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Charles Dickens



POTENZA DEL DENARO

 

 

 

 

  1. DOMBEY E FIGLIO
  2.  

     

     

    Nella vasta camera in penombraadagiato sulla comoda poltrona accanto al lettoil signor Dombey si sentiva fiero e felice perché si era finalmente avverato l'evento a lungo atteso. Sposato da dieci annida sei aveva una figliaFlorenceche tuttavia per lui non contava nullama ora la ditta fondata da suo padre si trovava ancora una volta garantita nel suo avvenire di prosperi commerci. E tutto l'orgoglioso affetto paterno di quell'uomo duro si riversava sul minuscolo essere di cui egli si riteneva il proprietario assoluto e che si sarebbe chiamato Paolo come già il padre e il nonnomentre non una sola parola di tenerezza egli rivolgeva alla povera donnasilenziosa e innocente vittima della sua domestica tirannia. Non l'aveva commosso nemmeno l'annuncio datogli dal medico di famiglia e dal luminare di scienza chiamato a consulto che la puerpera si trovava in preda a un preoccupante stato di prostrazione non scevro di pericolo. Ma gli fece senz'altro molto piacere che la sorella Luisasopraggiunta come un turbine insieme con l'amica intima signorina Toxlo abbracciasse esclamando con fervore: Paolo carissimomio diletto fratello! Il bambino è davvero un autentico Dombey!

    Florence fu ammessa a conoscere il nuovo fratellino; parve allora che la madregià rimasta insensibile alle esortazioni della cognatala quale insisteva nel dirle che doveva farsi forza per reagire a quella passeggera debolezzanon potesse più staccare gli occhi dalla bimba che subito l'aveva stretta nel suo abbraccio. Povera piccola Florence! Di lì a poco si abbandonava sul letto singhiozzando e invocando invano colei che non poteva ormai più rispondere.

    La signora Luisa Chick si dichiarava profondamente persuasa che la cognata avesse ceduto semplicemente alla propria debolezza di caratteree che se si fosse anche solo sforzata di non dimenticare il grandissimo onore fattole dal titolare della ditta Dombey e Figlio quando l'aveva presa in sposauna semplice indisposizione non sarebbe stata sufficiente a privarla della vita. In ogni modo le aveva già perdonato quella specie di rinuncia ai doveri della famigliae cominciò a occuparsi della questione più urgenteche era di trovare una nutrice per il neonato. L'amica signorina Tox si diede d'attorno con ammirevole sollecitudinee nel pomeriggio stesso della luttuosa giornata riuscì a presentare al signor Dombey un certo numero di giovani spose prosperose. Si deve ammettere che nel signor Dombey il dolore per la morte della moglie non era scevro da una sfumatura di collera; nell'intimo del suo cuore freddo vi era soprattutto la consapevolezza della grave perdita subita dal figlioinfatti era solo intento a costruire dentro di sé la giovinezzagli studi e l'alto destino di quel suo rampollo ed erede. Riteneva piuttosto umiliante doversi occupare di un particolare secondario quale certo era la scelta di una nutricema vi accondiscese di buon gradoe così una giovane donna si lasciò indurre dietro promessa di un buon compensoad abbandonare temporaneamente il marito e i quattro robusti figlioletti per andare a nutrire il signorino Paolo Dombey e a prendersi cura di lui. Il signor Dombey non lesinò sul prezzoma pose delle condizioni molto precise.

    - Sento - disse il signor Dombey - che il suo nome è Polly Toodlema desidero che in casa mia lei sia chiamata Richards perché è più conveniente. E inoltre mi ascolti bene: desidero che lei s'incontri il meno possibile con la sua famiglia; una volta poi che le sue prestazioni non siano più richiesteintendo che insieme con la cessazione del salario sia troncato anche ogni altro rapporto fra noi.

    La donna rimase alquanto stupitama accettò i termini del contratto e prese congedo dal marito e dai bambini con molte lagrime e tuttavia confortata dal pensiero che a loro avrebbe badato una sua giovane sorella di nome Gemina. Poi le fu dato solennemente in consegna il bambinol'unico prezioso rampollo della ricca famiglia Dombey.

    La casa era grande e sontuosama priva di sole; poche le stanze abitatementre le sale rimanevano sempre nella penombra delle persiane abbassate e con i mobili ben riparati dalle fodere in attesa che l'erede crescesse. La nutrice viveva quasi prigioniera con il bambino al secondo piano; il signor Dombey aveva riservate per sé tre stanze che si aprivano sul vestibolodi cui una era una specie di veranda e guardava attraverso una vasta vetrata su un angusto cortile ornato di tre alberi stecchiti e anneriti dalla fuliggine. Appunto qui la nutrice doveva scendere e passeggiare avanti e indietro con il bambino perché il signor Dombey lo vedesse mentre consumava la prima colazionee poi di pomeriggio quando egli rientrava per il pranzo. Qualche giornose il tempo era belloveniva la signora Chick in compagnia dell'inseparabile signorina Tox per far prendere aria al bambinoe cioè la nutrice doveva camminare solennemente su e giù per il marciapiede fra le due donnereggendo con delicatezza la creaturina.

    Un giorno Florenceche aveva trascorso alcune settimane presso la ziasalì per vedere il fratellinoma subito la raggiunse Susanla giovanissima cameriera che fungeva anche da governante della fanciullacon l'ordine di non disturbare la nutrice.

    - Non mi disturba affatto! - esclamò la buona donnache vedeva la bimba per la prima volta. - E come sarà contenta la signorina Florence di essere tornata a casa e di abbracciare il suo babbo!

    - Che dice maisignora Richards! - ribatté Susan. - Il padrone ha ben altro per la testa! Lui s'interessa di chi è venuto dopoma nemmeno prima aveva né tempo né voglia di vedere molto la signorina Florencee poi da quando è morta la povera signora non l'ha più vista e non la vuol vedere e credo che se l'incontrasse per via forse non la riconoscerebbe nemmeno!

    - Poverinapoverina! - gemette la buona donna tutta compassionevole. - Ma ci dobbiamo almeno vedere fra noisia buona Susan! - E con grande conforto della bambina l'inflessibile Susan si lasciò indurre a promettere che non avrebbe ostacolato quegli incontri necessariamente semiclandestini.

    Inutile negare che il signor Dombey non avesse mai amato la figliaperché aveva per lei quasi addirittura del rancorecome se fosse colpa sua se non era nata maschiocome se le rimproverasse di essere tanto attaccata alla madredi essere stata per lei l'unico grande conforto. La bambina era molto sensibile; senza comprenderne il motivointuiva l'ostilità paterna e soffriva dolorosamente di rappresentare agli occhi del padre una presenza affatto priva d'importanza o peggio ancoraindesiderabile.

     

     

     

  3. ENTRANO IN SCENA ALTRI PERSONAGGI
  4.  

     

     

    Poco lontano dagli uffici della ditta Dombey e Figlioin quella City che forma il centro degli affari della grande città di Londrafra i tanti negozi di attrezzature nautiche del quartiereve n'era uno zeppo di innumerevoli strumenti oltremodo misteriosi per il pubblico non specializzatocome per esempio cronometribarometritelescopibussolecarte nautichesestanti e quadrantie tutto era bene riposto su mensole e scaffalio dentro scatolecassette e cassetti. E come di fronte alle altre rivendite del genereanche davanti alla porta di questa se ne stava impettito un minuscolo guardiamarina di legno dall'antiquata divisa. Circondato dalla sua merce il signor Solomon Gills era fiero come un capitano di nave in procinto di salpare verso chi sa quali remote spondee poiché i suoi amici erano quasi tutti fornitori di generi vari per la marina mercantilesulla sua tavola non mancava mai l'autentica galletta dei marinaiinsieme con la carne seccai sottaceti nei grossi vasi del commercio all'ingrosso e i liquori nei barilotti. Il signor Solomon Gills era un vecchio tranquillo e benevolo (che molti chiamavano semplicemente il vecchio Sol)che viveva solo con il nipote Walterun bel ragazzo di quattordici anni. Erano le cinque e mezza di un pomeriggio d'autunnoe dopo avere consultato il suo infallibile cronometroil signor Gills esclamò: - Dove sarà andato Walter! Il pranzo è pronto già da mezz'ora e lui non si fa vedere! Se non sapessi che mi vuole troppo bene per andare a imbarcarsi contro la mia volontàcomincerei a preoccuparmi.

    - Ciaozio Sol!

    - Ciaoragazzo mio! - rispose il vecchiogirandosi di scatto. Sei arrivatofinalmente! Come stai?

    - Benezio! E tucome hai passato la giornata senza di me? Il pranzo è pronto? Ho una fame da lupi!

    - Quanto a mefigurarsi se non sto meglio solopiuttosto che in compagnia di un cucciolo come te! Ma quanto al pranzoti aspetta da mezz'orae quanto alla famece l'ho anch'io.

    - E allora andiamozioevviva! - gridò il ragazzo di rimando.

    Senza opporre alcuna resistenzail vecchio si lasciò trascinare nel retrobottegae ben presto zio e nipote si dedicarono al lavoro di far sparire una sogliola fritta in attesa di passare al manzo.

    - E oraWalterascoltami bene! - disse lo zio. - Adesso noi brindiamo al signor sindacoperché siamo due uomini d'affariapparteniamo ormai alla City e questa mattina abbiamo iniziato la nostra nuova vita.

    - Benissimozio! Purché io cominci a bere alla tua salutepoi farò come vuoi: e dunquealla salute del sindacodella giunta e di tutti i consiglieri!

    Lo zio accennò soddisfatto di sìpoi aggiunse: - E adesso parlami della ditta.

    - Ohquanto alla ditta c'è poco da direzio - rispose il ragazzo senza smettere di maneggiare le posate. - Vi sono tanti uffici con poca lucee nella stanza dove lavoro io vi è un grande parafuocouna cassaforte di ferroavvisi di bastimenti in partenzaun calendarioscrivanie e sgabelliuna bottiglia d'inchiostro e dei registricerte cassette e una massa di ragnatelee in una che mi pende giusto sulla testa c'è un moscone risecchito che ha l'aria di star lì chissà da quanto. Ahsìc'è anche una vecchia gabbia da uccelli e un secchio per il carbone. Ci saranno certo nella ditta anche i libretti di assegnile cambiali e tutti gli altri documentima solo nell'ufficio del signor Carkero in quello del signor Morfino in quello del signor Dombey.

    - Oggi è venuto in ufficio il signor Dombey? - si affrettò a chiedere il vecchio.

    - Ohsìnon faceva che entrare e uscire. Si è pure accorto di me (vorrei che fosse un po' meno solenne e legnosozio)e ha detto:

    "Ahtu sei il figlio del signor Gills che ha un negozio di strumenti nautici!". "Sono suo nipotesignore" gli ho risposto.

    "Infattiragazzoho detto nipote" ha ribattutoma ti potrei giurare che aveva detto "figlio".

    - Ti sarai sbagliato. Ma non importa.

    - Nonon importama poteva tralasciare di replicare con tanta severità. Ha seguitato dicendoche tu gli avevi parlato di me e lui mi aveva dato quel posto nella ditta per farti piaceree che il mio dovere era di mostrarmi diligente e puntuale. Non pare che mi abbia trovato molto simpatico.

    Alla fine del pranzo il signor Gills discese nell'angusta cantina e subito risalì reggendo una bottiglia vecchia e polverosa.

    - Ma zio Solche cosa fai! - gridò il ragazzo. - E' quel meraviglioso vino di Maderae ne rimane solo un'altra bottiglia!

    Il vecchio chinò la testa e in un silenzio solenne stappò la bottigliacolmò due bicchieri e ne posò un terzo sulla tavola.

    - Walter! - disse il vecchio. - Berrai l'altra bottiglia quando avrai fatto fortuna; quando sarai diventato un uomo agiatorispettato e felice; quando il primo importante passo che hai compiuto oggi ti avrà condottoe voglia il cielo che così avvengasul tratto piano e facile della tua strada nella vita.

    Augurifigliolo!

    - Caro zio Sol! - rispose il ragazzocercando di scherzarema con gli occhi lucidi - ti ringrazioecceteraecceteradell'onore che mi hai fatto. E adesso ti propongo di brindare alla salute del signor Solomon Gills: evviva! E tuziomi ricambierai il brindisi quando berremo insieme anche l'ultima bottigliad'accordozio?

    I due bicchieri si toccarono tintinnando e dopo un breve silenzio lo zio riprese l'argomento che gli stava a cuore: VediWalterper me questa vecchia bottega non è più se non un'abitudine; un tempo era tutto diversoma ora c'è la concorrenzaci sono le nuove invenzioni... e io non vedo più clienti! Sono vecchio e non ho più le forze per tenermi al corrente; anche la strada non è più quella di una volta... il frastuono del traffico mi fa girar la testa... E cosìWalterio temo di non poterti lasciare in eredità quasi nulla. Ecco perché ho messo a profitto quel po' di influenza che ancora mi rimane per farti entrare come apprendista in una ditta importanteed ecco perché devi applicarti con diligenzasforzandoti di amare il tuo lavoro e di raggiungere in tal modo una felice indipendenza!

    Il ragazzo promise che avrebbe seguito in tutto e per tutto i consigli dello zioe poi zio e nipotementre centellinavano il vino esoticopassarono come di consueto a parlare delle valorose navi inglesi che arditamente solcavano tutti i mariricordando qualche eccezionale episodio drammatico o eroicodi cui il ragazzocon la sua passione per il marenon si stancava mai di parlare.

    A una certa ora un terzo personaggio completò la piccola brigataappunto colui per il quale era stato preparato il terzo bicchiere:

    era un vecchio signore con un abito blu molto largosopraccigli scuri e foltil'impugnatura di un grosso bastone nodoso nella sinistrae al polso destro invece della manoun uncino di ferro.

    Egli appese al solito gancio dietro l'uscio il pesante pastrano e un cappello talmente duro e stretto da lasciargli impresso un cerchio rosso sulla fronte; avvicinò una sedia alla tavola di fronte al bicchiere pulito e sedette. Tutti lo chiamavano capitano e forse lo era stato davveroa meno che non fosse stato invece pilotao corsaroo tutte queste cose insieme; aveva insomma l'aria di un autentico vecchio lupo di mareburbero e poco ciarliero. Sorrise appenastringendo la mano a zio e nipotee disse: - Come va?

    - Tutto bene! - gli replicò il signor Gillsspingendo verso di lui la bottiglia.

    - Ahsì? - chiese il capitano.

    - Ma sì! - gli rispose il vecchio amicodopo di che il capitano lanciò un lungo fischio e colmò il bicchiere: - Walterragazzo mioal tuo successo!

    Dato il carattere eccezionale della serata il vecchio marinaio dimenticò addirittura la sua natura taciturna per celebrare con parole solenni i meriti civiliscientifici e commerciali del suo amico Solil quale finì col dire che dovevano vuotare la bottigliafacendo un ultimo brindisi alla ditta Dombey e Figlioche era diventata la ditta di Walter ormaie volesse il cielo che un giorno diventasse davvero almeno in parte suase per sua fortuna gli riuscisse di sposarecome nella favolala figlia del principale!

    L'aveva detto scherzandoperché credeva che il signor Dombey non avesse figliema Walter saltò su a dire che della signorina Dombey aveva sentito parlare quel giorno stesso.

    - Dicono - dichiarò il ragazzo - che il padre non le voglia affatto bene. Nemmeno le bada e la fa vivere con le cameriere; non pensa che al figlioanche se adesso è ancora tanto piccolo. Gira tra le banchine del portoguardando i suoi bastimenti come se fosse finalmente felice delle sue ricchezze perché suo figlio ne godrà con lui. Io questo l'ho sentito diree non so se è tutto vero.

    - Ahah! - rise lo zio Sol. - Ecco Walter che è già informato sulla ragazza.

    - Ma che sciocchezzezio! - ribatté il nipoteridendoma facendosi tutto rosso. - Non potevo tralasciare di sentire quello che dicevano lì vicino a meecco tutto. Peròse dite che io so molto di leiavrò anche l'ardire di mettere un'aggiunta al tuo brindisi: dunquealla salute della ditta Dombey... e Figlio... e figlia!

     

     

     

  5. PAOLO CRESCEE' BATTEZZATOE POI SUBISCE UNA SECONDA PERDITA DOLOROSA
  6.  

     

     

    Il piccolo Paolo si faceva di giorno in giorno più grasso e robustoed era pure ogni giorno più amato dalla signorina Toxla cui devozione ai due personaggi della ditta Dombey e Figlio non conosceva limiti. Pareva che le procurasse una gioia indicibile assistere ai pasti del bimbo e partecipare attivamente alle cure della nutrice. Il signor Dombey non mancò di rilevare e debitamente apprezzare quei tanti piccoli segni di rispettoso attaccamentoe decise di conferire alla signorina Tox l'onore di fungere da madrina del bambino.

    - Tu capisciLuisa- le spiegò dopo essere riuscito ad arginare l'abituale loquacità della sorella - capisci benissimo che io non cerco per mio figlio padrini o madrine importanti: noi non ne abbiamo bisogno. Mio figlio avrà in seguito quali e quanti amici vorràe non dubito che saranno tutti di grande levatura e capaci di dare il loro contributo al mantenimentoe se possibile all'incremento del credito e della dignità della ditta. Ma fino allora basterò io a mio figlioe io sarò tutto per luicome egli è tutto per me. Sono lieto di riconoscere i meriti della signorina Tox offrendo l'onore di fungere da madrina a una persona come leiche sa stare al suo posto e riconoscere i meriti dove si trovano.

    Tu e tuo marito basterete a dare con me una sufficiente solennità alla cerimoniadirei!

    La signora Chickoltremodo soddisfattacorse a comunicare all'amica la lietissima notiziae insieme le due donne salirono al piano superiore dove si trovavano le stanze dei bambinie dopo averli visti tranquillamente addormentati nei loro lettini l'uno accanto all'altrasi accomodarono alla tavola preparata per il tè con l'intenzione di gustarne qualche tazza e chiacchierare.

    - Come dorme quella bambina! - esclamò la signorina Tox.

    - Sai bene quanto si muove tutto il giorno per far giocare Paolo.

    - E' una bambina strana - osservò la signorina Tox.

    - Mia cara! - confidò la signora Chick all'amicaabbassando la voce (e intanto la vivace Susan si dava daffare nella stanza per avere l'occasione di nascondere in cassettiarmadibrocche e catini i sorrisetti sarcastici e le smorfie di disapprovazione che ogni volta destava in lei la presenza delle due intruse) Mia caraè tutta sua madre!

    - Davvero? Ahche disgrazia! - fu il commento della signorina Toxche ben sapeva quali sentimenti l'amica esigesse da lei.

    - Florence non diventerà mai una vera Dombey - seguitò la signora Chick - mainemmeno se vivesse mille anni! Non so davvero che ne sarà di lei una volta cresciutané quale posizione potrà occupare da signorinavisto che non riesce per nulla a cattivarsi la simpatia di suo padre. E come potrebbepoverinase non ha nulla della nostra famiglia?

    La signorina Tox mostrò di apprezzare la logica di quel ragionamento.

    - Povera Florence! - disse ancora la signora Chick. - E' tutta sua madrevedrai che non farà mai il minimo sforzo per conquistare il cuore di suo padremaipoveretta! - E la signora Chick scosse la testa e si asciugò una lagrima.

    - Non agitartimia cara! - l'ammonì l'amica. - Ti può far malesei troppo sensibile.

    A questo punto la nutrice si fece animo e ardì avvertire la signora che la signorina Florence s'era svegliata e s'era tirata su a sedere sul letto. Solo la buona donna s'era accorta che la bambina aveva le lagrime agli occhie solo lei andò a chinarsi sulla poveretta che piangendo la supplicò che la portasse accanto al fratellino perché lui sì le voleva bene. Dovettero accontentarlae quando fu coricata di fianco al bimbotrattenne il respiro per non disturbarlo e a poco a poco si calmò.

    - Poverina! - bisbigliò la signorina Tox. - Avrà sognato.

    L'incidente valse ad affrettare la partenza delle due signoree permise alla buona Susan di dare libero sfogo alla sua indignazione.

    La cerimonia del battesimo del piccolo Paolo ebbe luogo in un grigio mattino d'autunno. La piccola comitiva si radunò nella biblioteca del signor Dombeydove gli invitati faticarono non poco a non battere i denti per il freddopur senza accennare minima mente al fatto. Erano così impressionati dalla solennità del momentoe ancor più dal portamento maestoso del signor Dombeyche il breve corteo delle due carrozze verso la chiesa ebbe più l'aria di un funerale che di una festa. Sulla via del ritorno il piccolo Paolo lanciò molti acuti strilliche nemmeno i vezzeggiamenti della sorellina riuscirono a calmare. La colazione fredda preparata con rigida pompa di argenteria e cristalli era talmente gelida che tuttieccetto il signor Dombeydovettero radunare tutto il decoro che possedevano per non elevare alte protestee l'atmosfera conviviale si mantenne decisamente su valori eccezionalmente bassi fino al termine. Allora il signor Dombey fece chiamare la nutriceche si presentò senza il bimbopresto addormentatosi dopo le emozioni della mattinae avendole graziosamente offerto un bicchiere di vinole rivolse il seguente indirizzo:

    - Desidero dirleRichardsche nei sei mesi in cui è stata in casa mialei ha fatto il suo dovere. Desidero pertanto offrirle un piccolo dono a ricordo di questo giorno solenne e ho ricordato che nel momento in cui ha preso servizio da me suo marito mi ha confessato di non sapere leggere né scriveree di sperare di acquistare qualche po' di istruzione dal primo figlio che potesse andare a scuola. Io sono ben lungi dall'approvare il progetto che i democratici chiamano dell'istruzione popolarema approvo le scuole in quanto le classi inferiori vi apprendano quale condotta debba essere la loro e sappiamo quale posizione hanno da tenere.

    Ho la facoltà di collocare uno scolaro presso una pia istituzione denominata "I devoti arrotini"dove non solo viene impartita una sana istruzionema si fornisce anche un vestito con distintivodopo avere messo in contatto la signora Chick con la sua famigliaho ottenuto che un posto rimasto vacante fosse assegnato al suo figlio maggiore; sono informato che oggi stesso ha cominciato a frequentare quella scuola. Credo che il numero del ragazzo - disse il signor Dombeyvolgendosi alla sorellacome se stesse parlando del numero di una vettura di piazza - sia centoquarantasette.

    Luisadiglielo tu.

    - Centoquarantasette - ripeté la signora Chick. - E la divisaRichardsè una bella giubba con le falde di buon panno blu pesante e caldoberretto blu con i cordoni arancionecalze rosse di lana e brache di cuoio molto robusto. Tutto molto bello!

    - Ha sentitoRichards! - disse la signorina Tox. - Potrà essere fiera del suo ragazzo!

    - Le sono molto obbligatasignoredi avere pensato alla mia famiglia - mormorò la nutricema in quel momento le si affacciò alla mente l'immagine del suo bambino rivestito della divisa dei "devoti arrotini" e le venne da piangere.

    - E' belloRichards- disse la signorina Tox - vedere che lei è tanto riconoscente.

    Il fatto - aggiunse la signora Chick - lascia davvero sperare che sulla terra non sia ancora spenta l'ultima scintilla della gratitudine.

    La donna ringraziò di quelle squisite cortesie inchinandosi più volte e mormorando parole deferentima ancora sconvolta dalla visione del suo bambino camuffato da "devoto arrotino~si ritirò pian piano verso l'uscio e scivolò via.

    La presenza della nutrice era servita a riscaldare un pochino l'ariama ora il gelo risultò insopportabilee i pochi ospiti se ne andarono tutti intirizziti e con il timore di finire congelati.

    La nutrice aveva ripreso in collo il piccolo Paolo e lo cullava con gesto tutto maternoma non riusciva a superare il cocente rammarico di non poter salutare il suo primogenito prima che partisse per la scuola. La vivacissima Susan non tardò a venirle in soccorso con un ardito piano:

    - Dia retta a mesignora Richards! - la incitò la ragazza. Vada a trovarlo e si metta il cuore in pace. Il signor Dombey non lo permetterebbe mai? Non importasignora Richards! Ho sentito che domattina quelle due ficcanaso della Tox e della Chick non saranno qui a fare da gendarmi per la passeggiata del bambinoe che invece ha l'ordine di accompagnarci la signorina Florence: se non le rincrescecara la mia signora Richardstutti crederanno che noi si passeggi avanti e indietro per la viae invece andremo a dare una capatina in casa sua!

    Se la giovane Susan non avesse tanto insistito sulla necessità di una completa segretezzala povera Richards avrebbe preferito correre il rischio di chiedere al signor Dombey licenza di andare a salutare "il numero centoquarantasette". Finì invece che non appena il signor Dombey fu all'ora solita in cammino verso la Cityil suo innocente rampollo era condotto verso il sobborgo di Camden Townuno squallido quartiere di strade sconnessedi lunghe file di casupole cadenti con giardinetti stentie dappertutto scavi e polvere per i lavori di costruzione della strada ferrata.

    - Ecco mia sorella Gemina! - gridò la Richards. - Là sulla porta con in braccio il mio piccolo!

    D'un balzo la donna fu davanti a casa e in un batter d'occhio fece con la sorella lo scambio dei marmocchi.

    - Pollyma che sorpresa! Mi hai quasi fatto venire un colpo! Chi poteva pensare di vederti qui! I bambini diventeranno matti dalla gioia di vederti.

    Indescrivibile la confusione che seguìe alla fine la donna si trovò seduta di fronte al camino della piccola cucina con i due ultimi figli in grembo e quello più grandicello arrampicato sulla spalliera della seggiola.

    Seguirono le presentazioni: - Guardatebambiniche bella signorina è venuta a trovarvi! E' la signorina Florence! E anche leiSusanvenga avantisi accomodi.

    La gioia dell'inattesa riunione doveva tuttavia rimanere offuscata dall'assenza del primogenitoche la mattina stessa era partito di buon'ora per la scuolae del capofamigliail quale per quel giorno sarebbe tornato dal lavoro solo a sera. Superata la delusione causata da queste notiziela conversazione proseguì molto cordialmentee alle visitatrici fu servito un piatto di gamberetti con birramentre Florence si divertiva un mondo a giocare con i bambini fuori dell'uscio. Poi tra Polly e Gemina fu rifatto lo scambio dei marmocchi e la visita si concluse.

    - Susan! - disse la nutrice. - Non crede che si potrebbe allungare un po' la strada e girare verso la City per incontrare il mio ragazzo che a quest'ora starà tornando a casa? Le pare che abbiamo abbastanza tempo?

    - Ma sicuro! - approvò la giovane cameriera. - Andiamo senz'altro.

    Avvenne che il piccolo Robin avesse già trovato scomoda e sgradevole la propria divisa perché si era reso conto che i giovani sfaccendati della zona non la potevano soffrire e manifestavano un'invincibile antipatia per il malcapitato che la indossava lanciandogli pietredandogli lo sgambetto per farlo cadere nelle pozzanghereurtandolo con violenza per mandarlo a sbattere contro i pali. Ecco perché adesso il ragazzo cercava di sfuggire ai suoi tormentatori infilando quanti più vicoli e angusti passaggi gli riuscisse di scovare. Ma costretto infine a uscire nella via principalela sfortuna lo fece imbattere in una piccola brigata di monelli capeggiati da un feroce garzone di macellaioi quali se ne stavano a guardarsi attorno in attesa di qualche svago. La comparsa di un "devoto arrotino" in carneossa e brache parve loro un vero dono del cieloe con un urlo si lanciarono per assalirlo.

    Avvenne pure che in quello stesso momentopoco lontanola povera Polly guardasse giù per la via senza più speranzadicendo che ormai non valeva più la pena di proseguirema vedesse all'improvviso l'inizio dello scontro. Senza perdere un istantela donna affidò alla piccola cameriera dagli occhi neri il signorino Dombeye con un grido si lanciò in aiuto dell'infelice rampollo.

    Come le disgrazieanche le sorprese non vengono quasi mai sole:

    prima ancora che si accorgessero di avere corso un mortale pericoloSusan e i due bambini a lei affidati furono salvati dai passanti quando stavano per essere travolti da una carrozza che passava in corsa velocissimae in quel momento stesso si levò da più parti il grido non tanto improbabile dato che era un giorno di mercato: - Il toro! il toro!

    Frastornata dal trambusto e spaventata da quel vociareFlorence prese a strillare e a correreincitando Susan a seguirlae poi ricordando che avevano lasciato indietro la nutrice e il bambinosi fermò di colposolo per accorgersi con spavento indescrivibile di trovarsi del tutto sola.

    - Susan! Susan! - gridò Florence. - Ohdove sono? dove sono andate?

    - Dove sono? - ripeté una vecchia cenciosa e bruttissimache si affrettò ad attraversare la via e ad afferrare la bambina per la mano. - Ti farò vedere io dove sono andate.

    Florence si guardò intorno più che mai terrorizzata: l'angusto vicolo in cui s'era per caso ficcata era affatto deserto.

    - Vieni con mecarina e non aver pauraio sono la signora Brownla buona signora Brown.

    - Nessuno si è fatto male? - chiese con ansia la bambina.

    - Assolutamente nessuno! - le rispose con enfasi la vecchia e la notizia confortò Florence tanto da indurla a seguire la vecchia senza ribellarsi. La donna aperse la porta di un tugurioe costrinse la bambina a sedere su un mucchio di stracciammonendola con durezza: - Bada di non seccarmi! Se fai baccanoti uccido! Ma se rimani calma e tranquilla non ti farò male e ti lascerò andare fra nemmeno un'oracapisci? Adesso dimmi chi sei.

    A Florence pareva fare un brutto sognoma con fatica riuscì tuttavia a raccontare la sua piccola storia.

    - Ahsì! - esclamò la vecchia. - Allora sei una Dombey. Benesignorina Dombeyio voglio quel tuo bel cappellinoe anche il tuo piccolo cappottoe qualche altra cosa. Sbrigativia!

    Con le mani che le tremavanoFlorence sfilò quegli indumenti e li passò alla vecchiache li esaminò con curamostrandosi soddisfatta della qualità della stoffa.

    - Mmmh...! - brontolò la vecchia scrutando la figuretta della bambina. - Che cos'altro mi puoi dare... eccole scarpe! Devi darmi anche le scarpesignorina Dombey... Ma sìanche... - e la megera brandì ridacchiando un enorme paio di forbici. Ecco... se non avessi una figlia... che adesso è di là del mare... te li avrei presi già tutti questi ricciolitutti dal primo all'ultimo!

    E invece no! Prestoprestoandiamo! - Così dicendo diede da portar alla bambina una pelle di coniglio perché la credessero una piccola straccivendola sua aiutantee disse che l'avrebbe condotta dove poi avrebbe potuto chiedere a qualche passante la via per andare nell'ufficio di suo padrema guai se fosse andata a casa! (perché in tal caso avrebbe impiegato meno tempo e per la vecchia sarebbe aumentato il pericolo di essere scoperta)e dopo un gran girare tra vicoli e andronilasciò libera Florence con l'ordine di non muoversi prima che l'orologio della torre poco lontana battesse le tre.

    A Florence quei pochi minuti parvero interminabilie non appena udì i tre colpi che la liberavanosi lanciò di corsa verso una via frequentatasempre stringendo nella mano la pelle di coniglioe scivolando sul fango con le ciabatte sdrucite che la vecchia le aveva date in cambio delle sue belle scarpine.

    Le ci vollero due ore buone per giungere a una banchina sul fiume tutta ingombra di ballebarili e cassedove si trovò sbucando da una strada stretta fra le casepiena di carri e furgoni. Un uomo corpulento se ne stava fermo là in mezzo a fischiettare e a contemplare i battelli a vela e le barche ormeggiatecon le mani in tasca e la penna infilata dietro l'orecchio come se la sua giornata di lavoro stesse per terminare.

    - Per favorequesta è la City? - gli chiese tremando Florence.

    - Ma sicuroe tu lo sai benissimo! Vattene! Non abbiamo niente per te!

    - Grazienon voglio nulla - ribatté la bimba timidamente. - Mi dica soloper favoredove si trova la ditta Dombey e Figlio.

    L'uomo fu stupito da quella richiesta e per schiarirsi le idee si grattò la nuca tanto energicamente da farsi cadere il cappello.

    Poi si volse a un facchino e gli chiese dove fosse andato quel fattorino di Dombey che era venuto a sorvegliare un carico.

    - E' appena uscito dall'altro cancello.

    - E allora chiamalo.

    L'uomo partì di corsa e un momento dopo era di ritorno con un bel ragazzo dall'aria sveglia.

    - Guarda un po' qui! - gli disse l'uomo grassoe il ragazzo si avvicinò subito alla piccola Florencepur chiedendosi meravigliato che cosa ci avesse a che fare lui con quella personcina. Ma la bimbafelice di essere finalmente giunta alla meta e rassicurata dall'aria gentile del giovanettogli corse incontro e prendendogli una mano fra le sue esclamò: - Mi sono perduta!

    - Perduta? - gridò il ragazzo.

    - Sìmi chiamo Florence Dombeysono l'unica sorella del mio fratellinomi sono perduta stamattinae poi mi hanno preso gli abiti e le scarpe... questa roba che porto non è mia... per favoreper favoreaiutamiohaiutami! - e non potendo più dominarsila bambina scoppiò in lagrimelasciando impietrito per lo stupore il giovane Walterperché il ragazzo era proprio luiil nipote di Solomon Gills.

    - Ohla pregosignorina Dombeynon pianga! - la supplicò Walter in un trasporto di entusiasmo. - Pensi che adesso lei è al sicuro come se si trovasse sulla più bella scialuppa di salvataggio di una nave da guerra! Per favorenon pianga!

    - Ohma adesso piango solo per la gioia! - spiegò la bambinae Walterimmensamente fiero di avere procurato lui stesso quella gioiaprese Florence per la mano e s'incamminò con lei verso gli uffici della ditta. Ma subito rifletté che li avrebbe trovati già vuoti e chiusie allora propose alla bimba di condurla presso lo zioe di là egli sarebbe corso a casa di lei per dire che era sana e salva e a ritirare quanto le occorreva per vestirsi.

    Florence accettò volentierie in quel momento un uomo che li aveva superati si girò per fissare Walter come se gli paresse di conoscerlo senza tuttavia esserne ben certo. Ma Walter subito lo riconobbe e lo chiamò.

    - Signorina Dombeyquesto è il signor Carker - spiegò Walter. Non il signor Carkerdirettore della dittama l'altrolo scrivano.

    Signor Carker!

    - E' leiWalter Gay? - rispose l'uomo fermandosi e tornando sui suoi passi. - Mi pareva impossibile trovarla in questa strana compagnia.

    I tre si fermarono sotto un lampione e Walter riferì in fretta all'altro la singolare avventura in cui s'era trovato coinvolto.

    Carker approvò il suo piano di condottama quando il ragazzo lo incitò perché andasse lui stesso a recare al signor Dombey la lietissima notizia del ritrovamento della figliaegli si schermì quasi con spaventomostrando una ritrosia ben in carattere con la persona che era smilza e curvacome oppressa dal fardello di pensieri dolorosie con un volto dall'espressione ansiosanon vecchioma già incorniciato da capelli bianchi. Si limitò a consigliare con tono di voce basso e umile che Walter si affrettasse e subito si allontanò con un semplice - Buona notte! - e un breve gesto della mano.

    Il ragazzo e la bambina ripresero il camminoe per svagare la compagna Walter le narrò vari gloriosi episodi di vita marinaranei quali dei ragazzi ancora più giovani di lui liberavano e portavano in salvo signorine ben più alte di Florence.

    - Ciaozio Sol! - gridò Walterirrompendo nella bottega. Senti che avventura m'è capitata! La figlia del signor Dombey s'era perduta per la viae poi una vecchia megera le ha rubato gli abitie poi io l'ho trovata e l'ho condotta a riposarsi in casa nostra!

    - Santo cielo! - esclamò lo zio Solarretrando d'un passo e appoggiandosi di spalle al suo scaffale preferito. - Ma è impossibile! Come posso credere...

    - Nessuno potrebbe credere una cosa simile! - lo interruppe Walter. - Ma non importa! Orazioaiutami a portare il divano vicino al caminetto... e se non ti rincrescedalle qualcosa da mangiare... via quelle scarpe! Signorina Florenceappoggi i piedi sul parafuoco... come sono bagnati... Non ti pare che sia un'autentica avventuraehzio? Povero mesoffoco dal caldo!

    Per simpatia verso il nipoteSolomon Gills si sentiva lui pure soffocare dal caldo e per l'eccesso dello stupore. Carezzò Florence sui capelliinsistette perché mangiasse e bevessele massaggiò i piedi con il suo fazzoletto riscaldato alla fiammasempre seguendo con gli occhi quell'argento vivo del nipote che non smetteva di urtarlo agitandosi qui e là nel tentativo di fare venti cose insieme e non riuscendo a combinare un bel nulla.

    - Scusa un momentozio! - disse afferrando la candela. - Corro di sopra a infilare la giubba pulita e poi scappo. Viazionon ti pare che sia una vera avventuraquesta?

    Walter impiegò pochi minuti per salire nella soffitta e ridiscendere di corsama intantostremata dalla stanchezzaFlorence s'era già addormentata accanto al fuocoe Solomon Gills l'aveva coperta e aveva sistemato il parafuoco in modo che non le desse fastidio la luce.

    - Bravoziobenissimo! - gli mormorò Walter. - Vado! Prendo un pezzo di pane perché ho una gran fame. Non svegliarlabada!

    E Solomon Gillscui l'avventura aveva fatto perdere l'appetitorimase all'angolo opposto del caminetto a contemplare la bella bambina immersa nel suo pacifico sonno.

    Intanto Walter si avvicinava in carrozza alla casa del signor Dombey con una velocità che ben di rado raggiungono le vetture di piazza quando si allontanano dal posteggiotuttavia ogni due o tre minuti si sporgeva dal finestrino per sollecitare il cocchiere. Giunto che fu alla metasaltò a terrasi presentò al domestico che gli aperselo seguì senza fare cerimonie e si trovò nella biblioteca dove stavano radunati il signor Dombeyla sorellala signorina Toxla Richards e Susan fra un gran vociare delle donne.

    - Ohscusisignore! - esclamò Waltercorrendo verso il suo principale. - Sono felice di dirle che è tutto a postosignore.

    La signorina è sana e salva!

    Quel ragazzo con l'espressione apertai lunghi capelli ondeggianti e gli occhi vivaciil quale non riusciva quasi a parlaresopraffatto dall'ansietà e dalla gioiapresentava un impressionante contrasto con il signor Dombeyseduto rigido e impassibile nella sua poltrona.

    - Te l'avevo detto Luisache l'avremmo senz'altro ritrovata osservò il signor Dombeyvolgendosi appena verso la sorella tutta in lagrime accanto alla piangente signorina Tox. - Ordina ai domestici che non occorre più organizzare le ricerche. Questo ragazzo che ci ha recato la notizia del ritrovamento è il giovane Gayimpiegato della ditta. Dimmiragazzocome hanno trovato mia figlia? Ho saputo che s'era perduta. - A questo punto il signor Dombey lanciò un'occhiataccia alla Richards. Ma come è stata ritrovata? Chi l'ha trovata? Veramentesignoregli rispose modestamente Walter - sono io che l'ho trovata... anzi non so se ho il diritto di dire che l'ho effettivamente trovatama senza dubbio ho avuto la fortuna di servire come strumento...

    - Che intendi adesso direragazzo? - lo interruppe il signor Dombey con evidente antipatia per l'accento d'orgoglio e di gioia con cui il ragazzo spiegava di avere avuto parte nell'evento.

    - Fammi il favore di spiegarti chiaramente.

    Chiedere a Walter in quel momento di esprimersi con chiarezza voleva dire esigere davvero troppo da lui; comunqueegli riuscì a esporre la situazione e ciò che gli aveva impedito di condurre subito a casa la bambina.

    - Hai sentito? - disse con grande severità il signor Dombey alla piccola cameriera. - Corri a prendere quanto occorre e va subito con questo giovanotto dal quale avrai in consegna la signorina Florence per ricondurla a casa. Gayil compenso lo riceverai domani.

    - Ohgraziesignore! - esclamò Walter. - Lei è molto buonoma non desidero davvero essere ricompensatonon ci penso nemmeno.

    - Tu sei un ragazzo! - ribatté di scatto e quasi con violenza il signor Dombey - e non ha alcuna importanza ciò che tu pensio credi di pensare. Ragazzohai compiuto una buona azione: ora non guastarla. Luisati prego di versare un bicchiere di vino a questo giovane. - E il signor Dombey seguì con uno sguardo tutt'altro che benevolo il ragazzo che usciva accompagnato dalla signora Chicke forse con non minore antipatia lo seguì col pensiero mentre in compagnia di Susan ripartiva in carrozza verso la casa dello zio Sol.

    A Florence quel buon sonno aveva fatto molto bene; aveva poi cenatoe ormai lei e Solomon Gills si trovano a loro agio come due vecchi amici. La piccola cameriera dagli occhi neriche aveva tanto pianto da averli ormai decisamente rossi abbracciò emozionatissima la padroncina e senza perder tempo la rivestì da capo a piedi preparandola in tutta fretta per la partenza.

    - Buonasera! - esclamò Florencecorrendo da Solomon. - Lei è stato molto buono con me!

    Il vecchio Sol era conquistato dalla grazia della bambina e la baciò con affetto di nonno.

    - Buona seraWalter! Addio! - disse Florencee il ragazzo le strinse tutte e due le mani con grandissimo calore. - Ohnon ti dimenticherò mainomai! Addio Walter!

    Già seduta in carrozzaFlorence ripeté più volte quel suo salutomentre sulla soglia della bottega Walter rispondeva con molto calorerimanendo poi a seguire fin che poté con gli occhi la vetturanon meno immobile del piccolo guardiamarina di legno ritto dietro a lui.

    Nella biblioteca del signor Dombey non si era ancora finito di discorreree quando la carrozza si fermò alla portail cocchiere ebbe l'ordine di attendere.

    Dopo tutto il ritorno della fanciulla perduta e ritrovata non produsse una grande impressione. Il signor Dombey le posò un leggero bacio sulla fronte e l'ammonì di non scappare un'altra voltané di andare chissà dove con qualche domestica ingannatrice. La signora Chick e la signorina Tox riservarono alla bambina un'accoglienza affettuosama non quanto avrebbe meritato un'autentica Dombey. Solo la grande colpevolela povera Richardsle corse incontro a cuore aperto e con parole di sincero e caldo benvenuto.

    - Luisabasta così! - ingiunse il signor Dombey alla sorellache unitamente all'amica non la finiva di lanciare le sue recriminazioni contro l'infelice nutrice. - Questa donna è stata licenziata e pagata. Richardslei lascia questa casa per aver condotto mio figlio... mio figlioripeto! in luoghi e fra gente il cui solo pensiero mi fa rabbrividire di orrore. Quanto all'incidente accaduto stamattina alla signorina Florencelo ritengo più che altro una fortunata combinazioneperché altrimenti non avrei potuto mai scoprire di che cosa lei si è resa colpevole. Io pensoLuisache la bambinaia più giovanela quale senza dubbio ha subito la cattiva influenza della nutrice di Paolopossa rimanere con noi. - A questo punto si udì Susan che singhiozzava forte. - Ti pregoLuisadà ordine che la carrozza sia pagata perché riporti questa donna fino a...- il signor Dombey non poté trattenere una smorfia di disgusto fino a Stagg's Gardens.

    La poveretta si volse per uscirema Florence le si avvinghiò al collo piangendo e gridandole di restaresupplicandola che non se ne andassee guadagnandosi quindi il silenzioso disprezzo del padre.

    Anche il piccolo Paolo strillò a lungo quella serae poteva ben piangere perché nella sua breve esistenza era costretto a subire già una seconda e dolorosa perdita: a lui e alla sorella era stata tolta un'amica fedele dal cuore buono e affettuoso.

     

     

     

  7. IL PICCOLO PAOLO MANIFESTA UN'INDOLE AFFETTUOSA E MALINCONICA
  8.  

     

     

    In seguito al congedo della buona nutriceil piccolo Paolo prese a subire ininterrottamente le cure assidue e assillanti della zia signora Chick e della di lei amicala signorina Tox. Oppresse dalla responsabilità del nuovo e ambito incaricole due donne abbandonarono affatto i loro precedenti doveri e svaghivale a dire la signora Luisa Chick lasciò che il marito conducesse per suo conto una vita abbastanza allegra tra desinari al circolo e serate a teatromentre la signorina Tox volse decisamente le spalle al vicinoil vecchio maggiore Bagstockil quale da lungo tempo la rallegrava con un cauto e cavalleresco corteggiamento. Ma nonostante le sollecitudini e le curee sebbene nella sua primissima infanzia fosse apparso tutt'altro che cagionevole di saluteil piccolo Paolo era diventato gracileed era come se il dolore di perderedopo la madreanche un'affettuosa nutrice avesse superato la sua forza di sopportazione. Durante quel primo periodo parve addirittura che non facesse se non attendere un'occasione per sfuggire di mano alle sue custodi e andare a raggiungere la madre. In seguito ogni dentino che gli spuntava rappresentava una enorme difficoltà da valicaree tutte le malattie infantili che dovette superare furono altrettante scalate oltremodo pericolose. La nuova balia asciutta una donnetta insipida e gemebondache se non era intenta a commiserarsi manifestava una querula pietà verso il prossimodiceva di non avere mai visto un bimbo così malaticcio. Non occorre aggiungere che il signor Dombey non era per nulla preoccupatoritenendo che si dovesse trattare di inevitabili debolezze infantilitutto preso com'era dai suoi sogni di futura grandezza del figlio e irritato contro l'impertinenza della natura e la lentezza del tempo. In quella sua personalità rigida e fredda le sole manifestazioni di calore e di tenerezza si volgevano al figliooggetto per lui di un amore esclusivonon tanto nella sua realtà infantilequanto in quella dell'adulto che sarebbe diventatoe di partecipe ai prosperi affari della ditta Dombey e Figlio.

    A cinque anni Paolo era un bel bambino dal piccolo volto stranamente pallido e pensoso; mostrava di comprendere l'importante posto che già occupava nella vita con la sua smilza personcinae il potere che già gli era concesso esercitare su quanti lo circondavano. Una sera l'avevano portato come di consueto a tenere compagnia al padree se ne stavano entrambi rigidi e immobili di fronte al caminettoquando il bambino ruppe il lungo silenzio chiedendo all'improvviso:

    - Babboil denaroche cos'è?

    Il signor Dombey ebbe un sussulto perché stava appunto rimuginando dentro di sé delle questioni finanziariee avrebbe saputo subito offrire una dotta risposta in termini di valutacambivalore dell'orodeprezzamento e via discorrendo; ma abbassò gli sguardi sulla piccola figura infantile e si limitò a rispondere non senza un certo imbarazzo: - Oroargento e rame: sai bene quali sono le sterlinegli scellini e i denarinon è vero?

    Ma il bambino non era soddisfatto e insistette:

    - Lo sobabbo! Voglio dire che cos'è in fondo il denaro? A che cosa serve?

    Il signor Dombey fissò sbigottito il figliopoi gli sorrisegli accarezzò la testina e rispose: - Lo capirai meglio più tardicaro il mio ometto. Ma intanto sappi che il denaro è tuttoserve per tutto!

    - Serve per tuttobabbo?

    - Sì - precisò il signor Dombey. - Per tutto... o quasi tutto. E allora - esclamò il bambino - perché il denaro non ha salvato la vita della mia mamma? Non è forse crudeleil denaro?

    - Crudele! - ribatté il signor Dombeyaggiustandosi il fazzoletto annodato al collo e avendo l'aria di trovare assurda la domanda. - No! Una cosa buona non può essere crudele.

    - E allorase è buono e può fare tuttochissà perché non ha fatto vivere la mia mamma... - Non era più una domanda rivolta al padrema pareva che ripetesse a voce alta un pensiero già tante volte rimuginato dentro di sé.

    Seguì un breve silenzio.

    - Non può nemmeno fare che io diventi fortee che io mi senta beneverobabbo?

    - Ohma tu sei robusto e sanonon è forse vero che stai benissimo? - replicò il signor Dombey.

    - Lo so che Florence è più vecchia di me - seguitò il bambino con tono riflessivo - ma io credo che quando Florence era piccola come me poteva giocare tanto senza stancarsi; io sono tanto stanco certe volte - disse il bambinotendendo le piccole mani esili al calore dei carboni accesi e tenendovi fisso lo sguardo - e mi dolgono tanto le ossa... dice la balia che sono le ossa a dolermi e io non so che cosa fare.

    - Ah! - lo confortò il padreposandogli la mano sulla spalla. Ma è giusto che i bambini siano stanchi di seracosì dormono bene quando vanno a letto.

    - Nobabbonon solo di sera. Tante volte Florence mi fa riposare sulle sue ginocchia e canta per me.

    Era tardi ormai; venne Florenceprese in collo il bimbouscì dal salottoe il padre la sentì che saliva lentamente e con fatica lo scalonesempre cantando a bassa vocementre a momenti alla sua si univa come un soffio la vocina del bimbo.

    Il giorno seguente il signor Dombey invitò a colazione la signora Chick e la signorina Toxe non appena dalla tavola fu rimossa la tovagliaaffrontò l'argomento: - Il bambino non è forte come vorrei - dichiarò il signor Dombey.

    - Mio caro fratello! - rispose la signora Chick - tu come al solito hai perfettamente ragione! Per dire la veritàla sua mente è troppo grande per lui; la sua anima è così vasta che fatica a rimanere dentro il suo corpicino. E come parlaquel piccolo tesoro! - esclamò la signora Chickscotendo il capo. Solo ieriche cosa non ha saputo dire a proposito dei funerali!...

    - Temo - la interruppe con durezza il signor Dombey - che qualcuno della servitù abbia fatto al bambino discorsi sconvenienti. Ieri sera mi ha parlato addirittura delle sue... delle sue ossa! - Il signor Dombey era irritato. - Chi si permette di parlare delle ossa di mio figlio? Non mi vorrete dire che sia tutto pelle e ossaspero!

    - Tutt'altro - replicò la signora Chick inorridita.

    - Lo spero bene! - riprese il fratello. - Ma chi ha parlato di funerali al bambino? Siamo forse imprenditori di pompe funebri o becchini?

    - Ohtutt'altro! - ripeté la signora Chick con l'abituale espressione di insondabile profondità.

    - E allorachi gli mette in capo delle cose del genere?

    insistette il signor Dombey. - Ieri sera è stato un vero colpo per me. RispondimiLuisa: chi gli mette quelle idee per il capo?

    - Mio caro Paolo - rispose dopo un minuto di silenzio la signora Chick - non servirebbe a nulla chiederlo. Ti confesso che non giudico la nuova bambinaia un tipo molto allegro. Noi tutti sappiamo - la verità era invece che il signor Dombey non lo sapeva affatto - che il caro bambino è rimasto alquanto indebolito dopo l'ultimo attacco di febbree d'altra parte anche se perdesse per un certo tempo l'uso delle gambe... non sarebbe una gran cosasuccede a tanti bambini. Lo diceva anche il medico stamattinadopo averlo visitatocome fa ogni giorno in questo ultimo periodoche non è una cosa gravema consigliava l'aria di mare.

    Io lo giudico un consiglio molto saggioPaolo!

    - L'aria di mare - ripeté il signor Dombeyfissando intensamente la sorella.

    - Non c'è da preoccuparsi affatto! - lo rassicurò la donna. Anche ai miei due ragazzi hanno raccomandato l'aria di mare quando avevano l'età del tuo Paolo; e l'hanno ordinata moltissime volte anche a me. Sono d'accordo con te che le domestiche possono avere parlato in sua presenza di argomenti poco adattima che vuoi è tanto intelligenteafferra tutto. Per dire il veroio e la signorina Tox abbiamo pensato che non gli farebbe male stare un po' lontano da casa; abbiamo pensato che l'aria marina di Brightone magari le cure materiali e spirituali di una donna giudiziosa come la signora Pipchin...

    - Chi è questa PipchinLuisa? - chiese di scatto il signor Dombey che sentiva quel nome per la prima volta.

    - Mio caro fratello- rispose la signora Chick - la signora Pipchin è una donna anziana e di ottima famiglia. Suo maritoprima di morire per la disperazioneaveva investito e perduto ogni suo avere nel crollo di certe azioni di una miniera del Perù.

    La signora Pipchin si dedica da molti anni all'infanzia e tiene una pensione per bambiniun vero collegio molto aristocratico!

    Il progetto non dispiacque al signor Dombeyil quale disse che il giorno seguente avrebbe assunto informazioni. Poi chiese chi sarebbe dovuto partire con il bambinoe la signora Chick dichiarò che sarebbe stata utile la compagnia della bambinaiae inoltre indispensabile la presenza di Florence perché senza di lei il bambino non sarebbe partitodato che l'adorava addirittura. - E tu andresti a visitare Paolo almeno una volta la settimananaturalmente.

    - Naturalmente! - ripeté il signor Dombeye poi rimase per un'ora con gli occhi fissi sulla stessa pagina senza leggere nemmeno una parola.

    La famosa signora Pipchin era vecchiabrutta e acidaingobbita e con lo sguardo freddo e duro come il ferro. Vedova da una quarantina d'anninon aveva mai smesso il luttoe la sua tenebrosa presenza bastava a spegnere qualunque scintilla di allegria che riuscisse ad accendersi intorno a lei. Il segreto della sua abilità nel trattare i piccoli alunni consisteva nell'abitudine inveterata di dare loro tutto ciò che trovavano sgradevole e nel negare loro tutto quanto avrebbero desiderato.

    Il castello di quella strega specialista nella repressione dell'infanzia stava in una ripida via traversa di Brightondove le case erano straordinariamente sconnesse e fragilidove il terreno era più che altrove gessososassoso e steriledove i minuscoli giardini avevano l'inspiegabile facoltà di produrre unicamente calendolequalunque fosse la pianta di cui vi si gettasse il semee dove le chiocciole aderivano alle porte d'ingresso con la tenacia di autentiche ventose. D'inverno non si poteva far uscire l'aria che ristagnava dentro alle murae d'estate non si poteva farvi scorrere quella esterna. Il vento circolava nelle stanze con tale incessante fragore che gli abitanti della casa avevano l'impressione di tenere continuamente accostata all'orecchio una grossa conchiglia marina contorta. Sul davanzale della finestra del salottoche non veniva mai apertala signora Pipchin teneva una mezza dozzina di piante sbilenche e pelosee un'altra pianta che pareva un'aragosta verde con grosse pinze; vi erano poi nella stanza dei rampicanti forniti di foglie appiccicosee dal soffitto penzolava un vaso da cui la pianta traboccavafacendo il solletico con la punta dei ramoscelli a chi passava là sotto per casoe dando la gradevole impressione di zampine di ragni. D'altra parte non si può dire che nemmeno i ragni mancassero nella dimora della signora Pipchin.

    Erano trascorsi solo tre giorni da quando la signora Chick aveva parlato al signor Dombey della signora Pipchine già costei poteva contare su un notevole contributo ai suoi incassi per opera del signor Dombeye riceveva quali nuovi ospiti del "castello" Florence in compagnia del fratellino Paolo e di Susan.

    Le seguenti battute formarono il primo dialogo che si svolse tra Paolo e la signora Pipchin.

    - Ebbenegiovanotto- lo interpellò la vecchia - credi che io ti piacerò?

    - No - rispose il piccolo Paolo - non credo che lei mi piacerà affatto. E voglio andar via da qui. Questa non è la mia casa.

    - Noinfatti è la mia! - replicò la signora Pipchin.

    - E' molto brutta - affermò il bambino.

    - Ho nella casa un locale ancora più brutto di questo - dichiarò la signora Pipchin - e vi chiudiamo i bambini cattivi!

    Alle tredici in punto fu servito un pranzo composto soprattutto di farinacei e di verdure per i piccoli ospitimentre la signora Pipchinil cui fisico aveva l'assoluta necessità di un nutrimento sostanziosoebbe un piatto di cotolette di montone ben caldee Berinziala nipote e assistente della signoraconsumò una porzione di carne fredda di maiale.

    Nel pomeriggio piovevaimpossibile andare a passeggiare sulla spiaggiae siccome il fisico della signora Pipchin esigeva un regolare periodo di riposoi bambini furono condotti da Berinzia nella "segreta del castello"cioè in uno stanzone vuoto con la vista poco allegra di un muro senza finestre e di un serbatoio d'acquama dopo tutto quello era l'ambiente più gradevole della casa perché la ragazza giocava con i bambini e li faceva divertire un mondofino al momento in cui la signora Pipchin batteva sulla parete colpi rabbiosi di protesta contro quel baccanoe allora tutti si mettevano tranquilli e fino al crepuscolo Berinzia raccontava sotto voce delle favole.

    All'ora di merenda i bambini ebbero latte annacquato e pane e burro a sazietà; la signora Pipchin e Berinzia bevettero il tèe la signora Pipchin ebbe anche un piatto di crostini caldi imburrati. Non tardò a venire per i bambini l'ora di andare a lettoe siccome la piccola Pankeyuna bimbetta molto timida con grandi occhi azzurriaveva paura di dormire solala signora Pipchin non tralasciava mai di condurla personalmente in una camera brutta e spogliadove la poverina rimaneva in solitudine a piangerecosì che di quando in quando la signora Pipchin si sentiva in dovere di salire a darle una scrollatina.

    La prima colazione era identica alla merendacon la sola differenza che la signora Pipchin mangiò pane fresco in luogo dei crostinima la sua aria di continua irritazione non ne risultò per nulla addolcita. Paolo e Florence andarono a passeggio lungo la spiaggia con la bambinaia che da quando erano arrivati al mare non faceva che piangere. Verso le dodici la signora Pipchin radunava i piccoli ospiti per un'oretta di letture istruttive. La signora Pipchin aveva per sistema di non permettere che la mente infantile si formasse e si aprisse con la spontaneità di un fiorebensì di spalancarla a forza come un'ostricae quindi la morale di quelle lezioni era sempre di natura violenta e drammatica: il protagonistaun bambino indocilefinivama solo nelle storie meno impressionantiper essere divorato da un leone o da un orso.

    In tal modo si trascorreva la giornata presso la signora Pipchin.

    Al sabato pomeriggio arrivava il signor Dombeye Florence e Paolo erano invitati a prendere il tè nel suo albergo; poi rimanevano con lui tutta la domenica.

    I rapporti fra la signora Pipchin e Paolo erano a dir poco singolari: fin dall'inizio il bambino non si era lasciato spaventare dall'aria scostante di quella stregae anzi era come ne fosse interessato e cercassea forza di osservarladi comprenderne l'anima; le poneva le più strane domande con la massima disinvoltura e senza lasciarsi intimorire dalle minaccecosì che dopo un poco la vecchia mostrò una certa simpatia per quel bambino dalla personalità già tanto sviluppata.

    A Paolo non pareva tuttavia che il soggiorno marino giovassesi sentiva anzi ancora più debole e perciò gli fu procurata una carrozzella in cui poteva starsene comodamente adagiato per essere sospinto lungo la spiaggia.

    - Per piacereva via! - diceva il piccolo Paolo ogni volta che un bambino gli si avvicinava per tenergli compagnia. - Graziema non ti voglio. - E volgendosi a Florence che gli stava sempre accanto con un lavoro di cucito o con un libro per leggergliene qualche pagina ad alta voceconcludeva: - Noi due non vogliamo gente intornonon è vero? Io ho bisogno solo di te.

    Il punto in cui preferiva sostare era abbastanza lontano da dove passeggiava la gentee tanto vicino al mare che il vento mosso dalle onde lo circondava tutto e l'acqua arrivava fin tra le ruote della carrozzella.

    Un giorno si destò all'improvviso da un breve sonno e si drizzò di scatto come se tendesse l'orecchio a una voce.

    Florence gli chiese che cosa gli pareva di udire.

    - Voglio sapere che cosa dice - le risposefissandole gli occhi in volto. - Il mareFlorenceche cosa continua a dire?

    La sorella gli rispose che non era se non il rumore prodotto dalle onde.

    - Sìsì! - ribatté il bambino. - Ma io so che le onde seguitano a dire qualcosa; sempre la stessa cosa. Che cosa c'è laggiù? Si teneva ritto a sedere e scrutava l'orizzonte.

    La fanciulla gli spiegò che di là del mare vi era un'altra terrama egli disse che non intendeva dire quella: voleva dire tantotanto più lontano!

    Dopo d'allora molte volte s'interrompeva mentre stavano conversando e tendeva l'orecchio nel tentativo di comprendere che cosa dicessero continuamente le onde; e si tendeva tutto dalla carrozzella per scrutare lontano in quella lontananza invisibile.

     

     

     

  9. IL PICCOLO GUARDIAMARINA DI LEGNO SI TROVA NEI GUAI: PAOLO GLI DA' UNA MANO
  10.  

     

     

    L'indole del giovane Walter Gayromantica e innamorata di ogni volo meravigliosonon era stata molto disciplinata dalla saggia esperienza dello zio e tutore Solomon Gillsed era inevitabile che il ragazzo conservasse ben viva nella memoria l'avventura di Florence con la buona signora Brown; ma più che mai ricordava quella parte degli eventi in cui era stato egli pure coinvolto.

    Era troppo giovane e spensierato per analizzare la natura dei propri sentimentima provava un grande affetto per la banchina sulla quale aveva incontrato Florence e per le vie (prive affatto di bellezza) che aveva percorse quella sera con lei. E' inoltre vero che a partire da quella memorabile occasione era diventato un po' più elegante nel vestireed è certo che nelle ore libere non mancava di recarsi a passeggiare nel quartiere dove si trovava la casa del signor Dombey con la vaga speranza di incontrare per via la piccola Florence. Era tuttavia il suo un sentimento affatto innocente e alimentato in lui soprattutto dal pensiero che in quella grande casa ricca e tetra la fanciulla fosse trattata con freddezza e trascurata.

    Avvenne così che nel corso di un anno egli la incontrasse almeno cinque o sei volte: la salutava levandosi il cappelloe Florence si fermava a stringergli la manosenza che la bambinaia se ne scandalizzasse poiché sapeva bene come si erano conosciuti. A volte il ragazzo pensava che sarebbe stato magnifico se il giorno dopo quel loro primo incontro egli si fosse imbarcato per rimanere via a lungocompiere sul mare delle imprese grandioseritornare ammiraglio o almeno capitano di vascello fornito di abbaglianti spallinerivedere Florence (diventata intanto una bellissima giovane) e sposarla a dispetto del signor Dombey e del suo aspetto raggelante e scostanteportandola via trionfalmente verso le azzurre sponde di qualche remoto e incantato paese. I suoi sogni non interferivano tuttavia con il lavoroche egli sbrigava con vivace solerziaed era ancora lo stesso ragazzo allegro e impetuoso della sera in cui aveva aggredito lo zio Solomon con la splendida notizia che aveva indotto il vecchio ad aprire la sua penultima bottiglia di Madera.

    - Zio Sol! - esclamò un mattino Walter. - Tu non stai bene. Non hai mangiato nulla. Se vai avanti cosìfarò venire il medico!

    - Non potrà mai darmi quello di cui ho bisognoragazzo mio rispose il vecchio.

    - Che cosazio? Una bella clientelaforse?

    - Ma sì - convenne il signor Solomon con un sospiro. - Una bella clientela mi farebbe del bene.

    - Hai ragione! Sapessi che rabbia mi fanno quelli che si fermano a studiare la vetrina e poi se ne vanno con la massima indifferenza!

    Come vorrei uscire a prenderne qualcuno per il collo e portartelo qui! Ma non c'è rimediozioe tu non te la prendere! Vedrai che un giorno o l'altro le ordinazioni arriveranno a mucchi e a sacchi!

    - Non prima che io me ne sia andato via da quiragazzo mio replicò il vecchio.

    Le proteste del ragazzo non mancarono di giungere copiosee il vecchio finì per assicurare al nipote che la sua salute era buona e non aveva alcuna preoccupazione grave. Ma rientrato prima di mezzogiorno per dare un'occhiata allo zionon sentendosi del tutto tranquilloquale non fu la sua sorpresa nel trovare seduto a tavola di fronte allo zio Solomon un certo signor Brogleyil quale era rigattiere e perito stimatore con negozio di mobili usati appena girato l'angolo.

    - E' successo qualcosa? - gridò spaventato Walterperché l'uomo non era un amico di casa.

    - Nono! - lo rassicurò il signor Brogley. - Non è successo nientenon agitarti.

    Walter tornò a fissare sbigottito lo zio che aveva una strana espressione avvilitae il visitatore spiegò:

    - Il fatto è che abbiamo un piccolo debito per cambiale scaduta...

    trecento settanta sterlinee il credito è in mia mano. Sicuro.

    Sequestro giudiziario. Ma non agitarti. Sono venuto io stesso per tenere segreta la cosa. Voi due mi conoscete bene. E' una faccenda privata che rimane fra noi.

    - Zio Sol! - esclamò con voce tremante Walter.

    - Ragazzo mio caro- gli rispose il signor Solomon - è la prima volta che mi capita una disgrazia come questa. E sono troppo vecchio... - Il poveretto alzò di nuovo sulla fronte gli occhiali con i quali aveva cercato invano di mascherare l'emozionee copertosi gli occhi con la mano prese a singhiozzare forte.

    - Zio Solnoti pregonon fare così! - gridò Walterche alla vista di quelle lagrime provò un brivido di vero spavento. - Noper amor del cielosignor Brogleyditemi che cosa posso fare.

    - Il mio consiglio sarebbe che tu andassi a cercare un amico per discorrere insieme della cosa - rispose l'agente giurato.

    - Ma sicuro! - esclamò Walterdisposto ad afferrare qualunque filo di salvezza. - Certo! Grazie! Zioqui ci vuole il capitano Cuttle. Lei aspetti un momento che faccio una corsa a chiamarlo.

    La pregosignor Brogleybadi lei a mio zio finché torno. Zio non disperartisuda bravofatti animo!

    Walter non badò alle proteste che il vecchio gli rivolgeva con voce rotta e schizzò via dalla bottega; diede una capatina negli uffici della dittapregando che scusassero la sua assenza dovuta a una improvvisa indisposizione del congiunto e correndo a perdifiato si diresse verso la casa del capitano Cuttle.

    Il vecchio lupo di mare abitava sull'orlo di uno stretto canale nei pressi degli scali dell'Indiadove vi era un ponte girevole che di tanto in tanto si apriva per dare libero accesso a qualche grosso bastimentoil quale pareva un grosso mostro acquatico gettato fragorosamente in secca fra le case. Superato l'ostacolo della padrona di casache era una vedova loquace e aggressivaWalter poté salire al primo piano ed essere ammesso nella stanza del capitanoil quale stava consumando il desinare composto di cosciotto di montone freddopatate bollenti e birra scura.

    - Siedi! - esclamò il capitano. - Come sta il mio amico Gills?

    Walterche era riuscito con fatica a riprendere fiatoa quella domanda si perdette affatto di coraggioe mormorando: - Ohcapitano! - scoppiò in lagrime. Il vecchio non poté proferire sillaba dalla costernazionee già immaginava ogni sorta di catastrofema non appena Walter gli ebbe spiegato la situazione balzò in piedi senza degnare d'uno sguardo il desinare ancora quasi intattofrugò nell'armadio e nello stipo radunando e ficcandosi in tasca tutti i suoi tesoriche consistevano in tredici sterline e pochi spicciolidue cucchiaini d'argento molto consumatiun paio di mollette da zucchero tutte contorte e di foggia antiquatae un enorme orologio pure d'argento a doppia cassa. Il capitano era molto ansioso che la sua formidabile padrona di casa non si accorgesse di quella sua uscita insolitae quindi applicò con successo la strategia di far uscire prima da solo il ragazzoordinandogli di attenderlo qualche minuto per via appena girato l'angolodove appunto lo raggiunse tardando di poco. Erano entrambi troppo preoccupati per discorrere prima di raggiungere la bottega del povero vecchio Soldavanti alla quale il piccolo guardiamarina di legno pareva scrutare l'orizzonte in cerca di un soccorso per il padrone.

    - Gills! - gridò il brav'uomoattraversando di corsa la bottega e raggiungendo nel salottino l'amico al quale strinse a lungo la mano. - Avanti con la prora al ventoe vedrai che ce la faremo!

    Tenere testa al ventoecco quello che occorre!

    Il vecchio Sol ricambiò la stretta di manoringraziando a bassa voce il fedele amico. Seguì una conversazione fra i due alla presenza di Walter e del signor Brogleyma la questione del reperimento di fondi sufficienti a estinguere il grosso debito rimaneva insolutaquando il capitano Cuttle esclamò tutto eccitato:

    - Walter! Ho trovato!

    - Davverocapitano? - replicò vivacemente il ragazzo.

    - Sì! - confermò il capitanotraendolo in disparte. - Una garanzia è data dalla merce che si trova in bottega; e l'altra sono io a darla con il mio discreto vitalizio: il capitale lo anticiperà il tuo principale!

    - Il signor Dombey! - balbettò Walter.

    Il capitano accennò gravemente di sì. - Guardalo! - disse emozionato. - Guarda tuo zio: se gli portassero via la sua mercelui morirebbe; lo sai bene che morirebbe. Non dobbiamo lasciare nulla di intentatoWaltere il primo passo è tuo!

    - Mio!... il signor Dombey... - tornò a balbettare Walter.

    - Tu corri subito in ufficio e vedi se è là! - ordinò il capitano Cuttledando un'amichevole manata sulle spalle del ragazzo. - Svelto!

    Walter non se lo fece dire la seconda volta: filò via e fu presto di ritorno con la notizia che essendo sabato il signor Dombey era partito per Brighton.

    - Lo so ben io quello che faremo! - dichiarò il capitanoche pareva essersi già preparato a quella eventualità. - Partiamo per Brighton tutti e due! Prendiamo la diligenza del pomeriggio.

    Walter provava la vaga impressione che avrebbe forse preferito dover affrontare il formidabile signor Dombey senza la compagnia del vecchio amicoma costui era chiaramente deciso a porre in atto di persona il progettoe quindi i due si congedarono in fretta dal vecchio Sol e partirono verso la stazione della diligenza di Brighton.

    La mattina dopo il signor Dombey si trovava a colazione e in piacevoli conversari con la signora Chick e la signorina Toxda lui invitate a trascorrere la giornata festiva al maree stavano tutti insieme cantando le lodi del maggiore Bagstockil quale si sentiva da tempo trascurato dalla sua amabile vicina la signorina Tox; aveva deciso di scoprirne la ragione e con sottili e astute manovre era riuscito a fare la conoscenza del signor Dombeyrendendosi talmente gradito da farsi più volte invitare a pranzo in città e anche a Brighton. Naturalmente lo scopo recondito del maligno maggiore era di mettere energicamente il bastone fra le ruote della signorina Tox nel caso ella sognasse (e da molteplici indizi egli era pronto a giurare che la signorina tendeva attivamente alla realizzazione di tale sogno) di diventare la seconda legittima consorte del signor Dombey.

    Ignare di tanta perfidiale due amiche approvavano il giudizio del signor Dombeyil quale diceva che il maggioreoltre a possedere una spiccata personalità militaresca aveva il merito di riconoscere apertamente l'importanza di cosecome quelle attinenti alle imprese commercialiaffatto estranee al suo ambiente.

    Nel salotto entrò di corsa Florence con il volto acceso e gli occhi scintillanti di gioia.

    - Babbo! - gridò la fanciulla - c'è qui Walter e non vuole venire avanti!

    - Chi è? - protestò il signor Dombey. - Come ti permettiFlorence? Che succede?

    - E' Walterbabbo! - ripeté timidamente Florencerendendosi conto di essersi comportata in maniera poco conveniente. Walterche mi ha trovata quando m'ero perduta.

    - Luisaparla forse del giovane Gay? - chiese alla sorella il signor Dombeyaggrottando la fronte. - Questa bambina sta diventando davvero sgarbata. Non credo si tratti del giovane Gay.

    Vuoi andare a vedere tuLuisa?

    La signora Chick si affrettò a uscire nel corridoio e ritornò con la notizia che era infatti il giovane Gay accompagnato da uno stranissimo individuo; il giovane Gay diceva che non voleva prendersi la libertà di entrareavendo saputo che il signor Dombey stava facendo colazionee che avrebbe atteso fino al momento in cui il signor Dombey avesse gradito di riceverlo.

    - Di' al ragazzo che venga subito qui - ordinò il signor Dombey.- EbbeneGayche cosa c'è? Chi ti ha mandato? Non c'era nessun altro in ufficio che potesse venire?

    - La prego di scusarmisignore- disse Walter - ma non mi hanno mandato. Ho avuto l'ardire di venire per mio contoma spero che mi perdonerà quando saprà il motivo che mi ha spinto a presentarmi così da lei.

    Il signor Dombey però non gli prestava attenzione e volgeva lo sguardo alquanto irritato verso l'uscio alle spalle del ragazzo.

    - Che cosa c'è là? - disse il signor Dombey. - Chi è? Signorecredo che lei abbia sbagliato porta!

    - Ohle chiedo mille scuse per il disturbosignore! - si affrettò a spiegare Walter - ma questo è... è il capitano Cuttlesignore.

    E subito il capitano Cuttlecon il suo fantastico aspetto di vecchio lupo di maresi fece avantiinchinandosi profondamente al signor Dombey.

    Il signor Dombey fissò quel fenomeno con stupore e indignazione; il piccolo Paolo era entrato dietro a Florence eavendo visto il capitano agitare il suo uncinoparve assumere un atteggiamento di difesa.

    - E allora avantispiegati! - ordinò a Walter il signor Dombey in tono ben poco incoraggiantema Florence rivolse al ragazzo un gentilissimo sorriso.

    - Eccosignore- balbettò Walter - sono venuto da lei per una questione del tutto privata e personale e il capitano Cuttle...

    - Presentesignore! - esclamò il capitano come volesse ricordare che lui era a disposizione degli amicie che di lui ci si poteva fidare a occhi chiusi.

    - Il capitano è un vecchio amico di mio ziosignoreed è una persona eccellente - seguitò Walter. - Ha avuto la bontà di offrirsi di accompagnarmiperciò io non potevo rifiutare...

    - Certocerto! - lo interruppe il capitano. - Non potevi assolutamente rifiutareWalter! Va pure avanti.

    Il povero ragazzo era sull'orlo della disperazionema radunò il coraggio che poté e spiegò la triste situazione in cui si trovava quell'ottimo vecchio che era suo zioil solo parente che aveva sulla terra; e come si trovasse sul punto di perdere ogni suo avere e di rimanere alla sua età sul lastrico se non vi fosse il modo di saldare un grosso debitoe che se il signor Dombey avesse avuto la bontà di aiutarlolui Walternon meno dello ziogli sarebbe stato eternamente grato. - ... e la prego di credere che... una buona garanzia non manca... vi è la bottegaancora ben fornita... e poi il capitano vuole essere garante... e iosignorese lei accetta che il compenso del mio lavoro sia messo da parte... mio zio è tanto buono... un vecchio tanto onesto e risparmiatore...

    Walter non riuscì a terminare in maniera coerente il suo discorso e quando le parole gli morirono in bocca rimase di fronte al suo principale a testa bassa e in silenzio.

    Il capitano ritenne che fosse il momento adatto per mettere in mostra i suoi tesori e avanzò verso la tavolane liberò una parte accanto al braccio del signor Dombeyradunando piatti e tazzee dopo avere vuotato le tasche e fatto un piccolo mucchio dei suoi preziositornò ad arretrare di un passo.

    - Meglio poco di nientesignorecome si suol dire! - dichiarò il capitano Cuttle. - Senza contare il mio assegno vitalizio di cento sterline l'annopure disponibile ai vostri comandi perché se esiste al mondo un uomo pieno zeppo di sapienzaquesto è il vecchio Sol Gillse se c'è sulla terra un ragazzo che promette benequesto è suo nipote!

    Poi il capitano si ritirò di un altro passo e si ravviò i capelli con il gesto dell'attore soddisfatto di avere condotto a termine una scena specialmente impegnativa.

    Quando Walter aveva smesso di parlarel'attenzione del signor Dombey s'era fissata sul piccolo Paoloil quale nel vedere la sorellina piangere di compassione per ciò che aveva uditole si era avvicinato per confortarla e intanto lasciava scorrere uno sguardo profondamente espressivo da Walter al padre. In silenzio il padre non finiva di osservare il bambinoinfine chiese:

    - Perché questo debito? Chi è il creditore?

    - Il ragazzo non lo sa - rispose subito il capitanoposando la mano sulla spalla di Walter - ma io sì. Il mio amico Gills s'è trovato con questo debito da pagare per avere aiutato un individuo che adesso è morto e che già prima gli era costato varie centinaia di sterline. Pronto a forniresignorealtri particolari a quattr'occhise occorre.

