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JackLondon



LACROCIERA DELLO SNARK

 

 

ACharmian Secondo dello "Snark"
che fu sempre al timonenotte e giorno nell'uscire dai porti o nell'entrarvi in ognidifficile passaggio
che fu sempre al timone in ogni emergenza e chepiansedopo due anni di navigazione alla vela
quando il viaggio fuinterrotto.

 

 

CAPITOLO1


PREMESSA


Tuttocominciò alla piscina di Glen Ellen. Tra una nuotata e l'altraavevamo l'abitudine di uscire dall'acqua e sdraiarci sulla sabbialasciando che i nostri corpi si saturassero di aria calda e di sole.


Roscoeera uno yachtman. Io ero andato un po' per mare. Era inevitabile chevenissimo a parlare di barche. Parlammo di barche piccole e di cometengono il mare; ricordammo il capitano Slocum e il suo viaggio ditre anni intorno al mondo sullo "Spray".


Dichiarammoche l'idea di fare il giro del mondo in una barca di piccoleproporzioniper esempio di quaranta piedinon ci spaventava.


Sostenemmoper giunta che l'idea ci sarebbe piaciuta. Infine dichiarammo chenessuna cosa al mondo ci sarebbe stata più gradita che avereuna possibilità di farlo.


-Facciamolo - si disse per scherzo.


Piùtardi chiesi a Charmian in privato se veramente ci tenevae leirispose che era troppo bello per essere vero.


Lavolta dopo che ci ritrovammo sdraiati sulla sabbia accanto allapiscinaio dissi a Roscoe: - Facciamolo. - Facevo sul serioe luipure: infatti chiese: - Quando si parte?


Avevoin progetto di costruire una casa nella tenutaun ortouna vigna.Avevo da piantare varie siepi e mille altre cose da fare. Cosìpensammo che saremmo partiti fra quattro o cinque anni. Ma a poco apoco il fascino dell'avventura ci afferrò. Perché nonpartire subito?


Nonsaremmo mai più stati giovani come oranessuno di noi;l'ortola vigna e le siepi potevano crescere durante la nostraassenza. Al nostro ritorno sarebbero stati pronti ad accoglierciementre costruivamo la casaavremmo potuto abitare nella rimessa.


Cosìil viaggio fu deciso ed ebbe inizio la costruzione dello "Snark".


Labarca fu battezzata col nome di "Snark" perché nonriuscimmo a trovarne uno migliore - questa informazione è abeneficio di quelli che altrimenti potrebbero sospettare qualcosa dimisterioso in questo nome.


Inostri amici non riescono a capire la ragione di questo viaggio.


Rabbrividisconopiangonosi lamentano. Nessuna spiegazione riesce a convincerli chein realtà stiamo seguendo la linea di minor resistenzaossiache metterci per mare con una barca è per noi molto piùfacile che rimanere sulla terraferma. Questo stato d'animo deriva daun eccessivo predominio dell'"ego". Non possono evadere daloro stessi; non riescono a uscire da loro stessi quel tanto chebasti per capire che la loro linea di minore resistenza non ènecessariamente quella degli altri. Del loro bagaglio personale didesiderisimpatie e antipatie essi fanno il metro con cui misuranodesiderisimpatie e antipatie di ogni altro essere; questo non èonesto e lo dicoma loro non riescono a uscire da loro stessi queltanto da ascoltarmi. Mi credono pazzo - in ricambio io li compatisco.E' questo uno stato d'animo che mi è familiare. Siamo tuttipropensi a credere che c'è qualcosa che non va nel modo diragionare di quelli con cui non andiamo d'accordo.


Laparola finale è questa: MI PIACE. E' alla base della filosofiaed è inseparabile dal nocciolo dell'esistenza. Quando lafilosofia ha brontolato pedantemente per un meseper mostrareall'individuo quello che deve farel'individuo a un tratto dice: "mipiace"fa qualcos'altro e la filosofia se ne va a spasso.Perché così gli piace; l'ubriaco beve e il martireindossa il ciliciol'uno diventa un crapulone e l'altro unanacoretal'uno cerca la glorial'altro la ricchezzal'altrol'amore e l'altro ancora Dio. Molto spesso la filosofia è ilmezzo con cui l'uomo spiega il proprio "mi piace".


Maritorniamo allo "Snark" e al perché del miodesiderio di viaggiare con esso intorno al mondo. Le cose che mipiacciono costituiscono il mio sistema di valori. La cosa chepreferisco è il SUCCESSO PERSONALE - non per l'applauso delmondoma per una mia intima soddisfazione.


E'l'antico grido: "Ce l'ho fatta! ce l'ho fatta con le mie propriemani!". Ma per me il successo dev'essere concreto. Preferireivincere una gara in piscina o restare in sella a un cavallo che tentadi buttarmi a terrapiuttosto che scrivere il Grande RomanzoAmericano.


Aognuno il proprio gusto: un altro al mio posto preferirebbe scrivereil Grande Romanzo Americano piuttosto che vincere una gara in acqua odomare un cavallo.


L'impresadi cui forse io fui più fieroil più grande momentodella mia vitaaccadde quando avevo diciassette anni. Ero su un trealberi al largo della costa giapponese - nel bel mezzo di un tifone.


L'equipaggioera stato in coperta quasi tutta la notte. Alle sette del mattinovenni chiamato dalla mia cuccetta per prendere il timone.


Senzauna velala nave scappava davanti all'uragano con i soli alberi.C'erano almeno duecento metri tra un'onda e l'altra e il ventostrappava le candide creste dalla loro sommitàrendendol'aria così densa di spruzzi sferzanti che era impossibileriuscire a vedere più di due ondate alla volta. Il veliero nonsi poteva quasi più governare. A ogni rollata metteva lemurate sott'acquapoggiando e straorzando follemente tra scirocco elibeccioe minacciava di traversarsi ogni volta che un colossalemaroso ne sollevava la poppa.


Sesi fosse traversatonon se ne sarebbe saputo più niente esarebbe stato dato per perso con tutto l'equipaggio.


Presila ruota del timone. Il capitano mi stette a guardare per un po': eraallarmato dalla mia gioventùaveva paura che io mancassi diforza e di coraggio; ma quando mi vide lottare vittoriosamente con lanave a più ripresese ne andò sottocoperta acolazione. Tutto l'equipaggioda poppa a pruaera giù acolazione. Se la nave si fosse traversatanessuno di loro avrebbeavuto il tempo di salire in coperta. Per quaranta minuti me ne stettilì solo al timonecon in mano la sorte del veliero nella suacorsa sfrenata e la vita di ventidue uomini. Ci fu un momento in cuiun colpo di mare si abbatté sulla poppa. Lo vidi venire emezzo affogatoschiacciato da tonnellate d'acquariuscii a frenarel'impeto della nave a traversarsi. In capo a un'orasudato esfinitomi fu dato il cambio.


Mace l'avevo fatta! Con le mie mani avevo saputo tenere il timone eguidare cento tonnellate di legno e di ferro attraverso alcunimilioni di tonnellate di vento e di onde.


Erofelice d'esserci riuscito - non per il fatto che ventidue uomini nefossero a conoscenza. Prima della fine dell'anno una buona metàdi essi era morta o dispersama questo non diminuì il mioorgoglio per l'impresa compiuta. Sono tuttavia pronto a riconoscereche non mi dispiace un po' di pubblico; ma dev'essere un pubblicosceltocomposto di gente che mi vuol bene e al quale voglio bene;quando allora ottengo un successoho l'impressione di giustificarecosì il loro affetto per me. Ma ciò non ha nulla a chevedere con il successo in sé. Questa gioia èparticolarmente mia e non dipende dall'avere o no dei testimoni.Quando ho fatto qualcosa del genere mi sento esaltatobrucio di unorgoglio che è mio e mio soltanto. E' qualcosa di organicoogni fibra in me ne vibra. E' una cosa proprio naturalenull'altroche la soddisfazione di essermi saputo adattare all'ambiente. Insommaè il successo.


Lavita che si vive intensamente è vita di successoe ilsuccesso è l'aria che si respira. La riuscita di un'impresadifficile consiste nell'essersi saputi conformare a circostanze cheesigevano un severo adattamento. Più l'impresa èdifficilepiù grande è la soddisfazione di averlasaputa effettuare. Così è per chi dal trampolino situffa nella piscina ed entra nell'acqua di testa prima con un mezzogiro rovesciato. Nell'attimo in cui ha lasciato il trampolinol'ambiente che lo circondava è diventato di colpo crudeleecrudele sarebbe la pena inflittagli se sbagliasse e toccasse l'acquadi piatto.


Naturalmentenon aveva nessun bisogno di correre il rischio di pagare la pena.Avrebbe potuto rimanersene placidamente sdraiato sulla riva in unadolce atmosfera di aria estivasole e stabilità. Ma non erafatto a quel modo. In quel rapido movimento a mezz'aria egli havissuto con un'intensità che non avrebbe mai raggiuntostandosene sulla riva. Quanto a mepreferisco essere l'uomo che si ètuffato dal trampolinopiuttosto che di quelli seduti a guardarlo.


Eccoperché mi sto costruendo lo "Snark". Sono fatto aquesto modo: mi piaceecco tutto. Il viaggio intorno al mondosignifica grandi momenti di vita. Abbiate pazienza un istante epensateci un po'.


Eccomiquiun piccolo animale che chiamano uomoframmento di materiaanimatacento e sessantacinque libbre di carne e sanguenervitendiniossa e cervello - il tutto tenero e delicatosuscettibileal dolorefragile e caduco. Se do un leggero manrovescio sul muso diun cavallo recalcitrantemi rompo un osso della mano. Se tengo latesta sott'acqua per cinque minutiannego. Se cado da sei metrimisfracello. Sono suscettibile alla temperatura: qualche grado in menoe le orecchie e le dita mi si anneriscono e si staccano; qualchegrado in più e la pelle mi si copre di vesciche e siaccartocciaseparandosi dalla carne viva e dolorante. Ancora qualchegrado in più o in meno e la vita e la luce in me siestinguono. Se una goccia di veleno mi è iniettata nel corpoda un serpente non mi muovo più - per sempre. Se unapallottola di piombo mi penetra nel craniosono per sempre avvoltonelle tenebre.


Fragilee caducoframmento di vita gelatinosa e pulsantenon sono altro chequesto. Intorno a me ci sono le grandi forze naturali - colossaliminaccetitani distruttorimostri spietati che hanno per me menoriguardo di quanto non ne abbia io per il granello di sabbia checalpesto. Essi non hanno per me riguardo alcunonon mi conoscono.


Sonoincoscientispietati e amorali. Sono i cicloni e gli uraganiifulmini e i nubifragile maree e le onde di mareai risucchi e letrombe marinei grandi vorticii gorghi e le correntii terremotie i vulcanila risacca che romba sulle coste dentate e i marosi chesi avventano sopra i bastimenti più grandiriducendo gliuomini in poltiglia o spazzandoli via in mare a morte sicura - questimostri insensati ignorano il minuscolo essere sensibiletutto nervie debolezzache viene chiamato Jack London e che considera se stessoun essere superiore e con le carte in regola.


Nellaconfusione e nel caos del conflitto di questi immani e burrascosititanispetta a me tracciare la mia precaria strada. Quel frammentodi vita che io sono esulterà su di essi. Se riuscirà asventarli o a imbrigliarlisi crederà simile a Dio. E' bellocavalcare la tempesta e sentirsi simile a Dioe oso dire chesentirsi tale è ancora più meraviglioso per uncorpuscolo di vita gelatinosa che per un vero e proprio Dio.


Quic'è il mareil vento e l'onda; qui sono i marii venti e leonde di tutto il mondo. Ecco l'ambiente crudelele circostanze cheesigono un rigoroso adattamentola cui riuscita è pura gioiaper questa piccola vibrante vanità che sono io. Mi piacesonofatto così. E' la mia particolare forma di vanitàeccotutto.


C'èancora un altro lato in favore del mio viaggio sullo "Snark".


Finchésono in vitavoglio vederee il mondo intero è cosa piùgrande da vedersi che non una piccola città o vallata. Nonabbiamo ancora pensato a stabilire il nostro itinerario. Una cosasola è sicurache il primo porto che toccheremo saràHonolulu. A parte alcune idee generichenon abbiamo ancora stabilitoquale sarà il porto che verrà dopo le Hawaii.Aspetteremo a decidere quando saremo più vicini; ma in lineadi massima sappiamo che andremo vagando per i mari del sudtoccandoSamoala Nuova Zelandala Tasmanial'Australiala Nuova GuineaBorneo e Sumatra e poi attraverso le Filippine proseguiremo fino alGiappone. Poi verrà la Coreala Cinal'Indiail Mar Rosso eil Mediterraneo. Dopo di che il percorso diventa troppo incerto perpoterlo descriverebenché ci siano varie cose che sappiamo divoler faree tra l'altro prevediamo di passare uno o più mesiin ogni paese d'Europa.


Lo"Snark" sarà a vela. Ci sarà un motore abenzinama verrà usato solo in casi d'emergenzaper esempioin acque pericolose tra secche e scogli a fior d'acqualàdove un'improvvisa bonaccia lascia la barca in balia della corrente.L'attrezzatura dello Snark sarà del tipo chiamato "ketch".L'attrezzatura a "ketch" è un compromesso tra la"yawl" e la goletta. In questi ultimi anni l'attrezzatura a"yawl" si è dimostrata la migliore per crociera. Il"ketch" conserva le doti da crociera della "yawl"e ha inoltre alcune delle qualità veliche della goletta.Quanto ho detto va preso con riservaperché per me ètutta teoria. Non ho mai navigato su di un "ketch"anzinon ne ho mai visto uno. E' la teoria che mi sembra buona; aspettateche io sia in alto mareallora potrò dire di più sullequalità veliche e di crociera del "ketch".


Nelprogetto originalelo "Snark" doveva avere una lunghezzadi quaranta piedi al galleggiamento. Ma poi si scoprì che nonc'era spazio per un gabinetto da bagnoe allora si portò lasua lunghezza fino a quarantacinque piedi. La sua larghezza massima èdi quindici piedi; non c'è né tuga né stiva; hasei piedi di puntale e la coperta è interrotta solo da duescalette di discesa e da un boccaporto a prua. Il fatto che non visia tuga a diminuire la resistenza del ponte fa sì che cisentiremo più sicuri il giorno in cui i colpi di mare cirovesceranno addosso le loro valanghe d'acqua. Un pozzetto grande espaziosoaffogato nella copertacon paramare alto e ombrinali disfogorenderà un po' più comode le nostre giornate enottate di tempo cattivo.


Quantoa marinainon ce ne saranno. O piuttosto saremo CharmianRoscoe eio. Faremo tutto da noi. Noi con le nostre mani faremo il giro delmondo - lo faremo o andremo a fondo. Naturalmente ci saranno un cuocoe un mozzo. Perché dovremmo stare a cucinare sopra unfornellolavare i piatti e apparecchiare? Potremmo starcene a terrase avessimo voglia di far questo. Senza contare che avremo il turnodi guardia e la manovra delle vele. Non soloma dovrò purelavorare al mio mestiere di scrittore per procurarci da mangiarecomprare nuove vele e sartiame e mantenere lo "Snark" inefficienza. E poi c'è la fattoria; devo fare in modo che lavignal'orto e le siepi continuino a crescere.


Quandoaumentammo la lunghezza dello "Snark" per ricavare unbagnoscoprimmo che non tutto lo spazio era assorbito dal bagno;abbiamo potuto così mettere un motore più grosso. E' unmotore di sessanta cavalli e poiché ci dovrebbe spingere a unavelocità di nove nodinon ci sarà fiume che abbia unacorrente tale da ostacolarci.


Ciripromettiamo di fare molta navigazione internaresa possibile dallemisure dello "Snark": allora si serrano le vele e siaccende il motore. Ci sono i canali della Cina e lo Yang-tse. Cipasseremo dei mesise otterremo il permesso dal Governo; i permessidei governi saranno l'unica cosa che potrà ostacolare lanostra navigazione interna. Me se li otterremonon ci saràquasi limite alla strada che potremo fare.


Quandoarriveremo al Nilobehpotremo risalire il Nilo. Potremo risalireil Danubio fino a Vienna e il Tamigi fino a Londra e la Senna fino aParigifermandoci ad attraccare di fronte al Quartiere Latino conuna cima di prua a Nôtre-Dame e una cima di poppa alla Morgue.


Potremolasciare il Mediterraneo e risalire il Rodano fino a Lionelìentrare nella Saonapassare alla Marna attraverso il canale diBorgognae dalla Marna entrare nella Senna e riuscire dalla Senna aLe Hâvre.


Quandoattraverseremo l'Atlantico per tornare negli Stati Unitipotremorisalire lo Hudsonpassare lungo il canale dell'Erieattraversare iGrandi Laghilasciare il lago Michigan a Chicagoraggiungere ilMississippi per mezzo del fiume Illinois e del canale che li collegae seguire il Mississippi fino al golfo del Messico. E poi ci sono igrandi fiumi del Sud America. Al nostro ritorno in Californianesapremo qualcosa di geografia.


Lagente che si costruisce delle case è spesso gravementeperplessa - ma a tutti quelli che provano un godimento in questedifficoltàconsiglio di costruirsi una barca come lo "Snark".Considerate solo per un istante la complessità deiparticolari. Prendete il motore.


Qualè il tipo migliore di motore? Quello a due tempi? a tre tempi?a quattro tempi?


Hole labbra paralizzate a furia di pronunciare vocaboli inconsuetiecosì pure il cervellostanco di percorrere simili nuove ederte vie del pensiero. Per esempio: il sistema d'accensione: dovràessere a spinterogeno o a magnete? Dovremo usare pile a secco o unabatteria di accumulatori? Una batteria avrebbe dei numerimarichiede una dinamo.


Unadinamo di quale potenza? E dal momento che abbiamo installato unadinamo e una batteriasarebbe sciocco non illuminare la barca con laluce elettrica. Quindi si mette in discussione quante dovranno esserele lampadine e di quante candele. E' un'ottima ideamal'illuminazione elettrica vuol dire avere una batteria piùpotentela quale a sua volta richiede una dinamo più grossa.E giacché ci siamoperché non avere un proiettore?Sarebbe estremamente utilema consuma tanta energia elettrica chequando sarà accesometterà fuori uso tutte le luci.Eccoci da capo a percorrere lo stesso faticoso cammino in cerca diuna maggiore potenza per la batteria e la dinamo. E quando infineanche questo problema è risoltoqualcuno viene a dire: - E seil motore fa avaria? - E' allora che abbiamo un collasso. Ci sono ifanali di viala luce della bussolail fanale di fondo. La nostravita stessa ne dipende. Perciò non ci rimane che fornirel'intera barca con lampade ad olio di riserva.


Manon abbiamo ancora finito con quel motore. Questo motore èpotente.


Noinon siamo che due piccoli uomini e una piccola donna! La fatica disalpare l'ancora a mano ci spezzerà cuore e schiena: lasciamoil compito al motore. Ed ecco che si presenta il problema di cometrasmettere l'energia dal motore al verricello a prora. Quando tuttoquesto è stato definitodobbiamo ricominciare la ripartizionedello spazio tra il locale del motorela cucinail gabinetto dabagnole cuccette e la cabinae ricominciare tutto da capo. Equando il motore è stato spostatomando ai suoi costruttori aNew York un telegramma senza sensoche suona press'a poco così:"Rinunciato al giunto a croce modificate di conseguenzacuscinetto reggi spinta distanza tra faccia anteriore volano e drittodi poppa sedici piedi sei pollici".


Sevolete affaticarvi con altri particolariperché non vimettete in cerca della migliore attrezzatura di governo o non provatea decidere se guarnirete il sartiame con arridatoi a bigotteall'antica o a vite?


Lachiesuola della bussola dovrà essere situata di fronte allaruota del timone al centro della barca o essere messa da un latomasempre di fronte alla ruota? Bastano questi argomenti per riempireun'intera biblioteca di controversie marinaresche.


Poic'è il problema della benzina - millecinquecento galloni dibenzina - qual'è il modo migliore di stivarla e pomparla? Equal è il miglior estintore per un incendio di benzina? E poic'è il simpatico problema del battello di salvataggio e delcome sistemarlo. E quando anche questo è risoltoarrivanocuoco e mozzo a porre uno di fronte a veri incubi. La barca èpiccola e saremo stipati. Il problema della donna di servizio perquelli che vivono a terra diventa insignificante al confronto.Avevamo scelto un mozzoe almeno per quanto lo riguardavale nostreperplessità erano risoltequand'ecco che questo va ainnamorarsi e dà le dimissioni.


Ein mezzo a tutto ciòcome può un individuo trovare ilmodo di studiare navigazionese il suo tempo è diviso fratutti questi problemi e la necessità di far soldi per poterlirisolvere? Sia Roscoe che io non sappiamo niente di navigazioneedecco che già l'estate è passata e si avvicina ilmomento di partire e i problemi sono più assillanti che mai ela cassa è completamente vuota. In ogni modoci voglionodegli anni per imparare a essere marinai e noi siamo entrambimarinai. Se ci mancherà il tempoci muniremo di libri estrumenti e impareremo navigazione da soli sull'oceano tra SanFrancisco e le Hawaii.


C'èun fatto disgraziato e imbarazzante nel viaggio dello "Snark":


Roscoeche dividerà con me il compito di ufficiale di rottaèseguace di un certo Cyrus R. Teed. Ora questo Teed crede in unacosmologia diversa da quella generalmente accettatae Roscoecondivide la sua opinione. Ne segue che Roscoe crede che la superficedella terra sia concava e che noi viviamo all'interno di una sferavuotaper cuipur navigando su di un'unica barcalo "Snark"Roscoe farà il giro del mondo dall'internomentre io lo faròall'esterno. Ma di questo parleremo ancora. Prima che il viaggio siafinitorischiamo di trovarci di una stessa opinione. Io ho fiduciadi poterlo convertire a fare il viaggio all'esternomentre lui èaltrettanto sicuro che prima di tornare a San Francisco io mi troveròall'interno della terra. Non ho idea di come lui potrà farmipassare attraverso la crosta terrestrema Roscoe è un uomodalle molte risorse.


P.S.- Accidenti a quel motore! Dal momento che l'abbiamo e che abbiamo ladinamoe la batteriaperché non avere anche una macchina perfare il ghiaccio? Avere ghiaccio nei tropici! E' piùnecessario del pane. E vada per la macchina per il ghiaccio! Ora sonosprofondato nella chimicami bruciano le labbra e mi duole ilcervello; dove mai troverò il tempo per studiare navigazione?




CAPITOLO2


ENORMITA'IMPREVEDIBILI


-Non badiamo a spese - dissi a Roscoe. - Per lo "Snark"voglio tutto quello che c'è di meglio. L'estetica non haimportanza. Tavole di pino grezzosecondo menon hanno bisogno dialtre rifiniture. I soldi devono andare tutti per la costruzione.Voglio che lo "Snark" sia più stagno e robusto diqualsiasi altra barca. Non ti preoccupare per quel che si spende perrenderlo stagno e robusto. Tu bada che sia costruito stagno erobustoe io continuerò a scrivere e a guadagnare i soldi perpagare i conti.


Ecosì fecicome meglio potevo; perché lo "Snark"inghiottiva denaro più in fretta di quanto io non neguadagnassi. Tant'è vero che ero sempre a chiedere soldi inprestito per arrotondare i miei guadagni.


Unavolta erano mille dollariuna volta duemilauna volta cinquemila. Eper tutto quel tempo continuavo a scrivere ogni giorno e profondevo imiei guadagni in quell'impresa. Lavoravo anche la domenica senzaconcedermi una vacanza. Ma ne valeva la pena. Ogni volta che pensavoallo "Snark"sapevo che ne valeva la pena.


Sappicaro lettorequant'è robusto lo "Snark". Ha unalunghezza al galleggiamento di 45 piedi. I torelli hanno uno spessoredi tre pollici; le tavole del fasciame di due pollici e mezzo; quelledella coperta di due pollici; e tra tutte le tavole non c'è unnodo. Lo soperché per il legno ho fatto un'ordinazionespeciale a Puget Sound.


Poilo "Snark" ha quattro compartimentiil che equivale a direche è sezionato da tre paratie stagne. In questo modoperquanto grande sia un'eventuale via d'acquasolo uno deicompartimenti si allaga. Gli altri tre compartimenti lo manterranno agalla egualmente e ci permetteranno inoltre di riparare la viad'acqua. Queste paratie stagne hanno un altro vantaggio. L'ultimo deicompartimentiquello di estrema poppacontiene sei serbatoichetengono più di mille galloni di benzina. Ora la benzina èun articolo molto pericolosospecie ad averne una grande quantitàsu una piccola barca in alto mare. Ma se i sei serbatoiche nonpresentano perditesono a loro volta contenuti in un compartimentoermeticamente isolato dal resto della barcail pericolo èveramente molto ridotto.


Lo"Snark" è una barca a vela. E' stata costruitaessenzialmente per andare a vela. In aggiunta però èstato sistemato a bordo un motore ausiliario di settanta cavalli. E'un buon motoreresistente; lo so beneio che ho pagato per farlovenire da lontanoda New York.


Inoltrein copertasopra il motorec'è un verricello; è unaffare grandiosoche pesa centinaia di libbre e ingombra mezzacoperta.


Capiteè ridicolo salpare l'ancora a forza di braccia quando si ha abordo un motore di settanta cavalli. E per questo abbiamo sistematosulla barca il verricelloazionandolo dal motore a mezzo di unatrasmissione ad ingranaggi costruita apposta in una fonderia di SanFrancisco.


Lo"Snark" fu costruito in modo che fosse confortevolee nonsi badò a spese a questo riguardo. Ecco il gabinetto da bagnoper esempiopiccolo e ingombro sia purema che possiede tutte lecomodità di un qualunque bagno in terraferma. Il gabinetto dabagno è un ideale di trovate e congegnipompe e leve evalvole di scarico. E' vero che mentre lo stavano costruendopassavole notti sveglio a pensarci.


Subitodopo il bagno eccovi il battello di servizio e la lancia. Sonosistemati in coperta e occupano quel po' di spazio che ci sarebberimasto per sgranchirci le gambe; d'altra parte valgono più diun'assicurazione sulla vita; e una persona prudenteanche se hacostruito una barca stagna e robusta come lo "Snark"provvederà a munirsi anche di un buon battello di servizio - eil nostro è proprio buonoun gioiello. Doveva costare 150dollari e al momento di pagare venne fuori che il conto era di 395!!!Basta questo a dimostrare che razza di battello sia!


Potreidilungarmi ancora molto sulle varie virtù e i pregi dello"Snark"ma mi trattengo. L'ho già magnificatoabbastanzae l'ho fatto a ragion vedutacome si vedrà primadella fine di questo capitolo. E vi prego di ricordarne il titolo:"Enormità imprevedibili".


Secondoi programmilo "Snark" avrebbe dovuto far vela il primoottobre del 1906e già il fatto che non sia partito allora èdi per sé inconcepibile ed enorme. Non c'era alcuna ragionevalida per non partirese non il fatto che esso non era prontonéalcuna ragione concepibile per cui non lo fosse. Ce l'avevanopromesso per il primo novembreper il 15 novembreper il primodicembre; eppure non era mai pronto. Il primo dicembre Charmian e iolasciammo la dolce e pulita campagna di Sonoma e scendemmo a viverenella città soffocante - ma non per molto; solo per duesettimaneperché il 15 dicembre saremmo partiti. E direi chene potevamo essere sicuridato che l'aveva detto Roscoee fu persuo consiglio che venimmo in città per starci due settimane.Ahiméle due settimane passaronone passarono quattroseiottoe la partenza era più lontana che mai. Chi puòspiegarlo? Non io certamente. Questa è la prima volta in vitamia che mi sono tirato indietro da una cosa. Non c'è modo dispiegarlo; se ci fosselo farei. Proprio ioche sono un arteficedella parolaconfesso la mia incapacità a spiegare perchélo "Snark" non fosse pronto. Come ho già detto ecome devo ripetereera inconcepibile ed enorme.


Leotto settimane diventarono sedicie infine un giorno Roscoe ci tiròsu il moraledicendo:


-Se non partiamo prima del primo aprilepotrete giocare a pallone conla mia testa.


Duesettimane dopo disse:


-La mia testa si sta preparando per quella famosa partita.


-Pazienza - dicevamo Charmian e io - pensache splendore di barcaquando sarà pronta!


Ealloraper incoraggiarci a vicendaricapitolavamo le infinite virtùe i pregi dello Snark. Inoltre prendevo altro denaro in prestito e mimettevo con maggior lena al mio lavoro e scrivevo con maggiorimpegnorifiutando eroicamente di far vacanza la domenica e dipartecipare con gli amici alle gite in collina. Mi stavo costruendouna barcae quant'è vero Iddio doveva essere una barcaunabarca in lettere maiuscolee per quanto costasse non me ne importavanientepurché fosse una BARCA.


Epoi c'è un altro pregio dello "Snark" di cui devovantarmie precisamente la sua prua. Nessuna ondata potrebbe maiscavalcarla; essa si prende gioco del mareecco cosa fa - lo sfida -lo provoca. E con tutto ciò è una bellissima prua - lasua linea è un sogno; mi chiedo se una barca ebbe mai lafortuna di avere una prua più bella e nello stesso tempo piùefficiente. E' stata costruita apposta per cozzare contro la tempesta- toccare quella prua è come posare la mano sul naso cosmicodelle cose; guardandola si capisce che nei suoi riguardi non si èbadato a spese. E ogni volta che si rimandava la nostra partenza oche veniva fuori una nuova spesanoi pensavamo a quella meravigliosaprua ed eravamo contenti.


Lo"Snark" è una barca piccola. Quando calcolai conlarghezza che ci sarebbe costato settemila dollarifui abbondante mapure esatto. Ho costruito case e rimessee so che queste cose hannola caratteristica particolare di superare il preventivo. Questo losapevoe lo sapevo già quando valutai a settemila dollari ilprobabile costo della costruzione dello "Snark". Ebbenecicostò trentamila dollari. Ora per favore non venite achiedermi il perché. E' la veritàho firmato gliassegni e mi sono procurato il denaro. Naturalmente non c'èmodo di spiegarlo. E' davvero inconcepibile ed enormee su questosono certo che sarete d'accordo prima che il capitolo sia terminato.


Poic'era la questione del ritardo. Ebbi a che fare con quarantasetteoperai di diverse specie e con centoquindici ditte differenti; e nonci fu mai né un operaio né una ditta che effettuasseuna consegna alla data convenuta; erano puntuali solo per ritirare lapaga e per riscuotere le fatture. Certuni mi garantirono sulla lorotesta che avrebbero consegnato una data cosa entro un certo giorno;di regoladopo tale garanziararamente erano in ritardo di piùdi tre mesi nella consegna. E così si andava avantieCharmian e io ci consolavamo dicendo che splendida barca era lo"Snark"così stagna e robusta; e poi ancheprendevamo il battello e facevamo un giro attorno allo "Snark"beandoci dell'indicibile bellezza della prua.


-Immagina - dicevo a Charmian - una burrasca al largo della costacinesee pensa allo "Snark" alla cappa con quella suasplendida prua che si apre un varco nella tempestaasciuttasenzaimbarcare neanche uno spruzzo; e noi saremo tutti sottocoperta agiocare a whist mentre urla la bufera.


ECharmian mi afferrava la mano nel suo entusiasmo esclamando:


-Davvero ne vale la penanonostante il ritardoil costoi fastidi etutto il resto. Che barca meravigliosa!


Ognivolta che guardavo la prua dello "Snark" o pensavo ai suoicompartimenti stagnimi sentivo sollevato. Nessun altroperòlo era. I miei amici cominciarono a scommettere sulle diverse date dipartenza dello "Snark". Il signor Wigetal quale era statoaffidato l'incarico di badare alla nostra fattoria di Sonomafu ilprimo a vincere la scommessa. Gliela pagai il giorno di capodanno del1907.


Dopodi che le scommesse incalzarono senza tregua. Gli amici micircondavano come un branco di arpiescommettendo contro ogni datadi partenza che fissavo. Io ero avventato e ostinato. Scommettevo escommettevo e continuavo a scommettere; e pagavo tutti. Figurateviche persino le mie amiche si fecero così baldanzose che quelleche non avevano mai fatto una scommessa in vita loro cominciarono conme. E pagai anche loro.


-Non te la prendere - mi diceva Charmian - ma pensa a quella prua allacappa nei mari della Cina.


-Vedete - dissi agli amici quando pagai l'ultimo mazzetto di scommesse- non stiamo risparmiando né pene né denaro per renderelo "Snark" la barca più marina che mai fece vela dalGolden Gateecco la causa di tutto il ritardo.


Nelfrattempo i direttori e gli editori con i quali avevo dei contrattimi tempestavano di domandeesigendo spiegazioni. Ma come potevospiegare a loro quando non sapevo spiegare a me stesso e quandonessunonemmeno Roscoeera in grado di farlo?


Igiornali cominciarono a burlarsi di me e a pubblicare delle poesiolesulla partenza dello "Snark" con ritornelli come: "Nonancora ma ben presto". E Charmian mi consolava ricordandomi lapruae io andavo da un banchiere e mi facevo prestare altricinquemila dollari.


Cifu tuttavia un compenso per il ritardo. Un amico mioche fa ilcriticoscrisse una presa in giro di me e di tutto quello che avevofatto e di quello che avrei dovuto fare; e progettò di farlapubblicare quando io fossi stato in alto mare. Senonché quandouscì ero ancora in portoe da allora non ha fatto altro chegiustificarsi.


Intantoil tempo continuava a passare. Una cosa stava diventando evidenteecioè che era impossibile finire lo "Snark" a SanFrancisco. C'era voluto tanto di quel tempo per la sua costruzioneche cominciava a logorarsi e a cadere a pezzi. Anzi aveva raggiuntolo stadio in cui si guastava a una tale velocità che non sifaceva in tempo a ripararlo. Era diventato uno scherzo. Nessuno loprendeva sul serio; e tanto meno gli uomini che ci lavoravano. Dissiche saremmo partiti così com'erae che avremmo finito dicostruirlo a Honolulu.


Immediatamentesi aprì una via d'acqua che dovette essere riparata prima chepotessimo partire. Lo avviai allo scalo d'alaggio; prima diarrivarcirimase preso in mezzo a due enormi chiatte e subìuna violenta compressione. Lo portammo sull'invasatura e a metàdell'alaggio l'invasatura si allargò e lo lasciò caderedi poppa nel fango.


Eraun bel pasticcioun lavoro di recuperonon di costruzione. Ci sonodue alte maree nelle ventiquattr'oree ad ogni alta mareagiorno enotteper una settimanadue rimorchiatori tirarono a tutto vaporesullo "Snark". Era lì incastrato esenza sostegnoappoggiava sulla poppa. In seguitomentre ancora si trovava inquella situazione criticacominciammo a mettere in funzione latrasmissione a ingranaggi fabbricata nella fonderia localeper mezzodella quale il motore doveva azionare il verricello. Era la primavolta che si tentava di usare quel verricello. La trasmissione eradifettosa e si sfasciògli ingranaggi stridettero gli unicontro gli altri e il verricello fu fuori servizio. Subito dopo andòfuori servizio il motore di settanta cavalli. Il motore veniva da NewYork e così pure la piastra di fondazione; c'era un difettonella piastrac'erano un mucchio di difetti; e il motore di settantacavalli si staccò dalla base infrantasi impennòspezzò tutti i collegamenti e le ritenute e ricadde di fianco.Intanto lo "Snark" era sempre incastrato nell'invasaturadeformata e i due rimorchiatori continuavano vanamente a tirare.


-Non ha importanza - diceva Charmian - pensa a quanto è forte erobusta questa barca.


-Sì - dicevo - e pensa a quella meravigliosa prua.


Cosìriprendevamo animo e ci rimettevamo al lavoro. Il motore massacratofu fissato a ciò che rimaneva del basamento. Gli elementispezzati e gli ingranaggi della trasmissione di forza furono smontatie messi da parte al solo scopo di portarli a Honoluludove sarebberostate fatte le riparazioni e costruiti i pezzi nuovi. Allo "Snark"era stata data non so dove nel suo confuso passato una mano dipittura bianca all'esterno dello scafo; a vederlo in buona lucetuttaviac'era ancora un'apparenza di colore; all'interno non eramai stato pitturato - al contrario era stato ricoperto da uno stratospessissimo di grasso e sputi di tabacco lasciati dalle moltitudinidi meccanici che ci avevano trafficato dentro. Pazienzadicemmoilgrasso e la sporcizia si potevano raschiare viae in seguitoquandoavremmo raggiunto Honolululo "Snark" poteva esserepitturato mentre lo si ricostruiva.


Convera fatica riuscimmo a strappare via lo "Snark"dall'invasatura danneggiata e lo ormeggiammo di fianco alla banchinamunicipale. I furgoni portarono tutto l'equipaggiamento da casailibrile coperte e il bagaglio personale. Insieme a questocome untorrente disordinatogiunse a bordo tutto il resto: legna e carboneacqua e serbatoi per l'acquaverduraprovvistalubrificanteilbattello di servizio e la lanciai nostri amici al completotuttigli amici dei nostri amici e quelli che si spacciavano per loroamicisenza parlare di alcuni degli amici degli amici degli amicidell'equipaggio. C'erano anche cronistifotografiestranei eciarlatanie soprattuttonuvole di polvere di carbone dallabanchina.


Dovevamofar vela domenica alle undici ed era il pomeriggio del sabato. Lafolla sulla banchina e la polvere di carbone erano più fitteche mai. In una tasca avevo un libretto d'assegniuna pennastilograficaun'agenda e una carta assorbente. In un'altra tascaavevo uno o duemila dollari in biglietti di banca e in oro. Eropronto per i creditoricon denaro liquido per quelli minori eassegni per quelli più grossie aspettavo solo l'arrivo diRoscoe con il residuo dei conti delle centoquindici ditte che miavevano ritardato la partenza per tanti mesi. Quand'ecco che accaddeancora una volta il fatto imprevedibile ed enorme. Prima che potessevenire Roscoesopraggiunse un altro individuo. Era un ufficialegiudiziario del Governo Federale. Attaccò un cartello sulfiero albero maestro dello "Snark" in modo che tutti quelliche erano sulla banchina potessero leggerci che lo "Snark"era stato sequestrato per debiti. L'ufficiale giudiziario lasciòun vecchietto a guardia della barca e se ne andò.


Nonavevo più nessun controllo sullo "Snark" e sulla suasplendida prua. Il vecchietto ne era da questo momento il padrone esignoree appresi che lo pagavo tre dollari al giorno per questo.Inoltre venni a sapere il nome dell'uomo che aveva fatto sequestrarelo "Snark". Si chiamava Sellers ("venditori"); ildebito era di duecentotrentadue dollari e l'azione era quanto ci sipoteva aspettare dal detentore di un nome simile. Sellers! Buon Dio!Sellers!


Machi mai poteva essere questo Sellers? Consultai il mio libretto diassegni e vidi che due settimane prima gli avevo versato un assegnodi cinquecento dollari. Altre matrici mi dimostrarono chedurante ilunghi mesi della costruzione dello "Snark"gli avevoversato varie migliaia di dollari. Allora perché in nome dellapiù elementare correttezza non aveva cercato di farsi pagarequesto miserabile residuo invece di far sequestrare lo "Snark"?Misi le mani nelle tasche e in uno trovai il libretto degli assegnil'agenda e la penna e nell'altra le monete d'oro e i biglietti dibanca. C'era di che saldare questo misero conto decine di volte -perché non me ne aveva dato la possibilità? Non c'eranessuna spiegazione; era puramente inconcepibile ed enorme.


Perrendere ancora più grave la faccendalo "Snark" erastato sequestrato nel tardo pomeriggio del sabato - e benchéavessi sguinzagliato avvocati e agenti per tutto Oakland e SanFrancisco non si riuscì a trovare né un giudicefederale né un agente giudiziario né il signor Sellersné il suo legale - nessuno.


Eranotutti fuori città per la vacanza di fine settimana. Cosìlo "Snark" non poté partire alle undici di domenicamattina. Il vecchietto era ancora al suo posto e disse di no.Charmian e io ci portammo sulla banchina di fronte e ci consolammoguardando la splendida prua dello "Snark" e pensando atutte le bufere e i tifoni contro cui essa avrebbe superbamentelottato.


-Un espediente borghese - dissi a Charmianparlando del signorSellers e del suo sequestro - il panico di un trafficante meschino.Ma non fa nientei nostri guai termineranno appena saremo lontani datutto questoin mare aperto.


Efinalmente facemmo vela la mattina di martedì 23 aprile 1907.La partenza fu piuttosto mediocrelo confesso. Dovemmo salparel'ancora a forza di bracciaperché la trasmissione del motoreera un disastro.


Oltrea ciòi resti del nostro motore di settanta cavalli erano benlegati nella sentina dello "Snark"a fare da zavorra. Mache importavano queste cose? A Honolulu avremmo potuto metterle apostoe intanto che meraviglia era tutto il resto della barca!


E'veroil motore della lancia non funzionavae il battello facevaacqua come una cestama d'altra parte essi non erano lo "Snark"ma solo accessori. Quello che contava erano le paratie stagneiltavolame spesso senza nodii congegni del gabinetto da bagno -queste cose erano lo "Snark". E oltre a essela piùgrande di tuttec'era quella nobile pruaavversaria dei venti.


Uscimmoa vela attraverso il Golden Gate e dirigemmo la rotta a sudversoquella parte del Pacifico dove potevamo sperare di trovare l'aliseodi nord-est. Ma subito cominciarono i "fatti nuovi". Avevocalcolato che la gioventù fosse quanto ci voleva per unviaggio come quello dello "Snark"e avevo assunto tregiovani - il motoristail cuoco e il cameriere. I miei calcoli eranosbagliati solo per due terzi; avevo dimenticato di considerare che igiovani possono soffrire il mal di maree due dei nostriil cuoco eil camerierelo soffrivano. Si buttarono immediatamente in cuccettae per tutta la settimana successiva non servirono più aniente. Da quanto precede si comprenderà perché noi nonavemmo i cibi caldi che avremmo potuto averené sottocopertafurono mantenuti l'ordine e la pulizia.


Comunquequesto importava molto relativamentedato quello che non tardammo ascoprire: le nostre arance dovevano aver subito una gelatale meleerano molli e stavano andando a malei cavoliandati a male fin daprima della consegnadovettero essere gettati a mare immediatamente;il petrolio si era rovesciato sulle carote e le rape erano legnose ele barbabietole fradiciementre le fascine per accendere il fuococonsistevano di legno morto che non bruciavae il carbonegiunto insacchi da patate imputriditisi era sparso sulla coperta e venivaspazzato via dal rigurgito degli ombrinali.


Mache importanza aveva? Questi non erano che dettagli. Ma la barca - labarca era in gambano? Feci quattro passi in coperta e in un minutocontai quattordici nodi nel bel tavolame ordinato appositamente aPuget Sound onde non avesse neanche un nodo. Inoltre quella copertafaceva passare l'acquae tanta. L'acqua allagò la cuccetta diRoscoeobbligandolo a traslocaree rovinò i ferri nel localedel motoreper non parlare delle provviste che guastò incucina. Ma anche il fasciame dello "Snark" faceva acquaetrovavamo tanta acqua in sentina da dover ogni giorno pompare pertenerci a galla. L'impiantito della cucina è di un paio dipiedi più alto della sentina; eppure mi è accaduto diessere in piedi su quell'impiantitotentando di mangiare un boccone(freddo)e di essere a mollo fino alle ginocchia nell'acqua chesciacquava tutto attornosolo quattro ore dopo l'ultima pompata.


Epoiquei magnifici compartimenti stagni che erano costati tantotempo e denaro: ebbenein realtà non erano stagni per niente.L'acqua passava da un compartimento all'altro con la facilitàdell'aria; non soloma una forte puzza di benzina dal compartimentodi poppa mi indusse a sospettare che uno o più di quella mezzadozzina di serbatoi che vi erano stati sistemati avessero cominciatoa perdere. Così i serbatoi perdevano e la tenuta del lorocompartimento non era ermetica. Poi c'era il gabinetto da bagno conle sue pompe e leve e valvole di scarico - andò fuori usoprima di venti ore.


Massicceleve di ferro si spezzarono presso all'impugnatura mentre uno provavaa pompare. Il gabinetto da bagnodi tutte le parti dello "Snark"fu quello che andò a pezzi più rapidamente.


Ele ferramenta dello "Snark"qualunque ne fosse laprovenienzasi rivelarono di cartapesta. Ad esempiola piastra disostegno del motore era giunta da New Yorked era di cartapesta; ecosì erano gli ingranaggi e le trasmissioni del verricelloprovenienti da San Francisco. E c'era infine il ferro dolce impiegatonell'alberaturache cominciò a cedere in tutte le direzioninon appena subì i primi sforzi. Ferro fusobadate benee sispezzava come un fuscello. La trozza del picco della randa si spezzòvicino all'attacco - la sostituimmo con la trozza della pennola dellavela di fortunae pure questa seconda trozza si spezzòall'attacco dopo un quarto d'orae badate bene che era quello dellapennola della randa di fortunaa cui avremmo dovuto affidarci neimomenti di tempesta. Attualmente lo "Snark" trascina la suaranda come un'ala spezzatadato che la trozza è statasostituita con una rozza legatura. Vedremo se riusciremo a trovare aHonolulu del ferro come si deve.


Gliuomini ci avevano traditi e ci avevano mandati per mare su di unacestama bisogna dire che il Signore ci voleva beneperchéil tempo durò buono mentre stavamo imparando che per tenerci agalla dovevamo pompare ogni giornoe che ci si poteva fidare di piùdi uno stuzzicadenti di legno che del più massiccio pezzo diferro esistente a bordo.


Manmano che la tenuta stagna e la robustezza dello "Snark"venivano menoCharmian e io riponevamo sempre di più lanostra fiducia su quella magnifica prua. Non restava altro su cuicontare. Era tutto inconcepibile ed enormelo sapevamoma quellapruaalmeno essaera razionale. Ma infineuna seracominciammo acappeggiare.


Comepotrò descriverlo? Lasciate prima di tutto che spieghiad usodei principiantiche la cappa è un'andatura in cui la nave èobbligata da una velatura ridotta ed equilibrata a mantenere la pruaal vento e al mare. Quando il vento è troppo violento e ilmare troppo grossouna barca della grandezza dello "Snark"può prendere la cappa senza difficoltàdopo di che incoperta non c'è più niente da fare.


Nonci vuole nessuno al timone; anche la vedetta è superflua;l'equipaggio al completo scende sotto coperta a dormire o a giocare awhist.


Ebbeneeravamo in una mezza burraschetta estiva quando dissi a Roscoe cheavremmo preso la cappa. Stava scendendo la notte. Avevo tenuto iltimone per quasi tutta la giornata e tutti noi in coperta (Roscoe eBert e Charmian) eravamo stanchimentre quelli abbasso stavanosoffrendo il mare. A quel punto alla maestra avevamo già presodue mani di terzaroli. Fiocco e controfiocco furono ammainatieprendemmo un terzarolo alla trinchettina. Anche la mezzana fuammainata.


All'incircaa questo punto il bome della trinchettina scomparve in un'onda e sispezzò all'attacco. Cominciai a metter barra per venireall'orza. In quell'istante lo "Snark" stava rollandotraversato al mare. Rimase traversatosempre rollando; una cavigliadopo l'altradetti sempre più timone: ma esso rimanevatraversato. (Traversato al mareamico lettoreè la posizionepiù pericolosa in cui una nave possa trovarsi). Misi tutta labarra ma lo "Snark" rollava sempre traversato. Non riusciia stringere il vento più di 90 gradi. Feci venire Roscoe eBert alla randa di maestra. Lo "Snark" continuava a rollaretraversatomettendo il trincarino sott'acqua ora da un lato oradall'altro.


Ancorauna volta l'inconcepibilel'enormemostrava il suo voltomisterioso. Era grottescoimpossibile. Rifiutavo di crederci. Lo"Snark"tenendo la maestra con due mani e il fiocco conuna di terzarolisi rifiutava di venire all'orza per cappeggiare.Bordammo la randa di maestra a ferro. La rotta dello "Snark"non cambiò di un decimo di grado. Allascammo la stessa velasenza maggior risultato.


Inferimmouna vela di fortuna alla mezzana e imbrogliammo la maestra.


Nessuncambiamento. Lo "Snark" restava traversato a rollare.Quella sua bella prua rifiutava di venire all'orza e di far fronte alvento.


Subitodopo ammainammo il fiocco già terzarolato. In questo modol'unico pezzo di tela ancora a riva era la mezzanella di fortuna.


Nullasarebbe mai riuscito a far orzare lo "Snark"se non ciriusciva quella. Non mi crederete forsequando vi dico che non ciriuscìma è così. Non riesco a crederlo neancheio. E' incredibilema vi sto raccontando non quello che credomaquello che ho visto.


Oraamico lettoretu cosa faresti se ti trovassi su una piccola barcatraversata al mare e sotto rollate violentecon una randa di fortunaa poppa che non ce la fa a far venire la prua al vento?


Metterestia mare l'ancora galleggiante. Proprio quello che facemmo noi. Neavevamo una brevettatafatta apposta per noi e di galleggiabilitàgarantita. Pensate a un cerchio d'acciaio impiegato per tenere apertala bocca di un grande sacco conico di tela: questa è un'ancoragalleggiante. Ebbenelegammo una cima all'ancora galleggiantedemmovolta alla stessa cima sulla prua dello "Snark"e gettammopoi l'ancora fuori bordo. Andò subito sotto. Avevamo anche uncavo per abbatterlacosì l'abbattemmo e la recuperammo abordo. Le attaccammo un grosso trave come galleggiantee laributtammo di nuovo a mare. Questa volta rimase a galla. La cimasulla prua venne in forza. La mezzanella di fortuna tendeva a portarela prua all'orzama nonostante tale tendenza lo "Snark"prese tranquillamente l'ancora fra i denti e proseguì inavantitrascinandosela dietrosempre rollando con il mare altraverso. E ora state a sentire.


Arrivammopersino ad ammainare la randa di fortunae ad alzare invece la randagrande di mezzana. La bordammo a segnoe sempre lo "Snark"ballava traversato e si trascinava dietro l'ancora galleggiante. Noncredetemi pure. Non ci credo neanch'ionon faccio che raccontarviquello che ho visto.


Lasciogiudicare a voi. Chi ha mai sentito parlare di una barca a vela chenon prende la cappa? Che non viene all'orza neanche con l'aiuto diun'ancora galleggiante? Nella mia breve esperienza di barche io nonl'ho mai sentito. Ein piedi sulla copertaguardai la nuda facciadell'inconcepibile e dell'enorme - lo "Snark" che nonprendeva la cappa. Era sopraggiunta la nottetempestosa e illuminataa tratti dalla luna. C'era nell'aria una certa umiditàelontano a sopravvento incombevano dei piovaschi. C'era poi il cavodell'ondafreddo e crudele nella luce lunaree in esso lo "Snark"rollava compiaciuto.


Recuperammoallora l'ancora galleggianteammainammo la mezzanaalzammo ilfiocco terzarolatoci mettemmo a correre in poppa e scendemmo sottocoperta - non al pasto caldo che avrebbe dovuto attendercima adattraversare scivolando sulla melma viscida l'impiantito dellasalettadove cuoco e cameriere giacevano come morti nelle lorocuccettee a gettarci sulle nostretutti vestiti e pronti allachiamatacon negli orecchi lo sciacquio dell'acqua di sentina che incucina giungeva a mezza gamba.


AlBohemian Club di San Francisco si trovano marinai di prim'ordine.


Losoperché li ho sentiti discettare sullo "Snark"mentre era in costruzione. Una sola cosa veramente importante glirimproveravanoe su di essa erano tutti d'accordo: che non avrebbepotuto correre in poppa. Andava benissimo in tutto il restodicevanoma non sarebbe mai stato capace di correre in poppa con unvento e un mare fresco.


"Lesue linee"spiegavano misteriosamente"è colpadelle sue linee.


Nonsi può ASSOLUTAMENTE farlo correre in poppaecco tutto".


Beneavrei proprio voluto avere a bordo dello "Snark"l'altranottequei gran marinai del Bohemian Clubperché vedesserocon i loro occhi quel loro unico giudiziofondamentale e unanimerovesciato totalmente. Correre in poppa? Ma è proprio la cosache lo "Snark" fa alla perfezione. Lo ha fatto conun'ancora galleggiante data volta a prua e la mezzana grande bordataa ferro a poppa. In questo momentomentre sto scrivendostiamoscivolando via in poppaa una media di sei nodiin pieno aliseo dinord-est. C'è un bel po' di mare; nessuno è al timonela ruota non è nemmeno fissata ed è messa mezzacaviglia all'orza. Per essere precisiil vento è da nord-est;la mezzana dello "Snark" è serratala randa dimaestra è orientata sulla drittai fiocchi sono a segnolarotta dello "Snark" è sud-sud-ovest. Eppure ci sonodelle persone che hanno battuto i mari per quarant'anni e sostengonoche nessuna barca può correre in poppa senza timoniere. Midaranno del bugiardo quando leggeranno questo; ma lo dissero anchedel capitano Slocumquando egli affermò la stessa cosa dello"Spray".


Perquanto riguarda il futuro dello "Snark" sono in alto mare.Non so.


Seavessi denaro o creditocostruirei un altro "Snark" capacedi prendere la cappa. Ma ho dato fondo a tutte le mie risorse. Devoadattarmi a questo "Snark" o rinunciaree non possorinunciare. Credo proprio quindi che dovrò cercare diarrangiarmiprendendo con lo "Snark" la cappa di poppa.Aspetto la prossima bufera per vedere se funziona. Penso che sia unacosa fattibile. Tutto dipende da come la sua poppa agguanta leondate. E chi sa che magari in una tempestosa mattina nel mare dellaCinaun capitano dalla barba grigia non spalanchi gli occhise listropicci increduloe torni a spalancarli alla vista di una piccolae strana navemolto simile allo "Snark"alla cappa con lapoppa al ventoin attesa che la bufera si calmi.


Tornandoin California dopo il viaggio sono venuto a sapere che lo "Snark"era lungoal galleggiamento43 piedi e non 45. Questo perchéil costruttore non aveva familiarità con il metro e lasquadra.




CAPITOLO3


SPIRITOD'AVVENTURA


Nolo spirito d'avventura non è mortomalgrado la locomotiva avapore e Thomas Cook e figlio.


Quandovenne annunciato il progettato viaggio dello "Snark"igiovani di "temperamento girovago" si rivelarono inquantità e così pure le giovani - per non dire degliuomini e delle donne anziane che si offrirono volontari per ilviaggio. Per esempio fra i miei amici personali almeno una mezzadozzina rimpiansero i loro recenti o imminenti matrimoni; e so di unmatrimonio che minacciò di andare all'aria per colpa dello"Snark".


Lamia posta era sempre carica di lettere di candidati che si sentivanoasfissiare nelle città"soffocate dall'uomo"e benpresto cominciai a capire che un Ulisse del ventesimo secolo avevabisogno di un reggimento di stenografe che sbrigasse la suacorrispondenza prima di poter far vela. Nocertamente lo spiritod'avventura non è mortofinché uno riceve lettere checominciano così: "Non c'è dubbio che quandoleggerete questa supplica dell'anima da parte di una sconosciuta diNuova York"eccetera; e nel corso della quale si viene a sapereche questa sconosciuta pesa solo 40 chilidesidera fare il mozzo e"anela a vedere i paesi del mondo".


Unpostulanteper esprimere la propria smania di viaggiaresi dicevaaffetto da un "appassionato amore per la geografia"; mentreun altro scriveva: "Sono perseguitato da un eterno desiderio diessere sempre in movimentodonde questa lettera". Ma meglioancora fu quello che disse che voleva venire perché gliprudevano i piedi.


Cen'erano alcuni che scrivevano anonimamentesuggerendo nomi di amiciloro e dandone le qualifiche; ma secondo me c'era qualcosa di un po'sinistro in questo modo di procedere e non approfondivo oltre laquestione.


Toltedue o tre eccezionile centinaia di persone che si offrironovolontarie per far parte dell'equipaggio erano assolutamente in buonafede. Molti mandarono la loro fotografia. Il novanta per cento sioffrì per qualsiasi genere di lavoroe il novantanove percento si offrì di lavorare senza paga. "Riflettendo alvostro viaggio sullo 'Snark'"scriveva uno"e nonostantei pericoli inerentil'accompagnarvi con qualsiasi incarico sarebbeil massimo delle mie ambizioni". Il che mi rammenta il giovaneche era "diciassettenne e ambizioso" e che alla fine dellalettera mi chiedeva sinceramente: "ma per favorenon lasciateche questo venga pubblicato sui giornali o sulle riviste". Bendiverso era quello invece che diceva: "Sarei disposto a sgobbarecome un negro senza chiedere un soldo". Quasi tutti volevano cheio telegrafassi a spese loro l'accettazione dei loro servizi; e unbuon numero di essi offrivano di versare una cauzione a garanziadella loro comparsa il giorno della partenza.


Alcuniavevano delle idee alquanto vaghe circa il lavoro da farsi sullo"Snark"; come per esempio quello che scriveva: "Miprendo la libertà di scrivervi questo biglietto per sapere sevi sia alcuna possibilità per una mia assunzione come membrodell'equipaggio della vostra barca per fare disegni e illustrazioni".Parecchiinconsapevoli del lavoro necessario su di un'imbarcazionepiccola come lo "Snark"offrivano i loro servizicome unodi essi si espresse"in qualità di assistente nelcatalogare il materiale raccolto per libri e romanzi". Questo èquanto si ottiene a essere prolifico.


"Lasciateche vi segnali le mie attitudini per l'impiego"scriveva untale. "Sono orfano e vivo con mio zioil quale è unfervente socialista rivoluzionario e sostiene che chi non ha ilsangue vermiglio dell'avventura è uno strofinaccio fattouomo". Un altro disse: "Me la cavo nel nuotobenchénon conosca nessuno dei nuovi stili. Maquel che importa piùdello stilesono amico dell'acqua".


"Semi lasciassero solo in una barca a velala saprei portare dovevoglio"così si raccomandava un terzo - e sempre megliodel seguente:


"Hoanche visto scaricare le barche da pesca". Ma in fondo il premiospetterebbe a quest'altroche esprime molto ingenuamente la suaprofonda conoscenza del mondo e della vita con queste parole: "Lamia etàin cifreè di ventidue anni".


Poic'erano le lettere semplicidirettealla buona e disadorne digiovani ragazzipriviè verodi felicità diespressionema grandemente desiderosi di fare il viaggio. Questeerano le più difficili da respingeree ogni volta che nerespingevo una era come se avessi dato uno schiaffo alla Giovinezza.Erano talmente in buona fede questi ragazzie avevano una cosìgran voglia di partire. "Ho sedici annima sono grande per lamia età"scriveva uno; e un altro:


"Hodiciassette anni ma sono grande e robusto". "Sono per lomeno altrettanto forte quanto un ragazzo normale della miacorporatura"scriveva un taleevidentemente di costituzionedelicata.


"Nontemo nessun genere di lavoro"dicevano in moltimentre uno inparticolareevidentemente per tentarmi con l'economicitàdella sua propostascrisse: "Sono in grado di pagare il mioviaggio fino alla costa del Pacificocosicché questo lato vidovrebbe essere accettabile". "Andare in giro per il mondoè l'UNICA cosa che voglio fare"diceva unoe pareva chefosse l'unica cosa che volevano fare a centinaia. "Non honessuno a cui possa importare che io parta o non parta"era lapatetica nota di un altro. Un tale aveva mandato la sua fotografiaeaccennandovi disse: "Sono un ragazzo non belloma non semprel'aspetto ha importanza". E sono sicuro poi che il ragazzo chescrisse quanto segue avrebbe dato un'ottima prova di sé: "Hodiciannove anni ma sono piuttosto piccolo e di conseguenza nonoccuperò troppo postoma sono forte come un accidente".E c'era poi un aspirante di tredici anni di cui Charmian e io ciinnamorammo e quasi ci si spezzò il cuore nel rifiutarlo.


Manon si deve immaginare che la maggior parte dei miei volontarifossero ragazzi; al contrarioi ragazzi costituivano unapiccolissima proporzione. C'erano uomini e donne di ogni professione.Medicichirurghi e dottori si offrirono di accompagnarci in grannumero ecome tutti i professionistisi offrirono di venire senzacompensocon qualsiasi incaricoe persino di pagare per avere ilprivilegio di arruolarsi in questo modo.


C'eraun'infinità di tipografi e giornalisti che volevano venire connoiper non parlare dei cameriericuochi e domestici esperti.


Ingegnericivili desideravano ardentemente fare il viaggiodame di compagniain quantità spuntarono fuori per Charmian; mentre io erosopraffatto dalle offerte di sedicenti segretari privati.


Moltistudenti delle scuole superiori e di università ardevano difare il viaggioe nella classe lavoratrice ogni mestiere produssealcuni candidatitra cui i più volonterosi erano i meccanicigli elettricisti e i motoristi. Fui sorpreso dal numero di coloro chein ammuffiti uffici legalifurono raggiunti dal richiamodell'avventura; e fui ancora più sorpreso dal numero dicapitani di lungo corso anziani e a riposo che ancora eranosoggiogati dal mare. Parecchi giovani che più tardi sarebberodiventati milionarierano pazzi per l'avventurae così purelo erano parecchi sovrintendenti alle scuole.


