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William Shakespeare

 

AMLETO

 

 

 

PERSONAGGI

 

CLAUDIOre di Danimarca

AMLETOfiglio del re defuntoe nipote del presente

FORTEBRACCIOprincipe di Norvegia

ORAZIOamico di Amleto

POLONIOLord Ciambellano

LAERTEsuo figlio

VOLTIMANDOCORNELIOROSENCRANTZGUILDENSTERNOSRIC: cortigiani

Un Gentiluomo

Un Sacerdote

MARCELLOBERNARDO: ufficiali

FRANCESCOsoldato

RINALDOservo di Polonio

Un Capitano

Ambasciatori d'Inghilterra

Attori

Due VillaniBecchini

GERTRUDEregina di Danimarcae madre di Amleto

OFELIAfiglia di Polonio

DameGentiluominiUfficialiSoldatiMarinaiMessaggeri e Servitori. Lo Spettro del padre di Amleto

 

 

 

Scena: Elsinore

 

 

 

ATTO PRIMO

 

SCENA PRIMA - Elsinore. Un terrapieno innanzi al Castello

(FRANCESCO al suo posto di guardia. Entraverso di lui BERNARDO)

 

BERNARDO: Chi è là?

FRANCESCO: Anzirispondete a me; fermatevie svelate chi siete.

BERNARDO: Viva il re!

FRANCESCO: Bernardo?

BERNARDO: Lui.

FRANCESCO: Voi venite assai esattamente alla vostr'ora.

BERNARDO: Son sonate ora le dodici; vattene a lettoFrancesco.

FRANCESCO: Molte grazie per questo cambio; fa un freddo pungente ed io mi sento abbattuto.

BERNARDO: Ditemiavete avuto una tranquilla guardia?

FRANCESCO: Non s'è mosso un topo.

BERNARDO: Benebuona notte. Se voi incontrate Orazio e Marcelloi compagni della mia vigiliadite loro d'affrettarsi.

 

(Entrano ORAZIO e MARCELLO)

 

FRANCESCO: Mi pare di udirli. Fermatevioh! Chi è là?

ORAZIO: Amici di questo paese.

MARCELLO: E vassalli del re di Danimarca.

FRANCESCO: Dio vi dia la buona notte.

MARCELLO: Ohaddioonesto soldato: chi vi ha dato il cambio?

FRANCESCO: Bernardo ha il mio posto. Dio vi dia la buona notte.

 

(Esce)

 

MARCELLO: Olà! Bernardo!

BERNARDO: Dite... cheè Orazio costà?

ORAZIO: Un pezzo di lui.

BERNARDO: BenvenutoOrazio; benvenutobuon Marcello.

ORAZIO: Ebbenequella cosa è apparsa di nuovo stanotte?

BERNARDO: Io non ho visto nulla.

MARCELLO: Orazio dice che non è che la nostra fantasiae non vuole lasciarsi dominare dalla credenza riguardo a questo orrendo spettacolodue volte veduto da noi; perciò io l'ho supplicato d'accompagnarci per vegliare con noi i minuti di questa notteche se di nuovo questa apparizione venisseegli possa far fede al nostri occhie parlarle.

ORAZIO: Viavianon apparirà.

BERNARDO: Sedetevi un poco; e lasciate che ancora una volta assaliamo i vostri orecchiche son così fortificati contro la nostra storiacon quel che noi abbiamo veduto due notti.

ORAZIO: Benesediamocie sentiamo che ce ne dice Bernardo.

BERNARDO: L'ultima notte fra tuttequando quella medesima stella ch'è a occidente del polo era giunta nel suo corso a illuminare la parte del cielo dove arde adessoMarcello ed iola campana allora battendo l'una...

 

(Entra lo Spettro)

 

MARCELLO: Zitto; interrompiti; guardarieccolo che viene!

BERNARDO: Con lo stesso aspettosimile al re che è morto.

MARCELLO: Tu sei uomo di lettere; parlagliOrazio.

BERNARDO: Non assomiglia al re? osservateloOrazio.

ORAZIO: Moltissimo; mi rimescola di paura e di stupore.

BERNARDO: Vorrebbe che gli si parlasse.

MARCELLO: InterrogaloOrazio.

ORAZIO: Chi sei tu che usurpi questo tempo della notteinsieme con quella aitante forma guerriera in cui la maestà del sepolto re di Danimarca marciò una volta? per il cielo io te lo ingiungoparla!

MARCELLO: E' offeso.

BERNARDO: Vedetes'allontana a gran passi.

ORAZIO: Resta! parlaparla: io te lo ingiungo parla!

 

(Esce lo Spettro)

 

MARCELLO: Se n'è andatoe non vuol rispondere.

BERNARDO: EbbeneOrazio? voi tremate e impallidite; non è questo qualcosa di più che fantasia? che ne pensate?

ORAZIO: Innanzi al mio Dioio non avrei potuto crederlo senza la sensibile e vera testimonianza dei miei propri occhi.

MARCELLO: Non assomiglia al re?

ORAZIO: Come tu a te stesso. Tale proprio era l'armatura che egli indossava quando die' battaglia all'ambizioso re di Norvegia; così corrugò le ciglia egli una voltaquandoin un iroso colloquioabbatté sul ghiaccio i Polacchi nelle loro slitte. E' strano.

MARCELLO: Così già due voltee proprio a questa morta ora con passo marziale egli è passato innanzi alla nostra guardia.

ORAZIO: Che cosa pensarne precisamente io non so; maa quel che posso congetturarequesta cosa presagisce qualche singolare commovimento al nostro stato.

MARCELLO: Di graziasediamoe mi dica chi lo saperché questa rigida e attentissima guardia così ogni notte affatica i sudditi del paesee perché tal cotidiana fusione di cannoni di bronzoe acquisto d'armamenti su mercati forestieri; perché un tal reclutamento di calafatila cui faticosa bisogna non distingue la domenica dalla settimana; che cosa possa essere imminenteche questa sudata fretta debba far della notte la compagna di lavoro del giorno; chi è che può informarmi?

ORAZIO: Io lo posso; almeno così se ne sussurra. Il nostro ultimo rela cui immagine pur ora è apparsa a noifucome voi sapeteda Fortebraccio di Norvegiaa ciò spronato da un invidiosissimo orgogliosfidato al combattimento; nel quale il nostro valoroso Amleto (perché tale lo stimava questa parte del nostro mondo conosciuto) uccise questo Fortebraccio; cheper un patto sigillato ben ratificato secondo la legge e la consuetudine araldicarassegnòcon la sua vitatutte quelle sue terre di cui egli aveva il possessoal vincitore; contro le qualiuna congrua porzione fu data in pegno dal nostro ree questa sarebbe passata al retaggio di Fortebracciose egli avesse vinto; comeper lo stesso contratto e a tenore dell'articolo designatola sua toccò ad Amleto. Orasignoreil giovine Fortebracciocaldo e pieno di non castigato umoreha qua e là sui confini della Norvegia trangugiato una torma di arditi senza legge per cibo e vitto ad un'impresa che vuole stomaco; che non è altro (come è ben manifesto al nostro stato) che di riconquistar da noiper forza di mano e coercizionequelle sopraddette terre così perdute dal padre suo. E questocom'io l'intendoè il principale motivo delle nostre preparazionila fonte di questa nostra vigiliae la prima ragione di questo frettoloso affaccendamento nel paese.

BERNARDO: Io credo che non sia altrimenti che proprio così: ben s'accorda con ciò che questa portentosa figura traversi armata la nostra guardiacosì simile al re che fu ed è la causa di queste guerre.

ORAZIO: E' bene un fuscello da turbar l'occhio della mente. Nel più alto e felice Stato di Romaun poco prima che cadesse il potente Giuliole tombe restarono vacantie i morti nei loro sudari stridettero e squittirono nelle vie di Roma: e proprio un simile precorrimento di fieri eventicome araldi che sempre precedono i fati e come prologo alla sventura che s'avanzahanno cielo e terra insieme dimostrato ai nostri climi e ai nostri compatrioticome le stelle con code di fuoco e rugiade di sanguemaligni aspetti nel sole; e l'umida stellasull'influenza della quale si fonda l'impero di Nettunopatì quasi il finimondo per un'eclissi.

 

(Entra di nuovo lo Spettro)

 

Mapianoguardate! eccoritorna! Io gli attraverserò il passodovesse anche incenerirmi. Fermatiillusione! (Lo Spettro allarga le braccia) Se tu hai alcun suono od uso di voceparlami: se vi è alcuna cosa buona da farsiche possa a te dar conforto e grazia a meparlami: se tu sei a parte del fato del tuo paesecheper avventurail conoscerlo innanzi possa stornareohparla! o se tu hai ammucchiato in vita tesori estorti nel seno della terraper la qual cosa. diconovoi spiriti spesso camminate in morte (il gallo canta) parlane: fermatie parla! Fermalo. Marcello.

MARCELLO: Debbo colpirlo con la mia partigiana?

ORAZIO: Fallose non vuol fermarsi.

BERNARDO: E' qui!

ORAZIO: E' qui!

MARCELLO: E' andato! (Esce lo Spettro) Noi gli facciam tortoessendo così maestosoa far mostra di usargli violenza; poiché esso ècome l'ariainvulnerabilee i nostri colpi vani una maligna beffa.

BERNARDO: Stava sul punto di parlare quando il gallo ha cantato.

ORAZIO: E allora ha trasalito come un essere colpevole a una spaventosa ingiunzione. Io ho udito che il galloch'è la tromba del mattinocon la sua gola dal suono alto e acutorisvegli il dio del giorno; eal suo richiamoo nel mare o nel fuocoo in terra o in arialo spirito vagante ed errabondo s'affretta al suo confino: e della verità di ciò ha dato la riprova quel che abbiam visto ora.

MARCELLO: Esso è svanito sul cantar del gallo. Alcuni dicono che ogniqualvolta s'approssima la stagione in cui si celebra la nascita del nostro Salvatorel'uccello dell'alba canta tutta la notte; e alloradicononessuno spirito può muoversi attorno; le notti sono salubri; allora nessun pianeta assideranessuna fata incantané alcuna strega ha potere d'affatturarecosì santo e pieno di grazie è quel tempo.

ORAZIO: Così ho udito anch'ioed in parte lo credo. Ma guardateil Mattinovestito d'un manto rossicciocammina sulla rugiada di quell'alto colle volto ad oriente; poniam termine alla nostra guardia; e secondo il mio avvisocomunichiamo quel che abbiamo visto stanotte al giovine Amleto; perchésulla mia vitaquesto spiritomuto per noiparlerà a lui. Consentite che lo informiamo di questocome cosa che il nostro amore richiedee si conviene al nostro dovere?

MARCELLO: Facciamolodi graziaed io stamane so dove lo troveremo più facilmente.

 

(Escono)

 

 

 

SCENA SECONDA - Una sala di cerimonia nel Castello

(Squillo di tromba. Entrano il REla REGINAAMLETOPOLONIOLAERTEVOLTIMANDOCORNELIOSignorie il Seguito)

 

RE: Benché il ricordo della morte del nostro caro fratello Amleto sia ancora verde e a noi si convenga vestire di cordoglio i nostri cuorie a tutto il nostro reame contrarsi in un sol cipiglio d'affannopure la discrezione ha tanto combattuto con la naturache noi con più savio dolore pensiamo a lui e insieme ci ricordiamo di noi stessi.

Pertanto la nostra già sorellaora reginal'imperiale erede di questo Stato guerrieronoiper così dire con una sfigurata gioiacon un occhio fausto ed uno lagrimosocon letizia nei funerali e lamento nelle nozzein equa bilancia pesando diletto e duolol'abbiam presa in moglie: né abbiamo in ciò escluso il vostro miglior sennocol quale avete liberalmente assistito questo negozio: per tuttole nostre grazie. Ora segue quel che sapete: il giovine Fortebracciofacendo debole conto del nostro valoreo pensando che per la scomparsa del nostro caro fratello defunto il nostro Stato sia sconnesso e fuor di sestoassociandovi quel ch'egli sogna della sua superioritànon ha mancato di molestarci con messaggiche importan la consegna di quelle terre perdute da suo padrecon tutti i termini di leggein favore del nostro valorosissimo fratello. Tanto per quel che lo riguarda. Ora quanto a noi stessie a questa riunioneecco di che si tratta: noi abbiamo qui scritto al re di Norvegiazio del giovine Fortebraccioil qualeimpotente e infermoquasi non si accorge di questo proposito di suo nipoteperché impedisca ch'egli proceda oltre in questa cosa; in quanto le levele liste e i pieni quadrison tutti tratti dai suoi sudditi: e noi qui spediamo voibuon Cornelioe voiVoltimandocome latori di questo saluto al vecchio re di Norvegianon dando a voi nessun ulteriore potere personale di negoziare col re più di quanto permetta il senso di questi articoli che voi portate. Addioe che la vostra premura faccia risaltare il vostro ossequio.

CORNELIO e VOLTIMANDO: In questa e in ogni cosa mostreremo il nostro ossequio.

RE: Noi non ne dubitiamo punto: cordialmente addio. (Escono Voltimando e Cornelio) Ed oraLaerte quali notizie avete voi? Voi ci diceste d'una supplica; che èLaerte? Voi non potete parlar di ragione al re danesee perder la vostra voce: che vorresti tu implorareLaerteche non sia la mia offerta anzi che la tua richiesta? Il capo non è più imparentato col cuorela mano più solidale con la boccadi quel che non sia il trono di Danimarca col padre tuo. Che cosa vorrestiLaerte?

LAERTE: Mio temuto signorela vostra licenza e il vostro favore per tornare in Franciadonde benché di buon grado io venissi in Danimarcaper rendere il mio omaggio nella vostra incoronazionepure oradebbo confessarlofatto il mio doverei miei pensieri e desideri piegan di nuovo verso la Franciae s'inchinano alla vostra graziosa licenza e degnazione.

RE: Avete voi licenza da vostro padre? Che dice Polonio?

POLONIO: Egli m'hamio signorestrappata la mia riluttante licenza con laboriosa petizionee finalmente sulla sua volontà ho messo il suggello del mio duro consentimento: io vi supplicodategli licenza d'andare.

RE: Prendi la tua bella oraLaerte; il tempo sia tuo e le tue doti migliori lo spendano secondo la tua volontà! Ma ora mio nipote Amletoe mio fìgliuolo...

AMLETO (a parte): Un po' più che della stessa gentee men che gentile.

RE: Com'è che siete ancora rannuvolato?

AMLETO: Non cosìmio signore; io son troppo nel sole.

REGINA: Buon Amletospogliati del tuo notturno colorefa' che il tuo occhio guardi da amico il re di Danimarca. Non cercar sempre con le tue palpebre abbassate il tuo nobil padre nella polvere; tu sai che è cosa comunetutto ciò che vive deve morirepassando all'eternità attraverso la natura.

AMLETO: Sìsignoraè cosa comune.

REGINA: Se è taleperché sembra essa così particolare a te?

AMLETO: Sembrasignora! anziè; io non conosco "sembra". Non è soltanto il mio tenebroso mantellobuona madrené i consueti abiti d'un nero solennené il ventoso sospirare d'uno sforzato respirononé il copioso fiume dell'occhioné l'afflitto portamento del voltoinsieme con tutte le formei modile mostre dell'affannoche possan fedelmente esprimermi; queste cose davver "sembrano"perché sono azioni che un uomo potrebbe contraffare; ma io ho tal cosa in me che passa ogni mostra; questi non sono più che le gualdrappe e gli abiti del dolore RE: E' dolce cosa e degna d'elogio nella vostra naturaAmletoil render questo tributo di lutto al padre vostro: mavoi dovete saperlovostro padre perse un padrequel padre perduto perse il suo; e il sopravvivente è tenuto come obbligo filiale per un certo termine a far esequie di dolore: ma il perseverare in un'ostinata doglianza è un procedere d'empia caparbietà; è un non virile affanno: mostra una volontà molto ribelle al cieloun cuore non fortificatoun animo impazienteun intendimento semplice e non disciplinato: perché quel che noi sappiamo dover essereed è comune come la cosa più familiare ai sensiperché dovremmo noi nella nostra petulante opposizione prenderlo a cuore? Ohibò! è una colpa verso il cielouna colpa contro i mortiuna colpa verso la naturaquanto mai assurda verso la ragioneil cui tema usuale è la morte dei padrie che sempre ha gridatodal primo cadavere fino a colui che è morto oggi: "Così dev'essere". Noi vi preghiamogettate a terra questo inutile affannoe pensate a noi come ad un padre: perchéche il mondo lo sappiavoi siete il più immediato erede del nostro trono; e con non minore nobiltà d'amore di quella che il più caro padre porta al suo figliuoloio mi rivolgo a voi. Quanto alla vostra intenzione di ritornare a scuola in Vittembergaessa è assai contraria ai nostri desideri: e noi vi supplichiamopiegatevi a rimanere qui sotto la festevolezza e il conforto dei nostri occhiil nostro primo cortigianoparente e nostro figlio.

REGINA: Non fare che tua madre perda le sue preghiereAmleto: ti pregoresta con noi; non andare a Vittemberga.

AMLETO: Io v'obbedirò del mio megliosignora RE: Beneè un'amorosa e bella risposta: siate come noi stessi in Danimarca. Signoravenite: questo cortese e spontaneo consentimento d'Amleto porta un sorriso al mio cuore; e in grazia di ciònessun giocondo brindisi il re di Danimarca berrà oggisenza che il grande cannone lo ridica alle nuvole e senza che i cieli rimbombino della regia baldoriaecheggiando il tuono terrestre. Venite via.

 

(Squilli di tromba. Escono tutti meno Amleto)

 

AMLETO: Oh! così questa troppo solida carne potesse fondersidimoiare e dissolversi in rugiada: o che l'Eterno non avesse stabilito la sua legge contro l'uccisione di sé! O Dio! o dio! come tediosivietiinsipidi e non profittevoli sembrano a me tutti gli usi di questo mondo! Come l'ho a schifo! O schifo! è un giardino non sarchiato che va in seme; piantacce andate in rigoglio e grossolane lo posseggono tutto. Che si dovesse venire a questo! Morto da soli due mesi! anzinon da tantonemmeno due: un re così eccellente: ch'erarispetto a questoquel ch'è Iperione a un satiro; così amorevole per mia madreche non poteva permettere che i venti del cielo visitassero troppo rudemente la sua faccia. Cielo e terra! debbo io ricordare? ebbeneella pendeva da luicome se il desiderio si fosse accresciuto di ciò di cui si pasceva; e pureentro un mese! Ch'io non ci pensi:

Fragilitàil tuo nome è donna! Un mesetto! prima che fossero vecchie quelle scarpe con le quali ella seguì il corpo del mio povero padrecome Niobetutta lacrimeebbene lei proprio lei - o Dio! una bestiaa cui manca il discorso della ragioneavrebbe pianto più a lungo - sposata a mio zioil fratello di mio padrema non più simile a mio padre che io ad Ercole. Entro un mese! prima ancora che il sale di quelle inique lagrime avesse lasciato il rossore nei suoi occhi gonfiella si è sposata. Ohmalvagia frettaaccorrere così lestamente a lenzuola incestuose! Non è bene e non può venire a bene; ma spezzatimio cuoreperché io debbo frenare la lingua!

 

(Entrano ORAZIOMARCELLO e BERNARDO)

 

ORAZIO: Salute a Vostra Signoria!

AMLETO: Sono lieto di trovarvi bene: Orazioo io m'inganno.

ORAZIO: Quello stessomio signoree sempre il vostro povero servitore.

AMLETO: Signoreil mio buon amico; io scambierò quel nome con voi: e che fate voi lontano da VittembergaOrazio? Marcello!

MARCELLO: Mio buon signore!

AMLETO: Son molto lieto di vedervi. (A Bernardo) Buona serasignore.

Ma che cosain fedefate voi lontano da Vittemberga?

ORAZIO: Un umor vagabondomio buon signore.

AMLETO: Non vorrei udire il vostro nemico dir cosìné farete voi al mio orecchio questa violenzadi fargli credere al vostro proprio rapporto contro voi stesso. Io so che voi non siete un discolo; ma che avete voi a fare in Elsinore? Noi vi insegneremo a bere profondo prima che partiate.

ORAZIO: Mio signoreio venni per vedere i funerali di vostro padre.

AMLETO: Ti pregonon ti far beffe di mecompagno studenteio credo che fu per vedere il matrimonio di mia madre.

ORAZIO: Infattimio signorequesto seguì subito dopo.

AMLETO: Economiaeconomia. Orazio! i pasticci del funerale guarnirono freddi le tavole nuziali. Così avessi io incontrato il mio più cordiale nemico in cielo prima d'aver mai veduto quel giornoOrazio!

Mio padre... mi pare di veder mio padre.

ORAZIO: O dovemio signore?

AMLETO: Nell'occhio della mia menteOrazio.

ORAZIO: Io lo vidi una volta; egli era un bel re.

AMLETO: Egli era un uomopreso tutto insiemech'io non vedrò il suo simile un'altra volta.

ORAZIO: Mio signoreio credo d'averlo veduto iersera.

AMLETO: Veduto? chi?

ORAZIO: Signoreil re vostro padre.

AMLETO: Il re mio padre!

ORAZIO: Temperate il vostro stupore per un po' con un orecchio attentofinché io possa annunziaresulla testimonianza di questi gentiluominiquesta maraviglia a voi.

AMLETO: Per amor di Diofatemi udire.

ORAZIO: Due notti di seguito avevan questi gentiluominiMarcello e Bernardonella loro vigilia nel mezzo del silenzioso deserto della nottefatto questo incontro: una figura simile a vostro padrearmata di tutto puntoda capo a pièapparisce a loroe con solenne andatura passa lenta e maestosa innanzi a loro; tre volte egli ha camminato innanzi ai loro occhi oppressi e sorpresi dalla pauraalla distanza della sua mazza; mentre essiquasi liquefatti in gelatina per opera della paurastan mutie non parlano a lui. Questo a me essi han comunicato in tremenda segretezza; ed io con essi la terza notte ho fatto la guardiadovecome avevano annunziato tanto per il tempo come per la forma della figuraogni parola avverata e confermataviene l'apparizione. Io ho riconosciuto vostro padre; queste mani non sono più simili.

AMLETO: Ma dove è stato questo?

ORAZIO: Mio signoresul terrapieno dove noi eravamo di guardia.

AMLETO: Voi non le avete parlato?

ORAZIO: Mio signoreio le ho parlato; ma non ha fatto risposta alcuna; pure una voltami è parsoha levato su il capo e dato principio a un movimentocome se volesse parlare; ma proprio allora il gallo mattutino ha cantato fortee a quel suono essa si è ritratta rapidamenteed è svanita dal nostro sguardo.

AMLETO: E' molto strano.

ORAZIO: Com'io vivomio onorato signoreè veroe noi abbiamo creduto che fosse scritto nel nostro dovere di farvelo noto.

AMLETO: Davverodavverosignorima questo mi turba. Montate la guardia stanotte?

MARCELLO e BERNARDO: Sìmio signore.

AMLETO: Armatovoi dite?

MARCELLO e BERNARDO: Armatomio signore.

AMLETO: Dalla testa al calcagno?

MARCELLO e BERNARDO: Mio signoreda capo a piedi.

AMLETO: Allora non avete veduto la sua faccia?

ORAZIO: Ohsìmio signore; egli portava la visiera alzata.

AMLETO: E cheaveva uno sguardo corrucciato?

ORAZIO: Un volto più addolorato che iroso.

AMLETO: Pallido o rosso?

ORAZIO: Anzipallidissimo.

AMLETO: E fissava gli occhi su di voi?

ORAZIO: Continuamente.

AMLETO: Così foss'io stato là!

ORAZIO: Vi avrebbe assai sbigottito.

AMLETO: Molto probabilmentemolto probabilmente. Si è fermato a lungo?

ORAZIO: Tanto che si sarebbe potuto contare con moderata fretta fino a cento.

MARCELLO e BERNARDO: Di piùdi più.

ORAZIO: Non quando l'ho visto io AMLETO: La sua barba era brizzolata? no?

ORAZIO: Eracom'io l'ho veduta mentre vivevad'un nero argentato AMLETO: Io veglierò stanotte; forse camminerà di nuovo.

ORAZIO: Io garantisco di sì.

AMLETO: Se esso assumerà la persona del mio nobile padreio gli parlerò anche se l'inferno stesso si spalancasse per ordinarmi di tacere. Io prego voi tuttise avete finora tenuta celata questa vistafate che sia serbata nel vostro silenzio ancora; e qualunque altra cosa accadesse questa notteprestate ad essa comprensionema non lingua: io ripagherò il vostro amore. Così statevi bene: sul terrapienotra le undici e le dodiciverrò a visitarvi.

TUTTI: Il nostro omaggio a Vostra Signoria.

AMLETO: Il vostro amorecome il mio a voi addio. (Escono OrazioMarcello e Bernardo) Lo spirito del padre mio in armi! non tutto è bene; io sospetto qualche iniquità: così la notte fosse già venuta!

Fin allora tienti tranquillaanima mia: le turpi azioni risorgonobenché tutta la terra le sopraffacciaagli occhi degli uomini.

 

(Esce)

 

 

 

SCENA TERZA - Una stanza nella casa di Polonio

(Entrano LAERTE ed OFELIA)

 

LAERTE: Il mio bagaglio è imbarcato; addio; esorellaquando i venti sian favorevoli e ci sia un convoglio a disposizionenon dormite ma fatemi aver vostre notizie.

OFELIA: Ne dubitate?

LAERTE: Quanto ad Amletoe a questo scherzo del suo favoretenetelo per una galanteriae un capriccio del sangueuna violetta nella giovinezza della natura primaverileprecocenon permanentedolcenon duraturail profumo e il sollazzo d'un istante; non più.

OFELIA: Non più di questo?

LAERTE: Non lo stimate di più: perché la natura in crescenza non cresce soltanto di nerbo e di mole; macome questo tempio s'espandeil servizio interiore della mente e dell'anima si fa insieme più vasto. Forse egli vi ama oraed ora nessuna macchia o frode lorda la sua virtuosa volontà; ma voi dovete temereconsiderata la sua grandezzache la sua volontà non gli appartenga; poiché egli stesso è soggetto alla sua nascita; egli non puòcome fan le persone dappocofare a suo piacimentoperché dalla sua scelta dipende la salvezza e il benessere di tutto questo Statoe pertanto la sua scelta deve essere subordinata alla voce e al consenso di quel corpo di cui egli è il capo. Dunque se egli dice che v'amaconviene alla vostra saggezza crederlo secondo che egli nella sua particolare operazione e posizione possa fare della sua parola un fatto; che non è oltre quanto la voce universale di Danimarca vi s'accordi. Dunque pesate qual perdita il vostro onore potrebbe sostenere se con troppo credulo orecchio date ascolto alle sue canzonio perdete il vostro cuoreo aprire il vostro casto tesoro alla sua sfrenata sollecitazione. TemeteloOfeliatemetelomia cara sorellae tenetevi alla retroguardia dei vostri affettifuori dal tiro e dal pericolo del desiderio. La più modesta fanciulla è prodiga abbastanzase ella smaschera la sua bellezza alla luna; la stessa virtù non sfugge ai colpi della calunnia; il verme guasta i figliuoli della primavera troppo spesso innanzi che i loro boccioli sian dischiusie nel mattino e nella liquida rugiada della giovinezza più sovrasta la minaccia d'influssi contagiosi. Siate cauta dunque; la miglior salvezza sta nella paura:

la giovinezza concupisce se stessa anche se nessun altro sia vicino.

