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Lewis Carroll

 

ALICE NEL PAESE DELLE MERAVIGLIE

(1865)

 

 

 

"Per tutto il pomeriggio dorato
senza fretta abbiamo navigato:

le nostre mani non sono abili
le nostre voci si fanno labili
mentre le braccia non sanno dare
l'impulso necessario a remare.

Barca crudele! Per ingannare
il nostro lungo giorno sul mare
le mie bambine vogliono udire
la favoletta che sto per dire.

E' possibile dire di no
a tre bambine? Dir non lo so.

La prima ordina: "State attente!

E tu comincia!" dice impaziente.

La secondacon tono cortese:

"Ti pregonon tenerci sospese".

La terzapiccolina com'è
m'interrompe con tanti "perché?"

D'un tratto le voci sono spente
e le bimbe si fan più attente:

Alice se ne va tutta sola.

Le bimbe son senza parola.

Alice è in una terra incredibile
incontro a un'avventura impossibile.

E la storia continua.

Ma ormai non ho più fantasia.
"Non la sai?" mi chiedono le bimbe insistenti
con occhi che mi fissano attenti.

"Il resto ve lo dico più tardi".

"No" rispondono. "E' ora più tardi."

Così è nata la storia d'Alice
lentamentein un giorno felice
in una barca sola sul mare
quando il tempo dovevo ingannare.

E ora che la favola è pronta
torniamo mentre il sole tramonta.

La favola d'Alice rimane
come un sogno di cose lontane
come un dolce ricordo gentile
chiuso nella memoria infantile
come l'odore di rosmarino
ch'è nella veste del pellegrino".

 

 

 

CAPITOLO 1

 

NELLA TANA DEL CONIGLIO

Alice cominciava a essere veramente stufa di star seduta senza far nulla accanto alla sorellasulla riva del fiume. Una o due volte aveva provato a dare un'occhiata al libro che sua sorella stava leggendoma non c'erano né figure né filastrocche. "Che me ne faccio d'un libro senza figure e senza filastrocche?" pensava Alice.

A dire il vero non era possibile pensare moltoperché faceva così caldo che Alice si sentiva tutta assonnata e con le idee confuse:

adesso si stava chiedendo se valesse la pena di alzarsi a raccogliere fiori per fare una ghirlanda di margheritequando ecco che improvvisamente le passò proprio davanti un Coniglio Bianco con gli occhi rosa. La cosa non sembrò TROPPO stranaad Alice. Non le parve neppure TROPPO strano che il Coniglio dicesse tra sé: "Povero mepovero me! arriverò troppo tardi!" Solo in un secondo tempoquando ripensò a questo fattoAlice si rese conto che avrebbe dovuto meravigliarsene; sull'istante le sembrò addirittura una cosa naturale.

Però quando il Coniglio TIRO' FUORI UN OROLOGIO DAL TASCHINO DEL PANCIOTTO edopo avergli dato un'occhiataaffrettò il passo ancora di piùAlice balzò in piedi meravigliata perché ricordava benissimo di non aver mai visto un coniglio con un taschino nel panciotto eper di piùcon un orologio dentro questo taschino! Ormai era tutta presa dalla curiosità: lo rincorse attraverso il campo e per fortuna arrivò in tempo per vederlo infilarsi in una grande tanasotto una siepe.

Un momento dopo Alice s'infilava nella tana dietro di lui: non le venne neppure in mente di chiedersi come avrebbe poi fatto a uscire da quel posto.

Per un tratto la tana era diritta come una galleriapoi sprofondava all'improvvisoma così all'improvvisoche Alice non fece neppure in tempo a pensare che era meglio fermarsiperché si trovò subito a sprofondare lungo quella specie di pozzo veramente profondo.

O il pozzo era molto profondo oppure Alice cadeva lentamente: il fatto certo è che leiprima d'arrivare in fondoebbe tutto il tempo di guardarsi intorno e di chiedersi che cosa le stesse capitando. In un primo tempo cercò di guardare in basso per vedere dove stava andando a finire. Ma c'era troppo buio e non si vedeva niente. Allora guardò le pareti del pozzo e si accorse che erano piene di credenze e di scaffali. Da ogni parte si vedevano carte geografiche e quadri appesi ai chiodi. Alice prese a volo un barattolo da una credenza:

sull'etichetta c'era scritto "MARMELLATA D'ARANCE". Però fu molto delusa quando si accorse che il barattolo era vuoto. Non voleva buttarlo viaperché aveva paura checadendopotesse ammazzare qualcuno. Allora lo posò sopra un'altra credenzamentre le passava davanti.

"Bene!" pensava intanto Alice. "Dopo una caduta come questaun capitombolo lungo le scale mi sembrerà uno scherzo! A casa troveranno che sono proprio coraggiosa! Anzi sono sicura che non avrei paura nemmeno se dovessi cadere dal tetto di casa!" (Questomolto probabilmenteera vero.) E cadevacadevacadeva. Ma non finiva mai di sprofondare? "Chissà quanti chilometri di caduta ho fatto finora" disse ad alta voce.

"Ormai devo esser vicina al centro della terra. Vediamo: sarebbero più di seimila chilometri di profonditàmi sembra..." (Alice aveva imparato parecchie cose come queste a scuolae anche se non era certamente la migliore occasione per fare sfoggio della sua erudizionedato che non c'era nessuno ad ascoltarlaera però un buon esercizio ripetere quelle cose). "Sìdev'essere proprio la distanza giusta. Però vorrei sapere il grado di latitudine e di longitudine che ho raggiunto". (Alice non aveva la più piccola idea di che cosa fosse la Latitudine e tanto meno la Longitudine: però le piaceva dire queste due parole).

Poi cominciò a pensare ancora: "Chissà se attraverserò TUTTA la terra.

Sarebbe divertente capitare fra la gente che cammina a testa in giù!

Mi pare che si chiamino gli Antipati..." (Questa volta era abbastanza contenta che non ci fosse nessuno ad ascoltarlaperché la parola non le sembrava proprio quella giusta). "Bisognerà che chieda a qualcuno il nome del paesesi capisce. Per favoresignoraquesta è la Nuova Zelanda oppure l'Australia?" (Cercò d'inchinarsi con gentilezzamentre parlava... pensate un po':

inchinarsi educatamente mentre si cade attraverso l'aria! Ci riuscireste voi?) "Chissà che bambina ignorante penserà che io sono! Noè meglio non domandare; forse lo troverò scritto in qualche posto".

E cadevacadevacadeva. Non c'era niente da fare. Perciò Alice ricominciò a parlare. "Credo che Dina sentirà molto la mia mancanzastasera". (Dina era la gatta) "Spero che non dimentichino di darle il suo piattino di lattequando sarà l'ora della merenda. Dina caravorrei che tu fossi qui con me ! Non ci sono topi per arialo soma potresti acchiappare un pipistrello: somiglia molto a un topono?

Chissà se i gatti mangiano i pipistrelli".

A questo punto Alice cominciò a sentir sonno e continuò a parlare fra sécome in dormiveglia: "I gatti mangiano i pipistrelli? I gatti mangiano i pipistrelli?" ripeteva. E a volte diceva: "I pipistrelli mangiano i gatti?" Infattipoiché non era in grado di rispondere a nessuna delle domandenon dava molto peso alla maniera in cui se le poneva. Alla fine si accorse che si stava addormentando. A un certo punto cominciò a sognare di trovarsi a passeggio con la sua Dinaa braccettoe di domandare alla gatta con molta serietà: "E adessoDinadimmi proprio la verità: l'hai mai mangiato un pipistrello?" D'un tratto - BUM! BUM! - arrivò proprio al fondo e si trovò sopra un mucchio di foglie secche. Aveva finito di cadere.

Alice non s'era fatta niente e un attimo dopo era già in piedi. Guardò in altoma era tutto buio sulla sua testa. Davanti a lei c'era un altro lungo corridoioin fondo al quale fece appena in tempo a vedere il Coniglio Biancoche stava svoltando l'angolo. Non c'era un minuto da perdere. Alice si mise a correre come il vento e arrivò in tempo per sentirlo dirementre voltava l'angolo: "Per i miei occhiper i miei baffis'è fatto tremendamente tardi!" Ormai Alice gli molto vicinama quando anche lei girò l'angoloil Coniglio non si vedeva più. Alice si trovò in una sala bassa e lungailluminata da una fila di lampade che pendevano dal soffitto. Intorno alle pareti si vedevano parecchie portema erano tutte chiuse. Fece un giro completocercando inutilmente d'aprirlee poi si diresse tutta afflitta verso il centro della sala. Si chiedeva come avrebbe potuto fare per uscire da quel posto.

A un tratto vide un tavolino a tre gambetutto di vetrosul quale non c'era altro che una piccolissima chiave d'oro. Alice pensò subito che quella fosse la chiave di una delle porte. Invece non era così: o la chiave era troppo piccolaoppure le serrature erano troppo grandi; la cosa certa era che nessuna porta si apriva. Provò a fare il giro della stanza un'altra volta e a un tratto si trovò davanti a una tendina che prima non aveva visto; dietro c'era una porticina alta quasi trenta centimetri. Provò a far entrare la piccola chiave d'oro nella serratura e fu proprio contenta di vedere che si adattava benissimo.

Alice allora aprì la porticina: essa dava su un piccolo corridoionon più grande della tana d'un topo. S'inginocchiò ein fondo al corridoiovide il più bel giardino che si possa immaginare. Allora le venne voglia di uscire da quella stanza oscura e passeggiare fra quelle aiuole fioritefra quelle fresche fontane. Ma attraverso quel buco non poteva passare nemmeno la sua testa.

"E anche se ci passasse la testa"pensava la povera Alice "a che mi servirebbe senza le spalle? Dovrei essere capace di ritirarmi come un telescopio! Forse ci riuscireise sapessi da dove cominciare".

Infatticome voi sapetele erano ormai successe tante cose straordinarie che Alice cominciava sul serio a credere che per lei non ci fossero cose impossibili.

Ora però era inutile restare ad aspettare davanti a quella porticina; perciò Alice tornò verso la tavola di vetro con la speranza di trovarci un'altra chiave o almeno un libro che insegnasse il modo d'accorciare la gente alla maniera dei telescopi. Invece trovò una bottiglietta (Alice era certa che prima non c'era) con sopra un cartello che diceva "BEVIMI" in caratteri di stampa grandi e belli.

"Bevimi": era facile a dirsi. Ma la saggia piccola Alice non ebbe fretta.

"Prima" disse "guarderò bene se c'è scritto sopra "veleno"". Infatti aveva letto un mucchio di racconti dove c'erano bambini bruciati o mangiati da bestie selvagge o che erano rimasti vittime di cose altrettanto spiacevoliproprio perché non avevano voluto obbedire ai consigli delle persone grandi. Per esempioi grandi dicono che un attizzatoio arroventato brucia le mani se uno lo tiene troppo a lungo; che se vi tagliate MOLTO profondamente un dito con un coltelloil dito di solito sanguina; che se bevete il contenuto d'una bottiglia sulla quale è scritto "veleno"quasi certamente vi capitaprima o poidi sentirvi male.

Ad ogni modosu quella bottiglia NON c'era scritto "veleno"perciò Alice si azzardò ad assaggiarla e la trovò molto buona. Il sapore e l'odore avevano qualcosa che ricordava la torta di ciliegela cremal'ananassoil tacchino arrostoil croccante e i crostini caldi imburrati. Naturalmente la bevve tutta.

"Che strana sensazione!" disse Alice. "Sembra che mi stia accorciandocome un telescopio".

Era proprio così. Adesso Alice era alta non più di venti centimetri.

Il suo volto s'illuminò al pensiero che quella era proprio la statura che ci voleva per passare dalla porticina e arrivare in quel magnifico giardino. Però aspettò ancora un po' per vedere se continuava ad accorciarsi: si sentiva un po’ nervosaa questo proposito.

"Speriamo che la smetta" si diceva. "Se continuo cosìfinirò col consumarmi tutta come una candela. E allora che aspetto avrei?" Cercò d'immaginare che aspetto ha la fiamma di una candela quando si è spentama a dire il vero non le sembrava di aver mai visto una cosa di questo genere.

Dopo un po'visto che non succedeva più nientedecise di andare subito nel giardino. Ma che sfortuna! Quando si trovò dinanzi alla portasi accorse che aveva dimenticato la chiave d'oro. Allora ritornò verso il tavoloma si accorse che non arrivava più a prenderla. Vedeva benissimo la chiave attraverso il vetro e fece molti tentativi per arrampicarsi lungo una gamba del tavoloma scivolava sempre. Dopo aver provato diverse volte si sentì così stanca che si mise a sedere per terra e cominciò a piangere.

"Ma perché piango? Non serve proprio a niente!" disse fra sé Alice. E dopo un po'con un tono decisoaggiunse: "Ti consiglio di smetterla immediatamente".

Di solito Alice si dava degli ottimi consigliperò poi li seguiva raramente. Qualche volta arrivava perfino a sgridare se stessacosì severamente da farsi venire le lacrime agli occhi. Un giorno tentò addirittura di tirarsi gli orecchi perché aveva provato a imbrogliare sui punti durante una partita a palla tra lei e lei stessa. Infatti questa strana bambina pretendeva a volte d'essere due persone.

"Ma ora" pensava la povera Alice "non mi servirebbe a niente fingere d'essere due persone. Di me è rimasto tanto pocoche basta appena a fare una sola persona che si rispetti!" D'un tratto si accorse di una scatoletta di vetro che era sotto il tavolo. L'aprì e ci trovò un pasticcino sul quale era scritto con lettere di crema: "MANGIAMI" "Va bene" si disse Alice. " Lo mangerò ese mi farà crescerevuol dire che riuscirò a pigliar la chiave; se invece mi renderà ancora più piccolapasserò sotto la porta. In qualunque modo entrerò nel giardino e non m'importa di quello che succederà dopo".

Addentò un boccone e si chiese ansiosa: "Come diventocome divento?" Si teneva la mano sulla testa per sentire se la sua statura crescevama restò molto sorpresa quando si accorse che era sempre la stessa.

Come tutti sannonon succede mai niente di strano quando si mangia un pasticcino. Alice però s'era ormai abituata a vedere solo cose straordinarie: adesso che andava tutto nella maniera normalese ne sentiva veramente delusa.

Intanto continuò a mangiare e poco dopo il pasticcino era finito.

 

 

 

CAPITOLO 2

 

UN LAGO DI LACRIME

"Stranissimomolto stranissimo" gridò Alice (era tanto meravigliata che in quel momento dimenticò perfino la grammatica). "Adesso mi sto allungando come il più lungo telescopio che sia mai esistito! Addiopiedi!" Infattiquando guardò in giùi suoi piedi le sembrarono sparire dalla vistatanto si allontanavano da lei! "Ohpoveri piedi miei! Chi vi metterà adesso le calze e le scarpe? Io non ci riusciròne sono certa. Sarò troppo lontana per potermi curare di voi. Vi dovrete adattare come potrete... Però devo pensare anche a loro"disse Alice tra sé "altrimenti non vorranno andare dove voglio io!

Vediamo un po': gli regalerò un paio di scarpe nuove tutti gli annia Natale".

Così si mise a pensare in che modo avrebbe potuto dar loro le scarpe.

"Le spedirò per posta" pensò. "Sarà buffo davvero mandare dei regali ai propri piedi! Immaginatevi l'indirizzo:

All'Illustrissimo Piede Destro di AliceTappeto Davanti al Caminetto (presso il Parafuoco) (CON LE ESPRESSIONI DELL'AFFETTO DI ALICE).

Povera meche cose stupide sto dicendo!" In quel momento la sua testa urtò contro il soffitto. Aveva raggiunto ormai una statura di quasi tre metri e forse anche di più. Prese la chiave d'oro e si precipitò verso la porta del giardino.

Povera Alice! Questa volta non poteva far altro che buttarsi per terra e dare un'occhiata al giardino: non c'era speranza di poter attraversare la porta. Allora si mise a sedere e ricominciò a piangere.

"Ti dovresti vergognare di te stessa!" disse Alice. "Una bambina grande come te" (adesso aveva proprio ragione di dirlo) "che piange in questo modo! Smettila subitote lo ordino!" Però non smetteva lo stesso e versava lacrime su lacrimefinché intorno a lei si formò un vero laghetto che arrivava fino a metà della sala ed era profondo quasi dodici centimetri.

Dopo un po' Alice sentì un rumore di passi molto leggeri e non troppo distanti. Si asciugò gli occhi in fretta e vide arrivare il Coniglio Biancotutto elegantecon un paio di guanti bianchi in una mano e un grosso ventaglio nell'altra. Camminava in fretta e diceva fra sé: "La Duchessa! La Duchessa! Come sarà arrabbiata perché l'ho fatta aspettare!" In quel momento Alice si sentiva così disperata che era pronta a chiedere l'aiuto di chiunque. Perciòquando il Coniglio le passò vicinoprovò a dire timidamentea bassa voce: "per piaceresignore..." Ma alle sue parole il Coniglio ebbe un sussultolasciò cadere i guanti e il ventaglio e fuggì a tutta velocitàperdendosi nel buio.

Alice raccolse i guanti e il ventaglio epoiché nella stanza faceva un gran caldocominciò a sventolarsi. Intanto diceva fra sé: "Dio mioquante cose strane succedono oggi. Invece ieri tutto andava liscio. Che sia stata scambiatastanotte? Vediamo un po': quando mi sono alzatastamattinaero sempre la stessa? A ripensarci mi sembra di ricordare che mi sentivo un po' diversa... Ma se non sono la stessaallora devo chiedermi: chi sono? EccoQUESTO è il grande problema!" Alice cominciò a pensare a tutte le bambine della sua età che conoscevaper vedere se poteva essere stata scambiata con una di loro.

"Sono certa di non essere Ada" disse. "Lei ha tutti i capelli ricci e lunghi mentre io di riccioli non ne ho affatto. Sono anche certa di non essere Mabelperché io so tante cose e lei... sìinsommalei ne sa veramente poche! E poiLEI è lei e io sono IOe... povera meche confusione! Vediamo se so ancora tutte le cose che sapevo prima:

quattro per sette... Nobasta! Non arriverò mai a ventiin questo modo! Però la tavola pitagorica non ha molta importanza. Proviamo la geografia: Londra è la capitale di ParigiParigi è la capitale di Roma e Roma... nonoè tutto sbagliato! Sono sicura che non è così!

Vuol dire che sono stata scambiata con Mabel! Vediamo se ricordo quella poesia che dice: "Il piccolo Coccodrillo"". Incrociò le mani sul grembocome se stesse ripetendo la lezionee cominciò la poesia.

La sua voce era stranaprofonda: le parole le venivano in un modo completamente diverso dal solito:

"Il piccolo coccodrillo che se ne va tutto arzillo con la sua coda bagnata sporca la scala dorata.

E con le unghie e coi denti afferra i pesci imprudenti:

prima stringe le mascelle e poi ride a crepapelle".

"Non sono queste le parole giustene sono proprio sicura" disse Alice. Allora i suoi occhi si riempirono un'altra volta di lacrime.

"Devo proprio essere Mabel. Bisognerà che vada ad abitare nella sua casa e così non avrò più i giocattoli. E chissà quante lezioni sarò costretta a imparare! Noho deciso: se sono Mabelresterò qui per sempre. E' inutile che mettano la testa in questo buco e dicano:

"Torna sutesoro!" Io guarderò in alto e chiederò: "Chi sono? Ditemi prima chi sono: se mi piacerà d'essere quella che voi diteverrò su.

Altrimenti resterò quaggiù ad aspettare di essere diventata un altra..." Però"gridò Alice scoppiando in lacrime improvvisamentefiniranno davvero per mettere la testa in questo buco? Sono veramente stufa di stare qui tutta sola!Mentre diceva cosìsi guardò le mani e restò assai meravigliata nel vedere chementre parlavasenza accorgersenes'era infilato uno dei guanti bianchi del Coniglio. "Come ho fatto a infilarmelo?" si chiese.

"Si vede che sono diventata di nuovo piccola".

Si alzò e si diresse verso il tavolo per misurarsi e rendersi conto dell'accaduto. Così si accorse che la sua statura era adesso ridotta a quasi mezzo metro e continuava a diminuire a vista d'occhio. Si rese subito conto che la causa di tutto era il ventaglio che teneva nella mano e lo lasciò cadere in frettaappena in tempo per evitare di sparire completamente.

"Me la sono cavata per poco!" disse Aliceancora tutta spaventata per quell'improvviso cambiamentoe contenta di esistere ancora. "E ora andiamo nel giardino!" In tutta fretta s'avviò verso la porta; ma era veramente una disdetta!

La porta appariva chiusa di nuovo e la chiave d'oro era ancora sul tavolo di vetrocome prima.