    - Chi possiede appena di che vivere - dichiarò il signor Dombey senza badare ai cenni misteriosi che il capitano gli rivolgeva da dietro le spalle di Walter - farebbe meglio a badare alle proprie difficoltà e a far fronte ai propri impegniinvece di aumentarli dando garanzie in favore d'altri. E' anche un atto disonesto e presuntuoso - disse con grande severità il signor Dombey - un atto di grave presunzione e disonestà. Nemmeno per i ricchi sarebbe un dovere arrivare a tanto!... Paolovieni da me!

    Il bambino ubbidì e il signor Dombey se lo fece sedere sulle ginocchia.

    - Senti un po'... - disse il signor Dombey al piccolo Paolo.

    Guardami bene: se tu avessi denaro adessotutto quel denaro di cui ha parlato il giovane Gayche cosa faresti?

    - Lo darei al suo vecchio zio - rispose subito il bambino.

    - Lo presteresti al suo vecchio zioallora? - esclamò il signor Dombey. - Ma quando sarai più grandesai bene che il mio denaro sarà anche tuo e lo useremo insieme.

    - Dombey e Figlio! - esclamò il piccolo Paolo.

    - Dombey e Figlio! - ripeté il padre. - Vuoi cominciare dunque a operare nella ditta Dombey e Figlio prestando questo denaro allo zio del giovane Gay?

    - Ohsìbabboti prego! - rispose subito il bambino. - Anche Florence lo desidera.

    - Le bambine non hanno nulla a che vedere con la ditta Dombey e Figlio! - precisò il signor Dombey. - Tu vuoi dunque?

    - Sìbabbosì!

    - E allora daglielo! - concluse il padre. - VediPaolo aggiunse abbassando la voce - com'è grande la potenza del denaro e come la gente è ansiosa di procurarselo. Il giovane Gay ha fatto questo lungo viaggio per chiederci del denaroe tu che sei ricco e importante e possiedi molto denarohai deciso di darglielocome speciale favore e con obbligo di restituzione.

    Per un attimo Paolo levò sul padre uno sguardo quasi vecchio tanto era comprensivoma subito tornò bambino e con vivacità scivolò giù dalle ginocchia del padre e corse a dire a Florence che non piangesse più perché avrebbe lui stesso dato il denaro al giovane Gay.

    Poi il signor Dombey si girò verso un tavolino che gli stava di fiancoscrisse un biglietto e lo sigillòmentre Paolo e Florence parlavano a bassa voce con Walter e il capitano Cuttle rivolgeva al terzetto un sorriso di enorme soddisfazione. Dando a Walter il bigliettoil signor Dombey gli disse: - Consegna questo domattina al signor Carker appena lo vedi; egli provvederà affinché un mio impiegato prosciolga tuo zio dall'impegno che attualmente lo legatacitando il suo creditore e stipulando con tuo zio i termini della restituzionecompatibili con le condizioni in cui egli si trova. Tieni presente che il favore ti è concesso dal signorino Paolo.

    Per la felicità di stringere in pugno il mezzo capace di scacciare dagli occhi dello zio l'infelicità che vi si era affacciataWalter avrebbe voluto a ogni costo esprimere almeno in parte la gioia della sua gratitudinema il signor Dombey gli troncò la parola in bocca.

    - Tieni presente che il favore ti è concesso dal signorino Paolo- ripeté. - Gli ho spiegato la questione ed egli ha perfettamente compreso. Non una parola di più.

    Così dicendo indicava la porta e a Walter non rimase che inchinarsi e uscire. La signorina Toxvedendo che il capitano stava per seguirlolo trattennerivolgendosi al signor Dombey.- Mio caro signore - esclamò tra le lagrimeche insieme con la signora Chick stava copiosamente versando per l'emozione suscitata in lei dalla vista di tanta munificenza. - Perdoni la libertàma credo che nella generosità della sua mente sublime ella abbia dimenticato un piccolo dettaglio...

    - Davverosignorina Tox? - esclamò il signor Dombey.

    - Questo signore ha lasciato sulla tavola... qualcosa...

    - Santo cielo! - esclamò il signor Dombeyspingendo via da sé il tesoro del capitano come fosse spazzatura. - Signoreporti via queste cose! Signorina Toxle sono molto grato dell'attenzione.

    Signoremi faccia il favore di prendere tutto!

    Il capitano Cuttle non poteva se non aderire alla perentoria richiestae tanto lo colpì la magnanimità del signor Dombey di rifiutare quel piccolo tesoro offertogliche non appena ebbe di nuovo intascata ogni cosa non poté trattenersi dallo stringere con la sinistra (la sola che possedeva) la destra di quel gentiluomocon la conseguenza di fare rabbrividire per il disgusto il suddetto signore. Poi si congedò con rispetto da Florence e da Paolo e uscì con Walter. Florence fece per seguirli di corsa perché aveva dimenticato di inviare uno speciale messaggio di saluti al vecchio Solma il signor Dombey la richiamò con l'ordine che non si movesse di un centimetro da dove si trovava.

    - Mia caratemo che non diventerai proprio mai una vera Dombey!- la rimproverò la signora Chick con dolcezza drammatica.

    - Zia cara- Florence replicò - non arrabbiarti con me! Io sono tanto riconoscente al babbo!

    Se avesse osatoavrebbe abbracciato il padrema non ebbe l'ardire di farloe rimase a guardarlo mentre eglinon badandole affattocontemplava il piccolo Paolo che era rientrato tutto fiero della sua nuova importanza: aveva prestato del denaro al giovane Gay !

    E il giovane Gay... vale a dire il nostro Walterlui che pensava di tutto questo?

    Naturalmente era felicissimo di poter correre a liberare lo zio dalle minacce di protesti e sequestrie non vedeva l'ora di recare la buona novella. Ebbe la gioia di sapere che tutto era sistemato il giorno seguente già prima di mezzogiorno e di trascorrere come al solito la sera nel salottino dietro la bottega in compagnia dei due vecchi amici pienamente ritornati al loro umore faceto. Ma pur senza che ne venisse affatto diminuita la sua gratitudine verso il signor Dombeysi deve ammettere che Walter si sentiva umiliato e abbattuto. Appunto nel momento in cui le speranze sono uccise in boccio dalla violenza dell'uragano si è più che mai disposti a sognare quali stupendi fiori sarebbero potuti sbocciare in un clima favorevole. Walter aveva l'impressione che un nuovo baratro si fosse spalancato fra lui e le invalicabili altezze su cui dimorava la famiglia Dombeye gli venne pure il sospetto che senza gli eventi di quegli ultimi due giorni il suo costante ricordo di Florence l'avrebbe potuto indurre a sperare di poter giungere in un lontano futuro a farsi accettare come pretendente della fanciulla.

    Chi nutriva opinioni del tutto contrarie era il capitano Cuttleil quale riteneva che la spedizione di Brighton fosse stata coronata da pieno successo per il tempo presente e inoltre per il più remoto avvenire.

     

     

     

  11. PAOLO AFFRONTA UN AMBIENTE NUOVO: STUDIA E SI AMMALA
  12.  

     

     

    Un giorno il signor Dombey si recò in visita dalla signora Pipchin per interrogarla intorno alle condizioni di salute del figlio.

    - L'aria di Brighton gli ha giovato moltosignore- gli rispose la donna - davvero moltissimo!

    - Ciò mi rallegrasignora Pipchine intendo che mio figlio rimanga ancora per un certo periodo a Brighton. Ma ormai ha sei annisignoragià sei anni e temo che negli studi si trovi molto indietro rispetto a tanti ragazzi della sua etàinvece di essere il primo di tutti. L'istruzione di un signorino come mio figlio non deve essere trascurataavere imperfezioni né lacunema essere organizzata con metodo e fermezza.

    - Certosignore! - approvò la signora Pipchin. - Sono anch'io di questa idea.

    - Sono lieto di sentirvelo diresignora! E ho già pensato per mio figlio al collegio diretto dal dottor Blimber.

    - Il mio vicino di casasignore! - disse la signora Pipchin. Ho sentito dire che la scuola è ottima e molto severa: non si fa che studiare dalla mattina alla sera.

    - Ed è molto cara - aggiunse il signor Dombey. - Ho preso contatti per corrispondenza con il dottor Blimberil quale non pensa che mio figlio sia troppo giovane per iniziare il suo corso di studi.

    Ho perciò deciso di mandare Paolo come alunno interno per il prossimo semestre scolasticoma siccome egli si sente legato da un affetto perfino eccessivo alla sorella maggiorein questo primo periodo Florence resterà qui presso di lei e lo terrà con sé il sabato e la domenica; in tal modo si disavvezzerà pian piano alla compagnia della ragazzaaffatto inutile per la futura carriera dei suoi studi.

    La signora Pipchin non aveva alcuna obiezione da faree il progetto venne posto in esecuzione.

    Paolo e la sorella erano stati quasi un anno ospiti del "castello" sul mareerano tornati a casa un paio di voltema solo per pochi giorni e avevano sempre trascorso la domenica all'albergo con il signor Dombey. A poco a poco Paolo si era alquanto irrobustito e non doveva più farsi spingere nella carrozzella per andare a passeggiare lungo la spiaggiama era sempre esile e pallidoalieno da ogni gioco rumoroso e incline ai lunghi silenzi e ai sogni a occhi aperti.

    Il dottor Blimber teneva presso di sé non più di dieci alunnima siccome la sua sapienza sarebbe bastata per cento studentiquei dieci ne ricevevano una dose spropositata in un ambiente che era una vera serrain cui le tenere piante infantili erano indotte anche non senza una certa violenza mentale a fiorire anzi tempo.

    Naturalmente il sistema non era privo di qualche svantaggiocome avviene che i prodotti di culture intensive siano spesso insipidi e facilmente deteriorabili. Il dottore era sempre vestito di nero calvo e grassodotato di una voce profonda e di un gigantesco doppio mento. La sua casa guardava sul marema era tutt'altro che allegracon i tendaggi scuri alle finestrele stanze quasi sempre fredde e umidecosì che un visitatore il quale vi entrasse per la prima volta poteva avere l'impressione di essere un secchio fatto calare nel pozzo.

    La signorina Blimber era giovane e abbastanza graziosama nell'insegnamento della cultura classica era non meno inflessibile del padre e aveva la passione delle lingue morte. Sua madre invece non possedeva molta istruzionema era abilissima nel fingere di averlae quando si trovava a un ricevimento non mancava mai di dire che se avesse avuto la fortuna d'incontrare Ciceronele pareva che sarebbe morta contenta. La sua gioia più grande era vedere uscire per la passeggiata gli allievi del marito con il colletto della camicia più ampio e la cravatta più rigida di ogni altro giovane gentiluomo della città.

    Vi era poi il professor Feederl'assistente del dottoreche era come un organetto caricato a molla sempre desideroso di far sentire le poche arie che sapeva a menaditofatte apposta per produrre nella mente dei giovani studenti del dottor Blimber la massima confusione.

    Per effetto dei metodi di insegnamento di quella scuolaogni giovane costretto a frequentarla viveva in un incubo popolato di verbi assassinisostantivi selvaggitorturatrici regole di sintassi. Gli bastavano tre settimane per incitrulliretre mesi per essere tormentato da tutte le preoccupazioni della terraquattro per odiare i genitori o il tutorecinque per affondare nella misantropiasei per invidiare qualunque antico romano morto e sepoltoe giungendo così alla fine del primo corso a nutrire l'idea incrollabile che tutte le fantasie dei poeti e le lezioni dei sapienti non fossero se non collezioni di parole e di regole grammaticali prive del ben che minimo significato.

    - Ah! - disse il dottor Blimber seduto fra gli innumerevoli volumi del suo studio severo e sontuosoquando il signor Dombey gli presentò il figlioche da dietro la barriera dei libri egli non riuscì da prima a vedere tanto era piccino. - Ahecco il mio nuovo piccolo amico! Come staimio caro giovanetto? chiese il dottore con voce tonante.

    - Benegraziesignore - gli rispose il bambino.

    - Vogliamo fare di te un uomonon è vero? - esclamò il dottorechiedendo l'approvazione del suo nuovo alunno.

    - Io preferirei rimanere un bambino - confessò ingenuamente il piccolo Paolo.

    - Ma davvero! - fece stupito il dottore. - E perché mai?

    Il bambino rimase a fissare l'altro per un momento facendo uno sforzo per dominarsipoi si strinse alla sorellasi aggrappò a lei e scoppiò in lagrimee quella fu la risposta che tutta la sua forza di volontà non era riuscita a far tacere.

    Superato quel primo momento di commozioneil bambino seguì gli altri nella visita allo studio dove lo attendeva un tavolino con sopra una pila di librie al dormitorio.

    Non gli riuscì difficile separarsi dal padrema fu per lui uno strazio prendere congedo dalla sorellae fu il sorriso tenero e incoraggiante di lei che cercò fino all'ultimo momento con lo sguardo.

    Il dottore decise che da principio Paolo avrebbe studiato sotto la direzione della signorina Blimberla quale rimase inorridita nell'apprendere che il bambino ignorava affatto la grammatica latina.

    - Vedesignorina- spiegò Paolo - io ero molto debole e non potevo studiare il latino quando andavo a passeggio con Glubb.

    - Che nome volgareorribile! - esclamò la signorina. - Chi è costui?

    - E' un vecchio tanto buono - rispose Paolo - che spingeva la mia carrozzella sulla spiaggia. Lui sa tutto del mare e dei pesci e dei grandi mostri marini che a volte escono dall'acqua e si coricano sugli scogli e non appena qualcuno li spaventa sbuffano e sprofondano in acqua facendo un baccano che si ode molto lontano.

    Il vecchio Glubb non saè veroperché il mare mi fa venire in mente la mia mamma che è mortae nemmeno che cosa dicono sempre le onde... ma sa tante altre cose. Vorrei...mormorò il bambinoperdendo a un tratto quel po' di vivacità che l'aveva animato - vorrei che permetteste al vecchio Glubb di venire a salutarmi perché lo conosco bene e lui mi conosce.

    - Ah! - esclamò il dottorescotendo il capo. - Malemalissimotuttavia con lo studio riusciremo a fare qualcosa.

    E così ebbe inizio la vita di collegio del piccolo Paolo. Le giornate erano dure per luima faticava di buona lena sui libri e la signorina Blimber non era affatto scontentae poi il sabato giungeva a compensarlo di ogni pena con l'arrivo immancabile dell'affezionata sorella. Una domenica sera Florence tornava al "castello" dopo avere riaccompagnato in collegio Paoloe pregò la cameriera Susan che era sempre con lei di comperarle i libri di cui aveva segnato i titoli su un fogliettoe che Paolo portava con sé per fare la domenica tutti i lunghi esercizi che gli assegnavano. Susan protestò dicendo che Florence avevaè verotutto il denaro necessarioma possedeva già un gran numero di libri e non occorreva davvero che per la sua istruzione se ne procurasse altri. Ma il progetto di Florence era ben preciso: la fanciulla intendeva studiare tutte le materie che tanto affaticavano il fratellino: e così infatti avvennee Paolo rimase sbigottito da quell'insperato soccorsoe il suo amore per la sorella si arricchì di nuova gratitudine. Ma tutto si risolse in una maggiore fatica perché se il dottor Blimber diceva al signor Dombey che il figlio era dotato di buona intelligenza e faceva notevoli progressicostui insisteva che la sua istruzione procedesse con più intensità: era pertanto l'identica replica che dava il padre di un altro allievo quando gli dicevano che il ragazzo era poco sveglio e faceva scarsi progressi.

    Anche su Paolo il sistema d'istruzione del dottor Blimber aveva prodotto il suo effettoe il bambino non mostrava più quel po' di vivacità della prima infanzia; conservava invece nel carattere tutto ciò che vi era di singolarela tendenza al fantasticarel'inclinazione a una solitaria malinconia. Gli piaceva soprattutto stare solotendere l'orecchio al grande orologio a pendolo ritto sul pianerottolo della scalinatadalla cui vocefin dal primo momento in cui l'aveva uditanon faceva che sentirsi dire: - Come staiCome stai! - gli piaceva scoprire nel disegno delle tappezzerie e nelle macchie dei pavimenti figure orride o stupende che solo a lui si rivelavano e che non confidava ad alcuno. Il bambino viveva così tutto chiuso negli arabeschi delle sue fantasie e nessuno lo comprendeva.

    Una sera il giovane signor Toots che fungeva da sorvegliante dei ragazzilo trovò affacciato alla finestra della sua cameretta.

    - Dimmi un po'! - gli chiese - a che cosa pensi?

    - A tante cose... - rispose il bambino. - Per esempiose lei dovesse morirenon le pare che preferirebbe morire in una notte di lunaquando il cielo è tutto limpido e c'è un gran vento come quello che soffiava ieri sera?

    Il giovane scosse il capo con uno sguardo molto perplesso e rispose che non lo sapeva.

    - Oppure non con un gran vento - seguitò Paolo - ma con quel mormorio che si sente nelle grosse conchiglie. Era tanto bello ieri notte. Ho ascoltato a lungo il rumore del marepoi mi sono alzato e ho guardato. C'era una barca laggiùtutta illuminata dalla luna; una barca con la vela.

    Il giovane non sapeva che cosa dire e mormorò solo:

    Contrabbandieri... - ma poi ricordò che ogni questione presenta due lati opposti e aggiunse: - Forse erano le guardie.

    - Una barca con la vela - ripeté Paolo con voce seria e forte tutta illuminata dalla luna. La vela come un braccio d'argento. Si allontanavae che cosa crede mi pareva facesse mentre galleggiava sulle onde?

    - Forse dondolava - suggerì il precettore.

    - Mi pareva che mi facesse cenno - rispose il bambino. - Che mi facesse cenno di andare... Eccola! Eccola!

    A quelle parole il giovane sobbalzò costernatissimo e gridò: Cosa?

    - Mia sorella Florence! - esclamò Paolo. - Alza il viso e mi saluta con la mano. Mi vede... mi vede! Buonanottesorellinabuonanottebuonanotte!

    Era straordinario come la gioia più viva avesse illuminato il volto del bambinoe come subito si spegnesse con la scomparsa della fanciullafacendolo ricadere nell'abituale paziente malinconia.

     

     

     

  13. NEGLI UFFICI DELLA DITTA DOMBEY E FIGLIO
  14.  

     

     

    Gli uffici della ditta si aprivano in un cortile dove all'angolo si trovava da tempo immemorabile un banco per la vendita di frutta sceltae inoltre vari venditori ambulanti dei due sessi offrivano ogni giornofra le dieci e le diciassettepantofoletaccuinispugnecollari per canisaponette e a volte perfino un cane da caccia o un quadro a olio.

    Quando compariva il signor Dombeytutti i piccoli commercianti si scostavano con rispettoe il facchino di piazzase non era assente per qualche lavorosi affrettava a spalancare la porta degli uffici per il signor Dombey e a tenergliela bene apertarimanendo con il cappello in mano fino che fosse entrato.

    Non minori erano le manifestazioni di rispetto degli impiegati all'interno dell'edificio quando il signor Dombey ne varcava la sogliaa partire dal fattorino che aveva per il principale una deferenza che rasentava l'adorazionesu fino al direttorel'importante signor Carker. Costui era un signore non ancora sulla quarantina dal colorito florido e con una doppia fila di denti tanto regolari e candidi da abbagliare; non era assolutamente possibile non notarli perché li metteva in mostra ogni volta che apriva bocca; quando poi sorrideva (e in genere lo faceva solo con la bocca) la smorfia era tanto ampia da rassomigliare non poco a quella di un gatto infuriato. A imitazione del suo principalesfoggiava un cravattone bianco inamidatovestiva molto attillato ed era sempre abbottonato fino al collo. Le sue maniere verso il signor Dombey contenevano una ben dosata sfumatura di familiarità intesa a porre più che mai in evidenza l'abisso che lo separava da tanto eminente altezza. Tale era il direttore signor Carkere lo scrivano Carkeril buon amico di Walterera suo fratellodi due o tre anni maggiorema infinitamente inferiore a lui rispetto alla posizione: il più giovane dei due fratelli aveva raggiunto la cima della scala gerarchica mentre quello maggiore stava in fondorassegnato a lasciarsi superare da chiunquesenza alcuna speranza di avanzare e senza nemmeno lamentarsene.

    - Buongiornosignore! - disse il direttore Carkerentrando nello studio del signor Dombey poco dopo il suo arrivocon un fascio di carte in mano.

    - BuongiornoCarker - disse il signor Dombeyalzandosi dalla poltrona e mettendosi con le spalle al caminetto. - Ha niente per me?

    - Non vorrei disturbarla - rispose Carkersfogliando le carte.Sa bene che ha una riunione di comitato alle tre.

    - E un'altra alle tre e tre quarti - aggiunse il signor Dombey.

    - Lei non si dimentica di nulla! - esclamò Carkersempre sfogliando le carte. - Se il signorino Paolo erediterà la sua buona memoria non sarà un socio tanto comodo per la ditta. Uno come lei basta e avanza!

    - Anche lei ha una discreta memoriaCarker - osservò il signor Dombey.

    - Ohio! - replicò il direttore. - Ma per uno come me è il solo capitale da poter amministrare.

    L'adulazione appena dissimulata in quelle parole non dispiacque affatto al signor Dombeycome non gli dispiaceva nel suo uomo di fiducia la severa eleganza del vestire e quel po' di arroganza nel portamento che non faceva se non dare maggior rilievo alla sua ostentata umiltà. Pareva un uomo disposto a lottare contro qualunque antagonistaper quanto potentema affatto disarmato di fronte alla grandezza e alla superiorità del signor Dombey.

    - Ahecco! - disse Carkerscegliendo una carta. - Abbiamo ricevuto avviso della morte di un impiegato subalterno dell'agenzia della ditta a Barbados. Morfin propone di riservare un passaggio per chi vada a sostituirlo sul Figlio ed Erede che salperà fra circa un mese. Non è certo un gran bel posto...

    In quel momento sentirono bussare all'uscioCarker gridò: Avanti!

    - ed entrò Walter con in mano alcune lettere appena giunte.

    - Oh! perdonisignor direttore Carkernon sapevo che lei fosse qui - si scusò Walter. - Mi aveva detto il signor Carker...

    Nell'udire quel nome il signor direttore Carker fece mostra di essere punto sul vivo dalla vergogna e dall'umiliazione. Fissò gli occhi in faccia al signor Dombey con espressione di scusali chinò a terra e stette per un momento senza parlare.

    - Giovanotto! - esclamò all'improvvisorivolgendosi con tono di collera a Walter. - Mi pareva di averle già detto di non parlare mai in mia presenza dello scrivano Carker!

    - Le chiedo scusa! - ripeté Walter. - Volevo solo dire che il signor Carker mi ha detto che credeva lei fosse uscitoaltrimenti non avrei bussato se avessi saputo che era nell'ufficio del signor Dombey. Queste sono lettere indirizzate al signor Dombeysignore.

    - Sta bene - disse seccamente il signor direttore Carker strappandogliele di mano. - Vada al suo lavoro.

    Una delle letterela prima del piccolo mazzodoveva contenere il solito resoconto della signora Pipchinpoiché l'indirizzo era scritto di mano di Florence. Il signor Dombey rimase a fissare la missiva con profonda irritazionecome se pensasse che il ragazzo avesse fatto apposta a presentarla così alla sua attenzionepoi se la ficcò in tasca senza dissuggellarla.

    - Lei diceva che occorre mandare qualcuno nelle Indie Occidentalinon è vero? - disse in fretta il signor Dombey.

    - Sì - rispose Carker.

    - Vi mandi il giovane Gay.

    - Benissimo! Nulla di più facile - approvò il signor Carker senza mostrare alcun segno di sorpresa.

    - Lo faccia venire qui.

    Il signor Carker obbedì subito e un momento dopo Walter tornava a presentarsi.

    -Gay- lo apostrofò il signor Dombeyche gli voltava le spallee girò appena la testa - c'è qui per te...

    - Una buona occasione! - concluse il signor Carkerspalancando la bocca fino alle orecchie.

    - Nelle Indie Occidentali. A Barbados. Ti mando là - spiegò il signor Dombey senza minimamente curarsi di addolcire la nuda verità - a occupare un posto di subalterno nella nostra agenzia di Barbados. Di' a tuo zio da parte mia che ti ho scelto per mandarti nelle Indie Occidentali. Fra un meseo forse fra due.

    Walter era rimasto senza fiato a quella comunicazione e solo dopo un momento riuscì ad aprir bocca. - Dovrò rimanere làsignore? - chiese.

    - Certo! - rispose il signor Dombey.

    Walter s'inchinò.

    - Questo e tutto. Va' pure. A meno che tu non abbia qualcosa da dire.

    - Io non so come... io... le sono molto obbligatosignore.

    - Puoi andare - disse seccamente il signor Dombeye Walter si ritirò senza aggiungere altro.

    Poco dopo il ragazzo dovette essere testimone involontario di un furioso scontro verbale tra James Carkeril direttoree lo scrivano John Carkero per meglio diredell'aggressione subita dal secondo da parte del primoe che lo lasciò addolorato e indignato. Più tardi volle dimostrare a John Carker quanto lo stimasse e come gli fosse grato delle sue attenzionima con profondo abbattimento il poveretto gli rivelò il segreto della sua esistenza umiliata: già maggiorenneaveva commesso un furto; rubò di nuovosempre nella ditta; prima che compisse ventidue anni era già scoperto e disonorato; il vecchio signor Dombey era stato buono con luil'aveva tenuto con séma il fratello non gli aveva mai perdonatonemmeno considerando che una parte di merito della sua rapida carriera andava anche al silenzioso e oscuro ma intelligente e solerte lavoro del fratello. Tutto questo il poveretto confidò a Walterpregandolo pure che non ne facesse più parola. E concluse dicendo: - Prima che il piccolo Dombey cresca e gli rivelino la mia vergognapuò darsi che la mia sedia sia già occupata da qualcun altromagari così fosse! Sarà il solo cambiamento che il destino avrà in serbo per me dal giorno in cuiuscendo dallo studio del vecchio capo della dittami sono lasciato alle spalle la giovinezza e la speranza di ogni buona amicizia. Dio ti assistaWalter! Il Signore conservi te e tutti i tuoi cari sulla retta viama se dovessero deviareli faccia piuttosto morire!

    L'emozione suscitata in lui da quella drammatica storiaaveva fatto dimenticare per un poco a Walter la situazione quasi altrettanto drammatica in cui si trovava: era dunque vero che fra poco tempo si sarebbe trovato in viaggio per le Indiesenza speranza di mai più rivedere lo zio Solil capitano Cuttle e nemmeno di quando in quando Florence Dombey? Era veropurtroppoe la notizia aveva fatto il giro dell'ufficiotutti già la conoscevano.

    Per vari giorni Walter non ebbe l'animo di confidarsi con lo zionutrendo forse la vaga fiducia che il signor Dombey potesse recedere dalla sua paurosa decisione e dirgli che la partenza per le Indie era sospesa. Ma poiché non vi fu invece alcun indizio che ciò sarebbe avvenutopensò di pregare il capitano Cuttle che si incaricasse lui stesso di rivelare con le debite maniere allo zio Sol la triste notiziafacendogli credereper non impressionarlo troppoche la separazione imminente fosse solo temporanea. Il vecchio amico fu molto rattristato nell'udire inoltre che il signor Dombey mostrava di non avere alcuna simpatia per Walter. E questo gli fece venire in mente un'idea grandiosache tuttavia ritenne opportuno tenere affatto segreta: si sarebbe recato lui in persona dal signor Dombey per sistemare nel miglior modo possibile l'avvenire del suo giovane amico. A Walter disse solo che in quel frangente gli sarebbe piaciuto avere l'assistenza di un altro vecchio lupo di mareun suo amico intimo di nome Bunsbyun individuo incredibilmente forte che da mozzo era stato picchiato sulla testa per tre settimane (a intervallis'intende) e poi era caduto fuori bordo per due volteeppure stava sempre benissimo e aveva la mente più limpida che si potesse immaginare: peccato che in quei giorni fosse in navigazione !

    Decisero che sarebbero andati insieme fino alla casa del signor Gillsil capitano Cuttle sarebbe entrato a compiere la sua missione e intanto Walter avrebbe fatto una lunga passeggiata.

    - E bada che sia ben lungaragazzo mio! - lo ammonì il capitano quando si separarono.

    Walter riprese a camminare senza avere una meta precisadesiderava soprattutto trovarsi in aperta campagna per cercare conforto nel verde e nella solitudine; conosceva bene il parco di Hampsteade per giungere fin là dovette necessariamente passare davanti alla casa del signor Dombey. Imponente e scura come sempregli presentò la sua facciata arcigna con le persiane tutte abbassate al primo pianoma le finestre del piano superiore erano spalancatee l'unico segno di vita era dato dalle tende che si agitavano alla brezza vivace. Poco più avanti si volse e alzò lo sguardo a quelle finestre che gli ricordavanose ce ne fosse stato bisognol'avventura della bambina sperduta e ritrovatavecchia ormai di parecchi anni. In quel momento davanti alla casa si fermò una carrozza padronalee ne discese un signore grassotutto vestito di neroche subito entrò; era certo un medicoe Walter si domandò chi fosse il malato.

    Si trovò a pensare che forse la bella fanciulla che gli era stata così grata e aveva sempre mostrato tanta gioia nel rivederloun giorno avrebbe potuto parlare in favore di lui al fratello e mutare in meglio le sue condizioni. Si cullava in questa illusionementre insieme pensava come fosse più logico ritenere che in un prossimo avvenire egli si sarebbe trovato di là del mareed ella sarebbe stata una signora felice e riccasenza alcun motivo per ricordarlo nella sua nuova vita di sposa più di quanto avrebbe ricordato un giocattolo con il quale avesse giocato da bambina.

    D'altro canto non riusciva a immaginare che sarebbe mai divenuta una vera signora superba della propria posizione e ricchezza; per lui era sempre la creatura innocentegraziosa e spontanea del giorno lontano in cui s'era imbattuta nella buona signora Brown.

    Insomma se ragionava tra sé intorno a FlorenceWalter ammetteva di essere affatto irragionevole e di non poter altro se non tenere sempre cara l'immagine della fanciulla come una visione preziosairraggiungibileimmutabile e indefinita... indefinita in tutto fuorché nel potere di procurargli gioia e di trattenerlo con mano d'angelo da tutto ciò che fosse indegno di lei.

    Il capitano Cuttle aveva condotto a termine con discreto successo la missione affidatagli di rivelare al vecchio amico Solomon le ultime notizie sul nipotee gli aveva pure tanto parlato delle prospettive splendide che gli avrebbe aperto quel breve soggiorno di là del mare e di un rimpatrio sicurissimo e non tanto remotoda lasciare il poveretto sbigottito e più ancora che addolorato estremamente confuso.

    Intanto il capitano stava dentro di sé alterando il progetto che gli era sembrato da prima logico e facile (aveva pensato di presentarsi con disinvoltura al signor Dombeyricordandogli quella bella mezz'ora che avevano trascorso insieme a Brighton discorrendo di affari...)e che gli pareva adesso un tantino rischiosoper cui decise di mutar rottachiedendo invece un'intervista al direttore della ditta Dombey e Figlioquell'importante signor Carker di cui Walter gli aveva parlato non senza un vago timore.

    Per schiarirsi le idee sorbì una bella porzione calda di rhum e acqua nella vicina tavernaquindi si precipitò nella piazzetta e dentro gli uffici nel timore che il benefico effetto si dileguasse prima del dovuto. Riuscì non senza fatica a farsi annunciare e introdurre nell'ufficio privato del signor direttore Carker.

    Il signor direttore era in piedi al centro del tappeto di fronte al caminetto spentoe quando il capitano entrò gli rivolse un'occhiata ben poco incoraggiante.

    Il signor Carker? - chiese il capitano Cuttle.

    Credo bene! - rispose il signor Carkermettendo in mostra tutti i suoi candidi denti.

    Al capitano quel sorriso riuscì gradito. - Vedesignor Carkerdisse il capitanogirando gli occhi lentamente intorno alla piccola stanzae guardando quanto gli permetteva di vedere il colletto alto e rigido della camicia - sono anch'io un uomo di maree Walterche fa il contabile qui da voiè quasi un figlio per me.

    Walter Gay? - chiese il direttoretornando a mostrare i denti.

    Sicuroproprio Walter Gay! Io sono intimo amico suo e di suo zio.

    Ma forse il signor Dombey le ha parlato di me?... sono il capitano Cuttle.

    - No! - rispose il signor Carkermettendo più che mai in evidenza la dentatura.

    - Già! - disse il capitano. - Ma io ho avuto il piacere di conoscerlo: gli ho fatto visita giù a Brighton con il mio giovane amico Walter quando... sicuroquando vi fu un piccolo accomodamento da stipulare. Forse questo lo ricorda?

    - Mi pare - convenne il signor Carker - che ebbi io stesso il piacere di regolare la questione.

    - Ma sicuro! Benissimo! - approvò il capitano. - Eccoe adesso mi sono preso la libertà di venire qui...

    - Non vuole accomodarsi? - lo invitò sempre sorridendo il signor Carker.

    - Grazie! - rispose il capitanoapprofittando subito dell'offerta. - Magari quando si è seduti la conversazione prende meglio il vento. E leinon siede?

    Nograzie - rispose il direttoreche rimase in piedi dando di spalle al caminettoforse per un'abitudine contratta nell'inverno: e pareva che fissasse il capitano non solo con gli occhima anche con tutti i denti e perfino con le gengive. Dice che ha preso la libertà di venire qui...

    - Sicuro! - prese a spiegare il capitano. - Sono venuto qui per il mio amico Walter; suo zio Sol Gills è un uomo di scienza: quanto alla scienza è un campione; ma per navigare gli manca la pratica.

    Walter è un ragazzo in gambaha solo il vizio di tenere la testa un po' bassama è tutto effetto di modestia. Ora io vorrei chiedere a leisenza disturbare il principalee parlando fra lei e me con la massima riservatezzaè tutta buona l'aria che spira qui per Walter? Per lui imbarcarsi vuol dire viaggiare con un buon vento in poppa?

    - E che cosa ne pensa leicapitano Cuttle? - chiese a sua volta Carker. - Leiche è un uomo pratico di navigazioneche ne pensa?

    - Ma via! - esclamò il capitanoche aveva l'impressione di essere oltremodo incoraggiato. - Che ne dice lei invece? Ho ragione o torto?

    Ha ragione - rispose il signor Carker. - Io non ne dubito. Allora è il suo buon vento che lo spinge! - esclamò il capitano.

    Il signor Carker scoperse i denti in un sorriso di consenso - Benebene! - approvò il capitano grandemente sollevato. - Lo sapevo già e l'ho anche detto a Walter. Graziegrazie mille.

    - Gay ha la prospettiva di un brillante avvenire - osservò il signor Carkerallargando ancor più la bocca. - Il mondo gli si spalanca davanti.

    - Ha mondo e moglie pronti da conquistarecome si suol dire!

    aggiunse tutto giulivo il capitano. Aveva pronunciato senza badare la parola mogliema ripensandovi strizzò l'occhio e posando il cappello duro e lucido sull'impugnatura del suo nodoso bastone lo fece girareguardando di sotto in sù quel sorridente personaggio.

    - Scommetto che so perché ride - disse il capitano.

    L'astuto signor Carker dilatò ancor più il sorriso.

    - Sono sicuro che di qui non esce una sillaba? - chiese il capitano.

    Sicurissimo!

    E allora posso supporre che lei pensi a un nome che parte da una F a cui segue una l?

    Il signor Carker non negòanzi continuava a sorridere.

    - E la terza lettera è una o? Vuol forse dire che ho ragione e ho indovinato? - suggerì il capitano.

    Per tutta risposta il signor Carker accennò di sì sorridendoil capitano Cuttle si levò in piedi e gli strinse la mano con calorespiegandogli che il ragazzo (ma si trattava di un segretonaturalmente) dopo aver conosciuto la signorina in maniera così singolare aveva sempre avuto una grande simpatia per leie lei per luie luiCuttlee il suo amico Sol Gills avevano sempre detto che parevano fatti l'uno per l'altra.

    Nessun gattoo scimmiottonessuna iena o testa di morto avrebbero potuto mostrare al capitano più denti di quanti gliene mostrò il signor Carker durante queste ultime battute dell'intervista. Qualche altra osservazione altrettanto sottileaccolta da quell'immutabile sorriso diedero al capitano l'incrollabile certezza della propria sagacia e del pieno consenso del suo interlocutore.

    - Capitano Cuttle! - disse infine il signor Carkerchinandosi alquanto. - Ciò che pensa nei confronti di Walter Gay corrisponde perfettamente alla realtà. Devo però chiederle di conservare il segreto.

    Taceròparola d'onore!

    Benissimo! Più tardi potrà parlare con il principalema c'è tempo.

    - Sicuro! - confermò il capitano. - E lei mi garantisce che questo viaggio di Walter fa parte del piano generale che la ditta ha organizzato per condurre in porto le sue grandi speranze?

    Senza articolar mottoma chinando il capomovendo le labbra e spalancandole in quel suo stupendo sorrisoil signor Carker mostrò di consentire incondizionatamente a tale interpretazione del suo pensiero.

    - Se le cose stanno così -concluse il capitano - posso mettermi il cuore in pace e attendere gli eventi. Non sono un uomo di molte parolema le dirò che sono molto grato della cortesia e le chiedo scusa del disturbo.

    - Nessun disturbo! - ribatté l'altro. Il capitano se ne andò sommamente soddisfattolasciando il signor Carker sempre appoggiato con le spalle al caminetto spento. Era immobilema una diabolica astuzia felina si manifestava nel suo sguardo vigilenella bocca tirata ma senza sorrisonelle stesse basette e nel gesto lento della mano che passava e ripassava sul volto liscio e sulla cravatta immacolata.

     

     

     

  15. PAOLO TORNA A CASA PER LE VACANZE E FINALMENTE SCOPRE CHE COSA DICONO SENZA POSA LE ONDE
  16.  

     

     

    Quel giorno Walter passeggiò a lungo in aperta campagnaprestando ascolto agli uccellini e ai rintocchi di lontane campanecontemplando con amore il bel verde degli alberi e dell'erba inglesespingendo a volte lo sguardo verso il lontano orizzonte incerto e nebbioso al di là del quale si trovava la meta del viaggio che gli avevano destinatoe tuttavia senza riuscire a rendersi pienamente conto che di lì a non molto avrebbe dovuto abbandonare la patria.

    Aveva ormai infilato la via del ritorno quando udì dietro a se un uomo che lanciava un richiamoe poi una voce acuta di donna chiamarlo forte per nome. Si girò sorpreso e vide una carrozza di piazza ferma in direzione opposta alla suache doveva averlo appena incrociato: il cocchiere s'era girato e agitava la frusta per attirare la sua attenzione e una giovane si sporgeva dal finestrino. Accorse e riconobbe Susan Nipperla cameriera di Florence.

    - Ohper favoresignorino Walter mi dica la prego dove si trova Staggs's Gardens! - gli gridò tutto d'un fiato la giovaneed era evidentemente agitatissima.

    - Ma sì! - aggiunse il cocchiere. - Vuole andare là e non si trova dov'è.

    - Sicuro! - continuò Susan. - Non so dov'èecco la verità! Vi andai una voltaesattamente il giorno in cui la signorina Florence poi si perdetteed eravamo iola signora Richardsil nostro povero signorino Paolo e la signorina; e al ritorno vi fu il ragazzo della signora Richards che faceva baruffa con una massa di ragazzie anche quel toro infuriato; e vi andai ancorama non ricordo più dove si trova! Ohsignorino Walteril nostro caro piccolo signorino Paoloil nostro povero angelo...

    Ohsanto cielo! - esclamò Walter. - E' malato? E' grave?

    Povero fiorellino! - gridò Susan torcendosi le mani. - Gli è venuta l'idea che gli piacerebbe rivedere la sua vecchia balia e io sono corsa a cercarla perché corra accanto al suo letto! Sìera indisposto da molto tempoma nessuno sapeva che fosse una cosa seria. Ahlo so che è male non perdonare al prossimoma io vorrei che quei Blimber li mettessero a lavorare sulle stradee la signorina Blimber davanti a tutti per spaccare le pietre con il piccone! Walter si diede a correre in ogni direzione in cerca del misterioso indirizzoe la carrozza lo seguivafinché alla fine Susan e il ragazzo piombarono in una nitida cucina piena di bambiniin mezzo ai quali sedeva la prosperosa signora Richards.

    - Ma quella è Susan! - esclamò la buona donna alzandosi di scatto.

    - Sìsignora Richardsanima carasono io! - gridò Susan. - il signorino Paolo è tanto malato e ha detto al suo babbo che vuole vedere la faccia della sua vecchia balia e anche la signorina Florence spera che lei non pensi più a quello che è successo e venga subito via con me!

    Il marito della donnache era appena tornato dal lavoro e stava pranzandomise giù coltello e forchetta e senza dir nulla aiutò la moglie a infilare la cuffiae posandole lo scialle sulle spalle e dandole un amichevole colpetto sulla spalla si limitò a ordinarle: CorriPolly!

    Non ci volle molto prima che la carrozza depositasse Walter e le due donne di fronte alla casa del signor Dombey (Walter era salito a cassetta con il cocchiere per evitare nuovi errori nel percorso)e il ragazzo avrebbe tanto desiderato rimanere per chiedere notizie del malatinoma si rese conto che il signor Dombey avrebbe giudicato quel suo atto indiscreto e importunostava quindi allontanandosi lentamente dopo avere salutato le due donnequando un domestico lo rincorse pregandolo che entrasse lui pure.

    Nelle ultime settimane prima delle vacanze estive una nuova atmosfera meno tetra si era diffusa nell'istituto di istruzione del dottor Blimbersebbene la direzione fosse troppo aristocratica per ammettere alcun segno di gioia rumorosa. Il giovane sorvegliante signor Tootsdiventato ufficialmente lo speciale protettore e amico di Paolo (per questo la vecchia strega della Pipchin l'aveva preso in forte antipatia e lo giudicava un povero deficiente)aveva già detto al piccolo studentee glielo ripeteva ogni giornoche stava per spirare il suo ultimo semestre di soggiorno presso il dottor Blimberdopo di che avrebbe avuto l'età per occuparsi personalmente dei suoi beni; dicendo questo il giovane sospirava sempre profondamente e Paolo capiva che lo addolorava il pensiero della loro imminente separazione e gli era profondamente grato della buona opinione che nutriva per lui.

    Il giudizio che di Paolo dava la signorina Blimbere che trascritto parola per parola su un foglio ella avrebbe spedito al signor Dombeyera invece alquanto diverso.

    - Si può in via generale osservare di Dombey - lesse la signorina Blimber con voce chiara e altae ogni due parole sollevando lo sguardo per posarlo sulla figuretta ritta dinanzi a lei - che la sua intelligenza e le sue inclinazioni sono buone e chetenuto conto delle circostanzei progressi da lui compiuti sono soddisfacenti. Ma è deplorevole che questo signorino sia troppo singolare nel carattere e nel comportamento e cioè molto diverso da tutti gli altri giovani gentiluomini della sua età e della sua posizione sociale. - Ora la signorina Blimber si rivolse direttamente all'imputato: - Vedi beneDombeyche il tuo signor padre si rattristerà non poco nel sapere che tu sei singolare nel carattere e nel comportamento. La cosa addolora anche noinaturalmenteed è inevitabile che non ti possiamo voler bene come vorremmo.

    Questo era per Paolo un punto dolente perché di giorno in giorno si era sempre più sforzato di farsi amare da tutticondiscepoli e maestriprovando insieme un desiderio sempre maggiore di voler bene a tutti coloro che avvicinava: il giudizio gli parve ingiusto e lo addolorò profondamente. La verità era però che dal giovane signor Toots ai domestici e al grosso e rumoroso cane di guardiatutti avevano per lui un affetto sinceromisto di compassione per i suoi pochi anni e la gracile costituzionee soprattutto per la lealtà e la bontà che dimostrava in ogni occasione.

    Con l'intenzione di rimediare alle proprie gravi mancanze Paolo si applicava più che mai allo studioe un paio di volte il signor Toots l'aveva dovuto portare semisvenuto fuori dall'aula del professor Feederil quale aveva l'abitudine di fumare dei grossi sigari. E una sera il capo gli doleva tanto che non gli servì a nulla sorreggerlo con il braccio appoggiato sul tavolinoe cadde addirittura ai piedi del signor Toots come sevinto da una immensa stanchezzail sonno l'avesse colto di sorpresa. Si destò udendo il dottor Blimber che gli chiedeva ripetutamente come si sentissee rispose di stare benema intanto tutto ciò che lo circondava si comportava in maniera stranissima: pavimentopareti e soffitto mutavano misura e inclinazione e il signor Toots che lo sollevava da terra per portarlo a letto non infilava l'uscio e le scalema saliva lungo la cappa nera del camino...

    Poi il signor Toots e il professor Feeder svanironotrasformandosi nella signora Pipchinalla quale Paolo si affrettò a raccomandare che non dicesse nulla a Florence. Dopo un pocosi sentì meglio e le disse:

    - Quando sarò grandesa che cosa voglio faresignora Pipchin?

    Voglio mettere tutto il mio denaro in una banca e non cercare di guadagnare nemmeno un soldo in piùe poi andare in campagna con la mia cara sorellina Florence e vivere con lei tutta la vita in un bel giardino con tanti campi e boschi intorno!

    - Ma davvero! - esclamò la signora Pipchin.

    - Sì - ripeté Paolo - voglio far questo quando... - s'interruppe e parve riflettere prima di concludere la frase: - Lo farò se diventerò grande.

    In seguito lo liberarono dalla schiavitù dei libri e divenne l'ospite privilegiato del collegiolibero di visitare ogni stanza e di starsene a lungo in riposo. Quando Florence lo rivide non poté trattenere le lagrime.

    - Ma perchéFloy! - protestò il bambino.

    - Andremo a casa insieme e ti curerò io! - rispose la fanciulla.

    - OhsìFloyportami a casaportami a casa!

    Giunse a casa e dovettero portarlo di peso nella sua cameretta perché non aveva la forza di reggersiquando il padre lo accolse nel vestibolo parve al bambino che piangessema non era possibilenocerto!

    Paolo non si era più alzato dal suo lettino; se ne stava tranquillo ad ascoltare i rumori della strada senza preoccuparsi di come passare il tempoma osservando tutto quello che accadeva intorno a lui. Quando calava la sera gli veniva di ricordare il grande fiume che attraversava la sua cittàpensava come doveva sembrare nero e profondo sotto le stellee soprattutto pensava al suo incessante scorrere verso il mare. A volte il fiume in continuo movimento gli era causa di incubi: avrebbe voluto fermarlo con le sue manialmeno rallentarne il corsoe sentendosi impotente gridava addiritturama bastava una parola di Florence per farlo tornare tranquilloe subito sorrideva e le parlava delle sue strane visioni.

    Una sera quasi non riconobbe il padre che lo contemplava con il volto contratto per l'angosciapoi si ripresee attirandolo a sé gli disse piano con dolcezza:

    - Non avere dispiacere per mebabbo caro! Io sono felicetanto felice.

    Una sera pensò tanto alla madre e gli venne di chiedere se l'avesse mai veduta. Nogli rispose Florence.

    - Ma quando ero molto piccolo non vi era un'altra mamma che mi sorrideva? - domandò.

    - Certo! - gli rispose la sorella. - Era la tua baliati voleva tanto bene.

    - OhFloyfammi vedere la mia vecchia baliati prego Floy!

    Così la brava donna comparve accanto al letto del piccolo Paolo e pianse nel rivederlo e lo chiamò il suo bel bambinoil suo povero carissimo bambino con indicibili accenti di tenerezza e di pietà.

    - Floycome sono contento di vederla! - disse Paolo.

    - Resta qui con mebalianon andare più via.

    Qualcuno bisbigliava in fondo alla stanza.

    - Chi ha detto Walter? - mormorò Paolo. - Qualcuno ha detto Walter. E qui? Sarei tanto contento di vederlo.

    Nessuno gli risposema suo padre ordinò a Susan che lo mandasse subito a cercaree mentre il bambino seguitava a sorridere alla sua vecchia nutriceWalter entrò nella camera. Paolo ne ricordava con simpatia il volto aperto con gli occhi ridentie appena lo vide gli tese la manina mormorando: " Addio! Addiocaro Walter. - Poi cercò il padre con lo sguardo e subito ne sentì il respiro sulla guancia.

    - Babbo caronon dimenticarti mai di Walter... - bisbigliò guardandolo fisso. - Io ho voluto tanto bene a Walter! - agitò ancora debolmente la piccola mano come se volesse tornare a dire addio all'amico.

    Poi volle che Florence lo abbracciasse stretto.

    - Floycome corre il fiume fra le sponde verdi! Ma ormai è vicino al mare. Sento le onde. Mi hanno sempre parlatole onde!

    Disse che lo cullava il dondolio della barca sul fiume...

    com'erano verdi e fiorite ora le sponde! Eccola barca era uscita in mare e scivolava via... ma lui vedeva una riva... e chi vi era sulla riva... Congiunse le mani come era solito fare quando pregavapur senza staccarle dal collo della sorella.

    - La mamma è come teFloyla riconosco! E quanta luce...

    La casa del signor Dombey piombò nel silenzio. Giunsero alcuni visitatorima il padre del piccolo Paolo non ricevette nessuno:

    rimaneva nel suo studiosprofondato nella poltronao a passeggiare avanti e indietro senza fine.

    Dopo il funerale chiamò l'uomo incaricato di incidere l'iscrizione sulla pietra tombale e gli consegnò un foglioche l'altro lessee poi esitando obiettò: - Credo vi sia un erroresignore. Sotto al nome con l'età vi sono le parole "unico e amatissimo figlio"; penso che lei volesse dire: "unico e amatissimo figlio maschio"non è vero?

    - Ha ragione; corregga pure - fu la risposta del signor Dombey.

    Il dolore di Florence non trovava conforto; comprendeva la disperazione in cui si dibatteva suo padrema non le era concesso nemmeno di vederlo; la zia Luisa le aveva detto che egli preferiva rimanere soloche si sarebbe ritirato per qualche tempo in campagnache la lasciava libera di accettare l'invito di certi amici a trascorrere un periodo con loroo di rimanere a casa.

    Florence non volle abbandonare la casanaturalmentee non aveva se non la compagnia dell'affezionata Susan.

    Di lì a pochi giorni la giovane cameriera le annunciò un visitatore: il signor Toots veniva a presentarle le sue condoglianze e dall'emozione non riusciva quasi a proferir parolaansimava e annaspavae pareva sempre sul punto di annegare.

    Finalmente disse di essere venuto anche a recarle un piccolo donoil grosso cane Diogene che nel collegio del dottor Blimber il piccolo Paolo aveva avuto tanto caro. Non era certo un elegante cane da salotto quell'animale invadente e rumorosotuttavia pronto a fare amicizia e a giurare fedeltà alla sua nuova padroncina che lo ricevette con vera gioia e gratitudine. Susan ne fu da prima spaventata a mortema si adattò ben presto alla nuova presenza che riusciva a far sorridere la sua povera signorina.

    Poco dopo le disse di avere appreso dalla cuoca che il signor Dombey sarebbe partito l'indomaninon si sapeva per quale meta; aveva accettato il consiglio della sorella e invitato a tenergli compagnia il maggior Bagstock.

    Quella sera nella grande casa quasi vuota sotto il battere malinconico della pioggiaFlorence provò più che mai il desiderio di confortare il padredi parlargli del suo affettoe come già tante altre volte si avvicinò all'uscio dello studioper la prima volta solo socchiuso. Riuscì a vedere il padre seduto allo scrittoiointento a riordinare certe carte. Florence osò farsi avanti silenziosamentee quando gli fu accanto senza che egli si accorgesse di leilo supplicò: Babbobabbo carodimmi una parola!

    Egli trasalìsi alzò di scattoignorò le braccia tese della fanciulla.

    - Cosa vuoi? - esclamò con severità. - Perché sei entrata? Ti ha spaventato qualcosa?

    La poverina (quasi ancora una bimbanon aveva compiuto quattordici anni!) si sentì raggelare: nello sguardo che il padrele rivolgeva notò un'ombra nuova che non era più solo la vecchia indifferente freddezzache non avrebbe saputo descrivere e di cui tuttavia intuiva l'intensità.

    Era possibile che egli vedesse in lei la vittoriosa rivale del figlio? La considerava forse la trionfatrice nell'amore a lui negato di quel figlio? Possibile che la gelosia e l'orgoglio avvelenassero per lui i dolci ricordi che gliela avrebbero invece dovuta rendere tanto più cara e preziosa? Col pensiero del suo povero bambino mortogli era forse di tormento contemplare la fiorente bellezza della figlia?

    Non certo questo pensò Florenceche tuttavia sotto quel gelido sguardo abbassò il capo e scoppiò in singhiozzi. Egli la guidò verso l'usciole fece lumedicendole che andasse a riposareimpassibile rimase a guardarla mentre saliva lo scalone dopo avergli detto fra i singhiozzi: - Buona nottebabbo! - senza commuoversi nemmeno ricordando che l'ultima volta in cui l'aveva vista salire la medesima scala ella aveva avuto in collo il piccolo Paolo.

    Nelle sue stanze l'attendeva Diogenebene all'erta e pronto a dimostrarle la sua devozione con ogni sorta di lazzi; e quando la fanciulla riuscì ad addormentarsidalla sua cuccia il cane seguitò a guardarla adorante fin quando anche a lui si chiusero gli occhi nel sonno.

     

     

     

  17. PARTENZA DI WALTER E PARTE ANCHE IL SIGNOR DOMBEY
  18.  

     

     

    Era l'ultimo giorno che Walter avrebbe trascorso a casa. Era salito nella sua cameretta che guardava sui comignoli e sui tettitutta spoglia delle sue poche cose già chiuse nel bagaglio pronto per l'imbarco.

    - Ancora poche ore - pensava tra sé il ragazzo - e sarò sempre padrone dei miei sognima probabilmente uscirò per sempre da questa vecchia casa che mi è tanto cara. Altra gente verrà ad abitarvi e forse nessuno avrà per lei il mio rispetto e il mio affetto...

    Doveva scendere a tenere compagnia allo ziotutto solo nel suo salottino dietro la bottegaperché il capitano Cuttle aveva avuto il gentile pensiero di lasciare che zio e nipote trascorressero fra loro quelle ultime ore.

    - Zio! - disse il giovaneposando la mano sulla spalla del vecchio - che cosa vuoi che ti mandi dall'isola di Barbados?

    - Un po' di speranzamia caro Walter. La speranza che noi due ci si possa ancora vedere su questa terra. Mandamene quanta puoi!

    - Sicurozio! Io ne ho abbastanza e più di quanta me ne occorre!

    Quanto poi a tartarughecedri per il ponce del capitano Cuttle e conserve per il tuo pranzo della domenicae tante altre coseappena divento riccoziote ne manderò dei bastimenti pieni!

    Il vecchio Solomon si pulì gli occhiali e si sforzò di sorridere.

    - Bravocosì va bene! - esclamò Walterdando innumerevoli colpetti sulla spalla dello zio. - Tu mi fai coraggio e io ti tengo allegroe domani saremo vispi come fringuelli... Non dimenticherai di mandarmi quello che ti ho chiestozionon è vero?

    - Nofigliolo- rispose il vecchio - sta sicuro che ti scriverò tutte le notizie che potrò avere intorno alla signorina Dombeyma temo che non saranno tanto liete. Poverinaè rimasta così sola adesso!

    - Ti voglio direzio- aggiunse Walter dopo un attimo di esitazione - che oggi sono stato là...

    - Ahsìdavvero? - mormorò il vecchiorialzando gli occhiali sulla fronte con aria interrogativa.

    - Non proprio a cercare di lei - spiegò Walter - per quanto se l'avessi chiesto credo che avrei potuto vederladato che il signor Dombey è fuori cittàma solo per dire addio a Susan. Ho pensato che questo l'avrei potuto faretenuto conto delle circostanze e ricordando l'ultima volta in cui avevo visto la signorina Dombey.

    - Certofigliolo! - mormorò lo zio.

    - E così l'ho vista... Susans'intende. E le ho detto di avere sempre pensato molto alla signorina a partire da quella sera in cui venne quie che le auguravo ogni bene e ogni felicità e sarei stato felice di servirla in qualunque modo... vedizioho pensato chedate le circostanzeavrei potuto mandarle a dire questo; tu che ne pensi?

    - Sìsì... - approvò lo zio.

    - E le ho pure detto che se mai leivoglio dire Susanpotesse mai formarti direttamente o farti dire che la signorina Dombey stava bene ed era felicetu l'accoglieresti come una grande cortesiae me lo scriveresti subito e anche per me sarebbe una cortesia grandissima. Spero di non avere sbagliatozio! Ma non ho potuto tralasciare di farloe se mai la vedraivoglio dire se vedrai la signorina Dombeypotrai forse dirle i sentimenti che avevo per lei e quanto la ricordavo quando ero qui. Le diraizioche non dimenticherò mai la sua gentilezzail suo bel visola sua bontà che era per me la cosa più bella della terra. Dille che il mio pensiero non andrà a lei già signorinama a quella bimba di un giorno lontano; ho conservato quelle scarpe troppo grandi per lei che seguitava a perderle e me le sono portate via come ricordo...

    Infatti in quel momento stesso uscivano dentro uno dei bauli di Walter che un facchino stava caricando su un carretto per trasportarli a bordo del Figlio ed Erede.

    Walter era seduto voltando le spalle alla porta e non si sarebbe accorto di chi era entrato se lo zio che gli stava di fronte non fosse balzato di scatto in piedirischiando nella fretta di inciampare nella sedia vicina.

    - Zioche cosa c'è? - esclamò Walter.

    E il vecchio Solomon rispose: - La signorina Dombey!

    - Possibile! - gridò Walter girandosi e trasalendo pure lui.

    Florence era corsa verso lo zio Sol: gli afferrò i risvolti della giubba color tabaccolo baciò sulle due guancesi volse e tese la mano a Walter con quella semplice naturalezza che era tutta suaesclusivamente sua!

    - Lei parteWalter! - disse Florence.

    - Sisignorina Dombey- rispose il giovanema non con quella sicurezza che avrebbe voluto mostrare - avrò una lunga traversata.

    - E suo zio è spiacente di vederla partire - disse Florence guardando il vecchio. - Ahvedo bene che gli dispiace. Caro Walterdispiace anche a me.

    - Lo sa il cielo - disse la signorina Susan - se non ci piacerebbe che partisse invece qualche altra personaper esempio la signora Pipchinche andrebbe benissimo come sorvegliante dei lavorie come esperti in fatto di governare gli schiavi i Blimber sarebbero fatti apposta.

    Detto questoSusan sciolse i nastri del cappellino e dopo avere osservato qualche momento con aria assente la piccola teiera scura pronta come al solito sulla tavola con intorno le sue modeste tazzescosse la testadiede una scossa anche alla scatola di latta del tèe senza farsi pregare si diede a preparare la ristoratrice bevanda.

    Florence s'era di nuovo rivolta al vecchio Solomonil quale la stava contemplando con evidente stupore e ammirazione. - Come è cresciuta! - mormorò il vecchio Sol. - Come s'è fatta bella! Però non è cambiata affattoè sempre la stessa!

    - Davvero? - esclamò Florence.

    - Si... - rispose il vecchiofregandosi lentamente le manie osservando gli occhi lucenti della fanciulla come se un pensiero l'avesse colpito all'improvviso. - Sìquesta espressione era anche nel viso della bimba.

    - Ricorda - chiese con un sorriso Florence - com'ero piccola allora?

    - Mia cara signorina- replicò il negoziante di strumenti nautici - e come avrei potuto dimenticarla se non abbiamo fatto che pensare a lei e parlare di lei! Anche nel momento preciso in cui è entrata Walter stava parlandomi di lei e dicendomi che cosa le avrei dovuto dire...

    - Davvero? - lo interruppe Florence. - GrazieohgrazieWalter!

    Temevo tanto che partisse senza ricordarsi di me! - e tornò a dargli la mano con tale franchezza e cordialità che Walter la trattenne un lungo momento fra le sue e gli riuscì quasi insopportabile doverla infine lasciare.

    - Signoreio temo che... - disse Florence al vecchio - temo che se me lo permetterà io seguiterò a chiamarla lo zio di Walter!

    - Se glielo permetto! Ma signorina che dice mai! - protestò il vecchio Sol.

    - L'abbiamo sempre conosciuto sotto questo nomee cosi abbiamo parlato di lei - spiegò Florenceguardandosi intorno con un sospiro. - Questo caro vecchio salottino! Lo stesso di allora!

    Come lo ricordo!

    Susan intanto era riuscita a scovare nella credenza altre due tazze con i piattini e attendeva con aria di profonda concentrazione che il tè fosse pronto.

    - Ora voglio dire una cosa allo zio di Walter - disse Florenceposando la mano timidamente su quella che il vecchio aveva posato sulla tavola - una cosa a cui tengo molto. Egli sarà molto solo adessoe io gli chiedonon di lasciare che io prenda il posto di Walterperché non potreima di essergli amica e di offrirgli quell'aiuto che sta in me durante l'assenza di Walter...

    Il vecchio Solomon si portò la mano della fanciulla alle labbra senza parlaree Susan Nippergià seduta di sua iniziativa a capo tavolasi ficcò tra i denti uno dei nastri del cappellinosospirò dolcemente e sollevò gli occhi al soffitto.

    - Devi lasciarmi venire quando potrò - disse Florence - e mi dirà tutto di lei e di Waltere quando verrà Susan non avrà alcun segreto con lei come non ne ho ioe si fiderà di noisi confideràlascerà che noi due le diamo un po' di confortonon è verozio di Walter?

    Quelle parolee ancor più l'espressione e il gesto che le accompagnavanotanto commossero il povero vecchio da non lasciargli se non la forza di rispondere:

    - Walter carodi' tu una parola per me... le sono tanto grato...

    - NoWalterla prego! - replicò Florence con il suo dolce sorriso un po' triste. - Non dica nullaio lo capisco benissimo e noi due dobbiamo imparare a parlare fra noi senza il suo aiutocaro Walter.

    Ora toccò a Walter lottare per dominare la commozione che aveva destato in lui la tristezza chiaramente manifestata nell'ultima frase.

    - Signorina Florence! - disse con slancio. - Nemmeno io so dirle quanto le sia riconoscente per la sua bontà e cortesia. Ma anche se riuscissi a parlare per un'oradopo tutto non farei se non ripetere che la più bella generosità del mondo è così degna di lei!

    Susan Nipper si ficcò in bocca un altro lembo di nastroe sempre con gli occhi levati all'abbaino accennò di si perché approvava in tutto e per tutto quel giudizio.

    - Ohma le devo dire un'altra cosaWalter! - aggiunse Florence.

    - E per favore non mi chiami signorina come se fossi una estranea per lei!

    - Un'estranea! - protestò Walter. - Io non potrei mai pensare a lei come a un'estranea!

    - Un'altra cosa prima che lei parta... - e Florence scoppiò in lacrime. - Paolo... le voleva tanto beneWaltere l'ha detto poco prima di morire... e adesso che lui se n'è andato e io non ho più nessuno al mondose lei vuole essere un fratello per meio sarò la sua sorellina per tutta la vita e dovunque ci troviamo io penserò sempre a lei come a un fratello. Eccovolevo dirle questoma non riesco a dirlo bene perché il mio cuore è troppo...

    Con tenerezza spontanea tese al giovane tutte e due le mani; Walter le afferròsi chinò verso di leiavvicinò il suo al volto bagnato di lagrime della fanciullache non si ritrasse né arrossìma rimase levato verso di lui con la pienezza della sua fiducia. In quel momento dall'animo di Walter si dissipò ogni ombra di dubbio o di ansia. Gli parve di ritrovarsi con lei accanto al letto del povero fanciullo morentee dentro di sé giurò solennemente di tener cara e proteggere nella sua vita di esilio l'immagine di lei con fraterno rispetto; di ricambiare intatta la semplice fiducia della fanciulla e di ritenersi disonorato se avesse permesso anche il solo affacciarsi al proprio cuore del più lieve pensiero che nel congedarsi da lui ella non aveva avuto.

    Susan Nipperla quale durante quelle manifestazioni di simpatia aveva finito per ficcarsi fra i denti tutti e due i nastri del cappellino e manifestare al soffitto gran copia di emozioni personaliora mutò il corso dell'intervista chiedendo chi preferiva il latte e chi lo zuccheroe una volta chiarito questo punto cominciò a versare il tè.

    La merenda si svolse tranquillamente sotto la direzione dell'attivissima Susane Walter riuscì a chiamare Florence per nomecosa che solo mezz'ora prima avrebbe ritenuta impossibile.

    Guardando la fanciulla riuscì a riflettere con calma quanto fosse bella e quale felicità un giorno avrebbe scoperto nel suo cuore il più fortunato degli uomini. Poté senza tremare rendersi conto del posto che egli stesso occupava in quel cuoresentirsene fiero e decidere con fermezza se non di meritarloperché lo riteneva troppo elevato per luialmeno di non perderlo per sua colpa.

    Il vecchio Sol accompagnò le due giovani fino alla porta e poi lasciò che Walter le scortasse fino alla carrozza. Per via Florence ebbe un'altra domanda da porre a Walter.

    - Walter- disse - non ho avuto l'ardire di chiederlo in presenza di suo zio: mi dica se crede che resterà via a lungo.

    - Non so davvero - le rispose Walter. - Non credo che il nuovo incarico sia un favore per me... non credo infatti di godere la simpatia di suo padre!

    - Ma io penso che ritornerà molto prestoWalterlo spero!

    - Penso invece che ritornerò quando sarò ormai vecchio e lei sarà una vecchia signora... ma speriamo per il meglio!

    Florenceche era già salita in carrozzatrattenne fra le sue la mano del giovanee fissandolo con affetto disse: - Io pure spero per il meglioe pregherò che tutto si accomodi e lo spererò tanto. Avevo ricamato questo piccolo dono per Paolo. Per favore lo accetti per amor mio e non lo guardi finché non sarà partito. Che Dio la benedicaWalter! E non mi dimentichifratello caro!

    Walter fu grato a Susan Nipper di essersi messa fra loro perché altrimenti avrebbe lasciato di sé a Florence il ricordo di uno sguardo colmo di lagrime. Fu lieto che la fanciulla non si affacciasse al finestrino e che invece seguitasse ad agitare la mano in segno di saluto finché scomparve. Non riuscì a obbedire e la sera prima di coricarsi aperse il pacchetto: era un portamonete di setae conteneva del denaro.

    Per la colazione di addio del giorno seguente il capitano Cuttle giunse di buon'ora con l'omaggio di una lingua affumicata da consumare insieme in allegriao per meglio direil meno tristemente possibile. Poi Walter salì a prendere congedo dagli inquilini del primo pianoe appena disceso stava attraversando la bottega per tornare dallo zio quando scorse un volto noto schiacciato contro il vetro della porta e corse ad aprirla.

    - Signor Carker! - esclamò Walter stringendo la mano allo scrivano John Carker. - Entrila prego! Com'è stato gentile a venire a salutarmi. Sa benissimo quanto piacere mi fa poterle stringere ancora una volta la mano prima di partire! Non so dirle quanto sono felice di rivederla. Entrila prego.

    - Walter- replicò l'altroresistendo con dolce fermezza all'invito - io pure sono contento di parlarti ancora una voltache io credo sarà senz'altro l'ultima... addioWalter! E se quando ritornerai non mi vedrai più nel mio vecchio angoloe ti diranno dove mi hanno sepoltovieni a visitare la mia tomba!

    Pensa che sarei potuto vivere onesto e felice come te! E quando saprò che sarà giunta per me la mia ultima oralasciami sperare che un uomosimile a colui che sono stato nella mia prima giovinezzasi fermerà laggiù per un momentoricordandosi di me con indulgenza e con pietà.

    La figura esile del poveretto scivolò via e scomparve come un'ombra lungo la via inondata dal sole di quel mattino d'estate.

    Venne finalmente l'ora in cui Walteraccompagnato dallo zio e dal vecchio amico il capitano dovette salire in una carrozza di piazza per giungere alla banchina del porto dove il bastimento Figlio ed Erede stava per lasciare gli ormeggi con il ponte ancora ingombro di svariate mercanzie e di facchini che si affrettavano per disporre il carico nel miglior ordine possibile. All'ultimo istante il capitano Cuttle avrebbe voluto che Walter accettasse in dono il suo enorme orologio d'argentoavvertendolo che sarebbe andato sempre benissimo purché avesse ricordato di farlo avanzare di un'ora ogni mattinae ancora di un quarto d'ora nel primo pomeriggio. Ma Walterpur ringraziando il capitano di tutto cuoredisse che non poteva accettare che l'altro se ne privasse e lo pregava invece di lasciargli come ricordo il suo nodoso bastonee soprattutto gli chiedeva di badare allo ziodi tenergli compagniadi non lasciarlo troppo solo!

    Poi le barche di coloro che non sarebbero partiti ritornarono a rivail vento gonfiò le velela prua cominciò a tagliare l'acqua sollevandola in lucenti spruzzi: aveva inizio la lunga traversata.

    E la seraquando il vecchio Sol saliva nella soffitta al suo solitario riposose udiva il vento soffiare con violenzarimaneva a lungo a contemplare le stelleed era come se montasse una lunghissima guardia a bordo del bastimento sempre presente ai suoi pensieri.

    Un giorno il signor Dombey accettò un invito a colazione del maggiore Bagstockil quale con il suo piglio soldatesco gli espresse la sua profonda gratitudine e amicizia. Non si può dire che il signor Dombey provasse verso il rumoroso maggiore una vera simpatiama lo giudicava un uomo di mondo che intratteneva rapporti amichevoli con persone altolocate e sapeva raccontare molte storiellegli pareva insomma un bello spirito degno di brillare nella migliore societàsoprattutto perché privo di quel velenoso componente che è la povertàe che troppo sovente guasta non pochi spiriti eletti. Quando furono seduti a tavola il maggiore si mostrò più che mai vivace e facondo e a un certo punto fece cadere il discorso sulla signorina Tox.

    - L'ha veduta di recente? - chiese.

    - No - rispose seccamente il signor Dombey.

    - Una donna affascinante! - esclamò il maggiore con una risata di gola che minacciò di soffocarlo. - Non le pare?

    - Ritengo che la signorina Tox sia una brava donna - rispose il signor Dombeye l'altera freddezza di quel giudizio parve deliziare addirittura il maggiore.

    - Mi lasci diresignor Dombeyche il sottoscritto aveva per un certo periodo goduto il favore della signorinama poi è stato messo da parterimpiazzatosignor Dombey!... Creda a mequella è una donna maledettamente ambiziosa.

    Il signor Dombey si limitò a esclamare:- Davvero? - con un'indifferenza in cui si univa forse una lieve e sprezzante incredulità all'idea che la modesta signorina Tox si permettesse di coltivare tale qualità di ordine superiore.

    - Quella poverina - aggiunse il maggiore - ha delle aspirazioni; delle aspirazioni matrimoniali eccelsein fede miasignore!

    - Mi duole per lei - osservò il signor Dombey.

    - La signorina ha manifestato di recente un grande interesse per la sua famiglia - dichiarò il maggiore dopo un breve intervallo dedicato al cibo e alla tosse in cui si trasformavano le sue gorgoglianti risate. - Viene molto di frequente a visitarlaDombey!

    - Sì - convenne il signor Dombey con atteggiamento molto maestoso - la signorina Tox è stata ricevuta in casa mia nella sua qualità di amica di mia sorellaed essendo una persona molto bene educatae dato che mostrava un certo interesse per il mio povero bambinofu incoraggiata a ripetere le sue visite. Io ho un certo rispetto per la signorina Tox - precisò il signor Dombey con l'aria di fare una concessione oltremodo generosa. Io la rispetto.

    Ha avuto la cortesia di rendersi utile con qualche piccolo favore... dei favori molto piccoli e quasi insignificantimaggiorema non per questo trascurabili. Naturalmente ho cercato di ricambiarli nel miglior modo possibilema sono soprattutto grato alla signorina Tox per il piacere di avermi fatto fare la sua conoscenzamaggiore!

    Tuttavia il maggiore non permise che la conversazione seguitasse sul filo di un semplice scambio di cortesiee con sottili insinuazioni condusse il signor Dombey a tenere per vero che l'ambiziosa signorina Tox aspirasse a conquistare il cuore e le ricchezze di luie che inoltre tramasse per giungere a tale scopo!

    Era tempo ormai che i due amici si portassero alla stazione per prendere posto sul treno di Birminghamsul quale avrebbero viaggiato fino a Leamingtondove il maggiore sarebbe stato ospite del signor Dombey per un periodo destinato al riposo e allo svago di entrambi. Sfortuna volle che la povera signorina Toxoccupata ad annaffiare i fiori sulla finestra vedesse i due gentiluomini salire in carrozza e volesse salutarli agitando un candido fazzolettinoe che il signor Dombey ricambiasse quel saluto con il più gelido e lieve cenno del caporecando in tal modo la massima soddisfazione al maggioreil quale da parte sua ricambiò invece il saluto con grandissima cordialità.

    Alla stazione ebbe luogo un lieve incidenteche tuttavia riuscì a turbare il signor Dombey: era sul marciapiede con il maggiore in attesa di salire in carrozzaquando gli si avvicinò un individuo incredibilmente sudicio che lo salutò rispettosamente mostrando di conoscerlo bene: era il marito della buona Richardsdi professione macchinista delle ferrovieil quale non voleva chiedere alcun obolocome aveva da prima creduto con disgusto il signor Dombey ma solo scambiare le ultime notizie di famiglia.

    Quelle di maggior rilievo erano che da quando la moglie aveva lasciato la casa del signor Dombeyla famiglia era aumentata di tre bambinima purtroppo ne aveva perduto unoe poi che Robinil maggiore chiamato anche Robgià mandato a frequentare la scuola per la generosità dello stesso signor Dombeyprometteva malesi era messo con delle cattive compagniee la madre era continuamente in ansia (ma quale istruzione ed educazione poteva aver ricevuto quel poveretto da un maestro ignorante e manescopiù adatto a fare il macellaio che il precettore?)mentre gli altri davano piena soddisfazione ed erano anche riusciti a istruire il padre nella difficile arte del leggere e dello scrivere.

    - Bella riconoscenza! - borbottò rabbiosamente il signor Dombey allontanandosi con il maggioree costui rincarò la dose:- Dia retta a media retta a meè un errore mandare a scuola quella razza di genteun errore gravissimo! - e il signor Dombey ripeté fra i denti: - Bella riconoscenza! mentre il bravo macchinista suggeriva timidamente che forse il povero Robin non aveva ricevuto l'educazione adatta per lui...

    Il breve incidente valse a rendere sgradito il viaggio al signor Dombeyche non si degnò di osservare le bellezze della campagnané di apprezzare le spiritose battute del maggiore apopletticoo di gustare gli intervalli dedicati al cibo e alle bevande.

    Giunsero finalmente alla stazione di Leamington e quindi al Royal Hotel per un meritato riposo.

    Il mattino seguente subito dopo colazione i due amici passeggiavano lungo il vialee il maggiore aveva già risposto con brevi cenni al saluto di vari conoscentiquando ebbe un sobbalzo di stupore vedendo che stava per incontrare una elegante signora di mezza età in una carrozzella sospinta da un valletto lungo e sparutocon accanto una giovane molto bella e molto alterala quale procedeva a testa alta e con le palpebre abbassate come per dire che se esistevano cose meritevoli d'essere guardate più dello specchio non erano certo la terra e il cielo.

    - Perdincima guardate chi si incontra! - gridò il maggiore.

    - Edith cara! - esclamò strascicando le parole la dama adagiata nella carrozzella. - E' il maggiore Bagstock!

    Il maggiorenon appena udì quelle parole abbandonò il braccio del signor Dombeysi lanciò avanti e baciò la mano alla dama anzianapoi con non minore galanteria incrociò sul petto ambedue le mani guantate e s'inchinò profondamente alla più giovane.

    Seguì uno scambio di complimentivennero fatte le presentazionie la vivace signora (doveva avere quasi settanta annima portava una veste adatta a una trentennecon riccioli posticciciglia falsela dentiera e una carnagione di porcellana rosea) osservò che il nome di Dombey non poteva non dire molto anche a chi come lei era da qualche tempo assente dalla più grande città dell'universo... Il signor Dombey ringraziò del complimento inchinandosie quando alzò la testa il suo sguardo incontrò quello della giovane. La signora non finiva di rivolgere al maggiore epiteti scherzosi come birbantebricconeuomo abominevole e così viapoi gli diede il permesso di renderle visita una serae aggiunse che se avesse condotto il signor Dombey l'avrebbe resa felice.

    Si congedarono e il maggiore spiegò all'amico che Edithla bella figlia della signora Skewtona diciotto anni aveva sposato un certo colonnello Grangeril quale l'aveva lasciata vedova meno di due anni dopo.

    - La vecchia non è riccapoveretta! - disse il maggiore. Diciamo pure che è poveranon ha se non una piccola renditama quanto a nobiltà... fantasticaglielo assicuroè sorella del defunto lord Feenix e zia del lord attuale. La giovane non ha ancora trent'annie avete visto che squisitezza di donna!