Padrie figli volevano veniree molti uomini con le mogliper non parlaredella giovane stenografa che scrisse: "Avvertitemiimmediatamente se avete bisogno di me. Verrò col primo trenoportando la mia macchina da scrivere". Ma la migliore lettera èquesta - osservate con che delicatezza riesce a includere la moglie:"Ho pensato di scrivervi due righe per sapere se ci sarebbe lapossibilità di fare il viaggio con voi; ho ventiquattro annisono sposato e al verdee un viaggio di quel genere è propriola cosa che ci vorrebbe per noi".


Apensarci beneper la media degli uomini dev'essere discretamentedifficile scrivere una lettera onesta di autoraccomandazione. Uno deimiei corrispondenti era così imbarazzato che iniziò lasua lettera con queste parole: "Questo è un compitodifficile"; e dopo aver tentato invano di descrivere i punti insuo favoreterminò così: "E' difficile scriveredi se stessi". Tuttavia ce ne fu uno che fece di sé unritratto molto colorito e prolissoe in conclusione affermòche questo lo aveva molto divertito.


"Masupponete questo: che il vostro cameriere sia in grado di far andareil motoredi ripararlo quando va in avaria. Supponete che sia ingrado di fare la sua guardia al timoneche sappia fare qualsiasilavoro da falegname e da meccanico. Supponete che sia robustosanoe con molta voglia di lavorare. Non preferireste forse avere luipiuttosto che un ragazzino che soffre il mal di mare e che non safare altro che lavare i piatti?". Erano le lettere di questogenere che odiavo di dover respingere. L'autore di questaautodidatta in ingleseera stato solo due anni negli Stati Unitiecome diceva"non desidero venire con voi per guadagnarmi ilpanema desidero imparare e vedere". All'epoca in cui miscriveva era disegnatore per una delle grandi Societàproduttrici di motoriaveva avuto una certa esperienza di mareefin dall'infanzia aveva avuto familiarità con le barche.


"Houna buona posizionema non me ne importa affattopoichépreferisco viaggiare"scrisse un altro. "In quanto allapagaguardatemie se valgo un dollaro o duebenese nocome nondetto.


Perquel che riguarda il mio carattere e la mia onestàsaròfelice di dimostrarvi i miei principali. Mai bereniente tabaccomaper essere sinceroanch'iodopo un altro po' di esperienzavoglio scrivere qualcosa".


"Possoassicurarvi che sono altamente rispettabilema trovo le altrepersone rispettabili noiose". L'individuo che scrisse questo midiede certamente da pensareancora mi sto domandando se mi avrebbetrovato noioso o noo che cosa diavolo volesse dire.


"Hovisto giorni migliori di quelli che sto attraversando ora"scriveva un vecchio marinaio"ma ne ho anche visti di moltopeggiori".


Mala volontà di sacrificio da parte di quello che scrisse quantosegue era così commovente che non mi fu possibile accettare:"Ho un padreuna madrefratelli e sorellecari amici e unaposizione remunerativae tuttavia sono pronto a sacrificare tuttoquanto per entrare a far parte del vostro equipaggio".


Unaltro volontario che non avrei mai potuto accettare era il giovaneschizzinosocheper dimostrarmi quanto fosse indispensabile che iogli offrissi un'opportunitàmi fece notare "che misarebbe impossibile andare su una nave normalesia veliero chepiroscafoperché mi toccherebbe vivere e mescolarmi con ilcomune tipo di marinaioil che di regola non è un modo divivere pulito".


Poic'era il giovane di ventisei anniche aveva "provato tutta lagamma delle emozioni umane" e che "aveva fatto di tuttodacucinare a frequentare l'Università di Stanford"e cheal momento in cui scrivevaera "vaquero"su di unadistesa di 2000 ettari. In assoluto contrasto era la modestia diquello che diceva: "Non mi pare di possedere alcuna dellequalità particolari che potrebbero segnalarmi alla vostraattenzione. Ma se aveste un'impressione favorevolepotresteconsiderare che i pochi minuti impiegati a rispondermi non sono deltutto sprecati. In caso contrarioc'è sempre lavoro nel miomestiere. Senza contarci troppoma con speranzasono il vostroeccetera eccetera".


Ancoraadesso mi sto scervellando per cercare di scoprire la fratellanzaintellettuale tra me e quello che scrisse: "Molto tempo prima disentir parlare di voi avevo studiato insieme l'economia politica e lastoriae ne avevo dedotto in concreto molte delle vostreconclusioni".


Questaa modo suoè una delle lettere miglioricome pure èla più breveche abbia mai ricevuto: "Se a qualcunodell'equipaggio attualmente arruolato per la crociera dovesse venirpaurae vi servisse un'altra persona che s'intenda di barchemotoriecceterasarei contento se me lo faceste sapereeccetera".Eccone un'altra breve: "Di punto in bianco: vorrei impiegarmicome cameriere durante il vostro viaggio intorno al mondoo conqualsiasi altro incarico a bordo. Ho diciannove annipeso 63 chili esono americano".


Edecco una buona lettera da parte di un uomo poco più alto di unmetro e cinquanta: "Quando lessi del vostro nobile progetto dinavigare intorno al mondo su di una piccola barca con la signoraLondonne fui così rallegrato che mi parve di averloprogettato io stessoe pensai di scrivervi circa la possibilitàdi impiegarmi come cuoco o come camerierema per qualche ragione nonlo fecie venni a Denver da Oakland il mese scorso per entrarenell'azienda di un mio amicoma le cose vanno meno bene e leprospettive sono poco favorevoli. Fortunatamente avete ritardato lavostra partenza per via del grande terremotocosì mi sonofinalmente deciso a proporvi di assumermi in una mansione onell'altra. Non sono molto forteessendo alto poco più di unmetro e mezzoperò ho una salute di ferro e una buonacompetenza".


"Credodi poter aggiungere alla vostra attrezzatura un sistema in piùper sfruttare la forza del vento"scrisse un individuobenevolo"il quale sistemapur non intralciando le velenormali quando il vento è leggerovi darà lapossibilità di impiegare tutta la spinta del ventonelle sueraffiche più fortiin modo che anche quando la sua violenza ètanta da costringervi a serrare tutte le velese usate come diconsuetopotrete col mio sistema mantenere il massimo dellavelatura. Con questa mia sistemazione la barca non potrebbe mai farescuffia".


Lalettera sopraccitata era stata scritta a San Francisco il 16 aprile1906. Due giorni dopoil 18 aprileci fu il Gran Terremoto. Equesta è la ragione per cui ce l'ho con quel terremotoperchéesso dell'uomo che scrisse la lettera fece un profugoe ci impedìdi incontrarci mai.


Moltidei miei compagni socialisti fecero obiezioni alla mia crocieradicui la seguente è tipica: "La Causa Socialista e imilioni di vittime oppresse dal Capitalismo hanno un giusto dirittosulla tua vita e sulla tua attività. Se tuttavia persisti neltuo propositoricordatiquando starai inghiottendo l'ultimo bocconedi galletta salata che potrai prendere prima di andare a fondoricordati che noi almeno abbiamo protestato".


Unoche aveva girato il mondoe che "potevase se ne fossepresentata l'occasionenarrare molti strani episodi ed eventi"consumò parecchie pagine tentando ardentemente di venire alsodoe riuscì finalmente a buttar giù quanto segue:"Ancora non sono venuto all'argomento di cui era mia intenzioneparlarvi. Così vi dirò subito che è statoasserito sulla stampa che voi e uno o due altri state per fare unacrociera intorno al mondo in una piccola barca di cinquanta osessanta piedi. Non posso però risolvermi a pensare che unuomo della vostra statura ed esperienza possa intraprendere una taleazioneperché non sarebbe altro che un modo di andare acercare la morte. E anche se doveste scampare per qualche tempolavostra Personae quelli che sono con voiverrebbero ad essere tuttipesti per l'incessante movimento di una barca di quelle dimensionianche se essa fosse imbottitacosa abbastanza insolita per mare".Graziegentile amicograzie per quel chiarimento "cosaabbastanza insolita per mare". Né si può dire chequesto amico sia inesperto di mare. Come dice di se stesso"nonsono un terraiolo e ho percorso tutti i mari e tutti gli oceani".E chiude la sua lettera così: "Benché non vogliaoffendere nessunosarebbe pazzia portare qualunque donna persinofuori della baiain una simile imbarcazione".


Eppurenel momento in cui sto scrivendoCharmian è nella sua cabinadinanzi alla macchina da scrivereMartin sta facendo da mangiareTochigi sta apparecchiando la tavolaRoscoe e Bert stannocalafatando la copertae lo "Snark"senza nessuno altimonesi fa i suoi cinque nodi con un buon mare vivo - e lo "Snark"non è neanche imbottito.


"Vedoun trafiletto nel giornale sul viaggio che progettatee vorreisapere se desiderate un buon equipaggiodato che siamo in seiragazzitutti buoni marinaicon buoni documenti di congedo siadella Marina Militare che della Marina Mercantiletutti veriamericanitutti tra i venti e i ventidue annie siamo al momentoimpiegati come attrezzatori all'Union Iron Workse ci piacerebbemolto partire con voi".


Questeerano le lettere che mi facevano rimpiangere che la barca non fossepiù grande.


Equesta è la lettera dell'unica donna al mondo - eccettoCharmian - adatta alla crociera: "Se non siete riusciti aprocurarvi una cuocami piacerebbe molto fare il viaggio con talemansione. Sono una donna di cinquant'annisana e capacee mi sentoin grado di fare il lavoro per il piccolo gruppo che componel'equipaggio dello "Snark". Sono un'ottima cuoca e unottimo marinaio e in parte anche una viaggiatricee se il viaggiofosse di dieci anni sarebbe per me ancora meglio che se fosse di uno.Referenzeeccetera".


Ungiorno o l'altroquando avrò un sacco di soldivogliocostruire una grossa nave dove ci sia posto per un migliaio divolontari.


Dovrannofare loro tutto il lavoro per portare quella nave intorno al mondoose ne staranno a casa. Io credo che lo farannoperché so chelo spirito d'avventura non è morto. So che lo spiritod'avventura non è mortoperché ho avuto una lunga eintima corrispondenza con esso.




CAPITOLO4


IMPARANDOA DIRIGERSI


"Ma"obiettarono i nostri amici"come osi metterti per mare senzauno che si intenda di navigazione a bordo? Tu non te ne intendino?".


Dovetticonfessare che non me ne intendevoche non avevo mai guardato in unsestante in vita mia e che mi domandavo se avrei saputo distinguereun sestante dalle tavole nautiche. Quando chiesero se Roscoe siintendeva di navigazionedissi di no. Roscoe se ne risentì.


Avevadato uno sguardo all'"Epitome" comprata per il viaggiosapeva servirsi delle tavole logaritmichegli era capitato di vedereun sestante in qualche occasionee per questoe per i suoi antenatimarinai concluse che conosceva la navigazione. Ma Roscoe sisbagliavainsisto ancora nel dirlo.


Daragazzo era andato dal Maine alla California attraverso l'istmo diPanamae quella era stata l'unica volta in vita sua che si eratrovato fuori vista dalla terra. Non era mai stato a una scuola dinavigazionené aveva mai sostenuto un esame in questamateria; e neppure aveva navigato in alto mare e imparato quest'arteda qualche ufficiale di rotta. Era uno yachtman della Baia di SanFranciscodove la terra non è mai che a qualche miglio didistanzae non c'è mai bisogno dell'arte della navigazione.


Cosìlo "Snark" partì per il suo lungo viaggio senza unoesperto in navigazione. Riuscimmo a passare il Golden Gate il 23aprilee ci dirigemmo verso le isole Hawaii distanti 2100 migliamarine in linea d'aria. Il risultato ci giustificò: arrivammo.Non solomacome vedretearrivammo senza difficoltàomegliosenza difficoltà rilevanti. Per cominciarefu Roscoea occuparsi della rotta. Aveva bensì tutte le nozioniteorichema era la prima volta che le applicavacome fu dimostratodal modo di procedere capriccioso dello "Snark" - non chelo "Snark" non fosse perfettamente stabile nell'acquaisuoi capricci erano solo sulla carta nautica. Il giorno che c'era unabrezza leggeraesso faceva un salto sulla carta che faceva pensare a"vela bagnata e scotte filate"e il giorno che parevavolasse sull'oceanoil punto sulla carta non si spostava quasi. Oraquando una barca ha mantenuto i sei nodi per ventiquattr'oreconsecutiveè indubbio che ha percorso 144 miglia di mare. Ilmare era quello che era e il solcometro brevettato andava bene;quanto alla velocitàla si vedeva a occhio nudo. Pertantoquello che non andava erano i calcoli che si ostinavano a non volerriconoscere sulla carta il progresso dello "Snark". Questonon capitava tutti i giornima capitava. Era perfettamente giusto enon ci si poteva aspettare di più da un primo tentativo dimettere la teoria in pratica.


Laconoscenza della navigazione ha uno strano effetto sulla mente umana;in generale l'ufficiale di rotta parla della navigazione con profondorispetto. Per il profano la navigazione è un mistero profondoe terrificantee questo sentimento è stato causato in lui dalprofondo e terrificante rispetto per la navigazione che egli hariscontrato negli ufficiali di rotta. Ho conosciuto giovani semplicimodesti e lealilimpidi come l'acquacheappena imparata lanavigazionesubito diventavano misteriosiriservati e pieni di séquasi avessero conseguito un successo intellettuale di grandeportata.


Unqualsiasi ufficiale di rotta è per il profano come ilsacerdote di un rito sacro.


Perquesto i nostri amici erano tanto preoccupati nel vederci partiresenza uno che si intendesse di navigazione.


Durantela costruzione dello "Snark"Roscoe e io venimmo ad unaccordopress'a poco in questi termini: "Io provvederòlibri e strumenti"dissi"ma tu mettiti subito a studiarela navigazione. Io avrò troppo da fare per avere il tempo distudiare. Poiquando saremo per maremi potrai insegnare quello cheavrai imparato". Roscoe accettò con gioia. Per giuntaegli era semplicemodesto e leale come i giovani di cui parlavo. Maquando fummo per mare ed egli cominciò a celebrare il sacroritomentre io lo guardavo con ammirazioneil suo modo di fare subìun cambiamento sottile ma inequivocabile. Quando prendeva l'altezzadel sole a mezzogiornol'aureola del successo lo avvolgeva di unafiamma lucente. Quando scendeva sotto copertaeseguiva i suoicalcoli e poi tornava su e proclamava la nostra latitudine elongitudinec'era nella sua voce una nota autorevole che nessuno dinoi aveva mai sentito. Ma questo non era ancora il peggio.


Eglidivenne un pozzo di nozioni non comunicabili; e quanto piùscopriva la causa dei salti capricciosi dello "Snark" sullacartatanto più le sue nozioni diventavano non comunicabilisacre e terrificanti. Quando timidamente gli feci notare che eraormai tempo che cominciassi a imparare anch'ionon ebbi una rispostaentusiasta né alcuna offerta di aiuto. Non manifestò laminima intenzione di tener fede al nostro accordo.


Lacolpa non era di Roscoe; era inevitabile; egli non faceva che seguirel'esempio di tutti quelli che prima di lui avevano imparato lanavigazione. A causa di una comprensibile e perdonabile confusione divalorioltre alla perdita dell'orientamentosi sentiva oppressodalla responsabilità e si trovava in possesso di un poteresimile a quello di un dio. Roscoe aveva vissuto tutta la sua vitasulla terrafermae quindi l'aveva sempre avuta sotto gli occhi.Essendo sempre stato in vista della terrae con punti di riferimentosu cui regolarsiera riuscitosalvo qualche difficoltà ditanto in tantoa pilotare il suo corpo di qua e di là su diessa. Ora si trovava sul marecon le sue distese infinitelimitatesoltanto dall'eterno cerchio dell'orizzonte. Questo cerchio apparivasempre uguale; non c'erano punti di riferimento. Il sole sorgeva aoriente e tramontava a occidente e le stelle ruotavano nella notte.Ma chi può guardare il sole e le stelle e affermare: "Lamia posizione sulla faccia della terra in questo momento preciso èquattro miglia e tre quarti a ponente della bottega di Jones aSmithersville?" oppure: "So dove mi trovo adessoperchél'Orsa Minore mi dice che Boston è a tre miglia di distanzaalla seconda svolta a destra?".


Eppurequesto è proprio quello che si mise a fare Roscoe. Che fossesbalordito dal successo è dir poco; era pieno di un timorereverenziale per se stesso; aveva compiuto un'impresa miracolosa.


L'azionedi scoprire la sua posizione sulla superficie del mare divenne unrito e si sentì un essere superiore a noi che non conoscevamoquesto rito e dipendevamo da lui per essere guidati attraversol'infinito e agitato deserto del marela strada maestra salmastrache collega i continenti e sulla quale non ci sono pietre miliari.Cosìcon il sestanterendeva omaggio al dio-soleconsultavaantichi testi e tavole con caratteri magicimormorava preghiere inuna lingua strana che suonava come ERRORE D'INDICE PARALLASSERIFRAZIONEtracciava segni cabalistici sulla cartasommava eriportava unoe poisu di un documento sacro chiamato "Graal"- scusatecarta nautica - posava il dito su un certo spazioperfettamente vuoto e diceva: "Siamo qui". Quandoguardavamo lo spazio vuoto chiedendo "Qui dove?"cirispondeva nel linguaggio cifrato dei Gran Sacerdoti: "31-15-47nord133-5-30 ovest". E noi rispondevamo "Ah!" e cisentivamo estremamente insignificanti.


Masostengo che non era colpa sua. Era simile a un dioe ci trasportavanel palmo della mano attraverso gli spazi vuoti sulla carta nautica.Cominciai a provare un grande rispetto per Roscoe; questo divennecosì profondo che se mi avesse ordinato di inginocchiarmi e diadorarloso che mi sarei buttato giù sulla copertabalbettando. Ma un giorno mi venne un pensierodapprima appenaabbozzatoe mi dissi: "Costui non è un diocostui èRoscoee non è altro che un uomo come me. Quello che ha fattolui lo posso fare anch'io. Chi gli ha insegnato? Nessuno. Va e facome lui. Impara da solo". E di colpo il mito di Roscoe siinfranseed egli non fu più il Gran Sacerdote dello "Snark".Invasi il santuario e pretesi gli antichi testi e le tavole magichenonché la ruota della preghiera - voglio dire il sestante.


Eorain parole poverevi dirò come ho imparato da solo lanavigazione. Trascorsi un intero pomeriggio seduto nel pozzettotenendo il timone con una mano e studiando i logaritmi con l'altra.


Perdue pomeriggidue ore alla voltastudiai la teoria generale dellanavigazionee in particolare il modo di prendere l'altezzameridiana. Poi presi il sestantericavai l'errore d'indicee presil'altezza del sole. Il calcolo sui dati di questa osservazione fu ungioco da ragazzi. Nell'"Epitome" e nelle Tavole Nautichec'erano decine di tavole ingegnosetutte calcolate da matematici eastronomi.


Eracome servirsi delle tavole d'interesse e di calcolo rapido che tutticonoscete. Il mistero non era più tale. Posi il dito sullacarta e annunciai che quello era il nostro punto. E per giunta avevoragioneo per lo meno l'avevo quanto Roscoeche scelse un puntolontano dal mio un quarto di miglio - persino lui era d'accordo neldividere questa distanza a metà con me. Avevo svelato ilmistero; eppuree questo era il suo lato prodigiosoavevo coscienzadi un nuovo potere in mee provavo l'emozione e lo stimolodell'orgoglio.


QuandoMartin mi chiese la nostra posizionenello stesso tono umile erispettoso che io aveva usato in precedenza con Roscoerisposiesaltato e pieno di prosopopea nel linguaggio cifrato dei GranSacerdoti e Martin mi rispose con un "ah" umile eriverente. In quanto a Charmianmi pareva d'aver dimostrato in unnuovo modo di meritarla; e mi rendevo conto anche di un altrosentimentoe cioè la consideravo una donna fortunatissima peraver sposato un uomo come me.


Nonpotevo farci nulla. Lo racconto per giustificare Roscoe e tutti glialtri ufficiali di rotta. Il veleno del potere stava operando in me.Non ero come gli altri uomini - o come la maggior parte di essialmeno; conoscevo ciò che essi ignoravanoil mistero deicieli che indicava la strada attraverso l'Oceano. E fu il gusto delpotere che mi era stato dato a spingermi oltre. Per lunghe oremanovravo con una mano la ruota del timone e con l'altra studiavo imisteri. Dopo una settimanaessendomi istruito per conto mioero ingrado di fare diverse cose. Per esempio presi l'altezza della StellaPolaredi notte naturalmentee ne ricavai l'altezza vera correttadell'errore d'indice e della depressioneecceterae trovai lanostra latitudine.


Questalatitudine corrispondeva a quella del mezzogiorno precedentecorretta fino a quel momento con la stima. Se ero fiero? Ebbene lofui ancor di più dopo avere compiuto il miracolo successivo.Alle nove dovevo ritirarmi sotto coperta. Eseguii il calcolo esempre studiandoci da solotrovai quale stella di prima grandezzasarebbe passata al meridiano verso le otto e mezza. Risultòche era Alpha Crucis. Non l'avevo mai sentita nominare primad'allora; la ricercai sulla carta delle stelle; era una delle stelledella Croce del Sud. Ma comepensaiabbiamo forse navigato con laCroce del Sud sull'orizzonte tutte queste notti senza saperlo? Cheimbecilli siamo!


Chestupide talpe! Non potevo crederci. Ritornai da capo sul problema ene ebbi conferma. Charmianquella seraera di guardia al timonedalle otto alle dieci. Le dissi di tenere gli occhi bene aperti e dicercare la Croce del Sud nell'esatta direzione del sud. Quandoapparvero le stelleecco che la Croce del Sud brillava bassasull'orizzonte .


Seero fiero? Nessun stregone o Gran Sacerdote lo fu mai più dime.


Pergiuntacon la ruota della preghiera presi l'altezza di Alpha Crucise dalla sua altezza ricavai la nostra latitudine. E ancorapresil'altezza della Stella Polare e mi venne confermato quello che avevoappreso dalla Croce del Sud. Se ero fiero? Il linguaggio delle stellenon aveva più segreti per meio stavo in ascolto ed esse midicevano la via da seguire sull'oceano.


Fiero?Io operavo miracoli. Dimenticai la facilità con cui mi eroistruito sui libri stampati. Dimenticai che tutto il lavoro (unformidabile lavoro) era stato fatto da menti superiori prima di meda matematici e astronomi che avevano scoperto ed elaborato l'interascienza della navigazione e calcolato le tavole della "Epitome".Non rammentavo altro che il miracolo indimenticabile di averascoltato le voci delle stelle e di averne appreso la mia posizionesulle grandi vie del mare. Charmian non sapeva nientee neppureMartine neppure Tochigiil cameriere. Ero io che li illuminavoioero il messaggero di Dio. Io stavo tra loro e l'infinito. Iotraducevo il sublime linguaggio celeste in termini per lorofacilmente comprensibili.


Eravamoguidati dall'alto ed IO sapevo leggere i cartelli indicatori delcielo. Ioproprio io!!


Maorain un momento di maggior calmami affretto a rivelare la grandesemplicità di tutto ciòa spettegolare su Roscoesugli altri intenditori di navigazione e su tutti gli altri GranSacerdotie tutto per paura di diventare come sono lorosegretipresuntuosi e pieni di sé. E ora voglio dire questo: qualunqueragazzo fornito di un cervello normaledi una normale istruzioneecon un minimo di attitudine allo studiopuò rendersi padronedei libridelle carte nautichedegli strumenti e imparare da séla navigazione. Non bisogna però fraintendermi: essere un buonmarinaio è una cosa del tutto diversa. Non si impara néin uno né in molti giornici vogliono anni.


Pergiuntasaper navigare con la stima richiede un lungo studio e moltapratica. Ma navigare mediante l'osservazione del soledella luna edelle stellegrazie agli astronomi e ai matematiciè ungioco da ragazzi. Un qualsiasi ragazzo normale può imparare dasé in una settimana. Ma di nuovo non bisogna fraintenderminon intendo dire che in capo a una settimana un ragazzo possaprendersi la responsabilità di un piroscafo da 15000tonnellate che solca il mare a 20 nodiche corre da una terraall'altra con buono o cattivo tempocon cielo sereno o copertogovernando alla bussola con l'esattezza del grado e compiendoatterraggi di una meravigliosa precisione. Ma intendo invece questo:il ragazzo normale di cui parlavo può salire su una solidabarca a vela e spingersi sull'Oceano senza intendersi di navigazionee in capo a una settimana ne saprà abbastanza da determinareil suo punto sulla carta nautica. Sarà in grado di prendereun'altezza meridiana con buona precisionee da quell'altezzacondieci minuti di calcoloricavare la sua latitudine e longitudine. Edal momento che non trasporta né carico né passeggerie non ha nessuna urgenza di raggiungere la sua destinazionepuòprendersela con calmae se in qualsiasi momento gli vengono deidubbi sulla sua posizione e ha paura dell'atterraggio imminentepuòmettersi alla cappa per tutta la notte e proseguire la mattina.


JoshuaSlocum fece il giro del mondo a vela alcuni anni fa con una barca da37 piedida solo. Non dimenticherò mai chenel corso dellanarrazione della sua crocieraegli ribadisce con entusiasmo l'ideache un simile viaggio possa essere affrontato da giovani uomini subarche altrettanto piccole. Io da parte mia sottoscrissiimmediatamente l'ideae con tale entusiasmo che portai mia mogliecon me. Naturalmente un giro organizzato da Cook diventa una cosa daquattro soldi al confrontoma oltre a ciòe oltre aldivertimento e al piacereè una splendida educazione per ungiovane - educazione non limitata alle cose del mondo esternoaipaesialle gentiai climi - ma educazione nei riguardi del propriomondo interioree di se stessoopportunità di conoscere sestessodi comunicare con la propria anima. C'è inoltre unlato formativo del fisico e dello spirito. In principiocom'ènaturaleil giovane imparerà a conoscere i propri limiti; esubito dopoinevitabilmenteegli si adoprerà per superarli.


Alritorno da un simile viaggioegli non potrà non essere unuomo di maggior valore. In quanto poi al divertimentoè undivertimento da re portare se stessi in giro per il mondofarlo conle proprie maninon dipendere che da se stessie alla finediritorno al punto di partenzacontemplare nella propria mente ilpianeta che solca lo spazio e poter dire: "Ce l'ho fatta! Cel'ho fatta con le mie proprie mani! Ho fatto il giro completo diquesta sfera ruotante e posso viaggiare da solosenza essere tenutoa balia da un qualche capitano che mi guidi attraverso i mari. Magarinon potrò volare fino agli altri astrima di questo io stessosono padrone".


Mentrescrivo queste righealzo gli occhi e guardo verso il mare.


Sonosulla spiaggia di Waikiki nell'isola di Oahu. In lontananzanelcielo azzurrole nuvole dell'aliseo vagano basse sul turchese-blu-verde del mare profondo. Più vicino il mare è colorsmeraldo e di un tenue verde-oliva. Più in là c'èla barriera corallinadove l'acqua è tutta di un violaardesia chiazzato di rosso. Più vicino ancora ci sono verdipiù vivaci e colori fulvi in strisce alterne che indicano lezone di sabbia tra i banchi di vivo corallo. Fuori da questimeravigliosi coloriattraverso e al di sopra di essituonando sielevano e rovesciano magnifici i frangenti. Come dicevoalzo gliocchi per contemplare tutte queste cosee improvvisamentein mezzoalla cresta bianca di un cavallone compare una figura scurauomo-pesce o dio marinodritto in piedi sulla estremità anterioredella cresta dove questa si incurva e ricadeavanzante verso larivaimmerso fino alle reni nel ribollire degli spruzzie afferratodall'onda e scagliato verso terra con tutto il suo peso per un quartodi miglio. E un kanaka su di una tavola galleggiante. E so che quandoavrò terminato queste righe sarò anch'io in queltumulto di colori e di schiuma martellantetentando come lui didomare quei cavalloni senza riuscircicosa che a lui non èmai capitatama vivendo la vita nel modo a cui i migliori di noipossono aspirare.


Lospettacolo di quel mare intensamente colorato e di quel kanaka alatodio marino diventa un motivo di più per il giovane di andareverso occidentesempre più in làoltre le acque deltramontoe poi ancora verso ovestfinché non avràraggiunto di nuovo la sua casa.


Maper tornare al discorso di primanon crediateve ne pregoche iosappia già tutto: conosco solo i rudimenti della navigazione:ho ancora un mucchio di cose da imparare. Sullo "Snark" miattendono una ventina di libri affascinanti sulla navigazione. C'èl'angolo di sicurezza di Leckyc'è la retta di Sumnerchequando proprio non sapete dove vi trovatevi indica in manieraassolutamente definitiva dove siete e dove non siete. Ci sono decinee decine di sistemi per fare il punto in alto maree uno puòlavorare per anni prima di riuscire a impadronirsi di tutta lamateria con tutte le sue sottigliezze.


Persinonel mettere in pratica quel poco che imparammocommettemmo deglierrori che giustificavano il comportamento apparentemente bizzarrodello "Snark". Per esempio giovedì16 maggiol'aliseo ci venne a mancare. Nel periodo di ventiquattr'ore cheandava fino al mezzogiorno di venerdì alla stimanon avevamopercorso neanche venti miglia. Eppure ecco qui le nostre posizioni amezzogiorno dell'una e dell'altra giornataricavate dalle nostreosservazioni:


Giovedì20 gradi 57 primi 9 secondi Nord 152 gradi 40 primi 30 secondi Ovest.


Venerdì21 gradi 15 primi 33 secondi Nord 154 gradi 12 primi Ovest.


Ladifferenza tra una posizione e l'altra era di una ottantina dimiglia. Eppure sapevamo di non avere percorso neanche venti miglia.


Orai nostri calcoli erano giustissimi; li rivedemmo più di unavolta.


L'erroreera nelle osservazioni eseguite. Fare un'osservazione giusta richiedepratica e abilitàspecialmente in un'imbarcazione piccolacome lo "Snark". La difficoltà è dovuta aiviolenti movimenti della barca e alla vicinanza dell'occhiodell'osservatore alla superficie dell'acqua. Una grossa onda che sisolleva a un miglio di distanza può facilmente nasconderel'orizzonte.


Manel nostro caso particolare c'era un altro elemento di disturbo.


IlSoledurante il suo percorso in cielo verso il nordcome tutti gliannistava aumentando la sua declinazione. Al diciannovesimoparallelo di latitudine nord alla metà di maggioil Sole èquasi a perpendicolo. L'altezza era tra gli ottantotto e gliottantanove gradi. Se fosse stata di novanta gradiil Sole sarebbestato esattamente allo zenit. Fu in un altro giorno che imparammoqualcosa su come si prende l'altezza del Sole quando è quasi aperpendicolo.


Roscoecominciò a portare giù il Sole all'orizzonte dal latodi levantee restò in quella direzione nonostante che il Solestesse passando in meridiano a sud. Iod'altra partecominciai aportare giù il Sole a sud-est e me ne allontanai via via versosud-ovest.


Stavamoimparando da solicapite? Il risultato fu che alle dodici eventicinqueora di bordoio proclamai che era mezzogiorno vero.


Questovoleva dire che avevamo variato la nostra posizione sulla facciadella terra di venticinque minuti di orologiocioè qualcosacome sei gradi di longitudineo trecentocinquanta miglia.


Questocomportava che lo "Snark" aveva filato a quindici nodi perventiquattro ore consecutive - e noi non ce ne eravamo mai accorti!


Eraassurdo e grottesco! Ma Roscoeche stava ancora guardando verso estdichiarò che non erano ancora le dodici. Voleva assolutamentedarci una media di venti nodi. Allora cominciammo a puntare i nostrisestanti irregolarmente per tutto l'orizzontee dovunque puntassimosi rivedeva il Solemisteriosamente vicino alla linea del maretalvolta sopra e talvolta sotto di essa. In una direzione il Soleproclamava che era mattinamentre in un'altra stava proclamando cheera pomeriggio. Sul Sole non c'erano dubbi - questo almeno erasicuro; di conseguenza noi stavamo sbagliando in pieno. Il resto diquel pomeriggio lo trascorremmo nel pozzettocercando di chiarire laquestione sui librie scoprendo quale era lo sbaglio. Saltammol'osservazione per quel giornoma non il giorno dopo. Avevamoimparato.


Eimparammo benemeglio di quanto noi stessi per un certo tempocredessimo. Una seraall'inizio del secondo gaettone (periodo diguardia tra le 18 e le 20)Charmian e io eravamo seduti a proraestrema per una partita di cribbage. Guardando per caso di proraavvistai delle montagnecon le cime coperte di nubie chespuntavano dal mare. Fummo rallegrati alla vista della terrama iofui desolato per la nostra navigazione. Credevo che avessimo imparatoqualcosaeinvecesecondo il nostro punto di mezzogiorno e tenendoconto del percorso coperto in seguitonon potevamo essere a meno dicento miglia da terra. Eppure la terra era làche svanivasotto i nostri occhi nell'incendio del tramonto. La terra senzadubbio c'era. Questo era indiscutibile. Quindi la nostra navigazioneera completamente sbagliata.


Einvece era giusta: la terra che avvistammo era la vettadell'Haleakalala Casa del Soleil vulcano spento più grandedel mondo. Esso torreggiava sul mare con i suoi tremila metried eraa oltre cento miglia di distanza. Per tutta la notte navigammomantenendo i sette nodie al mattino la Casa del Sole era sempredavanti a noie ci vollero ancora alcune ore di navigazione peraverla al traverso.


-Quell'isola è Maui - dicemmoconfrontando la carta. -Quell'altra isola che spunta dietro è Molokaidove ci sono ilebbrosi. E quella ancora dopo è Oahu. Ecco adesso CapoMakapuu. Domani arriveremo a Honolulu. La nostra navigazione vabenissimo.




CAPITOLO5


ILPRIMO ATTERRAGGIO


-Non sarà così monotono in alto mare - avevo promesso aimiei compagni dello "Snark". - Il mare brulica di vita. E'così popoloso che ogni giorno vi accade qualcosa di nuovo. Nonappena avremo oltrepassato il Golden Gate e ci dirigeremo verso sudtroveremo i pesci volanti. Ce li mangeremo fritti come primacolazione. Prenderemo e tonni e delfini e dal bompresso infilzeremocon la fiocina le focene. E infine ci saranno i pescicanipescicania non finire.


Attraversammoil Golden Gate e dirigemmo verso sudlasciando dietro l'orizzonte lemontagne della Californiae di giorno in giorno il Sole si facevapiù caldo. Ma né pesci volantiné tonni edelfini comparivano. L'oceano sembrava privo di vita. Non avevo mainavigato su un mare così desolato. Sempreprima d'oraallastessa latitudineavevo trovato i pesci volanti.


-Non importa - dissi. - Aspettiamo di esserci allontanati dalla costadella California meridionale. E troveremo i pesci volanti.


Arrivammoall'altezza della California meridionaleall'altezza della penisoladella Bassa Californiaall'altezza delle coste del Messico:


nientepesce volante. E nemmeno qualsiasi altro. Nessun segno di vita.


Manmano che i giorni passavanol'assenza di vita finiva per averequalcosa di magico.


-Non importa - dissi. - Quando avremo trovato i pesci volantitroveremo anche tutti gli altri. Il pesce volante è lastaffetta che annuncia la vita di tutte le altre specie. Verranno afrottenon appena avremo trovato il pesce volante.


Quandoavrei dovuto dirigere lo "Snark" per sud-ovest verso leHawaiicontinuai a far rotta verso sud. Dovevo trovare queibenedetti pesci volanti. Alla fine giunse il momento in cuiseintendevo andare a Honoluluavrei dovuto dirigere per ponenteesatto. E invece continuai nella rotta a sud. Solo al diciannovesimogrado latitudine incontrammo il primo pesce volante. Era veramentesolo; e fui io a vederlo. Altre cinque paia di occhi scrutaronoavidamente il mare per tutta la giornatasenza vederne un altro.Erano così rari quei pesci volanti che ci volle quasi unasettimana perché ognuno di noi ne avesse avvistato uno. Quantoa delfinitonnifocene e tutti gli altri esemplari di fauna marina- non ce n'era neppure uno.


Neppureun pescecane fu visto fendere la superficie con la sua minacciosapinna dorsale. Bert si tuffava quotidianamente sotto il bompressotenendosi attaccato alla briglia e lasciando strascicare il corponell'acquae quotidianamente riprendeva in esame un suo progetto dilasciarsi andare per fare una bella nuotata. Facevo di tutto perdissuaderloma ai suoi occhi avevo perduto ormai qualsiasi autoritàin fatto di abitatori del mare.


-Se ci sono dei pescicani - insisteva a chiedere - perché nonsi fanno vedere?


Gligarantivo che se realmente si fosse lasciato andare per mettersi anuotarei pescicani sarebbero subito apparsi. Era una fanfaronatala mia. Non ci credevo. Ma per due giorni riuscii a dissuaderlo. Ilterzo giornoil vento cadde e faceva piuttosto caldoe lo "Snark"navigava a un nodo all'ora. Bert s'immerse sotto il bompresso e silasciò andare. E ora guardate un po' la malignità deldestino! Avevamo percorso duemila miglia e più di oceanosenza incontrare un pescecane. Cinque minuti dopo che Bert avevafinito la sua nuotatala pinna di uno squalo fendeva la superficiedell'acqua in circoli concentrici tutto attorno allo "Snark".


Peròc'era qualcosa di non chiaro in quel pescecane. Mi infastidiva.


Nonavrebbe dovuto esserci in quell'oceano deserto. Quanto più cipensavotanto più la cosa mi diventava incomprensibile. Madue ore dopo avvistammo terra e il mistero si chiarì. Eravenuto a noi dalla terra e non dalle profondità disabitate.Era stato un presagio di atterraggio. Era un annunciatore dellaterra.


Ventisettegiorni dopo la partenza da San Franciscoarrivammo nell'isola diOahunell'arcipelago delle Hawaii. Nel primo mattino scivolammopigramente attorno al Capo Diamondfinché ci apparve in pienoHonolulu; e di colpo l'oceano fu tutto un fremito di vita. Pescivolanti in frotte luccicanti fendevano l'aria: in dieci minuti nevedemmo più che durante l'intero viaggio. Altri pescidiquelli grossidi tipi svariatibalzavano nell'aria. Dappertuttopulsava la vitain mare e sulla riva. Potevamo vedere gli alberi e ifumaioli del naviglio nel portoin costa gli alberghi e i bagnantisulla spiaggia di Wainikiil fumo che si elevava dalle case su per ipendii vulcanici di Punch Bowl e Tantalus. Il rimorchiatore dellaDogana si affrettava a venirci incontroe un grosso branco didelfini si portò sotto la nostra prua e incominciò afare le più pazze capriole. La lancia dell'ufficiale sanitariodi porto sembrò precipitarsi su di noi e una grossa tartarugamarina emerse con lo scudo e ci diede una guardatina. Non s'era maivisto un simile erompere di vita. Ci furono strani visi sulla nostracopertastrane voci parlaronoe copie del giornale di quel mattinocon telegrammi da ogni parte del mondoci furono messe sotto gliocchi. Fra l'altro potemmo leggere che lo "Snark" con tuttol'equipaggio si era perso in mare e che in ogni modo era una barcamolto poco marina. E mentre leggevamo una simile informazioneunradiogramma giungeva a una comitiva di membri del Congresso sullasommità dell'Haleakalaannunciando il felice arrivo dello"Snark".


Fuil primo atterraggio dello "Snark" - e quale atterraggio!


Perventisette giorni ci eravamo trovati in pieno oceano desertoe astento ora si riusciva a realizzare quanta vita ci fosse nel mondo;ce ne sentivamo storditiquasi non potessimo adeguarci ad essa dicolpo.


Eravamocome tanti Rip Van Winkle ridestatie ci sembrava di continuareancora a sognare. Da un lato il mare azzurro si riversavaall'orizzonte nel cielo azzurrodall'altro il mare stesso sisollevava in grossi frangenti color smeraldoche ricadevano inbianche nuvole di spuma su una candida spiaggia corallina. Oltre laspiaggiaverdi piantagioni di canne da zucchero ondulavanodolcemente verso pendii sempre più scoscesiche a loro voltasi tramutavano in frastagliate creste vulcanicheinzuppate daacquazzoni tropicali e coronate da masse stupende di nubi spintedagli alisei. Eraad ogni modoun magnifico sogno. Lo "Snark"accostò e si diresse verso il frangente smeraldinofinchéquesto non si sollevò rombando da ogni latoe da ogni latolontano quanto si può gettare una gallettala scoglieramostrava la sua lunga dentatura minacciosa di un verde pallido.


Bruscamentela terra stessain un'orgia di verdi oliva dalle mille sfumatureprotese le braccia a racchiudere lo "Snark". Non ci fu piùnessun passaggio pericoloso attraverso la scoglieranessun frangentesmeraldino o mare azzurro - nient'altro che terra soffice e caldaun'immobile lagunae piccole spiagge sulle quali si bagnavanobambini del tropico dal bruno colorito. Il mare era scomparso. Lacatena dell'ancora scese rumoreggiando per la cubìae citrovammo immobili in uno specchio d'acqua piatto e liscio. Era tuttocosì bello e strano che non potevamo concepirne la realtà.Sulla carta quel luogo era detto Pearl Harbour - porto delle perle;ma noi lo chiamammo Dream Harbour - porto del sogno.


Unalancia si staccò nella nostra direzione; erano alcuni membridello Yacht Club di Hawaiiche venivano a darci il benvenuto e amettere a nostra disposizionecon pretta ospitalità hawaianatutto quanto era loro. Uomini come tutti gli altricarne e sangue etutto il resto: ma nulla in loro che disturbasse il nostro sogno.L'ultimo ricordo di uomini che serbavamo era quello di ufficialigiudiziari degli Stati Unitie di piccoli mercanti in preda alpanicodalle anime simili a dollari arrugginiticheinun'affumicata atmosfera di fuliggine e polvere di carbonepiantavanosullo "Snark" le loro sudicie mani per inibirgli la suaavventura attraverso il mondo. Ma questi uomini che ci venivanoincontro erano invece individui puridal sano viso abbronzatodagliocchi senza occhialie non abbagliati da una diuturna contemplazionedi luccicanti mucchi di dollari. Noessi non facevano che renderepiù vero il sognoconfermarlo con le loro animeincontaminate. Così andammo a terra con lorosolcando un marepiatto e splendentefino alla verde terra meravigliosa; sbarcammo sudi una piccola banchina e il senso del sogno si fece piùinsistente; perché in verità per ben ventisette giorniavevamo ballonzolato sull'oceano con quel piccolo "Snark".


Nonuna volta solain tutti quei ventisette giorniavevamo conosciutoun momento di requieun momento di cessazione di quel moto. E questomoto incessante si era radicato in noi. Corpo e cervelloavevamobeccheggiato e rollato così a lungo chequando salimmo suquella stretta banchinacontinuammo a beccheggiare e a rollare. Enaturalmente ne demmo la colpa alla banchina. Era un caso dipsicologia proiettata. Io mi trascinai sulla banchina e per poco noncaddi nell'acquagettai uno sguardo a Charmiane il suo modo dicamminare mi depresse. La banchina aveva tutta l'apparenza dellacoperta di una nave. Si sollevavas'inclinava di latosi gonfiavaricadeva; e poiché non c'erano ringhiereavevamo un bel dafareCharmian e ioper evitare di perdere l'equilibrio. Non avevomai visto una piccola banchina così assurda. Se la osservavoda vicino si rifiutava di rollarema non appena mi distraevose nefuggiva viaproprio come lo "Snark". Una volta la sorpresiproprio nel momento in cui si rizzava dritta e potei scorrerla con losguardo per tutti i suoi duecento piedi di lunghezza; ed eraprecisamente come la coperta di una nave che si infilasse in un maredi prora.


Allafineperòcon l'aiuto dei nostri ospitivenimmo a patti conla banchina e toccammo terra. Ma anche la terra non si comportòmeglio.


Laprimissima cosa che fece fu di inclinarsi da un latoe fin dovepoteva giungere il mio sguardola vedevo piegarsi proprio fino allasua dentata spina dorsale vulcanicae vedevo inclinarsi anche lenuvoleal di sopra. Questa non era una terra stabiledalle solidefondamentache non avrebbe fatto simili acrobazie. Era come tutto ilresto del nostro atterraggioirreale. Era un sogno. In qualsiasimomentocome vapore mutevoleavrebbe potuto dissolversi. Mi vennel'idea che la colpa fosse miache mi girasse la testa o che miavesse fatto male qualcosa che avevo mangiato. Ma mi voltai aguardare Charmian e il suo deprimente modo di camminaree propriomentre la guardavola vidi vacillare e andare a sbattere contro ilsocio dello Yachting Club che le camminava vicino. Quando le rivolsila parolasi lamentò del grottesco comportamento della terra.Traversata una vasta e magnifica prateriapercorso un viale dimagnifiche palmedi nuovo attraversammo un altro meraviglioso pratoombreggiato da piante maestose. L'aria era tutta un canto di uccelliera pregna di calde fragranze - esalate da grandi gigli efiammeggianti fiori di ibisco e altri strani e sgargianti fioritropicali.


Ilsognoper noi che così a lungo avevamo visto soltantol'irrequieto mare salatostava diventando fin quasi troppo bello.Charmian mi tese la manosi strinse a meforse per trovare unappoggio di fronte a tanta insostenibile bellezzaimmaginai. Ma no.Mentre la sostenevoirrigidii le gambepoiché sia fiori cheprato vacillavano e ondulavano intorno a me. Sembrava una scossa diterremotosolo che passò di botto senza far danni. Erapiuttosto difficile cogliere la terra nell'atto di fare similischerzi; finché ci stavo attentonon succedeva nientema nonappena mi distraevotutto quanto il panorama se ne fuggiva viaeoscillavasi gonfiavae assumeva tutte le inclinazioni possibili.Una voltaperònel girare il capo all'improvvisosorpresiquella fila imponente di palme regali che oscillava descrivendo ungrande arco nel cielo. Ma non appena la sorpresisi fermòeil sogno diventò nuovamente placido.


Arrivammopoi a una casa tutta fresca con una grande veranda ventilatacheavrebbe potuto essere la dimora dei mangiatori di loto.


Finestree porte erano spalancate alla brezza e canzoni e profumi pigramentene entravano e uscivano a fiotti. Le pareti erano foderate di tapaeovunque divani ricoperti da stuoie apparivano invitanti; c'era ancheun grande pianoforteche certamente non poteva suonare nulla di piùeccitante di nenie. Cameriere - fanciulle giapponesi nel loro costume- vagavano qua e làsilenziosamentecome farfalle.


Tuttoera straordinariamente fresco. Non più il dardeggiare di unsole tropicale sopra un mare implacabile. Era troppo bello per esserevero.


Manon era una cosa reale. Quella dimora era una dimora di sogno. Losapevoperché mi voltai di colpo e vidi il grande pianocompiere delle evoluzioni in un angolo spazioso della stanza. Nondissi nullaperché proprio in quel momento ci stava dando ilbenvenuto una donna graziosauna bella Madonnache indossavaun'ampia veste bianca e aveva i sandali ai piedisalutandoci come seci avesse sempre conosciuti.


Cimettemmo a tavola nella veranda immersa in una calma sognatriceserviti dalle fanciulle-farfallea mangiare strani cibi e a gustareun nettare detto "poi". Ma il sogno minacciava didissolversisplendeva di una luce tremulacome una bollairidescente sul punto di scoppiare. Ero per l'appunto intento aguardare là fuori l'erba verde e gli alberi imponenti e ifiori di ibiscoquando sentii a un tratto la tavola muoversi. Latavola e la Madonna di fronte a me e la veranda dei mangiatori dilotol'ibisco rossoe il tappeto verde e le piante - tutto sisollevò e inclinò dinanzi ai miei occhie si gonfiòe ricadde nel cavo di un immane cavallone. Afferrai convulsamente laseggiolatenendola stretta. Mi pareva di tenermi stretto al sognooltre che alla seggiola. Non mi sarei sorpreso se il mare fossepenetrato d'impetosommergendo tutta quella terra fatatae io mifossi ritrovato al timone dello "Snark"sollevandodistrattamente lo sguardo da uno studio dei logaritmi. Ma il sognocontinuava. Guardai di soppiatto la Madonna e suo marito. Non davanosegno di turbamento.


Sullatavola i piatti non si erano mossi. L'ibisco e gli alberi e l'erbaerano sempre là. Nulla era mutato. Sorseggiai ancora un po' dinettare e il sogno fu più che mai rea]e.


-Volete un po' di tè ghiacciato? - chiese la Madonna; e in quelmentre il suo lato della tavola si piegò dolcemente e io lerisposi di sì a un angolo di quarantacinque gradi.


-A proposito di pescicani - disse suo marito - su a Niihau c'era unuomo.... - E in quell'istante la tavola si drizzò e gonfiòe io alzai gli occhi su di luia un angolo di quarantacinque gradi.


Cosìla colazione continuòe io mi rallegravo di non doversoffrire nel vedere Charmian camminare. A un trattoperòunaparola misteriosa uscì a intimorirmi dalle labbra deimangiatori di loto.


"Ahah"pensai"ecco che il sogno comincia a svanire".Di nuovo mi aggrappai disperatamente alla seggioladeciso ariportare alla realtà dello "Snark" qualche vestigiotangibile della terra del loto. Sentivo che tutto il sogno stavasubdolamente cercando di sfuggire. Proprio allora la misteriosaparolache incuteva timorevenne ripetuta.


Suonavacome "giornalisti". Alzai gli occhi e ne vidi tre venireavanti nel prato. Ohbenedetti quei giornalisti! Ma allora il sognoera indiscutibilmente verodopo tutto. Guardai fuoriverso l'acquasplendentee vidi lo "Snark" all'ancoraricordai che conesso avevo navigato da San Francisco alle Hawaiie che questo eraPearl Harboure che proprio in quell'istante alcune persone mi eranopresentate e io dicevorispondendo alla prima domanda: "Sìdurante tutta la navigazione abbiamo avuto un tempo magnifico".




CAPITOLO6


UNOSPORT DA RE


Eccocos'è: uno sport da re per i re naturali della terra.


Sullaspiaggia di Waikikil'erba cresce proprio fino all'acquae anche inmare per una fascia di venti piedi oltre la linea della bassa marea.Anche le piante crescono fino al limite salino delle cosee si staseduti alla loro ombrasi guarda in direzione del mareverso imaestosi frangenti che si abbattono rombando sulla spiaggia ai nostripiedi. Mezzo miglio più in là c'è la scoglierae lì i frangenti dalle candide creste si innalzano ad untratto verso il cielo dalla placida distesa azzurra e giungonorotolando fino a riva. Vengonouno dopo l'altroper tutto unmigliocon le creste frangiate di spumabattaglioni infinitidell'infinito esercito del mare.


Sista sedutiprestando l'orecchio al rombo perpetuocontemplando laprocessione senza finee ci si sente piccoli e fragili di fronte aquesta forza terrificante che si esprime in furore e schiuma e suono.


Davveroci si sente microscopicamente minuscolie il pensiero che sipotrebbe avere da lottare con un simile mare desta nell'immaginazioneun fremito d'apprensionequasi di paura.


Maviavengono dalla lontananza di un miglioquesti mostri dalle fauciferinee pesano migliaia di tonnellatee vengono all'attacco dellaspiaggia più velocemente di quanto un uomo possa correre.Quale possibilità in una simile lotta? Proprio nessunaeccoil verdetto dell'IO intimorito: e si continua a star sedutiaguardare e ascoltaree si pensa che erba e ombra compongono unpiacevole rifugio.


Maad un trattolà fuoridove una grande nuvola di spruzzi sidrizza verso il cielocome un dio marino che sorga daquell'accavallarsi di spuma e di un bianco ribolliresulla crestainstabilevorticosache crollas'impenna e ricadedel frangenteappare il bruno capo di un essere umano. Veloce si erge nel mezzo diquel bianco precipitare. Le sue brune spalleil toracei fianchile membratutto si staglia bruscamente dinanzi ai nostri occhi. Làdove solo un istante prima non c'era che un'ampia distesa desolata eun rombare incontenibileecco ora un uomo eretto in tutta la suastaturanon lottando freneticamente in quel moto selvaggiononsepolto e schiacciato e sbattuto da quei mostri possentima ritto aldi sopra di essicalmo e superboin equilibrio sull'instabilesommitài piedi immersi nella spuma ribollenteavvolto daglispruzzi salini fino alle ginocchiae tutto il resto del suo esserenella libera aria e nel sole splendente.


Sierge e vola attraverso l'ariavola avanzandovola alla velocitàdell'onda su cui si erge. E' un Mercurioun bronzeo Mercuriodaitalloni alati e veloci quanto il mare. In verità èsorto dal marebalzando sul dorso del maree sul mare cavalcasulmare che romba e muggisce e non riesce a scuoterselo di dosso. Ma ilsuo non è un frenetico cercare di sopravanzare e tenersi inequilibrio. Egli è impassibileimmobilecome una statua chemiracolosamente scolpitasorga dalle profondità del mare dacui anch'egli è sorto. E dritto verso la riva vola sui tallonialati e sulla bianca cresta dell'onda.


Conun furioso erompere di spumaun lungo e tumultuoso rombarel'ondaricade vana ed esausta sul lido ai nostri piedi; e dinanzi a noi siavanza quietamente un kanakaabbronzato dal sole tropicale.


Pochiminuti prima non era che un puntolino alla distanza di un quarto dimiglio: ora ha "domato il frangente dalle fauci ferine"montandoci soprae l'orgoglio dell'impresa è visibile nelportamento del suo magnifico corpomentre noncurante getta unosguardo su di voiseduto all'ombra sulla spiaggia. E' un kanakapiùancoraè un uomoappartiene alla razza regale che hasoggiogato la materia e gli esseri bruti e domina su tutto il creato.


Ealloracontinuando a stare sedutisi pensa all'ultima lotta diTristano con il mare in quel fatale mattinosi pensa anche che ilkanaka ha fatto quanto Tristano non fece maiconosce una gioiaofferta dal mare che Tristano mai conobbe. E si pensa ancora che èbellissimo stare seduti nell'ombra quieta della spiaggiama che voisiete un uomoappartenente a quella razza regalee che ciòche un kanaka può farelo potete fare pure voi. Suvviatoglietevi gli abitiche ingombranoin questo dolce clima. Entratein marelottate con essorendete alati i vostri talloni conl'abilità e la forza che è in voi; imbrigliate le ondedel maredominatelecavalcate sui loro dorsicome spetta a un re.


Fucosì che io mi diedi allo sport di correre sulle onde. E orache l'ho praticatopiù che mai lo considero uno sport da re.Ma prima lasciate che ve ne spieghi la natura fisica.


Un'ondaè un'agitazione che si trasmette. L'acqua che costituisce lasostanza di un'onda non si muove. Se lo facessequando un sasso èbuttato in uno stagno e le increspature si allargano in un cerchiosempre più vastoal centro si dovrebbe formare una cavitàin continuo aumento. Nol'acqua che costituisce la sostanza diun'onda resta ferma. Cosìse guardate un punto determinatodella superficie dell'oceanovedrete sempre la stessa acquasollevarsi e ricadere mille volte per l'agitazione trasmessa da milleonde successive.


Immaginateora che questa agitazione che si comunica si diriga verso terra.Quando il fondo del mare si rialzala parte inferiore dell'onda èla prima a urtare la terra ed è fermata. Ma l'onda èfluidae la parte superiore dell'onda non ha urtato nullaquindicontinua a comunicare il suo motocontinua ad andare avanti. Equando la sommità di un'onda continua ad avanzarementre laparte inferiore rimane indietroqualcosa dovrà pur accadere.


Infattila parte inferiore dell'onda rimane indietro al disottola sommitàsi incurva e ricade al di làin avantie all'ingiùarricciandosiincrespandosi e rombandocome infatti succede. Ed èla parte inferiore dell'ondache urta contro la terrala causa ditutti i frangenti.


Mala trasformazione da una lieve ondulazione a un frangente non èsubitanease non dove il fondo si rialza improvvisamente. Se ilfondo si eleva gradatamente in uno spazio che va da un quarto dimiglio a un migliosu un'eguale distanza avverrà latrasformazione. Così avvieneper esempiodinanzi allaspiaggia di Waikikiche dà origine a un frangente fattoapposta per lo sport di correre sulle onde.


Sibalza sulla sommità di un frangente proprio là doveincomincia a rompersi e ci si mantiene in equilibrioman mano chel'onda si rompe prima di arrivare alla spiaggia.


Edora parliamo un po' delle caratteristiche di questo sport.


Portatevial largo su una tavola piattalunga sei piedi e larga duedi unaforma vagamente ovalestendetevi sopracome un bimbo sopra unaslittae vogate con le mani fino ad arrivare dove l'acqua èprofondadove le onde incominciano a incresparsi. Rimanetetranquillamente stesi sulla tavola. Un'onda dopo l'altra continueràa infrangersi dinanzidietro a voisopra e sotto di voie aprecipitarsi verso la spiaggialasciandovi dietro di sé. Sestesse fermavoi potreste percorrerla scivolando come fanno iragazzini lungo il pendio di una collina. "Ma"voiobietterete"l'onda non sta ferma". Verissimo: ma l'acquache costituisce la sostanza di un'onda non si spostae in ciòsta il segreto di questo sport.


Sevoi cominciate a scivolare lungo la superficie anteriore diquell'ondacontinuerete a scivolaresenza mai cadere nel cavodell'onda stessa. Non ridetevi prego. L'altezza di quell'onda potràessere di soli sei piedipure voi potrete continuare a scivolare sudi essa per un quarto o una metà di migliosenza cadere nelcavo dell'onda. Perchévedetedal momento che un'onda non èche un'agitazione trasmessa o una spintae l'acqua che forma l'ondacambia a ogni momentonuova acqua si eleva nell'ondaalla stessavelocità di percorso dell'onda stessa. Voi scivolate lungoquesta nuova acquama rimanete nella vostra posizione inizialesull'ondascivolando lungo l'acqua sempre rinnovantesi che si elevae forma l'onda. E scivolate precisamente alla stessa velocitàdi percorso dell'onda. Se essa percorre quindici miglia all'oravoipercorrerete scivolando quindici miglia all'ora.


Travoi e la spiaggia si stende un quarto di miglio d'acqua. Mentrel'onda avanzaquest'acqua cortesemente si ammassa nell'ondalagravità fa il resto e voi ve ne andate giùpercorrendola tutta di scivolata. Se continuate a esseredell'opinionementre scivolateche l'acqua si muove con voiimmergeteci le braccia e tentate di remare con le mani; viaccorgerete che dovrete essere notevolmente rapido per riuscire afare una palataperché quell'acqua sta scadendo di poppa conla stessa velocità con cui voi vi precipitate in avanti.


Edora parliamo di un altro lato di questo sport. Ogni regola ha le sueeccezioni. E' vero che l'acqua di un'onda non va avantima c'èquella che si potrebbe chiamare la spinta del mare.


L'acquadella cresta che ricade al di là continua ad avanzarecomepotrete presto constatare se vi schiaffeggia in visoo se rimaneteal di sotto di essa e da un colpo potente siete spinti sotto lasuperficie dell'acquarimanendo senza fiato e ansimanti per mezzominuto.


L'acquadella sommità dell'onda si appoggia su quella della parteinferiore dell'onda stessa. Ma quando quest'ultima urta contro laterrasi fermamentre la parte superiore dell'onda continua adavanzaresenza però avere più la parte inferioredell'onda a sostenerlasicché dove prima c'era tutta acquaora c'è dell'aria.


Avvienecosì che per la prima volta l'onda risente l'effetto dellaforza di gravitàe cade giùvenendo nello stessotempo strappata dalla parte inferioreche rimane indietroescagliata in avanti. E per questa ragione scivolare sull'onda soprauna tavola è qualcosa di diverso dal semplice lasciarsiscivolare giù per una collina. A dire il veroèproprio come se si fosse afferrati e scagliati verso terra dalla manodi un Titano.


Abbandonail'ombra frescaindossai un costume da bagnomi procurai una tavolaadatta a questo sport (era troppo piccola: ma io non lo sapevoenessuno me lo disse)e raggiunsi alcuni ragazzini kanaka chegiocavano in acqua poco profondadove le onde arrivavano giàesaurite e ridotte - un vero giardino d'infanzia. Mi soffermai aguardarli: non appena arrivava un'onda che prometteva benesigettavano bocconi sulle loro tavolescalciavano pazzamente earrivavano con l'onda sino a terra. Decisi di imitarli. Continuai aguardarlimi sforzai di fare tutto quello che facevano e feci unfiasco completo. L'onda passava viae senza di me. Ritentai a piùripresescalciai ancora più freneticamente dei ragazzinimanon serviva a niente. Ne avevo intorno una mezza dozzina e tuttibalzavano sulle tavole davanti a un'onda promettente; i nostri piediroteavano come pale di battelli fluviali a ruotae ogni volta queibricconi sfrecciavano viamentre iosciaguratorimanevo indietro.


Tentaiper una buona orasenza riuscire a convincere una sola onda aissarmi fino alla spiaggia. Poi arrivò un amicoAlexanderHume Fordglobe-trotter di professioneun tipo sempre in cerca dinuove sensazioni. E ne aveva trovate a Waikiki. Diretto in Australiasi era fermato lì per una settimana per vedere se si provavaqualche emozione nello scivolare sulle onde sopra una tavolae nonse ne era più staccato. Per un mese intero si era dato ognigiorno a quello sportné riscontrava in sé alcunsintomo di un diminuire dell'attrazione. Mi parlò dacompetente.


-Togliti da quella tavola - disse - sbattila via subito. Vedi un po'come fatichi a starci sopra. Se mai il naso di quella tavola urtacontro la terrati troverai sbudellato. Suprendi la mia. E' didimensioni adatte per un uomo.