"Andiamo peggio di prima!" pensò la povera bambina. "Non sono mai stata piccola come adessomai! Sono troppo sfortunataecco!" Aveva appena finito di parlare quando le scivolò un piede esplash!in un attimo si trovò immersa nell'acqua salata fino al mento. Il suo primo pensiero fu chechissà comedoveva esser caduta in mare. "In questo casoposso tornare indietro in ferrovia" pensò.

(Alice era stata al mare una volta sola e s'era convinta chesu qualsiasi spiaggia si vadavi si trovano immancabilmente dei bambini che scavano la sabbia con le palette di legnouna fila di villette edietro di questela stazione ferroviaria.) Presto dovette accorgersiperòche era caduta nel laghetto di lacrime che lei stessa aveva versato quand'era alta tre metri.

"Vorrei non aver pianto tanto!" disse Alicementre nuotava per raggiungere la riva. "Sarebbe terribile se dovessi annegare nelle mie stesse lacrime! Questa sì che sarebbe una cosa strana. Del restotutto quello che mi succede oggi è molto strano".

Proprio allora sentì qualcuno che si dibatteva lì vicino e gli andò incontro a nuoto per vedere di cosa si trattava: in un primo tempo l'animale che nuotava accanto a lei le sembrò un tricheco o un ippopotamo; ma poi si ricordò di essere molto piccola e allora si rese conto che si trattava di un Topo cheappunto come leiera scivolato nello stagno.

"Mi conviene rivolgere la parola a questo Topo?" si domandò Alice.

"Quaggiù tutto è così straordinario che non sarei affatto meravigliata se il Topo dovesse parlare. In ogni modoè sempre bene provare". E cominciò: "Sentio Topo: sai dirmi la via per uscire da questo lago?

Sono stanca di nuotare qua intorno! O Topo!" (Alice pensava che fosse questa la maniera più adatta per parlare a un topo. Non aveva mai fatto una cosa del genere prima d'allorama ricordava di aver letto nella grammatica di latino di suo fratello: il topo - del topo - al topo - il topo - o topo!). Il Topo la guardò incuriosito e Alice ebbe l'impressione che ammiccasse con uno dei suoi occhietti. Però il Topo non disse nulla.

"Forse non capisce la lingua" pensò Alice. "Che sia un topo francese venuto qui al seguito di Guglielmo il Conquistatore?" (Alice aveva una profonda conoscenza della storiaperò non riusciva a rendersi conto esattamente di quanto tempo prima si fosse verificato un avvenimento).

Allora provò a dire: "Où est ma chatte?" Infatti questa era la prima frase del suo libro di francese. A sentirla il topo fece un balzo fuori dall'acqua e cominciò a tremare per lo spavento. "Ohscusami tanto!" esclamò Alice in tutta fretta e pentitaperché temeva molto di aver ferito i sentimenti del povero animale. "Avevo proprio dimenticato che i gatti non debbono piacerti".

"Non mi piacciono i gatti!" gridò con voce stridula e piena di emozione il Topo. "A te piacerebbero i gattise fossi al mio posto?".

"Behforse no" disse Alice con voce conciliante. "Però non arrabbiarti per questo. Eccovorrei farti conoscere la mia Dina.

Scommetto chese la vedessicominceresti ad avere più simpatia per i gatti. E' così carapiccola e graziosa..." Adesso Alice parlava quasi fra sémentre nuotava pigramente. "Se ne sta a fare le fusa accanto al fuocosi lecca le zampettesi lava il muso! E' una cosa tutta morbidagraziosa... ed è veramente svelta ad acchiappare i topi!...

Ohscusa!" esclamò di nuovo Aliceperché questa volta il Topo aveva rizzato tutti i peli e si vedeva chiaramente che era rimasto offeso.

"Non parleremo più di questose preferisci così!" "Non parleremo!" gridò il topo che tremava dai baffi alla punta della coda. "Come se fosse possibile che IO discorressi anche una volta sola di un argomento di questo genere! La nostra famiglia ha sempre ODIATO i gatti: sono disgustosimeschinivolgari! Non voglio sentirne neppure pronunciare il nome!" "Neppure io" disse Alice e cercò in tutta fretta di cambiare argomento di conversazione. "Ti piacciono... ti piacciono... i... i... cani?" Siccome il Topo non rispondevaAlice continuò sicura di sé: "Ce n'è unovicino a casa nostratanto piccolo e carino che mi piacerebbe proprio fartelo vedere! Saiè un terrier che ha sempre gli occhi lucidi e un pelo lungobrunoricciuto! Corre sempre a riprendere le cose che uno gli getta! Poi si mette a sedere e aspetta la sua cena.

Insommasa fare tante cose che io non ne ricordo neppure la metà. E saiè di un contadino: lui dice che è molto utile e non lo venderebbe neppure per cento sterline! Dice che ammazza tutti i topi e... oh povera me!" esclamò Alice addolorata. "Ci sono cascata di nuovo. Ti ho offeso?" Ma il topo ormai s'era allontanato a nuotopiù svelto che potevatanto che l'acqua era agitata come se ci fosse una tempesta.

Alice lo chiamava dolcemente: "Topolinotopolino caroritornati prego: non parlerò più né di gatti né di canise tu non vuoi".

A queste parole il Topo si voltò e cominciò a nuotare lentamente verso di lei; aveva il muso pallido ("di rabbia" pensò Alice) e con voce bassa e tremante disse: "Andiamo a riva e ti racconterò la mia storia.

Allora capirai perché odio i gatti e i cani".

Ormai era giunto il momento di uscire dal laghettoche cominciava a popolarsi di uccelli e di animali d'ogni generecaduti lì dentro.

C'era un'Anatraun Dodoun Pappagalloun Aquilotto e diverse altre strane creature. Alice si mise alla testa della comitiva e tutti insieme nuotarono verso la riva.

 

 

 

CAPITOLO 3

 

LA CORSA CONFUSA E UN RACCONTO CON LA CODA

Era davvero una strana compagnia quella che si raccolse sulla riva:

uccelli con le penne inzuppateanimali con i peli appiccicatigrondavano tutti acqua e parevano tristi e sconsolati .

Il primo problema da risolvere eraa parere di tuttidi trovare il modo d'asciugarsi. Tennero sull'argomento una specie di consiglio e dopo pochi minuti Alice parlava già con un tono naturale e familiare a tutti quegli animalicome se li avesse sempre conosciuti. Ebbe perfino una lunga discussione col Pappagalloil quale appariva infuriato e seguitava a ripetere: "Io sono più vecchio di lei e conosco il mondo meglio di lei".

Su questo puntoperòAlice non era disposta a cedere senza almeno sapere che età avesse il Pappagallo. Ma siccome la bestia si rifiutava assolutamente di dirlala discussione venne troncata.

Alla fine il Topoche sembrava una persona autorevolechiamò tutti a raccolta e disse: "Sedetevi e ascoltatemi! Presto sarete tutti asciuttiperché adesso penserò IO a seccarvi!" Tutti si sedettero in circolo intorno al Topo: Alice teneva gli occhi fissi e attenti su di lui perché sentiva che si sarebbe presa un bel raffreddore se non si fosse asciugata subito. "Ehm!" cominciò il Topo dandosi una certa importanza. "Siete tutti pronti? Questo è il tono più asciutto che conosca. Silenzio tuttiprego. Guglielmo il Conquistatorela cui causa era favorita dal Papa in personasottomise rapidamente gli inglesii quali mancavano di capi e si erano ormai abituati alle usurpazioni e alle conquiste. A loro voltaEdvino e Moreari conti di Mercia e Nortumbria..." "Uh!" disse il Pappagallo con un brivido.

"Scusi"disse il Topo aggrottando le sopraccigliama molto educatamenteche cosa ha detto?Io nientesi affrettò a rispondere il Pappagallo.

"Mi era sembrato" disse il Topo "che lei avesse parlato. Allora continuo. Come vi dicevosignoriEdvino e Morcari conti di Mercia e di Nortumbriasi dichiararono favorevoli a lui; anche Stigandil patriottico arcivescovo di Canterburytrovò ciò consigliabile..." "Trovò che cosa?" domandò l'Anatra.

"Trovò ciò" rispose il Topopiuttosto seccato. "Immagino che il signore sappia che cosa significa "ciò"".

"So benissimo che cosa significa "ciò"quando si riferisce a una cosa" disse l'Anatra. "Per esempioio posso trovare un ranocchio oppure un verme. Ma adesso il problema è di sapere che cosa trovò l'arcivescovomi pare".

Il Topo fece finta di non aver sentito la domanda e si affrettò a continuare: "Trovòripetoche era consigliabile andare con Edgardo Atheling a incontrare Guglielmo per offrirgli la corona. Ma se la condotta di Guglielmo fu dapprima moderatal'insolenza dei Normanni... Come ti senti adessocara?" domandò rivolto ad Alice.

"Bagnata come prima" rispose malinconica Alice. "Sembra che questa storia non mi secchi affatto".

"In tal caso"disse solennemente il Dodoalzandosi in piedipropongo che la seduta si aggiorni per l'immediata adozione di più drastici provvedimenti...Parla chiaro!disse l'Aquilotto. "Non ho capito neanche la metà di tutte queste parole difficili e sono sicuro che non le capisci nemmeno tu!" L'Aquilotto abbassò la testa per nascondere un sorriso malizioso; fra gli altri uccelli ci fu addirittura qualcuno che sghignazzò apertamente.

"Quello che volevo dire" continuò il Dodo "è che la cosa migliore per asciugarsi sarebbe una "corsa confusa"".

"Che cos'è una "corsa confusa"?" domandò Alice; in realtà non aveva molta voglia di saperloma dato che il Dodo aveva fatto una pausacome se pensasse che qualcuno dovesse a questo punto chiedere spiegazionis'era fatta avanti. D'altra parte non c'era nessun altro che avesse accennato a parlare.

"Ecco"disse il Dodo "la maniera migliore per spiegare che cos'è una "corsa confusa" è di farla".

(Vi ripeterò tutto quello che fece il Dodo perché so che potrebbe piacere anche a voiin uno di questi giorni d'invernodi provare la "corsa confusa").

Prima di tutto il Dodo tracciò i limiti di un campo quasi circolare ("non importa se non è un cerchio preciso" disse). Poi tutta la compagnia fu disposta in fila lungo la linea. Nessuno gridò: "Unoduetrevia!" Ognuno cominciava a correre quando gli pareva e smetteva quando ne aveva voglia. Perciò non fu facile capire quando la corsa fosse finita. In ogni casodopo che ebbero corso per quasi mezz'oraquando ormai tutti erano perfettamente asciuttiil Dodo improvvisamente gridò: "La corsa è finita!" Tutti s'affollarono intorno a lui col fiato grosso e gli chiedevano: "Allorachi ha vinto?" Per poter rispondere a questa domandail Dodo dovette riflettere a lungo. Perciò se ne stette seduto per molto tempo e teneva il dito premuto sulla frontenell'atteggiamento in cui di solito vediamo ritratto Shakespeare. Intanto tutti gli altri aspettavano in silenzio.

Alla fine il Dodo alzò il capo e disse: "OGNUNO ha vinto e tutti meritano un premio".

"Ma i premi chi li dà?" chiesero gli altri in coro.

"LEInaturalmente" rispose il Dodo indicando Alice. Allora l'intera comitiva si affollò intorno ad Alice gridando con una grande confusione: "I premii premi!" Alice non sapeva cosa fare. Disperata si mise la mano in tascatirò fuori una scatola di confetti (per fortuna l'acqua salata non c'era entrata) e li distribuì come premi. Ce n'erano abbastanza per fare uno a testa.

"Ma anche lei deve avere il premio" fece notare il Topo.

"Naturalmente" rispose il Dodo con aria pensosa. Poi si rivolse ad Alice: "Che altro hai in tasca?" "Solo il ditale" rispose triste Alice.

"Dammelo" disse il Dodo.

Ancora una volta si affollarono tutti intorno ad Alice mentre il Dodo le consegnava solennemente il ditale con queste parole: "A nome di tutti noiti prego di voler accettare questo elegante ditale".

Tutti applaudironoquando il Dodo finì il suo discorso. Alice pensò che era tutto assurdoma siccome gli altri apparivano compunti per la solennità dell'occasionetrattenne il riso. Anzifece un inchino enon riuscendo a trovare niente da direprese il ditale con aria solenne. Poi tutti cominciarono a mangiare i confetti e questo fatto provocò un po' di rumore e di confusione.

Gli uccelli grandi si lamentavano perché i confetti erano così piccoli che non ne avevano neppure sentito il sapore; gli uccelli piccoliinvecesoffocavano e bisognava batterli forte sulla schiena. A ogni modotutto finì per il meglio e la comitiva si mise di nuovo a sedere in circolo e tutti pregarono il Topo di raccontare ancora qualche storia.

"Hai promesso di raccontarmi la tua storiati ricordi?" disse Alice.

"Devi spiegarmi perché odi i C. e i G." aggiunse in un sussurroper paura di offenderlo di nuovo.

"La mia non è una di quelle storie senza capo né coda: è lunga e triste" disse il Topo con un sospirovolgendosi verso Alice.

"Lo so che la coda è lunga" disse Alicela quale non aveva capito bene. "Ma perché poi è triste?" E continuò a porsi questa domandamentre il Topo parlava. Così non capì quasi niente del suo raccontodi cui le rimasero impresse soltanto alcune parole:

"Furia disse a un topolino che trovò nello stanzino:

"Sei chiamato in tribunale per aver agito male Presto! E non ti rifiutareche non ho nulla da fare''.

Disse il topo:

''Mio signore!

non avrà nessun valoreun processo celebrato senza Giudice e Giurato".

"Beneil Giudice son io'' disse il cane.

E farò io anche il teste e il Giurato.

Così tutto è sistemato.

Giustamente a mortetu sarai condannato".

"Ma tu non mi segui!" disse a un tratto il Topo ad Alicecon tono di rimprovero. "A che pensi?" "Ti chiedo scusa" rispose Alice umilmente. "Mi ero un po' distratta".

"Lo noto!" gridò il Topoarrabbiato.

"Un nodo?" disse Alice. Credeva che il Topo si fosse fatto un nodo alla coda e desiderava rendersi utile. "T'aiuto io a scioglierlo!" "Non permetterò una cosa simile!" disse il Topoalzandosi per andar via. "Mi stai insultandocon tutte le cose stupide che dici".

"Non volevo far questo" disse implorante la povera Alice. "Però tu ti offendi per nientelo sai!" Il Topo rispose con un brontolio.

"Per favoreritorna. Finisci la tua storia!" gridò Alice verso di lui. Ma il Topo si limitò a scuotere la testa e affrettò il passo.

"Se n'è andatoche peccato!" sospirò il Pappagallo non appena il Topo fu scomparso. Allora un vecchio Granchio approfittò dell'occasione per dire alla figlia: "Questo ti serva di lezionemia cara: impara a non perdere la calma".

"Ma smettilamamma" rispose con voce spazientita il piccolo granchio.

"Tu faresti perdere la pazienza perfino a un'ostrica!" "Se almeno avessi qui la mia Dina" disse ad alta voce Alicesenza rivolgersi a nessuno in particolare. "Ci riporterebbe subito il Topo indietro. Credetemi".

"E chi è questa Dinase posso permettermi la domanda?" chiese il Pappagallo.

"E' la mia gatta" s'affrettò a rispondere Alicetutta contenta di poter parlare della sua beniamina.

"Dovreste vedere com'è brava ad acchiappare i topi! Non potete nemmeno immaginarvelo! E come sa dare la caccia agli uccelli! Fa appena in tempo a vedere un uccellino che già se l'è mangiato".

Queste parolecome c'era da aspettarsidiffusero un certo disagio nella comitiva. Alcuni uccelli si affrettarono a sparire immediatamente. Una vecchia Gazza si avvolsepiena di sussiegonelle sue ali nere e disse: "Sarà meglio che me ne vada a casa: l'aria della sera non fa bene alla mia povera gola". Una Canarina si mise a chiamare con voce tremante i suoi piccoli: "Sumiei caria casaa casa. Lo sapete che a quest'ora dovreste essere già a letto da un pezzo".

A uno a uno se ne andarono tutticoi pretesti più stranie alla fine Alice si ritrovò solaancora una volta sola.

"Era meglio se non nominavo Dina!" diceva malinconicamente fra sé.

"Sembra veramente che qui nessuno la veda di buon occhio: eppure è la gattina più cara del mondo! Oh mia cara Dina! Chissà se ti rivedrò ancora".

A questo punto la povera Alice ricominciò a piangereperché si sentiva sola e sconsolata. Dopo un po' udì di nuovo un rumore di passi lontani e alzò gli occhi ansiosi perché sperava che il Topo avesse cambiato idea e tornasse per finire il suo racconto.

 

 

 

CAPITOLO 4

 

UN COMPITO PER IL CONIGLIO

Era il Coniglio Biancoche tornava indietro affannato e scrutava con attenzione il pavimentocome se avesse perso qualcosa. Alice lo sentì borbottare: "La Duchessa! La Duchessa! Povere zampe mie! Povera pelliccia mia e baffi miei! Mi farà decapitarecom'è vero che le donnole sono donnole! Ma dove posso averli perduti?".

Alice capì subito che egli cercava il ventaglio e i guanti bianchi di pelle di capretto. Perciò molto educatamente si mise anche lei a cercarlima non riuscì a vederli in nessun posto... Sembrava chedopo la sua nuotata nello stagnotutto fosse cambiato. La grande salail tavolino di vetro e la porticina erano svaniti.

Il Coniglio non tardò molto ad accorgersi di Alicela quale continuava a cercare i guanti. Non appena la videle disse con voce aspra: "AlloraMariannache FAI qui? Corri subito a casa e portami un paio di guanti e un ventaglio! Svelta!".

Alice restò così intimidita che corse subito nella direzione indicata dal Coniglio e non tentò neppure di spiegare l'equivoco.

"Mi ha scambiata per la sua cameriera" diceva mentre correva. "Come resterà sorpreso quando saprà chi sono! Ma è meglio che il ventaglio e i guanti glieli porti. Naturalmentese li troverò".

Intanto era arrivata di fronte a una casetta biancasulla cui porta luccicava una targhetta d ottone che portava un nome: "CONIGLIO B.".

Entrò senza bussare e si precipitò per le scale. Aveva paura d'incontrare la vera Mariannache l'avrebbe senz'altro scacciata di casa e non le avrebbe dato il tempo di cercare il ventaglio e i guanti.

"E' ridicolo fare la cameriera di un Coniglio!" si diceva Alice.

"Speriamo che anche Dina un giorno o l'altro non pretenda che mi metta al suo servizio!" Così cominciò a fantasticare sulle cose che sarebbero successe.

"Signorina Alice! Venga qui subito e si prepari per la passeggiata!" "Vengosignorina istitutrice! Un momento solo! Devo far la guardia a questa tana di topi finché Dina non torna. Guai se il topo scappa!" "Non credoperò"concluse Alice "che permetterebbero a Dina di restare in casa se si mettesse a dare ordini alla gente".

Intanto era arrivata in una graziosa cameretta dove c'era un tavolo accanto alla finestra (come lei aveva sperato) e su di esso vide un ventaglio e due o tre paia di piccoli guanti bianchi di capretto.

Alice immediatamente li raccolse e stava già per uscire dalla stanzaquando i suoi occhi caddero sullo specchioaccanto al quale si trovava una bottiglietta.

Questa volta non c'era nessuna etichetta con su scritto "BEVIMI"; ma Alice la stappò lo stesso e la portò alle labbra. "Senza dubbio mi succederà QUALCOSA d'interessante"diceva tra sé "come ogni volta che mangio e bevo qualcosa. Vediamo che cosa mi farà questa bottiglia. Io spero che mi faccia crescere. Sono stufa di essere sempre così piccola".

Fu proprio così. Prima di quanto lei stessa credessequando non aveva ancora bevuto mezza bottigliettasi trovò con la testa sotto il soffitto. Allora piegò il collo in tutta fretta per non farsi male.

Intanto posò la bottiglietta. "Basta così..." disse "spero di non crescere di più... ma intanto... alta come sono adesso non potrò neppure più uscire dalla porta... Se non avessi bevuto tanto!" Ormai era troppo tardi! Alice continuava a crescerea crescere. Si sdraiò sul pavimentoma un attimo dopo la stanza non bastava più a contenerla. Allora provò a distendersi: appoggiò un gomito alla porta e piegò l'altro braccio sulla testa. Ma cresceva ancora. Non le restava che mettere un braccio fuori dalla finestra e ficcare un piede nella cappa del camino. "Adesso non posso fare nient'altroqualsiasi cosa succeda" sospirava. "Che SUCCEDERA' di me?".

