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William Shakespeare

 

TUTTO E' BENE

QUEL CHE FINISCE BENE

 

 

 

PERSONAGGI

 

IL RE DI FRANCIA

IL DUCA DI FIRENZE

BELTRAMOconte di Rossiglione

LAFEUun vecchio Signore

PAROLLEScompagno di Beltramo

RINALDOmaggiordomo della contessa di Rossiglione

LAVACHEbuffone della Contessa

Un Paggio

LA CONTESSA DI ROSSIGLIONE

ELENAgentildonna protetta dalla Contessa

Una vedova di Firenze

DIANAfiglia della vedova

MARIANAVIOLANTE: vicine e amiche della vedova

SignoriUfficialiSoldati e altri personaggi francesi e fiorentini

 

 

 

Scena: Rossiglione; Parigi; Firenze; Marsiglia

 

 

 

ATTO PRIMO

 

SCENA PRIMA - Rossiglione. Una sala nel Palazzo della Contessa

(Entrano BELTRAMOla CONTESSA DI ROSSIGLIONEELENA e LAFEUtutti in nero)

 

CONTESSA: Nel separarmi da mio figlio seppellisco un secondo marito.

BELTRAMO: Ed io partendosignorapiango un'altra volta la morte di mio padre: ma devo ubbidire al comando di Sua Maestàdel quale or sono pupillo e sempre sarò suddito.

LAFEU: Troverete nel re uno spososignoravoisignoreun padre.

Egliche è in tutto sempre così buonosi sentirà obbligato a dimostrare la sua bontà verso di voiperché i vostri meritiben lungi dal farla diminuire dove è tanto abbondantela susciterebbero anche dove mancasse.

CONTESSA: V'è qualche speranza di miglioramento nella salute del re?

LAFEU: Egli non ne vuol più sapere dei medicisignora. Seguendo le loro prescrizioni ha trascorso inutilmente il tempo nella speranzasenza vantaggio alcunose non la perdita di ogni speranza col passare del tempo.

CONTESSA: Questa giovane gentildonna aveva un padre - ahi! che parola triste quell'"aveva"! - un padrela cui abilità era grande quasi come la sua onoratezza; se fosse stata uguale avrebbe reso immortale la naturae la mortemancatole il lavoroavrebbe dovuto far vacanza.

Volesse il cielo cheper il bene del refosse ancora vivo. La sua vita sarebbe stata la morte della malattia del rene sono certa.

LAFEU: Come si chiamava l'uomo di cui parlatesignora?

CONTESSA: Era famoso nell'arte suae ben a ragione: Gerardo di Narbona.

LAFEU: Davvero fu eccellente. Alcun tempo fa il re ne parlò con ammirazione e con rimpianto. La sua bravura era tale che egli sarebbe ancora in vita se la scienza potesse vincere la morte.

BELTRAMO: Mio buon signoredi quale malattia soffre il re?

LAFEU: D'una fistolamio signore.

BELTRAMO: Non ho mai udito parlarne.

LAFEU: E' una cosa purtroppo ben nota... E questa gentildonna è figlia di Gerardo di Narbona?

CONTESSA: Sua figlia unicamio signorelasciata alle mie cure. Io ho per il suo bene quelle speranze che la sua educazione promette: le inclinazioni che ella ha ereditato rendono ancor più belli i bei talenti. Le virtuose qualitàpossedute da uno spirito impuronon si possono lodare che con rincrescimento; sono sì virtùma traditrici; in lei le virtù sono felicemente accompagnate dalla semplicità; ella ha ereditato onoratezza e si vien acquistando virtù.

LAFEU: Le vostre lodisignorale fanno versare lacrime.

CONTESSA: Sono il miglior sale col quale una fanciulla può assaporare le lodi fatte a lei. Ogni volta che il ricordo del padre ritorna al suo cuorela tirannia del dolore toglie ogni vivacità al suo volto...

BastaElenaorsùbasta: non vorrei che si credesse che voi mostrate un dolore che forse non avete.

ELENA: Sìlo dimostroil dolorema lo sento anche.

LAFEU: I morti han diritto ad un rimpianto moderatoil dolore eccessivo è nemico ai vivi.

CONTESSA: E come si deve intendere?. Che se il vivere è nemico del dolorel'esagerazione uccide presto lo stesso dolore.

BELTRAMO: Signoraio desidero i vostri santi auguri.

CONTESSA: Sii tu benedettoBeltramo; possa tu essere il successore di tuo padre nella cortesia come lo sei nelle fattezze: il sangue e la virtù si contendano il dominio sopra di tee la tua bontà sia pari ai doni della tua nascita. Ama tuttifidati di pochinon recar torto ad alcuno: sii forte contro il tuo nemicoma possa tu non usare della tua forzae custodisci l'amico sotto la chiave della tua stessa vita:

ti si rimproveri d'aver taciutoma che tu non venga mai biasimato per aver parlato... Scenda ancora sul tuo capo tutto quanto di cui il cielo ti vuol adornatoe che le mie preghiere gli possono strappare... Addiomio signore. (A Lafeu) E' un cortigiano ingenuo.

Mio buon signoredategli dei buoni consigli.

LAFEU: Colui che segue il suo signore non mancherà dei migliori consigli.

CONTESSA: Il cielo lo benedica. AddioBeltramo.

 

(Esce)

 

BELTRAMO: I migliori desideri che si possono formare nel vostro pensiero vi siano servitori. (Ad Elena) Confortate mia madrevostra padronaed abbiatene grande cura.

LAFEU: Addiograziosa fanciulla; sappiate mantenere alta la fama di vostro padre.

 

(Beltramo e Lafeu escono)

 

ELENA: Ohse ciò fosse tutto! Io non penso a mio padrema queste grandi lacrime ne onorano il ricordo più di quelle che versai per lui.

Come erano le sue fattezze? L'ho dimenticato; nella mia immaginazione soltanto il volto di Beltramo è impresso... Sono perduta; non si può vivere se Beltramo è lontano. Sarebbe come amare una luminosissima stella e pensare di sposarlatanto egli è al di sopra di me; devo trovar conforto nel suo radioso riverbero e nella sua luce collateralenon nella sua sfera... L'ambizione del mio cuore punisce se stessa: la cerva che volesse unirsi al leone è condannata a morir d'amore. Era bellobenché dolorosovederlo ogni oraesedendodisegnare l'arco delle sue sopraccigliail suo occhio di falcoi suoi ricciolisulla tavola del mio cuore; un cuore troppo impressionabile ad ogni linea e ad ogni gioco del suo dolce volto...

Ma ora egli se n'è andatoe al mio amore idolatra non son lasciate che reliquie da adorare. Chi viene?

 

(Entra PAROLLES)

 

(A parte) Uno che parte con lui: gli voglio bene per amor suobenché io sappia che è un ben noto impostoree benché lo ritenga sciocchissimo e completamente vile; ma questi inveterati vizi gli si adattano tanto beneche incontran favorementre le ossa d'acciaio della virtù illividiscono nel freddo vento: così vediam spesso la sapienza nuda e poverella servire alla fastosa follia.

PAROLLES: Salute a voibella regina.

ELENA: E a voimonarca.

PAROLLES: Non monarca.

ELENA: E non regina.

PAROLLES: State meditando sulla verginità?

ELENA: Sì... Trovo in voi un certo che di soldatescolasciate che vi faccia una domanda. L'uomo è il nemico della verginità: come possiamo innalzare barricate contro di lui?

PAROLLES: Col tenerlo fuori.

ELENA: Ma egli ci assale e la nostra verginitàbenché valorosa nel difendersiè però debole: indicatemi come resistere da soldati.

PAROLLES: Non si può. L'uomo vi assediavi scava sotto la minae vi fa saltare in aria.

ELENA: Dio liberi la nostra povera verginità da coloro che nascondono minee che ci fanno saltare per aria! Non potrebbero avere le vergini uno stratagemma per far saltare gli uomini?

PAROLLES: Una volta a terra la verginitàpiù facilmente in aria sarà l'uomo: e diaminese lo mettete a terra una seconda volta grazie alla breccia aperta da voi stessavoi perderete la vostra città. Nella repubblica della natura non è buona politica conservare la verginità.

La perdita della verginità significa un aumento ragionevole. Non venne mai al mondo una vergine senza che prima non si perdesse la verginità.

Voi foste fatta con quella stoffa con cui si formano le vergini. La verginitàperduta una voltala si può ritrovare decuplicata:

custodita per sempresarà per sempre perduta: è una compagna troppo fredda: liberatevene!

ELENA: Eppure voglio difenderla un pocoa costo di morir vergine.

PAROLLES: E ci sarebbe poco da dire in suo favore: è contro la legge di natura. Parlare in favore della verginitàvuol dire accusare vostra madre: certissima mancanza di rispetto. Rimanere vergine vale quanto impiccarsi: la verginità commette un suicidioe dovrebbe essere sepolta lungo le stradelontano dai sacri recinticome disperata peccatrice contro la natura. La verginità genera vermi come il formaggiosi consuma fino alla crostae muore a forza di riempirsi lo stomaco. Inoltre la verginità è irritabileè superbafannullonapiena d'amor proprioche è il peccato più proibito di tutto il canone. Non mantenetelanon ne avrete che danno. Mettetela a interesse: in dieci anni verrà aumentata dieci volte tanto: un buon profitto! E senza alcun danno al capitale. Suliberatevene.

ELENA: E che cosa dovrebbe faresignorecolei che volesse perderla secondo il proprio piacere?

PAROLLES: Vediamo. Ma! Dovrebbe far male. Dovrebbe farsi piacere colui al quale non piace la verginità. E' una mercanzia che perde la sua lucentezza se la si lascia giacere: più la si custodisce e più perde di valore: liberatevenefinché è vendibile: sappiate andare incontro alla richiesta. La verginitàcome un vecchio cortigianoha un cappello fuor di modaha un costume ricco che non costuma piùcome il fermaglio e lo stuzzicadenti che ormai non si usano più... E' meglio il dattero nella torta e nella minestrache la data sulla vostra guancia. La vostra verginitàla vostra vecchia verginitàassomiglia alle nostre pere francesi vizze; brutta al di fuorisecca al palato; giàè una pera vizza; prima era migliorema oragiàè vizza. Ecco!

ELENA: Ma non ancora la mia verginità. Là il vostro padrone avrà mille amoriuna madreun'amanteed un'amicauna feniceuna capitanae una nemicauna guidauna deae una sovranauna consiglierauna traditrice e un'amata: la sua umile ambizionela sua superba umiltà:

la sua discordante concordiala sua discordia armoniosa: la sua fedela sua dolce rovina: con tutt'un mondo di nomi affettuosiinventati al battesimo dove è padrino il cieco Cupido. Ora egli deve... Non so che cosa deve. Iddio gli mandi bene! A corte si può molto imparareed egli è tale...

PAROLLES: Tale che cosaprego?

ELENA: E' uno al quale io desidero ogni bene. Peccato che...

PAROLLES: Peccato che cosa?

ELENA: Che i desideri non abbiano un corpo che si possa toccare; che a noiinferiori per nascita e limitati ai desideri per l'influsso delle più umili stellenon sia concesso di accompagnare i nostri amici con gli effetti dei nostri voti; che non ci sia dato mostrare ciò che dobbiamo soltanto pensaree per cui nessuno ci ringrazia.

 

(Entra un paggio)

 

PAGGIO: Signor Parollesil mio signore vi chiama.

 

(Esce)

 

PAROLLES: Elenucciaaddio. Se potrò ricordarmi di tepenserò a tea corte.

ELENA: Signor Parollesvoi nasceste sotto una stella caritatevole.

PAROLLES: Io nacqui sotto Marteio.

ELENA: Proprio quello che volevo diresotto Marte.

PAROLLES: Perché sotto Marte?

ELENA: Le guerre vi hanno talmente tenuto sottoche voi di certo siete nato sotto Marte.

PAROLLES: Marte predominante.

ELENA: Noanziretrogradodirei.

PAROLLES: E perché?

ELENA: Perché quando combattete andate sempre indietro.

PAROLLES: E' per pigliar vantaggio.

ELENA: Giàcome quando si scappa perché la paura consiglia di mettersi in salvo: ma in voi il miscuglio di valore e di timore crea la forza di una buona ala: moda che io apprezzo molto.

PAROLLES: Ho tante cose da fare che non posso risponderti argutamente:

ma tornerò cortigiano perfettoe le mie istruzioni sapranno scozzonartise tu sei capace di ricevere il consiglio di un cortigianoe di capire ciò che il consiglio ti imporrà; nel caso contrario morirai nella tua ingratitudinela tua ignoranza t'annienterà. Addio: quando avrai tempodi' le preghierequando avrai soldiricordati degli amici: fa' di trovare un buon maritoe trattalo come lui tratterà te: addio dunque.

 

(Esce)

 

ELENA: Sovente i rimedi che noi riferiamo al cieloli abbiamo dentro di noi: il fato celeste ci concede la libertàe ritarda i nostri disegni soltanto quando noi stessi siamo lenti. Qual potere attrae tanto in alto il mio amore? Mi fa scorgeree poi non sazia il mio occhio? La natura uniscecome se fossero ugualicose che la fortuna ha fatto distantissimee le porta al bacio quali consanguinee. Le imprese straordinarie possono sembrare impossibili a coloro che ne misurano la fatica secondo il giudizio comunee credono che quanto è avvenuto non possa più avvenire. Vi fu mai alcuno chetentando di mostrare i suoi meritiabbia perduto il suo amore? La malattia del re... il mio progetto mi può ingannarema le mie intenzioni sono ormai fissate e non mi vogliono lasciare.

 

(Esce)

 

 

 

SCENA SECONDA - Parigi. Una sala nel Palazzo Reale

(Suono di trombe; entra il RE DI FRANCIAcon in mano alcune lettere Signori ed altre persone lo seguono)

 

RE: I Fiorentini e i Senesi sono alle prese fra loro. Han combattuto con pari fortuna e continuano la guerra duramente.

PRIMO SIGNORE: Così si dicesignore.

RE: La cosa è anzi molto probabile. Eccone abbiamo una notizia certa attestataci dal nostro cugino d'Austriail quale ci avverte che i Fiorentini verranno a chiederci sollecito aiuto. Il nostro carissimo amico previene il nostro giudizioe pare che desideri da noi una risposta negativa.

PRIMO SIGNORE: Il suo amore e la sua saggezzadella quale Vostra Maestà ha avuto tante proveesigono che gli si creda ampiamente.

RE: Egli ha dato armi alla nostra rispostaed al Signore di Firenze opponiamo un rifiuto prima ancora che chieda. Tuttavia i nostri sudditi che volessero prestare servizio nelle milizie in Toscana potranno liberamente scegliere fra le due parti.

SECONDO SIGNORE: Sarà una buona scuola per la nostra nobiltàdesiderosa di azione e di gesta.

 

(Entrano BELTRAMOLAFEU e PAROLLES)

 

RE: Chi viene?

PRIMO SIGNORE: Mio buon signoreè il conte di Rossiglioneil giovane Beltramo.

RE: Giovanetu porti il volto di tuo padre. La natura generosapiù attenta che avventatati ha ben formato. Possa tu ereditare anche le qualità morali di tuo padre! Benvenuto a Parigi.

BELTRAMO: La mia gratitudine e la mia obbedienza alla Maestà Vostra.

RE: Vorrei avere oranelle membrala sanità che possedevo quando tuo padre ed ioda amicifacevamo le prime prove nelle armi. Egli vedeva molto addentro nelle cose della guerra d'alloraed ebbe per maestri i migliori; egli durò a lungoma a poco a poco su tutt'e due la turpe vecchiezza prese il sopravvento e ci rese inabili... Mi è di grande sollievo parlare del vostro buon padre... In gioventù egli possedeva quell'arguzia che anche oggi è possibile incontrare nei nostri giovani signori; ma prima di poter nascondere sotto il manto dell'onore la propria leggerezzacostoro avran da scherzare fino a non riconoscer più le loro stesse facezie su labbra altrui. Vero cortigianonel suo orgoglio e nella sua ironia non v'era ne disprezzo né amarezzaa meno che non fossero suscitati dai suoi pari. Il suo onoreorologio a se stessosapeva il minuto preciso che la disapprovazione lo obbligava a parlareed allora la lingua obbediva all'inclinazione della sfera.

Trattava con coloro che gli erano inferiori come se fossero superiorie piegava la sua eminente altezza al loro basso livellofacendoli onorati della sua umiltà e godendo umilmente della loro povera lode...

Tale uomo potrebbe essereper questi tempi moderniun modellocheben seguitoli farebbe apparire retrogradi.

BELTRAMO: Il buon ricordo di luisignoreè scolpito nei vostri pensieri più gloriosamente che nella sua tombail suo epitaffio non trova conferma migliore delle vostre regali parole.

RE: Potessi io essere con lui! Egli soleva sempre dire - mi sembra di udirlo ora: le sue parole amiche non le gettava nelle orecchiema ve le innestavaed esse crescevano e recavan frutto -: "Che io non viva - così spesso cominciava la sua mite melanconia dopo un passatempo finito male e che l'aveva stancato- che io non viva - diceva - quando la mia fiamma mancherà d'oliopiuttosto che essere una moccolaia a quei giovani spiritii cui vivaci sensi disdegnano tutto ciò che non è novitài cui giudizi si limitano a crear vestitie la cui costanza spira prima ancora delle loro mode"... Tale era il suo desiderioe tali sono ora anche i miei voti. Poiché non posso portare a casa né cera né mielepossa io essere licenziato presto dalla mia arniaper lasciar posto ad altri lavoratori.

SECONDO SIGNORE: Voi siete amatosignoree coloro che poco vi amano sentirebbero per primi la vostra mancanza.

RE: Io riempio un postolo so... Da quanto tempoconteè morto il medico di vostro padre? Egli era ben famoso.

BELTRAMO: Da circa sei mesimio signore.

RE: Se fosse vivo chiederei il suo aiuto. Datemi il braccio... Gli altri mi hanno rovinato con le loro medicine. Natura e malattia combattono a loro piacimento. Benvenutoconte; mio figlio non mi è più caro.

BELTRAMO: Grazie alla Vostra Maestà.

 

(Suonano le trombe. Tutti escono)

 

 

 

SCENA TERZA - Rossiglione. Una sala nel Palazzo della Contessa

(Entrano la CONTESSAil Maggiordomoil Buffone)

 

CONTESSA: Ora sono disposta ad ascoltarvi. Che mi dite di quella gentildonna?

MAGGIORDOMO: Signorala cura che mi son preso per soddisfare i vostri desiderivorrei che fosse scritta sul calendario dei miei buoni servizi passati; se li facciamo noti a tutti. rechiamo ferita alla nostra modestiaed offuschiamo la chiarezza dei nostri meriti.

CONTESSA: Che fa qui questo briccone? Andatevenevoi! Le lamentele che ho udite sul conto vostro non le credo tuttema è ottusità da parte mia: so che non vi manca la necessaria sciocchezza per commettere tali bricconatee che avete capacità sufficiente per farle vostre.

BUFFONE: V'è ben notosignorache io sono un povero diavolo.

CONTESSA: Benemessere.

BUFFONE: Nosignoranon è proprio un gran bene che io sia poverobenché molti ricchi sian dannati. Ma se io posso ottenere da Vostra Signoria il permesso di accasarmiIsabellala vostra donnaed iofaremo come potremo.

CONTESSA: Vuoi proprio diventare un accattone?

BUFFONE: Vi chiedo la carità del vostro buon volere in questo caso.

CONTESSA: In quale caso?

BUFFONE: Nel caso di Isabellae mio... Il servire non procura ereditàe non potrò mai avere la benedizione di Dio finché non avrò rampolli del mio sangue; si dice che i figli siano benedizioni.

CONTESSA: Dimmi la ragione per la quale vuoi sposarti.

BUFFONE: Il mio povero corposignoralo esige. Sono trascinato dalla carnee chi è trascinato dal diavolo bisogna che cammini.

CONTESSA: E' tutta qui la ragione che spinge vostra signoria?

BUFFONE: In fedesignorane ho altre di ragionie sante.

CONTESSA: Può il mondo conoscerle?

BUFFONE: Io sono statosignorauna creatura tristacome lo siete voie come lo sono tutti quelli che son fatti di carne e di sangue:

ed eccomi sposo per pentirmi.

CONTESSA: Per pentirti del tuo matrimoniopiù presto che della tua cattiveria.

BUFFONE: Non ho amicisignorae spero di farmene alcuni per amore di mia moglie.

CONTESSA: Amici di tal sorta ti saranno nemicibriccone.

BUFFONE: Voi non vedete in fondosignora. Sono anzi grandi amiciperché questi furfanti vengono a fare per me quello di cui sono stanco... Colui che ara la mia terra mi risparmia i buoie lascia a me di ammassare il raccolto; se io sono il suo beccoegli è la mia bestia da soma; colui che conforta mia moglie rende un servizio alla mia carne e al mio sangue: colui che rende un servizio alla mia carne e al mio sangue ama la mia carne e il mio sangue: colui che ama la mia carne e il mio sangue è mio amico: ergocolui che bacia mia moglie è mio amico... Se gli uomini si accontentassero d'essere quel che sononon vi sarebbe pericolo alcuno nel matrimonio: poiché il giovane Chairbonnepuritanoe il vecchio Poissonpapistaquantunque divisi di cuore per la religionehanno unita la testapossono cozzarsi con le cornacome un qualunque daino nel branco.

