudato etrafelatoil quale da sé tirava con gran fatica due carretticarichi di carbone.

Pinocchiogiudicandolo dalla fisonomia per un buon uomogli si accostòeabbassando gli occhi dalla vergognagli disse sottovoce:

-Mi fareste la carità di darmi un soldoperché mi sentomorir dalla fame?

-Non un soldo solo- rispose il carbonaio- ma te ne do quattroapatto che tu m'aiuti a tirare fino a casa questi due carretti dicarbone.

-Mi meraviglio! - rispose il burattino quasi offeso- per vostraregola io non ho fatto mai il somaro: io non ho mai tirato ilcarretto!...

-Meglio per te! - rispose il carbonaio. - Alloraragazzo miose tisenti davvero morir dalla famemangia due belle fette della tuasuperbia e bada di non prendere un'indigestione.

Dopopochi minuti passò per la via un muratoreche portava sullespalle un corbello di calcina.

-Farestegalantuomola carità d'un soldo a un povero ragazzoche sbadiglia dall'appetito?

-Volentieri; vieni con me a portar calcina- rispose il muratore- einvece d'un soldote ne darò cinque.

-Ma la calcina è pesa- replicò Pinocchio- e io nonvoglio durar fatica.

-Se non vuoi durar faticaalloraragazzo mio- divertiti asbadigliaree buon pro ti faccia.

Inmen di mezz'ora passarono altre venti personee a tutte Pinocchiochiese un po' d'elemosinama tutte gli risposero:

-Non ti vergogni? Invece di fare il bighellone per la stradavàpiuttosto a cercarti un po' di lavoroe impara a guadagnarti ilpane! Finalmente passò una buona donnina che portava duebrocche d'acqua.

-Vi contentatebuona donnache io beva una sorsata d'acqua allavostra brocca? - disse Pinocchioche bruciava dall'arsione dellasete.

-Bevi pureragazzo mio! - disse la donninaposando le due brocche interra.

QuandoPinocchio ebbe bevuto come una spugnaborbottò a mezza voceasciugandosi la bocca:

-La sete me la sono levata! Così mi potessi levar la fame!...La buona donninasentendo queste parolesoggiunse subito:

-Se mi aiuti a portare a casa una di queste brocche d'acquati daròun bel pezzo di pane.

Pinocchioguardò la broccae non rispose né sì néno.

-E insieme col pane ti darò un bel piatto di cavolfiore conditocoll'olio e coll'aceto- soggiunse la buona donna.

Pinocchiodette un'altra occhiata alla broccae non rispose né sìné no.

-E dopo il cavolfiore ti darò un bel confetto ripieno dirosolio. - Alle seduzioni di quest'ultima ghiottoneriaPinocchio nonseppe più resistere efatto un animo risolutodisse:

-Pazienza! Vi porterò la brocca fino a casa!

Labrocca era molto pesae il burattinonon avendo forza da portarlacolle manisi rassegnò a portarla in capo.

Arrivatia casala buona donnina fece sedere Pinocchio a una piccola tavolaapparecchiata e gli pose davanti il paneil cavolfiore condito e ilconfetto.

Pinocchionon mangiòma diluviò. Il suo stomaco pareva unquartiere rimasto vuoto e disabitato da cinque mesi.

Calmatia poco a poco i morsi rabbiosi della fameallora alzò il capoper ringraziare la sua benefattrice; ma non aveva ancora finito difissarla in voltoche cacciò un lunghissimo ~ohhh!~... dimaraviglia e rimase là incantatocogli occhi spalancaticolla forchetta per aria e colla bocca piena di pane e di cavolfiore.

-Che cos'è mai tutta questa maraviglia? - disse ridendo labuona donna.

-Egli è... - rispose balbettando Pinocchio- egli è...egli è... che voi somigliate... voi mi rammentate... sìsìsìla stessa voce... gli stessi occhi.. gli stessicapelli... sìsìsì... anche voi avete icapelli turchini... come lei!... O Fatina mia!... O Fatina mia!...ditemi che siete voiproprio voi!... Non mi fate piùpiangere! Se sapeste!... Ho pianto tantoho patito tanto..

Enel dir cosìPinocchio piangeva dirottamentee gettandosiginocchioni per terraabbracciava i ginocchi di quella donninamisteriosa.




Pinocchiopromette alla Fata di essere buono e di studiareperché èstufo di fare il burattino e vuol diventare un bravo ragazzo


Insulle prime la buona donnina cominciò col dire che lei non erala piccola Fata dai capelli turchini: ma poivedendosi oramaiscoperta e non volendo mandare più a lungo la commediafinicol farsi riconosceree disse a Pinocchio:

-Birba d'un burattino! Come mai ti sei accorto che ero io?

-Gli è il gran bene che vi voglio quello che me l'ha detto.

-Ti ricordi? Mi lasciasti bambina e ora mi ritrovi donna; tanto donnache potrei quasi farti da mamma.

-L'ho caro dimoltoperché cosìinvece di sorellinavichiamerò la mia mamma. Gli è tanto tempo che mi struggodi avere una mamma come tutti gli altri ragazzi!... Ma come avetefatto a crescere cosi presto?

-è un segreto.

-Insegnatemelo: vorrei crescere un poco anch'io. Non lo vedete? Sonosempre rimasto alto come un soldo di cacio.

-Ma tu non puoi crescere- replicò la Fata.

-Perché?

-Perché i burattini non crescono mai. Nascono burattinivivonoburattini e muoiono burattini.

-Oh! sono stufo di far sempre il burattino! - gridò Pinocchiodandosi uno scappellotto. - Sarebbe ora che diventassi anch'io unuomo come tutti gli altri.

-E lo diventeraise saprai meritartelo...

-Davvero? E che posso fare per meritarmelo?

-Una cosa facilissima: avvezzarti a essere un ragazzino perbene.

-O che forse non sono?

-Tutt'altro! I ragazzi perbene sono ubbidientie tu invece...

-E io non ubbidisco mai.

-I ragazzi perbene prendono amore allo studio e al lavoroe tu...

-E ioinvecefaccio il bighellone e il vagabondo tutto l'anno.

-I ragazzi perbene dicono sempre la verità...

-E io sempre le bugie.

-I ragazzi perbene vanno volentieri alla scuola...

-E a me la scuola mi fa venire i dolori di corpo. Ma da oggi in poivoglio mutar vita.

-Me lo prometti?

-Lo prometto. Voglio diventare un ragazzino perbene e voglio essere laconsolazione del mio babbo... Dove sarà il mio povero babbo aquest'ora?

-Non lo so.

-Avrò mai la fortuna di poterlo rivedere e abbracciare?

-Credo di sì: anzi ne sono sicura.

Aquesta risposta fu tale e tanta la contentezza di Pinocchiocheprese le mani alla Fata e cominciò a baciargliele con tantafogache pareva quasi fuori di sé. Poialzando il viso eguardandola amorosamentele domandò:

-Dimmimammina: dunque non è vero che tu sia morta?

-Par di no- rispose sorridendo la Fata.

-Se tu sapessiche dolore e che serratura alla gola che provaiquando lessi ~qui giace~...

-Lo so: ed è per questo che ti ho perdonato. La sinceritàdel tuo dolore mi fece conoscere che tu avevi il cuore buono: e dairagazzi buoni di cuoreanche se sono un po' monelli e avvezzatimalec'è sempre da sperar qualcosa: ossiac'è sempreda sperare che rientrino sulla vera strada. Ecco perché sonvenuta a cercarti fin qui. Io sarò la tua mamma...

-Oh! che bella cosa! - gridò Pinocchio saltandodall'allegrezza.

-Tu mi ubbidirai e farai sempre quello che ti dirò io.

-Volentierivolentierivolentieri!

-Fino da domani- soggiunse la Fata- tu comincerai coll'andare ascuola.

Pinocchiodiventò subito un po' meno allegro.

-Poi sceglierai a tuo piacere un'arte o un mestiere...

Pinocchiodiventò serio.

-Che cosa brontoli fra i denti? - domandò la Fata con accentorisentito.

-Dicevo... - mugolò il burattino a mezza voce- che oramai perandare a scuola mi pare un po' tardi...

-Nossignore. Tieni a mente che per istruirsi e per imparare non èmai tardi.

-Ma io non voglio fare né arti né mestieri...

-Perché?

-Perché a lavorare mi par fatica.

-Ragazzo mio- disse la Fata- quelli che dicono cosifinisconoquasi sempre o in carcere o all'ospedale. L'uomoper tua regolanasca ricco o poveroè obbligato in questo mondo a farqualcosaa occuparsia lavorare. Guai a lasciarsi prenderedall'ozio! L'ozio è una bruttissima malattiae bisognaguarirla subitofin da ragazzi: se noquando siamo grandinon siguarisce più. Queste parole toccarono l'animo di Pinocchioilquale rialzando vivacemente la testa disse alla Fata:

-Io studieròio lavoreròio farò tutto quelloche mi diraiperchéinsommala vita del burattino mi èvenuta a noiae voglio diventare un ragazzo a tutti i costi. Mel'hai promessonon è vero?

-Te l'ho promessoe ora dipende da te.




Pinocchiova cò suoi compagni di scuola in riva al mareper vedere ilterribile Pescecane


Ilgiorno dopo Pinocchio andò alla scuola comunale.

Figurateviquelle birbe di ragazziquando videro entrare nella loro scuola unburattino! Fu una risatache non finiva più. Chi gli facevauno scherzochi un altro; chi gli levava il berretto di mano; chigli tirava il giubbettino di dietro; chi si provava a farglicoll'inchiostro due grandi baffi sotto il naso; e chi si attentavaperfino a legargli dei fili ai piedi e alle mani per farlo ballare.

Perun poco Pinocchio usò disinvoltura e tirò via; mafinalmentesentendosi scappar la pazienzasi rivolse a quellichepiù lo tafanavano e si pigliavano gioco di luie disse loro amuso duro:

-Badateragazzi: io non son venuto qui per essere il vostro buffone.Io rispetto gli altri e voglio essere rispettato.

-Bravo berlicche! Hai parlato come un libro stampato! - urlarono queimonellibuttandosi via dalle matte risate: e uno di loropiùimpertinente degli altri allungò la mano coll'idea di prendereil burattino per la punta del naso.

Manon fece a tempo: perché Pinocchio stese la gamba sotto latavola e gli consegnò una pedata negli stinchi.

-Ohi! che piedi duri! - urlò il ragazzo stropicciandosi illivido che gli aveva fatto il burattino.

-E che gomiti!... anche più duri dei piedi! - disse un altrocheper i suoi scherzi sguaiatis'era beccata una gomitata nellostomaco.

Fattosta che dopo quel calcio e quella gomitata Pinocchio acquistòsubito la stima e la simpatia di tutti i ragazzi di scuola: e tuttigli facevano mille carezze e tutti gli volevano un bene dell'anima.

Eanche il maestro se ne lodavaperché lo vedeva attentostudiosointelligentesempre il primo a entrare nella scuolasempre l'ultimo a rizzarsi in piedia scuola finita.

Ilsolo difetto che avesse era quello di bazzicare troppi compagni: efra questic'erano molti monelli conosciutissimi per la loro pocavoglia di studiare e di farsi onore.

Ilmaestro lo avvertiva tutti i giornie anche la buona Fata nonmancava di dirgli e di ripetergli più volte:

-BadaPinocchio! Quei tuoi compagnacci di scuola finiranno prima opoi col farti perdere l'amore allo studio eforse forsecol tirartiaddosso qualche grossa disgrazia.

-Non c'è pericolo! - rispondeva il burattinofacendo unaspallucciata e toccandosi coll'indice in mezzo alla frontecome perdire: "C'è tanto giudizio qui dentro!".

Oraavvenne che un bel giornomentre camminava verso scuolaincontròun branco dei soliti compagniche andandogli incontrogli dissero:

-Sai la gran notizia?

-No.

-Qui nel mare vicino è arrivato un Pesce-canegrosso come unamontagna.

-Davvero?... Che sia quel medesimo Pesce-cane di quando affogòil mio povero babbo?

-Noi andiamo alla spiaggia per vederlo. Vieni anche tu?

-Iono: voglio andare a scuola.

-Che t'importa della scuola? Alla scuola ci anderemo domani. Con unalezione di più o con una di menosi rimane sempre gli stessisomari.

-E il maestro che dirà?

-Il maestro si lascia dire. E' pagato apposta per brontolare tutto ilgiorno.

-E la mia mamma?... - Le mamme non sanno mai nulla- risposero queimalanni.

-Sapete che cosa farò? - disse Pinocchio. -

IlPesce-cane voglio vederlo per certe mie ragioni... ma anderò avederlo dopo la scuola.

-Povero giucco! - ribattè uno del branco. -

Checredi che un pesce di quella grossezza voglia star lì a fareil comodo tuo? Appena s'è annoiatopiglia il dirizzone perun'altra partee allora chi s'è visto s'è visto.

-Quanto tempo ci vuole di qui alla spiaggia? - domandò ilburattino.

-Fra un'orasiamo bell'e andati e tornati.

-Dunquevia! e chi più correè più bravo! -gridò Pinocchio.

Datocosi il segnale della partenzaquel branco di monellicoi lorolibri e i loro quaderni sotto il bracciosi messero a correreattraverso ai campi; e Pinocchio era sempre avanti a tutti: parevache avesse le ali ai piedi.

Ditanto in tantovoltandosi indietrocanzonava i suoi compagnirimasti a una bella distanzae nel vederliansantitrafelatipolverosi e con tanto di lingua fuorise la rideva proprio di cuore.Lo sciagurato in quel momento non sapeva a quali paure e a qualiorribili disgrazie andava incontro!...




Grancombattimento fra Pinocchio e i suoi compagni: uno dè qualiessendo rimasto feritoPinocchio viene arrestato dai carabinieri


Giuntoche fu sulla spiaggiaPinocchio dette subito una grande occhiata sulmare; ma non vide nessun Pesce-cane.

Ilmare era tutto liscio come un gran cristallo da specchio.

-O il Pesce-cane dov'è? - domandòvoltandosi aicompagni.

-Sarà andato a far colazione- rispose uno di lororidendo.

-O si sarà buttato sul letto per far un sonnellino- soggiunseun altroridendo più forte che mai.

Daquelle risposte sconclusionate e da quelle risatacce grullePinocchio capì che i suoi compagni gli avevano fatto unabrutta celiadandogli ad intendere una cosa che non era vera; epigliandosela a maledisse a loro con voce di bizza:

-E ora? Che sugo ci avete trovato a darmi ad intendere la storielladel Pesce-cane?

-Il sugo c'è sicuro!... - risposero in coro quei monelli.

-E sarebbe?...

-Quello di farti perdere la scuola e di farti venire con noi. Non tivergogni a mostrarti tutti i giorni così preciso e cosidiligente alle lezioni? Non ti vergogni a studiar tantocome fai?

-E se io studioche cosa ve ne importa?

-A noi ce ne importa moltissimo perché ci costringi a fare unabrutta figura col maestro...

-Perché?

-Perché gli scolari che studiano fanno sempre scomparirequellicome noiche non hanno voglia di studiare. E noi nonvogliamo scomparire! Anche noi abbiamo il nostro amor proprio!...

-E allora che cosa devo fare per contentarvi?

-Devi prendere a noiaanche tula scuolala lezione e il maestroche sono i nostri tre grandi nemici.

-E se io volessi seguitare a studiare?

-Noi non ti guarderemo più in facciae alla prima occasione cela pagherai!...

-In verità mi fate quasi ridere- disse il burattino con unascrollatina di capo.

-EhiPinocchio! - gridò allora il più grande di queiragazziandandogli sul viso. - Non venir qui a fare lo smargiasso:non venir qui a far tanto il galletto!... Perché se tu non haipaura di noinoi non abbiamo paura di te! Ricordati che tu sei soloe noi siamo in sette.