Per fortuna la bottiglietta magica aveva finito di fare il suo effetto. Alice smise di crescerema questo non poteva esserle molto di conforto. Non c'è da meravigliarsi se Alice si sentiva molto sfortunata. A stare alle apparenzeinfattiche possibilità c'eraper leidi uscire da quella stanza?

"Come stavo bene a casa mia!" pensava la povera bambina. "Là non si diventava a ogni momento grandi o piccoli. E neanche ci sono topi o conigli che vengono a darvi ordinicome se fosse una cosa naturale.

Non avrei dovuto seguire il Coniglio nella tana... Eppure... eppure...

in fondo questo genere di vita è abbastanza curioso. Vorrei sapere che cosa potrà succedermi ancora! Quando leggevo le storie delle fate pensavo che cose di questo genere non potessero accadere mai e adesso invece mi ci trovo proprio in mezzo! Bisognerebbe scriverlala mia storia! Bisognerebbe proprio! Quando crescerò la scriverò io... ma...

io sono cresciuta"aggiunse con voce lamentosa "e QUI non c è proprio spazio per crescere ancora!" "Ma allora"continuò Alice "non diventerò MAI più vecchia di come sono adesso? Da un certo punto di vista non è malenon diventare vecchi... Sìma avrei sempre da studiare le lezioni! QUESTO non mi piace proprio!" "Stupida d'una stupida!" disse subito dopo. "Come faresti a studiare le lezioni qui? C'è appena spazio per TE e vorresti che ci fosse posto per i libri?" Continuava cosìsostenendo una volta una parte e una volta l'altra parte del dialogoin una animata discussione con se stessaquando sentì una voce di fuori che chiamava.

"Marianna! Marianna!" diceva la voce "portami i guanti subito". Un istante dopo si udì sulle scale un rumore di passi leggeri. Alice capì che il Coniglio saliva per cercarla e rabbrividìdimenticando che era mille volte più grande del Coniglio e quindi non aveva nessuna ragione per temerlo. Per la paurafece tremare tutta la casa.

Intanto il Coniglio arrivò fino alla porta e cercò di aprirla. Però la porta si apriva dal di dentro e il gomito di Aliceche vi poggiava controimpedì che il tentativo del Coniglio riuscisse. Alice sentì la bestiola che diceva: "Ora proverò dalla finestra!".

"QUESTO poi no!" pensò Alice. Restò in attesafinché le sembrò di udire il Coniglio muoversi sotto la finestra: allora agitò il braccio nell'ariacome se cercasse d'afferrare qualcosa. Non afferrò nullainvece. Sentì solo un gridouna caduta eun attimo dopoun rumore di vetri rotti. Alice pensò che il Coniglio fosse caduto su una serra.

Un istante dopo le giunse una voce infuriata: era quella del Coniglio.

"Pat! Pat! Dove sei?" Un'altra voceche Alice non aveva mai sentito primarispose: "Sono qui! Sto cogliendo le meleEccellenza".

"Sta cogliendo le melelui!" disse il Coniglio con una voce arrabbiata. "Vieni qui! Tirami fuori da QUI!" (Si udì un nuovo rumore di vetri infranti).

"AdessoPatdimmi: che c'è a quella finestra?" "Un braccioun braccioEccellenza" (Pronunciò solo "Cellenza").

"Un braccio... stupido! Dove mai s'è visto un braccio così grosso?

Occupa tutta la finestra!" "Lo soEccellenzama è proprio un braccio".

"Va beneallora. Comunque quello non è il suo posto: toglilo di lìvai". Seguì un profondo silenziointerrotto ogni tanto da un bisbiglio che veniva ora dall'uno e ora dall'altro dei due interlocutori. Dicevano press'a poco: "Non ne ho vogliaEccellenza.

Non ne ho voglia". E l'altro: "Vigliaccofa' quello che ti dico".

Finalmente Alice allargò la mano e l'agitò di nuovo in aria. Questa volta furono DUE piccoli gridi e anche il rumore dei vetri rotti fu maggiore. "Quante serre debbono avere!" pensò Alice. "Vorrei sapere che faranno adesso. Vorrei proprio che riuscissero a tirarmi fuorifosse pure dalla finestra! Non starei qui un istante di piùlo giuro!" Per qualche tempo non si sentì niente. Poid'un trattofu possibile avvertire il rumore delle ruote di un carretto e il suono confuso di diverse voci. Alice riuscì appena a distinguere qualche frase: "Dov'è l'altra scala?" "Ma io dovevo portarne solo una".

"L'altra ce l'ha Bill".

"Billportala quistupido!" "Eccomettetele quiall'angolo" "Nolegale prima".

"Non arrivano neppure alla metà..." "Vedrai che bastanonon fare il piantagrane..." "Billprendi la corda!" "Reggeràil tetto?" "Attento alle tegole! Si muovono".

"Cadecade!" "Attenti alle teste!" (Un gran tonfo).

"Chi è stato?" "Billcredo".

"Chi si cala giù per il camino?" "Noio no! Vacci TU!" "Ma io non ne ho voglia!" "Bill deve andarci!" "Billil padrone dice che devi calarti giù per il camino!" "AhBill dovrà venire giù per il camino! A quanto parebuttano tutto sulle spalle di quel poveretto! Non vorrei essere nei suoi panni davvero. La cappa è strettaperò un calcio posso ancora tirarlo" disse Alice.

Abbassò il più possibile la gamba infilata nel camino e aspettò fin quando sentì un animaletto (non capì di che specie fosse) che scendeva per la cappa strisciando e urtando contro le pareti.

"Questo è Bill" si disse Alicee dette un calcio secco. Poi rimase in attesa di quello che sarebbe successo. La prima cosa che udì fu un coro di esclamazioni confuse: "Ecco Bill!" "Guardaè Bill!" Poi distinse la voce del Coniglio: "Pigliateloè laggiù vicino alla siepe!" Ci fu un gran silenziopoi un'altra confusione di voci...

"Alzagli la testa!" "Un cognacpresto!" "Non lo soffocate!" "Com'è andata? Che è successo?" "Parla!".

Allora Alice udì una vocina flebile e stridula. ("Questo è Bill" pensò Alice). "Graziegrazie... Non saprei... Bastagrazieora sto meglio... Sono troppo sconvolto per spiegare... So solo che qualcosa come un burattino a molla mi si è gettato contro e mi ha scaraventato fuori del camino come un razzo".

"Poveretto! Davvero?" fecero eco gli altri.

"Non ci resta che bruciare la casa" propose la voce del Coniglio.

DisperataAlice gridò allora con tutto il suo fiato: "Se lo fatevi farò prendere da Dina!" Seguì un silenzio mortale.

"Che faranno adesso?" si chiedeva Alice. "Se avessero un po' di buon sensoscoperchierebbero la casa".

Dopo un minuto o due la confusione delle voci ricominciò. Alice udì il Coniglio che diceva: "Per cominciare basterà una carriola".

"Una carriola di CHE?" pensava Alice. Ma non ebbe molto tempo per domandarselo. Subito una pioggia di sassolini picchiò contro la finestra: alcuni la colpirono sul viso. "Bisogna che la smettano" si disse. E gridò: "Sarà meglio per voi che la smettiate!" Il grido provocò un nuovo pesante silenzio per un po' di tempo.

Intanto Alice si accorse con sorpresa cheuna volta caduti sul pavimentoi sassolini si erano trasformati in paste. Allora le venne un'idea luminosa: "Se mangio una di queste pasteci sarà certamente un nuovo cambiamento nella mia staturae siccome non è possibile che diventi ancora più grandeè evidente che dovrò diventare più piccola".

Ingoiò una pasta e fu felice di vedere che rimpiccioliva a vista d'occhio. Non appena fu tanto piccola da poter passare per la portauscì di corsa dalla casa.

Davanti alla casa c'era un assembramento di animaletti e di uccellitutti in agitazione. Al centro c'era Billuna povera Lucertola. Due Porcellini d'India lo sostenevano e gli facevano sorseggiare qualcosa da una bottiglietta. Non appena Alice comparve sulla sogliatutti fecero un balzo verso di lei. Alicepiù rapida del ventocorse via e si trovò ben presto in salvo nel folto di un bosco.

Adesso Alice errava per il bosco. "La prima cosa da fare" si diceva "è di riacquistare la mia vera statura. Poi devo ritrovare la via che porta a quel meraviglioso giardino. Questo è il piano migliore".

Senza dubbio questo era un piano eccellentesemplice e davvero ben congegnato. C'era solo una difficoltà: che Alice non aveva la più piccola idea di come realizzarlo. Scrutava ansiosa tra gli alberiin cerca di chissà che cosaquando un guaito le fece volgere di scatto la testa verso l'alto.

Un enorme cucciolo la fissava coi suoi grandi occhi rotondi e cercava di toccarla con una zampa che teneva alzata. "Poveretto!" disse Alicegentile. Tentò con molta fatica di fischiareper farlo stare tranquilloperòper tutto il tempo che rimase accanto al cucciolofu terrorizzata dal pensiero che il cagnolino avesse fame. Allora avrebbe potuto mangiarlamagari mentre lei era intenta ad accarezzarlo.

Alice raccolse un ramosenza quasi rendersi conto di quello che stava facendoe lo porse al cucciolo. Il cagnolino a questo punto fece un balzo da terramugolando festosamentee si precipitò sul ramoscello con tale furia da far credere che volesse dilaniarlo. Aliceper mettersi al sicurosi nascose dietro un grosso cardo. Quando si affacciò dall'altro latoil cucciolo tentò un nuovo balzo verso il ramoscello enella furia di afferrarlocadde con la testa tra le zampe posteriori.

Alice pensava che giocare col cucciolo era per lei pericoloso come giocare con un cavallo da tiro e temeva da un momento all'altro di essere calpestata da quelle grosse zampe. Perciò continuò a tenersi ben nascosta dietro il cardo. Il cucciolointantoaveva stretto attorno a quel ramoscello un vero e proprio assedio. Era un assedio senza regolefatto di corse precipitose e brevi verso l'oggetto del suo interessedi allontanamenti rapidi e improvvisi e di altrettanto improvvisi e rapidi ritorni. Il cucciolo accompagnava questi movimenti con un guaire roco ed affannato. Infineesaustosi acquattò un po' lontano: aveva la lingua penzolonigli occhi socchiusi e sbuffava.

Era il momento propizio per la fuga. Alice prese subito il volo e corsecorse a perdifiatofinché il latrare del cucciolo non si perse in lontananza.

"Peròche bel cucciolo! " disse Aliceappoggiandosi senza fiato a un ramoscello e facendosi vento con una delle foglie. "Quanti bei giochi avrei potuto insegnarglise fossi stata soltanto un po' più grande!

Povera me! Adesso devo crescere di nuovo! Come farò? Credo che dovrò mangiare o bere qualcosama cosa? Questo è il problema".

Senza dubbio il problema grave era questo: cosa mangiare? Alice guardò intorno tra i fiori e i fili d'erbama non riuscì a scorgere niente chein quelle circostanzepotesse essere mangiato o bevuto. Alla fine vide un grosso fungoalto quasi quanto lei. Alice vi guardò sottodi dietroda tutti i lati e le sembrò che fosse arrivato il momento di guardare anche sopra. Si alzò in punta di piedispiò oltre l'orlo del fungo e i suoi occhi incontrarono quelli di un grosso bruco azzurro che se ne stava seduto a braccia consertenel centro del "cappello". Fumava tranquillo in una lunga pipa e si capiva che non era molto disposto ad occuparsi né di lei né di altro.

 

 

 

CAPITOLO 5

 

I CONSIGLI DEL BRUCO

Per qualche istante il Bruco e Alice si guardarono in silenzio. Infine il Bruco si levò di bocca la pipa econ voce languida e assonnatachiese: "E tu chi sei?" Questa non era certamente la maniera più incoraggiante per iniziare una conversazione. Alice rispose con voce timida: "Io... io non lo soper il momentosignore... al massimo potrei dire chi ero quando mi sono alzata stamattinama da allora ci sono stati parecchi cambiamenti".

"Che vuoi dire?" disse il Brucosevero. "Spiegati!" "Mi dispiacesignorema non posso spiegarmi"disse Alice "perché io non sono più io; capisce?" "No" disse il Bruco.

"Mi spiace di non sapermi esprimere più chiaramente"riprese Alice con molta gentilezza "ma non ci capisco niente neppure io. Aver cambiato di statura tante volte in un sol giorno è una cosa che confonde parecchiomi creda".

"Non mi pare" disse il Bruco.

"Forse perché lei non ha ancora fatto la prova" disse Alice. "Ma quando si dovrà trasformare in crisalide - e le capiterà un giorno o l'altro -e poi da crisalide in farfallavedrà che si sentirà un po' confuso anche lei".

"Non tanto" disse il Bruco.

"Be'i nostri modi di vedere sono un po' diversi. IO lo troverei molto strano".

"Tuforse" disse il Bruco con un tono di aperto disprezzo. "E chi sei TU?" La domanda li portò di nuovo all'inizio della conversazione. Alice ormai cominciava ad essere irritata col Bruco per il suo modo asciutto di parlare. Perciò a questa domanda rispose in tono anche più asciutto: "Penso che prima dovrebbe essere LEI a dirmi chi è".

"Perché?" disse il Bruco.

Così sorse un altro problema imbarazzante. E poiché Alice non era in grado di risolvere subito questo problema e il Bruco era in uno stato di GRANDE nervosismogli volse le spalle e si mosse per andarsene.

"Torna qui!" le gridò il Bruco. "Devo dirti una cosa importante!" Era indubbiamente un invito allettante. Alice si voltò e tornò indietro. Il Bruco finalmente parlò.

"Sta' calma!" disse.

"Tutto qui?" rispose Alicecercando di nascondere il suo dispetto.

"No" disse il Bruco.

"In fondoposso anche aspettare" disse Alice. Non aveva altro da fare e poi quell'essere un po' indisponente avrebbe potuto dirleforsequalcosa di veramente interessante. Per qualche istante il Bruco continuò a fumare con aria solenne e senza dire una parola. Alla fine allargò le bracciasi tolse di nuovo la pipa di bocca e chiese:

"Così credi di essere cambiataeh?" "Credo che sia proprio cosìsignore" disse Alice. "Non riesco più a ricordarmi le cose che sapevo... e non riesco neppure a conservare la stessa statura per dieci minuti di seguito".

"Che cosa non riesci a ricordare?" disse il Bruco.

"Tante cose. Per esempioho provato a recitare "Il piccolo Coccodrillo"ma m'è venuto tutto diverso!" rispose la povera Alice con aria avvilita.

"Prova a ripetere "Sei vecchioPapà Guglielmo"" disse il Bruco.

Alicetenendosi una mano nell'altracominciò:

"Perchépapà Guglielmo"disse il figlio "t'ostini a camminare a testa in giù?

La tua chioma è già bianca come un giglioqueste cose non le devi fare più".

Papà Guglielmo disse: "In gioventù temevo di farmi male al cervello.

Ma ora che il cervello non l'ho piùlo facciolo rifaccioed è più bello".

Disse il figlio: "Ho già detto che sei vecchio e tra l'altro ti sei fatto più grasso.

Vieni a vederti davanti allo specchio:

Quando fai le capriole sei uno spasso".

Il vecchio saggio disse: "In gioventù mi mantenevo sempre agile e snello.

Usavo questo unguento. Lo vuoi tu?

Dammi una lira e diverrai più bello".

Il figlio disse: "Sei vecchio e sdentatopuoi mangiare soltanto la pappina.

Perché invece sei tanto esagerato e a pranzo preferisci una gallina?"

Rispose il vecchio: "Come un avvocato discussi sempre con la mogliettina.

E nel parlare mi sono allenato a masticar da sera a mattina".

"Sei vecchio"disse il figlio "non negare:

stanco è il tuo braccioil tuo occhio non brilla.

Come mai sei capace di portare in equilibrio sul naso un'anguilla?"

Disse il padre: "Ho risposto a tre domande e continui a dir cose senza sale.

La tua scemenza sembra tanto grande che ti farei volare per le scale".

"Non va" disse il Bruco.

"Forse non proprio tutto" rispose timida Alice. "Qualche parola non m'è venuta giusta".

"Era tutto sbagliatodal principio alla fine" disse il Bruco con tono convinto.

Seguì un lungo silenzioanche più penoso.

Il primo a parlare fu di nuovo il Bruco.

"Di che statura vorresti essere?" domandò.

"Della statura non m'importa" rispose in fretta Alice. "Ma non è piacevole cambiarla troppo spessolo sa".

"Non lo so" disse il Bruco.

Alice non rispose. Prima d'ora non era mai stata contraddetta tante volte di seguito. Stava per perdere la calma sul serio.

"Come sei orasei contenta?" domandò il Bruco.

"Veramente vorrei essere UN PO' più grande. Se è possibilenaturalmente" disse Alice. "Sette centimetri e mezzo è troppo poco davvero".

"E' un'ottima statura!" disse il Bruco arrabbiato. Mentre parlava si erse in tutta la sua statura (era alto esattamente sette centimetri e mezzo).

"Ma io non ci sono abituata!" disse con voce lamentosa la povera bambina. E pensava: "Questi animali dovrebbero essere meno suscettibili!" "Ti ci abitueraicol tempo" disse il Bruco. Si rimise in bocca la pipa e riprese a fumare tranquillo.

Alice questa volta attese con pazienza che il superbo animale si decidesse a parlare. Dopo un po' il Bruco si tolse di nuovo la pipa di boccasbadigliò due o tre volte di seguito e si stirò tutto. Poi scese dal fungo ementre se ne andava strisciando tra l'erbadisse soltanto: "Un lato ti farà più alta. L'altro più piccina".

"Un lato di che COSA? L'altro lato di che COSA?" pensò Alice.

"Del fungo" le rispose il Brucocome se Alice avesse parlato ad alta voce. Un attimo dopo il Bruco non c'era più.

Alice si voltò pensosa verso il fungo. Stette per un pezzo a domandarsi quali potessero essere i due latidato che il fungo era rotondo. Si trattava di una questione veramente difficile. Alice allargò le braccia intorno al cappello del fungo e ne staccò con le mani alcuni pezzida varie parti.

"Quale sarà quello buono?" si domandava perplessa mentre dava un morsoper fare una provaal pezzo che teneva nella mano destra.

D'un tratto sentì un forte colpo sotto il mento; infatti il mento aveva urtato contro i piedi!

Spaventata per l'improvviso cambiamentoma pensando che non c'era un attimo da perderedato che continuava rapidamente a rimpicciolireAlice s'affrettò a mordere l'altro pezzo. Il mento era ormai tanto attaccato ai piedi cheper aprire la bocca soltanto un po'Alice dovette fare uno sforzo doloroso. Però vi riuscì e inghiottì il pezzo di fungo che teneva nella mano sinistra.

"Finalmentela mia testa è libera!" disse Alice contenta. Ma la sua felicità si mutò subito in apprensione quando si accorse che non riusciva più a vedere dove fossero finite le sue spalle. Guardando in giù vide soltanto un collo lunghissimo: esso sembrava levarsi come un alto fusto sopra un mare di foglie verdiche parevano perdersi lontano.

"Che cos'è tutto quel verde laggiù?" si domandò Alice. "Dove sono le mie spalle? E le mie mani? Perché non le vedo?" Cercò di muovere le manima non sentì altro che un lieve fruscio tra le verdi foglie lontane.

Allora capì che sarebbe stato inutile tentare di portare le mani alla testa e cercò almeno di abbassare la testa fino alle mani. Fu molto contenta quando vide che il suo collo si snodava in tutte le direzionicome un serpente. Era appena riuscita a curvare il suo lungo collo a zig-zag e già si preparava a tuffarlo fra tutte quelle foglie (erano le cime degli alberi sotto i quali aveva camminato prima) quando un fischio acuto la fece fermare all'improvviso. Un grosso piccione le volò sul viso e urtò violentemente con le ali sulle guance di Alice.

"Serpente!" sibilò il Piccione.

"Io non sono un serpente!" disse Aliceindignata. "Vattene via".

"Serpentesìserpente!" ripeté il Piccione. Ma era già meno convinto. Poicon una specie di singhiozzoaggiunse: "Eppure ho cercato con ogni mezzo di evitartima niente può fermartiniente!" "Non riesco a capire quello che dici!" rispose Alice.

"Ho tentato tra le radici degli alberiho tentato sugli arginiho tentato tra le siepi"proseguì il Piccionesenza prestarle attenzionema niente! Voi serpenti! Nessuno può fermarvi, nessuno!Alice si sentiva sempre più a disagio: avrebbe voluto risponderema poi pensò giustamente che era davvero inutile parlarese prima il Piccione non avesse finito.