CONTESSA: Ma quando chiuderai quella boccaccia e la finirai con le tue fandoniebriccone?

BUFFONE: Io sono profetasignorae dico la verità nel modo più breve.

Ché vi voglio ripeter la ballata che a ognun la verità dice più pura:

la gente al matrimonio è destinatacome il cuculo canta per natura.

CONTESSA: Andatevenemessere. Avrò da parlarvi ancora fra poco.

MAGGIORDOMO: Signoravi piaccia di mandarlo a chiamar Elena. Vi debbo parlare di lei.

CONTESSA: Ehi! Dite alla mia gentildonna che le debbo parlare: Elena voglio dire BUFFONE: Fu questo visodiss'ellacausa che i Greci saccheggiar Troia?

O stolta azioneazione stoltadi Priamo era lei la gioia?

Con ciò s'arresta lei e sospiracon ciò s'arresta lei e sospirapoi tal sentenza dà:

se una è buona tra nove pessimese una è buona tra nove pessimesu dieci una buona v'ha.

CONTESSA: Che? Una buona fra dieci? Voi corrompete la canzonegaglioffo.

BUFFONE: Una buona donna fra diecisignorasignifica purificare la canzone. Piacesse a Dio di servire il mondo a questo modo per tutto l'anno! Non troveremmo niente da ridire sulla decima delle donne se io fossi parroco. Una su diecidico io! Ohse almeno ci nascesse una donna buona all'apparire d'ogni cometao ad ogni scossa di terremotola nostra lotteria se n'avvantaggerebbe: è più facile ad un uomo estrarsi il cuoreche pescarne anche una sola buona.

CONTESSA: Andatevene dunque messer furfantee fate come io vi comando!

BUFFONE: Che l'uomo debba esser soggetto al comando della donnae che nulla di grave succeda! Benché l'onestà non sia puritananon farà nulla di malee porterà la cotta dell'umiltà sulla nera cappa di un cuore superbo... Sìsìme ne vado. Dirò dunque ad Elena di venir qui.

 

(Esce)

 

CONTESSA: Ebbenesentiamo.

MAGGIORDOMO: Io sosignorache voi amate con grande affetto la vostra gentildonna.

CONTESSA: Sìdavvero. Suo padre me la lasciò come un'ereditàed ella stessaanche se non vi fossero altri motivi in suo favoreha diritto a tutto l'affetto che le porto. Le si deve sempre più di quanto le vien datoe le verrà dato più di quanto ella chiederà.

MAGGIORDOMO: Signoradi recente mi trovai più vicino a lei di quantocredodesiderasse. Era solae comunicava le sue parole alle sue stesse orecchiecredendosarei pronto a giurarlo per leiche non venissero ascoltate da estranei. L'argomento era che amava vostro figlio: e diceva che la Fortuna non è una deaperché ha posto una diversità tanto grande fra le condizioni di loro due; che Amore non è un dioperché non vuole estendere il suo potere unicamente dove è eguaglianza di grado; Diana non è regina delle verginiperché permette che la sua povera cavaliera venga presa alla sprovvista e non la libera al primo assaltoné la riscatta dopo... Tali cose diceva col più amaro tono di dolore in cui io mai abbia udito lamentarsi una vergine. Ho ritenuto mio dovere farvelo sapere subitopoiché è giusto che ne siate informata pel caso che accadesse qualche disgrazia.

CONTESSA: Avete compiuto il vostro dovere onestamente; serbate ogni cosa per voi. Alcuni segni me lo avevano già fatto sospettare: ma oscillavano talmente sulla bilancia che non potevo né credere né dubitare... Vi pregolasciatemi. Custodite per voi questo segreto; vi ringrazio per la vostra onesta sollecitudine: presto avrò ancora bisogno di parlarvi. (Il Maggiordomo esce) Fu così anche di mequando ero giovane... Come noi siamo della naturacosì sono nostre queste cose. E' una spina che dirittamente appartiene alla rosa della nostra gioventù. L'abbiamo nel sangue al modo stesso che il sangue è in noi.

La forte passione dell'amoreimpressa nella gioventùè il segno e il sigillo della verità della natura. Nei ricordi dei nostri giorni passatiqueste furono le prime mancanzeo piuttosto allora noi non le credevamo tali.

 

(Entra ELENA)

 

Il suo occhio ne langueora me ne accorgo.

ELENA: Quali sono i vostri desiderisignora?

CONTESSA: Voi sapeteElenache io sono una madre per voi.

ELENA: La mia onorata padrona.

CONTESSA: Nouna madre. Perché no una madre? Quando ho detto "una madre" mi è parso come se voi vedeste un serpente. Che cosa c'è nella parola "madre" perché ve ne spaventiate? Lo ripetoio sono vostra madree vi metto fra coloro che portai in seno. Spesso si può vedere l'adozione combattere con la naturae la scelta produrre un ramoscello tutto nostropur da semi estranei. Voi non mi faceste mai gemere con il grido di dolore della madrema io vi dimostro una cura materna. Per l'amore di Diofanciulla! Ti raggela il sanguea dirti che son tua madre? Perchéperché questa inclemente messaggera di piantola multicolore Irideti circonda gli occhi? Perché? Forse perché siete mia figlia?

ELENA: Perché non lo sono.

CONTESSA: Ma io vi dico che sono vostra madre.

ELENA: Perdonatemisignora. Il conte di Rossiglione non può essere mio fratello: il mio nome è umileil suo illustre; nessuna distinzione ebbero i miei genitorii suoi sono tutti nobili. Egli è mio padroneè il mio caro signoreio vivo come sua servae voglio morire sua vassalla: egli non deve essere mio fratello.

CONTESSA: E neppure io vostra madre?

ELENA: Sìvoi siete mia madresignora. Ohfoste voi veramente mia madre! e così il mio signore vostro figlio non fosse mio fratello. O foste voi la madre d'entrambi - io non lo desidero meno del cielo - purché io non fossi sua sorella! Bisogna proprio che egli mi sia fratellose io sono vostra figlia?

CONTESSA: SìElenavoi potreste essere mia figliamia nuora. Dio vi guardi da un tal pensiero! tanto questi nomi di "figlia" e di "madre" vi fan tremare i polsi. Che! ancora pallida! Il mio timore ha dunque sorpreso il vostro amore! ora comprendo il mistero della vostra solitudineed ho scoperto la fonte delle vostre lacrime amare. Ora salta agli occhi che voi amate mio figlio! Sarebbe vergogna mentire contro questa chiara manifestazione della tua passionee dire che non lo ami: perciò dimmi la verità - ma dimmelo davveroche è proprio così poichéguardale tue guance lo confessano l'una all'altrae gli occhi tuoi lo vedono con tal evidenza nel tuo modo di comportartichea loro manieraparlano. Solo il peccato ed una ostinazione infernale possono legare la tua lingua perché si dubiti della verità.

Parlaè così? Se è cosìavete avvolto una bella matassa: se non lo ègiuratelo. Ad ogni modo io ti ingiungo di dirmi il veropel cielo che può far di me lo strumento della tua felicità.

ELENA: Buona signoraperdonatemi.

CONTESSA: Amate mio figlio?

ELENA: Il vostro perdononobile padrona.

CONTESSA: Amate mio figlio?

ELENA: Non lo amate voisignora?

CONTESSA: Non cercate di sfuggire: il mio amore è un legame che tutto il mondo conosce. Viamostratemi lo stato del vostro affettopoiché i vostri sentimenti vi hanno pienamente accusata.

ELENA: Ebbeneconfessoqui in ginocchiodavanti al cielo ed a voicheprima di voi e subito dopo il cieloio amo vostro figlio... La mia famiglia era poverama onesta; e tale è il mio amore; non vi offendetepoiché non viene a lui alcun male dall'essere amato da me; io non lo importuno con segni di corteggiamento presuntuosoné lo vorrei avere prima di essermelo meritato; eppure non so quale potrebbe essere il mio merito... So di amare invanodi lottare contro ogni speranza; in questo insidioso staccioche non sa contenereio verso continuamente le acque del mio amoree non me ne mancano mai da perder così. Cosìcome un indianoreligiosa nel mio erroreadoro il sole che guarda il suo adoratore ma non ne sa nulla di più... Mia signora amatissimanon venite incontro al mio amore con odioperché io amo ciò che voi amate. Se mai in voi stessala cui onorata età attesta una virtuosa giovinezzase mai con fiamma di passione così sincera amaste castamente e desideraste ardentemente che la vostra Diana fosse insieme Diana e Venereoh! allora abbiate pietà di colei chenel suo statoaltro non può fare se non prestare e dare dove è sicura di perdere; che non cerca per trovare l'oggetto della sua ricercama che purecome in un indovinellovive giocondamente dove muore.

CONTESSA: Non avevate voi l'intenzioneultimamentedi andare a Parigi? Siate sincera!

ELENA: Sìl'avevo.

CONTESSA: Perché? Siate sincera!

ELENA: Dirò la verità. Lo giro per la grazia stessa... Voi sapete che mio padre mi lasciò alcune ricette d'un'efficacia rara e sicurache i suoi studi e la sua esperienza pratica avevano composto come universale e sovrano rimedio. Sapete come m'ingiunse di dispensarle con la più attenta riserva come se fossero motti d'imprese che contengono più di quanto sembrano esprimere. Fra le altre vi è una medicinaprovataefficaceche può curare la disperata malattia per la quale il re è dichiarato perduto.

CONTESSA: Era questo dunque il vostro motivo per recarci a Parigi?

Ditemelo.

ELENA: Il mio signorevostro figliomi ha fatto pensare a ciò.

Altrimenti Parigie la medicinae il resarebbero forse stati assenti dalla conversazione dei miei pensieri.

CONTESSA: MaElenapensate voi che il re accetterebbe il presunto aiuto che voi vorreste offrirgli? Lui e i suoi medici sono di uno stesso pensiero: luiche i medici non lo possono guariree loro di non poterlo guarire. Come presterebbero fede a una povera verginella indottamentre le scuoleesaurita tutta la loro scienzahan lasciato la malattia a se stessa?

ELENA: C'è qualcosapiù che l'eccellenza di mio padrela più grande nella sua scienzaqualcosa che mi fa presentire che la sua buona ricetta sarà santificataper mia ricchezzadalle più fortunate stelle del cielo; e se Vostro Onore mi permettesse solo di tentare il successoio m'impegnereia costo di perder la mia vita per sì buona causaa guarire il re per il tal giorno e la tale ora.

CONTESSA: Lo credi proprio?

ELENA: Ne son certasignoracon tutta la mia coscienza.

CONTESSA: EbbeneElena: tu avrai il mio permesso e il mio affettoi mezzi e i servitori e le mie amorevoli raccomandazioni ai miei amici a corte. Io starò a casa e pregherò la benedizione di Dio sulla tua impresa. Domani partirai; e sta' certa che non ti mancherà ciò che sarà in mio potere di fare per aiutarti.

 

(Escono)

 

 

 

ATTO SECONDO

 

SCENA PRIMA - Parigi. Il Palazzo Reale

(Suono di trombe. Entra il RE con diversi giovani Signori che prendono congedo prima di partire per la guerra fiorentina. BELTRAMOPAROLLESe persone del Seguito)

 

RE: Giovani signoriaddio! Non gettate al vento questi sentimenti guerrieri. E anche a voimiei signoriaddio! Dividetevi fra voi il consiglio che vi ho dato. Ma se ciascuno lo prenderà interoil dono aumenterà nel modo che è ricevutoe anche allora sarà sufficiente per tutti.

PRIMO SIGNORE: Signoreè nostra speranza di poter tornare soldati ben addestratie di trovare Vostra Grazia in buona salute.

RE: Nonociò non potrà essere. Eppure il mio cuore non vuol ammettere di dover cedere alla malattia che assedia la mia vita...

Addiogiovani signori! Muoia io o vivadimostratevi figli degni di degni Francesi; fate che la più alta Italia (eccetto coloro che hanno ereditato soltanto la decadenza dell'ultima monarchia)comprenda che voi non andate a corteggiare l'onorema a sposarlo. Quando il più valente segugio si ritrarràfate in modo di trovare voi ciò che avete cercatosì che la fama alto vi gridi... Addiovi ripeto.

SECONDO SIGNORE: La salute possa ubbidire al comando della Maestà Vostra!

RE: Quelle ragazze d'Italia! Stateci bene attenti! Dicono che ai nostri Francesi manchi la lingua per negare quando esse chiedono.

State attenti a non diventare schiavi prima ancora di servire come soldati.

PRIMO e SECONDO SIGNORE: Vi siamo grati per le vostre raccomandazioni.

RE: Addio. (Ai Servi) Venitemi vicino. (Vien portato fuori)

PRIMO SIGNORE (a Beltramo): O mio dolce signorepeccato che voi dobbiate rimanere qui.

PAROLLES: Non è colpa di luiil bellimbusto.

SECONDO SIGNORE: Oh! queste magnifiche guerre!

PAROLLES: Mirabilissime! Io le ho vistequeste guerre.

BELTRAMO: Devo star qui perché mi è comandato e perché m'intronan le orecchie con "troppo giovane"e "l'anno venturo"e "è troppo presto".

PAROLLES: Se proprio ne hai l'intenzioneragazzosvignatela di quicon coraggio. BELTRAMO: Invece dovrò starmene quicome il cavallo di davanti sotto la guida di una gonnellaa far scricchiolar le scarpe sul ben levigato pavimentofinché l'onore sarà tutto vendutofinché l'unica spada che ancora si porterà sarà lo spadino per danzare! Per il cielovoglio scappar via di nascostocome un ladro.

PRIMO SIGNORE: Sarà un furto che vi farà onore.

PAROLLES: Commetteteloconte.

SECONDO SIGNORE: Io vi sarò complice. Addio.

BELTRAMO: Mi sento come una parte di voie il dovermi separare mi lacera la carne.

PRIMO SIGNORE: Addiocapitano.

SECONDO SIGNORE: Dolce signor Parolles!

PAROLLES: Nobili eroila mia spada e la vostra sono sorelle.

Scintillanti e lucenti lamein una parola ottime tempre: nel reggimento degli Spini incontrerete un certo capitano Spuriocon una cicatriceemblema di guerraqui sulla guancia sinistra; fu questa spada che ve la scavòsìproprio questa. Gli direte che io sono vivoe fate bene attenzione a ciò che vi dirà di me.

PRIMO SIGNORE: Lo faremonobile capitano.

PAROLLES: Marte si innamori di voi come suoi novizi (I Signori escono)

(A Beltramo) E voiche avete intenzione di fare?

 

(Rientra il RE portato dai Servi sulla sedia)

 

BELTRAMO (mettendo il dito sulla bocca): Zitto. Ecco il re.

PAROLLES (conducendolo via in fretta): Le vostre cerimonie di rispetto verso quei nobili signori debbono essere più ossequiose; vi siete limitato nella cinta d'un addio troppo freddo; siate più cordiale con loro; essi sono il cimiero del bel mondoe praticano le vere creanzemangianoparlano e si muovono sotto la guida dell'astro più di moda.

Anche se fosse il diavolo a guidar la danzaquei signori bisogna seguirli. Raggiungetelie salutateli con più effusione.

BELTRAMO: Lo farò.

PAROLLES: Sono compagni degni; e sapranno certo dimostrarsi vigorosi spadaccini. (Beltramo e Parolles escono. Entra LAFEU)

LAFEU (inginocchiandosi): Il vostro perdonomio signoreper me e per la notizia che vi reco.

RE: Te lo concederò se ti alzerai.

LAFEU (alzandosi): Se è cosìecco qui in piedi un uomo che si porta con sé il perdono. Avrei voluto che vi inginocchiaste voimio signorea chiedermi pietàe cheal mio comandovi foste alzato così.

RE: Magari! E t'avessi anche rotto la testa per chiedertene perdono.

LAFEU: In fede miauna lancia spezzata di traverso!. Mamio buon signoreascoltate: volete guarire della vostra malattia?

RE: No.

LAFEU: Oh! Non volete dunque mangiar l'uvamia reale volpe? Ma se la mia volpe reale potesse arrivare a prenderlasicuro che la mangerebbela mia nobile uva! Ho visto un medico capace di infondere la vita in una pietradi vivificare la rocciadi farvi ballare il canario con foga e brio indiavolati. Il solo suo tocco ha la potenza di far risuscitare il re Pipinoanzidi porre in mano al grande Carlomagno una pennaper scrivere a lei un biglietto d'amore.

RE: Di che "lei" si tratta?

LAFEU: Il Dottor Lei. E' arrivatamio buon signorese volete vederla. In fede mia e sul mio onorese posso manifestare seriamente i miei pensieri con questo scherzoso modo d'esprimermiho parlato con una persona cheper il suo sessoi suoi annila sua professionesaggezza e costanzami ha riempito di meraviglia tanto grande che non la si può tutta attribuire alla mia debolezza. Vorreste vederlacome ella desiderae sapere cosa vuole? Poi riderete pure di me.

RE: Ebbenebuon Lafeufa' entrare questa meraviglia. Voglio prender parte anch'io alla tua ammirazioneo liberarti dalla tua meravigliameravigliandomi come tu te la sia presa.

LAFEU: Sìvi soddisferòe prima della fine del giorno.

 

(Esce)

 

RE: Tale è sempre il suo prologo quando deve far seguire qualche speciale nulla.

 

(LAFEU ritorna con ELENA)

 

LAFEU: Suvenite da questa parte.

RE: La sua fretta ha veramente le ali.

LAFEU: Suvenite da questa parte. Ecco Sua Maestà; apritegli la vostra mente. Vi presentate quasi come un traditore: ma traditori come voi Sua Maestà li teme raramente. Io sono lo zio di Cressidae m'azzardo a lasciarvi tutt'e due insieme. State bene.

 

(Esce)

 

RE: Bella fanciullain che modo ci riguardano le vostre occupazioni?

ELENA: Mio buon signoreGerardo di Narbona fu mio padree fu ben noto nella sua professione.

RE: Lo conobbi.

ELENA: Allora non ripeterò le sue lodiaverlo conosciuto è sufficiente... Sul letto di morte egli mi consegnò molte ricettema una in modo particolareil rampollo più prezioso della sua artee l'unico beniamino della sua vecchia esperienzami comandò di custodirla come un terzo occhiopiù efficace e più prezioso dei miei due. Così ho fatto. Ed avendo udito che la Vostra Maestà è afflitta da una maligna infermitàcontro la quale la virtù del dono del mio caro padre è specialmente sovranaio vengo ad offrirvelocon la mia obbedienzae con ogni dovuta umiltà.

RE: Vi ringraziamofanciullama non possiamo aver troppa fiducia di guariredacché i nostri medici più valenti ci abbandonanoe tutto il Collegio riunito ha concluso che l'arteper sforzi che faccianon potrà mai riscattare la natura da questo suo stato incurabile. Non dobbiamo talmente offuscare il nostro giudizioo corrompere la speranzafino a prostituire la nostra incurabile malattia in mano a empiricio a mettere a repentaglio il nostro onore e la nostra dignitàdimostrando stima a una cura insensataquando il solo tentare una cura già ci pare insensato.

ELENA: La coscienza di aver compiuto il mio dovere mi ripagherà delle mie fatiche: non verrò più ad importunarvi con i miei rimedi ed imploro umilmente dai vostri regali pensieri quello modesto di permettermi di ritornare.

RE: Non posso concederti menose non voglio passare per ingrato... Tu pensavi di potermi guariree io ti rendo quelle grazie che un moribondo dà a coloro che gli augurano di vivere. Ma ciò che io so in modo completo tu non sai neppure in parte. Io conosco interamente il pericolo nel quale mi trovoma tu non sai l'arte di liberarmene.

ELENA: Non potrebbe recar male alcuno tentare ciò che potrei faredal momento che voi siete ben sicuro di non guarire. Colui che porta a compimento le più grandi cose lo fa spesso per mezzo del ministro più debole. Così la Sacra Scrittura mostra giudizio nei bambiniladdove i giudici si son rivelati bambini; grandi corsi d'acqua sono sgorgati da semplici sorgentie vasti mari si sono disseccatiquando i potenti negavano i miracoli. Spesso fallisce l'aspettativae molto più sovente là dove più promette; spesso dà nel segno dove più fredda è la speranzae dove la disperazione è più appropriata.

RE: Non posso darti ascolto. Addiogentile fanciulla. Le tue fatiche non adoperate devono essere ricompensate da te stessa. Le offerte non accettate raccolgonocome ricompensasoltanto ringraziamenti.

ELENA: Il semplice alito arresta dunque un'ispirazione meritoria. Non avviene così con Colui che sa tuttomentre avviene invece con noiche misuriamo le nostre congetture secondo le apparenze. Ma è ben grande la presunzione nostradi stimare azione dell'uomo l'aiuto del cielo. Caro signorevogliate dare il vostro assenso al mio tentativofate un esperimento non di me ma del cielo. Io non sono una bugiardache pretenda di fare più di quanto so fare. Ma sappiate che io pensoe pensate che io so sicurissimamenteche la mia arte non è senza poteree che voi non siete incurabile.