OFELIA: Io terrò la sostanza di questa buona lezionecome guardiana del mio cuore. Mamio buon fratellonon mi mostratecome fanno certi sgraziati pastoril'erta e spinosa via del cielomentre come un tronfio e temerario libertinoegli stesso calca il fiorito sentiero dei godimenti e non bada al suo proprio consiglio.

LAERTE: Ohnon temete per me.

 

(Entra POLONIO)

 

Io m'indugio troppo; ma ecco viene mio padre. Una doppia benedizione è una doppia grazia; l'occasione arride a un secondo commiato.

POLONIO: Ancora quiLaerte? a bordoa bordovergogna! Il vento siede sulla spalla della vostra velae per voi s'attende. Ecco la mia benedizione a te! E vedi d'imprimere questi pochi precetti nella tua memoria. Non dar voce ai tuoi pensieriné la tua azione ad alcun pensiero smisurato. Sii tu familiarema per nessun conto volgare; quegli amici che tu haie di cui hai provato l'adozioneagganciali alla tua anima con uncini d'acciaio ma non t'intorpidire la palma intrattenendo ogni implume camerata col guscio in capo. Guardati dall'entrare in una litemaessendoviconducila così che il tuo avversario debba guardarsi da te. Da' ad ognuno il tuo orecchioma a pochi la tua voceaccogli l'opinione d'ognuno ma riserva il tuo giudizio. Prezioso il tuo abito quanto la tua borsa può comprarlo ma non stravagante; riccoma non vistoso; perché l'abbigliamento spesso rivela l'uomo; e in Francia le persone di più alto rango e posizione sono assai distinte e generosespecie in questo. Non far debiti e non prestar denaro; perché un prestito spesso perde se stesso e l'amico e il far debiti fa perdere il filo all'economia. Questo sopra tutto: a te stesso sii fedelee deve seguirnecome la notte al giornoche tu non puoi allora esser falso per nessuno. Addio: la mia benedizione faccia maturare in te questi consigli!

LAERTE: Umilissimamente prendo il mio commiatomio signore.

POLONIO: Il tempo v'invita; andatei vostri servi attendono.

LAERTE: AddioOfeliae ricordate bene quello ch'io v'ho detto.

OFELIA: E' serrato nella mia memoriae voi stesso ne terrete la chiave.

LAERTE: Addio.

 

(Esce Laerte)

 

POLONIO: Che èOfeliach'egli v'ha detto?

OFELIA: Piacendo a voiqualcosa riguardo al principe Amleto.

POLONIO: Diamineben pensato: mi si dice che sull'ultimo egli si è trattenuto privatamente con voi assai spessoe voi stessa siete stata assai libera e generosa della vostra udienza: s'egli è così (poiché così mi si dà a crederee questo in via di ammonimento)io debbo dirvi che non comprendete voi stessa così chiaramente quel che s'addice alla mia figliuola e al vostro onore. Che c'è fra voi?

confidatemi la verità.

OFELIA: Egli hamio signoreultimamente fatto molte profferte del suo affetto verso di me.

POLONIO: Affetto! puh! voi parlate come una ragazza ingenuanon esperta di così pericolose circostanze. Credete voi alle sue proffertecome voi le chiamate?

OFELIA: Io non somio signoreche cosa pensare.

POLONIO: Diaminev'insegnerò io: consideratevi una bambina. che avete preso queste profferteche non son di zecchinoper buon pagamento.

Tenetevi da conto più caramente; o (per non togliere il fiato alla povera frasefacendola correr tanto) voi mi profferirete un grosso.

OFELIA: Mio signoreegli mi ha mostrato il suo amore in maniera onorevole.

POLONIO: Sìpotete chiamarla una mostra; andateandate.

OFELIA: E ha confortato il suo discorsomio signorecon quasi tutti i santi voti del cielo.

POLONIO: Sìlaccioli da acchiappar merli. Io soquando il sangue ardecome è prodiga l'anima a prestar voti alla lingua: queste fiammatefigliache dan più luce che caloreestinte in ambeduenella loro stessa promessamentre la si fanon dovete prenderle per fuoco. D'ora innanzi siate un po' più avara della vostra virginea presenza; ponete i vostri trattenimenti a un prezzo più alto che un ordine d'udienza. Quanto al principe Amletocredete in lui non più di questo: ch'egli è giovinee può camminare con un più lungo guinzaglio di quel che possa darsi a voi: in breveOfelianon credete ai suoi voti; ché son mezzaninon di quella tinta che le loro vesti mostranoma semplici supplicatori di profani amoreggiamentiche spirano come santi e pii legamiper invescar meglio. Insomma: io non vorreiin chiari terminida ora in avantiche voi così diffamastesia pure l'agio d'un momentoda dar paroleo conversare col principe Amleto.

Badatecive lo comando; venite via.

OFELIA: Obbediròmio signore.

 

(Escono)

 

 

 

SCENA QUARTA - Il terrapieno

(Entrano AMLETOORAZIO e MARCELLO)

 

AMLETO: L'aria taglia di buono; fa molto freddo.

ORAZIO: E' un'aria aspra e frizzante.

AMLETO: Che ora è adesso?

ORAZIO: Credo che non siano le dodici.

MARCELLO: Noson sonate.

ORAZIO: Davvero? io non le ho udite: allora s'avvicina il tempoin cui lo spirito era solito andar attorno. (Uno squillo di trombe e due cannoni sparanoal di dentro) Che vuol dir questomio signore?

AMLETO: Il re veglia stanotte e tien la sua gozzovigliafa lo stravizioe balla il dondolante saltinsù; e come egli tracanna i suoi sorsi di vin del Renoil tamburo e la tromba così sbraitano il trionfo dei suoi brindisi.

ORAZIO: E' questa l'usanza?

AMLETO: Sìperdioè questa; ma al mio parerebenché io sia nativo di quie uso a questi modi fin dalla nascitaè un'usanza meglio onorata con l'infrangerla che con l'osservarla. Queste orge che intontiscono fan di noi a oriente e a occidente la favola e il ludibrio delle altre nazioni; ci chiamano ubriaconie con una sozza parola macchiano il nostro epiteto; e davvero ciò toglie alle nostre impresebenché compiute eccellentementeil nerbo e il midollo della nostra reputazione. Così spesso accade in certi uominiche per qualche maligno neo di natura in essicomenella loro nascitain cui non han colpa (poiché la natura non può scegliere la propria origine)per l'eccessivo sviluppo di qualche umoreche spesso abbatte gli steccati e i baluardi della ragioneo per qualche abito che dà troppo risalto alla forma delle maniere ben accetteche questi uominiportandodicoil marchio d'un sol difettoche sia la livrea della naturao la stella della fortunatutte le altre loro virtùsian esse pure come la graziainfinite per quanto l'uomo n'è capacenella generale opinione saran corrotte da quel particolare mancamento:

una dramma di male riduce tutto ciò che è nobileper un sospettoalla sua propria infamia.

 

(Entra lo Spettro)

 

ORAZIO: Guardatemio signoreviene!

AMLETO: Angeli e ministri della graziadifendeteci! Sia tu uno spirito salvato o un folletto dannatoporti con te aure dal cielo o raffiche dall'infernosiano le tue intenzioni malvagie o caritatevolitu vieni in aspetto così accostabile ch'io voglio parlarti: io ti chiamerò Amletorepadrere di Danimarca: ohrispondimi! non mi lasciar scoppiare nell'ignoranza; ma di' perché le tue ossa consacratecomposte nella mortehanno lacerato le loro bende funebriperché il tuo sepolcroin cui noi ti vedemmo quietamente depostoha aperto le sue ponderose mascelle marmoreeper ributtarti su. Che può significare questoche tumorto cadaveredi nuovotutto in acciaiorivisiti così i bagliori della lunafacendo la notte spaventosa; e che noi zimbelli della natura così orribilmente scotiamo la nostra fibra con pensieri di là dai limiti delle nostre anime? Di'perché è questo? a che fine? che dovremmo noi fare?

 

(Lo Spettro fa cenno ad Amleto)

 

ORAZIO: Vi fa cenno d'andar via con luicome se desiderasse comunicare qualcosa a voi solo.

MARCELLO: Guardatecon che cortese gesto vi invita ad un luogo più remoto: ma non andate con lui.

ORAZIO: Noin nessun modo.

AMLETO: Non vuol parlare; dunque io lo seguirò.

ORAZIO: Non lo fatemio signore.

AMLETO: Perchéche dovrei temere? io non pongo la mia vita al prezzo d'una spilla; e quanto alla mia animache può egli farledacché è una cosa immortale come lui? Mi fa cenno d'avanzare di nuovo; io lo seguirò.

ORAZIO: E chese vi tentasse verso il fluttomio signoree all'orrida sommità della roccia che s'aggrotta sulla sua base entro il maree quivi assumesse qualche altra orribile formacapace di spodestare la sovranità della vostra ragionee di trarvi alla pazzia?

pensateci: il luogo stesso mette estri di disperazionesenz'alcun altro motivoin ogni cervello che guardi da tante braccia nel mare e l'oda ruggire di sotto.

AMLETO: Mi fa cenno ancora. Va' innanzi; io ti seguirò.

MARCELLO: Voi non andretemio signore.

AMLETO: Giù le mani!

ORAZIO: Lasciatevi convincere; voi non dovete andare.

AMLETO: Il mio fato grida fortee fa ogni minuta arteria in questo corpo vigorosa come il nerbo del leone nemeo. Ancora mi si chiama?

Lasciatemisignori; per il cieloio farò un fantasma di colui che mi trattiene: viadico! Va' innanzi; io ti seguirò.

 

(Escono lo Spettro ed Amleto)

 

ORAZIO: Egli divien forsennato per immaginazione.

MARCELLO: Seguiamolo; non è bene obbedirlo così.

ORAZIO: Andiamogli appresso. A che fine verrà questo?

MARCELLO: V'è qualcosa di putrido nello Stato di Danimarca.

ORAZIO: Il cielo lo guiderà.

MARCELLO: Peròseguiamolo.

 

(Escono)

 

 

 

SCENA QUINTA - Un'altra parte del terrapieno

(Entrano lo Spettro ed AMLETO)

 

AMLETO: Dove vuoi tu condurmi? parla; io non verrò più innanzi.

SPETTRO: Stammi attento.

AMLETO: Ci starò.

SPETTRO: La mia ora è quasi giuntain cui io debbo consegnarmi alle sulfuree fiamme tormentatrici.

AMLETO: Ahimèpovero fantasma!

SPETTRO: Non mi compatirema presta seriamente ascolto a ciò ch'io svelerò.

AMLETO: Parla; t'ascolto con impegno.

SPETTRO: E così sei impegnato a vendicarmiquando avrai ascoltato.

AMLETO: Che cosa?

SPETTRO: Io sono lo spirito di tuo padre; dannato per un certo termine a camminar la notte e per il giorno confinato a digiunare nel fuocofinché i turpi delitti commessi nei miei giorni di natura siano arsi e purgati. Se non mi fosse vietato di narrare i segreti della mia prigioneio potrei svelare una storia la cui più lieve parola ti strazierebbe l'animaagghiaccerebbe il tuo giovine sangue e farebbe i tuoi due occhicome stellebalzare dalle loro orbitele tue ciocche annodate e intricate dividersie ogni singolo capello rizzarsicome gli aculei sull'irritabile istrice: ma questa divulgazione dell'eternità non dev'essere per orecchi di carne e sangue. Ascoltaascoltaohascolta! Se tu hai amato mai il tuo caro padre...

AMLETO: O Dio!

SPETTRO: Vendica il suo infame e snaturato assassinio.

AMLETO: Assassinio?

SPETTRO: Assassinio oltremodo infamecom'è nel miglior casoma in questo oltremodo infamestranoe snaturato.

AMLETO: Affrettati a farmelo conoscerech'io con ali rapide come la meditazioneo i pensieri d'amorepossa scattare alla mia vendetta.

SPETTRO: Io ti trovo disposto; e più insensibile tu dovresti essere della grassa erba che si infracida a suo agio sulla riva di Letese tu non t'agitassi per questa cosa. Ora Amletoodi: s'è propalato chedormendo io nel mio giardinoun serpente mi punse; così tutto l'orecchio di Danimarca è da un falso racconto della mia morte sconciamente ingannato; ma sappitu nobile giovineil serpente che punse la vita di tuo padre ora porta la sua corona.

AMLETO: O mia profetica anima! Mio zio?

SPETTRO: Sìquella incestuosaquell'adultera bestiacon la malìa del suo ingegnocon doti traditrici - o malvagio ingegno e malvagie dotiche han potere di così sedurre! - conquise alla sua vergognosa libidine la volontà della mia regina così piena di virtù apparente: o Amletoche caduta fu quella! da me - il cui amore era di tanta dignità che andava tenendosi per mano col voto stesso ch'io feci a lei nel matrimonio - abbassarsi a un miserabilei cui doni naturali eran poveri al paragone dei miei! Ma come la virtù mai non si lascia muovere benché la licenza la corteggi in forma celestecosì la libidinebenché congiunta a un angelo fulgentefarà crapula in un letto celestialee si rinzepperà di lordure! Maadagio! mi pare d'odorar l'aria mattutinach'io sia breve. Dormendo io nel mio giardinocom'era sempre mio costume nel pomeriggionell'ora in cui ero senza sospettotuo zio s'insinuòcol sugo del maledetto tasso in una fialae nelle conche de' miei orecchi versò quella lebbrosa distillazione; il cui effetto è tanto nemico al sangue dell'uomo che rapido come l'argento vivo percorre le porte e i tramiti naturali del corpo; e con subitaneo vigore rapprende e cagliacome gocce d'acido nel latteil sangue limpido e sano: così fece del mioe un'istantanea scabbia incrostòa guisa di Lazzarocon una trista e schifosa squama tutto il mio liscio corpo. Cosìdormendodalla mano d'un fratello io fui tutt'insieme privato della vitadella coronadella reginareciso proprio in sul fiore dei miei peccatinon comunicatoimpreparatosenza l'estrema unzione; senza aver fatto computo alcunoma mandato a rendere i miei conti con tutte le mie imperfezioni sul mio capo: ohorribile! ohorribile! quanto orribile! Se hai in te naturanon lo sopportarenon lasciare che il regio letto di Danimarca sia il giaciglio della lussuria e del dannato incesto. Macomunque tu persegua quest'attonon ti macchiare l'animoné far che il tuo spirito disegni contro tua madre cosa alcuna; lasciala al cieloe a quelle spine che nel suo seno alberganoper pungerla e trafiggerla. Addio senz'altro! La lucciola mostra che il mattino è prossimoe incomincia a smorzare il suo fuoco inefficaceaddioaddio! ricordati di me.

 

(Esce. Amleto cade in ginocchio)

 

AMLETO: O voi tuttelegioni del cielo! o terra! che più? e aggiungerò l'inferno? ohvergogna! Reggireggimio cuore; e voi miei nervinon invecchiate all'improvvisoma tenetemi su rigido. (Si alza) Ricordarmi di te? Sìtu povero fantasmafinché la memoria tien seggio in questo globo impazzito. Ricordarmi di te? Sìdalla tavola della mia memoria io cancellerò tutti i ricordi triviali e frivolitutti i detti dei libritutte le formetutte le impressioni passateche la giovinezza e l'osservazione copiarono quivi; e il tuo comandamento tutto solo vivrà nel libro e nel volume del mio cervellonon commisto a più vile materia; sìper il cielo! O perniciosissima donna! o scelleratoscelleratosorridentemaledetto scellerato! le mie tavolette... è bene ch'io metta giù questoche uno può sorrideree sorridereed essere uno scellerato; almeno son sicuro che può essere così in Danimarca. (Scrive) Cosìziolì voi siete. Ora al mio motto; è: "addioaddio! ricordati di me". Io l'ho giurato.

ORAZIO e MARCELLO (di dentro): Mio signoremio signore!

 

(Entrano ORAZIO e MARCELLO)

 

ORAZIO: Principe Amleto!

MARCELLO: Il cielo lo protegga!

AMLETO: Così sia!

ORAZIO: Alòohohmio signore!

AMLETO: Alòohohragazzo! vieniuccellovieni!

MARCELLO: Come vamio nobile signore?

ORAZIO: Che notizie mio signore?

AMLETO: Ohmeravigliose!

ORAZIO: Mio buon signoreditele.

AMLETO: Novoi le rivelerete.

ORAZIO: Non iomio signoreper il cielo!

MARCELLO: Né iosignore.

AMLETO: Che dite voidunque; potrebbe cuore d'uomo mai pensarlo? Ma voi terrete il segreto?

ORAZIO e MARCELLO: Sìper il cielomio signore.

AMLETO: Non v'è un sol furfante in tutta la Danimarca che non sia un briccone matricolato.

ORAZIO: Non c'è bisogno che un fantasmasignorevenga dalla tomba per dirci questo.

AMLETO: Benegiusto; voi siete nel giusto; e cosìsenza più alcuna circonlocuzioneio stimo conveniente che ci stringiamo la mano e ci separiamo; voicome le vostre faccende e i vostri desideri vi guideranno; poiché ogni uomo ha faccende e desideriquali che si siano; eper la mia povera parteguardateio andrò a pregare.

ORAZIO: Questa non è che una ridda di parole forsennatemio signore.

AMLETO: Mi duole che vi offendanodi cuore; sìin fededi cuore!

ORAZIO: Non v'è offesamio signore.

AMLETO: Sìper San Patrizio che v'èOrazioe grave offesa anche.

Riguardo a questa visione quiè un onesto fantasmalasciate ch'io ve lo dicaquanto al vostro desiderio di sapere che cosa c'è fra di noidominatelo come potete. Ed ora buoni amici da quegli amicida studiosi e soldati che sieteaccordatemi una povera richiesta.

ORAZIO: Che cosa èmio signore? noi lo faremo.

AMLETO: Non fate mai noto quel che avete veduto questa notte.

ORAZIO e MARCELLO: Mio signorenon lo faremo.

AMLETO: Sìma giuratelo.

ORAZIO: In fedemio signorenon io.

MACELLO: Né iomio signorein fede.

AMLETO: Sulla mia spada.

MARCELLO: Noi abbiamo già giuratomio signore.

AMLETO: Davverosulla mia spadadavvero.

 

(Lo Spettro grida sotto la scena)

 

SPETTRO: Giurate.

AMLETO: Ahahgiovanotto! dici così? sei tu costàgalantuomo?

Andiamo; voi udite questo buon uomo in cantina; consentite a giurare.

ORAZIO: Proponete il giuramentomio signore.

AMLETO: Di non mai parlare di questo che voi avete vedutogiurate per la mia spada.

SPETTRO: Giurate.

AMLETO: "Hic et ubique"? allora noi muteremo luogo. Venite quigentiluominie ponete le vostre mani di nuovo sulla mia spada:

giurate per la mia spadadi non mai parlare di questo che voi avete udito.

SPETTRO: Giurate per la spada.

AMLETO: Ben dettovecchia talpa! puoi scavar nella terra così presto?

un bravo zappatore! Ancora una volta allontaniamocibuoni amici.

ORAZIO: O giorno e nottema questo è meravigliosamente strano!

AMLETO: E perciò come a straniero dategli il benvenuto. Vi sono più cose in cielo e in terraOraziodi quante se ne sognano nella vostra filosofia. Ma venite; quicome dianzimaicosì la grazia vi assistaper strano o bizzarro che sia il mio comportamento - com'io forse d'ora in poi crederò conveniente affettare un umore fantastico - giammaivedendomi in tali momenti non dovetecon le braccia così intrecciate o questo scuoter del capoo col pronunciare qualche frase dubbiosacome "Benebene noi sappiamo"o "Noi potremmose volessimo"o "Se ci piacesse di parlare"o "Ce n'èse potessero"o simili espressioni ambiguedar a vedere che voi sappiate cosa alcuna di me: di non far questocosì grazia e misericordia v'assistano quando più occorragiurate.

SPETTRO: Giurate.

AMLETO: Riposariposaturbato spirito! (Giurano) Cosìsignoricon tutto il mio amore a voi mi raccomandoe quel che un così pover uomo com'è Amleto può fareper esprimere il suo amore e la sua amicizia per voiDio volendonon mancherà. Entriamo insieme; e sempre il dito sulle labbraprego. I tempi sono scombinati: o maledetta ùggiache mai io debba essere nato per rimetterli in sesto! Suveniteandiamo insieme.

 

(Escono)

 

 

 

ATTO SECONDO

 

SCENA PRIMA - Una stanza nella casa di Polonio

(Entrano POLONIO e RINALDO)

 

POLONIO: Dategli questo danaro e questi fogliRinaldo.

RINALDO: Lo faròmio signore.

POLONIO: Voi farete cosa saggia a maravigliabuon Rinaldo prima di visitarloinformandovi del suo comportamento.

RINALDO: Mio signoretale era la mia intenzione.

POLONIO: Voi farete cosa saggia a maravigliabuon Rinaldoprima di visitarloinformandovi del suo comportamento.

RINALDO: Mio signoretale era la mia intenzione.

POLONIO: Diamineben dettoassai ben detto. Guardatemesserefatemi inchiesta prima di quali danesi siano in Parigi; e comee chiquali mezzie dove stannoquale brigatacon che spese; e trovando con dimandare così all'intorno e sulle generalich'essi conoscono mio figliofatevi più da presso di quanto le vostre particolari domande possano giungere; assumeteper così direuna remota conoscenza di luicome "Io conosco suo padree i suoi amicie in parte lui". Fate attenzione a questoRinaldo?

RINALDO: Sìassai benemio signore.

POLONIO: "E in parte luima - potete dire - non bene: ma se gli è quello che io intendoegli è assai sfrenatodedito" così e cosìe lì attribuitegli quali falsità vi piaccia; diaminenessuna così turpe che possa disonorarlo; badate a questo; mamesseredi tali lascivisfrenati e consueti trascorsi che son compagni notori e ben conosciuti della giovinezza e della libertà.

RINALDO: Come giocaremio signore.

POLONIO: Sìo berefar di schermabestemmiarerissareandare a donne; potete giungere fin là.

RINALDO: Mio signorequesto lo disonorerebbe.

POLONIO: In fedeno; ché voi potete temperarlo nell'accusa. Voi non dovete apporgli un alto scandaloch'egli sia soggetto all'incontinenza; questo non è quel ch'io intendo; ma sussurrate i suoi difetti con tale tatto ch'essi possan sembrare le mende della libertàla vampa e l'eruzione d'un animo infocatouna selvatichezza in sangue non mansuefattoche assale quasi ognuno RINALDO: Mamio buon signore...

POLONIO: Perché dovreste far ciò?

RINALDO: Giàmio signorequesto io vorrei sapere.

POLONIO: Affémessereecco il mio disegnoe io la credo un'astuzia garantita; voi apponendo queste lievi macchie al mio figliuolocome fosse una cosa un po' sporcata mentre la si lavorava (badate bene) il vostro interlocutorequegli che voi vorreste sondarese ha mai veduto il giovine di cui voi mormorate colpevole dei prenominati delittisiate sicuro ch'egli attacca con voi nel modo seguente: "Buon signore"o cosìo "amico"o "gentiluomo"a seconda dell'epitetoo del titolo dell'uomo e del paese RINALDO: Benissimomio signore.

POLONIO: E poimesserefa egli questo? Egli... che cosa stavo dicendo? Per la messaio stavo per dir qualche cosa: dove ho lasciato?

RINALDO: A "attacca con voi nel modo seguente"a "amicoo così"e "gentiluomo".

POLONIO: A "attacca con voi nel modo seguente"sìperdioegli attacca con voi così: "Io conosco quel gentiluomo; o l'ho veduto ierio l'altro giornoo allorao alloracoi tali e talie come voi ditelà stava giocandolà còlto a gozzovigliarela rissando alla pallacorda"; o forse "Io l'ho veduto entrare nella tal casa di vendita"'id est'un bordelloe così via. Vedete ora; la vostra esca di falsità piglia questo carpione di verità; e così noi gente savia e preveggenteper vie tortuose e con assaggi di sbiecoindirettamente scopriamo le direzioni: cosìsecondo il mio precedente discorso e consigliovoi farete del mio figliuolo. Voi m'avete capitono?

RINALDO: Mio signoresì POLONIO: Dio sia con voi; statevi bene.

RINALDO: Mio buon signore!

POLONIO: Osservate la sua disposizione da voi stesso.

RINALDO: Lo faròmio signore.

POLONIO: E lasciate che attenda alla sua musica.

RINALDO: Benemio signore.

POLONIO: Statevi bene.

 

(Esce Rinaldo. Entra OFELIA)

 

EbbeneOfeliache c'è?

OFELIA: Ohmio signoremio signoreho preso tanta paura!

POLONIO: Di chein nome di Dio?

OFELIA: Mio signorementre io cucivo nella mia stanzettail principe Amletocol giustacuore tutto slacciatosenza cappello in testale calze sporcheslegatee cascanti come ceppi alle cavigliepallido come la sua camiciale ginocchia battenti l'una contro l'altrae con uno sguardo di così pietosa espressione come s'egli fosse stato liberato dall'inferno per parlare di orrorimi viene davanti.

POLONIO: Pazzo per amor tuo?

OFELIA: Mio signorenon soma veramente lo temo POLONIO: Che ha detto?

OFELIA: Egli mi ha presa per il polsoe mi ha tenuta forte; poi s'allontana della lunghezza di tutto il suo braccioecon l'altra mano così sopra la frontesi pone a esaminare la mia faccia come se volesse disegnarla. A lungo è stato così; da ultimoun poco scotendomi il braccioe tre volte col capo accennando in su e in giù cosiegli ha levato un sospiro così pietoso e profondo che pareva spezzargli tutta la persona e finire l'essere suo; ciò fattoegli mi lascia e col capo rivolto sopra la sua spalla è parso trovare la sua strada senza gli occhi; perché è andato fuori di casa senza il loro aiutoe fino all'ultimo ha fissato la loro luce su di me.