"Come se covare le uova non fosse abbastanza faticoso!" disse il Piccione. "Nientenotte e giorno devo stare con gli occhi aperti per guardarmi dai serpenti! Neppure un po' di sonno ho potuto fare in queste ultime tre settimane! Neanche un po' di sonno!" "Mi dispiace tanto che tu abbia tante preoccupazioni" disse Aliceche adesso cominciava a capire qualcosa.

"Quando ho trovato l'albero più alto del bosco"continuò il Piccione concitatoalzando la vocee già credevo d'essere al sicuro, ecco che mi capita un serpente dal cielo! Serpente, sei! Serpente!Ma NON sono un serpente, ti dicorispose Alice. "Io sono... sono..." "E alloraCOSA sei?" chiese il Piccione. "Io vedo solo che sei qualcosa che mi vuole ingannare".

"Io... io sono una bambina" disse Alicesebbene un po' ne dubitasseperché ricordava tutti i cambiamenti attraverso i quali era passata.

"Che storiella divertente!" ribatté sarcastico il Piccione. Era evidente che la sua voce aveva un tono di disprezzo. "Nella mia vita ne ho viste di bambinema NESSUNA con un collo lungo come il tuo! Nonon ti credo! Sei un serpentenon negare. Vorrei vedere se hai anche il coraggio di dire che non hai mai assaggiato un uovo".

"Sìdi uova ne ho ASSAGGIATE" rispose Aliceche era una bambina sincera. "Ma anche le bambine mangiano le uovanon solo i serpenti.

Non lo sai?" "Non ci credo" disse il Piccione. "Però se le mangiassero anche loropotrei dire soltanto che le bambine sono una specie di serpenti. Non potrei dire altrosul serio!" Alice restò in silenzioper un paio di minutiperché l'idea di essere un serpente parevaanche a una bambina come leitroppo sconvolgente. Quel silenzio dette al Piccione l'occasione per aggiungere: "Io so che tu stai cercando uova; di QUESTO sono sicuro. E allora che m'importa se tu sei una bambina o un serpente?" "E' per ME che avrebbe un grande valore!" disse subito Alice. "E poi io non sto cercando uovacome dici tu. Se anche fosse così non cercherei certo le tue: non mi piacciono crude".

"Vatteneallora!" disse il Piccione. E borbottando tornò ad accovacciarsi nel suo nido.

A questo punto Alice cercò di chinarsi tra le fogliequanto più potevama il suo collo continuava a impigliarsi in mezzo ai rami e ad ogni momento doveva districarlo. Alla fine ricordò chetra le maniaveva ancora alcuni pezzi del fungo. Allora cercò di mordere un po' dell'uno e un po' dell'altro. Così a volte crescendo e a volte rimpicciolendofinì col tornare alla statura di sempre.

Alice aveva abbandonato da tanto tempo la sua statura giustache in principio non ci si ritrovò e le parve una cosa strana. Però dopo poco tempo si sentì di nuovo a suo agio e cominciò a parlarecome semprecon se stessa .

"Eccometà del mio piano è realizzato. Come sono stati angosciosi tutti questi miei mutamenti! Non potevo mai essere sicura di quello che sarei diventata un minuto dopo! In ogni casoora che ho di nuovo la mia staturanon devo far altro che ritrovare il giardino... Però vorrei sapere come farò".

Stava ancora parlando quando si trovò in una raduraal cui centro c'era una casetta non più alta di un metro.

"Chiunque ci viva"pensò Alice "si spaventerebbese andassi a trovarlo alta così!" Allora ricominciò a mordicchiare il pezzo di fungo che aveva nella mano destra e quando si trovò a essere alta non più di una ventina centimetrisi avvicinò alla casa.

 

 

 

CAPITOLO 6

 

PORCELLINO E PEPE

Alice restò qualche minuto a guardare la casa e non sapeva che fare. A un tratto arrivò di corsadal boscoun cameriere in livrea. Alice capì che quello era un cameriere perché aveva la livreadato che a giudicarlo dalla faccia lo si sarebbe detto un pesce. Il cameriere raggiunse la porta e bussò forte con le nocche. Venne ad aprire un altro cameriere in livrea: aveva una faccia rotonda e gli occhi sporgenti come quelli di un ranocchio. Alice notò che i camerieri avevano tutti e due una bella parrucca bianca e a riccioli. Ebbe una grande curiosità di sapere quello che stava succedendo e si avvicinò ancora un po' per ascoltare. Il Cameriere-Pesce tolse di sotto il braccio un'enorme letteragrande quasi come luie la porse al Cameriere-Ranocchio dicendo con tono solenne:

"Per la Duchessa. E' un invito da parte della Regina a giocare a palla".

Il Cameriere-Ranocchio ripeté con lo stesso tono solennema cambiando un po' l'ordine delle parole:

"Dalla Regina. Un invito per la Duchessa a giocare a palla".

Poi s'inchinarono tutti e due profondamentetanto che i ricci delle parrucche si impigliarono gli uni negli altri.

A questo punto Alice cominciò a ridere tantoche dovette scappare nel bosco per paura che i due la vedessero. Quando tornò fuoriil Cameriere-Pesce se n'era già andato e l'altro sedeva per terraaccanto alla portae guardava in aria con lo sguardo rimbambito.

Alice si avvicinò timidamente alla porta e bussò.

"Non serve a niente bussare"le disse allora il Ranocchio "per due ragioni: prima di tutto io sono al di fuori della portacome te; in secondo luogodentro stanno facendo un tale baccano che non possono sentire in nessun modo".

Era vero. Da dentro la casa veniva un rumore assordanteuno strillare continuouno starnutire edi tanto in tantoun fracasso violento come se un piatto o una pentola di coccio andassero in pezzi.

"E allora"disse Alice "come devo fare per entrare?" "Il fatto che tu bussi alla porta avrebbe un significato" continuò il Cameriere senza badare a quello che diceva Alice "se fra noi due ci fosse la porta. Per esempiose tu fossi dentropotresti bussare e io ti farei uscire. Hai capito?" Mentre parlavail cameriere continuava a guardare per aria. Questa era mancanza di educazionepensava Alice. "Ma forse non ne può fare a meno"pensò poi a perché ha gli occhi troppo in cima alla testa...

Però potrebbe almeno rispondere alle domande!" "Come devo fare per entrare?" ripeté forte.

"Mi toccherà di stare a sedere qui fino a domani..." rispose il Ranocchio.

In quel momento la porta si spalancò e volò fuori un grande piatto che sfiorò la testa del Cameriere all'altezza del naso e andò a rompersi contro un albero nel bosco vicino.

".. o forse fino a dopodomani" continuò il Ranocchio impassibilecome se niente fosse successo.

"Come devo fare per entrare?" domandò Alice ancora una voltacon un tono pesante.

"Ma DEVI proprio entrare?" domandò il Ranocchio. "Questa è la prima questione da risolvere".

Era giusto. Però ad Alice non piaceva sentirselo dire in quel modo.

"Il modo di ragionare degli animali è terribile" disse tra sé. "Ci sarebbe da diventar pazzi!" Il Ranocchio pensò che fosse venuto il momento di ripetere la sua lamentelacambiando però qualche parola: "Mi toccherà restarmene seduto qui per giorni e giorni".

"Ma io che cosa devo fare?" domandò Alice.

"Fa' quello che ti pare" rispose il Ranocchio. E cominciò a fischiettare.

"E' inutile che continui a parlare con lui " disse Alice disperata.

"E' completamente pazzopoveretto!" Perciò si fece coraggiospinse la porta ed entrò.

La porta dava direttamente su una grande cucina piena di fumo in ogni angolo. La Duchessa stava in mezzo alla stanzaseduta sopra uno sgabello a tre gambe e cullava un bambino. La cuoca era curva sul fornello e rimestava una grande pentola dalla quale arrivava un odore di zuppa.

"Ci dev'essere troppo pepe in quella zuppa!" disse Alice fra gli starnuti.

Infatti c'era troppo pepe nell'aria. Anche la Duchessa di tanto in tanto starnutiva. Il bambinopoistarnutiva e strillava senza un attimo d'interruzione. C'erano solo due persone che non starnutivanonella stanza: la cuoca e un grosso gattoche era sdraiato sul focolare e sogghignava spalancando la bocca da un orecchio all'altro.

"Per favore" disse Alice timidamenteperché non era molto sicura che fosse buona educazione parlare per prima. "Mi vuol dire perché il gatto sogghigna in quel modo?" "E' un gatto persiano" disse la Duchessa: "ecco perché. Porcellino!" Quest'ultima parola fu pronunciata con tale violenza che Alice ebbe un sussulto. Presto però si accorse che la parola era rivolta al bimbo e non a lei. Allora si fece coraggio e continuò:

"Non sapevo che i gatti persiani sogghignassero; anzi non sapevo affatto che i gatti POTESSERO sogghignare".

"Tutti possono farlo" disse la Duchessa. "E i più lo fanno".

"Non ne conosco neppure uno che lo faccia" disse Alice molto rispettosamentecontenta di aver intavolato una conversazione.

"Non devi sapere molte cosetu" disse la Duchessa. "Questo è il fatto".

Il tono di questa risposta non piacque ad Alicela quale pensò di cambiare argomento. Mentre tentava di trovare qualcosa di cui parlarela cuoca tolse dal fuoco la pentola della zuppa e d'un tratto cominciò a scaraventare contro la Duchessa e il bimbo tutto quello che le veniva a portata di mano: prima volarono le mollepoi arrivarono le padellei vassoi e i piatti. La Duchessa sembrava non badarci neppure. Non ci faceva caso nemmeno quando veniva colpita. Il bambino da parte sua strillava tanto anche primache era impossibile dire se i colpi che riceveva gli facessero male o no.

"Ehiehifate un po' d'attenzione!" gridava Alicesaltando di qua e di là terrorizzata. "Povero naso!" strillò quando una delle pentole sfiorò il naso del bambino e per poco non glielo portò via.

"Se ognuno si facesse i fatti suoi il mondo camminerebbe molto più svelto!" brontolò la Duchessa con voce roca.

"Ma una cosa del genere non sarebbe affatto utile" disse Alicemolto soddisfatta che le si presentasse l'occasione di mostrare quel che sapeva. "Pensi che fatica si farebbe coi giorni e le notti! Infatti la terra impiega ventiquattr'ore per girare intorno al suo asse".

"A proposito di asce" interruppe la Duchessa. "Tagliatele la testa!" Alice dette uno sguardo preoccupato alla cuoca per vedere se avesse intenzione di eseguire l'ordine; ma la cuoca era affaccendata a rimestare la zuppa e sembrava non aver neppure udito. Allora Alice si azzardò a riprendere il discorso: "Ventiquattr'oremi sembra; o sono dodici? Io..." "Non mi seccare!" disse la Duchessa. "Non ho mai potuto sopportare i calcoli". Si chinò verso il bambino e ricominciò a cullarlo cantandogli una strana ninna-nanna. Alla fine di ogni versoperòscuoteva il bambino violentemente. La strana ninna-nanna diceva:

"Se il vostro bambino è troppo birichinocon la voce sgridatelocon le mani picchiatelo".

CORO (al quale si uniscono la cuoca e il piccino) Uh! Uh! Uh!

Al momento di cantare la seconda strofa della canzonela Duchessa cominciò a scuotere il bimbo da ogni parte e con tanta violenza che il poveretto strillava come un ossessocosì che Alice poté udire a malapena le parole:

"Poiché il mio bambino faceva il birichinol'ho dovuto punire e l'ho messo a dormire".

CORO Uh! Uh! Uh!

"Prendi! Cullalo un po' tuse vuoi!" disse a questo punto la Duchessa ad Alice e le lanciò a volo il bambino. Poi aggiunse: "Io devo prepararmi per la partita a palla con la Regina"e uscì in fretta dalla stanza. La cuoca le lanciò dietro una padellama sbagliò il colpo.

Alice teneva il bambino a faticaperché il piccolo aveva una forma stranissima e agitava braccia e gambe in tutte le direzioni. "E' proprio come una stella di mare" pensò Alice.

Il piccolo sbuffava come una locomotivasi piegavasi alzavasi muoveva con tanta furia cheper alcuni minutifu già molto se Alice riuscì a trattenerlo tra le braccia.

Alla fine Alice scoprì che il modo migliore per cullarlo consisteva nel piegarlo come un nodo per impedirgli di sgusciare dalle braccia.

Bisognava tenerlo contemporaneamente per l'orecchio destro e il piede sinistro. Fatto questolo portò fuori all'aria aperta.

"Se non porto via questo bambino"pensava Alice "lo uccideranno senz'altroe in poco tempo. Non sarebbe un delitto lasciarlo in quella casa?" Pronunciò ad alta voce queste ultime parole e il bimbo grugnìcome se volesse rispondere.

"Non grugnire"disse Alice "non è questo il modo più educato per esprimersi".

Il bambino grugnì di nuovo e allora Alice lo guardò per vedere come gli riuscisse di fare dei versi così strani. Non c'era nessun dubbio:

quel naso era un po' troppo all'insù. Le parve quasi più un grugnoche un vero e proprio naso. E anche gli occhi erano un po' troppo piccoli per essere quelli di un bambino. In sostanzal'aspetto generale non piacque troppo ad Alice.

"Forse stava solo singhiozzando" pensò. Allora gli guardò di nuovo gli occhiper vedere se c'erano lacrime.

Nonon c'erano lacrime. "Se adesso ti metti a trasformarti in un porcellinocaro mio!" disse Aliceserianon voglio avere più niente a che fare con te, t'ho avvertito!Il piccolo singhiozzò di nuovo (oppure grugnìnon era proprio possibile stabilirlo). Così per qualche istante rimasero in silenzio tutti e due.

Alice cominciò a pensare: "Che me ne faròdi questa creaturaquando sarò a casa?" Allora il neonato dette in un nuovo grugnitoma così forte che Alice gli lanciò uno sguardo spaventato. Adesso non era più possibile sbagliarsi. Il neonato era un Porcellinoun Porcellino vero.

Alice pensò che sarebbe stato assurdo continuare a portarsi in braccio questa bestiola e la mise a terra. Allora il Porcellino trotterellò con sicurezza verso il bosco e Alice si sentì tranquilla. "Se fosse stato un bambino"si disse "col tempo si sarebbe fatto un orribile ragazzo. Invece credo che diventerà un magnifico maiale". E cominciò allora a pensare agli altri bambini che conosceva per vedere se sarebbero riusciti degli ottimi maiali. Stava appunto dicendo tra sé:

"Basterebbe sapere qual è la maniera..." quando vide il Gatto persiano accovacciato su un ramopoche iarde più avanti. Allora si interruppe.

L'unica cosa che il Gatto fecequando vide Alicefu un sogghigno. Ad Alicein un primo temposembrò che lui fosse ben disposto. Solo più tardi notò le unghie molto lunghe e i denti numerosi. Allora pensò che fosse prudente trattarlo con rispetto.

"Gattino persiano" cominciò timidamenteperché non sapeva ancora come il Gatto avrebbe accolto quel nome. Il gatto rispose aprendo la bocca e facendo un sogghigno ancora più grande. "Beneè compiaciuto..." pensò Alice. E proseguì: "Vorresti dirmi che strada devo prendereper favore?" "Dipendein buona parteda dove vuoi andare" rispose saggiamente il Gatto.

"Dovenon mi importa molto" disse Alice.

"Allora qualsiasi strada va bene" disse il Gatto.

"... purché arrivi in QUALCHE POSTO" aggiunse Alice per spiegarsi meglio.

"Per questo puoi stare tranquilla" disse il Gatto. "Basta che non ti stanchi di camminare".

Ad Alice sembrò che tutto questo fosse abbastanza vero e perciò passò a un'altra domanda: "Chi abita da queste parti?" "Da QUELLA parte" disse il Gattoe fece un cenno con la zampa destraabita il Cappellaio. Dall'ALTRAe fece segno con la zampa sinistra "abita la Lepre Marzolina. Puoi far visita a chi vuoi; sono matti tutti e due".

"Ma io non ho nessuna intenzione di andare fra i matti!" rispose Alice un po' risentita.

"Ahnon ne puoi fare a meno!" disse il Gatto. "Qui siamo tutti matti.

Io sono matto. E anche tu sei matta".

"Come fai a dire che io sono matta?" domandò Alice.

"Devi esserlo" le rispose il Gatto. "Altrimenti non saresti arrivata fin qui".

Ad Alice la risposta non sembrò per nulla convincente; tuttavia riprese: "E tucome fai a dire di essere matto?" "Intanto possiamo dire che i cani non sono matti" rispose il Gatto con aria sentenziosa. "Sei d'accordo?" "Sìmi pare".

"Bene"proseguì il Gatto "tu sai che i caniquando sono arrabbiatibrontolano. Quando invece sono contenti muovono la coda. Ioinvecequando sono contento brontolo; e quando sono arrabbiato muovo la coda.

Perciò sono matto".

"Ma io quello non lo chiamo brontolare" rispose Alice. "Per me significa far le fusa".

"Chiamalo come ti pare" disse il Gatto. "Vai a giocare a palla dalla Reginaoggi?" "Mi piacerebbe molto" disse Alice. "Ma finora non mi ha invitata nessuno".

"Ci rivedremo là" disse il Gatto. E sparì.

Questo fatto non meravigliò Alice per niente. Ormai aveva visto tante stranezze chequasici aveva fatto l'abitudine. Stava ancora guardando il luogo in cuiun istante primasi trovava il Gattoquando esso riapparve all'improvviso.

"A propositoche è successo al bimbo?" disse il Gatto. "Mi ero dimenticato di chiedertelo".

"Si è trasformato in un maiale" rispose tranquillamente Alice.

Sembrava che per lei fosse naturale vedere i gatti comparire e scomparire a quel modo.

"Lo sapevo che sarebbe finita così" disse il Gatto. E sparì di nuovo.

Alice aspettò un po' per essere certa che la sua scomparsa fosse definitiva. Quando vide che il Gatto non riapparivas'incamminò verso il luogo dove abitava la Lepre Marzolina. E diceva: "Di cappellai ne ho già conosciuti parecchi. Adesso preferisco conoscere la Lepre Marzolina. Oltre tuttosiccome è maggionon sarà ancora completamente matta. Perlomeno non sarà matta come in marzo".

Mentre diceva tali parole guardò in alto e vide ancora il Gatto seduto sul ramo d'un albero.

"Hai detto maiale o caviale?" le chiese il Gatto.

"Ho detto maiale" rispose Alice. "E adesso spero che non continuerai ad apparire e sparire così all'improvviso; se no mi fai girare la testa".

"Va bene" disse il Gatto. E questa volta sparì lentamentea poco a pococominciando dalla punta della codaper finire col suo sogghignoche rimase nell'aria anche dopo che il resto del corpo era già svanito.

"Perbacco! Avevo visto spesso dei gatti senza sogghigno" pensò Alice.

"Ma non avevo mai visto sogghigni senza gatto. E' la cosa più strana che mi sia capitata finora".

Non fu necessario camminare moltoper arrivare in vista della casa della Lepre Marzolina. Alice pensava che la casa fosse quellaperché i camini avevano la forma di lunghi orecchi e il tetto era tutto ricoperto di pelo. Dato che si trattava di una casa abbastanza grandeAlice pensò cheprima d'avvicinarsiavrebbe fatto bene a dare un morso al pezzo di fungo che teneva ancora nella mano sinistra. Solo dopo essere cresciuta di un mezzo metroricominciò ad avanzare verso la casama sempre esitando: "E se fosse pazza furiosa?" si diceva.

"Forse era meglio se andavo a far visita al Cappellaio".

 

 

 

CAPITOLO 7

 

UN TE' DA PAZZI

Davanti alla casasotto un albero pieno di fogliec'era una tavola apparecchiata per il tè. Accanto a essa stavano seduti la Lepre Marzolina e il Cappellaio. In mezzo a loro due si trovava un Ghiroche dormiva a più non posso. La Lepre e il Cappellaiomentre parlavanotenevano le braccia poggiate sulla testa del Ghiro. "Non è molto comodo per il Ghiro" pensò Alice. "Però dorme e può darsi che non ci faccia caso".

La tavola era assai grandema i tre strani commensali si erano ammassati tutti in un angolo.

"Non c'è posto! Non c'è posto!" gridarono subito ad Alicequando la videro arrivare.

"E' PIENOdi posto!" rispose Alice indignata. Poiquasi per dispettosi sedette su una bella poltrona vuota all'altra estremità della tavola.

"Vuoi un po' di vino?" disse allora con un tono quasi incoraggiante la Lepre Marzolina.

"Non vedo vino" osservò Alice. Infatti aveva guardato sulla tavola e non aveva visto altro che tè.

"Non ce n'èinfatti" disse la Lepre.