RE: Hai dunque tanta sicura confidenza? Entro quanto tempo speri di guarirmi?

ELENA: Se la somma grazia mi sarà graziosaprima che i cavalli del sole abbiano portato due volte nel suo diurno circolo il loro ardente lampadoforoprima che due volte l'umido Espero abbia spenta la sua lampada assonnata nell'oscurità e nel vapore occidentaleo che ventiquattro volte l'ampolletta del pilota abbia indicato come passano i furtivi minuticiò che è infermo si allontanerà rapidamente dalle vostre parti sanela salute vivrà liberae la malattia liberamente morrà.

RE: Che cosa osi d'arrischiare sulla tua sicura fiducia?

ELENA: L'accusa d'impudenzala sfrontatezza d'una bagasciauna vergogna famosa vilipesa in odiose ballateil mio nome di vergine infamato; oppure - non certo la peggiore fra le cose peggiori - fate che la mia vita termini dilaniata dalla tortura più vile.

RE: Sembra che uno spirito beato faccia risonare in tedebole organola sua potente parola; e ciò che è ripudiato come impossibile dal senso comuneun sentimento superiore lo accetta su altra base... La tua vita è preziosapoiché tutto ciò che la vita stima degno del nome di vita ha gran valore in te: gioventùbellezzasaggezzacoraggiotutto quanto la felicità e la primavera della vita benedicono. Se sei disposta a sacrificare tutto ciòè segno che tu devi possedere o una sagacia infinitao una disperazione mostruosa. Dolce medicovoglio tentare la tua medicinama se io morrò essa darà la morte a te.

ELENA: Se non rimarrò entro i limiti di tempo fissatise verrò meno all'esattezza di quanto ho dettomi farete morire illagrimatae ben mi starà. Se non vi farò guarire mi pagherete con la morte. Ma se saprò risanarviche cosa promettete voi a me?

RE: Chiedi.

ELENA: E voi me lo concederete?

RE: Sìper il mio scettro e per la mia speranza del cielo.

ELENA: Ebbenetu mi daraicon la tua mano regalequel marito che è in tuo potere concedermi e che io ti chiederò. E' ben lontana da me l'arroganza di scegliere fra il sangue reale di Franciaper tramandare il mio nome umile e basso con un ramo e un rappresentante della tua casa; ma unotuo vassalloche io so di poter liberamente chiederee che tu liberamente mi potrai concedere.

RE: Eccoti la mia mano. Se le condizioni verranno osservateotterrai per mio mezzo ciò che desideri. Stabilisci dunque il tempopoiché iodeciso ad essere tuo pazienteormai ho fiducia in te... Dovrei chiederti di piùsìlo dovreibenché sapere di più non aggiungerebbe nulla alla fiducia: dovrei chiederti donde vienida chi sei stata accompagnatama sii benvenutapur senza queste domandee sii benedetta senza riserva. Olàvenite ad aiutarmi! Se saprai mantenere la tua grande parolaciò che io farò per te sarà pari a ciò che tu farai.

 

(Suono di trombe. Tutti escono)

 

 

 

SCENA SECONDA - Rossiglione. Sale nel Palazzo della Contessa

(Entrano la CONTESSA e il Buffone)

 

CONTESSA: Avantimessere. Voglio misurare l'altezza della vostra educazione.

BUFFONE: Mi dimostrerò altamente pasciuto e bassamente educato. Si saio non son fatto altro che per la corte.

CONTESSA: Per la corte! Oh! per che luogo avete dunque riguardose voi vi cavate quello di torno con tanto disprezzo: "altro che per la corte"!

BUFFONE: In veritàsignorase Iddio ha prestato a un uomo qualche creanzaegli può agevolmente cavarsela a corte; chi non può fare un inchinoné cavarsi il cappelloo baciarsi la manoo dire alcunchénon possiede né gambané maniné labbroné cappello; ein realtàun tipo cosìa dirla schiettanon sarebbe affatto per la corte. Maquant’ a meposseggo una risposta che può servire per tutti gli uomini.

CONTESSA: Oh! dev'essere ben capace una risposta che va bene per tutte le domande.

BUFFONE: E' come la sedia del barbiereche è adatta per tutte le naticheper quelle puntuteper quelle spampanateper quelle sodeper qualsiasi natica insomma.

CONTESSA: E la vostra risposta sarebbe adatta per tutte le domande?

BUFFONE: A perfezione: come si adattano dieci grossi alla mano di un avvocatocome la corona francese alla sgualdrinella vestita di taffettàcome l'anel di vinco di Berta al dito di Martinocome i cenci al martedì grassocome la moresca al primo maggiocome un chiodo al suo bucocome il cornuto al suo cornocome una scanfarda arrabbiata a un manigoldo attaccabrighecome le labbra d'una monaca alla bocca del frateanzicome la salsiccia alla sua pelle.

CONTESSA: Dunquevoi avete una risposta adatta proprio a tutte le domande?

BUFFONE: Dal duca in giùfin sotto il birrosi adatta a qualsiasi domanda.

CONTESSA: Dev'essere una risposta di proporzioni sproporzionatese deve adattarsi a tutte le domande.

BUFFONE: Ma non è nemmeno un'ineziain fede miase i sapienti la giudicassero come si deve. Eccola tutta intera. Domandatemi se sono un cortigiano; non vi farà nulla di male a imparare.

CONTESSA: A esser giovane di nuovose potessi.... Mi comporterò da sciocca nelle mie domandecolla speranza di diventar più sapiente dopoper le vostre risposte. Ditemimesseresiete un cortigiano?

BUFFONE: Mio Diosignore! Ecco un modo semplice di menare il can per l'aia. Ancoraancorafatemene cento.

CONTESSA: Messeresono un vostro povero amicoche vi vuol bene.

BUFFONE: Mio Diosignore! In frettain fretta. Non risparmiatemi.

CONTESSA: Io credomessereche non possiate mangiare di questo cibo grossolano.

BUFFONE: Mio Diosignore! Anzi fatemene far la prova e vi farò vedere io.

CONTESSA: Poco tempo fa voi foste frustatomi paremessere.

BUFFONE: Mio Diosignore! Non risparmiatemi.

CONTESSA: Quando vi si frusta voi gridate "Mio Diosignore" e "Non risparmiatemi"? In veritàMio Dio, signoreè una risposta che ben s'adatta quando si è frustati: se foste messo alle strettevoi sapreste rispondere bene alle frustate.

BUFFONE: Non sono mai stato più sfortunatoin tutta la mia vitacon il mio "Mio Diosignore!". Comprendo che certe cose possono servire per lungo tempoma non per sempre.

CONTESSA: La brava massaia che sto facendo col tempoa passarlo così allegramente con uno sciocco.

BUFFONE: Mio Diosignore! Eccoqui serve ancora.

CONTESSA: Bastasignoredi questo. Consegnate ciò ad Elena ed insistete perché risponda subito. Salutate per me i miei parenti e mio figlio. Non è molto.

BUFFONE: Non molti saluti per loro?

CONTESSA: Non molto lavoro per voi. Avete capito?

BUFFONE: Fruttuosissimamente. Sarò là prima delle mie gambe.

CONTESSA: Tornate in fretta.

 

(Escono da porte diverse)

 

 

 

SCENA TERZA - Parigi. Una sala nel Palazzo Reale

(Entrano BELTRAMOLAFEU e PAROLLES)

 

LAFEU: Si dice che il tempo dei miracoli è passatoe vi sono presso di noi teste filosofiche che ci rendono giornaliere e familiari le cose soprannaturali e inesplicabili. Perciò riteniamo come sciocchezze le cose spaventosee ci trinceriamo dietro una scienza apparentementre dovremmo invece sottometterci a un ignoto timore.

PAROLLES: Sìè la cosa più meravigliosa che sia sorta ai giorni nostri.

BELTRAMO: Veramente.

LAFEU: Essere abbandonato dai medici...

PAROLLES: Dico io! Dai seguaci di Galeno e da quelli di Paracelso...

LAFEU: Da tutti i dotti patentati...

PAROLLES: Giàlo dico anch'io.

LAFEU: Che lo dichiararono incurabile...

PAROLLES: Giàproprioanch'io dico così.

LAFEU: Spacciato...

PAROLLES: Proprio come un uomo sicuro di...

LAFEU: Di una vita incerta e di una morte certa.

PAROLLES: Giustodite bene; lo stavo per dire anch'io.

LAFEU: Dire che è cosa nuovissima al mondoè dire la semplice verità.

PAROLLES: E lo è davvero. Se la volete scritta e stampatala potrete leggere nel... la... come si chiama codesta cosa costì?

LAFEU: "La dimostrazione di un affetto celestein uno strumento terrestre".

PAROLLES: Ecco: avrei detto proprio così.

LAFEU: Il delfino non è più allegro; voglio dire quanto a...

PAROLLES: Oh!è stranostranissimoecco né più né meno come sta la faccenda; e sarebbe empio colui che non volesse riconoscerla come...

LAFEU: La mano del cielo.

PAROLLES: Sicuro; lo dico anch'io.

LAFEU: In un debolissimo...

PAROLLES: E gracile ministrogrande poteregrande trascendenzache dovrebbe condurci ben più in làche la semplice guarigione del re; comeper esempioad essere...

LAFEU: Tutti grati.

 

(Entrano il REELENAe Persone del seguito)

 

PAROLLES: L'avrei detto anch'io. Voi dite bene... Ecco che viene il re.

LAFEU: "Lustick"! Come dicono gli Olandesi. Amerò le fanciulle di piùfin che mi rimarrà un dente in bocca: ma guardatepotrebbe ballare la coranta con lei.

PAROLLES: "Mort du vinaigre"! Ma non è questa Elena?

LAFEU: Per Diomi pare di sì.

RE: Andatechiamate davanti a me tutti i signori della corte. Siedimia salvatricequi di fianco al tuo ammalatoeda questa mano ormai sanadalla quale tu hai richiamato la vita banditaricevi di nuovo la conferma del mio promesso dono che attende solo di essere nominato da te...

 

(Entrano alcuni Signori)

 

Bella fanciullavolgi intorno i tuoi occhiquesta giovanile accolta di nobili celibi è a mia disposizione; la mia voce ha su di loro l'autorità del sovrano e del padre; eleggi liberamentetu hai il potere di scegliereed essi non ne hanno alcuno di negare.

ELENA: A ciascuno di voi possa capitare un'amante bella e virtuosaquando piacerà ad Amore! Sìa tuttitranne che ad uno.

LAFEU (a partea Parolles): Darei il mio baio Codimozzocon tutti i finimentiper avere i denti sani come quelli di tutti questi giovani e la barba altrettanto tenera.

RE: Considerali bene: neppure uno fra loro che non abbia avuto nobile il padre.

ELENA: Signoriil cielo ha ridonato la vita al reper mezzo mio.

TUTTI: Lo sappiamoe ne ringraziamo il cielo.

ELENA: Io sono una vergine semplicee tanto ricca per questoche mi glorio soltanto di essere vergine... Se piace a Vostra Maestà io ho già deciso. I rossori sulle mie guance mi mormorano: "Noi arrossiamo che tu debba scegliere; mase ti si opporrà un rifiutoche la pallida morte si posi per sempre sulla tua guancia; noi non vi torneremo mai più".

RE: Sceglie sappi che colui che non vorrà accettare il tuo amorerifiuterà con ciò anche il mio.

ELENA: Orao Dianaio mi fuggo dal tuo altareed i miei sospiri si effondono verso l'imperiale Amorealtissimo dio... Signoresiete disposto ad udire la mia dichiarazione?

PRIMO SIGNORE: E anche ad accettarla.

ELENA: Graziesignore; non ho altro da dire.

LAFEU (a parte): Non m'importerebbe che la mia vita corresse l'alease avessi soltanto la probabilità d'essere scelto da lei.

ELENA: Signorel'onore che fiammeggia nei vostri begli occhiprima ancora che io parliè una risposta troppo minacciosa; l'amore innalzi le vostre fortune venti volte al disopra di colei che ve le augurae del suo umile amore!

SECONDO SIGNORE: Eppure nulla di meglio io desiderereise voi voleste.

ELENA: Accettate il mio augurioe l'Amore ve lo conceda! Così mi congedo.

LAFEU (a parte): Tutti la rifiutano? Se fossero miei figliuoli li frusterei ben beneo li manderei in Turchiaper farne degli eunuchi.

ELENA: Non abbiate timore che io prenda la vostra mano; per vostro amore non vi farò mai torto; la benedizione scenda sui vostri voti! E possiate trovare nel vostro letto una fortuna più bellase mai vi sposerete!

LAFEU (a parte): Questi ragazzi sono di ghiaccio: nessuno di loro la vuole: sono di certo bastardi inglesinon figli di Francia.

ELENA: Voi siete troppo giovanetroppo felicee troppo buonoper volere un figlio dal mio sangue.

QUARTO SIGNORE: Bella giovanenon lo credo.

LAFEU (a parte): Rimane ancora un acino - son certo che tuo padre il vino lo beveva - ma se tu non sei un somaroio sono un ragazzo di quattordici anni; ti conosco bene.

ELENA (a Beltramo): Non oso dire che vi scelgomafinché vivròconsegno me e i miei servigi al vostro potere e alla vostra guida...

Questo è l'uomo.

RE: Ebbenegiovane Beltramoprendilaessa è tua moglie.

BELTRAMO: Mia mogliemio signore? Io imploro Vostra Altezza di permettermiin un affare come questodi far uso dei miei propri occhi.

RE: Non saiBeltramociò che ella ha fatto per me?

BELTRAMO: Lo somio buon signorema non posso mai sperare di sapere perché dovrei sposarla.

RE: Tu sai che ella mi ha fatto alzare dal mio letto d'infermità.

BELTRAMO: Ma forse ne seguemio buon signoreche al vostro alzarsi debba corrispondere il mio abbassarsi? Io la conosco bene: ella venne educata a spese di mio padre: mia moglie la figlia di un povero medico! Piuttosto mi avvilisca un eterno vituperio!

RE: E' dunque soltanto la mancanza di un titolo che vitùperi in leiil titolo che io posso creare... E' cosa strana che i nostri sanguii qualimescolati tutti insiemenon si potrebbero in nessun modo distinguerenel colore nel peso e nel caloresi mantengano tuttavia tanto staccatiin così forti differenze... Se ella è tutto quel che c'è di virtuoso (salvo ciò che a te dispiaceche è la figlia di un povero medico)a te dispiace la virtù a causa d'un nome. Ma tu non arriverai a tal punto. Quando virtuosi effetti procedono dal grado più bassoquel grado viene nobilitato dall'azione compiuta. Il nostro onore è idropicose ci gonfiano i grandi titoli in luogo della virtù:

il bene è bene senza bisogno di un titoloe tale è anche la bassezza; la qualità dovrebbe essere giudicata per ciò che ènon per il nome...

Ella è giovanesaggiabella; in tutto ciò è erede immediata della natura; e queste sono le cose che conferiscono onore; l'onore che si vanta di essere nato talee che non somiglia a suo padreè uno spregio dell'onore. L'onore fiorisce quando deriva dai nostri attipiuttosto che dai nostri antenati. Il solo nome è uno schiavoprostituito su tutte le tombeè un trofeo bugiardo su tutti i sepolcritroppo spesso muto dove la polvere e il maledetto oblìo sono l'avello di ossa degne d'onore. Che ti dirò? Sa a te può piacere questa creatura come fanciullaio posso creare il resto; la virtù e la sua stessa persona sono la sua doteda me avrà onore e ricchezza.

BELTRAMO: Non la posso amare e non voglio sforzarmi di amarla.

RE: Faresti ingiuria a te stessose tentassi di scegliere.

ELENA: Mio signoreio sono contenta che voi siate guarito. Al resto non ci si pensi più.

RE: Il mio onore è a repentaglio e userò del mio potere per difenderlo. Quaprendi la sua manoragazzo superbo e sprezzanteindegno di questo ottimo dono. Tu avvinci nel tuo basso disprezzo il mio amore e il suo merito. Tu non sei neppur capace d'immaginare che noimettendo il nostro peso sul suo piatto leggerotanto pesiamo da poter far toccare il giogo al tuo. Tu non vuoi riconoscere che è nostro diritto piantare il tuo onore dove a noi piace farlo crescere.

Raffrena il tuo disprezzo: ubbidisci alla nostra volontà che lavora per il tuo bene: non prestar fede al tuo disdegnoma senza indugio paga alle tue fortune quel tributo di obbedienza che è tuo dovere rendere e che è nostro potere esigerealtrimenti io ti rigetterò per sempre lontano dalla mia protezionenei vacillamenti e nelle cadute rovinose della gioventù e dell'ignoranza: la mia vendetta e il mio odio piomberanno sopra di tein nome della giustiziasenza alcuna pietà. Parla rispondi!

BELTRAMO: Perdonatemio grazioso signore. Io sottometto il mio talento ai vostri occhi. Se penso qual grande esaltazione e qual porzione d'onore sorgono ove lo comandatem'accorgo come colei che pur ora tenevo in bassa stima nei miei pensieri superbisia adesso portata in palmo di mano dal reedivenuta nobile in tal modoè come se fosse stata sempre tale.

RE: Prendile la manoe dille che ella è tua; io le prometto un contrappeso; se essa non sarà tua uguale nel rangocolmerò la sua bilancia di più.

BELTRAMO: Prendo la sua mano.

RE: La fortuna buona e il favore del re sorridano a questo fidanzamento. La cerimonia deve seguire immediatamente al mio ordine appena firmatoe si compirà questa sera: la festa solenne verrà riservata a più tardiin attesa degli amici assenti. Se tu l'ameraiil tuo amore per me sarà sincero; diversamente sarà falso.

 

(Escono tutti. Lafeu e Parollesrestano a far commenti sullo sposalizio)

 

LAFEU: Ehisignore! Ho da dirvi una parola.

PAROLLES: Ai vostri ordinimessere.

LAFEU: Il vostro signore e padrone ha fatto bene a ritrattarsi.

PAROLLES: Ritrattarsi! Il mio signore! Il mio padrone.

LAFEU: Già. Non parlo in una lingua chiara?

PAROLLES: In una lingua asprissimae che non si può capire senza che ne segua uno spargimento di sangue. Il mio padrone!

LAFEU: Siete forse compagno al conte di Rossiglione?

PAROLLES: A ogni contea tutti i contia tutto ciò che è uomo!

LAFEU: A tutto ciò che è uomo del conte: il padrone del conte ha uno stile diverso.

PAROLLES: Voi siete troppo vecchiomessere; vi basti questosiete troppo vecchio.

LAFEU: Giovanottosono un uomo: al qual titolo l'età non ti potrà mai far giungere.

PAROLLES: Non oso fare ciò che ho il coraggio di fare troppo bene.

LAFEU: Per la durata di due pastimi hai fatto l'impressione di un tipo piuttosto saggio: parlavi passabilmente bene dei tuoi viaggie poteva andare; ma le sciarpe e le bandierine di cui eri ornato mi dissuasero a parecchie riprese dal crederti un vascello di stazza considerevole. Ora ti trovo qual sei e non m'importa di perderti di nuovo. Non sei buono a nulla se non per essere ripreso: ma non ne vale neppure la pena.

PAROLLES: Se tu non fossi protetto dal privilegio dell'antichità...

LAFEU: Non immergerti troppo nell'ira se non ti preme d'affrettare il tuo cimento: che se... il Signore abbia misericordia di tepulcin bagnato! Dunquemia bella finestra d'osteriastammiti bene; non mi è necessario aprire la tua impannata per vederti da parte a parte...

Dammi la mano.

PAROLLES: Mio signorevoi mi trattate con la più egregia indegnità.

LAFEU: Sìcon tutto il mio cuore. Ne sei degno.

PAROLLES: Mio signore non lo merito.

LAFEU: In fede miate lo meriti fino all'ultima drammae non te ne voglio togliere neppure un ette.

PAROLLES: Ebbeneimparerò più saggezza.

LAFEU: Fallo più presto che potraiperché c'è un gusto del contrario nella pozione che ti tocca bere. Se mai verrai legato con la tua sciarpa e battutoproverai che cosa significa essere orgoglioso dei tuoi legami. Desidero mantenere la conoscenza con teo meglio di teper poter dire al caso: è un tipo che conosco.

PAROLLES: Mio signorevoi mi strapazzate in modo insopportabile.

LAFEU: Pel tuo bene vorrei che queste fossero le pene dell'infernoe che la mia rigidezza durasse eterna. Ma la mia rigidezza è passatacome io passo via da tecon la velocità che gli anni mi consentono.

 

(Esce)

 

PAROLLES: Va'! hai un figlio che mi laverà l'onta di questo affronto:

fetentevecchiosporco fetente signore! Ma è necessario ch'io sia paziente: l'autorità non si può mettere in ceppi. Lo batteròlo giuro per la vita miase mi sarà dato d'incontrarlo con vantaggioanche se fosse quattro volte nobile. Non avrò compassione della sua etàpiù di quanta ne avrei di... Lo batteròse lo potrò incontrare ancora.