    - Ha avuto figli? - chiese dopo un momento il signor Dombey.

    - Sìun ragazzoma è morto annegato quando aveva quattro o cinque anni.

    - Davvero? - esclamò il signor Dombey con improvviso interesse.

    - Sicuro! S'è capovolta la barca su cui la bambinaia non avrebbe dovuto affatto portarlo: ecco la sua storia. Magari fossi un po' più giovane... vedreste se non riuscirei a far mutare di nuovo il nome a quello splendore di vedova! Però è orgogliosaohse è superba! Ma dopo tutto è una bella qualità accidenti se non è un'altissima virtù! Dombeyanche lei è orgoglioso e il suo vecchio amico Joe Bagstock la rispetta appunto per questo!

    La sera stessa il maggiore mandò il domestico a portare gli omaggi suoi e del signor Dombey alla nobildonna signora Skewton e alla di lei figlia signora Granger e a dire che se le signore erano libere sarebbero andati subito a visitarle. Il domestico ritornò con un biglietto molto piccolo e molto profumato sul quale era scritto che il maggiore era davvero un orso insopportabile e che la signora aveva una mezza idea di non perdonargli le sue colpema se prometteva di essere buono e bravo l'avrebbe ricevuto.

    Seguivano gli ossequi di entrambe le signore per il signor Dombey.

    I due amici trovarono la signora Skewton adagiata come una moderna Cleopatra fra i cuscini di un divanoma non certo somigliante alla Cleopatra di Shakespeare sulla quale gli anni non avevano lasciato traccia. Edith era più bella e altera che mai. Si rendeva conto di essere bellasarebbe stato impossibile che non lo sapessema pareva che nel suo orgoglio disprezzasse perfino la propria bellezza.

    Vi fu il solito battibecco scherzoso e lezioso fra la signora e il maggiorepoi fu servito il tè.

    - Mi pare che non vi sia molta gente qui - osservò il signor Dombey rivolto a Edith con l'abituale tono maestoso.

    - Credo di no. Noi non vediamo nessuno.

    - Ecco - s'intromise la signora Skewton dal suo divano - diciamo che adesso non vi è qui nessuno di cui gradiremmo la compagnia.

    - Nessuno che abbia abbastanza cuore - disse Edith con un lieve sorriso che presentò una singolare fusione d'ombra e di luce.

    - La mia cara Edith si burla di me! - esclamò la madre scotendo la testa. - Cattiva!

    - Lei è stata già altre volte quise non erro? - chiese ancora a Edith il signor Dombey.

    - Ohsimolte volte. Credo che siamo state dappertutto.

    - E' un bel posto!

    - Sarà. Lo dicono tutti. Ma io me ne sono stancata e spero di non far torto al mio buon gusto.

    - Avrebbe ragione - replicò il signor Dombeydando un'occhiata ai numerosi disegni sparsi intorno alla stanza e che senza dubbio rappresentavano vedute dei dintorni- se queste non fossero opere delle sue mani.

    Bella e sdegnosala giovane non replicò.

    - Sono opera sua? - insistette il signor Dombey.

    - Sì.

    - E lei suonacredo (vi era un'arpa nel salotto).

    - Sì.

    - Sa pure cantare?

    - Sì.

    A tutte quelle domande aveva risposto con una strana riluttanzaquasi una contrarietà contro se stessae tuttavia senza alcun imbarazzoanzi con la più perfetta disinvoltura.

    - Lei ha almeno molte risorse contro la noia - disse il signor Dombey.

    - Efficaci o no - replicò la giovane - le conosce già tutte: non ne ho altre.

    - Posso sperare di giudicarle tutte personalmente? - disse il signor Dombey con solenne galanteriaposando un disegno che aveva esaminato e accennando all'arpa.

    - Ohcertose vuole.

    Il maggiore aveva intanto fatto la pace con la vecchia signora e cominciava una partita a carte con lei.

    - Le piace la musicasignor Dombey? - chiese la signoramentre Edith era uscita.

    - Moltissimo! - fu la risposta del signor Dombey.

    - Ohsìè una cosa tanto carina - disse quella moderna Cleopatra guardando le carte che aveva in mano. - C'è tanto cuore nella musica... e vi sono ricordi confusi di precedenti condizioni di vita... e così via... tutto molto attraente!

    Edith ritornò e sedette all'arpae il signor Dombey si alzò e rimase ad ascoltare di fianco alla giovane. Non aveva gusto musicale e non conosceva il pezzoma ammirava la figura china sullo strumento.

    Cleopatra possedeva un occhio acuto capace di tenere sotto controllo le carte e insieme l'intera stanza con l'arpala sonatrice e lo spettatore senza perdere alcun particolare.

    Quando ebbe finitola bella sdegnosa e fiera si alzòaccolse con la stessa indifferenza le congratulazioni e le lodi del signor Dombeye senza attendere nemmeno un minuto sedette al piano forte.

    Lo straordinario fu che la canzone era precisamente la stessa che la figlia non amata dell'ascoltatore soleva cantare al suo povero bambino morto! Ma egli non lo sapeva e rimase tranquillamente ad ammirare quel tocco brillante sui tasti e la voce ricca di risonanze profonde.

     

     

     

  19. MOVIMENTI DI PERSONAGGI A LONDRA
  20.  

     

     

    Nitido ed elegante come d'abitudineil signor Carker sedeva alla scrivaniaintento a leggere quelle lettere di carattere riservato che egli solo poteva aprire: vi aggiungeva di quando in quando annotazioni o riferimentiquindi le distribuiva in vari gruppi e le faceva poi recapitare nei diversi uffici della ditta. Quella mattina la posta in arrivo era stata moltae il direttore signor Carker ebbe un gran daffare a sbrigarla.

    Veduto dall'esterno questo lavoro somiglia non poco a un gioco di solitarioe in armonia con tale immagine è l'espressione dell'uomoil quale conduce la sua partita con prudenzaintuisce i punti di forza e quelli deboli delle sue cartese le stampa in mente via via che gli cadono sotto gli occhisa esattamente quello che diconoche non dicono e che lasciano intendere; ha insieme l'abilità di scoprire il valore delle carte tenute in mano dall'antagonistasenza tuttavia lasciargli intuire il valore delle proprie. Le missive erano scritte in varie linguema il signor Carker riusciva a leggerle tutte: impossibile che negli uffici della ditta Dombey e Figlio vi fosse per lui alcunché di incomprensibile. Con le sue maniere furtivei denti bianchi e aguzziil passo felinol'occhio attentole parole melateil cuore crudele e l'aspetto correttoil signor direttore Carker si dedicava al suo lavoro con la costanza e la pazienza di un vero gatto in agguato presso la tana del topo.

    Finalmente fu libero dalla corrispondenzachiuse a chiave in un cassetto le lettere confidenzialimise da parte quella a cui voleva dedicare un ulteriore esame e sonò il campanello.

    - Perché vieni tu? - fu l'accoglienza che il fratello sopraggiunto ebbe da lui.

    - Il fattorino è uscito e tocca a me sostituirlo - rispose umilmente il sottoposto.

    - Sicuro! - masticò fra i denti il direttore. - Un bell'onore per me!

    Indicò i pacchetti delle lettere smistatee voltandosi sprezzantemente nella poltrona girevole infranse il sigillo della missiva che aveva tenuta in mano.

    - Mi rincresce disturbartiJamesma... - osò dire il fratello.

    - Ahvuoi dirmi qualcosalo sapevo! Ebbeneparla!

    Il signor direttore non volse lo sguardo al fratello e nemmeno alzò gli occhima li tenne fermi sulla lettera che non aveva ancora spiegata.

    - Vuoi parlare? - ripeté aspro.

    - Sono preoccupato per Harriet.

    - Chi? Non la conosconon so di chi parli!

    - Non sta beneè molto cambiata in questi ultimi tempi.

    - E' cambiata molti anni fa - ribatté il direttore. Sull'argomento non ho altro da dire.

    - Se tu volessi darmi ascolto...

    - Perchéfratello Johndovrei ascoltarti?- replicò il direttore con sarcasmogettando indietro la testama sempre senza alzare gli occhi. - Io so che Harriet Carker molti anni ha fatto la sua scelta fra i due fratelli. Può darsi che ora se ne pentama non potrà mai rifarla.

    - Non fraintenderminon voglio dire che sia pentita. Sarebbe nera ingratitudine da parte mia accennare a una cosa del genere spiegò l'altro. - SebbenecredimiJamesdel suo sacrificio mi rammarico quanto te!

    - Quanto me? - esclamò il direttore. - Quanto me?

    - Sono io spiacente della scelta... di quella che chiami la sua scelta... come tu ne sei irritato - disse lo scrivano.

    - Irritato? - ripeté l'altro facendo gran mostra dei denti.

    - Dispiaciuto allorao qualunque aggettivo preferisci. Sai bene ciò che voglio dire. E non ho alcuna intenzione di offenderti.

    - Tutto quello che fai è offensivo! - replicò il direttorelanciando all'improvviso al fratello un'occhiata malignache subito si trasformò in un sorriso ancora più largo del primo.

    Porta via queste letterese non ti dispiace. Ho da fare.

    Quella simulata cortesia era tanto più offensiva di uno scoppio di collera che lo scrivano si avviò verso la portama si fermò prima di aprirla e girandosi disse:

    - Quando Harriet cercò invano di intercedere in mio favore presso di te al tempo della tua giusta indignazione per il mio delittoe quando ti ha lasciato per seguirmi nella mia disgrazia e dedicarsi con affetto mal riposto a un fratello colpevole che senza di lei non avrebbe avuto nessuno al mondo e si sarebbe perduto senza speranzaera giovane e graziosa. Se tu la vedessi ora... se tu andassi a trovarla... non potresti non avere per lei ammirazione e pietà.

    Il direttore inclinò il capo e mostrò i denti con l'espressione di chi esclama durante una conversazione priva d'importanza: Ma davvero? - tuttavia non disse nulla.

    - Allorain quel tempo lontanotu e io pensavamo che si sarebbe sposata giovane per condurre una vita serena e felice seguitò a dire l'altro. - Se tu sapessi con quanta letizia ha rinunciato a ogni speranza... Posso continuare?

    - Verso la porta? - rispose sorridendo il fratello. - Fa pure.

    Con un sospiro John Carker stava per uscirequando la voce del fratello lo trattenne sulla soglia.

    - Se lei ha scelto e segue allegramente la sua strada - disse il direttore gettando sulla scrivania la lettera che aveva ripiegata e ficcandosi le mani in tasca - dille che io pure vado allegramente per la miae se qualche volta mi sono voltato indietrol'ho fatto solo per ricordare che ha scelto di tenere dalla tua parte; e la mia decisione - concluse con un sorriso di grande dolcezza - è più resistente del marmo!

    Il signor direttore Carker afferrò la lettera e l'agitò in direzione dell'uscio con un gesto di beffarda cortesia. Attese che il fratello fosse uscitoquindi riprese in mano la lettera e si dispose a leggerla con attenzione.

    La lettera veniva da Leamingtonera scritta dal signor Dombeydi suo pugno. Il signor Carker scorreva con rapidità ogni missiva in arrivoma questa la lesse molto attentamentepesando ogni parola e con un sorriso che gli scopriva tutti i denti. Infine ne rilesse qualche paragrafo: "Il cambiamento d'aria mi giova e per ora preferisco non fissare la data del mio ritorno... Vorrei che lei venisse una volta a trovarmi qui e a riferirmi personalmente come vanno gli affari... Dimenticavo di parlarle del giovane Gay: se non s'è imbarcato sul Figlio ed Eredeo se il bastimento è ancora fermo in portodesidero che lei faccia partire un altro giovane e che trattenga per ora Gay negli uffici della City. Sono ancora incerto nei suoi confronti".

    - Un vero peccato! - esclamò il signor direttore Carker - visto che ormai il ragazzo è già lontano!

    Aveva ripiegato il foglio e giocherellava con essoposandolo sulla scrivania per dirittoper traverso e capovolto (facendo forse dentro di sé lo stesso con il contenuto) quando il fattorino bussòentrò in punta di piedis'inchinò profondamenteposò delle carte sulla scrivania si fregò le mani e chiese con deferenza: - Lei è occupatonon è verosignore?

    - Chi mi cerca?

    - Ohnon vale nemmeno la pena di parlarne! - rispose a bassa voce il fattorino. - Solo il signor Gillsquello che ha la bottega degli strumenti nautici; è venuto per la questione di un piccolo pagamentoma gli ho detto che lei era occupatissimo.

    - Altri?

    - Eccosignorenon dovrei avere il coraggio di parlarnema il ragazzo che venne ieri è tornato e insiste. Un tipo come quello è insopportabile che arrivi fin qui a dire che sua madre ha fatto da nutrice al signorino del nostro principale e che forse per questo motivo la ditta accetterà di prenderlo in prova! Forse - aggiunse dopo un momento il fattorino - potrei dirgli che se si fa vedere qui un'altra volta lo facciamo mettere in prigione e staremo attenti che vi stia per un pezzo...

    - Perchfa entrare questo individuo - ordinò il signor Carker.

    - Voglio vederlo.

    - Sìsignore. Mi scuserà se oso dirle che è d'aspetto rozzo...

    - Non importa! Fallo entrare. E più tardi vedrò il signor Gills.

    Digli che aspetti.

    Il signor Carker andò a occupare il suo posto preferito dinanzi al caminetto e poco dopo gli si presentò un ragazzo sui quindici annigrasso e robustotesta e faccia rotondeocchi tondie con in mano un cappelluccio tondo senza un'ombra di tesa. Il fattorino si ritiròe di scatto il signor Carker afferrò il ragazzo per la gola e lo scosse con tanta forza da fargli ciondolare la testa sulle spalle.

    Al colmo dello sbigottimento il ragazzo spalancò gli occhi in faccia a quel signore tutto denti che stava per strozzarlo e riuscì appena a mormorare ansimando.

    - Signore... mi lasci andare...

    - Lasciarti andare! Non senti come ti tengo? Cane! - ringhiò il signor Carker fra i dentie il ragazzo terrorizzato dimenticò di essere quasi un uomo e si mise a piangere.

    - Io non le ho fatto nientesignorea lei!... - gemette e protestò il giovane Robin Toodle.

    - Canaglia! - esclamò il signor Carkerallentando lentamente la strettaarretrando d'un passo e riprendendo la sua posizione abituale. - Come osi venire qui? Che intenzioni haibriccone?

    - Io non ho nessuna intenzione cattivasignore... - singhiozzò Robinportandosi una mano alla gola e strofinandosi gli occhi con le nocche dell'altra. - Non ci verrò piùsignore. Volevo solo cercare lavoro!

    - Lavoro! Briccone! - ripeté il signor Carkerfissando il ragazzo negli occhi. - Non sei forse il più ozioso vagabondo di tutta Londra?

    L'accusa era perfettamente meritatae il giovane non protestòma rimase a fissare il suo giudice tra pentito e spaventatoe come affascinato.

    - Non sei un ladro? - disse il signor Carkerintrecciando le mani dietro la schiena.

    - Nosignore! - si difese Robin.

    - Sei un ladro! - insistette il signor Carker.

    - Nosignoreno! - piagnucolò Robin. - Io non ho mai rubatomi credada quando sono andato in cerca di nidi e mi sono ridotto così male (infatti era piuttosto mal vestito) e saranno dieci mesi che non sono andato a casa nemmeno venti volte. Come faccio a vedere i miei se tutti mi trattano come se fossi un disgraziato?

    Non so perché non mi sono ancora buttato nel fiumenon lo so proprio! E pensare che tutto è cominciato perché invece di andare a scuola fingevo di andare e poi mi nascondevoperchésignoreper la strada appena mi trovavano i ragazzi mi picchiavano!

    - E tu mi vorresti dire - esclamò il signor Carkerafferrando di nuovo il ragazzo alla gola e tenendolo a braccia tese - mi vorresti dire che sei venuto per cercare un posto?

    - Sìsignoresarei tanto contento di avere un lavoro... dichiarò con il fiato che gli rimaneva il giovane Toodle.

    Il direttore lo spinse da parte e senza togliergli gli occhi di dosso nemmeno per un attimo sonò il campanello.

    - Fa' entrare il signor Gills! - ordinò al fattorino e lo zio Solomon entrò sull'istante.

    - Signor Gills! - esclamò il signor Carker con un sorriso - Si accomodi. Come va? Spero che la salute sia sempre ottima.

    - Graziesignore- rispose lo zio Soltogliendo di tasca il portafogli e porgendo alcune banconote. - I miei unici malanni sono dovuti all'età. Eccosignore.

    - Signor Gills- disse il sorridente direttoretogliendo un foglio da uno dei tanti cassetti e prendendo nota del versamento- lei è altrettanto preciso dei suoi cronometri. Benissimo.

    - Ho visto nell'elenco esposto che non si parla del Figlio ed Erede - disse lo zio Sol con un tremito più accentuato del solito nella voce.

    - Nonon è nella lista degli arrivi - rispose Carker. - Pare che vi siano state delle tempestesignor Gillse probabilmente avrà deviato dalla solita rotta.

    - Voglia il cielo che la nave sia al sicuro! - esclamò il vecchio Sol.

    - Signor Gills! - lo apostrofò il direttorebuttandosi indietro contro la spalliera della poltrona - sente molto la mancanza di suo nipote?

    Lo zio Sol scosse il capo e sospirò profondamente.

    - Signor Gills! - disse Carkeraccarezzandosi lentamente la bocca e il mento e fissando intensamente il vecchio. - Le farebbe certo piacere avere nella bottega un ragazzo in questo periodoe a me farebbe piacere se gli desse alloggio per un po' di tempo. Noso bene - aggiunse in frettaprevedendo ciò che avrebbe obiettato il vecchio - so bene che non ha molto lavoroma può fargli pulire la bottegagli strumentiinsomma può fargli sbrigare i mestieri di fatica. Ecco il ragazzo!

    Sol Gills abbassò gli occhiali dalla fronte sugli occhi e guardò il giovane Toodle ritto nel suo angolocon la testa che parevacome sempreappena uscita da un secchio di acqua freddae gli occhi fissinon sul suo futuro datore di lavoro ma sul signor Carker.

    - Vuole prenderlo in casasignor Gills? - chiese il direttore.

    Pur senza dimostrarsi entusiasta del progettoil vecchio Sol rispose che era ben lieto di cogliere anche la minima occasione di far piacere al signor Carkeril quale scoperse tutti i denti e addirittura tutte le gengive(provocando nel giovane Toodle un tremito ancor più accentuato) e ringraziò con grande affabilità il signor Gills della sua cortesia.

    - E cosìsignor Gillsio lo sistemo - disse alzandosi e stringendo la mano al vecchio - finché decido come utilizzarlo e quali meriti abbia. Siccome mi considero responsabile per lui e qui il direttore rivolse un ampio sorriso a Robin che tremò da capo a piedi - le sarò grato se lo sorveglierà con attenzione e mi riferirà come si comporta. Oggi stesso prima di tornare a casa passerò a scambiare due parole con i suoi genitoriche sono persone molto per benee domani mattinasignor Gillsglielo mando. Arrivederci !

    Il suo sorriso di congedo mise in mostra una tale fantastica dentatura che il vecchio Sol rimase confuso e si sentì vagamente a disagio. Tornò a casa con la mente piena di mari in tempestadi navi che affondavanodi annegatidi una bottiglia di vecchio Madera che non avrebbe visto più la luce e di altre cose terribili.

    - E ora a noiragazzo! - esclamò il signor Carkerposando la mano sulla spalla del giovane Toodle e trascinandolo al centro della stanza.

    - Mi hai sentito?

    - Sìsignore.

    - Forse hai già compreso che se mai ti capitasse di ingannarmi o di giocarmi qualche tirosarebbe meglio per te che ti fossi gettato nel fiume una volta per tutte prima di venire qui?

    Robin l'aveva compreso benissimo.

    - Se mi hai mentito - concluse il signor Carker - bada di non lasciarti più vedere da me. Se mi hai detto la veritàfatti trovare vicino alla casa di tua madre questo pomeriggio; uscirò dall'ufficio alle cinqueverrò a cavallo. Ora dammi l'indirizzo Il direttore prese nota dell'indirizzoquindi congedò il ragazzo che fino al momento di sparire rimase con gli occhi spalancati e fissi sul suo protettore.

    Nel corso della giornata il signor direttore Carker sbrigò un gran numero di affari e mostrò i denti a un gran numero di personefacendoli brillare nell'ufficioper viaalla Borsa. Giunsero le cinque del pomeriggio e giunse il cavallo baio del signor Carker il quale balzò in sella e partì lentamente fra la ressa che a quell'ora ingombrava le vie della City.

    La conversazione fra il signor Carker e l'ottima Polly Toodle si svolse con soddisfazione di entrambi: il direttore spiegò che voleva correre il rischio di mettere alla prova le buone intenzioni di quel poco di buono di Robin senza informarne il signor Dombeyoccupandosi della cosa personalmente e assumendone ogni responsabilità; la povera donna pianse di gioia e colmò di benedizioni l'inatteso benefattore. Già in sellae prima di congedarsi dal ragazzoil signor Carker si chinò su di lui e gli rivolse ancora una volta la parola fissandolo bene negli occhi:

    - Verrai da me domattina e ti farò indicare dove abita il vecchio signore che hai visto e dal quale andrai come sai già.

    - Sìsignore.

    - Io m'interesso molto a quel vecchio signoree servendo lui tu servi mecapisciragazzo? Benevedo che hai capito. Voglio sapere tutto di quel vecchiocome se la passa di giorno in giornoperché sono ansioso di essergli utilee soprattutto voglio sapere chi va a trovarlo. Hai capito?

    Robin chinò la testa con forza e ripeté: - Sìsignore.

    - Voglio sapere se ha degli amici che lo frequentano e se gli tengono compagnia perché adesso è molto solopoveretto. Forse andrà a trovarlo una signorina molto giovane: voglio sapere tutto specialmente di lei.

    - Me ne ricorderòsignore! - disse il ragazzo.

    - E ricordati pure - insistette il benefattoredando al ragazzo un colpetto sulla spalla con l'impugnatura del frustinoricordati bene di non parlare con nessuno degli affari miei.

    - Mai a nessunosignore! - promise Robin scotendo il capo.

    Il signor Carker si allontanò con l'andatura tranquilla e l'aria serena dell'uomo che sta chiudendo una giornata di lavoro pienamente soddisfacente e può mettere da parte ogni preoccupazione. Il signor Carker prese addirittura a cantarellare fra i dentiera come un gatto che facesse le fusatanto si sentiva contento.

    - Una signorina molto giovane! - pensava il signor direttore Carker. - Ah! L'ultima volta che la vidi era una bambina. Una bambina con occhi e capelli scuri e un bel visinoun visino molto bellome la ricordo bene! Una ragazza proprio graziosa!

    Il signor Carker passò davanti alla casa del signor Dombeyrallentò l'andatura e levò gli occhi alle finestreimmaginando di poter scorgere un visino serio attraverso i tendaggima in quel momento vi si affacciò invece la testa irsuta di Diogeneche da quella altezza si diede a ringhiare e ad abbaiare quasi volesse buttarsi giù a sbranare il felino cavallerizzo.

    Florence viveva sola nella vasta e tetra casa paternaun giorno dopo l'altro senza distrazioni. In tutte le stanze regnava un silenzio opprimente e quasi in ogni angolo si annidava la desolazione dell'abbandono. I ripostigli cominciavano a coprirsi di muffae ciuffi di funghi ingombravano i punti di convergenza tra pavimenti e pareti delle cantine. Vi eranoè veroi fastosi saloni con mobiliquadri e specchi ben riparati con le fodere dalla polvere e dall'umiditàma vi era anche lo scalone sul quale ben di rado il signore di quel regno posava il piedee vi erano altre scale e altri corridoi lungo i quali di rado risuonava un passoe le due camere sbarrateciascuna rimasta com'era quando la morte era entrata a visitare successivamente due membri della famiglia; e in tutta la casa non vi era oltre ai domestici se non la graziosa figuretta di Florence a muoversi con gentilezza nella malinconia di quel deserto.

    Florence fioriva tuttavia come la bella principessa prigioniera della favolain compagnia dei suoi libridella musicadelle lezioni che vari maestri andavano a impartirle e soprattutto con l'amicizia di Susan Nipper e di Diogene; la primache assisteva la padroncina anche nelle ore di studiocominciava ella pure a diventare sapientee il caneforse migliorato dalle stesse benefiche influenzetrascorreva pacificamente quelle mattine d'estate con la grossa testa posata sul davanzale e adocchiando la strada con occhi sonnacchiosi.

    La fanciulla scendeva sovente nelle stanze del padre e indugiava a ricordarlo immerso nel suo cupo dolore; contemplava le cose che da tempo formavano l'ambiente di lui e si compiaceva di riordinarle lei stessaaggiungendo talvolta qualche ninnolo opera delle sue mani; ma la notte si destava di colpo con l'impressione di averlo contrariatoscendeva di corsa a togliere il piccolo oggetto forse sgraditoe preferiva lasciar cadere sul piano della scrivania solo un bacio e una lagrima. Nessuno sapeva di quelle sue frequenti visitema la sua presenza era come un raggio di sole capace di recare un po' di calore in quegli ambienti disabitati.

    In quel periodo l'unico scopo della sua vitasia che fosse intenta allo studioalla musica o alla preghiera seraleera di scoprire il modo adatto per giungere al cuore di suo padre.

    Una mattina Susan Nipper era di fronte alla sua padroncina che stava ripiegando e sigillando un bigliettoe mostrava di approvarne pienamente il contenuto.

    - Meglio tardi che maicara signorina Floy! - disse Susan - e io dico solo che anche una visita ai vecchi Skettles sarà un dono della provvidenza.

    - SicuroSusanSir Barnet e Lady Skettles sono stati molto gentili a invitarmi - disse Florencecorreggendo gentilmente il modo troppo familiare con cui la giovane aveva alluso ai vecchi amici di famiglia. NoSusannon sono molto ansiosa di andare a Fulham - osservò con aria pensosa Florence - ma credo sia meglio accettare l'invito.

    - Megliosìmolto meglio! - approvò Susan.

    - E così - concluse Florence - benché avrei preferito andare quando non vi fossero altri ospitie non adesso mentre mi pare si trovi riunita nella casa parecchia gioventùho ringraziato promettendo di andare.

    - Da quanto tempo non sappiamo nulla di WalterSusan! - esclamò Florence dopo un breve silenzio - Sìe quel Perch che venne poco fa per vedere se vi erano lettere indirizzate al padrone diceva che non è mai successo che una nave su quella rotta lasciasse passare tanto tempo senza far sapere notizie; disse che ieri andò nell'ufficio la moglie del capitanoe pareva abbastanza preoccupata. Ma naturalmente questo non significa nullaassolutamente nulla.

    - Prima di partire devo salutare lo zio di Walter - disse in fretta Florence. - Andremo da lui stamattinaanzi subitoSusan!

    - Furono presto in ordine per usciree durante il cammino Florence non smise di manifestare il timore che la leggera brezza spirante allora in città bastasse a lasciar prevedere che in quel momento il mare fosse in burrasca.

    Sulla soglia della bottega del signor Gills ebbero la sorpresa di scorgere un ragazzo grosso e paffuto intento a lanciare fischi di richiamo verso i piccioni in voloper mezzo di due dita di ciascuna mano ficcate nella sua capace bocca.

    - Ma guarda! - esclamò Susan. - Quello è il figlio maggiore della cara signora Richardsche le ha dato non si sa quante preoccupazioni!

    Polly era già andata a confidare a Florence le nuove speranze di ravvedimento che pensava di poter nutrire per il suo primogenitoe l'incontro non stupì la fanciulla.

    Il ragazzotutto assorto nella contemplazione del volo dei pennutisi accorse delle visitatrici solo quando Susan gli diede un bell'urtone che lo fece arretrare fin dentro la bottega.

    - Dov'e il signor Gills? - chiese Susan.

    Robin disse che era fuori.

    - Vallo a chiamare! - gli ordinò Susan - e digli che c'è qui la mia signorina.

    Robin rispose di non sapere dove fosse andato - Il signor Gills ti ha detto quando sarebbe tornato? - chiese Florence.

    Sìil padrone gli aveva detto che sarebbe rientrato di lì a un paio d'ore.

    - E' molto in ansia per suo nipote? - chiese Susan.

    - Sìsignorina! - rispose Robinpreferendo rivolgersi a Florence che alla cameriera. - Direi che è moltissimo in ansia. Non passa un quarto d'ora che non esca di casae non resta mai fermo cinque minuti nello stesso posto.

    - Conosci il capitano Cuttleun amico del signor Gills? chiese Florence dopo un momento di riflessione.

    - Quello con l'uncinosignorina? - precisò Robinfacendo con la sinistra un gesto significativo. - Sìsignorinaera qui l'altro ieri.

    - Forse lo zio di Walter è andato da luiSusan - osservò Florence.

    - Dal capitano Cuttlesignorina? - s'intromise Robin. - Nodi sicuro non è andato làsignorinaperché mi ha raccomandato che se fosse venuto il capitano gli dicessi quanto era stato meravigliato di non vederlo ierie che si fermasse qui fino al suo ritorno.

    - Sai dove abita il capitano Cuttle? - chiese Florence.

    Robin rispose di sì e trovò e lesse l'indirizzo in un quaderno di pergamenaunto e bisuntoposato sul banco della bottega.

    Florence si consultò a bassa voce con la camerierae Robinsollecito di adempiere l'incarico affidatogli dal suo protettorestette lì a guardare e ad ascoltare. Florence propose di andare subito dal capitano Cuttle per sentire da lui che cosa pensasse della mancanza di notizie del Figlio ed Erede e riportarlo in una carrozza di piazza (Susanda prima incertaa questo punto approvò il progetto) perché confortasse lo zio Sol. Robinche aveva ascoltato tutto con perfetta diligenzaebbe l'incarico di correre a cercare una vetturae poi di riferire allo zio Sol che le due visitatrici sarebbero tornate da lui più tardi.

    Sfortuna volle che fosse uno dei grandi giorni di bucato della signora MacStingerla quale come di consueto in tali occasioni era agitatissima e pronta a distribuire scapaccioni ai più turbolenti dei suoi rampolli. Pertanto quando Florence le chiese se quella fosse la casa del capitano Cuttlerispose con un secco no.

    - Scusiquesto non è il numero nove? - insistette timidamente Florence.

    - E chi ha detto che non sia il numero nove? ribatté alteramente la donna.

    Intervenne Susan indignata da tanta mancanza di cortesiae al termine di un bel battibecco il problema fu risolto: la casa apparteneva invero alla signora MacStingernon al capitanoche era un semplice inquilino. Le visitatrici furono quindi fatte entrare e dirette verso le stanze del capitanoil quale era seduto con le gambe tirate sotto la seggiola in una distesa di acqua e sapone come un naufrago sul suo isolottoperché intorno a lui tutto era stato lavato e strofinato e luccicava di umiditàma la sua espressione desolata si mutò in altra di stupore e delizia quando vide Florence. Subito si preoccupò di trasportare di peso le due fanciulle all'asciutto sull'isolamentre egli rimanevanon essendovi posto per più di due personecon i piedi immersi nella saponata e il sorriso che esprimeva la più profonda e cavalleresca devozione - Se ho timore per la salvezza di Walter? - replicò il capitano alla domanda di Florence. - Nono! Nessun timore! Walter è capace di superare ben altro che una semplice tempesta di mare. E' vero che vi è stato un tempo eccezionalmente bruttoma il bastimento è solido e il ragazzo ha il cuore saldo. Quanto a dare conforto al mio vecchio amico Gillsche io certo non abbandonerò maiio direi che un vecchio marinaio come il mio amico Bunsby saprebbe dirgli qualcosa di addirittura formidabile.

    - E allora andiamo a cercare questo signore e sentiamo che cosa ci dirà! - esclamò Florence. - Abbiamo la carrozza: viene anche lei?

    In quel momento il cappello duro e lucido del capitano fu lanciato con violenza nella stanzail capitano Cuttle lo afferrò con gioia e si diede a lucidarlo sulla manicamentre spiegava di essere stato in certo qual modo tenuto prigionierovisto che gli avevano sottratto il copricapo senza il quale non avrebbe mai pensato di poter usciree tutto in seguito a un piccolo diverbio con la sua padrona di casa: ecco perché il giorno prima non si era fatto vedere nella bottega del vecchio amico.

    Il bastimento del capitano Bunsbyla Clara Prudenteera ormeggiato alla banchina Ratcliffe poco lontano. Dietro consiglio di Cuttle salirono tutti e tre a bordo e le due giovani poterono fare la conoscenza di quel formidabile personaggiofelicissimo dell'incontro insperatoe subito persuaso a compiere a terra la missione di conforto che gli chiedevano.

    Lo zio Sol era già tornato a casali attendeva sulla porta e subito li condusse nel salottino dove si trovavano sparse dappertutto le carte nautiche e quelle geografiche sulle quali il vecchio cercava di convincersi che la mancanza di notizie di Walter non dovesse ancora preoccuparlo.

    Florence lo trovò stranamente agitatogli disse con dolcezza che forse non stava benema il vecchio protestò di sentirsi benissimocioè il meglio possibile per un uomo della sua età.

    Poi il grande comandante Bunsby fu incitato a dire la suae infatti parlò fra il silenzio e l'attenzione dei presentima non fece se non affermare che il Figlio ed Erede poteva essere affondato perché i rilevamenti esistonoma non sono perfettie d'altra parte chi poteva esserne certo? Il compito del marinaio è di fare buona guardia e tenersi al largo delle scogliereecco tutto!

    La voce dell'oracolo si affievolì via via che s'allontanava attraverso la bottega nella via c così si spense mentre il personaggio tornava di corsa verso la banchina e a bordosoddisfatto di avere compiuto un'opera buona. I suoi temporanei discepoli rimasero alquanto perplessima l'ammirazione del capitano Cuttle uscì dall'intervista se possibileancora accresciutae il buon uomo si affrettò a spiegare che il sapiente amico incitava senza alcun dubbio alla speranza e a una fiducia più che mai giustificata. Fatti animovecchio mio! gridò il capitanocercando di strappare lo zio Sol dallo studio delle sue carte a cui era subito tornato. - Io accompagno adesso a casa la signorina e poi corro qui da teSol Gillse ti conduco a rimorchio fino a sera. Sicuro ce ne andiamo a pranzare da qualche parte insieme!

    - Nooggi noNed! - rispose il vecchiocome se quell'invito lo turbasse non poco.

    - Perché no? - fece il capitano sbigottito.

    - Ho... ho tanto da fare. Cioètante cose a cui pensare... Non possoNeddavvero non posso!

    Il capitano fissò l'amicopoi lanciò un'occhiata a Florence e tornò a rivolgersi al vecchio Sol. - E allora domani! - finì per suggerire.

    - Sìsìdomani! - rispose il vecchio. - Pensa a me domani.

    - Bada che verrò molto di buon'orastammi bene a sentireSol Gills! - insistette il capitano.

    Si separarono con raccomandazioni e promessee il capitano prima di andarsene trasse da parte Robinordinandogli di fare bene attenzione al suo padrone quella seradandogli uno scellino di mancia e promettendogliene un altro mezzo la mattina dopo. Poi scortò fino a casa Florence e la giovane camerierama invece di ritornare nelle sue stanzevisto che era ormai quasi serapranzò in una piccola locanda nella Citymolto frequentata dagli uomini di mare e infine tornò davanti alla bottega di Sol Gills per darvi un'occhiata dalla finestra: attraverso l'uscio in fondo riuscì a vedere il suo vecchio amico intento a scrivere frettolosamente alla tavola del salottinomentre sotto il banco Robin disponeva il proprio giaciglioultimo lavoro prima di sbarrare porta e finestre della bottega. Rassicurato dalla pace che regnava là dentroil capitano s'incamminò verso casadeciso a levare l'ancora di buon'ora l'indomani.

     

     

     

  21. VARI INCONTRI E ALTRI INTRIGHI DEL DIRETTORE CARKER
  22.  

     

     

    Sir Barnet e lady Skettles erano due ottime persone che abitavano a Fulham sulle rive del Tamigi in una bella villala quale aveva come unico inconveniente la comparsa nel salotto dell'acqua del fiume e la contemporanea e momentanea scomparsa per allagamento del prato antistante e del giardino.

    Sir Barnet si dedicava con passione al compito di far incontrare la gente presso di lui. Quando gli riusciva di conquistare un ospite nuovosi affrettava a chiedergli: - Carissimoc'è qualcuno che le piacerebbe conoscere? Chi vorrebbe incontrare qui da me?

    In quei giorni oltre a Florence si trovavano con altri nella villa anche il dottor Blimber e signora poiché il rampollo degli Skettles aveva il profondo dispiacere di risiedere per tutto l'anno scolastico presso di loro in qualità di recalcitrante allievo. Vi erano anche bambini e fanciulle con i loro genitorie Florence non si stancava di ammirare i rapporti che i giovanissimi avevano con il padre e con la madrerapporti di affetto e di spontaneità affatto scevri da timidezza o timore: perciò la fanciulla non finiva di rifletteresospiraresognare la maniera di conquistare anche per sé l'amore del padre di cui tanto sentiva la necessità. Pensava persino che se fosse mortaegli avrebbe perduto verso di lei la sua inflessibile durezza. Le pareva che se l'avesse trovata morente sullo stesso letto su cui aleggiavano i ricordi del suo carissimo bambinoegli si sarebbe commosso e avrebbe detto: - Florence caravivi per mevedrai che ci vorremo bene come non mai e che saremo felici come non siamo stati in tutti questi anni! - Pensava che se avesse potuto udire dalle labbra del padre queste parole avrebbe saputo rispondere con un sorriso: - E' troppo tardi ormaibabbo mio caroma sappi che non potrei essere mai più felice di adesso! e se ne sarebbe andata benedicendolo.

    Un giorno quando Florence si trovava nella villa già da un paio di settimanesir Barnet e signora la invitarono a fare con loro una passeggiata nei campi e poiché la fanciulla consentìera naturale che ordinassero al figlio di farle da cavalierebenché il ragazzosebbene incapace di ribellarsiritenesse una terribile seccatura ogni obbligo di cortesia verso "le ragazze". A un certo punto incontrarono un signore a cavalloil quale li guardò con interessefrenò la corsafece dietro front e li raggiunse togliendosi rispettosamente il cappello.

    L'uomo fissava soprattutto Florence e fu a lei che s'inchinò prima ancora di salutare sir Barnet e signora. Florence non ricordava di avere conosciuto quell'individuo e quando se lo trovò vicino istintivamente si trasse indietro.

    - Sia certa che il mio cavallo non è affatto ombroso!- la rassicurò il gentiluomoma Florence non aveva paura dell'animaleera stato qualcosa di strano nell'uomoe che non avrebbe saputo spiegarea farla trasalire.

    - Ho l'onore di rivolgermi alla signorina Dombeynon è vero?

    disse l'uomochinando il capo con un sorriso melatoe dopo il cenno di assenso di Florence aggiunse: - Mi chiamo Carker. Oso sperare che la signorina Dombey ricorderà forse il mio nomeCarker.

    Florence ebbe la strana sensazione di rabbrividire benché la giornata fosse limpida e caldama presentò l'intruso ai suoi ospiti che gli dimostrarono la loro benevolenza.

    - Chiedo loro mille volte perdono! - disse Carker - ma domattina mi recherò a visitare il signor Dombey a Leamingtone se la signorina mi affidasse un messaggio per il suo signor padrenon occorre dire quanto sarei felice di servirla.

    Sir Barnet previde immediatamente che Florence avrebbe desiderato scrivere una lettera al padresuggerì di tornare subito a casa e pregò vivamente il signor Carker di fermarsi a pranzo senza preoccuparsi affatto di non essere in abito da sera. Il signor Carker rispose che per sua sfortuna quella sera era impegnatoma se la signorina Dombey desiderava scrivere la letteranulla l'avrebbe rallegrato più che seguirli e attendere per tutto il tempo necessario. Disse tutto questo con il suo sorriso più apertoe mentre si chinava per accarezzare il collo del cavalloFlorence incontrò il suo sguardoe più che udire queste parole credette di leggervele: - Del bastimento non vi sono notizie.

    Confusa e impaurita la fanciulla si ritrassenon avendo neppure la certezza che l'uomo avesse pronunciato la fraseparendole invece che gliela avesse presentata in qualche modo straordinario attraverso il sorrisoe disse a bassa voce soltanto che gli era molto obbligatama non avrebbe scrittonon aveva nulla da dire.

    - Nulla da diresignorina Dombey? - chiese l'uomo scoprendo tutti i denti.

    - Nulla...- ripeté Florence - eccetto... i miei saluti più affettuosila prego!

    Profondamente turbataFlorence alzò gli occhi in viso al signor Carker come volesse supplicarlo di risparmiarle la tortura di ricordare i rapporti esistenti fra lei e il padrema l'uomo si limitò a sorridere inchinandosi profondamente e prese congedoavendo ricevuto l'incarico di trasmettere al signor Dombey anche i più deferenti omaggi di sir Barnet e signora.

    Quando al mattino il capitano Cuttle aperse gli occhi non si può dite certo che fosse un dormiglione perché erano appena le seima lo stupore glieli fece spalancare smisuratamente quando scorse sulla soglia della sua cameratutto ansimantespettinato e con il viso acceso nientemeno che il giovane Robin.

    - Ohilà! - ruggì il capitano saltando giù dal letto. - Che cosa c'è?

    Ma prima ancora che l'altro potesse aprir bocca gliela chiuse con la mano aperta ingiungendogli:

    - Calmaragazzo! Nemmeno una parolaaspetta!

    Fissando il visitatore con la massima costernazioneil capitano lo sospinse con dolce violenza nella stanza attiguae scomparendo per brevi attimi ritornò vestito a puntino con il solito completo blu. Con la mano levata per far intendere al ragazzo che l'ordine durava ancorail capitano Cuttle si avvicinò alla credenzaversò un goccio di liquore per sé e un altro per il messaggeroquindi andò ad appoggiarsi in un angolo contro la paretequasi prevedesse la possibilità di venire buttato a terra dalla comunicazione che stava per riceveree dopo avere trangugiato il suo gocciosempre con gli occhi fissi sul messaggeroe pallido come un lenzuoloordinò - Parla!

    - Eccosignore- disse Robin - io ho poco da direma guardi qui.

    Rob mostrò un mazzo di chiavi. Il capitano scrutò le chiavinon si mosse dal suo angolo e tornò a fissare il messaggero.

    - E guardi qui! - aggiunse Robin.

    Il ragazzo mostrò un plico sigillatoche il capitano fissò con occhi sbarrati come aveva fissato le chiavi.

    - Quando mi sono svegliato stamattinasaranno state le cinque e un quartocapitano- spiegò Robin - ho trovato queste cose sul guanciale. La porta della bottega non era più chiusa a chiave e sprangata e il signor Gills era sparito. Sparito! - ruggì il capitano. Partitosignore - confermò Robin.

    La voce del capitano era così terribileed egli s'era lanciato con tanta furia fuori del suo angoloche Robin arretrò fino all'angolo oppostopresentando a braccia tese per difesa personale le chiavi e il plico.

    - "Per il capitano Cuttle"signore! - gridò Robin. - Dice così il biglietto attaccato alle chiavi e anche l'indirizzo sul plico. Le giurocapitano Cuttlee il Signore mi faccia morire sul colpo se non dico la pura veritàche non so altro. Bella storia per un giovane che è appena riuscito a trovarsi un posto!- gridò l'infelice Robinstrofinandosi il volto con i polsi della giubba.

    - Il padrone che se ne va con il posto e la colpa la danno a lui!

    Il lamento era in risposta al feroce sguardo in cui balenavano vaghi sospettiminacce e accusecon il quale lo dardeggiava il capitano. Finalmente il capitano Cuttle afferrò il plicol'aperse e lesse:

    "Mio caro Ned Cuttle. Accludo le mie ultime volontà e il testamento!". Il capitano rigirò il foglio con sospetto. - Dov'è il testamento? - disse il capitanopassando immediatamente all'accusa. - Ragazzoche ne hai fatto del testamento?

    - Non l'ho mai visto! - piagnucolò Robin. - La finisca di tormentare un povero innocentecapitano! Io non ho mai toccato il testamento!

    Il capitano Cuttle scosse la testadando chiaramente a vedere che dalla sparizione qualcuno sarebbe stato tenuto responsabile.

    "Non aprirlo prima che passi un anno" seguitò a leggere il capitano "o fino a quando tu abbia informazioni precise intorno al mio diletto Walterche so bene quanto è caro anche a te". Il capitano s'interruppe e scosse la testa emozionato; poi riprese.

    "Se tu non dovessi più rivederminé ricevere mie notizieNedricorda il vecchio amicoil quale da parte sua ti ricorderà fino all'ultimo respiro; e ti prego inoltre di tenere in ordine la vecchia casa per Walteralmeno fino allo spirare del tempo già nominato. Non lascio debitiil prestito fattomi dalla ditta Dombey e figlio è già rimborsato per intero e ti consegno con la presente le mie chiavi. Tieni la cosa a tacerenon fare alcuna ricercaè inutilenon mi troveresti. E ora ti salutocaro Nede sono il tuo sincero amico Solomon Gills". Il capitano trasse un lungo sospiropoi lesse anche le parole aggiunte sotto la firma:

    "Il giovane Robin mi è stato raccomandatocome ti dissidalla ditta Dombey. Se dovesse accadere il peggioabbi curaNeddel piccolo guardiamarina di legno".

    Il capitano era troppo sbigottito e addolorato per riuscire a connettere i pensieri e a formarsi un'idea chiara della situazioneperciò sedette e rimase a lungo a leggere e rileggere il foglio; alla fine agguantò il ragazzo come fosse un prigioniero di guerra recalcitrante e partì con lui verso la bottega di Solomon Gills. Tutto era in perfetto ordinemancavano solo pochi effetti personali e il capitano fu pienamente convinto che l'amico fosse partito di sua piena volontà. Poi il capitano tornò a casa dove rimase fino all'imbruniree allora chiuse nel baule tutte le sue proprietàfece un involto delle poche cose necessarie e in punta di piedi uscì dalla casa. Si fece aprire da Robin al quale aveva ordinato di non andare a dormire prima del suo arrivopoi insieme sprangarono la bottega e il ragazzo si coricò al suo posto sotto il bancomentre il capitano saliva nella soffitta di Solomon Gills.

    Così ebbe inizio per il capitano Cuttle una nuova vitaed egli si preoccupò soprattutto di sottrarsi a eventuali ricerche della sua invadente padrona di casa e di far sì che Robin fosse occupato dalla mattina alla sera nel lucidare gli strumenti. Volle inoltre informare Florence della strana scomparsa dello zio Solma gli dissero che la signorina era assente da casa.

    - Fortunatissimo! Servo suosignore!- disse il maggiore Bagstock quando il signor Dombey lo presentò a Carker. Felicissimo di conoscerlasignore! Un amico del mio amico Dombey è amico mio!

    - Carker- spiegò il signor Dombey - sono estremamente grato al maggioreche mi è stato di grande aiuto con la sua compagnia e con la conversazione.

    Il signor direttore Carker era appena arrivato a Leamingtone mostrando al maggiore due perfette file di denti abbaglianti lo ringraziò di tutto cuore per avere tanto contribuito a migliorare l'aspetto e l'umore del signor Dombey.

    - E adesso - concluse il maggiore - lei e Dombey hanno certo da discutere intorno a una maledetta massa di affari. Non protesti Dombey! Mi permetterà di sapere che un vero colosso dei commerci come lei non deve sprecare un solo istante. Ci troveremo all'ora di pranzo. Nel frattempo il vecchio Joe Bagstock scompare. Signor Carkernon dimentichi l'ora: si pranza alle diciannove in punto!

    Ma appena uscitoil maggiore fece di nuovo capolino dall'uscio.- ScusiDombeynessun messaggio per loro?

    Il signor Dombey lanciò uno sguardo imbarazzato al suo deferente segretario e depositario di tutti i segreti d'affarie pregò il maggiore di presentare i suoi complimenti.

    - Per bacco! - protestò il maggiore. - Se lei non manda un saluto più caldo questo povero maggiore avrà un'accoglienza gelida.

    - Allora diciamo i miei ossequi - propose il signor Dombey.

    - Accidenti - fu la nuova protesta del maggiore. - Non ha niente di meglio?

    - E allora decida lei come crede - concluse il signor Dombey.

    - Il nostro amico è astutosignore! - confidò il maggiore al signor Carker. - Maledettamente astuto! Ma anche Bagstock ha la sua parte di astuzia! - e qui il maggiore sogghignò. - Dombeyle invidio i suoi sentimentiche Dio la benedica! - e finalmente il maggiore scomparve.

    - Quel signore deve essere stato pieno di risorse per lei osservò Carker dopo avere seguito con il balenare dei denti il maggiore Bagstock.

    - Infatti! - consentì il signor Dombey.

    - Avrà certo molti amici - seguitò Carker. - Da quanto ha detto deduco che lei qui ha ripreso a frequentare la società: me ne rallegro! Per nascita e per il posto che occupalei è la persona più adatta che io conosca per frequentare la migliore societàe mi stupivo sempre di vedere che se ne teneva lontano.

    - Anche leiCarker ha delle ottime qualità per giungere al successo in questo campo.

    - Ohio- replicò l'altro con tono di profonda umiltà. - Per un uomo come me la questione è ben diversa! Io non mi posso nemmeno paragonare a lei!

    Il signor Dombey si aggiustò il colletto infilandovi due dita e girando la testatossicchiò e per qualche momento rimase a fissare in silenzio quel fedele amico e servitore.

    - Avrò il piacere - disse finalmente il signor Dombeye fu come se inghiottisse un boccone troppo grosso per la sua gola - avrò il piacere di presentarla alle mie... alle amiche del maggiore.

    Persone molto simpatiche.

    - Sorelle? - s'informò con voce felpata il signor Carker.

    - Madre e figlia - rispose il signor Dombeyche in quel momento abbassò gli occhi e tornò ad aggiustarsi la cravatta.

    Immediatamente l'espressione di Carker si fece intensamente scrutatrice e le sue labbra si atteggiarono a un volgare sogghignoche però non mancò di trasformarsi di scatto in un sorriso a piena bocca non appena il signor Dombey ebbe rialzato gli occhi.

    - Lei è molto buono e io sarò felice di fare la loro conoscenza!- disse Carker. - A proposito di figlieho visto la signorina Florence.

    Al signor Dombey salì d'improvviso il sangue alla testa.

    - Mi sono preso la libertà di passare da lei - spiegò Carker per chiederle se avesse qualche piccolo messaggio da affidarmi. Non ho avuto questa fortuna... Le reco solo i suoi saluti.

    Il signor Dombey non aggiunse parola e mentre Carker disponeva sulla tavola varie cartechiese:

    - Quali notizie sui nostri affari?

    - Non molte - rispose Carker. Tutto sommatodi recente non abbiamo avuto la solita fortunama per lei nulla di grave. Ai Lloyd danno come perso il Figlio ed Eredema era assicurato da cima a fondo.

    - Carker- disse il signor Dombeyprendendo posto alla tavola accanto al direttore - non posso dire che il giovane Gay mi abbia mai fatto una buona impressione...

    - Neppure a me! - lo interruppe l'altro.

    - Ma vorrei che non fosse partito con quel bastimento - concluse il signor Dombey senza badare all'interruzione. - Vorrei non fosse partito affatto.

    - Ohpeccato che non me l'abbia detto in tempo! - ribatté con freddezza Carker. - Credo tuttavia che sia tutto per il meglio. Le ho detto che vi è stato un piccolo scambio di confidenze tra la signorina Florence e me?

    - No! - fu la risposta data con tono duro.

    - Ho la profonda certezza - riprese a dire il signor Carker dopo una pausa intesa a fare colpo - che dovunque si trovi oggi il giovane Gayè molto meglio non sia in Inghilterra. Se mai fossio potessi trovarmi al suo postosignor Dombeynon avrei alcun rammarico. Da parte mia non ne ho. La signorina Florence è giovane e fiduciosa; per essere sua figlia forse non è abbastanza orgogliosaecco il solo difetto che si potrebbe trovare in leie non è poi tanto grave. Vuole controllare con me questi conti?

    L'orgoglio impediva al signor Dombey di chiedere spiegazioni al direttore intorno alle insinuazioni a carico di sua figlia; d'altra parte egli si sentiva indotto a ritenere frutto di delicatezza la reticenza di costuiche in tal modo saliva ancor più nella sua stima. Avvenne così che per la diabolica astuzia del suo direttore il signor Dombey cominciasse a covare in séin luogo dell'abituale fredda mancanza di affettopensieri di precisa avversione.

    Intanto il maggiore aveva la fortuna di trovare la sua "Cleopatra" mollemente adagiata sul solito divano e occupata a sorbire languidamente una tazzina di caffè in una penombra quasi impenetrabile.

    - Chi è quell'individuo insopportabile? - esclamò la signora Skewton. - Non lo voglio vedere! Se ne vada!

    - Signoranon vorrà avere la crudeltà di scacciare il suo devoto servitore Joe Bagstock! - protestò giocosamente il maggiore mettendosi sull'attenti con la canna da passeggio appoggiata alla spalla.

    - Ohè lei? Bene... ci ho ripensatovenga pure.

    La dama congedò la cameriera con l'ordine di chiudere l'uscio e di non disturbarla per alcun motivovolse appena languidamente il capo verso il maggiore e gli chiese come stesse di salute il suo amico.

    - Signora! - rispose il maggiore con un faceto gorgoglio di gola - Dombey sta come può stare un uomo che si trova nelle sue condizioniche sono assolutamente disperate. E' feritoquel povero Dombeyanzi trafitto da parte a parte!

    - Immaginomaggioreche nelle sue parole sia da scoprire una allusione a un argomento che non può non commuovermi profondamentee che mi ha già fatto molto soffrire - qui la signora Skewton toccò il lato sinistro del petto con il ventagliopoi accostò alle labbra l'orlo di merletto del fazzolettino. - Ma non intendo sottrarmi al mio dovere. La prima visita del signor Dombey ha procurato un grandissimo piacere a mee senza dubbio anche a Edithcosì come ci hanno rallegrato quelle successive. Mi pare di avere osservato che il signor Dombey ha molto cuoreed è cosa molto confortante.

    - Ma ormai il suo cuore l'ha perdutosignora! - osservò il maggiore.

    Che insinuazione! Mai avrei pensato che la mia semplicità di vita e di abitudini sarebbe servita a incoraggiare il signor Dombey nelle sue visite e nelle sue speranze... Mi dicamio caro maggiorelei crede che il signor Dombey faccia sul serio? Mi dicada bravose mi consiglia di parlare con lui o di tacere...

    - Non vogliamo forse che sposi Edithsignora? - ridacchiò il maggiore. - Dia retta a mecara signoraDombey è un ottimo partito!

    - Ohche volgarità! - protestò la dama con uno strillo. - Lei mi scandalizza!

    - E Dombeysignora mia- seguitò il maggiore sporgendosi molto dalla sedia - fa sul serio! Glielo dice il suo devoto Joe Bagstock. Dombey non dà preoccupazioniè sicuro; lei non deve far nulla più di quanto ha già fatto. Va tutto benee per la conclusione abbia fiducia nel suo vecchio amico Joe Bagstock.

    Stamattina è venuto da lui il suo braccio destrosignorae lasci dire a me che ho la mia buona parte di astuziami lasci dire che Dombey è ansiosomolto ansioso: desidera che il suo direttore venga a sapere che vento spira senza avere la necessità di informarlo personalmente! Perchédia retta a mesignoraDombey ha più orgoglio di Lucifero!

    - Una qualità deliziosa - mormorò la signora Skewton - che mi fa pensare alla mia diletta Edith.

    - Benissimosignora! - disse il maggiore. - Ho già lasciato cadere degli accenni e so che il direttore della ditta Dombey li ha raccoltima gliene offrirò altri prima di stasera. Per domani Dombey ha in animo di organizzare una gita al castello di Warwick e a Kenilworthda compiere dopo la colazione consumata nel nostro albergo. Sono stato incaricato di recarle questo invito: signoraavremo l'onore della sua presenza? - Così dicendo il maggiore consegnò alla donna un biglietto del signor Dombey.

    In quel momento Edith entrò nel salottoe la madre riprese l'abituale espressione svagata e assente.

    Edithsempre tanto bellama gelida e sprezzanterispose appena al saluto del maggiorescostò una tenda e sedette guardando fuori della finestra.

    - Mia diletta Edith... - cominciò con voce strascicata la madre- il maggiore Bagstockche di solito è la persona più inutile e antipatica della terracome sai bene...

    - Non vale la penamamma- replicò Edith girandosi appena non vale la pena che tu faccia lo sforzo di parlare così. Siamo sole.

    Ci conosciamo bene.

    Il fermo disprezzo che si leggeva sul bel volto della giovaneun disprezzo che evidentemente investiva lei stessa non meno degli altriera così intenso e profondo che per il momento la madre abbandonò l'atteggiamento leziosoper quanto inveterato fosse in lei.

    - Bambina mia cara! - protestò.

    - Non sono ancora donna? - ribatté con un sorriso Edith.

    - Come sei stranaoggimia cara! Lasciami almeno dire che il maggiore Bagstock ci ha portato un gentilissimo invito del signor Dombey per domani: colazione da lui e poi gita in carrozza a Warwick e a Kenilworth. Vuoi andareEdith?

    - E me lo chiedi? - fu la risposta della figliache volgendosi verso la madre si accese tutta in volto respirando in fretta come in preda alla collera.

    - Lo sapevomia carache avresti accettato - disse tranquillamente la madre. - La domanda era una semplice formalitàhai ragione. Ecco il biglietto del signor Dombey.

    - Graziema non desidero leggerlo.

    - Allora toccherà a me rispondere - disse la signora Skewton sebbene avessi pensato che mi avresti fatto da segretariamia cara... Aggiungo i tuoi salutiEdith? - aggiunse la donnacon la penna in mano.

    - Come vuoimamma - rispose Edith senza volgere il capo che teneva rivolto alla finestra e con perfetta indifferenza.

    - Benissimo! - disse tra sé il maggiore quando fu di ritorno all'albergo con la risposta affermativa per il signor Dombey.

    Edith Granger e l'amico Dombey sembrano fatti l'una per l'altro:

    vedremo gli effetti dello scontro. Bagstock tiene dalla parte del vincitoreecco tutto!

    Durante la cena a tre il maggiore fu più che mai brillante e discorsivo nel perseguire il suo duplice scopo di svagare il suo severo amico e di lasciar intendere al signor Carker senza possibilità di equivoci che il loro maestoso amico era innamoratissimo di una autentica dea! Finì per proporre un brindisi alla divina fanciulla di nome Edithal quale gli altri due commensali si unirono. Poteva sembrare strano che il signor Dombey accettasse che si scherzasse sui suoi sentimentima probabilmente il maggiore aveva compreso il segreto desiderio del grand'uomo che il suo braccio destro fosse posto al corrente della nuova situazione con le relative prospettivesenza da parte sua la necessità di confidarsi.

    La serata si concluse con una lunga partita a carte fra il maggiore e il signor Carkermentre il signor Dombey si abbandonava con gli occhi socchiusi alle sue recondite riflessioni.

    Il signor direttore Carker si levò il mattino seguente di buon'ora come l'allodola e con espressione intensamente concentrata uscì a passeggiare nella campagna; e via via che gli uccelli rendevano più forte e limpido il loro cantosempre più egli si chiudeva in quel silenzio carico di cose non dette ma profondamente meditate.

    Alla fine si scosse e atteggiò la bocca all'abituale gigantesco sorrisocancellando in tal modo anche l'ultima ombra che i suoi pensieri gli potessero avere lasciato sul volto. Già agghindato a puntinotutto nitido e florido nonostante il consueto palloreil signor Carker passeggiava con passo elastico sull'erba verde e nei viali alberatiquando si accorse che si avvicinava l'ora della importante colazione e infilò il cammino più breve per il ritornoesclamando ad alta voce e con tutti i denti in bella mostra: - E adesso andiamo a vedere la seconda signora Dombey!

    Si trovò a rientrare in città attraverso un boschetto piuttosto foltoframezzato da radure con delle panchine per la comodità dei gitantie pensava di essere il solo ad avere scelto quel luogo di prima mattinama nel momento in cui stava per sbucare da dietro un grosso tronco nodoso scorse all'improvviso una personaappunto quella intorno alla quale in un avvenire non lontano avrebbe stretto la catena che già aveva cominciato a forgiare.

    La donnache era bellissima e molto eleganteteneva chini a terra gli occhi neri e alteriche dovevano ardere di emozione o di collera perché stringeva fra i denti un angolo del labbro inferioreaveva il petto ansantele tremavano le ciglialagrime di indignazione le brillavano sulle guance e con il piede premeva il muschio con tanta violenza da far pensare che avrebbe voluto distruggerlo addirittura. E tuttavia Carker aveva appena finito di cogliere i particolari di quell'atteggiamentoche egli vide la stessa giovane levarsi dalla panchina con aria di sdegnosa stanchezza e allontanarsi lentamente senza che sul volto e nella figura nulla esprimesse altro che bellezza composta e superba noncuranza.

    Non era stato Carker l'unico a osservare la bella giovane perché una bruttissima vecchia tutta risecchitanon vestita esattamente da zingarama piuttosto come quel genere di donne che vagano per la campagna e vivacchiano un po' mendicandoun po' rubando o vendendo canestri di giunchi intrecciatisi levò con fatica da un angolo in ombra dove era stata accoccolata e quasi invisibile e si fece incontro alla signora.

    - Mia bella signoralasci che le dica la buona ventura! borbottò supplichevole la vecchia agitando la bocca dentata.

    - Non occorreio già la conosco - rispose l'altra.

    - Sìsìbella signorama non la sapeva giusta e intera quando era seduta là. Io la so! Mi dia una monetina d'argentobella signora e io le dirò la sua buona ventura. Lei ha una gran fortuna scritta nel suo bel visino!

    - Lo so - rispose la damapassando accanto alla vecchia con un sorriso tenebroso e il passo altero. - Lo sapevo prima che me lo dicesse.

    - Ah sì? Non mi vuole dar nulla? - gridò la vecchia. - Bella signoranon mi vuole dar nulla perché io le dica la buona ventura? Ma badi bene di darmi qualcosaaltrimenti griderò!

    gracchiò la vecchia arrabbiata.

    La dama si allontanava senza ribatteree Carker sgusciò da dietro l'albero che l'aveva nascostosi fece avantisi tolse il cappello con gesto di silenzioso omaggio e gridò alla vecchia che smettesse di fare baccano. La signora mostrò con un breve cenno di capo di gradire l'intervento e proseguì senza fermarsi.

    - Mi dia qualcosa leialloraaltrimenti glielo griderò il suo destino! strillò la vecchia levando in alto le braccia e poi tendendo la mano. - Ma guarda! - esclamòabbassando all'improvviso la voce e scrutando l'altro intensamente in voltotanto che parve avere dimenticato per il momento l'oggetto della sua furia. - Mi dia qualcosase non vuole che gridi anche la sua ventura!

    - La miabuona donna! - esclamò il direttoreficcandosi la mano in tasca.

    - Sì - disse la donna che non smetteva di scrutarlo e sempre tendendo la mano. - Io so tutto!

    - Che cosa sai? - chiese Carker gettandole uno scellino. - Sai chi è quella bella signora?

    La vecchia raccattò la moneta e si ritirò strisciando all'indietrosi accoccolò sul groviglio di radici di un vecchissimo alberosfilò una corta pipa nera dalla cuffial'accese e si mise a fumaresempre con lo sguardo fisso sull'uomo che la interrogava.

    Il signor Carker rise e si girò sui tacchi.

    - Ma sì! - brontolò la vecchia. - Un figlio morto e una figlia vivauna moglie morta e una che arriva. Vada pure da lei!

    Suo malgrado il direttore si volse e si fermò. La vecchiache seguitava a fumare e a borbottare fra séindicò la direzione in cui s'era incamminata la signora e scoppiò in una risata.

    - Che cosa vai dicendovecchia pazza? - disse l'uomo. Ma nel brontolio dell'altra non riuscì a decifrare nulla e proseguì per la sua viatuttavia quando fu alla svolta del viale si girò a mezzo e rivide l'indice puntato e gli parve di udir gridare: Va' da lei!

    La colazione era pronta nel salotto dell'albergoil signor Dombey attendeva freddo e tranquillo e il maggiore stava per scoppiare dalla rabbia per la lunga attesaquando fu introdotta una dama oltremodo elegantema non giovanissimala quale con grazia leziosa si scusò del ritardodisse che la cara Edith era uscita per tempo a studiare una nuova visualema stava ella pure per giungere.

    Il signor Dombey uscì a precipizio e subito rientrò dando il braccio alla giovane bellissima e molto elegante che il signor Carker aveva incontrato sotto gli alberi.

    - Carker... - il signor Dombey stava per eseguire le presentazionima vide che i due si riconoscevano e s'interruppe stupito.

    - Sono molto grata al signore - disse Edith con un leggero inchino altero - di avermi liberata poco fa da una mendicante che mi importunava.

    - Sono io grato alla mia buona sorte - replicò inchinandosi profondamente Carker - che mi ha permesso di rendere un tale lievissimo servigio alla signora di cui mi dichiaro devoto servitore.

    Quando l'occhio brillante e scrutatore della giovane si posò per un attimo su di lui prima di chinarsi a terragli parve di leggervi il dubbio che egli non fosse arrivato sul posto solo nel momento in cui s'era fatto vivoma che l'avesse osservata già da un po' di tempo prima. E in quello stesso istante la donna gli lesse nello sguardo quanto bastava per sapere che il suo dubbio non era infondato.

    - Oh! - esclamò la signora Skewtonche aveva approfittato di quello scambio di battute per studiare a suo agio l'aspetto del signor Carkerrimanendone appieno soddisfatta. - Ohma questa è la più straordinaria coincidenza che abbia mai sentita!

    Con elaborata galanteria il signor Dombey commentò a sua volta l'evento:

    - Sono oltremodo lieto che un uomo tanto vicino a me qual è Carker abbia avuto l'onore e la felicità di rendere un sia pur minimo servizio alla signora Granger. - A questo punto prima di proseguire s'inchinò alla giovane. - Tuttavia ne provo un certo dolore e sono indotto a invidiare veramente Carker per non avere avuto io stesso tale onore e tale fortuna! - Dombey tornò a inchinarsi. Edith si limitò ad arricciare lievemente il labbro e rimase impassibile.

    A tavola la signora Skewton poté scrutare a suo piacimento il signor Carker e anche questo secondo esame gli fu favorevole.

    Parlarono del programma per la giornata.

    - Sono felicesignor Carker- disse la signora - che lei sia giunto in tempo per fare con noi questa incantevole gita!

    - Qualunque gita sarebbe incantevole in simile compagnia rispose Carker. - Ma sono luoghi davvero molto interessanti.

    - Oh! - esclamò la signora Skewton con un piccolo strillo di entusiasmo. - Com'è delizioso il castello di Warwick!... e poi tutti quei ricordi del medioevo... tempi così deliziosisquisitipieni di fedepittoreschi... così lontani da ogni volgarità...

    lei ama il medioevonon è verosignor Carker?

    - Moltissimo! - rispose l'interpellato.

    - I quadri che sono al castello sono divini! - disse la signora.

    - Spero che le piacciano i quadrisignor Carker!

    - Signora Skewton- s'intromise il signor Dombeycelebrando solennemente le lodi del suo direttore - le assicuro che Carker ha un gusto perfetto per le pittureuna capacità affatto naturale di gustarle. E' lui stesso un vero artista di valore.

    - Per bacco! - gridò il maggiore Bagstock - mi toccherà credere che lei è un geniosignor Carker e che sa fare di tutto!

    - Oh! - protestò umilmente Carker con un sorriso. - Lei mi confondemaggiore! Il signor Dombey è troppo generoso nel giudicarmi. E' logico che un uomo nella mia posizione cerchi di acquisire qualche modesta abilità... la mia è una sfera talmente umile rispetto a quella tanto superiore in cui egli viveche...- il signor Carker non disse altrolimitandosi a stringersi nelle spalle come se trovasse inutile ogni altra lode.

    In tutto quel tempo Edith non aveva mai sollevato gli occhise non per lanciare uno sguardo alla madre quando l'aveva sentita esprimere i suoi entusiasmi artisticima quando Carker tacque guardò il signor Dombey: era stata un'occhiata brevissimaun fuggevole lampo di stupore e di sdegnoche tuttavia non fu perduto per uno degli astantiun attento osservatore che mostrava i denti in un ampio sorriso.

    La colazione finì con piena soddisfazione del maggiore Bagstockil quale s'era rimpinzato fino alla gola; la carrozza era prontail domestico del maggiore e il paggio della signora Skewton presero posto a cassettale signore si accomodarono all'interno insieme con il signor Dombey e il maggiorementre il signor Carker a cavallo formava la retroguardia.

    Il signor Carker seguiva la carrozza al piccolo galoppo a una cinquantina di metrie la sua attenzione era non meno intensa di quella di un grosso gatto astuto lanciato all'inseguimento di quattro poveri topolini. Poi si allontanò brevemente per saltare di là di una siepeattraversare un campotrovarsi ad accogliere la carrozza alla prima metae aiutare con la sua bianca mano di velluto le signore a scendere.

    La signora Skewton si mostrò decisa a compiere la visita del castello dando braccio da un lato al maggiore e dall'altro al signor Carkeruna sistemazione che dava certo per puro caso al signor Dombey la libertà di scortare Edith. La vecchia signora intratteneva i suoi accompagnatori chiacchierando a vanverama sia lei sia il signor Carker non facevano se non tenere d'occhio la coppia che li precedeva.

    A un certo punto la signora si sdilinquiva nel cantare le lodi di quel simpaticone d'un uomo che era Enrico ottavo e della sua deliziosa figliala regina Elisabettalodi che Carker approvava senza riservequando costui la interruppe a un tratto esclamando:

    - Ahsignorama se parliamo di quadrieccone là uno autentico da ammirare! Ditemi voi se in una galleria se ne potrebbe trovare uno più artistico! - e più che mai sorridente l'uomo indicò il signor Dombey ed Edithsoli al centro della sala accanto e visibili attraverso la cornice della porta: l'uomo boriosorigidocorretto e austero; la donna eccezionalmente bella e aggraziatama indifferente a tutto ciò che la circondavacompresa la propria bellezza che mostrava di disprezzare come un'insegna vana o una divisa. Non si parlavano né si guardavanoe così a braccetto davano la sensazione di essere più lontani che se fra loro scorresse l'oceano; tuttavia la signora Skewton fu tanto affascinata che non poté trattenersi dall'esclamare con voce non tanto bassa che quella visione era molto dolce e piena di sentimento. Edith la udìsi volsee per l'indignazione diventò scarlatta sino agli occhi e alla fronte. Carker rivide i segni della lotta interiore che aveva già scorti rimanendo nascosti fra gli alberie di nuovo notò che la più altera indifferenza subito calava su di essa e la celava come una nube fosca.

    La visita al primo castellomolto accuratacosì che il maggiore fu ridotto letteralmente all'esaurimentofinì con Edith che seduta in carrozza accanto al signor Dombey rigido e impassibiledisegnava uno schizzo tra l'ammirazione di tuttimentre Carkerfermo a cavallo accanto allo sportello della vetturatemperava con cura le matite dell'artista e gliele porgeva non appena richieste.

    Dombey giudicò il lavoro assolutamente perfetto.

    - Straordinario! - esclamò Carkerscoprendo tutti i denti. Non avrei mai pensato di trovarmi dinanzi a una tale eccezionale bellezza.

    La lode si sarebbe potuta applicare all'artistanon meno che allo schizzoma le maniere del signor Carker erano troppo sincere per lasciar adito a dubbitant'è vero che egli seguitò a sorridere anche quando il disegno fu donato al signor Dombeye a lui non rimase se non restituire con un profondo inchino tutte le matite senza ricevere nemmeno uno sguardo in ringraziamento.

    Seguì la visita alle rovine del castello di Kenilworthe seguirono altri schizzi disegnati da Edith di alcune fra le più belle vedutepoi si ritornò in città. Le due signore furono portate al loro alloggio e la signora Skewton invitò amabilmente il signor Carker a tornare di sera con il signor Dombey e il maggioreperché Edith avrebbe fatto un po' di musica.

    Il pranzo dei tre gentiluomini differì da quello della sera avanti solo perché il maggiore era più palesemente trionfante e meno misterioso. Di nuovo propose di brindare alla salute di Edith e di nuovo il signor Dombey si mostrò amabilmente imbarazzato. Il signor Carker era tutto lodi e premurose attenzioni Quella sera non vi erano altri visitatori presso la signora Skewton. I disegni di Edith erano sparsi intorno in numero ancor maggiore del solitoe la giovane sonò l'arpa e cantò accompagnandosi al pianoforte secondo i precisi desideri chiesti al signor Dombey e da lui elegantemente formulati. Il signor Carker non mancò di osservare il fatto che il signor Dombey era apertamente fiero dell'ascendente attribuitogli e molto desideroso di farne sfoggio; pertanto il suo direttore riuscì a rendersi ancor più gradito alla vecchia signorala quale si rammaricò molto nell'udire che il mattino seguente sarebbe dovuto ripartire per Londrama confidava di rivederlo ancora sovente perché era davvero eccezionale la comunanza di gusti e di sentimenti che avevano scoperta fra loro!

    Dopo essersi congedato con solennità da Edithil signor Dombey Si rivolse sotto voce alla signora Skewton:

    - Signoraho chiesto alla sua signora figlia il permesso di farle visita domattina... per uno scopo preciso. Ha fissato la visita per le ore dodici. Posso speraresignoradi vedere più tardi anche lei?

    La signora Skewton provò una tale emozione nell'udire quelle parole (naturalmente per lei affatto misteriose) che non riuscì a proferir sillaba e si limitò a tendere la mano al signor Dombeyil quale dimenticò di baciargliela.

    A lungo le due donne rimasero in silenziola signora Skewton adagiata sul divanoEdith un po' discostaseduta accanto all'arpa. La donna anziana avrebbe desiderato interrogare la figliama vedendola tanto immersa nei suoi pensieri non osò disturbarla e attese che la cameriera fosse venuta a prepararla per la notte (e a trasformarlatogliendole i fronzolinella vecchia cadente che in effetti era) e si fosse ritirataprima di chiederle:

    - Non mi dici che domattina gli hai dato un appuntamento!

    - Perché lo sai giàmamma! - ribatté beffarda Edithe la madre non seppe che cosa ribattere.

    - Lo sai benissimo - continuò Edith - che mi ha compratao che mi compererà domani. Ha studiato l'affare; si è consigliato con gli amici; ne va perfino abbastanza fiero; pensa che io gli convenga e che non sia nemmeno troppo cara; domani farà l'offerta ufficiale.

    Dio santopensare che sono vissuta per arrivare a questoavendo piena coscienza del punto dove mi trovo!

    Un invincibile sussulto di ribrezzo costrinse la giovane donna a celare fra le candide mani tremanti il viso alterato dall'indignazione.

    - Che cosa dici? - la investì con rabbia la madre. - Non ti ho forse fin da bambina...

    - Da bambina! - la interruppe Edithfissandola negli occhi - ma quando sono stata bambina? Quale infanzia mi hai permesso di avere? Ero già una donna astutacalcolatriceadescatrice prima ancora di conoscere me stessadi conoscere te e lo scopo ignobile di ogni nuovo gesto che apprendevo. Mi hai fatta nascere già donna adulta. Guardami adesso al colmo della mia fierezza di donna!

    Guarda! Io non ho mai saputo ciò che volesse dire avere un cuore onesto e capace di amare. Ero una bambinae invece di giocare tessevo le mie trame. Giovanissimafui obbligata a sposare un uomo verso il quale non provavo se non indifferenza. E presto rimasi vedovae poveraperché mio marito era morto prima di entrare in possesso dell'eredità di famiglia... te la sei meritata quella delusione!... e poi dimmi che vita è stata la mia in questi dieci anni!

    - Ci siamo entrambe sforzate di trovare per te una buona sistemazioneecco tutto! - rispose la madre. - La tua vita aveva questo scopo e ora l'hai raggiunto.

    - Per dieci anni messa in mostraoffertaesaminatacome un cavallo alla fieranon è veromamma? - gridò Edithappoggiando con disprezzo la voce sull'ultima parola. - Dieci anni di vergogna. Quanti pretendentistupidi libertini e vecchi cadentinon mi sono stati intorno prima di ritirarsi dal primo fino all'ultimo perché i tuoi astuti piani diventavano troppo palesi a dispetto dei trucchi? Ma sìposta in venditacon licenza di guardare e toccarenei posti di villeggiatura di mezza Inghilterra fino a perdere ogni rispetto per me stessa e giungere a odiarmi! Non è stata questa la mia giovinezza? E dopo non avere avuto neppure un'ombra di infanzia! Ma non devi cominciare proprio stasera a parlarmi della mia infanzia!