POLONIO: Orsùvieni con me; andrò a cercare il re. Questa è la vera frenesia d'amorela cui violenta qualità distrugge se stessa e conduce la volontà a disperate impresecosì spesso come qualsiasi passione sotto il cielo che affligge la nostra natura. Mi duole... e chegli avete voi dato qualche parola dura ultimamente?

OFELIA: Nomio buon signoremacome voi comandasteio respinsi le sue lettere e gli negai l'accesso a me.

POLONIO: Questo lo ha fatto impazzire. Mi duole che con miglior cura e giudizio io non l'abbia osservato: io temevo ch'egli non facesse che scherzaree intendesse rovinarti: maledetta la mia gelosia! Per il cieloegli è così proprio della nostra età l'andare oltre il segno nelle nostre opinionicom'è comune per i più giovani il mancar di discernimento. Vieniandiamo dal re: questa cosa dev'esser conosciuta; la qualetenuta segretapotrebbe produrre più dolore a nascondereche odio a rivelare l'amore. Vieni.

 

(Escono)

 

 

 

SCENA SECONDA - Una stanza nel Castello

(Squillo di tromba. Entrano il REla REGINAROSENCRANTZGUILDENSTERNe il Seguito)

 

RE: Benvenuticari Rosencrantz e Guildenstern! Oltre che noi molto bramavamo di vederviil bisogno che noi avevamo dei vostri servigi è stato causa del nostro affrettato richiamo. Qualche cosa voi avete udito della trasformazione di Amleto; così chiamatelapoiché né l’uomo esterno né l'interiore assomiglia a ciò ch'egli fu. Che cosa possa esserepiù della morte dl suo padreche così l'abbia distolto di tanto dall'intendimento di se stessoio non so immaginare: io supplico voi dueche essendo stati da così giovine età allevati con luie da allora così vicini alla sua giovinezza e ai suoi umorivi degniate soggiornare qui alla nostra corte per un po' di tempo; per così con la vostra compagnia attrarlo ai piacerie per raccogliereper quanto vi si porga occasione di spigolarese cosa alcuna a noi ignota l'affligga cosìla qualerivelatasia in nostro potere di rimediare.

REGINA: Buoni gentiluominiegli ha molto parlato di voie io son sicura che non vivono due uomini ai quali egli sia più legato. Se vi piacerà di mostrare tanta cortesia e buona volontà da spendere il vostro tempo con noi per un po' in soccorso e per vantaggio della nostra speranzala vostra visita riceverà tali grazie quali si convengono alla memoria d'un re.

ROSENCRANTZ: Ambo le vostre maestà potrebbero per il sovrano potere che voi avete su di noiporre il vostro temuto piacere più in un comando che in una supplica.

GUILDENSTERN: Ma noi entrambi obbediamoe qui dedichiamo noi stessicon la piena intenzione di porre i nostri servigi ai vostri piediper esser comandati.

RE: GrazieRosencrantz e gentile Guildenstern.

REGINA: GrazieGuildenstern e gentile Rosencrantz; ed io vi supplico di visitare immediatamente il mio troppo mutato figliuolo. Andatequalcuno di voie conducete questi gentiluomini dov'è Amleto.

GUILDENSTERN: I cieli faccian la nostra presenza e i nostri atti piacevoli e giovevoli a lui!

REGINA: Sìamen!

 

(Escono Rosencrantz e Guildenstern. Entra POLONIO)

 

POLONIO: Gli ambasciatori della Norvegiamio buon signoresono gioiosamente ritornati.

RE: Tu sempre sei stato il padre di buone notizie.

POLONIO: Sìmio signore? Siate certomio buon sovranoch'io debbo il mio omaggiocom'io debbo la mia animainsieme al mio Dio e al mio grazioso re; ed io pensoo altrimenti questo mio cervello non segue la traccia dell'astuzia così sicuramente come era usato di fared'aver trovato la vera causa della pazzia d'Amleto.

RE: Ohparla di questo; questo io bramo d'udire.

POLONIO: Date prima accesso agli ambasciatori; le mie notizie saran le frutta di quel gran festino.

RE: Tu stesso fa' loro onoree introducili. (Esce Polonio) Egli mi dicemia cara Gertruded'aver trovato l'origine e la fonte di tutta la malinconia di vostro figlio.

REGINA: Io sospetto che non sia altro che la principale: la morte di suo padree il nostro troppo affrettato matrimonio.

RE: Benenoi lo vaglieremo.

 

(Entrano POLONIOVOLTIMANDO e CORNELIO)

 

Benvenutimiei buoni amici! Di'Voltimandoche notizie dal nostro fratello di Norvegia?

VOLTIMANDO: Il più schietto ricambio di saluti e di auguri. Alla nostra rimostranza egli mandò a reprimere le leve di suo nipoteche a lui parevano essere una preparazione contro il re di Poloniamameglio considerandoegli veramente trovò ch'era contro Vostra Altezzaal cheafflitto che così la sua malattiavecchiezzaed impotenzafossero falsamente ingannatespedisce ordini d'arresto contro Fortebraccio: ai quali egliin breveobbediscericeve il rimprovero del re di Norvegiaefinalmentefa voto innanzi a suo zio di non più mai far la prova dell'armi contro Vostra Maestà. Per la qual cosa il vecchio re di Norvegiasopraffatto dalla gioiagli dà sessantamila corone d'annuo appannaggioe la sua commissione d'impiegar quei soldaticosì arruolati come per l'innanzicontro il re di Polonia; con una supplicaqui più ampiamente dimostrata (dando un foglio) che possa piacervi di dar passaggio indisturbato attraverso i vostri domini per quest'impresacon tali termini di sicurezza e di concessione quali son qui esposti.

RE: Ne siamo ben contentie quando avremo miglior agio per considerareleggeremorisponderemoe penseremo a questa faccenda.

Frattanto noi vi ringraziamo per la vostra ben condotta fatica; andate al vostro riposo; a notte faremo festa insieme: molto benvenuti in patria!

 

(Escono gli Ambasciatori)

 

POLONIO: Questa faccenda è ben conchiusa... Mio sovranoe signorail dissertare che cosa la maestà debba essereche cosa sia il dovereperché il giorno sia giornola notte nottee il tempo sia il temponon sarebbe altro che sciupare la notteil giornoil tempo.

Pertantopoiché la brevità è l'anima del sennoe la prolissità le membra e gli ornamenti esterioriio sarò breve. Il vostro nobile figliuolo è pazzo: pazzo io lo chiamo; perchéa definire la vera pazziache è se non esser pazzo e nient'altro? Ma lasciamo andare.

REGINA: Più sostanzae meno arte.

POLONIO: Signoraio giuro ch'io non uso punta arte. Ch'egli sia pazzo è vero; è vero che sia un peccato; ed è un peccato che sia vero: una stolida figura; ma diamole l'addioperché io non voglio usar punta arte. Pazzo concediamo dunque che sia; ed ora rimane che noi scopriamo la causa di questo effettoo diciam piuttostola causa di questo difettopoiché questo effetto difettivo vien da una causa: così la cosa rimanee il rimanente è questo. Ponderate: io ho una figlia - la hofinché ella è mia- cheper suo dovere e obbedienzaosservatem'ha dato questo; ora ascoltate e deducete. (Legge) "Alla celestialee idolo dell'anima miala molto abbellita Ofelia". Questa è una cattiva espressioneuna vile espressione; "abbellita" è una vile espressionema voi dovete udire. Ecco: (legge) "Nel suo eccellentemente bianco senoquesteeccetera".

REGINA: E venuto questo da Amleto a lei?

POLONIO: Buona signoraattendete un poco; leggerò proprio come sta scritto. (Legge) "Nega degli astri il fuoco nega il raggio del vero nega del sole il motoma non negare l'amor mio sincero.

O cara Ofeliaio son maldestro a scrivere versi; io non ho l'arte di scandire i miei gemitima ch'io t'ami ottimamenteo ottimacredilo.

Addio. Il sempre più tuocarissima signorafinché questa macchina del corpo gli appartieneAmleto". Questo in segno d'obbedienza m'ha la mia figliuola mostratoe in soprappiùha le sue sollecitazionicom'esse accaddero in tempoin modoe luogotutte date al mio orecchio.

RE: Ma come ella ha accolto il suo amore?

POLONIO: Che pensate voi di me?

RE: Che siete un uomo fedele e onorato.

POLONIO: Io vorrei pur mostrarmi tale. Ma che potreste voi pensare seveduto che io ebbi svolazzare questo caldo amorecom'io me n'accorsibisogna che ve lo dicaprima che mia figlia me lo dicesse; che potreste voio la mia cara maestàla vostra regina quipensares'io avessi fatto da scrittoio o da taccuinoo ammiccato al mio cuorezitto e chetoo considerato quest'amore con sguardo noncurante; che potreste voi pensare? Noio mi posi allorasenza preambolie alla mia damigella tenni questo discorso: "Monsignor Amleto è un principefuori della tua stella; questo non dev'essere"; e poi le prescrissi ch'ella dovesse appartarsi dalle sue visitenon ammettere alcun messaggeronon accogliere alcun pegno d'amore. Fatta la qual cosaella colse i frutti del mio consiglio; ed eglirespintoper far breve la storiacadde nella tristezzapoi nel digiunoindi nella vegliaindi nella debolezzaindi nel vaneggiamentoe per questa declinazione nella pazzia nella quale egli ora delirae per la quale tutti siam dolenti.

RE: Credete voi che sia questo?

REGINA: Potrebb'essereassai probabilmente.

POLONIO: V'è mai stato un tempovorrei pur saperloch'io abbia positivamente detto "è così"e poi la cosa stesse altrimenti?

RE: Non ch'io sappia.

POLONIO: Togliete questa da questose la cosa sta altrimenti. Se le circostanze mi guidanoio troverò dove la verità è nascostase pur fosse nascosta veramente al centro della terra.

RE: Come potremo provarloancora?

POLONIO: Voi sapetequalche volta egli cammina quattr'ore di seguito qui nella galleria.

RE: Così egli fainfatti.

POLONIO: A un tal tempo io lascerò libera mia figlia per lui; mettiamoci allora voi ed io dietro un arazzo; osserviamo l'incontro; s'egli non l'amae non è uscito di senno per questofate ch'io non sia più il ministro d'uno Statoma badi a una fattoria e a barrocciai.

RE: Faremo la prova.

 

(Entra AMLETO leggendo un libro)

 

REGINA: Ma guardate come il povero infelice viene leggendo triste triste.

POLONIO: Viaio vi supplicovia entrambi. (Escono il Rela Regina e il Seguito) Io l'abborderò subitoohdatemi licenza. Come sta il mio buon principe Amleto?

AMLETO: Bene grazie a Dio.

POLONIO: Mi conoscetemio signore?

AMLETO: Ottimamentevoi siete un pescivendolo.

POLONIO: Non iomio signore.

AMLETO: Allora io vorrei che voi foste un così onest'uomo.

POLONIO: Onestomio signore?

AMLETO: Sìmessere; essere onestoa come va questo mondoè essere un uomo scelto fra diecimila.

POLONIO: Questo è verissimomio signore.

AMLETO: Poiché se il sole genera vermi in un cane mortoch'è una carogna buona a baciarsi... Avete voi una figlia?

POLONIO: Sìmio signore.

AMLETO: Non la fate camminare al sole: il concepire è una benedizione; ma siccome vostra figlia potrebbe concepireamicostateci attento.

POLONIO (a parte): Che ne dite? sempre batte sulla mia figliuola: e pure non mi ha riconosciuto dapprima; ha detto ch'ero un pescivendolo:

egli è assai innanziassai innanzi; e veramente nella mia gioventù io ebbi estreme sofferenze per amore; molto simili a queste. Gli parlerò di nuovo... Che cosa leggetemio signore?

AMLETO: Paroleparoleparole.

POLONIO: Qual è la questionemio signore?

AMLETO: Fra chi?

POLONIO: Voglio dire la questione di ciò che voi leggetemio signore.

AMLETO: Calunniesignore: perché questo briccone satirico dice qui che i vecchi han la barba grigiache le loro facce sono rugosei loro occhi spurgano una densa ambrae gomma di susinie ch'essi hanno una copiosa mancanza di sennoinsieme con debolissimi lombi; tutte le quali cosesignorebenché io assai potentemente e possentemente le credapure non ritengo onesto metterle giù così; perché voi stessomesseresareste vecchio come mese come un granchio poteste andare all'indietro.

POLONIO (a parte): Benché questa sia pazziapure c'è metodo in essa.

Volete venir via dall'ariamio signore?

AMLETO: Nella mia tomba.

POLONIO: Infattiquesta è fuori dell'aria. (A parte) Come appropriate talvolta sono le sue risposte! una felicità che spesso la follia azzeccache la ragione e la sanità non potrebbero così prosperamente partorire. Io lo lasceròe subito diviserò il mezzo di far ch'egli e mia figlia s'incontrino. Mio onorato signoreio voglio molto umilmente prender congedo da voi.

AMLETO: Voi non potetemessereprendere da me cosa alcuna da cui io più volentieri mi separi; fuorché la mia vitafuorché la mia vitafuorché la mia vita.

POLONIO: Statevi benemio signore.

AMLETO: Questi noiosi vecchi scemi!

 

(Entrano ROSENCRANTZ e GUILDENSTERN)

 

POLONIO: Voi andate a cercare il principe Amleto; eccolo là.

ROSENCRANTZ (a Polonio): Dio vi salvisignore! (Esce Polonio)

GUILDENSTERN: Mio onorato signore!

ROSENCRANTZ: Mio carissimo signore!

AMLETO: Miei ottimi amici! Come staiGuildenstern? AhRosencrantz?

Buoni ragazzi. come state voi due?

ROSENCRANTZ: Come i comuni figli della terra.

GUILDENSTERN: Felici in quanto non siamo troppo felici; sulla berretta della Fortuna noi non siamo proprio il bottone.

AMLETO: Né le suole delle sue scarpe?

ROSENCRANTZ: Neppuremio signore.

AMLETO: Allora voi le vivete intorno alla vitao nel bel mezzo dei suoi favori?

GUILDENSTERN: In fedesiamo i suoi intimi.

AMLETO: Nelle segrete parti della Fortuna? ohverissimo; ella è una bagascia. Che notizie?

ROSENCRANTZ: Nessunamio signorese non che il mondo è diventato onesto.

AMLETO: Allora è vicino il finimondo; ma la vostra notizia non è vera.

Lasciatemi interrogare più particolarmente: che avete voimiei buoni amicimeritato dalla Fortunach'ella vi manda in prigione qui?

GUILDENSTERN: In prigionemio signore?

AMLETO: La Danimarca è una prigione.

ROSENCRANTZ: Allora anche il mondo è una prigione.

AMLETO: Una vaga prigionein cui vi sono molte cellecarcerie segrete; e la Danimarca è una delle peggiori.

ROSENCRANTZ: Noi non la pensiamo cosìsignore.

AMLETO: Ebbeneallora non è una prigione per voiperché non v'è nulla di buono o di cattivoche il pensiero non renda tale; per me è una prigione.

ROSENCRANTZ: Ebbeneallora la vostra ambizione fa ch'ella lo sia; è troppo angusta per il vostro animo.

AMLETO: O Dioio potrei esser confinato in un guscio e tenermi re dello spazio infinitose non fosse che io ho cattivi sogni.

GUILDENSTERN: I quali sogni infatti sono ambizione; poiché la stessa sostanza degli ambiziosi non è che l'ombra d'un sogno.

AMLETO: I sogni stessi non sono che ombre.

ROSENCRANTZ: Veramenteed io ritengo l'ambizione di qualità così aerea e leggera ch'ella non è che l'ombra d'un'ombra.

AMLETO: Allora i nostri mendicanti sono corpi e i nostri monarchi e dilatati eroi le ombre dei mendicanti. Vogliamo andare alla corte?

perchéper la mia fedeio non so ragionare.

ROSENCRANTZ e GUILDENSTERN: Ci mettiamo al vostro fianco.

AMLETO: Nulla di simile; io non voglio porvi col rimanente dei miei servitori; poichéper parlare a voi da uomo onestoio son servito orribilmente. Maper star sulla carreggiata dell'amiciziache fate voi ad Elsinore?

ROSENCRANTZ: Siam venuti a visitarvimio signore: nessun altro motivo.

AMLETO: Mendicante com'io sonoio son povero anche di grazie; ma io vi ringrazio; e certocari amicile mie grazie son troppo care per mezzo soldo. Non foste mandati a chiamare? E' la vostra propria inclinazione? E' una libera visita? Viacomportatevi con me giustamenteandiamosuparlate.

GUILDENSTERN: Che dovremmo diremio signore?

AMLETO: Ebbenequalunque cosaeccetto che a proposito. Vi si mandò a chiamare; e c'è una sorta di confessione nei vostri sguardiche la vostra modestia non ha arte bastevole a colorare: io so che il buon re e la regina v'han mandati a chiamare.

ROSENCRANTZ: A che scopomio signore?

AMLETO: Questo voi dovete insegnarmelo. Ma lasciate ch'io vi scongiuriper i diritti della nostra solidarietàper la consonanza della nostra giovinezzaper l'obbligazione del nostro sempre serbato amoree per tutto quello che un miglior oratore potrebbe invocare di più caro da voisiate franchi e diritti con me: siete stati mandati a chiamare o no?

ROSENCRANTZ (a Guildenstern): Che dite voi?

AMLETO (a parte): Ah sì? allora io tengo un occhio su di voi. Se voi m'amatenon indugiate.

GUILDENSTERN: Mio signorenoi fummo mandati a chiamare.

AMLETO: Io vi dirò perchécosì la mia anticipazione preverrà la vostra confessionee la vostra segretezza per il re e la regina non muterà penna. Io ho ultimamentema perché non soperso tutta la mia allegriaabbandonato ogni costume d'esercizi; e per vero io son così aggravato nel mio umore che questa vaga fabbricala terrasembra a me uno sterile promontorioquesto eccellentissimo padiglionel'ariabadatequesta splendida volta del firmamentoquesto tetto maestoso ageminato d'aurei fuochiebbenenon pare nulla a me se non una sozza e pestilente congregazione di vapori. Quale opera d'arte è un uomocome nobile per la sua ragionecome infinito nelle sue facoltà nella forma e nel movimentocome preciso e ammirevole nell'azionecome simile a un angelo nell'intendimentocome simile a un dio: la bellezza del mondo; il paragone degli animali; e pureper meche è questa quintessenza di polvere? l'uomo non mi dilettanoe la donna nemmenobenché dal vostro sorriso voi sembriate dire così.

ROSENCRANTZ: Mio signorenon c'era nulla di simile nei miei pensieri.

AMLETO: Perché avete riso alloraquando io ho detto "l'uomo non mi diletta"?

ROSENCRANTZ: Pensandomio signorese voi non vi dilettate degli uominiche trattenimento quaresimale gli attori riceveranno da voi; noi li oltrepassammo per istrada; e qui essi vengonoper offrirvi i loro servigi.

AMLETO: Colui che fa la parte del re sarà il benvenutosua maestà avrà tributo da me; il cavaliere avventuroso userà il suo fioretto e la sua targa; l'amoroso non sospirerà gratisil caratterista finirà la sua parte in paceil buffone farà ridere quelli che hanno i polmoni facili a scattaree la dama dirà l'animo suo liberamenteo il verso sciolto ne zoppicherà. Che attori sono?

ROSENCRANTZ: Proprio quelli di cui voi eravate solito dilettarvi tantoi tragici della città.

AMLETO: Come va che viaggiano? Lo starsene in città era meglio per essitanto per la reputazione che per il guadagno.

ROSENCRANTZ: Credo che il divieto che li ha colpiti sia una conseguenza della recente innovazione.

AMLETO: Godono essi della stima che godevano quando io ero nella città? hanno altrettanto seguito?

ROSENCRANTZ: Nodavveronon l'hanno.

AMLETO: Come accade? s'arrugginiscono?

ROSENCRANTZ: Anzii loro sforzi tengono il passo consuetoma c'èsignoreuna nidiata di fanciullipiccoli falconcelli che strillano al culmine del diverbio e ricevon per questo i più tirannici applausi; questi sono ora alla modae tanto vituperano i teatri comuni (così li chiamano)che molti che portano stocco han paura delle penne d'ocae appena osano recarvisi.

AMLETO: E chesono fanciulli? chi li mantiene? come sono pagati? Non seguiteranno la professione se non fin quando possan cantare? non diranno essi poise dovessero essi stessi diventare attori comuni (com'è assai probabilese i loro mezzi non sono migliori)che i loro scrittori fanno loro torto facendoli gridare contro il loro stesso avvenire?

ROSENCRANTZ: In fedec'è stato un gran da fare da ambo le partie la nazione non ritiene sia peccato aizzarli alla controversia; per un certo tempo non vi fu offerta di danaro per un intreccioa meno che il poeta e l'attore non facessero a pugni su questa quistione.

AMLETO: E' possibile?

GUILDENSTERN: Ohc'è stato un grande arrabattarsi di cervelli.

AMLETO: I ragazzi la vincono?

ROSENCRANTZ: Sìla vinconomio signore; e si portan via Ercolee la sua soma anche.

AMLETO: Non è molto stranopoiché mio zio è re di Danimarcae quelli che gli avrebbero fatto le boccacce mentre mio padre era vivodan ventiquarantacinquantacento ducati l'unoper i suoi ritratti in piccolo. Per il sanguec'è qualcosa in ciò di più che naturalese la filosofia potesse scoprirlo.

 

(Uno squillo di tromba)

 

GUILDENSTERN: Ecco gli attori.

AMLETO: Signorivoi siete i benvenuti ad Elsinore. Le vostre manivia; gli accessori del benvenuto sono i bei modi e le cerimonie; lasciate ch'io le osservi con voi in questa guisaaffinché la mia accoglienza agli attorila qualeio vi dicodeve avere una bella apparenzanon sembri più premurosa di quella che fo a voi. Voi siete benvenuti; ma il mio zio-padre e la mia zia-madre si ingannano.

GUILDENSTERN: In chemio caro signore?

AMLETO: Io non sono pazzo che a nord-nord-ovest; quando il vento è dal sudio conosco un falco da un airone.

 

(Entra POLONIO)

 

POLONIO: Sia bene a voisignori!

AMLETO: AscoltateGuildensterne voi pure: ad ogni orecchio un uditore: quel gran bambolo che voi vedete là non è ancora uscito dalle fasce.

ROSENCRANTZ: Forse egli c'è entrato per la seconda volta; perchédiconoun vecchio è due volte bambino.

AMLETO: Io voglio profetare: egli viene a dirmi degli attori; osservate... Voi dite giustosignore; lunedì mattina: fu proprio allora.

POLONIO: Mio signoreio ho notizie da darvi.

AMLETO: Mio signoreio ho notizie da darvi. Quando Roscio era un attore in Roma...

POLONIO: Gli attori sono venuti quimio signore.

AMLETO: Evvia!

POLONIO: Sul mio onore...

AMLETO: "Ogni attor giunto è allora sul suo ciuco"...

POLONIO: I migliori attori del mondosia per tragediacommediaistoriapastoralepastorale comicastorico-pastoraletragico- istoriatragico-comico-istorico-pastoralescena indivisibileo poema illimitato. Seneca non può esser troppo pesantené Plauto troppo leggero per il regolamento e la licenza... Questi sono i soli attori.

AMLETO: O Jeftegiudice d'Israelequale tesoro avevi tu!

POLONIO: Quale tesoro aveva eglimio signore?

AMLETO: EbbeneBella figlia avea soltanto ch'egli amava a dismisura.

POLONIO (a parte): Sempre su mia figlia.

AMLETO: Non ho io ragionevecchio Jefte?

POLONIO: Se voi mi chiamate Jeftemio signoreio ho una figlia ch'io amo a dismisura.

AMLETO: No questo non segue.

POLONIO: Che cosa segue alloramio signore?

AMLETO: EbbeneCome a sortelo sa Iddioe poivoi sapete.

Quello accadde che attendevasi...

La prima stanza della pia canzone vi mostrerà di piùpoiché ecco che viene il mio intermezzo.

 

(Entrano gli Attori)

 

Voi siete benvenutisignori benvenutitutti. Io sono contento di vedervi in buona salute: benvenutibuoni amici. Ohmio vecchio amico! Ebbenela tua faccia s'è ornata d'una frangia dall'ultima volta ch'io t'ho veduto; vieni tu a tirarmi per la barba in Danimarca?

Comemia giovane donna e signora! Per la Madonnala vostra signoria è più vicina al cielorispetto a quando io la vidi l'ultima voltadell'altezza d'una pianella di Spagna. Pregate Dioche la vostra vocecome una moneta d'oro fuori corsonon sia fessa dentro il cordone. Signorivoi siete tutti benvenuti. Noi ci verremo diritti come falconieri francesigetteremo per qualunque cosa vediamo:

vogliamo un discorso subito; viadateci un saggio della vostra arte; viaun discorso appassionato.

PRIMO ATTORE: Qual discorsomio buon signore?

AMLETO: Io t'udii una volta declamarmi un discorsoma non fu mai recitato sulla scenaose mainon più d'una volta; perché il drammaricordonon piacque alla moltitudineera caviale pel volgo; ma era (secondo che l'intesi ioe altriil cui giudizio in tali materie aveva assai maggior grido del mio)un dramma eccellenteben distribuito nelle sceneesposto con tanta modestia quanto artificio.

Ricordo che uno disse che non c'era nulla di piccante nei versiper far la materia saporosané cosa alcuna nel fraseggiare che potesse accusare l'autore di affettazione; ma lo chiamò un metodo pulitotanto sano quanto dolcee più decoroso assai che raffinato. Un discorso in esso io soprattutto amavoera il racconto d'Enea a Didone; e quella parte specialmentedov'egli parla dell'eccidio di Priamo. Se vive nella vostra memoriacominciate a questo verso:

vediamovediamo:

"Lo scabro Pirro come tigre Ircana..." non è così; comincia con Pirro:

"Lo scabro Pirroch'avea l'armi negre come il suo intentosimili alla nottementr'era còrco nel fatal cavallol'orrenda e nera tinta or ha imbrattato di più truce livrea; da capo a piedi tutto è vermiglioè l'orrido suo addobbo sangue di padrimadrifigliefiglicotto e incrostato dalle arsive strade che all'eccidio del lor signore prestano cruda e dannata luce. Cosispesso dell'accigliato sangueed arrostito d'ira e di fiammadue piròpi gli occhil'infernal Pirro il veglio Priamo cerca ".

Cosìseguitate voi.

POLONIO: Innanzi a Diomio signoreben recitatocon buon accento e discernimento.

PRIMO ATTORE: "Eccoei lo trova che dà vani colpi ai Greci; giace la sua spada antica ribelle al braccio suolà dove caderestìa al comando: in disugual tenzone Pirro a Priamo s'avventa: nella rabbia colpisce a vuotoma pel soffio e il vento dell'empia spada lo spossato padre procombe. Allorcome sentisse il colpo l'esanime Ilio la fiammante cima china alla basee con orrendo schianto di Pirro fa prigion l'orecchio. Il ferro sul latteo capo al venerando Priamo già declinantepar nell'aria figgersi; e Pirro sta qual dipinto tiranno eil suo volere e il fin posti in non cale nulla fa.