 

(LAFEU ritorna)

 

LAFEU: Ehi! ci sono novità per voi. Il vostro signore e padrone è sposato; avete una nuova padrona.

PAROLLES: Prego nel modo più sincero Vostra Signoria a voler porre un freno ai vostri insulti. Egli è solo il mio buon signore. Quello che servo lassù è mio padrone.

LAFEU: Chi? Dio?

PAROLLES: Sìmessere.

LAFEU: Il diavolo è il tuo padrone! Ma perché ti leghi le braccia in quella foggia? Vuoi far diventar calzoni le maniche? Fanno così anche gli altri servitori? Sarebbe meglio che tu mettessi le tue parti basse dove hai il naso. Sul mio onorese io fossi più giovaneanche soltanto di due oreti picchierei; son convinto che tu sei un'offesa per tuttied ognuno dovrebbe picchiartied è mia opinione che tu sia venuto al mondo perché gli uomini si allenino sopra di te.

PAROLLES: Mio signorevoi mi trattate duramentein un modo ch'io non merito.

LAFEU: Viaviamessere! voi foste picchiato in Italia per aver rubato un chicco da una melagrana; voi non siete un vero viaggiatorevoi siete un vagabondo; con i nobili e con i personaggi ragguardevoli siete troppo impertinentepiù di quanto ve ne dia diritto la nascita ed il valore. Non siete neppure degno di una parola di più: perché altrimenti vi chiamerei canaglia. Ora vi lascio.

 

(Esce)

 

PAROLLES: Benebenissimodunque è così; benebenissimo; facciam finta di nulla per un po' di tempo.

 

(Entra BELTRAMO)

 

BELTRAMO: Rovinatoe condannato a eterni guai.

PAROLLES: Che cosa succedecuoricino mio?

BELTRAMO: Ho fatto un solenne giuramento davanti al sacerdotema con lei non giacerò mai.

PAROLLES: Chechecuoricino mio?

BELTRAMO: Ohmio Parollesmi hanno obbligato a sposarmi! Ma io me ne andrò in guerra in Toscana; a letto con lei mai.

PAROLLES: La Francia è un canilee non merita neppure d'essere calpestata dal piede di un uomo. Alla guerra!

BELTRAMO: Ho qui una lettera di mia madrema non so ancora che cosa contenga.

PAROLLES: Giàsarebbe bene saperlo... Alla guerraragazzo mioalla guerra! Porta il suo onore nascosto in una scatola colui che accarezza la sua coccolinaquiin casaconsumando nelle sue braccia quel nerbo virile che dovrebbe raffrenare il salto e l'alta corvetta del focoso destriero di Marte. Cambiar aria! La Francia è una stallae noiche ci viviamodelle brenne. Alla guerradunque!

BELTRAMO: Faro così. La manderò a casa miafarò sapere a mia madre l'odio che porto a leie la ragione della mia fuga. Scriverò al re ciò che non oso dirgli: il dono che mi ha fatto mi equipaggerà pei campi d'Italia dove combattono i nobili. La guerra non è più guerra se la si confronta con l'ospedale dei matti e con una moglie che si detesta.

PAROLLES: Sei sicuro che ti manterrai sempre fedele a questo tuo capriccio?

BELTRAMO: Vieni con me nella mia camera e consigliami. La manderò via subito; partirò domani per la guerra ed ella se ne andrà al suo solitario struggimento.

PAROLLES: Ecco delle palle che rimbalzanoe con rumore. E' duro: uomo sposato giovaneè uomo spostato. Dunqueviae lasciatela con coraggio. Andateil re vi ha fatto torto: masst! la va così.

 

(Escono)

 

 

 

SCENA QUARTA - Un'altra sala nel Palazzo del Re

(Entrano ELENA e il Buffone)

 

ELENA: Mia madre gentilmente mi manda i suoi saluti. Sta bene?

BUFFONE: Nonon sta beneeppure è in buona salute; è molto allegraeppure non posso dire che stia bene; masian rese grazie al cieloella sta benissimo e non desidera nulla al mondo; eppureeppure... la verità è che non sta bene.

ELENA: Se sta benissimoqual è la cosa che la turbae che le impedisce di star bene?

BUFFONE: In veritàella sta molto benetranne che per due cose.

ELENA: Che cose sono?

BUFFONE: Una che non è in cielodove Dio la mandi presto! dueche è sulla terradalla quale Dio la spedisca presto(Entra PAROLLES)

PAROLLES: Dio vi benedicamia fortunata signora!

ELENA: Confidomessereche la vostra buona volontà accompagnerà le mie buone fortune.

PAROLLES: Aveste le mie preghiere per ottenerlee le avete tuttora perché le possiate mantenere. Ohmio bricconecome se la passa la mia vecchia signora?

BUFFONE: Purché aveste voi le sue rughe e io i suoi soldivorrei che fosse passata come dite voi.

PAROLLES: Ma io non dico nulla.

BUFFONE: Perdinci! Siete dunque tanto più saggio. Le lingue di molti servitori provocano col dimenarsi la rovina dei loro padroni; non dire nullanon fare nullanon saper nullae non aver nullasono gran parte del vostro appannaggio che è qualcosa di molto vicino al nulla.

PAROLLES: Vattenesei una birba.

BUFFONE: Avreste dovuto diremessere: "A petto a una birbatu sei un birbone"vale a dire se mi metto la mano al pettosei un birbone; questamesseresarebbe stata la verità.

PAROLLES: Va'sei un pazzo intelligente: ti ho scovato.

BUFFONE: Mi avete scovato da voisignoreo vi fu insegnato il modo come scovarmi? La ricercasignorenon è stata senza profitto: in voi stesso potete trovare un gran pazzoper il piacere del mondo e per l'incremento delle risa.

PAROLLES: Siete un buon furfantein fede mia e ben pasciuto. Signorail mio padronepressato da un affare molto importantepartirà questa notte. Il solenne diritto e il grande rito dell'amoreche il momento reclama come a voi dovutiegli li riconosce ma li rimanda per un forzato impedimento. La loro mancanzala loro dilazionesono ripiene di dolcezze chedistillate ora nella storia del tempofaranno sovrabbondare di gioia il tempo avvenire e traboccare il piacere oltre l'orlo.

ELENA: Che altro comanda?

PAROLLES: Che prendiate subito congedo dal ree che gli presentiate questa urgenza come cosa che proceda da voirafforzandola con quella scusa chesecondo voila potrà far sembrare quasi una necessità.

ELENA: Che cosa ordina ancora?

PAROLLES: Che ottenuto ciòvi rimettiate subito al suo ulteriore piacimento.

ELENA: Ubbidirò in ogni cosa alla sua volontà.

PAROLLES: Glielo riferirò.

 

(Esce)

 

ELENA: Ve ne prego. (Al Buffone) Venitevoi.

 

(Escono)

 

 

 

SCENA QUINTA - Un'altra sala nel Palazzo Reale

(Entrano LAFEU e BELTRAMO)

 

LAFEU: Ma io spero che Vostra Signoria non lo vorrà stimare un soldato.

BELTRAMO: Sìmio signoree molto valoroso.

LAFEU: Voi vi fondate su quanto egli stesso vi dice.

BELTRAMO: Ed anche su altre prove sicure.

LAFEU: Allora la mia bussola s'è sbagliata e ho scambiato quest'allodola per uno zigolo.

BELTRAMO: V'assicuromio signoreche grande è la sua scienzae il suo valore è alla stessa stregua.

LAFEU: Dunque ho peccato contro la sua capacitàho trasgredito contro il suo valore e mi trovo in uno stato d'animo pericolosoperché nel mio cuore non sento motivo di pentirmi...

 

(Entra PAROLLES)

 

Eccolo che viene. Vi pregofateci diventare amicivoglio fare di tutto per avere la sua amicizia.

PAROLLES (a Beltramo): Quei vostri comandi verranno eseguitisignore.

LAFEU: Vi pregomesserechi è il suo sarto?

PAROLLES: Messere?

LAFEU: Ohlo conosco bene. Sìmessereè un buon lavoranteun ottimo sarto.

BELTRAMO (a parte a Parolles): E' andata dal re?

PAROLLES: Sì.

BELTRAMO: Partirà stasera?

PAROLLES: Come voi volete.

BELTRAMO: Ho scritto le mie lettereho chiuso nel forziere il mio tesoroe dato ordini che si preparino i cavalli. Questa seraquando dovrei prendere possesso della sposaterminerò prima di cominciare.

LAFEU: Un buon viaggiatore val sempre qualcosa alla fine di un pranzoma chi smentisce per tre terzie fa uso di una verità conosciuta per far passare mille ineziedovrebbe essere ascoltato una volta e battuto tre volte... Dio vi salvicapitano.

BELTRAMO: V'è qualche screzio tra il mio signore e voisignore?

PAROLLES: Non so come mi sia meritato di cadere nella disgrazia del mio signore.

LAFEU: Siete riuscito a cadervi con gli stivali e gli speroni e con tutto il resto: come colui che fece un salto dentro la crema; e vi converrà venirne fuori di nuovoper non dover rendere ragione della vostra permanenza.

BELTRAMO: Può darsi che siate voi che vi sbagliate sul suo contomio signore.

LAFEU: E penserò sempre cosìanche se lo sorprendessi a pregare.

State benemio signoreecredetemiin questa noce leggera non vi può essere gheriglio; l'anima di quest'uomo sono i suoi vestiti; non fidatevi di lui nelle cose importanti; ho avuto a che fare con altri animali domestici di questo generee ne conosco la natura... (A Parolles) Addiosignore. Ho parlato di voi meglio di quanto abbiate meritatoe potrete meritareda mema dobbiamo render bene per male.

 

(Esce)

 

PAROLLES: E' un signore scemo. Giuro.

BELTRAMO: Forse.

PAROLLES: Come? Non lo conoscete?

BELTRAMO: Sìlo conosco benee tutti ne parlano come di persona degna...

 

(Entra ELENA)

 

Ecco qui la mia pastoia che viene.

ELENA: Signorecome mi venne comandato in nome vostroho parlato con il ree ho ottenuto il permesso di partire subito; soltanto egli desidera parlarvi a quattr'occhi.

BELTRAMO: Ubbidirò la sua volontà. Non vi deve meravigliareElenaquesto mio modo di agireche sembra fuori tempocome non vi si accorda il servizio che si attende da me. Io non ero preparato a quanto è avvenutoe perciò mi trovo tutto sossopra... Ciò mi spinge a pregarvi di andare subito a casaa riflettere perché vi supplicopiuttosto che a chiedermelo. Poiché le mie ragioni sono più forti che non sembried i miei affari più urgenti di quanto appaia a prima vista a voi che non li conoscete... (Le dà una lettera) Questa è per mia madre. Non vi vedrò che fra due giorni; perciò vi lascio alla vostra saggezza.

ELENA: Nulla posso diresignorese non che io sono la vostra obbedientissima ancella.

BELTRAMO: Andiamoandiamonon parliam più di questo.

ELENA: E con fedele devozione cercherò sempre di supplire a ciò che non mi ha concesso la mia povera stellaper essere pari alla mia grande fortuna.

BELTRAMO: Basta: ho molta fretta. Addio: subito a casa.

ELENA: Vi pregosignoreperdonatemi.

BELTRAMO: Ebbeneche cosa volete dirmi?

ELENA: Io non son degna della ricchezza che possiedoe neppure oso dire che essa è mia... per quanto lo sia... Macome un ladro timorosodesidererei ardentemente rubare ciò che la legge mi concede come cosa mia.

BELTRAMO: Che cosa vorreste avere?

ELENA: Qualcosae appena tanto: nullaveramente. Non vorrei dirvi ciò che vorreimio signore... main veritàsolo gli estranei e i nemici si separanoe non baciano.

BELTRAMO: Vi prego di non trattenervi più lungo; a cavallosubito.

ELENA: Non verrò meno al vostro comandobuon signore...

BELTRAMO: Dove sono gli altri miei uominisignore? Addio. (Elena esce) Vattene a casadove io non verrò mai piùfinché potrò brandire la spada e udire il suono del tamburo... Viafuggiamo.

PAROLLES: Bravo! Coraggio!

 

(Escono)

 

 

 

ATTO TERZO

 

SCENA PRIMA - Firenze. Una sala nel Palazzo Ducale

(Suono di tromba. Entrano il DUCA DI FIRENZE e due Signori francesi con un gruppo di Soldati)

 

DUCA: E così voi ora conoscete punto per punto le ragioni fondamentali di questa guerrala cui grande asprezza ha già fatto spargere molto sanguee ne è ancora assetata.

PRIMO SIGNORE: Il conflitto appare sacrosanto da parte di Vostra Graziainiquo e terribile da quella del vostro nemico.

DUCA: Perciò ci fa non poca meraviglia che in una causa tanto giusta il nostro cugino di Francia abbia chiuso i suoi sentimenti alle nostre richieste di soccorso.

SECONDO SIGNORE: Mio buon signoreiouomo comune ed estraneo che so leggere nel grande oroscopo di un Consiglio con le mie deboli nozioninon posso comunicare le nostre ragioni di Stato e neppure oso esprimere ciò che ne pensogiacché molte volte mi son sbagliato nelle mie congetturepartendo da incerti fondamenti.

DUCA: E sia come gli piace.

PRIMO SIGNORE: Per me non ho alcun dubbio che i giovani della nostra nobiltàsazi dal non far nullaaccorreranno qui ogni giornoper guarirsi del loro ozio.

DUCA: Essi saranno i benvenuti: e tutti gli uomini che potranno muover da noiandranno a posarsi sopra di loro... Voi già conoscete i vostri incarichi; quando vi saranno posti migliori li occuperete voi. Domani al campo.

 

(Suono di trombe. Tutti escono)

 

 

 

SCENA SECONDA - Una sala nel Palazzo di Rossiglione

(Entrano la CONTESSA e il Buffone)

 

CONTESSA: Tutto è accaduto come io desideravosalvo che egli non ritorna insieme con lei.

BUFFONE: In fede miami pare che il mio giovane signore sia un uomo molto melanconico.

CONTESSA: Come l'avete osservatodite?

BUFFONE: Ma! si guarda lo stivalee canta; si aggiusta la gorgierae canta; fa delle domandee canta: si stuzzica i dentie canta; conoscevo un tale che aveva questo vezzo della melanconiache si vendette un ottimo castello per una canzone.

CONTESSA: Lasciatemi vedere che cosa scrive e quando intende ritornare.

 

(Apre la lettera)

 

BUFFONE (a parte): Dacché sono stato a corteIsabella non mi va più a genio. Il nostro baccalà e le nostre Isabelle non campagnole sono nulla in confronto al vostro baccalà e alle vostre Isabelle di corte; al mio Cupido n'è schizzato fuori il cervelloed anch'io comincio ad amare come un vecchio ama il denarosenza gusto.

CONTESSA: Che abbiamo qui?

BUFFONE: Proprio ciò che avete lì.

 

(Esce)

 

CONTESSA (legge): "V'ho mandata a casa una nuora. Ella ha risanato il re ed ha rovinato me; l'ho sposata ma ancora non son giaciuto con leied ho giurato che il 'non' sia eterno. Vi verrà detto che me ne son fuggito: sappiatelo da meprima che altri ve lo dica. Se v'è spazio abbastanza nel mondomanterrò una ben lunga distanza. La mia devozione a voi. Il vostro sfortunato figlio Beltramo". Nonon è cosa buonaragazzo sventato e scavezzatofuggire i favori di un re tanto clementee attirarsi sul capo la sua indignazione col disprezzare una fanciulla così virtuosa che nemmeno un imperatore la potrebbe disprezzare.

 

(Rientra il Buffone)

 

BUFFONE: Ohmadama! Ecco là notizie tristifra due soldati e la mia giovane signora.

CONTESSA: Che cosa succede?

BUFFONE: Eppurein queste notizie c'è anche un po' di conforto.

Proprio. Vostro figlio non verrà ucciso così presto come io credevo.

CONTESSA: Perché dovrebbe essere ucciso?

BUFFONE: E' quello che dico anch'iosignorasecome m'han dettoegli fugge. Il pericolo c'èma nel far fronte; è allora che si perdono gli uominibenché in compenso si possano generare bambini. Da loro potrete sapere di più. Eccoli che vengono. Io so soltanto che vostro figlio è fuggito via.

 

(Entra ELENA con due Signori)

 

PRIMO SIGNORE: Dio vi salvibuona signora.

ELENA: Signorail mio sposo è partitopartito per sempre.

 

(Singhiozza)

 

SECONDO SIGNORE: Non dite così.

CONTESSA: Sii paziente. Vi pregosignoriho passato tante vicende di gioia e di dolorecheal primo apparire dell'una o dell'altronon vengo meno come una donna... Ditemidov'è mio figlio?

SECONDO SIGNORE: Signoraè partito per mettersi al servizio del duca di Firenze. Lo abbiamo incontrato diretto al luogo donde noi veniamoe dove torneremo dopo aver trattato un affare a corte.

ELENA: Ascoltate questa letterasignora; è il mio permesso d'accattonaggio. (Legge) "Quando sarai in possesso dell'anello che io ho in ditoe che non mi toglierò maie quando mi mostrerai un figlio del tuo grembodel quale io sarò il padreallora potrai chiamarmi marito; per me questo 'allora' significa 'mai'". E' una sentenza spaventosa.

CONTESSA: Avete portata voi questa letterasignori?

PRIMO SIGNORE: Sisignoraed ora che ne conosciamo il contenutosiam dolenti per le nostre pene.

CONTESSA: Ti pregosignorasii più lieta; se vuoi far monopolio di tutti i tuoi dolorime ne rubi la metà... Egli fu mio figlioma dal mio sangue lavo il suo nomee tu sarai tutta la mia prole... E' egli diretto a Firenze?

SECONDO SIGNORE: Sisignora.

CONTESSA: Per farsi soldato?

SECONDO SIGNORE: Tale è la sua nobile intenzione: ecredetemiil duca gli conferirà tutto l'onore che gli spetta secondo convenienza.

CONTESSA: Voi ritornate colà?

PRIMO SIGNORE: Sisignoracon l'ala più rapida della velocità.

ELENA (legge): "Finché non avrò più moglienon avrò più nulla in Francia". E' ben amaro!

CONTESSA: Sta scritto cosi?

ELENA: Sìsignora.

PRIMO SIGNORE: Fu soltanto la superbia della sua manoalla quale il cuore forse non acconsentiva.

CONTESSA: Nulla in Franciafinché non sarà senza moglie! Qui ella è l'unica cosa troppo buona per lui; ella merita un signore che si faccia servire da venti ragazzi sgarbati come luie che chiamino lei padrona ad ogni ora. Chi aveva con sé?

PRIMO SIGNORE: Soltanto un servoe un signore che mi sembra di aver visto altre volte.

CONTESSA: Parolles forse?

PRIMO SIGNORE: Propriomia buona signoralui.

CONTESSA: E' un individuo assai bacatocarico di cattiveria. Sotto il suo influsso mio figlio corrompe l'onoratezza che ebbe dalla natura.

PRIMO SIGNORE: In veritàmia buona signoraegli è un individuo che possiede un bel po' di quel di piùche lo fa parer da più con certuni.

CONTESSA: Benvenutisignori. Vi prego di dire a mio figlioquando lo vedreteche la sua spada non potrà mai conquistargli l'onore che egli perde; altre cose vi pregherò di recargli scritte in una lettera.

SECONDO SIGNORE: Siamo al vostro serviziosignorain questo e in tutti i vostri affari di riguardo.

CONTESSA: Solo se permetterete che vi si ricambi con la stessa gentilezza. Volete seguirmi?

 

(La Contessa esce con i Signori)

 

ELENA: "Finché non avrò più moglienon avrò più nulla in Francia".

Nulla in Franciafinché non sarà senza moglie! Nonon ne avraiRossiglionenon avrai moglie in Franciacosì avrai ancora tutto...

Povero signore! Son io che ti scaccio dal tuo paesee che espongo le tue tenere membra ai rischi della guerra spietata? Son io che ti allontano dalla lieta cortedove venivi preso di mira dagli occhi belliper farti bersaglio ai fumanti moschetti? O voimessaggeri di piomboche cavalcate sulla violenta velocità del fuocovolate con falsa meta; movete l'aria invulnerabile che forata cantanon toccate il mio signore! Se qualcuno lo colpiràson io che gliel'avrò posto dinanzi; se qualcuno si slancerà contro il suo temerario pettoson io la sciagurata che ve lo tengo. Benché io non l'uccidasono io la causa di tal sua morte. Meglio sarebbe stato incontrare il vorace leone che urla per gli acuti stimoli della fame; meglio che fossero tutte mie le miserie della natura. Novieni alla tua casaRossiglioneritorna da quel luogo dove l'onore non può guadagnare dal pericolo più di una cicatricementre spesse volte perde ogni cosa...