    - Ti saresti potuta sposare benissimo almeno venti volte - disse la madre - venti volteripetoEdithse solo avessi dato qualche po' di incoraggiamento.

    - Nomai!- ribatté la giovanesconvolta dalla vergogna e dall'orgogliogettando indietro la testa. - Se quest'uomo vuole prendermiridotta come sonomi prenderà senza che io muova un dito per attirarlo. Mi ha visto così messa all'asta e crede che gli convenga comprarmi. Faccia pure. E' venuto a esaminare di quali abilità io sia capace e non gli ho detto di no. Ha voluto mostrare i miei meriti al suo amico e gli ho detto ancora di sì.

    Ma non intendo fare altro. L'acquisto egli lo compie di sua piena volontà calcolandone il valore e con la potenza del suo denaro.

    Spero che non rimarrà deluso. Io non ho insistito perché firmasse il contratto: e non l'hai fatto nemmeno tunella misura in cui sono riuscita a impedirtelo.

    - Edithstasera parli a tua madre in modo molto strano!

    - Pare strano anche a meforse ancora più che a te. Ma sono troppo vecchiaormaie sono caduta troppo in basso per scegliere una strada nuovao impedire che tu segua la tua e salvarmi... e cosìvisto che siamo due gentildonne prive di mezzi di fortunami adatto a diventare ricca andando avanti per la vecchia strada.

    La sola cosa che potrò mai dire in mio favoremammasarà che ho avuto la forza di non tentare mai quest'uomo a concludere l'affare!

    - Quest'uomodici! - esclamò la madre. - Come se tu lo odiassi.

    - Credevi che lo amassinon è vero? - ribatté la giovaneche stava attraversando la stanza per uscirema si fermò e si volse.

    - Vuoi dunque sapere - continuò fissando la madre negli occhi - il nome dell'individuo che ci conosce già a fondoriesce a leggere nei nostri pensierie di fronte al quale provo una vergogna ancora più grande di quella che abbia mai sentitaappunto perché mi ha capita così a fondo?

    Senza turbarsila madre replicò con freddezza:

    - Immagino che tu intenda alludere con tanta violenza a quel povero... come diavolo si chiama!... aheccoal signor Carker!

    Mia carala tua mancanza di sicurezza e la tua vergogna di fronte a costui (che dopo tutto credo di poter giudicare molto simpatico) non potrà giovare gran che alle tue prospettive per il futuro. ...

    Perché mi guardi così? Ti senti male?

    Edith chinò d'improvviso il volto come sotto un colpoe portando le mani al viso fu scossa da un lungo brivido. Ma non durò a lungoe presto ella uscì dal salotto con l'abituale passo altero.

    Ricomparve la cameriera a sorreggere verso il letto e il riposo notturno i passi vacillanti della padrona che pareva colta da un attacco di paralisi senilema che già si disponeva ad attendere di risorgere l'indomani in tutto il suo splendore di moderna Cleopatra rediviva.

     

     

     

  23. VARI CAMBIAMENTI
  24.  

     

     

    - Susan! - disse Florence alla affezionata cameriera il giorno in cui era deciso che sarebbero tornate in città. - Sono contenta che fra poco ci troveremo nella nostra casa tranquilla.

    Susan tirò un profondo sospiropoi si concesse anche un breve colpo di tosse e infine rispose con un'espressione che non sarebbe stato molto facile decifrare: - Tranquillacertosignorina Florence. Fin troppodirei.

    - Quando ero piccola - riprese Florence dopo avere alquanto riflettuto - hai visto qualche volta quel signore che si è preso il disturbo di venire fin qui a parlarmi... per tre voltemi pare... tre voltenon è veroSusan?

    - Proprio cosìsignorina! La prima volta quando lei era a passeggio con questa gente... scusivolevo dire con i signori e il signorino. E poi due volte di sera.

    - Quando ero piccola e mio padre riceveva parecchi visitatori non hai mai visto che venisse anche quel signore?

    La cameriera pensò alquanto prima di risponderepoi disse Eccosignorinaio credo in verità di non averlo mai vistoma allora io ero ancora nuova nel servizio e dovevo stare molto ritirata. Ma ricordo benissimo di aver sentito dire che questo signor Carker era già allora un personaggio quasi importante come il suo babbose non proprio identico a lui per la grandezza. Dicevano in casa che lui dirigeva tutti gli affari del padrone nella Cityera a capo di tuttoe il signor Dombey lo teneva in considerazione più di qualunque altra personaanche se questo vuol dire ben pocovisto che luie mi scusi tanto se lo dico iosignorinanon ha mai stimato nessuno al mondo. Anche adesso il signor Carker è più che mai in alto; dicono che il padrone non muove un dito senza il signor Carkerlascia fare tutto al signor Carkeragisce dietro consiglio del signor Carker e tiene continuamente il signor Carker a portata di mano. Per il padronedi fronte al signor Carker l'imperatore della Cina sarebbe meno importante di un bambino in fasce!

    Florence non perdette una sola parola di quel lungo discorsoche anzi trovò di particolare interessee distogliendo lo sguardo dal paesaggio che distrattamente contemplava lo fissò sulla domestica per meglio concentrare sull'argomento tutta la sua attenzione.

    - SìSusan- disse infine. - Il signor Carker è il confidente del babboe sono certa che sia anche suo amico.

    Da qualche giorno Florence non faceva se non rimuginare dentro di sé quell'argomento. Nelle due visite che il signor Carker aveva fatto seguire alla primaegli aveva assunto verso la fanciulla un atteggiamento alquanto confidenziale: si era arrogato il diritto di mostrarsi misterioso e allusivo nel dirle che non erano ancora giunte notizie della nave... era come se egli si fosse sentito investito di fronte a lei di un certo poteredi una effettiva autoritàe questo le dava molto da pensarele procurava una viva preoccupazione. Sapeva di non avere alcuna possibilità di rifiutare quell'autoritàcome neppure di liberarsi dalla rete che egli stava pian piano intessendole intornoperché ciò avrebbe richiesto una certa conoscenza delle arti e delle astuzie del mondoche ella invece ignorava affatto. E veroegli si era limitato a dirle che nessuna notizia era giunta della nave e che egli temeva il peggio; ma come aveva scoperto che lei portava interesse a quella data navee perché si arrogava il diritto di farle intendere che lo sapeva? Ecco le domande che turbavano Florence.

    D'altra partelo strano comportamento del signor Carker e l'abitudine che la fanciulla aveva preso di riflettervi sovente con stupore misto a disagio finirono per rivestire di un maligno fascino il personaggio in fondo ai pensieri di Florence. Se si sforzava talvolta di ricordarne le fattezzela voce e i modi con lo scopo di ridurlo a più modeste proporzioni e cancellarne l'ascendentetrovava il risultato affatto deludente perché non poteva ricordarlo se non sorridente e con l'espressione serena.

    Dato poi che Florence non finiva mai di tormentarsi a proposito dei rapporti esistenti fra lei e il padre e di ascrivere a propria colpa il fatto che fossero tanto freddi e lontaniil pensiero che il signor Carker avesse pur saputo accattivarsi le simpatie di suo padre la induceva a chiedersi se l'antipatia e il timore che quell'uomo suscitava in lei non fossero semplicemente causati da un infelice temperamento che le aveva alienato l'amore paterno e la costringeva a subire le tristezze della solitudine. Finiva a volte di persuadersi che le premure dimostratele dall'amico del padre dovessero farle piaceree che se le avesse ricambiate con fiduciosa gratitudine avrebbe trovato il modo di percorrere l'aspro sentiero in fondo a cui trovare il calore dell'affetto paterno.

    Così la povera Florencealla quale era preclusa ogni possibilità di chiedere un consiglioperché non avrebbe potuto rivolgersi ad alcuno senza insieme tradire un atteggiamento critico verso il padresi sentiva travolta da un mare di dubbisballottata fra timori e speranze. Il suo desiderio di ritrovarsi a casa era inoltre alimentato dalla più vaga delle speranze di trovare ancora qualche insperata occasione per rendere al padre nuove testimonianze di affetto.

    A Walter pensava soventespecie la sera e quando sentiva scorrere l'ululo del vento intorno alla casama non riusciva a disperare; non mancava di versare lagrime al pensiero delle sofferenze del ragazzoma di rado e mai a lungo per l'idea che potesse essere perito in mare. Aveva scritto al vecchio Solomonsenza tuttavia ricevere riscontro: non che le sue righe esigessero una rispostaè vero. Tale dunque era lo stato d'animo di Florence il giorno in cui sarebbe ripartita verso casa.

    Il dottore e la signora Blimber insieme con il riluttante rampollo della casata affidato alle loro cure erano già tornati a Brightondove senza dubbio il signorino e i suoi compagni di viaggio verso le classiche vette del Parnaso avevano già ripreso gli studi. Le vacanze erano giunte alla fine e la maggior parte dei giovani ospiti della villa aveva già preso congedo; stava per finire anche la lunga visita di Florence. Vi era tuttavia nel vicinato un amico il quale era rimasto fedele e costante nelle sue visitelasciando alla porta il suo biglietto almeno una volta ogni due giorni.

    Costui era il signor Tootsche inoltre ansioso di non essere mai dimenticato aveva fatto acquisto di una bella barca a remie tutto elegante si faceva portare su e giù per il fiume nel tratto che fronteggiava la tenuta di sir Barnet. Se poi gli capitava di scorgere qualcuno della famiglia nel giardino che scendeva fin sulla rivafaceva le più alte meraviglie come non avesse mai immaginato di avere una tale fortunae se vedeva Florence si affrettava a informarla che il cane stava benissimoera andato a informarsene quella mattina stessa. Ma non aveva mai l'ardire di accettare l'invito che gli rivolgevano di scendere a terrae così la barca ripartiva come una freccia con il domestico al timone e la ciurma ai remi e il signor Toots mollemente adagiato sui cuscini.

    Il mattino destinato per la partenza di Florence la barca (battezzata Gioia di Toots) attendeva in tutto il suo splendore di fronte ai gradini che scendevano nel fiume dal giardino di sir Barnetma il signor Toots era nel salotto in attesa che Florence si congedasse dai suoi gentili ospitie il giovane ebbe addirittura l'ardire di invitare la fanciulla a compiere sulla barca il viaggio per Londra.

    - Le sono tanto grata... - gli rispose Florence con esitazione.- Tanto grata davvero... ma... è meglio che parta in carrozza.

    - Benissimobenissimo! - esclamò con disinvoltura il signor Toots - Non importa! Buon viaggio! - e scomparve rapidamente.

    Il congedo non fu senza lagrime sia da parte dell'ottima lady Skettlessia da parte di Florencema nella fanciulla l'ansia e la gioia di ritornare a casa ebbe presto la meglio. Anche Susan Nipper si sentiva alquanto addolcire l'animo verso la casa che da tanti anni ormai era la sua sola dimora.

    - Sìsignorina Florence! - disse la giovane. - Non dico di no! Mi farà piacere rivederlaanche se non è poi una gran bellezza; e in ogni caso non vorrei che s'incendiasse o che la demolissero.

    - Ma sarai anche lieta di entrare in quelle vecchie stanzenon è veroSusan? - esclamò sorridendo Florence.

    - Eccosignorinanon posso dire che non sarò contentaanche se molto probabilmente tornerò subito a odiarle a cominciare da domani!

    Florence pensò chedopo tuttoper lei vi era più pace dentro le vecchie mura di casa che in qualunque altro luogo; le riusciva più facile nascondere e accarezzare il suo segreto nella penombra delle alte stanze dai soffitti scuriche tentare di velarlo in piena luce e sotto lo sguardo di occhi estranei e sorridenti.

    Preferiva senz'altro sperarepregare e amare tutta sola nel santuario dei suoi ricordi infantilianche se lo vedeva andare lentamente in rovina per l'incuria dell'abbandonoche in ambienti nuovi e diversiper quanto sereni e allegri. Dava sinceramente il benvenuto al suo vecchio sogno di vita irreale e non vedeva il momento di sentirsi chiudere alle spalle il vecchio portone scuro.

    Animate da tali pensierile due giovani donne girarono in carrozza l'angolo della lunga strada tetra. Florence era accanto al finestrino che dava sul lato opposto della via e ne osservava il noto aspettoquando un'esclamazione di sorpresa sfuggita a Susan le fece di scatto volgere la testa.

    - Povera me! - gridò Susan al colmo della meraviglia. - Dov'è andata a finire la nostra casa?

    - La nostra casa! - le fece eco Florence.

    Susan ritirò il capo dal finestrinotornò ad affacciarsisi tirò di nuovo indietro mentre la carrozza si fermava e fissò la padroncina con occhi spalancati.

    Tutto intorno all'edificiodalla base fino al tettonon si vedeva se non una fitta rete di impalcaturementre una buona metà della via attigua era ingombrata da mucchi di mattoni e di pietreda monticelli di calcina e cataste di legname. Contro le mura della casa erano rizzate numerose scale a pioli lungo le quali salivano e scendevano i muratorialtri lavoravano sui diversi ripiani dell'impalcatura e nell'interno si vedevano all'opera pittori e decoratori; da un carro stavano scaricando dinanzi all'ingresso grossi rotoli di carta da paratie c'era a ingombrare la via anche un furgone di tappezzerie; attraverso le aperture spoglie delle finestre non si scorgeva alcun mobilenient'altro era visibile all'infuori di squadre di operai con i loro attrezzi in continuo movimento dalle cucine alle soffitte: si udiva in effetti un grandioso frastuono di martellipennellipicconiseghe e cazzuole in una piena armonia di movimenti.

    Florence scese dalla carrozza con aria smarritadubitando quasi che quella fosse davvero la sua casama subito scorse il maggiordomo accorso a riceverla sulla soglia con il volto abbondantemente abbuiato.

    - E' successo qualche guaio? - gli chiese Florence.

    - Ohnosignorina.

    - Vedo che si fanno grandi cambiamenti.

    - Sìsignorinacambiamenti grandissimi.

    Come in sogno Florence entrò e corse di sopra: nella lunga sala già tenuta in penombra del primo piano e ora inondata dalla luce crudavi erano tutto intorno corte scale e piccole piattaforme con sopra operai riparati da berretti di carta. Sparito con il resto anche il quadro della mamma e al suo posto poche parole tracciate con il gesso: " da rivestire tutta; pannelli verde e oro". Come l'esterno della casaanche la scalinata era un labirinto di pali e di assie un intero olimpo di vetrai e stagnai era disposto negli atteggiamenti più vari sul lucernario.

    Florence scoperse che la sua camera non era stata toccatama rimaneva quasi buia per le impalcature che ostruivano dall'esterno le finestre. Corse nella camera attigua dove si trovava ancora il lettino di Paule si trovò faccia a faccia con un gigante di carnagione brunacon la pipa fra i denti e il capo ravvolto in un fazzoletto colorato che la fissava ritto fuori del davanzale.

    In quel momento la raggiunse Susan Nipperche la cercava per dirle di scendere subito dal signor Dombey il quale voleva parlarle.

    - Il babbo a casa a quest'ora e vuole parlarmi! - esclamò turbatissima la fanciullae corse via con la speranza di poter presto calmare i palpiti furiosi del suo piccolo cuore sul petto paterno.

    Ma il signor Dombey non era solonello studio erano con lui due signore; Florence dovette compiere uno sforzo tanto grande per dominare l'emozione che minacciava di travolgerlache avrebbe senza dubbio perso i sensise il suo grosso cane non si fosse precipitato nella stanza a darle il più affettuoso e rumoroso saluto di benvenuto.

    - Florencecome stai? - la salutò il padreporgendole con freddezza la mano.

    Florence strinse quella mano fra le sue e la portò alle labbra nel breve attimo prima che egli la ritirasse.

    - Questo caneda dove è capitato? - esclamò dispiaciuto il signor Dombey.

    - Viene da... Brighton... babbo.

    - Bene! - disse il signor Dombey con la fronte rannuvolata perché aveva compreso l'allusione.

    - E' molto buono - spiegò la fanciullarivolgendosi con gentilezza spontanea alle due signore sconosciute. - E' solo contento di rivedermi. Vi prego di perdonare il chiasso che ha fatto.

    Ora notò che la donna sedutala quale aveva lanciato uno strillo era piuttosto vecchiamentre l'altrain piedi accanto al babbo era molto bella ed elegante.

    - Signora Skewton- disse il signor Dombeyvolgendosi alla prima - ecco mia figlia Florence.

    - Deliziosa davvero! - esclamò la vecchia signora inforcando l'occhialetto. - E poi tanto spontanea! Carissima Florencevieni a darmi un baciose non ti rincresce.

    Florence aderì al desiderio della donnapoi si rivolse all'altra che si teneva al fianco di suo padre.

    - Edith- disse il signor Dombey - ti presento mia figlia Florence. Florencequesta signora diventerà presto la tua mamma.

    Florence trasalì e levò gli occhi su quel bel voltoturbata dalle emozioni che destava in lei quel nomecombattuta per un attimo fra la sorpresal'interessel'ammirazione e un'indefinibile ombra di timore. Poi esclamò: - Ohbabboti auguro di essere felicefelicetanto felice per tutta la vita!- e scoppiando in lagrime si strinse alla bella giovane.

    Seguì un breve silenzio. La bellissima donnache da prima aveva esitato ad avvicinarsi alla fanciullala strinse a sé come per rassicurarla e confortarla. Senza profferir parola si chinò su Florence e la baciò sulla guancia.

    - Vogliamo fare il giro delle stanze per vedere come procedono i lavori? - propose il signor Dombey. - Mi permettacara signoradi offrirle il braccio.

    La signora Skewton era rimasta a scrutare Florence attraverso l'occhialetto e pareva che trovasse in lei un eccesso di naturalezza unito a una certa mancanza di cuore... nel senso che ella dava a questo termine!

    I due passarono nella veranda e poco dopo si accorsero che Edith non li aveva seguiti e la incitarono perché li raggiungesse.

    La bella giovane tornò a baciare Florencepoi corse viae la fanciulla rimase là tutta storditaincerta fra il dolore e la gioiail sorriso e le lagrimee non si era ancora mossa quando tornò da lei la sua seconda mamma e la strinse di nuovo fra le braccia.

    - Florence! - disse in fretta la donnafissando la fanciulla con espressione tesa. - Non comincerai con l'odiarmivero?

    - Odiartimamma! - protestò Florencegettandole le braccia al collo e ricambiandole lo sguardo.

    - Zitta! Non devi pensare male di me. Comincia subito a credere che io cercherò di renderti feliceche sono pronta a volerti beneFlorence. Addio. Ci rivedremo presto. Addio. Non rimanere più qui sola!

    Aveva parlato in frettama con fermezza; tornò ad abbracciare la fanciulla e corse a raggiungere gli altri due.

    Nel cuore di Florence subito si accese la speranza che la sua nuova e bellissima mamma le avrebbe insegnato a cattivarsi l'affetto del padre; in quella stessa notte sognò che la sua vera mamma le sorrideva radiosabenedicendo la piccola sognatrice e i suoi teneri sentimenti.

    Una mattina in cui un timido raggio di sole faceva capolino alle finestre della signorina Toxla brava donnaancora ignara di quanto stava accadendo intorno e dentro la casa del signor Dombey per opera di operai affaccendati su impalcature e su scalefinì l'abituale colazione composta di un uovo frescotè e panecominciò a riordinare le stanze con la solita cura meticolosapassando dai ninnoli al canarinovecchio ma ancora abilissimo cantoreper finire con l'importante compito di annaffiare le piante sul davanzale.

    Alla fine sedette accanto alla finestra a contemplare i passeri e a godere il tepore; il maggioreda poco tornato a casale aveva appena fatto un cenno di saluto dalla finestra di fronte; da lui i pensieri della signorina vagarono in direzione del signor Dombey con una serie di oziose domande: era ancora tanto triste o si era rassegnato ai decreti del destino? Pensava forse di prender moglie un'altra volta? E in questo casoquale tipo di donna avrebbe scelto?

    La signorina Tox si accorse di arrossiree arrossì una seconda volta quando vide entrare nell'angusta piazza una piccola carrozza che si fermava precisamente dinanzi alla sua porta. La signorina Tox si levò in fretta e fu pronta ad accogliere la signora Chick.

    - Come sta la mia dolcissima amica? - esclamò la signorina abbracciando la visitatricela qualeoltre alla dolcezzamostrava un'ombra di solenne distaccoe tuttavia ricambiò il bacio della signorina Toxdicendo: - GrazieLucreziaio sto abbastanza bene e spero lo stesso di te. Hem!

    La signora Chick pareva afflitta da un lievissimo accesso di tosse.

    - Sei venuta a trovarmi molto di buon'oramia caracome sei gentile! - riprese la signorina Tox. - Ma dimmihai già fatto colazione?

    - GrazieLucrezia. - rispose la signora Chick. - Ho fatto colazione prima del solito... - e qui la brava donna girò intorno lo sguardo come se provasse all'improvviso la più viva curiosità di studiare l'ambiente in cui si trovava. - ... ho fatto colazione con mio fratelloche è tornato in città.

    - Caraspero davvero che stia meglio di salute... - balbettò la signorina.

    - Sta moltomolto megliograzie. Hem!

    - Luisa cara! - l'ammonì l'amica. - Devi fare attenzione alla tua tosse!

    - Non è nulla - replicò la signora Chick. - Colpa della stagione che sta cambiando. Non è possibile evitare i cambiamenti.

    - I cambiamenti di stagione? - chiese in tutta innocenza la signorina Tox.

    - Di tutto! - precisò la signorina Chick. - E' inevitabile! Tutto il mondo cambia. Sarei molto stupitaLucreziase qualcuno cercasse di contraddire questa realtà di fatto e dovrei pensare che una persona del genere avesse perduto il buon senso. Tutto cambia! - esclamò la signora Chick con filosofica severità. - Santo cieloche cosa vi è sulla terra che non stia cambiando?

    Perfino il baco da setache non si crederebbe mai si dovesse occupare di questo argomentonon fa che trasformarsi continuamente nei modi più inattesi.

    - La mia cara Luisa - osservò con dolcezza la signorina Tox - ha sempre delle immagini così felici!

    - Sei sempre tanto gentileLucrezia- replicò la signora Chickaddolcendo alquanto l'espressione - nel dir bene di me e credo anche nel pensare bene di me.

    - E' verissimo che penso ogni bene di te! - confermò l'amica.

    La signora Chick tornò a tossicchiare e prese a tracciare dei ghirigori sul tappeto con la punta d'avorio del parasole. Alla signorina Tox parve che la visitatrice si trovasse in un momento di particolare stanchezza o irritazione e pensò bene di mutare argomento.

    - Scusacara Luisa- disse - mi sbaglioo non c'è davvero il tuo signor marito giù in carrozza?

    -Sìc'èma ti prego di lasciarlo dove si trova. Ha il suo giornale e per due ore sarà tranquillo e felice. Tu seguita pure a curare i tuoi fioriLucrezia e permetti che io mi riposi un poco.

    - La mia Luisa sa benissimo - osservò la signorina Tox - che fra noi non è il caso di fare cerimoniedata l'amicizia che ci lega.

    E perciò... - la signorina tralasciò di concludere la frase passando invece all'azione: tornò a infilare i guanti che aveva toltie di nuovo armata di forbici ricominciò a sforbiciare tra le foglie con abilissima precisione.

    - E' tornata a casa anche Florence - disse la signora Chick dopo essere rimasta in silenzio e con il capo inclinato da una parte a disegnare sul pavimento con la punta del parasole. - Bisogna dire che Florence è ormai troppo cresciuta per condurre una vita solitaria come è sempre stata la sua. E' veroassolutamente veroe non avrei più alcuna stima verso chi negasse una tale verità.

    Anche volendoio non riuscirei a rispettare questa gente. Dopo tuttonon si può affermare di essere padroni dei propri sentimenti fino a questo punto!

    La signorina Toxsenza avere la pretesa di approfondire la questioneaccennò brevemente di sì.

    - E' una ragazza strana - proseguì la signora Chick. - E se mio fratellodopo tutto quello di triste che è accadutonon si trova tanto bene e d'accordo con leiquale sarà la soluzione del problema? Tocca a lui compiere uno sforzo. Ha il dovere di compierlo. Nella nostra famiglia tutti si sono straordinariamente adoperati per fare il proprio dovere... - a questo punto la signora Chick si sentì salire le lagrime agli occhi. - Io puresebbene la mia persona sia dotata di poca importanza... Insommal'aver saputo che mio fratello compirà il suo dovere mi ha procurato una specie di scossa... perché sono una povera donna debole e scioccae non è affatto una fortuna esserlotant'è vero che ho desiderato tante volte di avere un cuore duro come il marmoo come una pietra di marciapiede...

    Ma Luisa cara... - protestò la signorina Tox.

    E' tuttavia una gioia per me sapere che ancora una volta mio fratello ha tenuto fede a se stesso e al suo nomeper quanto non ho mai dubitato che gli accadesse di non farlo. Spero solo che anche lei sia degno del nome!...

    La signorina Tox versò dell'acqua dalla brocca in un minuscolo annaffiatoio verdee poi volgendo per caso lo sguardo verso l'amicafu tanto sorpresa dall'espressione di lei che si sentì indotta a depositare il recipiente sulla tavola e a sedere accanto alla signora Chick.

    - Mia cara Luisa- osservò con dolcezza la signorina Tox - se sapessi di poterti recare qualche minimo conforto ti direi che mi permetto di giudicare tua nipote una fanciulla che sotto ogni aspetto promette benebenissimo!

    Ma la signora Chick era stata fraintesa.

    - Lucrezia! - ribatté con tono solenne e insieme di generosa pazienza. - Naturalmente la colpa è mia se non mi sono espressa con sufficiente chiarezza. Ma ho voluto manifestare il mio pensiero nella speranza vivissima che la nostra intima amicizia non potrà mai essere turbata!... - L'amica più umile si scusò della mancanza di perspicaciae intanto la signora girava lo sguardo su ogni oggetto della stanza fuorché posarlo sulla signorina Tox. Alla fineprima di chinarlo sul tappeto e di trattenervelo sollevando i sopracciglisfiorò appena il volto della signorina Toxla quale non le toglieva gli occhi di dossoe disse:

    - Lucrezianon parlavo di mia nipote Florencema della seconda moglie di mio fratello. Mi pare infatti di avere già dettose non con queste precise paroleche ha deciso di riprender moglie.

    La signorina Tox si levò di scatto e riprese a lavorar di forbici tra le fogliema ora con una violenza decisamente crudele.

    - Se poi costei sarà del tutto consapevole dell'onore conferitole - seguitò con tono altero la signora Chick - è un'altra questione.

    Io spero vivamente che lo sia. Il mio consiglio non è stato richiesto. Se mio fratello Paul si fosse consultato con me come a volte fa... ma nodevo dire come facevaperché ormai non lo farà piùe d'altra parte io non sono per nulla gelosagrazie a Dio!... - ora le guance della signora Chick erano solcate dalle lagrime. - Se mio fratello mi avesse chiesto quali qualità ritenessi necessarie nella sua nuova futura mogliegli avrei certo risposto che doveva senz'altro cercare una donna dotata di bellezzadi decorodi una famiglia dignitosa. Ecco che cosa gli avrei detto.

    La signorina Tox cessò di sforbiciare e rimase ad ascoltare a testa china e con la massima attenzione: forse pensava che nella solennità di quell'esordio fosse implicita una speranza per lei.

    - Mio fratello Paul ha fatto ciò che tutti ci aspettavamo facesse nel caso avesse deciso di contrarre un secondo matrimonio.

    Confesso di essere rimasta alquanto sorpresaperché quando partì per la villeggiatura non pensavo affatto che avrebbe stretto un legame fuori cittàe certo quando era partito non aveva alcun impegno sentimentale. Tuttavia pare che l'evento sia degno di approvazione sotto ogni punto di vista. La madre è una donna elegante e gentilissimanon tocca a me discutere la decisione presa da Paul di accettare che anche lei faccia parte della famiglia. Lei... non l'ho ancora vista se non in ritrattoe la trovo bellissima. Ha pure un nome molto bello- affermò la signora Chickagitandosi con energia sulla sedia.- Ritengo che Edith sia un nome fuori del comune e molto distinto. Perciò non dubito Lucreziache sarai contenta di sentire che il matrimonio avrà luogo subito. Lo so che sarai felice del mutamento nella situazione di mio fratello. tenuto conto che in varie occasioni egli ti ha dimostrato numerose attenzioni.

    Miss Tox non aperse boccasi limitò ad afferrare con mano tremante il piccolo annaffiatoioguardandosi intorno con aria smarritacome se fosse incerta intorno alla scelta del mobile che avrebbe ricavato maggiore giovamento dall'uso di quell'attrezzo.

    In quel momento la porta si aperse: la signorina Tox trasalìscoppiò in una risata e cadde svenuta fra le braccia di chi aveva varcato la soglia. Alla finestra di fronte si affacciava il faccione del maggiorecolorito e dilatato da una gioia mefistofelica alla vista della sua adoratrice infedele sorretta dal servitore di colore che egli aveva spedito dalla sua vicina per informarsi intorno alle condizioni della sua salute.

    Per qualche minuto l'imbarazzatissimo forestiero tenne stretta a sé la scarna figura della signorina Toxmentre la poveretta gli faceva gocciolare addosso le ultime stille rimaste nel piccolo annaffiatoio. Poi la signora Chick si riebbe alquanto dalla sorpresae dopo avere ordinato al domestico di depositare il suo fardello sul divano e di ritirarsisi diede d'attorno per far tornare in sé l'amica.

    Ma non si pensi che ne seguisse una scena di affettuose premureperché anzi la signora Chick si limitò a somministrare le necessarie cure con energia e quasi con durezzae non appena la signorina Tox riaperse gli occhi e mostrò di avere ripreso oltre ai sensi anche la conoscenzala signora Chick si ritrasse da lei come ritenendola colpevole e la fissò piuttosto in collera.

    - Lucrezia! - esclamò la signora Chick. - Non cercherò davvero di nascondere i sentimenti che provo. Mi si sono aperti gli occhi.

    Non l'avrei creduto possibile nemmeno se fosse venuto a dirmelo un angelo del cielo!

    - Sono stata una sciocca a cedere a quell'attacco di debolezza balbettò la signorina Tox. - Fra poco mi sentirò meglio.

    - Ti sentirai meglioLucrezia! - ripeté con tono di scherno la signora Chick. - Immagini forse che io sia cieca? Immagini che sia rimbambita? Grazie tanteLucrezianon lo sono affatto!

    La signorina Tox rivolse all'amica un'occhiata supplichevole e si coperse gli occhi con il fazzolettino.

    - Credo che avrei dato uno schiaffo a chi me l'avesse detto ierio anche solo mezz'ora facredo proprio che non mi sarei potuta trattenere! - dichiarò con alterigia la signora Chick. Lucrezia Toxi miei occhi si sono di colpo aperti sulle tue malefatte!

    Lucreziala mia cieca fiducia è morta per sempre!

    - Ohcarissimaperché mi parli con tanta crudeltà? - protestò fra le lagrime la signorina Tox.

    - L'idea pazzesca - disse la signora Chick - che hai avuto di insinuarti come un serpente nella casa di mio fratello e di penetrare nella sua stima attraverso di meLucreziacon la mira segreta di indurlo a considerare la possibilità di unirsi a te è un'idea talmente folle - disse la signora Chick con amaro sarcasmo - che per la sua enorme assurdità quasi cessa di essere un tradimento.

    - Ti pregoLuisa - la pregò la signorina Tox - smetti di dirmi queste cose spaventose! - e singhiozzava da far pietà. - Anche se posso avere avuto il vago pensiero che il signor Dombey provasse una certa simpatia per menon devi essere proprio tu a condannarmi!

    - Cielo!- esclamò la signora Chicklevando le braccia al soffitto con gesto di invocazione e insieme di rassegnazione. Lo sapevo che mi avrebbe accusata di averla incoraggiata nelle sue aberrazioni!

    - Ma io non mi lamento! - insistette la povera Tox. - Luisa caraio non ti voglio rimproveraredico solo a mia difesa... lo dico per difendermi di fronte alle tue parole scortesi e ti chiedo semplicemente se non è vero che tante volte hai incoraggiato le mie fantasie... se non hai detto addirittura che si sarebbero potute realizzareper quanto ne sapevamo noi due?

    La signora Chick si levò in piedi con gesto così maestoso da lasciar immaginare che non avrebbe tenuto i piedi a terrama si sarebbe addirittura librata ben più in alto e dichiarò: Esiste un limite al di là del quale la pazienza diventa ridicolase non addirittura colpevole. Io posso sopportare molte cosema ve ne sono certe che superano anche la mia forza di sopportazione. Non so quale sensazione abbia provato oggi entrando in questa casama avevo un certo presentimentoun presentimento funesto! Lucreziaera giusto che l'avessiperché in un attimo avrei contemplato la scomparsa di una confidenza durata lunghi anni. Ora i miei occhi si sono apertiLucreziae ti vedo quale sei veramente. Mi sono ingannata sul tuo conto: è meglio per tutte e due chiudere a questo punto l'argomento. Ti auguro ogni benee ti augurerò sempre ogni bene. Ma nella mia qualità di donna che vuole soprattutto tener fede a se stessa nella posizione in cui si trovae per quanto modesta questa possa essereoppure per quanto poco modesta siadato il grado di parentela che ho con mio fratelloe quale cognata della moglie stessa di mio fratelloe come futura parente della madre della moglie di mio fratello... mi sia lecito infine concludere che nella mia qualità di appartenente alla famiglia Dombey non ti posso augurare più di un semplice buongiorno!

    Nel pronunciare quest'ultima frase piuttosto lunga con acidità camuffata di dolcezza e temperata dal più solenne tono di rettitudine moralela signora Chick era giunta alla porta; si volse per salutare con un cenno del capo sommamente rigido e gelidoquindi uscì per andare a cercare conforto fra le braccia del marito le quali erano tuttavia tutte ingombre dalle pagine del quotidiano che egli stava leggendo. Il signor Chick si limitò a lanciare alla consorte un'occhiata di straforoe seguitò nella sua letturacanticchiando fra i denti un ritornello popolaree senza dire una sola parola buonacattiva o indifferente.

    Naturalmente la signora Chick non sopportò a lungo quel silenzio a duee mentre la carrozza si metteva in moto riuscì a imbastire un discreto litigio con il compagno della sua vitaperché avendogli essa confidato l'estrema e deprecabile presunzione della signorina Tox di avere sognato di poter diventare una Dombeyil signor Chick ribatté che fino a quella mattina anch'essa aveva accarezzato quel medesimo progetto.

    Nell'udir ciò la signora Chick scoppiò in lagrime e dichiarò al marito che se voleva continuare a calpestarla sotto i suoi stivalifacesse purecon notevole spavento del consorteil quale si aspettava di vederla presto cedere a un attacco di nervi.

    Ma la signora riuscì a dominarsi alquanto e a concludere come segue le sue riflessioni di povera vittima dell'altrui malvagità:

    - Posso accettare di rinunciare alla confidenza che Paul riponeva in mein favore di una donna che spero la meriti e che ha tutto il diritto di prendere accanto a lui il posto della povera Fanny; posso sopportare di venire informata con estrema freddezza da Paul del suo progetto quando tutto è deciso e senza essere stata consultata in precedenza; ma l'ingannoquello nonon lo sopportoe quanto a Lucrezia Toxho chiuso l'argomento. Meglio così! Non so davvero se l'avrei potuta ancora frequentare senza compromettermi ora che Paul aprirà la sua casa alla migliore società: povera donnaè ben poco presentabile! Tutto è andato per il meglioc'è sempre una provvidenza! Per me è stata una prova durama non me ne lamento.

    Il signor Chick si sentiva senza dubbio colpevoleperché colse l'occasione di scendere all'angolo di una viae si allontanò fischiettandoalzando bene le spalle e con le mani in tasca.

    Intanto la povera signorina Toxche pur essendo non del tutto aliena dal praticare l'adulazionee certo molto abile nell'inghiottire rospiera tuttavia una creatura onesta e fedeleavendo nutrito verso la sua crudele accusatrice una sincera amicizia e per la grandezza del signor Dombey una vera devozionecominciò ad annaffiare le sue piante con le lagrimeprovando la sensazione che sul quartiere fosse all'improvviso calato il gelo dell'inverno.

     

     

     

  25. MATRIMONIO E LUNA DI MIELE; UN NAUFRAGIO
  26.  

     

     

    La casa aveva perduto il silenzio e la penombraseguitava a essere invasa da ogni sorta di operai che inducevano il cane Diogene ad abbaiare quasi senza interruzione dall'alba al tramontoma per Florence la vita aveva ripreso quasi l'identico ritmo. La sera ascoltava lo scalpiccio degli uomini che uscivano dalle stanzescendevano le scale e se ne andavanoe le piaceva immaginare che ciascuno rientrasse a casa dove l'attendeva una famiglia amorosa. Le pareva che tutti fossero contenti di ciò che li attendevaed era felice per loro.

    Accoglieva ogni volta il silenzio come un vecchio amico disposto a recarle una nuova speranza. La bella giovane che sarebbe diventata la sua seconda mamma l'aveva accarezzata e confortata nella camera stessa dove aveva sofferto la seconda cocente perdita della sua vita. Le pareva di poter sognare che pian piano sarebbe riuscita a conquistare l'affetto paterno e che sarebbe spuntata anche per lei l'alba da tanto tempo agognata. Non provava timore di accogliere nei suoi affetti una rivale per la sua diletta mammaanzi le pareva che ogni parola di bontà uscita dalle labbra della bella sconosciuta non fosse se non l'eco della voce da tanto tempo spentae che mai il suo amore per la cara memoria sarebbe stato diminuito dalla tenerezza nuova che sentiva fiorire nel cuore.

    Un giorno Florence era intenta a leggere nella sua stanzaquando levò lo sguardo dal libro e scorse Edith sulla soglia.

    - Mamma! - esclamò Florencecorrendole incontro con gioia. Sei ritornatame l'avevi promesso!

    - Non ancora mamma! - le rispose la giovanestringendo a sé la fanciulla. - Ma prestoFlorencemolto presto.

    Rimasero per un poco in silenzio abbracciatepoi sedettero l'una accanto all'altrae Florence ebbe più che mai la sensazione di una tenerezza davvero materna.

    - Sei stata sempre qui sola dal giorno in cui ci siamo conosciute?

    - Ohsì - rispose in fretta Florence - ma... sono abituata a rimaner sola e non m'importa... mi capita di passare vari giorni senza vedere nessuno... all'infuori del mio cane Diogene e di Susanla mia cameriera.

    - E queste sono le tue stanze... - disse Edithguardandosi intorno. - Quel giorno non me le hanno fatte visitare. Ma devono diventare più belledevono essere le più belle della casa!

    - Mammase potessi cambiare... - fece Florence con esitazione di sopra vi è una camera che mi piace ancora di più.

    - Non ti sembra di essere già abbastanza in altobambina? replicò sorridendo Edith.

    - Vediquella è la camera del mio fratellinoe io sono tanto affezionata a quella camera - spiegò Florence. - Ne avrei voluto parlare al babbo quando sono tornata a casa e ho trovato qui i muratori che trasformavano tuttoma... ma avevo timore di dargli un dispiacere; mi avevi detto che saresti tornata prestoe siccome sarai tu la padrona di tuttoavevo deciso di pregare te di esaudire il mio desiderio.

    Edith rimase in silenzio a fissare la fanciulla con gli occhi luminosima quando Florence levò lo sguardo su leidistolse il suo e lo chinò a terra. Fu allora che la fanciulla si accorse com'era diversa da come aveva pensato la bellezza di quella donna:

    l'aveva giudicata fiera e superbaera invece tanto gentile e mite che non avrebbe potuto sollecitare maggiormente la sua confidenza se avesse avuto la sua identica età.

    Edith promise che si sarebbe adoperata subito per renderla contentaavrebbe dato lei stessa i necessari ordini agli operai per riordinare la camera al piano superiorepoi s'informò intorno al piccolo Paul e infine disse a Florence che era venuta per condurre la fanciulla a casa sua.

    - Mia madre e io - spiegò Edith - siamo tornate in cittàe tu resterai con noi fino al giorno del mio matrimonio. Desidero che ci conosciamo meglioFlorencee che vi sia fra noi una sincera fiducia.

    - Come sei buona con memamma cara! - la ringraziò Florence. E come ti sono grata.

    - Lascia che ti dica anche un'altra cosaora che abbiamo questa occasione di parlare - seguitò Edithguardandosi intornovedendo che erano affatto solee tuttavia abbassarono la voce.- Dopo sposati resteremo via per qualche settimana: mi sentirò più tranquilla se saprò che sarai tornata in questa casa. Ti prego di tornare qui anche se gli altri ti invitassero. Meglio tu rimanga sola che... voglio dire - fece la donna correggendosi- che io ritengo tu stia meglio qui a casa tuaFlorence cara.

    - Farò come tu dicimamma.

    - Brava. Conto sulla tua promessa. E ora preparati a venire con me. Quando sarai pronta mi troverai da basso.

    Con passo lento e l'espressione assorta Edith visitò ogni stanza del palazzo nel quale sarebbe fra poco entrata da padronasenza mostrarsi in alcun modo entusiasta dello sfarzo che già vi si dispiegava. In quei saloni ella dimostrava con l'atteggiamento del labbro e dello sguardo la stessa indomita alterigial'abituale espressione fierasolo di poco attenuate dalla consapevolezza del proprio meschino valoree del poco valore di tutto ciò che la circondava. In ogni particella delle dorature non vedeva se non un odioso atomo della ricchezza in cambio della quale si era venduta.

    E pensando che tutto questo fosse più o meno evidente anche agli sguardi altruinon trovava scampo se non rifugiandosi nell'orgoglio che notte e giorno le rodeva il cuore e con cui affrontava il destinolo sfidava e cercava di sconfiggerlo.

    Ma era la stessa donna che Florencefanciulla innocente e armata solo della sua sempliceseria veritàriusciva a influenzare e pacificare tanto che al suo fianco si sentiva un'altra perché si placava in lei la tempesta delle passioni e si attenuava perfino il suo orgoglio? Era lei stessa che nella carrozza pregava la fanciulla di volerle bene e di darle la sua fiduciastringendo sul petto la bella testina bionda come se avesse l'intenzione di proteggerla da ogni male o danno anche a prezzo della vita?

    OhEdithmeglio sarebbe stato per te morire allora! Saresti stata più fortunata a morire cosìche a seguitare a vivere sino alla fine dei tuoi giorni!

    La nobile signora Skewton aveva ottenuto in prestito dal cugino Feenix temporaneamente fuori città una bella casa di Brook Street nell'elegante quartiere di Grosvenor Square; quell'importante congiunto aveva di buon grado accondisceso alla richiestache era in rapporto con le prossime nozze di Edithperché era sottinteso che sarebbero così cessate da parte della madre e della figlia tutte le abituali richieste di donazioni e di prestiti.

    La signora Skewton accolse Florence con entusiasmo e la colmò di elogi. La sera stessaquando il signor Dombey si recò a visitare la futura sposa e la futura suoceraper cenare con esseegli ebbe la sorpresa di trovare presso di loro anche la figliae la vecchia signora gli spiego che Edith lo amava tanto che nelle ore in cui non lo poteva avere accanto aveva desiderato di trovarsi almeno con la deliziosa fanciulla che già amava come una figlia.

    Il signor Dombey non sollevò alcuna obiezione al progettoe così per l'intera settimana che doveva trascorrere prima della celebrazione del matrimonio Florence si trovò a contemplare involontariamente i numerosi incontri straordinariamente freddi e stancati del padre con la promessa sposae l'inesauribile vivacità e letizia di cui faceva invece ogni volta sfoggio la vecchia signorariuscendo addirittura quasi a mitigarne il gelo.

    La settimana scorse via rapida in un turbine di visite a sartemodistegioiellieriavvocatifioristi e pasticcerimentre Edith non si degnava di ammirare nulla né di occuparsi di alcunchépur adattandosi in silenzio alle fatiche delle prove e degli incontri. Tutto era organizzato dalla vecchia signorae tutto fu minuziosamente completato la sera precedente il gran giorno. Florence aveva confessato di essere stanca e avevano permesso che andasse a letto; Edith era seduta accanto alla finestra spalancatail signor Dombey e la vecchia signora discorrevano seduti sul divanonella penombra resa indispensabile dal mal di capo della signora Skewton (la quale aveva tuttavia già dichiarato che al mattino seguente si sarebbe sentita senza dubbio benissimo). La signora si lamentò che fra poche ore il signor Dombey le avrebbe rapito la sua diletta figlia e chiedeva almeno di tenere con sé Florence in attesa del ritorno degli sposi; purtroppo Florence aveva detto che sarebbe tornata a casa non più tardi del giorno dopo. Poteva il signor Dombey essere tanto crudele di privarla di quella consolazione? (Edith si riscosse dalla sua indifferenza e prestò un orecchio attento). Noil signor Dombey non era tanto crudelesarebbe stato felice di affidare la figlia alla custodia di una dama tanto compita. La dama espresse con accenti rapiti la sua riconoscenza mentre il signor Dombey si disponeva a congedarsi. Edith si alzòma non si mosse; il signor Dombey si diresse con incedere solenne verso la giovanele prese la mano e la portò alle labbradisse: - Domani avrai la gioia di poterti chiamare signora Dombey. - E si ritirò.

    Le due donne rimasero sole e la vecchia si concesse finalmente di protestare. - Sono stanca morta! - esclamò. - - Ti comporti come una bambina! Ma che dico! Nessuna bambina sarebbe altrettanto ostinata e disobbediente di te!

    Edith non mostrò nemmeno di avere udito quelle parole e disse invece:

    - Ascoltamimamma. Devi restare qui sola fino al mio ritorno.

    - Devo restare qui sola! - ripeté la donna.

    - E bada che altrimenti ti giuro nel nome di Colui che dovrò prendere a testimonio della mia promessa falsa e vergognosache domani in chiesa io rifiuterò la mano di quest'uomo. Te lo giuroe possa io in caso di spergiuro cadere morta sul colpo!

    La madre si allarmò sul serio e non osò ribattere parola.

    - Basta che siamo noi le donne che siamo - dichiarò Edith. - Non voglio che per dare uno svago alla tua noia sia corrotta una innocente creatura! Florence deve tornare a casa sua.

    - Stupida! - scattò incollerita la madre. - Credi forse di trovare mai pace in quella casa prima che la ragazza se ne sia andata?

    - Chiedimi pureo chiedilo a te stessase io prevedo di trovare mai la pace in quella casa - ribatté la figlia - e saprai da te la risposta.

    La donna anziana sfogò con rancore la sua collerama vedendo che non ne ricavava alcun vantaggiosi dominò e prese invece a gemere e a protestare che di fronte a tanta ingratitudine non le rimaneva se non di sperare in una prossima fine delle sue sofferenze. Edith non le aveva staccato gli occhi di dosso e alla fine ripeté con lo stesso tono duro e freddo: - Ti ho detto che Florence deve andare a casa sua.

    - E se ne vada pure! - concluse l'afflitta e impaurita genitrice.

    - M'importa forse che rimanga? Sarò felicissima che se ne vada!

    - Io voglio tanto bene a Florence che pur di salvarla da ogni ombra di quel male che io tengo nel pettosono disposta a rinunciare a temammao a lui domani in chiesase mi costringi!

    - ribatté Edith. - Lasciala stare. Per quanto è in mio potere non voglio che sia turbata e macchiata dalle lezioni che ho appreso io. Non è una condizione troppo dura questa che ti pongo stanotte.

    - NocertoEdith! - gemette la donna. - Se solo tu avessi usato delle parole gentili in luogo di quelle così taglienti...

    - Fra noi le parole non hanno più importanza - disse Edith.

    Seguita a fare come vuoimamma; prendi la tua parte di quello che hai guadagnato; spendigodi e divertiti e sii felice quanto vuoi.

    Abbiamo raggiunto il nostro scopo. D'ora in poi rispetteremo il silenzio. Da questo momento le mie labbra si chiudono sul passato.

    Io ti perdono la parte che hai nell'atto malvagio di domani. Possa Dio perdonarmi la mia!

    Senza un fremito nel tono della voce e con l'abituale incedere altero e sdegnosola giovane augurò alla madre la buona notte e uscì dalla sala. Ma prima di ritirarsi nella sua camera entrò in quella di Florence in punto di piedi e trattenendo il respiro; la fanciulla dormiva tranquillae la scorse alla luce della lampada rimasta accesain tutta la grazia della sua fiorente innocenza.

    Edith la contemplò a lungopoi le si inginocchiò accanto e rimase fino nel cuore della notte a versare cocenti lagrime.

    L'alba si levò fredda e fosca; i topolini della chiesasempre intenti ai libri di preghiera più dei loro legittimi proprietarie interessati a logorare gli inginocchiatoi imbottiti più delle ginocchia dei fedelicorsero a celare nelle tane gli occhietti brillanti non appena risonò il tremendo fragore delle porte che si spalancavano. Il sagrestano era giunto per tempo con il suo aiutanteseguito dalla signora Miffla minuscola e asmatica vecchia addetta da tempo immemorabile alla pulizia e manutenzione dei banchi. Mentre si dava daffare a battere e spazzolare la tovaglia dell'altareil tappeto e i cuscinila donna pensava al matrimonio che si sarebbe celebrato fra poco. Aveva sentito dire che il restauro della casa e i mobili nuovi dovevano essere costati almeno cinquemila sterlinee una grande autorità in materia di pettegolezzi le aveva pure detto che la sposa non possedeva un soldo. La signora Miff ricordava come fossero eventi del giorno avanti il funerale della prima moglie del signor Dombeypoi il battesimo del bambino e quel secondo funerale. Il sagrestanoche data la sua importanza non poteva occuparsi di lavori servili e stava scaldandosi al primo sole seduto sul gradino del porticosi degnò di aggiungere a beneficio della signora Miff che la sposa era di eccezionale bellezzanotizia chedata la fonteimpressionò profondamente la donna delle pulizie.

    Anche nella casa del signor Dombey regna un gran trambusto. Il maggiordomo non è del suo abituale umore solenne e benevolo perché lo irrita la presenza di uno straniero fornito di abbondanti basetteil quale è stato assunto per accompagnare la coppia felice a Parigi e che sta caricando il numeroso bagaglio sulla nuova carrozza. Il maggiordomo dichiara che dagli stranieri non vi è da attendersi nulla di buonoe poiché le cameriere replicano che forse esagerale convince di avere perfettamente ragione ribattendo che ricordino le infinite malefatte commesse da Bonapartegià capo riconosciuto di tutti gli stranieri!

    La signorina Tox è già alzata e si prepara a uscire perché ha decisononostante il dolore che l'attanagliadi assistere alla cerimonia nuziale da un angolo buio della chiesa. Anche l'alloggio del guardiamarina di legno è pieno di vita perché il capitano Cuttle sta facendo colazione agghindato da festa e intanto presta un orecchio attento al giovane Robin a cui ha ordinato di leggergli ad alta voce il servizio nuziale per avere la certezza di comprendere a fondo la solenne cerimonia che intende recarsi ad ammirare.

    Il cugino Feenix è rientrato per l'occasione dall'estero dove si trovava e si prepara con ogni sforzo personale di fare una bellissima figura: una quarantina d'anni prima era un famoso uomo di mondo nella migliore società londinesee anche adesso qualcuno può credere che lo sia ancorapurché non lo veda attraversare una sala con passo molto malfermo e si astenga dall'osservare il suo volto grinzoso.

    Il signor Dombey passa dallo spogliatoio al salotto fra bisbigli di ammirazione della servitù di sesso femminile: è addirittura splendido in giubba azzurrapantaloni color tortora e panciotto viola pallido; si mormora pure che il signor Dombey si sia fatto arricciare i capelli.

    Giunge il maggiore non meno sfarzosamente abbigliatocon un intero ramoscello di geranio all'occhiello e segue uno scambio di cortesie.

    - PerdinciDombey! - concluse il maggiore. - Leioggiè l'uomo più invidiato di tutta l'Inghilterra.

    Il signor Dombey accetta con riserva il complimento perché sta per conferire a una donna un enorme onoreed è quindi la donna che è più da invidiarema le lodi del maggiore Bagstock non si fermano quie risultano gradevoli.

    Entra il signor Carker più che mai elegante e sorridente e con un bellissimo discorso per accompagnare la presentazione di un mazzo di fiori esotici destinato alla futura signora Dombeydono che il signor Dombey garbatamente accetta.

    E' tempo che i tre uomini si rechino alla chiesadove sono accolti con la massima deferenza. Poco dopo entra la sposa che non reca traccia sul volto dell'uragano di passioni che l'ha sconvolta la sera avantie accanto a lei avanza la fanciulla modesta e graziosa che sarà sua figlia. Nel brevissimo intervallo in cui il sagrestano va ad avvertire nella sagrestia il pastore e il suo assistentela signora Skewton rivolge la parola al signor Dombeynon tanto a bassa voce che la figlia non la possa udire.

    - Mio caro Dombey! - esclama la brava donna. - Mi rincresce di dover rinunciare alla compagnia della cara Florence. Sono costretta a lasciare che ritorni a casa come si era proposta. Dopo le emozioni di questa giornata e la perdita della mia diletta figlia temomio caro Dombeyche non avrò la forza di godere nemmeno della sua cara compagnia.

    Il signor Dombey insistedicendo che la presenza di Florence potrebbe riuscirle graditama la signora Skewton conclude di non potere accettare la gentile propostanon vuole affliggere la cara fanciulla con il suo malinconico stato d'animone ha già parlato alla carissima Edithla quale ha compreso benissimo.

    Compaiono il pastore e il suo assistenteil sagrestano fa avanzare il gruppo e dispone ciascuno secondo l'ordine stabilito.

    Il cugino Feenix presenta la sposa allo sposo (è arrivato apposta per tale funzione da Baden-Baden: "Perdincise ci capita di accogliere in famiglia un ricco affarista della Citydobbiamo mostrargli la nostra cordialitàsi deve fare qualcosa per incoraggiarlo!").

    Seguono le domande di ritoil sì del signor Dombeyil sì di Edith. I due si scambiano la promessa di volersi bene scambievolmente "nella buona e Della cattiva sortefin che la morte li divida".

    La sposa pone la firma con grafia tanto ferma e chiara da suscitare l'ammirazione dello scaccino. Firma anche Florencema senza ottenere alcuna lode perché le trema la mano. Tutti baciano la sposaper ultimo il signor Carkeril quale le si avvicina mostrando tutti i suoi denti scintillanti quasi la volesse morderee negli occhi di Edith si accende un lampo inteso forse a proibirgli di seguire l'esempio degli altrima non serve a nulla.

    Le mormora auguri di ogni felicitàsebbene di fronte a una tale unione ogni augurio sarebbe superfluo. La sposa lo ringrazia arricciando le labbra e con un visibile attimo di smarrimento. Ma ritorna subito alteraimmota e silenziosae appoggia la mano sul braccio dello sposo.

    Le carrozze sono di nuovo alla porta della chiesa per riportare a casa i felici sposi e gli ospiti.

    Dopo che tutti se ne sono andatila signorina Tox emerge dal suo angolo e si avvia lentamente all'uscita. Ha gli occhi molto rossi e il fazzolettino inzuppato di lagrime. Si sente feritama non offesae rivolge in cuor suo alla coppia i suoi auguri sinceri.

    Riconosce senza riserve la meschinità delle proprie attrattive di fronte alla bellezza della sposama ha sempre davanti allo sguardo lo splendore del signor Dombey in panciotto lilla e pantaloni color tortorae mentre si dirige verso casa torna a versare qualche lagrima dietro la veletta.

    La comitiva giunge alla residenza della sposapassa tra una piccola folla di gente vociante che la festeggiae subito varca la soglia dell'imponente ingresso. Ma perché il signor Carkerprima di entrarepensa alla vecchia che si era imposta quel giorno alla sua attenzione sbucando fra gli alberi di un boschetto? E perché Florenceavanzando fra la gentericorda con un brivido il giorno lontano in cui s'era perduta in città e al volto della buona signora Brown?

    Crescema non moltoil numero degli invitati e si rinnovano i rallegramenti e gli auguri; dal salotto passano tutti nella tetra sala da pranzo dove il pasticcere ha superato se stesso nel preparare una squisita colazione. Tra gli altri sono giunti anche i signori Chicke la signora esprime la propria soddisfazione facendo rilevare come Edith mostri di essere un'autentica Dombeyvolgendosi inoltre con affabilità alla signora Skewtonla quale si sente sollevata da un gran pesoe accetta la coppa di spumante che le spetta. Tutti sono piuttosto freddi e tranquillii più allegri sono il cugino Feenix e il maggiorema il signor Carker riesce a sorridere a ogni singolo commensale. Riserva un sorriso speciale per la sposache tuttavia solo di rado lo ricambia con un'occhiata.

    Terminata la colazioneil cugino Feenix si alza e pronuncia un brindisi piuttosto insolito e confusoche però riesce gradevole a tutti ed è molto applaudito. Anche nelle cucine viene festeggiato l'evento con una sontuosa refezioneche s'interrompe solo quando si diffonde la notizia che la sposa è prontae allora tutti corrono per essere presenti alla partenza.

    La carrozza da viaggio è alla porta; la sposa scende nel salone d'ingresso dove l'attende il signor Dombey. Anche Florence è pronta per partiree la signorina Susan Nipperche ha occupato un posto intermedio fra il salotto e la cucinasi dispone ad accompagnarla. Appena vede EdithFlorence corre ad abbracciarla.

    Ha freddoEdithper tremare così? La turba tanto il contatto della fanciulla da costringerla a staccarsi in fretta come se le riuscisse insopportabile? Perché una partenza così rapida?

    Colpita nei suoi sentimenti materni e vinta dall'emozionela signora Skewton si adagia sul divano in atteggiamento di perfetta Cleopatra e non si lascia confortare da alcuno degli ospitii quali poco dopo si congedano ed ella si addormenta saporitamente.

    Anche i domestici sonnecchiano nei loro quartierisazi di ciboun po' brilli e stanchi. Scende la sera sulla casa abbandonata di Grosvenor Square e anche nell'altratutta rinnovata e riccamente addobbata. Florence è passata di stanza in stanza fino a raggiungere la sua camerache la sollecitudine di Edith ha abbellita e ornatasi spoglia dell'abito eleganteindossa quello semplice nerol'abito di lutto per il fratellino. Siede e comincia a leggere con Diogene accoccolato ai piedi che la sbircia e sonnecchia. Ma Florence non riesce a leggere. La casa le pare troppo nuova e piena di strani echi. Si sente oppressanon sa da che cosa e perché. Chiude il libro e accarezza il caneche subito le strofina contro le mani le lunghe orecchie; ma poco dopo Florence non riesce più a vederlo distintamente per il velo che le cala sugli occhi e attraverso il quale brillano come angeli il volto della madre e quello del fratello. Ma Walterohtupovero naufrago sperdutodove sei ora?

    Il signor Toots non aveva perduto l'abitudine di cercare ogni occasione per incontrare Florence o almeno vederla di sfuggita Una sera d'autunno si trovava a girovagare nei pressi della abitazione del signor Dombey quando Susan lo scorsegli fece cenno che si avvicinasse e in gran mistero lo fece scendere nella dispensa. La giovane era in preda a una forte emozione e riuscì appena a pregarlo che andasse a un certo indirizzo della City recando con sé il giornale che gli davaperché vi era stampata una notizia intorno a un certo amicola quale si poteva forse ancora sperare che non fosse verama che avrebbe recato alla signorina Florence un gran dolore quando l'avesse appresa.

    Il servizievole signor Toots era corso all'indirizzo indicatoma invece di trovare il signor Solomon Gills ebbe la sorpresa di trovarsi alla presenza del capitano Cuttleil quale tuttavia gli spiegò la situazione e si disse disposto ad ascoltarlo. La notizia che aveva attirato l'attenzione di Susan si riferiva a un naufragio: un mercantile era arrivato nel porto di Southampton con un carico di zucchero e altre merci dalla Giamaicae il capitano si era affrettato a informare le autorità che durante la navigazione aveva avvistato il relitto di una nave senza tracce di vita per varie miglia all'intorno; e su un pezzo ancora intatto della poppa erano rimaste leggibili le parole " Figlio ed E ". Si trattava evidentemente del bastimento Figlio ed Erede appartenente al porto di Londrapartito per le Barbados e che da tempo si riteneva perduto in mare. Fino a qui la notizia del giornale. Il povero capitano Cuttle rimase per alcuni minuti a fissare come smarrito il giovanottopoi gli voltò le spalle e chinò la testa sulla mensola del caminetto.

    Il gentile signor Toots era molto sensibileil dolore del vecchio capitano lo commosse profondamente ed esclamò: - Santo cieloin quale strano mondo viviamo! La gente non fa che andare a moriremagari chissà dove! Giuro che se l'avessi saputo non avrei tanto desiderato di venire in possesso dei miei benivisto che nel mondo si vive molto peggio che alla scuola del dottor Blimber!

    Il capitano Cuttle gli fece segno di non badare a luie poco dopo si volselisciandosi con la mano il volto rabbuiato.

    - AddioWaltermio caro figliolo! - esclamò il capitano. - Ti ho voluto tanto beneWalterda bambinoda ragazzo e da giovanotto!

    - disse il capitanotornando a fissare la fiamma del caminetto. - Non ho mai avuto figliioma ora che perdo Walter mi pare di provare quello che un padre sente quando perde un figlio. Ma la perdita non è una solasono tante. Dov'è quello scolaretto che ogni settimana trovavo qui in questa stanzaallegro come un fringuello? Annegato con Walter. Dov'è il fanciullo dalla vivacità instancabilecapace di arrossire che era uno spettacolo guardarlo quando si parlava della sua bella? Annegato con Walter. Dov'è quel giovane di animo fortissimo che non permetteva al suo vecchio di abbattersi nemmeno per un momento? Annegato con Walter!

    Il signor Toots non osava aprir bocca e seguitava a cincischiare il malaugurato giornalepiegandolo e ripiegandolo.

    - E tupovero Sol Gillsrimasto solo al mondodove sei andato a finiretu che Walter mi ha raccomandato di proteggere... Che cosa ti sei ficcato in testaSolquando hai deciso di dire addio al tuo vecchio amico Ned? Sol GillsSol Gills! - ripeté il capitano Cuttlescotendo lentamente il capo. - Lo so bene ioche se ti capita di leggere questo giornale così lontano da casa e senza nessuno che abbia conosciuto Walter con cui parlare di lui lo so ben io che affondi di colpo anche tu senza speranza!

    - Caro giovanotto- disse infine il capitano rivolgendosi al signor Toots - lei deve dire sinceramente a quella giovane che questa fatale notizia deve essere vera. Non vi è da sperare che su un argomento come questo raccontino delle favole. Tutto quello che succede durante la navigazione si trova scritto nel libro di bordoche è il più sincero di tutti quelli scritti dagli uomini.

    Domattina uscirò in cerca di informazionima non penso di trovare buone notizienopurtroppo non vi è alcuna speranza.

    - Sono davvero profondamente rattristatole assicurocapitano- disse il signor Toots - come se avessi conosciuto io pure quella persona... ma mi dicacrede che la notizia farà una certa impressione alla signorina Dombey?

    - Una certa impressione! - esclamò il capitano sbigottito di fronte a una tale ignoranza. - Ma se si volevano un ben dell'anima fin da quando lei era una bambina piccola così!

    La rivelazione colse affatto di sorpresa l'ottimo Tootsil quale scoppiò addirittura in lagrime e confessò piangendo che adorava la signorina Florencema il suo era un amore del tutto disinteressatoavrebbe dato volentieri la vita pur di risparmiarle un dolore! Il capitanoche il giovane chiamava "capitano Gills" per la confusione mentale in cui si trovavaconfortò il poveretto e gli disse di tornare il giorno dopose voleva.

    La mattina dopo il capitano Cuttle ordinò a Rob di non aprire le imposte della bottega e così la casa rimase silenziosa e buia come vestita a lutto. Uscì non appena fu l'ora di apertura degli uffici della City e arrivò a quelli della ditta Dombey in tempo per incontrare il signor Carker e seguirlo nella sua stanza.

    Brutto affarecapitano Cuttle- disse il direttore non appena si trovò al suo solito posto con le spalle al caminetto - gran brutto affare!

    - Ha visto la notizia stampata sul giornale?

    - Sì - confermò il signor Carker. - Abbiamo ricevuto la notizia con molti particolari. Una grossa perdita per gli assicuratori. Ce ne rincresce molto. Nulla da fare! Così è la vita!

    Ma il capitano desiderava essere rassicurato su certi dubbi: era verocome gli aveva detto Walterche il suo viaggio non aveva tanto rapporto con un suo avanzamento di carrierama era piuttosto un pretesto per allontanarlo? L'altra volta il signor Carker era stato molto cortese con lui e ora il capitano lo pregava di essere altrettanto sincero... Ora invece il signor direttore montò su tutte le furieordinò al visitatore di andarsene sull'istante se non voleva essere scacciato con la forza e magari arrestato dai gendarmi per quelle sue insensate insinuazioni! E poiche ne aveva fatto del suo vecchio amico? E che cosa andava complottando con le sue gentili visitatrici? Era meglio che sparisse da quella stanza! Il capitano lo fissava sbigottitoma non uscì prima di avere ribattuto con la voce tremante per l'emozione: - Giovanottoavrei molte cose da dirlema in questo momento non riesco a metterle in ordine. Però se non moriremo primanoi due torneremo a incontrarci!

    Il capitano aveva la sensazione che tutto il suo mondo fosse crollatoche egli fosse un semplice relitto senza alcun valore in balia della tempesta. Non trascurò tuttavia di procurarsi da un rigattiere un completo da lutto per sé e uno per il giovane aiutante: entrambi li indossarono subito e si trovarono trasformati sull'istante in due nuove specie di spaventapasseri perché al ragazzo l'abito era stretto striminzitomentre quello del capitano era d'una spropositata larghezza.

    Tornò al pomeriggio il signor Toots e il capitano lo intrattenne brevemente: la cattiva notizia era stata confermata; non rimaneva se non raccomandare alla ragazza di rivelarla con delicatezza alla sua padroncina. Rimasto solo nella bottega silenziosa e buiail capitano intrattenne a lungo il giovane Rob sul caratterela vita e i sentimenti del povero Walterlodando l'attenzione e le premure del suo aiutanteil quale riuscì a rimanere affatto impassibilesenza nemmeno arrossirementre si sforzava di tenere a mente ogni parola per servirsene nel suo lavoro di promettente spia in erba.

    Una sera tutte le finestre della grande casa sono illuminatee in tutte le stanze brillano mobili e argenterieluccicano le setenel caminetto della sala da pranzo il fuoco divampa ancora più allegro che negli altri ambientie la tavola è sontuosamente preparata per quattro persone. Di momento in momento si attende l'arrivo della coppia felice di ritorno dal lungo viaggio di nozze.

    Pronta a ricevere il babbo e la nuova mammaFlorence non sa bene se l'emozione che le fa battere il cuore e le accende le guance sia tutta di gioiao se alla gioia si aggiunga un'ombra di angoscia. E' presente anche la signora Skewton e si dispone ad accogliere a braccia spalancate la diletta figlia e il carissimo generoavendo indossato per l'occasione una veste molto giovanile per il colore e la foggiae con maniche molto corte. Aggiungeremo che la sua cameriera personale ha pure l'aria soddisfatta perché pensa che da oggi il suo salario non sarà più in pericoloe che avrà un notevole miglioramento nel vitto e nell'alloggio.

    Finalmente una carrozza si ferma dinanzi al portoneil valletto francese ne balza giù e si lancia sul battente agitandolo fragorosamente e riuscendo a far parere in ritardo il maggiordomoche pure stava da chissà quanto tempo di fazione al suo posto. Il signor Dombey e la consorte varcano la soglia tenendosi sottobraccio. Ai piedi della scalinata una voce acuta si leva a invocare il nome dei nuovi arrivatie la signora Skewton sommerge in un abbraccio colmo di trine la figlia e il marito.

    Anche Florence è scesa nell'atrio e si fa avanti timidamente; Edith corre ad abbracciarlail padre le stende la mano e le chiede semplicemente: - Come vaFlorence? - Ma mentre Florence porta alle labbra la mano del padresolleva lo sguardo sul volto di luie in quella espressione pur sempre fredda e distaccata le pare di scorgere un barlume di interesseuna scintilla di gradevole sorpresa. Quale brivido di gioia pervade ora la fanciulla: sìaveva ragione di sperare che la nuova e bellissima mamma l'avrebbe aiutata a conquistare l'affetto del padre!

    - Non ti occorre molto per cambiarti d'abitonon è vero cara?

    chiede il signor Dombey alla moglie.

    - No davverosarò subito pronta.

    - E allora pranzeremo fra un quarto d'ora esatto.

    Detto questo il signor Dombey si diresse rapidamente verso il proprio spogliatoio e la signora salì nella sua cameramentre la signora Skewton e Florence li attendevano nel salotto.

    Il primo a giungere fu il signor Dombey.

    - Dicamio carissimo Dombey- chiese la signora Skewtonla quale si era creduta in dovere di spremere qualche lagrima nel fazzolettino di merletto per festeggiare il felice ritorno della figlia - come ha trovato quella deliziosa città che è Parigi?

    - Faceva freddo - rispose il signor Dombey.

    - Ma gaia e vivace come al solitoimmagino!

    - Non molto - replicò il signor Dombey. - L'ho trovata noiosa.

    - Viavia! - protestò la suocera. - NoiosaParigi!

    - A me ha dato questa impressione - insistette con severa cortesia il signor Dombey. - Credo che la stessa idea abbia avuta anche mia moglie: almeno due o tre volte mi disse di trovarla noiosa.

    - Ohbirichinabirichina! - gridò la signora Skewton alla sua figlia diletta che entrava in quel momento. - Quali eresie hai dette su Parigi?

    Edith si limitò a sollevare i sopraccigli con gesto di stanchezzae senza aprir bocca andò a sedere accanto a Florence.

    - Mio caro Dombey- disse la signora Skewton - questa casa è diventata un vero palazzocon quanta abilità hanno realizzato ogni nostro suggerimento!

    - Sìè una bella casa - disse il signor Dombeyguardandosi intorno. - Avevo ordinato che non si lesinasse nelle spese e credo sia stato fatto tutto ciò che si può ottenere con il denaro.

    - E che cosa non si può ottenere con il denaromio caro Dombey?- osservò quella moderna Cleopatra.

    - Infatti è molto potentesignora! - confermò il signor Dombeyil quale rivolse uno sguardo solenne alla moglieche tuttavia non aperse bocca. Il bel volto aveva l'abituale espressione sprezzantema si accendeva di nuovo e violento sdegno ogni volta che il marito facesse la benché minima allusione alle proprie ricchezze. Non si sa se il signor Dombeytutto chiuso nell'alterigia della propria grandezzase ne fosse già accortoma se avesse voluto avrebbe potuto scoprire l'intera verità in quello stesso momentoosservando il rapido lampeggiare di quegli occhi neri: avrebbe potuto moltiplicare per dieci le sue già notevoli ricchezzesenza tuttavia ottenere che l'animo indomito della donna a lui legata si volgesse mai a lui con dolcezzaperché pur accettando tutti gli agi che le spettavano di diritto avendo accettato di diventare la sua sposaessa lo disprezzava.

    Fu annunciato il pranzoil signor Dombey offerse il braccio alla suoceralo seguirono Edith e Florencela prima affatto indifferente alla vista dello splendido vasellame esposto sulla credenza. E così Edith prese posto alla tavola che era diventata la suadura e fredda come una statua.

    Dato che il signor Dombey aveva anch'egli non poche delle caratteristiche del marmoegli si compiaceva di vedere la bellissima moglie così imperturbabilealtera e fredda; ella era inoltre sempre elegante e aggraziata nel portamentoe pertanto egli trovava tutto questo molto gradevole e congeniale. La cena proseguì in una atmosfera piuttosto glaciale e alla fine le signore si ritirarono lasciando il signor Dombey a trascorrere come preferiva le ultime ore della seramentre la signora Skewtonnon poco annoiata da quella mancanza di allegriasi ritiravadicendosi profondamente commossa di aver toccato con mano la perfetta felicità della figlia dilettaed Edith seguiva Florence nella sua cameradove rimasero a lungo a conversare come due affettuose sorelle.

    Florence dovette da prima spiegare come aveva trascorso quelle ultime settimane e quali libri aveva letti; all'improvviso la fanciulla divenne mesta e le salirono le lagrime agli occhi.

    - Ohmammase tu sapessi quale grandissimo dolore ho sofferto in questi ultimi giorni!

    - TuFlorencehai avuto un dolore?

    - Sìil povero Walter è dato come perduto nel naufragio della sua nave!

    Florence nascose il volto fra le mani e non cercò di trattenere la piena del suo piccolo cuore angosciato. La triste sorte di Walter le era già costata innumerevoli lagrimeeppure il suo dolore non si esaurivama la investiva con sempre nuova intensità ogni volta che pensava a quel poveretto o ne pronunciava il nome.

    - Ma dimmicara- la esortò Edith accarezzandola con materna dolcezza. - Chi era Walter? Che cosa era lui per te?

    - Era mio fratellomamma. Dopo la morte del nostro piccolo Paolo avevamo deciso di essere fratello e sorella. Lo conoscevo da tanto tempo... fin da quando ero bambina. Lui conosceva Paolo e piaceva molto al mio fratellino. Quasi le ultime parole che disse prima di morire furono: "Babbonon dimenticarti mai di Walter! Io gli ho voluto tanto bene!". Avevano fatto salire Walter perché lo vedessee fu allora... in questa camera...

    - E tuo padre si è ricordato di lui? - chiede con durezza Edith.

    - Il babbo? Ha ordinato che andasse nelle colonie... Il naufragio è avvenuto durante la traversata.... - singhiozzò Florence.

    - Egli sa che è morto? - chiese ancora Edith.

    - Non somammanon lo posso sapere. Mamma cara! - gridò Florence abbracciando la giovane e nascondendole il volto sulla spalla. - Tu hai veduto...

    - ZittazittaFlorence! - Edith si era fatta pallidissima e con la mano aveva coperto le labbra della fanciulla. - Dimmi invece di Walterspiegami bene tutto di lui.

    Florence le riferì ogni cosafino all'amicizia del signor Tootsal quale nemmeno ora poteva pensare senza sorridere fra le lagrime.

    Alla fine Edith le chiese: - Che cosa crediFlorenceche io abbia veduto?

    - Che non sono la figlia diletta del babbo - spiegò Florencenascondendo di nuovo il volto - che non sono mai stata la sua diletta figlia. Non sono mai riuscita a farmi voler bene da luinon avevo nessuno che me lo insegnasse. Ohmammainsegnami tu che lo sai tanto bene! - e tra le braccia protettrici della sua nuova mamma Florence pianse ancora a lungoma non più disperatamente come prima.

    Pallida come la morteEdith si dominava a faticainfine staccò da sé la fanciullae con la voce che tradiva l'emozione solo per essere ancora più ferma e più profonda del solitodisse:

    - Florencetu non mi conosci! Ti salvi il cielo dall'apprendere questo da me!

    - Perché mi parli cosìmamma? - chiese sorpresa Florence.

    - Il cielo non voglia che io ti insegni ad amare o a essere amata!

    - esclamò Edith. - Sarebbe meglio che lo insegnassi tu a mema è troppo tardi ormai. Mi sei tanto caraFlorencenon avrei mai pensato di affezionarmi tanto a te in così breve tempo.

    Florence stava per replicarema non lasciò che aprisse bocca.

    - Sarò sempre la tua più cara amica. Abbi fiducia in mecarissimanon credere che io possa mai tradire il tuo affetto.

    Tuo padre avrebbe potuto scegliere fra mille donne migliori di me sotto ogni riguardoFlorencema sii certa che nessuna si sarebbe potuta sentire più vicina al tuo cuore di quanto sia adesso io.

    - Lo somamma! - gridò Florence. - L'ho saputo appena ti ho vista!

    - Ma non cercare di trovare in me - seguitò Edith - quello che non posso avere. Ti prego di non volermi meno bene per questonemmeno quando mi conoscerai meglioquando mi vedrai nella realtà come io mi vedo. E allora non essere troppo dura con menon volgere in amarezza l'unico dolce ricordo che mi resterà.

    Lagrime trattenute le brillavano negli occhi mentre non smetteva di tenerli fissi in quelli della fanciullaed era chiaro che la sua ferma espressione non era se non una bellissima maschera che la forza di volontà le permetteva di non gettare.

    - Ho visto infatti quello che hai detto e so che è la verità riprese - ma credimie se non puoi adessomi crederai più tardiche io sono l'ultima creatura della terra a poterti aiutare in questo. Non chiedermi perchénon parlarmi più dell'argomentoné di mio marito. Su tale punto fra noi due vi deve essere una barriera di silenzioun silenzio di tomba.