"Allora non è stato gentile da parte tua offrirmelo" disse Alice arrabbiata.

"Non è stato gentile neppure da parte tua sederti senza essere stata invitata" rispose pronta la Lepre Marzolina.

"Non sapevo che fosse la VOSTRA tavola" disse Alice. "E' apparecchiata per più di tre persone!" "I tuoi capelli avrebbero bisogno di una sforbiciata" disse il Cappellaio dopo aver osservato Alice per un pezzo e con molta curiosità. Erano le sue prime parole.

"Non si fanno appunti alle persone" disse Alice severa. "E' cattiva educazione." A sentir questo il Cappellaio spalancò gli occhi. Era meravigliatoma le sole parole che disse furono: "Perché un Corvo assomiglia a uno scrittoio?" "Eccoora ci sarà da divertirsi!" pensò Alice. "Sono contenta che mi facciano gli indovinelli". E aggiunse forte: "Credo di saperlo..." "Vuoi dire che credi di poter trovare la risposta?" domandò la Lepre Marzolina.

"Proprio così" rispose pronta Alice.

"Allora dimmi subito quello che credi " riprese la Lepre.

"Come volete" rispose in fretta Alice. "Vi dico quello che credo...

perché io quello che credo dico... è la stessa cosa".

"Non è per niente la stessa cosa!" esclamò il Cappellaio. "Vorresti forse sostenere che la frase "vedo quello che mangio" ha lo stesso significato di "mangio quello che vedo"?" "O vorresti sostenere" proseguì la Lepre Marzolina "che la frase "mi piace quello che prendo" ha lo stesso significato di "prendo quello che mi piace"?" "E vorresti forse sostenere" concluse il Ghiro (il quale sembrava che parlasse dormendo) "che la frase "respiro quando dormo" ha lo stesso significato di "dormo quando respiro"?" "Per te è la stessa cosa!" disse il Cappellaio. E a questo punto la conversazione finì e tutti restarono in silenzio per un minutomentre Alice si sforzava di ricordare più cose che fosse possibile dei corvi e degli scrittoi. Ma non erano molte.

Il primo a rompere il silenzio fu il Cappellaio. "Che giorno del mese è oggi?" domandò rivolto ad Alice. Aveva tirato fuori dal taschino l'orologio e lo guardava inquietoscuotendolo di tanto in tanto e portandoselo all'orecchio.

Alice esitò per un attimo e poi rispose: "Il quattro".

"E' indietro di due giorni!" sospirò il Cappellaio. E guardando di traverso la Lepre Marzolina aggiunse: "Te l'avevo detto che il burro non è buono per aggiustare gli orologi!" "Ma era burro del MIGLIORE!" rispose la Lepre con tono di scusa.

"Sìsìma devono esserci scivolate dentro anche delle briciole" borbottò il Cappellaio. "Non avresti dovuto spalmare il burro sull'orologio col coltello del pane".

La Lepre Marzolina prese l'orologio e l'osservò avvilita. Poi lo infilò nella sua tazza di tèlo trasse fuori di nuovotornò a guardarloma non seppe far altro che tornare alla prima osservazione.

E ripeté: "Eppure era burro del MIGLIORE".

Alice aveva seguito tutta la scena ed era molto incuriosita. "Che strano orologio!" esclamò. "Segna i giorni del mese e non le ore!" "E perché dovrebbe segnarle?" borbottò il Cappellaio. "Il TUO orologioper casosegna gli anni?" "Naturalmente no!" rispose pronta Alice. "Se fosse cosìresterebbe immobile nella stessa posizione per un mucchio di tempo!" "Proprio come fa IL MIO!" disse il Cappellaio.

Alice era molto imbarazzata. Il discorso del Cappellaio era tutto privo di sensoanche se le sue parole sembravano abbastanza chiare.

"Non capisco bene" disse col tono più gentile possibile.

"Eccoil Ghiro s'è addormentato un'altra volta" disse il Cappellaio.

E gli versò un po' di tè bollente sul naso.

Il Ghiro scosse la testa seccato esenza neppure aprire gli occhidisse: "Naturalmentenaturalmente; è proprio quello che stavo per dire".

"Hai risolto il mio indovinello?" domandò allora il Cappellaiorivolgendosi di nuovo ad Alice.

"Noci rinuncio" rispose Alice. "Qual è la risposta?" "Non ne ho la più piccola idea" disse il Cappellaio.

"E io neppure" ribadì la Lepre Marzolina.

Alice ebbe un sospiro di sconforto: "Mi pare che dovreste spendere meglio il vostro tempoinvece di starvene a proporre indovinelli che non hanno risposta".

"Se tu conoscessi il Tempo come me"rispose il Cappellaio "non parleresti di perdere LUI. E' LUI che è così".

"Non capisco" disse Alice.

"Naturale che non capisci!" disse il Cappellaioscuotendo la testa con aria sprezzante. "Scommetto che non hai mai parlato col Tempo!" "Non mi pare"rispose Alice prudentemente. "Ma so che quando studio musica debbo batterlo".

"Ora capisco!" disse il Cappellaio. "Ma lo saialmenoche lui non sopporta di essere battuto? Se tu riuscissi a restare in buon accordo con luiti farebbe con l'orologio tutto quello che desideri tu. Per esempio: supponi che siano le nove del mattinol'ora in cui devi cominciare le lezioni. Eccobasterebbe che tu mormorassi una parolina al Tempo e in un attimo sarebbero già le dodici e mezzol'ora del pranzo!" ("Magari fosse l'ora del pranzo!" mormorò tra sé la Lepre Marzolina).

"Sarebbe bello davvero" disse Aliceassorta. "Però se fosse così...

potrei non aver fame..." "Al principio forse no" disse il Cappellaio. "Però potresti fermare l'orologio sulle dodici e mezzo finché ti piace".

"Fate così voi?" domandò Alice.

Il Cappellaio scosse la testa tristemente. "Noio no purtroppo" sospirò. "Abbiamo litigato lo scorso marzoproprio prima che lei diventasse matta" (e indicò la Lepre col suo cucchiaino). "Fu al concerto della Regina di Cuori. Io dovevo cantare:

Zittozittopipistrellocorri avvolto in un mantello!

Conosci questa canzone?" "L'ho sentitami pare" rispose Alice.

"Non è ancora finita" riprese il Cappellaio. "Continua così:

Zittozittolungo il mondo vola e gira in girotondo".

In quell'istante il Ghiro si scosse esempre dormendocominciò a cantare: "Zittozittopipistrello". E continuò a cantarecontinuò tanto che la Lepre e il Cappellaio dovettero dargli un pizzicotto per farlo tacere.

"Insommaavevo appena finito la prima strofa"riprese il Cappellaio "quando la Regina saltò in piedi e si mise a urlare: "Sta assassinando il Tempo! Tagliategli la testala testa!"" "Ma com'è crudele!" esclamò Alice.

"Da allora"concluse il Cappellaio con voce smorzata "il Tempo non vuol fare più niente di ciò che gli chiedo. Così per me sono sempre le sei del pomeriggio".

A questo punto Alice si rese conto di tutto chiaramente: "E' per questo che avete apparecchiato per il tè?" domandò.

"Appunto per questo" rispose il Cappellaio con un sospiro. "E' sempre l'ora del tè e non abbiamo neppure un po' di tempo per lavare le posate".

"Allora vi spostate in giro per il tavolovia via che lo sporcate" disse Alice.

"Esattamente" rispose il Cappellaioappena le posate sono state usate.

"E quando dovete ricominciare il giro?" provò a chiedere Alice.

"Meglio cambiar discorso" interruppe la Lepre sbadigliando. "Sono stufa di sentir parlar di questo. Propongo che la signorina ci racconti una storia".

"Mi dispiacenon ne conosco nessuna" disse Alice con voce allarmata a tale proposta.

"Allora ce ne racconterà una il Ghiro!" gridarono insieme la Lepre e il Cappellaio. Poi cominciarono a pizzicarlo da tutte le parti:

"SvegliaGhiro!" gridavano.

Il Ghiro aprì gli occhi con aria pigra: "Non dormivo" disse con voce roca e debole. "Ho sentito tutto quello che avete detto".

"Raccontaci una storia!" disse la Lepre Marzolina.

"Sìper favoreraccontala!" supplicò Alice.

"Raccontala subitoaltrimenti ti riaddormenti prima di finirla" aggiunse il Cappellaio.C'erano una volta tre sorellinecominciò il Ghiro in tutta fretta "che si chiamavanoElsiTilli e Luisa e vivevano in fondo a un pozzo..." .

"E che cosa mangiavano?" domandò Alicela quale era sempre molto interessata a questo problema.

"Mangiavano melassa" rispose il Ghirodopo aver esitato un po'.

"Ma non potevano!" esclamò pronta Alicesforzandosi però d'essere gentile. "Si sarebbero ammalate".

"Infatti lo erano" disse il Ghiro. "Erano MOLTO ammalate".

Alice provò allora a immaginare come le tre sorelline potessero vivere in un modo tanto insolito. Però non riusciva a immaginarselo e finì per confondersi. Alla fine dovette domandare di nuovo: "Ma perché abitavano in fondo a un pozzo?" "Prendi un altro po' di tè" disse ad Alice la Lepre Marzolinacon un tono molto premuroso.

"Non ne ho ancora avuto" rispose lei offesa. "Perciò non posso prenderne un altro po'".

"Vorrai dire che non puoi prenderne DI MENO" disse il Cappellaio. "Ma prenderne PIU' di niente è molto facile".

"Nessuno ha chiesto la TUA opinione" rispose Alice.

"Chi è adesso che fa appunti alle persone?" disse il Cappellaiocon aria di trionfo.

Alice non seppe come rispondere e pensò che avrebbe fatto meglio a versarsi del tè e a prendere un po' di pane e burro. Poi si rivolse al Ghiro e ripeté la sua domanda: "Perché abitavano in fondo a un pozzo?" Prima di rispondereil Ghiro lasciò passare ancora qualche secondo per pensarci supoi disse: "Era un pozzo di melassa".

"Ma se non ne esistono!" osservò Alice arrabbiata.

Allora il Cappellaio e la Lepre le fecero "Ssst! Ssst!" e il Ghiro disse con aria seccata: "Se non sai essere civile sarà meglio che la storia te la finisci da sola!" "Noti pregocontinua" disse Alice. "Non voglio più interromperti.

Ammettiamo che ne esista UNO".

"Altro che uno!" esclamò il Ghiro indignato. Poi continuò: "Queste tre sorelline... impararono a tirar fuori..." "Che cosa?" disse Aliceche aveva già dimenticato la promessa.

"La melassa" disse il Ghiro. E questa volta non ebbe esitazioni.

"Vorrei una tazza pulita" interruppe il Cappellaio. "Spostiamoci tutti di un posto".

Non appena ebbe finito di parlareegli si spostò e il Ghiro lo seguì.

La Lepre Marzolina fece altrettanto portandosi al posto del Ghiro e Alice a malincuore prese il posto della Lepre Marzolina. Il solo ad avvantaggiarsi del cambiamento fu il Cappellaio. Alice invece si trovò molto peggiosoprattutto perché la Lepre Marzolina aveva rovesciato molto latte nel suo piatto.

Alice non desiderava offendere di nuovo il Ghiro e perciò riprese molto cautamente: "Non ho capito bene. Da dove tiravano fuori la melassa?" "Se da un pozzo d'acqua si tira fuori l'acqua"disse il Cappellaio "è chiaro che da un pozzo di melassa si tira fuori la melassa - ehstupida?" "Ma erano DENTRO al pozzo!" disse Alice rivolta al Ghiro e facendo finta di non aver udito l'insulto del Cappellaio.

"Certo che c'eranoe ci stavano bene" disse il Ghiro.

Questa risposta confuse tanto la povera Aliceche lasciò il Ghiro continuare il suo racconto senza altre interruzioni da parte sua.

"Imparavano a tirar fuori"continuò il Ghirosbadigliando e stropicciandosi gli occhiperché aveva molto sonnoe tiravano fuori cose d'ogni genere... tutte cose che cominciano per M...Perché quelle che cominciano per M...?domandò Alice.

"E perché no?" disse la Lepre.

Alice restò zitta.

Intanto il Ghiro aveva chiuso gli occhi e s'era addormentato. Allora il Cappellaio gli dette un pizzicotto e il Ghirocon un grido di doloreriprese: "...tutte le cose che cominciano per Mcome manomisuramelamemoriamoltissimo... per esempio noi spesso diciamo:

"molto moltissimo"... avete mai visto tirar fuori da un pozzo qualcosa come "molta moltissimo"?" "Veramenteadesso che me lo chiedinon ricordo... " disse Aliceche era sempre più confusa.

"Allora non dovresti mai parlare" disse il Cappellaio.

Una tale scortesia andava oltre ogni misura. Alice non poteva più sopportarlaperciò si alzò indignata e fece per andarsene.

Il Ghiro ne approfittò subito per addormentarsi e nessuno degli altri due mostrò di far caso alla sua partenzasebbene Alice si voltasse indietro un paio di voltesperando che la richiamassero.

L'ultima volta che si voltò vide che stavano tentando di ficcare il Ghiro dentro la teiera.

"Non tornerò più in QUESTO POSTOin nessun modo!" disse Alice tra séavviandosi verso il bosco. "E' stato il tè più idiota al quale abbia mai preso parte nella mia vita".

Aveva appena finito di parlarequando notò un albero nel cui tronco si trovava una porticina. "Com è strano!" pensò. "Ma oggi tutto è strano. Forse è meglio che entri subito". Ed entrò.

Ancora una volta si trovò nella grande salaaccanto al tavolino di vetro che conosceva così bene. "Questa volta saprò come regolarmi!" disse. Prese la piccola chiave d'oroaprì la porticina del giardinodette un morso al suo pezzo di fungo (ne aveva conservato un po' in tasca) e divenne alta una trentina di centimetri. Finalmente poté entrare nel piccolo corridoio che conosciamo. Poi... si trovò finalmente nel bellissimo giardinotra le aiuole dai molti colori e le fresche fontane.

 

 

 

CAPITOLO 8

 

LA PARTITA A PALLA DELLA REGINA

Vicino all'entrata del giardino c'era una grande aiuola di rose. Vi fiorivano magnifiche rose bianchema tre giardinieri si affannavano tutto intorno a dipingerle di rosso.

Alice pensò che la cosa era molto strana e si avvicinò per vedere meglio. Non appena si fu avvicinatasentì uno dei giardinieri che diceva: "Sta' attentoCinque! Non mi schizzare addosso la vernice!".

"Non è colpa mia" rispose Cinque seccato. "E' Sette che mi ha urtato il gomito".

Setteche aveva sentitolo guardò e disse: "E bravo Cinque! Dai sempre la colpa agli altri!".

"TU faresti meglio a star zitto!" rispose Cinque. "Proprio ieri ho sentito che la Regina ha detto che ti farà decapitare!" "Perché?" domandò quello che aveva parlato per primo.

"E' un affare che non TI riguardaDue!" disse Sette.

"Invece è un SUO affare!" disse Cinque. "Adesso glielo dico io... è perché hai portato alla cuoca i bulbi di tulipanoinvece delle cipolle".

Sette buttò via il pennello e stava già dicendo: "Di tutte le cose ingiuste..." quando gli cadde lo sguardo su di Alicela quale li stava osservando. Si fermò di colpo e gli altri alzarono lo sguardo.

Poi s'inchinarono tutti sin quasi a terra.

"Per favorevolete spiegarmi" disse Alice con la voce un po' timida "perché state dipingendo quelle rose?" Cinque e Sette guardarono Due in silenzio. Due disse piano: "Vedetesignorinail fatto è chein questo postoavrebbe dovuto esserci un'aiuola di rose rosse. Invece noiper sbaglioabbiamo piantato delle rose bianche. Se la Regina dovesse scoprirlofarebbe tagliare la testa a tutti. Per questocome vedetestiamo facendo il possibile per mettere le cose a posto prima che arrivi..." In quell'istante Cinqueche continuava a guardare preoccupato al di là del recinto del giardinourlò: "La Reginala Regina! ". I tre giardinieri in un baleno si buttarono allora con la faccia a terra.

Poco dopo si udì un rumore di passi e Alice si voltò perché voleva vedere la Regina.

Per primi comparvero dieci soldatiarmati di bastoni. Erano tutti simili ai tre giardinieri: avevano i corpi piatti e oblunghicon le mani e i piedi ai quattro angoli. Dietro venivano dieci cortigiani vestiti a festa e adorni di diamanti. Anch'essi camminavano a due a duecome i soldati.

Dopo di loro venivano dieci principini. Erano ornati di cuori e saltellavano tenendosi per mano a due a due. Seguivano gli ospitiper lo più Re e Regine. Tra di loro Alice scorse anche il Coniglio Biancoil quale parlava svelto e nervoso e si capiva che era inquieto perchéa ogni cosa che gli dicevanosorrideva distratto. Non si accorse neppure di Alice.

Poi venne avanti il Fante di Cuoriche portava la corona del Re su un cuscino di velluto cremisi. Infinein coda alla lunga processioneavanzarono IL RE E LA REGINA Dl CUORI.

Alice rimase incerta per un po'chiedendosi se doveva buttarsi con la faccia a terracome i tre giardinieri. Però ricordava che non aveva mai sentito parlare di una simile abitudine di fronte ai cortei reali; "d'altrondea che cosa servirebbe un corteo"pensò "se la gente deve buttarsi a pancia a terra e non può vedere niente?" Perciò rimase in piedi e aspettò.

Non appena il corteo arrivò davanti ad Alicesi fermò e tutti la guardarono. La Regina chiese con voce severa: "Chi è quella?". Il Fante di Cuoriin segno di rispostas'inchinò e sorrise.

"Idiota!" disse la Reginascuotendo impaziente la testa; e rivolta ad Alice: "Come ti chiamibambina?" "Mi chiamo Aliceagli ordini di Vostra Maestà" disse Alice con molto garbo. E intanto pensava: "In fondo non si tratta che di un mazzo di carte. Perché dovrei averne paura?".

"E QUESTI chi sono?" disse la Reginaindicando i tre giardinieri che erano ancora prostrati vicino all'aiuola di rose. Perchévedetefin quando quei tre continuavano a starsene con la faccia a terrala Regina non avrebbe mai potuto sapere se erano giardinierisoldaticortigiani o magari i suoi figli. Il loro dorso era identico a quello di tutto il mazzo.

"Come faccio a saperlo IO?" disse Alicesorpresa per il suo stesso coraggio. "Non è una cosa che MI riguarda".

A queste parole il volto della Regina diventò rosso per la rabbia.

Dopo aver rivolto ad Alice uno sguardo feroceessa urlò: "Tagliatele la testa! Via...".

"E' una parola!" disse Alicecon voce alta e sicura. La Regina rimase muta.

Il Re posò la mano sul braccio della consorte e disse timidamente:

"Riflettimia cara: è solo una bambina!". La Reginafuriosavoltò le spalle al marito. Poi disse al Fante: "Voltali".

Il Fante eseguì l'ordine e voltò un piede.

"Alzatevi!" tuonò allora la Regina con la voce stridula e infuriata. I tre giardinieri balzarono in piedi e cominciarono a inchinarsi al Realla Reginaai principini e a tutti gli invitati.

"Finitela!" urlò la Regina. "Mi fate girare la testa. Che cosa facevatequi?".

"Agli ordini di Vostra Maestànoi stavamo..." disse Due molto umilmente e mettendo un ginocchio a terra mentre parlava.

"Vedo! " esclamò la Reginache intanto aveva esaminato attentamente le rose. "Tagliate loro la testa!" Il corteo riprese il suo cammino e restarono indietro soltanto tre soldati incaricati di giustiziare gli infelici giardinieri. Ma questi corsero a rifugiarsi accanto ad Alice.

"Non riusciranno a decapitarvi" disse Alice. E li mise in un grosso vaso di fiori che stava lì vicino. I tre soldati cercarono i giardinieri per un minuto o dueguardandosi intornopoi se ne andarono tranquilli appresso agli altri.

"Avete tagliato quelle teste?" domandò loro la Regina.

"Sono state tagliateVostra Maestà!" risposero in coro i tre soldati.

"Bene!" gridò la Regina. "Sai giocare a palla?" I soldati rimasero in silenzio. Tutti guardarono Aliceperché la domanda era rivolta evidentemente a lei.

"Sì" rispose Alice.

"Vieni quiallora!" ruggì la Regina. E così anche Alice si unì al corteocuriosa di vedere che cosa stava per accadere.

"Che bella giornata!" disse accanto a lei una voce timida e sottile.

Al suo fianco stava il Coniglio Biancoche la scrutava con molta attenzione.