Io me ne andrò: tu stai lontano perché io son qui e posso dunque star qui ancora? Nonoanche se la casa fosse ventilata dall'aria del paradisoanche se vi si fosse serviti da tutti gli angelime ne andròche la compassionevole fama riferisca della mia fuga e consoli il tuo orecchio. Vieninotte! Terminao giorno! Con l'oscurità iopovero ladropartirò furtivamente.

 

(Esce)

 

 

 

SCENA TERZA - Firenze. Di fronte al Palazzo Ducale

(Suono di trombe. Entrano il DUCABELTRAMOPAROLLESSoldatiil Tamburino e i Trombettieri)

 

DUCA: Tu sarai il generale della nostra cavalleriae noicon grande speranzariponiamo il nostro più vivo affetto e la nostra miglior fiducia nella tua promettente fortuna.

BELTRAMO: Signorel’incarico è troppo pesante per le mie forzema faremo di tutto onde portarlo all'estremo limite del pericoloper amore della vostra gloria.

DUCA: Va'dunquee che la fortunadivenuta tua benigna amantegiuochi sul tuo elmo vittorioso.

BELTRAMO: Gran Marteio entro oggi nei tuoi ranghi! Fammi soltanto uguale ai miei pensierie mi dimostrerò amante dei tuoi tamburiodiatore dell'amore.

 

(Escono)

 

 

 

SCENA QUARTA - Rossiglione. Sala nel Palazzo della Contessa

(Entrano la CONTESSA e il Maggiordomo)

 

CONTESSA: Ahimè! Perché accettaste la sua lettera? Non potevate immaginare che ella avrebbe fatto ciò che ha fattomandandomi una lettera? Leggetela di nuovo.

MAGGIORDOMO (legge): "A San Giacomo io fo pellegrinaggio:

sì peccò in me l'ambizioso amoreche scalza il freddo suol premo in viaggiocon santi voti onde espiar l'errore.

Ohscrivetescrivete sì che il figlio vostro e mio sire dalla guerra torni; beneditelo in paceio dall'esiglio vuo' con pio zel santificargli i giorni.

Dehche perdoni a me le sue fatiche; ioperversa Giunonvia dalla corte lo spinsi a viver tra bande nemichedove l'onore incalzan danno e morte.

Per la morte e per me troppo egli è buono:

Io quella abbraccioe libertà gli dono".

CONTESSA: Ah quali aculei pungenti nelle sue parole più miti! Rinaldovoi non siete mai stato meno accortoche lasciandola partire così: se le avessi parlato ioavrei potuto farle cambiare intento. Ma la sua partenza ora me lo impedisce.

MAGGIORDOMO: Perdonatemisignora. Se vi avessi consegnata la lettera ieri serasi sarebbe potuto trattenerla. Tuttavia ella scrive che sarebbe inutile seguirla.

CONTESSA: Quale angelo potrà benedire questo indegno marito? Egli non sarà mai più fortunatose le parole di colei che il cielo ascolta con gioia ed ama esaudirenon lo libereranno dall'ira della somma giustizia... Scrivetescrivete Rinaldoa questo marito indegno di sua mogliee che ogni parola pesi del merito della sposa che egli stima troppo leggero; ditegli con pungenti frasi il mio immenso doloreper quanto egli vi sia poco sensibile. Mandate il corriere più veloce. Forsesapendo che è partitaritorneràed anche ellaposso speraresapendolorifarà in fretta i suoi passiricondotta qui da puro amore. Quale di loro mi sia più caro io non son capace di discernere... Cercate dunque il corriere... Il mio cuore è pesante e la mia età debole; vorrei piangere per il dispiaceree il dolore mi comanda di parlare.

 

(Escono)

 

 

 

SCENA QUINTA - Al di fuori delle mura di Firenze

(Entrano una vecchia Vedova di FirenzeDIANAVIOLANTE e MARIANAcon altri Cittadini. Lontano un suono di tromba)

 

VEDOVA: Suvenite; se si avvicinano alla cittàperderemo tutto lo spettacolo.

DIANA: Si dice che il conte francese abbia reso i più gloriosi servigi.

VEDOVA: Si dice che abbia fatto prigioniero il comandante in capo del nemicoe che abbia ucciso di propria mano il fratello del duca...

(squillo) Oh! senti le trombe! Fatica sprecata la nostra! Sono passati per un'altra strada.

MARIANA: Sutorniamo indietro; ci accontenteremo di quanto ci racconteranno gli altri... Dianastate bene attenta a questo conte francese. L'onore di una fanciulla sta nel suo buon nomee nessuna eredità è più preziosa dell'onestà.

VEDOVA: Ho detto a questa nostra vicina che un signore suo amico v'ha fatto delle brutte proposte.

MARIANA: Conosco quel bricconeche lo possano impiccare. E' un certo Parollesil turpe mezzano delle tentazioni del giovane conte. Non fidarti di loroDiana. Le loro promessei raggirii giuramentii donitutte queste macchinazioni della lussurianon sono ciò che vorrebbero dare ad intendere: molte fanciulle se ne son lasciate sedurre. E il gran male è che l'esempioche appare così terribile nella perdita della verginitànon riescenonostante tuttoa dissuader le altre dal seguir la stessa stradasicché s'invescan in quelle pericolose panie. Non è necessariosperoche vi dia altri consiglie confido che la vostra grazia vi farà stare al vostro postoanche se non vi fosse altro pericolo che la perdita della modestia.

DIANA: Non temete per me.

 

(Entra ELENAtravestita da pellegrina)

 

VEDOVA: Lo spero... Guardateviene una pellegrina. Son certa che verrà ad alloggiare in casa miadove si mandan fra di loro. Glielo voglio chiedere. Dio vi proteggapellegrina! Dove siete diretta?

ELENA: A San Giacomo Maggiore. Ditemivi pregodov'è l'alloggio dei pellegrini?

VEDOVA: A San Francescoquivicino alla porta.

ELENA: E' questa la strada?

VEDOVA: Sìè questa... (Una fanfara lontana) Ascoltate! Vengono di qua. Se volete avere la bontàsanta pellegrinadi fermarvi un pocofin che le truppe saranno passatevi condurrò io dove potrete trovare alloggio: tanto più che credo di conoscere la vostra locandieranon meno di me stessa.

ELENA: Siete voi?

VEDOVA: Se così vi piacepellegrina.

ELENA: Vi ringrazio. Attenderò il vostro comodo.

VEDOVA: Voi venite di Franciavero?

ELENA: Sì.

VEDOVA: Qui potrete vedere un vostro compatriotache ha reso grandi servigi.

ELENA: Vi pregoqual è il suo nome?

DIANA: Il conte di Rossiglione; lo conoscete?

ELENA: Soltanto per averne sentito parlare e per averne sentito parlare molto bene: di viso non lo conosco.

DIANA: Sarà quel che saràma qui è ritenuto molto valoroso. E' scappato dalla Franciasi diceperché il re lo aveva obbligato a sposarsi contro la sua inclinazione. Sapete se è proprio così?

ELENA: Sìè la pura verità. Io conosco la sua sposa.

DIANA: Un signore che è al servizio del conte parla molto male di lei.

ELENA: Come si chiama?

DIANA: Signor Parolles.

ELENA: Oh! in fatto di lodio in confronto al merito del gran contepenso anch'io come luiche ella sia tanto meschina da non meritare neppure che il suo nome venga pronunciato. Tutto il suo merito è una castità ben custoditacheper quanto ne sonon è stata mai messa in dubbio.

DIANA: Ahpovera signora! E' ben dura schiavitù diventar la moglie di uno che non ne vuol sapere.

VEDOVA: Povera creatura! Dovunque ella si troviil suo cuore deve essere oppresso dalla tristezza. Questa giovane fanciulla potrebbe giocarle un brutto tirose volesse.

ELENA: Che intendete dire? Forse che il conte amoroso la invita a fare cosa disonesta?

VEDOVA: Proprio così; e adopera ogni lenocinio che in tal genere di corte può corrompere la castità di una tenera fanciulla; ma ella è ben armata contro di luie sa difendersi con la più forte onestà.

MARIANA: Gli dèi non permettano che sia altrimenti!

VEDOVA: Ecco che vengono...

 

(Bandiere e tamburi. Entrano BELTRAMO e PAROLLEScon tutto l'Esercito)

 

Quello è Antonioil figlio più anziano del ducae quell'altro è Escalo.

ELENA: Qual è il francese?

DIANA: Quello làquello con la piuma; è davvero un prode. Se volesse bene a sua moglie! Più onesto sarebbe ancor più leggiadro. Non è forse un bel gentiluomo?

ELENA: Mi piace molto.

DIANA: Peccato che non sia onesto. E làè quel furfante che lo conduce in quei posti. Se io fossi la sua donna vorrei avvelenare quel brutto ribaldo.

ELENA: Qual è?

DIANA: Quello scimmiotto con quelle sciarpe. Perché è malinconico?

ELENA: Forse sarà stato ferito in battaglia.

PAROLLES: Perdere il nostro tamburo! Bene!

MARIANA: Dev'essere preoccupato per qualche cosa. Ci ha visto.

VEDOVA: Il diavolo vi porti!

MARIANA: Con tutta la vostra gentilezzaruffiano!

 

(Escono BeltramoParollesUfficiali e Soldati)

 

VEDOVA: La truppa se n'è andata... Venitepellegrinavi condurrò dove potrete riposare. Vi sono già quattro o cinque penitenti legate dal votoa casa miadirette a San Giacomo Maggiore.

ELENA: Le mie umili grazie. E piaccia a questa signora e a questa gentile fanciulla di cenare con noi questa sera. Toccherà a me offrire e ringraziare. E per ripagarvi ancora darò a questa vergine consigli degni di essere presi in considerazione.

A DUE: Accettiamo di buon cuore la vostra offerta.

 
(Escono)

 

 

 

SCENA SESTA - L'accampamento davanti a Firenze

(Si avanzano BELTRAMO e i due Signori francesi)

 

SECONDO SIGNORE: Nomio buon signoremettetelo alla prova; lasciategli fare ciò che vuole.

PRIMO SIGNORE: Se Vostra Signoria non troverà che è un vilenon abbia più fiducia in me.

SECONDO SIGNORE: Per la mia vitasignorequello è una bolla di sapone.

BELTRAMO: Ma potete voi pensare che io mi sia ingannato su di lui fino a questo punto?

SECONDO SIGNORE: Credetemimio signorelo conosco per esperienza personale e ne parlo senz'alcuna maliziacome se fosse un mio parente; è un insigne codardoche non cessa mai di mentire in lungo e in largoche rompe ad ogni momento la parola datae che non possiede neppure una buona qualità degna della compagnia di Vostra Signoria.

PRIMO SIGNORE: Dovreste conoscerlo meglioaltrimentifidandovi troppo della bontà che non havi potrebbein affari importanti e fidativenir meno all'ora del cimento.

BELTRAMO: Ditemi voi come potrei metterlo alla prova.

PRIMO SIGNORE: Nulla di meglio che lasciarlo andare a riprendere il suo tamburo: avete sentito con quanta sicumera s'impegna di riuscirvi?

SECONDO SIGNORE: Iocon una truppa di Fiorentinifarò in modo di sorprenderlo improvvisamente. Prenderò con me gente che egli non potrà capire se siano o no nemici; lo legheremo e lo benderemo talmenteche quando si porterà nelle nostre tendeavrà l'impressione di essere portato al campo avversario... Vostra Signoria voglia solo esser presente all'esame che gli faremo. Se eglidietro promessa di aver salva la vitae sotto la stringente minaccia di una bassa paura.non si mostrerà pronto a tradirvi e a rivelare tutto quanto saprà in vostro sfavoree se tutto ciò non farà giurando sulla salute della propria animaallora potrete non fidarvi più del mio giudizioin nessuna cosa.

PRIMO SIGNORE: Ohlasciatelo andare a prendere il suo tamburo: ci divertiremo un mondo! Egli afferma d'avere uno stratagemma speciale per riuscirvi. Quando Vostra Signoria vedrà la misera fine del suo successoe in che vil metallo si fonderà questo falso massello di minerale preziosose non gli darete una stamburata coi fiocchisegno è che la vostra inclinazione per lui è irremovibile. Eccolo che viene.

 

(Entra PAROLLES)

 

SECONDO SIGNORE: (a partea Beltramo): Ohse volete stare allegronon opponetevi a questo suo onorevole disegno: lasciate a ogni costo che vada a prendere il suo tamburo.

BELTRAMO: Ebbenesignore! questo tamburo v'è rimasto sullo stomaco.

PRIMO SIGNORE: Alla malora! Lasciatelo andare; dopo tutto è soltanto un tamburo.

PAROLLES: "Soltanto un tamburo"! giàè "soltanto un tamburo"? si è perduto un tamburo! Ottimo il comandocaricare con la nostra cavalleria proprio sulle nostre ali e sfondare i nostri stessi soldati!

PRIMO SIGNORE: Non è una cosa che si possa rimproverare al comando...

Fu uno di quei disastri di guerra che neppur Cesare avrebbe potuto impedire se fosse stato lui a comandare.

BELTRAMO: Be'! non possiamo troppo lamentarci del nostro successo; la perdita di quel tamburo non ci fa certo molto onore; ma ormai è impossibile riaverlo.

PAROLLES: Si sarebbe potuto riprenderlo.

BELTRAMO: Si sarebbe potutoma ora non si può più.

PAROLLES: Ma sì che si può. Se non fosse che ben di rado il merito di un servizio reso viene attribuito a chi lo ha veramente compiutoandrei io a riprendere quel tamburoquello o un altro: diversamente si scriva pure per me: "hic jacet".

BELTRAMO: Ebbenese ne avete il fegatotentatesignore. Se credete che la vostra astuzia in fatto di stratagemmi possa riuscire a riportare questo onorato strumento al quartiere dove prima si trovavadimostrate la vostra magnanimità in questa impresa: avanti. Io renderò onore a questo tentativo come a una degna gesta; se riuscirete beneil duca vi loderàe saprà anche premiarvi in modo consono alla sua grandezzafino all'ultima sillaba del vostro merito.

PAROLLES: Per la mia mano di soldatomi ci voglio mettere.

BELTRAMO: Ma adesso non dovete dormirci sopra.

PAROLLES: Mi ci accingerò questa sera stessa. Ora voglio calcolare le mie probabilitàfarmi coraggio con la certezza della riuscitae far tutti i preparativi per la mia morte. Aspettatevi di sentire novità da parte mia verso mezzanotte.

BELTRAMO: Mi permettete di far sapere a Sua Grazia ciò che volete fare?

PAROLLES: Io non so quale sarà il successomio signorema giuro di tentare.

BELTRAMO: Lo so che sei valorosoe sono disposto ad essere garante delle tue capacità di soldato... Addio.

PAROLLES: Troppe parole non mi piacciono.

 

(Esce)

 

SECONDO SIGNORE: Non più di quanto piaccia l'acqua ad un pesce... Ma non è dunque un tipo strano costuimio signoreche sembra voglia mettersi con tanta sicurezza a quest'impresa nella quale sa che non si può riuscire - e si danna a farlaquando preferirebbe esser dannato che farla?

PRIMO SIGNORE: Voi non lo conoscetesignorecome lo conosciamo noi.

E' certo che riesce a insinuarsi nelle buone grazie d'unoe a non farsi cogliere in fallo per una settimana; mauna volta scopertonon vi becca più.

BELTRAMO: Come! Voi dunque pensate che egli non farà nulla di ciò a cui s'è accinto seriamente?

SECONDO SIGNORE: Nulla di nulla. Solo tornerà con una qualche invenzionee si appiopperà due o tre bugie verosimili. Ma noi lo abbiamo quasi messo alle strette e questa notte stessa lo vedrete cadere. Poiché non si merita proprio il rispetto di Vostra Signoria.

PRIMO SIGNORE: Vi faremo un po' divertire con la volpeprima di cavarle la pelle. Il vecchio signor Lafeu fu il primo a scovarlo nella sua tana. Quando sarà smascheratomi direte che fior di canaglia vi sembrerà: lo vedrete questa notte.

SECONDO SIGNORE: Io devo andare a preparare le mie panie: sarà preso.

BELTRAMO: Vostro fratello verrà con me.

SECONDO SIGNORE: Come piace a Vostra Signoria. Io vi lascio.

 

(Parte)

 

BELTRAMO: Ora vi voglio condurre in quella casa e mostrarvi la ragazza della quale vi ho parlato.

PRIMO SIGNORE: Ma voi dite che è onesta.

BELTRAMO: Questo è l'unico difetto; le ho parlato soltanto una voltae l'ho trovata meravigliosamente fredda: ma poi le ho mandatoper mezzo di questo stesso damerino che stiam subodorandoregali e lettere che ella ha rifiutato. Ecco quanto ho fatto finora... E' una leggiadra creaturavolete venire a vederla?

PRIMO SIGNORE: Molto volentierimio signore.

 

(Escono)

 

 

 

SCENA SETTIMA - Firenze. Una stanza nella casa della Vedova

(Entrano ELENA e la Vedova)

 

ELENA: Se voi non credete che sono proprio ionon so con quali altre prove vi possa rendere sicurasenza distruggere le fondamenta stesse sulle quali sto costruendo.

VEDOVA: Io sono decadutaè veroma nacqui in una famiglia onorata.

Non so nulla di questi pasticcie non vorrei ora arrischiare la mia reputazione in un atto che potesse macchiarla.

ELENA: Neppure io lo vorrei. Prima prestatemi fede: il conte è mio maritoe quanto vi ho confidato sotto pegno di segretezza è vero alla lettera; e allora non vi potete sbagliareconcedendomi il caritatevole aiuto che vi chiedo.

VEDOVA: Vi dovrei credereperché m'avete fatto vedere cose che dimostrano come voi siate d'elevata fortuna.

ELENA: Tenete questa borsa d'oro e lasciatemi comperare fino a questo punto l'aiuto amichevole che vi ripagherò in cento doppi quando l'avrò messo alla prova... Il conte corteggia vostra figlia e ha posto il suo assedio galante alla sua bellezzadeciso a conquistarla; che lei alla fine acconsentaregolandosi secondo le nostre istruzioni. La foga della sua passione non permetterà a lui di negarle nulla di quanto ella gli chiederà. Il conte porta un anelloche è stato trasmesso di padre in figlio nella sua famigliaper quattro o cinque generazioni dopo il primo antenato che lo portò; quest'anello egli lo custodisce gelosamentema nel vaneggiamento del suo desiderio non gli sembrerà troppo caro per comprarsi ciò che bramabenché più tardi se ne debba pentire.

VEDOVA: Ora vedo il fondo del vostro intento.

ELENA: E ne vedete dunque l'onestà. Non si tratta altro che di questo:

vostra figliaprima di sembrar compiacentedovrà soltanto chiedergli l'anello; fissargli un convegno; e lasciar me a osservarne l'oramentre ellacastamentese ne starà lontana. Quando tutto sarà fattoaggiungerò tremila corone a quanto ho già datoonde ella si possa maritare.

VEDOVA: Acconsento. Indicate a mia figlia quanto dovrà fareperché il tempo e il luogo possano efficacemente concorrere alla riuscita di questa giustissima frode. Egli viene tutte le notti con musiche d'ogni sorta e con canti fatti apposta per darle cattiva fama. A nulla ci giova il cercare di cacciarlo via di sotto la nostra grondaia; egli vi rimane come se si trattasse del riparo della sua vita.

ELENA: Ebbenetenteremo il nostro piano questa notte. Se avremo successoci sarà stata una cattiva intenzione in una azione onestaed insieme un'intenzione onesta in un atto onesto; i due non peccherannoeppure un peccato verrà commesso. Andiamo; all'opera.

 

(Escono)

 

 

 

ATTO QUARTO

 

SCENA PRIMA - Presso l'accampamento fiorentino

(Il Secondo Signore francese con cinque o sei Soldati in un'imboscata)

 

SECONDO SIGNORE: Non può venire che da questa stradada quest'angolo della siepe... Mentre gli salterete addossousate tutti la più terribile lingua che volete: non importa se voi stessi non la capirete. Dobbiamo poi tutti fingere di non capir luitranne uno di noiche presenteremo come interprete.

PRIMO SOLDATO: Buon capitanofatelo fare a me l'interprete.

SECONDO SIGNORE: Ma forse lo conoscete? Non conosce egli per caso la tua voce?

PRIMO SOLDATO: Nosignoreve l'assicuro.

SECONDO SIGNORE: E quale gergo userai con noi?

PRIMO SOLDATO: Quello che voi userete con me.

SECONDO SIGNORE: Deve crederci una banda di stranieri al soldo del suo nemico. Oraegli ha più o meno una infarinatura di tutte le lingue qui intorno; perciò ciascuno di noi deve seguire la propria fantasia; senza capire noi stessi ciò che ci diciamo; purché fingiamo d'intenderciotterremo lo scopo; lingua di gracchieo qualunque altro crocidìofarà al caso. Voiinterpretepoidovete darvi l'aria d'un politicone. Ma. giù a terra! Ecco che vienecoll'intenzione di ammazzare due orette dormendo e tornare poi e spergiurare sulle bugie che inventerà.