-Sette come i peccati mortali- disse Pinocchio con una gran risata.

-Avete sentito? Ci ha insultati tutti! Ci ha chiamati col nome dipeccati mortali!...

-Pinocchio! chiedici scusa dell'offesa... se noguai a te!...

-Cucù! - fece il burattinobattendosi coll'indice sulla puntadel nasoin segno di canzonatura.

-Pinocchio! la finisce male!...

-Cucù!

-Ne toccherai quanto un somaro!...

-Cucù!

-Ritornerai a casa col naso rotto!...

-Cucù!

-Ora il cucù te lo darò io! - gridò il piùardito di quei monelli. - Prendi intanto quest'acconto e serbalo perla cena di stasera.

Enel dir così gli appiccicò un pugno sul capo.

Mafucome si suol direbotta e risposta; perché il burattinocome c'era da aspettarselorispose con un altro pugno: e lìda un momento all'altroil combattimento diventò generale eaccanito.

Pinocchiosebbene fosse solosi difendeva come un eroe. Con quei suoi piedi dilegno durissimo lavorava così beneda tener sempre i suoinemici a rispettosa distanza. Dove i suoi piedi potevano arrivare etoccareci lasciavano sempre un livido per ricordo.

Allorai ragazziindispettiti di non potersi misurare col burattino a corpoa corpopensarono bene di metter mano ai proiettilie sciolti ifagotti dè loro libri di scuolacominciarono a scagliarecontro di lui i ~Sillabari~le ~Grammatiche~i ~Giannettini~i~Minuzzoli~i ~Racconti~ del Thouaril ~Pulcino~ della Baccini ealtri libri scolastici: ma il burattinoche era d'occhio svelto eammalizzitofaceva sempre civetta a temposicché i volumipassandogli di sopra al capoandavano tutti a cascare nel mare.

Figuratevii pesci! I pescicredendo che quei libri fossero roba da mangiarecorrevano a frotte a fior d'acqua; ma dopo avere abboccata qualchepagina o qualche frontespiziola risputavano subito facendo con labocca una certa smorfiache pareva volesse dire: "Non èroba per noi: noi siamo avvezzi a cibarci molto meglio!"

Intantoil combattimento s'inferociva sempre piùquand'ecco che ungrosso Granchioche era uscito fuori dell'acqua e s'era adagioadagio arrampicato fin sulla spiaggiagridò con una vociacciadi trombone infreddato:

-Smettetelabirichini che non siete altro! Queste guerre manesche fraragazzi e ragazzi raramente vanno a finir bene. Qualche disgraziaaccade sempre!...

PoveroGranchio! Fu lo stesso che avesse predicato al vento. Anzi quellabirba di Pinocchiovoltandosi indietro a guardarlo in cagnescoglidisse sgarbatamente:

-ChetatiGranchio dell'uggia!... Faresti meglio a succiare duepasticche di lichene per guarire da codesta infreddatura di gola. Vaipiuttosto a letto e cerca di sudare!

Inquel frattempo i ragazziche avevano finito oramai di tirare tutti iloro libriocchiarono lì a poca distanza il fagotto dei libridel burattinoe se ne impadronirono in men che non si dice.

Fraquesti libriv'era un volume rilegato in cartoncino grossocollacostola e colle punte di cartapecora. Era un ~Trattato diAritmetica~. Vi lascio immaginare se era peso dimolto!

Unodi quei monelli agguantò quel volume epresa di mira la testadi Pinocchiolo scagliò con quanta forza aveva nel braccio:ma invece di cogliere il burattinocolse nella testa uno deicompagni; il quale diventò bianco come un panno lavatoe nondisse altro che queste parole:

-O mamma miaaiutatemi... perché muoio!

Poicadde disteso sulla rena del lido.

Allavista di quel morticinoi ragazzi spaventati si dettero a scappare agambe e in pochi minuti non si videro più.

MaPinocchio rimase lìe sebbene per il dolore e per lospaventoanche lui fosse più morto che vivonondimeno corsea inzuppare il suo fazzoletto nell'acqua del mare e si pose a bagnarela tempia del suo povero compagno di scuola. E intanto piangendodirottamente e disperandosilo chiamava per nome e gli diceva:

-Eugenio!... povero Eugenio mio!... apri gli occhie guardami!...Perché non mi rispondi? Non sono stato iosaiche ti hofatto tanto male! Credilonon sono stato io!... Apri gli occhiEugenio...

Setieni gli occhi chiusimi farai morire anche me...

ODio mio! come farò ora a tornare a casa?... Con che coraggiopotrò presentarmi alla mia buona mamma? Che sarà dime?... Dove fuggirò?... Dove andrò a nascondermi?...Oh! quant'era megliomille volte meglio che fossi andato ascuola!... Perche ho dato retta a questi compagniche sono la miadannazione?... E il maestro me l'aveva detto!... e la mia mamma me loaveva ripetuto: "Guardati dai cattivi compagni!"-. Ma iosono un testardo... un caparbiaccio... lascio dir tuttie poi fosempre a modo mio!... E dopo mi tocca a scontarle... E cosìda che sono al mondonon ho mai avuto un quarto d'ora di bene. Diomio! Che sarà di meche sarà di meche sarà dime?...

EPinocchio continuava a piangeree berciarea darsi pugni nel capo ea chiamar per nome il povero Eugenio: quando sentì a un trattoun rumore sordo di passi che si avvicinavano.

Sivoltò: erano due carabinieri

-Che cosa fai così sdraiato per terra? - domandarono aPinocchio.

-Assisto questo mio compagno di scuola.

-Che gli è venuto male?

-Par di sì!..

-Altro che male! - disse uno dei carabinierichinandosi e osservandoEugenio da vicino. - Questo ragazzo è stato ferito in unatempia: chi è che l'ha ferito?

-Io no- balbettò il burattino che non aveva più fiatoin corpo.

-Se non sei stato tuchi è stato dunque che l'ha ferito?

-Io no- ripetè Pinocchio.

-E con che cosa è stato ferito?

-Con questo libro. - E il burattino raccattò di terra ilTrattato di Aritmeticarilegato in cartone e cartapecorapermostrarlo al carabiniere.

-E questo libro di chi è?

-Mio.

-Basta così: non occorre altro. Rizzati subito e vieni via connoi.

-Ma io...

-Via con noi!

-Ma io sono innocente...

-Via con noi!

Primadi partirei carabinieri chiamarono alcuni pescatoriche in quelmomento passavano per l'appunto colla loro barca vicino allaspiaggiae dissero loro:

-Vi affidiamo questo ragazzetto ferito nel capo. Portatelo a casavostra e assistetelo. Domani torneremo a vederlo.

Quindisi volsero a Pinocchioe dopo averlo messo in mezzo a loro duegl'intimarono con accento soldatesco:

-Avanti! e cammina spedito! se nopeggio per te!

Senzafarselo ripetereil burattino cominciò a camminare per quellaviottolache conduceva al paese. Ma il povero diavolo non sapeva piùnemmeno lui in che mondo si fosse. Gli pareva di sognaree chebrutto sogno! Era fuori di sé. I suoi occhi vedevano tuttodoppio: le gambe gli tremavano: la lingua gli era rimasta attaccataal palato e non poteva più spiccicare una sola parola. Eppurein mezzo a quella specie di stupidità e di rintontimentounaspina acutissima gli bucava il cuore: il pensierocioèdidover passare sotto le finestre di casa della sua buona Fatainmezzo ai carabinieri. Avrebbe preferito piuttosto di morire.

Eranogià arrivati e stavano per entrare in paesequando una folatadi vento strapazzone levò di testa a Pinocchio il berrettoportandoglielo lontano una decina di passi.

-Si contentano- disse il burattino ai carabinieri- che vada ariprendere il mio berretto?

-Vai pure: ma facciamo una cosa lesta.

Ilburattino andòraccattò il berretto... ma invece dimetterselo in capose lo mise in bocca fra i dentie poi cominciòa correre di gran carriera verso la spiaggia del mare. Andava viacome una palla di fucile.

Icarabinierigiudicando che fosse difficile raggiungerlogliaizzarono dietro un grosso cane mastinoche aveva guadagnato ilprimo premio in tutte le corse dei cani. Pinocchio correvae il canecorreva più di lui: per cui tutta la gente si affacciava allefinestre e si affollava in mezzo alla stradaansiosa di veder lafine di questo palio feroce.

Manon poté levarsi questa vogliaperché il cane mastinoe Pinocchio sollevarono lungo la strada un tal polveroneche dopopochi minuti non fu più possibile di veder nulla.




Pinocchiocorre pericolo di essere fritto in padella come un pesce


Durantequella corsa disperatavi fu un momento terribileun momento in cuiPinocchio si credé perduto: perché bisogna sapere cheAlidoro (era questo il nome del can-mastino) a furia di correre ecorrerel'aveva quasi raggiunto.

Bastidire che il burattino sentiva dietro di séalla distanza d'unpalmol'ansare affannoso di quella bestiaccia e ne sentiva perfinola vampa calda delle fiatate.

Perbuona fortuna la spiaggia era oramai vicina e il mare si vedeva lìa pochi passi.

Appenafu sulla spiaggiail burattino spiccò un bellissimo saltocome avrebbe potuto fare un ranocchioe andò a cascare inmezzo all'acqua. Alidoro invece voleva fermarsi; ma trasportatodall'impeto della corsaentrò nell'acqua anche lui. E queldisgraziato non sapeva nuotare; per cui cominciò subito adannaspare colle zampe per reggersi a galla: ma più annaspava epiù andava col capo sott'acqua.

Quandotorno a rimettere il capo fuoriil povero cane aveva gli occhiimpauriti e stralunatieabbaiandogridava.

-Affogo! Affogo!

-Crepa! - gli rispose Pinocchio da lontanoil quale si vedeva oramaisicuro da ogni pericolo.

-AiutamiPinocchio mio!... salvami dalla morte!...

Aquelle grida straziantiil burattinoche in fondo aveva un cuoreeccellentesi mosse a compassionee voltosi al cane gli disse:

-Ma se io ti aiuto a salvartimi prometti di non darmi piùnoia e di non corrermi dietro?

-Te lo prometto! Te lo prometto! Spicciati per caritàperchése indugi un altro mezzo minutoson bell'e morto.

Pinocchioesitò un poco: ma poi ricordandosi che il suo babbo gli avevadetto tante volte che a fare una buona azione non ci si scapita maiandò nuotando a raggiungere Alidoroepresolo per la codacon tutte e due le manilo portò sano e salvo sulla renaasciutta del lido.

Ilpovero cane non si reggeva più in piedi. Aveva bevutosenzavolerlotant'acqua salatache era gonfiato come un pallone. Peraltro il burattinonon volendo fare a fidarsi troppostimòcosa prudente di gettarsi novamente in mare; eallontanandosi dallaspiaggiagridò all'amico salvato:

-AddioAlidorofai buon viaggio e tanti saluti a casa.

-AddioPinocchio- rispose il cane; - mille grazie di avermiliberato dalla morte. Tu mi hai fatto un gran servizio: e in questomondo quel che è fatto è reso. Se capita l'occasioneci riparleremo.

Pinocchioseguitò a nuotaretenendosi sempre vicino alla terra.Finalmente gli parve di esser giunto in un luogo sicuro; e dando un'occhiata alla spiaggiavide sugli scogli una specie di grottadallaquale usciva un lunghissimo pennacchio di fumo.

-In quella grotta- disse allora fra sé- ci deve essere delfuoco. Tanto meglio! Anderò a rasciugarmi e a riscaldarmiepoi?... E poi sarà quel che sarà.

Presaquesta risoluzionesi avvicinò alla scogliera; ma quando fulì per arrampicarsisentì qualche cosa sotto l'acquache salivasalivasaliva e lo portava per aria. Tentò subitodi fuggirema oramai era tardiperché con sua grandissimamaraviglia si trovò rinchiuso dentro a una grossa rete inmezzo a un brulichio di pesci d'ogni forma e grandezzachescodinzolando si dibattevano come tant'anime disperate.

Enel tempo stesso vide uscire dalla grotta un pescatore cosìbruttoma tanto bruttoche pareva un mostro marino. Invece dicapelli aveva sulla testa un cespuglio foltissimo di erba verde;verde era la pelle del suo corpoverdi gli occhiverde la barbalunghissimache gli scendeva fin quaggiù. Pareva un grossoramarro ritto su i piedi di dietro.

Quandoil pescatore ebbe tirata fuori la rete dal maregridò tuttocontento:

-Provvidenza benedetta! Anch'oggi potrò fare una bellascorpacciata di pesce!

-Manco maleche io non sono un pesce! - disse Pinocchio dentro di séripigliando un po' di coraggio.

Larete piena di pesci fu portata dentro la grottauna grotta buia eaffumicatain mezzo alla quale friggeva una gran padella d'oliochemandava un odorino di moccolaia da mozzare il respiro.

-Ora vediamo un po' che pesci abbiamo presi!

-disse il pescatore verde; e ficcando nella rete una manona cosìspropositatache pareva una pala da fornaitirò fuori unamanciata di triglie.

-Buone queste triglie! - disseguardandole e annusandole concompiacenza. E dopo averle annusatele scaraventò in unaconca senz'acqua.

Poiripetè più volte la solita operazione; e via via checavava fuori gli altri pescisentiva venirsi l'acquolina in bocca egongolando diceva:

-Buoni questi naselli!...

-Squisiti questi muggini!...

-Deliziose queste sogliole!...

-Prelibati questi ragnotti!...

-Carine queste acciughe col capo!...

Comepotete immaginarveloi nasellii mugginile sogliolei ragnotti ele acciugheandarono tutti alla rinfusa nella concaa tenercompagnia alle triglie.

L'ultimoche restò nella rete fu Pinocchio.

Appenail pescatore l'ebbe cavato fuorisgranò dalla maraviglia isuoi occhioni verdigridando quasi impaurito:

-Che razza di pesce è questo? Dei pesci fatti a questo modo nonmi ricordo di averne mai mangiati!

Etornò a guardarlo attentamentee dopo averlo guardato benbene per ogni versofinì col dire:

-Ho già capito: dev'essere un granchio di mare.

AlloraPinocchio mortificato di sentirsi scambiare per un granchiodissecon accento risentito:

-Ma che granchio e non granchio? Guardi come lei mi tratta! Io per suaregola sono un burattino.

-Un burattino? - replicò il pescatore. - Dico la veritàil pesce burattino è per me un pesce nuovo! Meglio così!Ti mangerò più volentieri.

-Mangiarmi? Ma la vuol capire che io non sono un pesce? O non senteche parloe ragiono come lei? - è verissimo- soggiunse ilpescatore- e siccome vedo che sei un pesceche hai la fortuna diparlare e di ragionarecome mecosì voglio usarti anch'io idovuti riguardi.

-E questi riguardi sarebbero?...

-In segno di amicizia e di stima particolarelascerò a te lascelta del come vuoi essere cucinato. Desideri essere fritto inpadellaoppure preferisci di essere cotto nel tegame colla salsa dipomidoro?

-A dir la verità- rispose Pinocchio- se io debbo sceglierepreferisco piuttosto di essere lasciato liberoper potermene tornarea casa mia.

-Tu scherzi? Ti pare che io voglia perdere l'occasione di assaggiareun pesce cosi raro? Non capita mica tutti i giorni un pesce burattinoin questi mari. Lascia fare a me: ti friggerò in padellaassieme a tutti gli altri pescie te ne troverai contento. L'esserfritto in compagnia è sempre una consolazione.

L'infelicePinocchioa quest'antifonacominciò a piangerea strillarea raccomandarsi e piangendo diceva: - Quant'era meglioche fossiandato a scuola!... Ho voluto dar retta ai compagnie ora la pago!Ih!... Ih!... Ih!...