    Florence non osò ribattere parola; nella sua mente ancora incredula cominciava a farsi strada una vaga ombra della realtà che le era stata fatta intravvedere. Poco dopo il volto di Edith era tornato dolcissimo e affettuoso come Florence l'aveva sempre visto quando si trovavano insieme senza testimoni. Poi la donna si alzòdiede la buona notte alla fanciulla con un bacio e uscì in fretta senza voltarsi.

    Ma quando Florence si fu coricatae la camera era illuminata solo dal bagliore del caminettoEdith ritornòdisse che non poteva dormireche nelle sue stanze aveva freddo. Avvicinò una seggiola al fuoco e stette con gli occhi fissi sulle braci. Florence rimase a contemplarla fino a quando il sonno la vinse. Ma non era tranquilla e fu tormentata da sogni sgradevoli e paurosi: suo padre fuggiva attraverso deserti e montagne impervieed ella vanamente lo inseguiva cercando di liberarlo da sofferenze durissimeche tuttavia non comprendeva. Poi lo vedeva mortoe si rendeva conto che non l'aveva mai amata nemmeno alla finee lo abbracciava disperata. Poi si trovava sulle rive di un gran fiume e da lontano scorgeva Waltersereno e immobile. E sempre Edith entrava e usciva dal sognoa volte lieta e a volte tristefino che si trovarono insieme sull'orlo di una fossaEdith le faceva cenno di guardaree sul fondo... ma come?... eccosul fondo stava adagiata un'altra Edith!

    Terrorizzata da quell'ultimo sognosi destò e le parve di udire una voce dolcissima che le mormorava: "Florencecara piccola Florencenon temereè solo un sogno!" e si trovò a ricambiare le carezze della sua nuova mammache poco dopo usciva in silenzio dalla stanza nella prima luce grigia dell'alba. Florence adesso era seduta sul letto e si chiedeva se tutto era stato un sogno.

    Così era trascorsa la notte dopo che la coppia felice era arrivata nella casa rifatta nuova e sontuosa.

     

     

     

  27. CONTRASTI E INCONTRI INATTESI
  28.  

     

     

    Andremo adesso a posare lo sguardo su due case piuttosto lontane l'una dall'altrama entrambe situate nei dintorni della grande metropoli londinese.

    La prima è in una zona verde e boscosa in direzione di Norwood:

    non è un palazzonon è imponente per le dimensionima perfettamente proporzionata e molto ben tenuta. Non manca il prato in dolce pendiocon aiuole di fiori e il boschetto; non manca la serra né la veranda di stile rustico dai pilastri coperti di rampicanti. L'interno è addirittura ricco per i mobili di ottimo gusto che adornano tutte le stanze e l'armonia dei colori vivaci delle stoffe; vi abbondano i libri raccolti in angoli deliziosie vi sono tavolini con stupendi pezzi per il gioco degli scacchicon i dadi e le carte. E tuttavia da tutta quella opulenza esala un non so che di malsano. Forse che i tappeti e i cuscini sono troppo morbidi sino a dare l'impressione che le persone le quali se ne servono per calpestarli o adagiarvisi lo facciano sempre con movimenti furtivi? O forse perché i dipinti e le stampe che ornano le pareti non celebrano grandezza di pensieri o di gestama sono tutti di carattere frivolosemplici manifestazioni di forma e di colore prive di contenuto? Anche i libri sono per lo più i degni compagni dei quadri e il loro valore consiste soprattutto nell'oro delle rilegature. Si nota inoltre qui e là qualche tocco ostentatamente umile che suona falso come il ritratto molto realistico che domina il tavolino preparato per la prima colazionedi fronte al quale se ne sta adagiato in poltrona l'originale del dipinto.

    Chi siede su quella poltrona è il signor direttore Carkeroccupato in quel momento a osservare con un sorriso misterioso il quadro che gli sta di fronte.

    - Una somiglianza davvero straordinaria per essere accidentale!- mormora il signor Carker.

    La figura rappresenta forse Giunoneo forse la moglie di Putifarreo una sdegnosa ninfao chissà quale altro nome di moda possono averle dato i trafficanti d'arte quando l'hanno gettata sul mercato. Comunque è una figura di donna bellissima che volge le spalle a chi la guardama tiene il capo girato e fa balenare un'occhiata superba. Rassomiglia molto a Edith.

    L'uomo le rivolge un breve gesto della manoche potrebbe essere di minacciao forse di trionfoo solo un insolente salutoquindi torna a occuparsi della colazione interrotta.

    La seconda casa che vogliamo visitare è dal lato opposto rispetto a Londrapoco discosta dalla grande strada su cui un tempo si incanalava tutto il traffico per il nordma ora percorsa più che altro da stanchi viandanti. E' piccolaquesta casaammobiliata poveramentema ordinata e lindae nel minuscolo giardino vi è persino la pretesa di una modesta coltivazione di fiori. La zona non si raccomanda per essere decisamente di campagnané per appartenere alla cittàda cui dista troppoma che la investe con la confusione di alti comignoli neri e di fabbriche di mattoni.

    La donna che abita in questa casa ha abbandonato l'altra che abbiamo appena descritta per seguire un fratello caduto in disgrazia. Harriet Carker è parecchio mutata da quel giornoma è ancora bella di una bellezza dolce e modesta che nemmeno l'abito meschino può del tutto celare. Ora sta salutando il fratello per amore del quale ha rinunciato a una vita di agi.

    - E' prestoJohn! - gli dice. - Perché vuoi uscire così per tempo?

    - Non è tanto prestoHarriet. Ma se avessi qualche minuto da perdere vorrei... una semplice fantasia che m'è venuta... vorrei passare accanto alla casa in cui sono andato a congedarmi da lui... dove l'ho salutato per l'ultima volta.

    - Vorrei averlo conosciuto io pureJohn.

    - Meglio cosìmia carase pensi al suo triste destino. Mi pare a volte che avrei potuto coltivare di più la sua amicizia...

    - Ma sicuro!

    Il giovane dall'aria invecchiata e stanca scuote la testa. - Nolo sa il cielo quanto volentieri l'avrei fattoma rispettavo troppo la sua reputazione per permettere che lo vedessero amico di un tipo come me... Nonomeglio cosìanche se allora gli ho dato un dispiacere! - E con un sorriso cerca di rasserenare la sorella.

    - AddioJohn caro! Ci troveremo staseraverrò a incontrarti come al solito.

    Il volto gentile che si avvicina al suo per l'abituale bacio del congedo è tutto per luila famigliala vitail mondo interoe tuttavia fa anche parte del suo castigo e del suo doloreperché nella sorella sacrificata egli non può non vedere ogni giorno gli amari frutti della sua antica colpa.

    Poco dopo Harriet Carker ricevette una visita gradita e insieme temuta per l'emozione che ogni volta ridestava in lei. Quell'uomo di mezza età di quando in quando andava rispettosamente a ricordarle che il suo amore era fedele e costante. E di nuovo la donna accolse con gentilezza il visitatore che si limitò a entrare nel piccolo giardinoe tornò a dichiarargli che avrebbe accettato di abbandonare il fratello solo quando egli fosse stato reintegratoalmeno in partenella posizione che era un tempo la sua...

    Il cielo che al mattino era stato limpidolentamente si rannuvolòsi levò il ventoseguì una pioggia pesante. In giornate come quelle Harriet si attardava sovente alla finestra e guardava con pietà i radi viandanti diretti verso la metropoli.

    Ora aveva preso un lavoro di cucito e vi si dedicava assiduamente nonostante la poca lucequando levando il capo scorse nella strada una donna che avanzava lottando contro il vento; mostrava una trentina d'anniera miseramente vestitasenza la cuffiama solo con un fazzoletto lacero a ripararle i folti capelli neri; poi Harriet ne scorse il volto d'una bellezza fiera e sfrontata che pareva sfidare gli elementi e perfino il cielo. Harriet ne ebbe un vivo senso di pietà e fu di scatto alla porta che aperse:

    la poveretta che nonostante l'aria ardita doveva essere stanchissimarassegnata d'un tratto a subire la pioggia senza più resisteresi era seduta su un mucchio di pietre. Harriet le fece segno che si avvicinasse e la donna obbedì senza addolcire l'espressione.

    - Perché resta così sotto la pioggia? - le chiese gentilmente Harriet.

    - Perché non so dove andare!

    - Ma vi sono tanti posti intorno dove rifugiarsi! Anche qui sotto... - e Harriet indicò il piccolo portico che riparava l'ingresso della sua povera casa. - Venga purese vuole.

    L'altra si fece avanti come intimorita e zoppicava; si accoccolò per sfilarsi una scarpa mezzo sfondata e togliere le pietruzze che vi erano entrate con la pioggia. Harriet vide che il piede era feritoe insistette perché la poveretta entrasse; le diede qualcosa da mangiarevolle che rimanesse un poco davanti alla fiamma del caminetto. Disse che veniva da molto lontano dopo mesi e mesi di navigazione... dalle terre dove vanno i deportatiperché era stata anch'essa condannata alla deportazione.

    - Il Signore le perdoni e la benedica! - mormorò Harriet.

    - Ahse tanto per cominciare gli uomini ci aiutassero un po' di più sarebbe meglio!

    - Ma si può sempre sperarenon è mai troppo tardi per rimediare... - suggerì Harriet. - Se è pentita...

    - No! - la interruppe la donna. - Non mi sono pentita e non mi pentirò. Perché dovrei pentirmi ioquando gli altri non sono condannati a far penitenza? Chi si pente dei torti fatti a me?

    Si alzò e tornò a legare il fazzoletto sui capelli che aveva sciolti sulle spalle perché asciugassero.

    - Adesso dove va? chiese Harriet.

    - Laggiùa Londra.

    - Ha una casa dove andare?

    - Credo di avere una madrema è tanto madre come la sua casa è una tana! - concluse la giovane con una risata amara.

    - Prenda! - esclamò Harrietmettendole in mano una moneta. - E' pocoma almeno per un giorno basterà.

    La donna era finalmente commossachiese di baciare Harrietle posò le labbra sulla guanciasi coperse gli occhi con il braccioe si allontanò in fretta nell'aria nebbiosa e già scura.

    In una stanza scura e misera una vecchia brutta e nera come una strega stava accoccolata accanto a un meschino focherello ad ascoltare la pioggia e il vento. A poco a poco aveva lasciato ciondolare il capo sino alle ginocchia ed era caduta in uno stato di torpore in cui i rumori della sera diventavano un monotono rombosimile a quello che giunge dal mare a chi lo contempla dalla spiaggia.

    L'unica luce della stanza era data dal fuoco del caminoche a volte si ravvivava come l'occhio d'una bestia feroce mezzo addormentatae serviva a rivelare nient'altro che un mucchio di stracciun altro di ossaun lercio giacigliodue o tre sedie sfondatele pareti annerite e il soffitto ancora più sudicio delle pareti.

    Se in quel momento Florence si fosse trovata nella stanza e avesse potuto lanciare anche solo un'occhiata alla vecchiaavrebbe subito riconosciuto in lei la 'buona' signora Brownbenché il lontano ricordo infantile doveva esserle rimasto impresso nella mente con tutte le deformazioni ingigantite e grottesche delle ombre fatte danzare dal fuoco sulle pareti. Ma Florence non era presente quella serae la 'buona' signora Brown se ne stava tutta sola a godere quel po' di calore.

    La riscosse uno sfrigolio più forte del solito delle gocce che sibilando cadevano lungo il caminoe fu pronta a udire una mano che toccava il saliscendi e un passo nella stanza.

    - Chi è? - chiese girando la testa.

    - Chi ti porta delle notizie - rispose una voce di donna.

    - Notizie? Da dove?

    - Da lontano.

    - Di là del mare? - gridò la vecchia drizzandosi.

    - Sìdi là del mare.

    La vecchia attizzò in fretta il fuocoe avvicinatasi alla visitatriceche intanto aveva richiuso la portale posò le mani sul mantello inzuppato di pioggiae senza incontrare resistenza fece voltare la figura così che il fuoco ne illuminasse il volto.

    Fu da prima con un grido di delusione che lasciò ricadere le braccia.

    - Non è la mia ragazza! - gridò la vecchialevando le braccia.- Dov'è la mia Alice? Dov'è la mia bella figlia? Me l'hanno ammazzata!

    - Non ancorase il tuo nome è Marwood - ribatté la visitatrice.

    - L'hai vista allora? Mi ha scritto?

    - Dice che tu non sai leggere!

    - E' vero! - gemette la vecchia torcendosi le mani.

    - Non hai una lucerna qui? - domandò la visitatriceguardandosi intorno.

    Borbottando e scotendo la testala vecchia riuscì ad afferrare una candela da uno stipo in un angolol'accese non senza difficoltà ficcandone tra i carboni ardenti il lucignolo polveroso e la posò sulla tavola. Vide la visitatrice seduta con le braccia incrociate sul petto e gli occhi bassi; s'era tolta dal capo il fazzoletto.

    La vecchia si mise a fissarla.

    - Guarda benemadre! - disse la visitatrice alzando gli occhi.

    Allora la vecchia lanciò un urlo e si lanciò ad abbracciare la giovane.

    - E' la mia ragazza. La mia Alice! La mia bellissima figlia che è tornata sana e salva! - e si lasciò cadere a terrastringendole le ginocchia e agitando freneticamente la testa. E' la mia ragazzala mia bella Alice!

    - Sìmadre- rispose Alicechinandosi a baciare la vecchiama subito cercando di sciogliersi da quell'abbraccio. - Lasciami andaremadre. Alzati e vatti a sedere. A che serve fare scene?

    - E' tornata ancora più dura di quando è partita! - gridò la madre senza levarsi da terra. - Non mi vuol bene! Dopo tutti questi anni e la vita disgraziata che è sempre stata la mia!

    - Sumadre! - ribatté Alicescotendo le gonne cenciose per togliersi a quella stretta. - Gli anni sono passati anche per mee anch'io ho avuto le mie disgrazie. Credevi di vedermi tornare giovane come quando ero partita? Credevi che una vita come quella che dovevo condurre laggiù potesse far bene alla mia bellezza?

    Certo che mi troverai più dura di allora!

    Più dura con me! Con la tua buona mamma! - protestò la vecchia.

    - Ascoltami benemadre: se ci comprendiamo subitopuò darsi che riusciamo ad andare d'accordo. Sono partita che ero una ragazzasono tornata donna. Ero cattiva allorae ci puoi scommettere che non sono meno cattiva adesso. Ma tu sei stata buona con me?

    - Io! Io non sono stata buona con la mia ragazza!

    - Senti un po'madre- prese a dire con durezza la giovane ho avuto il tempo di riflettere in questi annitanto per passare il tempo. E ho pensato che se tanti mi dicevano di essere buona con la genteforse qualcuno doveva essere buono con me. Ma quella bambina che si chiamava Alice Marwood è cresciuta nella povertà e nell'abbandonosenza che nessuno si curasse di leiné le volesse bene. Cresceva nella strada fra una massa di piccoli disgraziati come leie tuttavia conservava la bellezza della sua infanzia.

    Sarebbe stato meglio se fosse diventata brutta e che l'avessero perseguitata per la bruttezza fino a farla morire!

    - Vai avantivai avanti! - la incitò la madre.

    - Sìvado avanti - rispose la figlia. - La ragazza che si chiamava Alice Marwood era bellacuratavezzeggiatae le fu insegnato a viverema a vivere male. Allora tu le volevi benee non eri più povera allora! Ma per lei era stata la rovina.

    - Dopo tutti questi anni! - gemette la vecchia. - La mia ragazza viene a dirmi questo...

    - Stai tranquilla che ho quasi finito. Vi fu una ladra di nome Alice Marwoodancora giovanissimama ormai una fuori legge. Fu processata e condannatae il giudice le indirizzò un bellissimo discorso per dirle che si era servita dei suoi doni di natura pel commettere il male mentre il braccio forte della legge avrebbe potuto salvarla quando era giovane e innocente! Sìho riflettuto poi molte volte su quel discorso... E cosìmadrequella Alice Marwood fu deportata perché imparasse a fare il bene in un luogodove il male e il vizio superavano mille volte il bene. E Alice Marvood è ritornata donnala donna che è diventata dopo una tale vita. Ma sìcon l'andare del tempo vi saranno per lei altri bei discorsi e il braccio della legge diventerà ancora più fortee per lei sarà la fine. Ma il signor giudice non deve temere di rimanere senza lavoro perché vi saranno sempre a tenerlo occupato tutti quei piccoli disgraziatiragazzi e ragazzeche cresceranno e studieranno la vita sui marciapiedi delle strade dove sono nati.

    La vecchia aveva appoggiato i gomiti sulla tavola e stringeva il volto fra le mani con gesto desolatoche forse non era del tutto insincero.

    - Eccomadreho finito! - disse la figlia con uno scatto del capovolendo forse dire che intendeva chiudere per sempre l'argomento. - Ho parlato abbastanza. Qualunque cosa faremo noi duenon parliamo più di doveri da compiere. Immagino che la tua infanzia sia stata identica alla mia: tanto peggio per noi! Non voglio biasimare tené difendermi: a che scopo? Tutto questo appartiene al passato. Ma non sono più una ragazza... sono una donnae non occorre più che rifacciamo la storia della nostra vita come hanno fatto i signori della corte. Noi sappiamo già tutto fin troppo bene.

    Per quanto perduta e disonoratala giovane conservava nel volto e nella figura una bellezza che nessuno avrebbe potuto mancare di notare alla prima occhiatala stancasciupata e dolorosa bellezza di un povero angelo caduto.

    La madre rimase a lungo a fissarla in silenzioallungò timidamente la manoe non vedendosi respinta prese a carezzarle il volto e i capellile sfilò dai piedi le scarpe informi e inzuppate di pioggia e di fangopoi le ravvolse le spalle in un panno asciutto.

    - Madrevedo che sei povera - disse Alice guardandosi intorno dopo un lungo silenzio. - Come sei riuscita a vivere?

    - Andando a chiedere l'elemosinamia cara.

    - Anche rubando?

    - A voltesìAlicema pocopoco. Sono vecchia e senza coraggio. Ho preso cose di poco valore a qualche signorino o signorinama non tanto spesso. Invece sono andata in girocolombella miae so io quello che sono riuscita a sapere.

    Guardavo.

    - Guardavi? - ripeté la figlia fissandola.

    - Tesoro mioho tenuto d'occhio una famiglia - spiegò la madre con tono ancora più umile e sottomesso.

    - Quale famiglia?

    - Zittazittabambina. Non arrabbiartil'ho fatto per teper amore della mia povera bambina mandata di là dei mari... Anni fa- aggiunseosando appena dare un'occhiata al volto duro e attento che le stava di fronte - ho incontrato per caso la figlia piccola...

    - La figlia di chi?

    - Non la suaAlice cara! Non guardarmi cosìnon la sua! E come potrebbe essere! Lo sai bene che non ha figli.

    - Di chi allora? - la rimbeccò la figlia. - Hai detto sua figlia.

    - ZittazittaAlicemi spaventi! La figlia del signor Dombeysolo del signor Dombey. E più tardi li ho visti ancora tutti. Ho visto anche lui.

    Nel pronunciare l'ultima parolala vecchia si ritrasse quasi temendo che la figlia levasse la mano su di lei perché il volto della giovane tradiva una collera furiosa.

    - Lui non immaginava chi fossi io! - esclamò la vecchia stringendo il pugno.

    - E nemmeno si curava di saperlo! - mormorò la figlia fra i denti.

    - Ma ci siamo trovati a faccia a faccia - seguitò la vecchia. Gli ho parlato e lui ha parlato a me. Sono rimasta a guardarlo mentre se ne andava per il viale di quel boscoe lo maledicevo nel corpo e nell'anima a ogni passo che faceva.

    - Gran male gli avrai fatto! - la beffò la figliache tuttavia era scossa da una furia indicibile e che solo con un supremo sforzo della volontà riuscì a dominarsi. Dopo un breve silenzio chiese:

    - E' sposato?

    - Nocolombella mia.

    - Fidanzato?

    - Che io sappiano. Ma s'è sposato il suo amico e padrone. Ohfacciamogli pure i nostri auguripossiamo fare gli auguri a tutta quella gente - gridò la vecchiaincrociando per l'esultanza le braccia sul petto incavato - perché da quel matrimonio a noi non verrà nient'altro che della gioiabada ben a quello che ti dico!

    La figlia la fissò con aria interrogativa.

    - Ma tu sei bagnata e stancatu hai fame e sete - disse la vecchia zoppicando verso la credenza - e c'è ben poco quie poco... - si ficcò la mano in tasca e fece tintinnare qualche moneta che gettò sulla tavola - anche qui. Alice caratu hai un po' di quattrini?... Tutto qui? - esclamò la vecchia fissando con occhi avidi il poco denaro che la figlia aveva poco prima ricevuto in dono.

    - Non avrei nemmeno questo se qualcuno non mi avesse fatto la carità.

    - Benebene... se dai a me vado a comperarti qualcosa da mangiare e da bere... - e già si annodava i nastri della vecchia cuffia e si gettava sulle spalle uno scialle lacerosenza staccare gli occhi dalla mano in cui la figlia teneva ancora stretto il suo microscopico tesoro.

    - Madrequale gioia ci dovrà venire da quel matrimonio? chiese la figlia. - Non hai detto quale sia questa gioia.

    - La gioia - rispose la vecchiaaggiustandosi con le mani tremanti lo scialle e la cuffia - di un matrimonio dove manca affatto l'amorecolombella miae dove non vi è che orgoglio e odio. La gioia di stare a vedere come lotteranno fra lorosuperbi come sono l'uno e l'altrae poi la gioia del pericolo... del pericoloAlice!

    - Quale pericolo?

    - So io quello che ho veduto! So io quello che so! - sogghignò la vecchia. - Che stiano bene attentiquelli! Che stiano in guardia!

    Può darsi che la mia ragazza trovi ancora da fare fortuna!...

    Dammidammiche vado a comperarti qualcosa di buono!

    La giovane teneva ancora il denaro stretto nella manoe prima di cederlo lo portò alle labbra come volesse baciarlo.

    - Ahah! - sogghignò la vecchia. - SicuroAliceli bacio anch'io i quattrini! Peccato che non vengano a mucchi e li bacerei tutti!

    - Pensavo alla persona che me li ha dati... che ne sai tu?

    - Io so tanto più di quanto tu non creda! Io so più di quello che lui non immagini! Io so tutto di lui!

    La figlia ebbe un sorriso incredulo.

    - So di suo fratello - disse la vecchiaallungando il collo e contorcendo i lineamenti con uno spaventoso sogghigno - di suo fratello che per aver rubato si doveva trovare dove hanno mandato te... e che invece vive con sua sorella nella strada che esce da Londra a nord...

    - Dove?

    - Sulla strada a nordcolombella. Vedrai la casase vuoi. Non è gran cheniente di bello in paragone alla sua. Nononon andare adesso! - gridò la vecchiavedendo che la figlia si alzava dalla seggiola. - E' troppo lontana... vicino alla pietra miliaredove c'è un mucchio di sassi... domanicaraandrai domanise ne hai voglia. Ora vado a comprare...

    - Fermati! - urlò la giovanebalzando su come una furia. - La sorella ha una bella faccia e i capelli castani?

    Sbigottita e terrorizzata la vecchia accennò di sì.

    - Ho ben visto che gli rassomigliava! E' una casa rossadistaccata dalle altre? C'è un portico verde davanti alla porta?

    La vecchia tornò ad accennare di sì.

    - E oggi sono stata là! Ridammi quel denaro!

    - Ma cosa diciAlice cara!

    - Ridammi quel denaro o guai a te!

    Strappò la moneta dal pugno della madreriprese di furia il mantello e il fazzoletto e si lanciò a precipizio fuori della stanzaseguita dalla madre che non finiva di supplicarla che si fermasseche le ridesse i quattrini. Poi la vecchia si stancò di pregare. Non era tanto lontana la mezzanotte quando le due donne si trovarono fuori delle vie abitatenella zona desolata dove il buio era quasi completo.

    - Guarda là! - ordinò la figlia per tutta risposta a un'ultima supplica della vecchia. - Io sono stata in quella casa: è quella che tu dici?

    La madre accennò di sì e poco dopo si trovarono alla porta. Dalla finestra trapelava un bagliore di fuoco e di candela. Alice bussò e John Carkeraperta la portadomandò stupito che cosa volessero a quell'ora le due donne.

    - Voglio sua sorella! - disse Alice. - La donna che oggi mi ha dato questo denaro.

    Nell'udire la voceHarriet si fece sulla porta anch'essa.

    - Ah! - esclamò Alice. - Eccola! Si ricorda di me?

    - Sì - le rispose Harriet stupita.

    Colei che si era umiliata poche ore prima ai suoi piedi ora la fissava con espressione di odio e di sfida e levava il braccio tanto minacciosamente che la giovane si accostò per difesa al fratello.

    - Come ho potuto parlare con te e non riconoscere il sangue che ti scorre nelle venecome ho potuto stare di fronte a te senza sentire ribollire il mio! - gridò Alice.

    - Ma perché? Che cosa le ho fatto di maleio?

    - Che cosa hai fatto! - ribatté l'altra. - Mi hai fatto sedere vicino al tuo fuoco; mi hai dato cibo e denaro; mi hai dato la tua pietà! Tuche hai un nome sul quale io sputo il mio disprezzo!

    A conferma di quanto diceva la figliala vecchia agitò contro la giovane e il fratello la mano risecchita con un'espressione tanto maligna da far apparire addirittura ributtante la sua bruttezzama intanto si aggrappava con l'altra mano ai panni di Alicesupplicandola a bassa voce che non buttasse via il denaro.

    - Se ho lasciato cadere una lagrima sulla tua manote la faccia marcire. Se ho detto una parola gentile al tuo orecchioti diventi sordo! Se ti ho toccato la guancia con le labbrati serva di veleno! Maledetto questo tetto che mi ha dato riparo! Vergogna e miseria su di te e rovina su tutti i tuoi!

    Così dicendo gettò a terra la moneta e la calpestò.

    - Ecco che cosa ne faccio del tuo denaro! Non lo accetterei nemmeno se bastasse a pagarmi l'ingresso in Paradiso!

    Pallida e tremanteHarriet riuscì tuttavia a trattenere il fratello per lasciare che la donna finisse e si allontanasse indisturbata.

    Quando la porta della casa fu chiusala vecchia sarebbe voluta ritornare a raccattare la monetama la figlia la trascinò viae non poté se non seguirla piagnucolando e gemendo sulla cattiveria della sua bella Alice che la sera stessa del suo ritorno la defraudava di una bella cenetta.

    Andò infatti a coricarsi senza mangiaredopo essere rimasta a biascicare un tozzo di pane accanto alla brace semispentaquando la figlia già dormiva da un pezzo.

    Questa madre sciagurata e la sua sciagurata figlia non erano forse la riduzione al grado più basso della scala dei valori di certi vizi non di rado imperanti in uno stato sociale ben più elevato?

    In questo nostro mondo costruito a cerchi concentricisi deve percorrere il lungo viaggio dal più alto all'infimo solo per scoprire alla fine che i due sono vicinissimiche gli estremi si toccano e che la fine del viaggio non è se non il punto di partenza? Ammessa la grandissima differenza della materia prima e della tessiturail disegno della stoffa è dunque sempre il medesimo?

    Dillo tuEdith Dombey! E tumoderna Cleopatraottima fra le madridacci la tua testimonianza!

     

     

     

  29. VITA DOMESTICA E DI SOCIETA'
  30.  

     

     

    Erano trascorsi ormai vari giorni dal ritorno in città della coppia felice senza alcuna novità di rilievo nella casa del signor Dombey. Vi era statoè veroun fitto scambio di visite fatte e ricevutee si deve aggiungere che il maggiore Bagstock era di frequente ospite nelle stanze private della signora Skewton.

    Florence invece non poteva dire di avere dei veri rapporti filiali con il padrebenché lo vedesse ogni giorno. La sua nuova mamma non perdeva l'occasione di starle un po' vicina e non mancava mai di salire a darle la buona nottema non aveva modo di conversare con lei se non molto brevementee nei rapporti con tutti gli altri di casa la vedeva superba e scostante. Florence aveva sperato tanto da quel matrimonio e si trovava a dover riconoscere che non era derivato alcun calore di affetto; soffriva in silenzio e non si lasciava sfuggire alcuna parola di rammarico.

    Poi il signor Dombeyincitato dalla suoceradecise che in un certo pomeriggio avrebbero ricevuto parenti e amici e che la sera stessa sarebbe seguito un pranzo di gala con un gran numero di invitati appartenenti al mondo degli affari dello sposo e a quello più aristocratico e frivolo della sposa. Tutto si svolse con maestosa solennitài padroni di casa erano supremamente elegantila signora sprezzante e indifferente come una compassata regina.

    Il cugino Feenix gareggiava con la signora Skewton nella vivacitàma le sue storielle finivano spesso per fare scorrere un gelido brivido fra i commensalicome quando narrò di un tipo molto spiritosoil quale dopo essere stato invitato a un matrimonio eleganterichiesto da un collega in parlamento di notizie intorno alla coppia male assortitaaveva risposto allegramente: "Per nulla affatto male assortita. Un contratto decisamente corretto.

    Lei è stata legalmente acquistatae si può giurare che lui si sia altrettanto regolarmente venduto!".

    Non bastarono davvero i cibi ricercatii vini di gran prezzol'inesauribile vampa dei caminetti a dissipare il disagio che era inevitabile regnasse tra la gente così disparata e che solo il tatto e la sollecitudine di una volenterosa padrona di casa avrebbero saputo almeno mitigare. Finì che gli invitati elencati nella lista del signor Dombey s'indignarono non poco contro gli invitati elencati nella lista della signora Dombeymentre questi ultimi non facevano mistero del loro stupore e della relativa noia che provavano nel trovarsi a contatto di gomito con tanti noiosi personaggi del commercio e della finanza. L'eco della generale scontentezza non tardò a diffondersi anche fra i valletti radunati nell'atriocosì che qualcuno fra i più spiritosi osò paragonare quella festa a un funerale in cui nessuno mostrasse il minimo dolore e tutti sapessero di non essere stati ricordati nel testamento.

    A una certa ora gli ospiti avevano terminato di congedarsinel salone erano rimasti il signor Carkeril quale parlava in disparte al signor Dombeyla signora Dombey seduta in poltrona e la madre adagiata su un divanopiù che mai in atteggiamento di invecchiata Cleopatra. Poi il signor Carker avanzò verso le signoreavendo finito di conferire col principale.

    - Spero - disse - che le fatiche di questa deliziosa serata non abbiano stancato eccessivamente la signora Dombey.

    - La signora Dombey - dichiarò avvicinandosi anch'egli il signor Dombey - si è tanto poco sprecata che lei non deve nutrire alcuna preoccupazione del genere. Dirò anziEdithche in un'occasione come questa avrei preferito che tu ti affaticassi maggiormente.

    La moglie gli rivolse un'occhiata sdegnosama presto distolse il volto senza aprir bocca.

    - Mi rincresce - disse il signor Dombey - che tu non abbia ritenuto tuo dovere...

    La donna tornò a guardarlo.

    -... che tu non abbia ritenuto fosse tuo dovere accogliere i miei amici con un po' più di deferenza. Non mi perito a dirtimia carache alcuni fra coloro che stasera ti sei divertita a disprezzare ci hanno reso un segnalato onore venendoci a visitare.

    - Lo sai che non siamo soli? - disse ora la donna fissando negli occhi il marito.

    - No! Carkerla prego di restare. Insisto perché rimanga! esclamò il signor Dombey non appena l'intruso ebbe mossi i primi silenziosi passi verso la porta. - Come sai beneil signor Carker gode della mia piena fiducia. Conosce quanto me l'argomento di cui parlo. Ti prego di tenere bene a mentemia carache quei ricchi e importanti personaggi rendono con la loro presenza in questa casa un segnalato onore a me! - e il signor Dombey si drizzò con fierezzadimostrando di aver reso loro con quelle parole l'omaggio più grande che avessero mai potuto ricevere.

    - Ti chiedo - ripeté la donnatornando a rivolgergli un'occhiata fredda e sdegnosa - se non sai che non siamo soli.

    - La pregosignore! - esclamò Carker facendosi avanti - la supplico di congedarmi. Per quanto lieve e trascurabile sia il diverbio...

    A questo punto venne in suo soccorso la signora Skewtonla quale era rimasta a fissare il volto della figlia.

    - Edith mia dolce! - disse - e leimio carissimo Dombey! Il nostro ottimo amico signor Carkerperché oso dire che tale titolo gli compete di diritto...

    - Troppo onore! - mormorò il signor Carker.

    - ... ha pronunciato le precise parole che avevo in mente e che da un pezzo morivo dal desiderio di introdurre nel discorso:

    diverbio lieve e trascurabile! Mia diletta Edith e mio carissimo Dombeynon sappiamo forse che ogni diverbio tra voidati i sentimenti che avete in comune e che tanto deliziosamente vi leganonon può se non essere lieve e trascurabile? Permettetemi dunque di cogliere questa piccola occasionequesta lievissima occasione tanto adatta per far salire le lagrime agli occhi di una madre amorosaper dire che io non dò loro la minima importanzae che tenuto conto come siano inevitabili in questo nostro mondoahimètroppo poco spiritualeio prometto di non tentare mai di mettermi fra voi in momenti come questo...

    Quell'ottima madre lanciava intanto delle occhiate vivaci a entrambi i suoi diletti figliche forse volevano dire ben più di quanto le parole non rivelassero.

    - Ho fatto presente a mia moglie - dichiarò il signor Dombey con il suo tono più solenne - che non approvo il suo modo di comportarsi in questo nostro inizio di vita comunee che spero lo emendi. Carker!- finì con un cenno del capo - le dò la buona notte!

    Il signor Carker s'inchinò di fronte alla figura superba della sposa che teneva gli occhi scintillanti fissi sul consortee prima di andarsene si chinò umilmente a baciare la mano che la signora Skewton amabilmente gli porgeva.

    Quando la coppia rimase solail signor Dombey non sarebbe stato contrario a spiegare i motivi della sua irritazione contro la mogliese la sua bellissima sposa l'avesse rimproveratoe avesse almeno compiuto un gestoe con una sola parola avesse rotto il silenzio ora che erano scomparsi tutti i testimoni: ma si trovò affatto disarmato di fronte alla sdegnosa alterigia che gli dimostravaalla fredda risoluzione impressa in ogni lineamento con cui ella dava a vedere di volerlo umiliare; ed egli uscì dalla sala sentendo tutto il peso di quel silenzioso e inflessibile disprezzo.

    Un'ora dopo fu per viltào solo per casoche si trovò a spiare da un angolo buio sulle scale che la donna scendesse dopo avere dato come al solito il saluto serale a Florence? La vide scenderee reggeva nella mano una candela accesa che le illuminava un volto bellissimo e dolce che per lui non esisteva!

    La mattina seguente Edith e Florence erano nel salotto della Signora Skewtone la carrozza era già alla porta in attesa che scendesseroquando fu annunciato un visitatore e la signora Dombeyche l'aveva scorto dalla finestrarispose alla cameriera senza nemmeno guardare il biglietto che non poteva ricevere perché sarebbe uscita subito. La signora Skewton protestò per l'eccessiva fretta e visto che alla porta si trovava il signor Carker(quell'uomo tanto pieno di buon senso!) insistette perché lo facessero salire.

    Florence chiese di potersi ritiraree ricevuto il permesso da Edith corse fuorima fu sgradevolmente costretta a ricevere gli omaggi del visitatore e varie espressioni melate di ammirazionesotto cui non poté fare a meno di intuire un misterioso e segreto senso di padronanzainspiegabile e appunto per questo paurosamente minaccioso.

    La signora Skewton porse con grazia la mano al visitatorema Edith ricambiò freddamente il saluto senza levare gli occhi e rimase in piedi in attesa che l'intruso parlasse. Edith non riusciva a cancellare in sé l'impressione che quell'uomo avesse compreso la vera natura sua e di sua madre fin dal primo incontro e che leggesse come in un libro aperto l'intera storia delle sue umiliazioni e degli intrighi che l'avevano resa spregevole ai suoi propri occhi.

    Il signor Carker cominciò a scusarsi con squisita delicatezza di essere dovuto rimanere presente la sera avanti a una lieve discussione privata... e ancora Edith non lo invitava a sederema restava in attesa tutt'altro che cortese di udire il motivo di quella visita. Finalmente egli accondiscese a spiegarsied Edith comprese benissimoancor prima che una parola fosse detta sull'argomentoche l'enorme sorriso di quell'uomo era malevolo in somma misura.

    - La signorina Florence... la signorina che è uscita or ora dalla stanza...

    Edith ora gli levò gli occhi sul volto e le parve di odiarlo con tutte le sue forze.

    - La posizione della signorina Florence - cominciò a dire Carker- non è mai stata fortunata. Non so come dirlo a lei che per l'amore che porta al signor Dombey ha tutto il diritto di risentirsi di ogni mia parola... Ma a uno come me che non vive se non per ammirare il carattere del signor Dombey sarà lecito diresenza offendere la sua tenerezza di sposache la signorina Florence è stata trascurata e molto da suo padre...

    Edith replicò: - Lo so. Dica pure tutto! - e una furia sorda già la sconvolgeva.

    - La signorina Florence - disse Carker - fu lasciata alle curese pur è lecito parlare di curedi servitori e cameriere ed è inevitabile che rimanesse priva di guida nella fanciullezzaed è pure naturale che abbia pertanto commesso qualche mancanza e in una certa misura dimenticato il decoro proprio della sua condizione sociale. Vi è stata una breve follia con un certo Walterun ragazzo del popoloche per fortuna è morto; e poi vi fu una certa amiciziapurtroppocon certi vecchi marinai di fama dubbiae con un vecchio fallito e scomparso.

    - Conosco i fattisignore- replicò Edith con espressione sdegnata. - So che lei li travisa. Forse non volontariamente. O almeno lo spero.

    - Mi perdonisignora- disse il signor Carker - ma mi lasci dire che nessuno meglio di me conosce i fatti. Nella mia qualità di confidente del signor Dombey avevo il dovere e i mezzi di accertare ogni circostanza per il semplice motivo di mostrare in concreto la mia diligenza e rendermi sempre più utile; seguo questi fatti da lungo tempo attraverso fedeli strumenti della mia volontà oltre che personalmente e possiedo innumerevoli e dettagliate prove.

    Nemmeno adesso Edith sollevò lo sguardo fino agli occhi dell'uomoe tuttavia intuì di quanta malignità dovessero brillare.

    - Mi perdonisignora- seguitò Carker - ma ho notato il grande interesse che porta alla signorina Florence e nella mia profonda perplessità ho osato rivolgermi a lei per consiglio...

    Divisa tra la collera e l'umiliazioneEdith strinse i denti per dominarsi e accennò un breve consenso.

    - Il suo interessamentosignorache non è se non una delle manifestazioni della sua sollecitudine verso tutto ciò che si riferisce al signor Dombeymi ha indotto a indugiare prima di metterlo al corrente di circostanze che egli tuttora ignora. Tanto mi turba il pensiero di tacergli alcunchélo confessoche ne provo un vero rimorsoma sarei pronto a dimenticare ogni cosa se con questo potessi sia pur minimamente compiacere lei!

    Edith sollevò di colpo la testa e lo sguardo: l'uomo le rivolgeva il suo sorriso più mellifluo e deferente.

    - Ella dicesignorache ho travisato i fatti... temo di nolo temo proprioma ammettiamo che sia vero. Il mio turbamento deriva tuttavia dal timore che i rapporti intrattenuti dalla signorina Florenceper quanto spontanei e innocenti da parte suauna volta portati a conoscenza del signor Dombey possano riuscire conclusivi per luiche è già mal disposto nei confronti della figliae lo inducano a compiere certi passie so che li aveva già presi in considerazioneper la separazione definitiva della signorina da lui e dalla famiglia. Mi perdonisignorase oso tantoma conosco e ammiro il signor Dombey essendo al suo servizio quasi fin dall'infanziae tuttavia mi permetto di dire che se nel suo splendido carattere si può scoprire un difetto è quello di una ostinazione implacabilmente radicata nel nobile orgoglio e nel senso del potere che gli appartengono di diritto.

    Edith non distolse lo sguardo che teneva fisso negli occhi del suo interlocutorema il fremito delle narici e il respiro subitamente affrettato bastarono a rivelare al signor Carker come fosse stata colpita dalla veritiera osservazione sulla mentalità di un uomodi fronte al quale sia il segretario sia la moglie dovevano inchinarsi.

    Egli comprese benissimo ed ella capì di essere stata compresa. Se osassi ricordare il trascurabile incidente di ieri sera proseguì Carker - troverei un'ulteriore conferma del mio pensiero. La ditta Dombey e Figlio non bada al tempo né al luogo quando abbia uno scopo da raggiungere. Ma io oso rallegrarmi di quell'incidente perché mi ha aperto la via all'incontro di oggi con la signora Dombeysia pure a rischio di riuscirle sgradito almeno sul momento. Signoraio l'ho incontrata a Leamington dove il signor Dombey mi aveva convocato. Non potei se non intuire subito quale posizione ella avrebbe presto occupato presso di lui per la sua personale felicità e per quella di lui. Subito decisi di attendere la sua sistemazione in questa casa prima di muovere il passo che oggi mi ha condotto da lei. Non mi turba più il pensiero di tacere un segreto al signor Dombey dopo che lei ha accettato di prestare ascolto alle mie parolepoiché nel matrimonio si può dire che l'uno dei due contraenti rappresenti per via legittima anche l'altro. Posso speraresignorache la rivelazione confidenziale fatta a lei mi sollevi da ogni personale responsabilità?

    Egli avrebbe sempre ricordato l'occhiata di fuoco rivoltagli dalla donna e la lotta interiore che ella dovette sostenere prima di rispondergli con brevi parole di consenso.

    Poi il signor Carker prese congedo inchinandosi con la massima umiltàma chi lo vide uscire dal salotto e nel breve viaggio a cavallo che lo portò a casarimase abbagliato dal candore della dentatura che egli seguitava a mettere in mostra nel più ampio dei sorrisi.

    Per tutto il tempo dell'intervista la signora Skewton si era tenuta in dispartesolo intenta a sorbire la sua tazza di cioccolata e senza prestare attenzione ad alcuna parola dopo che le era giunta all'orecchio la richiesta portata dalla cameriera che il signor Carker chiedeva di essere ricevuto per trattare un piccolo affare: gli affari non potevano se non essere aridi argomenti privi di sentimenti delicati e perciò da bandire assolutamente da ogni squisito stato d'animo come il suo.

    Edith era invece sconvolta e dovette fare appello a tutto il suo orgoglio per dominare l'agitazione che la tormentava.

    Abbandonata dall'amica Luisa Chick e privata della vista del signor Dombeyla povera signorina Tox era molto oppressa dalla malinconia. Non avendo tuttavia ancora raggiunto l'età in cui si crolla sotto il peso di vani ricordifinì per ammettere lealmente fra sé e sé di non provare alcun rancore verso il signor Dombeyper il quale nessuna donna poteva essere troppo bella e superba; con il suo affetto davvero sincero e profondo aveva sempre visto il personaggio in una posizione tanto eccelsa che se gli insulti immeritati a lei rivolti da Luisa l'avevano profondamente feritadimenticava invece addirittura la superba condiscendenza con cui il signor Dombey l'aveva semplicemente accettata fra le persone più indicate a servire il suo bambino senza madree ricordava solo di avere trascorso in quella casa tante ore felici la cui luce non si sarebbe mai spenta nella sua memoria. Insomma non avrebbe mai cessato di ritenere il signor Dombey uno degli uomini più affascinanti e imponenti della terra.

    Le riusciva pertanto molto duro non sapere più nulla di quanto avveniva in casa Dombeye poiché si era da tempo abituata all'idea che la ditta Dombey e Figlio rappresentasse il perno intorno a cui l'umanità intera compiva le sue rotazionipiuttosto che seguitare a non saper nulla di quell'importante argomentopensò di coltivare la vecchia amicizia con l'ex nutrice signora Richards: sapeva che dopo l'ultima memorabile intervista avuta dalla donna con il signor Dombey essa non aveva tagliato i ponti con i domestici della casae poteva diventare quindi una preziosa fonte di informazioni. In tal modo la signorina Toxnel riallacciare la buona conoscenza con la famiglia Toodle perseguiva il segreto fine di poter discorrere intorno al signor Dombey con qualcunosia pure di umile estrazione. Un pomeriggio sul tardi ella dunque s'incamminò verso la casa dei Toodlenell'ora in cui il capo famiglia consumava in seno alla famiglia una sostanziosa merenda a base di tè. Ricorderemo che l'esistenza del signor Toodle si svolgeva in tre settori: sedeva a tavola circondato da tutti i membri della famigliacorreva sulla via ferrata a una velocità che oscillava tra le venticinque e le cinquanta miglia orarieo trascorreva i meritati riposi dormendo profondamente; e cioè seguitava a passare dalla più frenetica e rumorosa attività alla pace più serena e soddisfatta.

    La sera designata dalla signorina Tox per la sua visita era anche quella in cui il giovane Robin compiva la visita settimanale ai suoinon più considerato la pecora nera che li disonoravama un leale impiegato al servizio di un benevolo e potente principaleche in via ufficiale era l'ottimo capitano Cuttlee in via riservata il grande signor Carker; ma di questo segreto contratto i genitori del ragazzo erano affatto all'oscuro.

    La comparsa della signorina Toxper quanto inattesaricevette il più cordiale benvenutoe la signorina si mostrò entusiasta di fare la conoscenza del figlio maggiore che aveva avuto la fortuna di trovare un posto di lavoro attraverso i buoni uffici del segretario particolare del signor Dombey. Il signor Toodle s'arrischiò a dire che a suo parere detto signore doveva avere un carattere piuttosto difficilema la signorina Tox si affrettò a ribattere:

    - La prego di non ripetere mai e poi mai un tale giudizio! Ne sarei vivamente addolorata perché se fra me e la famiglia Dombey si è di recente stabilita una certa freddezzache tuttavia non ha la minima importanzaio sarò sempre felicissima di chiacchierare con voi tutti della famiglia Dombey e di tempi ormai lontani. Con leisignora Richardssono sempre stata in ottimi rapporti e ora sarò lieta di avere da lei e da Robin tutte le notizie intorno alla famiglia Dombey che vi capiterà di sentire. Vedesignora Richardsio le sarò grata se accetterà che io venga di tanto in tanto a trovarla; potrò esserle di qualche aiuto insegnando qualcosa ai suoi piccoliportando loro quale libretto di facile lettura e così via. Anzisignor Toodlenon vuole considerarmi già di casa accendere la pipa senza fare complimenti?

    Il brav'uomo approvò in pieno quel discorsosia perché aveva un grande rispetto per la culturasia perché era davvero ansioso di farsi una bella pipatacosì il contratto soddisfece entrambe le partie quando la signorina Tox si congedò dopo avere baciato dal primo fino all'ultimo i numerosi rampolli della casail maggiore si offerse di accompagnarla fino a casa e la signorina graziosamente accettòintrattenendo il ragazzo con esortazioni morali e ricompensandolo alla fine con una bella manciacose che il ragazzo bugiardo mostrò di accettare con umiltà e gratitudine.

    E ora due parole intorno alla situazione del capitano Cuttleil quale trascorreva giornate intere senza scambiare parola con alcuno all'infuori del suo aiutanteil giovane Robin. Era già ormai trascorso l'anno allo spirare del quale avrebbe dovuto dissuggellare il plico affidatogli dal vecchio amico insieme con la lettera a lui indirizzata. La sera stava a contemplare a lungo e quasi affascinato il misterioso plicoposandolo di fronte a sé quando accendeva la pipanaturalmente senza che gli venisse mai l'idea di anticipare nemmeno di un'ora l'ordine dell'amico. Ma ormai quel plico l'ossessionava. Vi è poi da dire che a partire dall'ultima visita da lui fatta al signor Carkeril capitano Cuttle era oppresso da non pochi dubbi intorno all'utilità del suo precedente intervento in favore della signorina Dombey e del suo carissimo Walter: dopo tutto il risultato non era stato così favorevole come gli era sembrato di poterlo giudicare sul momento.

    E se avesse fatto con quella sua iniziativa più male che bene?

    Modesto com'era per naturanon gli fu difficile aprire la porta ai rimorsie nell'intento di compiere la sola riparazione possibileche era quella di evitare ogni altra occasione di fare del male al suo prossimos'impose di condurre una vita più che mai ritirata: non andò più nemmeno nelle vicinanze della casa del signor Dombeyné si fece in alcun modo vivo con Florence o Susan Nipper. Non mancava invece di coltivare l'istruzione del giovane che viveva con lui e ogni sera lo obbligava a leggere ad alta voce un brano scelto da uno dei libri raccolti nella bottega senza alcuna speciale preferenzadata la sua illimitata ammirazione per la carta stampatae non si può dire quanta varia cultura il giovane ebbe in tal modo l'occasione di raccoglierepur fra i tanti sbadigli che non riusciva a reprimere.

    Da buon uomo d'affariil capitano Cuttle prese inoltre a compilare una specie di diarioprendendo nota delle condizioni atmosferiche e del mutevole flusso dei carri e degli altri veicoli: si era accorto chevista dal suo osservatoriola marea del traffico tendeva al mattino e in genere durante la giornata in direzione ovestper girare verso est di sera. Una settimana due o tre persone entrarono nella bottega per informarsi a proposito di un paio di occhiali; pur senza farne effettivamente acquistodissero che sarebbero tornatie il capitano si sentì in diritto di scrivere che "gli affari andavano migliorando".

    Per il capitano una delle maggiori difficoltà era rappresentata dal signor Tootsil quale mostrava di sentirsi a proprio agio nel salottino in fondo alla bottegae veniva abbastanza spesso per rimanervi anche varie ore senza quasi aprir bocca. Reso molto prudente dalle sue ultime esperienzeil capitano non sapeva risolversi a giudicare il singolare giovanotto l'individuo timido e mansueto che apparivaun astuto e pericoloso dissimulatore.

    Quando poi il giovane gli confessò di adorare talmente la dolcissima signorina Florence Dombeyche pur di avere la gioia di starle accanto sarebbe stato felice di trasformarsi in uno schiavo negroo anche nel cane che teneva tanto compagnia alla suddetta signorinail capitano lo interruppe per dichiarare con grande solennità che non avrebbe in alcun modo potuto continuare a coltivare la conoscenza del gentile signor Toots se costui non gli avesse promesso di non parlargli mai più della signorina Dombey.

    Il signor Toots rispose con non minore solennità che avrebbe potuto giurare di non pronunciare più quel nomema non di bandirlo dalla sua mente perché vi era irrimediabilmente radicato.

    - Ragazzo mio! - disse allora con benevolenza il buon capitano Cuttle - i pensieri degli uomini sono come i venti che soffiano e nessuno ne ha la colpa. Ma quanto al pronunciare quel nomepromette di non farlo mai più?

    - Quanto al pronunciarlo a voce altacredo di poterle promettere che riuscirò a non farlo.

    I due si strinsero con solennità la mano per suggellare il pattoe il giovane era lieto di non essere stato bandito da quel simpatico rifugioe il capitano era soddisfattissimo di avere in tal maniera dimostrato la propria saggezza e prudenza.

    La sera stessa il capitano ebbe un'altra sorpresa da parte di un altro giovaneperché il suo aiutante gli disse che intendeva lasciarloavendo trovato un impiego molto migliore. La notizia sorprese non poco il capitano Cuttleche non si peritò di chiamare disertore il giovane Robma accondiscese a liquidargli il salario pattuito purché se ne andasse immediatamente. Quindi si recò a prendere quei provvedimenti che il caso richiedeva: ordinò alla trattoria lì accanto di dimezzare la fornitura quotidiana del cibo e incaricò un guardiano privato di togliere i battenti di legno alla vetrina e di passare a metterli di nuovo la sera.

    Infine decise di occupare il giaciglio sotto il banco invece di salire a coricarsi nella camera della soffitta per montare meglio la guardia ai beni di cui era rimasto l'unico custode. Non faceva se non lucidare dalla mattina alla sera gli strumenti che ingombravano la bottegaleggere di quando in quando qualche pagina e trascorrere lunghe ore in profonda meditazionedimenticando addirittura il suono della propria voce.

    Era scaduto ormai il termine stabilito per l'apertura del plicoe il capitano Cuttle si sentì in dovere di ubbidire all'amico scomparsoma essendo insieme desideroso di non trovarsi solo a compiere un gesto di tale importanzainvitò a recarsi da lui una sera il capitano John Bunsbyche dalle notizie esposte nell'albo degli avvisi marittimi doveva essere da poco rientrato in porto dopo un periodo di navigazione lungo le coste.

    L'amico accolse l'invitoe in sua presenza avvenne l'apertura del plico: vi erano due lettere chiusel'una recava l'intestazione:

    "Ultime volontà e testamento di Solomon Gills"l'altra era indirizzata "a Ned Cuttle".

    Bunsbycon l'occhio fisso sulla costa della Groenlandiaben disegnata nella carta nautica appesa di fronte a luiparve pronto o almeno disposto ad ascoltare.

    Il capitano Cuttle si schiarì la voce e cominciò a leggere.

    - "Mio caro Ned Cuttlequando sono partito per le Indie Orientali... ".

    Il capitano Cuttle s'interruppe per fissare l'amicoil quale tuttavia non distolse lo sguardo dalle coste della Groenlandiae quindi l'altro riprese.

    - "nella disperata ricerca di notizie del mio carissimo ragazzosapevo bene che se ti avessi messo al corrente del mio progetto l'avresti ostacolatoo saresti voluto venire con me; per questo lo tenni segreto. Se mai leggerai questa mia letteraè probabile che io sarò morto. Allora ti sarà facile perdonare al tuo vecchio amico la sua follia e comprenderai il motivo che lo spinse a intraprendere una tale impresa. Ma lasciamo questo argomento. Ho ben poche speranze che il mio povero ragazzo possa mai leggere queste righeo rallegrarti con la vista della sua bella faccia leale. Ma se dovesse trovarsi accanto a te nel momento in cui questa mia viene apertao se in qualunque altro momento ne venisse a conoscenzasappia che io non ho mai cessato di benedirlo! Nel caso che la carta qui allegata non abbia valore legale importa ben poco perché interessa solo te e luie il mio desiderio puro e semplice è che se egli vive abbia quel poco che ancora rimanee se (come temo) il caso sia diversoche abbia tutto invece tuNed. So che tu rispetterai i miei desideri e Dio te ne renda merito e ti ricompensi di tutta la bontà che hai avuta per il tuo vecchio amico che si firma Solomon Gills".

    - Bunsby! - esclamò il capitano quando ebbe finito di leggere la lettera - cosa ne pensi? Te ne stai li a sedere come uno che fin dall'infanzia non ha fatto che rompersi la testa e che è pieno di ideeuna per ogni punto che il chirurgo gli ha dato per ricucirgliela. Sucoraggioche ne pensi?

    - E allora - disse Bunsby con inusitata prontezza - se è mortola mia idea è che non torna più. Nel caso però che sia vivoio credo che ritornerà. Dico forse che ritornerà senz'altro? No! Perché no?

    Perché il valore dell'osservazione dipende dal modo come la si applica.

    - Bunsby! - gridò il capitanoche senza dubbio apprezzava le opinioni dell'amico in proporzione della fatica immensa cui doveva sobbarcarsi per afferrarne vagamente il significato. Bunsby! - esclamò il capitanoa cui l'enormità dell'ammirazione dava il capogiro - il tuo cervello riesce a portare un carico tale che farebbe andare subito a fondo la mia barca! Ma quanto al testamento non intendo prendere alcuna decisioneDio me ne guardi dal farlo! So che custodirò ancora la proprietà per il suo legittimo padrone; io credo ancora che Sol Gills sia vivo e cheun giorno o l'altrotornerà a casasebbene sia strano che non abbia mai mandato a dire nulla di nulla. Che ne direstiBunsbyse tornassimo a stivare questi documenti dopo avere scritto sopra che il plico è stato aperto in questo preciso giorno alla presenza di John Bunsby e di Edward Cuttle?

    Bunsby aderì senza riserve al progettoche venne realizzato sull'istante: i documenti furono di nuovo chiusi nella cassaforteil capitano girò la chiavepregò l'ospite di voler gradire un altro bicchiere e di riempire ancora una volta la pipa; poi rimase a lungo in silenzio a contemplare il fuoco e a fare congetture sulla sorte del vecchio orologiaio.

    Non rientrava nell'ordine delle possibilità che un uomo della tempra del signor Dombeytrovandosi a fronteggiare una personalità come quella che si era inimicataaddolcisse in alcuna misura le asperità del proprio carattere; né era possibile chesottoposta a una continua frizione per opera di un antagonista altero e sprezzantedivenisse più flessibile l'armatura di orgoglio che egli non deponeva mai. Nella sua fredda e distaccata arroganzail signor Dombey si era comportato verso la prima moglie come l'uomo decisamente superiore che egli immaginava di essere. Per tutto quel breve periodo matrimoniale aveva affermato la propria grandezzaaccettata con umiltà dalla donnache senza un lamento se ne stava in ombraai piedi del trono del suo signore. Egli aveva poi immaginato che il temperamento orgoglioso della sua seconda moglie si sarebbe fuso con il suopotenziandone ancor più la grandezza. Aveva pensato di poter essere più altero che maisottoponendo alla propria la fierezza di Edith. Mai avrebbe immaginato che la donna potesse contrastare il suo voleree nel vedersi ora fatto oggetto di resistenzaopposizione e disprezzo a ogni passo il suo orgogliolungi dal mitigarsi e inaridire sotto i colpimetteva nuovi germoglisi faceva più che mai intensotetrocupoaspro e intrattabile.

    A chi porta una corazza come questa spetta inoltre una pena inevitabilmente collegata a essacioè l'insensibilità a ogni tentativo di conciliazionedi amore e di fiduciaa ogni offerta esteriore di bontà e di tenerezzae nello stesso tempo la massima vulnerabilità per le ferite inferte all'amor proprio. Sono ferite che degenerano in maligne piaghe cancrenosee di queste appunto soffriva colui che invano cercava ristoro nella solitudine delle sue stanze.

    A chi andava la responsabilità della sua cattiva sorte? A chi mai se non a colei che ora si era accattivata l'affetto di sua mogliecome già quello del suo povero figlio? A chise non a coleiche pur allontanata e trascurata da lui si faceva sempre più fiorente e bellamentre la morte colpiva gli oggetti di un amore intenso come era stato il suo? Questo si chiedeva l'uomo infeliceche non potendo negare la bellezza e la grazia della sua creaturale faceva perfino colpa dei doni naturali che l'ornavano. Sin da quando era nata non aveva mai provato verso di lei un vero sentimento paterno; ora poi la vedeva alleata contro di sé e nel tumulto delle passioni generate dall'orgoglio sentì che avrebbe potuto finire per odiarla. Alla moglie era risoluto a dimostrare che il padrone era lui e che la sua volontà doveva far legge.

    Dopo avere a lungo riflettuto nella sua solitudine rabbiosauna sera andò a cercare la moglie nelle sue stanzenon appena la udì rientrare a ora abbastanza avanzata. La colse in un attimo di pensosa malinconiaperché ancora elegantemente abbigliata per il passeggio era andata a salutare nelle sue stanze la madre che da qualche tempo non stava affatto bene di salute.

    - Edith! - le disse entrando - desidero scambiare qualche parola con te.

    - Domani - rispose la donna.

    - Meglio adesso! - replicò. - Tu t'inganni intorno alla posizione che hai il diritto di occupare. Io sono abituato a scegliere personalmente gli incontrinon a lasciare ad altri la scelta.

    Temo che tu non abbia ancora compreso chi sono io!

    - Credo di averlo compreso benissimo! - fu la risposta.

    Se nel suo atteggiamento freddo e composto ella fosse stata meno bella e maestosanon sarebbe forse riuscita a ferire tanto l'orgoglio dell'uomo facendogli sentire la sua posizione di svantaggio. Egli si guardò intornoe dappertutto i suoi sguardi non si posarono se non su oggetti bellissimi e preziosiche tuttavia mostravano di essere tenuti in nessun contodisprezzati appunto per il loro alto valore intrinseco. Cupo e solenne come sapeva di esseresi sentì più che mai estraneo alla bellezza di quel quadroe tuttavia sempre più irritato sedette per discorrere come aveva deciso di fare.

    - Edith! - disse - è assolutamente necessario che vi sia fra noi due una spiegazione. Sappi che la tua condotta non mi piace.

    La donna si limitò a lanciargli un'occhiata e subito distolse lo sguardoma sarebbe stata minore l'eloquenza di un lungo discorso.

    - Ti ripetoEdithche non mi piace la tua condotta. Già in altra occasione ti ho chiesto di correggertie adesso insisto!

    - Hai scelto davvero una bella occasione per la tua prima protestae per la seconda hai adottato una bellissima maniera e una parola molto adatta: tu insistidici!

    - Signora mia! -ribatté il signor Dombey con solennità oltremodo offensiva - ho fatto di te mia moglie. Ti ho dato il mio nome. Sei legata alla mia posizione e al mio decoro. Non voglio dire che tutti saranno pronti a riconoscere che da ciò ti venga un onorema ti dirò solo che sono abituato a impormi quando tratto sia con parentisia con dipendenti.

    - Ti rincresce dirmi a quale delle due categorie ritieni che io appartenga?

    - Posso ritenere che mia moglie debba appartenerecome infatti appartienelo voglia o noa entrambe le categorie.

    La donna fissò il marito stringendo le labbra che le tremavano ed egli la vide arrossire vivamente e subito farsi mortalmente pallida.

    - Spendi troppo - dichiarò il signor Dombey. - Commetti delle stravaganze e sprechi una quantità di denaroo per lo meno quella che nelle tasche di tanti gentiluomini sarebbe una grande quantità e tutto per frequentare un tipo di società che a me non serve e che nell'insieme trovo sgradevole. Insisto perché la tua condotta muti sotto ogni riguardo. Comprendo che trovandoti all'improvviso a poter disporre dei mezzi finanziari che la tua buona fortuna ti ha offerto puoi essere stata tentata a compiere degli eccessi. Ma ora basta! Ti chiedo di utilizzare nella tua presente situazione di signora Dombey le esperienze ben diverse che hai dovuto subire quando eri la signora Granger.

    Seguitava a trovarsi di fronte lo stesso sguardo fissole labbra tremanti e serrateil seno palpitante di furia trattenutail volto ora acceso e d'un tratto sbiancatoma non udiva che in fondo al cuore la donna seguitava a invocare con ogni battito del cuore il nome che le permetteva di non prorompere in una protesta definitiva: "FlorenceFlorence...".

    Egli fraintese quel silenziocredette che volesse dire sottomissione: e chi mai avrebbe resistito a lungo al suo volere?

    Aveva ormai deciso di vincere e seguitò:

    - Abbi inoltre la cortesia di comprendere che mi si deve ubbidienza e deferenza. Queste manifestazioni tu me le devi offrire in presenza della gente. Lo esigo come mio dirittolo voglio. Non è certo un ricambio eccessivo per l'avanzamento nella società che hai raggiuntoe nessuno può sorprendersi né che io reclaminé che tu mi renda ciò che chiedo!

    Nessuna parola usciva ancora dalle labbra della donnache teneva sempre lo sguardo fisso duramente su di lui.

    - Mi ha detto tua madre - disse il signor Dombey con misurata solennità - ciò che senza dubbio già saie cioè che le hanno raccomandato per la sua salute l'aria di Brighton. Il signor Carker ha avuto la bontà di...

    Nell'udire quel nomela donna ebbe quasi un impercettibile brividoma il marito l'interpretò a modo suo e seguitò:

    - Il signor Carker ha avuto la bontà di recarsi a Brighton per contrattare l'affitto di una casa per un certo periodo. Quando ritornerete in città prenderò quelle misure che riterrò convenienti per migliorare l'andamento domestico. Fra l'altro assumerò in qualità di governante una certa Pipchinuna signora decaduta di ottima reputazioneche ha già avuto occasione di lavorare per me. Una casa come questasu cui la padrona governa di nome ma non di fattoesige una direzione giudiziosa.

    Ora la donna s'era mossae senza distogliere lo sguardo dagli occhi del marito rigirava sul polso uno dei braccialettipremendolo con tale forza da imprimere sulla pelle bianca e liscia un segno scarlatto.

    - Ho notato - disse il signor Dombey - e con questo ho finito di dire ciò che per ora giudicavo necessario... ho notato che un momento faquando mi hai udito nominare il signor Carker hai avuto una singolare benché lieve reazione. Il giorno in cui ebbi l'occasione di farti rilevarepresente questo mio agente di fiduciache non approvavo il modo con cui avevi ricevuto i miei amiciti sei permessa di obiettare che non gradivi la sua presenza. E' benemia carache tu superi tale contrarietà e che ti prepari ad altre eventualità del generea meno che tu voglia adottare il rimedio sempre a tua disposizione di non darmi alcun motivo di biasimarti. Il signor Carker gode della mia fiduciae per questo appunto puoi concedergli anche la tua. Spero che non dovrò trovare necessario affidare al signor Carker l'incarico di trasmetterti qualche mio ordine o biasimo; sarebbe tuttavia disdicevole alla mia posizione e alla mia dignità dover sprecare il tempo a discutere su cose da poco con una donna alla quale ho conferito l'onore più grande che fosse in mio potere concederlee quindi non mi farò scrupolo di servirmi eventualmente di Carker in qualità di intermediario.

    - E adesso - pensò il signor Dombeyalzandosi più che mai rigido e impenetrabilein tutto lo splendore della sua rettitudine - costei ha ben compreso chi sono io e quale sia la mia linea di condotta.

    La mano con cui la donna aveva stretto con tanta violenza il braccialettoora salì a comprimerle il senoma il volto e lo sguardo rimasero inalteratisebbene la voce fosse bassa e tesa:

    - Per amor del cieloaspetta! Devo parlarti... Ho mai fatto nulla perché tu chiedessi la mia mano? Durante il tempo in cui mi corteggiavi sono stata forse più dolce di quanto sia stata dopo il nostro matrimonio? Ho mai finto di essere diversa da quella che sono?

    - E inutile - ribatté il signor Dombey - iniziare una discussione intorno a questo argomento.

    - Hai mai creduto che ti amassi? Non lo sapevi che non ti amavo?

    Ti sei mai preoccupatotu! del mio cuore e di conquistare un oggetto così meschino? Vi è forse mai stata anche solo una finzione d'amore nel nostro contattoda parte tua o da parte mia?

    - Questi sono particolari che esulano dall'argomento! - dichiarò il signor Dombey.

    La donna avanzò tra lui e la porta per impedirgli di usciresenza cessare di fissarloarditamente eretta nella superba persona.

    - Le tue risposte sono chiarenon occorre che tu parli: conosci non meno di me la nostra meschina verità. Se ti amassi con tutta l'animapotrei fare più di quanto hai detto poc'anzi di esigere da me? Se il mio cuore fosse puro e intatto e tu ne fossi l'idolopotresti pretendere di piùchiedere di più?

    - Forse no - ammise freddamente il marito.

    - E sai quanto sono diversa. Conosci la storia della mia vitaalmeno in generale. Credi forse di riuscire a piegarmi o a spezzarmidi riuscire a impormi la sottomissione e l'ubbidienza?

    Il signor Dombey sorrise come avrebbe sorriso di fronte a qualcuno che gli avesse chiesto se poteva disporre di diecimila sterline.

    - Se vi è qualcosa di insolito qui - disse la donna toccandosi leggermente la fronte senza mutare l'espressione impassibile come so che sono insoliti i sentimenti del mio cuoretieni presente che è fuori del comune l'appello che sto per farti. Sì- si affrettò ad aggiungere in risposta a una silenziosa domanda che intuì nel volto dell'uomo. - Ti rivolgo una preghiera.

    Con un lieve cenno condiscendente che portò il suo mento a far frusciare il cravattone rigido che gli fasciava strettamente il colloil signor Dombey si accomodò sul divano per accogliere quella preghiera.

    - Se mi conosci come sono adessoti sembrerà incredibilecome pare a meche io mi adatti a supplicare proprio mio maritoproprio te. Pensa dunque che nel disastro a cui noi due stiamo dirigendoci e che forse raggiungeremonon saremo noi soli a subirne le conseguenze... vi è qualcun altro.

    Qualcun altro! Egli comprese a chi alludeva e subito indurì lo sguardo.

    - Ti parlo non per me. Dal giorno del nostro matrimonio tu sei arrogante con me e io ti ho ripagato della stessa moneta. Pare che tu non comprenda o non ammetta che la nostra vita deve seguire due vie diverse. Al contrario tu esigi da me una deferenza che non avrai mai. Sai che non provo per te alcuna tenerezzama non te ne curi e non senti alcuna tenerezza per me. Ma siamo unitie nel nodo che ci lega fa già parte la morte che poi coglierà anche noiperché entrambi abbiamo avuto un figlio e l'abbiamo perduto.

    Sopportiamoci.

    Il signor Dombey ebbe un lungo respiro di sollievo.

    - Non vi è ricchezza - seguitò la donnache ora aveva gli occhi lucidi - capace di pagare le parole che ora dicoe nessuna ricchezza né potenza potrebbe cancellarle dopo che le ho pronunciate. Le ho pesatesono veritiere e vi terrò fede. Se mi prometti che da parte tua sarai pazienteio prometto di essere pure paziente. Siamo una coppia infelicema con l'andare del tempo è possibile che nasca fra noi una certa amicizia. Se tu ti sforzerai almeno un pocoio cercherò di avere questa speranzae farò che i miei anni futuri siano migliori di quelli della mia giovinezza.

    Aveva parlato con voce pianasenza elevarne o abbassarne il tonoma quando alla fine abbassò la mano fu chiaro quanto avesse dovuto lottare contro se stessa per conservare la calma.

    - Signora Dombey! - rispose il marito con la massima dignità. Io non posso tenere in alcuna considerazione questa straordinaria proposta.

    La donna seguitava a fissarlo senza tradire alcuna emozione.

    - Non posso in alcun modo accettare di temporeggiare - disse il signor Dombey alzandosi. - Ti ho già espresso il mio ultimatum e non mi resta se non pregarti di prestarvi la maggiore attenzione.

    Egli non poté non vedere che nella donna l'espressione seria e intensa aveva ceduto il posto a una di avversionedi colleradi sdegno: tutto questo ora si specchiava nella bianca fronte altera.

    - Esci! - esclamòindicandogli con gesto imperioso la porta.

    Questa è la prima e ultima volta in cui ti parlo con sincerità e fiducia. Ormai nulla potrà allontanarci più di quanto adesso ci estranea.

    Gli girò le spalle e sedette alla toeletta.

    - Seguirò la mia linea di condotta - concluse il signor Dombey.- Confido che vorrai migliorare il tuo senso del dovere e correggere i tuoi sentimenti. Spero che rifletterai con serietàmia cara.

    La donna non aperse bocca; nello specchio egli le vide sul volto l'abituale espressione di suprema indifferenzaera come se avesse girato le spalle a un oggetto trascurabilecome a un insetto schiacciato sul pavimento.

    Prima di uscire dalla stanzail signor Dombey si volse un momento e girò la sguardo su quell'ambiente così elegante e bene illuminato che serviva di cornice alla figura di Edith seduta di fronte allo specchio nella sua veste magnifica; vide il volto della donna che lo specchio gli rimandava e si ritirò nello studio portando con sé il vivido quadro di tutte quelle formecolorilucentezzee chiedendosi senza volerlo e per nessun vero motivo come li avrebbe ritrovati quando li avesse riveduti.

    Da quella sera il signor Dombey fu molto taciturnomolto solennemolto fiducioso di condurre felicemente in porto il proprio piano.

    Un paio di giorni dopoil mattino della partenza della famiglia per Brightoninformò gentilmente la suocera che non sarebbe partito con gli altrima che l'aspettassero in visita fra non molto. Non si doveva davvero perder tempo a trasferire la povera 'Cleopatra' dove i medici dicevano che avrebbe trovato un ambiente favorevoleperché era chiaro che la sua salute andava di male in peggiola mente era più che mai confusagiungeva sino a confondere il nome del signor Dombey con quello del defunto primo marito della figlia. Anche adesso ringraziò con calore il signor "Granger" e gli raccomandòcon parole smozzicatedi venire presto a trovarla. Era presente anche il maggiore Bagstockvenuto a salutare le signorema la signora Skewton dichiarò che non avrebbe gradito vederlo a Brighton perché aveva bisogno di molto riposodi un grandissimo riposo. Subito dopo chiamò la camerieraordinandole di fare bene attenzione che durante la sua assenza facessero tante piccole alterazioni nella sua cameraperché avrebbe dovuto ricevere moltissima gente e avrebbe anche dovuto fare un gran numero di visite importanti; intantonel maneggiare coltello e forchetta con le mani scosse dal tremitoproduceva un rumore quasi di nacchere.

    Tutti si scambiarono occhiate di apprensioneeccetto Edithche non mostrava mai di preoccuparsiqualunque cosa dicesse la madre; si limitava a rispondere molto brevemente quando era indispensabileo con un semplice monosillabo riusciva a farla rientrare nella logica se divagava troppo. E la madreper quanto svagata o ribelle sotto ogni altro riguardonon mancava mai di ubbidire alla figlia: rimaneva a fissare il bellissimo volto severo e marmoreoa volte con una sorta di timorosa ammirazione e a volte con un tentativo di vacuo sorrisoo con due lagrime di stizza e seguitando a scuotere il capo. Spesso lasciava vagare lo sguardo da Edith a Florencee di nuovo a Edith quasi con una incomprensibile violenza.

    Le signore partirono in carrozza con due domestici subito dopo colazionee dopo avere assistito alla partenzail maggiore avvertì il signor Dombey che non sperasse di conservare ancora a lungo la suoceraperché a suo avviso la vecchia era decisamente spacciata.

    Non si poteva dire che l'aria di mare facesse un gran bene alla signora Skewtonla quale passava continuamente da uno stato di prostrazione a un altro di irritazione nervosa anche durante le gite in carrozza in cui Edith le era quotidiana compagna. Un giorno grigio e pieno di vento aveva voluto scendere dalla vettura e moveva faticosamente qualche passo di fianco a Edithsorretta da un lato dal braccio del domestico e appoggiando l'altra mano al bastone. Poco prima aveva afferrato fra le sue la mano della figlia e l'aveva baciatama sentendola inerte e fredda aveva cominciato a piagnucolareborbottando fra sé come la trascuravano tuttieppure che madre tenera era sempre stata!... A un tratto Edith vide spuntare da una svolta della strada fra le dune due figure che le parvero la caricatura stessa di lei con la madretanto che per un attimo si arrestò. Vide che la vecchia curva e sbilenca si rivolgeva alla compagnale parlava vivamente e puntava il dito verso loro due. Pareva desiderosa di tornare indietroma l'altranella quale con uno strano brivido Edith riconobbe una singolare somiglianza con se stessaseguitò ad avanzaree la vecchia le tenne dietro.

    Edith notòquando la distanza diminuì fra le due coppie che stavano per incontrarsiche le due donne erano poveramente vestiteche la più giovane reggeva dei lavori fatti a maglia come se li portasse a vendere e che la vecchia era a mani vuote.

    Quando furono vicine la vecchia si fermò stendendo la mano e chiedendo con insistenza l'elemosina alla signora Skewton; anche la giovane si fermò e rimase a fissare Edith negli occhi.

    - Che cosa ha da vendere? - chiese Edith.

    - Solo queste cose - rispose la giovane sporgendo le braccia cariche della sua mercanziama senza abbassare gli occhi. Quanto a memi sono già venduta tanto tempo fa.

    - Signoranon le creda! - gracidò la vecchiarivolgendosi alla signora Skewton. - Non creda quello che dice! Le piace parlare a questo modo. E' la mia bella figlia ribelle. In cambio di tutto quello che ho fatto per leisignoranon mi dà che rimproveri. La guardi anche adessosignorase non mi fa gli occhi cattivi!

    Mentre la signora Skewton traeva con la mano tremante il portamonete dalla reticella e frugava per toglierne le poche monete che l'altra vecchia attendeva avidamente di afferrare (e le due teste decrepite quasi si toccavanochine per l'ansia e l'avidità)Edith si fece avanti.

    - Ci siamo incontrate un'altra volta - disse alla vecchia.

    - Ohsìbella signora! - le rispose l'altra chinandosi. Laggiù nello Warickshire. Quella mattina nel bosco. E non mi ha voluto dare nulla. Ma quel signorelui sì mi fece l'elemosinache Dio lo benedica! - e la vecchia stese la mano scarnarivolgendo alla figlia uno spaventoso sogghigno.

    - E' inutile che tu voglia impedirmi di fare come voglioEdith!- esclamò irritata la signora Skewton. - Tu non sai nulla! Voglio fare io come mi garba. Sono sicura che costei è una brava donna e una buonissima madre.

    - Sìsignorasì! - borbottava la vecchia miserabilestendendo la mano avida. - Graziesignorache il Signore la benedica.