 

(Entra PAROLLES)

 

PAROLLES: Le dieci: fra tre ore sarà tempo di tornare a casa. E che cosa debbo dire d'aver fatto? Bisogna che sia un'invenzione assai plausibile perché se la bevano. Si incomincia già a subodorarmi; e in questi ultimi tempi gli affronti seno venuti troppo spesso a battere alla mia porta... M'accorgo d'essere troppo ardito con la linguamentre il mio cuore ha dinanzi a sé il timor di Marte e delle sue creaturee non ha il coraggio di fare ciò che la lingua ha pronunciato.

SECONDO SIGNORE (a parte): Questa è la prima verità della quale s'è resa colpevole la tua lingua.

PAROLLES: Che diavolo m'ha spinto a tentare di riprendere il tamburomentre ben sapevo che mi sarebbe stato impossibilee neppure avevo l'intenzione di riuscirvi? Mi farò delle ferite e poi dirò d'averle ricevute durante l'impresa... Ma se saranno leggere non mi si crederà.

"Siete scappato per queste inezie?" mi diranno. E delle ferite gravinonon ho il coraggio di farmene. Dunqueche prove potrò produrre? O linguabisognerà che vi metta in bocca ad una burraiae che me ne compri un'altra da uno dei muti di Bajazetse continuate a cacciarmi colle chiacchiere in questi impicci.

SECONDO SIGNORE (a parte): E' mai possibile che costui si riconosca per quello che èe rimanga tale?

PAROLLES: Se almeno mi bastasse tagliarmi i pannie rompere la mia spada spagnola.

SECONDO SIGNORE (a parte): Non ve lo possiamo concedere.

PAROLLES: O tagliarmi la barba e dire che ciò faceva parte dello stratagemma.

SECONDO SIGNORE (a parte): Non attaccherebbe.

PAROLLES: O buttare in acqua le vestie dire che sono stato denudato.

SECONDO SIGNORE (a parte): E' difficile che ciò possa servire.

PAROLLES: E se giurassi d'essere saltato giù dalla finestra della cittadella...

SECONDO SIGNORE (a parte): Da quale altezza?

PAROLLES: Da trenta tese.

SECONDO SIGNORE (a parte): Forse non ve lo crederebbero neppure dopo tre solenni giuramenti.

PAROLLES: Vorrei avere qui qualche tamburo del nemico; giurerei d'averlo recuperato. SECONDO SIGNORE (a parte): Tra poco ne sentirai uno.

PAROLLES: Il tamburo del nemicoadesso...

 

(I Soldati battono il tamburo e lo assalgono)

 

SECONDO SIGNORE: "Throca movoususcargocargo; cargo!" TUTTI: "Cargocargocargovillianda par corbocargo".

PAROLLES: Oh! riscatto! riscatto! Non bendatemi gli occhi.

 

(Lo legano e gli bendano gli occhi)

 

PRIMO SOLDATO: "Boskos thromuldo boskos".

PAROLLES: Ah! siete del reggimento dei Muskos. E io ho da perder la vita perché non so la lingua. Se v'è tra voi un tedescoo un daneseun olandeseun italianoo franceseparli con mee gli rivelerò cose che condurranno alla rovina i Fiorentini.

PRIMO SOLDATO: "Boskos vauvado". Io ti capiscoio so parlare la tua lingua: "Kerelybonto"messererifugiati nella tua fedepoiché diciassette pugnali ti stanno al petto.

PAROLLES: Oh!

PRIMO SOLDATO: Oh! pregapregaprega! "Manka revania dulche".

SECONDO SIGNORE: "Oscorbindulches volivorco".

PRIMO SOLDATO: Il generale acconsente a lasciarti ancora in vitae ti vuol condurre altroveimbacuccato come seiperché vuol avere informazioni da te. Può darsi che quanto rivelerai ti possa salvare la vita.

PAROLLES: Oh! Lasciatemi vivere! E vi rivelerò tutti i segreti del nostro campole loro forzei loro pianisìvi dirò cose che vi faranno meravigliare.

PRIMO SOLDATO: Ma dirai la verità?

PAROLLES: Se non la diròch'io sia dannato.

PRIMO SOLDATO: "Acordo linta". Andiamoti viene accordata una dilazione.

 

(Esce con Parolles scortato mentre batte il tamburo)

 

SECONDO SIGNORE: Andatee dite al conte di Rossiglione e a mio fratello che abbiamo preso il merloe che lo terremo ad occhi bendati finché essi non ci mandino istruzioni.

SECONDO SOLDATO: Sìcapitano.

SECONDO SIGNORE: E inoltre dirai loro che vuol tradire tutti noi a noi stessi.

SECONDO SOLDATO: Va benesignore.

SECONDO SIGNORE: Intanto lo terrò all'oscuroe chiuso ben bene sotto chiave.

 

(Escono)

 

 

 

SCENA SECONDA - Firenze. Una camera nella casa della Vedova

(Entrano BELTRAMO e DIANA)

 

BELTRAMO: M'hanno detto che il vostro nome è Fontebella.

DIANA: Nomio buon signoremi chiamo Diana.

BELTRAMO: Il nome di una dea. E ne siete degnapiù che degna... Maanima gentilenon v'è posto per l'amore nella vostra bella persona?

Se il vivo fuoco della giovinezza non illumina la vostra mentevoi siete una statuanon una fanciulla. Mortasarete come siete orafredda e rigida; mentre ora dovreste essere com'era vostra madre quando fu concepita la leggiadra vostra persona.

DIANA: Essa era onesta allora.

BELTRAMO: Così dovreste essere anche voi.

DIANA: Nomia madre non fece che il suo dovere: quel dovere che voimio signoredovete a vostra moglie.

BELTRAMO: Basta di ciò. Non opporti alle mie preghiere; lei fui costretto a sposarlama te io amo solo per la dolce costrizione dell'amore; e a te voglio render per sempre tutti gli omaggi d'un servo.

DIANA: Oh! Voi ci servite fin che noi serviamo a voi; ma quando vi siete prese le nostre rosenon ci lasciate altro che le spine che ci pungono e ridete della nostra nudità.

BELTRAMO: Ma io ti ho giurato!

DIANA: Non i molti giuramenti fanno la veritàma un semplice unico voto sinceramente giurato. Non si giura per una cosa che non è sacrama s'invoca la testimonianza dell'Altissimo. Ditemivi pregose vi giurassiper i grandi attributi di Diodi amarvi teneramentee poi vi amassi commettendo un peccatocredereste voi ai miei giuramenti?

Non v'è sensogiurare per Colui che si protesta di amareche io trasgredirò contro di lui. Perciò i vostri giuramenti sono parolepovere parolepatti senza sigilloalmeno a mia opinione.

BELTRAMO: Cambiate la vostra opinionecambiatela. Non siate così santamente crudele: l'amore è sacro e la mia rettitudine non conobbe mai le arti delle quali voi accusate gli uomini... Non rimaner più tanto lontanama concediti ai miei desideri che si struggono e che potranno così guarire. Di' che sei miae il mio amore durerà sempre come è cominciato.

DIANA: Lo sovoi uomini ci investite con la vostra forzafin che noi perdiamo il governo di noi stesse. Datemi quell'anello.

BELTRAMO: Ve lo presteròcarama non posso cederlo a nessuno.

DIANA: Non volete darmelomio signore?

BELTRAMO: E' un pegno d'onore che appartiene alla nostra casatrasmessomi in eredità da molti padri; il perderlo sarebbe il più grande obbrobrio che potrebbe capitarmi al mondo.

DIANA: Il mio onore è come quell'anello; la mia castità è il gioiello della nostra casatrasmessami in eredità da molti padrie perderla sarebbe il più grande obbrobrio che potrebbe capitarmi al mondo.

Vedeteè la vostra saggezza che fa entrare in campo l'onore come mio campionecontro il vostro inutile assalto.

BELTRAMO: Eccoprendi l'anello. La mia casail mio onorela mia stessa vita è tua; mi lascio comandare da te.

DIANA: Giunta la mezzanottebatterete alla finestra della mia stanza.

Io farò in modo che mia madre non oda. Quando avrete conquistato il mio letto ancora vergineve lo impongo in nome della vostra lealtàvi rimarrete soltanto un'orasenza mai rivolgermi la parola: ho ragioni molto fortiche conoscerete quando vi verrà restituito quest'anello. Nel vostro ditoquesta notteio metterò un altro anellochequalunque cosa accadafarà dinanzi al futuro testimonianza delle nostre passate azioni. Addiofino all'ora fissatae allora non mancate. Voi avete guadagnato in me una mogliesebbene così non mi resti altro da sperare.

BELTRAMO: Nel corteggiartimi son conquistato un cielo quaggiù in terra.

DIANA: Possiate vivere lungamenteper ringraziare il cielo e me.

 

(Beltramo esce)

 

Così potrete farealla fine. Mia madre m'aveva detto appuntino come mi avrebbe corteggiato; come se ella gli fosse stata dentro il cuore.

Mia madre dice che tutti gli uomini fanno gli stessi giuramenti; ha giurato di sposarmi quando sua moglie sarà morta; giacerò dunque con lui quando sarò sepolta. Poiché i Francesi sono solenni ingannatorili sposi chi vuole; io vivrò e morrò vergine. Soltanto con questo stratagemma penso che non sia peccato imbrogliare uno che vorrebbe vincere in modo illecito.

 

(Esce)

 

 

 

SCENA TERZA - L'accampamento fiorentino

(Entrano i due Signori francesi e due o tre Soldati)

 

PRIMO SIGNORE: Non gli avete dunque consegnato la lettera di sua madre?

SECONDO SIGNORE: Gliel'ho consegnata un'ora fa. Doveva contenere qualcosa che l'ha colpito nel vivoperchénel leggerlasi è mutato talmente da sembrare quasi un altro uomo.

PRIMO SIGNORE: S'è tirato addossoe giustamentemolto biasimoripudiando una sposa tanto buonauna signora tanto soave.

SECONDO SIGNORE: Soprattutto è incorso nell'eterna disgrazia del reche aveva intonato la sua gentilezza fino a cantargli auguri di felicità. Vi voglio dire una cosache dovete però tenere celata in voi stesso.

PRIMO SIGNORE: Appena l'avrete detta sarà come mortaed io ne sarò il sepolcro.

SECONDO SIGNORE: E' riuscito a corromperequi a Firenzeuna fanciullauna gentildonna a tutti conosciuta per la sua modestiae questa notte egli sazierà le sue voglie distruggendo l'onore di lei.

Le ha dato il suo anello di famigliae ritiene d'aver fatto la sua fortuna con questa immonda transazione.

PRIMO SIGNORE: Oh! Voglia Iddio porre un freno alla nostra libidine!

Che cosa siamo noilasciati a noi stessi?

SECONDO SIGNORE: Siamo traditori di noi stessi. Ecome accade di solito in tutti i tradimentigli autoricome sappiamotradiscono se stessi e in ultimo giungono alla loro sciagurata fine; così luiche in quest'azione cospira contro la sua nobiltàsi travolge nella sua stessa corrente.

PRIMO SIGNORE: Che sia forse la nostra condannail farci banditori dei nostri scopi illeciti? Stasera dunque non avremo la sua compagnia?

SECONDO SIGNORE: L'avremo solo dopo mezzanotte; perché gli vien consentita non più d'un'ora.

PRIMO SIGNORE: Manca poco. Sarei veramente contento di farlo assistere alla dissezione del suo compagnoperché possa così prender lui stesso la misura del suo giudizio dov'egli ha incastonato così squisitamente questa perla falsa.

SECONDO SIGNORE: Non ci occuperemo di lui prima della sua venuta; la presenza del conte sarà una bella frustata per l'altro.

PRIMO SIGNORE: Intantoche cosa si dice della guerra?

SECONDO SIGNORE: Pare che si vogliano iniziare trattative di pace.

PRIMO SIGNORE: Anzivi posso assicurare che si parla di pace già conclusa.

SECONDO SIGNORE: Che farà allora il conte di Rossiglione? Ritornerà in Francia o si recherà altrove?

PRIMO SIGNORE: M'accorgoda questa vostra domandache voi non siete completamente a parte dei suoi intimi pensieri.

SECONDO SIGNORE: Dio non lo permettamessereperché altrimenti dovrei essere complice del suo atto.

PRIMO SIGNORE: Messeresua moglie fuggì di casa circa due mesi facol pretesto di andare in pellegrinaggio a San Giacomo Maggiore; compiuto il suo santo voto con la più profonda devozionementre si trovava colàla sua tenera natura divenne preda del suo doloreealla finemutò in gemito l'ultimo respiro. Ora ella canta in cielo.

SECONDO SIGNORE: Ma tutto ciò come s'è venuto a sapere?

PRIMO SIGNORE: Prima di tutto dalle sue lettereche testimoniano della verità del racconto fino al momento della morte; la sua morte poiche ella stessa non poteva annunciarevenne fedelmente confermata dal rettore del luogo.

SECONDO SIGNORE: E il conte sa tutto questo?

PRIMO SIGNORE: Conosce i minimi particolaripunto per puntoche confermano pienamente la verità delle notizie.

SECONDO SIGNORE: Quello che più mi dispiace è che ne sarà contento.

PRIMO SIGNORE: A che puntotalvoltaci sono di conforto le nostre stesse disgrazie!

SECONDO SIGNORE: E a che puntoaltre volteanneghiamo in lagrime le nostre fortune! Se grande è la fama che il suo valore si è meritato quinon sarà minore la vergogna che lo attende in patria.

PRIMO SIGNORE: La trama della nostra vita è intessuta di fili commistibuoni e cattivi; le nostre virtù andrebbero troppo superbe se non fossero sferzate dai nostri vizie i delitti ci condurrebbero alla disperazionese non venissero consolati dalle nostre virtù.

 

(Entra un Servo)

 

Ebbenedov'è il vostro padrone?

SERVO: Ha incontrato nella strada il ducadal quale ha preso solennemente congedomessere. Sua Signoria partirà domattina per la Francia. Il duca gli ha consegnato lettere commendatizie per il re.

SECONDO SIGNORE: Gli saranno giusto sufficientiquand'anche contenessero lodi esagerate.

PRIMO SIGNORE: Non potranno essere troppo dolci per l'amarezza del re (Entra BELTRAMO)

Ecco Sua Signoria. Ebbenemio signorela mezzanotte è già passata.

BELTRAMO: Ho dovuto sbrigare stasera sedici affariper ciascuno dei quali ci sarebbe voluto un mese di tempo. Ecco un sommario di quanto ho fatto; ho preso congedo dal ducae salutato coloro che gli son più viciniho seppellito una moglieho pianto per essaho scritto alla mia signora madre che mi appresto a ritornareho fatto preparare i miei fornimenti di viaggioeoltre a queste faccende più grosseho accudito ad altre cose più delicate; l'ultima è stata la più importantema non l'ho ancora terminata.

SECONDO SIGNORE: Se si tratta di una cosa difficilee se dovete partire questa mattinaVostra Signoria avrà fretta.

BELTRAMO: Dico che la cosa non è terminata perché temo di averne notizia anche dopo... Ma a quando il dialogo tra lo Scimunito e il Soldato? Suportate qui quel falso campioneche mi ha imbrogliato come un oracolo ambiguo.

SECONDO SIGNORE: Si porti qui.

 

(Escono alcuni Soldati)

 

Ha passato la notte in ceppipovero eroico furfante.

BELTRAMO: Non importale sue calcagna se li sono meritatihanno usurpato troppo lungamente gli speroni. Come s'è portato?

SECONDO SIGNORE: L'ho già detto a Vostra Signoria: sono stati i ceppi che lo hanno portato. Ma per rispondervi come voi l'intendetevi dirò che piange come una ragazza che abbia rovesciato il latte. Credendolo un frateha fatto a Morgan la sua confessioneincominciando dai suoi primi ricordi fino a quest'ultimo disastro dei ceppi. Cosa credete che abbia confessato?

BELTRAMO: Niente che riguarda mepenso?

SECONDO SIGNORE: La sua confessione l'abbiamo scrittae gliela leggeremo in faccia. Se Vostra Signoria c'entrae mi pare che c'entridovrà avere la pazienza di ascoltare.

 

(I Soldati portano in scena PAROLLES)

 

BELTRAMO: Canchero a lui! Bendato! Non potrà dire nulla di me.

PRIMO SIGNORE: Zitti! zitti! Ecco Moscacieca! "Portotartarossa".

PRIMO SOLDATO: Vi si vuol mettere alla tortura. Che cosa siete disposto a dire senza la tortura?

PAROLLES: Confesserò tutto quello che sosenza che mi si costringa.

Potrete macinarmi come carne da polpetteche non ne direi di più.

PRIMO SOLDATO: "Bosko chimurcho".

PRIMO SIGNORE: "Boblibindo chicurmurco".

PRIMO SOLDATO: Siete misericordiosogenerale... Il nostro generale vi ordina di rispondere alle domande che vi farò seguendo una lista.

PAROLLES: Risponderò con veritàcome spero di vivere.

PRIMO SOLDATO (legge): "Prima di tutto gli si chieda a quanto ammontano le forze di cavalleria del duca". Che avete da rispondere qui?

PAROLLES: Cinque o sei mila cavallima molto malandati e inservibili; le truppe sono sparpagliate qua e là e i comandanti sono dei poveri diavoli. Questo sulla mia reputazione e sul mio creditoe quanto è vero che spero di vivere.

PRIMO SOLDATO: Devo scrivere la vostra risposta in questi termini?

PAROLLES: Fatelo. Sono pronto a ricevere l'Ostia consacratacome voi la volete e quella che voi volete.

BELTRAMO (a parte): Per lui è tutt'uno! Un ribaldo senza speranza di redenzione!

PRIMO SIGNORE (a parte): Vi sbagliatemio signore; questi è il signor Parollesil gagliardo guerriero - sono sue parole - che teneva tutta l'arte della guerra nel nodo della sciarpa e tutta la pratica nel puntale del fodero del suo stocco.

SECONDO SIGNORE (a parte): Non mi fiderò mai più di nessuno perché tiene la spada pulitané crederò che alcuno sia in possesso di tutte le virtù solo perché porta la divisa impeccabilmente.

PRIMO SOLDATO: Ecco bell'e scritto.

PAROLLES: Cinque o sei mila cavalliho detto... ma voglio essere preciso: press'a pocoscriveteperché voglio dire tutta la verità.

PRIMO SIGNORE (a parte): In ciò è molto vicino alla verità.

BELTRAMO (a parteal Primo Signore): Ma per il modo col quale la rivela gliene sono tutt'altro che grato.

PAROLLES: E scrivete poveri diavolivi prego.

PRIMO SOLDATO: Be'questo è scritto.

PAROLLES: Tante umili graziemessere; la verità è la verità... quei diavolacci sono stupendamente poveri.

PRIMO SOLDATO (legge): "Chiedetegli le forze di fanteria". Che avete da dire?

PAROLLES: In veritàsignorevoglio dire la veritàcome se dovessi morire in questo istante. Vediamo: Spurio centocinquantaSebastiano altrettantiCorambo ancheJaques egualmenteGuiltianoCosmoLudovico e Grazziduecentocinquanta ciascuno; la mia compagniaCristoforoValmondo Benciduecentocinquanta ciascuno; tutto il ruolodunquetra inabili e abiliper la mia vita non arriva all'effettivo di quindicimiladei quali una metà non ha neppure il coraggio di scuotersi la neve dalla mantellinaper tema di dover cadere a pezzi loro stessi.

BELTRAMO (a parteal Primo Signore): Ma che cosa gli dobbiamo fare?

PRIMO SIGNORE (a partea Beltramo): Nullafuorché ringraziarlo. (Al Primo Soldato) Fategli alcune domande sul mio contoe chiedetegli in che stima son tenuto dal duca.

PRIMO SOLDATO: Be'anche questo è scritto. (Legge) "Poi gli domanderete se nell'accampamento vi è un certo capitano Dumainun francese; che cosa pensa il duca di luiqual è il suo valorela sua onestà e la sua esperienza in guerrae se crede possibile indurlo a rivoltarsi corrompendolo con un buon gruzzolo di monete d'oro". Su ciòche avete da dire? Cosa ne sapete?

PAROLLES: Vi pregolasciatemi rispondere partitamente a ciascuna domanda. Ripetetele ad una ad una.

PRIMO SOLDATO: Conoscete questo capitano Dumain?

PAROLLES: Sìlo conosco. Era garzone presso un ciabattino di Parigi e ne fu cacciato a frustate per aver impregnato una idiota mantenuta dal Comune - una povera scema - mutache non poteva dirgli di no.

 

(Dumain gli s'avvicina per batterlo)

 

BELTRAMO (a parteal Primo Signore): Novi pregotrattenetevi; per quanto io sia certo che il suo cervello è già condannato sotto la prima tegola che cadrà.

PRIMO SOLDATO: Bene. E questo capitano si trova al campo del duca di Firenze?

PAROLLES: Per quanto ne sovi si trovae feccioso.

PRIMO SIGNORE (a partea Beltramo): Nonon guardatemi cosìpresto sentiremo anche di Vostra Signoria.

INTERPRETE: In che stima lo tiene il duca?