Eperché si divincolava come un anguilla e faceva sforziincredibiliper isgusciare dalle grinfie del pescatore verdequestiprese una bella buccia di giuncoe dopo averlo legato per le mani eper i piedicome un salamelo gettò in fondo alla concacogli altri.

Poitirato fuori un vassoiaccio di legnopieno di farinasi dette ainfarinare tutti quei pesci; e man mano che li aveva infarinatilibuttava a friggere dentro la padella.

Iprimi a ballare nell'olio bollente furono i poveri naselli: poi toccòai ragnottipoi ai mugginipoi alle sogliole e alle acciughee poivenne la volta di Pinocchio. Il quale a vedersi così vicinoalla morte (e che brutta morte!) fu preso da tanto tremito e da tantospaventoche non aveva più né voce né fiato perraccomandarsi.

Ilpovero figliuolo si raccomandava cogli occhi!

Mail pescatore verdesenza badarlo neppurelo avvoltolò cinqueo sei volte nella farinainfarinandolo così bene dal capo aipiediche pareva diventato un burattino di gesso.

Poilo prese per il capoe...




Ritornaa casa della Fatala quale gli promette che il giorno dopo non saràpiù un burattinoma diventerà un ragazzo. Grancolazione di caffè-e-latte per festeggiare questo grandeavvenimento


Mentreil pescatore era proprio sul punto di buttar Pinocchio nella padellaentrò nella grotta un grosso cane condotto làdall'odore acutissimo e ghiotto della frittura.

-Passa via! - gli gridò il pescatore minacciandolo e tenendosempre in mano il burattino infarinato.

Mail povero cane aveva una fame per quattroe mugolando e dimenando lacodapareva che dicesse: "Dammi un boccon di frittura e tilascio in pace".

-Passa viati dico! - gli ripetè il pescatore; e allungòla gamba per tirargli una pedata.

Allorail cane chequando aveva fame davveronon era avvezzo a lasciarsiposar mosche sul nasosi rivoltò ringhioso al pescatoremostrandogli le sue terribili zanne.

Inquel mentre si udì nella grotta una vocina fioca fiocachedisse:

-SalvamiAlidoro!... Se non mi salvison fritto!

Ilcane riconobbe subito la voce di Pinocchio e si accorse con suagrandissima maraviglia che la vocina era uscita da quel fagottoinfarinato che il pescatore teneva in mano.

Allorache cosa fa? Spicca un gran lancio da terraabbocca quel fagottoinfarinato e tenendolo leggermente coi dentiesce correndo dallagrottae via come un baleno!

Ilpescatorearrabbiatissimo di vedersi strappar di mano un pescecheegli avrebbe mangiato tanto volentierisi provò a rincorrereil cane; ma fatti pochi passigli venne un nodo di tosse e dovètornarsene indietro.

IntantoAlidororitrovata che ebbe la viottola che conduceva al paesesifermò e posò delicatamente in terra l'amico Pinocchio.

-Quanto ti debbo ringraziare! - disse il burattino.

-Non c'è bisogno- replicò il cane. - Tu salvasti meequel che è fattoè reso. Si sa: in questo mondobisogna tutti aiutarsi l'uno coll'altro.

-Ma come mai sei capitato in quella grotta?

-Ero sempre qui disteso sulla spiaggia più morto che vivoquando il vento mi ha portato da lontano un odorino di frittura.Quell'odorino mi ha stuzzicato l'appetitoe io gli sono andatodietro.

Searrivavo un minuto più tardi!...

-Non me lo dire! - urlò Pinocchio che tremava ancora dallapaura. - Non me lo dire! Se tu arrivavi un minuto più tardiaquest'ora io ero bell'e frittomangiato e digerito. Brrr!... mivengono i brividi soltanto a pensarvi!...

Alidororidendostese la zampa destra verso il burattinoil quale glielastrinse forte forte in segno di grande amicizia: e dopo silasciarono.

Ilcane riprese la strada di casa: e Pinocchiorimasto soloandòa una capanna lì poco distantee domandò a unvecchietto che stava sulla porta a scaldarsi al sole:

-Ditegalantuomosapete nulla di un povero ragazzo ferito nel capo eche si chiamava Eugenio?...

-Il ragazzo è stato portato da alcuni pescatori in questacapannae ora...

Orasarà morto!... - interruppe Pinocchio con gran dolore.

-No: ora è vivoed è già ritornato a casa sua.

-Davverodavvero? - gridò il burattinosaltandodall'allegrezza. - Dunque la ferita non era grave?

-Ma poteva riuscire gravissima e anche mortale- rispose ilvecchietto- perché gli tirarono sul capo un grosso librorilegato in cartone.

-E chi glielo tirò?

-Un suo compagno di scuola: un certo Pinocchio...

-E chi è questo Pinocchio? - domandò il burattinofacendo lo gnorri.

-Dicono che sia un ragazzaccioun vagabondoun vero rompicollo...

-Calunnie! Tutte calunnie!

-Lo conosci tu questo Pinocchio?

-Di vista! - rispose il burattino.

-E tu che concetto ne hai? - gli chiese il vecchietto.

-A me mi pare un gran buon figliuolopieno di voglia di studiareubbidienteaffezionato al suo babbo e alla sua famiglia...

Mentreil burattino sfilava a faccia fresca tutte queste bugiesi toccòil naso e si accorse che il naso gli s'era allungato più d'unpalmo. Allora tutto impaurito cominciò a gridare:

-Non date rettagalantuomoa tutto il bene che ve ne ho detto:perché conosco benissimo Pinocchio e posso assicurarvi anch'ioche è davvero un ragazzaccioun disubbidiente e unosvogliatoche invece di andare a scuolava coi compagni a fare losbarazzino!

Appenaebbe pronunziate queste paroleil suo naso raccorcì e tornòdella grandezza naturalecome era prima.

-E perché sei tutto bianco a codesto modo? - gli domandòa un tratto il vecchietto.

-Vi dirò... senza avvedermenemi sono strofinato a un muroche era imbiancato di fresco- rispose il burattinovergognandosi aconfessare che lo avevano infarinato come un pesceper poi friggerloin padella.

-O della tua giacchettadè tuoi calzoncini e del tuo berrettoche cosa ne hai fatto?

-Ho incontrato i ladri e mi hanno spogliato.

Ditebuon vecchionon avreste per caso da darmi un po' di vestitucciotanto perché io possa ritornare a casa?

-Ragazzo mioin fatto di vestitiio non ho che un piccolo sacchettodove ci tengo i lupini. Se vuoipiglialo: eccolo là.

EPinocchio non se lo fece dire due volte: prese subito il sacchettodei lupini che era vuotoe dopo averci fatto colle forbici unapiccola buca nel fondo e due buche dalle partise lo infilò auso camicia. E vestito leggerino a quel modosi avviò versoil paese.

Malungo la stradanon si sentiva punto tranquillo; tant'è veroche faceva un passo avanti e uno indietro ediscorrendo da se soloandava dicendo:

-Come farò a presentarmi alla mia buona Fatina? Che diràquando mi vedrà?... Vorrà perdonarmi questa secondabirichinata?... Scommetto che non me la perdona!... Oh! Non me laperdona di certo...

Emi sta il dovere: perché io sono un monello che promettosempre di correggermie non mantengo mai!...

Arrivòal paese che era già notte buiae perché facevatempaccio e l'acqua veniva giù a catinelleandòdiritto diritto alla casa della Fata coll'animo risoluto di bussarealla porta e di farsi aprire.

Maquando fu lìsentì mancarsi il coraggioe invece dibussare si allontanòcorrendouna ventina di passi. Siavvicinò una seconda volta alla portae non concluse nulla:si avvicinò una terza voltae nulla: la quarta volta presetremandoil battente di ferro in manoe bussò un piccolocolpettino.

Aspettaaspettafinalmente dopo mezz'ora si aprì una finestradell'ultimo piano (la casa era di quattro piani) e Pinocchio videaffacciarsi una grossa Lumacache aveva un lumicino acceso sul capola quale disse:

-Chi è a quest'ora?

-La Fata è in casa? - domandò il burattino.

-La Fata dorme e non vuol essere svegliata: ma tu chi sei?

-Sono io!

-Chi io?

-Pinocchio.

-Chi Pinocchio?

-Il burattinoquello che sta in casa colla Fata.

-Ah! ho capito- disse la Lumaca. - Aspettami costìche orascendo giù e ti apro subito.

-Spicciateviper caritàperché io muoio dal freddo.

-Ragazzo mioio sono una lumacae le lumache non hanno mai fretta.

Intantopassò un'orane passarono duee la porta non si apriva: percui Pinocchioche tremava dal freddodalla paura e dall'acqua cheaveva addossosi fece cuore e bussò una seconda voltaebussò più forte. A quel secondo colpo si aprìuna finestra del piano di sotto e si affacciò la solitaLumaca.

-Lumachina bella- gridò Pinocchio dalla strada- sono dueore che aspetto ! E due orea questa seratacciadiventano piùlunghe di due anni. Spicciateviper carità.

-Ragazzo mio - gli rispose dalla finestra quella bestiola tutta pace etutta flemma- ragazzo mioio sono una lumacae le lumache nonhanno mai fretta.

Ela finestra si richiuse.

Dilì a poco suonò la mezzanotte: poi il toccopoi le duedopo mezzanottee la porta era sempre chiusa.

AlloraPinocchioperduta la pazienzaafferrò con rabbia il battentedella porta per bussare un gran colpo da far rintronare tutto ilcasamento: ma il battente che era di ferrodiventò a untratto un'anguilla vivache sgusciandogli dalle mani sparìnel rigagnolo d'acqua in mezzo alla strada.

-Ahsì? - gridò Pinocchio sempre più accecatodalla collera. - Se il battente è sparitoio seguiteròa bussare a furia di calci.

Etiratosi un poco indietrolasciò andare una solennissimapedata nell'uscio della casa. Il colpo fu così forteche ilpiede penetrò nel legno fino a mezzo: e quando il burattino siprovò a ricavarlo fuorifu tutta fatica inutile: perchéil piede c'era rimasto conficcato dentrocome un chiodo ribadito.

Figurateviil povero Pinocchio ! Dovè passare tutto il resto della nottecon un piede in terra e con quell'altro per aria.

Lamattinasul far del giornofinalmente la porta si aprì.

Quellabrava bestiola della Lumacaa scendere dal quarto piano finoall'uscio di stradaci aveva messo solamente nove ore. Bisognaproprio dire che avesse fatto una sudata!

-Che cosa fate con codesto piede conficcato nell'uscio? - domandòridendo al burattino.

-E' stata una disgrazia. Vedete un po'Lumachina bellase vi riescedi liberarmi da questo supplizio.

-Ragazzo miocosì ci vuole un legnaioloe io non ho mai fattola legnaiola.

-Pregate la Fata da parte mia!...

-La Fata dorme e non vuol essere svegliata.

-Ma che cosa volete che io faccia inchiodato tutto il giorno a questaporta?

-Divertiti a contare le formicole che passano per la strada.

-Portatemi almeno qualche cosa da mangiareperché mi sentorifinito.

-Subito! - disse la Lumaca.

Difattidopo tre ore e mezzo Pinocchio la vide tornare con un vassoiod'argento in capo. Nel vassoio c'era un paneun pollastro arrosto equattro albicocche mature.

-Ecco la colazione che vi manda la Fata- disse la Lumaca.

Allavista di quella grazia di Dioil burattino sentì consolarsitutto.

Maquale fu il suo disingannoquando incominciando a mangiaresi dovèaccorgere che il pane era di gessoil pollastro di cartone e lequattro albicocche di alabastrocolorite al naturale.

Volevapiangerevoleva darsi alla disperazionevoleva buttar via ilvassoio e quel che c'era dentro: ma inveceo fosse il gran dolore ola gran languidezza di stomacofatto sta che cadde svenuto.

Quandosi riebbesi trovò disteso sopra un sofàe la Fataera accanto a lui.

-Anche per questa volta ti perdono- gli disse la Fata- ma guai ate se me ne fai un'altra delle tue!...

Pinocchiopromise e giurò che avrebbe studiatoe che si sarebbecondotto sempre bene. E mantenne la parola per tutto il restodell'anno. Difattiagli esami delle vacanzeebbe l'onore di essereil più bravo della scuola; e i suoi portamentiin generalefurono giudicati così lodevoli e soddisfacentiche la Fatatutta contentagli disse:

-Domani finalmente il tuo desiderio sarà appagato!

-Cioè?

-Domani finirai di essere un burattino di legnoe diventerai unragazzo perbene.

Chinon ha veduto la gioia di Pinocchioa questa notizia tantosospiratanon potrà mai figurarsela. Tutti i suoi amici ecompagni di scuola dovevano essere invitati per il giorno dopo a unagran colazione in casa della Fataper festeggiare insieme il grandeavvenimento: e la Fata aveva fatto preparare dugento tazze dicaffè-e-latte e quattrocento panini imburrati di sotto e disopra. Quella giornata prometteva d'essere molto bella e moltoallegrama...

Disgraziatamentenella vita dei burattini c'è sempre un ~ma~che sciupa ognicosa.




Pinocchioinvece di diventare un ragazzoparte di nascosto col suo amicoLucignolo per il Paese dei Balocchi


Com'ènaturalePinocchio chiese subito alla Fata il permesso di andare ingiro per la città a fare gli inviti: e la Fata gli disse:

-Vai pure a invitare i tuoi compagni per la colazione di domani: maricordati di tornare a casa prima che faccia notte. Hai capito?

-Fra un'ora prometto di essere bell'e ritornato- replicò ilburattino.

-BadaPinocchio! I ragazzi fanno presto a promettere: ma il piùdelle voltefanno tardi a mantenere.

-Ma io non sono come gli altri: ioquando dico una cosala mantengo.

-Vedremo. Caso poi tu disubbidissitanto peggio per te.

-Perché?

-Perché i ragazzi che non danno retta ai consigli di chi ne sapiù di lorovanno sempre incontro a qualche disgrazia.

-E io l'ho provato! - disse Pinocchio. - Ma ora non ci ricasco più!

-Vedremo se dici il vero.

Senzaaggiungere altre paroleil burattino salutò la sua buonaFatache era per lui una specie di mammae cantando e ballando uscìfuori della porta di casa.

Inpoco più d'un'oratutti i suoi amici furono invitati. Alcuniaccettarono subito e di gran cuore: altri da principio si fecero unpo' pregare; ma quando seppero che i panini da inzuppare nelcaffè-e-latte sarebbero stati imburrati anche dalla parte difuorifinirono tutti col dire: "Verremo anche noiper fartipiacere".

Orabisogna sapere che Pinocchiofra i suoi amici e compagni di scuolane aveva uno prediletto e carissimoil quale si chiamava di nomeRomeo: ma tutti lo chiamavano col soprannome di Lucignoloper viadel suo personalino asciuttosecco e allampanatotale e quale comeil lucignolo nuovo di un lumino da notte.

Lucignoloera il ragazzo più svogliato e più birichino di tuttala scuola: ma Pinocchio gli voleva un gran bene. Difatti andòsubito a cercarlo a casaper invitarlo alla colazionee non lotrovò: tornò una seconda voltae Lucignolo non c'era:tornò una terza voltae fece la strada invano.

Dovepoterlo ripescare? Cerca di quacerca di làfinalmente lovide nascosto sotto il portico di una casa di contadini.

-Che cosa fai costì? - gli domandò Pinocchioavvicinandosi.

-Aspetto la mezzanotteper partire...

-Dove vai?

-Lontanolontanolontano!

-E io che son venuto a cercarti a casa tre volte!...

-Che cosa volevi da me?

-Non sai il grande avvenimento? Non sai la fortuna che mi ètoccata?

-Quale?

-Domani finisco di essere un burattino e divento un ragazzo come teecome tutti gli altri.