Ma come spessoinnanzi a un temporaletacciono i cieliimmote stan le nubie muti i ventie l'orbe sottostante par morto; ed ecco il tuono spaventoso squarcia l'aria; cosìdopo la pausala ridesta Vendetta incita Pirro; né mai cadder martelli di Ciclopi sull'usbergo di Marteeterna tempracon men rimorsoche il cruento ferro cade su Priamo.

Via bagascia Fortuna! O iddiivoi tuttitoglietele il potere in pien consessospezzate i raggi e i cerchi alla sua ruotae pel clivo del cielo il tondo mozzo giù lanciateche ròtoli ai demoni!".

POLONIO: Questo è troppo lungo.

AMLETO: Andrà dal barbiereinsieme con la vostra barba. Di graziacontinuaegli vuole una farsao una novella salaceo altrimenti dorme: continuavieni ad Ecuba.

PRIMO ATTORE: "Ohal veder la regina imbacuccata...".

AMLETO: La "regina imbacuccata"?

POLONIO: Questa è buona: "regina imbacuccata" va bene.

PRIMO ATTORE: "... correr scalza qua e làcon cieco pianto minacciando le fiammeun cencio in capo ov'era un diademae come veste intorno ai fianchi affaticati e scarni una coltre raccolta nel trambusto...

Chiciò vedendoreo di tradimento non avrebbe il poter della Fortuna dettocon lingua nel veleno intinta?

Ma se gli stessi iddii l'avesser vista mirar di Pirro l'esecrabil gioco nel tagliuzzar le membra del suo sposoil subito ululato ch'ella fece (se mai da umane cose essi son tocchi) inumidito avrebbe gli occhi ardenti del cielo ed a pietà mossi gli dèi".

POLONIO: Vedetese non ha cambiato colore e ha le lagrime agli occhi.

Di grazianon più. AMLETO: Sta bene; io ti farò presto recitare quel che rimane di questo. Mio buon signorevolete vedere che gli attori sian bene alloggiati? Uditefate ch'essi siano trattati benepoiché sono i compendi e le brevi cronache del tempo; dopo la vostra morte sarebbe meglio per voi avere un cattivo epitaffio che la loro mala voce finché vivete.

POLONIO: Mio signoreio li tratterò secondo il loro merito.

AMLETO: Cospetto di Diocomparemolto meglio! Trattate ogni uomo secondo il suo meritoe chi sfuggirà alla frusta? Trattateli secondo il vostro proprio onore e la vostra dignità; quanto meno essi meritanotanto maggiore è il pregio della vostra generosità.

Conduceteli dentro.

POLONIO: Venitesignori.

AMLETO: Seguiteloamici: noi vogliamo udire un dramma domani. (Esce Poloniocon tutti gli Attorifuor che il Primo) Ascoltamivecchio amico; puoi tu recitare l'"Assassinio di Gonzago"?

PRIMO ATTORE: Sìmio signore.

AMLETO: Noi lo vogliamo domani sera. Voi potresteal bisognostudiare un discorso d'un dodici o sedici versich'io metterei giù e inserirei in essonon potreste?

PRIMO ATTORE: Sìmio signore AMLETO: Benissimo. Seguite quel signore; e state attento a non canzonarlo. (Esce il Primo Attore) Miei buoni amiciio vi lascerò fino a seravoi siete i benvenuti ad Elsinore.

ROSENCRANTZ: Mio buon signore!

AMLETO: SìdunqueDio sia con voi! (Escono Rosencrantz e Guildenstern) Ora son solo. Ohche furfante e bifolco son io! Non è mostruoso che quest'attore quisolo in una finzionein una passione immaginariapossa forzare la sua anima così al suo proprio concettoche per opera di quella tutto il suo volto impallidisca; lagrime ne' suoi occhismarrimento nel suo aspettouna rotta vocee tutto il suo contegno rispondente nei modi al suo concetto? E tutto per nulla!

Per Ecuba! Che cosa è Ecuba per luio egli per Ecuba? ch'egli debba piangere per lei? Che farebbe egli se avesse il motivo e l'incentivo che ho io alla passione? Inonderebbe la scena di lagrimee spaccherebbe l'orecchio del pubblico con orrendo discorsofarebbe impazzire i colpevoli e sbigottire gl'innocenticonfonderebbe gli ignoranti e lascerebbe attonite davvero le stesse facoltà degli occhi e degli orecchi. Pur ioottuso briccone limacciosovo vagolandocome un che viva nel mondo della lunanon compreso della mia causae non so dir nulla; nonemmeno per un resulla cui proprietà e sulla cui preziosissima vita fu compiuto un dannato misfatto. Sono io un vile? chi mi chiama furfante? mi spacca la testa? mi strappa la barbae me la butta in faccia? mi tira per il naso? mi dà la mentita per la golasin giù ai polmoni? chi mi fa questo? Ah! Per le piaghe di Cristoio lo soffrireiperché bisogna bene ch'io abbia fegato di colombae manchi di fiele per render amaro l'insulto: o prima d'ora io avrei ingrassato tutti gli avvoltoi dell'aria coi resti di questo ribaldo; sanguinarioosceno furfante! spietatoperfidolussuriososnaturato furfante! O Vendetta! Ebbeneche asino son io! Bella prodezzache iofiglio d'un caro padre assassinatospinto a vendicarmi dal cielo e dall'infernodebbacome una puttanascaricarmi l'anima con le parole e darmi a bestemmiarecome una vera baldraccaun bagascione! Vergogna! poh! Al lavoromio cervello! Hem!

io ho udito che persone colpevoliassistendo a un drammasono stateper lo stesso artificio della scenacolpite così fino all'anima che subito han proclamato le loro malefatte; perché l'assassiniobenché non abbia linguaparla con miracolosissimo organo. Io farò recitare a questi attori qualcosa di simile all'assassinio di mio padre innanzi a mio zio; osserverò il suo aspetto; lo saggerò sul vivo; se ha solo un fremitoio so quel che debbo fare. Lo spirito ch'io ho veduto potrebbe essere un diavoloe il diavolo ha potere d'assumere una piacevole formasìe forse per la mia debolezza e per la mia malinconiacom'egli è potentissimo su tali spiritim'inganna per dannarmi. Avrò motivi più rilevanti di questo. Il dramma è la cosa in cui io accalappierò la coscienza del re.

(Esce)

 

 

 

ATTO TERZO

 

SCENA PRIMA - Una stanza nel Castello

(Entrano il REla REGINAPOLONIOOFELIAROSENCRANTZ e GUILDENSTERN)

 

RE: E non potete voiper nessuna via indirettacavar da lui perché egli affetti questo smarrimentoche irrita così aspramente i suoi giorni tranquilli con una turbolenta e pericolosa follia?

ROSENCRANTZ: Egli confessa di sentirsi dissennatoma per qual causa non vuol dire in alcun modo.

GUILDENSTERN: Né lo troviamo noi disposto a lasciarsi sondaremacon un'astuta pazziasi tien sulle suequando noi vorremmo indurlo a qualche confessione del suo vero stato.

REGINA: Vi ha egli accolti bene?

ROSENCRANTZ: Proprio da gentiluomo.

GUILDENSTERN: Ma assai forzando la sua inclinazione.

ROSENCRANTZ: Avaro di domandema alle nostre richieste liberalissimo nel rispondere.

REGINA: Lo avete voi allettato a qualche passatempo?

ROSENCRANTZ: Signoraci è accaduto di sopravanzare per istrada certi attori; di questi noi gli abbiam parlatoe in lui è apparsa una certa gioia nell'udirne; essi sono quialla corteecom'io pensohan già l'ordine di recitare stasera al suo cospetto.

POLONIO: E' verissimo; ed egli mi ha chiesto di supplicare le Vostre Maestà di udire e vedere la cosa.

RE: Con tutto il cuore; e mi fa assai piacere d'udire ch'egli è così inclinato. Buoni signoricontinuate ad aguzzarloe spingete il suo proposito verso questi diletti.

ROSENCRANTZ: Noi lo faremomio signore.

 

(Escono Rosencrantz e Guildenstern)

 

RE: Dolce Gertrudelasciateci anche voi; perché abbiamo segretamente mandato a chiamar qui Amletosicché eglicome fosse per accidentepossa qui imbattersi in Ofelia. Il padre di leied io stessolegittime spieci collocheremo così chevedendo non vedutipossiamo liberamente giudicare del loro incontroe apprender da solisecondo ch'egli si comportase è per l'afflizione del suo amoreo noche così egli soffre.

REGINA: Vi obbedirò. E quanto a voiOfeliaio m'auguro che le vostre egregie bellezze siano la felice causa della stravaganza d'Amleto; così potrò sperare che le vostre virtù lo riconducano a' suoi modi usatiper l'onore di tutti e due voi.

OFELIA: Signoraio desidero che così sia.

 

(Esce la Regina)

 

POLONIO: Ofeliavoi camminate qui. Vostra Graziase vi piaccianoi prenderemo posto. (A Ofelia) Leggete in questo libroche il far mostra d'un tale esercizio possa dar colore alla vostra solitudine.

Noi siamo spesso da biasimare in ciò (è troppo provato)che col volto della devozione e con gesti di pietà inzuccheriamo lo stesso demonio.

RE (a parte): Ohè troppo vero! che cocente sferzata di questo discorso alla mia coscienza! La gota della meretriceabbellita col liscionon è più brutta rispetto alla cosa che l'aiuta che non sia la mia azione rispetto alla mia dipinta parola. O greve peso!

POLONIO: Io l'odo venireritiriamocimio signore.

 

(Escono il Re e Polonio. Entra AMLETO)

 

AMLETO: Essere o non essere: questo è il problema; s'egli sia più nobile soffrire nell'animo le frombole e i dardi dell'oltraggiosa Fortunao prender armi contro un mare di guaie contrastandoli por fine ad essi. Moriredormire... nient'altro; e con un sonno dire che noi poniam fine alla doglia del cuoree alle mille offese naturaliche son retaggio della carne; è un epilogo da desiderarsi devotamentemorire e dormire! Dormireforse sognaresìlì è l'intoppo; perché in quel sonno della morte quali sogni possan venirequando noi ci siamo sbarazzati di questo terreno imbrogliodeve farci riflettere; questa è la considerazione che dà alla sventura una sì lunga vita; perché chi sopporterebbe le sferzate e gl'insulti del mondol'ingiustizia dell'oppressorela contumelia dell'uomo orgogliosogli spasimi dell'amore disprezzatol'indugio delle leggil'insolenza di chi è investito d'una caricae gli scherni che il paziente merito riceve dagli indegniquando egli stesso potrebbe fare la sua quietanza con un semplice pugnale? chi vorrebbe portar fardelligemendo e sudando sotto una gravosa vitase non che il timore di qualche cosa dopo la morteil paese non ancora scoperto dal cui confine nessun viaggiatore ritornaconfonde la volontà e ci fa piuttosto sopportare i mali che abbiamoche non volare verso altri che non conosciamo? Così la coscienza ci fa tutti vilie così la tinta nativa della risoluzione è resa malsana dalla pallida cera del pensieroe imprese di grande altezza e importanza per questo scrupolo deviano le loro correnti e perdono il nome d'azione... Adagio voi ora!

La vaga Ofelia! Ninfanelle tue orazioni siano ricordati tutti i miei peccati.

OFELIA: Mio buon signorecome è stato Vostro Onore tutti questi giorni?

AMLETO: Umilmente vi ringrazio; benebenebene.

OFELIA: Mio signoreio ho certi vostri ricordich'io ho da molto desiderato di restituire; io ve ne prego oraaccoglieteli.

AMLETO: Nonon io; io non vi ho mai dato nulla.

OFELIA: Mio onorato signorevoi sapete benissimo che me li avete dati; e con essiparole composte di così dolci fiati che resero questi oggetti più preziosi; perduto il loro profumoriprendeteli; perché per l'animo nobile i ricchi doni divengon poveri quando i donatori si mostrano crudeli. Eccomio signore.

AMLETO: Ahah! siete voi onesta?

OFELIA: Mio signore?

AMLETO: Siete voi bella?

OFELIA: Che vuol dire Vostra Signoria?

AMLETO: Che se voi siete onesta e bellala vostra onestà non dovrebbe ammettere alcun discorso con la vostra bellezza.

OFELIA: Potrebbe la Bellezzamio signoreaver miglior commercio che con l'Onestà?

AMLETO: Sìveramente; perché il potere della Bellezza prima trasmuterà l'Onestà da ciò che ella è in una ruffianache la forza dell'onestà possa ridurre la Bellezza alla sua somiglianza; questo era una volta un paradossoma ora i tempi ne danno la prova. Io vi amavo una volta.

OFELIA: Infattimio signorevoi me lo faceste credere.

AMLETO: Non avreste dovuto credermiperché la virtù non può innestarsi sul nostro vecchio ceppo senza che di questo serbiamo il gustoio non v'amavo.

OFELIA: Io son rimasta tanto più ingannata.

AMLETO: Vattene in un conventoperché vorresti esser generatrice di peccatori? Io stesso sono discretamente onestoma pure potrei accusarmi di tali cose che sarebbe meglio che mia madre non m'avesse partorito. Sono oltremodo orgogliosovendicativoambizioso; con più colpe ai miei cenni ch'io non abbia pensieri in cui metterleimmaginazione da dar forma ad esseo tempo per attuarle. Che ci sta a fare la gente come mea strisciare fra il cielo e la terra? Noi siamo tutti furfanti matricolati; non credere a nessuno di noi. Va' per la tua stradain un convento. Dov'è vostro padre?

OFELIA: A casamio signore.

AMLETO: Fate che le porte sian chiuse su di luich'egli non possa fare lo sciocco altrove che a casa sua. Addio.

OFELIA: Ohaiutatelovoi clementi cieli!

AMLETO: Se tu ti maritiio ti darò questo flagello per dote: sii tu casta come il ghiacciopura come la nevetu non sfuggirai alla calunnia. Vattene in un conventova'addio. O se vuoi per forza maritartisposa uno sciocco; perché gli uomini savi sanno abbastanza che mostri voi fate di loro. In un conventova'; e prestoanche.

Addio.

OFELIA: Celesti potenzerisanatelo!

AMLETO: Io ho udito anche dei vostri bellettiparecchio; Dio v'ha dato una faccia e voi ve ne fate un'altra; voi saltellate e molleggiatevoi scilinguatevoi date nomignoli alle creature di Dio e vorreste far passare per ignoranza la vostra lascivia. Va'io non voglio parlarne piùquesto mi ha fatto impazzire. Io dico che non avremo più matrimoni; quelli che sono sposati giàtutti meno unovivrannogli altri staranno come sono. In conventova'.

 

(Esce)

 

OFELIA: Ohquale nobile animo è qui sconvolto! l'occhiola linguala spada del cortigianodel soldatodel dottola speranza e la rosa del buon governolo specchio della modae il modello delle creanzeosservato da quanti fanno osservanzadel tuttodel tutto caduto! Ed io la più afflitta e infelice delle donneche succhiai il miele delle sue musicali promesseora vedo quella nobile e veramente sovrana ragionestonata e stridula come dolci campane sbatacchiate; quella impareggiata forma e figura di fiorente giovinezza annichilita dalla follia; ohmisera meche ho visto quel che ho vistoche vedo quello che vedo!

 

(Esce)

(Rientrano il RE e POLONIO)

 

RE: Amore? I suoi affetti non son volti da quella parte; né quel ch'egli ha dettobenché difettasse un poco di formaera da pazzo.

C'è qualche cosa nella sua animasu cui la sua malinconia siede a covare; ed io dubito che la covata che se ne schiuderà sarà qualche pericolo; a prevenire il qualeio ho con rapida decisione così disposto: egli andrà sollecitamente in Inghilterra per domandare il nostro tributo negletto: forse i mari e i paesi differenti con gli svariati oggetti espelleranno questa cosache in qualche modo ha preso radice nel suo cuore; sulla quale il suo cervello sempre battendo lo fa così diverso da quel ch'egli soleva essere. Che ne pensate voi?

POLONIO: Sarà bene; ma tuttavia io credo che l'origine e il principio del suo affanno provengano da un amore negletto.

 

(Rientra OFELIA)

 

EbbeneOfelia? Non c'è bisogno che ci narriate che cosa ha detto il principe Amleto; noi l'abbiamo udito tutto. (Esce Ofelia) Mio signorefate come a voi piace; mase voi lo ritenete opportunodopo il drammafate che la regina sua madreda sola a sololo supplichi di svelare il suo affanno; fate ch'ella sia franca con lui; ed io sarò postose così vi piacciaa portata d'orecchio di tutto il loro colloquio. Se ella non lo scopremandatelo in Inghilterrao confinatelo dove la vostra saggezza crederà meglio.

RE: Così sarà: la pazzia nei grandi non deve lasciarsi non vigilata.

 

(Escono)

 

 

 

SCENA SECONDA - Una sala nel Castello

(Entrano AMLETO e tre degli Attori)

 

AMLETO: Dite il discorsovi pregocome io ve l'ho recitatoquasi vi danzasse sulla lingua; ché se voi lo vociatecome fanno molti dei nostri attorisarebbe per me tutt'uno che il pubblico banditore dicesse i miei versi. E non fendete troppo l'aria con la vostra manocosì; ma trattate tutto con discrezione; perché nel torrente stessonella tempesta ecom'io potrei direnel turbine della passionevoi dovete acquistare e generare una temperanza che dia ad essa morbidezza. Ohm'offende fin nell'anima udire un truculento individuo imparruccato lacerare una passione a brandelliridurla in stracci per spaccare gli orecchi della plateala qualeper la più partenon comprende null'altro che inesplicabili pantomime e rumore; io farei frustare un tale individuo per aver sopravanzato Termagante; questo è un farla da Erode più di Erode stesso; di graziaevitatelo.

PRIMO ATTORE: Me ne fo garante a Vostro Onore.

AMLETO: Non siate troppo blandi nemmenoma lasciate che il vostro discernimento vi sia maestro; accordate l'azione alla parolala parola all'azionecon questo particolare accorgimentoche voi non passiate oltre i limiti della moderazione della natura; perché ogni cosa così strafatta è contraria allo scopo dell'arte drammaticail cui finetanto agli inizi che orafu ed è di reggereper così direlo specchio della natura; di mostrare alla virtù le sue proprie fattezzeallo scorno la sua immaginee alla tempra e alla fisionomia stesse dell'epoca la loro forma ed impronta. Ora questoesageratoo stentatobenché faccia ridere l'inespertonon può che affliggere l'uomo di giudizio; la censura del quale devenella vostra opinionepesar più d'un intero teatro degli altri. Ohci sono attori ch'io ho visti recitaree uditi lodare dagli altri e altamenteper non dir la cosa in maniera profanai quali non avendo né l'accento di cristiani né il portamento di cristianidi paganiné d'uominisi pavoneggiavano e muggivano così ch'io pensavo che qualcuno dei manovali della natura avesse fatto degli uominie non li avesse fatti benecosì abominevolmente essi imitavano l'umanità.

PRIMO ATTORE: Io spero che noi abbiamo riformato discretamente codesto tra di noisignore.

AMLETO: Ohriformatelo del tutto. E procurate che quelli che fan le parti dei buffoni non dicano più di quanto è scritto per loro; perché ce n'è di quelli che ridono essi stessiper indurre una certa quantità di stupidi spettatori a rider purebenché frattanto debba prestarsi attenzione a qualche battuta essenziale del dramma; questa è una birbonata e mostra un'assai pietosa ambizione nello sciocco che ne fa uso. Andatepreparatevi.

 

(Escono gli Attori. Entrano POLONIOROSENCRANTZ e GUILDENSTERN)

 

Ebbenemio signore! vuole il re ascoltare questo lavoro?

POLONIO: E la regina anchee immediatamente.

AMLETO: Ordinate agli attori di affrettarsi.

 

(Esce POLONIO) Volete voi aiutarli a sbrigarsi

 

ROSENCRANTZ: e GUILDENSTERN: Sìmio signore.

 

(Escono Rosencrantz e Guildenstern)

 

AMLETO: Ohé! Orazio!

 

(Entra ORAZIO)

 

ORAZIO: Eccomidolce signoreal vostro servizio.

AMLETO: Oraziotu sei proprio l'uomo più equilibrato col quale mi sia mai accaduto d'aver commercio.

ORAZIO: Ohmio caro signore...

AMLETO: Nonon creder ch'io aduli; poiché quale avanzamento posso io sperare da te che non hai altra rendita che le doti del tuo spiritoper nutrirti e vestirti? Perché si dovrebbe adulare il povero? Noche la lingua inzuccherata lecchi lo stravagante fastoe pieghi le proficue giunture del ginocchio dove il guadagno possa seguire alla piaggeria. M'intendi? Da quando la mia cara anima fu signora della sua sceltae seppe tra gli uomini distinguere la sua elezioneti ha suggellato per lei; perché tu sei stato come uno chetutto soffrendodi nulla soffre; un uomo che gli schiaffi e i premi della Fortuna hai presi con eguali grazie; e beati son quelli ne' quali le passioni e il giudizio sono così ben mescolati ch'essi non sono un flauto su cui il dito della Fortuna possa premere il tasto che le piace. Datemi l'uomo che non è schiavo della passioneed io lo terrò nell'intimo del cuoresìnel cuor del mio cuorecome io fo di te. Ma già troppo di questo. Si darà un dramma stasera alla presenza del re: una scena s'avvicina alle circostanze che io t'ho narrate della morte di mio padre: ti pregoquando vedi quell'atto in corsoproprio con tutto l'acume dell'anima tua osserva mio zio; se la sua colpa occulta non si stana a un certo discorsoè uno spettro dannato quello che noi abbiam visto e le mie immaginazioni sono luride come la fucina di Vulcano.

Scrutalo attentamenteperché io i miei occhi gli ficcherò sulla facciae dopo metteremo insieme le nostre osservazioniper dar giudizio del suo aspetto.

ORAZIO: Benemio signore; se egli sottrae qualche cosa mentre questo dramma si rappresentae non si fa discoprireio pagherò per il furto.

 

(Trombe e temburi. Entrano il REla REGINAOFELIAPOLONIOROSENCRANTZGUILDENSTERNe altri Signori del seguitocon la Guardiache reca le torce)

 

AMLETO: Vengono per il dramma; io debbo fare il pazzo: procuratevi un posto.

RE: Come vive il nostro nipote Amleto?

AMLETO: Ottimamentein fede; del piatto del camaleonte: io mangio l'ariainfarcita di promesse; non potete nutrire i capponi così.

RE: Io non cavo nulla da questa rispostaAmleto; queste parole non appartengono a me.

AMLETO: Noe neanche a me. (A Polonio) Oramio signorevoi recitaste una volta all'Universitàvoi dite?

POLONIO: Sicuromio signoree fui giudicato un buon attore.

AMLETO: E che cosa rappresentaste?

POLONIO: Io rappresentai Giulio Cesareio fui ucciso in Capitolio; Bruto m'uccise.

AMLETO: Fu un'azione brutale da parte sua uccidere là un sì capital pecorone. Sono pronti gli attori?

ROSENCRANTZ: Sìmio signore; essi aspettano il vostro permesso.

REGINA: Vieni quimio caro Amletosiedi accanto a me.

AMLETO: Nobuona madrequi c'è metallo più attraente.

POLONIO (al Re): Ohoh! osservate questo!

AMLETO: Signoraposso giacervi in grembo?

OFELIA: Nomio signore.

AMLETO: Voglio direcol capo sul vostro grembo?

OFELIA: Sì. mio signore AMLETO: Pensate ch'io volessi dire cosa da ribotta?

OFELIA: Io non penso nullamio signore.

AMLETO: Questa è una bella idea a star fra le gambe delle fanciulle.

OFELIA: Qualemio signore?

AMLETO: Nulla.

OTELLO: Voi siete allegromio signore.

AMLETO: Chiio?

OFELIA: Sìmio signore.

AMLETO: O Dioil vostro solo autore di farse. Che si dovrebbe fare se non stare allegri? perchéguardate come appare lieta mia madree mio padre è morto soltanto da due ore.

OFELIA: Noson due volte due mesimio signore.

AMLETO: Tanto? E allorache il diavolo si vesta di neroperché io voglio farmi un abito di zibellino. O cieli! morire due mesi or sonoe non esser dimenticato ancora? Allora c'è speranza che la memoria d'un grand'uomo possa sopravvivere alla sua vita un mezzo anno; maper la Madonna. egli deve costruir chiese allorao altrimenti egli soffrirà che a lui non si pensicome il cavalluccio di legnoil cui epitaffio è "Ohimè! ohimè! scordato è il cavalluccio". (Suonano le trombe)

 

PANTOMIMA
(Entrano un Re e una Reginacon dimostrazioni d'affetto; la Regina abbracciando luied egli lei. Ella s'inginocchia e fa mostra di dichiararglisi devota. Egli la sollevae reclina il capo sul collo di lei. Egli si pone a giacere su una proda fiorita. Ellavedendolo addormentatolo lascia. Di lì a poco entra un altro uomogli toglie la coronala baciaversa il veleno nelle orecchie del dormientelo lascia. La Regina ritornatrova il Re mortoe fa una mimica appassionata. L'avvelenatorecon tre o quattro comparserientra e sembra condolersi con lei. Il cadavere vien portato via.
L'avvelenatore corteggia la Regina con doniellaaspra per un po'accetta infine il suo amore). (Escono)

 

OFELIA: Che significa questomio signore?

AMLETO: Diaminequesto è un maleficio subdolo; significa malanno.

OFELIA: Forse questa pantomima rappresenta l'argomento del dramma.

AMLETO Lo sapremo da costui.

 

(Entra il Prologo)

 

Gli attori non sanno tenere il segreto.

OFELIA: Ci dirà egli che cosa significava questo spettacolo?

AMLETO: Sìo qualsiasi spettacolo che voi gli mostrerete; se voi non avete vergogna di mostrareegli non si vergognerà di dirvi che cosa significa.

OFELIA: Voi siete cattivovoi siete cattivo: io voglio stare attenta al dramma.

PROLOGO: Per noiper la tragedia vostra clemenza supplicocon pazienza uditeci!

AMLETO: E' un prologo o un motto d'anello?

OFELIA: E' brevemio signore.

AMLETO: Come amore di donna.

 

(Entrano due Attoriun RE e una REGINA)

 

RE ATTORE: Ben trenta volte il carro di Febo è andato attorno al salso flutto di Nettuno e al rotondo suolo della Terrae trenta dozzin di lune con splendore d'accatto intorno al mondo han fatto dodici volte trenta girida quando Amore i nostri cuori e Imene le nostre mani unirono mutuamente in santissimi vincoli.