PAROLLES: Il duca sa unicamente che è uno dei miei ufficialidi ben scarso valoree l'altro giorno mi scrisse di espellerlo dalla compagnia. Credo di aver la sua lettera in tasca.

PRIMO SOLDATO: Bene. La cercheremo.

PAROLLES: Maa ripensarcinon soo è lìo è rimasta nella mia tendain una filzainsieme a molte altre lettere del duca:

PRIMO SOLDATO: Eccola. C'è una carta. Devo leggerla?

PAROLLES: Non so se sia quella la lettera.

BELTRAMO (a parteal Primo Signore): Il nostro interprete è abile.

PRIMO SIGNORE (a Beltramo): Abilissimo...

PRIMO SOLDATO (Legge): "Dianail conte è vuotopieno solo di oro...".

PAROLLES: Noquesta non è la lettera del ducamessere è un consiglio a un'onesta fanciulla di Firenzedi nome Dianaperché non si fidi degli allettamenti di un certo conte di Rossiglioneun ragazzo sciocco e vanoma con tutto ciò pien di foia. Vi pregomessererimettetemela in tasca.

PRIMO SOLDATO: Noprima voglio leggerlase mi permettete.

PAROLLES: Per meavevo la più retta delle intenzionive l'assicuronei riguardi della fanciullapoiché so che il giovane conte è un ragazzo pericoloso e lascivouna vera balena per le verginiche si divora tutti i pesciolini che incontra.

BELTRAMO (a parte): Maledetto furfante di tre cotte!

PRIMO SOLDATO (legge): "Se giurafagli cavar l'oroe prendilopiantato il chiodomai non paga il debito; patto ben fatto è metà dell'introitoquindifatelo ben; paghi in anticipo.

E'Dianaun soldatovedia dirtelo; va' con un uomoma un garzon sol bacialo; fa' di ciò contoil conteio soè uno stupidoche paga innanzima non quando ha un obbligo.

Tuocome nel tuo orecchio egli dichiarasiParolles".

BELTRAMO (a parte): Sarà fatto passare per le bacchette tra tutto l'esercito con quei versi in fronte.

SECONDO SIGNORE (a Beltramo): Questo è il vostro devoto amicomessereil plurilinguistal'armipotente soldato.

BELTRAMO: Prima sapevo sopportare qualsiasi cosatranne i gatticostui è ora un gatto per me.

PRIMO SOLDATO: Da quel che capisco dalle occhiate del generaleprobabilmentemesseresaremo obbligati ad impiccarvi.

PAROLLES: Lasciatemi in vitasignoread ogni costo. Non che io abbia paura della mortema dopo tanti peccati che ho commessovorrei pentirmivita natural durante. Lasciatemi viveresignorein una segretain ceppidove vorrete cacciarmipurché viva.

PRIMO SOLDATO: Vedremo che cosa si dovrà farepurché voi diciate tutto senza nulla nascondere. Per tornare dunque a questo capitano Dumainavete già risposto per quello che riguarda il suo valore e la stima che ne ha il duca. Ora che avete da dire sulla sua onestà?

PAROLLES: E' un talesignoreche ruberebbe un uovo perfino in un convento. Per stupri e rapimenti è il gemello di Nesso. Si fa un vanto di non mantenere i giuramentie nel romperli è più forte di Ercole.

Mentiscesignorecon tal volubilitàda farvi sembrar la verità una sciocca. La sua migliore virtù è l'ubriachezza perché s'ubriaca come un maiale. Nel sonno è innocuosi può direeccetto che alle lenzuolama tutti sanno le sue abitudini e perciò si fa dormire sulla paglia. Poco più mi resta da dire sulla sua onestàsignoreha tutto ciò che un uomo onesto non dovrebbe averee di quel che un uomo onesto dovrebbe avere non ha nulla.

PRIMO SIGNORE (a parte): Incomincioper questoa volergli bene.

BELTRAMO (a parte): Per questa descrizione della tua onestà? Per parte mia la peste se lo becchi! E' sempre più gatto.

PRIMO SOLDATO: Che cosa avete da dire sulle sue capacità militari?

PAROLLES: In veritàsignorebatteva il tamburo alla testa dei commedianti inglesi; non voglio fargli tortoe della sua bravura militare so unicamente che in Inghilterra gli fu concesso l'onore di essere ufficiale in un luogo chiamato Mile-Enddove insegnava a mettersi in fila per due. Vorrei dimostrargli tutto l'onore possibilema non son certo di poterlo fare.

PRIMO SIGNORE (a parte): Egli ha talmente oltrepassato i limiti della ribalderia che questa rarità lo riscatta.

BELTRAMO (a parte): Canchero che gli venga! per me è sempre un gatto.

PRIMO SOLDATO: Le sue qualità sono d'un prezzo tanto vileche non è necessario chiedervi se con l'oro si potrebbe corromperlo a tradire.

PAROLLES: Signoreper un quarto di scudo sarebbe disposto a vendere la salute sua e quella dei suoi discendenti in possesso pieno e assolutofranco d'ogni gravezza in perpetuo.

PRIMO SOLDATO: E suo fratello che cos'èl'altro capitano Dumain?

SECONDO SIGNORE (a parte): Perché gli chiede di me?

PRIMO SOLDATO: Che tipo è dunque?

PAROLLES: Un corbaccio dello stesso nido. Non è della statura del primoper bontàma ben più grande nella cattiveria. In vigliaccheria supera suo fratellobenché suo fratello sia ritenuto uno dei più perfetti vigliacchi. Nel fuggireè più veloce di qualsiasi lacchè; quando si deve attaccareinvecegli viene il granchio.

PRIMO SOLDATO: Se vi si lascia la vitasiete pronto a tradire i Fiorentini?

PAROLLES: Sicuroed anche il capitano della loro cavalleriail conte di Rossiglione.

PRIMO SOLDATO: Ne voglio dire una parolina al generale e sentire la sua decisione.

PAROLLES (a parte): Che non mi si parli più di tamburi! Che la peste se li porti via tutti i tamburi! Mi son messo in questo ginepraio per far credere che ero un prodee per infinocchiare quel ragazzaccio libertino del conte. Ma chi avrebbe potuto pensare a un'imboscatae proprio nel posto dove sono stato preso?

PRIMO SOLDATO: Non c'è rimediomessere; dovete morire. Il generale dice che voidopo aver tradito ignominiosamente i segreti del vostro esercitoe dopo aver dato vergognosi ragguagli di uomini che erano tenuti in grande stimanon potete rendere nessun onesto servizio al mondo: perciò dovete morire. Avantiboiatagliategli la testa.

PAROLLES: Mio Diosignorelasciatemi viverealmeno lasciatemi vedere la mia morte!

PRIMO SOLDATO: Sìquesto vi è concesso: e potete anche salutare tutti i vostri amici. (Gli toglie la benda) Siguardatevi intorno.

Conoscete nessuno qui?

BELTRAMO: Buon giornonobile capitano.

SECONDO SIGNORE: Dio vi benedicacapitano Parolles.

PRIMO SIGNORE: Dio vi salvinobile capitano.

SECONDO SIGNORE: Capitanodebbo recare i vostri saluti al signor Lafeu? Parto per la Francia.

PRIMO SIGNORE: Buon capitanovolete darmi una copia del sonetto che avete scritto a Diananell'interesse del conte di Rossiglione? Se non fossi un gran vile vi obbligherei a darmelo. Ma state bene.

 

(Beltramo e i Signori se ne vanno)

 

PRIMO SOLDATO: Siete disfattocapitanodisfatto da capo a pieditranne nella vostra sciarpache ha ancora un nodo.

PAROLLES: Chi è colui che non resta annientato con un tradimento?

PRIMO SOLDATO: Se poteste trovare un paese dove vi fossero solo donne che hanno subìto un'onta come la vostrapotreste essere il capostipite d'una nazione di svergognati. Statemi bene. Me ne vado in Franciadove si parlerà di voi.

 

(Escono i soldati)

 

PAROLLES: Eppure sento in me una certa gratitudine: se il mio cuore fosse grande scoppierebbe per questo... Capitano non sarò piùma voglio mangiare e bere e dormire placidamente quant'altro capitano mai; vivrò né più né meno che per quel che sono. Chi si conosce spaccone abbia paura; perché verrà il momento che ogni spaccone sarà ritrovato un asino. Arrugginiscio spada! Raffreddatevirossori! E viviParollesin maggior sicurezza nella vergogna! Sei stato beffatoprospera nella beffa! V'è posto e vi sono risorse per ogni uomo vivente. Ed io troverò quello e queste.

 

(Esce)

 

 

 

SCENA QUARTA - Firenze. Una camera nella casa della Vedova

(Entrano ELENAla Vedova e DIANA)

 

ELENA: Perché possiate veder bene che io non vi ho fatto tortouno dei più grandi sovrani del mondo cristiano mi sarà mallevadore. Prima di raggiungere tutti i miei scopi mi sarà necessario inginocchiarmi davanti al suo trono. Una volta gli feci un favoreda lui vivamente desideratoprezioso quasi al pari della vitae tale da far spuntare fuori la gratitudine fin dal seno di selce del Tartaroa ringraziare.

So di certo che Sua Maestà si trova a Marsigliae per codesta città abbiamo un buon mezzo di trasporto. Occorre pure che sappiate che io son ritenuta morta. L'esercito è scioltoe mio marito si affretta verso casa suadovecon l'aiuto di Dio e col permesso del mio buon signoreil renoi arriveremo prima di colui che dovrà riceverci.

VEDOVA: Gentile signoranon avete mai avuto una serva alla quale la vostra faccenda stesse più a cuore.

ELENA: E neppure voisignoraavete mai avuto un'amica che più si sia data cura di ricompensare il vostro affetto con maggiore sincerità. Il cielo ha senza dubbio creato me per essere la dote di vostra figliacome ha destinato lei ad essere la causa che mi aiutasse ad avvicinarmi a mio marito. Sono ben strani gli uominiche possono far sì dolce uso di ciò che essi odiano quando la lasciva fiducia dei loro ingannati pensieri contamina la tenebrosa notte! La lussuria si trastulla con quel che aborrepigliandolo per qualcosa che è invece lontano. Ma di ciò più tardi... VoiDianadovrete seguire i miei poveri ordinie soffrire per me ancora un poco.

DIANA: Vi seguirò a costo di perdere la vita e l'onore. Sono tutta vostrapronta a soffrirese tale è la vostra volontà.

ELENA: Ancora un pocovi prego... Mason certa il tempo riporterà l'estatee le rose di macchia avranno anche fiorinon soltanto spinee saranno soffici come sono pungenti... Dobbiamo partirela carrozza è pronta e il tempo urge. "Tutto è bene quel che finisce bene" e sempre il fine corona l'opera: la strada sarà difficilema la fine gloriosa.

 

(Escono)

 

 

 

SCENA QUINTA - Rossiglione. Una sala nel Palazzo della Contessa

(Entrano la CONTESSALAFEU e il Buffone)

 

LAFEU: Nonovostro figlio venne sviato da un gaglioffo vestito di taffettà co' dinderli d'orpelloil cui ribaldo zafferano avrebbe fatto diventare del suo colore i giovani di pasta cruda di un'intera nazione; altrimenti vostra nuora sarebbe ancora in vita; e vostro figlio sarebbe qui a casaad un ufficio che il re gli avrebbe assegnatomigliore di quello che gli ha dato quel pecchione dalla coda rossa al quale alludo.

CONTESSA: Non l'avessi mai conosciuto! Fu lui la causa della morte della più virtuosa gentildonna che la natura abbia mai avuto lode d'aver creato. Se fosse stata carne della mia carnese mi fosse costata i più dolorosi gemiti di madrenon avrei potuto sentire per lei un amore più radicato.

LAFEU: Era veramente virtuosaera una signora veramente virtuosa. Si potran cogliere mille specie d'insalataprima d'imbattersi ancora in un'erba tanto dolce.

BUFFONE: In veritàmessereella era la persa gentile dell'insalataanzila pura verginella e sacra ruta.

LAFEU: Ma codeste sono erbe da giardinofurfanteerbe da mazzolino.

BUFFONE: Io non sono il grande Nabuccodonosorsignoree non m'intendo molto di erbe.

LAFEU: Ma dunquedimmitu ti vanti di essere un furfante o uno sciocco?

BUFFONE: Uno scioccomessereal servizio di una donnae un furfante al servizio di un uomo.

LAFEU: Cioè?

BUFFONE: Quanto a un uomolo defrauderei della sua mogliee farei il suo servizio.

LAFEU: In questo modosaresti davvero un furfante al suo servizio.

BUFFONE: E darei alla moglie la capocchia del mio bastonemessereper servirla.

LAFEU: Ti do ragionetu sei insieme furfante e sciocco.

BUFFONE: Al vostro servizio.

LAFEU: Nonono.

BUFFONE: Mamesserese non posso servir voiposso servire un principe grande quanto voi.

LAFEU: E chi mai? Un francese?

BUFFONE: In fede miamessereil nome è inglesema la sua fisionomia è più accesa in Francia che in Inghilterra.

LAFEU: Chi è questo principe?

BUFFONE: Il Principe Nerosignorealias il Principe dell'oscuritàalias il diavolo.

LAFEU: Eccotieni la mia borsa. Non te la dono per subornarti dal padrone del quale parlicontinua pure a servirlo.

BUFFONE: Io sono una creatura dei boschimesseree sempre ho amato un gran fuoco; il padrone di cui parlo mantiene un bel fuocoche dura sempre. Main veritàegli è il principe del mondolasciate che la sua nobiltà rimanga nella sua corte. Preferisco la casa con la porta strettatroppo piccolami pareperché il fasto vi possa entrare; vi potranno entrare quei pochi che si umilianoma la maggior parte sentirà troppo freddosarà troppo delicatae si incamminerà per la strada fiorita che conduce alla porta larga e al gran fuoco.

LAFEU: Vattene per la tua stradacomincio a stancarmi di tee te lo dico subitoperché non vorrei litigare. Va' per la tua stradae fa' in modo che i miei cavalli siano ben governatie senza gherminelle.

BUFFONE: Farò lorose maigherminelle rozzealle quali le rozze hanno diritto per legge di natura.

LAFEU: E' una infelice ed arguta canaglia.

CONTESSA: Proprio così. Il mio defunto marito ci si divertiva un mondo con lui. Se rimane qui è per volontà di luied egli se ne fa una patente per le sue sfacciataggini: in verità egli non conosce freni e corre dove vuole.

LAFEU: Io gli voglio bene. Non v'è alcun male... Desideravo poi dirvigiacché ho udito che la buona signora è mortae che il signor vostro figlio sta tornando a casache ho pregato il re di voler parlare in favore di mia figlia. Fu essa chequand'eran tutte e due picciniSua Maestà aveva benignamente proposta per prima. Sua Maestà mi ha promesso di farlo e non v'è modo migliore perché possa così cessare il rancore che nutre verso vostro figlio. Che ne pensa Vostra Signoria?

CONTESSA: Ne son molto contentamio signoree mi auguro che la cosa possa farsi felicemente.

LAFEU: Sua Maestà sta venendo in poste da Marsigliacosì aitante come quando aveva trent'anni. Arriverà domania meno che io non sia stato ingannato da uno che in tal genere d'informazioni m'ha raramente detto il falso.

CONTESSA: Son ben contenta di poterlo vedere prima di morire. Ho ricevuto una lettera da mio figlioche mi annuncia che sarà qui stanotte. Vorrei pregare Vostra Signoria di restare con me sino al nostro incontro.

LAFEU: Stavo pensando in qual modo potervi essere ammesso senza essere indiscreto.

CONTESSA: Basterà che facciate uso dei vostri nobili privilegi.

LAFEU: Signorali ho usati troppomagrazie a Dioessi valgono ancora.

 

(Rientra il Buffone)

 

BUFFONE: O signorac'è di là il mio signorevostro figliocon un cerotto di velluto sulla facciase ci sia o no sotto una feritalo sa il vellutoma è proprio una bella toppa di vellutola sua guancia sinistra è di due peli e mezzoma la destra è nuda.

LAFEU: Una ferita nobilmente ricevutao una nobile feritaè una buona livrea di gloria: e senza dubbio la sua sarà di codeste.

BUFFONE: Ma vi riduce la faccia come una braciola.

LAFEU: Andiamovi pregoa riveder vostro figlio. Ho un gran desiderio di parlare con questo nobile giovin soldato.

BUFFONE: Veramente ve ne sono una dozzinacon squisitileggiadri cappelli e con gentilissime piumeche piegano il capo e salutano tutta la gente (Escono)

 

 

 

ATTO QUINTO

 

SCENA PRIMA - Una strada di Marsiglia

(Entrano ELENAla Vedova e DIANAcon due Servi)

 

ELENA: Questo correr le poste senza posa giorno e notte deve aver stremato le vostre forzema non possiamo farne a meno. Ma siccome per aiutare me non avete fatta distinzione fra il giorno e la nottee avete stancato le vostre membra delicateil mio debito verso di voisiatene certeha radici talmente profonde che nulla al mondo lo potrà strappare.

 

(Entra un Gentiluomo)

 

Ecco qua una occasione davvero fortunata. Quest'uomose vorrà usare della sua autoritàpotrà informare Sua Maestà del mio arrivo. Dio vi salvimessere.

GENTILUOMO: E salvi anche voi.

ELENA: Messereio vi ho visto altre volte alla corte di Francia.

GENTILUOMO: Qualche volta vi sono stato.

ELENA: Son certamessereche voi non sarete decaduto dalla vostra reputazione di bontàestimolata da circostanze sfortunate che ci obbligano a trascurare le buone maniereio vorrei usare della vostra gentilezzae ve ne sarò grata per sempre.

GENTILUOMO: Quali sono i vostri desideri?

ELENA: Che vogliatevi pregopresentare quest'umile richiesta al ree che mi aiutiatecon tutto il vostro poteread essere ammessa alla sua presenza.

GENTILUOMO: Ma il re non è qui.

ELENA: Non è qui?

GENTILUOMO: Nodavvero. E' partito la notte scorsacon maggior fretta del solito.

VEDOVA: O signore! Tutte le nostre fatiche sono state inutili!

ELENA: "Tutto è bene quel che finisce bene"anche se il tempo sembra tanto contrario ed i mezzi inadeguati... Ditemivi pregodov'è andato?

GENTILUOMO: Mi dicono a Rossiglionedove anch'io son diretto.

ELENA: Vi pregomesserepoiché voi forse vedrete il re prima di meconsegnate questo foglio nelle sue graziose mani. Per il vostro incomodocredo non ne avrete biasimoma gratitudine. Io vi seguirò con la maggior fretta che i nostri mezzi ci permetteranno.

GENTILUOMO: Farò per voi ciò che volete.

ELENA: Ed io vi saprò ben ringraziarequalunque cosa avvenga. E' necessario rimontare a cavallo. Susufacciamo i preparativi.

 

(Escono)

 

 

 

SCENA SECONDA - Nel cortile del Castello di Rossiglione

(Entrano PAROLLES e il Buffone)

 

PAROLLES: Buon mastro Lavachedate questa lettera a monsignor Lafeu.

Primamesserequando avevo dimestichezza con abiti più freschivoi mi conoscevate meglio. Ma oramesseresono coperto di fango dalla rabbia della fortunae puzzo piuttosto fieramente del suo fiero rancore.

BUFFONE: In veritàil rancore della fortuna dev'essere ben sporcose puzza tanto fieramente quanto dici. Da oggi non mangerò più il pesce fritto dalla fortuna. Ti pregolasciami respirare l'aria fresca.

PAROLLES: Nononon è necessario che vi turiate il nasomessere; parlavo solo per metafora.

BUFFONE: In fede miamesserese la vostra metafora puzzami tapperò bene il naso; e me lo tapperò anche per la metafora di qualsiasi altro uomo. Ti pregovattene più lontano.

PAROLLES: Messerevogliate consegnare per me questo foglio.

BUFFONE: Puah! Stammi lontanoti prego: consegnare ad un gentiluomo un foglio della seggetta della fortuna! Ecco che viene lui stesso in persona.

 

(Entra LAFEU)

 

Qui c'è uno che fa marameo alla fortunamessereun gatto della fortuna - ma non un gatto muschiato - che è caduto nella sporca piscina della sua disgrazia e ci si è inzaccherato tutto come lui confessa. Vi pregosignoreusate del tincone come meglio poteteperché ha tutta l'aria di un poverodecadutoabbiettoscimunito manigoldo. Con questi consolanti paragoni intendo dimostrargli la mia simpatia per la sua disgraziae lo raccomando a Vostra Signoria.

 

(Esce)

 

PAROLLES: Mio signoresono un uomo che la fortuna ha crudelmente graffiato.

LAFEU: E cosa volete che faccia io? E' troppo tardioraper tagliarle le unghie. Che birbonata avete giocata alla fortuna che v'ha graffiato in tal modo? Essauna signora tanto buonache non permette che i birboni prosperino a lungo sotto di lei! Eccovi un quarto di scudo. Che il giudice conciliatore vi riconcili con la fortuna: io ho altro da fare.

PAROLLES: Prego Vostra Signoria di voler ascoltare una sola parola.