-Buon pro ti faccia.

-Domanidunqueti aspetto a colazione a casa mia.

-Ma se ti dico che parto questa sera.

-A che ora?

-Fra poco.

-E dove vai?

-Vado ad abitare in un paese... che è il più bel paesedi questo mondo: una vera cuccagna!...

-E come si chiama?

-Si chiama il Paese dei Balocchi. Perché non vieni anche tu?

-Io? no davvero!

-Hai tortoPinocchio! Credilo a me chese non vienite ne pentirai.Dove vuoi trovare un paese più salubre per noialtri ragazzi?Lì non vi sono scuole: lì non vi sono maestri: lìnon vi sono libri. In quel paese benedetto non si studia mai. Ilgiovedì non si fa scuola: e ogni settimana è compostadi sei giovedì e di una domenica. Figurati che le vacanzedell'autunno cominciano col primo di gennaio e finiscono coll'ultimodi dicembre. Ecco un paesecome piace veramente a me! Ecco comedovrebbero essere tutti i paesi civili!...

-Ma come si passano le giornate nel Paese dei Balocchi?

-Si passano baloccandosi e divertendosi dalla mattina alla sera. Lasera poi si va a lettoe la mattina dopo si ricomincia daccapo. Chete ne pare?

-Uhm!... - fece Pinocchio: e tentennò leggermente il capocomedire: "è una vita che farei volentieri anch'io!".

-Dunquevuoi partire con me? Sì o no? Risolviti.

-Nonono e poi no. Oramai ho promesso alla mia buona Fata didiventare un ragazzo perbenee voglio mantenere la promessa. Anzisiccome vedo che il sole va sottocosì ti lascio subito escappo via. Dunque addio e buon viaggio.

-Dove corri con tanta furia?

-A casa. La mia buona Fata vuole che ritorni prima di notte.

-Aspetta altri due minuti.

-Faccio troppo tardi.

-Due minuti soli.

-E se poi la Fata mi grida?

-Lasciala gridare. Quando avrà gridato ben benesi cheterà- disse quella birba di Lucignolo.

-E come fai? Parti solo o in compagnia?

-Solo? Saremo più di cento ragazzi.

-E il viaggio lo fate a piedi?

-A mezzanotte passerà di qui il carro che ci deve prendere econdurre fin dentro ai confini di quel fortunatissimo paese.

-Che cosa pagherei che ora fosse mezzanotte!...

-Perché?

-Per vedervi partire tutti insieme.

-Rimani qui un altro poco e ci vedrai.

-Nono: voglio ritornare a casa.

-Aspetta altri due minuti.

-Ho indugiato anche troppo. La Fata starà in pensiero per me.

-Povera Fata! Che ha paura forse che ti mangino i pipistrelli?

-Ma dunque- soggiunse Pinocchio- tu sei veramente sicuro che inquel paese non ci sono punte scuole?...

-Neanche l'ombra.

-E nemmeno maestri?...

-Nemmen'uno.

-E non c'è mai l'obbligo di studiare?

-Maimaimai!

-Che bel paese! - disse Pinocchiosentendo venirsi l'acquolina inbocca. - Che bel paese! Io non ci sono stato maima me lo figuro!...

-Perché non vieni anche tu?

-E inutile che tu mi tenti! Oramai ho promesso alla mia buona Fata didiventare un ragazzo di giudizioe non voglio mancare alla parola.

-Dunque addioe salutami tanto le scuole ginnasiali!... E anchequelle licealise le incontri per la strada.

-AddioLucignolo: fai buon viaggiodivertiti e rammentati qualchevolta degli amici.

Ciòdettoil burattino fece due passi in atto di andarsene: ma poifermandosi e voltandosi all'amicogli domandò:

-Ma sei proprio sicuro che in quel paese tutte le settimane sienocomposte di sei giovedì e di una domenica?

-Sicurissimo.

-Ma lo sai di certo che le vacanze abbiano principio col primo digennaio e finiscano coll'ultimo di dicembre?

-Di certissimo!

-Che bel paese! - ripetè Pinocchiosputando dalla soverchiaconsolazione.

Poifatto un animo risolutosoggiunse in fretta e furia:

-Dunqueaddio davvero: e buon viaggio.

-Addio.

-Fra quanto partirete?

-Fra due ore!

-Peccato! Se alla partenza mancasse un'ora solasarei quasi quasicapace di aspettare.

-E la Fata?...

-Oramai ho fatto tardi!... E tornare a casa un'ora prima o un'oradopoè lo stesso.

-Povero Pinocchio! E se la Fata ti grida?

-Pazienza! La lascerò gridare. Quando avrà gridato benbenesi cheterà.

Intantosi era già fatta notte e notte buia: quando a un tratto videromuoversi in lontananza un lumicino... e sentirono un suono di bubbolie uno squillo di trombettacosì piccolino e soffocatochepareva il sibilo di una zanzara!

-Eccolo! - gridò Lucignolorizzandosi in piedi.

-Chi è? - domandò sottovoce Pinocchio.

-E' il carro che viene a prendermi. Dunquevuoi veniresì ono?

-Ma è proprio vero- domandò il burattino- che inquel paese i ragazzi non hanno mai l'obbligo di studiare?

-Maimaimai!

-Che bel paese!... che bel paese!... che bel paese!...




Dopocinque mesi di cuccagnaPinocchiocon sua grande maravigliasentespuntarsi un bel paio d'orecchie asinine e diventa un ciuchinoconla coda e tutto


Finalmenteil carro arrivò: e arrivò senza fare il piùpiccolo rumoreperché le sue ruote erano fasciate di stoppa edi cenci.

Lotiravano dodici pariglie di ciuchinitutti della medesima grandezzama di diverso pelame.

Alcunierano bigialtri bianchialtri brizzolati a uso pepe e saleealtri rigati a grandi strisce gialle e turchine. Ma la cosa piùsingolare era questa: che quelle dodici pariglieossia queiventiquattro ciuchiniinvece di essere ferrati come tutti le altrebestie da tiro o da somaavevano ai piedi degli stivali da uomo divacchetta bianca.

Eil conduttore del carro?...

Figurateviun omino più largo che lungotenero e untuoso come una palladi burrocon un visino di melarosauna bocchina che rideva sempre euna voce sottile e carezzevolecome quella d'un gatto che siraccomanda al buon cuore della padrona di casa.

Tuttii ragazziappena lo vedevanone restavano innamorati e facevano agara nel montare sul suo carroper essere condotti da lui in quellavera cuccagna conosciuta nella carta geografica col seducente nome diPaese dei Balocchi.

Difattiil carro era già tutto pieno di ragazzetti fra gli otto e idodici anniammonticchiati gli uni sugli altricome tante acciughenella salamoia. Stavano malestavano pigiatinon potevano quasirespirare: ma nessuno diceva ~ohi!~nessuno si lamentava. Laconsolazione di sapere che fra poche ore sarebbero giunti in unpaesedove non c'erano né libriné scuolenémaestrili rendeva così contenti e rassegnatiche nonsentivano né i disaginé gli strapazziné lafamené la setené il sonno.

Appenache il carro si fu fermatol'omino si volse a Lucignolo e con millesmorfie e mille manierinegli domandò sorridendo:

-Dimmimio bel ragazzovuoi venire anche tu in quel fortunato paese?

-Sicuro che ci voglio venire.

-Ma ti avvertocarino mioche nel carro non c'è piùposto. Come vediè tutto pieno!...

-Pazienza! - replicò Lucignolo- se non c'è postodentroio mi adatterò a star seduto sulle stanghe del carro.

Espiccato un saltomontò a cavalcioni sulle stanghe.

-E tuamor mio?... - disse l'omino volgendosi tutto complimentoso aPinocchio. - Che intendi fare? Vieni con noio rimani?...

-Io rimango- rispose Pinocchio. - Io voglio tornarmene a casa mia:voglio studiare e voglio farmi onore alla scuolacome fanno tutti iragazzi perbene.

-Buon pro ti faccia!

-Pinocchio! - disse allora Lucignolo. - Dai retta a me: vieni via connoi e staremo allegri.

-Nonono!

-Vieni via con noi e staremo allegri- gridarono altre quattro vocidi dentro al carro.

-Vieni via con noi e staremo allegri- urlarono tutte insieme uncentinaio di voci di dentro al carro.

-E se vengo con voiche cosa dirà la mia buona Fata? - disseil burattino che cominciava a intenerirsi e a ciurlar nel manico.

-Non ti fasciare il capo con tante melanconie. Pensa che andiamo in unpaese dove saremo padroni di fare il chiasso dalla mattina alla sera!

Pinocchionon rispose: ma fece un sospiro: poi fece un altro sospiro: poi unterzo sospiro; finalmente disse:

-Fatemi un po' di posto: voglio venire anch'io !...

-I posti son tutti pieni- replicò l'omino- ma per mostrartiquanto sei graditoposso cederti il mio posto a cassetta...

-E voi?...

-E io farò la strada a piedi.

-Nodavveroche non lo permetto. Preferisco piuttosto di salire ingroppa a qualcuno di questi ciuchini! - gridò Pinocchio.

Dettofattosi avvicinò al ciuchino manritto della prima pariglia efece l'atto di volerlo cavalcare: ma la bestiolavoltandosi a seccogli dette una gran musata nello stomaco e lo gettò a gambeall'aria.

Figuratevila risatona impertinente e sgangherata di tutti quei ragazzi presentialla scena.

Mal'omino non rise. Si accostò pieno di amorevolezza al ciuchinoribelleefacendo finta di dargli un baciogli staccò conun morso la metà dell'orecchio destro.

IntantoPinocchiorizzatosi da terra tutto infuriatoschizzò con unsalto sulla groppa di quel povero animale. E il salto fu cosìbelloche i ragazzismesso di riderecominciarono a urlare: "VivaPinocchio!" e a fare una smanacciata di applausiche nonfinivano più.

Quand'eccoche all'improvviso il ciuchino alzò tutt'e due le gambe didietroe dando una fortissima sgropponatascaraventò ilpovero burattino in mezzo alla strada sopra un monte di ghiaia.

Alloragrandi risate daccapo: ma l'ominoinvece di rideresi sentìpreso da tanto amore per quell'irrequieto asinellochecon unbaciogli portò via di netto la metà di quell'altroorecchio. Poi disse al burattino:

-Rimonta pure a cavallo e non aver paura. Quel ciuchino aveva qualchegrillo per il capo: ma io gli ho detto due paroline negli orecchi espero di averlo reso mansueto e ragionevole.

Pinocchiomontò: e il carro cominciò a muoversi: ma nel tempo chei ciuchini galoppavano e che il carro correva sui ciotoli della viamaestragli parve al burattino di sentire una voce sommessa e appenaintelligibileche gli disse:

-Povero gonzo! Hai voluto fare a modo tuoma te ne pentirai!

Pinocchioquasi impauritoguardò di qua e di làper conoscereda qual parte venissero queste parole; ma non vide nessuno: iciuchini galoppavanoil carro correvai ragazzi dentro al carrodormivanoLucignolo russava come un ghiro e l'omino seduto acassettacanterellava fra i denti:

Tuttila notte dormono

Eio non dormo mai...

Fattoun altro mezzo chilometroPinocchio sentì la solita vocinafioca che gli disse:

-Tienlo a mentegrullerello! I ragazzi che smettono di studiare evoltano le spalle ai librialle scuole e ai maestriper darsiinteramente ai balocchi e ai divertimentinon possono far altro cheuna fine disgraziata!... Io lo so per prova!... E te lo posso dire!Verrà un giorno che piangerai anche tucome oggi piango io...ma allora sarà tardi !...

Aqueste parole bisbigliate sommessamenteil burattinospaventato piùche maisaltò giù dalla groppa della cavalcatura eandò a prendere il suo ciuchino per il muso.

Eimmaginatevi come restòquando s'accorse che il suo ciuchinopiangeva... e piangeva proprio come un ragazzo!

-Ehisignor omino- gridò allora Pinocchio al padrone delcarro- sapete che cosa c'è di nuovo? Questo ciuchino piange.

-Lascialo piangere: riderà quando sarà sposo

-Ma che forse gli avete insegnato anche a parlare ?

-No: ha imparato da sé a borbottare qualche parolaessendostato tre anni in una compagnia di cani ammaestrati.

-Povera bestia!...

-Viavia- disse l'omino- non perdiamo il nostro tempo a vederpiangere un ciuco. Rimonta a cavalloe andiamo: la notte èfresca e la strada è lunga.

Pinocchioobbedì senza rifiatare. Il carro riprese la sua corsa: e lamattinasul far dell'albaarrivarono felicemente nel Paese deiBalocchi.

Questopaese non somigliava a nessun altro paese del mondo. La suapopolazione era tutta composta di ragazzi. I più vecchiavevano quattordici anni: i più giovani ne avevano ottoappena. Nelle stradeun'allegriaun chiassouno strillio da levardi cervello! Branchi di monelli dappertutto. Chi giocava alle nocichi alle piastrellechi alla pallachi andava in velocipedechisopra a un cavallino di legno; questi facevano a mosca-ciecaqueglialtri si rincorrevano; altrivestiti da pagliaccimangiavano lastoppa accesa: chi recitavachi cantavachi faceva i salti mortalichi si divertiva a camminare colle mani in terra e colle gambe inaria; chi mandava il cerchiochi passeggiava vestito da generalecoll'elmo di foglio e lo squadrone di cartapesta; chi ridevachiurlavachi chiamavachi batteva le manichi fischiavachirifaceva il verso alla gallina quando ha fatto l'ovo; insomma un talpandemonioun tal passeraioun tal baccano indiavolatoda doversimettere il cotone negli orecchi per non rimanere assorditi. Su tuttele piazze si vedevano teatrini di telaaffollati di ragazzi dallamattina alla serae su tutti i muri delle case si leggevano scrittecol carbone delle bellissime cose come queste: ~Viva i balocci~(invece di

~balocchi~):~non voglamo più schole~ (invece di

~nonvogliamo più scuole~): ~abbasso Larin Metica~

(invecedi ~l'aritmetica~) e altri fiori consimili.

PinocchioLucignolo e tutti gli altri ragazziche avevano fatto il viaggiocoll'ominoappena ebbero messo il piede dentro la cittàsificcarono subito in mezzo alla gran baraondae in pochi minuticomeè facile immaginarselodiventarono gli amici di tutti. Chipiù felicechi più contento di loro?

Inmezzo ai continui spassi e agli svariati divertimentile oreigiornile settimanepassavano come tanti baleni.

-Oh! che bella vita! - diceva Pinocchio tutte le volte che per casos'imbatteva in Lucignolo.

-Vedidunquese avevo ragione?... - ripigliava quest'ultimo. - Edire che tu non volevi partire! E pensare che t'eri messo in capo ditornartene a casa dalla tua Fataper perdere il tempo astudiare!.... Se oggi ti sei liberato dalla noia dei libri e dellescuolelo devi a meai miei consiglialle mie premureneconvieni? Non vi sono che i veri amici che sappiano rendere di questigrandi favori.

-E' veroLucignolo! Se oggi io sono un ragazzo veramente contentoètutto merito tuo. E il maestroinvecesai che cosa mi dicevaparlando di te? Mi diceva sempre: "Non praticare quella birba diLucignolo perché Lucignolo è un cattivo compagno e nonpuò consigliarti altro che a far del male!...".

-Povero maestro! - replicò l'altro tentennando il capo. - Lo sopurtroppo che mi aveva a noia e che si divertiva sempre acalunniarmima io sono generoso e gli perdono!

-Anima grande! - disse Pinocchioabbracciando affettuosamente l'amicoe dandogli un bacio in mezzo agli occhi.