REGINA ATTRICE: Altrettanti viaggi possano il sole e la luna farci ricontare prima che l'amore sia finito! Ma ahimè! voi siete stato così male in questi ultimi tempicosì remoto dalla letizia e dal vostro primiero statoche io temo per voi. Purebenché io temaquesto non deve punto sconfortarvimio signore; perché la paura e l'amore delle donne han questa misurache son l'una e l'altro nullao in estremo grado. Orache cosa sia il mio amorel'esperienza vi ha fatto saperee quale è il mio amoretale è la mia paura; dove l'amore è grandei minimi sospetti sono pauradove le piccole paure si fan grandi un grande amore cresce.

RE ATTORE: In fedeio ti debbo lasciareamoree fra breve anche; le mie potenze operanti cessano di compiere le loro funzionie tu vivrai in questo vago mondo dopo di meonorataamata; e forse uno non meno buono per marito tu...

REGINA ATTRICE: Ohin malora gli altri! Un tale amore dovrebbe per forza esser tradimento nel mio petto; in un secondo marito ch'io sia maledetta! Non sposa un secondo se non chi ha ucciso il primo.

AMLETO: (a parte) Assenzioassenzio!

REGINA ATTRICE: I motivi che a un secondo matrimonio inducono sono vili riguardi d'interessema non d'amore; una seconda volta io uccido il mio marito mortoquando un secondo marito mi bacia nel letto.

RE ATTORE: Io credo che voi pensate ciò che ora ditema a ciò che noi risolviamospesso veniam poi meno. Il proposito non è che lo schiavo della memoriadi violenta nascitama di scarsa vitalità; che orafinché il frutto sia acerboresta attaccato all'alberoma cadono senza essere scossi quando sono maturi. E' assai naturale che noi dimentichiamo di pagare a noi stessi quello che è un debito verso noi stessi; ciò che a noi stessi nella passione proponiamocol finire della passione perde il suo proposito. La violenza o del dolore o della gioia distrugge da sé le sue proprie decisioni; dove la gioia fa più baldoriail dolore più si lamenta; il dolore gioiscela gioia s'addoloraper lieve cagione. Questo mondo non è per semprené è strano che anche i nostri amori debbano con le nostre fortune mutareperché è un problema che ancora dobbiamo risolverese l'Amore guidi la Fortunaoppure la Fortuna l'Amore. Quando il grande cadevoi osservate che il suo favorito fugge; il povero beneficatosi fa amici i nemicie fin qui l'Amore segue la Fortuna; perché chi non ne ha bisognonon mancherà mai d'amici; e chi nella necessità un falso amico mette a provaimmediatamente lo trasforma in un nemico. Ma per finire ordinatamente dove ho cominciatole nostre volontà e i nostri fati hanno corsi così contrariche i nostri disegni son sempre rovesciati: i nostri pensieri son nostrima i loro fini non ci appartengono: così tu pensi che non sposerai un secondo maritoma muoiono i tuoi pensieri quando il tuo primo signore è morto.

REGINA ATTRICE: Né la terra mi dia ciboné il cielo luce! Sollazzo e riposo tolgano a me il giorno e la notte! In disperazione si volgano la mia fiducia e la mia speranza! Il sedile d'un anacoreta in prigionesia la mia libertà! Ogni contrario che imbianca il volto della gioiaincontri ciò ch'io ben vorreie lo distrugga! E qui e altrove mi persegua perpetua rissaseuna volta vedovaio sia mai una moglie!

AMLETO: Se ora ella dovesse romperlo!

RE ATTORE: E' un giuramento profondo. Dilettalasciami qui un poco; i miei spiriti si fan gravied io vorrei pure ingannare il tedio del giorno col sonno.

 

(Dorme)

 

REGINA ATTRICE: Il sonno culli la tua mente e mai venga sventura fra noi due!

 

(Esce)

 

AMLETO: Signoracome vi pare questo dramma?

REGINA: La dama fa troppo grandi protestemi pare.

AMLETO: Ohma ella terrà la sua parola.

RE: Avete udito l'argomento? Non c'è nulla che possa recare offesa?

AMLETO: Nononon fanno che scherzareavvelenano per scherzo; nulla affatto che possa recare offesa.

RE: Come chiamate questo dramma?

AMLETO: La Trappola pei Topi. Diaminecome? Metaforicamente. Questo dramma è l'immagine d'un assassinio fatto a Vienna: Gonzago è il nome del ducala moglie Battista: vedrete subito: è un'azione da ribaldi; ma che importa? Vostra Maestà e noi abbiamo l'animo sgombroesso non ci tocca; lasciate che la rozza piena di guidaleschi tiri calciil nostro garrese non è piagato.

 

(Entra LUCIANO)

 

Questo è un certo Lucianonipote del re.

OFELIA: Fate assai bene le veci del coromio signore.

AMLETO: Io potrei far da interprete fra voi e il vostro innamorato se potessi vedere trastullarsi le marionette.

OFELIA: Voi siete taglientemio signoresiete tagliente.

AMLETO: Vi costerebbe un gemito a smussarmi il filo.

OFELIA: Di bene in meglioe in peggio.

AMLETO: Così voi prendete a inganno i vostri mariti. Incominciaassassinocanchero! smetti le tue dannate smorfiee incomincia. Via:

il corvo crocidante mugghia per la vendetta.

LUCIANO: Neri pensierimani adattee idonee droghee tempo conveniente; complice momentoniun'altra creatura vedendoci; tu fetida miscelastillata da erbe notturnedalla maledizione di Ecate tre volte guastatre volte infettala tua magia naturale e le tue crudeli proprietà usurpino immediatamente la salubre vita.

 

(Versa il veleno nelle orecchie del dormiente)

 

AMLETO: Lo avvelena nel giardino per la sua signoria. Il suo nome è Gonzago; la storia si conserva ed è scritta in un italiano molto elegante; vedrete fra poco come l'assassino ottiene l'amore della moglie di Gonzago.

OFELIA: Il re s'alza!

AMLETO: Come? spaventato da un tiro di salva!

REGINA: Come si sente il mio signore?

POLONIO: Interrompete il dramma!

RE: Fatemi luce. Via!

POLONIO: Lumilumilumi! (Escono tutti meno Amleto ed Orazio)

AMLETO: Ferito dainoebbenche pianga e scherzi il cervo mondo.

Ch'un dormae l'altro in piè rimanga:

così trascorre il mondo.

Non varrebbero questi versimessereinsieme con una foresta di pennee due rose damaschine sulle mie scarpe traforatea ottenermise le altre mie fortune mi rinnegasserouna compartecipazione in un branco d'attori?

ORAZIO: Una mezza quota.

AMLETO: Una interaio.

Perché spogliato di Giove istessotu saiDamon mio carofu questo regno; or n'ha il possesso un egregio... pavone.

ORAZIO: Voi avreste potuto rimare.

AMLETO: O buon Orazioio punterò sulla parola del fantasma mille sterline. Hai visto?

ORAZIO: Benissimomio signore.

AMLETO: Quando si parlava dell'avvelenamento?

ORAZIO: Io l'osservai molto bene.

AMLETO: Ahah! Viaun po' di musica; viai pifferi!

Perché se la commedia piace al re probabilmente... non gli piaceaffé.

Viaun po' di musica.

 

(Rientrano ROSENCRANTZ e GUILDENSTERN)

 

GUILDENSTERN: Mio buon signoreconcedetemi ch'io vi dica una parola.

AMLETO: Messereuna intera storia.

GUILDENSTERN: Il remessere...

AMLETO: Sìmessereche ne è?

GUILDENSTERN: E' nelle sue stanze turbato a meraviglia.

AMLETO: Per aver bevutosignore?

GUILDENSTERN: Nomio signoreper la collera.

AMLETO: La vostra saggezza si mostrerebbe più preziosa se voi faceste saper questo al dottore; perché la purga ch'io gli ordinerei forse lo tufferebbe in una collera maggiore.

GUILDENSTERN: Mio buon signoredate un qualche ordine al vostro discorsoe non saltate via dalla mia faccenda in modo così stravagante.

AMLETO: Io son mansuetosignore; parlate.

GUILDENSTERN: La regina vostra madrein grandissima afflizione di spiritomi ha mandato a voi.

AMLETO: Voi siete il benvenuto.

GUILDENSTERN: Nomio buon signorequesta cortesia non è di buona lega. Se vi compiacerete di darmi una risposta sanaio farò il comandamento di vostra madrese nola vostra licenza e il mio ritorno saran la fine del mio negozio.

AMLETO: Messerenon posso.

ROSENCRANTZ: Che cosamio signore?

AMLETO: Darvi una risposta sana; il mio senno è malato; ma messereuna risposta quale io posso darla è ai vostri comandi; o piuttostocome voi ditedi mia madreperciò non più; ma veniamo alla cosa; mia madrevoi dite...

ROSENCRANTZ: Dunque ella dice così: il vostro contegno l'ha colpita di stupore e di meraviglia.

AMLETO: O mirabile figlioche può far stupire così una madre! Ma non c'è un seguito alle calcagna di questa materna meraviglia? Comunicate.

ROSENCRANTZ: Ella desidera parlare con voi nel suo gabinetto prima che voi andiate a coricarvi.

AMLETO: Noi obbediremofosse ella dieci volte nostra madre. Avete voi altro da trattare con noi?

ROSENCRANTZ: Mio signorevoi una volta m'amavate.

AMLETO: E v'amo ancoraper queste pigliatrici e rubatrici.

ROSENCRANTZ: Mio buon signorequal è la causa del vostro perturbamento? di certo voi sbarrate la porta alla vostra libertàse negate i vostri affanni al vostro amico.

AMLETO: Signoreio manco d'avanzamento.

ROSENCRANTZ: Come può essere se voi avete il voto del re stesso per la vostra successione al trono di Danimarca?

 

(Rientrano gli Attori con pifferi)

 

AMLETO:. Sìsignore? ma "mentre l'erba cresce"... il proverbio è un po' ammuffito. Ohi pifferi! fatemene vedere uno. Mettiamoci in disparte; perché vi date da fare per venirmi sopravventocome se voleste cacciarmi in una rete?

GUILDENSTERN: Ohmio signorese il mio dovere mi fa troppo arditoil mio amore mi rende troppo scortese.

AMLETO: Questa non la capisco bene. Volete sonare questo zufolo?

GUILDENSTERN: Mio signorenon posso.

AMLETO: Vi prego.

GUILDENSTERN: Credeteminon posso.

AMLETO: Vi supplico.

GUILDENSTERN: Io non me n'intendo affattomio signore.

AMLETO: E facile come il dir bugie; governate questi fori con le dita e i pollicidategli fiato con la boccae favellerà una musica eloquentissima. Guardatequesti sono i fori.

GUILDENSTERN: Ma io non so far esprimere ad essi alcuna armonia; io non ho l'arte.

AMLETO: Ebbeneguardate oracome dappoco voi mi stimate! Voi vorreste sonare su di me; vorreste parer di conoscere i miei tastivorreste strappare il cuore del mio mistero; vorreste sonarmi dalla mia nota più bassa fino alla cima del mio registroe c'è molta musicauna voce eccellentein questo piccolo organoe pure voi non potete farlo parlare. Per il sangue di Cristocredete che io sia più facile a sonarsi d'uno zufolo? Datemi il nome dello strumento che voletebenché voi mi pizzichiatevoi non potete sonarmi.

 

(Rientra POLONIO)

 

Dio vi benedicamessere!

POLONIO: Mio signorela regina vorrebbe parlare con voie subito.

AMLETO: Vedete voi quella nuvola che ha quasi la forma d'un cammello?

POLONIO: Per la messae assomiglia a un cammello davvero.

AMLETO: Mi pare che assomigli a una donnola.

POLONIO: Ha il dorso come una donnola.

AMLETO: O come una balena.

POLONIO: Proprio come una balena.

AMLETO: Allora verrò da mia madre fra poco. (A parte) Si fan beffe di me fin che l'arco quasi si spezza. Verrò fra poco.

POLONIO: Dirò così.

 
(Esce)

 

AMLETO: "Fra poco" è presto detto. Lasciatemiamici. (Escono tutti meno Amleto) Ecco è proprio l'ora magica della notte quando i cimiteri si spalancanoe l'inferno stesso spira un contagio su questo mondo; ora io potrei bere caldo sanguee fare azioni così crudeli che il giorno tremerebbe a guardarle. Calma! ora andrò da mia madre. O cuorenon perdere il tuo affetto naturale; non lasciar mai entrare l'anima di Nerone in questo petto risoluto; ch'io sia crudelema non snaturato: io la pugnalerò con le parolema non con la mano; la mia lingua e la mia anima in questo siano ipocrite; comunque nelle mie parole ella sia ripresanon consentir maianima miaa metter loro il suggello.

 

(Esce)

 

 

 

SCENA TERZA - Una stanza nel Castello

(Entrano il REROSENCRANTZ e GUILDENSTERN)

 

RE: Non mi piacee non è cosa sicura per noi lasciar andare attorno la sua pazzia. Pertanto preparateviio farò allestire immediatamente la vostra commissioneed egli verrà in Inghilterra con voi; le condizioni del nostro Stato non possono sopportare un pericolo così vicino a noi quale d'ora in ora cresce dal suo umore rissoso.

GUILDENSTERN: Noi ci apparecchieremo. Egli è un santissimo e religioso timoresalvaguardare quei molti e molti esseri che ricevon vita e nutrimento dalla vostra maestà.

ROSENCRANTZ: La vita individuale e privata è tenuta a guardarsi dai danni con tutta la forza e l'armatura dell'animoma molto più quello spirito dal cui benessere dipendono le vite di molti. Quando la maestà s'estinguenon muore solama come un vortice attrae con sé ciò che le è vicino; è una ruota massicciafissata sulla vetta del più alto monteai cui vasti raggi diecimila minori oggetti sono incastrati e congiunti; la qualequando cade ogni piccolo annessoogni minuta dipendenzane segue la fragorosa rovina. Non mai da solo sospirò il rema con un gemito universale.

RE: Armatevivi pregoper questo spedito viaggio; poiché noi vogliamo por ceppi attorno a questa paura che ora va troppo a piede libero.

ROSENCRANTZ e GUILDENSTERN: Ci affretteremo.

 

(Escono Rosencrantz e Guildenstern. Entra POLONIO)

 

POLONIO: Mio signoreegli si reca allo studiolo di sua madre io mi collocherò dietro l'arazzo per ascoltare ciò che ne seguirà; garantisco ch'ella lo redarguirà ben bene; e come voi dicestee saviamente fu dettoè bene che un altro ascoltatore oltre a una madrepoiché la natura le fa parzialidebba udire di nascosto il discorsoper soprammercato. Statevi benemio sovrano; io verrò a visitarvi prima che voi andiate a lettoe vi dirò quello che so.

RE: Grazie. caro mio signore. (Esce Polonio) Ohil mio delitto è fetidomanda il suo puzzo fin su al cielo; esso ha sopra di sé l'antichissima maledizione originarial'assassinio d'un fratello!

Pregare non possobenché l'inclinazione sia acuta quanto una volontà; la mia colpapiù fortesconfigge la mia forte intenzionee come un uomo volto a un duplice negozioio sto esitando dove prima cominceròe trascuro l'uno e l'altro. E chese questa mano maledetta fosse fatta due volte più spessa di sangue fraternonon v'è pioggia abbastanza nei clementi cieli per lavarla bianca come la neve? A che serve la misericordiase non ad affrontare il volto del delitto? E che c'è in una preghiera se non questa duplice forza d'esser prevenuti prima che ci accada di cadereo perdonati quando siamo caduti? Dunque io guarderò in alto; la mia colpa è passata. Ma oh! quale forma di preghiera può giovare al mio intento? "Perdonatemi il mio turpe assassinio!". Questo non può esserepoiché io sono ancora in possesso di quegli oggetti pei quali io commisi l'assassiniola mia coronala mia propria ambizione e la mia regina. Si può esser perdonati e serbare il delitto? Nelle corrotte correnti di questo mondola dorata mano del delitto può spinger da parte la giustiziae spesso si vede che lo stesso malvagio guiderdone compra la legge; ma non è così lassù; là non ci son sotterfugi; lassùl'atto si mostra nella sua vera naturae noi stessi siam costrettiproprio in faccia e di fronte alle nostre colpea render testimonianza. E allora? che resta?

prova che cosa possa il pentimento: che cosa non può esso? pureche cosa può quando non ci si può pentire? O miserando stato! o petto nero come la morte! o inviscata animache lottando per liberarsi più t'inviluppi! Aiutoangelifate impeto! piegateviginocchia ostinateecuore con corde d'acciaiosii molle come le giunture dell'infante appena nato! Tutto può volger a bene. (S'inginocchia)

 

(Entra AMLETO)

 

AMLETO: Ora potrei farlo a puntoora ch'egli sta pregando; ed ora lo farò; e così egli va in cielo e così io son vendicato. Questo vuol ponderazione: un ribaldo uccide mio padre; e per questo iosuo figliuoloquesto stesso ribaldo mando in cielo... Ebbenequesto è ristoro e salarionon vendetta. Egli colse mio padre in un atto materialesazio di cibocon tutti i suoi misfatti in pieno fiorerigogliosi come il maggio: e come stia il conto di costuichi lo sa se non il cielo? Ma secondo i nostri indizi e il nostro modo di pensareegli ha un grave peso; e io son dunque vendicatocogliendolo mentre si purga l'animaquando egli è disposto e maturo per il trapasso? No. Suspadae cogli un più orribile destro; quando egli è ubriaco fradicioo nella sua furia o nel piacere incestuoso del suo lettotra il giuocole bestemmieo in qualche atto che non abbia in sé alcun gusto di salvazione; allora dàgli lo sgambettoche le sue calcagna tirin calci verso il cieloe che la sua anima sia dannata e nera come l'infernodov'egli va. Mia madre aspetta. Questa medicina non fa che prolungare i tuoi giorni infermi.

 

(Esce)

 

RE (s'alza): Le mie parole volan sui miei pensieri restano al basso; parole senza pensieri mai non giungono in cielo.

 
(Esce)

 

 

 

SCENA QUARTA - Lo studiolo della Regina

(Entrano la REGINA e POLONIO)

 

POLONIO: Verrà subito. Guardate di non toccarlo sul vivoditegli che le sue stravaganze son state troppo audaci perché si possa tollerarle e che Vostra Grazia l'ha protetto e s'è interposta fra una grande ira e lui. Io mi starò in silenzio proprio qui. Vi pregosiate schietta con lui.

AMLETO (di dentro): Madremadremadre!

REGINA: Ve lo garantisco; non temete di me. Ritiratevil'odo venire.

 

(Polonio si nasconde dietro l'arazzo. Entra AMLETO)

 

AMLETO: Ora madreche c'è?

REGINA: Amletotu hai molto offeso tuo padre.

AMLETO: Madrevoi avete molto offeso mio padre.

REGINA: Viaviavoi rispondete stravagantemente.

AMLETO: Andateandatevoi interrogate malignamente.

REGINA: EbbenecomeAmleto?

AMLETO: Che c'è ora?

REGINA: Avete dimenticato chi sono?

AMLETO: Noper la croceno: voi siete la reginala moglie del fratello di vostro marito; ecosì non fosse! voi siete mia madre.

REGINA: Allora io vi metterò di fronte a tali che sappian parlare.

AMLETO: Viaviasedetevi; non dovete muovervi; voi non ve ne andrete finché io non vi metterò dinanzi uno specchio in cui voi possiate vedere la più segreta parte di voi stessa.

REGINA: Che vuoi tu fare? tu non vuoi mica assassinarmi? Aiutoaiutooh!

POLONIO (di dietro): Olà! aiutoaiutoaiuto!

AMLETO (sguainando la spada): Come! un topo? Mortoscommetto un ducatomorto!

 

(Tira un colpo di spada attraverso l'arazzo)

 

POLONIO (di dietro): Ohm'ammazzano!

 

(Cade e muore)

 

REGINA: Ohimèche hai tu fatto?

AMLETO: Mahio non lo so; è il re?

REGINA: Ohche temeraria e sanguinosa azione è questa!

AMLETO: Una sanguinosa azione! quasi tanto cattivamia buona madrecome uccidere un re e sposarne il fratello.

REGINA: Come uccidere un re!

AMLETO: Sìsignoraquesta è stata la mia parola. (Solleva l'arazzo e scopre Polonio) Tu sciocco miserabiletemerarioimportunoaddio! Io t'avevo scambiato per uno da più di te; prendi la tua fortuna; lo vedi che il darsi troppo da fare è di qualche pericolo. Smettete di torcervi le mani. Silenzio! sedetevie lasciate ch'io vi torca il cuore; perché questo io faròse esso è fatto di materia penetrabilese il dannato costume non l'ha indurito così che sia corazzato e fortificato contro ogni sentimento.

REGINA: Che ho io fatto che tu osi menar la lingua in così aspro tono contro di me?

AMLETO: Una tale azione che offusca la grazia e il rossore della modestiachiama la virtù ipocritarapisce la rosa dalla vaga fronte d'un amore innocentee vi mette una pustola; rende i voti del matrimonio falsi come i giuramenti dei giocatori; ohuna tale azione che dal corpo d'un contratto svelle l'anima stessae della dolce religione fa una rapsodia di parole; la faccia del cielo s'imporporasìquesta massa solida e compositacon doloroso visocome prima del Giudiziointristisce al pensiero di quest'atto.

REGINA: Ahimèquale attoche rugge così forte e tuona nel prologo?

AMLETO: Guardate quiquesta pitturae questa; le immagini in ritratto di due fratelli. Vedete quale grazia era assisa su questo voltoi ricci d'Iperionela fronte di Giove stessoun occhio come Marteper minacciare e comandare; un portamento come l'araldo Mercurio appena sceso su un colle che bacia il cielo; una combinazione e una forma veramentein cui ogni dio pareva porre il suo suggello per assicurare il mondo che questo era un uomo: questo era il vostro marito. Guardate ora quel che vien dopo: ecco il vostro maritochecome una spiga guasta dalla ruggineinfetta il suo fratello sano.

Avete voi occhi? Avete potuto cessar di pascervi su questa vaga montagnaper ingrassare su questa landa? Ahavete voi occhi? Voi non lo potete chiamare amoreperché alla vostra età il parossismo del sangue è placatoè umilee segue il giudizio; e quale giudizio vorrebbe passare da questo a questo? Sentimento voi di certo avetealtrimenti voi non potreste avere impulsi; ma per certo quel sentimento è paralizzatoperché la pazzia stessa non errerebbené il sentimento fu mai così asservito alla follia da non riservarsi una certa misura di discernimentoquanta occorre a percepire una così gran differenza. Quale diavolo fu che così v'ha truffato a mosca cieca? Gli occhi senza il tattoil tatto senza la vistagli orecchi senza le mani o gli occhil'odorato senza tutti questio solo una parte inferma d'un sol vero senso non avrebbero potuto vaneggiare così. O Vergognadov'e il tuo rossore? Inferno ribellese tu puoi insorgere nelle ossa d'una matronala virtù sia come cera alla fiammante giovinezzae si strugga nel suo proprio fuoco; proclama che non è vergogna quando il prepotente ardore dà l'assaltopoiché il gelo stesso non meno attivamente arde e la ragione fa da mezzana al desiderio.

REGINA: O Amletonon parlar più; tu rivolgi i miei occhi stessi al fondo dell'anima miaed io vi scorgo macchie così nere e tenaci che vi lasciano la loro tinta.

AMLETO: Noma vivere nel fetido sudore d'un letto unto di grassocrogiolata nella corruzionedicendo parole melliflue e facendo all'amore sul sudicio brago...

REGINA: Ohnon mi parlare più; queste parole come pugnali m'entrano negli orecchi; non piùdolce Amleto.

AMLETO: Un assassino e un ribaldoun manigoldo che non è il ventesimo della decima parte del vostro precedente signore; un buffone tra i reun tagliaborse dell'impero e del governoche ha rubato da uno scaffale il prezioso diademae se l'è messo in tasca!

 

(Entra lo Spettro)

 

AMLETO: Un re di ritagli e di pezze! ... Salvatemie libratevi su di me con le vostre alivoi celesti guardie! Che chiede la vostra graziosa figura?

REGINA: Ahimèegli è pazzo!

AMLETO: Non venite voi a rimproverare il vostro negligente figliuolochefallendo nel tempo e nell'ardoretrascura l'urgente esecuzione del vostro temuto comando? Oh dite!

SPETTRO: Non dimenticare: questa visita non è che per aguzzare il tuo proposito che è quasi spuntato. Ma guardalo smarrimento è sul volto di tua madre; ohinterponiti fra lei e la sua anima che si dibatte; l'immaginazione nei più deboli corpi opera più forte: parlaleAmleto.

AMLETO: Che avetesignora?

REGINA: Ahimèche avete voiche fissate occhi nel vuotoe discorrete con l'aria incorporea? i vostri spiriti fieramente s'affacciano fuori ai vostri occhi; e come dormienti soldati all'allarmei vostri capelli distesi si levano e stan rittiquasi animate escrescenze. O gentile figliuolosul calore e sulla fiamma del tuo turbamento aspergi fresca pazienza. Che cosa guardate?

AMLETO: Luilui! Guardatedi che pallida luce egli arde! Il suo aspetto e la sua causa congiuntipredicando alle pietrele potrebbero render trattabili. Non mi guardateché con questo atto pietoso non convertiate i rigidi sensi; allora ciò ch'io debbo fare mancherà del suo vero colore; lagrime forse in luogo di sangue.

REGINA: A chi dite voi questo?

AMLETO: Non vedete nientelà?

REGINA: Proprio niente; eppure vedo tutto quello che c'è.

AMLETO: Né avete udito niente?

REGINA: Noniente fuori di noi stessi.

AMLETO: Ebbeneguardate là! guardatacome s'allontana! Mio padre nei suoi abiti come da vivoguardateche esceproprio oradalla porta!

 

(Esce lo Spettro)

 

REGINA: Questo è tutto di conio del vostro cervello; la follia ha molta parte in questa creazione senza scopo.

AMLETO: La follia! Il mio polsocome il vostrova regolarmente a tempoe fa una musica altrettanto sana; non è demenza quel ch'io ho pronunciato; mettetemi alla provaed io ripeterò la cosa parola per parolamentre la demenza ne schizzerebbe via. Madreper amor della grazianon ponete questo lusinghiero unguento sulla vostra animache non sia la vostra colpa ma la demenza a parlare; non farà che coprire d'una sottile pelle il luogo ulcerosomentre la fetida corruzioneminando tutto dentroinfetta non veduta. Confessatevi al cielo; pentitevi di ciò che è passatoschivate ciò ch'è a venire; e non spargete il letame sulla gramigna per renderla più rigogliosa.