"E' vero!" rispose Alice. "Ma dov'è la Duchessa?" "Ssst! ssst!" bisbigliò allora il Coniglioguardandosi sospettoso alle spalle. Poi si alzò in punta di piediavvicinò la bocca all'orecchio di Alice e le sussurrò: " E' stata condannata a morte".

" Perché?" disse Alice.

"Hai detto: "Che peccato"?" domandò il Coniglio.

"Nonon l'ho detto" disse Alice. "Non credo che sia poi un gran peccato. Ho detto: "Perché"?" "Ha tirato le orecchie alla Regina... " disse il Coniglio. Ma Alice scoppiò a ridere.

"Ohssst!" mormorò Conigliocon tono spaventato. "La Regina potrebbe sentirti! La Duchessa era arrivata tardi e la Regina le aveva detto..." "Ai vostri posti!" gridò a questo punto la Regina con voce di tuono.

Tutti si misero a correre in ogni direzionetanto che si urtavano l'un con l'altro. Però dopo un paio di minuti tutti furono a posto e il gioco cominciò. Alice pensava che non aveva mai visto un campo da gioco così curioso in tutta la sua vita. Era tutto pieno di solchi e di zolle. I porcospinivivifacevano da palle. I fenicotteri da mazzecon cui bisognava colpire la palla per farla entrare in porta.

Le portepoierano i soldatiche dovevano restare piegati ad arcotenendo contemporaneamente le mani e i piedi a terra. Per Alice la difficoltà maggiore fu di abituarsi a maneggiare un fenicottero vivo come mazza. In ogni modo riuscì ad aggiustarsi in qualche modo quell'uccello sotto il bracciolasciando che le zampe andassero per conto loro. Però ogni volta che tentava di mettere il collo dell'animale nella posizione giusta per dare un colpo al porcospinol'uccello si voltava a guardarla con un'aria così buffache Alice non poteva trattenersi dal ridere. E quandodopo avergli rimesso giù la testasi preparava a un nuovo tiros'accorgeva che il porcospinostanco d'aspettarese n'era andato per i fatti suoi dopo essersi srotolato tutto. In più c'era sempre una zolla o un solco che impediva il tiro ad Alicesia nell'una che nell'altra direzione. A loro volta i soldatipiegati ad arcosi rimettevano dritti e andavano da un punto all'altro del campo. Così Alice fu costretta a concludere che per lei il gioco era troppo difficile.

Tutti i giocatori ormai giocavano senza rispettare i loro postia ogni istante avvenivano litigi o battaglie per appropriarsi di qualche palla-porcospino.

Ben presto anche la Regina fu presa dalla furia del gioco: pestava i piedi e non faceva che gridare continuamente: "Tagliategli la testa!" oppure "Tagliatele la testa!".

Alice era piuttosto preoccupata: a dire la verità non aveva ancora avuto questioni con la Reginama sapeva benissimo che questo poteva succedere da un momento all'altro. "E allora"pensava "che sarà di me? E' una fissazione questa di voler tagliare le teste a ogni costo!

C'è da meravigliarsi che non siano ancora tutti morti!" Era disperata. Si guardò intorno per cercare una via d'uscitaun posto dal quale potesse svignarsela senza essere vista. Allora si accorse che qualcosa di strano compariva all'improvvisocome sospeso a mezz'aria. Dapprima ne restò molto impressionatama dopo un po' riuscì a scorgere nella visione un sogghignoe disse fra sé "E' il Gatto persiano: ora finalmente potrò parlare con qualcuno!" "Come va?" domandò il Gattonon appena apparve di lui quel tanto di bocca che bastava per parlare.

Alice aspettò che comparissero anche gli occhi e poi scosse il capo.

"E' inutile parlare" si diceva. "Aspetterò che compaiano le orecchieo almeno una". Un attimo dopo infatti era già comparsa tutta la testa.

Alice abbandonò il suo fenicottero e cominciò a raccontare al Gatto com'era andata la partita a palla. Era contenta che ci fosse finalmente qualcuno ad ascoltarla. Il Gatto evidentemente pensava che fosse già abbastanza quello che era visibile di luiperché il resto del corpo non apparve più.

"Credo anche che imbroglino" cominciò a dire Alice con voce lamentosa.

"E litigano così aspramente tra di loroche non riescono neanche a sentirsi l'uno con l'altro... sembra che nessuno abbia un compito di squadra e anche se l'avessero nessuno ci bada... e poi non hai idea di come uno si confonda a giocare con tutte queste cose vive. Per esempiosto per infilare una porta e fare un punto ed ecco che all'improvviso la porta se ne va all'altro lato del campo... Per dirtene unapoco fa stavo per fare goal nella porta della Regina quando il mio porcospino è scappato via proprio nel momento in cui stavo per segnare!" "Ti piace la Regina?" le chiese il Gatto a bassa voce.

"Per niente!" rispose pronta Alice. "E' così..." Non finì la frase perché s'accorse d'avere alle spalle la Regina...è così brava, così bravaaggiunse "che sarà già molto non fare troppa brutta figura nella partita".

La Regina sorrise e passò oltre.

"Con chi STAI parlando?" chiese poi il Re avvicinandosi ad Alice e guardando con molta curiosità la testa del Gatto.

"E' un mio amico... il Gatto persiano"disse Alice. "Permettete che ve lo presenti?" "Ha uno sguardo che non mi piace per nulla" disse il Re. "Comunquese proprio vuolepuò baciarmi la mano".

"Preferisco di no" rispose il Gatto.

"Non essere insolente!" disse il Re. "E non guardarmi così!" Intantomentre parlavasi era messo dietro ad Alice.

"Un gatto può guardare un Re" disse Alice. "L'ho letto in qualche postoma non ricordo dove".

"Mandatelo via!" gridò il Reindignato. Poi chiamò la Reginache in quel momento passava di lìe gridò: "Mia caravuoi farmi il favore di mandare via quel Gatto?" La Reginache aveva un unico modo di risolvere le difficoltàdi qualsiasi generegridò: "Tagliategli la testa!". E non degnò il consorte neppure di uno sguardo.

"Corro io stesso a cercare il boia" disse subito il Re. E volò via.

Alice pensò di guardare un po' il giocodato che la voce irata della Regina giungeva da lontano. Aveva già sentito condannare a morte tre giocatori per essersi assentati e la cosa la impensieriva molto. La partita era diventa così confusache non era più possibile sapere quale fosse il proprio posto. Alice si mise perciò alla ricerca del suo porcospino.

Il suo porcospino aveva ingaggiato battaglia con un altro porcospino.

Questo sembrò ad Alice una magnifica occasione per colpirli e segnare due punti in una volta. Ma c'era una difficoltà: il suo fenicottero se n'era andato dalla parte opposta del campo e di qui tentava inutilmente di volarsene su un albero.

Quando Alicedopo aver catturato il fenicotterotornò sui suoi passis'accorse che la battaglia tra i due porcospini era finita:

essi non c'erano più.

"Pazienza!" pensò Alice. "E poi se ne sono andate via anche le porte".

Così dicendo si mise sotto il braccio l'uccelloperché non scappasse di nuovoe tornò a conversare col suo amico.

Mentre si dirigeva verso il posto dove aveva lasciato il Gatto persianosi accorse che una grande folla si era raccolta intorno a lui. Era sorto un litigio clamoroso tra il boiail Re e la Reginae tutti e tre gridavano insieme a perdifiato. Gli altri intanto stavano a guardare in silenzio e sembravano tutti a disagio.

Quando apparve Alicei tre contendenti la chiamarono in causa perché risolvesse la questione. Ognuno le ripeté i suoi argomenti. Ma siccome continuavano a parlare in coroad Alice riuscì molto difficile capire quel che dicevano.

Il boia diceva che non si poteva tagliare una testa se questa non era attaccata a un corpo. Diceva anche che una cosa simile non l'aveva mai fatta e non voleva cominciare a farla alla sua età.

Il Re argomentava che ogni cosa con una testa può esserecom'è chiarodecapitata. Il resto erano tutte sciocchezze.

La Regina argomentava chese non si fosse fatto qualcosa subitoavrebbe fatto decapitare tutti. (Questo argomento eracome tutti possono constatarenon solo il più convincentema anche tale da suscitare nell'intera comitiva le più vive preoccupazioni).

In tutta questa confusioneAlice non trovò niente di meglio che rispondere: "Il Gatto appartiene alla Duchessa; meglio chiedere a LEI".

"E' in prigione " disse la Regina; si rivolse al boia e ordinò:

"Conducila qui". Il boia partì come un fulmine.

Nello stesso momento la testa del Gatto cominciò a scomparire. Quando il boia tornò con la Duchessala testa era completamente svanita nell'aria. Allora il Re e il boianon riuscendo a rendersi conto di una così strana scomparsacontinuarono a correre in su e in giù per il campo alla ricerca di quel Gatto sfacciato. Gli altri invece ripresero a giocare.

 

 

 

CAPITOLO 9

 

STORIA DELLA FINTA TARTARUGA

"Non puoi immaginare che piacere mi fa rivedertimia cara e vecchia amica!" disse la Duchessa ad Alice prendendola sotto braccio e incamminandosi con lei.

Alice fu molto contenta di vederla così di buon umore e pensò che era forse colpa del pepe se l'aveva trovata tanto bisbetica quando era stata nella sua cucina.

"Quando IO SARO' Duchessa"si diceva (tuttavia non ne era molto convinta) "nella mia cucina non ci sarà neanche un granello di pepe.

Del resto la zuppa è ottima anche senza pepe. Anzi credo che sia proprio il pepe a rendere la gente così irascibile" aggiunse molto compiaciuta d'aver trovato una nuova regola di vita.

"L'aceto inacidiscela camomilla rende amari... e...e... lo zucchero d'orzo e le cose dello stesso tipo rendono i bambini amabili e gentili. I grandi dovrebbero saperlo: non starebbero più a lesinarci i dolci".

Seguendo il corso di questi pensieriAlice aveva quasi dimenticata la Duchessa. Perciò ebbe un sussulto quando la Duchessa fece sentire la sua voce accanto a lei. "Stai pensando a qualcosacara?" le domandò.

"Ecco perché ti sei dimenticata di parlare. Non posso dirti adesso quale sia la morale di tutto ciòma tra un minuto me ne ricorderò".

"Forse non c'è " si arrischiò a osservare Alice.

"Ehnocara!" disse la Duchessa. "Tutte le cose hanno una morale:

basta saperla trovare".

A questo punto si avvicinò ancor di più ad Alicela quale però non aveva piacere di starle così vicina. Primoperché la Duchessa era MOLTO bruttaesecondoperché aveva proprio l'altezza esatta per ficcarle il mento contro la spalla: ed era un mento terribilmente appuntito. Tuttavia Alice non volle mostrarsi sgarbata e sopportò la vicinanza con pazienza.

"Sembra che il gioco vada un po' meglio adesso" disse tanto per dire qualcosa.

"Proprio così" disse la Duchessa. "E la morale di questo è... ohè l'amoreè l'amore a far girare il mondo".

"Qualcuno ha detto"rispose Alice "che il mondo avrebbe girato molto meglio se ognuno avesse pensato soltanto agli affari suoi".

"Ma è la stessa cosa" disse la Duchessaconficcando il suo mento appuntito nella spalla di Alice. "E la morale è questa: preoccupati del significato e le parole si metteranno a posto da sé".

"E' una mania voler trovare la morale in tutte le cose!" pensò Alice.

Dopo una pausala Duchessa riprese: "Scommetto che ti stai chiedendo perché non passo il braccio attorno alla tua vita. Ma una ragione c'è.

Ho paura del tuo fenicottero. Posso provare?" "Potrebbe beccare" rispose prudentemente Aliceche non sembrava molto ansiosa di fare quella prova.

"Giustissimo" disse la Duchessa. "I fenicotteri e la mostarda pizzicano. E la morale è questa: "Gli uccelli della stessa specie vanno a stormi"".

"La mostarda non è un uccello" osservò Alice.

E la duchessa rispose: "Tu hai sempre un modo molto chiaro di esporre le cose!" "Credo sia un minerale" disse Alice.

"Certo" disse la Duchessa. Essa sembrava pronta a confermare tutto quello che diceva Alice. "Qui vicino c'è una grande miniera di mostarda. E questa è la morale: "Più ne avrai tu e meno ne avrò io"!" "Ohio lo so!" esclamò Aliceche non aveva udito le ultime osservazioni della Duchessa. "E' un vegetale. Non sembrama è un vegetale".

"Sono quasi d'accordo con te" disse la Duchessa. "E la morale è questa: "Sii quello che vuoi sembrare di essere". Oppureper dirlo più semplicemente: "Non immaginare mai né d'essere diversa da quello che può sembrare agli altri che tu sia o possa essere stata o potresti diventare; né diversa da quella che avresti dovuto essere per apparire agli altri diversa"".

"Forse capirei meglio" disse Alice molto educatamente a se lo avessi davanti scritto. Così a vocemi dispiacenon riesco a star dietro alle parole".

"Questo non è niente! Se tu sapessi quali cose potrei direse ne avessi voglia!" rispose la Duchessa compiaciuta.

"Pregonon si affatichi troppo a dire qualcosa di così lungo!" replicò Alice.

"Ohnon parlarmi di fatica!" disse la Duchessa. "Ti regalo con piacere tutto quello che ho detto finora".

"E' un regalo molto a buon mercato" pensò Alice. "Meno male che quando compio gli anni non mi fanno regali come questo!" Tuttavia non osò esprimere il suo pensiero ad alta voce.

"Stai ancora pensando?" le chiese la Duchessadandole un altro colpo col suo mento a punta.

"Ne avrò pure il diritto!" rispose Alice seccamente. Ormai cominciava ad arrabbiarsi.

"Ne hai lo stesso diritto che hanno i porci di volare!" esclamò la Duchessa. "E la morale..." A questo puntocon grande sorpresa di Alicela voce della Duchessa si spenseproprio mentre pronunciava la sua parola preferita:

"morale". Il braccio infilato sotto quello di Alice cominciò a tremare.

Alice allora alzò gli occhi e vide che davanti a loro c'era la Reginacon le braccia conserte e le ciglia aggrottate. "Spira aria di temporale" pensò Alice.

"Bella giornataMaestà!" cominciò a dire la Duchessa con voce fioca e spaurita.

"Ti avviso finché sei in tempo" tuonò per tutta risposta la Reginache intanto batteva furiosa il piede per terra. "Una delle dueo tu o la tua testadeve sparire di qui all'istante. Scegli!" La Duchessa non esitò un istante nella scelta. Un attimo dopo era scomparsa.

"Continuiamo la partita" disse la Regina ad Alice. Alice era troppo spaventata per poter dire una sola parola. Perciò la seguì lentamentea capo chino.

Gli altri invitatiintantoavevano approfittato dell'assenza della Regina per sdraiarsi all'ombra e riposare. Ma non appena la videro tornaresi affrettarono a riprendere il giocospaventati. Un attimo di ritardo avrebbe potuto costar loro la testa. Per tutto il tempo che durò la partitala Regina non smise mai di litigare coi giocatori e di gridare di tanto in tanto: "Tagliategli la testa!" oppure:

"Tagliatele la testa!" Tutti quelli che la Regina condannava a morte venivano consegnati ai soldatii quali perciò dovevano smettere di fare da porte. Dopo mezz'ora non ci furono più né porte né soldati. E tutti i giocatoritranne il Rela Regina e Aliceerano condannati alla pena capitale.

Allora la Regina smise di giocare equasi senza fiatosi rivolse ad Alice: "Non hai ancora visto la Finta Tartaruga?" "No" disse Alice. "E non so neppure che cosa sia".

"E' quella che si usa per fare la Finta Zuppa di Tartaruga" spiegò la Regina ad Alice.

"Non ne ho mai vista una. E non ne ho mai sentito parlare" ripeté Alice.

"Vieni con me" disse la Regina. "Ti farò raccontare la sua storia".

Mentre camminavanoAlice sentì il Re che diceva a tutti gli invitati:

"Andate! Andate! Siete tutti graziati!" "Questa è una buona idea!" pensò Aliceche si sentiva molto afflitta al pensiero di tutte quelle esecuzioni.

Dopo aver camminato un po' arrivarono dove c'era un Grifone sdraiato a dormire sotto il sole. (...) "Svegliapelandrone!" gli disse la Regina. "Accompagna la signorina dalla Finta Tartaruga e falle raccontare la sua storia. Io vado ad assistere alle esecuzioni che ho ordinato". Abbandonò Alice sola col Grifone e andò via. Ad Alicel'aspetto della bestia non piaceva molto. Ma poi pensò che in fondo poteva essere più tranquilla se andava via con quell'animaleche se restava accanto a una simile Regina. Quindi aspettò che succedesse qualche cosa.

Il Grifone si mise a sederesi strofinò gli occhi e aspettò che la Regina fosse sparita completamente. Allora si mise a ridere. "Che commedia!" disse un po' parlando a se stessoun po' rivolto ad Alice.

"QUALE commedia?" chiese Alice.

"La SUA" chiarì il Grifone. "E' tutta una sua fantasticheria. Non ho visto giustiziare mai nessuno. Vieni!" "Qui tutti mi dicono: "Vieni!" " sospirò Alice. E mentre lo seguiva aggiunse: "Non ho mai ricevuto tanti ordini in vita mia".

Dopo aver fatto un pezzo di stradavidero da lontano la Finta Tartaruga che se ne stava triste e desolata su una roccia. Non appena le furono più viciniAlice la sentì singhiozzare come se avesse il cuore spezzato. Allora provò per lei una grande compassione.

"Che dispiaceri ha?" domandò al Grifone. Il Grifone rispose press'a poco con le stesse parole di prima: "E' tutta una fantasticheria! Non ha nessun dispiacere. Vieni!" Così si avvicinarono alla Finta Tartarugala quale li guardò coi suoi grandi occhi pieni di lacrimema non disse una parola.

"Qui c'è una signorina" disse il Grifone "che vorrebbe conoscere la tua storia".

"Gliela dirò" rispose la Finta Tartaruga. Aveva una voce stanca ma profonda. "Sedetevi tutt'e due. Ma non dite niente finché non avrò finito". Alice e il Grifone si sedettero eper qualche minutonessuno parlò. Alice pensava: "Come farà a finirese prima non comincia?" Ma continuò ad aspettare in silenzio.

"Una volta" disse infine la Finta Tartaruga con un profondo sospiro "io ero una tartaruga vera".

Queste parole furono seguite da un lunghissimo silenziorotto soltanto dal rumore che faceva il Grifoneogni tantoraschiandosi la gola. La Finta Tartarugada parte suasinghiozzava di continuo e rumorosamente.

Alice stava per alzarsi e dire: "Graziesignoraper l'interessante racconto". Ma poi non lo fece perché pensò che DOVEVA esserci un seguito e rimase seduta senza parlare.

"Quando eravamo piccoli"continuò finalmente la Finta Tartarugacon più calmama singhiozzando ancora di tanto in tantoci misero in un collegio in fondo al mare. La maestra era una vecchia Tartaruga e noi la chiamavamo Testuggine...Perché la chiamavate così?domandò Alice.

"La chiamavamo Testuggine perché era la maestra" disse irritata la Finta Tartaruga. "Che cos'hai nella testa?" "Dovresti vergognarti di fare domande così stupide!" aggiunse il Grifone. E tutti e due gli animali restarono a guardare Alice in silenzio. Alice avrebbe voluto sprofondare sotto terra.

Alla fine il Grifone disse alla Finta Tartaruga: "Fai prestovecchia!

Non vorrai metterci tutto il giorno!" La Tartaruga riprese: "Sìeravamo dunque in un collegio in fondo al mareanche se tu non ci credi..." "Non ho detto che non ci credo!" protestò Alice.

"Sìche l'hai detto!" sostenne la Finta Tartaruga.

"Zitta!" intimò il Grifone ad Aliceprima che lei potesse rispondere.

La Finta Tartaruga continuò: "Ricevemmo la migliore educazione...

infatti andavamo a scuola tutti i giorni..." "Anch'io andavo a scuola tutti i giorni" disse Alice. "Non dovresti vantarti tantodi questo".

"Era una scuola coi corsi speciali?" domandò la Tartaruga con voce ansiosa.

"Sì" disse Alice. "Studiavo francese e musica!" "E studiavi bucato?" domandò la Finta Tartaruga.

"No" rispose Alice meravigliata.

"Allora la tua scuola non era una delle migliori!" disse la Finta Tartaruga con un tono molto soddisfatto. "Nella NOSTRA mettevano in fondo alla pagella: francesemusica e BUCATO: corsi speciali".

"A che cosa serviva il bucatose vivevate in fondo al mare?" domandò Alice.

"Non l'ho mai saputo" disse con un sospiro la Finta Tartaruga. "Ho frequentato solo i corsi normali".