Intantoera già da cinque mesi che durava questa bella cuccagna dibaloccarsi e di divertirsi le giornate interesenza mai vedere infaccia né un libroné una scuolaquando una mattinaPinocchiosvegliandosiebbecome si suol direuna gran bruttasorpresa che lo messe proprio di malumore.




APinocchio gli vengono gli orecchi di ciucoe poi diventa un ciuchinovero e comincia a ragliare


Equesta sorpresa quale fu?

Velo dirò iomiei cari e piccoli lettori: la sorpresa fu chePinocchiosvegliandosigli venne fatto naturalmente di grattarsi ilcapo; e nel grattarsi il capo si accorse...

Indovinateun po' di che cosa si accorse?

Siaccorse con sua grandissima maraviglia che gli orecchi gli eranocresciuti più d'un palmo.

Voisapete che il burattinofin dalla nascitaaveva gli orecchi piccinipiccini: tanto piccini chea occhio nudonon si vedevano neppure!Immaginatevi dunque come restòquando si poté scorgereche i suoi orecchidurante la notteerano così allungatiche parevano due spazzole di padule.

Andòsubito in cerca di uno specchioper potersi vedere: ma non trovandouno specchioempì d'acqua la catinella del lavamanoespecchiandovisi dentrovide quel che non avrebbe mai voluto vedere:videcioèla sua immagine abbellita di un magnifico paio diorecchi asinini.

Lasciopensare a voi il dolorela vergogna e la disperazione del poveroPinocchio!

Cominciòa piangerea strillarea battere la testa nel muro: ma quanto piùsi disperavae più i suoi orecchi crescevanocrescevano ediventavano pelosi verso la cima. Al rumore di quelle gridaacutissimeentrò nella stanza una bella Marmottinacheabitava il piano di sopra: la qualevedendo il burattino in cosìgrandi smaniegli domandò premurosamente:

-Che cos'haimio caro casigliano?

-Sono malatoMarmottina miamolto malato... e malato d'una malattiache mi fa paura! Te ne intendi tu del polso?

-Un pochino.

-Senti dunque se per caso avessi la febbre.

LaMarmottina alzò la zampa destra davanti: e dopo aver tastatoil polso di Pinocchio gli disse sospirando:

-Amico miomi dispiace doverti dare una cattiva notizia!...

-Cioè?

-Tu hai una gran brutta febbre!...

-E che febbre sarebbe?

-E' la febbre del somaro.

-Non la capisco questa febbre! - rispose il burattinoche l'aveva purtroppo capita.

-Allora te la spiegherò io- soggiunse la Marmottina. - Sappidunque che fra due o tre ore tu non sarai più burattinonéun ragazzo...

-E che cosa sarò?

-Fra due o tre oretu diventerai un ciuchino vero e propriocomequelli che tirano il carretto e che portano i cavoli e l'insalata almercato.

-Oh! Povero me! Povero me! - gridò Pinocchio pigliandosi con lemani tutt'e due gli orecchie tirandoli e strapazzandolirabbiosamentecome se fossero gli orecchi di un altro.

-Caro mio- replicò la Marmottina per consolarlo- che cosaci vuoi tu fare? Oramai è destino. Oramai è scritto neidecreti della sapienzache tutti quei ragazzi svogliati chepigliando a noia i librile scuole e i maestripassano le lorogiornate in balocchiin giochi e in divertimentidebbano finireprima o poi col trasformarsi in tanti piccoli somari.

-Ma davvero è proprio così? - domandòsinghiozzando il burattino.

-Purtroppo è cosi! E ora i pianti sono inutili. Bisognavapensarci prima!

-Ma la colpa non è mia: la colpacrediloMarmottinaètutta di Lucignolo!...

-E chi è questo Lucignolo!...

-Un mio compagno di scuola. Io volevo tornare a casa: io volevo essereubbidiente: io volevo seguitare a studiare e a farmi onore... maLucignolo mi disse: "Perché vuoi annoiarti a studiare?Perché vuoi andare alla scuola? Vieni piuttosto con menelPaese dei Balocchi: lì non studieremo più: lì cidivertiremo dalla mattina alla sera e staremo sempre allegri".

-E perché seguisti il consiglio di quel falso amico? di quelcattivo compagno?

-Perché?... PerchéMarmottina miaio sono un burattinosenza giudizio... e senza cuore. Oh! se avessi avuto un zinzino dicuorenon avrei mai abbandonato quella buona Fatache mi volevabene come una mamma e che aveva fatto tanto per me!... E a quest'oranon sarei più un burattino... ma sarei invece un ragazzino amodocome ce n'è tanti! Oh!... ma se incontro Lucignologuaia lui! Gliene voglio dire un sacco e una sporta!

Efece l'atto di volere uscire. Ma quando fu sulla portasi ricordòche aveva gli orecchi d'asinoe vergognandosi di mostrarli alpubblicoche cosa inventò?... Prese un gran berretto dicotoneeficcatoselo in testase lo ingozzò fin sotto lapunta del naso.

Poiuscì: e si dette a cercar Lucignolo dappertutto. Lo cercònelle stradenelle piazzenei teatriniin ogni luogo: ma non lotrovò. Ne chiese notizia a quanti incontrò per la viama nessuno l'aveva veduto.

Alloraandò a cercarlo a casa: e arrivato alla porta bussò.

-Chi è? - domandò Lucignolo di dentro.

-Sono io! - rispose il burattino.

-Aspetta un pocoe ti aprirò.

Dopomezz'ora la porta si aprì: e figuratevi come restòPinocchio quandoentrando nella stanzavide il suo amico Lucignolocon un gran berretto di cotone in testache gli scendeva fin sottoil naso.

Allavista di quel berrettoPinocchio sentì quasi consolarsi epensò subito dentro di sé:

"Chel'amico sia malato della mia medesima malattia? Che abbia anche luila febbre del ciuchino?..."

Efacendo finta di non essersi accorto di nullagli domandòsorridendo:

-Come staimio caro Lucignolo?

-Benissimo: come un topo in una forma di cacio parmigiano.

-Lo dici proprio sul serio?

-E perché dovrei dirti una bugia?

-Scusamiamico: e allora perché tieni in capo codesto berrettodi cotone che ti cuopre tutti gli orecchi?

-Me l'ha ordinato il medicoperché mi sono fatto male a questoginocchio. E tucaro burattinoperché porti codesto berrettodi cotone ingozzato fin sotto il naso?

-Me l'ha ordinato il medicoperche mi sono sbucciato un piede.

-Oh! povero Pinocchio!...

-Oh! povero Lucignolo!...

Aqueste parole tenne dietro un lunghissimo silenziodurante il qualei due amici non fecero altro che guardarsi fra loro in atto dicanzonatura.

Finalmenteil burattinocon una vocina melliflua e flautatadisse al suocompagno:

-Levami una curiositàmio caro Lucignolo: hai mai sofferto dimalattia agli orecchi?

-Mai!... E tu?

-Mai! Per altro da questa mattina in poi ho un orecchioche mi faspasimare.

-Ho lo stesso male anch'io.

-Anche tu?... E qual è l'orecchio che ti duole?

-Tutt'e due. E tu?

-Tutt'e due. Che sia la medesima malattia?

-Ho paura di sì?

-Vuoi farmi un piacereLucignolo?

-Volentieri! Con tutto il cuore.

-Mi fai vedere i tuoi orecchi?

-Perché no? Ma prima voglio vedere i tuoicaro Pinocchio.

-No: il primo devi essere tu.

-Nocarino! Prima tue dopo io!

-Ebbene- disse allora il burattino- facciamo un patto da buoniamici.

-Sentiamo il patto.

-Leviamoci tutt'e due il berretto nello stesso tempo: accetti?

-Accetto.

-Dunque attenti!

EPinocchio cominciò a contare a voce alta:

-Uno! Due! Tre!

Allaparola ~tre!~ i due ragazzi presero i loro berretti di capo e ligettarono in aria.

Eallora avvenne una scenache parrebbe incredibilese non fossevera. Avvennecioèche Pinocchio e Lucignoloquando sividero colpiti tutt'e due dalla medesima disgraziainvece di restarmortificati e dolenticominciarono ad ammiccarsi i loro orecchismisuratamente cresciutie dopo mille sguaiataggini finirono coldare in una bella risata.

Eriseroriserorisero da doversi reggere il corpo: se non chesulpiù bello del ridereLucignolo tutt'a un tratto si chetòe barcollando e cambiando coloredisse all'amico:

-AiutoaiutoPinocchio!

-Che cos'hai?

-Ohimè. Non mi riesce più di star ritto sulle gambe.

-Non mi riesce più neanche a me- gridò Pinocchiopiangendo e traballando.

Ementre dicevano cosìsi piegarono tutt'e due carponi a terraecamminando con le mani e coi piedicominciarono a girare e acorrere per la stanza. E intanto che correvanoi loro braccidiventarono zampei loro visi si allungarono e diventarono musi e leloro schiene si coprirono di un pelame grigiolino chiarobrizzolatodi nero.

Mail momento più brutto per què due sciagurati sapetequando fu? Il momento più brutto e più umiliante fuquello quando sentirono spuntarsi di dietro la coda. Vinti alloradalla vergogna e dal doloresi provarono a piangere e a lamentarsidel loro destino.

Nonl'avessero mai fatto! Invece di gemiti e di lamentimandavano fuoridei ragli asinini: e ragliando sonoramentefacevano tutt'e due coro:~j-aj-aj-a~.

Inquel frattempo fu bussato alla portae una voce di fuori disse:

-Aprite! Sono l'Ominosono il conduttore del carro che vi portòin questo paese. Aprite subitoo guai a voi!




Diventatoun ciuchino veroè portato a venderee lo compra ildirettore di una compagnia di pagliacci per insegnargli a ballare e asaltare i cerchi; ma una sera azzoppisce e allora lo ricompra unaltroper far con la sua pelle un tamburo


Vedendoche la porta non si aprival'Omino la spalancò con unviolentissimo calcio: ed entrato che fu nella stanzadisse col suosolito risolino a Pinocchio e a Lucignolo:

-Bravi ragazzi! Avete ragliato benee io vi ho subito riconosciutialla voce. E per questo eccomi qui.

Atali parolei due ciuchini rimasero mogi mogicolla testa giùcon gli orecchi bassi e con la coda fra le gambe.

Daprincipio l'Omino li lisciòli accarezzòlipalpeggiò: poitirata fuori la strigliacominciò astrigliarli perbene.

Equando a furia di strigliarlili ebbe fatti lustri come due specchiallora messe loro la cavezza e li condusse sulla piazza del mercatocon la speranza di venderli e di beccarsi un discreto guadagno.

Ei compratoridifattinon si fecero aspettare.

Lucignolofu comprato da un contadinoa cui era morto il somaro il giornoavantie Pinocchio fu venduto al direttore di una compagnia dipagliacci e di saltatori di cordail quale lo comprò perammaestrarlo e per farlo poi saltare e ballare insieme con le altrebestie della compagnia.

Eora avete capitomiei piccoli lettoriqual era il bel mestiere chefaceva l'Omino? Questo brutto mostriciattoloche aveva unafisionomia tutta latte e mieleandava di tanto in tanto con un carroa girare per il mondo: strada facendo raccoglieva con promesse e conmoine tutti i ragazzi svogliatiche avevano a noia i libri e lescuole: e dopo averli caricati sul suo carroli conduceva nel Paesedei Balocchiperché passassero tutto il loro tempo in giochiin chiassate e in divertimenti. Quando poi quei poveri ragazziillusia furia di baloccarsi sempre e di non studiare maidiventavano tanti ciuchiniallora tutto allegro e contentos'impadroniva di loro e li portava a vendere sulle fiere e suimercati. E così in pochi anni aveva fatto fior di quattrini edera diventato milionario.

Quelche accadesse di Lucignolonon lo so: soper altroche Pinocchioandò incontro fin dai primi giorni a una vita durissima estrapazzata.

Quandofu condotto nella stallail nuovo padrone gli empì la greppiadi paglia: ma Pinocchiodopo averne assaggiata una boccatalarisputò.

Allorail padronebrontolandogli empì la greppia di fieno: maneppure il fieno gli piacque.

-Ah! non ti piace neppure il fieno? - gridò il padroneimbizzito. - Lascia fareciuchino belloche se hai dei capricci peril capopenserò io a levarteli!...

Ea titolo di correzionegli affibbiò subito una frustata nellegambe.

Pinocchiodal gran dolorecominciò a piangere e a ragliareeragliandodisse:

-~J-aj-a~la paglia non la posso digerire!...

-Allora mangia il fieno! - replicò il padrone che intendevabenissimo il dialetto asinino.

-~J-aj-a~il fieno mi fa dolere il corpo!...

-Pretenderestidunqueche un somaropar tuolo dovessi mantenere apetti di pollo e cappone in galantina? - soggiunse il padronearrabbiandosi sempre più e affibbiandogli una secondafrustata.

Aquella seconda frustata Pinocchioper prudenzasi chetòsubito e non disse altro.

Intantola stalla fu chiusa e Pinocchio rimase solo: e perché eranomolte ore che non aveva mangiato cominciò a sbadigliare dalgrande appetito. Esbadigliandospalancava una bocca che pareva unforno.

Allafinenon trovando altro nella greppiasi rassegnò amasticare un po' di fieno: e dopo averlo masticato ben benechiusegli occhi e lo tirò giù.

-Questo fieno non è cattivo- poi disse dentro di sé-ma quanto sarebbe stato meglio che avessi continuato a studiare!... Aquest'orainvece di fienopotrei mangiare un cantuccio di panfresco e una bella fetta di salame!... Pazienza!

Lamattina doposvegliandosicercò subito nella greppia unaltro po' di fieno; ma non lo trovò perché l'avevamangiato tutto nella notte.

Alloraprese una boccata di paglia tritata: ma in quel mentre che lamasticava si dovè accorgere che il sapore della paglia tritatanon somigliava punto né al risotto alla milanese né aimaccheroni alla napoletana.

-Pazienza! - ripetècontinuando a masticare. - Che almeno lamia disgrazia possa servire di lezione a tutti i ragazzidisobbedienti e che non hanno voglia di studiare. Pazienza!...pazienza!

-Pazienza un corno! - urlò il padroneentrando in quel momentonella stalla. - Credi forsemio bel ciuchinoch'io ti abbiacomprato unicamente per darti da bere e da mangiare? Io ti hocomprato perché tu lavori e perché tu mi facciaguadagnare molti quattrini. Sudunqueda bravo! Vieni con me nelCircoe là ti insegnerà a saltare i cerchia romperecol capo le botti di foglio e a ballaré il valzer e la polcastando ritto sulle gambe di dietro.

Ilpovero Pinocchioper amore o per forzadovè imparare tuttequeste bellissime cose; maper impararlegli ci vollero tre mesi dilezionie molte frustate da levare il pelo.

Vennefinalmente il giornoin cui il suo padrone poté annunziareuno spettacolo veramente straordinario. I cartelloni di vario coloreattaccati alle cantonate delle stradedicevano cosi:

Quellaseracome potete figurarveloun'ora prima che cominciasse lospettacoloil teatro era pieno stipato.

Nonsi trovava più né un posto distintoné unpalconemmeno a pagarlo a peso d'oro.

Legradinate del Circo formicolavano di bambinidi bambine e di ragazzidi tutte le etàche avevano la febbre addosso per la smaniadi veder ballare il famoso ciuchino Pinocchio.

Finitala prima parte dello spettacoloil direttore della compagniavestito in giubba neracalzoni bianchi a coscia e stivaloni di pellefin sopra ai ginocchisi presentò all'affollatissimopubblicoefatto un grande inchinorecitò con moltasolennità il seguente spropositato discorso:

"Rispettabilepubblicocavalieri e dame! L'umile sottoscritto essendo di passaggioper questa illustre metropolitanaho voluto procrearmi l'onorenonché il piacere di presentare a questo intelligente ecospicuo uditorio un celebre ciuchinoche ebbe già l'onore diballare al cospetto di Sua Maestà l'Imperatore di tutte leCorti principali d'Europa.