Perdonatemi questa mia virtùpoiché nella poltroneria di questi tempi bolsila virtù stessa deve chiedere perdono al viziosìcurvarsi e impetrar licenza di beneficarlo.

REGINA: O Amletotu m'hai spaccato il cuore in due.

AMLETO: Ohgettatene via la parte peggioree vivete di tanto più pura con l'altra metà. Buona notte: ma non andate al letto di mio ziosimulate una virtù se non l'avete. Quel mostroil costumeche divora ogni sentimento di male abitudinipure in questo è un angeloche alla pratica delle azioni belle e buone esso egualmente dà un saio o una livreache agevolmente s'indossa. Astenetevi questa nottee questo darà una sorta di facilità alla prossima astinenza; la successiva sarà più facile; perché l'uso quasi può mutare lo stampo della naturaeo soggiogare il diavoloo cacciarlo fuori con meraviglia e potenza. Ancora una voltabuona notte: e quando voi avete desiderio d'esser benedettaio chiederò che voi mi benediciate.

Quanto a questo signore (additando Polonio)io mi pento; ma al cielo è così piaciutoper punir me con costuie costui con mech'io dovessi essere il suo flagello e ministro. Io lo porterò altrovee risponderò bene della morte ch'io gli ho data. Cosìdi nuovobuona notte. Io debbo esser crudelesolo per esser buono; così il male cominciae il peggio resta indietro. Ancora una parolabuona signora.

REGINA: Che debbo io fare?

AMLETO: Non questoper alcun modoch'io vi dico di fare: lasciate che il gonfio re vi tenti di nuovo nel suo lettovi pizzichi lascivamente le guancevi chiami il suo topolino; e lasciate cheper un paio di sozzi bacio tastandovi il collo con le sue dita dannatevi faccia dipanare tutta questa faccendache io essenzialmente non son pazzoma pazzo per artificio. Sarebbe bene che glielo faceste sapere; perché chinon essendo se non una reginabellasobriasaggianasconderebbe sì gelosi negozi a un rospoa un pipistrelloa un gatto? chi lo farebbe? Noa dispetto del buon senso e della segretezzaspiccate la cesta dalla cima della casafate volare gli uccellie come la famosa scimmiaper provare le conseguenzeentrate nella cestae rompetevi il collo cadendo.

REGINA: Sta' sicurose le parole sono fatte di fiatoe il fiato di vitaio non ho vita per fiatare ciò che tu m'hai detto.

AMLETO: Io debbo andare in Inghilterra; voi sapete questo?

REGINA: Ahimèio l'avevo dimenticato; così è deciso.

AMLETO: Vi sono lettere suggellate; e i miei due compagni di scuolade' quali io mi fiderò come di vipere dal dente velenosoportano il mandato; essi debbono spazzare il cammino innanzi a mee guidarmi alla trappoleria. Lasciate fare; perché è uno spasso veder l'ingegnere andare in aria per il suo proprio petardo; e sarà proprio una disdetta se io non scaverò d'un metro sotto alle loro minee li farò saltare fino alla luna; ohè cosa assai dolcequando due trame direttamente s'incontrano su una stessa linea. Quest'uomo mi costringerà a sloggiare; io trascinerò il budellame nella stanza vicina. Madrebuona notte. Davvero questo consigliere è ora assai chetoassai segretoed assai gravelui che era in vita uno stolido ribaldo ciarliero... Suvviamessereper finir il discorso con voi... Buona nottemamma.

 

(Escono separatamenteAmleto trascinando dentro Polonio)

 

 

 

ATTO QUARTO

 

SCENA PRIMA - Una stanza nel Castello

(Entrano il RE e la REGINAcon ROSENCRANTZ e GUILDENSTERN)

 

RE: C'è qualche cosa in codesti sospiri; codesti profondi aneliti voi dovete tradurliè bene che noi li comprendiamo. Dov'è vostro figlio?

REGINA: Concedeteci questo luogo per un poco.

 

(Escono Rosencrantz e Guildenstern) Ahmio signoreche cosa ho io veduto questa notte!

 

RE: Che cosaGertrude? Come sta Amleto?

REGINA: Pazzo come il mare e il ventoquando l'uno e l'altro contendono quale sia più possente: nel suo sfrenato accessoudendo qualcosa muoversi dietro l'arazzosguaina lo stoccogrida: "Un topoun topo!" e con quest'idea cervellotica uccide il buon vecchio invisibile.

RE: O trista azione! Sarebbe stato così di noi se noi fossimo stati là; la sua libertà è piena di minacce per tuttiper voi stessaper noiper ognuno. Ahimècome si risponderà di questa sanguinosa azione? Essa sarà apposta a noila cui preveggenza avrebbe dovuto tenere a guinzaglioconfinatoe segregatoquesto pazzo giovine; ma tanto era il nostro amore che noi non volemmo capire che cosa meglio convenissemacome chi è affetto da un turpe morboper evitare che si divulghilasciammo che si pascesse dal midollo stesso della vita.

Dov'è andato?

REGINA: A trar da parte il corpo ch'egli ha ucciso; sul quale la sua stessa pazziacome un po' d'oro in una miniera di metalli vilisi mostra pura; egli piange per quel ch'è accaduto.

RE: O Gertrudevenite via! Non appena il sole toccherà le montagne noi l'imbarcheremo di quie questa infame azione noi dobbiamocon tutta la nostra maestà e abilitàinsieme coonestare e scusare.

 

(Rientrano ROSENCRANTZ e GUILDENSTERN)

 

Oh! Guildenstern! Amiciandate tutti e due a cercare qualche altro aiuto: Amleto nella sua pazzia ha trucidato Polonioe l'ha trascinato via dallo studiolo di sua madre: andate a cercarlo; dategli buone parolee portate il corpo nella cappella. Vi pregoaffrettatevi a questa bisogna. (Escono Rosencrantz e Guildenstern) VeniteGertrudenoi chiameremo i nostri più savi amicie farem loro sapere insieme quel che noi intendiamo faree ciò ch'è intempestivamente accadutocosìforsela calunniail cui mormorio trasporta sopra il diametro del mondo il suo colpo avvelenatodiritto come il cannone al suo bersagliopotrà risparmiare il nostro nome e colpir l'aria che non riceve ferita. Ohvenite via! la mia anima è piena di discordanza e di sgomento.

 
(Escono)

 

 

 

SCENA SECONDA - Un'altra stanza nel Castello

(Entra AMLETO)

 

AMLETO: Riposto al sicuro.

ROSENCRANTZ e GUILDENSTERN (di dentro): Amleto! Principe Amleto!

AMLETO: Ma adagioche rumore? chi chiama Amleto? Oheccoli.

 

(Entrano ROSENCRANTZ e GUILDENSTERN)

 

ROSENCRANTZ: Che avete fattomio signoredel cadavere?

AMLETO: L'ho mescolato alla polverea cui esso è affine.

ROSENCRANTZ: Diteci dov'èche noi possiam toglierlo di là e portarlo alla cappella.

AMLETO: Non lo credete.

ROSENCRANTZ: Creder che cosa?

AMLETO: Ch'io possa seguire il vostro avviso e non star sul mio.

Inoltrea essere interrogato da una spugnaquale replica dovrebbe farsi dal figlio d'un re?

ROSENCRANTZ: Mi prendete voi per una spugnamio signore?

AMLETO: Sìsignore che s'imbeve del favore del redelle sue ricompensedei suoi uffici. Ma tali ufficiali rendono al re infine i migliori servigi; egli li tienecome una mela renettain un angolo della sua mandibolaprima tenuti in boccaper essere in ultimo ingoiati; quando egli ha bisogno di ciò che voi avete spigolatonon si tratta che di spremerviespugnavoi sarete asciutto un'altra volta.

ROSENCRANTZ: Io non vi comprendomio signore.

AMLETO: Ne sono feliceun discorso da ribaldo dorme in un orecchio stolido.

ROSENCRANTZ: Mio signorevoi dovete dirci dov'è il corpoe venir con noi dal re.

AMLETO: Il corpo è col rema il re non è col corpo. Il re è una cosa...

GUILDENSTERN: Una cosamio signore?

AMLETO: Da nulla: conducetemi da lui. Celati volpee tutti appresso.

 
(Escono)

 

 

 

SCENA TERZA - Un'altra stanza nel Castello

(Entrano il RE e due o tre Cortigiani)

 

RE: Io ho mandato a cercarloe a trovare il corpo. Com'è pericoloso che quest'uomo sia in libertà! pure non dobbiamo usar la dura legge contro di lui: egli è amato dalla volubile moltitudineche s'affeziona non secondo il giudizioma secondo gli occhi; e dove è cosìvien pesato il castigo dell'offensorema non mai l'offesa.

Perché tutto vada liscio e pianoquesto improvviso mandarlo via deve parere un meritato indugio; malattie divenute disperate con disperati rimedi si allevianoo niente affatto.

 

(Entrano ROSENCRANTZ e tutti gli altri)

 

Ebbeneche cosa è accaduto?

ROSENCRANTZ: Dove sia collocato il cadaveremio signorenoi non possiamo cavare da lui.

RE: Ma luidov'è?

ROSENCRANTZ: Di fuorimio signore; custoditoin attesa del vostro piacere.

RE: Conducetelo innanzi a noi.

ROSENCRANTZ: OlàGuildenstern! introducete il principe.

 

(Entrano AMLETO e GUILDENSTERN)

 

RE: EbbeneAmletodov'è Polonio?

AMLETO: A cena.

RE: A cena? dove?

AMLETO: Non dov'egli mangiama dov'è mangiato; una certa assemblea di vermi politici stan proprio addosso a lui. Il verme è l'unico imperatore quanto al vitto; noi ingrassiamo tutte l'altre creature per ingrassarcic'ingrassiamo noi stessi per i vermi; un re grasso e un mendicante magronon sono che un servizio variatodue piattima per una sola tavola; questa è la fine.

RE: Ahimèahimè!

AMLETO: Un uomo può pescare col verme che s'è cibato d'un ree mangiar del pesce che s'è pasciuto di quel verme.

RE: Che vuoi tu dire con questo?

AMLETO: Nient'altro che mostrarvi come un re possa fare un solenne viaggio attraverso le budella d'un mendicante.

RE: Dov'è Polonio?

AMLETO: In cielomandate colà a vedere: se il vostro messaggero non lo trova làcercatelo nell'altro luogo voi stesso. Ma se proprio non lo trovate entro questo mesevoi lo annuserete andando su per le scale nella loggia.

RE (ad alcuni del Seguito): Andate a cercarlo là.

AMLETO: Egli aspetterà finché voi arriviate.

 

(Escono i Cortigiani)

 

RE: Amletoquest'azioneper la tua particolare sicurezzache ci sta a cuoresiccome noi molto ci affliggiamo per ciò che tu hai fattodevo mandarti via di qui con la rapidità del fuoco; pertanto preparati; la nave è allestitae il vento favorevolei compagni attendonoe ogni cosa è in pronto per l'Inghilterra.

AMLETO: Per l'Inghilterra?

RE: Sì Amleto.

AMLETO: Bene.

RE: Sicurose tu conoscessi i nostri propositi.

AMLETO: Io vedo un cherubino che li vede. Maandiamo; in Inghilterra!

Addiocara madre.

RE: Il tuo padre amorosoAmleto.

AMLETO: Mia madre: padre e madre sono marito e moglie; marito e moglie sono una carneperciòmia madre. Andiamoin Inghilterra!

 

(Esce)

 

RE: Seguitelo alle calcagna; inducetelo a imbarcarsi rapidamente; non indugiateio voglio che parta questa notte; via! perché ogni altra cosa che riguarda questa faccenda è sigillata e fatta: di graziaaffrettatevi. (Escono Rosencranztz e Guildenstern) E Inghilterrase del mio amore tu hai conto alcuno - come la mia grande potenza può di ciò darti consigliopoiché ancora appare fresca e rossa la tua cicatrice per la spada danesee il tuo timore volontariamente ci rende omaggio tu non puoi prendere alla leggera il nostro sovrano mandato; il quale importa pienamenteper via di lettere che s'accordano a tale effettola immediata morte di Amleto. FalloInghilterra; perché come l'etisia nel mio sangue egli infuria e tu devi curarmi. Finché io non so ch'è fattoqualunque cosa m'accadessele mie gioie non sarebbero mai cominciate.

 
(Esce)

 

 

 

SCENA QUARTA - Una pianura in Danimarca

(Entrano FORTEBRACCIOun Capitano e Soldatimarciando)

 

FORTEBRACCIO: Andatecapitanoda parte mia salutate il re danese; ditegli checon sua licenzaFortebraccio desidera il salvacondotto d'una marcia promessa attraverso il suo reame. Voi conoscete l'appuntamento. Se Sua Maestà volesse altro da noinoi esprimeremo il nostro omaggio alla sua presenza; e fate ch'egli lo sappia.

CAPITANO: Io lo faròmio signore.

FORTEBRACCIO: Andate innanzi adagio.

 

(Escono Fortebraccio e i Soldati)

(Entrano AMLETOROSENCRANTZGUILDENSTERNe altri)

 

AMLETO: Buon messeredi chi son queste forze?

CAPITANO: Son del re di Norvegiamessere.

AMLETO: A che destinatesignoredi grazia?

CAPITANO: Contro una parte della Polonia.

AMLETO: Chi le comandamessere?

CAPITANO: Il nipote del vecchio re di NorvegiaFortebraccio.

AMLETO: Va contro il grosso della Poloniamessereo per qualche frontiera?

CAPITANO: Per dire il veroe senza alcuna aggiuntanoi andiamo per guadagnare un piccolo pezzo di terrache non ha in sé altro profitto che il nome. A pagar cinque ducaticinqueio non lo vorrei in affittoné esso renderà al re di Norvegia o al re polacco una somma più grossase fosse venduto in proprietà assoluta.

AMLETO: Ebbeneallora i Polacchi non lo difenderanno.

CAPITANO: Sìè di già guernito.

AMLETO: Duemila anime e ventimila ducati non decideranno la questione di questa pagliuzza! Questa è la postema di molta ricchezza e paceche di dentro si rompee non mostra causa alcuna di fuori perché l'uomo muoia... Umilmente vi ringraziomessere.

CAPITANO: Dio sia con voimessere.

ROSENCRANTZ: Vi piace che andiamomessere?

AMLETO: Sarò con voi subito. Andate un poco innanzi.

 

(Escono tutti meno Amleto)

 

Come tutte le occasioni portan l'accusa contro di mee spronano la mia tarda vendetta! Che è un uomose il suo principale bene e il principale acquisto del suo tempo non sia che dormire e nutrirsi? Un brutonull'altro. Di certo colui che ci fece con un così ampio intendimento atti a guardare innanzi e indietronon ci diede questa capacità e divina ragione perché ammuffisse in noi non usata. Orache sia bestiale oblioo un codardo scrupolo di pensare troppo minutamente alla riuscita - un pensiero chediviso in quartinon ha che una parte di saggezzae ben tre parti di codardia - io non so perché ancora io viva per dire "Questa cosa s'ha a fare" dal momento che io ho cagionee volontàe forzae mezzi per farla. Esempigrandi come la terram'esortano; testimone questo esercitocosi ingente e costosoguidato da un delicato e tenero principeil cui spirito gonfiato da una divina ambizione fa le boccacce all'invisibile evento; esponendo ciò ch'è mortale e insicuro a tutto quel che la fortunala morte e il pericolo osanofoss'anche per un guscio d'uovo L'esser veramente grandi non è già agitarsi senza grande motivoma grandemente contendere per una pagliuzzaquando l'onore è in giuoco.

Come sto io dunqueche ho un padre uccisouna madre macchiataeccitamenti della mia ragione e del mio sanguee lascio tutto dormirementre per mia vergogna vedo la morte imminente di ventimila uominiche per una fantasia e un capriccio di fama vanno alle loro tombe come a letticombattono per un pezzo di terra su cui i loro numeri non possono cimentare la loro causache non è sepolcro bastevole e ricettacolo per nascondere gli uccisi? Ohda quest'ora innanzi i miei pensieri sian sanguinosio non valgo nulla!

 

(Esce)

 

 

 

SCENA QUINTA - Elsinore. Una stanza nel Castello

(Entrano la REGINAORAZIOe un Gentiluomo)

 

REGINA: Non voglio parlare con lei.

GENTILUOMO: Ella è insistentedavvero fuor di senno; bisogna pure aver pietà del suo umore.

REGINA: Che cosa vorrebbe?

GENTILUOMO: Ella parla molto di suo padredice che ode che ci sono inganni nel mondo: e tossiscee si batte il cuore; s'indispettisce per delle quisquiliedice cose ambigueche non han senso che a metà; i suoi discorsi son nullapure l'uso disordinato ch'ella ne famuove gli uditori a congetturare; essi cercano di azzeccarcie rattoppano le parole che convengono ai loro propri pensieri; le qualicome le sue occhiate e i cenni e i gesti che le accompagnanodavvero farebbero pensare che ci potess'esser un pensierobenché nulla di certopure assai di doloroso.

ORAZIO: Sarebbe bene che le si parlasseperché ella può spargere pericolose congetture in animi disposti al male.

REGINA: Lasciate entrare. (Esce il Gentiluomo) (A parte) Alla mia anima ammalatasecondo che è la vera natura del peccatoogni bagattella sembra il prologo di qualche grande disgrazia; così piena d'irrefrenabili sospetti è la colpach'ella si scopre da sé per timore d'essere scoperta.

 

(Entra OFELIA)

 

OFELIA: Dov'è la bellissima maestà di Danimarca?

REGINA: Come vaOfelia?

OFELIA (canta): Come posso scerner dagli altri l'amor tuo verace?

Sul cappello ha il nicchioha i sandali e il bordon di pace.

REGINA: Ahimèdolce signorache significa questa canzone?

OFELIA: Dite? anzivi pregostate attenta. (Canta) Egli è mortoahi lassosignoraegli è mortoahi lasso!

Al suo capo una zolla d'erbaai suoi piedi un sasso. Ohoh!

REGINA: Ma viaOfelia...

OFELIA: Di graziastate attenta. (Canta) Un lenzuol come neve bianco...

 

(Entra il RE)

 

REGINA: Ahimèguardate quimio signore.

OFELIA (canta):

... pien d'ogni dolce fiore; che alla tomba andò non pianto con onda di vero amore.

RE: Come stategraziosa signora?

OFELIA: BeneDio vi rimeriti! Dicono che la civetta era la figlia d'un fornaio. Signorenoi sappiamo che cosa siamoma non sappiamo che cosa possiamo essere... Dio sia alla vostra tavola!

RE: Una fantasia a proposito di suo padre.

OFELIA: Di grazianon parliamo punto di questoma quando vi chiedono che cosa significadite voi questo: (Canta) Diman ricorre San Valentino; ioche son verginellavengo per tempo alla sua finestra per esser la sua bella.

Sorse ei dal lettomise il farsettol'uscio di stanza aprì; entrò la vergineche mai più vergine di fuori non uscì.

RE: Graziosa Ofelia!

OFELIA: Davverolàsenza bestemmiarevoglio finirla: (canta) O buon Gesùmisericordiaohibòe che vergogna!

Lo fanno i giovanise ci si trovano; perdinciabbian rampogna!

Dice la tosami volevi sposa prima di stendermi sul dorso.

Egli risponde:

Io l'avrei fattopel sol ch'è in altose al mio letto non eri corsa.

RE: Da quanto tempo ella sta così?

OFELIA: Spero che tutto andrà bene. Dobbiamo aver pazienzama io non posso fare a meno di piangerea pensare che abbian dovuto deporlo nella fredda terra. Mio fratello lo saprà; e così io vi ringrazio per il vostro buon consiglio. Avantiil mio cocchio! Buona nottesignore; buona nottedolci signorebuona nottebuona notte!

 

(Esce)

 

RE: Seguitela da vicino; fatele buona guardiavi prego. (Esce Orazio) Ohquesto è il veleno d'un affanno profondo; deriva tutto dalla morte di suo padre... ed oravedi! O GertrudeGertrudequando i dolori vengononon vengono come solitarie vedettema in battaglioni! Primasuo padre trucidato; poivostro figlio partito; ed egli stesso violentissimo autore del suo proprio giusto allontanamento: il popolo confusotumultuante e malsano nei suoi pensieri e mormoriiper la morte del buon Polonioe noi abbiamo avuto poco senno a seppellirlo alla chetichella; la povera Ofelia divisa da se stessa e dal suo buon giudiziosenza il quale noi siamo simulacrio mere bestie; infinecosa grave come tutte queste insiemesuo fratello è segretamente venuto di Franciasi pasce del suo stuporesi tien tra le nuvolee non manca di sussurratori che gli infettan le orecchie con pestilenti discorsi sulla morte di suo padre; nei quali il bisognofatto mendico di materianon si periterà di accusare la nostra persona di orecchio in orecchio. O mia cara Gertrudequestocome un cannone a mitragliain molte parti mi dà morte superflua.

 

(Un rumore di dentro)

 

REGINA: Ahimèche rumore è questo?

RE: Dove sono i miei Svizzeri? Che guardino la porta.

 

(Entra un Messaggero)

 

Che c'è?

MESSAGGERO: Salvatecimio signore; l'oceanoaffacciandosi di là dal suo confinenon divora i piani con più impetuosa fretta di quella con cui il giovane Laertecon una turba sediziosasopraffà i vostri ufficiali. La marmaglia lo chiama signore ecome se il mondo dovesse pur ora incominciaredimenticata l'antichitàignorato il costumesanzioni e sostegni di ogni promessaessi gridano: "Noi scegliamoLaerte dev'essere re!". Berrettemani e lingue applaudiscono fino alle nuvole: "Laerte dev'essere reLaerte re!".

REGINA: Come allegramente gridano sulla falsa pista! (Un rumore di dentro) Ohquest'è controviavoi falsi cani danesi!

RE: Han rotto le porte.

 

(Entra LAERTE con altri)

 

LAERTE: Dov'è questo re? Signorirestate voi tutti di fuori.

TUTTI: Nolasciateci entrare.

LAERTE: Vi pregodatemi licenza.

TUTTI: Sìsì.

 

(Si ritirano fuori della porta)

 

LAERTE: Vi ringrazio: guardate la porta. O tuinfame redammi mio padre!

RE: Con calmabuon Laerte.

LAERTE: Quella goccia di sangue ch'è calma mi proclama bastardogrida cornuto al padre miopone il marchio della bagascia proprio quiin mezzo alla casta fronte immacolata della mia madre fedele.

RE: Qual è la causaLaerteche la tua ribellione appare così gigantesca? LasciateloGertrude: non temete per la nostra persona; una tale divinità ricinge un reche il tradimento non può che adocchiare ciò che vorrebbepoco attua della sua volontà. DimmiLaerteperché tu sei così infuriato. LasciateloGertrude. Parla giovanotto.

LAERTE: Dov'è mio padre?

RE: Morto.

REGINA: Ma non per opera sua.

RE: Lasciate che chieda tutto ciò che vuole.

LAERTE: Come venne a morte? io non voglio esser giocato. All'infernola fedeltà! voti al più nero diavolo! coscienza e graziaai più profondo abisso! Io sfido la dannazione. In questo punto io sto: che dell'uno e dell'altro mondo io non ho curaavvenga che può; solo voglio la più completa vendetta per mio padre.

RE: Chi v'arresterà?

LAERTE: La mia volontànon quella del mondo intiero; e quanto ai miei mezziio ne farò così buon usoche andran lontano con poco.

RE: Buon Laertese voi desiderate conoscere la storia certa del vostro caro padreè egli scritto nella vostra vendettachealla rinfusavoi torrete amico e nemicochi vince e chi perde?

LAERTE: Solo i suoi nemici.

RE: Li conoscete voi allora?

LAERTE: Ai suoi buoni amici aprirò le braccia larghe così; esimile al buon pellicano che dona la vitali pascerò del mio sangue.

RE: Ebbeneora parlate come un buon figlio e un vero gentiluomo.

Ch'io sia incolpevole della morte di vostro padree ne sia molto sensibilmente afflittociò apparirà tanto lampante al vostro giudizio quanto il giorno al vostro occhio.

UNA VOCE (di dentro): Lasciatela entrare.

LAERTE: Ebbene! che rumore è questo?

 

(Entra OFELIA)

 

O caloresecca le mie cervella! lagrime sette volte salatebruciate tutto il senso e la virtù de' miei occhi! Per il cielola tua pazzia sarà pagata a pesofinché la bilancia trabocchi dalla parte nostra. O rosa di maggio! Cara fanciullabuona sorelladolce Ofelia! O cieli!

è egli possibile che il senno d'una fanciulla sia mortale quanto la vita d'un vecchio? Il vincolo naturale s'affina nell'amoree dove è fino esso manda qualche prezioso pegno di sé dietro alla cosa amata.

OFELIA (canta):

Sulla bara l'han messo a viso nudo; lerì lerà trallerallera; sulla sua fossa il pianto è piovuto...

Statevi benemia colomba!

LAERTE: Se tu avessi il tuo sennoe mi spronassi alla vendettanon potresti commuovermi tanto.

OFELIA: Voi dovete cantare: "Giù giù e chiamatelo giù giù". Ohcome la ruota dell'arcobaleno ci si accorda! E' il maggiordomo infedele che rubò la figlia del suo padrone.

LAERTE: Questo vaneggiare è più che un parlar da senno.

OFELIA: Ecco del rosmarinoquesto è per la rimembranza; vi pregoamorericordate; ed ecco delle violequeste per i pensieri.

LAERTE: Un insegnamento nella pazzia: i pensieri e la rimembranza erano a proposito.

OFELIA: Ecco del finocchio per voie dell'aquilegia; ecco della ruta per voie qui ce n'è un po' per me; noi possiamo chiamarla erba di contrizione le domeniche; oh voi dovete portar la vostra ruta in un modo diverso. Ecco una margheritavorrei darvi qualche violettama appassirono tutte quando mio padre morì; dicono che abbia fatto una buona fine... (Canta) Ché il vago dolce Ròbin è tutta la mia gioia.

LAERTE: La melanconia e l'afflizionela sofferenzal'inferno stessoella converte in grazia e leggiadrìa.

OFELIA (canta):

E non ritornerà mai?

E non ritornerà mai?

Nonoegli è mortola fossa sia il tuo confortoegli non tornerà mai.

La sua bara era bianca neveil suo capo color del lino; egli è spentoegli è spentonoi gittiam via il lamento:

gli perdoni l'Amor Divino.

E a tutte l'anime cristianeio prego Dio. Dio sia con voi!

 

(Esce)

 

LAERTE: Vedete voi questoo Dio?