Sonosempre umile di fronte alla competenza. Ford era un competentee miinsegnò a salire correttamente sulla sua tavolapoi aspettòun bel cavallonemi diede una spinta al momento giustoe cosìmi avviò. Ohil momento deliziosoin cui sentii quell'ondaafferrarmi e lanciarmi!


Sfrecciaivia per quattrocento metrie mi afflosciai con l'onda sullaspiaggia. Da quel momento il mio caso fu disperato. A guado riportaia Ford la sua tavolache era largadi uno spessore di parecchipollici e pesava buone settantacinque libbre. Ford mi diede deiconsiglitanti. Non aveva avuto nessuno che gli desse delle lezionie tutto quanto aveva imparato faticosamente in varie settimaneme lotrasmise in mezz'ora. Davvero imparai per procura! E alla distanza dimezz'ora fui in grado di darmi l'avvio da solo e iniziare lascivolata.


Continuaia farlo ancora e ancoramentre Ford applaudiva e consigliava. Midissead esempiodi stendermi sulla tavola solo fino a un certopunto e non più in là; ma probabilmente dovetti essereandato un pochino più in làperchémentrearrivavo a tutta carica in terraquella disgraziata tavola ficcòil naso nel fondosi arrestò bruscamente e fece una bellacapriolatroncando di botto ogni nostro rapporto. Fui lanciato inaria come un pezzetto di legnoe vergognosamente sommerso dalfrangente che ricadeva. E compresi chesenza i consigli di Fordsarei stato sbudellato. E' appunto questo rischio una parte deldivertimentoFord almeno lo sostiene. Può essere che taleemozione tocchi a luiprima di lasciare Waikikie allorane sonoconvintola sua smania di sensazioni sarà soddisfatta per unbel po'.


Tuttoben consideratoè una mia netta convinzione che un omicidio èpeggiore di un suicidiosoprattutto senel primo casosi tratta diuna donna. Ford mi salvò dal diventare un omicida. - Immaginache le tue gambe siano un timone - mi disse. - Tienile ben stretteegoverna con quelle. - Pochi minuti dopo stavo arrivando a tuttavelocità su di un frangente crestatoe mentre mi avvicinavoalla rivalì nell'acquache le giungeva alla vitapropriodi fronte a mecomparve una donna. Come fermare quel cavallonesucui mi trovavo?


Diedila donna per morta. La tavola pesava settantacinque libbreio nepesavo centosessantacinque; questo peso addizionato aveva unavelocità di quindici miglia orarie; la tavola e io formavamoun proiettile. Lascio ai fisici di calcolare la forza dell'urtocontro quella poveratenera creatura. Ma in quell'istante miricordai del mio angelo custodeFord. - Governa con le gambe! - Lesue parole mi risuonarono nel cervello. Governai con le gambegovernai energicamentebruscamentecon tutte le mie gambe e contutta la mia energia. La tavola deviò mettendosi di traversosulla cresta. Molte cose accaddero allora simultaneamente. L'onda mischiaffeggiò di sfuggitaun debole colpettoper esserequello di un'ondama sufficiente a gettarmi giù dalla tavolae a scagliarmi in basso attraverso l'acqua impetuosafino sul fondocon cui venni a violenta collisione e sul quale rotolai a piùriprese. Misi la testa fuori dell'acqua per respirare un po' e poi mirizzai in piedi. La donna era lì dinanzi a me. Mi sentii uneroe: le avevo salvata la vita. E lei mi sorrise. Ohnon peristerismo: non si era mai sognata di essere in pericolo! Ad ognimodocosì mi consolainon ero stato ioma era stato Ford asalvarlae quindi non avevo nessuna ragione di sentirmi un eroe. Perdi più quel governare con i piedi era una cosa grande.


Conaltri pochi minuti di esperienza fui in grado di infilarmi tra i varibagnantirimanendo sulla cresta del mio frangenteinvece di essernesommerso.


-Domani - disse Ford - ti porterò in mare aperto.


Guardaiil mare nella direzione che lui additavae vidi dei grossi cavallonispumeggianti che facevano sembrare i frangenti su cui avevo scivolatosino allora delle leggere increspature. Non so cosa potrei averdettose non mi fossi ricordato proprio allora che io appartenevo auna razza regale. Così mi limitai a dire: - Benonedomani mela vedrò con quelle onde là.


L'acquache arriva rotolando sulla spiaggia di Waikiki è proprio lastessa di quella che bagna le spiagge di tutte le isole delle Hawaiie in certo modospecialmente dal punto di vista di un nuotatoreèun'acqua meravigliosaabbastanza fresca per dare un senso dipiacerema abbastanza calda perché ci si possa rimanereimmersi tutto il giorno senza provare freddo. Sotto il Sole o lestellea mezzogiorno o a mezzanottein pieno inverno o in pienaestatenon importa quandoha sempre la stessa temperaturanétroppo calda né troppo fredda - giusta. E' un'acquameravigliosasalata come il vecchio oceanopuracristallina. Se sipensa alle caratteristiche di quest'acquanon è poi tantostranodopo tuttoche i kanaka siano una delle razze piùesperte in fatto di nuoto.


Avvennecosì che l'indomani mattinaquando Ford si presentòio mi tuffai in quell'acqua meravigliosa per una nuotata di durataindefinita. A cavalcioni delle nostre tavoleo meglio stesi bocconisu di essevogando con le manisuperammo il giardino d'infanziadove i piccoli kanaka stavano giocandoe presto ci trovammonell'acqua fonda dove i frangenti giungevano rombando. Anche sololottare con essivogare verso il mare aperto passando sopra oattraverso ad essi era già un divertimento. Si doveva stareben attentiperché era una lotta in cui da un lato venivanoinferti duri colpi e dall'altro si ricorreva all'astuzia - una lottatra la forza bruta e l'intelligenza.


Prestomi feci esperto. Quando un frangente si arricciava sopra la miatestaper un breve istante potevo vedere la luce del sole attraversola sua verde fluiditàpoi abbassavo la testa e mi tenevostretto alla tavola con tutte le mie forze. Poi veniva l'urtoe perchi guardava dalla spiaggia io non esistevo più. In realtàe la tavola e io eravamo passati attraverso la cresta dell'ondariemergendo nella zona di respiro dall'altra parte. Non raccomandereiquesti urti a un malato o a una persona delicataperché sonodotati di un certo pesoe la pressione dell'acqua sospinta ècome quella di uno spruzzo violento di sabbiaquando si fabbrica ilvetro. Certe volte si passa in rapida successione attraverso unamezza dozzina di frangentie proprio allora è facile scoprirenuove attrattive alla terraferma e nuove ragioni per rimanersenesulla spiaggia. Fu lì fuoriin mezzo a una successione digrosse onde spumeggiantiche un terzo uomo si unì a noiuncerto Freeth.


Mentreemergendo da un'ondascrollavo il capo per togliermi l'acqua dagliocchi e guardavo davanti a me per cercare di vedere com'era l'ondasuccessivalo vidi che avanzava veloce su di essaritto sullatavolain noncurante equilibrioun giovane dio abbronzato dal sole.


Attraversammoil frangente sulla cui sommità egli correva; quando Ford lochiamòcon una piroetta nell'aria si staccò dall'ondarecuperò la sua tavolavogando con le mani ci raggiunse e siunì a Ford nel mostrarmi come si doveva fare. Una cosaspecialmente imparai da Freeth: come affrontare i cavalloni didimensioni eccezionali che talvolta si presentavano. Questi ultimierano proprio spaventosie affrontarli sopra la tavola era una cosaarrischiata.


MaFreeth mi insegnòogni volta che ne vedevo uno di quelcalibro venirmi addossoa scivolare verso l'estremitàposteriore della tavolalasciandomi cadere giùsotto lasuperficie dell'acquatenendo la tavola con le braccia ripiegatesopra la testa. Cosìse l'onda me l'avesse strappata di manocercando di servirsene per colpirmi (uno scherzetto normale di questeonde)ci sarebbe stato un cuscinetto d'acqua della profonditàdi un piede almenose non di piùtra la mia testa e ilcolpo.


Passatal'ondarisalivo sulla tavola e andavo avanti vogando con le mani.Sentii dire che molta gente si era ferita molto gravemente per icolpi inferti dalle loro stesse tavole.


Imparaianche che lo sport di lasciarsi portare dai frangenti e quello diaffrontarli si basano sul principio della non-resistenza. Schiva ilcolpo che ti è destinatotuffati dentro l'onda che cerca dischiaffeggiartiimmergitipiedi all'ingiùben lontano dallasuperficie dell'acqua e lascia che il grosso cavallone che tenta disfracellarti si allontani al di sopra della tua testa. Non essere mairigidorilassaticedi all'acqua che violentemente ti strappa e tiscrolla. Quando il risucchio dell'onda ti afferra e trascina verso illargo sul fondonon lottare contro di esso. Se lo faipotrestiaffogareperché è più forte di te - cedi alrisucchionuota con essonon contro di essoe sentirai diminuirela pressione. E mentre nuoti con l'ondaassecondandolacosìche non ti tenga avvinghiato a sénuota anche verso l'alto.Non ti sarà difficile raggiungere la superficie dell'acqua.


L'individuoche voglia imparare lo sport di lasciarsi portare dai frangenti dovràessere un forte nuotatore e abituato ad andare sott'acqua. Oltre aciòun po' di forza e di buon sensoecco tutto quanto ènecessario. La forza del grosso cavallone è piuttostoinaspettata e succedono delle mischie in cui la tavola e l'uomo checi sta sopra sono violentemente strappati l'uno all'altro e separatida centinaia di metri. L'individuo che pratica questo sport devebadare a se stesso poichése anche ci fossero quanti sivogliano altri individui a praticarlo con luinon potràassolutamente contare sul loro aiuto. Il senso di sicurezzaimmaginaria che provavo in compagnia di Ford e di Freeth mi avevafatto dimenticare di essere alla mia prima nuotata in acqua profondae in mezzo ai cavalloni. Me lo ricordai peròe piuttostobruscamentequando una grossa onda venne avantiportandosi via idue uomini sopra di sé e fino a terrae io avrei potutoannegare in una dozzina di modi differenti prima che loro mi avesserodi nuovo raggiunto.


Siscivola lungo la superficie di un frangente sulla tavola specialeadatta a questo sportma per iniziare la scivolata bisogna sapersidare la spinta. Tavola e individuo dovranno essere in moto verso laterra a una buona velocità prima che l'onda li raggiunga.Quando vedete avvicinarsi l'onda da cui volete essere portatidovetevoltarle le spalle e vogare con le mani verso la terra con tuttal'energia di cui disponeteimitando la bracciata a stile libero. Equesta specie di spinta dev'essere esercitata proprio dinanziall'onda. Se la tavola ha acquistato una velocità sufficientel'onda la accelerae la tavola inizia la sua scivolata di un quartodi miglio.


Nondimenticherò mai la prima grossa onda che mi riuscì diacchiappare in mare aperto. La vidi arrivarele voltai la schiena evogai per avere salva la vita! La tavola avanzava sempre piùvelocementefinché mi parve che le braccia mi si spezzassero.Non potrei dire che cosa accadeva dietro di me. Non si puòguardare dietro di sé e nello stesso tempo vogare imitando lepale di un mulino! Sentii la cresta dell'onda turbinare sibilandopoi la mia tavola fu sollevata e scagliata in avanti. Nel primo mezzominuto quasi non potei capire cosa succedeva.


Sebbenetenessi gli occhi apertinon riuscivo a vedere nullasepoltocom'ero nella bianca spuma avanzante della cresta. Ma non me necurai.


Eroconscio unicamente di un senso di gioia estatica per avereacchiappato l'onda. E alla fine del primo mezzo minuto cominciai avedere tutto attorno a me e respirare.


Vidiche l'estremità anteriore della mia tavola era per un metrofuori dell'acqua e avanzava nell'aria; mi spostai allora in avantifacendola inclinare. Poi rimasi bocconiin tranquillo riposo inmezzo a quel moto violentoguardando la terra e i bagnanti sullaspiaggiache a poco a poco diventavano riconoscibili. Non fecineppure un quarto di miglio su quell'onda perchéper impedirealla tavola di tuffarsi in avantiriportai indietro il mio peso mafin troppoe caddi giù per la china posteriore dell'onda.


Erail secondo giorno che sperimentavo quello sporte mi sentivoveramente fiero di me stesso. Rimasi fuori quattro oredecisoallafine di questo tempoa ricominciare l'indomaniquesta volta rittoin piedi sulla tavola; ma l'infernoa quanto diconoèpavimentato di buone intenzioni. L'indomani io ero a lettononmalatoma infelicissimo e a letto.


Neldescrivere la meravigliosa acqua delle Hawaiiho dimenticato didescrivere il meraviglioso Sole delle Hawaii - un Sole tropicale eper di piùnella prima metà del mese di giugnounSole allo zenit. E inoltre un Sole insidiosoingannatore. Per laprima volta nella mia vitanon mi ero accorto di essere statobruciato. Bracciaspalle e schiena lo erano state tante volte inpassato da essere diventate resistenti; non così le mie gambedi cui per quattro ore avevo esposto i teneri polpacci posteriori aquel Sole hawaiano a perpendicolo. Soltanto quando mi ritrovai sullaspiaggia scoprii che risentivo degli effetti.


Orauna scottatura da Sole in principio è semplicemente caldapoisi fa sentire più fortevengono fuori le vescichee legiunturelà dove la pelle si raggrinzarifiutano dipiegarsi. Ed ecco perché oggi ancora sto scrivendo tuttoquesto a letto. E' più facile così che non ilcontrario. Ma domaniahdomani tornerò fuori in quell'acquameravigliosa e verrò fino a terra ritto in piedi sulla tavolaproprio come Ford e Freeth. Se domani non ci riuscissiebbeneritenterò il giorno dopo o quello dopo ancora. A una cosa sonodeciso: lo "Snark" non salperà da Honolulu finchéanch'io non avrò dotato i miei talloni di ali veloci quanto ilmare e mi sarò trasformato in un Mercurio abbronzatospellatodal Sole.




CAPITOLO7


ILEBBROSI DI MOLOKAI


Mentrelo "Snark" veleggiava lungo la costa sopravvento diMolokaidiretto a Honoluluguardai la carta; poi posi il dito suuna bassa penisola addossata a una montagna scoscesa alta dai due aiquattromila piedie dissi: - Ecco lì il vero infernoilluogo più maledetto sulla terra! - Sarei stato ben sorpreso sein quel momento avessi potuto vedermi un mese doposbarcato nelluogo più maledetto sulla terramentre me la spassavovergognosamente in compagnia di ottocento lebbrosi che se laspassavano anche loro. Il loro divertimento non era vergognosoilmio sìperché mi pareva sconveniente divertirmi inmezzo a tanta infelicità- così almeno io pensavo: el'unica mia attenuante era che non potevo fare a meno di divertirmi.


Peresempio il pomeriggio del 4 lugliotutti i lebbrosi si radunaronoall'ippodromo per le corse. Mi ero allontanato dal Soprintendente edai medici per prendere un'istantanea della fase finale di una garauna gara interessanteche destava gran fervore nei tifosi. Eranoiscritti tre cavallicavalcati uno da un cineseuno da un hawaianoe il terzo da un ragazzo portoghese; tutti e tre i fantini eranolebbrosie lo erano pure i giudici e la folla. La gara si svolgevapercorrendo due volte la pista. Il cinese e l'hawaiano partironoinsieme e correvano testa a testamentre il ragazzo portoghesearrancava circa duecento piedi più indietro. Fecero il primogiro sempre nelle stesse posizioni: a metà del secondo eultimoil cinese si avvantaggiò e superò per unalunghezza l'hawaianomentre il ragazzino portoghese stavacominciando a guadagnare terrenoper quanto il suo sembrasse un casodisperato. La folla diventò frenetica.


Tuttii lebbrosi sono appassionati per i cavalli. Il ragazzino portogheseguadagnava sempre più terrenoe anch'io diventai frenetico.Erano ormai tutti e tre sulla dirittura finale. Il ragazzo portoghesesuperò l'hawaianosi udì un rombo di zoccolil'impetodi tre cavalli riuniti in gruppomentre i fantini lavoravano difrustae tutti gli spettatoridal primo all'ultimosi sgolavano afuria di gridi e urla. Avvicinandosi sempre piùa grado agradoil ragazzo portoghese avanzò sino a superare il cineseper una lunghezza.


Passatal'emozionemi ritrovai in mezzo a un gruppo di lebbrosicheurlavanolanciavano in aria i berretti e ballavano come matti. Miaccorsi che facevo lo stesso anch'ioe agitando il cappellomormoravo con voce estatica: - Perbaccoil ragazzo vinceil ragazzovince!


Cercaidi frenarmiripetendomi che mi trovavo dinanzi a uno degli orrori diMolokaie che in simili circostanze non dovevo comportarmi dapersona senza cuore e senza testa; ma inutilmente.


Ilprogramma offriva poi una corsa di asiniche stava per avere inizioe anche il divertimento era all'inizio. L'asino arrivato ultimoavrebbe vinto la corsa: e a complicare maggiormente le coseognifantino non cavalcava il proprio asinoma quello di un altrosicchécercava che l'asino da lui montato vincesse il proprio montato da unaltro. Naturalmente solo chi possedeva asini molto lenti oestremamente indisciplinati li aveva iscritti alla gara. Uno di essiera stato allenato a piegare le gambe e a buttarsi per terra ognivolta che il fantino lo spronava con i talloni; altri cercavano digirarsi e tornare indietroaltri ancora mostravano una decisasimpatia per i lati della pistadove piantavano i musi sopra lesbarre e si fermavano; tutti quanti poi avevano un'andaturalentissima. A metà percorso uno degli asini cominciò adavere a che dire con il suo fantinoe tutti gli altri avevano giàsuperato il traguardoche quello stava ancora lì litigandoecosì vinse la corsase anche il suo fantino la perdette edovette finirla a piedi.


Durantetutto questo tempo un migliaio di lebbrosi ridevano e schiamazzavano;e qualsiasi altro al mio posto avrebbe fatto come loro e si sarebbedivertito.


Tuttoquanto precede serve da preambolo all'affermazione che gli orrori diMolokaicome sono stati dipinti in passatonon esistono.


LaColonia è stata a più riprese descritta da gente cheamava il sensazionalee di solito da persone del genere che perònon l'avevano mai vista. La lebbra è la lebbrasi capisceedè una cosa terribile:


masu Molokai è stato scritto in un modo tanto disgustoso da nonrendere giustizia né ai lebbrosi né a quelli chededicano a essi le loro esistenze. Eccovene un esempio. Ungiornalistache naturalmente non si era mai avvicinato alla Coloniadipinse efficacemente il Soprintendente MacVeigh accovacciato in unacapanna d'erbe e assediato ogni notte da lebbrosi affamati cheginocchioni gli chiedevano lamentosamente da mangiare. Un similequadrodavvero raccapricciantefu riportato dalla stampa di tuttigli Stati Uniti e provocò molti articoli di indignataprotesta. Ebbeneho vissuto e dormito per cinque giorni e nottinella capanna d'erbe del signor MacVeigh (tra parentesiuna comodacasetta di legno: e in tutta la Colonia non esiste una sola capannad'erbe) e ho sentito i lebbrosi che chiedevano lamentosamente damangiare - solo che il lamento era particolarmente armonioso eritmicoaccompagnato dalla musica di strumenti a cordaviolinichitarreukulelebanjo. Inoltre questo lamento era di vario genere:c'era quello della fanfara dei lebbrosiquello di due societàcoralie infine un quintetto di magnifiche voci. Tanto aconfutazione di una bugia che non avrebbe mai dovuto essere stampata.Il lamento era la serenata che i circoli corali fanno sempre alsignor MacVeighquando torna da una gita a Honolulu.


Lalebbra non è così contagiosa come ci si immagina. Feciun soggiorno di una settimana nella Coloniaportando con me anchemia moglie; e tutto questo non sarebbe accadutose avessi avuto ilminimo timore di prendermi la malattia. Né calzammo dei lunghiguanti speciali o ci tenemmo in disparte dai lebbrosichéanzi ci frammischiammo spontaneamente a loroe prima di venirceneviane avevamo conosciuto un buon numero di vista e di nome. Bastanole sole precauzioni di una semplice pulizia. Ritornando alle propriecasedopo essere stati in mezzo ai lebbrosi e averli toccatii nonlebbrosicome i dottori e il Soprintendentesi limitano a lavarsivisi e mani con un sapone lievemente antisettico e a cambiarsid'abito.


Invecesi dovrebbe insistere sul fatto che un lebbroso è infettoequindi la segregazione dei malatiper quel poco che si sa di questamalattiadovrebbe essere severamente mantenuta. D'altro latol'orrore spaventato con cui si è considerato il lebbroso inpassatoe il terribile trattamento che gli era riservatosono statinon indispensabili e crudeli. Per dissipare alcuni degli equivoci piùdiffusi riguardo alla lebbravorrei dirvi qualcosa delle relazionifra lebbrosi e non lebbrosicome potei osservarle da vicino aMolokai.


Ilmattino dopo il nostro arrivo Charmian e io partecipammo a una garadi tiro al Circolo del fucile di Kalaupapafacendoci così unaprima idea della democrazia della sofferenza e delle mitigazioni orain vigore. Al circolo era appena incominciata allora una gara apremio per una coppa messa in palio dal signor MacVeighpure sociodel Circolocome lo sono i dottori Goodhue e Hollmannmediciresidenti (chesia detto incidentalmentevivono nella Colonia conle loro mogli). Tutti intorno a noinel padiglioneerano lebbrosi:e lebbrosi e non lebbrosi usavano gli stessi fucilispalla a spallanello spazio ristretto. La maggioranza dei lebbrosi era hawaiana.


Sedutoaccanto a me sulla panca c'era un norvegesee proprio di frontesulpalcoun americanoveterano della Guerra Civileche avevacombattuto dalla parte dei Confederatiun uomo di sessantacinqueanniciò che non gli impedì di raggiungere un buonpunteggio. Dei tipi vigorosi di poliziotti hawaianilebbrosivestiti di kakistavano pure tirandocosì come facevanoportoghesicinesi e "kokuas" - questi ultimi degliindigeni non lebbrosi che lavorano nella Colonia. E quel pomeriggioche Charmian e io salimmo sul "pali"alto duemila piediper avere un'ultima visione della coloniaSoprintendentedottori etutta quella mescolanza di nazionalità e di malati e nonmalatierano tutti quanti impegnati in un'eccitante partita dibaseball.


Noncosì erano trattati in Europa il lebbroso e la sua malattiatanto temuta e incompresanelle età di mezzoquando egli eraconsiderato legalmente e politicamente defuntocollocato nel mezzodi una processione e condotto in chiesadove le preghiere deidefunti erano lette nel suo nome dal sacerdote officiante. Poi unaspalata di terra gli era gettata sul pettoed egli era morto - unmorto vivente.


Benchéquesto trattamento severo non fosse affatto necessarioesso servìalmeno a far conoscere una cosa. La lebbra era sconosciuta in Europae vi fu importata dai crociati al loro ritornoper poi diffondersilentamentefinché contagiò un gran numero di persone.


Evidentementetale malattia poteva essere presa per contattoera una malattiacontagiosa; ed era altrettanto evidente che essa poteva esseresradicata mediante la segregazione. Per quanto sia stato terribile emostruoso il trattamento del lebbroso in quei tempiesso servìa insegnare la grande lezione della segregazionee in tal modo afugare la lebbra.


Conquesto stesso mezzo anche adesso la lebbra continua a diminuire nelleisole hawaiane. Ma la segregazione dei lebbrosi a Molokai non èaffatto quel terribile incubo così spesso sfruttato dagliscrittori di "libri gialli". Anzitutto il lebbroso non èspietatamente strappato alla famiglia; quando uno di essi èscopertodalla Direzione di Sanità è invitato arecarsi all'ufficio ricevente di Kalihi a Honolulue tutte le spesegli sono ripagate. Come prima cosaegli viene sottoposto a un esameal microscopio da parte del batteriologo della Direzione di Sanità.Se è trovato il "bacillus leprae"il paziente èesaminato da una commissione di medicicinque in tutto; qualora siariconosciuto come lebbrosoè dichiarato talee il verdetto èpoi confermato ufficialmente dalla Direzione di Sanitàlaquale impartisce l'ordine che il lebbroso sia mandato a Molokai.


Inoltredurante tutto l'esame a cui è sottopostoil paziente ha ildiritto di essere assistito e curato da un medico di sua scelta. Eanche dopo essere stato dichiarato lebbrosoil paziente non èscaraventato immediatamente a Molokaima gli è concesso unperiodo sufficientedi settimane e persino di mesitalvoltain cuiegli sta a Kalihi e liquida o sistema i suoi affari. A Molokaiaturnopotrà ricevere la visita dei suoi familiariamministratori ecceterabenché non sia loro permesso dimangiare e dormire nella sua casa. E a tale scopo speciali edificiper i visitatori sono mantenuti sempre disinfettati.


Poteiconstatare come avviene l'esame completo al quale viene sottoposto unsoggettoquando visitai Kalihi con il signor Pinkham presidentedella Direzione di Sanità. L'individuo sospetto era unhawaiano settantenneche per trentaquattro anni aveva lavorato aHonolulu presso una casa editrice. Secondo il batteriologo egli eralebbrosoma il Comitato di investigazione non era riuscito aprendere una decisione e quel giorno si era trasferito al completo aKalihi per compiere un ulteriore esame.


Anchequando è a Molokaiil lebbroso dichiarato tale ha il dirittodi essere riesaminato; e a tale scopo i pazienti ritornanocontinuamente a Honolulu. A bordo del piroscafo che mi portò aMolokai c'erano due lebbrose che vi ritornavanoambedue giovanidonneuna delle quali era andata a Honolulu per sistemare una suaproprietà e l'altra per visitare la madre malata. Ambedueerano rimaste un mese a Kalihi.


Locolonia di Molokai gode di un clima assai più favorevole dellastessa Honolulutrovandosi sul lato sopravvento dell'isola lungo ilpercorso dei freschi alisei di nord-est. Il paesaggio èmagnifico: da un lato il mare azzurrodall'altro la meravigliosaparete del "pali"che qua e là si apre in bellevallate montagnose. Ovunque pascoli erbosisu cui vagano centinaiadi cavallidi proprietà dei lebbrosialcuni dei quali hannoi propri veicoli e relativo equipaggiamento.


Nelporticciolo di Kalaupapa sono alla fonda barche da pesca e unascialuppa a vaporetutte proprietà privata dei lebbrosichele manovrano personalmente. Naturalmente possono allontanarsi soloentro limiti determinatima nessun'altra restrizione è postaalle loro gite in mare. Il pesce pescato è da essi vendutoalla Direzione di Sanità e il ricavato appartiene a lorostessi. Mentre mi trovavo lìla pesca di una sola notte fu di4000 libbre.


Ementre questa gente pescaaltra si occupa di agricoltura. Tutti imestieri sono esercitati. Un lebbrosohawaiano puroè ilcapo dei pittoriha otto uomini sotto di sé e assume lavoriper conto della Direzione di Sanità; è anche socio delTiro a segno di Kalaupapadove lo incontraie devo confessare cheera vestito molto meglio di me. Un altro individuonella medesimasituazione socialeè il capo dei falegnami. E oltre a unnegozio della Direzione di Sanitàci sono molte piccolebottegheproprietà di privatidove chi abbia l'anima delcommerciante può esercitare le proprie attitudini. IlVicesoprintendentesignor Waiamauuna persona capace e istruitaèhawaiano e lebbroso; il signor Bartlettl'attuale magazziniereèun americano che si occupava di affari a Honolulu prima di esserecolpito dal male. Tutto ciò che questi uomini guadagnano va afinire nelle loro taschee di chi non lavora si occupal'amministrazione localeche assicura vittoabitazionevestiario ecure mediche. La Direzione sanitaria provvede all'agricolturaall'allevamento del bestiame e alla produzione del latte per usilocalie impieghi con buoni salari sono offerti a chiunque voglialavorare. Però nessuno è obbligato a farlopoichétutti sono ospiti dell'amministrazione localee ci sono case diricovero e ospedali per i giovanii molto vecchi e gli impotenti.


Miaccadde di conoscere il maggiore Leeamericano e per lungo tempoingegnere navale della Compagnia di Navigazione interinsularementresi occupava attivamente di sistemare il macchinario di una nuovalavanderia a vapore; in seguito lo incontrai spessoe un giorno fului a dirmi:


-Fate un bel racconto di come viviamo quiper amor del Cielodite lecose come sonoparlate chiaro su tutta quella roba da camera degliorrori. Non ci può far piacere essere rappresentati sotto unaluce falsa. Abbiamo la nostra suscettibilità! Dite soltanto almondo come realmente viviamo qui.


Ogniuomo che incontrai nella coloniae ogni donnatutti espressero inun modo o nell'altro lo stesso sentimento. Era evidente che lioffendeva aspramente il modo sensazionale e non corrispondente allaverità in cui erano stati sfruttati in passato.


Nonostantesiano affetti da una malattiai lebbrosi costituiscono una coloniafelicedivisa in due villaggi e in numerose case in aperta campagnao lungo il marecomposta di ben duemila animecon sei chieseunedificio per la Young Men's Christian Associationparecchie sale diriunioniun palchettone per la bandaun ippodromodei campi dibaseball e di tiro a segnouna società di ginnasticanumerosi circoli di divertimento e due bande musicali.


-Sono così contenti qui - mi affermò il signor Pinkham -che non si riesce a mandarli via neppure a fucilate.


Eio stesso lo riscontrai in seguito. Nel gennaio di quell'anno undicilebbrosinei quali la malattiadopo avere compiuto un'operadevastatricenon mostrava più segni di attivitàfurono riportati a Honolulu per esservi riesaminati. Non volevanosaperne di andarci; e alla domanda sein caso di immunità dalebbravolevano essere lasciati liberirisposero tutti quanti senzaeccezioni: - Vogliamo tornare a Molokai.


Inpassatoprima della scoperta del bacillo della lebbraalcuni pochiuomini e donneaffetti da varie malattie completamente diversefurono giudicati lebbrosi e inviati a Molokai: anni dopofuronoveramente costernati quando i batteriologhi dichiararono loro che nonerano affetti da lebbra né lo erano mai stati. Lottarono pernon essere mandati via da Molokai e in un modo o nell'altroo comeaiutanti o come infermieriottennero un impiego dalla Direzione diSanità e ci rimasero. L'attuale guardia carceraria èuno di quelli:


dichiaratonon lebbrosoaccettò un salarioe l'incarico di custodedella prigioneper evitare di essere mandato via.


Attualmentea Molokai c'è un lustrascarpeun negro degli Stati Unitidicui ci narrò la storia il signor MacVeigh. Parecchio tempo faprima che si facessero gli esami batteriologicisi mise a farel'indipendente in modo superlativodando così origine a unaquantità di piccoli guai. Poi un giornodopo essere stato peranni la fonte di seccatureall'esame batteriologico risultònon lebbroso.


-Ahah! - rise sotto i baffi il signor MacVeigh - adesso ti aggiustoio! Te ne andrai via col primo piroscafoe sarà una bellaliberazione!


Mail negro non voleva saperne di andare via. Immediatamente sposòuna vecchia nell'ultimo stadio della lebbrae cominciò ainviare petizioni alla Direzione di Sanitàchiedendo che glifosse concesso di rimanere a curare la moglie ammalataaffermandopateticamente che nessuno avrebbe saputo curare sua moglie tanto benequanto lui. Ma gli altri capirono il giocoe venne spedito via sopraun piroscafo e messo in completa libertà. Ma preferivaMolokai. Sbarcato sulla costa sottovento di Molokaiuna notte scesefurtivamente dal "pali" e si stabilì nuovamentenella Colonia; fu arrestatoprocessatocondannato per violazione diconfini a pagare una lieve multa e rispedito via sul piroscafo conl'ammonizione chese avesse una volta ancora contravvenuto agliordinisarebbe stato multato per cento dollari e mandato in prigionea Honolulu. E oraquando il signor MacVeigh si reca a Honoluluillustrascarpe gli lucida le scarpe e gli dice:


-Behcapostavo proprio bene laggiù. Sissignorestavoproprio bene. - Poi la sua voce si smorza in un sussurro perconfidare: - Ditecaponon potrei tornarci? Non potete fare in modoche io ci torni?


Avevavissuto nove anni a Molokaie molto meglio laggiù di quantonon sia mai statoprima o dopofuori di lì.


Quantoalla paura della lebbra per se stessanon ne riscontrai mai nessunsegno nella Coloniasia tra i lebbrosi che tra i non lebbrosi.


L'orroredella lebbra è sempre più forte nell'animo di quelliche non hanno mai visto un lebbroso e non sanno niente dellamalattia.


All'albergodi Waikiki una signora manifestò il suo stupore atterritoperché io avevo avuto l'audacia di visitare la Colonia.Parlando con leivenni a sapere che era nata a Honolulu e c'erasempre vissutasenza avere mai messo gli occhi sopra un lebbroso. E'più di quanto io personalmente potrei vantarepoichénegli Stati Unitidove la segregazione dei lebbrosi èeseguita con molta larghezzaho visto ripetutamente dei lebbrosinelle vie di grandi città. La lebbra è una terribilemalattianon c'è che dire: ma da quel poco che so di essa edel suo grado di contagiositàpreferirei di molto passare ilresto della mia vita a Molokai piuttosto che in qualsiasitubercolosario.


Inogni ospedale di città o di campagnao in istituti dellostesso genere in altri paesisi possono vedere spettacolialtrettanto terribili quanto quelli di Molokaie l'ammontare totaledi questi spettacoli è infinitamente più terribile. Perquesta ragionese mi fosse permesso di scegliere tra esserecostretto a passare il resto della mia vita a Molokai o nell'East Endlondinesenell'East Side di Nuova York o negli Stockyards diChicagosceglierei Molokai senza esitazioni. Preferirei un anno diesistenza a Molokai a cinque anni nelle suddette sentine di ognidegradazione e miseria umane.


AMolokai la gente è felice. Non dimenticherò mai lacelebrazione del 4 luglio (anniversario della dichiarazioned'Indipendenza degli Stati Uniti) a cui assistetti laggiù.Alle sei del mattinomaschere mostruose erano già in girovestite in modo fantasticoa dorso di cavallimuli e asini (di loroproprietà)caracollando per tutta la Colonia. Poi c'erano lemagnifiche amazzoni "pa-u"una trentina o quarantinatutte donne hawaianevestite in modo sgargiante con i vecchi costumiindigeniche sfrecciavano da ogni parte a duea tre o in gruppo. Eanche le due bande erano già in giro. Nel pomeriggio Charmiane io partecipammo nel palco della giuria alla premiazione di questeamazzoni per i loro costumi e l'abilità nel cavalcare. Attornoa noi c'erano centinaia di lebbrosicon ghirlande di fiori in testaintorno al collo e sulle spalleche guardavano e si divertivano unmondo. E ovunquesui pendii delle colline e nelle ampie disteseerboseapparivano e scomparivano gruppi di uomini e donnevestiti acolori vivacisu cavalli al galoppocavalli e cavalieri adorni einghirlandati di fioriche cantavanoridevano e filavano come ilvento. Mentre mi trovavo sul palco della giuria e contemplavo tuttociòmi tornò alla memoria il Lazzaretto di Avanadoveuna volta avevo visto circa duecento lebbrosi rinchiusi entro quattrostrette mura finché non morivano. Noci sono in tutto ilmondo alcune migliaia di posti che io conosco benee ai qualipreferirei Molokai quale mia residenza fissa. La sera ci recammo inuna delle sale di riunione dei lebbrosidovecon la partecipazionedi un folto pubblicoci fu un concorso a premi tra le varie societàcoralie la serata terminò con un ballo. Ho visto glihawaiani che vivono nei bassifondi di Honolulu; e avendoli vistiposso capire facilmente perché i lebbrosiricondotti dallaColonia in città per subirvi un nuovo esamegridano tutti dalprimo all'ultimo: - Vogliamo tornare a Molokai!


Unacosa è sicura. Nella Colonia il lebbroso vive in condizionimolto migliori di quello che se ne sta nascosto fuoriridotto a unparia solitariovivendo nella continua paura di essere scoperto emarcendo lentamente ma sicuramente. L'azione della lebbra non ècostante; essa si impadronisce della sua vittimacompie le suedevastazioni e poi rimane latente per un periodo indeterminato. Puòdarsi che non provochi altre devastazioni per cinque o diecio anchequarant'annidurante i quali il paziente godrà di una buonasalute ininterrottaperò è raro che queste primedistruzioni cessino da sole; di solito è necessario un abilemedicoe questi non può essere chiamato dal lebbroso che vivenascosto. Per esempiola prima distruzione potrebbe assumere laforma di un'ulcera perforante nella pianta del piede.


Quandol'osso è intaccatone consegue la necrosi. Se il lebbrosovive nascostonon può essere operatola necrosi continueràla sua opera di distruzione dell'osso della gambae in poco tempotra orribili sofferenzequel lebbroso morirà di cancrena o diqualche altra tremenda complicazione. Se invece lo stesso lebbroso sitroverà a Molokaiil chirurgo gli opererà il piedeestirpando l'ulcera e ripulendo l'ossoe arresteràcompletamente la particolare distruzione causata dalla malattia. Unmese dopo l'operazione il lebbroso potrà andare a cavalloprendere parte a corse podistichenuotare fra i frangentio scalarei fianchi scoscesi delle vallate alla ricerca di mele di montagna. Ecome dicemmo primala malattiadiventata latentepotrà nonattaccarlo più per cinquedieci o anche quarant'anni.


Gliorrori che si raccontavano in passato a proposito della lebbrarisalgono alle condizioni esistenti prima della chirurgiaantisetticae prima che dottori come il dottor Goodhue e il dottorHollman andassero a vivere nella Colonia. Il dottor Goodhue èil miglior chirurgo di nuovo stampo che esista lìe non sipotrà mai lodarlo abbastanza per l'opera così nobileche compie. Passai una mattinata con lui nella sala operatoriaedelle tre operazioni da lui eseguitedue lo furono su uomini appenaarrivati con me sul mio piroscafo. In tutti e due i casi la malattiaaveva attaccato un punto solo: uno aveva un'ulcera perforante allacavigliain uno stadio piuttosto avanzatoe l'altro soffriva dellostesso malema sotto il braccio.


Neidue casi la malattia aveva fatto molti progressiperché sitrattava di gente vissuta fuorisenza poter essere curata; il dottorGoodhue riuscì ad arrestare la distruzione dei tessuti in modocompleto e immediatoe quattro settimane dopo quei due uomini sisaranno trovati in condizioni di buona salute ed efficienzacomeerano stati sempre nella loro vita. La sola differenza tra loro e voio me sarà che nei loro corpi la malattia rimarràlatentee potrebbe in futuro provocare altre distruzioni.


Lalebbra è vecchia quanto la storia e accenni a essa si possonotrovare nelle più antiche testimonianze. Eppure oggi non siconosce su di essa più di quanto si conosceva allora. Ossiaallora si sapeva questo: che era contagiosae quindi chi ne eraaffetto doveva essere segregato. La differenza tra allora e ora èche oggi il lebbroso è segregato più severamente etrattato più umanamentema la lebbra in sé rimane lostesso spaventoso e profondo mistero. La lettura dei rapporti didottori e specialisti di tutti i paesi rivela la natura sconcertantedel male. Questi specialisti della lebbra non concordano su nessunafase della malattia. Non la capiscono. In passato si accontentavanodi generalizzare in modo irriflessivo o dogmatico; ora invece nongeneralizzano più. Il solo concetto generale che si possaricavare da tutte le ricerche fatte è che la lebbra è"debolmente contagiosa"; ma in che modo essa lo siasiignora. Il bacillo della lebbra è stato isolatosi puòdeterminare mediante esami batteriologici se un individuo èlebbroso o noma si è sempre allo stesso punto per quantoriguarda il modo in cui quel bacillo penetra nel corpo di un nonlebbroso. Non si sa quanto tempo dura l'inoculazione. Si ècercato di inoculare la lebbra in ogni sorta di animalisenzariuscire a nulla.


E'stata vana la ricerca di un siero con cui combattere il maleenonostante infiniti studi non si è trovato nessun indizionessuna cura. Si è avuto ora qua ora là un divampare disperanzedi teorie sulle cause e di cure proclamate con grandesfoggio di pubblicitàma ogni volta l'ombra dell'insuccessoha spento la fiamma. Un dottore insiste che la causa della lebbra èuna dieta prolungata a base di pesce e prova diffusamente la suateoriafinché un altro dottore dell'altopiano dell'Indiamanda a chiedere come mai allora gli abitanti di quella zona sonoaffetti da lebbramentre né essi né tutte legenerazioni che li hanno preceduti hanno mai mangiato pesce.


Unaltro ancora tratta un lebbroso con un certo tipo di olio o dimedicinaannuncia una curae cinquedieciquarant'anni dopolamalattia si manifesta nuovamente. Si deve a questa caratteristicadella malattia di rimanere latente nel corpo per periodiindeterminati l'abbondanza delle sedicenti cure. Ma questo solo ècerto: FINORA NON SI E' AVUTO NESSUN CASO PROVATO DI GUARIGIONE.


Lalebbra è "debolmente contagiosa"sta bene: ma comelo è? Un medico austriaco ha inoculato la lebbra in se stessoe nei suoi assistentie non è riuscito a infettarsi. Pure laprova non è decisivapoiché c'è sempre ilfamoso caso di quell'assassino hawaianola cui condanna a morte fucommutata in reclusione a vitadopo che egli accettò diessere inoculato con il bacillo della lebbra. Poco dopol'inoculazione la lebbra si manifestò e l'uomo morìlebbroso a Molokai. E neppure questa prova è decisivaperchési scoprì che quando egli era stato inoculatoparecchi membridella sua famiglia erano già a Molokaicolpiti da]la stessamalattiaquindi egli avrebbe potuto avere contratto il male da loroed essere stato inoculato ufficialmente proprio durante il misteriosoperiodo di incubazione. E c'è ancora il caso di quell'eroedella ChiesaPadre Damianoche venne a Molokai sano e vi morìlebbroso; sono state elaborate molte teorie sul come egli contrassela lebbrama nessuno lo sa con precisione e lui stesso non losapeva. D'altra parte ciò che egli rischiò alloraèrischiato attualmente da una donna che vive nella Coloniac'èvissuta per molti annisposandosi con cinque mariti lebbrosihaconcepito dei figli da loroe oggi ancora è immune dallamalattia come lo è sempre stata.


Finoranessuna luce è stata fatta sul mistero della lebbra. Quando sene saprà di piùci si potrà aspettare unrimedio. Non appena verrà scoperto un siero efficacelalebbradato che è così debolmente contagiosadopo unabattaglia breve ed energica scomparirà rapidamente dallaterra. Ma nel frattempocome scoprire quel siero o qualche altraarma impensata? Ai giorni nostri il problema è serio. Sicalcola che ci sia mezzo milione di lebbrosinon segregatinellasola India. Biblioteche CarnegieUniversità Rockefeller ealtre simili iniziative umanitarie sono una gran bella cosama nonsi può fare a meno di pensare quanto sarebbero efficaci pochemigliaia di dollariad esempioper la Colonia lebbrosa di Molokai.Quelli che vi risiedono sono vittime del destinocapri espiatori diuna misteriosa legge naturale ignorata dall'uomoisolati per il benedei loro similiche potrebbero altrimenti prendersi la terribilemalattia proprio come essi se la sono presanessuno sa come.


Nonsolo per il bene loroma per quello delle generazioni futurepochemigliaia di dollari aiuterebbero una ricerca fondata e scientifica diuna cura della lebbradi un sieroo di qualche scoperta finoraimpensatache permetterà al mondo medico di sterminare il"bacillus leprae".


Eccodove profondere il vostro denaroo filantropi.




CAPITOLO8


LACASA DEL SOLE


Cisono migliaia di persone che viaggiano come spiriti irrequieti pertutto il mondo alla ricerca di paesaggi di terra e di mare e diprodigi e bellezze della natura - che a falangi percorrono l'Europae si possono incontrare a sciami e mandrie nella Florida e nelleIndie Occidentalivicino alle piramidi e sui declivi o sulle sommitàdelle Montagne Rocciose del Canadà e dell'America. Ma nellaCasa del Soleesse sono altrettanto rare di vivi e guizzantidinosauri.


Haleakalaè una parola hawaiana che significa "Casa del Sole"ed è veramente un nobile edificioquestosituato nell'isoladi Maui; ma così pochi turisti vi hanno posato lo sguardoemeno ancora ci sono entratiche il loro numero puòaddirittura essere ridotto a zero.


Eppureoso dire cheper bellezze e meraviglie naturalichi ama la naturapotrà vedere altre cose grandiose quanto Haleakalama nessunapiù grandiosamentre non vedrà mai in nessun postoqualcosa di più bello o meraviglioso.


Honoluluè a sei giorni di navigazione a vapore da San FranciscoMauiè alla distanza di una notte di piroscafo da Honolulue altresei orese il viaggiatore ha frettapossono portarlo a Kolikoliche si eleva a diecimilatrentadue piedi sopra il livello del mare eproprio accanto al portale d'ingresso della Casa del Sole. Eppure ilturista non ci vienee Haleakala continua a sonnecchiare nella suagrandiosità solitaria e ignorata.


Nonessendo dei turistinoigente dello "Snark"ci recammo aHaleakala. Sulle balze di quella colossale montagna c'è unafattoria per l'allevamento del bestiame di circa cinquantamila acridove passammo la notte a un'altitudine di duemila piedi. La mattinadopo si ricorse agli stivali e alle sellee in compagnia di cow-boyse di cavalli da soma ci arrampicammo sino a Ukuleleun casolare dimontagnache per la sua altitudine di cinquemilacinquecento piediha un clima moderatamente rigidotale da richiedere delle coperte lanotte e un fuoco scoppiettante nella stanza di riunione. Sia dettoincidentalmenteUkulele è una parola hawaiana che significa"pulce che salta"ma corrisponde pure a uno strumentomusicale che potrebbe essere paragonato a una chitarra primitiva.Secondo mequel casolare è stato chiamato cosìpensando allo strumento musicale. Non avevamo fretta; cosìpassammo la giornata a Ukulelediscutendo dottamente di altitudini edi barometrie scuotendo il nostro barometro personale tutte levolte che l'asserzione di qualcuno richiedeva una dimostrazione. Ilnostro barometro è lo strumento più gentile ecompiacente che io abbia mai visto. Inoltre raccogliemmo dellefragole di montagnagrosse come uova di gallinae anche piùalzammo gli occhi sui pendii lavici ricoperti di pascoli fino allavetta dell'Haleakalaa circa quattromilacinquecento piedi al disopra di noie li abbassammo su una violenta zuffa tra nuvolechesi svolgeva sotto di noi mentre noi eravamo in pieno Sole radioso.


Ognigiorno dell'anno questa battaglia interminabile continua. Ukiukiu èil nome dell'aliseo che scende infuriando da nord-est e si scaglia suHaleakala. Ora Haleakala è tanto massiccio e alto che devial'aliseo di nord-est e da un lato e dall'altrosicché aridosso di Haleakala non soffia più nessun aliseoma anzi ilvento soffia nella direzione oppostain faccia all'aliseo dinord-ested è chiamato Naulu. Giorno e nottesenza requieUkiukiu e Naulu si azzuffanoavanzandoritraendosicompiendo unmovimento aggirantecurvandosiarricciandosivoltandosi eattorcendosiin un conflitto reso visibile da masse di nubistrappate dai cieli e scaraventate avanti e indietro in squadronibattaglioniarmate e grandi cumuli simili a montagne. Di tanto intanto Ukiukiucon raffiche possentigetta masse immense di nuvoleproprio sulla vetta di Haleakaladopo di che Naulu abilmente lecatturale riordina in nuove formazioni da battaglia e con essecolpisce di rimando il suo antico ed eterno antagonista. AlloraUkiukiu invia un grosso esercito di nubi sul lato di levante dellamontagnain un movimento aggirante bene eseguito. Ma Nauludallasua tana di sottoventocostringe le forze attaccanti a concentrarsispingendole e avvolgendole e trascinandolemartellandole cosìda modellarlee le rinvia all'attacco contro Ukiukiu sul lato aponente della montagna. E nel frattemposopra e sotto il vasto campodi battagliasu per i pendii digradanti sino al marecontinuamenteUkiukiu e Naulu mandano fuori piccoli bioccoli di nuvolein ordinesparsoche avanzano lentamente strisciando sul terrenoinsinuandosifra gli alberi e su per le vallisi attaccano di sorpresa e sicatturano in subitanee imboscate e sortite. Talvolta Ukiukiu o Naulumandando inaspettatamente all'attacco una colonna pesantefaprigionieri quei deboli combattenti isolati o li sospinge verso ilcielogirandoli e rigirandoli a più ripresein vorticiverticalisu per migliaia di piedi nell'aria.


Maè sulle pendici occidentali di Haleakala che si svolge labattag]ia principale; qui Naulu concentra le sue formazioni piùpesanti e ottiene le sue maggiori vittorie. Nel tardo pomeriggioUkiukiu si indeboliscecom'è uso di tutti gli aliseied èrespinto indietro da Naulula cui strategia è eccellente. Pertutta la giornata questi ha raccolto e ammucchiato immense riserveeman mano che il pomeriggio avanzale fonde insieme in una saldacolonna a forma appuntitadi una lunghezza di miglia e larga unmiglioe profonda un centinaio di piedi. Questa colonnala fapenetrare lentamente entro l'ampio campo di battaglia di Ukiukiuein modo lentoma sicuro Ukiukiuche rapidamente perde le forzeviene frantumato. Ma non sempre ciò avviene senza perdite.Qualche volta Ukiukiu si oppone selvaggiamentee con nuovi rinforziprovenienti dallo sconfinato nord-est fa a pezzi persino mezzo miglioalla volta della colonna di Naulue la spazza viain direzione delMaui occidentale. Ora invecequando le due armate attaccantis'incontrano alle estremitàne risulta un terribile vorticeverticalecosì che i grossi nembiavvinti l'uno all'altrosi innalzano per migliaia di piedi nell'ariacontinuando a roteare.


Unostratagemma favorito di Ukiukiu consiste nel mandare fuori unaformazione bassatozzafitta fittache avanza lungo il terreno esotto Naulu. Quando Ukiukiu si trova proprio al di sotto del nemicocomincia a inarcarsila possente parte mediana di Naulu cede alcolpo e si incurva all'insùma di solito esso riesce arespingere la colonna attaccante su se stessadando inizio a unprocesso di schiacciamento. E in tutto questo tempo i piccolicombattenti isolatidispersi e frazionatis'infiltrano fra lepiante e nelle vallistrisciando sopra e dentro l'erbasisorprendono a vicenda con balzi e corse inaspettate; mentre aldisopraparecchio al di soprasereno e solitario nei raggi del soleal tramontoHaleakala guarda giù sulla lotta. Poicala lanotte. Ma al mattinosecondo il costume degli aliseiUkiukiuriacquista forza e respinge le falangi di Naulu che ripiegano in unaritirata disordinata. E un giorno è simile all'altro nellabattaglia delle nuvoleeternamente combattuta da Ukiukiu e Naulusulle pendici di Haleakala.


Lamattina seguente stivali e selle furono nuovamente rimessi infunzionecosì pure cow-boys e cavalli da somaed ebbe iniziola scalata alla vetta. Ogni cavallo portava venti galloni d'acquaappesi da ambo i lati in sacche da venti galloniperchél'acqua è preziosa e rara persino nel cratereanche separecchie miglia a nord e a est dell'orlo del cratere la pioggia cadein misura maggiore che in qualsiasi altra parte del mondo. Il camminosaliva attraverso innumerevoli colate di lavasenza preoccuparsi dipistee non ho mai visto dei cavalli che avessero un passo cosìsicuro come quello dei tredici che costituivano il nostroequipaggiamentoe che si arrampicavano o scendevano lungo chineripidissime con la sicurezza e l'indifferenza di capre di montagnasenza che mai un cavallo cadesse o facesse uno scarto.


C'èuna strana illusione ben nota a tutti quelli che scalano montagneisolate. Quanto più si saletanto più vasta èla superficie terrestre che diventa visibilee in conseguenza di ciòl'orizzonte sembra più alto rispetto all'osservatore. Questaillusione è particolarmente sentita a Haleakalapoichéil vecchio vulcano si eleva direttamente sul maresenza contraffortio catene scaglionate; e cosìper quanto noi ascendessimorapidamente il difficile pendio di Haleakalaancora piùrapidamente e Haleakala e noi stessi e tutto intorno a noi affondavanel centro di quello che sembrava un abisso profondo. Da ogni latomolto al di sopra di noil'orizzonte dominava. L'oceano declinavadall'orizzonte fino a noi. Quanto più salivamotanto piùprofondamente ci sembrava di affondaretanto più lontanosopra di noi risplendeva l'orizzontee tanto più accentuataera la pendenza fino a quella linea orizzontale dove cielo e mare siincontravano. Era una sensazione magica e irrealee nella nostramente aleggiarono vaghi ricordi del Buco di Simms e del vulcanoattraverso il quale Giulio Verne giunse sino al centro della terra.


Epoiquando giungemmo finalmente alla sommità di quellacolossale montagnala cui vetta era come il vertice di un conorovesciato situato nel centro di un impressionante abisso cosmicotrovammo che non eravamo né in cima né in fondo. Moltoal di sopra di noi c'era l'orizzonte torreggiante sul cieloe moltoal di sotto di noidove avrebbe dovuto essere la vetta dellamontagnac'era un abisso più profondoil grande craterela"Casa del Sole". Per ventitre miglia tutt'attorno sistendevano le vertiginose pareti del cratere. Ci trovavamo sull'orlodella parete occidentale quasi verticalee il fondo del cratere eraa circa mezzo miglio più in giùsolcato da colate dilava e da coni di cenerema altrettanto rossorecente e intatto daerosionicome se il fuoco si fosse spento solo il giorno prima. Iconi di cenerei più piccoli alti oltre quattrocento piedi ei più grandi oltre novecentoapparivano dei disprezzabilimonticelli di sabbiatale era la grandiosità della cornice.Due fenditureprofonde migliaia di piediinterrompevano l'orlo delcrateree attraverso ad esse Ukiukiu si sforzava vanamente di farpenetrare le sue orde fioccose di nuvole spinte dall'aliseo. Man manoche esse si avanzavano attraverso le fenditureil calore del craterele dissolveva nell'aria chiarae per quanto avanzassero semprenonarrivavano mai in nessun luogo.


Erauna vasta scena di lugubre desolazionepriva di vegetazioneseverarespingenteaffascinante. Abbassavamo gli occhi su un terrenosconvolto dal fuoco e dal terremoto e l'intima struttura della terrasi manifestava in tutta la sua nudità: era come se ciapparisse un'officina della naturaancora ingombra del primomateriale grezzo servito alla costruzione dell'universo. Qua e làgrandi dighe di rocce primordiali si erano elevate erompendo dalleviscere della terraaprendosi a forza il passaggio attraverso lafusa ebollizione superficialeche evidentemente da ben poco tempo siera raffreddata.


Tuttoquanto era irreale e incredibile. Guardando all'insùmolto aldi sopra di noi (in realtàal di sotto di noi) si svolgevanell'aria la battaglia di nuvole tra Ukiukiu e Naulu. E ancora piùal di sopra del pendìo di quello che sembrava un abissosoprala battaglia di nuvolenell'aria e nel cielostavano appese leisole di Lanai e Molokai. Al di là del craterea sud-estsempre nell'illusione di guardare verso l'altovedevamo elevarsiprima il mare color turchesepoi la bianca linea dei frangenti sullacosta di Hawaiisopra ancora la fascia di nuvole portate dall'aliseoe infinea una distanza di ottanta migliastagliarsi con la loromassa stupenda sul cielo azzurrocoronate di neve e inghirlandate dinuvoletremule come un miraggiole vette di Mauna Kea e di Manaloaappese in bell'equilibrio alla parete del cielo.


Sinarra che moltomolto tempo fa un Mauifiglio di Hinavivessenella località ora detta il Maui occidentale. Sua madre Hinapassava tutto il tempo a fare delle "kapas"e doveva farledi notteperché di giorno cercava di farle asciugare. Ognimattina e per tutta la mattinata si affaccendava a stenderle al Solema non appena aveva finito di metterle fuoriincominciava arientrarle per poterle avere tutte quante al riparo prima di notte. Edovete sapere che i giorni allora erano più brevi di adesso.Maui osservava la vana fatica di sua madre e ne soffriva; deciseperciò di fare qualcosa - ohnon di aiutarla ad appenderefuori le "kapas" e a rientrarlenoera troppointelligente per questo. La sua idea era di fare andare il Sole piùadagio. Forse egli fu il primo astronomo hawaiano; di certo prese unaserie di osservazioni del Sole da vari punti dell'isolagiungendoalla conclusione che il corso del Sole passava proprio per Haleakala.


Adifferenza di Giosuénon ebbe bisogno di aiuti divini:raccolse una grande quantità di noci di coccocon la lorofibra intessé una solida cordafacendoci un nodo scorsoio aun'estremitàproprio come fanno anche oggi i cow-boys diHaleakalapoi si arrampicò sino alla Casa del Solee rimasein attesa. Quando il Sole sopraggiunse frettolosodeciso a portare atermine il suo viaggio nel più breve tempo possibileil bravogiovane gettò il suo lazo attorno a uno dei più grossie forti raggi del Solecostrinse così il Sole a rallentare unpochinopoi spezzò il raggio stessostrappandolo via; econtinuò a prendere raggi al lazo e a strapparlifinchéil Sole non si disse pronto a venire a patti. Maui espose le suecondizioni di pace che il Sole accettòconvenendo di andarepiù lentamente da allora in poi. E così Hina ebbe tempoin abbondanza per asciugare le sue "kapas"e i giorni sonopiù lunghi di quanto non solevano essereciò che delresto si accorda perfettamente con i dettami della modernaastronomia.


Facemmocolazione con carne di bue seccata al Sole e "poi" duroinun recinto di pietre usato nei tempi passati per racchiuderci lanotte il bestiame che doveva attraversare l'isola; poi costeggiammol'orlo del vulcano per mezzo miglio e iniziammo la discesa nelcratere. Il fondo era a duemilacinquecento piedi più sottoeci scendemmo lungo un ripido declivio di molle cenere vulcanicasulla quale i cavalli dal piede sicuro continuamente scivolavanosenza cadere. L'oscura superficie della cenererotta dagli zoccolidei cavallisi cambiava in polvere di un giallo ocravelenosaall'apparenza e acida al gustoche si sollevava a folate. Si potéandare al galoppo per un tratto piano fino all'inizio di unprovvidenziale canalonepoi la discesa proseguì in mezzo alturbinìo di cenere vulcanicaserpeggiando fra coni di ceneredi un colore rosso mattonevecchio rosa e nero purpureo. Al di sopradi noisempre più altesi drizzavano le pareti del craterementre continuavamo il nostro itinerario fra innumerevoli colate dilavaaprendoci tortuosamente il cammino tra i flutti adamantini diun mare pietrificato. Onde di lava frastagliata tormentavano lasuperficie di questo magico oceanomentre da ogni lato si elevavanocreste dentate e a spirale di forme fantastichee la traccia cheseguivamo ci portò a costeggiare per sette miglia un abissosenza fondoe a passare lungo e sopra la colata principale di lavapiù recente.


All'estremitàpiù bassa del cratere c'era il punto dove avremmo fatto sostain un boschetto di piante olapa e koleaficcato in un angolo delcratere alla base di pareti che si elevavano verticalmente permillecinquecento piedi. Lì trovammo anche il pascolo per lebestiema non l'acquae la nostra prima cura fu di deviare da unlatoaprendoci per un miglio la strada attraverso la lava fino a unpunto dove si sapeva che ci sarebbe stata una fonte in una fessuradella parete del cratere.


Mala fonte era asciutta. Peròarrampicandoci per cinquantapiedi sopra la fessuratrovammo una pozza che conteneva una mezzadozzina di barili di acqua; ci procurammo un secchioe presto unfiotto continuo del prezioso liquido prese a scorrere giù perla rocciariempiendo il bacino inferiorementre i cow-boys avevanoil loro da fare a tenere indietro i cavallidato che per lo spazioristretto uno solo alla volta poteva bere. Venne poi il momento dipreparare il campo ai piedi della paretesulla quale mandrie dicapre selvatiche si arrampicavano belando; e la tenda fu rizzata alsuono di fucilate.


Dinuovo bue seccato al Sole"poi" duro e capretto arrostitoformarono il nostro pasto. Sull'orlo del cratereproprio sopra lenostre testeun mare di nuvole spinte da Ukiukiu si accavallavaeper quanto passasse ininterrottamente non riusciva mai a cancellare eoscurare del tutto la Lunaché il calore del crateredissolveva le nuvolenon appena comparivano. Nel chiarore lunareattratti dai fuochi dell'accampamentogli animali che vivevano nelcratere venivano a guardarciquasi sfidandocie ci sembraronograssipur bevendo raramente acquasostituita dalla rugiadamattutina sull'erba.


Fua causa di questa rugiada che la tenda diventò una camera daletto assai gradita; e ci addormentammo al suono delle "hulas"cantate dagli instancabili cow-boys hawaianinelle cui venesenzadubbioscorre il sangue di Mauiil loro prode progenitore.