"Ecol ringraziandoliaiutateci della vostra animatrice presenza ecompatiteci!"

Questodiscorso fu accolto da molte risate e da molti applausi: ma gliapplausi raddoppiarono e diventarono una specie di uragano allacomparsa del ciuchino Pinocchio in mezzo al Circo. Egli era tuttoagghindato a festa. Aveva una briglia nuova di pelle lustraconfibbie e borchie d'ottone; due camelie bianche agli orecchi; lacriniera divisa in tanti riccioli legati con fiocchettini d'argentoattraverso alla vitae la coda tutta intrecciata con nastri divelluto amaranto e celeste. Erainsommaun ciuchino da innamorare!

Ildirettorenel presentarlo al pubblicoaggiunse queste parole:

"Mieirispettabili auditori! Non starò qui a farvi menzogne dellegrandi difficoltà da me soppressate per comprendere esoggiogare questo mammiferomentre pascolava liberamente di montagnain montagna nelle pianure della zona torrida. Osservatevi pregoquanta selvaggina trasudi dà suoi occhiconciossiachéessendo riusciti vanitosi tutti i mezzi per addomesticarlo al viveredei quadrupedi civiliho dovuto più volte ricorrereall'affabile dialetto della frusta. Ma ogni mia gentilezza invece difarmi da lui benvolereme ne ha maggiormente cattivato l'animo. Ioperòseguendo il sistema di Gallestrovai nel suo cranio unapiccola cartagine ossea che la stessa Facoltà Medicea diParigi riconobbe essere quello il bulbo rigeneratore dei capelli edella danza pirrica. E per questo io lo volli ammaestrare nel ballononché nei relativi salti dei cerchi e delle botti foderate difoglio. Ammirateloe poi giudicatelo! Prima però di prenderecognato da voipermetteteo signoriche io v'inviti al diurnospettacolo di domani sera: ma nell'apoteosi che il tempo piovosominacciasse acquaallora lo spettacolo invece di domani serasaràposticipato a domattinaalle ore undici antimeridiane delpomeriggio".

Equi il direttore fece un'altra profondissima riverenza: quindirivolgendosi a Pinocchiogli disse:

-AnimoPinocchio!... Avanti di dar principio ai vostri esercizisalutate questo rispettabile pubblicocavalieridame e ragazzi!

Pinocchioubbidientepiegò subito i due ginocchi davantifino a terrae rimase inginocchiato fino a tanto che il direttoreschioccando lafrustanon gli gridò:

-Al passo!

Allorail ciuchino si rizzò sulle quattro gambee cominciò agirare intorno al Circocamminando sempre di passo.

Dopoun poco il direttore grido:

-Al trotto! - e Pinocchioubbidiente al comandocambiò ilpasso in trotto.

-Al galoppo!... - e Pinocchio staccò il galoppo.

-Alla carriera! - e Pinocchio si dette a correre di gran carriera.

Main quella che correva come un barberoil direttorealzando ilbraccio in ariascaricò un colpo di pistola.

Aquel colpo il ciuchinofingendosi feritocadde disteso nel Circocome se fosse moribondo davvero.

Rizzatosida terrain mezzo a uno scoppio di applausid'urli e di battimaniche andavano alle stellegli venne naturalmente di alzare la testa edi guardare in su... e guardandovide in un palco una bella signorache aveva al collo una grossa collana d'orodalla quale pendeva unmedaglione.

Nelmedaglione c'era dipinto il ritratto d'un burattino.

-Quel ritratto è il mio!... quella signora è la Fata! -disse dentro di sé Pinocchioriconoscendola subito: elasciandosi vincere dalla gran contentezzasi provò agridare:

-Oh Fatina mia! oh Fatina mia!

Mainvece di queste parolegli uscì dalla gola un raglio cosisonoro e prolungatoche fece ridere tutti gli spettatoriesegnatamente tutti i ragazzi che erano in teatro.

Allorail direttoreper insegnargli e per fargli intendere che non èbuona creanza mettersi a ragliare in faccia al pubblicogli diècol manico della frusta una bacchettata sul naso.

Ilpovero ciuchinotirato fuori un palmo di linguadurò aleccarsi il naso almeno cinque minuticredendo forse così dirasciugarsi il dolore che aveva sentito.

Maquale fu la sua disperazione quandovoltandosi in su una secondavoltavide che il palco era vuoto e che la Fata era sparita!...

Sisentì come morire: gli occhi gli si empirono di lacrime ecominciò a piangere dirottamente. Nessuno però se neaccorse emeno degli altriil direttoreil qualeanzischioccando la frustagridò:

-Da bravoPinocchio! Ora farete vedere a questi signori con quantagrazia sapete saltare i cerchi.

Pinocchiosi provò due o tre volte: ma ogni volta che arrivava davantial cerchioinvece di attraversarloci passava piùcomodamente di sotto. Alla fine spiccò un salto el'attraversò: ma le gambe di dietro gli rimaserodisgraziatamente impigliate nel cerchio: motivo per cui ricadde interra dall'altra parte tutto in un fascio.

Quandosi rizzòera azzoppitoe a malapena poté ritornarealla scuderia.

-Fuori Pinocchio! Vogliamo il ciuchino! Fuori il ciuchino! - gridavanoi ragazzi dalla plateaimpietositi e commossi al tristissimo caso.

Mail ciuchino per quella sera non si fece rivedere.

Lamattina dopo il veterinarioossia il medico delle bestiequandol'ebbe visitatodichiarò che sarebbe rimasto zoppo per tuttala vita.

Allorail direttore disse al suo garzone di stalla:

-Che vuoi tu che mi faccia d'un somaro zoppo? Sarebbe un mangiapane aufo. Portalo dunque in piazza e rivendilo.

Arrivatiin piazzatrovarono subito il compratoreil quale domandò algarzone di stalla:

-Quanto vuoi di cotesto ciuchino zoppo?

-Venti lire.

-Io ti do venti soldi. Non credere che io lo compri per servirmene: locompro unicamente per la sua pelle. Vedo che ha la pelle molto durae con la sua pelle voglio fare un tamburo per la banda musicale delmio paese.

Lasciopensare a voiragazziil bel piacere che fu per il poveroPinocchioquando sentì che era destinato a diventare untamburo!

Fattosta che il compratoreappena pagati i venti soldicondusse ilciuchino sopra uno scoglio ch'era sulla riva del mare; e messogli unsasso al collo e legatolo per una zampa con una fune che teneva inmanogli diè improvvisamente uno spintone e lo gettònell'acqua.

Pinocchiocon quel macigno al colloandò subito a fondo; e ilcompratoretenendo sempre stretta in mano la funesi pose a sederesullo scoglioaspettando che il ciuchino avesse tutto il tempo dimorire affogatoper poi levargli la pelle.




Pinocchiogettato in mareè mangiato dai pesci e ritorna ad essere unburattino come prima; ma mentre nuota per salvarsiè ingoiatodal terribile Pesce-cane


Dopocinquanta minuti che il ciuchino era sott'acquail compratore dissediscorrendo da sé solo:

-A quest'ora il mio povero ciuchino zoppo deve essere bell'affogato.Ritiriamolo dunque sue facciamo con la sua pelle questo beltamburo.

Ecominciò a tirare la funecon la quale lo aveva legato peruna gamba: e tiratiratiraalla fine vide apparire a fiord'acqua... indovinate? Invece di un ciuchino mortovide apparire afior d'acqua un burattino vivo che scodinzolava come un'anguilla.

Vedendoquel burattino di legnoil pover'uomo credé di sognare erimase lì intontitoa bocca aperta e con gli occhi fuoridella testa.

Riavutosiun poco dal suo primo stuporedisse piangendo e balbettando:

-E il ciuchino che ho gettato in mare dov'è?

-Quel ciuchino son io! - rispose il burattinoridendo.

-Tu?

-Io.

-Ah! mariuolo! Pretenderesti forse burlarti di me?

-Burlarmi di voi? Tutt'altrocaro padrone: io vi parlo sul serio.

-Ma come mai tuche poco fa eri un ciuchinoorastando nell'acquasei diventato un burattino di legno?...

-Sarà effetto dell'acqua del mare. Il mare ne fa di questischerzi.

-Badaburattinobada!... Non credere di divertirti alle mie spalle.Guai a tese mi scappa la pazienza.

-Ebbenepadrone: volete sapere tutta la vera storia? Scioglietemiquesta gamba e io ve la racconterò.

Quelbuon pasticcione del compratorecurioso di conoscere la vera storiagli sciolse subito il nodo della funeche lo teneva legato: e alloraPinocchiotrovandosi libero come un uccello nell'aria prese a dirglicosì:

-Sappiate dunque che io ero un burattino di legno come sono oggi: mami trovavo a tocco e non tocco di diventare un ragazzocome inquesto mondo ce n'è tanti: se non che per la mia poca vogliadi studiare e per dar retta ai cattivi compagniscappai di casa... eun bel giornosvegliandomimi trovai cambiato in un somaro contanto di orecchi... e con tanto di coda!... Che vergogna fu quellaper me!... Una vergognacaro padroneche Sant'Antonio benedetto nonla faccia provare neppure a voi! Portato a vendere sul mercato degliasinifui comprato dal Direttore di una compagnia equestreil qualesi messe in capo di far di me un gran ballerino e un gran saltatoredi cerchi; ma una sera durante lo spettacolofeci in teatro unabrutta cascatae rimasi zoppo da tutt'e due le gambe. Allora ildirettore non sapendo che cosa farsi d'un asino zoppomi mandòa rivenderee voi mi avete comprato!

-Pur troppo! E ti ho pagato venti soldi. E ora chi mi rende i mieipoveri venti soldi?

-E perché mi avete comprato? Voi mi avete comprato per fare conla mia pelle un tamburo!... un tamburo!...

-Pur troppo!... E ora dove troverò un'altra pelle?

-Non vi date alla disperazionepadrone. Dei ciuchini ce n'ètantiin questo mondo!

-Dimmimonello impertinente: e la tua storia finisce qui?

-No- rispose il burattino- ci sono altre due parolee poi èfinita. Dopo avermi compratomi avete condotto in questo luogo peruccidermi; ma poicedendo a un sentimento pietoso d'umanitàavete preferito di legarmi un sasso al collo e di gettarmi in fondoal mare. Questo sentimento di delicatezza vi onora moltissimoe iove ne serberò eterna riconoscenza. Per altrocaro padronequesta volta avete fatto i vostri conti senza la Fata...

-E chi è questa Fata?

-E la mia mammala quale somiglia a tutte quelle buone mammechevogliono un gran bene ai loro ragazzi e non li perdono mai d'occhioe li assistono amorosamente in ogni disgraziaanche quando questiragazziper le loro scapataggini e per i loro cattivi portamentimeriterebbero di essere abbandonati e lasciati in balia a se stessi.Dicevodunqueche la buona Fataappena mi vide in pericolo diaffogaremandò subito intorno a me un branco infinito dipescii quali credendomi davvero un ciuchino bell'e mortocominciarono a mangiarmi! E che bocconi che facevano! Non avrei maicreduto che i pesci fossero più ghiotti anche dei ragazzi! Chimi mangiò gli orecchichi mi mangiò il musochi ilcollo e la crinierachi la pelle delle zampechi la pelliccia dellaschiena... e fra gli altrivi fu un pesciolino cosi garbatoche sidegnò perfino di mangiarmi la coda.

-Da oggi in poi- disse il compratore inorridito- faccio giuro dinon assaggiar più carne di pesce. Mi dispiacerebbe troppo diaprire una triglia o un nasello fritto e di trovargli in corpo unacoda di ciuco!

-Io la penso come voi- replicò il burattinoridendo. - Delrestodovete sapere che quando i pesci ebbero finito di mangiarmitutta quella buccia asininache mi copriva dalla testa ai piediarrivarono- com'è naturaleall'osso... o per dir meglioarrivarono al legnoperchécome vedeteio son fatto dilegno durissimo. Ma dopo dati i primi morsiquei pesci ghiottoni siaccorsero subito che il legno non era ciccia per i loro dentienauseati da questo cibo indigesto se ne andarono chi in qua chi inlàsenza voltarsi nemmeno a dirmi grazie... Ed eccoviraccontato come qualmente voitirando su la funeavete trovato unburattino vivoinvece d'un ciuchino morto.

-Io mi rido della tua storia- gridò il compratoreimbestialito. - Io so che ho speso venti soldi per comprartierivoglio i miei quattrini. Sai che cosa farò? Ti porteròdaccapo al mercatoe ti rivenderò a peso di legno stagionatoper accendere il fuoco nel caminetto.

-Rivendetemi pure: io sono contento- disse Pinocchio.

Manel dir cosifece un bel salto e schizzò in mezzo all'acqua.E nuotando allegramente e allontanandosi dalla spiaggiagridava alpovero compratore:

-Addiopadrone; se avete bisogno di una pelle per fare un tamburoricordatevi di me.

Epoi rideva e seguitava a nuotare: e dopo un pocorivoltandosiindietrourlava più forte:

-Addiopadrone: se avete bisogno di un po' di legno stagionatoperaccendere il caminettoricordatevi di me.

Fattosta che in un batter d'occhio si era tanto allontanatoche non sivedeva quasi più: ossiasi vedeva solamente sulla superficiedel mare un puntolino neroche di tanto in tanto rizzava le gambefuori dell'acqua e faceva capriole e salticome un delfino in venadi buonumore.

Intantoche Pinocchio nuotava alla venturavide in mezzo al mare uno scoglioche pareva di marmo bianco: e su in cima allo scogliouna bellaCaprettina che belava amorosamente e gli faceva segno di avvicinarsi.

Lacosa più singolare era questa: che la lana della Caprettinainvece di esser biancao nerao pallata di due coloricome quelladelle altre capreera invece turchinama d'un color turchinosfolgoranteche rammentava moltissimo i capelli della bella Bambina.

Lasciopensare a voi se il cuore del povero Pinocchio cominciò abattere più forte! Raddoppiando di forza e di energia si dièa nuotare verso lo scoglio bianco: ed era già a mezza stradaquando ecco uscir fuori dall'acqua e venirgli incontro una orribiletesta di mostro marinocon la bocca spalancatacome una voragineetre filari di zanne che avrebbero fatto paura anche a vederledipinte.

Esapete chi era quel mostro marino?

Quelmostro marino era né più né meno quel gigantescoPesce-canericordato più volte in questa storiae che per lesue stragi e per la sua insaziabile voracitàvenivasoprannominato "l'Attila dei pesci e dei pescatori".

Immaginatevilo spavento del povero Pinocchio alla vista del mostro. Cerco discansarlodi cambiare strada: cercò di fuggire: ma quellaimmensa bocca spalancata gli veniva sempre incontro con la velocitàdi una saetta.

-AffrettatiPinocchioper carità! - gridava belando la bellaCaprettina.

EPinocchio nuotava disperatamente con le bracciacol pettocon legambe e coi piedi.

-CorriPinocchioperché il mostro si avvicina!

EPinocchioraccogliendo tutte le sue forzeraddoppiava di lena nellacorsa.

-BadaPinocchio!... il mostro ti raggiunge!... Eccolo!... Eccolo!...Affrettati per caritào sei perduto!...

EPinocchio a nuotar più lesto che maie viae viae viacome andrebbe una palla di fucile. E già era presso loscoglioe già la Caprettinaspenzolandosi tutta sul maregli porgeva le sue zampine davanti per aiutarlo a uscire dall'acqua!

Maoramai era tardi! Il mostro lo aveva raggiunto: il mostrotirando ilfiato a sési bevve il povero burattinocome avrebbe bevutoun uovo di gallina: e lo inghiottì con tanta violenza e contanta aviditàche Pinocchiocascando giù in corpo alPesce-canebattè un colpo cosi screanzatoda restarnesbalordito per un quarto d'ora.