RE: Laerteio debbo prender parte al vostro affannoo voi mi negate un diritto. Andate pur in dispartescegliete quali più savi vostri amici voleteed essi udranno e giudicheranno fra me e voi. Se per via diretta o collaterale essi ci trovan toccatinoi daremo il nostro regnola nostra coronala nostra vita e tutto ciò che noi chiamiamo nostroa voi come soddisfazione; se nocontentatevi di prestarci la vostra pazienzae noi ci affaticheremo insieme con l'anima vostra per darle il debito contentamento.

LAERTE: Così sia: il modo della sua morteil suo oscuro seppellimentonessun trofeospadané insegna sopra le sue ossanessun nobile ritoné pompa solennegridano per essere uditi come fosse dal cielo alla terrach'io debba chiederne conto.

RE: Così farete; e dove è l'offesa là cada la grande scure. Di graziavenite con me.

 

SCENA SESTA - Un'altra stanza nel Castello.

 

Entrano ORAZIO e un Servo)

 

ORAZIO: Chi son costoro che vogliono parlare con me?

SERVO: Gente di maresignore; dicono d'aver lettere per voi.

ORAZIO: Lasciateli entrare. (Esce il Servo) Io non so da che parte del mondo mi si mandi a salutarese non dal principe Amleto.

 

(Entrano i Marinai)

 

MARCELLO: Dio vi benedicamessere.

ORAZIO: Ch'egli benedica anche te.

MARCELLO: Egli lo faràmesserese gli piaccia. Ecco una lettera per voimessere - viene dall'ambasciatore ch'era diretto in Inghilterra - se il vostro nome è Oraziocome mi si dice che sia.

ORAZIO (legge la lettera): "Orazioquando tu avrai dato uno sguardo a questa letterada' a questi uomini modo di pervenire al re: essi han lettere per lui. Prima che noi fossimo stati due giorni in mareuna nave corsara armata in guisa assai guerriera ci diede la caccia.

Trovandoci troppo lenti di velanoi ci vestimmo d'un forzato valoree nell'arrembaggio io saltai loro a bordo; all'istante essi si scostarono dalla nostra navecosì che io solo divenni loro prigioniero. Essi m'han trattato come ladroni misericordiosi; ma sapevano quel che facevano: io son per rendere loro un buon servigio.

Fa' che il re abbia le lettere ch'io ho mandate; e recati tu da me con tanta prestezza con quanta tu fuggiresti la morte. Io ho parole da dirti all'orecchio che ti faranno ammutolire: eppure son troppo leggere per il calibro della cosa. Questa buona gente ti condurrà dove io sono. Rosencrantz e Guildenstern continuano il loro viaggio per l'Inghilterra; di loro ho molto da dirti. Addio. Quegli che tu sai tuo Amleto".

Veniteio vi darò libero corso per queste vostre lettere; e fatelo quanto più prestocosì che possiate guidarmi a colui da cui le avete portate.

 

(Escono)

 

 

 

SCENA SETTIMA - Un altra stanza nel Castello

(Entrano il RE e LAERTE)

 

RE: Ora la vostra coscienza deve suggellare la mia assoluzionee voi dovete pormi nel vostro cuore come amicodacché avete uditoe con orecchio avvisatoche colui che ha trucidato il vostro nobile padre attentava alla mia vita.

LAERTE: Ciò bene appare; ma ditemi perché voi non procedeste contro questi misfatticosì delittuosi e così capitali per loro naturacome dalla vostra sicurtàdalla grandezzadalla saggezzae da ogni altra cosa voi eravate potentemente mosso.

RE: Ohper due speciali ragioniche possono a voi forse parere di poco nerboma pure per me sono forti. La regina sua madre vive quasi pei suoi sguardi; e quanto a me - mia virtù o mia maledizionesia l'una o l'altra - ella è in tal congiunzione con la mia vita ed animache come la stella non si muove se non nella sua sferaio non potrei esser mosso se non da lei. L'altro motivoperché io non possa venire a una pubblica resa di contiè il grande amore che la gente comune gli porta; che inzuppando tutti i suoi difetti nella loro affezionecome la sorgente che muta il legno in pietraconvertirebbero le sue catene in grazie; così che le mie freccedall'asticciola troppo leggera per un vento così fortesi sarebbero volte nuovamente al mio arcoe non dove io le avessi dirette.

LAERTE: E così io ho perduto un nobile padre; e ho una sorella ridotta a termini disperatiil cui pregiose le lodi possono tornare indietrolanciava la sfida sul vertice di tutta la nostra età per le sue perfezioni. Ma la mia vendetta verrà.

RE: Non guastatevi i sonni per questo: voi non dovete pensare che noi siam fatti di sostanza così fiacca e inerteda lasciarci scuotere la barba dal pericolo e crederlo un passatempo. Fra breve udrete dell'altro; io amavo vostro padree noi amiamo noi stessi; ciòsperovarrà a farvi intendere...

 

(Entra un Messaggero che reca lettere)

 

Ebbene! quali nuove?

MESSAGGERO: Letteremio signoreda Amleto; questa per la Vostra Maestà; questa per la regina.

RE: Da Amleto? chi le ha portate?

MESSAGGERO: Certi marinaimio signoredicono; io non li ho veduti; mi sono state date da Claudio; egli le ha ricevute da colui che le ha portate.

RE: Laertevoi le udrete... Lasciateci. (Esce il Messaggero. Egli legge) "Alto e possentevoi dovete sapere ch'io son deposto ignudo sul vostro reame. Domani io chiederò licenza di vedere i vostri occhi regali e allorachiedendone prima perdono a voiracconterò l'occasione del mio subitaneo e più strano ritorno. Amleto". Che vuol dire questo? Son tutti gli altri ritornati? O è questo un ingannoe non c'è nulla di vero?

LAERTE: Conoscete la mano?

RE: E' il carattere di Amleto. "Ignudo!". E in un poscritto quiegli dice "solo". Potete voi consigliarmi?

LAERTE: Io mi ci perdomio signore. Ma lasciatelo venire. Il pensiero di poter vivere per dirgli in faccia: "Tu hai fatto questo"mi scalda la sofferenza che ho nel cuore.

RE: Se così èLaerte - poichécome può esser così? come altrimenti?

- vi lascerete guidare da me?

LAERTE: Sìmio signore; purché voi non mi costringiate alla pace.

RE: Alla tua pace. S'egli è ora tornatoquasi riprendendosi dal suo viaggioed egli intende di non più intraprenderloio lo indurrò ad una impresa ora matura ne' miei disegniper la quale egli non potrà a meno di cadere; e per la sua morte non spirerà neppure un soffio di biasimoma la sua stessa madre assolverà lo stratagemmae lo chiamerà un accidente.

LAERTE: Mio signoreio mi lascerò guidare; e tanto piùse voi poteste divisarla così ch'io possa esser lo strumento.

RE: Questo cade a proposito. Di voi s'è parlato assai dopo il vostro viaggioe questo in presenza d'Amletoper una qualità in cui dicono che voi risplendete; tutte le vostre doti insieme non gli han strappato tanta invidia quanto quest'unae questaal mio pareredel rango men degno.

LAERTE: Quale dote è questamio signore?

RE: Proprio un nastro sulla berretta della giovinezzae tuttavia necessario; perché alla giovinezza non meno s'addice la leggera e spontanea livrea ch'essa portache alla tranquilla vecchiaia i suoi zibellini e le sue gramagliedinotanti prosperità e gravità. Or son due mesi fu qui un gentiluomo di Normandia; io stesso ho vedutoe militato controi Francesied essi stan bene a cavallo; ma questo valoroso ci aveva una stregoneria; egli diveniva una cosa sola con la sua sella e portava il suo cavallo a far tali meravigliecome s'egli fosse stato incorporato e connaturato col generoso animaledi tanto sorpassò il mio pensieroche ionell'inventar fughe e giuochiresto al di sotto di quel ch'egli fece.

LAERTE: Era un Normanno?

RE: Un Normanno.

LAERTE: Per la mia vitaLamord.

RE: Proprio lui.

LAERTE: Lo conosco bene; egli è il gioiello davveroe la gemma di tutta la nazione.

RE: Egli fece testimonianza dei vostri meritie diede un tal ragguaglio di voi come d'un maestro nell'arte e nella pratica della vostra difesae nell'uso dello stocco più specialmentech'egli gridòsarebbe uno spettacolo davvero se uno potesse starvi a paro; gli schermidori della loro nazioneegli giurònon avevano attacco né guardiané occhiose voi eravate l'avversario. Messerequesto suo ragguaglio avvelenò Amleto talmente con la sua invidia ch'egli non sapeva far altro che desiderare e invocare che voi ritornaste immediatamenteper battersi con voi. Orada questo...

LAERTE: Che cosa da questomio signore?

RE: Laertevostro padre v'era caro? o siete voi simile alla pittura d'un doloreun volto senza cuore?

LAERTE: Perché chiedete questo?

RE: Non ch'io pensi che voi non amaste vostro padrema perch'io so che all'amore dà principio il tempoe perché vedoper casi provatiche il tempo ne modifica la scintilla e il fuoco. Vive entro la fiamma stessa dell'amore una sorta di stoppino o lucignolo che la fa scemare; e non v'è cosa che sia sempre della stessa bontàperché la bontàdivenendo pletoricamuore del suo proprio eccesso; quel che vorremmo fare dovremmo farlo quando vorremmo; perché questo "vorremmo" mutae ha tante diminuzioni e indugi quante son linguemaniaccidenti; e allora questo "dovremmo" è come un prodigo sospiroche dando sollievo fa male. Ma veniamo al vivo dell'ulcera: Amleto ritorna: che cosa sareste disposto a fare per mostrarvi figlio di vostro padre in fatti più che in parole?

LAERTE: A tagliargli la gola in chiesa.

RE: Nessun luogoinfattidovrebbe dare asilo all'assassinio; la vendetta non dovrebbe avere alcun confine. Mabuon Laertevolete voi far questotenervi chiuso nella vostra camera; Amleto ritornato saprà che voi siete rivenuto in patria; noi gli metteremo attorno di quelli che loderanno la vostra eccellenzae stenderanno una doppia vernice sulla fama che il Francese vi diede; vi farannoalla fineincontraree scommetteranno sui vostri capi; egliessendo remissivogenerosissimo e libero da ogni macchinazionenon osserverà i fioretticosì che agevolmenteo con facile truccovoi potete scegliere una spada non smussatae con un colpo mancino ripagarlo per vostro padre.

LAERTE: Io lo faròe per questo scopo ungerò la mia spada. Io comprai un unguento da un ciarlatanocosì mortale cheappena intingendovi un coltellodov'esso trae sangueil più prezioso cataplasmoraccolto da tutti i semplici che han virtù sotto la lunanon può salvare dalla morte l'essere che ne sia stato appena graffiato; io toccherò la mia punta con questo contagio cosicchés'io lo scortico leggermentepossa esser la morte.

RE: Pensiamoci ancora un poco; pensiamo quale convenienza di tempo e di mezzi ci secondi nel nostro piano. Se questo fallissee la nostra intenzione trasparisse per la nostra inettitudinesarebbe meglio non provarcisi; perciò questo disegno dovrebbe avere un appoggio o sostitutoche potesse reggerese questo andasse per aria alla prova.

Adagio! vediamo: noi faremo una solenne scommessa sulle vostre abilità... Ci sono! quando nei vostri attacchi voi avrete caldo e sete - e voi fate i vostri assalti più violenti a questo scopo - ed egli chiede una bevandaio gli farò presentare un calice per l'occasioneper un sorso del qualese egli per avventura scampasse alla vostra stoccata avvelenatail nostro proposito possa riuscire. Ma aspettate!

che rumore?...

 

(Entra la REGINA)

 

Ebbenedolce regina?

REGINA: Una sventura cammina sui calcagni dell'altracosì veloci s'inseguono. Vostra sorella è annegataLaerte.

LAERTE: Annegata! Ohdove?

REGINA: C'è un salice che cresce di traverso sul ruscelloe specchia le sue foglie canute nella vitrea corrente: d'esso ella fece fantastiche ghirlande di ranuncoliortichemargherite e quei lunghi fiori color di viola a cui gli sboccati pastori danno un nome più grossolanoma le nostre fredde fanciulle le chiamano dita di morto.

Quiarrampicandosi ella per appendere agli spioventi rami le sue coroncine d'erbeun vimine maligno si spezzò; e giù i suoi erbosi trofei ed ella stessa caddero nel piangente ruscello. Le sue vesti si gonfiarono e a guisa di sirena per un po' la sostenneroe intanto ella cantava frammenti di vecchie ariecome una inconsapevole del suo pericoloo come una creatura nativa e familiare di quell'elemento; ma non poté passare gran tempoche i suoi vestitipesanti per ciò che avevano imbevutotrassero la povera infelice dal suo canto melodioso a una fangosa morte.

LAERTE: Ahimèdunque ella è annegata!

REGINA: Annegataannegata.

LAERTE: Già tropp'acqua hai tupovera Ofeliae perciò io mi vieto le lagrime; ma pure è il nostro vezzo; la natura serba il suo costumedica la vergogna ciò che vuole; quando queste saran passatenon avrò più nulla della donna in me... Addiomio signore; ho in me un discorso di fuocoche vorrebbe pur divamparese non che questa mia debolezza lo spegne.(Esce)

RE: SeguiamoloGertrude; quanto ho avuto da fare per calmar la sua furia! Ora temo che questa cosa non le dia di nuovo l'aire; perciò seguiamolo.

 

(Escono)

 

 

 

ATTO QUINTO

 

SCENA PRIMA - Un camposanto

(Entrano due Becchini)

 

PRIMO BECCHINO: S'ha a seppellirla in sepoltura cristiana quando ella volontariamente cerca la sua propria salvazione?

SECONDO BECCHINO: Io ti dico di sì; e perciò fa' la sua tomba subito; il giudice ha esaminato il suo casoe ha dato sentenza di sepoltura cristiana.

PRIMO BECCHINO: Come può esserea meno ch'ella non si sia annegata per legittima difesa?

SECONDO BECCHINO: Ebbenequesta è la sentenza.

PRIMO BECCHINO: Dev'essere 'se offendendo'; non può essere altrimenti.

Perché questo è il puntos'io m'annego scientementeciò implica un atto; ed un atto ha tre rami; cioè agirefareed eseguire: 'arga'ella s'è annegata scientemente.

SECONDO BECCHINO: Sìma ascoltatebonomo d'uno scavatore...

PRIMO BECCHINO: Datemi licenza. Qui c'è l'acqua: bene; qui sta l'uomo:

bene; se l'uomo va a quest'acqua e s'annegagli èvoglia o non vogliache ci va; state attento a questo? Ma se l'acqua viene a luie l'annegaegli non s'annega da sé: 'arga'colui che non è colpevole della propria morte non accorcia la propria vita.

SECONDO BECCHINO: Ma è questa la legge?

PRIMO BECCHINO: Sìdiamine; la legge d'inchiesta del giudice.

SECONDO BECCHINO: Volete sapere la verità? se questa non fosse stata una gentildonnasarebbe stata sepolta fuori dalla sepoltura cristiana.

PRIMO BECCHINO: Ebbenetu l'hai dettoe tanto più è peccato che ai grandi si permetta in questo mondo di annegarsi o impiccarsi più che al loro prossimo cristiano. Vienimia vanga. Non ci son gentiluomini antichi da quanto giardinieriaffossatori e becchini; essi continuano il mestiere d'Adamo.

SECONDO BECCHINO: Era egli un gentiluomo?

PRIMO BECCHINO: Ei fu il primo che mai portasse arme.

SECONDO BECCHINO: Evviach'egli non n'aveva punte.

PRIMO BECCHINO: Chesei tu un pagano? Come intendi tu la Scrittura?

La Scrittura dice che Adamo zappò; poteva zappare se non era armato delle sue braccia? Ti voglio fare un'altra domanda; se non mi rispondi a propositoconfessati e...

SECONDO BECCHINO: Di' su.

PRIMO BECCHINO: Chi è che costruisce più forte del muratoredel carpentiere o del falegname?

SECONDO BECCHINO: Quegli che fa le forcheperché quella fabbrica sopravvive a mille inquilini.

PRIMO BECCHINO: Mi piace assai il tuo spiritoin fede mia; le forche van benema come van bene? vanno bene per quelli che fanno male; oratu fai male a dire che le forche son costruite più forte della chiesa:

'arga'le forche possono andar bene per te. Riprovacivia.

SECONDO BECCHINO: Chi costruisce più forte d'un muratored'un carpentiere o d'un falegname?

PRIMO BECCHINO: Sìdimmi questoe levati la cavezza.

SECONDO BECCHINO: Diamineora te lo dico.

PRIMO BECCHINO: Su!

SECONDO BECCHINO: Per la messanon lo so dire.

 

(Entrano AMLETO e ORAZIOin distanza)

 

PRIMO BECCHINO: Non tartassartici più il cervelloperché l'asino tardo non corregge il passo per le battituree quando vi si fa questa domanda un'altra voltadite "un becchino"le case ch'egli fa durano fino al giorno del Giudizio. Va'recati da Giannie portami un boccale di birra. (Esce il Secondo Becchino. Il Primo Becchino zappa e canta):

Da giovin quand'amavoamavopareami dolce assai a scorciare il tempo per mio vantaggioohcodesti eran guai.

AMLETO: Non ha costui alcun sentimento del suo mestierech'egli canta mentre scava una fossa?

ORAZIO: Il costume l'ha reso in lui una caratteristica d'indifferenza.

AMLETO: E' proprio cosìla mano che poco lavora ha il tatto più delicato.

PRIMO BECCHINO (canta):

Ma l'età col furtivo passo nell'ugne m'ha afferratoe m'ha imbarcato per quel paesecome se tal non fossi stato.

 

(Trae fuori un teschio)

 

AMLETO: Quel teschio conteneva una linguae poteva cantare una volta; come lo scaraventa per terra il bricconequasi fosse la mandibola di Cainoche fece il primo assassinio. Questa potrebbe esser la zucca d'un politicanteche quest'asino ora mette in mezzod'uno che avrebbe saputo convenire Dionon è vero?

ORAZIO: Potrebbe esseremio signore.

AMLETO: O d'un cortigiano che sapeva dire "Buon giornodolce signore!

Come staibuon signore?". Questo potrebbe essere Messer Tal dei Taliche lodava il cavallo di Messer Talaltroquando voleva farselo donareno?

ORAZIO: Certomio signore.

AMLETO: Ma proprio così; ed ora appartiene a Sua Eccellenza il Verme; senza ganasciae gli tartassa l'occipite la zappa d'un becchino. Ecco una bella rivoluzionese noi avessimo l'abilita di vederla. Queste ossa non sono costate tanto a generarle che per servire a giocarci alle bocce? Le mie mi dolgono a pensarci.

PRIMO BECCHINO (canta):

Un piccone e un badileun badilee un funebre lenzuolo; per tal ospite è bene d'aprire una fossa nel suolo.

 

(Getta su un altro teschio)

 

AMLETO: Eccone un altro; perché non potrebbe questo essere il teschio d'un avvocato? Dove sono le sue sottigliezze orai suoi cavillile sue causei suoi titoli di proprietà e i suoi espedienti? perché permette egli ora che questo zotico manigoldo gli percuota la zucca con una sudicia palae non gli parla d'una denuncia per lesioni? Hem!

Costui fu forse al tempo suo un gran compratore di terrecon le sue obbligazionii suoi terminile sue caparrele sue doppie garanziei suoi riscatti; è questo il termine dei suoi terminiè il riscatto dei suoi riscattid'aver la sua bella zucca piena di sterminata immondizia? le sue garanziee doppie garanzie anchenon gli garantiscono le sue compere più che per la lunghezza e larghezza d'un paio di pergamene? Gli stessi titoli di cessione delle sue terre a malapena entrerebbero in questa scatola; e deve il proprietario stesso non averne di piùeh?

ORAZIO: Non un dito di piùmio signore.

AMLETO: Non è la pergamena fatta di pelli di pecora?

ORAZIO: Sìmio signoree di pelli di vitelli anche.

AMLETO: Son pecore e buaccioli coloro che cercano di codeste sicurtà.

Voglio parlare a costui. Di chi è questa fossabrav'uomo?

PRIMO BECCHINO: Miasignore... (Canta) Per tal ospite è bene d'aprire una fossa nel suolo.

AMLETO: Io credo che sia tuaperché ci capisci dentro.

PRIMO BECCHINO: Voi capite lì fuorie perciò non è vostra; in quanto a meio non ci capisco dentro eppure è mia.

AMLETO: Tu ci capisci dentroché ci stai dentroe dici ch'è tua; ma non capisci che è per i mortinon per i vivi.

PRIMO BECCHINO: Ma i morti non capiscono; e siccome è un non capire in séeccovela di rimbalzo.

AMLETO: Per che uomo stai scavando?

PRIMO BECCHINO: Per nessun uomosignore.

AMLETO: Che donnadunque?

PRIMO BECCHINO: Per nessunanemmeno.

AMLETO: Chi ci deve esser sepolto?

PRIMO BECCHINO: Una che fu una donnasignore; mapace all'anima suaella è morta.

AMLETO: Com'è positivo il briccone! dobbiam parlare con le sesteo gli equivoci ci rovineranno. Per il SignoreOrazioda tre anni vengo notando questo; l'età nostra è divenuta così squisita che la punta del piede del contadino s'avvicina tanto al calcagno del cortigianoche gli scortica i geloni. Quant'è che tu sei un becchino?

PRIMO BECCHINO: Fra tutti i giorni dell'annoio mi ci misi nel giorno in cui il nostro ultimo re Amleto sconfisse Fortebraccio.

AMLETO: Quanto tempo è?

PRIMO BECCHINO: Non lo sapete voi? ogni scemo lo può dire; fu quel giorno stesso che il giovine Amleto nacque; quello ch'è pazzoed è stato mandato in Inghilterra.

AMLETO: Ohdiamine; perché l'hanno mandato in Inghilterra?

PRIMO BECCHINO: Ebbeneperché era pazzo; ei ricupererà il senno là; o se non lo ricupera non importa gran chelà.

AMLETO: Perché?

PRIMO BECCHINO: Non lo si scorgerà in luilà; là gli uomini son pazzi quanto lui.

AMLETO: Come divenne pazzo?

PRIMO BECCHINO: Assai stranamente dicono.

AMLETO: Come "stranamente"?

PRIMO BECCHINO: Afféproprio perdendo il senno.

AMLETO: E la ragione?

PRIMO BECCHINO: La ragione? Ebbenequi in Danimarca; io sono stato becchino quida uomo e da ragazzoper trent'anni AMLETO: Quanto tempo può restare sottoterra un uomo prima di putrefarsi?

PRIMO BECCHINO: Affés'egli non è putrefatto prima di morire ché noi abbiamo molti cadaveri impestati a questi dìche a mala pena resistono a esser sepolti - ei vi durerà un otto o nove anni; un conciatore dura nove anni.

AMLETO: Perché più degli altri?

PRIMO BECCHINO: Ebbenemesserela sua cotenna è così conciata dal suo mestiereche tiene fuori l'acqua per gran tempoe l'acqua è una gran corruttrice di quel figlio di puttana d'un cadavere. Ecco ora un teschio che è stato in terra ventitré anni.

AMLETO: Di chi era?

PRIMO BECCHINO: D'un pazzo figlio di puttana gli era; di chi pensate che fosse?

AMLETO: Ehnon so.

PRIMO BECCHINO: La peste a luipazzo furfante! Ei mi versò una fiasca di vino del Reno sul capo una volta. Proprio questo teschio messereeramessereil teschio di Yorickil buffone del re.

AMLETO: Questo?

PRIMO BECCHINO: Proprio questo.

AMLETO: Fammi vedere. (Prende il teschio) Ahimèpovero Yorick! Io lo conobbiOrazio; una persona d'infinita arguziad'una fantasia eccellentissima; egli m'ha portato sul dorso mille volte; ed oracome nella mia immaginazionene aborrisco! lo stomaco mi si rivolta... Qui pendevano quelle labbra ch'io ho baciato non so quante volte. Dove sono le vostre beffeora? le vostre capriole? le vostre canzoni? i vostri lampi d'allegria che usavano far scoppiar dalle risa la tavola?

non un solo oraper farsi beffe del vostro proprio ghigno? Tutto sganasciato? Ora andate alla camera di madonnae diteleche si dipinga pure dello spessore d'un pollicea questo aspetto conviene ch'ella si riduca; fatela ridere di questo... Ti pregoOraziodimmi una cosa.

ORAZIO: Che cosamio signore?

AMLETO: Pensi tu che Alessandro avesse questa apparenza sottoterra?

ORAZIO: Proprio questa.

AMLETO: E quest'odore? puah! (Depone il teschio)

ORAZIO: Proprio questomio signore.

AMLETO: A quali vili usi noi possiam tornareOrazio! Perché non potrebbe l'immaginazione seguire la nobile polvere d'Alessandrofino a trovarla a turar il buco d'una botte?

ORAZIO: Sarebbe una considerazione troppo ricercataquesta.

AMLETO: Noaffénient'affatto; ma per seguirlo colà con sufficiente moderazionee guidati dalla probabilitàa questo modo: Alessandro morìAlessandro fu seppellitoAlessandro torna alla polverela polvere è terradella terra noi facciam creta; e perché con quella creta in cui egli fu convertitonon potrebbero turare un barile di birra?

Il gran Cesarein cenere conversotura un buco ed il vento tien lontano; la creta che tremar fe' l'universoche debba far da schermo al tramontano!

ma adagio! ma adagio! tiriamoci in disparte: ecco il re.

 

(Entrano Preti in corteo col cadavere di Ofelia; e poi LAERTEil REla REGINA e il Seguito)

 

La Reginai cortigiani; chi è ch'essi seguono? e con riti così monchi? Questo indica che il cadavere ch'essi seguono distrusse la propria vita con disperata mano; era persona d'un certo rango.

Nascondiamoci un pocoe osserviamo. (Va in disparte con Orazio)

LAERTE: Quale altra cerimonia?

AMLETO: Questi è Laerteun nobilissimo giovine: osserva.

LAERTE: Quale altra cerimonia?

PRETE: Le sue esequie sono state di tanto ampliate di quanto noi abbiamo autorità; la sua morte è stata dubbiosa; ese non fosse che un gran comando prevale sulla regolaella avrebbe dovuto albergare in terreno non consacrato fino all'ultima tomba; in luogo di caritatevoli preghierecocciselci e ciottoli dovrebbero esser gettati su di lei; purequi le si concedono la sua ghirlanda virginalela sua infiorata da fanciullae l'accompagnamento con campana e funerale.

LAERTE: Non si deve fare nulla più?

PRETE: Nulla più; noi profaneremmo l'ufficio dei morti cantando a lei un solenne requie e tale riposo quale alle anime dipartite in pace.

LAERTE: Deponetela sulla terra; e dalla sua vaga e incontaminata carne possan spuntare le viole! Io ti dicoprete villanola mia sorella sarà un angelo officiante quando tu giacerai ululando.