    Ancora un mezzo scellinome lo dialei che è pure una madre tanto brava!

    - E vi assicurobrava donnache anch'io a volte sono trattata abbastanza male! - piagnucolò la signora Skewton. - Via!

    Stringetemi la mano. Voi siete una buonissima creatura... tutta sentimentie tutta cuore...

    - Ohsìsìsignora!

    - Certo che lo siete e voglio stringervi la mano un'altra volta!

    Adesso andiamoEdith!

    Edith era rimasta a fissare la giovanequel suo singolare alter egoe quando stava per muoversicostei le mormorò alle spalle:- Ohsìlei è una bella donnama la bellezza non ci salva. Lei è orgogliosama l'orgoglio non ci salva. La prossima volta che c'incontreremo dovremo conoscerci meglio!

     

     

     

  31. LA FINE DEL SOGGIORNO A BRIGHTON E L'INCIDENTE
  32.  

     

     

    Florence trovava un malinconico piacere nel ripercorrere le vie la spiaggia che le rendevano più che mai vivo il ricordo del diletto e infelice fratello. Anche il signor Toots si era temporaneamente trasferito a Brightone un giorno ebbe finalmente l'animo di avvicinarsi alla fanciulla per invitarla a visitare la vecchia scuola del dottor Blimber. Florence fu ben lieta dell'occasione che le si offriva di ritornare dove senza un lamento il piccolo Paul aveva consumato sui libri le sue ultime povere energie. I due ricevettero la più cordiale accoglienza e Florence rivide la cameretta alla cui finestra il fratello si era tante volte affacciato per meglio udire la canzone delle onde. Sulla via del ritorno il povero signor Toots non riuscì a trattenere la piena dei suoi affettie con uno straordinario balbettio confuso era sul punto di iniziare più bella dichiarazione d'amore che avesse da lungo tempo immaginataquando la fanciulla si affrettò con gentilezza a troncargli la parola in boccainsieme pregandolo però di credere che gli sarebbe stata sempre grata delle premure e della cordiale amicizia. Al povero innamorato respinto non rimase se non accettare quell'amabile congedoil che egli fece infatti con la migliore grazia possibileritirandosi nell'albergo in preda alla più nera disperazionedalla quale tuttavia dovette liberarsi poco dopoper sua fortunaper accogliere un amico che aveva invitato a pranzoaltrimenti non si sa dove la dolorosa delusione l'avrebbe potuto condurre.

    Più tardi l'amico scese sulla spiaggia a prendere aria e a sognare di conquistare la mano della signorina Cornelia Blimbere il signor Toots andò a sospirare senza speranza sotto una finestra illuminata della casa in cui alloggiava la famiglia Dombey. Ma quella era la camera dove la povera signora Skewton trascorreva le sue ultime notti sulla terra. L'inferma soffriva ed era agitatissimae la figlia che l'assisteva le vedeva il terrore in fondo allo sguardo già velato.

    - Edithperché si alza per colpirmi quel braccio di pietra? Non lo vedi?

    - E' la tua fantasiamamma!

    - La mia fantasia! La mia fantasia! Guarda! Possibile che tu non lo veda?

    - Davveromammanon vi è nulla. Resterei forse così tranquilla a sedere se vi fosse un pericolo?

    - Sei tranquilla? - e la morente aveva gli occhi stravolti. Eccoora non c'è più... ma perché sei tranquilla? Non è la mia fantasiaEdith. Mi fa venir freddo vederti seduta così accanto a me.

    - Mi rincrescemamma.

    - Ti rincresce! Ma sìtu sembri tristema non per me!

    Al colmo di quella crisila poveretta prese a singhiozzare e a smaniarericordando con parole rotte quanto la trascuravanoe quale madre era statae che ottima madre era la povera vecchia che avevano incontratae come le figlie di tali madri ricambiano l'amore con la freddezza. Poi s'interruppeguardò la figliasi mise a gridare che non poteva più resistere e nascose il volto fra le lenzuola.

    Sinceramente pietosaEdith si chinò sulla malata ed ella la strinse a séchiedendole terrorizzata:

    - Edith! Andiamo subito a casa! Andiamo a casa! Non è vero che io tornerò ancora a casa?

    - Sìmammasì...

    Altre notti seguironoe la finestra dell'inferma era sempre illuminata; Edith non si staccava da quel capezzalee nel silenzio notturno la voce delle onde seguitava misteriosamente a parlare a entrambe le donne.

    Florence era ammessa di rado nella camera della morenteche mostrava di non gradire la sua presenza. Nel suo letto Florence pensava con un brivido che presto la morte si sarebbe presentata in forma spaventosa...

    Poi venne quel velo più denso che alla fine cala sugli occhi già quasi spentipreannuncio dell'ultima separazione dalle cose della terra. Le mani che si agitavano convulsamente si congiunsero palmo a palmo e si tesero verso la figliae con una voce che non era la suané più risonava umanala morente mormorò: - ... perché io ti ho dato il mio latte...

    Senza versare una lagrimaEdith s'inginocchiò per avvicinare le labbra al volto esangue e rispose:

    - Mammami senti?

    Con gli occhi sbarrati e fissila donna cercò di fare un cenno di assenso.

    - Ricordi la sera prima del mio matrimonio?

    La testa rimase immobilema si indovinava che la donna aveva compreso.

    - Allora ti dissi che ti perdonavo la parte che avevi avuta nel mio fidanzamento e pregavo Dio che perdonasse a me il resto. Ti dissi che fra noi due il passato era sepolto. Ora te lo ripeto.

    Baciamimamma.

    Edith toccò con le sue quelle labbra sbiancatepoi tutto fu silenzio.

    Per il funerale giunse da Londra il signor Dombeyprontamente avvertitoin compagnia del cugino Feenixe la madre di Edith fu posta a giacere ignorata e neglettalontano dai suoi eleganti amici come lei sordi al misterioso mormorio delle onde che senza posa lambiscono la spiaggia.

    Dopo avere lasciato il posto di assistente del capitano Cuttleche gli era venuto a noia per l'assoluta mancanza di visitatori e di svaghiil giovane Rob si rivolse al suo protettore e padrone signor Carker nella sua residenza fuori cittàma vi ricevette un'accoglienza tutt'altro che benevola. Quel gentiluomo ridusse il ragazzo alla più nera disperazione con una gragnuola di insulti e di minacce e formulando le più nere previsioni per il suo avvenire di precoce delinquentetuttavia alla fine accettò di assumerlo al suo diretto servizio.

    - Ma bada benemaledetto bricconedi non cercare di ingannarmiperché se ti scoprissi colpevole della minima infedeltànessuno al mondo mi impedirebbe di... hai imparato a conoscermio non ancora?

    - Sìsignore! - balbettò il ragazzo abbattuto e umiliatocostretto suo malgrado a fissare gli occhi magnetici del suo torturatore. - Io non la tradirei maisignorenemmeno se mi offrissero un sacco di sterline d'oro!

    - Bene! - concluse il signor Carker. - So che sei molto abile quanto a origliare alle portee tenere aperti gli occhi a destra e a sinistra. Hai anche l'abitudine di fare la spia: bada però di non fare nulla di questo in casa miase non vuoi trovarti eliminato dalla faccia della terra.

    Il ragazzo protestò con il respiro corto per il terroredichiarando l'assoluta purezza delle sue intenzionie alla finesoddisfatto di quell'atteggiamento di servile abiezioneil gentiluomo ordinò al suo nuovo domestico di scendere nelle stanze della servitù.

    Rob era da alcuni mesi al servizio del signor Carkerquando un mattino di buon'ora aperse il cancello del giardino al signor Dombey che veniva a far colazione con il suo padrone. Nello stesso momento il signor Carker si affrettava ad accogliere personalmente quel distinto ospiteoffrendogli il più smagliante benvenuto della sua integra e impeccabile dentatura.

    - Non avrei davvero mai immaginato - disse Carkeraiutando il principale a scendere di cavallo - di poterla vedere qui in casa mia. Questo è un giorno solenne per me. Per un uomo nelle mie condizioni è una occasione eccezionale.

    - Ha una residenza molto di buon gustoCarker- osservò il signor Dombeydegnandosi di fermarsi sul praticello per guardarsi intorno.

    - Lei è molto generoso. Grazie! Vuol degnarsi di entrare?

    Il signor Dombey si degnò di entrare e non mancò di rilevare l'ottima sistemazione delle stanzela gran copia di comodità e di ornamenti. Il signor Carker accoglieva le lodi con ostentazione di grande umiltà e con il suo più deferente sorrisodicendo chesìquella casetta era abbastanza bella per un uomo modesto come luie che forse il signor Dombey la giudicava anche migliore della realtà allo stesso modo che i re si figurano che esistano delle singolari attrattive nella vita dei mendicanti.

    Così parlando lanciò all'ospite un'occhiata penetranteche divenne ancora più acuta quando il signor Dombeymettendosi ritto con le spalle al caminettocominciò a osservare i quadri appesi alle pareti. Carker seguiva quell'esame con felina intensità di attenzionema non riuscì a scoprire se il suo principale fosse attirato da un particolare quadro più che dagli altri: eranaturalmenteil quadro con la figura di donna che rassomigliava in modo così impressionante a Edithe di fronte a tanta indifferenza ebbe sul volto l'ombra di un maligno sorriso rivolto in parte al ritratto e in parte al grand'uomo che gli stava accanto.

    Durante la colazione il signor Dombey fu ancor più silenzioso del solito. Da parte sua Rob era tanto ansioso di servire a tavola in maniera impeccabile per compiacere il suo severo padroneda non ricordare quasi nemmeno che il visitatore era l'importante personaggio al quale andava debitore di quelle sue malaugurate brache di cuoio.

    - Mi permetta - disse all'improvviso Carker - di chiederle come sta la signora Dombey.

    Nel rispondere il signor Dombey fu colto da un subitaneo rossore.

    - La signora Dombey sta benissimo. Carkermi ha fatto venire in mente che voglio parlare con lei di un certo argomento.

    - Robpuoi andare! - ordinò il padronee il ragazzoche non aveva mai cessato di pendere dalle labbra del padrone come fosse in stato di ipnosiubbidì sull'istante.

    - Vedesignor Dombeynon credo che una persona del suo grado possa ricordare l'esistenza di quel ragazzo che è diventato mio domestico - mormorò Carker - ma le devo dire che appartiene alla famiglia della donna che un tempo ella aveva scelto come bambinaia... In seguito volle generosamente incaricarsi di farlo educare e istruire...

    - Sicuro! - disse rabbuiandosi in volto il signor Dombey. Ma non mi pare che si sia fatto onore.

    - No davveroanzi è un piccolo delinquente - precisò Carker.

    Ma poiché non trovava lavoro e seppi che si considerava in diritto di esigere da lei altre elemosine (forse glielo avevano detto in famigliaanzi è molto probabile)e insisteva per arrivare fino a importunare lei personalmenteho deciso di assumerlo al mio servizio. So benissimo che i miei rapporti con lei sono unicamente di affarituttavia provo naturalmente il massimo interesse per tutto ciò che la riguarda...

    - Carker! - lo interruppe il signor Dombey con magnanima condiscendenza. - Lei sa benissimo che i nostri non sono semplici rapporti di affarima anche di autentica stima e fiducia; le sono grato anche della cortesia con cui mi ha parlato or ora. Mi è pertanto facile passare a ciò che stavo per dirle e che da parte mia significa nei suoi confronti una fiducia ancora maggiore...

    - Sarò onoratoonoratissimo! - rispose a bassa voce il signor Carkerchinando umilmente il capo.

    - Mia moglie e io - dichiarò il signor Dombey entrando nel vivo della questione - non andiamo d'accordo su certi argomenti. La signora Dombey non mi ha ancora compreso appieno.

    - La signora Dombey possiede molte rare doti e senza dubbio è abituata alle continue adulazioni. Ma con l'affettoil rispetto e il senso del dovere le sarà facile correggere ogni eventuale piccolo errore.

    Al signor Dombey tornò in mente il volto bellissimo e altero che aveva scorto nello specchioe poi l'espressione della moglie quando gli aveva indicato la porta ordinandogli di usciree non poté impedire che gli salisse il sangue alla testamentre il suo dipendente non perdeva una sola sfumatura dei sentimenti che gli si dipingevano sul volto.

    - Prima della morte della signora Skewton ho avuto qualche alterco con mia moglie e lei un giorno era presente...

    - Sìe con molto rammarico da parte mia - replicò il sorridente Carker - perché un signore come lei non ha bisogno di testimoniessendo padrone assoluto nella propria casa. Penso inoltre che la signora Dombey sia rimasta non poco dispiaciuta della mia presenza occasionale nel momento in cui il suo signor marito le manifestava un certo disappunto. La signora è dotata di una grande naturale fierezzache le si addice tanto bene...

    - Le ricordoCarkerche quando si tratta di me e di mia mogliela persona di mia moglie non può non assumere una posizione di importanza secondaria...

    - Senza dubbiosignor Dombeysenza dubbio! - si affrettò ad affermare Carker. - Benissimo! - approvò con indifferenza fredda e solenne il signor Dombey. - Ora le dirò che non molto tempo fa trovai necessario insistere presso mia moglie affinché ella mutasse il suo atteggiamento intorno a certi punti di deferenza e di sottomissione a me dovutima non riuscii a convincerla.

    OrbeneCarkerio intendo far comprendere a mia moglie che la mia volontà è leggee che non posso ammettere nemmeno una eccezione a quella che è la regola della mia vita. Chiedo alla sua cortesia di compiere questo incaricocon la certezza chevenendo da menon le riuscirà inaccettabileper quanto poco gradito per il motivo che interessa la signora Dombey.

    - Lei sa bene che non ho mai mancato di ubbidire ai suoi ordini- rispose il signor Carker.

    - Lo so! - convenne maestosamente il signor Dombey - E badi bene che è indispensabile sradicare dalla mente della signora Dombey ogni inizio di opposizione; è necessario comprenda una volta per tutte che l'idea di opporsi a me è mostruosa e assurda.

    - Noiche siamo i suoi dipendentiquesto lo sappiamo benissimo!

    - osservò Carkerspalancando la bocca in un sorriso che andava da un orecchio all'altro.

    - Sìperché mi conoscete benevoi. OraleiCarkeravrà la cortesia di informare da parte mia la signora Dombey che sono stupito nel constatare che la nostra ultima conversazione non ha avuto l'effetto desiderato. Le dica che sono molto scontento del suo modo di comportarsie che se non aderirà ai miei desideri mi troverò nella spiacevole necessità di farle giungere con lo stesso mezzo delle comunicazioni ancor più forti. La mia prima moglie non ha mai contrastato i miei desideri e ritengo che nessun'altra donna debba mai farlo.

    - La prima signora Dombey ebbe una vita molto felice disse Carker.

    - La mia prima moglie era dotata di grande buon senso e di rettitudine.

    Pensa che la signorina Dombey rassomigli a sua madre?

    - chiese Carker.

    Di colpo il signor Dombey si rannuvolòe il suo agente di fiducia notò subito quel cambiamento d'umore.

    - Perdoni se mi sono permesso di toccare un tasto doloroso disse costui con un tono di umiltà in netto contrasto con la vivace acutezza dello sguardo. - Il mio interesse verso la sua casa mi ha indotto a essere indiscreto. La prego di perdonarmi.

    Dopo qualche istante di silenzio il signor Dombey riprese a parlare con tono più teso e con le labbra strette.

    - Ohnon occorre che lei si scusi. Si tratta solo dell'argomento che stiamo trattandonon di ricordi del passatocome poteva pensare. Non approvo l'atteggiamento che la signora Dombey ha verso mia figliaecco tutto. Tenga anzi bene presente anche questo quando parlerà a mia moglie. Le dica quanto mi riescono sgradite le sue manifestazioni di affetto verso mia figlia.

    Nessuno può non notarle. E tutti finiranno per vedere come sono diversi i modi che la signora Dombey usa con me. Può darsi che mia moglie faccia sul seriooppure che sia per lei un semplice capriccioma le dica di smettere in ogni casoanche se non voglio nemmeno pensare che lo faccia per irritarmi. Le dica di ricordare che non fa se non nuocere a mia figliae soprattutto che esigo da lei la sottomissione!... Carkerconcluse il signor Dombeycalmatosi dall'improvvisa emozione che aveva reso insolitamente concitate le sue parole - spero che non dimenticherà di dare una grande importanza a questo punto.

    Il signor Carker chinò la testa per esprimere la sua completa ubbidienzaquindi chiese: - Nient'altro?

    - Soltanto questo - rispose il signor Dombey. - Abbia la bontà di tener presenteCarkerche nessun messaggio indirizzato a mia moglie e che lei sia incaricato di trasmettere ammette risposta.

    Non intendo ricevere alcuna replica. La signora Dombey deve sapere che non è nelle mie abitudini temporeggiare o scendere a patti; ciò che dico è definitivo. Finalmente i due gentiluomini volsero la loro attenzione alla colazione che non avevano ancora toccatae poi montarono a cavallo per dirigersi insieme verso la City.

    Il signor Carker era di ottimo umore e parlò molto. Il signor Dombey prestava orecchio con sovrana condiscendenzafacendo di quando in quando udire la sua vocee indifferente com'era a tutto ciò che non fosse alla sua altezzapraticava l'indifferenza anche nel cavalcarecosì che a un certo puntoquando il cavallo incespicò in un ostacolonon fu pronto a trattenerlo. Cadendol'animale lo trascinò con sé e nel dibattersi per rialzarsi lo urtò e lo colpì con uno zoccolo ferrato.

    Il signor Carkerche era un ottimo cavallerizzofu subito a terra e in un attimo aveva già rimesso in piedi il cavallo del suo principaleil quale aveva davvero corso il rischio di non potergli mai più fare alcuna confidenza. Il signor Dombeysvenutoferito al capo e con il volto coperto di sanguefu trasportato da alcuni uomini che lavoravano per riparare la strada in una vicina locanda sotto gli ordini solleciti del signor Carker. Si trovò ben presto chi lo esaminasse e gli medicasse i danni peggiori. La diagnosi fu che l'infortunato si era rotto un paio di costole e soffriva di varie escoriazioni e contusionima che prima di notte sarebbe stato possibile trasportarlo a casa sua senza pericolo. Quando il poveretto ebbe ripreso i sensifu lasciato tranquillo a godere in pace il conforto delle molte fasciaturementre il signor Carker si rimetteva in sella per recare la triste notizia alla famiglia. Dovette faticare non poco per farsi ricevere dalla signora Dombeye infine la trovò in un salottino in compagnia di Florence. Aveva già tante volte ammirata quella donnama provò la sensazione di non aver mai visto effettivamente quanto fosse bella. Dalla soglia incontrò lo sguardo altero e sprezzante di leima non appenaaccennando un breve inchinovolse l'occhio verso la fanciullaebbe la soddisfazione di vedere che Edith faceva l'atto di alzarsi per riceverlo e insieme abbassava le belle ciglia altere.

    Si disse addoloratissimo. infinitamente rattristato di dover comunicare alla signora la notizia di un lieve incidente...

    pregava la signora di non allarmarsile giurava che non era affatto il caso di temerema il signor Dombey... Fu la fanciulla che lanciò un grido di terrorenon la donna che si affrettò a confortarla. Sìil signor Dombey era caduto da cavalloma era ferito in modo molto lievenon correva alcun pericoloil signor Carker lo giurava sul suo onore.

    - Mamma! - balbettò in lagrime Florence. - Non credi che potrei andare io...

    Il signor Carker teneva la donna sotto il fuoco del suo sguardo:

    con un breve cenno di diniego le fece comprendere con implacabile chiarezza che se non avesse replicato come egli voleva avrebbe senz'altro parlatoa costo di spezzare il cuore alla fanciullaed ella cedette.

    - Ho ricevuto l'ordine - disse il signor Carker - di informare la nuova governante... la signora Pipchinmi pare sia questo il suo nomeche il signor Dombey desidera siano preparate per lui le stanze del pianoterra perché così preferisce. Ritorno subito da lui. Non occorre le dicasignorache al signor Dombey è stato subito provveduto con la massima cura e che si trova tra gente sicura. La prego di non avere alcuna preoccupazione. - Poi si ritirò dopo avere fatto sfoggio della massima deferenza e considerazionema non gli era sfuggito che l'allusione alla governante era stato un nuovo insulto del signor Dombey alla moglie.

    Il signor Carker dimenticò affatto di sorridere per tutto il tempo in cui provvide a cercare una carrozza molto comodae solo quando si ritrovò al capezzale dell'infortunato ricordò di mettere in mostra di nuovo tutti i suoi splendidi denti. Il ritorno a casa era stato molto penoso per l'infortunato che finalmente venne accolto dall'acida strega incaricata di tenere la direzione della sua casa. Il signor Carker attese che fosse adagiato e bene sistemato a lettopoisiccome il signor Dombey dichiarò di non voler altre visitatriciritenne doveroso ripresentarsi alla signorarivolgerle calde parole di conforto e perfino prenderle la mano e portarla alle labbra.

    Edith non ritirò la manoné schiaffeggiò quell'impudenteriuscì a dominare la collera che le accese d'un subito le guancema quando fu sola colpì con tanta forza la mensola di marmo del caminetto che la mano insultata le rimase ferita a sangue. Pareva che avrebbe voluto gettarla via da sélasciarla consumare nel fuoco.

    Vegliò fino a notte altaal fioco bagliore della brace quasi spentatutta chiusa nella sua fosca bellezzaintenta a contemplare le ombre minacciose che i suoi pensieri evocavano sulle pareti: insulti e oltraggi che prendevano confusamente forma e tracce indistinte di eventi futuri scatenati contro di lei da una gigantesca figura nemica. Ed era la figura di suo marito.

    Non erano trascorsi molti giorniquando un giorno la signorina Susan Nipper decise di compiere un passo di eccezionale gravità:

    cogliendo il momento in cui la sua giurata nemicala signora Pipchinsi era ritirata per schiacciare un sonnellino pomeridianoe il signor Dombey se ne stava coricato sul divano tutto solobussò all'uscio del suo terribile padronee ricevuta licenza di entraresi fece avanti in punta di piedi e gli fece la sua più profonda reverenza.

    Il signor Dombeyche era intento a fissare meditabondo la fiamma del caminettochiese stupito alla giovane che cosa volesse.

    - Signore! -disse Susan Nipperparlando con l'abituale vivacità e rapidità. - Sono ormai al suo servizio da dodici annida quando la mia signorina Florence non sapeva quasi ancora parlaree anche se non sono vecchia come Matusalemmenon posso più dire di essere una bambina in fasce.

    Il signor Dombey si era un poco sollevatoappoggiandosi al gomitoe rimase in silenzio a fissare la donna.

    - La mia signorina è la più cara e gentile creatura della terrae posso ben dirlo io che l'ho vista quando soffriva e quando era lieta (ma di allegria ne ha avuta ben poca)e l'ho vista in compagnia di suo fratello e l'ho vista sola e ho il dovere e il diritto di dire ben chiaro a tutti che la signorina Florence è un vero angeloe lo ripeterei anche a costo di essere messa alla tortura e fatta a pezzi!

    Lo stupore e l'indignazione resero ancor più livido il pallore che l'incidente aveva procurato al signor Dombey.

    - Io vogliosignoreparlare con rispetto e senza recare offesa- riprese Susan - ma quello che io sola so devo pur dirlo: oh! lei non conosce affatto la mia buona signorinalei non la conosce per nulla!

    Ora il signor Dombey era in preda a furiosa collera e con la mano cercò il cordone del campanelloche però si trovava dall'altro lato del caminettoe non l'avrebbe potuto raggiungere senza essere sorretto.

    - La signorina Florence - disse Susan - è la più pazienterispettosa e bella delle figliee non c'è nessun gentiluomo dei più grandi e ricchi dell'Inghilterra che non sarebbe orgoglioso di lei! Non vi è nessun padre sulla terra che non preferirebbe perdere la sua grandezza e i suoi quattrini piuttosto che perdere una figlia come lei - gridò Susan Nipper scoppiando in lagrime - e nessuno al mondo fuori di questa casa avrebbe la cattiveria di farla soffrire come l'ho vista io stessa con i miei occhi tormentata qui senza mai lamentarsi!

    Il signor Dombey le gridò che uscissegridò per chiamare qualcuno dei domesticima inutilmente.

    - Io non sono una santa del cielo - finì Susan - ma anche se per questo dovessi perdere il postoe spero che lei non farà la brutta azione di cacciarmidevo dirle che lei non conosce sua figliasignoree che è un vero peccato mortaleoh sìun peccato mortale!

    In quel momentoattirata dalle voci concitatela signora Pipchin entrò di colpo a far ondeggiare nella stanza le sue abbondanti gramagliee Susan l'accolse gettandole l'occhiata fierissima inventata apposta per lei fin dal primo momento che l'aveva conosciuta. Il dialogo che seguì si concluse con il licenziamento in tronco di Susan Nipperla quale dichiarò che se n'andava invece di sua spontanea volontàe che non le rincresceva perché era riuscita a dire apertamente quello che pensava della situazione; dopo di che salì a fare i bagagli nella sua cameretta.

    La trovò Florence che piangeva seduta sull'ultima valigia già chiusadecisa a non lasciarsi commuovere da nessuna supplica della sua padroncinaperché la dignità le impediva di compiere verso il nemico alcun gesto umiliante di conciliazione.

    Addolorata e sbigottitaFlorence riuscì solo a sapere che la ragazza sarebbe andata ad abitare con un fratello in una fattoria della contea di Essex; aveva messo da parte qualche risparmio e per il prossimo avvenire non aveva preoccupazioni materiali.

    Era appena scesa nel vestibolo dopo un intenso e doloroso scambio di abbracci con la padroncinaquando il maggiordomo avvertì Florence che il signor Toots era in salottochiedeva di presentarle i suoi omaggi e di informarsi intorno alla salute di Diogene e del padrone.

    Florence non si fece pregareanzi si affrettò a chiedere al vecchio e fedele amico di seguire e assistere la sua cara amica Susan che partiva all'improvviso per la campagnasola e forse bisognosa di protezione.

    Il signor Toots si disse felicissimo di compiere cosa grata alla signorina e balbettò anche delle scuse per come si era comportato quel giorno a Brighton. Florence gli rispose in fretta che si tenesse per scusato e lo pregò di seguire subito Susanal che l'ottimo giovane si affrettò ad ubbidire. Invitò addirittura la ragazza a far colazione a casa sua prima di partiregiurandole che aveva una cuoca eccellente e talmente gentile che l'avrebbe fatta stare perfettamente a suo agio. Poi il giovanotto accompagnò Susan alla diligenza e l'attimo prima che partisse le chiese con molta esitazione se con l'andar del tempoe magari in un tempo abbastanza lontanosarebbe stato possibile che la signorina Dombey riuscisse ad amarlo almeno un poco.

    - No - gli rispose Susanscotendo il capo. - Assolutamente nomai!

    - Grazie! - disse il signor Toots. - Non importa. Buona notte.

    Non importa e grazie tante.

     

     

     

  33. IL FEDELISSIMO DIRETTORE GENERALE
  34.  

     

     

    Quel giorno Edith uscì di casa in carrozza di buon'orae poco dopo le dieci era già di ritorno. Aveva appena messo piede a terra che qualcuno usciva in fretta e silenziosamente dall'ingressoe con un profondo inchino le offriva il braccio. La donna accettò il braccio senza sul momento nemmeno accorgersi chi fosse quel premuroso cavalierema subito chiese arricciando sprezzantemente le labbra:

    - Il suo paziente come sta oggi?

    - Meglio - rispose Carker. - Ha fatto dei progressi notevoli. L'ho lasciato che riposava.

    La donna fece per congedarlo con un cenno del capo e si diresse allo scalonema egli la seguì e la chiamò fermandosi sul primo gradino.

    - Signora! Posso chiederle il favore di essere ricevuto per qualche istante?

    Ella si fermò e si volse. - E' tardisignoree sono stanca. La cosa è tanto urgente?

    - Urgentissima! E poiché ho avuto la fortuna di incontrarlapermetta che insista nella mia richiesta.

    Per un momento la donna rimase a fissare quello smagliante sorrisoe il giovane rimase a contemplarlacosì altera e splendidamente vestitae tornò a pensare che era davvero bellissima.

    - Dov'è la signorina Dombey? - chiese la donna a una domestica.

    - Nel salottinosignora.

    - Andiamo là - disse la donnacon un cenno del capo verso l'uomo rimasto in attesa per indicargli che era libero di seguirla.

    - Signorala prego! Signora Dombey! - esclamò il signor Carkerlanciandosi agilmente su per lo scalone e raggiungendo in un attimo la donna. - Mi permetto di insistere che non sia presente al dialogo la signorina.

    Edith gli lanciò una rapida occhiatama senza perdere la sua calma altera.

    - Vorrei risparmiare alla signorina Dombey il dispiacere di venire a conoscere quanto le ho da dire - spiegò a bassa voce Carker. - O almenosignoralascio a lei decidere se debba o no essere presente. Lo dico per deferenza a leisignora...

    La donna gli staccò lentamente gli occhi dal volto e ordinò alla cameriera che accendesse i lumi in un'altra stanza. Entraronoma nessuno dei due aperse bocca prima che la porta fosse richiusa.

    - Voglio dirle - cominciò la donna - che se l'uomo con il quale è stato sino a poco fa le ha dato l'incarico di trasmettermi qualche messaggioio non sono disposta a riceverne alcuno. Credo lei sia venuto da me per questo. Ne sono certa.

    Le proteste del signor Carker furono eloquenti e appassionate.

    Indicibile era il suo rammarico nel dover recare un dispiacere alla signora; ma avrebbe ella potuto esigere che egli mancasse al suo primo dovere? Edith non riuscì a moderare la collera e replicò con violenza. L'uomo non si mostrò scosso; attese in silenzio che la sua antagonista si calmasse alquantoquindi parlò senza staccare lo sguardo dagli occhi ardenti di lei.

    - Signora- disse Carker - soe non solo da oggiperché non sono potuto entrare nelle sue grazie. Lo so. Mi ha parlato così apertamentee mi dà tanto conforto possedere le sue confidenze...

    - Le mie confidenze! - ripeté sdegnosamente la donnama l'altro non badò all'interruzione.

    - ... che non fingerò di ignorarle. Ho veduto con i miei occhi fin da principio che da parte sua non vi era affetto verso il signor Dombey... e come poteva esistere fra esseri tanto diversi?

    Ho visto poi come l'indifferenza dava posto in lei a sentimenti ben più forti... e come non sarebbe potuto avveniredate le circostanze in cui era venuta a trovarsi? E tuttavia quale diritto avevo di confessarle in parole chiare tale mia conoscenza?

    - E quale diritto aveva allora leisignoredi fingere di credere tutto il contrariogettandomi in faccia ogni giorno questa menzogna?

    - Sìsignoraquesto io dovevo fare! - replicò l'altro con passione. - Se non l'avessi fattose mi fossi comportato diversamentenon le potrei parlare così ora; perché io prevedevoe chi più di me avrebbe potuto formulare delle previsionise io sono la sola persona a conoscere tanto bene e a fondo il signor Dombey... io prevedevo che se il suo carattere non fosse diventato arrendevole e ubbidiente non meno di quello della prima signora Dombeyil che non potevo credere...

    Il sorriso altero della donna gli diede motivo di pensare che avrebbe potuto insistere su quel punto.

    -...il cheripetoio non credevoera molto probabile che sarebbe giunto il momento in cui si potesse stabilire fra noi due un'utile intesa.

    - Utile a chisignore? - ella chiese sprezzante.

    - A leisignora. E non aggiungerò che possa riuscire un pochino utile anche a mein quanto mi vorrà esimere dall'obbligo di formulare nei confronti del signor Dombey quelle sia pur moderate lodi che potrei onestamente manifestaresenza insieme incorrere nella sfortuna di pronunciare alcunché di sgradevole a colei che sa provare avversione e disprezzo con tale intensità.

    - Le pare onesto - disse Edith - parlare così di un uomo del quale è pure il primo consigliere e adulatore?

    - Consiglieresì - rispose Carker. - Ma non adulatore. Non nel vero significato del terminebenché le rispettive posizioni possano indurre anche ogni giornoper comodità o per interessea dichiarare quanto non corrisponde in effetti alla realtà. Esistono pure le intese di affarile amicizie di comodo e i matrimoni d'interesse!

    La donna si morse a sangue il labbroma senza distogliere lo sguardo severo e duro che teneva fisso al volto del suo antagonista.

    - Signora! - disse Carker mettendosi a sedere accanto alla donna con l'espressione del massimo rispetto e di una intensa devozione.

    - Ora che mi sono dichiarato così il suo umile servitoreperché dovrei esitare a parlare? Era naturale che una donna tanto ricca di doti come lei ritenesse possibile mutare almeno in una certa misura il carattere del proprio sposo... era per lo meno naturale che lei pensasse alla possibilità di vivere in qualità di moglie del signor Dombey senza dover avere con lui degli scontri così gravi. Ma poisignoraha ben compreso di essersi illusa intorno alla personalità del signor Dombey. Non poteva sapere quanto esigente e superbo egli siae come siaper così direlo schiavo della propria grandezzaaggiogato al suo stesso carro trionfalesenz'altro pensiero al mondo all'infuori di ciò che gli sta alle spalle... Il signor Dombey è affatto incapace di provare alcun rispetto per leicome non ne prova per me. Il paragone le potrà parere assurdosignoraeppure veda come corrisponde alla realtà:

    nella pienezza del suo potere il signor Dombey ha chiesto a mee io ho ricevuto l'ordine dalla sua viva vocedi fargli da intermediario presso di leisignoraperché sa che io le sono antipaticoe perché intende servirsi di me per castigarla... egli non pensa alla dignità che potrei possedere ioperché mi paga e devo servirlo; non pensa alla dignità della signora alla quale ho l'onore di rivolgere la parola in questo momentoperché tale persona per lui non esiste; egli ritiene solo che io sia l'ambasciatore più adatto per umiliare sua moglieun essere che gli appartiene di diritto. Egli è perfettamente indifferente di fronte a quelli che possono essere i miei sentimenti nel ricevere questo incaricoe i suoisignoranell'ascoltare da me il messaggio.

    La donna seguitava a osservaread ascoltare in silenzioma egli comprese che la intuizione da parte di lui della verità le era penetrata nel petto come una freccia avvelenata.

    - Non le parlosignoraper approfondire la frattura che la divide dal signor Dombey... quale vantaggio ne avrei?... ma solo per dirle come lavora la mente di suo marito. E poi ricordi che egli non ha mai trattato se non con persone che al suo cospetto hanno piegato la fronte e le ginocchia... ha trovato tutti sottomessi alla sua volontà. Non ha mai saputo che cosa voglia dire trovarsi di fronte alla collera dell'orgoglio feritoalla violenza dei risentimenti.

    - Ma infine lo saprà! - parvero dire le labbra immobili della donnasenza che il suo sguardo vacillasse.

    - Il signor Dombey - disse Carker con la morbidezza del serpente che svolge con lentissima prudenza le sue spire - è senza dubbio un gentiluomoma incline a travisare perfino i fatti che si sono svolti sotto i suoi occhinel caso non siano di suo gradimento!

    Lei perdonerà quanto le dicosapendo che l'idea non è mianaturalmente... ma egli crede sinceramente che la severità da lui dimostrata verso la moglie in una circostanza che forse ricorderàprima della morte della signora Skewtonabbia potuto produrre un effetto formidabilecondurre addirittura a unasia pure temporaneasottomissione!

    Edith rise. Fu una risata dura e aspra da non si direma egli la trovò affatto di suo gusto.

    - Signora! - riprese Carker - ora basta su questo argomento. Sono convinto che le sue opinioni sono forti e incrollabilie temo addirittura di incorrere ancora nel suo dispiacere dicendo che nonostante io conosca a fondo questi difetti del signor Dombeymi sono abituato alla sua mentalità e gli porto stima. Non lo dico per vantarmi d'un sentimento che non può essere condiviso da leisignora... bensì unicamente per darle la certezza che in questa disgraziata faccenda io sono tutto dalla sua partee che non so esprimerle con quale indignazione giudico la parte che si vuole farmi recitare!

    Pareva che la donna avesse paura di distogliere lo sguardo da quello di lui.

    E adesso a lui non mancava se non di svolgere l'ultima delle sue spire.

    - E' tardi ormai - disse Carkerdopo un breve silenzio - e lei è stancama non devo dimenticare il secondo scopo di questa mia visita. Le devo raccomandare e insistere con il maggior calore di usare prudenza nel manifestare affetto verso la signorina Dombey.

    - Prudenza! Che vuol dire? Chi si permette di giudicare le mie inclinazioni? Lei forse?

    - Signora- egli risposefingendosi esitante - mi trovo in un grandissimo imbarazzo. Ha detto di non voler ricevere alcun messaggiomi ha proibito di tornare sull'argomentoma le due cose sono talmente intrecciate che sono costretto a chiederlecon la forza che mi dà l'onore di possedere ormai la sua confidenzadi infrangere l'ordine da lei datomi...

    - Sa benissimo di poterlo fare! - rispose Edith. - Parli dunque.

    Era pallidissimatremantescossa dall'emozione: dunque egli non aveva esagerato nel prevedere quale effetto avrebbero prodotto le sue parole.

    - Egli mi ha ordinato di dirle - cominciò con voce molto bassa che non trova gradite le sue manifestazioni di affetto verso la signorina Dombey. Invitano a fare dei confronti che non gli sono favorevoli. Desidera che lei muti atteggiamento e faccia bene attenzione che questo affetto non si tramuti in danno per chi ne è l'oggetto.

    - E una minaccia! - ella disse.

    - E' una minaccia - egli ripeté movendo appena le labbrae aggiunse ad alta voce: - Ma non contro di lei.

    La donna si levò superbamente in piedifissandogli in volto gli occhi fiammeggiantie aveva sulle labbra un sorriso di amaro disdegno; all'improvviso fu come le fosse mancato il terreno sotto i piedi e sarebbe caduta se egli non l'avesse stretta fra le braccia. Subito la donna si riprese e lo respinsema rimase a fissarlo.

    - La prego di lasciarmiora. Non mi dica più nulla stasera.

    - Sapevo come fosse urgente questa comunicazione - disse Carker.- E' impossibile prevedere quali conseguenze sarebbero potute accadere se leisignoranon fosse stata informata in tempo. So che la signorina Dombey è rattristata dal licenziamento di una cameriera che le era vicina da gran tempo; non è impossibile che ciò faccia già parte di un piano di rivalse. Ho insistito perché la signorina Dombey non fosse presente al nostro colloquio: ora oso sperare che mi darà ragione...

    - Sì. Ma la prego di lasciarmi sola.

    - Sarò continuamente qui per assistere luida bassoperché conduca avanti gli affari della ditta attraverso la mia persona.

    Mi permetto di chiederle che mi riceva ancora per discutere sul da farsi e per comunicarmi i suoi desideri?

    La donna gli fece cenno di uscire.

    - Non so nemmeno se mi convenga dirgli che le ho già parlatooppure se sia bene lasciargli credere che non ne ho trovato l'occasioneo non so che altro. Sarà necessario che mi permetta di consultarla ancora presto.

    - Quando vorrà; ma ora basta.

    - E allora si rende conto che se chiedo di parlarle la signorina Dombey non dovrà essere presente; e se vorrò vederla sarà con la gioia di aver guadagnato la sua confidenza e solo nell'intento di renderle ogni servigio in mio poteremagari di porre in guardia la signorina da qualche pericolo... mi crede?

    La donna lo guardava ancora come se temesse di liberarlo dall'influenza che i suoi occhi dovevano esercitare su di lui. Si limitò a rispondere di sìe tornò a indicare la porta.

    Egli mostrò di accettare l'ordines'inchinòma insistette:

    - Mi ha dunque perdonato... ho spiegato quale sia la mia colpa.

    Posso... per amore della signorina Dombeye anche per me stesso... posso baciarle la mano?

    La donna gli porse la mano chiusa nel guantoche la sera avanti si era volontariamente ferita; egli la prese e la portò alle labbra si ritirò. E quando ebbe richiuso l'uscioagitò in aria la destra e se la ficcò dentro la giubbapremendola sul petto.

    Tra i vari piccoli cambiamenti sopravvenuti nelle abitudini del signor Carkernessuno era più importante della triplicata attenzione con cui si dedicava a studiare e analizzare ogni particolare degli affari relativi alla Ditta. Il suo occhio di lince divenne venti volte più acuto nella revisione non solo degli affari in corsoma anche di quelli passatilungo la serie degli anni in cui aveva prestato la sua opera. Ma badava pure alle cose sue con molto acumee non erano pochi nella City a supporre che quel certo James Carker della Ditta Dombey fosse ormai ricco per suo contoe siccome si diceva che si occupasse attivamente di incassare il proprio denaro già impiegato in vari modinon mancò nemmeno chi giunse a dire che stava certo per sposare qualche ricca vedova. Ne faceva fedesi sarebbe dettoanche la cura più che mai meticolosa che dedicava alla sua persona. L'unico vero mutamento profondo era però quello di cedere a lunghi periodi di profonda meditazionemagari quando percorreva a cavallo la distanza che separava la sua residenza privata dall'ufficioe allora non vedeva né udiva nullalimitandosi a evitare istintivamente gli ostacoli in cui gli accadesse di imbattersi. Un giorno in uno di quei suoi momenti assorti fu scorto dalla vecchia signora Brownla quale subito lo riconobbe e lo indicò alla figlia.

    - Non avrei mai pensato di rivederlo! - esclamò la giovane. - Ma guardaè sempre come allora! E perché dovrebbe essere cambiato!

    Che cosa ha sofferto lui? Basta che sia cambiata ioe come!

    - E che superbia! - ringhiò la vecchia. - Belloelegante e nobilementre noi restiamo qui nel fango...

    - Che t'importa! - ribatté irritata la figlia. - Noi siamo il fango sotto gli zoccoli del suo cavallo. Che altro dovremmo essere? - Ma l'intensità dello sguardo con cui lo seguì finché scomparve smentiva l'ostentazione di indifferenza.

    La vecchia le afferrò la manica per attirare la sua attenzione.

    - E lo lasci andare cosìquando potresti spremergli un bel po' di quattrini? Ma è una vera cattiveria figlia mia!

    - Non ti ho già detto che non voglio denaro da lui? - ribatte la giovane. - Ancora non mi credi? Ho forse tenuto l'elemosina di sua sorella? Ti ho detto che non vorrei toccare un soldo se sapessi che è passato fra le sue mani bianche a meno di non poterglielo rendere avvelenato! Bastamammaandiamo.

    - Lui così riccoe noi tanto povere! - si lamentò la vecchia.

    - La povertà per me vuol dire non potergli ripagare nemmeno una parte del male che gli dobbiamo! - ribatté la figlia. - Mi venga pure questo genere di ricchezzele accetterò e me ne servirò.

    Vieni via! Non c'è niente da farevieni!

    Poi la vecchia trovò il giovane Robin che faceva prendere aria al cavallo del padronee lo trattò come un caro amicoricordandogli tanti piccoli affari poco puliti fatti insiemespecialmente quando lui andava intorno a dar la caccia di frodo ai piccionia malincuore il ragazzo accettò di essere riconosciuto e di rispondere a qualche domanda intorno al suo padrone e alle sue amicizie altolocatee sarebbe stato addirittura disposto a deporre nella vecchia mano grinzosa l'offerta di uno scellinose la giovane non gli avesse ingiunto violentemente di rimetterselo in tascanonostante le proteste della madre.

    Anche quel giorno il signor Carker lavorò intensamente fino a sera. Ricevette vari visitatoriesaminò un fascio di documenti uscì parecchie volte per recarsi in molti uffici mercantilie non si concesse alcun intervallo per dedicarsi a personali riflessioni prima di avere sbrigato la quantità di lavoro che si era prefisso di condurre a termine. A sera andò dove era custodito il suo cavallomontò in sella e si diresse verso l'abitazione del signor Dombey.

    Giunto nei pressi mise il cavallo al passo e alzò lo sguardo alle finestre della casada prima verso quella dietro la quale un giorno aveva scorto Florence con accanto il canema poi sorrise e distolse gli occhi quasi con compatimento.

    - E' passato il tempo - si disse - in cui mi conveniva osservare il levarsi della tua piccola stella per sapere da che parte accorressero le nubi e magari all'occorrenza proteggerti. E' ormai sorto un magico pianeta e ti sei perduta nella sua luce!

    Girò l'angolo della casa e fra quelle illuminate sul retro ne cercò una che gli ricordava un'imponente figurauna manina guantatail fruscio della splendida veste nell'istante in cui minacciava di cadere a terra come l'ala di un magnifico uccello feritoun fruscio quasi premonitore dell'avvicinarsi di un temporale. Erano quelli i pensieri che portò con sé facendo girare da capo il cavallo e spingendolo a un buon trotto entro il parco ormai solitario e quasi buio.

    Al termine della sua cavalcataquando uscì di nuovo dopo essersi mutato d'abito e si trovò nel salotto fortemente illuminato della donna che aveva occupato i suoi pensierie la salutò chinando il caposorridendole e parlandole con il tono più dolce della voce morbidala rivide esattamente come se l'era raffigurata. Gli parve di indovinare persino il mistero della mano destra coperta dal guantoe appunto per quel dubbio la trattenne più a lungo fra le sue. Lungo la via pericolosa su cui ella stava per incamminarsima non aveva ancora impresso alcuna ormaegli già l'attendeva premendo con forza il piede.

     

     

     

  35. SCOPPIA LA BOMBA
  36.  

     

     

    Il tempo non poté indebolire la barriera che separava il signor Dombey dalla moglie perché il suo trascorrere non alterava la realtà della coppia male assortital'infelicità personale dei due e della loro vita in comuneil legame che li avvinceva e contro il quale si dibattevano invano fino a rimanere profondamente feriti. Il loro orgoglio differiva per qualità e nel finema era di pari intensità e aveva fatto di quel matrimonio un deserto di cenere.

    Per non peccare di ingiustizia nei confronti di lui si deve ammettere che era perfettamente ignaro di stare incitando la moglie verso chissà quale metaperché l'illusione della sua vita lo accecavasebbene provasse verso la donna i sentimenti sinceri che l'avevano indotto a chiederne la mano di sposa. Ma contro di lui ella aveva commesso il grande errore di ergersi come intrattabile antagonista che ignorasse e negasse ogni importanza della sua personalità d'uomo d'affari. Nei sei mesi che seguirono l'incidente della caduta da cavallomoglie e marito non mutarono di un ette i loro rapporti: la donna fredda e rigida come una statua di marmo; lui gelido e fosco quanto un fiume sepolto e mai raggiunto da nessun raggio di luce.

    Florence aveva dovuto abbandonare ormai l'ultima speranza di riavere una vera famigliae dopo due annise ancora le rimaneva l'idea vaga che in un tempo magari lontano Edith e suo padre potessero trovare il mezzo per convivere in pacenon prevedeva più che suo padre cominciasse ad amarla perché troppa era la freddezza che non cessava di mostrare verso lei. Adesso aveva diciassette anni e conduceva una vita molto solitaria perché la sua nuova mamma era stranamente cambiataaddirittura la evitava; con vivo dolore non finiva di chiedersi come ciò potesse essere accaduto quando fra loro l'affetto era sorto così pronto e spontaneo. Una sera andò a cercarla nella sua camera.

    - Mamma! - disse Florence avvicinandosi con dolcezza a Edith.- Ti ho forse offesa involontariamente?

    - No - rispose Edith.

    - Mammadevo avere sbagliato... - insistette Florence. - Non sei più la stessa con me. Ti voglio tanto bene e sento che sei tanto cambiata...

    - Anch'io ti voglio beneFlorence- disse Edith - e mai quanto adessoFlorencecredimi! Eppure... - la donna esitòchinando lo sguardo verso la fanciulla che le stava inginocchiata accanto e levava gli occhi supplichevoli verso di lei. - Io non ti posso dir nullatu non udrai nulla da me... quanto deve avvenire accadrà!

    Ci dovremo separare.

    Disperatala fanciulla scoppiò in lagrime.

    - Ma non del tutto! - la confortò Edith. - Solo in apparenzaperché nel segreto del mio cuore il mio affetto per te non muterà mai. E sappi che non per me faccio questo.

    - Per mealloramamma? - chiese Florence.

    Edith tacque a lungoe infine spiegò che la cosa era inevitabileinutile cercarne i motivi.

    - Sarà per sempre cosìmamma? - chiese ancora la fanciulla.

    - Non sonon so! Bambinanon ti dirò che la nostra amicizia fosse indegna di te o pericolosae che avrei dovuto sapere non poteva durare. Ma io sono giunta qui lungo vie che tu non percorrerai maie dove finirà il mio cammino futuroe quandolo sa il cielo! io non te lo so dire... Ora lasciamicarae non badare al modo che avrò di comportarmi con te... sembrerò diversama per te il mio cuore sarà sempre colmo di affetto... ora vacara!

    Da quel momento Edith e Florence s'incontrarono pochissimoe sempre alla presenza del signor Dombey; Edith non rivolgeva quasi mai lo sguardo o la parola alla fanciullameno che mai quando era presente il signor Carkeril quale seguitò a frequentare molto la casa in tutta la convalescenza del suo principale. E Florence soffriva in silenziooppressa da una indicibile tristezza.

    La vigilia del secondo anniversario di matrimoniomentre il signor Carker sedeva a colazione con la famigliaed Edith aveva già indossato un abito da gran sera e s'era ornata con i più bei gioielli perché più tardi si sarebbe recata a un ricevimento con il maritonon appena i domestici si furono ritirati dopo avere servito la frutta e i dolciil signor Dombey si raschiò la gola con una solennità che non prometteva nulla di buono e parlò autorevolmente.

    - Edithcredo tu sappia già che ho dato ordini alla governante perché provveda: domani sera avremo degli invitati a pranzo.

    - Domani io non pranzerò a casa - rispose la donna.

    - Dodici o quattordici in tutto - proseguì il signor Dombeycome se non avesse udito la frase. - Vi saranno mia sorellail maggiore Bagstock e altre persone che tu conosci appena.

    - Io non pranzerò a casa - ripeté la donna.

    - Nonostante tutto - seguitò solennemente il signor Dombey imperturbabile - è bene salvare le apparenze e rispettare le convenienze. Se tu avessi un po' di rispetto verso te stessa...

    - Non ne ho affatto - disse Edith.

    Il signor Dombey batté con forza il pugno sulla tovaglia e fissò infuriato il bel volto freddo e immobile come fatto di marmopoi si rivolse all'ospite:

    - Carker! Dato che altre volte lei ha fatto da intermediario tra me e mia mogliee siccome è mia precisa intenzione rispettare le usanzeabbia la cortesia di avvertire la signora Dombey che se ella non ha rispetto verso lei stessa io ho del rispetto verso la mia personae perciò insisto sul mio progetto per domani sera.

    - Signor Carker! - disse Edith - dica al suo signore e padrone che mi permetterò di parlargli fra non molto sull'argomentoe che gli parlerò quando saremo soli.

    - Ti rispondo che il signor Carkeral quale è già noto il motivo che mi costringe a rifiutarti la richiestaè esentato dall'obbligo di trasmettermi alcun tuo messaggio. - Vide che la moglie girava lo sguardoe lo seguì con il suo.

    - E' presente tua figlia - disse Edith.

    - Mia figlia resterà presente! - ribatté il signor Dombey.

    Florenceche si era alzatarisedette tutta tremante e coprendosi il volto con le mani.

    - Mia figlia... - cominciò il signor Dombey.

    Ma Edith lo fermò senza alzare la vocee con accento così limpidoenfatico e distinto che le sue parole si sarebbero potute udire anche nel mezzo di un uragano.

    - Ti ripeto che voglio parlare con te solo! - disse. - Se non sei impazzitobada a quello che ti dico.

    - Ho tutta l'autorità per parlarti dove e quando mi piace! Ho deciso di parlarti quiadesso. Ti dirò anche subito che vedo nel tuo atteggiamento un tono di minaccia affatto disdicevole con la tua posizione.

    La donna risee i brillanti che le ornavano i capelli tremarono lanciando freddi baleni. Il signor Carker ascoltava con gli occhi bassi.

    - Quanto a mia figlia - disse il signor Dombey riprendendo il filo del discorso - non è male che sappia quale condotta dovrà evitare.

    Tu gliene dai ora un esempio e spero che ne approfitterà.

    - Ora non ti chiederò più di tacere - rispose la donnaimpietrita nella vocenell'atteggiamento e nello sguardo. - Non me ne andrei per risparmiarti di pronunciare anche una sola parola nemmeno se la casa s'incendiasse!

    - E' abbastanza naturale che tu ti senta a disagio in presenza di chi sta ascoltando queste spiacevoli verità... ma il rimedio si trova nelle tue stesse mani. Non dimenticare dunque che domani vi saranno qui varie persone da me invitate e che nel pieno rispetto delle circostanze le dovrai ricevere in maniera adatta.

    Ma ormai Edith era in preda a una furia incontenibile e ricordò al marito tutte le umiliazioni che le aveva inflittegli ricordò l'avversione che provava per luie il signor Dombey fece cenno a Florence di uscire. In lagrimetutta tremante e senza abbassare le mani dal voltola fanciulla si affrettò a ubbidire.

    - Non farò ciò che mi chiedi - concluse Edith.

    - Non sono abituato a chiedere - precisò il signor Dombey. - Le mie richieste sono degli ordini.

    - Non intendo festeggiare la ricorrenza di domani. Non permetterò che tu mi esibisca come la schiava ribelle che hai comperata. Il giorno delle mie nozze è per me il ricordo della mia vergogna. La dignità! Il decoro! Hai fatto quanto hai potuto per rendermeli odiosi e io li rifiuto!

    - Carker! - disse il signor Dombey dopo un momento di riflessioneparlando con voce molto severa. - La signora Dombey mi ha posto in una posizione tanto sconveniente per il mio carattereche sono costretto a metter fine a questo stato di cose.

    - Liberami dalle catene che mi legano - disse Edithritornata di ghiaccio. - Lasciami libera.

    - Che dici? - esclamò il signor Dombey.

    - Rendimi la mia libertà. Lasciami andare.

    - Cosa? - fece il signor Dombey. - Che intendi dire?

    - Gli dica - disse Edith rivolta a Carker - che desidero la separazione. E meglio che ci separiamo. Gli consiglio di farlo.

    Gli dica di chiedere la separazione alle condizioni che preferisce... non mi importa nulla del suo denaro... ma che faccia presto.

    - Santo cielo! - esclamò il signor Dombeysinceramente sbigottito. - Immagini che io darò mai ascolto a una tale proposta? Non sai chi sono io? Hai mai sentito parlare della Ditta Dombey e Figlio? Dar motivo alla gente di dire che il signor Dombey si è separato dalla moglieil signor Dombey! Credi che io permetterei mai alla gente di apprendere una notizia del genere?

    Ohvergognati di averlo anche solo pensato!- Il signor Dombey rise addiritturapoi si volse al signor Carkeril quale ora alzò gli occhi insolitamente brillanti.

    - ... come le dicevoCarker- riprese il signor Dombey - devo pregarla di informare la signora Dombey che in tutta la mia vita mi sono imposto la regola di non lasciarmi contrastare da alcuno... da alcunoCarker! Ho udito nominare mia figliae devo dire che trovo assurdo che ci si serva di mia figlia per fare opposizione a me. Non so e non mi curo di sapere se mia figlia sia davvero in combutta con mia mogliema dopo ciò che costei mi ha detto oggie che anche mia figlia ha uditoterrò evidentemente anche mia figlia responsabile di aver fatto della mia casa una sede di continue disputee mi riterrò in diritto di agire con severità in conseguenza.

    - Scusisignore! - esclamò all'improvviso Carker - un momento! Mi permetta di farle presente che forse non sarebbe male riesaminare l'argomento della separazione. Mi perdoniperché io so quanto ella è deciso nelle sue risoluzioni... ma non crede che la continua presenza della signora Dombey in questa casaoltre a comprometterecome ha dettola signorina Dombeynon possa finire per recarle una continua irritazione di spirito... forse intollerabile per l'incessante sensazione di una ingiustizia reciproca...

    - Carker! - lo rintuzzò il signor Dombey. - Lei dimentica di non essere in condizione di darmi consigli in materia. E mi sorprende il genere del consiglio. Non voglio dir altro.

    - Forse - replicò Carker con un'insolita e indefinibile nota di sfida nella voce - ella non ha tenuto conto della mia posizione quando mi ha fatto l'onore di incaricarmi di trattare con lei...- e accennò con la mano la donna.

    - Niente affattoniente affatto! - ribatté alteramente Dombey.- Mi sono servito di lei...

    - ... data la mia condizione di inferioritàappunto per questoalfine di umiliare la signora Dombey. Me n'ero dimenticato. Oh sìera esattamente questo! - disse Carker. - Mi perdoni.

    E chinando la testa verso il signor Dombey con un gesto di deferenza che mal s'accordava con le sue parolepronunciate tuttavia con grande umiltàCarker si girò impercettibilmente verso la donna e la tenne sotto il lampo costante dei suoi occhi.

    Edith si levò con un terribile sorriso sul voltolevò la mano al monile di brillantilo strappò con tanta violenza dai capelli che le trecce brune furono sciolte e lacerate. Gettò a terra gli anelli e anche i braccialetti che sganciò dai polsicalpestò il piccolo mucchio scintillante: senza una sola parolasenza che un'ombra calasse sul suo terribile sorrisoguardò per l'ultima volta il signor Dombeysi diresse alla portauscì.

    Florence era corsa a rifugiarsi nella sua stanza e vi rimase fino a sera. Poi seppe che suo padre era uscito soloche Edith era nelle sue stanzee non osò recarsi da lei. Tuttavia sperava sempre di incontrarla prima di andarsi a coricaree intanto vagava in silenzio per la bella casa tanto cupa e tetra. Si trovava in un breve corridoio che finiva sullo scalonee che non era illuminato se non nelle grandi occasioniquando attraverso l'arco basso vide qualcuno che scendeva. Si ritrasse ancor più nel timore che fosse suo padrema si accorse che era il signor Carker: scendeva da solo nell'atrionon chiamò alcun domestico per avvertire che partiva; attraversò il vestibolo senza far rumoreaperse la porta di stradascivolò fuorila richiuse pian piano alle sue spalle. Era incredibile la ripugnanza che Florence provava per quell'uomo; le parve inoltre che l'atteggiamento di lui in quel momento tradisse un senso di colpane fu terrorizzata e corse nella sua camerarinchiudendosi a doppio giro di chiave insieme al fedele amico a quattro zampesenza tuttavia riuscire a tener sgombri da un profondo senso di oppressione il sonno e i sogni notturni.

    Anche al mattino seguente ricominciò a girare per la casa nella speranza di incontrare Edithche non si era ancora fatta vedere.

    Apprese che era stato sospeso il progettato ricevimentoe pensò che la matrigna sarebbe uscita di sera come aveva detto. Rimase con l'orecchio teso a spiarne i passie la colse infatti che scendeva le scalema quale non fu il suo doloroso stupore quandoinvece di accettare il suo abbracciola donna si ritrasse con un grido!

    - Non avvicinarti! - le ingiunse Edith. - Stammi lontana! Lasciami andare.

    - Mamma! - gridò Florence.

    - Non darmi quel nome! Non parlare! Non guardarmi! Florence... non toccarmi! - e la donna le strisciò accanto coprendosi il volto con la manotutta scossa da brividie corse giù piegata su se stessa come un animale braccato.

    Florence cadde svenuta e si destò coricata sul suo lettocircondata dai domestici e dalla signora Pipchin.

    - Dov'è la mamma? - fu la sua prima domanda.

    - E' andata a pranzare fuori - le rispose la governante.

    - E il babbo?

    - E' nelle sue stanzesignorina Florence- le rispose la governante. - E se vuole accettare il mio consigliolei dovrebbe subito spogliarsi e mettersi a dormire! - Era il rimedio a ogni male che la signora Pipchin aveva sempre ordinato a tutte le giovani vittime del collegio di Brightonsia che fosse la serao fossero le dieci di mattina.

    Florence non promise nullama disse di essere stanca e di voler riposare. Rimasta sola ripensò a quanto aveva osservato nelle ore precedenti; risolvette che prima di coricarsi avrebbe atteso che Edith rincasassesia pure accettando la possibilità di non parlarle: un timore che non avrebbe saputo spiegare le stringeva il cuore e le tormentava l'anima.

    A mezzanotte la porta d'ingresso non si era ancora aperta; Florence s'era vestita come per uscire e girava senza pace intorno alla stanza e per la casapoi sedeva a scrutare i disegni tracciati dalla fiamma del caminettoe presto si alzava e dalla finestra contemplava la luna che pareva navigare tra le nubi come un battello sospinto dalla tempesta.

    Alle cinque del mattino Edith non era rientratama la governante scendeva per bussare all'uscio della stanza del signor Dombeye lui usciva in veste da camera e aveva un gesto di collera nell'apprendere che la moglie era ancora assente da casa.

    Immediatamente si vestiva e mandava un domestico alle scuderie per informarsi se il cocchiere vi si trovasse. I due uomini tornavano poco dopo e il cocchiere diceva di essere andato a letto alle dieci della sera avanti. Aveva portato la signora nella sua vecchia residenza di Brook Streetdove l'attendeva il signor Carker...

    A Florence parve di rivedere Carker uscire furtivamente dalla casarabbrividì da capo a piedi e riuscì appena a comprendere ciò che l'uomo aggiungeva: la padrona gli aveva detto che non avrebbe avuto bisogno della carrozza per rincasare e l'aveva congedato.

    Florence vide che il padre sbiancava in volto; con voce che gli tremava chiedeva di vedere subito la cameriera della signora e la ragazza si presentava tutta umile e sconvolta: aveva aiutato la signora a vestirsi almeno due ore prima che uscissepoi la signora le aveva detto che per quella sera non l'avrebbe più chiamataera appena salita nelle stanze della signorama... lo spogliatoio era chiuso a chiave e la chiave non si trovava...

    Florence vide il padre che afferrava una candela e si lanciava su per lo scalone con una furia tale che riuscì appena a scansarsi ritirandosi nell'ombra. Udì che tempestava di colpi la porta chiusala quale infine cedette: sparsi a terra vi erano tutti gli abiti eleganti e costosi che Edith aveva indossato dopo le nozzevi erano pure tutti i gioielli e gli ornamenti che erano diventati suoi.

    In preda a una collera furiosa egli ficcò ogni cosa nei cassettigirò le chiavi e se le ficcò in tasca. Poi notò delle carte sul tavolino: l'atto notarile con cui sposando Edith le aveva garantito una renditae una lettera. Lesse e apprese che la donna era fuggita e che egli era disonorato. Era fuggita nell'anniversario del loro matrimonio con l'uomo da lui scelto per umiliarla. Si lanciò fuori della stanza con l'idea folle di rintracciare la mogliedi punirla con le sue stesse maniprivandola di tutta quella bellezza che le ornava trionfalmente il volto. Oppressa dallo spavento e dal doloreFlorence si era rifugiata in una delle saleansiosa di trovarsi al fianco del padredi mostrargli come partecipava alle sue sofferenze e all'affronto da lui subito.

    Lo udì rientrare di lì a poco e ordinare ai domestici che tornassero ai soliti lavori di casaprima di ritirarsi nelle sue stanze. Florence si affrettò a correre verso quella sogliaegli vi si affacciòed ella corse verso di lui con le braccia spalancategridando: - Babbo! Ohcaro babbo mio!

    Ma egli levò la mano e la colpì due volte sulle guance con tale violenza da farla vacillare; e nel colpire le gridò come giudicava Edith; le ordinò di seguirlavisto che fra loro erano state in combuttasempre!

    La fanciulla non si abbatté ai piedi dell'uomo furiosonon piansenon pronunciò una sola parola di protestama gettò un grido di spavento. Aveva compreso che la crudeltàl'indifferenzal'odio di lui avevano ucciso l'affetto che nonostante tutto ella aveva sempre nutrito. Comprese di non avere più un padre sulla terrae con la sensazione di trovarsi all'improvviso orfana e sola fuggì da quel tetto inospitale.

    Uscita dalla casa ancora buiaperché nessuno ne aveva spalancato le finestrea capo chino e con il volto rigato di lagrimeFlorence all'improvviso si trovò nell'inattesa luce liberatrice del mattinoa camminare ormai povera e sola per le vie della metropoli.

     

     

     

  37. LA FUGA DI FLORENCE
  38.  

     

     

    Quasi impazzita per il dolorela vergogna e lo spaventola povera Florence si mise in cammino senza sapere dovee con la sensazione di essere la sola sopravvissuta al naufragio di un grande velieroabbandonata sulla riva di una terra sconosciuta.

    A poco a poco si accorse che le vie si popolavanoche i negozi si aprivano; qualcuno la fissava con sorpresa e curiosità; voci ignote le chiedevano se si sentiva male e dove fosse direttae per quanto le domande la spaventassero ancor più degli sguardile furono di non poca utilità perché la richiamarono alla necessità di ricomporsi.

    Dove andare? Viavialontano! Ma dove? Ricordò che un'altra volta si era trovata sperduta nella grande cittàsebbene in maniera del tutto diversae allora prese la stessa direzione di quella sera si avviò verso l'abitazione dello zio di Walter. Si sforzò di trattenere i singhiozziasciugò gli occhi arrossaticercò di controllarsi in modo di non attirare l'attenzionee aveva deciso di tenersi per quanto possibile fuori delle strade principaliquando una vivace ombra familiare balzò avanti a lei sul marciapiede inondato di solesi fermò di bottosi rigiròle corse accantoripartì di volata prese a saltarle intornoe Diogeneche sebbene ansimante faceva echeggiare la via del suo gioioso latrarele si gettò ai piedi.

    - OhDicaro e fedele Dicome sei potuto arrivare da me?

    E come ti ho potuto abbandonaretu che non mi avresti mai lasciata sola?

    Florence si chinò per stringere al petto la grossa testa irsuta del vecchio amicoe poi procedettero insiemeil cane più in aria che a terra tanto saltava e saltellava intorno alla ritrovata padroncinapronto a lanciarsi per gioco contro tutti i cani più grossi di luia terrorizzare con finti assalti le cameriere intente a scopare le soglie delle casee sempre abbaiandocosì che tutti i cani del quartiere gli fecero coroe quelli non legati alla catena accorsero per vedere con i propri occhi quel tipo tanto allegro.

    Non più solaFlorence affrettava il passo verso la City tra una folla sempre più numerosa che la trasportava quasi con sé nell'abituale corsa mattutina. Poi riconobbe da lontano il negozio del piccolo guardiamarinae infine il guardiamarina stesso apparve ai suoi occhiimmobile come al solito al suo posto di guardia. La porta della bottega era apertaaccogliente: Florence attraversò di corsa la strada e seguita da vicino da Diogeneormai calmo e alquanto frastornato dal trafficoebbe appena la forza di varcare la soglia ben nota del salottino prima di accasciarsi a terra.

    Il capitanovestito in tutto punto e con il cappello in testaera intento all'operazione di prepararsi la prima tazza di cacao della giornata. Udì uno scalpiccio di piccoli passi e il fruscio di una vestesi volse di scattoe non meno pallido della fanciullala sollevò senza fatica e la depose sullo stesso divano sul quale già tanti anni prima aveva riposato.

    - E' lei! - esclamò il capitanoscrutando con emozione il bel visino.- E' quella deliziosa bambina diventata donna!

    Il brav'uomo si ritrasse con profondo rispettopregando e supplicando la bella visitatrice perché si degnasse di guardarlo e di parlarglima visto che non otteneva rispostaafferrò una tazza di acqua dalla tavolae ne spruzzò un poca sulla fronte della fanciulla; le allentò i nastri del cappellinole bagnò le labbrale coperse i piedini con la giubba che si affrettò a sfilarsile prese una mano e gliela strinsesbigottito di trovarla tanto minuta fra le sue enormie finalmente si accorse che le tremavano le ciglia.

    - Allegraallegrasignorina cara! - disse il capitano. Coraggiomia carina. Ora lei sta molto meglio... eccoecco! Come si sente adesso la mia bella signorina?

    Poco dopo Florence si sollevò un poco a sedere.

    - Capitano Cuttle! E' proprio lei? - esclamò Florence.

    - Ohsìsignora damigella! - rispose il capitanodopo avere in fretta deliberato fra sé e sé che fosse questa la maniera più elegante di rivolgere la parola a quella bella creatura.

    - Lo zio di Walter è qui? - chiese Florence - Quisignorina? Da un bel po' non è più qui. Non è qui da quando è partito in cerca del povero Walter. Ma - concluse il capitano solennemente - per quanto lontano dagli occhisempre vicino al cuore e caro alla memoria!

    - E lei abita qui?

    - Sìsignora damigella!

    - Ohcapitano Cuttle! - gridò Florencegiungendo le mani. - Mi salvi! Mi tenga qui! Non faccia sapere a nessuno dove mi trovo!

    Poi le dirò tuttoappena mi sentirò. Non ho più nessuno al mondoohnon mi cacci via!

    - Mandar via leimia bella damigella! - esclamò il capitano. Un momento! Vado a rimettere gli scuri sulla porta e la chiudo a doppio giro di chiave...

    Quando ritornò accanto al divanoFlorence gli prese la mano e la baciòportando al colmo dell'emozione il pover'uomo che immaginava benissimo quanto avesse dovuto soffrire quella poverina.

    - Signorina bella! - dissedopo essersi ben bene strofinato gli occhi con la manica. - Non dica una sola parola a Edward Cuttle prima di sentirsi perfettamente benecioè non certo oggi né domani. Quanto a rivelare dove lei si trovao a permettere che se ne vada via di quicon l'aiuto di Dio io non lo farò mailo giuro solennemente!... E adessomia bella signorinadeve fare un po' di colazione. e mangerà anche il cane. E poi se ne andrà dritta filata su nella camera del vecchio Sol Gills a farci un bellissimo sonno! Il capitano accarezzò Diogenee Diogene accolse cordialmente quella profferta di amicizia. Fu subito chiaro che giudicava il capitano uno degli uomini più simpatici della terraun uomo che ogni cane si doveva sentire onorato di conoscere.

    L'interesse che il cane dimostrò per i preparativi culinari del vecchio marinaio non fu però condiviso da Florencela quale non riuscì a inghiottire nemmeno un boccone; così mentre il cane divorava il suo pastoil capitano salì a riordinare la camerettache era però già nitida e ordinatastendendo le lenzuola di bucato sul letto e disponendo in bella mostra sul tavolino i tesori che poté sul momento racimolare: il suo orologio da tascaun vaso da fiori vuotoun telescopioun pettineil libro dei salmi. Tirò la tenda sulla finestratolse le grinze ai pezzi di vecchi tappeti stesi sul pavimento e ridiscese per condurre Florence nella stanza che sarebbe stata d'ora in avanti la suacon il cane a farle da guardia sulle scale e lui stesso di sentinella nella bottega. La portò addirittura di peso fino al letto perché vedeva che faticava a reggersie subito la lasciò dopo averle garantito che lassù doveva sentirsi al sicuro come se fosse stata in cima alla cupola della cattedrale di San Paolodopo avere ritirato la scala usata per salirvi.

    Ridisceso nel salottinoil capitano Cuttle tenne un frettoloso consiglio con se stessodecidendo di dovere senza indugio aprire la porta della bottega per accertarsi se qualcuno girasse là intorno e avesse quindi avuto la possibilità di sentire abbaiare il caneche una volta si era addirittura lanciato furiosamente contro la porta di strada. Andò quindi ad aprirlae si trovò subito di fronte il signor Tootsil quale gli chiese con grande cortesia come stesse di salute.

    - Io sto benissimocaro giovanottoe lei? - replicò il capitano.

    - Abbastanza benegraziecapitano- rispose Toots - ma naturalmente non posso sperare di tornare mai com'ero un tempo...

    il mio sarto ha dovuto letteralmente cambiare tutte le misuresono molto dimagritoquesta è la verità.

    Con il tremendo segreto che gli pesava nel cuoreil capitano temeva che il cane scegliesse quel preciso momento per scendere a dare una capatina nella bottegae si lanciò come al solito a parlare in gergo marinarescolasciando il giovanotto sommamente perplesso e frastornato. Era evidente che avevano entrambi un motivo per essere innervositi.

    - Vedecapitanomi trovo in uno stato d'animo che non mi permette di dormire - spiegò Toots - e così stamattina mi trovavo qui intorno e qualcuno mi disse di aver sentito abbaiare un cane nella sua bottegae siccome le mie condizioni di spirito sono legate anche all'esistenza di un certo cane... ecco! Quel tipo era sicuro di avere sentito abbaiare un cane. Quell'uomotrovando la porta chiusami chiese se per caso io sarei tornatogli dissi di sìe allora mi pregò di avvertire lei che andasse al più prestoanche solo per un minutodal signor Brogleyl'agente. Mi è sembrato che fosse una cosa molto importante e direi che le conviene andare subitoecco il mio consiglio.

    Il capitano non sapeva che farediviso fra il timore di sbagliare non obbedendo alla chiamatae lo spavento di dover lasciare il giovanotto solo in casasia pure per breve tempo. Finalmente risolvette di scegliere il meno grave dei due malie scusandosi chiuse a chiave la porta che conduceva alla scalaficcò la chiave in tasca e si scusò vagamente dell'atto con il visitatore.

    - Capitano! - gli rispose il signor Toots. - Per me tutto quello che fa lei va benissimo.

    Il capitano lo ringraziò di cuorepromise di essere di ritorno entrò cinque minuti e corse fuori. L'assenza durò più del previsto e rientrando il capitano era stranamente pallidopareva addirittura che avesse pianto.

    Dovette perfino sorbire una lunga sorsata di rhum prima di riuscire a tirare un lungo respiro.

    - Capitano! - disse con gentilezza Toots - spero che non abbia ricevuto cattive notizie.

    - Grazieamiconemmeno per sognoanzi tutt'altro. Sono turbatoma non è nulla.

    - Posso fare qualcosa per leicapitano? Si serva pure di me come crede!

    - Grazienon ho bisogno di nulla - rispose il capitano. - Solo la prego per ora di non farsi vivo qui intorno. Badi bene che la considero il più simpatico ragazzo della terrasubito dopo il nostro Walter! - E il brav'uomo strinse calorosamente la mano al giovaneil quale si disse onoratissimo di quella buona opinione e si congedò. Il capitano girò subito la chiave nella toppa e salì a vedere se Florence avesse bisogno di nulla; ora la sua espressione era incredibilmente stranaa momenti pareva felice e subito dopo la velava un'ombra di tristezza che dava a tutto il volto una gravità nuovauna sorta di sublimazione.

    Accanto al letto Diogene stava sdraiato pacificamente e agitò la coda strizzando l'occhio al capitanoma senza darsi la pena di alzarsi. Florence dormiva tranquilla come se sapesse di trovarsi fra amici fidati e avesse dimenticato di essere ormai orfana e sola.

    Florence dormì a lungoignara di riposare su un letto sconosciutoindisturbata dal frastuono che saliva dalla strada e dalla luce che filtrava attraverso la tenda della finestra. La provvidenza l'aveva resa beatamente inconsapevole di quanto accadeva nella casa che aveva cessato di essere la suae tuttavia nemmeno l'invincibile stanchezza che le impediva di riscuotersi riusciva a renderla affatto insensibile; conservava una sorda impressione di latente doloree sovente le gote le si rigavano di lagrime. Era l'ora del tramonto quando si destò del tuttoe mettendosi a sedere si guardò intornoda prima stupita e poi ricordando ogni cosa. Vedendo che il capitano si affacciava all'usciocorse ad accoglierlochiamandolo il suo buon amico e chiedendogli se fosse trascorsa più di una giornata. Ma nocalava appena il crepuscolonon erano trascorse nemmeno dodici ore da quel drammatico mattino.

    Scesero insiemeil capitano si pose con sollecitudine all'opera di cucinare la cenae la fanciulla fu ben presto di nuovo investita dalla piena del suo smarrimento: era dunque rimasta sola al mondonon avrebbe più osato rivelare fino alla morte il proprio nome; le rimaneva unicamente il Padre che sta nei cieliperché sulla terra non aveva più padre! Il gruzzolo che aveva con sé nel momento della fuga era ben modesto e non osava pensare quanto le sarebbe durato. Poi forse avrebbe trovato un'occupazione dignitosa; amava tanto i bambinichissàpoteva diventare maestra... Il buon capitano l'aveva fatta accomodare in un angolo ben caldo fra i cuscini del divanoe divideva l'attenzione fra il pollo che rosolava allo spiedole patate che bollivano in pentolala piccola casseruola della salsa all'uovo e quella del sugo di carne.

    La tavola fu presto preparata e il capitano poteva dirsi fiero delle vivande che aveva allestite e che dispose in bella mostra sulla tovaglia.

    - Sucoraggiosignorina bella! - disse il vecchio. - Lei deve farmi onore! - e intanto disponeva un'abbondante porzione sul piatto di fronte a Florenceaggiungendo: - Ahse solo fosse qui Walter...