"Cos'hai studiato?" domandò Alice.

"Prima di tutto le locali e le consolantinaturalmente" rispose la Finta Tartaruga. "Poi le quattro operazioni: AmbizioneSostazioneMortificazione e Derisione".

"Non ho mai sentito parlare di Sostazione: che cos'è?" s'azzardò a chiedere Alice.

Il Grifone batté le zampe. Appariva enormemente sorpreso: "Comenon hai mai sentito parlare di Sostazione?" le chiese. "Sapraisperoche cosa significa Affrettare. " "Sì" rispose Alice un po' dubbiosa. "Vuol dire... spingere qualcosa...

spingere qualcuno... a fare più presto".

"E allora"concluse il Grifone "se non sai che cosa significa Sostazionevuol dire proprio che sei una sciocca!" Alice non si sentì certamente invogliata a fare altre domande. Però si volse alla Finta Tartaruga e le chiese: "Che altro studiavate?" "Studiavamo anche la Scoria" rispose la Finta Tartarugacontando le materie sulla punta delle squame.

"Scoria antica e moderna e Mareografia. Poi c'era il Disdegno... la professoressa di Disdegno era una vecchia anguillache di solito veniva soltanto una volta alla settimana. Ci insegnava Disdegnofrittura su tela e pesce affresco".

"Che cosa?" domandò Alice.

"Non te lo posso spiegare. A parlare di pesce affresco mi sento tutta intirizzita " disse la Finta Tartaruga. "E il Grifone non lo sa perché non l'ha mai studiato".

"Non ne ho avuto il tempo " disse il Grifone. "Io ho fatto gli studi classici. Il mio maestro era un vecchio granchioERA".

"Non ho mai preso lezioni da lui" disse con un sospiro la Finta Tartaruga. "Insegnava Greto e Catinovero?" "Proprio cosìproprio così" disse il Grifone. E questa volta fu lui a sospirare. Poi tutt'e due nascosero la faccia tra le zampe.

"Quante ore di scuola al giorno facevate?" domandò allora Aliceper cambiare discorso."Dieci ore il primo giorno"spiegò la Finta Tartaruga "nove il secondoe così via".

"Che strano orario!" esclamò Alice.

"Ma è per questo che si chiama scuola!" osservò stupito il Grifone.

"Infatti se tu sostituisci una "a" a "uo"invece di scuola ottieni scala. E perciò ogni giorno si scala un ora".

Questa era una cosa del tutto nuova per Alicela quale stette a pensarci suprima di azzardare un'altra domanda. "E allora ogni undici giorni facevate vacanza?" "Certamente" disse la Finta Tartaruga.

"E che cosa facevate il dodicesimo?" insisté Alice.

"Bastanon parliamo più della scuola!" disse il Grifone con tono deciso. "Parliamo invece dei giochi adesso".

 

 

 

CAPITOLO 10

 

LA QUADRIGLIA DELLE ARAGOSTE

 

La Finta Tartaruga trasse un profondo sospiro e si passò sugli occhi il dorso d'una squama. Poi dette un'occhiata ad Alice e stava per parlarequando a un tratto i singhiozzi le troncarono la voce.

"Sembra che abbia un osso nella gola" disse il Grifone. E si mise a scuoterla e a batterla sulla schiena. Finalmente la Finta Tartaruga riacquistò la voce ementre le lacrime le scorrevano lungo le guancecontinuò:

"Tu non devi aver vissuto per molto tempo in fondo al mare..." ("No davvero" disse Alice). "E forse non sei mai stata presentata a un'Aragosta..." (Alice stava per dire: "Una volta ne ho assaggiata una..." ma si trattenne in tempo e disseinvece: "Nomai"). "... e così non puoi aver nemmeno idea di quanto sia meravigliosa una Quadriglia di Aragoste!" "Nocerto" disse Alice. "Che ballo è?" "In primo luogo"spiegò il Grifone "ci si dispone in una lunga fila sulla spiaggia..." "Due file!" gridò la Finta Tartaruga. "Fochetartarughee via di seguito. Poiquando sono state spazzate via dalla sabbia le meduse..." "QUESTO di solito porta via qualche tempo" interruppe il Grifone.

" ... si fanno due passi in avanti..." "Ognuno ha per dama un'Aragosta!" gridò il Grifone.

"Naturalmente"disse la Finta Tartaruga. "Si fanno due passi in avantici si inchina alla dama..." "... si scambiano le Aragoste e si fa un passo indietrosempre in fila" continuò il Grifone.

"Poi"proseguì la Finta Tartaruga "si lanciano le..." "... le Aragoste!" gridò il Grifonespiccando un gran salto in aria.

"... in mareil più lontano possibile!..." "... e si corre a riprenderle a nuoto" strillò il Grifone.

"... si fa una capriola nell'acqua!" gridò la Finta Tartarugasaltellando come se fosse impazzita.

"... si scambiano di nuovo le Aragoste!" urlò il Grifone.

"E si ritorna sulla riva. E questa... è la prima figura"disse la Finta Tartarugaabbassando improvvisamente il tono della voce. Poi i due animaliche avevano saltato come matti fino a quel momentotornarono di colpo a sedere tranquilli e malinconiciguardando muti la povera Alice.

"Dev'essere davvero un bel ballo!" disse timidamente Alice.

"Vuoi vederne una prova?" le domandò la Finta Tartaruga.

"Mi piacerebbe molto" rispose Alice.

" Proviamo la prima figura! " disse la Finta Tartaruga al Grifone.

"Possiamo fare anche senza Aragoste. Chi canta?" "Ohcanta TU" disse il Grifone. "Io ho dimenticato le parole!" A questo punto i due animali cominciarono a ballare compunti intorno ad Alice e di tanto in tanto le pestavano i piedidato che le si stringevano troppo vicino.

Agitando le zampe anteriori per battere il tempola Finta Tartarugacon voce strascicata e malinconicacantava:

"Grida il Merluzzo alla Lumaca: ''Presto!

Non vedi l'Aragosta? Ha il piede lesto.

Ahisulla coda c'è un Porco di mare!

Ma a che ora hai intenzione d'arrivare?

Vuoi o non vuoi? Vuoi venire al ballo?

Vuoi o non vuoi? Vuoi venire al ballo?

E' un sogno che non puoi immaginare stare con le Aragoste in mezzo al mare.

La Lumaca risponde: "Nonon posso.

Troppo lontano. A correre mi sposso".

Non puònon vuole. Non può unirsi al ballo.

Non puònon vuole. Non può unirsi al ballo.

"Che importa se è lontano?" la conforta il Merluzzo. "Suavantinon importa.

Dall'altra parte troverai la riva e sulla terra ballerai giuliva.

Vuoi o non vuoi? Non vuoi venire al ballo?

Vuoi o non vuoi? Non vuoi venire al ballo?"

"Vi ringrazio di cuoreè veramente un bel ballo" disse Alicecontenta che fosse finito. "E mi piace moltissimo anche quella strana canzone sul Merluzzo".

"A proposito di Merluzzi" disse la Finta Tartaruga. "Immagino che tu li conoscavero?" "Sì"rispose Alice "spesso li ho visti a pran..." e non finì la parola.

"Non so dove sia Pran" disse la Finta Tartaruga.

"Ma se ne hai visti moltisaprai come sono fatti".

"Certo!" rispose Alice pensierosa. "Hanno la coda in bocca... e sono tutti ricoperti di maionese!" "Riguardo alla maioneseti sbagli" disse la Finta Tartaruga. "Il mare se la porterebbe subito via. Ma la coda in bocca l'hanno veramentee la ragione è..." A questo punto la Finta Tartaruga sbadigliòsocchiuse gli occhie rivolta al Grifonedisse: "Per favoreraccontale tu la ragione".

"La ragione è" spiegò il Grifone "che vollero ballare con le Aragoste e furono buttati in mare. Siccome andarono a cadere molto lontanosi presero la coda in bocca e non poterono lasciarla più. Ecco tutto".

"Grazie"disse Alice "è molto interessante. Non avevo mai saputo tante cose sui Merluzzi".

"Te ne posso raccontare molte anche sui Nasellise ti fa piacere" propose il Grifone. "Sai perché si chiamano Naselli?" "Non ci ho mai pensato" confessò Alice. "Perché?" "Perché sono nipoti dei nasi! " spiegò il Grifone tutto soddisfatto.

Alice restò sbalordita: "Nipoti dei nasi!" ripeté con aria pensosa.

"Certodei nasi!" confermò il Grifone. "E il tuodel restocredi forse che sia un naso?" Aliceincrociando gli occhitentò di scrutare il suo nasino. Era pensierosa e stette a riflettere un attimo prima di domandare: "E che cos'èper favorese non è un naso?" "Guardalo bene: non è un nasoè un Nasello" spiegò con voce spazientita il Grifone. "Qualunque Gamberettoo Sogliolao Anguilla lo saprebbe. E almenoricordatelo!" "Se il mio naso è un Nasello"disse Aliceche stava ancora riflettendo su quella stupefacente rivelazione del Grifonese è un Nasello, vuol dire che devo stare attenta ai Polipi. C'è anche una canzone, che raccomanda ai Naselli di guardarsi dai Polipi.

"Bisogna stare in loro compagnia" singhiozzò la Finta Tartaruga.

"Bisogna! Nessun pesce prudente dovrebbe andare in giro senza essere accompagnato da un polipo".

"Davvero?" domandò Alice con grande sorpresa.

"Certo" confermò la Finta Tartaruga. "Se un Nasello venisse a dirmi che sta per mettersi in viaggiogli direi... " "A proposito di viaggi"intervenne il Grifone rivolgendosi ad Alice "raccontaci qualcuna delle tue avventure!" "Potrei raccontarvele... a cominciare da stamattina" disse Alice impacciata. "E' inutile cominciare da ieriperché ieri ero un'altra".

"Un'altra? Spiegati!" disse la Finta Tartaruga.

"Nono! Prima le avventure" esclamò impaziente il Grifone. "Le spiegazioni sono sempre troppo lunghe".

Alice cominciò allora a raccontare le sue avventure dal momento in cui aveva visto per la prima volta il Coniglio Bianco. Ben presto però si sentì a disagio. Infatti i due animali le si erano fatti così vicini da una parte e dall'altracon gli occhi e la bocca spalancatiche ci volle molto coraggio per continuare il racconto.

I due ascoltatori mantennero tuttavia un silenzio perfettofin quando Alice giunse al punto in cui aveva cantato al Bruco "Perchépapà Guglielmo"e le parole le erano venute tutte diverse.

La Finta Tartaruga trasse un profondo sospiro e disse: "Molto strano!" "Più strano di quanto potrebbe sembrare!" aggiunse il Grifone.

"E' venuto tutto diverso!" ripeteva pensosa la Finta Tartaruga. "Mi piacerebbe sentirti ripetere qualche altra cosa. Dille di cominciare".

Queste ultime parole erano dirette al Grifoneforse perché la Finta Tartaruga pensava che avesse autorità su Alice.

"Alzati e recita la poesia del poltrone" ordinò il Grifone.

"Qui tutti gli animali danno ordini e fanno ripetere le lezioni!" pensò Alice. "E' peggio che stare a scuola!" In ogni modo si alzò e cominciò a recitare la poesia. Fece molta attenzionema fu inutile.

La povera Alice aveva la testa così piena di Merluzzi e di Aragosteche non capiva più nemmeno quello che diceva. Ecco la poesia che ne venne fuori:

"Io sono l'Aragosta e vi dichiaro che il mio destino è veramente amaro.

Da questo lato sono troppo cottavoltatemi o mi troverete scotta.

Così dicendo muove i piedi e il nasopurtroppo nessuno ci fa caso.

L'aragosta è così: se il mare è in secca ha l'aria di chi vien dalla Mecca.

Sparla dei pescicani ed è contenta.

Ma se il mare s'ingrossaallora attenta!

Il pescecane ritorna veloce e l'aragosta ha perso la voce".

"Ma è tutta diversa da quella che recitavo da bambino!" disse il Grifone.

"Io non l'ho mai sentita" disse a sua volta la Finta Tartaruga. "Ma mi sembra una filastrocca senza senso".

Alice non parlava. Seduta con la testa fra le manisi chiedeva se le cose sarebbero mai tornate come una volta.

"Spiegamela" disse la Finta Tartaruga.

"Non può spiegartela" intervenne acidamente il Grifone. "Recita la seconda strofaadesso".

"E i piedi?" insistette la Finta Tartaruga. "Come faceva a muoverli insieme col naso?" "E' la prima figura del ballo " disse Alice. Ormai era tutta confusa per le cose che erano successe in lei e intorno a lei. Non desiderava altro che cambiare argomento.

"Recita la seconda strofa" ripeté il Grifoneimpaziente. "Ti aiuto a cominciare: "Passando nel giardino"..." Alice non osò disobbedire. Ma ormai era certa che non sarebbe stata capace di dire neppure un verso come andava detto. Tuttavia cominciò con voce tremante:

"Passando nel giardinovidi con aria assortail Gufo e la Panteradivorare una torta...

"E' inutile che ci reciti questa robase non ce la spieghi! E' la poesia più sciocca che abbia mai sentita!" l'interruppe annoiata la Finta Tartaruga.

"Sìè meglio che tu la smetta" disse il Grifone.

Alice obbedì e fu contenta di farlo.

"Vogliamo provare un'altra figura della Quadriglia delle Aragoste?" propose il Grifone. "Oppure vuoi che la Finta Tartaruga ci canti una canzone?" domandò ad Alice.

"Sìsìuna canzoneper piacere! Se la Finta Tartaruga vuole!" rispose Alice con tanta fretta che per poco il Grifone non si offese.

"Ehm! Tutti i gusti sono gusti" commentò il Grifone con aria risentita. "Avantivecchia: se vuoicanta la "Canzone della Zuppa"".

La Finta Tartaruga gemette in un sorriso come sempree con voce soffocata dai singhiozzi cominciò:

"Zuppa mia carazuppa tanto buonache nella tazza aspetti una padrona:

Chi non si ferma a sentire il tuo odore?

Chi non ama sentire il tuo sapore?

Zuppa mia carazuppa della serazuppa mia carazuppa della serazu-uppa della se-era zu-uppa della se-era mia caa-ra zuppamia caa-ra zuppa mia cara.

I pesci e gli altri piatti prelibati al tuo confronto non li ho mai gustati.

Zuppa mia carazuppa mia dilettafra tutti i cibi sei la prediletta.

Chi non darebbe ogni cosa per te?

Chi non darebbe ogni cosa per te?

Mia caa-ra zu-uppa mia caa-ra zu-uppa zu-uppa della see-razu-uppa mia caa-ra zu-uppa".

"Di nuovo il ritornello!" urlò il Grifone.

La Finta Tartaruga stava per obbedire quando da lontano si udì un grido: "Il processo incomincia!" "Vieni!" gridò il Grifoneprendendo Alice per una mano. E cominciò a correre senza aspettare che la Finta Tartaruga finisse la canzone.

"Che processo è?" domandò Alice correndo.

Il Grifonesempre correndorispose soltanto: "Vieni!" E intanto correva sempre più velocementre sempre più debolmente portata dal vento leggeroarrivava fino a loro la voce tremante della Finta Tartaruga:

"Zu-uppa della see-racaa-ramia caa-ra zu-uppa".

 

 

 

CAPITOLO 11

 

CHI HA RUBATO LE TORTE?

Arrivarono quando il Re e la Regina di Cuori erano già seduti sul trono. Intorno a loro c'era una folla enorme che mormorava. Erano bestie e uccelli d'ogni tipomescolati a un numero imprecisato di personaggi usciti da un mazzo di carte. Davanti stava il Fanteincatenato. Al suo fianco c'erano due guardie.

Il Coniglio Bianco stava accanto al Re e teneva una trombetta nella destra e un rotolo di pergamena nella sinistra.

Al centro dell'Aula del Tribunale si vedeva un tavolosul quale c'era un grande vassoio pieno di torte che sembravano davvero squisite. Ad Alice venne l'acquolina in bocca. "Spero che finiscano presto il processo e servano subito i rinfreschi" pensò. Ma non pareva che ci fossero molte probabilità che la sua speranza si avverasse. Perciò Alice cominciò a guardarsi in giro per passare il tempo.

Prima d'allora Alice non era mai stata nell'Aula di un Tribunalema aveva letto molti libri e si accorse con piacere che sapeva il nome di quasi tutte le cose che vedeva. "Quello è il giudice"disse "perché ha una grande parrucca".

Naturalmente il giudice era il Re. Siccome sulla parrucca aveva messo anche la coronasembrava trovarsi a disagio.

Questoa dire la veritànon si addiceva molto a un Sovrano.

"Quello è il banco dei giurati"pensava Alice "e quelle dodici creature" (era costretta a dire "creature" perché alcuni erano quadrupedi e altri uccelli) "credo siano proprio i giurati". Cosìorgogliosa di conoscere questa parolala ripeté due o tre volte.

Infatti Alice era convinta (e non aveva torto) che fossero molto poche le bambine della sua età capaci di conoscere il significato di una parola tanto difficile. Se però invece di giurati li avesse chiamati "membri della giuria" sarebbe stato lo stesso.

I dodici giurati erano tutti intenti a scrivere su certe loro lavagnette.

"Che fanno?" mormorò Alice al Grifone. "Non dovrebbero avere nulla da scrivereperché il processo non è ancora cominciato".

"Scrivono il loro nome" rispose il Grifone in un bisbiglio. "Hanno paura di dimenticarselo prima che il processo sia finito".

"Che stupidi!" disse forte Alice. Era indignatama si mise a tacere di colpoperché il Coniglio Bianco aveva gridato: "Silenzio nell'Aula!" Il Re s'era messo gli occhiali e scrutava attentamente tra la follaper scoprire chi avesse parlato.

Intanto Alice si accorse benissimoforse anche meglio che se avesse sbirciato alle loro spalleche tutti i giurati stavano scrivendo "stupidi" sulle lavagnette. Anzi si accorse anche che uno dei giuratinon sapendo come si scrive "stupidi"aveva dovuto chiedere spiegazioni al vicino. "Prima che il processo cominciquelle lavagnette saranno piene di scarabocchi!" pensò Alice.

Uno dei giurati aveva un gessetto che strideva. Naturalmente Alice NON riusciva a sopportarlo e perciò si nascose dietro il giurato enon appena le capitò l'occasionegli rubò il gessetto. Lo fece con tanta rapidità che il povero piccolo giurato (si trattava di Billla Lucertola) non riuscì a rendersi conto di dove fosse finito il suo gessetto. Perciò dopo essersi girato da tutte le parti per ritrovarlofu costretto a scrivere con un dito per tutta la durata del processo.

Ma non gli servì moltoperché un dito non ha mai scritto su una lavagnetta.

"Araldoleggi l'accusa!" disse in quel momento il Re.

A queste parole il Coniglio Bianco diede tre squilli di trombasvolse il rotolo di pergamena e lesse:

"La Regina di Cuori preparò le tartine in un giorno d'estate:

ma il Furfante di Cuoriche rubò le tartineora se l'è mangiate".

"Emettete il verdetto" disse il Re alla giuria.

"Non ancoranon ancora!" interruppe in tutta fretta il Coniglio.

"Manca ancora molto per arrivare al verdetto!" "Chiama il primo testimone" disse il Re.

Il Coniglio Bianco dette tre squilli di tromba e chiamò: "Primo testimone!" Il primo testimone era il Cappellaio. Egli si presentò tenendo una tazza da tè in una mano e un crostino imburrato nell'altra.

"Chiedo scusa a Vostra Maestà" cominciò "se mi presento con queste cose in manoma quando sono stato mandato a chiamare non avevo ancora finito di bere il mio tè".

"Avresti dovuto finire" rispose il Re. "Quando hai cominciato?" Il Cappellaio diede un'occhiata alla Lepre Marzolina che lo aveva seguito nell'Aula a braccetto col Ghiro e disse: Il quattordici marzoMI PARE".

"Il quindici" corresse la Lepre Marzolina.

"Il sedici" precisò il Ghiro.

"Prendete nota " disse il Rerivolto alla giuria. I giurati si affrettarono a scrivere sulle lavagnette tutt'e tre le datefecero la somma e ridussero il totale in scellini e "pence". "Togliti il cappello!" ordinò il Re al Cappellaio.

"Non è mio" confessò il Cappellaio.

"RUBATO! " esclamò il Rerivolto alla giuria. I giurati presero subito nota.

"Li tengo per venderli" spiegò il Cappellaio a sua giustificazione.

"Non ho cappelli miei. Sono un cappellaio".

A queste parole la Regina si mise gli occhiali e cominciò a fissare severa il Cappellaioche divenne pallido e preoccupato.