AMLETO: Comela vaga Ofelia?

REGINA: Fiori ad un fiore; addio! (Spargendo fiori) Speravo che tu potessi essere la sposa del mio diletto Amleto; pensavo che avrei adornato il tuo letto di sposadolce fanciullae che non avrei cosparso la tua tomba.

LAERTE: Ohtriplice affanno cada dieci volte triplice su quel maledetto capo la cui malvagia azione ti privò del tuo nobilissimo senno. Trattenete un momento la terra finché io l'abbia presa ancora una volta fra le mie braccia. (Balza nella fossa) Ora ammucchiate la vostra polvere sul vivo e sulla mortafinché di questo luogo piano abbiate fatto un monteche superi l'antico Pelioo il capo celeste dell'azzurro Olimpo.

AMLETO venendo innanzi): Chi è colui il cui dolore si veste di una tale violenza? la cui dolente frase evoca le erranti stellee le fa star ferme come ascoltatori feriti dallo stupore? Questo son ioAmleto di Danimarca.

 

(Balza dietro Laerte)

 

LAERTE: Il diavolo prenda l'anima tua!

 

(Si azzuffa con lui)

 

AMLETO: Tu non preghi bene. Di graziatoglimi le tue dita dalla gola; perchésebbene io non sia irascibile e temerariopure ho in me qualcosa di pericolosoche la tua saggezza farebbe bene a temere.

Togli via la mano!

RE: Separateli!

REGINA: AmletoAmleto!

TUTTI: Signori !

ORAZIO: Mio buon signoresiate tranquillo.

 

(Alcuni del Seguito li separanoed essi escono dalla fossa)

 

AMLETO: Ebbeneio combatterò con lui su questo tema finché le mie palpebre non batteranno più.

REGINA: O figlio mio quale tema?

AMLETO: Io amavo Ofelia; quarantamila fratelli non potrebbero con tutta la quantità del loro amoregiungere alla mia somma... Che vuoi tu fare per lei?

RE: Oh egli è pazzoLaerte.

REGINA: Per amor di Diocompatitelo.

AMLETO: Per le piaghe di Cristomostrami quel che tu vuoi fare; vuoi tu piangere? vuoi tu combattere? vuoi tu digiunare? vuoi farti a brani? vuoi tu tracannare aceto? mangiar un coccodrillo? Io lo farò.

Vieni qui tu per gemere? per svergognarmi saltando nella sua fossa?

fatti seppellire vivo con leie così farò io: e se tu ciarli di montilascia che gettino milioni di jugeri su di noifinché il nostro suoloabbruciacchiandosi il cranio contro la zona ardentefaccia sembrar l'Ossa una verruca! Evviase tu voceraiio strepiterò meglio di te.

REGINA: Questa è mera pazzia; e così per un po' l'accesso opererà su di lui: fra brevepaziente come la colomba quando è uscita dal guscio la sua bionda nidiatail suo silenzio s'accascerà illanguidito.

AMLETO: Uditemessere; qual è la ragione che voi mi trattate così? Io vi ho sempre amato. Ma non importa; che Ercole stesso faccia quel che puòil gatto deve miagolaree il cane aver la sua giornata.

 

(Esce)

 

RE: Ti pregobuon Orazioseguilo. (Esce Orazio. A Laerte) Fortificate la vostra pazienza col nostro discorso di iersera; noi faremo che la cosa venga subito alla prova... Buona Gertrudefate che qualcuno guardi vostro figlio. Questa tomba avrà un perenne monumento; ben presto noi vedremo un'ora di quiete; fin alloraprocediamo con calma.

 

(Escono)

 

 

 

SCENA SECONDA - Una sala nel Castello

(Entrano AMLETO e ORAZIO)

 

AMLETO: Basta di ciòmessereora vedrete il resto; voi ricordate tutte le circostanze?

ORAZIO: Se le ricordomio signore!

AMLETO: Messerenel mio cuore c'era una sorta di combattimentoche non mi lasciava dormire; mi pareva di giacere peggio degli ammutinati nei ceppi. Impulsivamentee lodata ne sia l'impulsivitàriconosciamolo purela nostra avventatezza qualche volta ci serve bene quando le nostre trame profonde fallisconoe questo ci dovrebbe insegnare che c'è una divinità che dà forma ai nostri finicomunque noi li abbozziamo...

ORAZIO: Questo è certissimo.

AMLETO: Su dalla mia cabinacon la mia schiavina indosso a guisa di sciarpaall'oscuro li andai cercando a tentoni; trovai quel che volevomisi le mani sul plico e finalmente mi ritirai alla mia stanza nuovamente; facendomi tanto arditoi miei timori dimenticando le buone maniereda dissuggellare la loro solenne commissionenella quale io trovaiOrazio - o regale furfanteria! - un ordine precisolardellato di molte e diverse speci di ragioni concernenti la salvezza del re di Danimarcae anche del re d'Inghilterraconoh! tali spauracchi e fantasmi s'io continuassi a viverechealla prima letturasenza torre alcun indugiononemmeno per aspettare che s'affilasse la scuremi si dovesse mozzare il capo.

ORAZIO: E' possibile?

AMLETO: Ecco la commissione: leggila a miglior agio. Ma vuoi udire ora come io procedetti?

ORAZIO: Ve ne supplico.

AMLETO: Essendo così irretito nelle scellerataggini - prima ch'io potessi fare un prologo pel mio cervelloesso aveva incominciato il dramma - io mi posi a sedereescogitai una nuova commissionela scrissi in bella scrittura; una volta io ritenevocome i nostri uomini di Statocosa vile lo scriver benee faticai assai per dimenticare quell'arte; ma ora essa mi servì fedelmente. Vuoi tu sapere il senso di ciò ch'io scrissi?

ORAZIO: Sìmio buon signore.

AMLETO: Una fervida preghiera da parte del repoiché il re d'Inghilterra era il suo bel tributarioaffinché l'amore tra di essi come la palma potesse fiorireaffinché la pace portasse sempre la sua ghirlanda di spighee stesse come una virgola in mezzo alla loro amiciziae molti simili sommari carichi cheveduto e conosciuto il contenuto di questa letterasenza ulteriore discussione di più o di menoegli dovesse metter subito a morte quei che la portavano senza dar loro tempo di confessarsi.

ORAZIO: Come fu questa suggellata?

AMLETO: Ebbeneanche in questo il cielo provvide. Io avevo il sigillo di mio padre nella borsach'era il modello di quel sigillo di Danimarca; piegai il documento nella forma dell'altrolo sottoscrissilo suggellailo misi al sicurosenza che alcuno conoscesse il sostituto. Orail giorno seguente ci fu la nostra battaglia di maree ciò che a questa seguì tu già lo sai.

ORAZIO: Così Guildenstern e Rosencrantz ci vanno.

AMLETO: Ebbeneamicoessi hanno fatto all'amore con questo impiegoio non li ho sulla coscienza; la loro distruzione procede dalla loro inframettenza. E cosa pericolosa quando la natura umana più vile viene a interporsi fra le stoccate e le fiere irate punte di possenti avversari.

ORAZIO: Ohche re è mai questo!

AMLETO: Non è orapensaci! il mio dovere - colui che ha ucciso il mio re e corrotto mia madreche s'è intruso fra l'elezione al trono e le mie speranzeche ha gettato l'amo per la mia stessa vitae con tale frode - non è perfetta coscienza ripagarlo con questo braccio? e non è da essere dannati a lasciar questo cancro della nostra natura produr nuovi mali?

ORAZIO: Fra breve egli dovrà sapere dall'Inghilterra quale sia l'esito della faccenda colà.

AMLETO: Sarà tra poco; l'intervallo è mio; e la vita d'un uomo non è che il tempo di dire "uno". Ma io sono assai dolentebuon Oraziodi essermi lasciato andare con Laerte; perchédall'immagine della mia causaio vedo il ritratto della sua; io implorerò il suo favore; ma certo l'ostentazione del suo affanno mi fece montare in furore.

ORAZIO: Silenzio! chi viene qui?

 

(Entra il giovane OSRIC)

 

OSRIC: Vossignoria è molto benvenuta al suo ritorno in Danimarca.

AMLETO: Umilmente vi ringraziomessere. (A parte a Orazio) Conosci questo moscerino?

ORAZIO (a parte ad Amleto): Nomio buon signore.

AMLETO (a parte ad Orazio): Tanto più fortunata è la tua condizionepoiché è un vizio conoscerlo. Egli ha molta terrae fertile; che una bestia sia signora d'altre bestiee la sua mangiatoia sarà alla mensa del re: è una ceccamacome dicoha grande spazio di fango in suo possesso.

OSRIC: Dolce signorese accomodasse a Vossignoriaio comunicherei una cosa a voi da parte di Sua Maestà.

AMLETO: Io la riceveròsignorecon ogni diligenza di spirito. Fate della vostra berretta il giusto uso: è per il capo.

OSRIC: Grazie Vossignoriafa molto caldo.

AMLETO: Nocredetemifa molto freddo; il vento è a tramontana.

OSRIC: Fa piuttosto freddomio signoreinfatti.

AMLETO: Ma pure mi pare che sia molto afoso e caldo per la mia complessione...

OSRIC: Eccessivamentemio signoreè molto afoso... come fosse... non so dir come. Mamio signoreSua Maestà m'ha ordinato di significarvi ch'egli ha fatto una grande scommessa sul vostro capo. Signoreecco di che si tratta...

AMLETO: Ve ne supplicoricordate...

 

(Gli fa cenno di mettersi il cappello)

 

OSRIC: Nomio buon signoreper il mio comodoin buona fede.

Signorequi è da poco arrivato alla corte Laertecredetemi un perfetto gentiluomopieno di eccellentissime distinzionidi assai dolce compagnia e di nobile aspetto; davveroper parlar di lui con sentimentoegli è il portolano e il calendario della cortesiaperché voi troverete in lui il continente di tutte le qualità che un gentiluomo vorrebbe vedere.

AMLETO: Signorela sua definizione non soffre alcun detrimento in voi; sebbeneio sodividerlo inventorialmente darebbe le vertigini all'aritmetica della memoriae pur non sarebbe che un uscir di rotta rispetto al suo rapido veleggiare. Manella verità dell'esaltazioneio ritengo ch'egli sia un'anima di grand'affaree la sua essenza di tal valsente e raritàcheper far di lui vera dizioneil suo simigliante è il suo specchioe chi altri volesse seguitarlo sarebbe il suo adombramentonulla più.

OSRIC: Vossignoria parla di lui molto infallibilmente.

AMLETO: La concernenzasignore? perché involger il gentiluomo nel nostro più crudo fiato?

OSRIC: Messere?

ORAZIO: Non è possibile capirsi in un'altra lingua? Voi lo faretemessereveramente.

AMLETO: Che cosa ímplica la nominazione di questo gentiluomo?

OSRIC: Di Laerte?

ORAZIO (a parte ad Amleto): La sua borsa è già vuota; tutte le sue auree parole sono spese.

AMLETO: Di luisignore.

OSRIC: Io so che voi non siete ignorante...

AMLETO: Vorrei che lo sapestesignore; purein fedese voi lo sapestenon sarebbe per me una grande raccomandazione. Benesignore?

OSRIC: Voi non siete ignorante di quale eccellenza sia Laerte.

AMLETO: Io non oso confessare ciòper non gareggiare con lui in eccellenza; il solo conoscere bene un uomosarebbe un conoscere se stessi.

OSRIC: Io voglio diresignorequanto alla sua arma; ma nella reputazione che gli vien conferita da quelli del suo seguito egli è senza compagni.

AMLETO: Qual è la sua arma?

OSRIC: Stocco e pugnale.

AMLETO: Queste son due delle sue armi; ma sta bene.

OSRIC: Il remessereha scommesso con lui sei cavalli di Barberìa; contro i quali egli ha postatocome io l'intendosei stocchi e pugnali francesicon tutti i loro accessoricome cinturapendaglie così via: tre dei tenieriin fedesono assai cari alla fantasiamolto ben assortiti alle elsedelicatissimie d'assai elaborata invenzione.

AMLETO: Che cosa chiamate voi tenieri?

ORAZIO (a parte ad Amleto): Sapevo che avreste dovuto essere edificato dalle chiose prima d'aver finito.

OSRIC: I tenierisignoresono i pendagli.

AMLETO: La frase sarebbe più germana alla materiase noi potessimo tener balestre al fianco; vorrei che fosser pendagli fin allora. Maavanti: sei cavalli di Barberìa contro sei spade francesii loro accessorie tre tenieri di elaborata invenzione; questa è la scommessa francese contro la danesesu che è questo "postato"come voi dite?

OSRIC: Il remessereha scommessomessereche in una dozzina di assalti fra voi e luiegli non vi supererà di tre botte; Laerte ha messo come condizione che gli assalti sian dodici anziché novee la cosa verrebbe immediatamente alla provase Vossignoria volesse degnar la risposta.

AMLETO: E se rispondessi di no?

OSRIC: Io voglio dire l'opposizione della vostra persona nella prova.

AMLETO: Messereio starò a passeggiare qui nella sala; se a Sua Maestà non dispiacequesto è per me il tempo di respiro nella giornata; si portino i fiorettiil gentiluomo consentae il re continui nel suo propositoio vincerò per lui se posso: se no io non vincerò che la mia vergognae le botte in più.

OSRIC: Debbo io riferire proprio così?

AMLETO: A questo effettosignore; con tutti quei fronzoli che la vostra natura richiede.

OSRIC: Raccomando il mio omaggio alla Vostra Signoria.

AMLETO: Tutto vostrotutto vostro. (Esce Osric) Egli fa bene a raccomandarlo egli stessonon c'è altre lingue per fargli questo servigio.

ORAZIO: Questa pavoncella corre via col guscio d'ovo sul capo.

AMLETO: Egli doveva fare i suoi complimenti alla mammella prima di succhiarla. Così eglie molti altri della stessa covata pei quali io so che la nostra frivola età vaneggiahan solo preso l'aria del tempo e l'abito esteriore della conversazione; una sorta di schiumosa accozzaglia d'idee che li trasporta al di sopra delle opinioni più profonde e vagliate; e se voi pur li soffiate per metterli alla provale bolle spariscono.

 

(Entra un Signore)

 

SIGNORE: Mio signoreSua Maestà vi s'è raccomandata per mezzo del giovine Osricil quale gli riporta che voi l'attendete nella salaegli manda a chiedere se è ancora piacer vostro di battervi con Laerteo se volete prender più tempo.

AMLETO: Io son fermo nei miei propositi; essi seguono il piacere del re; se la sua convenienza parlala mia è pronta; ora o quando che siapurché io sia disposto come ora.

SIGNORE: Il re e la reginae tutti stanno scendendo.

AMLETO: In buon punto.

SIGNORE: La regina desidera che voi usiate qualche cortesia a Laerte prima di cominciare a battervi.

AMLETO: Ella mi consiglia bene.

 

(Esce il Signore)

 

ORAZIO: Voi perderete questa scommessamio signore.

AMLETO: Non credo: dacché egli andò in Franciaio sono stato continuamente in esercizio; io vinceròcol vantaggio che mi si offre.

Tu non puoi credere che male io mi senta qui attorno al cuore; ma non importa.

ORAZIO: Mamio buon signore...

AMLETO: Non è che stoltezza; ma è una specie di presentimento quale forse potrebbe turbare una donna.

ORAZIO: Se il vostro animo ripugna a una cosaobbeditegli; io preverrò la loro venuta e dirò loro che voi non siete disposto.

AMLETO: Nient'affattonoi sfidiamo gli auspici; v'è una speciale provvidenza nella caduta d'un passero. Se è oranon è a venire; se non è a veniresarà ora; se non è orapure verrà; l'esser pronti è tutto; poiché nessuno sa nulla di ciò ch'egli lasciache importa il lasciar prima del tempo? Lascia andare.

 

(Entrano il REla REGINALAERTEe Signoricon altri del Seguitocon fioretti e pugnali; una tavola e fiasche di vino su di essa)

 

RE: Vieni Amletovienie prendi questa mano da me. (Il Re pone la mano di Laerte in quella di Amleto)

AMLETO: Datemi il vostro perdonosignore; io v'ho fatto torto; ma perdonatemi da quel gentiluomo che siete. Questa assemblea sa e voi dovete pur aver uditocom'io sia afflitto da una penosa insania. Ciò ch'io ho fattoche può aver dato una rude scossa alla vostra naturaal vostro onoreal vostro risentimento io qui proclamo che fu pazzia.

Fu Amleto a far torto a Laerte? Non già Amleto; se Amleto è tolto via a se stessoe quando non è se stesso fa torto a Laerteallora non è Amleto che lo fa; Amleto lo nega. Chi lo fa dunque? La sua pazzia; s'egli è cosìAmleto è della fazione che riceve il torto; la sua pazzia è la nemica del povero Amleto. Signorealla presenza di costorolasciate che la mia sconfessione d'ogni proposito maligno mi liberi di tanto nei vostri generosi pensierida farvi immaginare ch'io ho scoccata la mia freccia sopra la casae ferito mio fratello.

LAERTE: Io son soddisfatto quanto alla naturai cui impulsiin questo casodovrebbero muovermi soprattutto alla mia vendettama nei termini dell'onore io mi tengo sulle miee non voglio riconciliarmifinché da qualche maestro anziano nelle questioni d'onore io abbia un consiglio o precedente di paceper serbare intatto il mio nome. Ma fino allora io ricevo l'amore che m'offrite come amoree non farò torto ad esso.

AMLETO: Accolgo questo con animo sinceroe lealmente giocherò questa fraterna scommessa... Dateci i fioretti. Avanti.

LAERTE: Viauno per me.

AMLETO: Io sarò la vostra fiorettaturaLaerte; nella mia ignoranza la vostra maestriacome una stella nella notte più oscuraspiccherà infocata davvero.

LAERTE: Voi vi fate beffe di memessere.

AMLETO: Noper questa mano.

RE: Date loro i fiorettigiovane Osric. Nipote Amletovoi conoscete la scommessa?

AMLETO: Benissimomio signore; Vostra Grazia ha assegnato condizioni di vantaggio alla parte più debole.

RE: Io non temo; io v'ho visti ambedue; ma poiché egli è miglioratoperciò abbiamo un vantaggio.

LAERTE: Questo è troppo pesante; fatemene vedere un altro.

AMLETO: Questo mi piace. Questi fioretti son tutti d'una lunghezza?

 

(si preparano all'assalto)

 

OSRIC: Sìmio buon signore.

RE: Ponetemi i boccali di vino su questa tavola. Se Amleto dà la prima o la seconda bottao ripaghi l'avversario al terzo assaltofate che tutti gli spalti scarichino le loro artiglierieil re berrà alla maggior lena d'Amleto; e nella coppa egli getterà una perlapiù ricca di quella che quattro re in successione han portata nella corona di Danimarca. Datemi le coppee fate che il tamburo parli alla trombala tromba al cannoniere di fuorii cannoni ai cieliil cielo alla terra: "Ora il re beve alla salute d'Amleto!". Viaincominciate; (tromba) e voigiudiciabbiate l'occhio vigile.

AMLETO: Venite avantimessere.

LAERTE: Venitemio signore. (Si battono)

AMLETO: Una.

LAERTE: No.

AMLETO: Giudizio.

OSRIC: Toccatomolto chiaramente toccato.

LAERTE: Bene; di nuovo.

RE: Aspettatedatemi da bere. Amleto questa perla è tua; alla tua salute. (si batte il tamburo suonano le trombe e si ode sparare il cannone) Dategli la coppa.

AMLETO: Voglio far prima questo assalto; ponetela da canto un poco.

Venite. Toccato un'altra volta; che ne dite?

LAERTE: Toccatotoccatolo confesso.

RE: Nostro figlio vincerà.

REGINA: Egli è sudato e ha il fiato corto. QuiAmletoprendi il mio fazzolettoasciugati la fronte; la regina brinda alla tua fortunaAmleto.

AMLETO: Buona signora!

RE: Gertrudenon bere!

REGINA: Io voglio beremio signore; di graziaperdonatemi.

RE (a parte) E' la coppa avvelenata! è troppo tardi !

AMLETO: Io non oso ancora beresignora; tra poco.

REGINA: Vienilascia ch'io t'asciughi la faccia.

LAERTE: Mio signoreio lo colpirò adesso.

RE: Non lo credo.

LAERTE (a parte): E pure è quasi contro la mia coscienza.

AMLETO: Veniteal terzo assaltoLaerte: voi fate da burlavi pregotirate con la vostra maggior violenza; ho paura che vi facciate giuoco di me.

LAERTE: Dite voi così? Avanti. (Si battono)

OSRIC: Nientené dall'una né dall'altra parte.

LAERTE: Questa è per voiora!

 
(Laerte ferisce Amleto; in seguitonella zuffasi scambiano gli stocchi e Amleto ferisce Laerte)

 

RE: Divideteli! sono infuriati.

AMLETO: Viavenitedi nuovo.

 

(La Regina cade)

 

OSRIC: Guardate la regina làoh!

ORAZIO: Sanguinano entrambi. Come statemio signore?

OSRIC: Come stateLaerte?

LAERTE: Ebbenecome un merlo nella mia propria trappolaOsric; io son giustamente ucciso dal mio stesso inganno.

AMLETO: Come sta la regina?

RE: Ella è svenuta a vederli sanguinare.

REGINA: Nonola bevandala bevanda!... O mio caro Amleto... la bevandala bevanda! Sono avvelenata (Muore)

AMLETO: O scelleraggine! Oh! fate serrare la porta: tradimento!

cercatelo!

 

(Laerte cade)

 

LAERTE: E' quiAmleto. Amletotu sei uccisonessuna medicina al mondo può farti bene; in te non c'è vita per una mezz'ora; lo strumento traditore è nella tua manonon smussatoe avvelenato; il turpe stratagemma s'è rivolto contro di me; eccoqui io giaccioper non levarmi mai piùtua madre è avvelenata; io non posso più... Il reil re ne ha colpa.

AMLETO: Anche la punta avvelenata!... Alloravelenoall'opera tua!

 

(Ferisce il Re)

 

TUTTI: Tradimento! tradimento!

RE: Ohdifendetemi ancoraamici; io non son che ferito.

AMLETO: Quitu incestuosomicidialedannato Danesefinisci questa pozione! E' la tua perla qui? Segui mia madre! (Il Re muore)

LAERTE: Egli è giustamente servito; è una pozione mescolata da lui stesso. Scambia il perdono con menobile Amleto; la morte mia e di mio padre non ricadano su di te né la tua su di me! (Muore)

AMLETO: Il cielo te ne liberi! Io ti seguo... Sono mortoOrazio.

Sciagurata reginaaddio! Voi che impallidite e tremate per questa sorteche non siete se non comparse o spettatori di quest'aziones'io pur n'avessi il tempo (poi che quest'empia guardiala Morteè rigorosa nel suo ufficio)ohpotrei dirvi... ma lasciamo andare.

Orazioio sono mortotu viviracconta fedelmente di me e della mia causa a chi ne desideri novelle.

ORAZIO: Non lo credere; io sono più un Romano antico che un Danese; qui c'è rimasto ancora un po' di liquido.

AMLETO: Come tu se' un uomodammi la coppa: lasciala; per il cieloio la voglio. O buon Orazioche nome ferito vivrà dopo di mese le cose restano così ignote! Se tu mi hai tenuto nel tuo cuorestai lontano ancora un poco dalla felicitàe in quest'aspro mondo trai il tuo respiro nel doloreper narrare la mia storia... (Una marcia in lontananza e spari di dentro) Che guerresco rumore è questo?

OSRIC: Il giovine Fortebracciotornato vincitore dalla Poloniaagli ambasciatori d'Inghilterra dà queste salve guerresche.

AMLETO: Ohio muoioOrazio; il possente veleno trionfa sui miei spiritiio non posso vivere fino a udir le notizie d'Inghilterra; ma predico che l'elezione scenderà su Fortebraccioegli ha il mio voto morente; questo digli; con gli avvenimenti maggiori e minoriche mi han spinto... il resto è silenzio. (Muore)

ORAZIO: Ora si spezza un nobile cuore: buona nottedolce principee voli d'angeli ti conducano cantando al tuo riposo! Perché s'avvicina il tamburo?

 

(Entrano FORTEBRACCIO e gli Ambasciatori inglesicon tamburobandieree Seguito)

 

FORTEBRACCIO: Dov'è questo spettacolo?

ORAZIO: Che è che vorreste vedere? Se cosa alcuna dolorosa o meravigliosaponete termine alla vostra ricerca.

FORTEBRACCIO: Questo mucchio di cadaveri proclama un macello. O orgogliosa Morte! quale festa si prepara nell'eterno tuo antro che tanti principi a un sol colpo così sanguinosamerte hai abbattuto?

AMBASCIATORE: Lo spettacolo è orrendo: e le nostre relazioni d'Inghilterra giungono troppo tardi: sono insensibili gli orecchi che dovrebbero darci ascoltoa dirgli che il suo comando è adempiutoche Rosencrantz e Guildenstern son morti. Da chi dovremmo ricever ringraziamenti?

ORAZIO: Non dalla sua boccase pur avesse la capacità della vita per ringraziarvi; egli non diede mai il comando per la loro morte. Ma poiché così subito dopo questa sanguinosa brigavoi dalle guerre di Poloniae voi dall'Inghilterrasiete qui arrivatidate ordine che questi corpi siano esposti alla vista in atro su un palcoe lasciate ch'io dica al mondo che ancora non sacome queste cose avvennerocosì voi udrete d'atti carnalisanguinosie contro naturadi giudizi accidentalieccidi casualidi morti istigate dall'astuzia e dalla necessitàein questo epilogodi propositi mal compresiricaduti sui capi dei loro inventori: tutto questo posso io veridicamente narrare.

FORTEBRACCIO: Affrettiamoci ad ascoltare e chiamiamo i più nobili a udir queste cose. Quanto a mecon dolore io abbraccio la mia fortuna; io ho alcuni diritti non mai dimenticati su questo reameche ora la mia opportunità m'invita a reclamare.

ORAZIO: Di ciò io avrò anche motivo di parlaree per istruzione verbale di colui il cui voto ne trarrà altri con sé; ma che questa cosa si faccia subitomentre ancora gli animi degli uomini sono sossopraacciocché altre sventure non succedano per intrighi ed errori.

FORTEBRACCIO: Quattro capitani portino Amleto come un soldato sul palco; poiché egli probabilmente posto alla provaavrebbe mostrato un'indole regale: e per la sua dipartita la musica dei soldati e i riti guerreschi parlino alto per lui. Sollevate i corpi. Uno spettacolo come questo conviene al campoma qui è assai fuor di luogo. Andateordinate ai soldati di sparare.

 

(Escono marciando: dopo di chevengono sparate salve d'artiglieria)



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