Lamacchina fotografica non riesce a rendere bene la Casa del Sole. Lachimica sublimata della fotografia non può mentiremacertamente non dice tutta la verità. Il Koolau Gap èriprodotto fedelmenteproprio come si impresse sulla retina dellamacchina fotograficaeppure nella positiva che ne risulta mancano ledimensioni gigantesche dell'insieme. Quelle pareti che sembrano alteparecchie centinaia di piedi lo sono in realtà parecchiemigliaia: quel cuneo avanzante di nubi è largo un miglio emezzo nella fendituramentre al di là di essa èaddirittura un vero oceanoe quel primo piano di coni di cenere e dicenere vulcanicache appaiono flosci e incolorisono in realtàdi tinte sgargiantirosso mattoneterracottarosagiallo ocra erosso scuro. Allo stesso modo anche le parole sembrano vane edisperanti. Dire che la parete di un cratere è alta duemilapiedi è dire solo che essa è precisamente alta duemilapiedima quella parete del cratere rappresenta molto di piùche una semplice cifra statistica. Il Sole è distantenovantatre milioni di migliama a noi mortali sembra molto piùlontano il paese confinante con il nostro.


Questafacilità di errori di giudizio dell'intelletto umanose èingiusta nei riguardi del Solelo è anche per la Casa delSole.


Haleakalaha un messaggio di meravigliosa bellezza da trasmettere all'umanitàed esso non può essere trasmesso per procura. Kolikoli èa sei ore da KahuluiKahului è a una notte di navigazione daHonoluluHonolulu è a sei giorni da San Francisco. Non c'èbisogno di aggiungere altro.


Scalammole pareti del crateresuperando con i cavalli passi difficilissimifacendo rotolare pietre e ammazzando capre selvatiche.


Ionon ne colpii nemmeno una: ero troppo occupato a far rotolare pietre.Ricordo specialmente un puntoin cui mettemmo in moto una pietradelle dimensioni di un cavallo; iniziò la discesa abbastanzafacilmentecapovolgendosizigzagando incerta e minacciando difermarsima in pochi minuti volava per l'aria facendo dei salti diduecento piedi. Rapidamente si fece più piccolafinchéandò ad urtare un insignificante monticello di sabbiavulcanicada cui sfrecciò via come un coniglio impauritosollevando dietro di sé una minuscola scia di polvere gialla.Pietra e polvere diminuirono di dimensionifinché qualcunodel gruppo disse che la pietra si era fermata: e lo disse solo perchénon la poteva più vedere. Era sparita in lontananzalàdove non giungevano i nostri sguardi. Altri la videro che continuavaa rotolarecome la vidi ioed è mia ferma convinzione chequella pietra stia tuttora rotolando.


L'ultimonostro giorno sul cratereUkiukiu ci offrì un assaggio dellasua forza. Annientò Naulu ricacciandolo su tutta la lineacolmò la Casa del Sole di nuvole fino a straboccarnee cisommerse completamente. Ci serviva da pluviometro una ciotola damezzo litro messa sotto un buchetto della tenda. Quell'ultima nottedi bufera e pioggia colmò la ciotola e non ci fu modo dimisurare l'acqua che si riversò sopra le nostre coperte. Conun pluviometro fuori combattimento non c'era più nessunaragione di rimanere: così levammo le tende nell'alba umida egrigiae ci avviammo in direzione est attraverso la lava fino alKaupo Gap (o Passo di Kaupo). Il Maui orientale non è népiù né meno che l'ampia corrente di lava che in unremoto passato fluì da un capo all'altro del Kaupo Gap;seguendo questa corrente scendemmo da un'altezza diseimilacinquecento piedi fino al mare.


Infondo non si trattò che di una giornata di fatica per icavalli: ma non vidi mai cavalli come quelli chesicuri nei puntipericolosinon si davano mai alla fuganon perdevano mai la testae appena trovavano una pista abbastanza ampia e liscia per potercorrerecorrevano. Non c'era modo di fermarli finché la pistanon ridiventava cattivae allora si fermavano da soli.Continuamenteper giorni interiavevano fatto un lavoro dei piùduri cibandosi quasi sempre di erba pascolata la nottementre noidormivamo; eppure quel giorno percorsero ben ventotto migliae diquelle che spezzano le gambee galopparono fino a Hana come tantipuledri. E oltre a tutto ce ne erano alcuniallevati nella regionearida sul lato sottovento di Haleakalache in tutta la loroesistenza non erano stati mai ferrati.


Ungiorno dopo l'altroe dal mattino alla serasenza essere ferraticamminarono sulla lava pungentecon il peso supplementare di un uomosul dorsoe i loro zoccoli erano alla fine in condizioni migliori diquelli dei cavalli ferrati.


Nellazona tra Vieiras's (dove il Kaupo Gap termina a mare) e Hanai vale lapena di rimanere una settimana o un mesementre ci sostammo solomezza giornata; ma pur nella sua selvaggia bellezza essa apparesbiadita e minuscola in confronto al paese di sogno che si stende aldi là delle piantagioni di gomma tra Hana e il Honomanu Gulch(gulch significa voragineburrone). Ci vollero due giorni perpercorrere questo tratto meravigliososituato sul lato sopravventodi Haleakala.


Quelliche ci abitano lo chiamano "ditch country"il paese delfossoun nome antipaticoma non ce n'è un altro. All'infuoridi essinessuno ci si reca mainessuno ne sa qualcosa. Ad eccezionedi pochi uominiche vi sono stati portati da ragioni di lavoronessuno ha mai sentito parlare del "paese del fosso" diMaui. Ora un fosso è un fossoquasi sempre fangosoe disolito posto in paesaggi non interessanti e monotoni. Ma il NahikuDitch non è un fosso ordinario.


Illato sopravvento di Haleakala è solcato da mille gole ripidegiù per le quali si precipitano altrettanti torrentie ognunodi essi dà origine a una ventina di cascate e salti d'acquaprima di giungere al mare. Qui cade la pioggia più abbondanteche in qualsiasi altra regione del mondo. Nel 1904 la quantitàdi pioggia caduta in un anno fu di quattrocentoventi pollici. L'acquasignifica zucchero e lo zucchero è la spina dorsale delterritorio di Hawaii e tutto dipende dal Nahiku Ditchche non èpoi un vero fossoma un susseguirsi di tunnel. L'acqua scorresottoterracomparendo solo a intervalli per balzare al di làdi una golagettandosi alta nell'aria al di sopra di un vertiginosoprecipizioe sprofondando entro e attraverso la montagna di fronte.Questo magnifico corso d'acqua è chiamato un "fosso"e con altrettanta esattezza la barca di Cleopatra avrebbe potutoessere chiamata un carro merci.


Nonesistono strade carrozzabili in questo paesee prima che il fossofosse costruitoo meglioscavatonon c'era neppure una pista percavalli. Centinaia di pollici di pioggia ogni annosu suolo fertilesotto un Sole tropicalevogliono dire una giungla di vegetazionesempre avvolta da vapori. Un uomo che ci si avventuri a piedipotrebbe avanzare di un miglio al giornoma alla fine di unasettimana sarebbe tanto esausto da tornarsene indietro ben in frettaper uscirneprima che la vegetazione abbia ricoperto il passaggioche egli si è aperto. O' Shaughness fu l'ardito ingegnere cheassoggettò la giungla e le goletracciò il fossato ela pista per i cavalli; che costruì in modo duraturoincemento e muraturae progettò uno dei più rinomatisistemi idraulici del mondo. Ogni minimo ruscelletto e sgocciolìoè raccolto e convogliato per mezzo di canali sotterranei algrande fossoma talvolta la pioggia è così abbondanteche innumerevoli canaletti permettono al sovrappiù diriversarsi nel mare.


Lapista per cavalli non è molto ampiamacome l'ingegnere chela costruìè assai ardita. Là dove il fossosprofonda nella montagnala pista dà la scalata allamontagna: e dove invece il fosso scavalca una gola sopra unprecipizioessa si serve dello stesso fosso per arrivare al di làdella golapassando sull'orlo del precipizio.


Questapista pazzerellona non si preoccupa affatto di percorrere all'insùo all'ingiù i fianchi di un precipizio: si scava il suostretto solco nella paretegirando attorno alle cascate o passandosotto di essedove cadono rombando in un bianco turbinarementresopra la parete si eleva verticale per centinaia di piedi e sottosprofonda verticale per mille. E quei meravigliosi cavalli dimontagna sono altrettanto pazzerelloni della pista. La percorrono apasso di danzacome una cosa naturaleanche se il suolo èscivoloso per la pioggiaprontise glielo permettetea mettersi algaloppocon le gambe posteriori che slittano sull'orlo. Soltanto agente che abbia sangue freddo e nervi saldi consiglio di tentare lapista del Nahiku Ditch. Uno dei nostri cow-boys era rinomato come ilpiù bravo e il più forte del grande ranch di Haleakala;per tutta la vita aveva montato cavalli di montagna sulle asprependici occidentali di Haleakala. Era il migliore di tutti nel domarei cavallie quando gli altri si tiravano indietroci si aspettavacome una cosa naturale che si facesse avanti lui ad affrontare untoro selvaggio nel recinto del bestiame. Aveva una reputazioneinsomma. Ma non aveva mai fatto a cavallo il Nahiku Ditche fu làche la perse. Quando si trovò di fronte al primo canalonecheimbrigliava una gola da far rizzare i capellistrettosenzaparapetticon una cascata rombante al disopraun'altra al di sottoe ancora più sotto una furiosa caterattal'aria piena dischiuma volteggiantein cui risonavano il fracasso e l'impeto ditanto movimentobehquel cow-boy smontò da cavallospiegòbrevemente che aveva moglie e due bimbie attraversò a piediconducendo il cavallo dietro a sé.


Unicosollievo ai canaloni erano i precipizie unico sollievo dopo iprecipizi erano i canalonieccetto dove il fosso era ben affondatonella terranel qual caso facevamo passare al di là cavalli erelativi cavalieri uno alla voltasu primitivi ponti di tronchid'albero che oscillavano e minacciavano di trascinarci via. Confessoche le prime volte superai a cavallo uno di questi punti con i piediquasi fuori dalle staffee che sulle nude pareti verticali mipreoccupaiper un deciso e cosciente atto di volontàche ilpiede esternoil quale sporgeva sui mille piedi di vuotofosse deltutto fuori dalla staffa. Dico "le prime volte" perchécome nel cratere avevamo perduto rapidamente la nostra concezioneabituale di grandezzasul Nahiku Ditch perdemmo rapidamente ilnostro timore delle profondità. Il susseguirsi incessante dialtezze e profondità generò uno stato diconsapevolezzain cui altezza e profondità erano accettatecome condizioni abituali di esistenza; e guardare giùverticalmentedal dorso di un cavalloper quattrocento ocinquecento piedidiventò una cosa assolutamente comunechenon suscitava più fremiti. E con la stessa indifferenza dellapista e dei cavalli salivamo e scendevamo le altezze vertiginose epassavamo a testa china attorno o sotto le cascate.


Equale cavalcata fu la nostra! Dappertutto c'erano cascate.


Cavalcavamosopra le nuvolesotto le nuvole e attraverso le nuvole! E di tantoin tanto il Sole raggiava penetrando come un proiettore nelleprofondità che si spalancavano sotto di noio splendeva suqualche guglia dell'orlo del crateremigliaia di piedi al di sopra.A ogni curva della pista una cascata o una dozzina di cascateconsalti di centinaia di piedi nell'ariaapparivano bruscamente nelnostro campo visivo. La nostra prima notte al campoal Keanae Gulchda un solo punto contammo trentadue cascate. La vegetazione crescevaesuberante in quella terra selvaggia. C'erano foreste di acacie ecolae alberi a candelae poi quegli alberi detti ohia-aicheproducono rosse mele di montagnateneresuccosesquisite damangiare. Banane selvatiche crescevano dappertuttoabbarbicandosi super i fianchi delle goleeper il peso dei grossi grappoli difrutti maturiricadendo sulla pista e ostruendo il cammino. E soprala foresta si gonfiava un mare di vita verderampicanti di millevarietàdi cui alcuni aleggiavano leggeriin filamenti cherammentavano un merlettopenduli dai rami più altialtri siarrotolavano e avvolgevano attorno agli albericome enormi serpentied unol'ei-eisimile a una palma rampicantedotato di un grossostelopassava da ramo a ramo e da pianta a piantasoffocando isostegni su cui si arrampicava. Attraverso quel mare di verdealtissime felci gettavano le loro grandi foglie delicate e la lehuametteva in mostra i suoi fiori scarlatti. Al di sotto dei rampicantiin profusione non minorecrescevano le piante dai caldi coloridalle strane caratteristicheche negli Stati Uniti si èsoliti vedere conservare nelle serre come esmplari preziosi. Inrealtà il "paese del fosso" di Maui non èaltro che un'immensa serra.


Ognivarietà conosciuta di felci vi crescee molte altre ancorapoco familiaridal delicato capelvenere al grosso e vorace corno dicervoquest'ultimo il terrore dei boscaioliperchés'intreccia in masse intricate profonde cinque o sei piediricoprendo acri interi di terreno.


Maisi vide una simile cavalcata; durò due giornipoi ciritrovammo in una zona a basse ondulazionisu una strada veramentecarrozzabilee tornammo al galoppo al ranch. Lo soera crudele fargaloppare i cavalli dopo un percorso così lungocosìduro; ma ci coprimmo le mani di vesciche nel vano sforzo ditrattenerli. Ecco il tipo di cavalli che sono allevati a Haleakala.Al ranch ebbe luogo una grande festain cui il bestiame venneradunato e marcato a fuocoe alcuni cavalli furono domati. In altoUkiukiu e Naulu lottavano gagliardamentee più su ancoranella luce del Soletorreggiava la possente vetta di Haleakala.




CAPITOLO9


UNATRAVERSATA DEL PACIFICO


DalleIsole Sandwich (Hawaii) a Tahiti. "Questa traversata èmolto difficilepassando per la zona degli alisei. Sia i balenieriche tutti gli altri esprimono molti dubbi sulla possibilità diraggiungere Tahiti partendo dalle isole Sandwich. Il capitano Brucedice che una nave dovrebbe tenersi a nord finché non trova uninizio di ventoprima di dirigere verso le sua destinazione. Nel farquesta traversata nel novembre 1837 egli non trovò nessunvento variabile vicino all'equatorementre dirigeva a sude nonpoté mai guadagnare verso est su nessuno dei due bordinonostante tutti i suoi sforzi per riuscirci." Cosìdicono le "Istruzioni per la navigazione" nell'OceanoPacifico meridonale: e non dicono altro. Niente altro che possaaiutare lo stanco viaggiatore a compiere questa lunga traversata - nési accenna affatto alla traversata dalle Hawaii alle Isole Marchesisituate circa ottocento miglia a nord-est di Tahiti e altrettanto bendifficili da raggiungere.


Laragione di tale mancanza di informazioni èsecondo mechenessun viaggiatore è ritenuto capace di volersi logorare neltentare una traversata così impossibile. Ma l'impossibile nondissuase lo "Snark" - soprattutto per il fatto che soltantodopo essere partiti ci capitò di leggere quel particolareparagrafetto nelle "Istruzioni per la navigazione".


Facemmovela da Hilonelle Hawaiiil 7 ottobre e arrivammo a Nukahiva nelleIsole Marchesi il 6 dicembre. La distanza era di duemila miglia avolo di uccellomentre in realtà ne percorremmo almeno ildoppio per coprirlaprovando così una volta per sempre che lapiù breve distanza fra due punti non è sempre una linearetta. Se avessimo messo la prua direttamente sulle Isole Marchesiavremmo potuto percorrere cinque o seimila miglia.


Auna cosa eravamo decisi: a non attraversare l'Equatore a ovest di 130gradi longitudine ovest. Perché in questo consisteva ilproblema.


Segli alisei di sud-est soffiavano esattamente da sud-estattraversando l'Equatore a ovest di quel punto ci saremmo trovatitanto a sottovento delle Marchesiche bordeggiare per tutta quellarotta controvento sarebbe stata una cosa maledettamente impossibile.


Inoltrenon dovevamo dimenticarci della corrente equatorialeche si muove indirezione ovest a una velocità variabile dalle dodici allesettantacinque miglia al giorno. Un bell'affaredi certotrovarsi asottovento della propria destinazione con una simile correntecontraria. No: non avremmo attraversato l'Equatore un minutounsecondo a ovest di 130 gradi longitudine ovest. Ma poiché cisi poteva aspettare di trovare gli alisei di sud-est a cinqueseigradi a nord dell'Equatore (ciò chese essi soffiavanoproprio da sud-est o da sud-sud-estavrebbe reso necessario che noidirigessimo verso sud- sud-ovest)avremmo dovuto tenerci versolevantea nord dell'Equatore e a nord degli alisei di sud-estfinché non fossimo pervenuti almeno a 128 gradi longitudineovest.


Hodimenticato di accennare al fatto cheal solitoil motore a benzinada settanta cavalli non funzionavae che avremmo dovuto fareaffidamento soltanto sul vento. E neppure il motore della lanciafunzionava. E giacché ci sonotanto vale che io confessi cheil motorino da cinque cavalli che serviva all'illuminazioneaiventilatori e alle pompeera pure sulla lista dei malati. Miperseguitache io dorma o sia sveglioun titolo impressionante perun libro. Mi piacerebbe scriverlo un giornoquel libroeintitolarlo "Intorno al mondo con tre motori a benzina e unamoglie". Ma temo che non lo scriverò per paura di urtarela suscettibilità dei giovanotti di San FranciscoHonolulu eHiloche impararono il loro mestiere a spese dei motori dello"Snark".


Sullacarta la cosa sembrava facile. Qui c'era Hilo e lì il nostroobiettivoa 128 gradi longitudine ovest. Se avessimo potuto esseresicuri dell'aliseo di nord-estavremmo potuto far rotta diretta frai due puntie persino allascare un bel po' le nostre scotte. Ma unodei guai più grossi con gli alisei è quello che nessunosa mai precisamente dove li incontrerà e in quale direzioneprecisa soffieranno. Incontrammo l'aliseo di nord-est appena uscitidal porto di Hiloma era una misera brezza molto spostata verso est.Poi c'era la corrente equatoriale che si muoveva verso ovestcome ungrande fiume. Per di più una piccola imbarcazioneche debbanavigare di bolinae con mare grosso in proranon riesce aguadagnare molto al ventoballonzola su e giù senza fareprogressi. Con tutte le vele piene e tesate al limiteogni tantoimmerge nell'acqua la murata sottoventosi dibattepicchia giùsolleva spruzzi d'acquae non succede altro. Quando comincia adabbrivarsiva a sbattere con un gran tonfo contro una muragliad'acquae si ferma di nuovo. Cosìper lo "Snark"la risultante della sua piccolezzadell'aliseo che era spostatoverso este della forte corrente equatorialefu una lungadeviazione verso sud. Ohnon è che proprio andasse indirezione sudma il progresso verso est fu desolante. L'11 ottobrefece 40 miglia verso estil 12 ottobre quindiciil 13 ottobrenienteil 14 ottobre trentail 15 ottobre ventitreil 16 ottobreundicie il 17 ottobre in realtà tornò indietro versoovest di quattro miglia. Così in una settimana esso fececentoquindici miglia verso estciò che equivale a sedicimiglia al giorno. Ma tra la longitudine di Hilo e i 128 gradilongitudine ovest c'è una differenza di ventisette gradioapprossimativamentedi mille e seicento miglia. A sedici miglia algiornoci sarebbero voluti cento giorni per ricoprire questadistanzae anche in quel caso il nostro obiettivo128 gradilongitudine ovestsi trovava cinque gradi a nord dell'Equatorementre Nuka-hivanelle Isole Marchesiera situata nove gradi a suddell'Equatore e dodici gradi a ovest!


Nonrestava che una cosa sola da fare: cercare di procedere verso sudfuori dalla zona dell'aliseoed entro quella dei venti variabili. E'vero che il capitano Bruce non aveva trovato tali venti nella suatraversata e che non aveva mai potuto "guadagnare verso est sunessuno dei due bordi". Ma quanto a noisi trattava o ditrovare questi venti o di non potere fare null'altroe pregammo peravere più fortuna di lui.


Iventi variabili corrispondono alla zona d'oceano che si trova tra glialisei e la zona delle calme equatorialie si vuole che derivinodalle correnti d'aria riscaldata che si innalzano nella zona dellecalme equatorialisoffiano alte nell'aria in senso contrario aglialiseie gradualmente si abbassano fino a increspare la superficiedell oceanodove può capitare di incontrarli. E siincontrano... dove si incontranoincuneati come sono tra gli aliseie le calme equatorialiche ambedue si spostano di zona di giorno ingiornodi mese in mese.


Trovammoi venti variabili a 11 gradi latitudine norde rimanemmo gelosamenteabbracciati a questa latitudine. A sud c'era la zona delle calmeequatorialia nord l'aliseo di nord-estche non voleva saperne disoffiare da nord-est. I giorni venivano e passavanoe sempretrovavano lo "Snark" nelle vicinanze dell'undicesimoparallelo. I venti variabili erano veramente variabili. Un leggerovento contrario comparivamorivae ci lasciava a rollare in unacalma piatta per quarantotto ore. Poi si levava un altro leggerovento contrariosoffiava per tre oree ci lasciava a rollare inun'altra calma piatta per altre quarantotto ore. Poi - evviva! - simetteva vento da ponenteun vento tesodeliziosamente tesochemandava avanti lo "Snark"come se avesse le alicon lascia che ribollivala sagola del solcometro dritta di poppa. Allafine di una mezz'oramentre ci preparavamo a sistemare lo spinnakercon poche folate affannose il vento morivae si continuava così.Scommettevamo da ottimisti su qualsiasi favorevole réfola chedurasse più di cinque minuti; ma non serviva a nulla. Leréfole si spegnevano lo stesso.


Purec'erano delle eccezioni. Nella zona dei venti variabilise soloavete la pazienza di aspettarequalcosa deve pur succederee noieravamo riforniti di cibo e acqua con tale abbondanza che potevamopermetterci il lusso di aspettare. Il 26 ottobre percorremmoeffettivamente centotré miglia verso este in seguito neparlammo per giorni e giorni. Una volta fummo sorpresi da un ventofortissimo proveniente da sudche si esaurì in otto oremaci aiutò a percorrere ben settantuno miglia in direzione estproprio in quelle sole ventiquattro ore. E poimentre quello sistava spegnendoil vento si levò dritto da nord (la direzionecompletamente opposta) e ci spinse avanti per un altro gradosempreverso est.


Peranni e anni nessuna nave a vela ha mai tentato questa traversata; eci trovammo nel mezzo di una delle più solitarie fra lesolitudini del Pacifico. Nei sessanta giorni in cui l'attraversammonon avvistammo neanche una velanon rilevammo nessun fumo di nave avapore sull'orizzonte. Una nave in avaria potrebbe andare alla derivain questa estensione deserta per decine di generazionisenza chenessuno venisse a salvarla. La sola possibilità di salvataggiopotrebbe essere offerta da una barca come lo "Snark"e lo"Snark" capitò lì principalmente per il fattoche la traversata era stata iniziata prima che avessimo letto quelparticolare paragrafetto nelle "Istruzioni per la navigazione".Stando in piedi in copertauna linea retta tracciata dall'occhioall'orizzonte avrebbe misurato tre miglia e mezzo. Quindi il diametrodel circolo di maredi cui noi eravamo il centroera di settemiglia. Poiché noi rimanevamo sempre al centroe poichéci muovevamo costantemente in una direzione qualsiasinoicontemplammo molti di questi circolima tutti apparivano eguali.


Nessunaisoletta fronzutanessun promontorio grigioné macchiefacilmente distinguibili di bianche tende guastarono mai la simmetriadi quella curva ininterrotta. Le nubi venivano e se ne andavanosorgendo sull'orlo del cerchiopercorrendone tutto lo spazio ecalando sfatte all'orlo opposto.


Ilmondo svanivaman mano che le settimane si susseguivano. Il mondosvanì finché cessò di esistere un mondo che nonfosse il piccolo mondo dello "Snark"con il suo carico disette animegalleggiante su quella distesa di acque. I nostriricordi del mondodel grande mondosi affievolirono in tanti sognidi esistenze precedentivissute in qualche posto prima che il nostrodestino ci facesse rinascere sullo "Snark". Dopo essererimasti senza legumi freschi per un po' di tempone parlavamoproprio come avevo sentito mio padre menzionare le mele scomparsedella sua infanzia. L'uomo è un essere abitudinarioe noi abordo dello "Snark" avevamo preso l'abitudine dello"Snark". Tutto quello che lo concerneva o che era a bordodi esso era una cosa naturalee qualsiasi cosa differente sarebbestata irritante e offensiva.


Néil mondo avrebbe potuto importunarci in alcun modo. La campanasegnava le orema nessun visitatore la suonavanon c'erano invitatiai pastiné telegrammi o insistenti chiamate telefoniche ainvadere la nostra intimità. Non avevamo nessun impegno damantenerenessun treno da prenderee nessun giornale del mattino sucui sprecare il tempo per informarci su quanto stava succedendo aglialtri millecinquecento milioni di esseri umaninostri compagni.


Manon era noioso. I problemi del nostro piccolo mondo dovevano essereregolatie diversamente dal grande mondoil nostro doveva esseregovernato nel suo viaggio attraverso lo spazio. Inoltre c'erano deiturbamenti cosmici da affrontare e sventarei quali non affliggonola grande terra nel suo moto orbitale senza attriti attraverso ilvuotodove non soffia nessun vento. E non sapevamo mai quello chesarebbe potuto accadere da un momento all'altro. C'era abbastanzasapore e varietàce n'era persino d'avanzo. Così allequattro del mattino io rilevo Hermann al timone:


-Est-nord-est - mi dà la rotta. - E' fuori rotta di ottoquartema non governa.


Nonc'è da meravigliarsi. Non esiste la nave che possa esseregovernata in una calma così assoluta.


-C'era una brezza poco faforse soffierà di nuovo - diceHermann in tono di speranzaprima di avviarsi verso la sua cabina ela sua cuccetta.


Lamezzanella è serrata e ben rizzata. Nella nottesia per ilrollìosia per la mancanza di ventoessa aveva reso la vitatroppo sgradevole perché le si potesse concedere di continuarea sfregare contro l'alberoscuotendo i paranchie di schiaffeggiarel'aria ferma con vani schiocchi intermittenti. Ma la maestra èancora spiegatae trinchettinafiocco e controfiocco scoppiettano efrustano le scotte a ogni rollata. Tutte le stelle sono in cielo.


Quasia tentare la sortemetto il timone proprio nella direzione opposta aquella in cui è stato lasciato da Hermannmi piegoall'indietro e alzo gli occhi alle stelle. Non mi resta altro dafare.


Nonc'è niente da fare con una barca a vela che sta rollando inuna calma completa.


Sentoallora un soffio aleggiarmi sul visoma debolecosì deboleche appena me ne accorgo è già andato via. Peròne viene un altro e un altro ancorafinché una brezzaveramente percettibile incomincia a soffiare. Come le vele dello"Snark" riescano a sentirla mi riesce incomprensibilemala sentono di certocome la sente anche la barcaperché ilquadrante della bussola comincia lentamente a ruotare nellachiesuola. In realtànon sta affatto ruotando. E' trattenutoin un punto dal magnetismo terrestreed è lo "Snark"che sta ruotandofacendo perno su quel delicato congegno di cartoneche galleggia nella vaschetta piena di alcool.


Cosìlo "Snark" torna indietro sulla sua rotta. Il soffioaumenta sino a essere una leggera rafficalo "Snark" nesente l'effetto ed effettivamente sbanda un pochino. C'è unafuga di nuvole sopra di noie m'accorgo che le stelle si stannocelando alla nostra vista.


Muragliedi oscurità mi racchiudono da ogni partecosicchésparita l'ultima stellal'oscurità è cosìvicina da dare l'impressione di poter stendere la mano e toccarla daogni lato. Quando mi chino verso di essala posso sentire a contattodel mio volto. Una raffica tien dietro all'altrae sono contento chela mezzana sia serrata.


Accidentiquesta sì che era robusta! Lo "Snark" sbanda tantoche il bordo sottovento va sott'acqua e tutto quanto l'OceanoPacifico si riversa nella barca. Quattro o cinque di questi colpi divento mi fanno desiderare che fiocco e controfiocco fossero serrati.Il mare si sta ingrossandoe le raffiche diventano piùrobustefrequentie l'aria è pregna di umidità pergli spruzzi. Non serve a nulla cercare di guardare sopravvento; lamuraglia di oscurità è alla distanza del mio bracciopure non posso fare a meno di cercare di vedere per misurare i colpiinferti allo "Snark". C'è qualcosa di minaccioso esinistro lì a sopravventoe ho l'impressione che secontinuerò a guardare con intensità costante e per untempo sufficientecapirò di che si tratta.


Impressionevana. Tra due colpi di vento lascio il timone e corro a prua allascala della salettadove accendo un fiammifero e consulto ilbarometro. Segna "29-90". Quel sensibile strumento sirifiuta di accorgersi dell'agitazione che sta rombando sommessamentecon un suono gutturale e profondo nel sartiame. Ritorno al timoneappena in tempo per trovarmi di fronte a un altro colpo di ventoilpiù forte sinora.


Behad ogni modo il vento è al traversoe lo "Snark" èsulla sua rottaguadagnando in direzione est. Almeno questo va bene.


Ilfiocco e il controfiocco mi preoccupanoe vorrei che fosseroammainati. La barca se la caverebbe più facilmente e anche conminor rischio. Il vento ronfae gocce rade picchiettano come pallinida caccia. Dovrò certamente chiamare tutto l'equipaggiocosìdecido: e un istante dopo decido di aspettare ancora un po'. Puòdarsi che questa sia la fine e li avrò chiamati inutilmente.Meglio lasciarli dormire. Tengo lo "Snark" fermo al suocompitoe dall'oscuritàa 90 gradi dalla rottascende undiluvio di pioggia accompagnato dall'urlo del vento. Poi tutto sichetaeccetto l'oscuritàe io mi rallegro di non averechiamato gii altri.


Nonappena il vento si chetail mare si rinforza. Ora le onde altes'infrangonoe la barca è sballottata come un sughero; poi icolpi di vento balzano fuori dall'oscurità più secchi efrequenti di prima. Se solo sapessi cosa si nasconde lì asopravvento nell'oscurità! Lo "Snark" procede afatica e il suo bordo di sottovento è più spessosott'acqua che fuori. Altri urli e sibili del vento. Orase maièil momento di chiamare gli altri.


"Lichiamerò"decido. Poi c'è uno scroscio dipioggiaun abbonacciarsi del ventoe non chiamo nessuno. Ma ci sisente ben solilì al timonegovernando un piccolo mondonell'oscurità da cui esce un urlìo lamentoso. Ed èuna vera responsabilità quella di essere completamente solisulla coperta di un piccolo mondo con tempo cattivodovendoprovvedere a tuttoanche per quelli che dormono.


Rifuggoda tanta responsabilitàquando altri colpi di ventocominciano a sferzare e le onde lambiscono il paramareinondando ilpozzetto. L'acqua salata fa l'effetto di essere stranamente calda sulmio corpoed è traversata da strie spettrali di lucefosforescente.


Certamentechiamerò tutti quanti a diminuire le vele. Perchédovrebbero dormire? Sono sciocco a farmi tanti scrupoli al riguardo.


Ilmio intelletto si schiera contro il mio cuoreera il mio cuore cheaveva detto: "Lasciamoli dormire". Sìma era statoil cervello ad appoggiare il cuorein quella decisione. Ora il miocervello prenda una decisione contraria; e mentre sto chiedendomiquale particolare facoltà abbia impartito quell'ordine al miocervelloi colpi di vento smettono. La preoccupazione per lecomodità materiali non può sussistere in una veraesistenza da marinaiosaggiamente io giungo a questa conclusione; mabisogna anche studiare l'effetto della prossima serie di colpi diventoe aspettare a chiamare gli altri. Dopo tuttoE' il miocervellodietro ogni cosail cervello che procrastinamisura lapropria esperienza della resistenza dello "Snark" ai colpiricevutie aspetta a chiamare il resto dell'equipaggio quandoverranno colpi ancora più duri.


Ilgiornogrigio e violentos'insinua furtivamente attraverso lacoltre di nubi e mostra un mare spumeggianteche si spiana sotto ilpeso di ripetute e forti raffiche. Poi viene la pioggiache riempiei tempestosi avvallamenti del mare con schiuma lattea e spiana ancorpiù le ondele quali aspettano solo un chetarsi del vento edella pioggia per balzar su più selvaggiamente che mai. Lagente sale in copertaa sonno finitoe sale anche Hermannsulvolto un ampio sorriso di soddisfazione per il vento che ho trovato.


Cedoil timone a Warren e mi avvio a scendere dabbassofermandomi unistante a recuperare il tubo del fornello della cucina che staandandosene col mare. Ho i piedi nudie le loro dita hanno avuto unmagnifico allenamento nell'arte di aggrapparsi; ma quando la muratas'immerge in un mare verdedi botto mi trovo seduto in copertadovel'acqua scorre da ogni parte. Hermannbonaccionecoglie quelmomento per criticare la mia scelta di un simile posto; ma allaprossima rollata anche lui si siede di bottoe senza premeditazione.Lo "Snark" beccheggiala murata s'immerge nel verdeeHermann e ioattaccati al prezioso tubo del fornelloandiamo afinire contro la battagliola sottovento. Dopo di che posso portare atermine il mio viaggio dabbassoe mentre mi cambiosorridosoddisfatto - lo "Snark" progredisce verso est.


Nononon è tutta una vita monotona. Quandoessendocipreoccupati per il percorso da fare verso est fino a 128 gradilongitudine ovestlasciammo i venti variabili e dirigemmo verso sudattraverso le calme equatorialidove trovammo tempo molto piùcalmoci fu spesso concessa la gioiasfruttando ogni soffio d'ariadi fare una ventina di miglia in altrettante ore. Eppure anche in unagiornata di quelleci capitava di passare attraverso una dozzina digroppi e di essere circondati da altre dozzine ancora. E ogni groppodoveva essere considerato una randellata capace di sfracellare lo"Snark". Talvolta eravamo colpiti dal centro e talvoltadagli orli di questi groppie non sapevamo mai bene dove o comesaremmo stati colpiti. La bufera che si sollevavaricoprendo a metàil cieloe balzava giù sopra di noiquasi sempre si dividevain due groppi che ci passavano accanto dai due lati senza recaredanno; mentre il piccolo groppo dall'aspetto innocenteche sembravaportare non più di una cinquantina di galloni d'acqua e unalibbra di ventoassumeva di punto in bianco proporzioni ciclopichee ci ricopriva di un diluvio di pioggiasoverchiandoci con le sueraffiche di vento. C'erano poi groppi traditoriche retrocedevanofieramente e da un miglio sottovento ripiombavano furtivamente su dinoi. Oppure due groppi si separavanoallargandosi sui lati e daambedue ci arrivava uno schiaffetto. Ora una raffica di vento diventacertamente tediosa dopo poche orema i groppi non lo diventano mai.Il millesimo groppo di cui uno faccia l'esperienza èaltrettanto interessante del primoe forse un pochino di più.E' il principiante che non ne ha paura. L'individuo che è almillesimo groppo lo rispetta. Sa cosa vogliono dire.


Funella zona delle calme che ci capitò l'avventura piùeccitante.


Il20 novembre venimmo a scoprire che per un guasto avevamo perduto piùdi metà della nostra provvista di acqua dolcee poichéerano già passati quarantatré giorni dalla partenza daHilola provvista di acqua dolce rimanente non era moltae perdernepiù di metà era una vera catastrofe. Mettendoci astretto regimequanto rimaneva avrebbe potuto bastare per ventigiorni. Ma eravamo nella zona delle calme equatorialie non sipoteva sapere dov'era l'aliseo di sud-estné dove lo avremmotrovato.


Bloccammoprontamente con un chiavistello la pompae una volta al giorno lerazioni d'acqua erano distribuite; ognuno di noi ne riceveva unquarto di gallone per uso personalee otto quarti erano dati alcuoco. E ora subentra la psicologia della situazione. Non appenafatta la scoperta della penuria d'acquaio per primo fui tormentatoda una sete ardente. Mi sembrava di non averne mai avuta tanta nellamia vita. Avrei potuto facilmente bere il mio piccolo quarto d'acquain un solo sorsoe astenermi dal farlo richiedeva un severo sforzodi volontà. Né in ciò io ero solo. Tutti noiparlavamo dell'acquapensavamo all'acquasognavamo l'acquanelsonno. Esaminammo le carte alla ricerca di possibili isole verso cuifare rotta in caso estremoma non ne esistevano. Le Isole Marchesierano le più vicinee si trovavano dall'altra partedell'Equatoree anche della zona delle calmeciò che eraanche peggio. Ci trovavamo a 3 gradi latitudine nordmentre leMarchesi erano a 9 gradi latitudine sud - una differenza di circamille miglia. E inoltre le Isole Marchesi si trovavano circa 14 gradia ovest della nostra longitudine. Un bell'affare per un gruppetto diesseri umani sperduti in pieno oceanoche soffocavano nel caloredelle calme tropicali.


Stendemmodelle sagole da ambo i lati tra le sartie di maestra e di mezzanaaqueste assicurammo la grande tenda di copertarialzandola dallaparte posteriore con una drizzadi modo che tutta l'acqua che ci sipotesse depositare scorresse in avantidove sarebbe stata raccolta.Ogni tanto dei piovaschi passavano all'orizzonte sull'oceano. Tuttoil giorno li sorvegliavamo ora sulla dritta ora sulla sinistrae dinuovo di prua o di poppama non uno ci venne così vicino dabagnarci. Nel pomeriggio un groppo massiccio ci piombòaddossoallargandosi sull'oceano nell'avvicinarsie lo potemmovedere che riversava innumerevoli galloni d'acqua nel mare salato.


Dedicammoun'attenzione ancora maggiore alla tendae rimanemmo in attesa.WarrenMartin e Hermann formavano un bel quadretto. Stretti ingruppoaggrappati al sartiameoscillando a seconda del rollìotenevano gli occhi fissi sul groppoe ogni atteggiamento dei lorocorpi denotava tensioneansietà e desiderio.


Accantoa lorola tenda asciutta e vuota.


Poiman mano che il groppo si divideva in duedi cui una parte ci passòdi pruamentre l'altra retrocesse verso poppa dirigendosisottoventoli vidi deprimersi e in certo modo afflosciarsi.


Maquella notte cominciò a piovere. Martinla cui setepsicologica lo aveva costretto a bere di buon mattino il suo quartod'acquaavvicinò la bocca all'orlo della tenda e trangugiòil sorso più profondo che io abbia mai visto bere. La preziosaacqua cadde a secchi e a vaschee in due ore ne raccogliemmo estivammo nelle casse di lamiera centoventi galloni. Strano a dirsiin tutto il resto del nostro viaggio verso le Marchesi non un'altragoccia di pioggia cadde a bordo. Se quella burrasca non ci avesseraggiuntoil chiavistello sarebbe rimasto sulla pompae avremmodovuto sforzarci di utilizzare la benzina di riserva per distillarel'acqua salata.


Epoi c'era la pesca. Non era necessario andare a cercare il pesceeralìaccanto alla murata. Un amo d'acciaio di tre polliciall'estremità di una lenza robustacon un cencetto biancocome escaecco tutto quanto ci voleva per prendere dei tonni dadieci a venticinque libbre. I tonni si nutrono di pesce volantequindi non sono avvezzi a mordere all'amo. Pure lo mordonoallegramentequanto il più sportivo pesce del maree il loroprimo morso è qualcosa che nessuno uomo che ne abbia presi puòdimenticare. Inoltre i tonni sono i più autentici cannibali.Non appena uno è preso all'amoè attaccato dai suoisimilie molto spesso li alavamo a bordo con degli squarci recentidovuti a morsigrossi come tazze da tè.


Unbanco di tonnidi parecchie migliaiarimase con noi giorno e notteper più di tre settimane. Con l'aiuto dello "Snark"fecero caccia grossa; perché essi portarono la distruzionenell'oceano su una fascia larga mezzo miglio e lungamillecinquecento. Si disponevano in fila di prua allo "Snark"da ambedue i latipiombando sui pesci volanti spaventati dal drittodi prora. Per quanto continuamente essi inseguissero di poppa ilpesce volanteche per più voli riusciva a salvarsisempreperò riacchiappavano lo "Snark"e in qualsiasimomentoguardando verso poppasi poteva vederesulla facciaanteriore di un frangentea sciami le loro forme argenteecosteggiarciappena sotto il pelo dell'acqua.


Quandoavevano mangiato a sazietàsi divertivano a mettersinell'ombra della nave o delle velee se ne scorgevano sempre circaun centinaio scivolare pigramenterimanendo al fresco.


Maquei poveri pesci volanti! Inseguiti e mangiati vivi dai tonni e daidelfinicercavano scampo nell'aria dove i rapaci uccelli marini licostringevano a tornare nell'acqua. Sotto il cielo non c'era per essinessun luogo dove rifugiarsi. Cercare di stare in aria non èun gioco per i pesci volantima una questione di vita o di morte.Mille volte al giorno potevamo alzare gli occhi e vedere svolgersi latragedia. Il volo velocecircolarea sbalzidi un albatro attiravala nostra attenzionepoi uno sguardo in basso mostrava il dorso diun delfino che fendeva la superficie dell'acqua con impeto selvaggio.


Propriodavanti al suo naso una stria argentea luccicantepalpitantesislancia dall'acqua nell'aria - un meccanismo di volo organicodelicatodotato di sensibilitàdi facoltà didirigersi e amore della vita. L'albatro piomba su di lui e se lolascia sfuggiree il pesce volanteguadagnando in altezza a mo' diun aquilonecontro il ventocompie un mezzo giro e passa viarasente a sottoventoscivolando nella direzione del vento. Sotto dilui la scia del delfino è visibile nella schiuma che ribolle:questi tien dietroguardando all'insùcon occhi spalancatial lampeggiare del cibo che naviga in un elemento diverso dalproprio. Non può innalzarsi di tantoma è un perfettoempiricoe sa che presto o tardi il pesce volantese non saràmangiato dall'albatrodovrà tornare all'acqua. E allora -buon appetito!


Disolito noi avevamo compassione del povero pesce alatoed era tristedover assistere a un eccidio così vile e sanguinoso. E alloradurante la guardia di nottequando un povero piccolo pesce volanteurtando contro la vela maestracadeva boccheggiantespruzzandodappertutto in copertaci precipitavamo su di lui con la stessaimpazienzacon la stessa aviditàcon la stessa voracitàdei tonni e dei delfini. Perchésappiateloi pesci volantisono uno dei cibi più gustosi per la prima colazione. E mistupisce sempre che da una carne così delicata non derivi untessuto altrettanto delicato nei corpi dei suoi divoratori. Forsedelfini e tonni sono di una fibra meno fine per la grande velocitàcon cui si muovono nel cercare di catturare la loro preda. Benchéanche il pesce volanteanche luisi muove a grande velocità.


Quantoai pescecanine prendevamo ogni tantocon grossi ami e mulinelli acatenaattaccati a una lunghezza di cordicella. E "pescecani"voleva dire pescipilotie remoree ogni sorta di altri animaliparassiti. Alcuni dei pescecani avevano l'aspetto di veri mangiatoridi uomini con il loro sguardo feroce e le dodici file di dentitaglienti come rasoi. A propositonoialtri dello "Snark"siamo tutti dello stesso parere: nessun pesce che abbiamo mangiatopuò sostenere il confronto con il pescecane arrostito eaffogato in un sugo al pomodoro.


Nellazona delle calme equatoriali pescammo ogni tanto un pesce chiamato"hakè" dal cuoco giapponese. E una volta con un amoa cucchiaio filato a cento iarde di poppaprendemmo un pesce cherassomigliava a un serpentelungo più di tre piedi e almassimo di un diametro di tre pollicicon quattro denti aguzzi nellamascellache giudicammo il pesce più delizioso - deliziosoper la carne e per il sapore - che avessimo mai mangiato a bordo.


Adarricchire la nostra dispensa fu apprezzata soprattutto una grossatartaruga marinache pesava ben cento libbre e che comparve intavola sotto forma di appetitose bistecchedi minestre e stufatiefinalmente in un meraviglioso riso al curry che invitò tuttol'equipaggio a mangiare più riso di quanto non fosse giovevolealla salute. La tartaruga fu avvistata sopravventomentre dormivatranquillamente alla superficie in mezzo a un grosso sciame didelfini curiosied era certamente una tartaruga d'alto mareperchéla terra più vicina era lontana mille miglia. Virammo in pruae dirigemmo lo "Snark" su di leimentre Hermann le sparavain testa e nel collo.


Alataa bordoci accorgemmo che molte remore erano appiccicate al suoguscioe dalle cavità alla base delle sue zampe strisciaronofuori parecchi grossi gamberi. Bastò un solo pasto perchél'equipaggio dello "Snark" giungesse all'unanimeconclusione che in qualsiasi momento avrebbe volentieri fatto viraredi bordo lo "Snark" per una tartaruga.


Maè il delfino il re dei pesci d'alto mare. Il suo colore non èmai lo stesso. Mentre nuota nel mareun essere etereo dell'azzurropiù pallidoappare già di un colore meravigliosomanon è nulla in confronto alle trasformazioni cui puòandare soggetto. Talvolta sembra verde - di un verde pallidoverdecupoverde fosforescente: altre volte turchino - turchino cupoturchino elettricotutta la gamma dei turchini. Acchiappatelo con unamo e diventa d'orodi un giallo orotutto oro. Alatelo in copertae lo vedrete sorpassare qualsiasi gamma di colorepassandoattraverso sfumature turchineverdi e giallee poidi colpodiventando di un bianco spettralea macchie sparse di un azzurrovivace. E a un tratto vi accorgete che si è fatto screziatocome una trota. Poi nuovamente da bianco che era ripercorre tutta lagamma di coloriassumendo alla fine una tonalitàmadreperlacea.


Pergli appassionati della pescanon posso raccomandare sport miglioredella caccia al delfino. Naturalmente dovrà essere fatta conuna lenza sottilecon mulinello e canna. Un amo da tarpon (NOTA) deltipo O'Shaughnessy numero 7 è quello che ci vuolecon unintero pesce volante come esca. Come per il tonnoil nutrimento deldelfino consiste in pesce volanteed esso si avventa fulmineamentesull'esca.


Ilprimo avvertimento si ha quando il molinello sibila e voi vedete lalenza che si svolge fumando normalmente allo scafo. Prima che abbiateil tempo di provare una certa ansietà per la lunghezza dellavostra lenzail pesce si drizza nell'aria in un susseguirsi disalti. Dal momento che quasi certamente sarà lungo quattropiedi o anche piùnon potrà mancare il divertimento dialare a bordo un pesce così vivace.


Quandoè preso all'amoinvariabilmente diventa dorato. Il concettoche ispira la serie di salti è quello di liberarsi dell'amoel'uomo che ha fatto il colpo deve essere o un tipo insensibile o undecadente se non ha il cuore che batte con pulsazioni accelerate nelcontemplare un pesce così sgargiantebrillante nella suaaurea corazzache si scrolla come uno stallone a metà di ognisalto nell'aria. State bene attenti a filare! Se non lo fatein unodi quei saltil'amo sarà scagliato via a venti piedi didistanza. Se non filateil delfino inizierà una secondacorsaculminante in un'altra serie di salti. A questo punto ci sicomincia a preoccupare per la lenza e a desiderare di avernenovecento piedi sul mulinello invece dei seicento che ci sono. Conun'abile manovra la lenza potrà essere salvatae dopo un'oradi intensa eccitazioneil pesce potrà essere afferrato con unrampone. Uno di questi delfini che io alai a bordo dello "Snark"misurava quattro piedi e sette pollici.


Hermannprendeva i delfini in modo più prosaico. Una lenza a mano e unpezzetto di carne di pescecaneecco tutto ciò che glioccorreva. La sua lenza a mano era molto spessama più di unavolta se ne andò via e il pesce fu perduto. Un giorno undelfino riuscì a scappare con un'esca di fabbricazionepersonale di Hermanna cui erano attaccati quattro amiO'Shaughnessy. Nello spazio di un'ora lo stesso delfino fu alato abordo con la lenzae nel farlo a pezzi recuperammo i quattro ami. Idelfini che rimasero con noi per più di un meseciabbandonarono a nord dell'Equatore e non ne vedemmo più unonel resto della traversata.


Cosìi giorni passavano. C'era tanto da fare che il tempo non sembrava mailungo. Anche se ci fosse stato poco da fareil tempo non avrebbepotuto sembrare lungocon quei meravigliosi scenari di mare e dinubi- aurore simili a città imperiali in fiamme sottoarcobaleni che s'inarcavano fin quasi allo zenittramonti cheimmergevano il mare purpureo in rossi fiumi di luceraggianti da unsole i cui raggi divergentiche si elevavano nel cieloeranodell'azzurro più puro.


Fuoribordonel calore diurnoil mare era di un tessuto satinato azzurroe nelle sue profondità la luce del sole convergeva in fasciluminosi. Di poppagiù nel profondoquando soffiava unabrezzasi vedeva un pullulare di spettri di un turchese latteo - aschiuma respinta dallo scafo dello "Snark"ogni volta cheesso urtava contro un'onda. Di notte la scia era fuoco fosforescentedove la gelatinosa medusa si irritava per il passaggio dello scafomentre molto più giù si poteva osservare una fugaincessante di cometedalle lungheondulantinebulose code -causata dal passaggio dei tonni attraverso il liquido viscoso emessodalle meduse. E di tanto in tantodall'oscurità su ambo ilatiproprio sotto il pelo dell'acquaorganismi fosforescenti piùgrossi si accendevano come lampadine elettriche a segnalare lacollisione con gli spensierati tonnidiretti frettolosi a fare buonacaccia a prua al di là del nostro bompresso.


Guadagnammoverso est quanto era necessarioriuscimmo ad attraversare le calmeequatoriali e incontrammo una brezza tesa di sud una quartasud-ovest. Sospinti dal ventoin questa rotta inclinatasaremmopassati all'altezza delle Isole Marchesi assai più a ovest. Mail giorno dopoun martedì26 novembrenel bel mezzo di unaburrascail vento girò improvvisamente a sud-est. Erafinalmente l'aliseo.


Nonci furono più groppinull'altro che bel tempo. Un ventofavorevolee un solcometro che girava con le scotte allascate espinnaker e maestra che palpitavano e si gonfiavanouno per lato.


L'aliseocontinuò a retrocedere finché soffiò danord-ovestmentre noi tenevamo una rotta decisa per sud-ovest. Diecigiorni cosìe la mattina del 6 dicembre alle cinqueavvistammo terra"proprio dove avrebbe dovuto essere"dritto di prora. Passammo sottovento di Ua- hukacosteggiammo l'orlomeridionale di Nuka-hivae quella nottein mezzo a raffichesferzanti e in una oscurità da inchiostrofaticosamentearrivammo all'ancoraggio nella stretta baia di Taiohae.


L'ancoraaffondò rumoreggiandofra i belati delle pecore selvaggesulle alture; e l'aria che respiravamo era pregna di profumi difiori.


Latraversata era finita. Sessanta giorni da terra a terra attraverso unmare solitariosui cui orizzonti non si stagliano mai vele di navi.




NOTA:


1)tarpongrosso pesce delle acque dolci della Florida che si avventuraanche in mare (N. d. T.)




CAPITOLO10


TYPEE


Quellaseraa levanteUa-huka era nascosta da un piovasco che rapidamentestava raggiungendo lo "Snark". Ma questa piccola barcaconil suo grosso spinnaker gonfio per l'aliseo di sud-estcorrevavalidamente. Capo Martinla punta più a sud-est di Nuku-hivaera al traversoe la Comptroller Bay si rivelò a poco a pocoquando sorpassammo rapidi la sua ampia imboccaturadove Sail Rockveramente rassomigliante a una vela di tarchìa di una barcaper la pesca del salmoneaffrontava valorosamente l'urto deifrangenti di sud-est.


-Cosa pensi che sia? - chiesi a Hermann che era al timone.


-Un peschereccio - rispose dopo avere osservato accuratamente. Eppuresulla carta era chiaro il nome: "Sail Rock".


Maa noi interessavano di più i recessi della Comptroller Bayei nostri occhi vi cercavano avidamente le tre insenaturesoffermandosi su quella di mezzodove il crepuscolo calante mostravai fianchi oscuri di una vallata che si addentrava nell'interno.Quante volte avevamo studiato la cartasempre fermandoci su quellacala mediana e sulla valle che vi finiva - la valle di Typee. "Taipi"era scritto sulla carta ed era la dizione correttama io preferisco"Typee" e la chiamerò sempre così. Da piccololessi un libro che portava quel titolo - il "Typee" diHerman Melville- e passai lunghe ore a sognare su quelle pagine. Fuallora che presi la ferma risoluzionequalsiasi cosa avvenissediandare anch'io a Typeequando fossi cresciuto di anni e di forzaperché nella mia infantile consapevolezza stava penetrando ilsenso di quanto c'è di prodigioso in questo nostro mondo -quel senso che mi ha condotto in tanti paesie ancora mi conducenéaccenna ad attutirsi. Passarono gli annima Typee non fu maidimenticata. Di ritorno a San Francisco dopo una crociera di settemesi nel Pacifico settentrionaledecisi che era giunto il momento.Il brigantino "Galilea" stava partendo per le IsoleMarchesicon un equipaggio al completo; e ioche ero un buonmarinaio e abbastanza giovane per esserne smisuratamente fierononavevo nessuna difficoltà a imbarcarmi in qualità dicamerierepur di fare il pellegrinaggio a Typee. Naturalmente il"Galilea" avrebbe salpato dalle Isole Marchesi senza di meperché ero deciso a trovare un altro Fayaway e un altroKory-Kory (personaggi del libro di Melville). Dubito che il capitanoleggesse nei miei occhi la decisione di disertareo forse anche lacuccetta del cameriere di bordo era già occupata. Ad ognimodonon ottenni quel posto.


Poivenne il rapido passare degli annipieni zeppi di progettidisuccessi e di insuccessi: ma Typee non era mai dimenticataed eccoche ora mi ritrovavo a guardare il suo profilo indistinto nellanebbiafinché il groppo non piombò giù e lo"Snark" sfrecciò via sotto l'impeto del vento. Diprua scorgemmo un baglioree prendemmo il rilevamento di SentinelRockinghirlandato dal frangente che lo martellava. Poi anch'esso fucancellato dalla pioggia e dall'oscurità.


Dirigemmodritto su di essoconfidando di sentire il rumore dei frangenti intempo per una tempestiva accostata. Noi dovevamo governaredirettamente su di esso. Non avevamo altro rilevamento perorientarcie se perdevamo Sentinel Rockperdevamo anche TaiohaeBaye avremmo poi dovuto buttare lo "Snark" al vento erimanere fuori alla cappa per tutta la notte - prospettiva nonpiacevole per dei viaggiatori stanchi dopo una traversata di sessantagiorni nella vasta solitudine del Pacificodesiderosi di terrafermadi frutta e anelanti da anni alla dolce vallata di Typee.


Improvvisamentefra un rombare di ondeSentinel Rock apparve dritto di prua nellapioggia. Accostammo con maestra e spinnaker gonfi di vento e passammooltre. A sottovento della puntail vento ci mancòe citrovammo a rollare in una calma assoluta. Poi una réfola cheproveniva dalla Taiohae Bay ci colpì proprio di prora.Rientrammo lo spinnaker e alzammo la mezzanaben bordata perbolinare: cominciammo così ad avanzare lentamente di pruascandagliando e sforzandoci di vedere la luce rossa fissa sul fortein rovineche ci avrebbe fornito il rilevamento per l'ancoraggio. Labrezza era leggera e incostanteora di estora di ovestora dinordora di sudmentre da ogni lato giungeva il rombo di invisibilifrangenti. Dalla scoglierache appariva indistintasi elevava ilbelato di capre selvaggee sopra di noi le prime stellescintillavano debolmente attraverso lo scrosciare a tratti di unnembo fuggevole. Alla fine di due oredopo aver percorso un miglionella baiademmo fondo all'ancora in undici braccia. E cosìci trovammo a Taiohae.


Lamattina dopo ci destammo in un paesaggio di sogno. Lo "Snark"era alla fonda in un placido porto annidato in un vasto anfiteatroicui fianchi scoscesirivestiti di vignesembravano sorgeredirettamente dall'acqua. Lontanoverso estscorgemmo la tracciasottile di un sentierovisibile in un punto solodove solcava illato anteriore del pendio.


-Il sentiero per cui Toby fuggì da Typee! - esclamammo.


Inun batter d'occhioscesi a terraci trovammo montati su cavalliper quanto la realizzazione del nostro pellegrinaggio dovette essererimandata all'indomani. Due mesi di vita sul maresempre a piedinudisenza spazio in cui esercitare le membranon sono la migliorepreparazione a calzare nuovamente scarpe di pelle e per unacamminata.


Inoltrela terra doveva smettere quel suo disgustoso rollìoprima checi sentissimo in condizione di stare in sella a cavalli chesembravano capresu per sentieri che davano le vertigini. Cosìdopo una breve cavalcatatanto per cominciarepenetrammofaticosamente nella fitta giungla per fare la conoscenza di unvenerando idolo ricoperto di muschioaccanto al quale si eranoradunati un commerciante tedesco e un capitano norvegese percalcolare il peso di detto idolo e il suo valorequalora fosse statotagliato in due. Trattavano quel povero diavolo in modo veramentesacrilegoaffondando in esso i loro coltelli per vedere quanto eraduro e quanto era profondo il rivestimento di muschioe quasi gliordinavano di mettersi in piedi e camminare da solo fino alla naveper risparmiare loro tanta fatica. E invece ci vollero diciannovekanakache lo appesero a un telaio di tronchi d'albero e lotrasportarono fino alla nave doveben assicurato sotto i boccaportiproprio ora sta valicando il Pacifico meridionale in direzione diCapo Horn e dell'Europa - il luogo dove vanno a finire tutti i buoniidoli paganieccetto pochi rimasti in Americae uno in particolareche sogghigna vicino a mementre scrivoe chese non andremo afondosogghignerà dovunque vicino a mefinché nonmorirò.


Esarà lui a vincerla. Continuerà a sogghignarequandoio sarò ormai polvere.


Inoltrequale inizio del nostro soggiornopartecipammo a un banchetto concui un tale Taiara Tamariifiglio di un marinaio hawaiano disertoreda una balenieracommemorava la morte di sua madreoriunda delleIsole Marchesiarrostendo quattordici maiali interi e invitandotutto il villaggio. Così arrivammo pure noiaccolti dalbenvenuto di un'indigenauna ragazza chein piedi sopra una granderocciacantava l'informazione che il banchetto sarebbe diventatoperfetto in grazia della nostra presenza - informazione che essa davaimparzialmente a ogni nuovo arrivato. Tuttavia non avevamo quasifatto a tempo a sederci che lei cambiò tonomentre tuttal'adunanza manifestava una grande eccitazione. Le sue grida divenneroaccalorate e penetrantie si sentirono altre grida in rispostavocidi uomini che si fondevano in un canto violentobarbaricocheparlava di sangue e di guerra e faceva l'impressione di qualcosa diincredibilmente selvaggio. Poiattraverso la vegetazione tropicaleapparve in lontananza una processione di indigeninudi ad eccezionedi sgargianti teli attorno ai lombi. Avanzavano lentamenteemettendogrida gutturali di trionfo ed esaltazione. Appesi a giovanialberettiche essi portavano sulle spallec'erano dei misteriosioggetti di un peso notevolecelati al nostro sguardo da involucri difoglie verdi.


Null'altroche maialiniinnocentigrassi e arrostiti a dovereerano dentroquegli involucrima gli uomini li portavano sul luogo della riunionecome usava nei tempi antichiquando portavano dei "lunghimaiali"- l'eufemismo polinesiano usato dai cannibali perindicare la carne umana: e quei discendenti di cannibalicon allatesta il figlio di un reportavano in tavola i maiali come i loroprogenitori avevano portato i nemici uccisi. Di tanto in tanto laprocessione si fermava perché i portatori potessero emetterepiù comodamente degli urli particolarmente ferocicheesprimevano gioia per la vittoriadisprezzo per i nemiciaviditàdi cibo. Così Melvilledue generazioni primaaveva assistitoal trasporto di cadaveri di guerrieri Happar uccisiavvolti infoglie di palmaal banchetto al Ti. Un'altra voltaal Tiegliaveva "notato un'imbarcazione di legnoscolpita in modocurioso"enel guardarla più da vicinoi suoi occhi"erano caduti sulle membra ammucchiate in disordine di unoscheletro umanole ossa ancora imbevute di umidore e resti di carneancora attaccati qua e là".


Spessoil cannibalismo è stato considerato una favola dagli uominiultracivilizzatiai quali spiace forse l'idea che i propri selvaggiprogenitori fossero dediti in passato a simili pratiche. Il capitanoCook era piuttosto scettico al riguardo finché un giornoinun porto della Nuova Zelandadecise di fare una prova. Per caso unindigeno aveva portato a bordoper venderlauna bella testadisseccata al solee per ordine di Cook alcune fettine di carnefurono tagliate via e date all'indigeno che si affrettò adivorarle avidamente. Il meno che si possa dire è che ilcapitano Cook era un perfetto empirico; ma ad ogni modofacendo cosìegli fornì un'informazione sicura di cui la scienza aveva granbisognoné egli immaginava certamente l'esistenza di ungruppo di isoledistanti migliaia di migliadove in futuro sisarebbe svolto un curioso processoquando un vecchio capo di Mauisarebbe stato accusato di millantato creditoperché insistevanell'asserire che il suo corpo era il deposito vivente dell'alluce diCook! Si vuole che gli accusatori non riuscirono a dimostrare che ilvecchio capo non era la tomba dell'alluce dell'esploratoree perciòl'accusa fu respinta.