    - Ohse avessi luimio caro fratello non meno caro del mio piccolo Paolo!...

    - Ohsìsì mia bella signorina! Se fosse qui il povero Walter...

    ma è naufragatomorto in marenon è vero?

    Florence scosse la testa con desolazione.

    - Eccose Walter fosse qui le direbbe di assaggiare un boccone per non correre il rischio di rovinare la salute... Che buon ragazzoquelloe tanto coraggiosonon è vero?

    Florence accennò di sì e non smetteva di piangere.

    - Ma è annegatonon è verobellezza mia? - insistette con dolcezza il capitano.

    Florence non poté se non accennare ancora di sì.

    - Aveva più anni di leisignorina bella- seguitò il capitano- ma da principio eravate come due bambininon è vero?

    Florence rispose di sì.

    - E Walter è morto annegato - disse il capitano - non è forse cosi?

    Non poteva certo servire di consolazione ripetere quella triste veritàma al capitano pareva desse un inspiegabile conforto.

    Florence non riuscì davvero a far onore alla cenae se ne scusò con grazia presso il cortese anfitrioneil quale tuttavia mostrò di essersi dimenticato del ciboe seguitava a gemere tra sé con tono di grande rammarico: - Povero Waltersìsì! E' annegatonon è vero?

    Da prima non voleva assolutamente che la fanciulla gli desse una mano a riordinarema finì col non far nulla lui stesso e rimanere a contemplarla come fosse una gentile fatagiunta apposta per rendergli quel segnalato favore. La sua emozione giunse al colmo quando Florence gli porse la pipa che aveva scoperta sulla mensola del caminettoinsistendo perché fumassee poi gli mise di fronte una tazza con la migliore miscela di rhum e acqua che avesse potuto desiderare.

    E' necessario dire che il buon capitano Cuttle era oltremodo felice di entrare a far parte di quella scenetta domesticala quale si sarebbe potuta raffigurare come una conversazione accanto al fuoco di una principessa in visita di passaggio con un mostro buono. Non si preoccupava affatto delle conseguenze che la sua offerta di ospitalità avrebbe potuto infliggergli; aveva chiuso ben bene porta e finestre della bottega e sentiva con ciò di avere assolto nel migliore dei modi a ogni responsabilità nei confronti della fanciulla.

    Era già buioma Florence voleva compiere qualche piccolo acquistoe il capitano la condusse in un negozio di articoli per signora poco lontanoprendendo la maggiore precauzione prima di uscire per viapresentandola come una "nipote"e rimanendo a fare la guardia accanto alla vetrina in attesa che uscisse.

    Avrebbe voluto che accettasse anche una piccola somma da luima la fanciulla rifiutòdicendogli che possedeva un bel gruzzolo e ne avrebbe speso solo una parte.

    Appena rientrati si ritirarono per la nottee Florence non finiva di ripensare al suo povero amico sperduto in mareadesso che si trovava in quella che era stata la sua casae tuttavia nemmeno la scomparsa di quel suo diletto "fratello" fece sì che pensasse a una sia pure lontana possibilità di ritornare nella casa di suo padre: aveva la sensazione che il suo affetto per lui si fosse irrimediabilmente spento nel momento in cui il padre rifiutava lo slancio di amore e di conforto che gli offriva e la insultava tanto da non lasciarle altro scampo se non la fuga.

    Il giorno seguente Florence rimase quasi sempre seduta e intenta a un lavoro di cucitonon le sfuggì tuttavia che il buon capitano sembrava piuttosto imbarazzato e spesso sul punto di iniziare chissà quale discorso. Fu solo sul far del tramontodavanti alla tavola già preparata per il tèche dopo un lungo silenzio il capitano Cuttle mostrò di volere iniziare una conversazione logica.

    - Leicarinanon ha mai navigato?

    - Nomai - rispose Florence.

    - Ah! - esclamò religiosamente il vecchio - il mare è un elemento straordinario. Provi a immaginare che effetto fa quando soffiano i venti di burrasca e il fragore delle onde è fantastico. Pensi quando le notti sono tutte nere e tempestose tanto che non si riesce nemmeno a vedere le proprie manieccetto quando sono illuminate dai lampi!

    - Lei ha mai visto una di quelle terribili tempeste? - chiese Florence.

    - Sìsìbella mia! - rispose il vecchioscotendo il capo. Mi sono trovato in un bel numero di tempestema... non è di me che volevo parlare. Il nostro caro ragazzoil nostro Walter... lui s'è annegato.

    Il capitano parlava con voce così tremante. ed era diventato così pallidoche Florence si strinse a lui spaventata e gli serrò la mano fra le sue.

    - Ma nosignorina bella! Non abbia paura - la confortò il capitano. - Stavo appunto dicendo che il nostro Walter... s'è annegato in mare. Non è forse vero?

    Florence lo fissava intensamente; si sentiva mancarediventava rossa in volto e subito cerea.

    - Vi sono grandissimi pericoli sul marebellezza! - proseguì il capitano. - E le onde hanno sepolto tante belle navi e tanti cuori arditi senza permettere che se ne sapesse mai più nulla. Ma vi sono anche salvataggi sul marea volte su venti uomini se ne salva uno soloo magari si salva uno su centoe quell'uno che era stato dato per morto se ne torna a casa. Iobellezza mia...

    so una di queste storie... - balbettò il capitano - me l'hanno raccontata una volta... e stasera che ci troviamo qui vicini noi dueforse non vuole che gliela racconti?

    Florence non sapeva che diree girando lo sguardo si accorse che la porta che dava nella bottega era aperta e si vedeva di là un lumema il capitano si accorse che non guardava più lui e corse a chiudere la porta quasi del tutto.

    - Mia carina- cominciò a narrare il capitano - è la storia di un bastimento che partì dal porto di Londra con il tempo bello e il vento favorevole per... insomma doveva compiere una lunga traversatabellezza mia!

    Florence era tanto agitata che il capitano s'impaurìtuttavia non era più calmo nemmeno lui.

    - Devo continuare? - chiese.

    - Ohsìla prego! - lo supplicò la fanciulla.

    Il capitano fece l'atto di inghiottire con fatica un boccone che rischiava di soffocarloe riprese a parlare a sbalzi.

    - Quel disgraziato bastimento... al largo trovò una di quelle burrasche che si levano una volta ogni vent'anni... veri uragani che se piombano sulla terra strappano via gli alberi e le case...

    quel povero bastimento si comportò valorosamente... ma alla fine le onde lo spaccarono come un guscio di nocee ogni ondata se ne andava con un pezzo di scafo o con un uomo di quelli a bordo...

    nol'erba non crescerà mai sulle loro tombe...

    - Ma non saranno morti tutti! - gridò Florence. - Qualcuno si salvònon è vero? Uno almeno?

    - A bordo di quel bastimento - disse il capitanoalzandosi e stringendo il pugno con forza e con esultanza - vi era un giovaneun bravo giovanemi hanno dettoche da ragazzo aveva letto e studiato storie di naufragi e di atti eroicie ne parlava... l'ho sentito anch'ioanch'io! E nell'ora del bisogno li ricordòe quando anche i migliori di quegli uomini si rassegnarono alla mortelui rimase allegro e sveltopieno di ardire...

    - E si è salvato! - gridò Florence. - Si è salvato!

    - Quel bravo ragazzo... - disse il capitano - mi guardi benebella signorinanon giri la testa! - ordinò il capitano.

    Florence ebbe appena un filo di fiato per ribattere: - Perché?

    - Perché là non c'è nientecarina! - rispose il capitano. - Ma non si scoraggiper favorenon si perda d'animo per amore del nostro Walter! Sìquel ragazzoinsieme con il secondo ufficiale e un marinaio galleggiarono sulle onde aggrappati a un pezzo del bastimento fino al momento in cui un veliero li trovò e li raccolse... due vivi e uno già morto...

    - Non il ragazzovero? Non il ragazzo era morto! - gridò Florence.

    - Nono! Coraggiobella signorinacoraggio! Ma poi anche un altro morì... e il solo che era in vita ritornò nella sua cittàe un giorno si avvicinò alla sua casama non osò bussare perché aveva sentito abbaiare un cane...

    - Abbaiare un cane! - gridò Florence.

    - Sì! - urlò il capitano. - Calmabellezza! Coraggio. Non si volti ancora! Guardi là sul muro!

    Sulla parete accanto alla fanciulla si disegnava l'ombra di un uomoe la fanciulla balzò in piedisi girò d'impetovide dietro a sé Walter Gay in carne e ossail suo caro fratello redivivoe con un urlo lo strinse a sé in un purissimo abbraccio fraterno.

    Il capitano si lanciò nella bottegae subito ne uscì e vi scomparve di nuovo in un frenetico andirivieni senza scopo che minacciò di procurargli un autentico colpo apopletticocosì che i due giovani dovettero darsi da fare per calmarloed egli si salvò mettendosi a contemplare il bel volto forte e abbronzato di Walter e il grazioso visino sorridente di Florencee finalmente si trovarono tutti e tre seduti intorno alla tavola preparatadopo avere liberato Diogeneche il capitano aveva avuto la precauzione di chiudere in soffitta.

    Presero a discorrere del povero zio Soldelle circostanze che avevano preceduto la sua scomparsae compresero come la loro gioia fosse attenuata dall'assenza del caro vecchio e dalle disgrazie capitate a Florence. Sarebbero rimasti così insieme a parlare senza finema si faceva tardi e Walter si alzò per congedarsi.

    - Te ne vaiWalter - esclamò Florence. - Dove?

    - Per il momentomia damigella- spiegò il capitano - va ad appendere la sua amaca poco lontanodal signor Brogley; a due passi da qui bellezza!

    - Cara signorina Dombey... se non è troppo ardire da parte mia chiamarla così... è tanto cambiata...

    - IocambiataWalter! - protestò Florence.

    - Ho lasciato una bambinae la trovo...

    - Ma sono sempre la tua piccola sorellaWalter. Non hai dimenticato la promessa che ci siamo scambiata quando ci siamo separati?

    - Se ho dimenticato... - disse il giovanema non aggiunse altro.

    - OhWalter! - esclamò Florencescoppiando in lagrime. - Caro fratello mioinsegnami a trovare anche per me una piccola strada umile nel mondo... lavoreròWalterma non devi abbandonarmiho tantotanto bisogno del tuo aiuto...

    - Signorina Dombey... Florence! Darei la vita per aiutarti. Ma tu hai degli amici ricchi e potenti. Tuo padre...

    - NoWalter! - urlò la fanciullae levò le mani al volto con tale gesto di terrore che il giovane rimase per un momento impietrito. - Non quella parola!

    In tutta la vita egli non dimenticò mai la voce e lo sguardo con cui la fanciulla gli aveva fermato quel nome sulle labbra.

    Sarebbe potuta andare in qualunque paese della terrama non a casamai più a casa... In breve Florence disse come e perché fosse fuggita.

    Alla fine Walter comprese che era davvero sola al mondoeppure la vedeva ancora tanto più in alto di lui e quasi irraggiungibilepiù lontana di quanto non fosse quando si trovava al centro di tutti i suoi sogni infantili.

    - Benebene! - concluse il capitano. - E adesso tutti a riposo.

    Il mio bravo ragazzo ci saluta per la notte e la mia bellezza si asciuga gli occhi e fa un bel sonno tranquilloe fra poco ci si ritrova tutti in ottima salute!

    Walter ritornò al mattino per tempo a svegliare il capitano con il progetto di sistemare quella che era stata la sua cameretta al piano di sopra verso il cortile per farne un salottino riservato a Florencetrasportandovi quanto di meglio si trovava nella stanza dietro la bottega. Il capitano si pose con entusiasmo all'opera fino a sentirsi mancare il respiroma con la massima soddisfazionespecie dopo avere appeso al di sopra del caminetto il famoso quadro con la fregata tartarache non si stancava di ammiraredimenticando affatto di fare altro. Naturalmente non mancarono in qualità di principali ornamenti il grosso orologio da tascale mollette da zucchero e i cucchiaini d'argentola cui proprietà il capitano dichiarò con solennità di avere trasferita "una volta per sempre" alla gentile signorina Florence. La nuova sistemazione rendeva possibile togliere gli scuri alla porta e alle finestre della bottega e rimettere al suo posto di osservazione il piccolo guardiamarina di legno. Il giorno avanti parecchi sfaccendati s'erano radunati sul marciapiede di frontestupefatti nel vedere che la bottega rimaneva chiusae vari conoscenti del capitano avevano cominciato a chiedersi se per caso non fosse venuto un malore al vecchio.

    Era ancora molto presto quando Walter e il capitano si riposavano delle faticheguardando la via ancora deserta dalla soglia della bottega; presero a discorrere del buon vecchio Sole Walter non era convinto che non avesse mai inviato sue notizie. Diceva inoltre che non poteva essere mortoperché allora qualcuno avrebbe informato il vecchio amico. Durante la notte che aveva trascorsa senza riuscire a chiudere occhioWalter s'era persuaso che il suo carissimo zio fosse in vita e che ora toccava a lui andare per il mondo a cercarlo.

    - BravoWalter! - fu il commento del capitano. - Avanti con la speranza in poppa e una buona ancora a bordo... ma a che serve un'ancorase non si trova un fondale dove calarla? - Pareva un'osservazione destinata a scoraggiare il giovanema non era se non un invito alla prudenzavisto che gli si erano accesi gli occhi per il fiducioso entusiasmo di cui il giovanotto aveva contagiato anche luimentre concludeva il pensiero filosofico esclamando: - Evvivaragazzo mio! Personalmente sono tutto con te!

    E Walter chiuse l'argomento dichiarando che non avrebbe toccato nulla di quanto apparteneva allo zio Sole di volere che tutto rimanesse affidato al più fedele dei custodi e degli amicivale a dire al carissimo capitano Cuttle.

    - Ora parliamo della signorina Dombey - e nel dir questo l'espressione di Walter perdette ogni sicurezza e letizia. - Lei ricordacapitanoquando ieri sera accennai a suo padree come mi troncò la parola in bocca?

    Il capitano se ne ricordava benissimo e si limitò a scuotere il capo.

    - Prima di quel momento - seguitò Walter - avevo pensato che il nostro unico e preciso dovere fosse di insistere che accettasse di farsi viva con i suoi e ritornare a casa sua...

    Il capitano masticò fra i denti una delle sue frasi marinaresche ma quelle parole di Walter l'avevano talmente abbattuto da rendere le sue affatto incomprensibili.

    - Naturalmente questo è ormai escluso - disse Walter. Preferirei trovarmi ancora su quel relitto del mio bastimento che mi ha salvato la vitae sul quale sogno ogni notte di andare per sempre alla deriva fino alla morte!

    - Bravo! Evvivaevviva! - gridò il capitanoesprimendo così la sua incontrollabile soddisfazione.

    - Pensare che una giovane bellabuona e gentile come lei e così bene istruita abbia da conoscere le lotte per la vita... Ma ho visto l'abisso che la separa ormai da tutto il suo mondobenché lei sola saprà quanto sia profondo; non vi può essere un ritorno!

    Naturalmente non può essere lasciata sola... Con il suo cuore innocente la signorina Dombey mi considera suo fratello adottivoma che viltà e quale inganno vi sarebbe nel mio cuore se fingessi di avere il diritto di stare accanto a lei con sentimenti fraterni...

    - Walterragazzo mionon vi sarebbero altri sentimenti per avvicinarti a lei?

    - Ohma lei vorrebbe che mi disonorassi! Come potrei approfittare delle circostanze per... per farmi avanti come innamorato... nomai!

    - Se credi di aver ragione tu su questo punto... sarà così! disse il capitanoestremamente abbattuto e per nulla convinto.

    Per confortarloWalter abbordò con vivacità un altro argomento.

    - E adessocapitano Cuttlela mia idea è che dobbiamo darci da fare per trovare alla signorina Dombey una compagna fidata per il tempo in cui resterà in questa casa. Non una parenteè chiaroma che ne è di Susan?

    - Quella ragazza? Sicuro! Credo che sia stata licenziata dal signor Dombey con grandissimo dispiacere della signorina.

    - E allora chieda alla signorina Dombey dov'è andata e cercheremo di trovarla. Si fa tardi. Lei vada di sopra a vedere se le occorre nulla e io baderò alla bottega.

    Florence era entusiasta della sua nuova stanzaansiosa di rivedere Walter e felice dell'idea di ritrovarsi con la sua cara Susanma non sapeva di preciso dove fosse andata a viverequesto l'avrebbe saputo solo il signor Toots.

    Il capitano spiegò a Walter chi fosse TootsFlorence disse con sorriso di avere la massima fiducia in luie stavano pensando come scovarloquando il signor Toots in persona entrò nella bottega con aria oltremodo turbata. Disse di trovarsi in uno stato d'animo disperato e che stava per impazzire: chiedeva pertanto al capitano Cuttle il segnalato favore di un colloquio a quattr'occhi.

    - Carissimo giovanotto! - esclamò il capitano Cuttlestringendogli calorosamente la mano. - Lei è proprio la persona che stavamo cercando!

    Ma il giovanevedendo Walter che per lui era uno sconosciutosi schermì.

    - Capitano! - esclamò il signor Toots. - Non sono assolutamente presentabile. Ho la barba lungal'abito in disordine e impolveratoe sono tutto spettinato. Ho detto al mio domestico che se insisteva nel volermi lucidare gli stivali l'avrei trucidato!

    L'aspetto del giovane faceva piena fede alle sue parolema il capitano insistette:- Lasci andare queste cose prive di importanzamio caro! Questo che vede è il nostro Walteril nipote del vecchio Sol Gillsche tutti credevano morto in mare!

    Il signor Toots abbassò la mano con cui si comprimeva la fronte e spalancò su Walter due occhi sbigottiti.

    - Santo cielo! - balbettò il povero Toots. - Poveropovero me!. .

    Tanto piacere di vederla... come sta? Ho paura che si sarà molto bagnato... Capitanomi permette di entrare a dirle una parola nella bottega? Il giovane gli afferrò il braccio e spingendolo fuori del salottino gli bisbigliò: - Allora è lui... capitanolei pensava a lui quando mi disse che erano fatti l'uno per l'altra?

    - Sìsìragazzo mioun tempo lo pensavo!

    - E lo deve pensare anche adesso... - disse il signor Tootsriportando la mano alla fronte. - Il mio rivaleproprio luiil mio odiato rivale!... Storie! Io non lo odio affatto! - e il signor Toots abbassò la mano. - Dovrei forse odiarlo? No.

    Capitano! Voglio dimostrare che il mio amore era disinteressato:

    glielo provo subito!

    Il signor Toots rientrò di corsa nel salottinoafferrò la mano di Walter e gliela strinse e scosse mentre gli rivolgeva il seguente discorsetto:

    - Come sta? Spero che non si sia infreddato. Io... io sarò felice se mi permetterà di coltivare la sua amiciziasarà per me un grandissimo piacere. Le auguro cento di questi giorni. Le dichiaro sul mio onore che sono felice di vederlo!

    - Mille grazie di tutto cuore! - gli rispose Walter. - Non avrei potuto desiderare un'accoglienza più cordiale.

    - Capitano! - disse il signor Toots. - Voglio tenermi su una linea di perfetta discrezionema... se potessi parlare di quel certo argomento...

    - Sìsìragazzo mio! - lo incoraggiò il capitano. - In tutta libertàin tutta libertà.

    - E alloracapitano Cuttlee leitenente Walter- disse il signor Toots - voi dovete sapere che nella casa del signor Dombey sono accadute cose spaventose: la signorina Dombey ha lasciato suo padreil quale è un tale mostro che sarebbe troppo onore per lui chiamarlo un pezzo di ghiaccio o un avvoltoio... e sapete che la signorina è introvabile e non si sa dove sia andata?

    - Posso chiederle da chi ha saputo queste notizie? - chiese Walter.

    Chissà perché Toots aveva promosso Walter al grado di tenenteforse aveva fatto le sue deduzioni dal fatto che se il vecchio era un capitanoil più giovane dei due non poteva essere se non tenente.

    Comunque fosserispose che per l'interesse affatto privo di alcun secondo fine da lui nutrito per la signorina Dombeyaveva preso l'abitudine di offrire qualche piccolo regalo al maggiordomo del signor Dombeyun uomo molto per beneche da gran tempo si trovava in quella casa. E la sera avanti quel gentile conoscente gli aveva fornito la terribile notizia.

    - Signor Toots! - disse Walter. - Sono ben felice di poterle dare la confortante informazione che la signorina Dombey è sana e salva.

    - Signore! - gridò il signor Tootsbalzando in piedi e andando a stringere di nuovo la mano a Walter. - Mi sento così straordinariamente sollevato che se anche mi dicesse che la signorina s'è maritata riuscirei ormai a sorridere! Sìcapitano!

    Ve lo giuro sull'anima mia! Non so che cosa farei subito dopoma in questo momento potrei sorridere!

    - Sono certo - gli replicò molto cordialmente Walter - che lei sarà ancor più lieto nel sapere che potrà rendere alla signorina Dombey un grande favore. Capitano Cuttlevuol avere la cortesia di condurre di sopra il signor Toots?

    Quando il bravo giovanesenza una parola di preavvisosi trovò introdotto alla presenza di Florence nel suo nuovo salottinoegli rimase talmente sopraffatto e travolto da una gioia non scevra da sbigottimento che senza dir nulla le corse accantole afferrò la manola baciòcadde in ginocchioscoppiò in lagrimepoi sorrise e tornò a baciarle la manosenza per nulla badare a Diogeneil quale pareva sospettare che vi fosse in quelle manifestazioni un sentimento ostile verso la sua padroncina e mostrava da vari segni di stare studiando dove azzannare il povero signor Toots per infliggergli il danno maggiore. Se n'accorse Florenceche sgridò il cane e diede al giovane un sincero e cordiale benvenuto. Gli disse che avrebbe molto gradito sapere dove fosse andata ad abitare Susane subito Toots promise di intraprendere con il massimo piacere le ricerchee ripetendo che lei e gli amici potevano fare affidamento su di lui in ogni momento e per qualunque incaricopoco dopo si ritiròcombattuto fra il dolore di lasciare la dama dei suoi disperati sogni e la gioia di servirla.

    In seguito per vari giorni il signor Toots non si fece vederee Florence viveva come un povero uccellino prigioniero nella cameretta segreta sopra la bottega di strumenti nautici. La fanciullasenza tuttavia essere effettivamente malatalanguivae lo sguardo che lasciava vagare nel cielo dalla finestrella alta sui tetti rassomigliava sempre più a quello del suo povero fratellino negli ultimi tempi della sua breve esistenza. Le maggiori preoccupazioni gliele procurava Walteril quale la evitava nonostante gli avesse mostrato con gioia il desiderio di assisterlodi lavorare per luidi godere della sua compagnia. Se la veniva a trovareinvitatosi presentava con tutta la vivacità dei tempi andatima presto diventava freddo e serio. La sera per la fanciulla era il momento più lietoquando egli saliva a darle la buona nottee le sembrava di ritrovarlo spontaneo e affettuosoma bastava chissà quale parola o pensiero per ridurlo al silenzioa un atteggiamento di disagio. Pareva a Florence che anche il buon capitano si fosse accorto del mutamento avvenuto in Walter e che ne soffrisse.

    Infine la fanciulla credette di avere scoperto la chiave di quel mistero e una domenica pomeriggiomentre il vecchio era accanto a lei intento a leggeregli disse che avrebbe voluto vedere Walter che desiderava parlargli. Il capitano scese subito e le mandò il giovaneil quale rimase colpito dall'espressione triste della fanciulla.

    - SìWalternon sto molto bene e ho pianto. Voglio parlarti.

    Egli le sedette di frontee rimanendo a fissare quel visino tanto bello e innocente impallidì e sentì che gli tremavano le labbra.

    - Walter- disse la fanciulla - la sera in cui ho saputo che ti eri salvato... ohWalterche gioia provai quella sera!... mi dicesti che mi trovavi molto cambiata. Mi ero stupitaallorae solo adesso ti comprendoma non arrabbiarti con meWalter!

    Egli si sforzava di vedere in lei la bimba ignara e fiduciosa dei giorni lontaninon la donna amataai piedi della quale avrebbe voluto portare tutte le ricchezze della terra.

    - RicordiWalterl'ultima volta che ci salutammo prima della tua partenza?

    Egli infilò la mano nel petto della giubbatrasse una piccola borsa di seta.

    - L'ho sempre portata su di me! - disse Walter. - E se fossi caduto in fondo al maresarebbe stata con me sino alla fine!

    - E la terrai ancora per mio ricordoWalter?

    - Fino alla morte!

    - Graziemi farà sempre piacere pensarlo. Ma ora so che ti ho fatto del maleche tu nutrivi altre speranzee che io ti ho procurato troppi fastidi...

    Walter provò un tale stupore che sul momento riuscì appena a parlare.

    - E' possibile che io ti abbia data l'impressione di non valutarecome valutoil maggiore di tutti i doni che la provvidenza mi potrebbe offrirequesto di essere trattato da te come un fratelloun amico fidato... sentirti ricordare la sera in cui ci siamo detti addiorivederti come eri allora...

    - E alloraWalter- disse Florencelevando gli occhi sul giovanecon espressione ferma e tuttavia sul punto di trasformarsi - che cosa ti senti di dovermi dare in cambio?

    - Il mio rispetto - mormorò Walter - la mia venerazione.

    La fanciulla seguitava a fissarlo.

    - Ma non ho diritto all'affetto che un fratello potrebbe esigere.

    Ti ho lasciata bambina. Ti trovo donna.

    La fanciulla fece un gesto come per supplicarlo di tacerechinò fra le mani il volto in lagrime.

    - Se tu fossi felice e circondata come dovresti essere da amici e da ammiratori e da tutto ciò che rende invidiabile la classe sociale a cui appartieni - disse Walter - e se nel ricordo affettuoso del passato tu mi chiamassi fratelloio potrei da lontano tener fede a tale nomesenza rendermi conto di tradire nell'intimo la verità che è la tua. Ma ora... qui...

    - GraziegrazieWalter! E perdonami il torto che ti ho fatto.

    Non ho nessuno che mi consiglisono tanto sola...

    - Florence! - esclamò appassionatamente Walter. - Devodevo dirti ciò che solo pochi momenti fa credevo nulla mi avrebbe strappato dalle labbra. Se fossi riccose avessi i mezzi o la speranza di poterti un giorno collocare in una posizione almeno simile a quella che era la tua... ti avrei detto che esiste un nomee tu mi avresti potuto chiamare con tale nomee soprattutto mi avresti potuto concedere il diritto di adorarti e proteggerti... pur sapendo di non avere alcun merito eccetto quello di amarti e di averti per sempre dato il mio cuore. Ti avrei dettose avessi avuto il diritto di palesarti il mio animoche avrei considerato la mia vita con tutto il suo fervore di verità una ben misera cosa indegna di reclamare quel diritto...

    A capo chino la fanciulla era sempre scossa dai singhiozzi.

    - Florencemia diletta Florence! come ti chiamavo nei miei pensieri prima di comprendere quanto fossero pazzi ed egoisti.

    Lascia che per l'ultima volta ripeta il tuo caro nome e tocchi la tua mano gentile in pegno del tuo perdono per quanto ho avuto l'ardire di dirtie che tu dimenticherai.

    La fanciulla sollevò il capo e lo fissò con una nuova dolcezza negli occhi che sorridevano fra le lagrime.

    - NoWalternon potrò dimenticare le tue parole; non le vorrei dimenticare per tutto l'oro del mondo. Sei... sei molto povero?

    - Posso guadagnarmi da vivere viaggiando sul mare. E' questo adesso il mio mestiere.

    - Parti prestoWalter?

    - Molto presto.

    Essa rimase a guardarlo in silenziopoi gli prese timidamente la mano.

    - Walterse vuoi prendermi in moglieti amerò tanto. Se mi porterai con teWalterandrò senza timore fino in capo al mondo.

    Per te non rinuncerò a nulla... non ho più nulla e nessuno da lasciare; ma tutta la mia vita e il mio amore saranno dedicati a tee davanti a Dio il mio ultimo respiro dirà il tuo nomeWalter...

    Egli se la strinse al cuoreposò la gota sulla suae la fanciulla non più negletta e respinta poté piangere sul cuore del suo diletto.

     

     

      

  39. IL SIGNOR DOMBEYIL SIGNOR CARKERE IL LORO MONDO
  40.  

     

     

    Che cosa faceva con il trascorrere dei giorni l'uomo impietrito nel proprio orgoglio? Pensava mai alla figliasi chiedeva dove fosse andatariteneva che fosse tornata a casa e vi conducesse l'abituale vita ritirata? Nessuno avrebbe saputo rispondere a tali interrogativi perché da quel giorno funesto egli non aveva più pronunciato il nome di Florence. I domestici tacevanotroppo spaventati per fiatare sui recenti avvenimentie alla sola persona che aveva ardito parlargliene egli impose immediatamente di tacere.

    - Mio caro Paolo! - mormorò la sorella del signor Dombeyscivolando nel suo studio il giorno della fuga di Florence. Che ha osato fare tua moglie! Quella disgraziata venuta su dal nulla!

    vero che ha ricambiato in maniera così orribile tutte le tue attenzioni e la tua impareggiabile generosità? Povero fratello mio...

    Così dicendoe maneggiando con vigore il fazzolettino per frenare le abbondanti lagrimela signora Chick gettò le braccia al collo del congiuntoil quale con freddezza la respinse e la fece accomodare su una sedia di fronte alla sua poltrona.

    - Ti ringrazioLuisa- disse - per questa tua dimostrazione di affettoma non desidero affrontare con te questo argomento.

    Potrai offrirmi le tue parole di conforto solo quando mi vedrai piangere sul mio destino.

    - Mio caro Paolo- replicò la sorella scotendo il capo e senza smettere di lacrimare - conosco la grandezza del tuo animo e non dirò più nulla intorno a un argomento così penoso e ripugnante...

    ma ti pregolascia che ti interroghi intorno a una notizia che mi ha sconvolta... è vero che la nostra disgraziata piccola Florence...

    - Luisa! - la interruppe il fratello con severità. - Basta così!

    Non una sola parola!

    In tal modo alla inquisitiva signora Chick non rimase se non gemere su quei degenerati membri della famiglia Dombeyche in realtà non hanno mai avuto il diritto di appartenere a essa e chiedersi senza speranza di ricevere una risposta se Florence era stata incolpata della fuga di Edithse l'aveva seguitase aveva fatto troppoo troppo pocoo qualcosao nulla affatto per trattenere la matrigna: di tutto ciò non aveva la minima idea!

    Il signor Dombey non si confidava con anima vivateneva per sé ogni sentimento e pensiero. Non cercò affatto la figlia: forse immaginava che abitasse presso la sorellao addirittura sotto il suo stesso tetto. Nessuno poteva intuire se pensasse molto a leio se non vi pensasse affatto. Si può solo dire per certo che non credeva di averla perdutanon aveva alcun sospetto intorno alla realtà dei fatti. Era troppo abituato a vedersela accantopaziente e sottomessa per temere che si fosse sottratta alla sua autorità. Per quanto scosso dalla sua disgraziata vicenda coniugalenon era ancora disceso con umiltà al livello dei miseri mortali: l'albero rigoglioso della sua superbia era stato colpitonon abbattuto.

    E tuttavia dentro di sé non era più lo stesso perché egli temeva le chiacchiere e le critiche del suo mondodi quel mondo per lui onnipresente come un invisibile demonee al quale non sarebbe potuto sfuggire. Non era un fantasma della sua fantasiabensì vivo e attivo anche per altri e ne poté far fede la visita del cugino Feenixgiunto apposta da Baden-Baden per parlargliaccompagnato dal maggiore Bagstock. I due erano animati dalle migliori intenzionipronti a dichiararsi sbigottitiscandalizzati e rattristati dalla condotta indegna di quella donna. Feenix le negava ormai il titolo di cugina e si rallegrava che la vecchia non fosse più in vitaperché altrimenti sarebbe stata la vittima innocente della disperazione causatale dalla figlia. Ma agli occhi del vecchio Feenix l'evento era ancor più deplorevole per essersi la donna compromessa con un uomoun individuo con molti denti bianchi sempre in mostradi condizione tanto inferiore a quella estremamente onorevolebenché non nobiledel signor Dombey. Il maggiore aggiunse che il signor Dombey conosceva bene il mondosapeva quale condotta era indispensabile tenere in casi del generesi rendeva certo conto che l'uomo meritava di essere ucciso in duelloe che egli si metteva a piena disposizione dell'amico signor Dombey.

    - Dove si trova quell'individuo? - chiese infine il maggiore.

    - Non lo so.

    - Nessuna notizia di lui?

    - Sì.

    - Dombeyquesto mi rallegra! E mi congratulo con te!

    - Scusatemi tutti e due - dichiarò il signor Dombey - se per il momento non vi posso dare altri particolari. La notizia pervenutami è stranaed è strano il modo come l'ho ottenuta. Può darsi che risulti falsama può darsi che sia vera. Ora non posso dir altro. Le mie spiegazioni devono arrestarsi qui.

    I due visitatori dovettero a loro volta concludere le effusioni e la visita: il maggiore oltremodo lieto alla prospettiva di offrire in un tempo non lontano al mondo quanto dovutoglientrambi lasciando il marito tradito a fare tutte le congetture che volesse intorno all'idea autentica che s'erano formati intorno al vero stato d'animo di lui e alle decisioni che aveva deciso di prendere.

    Ma chi era la misteriosa visitatrice salita nella stanza della governante e intenta a conversare a bassa voce con la signora Pipchinversando copiose lagrime e levando le mani con gesto drammatico? La signorina Tox s'era fatta prestare dalla domestica una cuffia nera che le copriva metà del visoe così travestita era accorsa a rinnovare la vecchia amicizia con la signora Pipchin per informarsi intorno allo stato di salute del signor Dombey.

    - Cara la mia brava donnami dicail signor Dombey come sta?

    - Bene! - replicò la Pipchin con l'abituale tono brusco. - Sta come al solito.

    - Nell'aspettocerto... - osservò la signorina Tox. - Ma nel suo intimo?

    - Ah! Forse... Chissà! - fu la risposta che la Pipchin diede per manifestare i suoi dubbi sull'argomento. E aggiunse con più vivacità: - Signorina Lucreziase vuol sapere quel che penso iole dirò che se quella se n'è andatatanto meglio per tutti! E se capitano dei dispiaceribisogna sopportarliecco tutto!

    Non rimaneva nulla da dire; la signorina Tox si alzòper scortarla venne Towlinsonchiamato dal campanello della governantee prima di uscire la signorina Tox gli raccomandò di ricordare che lei veniva solo per salutare la signora Pipchin e nient'altro. Nel vestibolola signorina passò in punta di piedi davanti all'uscio dello studioe l'uomo che stava rintanato là dentro non seppe quale tesoro di compassione e di sollecitudine gli era in quel momento passato accanto.

    La signorina Tox ritornò ogni sera al crepuscoloe quando pioveva portava con sé oltre alla cuffia nera l'ombrello e le soprascarpesolo per chiedere come stesse di salute il signor Dombeyrassegnata a sopportare i rabbuffi della signora Pipchin e i sorrisetti del servitoree senza entrare a far parte del mondo del signor Dombey: la sua era una piccola orbita in margine a un altro sistemadove la vita si svolgeva in maniera più semplice e molto meno esigente che nell'altro grande e importante.

    Negli uffici della ditta era inevitabile che la disgrazia fosse commentata da ogni punto di vista; ma l'argomento più interessante era quale sarebbe stato il successore del signor Carkere gli impiegati che non potevano aspirare al posto perché il loro grado era troppo inferioredicevano ad alta voce che non l'avrebbero mai accettato a causa delle nere previsioni che si potevano fare sull'avvenire della ditta.

    I domestici della casa avevano dimenticato le antiche rivalitàtutti uniti nel comune intento di approfittare delle circostanze per diminuire quanto possibile le fatiche quotidiane e invece spassarsela insiemed'accordo anche nel celebrare come un grande vantaggio la scomparsa di una padrona tanto altera che mostrava di non ritenere la terra su cui camminava degna di essere calpestata!

    Era il tardo pomeriggio di una giornata primaverile abbastanza calda. La buona signora Brown si trovava con la figlia Alice nel suo meschino alloggioe a lungo le due donne rimasero sedute in silenzioimmobili e quasi senza fiatare. L'espressione di entrambe era di vigile attesapiù ansiosa quella della madre. Fu Alice che ruppe il silenzio esclamando:

    - Rassegnatimadrenon verrà.

    - Al diavolo la rassegnazione! - ribatté la vecchia. - Vedrai se non viene! Mi credi rimbambita un bel rispetto ricevo da mia figlia! Altro che se verrà! L'altro giornoquando l'ho tirato per la manica nella stradasi è voltato a guardarmi come se fossi una serpe. Ma santo Iddiose tu l'avessi visto quando ho detto i loro nomi e gli ho chiesto se gli sarebbe piaciuto sapere dove si trovano!

    - Tanto arrabbiato era? - chiese la figlia con un sussulto di interesse.

    - Arrabbiato? Di' piuttosto pazzo furioso! Ahah! - ghignò la vecchiaalzandosi per andare ad accendere una candela che portò sulla tavola perché s'era fatto ormai buio. - Sarebbe come dire che tu sei solo arrabbiata quando pensi a quei due o ne parli.

    Infatti la giovane in quel momentoaccoccolata così nel suo angoloaveva lo sguardo acceso e feroce quasi come quello di una tigre.

    - Senti! - mormorò la madre. - Questo non è il passo di qualcuno che abita qui intorno.

    - Forse hai ragionemadre- replicò Alice a voce bassa. - Taci e apri la porta. - Mentre la vecchia obbedivaAlice si strinse ancor più nello scialle quasi fino a scomparire contro la parete annerita dalla fuliggine.

    Appena varcata la sogliail signor Dombey si fermòguardandosi intorno con sospetto.

    - E' una misera stanza per un gentiluomo come sua signoria! disse la vecchia inchinandosi umilmente. - Glielo avevo dettoma niente di male nella mia miseria.

    - Chi è quella? - chiese il signor Dombeyindicando la giovaneche riuscì appena a intravedere.

    - E' la mia bella figlia! - rispose la vecchia. - Ma sua signoria non abbia timore; sa già tutto.

    L'ombra che scese sul volto dell'uomo altero era eloquente come se egli avesse gridato: - E chi non sa già tutto! - ma si limitò a fissarlae la giovane lo ricambiò con lo sguardo fermo e senza un solo accenno di saluto.

    - Sentite un po' voi! - disse il signor Dombeyvolgendosi quasi con fatica alla vecchia. - Forse ho sbagliatoumiliandomi fino a venire qui dentroma sapete perché sono venuto. Dite che cosa potete dirmi intorno a quello che voglio saperee spiegatemi perché siete riuscite voi a sapere quello che io non ho potutopur avendo ben altri mezzi! Non credo abbiate avuto l'ardire di scherzare con me perché non accetto gli scherzi e ve ne accorgereste con vostro danno!

    - Ohche gentiluomo superbo e duro! - gemette la vecchiascotendo la testa e fregandosi le mani ossute. - Ohduroduro!

    Ma vostra signoria udirà con le sue orecchie e vedrà con i suoi occhi... e se sua signoria si troverà davvero sulle loro traccenon le rincrescerà allora pagare un compenso?

    - Vi darò del denarosì - disse il signor Dombeyche la richiesta parve avere rinfrancato. - Pagherò ogni utile informazionema devo prima ricevere l'informazionee poi giudicare io stesso quanto valga! So bene che il denaro può produrre gli effetti più inattesi.

    - Lei non crede che esista qualcosa più potente del denaro? gli chiese la giovane senza muoversi dal suo angolo.

    - Almeno quinulladirei! - fu la risposta del signor Dombey.

    - Dovrei credere che fuori di qui lei abbia visto qualcosa di più potente del denaro! - ribatté Alice. - Ha forse conosciuto l'odio furioso di una donna?

    - Ragazzasei troppo impertinente!- la investì il signor Dombey.

    - Ho parlato - spiegò la giovane imperturbabile - solo perché ci conosca meglio e abbia fiducia in noi. Perché io tengo dentro di me la furia dell'odiola tengo da molti annie il mio motivo non è meno buono del suoe tutti e due hanno per oggetto lo stesso uomo.

    Egli non riuscì a dominare un sussulto e fissò la ragazza stupefatto.

    - Sì! - ella gridò con uno strano scoppio di risa. - E' veroper quanto possa sembrarle che un abisso ci divida. Come sia possibilenon lo dirò. La storia è mia e la tengo per me. Mia madre è povera e avaraè giusto che le dia del denaro se si rende utilema il mio scopo non è questo; il mio è di farvi incontrare a faccia a faccia... lei con l'altro! Il compenso che cerco è solo questo e non parlerò piùecco tutto!

    Il signor Dombey era profondamente turbato e fu con voce diversa dalla sua abituale che insistette rivolgendosi alla vecchia.

    - Sudite... che cosa sapete?

    - Non tanta frettasignore! Aspettiamo qualcuno. E le informazioni bisognerà strappargliele di boccaa quello!

    - Cosa dite? - ribatté il signor Dombey.

    - Pazienza! - gracidò la vecchiaposandogli sul braccio una mano adunca. - Ci vuol pazienzama sono sicura di riuscirealtrimenti... lo faccio a pezzilo faccio!

    - Devo incontrarmi con uno sconosciuto?

    - Che importa! - fece la vecchia con una risata stridula. - Che importa! Ma per vostra signoria non sarànouno sconosciuto.

    Bisogna però che non la vedaavrebbe paura e non parlerebbe. Lei si metta dietro quella porta e giudichi da sé; noi non vogliamo essere credute sulla parola. Che?... il signore sospetta che in quella stanza... E allora guardi!

    La vecchia lo precedette con la candela in mano e il signor Dombey si rassicurò vedendo che la stanza era sporca e in disordinema vuota; ritornò nell'altrae declinando l'invito di mettersi a sedereprese a passeggiare a lunghi passi avanti e indietrofino al momento in cui la vecchia lo avvertì che aveva udito il passo del suo amico e lo invitò a nascondersi.

    L'amico era naturalmente il giovane Robinil quale recava in dono alla esigentissima vecchiasua antica clienteuna graziosa gabbia con il piccolo pappagallo già del suo padroneil signor Carker. Fra i due la conversazione proseguì tra abbracciblandizie e minacce da parte della vecchiala quale giunse perfino a versare per il ragazzo un mezzo bicchiere dalla sua bottiglia predilettainvitandolo poi a ripetere lui stesso l'operazione. Ma per farlo parlare del padrone ci volle del bello e del buonovale a dire ci vollero le maniere forti e l'intervento di Alicela quale incitò la madre a "fare a pezzi quel ladruncolo"!

    Per salvarsi da quelle arpie l'infelice Robin dovette ammettere di avere visto una volta la signora Dombey la sera della sua fugae che non pareva spaventata né commossaed era stata sempre imperturbabile per tutto il viaggio che egli aveva fatto con lei fino a Southamptondove era salita su un bastimento. E il padrone? Il padrone gli aveva detto che se mai si fosse permesso di ripetere una sillaba di ciò che aveva uditodi fronte a quello che sarebbe stato il castigotanto valeva che si facesse saltare subito il cervello.

    Ma la vecchia non la smetteva di tormentarlo e alla fine egli rivelò che i due fuggitivi avevano deciso di incontrarsi in un luogo a lui sconosciutoche aveva visto scrivere e che riuscì a tracciare con grandi lettere incerte: Digione. Assolutamente esaustoe per di più mezzo brilloil ragazzo finì per incrociare le braccia sulla tavolaposarvi il capo e addormentarsi profondamente. Lasciato trascorrere un po' di tempola vecchia andò alla porta della stanza attiguafece segno al signor Dombey che poteva uscirestese la mano e la serrò sul delizioso lieve tintinnio dell'oro.

    Gli occhi scuri e accesi di Alice seguirono l'uomoche era divenuto spaventosamente pallidoe che si affrettò a uscirecome se non potesse sopportare il minimo indugio. La vecchia le si fece accosto.

    - Che cosa farà? - chiese con un soffio alla figlia.

    - Una tragedia.

    - Li ucciderà?

    - La ferita nel suo orgoglio lo fa impazzire. Può darsi che pensi di ucciderli.

    Nessuna delle due donne disse altro. Nella stanza quasi buia l'unico suono era il rauco russare del ragazzo; l'unico movimento quello del piccolo pappagallo che unghiava e cercava di strappare con il becco adunco ogni sottile sbarra della gabbiacome fosse infuriato di non poter volare dal suo padrone per avvertirlo del pericolo che lo minacciava.

    Il fratello e la sorella del direttore fedifrago della ditta Dombey e Figlio soffrivano intanto forse ancor più dell'uomo traditoil quale poteva almeno svagarsi con i progetti di vendetta. Il mattino del giorno stesso in cui il signor Dombey avrebbe trovato un'esca alla sua sete di crudele rivalsai due fratelli stavano consumando per tempo la loro modesta prima colazionequando ricevettero la visita del fattorino della dittail quale recava una lettera con il sigillo stesso del signor Dombey. Fu ricevuto con gentilezza e quindi congedato senza avere la soddisfazione di osservare l'effetto della missiva di cui non ignorava il tenore.

    - Johnmio caro- disse Harriet dopo che il fratello ebbe letto le poche righe - hai ricevuto delle cattive notizienon è vero?

    - Sìma non inattese. Ieri il signor Dombey attraversò due volte l'ufficio dove mi trovavo; fino allora ero riuscito a evitare di incontrarloma sapevo che non poteva durare a lungo. Non disse nullasi limitò di fissarmi un momento e compresi ciò che sarebbe accaduto. Mi ha licenziato.

    La donna cercò di rimanere tranquilladi non mostrare l'apprensione che l'aveva coltama la notizia era tale da sconvolgerla.

    Allegata al biglietto vi era una somma di denaro corrispondente a una discreta liquidazione.

    - Tutto consideratoHarrietnon mi ha trattato molto male... non ha torto di voler dimenticare il nostro nomedi credere che nel nostro sangue scorra qualcosa di malvagiodi nocivo per lui... ma tu non c'entriHarriet!

    - Fratello! - protestò la donna. - Se è vero che tu hai qualche speciale motivo per concedermi il tuo costante affetto (mentre io insisto nel dire che non ne hai alcuno!) ti prego di non pronunciare parole tanto ingiuste... comprendo come ti sia duro separarti dopo tanti anni dal tuo onesto lavoro... sarà triste cercare i mezzi per viverema lotteremo insieme senza timore e sorretti dall'orgoglio che anche noi possediamo.

    Ma l'uomo era profondamente abbattuto.

    - Ohsorella dilettaquale sorte la tuaessere legata a un fratello rovinato oltre che disonorato!

    A questo punto Harriet non si peritò di rivelare il suo segretodisse che rimaneva loro un amico fidatonon più giovane e con i capelli grigiche l'aveva sempre supplicata perché gli permettesse di rendersi utile ed ella aveva sempre risposto che non aveva bisogno di nullache né lei né il fratello mancavano di nulla; gli aveva permesso di passare a salutarla una volta alla settimanasenza entraresenza nemmeno fermarsisolo per vederla e salutarla con la mano mentre si dirigeva a piedi verso Londra.

    Non ne conosceva il nomee la descrizione approssimativa che seppe dare al fratello non glielo rese riconoscibile. Ma la sera qualcuno bussò alla portaJohn andò ad aprireseguì un breve scambio di battutee subito rientrò per presentare alla sorella il signor Morfingià da lungo tempo socio della ditta Dombey.

    Harriet non poteva credere ai suoi occhi perché si trovò di fronte l'ignoto e gentile amico dai capelli scuri spruzzati di biancodall'alta fronte limpida sopra agli amorevoli occhi castani!

    - John! - esclamò Harriet con fatica perché riusciva appena a respirare. - E' il signore di cui ti ho parlato oggi!

    Il visitatore aveva esitato sulla sogliama a quelle parole si fece avanti con disinvolta cordialità.

    - Signorina Harriet! sono molto sollevato nel sentirla dir questo.

    Signor Johnin questa casa non sono per mia fortuna un perfetto sconosciuto. Lei è rimasto meravigliato di vedermi alla sua porta.

    Ora la sua meraviglia non è per nulla diminuitae ammetto che sia abbastanza logico.

    Aveva salutato Harriet con quel misto di cordialità e di rispetto che la donna non aveva mai dimenticatosi era tolto i guanti e si era seduto accanto a lei.

    - Signor John- disse il gentiluomo - non vi è nulla di strano nel mio desiderio di conoscere sua sorellae nemmeno nelle mie regolari successive visite: siamo schiavi delle abitudinimio caro amicoproprio così!

    Il signor Morfin prese a raccontare: per un numero di anni che preferiva non precisareegli aveva occupato il suo posto nella ditta Dombey e osservato con attenzione come James Carker accresceva via via la sua importanzamentre il fratello John faticava senza posa nel suo modesto posto di lavoro. Non si occupava d'altrose non di avere il violoncello bene intonato quando giungeva il mercoledì sera e contribuiva la sua parte nel quartetto organizzato fra amici. John Carker lo interruppe per dire che egli era sempre stata la persona più rispettata di tutta la dittama l'altro si schermì. Sìera un uomo di buon temperamento e abbastanza socievolenient'altroe avrebbe seguitato con tranquillità il suo lavoro se non si fosse dato il caso che tra il suo ufficio e quello del direttore non vi era un autentico murobensì una semplice sottile parete divisoria. Aveva fischiettato addirittura un'intera sonata di Beethoven per far notare al suo collega che avrebbe a sua volta udito quanto avveniva nell'altra stanzama l'altro non vi aveva badatoe così a volte aveva involontariamente udito conversazioni che sarebbero dovute rimanere riservate fra i due fratellie avendo anche sentito parlare della sorella a lui sconosciutas'era incuriosito ed era riuscito a presentarsi alla signorina senza svelare la sua identità. Finì per pregare John che lo lasciasse un momento solo con la sorella e a lei rivelòinterpretando la sua ansia di sapereche il fratello James non era fuggito portando con sé denaro della ditta. Aveva tuttavia abusato della posizione che occupava speculando per proprio conto e ricavando maggiori profitti per sé che per la ditta che pure rappresentava. Aveva implicato la ditta in rischiose imprese che fino a quel momento si erano sempre risolte per il meglioma che esigevano costante attenzione per non riuscire alla fine disastrose. Disse che in quel momento il signor Dombey era inavvicinabile da alcunoche si trovava in uno stato d'animo tanto violento da essere irragionevole e incontrollabile. Non era possibile prevedere quando sarebbe stato in condizione di occuparsi seriamente degli affari. Disse che per quella sera aveva parlato abbastanzabaciò la mano alla giovaneseguì John nel corridoionon gli permise di aprir boccadichiarando che si sarebbero presto incontrati e avrebbero avuto tutto il tempo per discorrere più a lungoe scomparve prima che una sola parola di gratitudine potesse essergli rivolta.

    La sera seguente John Carker era uscitoavendo ricevuto dal signor Morfin due righe che lo invitavano a un incontro in città.

    Nel crepuscolo che di poco precede l'oscuritàHarriet si sentiva oppressa da tristi pensierila fantasia le presentava il fratello lontano che la chiamavala respingevasi trovava in pericolomorivaera morente. Era seduta accanto alla finestra a capo chinoquando si accorse che un volto pallidissimo era schiacciato contro il vetro: una mano si levò a bussare e una voce soffocata le diceva:

    - Mi lasci entrare! Ho da parlarle!

    Riconobbe subito la donna con i lunghi capelli neri da lei ospitata una serae che poi si era comportata in modo tanto violento e strano. Era naturale che provasse timore ed esitasse a ubbidirema l'altra insisteva.

    - Mi lasci entrare! Lasci che le parli! Sono calma... le sono gratama deve darmi ascolto!

    Harriet corse alla portal'aperse.

    - Posso entrareo devo parlare qui? - chiese la donna afferrandole la mano.

    - Che cosa vuole? Che cosa mi vuole dire?

    - Non moltoma lasci che lo dica subito perché potrei non dirlo più. Ho già la tentazione di andarmene. E' come se qualcuno mi trascinasse via... mi lasci entrarese riesce ad avere fiducia in me!

    Entrarono nella piccola cucina illuminata dal fuoco del caminetto.

    - Si metta a sedere! - disse Aliceinginocchiandosi accanto a Harriet. - Mi guardi: ricorda?

    - Siricordo.

    - Non le chiedo di perdonarmivoglio solo che creda alle mie parole. Giudichi lei se merito di essere creduta!... Quando ero giovane e bella ero ammirata e mia madre mi viziava. Era povera e avara... Per questo mi rovinai! Qualcuno mi trattò come un giocattolo che per poco tempo diverte e poi si buttasenza preoccuparsi dove finisca... Non mi chiede quali mani mi gettarono nel fango?

    - Io lo posso sapere? - chiese a sua volta Harriet.

    - Perché trema?... Dopo essere stata tanto maltrattatala mia vita diventò infernale. Caddi sempre più in bassofui implicata in una rapina... senza che guadagnassi un soldo... scopertacondotta al processoero in miseriasenza un solo amico...

    Piuttosto che andare a chiedere aiuto a luisarei andata diritta all'infernoma mia madre volle vederlo dicendosi mandata da mee... sa che fece colui? Senza muovere un passoné spendere una parolae non dico un soldolasciò che mi condannassero alla deportazioneben lieto di liberarsi definitivamente di me... Chi crede sia quest'uomo? Vedo che mi ha già compresaoh! sìera suo fratello James !

    Harriet era sconvoltanon faceva che tremarenon riusciva a staccare lo sguardo dagli occhi infocati della donna ai suoi piedi.

    - Quella sera... quando seppi che lei era sua sorellaaffranta com'erotornai a gettarle in faccia il suo denaro. Pensavo che avrei percorso la terra intera per trovarloper pugnalarlo a morte la prima volta che lo incontrassi solo.

    - Ma perché è tornata da me?

    - Poi l'ho rivisto - disse Alicestringendo sempre come in una morsa il braccio di Harriet. - E ogni volta che i miei occhi si posavano su di lui la fiamma del mio odio si riaccendeva. Lei sa che ha insultato un superbo personaggio e ha fatto di lui il suo più mortale nemico: che importa se gli ho fornito delle informazioni? che importa se l'ho visto prendere l'espressione di una bestia feroce e partire come una belva assetata di sangue?

    - Mi lasci! - gridò Harriet. - Vada via! Credo alle sue parole...

    è terribile!

    - Non ancorami ascolti! Mi vergogno a dirlofaccio uno sforzo enorme... e mi disprezzo! Senza alcun motivo ho cominciato a non odiarlo piùvorrei rimediarese possibilea ciò che ho fatto.

    Non voglio che l'uomo che l'insegue lo ritrovi mentre è tanto arrabbiato.

    - Ma come fare? Che cosa posso fare? - gridò Harriet.

    - Per tutta la notte ho sognato che stava accanto a me... ho sognato di vederlo coperto di sangue...

    - Che cosa posso fare? - ripeté disperata Harriet.

    - Se qualcuno può scriverglio correre da luiche non perda un minuto. Si trova a Digione: sa dov'è?

    - Sì.

    - Gli dicano che il suo nemico è pazzo furioso! Gli dicano che lo insegue e che non è lontano. Deve fuggireguai se lo incontra!

    Più tardiforsema non adessonon per causa mia! Senza questo delitto ho già abbastanza da scontare...

    Il riflesso del fuoco non balenò più sui capelli d'ebano della donnasu quel volto sconvoltosugli occhi pieni di terroreHarriet sentì che il braccio era libero dalla strettala donna era scomparsa.

    Sono le undici di serain Franciain un appartamento al primo piano di un palazzo che deve aver visto tempi migliorima conserva ancora un'aria di lusso decoroso appena un po' decadente.

    L'ingresso dà sullo scalonele sei stanze sono tutte comunicantima attraverso usci secondari si aprono anche su un corridoio interno e su una scala di servizio che porta a un secondo ingresso sulla via laterale. Quella sera nel salottino tutto illuminato in fondo alla prospettiva dell'atrio in penombra e delle stanze buienel cuore di quell'alloggio sontuososi trova una donna solabellissima e dal portamento alterodalla fronte impassibile e nemmeno sfiorata dalla più leggera ombra di pentimento e di vergogna. Priva persino della compagnia di un lavoro o di un librosola con i suoi pensieri.

    Le meditazioni di Edith furono interrotte dall'ingresso di due camerieri venuti ad apparecchiare la cena. Il più anziano rammentò umilmente alla signora che durante la sua breve sosta all'albergo della Testa d'Oro il signore aveva ordinato per quell'ora una cena leggera e prelibata. Sperava che il signore non avrebbe tardatoaltrimenti la bontà dei cibi delicatissimi avrebbe sofferto... Ma in quel momento le chiacchiere furono interrotte dall'ingresso rapido e rumoroso del signore in personail quale abbracciò la donnachiamandola in francese la sua diletta sposa e l'anziano cameriere ebbe l'impressione che la signora si sentisse venir meno dalla felicità di rivedere il consorte. Disse che i bagagli del signore stavano nella sua camera; il più giovane dei dueche non appena visto arrivare il gentiluomo si era precipitato fuoritornò dopo qualche attimo con i piatti caldi tenuti alla giusta temperatura sugli appositi fornelli a spiritomentre quelli freddi erano già disposti con bellissimo effetto sulla credenza.

    Il signore disse che non aveva bisogno di serviziopreferiva occuparsi lui stesso della tavolae la signora era abituata a viaggiare solaper quella sera non aveva bisogno della cameriera.

    Il signor Carker chiuse a chiave la porta dell'appartamento alle spalle dei camerieri. Ritornò nel salottinochiudendo una dopo l'altra le porte delle stanze. Edith era ancora in piedi accanto alla tavolasolo staccò un momento la mano dalla spalliera di velluto della seggiola per avvicinare a sé uno dei coltelli.

    - Amor mio! - disse l'uomo. - Che strana idea quella di arrivare qui tutta sola! Senza dubbio un eccesso di prudenza. Avresti potuto assumere una cameriera a Le Havre o a Rouenavevi tutto il tempo di farlo anche se tu fossi la più esigente delle donnecome sei la più bella!

    Lo sguardo che Edith fissò sul compagno ebbe uno strano bagliorema ella non si mosse né aprì bocca.

    - Non ti ho mai vista più bella di questa sera! - proseguì Carker.

    - Superi perfino l'immagine che ho portato con me durante questa lunga attesa e che ho avuta giorno e notte davanti agli occhi.

    Non una parola. La testa scultorea superbamente erettama gli occhi velati dalle lunghe ciglia.

    - Una prova ben dura e crudelela mia! - esclamò con un sorriso Carker. - Ma ora la prova è finitae tanto più grande è la felicità di questo momento. Andremo a vivere in Siciliamia carissima!il più comodo angolino della terra e noi troveremo laggiù tutta la libertà che ci occorre per dimenticare la nostra passata schiavitù.

    Ora le si avvicinò con aria lietama all'improvviso la donna afferrò il coltello e di scatto indietreggiò.

    - Fermoo vi ammazzo! - gridò.

    Quell'inatteso mutamento di tonol'odio e la collera che le balenavano negli occhi e le avevano acceso la fronte lo fermarono in tronco.

    Rimasero a fissarsi. Stupefatto e furiosol'uomo riuscì tuttavia a dominarsi e a replicare con disinvoltura.

    - Viavia! Ora siamo solial sicuro da ogni orecchio indiscreto.

    Credi forse di spaventarmi con il tuo sfoggio di virtù?

    - Credete voi di spaventare mepiuttosto - ribatté la donna con violenza - e di farmi rinunciare alle decisioni che ho prese ricordandomi la solitudine in cui mi trovo e la mancanza di soccorso? Credete di spaventare medopo che volontariamente sono arrivata fin qui? Se avessi paura di voinon avrei forse evitato di rivedervi? Se avessi paura di voisarei forse quidi notte e sola a dirvi in faccia quello che vi sto per dire?

    - E che cosa mi diraimia bellissima stregatanto più bella di ogni sorridente creatura?

    - Non dirò nulla prima che vi siate seduto su quella sedia laggiù... Non un passobadate! Altrimenticom'è vero Diovi ammazzo!

    - Mi hai preso dunque per tuo marito? - replicò l'uomo con un sogghigno.

    Sdegnando di ribatterela donna gli indicò la sedia a braccio teso ed egli non poté se non obbediremordendosi le labbra per l'amarezza della sconfittabenché cercasse ancora di mostrare che accettava di buon grado quei capricci.

    La donna posò il coltello e portandosi la mano al petto disse:

    - Quello che ho qui non è un gioiello né un pegno d'amore e se cercate ancora di toccarmi l'userò contro di voi... con meno riluttanza che per uccidere un serpente!

    Con una risata egli si sforzò di volgere il dramma in farsae la pregò che terminasse in fretta di recitare perché la cena si raffreddavama lo sguardo che le lanciò era cupo e masticò un'imprecazione fra i denti.

    - Quante volte non mi avete insultata con la vostra disonestà?- disse con voce profonda Edith. - Quante volte con le vostre maniere servili e beffarde non vi siete fatto gioco del mio fidanzamento e del mio matrimonio? Quante volte non avete ferito e lacerato il mio affetto verso quella povera bambina innocente e perseguitata? Quante volte non avete alimentato il fuoco in cui per due anni mi sono consumatafino a tentarmi di ricorrere alla più disperata delle vendette quando più il tormento mi faceva impazzire?

    - Signora! - rispose l'uomo. - Non dubito che lei avrà tenuto il conto esatto di quelle occasioni... suvviaEdithuna scenata come questa poteva andare bene per tuo marito!

    La donna ebbe una tale espressione di sdegno e disgusto che egli si sentì suo malgrado umiliato.

    - Anche se tutti i motivi che avevo per disprezzarlo fossero potuti svanirea tenerli solidamente ancorati sarebbe bastato il fatto che egli teneva voi quale amico e confidente.

    - E questo è forse il motivo per cui hai deciso di scappare con me? - chiese beffardo Carker.

    - Sìè il motivo per cui ci troviamo per l'ultima volta a faccia a faccia. Disgraziato! In questa notte ci siamo incontrati e ci separiamoperché non resterò in questa casa un minuto solo dopo che avrò finito di parlare.

    Egli era sconvolto e con tutte e due le mani si afferrò all'orlo della tavolama non si alzò né aperse bocca.

    - Sono una donna - proseguì Edith imperturbabile - che fin dall'adolescenza è stata svergognata e impietrita. Sono stata offerta e respintamessa in mostra e valutata fino a sentirmi morire l'anima. Non ho mai avuto un'amicizia che valesse più dell'affetto che potrei avere per un cagnolino. Sono sola al mondo e ricordo benissimo come il mondo è sempre stato vuoto per mee dentro di me non ho mai avuto che il vuoto. Lo sapetequestoe sapete pure che il giudizio del mondo non m'interessa.

    Sìlo immaginavo - egli rispose.

    E avete contato su questo per perseguitarmi! - ella proseguì Dal giorno del mio matrimonio mi sono trovata a dover affrontare questa nuova vergogna... le sollecitazioni (chiare come se fossero state scritte a caratteri di scatola) di un meschino bricconee fu per me come se prima d'allora non avessi mai saputo che cosa vuol dire essere umiliata. E in questa vergogna mio marito mi fece affondare cento volte di sua mano! E cosìspinta e costretta da voi due a cedere se non volevo recare altro danno a una povera innocenteho preso a odiare entrambi... non so se più il padrone o il servo!

    Egli non cessava di fissarlasuperba di bellezza e di indignazionee comprese che sarebbe stata indomitache lo giudicava meno pericoloso di un verme. Scoppiò in una breve risata. Ebbenemia regina?...

    Ora vi dirò che il semplice tocco della vostra mano mi fa gelare il sangue! Vi ho odiato dal momento in cui vi ho conosciutosiete stato per me la più odiosa creatura della terra!... La sera in cui avete avuto l'ardire di propormi questa fuga... non questama la fuga progettata da voimi diceste che per avere accettato di ricevervi allorae tante altre volte primae per avervi io confessato che non amavo mio maritomi ero perdutavi avevo dato il diritto di trattare con me a piacer vostro...

    - Dice il proverbio che nell'amore ogni trucco vale... - egli la interruppe ridendo.

    - Quella sera per me fu la fine di tuttonon avevo che odio e rancore. Agii come ho fattoscaraventando nella polvere il vostro grandissimo padronee solo per avervi qui di fronte a me adesso.

    Ora sapete che faccio sul serio.

    Egli balzò in piedi con un'imprecazione. Senza un fremito la donna si portò la mano dentro al corpetto. Egli rimase immobileed ella pure fermò il gesto: rimasero così separati dalla tavola.

    - Se potrò dimenticare che quest'uomo quella sera mi ha stretto fra le sue braccia profanandomi la guancia sulla quale poco dopo Florence avrebbe voluto posare le sue labbra angeliche; se mai potrò dimenticare che disonorandomi ho portato nel disonore il suo nomee che nel futuro io sarò per lei il primo esempio della donna disonesta da evitare... se dimenticherò tutto questo potrò dimenticare anche i due anni in cui rimasi legata a un marito al quale nulla ormai mi potrà riavvicinare e un giorno potrò essere sincera con lui!

    Edith abbassò lo sguardosubito tornò a levarlo su Carkere con la sinistra gli tese delle lettere ancora sigillate. Gliele gettò ai piedi. - Me le avete spedite mentre ero in viaggiol'ultima qui. Riprendetele! Ci siamo ritrovati stasera e ci separiamo.

    Avete pensato troppo presto a mettervi in riposo nella bella Sicilia. Avreste dovuto prolungare ancora un poco i vostri servizi di adulatore e di traditore: sareste diventato più ricco...

    Edith! - egli gridò con gesto di minaccia. - Basta. Finiamola!

    Questo è il mio trionfo. Ho scelto l'uomo più meschino che conoscoil parassita del superbo tirannoil giocattolo nelle sue mani perché la ferita fosse per lui più profonda e avvelenata!

    Carker aveva la schiuma alle labbrala fronte coperta di sudore.

    - Non ci possiamo lasciare così! - gridò. - Come posso lasciarti andare cosìsei impazzita?

    Come credi di potermi trattenere? - ribatté la donna.

    Vedrai...! - egli la minacciò.

    Se ti avvicinilo fai a rischio della vita! - gli rispose.

    E se accettassi che tutto fosse diverso? - egli insistette.

    Facciamo un patto fra noise non vuoi che ti succeda il peggio...

    ma siedisiedi e parliamo!

    Troppo tardi! - gridò la donna. - Ho buttatoal vento il mio onore! Ho deciso di accettare la vergognasapendo che il mio disonore non è vero e tu lo saima egli non lo sae non lo saprà mai! Io morirò senza dir nulla. Per questo mi trovo qui sola con te di notte. Per questo ti ho ricevuto come se fossi tua moglie.

    Per questo mi sono lasciata vedere da quegli uomini. E ora nulla ti potrà salvare!

    Egli avrebbe venduto l'anima per ridurre all'impotenza quella donnama non poteva non temerla: vedeva in lei una forza invincibile; la vedeva disperatasapeva che l'odio verso di lui l'avrebbe spinta a tutto. Non osò tentare di sopraffarla.

    - Un'ultima cosa! - disse la donnae sorrise. - In guardia! Come succede a tutti i traditorianche tu sei stato tradito. Qualcuno deve avere rivelato che eri qui o dovevi arrivare in questa città.

    Giuro di aver visto passare oggi mio marito in una carrozza!

    - E' falsomaledetta! - gridò Carker.

    In quel momento si udì una forte scampanellata. L'uomo impallidì; la donna levò la mano come se avesse prodotto lei stessa per incantesimo quel suono.

    - Ecco! Hai sentito?- esclamòe subito scivolò via nella attigua camera da letto. Egli la seguì a precipizioma la stanza era al buiochiamò invano la donnadovette ritornare a prendere una lampada e corse anche nelle altre stanzema Edith era scomparsa.

    Intanto il campanello tornava a squillare e bussavano anche alla porta. Posò il lume e si avvicinò senza fare rumore: la porta era robustama riuscì a distinguere varie vocialmeno due parlavano in inglesee una di queste gli era troppo nota perché non la riconoscesse senza ombra di dubbio. Tornò a girare per le stanze trovò una porta secondariachiusa a chiave dall'esternoe vi era rimasto impigliato un lembo del velo di Edith.

    Quell'uomo non era un vilema la gente che stava per abbattere la porta d'ingressoe soprattutto la scena che aveva dovuto subire l'avevano sconvoltoera ridotto a cercare disperatamente una via per la fuga. Finalmente riuscì a forzare la porta di servizioscese di corsa per la scala buiaci ripensò e risalì a prendere cappello e cappottorichiuse la porta come meglio potée poco dopo si trovava a uscire nella via attraverso un cortile e un cancello rimasto accostato.

    Tormentato dalla vergognadalla delusionedalla sconfittanon riusciva a riflettere; non aveva se non l'ansia di mettere quanta più distanza possibile fra lui e l'altro. Per un giorno e una notte passò da una carrozza a un'altra correndonon sulle strade che l'avrebbero portato verso i paesaggi di sogno del sudbensì in direzione della patriache gli appariva come un portose non sicurotuttavia meno pericoloso di paesi poco o punto noti. E senza sosta la collera che gli tempestava l'animo gli suggeriva anche suoni di inseguimenti inesistentiperpetuandogli un angoscioso stato di allarme che non gli concedeva riposo. Giunse alla costa senza danno e nessuno lo aggredì nemmeno durante la breve traversata. Il conforto di ritrovarsi in Inghilterra gli fece venire in mente un remoto villaggio di campagnadove sarebbe potuto rimanere in attesa di sapere come si mettessero le cose per lui. Esausto com'erasi rammentò vagamente che doveva scendere a una certa stazione per prendere poi un treno locale. Salì quindi in vettura il più rapidamente possibile e si rincantucciò tutto ravvolto nel pastrano come se fosse già addormentato. Raggiunse la prima metasoddisfatto di trovarsi in quel minuscolo e tranquillo gruppo di caseprese alloggio nella modesta locandasoddisfatto che nessuno lo avesse seguito né visto entrare. Ma la fantasia non gli dava paceripresentandogli senza posa eventi di un recente passato e specialmente la figura di Edithsplendida e sdegnosadesiderabile e perfida. Il passato gli si confondeva con il presentee il presente non gli appariva meno incerto e misterioso del futuro. Sarebbe ripartito all'albail locandiere gli aveva detto che nessun viaggiatore era sceso al mattinoma poi seppe che due uomini erano arrivati la sera e attendevano di ripartire per Londra. Si coricò sperando di ottenere qualche ora di oblioma ogni volta che il passaggio di un treno faceva tremare la casa correva alla finestra e seguiva con gli occhi quasi affascinato le luci che scomparivano.

    Al primo bagliore dell'alba fu in piedipagò il conto e uscì nel freddo umidoche invece di dargli refrigerio lo investì di brividi. Forse in quei pochi momenti non pensò a nullaera febbricitante e attanagliato da un'angoscia senza nome. Acquistò il biglietto per il luogo che gli era venuto in mente la sera avantisi mise a passeggiare lungo le rotaieche da una parte infilavano la valledall'altra s'incurvavano verso un ponte poco lontano. Quando si girò per rifare in senso inverso il breve percorsoscorse l'uomo da cui cercava di fuggire. I loro occhi s'incontravano.

    Per la sorpresa Carker vacillòscivolò giù dal marciapiedema subito riprendendosiindietreggiò di qualche passo e da quella breve distanza rimase a fissare il suo inseguitoresentendosi quasi soffocareincapace di muoversi.

    Poi udì un urlo... un altro... vide il volto che gli stava di fronte mutare l'espressionepassare dall'odio al terrore... sentì tremare il terreno... capì che il treno stava per arrivare...

    lanciò un grido... si volse... il mostro dagli occhi di fuocoora pallidi nella luce dell'albagli fu sopralo abbattélo straziòlo maciullò.

    Quando il viaggiatore che l'infelice aveva per sua sventura riconosciutoritornò in sé dopo il breve svenimento che l'aveva colto vide da lontano che degli uomini portavano via qualcosa su una barella improvvisatamentre altri rovesciavano secchi di cenere tutto intorno ai binari.

     

     

     

  41. INCONTRI ED EVENTI QUASI TUTTI FELICI
  42.  

     

     

    Ora la bottega custodita dal piccolo guardiamarina di legno era tutta in subbuglio perché erano finalmente arrivati il signor Toots e Susane quest'ultima era corsa di sopra da Florence come pazza di ansia e di gioia.

    - Ohla mia bella e cara signorina Florence! - gridò la giovane precipitandosi nella stanzagettandosi ai piedi della fanciulla e abbracciandola freneticamente. - Come avrei potuto mai immaginare di trovar qui la mia dolce colomba tutta solasenza nessuno che badi a lei e senza nemmeno più la sua casa... ma io non me ne andrò più via di qui perché non ho il cuore di pietraioed è una fortuna perché altrimenti dovrebbe scoppiare come una bombasìche dovrebbe...

    - La mia caracarissima Susan! - le rispose Florence.

    - Benedetta lei! Era una bambina quando ero la sua giovane camerieraed è proprio vero che adesso va sposa?

    - Chi te l'ha dettoSusan?

    - Santo cielo! Ma quel povero innocente di Tootsche è candido come un bambino appena nato!

    Durarono un pezzo quelle effusioni intercalate da scoppi di lagrimeabbracci e sorrisi da parte dell'ottima giovanela quale trovò anche modo di parlare con perfetto buon senso del signor Tootsdichiarando che senza dubbio egli non aveva la sapienza di Salomone ed era anzi piuttosto buffo nel modo di parlare e di comportarsima commovente nella sua devozione per Florence e nel godere intimamente della felicità altruibenché parlasse di voler scendere tranquillamente nella tomba per non importunare più quei carissimi amici con la sua presenza!

    Più tardi si presentò in persona alle due giovani per offrire alla futura sposa i suoi più profondi e ultimi omaggipromettendo eterna fedeltà a colei che sarebbe sempre rimasta la dama dei suoi pensierie che era disposto a servire fino alla morte. Florence lo ringraziò molto cordialmente delle sue cortesie e il giovane scese a prendere congedo dal capitano Cuttle. Pregò quest'ultimo di accettare in seguito qualche sua visita e dichiarò che aveva deciso di non trascurare più la sua persona come aveva fatto di recente: si sarebbe fatto lucidare gli stivali e fra non molto sarebbe tornato dal sarto.

    Da una breve conferenza privata che il buon capitano ebbe con Susan derivò la decisione di sostituire la donna che sbrigava le faccende domestiche con un'altra di piena fiducia e di sicura segretezza: chi avrebbe potuto assolvere a tali requisiti più della buona nutrice del piccolo Paolocioè della signora Richards? Subito Susan si recava da lei e la sera stessa l'accompagnava entro le modeste mura custodite dal piccolo guardiamarina di legno.

    Florence dovette faticare non poco a convincere Susan di non poterla condurre con sé quando sarebbe partita col marito addirittura per la Cina subito dopo le nozze. Il pensiero dell'enorme distanza non bastava a dissuaderlae Florence dovette spiegarle che Walter era poveroche lei stessa era povera e avrebbe dovuto imparare a bastare a se stessa oltre che a darsi d'attorno per lui. La brava giovane non voleva sentire ragione e si piegò solo quando Florence dichiarò con intenso fervore che amava Walter con tutta l'anima era pronta a seguirlo in capo al mondo e ad affrontare senza timore ogni disagio. Dopo di che Susan non toccò più l'argomento e si dedicò assiduamente a cucire quel po' di biancheria che i limitati mezzi della sua padroncina le avrebbero permesso di portare con sé. Da parte sua il capitano Cuttle avrebbe voluto contribuire almeno con qualche parasole elegantecalze di seta e scarpine da balloma glielo impedirono recisamente. In questo campo riuscì solo a prendersi la bella soddisfazione di acquistare le due più capaci ed eleganti scatole di legno per il lavoro e per gli oggetti da toeletta che poté trovaree a far fissare sul coperchio di ciascuna una piastra di ottone in forma di cuore con sopra inciso FLORENCE GAY.

    Walter era occupato tutto il giornoma passava di mattina a salutare Florencee rimaneva a trascorrere la sera con lei.

    Florence non lasciava mai la sua stanza se non per scendere a incontrarlo quando s'avvicinava l'orae più tardi per accompagnarlo fino alla portada cui si affacciava a volte per dare un'occhiata rapida nella via.

    Susan teneva fede alla promessa di non affrontare più con Florence l'argomento della imminente separazionema confidò al signor Toots di volere semplicemente salvare le apparenze fino al momento fatalee che allora si sarebbe abbandonata senza ritegno alla disperazione. Il signor Toots le rispose di provare i medesimi sentimenti e le promise che si sarebbero confortati a vicenda mescolando le loro lagrime.