Quandoritornò in sé da quello sbigottimentonon sapevaraccapezzarsinemmeno luiin che mondo si fosse. Intorno a séc'era da ogni parte un gran buio: ma un buio così nero eprofondoche gli pareva di essere entrato col capo in un calamaiopieno d'inchiostro. Stette in ascolto e non senti nessun rumore:solamente di tanto in tanto sentiva battersi nel viso alcune grandibuffate di vento. Da principio non sapeva intendere da dove quelvento uscisse: ma poi capì che usciva dai polmoni del mostro.Perché bisogna sapere che il Pesce-cane soffriva moltissimod'asmae quando respiravapareva proprio che tirasse la tramontana.

Pinocchiosulle primes'ingegnò di farsi un poco di coraggio: maquand'ebbe la prova e la riprova di trovarsi chiuso in corpo almostro marino allora cominciò a piangere e a strillare: epiangendo diceva:

-Aiuto! aiuto! Oh povero me! Non c'è nessuno che venga asalvarmi?

-Chi vuoi che ti salvidisgraziato?... - disse in quel buio unavociaccia fessa di chitarra scordata.

-Chi è che parla cosi? - domandò Pinocchiosentendosigelare dallo spavento.

-Sono io! sono un povero Tonnoinghiottito dal Pesce-cane insieme conte. E tu che pesce sei?

-Io non ho che vedere nulla coi pesci. Io sono un burattino.

-E allorase non sei un pesceperché ti sei fatto inghiottiredal mostro?

-Non son ioche mi son fatto inghiottire: gli è lui che mi hainghiottito! Ed ora che cosa dobbiamo fare qui al buio?...

-Rassegnarsi e aspettare che il Pesce-cane ci abbia digeriti tutt'edue!...

-Ma io non voglio esser digerito! - urlò Pinocchioricominciando a piangere.

-Neppure io vorrei esser digerito- soggiunse il Tonno- ma io sonoabbastanza filosofo e mi consolo pensando chequando si nasce Tonnic'è più dignità a morir sott'acqua chesott'olio!...

-Scioccherie! - gridò Pinocchio.

-La mia è un'opinione- replicò il Tonno- e leopinionicome dicono i Tonni politicivanno rispettate!

-Insomma... io voglio andarmene di qui... io voglio fuggire...

-Fuggise ti riesce!...

-è molto grosso questo Pesce-cane che ci ha inghiottiti? -domandò il burattino.

-Figurati che il suo corpo è più lungo di un chilometrosenza contare la coda.

Neltempo che facevano questa conversazione al buioparve a Pinocchio diveder lontan lontano una specie di chiarore.

-Che cosa sarà mai quel lumicino lontano lontano? - dissePinocchio.

-Sarà qualche nostro compagno di sventurache aspetteràcome noi il momento di esser digerito!....

-Voglio andare a trovarlo. Non potrebbe darsi il caso che fossequalche vecchio pesce capace di insegnarmi la strada per fuggire?

-Io te l'auguro di cuorecaro burattino.

-AddioTonno.

-Addioburattino; e buona fortuna.

-Dove ci rivedremo?...

-Chi lo sa?... è meglio non pensarci neppure!




Pinocchioritrova in corpo al Pesce-cane... Chi ritrova? Leggete questocapitolo e lo saprete


Pinocchioappena che ebbe detto addio al suo buon amico Tonnosi mossebrancolando in mezzo a quel buioe cominciò a camminare atastoni dentro il corpo del Pesce-caneavviandosi un passo dietrol'altro verso quel piccolo chiarore che vedeva baluginare lontanolontano.

Enel camminare sentì che i suoi piedi sguazzavano in unapozzanghera d'acqua grassa e sdrucciolonae quell'acqua sapeva di unodore così acuto di pesce fritto che gli pareva di essere amezza quaresima.

Epiù andava avantie più il chiarore si facevarilucente e distinto: finchécammina camminaalla finearrivò: e quando fu arrivato... che cosa trovò? Ve lodo a indovinare in mille: trovò una piccola tavolaapparecchiatacon sopra una candela accesa infilata in una bottigliadi cristallo verdee seduto a tavola un vecchiettino tutto biancocome se fosse di neve o di panna montatail quale se ne stava lìbiascicando alcuni pesciolini vivima tanto viviche alle voltementre li mangiavagli scappavano perfino di bocca.

Aquella vista il povero Pinocchio ebbe un'allegrezza cosìgrande e così inaspettatache ci mancò un ette noncadesse in delirio. Voleva riderevoleva piangerevoleva dire unmonte di cose; e invece mugolava confusamente e balbettava delleparole tronche e sconclusionate. Finalmente gli riuscì dicacciar fuori un grido di gioia e spalancando le braccia e gettandosial collo del vecchiettocominciò a urlare:

-Oh! babbino mio! finalmente vi ho ritrovato! Ora poi non vi lasciopiùmai piùmai più!

-Dunque gli occhi mi dicono il vero? - replicò il vecchiettostropicciandosi gli occhi- Dunque tu sé proprio il mìcaro Pinocchio?

-Sìsìsono ioproprio io! E voi mi avete digiàperdonatonon è vero? Oh! babbino miocome siete buono!... epensare che ioinvece... Oh! ma se sapeste quante disgrazie mi sonpiovute sul capo e quante cose mi son andate per traverso! Figurateviche il giorno che voipovero babbinocol vendere la vostra casaccami compraste l'Abbecedario per andare a scuolaio scappai a vedere iburattinie il burattinaio mi voleva mettere sul fuoco perchégli cocessi il montone arrostoche fu quello poi che mi dette cinquemonete d'oroperché le portassi a voima io trovai la Volpee il Gattoche mi condussero all'osteria del Gambero Rosso dovemangiarono come lupie partito solo di notte incontrai gli assassiniche si messero a corrermi dietroe io viae loro dietroe io via eloro sempre dietroe io viafinché m'impiccarono a un ramodella Quercia grandedovecché la bella Bambina dai capelliturchini mi mandò a prendere con una carrozzinae i mediciquando m'ebbero visitatodissero subito: "Se non èmortoè segno che è sempre vivo"e allora miscappò detto una bugiae il naso cominciò a crescermie non mi passava più dalla porta di cameramotivo per cuiandai con la Volpe e col Gatto a sotterrare le quattro monete d'oroche una l'avevo spesa all'osteriae il pappagallo si messe a rideree viceversa di duemila monete non trovai più nullala qualeil giudice quando seppe che ero stato derubatomi fece subitomettere in prigioneper dare una soddisfazione ai ladridi dovecol venir viavidi un bel grappolo d'uva in un campoche rimasipreso alla tagliola e il contadino di santa ragione mi messe ilcollare da cane perché facessi la guardia al pollaiochericonobbe la mia innocenza e mi lasciò andaree il Serpentecolla coda che gli fumavacominciò a ridere e gli si strappòuna vena sul petto e cosi ritornai alla Casa della bella Bambinacheera mortae il Colombo vedendo che piangevo mi disse: "Ho vistoil tù babbo che si fabbricava una barchettina per venirti acercare"e io gli dissi: "Oh! se avessi l'ali anch'io"e lui mi disse: "Vuoi venire dal tuo babbo?"e io glidissi: "Magari! ma chi mi ci porta"e lui mi disse: "Tici porto io"e io gli dissi: "Come?"e lui mi disse:"Montami sulla groppa"e così abbiamo volato tuttala nottee poi la mattina tutti i pescatori che guardavano verso ilmare mi dissero: "C'è un pover'uomo in una barchetta chesta per affogare"e io da lontano vi riconobbi subitoperchéme lo diceva il coree vi feci cenno di tornare alla spiaggia...

-Ti riconobbi anch'io- disse Geppetto- e sarei volentieri tornatoalla spiaggia: ma come fare? Il mare era grosso e un cavallonem'arrovesciò la barchetta. Allora un orribile Pesce-cane cheera lì vicinoappena m'ebbe visto nell'acqua corse subitoverso di mee tirata fuori la linguami prese pari pariem'inghiottì come un tortellino di Bologna.

-E quant'è che siete chiuso qui dentro? - domandòPinocchio.

-Da quel giorno in poisaranno oramai due anni: due anniPinocchiomioche mi son parsi due secoli!

-E come avete fatto a campare? E dove avete trovata la candela? E ifiammiferi per accenderlachi ve li ha dati?

-Ora ti racconterò tutto. Devi dunque sapere che quellamedesima burrascache rovesciò la mia barchettafece ancheaffondare un bastimento mercantile. I marinai si salvarono tuttimail bastimento colò a fondo e il solito Pesce-caneche quelgiorno aveva un appetito eccellentedopo aver inghiottito meinghiottì anche il bastimento...

-Come? Lo inghiottì tutto in un boccone?... - domandòPinocchio maravigliato.

-Tutto in un boccone: e risputò solamente l'albero maestroperché gli era rimasto fra i denti come una lisca. Per miagran fortunaquel bastimento era carico di carne conservata incassette di stagnodi biscottoossia di pane abbrostolitodibottiglie di vinod'uva seccadi caciodi caffèdizuccherodi candele steariche e di scatole di fiammiferi di cera.Con tutta questa grazia di Dio ho potuto campare due anni: ma oggisono agli ultimi sgoccioli: oggi nella dispensa non c'è piùnullae questa candelache vedi accesaè l'ultima candelache mi sia rimasta...

-E dopo?...

-E dopocaro miorimarremo tutt'e due al buio.

-Allorababbino mio- disse Pinocchio- non c'è tempo daperdere. Bisogna pensar subito a fuggire...

-A fuggire?... e come?

-Scappando dalla bocca del Pesce-cane e gettandosi a nuoto in mare.

-Tu parli bene: ma iocaro Pinocchionon so nuotare.

-E che importa?... Voi mi monterete a cavalluccio sulle spalle e ioche sono un buon nuotatorevi porterò sano e salvo fino allaspiaggia.

-Illusioniragazzo mio! - replicò Geppettoscotendo il capo esorridendo malinconicamente. - Ti par egli possibile che unburattinoalto appena un metrocome sei tupossa aver tanta forzada portarmi a nuoto sulle spalle?

-Provatevi e vedrete! A ogni modose sarà scritto in cielo chedobbiamo morireavremo almeno la gran consolazione di morireabbracciati insieme.

Esenza dir altroPinocchio prese in mano la candelae andando avantiper far lumedisse al suo babbo:

-Venite dietro a mee non abbiate paura. E così camminarono unbel pezzoe traversarono tutto il corpo e tutto lo stomaco delPesce-cane. Ma giunti che furono al punto dove cominciava la grangola del mostropensarono bene di fermarsi per dare un'occhiata ecogliere il momento opportuno alla fuga.

Orabisogna sapere che il Pesce-caneessendo molto vecchio e soffrendod'asma e di palpitazione di cuoreera costretto a dormir a boccaaperta: per cui Pinocchioaffacciandosi al principio della gola eguardando in supoté vedere al di fuori di quell'enorme boccaspalancata un bel pezzo di cielo stellato e un bellissimo lume diluna.

-Questo è il vero momento di scappare- bisbigliòallora voltandosi al suo babbo. - Il Pescecane dorme come un ghiro:il mare è tranquillo e ci si vede come di giorno. Venitedunquebabbinodietro a me e fra poco saremo salvi.

Dettofattosalirono su per la gola del mostro marinoe arrivati inquell'immensa bocca cominciarono a camminare in punta di piedi sullalingua; una lingua così larga e così lungache parevail viottolone d'un giardino. E già stavano lì lìper fare il gran salto e per gettarsi a nuoto nel marequandosulpiù belloil Pesce-cane starnutìe nello starnutiredette uno scossone così violentoche Pinocchio e Geppetto sitrovarono rimbalzati all'indietro e scaraventati novamente in fondoallo stomaco del mostro.

Nelgrand'urto della caduta la candela si spensee padre e figliuolorimasero al buio.

-E ora?... - domandò Pinocchio facendosi serio.

-Ora ragazzo miosiamo bell'e perduti.

-Perché perduti? Datemi la manobabbinoe badate di nonsdrucciolare!...

-Dove mi conduci?

-Dobbiamo ritentare la fuga. Venite con me e non abbiate paura.

CiòdettoPinocchio prese il suo babbo per la mano: e camminando semprein punta di piedirisalirono insieme su per la gola del mostro: poitraversarono tutta la lingua e scavalcarono i tre filari di denti.Prima però di fare il gran saltoil burattino disse al suobabbo:

-Montatemi a cavalluccio sulle spalle e abbracciatemi forte forte. Alresto ci penso io.

AppenaGeppetto si fu accomodato per bene sulle spalle del figliuoloPinocchiosicurissimo del fatto suosi gettò nell'acqua ecominciò a nuotare. Il mare era tranquillo come un olio: laluna splendeva in tutto il suo chiarore e il Pesce-cane seguitava adormire di un sonno così profondoche non l'avrebbe svegliatonemmeno una cannonata.




FinalmentePinocchio cessa d'essere un burattino e diventa un ragazzo


MentrePinocchio nuotava alla svelta per raggiungere la spiaggiasi accorseche il suo babboil quale gli stava a cavalluccio sulle spalle eaveva le gambe mezze nell'acquatremava fitto fittocome se alpover'uomo gli battesse la febbre terzana.

Tremavadi freddo o di paura? Chi lo sa? Forse un po' dell'uno e un po'dell'altro. Ma Pinocchiocredendo che quel tremito fosse di pauragli disse per confortarlo:

-Coraggio babbo! Fra pochi minuti arriveremo a terra e saremo salvi.

-Ma dov'è questa spiaggia benedetta? - domandò ilvecchietto diventando sempre più inquietoe appuntando gliocchicome fanno i sarti quando infilano l'ago. - Eccomi quicheguardo da tutte le partie non vedo altro che cielo e mare.

-Ma io vedo anche la spiaggia- disse il burattino. - Per vostraregola io sono come i gatti: ci vedo meglio di notte che di giorno.

Ilpovero Pinocchio faceva finta di essere di buonumore: ma invece...Invece cominciava a scoraggiarsi: le forze gli scemavanoil suorespiro diventava grosso e affannoso... insomma non ne poteva piùla spiaggia era sempre lontana.

Nuotòfinché ebbe fiato: poi si voltò col capo versoGeppettoe disse con parole interrotte:

-Babbo mioaiutatemi... perché io muoio! E il padre e ilfigliuolo erano oramai sul punto di affogarequando udirono una vocedi chitarra scordata che disse:

-Chi è che muore?

-Sono io e il mio povero babbo!...

-Questa voce la riconosco! Tu sei Pinocchio!...

-Preciso: e tu?

-Io sono il Tonnoil tuo compagno di prigionia in corpo alPesce-cane.

-E come hai fatto a scappare?

-Ho imitato il tuo esempio. Tu sei quello che mi hai insegnato lastradae dopo tesono fuggito anch'io.

-Tonno miotu capiti proprio a tempo! Ti prego per l'amor che portiai Tonnini tuoi figliuoli: aiutacio siamo perduti.

-Volentieri e con tutto il cuore. Attaccatevi tutt'e due alla miacodae lasciatevi guidare. In quattro minuti vi condurrò allariva.

Geppettoe Pinocchiocome potete immaginarvelo accettarono subito l'invito:ma invece di attaccarsi alla codagiudicarono più comodo dimettersi addirittura a sedere sulla groppa del Tonno.

-Siamo troppo pesi?... - gli domandò Pinocchio.

-Pesi? Neanche per ombra; mi par di avere addosso due gusci diconchiglia- rispose il Tonnoil quale era di una corporatura cosìgrossa e robustada parere un vitello di due anni.