Immaginoche in questa nostra epoca degenerata non mi sarà possibile divedere nessun "lungo maiale" mangiatoma sono almeno giàin possesso di una zucca vuota delle Isole Marchesidebitamenteautenticatadi forma oblungastranamente scolpitarisalente a unsecolo fain cui è stato bevuto il sangue di due comandantidi naviuno dei quali era un uomo spregevoleperché vendetteuna vecchia balenierache di buono aveva solo la pittura frescaaun capo delle Isole Marchesi. Ma non appena il capitano se ne fuandatola baleniera andò in pezzi. Il destino volle chequalche tempo dopoegli facesse naufragiofra tanti postipropriosu quell'isola. Il capo indigeno era assolutamente ignorante dipagamenti e interessima aveva un senso primitivo della giustizia eun concetto egualmente primitivo dell'economia naturale; e pareggiòil conto mangiando l'uomo che lo aveva truffato.


Nell'albafresca partimmo per Typeemontati su feroci piccoli stallonichescalpitavanonitrivanomordevano il freno e si azzuffavano avicendaassolutamente dimentichi dei fragili esseri umani sul lorodorsoe dei ciottoli scivolosidelle rocce friabilidei precipizispalancati. Il sentiero saliva su per un'antica pistaattraverso unagiungla di alberi "hau". Da ogni parte si scorgevanovestigia di una popolazione un tempo numerosa. Ovunque l'occhiopoteva penetrare nella folta vegetazione s'intravedevano pareti dipietra e fondamenta di pietraalte da sei a otto piedicostruitesolidamente in ogni particolaree per un'estensione e una profonditàdi molte iarde. Formavano delle grandi piattaforme di pietra su cuiin passatosi erano elevate dalle case. Ma le case e le personeerano sparitee immensi alberi affondavano le loro radici attraversole piattaformee svettavano sulla giungla sottostante. Questefondamenta sono dette "pae-paes"i "pi-pis" diMelvillela cui ortografia si basava sulla fonetica.


Gliattuali indigeni delle Isole Marchesi non hanno la forza di rimuoveree ricollocare simili pietrepesantiné del resto hanno alcunincentivo a farlo. C'è abbondanza di "pae-paes"così da bastare per tuttie ne rimangono ancora alcunemigliaia inutilizzate. Una volta o duementre risalivamo la valleci capitò di vedere dei magnifici "pae-paes"sullacui ampia superficie si elevavano delle meschine capannucce dipagliacon la stessa differenza di proporzioni che ci puòessere tra un'edicola votiva posata sull'ampia base della piramide diCheope e la piramide stessa. Infatti gli indigeni di queste isolestanno scomparendoe a giudicare da quanto osservammo a Taiohael'unica cosa che ritarda la loro distruzione totale èl'infusione di nuovo sangue. Un indigeno puro delle Isole Marchesi èuna rarità. Sembrano tutti gente di sangue mistostranimiscugli di una dozzina di razze differenti. Diciannove lavoratoriefficientiecco tutto quello che un commerciante può mettereinsieme a Taiohae per l'imbarco sulle navi della copra; e nelle lorovene scorre sangue ingleseamericanodanesetedescofrancesecorsospagnoloportoghesecinesehawaianopaumotanotahitiano edell'isola di Pasqua. Ci sono più razze che personee nelmigliore dei casi si tratta di relitti di razze.


Lavita qui si indeboliscevacillasi spegne. In questo clima caldoeguale - un vero paradiso terrestre - dove non si verificano maitemperature estreme e dove l'aria è balsamicaconservatasempre pura dall'aliseo di sud-est carico di ozonol'asmala tisila tubercolosi fioriscono altrettanto rigogliose della vegetazione.


Ovunquedalle poche capanne d'erbasi sentono uscire colpi lancinanti ditosse o un lamento fioco di polmoni consunti. Altri orribili mali viprosperano altrettanto benema i più letali sono quelli cheattaccano i polmoni. C'è una forma di consunzione detta"galoppante"particolarmente temutache in due mesiriduce l'uomo più robusto a uno scheletro avvolto in unsudario.


Unavallata dopo l'altral'ultimo abitante si è estintoe ilsuolo fertile è tornato a essere giungla. Al tempo diMelvillela valle di Hapaa (da lui chiamata "Happar") erapopolata da una tribù forte e guerriera; una generazione doponon contava più che duecento individui. Oggi è unadistesa tropicale desertadove si sente solo l'urlo del vento.


Continuammoa salire sempre più nella vallatae i nostri stalloni nonferrati procedevano prudenti sul sentiero quasi cancellatocheondulava penetrando sinuoso tra i "pae-paes" abbandonati edentro la giungla insaziabile. La vista di rosse mele di montagnale"ohias"già gustate alle Hawaiici suggerìdi far arrampicare un indigeno sopra un albero per cogliernee dinuovo egli si arrampicò per prendere delle noci di cocco. Hobevuto il cocco della Giamaica e delle Hawaiima non ho mai gustatouna bevanda simile a quella che gustai qui nelle Isole Marchesi. Ognitanto si cavalcava sotto limoni e aranci selvatici - grandi alberisopravvissuti nel deserto più a lungo delle molecole umane cheli avevano coltivati.


Cavalcammoattraverso innumerevoli macchie di cinnamomodal giallo polline - sesi poteva dirlo un cavalcaregiacché quei cespugli profumatierano invasi da vespe. E quali vespe! Grossi esemplari delledimensioni di piccoli canariniche volavano rapidi per l'ariatrascinandosi dietro quelle loro zampe lunghe un paio di pollici. Unpuledro si rizza di bottosulle gambe davantigettando al cieloquelle posteriori: le riabbassa abbastanza lentamentetanto da fareun balzo selvaggio in avantie poi le riporta alla loro posizioneabituale. Non è nulla. Semplicemente la sua spessa pelle èstata trafitta dal dardo bruciante dell'organo virile di una vespa.Poi un secondo e un terzo puledroe tutti quantiincominciano aimpennarsi sulle gambe anteriori in quel paesaggio fatto diprecipizi. Zaf! Un pugnale incandescente penetra nella mia guancia.Zafdi nuovo! Ora sono pugnalato nel collo. Tutta la retroguardia sibutta su di me e ne ho per più del mio dovuto. Non c'èmodo di battere in ritiratae i cavalliche si slanciano avantisulla pista malsicuranon danno molte garanzie di salvezza. Il miocavallo oltrepassa quello di Charmianil qualeda animalesuscettibileoffeso in un preciso momento psicologicopianta unodei suoi zoccoli sul mio cavallo e l'altro su di me. Ringrazio la miastella che non sia ferratoe mi drizzo a metà sulla sellasotto la trafittura di un'altra daga bruciante. Certamente quello chemi tocca è più del mio dovuto; e lo è anche peril mio povero cavalloe la sua sofferenza e la sua paura non sonosuperate che dalle mie.


"Via!Via! Via di qui! Ve la farò vedere!" grido cercandofreneticamente di colpire con il berretto le vipere alate che micircondano.


Daun lato del cammino il paesaggio si eleva verticalmentedall'altroscende verticalmente. L'unica via d'uscita consiste nell'andareavantied è un miracolo se quella fila di cavalli non cadepoiché si slanciano avantisorpassandosi a vicendaaltrottoal galoppoincespicandosaltandoscrollandosiemetodicamente scalciando verso il cielo ogni volta che una vespa sigetta su di loro.


Dopoun po' ci fermammo a riprendere fiato e a contare le nostre ferite. Equesto accadde non una sola volta o duema si ripetécontinuamente. Strano a dirsila cosa non diventò maimonotona. Per conto mio posso dire che ogni volta passai attraversoogni cespuglio lottando con l'ardore sempre eguale di un uomo checerca di sfuggire a una morte improvvisa. Noil pellegrino daTaiohae a Typee non potrà mai patire la noia durante ilviaggio.


Allafine ci innalzammo al di sopra del tormento delle vespema fu piùuna questione di altezza che di fortezza. Tutto attorno a noi sistendevanofin dove lo sguardo poteva giungerele dentate dorsalidi catenecon le vette immerse nelle nuvole dell'aliseo. Sotto dinoilì da dove eravamo partitilo "Snark" sembravaun giocattolo nelle acque placide della baia di Taiohae; davanti anoi erano visibili le insenature della Comptroller Baychepenetravano nel retroterra.


Scendemmoper un migliaio di piedi e Typee apparve sotto di noi.


"Semi fosse stato dato di intravedere per un attimo i giardini delparadisonon avrei potuto essere più rapito dallospettacolo"così narra Melville dell'istante in cuigettò il primo sguardo sulla valle.


Eglivide un giardinonoi vedemmo un deserto incolto. Dov'erano maifinite le centinaia di cespugli di alberi del pane che lui vide? Anoi non fu dato di scorgere che giunglanull'altro che giunglaadeccezione di due capanne d'erba e di alcuni gruppi di noci di coccoche interrompevano il verde manto primordiale. Dov'era il "Ti"di Meheviil luogo di riunione dei celibiil palazzo dove le donnenon erano ammessee dove egli governava con i suoi capi minoritenendosi una mezza dozzina di anziani sonnacchiosi e sporchi aricordo di un passato valoroso? Dal torrente rapido nessun suono sielevava di fanciulle e matrone che macinassero il "tapa". Edov'era la capanna che il vecchio Narheyo costruiva eternamente?Invano lo cercai appollaiato a novanta piedi da terra su qualche altoalbero di coccoa farsi la sua fumatina mattutina.


Scendevamoora lungo un sentiero sinuoso sotto la giungla intricatamentregrandi farfalle svolazzavano nel silenzio. Nessun selvaggio copertodi tatuaggi e munito di randello e giavellotto vi montava la guardiae una volta guadato il corso d'acquafummo liberi di vagare dovevolevamo. Non più il tabùsacro e implacabileregnavain quell'amena vallata. Noil tabù vi regnava ancorama unnuovo tabùpoiché quando ci avvicinammo troppo adalcune miserabili donne indigenela parola "tabù"venne pronunciata a guisa di avvertimento.


Egiustamente. Esse erano lebbrose. L'uomo che ci aveva avvertito eraorribilmente deformato dall'elefantìasi. Tutti quanti eranomalati di polmoni. La valle di Typee era diventata la dimora dellamortee in quella dozzina di sopravviventi della tribù sistava lentamente e penosamente spegnendo la razza.


Certamentela vittoria non era toccata ai fortigiacché un tempo gliabitanti di Typee erano molto fortipiù degli Happarpiùdegli abitanti di Taiohaepiù di tutte le tribù diNuku-hiva. La parola "typee"o meglio "taipi"in origine significava mangiatore di carne umana. Ma poichétutti gli indigeni delle Isole Marchesi lo eranoessere cosìdesignati testimoniava che i typeani erano gli antropofaghi pereccellenza. Né solo fino a Nuku-hiva arrivava la reputazionedel coraggio e della ferocia dei typeanima in tutte le IsoleMarchesi il loro nome era pronunciato con terrore. L'uomo nonriusciva a soggiogarli. Persino la flotta franceseche s'impossessòdelle Marchesili lasciò tranquilli. Il comandante Porterdella fregata "Essex"una volta invase la valle con i suoimarinai e le truppe da sbarcorinforzati da duemila uomini di Happare Taiohea; riuscirono a penetrare abbastanza profondamente nellavallema vi incontrarono una resistenza così accanita daessere ben felici di ritirarsi e andarsene via con la loro flottigliadi barche e canoe da guerra.


Ditutti gli abitanti dei Mari del Sud quelli delle Isole Marchesi eranogiudicati i più robusti e i più belli; Melville nedisse: "Fui colpito specialmente dalla forza e bellezza fisicadi cui facevano mostra.... Quanto a bellezza esterioreessisorpassavano qualsiasi cosa da me vista. Non un solo caso dideformità naturale poteva essere riscontrato tra la folla cheprese parte alle feste.... Ogni individuo appariva privo di quelleimperfezioni che talvolta sciupano l'effetto di una figura altrimentiperfetta. Ma la loro perfezione fisica non consisteva soltantonell'essere privi di queste imperfezioni; quasi ogni individuo fraloro avrebbe potuto essere preso come modello da uno scultore".


Mendañalo scopritore delle Isole Marchesidescrisse gli indigeni comemeravigliosamente bellie Figueroail cronista del suo viaggionedisse: "Di pelle erano quasi bianchidi bella statura e benfatti". Il capitano Cook li definì i più splendidifra gli abitanti delle Isole del Sud; e disse degli uominiche erano"generalmente di statura elevataquasi mai inferiore ai seipiedi".


Eora tutta questa forza e bellezza è sparitae nella valle diTypee dimorano alcune dozzine di creature infelicimalate di lebbraelefantiasitubercolosi. Melville calcolò che la popolazionefosse di duemila persone alla sua epocasenza contare la vallettaadiacente di Ho-oumi. La vita è imputridita in questomeraviglioso giardinodove il clima è altrettanto delizioso esano quanto qualsiasi altro nel mondo. E i typeani non soltanto eranomagnifici fisicamentema erano anche purila loro aria nonconteneva i bacilli e germi e microbi di cui è piena la nostraaria. Quando gli uomini bianchi importarono con le loro navi questivari microrganismi di malattiei typeani ne furono contagiati edistrutti.


Sesi riflette su questo fattosi è quasi spinti a concludereche la razza bianca fiorisce nell'impurità e nella corruzione.Ma la vera spiegazione ci è data dalla selezione naturale. Noidi razza bianca siamo i sopravviventi e discendenti di migliaia digenerazioni sopravvissute nella lotta contro i microrganismi. Se maiuno di noi nacque con una costituzione particolarmente favorevole adaccogliere questi piccolissimi nemiciquello morì ben presto.E di noi sopravvissero soltanto coloro che potevano opporsi a essi.Noi che siamo vivi siamo gli immunisiamo gli idonei - i piùidonei per la loro costituzione a vivere in un mondo di microrganismiostili. I poveri abitanti delle Isole Marchesi non avevano subitoquesta selezionenon erano immunied essiusi a divorare i loronemicifurono a loro volta divorati da nemici cosìmicroscopici da essere invisibilie contro i quali nessuna guerracon dardi e giavellotti era possibile. D'altro latose ci fosserostate alcune centinaia di migliaia di indigeni all'inizioci sarebbestato anche un numero sufficiente di sopravviventi a porre le basi diuna nuova razza - una razza rigeneratase l'immersione in un bagnocontaminato di veleno organico può essere detta unarigenerazione.


Dissellammoi cavalli per fare colazionee dopo essere riusciti a stento asepararli - il mio con parecchi segni di grossi morsi sul dorso - edopo avere vanamente lottato contro le pulci della sabbiamangiammobanane e carne conservatainnaffiata da abbondanti sorsi di latte dicocco. C'era poco da vedere. La giungla aveva respinto e inghiottitoavidamente le meschine opere degli uomini. Qua e là si potevaincespicare su alcuni "pae-paes"ma senza iscrizionigeroglificitracce del passato che essi attestavano - solo pietremutecostruite e scolpite da mani ormai fatte polvere e dimenticate.


Dai"pae-paes" sorgevano grossi albericheinvidiosi dellavoro fatto dall'uomofendevano le pietredisperdendole erinnovando il caos primitivo.


Abbandonammola giungla per cercare il corso d'acqua nella speranza di sfuggirealle pulci della sabbia. Vana speranza. Per entrare in acqua anuotare ci si doveva togliere i vestiti: le pulci lo sapevanoe amiriadi innumerevoli stavano in agguato sulla riva del torrente. Nellinguaggio indigeno sono chiamate "nau-nau"con un suonocorrispondente all'inglese "now-now" (ora-ora)e il nome ècertamente ben datoperché esse sono insistenti e semprepresenti. Non c'è più né passato néfuturoquando si avviticchiano a un'epidermidee sono pronto ascommettere che Omar Khayyam non avrebbe mai potuto scrivere ilRubaiyat nella valle di Typee - sarebbe stata una cosapsicologicamente impossibile. Commisi l'errore strategico disvestirmi sull'orlo di una riva scoscesa da dove potevo tuffarmi inacquama non risalirne. Quando fui pronto a rivestirmidovettipercorrere un centinaio di iarde sulla riva prima di giungere ai mieivestiti. Al primo passoben diecimila "nau-nau" sigettarono su di meal secondo camminavo dentro una nuvolaal terzonon si vedeva più il sole nel cielo. Dopo ciònon socosa accadde. Quando arrivai dov'erano i miei vestitiero impazzito.E qui avvenne il mio grande errore tattico.


Nonc'è che una sola norma di condotta con le "nau-nau".Non schiacciatele mai! Qualsiasi cosa facciatenon schiacciatelemai.


Sonocosì maligne che nell'istante dell'annientamento emettono illoro ultimo atomo di veleno nella vostra carcassa. Dovete afferrarledelicatamentetra il pollice e l'indicee persuaderle gentilmente astaccare le loro proboscidi dalla vostra carne fremente. E' cometogliere un dente. Ma la difficoltà era che i denti spuntavanopiù rapidamente di quanto io non li distaccassicosìfinii per schiacciare e in tal modo mi riempii del loro veleno.Questo è avvenuto una settimana fa. Ancora adesso rassomiglioa un convalescente di un vaiolo curato male.


Ho-o-umiè una vallettaseparata da Typee da un basso contrafforteeci dirigemmo colà dopo avere finalmente costrettoall'obbedienza le nostre indomabili e insaziabili cavalcature. Enonostante questoil cavallo di Warrendopo una corsa di un miglioscelse la parte più pericolosa del sentiero per un'esibizioneche ci tenne tutti in ansia per buoni cinque minuti. Eravamo giuntiall'imboccatura della valle di Typee e guardavamo giù verso laspiaggia da cui Melville era scappato.


Eccolà il punto dove la baleniera stava pronta sui remi inprossimità dei frangentied ecco dove Karakoeeil kanakatabùsi trovava nell'acqua e si affannava a salvare la vitadel navigatore. Quellodi certoera il punto in cui Melville avevadato l'ultimo abbraccio a Fayaway prima di lanciarsi sulla barca. Edecco laggiù la punta di terra da cui Mehevi e Mow-mow e i loroseguaci si sono buttati a nuoto per intercettare la barcaconl'unico risultato di avere i polsi tagliati dai coltelli aserramanicoquando ormai avevano posto le mani sulla muratabenchéfosse riservato a Mow-mow di essere trafitto in gola dalla gaffa permano di Melville.


Proseguimmoverso Ho-o-umi. Melville era stato sorvegliato cosìstrettamente da non avere mai immaginato l'esistenza di questavallettaper quanto dovesse incontrarne continuamente gli abitantiche appartenevano a Typee. Passammo attraverso le stesse "pae-paes"abbandonatema nell'avvicinarci al mare trovammo una profusione dinoci di coccopiante del pane e macchie di aroe una buona dozzinadi capanne d'erbe. Ci accordammo di passare la notte in una di essee immediatamente ebbero inizio i preparativi per un banchetto. Unmaialino da latte fu spacciato in un batter d'occhioe mentrearrostiva in mezzo a pietre caldee mentre alcuni polli stavanocuocendo in latte di coccoconvinsi uno dei cuochi ad arrampicarsisopra un albero di cocco eccezionalmente alto. Il grappolo di nocialla sommità era a più di centoventicinque piedi dalsuoloma l'indigeno si mise a cavalcioni dell'alberolo afferròcon entrambe le maniripiegato sulla cintolain modo che le palmedei piedi appoggiassero piatte contro il troncoe poi si arrampicòsino in cima senza fermarsi. Non c'erano sporgenze sull'alberononcorde ad aiutarlo; semplicemente egli risalì l'alberocamminando sino a centoventicinque piedi per aria e dalla cima gettògiù le noci.


Nessunodegli altri uomini avrebbe avuto l'energia fisica per una simileimpresao meglio i polmonipoiché la maggior parte di essinon faceva che tossire. Alcune delle donne avevano i polmoni tantomalati che non cessavano di gemere continuamente. Ben pochi traquegli uomini e donne erano puri indigeni delle Isole Marchesima inmaggioranza per metà o per tre quarti di origine franceseinglesedanese e cinese. Nel migliore dei casi queste infusioni disangue nuovo servivano unicamente a ritardare la mortee - visti irisultati - ci si poteva chiedere se ne valeva la pena.


Ilbanchetto fu servito su un vasto "pae-pae"la cui parteposteriore era occupata dalla casa in cui avremmo dormito. La primaportata consistette in pesce crudo e "poi-poi"quest'ultimo di un gusto più forte e acre di quello del "poi"delle Hawaiifatto con l'aro. Il "poi-poi" delle IsoleMarchesi è fatto con l'albero del pane. Il frutto maturodopoaverne estratto il torsoloè messo in una zucca vuota ebattuto con un pestello di pietra fino a diventare una pasta dura eappiccicosa. A questo puntoavvolto in fogliepuò essereseppellito nella terra dove rimarrà per anni. Prima di esseremangiatoperòaltre manipolazioni sono necessarie. Un paccoinvolto in foglie è messo fra pietre caldecome si fa colmaialee arrostito bene; in seguito viene mescolato con acqua freddae reso più molle - non tanto da scorrere ma abbastanza perpoter essere mangiato prendendolo con due dita. Dopo averloassaggiato più voltelo si apprezza come un cibo piacevole esanissimo. E' il frutto dell'albero del panematuro e ben bollito oarrostito! E' delizioso! I frutti dell'albero del pane e dell'arosono cibi da retutti e dueper quanto il primo abbia ovviamente unnome inesattoe rassomigli più a una patata dolce che adaltropur non essendo né così dolciastro nécosì farinoso come una patata dolce.


Terminatoil banchettoci soffermammo a vedere la luna che saliva in cielo aldisopra di Typee. L'aria era balsamicacon un vago profumo di fiori.Era una notte magicamortalmente tranquillasenza la minima brezzaa muovere le foglie; e si tratteneva il fiatoquasi si soffriva pertanta squisita bellezza. Debole e lontano giungeva il tenue rimbombodei frangenti sulla spiaggia. Non c'erano letti: ci sdraiammo dove laterra pareva più soffice. Accanto a noi una donna ansimava egemeva nel sonnoe tutto intorno a noi gli indigeni morentitossivano nella notte.




CAPITOLO11


L'UOMODELLA NATURA


Loavevo incontrato una prima volta a San Franciscoin Market Streetin un pomeriggio umido e piovigginosomentre camminava a lunghipassivestito solo con un paio di cortissimi pantaloncini e unacamicia cortissimai piedi nudi che guazzavano nella mota delselciato. Alle sue calcagna una ventina di ragazzi eccitati. Nelvederlo passare ogni testa - e ce n'erano migliaia - si voltava pergettargli uno sguardo di curiositàe anch'io mi ero voltato.Non avevo mai visto un'abbronzatura più bella. Era tuttoabbronzatodi quel colore che prendono i biondi quando l'epidermidenon si spella. I suoi lunghi capelli color stoppia erano purebruciati dal solee così la sua barbaevidentemente decorodi un mento che non conosceva il rasoio. Era un uomo di una tonalitàrossicciarossiccio-doratache sembrava risplendere e irraggiaresole. Un altro profeta - pensai -venuto in città a portareun suo messaggio per la salvezza del mondo.


Alcunesettimane dopo mi trovavo con degli amici in una villetta suiPiedmont Hills che sovrastano la baia di San Franciscoe "loabbiamo vistolo abbiamo visto"strepitavano"l'abbiamosorpreso su un albero: ma ora è quietomangia nella mano.Venite a vederlo".


Cosìli accompagnai su per una collina scoscesa e in una malfermacapannuccia in mezzo a una macchia di eucalyptus scorgemmo quelprofeta abbronzatoche avevo visto per le vie della città.


Siaffrettò a venirci incontroin un roteare confuso dicapriole. Non ci strinse la manoanzi il suo benvenuto prese laforma di uno sfoggio di esercizi ginnastici. Fece altre capriolecontorse il suo corpo sinuosamente come un serpentefinchéquando si fu sufficientemente sgranchito le membrasi chinòsui fianchi e a gambe rigide e ginocchi strettisi mise atamburellare sul terreno con le palme delle mani; poi continuòa fare giravolte e piroettea ballare e a fare capriole intorno anoi come una scimmia ubriaca. Tutto il calore solare di una vitalitàardente irraggiava dal suo viso. Sono così feliceecco lacanzone senza parole che egli cantava.


Lacantò tutta la seraritmando i vari cambiamenti di tonalitàcon una varietà infinita di prodezze ginnastiche. "Unpazzo! E' un pazzo!


Hoincontrato nella foresta un pazzo!" pensai. Ma si dimostrava unpazzo sensato.


Tracapriole e girotondiegli ci confidò il suo messaggio cheavrebbe salvato l'umanità. Era duplice. Anzituttol'umanitàsofferente avrebbe dovuto spogliarsi di ogni indumento e andare afare la vita di un selvaggio sulle montagne e nelle vallate; e insecondo luogoquesto infelicissimo mondo avrebbe dovuto adottareun'ortografia fonetica. Mi vidi dinanzi i grandi problemi socialirisolti dalle popolazioni cittadine sciamanti nude per tutto ilpaesaggiofra i colpi di fucilel'abbaiare dei cani delle fattoriee innumerevoli assalti con i forconi maneggiati da contadiniinferociti.


Passaronogli anni e in un mattino soleggiato lo "Snark" ficcòla sua prua in una stretta apertura della scoglieravaporante dispuma per l'urto furioso delle onde mosse dall'aliseoe bordeggiòlentamente entro il porto di Papeete. C'era un'imbarcazioneconbandiera giallache si dirigeva verso di noie sapevamo che portaval'ufficiale sanitario del porto. Ma molto indietronella sua sciac'era una piccola canoa fuori scalmo che ci rese perplessi.Sventolava una bandiera rossa. La osservai accuratamente con ilbinocoloper paura che indicasse qualche pericolo nascosto per lanavigazioneun recente naufragioo una boa o un segnale asportatidal mare. Poi il dottore salì a bordoe quando ebbe finito diesaminare le nostre condizioni di salute e si fu assicurato che nonavevamo nessun topo vivo nascosto sullo "Snark"gli chiesiil significato di quella bandiera rossa.- Ohè Darling - fula risposta.


Eallora DarlingErnest Darlingche inalberava la bandiera rossalaquale significa la fraternità umanaci salutò: - AllòJack - gridò!


-Allò Charmian! - Vogando rapidamente si avvicinò ancoradi piùe io riconobbi in lui l'abbronzato profeta deiPiedmont Hills.


Siaffiancò a noiun dio solare cinto di un telo rosso attornoai lombicon dei regali arcadici quale benvenuto in ambedue le mani- una bottiglia di miele doratocon macchie di un oro piùscuroananassi dorati e limoni doratie aranci gustosi prodottidallo stesso prezioso materiale di sole e terra. E in tal modosottoil sole tropicaleincontrai ancora una volta Darlingl'Uomo dellaNatura.


Tahitiè uno dei più bei posti del mondopopolato da ladri etruffatori e bugiardie anche da alcuni pochi uomini e donne onestie sinceri. Perciòa causa della maledizione scagliata sullameravigliosa bellezza di Tahiti dalla spregevole canaglia umana chela infestaho deciso di raccontare non di Tahitima dell'Uomo dellaNatura. Luialmenoè confortante e salutare. Da lui emana unefflusso così dolce e gentileche non potrebbe fare del malea nessunoferire i sentimenti di nessunose non forse quelli di uncapitalista rapace e plutocratico.


-Che vuol dire quella bandiera rossa? - gli domandai.


-Il socialismonaturalmente.


-Sìsìlo so - continuai - ma che vuol dire in manovostra?


-Behche ho trovato il mio messaggio.


-E lo state forse annunciando a Tahiti? - chiesi incredulo.


-Di sicuro - rispose semplicemente: e in seguito mi accorsi che egline era veramente sicuro.


Datofondo all'ancoracalammo in mare il battello e ci avviammo verso laspiaggiaseguiti dall'Uomo della Natura. Adessopensaichissàcome sarò mortalmente perseguitato da questo pazzo; che io siasveglio o dormanon me ne potrò più liberarefinquando non me ne andrò via di qui.


Main tutta la mia vita non feci mai sbaglio più grande. Presi inaffitto una casa per andarci a stare e a lavorarema l'Uomo dellaNatura non si avvicinò mai a me: aspettava di essere invitato.Invece nel frattempo andò a bordo dello "Snark"prese possesso della sua bibliotecasoddisfattissimo perl'abbondanza di libri scientifici e disgustatocome venni poi asaperedall'eccessivo numero di romanzi.


L'Uomodella Natura non spreca mai il suo tempo a leggere romanzi.


Dopouna settimana o duela coscienza mi rimordeva e lo invitai a pranzoin un albergo giù in città. Arrivò conun'arietta decisamente infeliceinfagottato com'era in unagiacchetta di cotone; invitato a toglierselas'irradiò digioia e gratitudinee nel farlo mise in mostra la sua pelle doratadal soledalla cintola alle spallecoperta solo da una rada rete diun tessuto grossolano. Un telo rosso attorno ai lombi completava ilsuo abbigliamento. Fu quella sera che incominciai a conoscerloedurante il mio lungo soggiorno a Tahiti la conoscenza si trasformòin amicizia.


-Dunque voi scrivete dei libri - disse un giorno chestanco e sudatoavevo appena finito il mio compito del mattino. - Anch'io scrivo deilibri - annunciò.


Ahahpensaista a vedere che ora mi perseguiterà con i suoiconati letterari. Provai un senso di ribellione. Non avevo fattotutta quella strada fino ai Mari del Sud per diventare un agenteletterario!


-Ecco il libro che sto scrivendo - egli spiegòdandosi a pugnochiuso un colpo rimbombante sul torace. - Il gorilla nella giunglaafricana si batte il petto finché il rumore può esseresentito a mezzo miglio di distanza.


-Un torace ragguardevole! - dissi con ammirazione - che persino ungorilla potrebbe invidiare!


Fuallorae in seguito che venni a sapere i particolari del libromeraviglioso scritto da Ernest Darling.


Dodicianni prima si era trovato in punto di morte; non pesava che novantalibbre ed era troppo debole per parlare. I dottori l'avevano dato perspacciato e così suo padrepure medico di professione. Eranostati tenuti dei consulti con altri professorima non si aveva piùnessuna speranza di salvarlo. Uno studio eccessivo (quale maestro discuola e studente di università) e due successive polmonitierano state la causa del suo crollo fisico. Di giorno in giornoperdeva le forzesenza poter trarre alcun vantaggio dai cibi pesantiche gli ammannivanomentre né pillole né polverineriuscivano ad aiutare lo stomaco a compiere la sua funzionedigerente. E non soltanto egli era rovinato fisicamentema anchementalmenteperché il suo cervello era stato logoratodall'eccessivo lavoro. Quindi era stanco e sazio di medicinestancoe sazio degli esseri umani; e i discorsi degli altri gli riuscivanoinsopportabilile attenzioni altrui lo facevano impazzire. Gli vennel'ideadal momento che doveva morireche avrebbe potuto altrettantobene morire all'aria aperta lontano da ogni fonte di cruccio e diirritazione. E dietro questa idea se ne insinuò un'altra; cheforsedopo tuttonon sarebbe mortose soltanto fosse riuscito asfuggire ai cibi pesantialle medicine e alle persone piene di buoneintenzioni che lo facevano impazzire.


CosìErnest Darlingun mucchietto di ossa e un teschio da mortouncadavere ambulantecon in sé appena il più tenuefremito di vita bastante a farlo muoversi; voltò la schienaagli uomini e alle loro case e si trascinò per cinque migliaattraverso la boscaglialontano dalla città di Portlandnell'Oregon. Naturalmente era un pazzo.


Soltantoun pazzo si sarebbe trascinato fuori dal suo letto di morte.


Manella boscaglia Darling trovò quello che cercava - il riposo.


Nessunolo importunava con bistecche e carne di maialenessun dottorelacerava i suoi nervi tesi tastandogli il polsoo tormentava il suostomaco stanco con pillole e polverine. Incominciò a sentirsipiù calmo. Il Sole splendeva caldoe lui ci si scaldavaprovando la sensazione che la luce del Sole fosse un elisir disalute. Poi gli parve che tutto quanto il suo corpo consuntochiedesse il Sole. Si tolse i vestiti e fece dei bagni di Sole. Sisentì meglio. Ne ebbe un giovamento - il primo senso disollievo in lunghi mesi di sofferenza.


Manmano che miglioravasi mise a sedere e incominciò a guardarsiattorno. Era tutto un battito d'ali e un cinguettìo diuccelliintorno a lui; gli scoiattoli giocavano chiacchierini.Invidiava la loro salute e il loro buon umorela loro esistenzafelicesenza preoccupazioni. Che dovesse contrapporre le lorocondizioni di vita alle proprieera inevitabile; e inevitabile pureche si dovesse chiedere perché essi apparivano cosìvigorosimentre egli era una debole larva di uomo morente. La suaconclusione fu la più ovviaossia che essi vivevanonaturalmentementre egli viveva nel modo più innaturale.Quindise voleva viveredoveva tornare alla natura.


Sololì nella boscagliameditò il suo problema e cominciòsubito ad attuare i risultati della sua meditazione. Si tolse ogniindumentoandò in giro facendo salti e sgambetticamminandoa quattro zampearrampicandosi sugli alberiinsomma facendo delleprodezze ginnastiche - e intanto continuando a impregnarsi della lucedel Sole.


Imitògli animali. Si costruì un nido di foglie secche e di erbe perdormirci la nottericoprendolo di corteccia quale protezione dalleprime piogge autunnali.


-Ecco un bell'esercizio - mi disse una voltaagitando le braccia edandosi dei colpi sui fianchi - l'ho imparato guardando i galliquando cantano - Un'altra volta notai il suo modo sonoroaspirantedi bere un sorso di latte di coccoed egli mi spiegò di avereosservato che le mucche bevevano a quel modo e di averne concluso chedoveva esserci qualcosa di buono. Aveva provato il metodolo avevatrovato giovevole - e da allora aveva bevuto a quel modo.


Osservòche g]i scoiattoli si cibavano di frutta e di nocie iniziòuna dieta di frutta e nocicon l'aggiunta di panee diventòforte e cominciò a crescere di peso. Per tre mesi continuòquesta esistenza primitiva nella boscagliapoi le forti pioggedell'Oregon lo costrinsero a rientrare nelle abitazioni umane. Unessere di novanta libbreche aveva superato due attacchi dipolmonitenon poteva certamente acquistare in tre mesi unarobustezza sufficiente a permettergli di vivere all'apertonell'inverno dell'Oregon.


Avevagià fatto moltoma perché vi era stato costretto dallecircostanze. Ora non gli restava che tornare a casada suo padre; elìvivendo in camere chiuse con i polmoni che anelavano atutta l'aria del cielo apertofu di nuovo ridotto male da un terzoattacco di polmonite. Divenne più debole di quanto non fossemai stato primae in quel vacillante tabernacolo di carnela mentesubì un collasso.


Stavasempre distesocome un morto; troppo debole per resistere allafatica di parlaretroppo irritato e stanco di cervello per ascoltarecon interesse i discorsi degli altri. Il solo atto di volontàdi cui era capace era quello di ficcarsi le dita nelle orecchie erifiutarsi risolutamente a sentire una sola parola che gli fossedetta. Furono chiamati degli psichiatriche lo giudicarono pazzomadichiararono anche che non sarebbe vissuto più a lungo di unmese.


Dauno di questi psichiatri venne spedito in una clinica sul monteTabor. Quiquando si accorsero che era inoffensivolo lasciaronolibero di fare come voleva e non gli prescrissero più quelloche doveva mangiare; così ritornò alla frutta e allenoci - olio d'olivaburro di noccioline e banane erano gli elementiprincipali della sua alimentazione. Quando ebbe ripreso le forzedecise di vivere da ora in avanti come voleva lui. Se fosse vissutocome gli altrisecondo le convenzioni socialisarebbe morto dicerto. E non voleva morire. La paura della morte fu uno dei fattoripiù decisivi nella genesi dell'Uomo della Natura. Per viveredoveva seguire una dieta naturalevivere all'aria aperta e nellabenedetta luce solare.


Oraun inverno nell'Oregon non offre proprio nessuna attrattiva a chidesideri tornare alla natura; perciò Darling si mise allaricerca di un altro climainforcò una bicicletta e si diresseverso il sudverso le terre assolate. La Stanford University lotrattenne per un annoe qui egli studiò e lavorò comepiaceva a luiassistendo alle lezioni nell'abbigliamento piùsuccinto permesso dalle autoritàe applicando per quanto gliera possibile i princìpi di vita appresi nel mondo degliscoiattoli. Il suo metodo prediletto di studio consisteva nell'andaresulle colline dietro l'Universitàlì spogliarsi esdraiarsi sull'erbaimbevendosi di Sole e di salutementres'imbeveva anche di cultura.


Maanche la California Centrale ha i suoi inverni e la ricerca di unclima adatto all'Uomo della Natura lo spinse oltre. Tentò LosAngeles e la California Meridionalepiù volte arrestato eportato davanti alle commissioni psichiatriche perchéinveritàil suo modo di vivere non corrispondeva a quello deglialtri uomini. Tentò le Hawaiidovenon potendo provare lasua pazziale autorità gli intimarono di andarsene. Non loscacciarono esattamente: avrebbe potuto rimanere se avesse fatto unanno di prigione. Gli lasciarono la scelta. Ora la prigione èmorte per l'Uomo della Naturache prospera solo all'aria aperta enella luce del Sole dato a noi da Dio. Le autorità di Hawaiinon possono essere biasimate. Qualsiasi uomo che non vada d'accordocon un altro è indesiderabile. E il fatto che nessun uomopoteva andare d'accordo con Darling per il suo modo di applicaresenza limiti la sua filosofia della vita semplice giustificaabbondantemente le autorità hawaiane per il loro verdettosulla sua qualità di indesiderabile.


CosìDarling se ne andò via anche da qui alla ricerca di un climache non soltanto fosse desiderabilema dove non sarebbe statoindesiderabile. E lo trovò a Tahitigiardino di tutti igiardini. E fu lìcome abbiamo narratoche scrisse le paginedel suo libro. Non porta che un telo attorno ai lombi e una camiciadi rete senza maniche. Il suo pesonudoè dicentosessantacinque libbre. La sua salute è perfetta. Lavistagià dichiarata rovinataè eccellenteipolmonipraticamente distrutti dai tre attacchi di polmonitenonsolo sono guaritima sono più robusti che mai.


Nondimenticherò mai la prima volta che egli schiacciò unazanzaramentre mi parlava. Questa pestifera punzecchiatrice si erafissata nel mezzo del suo dorso tra le spalle. Senza interrompere ildiscorsosenza neppure tralasciare una sillabaegli drizzòil suo pugno chiuso nell'arialo abbassòsi colpì ildorso tra le spalleammazzando la zanzara e facendo risuonare iltorace come un sonoro tamburo. A nessun'altra cosa mi fece pensarequanto ai cavalli che nelle scuderie tirano calci contro lepartizioni di legno.


-Il gorilla nella giungla africana si batte il petto finché ilrumore può essere sentito a un miglio di distanza - miannunciava improvvisamentee incominciava un tambureggiareinsopportabilediabolicosul proprio torace.


Ungiorno notò un paio di guanti da boxe appesi alla parete. Isuoi occhi si illuminarono all'istante:


-Sapete fare la lotta ? - gli chiesi.


-Quando ero a Stanforddavo lezioni di boxe - fu la risposta.


Eimmediatamente ci spogliammo e infilammo i guanti. Bang! Un lungobraccio scimmiesco lampeggiòstampando l'estremitàguantata sul mio naso. Bif! In un tuffo improvviso egli mi raggiunsesu un lato della testa quasi buttandomi giù di fianco. Mirimase un bozzo per una settimanain seguito a quel colpo. Mi chinaiper evitare un diretto sinistro e gli sferrai un diretto destro sullostomaco. Era un colpo terribile. L'intero peso del mio corpo loappoggiava e incontrò il suo corpomentre egli si protendevain avanti. Mi aspettavo che si piegasse e finisse per terra. Invecela sua faccia espresse un'approvazione soddisfatta ed egli esclamò:- Bel colpo! -. L'istante appresso io cercavo di difendermi da unagragnuola di colpispintoni e uppercuts. Poi aspettai il momentobuono e mirai al plesso solare.


colpendonel segno. L'Uomo della Natura abbassò le bracciarespiròaffannosamente e si sedette:


-Passerà subito - disse - aspettate un momento solo.


Etrenta secondi dopo egli era di nuovo in piedi - sìe mirestituiva il complimentoagganciandomi nel plesso solaree a miavolta io respiravo affannosamenteabbassavo le braccia e mi sedevoun poco più improvvisamente di quanto non avesse fatto lui.


Tuttoquesto io lo racconto per provare che l'uomo con cui feci la lottaera un individuo completamente differente dal povero essere del pesodi novanta libbre di otto anni primal'essere chedato perspacciato da medici e alienististava lentamente spegnendosi in unastanza chiusa di Portland nell'Oregon. Il libro che Ernest Darling hascritto è un buon libroed è buona anche la suarilegatura.


Hawaiiper anni ha lamentato il proprio fabbisogno di immigrantidesiderabilie ha speso molto tempofatica e denaro nell'importaredei cittadini desiderabilima finora non si può vantare deirisultati. Eppure Hawaii ha scacciato l'Uomo della Naturagli harifiutato una possibilità di vita. Cosìper castigarequesta mentalità orgogliosa di Hawaiicolgo l'occasione permostrarle quanto ha perdutoscacciando l'Uomo della Natura.


Quandoegli giunse a Tahiticominciò col cercare un pezzo di terradove coltivare il cibo di cui si nutrivama era difficile trovaredella terra - cioè della terra che costasse poco. L'Uomo dellaNatura non nuotava nell'abbondanza. Per intere settimane andòvagando per i monti scoscesi finchésu in alto sullamontagnadove era un succedersi di tanti piccoli canyontrovòottanta acri di boscagliache sembravano non appartenere a nessuno.I funzionari del governo gli dissero chese avesse voluto disboscarela terra e coltivarla per trent'annigliene avrebbero riconosciutola proprietà.


Immediatamentesi mise al lavoroe non si vide mai un simile lavoro.


Nessunocoltivava a quell'altezza: il terreno era coperto da un groviglio digiunglae ci scorrazzavano cinghiali e innumerevoli topi. La vistadi Papeete e del mare era magnificama le prospettive non sembravanoincoraggianti. Gli ci vollero settimane pcr costruire una strada inmodo da poter accedere alla piantagionee cinghiali e topidivoravano qualsiasi cosa lui piantassenon appena spuntava.


Uccisei maialiprese in trappola i topi; di questi ultimiin sole duesettimanene acchiappò millecinquecento. Doveva portare adorso ogni cosae di solito faceva la notte questo lavoro di bestiada soma.


Apoco a poco incominciò ad avere il sopravvento; si costruìuna casetta dalle pareti d'erbae sul terreno vulcanicofertileche aveva strappato alla giungla e agli animali della giunglafececrescere cinquecento alberi di coccocinquecento papayetrecentomanghimolti alberi da pane e peri d'alligatore per non parlaredelle vignedegli arbusti e dei legumi. Accentuò la pendenzadei declivi nei canyone fece funzionare un efficiente sistemad'irrigazionescavando canali paralleli tra un canyon e l'altro adifferenti quote.


Isuoi stretti canyon diventarono dei giardini botanici. Le aride balzedei montidove prima il Sole bruciante aveva inaridito la giunglaabbassandola quasi al livello del suoloprodussero alberi e arbustie fiori. Non soltanto l'Uomo della Natura ormai bastava a se stessoma era divenuto un prospero coltivatore di prodotti che vendeva aicittadini di Papeete.


Siscoprì allora che la sua terra la qualesecondol'informazione data dai funzionari del Governoera senzaproprietarione aveva realmente unoe che attidescrizioneecceteratutto era registrato.


Tuttoil suo lavoro sarebbe andato perduto. La terra non valeva nientequando lui l'aveva presa; e il proprietarioun facoltoso possessoredi terreignorava fino a che punto l'Uomo della Natura l'avesse resafertile. Si concordò un prezzo equoe l'atto di acquisto diDarling fu redatto regolarmente.


Mavenne poi un colpo più terribile. L'accesso di Darling almercato fu distrutto. La stradache lui aveva costruitofu chiusacon un triplice ferro spinatoper uno di quegli imbrogli negliaffari umani così comuni in questo nostro assurdissimo sistemasociale. Dietro a esso si celava la lunga mano di quell'elementoconservatore che aveva trascinato l'Uomo della Natura davanti allaCommissione per gli alienati di Los Angeles e che lo aveva bandito daHawaii. E' così difficile per uomini soddisfatti di lorostessi comprendere qualsiasi uomo le cui soddisfazioni sianocompletamente diverse. E' evidente che i funzionari governativis'erano messi d'accordo con l'elemento conservatoreperchéancora oggi la strada costruita dall'Uomo della Natura èchiusa: nulla è stato fatto in propositoe da ogni parteappare evidente l'ostinata volontà di non fare niente. Mal'Uomo della Natura va avanti per la sua strada danzando e cantando.Non passa le notti a ripensare ai torti che gli sono stati fattilascia le preoccupazioni a chi ha commesso questi torti. Non perdetempo in queste amarezze. Crede di essere al mondo per essere felicee non ha un momento da sprecare in altri scopi.


Lastrada che porta alla sua piantagione è bloccatanéegli può costruire una nuova stradaperché non c'èsuolo su cui lo possa fare.


IlGoverno gli ha concesso soltanto un sentiero da cinghialiche saleripido su per la montagna. L'ho percorso con luie dovemmoarrampicarci con mani e piedi per riuscire a salirené essopotrebbe essere trasformato in una stradaper quanto ci si fatichise non con l'aiuto di un ingegneredi un motore e di un cavod'acciaio. Ma che importa all'Uomo della Natura? Nella sua etica dimitezzaegli ricambia con la bontà il male che gli uomini glifanno. E chi sa se egli non è più felice di loro!


-Non preoccupiamoci della loro dannata strada - mi disse quandodopoesserci issati faticosamente su una rocciaci sedemmo ansanti ariposare. - Presto mi procurerò un aereo e me ne rideròdi loro. Sto disboscando uno spiazzo per farne un campod'atterraggioe la prossima volta che voi arriverete a Tahitiscenderete proprio davanti alla mia porta.


Sìl'Uomo della Natura ha delle idee straneoltre a quella del gorillache si batte il torace nella giungla africana. L'Uomo della Natura hadelle idee personali anche riguardo alla levitazione. - Sì -mi disse - la levitazione non è impossibile. E pensate checosa magnificasollevarsi dal suolo con un atto di volontà!Pensateci! Gli astronomi ci dicono che tutto il nostro sistema solaresi sta spegnendo e chea meno di imprevistitutto diventeràcosì freddoche nessuna vita sarà piùpossibile. Benissimo. Quel giorno tutti gli uomini saranno diventatiabili levitazionistie lasceremo questo pianeta moribondo percercare dei mondi più ospitali. Come si può effettuarela levitazione? Con salti progressivi. Sìho provato e allafine mi sentivo realmente diventare più leggero.


Quest'uomoè un maniacopensai.


-Naturalmente - egli aggiunse - queste non sono che teorie mie. Mipiace speculare su un futuro glorioso dell'umanità. Puòanche darsi che la levitazione non sia possibilema mi piace pensareche lo sia.


Unaseravedendolo sbadigliaregli chiesi quante ore di sonno siconcedeva.


-Sette - fu la risposta. - Ma fra dieci anni dormirò solo seioree fra venti solo cinque. Vedetediminuirò un'ora disonno ogni dieci anni.


-Alloraquando sarete centenarionon dormirete più del tutto- esclamai.


-Proprio così. Esattamente. Quando avrò cent'anninonavrò più bisogno di sonno. E inoltrevivròd'aria. Ci sono delle piante che vivono d'ariasapete.


-Ma c'è stato qualche uomo che sia riuscito a farlo?


Scrollòil capo.


-Non l'ho mai sentito dire. Ma non è che una teoria miaquestadi vivere d'aria. Sarebbe bellovero? Naturalmente puòanche essere impossibilemolto probabilmente lo sarà. Vedetenon è che io non pensi al lato pratico. Non dimentico mai ilpresente. Quando mi elevo nel futurolascio sempre un filo con cuiritrovare la strada per tornare indietro.


Hopaura che l'Uomo della Natura sia un burlone. Ad ogni modo vive lasua semplice vita. Il suo conto della lavandaia non dev'essere forte.


Sunella sua piantagione vive di fruttail cui costo lavorativotradotto in moneta sonanteè secondo lui di cinque cents algiorno.


Attualmentesia per la strada ostruitasia perché si è dato a farepropaganda di socialismovive in cittàdove le sue speseaffitto compresosono di venticinque cents al giorno. Per pagarequeste spesetiene un corso serale per cinesi.


L'Uomodella Natura non è un fanatico. Quando non c'è nulla dimeglio da mangiare che carnemangia la carnee così anchead esempioquando è in prigione o a bordo di una nave e nonci sono più né noci né frutta. Né sembracategorico in nullaeccetto nella questione dell'abbronzatura.


-Date fondo all'ancora ovunque e l'ancora areràcioè sela vostra anima è un mare illimitatoinsondabilee non unapozzanghera per cani - citòe aggiunse: - Vedetela miaancora sta sempre arando.


Vivoper la salute e il progresso dell'umanitàe cerco che la miaancora ari sempre in quella direzione. Per me le due cose sonoidentiche. L'ancora che ara è quella che mi ha salvato. La miaancora non faceva presaquando ero sul letto di morte. La trascinainella boscaglia e me ne risi dei dottori. Quando ebbi recuperatoforza e saluteincominciai con la parola e con l'esempio a insegnarealla gente a diventare uomini e donne della natura; ma essi nonvollero sentirmi. Poi sul piroscafo che mi portava a Tahitiunsecondo capo mi spiegò il socialismo e mi dimostrò cheera necessaria una perequazione economica prima che donne e uominipotessero vivere secondo natura. Così trascinai nuovamentel'ancora e ora sto lavorando per una comunitàcooperativistica. Quando questa si avvereràsaràfacile realizzare un modo di vivere naturale.


-Ho fatto un sogno la notte scorsa - continuò pensierosomentre il suo viso lentamente si stava rischiarando. - Mi pareva cheventicinque uomini e donnedecisi a vivere in modo naturale fosseroappena arrivati sul piroscafo dalla Californiae che io mi avviassia salire con loro il sentiero da cinghiali che porta allapiantagione.


Ohcaro Ernest Darlingadoratore del Sole e Uomo della Naturaci sonodei momenti in cui non posso fare a meno di invidiare te e la tuaesistenza spensierata. Ti vedo oramentre sali i gradini a passo didanza e sgambetti nella verandai capelli gocciolanti per un tuffonel maregli occhi brillantiil tuo corpo dorato dal Solerisplendenteil torace che rimbomba per un tamburinare diabolicomentre canti: "Il gorilla nella giungla africana si batte iltorace finché il rimbombo può essere sentito a mezzomiglio di distanza". E ti vedrò sempre come ti vidiquell'ultimo giornoquando una volta ancora lo "Snark"ficcò la prua attraverso il passaggio nella scoglieraspumeggiantedirigendo verso il mare apertoe io salutavo i rimastisulla spiaggia.


Ilgesto con cui dissi addio al dorato dio del Solecon il suo telorosso intorno ai lombidritto in piedi nella sua piccola canoa fuoriscalmofu tra i più benevoli e affettuosi.




CAPITOLO12


ILREGNO DELL'ABBONDANZA


"Quandoarrivano degli stranieriognuno cerca di prendersene uno come amicoe di portarselo nella propria casadov'è trattato con lamassima gentilezza dagli abitanti del distretto; lo mettono sopra unalto sedile e lo nutrono abbondantemente con i cibi migliori".


("Ricerchesulla Polinesia").


Lo"Snark" era alla fonda a Raiateaproprio al largo delvillaggio di Uturca; arrivati la sera primaa crepuscolo calatocistavamo preparando per la nostra prima gita a terra. Di buon mattinoavevo notato una minuscola canoa a bilanciere con una vela a tarchiaimpossibileche sfiorava lo specchio d'acqua della laguna. La canoastessa era a forma di barasemplicemente scavata in un troncolungaquattordici piedilarga dodici pollici scarsi e profonda forseventiquattro. Non aveva sagomaeccetto il fatto che era appuntita inambedue le estremità. I fianchi erano diritti. Priva delbilancieresi sarebbe capovolta in un decimo di secondo. Era ilbilanciere che la teneva dritta.


Hodetto che quella vela a tarchia era impossibile: e lo era. Era una diquelle cosenon che bisogna vedere per credercima che non sipossono credere neppure dopo averle viste. La caduta e il bordameerano già terrificantimanon contento di questoil suoartefice le aveva dato un'antenna smisuratacosì lunga che innessun modo avrebbe potuto sostenere lo sforzo anche con un ventomoderato. Così alla canoa era stato assicurato un tangonechesi protendeva verso poppa sull'acqua. A questo erano stati fissatidue canapi; in questo modo il bordame della vela era sostenuto dallascotta e l'antenna dal vento.


Nonera una semplice barcanon era una semplice canoama un meccanismoa vela. E l'uomo che ci stava dentro lo governava con il suo peso econ il suo coraggiosoprattutto con quest'ultimo. Rimasi a guardarela canoa bordeggiare da sottovento e filare verso il villaggio conl'unica persona a bordo tutta spostata all'infuori sul bilanciereorzando o puggiando a seconda delle raffiche di vento.


-Behso una cosa - annunciai - non lascerò Raiatea prima diaver fatto una corsa su quella canoa.


Pochiminuti dopo Warren mi chiamava dall'alto della scaletta: - C'èqui quella canoa di cui parlavate.


Immediatamentebalzai in coperta per accogliere il suo proprietarioun polinesianoaltosnellodal viso ingenuo e dagli occhi chiaribrillantiintelligenti. Portava un telo scarlatto attorno ai fianchi e uncappello di paglia. In mano recava dei doni - un pesceun mazzo dilegumi e parecchi enormi ignami. Tutto questo accompagnato da cennidel capo e da sorrisi (che sono ancora moneta corrente in alcuniluoghi isolati della Polinesia) e da frequenti ripetizioni di"mauruuru" (grazie in tahitiano). Mi accinsi a farglicapire a gesti che desideravo fare una corsa con la sua canoa. Il suoviso s'illuminò di piacere e disse una sola parola "Tahaa"voltandosi nello stesso tempo e designando le cime elevatecoronateda nubidi un'isola distante tre miglia - l'isola di Tahaa. C'era unbuon vento fuorima un po' troppo di prua.


Oraio non avevo nessuna intenzione di andare a Tahaa. A Raiatea dovevoconsegnare delle letterevedere dei funzionarie sotto copertaCharmian si preparava per andare a terra. Con gesti insistenti fecicapire che non desideravo altro che una rapida corsa nella laguna.Una rapida ombra di disappunto apparve sul suo voltoma sorridendoassentì.


-Vieni a fare una corsa - chiamai Charmian che era sotto - ma mettitiin costume da bagno. Ci bagneremo.


Nonfu una cosa realefu un sogno. Quella canoa scivolava sull'acquacome una stria argentea. Io mi spostai in fuori sul bilanciere e fecida contrappeso per tenerla drittamentre Tehei (da pronunciarsi Te-he-yi) forniva il coraggioe anche luisotto le rafficheveniva unpo' fuori sul bilancieregovernando nello stesso tempo con tutte edue le mani per mezzo di una grossa pagaia e tenendo con il piede lascotta.


-Pronti a virare! - gridò.


Accuratamentespostai il mio peso dentro la barca per mantenere l'equilibriomentre la vela si afflosciava.


-Tutto alla puggia - gridòvenendo velocemente al vento.


Scivolaifuori dal lato opposto al di sopra dell'acquasull'asta assicuratadi traverso alla canoae ci trovammo in piena vela e in velocitàsull'altro fianco.


-Bene - disse Tehei.


Quelletre frasi"pronti alla vira""tutto alla puggia"e "bene" costituivano tutto il vocabolario inglese di Teheie mi indussero a sospettare che un tempo avesse fatto parte di unequipaggio kanaka agli ordini di un comandante americano. Tra unaraffica e l'altra gli feci dei cenni e ripetutamente e in tonointerrogativo pronunciai la parola "marinaio" in inglesepoi tentai di dirla in un francese atroce. Ma "marin" nonvoleva dire niente per luie neppure "matelot". O il miofrancese era cattivoo lui non era in grado di capirlo. In seguitovenni alla conclusione che tutte e due le congetture erano esatte.Alla fine incominciai a elencare le isole vicine. Col capo accennòdi esserci stato. Quando la mia inchiesta giunse a Tahiticapìa che cosa miravo. L'evoluzione del suo pensiero era quasi visibileed era un piacere vederlo pensare. Accennò energicamente conil capo. Sìera stato a Tahitie aggiunse egli stesso nomidi isole come TikitauRangiroa e Fakaravaprovando così diaver navigato fino alle Paumotu - indubbiamente come membrodell'equipaggio di una nave mercantile.


Dopola nostra breve navigazionequando egli fu tornato a bordoa segnisi informò della destinazione dello "Snark"equando io ebbi menzionato Samoale Figi]a Nuova GuinealaFrancial'Inghilterra e la Californiasecondo la loro successionegeograficaegli disse "Samoa" e a gesti fece capire cheavrebbe voluto andarci. Al che mi trovai in difficoltà perspiegargli che a bordo non c'era posto per lui. "Petit bateau"finalmente ci riuscìe di nuovo il disappunto sul suo viso siunì a una sorridente acquiescenzae prontamente ripetépiù volte l'invito ad accompagnarlo a Tahaa.


Charmiane io ci guardammo. L'ebbrezza del volo appena fatto era ancora innoi. Lettere da portare a Raiateafunzionari da vederetutto fudimenticato. Un paio di scarpeuna camiciaun paio di calzonisigarettefiammiferi e un libro da leggere furono ficcati di furiain una latta da biscotti e avvolti in un telo di gommae scavalcatoil bastingaggioscendemmo nella canoa.


-Quanto vi dovremo aspettare? - chiese Warren mentre il vento gonfiavala vela e spingeva me e Tehei precipitosamente sul bilanciere.


-Non so - risposi - quando torneremo; non vi saprei dire altro!


Ece ne andammo via. Il vento era aumentato e con le scotte allascatenoi correvamo in poppa. Il bordo libero della canoa non era piùalto di due pollici e mezzoe la maretta continuamente si riversavaoltre il bordociò che rendeva necessario sgottare. Orasgottare è una delle funzioni principali della "vahine"il nome della donna in tahitianoe poiché Charmian eral'unica donna a bordola funzione spettò giustamente a lei.Tehei e io non avremmo potuto farlo beneessendo tutti e due inparte appollaiati fuori sul bilanciere e occupati a mantenere drittala canoa. Così Charmian sgottòcon una sassola dilegno dalla forma primitivae lo fece così bene che ci furonodei momenti in cui poteva stare in riposo buona parte del tempo!


Raiateae Tahaa formano una cosa solaperché si trovano tutte e dueall'interno di una stessa scogliera che le circonda. Tutte e due sonoisole vulcanicheche si stagliano con una linea dentatasull'orizzontecon vette e punte aguzze che tendono al cielo. Dalfatto che Raiatea ha una circonferenza di trenta miglia e Tahaa diquindici si può ricavare un'idea della scogliera che leracchiude. Tra le isole e la scogliera c'è una distesa d'acqualarga da un miglio a dueche forma una bella laguna. I grandifrangenti del Pacificoche si stendono in una linea ininterrottatalvolta per un altro miglio o due di lunghezzasi scagliano sullascoglieraimpedendo e ricadendo su di essa con uno schiantotremendo; eppure la fragile struttura corallina resiste all'urto eprotegge la terra. Fuoril'imbarcazione più robusta èminacciata di distruzioneall'interno regna la calma delle acquetranquilledove una canoa come la nostra poteva veleggiare conappena un paio di pollici di bordo libero.


Volavamosull'acqua. E che acqua! chiara come la fonte più chiaraecristallina nella sua limpidezzatutta percorsa da uno sfolgorìodi colori e sfumature dell'arcobaleno - una cosa da impazzire! - mapiù splendidamente smaglianti che in qualsiasi arcobaleno. Ilverde giada si alternava al turchinoil blu pavone allo smeraldomentre ora la canoa passava sfiorandole su acque di un rossopurpureoe ora su altre di un bianco tremuloscintillantelàdove il fondo era di finissima sabbia corallinasu cui posavanomostruosi molluschi. Un momento ci trovavamo sopra a un giardinodelle meraviglie di coralloin cui pesci colorati folleggiavanosvolazzando come farfalle marine; un momento dopo sfrecciavamoattraverso l'oscura superficie di canali profondida cui sciami dipesci volanti si levavano in un argenteo volo: e in un terzo ancoraeravamo sopra altri giardini di corallo vivoognuno piùmeraviglioso dell'altro. E su tutto incombeva il cielo tropicaledaaliseocon le nuvole fioccosein corsa attraverso lo zenitcheriempivano l'orizzonte con le loro soffici masse.


Quasisenza accorgerceneci trovammo vicini a Tahaa (da pronunciarsiTah-ah-ahcon ogni sillaba accentata)mentre Tehei sorridendoesprimeva la sua approvazione per l'efficiente sgottare della"vahine". La canoa si arenò sulla spiaggia bassa aventi piedi da terra e guadammo attraverso un fondo morbidodovegrossi molluschi si arricciavano e torcevano sotto i nostri piedi edove minuscoli cefalopodi segnalavano la loro esistenza per lasuperlativa morbidezza su cui si camminava.