LAFEU: Voi volete ancora soltanto un soldo: eccolo quirisparmiate la parola.

PAROLLES: Il mio nomeo mio buon signoreè Parolles.

LAFEU: Allora voi volete più di una parola. Per le stimmate! Datemi la mano... Come sta il vostro tamburo?

PAROLLES: O mio buon signorevoi foste il primo a conoscermi per quello che ero.

LAFEU: Io? Davvero? E fui il primo anche a perderti.

PAROLLES: Sta a voimio signorea rimettermi un po' in graziagiacché foste voi a farmene uscire.

LAFEU: Viavia birbone! Tu vorresti mettermi sulle spalle l'ufficio di Dio e quello del diavolo insieme? L'uno ti fa entrare in graziae l'altro uscirne. (Suono di trombe) Sta arrivando il re; lo comprendo da questo suono. Mariuolochiedete di me più tardi. Ho parlato di voi proprio ieri sera: benché siate uno sciocco e un birbonemangerete anche voi. Suvenite.

PAROLLES: Sia lode a Dio per voi.

 

(Escono)

 

 

 

SCENA TERZA - Rossiglione. Una sala nel Palazzo della Contessa

(Suono di trombe. Entrano il REla CONTESSALAFEUSignoriGentiluominiGuardieeccetera)

 

RE: In lei abbiamo perduto un gioielloe la stima di noi s'è fatta perciò molto più scarsa. Vostro figliocom'ebbro di follianon ha avuto lume da apprezzarla come meritava.

CONTESSA: Ormai è passatamio sovranoed io imploro Vostra Maestà a volerla considerare come una ribellione naturalecommessa nella vampa della gioventùquando l'olio e il fuocotroppo impetuosi per la forza della ragionela soverchiano e non cessano di bruciare.

RE: Mia onorata signorabenché le mie vendette avessero la mira ben aggiustata contro di lui ed attendessero il momento di colpirlogli ho perdonato e ho dimenticato tutto.

LAFEU: Bisogna che dica - ma prima ne domando perdono - che il giovane signore ha offeso gravemente il suo rela sua madre e la sua sposa; ma il più gran torto l'ha fatto a se stesso. Ha perduto una moglie la cui bellezza faceva stupire gli occhi più espertile cui parole si cattivavano le orecchie di tuttied alla cui rara perfezione si professavano umili servi perfino i cuori che disprezzavano il servizio dell'amore.

RE: La lode di ciò che s'è perduto rende più doloroso il ricordo.

Orsùsi chiami qui. Siamo riconciliatie il primo incontro dissiperà ogni desiderio di vendetta. Egli non deve chiederci perdono; la ragione della sua grande offesa è mortae noi vogliamo seppellirne le irritanti memorie più profondamente della stessa dimenticanza. Si avanzi come estraneonon come offensore. Ditegli che tale è la nostra volontà.

GENTILUOMO: Sarà fattomio signore.

 

(Esce)

 

RE: Di vostra figlia che dice? Gliene avete parlato?

LAFEU: Tutto se ne rimette all'Altezza Vostra.

RE: Allora avremo uno sposalizio. M'hanno inviato una lettera che esalta la sua fama.

 

(Entra BELTRAMO)

 

LAFEU: Il successo gli conferisce.

RE: Oggi sono una giornata instabilee forse vedrai in me il sole e la grandine insieme; ma le nubi squarciate lasciano passare i raggi più luminosi. Avvicinatiil tempo è di nuovo bello.

BELTRAMO: Amato sovranoperdonatemi i miei falli di cui mi sento profondamente pentito.

RE: Tutto è rimediato. Non più neppure una parola del tempo ormai trascorso. Prendiamo il presente per i capelli della fronte. Siamo vecchie il silenzioso e impercettibile piede del tempo si avvicina furtivamente ai nostri decreti più veloci prima che ci sia dato di metterli in pratica. Ricordate la figlia di questo signore?

BELTRAMO: La ricordo con ammirazionemio signore. Avevo fissato su di lei la mia sceltaprima che il cuore osasse far della mia lingua un araldo troppo ardimentoso. Colà fermata l'impressione del mio occhioil dispregio mi prestò il suo specchio deformanteche distorse i lineamenti d'ogni altro voltosdegnò un bel coloreo me lo rappresentò accattatoallargò o contrasse tutte le proporzioniriducendole a turpissime sembianze. Così avvenne che colei che tutti lodavanoe che io stessoda quando la perdetticominciai ad amaredivenneper il mio occhiola polvere che l'offese.

RE: Buona scusa. Il fatto che l'amasti riduce di qualche punto il tuo gran debito: ma l'amore che viene troppo tardicome un pietoso perdono recato troppo lentamentesi volge in amarezza contro colui che lo mandae grida: "Buono era quel che non è più". Le nostre avventate colpe stimano un nulla le cose grandi che possediamo senza conoscerefin che non le vediam seppellite. Spesse volte i nostri rancoriingiusti contro di noici distruggono gli amiciper piangere poi sulle loro ceneri: svegliandosil'amor nostro piange su quello che è stato fattomentre lo svergognato odio dorme tutto il pomeriggio. Sia questa la campana a morte della dolce Elena; ora dimenticala. E da' un pegno del tuo amore per la bella Maddalena. I più importanti consensi sono già stati datie noi ci fermeremo qui a vedere il secondo sposalizio del nostro vedovo.

CONTESSA: O cielobeneditelo più del primo! Altrimentiprima che essi s'incontrinocessa in menatura!

LAFEU: Figlio mioin cui deve essere assorbito il nome della mia casadate una prova del vostro affetto cheinfiammando con le sue scintille l'animo di mia figliala faccia venir qui in fretta...

(Beltramo gli dà un anello) Per la mia vecchia barbaper ogni suo singolo peloElenache è mortaera una dolce creatura. L'ultima volta che mi congedai da lei a cortele vidi in dito un anello simile a questo.

BELTRAMO: Ma quest'anello non è suo.

RE: Vi pregolasciatemelo vedere: il mio occhio ne è stato attratto più voltementre parlavo... Quest'anello era mioe quando lo diedi a Elena le promisi che per questo pegno l'avrei aiutata qualora le sue fortune avessero avuto bisogno d'aiuto. Con quale astuzia riusciste a toglierle ciò che le avrebbe recato i più grandi servigi?

BELTRAMO: Mio grazioso sovranoper quanto vi piaccia crederloquest'anello non fu mai suo.

CONTESSA: Figlioper la mia vitaio stessa ho veduto che ella lo portava e lo stimava come la vita sua.

LAFEU: Io pure sono sicuro d'averglielo visto portare.

BELTRAMO: Vi sbagliatemio signore: ella non lo vide mai. Mi venne lanciato da una finestra a Firenzeravvolto in una cartasulla quale era scritto il nome di colei che l'aveva gettato. Era una persona nobileche mi credeva liberoma dopo che le ebbi esposto il mio stato e detto ben chiaro che non potevo risponderle con quell'onoratezza con la quale ella si era offertasi ritirò convintabenché a malincuoree non volle più riprendere l'anello.

RE: Lo stesso Plutoche conosce l'elisir di vita e la moltiplicante pietra filosofalenon ha del mistero della natura conoscenza maggiore di quanta io non abbia di quest'anello. Chiunque sia che ve lo abbia datoesso fu mio e di Elena. Come è certo che conoscete voi stessoconfessate che era suoe dite con quale rude violenza riusciste ad ottenerlo da lei. Non se lo sarebbe mai staccato dal ditodichiarò chiamando a testimoni i santise non per darlo a voi nel talamo - dove voi non foste mai - oppure per mandarlo a noi nei momenti di gran distretta.

BELTRAMO: Ella non lo vide mai.

RE: Com'è vero che amo l'onor miotu dici il falso e mi induci a temere cose che più volentieri non vorrei pensare. Se dovesse dimostrarsi che tu sei stato così inumanononon potrà essere...

Eppurenon so... Tu l'odiavil'odiavi mortalmenteed ella è mortae nulla più della vista di questo anello potrebbe indurmi a crederloa meno che non le avessi chiuso io stesso gli occhi. Portatelo via.

(Le Guardie prendono Beltramo) In qualunque modo finisca la cosale prove già acquisite non potranno davvero biasimare come vani i miei timoripoiché vano è stato anzi di non aver temuto abbastanza.

Portatelo via. La cosa sarà investigata più addentro.

BELTRAMO: Se riuscirete a provare che questo anello fu suo vi sarà ugualmente facile provare che io giacqui con lei a Firenzedove ella non fu mai.

 

(Le Guardie lo portano via)

 

RE: Sinistri pensieri m'avvolgono la mente.

 

(Entra un Gentiluomo)

 

GENTILUOMO: Grazioso sovranonon so se mi merito biasimo o lode. Devo presentarvi la petizione di una Fiorentina. Ella stessa aveva tentato di farlo quattro o cinque voltema ogni volta voi eravate già partito. ho accettato di farlo iovinto a ciò dalla bella grazia e dalle parole della povera suppliceche oraio soè qui che attende.

Il suo viso dimostra chiaramente l'importanza di quanto chiedee nei dolci cenni che mi diede a viva voceaffermò che la cosa riguardava voiAltezzae lei.

RE (legge): "Dopo molte proteste di volermi sposare alla morte di sua moglieegliarrossisco nel dirloriuscì a sedurmi. Ora il conte di Rossiglione è vedovoi suoi voti mi spettan di dirittoe io gli ho pagato l'onor mio. E' partito segretamente da Firenze senza dirmi addio ed io ora lo seguo nella sua patria per ottener giustizia.

Datemelao re! essa risiede in voi. Altrimenti un seduttore prosperae una povera fanciulla è minata. Diana Cappelletti".

LAFEU: Andrò piuttosto a comprarmi un genero alla fierama di questo voglio sbarazzarmi. Non voglio più saperne di lui.

RE: Il cielocon questa rivelazionedimostra di volerti beneLafeu.

Fate venire queste supplicanti. (Il Gentiluomo esce) Andate e portate qui subito il conte. (Alcuni Servi escono) Signoratemo che la vita di Elena le sia stata proditoriamente rapita.

CONTESSA: Sia fatta giustizia dei colpevoli!

 

(Le Guardie tornano con BELTRAMO)

 

RE: Dal momento che le mogli vi sembrano mostrie che le fuggite appena avete giurato loro protezione coniugalemi stupiscosignoreche voi desideriate ancora sposarvi.

 

(Il Gentiluomo torna con la Vedova e con DIANA)

 

Chi è quella donna?

DIANA: Sonomio signoreuna misera Fiorentinauna discendente degli antichi Cappelletti. So che v'è nota la mia supplicae perciò sapete di quanta compassione io sia degna.

VEDOVA: Io sono sua madresignore; la mia età e il mio onore soffrono ambedue per l'accusa che vi presentiamoe ambedue finiranno se non vi porrete rimedio.

RE: Avvicinateviconte. Conoscete queste donne?

BELTRAMO: Mio signorenon posso e non voglio negare di conoscerle...

Portano altre accuse contro di me?

DIANA: Perché guardate vostra moglie in modo così strano?

BELTRAMO: Mio signorecostei non è mia moglie.

DIANA: Se vi sposerete darete ad altri questa manoche è mia; darete ad altri i voti del cieloche sono miei; darete ad altri meche tutti sanno appartengo a me stessa; perché io sonoper giuramentouna cosa sola con voie colei che sposa voi deve sposare me: o tutt'e due o nessuno.

LAFEU: Troppo scarsa è la vostra onoratezza per mia figlia; voi non potete essere un marito degno di lei.

BELTRAMO: Mio signorecostei è una creatura stolta e allo sbaragliocon la quale m'è capitato talvolta di ridere. Vostra Altezza abbia un concetto più alto del mio onoree non pensi che io sia pronto a buttarlo così in basso.

RE: Signorei miei pensieri non vi sono certamente amici; a meno che non ve li facciate tali con le vostre azioni. Date del vostro onore prove migliori di quelle che si trovano ora nel mio pensiero.

DIANA: Mio buon signorechiedeteglisotto giuramentose non è vero che mi tolse la verginità.

RE: Che cos'hai da rispondere?

BELTRAMO: Essa è sfacciatamio signoreed era una delle solite sgualdrine che frequentano gli accampamenti.

DIANA: Egli mi oltraggiamio signore. Se fossi stata come lui diceavrebbe potuto comprarmi a un prezzo volgare. Non credetegli. Oh!

Guardate quest'anellosenza pari per magnificenza e per grande valore; eppure lo diede ad una delle sgualdrine che frequentano il campose io sono una di queste.

CONTESSA: Egli arrossisce. E' proprio quell'anelloquella gemma che veniva lasciata per testamento al successore e che fu posseduta e portata da sei antenati. Costei è veramente sua moglie; l'anello vale mille prove.

RE: Se non erroavete detto d'aver visto qui a corte uno che potrebbe attestarlo.

DIANA: Sìl'ho dettoma mi vergogno di usare uno strumento così cattivo. Si chiama Parolles.

LAFEU: L'ho visto oggi quell'uomose è veramente un uomo.

RE: Cercatelo e portatelo qui.

 

(Esce un Servo)

 

BELTRAMO: Che c'entra lui? Si sa che è il più traditore di tutti i ribaldimacchiato e depravato da tutte le colpe del mondo; la sua natura ha la nausea al solo dire una verità. Dovrò io forse essere questo o quest'altro secondo quanto dirà quest'uomopronto ad affermare qualsiasi cosa?

RE: Ma questa donna possiede quel vostro anello.

BELTRAMO: Sìlo possiede. Ella mi piacqueè veroe io l'avvicinai alla folle maniera dei giovani; ella seppe tenermi a badae mi adescò facendo impazzire il mio desiderio con i suoi rifiuti - poiché tutto ciò che si oppone all'amore è un incentivo che l'accresce - e infineunendo la sua triviale bellezza ad un'immensa astuziariuscì a farmi sottostare alle sue condizioni. S'impadronì dell'anello ed io ottenni ciò che qualsiasi inferiore a me avrebbe potuto comperare al solito prezzo di mercato.

DIANA: Debbo aver pazienza. Voi che avete cacciato via una donna nobilissima quale fu la vostra prima mogliepotete giustamente licenziarmi così. Mavi prego - dacché voi mancate di virtùio consento a perdere un marito - mandate a prendere il vostro anello: io lo ridarò al suo proprietario e voi mi ridarete il mio.

BELTRAMO: Non l'ho più.

RE: Che anello era il vostrodi grazia?

DIANA: Molto simile a quello che voi portate in ditosignore.

RE: Conoscete dunque quest'anello? Poco fa era suo.

DIANA: Glielo diedi iomentre giacevo con lui.

RE: Dunque non è vero che glielo gettaste dalla finestra?

DIANA: Io ho detto la verità.

 

(Ritorna un servo con PAROLLES)

 

BELTRAMO: Mio signoreconfesso che l'anello apparteneva a lei.

RE: Voi v'inalberate malamenteogni piuma vi fa trasalire... E' quello l'uomo di cui parlavate?

DIANA: Sìmio signore.

RE: Ditemivoima ditemi la veritàve lo comandoe non abbiate paura di cadere in disgrazia del vostro padroneperché io stesso vi difenderò se agirete con giustizia. Che cosa sapete voi di lui e di questa donna qui?

PAROLLES: Piaccia a Vostra Maestàil mio padrone s'è sempre condotto da gentiluomo onorevole; le scappatelle che ha fatto sono quelle che fanno tutti i gentiluomini.

RE: Andiamovianon uscite di strada; ha amato questa donna?

PAROLLES: In fede miasignoresìl'ha amata; ma come?

RE: Come? E' questo che domando.

PAROLLES: L'ha amatasignorecome un gentiluomo ama una donna.

RE: Cioè?

PAROLLES: L'ha amatasignoree non l'ha amata.

RE: Come tu sei un furfante e non sei un furfante. Che tipo equivoco è costui!

PAROLLES: Io sono un povero diavolo al servizio di Vostra Maestà.

LAFEU: Costui è un buon tamburinosignorema un pessimo oratore.

DIANA: Sapete che egli mi ha promesso di sposarmi ?

PAROLLES: In veritàio so più di quanto non voglia dire.

RE: Non vuoi dunque dire tutto ciò che sai?

PAROLLES: Sìpiaccia a Vostra Maestà... Come ho dettoio sono stato intermediario fra loro duema inoltreegli l'amavaanzi era pazzoe parlava di Satanae del Limboe delle Furieo che so io; allora godevo talmente della loro confidenzache sapevo del loro giacere insiemee di altre proposte come della sua promessa di sposarlaed altre cose che mi attirerebbero malevolenza se le rivelassiragione per cui non voglio parlare di ciò che so.

RE: Hai già detto tuttoa meno che tu non possa aggiungere che sono sposati. Tu sei un testimonio troppo sottileperciò fatti in là...

Voi dunque affermate che quest'anello era vostro?

DIANA: Sìmio buon signore.

RE: Dove lo compraste? O chi ve lo diede?

DIANA: Nessuno me lo diede e neppure lo comprai.

RE: Chi ve lo prestò?

DIANA: Non mi fu neanche prestato.

RE: Dove lo trovaste allora?

DIANA: Non lo trovai.

RE: Se non divenne vostro in nessuna di queste manierecome poteste darlo a lui?

DIANA: Io non glielo diedi mai.

LAFEU: Mio signorequesta donna è un guanto comodoesce ed entra che è un piacere.

RE: Quest'anello era mio ed io lo donai alla sua prima moglie.

DIANA: Per quel che ne so iopuò essere stato vostro o di lei.

RE: Portatela viacostei non mi piacechiudetela in prigionee via anche lui. Se non mi dirai in che modo hai potuto avere quest'anello morrai prima che termini quest'ora.

DIANA: Non ve lo dirò mai.

RE: Portatela via.

DIANA: Vi darò malleveriamio sovrano.

RE: Ormai non ti ritengo che una bassa prostituta.

DIANA: Per Giovese mai conobbi uomoquesti siete voi.

RE: Perché allora hai continuato tutto il tempo ad accusare quest'altro?

DIANA: Perché è colpevolee non è colpevole; egli sa che io non sono più vergine e sarebbe pronto a giurarlo; io però sono pronta a giurare d'essere verginee lui non lo sa. Gran reper la mia vitaio non sono una sgualdrina; sono vergineoppure sono la moglie di questo vecchio.

RE: Offende le nostre orecchieportatela in prigione!

DIANA: Buona madreandate a prendere il mallevadore... (La Vedova esce) AttendeteRegale Maestàho mandato a chiamare il gioielliere al quale l'anello appartieneed egli risponderà di me. Questo signorepoimi ha offesocome lui sa benché non m'abbia mai fatto del male. Io qui gli fo quietanza. Egli sa d'aver violato il mio lettoed in quel momento ha fatto madre la sua sposa; benché sia mortaella sente il figlio balzarle in seno. Ecco il mio indovinello; la morta è viva. Ed ora guardate la spiegazione.

 

(La Vedova ritorna con ELENA)

 

RE: E' forse un esorcista che inganna il retto uso dei miei occhi? E' realtà ciò che vedo?

ELENA: Nomio buon signoreè solo l'ombra di una sposa che voi vedeteil nomenon la cosa.

BELTRAMO: L'uno e l'altral'uno e l'altra. Oh! perdono!

ELENA: Ohmio buon signorequando io assomigliavo a questa fanciullavi trovai mirabilmente gentile. Ecco il vostro anello e quiguardatec'è la vostra letterache dice: "Quando potrete levarmi dal dito quest'anello e quando avrete da me un figlioeccetera". E' stato fatto. Volete essere mio ora che v'ho conquistato due volte?

BELTRAMO: Se essamio sovranopotrà mostrarmi chiaramente che questo è veroio l'amerò caramente per sempreaffettuosamente per sempre.

ELENA: Se ciò non appare evidentese sarà dimostrato falsomortale divorzio s'interponga fra me e voi. Oh! madre caravi rivedo ancora in vita?

LAFEU: I miei occhi sentono le cipolle e fra poco dovrò piangere. (A Parolles) Buon Mastro Tamburoprestami il fazzoletto; cosìgrazie.

Accompagnami a casavoglio divertirmi con te. Lascia stare i tuoi inchinisono sgarbati.

RE: Fateci saperepunto per puntotutta la storiae che la rivelazione di tutta la verità ci riempia di gioia... (A Diana) Se sei ancora un fiore fresco e non coltoscegli lo sposoe io donerò la doteperché mi sembra d'indovinare che con il tuo onesto aiuto hai saputo mantenere sposa una sposae te vergine. Di ciò che è avvenutodei piccoli casi e dei grandivorremo sapere tutto a nostro agio.

Finora tutto appare belloe se termina così bene l'amaro passatola dolcezza presente è più gradita.

(Suono di trombe)

 

 

 

EPILOGO

Recitato dal RE

Il re è un mendicoora che il dramma è finito. Tutto termina benese ci sarà concesso di vedervi contentie vi ripagheremo sforzandoci di farvi lietiogni giorno meglio. A noi dunque la vostra indulgenzaa voi il nostro talento; prestateci le vostre gentili manie prendetevi i nostri cuori.

 

(Tutti escono)



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