"Fai la tua deposizione" ammonì il Re. "E non essere nervosoaltrimenti ti faccio decapitare immediatamente".

Evidentemente questa minaccia non servì a incoraggiare il testimone.

Egli cominciò a spostarsi tuttouna volta su un piede e una volta sull'altroe guardava spaventato la Regina. Nella confusione addentò la tazza invece del crostino imburrato.

Proprio in quel momento Alice cominciò a provare una strana sensazione e non si sentì a suo agio se non quando riuscì a spiegarsene la ragione: cominciava a crescere di nuovo. In un primo tempo pensò di abbandonare subito l'Aula. Poi invece decise di restare dov'era finché ci fosse stato abbastanza spazio.

"Per favorenon spingermi così" le disse il Ghiroche le stava accanto. "Non riesco neppure a respirare".

"Che ci posso fare?" rispose Alice con tono dimesso. "Sto crescendo".

"Non hai diritto di crescere QUI" disse il Ghiro.

"Non fare lo stupido" rispose Alice con più coraggio. "Tu credi di non crescere mai?" "Sìma io cresco poco alla volta" disse il Ghiro. " Non in quel modo ridicolo". Edette queste parolesi alzò indignato e andò dall'altro lato dell'Aula.

Intanto la Regina non aveva ancora finito di fissare il Cappellaio ementre il Ghiro attraversava l'Aulaordinò a uno dei guardiani:

"Portami la lista dei cantori dell'ultimo concerto!" L'ordine sconvolse enormemente il Cappellaio. Cominciò a tremare tanto forte che le scarpe gli sfuggirono dai piedi.

"Fai la tua deposizione!" ripeté il Reinfuriato. "Altrimenti ti farò decapitareanche se tu non vuoi".

"Sono un poverettoMaestà" cominciò a dire con voce tremante il Cappellaio. "Avevo appena cominciato a bere il tè... circa una settimana fa... e le fette di pane imburrato diventavano sempre più sottili... e il tremolio del tè..." "Il tremolio di CHE?" domandò il Re.

"Il tremolio cominciò col tè" tentò di spiegare il Cappellaio.

"Vorrai dire che comincia col T!" disse aspramente il Re. "Lo sonon sono un asino. Continua!" "Sono un poveretto..." riprese il Cappellaio "... subito dopo molte cose si misero a tremare... ma la Lepre Marzolina disse..." "Non l'ho detto!" interruppe in tutta fretta la Lepre Marzolina.

"L'hai detto!" ripeté il Cappellaio.

"Nego!" disse la Lepre.

"Lo nega" disse il Re. "Lascia perdere!" "Ad ogni modo... il Ghiro disse..." continuò il Cappellaioguardando il Ghiro con ansia per vedere se anche lui avrebbe negato. Ma il Ghiro non negò nienteperché dormiva profondamente.

"Allora"continuò con sollievo il Cappellaio "preparai una fetta di pane col burro..." "Ma che aveva detto il Ghiro?" domandò uno dei giurati.

"Questo non lo ricordo" disse il Cappellaio.

"DEVI ricordartelo" disse il Re. "Altrimenti ti farò decapitare. " Allora il disgraziato Cappellaio lasciò cadere la tazza e il panesi mise in ginocchio e implorò: "Sono un poverettoMaestà!" "Sei proprio un povero inetto" corresse il Re.

A questo punto uno dei Porcellini d'India applaudìma fu subito tacitato dalle guardie. (Poiché "tacitato" è una parola difficilevi spiegherò come fecero: c'era un grande saccoche si chiudeva da un lato con dei lacci. Il Porcellino d'India fu ficcato là dentroa testa in giù. Poi le guardie si sedettero tutte sul sacco).

"Sono contenta di averlo visto fare" pensò Alice. "Avevo letto spesso nei resoconti dei processisui giornali: "Vi fu qualche tentativo d'applausoimmediatamente tacitato dalle guardie"ma finora non avevo mai capito che cosa significasse".

"Se non sai altro sulla questione"disse il Re "scendi dalla pedana dei testimoni!" "Non posso scendere più di così" disse il Cappellaio. "Sono già sul pavimento".

"Allora puoi sederti" rispose il Re.

A questo punto l'altro Porcellino d'Indiache si trovava nell'Aulaapplaudì. Ma anche lui fu tacitato.

"Ormai non ci sono più Porcellini d'India!" pensò Alice. "Adesso si andrà avanti meglio".

"Piuttosto vorrei finire il mio tè" disse il Cappellaiovolgendo lo sguardo pieno di speranza verso la Reginache stava scorrendo la lista dei cantori.

"Puoi andare" disse il Re. E il Cappellaio abbandonò subito l'Aula e non pensò neppure a rimettersi le scarpe.

"... e tagliategli la testa" aggiunse la Reginaa uno dei guardiani.

Ma il Cappellaio era già scomparso quando il guardiano che l'inseguiva arrivò alla porta.

"Chiama il secondo testimone!" disse il Re.

Il secondo testimone era la cuoca della Duchessa. In mano teneva la scatola del pepe. Alice indovinò chi era prima ancora di vederlaper il fatto che tutti i presenti avevano cominciato a starnutire.

"Fai la tua deposizione" ordinò il Re.

"No" rispose la cuoca.

Il Re dette uno sguardo preoccupato al Coniglio Biancoche gli disse a bassa voce: "Vostra Maestà deve interrogare questo testimone".

"Benese devo farlolo farò" disse malinconico il Re. Incrociò le braccia sul pettocorrugò le sopracciglia fino a nascondere gli occhi econ voce profondadomandò: "Di che cosa sono fatte le torte?" "Soprattutto di pepe" rispose la cuoca.

"Di melassa" mormorò una voce assonnata dietro di lei.

"Prendete quel Ghiro!" urlò allora la Regina. "Decapitatelo! Buttatelo fuori dall'Aula! Sopprimetelo! Pizzicatelo! Strappategli i baffi!" Per qualche minuto nell'Aula ci fu lo scompiglio. Infine il Ghiro fu allontanato maquando l'ordine fu ristabilitola cuoca era scomparsa.

"Niente di male!" disse il Re con aria sollevata. Poi si volse al Coniglio e gli ordinò: "Chiama l'altro testimone!" E sottovoce disse alla Regina: "Per favorecaradovresti interrogare tu l'altro testimone. Io ho mal di testa!" Alice guardava il Coniglio Biancoche scorreva attento la listacuriosa di sapere chi sarebbe stato il nuovo testimone e che cosa avrebbe detto.

"... Perché FINORA i testimoni non hanno detto niente di fondato" pensava.

Immaginate perciò quale fu la sua meraviglia quando il Coniglio Biancocon la voce stridulachiamò: "Alice!"

 

 

 

CAPITOLO 12

 

LA TESTIMONIANZA DI ALICE

"Eccomi!" gridò Alice. Era tanto emozionata cheper un attimodimenticò di essere molto cresciuta in poco tempo e balzò in piedi con tanta furia che l'orlo del suo vestito rovesciò tutta la giuria. Dal banco dove si trovavanoi giurati caddero tra la folla e vi rimasero infilati a gambe all'aria. Era un quadro molto buffo e Alice ricordò che qualcosa di simile le era capitato con una vaschetta di pesci rossida lei rovesciata la settimana prima.

"VI CHIEDO scusa!" esclamò Alice con aria afflitta. Poi cominciò a tirarli su in tutta frettaperché aveva davanti l'esempio dei pesciolini rossi e credeva chese non avesse rimesso i giurati al loro posto al più prestosarebbero morti asfissiati.

"Il processo non può continuare" disse il Re con tono solenne "finché tutti i giurati non sono tornati al loro posto. TUTTI"aggiunse guardando Alice severamente.

A queste parole Alice dette ancora un'occhiata al banco dei giurati e si accorse che nella fretta aveva messo la Lucertola a testa in giù.

La povera bestiolina agitava tristemente la codadato che non poteva fare altro.

Allora Alice l'afferrò e la raddrizzò. Ma intanto pensava: "Non era affatto importante. Il processo avrebbe avuto lo stesso svolgimentoin qualunque modo fosse messa la Lucertola".

Non appena i giurati si furono rimessi dallo spavento di quella caduta ed ebbero di nuovo in consegna gessetti e lavagnettecominciarono a scrivere con grande diligenza una relazione sul loro capitombolo.

Tutti lo fecerotranne la Lucertolache sembrava enormemente occupata a guardare a bocca aperta il soffitto della sala.

"Che cosa sai su quest'affare?" domandò il Re ad Alice.

"Niente" disse Alice.

"PROPRIO niente?" insistette il Re.

"Proprio niente" confermò Alice.

"Questo è molto importante" disse il Re rivolto alla giuria. I giurati stavano già per scriverlo sulle loro lavagnettequando il Coniglio Bianco intervenne: "Vostra Maestà vuol certamente dire che questo non è importante" suggerì con tono rispettoso ma aggrottando le sopracciglia e facendo continue smorfie al Rementre parlava.

" Naturalenaturale... non è importantevolevo dire" corresse il Re in fretta.

E continuò a ripetere sottovoce: "Importante... non importante... non importante... importante"come per vedere quale delle due espressioni suonasse meglio.

Alcuni giurati scrissero così "importante"altri "non importante".

Alice vedevaperché era abbastanza vicina per sbirciare sulle lavagnette. "Che importanza può avere?" si chiese.

In quel momento il Reche intanto era stato occupato a segnare qualcosa su un taccuinogridò: "Silenzio!" e lesse quello che aveva scritto: "Articolo quarantadue: "Tutte le persone alte più di un miglio devono lasciare l'aula"".

Tutti guardarono Alice.

"NON SONO alta un miglio" disse Alice.

"Lo sei" asserì il Re.

"Quasi dueanzi" corresse la Regina.

"Come volete. Io non me ne andrò in ogni caso" disse Alice. "Ma questa non è una vera legge. L'avete inventata voi adesso".

"E' l'articolo più vecchio del codice!" disse il Re.

"Allora dovrebbe essere il numero uno!" rispose Alice.

Il Re impallidì per la rabbia e chiuse in tutta fretta il suo taccuino.

"Pronunciate il verdetto!" disse alla Giuriacon una voce profonda che tremava per la rabbia.

"Ci sono altre prove da discuterese piace a Vostra Maestà" intervenne il Coniglio Biancobalzando in piedi. "E' stato trovato questo foglio proprio adesso".

"Che dice?" domandò la Regina.

"Non l'ho ancora aperto" rispose il Coniglio Bianco. "Ma sembra che sia una lettera dell'imputato a... a qualcuno. " "Dev'essere proprio così" disse il Re. "A meno che non si tratti di una lettera scritta a nessuno: ma una cosa simileè evidentesarebbe del tutto anormale".

"A chi è indirizzata?" domandò uno dei membri della giuria.

"E' senza indirizzo" rispose il Coniglio Bianco. "La busta è bianca".

Mentre parlava l'aprì e aggiunse: "Non è esattamente una lettera: sono dei versi".

"La calligrafia è quella dell'imputato?" domandò un altro membro della giuria.

"No" dichiarò il Coniglio Bianco. "E questa è la cosa più strana".

Tutti i giurati apparvero imbarazzati.

"Avrà imitato la calligrafia di qualcun altro" disse il Re. Allora i giurati apparvero rinfrancati.

"Agli ordini di Vostra Maestà" disse il Fante. "Io non ho scritto quella lettera e nessuno può provare che I'abbia fatto. E poi non c'è nessuna firma in fondo".

"Se non l'hai firmata"disse il Re "il tuo delitto è ancora più grave. Vuol dire che avevi in mente qualche misfattoaltrimenti avresti firmato col tuo nome e cognomecome fanno le persone oneste".

A queste parole ci fuin aulaun applauso generale. E veramenteera questa la prima cosa sensata che il Re avesse detto quel giorno.

"E questo PROVA la sua colpa" disse la Regina.

"Questo non prova proprio niente!" esclamò Alice che era furiosa. "Non sapete neppure di che cosa si tratta!" "Leggete quei versi!" ordinò il Re.

Il Coniglio Bianco inforcò gli occhiali e disse: "Agli ordini di Vostra Maestà: da quale punto debbo iniziare?" "Inizia dall'inizio!" ordinò solennemente il Re. "E vai avanti fino alla fine; poi fermati".

Questi sono i versi che il Coniglio Bianco lesse tra il più assoluto silenzio:

"Mi dissero che andava lui da lei ma da lui non mi vollero portare.

Quando lei mi incontrò disse: "Chi sei?" ma s'accorse che non posso nuotare.

Mi mandò a dire di non ritornare (noi sappiamo qual è la verità):

se lei s'incaricasse dell'affare non so proprio che cosa t'accadrà.

A lei ne detti unae loro due a luie tu ne desti oltre tre a noi. Ma ora dalle mani sue son tornate tutte quante a me.

Se io o lei dovessimo trovarci insieme in questo affarea ogni costo è necessarioma senza impegnarcichiamar lui per rimetter tutto a posto.

Confesso che una volta ero convinto (prima che lei avesse questo attacco) che tu stesso ti fossi troppo spinto tra me e leiper metterci nel sacco.

Però non dirgli che lei sa già tuttoperché questo deve essere un segreto.

Un segreto tra noisenza costruttoinventato da un tipo un po' faceto".

"Questo è il più importante capo d'accusa che sia stato esaminato finora" disse il Refregandosi le mani. "Pertanto la giuria..." "Se qualcuno mi sa dire che cosa significa"disse Alice(negli ultimi minuti era cresciuta tanto che non aveva più la minima paura a interrompere il Re) "gli darò sei pence. Per conto mioho l'impressione che in quella poesia non ci sia un briciolo di senso".

Tutti i giurati si affrettarono a scrivere sulle loro lavagnette:

"ESSA non crede che ci sia un briciolo di senso". Nessuno però si provò a spiegare la poesia.

"Se non ha alcun senso"disse il Re "ci risparmia parecchi fastidiperché così non siamo costretti a cercarne uno. Tuttavia... tuttavia non so..." aggiunse sbirciando con un occhio il foglio con la poesiadopo averlo poggiato su un ginocchio... dopo tutto mi sembra che un significato ci sia... ma s'accorse che non posso nuotare"... Tu non puoi nuotarevero?" continuò rivolto al Fante. Il Fante scosse tristemente la testa e domandò:

"Vi sembra che possa farlo?" (No. Certamente egli non poteva nuotareperché era fatto di solo cartoncino).

"Finoradunqueva tutto bene" disse il Re. Poi continuò a borbottare i versi tra sé: ""Noi sappiamo qual è la verità"... questo è senz'altro per la giuria... "A lei ne detti unae loro due"... questa è la sorte che ha riservato alle torte..." "Però subito dopo dice anche che "dalle mani sue sono tornate tutte quante a me""disse Alice.

"Infattieccole!" disse il Retrionfante. E indicò le torte sul vassoio. "Niente di più chiaro. E poi... "prima che lei avesse questo attacco"... Hai mai avuto attacchi tumia cara?" soggiunse rivolto alla Regina.

"Mai!" rispose la Regina infuriata e tirò un calamaio addosso alla Lucertola. (Lo sfortunato piccolo Bill aveva smesso di scrivere col dito sulla lavagnettaperché si era accorto che non restava nessun segno. Adesso però ricominciò a scrivere in fretta e furiaservendosi dell'inchiostro che gli colava lungo il viso).

"Se non hai avuto attacchila poesia non attacca" aggiunse allora il Re. Posò sull'assemblea uno sguardo trionfantema nell'Aula si fece un silenzio mortale.

"E' un gioco di parole!" spiegò il Rein tono offeso. Allora l'assemblea scoppiò in una risata fragorosa.

"La giuria emetta il verdetto!" urlò il Re per la ventesima volta o quasi.

"Nono!" gridò a sua volta la Regina. "La sentenza prima... il verdetto dopo!" "Stupida pazza!" disse forte Alice. "Che cretina! Vuole prima la sentenza!" "Zitta!" disse la Regina. E diventò paonazza.

"Neanche per sogno!" ribatté Alice.

"Tagliatele la testa!" urlò allora la Regina con tutto il fiato che aveva in gola. Ma nessuno si mosse.

"A chi credi di far paura?" disse Alice (ormai aveva raggiunto la sua statura normale)Dopo tutto, non siete che un mazzo di carte!Non aveva ancora finito di parlarequando tutto il mazzo di carte si sollevò in aria e cominciò a volteggiarle intorno minaccioso. Alice ebbe un piccolo gridoun po' per la rabbia e un po' per la paura.

Cercò di difendersidi cacciarle via e... si risvegliò sulla riva del fiume: aveva il capo posato sul grembo della sorellala quale era intenta a toglierle dal viso le foglie secche cadute proprio allora da un albero.

"SvegliatiAlice" disse la sorella. "Che sonno lungo hai fatto!" "Ohche strano sogno ho fatto!" mormorò Alice. E raccontò alla sorella le strane Avventure che avete appena finito di leggere. Quando poi Alice giunse alla fine della sua storiala sorella la baciò dicendo: "E' stato davvero uno strano sogno. Ma adesso corri a far merenda. E' tardi".

Alice si alzò e si mise a correre più che poteva. Ma intanto pensava ancora al suo sogno meraviglioso.

La sorella rimase lìsedutaa guardare il sole che tramontava. Poi appoggiò la testa sulla mano e pensò alla piccola Alice e alle sue meravigliose Avventure. Allora anche lei si abbandonò a un sognoche adesso vi racconto.

Sognò la piccola Alice: le sue manine stringevano le ginocchia della sorella e i grandi occhi splendenti erano fissi nei suoi. Udì ancora il suono festoso della sua piccola vocerivide il movimento della testa che gettava all'indietro i capelli ribelliostinati a voler sempre ricadere sugli occhi.

Mentre era intenta ad ascoltare la voce della sorellinatutto intorno a lei si popolò delle strane creature del sogno di Alice.

L'erba folta si incurvava con un fruscio sotto il passo frettoloso del Coniglio Bianco... Il Topo spaventato nuotava in cerca di una via di scampo nello stagno vicino... si sentiva il tintinnio delle tazze da tè della Lepre Marzolina e dei suoi amici durante il loro pranzo senza fine.. la voce acuta della Regina ordinava l'esecuzione dei suoi poveri invitati... il Porcellino starnutiva sulle ginocchia della strana Duchessamentre i piatti e le pentole volavano per aria... e ancora si udì nella quiete della sera il grido del Grifonelo stridere del gessetto di Billgli applausi dei "tacitati" Porcellini d'Indiaconfusi ai lontani singhiozzi dell'infelice Finta Tartaruga.

Restò così sedutacon gli occhi chiusie quasi credeva anche lei di trovarsi nel Paese delle Meraviglie. Eppure sapeva che sarebbe stato sufficiente aprire gli occhi per tornare alla sbiadita realtà senza fantasia delle persone grandi. L'erba si sarebbe incurvata solo sotto il vento... lo spavento del Topo nello stagno si sarebbe mutato nel fruscio sordo delle canne... il tintinnio delle tazze della Lepre Marzolina nel rumore delle campanelle di un gregge vicino... gli strilli rauchi e fieri della Regina nella voce di un esile pastorello... gli starnuti del bimboil grido del Grifonee tutte le altre strane voci del sognosi sarebbero mutatene era sicuranel clamore del cortile di una fattoriamentre il muggito lontano degli armenti si sarebbe sostituito a poco a poco ai disperati singhiozzi della Finta Tartaruga.

Alla fine tentò d'immaginare la sua sorellina nel tempo in cui sarebbe diventata donna: avrebbe conservatoattraverso gli anni più maturiil cuore semplice e affettuoso di adesso? Chissà se un giorno avrebbe raccolto intorno a sé altre bambine per far sì che i loro occhi brillassero come stelle al racconto del suo (ormai tanto lontano) viaggio nel Paese delle Meraviglie. Chissà se avrebbe saputo partecipareancora con lo stesso cuoreai loro piccoli dispiaceri e alle loro semplici gioienel ricordo della sua vita di bambina e dei suoi felici giorni d'estate.

Lei era certa che Alice ne sarebbe stata capace.

 

 

 

NOTE:

  1. Nel testo inglese ElsieTillieLacie; sono i nomi anagrammati della vera Alice e delle sue sorellealle quali l'autore raccontava questa storia.
  2. Nel presentare le carte da giocoi picchespades(che sono anche le vanghe)diventano giardinieri; i quadrio "diamonds"essendo anche i diamantirappresentano i cortigiani; i fioriclubsessendo anche i bastonisono le guardie; e i cuoriheartssono i principini di sangue.
  3. In inglese "tortoise" vuol dire tartaruga "che fonicamente è simile a "taught us" ("ci insegnava"); la Finta Tartaruga dà luogo a una serie di giochi di parole dell'autore per ridicolizzare la didattica vittoriana.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 




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