Accantoalla spiaggiatra palme di cocco e alberi di bananeelevata sutrampolifatta di bambù e con un tetto d'erbec'era la casadi Tehei. E da essa uscì fuori la "vahine" di Teheiuna snella figurina di donna dagli occhi dolci e dalle fattezzemongoliche - se pure lei non discendeva da una razza indiana del NordAmerica. "Bihaura"la chiamò Teheima nonpronunciò questo nome secondo le norme inglesi di pronuncia.Compitò il nome in modo che suonava come "Bi-ah-uu-rah"con ogni sillaba fortemente accentata.


Leiprese per mano Charmian e la guidò nella casalasciando cheTehei e io le seguissimo. E quimediante gesti il cui significatonon poteva essere fraintesofummo informati che tutto quanto essipossedevano era nostro. Nessun hidalgo fu mai più generosonell'offrirementre sono sicuro che pochi hidalghi lo furono maialtrettanto nel dare realmente.


Benpresto scoprimmo che non dovevano ammirare ciò che loropossedevanoperché non appena ammiravamo un determinatooggettoesso ci era immediatamente regalato. Le due "vahine"com'è costume delle "vahine"si misero a esaminaree a discutere degli aggeggi donneschimentre Tehei e iocome usanofare gli uominiguardavamo gli attrezzi da pesca e per la caccia alcinghialee anche un'ingegnosa apparecchiatura per prendere deitonni con aste da quaranta piedistando su canoe accoppiate.Charmian ammirò un cestino da lavoro - il piùbell'esempio di cesto polinesiano che avesse mai visto: e fu suo.


Ioammirai un amo per tonniscavato in un pezzo solo in una conchigliamadreperlacea: e fu mio. Charmian fu attirata da una buffa treccia dicorda di pagliaun rotolo lungo trenta piedisufficiente a fare uncappello di qualsiasi forma: e il rotolo di treccia fu suo.


Ilmio sguardo indugiò su un mortaio per il "poi"cherisaliva all'epoca della pietra: fu mio. Charmian si soffermòun po' troppo a lungo su una ciotola di legno per il "poi"a forma di canoacon quattro piedinitutta ricavata da un solopezzo di legno: fu sua. Io guardai una seconda volta una gigantescafiasca di cocco: e fu mia.


AlloraCharmian e io ci riunimmo a colloquio e decidemmo di non ammirare piùniente - non perché la cosa non fosse redditiziama perchélo era fin troppo. Di più ci stavamo tormentando le meningiper trovare a bordo dello "Snark" dei regali che potesseroservire al contraccambio. Il problema dei regali natalizi èun'inezia in confronto a un'orgia di regali polinesiana.


Cisedemmo sotto il portico frescosulle migliori stuoie di Bihauramentre preparavano il pranzoe nello stesso tempo facemmo laconoscenza degli abitanti del villaggio. Si presentavano a gruppi didue o tre o più ancoraci stringevano la manopronunciandola parola tahitiana di benvenuto - "Ioarana"pronunciatoyo-rahnah. Gli uominibei tipi aitantiportavano un telo intorno ailombie certi erano con la camicia e certi senzamentre le donneindossavano l'universale "ahu"una specie di grembiale perpersone grandiche cadeva in pieghe graziose dalle spalle fino aterra. Era triste vedere l'elefantiasi da cui alcune di esse eranoafflitte. Per esempio una bella donna dalle forme magnifichee dalportamento regaleera rovinata da un braccio quattro - o dodicivolte - più grosso dell'altro. Accanto a lei stava un uomoalto sei piedidrittodalla muscolatura possenteabbronzatoconil corpo di un dioma con piedi e polpacci così gonfi che siconfondevano formando qualcosa di informedi mostruosoche sisarebbe potuto prendere per gambe di elefante.


Sembrache nessuno conosca realmente la causa dell'elefantiasi dei Mari delSud. Secondo una teoriaessa è causata dal bere acquainfettasecondo un'altra da un'intossicazione dovuta a morsicaturedi zanzare. Una terza teoria l'attribuisce a predisposizionepiùun processo di acclimatazione. D'altro lato nessuno che viva in unperpetuo terrore di questa e di altre malattie del genere si puòpermettere di viaggiare nei Mari del Sud. Ci saranno dei momenti incui bisogna bere dell'acquae ci saranno anche dei momenti in cui lezanzare cominceranno a pinzare. Ma ogni precauzione di genereschizzinoso sarà inutile. Se si corre a piedi nudi sullaspiaggia per gettarsi in acquasi mettono i piedi dove pochi minutiprima li ha messi un malato di elefantiasi. Se ci si rinchiude nellapropria casaogni boccone di cibo fresco che verrà in tavolaavrà potuto essere contaminatosia che si tratti di carne odi pesce o di selvaggina o di legumi. Al mercato pubblico di Papeetedue ben noti lebbrosi hanno dei banchi di venditae Dio solo sa perquale tramite vi arrivano quotidianamente i rifornimenti di pescefruttacarne e legumi.


Ilsolo modo di viaggiare spensieratamente nei Mari del Sud èquello di farlo con una certa noncuranzasenza apprensioni e con unafede simile a quella degli Scienziati Cristiani nel brillante destinodella propria stella. Quando vedete una donnaaffetta daelefantiasiche a mani nude fa sprizzare il latte dalla polpa dellanoce di coccobevete e pensate a quanto è buono il lattedimenticando le mani che lo hanno spremuto. E ricordate anche chemalattie quali l'elefantiasi e la lebbra non pare che si possanotrasmettere per contagio.


Cifermammo a guardare una donna di Raratongadalle membra gonfie edistorteche preparava il nostro latte di coccoe poi andammo alcapannone della cucinadove Tehei e Bihaura facevano cuocere ilpranzoe questo ci fu poi servito nella casa sopra una scatola dilatta. I nostri ospiti attesero che noi avessimo finito e poi siprepararono la loro tavola per terra. Ma il nostro pranzo!


Indubbiamenteci trovavamo nel regno dell'abbondanza! Anzitutto ci fu del magnificopesce crudopreso in mare alcune ore prima e lasciato a macerare insugo di limone diluito con acqua. Poi venne un pollo arrosto; duenoci di coccodi una dolcezza un po' aspraservivano da bevanda.C'erano delle banane che avevano il sapore di fragole e che sidisfacevano in boccae c'era un "poi" di banana cosìbuono da far rimpiangere che i nostri antenati americani abbiano maitentato di fare dei pudding. Poi c'era dell'igname bollitodell'arobollitoe dei "fei" arrostitii quali ultimi non sono népiù né meno che grosse banane da far cuocerepolposesugosedi colore rosso. Ci meravigliavamo per tanta abbondanza; eproprio mentre ci stavamo meravigliandofu portato in tavola unmaialeun maiale interoun maialino da latteavvolto in foglieverdi e arrostito sulle pietre calde di un forno indigenoil piattopiù rinomato e squisito di tutta la cucina polinesiana. E dopoquesto venne il caffèun caffè deliziosodel luogocoltivato sulle pendici delle colline di Tahaa.


Gliattrezzi da pescatore di Tehei mi affascinavano; e dopo avereorganizzato di andare a pescareCharmian e io decidemmo di rimanerelì per la notte. Di nuovo Tehei tirò fuori l'argomentodi Samoae di nuovo il mio "petit bateau" fece sorgere ildisappunto e un sorriso acquiescente sul suo viso. Bora Bora era ilporto successivo che avremmo dovuto toccare; e non era tanto lontanoche una barca a vela non potesse fare l'andata e ritorno fra lìe Raiatea. Così invitai Tehei a venire fin lì con noisullo "Snark". Venni allora a sapere che sua moglie eranata a Bora Bora ed ancora vi possedeva una casa. Anche lei venneinvitatae immediatamente giunse in ricambio l'invito a essere loroospiti nella casa di Bora Bora.


Eralunedì. Il martedì saremmo andati a pescaretornando aRaiatea.


Mercoledìavremmo fatto vela verso Tahaae quando a un certo punto ci fossimotrovati a un miglio di distanza al largoavremmo preso a bordo Teheie Bihaura e continuato per Bora Bora. Tutto questo venne deciso inogni particolaree parlammo anche di molti altri argomentieppureTehei conosceva tre frasi inglesiCharmian e io sapevamo al massimouna dozzina di parole in tahitianoe fra tutti e quattro c'eranosolo una dozzina di parole francesi che tutti capivano.


Naturalmenteuna conversazione così poliglotta era lentama con l'aiuto diun notesdi una matitail disegno di un orologio che Charmiantracciò sul rovescio del notese centomila gesti riuscimmo acavarcela bene.


Nonappena ci mostrammo desiderosi di coricarci gli indigeni invitati consommessi "Ioarana" sparironoed egualmente sparirono Teheie Bihaura. La casa consisteva in una grande stanzache venne cedutaa noi mentre i nostri ospiti andavano a dormire altrove. Insomma illoro castello era nostro. E voglio dire subito che di tutte leospitalità ricevute in questo mondo da ogni sorta di razze inogni sorta di luoghinessuna accoglienza poté mai eguagliarequella che ricevemmo da questa coppia di negri di Tahaa. Non intendoparlare dei regalidella generosità liberaledella notevoleabbondanzama della finezza delle loro cortesiedel loro tattodelle loro attenzionie della simpatia vera in quanto basata sullacomprensione. Essi non fecero nulla che ritenevano dovesse esserefatto per noi secondo le loro normema fecero quello cheindovinavano essere nostro desideriocon uno spirito di divinazioneveramente felice. Sarebbe impossibile enumerare le centinaia dipiccoli gestidi attenzioniche ci usarono nei pochi giorni in cuici trovammo insieme. Mi basti dire che fra tutte le ospitalitàe accoglienze che io ricordi in nessun caso la loro fu non dicosuperatama nemmeno eguagliata. Forse la sua caratteristica piùsimpatica era di essere non già il risultato di un'educazioneo di complessi ideali socialima un'effusione spontaneaistintivadei loro cuori.


Lamattina dopo andammo a pescarecioè TeheiCharmian e ionella canoa a forma di barama questa volta la vela enorme fulasciata a casa. Non era possibile veleggiare e pescare nello stessotempo in quel piccolo scafo. Dopo aver percorso parecchie migliaall'interno della scoglierain un canale profondo venti bracciaTehei gettò in acqua gli ami innescati e delle pietre comeancora. L'esca era formata da pezzettini di carne di cefalopodicheegli staccò a morsi da un cefalopode vivoche si contorcevasul fondo della canoa. Sistemò nove di queste lenzeognuna diesse attaccata all'estremità di un corto bambù chegalleggiava alla superficie dell'acqua. Quando un pesce abboccavaquesta estremità del bambù era trascinata sott'acqua: enaturalmente l'altra estremità si drizzava nell'ariaagitandosi pazzamente quasi perché ci spicciassimo. E ciaffrettavamo a vogare da un bambù segnalatore all'altroinmezzo a grida e urlialando dal profondo dei magnifici pescibrillantilunghi da due a tre piedi.


Intantoa levante un groppo minaccioso aveva continuato insistentemente alevarsioffuscando il cielo sereno spazzato dall'aliseo. E noieravamo tre miglia sottovento da casa. Iniziammo il ritornomentrele prime raffiche di vento imbiancavano l'acqua. Poi venne lapioggiala pioggia come si vede solo nei tropiciquando si direbbeche ogni rubinetto e condotto del cielo si spalanchi eper colpolostesso serbatoio si riversi in un diluvio accecante. BehCharmianera in costume da bagnoio in pigiamae Tehei non aveva che il telointorno ai lombi. Bihaura era sulla spiaggia ad aspettarci e si portòCharmian in casa proprio come potrebbe farlo una madre con una bimbacattiva che si è divertita a giocare nelle pozzanghere.


Ilcambiamento di abiti e una tranquilla fumataben asciuttioccuparono il tempo mentre si stava preparando il "kai-kai"."Kai- kai"tra parentesiè la parola polinesianaper "cibo" o "mangiare"o piuttosto è unaforma di una radice originariaqualunque essa sia statache si èlargamente diffusa in un'ampia zona del Pacifico. E' "kai"nelle Isole Marchesia RaratongaManahikiNiueFakaafoTonganella Nuova Zelanda e a Vatè. A Tahiti "mangiare"diventa "amu"alle Hawaii e a Samoa "ai"a Bau"kana"a Niua "kaina"a Nongone "kaka"e nella Nuova Caledonia "ki". Ma qualsiasi forma abbiapreso quel segno o simboloesso risuonò assai piacevole allenostre orecchie dopo la lunga vogata sotto la pioggia. Una voltaancora ci trovammo nel regno dell'abbondanzatanto da finire perrimpiangere di non essere fatti a somiglianza di una giraffa o di uncammello.


Dinuovo mentre ci preparavamo a tornare sullo "Snark"ilcielo a sopravvento si offuscò e un altro groppo piombògiù. Ma questa volta si trattò di poca pioggia e tuttovento. Soffiò per più oregemendo e urlando fra lepalmespezzando e strappando e squassando la fragile casa di bambùmentre sul lato esterno della scogliera si udiva un cupo rimbombo làdove l'urto delle onde agitate veniva infranto.


All'internodella scoglierala lagunaper quanto riparataera bianca perl'infuriare del ventoe neppure l'abilità di marinaio diTehei avrebbe permesso alla sua minuscola canoa di resistere in unmare così sconvolto.


Altramontola coda del groppo si era scissa in duebenché ilmare fosse ancora troppo agitato per la canoa. Così incaricaiTehei di trovare un indigeno disposto a tentare con la sua barca latraversata fino a Raiatea per la somma enorme di due dollari cileniciò che equivarrebbe a novanta cents americani. Una metàdel villaggio fu incaricata di portare i regali di cui Tehei eBihaura avevano munito gli ospiti partenti - polli legatipesciripuliti e avvolti in involucri di foglie verdigrandi grappolidorati di bananeceste di foglie riboccanti di aranci e limonidipere d'alligatore (il frutto dell'albero del burrochiamato anche"avoca")grandi ceste di ignamigrappoli di frutti di aroe di noci di coccoeper ultimogrossi rami e tronchi di alberi -legna da bruciare sullo "Snark".


Mentrestavamo recandoci alla barca incontrammo l'unico uomo bianco diTahaae chi era mai se non George Lufkinun oriundo del NewEngland!


Avevaottantasei annidi cui una sessantina passati nelle Isole dellaSocietàcon assenze saltuariecome quando aveva preso partealla corsa all'oro nell'Eldorado nel 1849 o aveva dedicato un breveperiodo all'allevamento del bestiame in Californiavicino a Tulare.Quando i dottori non gli avevano dato più di tre mesi di vitaera tornato ai suoi Mari del Sude c'era vissuto sino a ottantaseiannibeffandosi dei dottori predettia loro volta invece giànella tomba.


Eraaffetto da "fee-fee"la parola indigena per elefantiasi(che è pronunciata fay-fay). Venticinque anni prima lamalattia lo aveva colpito e non lo avrebbe lasciato fino alla morte.Gli domandammo se aveva famiglia; accanto a lui era seduta una vivacedamigella di sessant'annisua figlia. - E' tutto ciò che miresta - mormorò tristemente - e non ha figli viventi.


Labarca era un piccolo affare attrezzato a sloopma sembrava grossavicino alla canoa di Tehei. D'altra partequando ci spingemmo fuoridalla lagunae un altro duro groppo ci colpìla barcadiventò lillipuzianamentre nella nostra fantasia lo "Snark"sembrava promettere la stabilità e inamovibilità di uncontinente. Erano tutti buoni marinaiTehei e Bihaura erano purevenuti per accompagnarci fino allo "Snark"e quest'ultimasi dimostrò anche lei un buon marinaio. La barca era benzavorratae affrontammo il groppo senza ridurre la velatura. Lalaguna era cosparsa di banchi di coralli e noi tiravamo avanti. Nelpiù forte del groppo dovemmo virare di bordo per fare un cortobordo di bolinaallo scopo di girare attorno a un banco di coralloche si trovava a non più di un piede proprio sotto il pelodell'acqua. Mentre la barca stava prendendo vento sull'altro bordo edera in quel punto morto che precede il riabbrivarsisbandòcompletamente. Mollate la scotta di fiocco e la scotta di randaessasi raddrizzò venendo all'orza. Tre volte sbandò e trevolte le scotte furono mollateprima che essa potesse mettersi acorrere su quel bordo.


Quandovenne il momento di virare di nuovol'oscurità era ormaicalata. Ci trovavamo ora sopravvento dello "Snark"e labufera ululava. Rientrammo il fioccoammainammo la vela di maestratutta eccetto un pezzo delle dimensioni di una federa da guanciale.


Sfortunatamentenon riuscimmo ad accostare allo "Snark"il quale ballavaalla fonda su due ancoree andammo in secco sul banco di coralloverso terra. Allungando sulla barca la più lunga cima cheavessimo a bordo dello "Snark" per mezzo della lanciariuscimmo a rimettere a galla la barca stessa dopo un'ora di durolavoroe a ormeggiarla sicuramente di poppa allo "Snark".


Ilgiorno che facemmo vela per Bora Bora il vento era lieveeattraversammo la laguna a motore fino al punto in cui dovevamoincontrarci con Tehei e Bihaura. Mentre ci avvicinavamo alla terratra i banchi di coralloscrutavamo invano la spiaggia cercando inostri amici. Non se ne vedeva nessun segno.


-Non possiamo aspettare - dissi - questa brezza non ci faràraggiungere nel buio Bora Borae io non voglio usare piùbenzina di quanto non sia necessario.


Vedetela benzina è un problema nei Mari del Sud: nessuno sa maiquando ci si potrà rifornire di nuovo.


Maproprio allora Tehei apparve fra gli alberidirigendosi verso lariva; si era tolto la camicia e la stava agitando freneticamente. Aquanto parevaBihaura non era pronta. Salito a bordoTehei ciinformò a gesti che dovevamo andare avanti lungo la terrafinché ci fossimo trovati all'altezza della sua casa. Prese iltimone e diresse lo "Snark" attraverso i banchi di corallosuperando una punta dopo l'altrafinché scapolammo l'ultimadi tutte e grida di benvenuto si elevarono sulla spiaggiadoveBihauracon l'aiuto di parecchi altri abitanti del villaggioavevapreparato di che riempire due canoe.


C'eranoignamifrutti di arofeifrutti dell'albero del panenoci dicoccoarancilimoniananassicocomeripere d'alligatoremelogranipescegalline in quantità che schiamazzavano e poideposero le uova sulla nostra coperta dello "Snark"e unmaialino vivo che strillava in modo infernale per il continuo terroredi essere ammazzato.


Nellaluna crescente superammo lo stretto passaggio nella scogliera di BoraBora e demmo fondo al largo del villaggio di Vaitapè. Bihauracon l'ansia di una buona massaianon vedeva l'ora di scendere aterra e andare a casa sua a preparare altro ben di Dio per noi.Mentre la lancia la portava con Tehei a una piccola banchinaun'armonia di musica e canti si sparse nella quieta laguna.Dappertutto nelle Isole della Società ci avevano informato cheavremmo trovato molto allegri gli abitanti di Bora Bora. Charmian eio scendemmo a terra per constatarlo e sopra uno spiazzo verde delvillaggioaccanto a tombe dimenticate sulla spiaggiatrovammogiovanotti e ragazze che ballavanoinghirlandati e ornati di fioricon nei capelli strani fiori fosforescenti che palpitavano e sioscuravano e brillavano nel chiaro di luna. Più lontano lungola spiaggia ci capitò di vedere una grande casa d'erbediforma ovalelunga settanta piedidove gli anziani del villaggiostavano cantando delle "himine"anche loro inghirlandati eallegri; e ci accolsero cordialmente tra di loro come pecorellesmarrite che rientrassero all'ovile dopo avere vagato nell'oscurità.


Ilmattino dopodi buon'ora Tehei venne a bordocon un'infilata dipesci appena presi e un invito a pranzo per la stessa sera. Nelrecarci a pranzo ci fermammo alla casa delle "himine". Glistessi anziani stavano cantandocon qua e là un giovane o unaragazza che non avevamo visto la sera prima. Secondo tutti gliindizisi stava preparando un gran banchetto. Da terra si elevavauna catasta di frutti e legumifiancheggiati da ogni parte danumerosi polli legati con stringhe di cocco. Dopo che furono cantateparecchie "himine"uno degli uomini si alzò inpiedi e pronunciò un discorso. Questo discorso era rivolto anoie per quanto ci fosse incomprensibilecapimmo che in qualchemodo c'era una connessione tra noi e quella catasta di viveri.


-Che ci vogliano regalare tutta quella roba? - mormoròCharmian.


-Impossibile - sussurrai. - Perché ce la dovrebbero dare? Delrestonon c'è neppure posto sullo "Snark". Nonpotremmo mangiarne neanche la decima parte. Il resto andrebbe a male.Forse ci stanno invitando al banchetto. Ad ogni modo èimpossibile che ci vogliano dare tutto quanto.


Eppureci trovammo una volta ancora in pieno regno dell'abbondanza.


L'oratorea gesti il cui significato non poteva essere fraintesoci regalòogni oggetto in modo particolaree poi ce li regalò "intoto".


Fuun momento imbarazzante. Cosa fareste voise viveste in una solacamera che serve da salottocamera da letto ecceterae un vostroamico vi regalasse un elefante bianco? Il nostro "Snark"non era altro che un alloggio di una sola camerae già erastato colmato con tutta l'abbondanza di Tahaa. Questo nuovorifornimento era eccessivo.


Arrossimmobalbettammo e continuammo a dire "mauruuru". Continuammo adirlo con dei ripetuti "nui"che dovevano esprimere laschiacciante profondità della nostra gratitudine. Nello stessotemposempre a gesticommettemmo la terribile infrazioneall'etichetta di non accettare il regalo. Il disappunto dei cantoridi "himine" fu evidentee quella seracon l'aiuto diTeheivenimmo a un compromesso. Avremmo accettato un polloungrappolo di bananeun grappolo di aro e così viainsomma unpo' di ogni cosa.


Manon c'era modo di sfuggire all'abbondanza.


Compraiuna dozzina di polli da un indigeno nella campagnae il giorno dopoegli me ne portò tredici insieme a un carico di frutta cheriempiva una canoa. Il commerciante francese ci regalò deimelograni e ci prestò il suo più bel cavalloe lostesso fece il gendarmeprestandoci un cavallo che era la pupilladei suoi occhi. Ognuno poi ci mandò dei fiori. Lo "Snark"era diventato un negozio di frutta e verdura camuffato da serra.Tutto il tempo andavamo in giro inghirlandati di fiori. Quando icantori di "himine" vennero a bordo per cantarele ragazzeci abbracciarono per darci il benvenutoe l'equipaggiodal capitanoal cameriereperse la testa per le ragazze di Bora Bora. Teheiorganizzò in nostro onore una grande partita di pescaa cuici recammo in una doppia canoamanovrata da una dozzina dimagnifiche amazzoni. Per fortuna non prendemmo pesciperchédiversamente lo "Snark" sarebbe andato a fondoall'ormeggio.


Igiorni passavanoma l'abbondanza non diminuiva. Il giorno dellapartenzauna canoa dopo l'altralasciarono tutte la riva per veniresottobordo. Tehei ci portò dei cetrioli e un alberello dipapaya carico di splendidi fruttie inoltreper me personalmenteportò una piccola canoa doppia con una completa attrezzaturada pesca; e ancora frutti e vegetali con la stessa generositàdi Tahaa. Bihaura portò vari regali particolari per Charmiancome cuscini di sterculiaventagli e stuoie variopinte. L'interapopolazione portò fruttifiori e pollie Bihaura ci aggiunseun maialino da latte vivo. Indigeni che io non ricordavo di avere maivisto saltarono sulla murata e ci regalarono oggetti come pali per lapescalenze e ami ricavati da conchiglie madreperlacee.


Quandolo "Snark" oltrepassò veleggiando la scoglieraaveva una barca a rimorchiol'imbarcazione che avrebbe riportato aTahaa Bihauranon Tehei. Alla fine avevo ceduto ed egli era entratoa far parte dell'equipaggio dello "Snark". Ma poi la barcamollò il rimorchio e mise la prua a levantee lo "Snark"diresse verso ponente; e Tehei allora si inginocchiò nelpozzetto e mormorò una silenziosa preghieramentre dellelacrime gli scorrevano sul volto. Una settimana dopoallorchéMartinsviluppate e stampate le fotografie fattene mostròalcune a Teheiquell'abbronzato figlio della Polinesianel vederele fattezze della sua amata Bihauraruppe in pianto.


Maquale abbondanza! Ce n'era fin troppo. Non potevamo manovrare lo"Snark" tanto ingombrava tutta quella quantità difrutta. La barca era festonata di fruttiil battello di servizio ela lancia ne erano ricolmi. Le ritenute della tenda gemevano sottotanto peso.


Manon appena ci trovammo in mare apertomosso per un forte aliseocominciò lo scarico. A ogni rollata lo "Snark"lasciava cadere fuori bordo un grappolo di banane o di noci di coccoo un cesto di limoni.


Unrivolo dorato di limoni si riversava negli ombrinali. Le grandi cestedi ignami si spezzaronoe ananassi e melograni rotolarono da ogniparte. I polli si erano liberati e vagavano dappertuttoappollaiatisulle tendesvolazzando e gracchiando sul bompressosperimentandoil gioco pericoloso di dondolarsi sul tangone dello spinnaker. Eranopolli selvaticiabituati a volare. Quando facevamo dei tentativi peracchiapparlivolavano via sull'oceanodescrivendo dei cerchiattorno a noie ritornavano. Qualche volta non tornavano.


Enella confusioneinosservatoil maialino di latte si slegò escivolò fuori bordo.


"Quandoarrivano degli stranieriognuno cerca di prendersene uno quale amicoe di portarlo nella propria casadov'è trattato con lamaggiore gentilezza dagli abitanti del distretto: lo mettono sopra unalto sedile e lo nutrono abbondantemente con i cibi migliori"("Ricerche sulla Polinesia").




CAPITOLO13


LAPESCA CON IL SASSO A BORA BORA


Allecinque del mattino le conchigliesoffiateincominciarono arisuonare. Lungo tutta la spiaggia si levavano quei suoni magicicome un antico richiamo alla guerraper avvisare i pescatori dialzarsi e prepararsi a uscire. Anche noi dello "Snark" cialzammoperché non era possibile dormire in quel pazzofrastuono di conchiglie. E inoltre anche noi saremmo andati allapesca con il sassoper quanto i nostri preparativi fossero benpochi.


"Tautai-taora"così è detta la pesca con il sassoe "tautai"significa "strumento per pescare"mentre "taora"significa "gettato".


Ma"tautai-taora"una parola solasignifica pesca con ilsassoperché il sasso è lo strumento che vienegettato. In realtà la pesca con il sasso è una cacciaal pescesimile in linea di principio a una caccia alle lepri o adaltre bestiesolo che in queste ultime cacciatori e cacciati operanonello stesso mezzomentre nella caccia ai pesci gli uomini devonorimanere nell'aria per respiraree i pesci sono inseguitinell'acqua. Non importa se l'acqua è profonda cento piedi; gliuominiche lavorano in superficieinseguono il pesce proprio allostesso modo.


Eccocome si fa. Le canoe si dispongono su una linealontane da cento aduecento piedi. A prua di ogni canoa un uomo tiene in mano un sassopesante parecchie libbreal quale è attaccata una corta cima.Egli non fa altro che percuotere l'acqua con il sassolo recupera epercuote di nuovo. E continua così a percuotere l'acqua. Apoppa di ogni canoa un altro uomo vogamandando avanti la canoa enello stesso tempo tenendola al suo posto nella fila. La linea dicanoe avanza incontro a una seconda linea lontana un miglio o duefino a riunirsi con essa a una delle estremitàin modo daformare un cerchiola cui circonferenza è completata dallaspiaggia. Il cerchio comincia a restringersi in direzione dellaspiaggiadove le donneche stanno ritte dentro l'acqua del mare inlunga filaformano una siepe di gambeche serve a impedirequalsiasi tentativo di fuga dei pesci diventati frenetici. Al momentoopportunoquando il cerchio si è sufficientemente ristrettouna canoa sfreccia dalla spiaggiacalando fuori bordo una lungagraticciata di foglie di coccoche chiude il cerchiorinforzandocosì la palizzata di gambe. Naturalmente la pesca avvienesempre nella lagunaall'interno della scogliera.


-"Très jolie" - disse il gendarmedopo averespiegato a cenni e gesti che si sarebbero prese migliaia di pesci diogni dimensionedagli spinarelli ai pescecanie che il pescecatturato sarebbe stato cotto sulla stessa sabbia della spiaggia.


E'un metodo molto redditizio di pescareche ha inoltre più ilcarattere di una festa popolare all'aperto che non quello di unaprosaica fatica per procacciarsi del cibo. Queste pesche avvengonocirca una volta al mese a Bora Borasecondo un'usanza che risale atempi antichi. Non si sa chi sia stato l'innovatore; si sono semprefatte. Ma non si può fare a meno di rievocare quell'ignoto edimenticato selvaggio vissuto tanti anni fa alla cui mente siaffacciò per la prima volta questo metodo di pescarefacilmente grandi quantità di pesci senza amorete o fiocina.Una cosa sappiamo su di lui:


dovetteessere un estremistae senza dubbio fu considerato un leggerone e unanarcoide dai membri conservatori della sua tribù. Le suedifficoltà furono molto più grandi di quelledell'inventore odiernoa cui basta convincere in anticipo uno o duecapitalisti.


L'inventoredi quei tempi dovette convincere in anticipo l'intera tribùperché senza la cooperazione di tutta quanta la tribùnon si poteva attuare il suo progetto. Ci si può immaginarefacilmente le discussioni notturne in quel primitivo mondo insularequando egli tacciò i suoi compagni di ammuffiti e parrucconie loro gli diedero dello scioccodel capricciosodell'incostante elo accusarono di volere sempre delle novità! Dio solo sa aprezzo di quanti capelli grigi e di quante maledizioni egli riuscìalla fine a convincere un numero di persone sufficiente a poteresperimentare la sua idea. Ad ogni modo l'esperimento ebbe successo.La cosa superò la prova della verità - funzionò!E da allora in poine possiamo essere certinon si trovò piùnessuno che non avesse sempre detto che la cosa avrebbe funzionato!


Inostri buoni amiciTehei e Bihaurache avevano organizzato la pescain nostro onoreavevano anche promesso di venirci a prendere.


Eravamosottocoperta quando da sopra ci avvertirono che essi stavanoarrivando. Ci precipitammo verso la scalettarimanendo sbalorditialla vista dell'imbarcazione polinesiana sulla quale avremmo dovutosalire. Era una lunga canoa doppiacomposta da due canoe tenuteinsieme da pezzi di legno discontinuitra i quali si vedeva l'acquail tutto decorato con fiori ed erbe di un giallo oro. Una dozzina diamazzoni con corone floreali erano ai remimentre a poppa di ognicanoa stava un aitante timoniere. Tutti portavano ghirlande di fiorigialli e rossi e arancionimentre ognuno aveva intorno ai fianchi un"pareu" scarlatto. C'erano fiori dappertuttofiorifiorifiorisenza fine. Tutto l'insieme era un'orgia di colori. Sopra unapiattaforma anterioreappoggiata sulle prore delle canoeTehei eBihaura stavano ballando. E tutte le voci si innalzarono in un pazzocanto di benvenuto.


Trevolte essi fecero il giro dello "Snark"prima di veniresottobordo per imbarcare Charmian e me. Poi partimmo per il luogodella pescauna vogata di cinque miglia dritto contro vento. "E'tutta gente allegra a Bora Bora"così dicono in tutte leIsole della Societàe certamente anche noi trovammo che eranotutti allegri.


Canzonidella canoacanzoni del pescecane e canzoni da pescatutte eranocantate con l'accompagnamento dei colpi di remoe tutti si univanonei cori travolgenti.


Ognitanto si sentiva un grido "mao"dopo di che tutti simettevano a vogare freneticamente. "Mao" è ilpescecanee quando le tigri di alto mare compaionogli indigeni siaffrettano ad andare a riva per salvare la vitaben sapendo ilpericolo che corrono di vedere rovesciate le loro fragili canoe efinire divorati. Naturalmente nel nostro caso non c'era nessunpescecanema il grido di "mao" era usato per incitare avogare con altrettanta energia che se veramente un pescecane fosse lìa inseguirci. "Hoè! Hoè!" era un altro gridoche ci faceva navigare in un mare tutto schiuma e spruzzi.


Sullapiattaforma Tehei e Bihaura danzavanoaccompagnati da canti e cori oda un ritmico batter di mani. In altri momenti un picchiare ritmicodelle pagaie contro i fianchi delle canoe segnava il tempo.


Unaragazza abbandonò la sua pagajabalzò sullapiattaforma e danzò una hulanel mezzo della qualesemprecontinuando a ballareessa ondulòsi curvò e impressesulle nostre guance il bacio del benvenuto. Alcune delle canzoni o"himine" erano religiose e particolarmente bellee in esseil basso profondo degli uomini si fondeva con i soprani e i contraltidelle donneformando un'armonia musicale che irresistibilmentefaceva venire alla mente quella di un organo. E realmente "organokanaka" è la definizione scherzosa delle "himine".


Altrecanzoni o ballate erano invece assai barbaree risalivano a epocheprecristiane.


Ecosìcantandoballandovogandoquesti gai polinesiani ciportarono sul luogo della pesca. Il gendarmeche rappresenta ilGoverno francese a Bora Boraci accompagnava con la sua famiglia inuna doppia canoa di sua proprietàvogata dai suoiprigionieri; perché egli non è soltanto il gendarme eil rappresentante del Governoma anche il carcerieree in questopaese di gente allegraquando uno va a pescaretutti quanti vanno apescare. Una ventina di canoe singolea bilanciereci accompagnava.Da dietro una punta sbucò una grossa canoa a velafilandomeravigliosamente con il vento in poppache diresse verso di noi pervenirci a salutare. Appollaiati in equilibrio precario sulbilancieretre giovanotti ci salutarono con un selvaggio rullare ditamburi.


Lapunta seguentemezzo miglio più in làci portòsul luogo della riunione. Qui la lancia a motoreche era statacondotta lì da Warren e Martinattirò l'attenzionegeneralee gli abitanti di Bora Bora non riuscivano a capire checosa la facesse camminare. Le canoe furono tirate in secco sullasabbia e tutti i vogatori scesero a terra a bere noci di coccoacantare e a ballare. Poi il numero dei presenti aumentò perl'arrivo a piedi di molti dalle abitazioni vicine; ed era veramentebello vedere le fanciulle incoronate di fioriche giungevano lungola spiaggia tenendosi per mano a due a due.


-Di solito si fa una grande pescata - ci spiegò Allicotuncommerciante di sangue misto. - All'ultimo l'acqua è tutta unpesce vivo. E' un divertimento da pazzi. Naturalmente sapete chetutto il pesce sarà vostro.


-Tutto? - brontolaipoiché lo "Snark" era giàsovraccarico di regali generosidi fruttalegumimaiali e polliportati a bordo sulle canoe.


-Sìfino all'ultimo pesce - confermò Allicot. - Vedetequando l'accerchiamento è finitovoiche siete l'ospited'onoredovrete prendere un arpione e infilzare il primo pesce. E'la consuetudine.


Poitutti ci si mettono con le mani e gettano la pesca sulla sabbia.


Sene fa una montagna. Poi uno dei capi pronuncia un discorso in cui viregala attrezzi e tutto quanto. Ma voi non dovrete prendere tutto.


Dovretealzarvi in piedi e fare un discorsoscegliendo il pesce che voleteper voi e restituendo tutto il resto. Allora tutti dicono che voisiete molto generoso.


-Ma che cosa succederebbe se io mi tenessi tutto quanto il regalo? -chiesi.


-Non è mai successo - fu la risposta. - La consuetudine èquella di dare e riprendere.


Ilsacerdote indigeno diede il segnale d'inizio con una preghiera per ilfelice esito della pescache tutti ascoltarono a capo scoperto.


Poii capi della pesca contarono le canoe e assegnarono a ognuna il suoposto. Quindi tutti si imbarcarono sulle canoe e filammo via. Manessuna donna ci accompagnòad eccezione di Bihaura e diCharmian.


Neitempi passati anch'esse sarebbero state escluse. Le donne rimanevanoindietro nell'acqua bassa a formare una palizzata di gambe.


Lagrande canoa doppia fu lasciata sulla sabbia e noi salimmo sullalancia. Metà delle canoe vogarono sottoventomentre noiconl'altra metàci dirigemmo per un miglio e mezzo sopravventofinché l'estremità della nostra fila fu a contatto conla scogliera.


L'individuoche dirigeva l'accerchiamento si trovava su una canoa a metàdella nostra fila e ci stava ritto in piedi; era una bella figura divecchio con la bandiera in manoe dirigeva lo spostamento sulleposizioni fissate e la formazione delle due file soffiando dentro unaconchiglia. Quando tutto fu prontoagitò ]a bandiera versodestra.


Quelliche in ogni canoa di quel lato dovevano gettare i sassicolpironol'acqua con essitutti nello stesso istante. Mentre li stavanoricuperando - questione di un minutoperché i sassi nonandavano che poco oltre la superficie dell'acqua - la bandierasegnalò a sinistrae con precisione ammirevole ogni sasso daquella parte colpì l'acqua. Si continuò cosìdaun lato e dall'altroa destra e a sinistra: a ogni segnale dellabandierauna lunga onda di concussione percorreva la laguna. Nellostesso tempo le pagaie facevano avanzare le canoe; e quanto succedevanella nostra filasuccedeva anche nell'opposta fila di canoelontana più di un miglio.


Aprua della lancia Teheigli occhi fissi sul capogettava il suosasso all'unisono con gli altri. Una volta il sasso si sfilòdalla cima e nello stesso istante Tehei si gettò fuori bordoper recuperarlo. Non so se il sasso toccò o no il fondoma soche un attimo dopo Tehei sbucò dall'acqua lungo il nostrobordo con il sasso in mano. Notai che lo stesso incidente si verificòpiù volte sulle canoe vicinema sempre chi aveva gettato ilsasso lo seguiva nell'acqua e lo riportava a galla.


Leestremità delle nostre linee verso la scogliera acceleraronola loro attivitàquelle verso la spiaggia la rallentaronoiltutto sotto l'attenta sorveglianza del capofinché vicinoalla scogliera le due linee si riunironoformando un cerchio. Ebbeinizio allora la contrazione del cerchioe i poveri pesci atterritifurono spinti verso la spiaggia dalle onde di concussione chepercorrevano l'acqua.


Proprionello stesso modo gli elefanti sono inseguiti nella giungla daipiccoli uomini cheaccovacciati fra le lunghe erbe o nascosti dietrogli alberiemettono strani suoni. La palizzata di gambe era giàstata formatae potevamo vedere le teste delle donnein lunga filache punteggiavano il placido specchio d'acqua della laguna. Le donnepiù alte si spingevano più al largocosicché adeccezione di quelle vicinissime alla spiaggiaquasi tutte eranonell'acqua fino al collo.


Ilcerchio continuò a restringersi finché le canoe quasisi toccavano.


Cifu allora una pausa. Una lunga canoa si staccò da terraseguendo il perimetro del cerchioalla massima velocitàconsentita dalle pagaie. A poppa un uomo gettava fuori bordo unalungacontinua graticciata di foglie di cocco. Le canoe nonservivano piùe gli uomini si gettarono anch'essi fuori bordoper andare a rafforzare la palizzata con le loro gambeperchéla graticciata non era che una graticciatanon una retee il pescese avesse volutoavrebbe potuto attraversarla. Da ciò lanecessità delle gambe che continuavano ad agitare lagraticciatae delle mani che diguazzavano nell'acqua e delle vociche urlavano. Quanto più la trappola si stringevatanto piùaumentava il pandemonio.


Manessun pesce apparve alla superficie dell'acqua o venne a cozzarecontro le gambe celate nell'acqua. Alla fine il capo dei pescatorientrò nella trappola e accuratamente a guado ne ispezionòogni punto.


Manon c'era nessun pesce che si agitasse in basso o in alto sullasabbianon una sardinanon uno spinarellonon un girino. Ci dovevaessere stato qualcosa di sbagliato nella preghiera; oppurepiùprobabilmentecome spiegò l'individuo dai capelli grigiilvento non era nel suo quadrante abitualee il pesce si trovavaaltrove nella laguna. Insommanon c'era nessun pesce da pescare.


-Una volta su cinque queste pesche sono dei fiaschi - ci consolòAllicot.


Behera stata la pesca con il sasso a farci andare a Bora Boraed eratoccata proprio a noi quella sola volta su cinque. Se si fossetrattato di una lotteriasarebbe stato esattamente il contrario. Nonè pessimismo questoné un'accusa rivoltaall'ordinamento dell'universo. Semplicementeè lo statod'animo familiare alla maggior parte dei pescatori verso la fineinfruttuosa di una faticosa giornata.




CAPITOLO14


ILNAVIGATORE DILETTANTE


Cisono dei capitani marittimi d'ogni sortae ce ne sono di bravissimilo so: quelli che si succedettero sullo "Snark" erano bendifferenti. La mia esperienza nei loro riguardi mi ha portato allaconclusione che è più difficile dover badare a uncapitano su una piccola imbarcazioneche badare a due bambinipiccoli. Naturalmente è quanto ci si poteva aspettare.


Ibravi tipi hanno una loro posizionee non è probabile cherinuncino alle loro destinazioni su navi da mille a quindicimilatonnellate per lo "Snark" con le sue dieci tonnellatenette. Lo "Snark" dovette così procurarsi i suoicapitani a terrae quelli che sono a terra di solito sono degliinetti congeniti - quel tipo d'uomo che per una quindicina di giorniva battendo il mare da ogni parte alla ricerca di un'isola oceanica eritorna con la sua goletta a riferire che l'isola è affondatacon tutti i suoi abitantiil tipo d'uomo il cui carattereo la cuipassione per l'alcool lo fa licenziare dagli impieghi prima ancora diaverci lavorato.


Lo"Snark" ebbe tre capitani marittimie per grazia di Dionon ne avrà più altri. Il primo era così senileda non essere in grado di dare a un carpentiere la misura per unatrozza di bomacosì completamente impotente per l'etàda non essere capace di ordinare a un marinaio di gettare alcunibuglioli di acqua salata sulla coperta dello "Snark". Perdieci giornialla fonda sotto un sole tropicale a piccola copertarimase all'asciutto. Era una coperta nuovae mi era costatacentotrentacinque dollari per calafatarla di nuovo.


Ilsecondo capitano era nato rabbioso. - Papà è semprerabbioso - così lo descriveva un suo figliolo di sangue misto.Il terzo capitano era così tortuoso da non potersi nasconderedietro un cavaturaccioli. La verità non esisteva in luiedera altrettanto lontano da qualsiasi onestà e procedimentocorrettoquanto dalla sua rotta esattaquanto per poco non fecenaufragare lo "Snark" sulle isole Ringgold.


Fua Suvanelle Figiche io licenziai il mio terzo e ultimo capitano emi assunsi di nuovo il compito di navigatore dilettante. Lo avevo giàfatto un'altra voltaal tempo del mio primo capitanoquando questial largo di San Franciscoaveva fatto fare tali balzi sulla cartaallo "Snark" da costringermi proprio a scoprire cosasuccedeva; e fu abbastanza facile scoprirloperché avevamodavanti a noi duemilacento miglia da percorrere.


Ionon ne sapevo nulla di navigazione; ma dopo parecchie ore di studio euna mezz'ora d'esercizio con il sestantefui in grado di trovare lalatitudine dello "Snark" mediante l' osservazione meridianae la sua longitudine con il semplice metodo conosciuto come quellodelle "altezze corrispondenti". Questo non è unmetodo correttoe neppure sicuroma il mio capitano stava tentandodi navigare con quelloed era la sola persona a bordo che avrebbedovuto essere in grado di dirmi che non era un metodo da usare.Riuscii a portare lo "Snark" ad Hawaii ma perché lecircostanze mi favorirono. Il sole era in declinazione norde quasia picco. Del giusto metodo della "osservazione astronomica ocronometrica" avevo sentito parlare - sìne avevosentito parlare. Il mio primo capitano lo aveva menzionato vagamentema dopo uno o due tentativi di usarlo non lo aveva menzionato più.


NelleFigi ebbi il tempo di confrontare il mio cronometro con altri due.Due settimane primaa Pago Pagonell'Isola di Samoaavevo chiestoal mio capitano di confrontare il nostro cronometro con i cronometridi un incrociatore americanol'"Annapolis". E questoeglimi aveva detto di averlo fatto - naturalmente non aveva fatto nulladel genere: e mi aveva detto che la differenza riscontrata era solodi una piccola frazione di secondo. Me l'aveva detto con una gioiaabilmente simulata e con parole di lode per il mio magnificomisuratore del tempo. Lo ripeto oracon parole di lode per la suamagnifica abilità nel dire bugie senza arrossire. Perchébadatequattordici giorni dopoa Suvaio confrontai il cronometrocon uno dell'"Atua"un piroscafo australianoe trovai cheil mio anticipava di trentun secondi. Ora trentun secondi di tempoconvertiti in arcocorrispondono a sette miglia e un quarto. Cioèse io stessi navigando in direzione ovestdi nottee la miaposizione secondo la stima basata sull'osservazione astronomica delpomeriggio risultasse sette miglia distante da terraebbeneproprioin quel momento io sarei in procinto di fracassarmi sulla scogliera.Poi confrontai il mio cronometro con quello del capitano Wooley. Ilcapitano Wooleycomandante del portodà il segnale orario aSuva sparando un colpo di cannone a mezzogiorno tre volte allasettimana. Secondo il suo cronometroil mio era in anticipo dicinquantanove secondicioènavigando in direzione ovestiosarei stato in procinto di fracassarmi sulla scoglieraquandoritenevo di esserne distante quindici miglia.


Mela cavai sottraendo trentun secondi dal totale dell'errore in ritardodel mio cronometroe feci vela per Tannanelle Nuove Ebrididecisoquando avessi messo la prua nelle vicinanze di terra in nottioscurea tenere a mente le altre sette miglia di possibile erroresecondo lo strumento del capitano Wooley. Tanna si trova a circaseicento miglia a ovest-sud-ovest delle Figie io ero convinto chenel coprire quella distanza avrei potuto ficcarmi in testa dellenozioni di navigazione sufficienti a farmi arrivare fino là.


Behci arrivaima sentite prima tutti i miei guai.


Lanavigazione è facileio lo sosterrò: ma quando un uomoporta a fare il giro del mondo tre motori a benzina e una moglieeogni giorno si affatica a scrivere per mantenere i motori rifornitidi benzina e la moglie di perle e vulcaninon gli resta molto tempoper studiare navigazione. Inoltre è certamente piùfacile studiare la predetta scienza a terradove latitudine elongitudine non cambianoin una casa la cui posizione non muta maiche studiarla su un'imbarcazione che corre notte e giorno verso laterra che uno cerca di trovaree che gli potràmalauguratamente capitare di trovare nel momento in cui meno sel'aspetta.


Percominciareci sono le bussole e la definizione della rotta.


Partimmoda Suva un sabato pomeriggioil 6 giugno 1908e l'oscuritàscese prima che avessimo percorso lo stretto passaggio cosparso discogli tra le isole di Viti Levu e Mbengha. L'oceano aperto sistendeva dinanzi a me. Non c'era nessun altro impedimento adeccezione di Vatu Leileun'isoletta da nullache insisteva nellosbucare dal mare a circa venti miglia a ovest-sud-ovest proprio dovevolevo andare io. Naturalmente sembrava una cosa semplicissimaevitarla seguendo una rotta che passasse otto o dieci miglia a nord.La notte era scurae noi correvamo con il vento in poppa. A chistava al timone bisognava dire la direzione da seguire per evitareVatu Leile. Ma quale direzione? Mi rivolsi ai libri di navigazione."Rotta vera". Mi ci buttai sopra. Proprio quella! Propriola rotta vera di cui avevo bisogno io! E avidamente continuai aleggere:


"Larotta vera è l'angolo fatto con il meridiano da una linearetta tracciata sulla carta a congiungere la posizione della nave conil luogo di destinazione".


Proprioquello che mi serviva. La posizione dello "Snark" eraall'entrata occidentale del passaggio tra Viti Levu e Mbengha. La suaimmediata destinazione era un punto sulla carta dieci miglia a norddi Vatu Leile. Segnai quel posto sulla carta con i miei compassiecon la parallela trovai che la rotta vera era ovest una quartasud-ovest.


Nonavevo che da darla a chi stava al timone e lo "Snark" sisarebbe fatto strada sino alla franchìa del mare aperto.


Maahimèahimèe fortunatamente per mecontinuai aleggere.


Scopriiche la bussolaquella sicura sempiterna amica del marinaionon hal'abitudine di indicare il nord. Varia. Qualche volta si dirige piùa levante del nordqualche volta più a ponentee in certeoccasioni volta persino la coda al nord e punta verso sud. Lavariazione nel punto particolare del globo occupato dallo "Snark"era 9 gradi 40 primi verso est. Behio dovevo tenerne contoprimadi dare al timoniere la rotta su cui governare. Lessi:


"Larotta magnetica corretta si deduce dalla rotta veraapplicandole lavariazione".


Perciòio ragionaise la bussola si dirigeva 9 gradi 40 primi a levante delnorde io volevo navigare verso nord esattoavrei dovuto governare9 gradi 40 primi a ponente del nord indicato dalla bussolae che nonera per niente il nord vero. Così aggiunsi 9 gradi 40 primi asinistra della mia rotta ovest una quarta sud-ovestottenendo cosìla mia rotta magnetica correttae una volta ancora fui pronto anavigare verso il mare aperto.


Dinuovo ahimè! ahimè! La rotta magnetica corretta non erala rotta bussola. C'era un altro sornione diavoletto che mi aspettavaal varco per farmi lo sgambetto e mandarmi a fracassare sugli scoglidi Vatu Leile. Questo diavoletto aveva nome Deviazione.


Lessi:"La rotta bussola è la rotta da seguire e si deduce dallarotta magnetica corretta applicando a essa la deviazione".


Orala deviazione è la variazione nell'ago causata dalladistribuzione del ferro a bordo della nave. Questa variazionepuramente localeio la dedussi dalla tabella di deviazione della miabussola normale e poi l'applicai alla rotta magnetica corretta. Ilrisultato fu la rotta bussola.


Eppurenon ancora. La mia bussola normale era a mezza navesulla scalettadi discesa. La mia bussola di rotta era a poppa nel pozzettoaccantoal timone. Quando la bussola di rotta indicava "ovest una quartae tre quartine sud" (la rotta da seguire)la bussola normaleindicava "ovest mezza quarta nord"che non era certamentela rotta da seguire. Io feci accostare lo "Snark"finchéla prua fu per ovest una quarta e tre quartine sud alla bussolanormalee mi risultò sulla bussola di rotta l'indicazionesud-ovest una quarta ovest.


Leoperazioni predette costituiscono la semplice piccola faccenda didefinire la rotta. E il peggio è che si deve eseguire ognioperazione con esattezzaaltrimenti si sentirà in una nottepiacevole il grido "frangenti di prora"si farà unbel bagno di mare e si avrà il delizioso diversivo di cercaredi giungere a terra in mezzo a un'orda di pescecani.


Propriocome la bussola è maliziosa e cerca di prendersi gioco delmarinaio indicando tutte le direzioni eccetto il nordcosìagisce pure quel palo indicatore del cielo che è il Soleilquale persiste nel non essere dove dovrebbe essere in un datomomento. Questa spensieratezza del Sole è la causa di altriguaialmeno fu la causa di guai miei. Per sapere dove uno si trovasulla superficie terrestredeve sapereprecisamente nello stessoistantedov'è il Sole nella sfera celeste. In altre parole ilsoleche è il cronometro degli uomininon segna bene iltempo. Quando lo scopriicaddi in una profonda depressione e tuttoil cosmo mi parve pieno di dubbi. Leggi immutabilicome quelle dellagravitazione universale e della conservazione dell'energiadiventarono incertee io mi preparai ad assistere a una loroviolazione in qualsiasi momentorimanendo impassibile. Poichébadatese la bussola mente e il Sole non mantiene i suoi impegniperché gli oggetti non dovrebbero perdere la mutua attrazionee perché una quantità modesta di energia non potrebbeannullarsi? Diventava possibile persino il moto perpetuoe io mitrovai nello stato d'animo di chi è pronto ad acquistareazioni di una società costruttrice di motori perpetui dalprimo agente di borsa intraprendente che avesse messo piede sullacoperta dello "Snark". E quando scoprii che in realtàla terra ruota intorno al suo asse 366 volte all'annomentre ci sonosoltanto 365 albe e tramontifui pronto a dubitare della mia stessaidentità.


Edè così che funziona il Sole. E' così irregolareche l'uomo non può escogitare un orologio che segna l'orasolare. Il Sole accelera e ritarda come non si potrebbe fareaccelerare e ritardare nessun orologio. Talvolta il Sole è inanticipo sul suo orarioin altri momenti rimane indietro; e in altriancora corre oltre il limite di velocità per riprendersiomeglioper raggiungere il punto in cui dovrebbe trovarsi nel cielo.In quest'ultimo caso non rallenta poi abbastanza in frettae qualerisultatooltrepassa il punto dove dovrebbe fermarsi. In realtàper soli quattro giorni in tutto un annoil Sole coincide con ilpunto in cui dovrebbe essere. Negli altri 361 giorniil Sole siagita inquieto tutto intorno nella sua bottega.


L'uomoessendo più perfetto del Solefa degli orologi che segnano iltempo regolarmente.


Inoltreegli riesce a calcolare di quanto il Sole anticipa o ritarda sul suoorario di marcia. La differenza tra la posizione del Sole e quella incui il Sole dovrebbe trovarsise fosse un Sole per beneun Sole chesi rispettaè detta dall'uomo equazione del tempo. Cosìil navigatoreche sta cercando di trovare la posizione della suanave sul mareguarda il suo cronometro per vedere dove precisamenteil Sole dovrebbe essere secondo il custode del Sole che sta aGreenwich.


Poia quella posizione applica l'equazione del tempo e trova dove il Soledovrebbe trovarsi e non si trova. Quest'ultima posizioneinsieme aparecchie altrelo pone in grado di determinare la propriaesattamente quello che anch'io desideravo sapere.


Lo"Snark" fece vela dalle Figi il sabato6 giugnoel'indomanidomenicain aperto oceanofuori vista della terramiaccinsi a trovare la mia posizione mediante l'osservazioneastronomica per la longitudine e l'osservazione meridiana per lalatitudine.


L'osservazioneastronomica fu fatta al mattinoquando il Sole era a circa 21 gradial di sopra dell'orizzonte. Guardai nelle Effemeridi astronomiche eriscontrai che quel giorno7 giugnoil Sole era in ritardo di 1minuto e 26 secondie che stava recuperando in ragione di 1467secondi all'ora. Il cronometro diceva chenel momento preciso in cuiio avevo preso l'altezza del Soleerano le ore 8 25 minutiora diGreenwich.


Partendoda questo datosembrerebbe un giochetto da scolari quello dicorreggere l'equazione del tempo. Purtroppo io non ero unoscolaretto.


Evidentementea metà della giornataa Greenwichil Sole era in ritardo di1 minuto 26 secondi. E altrettanto evidentementese fossero state leundici del mattinoil Sole sarebbe stato in ritardo di 1 minuto 26secondipiù 1467 secondi. Se fossero state le dieci delmattino si sarebbe dovuto aggiungere due volte 1467 secondi. E seerano le ore 8 25 minuti del mattinoallora avrebbero dovuto essereaggiunti tre volte e mezza 1467 secondi. Quindicon assolutachiarezzase invece di essere le ore 8 25 minuti antimeridianefossero state le ore 8 25 minuti pomeridianeallora 8 volte e mezza1467 secondi avrebbero dovuto essere non aggiuntima sottratti;perché se a mezzogiorno il Sole era in ritardo di 1 minuto 26secondie se stava recuperando verso il punto in cui avrebbe dovutoessere in ragione di 1467 secondi all'oraquindi alle ore 8 25minuti pomeridiane sarebbe stato molto più vicino al punto incui avrebbe dovuto essere di quanto non fosse stato a mezzogiorno.


Finquiva tutto bene. Ma quelle 8 ore 25 minuti del cronometro eranoantimeridiane o pomeridiane? Guardai l'orologio dello "Snark":


segnavale ore 8 9 minutied erano certamente antimeridianeperchéavevo appena finito di fare la prima colazione.


Perciòse a bordo dello "Snark" erano le otto del mattinole ottodel cronometro (che era l'ora effettiva di Greenwich) dovevano essere"8 ore" diverse dalle "8 ore" dello "Snark".Ma quali otto erano? Non potevano essere le otto di quel mattinoragionai: perciò dovevano essere o le otto di quella sera o leotto della sera precedente.


Fua questo punto che io sprofondai in un abisso senza fondo di caosintellettuale. Noi siamo in longitudine estragionaiquindi siamoin anticipo su Greenwich. Se siamo in ritardo su Greenwichalloraoggi è ieri: se siamo in anticipoallora ieri è oggima se ieri è oggiallora cos'è mai l'oggi? Domani?Assurdo! Eppure doveva essere proprio così. Quando avevoosservato il Sole la mattina alle ore 8 25 minutii custodi del Solea Greenwich si stavano alzando in quel momento da tavoladopo ilpranzo della sera precedente.


"Alloracorreggi l'equazione del tempo per ieri" diceva la mia logicainnata.


"Maoggi è oggi"insisteva la mia mentalitàletterale. "Io devo correggere il Sole per oggi e non per ieri".


"Maoggi è ieri"incalza la logica.


"Tuttoquesto va benissimo"continua la mentalità letterale."Se io fossi a Greenwich potrei trovarmi a ieri. Strane cosesuccedono a Greenwich. Ma io sono altrettanto sicuro di essere invita quanto di essere quioranella giornata di oggi7 giugnoedi avere osservato il Sole quioraoggi7 giugno".


"Storie!"ribatte irritata la logica innata. "Lecky dice...".


"Nonm'importa affatto di quello che dice Lecky"interrompe lamentalità letterale. "Lascia che ti ripeta quello chedicono le Effemeridi astronomiche. Le effemeridi dicono che oggi7giugnoil Sole è in ritardo di 1 minuto 26 secondi e starecuperando in ragione di 1467 secondi all'ora. Dicono che ieri6giugnoil Sole era in ritardo di 1 minuto 36 secondie stavarecuperando in ragione di 1566 secondi all'ora. Come vedièassurdo pensare di correggere il Sole d'oggi con la tabella del tempodi ieri".


"Cretina!".


"Idiota!".


Econtinuano tutte e due a bisticciarsi finché mi gira la testae sono pronto a credere di trovarmi al domani dell'ultima settimanaprima della prossima.


Ricordaiun avvertimento che mi aveva dato alla partenza il nostromo di portodi Suva: "In longitudine estprendete dalle Effereridiastronomiche gli elementi per il giorno precedente".


Allorami venne un nuovo pensiero. Corressi l'equazione del tempo perdomenica e per sabatofacendo due calcoli separatie guarda un po'quando confrontai i risultatic'era una differenza di solo quattrodecimi di secondo. Mi sentii trasformato. Avevo trovato il modo diuscire dal labirinto. Lo "Snark" non era abbastanza grossoper contenere me e la mia esperienza. Quattro decimi di un secondocorrispondono a una differenza di un solo decimo di miglio - unagomena!


Tuttofilò allegramente per dieci minutifinché non mi vennein mente quella strofetta dei naviganti: "Greenwich time least -longitude east; Greenwich best - longitude west".


(Oradi Greenwich minore - longitudine est: Ora di Greenwich maggiore -longitudine ovest).


Cielo!Ma l'ora dello "Snark" era minore di quella di Greenwich -quando a Greenwich erano le ore 8 25 minutia bordo dello "Snark"erano soltanto le ore 8 9 minuti. "Ora di Greenwich maggiore -longitudine ovest". Ecco dov'eroin longitudine ovestsenzadubbio alcuno.


"Stupido"grida la mentalità letterale. "Le tue ore 8 9 minuti sonoantimeridianequelle di Greenwich le ore 8 25 minuti pomeridiane.


"Benissimo"risponde la logica. "Per essere esattile ore 8 25 minutipomeridiane corrispondono in realtà alle ore 20 25 minuti ed ècerto più tardi delle ore 8 25 minuti. Nonon c'è dadiscutere:


siamoin longitudine ovest".


Allorala mentalità letterale trionfa: "Abbiamo fatto vela daSuva nelle Figino?" chiedee la logica consente. "E Suvaè in longitudine est?". Di nuovo la logica consente. "Enoi abbiamo fatto vela verso ovest (ciò che avrebbe dovutoportarci sempre più in longitudine est)no?". Perciòsenza che tu ci possa fare niente.


siamoin longitudine est.


"Oradi Greenwich maggiorelongitudine ovest"canticchia la logica:


"deviconcedermi che le ore 20 25 minuti sono più delle ore 8 25minuti".


"Benone"nella disputa intervengo io"calcoliamo l'osservazioneastronomica e poi vedremo".


Efaccio il mio bravo calcolosolo per trovare che la mia longitudineè a 184 gradi ovest.


"Tel'avevo detto"esplode la logica.


Ammutolisco.Così fa pure la mentalità letteraleper alcuni minuti;poi enuncia: "Ma non esiste 184 gradi longitudine ovest enemmeno longitudine estné nessun'altra longitudine. L'ultimomeridiano è quello a 180 gradicome dovresti ben sapere".


Giuntia questo puntola mentalità letterale ha un collasso per latensione mentalela logica rimane muta per la stupefazione; e quantoa meassumo uno sguardo lugubre e glacialee comincio a vaneggiarechiedendomi se sto veleggiando verso le coste della Cina o verso ilGolfo di Darien.