    Una sera Florence manifestò a Walter il suo rammarico di non potergli offrire nulla in cambio della sua adorante dedizioneperché non possedeva più casafamiglia né amici; era una poveretta senza alcuna speranza per il presente o per l'avvenireaccolta per carità nella cara vecchia bottega dello zio Sol e che riponeva ogni fiducia solo in luinel suo diletto Walternel desiderio di donargli per tutta la vita il suo amore di sposa...

    - Ma tuFlorence- aveva replicato il giovane - credi forse di non essere nulla?... non sai di essere per me un inestimabile tesoro? ...

    Non tardò molto che Walter annunciasse la partenza della nave: il carico era stato quasi completatoil giorno in cui avrebbe avuto luogo il loro modestissimo matrimonio sarebbe partita dal porto di Londra per scendere dal Tamigi e lungo le coste del Kent: era contenta Florence di Partire quella mattina stessa per il Kent e di attendere a Gravesend l'imbarco previsto per la settimana dopo?

    Florence fu ben lieta di accettare quel programma; chiese solo che al mattinoprima di andare in chiesaWalter la conducesse in un certo luogo triste e caro... il giovane compresee senza parlare suggellò con un tenerissimo bacio la promessa.

    La vigilia del giorno solenne sul far della sera erano tutti riuniti nel salottino al piano di sopraal sicuro da ogni visita importuna perché da qualche tempo non vi erano più inquilini nella casa. Walter in silenzio accanto a Florenceintenta a dare gli ultimi punti a un ricamo destinato come dono di addio al capitanocostui giocava alle carte con il signor Tootsil quale per ogni mossa chiedeva consiglio alla signorina Nipperche tutta seria forniva di buon grado e con la massima segretezza savi suggerimenti. Diogene se ne stava buono e attentorizzando di quando in quando le orecchie e concedendosi un mezzo ringhio subito soffocato; mostrava poi subito di vergognarsi del disturbo recato e si faceva perdonare agitando con forza la coda.

    Il capitano era tutto immerso nel giocostava per incitare Toots a decidere la propria mossa e aveva alzato gli occhiquando di colpo li spalancòaprendo contemporaneamente anche la boccalasciando cadere di colpo le carte e rimanendo a fissare la porta.

    Visto che nessuno degli altri si accorgeva di nullail capitano riuscì con grande fatica a riprendere fiatobatté con violenza il pugno sulla tavola e urlando: "E' luiSol Gills!" si trovò con un balzo stretto fra le braccia che uscivano con fatica da un vecchioenorme impermeabile stinto. La buona Polly aveva introdotto in silenzio il padrone di casail quale ora abbracciava Florence e Waltere finalmente lasciava che lo aiutassero a deporre l'ingombrante indumentodal quale emerse identico a come gli altri lo ricordavanosolo un po' invecchiato e dimagritoma con la solita giubba di panno marrone dai bottoni lucidi e l'infallibile cronometro grosso e rumoroso nel taschino.

    - Eccolo il nostro Sol Gills!- gridò raggiante il capitano Cuttle. - E come sempre pieno di scienza e di sapienza! Sol GillsSol Gillsvecchio miodove sei stato in tutto questo tempo?

    - Ned! - rispose il vecchio. - Mi sento quasi ciecosordo e muto per la gioia!

    - E' proprio la sua voce!- gridò il capitanoguardandosi intorno con aria di trionfo. - La sua voce piena zeppa di scienza!

    Sol Gillsamico mioriposati fra le tue cose da quel verovecchio patriarca che sei! Ci racconterai più tardi tutte le tue avventure con quella tua cara vecchia voce!

    Il capitano si era appena seduto che subito si alzò per presentare al vecchio amico il signor Tootsil quale se ne stava sbigottitosenza capire l'importanza dell'inatteso visitatore e la gioia che tutti dimostravano.

    - Sono felice... felicissimo di conoscerlasignore... balbettò il signor Toots. - Spero... spero che stia bene di salute... - dopo di che il giovanotto arrossì e sorridendo nervosamente si rimise a sedere.

    Il vecchio Solstretto fra Walter e Florencerispose infine all'amico.

    - Ho saputo qualcosa degli eventi che sono accaduti qui da quella brava donna che ha dato il bentornato al povero pellegrino... - e Sol Gills si rivolse con un sorriso riconoscente alla buona Polly.

    - Ma lasciatemi dire che sono rimasto senza parole alla vista del mio carissimo ragazzo e di... lei... e che stasera non riuscirò a parlare molto. Ma caro il mio Ned Cuttleperché non mi hai mai scritto?

    Lo stupore che si dipinse sul volto del capitano era talmente enorme che il signor Toots ne fu addirittura spaventato.

    - Scriverti... - ripeté il capitano. - Scriverti... Sol Gills?

    - Ma sicuro! - disse con forza il vecchio. - A uno degli indirizzi che ti indicavo ogni voltascrivendoti da BarbadosGiamaica o Demerara. Ti chiedevo sempre di scrivermiè impossibile che te ne sia dimenticato!... Pare che tu non mi comprenda!

    - Sol Gills! - disse il capitanodopo avere fissato a lungo in silenzio il vecchio amico. - Mi sento andare alla deriva... Vuoi dirmi qualcosa delle tue avventureamico?

    - Sai beneNed- rispose Sol Gills - perché sono partito. Hai aperto il plicoNed?

    - Sìsìsì! - rispose il capitano. - L'ho aperto e letto.

    - Bene! - esclamò il vecchio. - Un momento! La prima volta che ti scrissi... era da Barbados... e ti pregavo di aprire il plicoanche se tu avessi ricevuto la mia lettera molto prima che fosse trascorso l'annoe avresti saputo il motivo della mia partenza.

    BenissimoNed. La secondala terza e forse la quarta volta io ti scrissi dalla Giamaica... ti dissi che ero allo stesso punto delle ricerchenon avevo pace e non potevo lasciare quella parte della terra senza prima aver saputo se il mio ragazzo si era o no salvato. Poimi pare di averti scritto da Demerara... non è vero?

    - Chiede se mi ha scritto da Demeraralo sentite? - ripeté il capitanoguardandosi intorno con aria smarrita.

    - Ti dicevo - proseguì il vecchio Sol - di non avere ancora trovato notizie sicure. Ma avevo incontrato molti uomini di mare e capitani miei vecchi amiciche mi aiutavano nei viaggi e nelle ricerchetutti pieni di compassione e anche di interesse per me.

    Ricambiavo come potevo con qualche lavoretto del mio mestieree cominciavo a credere che sarei stato destinato a navigare in cerca del mio ragazzo fino al giorno della mia morte!... Ma poiNeddopo che fui di ritorno a Barbadosmi dissero che il mio ragazzo era stato visto su un mercantile cinesee alloraNedsalii a bordo del primo piroscafo che faceva vela per l'Inghilterraed eccomi quigrazie a Dio! a scoprire che la notizia era vera!

    A quell'invocazione pronunciata con gran fervoreil capitano Cuttle chinò con reverenza il capoquindi prese a parlaredopo avere girato lo sguardo su tutti i presenti e averlo fermato sul vecchio amico.

    Naturalmente dichiarò di non avere mai ricevuto alcuna missiva Sol Gills insistette nel dire di averle tutte spedite con le sue proprie mani al vecchio indirizzo dell'amicoe infine fu chiaro che di tante prolungate ansie la colpa non poteva se non risalire alla perfida signora MacStinger. Il mistero era svelatoe a cuor leggero tutti si ritirarono per la notte. Non meno lieto degli altri era il fedele signor Toots perché Walter gli aveva rivelato che Florence voleva fargli sapere proprio alla vigilia del suo matrimonio che lo considerava il suo amico più caro e lo pregava di accettare per sempre il suo riconoscente affetto. Quella prova di generosità l'aveva tanto commosso che non volendo essere da meno aveva ripetutamente stretto la mano a Walterriuscendo perfino a dichiarare con la voce che gli tremava non poco di essere certo che la signorina Florence aveva compiuto la scelta adattae che il suo sposo era adorno di tali doti da poterla effettivamente meritare in moglie!

    Quando Walter e Florence il mattino seguente per tempo si recarono a piedi nella chiesa poco lontana dalla casa del signor Dombeyla trovarono solennemente preparata per un matrimonio di lusso che non era il loro; i due giovani non sostarono a lungo nella chiesa e rimasero solo qualche momento a fissare una lapide alla memoria di qualcuno che era sepolto nel cimitero attiguo.

    Walter temeva che Florence si stancasseavrebbe voluto prendere una carrozzama la fanciulla disse che era felice di compiere con lui quella passeggiata nelle vie ancora desertee così andarono tenendosi sotto braccio fino alla loro chiesache era molto modesta e polverosa. Prima di loro erano giunti gli amiciil capitanolo zio Solil signor Tootsla fedele Susan Nipper.

    La sola musica che accompagnò la breve cerimonia fu quella di un merlo che levava il suo fischio limpido e felice su un sottofondo di passeri pigolanti. Alla fine Florence in lagrime si trovò stretta nell'abbraccio frenetico della sola amica rimastale sulla terramentre il signor Toots contemplava la scena con gli occhi rossiil capitano non finiva di strofinarsi il naso lucido e lo zio Sol aveva abbassato gli occhiali dalla fronte sul naso.

    Avevano deciso di separarsi all'uscita della chiesadove una carrozza attendeva gli sposi. La signorina Nipper era talmente sconvolta e scossa dai singhiozzi che il signor Toots dovette darsi daffare per confortarla; un abbraccio di tutti alla sposa e il capitano Cuttledeciso a rallegrare quella partenzaagitava ii cappello gridando: - Hurrà per Walter! Hurrà per la sposa!

    Evviva! Evviva! - così che l'ultimo sguardo gettato dall'interno della carrozza si posò su volti commossima festosamente ansiosi di sorridere.

    Il capitano e il vecchio Sol erano stati a bordo della nave per sistemarvi i bagagli della coppia e Diogene; di ritorno nel salottino dietro alla bottega non finivano di lodare l'arredamento della cabina a cui Walter aveva dedicato tante fatiche. - Bada bene a quel che ti dico! - ripeteva il capitano.- Una cabina degna di un ammiraglioecco com'è quella cabina! - Ma il capitano era soprattutto soddisfatto per essere riuscito ad abbellire la cabina con il suo grosso orologio da tascale mollette da zucchero e i cucchiaini d'argento.

    Nella casa ormai vuota il vecchio Sol si sentiva sperduto e tuttavia prima di sedersi alla tavola preparata con cura da Susanche era uscita a fare le compere insieme con il signor Tootssi rimproverò quella tristezza esclamando: - Il mio ragazzo si è salvato e ha trovato la via buona da seguireche diritto avrei di non essere felice e riconoscente a Dio?

    Il capitano era ancora in piediera nervosoe non senza un certo imbarazzo suggerì all'amico di andare a prendere quell'ultima bottiglia di vecchio Madera rimasta in cantina: non sarebbe stato bello bere alla salute del carissimo Walter e della sua sposa?

    Ma il vecchio Sol scosse il capofissò con aria seria l'amico trasse di tasca il portafogline tolse una lettera.

    - E' diretta da Walter al signor Dombey - spiegò. - Da spedire fra tre settimane. Te la leggo.

    - "Signoresono diventato il marito di sua figlia. E' partita con me per un lungo viaggio sul mare. Lo sa il cielo che non mi faccio un merito se le dichiaro la mia profonda devozione alla mia sposa e quindi anche a leisignore.

    "Non le dirò perchéamando io Florence sopra ogni cosa al mondoho tuttavia accettato senza rimorso che divida con me le incertezze e i pericoli di questa mia vita. Ellasignoreconosce la ragione di questoed ella è il padre di Florence.

    "Non la rimproveri: Florence non ha mai rimproverato lei.

    "Io non oso pensare o sperare che ella vorrà mai perdonarmima se un giorno la dovesse confortare la certezza che Florence ha accanto a sé qualcuno che ha per sempre deciso di dedicare la propria vita a farle dimenticare ogni passata sofferenzaio solennemente dichiaro che potrà nutrire tale certezza".

    Solomon ripose con cura la lettera nel portafogli e tornò a infilare questo nella tasca della giubba.

    - No! - disse il vecchioe aveva l'aria di riflettere profondamente. - Non dobbiamo ancora bere la bottiglia di MaderaNed. Non ancora.

    - Non ancora! - ripeté convinto il capitano. - No. Non ancora.

    Della medesima opinione furono Susan e il signor Tootse finita la cena brindarono alle fortune della giovane coppiama senza disturbare la bottiglia di vino vecchioriposta fra la polvere e le ragnatele.

    Sono trascorsi alcuni giorni e un bastimento maestoso naviga al largo con le bianche vele spiegate per cogliere il vento favorevole.

    Sul ponte una figuretta che anche per il più rozzo marinaio di servizio è la quintessenza della graziadella bellezza e dell'innocenza: Florence è una presenza gradita a tuttiè ritenuta di buon augurio per la traversata. E' nottei due sposi seduti l'uno accanto all'altro contemplano il lungo riflesso luminoso che la luna getta sul mare.

    Poi alla giovane gli occhi si velano di lagrimeella china la testa sul petto del maritolo abbraccia mormorando: - Walteramor miosono tanto felice!

    Lo sposo la stringe in silenzio e rimangono immobili; la nave procede serena e maestosa lungo il suo corso.

    - Quando ascolto il mare e lo contemplo - dice Florence - mi tornano in mente i giorni lontani... Il mare mi fa tanto pensare a...

    - A Paoloamor mio. Lo so.

    Il mare la fa pensare a Paolo e al suo Walter. E a Florence la voce delle onde seguita con mormorio incessante a parlare di amore... dell'amore eterno e sconfinato che supera i limiti della terra e del tempoche si dilata oltre il mare e il cielonell'invisibile regno dell'al di là!

    Il mare aveva seguitato per un anno il suo incessante moto di flusso e riflusso. Per un anno il tempo era trascorso in una alternativa di nubi e di ventodi sole e di uragani. E lungo tutto l'anno la ditta Dombey e Figlio aveva dovuto lottare per sopravvivere contro incidenti inattesivoci incontrollatemomenti avversifallire di impresema soprattutto contro l'irriducibile ostinazione del suo titolare che rifiutava ogni consiglio alla prudenzanon dando ascolto nemmeno a chi gli diceva che i venti contrari stavano seriamente minacciando l'esistenza della sua nave indebolita e corrosa.

    Era scaduto l'anno e la ditta affondava.

    Un anno dopo la celebrazione del modesto matrimonio nella polverosa chiesa della Cityin un pomeriggio d'estate si mormorava alla Borsa di un imminente grandioso fallimento. Un noto e superbo personaggio quel giorno non si fece vedere in Borsané vi mandò un agente. Il giorno seguente si sentì dire intorno che la ditta Dombey e Figlio aveva chiuso gli sportellie la sera dopo il nome della ditta compariva per primo nell'elenco dei fallimenti.

    Il mondo degli affari fu messo a rumore e si levò un coro di voci indignatedi cui le più forti erano di coloro che in un mondo meno disonesto avrebbero meritato chissà quante volte di fallire.

    Il vecchio fattorino della ditta era occupatissimo a correre da una taverna all'altra per rivelare in gran segreto a chiunque vi si trovasse che egli la sapeva lunga da un pezzo su quell'argomentoma naturalmente la sua fedeltà al principale gli aveva impedito di parlareora però si sentiva liberotanto più che non appena fossero terminate le pratiche del fallimento era quasi certo di essere assunto di nuovo come fattorino presso una ditta di assicurazioni contro gli incendi.

    Per il maggiore Bagstock l'evento fu una vera calamità. Non che ne rimanesse emozionatoperché il solo essere al mondo verso cui provava un sincero attaccamento era lui stessoma al circolotra gli antichi commilitoni aveva tanto sbandierato la sua amicizia con il signor Dombeyche ora nessuno di quegli ufficiali a riposo poteva resistere alla tentazione di chiedergli notizie del suo amico signor Dombeycome avesse sopportato il colpoe se il crollo era stato in qualche misura prevedibile.

    La signora Chick aveva tre idee intorno alla sventura di cui era rimasto vittima il fratello: in primo luogo non riusciva a spiegarsela; poi diceva che suo fratello non si era sforzato abbastanza; e infine era certa che non sarebbe accaduto nulla se avessero invitato anche lei al primo ricevimento dopo le nozze:

    l'aveva detto fin da allora!

    Il fatto certo era che gli affari della ditta sarebbero stati liquidati nel miglior modo possibileche il signor Dombey aveva spontaneamente messo a disposizione dei creditori ogni suo averee che non chiedeva favori ad alcuno. Aveva già dato le dimissioni da ogni carica o posto di fiducia già tenuto nella sua qualità di uomo d'affari degno di grande considerazionee pertanto qualcuno diceva che fosse in punto di mortealtri mormorava che fosse in preda a una tranquilla pazziama tutti concordavano nel dichiarare che era un uomo finito.

    Gli impiegati di ogni grado si dispersero dopo una cena di addioche sarebbe dovuta essere triste come un funeralema che non mancò di venire rallegrata da canzoni. Non mancò nemmeno qualcuno che in vena di fare il moralista ricordò a chi se ne fosse scordato che ambizione ha sempre fatto rima con perdizione.

    Il signor Morfinil simpatico scapolo dagli occhi color nocciola e con i capelli e le basette color pepe e sale fu il solodopo il titolare della dittaa provare un sincero rincrescimento. Per un lungo numero di anni aveva trattato il signor Dombey con rispettosa deferenzatuttavia senza mai abbassarsi al servilismo o all'adulazione. Non aveva alcun motivo di rancorené alcuna umiliazione da vendicare. Ora lavorava da mattina a sera per chiarire ogni particolare degli affari condotti dalla dittaera sempre disponibile per ogni spiegazione che si rendesse opportunadesideroso di risparmiare al signor Dombey la necessità di intervenire personalmente presso i curatori fallimentari. E quando rincasava a tarda seraper calmarsi prima di andarsi a coricaretraeva dall'amato violoncello le melodie più lugubri e sconsolate.

    Una sera stava chiedendo conforto alle note bassesenza tuttavia disturbare la sua padrona di casala quale era molto dura d'orecchioe di tutta quella musica avvertiva solo un vago brontolioquando ricevette l'inattesa visita di Harriet Carker.

    La giovane si scusò di essere venuta sola e in ora così insolitama desiderava un'informazione riservata: la ditta Dombey era davvero finita?

    - Assolutamente finita! - rispose il signor Morfin.

    - E il signor Dombey è rovinato?

    - E' rovinato. Ricorderà quanto le dissi: è sempre stato impossibile ragionare con lui o persuaderlo; a volte era impossibile addirittura farsi ricevere... Non so bene a quanto ammonti la sua fortunache è senza dubbio notevole; ma le passività della ditta sono enormi. E' un gentiluomoquesto non lo si può negare. Chiunquetrovandosi nella sua posizioneavrebbe cercato di salvare il salvabilescendendo a patti con i creditori e in tal modo aumentando le perdite altrui; ma egli ha deciso di offrire quanto possiede fino all'ultimo soldo.

    - Signore- disse Harriet con un'espressione di tale dolcezza negli occhi da apparire addirittura bellissima - lei forse immagina lo scopo della mia visita... del mio povero fratello morto non dirò nulla... del mio caro fratello con il quale vivo potrei dir molte cosema basterà che le dica questo: sono venuta da parte di lui che non avrà pace fin che non otterrà la sua collaborazione in questo progetto. Tutto va fatto in gran segretosono certa che la sua grande esperienza le indicherà la via da seguire... sarà forse possibile far credere al signor Dombey che dal disastro della sua ditta qualcosa si sia potuto salvare; oppure gli si dirà che è l'offerta spontanea di qualcuno che dopo avere a lungo trattato affari con lui serba il ricordo della sua grande onestà; o ancora che si tratta di vecchio credito riscosso quando si era disperato di poterlo realizzare... Lei saprà decidere per il meglio. Il nostro desiderio è che lei non ne parli mai a mio fratello Johnil quale è felice di compiere questo atto di restituzione; egli desidera che a noi rimanga solo una piccola parte dell'eredità e che l'interesse della parte principale vada al signor Dombey fino alla sua morte. Io la prego vivamentesignor Morfindi non parlare mai più di questo argomento con mio fratello né con mema di provvedere come crederà opportuno... per me sarà un altro motivo per ringraziare il cielo che mi ha dato un fratello di cui posso andare tanto fiera...

    - Cara signorina Harriet! - disse dopo un silenzio commosso il signor Morfin - a una sua richiesta di questo genere non ero davvero preparato...

    - ...ma mio fratello e io possiamo contare sul suo fraterno aiutonon è vero? - insistette Harriet.

    - Sarei davvero l'ultimo degli uomini se non le garantissi tutta la mia collaborazione e il segreto più assoluto! Le prometto che se il signor Dombey seguiterà nella sua determinazione di non sottrarre nulla di quanto possiede ai suoi creditorie si troverà perciò ridotto in miseriaio mi adopererò per realizzare il progetto che suo fratello John e lei hanno così generosamente formulato. Harriet... - disse il brav'uomo trattenendo fra le sue la mano che la donna gli aveva teso con un sorriso di gratitudine.

    - Non ho il diritto di parlarle di me in questo momento... mi lasci dire soltanto che nutro per lei un'ammirazione ancora più grande dopo questa nuova prova della sua bontà sublime e che desidero solo esserle sempre amico... voglio solo continuare a essere il suo devoto servitore! Mi permette di accompagnarla a casa?

    - Graziema devo fare una visita e la devo compiere sola. Verrà a trovarci domani?

    - Certo! A domanidunquee intanto rifletterò al modo migliore per agire come lei desidera... e forsecarissima Harrietanche lei penserà un pochino a me...

    Il vetturino della carrozza di piazza che attendeva Harriet alla portala condusse a un altro indirizzo che l'uomo pareva conoscere già benissimoappena fuori cittàdove alcune vecchie case erano circondate da tranquilli giardini.

    - Come sta la sua malata questa sera?- chiese Harriet all'infermiera dall'aria triste che le aperse il cancello.

    - Ohnon sta bene affattosignorina! - rispose la donna. Anzi mi ricorda una mia cugina... le rassomiglia in maniera impressionantela sola differenza è che sul punto di morire quella era ancora bambina!

    Salirono insieme in una camera modestama lindain cui una vecchia fissava immobile le tenebre attraverso la finestra spalancata. Un uscio si apriva in una seconda camera fiocamente illuminata: sul letto era coricata l'ombra di colei che una sera d'inverno non aveva avuto paura di affrontare il vento e la pioggia gelidama non la si sarebbe riconosciuta se non per i lunghi capelli neri che risaltavano sul pallore del volto e il candore delle lenzuola. La malata spalancò gli occhi ansiosi.

    - Alice! - la chiamò con dolcezza la visitatrice. - Sono in ritardo?

    - Per me lei è sempre in ritardo anche se è in anticipo...

    Harriet posò la sua sulla mano esangue abbandonata sulla coperta.

    - Ti senti meglionon è vero?

    - Ohnon ha più importanza! - rispose con un lieve sorriso Alice.

    - Le cattiverie e i rimorsiviaggi e miseriale tempeste dentro di me e quelle venute dal cielo mi hanno logorato la vita... Ne rimane ben poco ormai... - Attirò a sé la mano di Harriet e vi appoggiò la guancia. - A momenti penso che mi piacerebbe vivere almeno ancora un poco per dimostrarle la mia riconoscenza... ma è una debolezza che passa... meglio così per leie anche per me...

    - Quanto tempo è trascorso da quando sono venuta da lei seguitò Alice - per dirle quello che avevo fattoe poi le dissero che era troppo tardinessuno avrebbe fatto in tempo a correre per avvertire del pericolo?...

    - E trascorso più di un anno - rispose Harriet.

    - Più di un anno da quando lei mi ha portata qui e a forza di bontà e di gentilezza ha fatto di me un essere umano...

    Harriet si chinò per carezzarla e calmarla; Alice le tratteneva sempre la mano a cui aveva appoggiato la guancia. Disse che voleva vedere sua madre e Harriet dovette chiamare più d'una volta la vecchiaintenta a fissare trasognata le tenebre.

    - Mamma! - disse la poverettasenza staccare dalla visitatrice lo sguardo degli occhi accesi. - Dille quello che sai!

    - Staserafiglia mia?

    - Sìmamma! - le ordinò Aliceriuscendo appena a bisbigliare e tuttavia con forza. - Stasera!

    - Figlia miama tu guariraie sarai ancora la più bella e potrai andare a testa alta fra la gente ricca e superba... vi sono dei matrimoni che si fanno anche senza il pastore e l'anello... Fatemi vedere la signora Dombey e vi troverete davanti agli occhi la prima cugina della mia Alice...

    Harriet distolse lo sguardo dalla vecchia per fissare l'infermae trovò la conferma dell'inattesa rivelazione nell'espressione di quegli occhi neri e febbricitanti.

    - Sicuro! - gridò la vecchialevando a fatica per un gesto di fierezza la testa tremante. - Ora sono vecchia e bruttama vecchia più per gli stenti che per gli anni... ero carinaallorapiù bella e fresca di tante ragazze di campagna! Laggiù nel mio paese i più allegri signori che venivano da Londra a villeggiare erano il padre della signora Dombey e suo fratello... morti da tempoquei poveretti... da più tempo dell'altro il fratelloil padre della mia Alice.

    La donna tacquepoi si chinò sul lettoposò il capo sulle braccia distese.

    - Si rassomigliavano tanto quei dueavevano quasi la stessa etànemmeno due anni di differenzase ben ricordo... e bisognava vedere la mia creaturacome la vidi una volta fianco a fianco di quell'altracom'erano simili fra lorobenché la differenza del vestire fosse così grande... Ohche differenzaormaie doveva essere la mia ragazza a dover tanto cambiare!

    - Mammaun giorno o l'altro toccherà a tutti di cambiare mormorò Alice.

    - Toccherà a tutti! - ribatté la vecchia. - Ma perché non prima a lei? La madresìera mutata... pareva quasi vecchia come me a dispetto della faccia dipinta... ma lei era sempre bella! Che cosa ho fatto io di male perché la mia ragazza si consumi come una candela...

    La vecchia si drizzò e fece l'atto di fuggire nell'altra stanzama si dominò e tornò vacillando verso Harriet.

    - Eccomia caraAlice voleva che le dicessi questo. Ecco tutto.

    Io scopersi tutto un'estate di qualche anno fam'informai intorno a quella donna. Naturalmente loro avrebbero negato tutto. Forse avrei chiesto un po' di denaroma credo che se l'avessi fatto la mia Alice avrebbe minacciato di ammazzarmi... a modo suo era superba quanto l'altrala mia Alice... anche se ora sta così quieta... ma torneràse tornerà! a fare svergognare tutti con la sua bellezzasicuro che tornerà!

    Con una risata più drammatica delle sue lagrime e delle abituali lamentelee che si spense in un borbottio ebetela vecchia tornò a sedere accanto alla finestra dell'altra stanza e si rimise a contemplare le tenebre.

    Alice non aveva mai staccato gli occhi dal volto di Harrietné aveva smesso di tenerle stretta la mano. Ora parlò.

    - Ho voluto che lei sapesse questo. Ho pensato che avrebbe capito perché sono diventata come sono. Nella mia vita sbagliataa forza di sentir parlare dei doveri ai quali avevo mancatopresi a credere di avere subito io pure tanti torti e che non avrei potuto agire diversamente. Mi pareva di vedere che anche tra i signori vi erano famiglie e madri cattivee figlie che erano destinate a finir malema non era mai il male capitato a me... eppure adesso mi pare tutto un sogno che non comprendoche non ricordo più. E' diventato un sogno per me dal giorno in cui lei ha cominciato a venire per tenermi compagnia e a leggermi quel libro... Le ho detto solo il po' che riesco ancora a ricordare. Legge anche stasera?... La pregonon abbandoni mia madre... se ha avuto dei torti verso di mele ho perdonato. So che lei mi perdonami vuol bene e le rincresce per me... non l'abbandonerà?

    - MaiAlice!

    Harriet stava ritirando la mano per aprire il libroma la malata la trattennela pregò che l'aiutasse a girare il capo perché udendo le sue parole gliele potesse anche vedere sulle labbra.

    Harriet lesse alla morente le parole della saggezza eternale parole di speranza per tutti gli infelicii peccatorii diseredati di questa terrai quali pure possiedono quel seme di eternità che nulla e nessuno può loro sottrarre... lesse di Colui che ebbe compassione di tutte le vicende umanedalla nascita alla mortee di tutti i dolori che possono colpire l'umanità.

    - Harriet chiuse il libro. - Caratornerò domattina per tempo disse.

    Gli occhi lucidi che non l'avevano abbandonata un istante furono velati dalle palpebretornarono a spalancarsi. Harriet si chinò a baciare la poveretta.

    I grandi occhi seguirono l'amica fino alla porta e rimasero immobili; sul volto scese l'ombra leggera di un remoto sorriso che lentamente si spense con l'ultimo palpito della vita.

    Sul letto rimaneva la spoglia mortaleesangue sotto la massa dei capelli neri che il vento e la pioggia avevano tormentato quella sera lontana di bufera.

     

     

     

  43. UN SEGUITO DI CONSEGUENZE
  44.  

     

     

    Nella lunga via tetrala grande casa già dimora dell'infanzia e della solitudine di Florenceancora solida e resistente contro il vento e la pioggia dalle fondamenta al tettova tuttavia in rovinae i topi l'abbandonano come fosse un bastimento che sta per affondare. Il maggiordomola cuoca e la prima cameriera hanno udito parlare di un gigantesco fallimento imminente e una sera trovano opportuno celebrare la notizia con una riunione conviviale prima di separarsi e andare a utilizzare altrove le loro abilità.

    Anche la signora Pipchinpiuttosto agitataha dato ordine che le portino in camera quell'avanzo di animelle ben riscaldate e anche del vino caldo perché ha bisogno di tenersi in forze. Del signor Dombey si parla poco nel seminterrato fra i domestici. Ci si domanda che cosa farà adesso; il maggiordomo ritiene che sarà accolto in un ospizio e la cuoca conclude esclamando:- La superbia finisce sempre per essere buttata a terracosì è sempre stato e sempre sarà!

    Pochi giorni dopo la casa viene invasa da personaggi strani che si radunano nella sala da pranzo facendola da padronigirano per i saloni e chiedono al maggiordomo se per caso ricorda quanto siano costati quei tendaggi rossi con le frange dorate. Finalmente la governante avverte la servitù che il padrone "si trova nei guai" e chi vuole può andarsene per i fatti proprie chi voglia rimanere può avere vitto e alloggio ancora per un paio di settimanea patto di continuare il servizio. Quando la cuoca dichiara che preferisce partire subitoanche gli altri la seguonotutti si occupano di far fagotto alla svelta e in breve se ne vanno. - Dobbiamo far presto! - dichiara una saggia fantesca. - Figuratevi che cosa proverebbe dentro di sé il povero signor Dombey se incontrasse per le scale uno dei domestici ai quali ha fatto credere per tanti anni di essere immensamente ricco! - E sebbene il signor Dombey rimanga sempre chiuso nelle sue stanzee il rischio sia inesistenteprima di sera nella casa non rimane più nessun domestico.

    Uomini rozzi che non si tolgono mai il berretto di panno muovono i mobili trascinandoli qui e làmentre i signori muniti di penna e inchiostro ne compilano l'inventarioadoperando come sedili mensole o tavolini per nulla adatti all'uopoe ritirandosi a mangiare pane e formaggio negli angoli più imprevedibili e sconvenienti. Viene finalmente comunicata al pubblico la data dell'asta per mezzo di un avviso a stampa affisso sul portone d'ingressoe comincia la processione di quanti vanno a visitare ogni remoto angolo della casa per toccaresoppesarevalutare ogni singolo articolo. Nulla si salva dall'attenzione di quei futuri concorrentichefinito il girosi ritirano nel salotto a prendere appunti sui margini del catalogo messo a loro disposizione.

    L'asta dura quattro giornie in capo a una settimana la casa rimane spogliata di ogni suppellettile: su un carrettino tirato da un asinello se ne va anche il piccolo letto del povero Paolo. La totale razzia ha risparmiato solo le stanze al pianterrenosempre chiuse a chiave e con le cortine abbassatee le stanze della governantedove la signora Pipchin ha radunato qualche mobile e oggetto che trovava particolarmente attraente: ha molto lottato soprattutto per conquistare una certa poltronasu cui la trova seduta molto soddisfatta la signora Chickgiunta per salutarla e informarsi intorno alla salute del fratello.

    - Che ne so io! - risponde la signora Pipchin. - Non mi fa mai l'onore di rivolgermi la parola. Si fa portare il vassoio dei pasti nella stanza attigua alla sua camerae lo ritira quando nessuno è presente. E inutile chiedere informazioni a mene so meno di ogni altro sulla terra!

    - Santo cielo! - esclama la signora Chick. - Quando finirà questa storia! E come finirà lui se non compie uno sforzo di volontà?...

    Chi lo crederebbe che il giorno in cui gli dissi gentilmente:

    "Paolosarò forse una scioccaanzi lo sono senz'altroma non riesco a capire come i tuoi affari siano potuti arrivare a questo punto"egli mi abbia addirittura aggreditaordinandomi di non tornare più da lui prima che mi facesse chiamare!

    - Ah! - osserva la governante. - La sua non è poi una disgrazia tanto eccezionaleè capitata a tanta altra gente. Io pure sono stata costretta a disfarmi dei mobili di casa mia!

    - Ma come finirà? - insistette la signora Chick. - E' questo che mi domando. Che cosa intende fare mio fratello? Qualcosa deve pur fare! E' inutile che se ne stia rinchiuso nella sua camera. Gli affari non andranno a cercare lui! Tocca a lui andarne in cerca!

    Naturalmente poteva venire da me fin che avvenivano queste spaventose operazioni. L'ha detto e ripetuto anche mio marito. Che sarà di lui se affitteranno la casa?

    - Questo non lo so! - dichiarò con forza la signora Pipchin. So invece che io me ne vado immediatamente! Se rimanessi ancora una settimanamorirei prima della fine. Ieri mi sono dovuta cucinare con le mie mani la solita costoletta di maialee non ci sono abituata. Finirei con l'ammalarmi. Ho scritto a una nipote che abita a Brightonha già risposto che mi aspetta.

    - Ha parlato con mio fratello? - chiese la signora Chick.

    - Ah! E' proprio facile parlare al signor Dombey! - replicò la governante. - Come fare? Ieri gli ho gridato che non avevo più nulla da fare quiera meglio che mi permettesse di far chiamare la signora Richards. Ha brontolato "sìla cosa non m'interessa!" E l'ho mandata a chiamareecco tutto!

    La signora Pipchin emerge dai cuscini di sua proprietà per accompagnare alla porta la signora Chickla quale se ne va in punta di pieditutta soddisfatta della propria profetica sagaciae deplorando tra sé e sé le ultime madornali stramberie del fratello.

    Sul calar della sera il signor Pollyche è libero dal lavoroaccompagna la moglie dal signor Dombey e la fa scendere dalla vettura di piazza insieme con un piccolo bauledopo averle detto:

    - Cara miaadesso che sono diventato primo macchinista e guadagno benenon ti dovrei lasciar venire quise non fosse per il pensiero dei favori ottenuti nel passato. Ma i favoricara la mia Pollynon si dimenticano! E poi a chi si trova nei guai serve di conforto anche solo vedere la tua bella faccia. E allora dammi un altro bacio! So bene che vuoi solo fare quello che è giustoe io sono perfettamente d'accordo con te. Buona nottePolly!

    La signora Pipchin è già pronta per la partenzatutta in nero compreso scialle e cuffiacon il bagaglio personale e la famosa poltrona che ha conquistato all'asta in attesa di essere posti su un furgone che partirà per Brighton quella sera stessa. Il furgone arrivatutto viene caricatoper ultima la signora Pipchinla quale effettuerà il viaggio seduta in un angolo sulla famosa poltrona. L'ultimo sguardo che getta alla casa abbandonata luccica di soddisfazione e di avidità: è come se già pregustasse i piaceri di una tavola sempre ben fornita e la gioia di tormentare e soffocare una nuova generazione di bambini affidati alle sue cure di orco in gonnella.

    Polly si mette a cucire nella stanza della governantema presto riceve una visita: arriva la signorina Toxseminascosta da una enorme cuffia nera e con gli occhi rossi.

    - OhPolly! - esclama la buona donna. - Ero andata per tenere un po' compagnia ai suoi bambini e mi hanno dato il suo messaggio. Mi sono fatta animo e sono corsa qui. Non c'è più nessuno?

    - Neppure un'anima!

    - L'ha visto? - mormora la signora Tox.

    - Nocara signorina! - le risponde Polly. - Da vari giorni nessuno lo vede. Dicono che non esce mai dalla camera.

    - Sarà malato? ...

    - Nonon credo sia malato. Ma nella testapovero signor Dombeycredo che stia piuttosto male.

    La signorina Tox è talmente commossa che riesce appena a parlare.

    Non è più giovanema l'età e la solitudine non l'hanno indurita:

    il cuore in lei è ancora tenerola compassione è genuinal'omaggio al grand'uomo è sincero. Rimane a lungo in compagnia della buona Pollyla quale poi si ritira per la notte e al mattino dispone come le è stato detto la colazione per il padrone in una delle stanze al pianterrenoche hanno le persiane sempre abbassate.

    La signorina Tox ritorna spesso e prende l'abitudine di portare qualche delicato bocconcino per il padrone di casae il suo desinare da dividere con Pollytrascorrendo così la maggior parte della giornata nella casa in cui regna la desolazioneentrando e uscendo di soppiattosolo desiderosa di conservarsi fedele all'oggetto della sua umile ammirazione.

    Il maggiore Bagstock ha scoperto il segreto (avendo mandato il domestico a prendere notizie sulla salute del signor Dombey e a tener d'occhio la casa) e ha riso fino a diventar paonazzo e a farsi quasi schizzare gli occhi dalle orbite. - Accidenti! - ha esclamato fra starnuti e colpi di tosse. - Quella donna... che idiota!

    E l'uomo caduto rovinosamente dal suo piedistallocome trascorre le ore? Non può non ricordare. Gli sta presente al pensiero l'ultima invocazione della figlia.. e il ricordo si materializza in angosciadolorerimorsodisperazione.

    A poco a poco fu come se per la prima volta conoscesse la vera natura della sua Florence: gli parve di poter rinunciare ormai senza fatica alle ambizioni e alle ricchezzeai vivi e ai mortima non a lei! Naturalmente questo pensiero era nato in lui nel momento in cui aveva letto la lettera indirizzatagli dal marito della figlia. La notizia del matrimonio aveva da prima destato in lui una terribile colleragli era parso che se avesse incontrato sua figlia per via non avrebbe nemmeno mostrato di conoscerla. Ma poi era cambiato tutto: ora pensava a quello che sarebbe potuto accadere e che non era accaduto. Pensava di avere perduto sua figlia e un peso enorme fatto di dolore e di rimorsi gli faceva chinare il capo.

    Uscì dalla sua solitudine a notte fondae con la candela in mano salì lentamente lo scalone che gli parve tutto coperto di orme incancellabili. Entrò nei saloni già splendidiora così tetri e spogli da sembrare alterati anche nella misura. Il ricordo dei passi che un tempo vi risonavano glieli fece addirittura riudireed egli cominciò a temere che gli avesse dato di volta il cervello. Salì ancora d'un pianosempre seguito e circondato da quel battere di passi che gli parlavano del suo orgogliodella moglie infedeledell'amico che l'aveva tradito... Solo nella cameretta dove un tempo era il piccolo letto di Paolo riuscì a far tacere ogni altro ricordoa pensare unicamente ai due figli perduti e a sciogliere in pianto la disperazione che da tempo gli faceva groppo nel cuore.

    L'alba lo trovò di nuovo chiuso nel suo rifugio. Aveva deciso di andarsenema non riusciva a distaccarsi dalla casala sola cosa che gli fosse rimasta sulla terra. Sarebbe partito l'indomani... o il giorno seguente: intanto ogni notte girava come un fantasma per le stanze disabitate e spoglie. Pensava di avere ormai perduto entrambi i suoi figlie li sentiva ugualmente vicini nell'amore e nel rimorso. Era sconvolto e se ne rendeva conto benissimo; aveva la sensazione di avere camminato per anni su un terreno malfermoche ora di attimo in attimo inesorabilmente cedeva.

    Alla fine cominciò a pensare che non era necessario andarsene dalla casa... poteva rinunciare anche a quel poco che i creditori gli avevano lasciato (era colpa sua se non gli avevano lasciato di più)e spezzare i legami che lo legavano a quelle muratagliando insieme anche il filo della vita...

    Fu allora che nelle stanze già della governante salì l'eco dei suoi passi concitati. Sedeva un momento di fronte allo specchiovi contemplava la propria immagine cupa e spaventosasi alzava e prendeva un oggetto dal cassetto del tavolinotornava a percorrere in lungo e in largo la stanza e quella attiguasi fermava a rifletteretoccando la cosa che aveva ficcato nella tasca della giubbaguardandosi la mano destra che già gli pareva quella di un assassino... Il sangue avrebbe impiegato molto tempo a strisciare come una serpe fino all'uscio... per giungere fino a lui l'avrebbero dovuto calpestare...

    Sedette con gli occhi fissi al focolare spentoe mentre era così immerso nei pensieri un fioco raggio di sole illuminò la stanza.

    All'improvviso fu di scatto in piedi e la sua mano omicida fece l'atto di afferrare qualcosa nella tasca... ma il gesto fu interrotto da un grido straziante di spavento e di amore... ai suoi piedi sua figlia gli abbracciava i ginocchi...

    Sìera la sua Florenceche lo chiamavaangosciata e supplichevole.

    - Babbomio caro babboperdonami! Sono tornata per chiederti perdono in ginocchio! Senza il tuo perdono non posso più essere felice!

    Sua figlia era la stessa di quella sera in cui l'aveva scacciatalo stesso identico viso in un mondo totalmente sconvoltoe sua figlia gli chiedeva perdono!

    - Babbonon guardarmi così! Non ho mai pensato di lasciartimai!

    Ho avuto paurasono andata via... non potevo ragionare! Ma sono pentitaconosco la mia colpaora so bene quale sia il mio dovere. Babbonon respingermi se non vuoi farmi morire!

    Egli si avvicinò vacillando alla poltronavi si lasciò caderee sentì che la figlia lo stringeva nel suo abbraccioavvicinava alla sua la guancia calda che i singhiozzi facevano tremare.

    - Babbo! Adesso sono mammaho un bambino che presto chiamerà il mio Walter con il nome che io dò a te. Quando è nato e ho capito quanto lo amassiho saputo quanto male ti avevo fatto lasciandoti! Perdonamibabbo carodimmi che invochi la benedizione di Dio su di me e sul mio bambino!

    Egli avrebbe rispostose solo fosse riuscito a parlare.

    - Eravamo sul mare quando è nato il mio bambinoe abbiamo tanto pregatoWalter e io che io mi salvassi e potessi ritornare.

    Sono appena arrivata ed eccomi qui da te! Babbonon voglio che ci separiamo mai più!

    Ora Florence accarezzava la grigia testa paternaed egli gemeva dentro di sé al pensiero di avere fino allora rinunciato a quelle carezze.

    - Verrai con mebabbovedrai la mia creatura. E' un maschiettobabbo... si chiama Paolo e mi pare che gli rassomigli... Babbo caroper amore del nome che gli ho datoper amore del mio bambinoper amor mioperdona a Walter... è tanto buono con me...

    sono tanto felice... non è colpa sua se ci siamo sposatila colpa è tutta miama lo amavo tanto!

    Florence si strinse al padre con tenerezza ancor più grande.

    - Io lo amo di tutto cuorebabbo. Darei la vita per lui. E lui ti porta amore e rispetto. Insegneremo al nostro bambino a volerti bene e a rispettarti. Quando capiràgli diremo che un giorno tu avevi un figlio con il suo stesso nomee che morìe tu ne avesti un grandissimo dolorema egli è in cielodove tutti confidiamo di rivederlo quando verrà la nostra ora.

    Allora egli si chinò a baciare la figlia e sollevando gli occhi mormorò: - Dio mioperdonami! Come ti devo chiedere perdono!

    Rimasero a lungo abbracciati in silenzioe il sole che aveva fatto la sua comparsa insieme con Florenceseguitava a illuminare la stanzabenché faticasse a entrare scivolando tra le fessure delle persiane.

    Docile alle preghiere della figliaegli si vestì per uscirepassò con lei nell'atrio lasciandole il compito di sorreggerlodi guidarlo verso la carrozza che li attendeva.

    Poi uscirono dal loro nascondiglio Polly e la signorina Toxentrambe in lagrimema esultanti. Con gran cura riposero nelle valigie gli abiti e i libri del signor Dombey e prima di sera consegnarono ogni cosa a qualcuno che Florence aveva mandato perché ritirasse il bagaglio. Bevettero insieme un'ultima tazza di tèpoi la signorina Tox se ne andò con il giovane Robinal quale intendeva dare l'occasione di riabilitarsi agli occhi della gente onesta servendo presso di lei in qualità di domestico. Infine Polly spense l'ultima lampadachiuse la porta d'ingressoconsegnò la chiave all'amministratore che abitava poco lontanoe si avviò con passo lesto verso casapregustando il piacere di ritrovarsi fra poco tra i suoi.

    La grande casainsensibile verso quanti fra le sue mura avevano sofferto e di fronte ai mutamenti di cui era stata testimoneseguitava a incombere muta e arcigna sulla viadisposta a rispondere a ogni eventuale visitatore con il semplice avviso già esposto: "Affittasi".

    Grandi festeggiamenti a Brighton in occasione delle nozze della signorina Corneliafiglia del professore e della signora Blimber con il professor Feeder. Fra gli invitati non poteva mancare il signor Toots e anche la sua signora fu lieta di rivedere quei luoghi che aveva conosciuti quando era la signorina Susan Nipper.

    Toots dovette scusarsi con l'amico di non averlo invitato alle sue nozzema spiegò che l'evento era accaduto in circostanze piuttosto eccezionalialla sola presenza di un certo capitanocarissimo amico suo e della moglie. Spiegò inoltre che la signora Toots era una donna assolutamente eccezionaleanzi eccezionale in misura affatto impensabile.

    - Amor mio! - esclamò il signor Tootscorrendo verso la moglie.

    - Ti prego di non affaticarti!

    - Stavo solo facendo conversazione! - rispose la sposina. Ma il signor Toots insistette: - Ti supplicomia carissima Susannon dimenticare i consigli del mediconon ti devi stancare!

    La colazione nuzialea cui parteciparono solo pochissimi invitatifu molto rallegrata dal discorso che il signor Toots si credette assolutamente in obbligo di pronunciaree che tra varie incertezze riuscì tuttavia a condurre in portograzie ai vari opportuni suggerimenti di quella donnina pratica e intelligente che era sua moglie. La risposta del signor Feeder fu un brillante alternarsi di note comiche e di note sentimentali.

    Partiti gli sposi novellii signori Toots ritornarono al loro albergodove il signor Toots trovò una lettera. Non finiva mai di leggerla e Susan cominciava ad agitarsi per la curiosità di sapere chi gli avesse scritto.

    - Ti pregosta calmacarissima! Scrive il capitano Gills che Walter e Florence arriveranno fra poco a Londra.

    - Oh! - esclamò Susanlevandosi di scatto dal divano e facendosi pallida. - Vedo che m'ingannisono già arrivatite lo leggo in viso!

    - Che donna! Che donna straordinaria! - esclamò estasiato il signor Toots. - Hai perfettamente ragioneamor mio. La signora Florence s'è incontrata con suo padre e si sono riconciliati.

    - Riconciliati! - gridò la signora Tootsbattendo le mani per la gioia.

    - Amor mio! - la supplicò il consorte. - Ti prego di non affaticarti. Ricorda i consigli del medico!... Eccomi pare di capire da quanto scrive il capitano Gills che la signora Florence ha portato il suo infelice padre ad abitare nella casa dove hanno preso alloggio lei e Walter... dice che il signor Dombey è molto malatoaddirittura quasi in punto di mortee che lei lo assiste giorno e notte.

    La signora Toots scoppiò in lagrime.

    - Mia carissima Susan! - supplicò il marito. - Cercase puoidi ricordare i consigli del medico. Se proprio non riesci... non importa! Ma sforzati di ricordarlite ne prego.

    Susan lo pregò a sua volta che la conducesse immediatamente dalla sua preziosa colombadalla sua diletta padroncinadalla sua amatissima signorina Florencee l'ottimo signor Toots accondiscese di buon grado a organizzare una immediata partenza per Londra. Invece di rispondere alla lettera del "capitano"si sarebbero recati subito a visitarlo.

    La malattia del signor Dombey si protrasse a lungoed egli fu più volte in punto di morte; quando era in preda al delirio e lo tormentavano i ricordi del suo triste passatosolo la figlia riusciva a calmarlo. Più tardi accettò anche la presenza della buona Susane comprendendo quanto si fosse affaticata per lui Florenceinsistette perché si allontanasse a tratti dal suo letto e andasse a passeggiare con il marito.

    Un giorno fece segno a Walter che gli andasse vicinogli strinse la mano e mormorò che si sentiva tranquillo perché la sua bambina era affidata a mani sicure.

    Ci vollero varie settimane prima che superasse il periodo critico del malema infine la sua agitazione ebbe terminesi trovò debolissimoma fuori pericolo.

    Una sera Florence era seduta in fondo alla cameracome gli piaceva poterla vederecon accanto il marito e il bimbo in grembo: la udì intonare una vecchia ninna nanna che da prima credette di non poter sopportare; levando la mano tremante pregò che tacesse; ma poi la volle riascoltaree tante altre volte ancorasempre con profonda emozionema senza più agitarsi.

    Un giorno il malato riposava e Florence cuciva accanto alla finestraquando Walter le si accostò per dirle a bassa voce e con tono grave che un visitatore chiedeva di vederla. Florence si lasciò indurre a cedere il suo posto alla fedele signora Toots.

    Nel salottino al pianterreno trovò un vecchio signore che da prima non riuscì a riconoscere; poi ricordò: chi era venuto a cercarla era il cugino Feenixil quale cominciò scusandosi di non essere venuto prima d'allora a porgere i suoi doverosi rallegramenti e augurima un seguito di impreviste e deprecabili circostanze l'aveva indotto a non cercare altra compagnia all'infuori di quella della sua personae a scoprire ben presto che in tale compagnia trovava inevitabile annoiarsi a morte...

    Florence intuì che nonostante le parole svagate il vecchio gentiluomo era venuto da lei con uno scopo precisoe ne trovò conferma anche nell'espressione di Walter.

    - Ho appena detto al mio giovane amico signor Gayse pure mi è lecito dichiararmi suo amico - seguitò il cugino Feenix - quanto piacere mi ha procurato il sentire che il mio amico Dombey sta decisamente meglio. Spero vivamente che il mio amico Dombey non si lascerà tormentare più che tanto dal pensiero di quella gran perdita di denaro. Non posso dire di avere sperimentato io stesso una disgrazia del generesoprattutto per il motivo che non ho mai posseduto molto denaro. Tuttavia mi è capitato di perdere ciò che avevo e non vi ho gran che badato. So che il mio amico Dombey è un uomo maledettamente onesto e sono sicuro che gli sarà di grandissimo conforto sapere che tale è il giudizio di tutti.

    Nessuno osa dire una sola parola contro di luinemmeno Tommy Screwzerun individuo eccezionalmente malignoche forse conosce anche il mio giovane amico Gay.

    Florence era in attesa di ciò che sarebbe seguitoe la sua ansia era tanto palese che il vecchio gentiluomo si dispose a entrare in argomento.

    - Signorale devo confessare di avere discusso insieme con il mio amico Gay sulla opportunità o no di chiederle un grandissimo favore. Il mio amico Gay mi ha accolto con immensa cortesiauna cortesia di cui gli sono particolarmente gratoe mi ha dato il permesso di parlarle. Sono certo che la gentile e amabilissima figlia del mio amico Dombey non si farà molto pregaree sono felice di aggiungere che il mio amico Gay mi ha concesso l'appoggio della sua approvazione...

    A questo punto il cugino Feenix si permise una lunga digressione che si riferiva alle sue esperienze di parlamentareavvenute in un tempo molto remoto. Florence cominciava a preoccuparsi davvero e interrogò il marito con lo sguardo.

    - Carissimasta tranquillanon è successo nulla! - la rassicurò Walter.

    - Assolutamente nulla! - ripeté il cugino Feenix. - E sono vivamente rammaricato di averla impressionata anche solo per un attimo. Il favore che ho da chiederle è molto semplice... ma può apparire tanto strano da indurmi a pregare il mio giovane amico Gay che mi faccia la gentilezza di... di rompere il ghiaccio!

    Così chiamato in causaWalter si volse a Florence dicendole:

    - Carissimanon è una gran cosa. Ti si prega soltanto di fare una corsa in città nella carrozza di questo signore che ben conosci.

    - Insieme anche al mio amico Gay... scusi l'interruzione! precisò il cugino Feenix.

    - ... e con me... a compiere una visita.

    - A chi? - chiese Florencepassando con lo sguardo dall'uno all'altro.

    - Vorrei prendermi la libertà di chiederle - disse con deferenza il cugino Feenix - il favore di non rivolgermi questa domanda.

    - Tu lo saiWalter?

    - Sì.

    - E' giusto che io vada?

    - Sì. Te lo dico solo perché sono sicuro che tu diresti di sì. Vi sono però dei motivi per cui è meglio non parlarne in anticipo.

    - Se il babbo sta ancora riposandoe vedo che non ha bisogno di me - rispose Florence - vengo subito! - Si alzò e uscìe i due uomini compresero che era un pochino preoccupatama fiduciosa.

    Poco dopo partirono insieme per quella corsa in carrozzae il crepuscolo già calava su Londra. Florence cercava di riconoscere le vie che percorrevanoe quando la carrozza si fermò di fronte alla casa di Brook Street in cui aveva avuto luogo il ricevimento per festeggiare l'infelice secondo matrimonio di suo padrenon poté trattenersi dal chiedere: - Walterperché? Chi vedrò qui? - Il marito la rassicurò con lo sguardole disse che sarebbe rimasto ad attenderla nella carrozzaed ella entrò con il vecchio signore nella casa dalle finestre sbarrate e buie. Tremava un poco nel salire lo scalonema non si fece pregare quando il cugino Feenix la invitò a entrare in una stanza sul retro della casa.

    Una donna era seduta a un tavolino accanto alla finestra; pareva contemplasse l'ultima luce del giorno e teneva il mento appoggiato sulle mani.

    Florence si fece avanti incerta e la donna si volsesi alzò.

    - Cielo! - esclamò. - Sei tu...

    - Mamma! - gridò Florencema rimase come impietrita. In silenzio le due donne si guardarono e su entrambi i volti si leggeva la meraviglia e il timore.

    La prima a rompere quel silenzio fu Florenceche scoppiò in lagrime.

    - Ohmammamamma! Dover incontrarti così! Tu che sei stata buona con me quando ero sola... doverti incontrare così!

    Edith le stava ritta di fronte e la fissava negli occhi.

    - Ho paura di pensare... - disse Florence. - Vengo dal letto del babboche è tanto malato. Ora non c'è più incomprensione fra noi.

    Se vuoi che gli chieda perdono in nome tuomammalo farò. Sono quasi certa che ora te lo vorrà concedere. E che il cielo ti assistamamma!

    Edith non aperse bocca.

    - Walter... siamo sposatiabbiamo un bambino - disse timidamente Florence. - Walter mi ha accompagnatomi aspetta. Gli dirò che sei pentitache sei cambiata... parlerà anche lui al babbo. C'è altro che io possa fare per te?

    Sempre immobileEdith rispose lentamente:

    - La macchia sul vostro nomesu quello di tuo maritodel tuo bambino: quellaFlorencesarà mai perdonata?

    - Chiedi se ti sarà mai perdonatamamma? Ohda Walter e da me è già perdonata! Credimimamma. Ma tu non... non parli del babbo.

    Certo desideri che gli chieda perdono per tenon è vero?

    Edith non rispose.

    - Glielo chiederò! - esclamò Florence. - Te lo porteròse me lo permetteraie alloraforseriusciremo a salutarci come facevamo un tempo. Anche adessomammanon sono io che non ti voglio abbracciare. Vedipenso al mio dovere di figlia. Mio padre mi tiene tanto cara e io gli voglio tanto bene. Ma non dimenticherò mai che sei stata buona con me! Ohmammaprega che dal cielo ti sia tutto perdonato e che si perdoni anche me se sbaglio... ma come posso dimenticare quella che sei stata per me?

    Appena toccata dalle mani di Florence che la volevano serrareEdith cadde in ginocchioabbracciandola.

    - Florence! - gridò. - Mio buon angelo! Prima che il mio pazzo orgoglio torni a impadronirsi di meprima che la mia durezza mi chiuda la boccaascoltami: ti giuro sull'anima mia che sono innocente!

    - Mamma!

    - Sono colpevolee quanto! Colpevole di ciò che ci separa per sempresì! Colpevole di un rancore tanto violento del quale nemmeno adesso posso pentirmi; ma non colpevole di peccato con quell'uomo che è mortolo giuro davanti a Dio!

    Era sconvoltain lagrime.

    - Lascia che per l'ultima volta io ti abbracci. Nessuna cosa al mondo mi avrebbe mai strappato questa confessione; né odiominacciaamore o speranza! Avevo deciso di morire senza rivelare il mio segretol'avrei fattoFlorencese non ti avessi rivista.

    In quel momento il cugino Feenix si affacciò alla porta e prese a parlare rimanendo per metà fuori e metà dentro la stanza.

    - Confido che la mia bella cugina mi perdonerà il piccolo stratagemma. Confesso che da principio ero quasi disposto a credere che la mia bella e compita parente si fosse compromessa con quell'individuo che mostrava continuamente i denti... perché in questo mondo si vedono le cose più strane e inverosimili. Ma come dissi al mio amico Dombeynon ero disposto a ritenere colpevole la mia bella cugina prima di avere le prove sicure della sua colpevolezza. E quando seppi che quel pover'uomo era morto in maniera tanto orribile e che la posizione di lei doveva essere molto penosa... mi resi inoltre conto che la nostra famiglia si era curata troppo poco di lei... e forse anche sua madremia ziaera stata una donna maledettamente vivacee magari non la migliore delle madri... mi sono preso la libertà di andarla a cercare in Francia per offrirle quella meschina protezione che sono in condizione di darle. La mia bella cugina mi fece l'onore di dirmi che mi giudicava una bravissima persona e che si poneva con piacere sotto la mia protezione. Un atto di grande bontà da parte suaperché le gambe mi reggono sempre meno e le sue premure mi danno grandissimo conforto... La mia bella congiunta ricorderà che non le ho mai chiesto nulla della sua fuga. In verità avevo l'impressione che vi fosse un mistero nell'affaree che l'avrebbe potuto spiegare lei stessa quando avesse voluto. Di recente compresi che il suo punto debole era un grandissimo affetto verso la figlia del mio amico Dombeypensai quindi che un incontro inatteso di queste due persone avrebbe condotto forse a un ottimo risultato. E così feciora che siamo in procinto di partire verso l'Italia meridionaledove intendiamo fissare la nostra dimora per quel tanto di vita che ci rimane... ma questoper un uomo come meè un pensiero particolarmente sgradevole... ripeto che andai in cerca dell'indirizzo del mio amico Gayun giovanotto molto bello e di ottimo carattereil quale permise che conducessi qui la sua amabilissima consorte. E ora ti scongiurobella cuginadi non lasciare le cose a mezzo! Non per l'onore della famigliané per la gloria o alcun'altra causa più o meno assurdama solo per raddrizzarenella misura del possibilequel torto che puoi avere commesso!

    Il lungo discorso era finitoil cugino Feenix si ritirò e chiuse l'uscio.

    Edith aveva fatto sedere Florence sul divano accanto a sée rimase a lungo in silenzio. Poi si trasse dal seno un foglio piegato e sigillato.

    - Ho pensato tanto se scrivere e spiegare tutto o no - disse a bassa voce. - E poi sono stata tante volte sul punto di distruggere lo scritto. PrendiloFlorence. C'è tutta la verità.

    - Per mio padre? - chiese Florence.

    - Per chi vorrai. Dò a te questa cartasei tu che l'hai ottenuta da me. Egli non l'avrebbe mai avuta altrimenti.

    Seguì un altro silenzio nel buio che s'infittiva.

    - Mamma! - disse Florence. - Ha perduto tutta la sua ricchezza.

    E' stato in punto di morte. Nemmeno oggi siamo certi che possa guarire. Vuoi che gli dica una parola da parte tua?

    - Mi hai detto - replicò Edith - che ti vuole bene?

    - Ohsìtanto! - esclamò con fervore Florence.

    - Digli questo: mi rincresce che ci siamo incontrati.

    - Solo così? - chiese Florence dopo un'altra pausa.

    - Diglise lo chiedeche non mi pento di ciò che ho fatto... non ancora... perché penso chenelle stesse circostanzelo rifarei.

    Ma se non è più lo stesso...

    S'interruppe: Florence le aveva preso la mano fra le sue.

    - Ma ora che non è più lo stessoegli sa che non sarebbe dovuto accadere. Digli che vorrei non fosse accaduto.

    - Posso dirgli - chiese Florence - che ti rincresce sapere che ha sofferto tanto?

    - No - rispose Edith. - Nose il dolore gli ha insegnato ad amare sua figlia. Se i patimenti gli avranno insegnato questovedraiFlorenceche un giorno non se ne lamenterà.

    - Tu gli auguri ogni beneso che desideri la sua pacene sono certa! - insistette Florence. - Ohdammi il diritto di dirglielomagari in un giorno lontano...

    Edith tacque a lungo con gli occhi spalancati sulla finestra buia.

    - Digli - disse infine - che se nella sua realtà presente trova un motivo per avere pietà del mio passatodigli pure che gli ho chiesto di farlo. Digli che se nella sua realtà presente trova un motivo per ricordarmi con minore amarezzaio gli ho chiesto di farlo. Digli cheper quanto destinati a non incontrarci mai più su questa terraegli sa che ora abbiamo in comune un sentimentomentre un tempo non ne avevamo alcuno.

    La donna inflessibile parve cedere all'emozione e gli occhi le si gonfiarono di lagrime.

    - Quanto più amerà la sua Florencetanto meno odierà me. Quanto più sarà fiero e felice di vivere con lei e con i suoi figlitanto più si pentirà della parte che ha avuto nella nostra disgraziata vita in comune. Allora mi sarò pentita anch'io...

    digli pure allorache quando davo tanta importanza alle cause che avevano fatto di me quella che eroavrei dovuto tener più conto delle cause che avevano fatto di lui l'uomo che egli era... Io cercherò di perdonare a lui la sua parte di colpa. Cerchilui di perdonare la mia!

    - Ohmamma! - disse Florence. - Quanto bene mi fanno le tue parolee come mi sento il cuore più leggeroanche se ci dobbiamo subito separare!

    Edith abbracciò la figliastrastringendola a sé come se volesse in quel momento riversare su di lei tutta la sua tenerezza materna.

    - Questo bacio per la tua creatura! Questi per teche ti siano di benedizione dal cielo! Addiomia diletta Florencemia dolce bambina!

    - Arrivederciinvece! - protestò Florence.

    - No! Questo è il nostro addio. Pensa che io sia già morta.

    Ricorda solo che un giorno ero viva e ti ho voluto tanto bene!

    Così si lasciaronoe il cugino Feenix ricondusse Florence da Walter.

    - Sono maledettamente spiacente - disse il vecchio gentiluomoasciugandosi gli occhi senza dimostrare il minimo imbarazzo per quella manifestazione di debolezza - che l'amabilissima figlia del mio amico Dombey e dolcissima sposa del mio amico Gay sia rimasta così turbata e commossa dall'incontro testé avvenuto. Confido e spero di avere agito per il meglio e che il mio egregio amico Dombey derivi conforto dalle rivelazioni di cui sarà informato. Mi rammarico profondamente che l'amico Dombey abbia sofferto guai deplorevoli per essersi imparentato con la mia famigliama ritengo sia perfettamente vero che se non si fosse immischiato nella faccenda quel maledetto briccone... vale a dire quell'individuo con la bocca piena di denti bianchitutto sarebbe andato piuttosto liscio. Quanto alla mia congiunta che mi fa l'onore di giudicarmi in maniera straordinariamente lusinghieraposso dirle alla gentilissima consorte del mio amico Gay che stia affatto tranquilla perché io le farò effettivamente da padre.

    Quanto ai mutamenti che avvengono nella vitae alla maniera straordinaria in cui gli esseri umani si comportanovale a dire tutti ci comportiamoposso dire solo con il mio amico Shakespeareun uomo che ha scritto non per i suoi tempi ma per tutti i secoli presenti e futurie che il mio amico Gay senza dubbio ben conosceposso dire con lui che la vita sembra l'ombra di un sogno.

     

     

     

    EPILOGO

     

     

     

    E' stata portata alla luce una bottiglia che per lunghi anni ne è rimasta privatutta coperta di polvere e di ragnatelee il vino dorato versato nei bicchieri dà lustro alla tavola.

    E' l'ultima bottiglia di quel vecchio vino di Madera.

    - Signor Gillslei ha perfettamente ragione! - dice il signor Dombey. - E' un vino raro e delizioso.

    Della compagnia fa parte anche il capitanoche è raggiante.

    - Abbiamo sempre pensatoNed e io... - comincia a dire il signor Gills.

    Il signor Dombey fa un cenno di consenso al capitanoil quale non sta in sé dalla soddisfazione.

    - ... abbiamo sempre pensato che un giorno o l'altro avremmo sturato questa bottiglia per brindare al felice ritorno a casa di Walter... sebbene non avremmo mai pensato che lei sarebbe entrato a far parte della famiglia!

    - Alla salute di Walter e della sua sposa! - esclama il signor Dombey. - Florencebambina mia... - e si volge a baciarla.

    - A Walter e alla sua sposa! - grida il signor Toots.

    - A Walter e alla sua signora! - grida il capitano. - Urrà!

    E poiché il capitano mostra il vivo desiderio di toccare con il suo un altro bicchiereil signor Dombey è pronto a tendergli il proprio. Tutti seguono quell'esempio e risuona un tintinnare quasi di allegre campanelle nuziali.

    Nelle cantine invecchiano altre bottigliecome già fecero quelle del vecchio vino di Maderae di ragnatele.

    Il signor Dombey ha i capelli tutti bianchi e sul volto i segni di molte preoccupazioni e sofferenzema l'uragano ha lasciato posto alla pace di una sera serena.

    Non lo turba più alcun progetto ambiziosoegli va ormai fiero solo di sua figlia e del genero. E' piuttosto silenziosoraccolto nei suoi pensieri e sempre in compagnia della figlia. La signorina Tox viene spesso in visitaè molto affezionata a tutti i componenti della famiglia e da tutti riceve la più cordiale accoglienza.

    Al titolare della già prospera ditta nulla è rimasto dopo il naufragio che l'ha fatta colare a piccoall'infuori di una certa somma che riceve di anno in annonon sa da chi: lo pregano di non voler scoprire chi la invia e gli assicurano che è frutto di un debito e di un atto di riparazione. Egli si è consigliato con il suo ex socio anzianoil quale l'ha rassicuratodicendogli che doveva essere in rapporto a qualche vecchio contratto dimenticatostipulato al tempo in cui la ditta ne trattava in gran numero.

    Lo scapolo dagli occhi color nocciola non è più tale perché ha sposato la sorella dell'impiegato in sott'ordine della ditta.

    Costui si reca talvolta a salutare il vecchio principalema non sovente: il nome che porta non può rendere del tutto gradita la sua presenza al vecchio signore; vive con la sorella e il marito di leie nemmeno loro vanno spesso a visitare il signor Dombey.

    Si recano invece da loro Walter e Florencee allora tutta la casa accogliente risuona di allegri concerti con violoncello e pianoforte.

    Come sta ora il piccolo guardiamarina di legnodopo tante vicende? E sempre in perfetta formaintento a studiare come al solito lo scorrere del traffico cittadinoe più che mai vivace per essere stato dipinto a nuovo dal tricorno alle scarpe con fibbia. Sopra di lui si legge la nuova insegna del negozioben chiara a caratteri d'oro: Gills & Cuttle.

    Non si potrebbe affermare che i due soci conducano affari commerciali molto intensima nel quartiere si afferma con fondata sicurezza che il signor Gills potrebbe vantarsi di avere moltiplicato le proprie rendite in seguito a vecchi investimenti di capitale che proprio adesso mostrano il loro carattere vantaggioso. Sta di fatto che a vederlo sulla porta della bottega con il vecchio completo color caffèil cronometro in tasca e gli occhiali rialzati sulla frontenon mostra davvero di soffrire per la scarsità della clientela: appare invece come un tempo soddisfatto e gioviale.

    Da parte suail capitano si trova benissimo in compagnia di una sua fantomatica situazione commerciale; è soddisfatto dell'importante posto che il piccolo guardiamarina di legno occupa nei traffici e nella navigazione del paeseprecisamente come sarebbe se nessun bastimento uscisse dal porto di Londra senza l'assistenza tecnica del sunnominato guardiamarina. La gioia che prova nel contemplare il proprio nome stampato sopra la porta della bottega risulta inesauribilevisto che almeno venti volte al giorno attraversa la strada per vederlo su uno sfondo più ampioe ogni volta mormora tra sé: "Edward Cuttleragazzo miose la tua povera mamma avesse mai saputo che saresti diventato un uomo di scienzaimmagina quale colpo sarebbe stato per lei!" Ecco il signor Toots che arriva con passo concitatoentra di colpo nel salottino dietro la bottega ed è molto rosso in viso.

    - Capitano Gills e signor Sol! - esclamafacendo una certa confusione di nomi e di titoli. - Sono felice di informarvi che la signora Toots mia consorte mi ha procurato una nuova gioia: siamo cresciuti in famiglia!

    - Brava la signora! - grida il capitano.

    - I miei rallegramenti! - esclama il vecchio Sol.

    - Graziegrazie! - ridacchia il signor Toots. - Lo sapevo che vi avrebbe fatto piacere e perciò sono corso a dirvelo. Abbiamo già Florence e Susane adesso...

    - Un'altra bambina? - s'informa il capitano.

    - Precisamentecapitano Gills! - risponde il signor Toots. - E ne sono felicissimo. Mia moglie è talmente straordinaria che sarà una fortuna se rassomiglieranno tutte a lei.

    Poiché è già serapipe e bicchieri si trovano bene disposti sulla tavolae il capitano invita il signor Toots a far onore alla compagnia. Il signor Toots è ben lieto di accettareaccende la pipa e subito diventa particolarmente loquace.

    - Fra tutti gli esempi straordinari che quella donna deliziosa mi ha dato del suo eccellente buon senso - dice l'ottimo Toots voglio confidare a leicapitano Gills e a leisignor Solcome nessuno sia maggiore del modo perfetto con cui ha compreso la natura della mia devozione alla signorina Dombey.

    I due vecchi amici annuiscono gravemente.

    - Perché voi sapete benissimo che i miei sentimenti verso la signorina Dombey non hanno subito alcun mutamento: sono sempre gli stessi! Ella rappresenta per me la medesima visione sublime che avevo di lei prima di conoscere Walter! E quando la signora Toots ed io cominciammo... insomma quando si cominciò a parlare di sentimenti teneriio le spiegai subito di essere quello che si potrebbe definire un fiore appassito!

    Il capitano apprezza non poco la bella similitudine.

    - Ma che il cielo mi fulmini se lei non era già al corrente più ancora di me delle condizioni di spirito in cui mi trovavo. Non avrei dovuto dirle una parola di più! Era lei la sola persona che si sarebbe potuta mettere tra me e una fossa fredda e solitaria...

    e ci si è messa in maniera da guadagnare la mia imperitura gratitudine! Sa che per la signorina Dombey io darei anche la vita. Sa che ritengo la signorina Dombey la più bellaamabile e angelica donna della terrae a questo che cosa ribatte? Con una frase che è un monumento al buon senso! "Mio caro!" mi risponde.

    "Hai perfettamente ragione. Penso lo stesso anch'io!" - E lo penso io pure! - dice il capitano.

    - E anch'io - dice Sol Gills.

    - E poi - riprende il signor Tootsdopo una pausa in cui si è dedicato alla pipa con un'aria di profonda e placida soddisfazione - che donna osservatrice è mia moglie! - Che intelligenza la sua!

    Che frasi dice! Solo ieri seramentre ce ne stavamo tranquilli nell'intimità della famiglia (ma ci vorrebbero parole ben più espressive per esprimere la gioia che provo a stare con lei!) disse che la situazione in cui si trova il nostro amico Walter è davvero notevole. "Ecco" disse mia moglie "che dopo quel lunghissimo viaggio per mare in compagnia della sua novella sposa non è più obbligato a riprendere il mare..." come lei sa benesignor Sol!

    - Sicurosicuro! - approva il vecchio orologiaiofregandosi le mani.

    - "Ecco"dice mia moglie "non è più costretto ad andare per mare e subito la stessa ditta gli offre in patria un posto di grande fiducia e responsabilità; e lui se ne mostrerà degnoe salirà di grado con rapiditàamato da tuttiaiutato da suo zio con estrema larghezza"... esattonon è vero signor Sol? Mia moglie è sempre tanto precisa.

    - Ma sìma sì... Alcuni dei nostri bastimenti carichi d'oro e dati come perdutisono arrivati in porto sani e salvi!... esclama ridendo il vecchio Sol. - Piccoli scafisignor Tootsma tuttavia sempre utili per il mio ragazzo!

    - Proprio così! - conferma il signor Toots. - E' impossibile che mia moglie s'inganni. "Ecco dunque il signor Walter bene sistemato" dice quella donna straordinaria di mia moglie "e poi? E poi?" dice la signora Toots. Ora vi prego di osservarecapitano Gills e signor Solla profonda intuizione di mia moglie. "E poisotto gli occhi stessi del signor Dombey sono gettate le fondamenta di un edificio che si eleva pian pianodestinato a uguagliaree chissàforse a superare quello di cui il vecchio signore era il titolare! E cosìdopo tutto" conclude mia moglie "per opera della figlia del signor Dombey sta davvero sorgendo una ditta identica a quella che andava sotto il nome di Dombey e Figlio!

    Con l'aiuto della pipache trova utile per gesticolareancor più che per bruciarvi tabaccodato che il fumo gli procura una sensazione sgradevoleToots pone talmente in evidenza il potere profetico della moglieche il capitano getta in aria il cappello e grida con entusiasmo:

    - Sol Gillsgrand'uomo di scienza e mio vecchio socioche cosa non ti ho detto la sera del primo giorno in cui Walter si è dedicato agli affari? Non ti ho forse detto che proprio a Londra Walter avrebbe fatto fortuna?

    - E' veroNed! - conferma il vecchio orologiaio. - Me ne ricordo benissimo.

    - E allorasapete quello che vi dico? - concluse il capitano appoggiandosi comodamente alla spalliera della seggiola e dilatando il torace per essere pronto a lanciare il più fragoroso attacco. - Io intono La bella Pege voipronti per il coro!

    Altro vino invecchia nelle cantinee le bottigliecome già quelle del Madera esauritosi coprono sempre più di polvere e di ragnatele.

    Il vecchio signore canuto passeggia con il nipotinogli parlalo aiuta nei giochilo sorveglialo serve come fosse per lui il tesoro più prezioso. Se il bambino è serio anch'egli si fa serio.

    Il bambino a volte siede accanto a luilo interroga e il vecchio gli stringe fra le sue la piccola mano e dimentica di rispondere.

    Allora il bimbo chiede:

    - Nonno! Ti pare che rassomigli ancora tanto al mio povero piccolo zio?

    - SìPaolo. Ma lui era debolee tu sei tanto forte.

    - Ohsìio sono fortenonno.

    - E lui doveva rimanere coricato nel suo lettino a guardare il marema tu puoi correre!

    Allora si alzanoperché il vecchio signore preferisce che il bambino salti e corra o passeggi accanto a luie chi li vede sempre insieme comprende quali legami indissolubili esistono fra loro.

    Ma nessuno all'infuori di Florence conosce la misura dell'affetto che il vecchio signore porta alla nipotinaun sentimento così profondo da sembrare addirittura misterioso. Perfino la bimba a momenti se ne meraviglia. Egli non sopporta di vedere nemmeno un'ombra su quel visinonon sopporta che sia lasciata in disparte un solo minuto. Immagina che abbia subito un torto quando nessuno le ha fatto nulla di male. Rimane a contemplarla a lungo quando dorme. E' felice se al mattino la bimba viene a svegliarlo. E' attaccatissimo a leie si mostra più che mai affettuoso quando nessuno è presente. A volte la bimba gli chiede:

    - Nonnino caroperché piangi quando mi abbracci?

    - Mia piccola Florencemia piccola Florence! - mormora il vecchio stancoe ravvia i riccioli che le velano la piccola frontele ombreggiano i grandi occhi infantilmente seriidentici a quelli di sua madre.




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