Giuntialla rivaPinocchio saltò a terra il primoper aiutare ilsuo babbo a fare altrettanto; poi si voltò al Tonnoe convoce commossa gli disse:

-Amico miotu hai salvato il mio babbo! Dunque non ho parole perringraziarti abbastanza! Permetti almeno che ti dia un bacio in segnodi riconoscenza eterna!...

IlTonno cacciò il muso fuori dall'acquae Pinocchiopiegandosicoi ginocchi a terragli posò un affettuosissimo bacio sullabocca. A questo tratto di spontanea e vivissima tenerezzail poveroTonnoche non c'era avvezzosi sentì talmente commossochevergognandosi a farsi veder piangere come un bambinoricacciòil capo sott'acqua e sparì.

Intantos'era fatto giorno.

AlloraPinocchiooffrendo il suo braccio a Geppettoche aveva appena ilfiato di reggersi in piedigli disse:

-Appoggiatevi pure al mio bracciocaro babbinoe andiamo.Cammineremo pian pianino come le formicolee quando saremo stanchici riposeremo lungo la via.

-E dove dobbiamo andare? - domandò Geppetto.

-In cerca di una casa o d'una capannadove ci diano per caritàun boccon di pane e un po' di paglia che ci serva da letto.

Nonavevano ancora fatti cento passiche videro seduti sul ciglionedella strada due brutti ceffii quali stavano lì in atto dichiedere l'elemosina.

Eranoil Gatto e la Volpe: ma non si riconoscevano più da quellid'una volta. Figuratevi che il Gattoa furia di fingersi ciecoaveva finito coll'accecare davvero: e la Volpe invecchiataintignatae tutta perduta da una partenon aveva più nemmeno la coda.Così è. Quella trista ladracchiolacaduta nella piùsquallida miseriasi trovò costretta un bel giorno a vendereperfino la sua bellissima coda a un merciaio ambulanteche la compròper farsene uno scacciamosche.

-O Pinocchio- gridò la Volpe con voce di piagnisteo- fai unpo' di carità a questi due poveri infermi.

-Infermi! - ripetè il Gatto.

-Addiomascherine! - rispose il burattino. - Mi avete ingannato unavoltae ora non mi ripigliate più.

-CrediloPinocchioche oggi siamo poveri e disgraziati davvero!

-Davvero! - ripetè il Gatto.

-Se siete poverive lo meritate. Ricordatevi del proverbio che dice:"I quattrini rubati non fanno mai frutto". Addiomascherine!

-Abbi compassione di noi!...

-Di noi!...

-Addiomascherine! Ricordatevi del proverbio che dice: "Lafarina del diavolo va tutta in crusca".

-Non ci abbandonare!...

-...are! - ripetè il Gatto.

-Addiomascherine! Ricordatevi del proverbio che dice: "Chi rubail mantello al suo prossimoper il solito muore senza camicia".

Ecosì dicendoPinocchio e Geppetto seguitarono tranquillamenteper la loro strada: finchéfatti altri cento passividero infondo a una viottola in mezzo ai campi una bella capanna tutta dipagliae col tetto coperto d'embrici e di mattoni.

-Quella capanna dev'essere abitata da qualcuno- disse Pinocchio. -Andiamo là e bussiamo.

Difattiandaronoe bussarono alla porta.

-Chi è? - disse una vocina di dentro.

-Siamo un povero babbo e un povero figliuolosenza pane e senzatetto- rispose il burattino.

-Girate la chiavee la porta si aprirà- disse la solitavocina.

Pinocchiogirò la chiavee la porta si apri. Appena entrati dentroguardarono di quaguardarono di làe non videro nessuno.

-O il padrone della capanna dov'è? - disse Pinocchiomaravigliato.

-Eccomi quassù!

Babboe figliuolo si voltarono subito verso il soffittoe videro sopra untravicello il Grillo-parlante:

-Oh! mio caro Grillino- disse Pinocchio salutandolo garbatamente.

-Ora mi chiami il "tuo caro Grillino"non è vero? Mati rammenti di quandoper scacciarmi di casa tuami tirasti unmartello di legno?...

-Hai ragioneGrillino! Scaccia anche me... tira anche a me unmartello di legno: ma abbi pietà del mio povero babbo...

-Io avrò pietà del babbo e anche del figliuolo: ma hovoluto rammentarti il brutto garbo ricevutoper insegnarti che inquesto mondoquando si puòbisogna mostrarsi cortesi contuttise vogliamo esser ricambiati con pari cortesia nei giorni delbisogno.

-Hai ragioneGrillinohai ragione da vendere e io terrò amente la lezione che mi hai data. Ma mi dici come hai fatto acomprarti questa bella capanna?

-Questa capanna mi è stata regalata ieri da una graziosa caprache aveva la lana d'un bellissimo colore turchino.

-E la capra dov'è andata? -

-Non lo so.

-E quando ritornerà?... - domandò Pinocchioconvivissima curiosità.

-Non ritornerà mai. Ieri è partita tutta afflittaebelandopareva che dicesse: "Povero Pinocchio... oramai non lorivedrò più... il Pesce-cane a quest'ora l'avràbell'e divorato!...".

-Ha detto proprio così?... Dunque era lei!... Era lei!... erala mia cara Fatina!... - cominciò a urlare Pinocchiosinghiozzando e piangendo dirottamente.

Quand'ebbepianto ben benesi rasciugò gli occhi epreparato un buonlettino di pagliavi distese sopra il vecchio Geppetto. Poi domandòal Grillo-parlante:

-DimmiGrillino: dove potrei trovare un bicchiere di latte per il miopovero babbo?

-Tre campi distante di qui c'è l'ortolano Giangioche tiene lemucche. Và da lui e troverai il latteche cerchi.

Pinocchioandò di corsa a casa dell'ortolano Giangio; ma l'ortoiano glidisse:

-Quanto ne vuoi del latte?

-Ne voglio un bicchiere pieno.

-Un bicchiere di latte costa un soldo. Comincia intanto dal darmi ilsoldo.

-Non ho nemmeno un centesimo- rispose Pinocchio tutto mortificato edolente.

-Maleburattino mio- replicò l'ortolano. - Se tu non hainemmeno un centesimoio non ho nemmeno un dito di latte.

-Pazienza! - disse Pinocchio e fece l'atto di andarsene.

-Aspetta un po'- disse Giangio. - Fra te e me ci possiamoaccomodare. Vuoi adattarti a girare il bindolo?

-Che cos'è il bindolo?

-Gli è quell'ordigno di legnoche serve a tirar su l'acquadalla cisternaper annaffiare gli ortaggi.

-Mi proverò...

-Dunquetirami su cento secchie d'acqua e io ti regalerò incompenso un bicchiere di latte.

-Sta bene.

Giangiocondusse il burattino nell'orto e gl'insegnò la maniera digirare il bindolo. Pinocchio si pose subito al lavoro; ma prima diaver tirato su le cento secchie d'acquaera tutto grondante disudore dalla testa ai piedi. Una fatica a quel modo non l'avevadurata mai.

-Finora questa fatica di girare il bindolo- disse l'ortolano- l'hofatta fare al mio ciuchino: ma oggi quel povero animale è infin di vita.

-Mi menate a vederlo? - disse Pinocchio.

-Volentieri.

Appenache Pinocchio fu entrato nella stalla vide un bel ciuchino distesosulla pagliarifinito dalla fame e dal troppo lavoro.

Quandol'ebbe guardato fisso fissodisse dentro di séturbandosi:

-Eppure quel ciuchino lo conosco! Non mi è fisonomia nuova!

Echinatosi fino a luigli domandò in dialetto asinino:

-Chi sei?

Aquesta domandail ciuchino apri gli occhi moribondie risposebalbettando nel medesimo dialetto:

-Sono Lu...ci...gno...lo.

Edopo richiuse gli occhi e spirò.

-Oh! povero Lucignolo! - disse Pinocchio a mezza voce: e presa unamanciata di pagliasi rasciugò una lacrima che gli colava giùper il viso.

-Ti commovi tanto per un asino che non ti costa nulla? - dissel'ortolano. - Che cosa dovrei far io che lo comprai a quattrinicontanti?

-Vi dirò... era un mio amico!...

-Tuo amico?

-Un mio compagno di scuola!...

-Come?! - urlò Giangio dando in una gran risata. - Come?! avevidei somari per compagni di scuola!... Figuriamoci i belli studi chedevi aver fatto!...

Ilburattinosentendosi mortificato da quelle parolenon rispose: maprese il suo bicchiere di latte quasi caldoe se ne tornòalla capanna.

Eda quel giorno in poicontinuò più di cinque mesi alevarsi ogni mattinaprima dell'albaper andare a girare ilbindoloe guadagnare così quel bicchiere di latteche facevatanto bene alla salute cagionosa del suo babbo. Né si contentòdi questo: perché a tempo avanzatoimparò a fabbricareanche i canestri e i panieri di giunco: e coi quattrini che nericavavaprovvedeva con moltissimo giudizio a tutte le spesegiornaliere. Fra le altre cosecostruì da sé stesso unelegante carrettino per condurre a spasso il suo babbo alle bellegiornatee per fargli prendere una boccata d'aria.

Nelleveglie poi della serasi esercitava a leggere e a scrivere. Avevacomprato nel vicino paese per pochi centesimi un grosso libroalquale mancavano il frontespizio e l'indicee con quello faceva lasua lettura. Quanto allo scriveresi serviva di un fuscellotemperato a uso penna; e non avendo né calamaio néinchiostrolo intingeva in una boccettina ripiena di sugo di more edi ciliege.

Fattostache con la sua buona volontà d'ingegnarsidi lavorare edi tirarsi avantinon solo era riuscito a mantenere quasiagiatamente il suo genitore sempre malaticcioma per di piùaveva potuto mettere da parte anche quaranta soldi per comprarsi unvestitino nuovo.

Unamattina disse a suo padre:

-Vado qui al mercato vicinoa comprarmi una giacchettinaunberrettino e un paio di scarpe. Quando tornerò a casa-soggiunse ridendo- sarò vestito così beneche miscambierete per un gran signore.

Euscito di casacominciò a correre tutto allegro e contento.Quando a un tratto sentì chiamarsi per nome: e voltandosivide una bella Lumaca che sbucava fuori della siepe.

-Non mi riconosci? - disse la Lumaca.

-Mi pare e non mi pare...

-Non ti ricordi di quella Lumacache stava per cameriera con la Fatadai capelli turchini? Non ti rammenti di quella voltaquando scesi afarti lume e che tu rimanesti con un piede confitto nell'uscio dicasa?

-Mi rammento di tutto- gridò Pinocchio. - Rispondimi subitoLumachina bella: dove hai lasciato la mia buona Fata? Che fa? Mi haperdonato? Si ricorda sempre di me? Mi vuol sempre bene? E' moltolontana da qui? Potrei andare a trovarla?

Atutte queste domande fatte precipitosamente e senza ripigliar fiatola Lumaca rispose con la sua solita flemma:

-Pinocchio mio! La povera Fata giace in un fondo di letto allospedale!...

-Allo spedale?...

-Pur troppo! Colpita da mille disgraziesi è gravementeammalata e non ha più da comprarsi un boccon di pane.

-Davvero?... Oh! Che gran dolore che mi hai dato! Oh! povera Fatina!Povera Fatina! Povera Fatina!... Se avessi un milionecorrerei aportarglielo... Ma io non ho che quaranta soldi... eccoli qui: andavogiusto a comprarmi un vestito nuovo. PrendiliLumacae và aportarli subito alla mia buona Fata.

-E il tuo vestito nuovo?...

-Che m'importa del vestito nuovo? Venderei anche questi cenci che hoaddossoper poterla aiutare! VàLumacaspicciati: e fra duegiorni ritorna quiche spero di poterti dare qualche altro soldo.Finora ho lavorato per mantenere il mio babbo: da oggi in làlavorerò cinque ore di più per mantenere anche la miabuona mamma. AddioLumacae fra due giorni ti aspetto.

LaLumacacontro il suo costumecominciò a correre come unalucertola nei grandi solleoni d'agosto.

QuandoPinocchio tornò a casail suo babbo gli domandò:

-E il vestito nuovo?

-Non m'è stato possibile di trovarne uno che mi tornasse bene.Pazienza!... Lo comprerò un'altra volta.

Quellasera Pinocchioinvece di vegliare fino alle diecivegliòfino alla mezzanotte suonata; e invece di far otto canestre di giuncone fece sedici.

Poiandò a letto e si addormentò. E nel dormiregli parvedi vedere in sogno la Fatatutta bella e sorridentela qualedopoavergli dato un baciogli disse così.

-Bravo Pinocchio! In grazia del tuo buon cuoreio ti perdono tutte lemonellerie che hai fatto fino a oggi. I ragazzi che assistonoamorosamente i propri genitori nelle loro miserie e nelle loroinfermitàmeritano sempre gran lode e grande affettoanchese non possono esser citati come modelli d'ubbidienza e di buonacondotta. Metti giudizio per l'avveniree sarai felice.

Aquesto punto il sogno finìe Pinocchio si svegliò contanto d'occhi spalancati.

Oraimmaginatevi voi quale fu la sua maraviglia quandosvegliandosisiaccorse che non era più un burattino di legno: ma che eradiventatoinveceun ragazzo come tutti gli altri. Dette un'occhiataall'intorno e invece delle solite pareti di paglia della capannavide una bella camerina ammobiliata e agghindata con una semplicitàquasi elegante. Saltando giù dal lettotrovò preparatoun bel vestiario nuovoun berretto nuovo e un paio di stivaletti dipelleche gli tornavano una vera pittura.

Appenasi fu vestito gli venne fatto naturalmente di mettere la mani nelletasche e tirò fuori un piccolo portamonete d'avoriosul qualeerano scritte queste parole: "La Fata dai capelli turchinirestituisce al suo caro Pinocchio i quaranta soldi e lo ringraziatanto del suo buon cuore". Aperto il portamoneteinvece deiquaranta soldi di ramevi luccicavano quaranta zecchini d'orotuttinuovi di zecca.

Dopoandò a guardarsi allo specchioe gli parve d'essere un altro.Non vide più riflessa la solita immagine della marionetta dilegnoma vide l'immagine vispa e intelligente di un bel fanciullocoi capelli castagnicogli occhi celesti e con un'aria allegra efestosa come una pasqua di rose.

Inmezzo a tutte queste meraviglieche si succedevano le une allealtrePinocchio non sapeva più nemmeno lui se era destodavvero o se sognava sempre a occhi aperti.

-E il mio babbo dov'è? - gridò tutt'a un tratto: edentrato nella stanza accanto trovò il vecchio Geppetto sanoarzillo e di buonumorecome una voltail qualeavendo ripresosubito la sua professione d'intagliatore in legnostava appuntodisegnando una bellissima cornice ricca di fogliamidi fiori e ditestine di diversi animali.

-Levatemi una curiositàbabbino: ma come si spiega tuttoquesto cambiamento improvviso? - gli domandò Pinocchiosaltandogli al collo e coprendolo di baci.

-Questo improvviso cambiamento in casa nostra è tutto meritotuo- disse Geppetto.

-Perché merito mio?...

-Perché quando i ragazzidi cattivi diventano buonihanno lavirtù di far prendere un aspetto nuovo e sorridente ancheall'interno delle loro famiglie.

-E il vecchio Pinocchio di legno dove si sarà nascosto?

-Eccolo là- rispose Geppetto; e gli accennò un grossoburattino appoggiato a una seggiolacol capo girato sur una partecon le braccia ciondoloni e con le gambe incrocicchiate e ripiegate amezzoda parere un miracolo se stava ritto.

Pinocchiosi voltò a guardarlo; e dopo che l'ebbe guardato un pocodisse dentro di sé con grandissima compiacenza:

-Com'ero buffoquand'ero un burattino!... e come ora son contento diessere diventato un ragazzino perbene!...