Fuallora che una vocetta sottileche non riconobbiproveniente da unpunto sconosciuto della mia coscienzadisse:


"Ilnumero totale dei gradi è 360. Sottrai 184 gradi longitudineovest da 360e avrai 176 gradi longitudine est.


"Questaè un'ipotesi gratuita" obiettò la mentalitàletteralee la logica protestò: "Non c'è nessunaregola che lo dica".


"Aldiavolo le regole" esclamai"non ci sono qui io?".


"Lacosa è evidente di per sé"continuai"184gradi longitudine ovest significa uno sconfinare in longitudine estper 4 gradi. Inoltre sono stato tutto il tempo in longitudine est. Hofatto vela dalle Figie le Figi sono in longitudine est. Ora faròil punto della mia posizione e lo verificherò con la stima".


Maaltri guai e dubbi erano in serbo per me. Eccone un esempio. Inlatitudine sudquando il Sole è in declinazione nordl'osservazione al cronometro o astronomica può essere fatta dibuon mattino. Io feci la mia alle otto del mattino. Orauno deglielementi necessari per effettuare questa osservazione è laconoscenza della latitudine. Ma la latitudineuno la misura amezzogiornocon l'osservazione meridiana.


E'chiaro che per calcolare la mia osservazione astronomica delle oreottodevo avere la mia latitudine alle ore otto. Naturalmente se lo"Snark" veleggiasse verso ovest esatto a sei nodi all'oraper le quattro ore intermediela sua latitudine non cambierebbe. Seesso veleggiasse verso sud esattola sua latitudine varierebbe dellabellezza di ventiquattro miglianel qual caso una semplice addizioneo sottrazione convertirebbe la latitudine di mezzogiorno in quelladelle ore otto. Ma supponete che lo "Snark" navighi persud-ovest.


Allorasi dovranno consultare le tavole dell'appartamento.


Vichiarisco la cosa. Alle ore 8 antimeridiane feci la mia osservazioneastronomica. Nello stesso istante presi nota del percorso segnato dalsolcometro.


Amezzogiornoquando feci l'osservazione di latitudinedi nuovo presinota del solcometroil quale mi mostrò che dalle ore otto lo"Snark" aveva percorso 24 miglia. La sua rotta vera erastata ovest tre quarte sud. Consultai la prima tavolaalla colonnadelle distanzealla pagina delle rotte per tre quartee mi fermai a24il numero delle miglia percorse. In corrispondenza nelle duecolonne vicinetrovai che lo "Snark" aveva percorso tremiglia e mezzo verso sud o in latitudine e 237 verso ovest. Trovarela mia latitudine alle ore 8 fu facile: non ebbi che da sottrarre 35miglia dalla mia latitudine di mezzogiorno. Essendo in possesso ditutti gli elementicalcolai la mia longitudine.


Maquesta era la mia longitudine alle ore otto. Da allora e fino amezzogiornoavevo fatto 237 miglia verso ovest. Qual era dunque lamia longitudine a mezzogiorno?


Miattenni alle regolerivolgendomi alla seconda tavola per lanavigazione di appartamento. Consultando la tavolasecondo leregoleed eseguendo tutte le operazioni prescrittesecondo leregoletrovai che la differenza di longitudine per le quattro oreera di 25 miglia.


Nerimasi allibito. Consultai nuovamente la tavolasecondo le regoleripetei le operazioni una dozzina di voltesecondo le regolee ognivolta trovai che la mia differenza di longitudine era di 25 miglia.Mi rimetto a tecaro lettore. Supponi di avere navigato 24 miglia edi avere coperto 35 miglia di latitudinecome potresti allora averecoperto 25 miglia di longitudine? Anche se tu avessi diretto versoovest esatto per 24 migliasenza cambiare latitudinecome avrestipotuto cambiare la tua longitudine di 25 miglia? In nome del buonsensocome potresti avere coperto un miglio di longitudine in piùdel numero totale di miglia percorse navigando?


Eppurela mia tavola di appartamento era una tavola notanientemeno quelladi Bowditch! La regola era semplicecome quasi tutte quelle per inavigatori; non avevo commesso nessun errore. Passai un'ora astudiare il problema e alla fine mi trovavo ancora di fronte allapatente impossibilità di avere percorso 24 migliadurante lequali avevo variato la latitudine di 35 miglia e la longitudine di25 miglia. Il peggio era che nessuno era in grado di aiutarmi. NéCharmian né Martin ne sapevano in fatto di navigazione quantome. E in tutto quel frattempo lo "Snark" faceva velafollemente verso Tannanelle Nuove Ebridi. Bisognava pur farequalcosa.


Comemi sia venuto in menteio non lo so - chiamatela un'ispirazionesevolete. Ma in me nacque il pensiero: se lo spostamento verso sudequivale alla variazione di latitudineperché lo spostamentoverso ovest non equivale alla variazione di longitudine? Perchéio devo trasformare lo spostamento verso ovestper ottenere lavariazione di longitudine?


Eallora tutta quanta la bella situazione mi apparve chiara. Imeridiani di longitudine distano fra loro 60 miglia (nautiche)all'Equatore: ai poli convergono. Perciò se io dovessirisalire il meridiano 180 fino a raggiungere il Polo Norde se unastronomo di Greenwich risalisse il meridiano 0 fino al Polo Nordalloraa quel Polo Nordci potremmo stringere la mano lui e ioanche se prima di partire per il Polo Nord distavamo alcune migliaiadi miglia. E ancora: se un grado di longitudine al Polo non haampiezzae se lo stesso grado è ampio 60 miglia all'Equatoreallora in un punto situato tra il polo e l'Equatore quel grado saràlargo mezzo miglioe in altri un migliodue migliatrenta migliasìe sessanta miglia.


Dinuovo tutto era chiaro. Lo "Snark" era a 19 gradilatitudine sud.


Ilmondo non era così ampio lì come all'Equatorequindiogni miglio di percorso verso ovest a 19 gradi sud era più diun minuto di longitudine: perché sessanta miglia sono sessantamigliama sessanta minuti sono sessanta miglia soltantoall'Equatore. Giorgio Francis Train ha battuto il record di GiulioVerne in fatto di giri intorno al mondoma qualsiasi uomo che lovoglia può battere il record di Giorgio Francis Train. Glibasterà andarecon un piroscafo velocealla latitudine diCapo Horne fare tutto il giro continuando a navigare verso estesatto. Il mondo è molto piccolo a quella latitudine e non c'ènessuna terra che costringa a dirottare. Se il suo piroscafo tenesseuna media di sedici nodila circumnavigazione del globo saràcompiuta in circa quaranta giorni.


Maci sono dei compensi. Il 10 giugnoun mercoledì seraavevodedotto la mia posizione meridiana a mezzo della stima alle ore 8pomeridiane. Poi tracciai la rotta dello "Snark" e vidi chesarebbe andato a finire dritto su Futunauna delle isole piùa est delle Nuove Ebridiun cono vulcanico alto duemila piedi chesembra scaturire dall'oceano. Modificai la rottain modo che lo"Snark" passasse dieci miglia a nord. Poi dissi a Wadailcuocoche era di guardia al timone ogni mattina dalle quattro allesei:


"WadaSandomani mattinatua guardiatu guardare bene per murasopravventotu vedere terra".


Epoi me ne andai a dormire. Il dado era gettato. Avevo messo in giocola mia reputazione di navigatore. Supponetesupponete soltantocheallo spuntar del giorno la terra non ci fosse. Ebbeneche ne sarebbestato della mia navigazione? E dove saremmo stati? E come avremmo mairitrovato la rotta? O dove avremmo trovato una terra? Ebbi visioniterrificanti di uno "Snark" che veleggiava per mesi e mesinella solitudine degli oceanicercando vanamente una terramentrenoi consumavamo le nostre provviste e ci spiavamo a vicenda percogliere nei rispettivi volti la tentazione del cannibalismo.


Confessoche il mio sonno non fu


"...come un cielo estivo - che contenga la musica di un'allodola".


Piuttosto"mi risvegliai all'oscurità senza voce" e ascoltailo scricchiolìo delle paratìee l'incresparsi del marelungo il bordomentre lo "Snark" continuava a farsi le suebrave sei miglia all'ora.


Mirifeci più volte tutti i miei calcolisforzandomi di trovarciqualche sbaglio; finché il mio cervello fu in una taleeffervescenza da scoprirne dozzine. Supponete cheinvece di essere asessanta miglia da Futunatutta la mia navigazione fosse sbagliata eio mi trovassi a sole sei miglia? In questo casola mia rottasarebbe sbagliataanche quellae per quanto ne sapevo iolo"Snark" poteva anche dirigere proprio su Futuna. Per quantone sapevo iolo "Snark" poteva anche andare a cozzarecontro Futuna tra un minuto.


Aquel pensiero quasi balzai fuori dalla cuccetta: e per quanto mifrenassiso che rimasi per un momentonervoso e tesoad aspettarel'urto.


Ilmio sonno fu interrotto da tristissimi incubi. Il terremoto sembravail tormento preferitobenché ci fosse un uomocon un contoin manoche insistette nel perseguitarmi tutta la notte. Edi piùvoleva venire alle mani; e Charmian continuamente mi dissuadeva dalfarlo. Alla fineperòl'uomo con il suo sempiterno creditocapitò in un sogno da cui era assente Charmian. Eral'occasione che mi ci volevae ci azzuffammo in modo magnificolungo tutto il marciapiedi e per la stradafinché chiesegrazia. E allora gli dissi:


"Behe quel conto?". Avendo trionfatoero disposto a pagare. Mal'uomo mi guardò in faccia e brontolò: "Era tuttouno sbaglio. Il conto è per la casa vicina".


Questolo calmòperché non disturbò più i mieisogni; e calmò anche meche mi svegliai ridendo perl'episodio. Erano le tre del mattino.


Saliiin coperta. Henryl'indigeno dell'isola Rapaera al timone.


Guardaiil solcometro: segnava quarantadue miglia. Lo "Snark" nonaveva ridotto la sua andatura di sei nodie non era ancora incappatonella scogliera di Futuna. Alle cinque e mezza tornai in coperta.


Wadaal timonenon aveva avvistato nessuna terra. Mi sedetti sul bordodel pozzettoin preda a pensieri morbosi per un quarto d'ora. Eallora avvistai terraun pezzetto piccolinoaltodi terrapropriodove avrebbe dovuto esseresorgente sull'acqua. Alle ore sei poteiidentificarlo per il bel cono vulcanico di Futuna. Alle ottoquandosi presentò al traversopresi la sua distanza con il sestantee trovai che era lontano 93 miglia. E io avevo deciso di passarealla distanza di 10 miglia.


Poia sudAneiteum sorse dal marea nord Aniwa e dritto di proraTanna. Per Tanna non ci si poteva sbagliareperché il fumodel suo vulcano si innalzava alto nel cielo. Era distante quarantamigliae nel pomeriggiomentre ci avvicinavamo all'isolasenzasmettere di fare i nostri sei nodivedemmo che si trattava di unaterra montagnosaavvolta da nebbiasenza nessun passaggio visibilenella sua linea costiera. Mi misi a cercare Port Resolutionperquanto fossi preparatissimo a trovare checome ancoraggioesso nonesisteva più. I terremoti vulcanici ne avevano rialzato ilfondo negli ultimi quarant'annisicché là dove untempo le navi più grosse stavano alla fondaorasecondo lenotizie più recentic'erano spazio e profondità appenasufficienti per lo "Snark". E perché un altromovimento telluricodopo le ultime notizienon avrebbe potutochiudere del tutto il porto?


Veleggiaivicino alla costa ininterrottafrangiata di rocce a fior d'acquasucui le onde alte e rombanti spinte dall'aliseo si gettavanobianchedi spuma. A lungo scrutai con il binoccolo senza riuscire a vedereun'entrata. Presi un rilevamento bussola di Futunaun altro diAniwae li segnai sulla carta: dove i due si incontravanoavrebbedovuto essere la posizione dello "Snark". Poicon la miaparallelatracciai la rotta tra la posizione dello "Snark"e Port Resolution. Dopo aver corretto questa rotta per la variazionee la deviazionesalii in copertaeguarda un po'la rotta sidirigeva verso quella linea costiera ininterrotta di fragorosifrangenti. Malgrado la viva preoccupazione del mio isolano di Rapacontinuai nella stessa direzionefinché gli scogli a fiord'acqua furono a un ottavo di miglio da noi.


-Nessun porto questo posto - egli annunciòscrollando il capoin modo sinistro.


Maio modificai la rotta e navigai parallelamente alla costa. Charmianera al timoneMartin al motorepronto a mettere in moto. La strettafenditura apparve a un tratto; però attraverso il binocolopotei vedere che la linea dei frangenti si presentava continua.Henryil nativo di Rapaguardava con occhi timorosie cosìTeheiil nativo di Tahaa.


-Nessun passaggio lì - disse Henry. - Noi andare lìnoiandare a fondo prestosicuro.


Confessoche lo pensavo anch'ioma continuai nella rotta al traversoguardando attentamente se per caso la linea dei frangenti da un latodell'entrata non si proiettava contro quella dei frangenti dall'altrolato. Ma certosuccedeva proprio così. Un punto stretto incui le onde correvano lisce apparve. Charmian mise tutta la barra ediresse per l'entrata. Martin mise in moto il motorementre tuttigli altri e il cuoco si affrettarono ad ammainare le vele.


Lacasa di un commerciante apparve nell'insenatura della baia. Ungeysersulla spiaggiacento iarde più in làemettevauna colonna di vapore. A sinistramentre doppiavamo un piccolopromontoriovedemmo l'edificio della missione.


-Tre braccia - annunciò Wada allo scandaglio.


-Tre braccia -due braccia - si susseguirono rapidamente.


Charmianmise tutta la barraMartin fermò il motorelo "Snark"accostòe l'ancora scese rumoreggiando in tre braccia. Primache potessimo riprendere fiatouno sciame di neri abitanti di Tannaera lungo il bordo e a bordo - esseri scimmieschidal ghigno ferocecon i capelli attorti e gli occhi torbidiche nei lobi forati delleorecchie avevano infisse delle spille di sicurezza e pipe di argillae chedel resto non avevano nulla a ricoprirli davanti e meno ancoradietro. E non ho scrupolo a dirvi che quella seraquando tutti sifurono addormentatiio tornai furtivamente in copertaecontemplando quel tranquillo paesaggiomi sentii fierissimo - sìfierissimo della mia navigazione.




CAPITOLO15


INCROCIERA NELLE ISOLE SALOMONE


-Perché non venite adesso? - ci chiese il capitano Jansen aPenduffrynnell'isola di Guadalcanar.


Charmiane io ci guardammo in viso e silenziosamente discutemmo della cosa permezzo minuto. Poi simultaneamente assentimmo. E' un modo nostro diprendere una decisione sulle cose da fare: ed è un modocomodissimoquando non si è tipi da versare fiumi di lacrimesull'ultimo barattolo di latte condensatoche si è appenarovesciato.


(Stavamovivendo in quei giorni di roba in conservae poiché si vuoleche la nostra mente sia un'emanazione della materiai nostriparagoni ricadevano naturalmente nella categoria del genere "cassedi roba di conserva").


-Farete bene a portarvi le vostre rivoltelle e un paio di fucili -disse il capitano Jansen. - A bordo ho cinque fucilima il Mauser èsenza munizioni. Avete qualche cartuccia da cedermi?


Portammoi nostri fucili a bordoparecchie manciate di cartucce MausereWada e Nakatarispettivamente cuoco e cameriere dello "Snark".Wada e Nakata avevano la tremarella: per minimizzare la cosanonerano entusiastibenché Nakata non si fosse mai mostratovigliacco di fronte a un pericolo. Ma le Isole Salomone non liavevano trattati gentilmente. Prima di tuttotutti e due avevanosofferto di piaghe delle Salomone. Era accaduto lo stesso anche atutti noi altri (in quel periodome ne stavo curando due recenti abase di sublimato corrosivo)ma i due giapponesi ne avevano avutopiù di quanto gli spettava. E le piaghe non sono simpatiche.Si possono definire delle ulcere eccessivamente attive. Unamorsicatura di zanzaraun taglio o la minima screpolatura bastanoperché vi si annidi il veleno di cui l'aria sembra satura.Immediatamente l'ulcera comincia ad allargarsisi allarga in ognidirezionedistruggendo pelle e muscoli con stupefacente rapidità.L'ulcera a capocchia di spillo del primo giornoil secondo ha ledimensioni di una monetinaalla fine della settimana un dollarod'argento non basterà a coprirla.


Peggioancorai due giapponesi erano stati tormentati dalle febbri delleIsole Salomone. Tutti e due ne avevano sofferto a più ripresee nei loro momenti di debolezza e di convalescenzasolevanostringersi l'uno all'altro in quella parte dello "Snark"che per caso era più vicina al lontano Giapponee guardare alungo nostalgicamente in quella direzione.


Maorala cosa peggiore di tutteli avevamo imbarcati sul "Minota"per una crociera lungo la costa selvaggia di Malaita a scopo direclutamento.


Wadache aveva la paura più forteera sicuro di non rivedere piùil Giapponee con occhi tristispentistava a vedere fucili emunizioni portati a bordo del "Minota". Sapeva tutto sul"Minota" e sulle sue crociere a Malaita. Sapeva che la naveera stata catturata sei mesi prima sulle coste di Malaitache il suocapitano era stato fatto a pezzi a colpi di tomahawke chesecondoil barbaro senso di equità in vigore in quella dolce isolaessa era in credito di altre due teste. Inoltre un coltivatore dellapiantagione di Penduffrynun ragazzo di Malaitaera appena mortoper dissenteriae Wada sapeva che Penduffryn era ritenuta debitricedi un'altra testa ancora a Malaita. E ancoranello stivare i nostribagagli nella saletta del capitanoaveva visto le fenditure nellaporta per i colpi d'ascia dati dagli uomini della boscaglia quandodopo aver sopraffatto quelli del "Minota"erano riusciti asalire a bordo. Infine la cucina era senza tubodetto tubo avendofatto parte del bottino.


Il"Minota" era uno yacht australianocostruito in legno diteckattrezzato a ketchlungo e strettocon chiglia di piomboprogettato piuttosto per gareggiare in rada che per servire areclutare dei negri. Quando Charmian e io arrivammo a bordolotrovammo affollato.


Ildoppio equipaggio della navecompreso il cambioammontava aquindici personeinoltre c'era una ventina e più di giovani"di ritorno"i qualiper contratto ultimato nellepiantagionidovevano tornare ai loro villaggi nella boscaglia. Avederlisi sarebbero dettisenza dubbio alcunodei veri cacciatoridi teste. Nelle loro narici perforate erano infissi ossi e spillonidi legno della grossezza di matite. Parecchi fra loro avevano lapunta estrema carnosa del naso bucata e ne sporgevano dritti deipezzi appuntiti fatti con gusci di tartaruga o perle infilate su unfilo metallico rigido. Alcuniinveceavevano inoltre forato il nasocon file di buchi che seguivano la curva delle naricidal labbroalla punta del naso. Ogni lobo d'orecchio di quegli uomini recava dadue a dodici buchi - da quelli abbastanza grandi per portare dellespine di legno del diametro di tre pollici fino a quelli minuscoliche servivano a portare pipe d'argilla e altre inezie del genere.Insommaavevano tanti di quei buchi da essere a corto di ornamentiper riempirli; e quandol'indomaninell'avvicinarci a Malaitaprovammo i nostri fucili per vedere se erano in buono statoci fuuna mischia generale per le cartucce vuoteche erano subito infilatenei vuoti - purtroppo numerosi - delle orecchie dei nostripasseggeri.


Mentreprovavamo i nostri fucilifurono sistemate le battagliole di ferrospinato. Il "Minota"con una grande coperta priva di tugae con un bastingaggio alto sei polliciera troppo accessibile a unarrembaggio. Perciò dei candelieri d'ottone furono avvitatisulla coperta e una doppia spira di filo spinato fu stesa tuttointorno da prora a poppa e di nuovo a prora. Il che era unabellissima cosa come protezione contro i selvaggima veramentescomoda per chi si trovava a bordoquando il "Minota"cominciò a impennarsi e a tuffare la prua nell'acqua.


Quandouno non ha molta simpatia per scivolare sul filo spinato del bordo disottoventoe quandocon queste varie tendenze antitetichesi trovasu una coperta sdrucciolosasgombra e inclinata di 45 gradipotràcapire alcune delle delizie di una crociera nelle Isole Salomone.Inoltree questo dev'essere tenuto a mentelo scotto da pagare peruna caduta sul filo spinato è più di semplicigraffiatureperché ognuna di esse con assoluta certezzadiventerà un'ulcera maligna. Che le precauzioni non salvasserodal filo spinatone avemmo la prova un bel mattinomentre stavamoveleggiando lungo la costa di Malaita con una brezza al giardinetto.Il vento era teso e il mare si faceva sentire. Un ragazzo negro eraalla barra. Il capitano JansenMister Jacobsen (il secondo)Charmian e io c'eravamo appena seduti in coperta per fare colazione.Tre ondate insolitamente grosse ci colsero di sorpresa. Il ragazzoalla barra perse la testae tre volte il "Minota" fuspazzato dal mare. La colazione precipitò fuori dalla muratasottoventocoltelli e forchette andarono a finire negli ombrinaliun giovane a poppa fu sbalzato fuori del tutto e recuperato; e ilnostro formidabile comandante si trovò metà a bordo emetà fuoriimbrigliato nel filo spinato. Da allora in poiper il resto della crocierail nostro uso cumulativo dei variutensili per mangiare rimasti fu un magnifico esempio di comunismoprimitivo. Sulla "Eugénie" ad esempiofu anchepeggioperché ci trovammo ad avere un solo cucchiaino da téin quattro - ma quella dell'"Eugénie" èun'altra storia.


Ilnostro primo porto fu Su'u sulla costa occidentale di Malaita. LeIsole Salomone sono al limite delle zone conosciute. E' giàabbastanza difficile navigare nella notte buia attraverso canalipunteggiati da scogli e con correnti irregolaridove non ci sianofanali a guidare(da nord-ovest a sud-est le Salomone si stendonoper un migliaio di miglia di maree in tutte le migliaia di migliadi coste non c'è un solo faro): ma la difficoltà èmolto aumentata dal fatto che della terra stessa non c'è unacarta esatta. Su'u ne è un esempio. Sulla carta di Malaitadell'Ammiragliatola costa in questo punto segue una linea drittaininterrotta. Eppure in questa linea dritta ininterrotta il "Minota"navigò in venti braccia d'acqua. Dove avrebbe dovuto esserciterra c'era una profonda insenatura. Vi penetrammomentre lemangrovie s'intrecciavano sulle nostre testefinché demmofondo in un piccolo e tranquillo specchio d'acqua.


Alcapitano Jansen questo ancoraggio non piaceva; era la prima volta checi si trovavae Su'u godeva di una cattiva fama. Non c'era vento perallontanarsi in caso d'attaccomentre l'equipaggio poteva essereammazzato da gente annidata nella boscaglia fino all'ultimo uomoseavesse tentato di rimorchiare fuori la nave con la baleniera. Era unagraziosa trappolase le cose si fossero messe male.


-Supponiamo che il "Minota" vada in seccoche fareste? -chiesi.


-Non andrà in secco - fu la risposta del capitano Jansen.


-Ma nel caso che questo succedesse? - insistetti.


Rimaseun istante a rifletterevolgendo gli occhi dal secondoche siaffibbiava il revolverall'equipaggio che stava imbarcandosi allorasulla balenieraogni uomo con il proprio fucile.


-Ci metteremmo nella baleniera e ce ne andremmo via di qui al piùpresto che Dio ci permettesse - fudopo l'indugiola risposta delcomandanteche continuò poi a spiegare come nessun biancopotesse essere sicuro del proprio equipaggio oriundo di Malaita in unposto isolato: che gli uomini della boscaglia consideravano ognirelitto loro proprietà personale: che essi possedevano inabbondanza fucili Snidere che lui aveva a bordo una dozzina di queigiovani "di ritorno"diretti a Su'ui quali certamente sisarebbero uniti ai loro amici e parenti a terraquando si fossetrattato di saccheggiare il "Minota".


Ilprimo compito della baleniera fu quello di portare a terra i giovani"di ritorno" e i loro bagaglitogliendo così dimezzo un pericolo.


Mentresi faceva questouna canoa manovrata da tre selvaggi nudi vennesottobordo. E quando dico nudivoglio dire nudi. Non avevano indossonessun segno di indumentia meno che anelli nel nasobastoncininegli orecchi e braccialetti di conchiglie possano essere consideratiindumenti. Il capo della canoa era un vecchiocon un occhio soloche sembrava amicoe così sporco che una raschietta avrebbeperso il suo filo su di lui. La sua missione consistevanell'avvertire il comandante di non permettere a nessunodell'equipaggio di andare a terrae l'ammonimento ci fu ripetutoanche a sera.


Invanola baleniera si aggirò per le varie spiagge della baia allaricerca di reclute. La boscaglia era piena di indigeni armatituttiabbastanza propensi a parlare con il reclutatorema nessuno volevaimpegnarsi con un contratto di lavoro nella piantagione per tre annia sei sterline l'anno. Eppure sembrava che desiderassero attirare lanostra gente a terra. Il secondo giorno fecero una fumata sullaspiaggia all'estremità della baiae poiché questo erail segnale consueto degli uomini che volevano essere assuntimandammo la baleniera. Ma senza alcun risultato. Nessuno venne afarsi assumere e nessuno dei nostri uomini si sentì attirato ascendere a terra.


Pocodopo scorgemmo vagamente un certo numero di indigeni armati che siaggiravano per la spiaggia.


All'infuoridi questi pochi indizinon si poteva dire quanti di essi potesseroessere in agguato nella boscaglia. Non c'era modo di penetrare con losguardo in quella giungla primordiale. Nel pomeriggio il capitanoJansenCharmian e io andammo a pescare con la dinamite.


Ogniuomo dell'equipaggio portava un fucile Lee-Entfield. "Johnny"il reclutatore indigenoaveva un Winchester accanto a sé altimone.


Vogammovicino a una parte della spiaggia che sembrava deserta. Qui la barcafu fatta accostare e indietreggiare; in caso d'attaccosarebbe statapronta a schizzare via. Per tutto il tempo in cui fui a Malaitanonvidi mai una barca prendere terra con la prua. Anzidi solitolenavi che vanno alla ricerca di lavoratori si servono di due battelli- uno per andare a rivaarmatonaturalmentee l'altro per rimanerein attesaqualche centinaio di piedi al largoe "proteggere"il primo.


Il"Minota" peròessendo una nave piccolanondisponeva di un battello di protezione.


Eravamogià prossimi a terra e ci stavamo avvicinando ancor di piùdi poppaquando fu avvistato un banco di pesci. Demmo fuoco allamiccia e gettammo lo spezzone di dinamite. Per l'esplosione lospecchio d'acqua fu solcato dal lampeggiare di pesci che saltavanofuori. Nello stesso momento i boschi si animaronoe una ventina diselvaggi nudiarmati di archifrecce e lancee di fucili Snidersbucarono sulla spiaggia. Istantaneamente l'armamento della barcaimbracciò i fucili.


Ecosì i due gruppi opposti rimasero l'uno di fronte all'altromentre i nostri uomini in eccedenza si buttavano in acqua allaricerca dei pesci storditi dall'esplosione.


Passammoa Su'u tre giornate infruttuose. Il "Minota" non trovònessun nuovo lavoratore nella boscagliae gli indigeni nonricavarono nessuna testa dal "Minota". In verità ilsolo che prese qualcosa fu Wadae fu una buona dose di febbre. Cifacemmo rimorchiare al largo dalla baleniera e navigammo lungo lacosta fino a Langa Langaun grosso villaggio di gente di marecostruito con un lavoro prodigioso su un banco di sabbia nella laguna- letteralmente costruito; un'isola artificiale elevata quale rifugiocontro gli abitanti della boscaglia assetati di sangue. Lìinoltresul lato costiero della lagunac'era Binuil luogo dovesei mesi prima il "Minota" era stato catturato e il suocapitano ucciso dagli uomini della boscaglia. Mentre passavamoattraverso la stretta imboccaturauna canoa venne sottobordo con lanotizia che una nave da guerra era appena andata via quella stessamattina dopo avere incendiato tre villaggiucciso una trentina dimaiali e affogato un bambino. Si trattava del "Cambrian"al comando del capitano Lewes. Lui e io ci eravamo giàconosciuti in Corea al tempo della guerra russo-giapponesee daallora le nostre strade si erano spesso incrociate senza che cipotessimo mai incontrare. Il giorno che lo "Snark" eraentrato a Suvanelle Figiavevamo avvistato il "Cambrian"che ne usciva. A Vilanelle Nuove Ebridici eravamo mancati per ungiorno solo. C'eravamo passati accanto al largo dell'isola di Santo.E il giorno in cui il "Cambrian" era arrivato a Tulaginoilasciavamo Penduffryna circa dodici miglia di distanza.


Equi a Langa Langa non ci eravamo incontrati per poche ore didifferenza.


Il"Cambrian" era venuto a punire gli uccisori del capitanodel "Minota"ma che cosa fosse riuscito realmente a farelo venimmo a sapere soltanto più tardiquel giornoquando unmissionarioMister Abbottvenne sottobordo con la sua baleniera. Ivillaggi erano stati incendiati e i maiali uccisima gli indigenipersonalmente non avevano subito alcun danno. Gli uccisori non eranostati fatti prigionierianche se erano stati recuperati la bandierae altri attrezzi del "Minota". L'annegamento del bambinoera stata la conseguenza di un equivoco. Il capo Johnny di Binu siera rifiutato di guidare la compagnia da sbarco attraverso laboscagliae nessuno dei suoi uomini aveva potuto essere persuaso adassumere questo incarico.


Perciòil comandante Lewesgiustamente indignatoaveva detto a capo Johnnyche egli si meritava di avere il suo villaggio bruciato. Ma l'idiomaanglo-indigeno di Johnny non aveva nessuna parola che corrispondesseal verbo "meritare". Così egli aveva interpretatoche il suo villaggio sarebbe stato comunque bruciato. L'immediataevacuazione degli abitanti era stata così precipitosa che ilbimbo era caduto nell'acqua.


Nelfrattempo capo Johnny si era affrettato a recarsi da Mister Abbottgli aveva messo in mano quattordici sterlinesupplicandolo di andarea bordo del "Cambrian" e consegnare quella somma alComandante Lewes per placarlo. Il villaggio di Johnn non era statobruciato né il comandante Lewes aveva preso le quattordicisterlineperché le vidi poi in possesso di Johnnyquandovenne a bordo del "Minota". La scusante che Johnny miaddusse per non avere guidato la compagnia da sbarco fu un grossoforuncoloche mi mostrò con grande fierezza.


Tuttaviala sua vera ragionee una perfettamente validaper quanto non ladicesseera la paura di vendette da parte degli abitanti dellaboscaglia. Se lui o qualcuno dei suoi uomini avesse guidato imarinaiavrebbe potuto aspettarsi delle rappresaglie sanguinosenonappena il "Cambrian" avesse salpato.


Aillustrare le condizioni di vita nelle Isole Salomoneracconteròche lo scopo di Johnny nel venire a bordo era quello di consegnarein cambio di tabaccoil buttafuorila vela maestra e il fiocco diuna baleniera. Più tardinella stessa giornataun altro capoBilly venne pure a bordo e consegnò in cambio di tabaccol'albero e il bomail tutto appartenente all'attrezzatura di unabaleniera che il capitano Jansen aveva recuperato in un precedenteviaggio del "Minota".


Labaleniera apparteneva alla Piantagione Meringe nell'isola Isabella.


Undicilavoratori sotto contrattoper di più oriundi di Malaita eabitanti della boscagliaavevano deciso di scapparema essendogente della boscagliaerano del tutto digiuni di mare e del maneggiodi una barca. Così avevano indotto due indigeni di SanCristobalgente di marea fuggire con loro. Quelli di San Cristobalebbero quello che si meritavanoperché avrebbero dovutoessere più accorti; infattidopo che ebbero portato al sicuroa Malaita quella barca rubatagli altri tagliarono loro la testa. Edera questa barca ed erano questi attrezzi che il capitano Jansenaveva recuperato.


Nonfu inutilmente che io feci tutto quel lungo viaggio fino alleSalomone. Finalmente mi fu dato di vedere la tempra orgogliosa diCharmian umiliata e la sua imperiosa regalità femminiletrascinata nella polvere. Questo avvenne a Langa Langaa terranell'isola costruita che quasi non si può vederetante casevi sono.


Quicircondati da centinaia di uominidonne e bambinitutti nudiesenza vergognarsenecontinuammo a girare per ammirare il panorama.


Avevamole rivoltelle affibbiate alla cinturae l'equipaggio del battelloarmato di tutto puntostava ai remipoppa a terra; ma la lezionedella nave da guerra era troppo recente perché dovessimotemere delle complicazioni. Girammo dappertutto e vedemmo tuttofinché all'ultimo ci avvicinammo a un grosso tronco d'alberoche serviva da ponte al di sopra di un basso estuario. I negri cisbarrarono il passoformando come un muro davanti a noierifiutarono di lasciarci passare. Chiedemmo perché ci avevanofermatoe i negri risposero che noi potevamo andare avanti. Ci fu unmalinteso e noi ci avviammo. Le spiegazioni diventarono allora piùchiare.


Ilcapitano Jansen e ioessendo degli uominipotevamo andare avantima a nessuna Maria era permesso di passare a guado quel corso d'acquae tanto meno di attraversare quel ponte. "Maria" èla parola in quel linguaggio anglo-indigeno per "donna".Charmian era una Maria. Per lei il ponte era "tambo" - laparola indigena per tabù. Ahcome mi gonfiai d'orgoglio!Finalmente la mia virilità era rivendicata. In veritàio appartenevo al sesso dominante. Charmian poteva trascinarsi allenostre calcagnama noi eravamo uomini e avremmo potuto andare drittiin quel puntomentre lei avrebbe dovuto passare oltre con labaleniera.


Oraio non vorrei essere frainteso per quanto dirò ora: ma èuna cosa comunemente risaputa nelle Isole Salomone che gli attacchidi febbre sono spesso dovuti a forti emozioni. Meno di un'ora dopoche a Charmian era stato rifiutato il diritto di passaggioladovevamo riportare in fretta a bordo del "Minota"avvolgerla in coperte e rimpinzarla di chinino. Non so quale generedi forte emozione fosse toccata a Wada e a Nakatama anche lorofurono colti dalla febbre. Le Isole Salomone potrebbero essere piùsalubri.


Inoltredurante l'attacco di febbrea Charmian venne fuori una piagacaratteristica di quelle isole. Fu l'ultima pagliuzza. Ognuno a bordodello "Snark" ne aveva sofferto salvo lei. Io avevo credutodi dover perdere un piede fino alla caviglia per una noiosa ulceraeccezionalmente maligna. Henry e Teheii marinai di Tahitineavevano avuto in quantitàWada era arrivato al punto dicontare le sue a ventine. Nakata ne aveva avuto di quelle lungheognuna tre polliciMartin era stato arcicerto che la necrosidell'osso della sua tibia avesse avuto origine nella stupefacentecolonia che aveva scelto di coltivare in quella zona. Ma Charmian siera salvatae dalla sua lunga immunità era germogliato unsenso di disprezzo per tutti quanti noi. Il suo "io" ne eracosì orgoglioso che un giorno timidamente mi aveva informatocome fosse tutta una questione di sangue puro. Siccome in tutti noialtri queste ulcere si manifestavano e in lei no - behad ogni modola sua era grossa quanto un dollaro d'argentoe la purezza del suosangue le permise di farla guarire dopo parecchie settimane di cureenergiche.


Leiripone tutta la sua fiducia nel sublimato corrosivoMartin non vuoleche iodoformioHenry si serve di succo di limone puroe io ritengoche quando il sublimato corrosivo è lento nel fare il suoeffettomedicazioni alternate di acqua ossigenata sono proprioquello che ci vuole. Ci sono dei bianchi nelle Isole Salomone che sifidano solo dell'acido boricoe altri che hanno un preconcetto afavore del lisolo.


Anch'ioho la debolezza di conoscere una panacea. Ed è la California.


Sfidoqualsiasi uomo a prendersi un'ulcera delle Isole Salomone inCalifornia.


Partendoda Langa Langapercorremmo tutta la laguna in mezzo ad acquitrini dimangroveattraversando bracci appena più larghi del "Minota"passando accanto ai villaggi di Kaloka e Aukisulla scogliera. Comei fondatori di Veneziaquesta gente di mare era in origine fuggitadalla terraferma. Troppo deboli per sapersi difendere nellaboscagliasopravvissuti a massacri di interi villaggiessi avevanocercato rifugio sui banchi di sabbia della lagunae ne avevano fattodelle isole. Costretti a cercarsi di che vivere nel marecol tempoerano diventati dei marinaiavevano imparato a conoscere le usanzedei pesci e dei molluschiinventato ami e lenzereti e nasseeavevano finito per avere dei corpi adatti alle canoeerano diventatiindividui dalle braccia muscolose e dall'ampio toracecon una vitasottile e gambe fragili simili a quelle dei ragni. Poichécontrollavano tutta la costa del maresi erano arricchiti e ilcommercio con l'interno era venuto a passare quasi tutto per le loromani.


Matra loro e gli uomini della boscaglia esiste una perenne inimicizia.Praticamente le loro tregue corrispondono soltanto ai giorni dimercatoil quale si effettua a intervalli determinatidi solito duevolte per settimana. Le donne della boscaglia e quelle della gente dimare fanno i barattimentre dietronella boscagliaalla distanzadi cento iardeben armatistanno in agguato gli uomini dellaboscagliaedal lato del marenelle canoeci sono i marinai.


Sisono verificati pochissimi casi in cui queste tregue nei giorni dimercato non sono state rispettate. Gli uomini della boscaglia hannotroppa passione per il pescementre la gente di mare ha un bisognoorganico dei vegetaliche non può far crescere sulle isoletteaffollate.


Trentamiglia di navigazione da Langa Langa ci condussero al canale tral'isola Bassakanna e la terraferma. Quial crepuscoloil vento cilasciò e per tutta la nottecon la baleniera che cirimorchiava di prua e l'equipaggio a bordo che sudava ai remicisforzammo di avanzare. Ma la marea ci era contraria. A mezzanotteametà del canaleraggiungemmo l'"Eugénie"una grossa goletta che serviva per il reclutamentorimorchiata dadue baleniere. Il suo comandantecapitano Kellerun arditogiovanotto tedesco di ventidue annivenne a bordo per fare quattrochiacchieree ci confidammo le recentissime di Malaita. Lui erastato più fortunato di noiessendo riuscito ad assoldare unaventina di uomini nel villaggio di Fiu.


Mentreera lì alla fondaera avvenuto uno dei soliti esecrandiassassinii. Il giovane ucciso era quello che si dice un uomo dellaboscaglia - marinaio - ossia un marinaio che è anche per metàuomo della boscaglia e che vive sulle rive del mare ma non inun'isoletta.


Treuomini della boscaglia lo avevano avvicinatomentre stava lavorandonel suo ortosi erano mostrati amichevoli e dopo un poco avevanoaccennato al "kai-kai"la parola che significa cibo. Luiaveva acceso il fuoco e incominciato a far bollire un po' di aro.


Mentreera chino sulla pentolauno degli uomini della boscaglia gli avevasparato in testa. Era caduto tra le fiamme: poi quelli gli avevanoinfilzato una lancia nello stomacolo avevano sbudellato e fatto apezzi. - Parola d'onore - disse il capitano Keller - non vorrei maimorire ammazzato da un colpo di Snider. Che squarcio! Si sarebbepotuto far passare un cavallo e una carrozza attraverso quel buconella sua testa. Un altro recente e sanguinoso assassinio di cuisentii parlare a Malaita era quello di un vecchio. Un capo di questetribù era morto di morte naturale. Ora gli indigeni dellaboscaglia non credono alle morti naturali. Nessuno è mai mortodi morte naturale; il solo modo di morire è per una pallottolao per un colpo di tomahawk o per una ferita di lancia. Quando un uomomuore per qualche altra causaevidentemente è per effetto diun sortilegio.


Quandoquel capo morì naturalmentela sua tribù ne attribuìla colpa a una certa famigliae siccome non importava quale membrodella famiglia fosse ammazzatovenne prescelto questo vecchio cheviveva solociò che avrebbe reso l'impresa faciletanto piùche egli non possedeva nessun Snider ed era pure cieco. Il vecchioebbe sentore di quanto si stava preparando e ammucchiò unampio rifornimento di frecce. Tre valorosi guerrieriognuno con ilproprio Sniderlo vennero ad assalire quando fu buioe tutta lanotte lottarono strenuamente con lui. Non appena si muovevano nellaboscaglia o facevano il minimo rumore o fruscìoil vecchiolanciava una freccia in quella direzione. Al mattinoquando avevaormai esaurito l'ultima sua frecciai tre eroi avanzaronostrisciando fino alla sua casa e gli fecero saltare le cervella.


Lamattina ci trovò che stavamo ancora cercando vanamente dirisalire il canale. Alla finedisperatiinvertimmo la rottadirigendo verso il mare aperto e navigammo in franchìa attornoa Bassakanna verso il nostro obiettivoMalu. L'ancoraggio a Malu eraottimoma si trovava tra la spiaggia e una brutta scoglieraementre era facile entrarciera difficile uscirne. La direzionedell'aliseo di sud-est rendeva necessario di puggiare al vento: lapunta della scogliera era estesa e bassamentre una corrente conqualsiasi tempo spingeva verso la punta.


MisterCaulfeildil missionario di Maluarrivò nella sua balenierareduce da un giro lungo la costa; era un individuo snellodelicatoentusiasta del suo lavoroequilibrato e praticoun vero soldato diDio del ventesimo secolo. Quando era arrivato in questa destinazionedi Malaitacome ci raccontòsi era impegnato a rimanerci seimesi.


Successivamenteaveva acconsentito a rimanere ulteriormentese alla fine di quelperiodo fosse stato ancora in vita. Erano passati sei annie lui eraancora lì. Tuttavia aveva avuto le sue buone ragioni perdubitare di sopravvivere più di sei mesi. Tre missionari loavevano preceduto a Malaitae in un periodo di tempo ancora minoredue erano morti di febbre e il terzo era tornato in patria ridotto unvero relitto.


-Di quale assassinio state parlando? - domandò a un trattonelbel mezzo di una conversazione animata con il capitano Jansen.


Questiglielo spiegò.


-Ohnon è quello di cui parlavo io - disse Mister Caulfeild. -Quello è roba vecchiaè successo due settimane fa.


Fuqui a Malu che io espiai il senso di orgoglio ed esultanza di cui miero reso colpevole a proposito dell'ulcera delle SalomonecheCharmian si era presa a Langa Langa; e Mister Caulfeild fuindirettamente il responsabile della mia espiazione. Ci regalòun polloche io inseguii nella boscaglia con un fucileconl'intenzione di fargli volar via la testa. Ci riusciima nel farlocaddi su un tronco d'albero e mi scorticai.


Risultato:tre ulcere delle Salomone. Così in tutto ne avevo cinque adadornare la mia persona. Inoltre il capitano Jansen e Nakata si eranopresi il "gari-gari" chetradotto letteralmentesignifica"gratta- gratta". Ma la traduzione non era necessaria pertutti noi. La ginnastica del capitano e di Nakata serviva datraduzione senza bisogno di parole.


Nole Isole Salomone non sono così salubri come potrebberoessere.


Scrivoqueste righe nell'isola Isabelladove abbiamo portato lo "Snark"a carenare e pulire la chiglia di rame. Stamattina ho superato il mioultimo attacco di febbree tra un attacco e l'altro non sono rimastosenza che un giorno solo. Quelli di Charmian si distanziano di duesettimaneWada è diventato un cencio per le febbrie lanotte scorsa presentava tutti i sintomi della polmonite. Henryunmagnifico gigante tahitianoche ha appena lasciato il lettodopo lasua ultima dose di febbresi trascina per la coperta come una melaselvatica raggrinzitae sia lui che Tehei hanno messo insieme unospettacolo impressionante di piaghe. Inoltre si sono presi una nuovaforma di "gari-gari"una specie di intossicazione per unveleno vegetalecome di quercia velenosa o di edera velenosa.


Main questo non sono soli. Parecchi giorni fa CharmianMartin e iosiamo andati a caccia di colombi in una piccola isola e da alloraabbiamo pregustato gli eterni tormenti. Inoltrein quella isolettaMartin si è tagliuzzato le piante dei piedi sulla scogliera dicorallomentre inseguiva un pescecane - almeno così dice luicheda quanto ne potei vedere ioritenevo che fosse esattamente ilcontrario. Tutti i tagli sono diventati altrettante piaghe delleSalomone. Prima del mio ultimo attacco di febbre mi spellai le nocchedelle dita mentre facevo forza su una cimae ora ho altre tre piaghefresche fresche. E il povero Nataka! Per tre settimane non gli èstato possibile rimanere seduto. Ieri lo aveva fatto per la primavoltaed è riuscito a starci per un quarto d'ora. Luisostiene allegramente che conta di essere guarito del suo "gari-gari"il mese prossimo. Inoltre il suo "gari-gari"in seguito algrattarsi con eccessivo entusiasmoha fornito le basi perinnumerevoli piaghe delle Salomone. E come se ciò nonbastasseha appena avuto il suo settimo attacco di febbre.


Sefossi un rela peggiore punizione che vorrei infliggere ai mieinemici sarebbe quella di esiliarli nelle Salomone.


(Ripensandocire o nonon credo che avrei il coraggio di farlo).


Cercaredi assoldare lavoratori per una piantagione con un'imbarcazionepiccola e stretta non è neppure troppo simpatico. La copertabrulica di operai reclutati e delle loro famiglie. La saletta ne èstrapienae di notte essi ci dormono. Il solo ingresso alla nostrapiccola cabina dà sulla salettae tutte le volte che dobbiamoattraversarlanon riusciamo a superare l'ostacolo altro checamminando su di loro. E neppure questo è simpaticopoichédal primo all'ultimo sono tutti affetti da malattie della pelled'ogni genere.


Alcunihanno l'impetiginealtri la "bukua"causata da unparassita vegetaleche penetra nella pelle e la rode; il prurito èintollerabilee quelli che ne sono affetti si grattano finchél'aria è piena di sottili squame secche. Ci sono poi leframbesie e molte altre ulcerazioni del]a pelle. Gli uomini vengono abordo con piaghe delle Salomone nei piedicosì grandi chepossono camminare solo sulle punteo con buchi così orribilinelle gambe che ci si potrebbe ficcare dentro la mano chiusaarrivando fino all'osso. L'avvelenamento del sangue è moltofrequentee il capitano Jansencon coltello e ago da veleoperagenerosamente tutti quanti. Anche se le condizioni sono disperatedopo aver aperto e ripulitoegli applica un impiastro fatto digalletta imbevuta d'acqua. Ogni volta che vediamo un casoparticolarmente orribileci ritiriamo in un angolo a inondare lenostre piaghe con sublimato corrosivo. E così viviamo emangiamo e dormiamo a bordo del "Minota"correndo l'alea e"facendo finta che tutto vada per il meglio".


ASuavaaltra isola artificialeebbi una seconda grana a proposito diCharmian. Un "grande uomo padrone di Suava" (ossia il capoprincipale di Suava) venne a bordoma prima mandò al capitanoJansen un messochiedendo un braccio di cotonata con cui ricoprirele sue nuditàe frattanto si fermò ad aspettare nellacanoa sottobordo.


Giuroche la regale sporcizia era spessa mezzo pollicementre si potevascommettere a colpo sicuro che gli strati sottostanti risalivano aqualcosa come dieci o vent'anni prima. Di nuovo egli rimandòil suo messo a bordoe questi spiegò che il "grande uomopadrone di Suava" avrebbe accondisceso a stringere la mano alcapitano Jansen e a mee a chiedere una stecca o due di tabacco darivenderema che tuttavia la sua nobile anima era di tantaelevatezza da non potere abbassarsi a una degradazione cosìprofonda come quella di stringere la mano a una semplice femmina.


PoveraCharmian! Dopo le sue esperienze di Malaitaè diventataun'altra donnala sua mitezza e umiltà le si addicono in modoimpressionante: e io non sarei sorpreso setornando alla civiltàme la vedessi camminare lungo un marciapiederestando a capo chinouna iarda dietro di me.


ASuava non accadde quasi nulla. Bichuil cuoco indigenodisertòil "Minota" arò sull'ancoraci furono forti groppidi vento e di pioggiail secondoJacobsene Wada furono prostratidalla febbree le nostre piaghe aumentarono e si moltiplicarono. Egli scarafaggi di bordo festeggiarono insieme il 4 luglio e laRivista dell'Incoronazionescegliendo per farlo la mezzanotte ecome localitàla nostra piccola cabina.


Cen'erano lunghi da due a tre pollicice n'erano delle centinaiaecamminavano su tutto quanto il nostro corpo. Quando cercavamo diinseguirliabbandonavano la base solidasi innalzavano nell'aria esvolazzavano attorno a noi come uccelli ronzanti. Ed erano molto piùgrossi dei nostri a bordo dello "Snark". E' vero che inostri sono ancora giovani e non hanno ancora avuto la possibilitàdi crescere.


Inoltrelo "Snark" ha delle scolopendregrosselunghe seipollici.


Ognitanto ne ammazziamodi solito nella cuccetta di Charmian. Due voltesono stato morsicatoe in modo oscenomentre dormivo. Ma il poveroMartin è stato più sfortunato: dopo essere rimasto aletto per tre settimaneil primo giorno che si mise a sedere sullettosi adagiò proprio su una di quelle bestie!


Inseguito ritornammo a Maluriuscendo ad assoldare alcuni uomini;salpammo l'ancora e incominciammo a bordeggiare per uscire da quellainfida entrata della baia. Il vento era variabilee la correntespingeva fortemente in direzione della pericolosa punta dellascogliera. Proprio mentre stavamo per scapolarla e guadagnare illargoil vento saltò di novanta gradi; il "Minota"cercò di virare in pruama non ce la fece. Aveva perso duedelle sue ancore a Tulagie si diede fondo all'unica rimastafilando la catena in modo che potesse far presa sul corallo. Poi lachiglia urtò il fondol'albero di maestra oscillò esussultò come se stesse per cadere sulle nostre teste. La navevenne in forza sull'imbando dell'ancora proprio nell'istante in cuiun grosso frangente la spingeva con violenza verso riva. La catena sispezzòe si trattava della nostra unica ancora; e il "Minota"girò su se stessofacendo perno sulla chigliae derivòprua in avantinel frangente.


Fuun vero manicomio. Tutti gli operai reclutatiche si trovavano sottocopertauomini della boscaglia e paurosi del maresi slanciarono incoperta presi dal panicointralciando tutti quanti.


Nellostesso tempo l'equipaggio della nave si precipitò sui fucili.


Sapevanoquello che voleva dire andare in costa a Malaita - una mano per lanave e l'altra per combattere gli indigeni. A cosa si tenesseroattaccatinon lo soe d'altronde a qualcosa dovevano pur tenersipoiché il "Minota" si sollevavarollavaetallonava sul corallo. Gli uomini della boscaglia si tenevano strettiall'attrezzaturatroppo stupidi per preoccuparsi dell'albero dimaestra. La baleniera fu messa in acqua con un cavo di rimorchioinun misero tentativo di impedire che il "Minota" fossegettato ancora più verso la scoglieramentre il capitanoJansen e il suo secondoquest'ultimo pallido e debole per la febbrestavano improvvisando un'ancora con della zavorra e un ceppo difortuna. Il missionario arrivò in aiuto con i giovani dellamissione.


Quandoil "Minota" aveva toccato il fondo per la prima voltanonc'era una canoa in vista: ma come avvoltoi che scendessero dal cielodescrivendo dei cerchicominciarono ora ad arrivare da ogni parte.


L'equipaggiodella navei fucili puntatile tenne a bada alla distanza di centopiedicon la minaccia di morte se si fossero azzardate adavvicinarsi. E se ne stavano lìalla distanza di cento piedioscure e minacciosesovraccariche di uomini che le trattenevano conle pagaie sull'orlo pericoloso del frangente. Nel frattempo gliuomini della boscaglia accorrevano dalle collinearmati di lanceSniderfrecce e randellifinché la spiaggia ne fu piena. Acomplicare le cosealmeno dieci delle nostre reclute erano statescelte proprio fra quei negri che aspettavano avidamente di poterfare bottino del tabacco e delle altre merci e di tutto quello cheavevamo a bordo.


Il"Minota" era stato costruito benela dote piùessenziale per qualsiasi nave che stia tallonando su di unascogliera. Una pallida idea di quello che esso sopportò puòessere dedotta dal fatto che nelle prime ventiquattro ore esso spezzòdue catene da ancora e otto cavi d'ormeggio. L'equipaggio dellanostra nave non faceva altro che tuffarsi per recuperare le ancore edar volta nuovi cavi. Ci furono dei momenti in cui il "Minota"spezzò le catene rinforzate da cavi d'ormeggio. Eppure tenneduro. Tre tronchi d'albero furono portati da terra e messi in operasotto di esso per salvarne la chiglia e la sentinama furono corrosie scheggiatie i cavi che li tenevano ridotti a pezzi; eppure essocontinuava a tallonare sul corallo e a resistere.


Fummoin questo molto più fortunati dall'"Ivanhoe"unagrossa goletta addetta al reclutamentoche era andata in costa aMalaita alcuni mesi primae subito era stata invasa dagli indigeni.Capitano ed equipaggio erano riusciti a fuggire nelle baleniereegli uomini della boscaglia e la gente di mare indigena avevanocompletamente ripulito la nave di quanto ci fosse a bordo.


Ungroppo dopo l'altroraffiche di vento e pioggia sferzantecolpivanoil "Minota"mentre il mare si faceva sempre piùgrosso.


L'"Eugénie"era alla fonda a cinque miglia sopravventoma dietro un promontorioe non poteva sapere delle nostre disavventure. Su suggerimento delcapitano Jansen scrissi un biglietto al capitano Kellerchiedendoglidi portarci altre ancore e attrezzi per aiutarci.


Manon si riuscì a persuadere una canoa a portare la lettera.Offrii una mezza cassa di tabaccoma i negri sogghignarono econtinuarono a tenere le loro canoe con la prora al frangente. Unamezza cassa di tabacco valeva tre sterline. In due oreanche convento e mare contrariun uomo avrebbe potuto portare la lettera ericevere in pagamento quanto avrebbe guadagnato faticando per seimesi in una piantagione. Riuscii a scendere in una canoa e vogai findove il missionario stava filando un'ancora con la sua baleniera.Pensavo che egli avrebbe avuto più influenza sugli indigeni.Caulfeild disse alle canoe di avvicinarsi alla suae una ventina diesse gli si riunirono attorno e ascoltarono l'offerta di una mezzacassa di tabacco. Nessuno fiatò.


-So cosa voi pensate - li avvertì il missionario - voi pensatetanto tabacco su goletta e voi lo avrete. Vi dico tanti fucili sugoletta.


Voinon avrete tabaccovoi avrete pallottole.


Finalmenteun uomosolo in una piccola canoaprese la lettera e partì.In attesa di soccorsoil lavoro continuò alacremente a bordodel "Minota". Le casse d'acqua furono vuotatee alberivele e zavorra presero la via della terra. Ci furono dei momentid'ansia a bordo quando il "Minota" rollòviolentemente sbandando da un lato all'altromentre una ventina diuomini cercavano a salti di salvare la vita e le gambepoichéle casse di mercanziale bome e i pani di ferro di zavorra daottanta libbre rotolavano avanti e indietro da una murata all'altra.Quella povera barca da diporto! Le sue coperte e le sue manovrecorrenti facevano pensare a un bailamme! Sotto coperta ogni cosa eraa pezzi. L'impianto della saletta era stato strappato per raggiungerela zavorra e acqua di sentina rugginosa vi sciabordava e ondeggiava.Un cesto di limoniin mezzo a una mescolanza d'acqua e farinaciveniva incontro da ogni parte come tanti gnocchi affusolati sfuggitia uno stufato mezzo cotto. Nella nostra cabina internaNataka facevala guardia ai fucili e alle munizioni.


Treore dopo che il nostro messaggero era partitouna balenieracheavanzava sotto una gran forza di veleriuscì a passare nelpieno di uno sferzante groppo di sopravvento: era il capitano Kellerbagnato per la pioggia e gli spruzziun revolver alla cinturaconl'equipaggio della barca armato di tutto puntoancore e caviammucchiati sui paglioliche sopraggiungeva così rapido comeil vento gli consentiva - l'uomo biancol'inevitabile uomo biancoche veniva in soccorso di un altro uomo bianco.


Lafila delle canoe di rapinache aveva atteso così a lungosispezzò e scomparve con la stessa rapidità con cui siera formata. Dopo tuttoil corpo inerte non era ancora un cadavere.Ora avevamo tre baleniere di cui due facevano incessantemente laspola tra la nave e la costal'altra occupata a stendere ancoreaintugliare i cavi spezzati e a ricuperare le ancore perdute.


Neltardo pomeriggiodopo esserci consultati e avere preso inconsiderazione il fatto che un certo numero degli uomini checomponevano l'equipaggio della navecome pure dieci degli uominiassoldatierano oriundi di quella localitàdisarmammol'equipaggio - ciò chefra parentesipermise agli uomini dilavorare con tutte e due le mani per la nave. I fucili furonoaffidati a cinque giovani della missione di Mister Caulfeild. Esottocopertain quel disordine della salettail missionario e isuoi neofiti pregavano perché Iddio salvasse il "Minota".Era una scena impressionante. Il sacerdote disarmato che pregava confede incrollabilei suoi fedeli selvaggi che mormoravano "amen"appoggiandosi ai fucili. Le pareti della cabina ondeggiavano intornoa lorola nave si sollevava e ricadevafracassandosisul corallo aogni ondata. Dalla coperta giungevano le grida degli uomini chealavano e si affaticavanopregandoin altro modocon volontàdecisa e forza di braccia.


Quellanotte Mister Caulfeild ci venne ad avvertire che una delle nostrereclute aveva sulla propria testa una taglia di cinquanta braccia dimonete di metallo e quaranta maialie chefrustrati nella loroaspirazione a impadronirsi della navegli abitanti della boscagliaavevano deciso di impadronirsi della testa di quell'uomo.


Quandosi comincia ad ammazzare non si può mai dire come e quando sifinirà. Così il capitano Jansen armò unabaleniera e vogò fino al limite della spiaggia. Ugiunmarinaioche faceva parte dell'equipaggio del "Minota"sialzò in piedi e parlò in nome suo.


Ugiera eccitatissimo. L'avviso del capitano Jansen che qualsiasi canoaavvistata quella notte sarebbe stata crivellata di colpifu da Ugitrasformato in una bellicosa dichiarazione di guerrache terminavacon una perorazione press'a poco di questo tenore:


"Voiuccidere mio capitanoio bere suo sangue e morire con lui". Gliuomini della boscaglia si accontentarono di dar fuoco a una casadisabitata della missione e se ne tornarono furtivamente nellaboscaglia.


Ilgiorno dopo l'"Eugénie" entrò nella baia ediede fondo. Per tre giorni e due notti il "Minota" tallonòsulla scogliera ma continuò a resistere e alla fine il suoscafo fu disincagliato e ormeggiato in acque tranquille. Alloradicemmo addio alla nave e a tutti quelli che erano a bordoe ciallontanammo sulla "Eugénie"diretti all'isola diFlorida (1).


NOTA:


1)Per dimostrare che noi altri dello "Snark" non eravamo ungruppetto di deboli creaturecome si potrebbe concludere dallenostre varle malattiecito quanto seguericavato parola per paroladal giornale di bordo della "Eugénie"e che puòessere ritenuto un esempio tipico di una crociera nelle IsoleSalomone.


Ulavagiovedì12 marzo 1908.


Barcaandata a terra al mattino. Presi due carichi di noci d'avorioquattromila copra. Capitano con febbre.


Ulavavenerdì13 marzo 1908.


Comperatonoci da indigeno 1 tonnellata e mezza. Secondo e capitano con febbre.


Ulavasabato14 marzo 1908.


Amezzogiorno salpato e navigato con leggerissimo vento di est-nord-est per Ngora-Ngora. Dato fondo in 8 braccia - conchiglie e coralli.


Secondocon febbre.


Ngora-Ngoradomenica15 marzo 1908.


All'albatrovato che il mozzo Bagua era morto durante la notte di dissenteria.Era ammalato da circa 14 giorni. Al tramontoforte raffica danord-ovest (pronto a dar fondo la seconda ancora). Durata un'ora etrenta minuti.


Inmarelunedì16 marzo 1908.


Fattorotta per Sikiana alle ore 4 pomeridiane. Vento cessato. Fortipiovaschi durante la notte. Capitano malato di dissenteriaanche unodell'equipaggio.


Inmaremartedì17 marzo 1908.


Capitanoe 2 uomini dell'equipaggio con dissenteria. Secondo con febbre.


Inmaremercoledì18 marzo 1908.


Maregrosso. Murata di sottovento sempre in acqua. Nave con terzaroli allamaestravela di straglio e piccolo fiocco. Capitano e 3 uomini condissenteria. Secondo con febbre.


Inmaregiovedì18 marzo 1908.


Troppafoschìa per vedere nulla. Burrasca tutto il tempo. Pompatappatasi sgotta con buglioli. Capitano e cinque dell'equipaggiocon dissenteria.


Inmarevenerdì20 marzo 1908.


Durantela notte raffiche di vento con forza di uragano. Capitano e seiuomini con dissenteria.


Inmaresabato21 marzo 1908.


Invertitala rotta. Groppi tutto il giorno con forte pioggia e vento; Capitanoe maggior parte dell'equipaggio con dissenteria.


Ecosìda un giorno all'altrocon quasi tutta la gente dibordo malatacontinua il giornale di bordo della "Eugénie".La sola variante si verificò il 31 marzoquando il secondo siammalò di dissenteria e il capitano dovette mettersi a lettocon la febbre.




CAPITOLO16


UNMEDICO DI BORDO DILETTANTE


Quandopartimmo da San Francisco sullo "Snark"ne sapevo dimalattie quanto ne può sapere di mare un ammiraglio dellaMarina svizzera! E subitofin da oralasciatemi dare dei consigli achiunque mediti di andare in remote località tropicali. Andateda un ottimo farmacistadi quelli che hanno per collaboratori queglispecialisti che sanno tutto. Parlate a lungo della cosa con uno diquelliprendete nota con la massima cura di tutto quanto egli vidiràfate una lista di tutto quanto vi suggeriràfirmate un assegno per il totale della somma... e poi strappatelo.


Vorreiaver fatto lo stesso. Sarei stato molto più saggiolo soadessose avessi comprato una di quelle cassette di medicinalibell'e pronteautomatichedi uso facile anche per gente ignorantecome si trovano dai provveditori di roba di mare di quart'ordine. Inuna simile cassetta ogni bottiglia ha un numero. Nell'interno delcoperchio è affissa una semplice lista di prescrizioni: Numero1mal di denti; Numero 2vaiolo; Numero 3mal di stomaco; Numero4colera; Numero 5reumatismo e così viaenumerando tuttele malattie dell'umanità. E avrei potuto usarla come faceva uncerto venerando capitano il qualequando il Numero 3 era vuotomescolava una dose del Numero 1 e del Numero 2o quando il Numero 7era esauritocurava il suo equipaggio con una miscela del Numero 4 edel Numero 3finché anche il Numero 3 era finitoe allorausava il Numero 5 e il Numero 2. E' differente la cosa per quantoriguarda i miei strumenti chirurgici. Mentre non ho ancora avutonessuna seria occasione di servirmenenon rimpiango lo spazio cheoccupano. Sono come una specie di assicurazione sulla vitasolo chepiù simpaticamente di quest'ultimo funereo contrattonon ènecessario morire per ritirare il premio. Naturalmente non li sousaree quello che ignoro in fatto di chirurgiafornirebbe unaclientela fiorente a una dozzina di ciarlatani. Ma quando la famecaccia il lupo dal boscobisogna fare di necessità virtùe noi dello "Snark" non sappiamo quando al lupo potràvenire in mente di presentarsimagari a mille miglia da terra e aventi giorni dal porto più vicino.


Nonso nulla in fatto di odontoiatriama un amico mi rifornì dipinze e simili strumentie a Honolulu trovai per caso un libro suidenti; inoltre in quella città subtropicaleriuscii aimpossessarmi di un teschio dal quale estrassi i denti rapidamente esenza dolore. Così equipaggiato ero prontoanche se nonesattamente entusiastaa cavare qualsiasi dente mi fossi trovatodinanzi.


Fua Nuku-hivanelle Isole Marchesiche si presentòspontaneamente il primo caso nella persona di un piccolo e vecchiocinese. La prima cosa che feci fu di prendermi una febbre da cavalloe io domando a qualsiasi persona equanime se una febbre da cavallocon le sue conseguenze di palpitazione di cuore e tremito di bracciaè la condizione migliore per un uomo che sta sforzandosi diatteggiarsi a vecchio praticante in campo odontoiatrico. Non riusciia ingannare il vecchio cinese; era spaventato quanto me e un pochinopiù tremante.


Quasidimenticai di aver paura per la paura che lui scappasse via come unafreccia. Lo giurose avesse tentato di farlo gli avrei fatto losgambetto e mi sarei seduto su di lui finché non fosse venutoa più miti consigli. Volevo quel dentee poi Martin volevauna mia istantaneamentre lo cavavo. E anche Charmian aveva preso lasua macchina fotografica.


Poila processione si avviò e ci fermammo davanti a quello che unavolta era un circoloquando Stevenson giunse alle Isole Marchesi conla sua imbarcazione "Casco". Sulla verandadove trascorsetante ore piacevolila luce non era buona - per le istantanees'intende.


Guidaitutti in giardinouna seggiola in manol'altra piena di pinze divario tipo; e avevo le ginocchia che tremavano in modo vergognoso.


Dopodi me veniva quel povero cineseche tremava pure lui. Charmian eMartin formavano la retroguardiaarmati di kodak. Passammo sottodegli alberi avocadoci aprimmo la strada fra le palme di cocco earrivammo in un punto che soddisfaceva le esigenze fotografiche diMartin.


Guardaiil dentee scoprii allora di non ricordare più nulla suidentiche avevo strappato al mio teschio cinque mesi prima. Avevauna radice? ne aveva due? ne aveva tre? Quello che ne rimaneva e sipoteva vedere era a pezzie sapevo che avrei dovuto afferrare ildente ben profondamente nella gengiva. Era indispensabile che iosapessi quante radici aveva quel dente. Ritornai a casa per cercareil libro sui denti. La povera vecchia vittima aveva tutto l'aspettodi quei suoi compatrioti criminaliche avevo visto spesso infotografiainginocchiati in attesa del colpo che li avrebbedecapitati.


-Non lasciarlo andare via - avvertii Martin - voglio quel dente.


-Sta pure tranquillo - rispose con entusiasmoda dietro il suoapparecchio fotografico. - E io voglio questa fotografia.


Perla prima volta mi sentii addolorato per il cinese.


Anchese il libro non parlava di come si cavano i dentimi fu utileperché in una pagina trovai una riproduzione di tutti i denticomprese le radici e il modo in cui erano infisse nella mascella. Poivenne la scelta delle pinze. Ne avevo sette paiama ero in dubbio suquale usare. Non volevo sbagliarmi. Mentre rigiravo fra le mani conun tintinnio metallico tutta quella chincaglieriala povera vittimacominciò a perdere il proprio controllo e a diventare di uncolore giallo-verdastro in volto; si lamentò del solemaquesto era indispensabile al fotografoed egli lo dovettesopportare.


Afferraicon le pinze il dentee il paziente rabbrividì e cominciòa perdere le forze.


-Pronto? - chiesi a Martin.


-Prontissimo - rispose.


Diediuno strappo. Dei! Il dente era già staccatoe venne via in unmomento. Ero giubilantementre lo tenevo in aria fra le pinze.


-Rimettilo al suo postoti pregorimettilo al suo posto - invocòMartin. - Sei stato troppo svelto per me.


Equel povero vecchio cinese rimase lì sedutomentre rimettevoil dente a posto e lo strappavo nuovamente. Martin presel'istantanea. La grande impresa era compiuta. Esaltazione? Orgoglio?Nessun cacciatore fu mai più fiero del suo primo cervoabbattuto di quanto io lo fui di quel dente a tre radici. Io lo avevotolto! Proprio io! Con le mie stesse mani e un paio di pinze lo avevofattosenza contare i ricordi dimenticati del teschio di uncadavere.


Ilcaso seguente fu quello di un marinaio di Tahitiun omettoin unostato di estrema debolezza per lunghi giorni e notti di dolorelancinante. Prima feci un'incisione nelle gengive; non sapevo comefarlama le incisi lo stesso. Dovetti strappare a lungo edenergicamente. Quell'uomo fu un eroe. Gemettesi lamentòcredevo che stesse per svenirema tenne la bocca aperta e mi lasciòtirare. E finalmente il dente venne via.


Dopoquestoero pronto ad affrontare chiunque fosse venuto - il verostato d'animo per una disfatta alla Waterloo. E la disfatta ci fu.


Ebbenome Tomi.


Eraun bel pezzo di paganocon la cattiva reputazione di essere deditoad atti di violenza. Fra le altre coseaveva ammazzato a furia dipugni due sue mogli. Suo padre e sua madre erano stati dei cannibaliavvezzi a girare nudi. Quando si fu seduto e gli ebbi messo la pinzain boccaera quasi alto quanto meche ero in piedi. Gli uominigrossiinclini alla violenzamolto spesso hanno qualcosa di stupidonella loro mentalitàcosì non ero molto tranquillo sudi lui.


Charmiangli afferrò un braccio e Warren l'altro. Allora cominciòuna vera mischia. Non appena le pinze si strinsero attorno al dentele sue mascelle si schiusero sulla pinzale sue mani si alzarono discatto e strinsero la mia mano che tirava. Io continuai a tirare elui a tenermi. Charmian e Warren tenevano anche loro. Fu una lottaviolentissima. Eravamo tre contro unoe la mia presa su un dente nonera certamente lealema nonostante lo svantaggiofu lui ad avere lameglio. La pinza mi sfuggìcolpendo e arrotando i denti dellamascella superiore con un rumore stridente che agghiacciavapoi glivolò via dalla boccaed egli si drizzò in piedi con unurlo raccapricciante. Noi tre cademmo all'indietro. Ci aspettavamo diessere massacrati. Ma quell'ululante selvaggio in fama di sanguinarioricadde sulla seggiolasi prese il capo fra le mani e continuòper un bel po' a gemeresenza voler sentire ragioni. Io ero unciarlatanola mia estrazione di denti indolore era stata un ingannoun'insidia e un basso espediente pubblicitario.


Avevouna tale smania di cavargli quel dente da essere quasi propenso apagarloma a tanto si oppose il mio orgoglio professionale; e lolasciai andare via con il dente ancora intattoil solo casoche ioricordi finoradi insuccesso da parte miauna volta messe in azionele pinze. Da allora non mi sono mai lasciato sfuggire un dente.Ancora l'altro ieri ho bordeggiato per tre giorni per andare atogliere un dente di una missionariae prima che la crociera dello"Snark" sia finitami aspetto di essere capace disistemare ponti e corone d'oro.


Nonso se si tratti o no di verruche endemiche (dette delle Andeo delPerùsono una malattia contagiosasi manifesta conneoformazioni cutanee simili a lamponiche a volte si ulcerano) - unmedico delle Figi mi disse che lo erano e un missionario delle IsoleSalomone mi disse il contrario: ad ogni modo posso attestare che sonoveramente sgradevoli. Mi capitò di imbarcare a Tahiti unmarinaio francese chequando fummo in marericonoscemmo affetto dauna brutta malattia della pelle. Lo "Snark" era troppopiccolo e ci si faceva una vita troppo in comune per poterlo tenere abordoma per forzafinché non era possibile toccare terra esbarcarlospettava a me curarlo.


Rilessii miei libri e mi accinsi a medicarloavendo sempre cura di lavarmipoi con un forte disinfettante. Quando giungemmo a Tutuilainvece dipotercene sbarazzarel'ufficiale sanitario del porto lo dichiaròin quarantenae rifiutò di lasciarlo sbarcare. Ma ad Apianelle Samoariuscii a trasbordarlo su un vapore diretto nella NuovaZelanda.


Lìad Apia le mie caviglie furono punte in malo modo da zanzareeconfesso di avere grattato le pinzatecome avevo già fattomille volte. Allorché giunsi nella isola di Savaiisi eraformata una piaghetta sul collo del piedeche io ritenni dovuta alcalore e alle esalazioni acide della lava calda su cui avevocamminato.


Un'applicazionedi unguento l'avrebbe fatta guarire - così almeno pensavo.L'unguento la richiuse superficialmentema poi si manifestòuna straordinaria infiammazionela nuova pelle venne via e apparveuna piaga più grande. La cosa si ripeté a piùripresee ogni volta che si formava una nuova pellepoi subentraval'infiammazionee la circonferenza della piaga aumentava. Erosconcertato e spaventato. Per tutta la mia vita la facoltà dicicatrizzarsi della mia pelle era stata rinomata; eppure lìc'era qualcosa che non le permetteva di cicatrizzarsianzi chequotidianamente rodeva la pelle e aveva intaccato persino il muscolo.


Nelfrattempo lo "Snark" si trovava in mare diretto alle Figi.Mi ricordai del marinaio francese e per la prima volta fui seriamenteallarmato. Quattro altre piaghe dello stesso tipo erano apparse - omeglio che piagheulcerele quali dal dolore non mi lasciavanodormire la notte. Avevo fatto tutti i piani per disarmare lo "Snark"alle Figi e andarmene sul primo piroscafo in partenza per l'Australiaa farmi curare da medici di professione. Nell'attesafeci del miomeglioda medico dilettante. Lessi attentamente tutte le opere dimedicina che avevo a bordosenza trovare né una linea néuna parola che corrispondesse al mio male. Ragionai sul problema contutto il buon senso possibile; si trattava di ulcere maligne edeccessivamente attivee un veleno organico e corrodente eraall'opera. Ne conclusi che due cose si potevano fare: anzituttotrovare un mezzo per distruggere il velenosecondopoiché leulcere non potevano essere guarite dall'esternocurarle per viainterna. Decisi di combattere il veleno con il sublimato corrosivoma lo stesso nome mi colpì come sbagliato. Era combattere ilfuoco con altro fuoco. C'era un veleno corrodente che mi stavaconsumandoe mi veniva in mente di combatterlo con un altro velenocorrodente. Dopo alcuni giorni alternai le medicazioni con ilsublimato corrosivo ad altre di acqua ossigenata. Eguardate un po'quando giungemmo alle Figiquattro ulcere su cinque erano guaritementre l'unica rimanente non era più grossa di un pisello.


Miritenni allora pienamente qualificato a curare le verruche endemicheper le quali del resto provavo un salutare rispetto. Non cosìil resto dell'equipaggio dello "Snark"poiché nelloro caso vedere non significava credere. Dal primo all'ultimoavevano visto le mie terribili condizionie tutti quantine sonoconvintoerano certi nel subcosciente che la loro personalemagnifica costituzione e superba individualità non avrebberomai permesso che nelle loro carcasse si insediasse un veleno cosìabietto come quello che il mio organismo anemico e la mia mediocrepersonalità avevano lasciato insediarsi in me. A PortResolutionnelle EbridiMartin volle camminare a piedi nudi nellaboscaglia e rientrò a bordo con molti tagli e scorticaturespecialmente sulle tibie.


-Faresti bene a badarci - lo ammonii. - Ti preparerò un po' disublimato corrosivo per lavare quei tagli. E' meglio essereprevidentilo sai!


MaMartin sorrise da uomo superiore. Anche se non lo dissevoleva peròfarmi capire che lui non era come gli altri uomini (io ero il solouomo a cui avrebbe potuto fare allusione) e che in un paio di giornii tagli si sarebbero cicatrizzati. Anzi mi fece pure una conferenzasulla particolare purezza del suo sangue e sulle sue notevoli doticicatrizzanti. Quando ebbe finitomi sentii davvero umile:evidentemente ero diverso dagli altri uominiquanto a purezza disangue.


Nakatail cameriere di bordomentre un giorno stiravascambiò ilpolpaccio della sua gamba per un portaferroe si fece una bruciaturalunga tre pollici e larga mezzoed ebbe anch'egli lo stesso sorrisodi superioritàquando gli offrii il sublimato corrosivo e gliricordai la mia dolorosa esperienza. Mi fece capirecon la debitasoavità e cortesiache qualsiasi cosa potesse succedere almio sangueil suoperfettogiapponesedi reduce da Port-Arthurera a postissimo e disprezzava questo avidissimo microbo.


Wadail cuocopartecipò a un disastroso atterraggio della barcain cui dovette balzare fuori bordo e parare l'imbarcazione fino allariva in mezzo ai frangenti che si rompevano. Tra conchiglie ecorallisi tagliò in bel modo gambe e piedi. Gli presentai labottiglia di sublimato corrosivoe una volta ancora subii il sorrisodi superioritàe mi si fece capire che il suo sangue era lostesso sangue che le aveva suonate alla Russia e le avrebbe suonateun giorno futuro agli Stati Unitie che se il suo sangue non eracapace di far guarire pochi tagli da nulladal disonore si sarebbefatto karakiri.


Datutto ciò conclusi che un medico dilettante non èconsiderato affatto a bordo della propria naveanche se si èsaputo curare da solo. Il resto dell'equipaggio aveva preso aconsiderarmi come la vittima di una tranquilla fissazionein fattodi piaghe e di sublimato. Se il mio sangue era infettonon era unaragione perché io credessi che lo fosse quello di tutti glialtri. Non feci più offerte.


Iltempo e i microbi avrebbero lavorato in mio favoree non mi restavache aspettare.


-Credo che ci sia un po' di terra in quei tagli - disse Martinqualche giorno dopoa titolo d'assaggio. - Li laverò e poisaranno a posto - aggiunsequando vide che io rifiutavo di abboccareall'amo.


Passaronoaltri due giornima i tagli non passavano e sorpresi Martinmentreimmergeva gambe e piedi in un bugliolo d'acqua calda.


-Non c'è niente che faccia bene come l'acqua calda - proclamòentusiasta. - E' meglio di qualsiasi porcheria inventata dai dottori.


Questepiaghe andranno benone domattina.


Mal'indomani aveva un aspetto preoccupatoe io capii che l'ora del miotrionfo si avvicinava.


-Vorrei quasi provare un po' di quella medicina - annunciò piùtardilo stesso giorno. - Non che creda che mi farà moltobene - specificò - ma tanto per provare.


Poivenne il fiero sangue del Giappone a chiedere un medicamento per lesue gloriose piaghementre io alimentavo la loro inquietudinespiegando in tono di comprensione e con i particolari piùminuti la cura da seguire. Nakata si confermò alle istruzionisenza dire nullae di giorno in giorno le sue piagherimpicciolirono. Wada fu più apatico e guarì menorapidamente. Ma Martin dubitava ancora e siccome non guarìimmediatamenteelaborò la teoria cheanche se la porcheriadel dottore andava benenon ne conseguiva che la medesima porcheriafosse efficace per tutti. Quanto a luiil sublimato corrosivo nonserviva a nulla. E poicome potevo sapere io che era quello che civoleva? Non avevo nessuna esperienza. Il fatto che mi fosse successodi guarire mentre la usavonon provava affatto che il merito dellaguarigione dovesse essere attribuito alla detta porcheria. Potevatrattarsi di una semplice coincidenza. Indubbiamente c'era unaporcheria che curava tutte le piaghee non appena egli si fossetrovato con un vero dottoregli avrebbe chiesto qual era quellamedicina e l'avrebbe usata.


Versoquest'epoca arrivammo nelle Isole Salomone. Nessun medico laraccomanderebbe mai come soggiorno per convalescenti o come casa dicura. Bastò rimanerci poco tempo perché io capissirealmentee per la prima volta nella mia vitaquanto i tessutiumani siano fragili e mutevoli.


Ilnostro primo ancoraggio fu Port Marynell'isola di Santa Anna.


L'unicosolitario uomo biancoun commerciantevenne sottobordo; si chiamavaTom Butlered era un bellissimo esempio di come le Salomone possanoridurre un uomo forte. Stava disteso nella sua baleniera conl'aspetto di un morentené un sorriso né un bagliored'intelligenza illuminavano il suo viso. Aveva una lugubre testa dateschiotroppo spenta per sorridere. E aveva anche delle verruchegrosse. Fummo costretti a issarlo sulla murata dello "Snark".Disse che la sua salute era buonache non aveva avuto febbre daqualche giornoe chead eccezione del bracciosi sentiva in ottimecondizioni. Il braccio sembrava paralizzatoma egli negòsprezzantemente che lo fosse. Lo era stato primama adesso eraguarito. Era una malattia diffusa a Sant'Antoniodissementre loaiutavamo a scendere la scalettae il braccio morto penzoloniurtavabump-bumpa ogni gradino. Fu certamente l'ospite piùraccapricciante che avessimo mai avutoe a bordo c'erano stati nonpochi lebbrosi e malati di elefantiasi.


Martinsi informò sulle verrucheperché quello era un uomoche avrebbe dovuto saperne qualcosa. Certamente ne era espertoagiudicare dalle braccia e dalle gambetutte a cicatrici e ulcereaperte nel mezzo delle cicatrici. Ohci si abituava alle verruchedisse Tom Butler. Non erano realmente una cosa grave finchénon arrivavano a corrodere profondamente la carne. Allora attaccavanole pareti delle arteriele arterie scoppiavanoe si faceva unfunerale.


Parecchiindigeni a terra erano morti recentemente in quel modo. Ma cheimportava? Se non erano le verrucheera sempre qualcosa d'altro -nelle Salomone.


Notaiche da quel momento Martin dimostrò un interesse semprecrescente per le proprie verruche. Le medicazioni con sublimatocorrosivo diventarono più frequentimentre nel conversareegli prese a rievocare con un entusiasmo sempre più vivo ilsano clima del Kansas e tutte le altre cose di quella regione.Charmian e io eravamo del parere che la California fosse un pezzettodi ParadisoHenry sosteneva Rapae Tehei difendeva a spada trattaBora Bora in onore della propria razzamentre Wada e Nakatainnalzavano un peana alla salubrità del Giappone.


Unaseramentre lo "Snark" oltrepassava l'estremitàmeridionale dell'isola di Ugicercando un famoso ancoraggiounmissionario della Chiesa d'InghilterraMister Drewche si dirigevain baleniera verso la costa di San Cristovalvenne sotto bordo e sifermò a pranzo.


Martinle gambe fasciate in bende della Croce Rossa tanto da sembrare unamummiamise la conversazione sull'argomento delle verruche. Sìdisse Mister Drewerano comunissime nelle Isole Salomone. Tutti ibianchi ne erano affetti.


-E le avete avute? - domandò Martinscandalizzato nel fondodella sua anima che un Reverendo della Chiesa d'Inghilterra potesseavere una malattia così volgare.


MisterDrew assentì e aggiunse che non solo le aveva avutema che inquel periodo se ne stava curando parecchie.


-E cosa ci mettete sopra? - interrogò di botto Martin.


Ilcuore mi si fermò quasinell'attesa della risposta. Da quellarisposta il mio prestigio medico-professionale sarebbe statoconfermato o rovinato. E la risposta fu... - benedetta risposta!


-Sublimato corrosivo - disse Mister Drew.


Martinsi arrese elegantementelo ammettoe ritengo che se inquell'istante gli avessi chiesto il permesso di cavargli un dentenon me lo avrebbe rifiutato.


Tuttii bianchi sono affetti da verruche nelle Isole Salomonee qualsiasitaglio o scalfittura praticamente significa un'altra verruca. Ogniuomo che vi incontrai ne aveva avutee nove volte su dieci ne avevaancora in atto. Non ci fu che una sola eccezioneun giovanotto cheera nelle isole da cinque mesici si era ammalato di febbri diecigiorni dopo il suo arrivoe che da allora in poi era stato cosìspesso malato di febbri da non avere avuto né il tempo nél'occasione di prendersi le verruche.


Ognunosullo "Snark" ne aveva avutoad eccezione di Charmian. Ilsuo era lo stesso egotismo dimostrato dal Giappone e dal Kansas. Leiattribuiva la sua immunità alla purezza del suo sangueequanto più i giorni passavanotanto più lo attribuivacon maggiore energia e frequenza alla purezza del suo sangue.Personalmenteinveceio lo attribuivo al fatto cheessendo unadonnaessa sfuggiva alla maggior parte dei tagli e delle scalfitturea cui andavamo soggetti noi uomininei lavori pesanti indispensabiliper far navigare lo "Snark" intorno al mondo. Non gielodissi però: vedetenon volevo offendere il suo IO con deifatti brutali. Essendo un dottore in medicinaanche se dilettantene sapevo più di lei su quella malattiae sapevo che il temposarebbe stato mio alleato. Ma ahimè! trattai male il mioalleatoquando si trattò di una deliziosa piccola verrucasulla tibia. Le applicai con tale rapidità una medicazioneantisettica che la verruca guarì prima che Charmian fosseconvinta di averne avuta una. Una volta ancoranella mia qualitàdi Dottore in Medicinami vedevo ben poco apprezzato sulla miastessa nave; peggio ancoraero accusato di avere cercato di indurlaerroneamente a credere di avere avuto una verruca. La purezza del suosangue fu più esaltata che maie io mi rituffai senza fiatarenei miei libri di navigazione.


Egiunse poi il mio giorno. Stavamo navigando lungo la costa diMalaita.


-Che hai sulla caviglia? - dissi.


-Niente - disse lei.


-Bene - dissi io - però mettici sopra lo stesso un po' disublimato corrosivo. E tra due o tre settimanequando sarai guaritama ti rimarrà una cicatrice che ti porterai fin nella tombadimentica tutto sulla purezza del tuo sangue e sulla storia dei tuoiantenati e dimmiad ogni modola tua opinione sulle verruche.


Eragrossa come un dollaro d'argentoquella verrucae ci vollero bentre settimane perché guarisse. C'erano dei momenti in cuiCharmian non poteva camminaretanto le faceva malee c'eranonumerose altre volte in cui lei spiegava che il posto piùdoloroso per avere una verruca era proprio la caviglia. A mia voltale spiegai chenon avendo mai fatto l'esperienza di una verruca inquel puntoero indotto a concludere che il punto più dolorosoper la crescita di una verruca era il collo del piede. Lasciammo ladecisione a Martinche dissentì da tutti e due e affermòenergicamente come il solo punto veramente doloroso fosse la tibia.Non c'è da meravigliarsi che le corse di cavalli siano cosìpopolari.


Madopo un po' anche le verruche smisero di essere una novità.Nel momento preciso in cui sto scrivendo ne ho cinque sulle mani ealtre tre sulla tibia. Charmian ne ha una da ogni lato del collo delpiede destro. Tehei impazzisce per le sue. Le più recenticoltivazioni di verruche di Martinsulla tibiahanno eclissato lealtre sue precedenti. E Nakata ne ha sempre una ventina che rodono isuoi tessuti. Ma la storia dello "Snark" nelle Salomone èstata la storia di ogni navesin dal tempo dei primi scopritori.


Citodalle "Istruzioni sulla navigazione" quanto segue:


"Gliequipaggi delle navi che rimangono un certo tempo nelle Salomoneconstatano che le ferite e le piaghe sono soggette a trasformarsi inulcere maligne".


Néquelle Istruzioni sono più incoraggianti per quanto riguardale febbripoiché vi leggo:


"Inuovi arrivati sono quasi sicuri di essere soggetti a febbri presto otardi. Anche i nativi vi vanno soggetti. Il numero dei morti fra ibianchi ammontò nell'anno 1897 a 9 su una popolazione di 50".


Peròtalune di queste morti erano state accidentali.


Nakatafu il primo a essere colpito dalla febbree la cosa avvenne aPenduffryn. Wada e Henry seguirono l'esempiopoi si arrese Charmian.


Ioriuscii a cavarmela per un paio di mesima quando fui sistematoanch'ioMartin per simpatia si unì a me alcuni giorni dopo.Su sette che eravamo in tuttoil solo Tehei riuscì aevitarlema le sue sofferenze per la nostalgia erano peggiori dellafebbre. Nakatacome al solitoseguì fedelmente leistruzionicosicché alla fine del terzo attaccocon unasudata di due ore e da due a due grammi e mezzo di chininoingurgitatosi ritrovò debole ma guarito alla fine di soleventiquattro ore.


Wadae Henryinvecefurono dei pazienti più difficili da curare.


AnzituttoWada era in uno stato di perpetua pauraperché aveva la fermaconvinzione che la sua stella era al tramonto e che le Isole Salomoneavrebbero accolto le sue ossa. Vedeva che intorno a lui la vita umanavaleva ben poco; a Panduffryn aveva visto le stragi fatte dalladissenteriae sfortunatamente per luiaveva visto una delle vittimeportata a seppellire su una lamiera di ferro e ficcata in un buconella terra senza né bara né funerale. Tutti avevano lafebbretutti avevano la dissenteriatutti avevano tutto. La Morteera un fatto usuale. Oggi quidomani morti - e Wada dimenticavatutto dell'oggi e aveva deciso che era già arrivato il domani.


Nonsi curava delle sue ulceretrascurava di lavarle con il sublimatoegrattandosi senza frenarsi le aveva diffuse in tutto il suo corpo. Eneppure voleva seguire le istruzioni per la febbrecon il risultatoche ce l'aveva per cinque giorni alla voltamentre un giorno avrebbedovuto bastare. Henryun tipo gigantescoera altrettanto difficile.Si rifiutava energicamente di prendere il chininoperché anniprima aveva avuto delle febbrie le pillole che gli aveva datoallora il dottore erano di dimensioni e colore differenti dallepastiglie che gli offrivo io. Così Henry si associava a Wada.


Maio mi burlai di tutti e duee li curai con la loro stessa medicinaossia la credulità. Essi avevano fede nella loro paura didover morire. Io feci loro ingoiare una quantità di chininopoi misurai la loro temperatura. Era la prima volta che usavo iltermometro della mia cassetta di medicinalie mi accorsi rapidamenteche non funzionavache era stato messo nella cassetta a scopo dilucronon di utilità. Se avessi lasciato capire ai miei duepazienti che il termometro non funzionavaci sarebbero stati duefunerali entro un breve periodo di tempo. Giuro che la lorotemperatura era di 41 gradi. Solennemente misi in bocca all'uno eall'altro il termometromi permisi di assumere una radiosaespressione di soddisfazionee allegramente dissi loro che la lorotemperatura era di 35 gradi! Poi li rimpinzai di nuovo di chininodicendo che qualsiasi sofferenza o debolezza avessero provato sarebbestata dovuta al chininoe li lasciai migliorare. E miglioraronoanche Wadaa dispetto di se stesso. Se un uomo può morire percolpa di un ingannoche c'è di immorale nel farlo vivere permerito di un inganno?


Viraccomando la razza biancain quanto a fegato e resistenza.


Unodei nostri due giapponesi e ambedue i nostri tahitiani erano in predaal terrore e si durò fatica a rialzare il loro moralea furiadi battere loro sulla spalla e tenerli di buon umore. Charmian eMartin prendevano allegramente le loro sofferenzele minimizzavanoe continuavano con calma sicurezza la loro vita. Quando Wada e Henrysi convinsero che sarebbero mortil'atmosfera funebre risultòeccessiva per Teheiil quale pregava con estrema afflizione e certevolte piangeva per ore intere.


Martind'altro latobestemmiava e guarivae Charmian brontolava eprogettava quello che avrebbe fattoquando fosse stata di nuovobene.


Charmianera cresciuta in un ambiente di vegetariani e salutisti. La ziaNettache l'aveva allevata e viveva in un clima salubrenon credevaalle medicine; e neppure Charmian ci credeva. Inoltre le medicine nonle andavano e i loro effetti erano peggiori dei mali che avrebberodovuto alleviare. Però essa ascoltò l'elogio delchininolo accettò come un male minore; e di conseguenza ebbedegli attacchi di febbre meno brevimeno dolorosi e meno frequenti.Incontrammo un missionarioMister Caulfeildi cui due predecessorierano morti dopo meno di sei mesi di residenza nelle Salomone. Alpari di loro egli era stato un fervente assertore dell'omeopatìafin dopo la sua prima febbre quandoa differenza di lorofeceritorno all'allopatìa e al chininoguarendo della febbre econtinuando la sua opera evangelica.


Mail povero Wada! La goccia che fece traboccare il vaso fu quandoCharmian e io ce lo portammo dietro in una crociera nell'isolacannibala di Malaitasu un piccolo yachtsul cui ponte ilcomandante era stato ucciso sei mesi prima. "Kai-kai"significa mangiaree Wada era sicuro che sarebbe stato "kai-kai-to".Giravamo bene armatila nostra vigilanza era incessantee quandoandavamo a fare il bagno alla foce di un corso d'acqua dolcedeinegriarmati di fucilici facevano da sentinella. Incontrammo dellenavi da guerra inglesi che avevano bruciato e bombardato dei villaggiper punire degli assassini.


Indigenicon taglie sul loro capo cercavano di trovare rifugio a bordo da noi.L'assassinio era in agguato dappertutto. In luoghi isolati indigeniamici ci preavvertirono di attacchi imminenti. La nostra nave eradebitrice di due teste a Malaitae i cannibali avrebbero potutoesigerle in ogni momento. E per colmoandammo in secco su unascogliera e con i fucili in una mano tenemmo lontane le canoe deirazziatorimentre con l'altra lavoravamo a salvare la nave. Tuttociò si dimostrò eccessivo per Wadache impazzìe alla fine disertò dallo "Snark" nell'isolaIsabellasbarcando definitivamente durante uno sferzante piovascotra due attacchi di febbre e con la minaccia di una polmonite. Sesfuggirà alla sorte di essere mangiatoe potràsopravvivere alle piaghe e alle febbri che imperversano a terrapotrà sperarecon una dose ragionevole di fortunadiandarsene da quel luogo all'isola vicina in circa sei od ottosettimane. Wada non aveva mai avuto molta fiducia nelle mie medicinesebbene gli avessi tolto trionfalmente al primo tentativo due dentiche gli facevano male.


Lo"Snark" era stato un ospedale per mesie confesso che cistavamo abituando alla cosa. Nella laguna di Meringedove carenammoe ripulimmo la fodera di rame dello "Snark"c'erano deimomenti in cui uno solo di noi era in grado di andare in acquamentre gli altri tre bianchi della piantagione a terra erano tuttimalati di febbri.


Mentresto scrivendo queste righesiamo sperduti in mare a nord-est diIsabella e cerchiamo vanamente di trovare l'isola di Lord Howeunatollo che non può essere avvistato prima di arrivarciaddosso. Il cronometro non funziona. Il Sole ad ogni modo nonsplendené posso fare una osservazione di stelle la notteeper giorni e giorni non abbiamo avuto altro che raffiche di vento epioggia. Il cuoco se ne è andato; Nakatache ha cercato difare da cameriere e da cuoco insiemeè in cuccetta con lafebbre. Martin si è appena alzato dopo un attacco di febbre.Charmianla cui febbre è diventata periodicasta studiandosulla sua agenda quando avrà il prossimo attacco. Henryinuno stato d'animo di attesaha cominciato a prendere chinino. Esiccome i miei attacchi mi colpiscono con la subitaneità dirandellatenon so da un momento all'altro quando me ne verràuno. Per sbaglio abbiamo dato via l'ultima farina che ci restava adei bianchi che non ne avevano piùe non sappiamo quandopotremo toccare terra.


Lenostre piaghe delle Salomone sono peggiori e più numerose chemai.


Ilsublimato corrosivo è stato dimenticato a terra a Penduffryn;l'acqua ossigenata è terminatae sto provando l'acido boricoil lisolo e l'antiflogistina. Behse non riuscirò a diventareun buon mediconon sarà per mancanza di pratica.


P.S. Sono passati ormai due mesi da quando ho scritto ciò cheprecedee Teheiil solo immune a bordoè stato a lettodieci giorni con una febbre molto più forte di quelle avute datutti noie vi è ancora. La sua temperatura è stata apiù riprese di 41 gradi e il polso era 115.


P.S. In maretra l'atollo di Tasman e lo stretto di Manning.


L'accessodi febbre di Tehei si è poi trasformato in febbre della linguanerala forma più grave di febbri malaricheche èanche dovuta a un'infezione esternacome assicura il mio libro dimedicina.


Essendoriuscito a tirarlo fuori dalla febbreora non so più a chesanto rivolgermiperché egli sragiona completamente. La miaesperienza medica è troppo recente perché io mi possaassumere la cura di una pazzia. E questo è il secondo caso dipazzia in un breve viaggio come il nostro.


P.S. Un giorno scriverò un libro (per i professionisti) daltitolo "Intorno al mondo con la nave ospedale 'Snark'".Persino i nostri animali favoriti non hanno evitato una triste sorte.Siamo salpati dalla laguna di Meringe con due di essiun terrierirlandese e un pappagallo bianco. Il terrier è caduto dallascaletta e si è azzoppato la gamba posteriore sinistrapoi haripetuto la manovra e si è azzoppato quella anteriore destra.Attualmente non ha che due gambe su cui camminare. Fortunatamentesono ai lati opposti e alle opposte estremitàcosicchépuò ancora cavarsela in parte. Il pappagallo è rimastoschiacciato sotto l'osteriggio della cabinae ha dovuto essereammazzato. E' stato questo il nostro primo funerale - benchéanche i vari polli che avevamoe che avrebbero fatto un brodoapprezzato per i nostri convalescentisiano volati fuori bordo esiano così annegati. Soltanto gli scarafaggi prosperano. Némalattie né disgrazie li colpiscono mai e diventano ognigiorno più grossi e più carnivoria furia dirosicchiare le nostre unghie delle mani e dei piedimentre dormiamo.


P.S. Charmian ha un altro attacco di febbre. Martindisperatohacominciato a fare una cura da cavallo per le sue verruchea base disolfato di ramee a mandare accidenti alle Isole Salomone. Quanto ameche devo navigarecurare e scrivere brevi raccontinon stoaffatto bene. Ad eccezione dei casi di pazzia verificatisi a bordosono l'individuo in condizioni peggiori. Prenderò il primopiroscafo per l'Australia per farmi operare. Tra le mie afflizioniminoridevo accennare a una nuova e misteriosa. Per tutta lasettimana scorsa le mie mani hanno continuato a gonfiarsi come sefossi idropico. E soltanto con uno sforzo doloroso riesco achiuderle: tirare una cimapoiè un vero tormento. Le miesensazioni sono le stesse di quando si hanno dei forti geloni.Inoltre la pelle delle due mani si squama in modo impressionantementre la nuova pelle che cresce sotto è ruvida e spessa. Illibro di medicina non parla di questa malattia. Nessuno sa cosa sia.


P.S. Behad ogni modo ho regolato il cronometro. Dopo essere statisballottati in mare per otto giorni tra raffiche continue di vento edi pioggiaquasi sempre alla cappasono riuscito a fareun'osservazione parziale di Sole a mezzogiorno. Da essa ho ricavatola mia latitudinee poi ho diretto per raggiungere in base alsolcometro la latitudine di Lord Howe. Così facendomi sonotrovato a raggiungere insieme la latitudine e l'isola stessa. Qui hocontrollato il cronometro a mezzo di un'osservazione di longitudinee ho trovato un errore di circa tre minuti. Poiché ogni minutoequivale a quindici migliasi può valutare l'importanzadell'errore totale. Con ripetute osservazioni a Lord Howehocontrollato la marcia del cronometrotrovando che esso ritardavaogni giorno di sette decimi di secondo.


Oraproprio un anno faquando facemmo vela dalle Hawaiiquesto stessocronometro aveva il medesimo ritardo di sette decimi di secondo.Poiché tale errore era stato accuratamente aggiunto ognigiornoe poiché tale errorecome confermarono leosservazioni fatte a Lord Howenon era variatoche cosa era maiaccaduto sotto il Sole perché il cronometro di colpoaccelerasse e recuperasse tre minuti?


Possonosuccedere cose simili? Gli orologiai esperti dicono di noma io dicoche essi non hanno mai fatto un'esperienza di costruzione eregolazione di orologi nelle Salomone. Dipende dal climaecco la miadiagnosi. Ad ogni modoho curato con successo il cronometroanchese non ci sono riuscito nei casi di pazzia e con le verruche diMartin.


P.S. Martin ha appena provato l'allume calcinatoe sta più chemai mandando accidenti alle Isole Salomone.


P.S. Tra lo Stretto di Manning e le Isole Pavuvu.


AHenry sono venuti dei dolori reumatici nella schienadieci pellisono squamate dalle mie mani e l'undicesima si sta squamando oramentre Tehei è più pazzo che maie giorno e notteprega Dio di non ucciderlo. Anche Nakata e io siamo di nuovo in pienafebbre. E l'ultimissima è che Nakata ha avutoun'intossicazione di ptomainae perciò abbiamo passato metàdella notte a metterlo fuori pericolo.




EPILOGO


Lo"Snark" aveva una lunghezza di 43 piedi al galleggiamento edi 55 piedi fuori tuttouna larghezza di 15 piedi (fra i madieri) eun pescaggio di 7 piedi e 8 pollici. Era armato a ketchcontrinchettinafioccocontrofioccorandamezzana e spinnaker. Aveva6 piedi di puntale sottocoperta ed era costruito con ponte a corona econtinuo.


C'eranoquattro compartimenti cosiddetti stagni. Un motore ausiliario abenzina di settanta cavalli riusciva a far muovere sporadicamente lanave con una spesa approssimata di venti dollari per miglio. Unmotorino di cinque cavalli metteva in funzione le pompequando erain efficienzae in due occasioni si dimostrò in grado difornire alimento per il proiettore. Le batterie di accumulatori diriserva funzionarono quattro o cinque volte nel corso di due anni. Sisosteneva che la lancia di 14 piedi poteva funzionaremainvariabilmente fece avarìa tutte le volte che io salii abordo.


Malo "Snark" navigava a velail solo modo con cui potégiungere in qualsiasi posto. Navigò a vela per due annisenzamai toccare roccia o scogliera o bassofondo. Non aveva zavorrainternala sua chiglia di ghisa pesava cinque tonnellatema il suoforte pescaggio e il suo alto bordo libero lo rendevano moltostabile. Sorpreso da groppi tropicali in piena velametteva lamurata sott'acqua e molte volte anche il trincarinoma ostinatamentesi rifiutava di sbandare oltre.


Potevanavigare facilmente giorno e notte senza muovere il timonedibolinaal lascoa mezza nave. Con il vento al giardinetto e le velein un assetto opportunopoteva governarsi da solo entro due quartee con il vento quasi di poppa muoveva entro tre quarte scarsegovernando da solo.


Lo"Snark" era stato in parte costruito a San Francisco. Lamattina che la sua chiglia di ghisa avrebbe dovuto essere fusafuproprio quella del grande terremoto. Poi venne il finimondo. Poichéla sua costruzione era in ritardo di sei mesine portai a vela loscafo alle Hawaii per ultimarlo laggiùcon il motore legatoin sentina e i materiali da costruzione legati in coperta. Se fossirimasto a San Francisco per ultimarloci sarei ancora adesso. Purstando così le cosee parzialmente costruitomi costòil quadruplo di quanto avrebbe dovuto costare.


Lo"Snark" fu sfortunato fin dalla nascita. Fu registrato aSan Franciscoalle Hawaii protestarono i suoi assegni come sefossero stati a vuotoe nelle Salomone fu multato per infrazionealla quarantena. Per salvare la facciai giornali non potevano direla verità a mio riguardo. Quando sbarcai un capitanoincompetentedissero che io ne avevo fatto polpette. Quando ungiovane tornò a casa per continuare i suoi studiriferironoche io ero un vero mostro e che tutto l'equipaggio aveva disertatoperché io lo bastonavo a sangue. In realtà il solocolpo dato a bordo dello Snark fu quando il cuoco fu malmenato da uncapitano che si era imbarcato con me con false commendatiziee cheio licenziai alle Figi. Inoltre Charmian e io facevamo la boxe comeesercizio ginnasticoma nessuno dei due ne rimase seriamentestorpiato.


Ilviaggio fu il nostro sogno di un bel periodo di esistenza.


Iocostruii lo "Snark" e lo pagaicome pagai tutte le speseessendomi impegnato a scrivere trentacinquemila parolenarrando ilviaggiocon un periodico che mi avrebbe pagato la stessa somma cheio ricevevo per i libri scritti a casa. Subito dopoil periodicopubblicò che io andavo in giro per il mondo quale suo inviatospeciale. Si trattava di un periodico riccoe ogni persona che ebbea che fare con lo "Snark" triplicava i suoi prezziperchéin verità il periodico poteva permetterselo. Questo mito diedei suoi frutti perfino nella più minuscola isola dei Mari delSude io per conseguenza pagai. Ancora oggi tutti credono che ilperiodico mi abbia rifuso tutte le spese e che io mi sia arricchitoin questo viaggio. E' difficiledopo una simile pubblicitàfar penetrare nel comprendonio degli uomini che l'intero viaggio fufatto per il solo divertimento di farlo.


Andaiin Australia per entrare in una clinicadove passai cinquesettimane; poi rimasi cinque tristi mesi ammalato in albergo. Lamisteriosa malattia che mi aveva colpito alle mani superava lecognizioni degli specialisti australianiera ignota nellaletteratura della medicina. Di nessun caso simile si era mai sentitodire. Essa si estese dalle mani ai pieditanto che in certi periodiero impotente quanto un neonato. Talvolta le mie mani raggiungevanodimensioni doppie delle normalicon sette pelli morte e morenti chesi squamavano nello stesso tempo. E talvolta le unghie dei piediinventiquattro orediventavano tanto lunghe quanto spesse. Dopo che leavevo limatein altre ventiquattro ore ritornavano come prima.


Glispecialisti australiani furono concordi nel giudicare la malattia nonparassitariae quindidi origine nervosa. Ma essa non migliorava emi fu impossibile continuare il viaggio. Il solo modo in cui io avreipotuto continuarlo sarebbe stato quello di farmi legare nella miacuccettaperché nelle mie condizioni di impotenzaincapacecom'ero di afferrare con le maninon avrei potuto andare in giro peril mare su una piccola barca che rollava. Inoltredissi a me stessoche mentre c'erano tante barche e tanti viagginon avevo che un paiodi mani e una decina di unghie dei piedi. Feci anche il ragionamentoche nel mio clima nativo della California avevo sempre mantenuto inequilibrio stabile il mio sistema nervoso. E così tornaiindietro.


Daquando sono tornatosono guarito completamentee ho scoperto di chesi trattava. Mi è capitano sott'occhio un libro del tenentecolonnello Charles E. Woodruff dell'Esercito degli Stati Unitiintitolato "Effetti della luce dei tropici sugli uominibianchi". E allora ho capito. In seguito mi sono incontrato conil colonello Woodruff e ho saputo da lui che anch'egli aveva avuto lastessa malattiaquando era egli stesso un medico delle Forze Armatee che diciassette medici militari si erano occupati del suo caso alleFilippine ecome gli specialisti australianisi erano dichiaratiincapace di curarla. A farla breveio avevo una fortepredisposizione alla distruzione dei tessuti sotto l'azione dellaluce tropicale. Ero stato fatto a pezzi dai raggi ultraviolettiproprio come molti di coloro che fanno esperienze con i raggi Xsonofatti a pezzi da essi.


Disfuggitapermettetemi di menzionare che fra le altre malattie cheunite insieme costrinsero a rinunciare a proseguire il viaggioce nefu una chiamata in modo vario"malattia dell'uomo sano""lebbra europea" o "lebbra biblica". A differenzadalla vera lebbranon si sa nulla di questa misteriosa malattia.Nessun dottore ha mai potuto vantarsi di averla guaritaper quantosi ricordino delle guarigioni spontanee. Essa vienenon si sa come;cosa sianon si sa. Se ne vanon si sa perché. Senzaprendere medicinesolo vivendo nel salubre clima della Californiala mia pelle argentea sparì. La sola speranza che i dottori miavevano dato era quella di una guarigione spontaneae tale fu lamia.


Un'ultimacosa: l'esperienza del viaggio.


E'abbastanza facile per me e per qualsiasi uomo dire che essa fupiacevole. Ma c'è una teste più attendibilela soladonna che lo fece dal principio alla fine. All'ospedalequandodovetti dare a Charmian l'annuncio che saremmo tornati in Californiagli occhi le si riempirono di lacrime. Per due giorni rimasecosternatadisperata all'idea che il bel viaggio era statoabbandonato.


ClenEllenCalifornia


7aprile 1911




PICCOLOGLOSSARIO MARINARESCO


ALABBASSOcavo o manovra che serve ad alare in giù la velail picco oun pennone.


ALAREtiraretesare.


ALBERETTOpezzo superiore dell'albero (che può essere formato di unodue o tre pezzi).


ALISEIventi costanti che spirano da nord-est a sud-ovest nell'emisferosettentrionale e da sud-est a nord-ovest in quello meridionale.


ALLASCAREfilare un cavomanovra o vela.


ANCAla parte esterna e rotonda della poppa da ciascuna banda. Detta anchegiardinetto.


ANTENNAasta di legno a cui si allaccia il lato superiore di una vela latina.


ARAREsi dice di bastimento o di àncora quando per effetto di ventoo di corrente l'àncora non riesce a trattenere il bastimento estriscia sul fondo.


ARRIDAREdare tutta la tensione dovuta alle manovre dormienti.


BAGLIpezzi costruttivi trasversali che uniscono i fianchi e sostengono lacoperta.


BANDO(venire in bando)si dice quando un cavo o una vela cessano diessere tesi.


BARRAquella stanga chefissata sulla testa del timoneserve agovernarlo. Si dice anche barra quell'ammasso di renasassi ofanghiglia che si forma alla foce dei fiumi e davanti all'imboccaturadei porti e dei seni.


BASTINGAGGIOparapetto formato dalle murate di una nave che si elevino al di sopradel ponte di coperta.


BATTAGLIOLAaste fissate verticalmente sulla coperta che formano una ringhiera diriparo.


BATTELLOpiccola imbarcazione che sta legata ai bastimenti per le necessitàche possono sorgere.


BIGOTTAdisco di legno con più fori dove passa un canapo (corridore)per tesare le sartie.


BOLINAandatura di un bastimento quando naviga il più possibilecontro la direzione del vento. Si dice anche stringere il vento.


BOMAasta orizzontale sostenuta per una estremità a snodosull'albero e per l'altra manovrata dalla scotta. Serve a tenerdistesa in basso una vela aurica o Marconi.


BOMPRESSOasta sporgente dalla prua che sostiene i fiocchi.


BORDAREdetto di vela: legare al bordo le scotte delle vele. Metterle su unodei bordi perché piglino vento e portino.


BORDAMElato inferiore di ogni vela detto anche linea di scotta.


BORDEGGIAREè il frequentativo di bordare e significa navigare contro ilvento cambiando spesso di bordo.


BORDOl'uno o l'altro lato di un bastimento. Anche percorso in unadirezione di un bastimento che naviga di bolina o stringendo ilvento.


BOROSAcavo passato negli occhielli posti agli angoli o lungo la caduta diuna vela per distenderla o per prendere terzaroli.


BOZZELLOnome generico di tutte le carrucole di legno o di metallo che siadoperano nella marineria.


BRACCIOmisura di lunghezza equivalente a 2 yardepari a metri 1828 circa.


BRACCIAREorientare una vela perché prenda o rifiuti il vento.


BRIGLIAcatena o cavo teso tra il bompresso e il dritto di prua("tagliamare").


BUGLIOLOsecchio usato a bordogeneralmente di legno.


BUGNAangolo di una vela in cui vi è l'occhiello che serve apassarvi la legatura con cui si da volta la vela stessa al bomapicco o pennone. Per traslatoanche questa legatura.


BUTTAFUORIasta che serve a spiegare in fuori una vela o a dare un passaggio auna manovra.


CADUTAciascuno dei lati verticali delle vele.


CALAFATAGGIOguarnizione di stoppa od altroinserita fra le connessure delletavole formanti il fasciame o la coperta di un bastimento perimpedire l'infiltrazione dell'acqua.


CAPODI BANDAorlo superiore del bordo.


CAPONAREalzare l'àncora a bordo mediante la grua di capone CAPPAandatura che un bastimento deve prendere per affrontare con i minimidanni il cattivo tempo.


CARENAparte immersa dello scafo.


CAVIGLIAsorta di piuolo di legno o di metallo tornitoinfilato in appositosupporto (cavigliera)a cui si danno volta cavi e manovre.


Ancheuna delle impugnature della ruota del timone.


COLLO(prendere a collo)si dice di una vela quando per errata manovra oper improvviso salto di ventoè colpita dal vento a rovescio.


COMENTIunione delle tavole del fasciame o della coperta.


COPPOpiccola rete da pesca di forma conicatenuta aperta da un anello diferro munito di manico. Detta volgarmente anche salario.


CORRIDOIcavi sottili che servono a tesare ed assicurare l'estremità diqualsiasi manovra dormiente (come per esempio le sartie).


COSTEpezzi costruttivi trasversali che formano l'ossatura dello scafo.


CUBIA(occhio di cubia)foro od apertura sul bordoin cui passa la catenadell'àncora.


DERIVAquello spostamento che soffre un bastimento per la forza dellacorrente.


DRIZZAnome generico di ogni manovra corrente per drizzareissare e metterea posto qualsiasi cosaspecialmente vele.


FALCHETTAorlo sporgente superiormente dal bordo.


FASCIAMEtavolame che copre esternamente uno scafo.


FILDI RUOTA (navigare in fil di ruota)si dice quando un bastimentocorre col vento esattamente in poppa.


FORCELLAelemento di legno o di metallo a forma lunata con cui il boma o ilpicco si appoggiano all'albero.


FRANCHIAzona di sicurezza in cui è una nave dopo aver lasciatol'ormeggiofuori da rischi di secchescoglieccetera.


GAFFAgancio munito di asta che serve ad afferrare un cavoun'imbarcazioneeccetera. Si dice anche "alighiero" evolgarmente"mezzo marinaio".


GALLOCCIAspecie di caviglia di legno o di metallo a forma di T schiacciato sucui si danno volta cavi e manovre.


GAVITELLOgalleggiante generalmente con la forma di due coni riuniti per lebasi che serve a sostenere il cavo di un'àncoraa indicare unpunto in mareeccetera.


GOLEpezzi strutturali a forma di squadra che collegano i due fianchi aprua. Diconsi pure ghirlande.


GOMENAmisura di lunghezza pari a 200 metri circa. Anche grosso cavo.


GRIPPIALEcavo sostenuto da un gavitello che si getta in mare elegato aldiamante (parte centrale) di un'àncoraserve a spedarla(vedi) tirandola a rovescio nel caso in cui sia rimasta impigliatasul fondo (incattivata)


GROPPOburrasca improvvisa violenta e di breve durata.


IMBROGLIAREavviluppare a festoni la vela per sottrarla speditamente all'azionedel vento.


INFERIREdistendere e fissare una vela su di un pennonepicco o boma.


INGAVONARSIsi dice di imbarcazione o bastimento sbandato di circa 90 gradiecioè coricato sull'acquain modo da avere la copertapressoché verticale.


INVERGARElo stesso che inferire (vedi).


LAPAZZAREriparare temporaneamente un'asta rotta mediante legature e conl'ausilio di stecche laterali dette lapazze.


LASCOandatura di un bastimento a vela quando riceve il vento a circa 90gradi dalla prorae cioè pressoché sul traverso.


LEGAmisura di distanza pari a tre miglia marinee corrispondente a metri5556 circa.


MANOVRAoperazione eseguita a bordo in dipendenza della navigazioneentratao uscita dai portieccetera. Anche cavo facente partedell'attrezzatura. "Manovra corrente": quel cavo chepassando per i bozzelli assegnatipuò essere filatomollatoo tesato al bisogno: la stessa manovra si dice libera mobilevolante. "Manovra dormiente":


quelcavo che resta stabile al posto per tener fermo alcun oggetto.


Cavoche non fila.


MASCELLAla metà di una forcella (vedi).


MASCONEla parte esterna e rotonda della prua da ciascuna bandadetto anchemasca.


MATAFIONEciascuno di quei cavetti che stanno penzoloni sul corpo della velaaperta e servono a legarlaquando si vuol sottrarne una parte alvento forte.


MEDAcolonna o piramide di muraturaasta metallica o di legno che segnalabassifondi o scoglieree indica il passaggio alle navi.


MEZZANELLAvela di mezzana di uno yawl.


MIGLIOMARINOmisura di lunghezza pari a un primo d'arco di meridiano ecorrispondente a metri 1852 circa.


MURATEi fianchi di uno scafo.


MUREi due lati anteriori di uno scafo. Si dice che un bastimento navigamure a dritta quando riceve il vento sulla drittae mure a sinistraquando lo riceve sulla sinistra.


NODOparlando del cammino di un bastimento significa miglio marino.


Ingenere il bastimento col bel vento fresco e tutto invelato puòcorrere sino agli otto nodi. Con le vele di fortunavolendo correresino a quindici.


OMBRINALEciascuna delle aperture praticate sui fianchi in corrispondenza dellacoperta per far ricadere l'acqua in mare.


ORDINATApezzo di costruzione costituente la costola dell'ossatura delbastimento.


ORZAREevoluzione di un bastimento per cui avvicina la prua alla direzioneda cui spira il vento. Si dice anche venire all'orza.


"Orza!"comando di governare timone e vele all'orza: barra sottoventoforzadi vele a poppalevità a prua.


ORZIEROsi dice di bastimento che ha tendenza a venire all'orza.


PARABORDIspecie di cuscini di cavo intrecciatosughero o gommausati perproteggere i fianchi di un'imbarcazione dagli urti.


PARAMEZZALEpezzo strutturale interno longitudinaleposto sopra alla chiglia.


PARANCOapparecchio di forza costituito da due o più bozzelli conrelativo cavo.


PATENTEquella specie di passaportonella quale si scrive il nome delbastimentola sua portatail numero dell'equipaggiolaprovenienzala destinzioneeccetera.


PENNAl'estremità poppiera del picco.


PENNONEognuna delle aste orizzontali sostenute a metà lunghezza daglialberi che servono a tener distese le vele quadre.


PICCOasta obliqua sostenuta anteriormente dall'alberoche serve a tenerdistesa in alto una vela aurica.


PIEDEmisura di lunghezza equivalente a dodici pollicipari a metri 0305circa.


POGGIAREevoluzione di un bastimento per cui allontana la prua dalla direzioneda cui spira il vento. "Poggia!" comando di volgere di piùa seconda del vento. Caricare le vele a prua e scaricare a poppa.


POLLICEmisura di lunghezza pari a millimetri 25 circa.


QUARTAla quarta parte dell'angolo di 45 gradipari a 11 gradi 15 primicorrispondente alla trentaduesima parte della circonferenza.


Chiamasianche rombo di bussola.


RANDEGGIAREnavigare molto vicino a una costa.


RITENUTAlegatura con cui si assicura un oggetto perché non vengaspostato o vada perduto a seguito dei movimenti dello scafo.


RIVAsi dice per designare tutto ciò che della nave si trovasull'alberatura.


RIZZAREassicurare mediante una rizza o ritenuta.


ROMBOlo stesso che quarta (vedi).


SARTIAognuno dei cavi che sostengono l'albero lateralmente.


SCALMOTTIestremità delle costesporgenti dal trincarino (vedi) a cui èappoggiato il bastingaggio.


SCAPOLAREsi dice di un bastimento che rimonta e doppia un capo od un ostacolodi stretta misura.


SCARROCCIAREsi dice dello spostamento laterale di un bastimento sul mare prodottodal vento (scarroccio).


SCASSAquel grosso pezzo di rovere piantato sul fondo del navigliocheserve ad incastrarvi dentro il piede dell'albero.


SCOTTAcavo o manovra che serve a tesare una vela.


SEGNO(mettere a segno)tesare o allascare convenientemente una vela inmodo che utilizzi bene il vento.


SENALEparanco formato con due bozzelliognuno di tre pulegge: serve asollevare grossi pesipoiché ha un recupero di potenza(teorico) di sei volte.


SFERIREil contrario di inferire (vedi).


SOLCOMETROapparecchio costituito da un'elica-pesce che si getta in mare a poppaed è collegata ad un contatore per mezzo di un cavetto:


pereffetto del moto del bastimento l'elica-pesce giratrasmettendo lerotazioni al contatore che registra il cammino percorso.


SPEDAREdistaccare un'àncora dal fondo.


STRAGLIOcavo che sostiene l'albero verso prua o verso poppa.


STRAORZAREsi dice di imbarcazione o bastimento a vela chea causa del maregrossoo per essere sovraccarico di velenon riesce a tenere larotta ma accosta (cioè gira) con la prora bruscamente ora daun latoora dall'altro.


STROPPOanello metallico o di cavo che serve per collegare un'astail bomeil piccoi bozzellieccetera.


TANGONEvedi "buttafuori".


TERZAROLAREdiminuire la superficie di una vela quando il vento è troppoforte. Si dice anche "fare terzaroli".


TERZAROLOporzione della vela che è destinata ad essere ripiegata perdiminuire la superficie.


TONNEGGIAREspostare un bastimento in porto o all'ormeggio alando o filando caviassicurati a terra o su gavitelli o boe.


TORELLOla prima tavola del fasciame in bassoche corre sui due fianchilungo alla chiglia.


TRINCAstretta legatura che serve ad assicurare certe partidell'attrezzatura o dell'armamento. Si dice che un bastimento èalla trincaquando tutto è predisposto per affrontare iltempo cattivo.


TRINCARINOla tavola più esterna della copertache corre lungo i fianchidello scafo. Si dice anche suola.


TRINCHETTINAla più interna delle vele triangolari ("fiocchi")che si alzano a proravia dell'albero.


TROZZAattrezzo di forma circolare composto di cavi o armature di ferro concui il picco della randa si appoggia e scorre sull'albero.


TUGAsovrastruttura sporgente dalla coperta che serve per dar maggiorealtezza ai locali interni.


VELAla superficie di tela chespiegata al vento da un'imbarcazionegliimprime il moto. "Vele quadre": di forma quadrangolare chesi inferiscono sui pennoni e si orientano con essi. "Vele ditaglio":


quelleche si inferiscono ad antennepicchistrallie per conseguenzapossono essere messe anche di taglio rispetto al vento.


"Velaaurica o randa": di forma trapezoidale è sostenuta inalto dal picco. "Vela Marconi o bermudiana": triangolareche sostituisce la randa e la controranda abolendo il picco e siinferisce sull'albero e alla boma. "Vele latine": sonotriangolari con un solo lato inferito all'antenna e si alzano una peralbero.


VENTIcavi che sostengono lateralmente un'asta muovendola nella direzionevoluta.


VERRICELLOapparecchio a tamburo ad asse orizzontale usato generalmente persalpare le àncore: se ad asse verticalesi dice argano.


YARDAmisura di lunghezza equivalente a 3 piedipari a metri 0914 circa.




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