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William Shakespeare

 

CORIOLANO

 

 

 

PERSONAGGI

 

CAIO MARZIOpiù tardi CAIO MARZIO CORIOLANOpatrizio romano

TITO LARZIOCOMINO: generali contro i Volsci

MENENIO AGRIPPAamico di Coriolano

SICINIO VELUTOGIUNIO BRUTO: tribuni della plebe

Il piccolo MARZIOfiglio di Coriolano

Un Araldo romano

TULLO AUFIDIOgenerale dei Volsci

Luogotenente di Aufidio

Cospiratori con Aufidio

NICANORERomano al servizio dei Volsci

ADRIANOVolsco

Un Cittadino di Anzio

Due Guardie volsce

VOLUMNIA madre di Coriolano

VlRGILIAmoglie di Coriolano

VALERIAamica di Virgilia

Dama di compagnia di Virgilia

RomaniVolsciSenatoriPatriziEdiliLittoriSoldatiCittadiniMessaggeriServitori di Aufidioe altri

 

 

Scena: Parte a Roma e nelle vicinanze; parte a Corioli e nelle vicinanze; parte ad Anzio

 

 

 

ATTO PRIMO

 

SCENA PRIMA - Roma. Una via

(Entra un gruppo di Cittadini rivoltosi con mazzebastoni e altre armi)

 

PRIMO CITTADINO: Prima di andate più oltreuditemi.

TUTTI: Parlaparla.

PRIMO CITTADINO: Siete tutti risoluti a morire piuttosto che a patire la fame?

TUTTI: Risolutirisoluti.

PRIMO CITTADINO: E prima di tutto sapete che Caio Marzio è il principale nemico della plebe?

TUTTI: Lo sappiamolo sappiamo.

PRIMO CITTADINO: Uccidiamolo e avremo il grano al prezzo nostro. E' un verdetto?

TUTTI: Non se ne parli più: che sia fatto: viavia.

SECONDO CITTADINO: Una parolabuoni cittadini.

PRIMO CITTADINO: Noi siamo stimati poveri cittadini: buonii patrizi.

Quel di più di cui i reggitori si rimpinzanosarebbe di sollievo per noi; se essi ci cedessero solo il superfluomentre non è ancora avariatopotremmo credere che ci aiutassero per umanità; ma essi ritengono che noi siamo troppo cari: la magrezza che ci affliggelo spettacolo della nostra miseriaè come un inventario che mette in rilievo la loro abbondanza; le nostre sofferenze sono un guadagno per loro. Vendichiamoci di questo con le nostre forche prima di diventar secchi come rastrelli: perché gli dèi sanno che io parlo per fame di panenon per sete di vendetta.

SECONDO CITTADINO: E vorreste voi prendervela specialmente contro Caio Marzio?

TUTTI: Contro di lui prima di tutti: egli è un vero cane per il popolo.

SECONDO CITTADINO: Non pensate ai servigi che ha reso al suo paese?

PRIMO CITTADINO: Certoe saremmo disposti a dargliene meritose egli non si ripagasse da sé coll'esser orgoglioso.

SECONDO CITTADINO: Vianon parlare con malizia.

PRIMO CITTADINO: Io ti dico che quanto ha compiuto gloriosamentel'ha fatto con questo scopo; benché uomini di facile coscienza siano pronti ad affermare che l'ha fatto per il suo paeseegli lo fece parte per compiacere sua madree parte per esserne orgoglioso; il che egli è nella misura stessa del suo coraggio.

SECONDO CITTADINO: Quel che non ha potuto evitare nella sua naturalo considerate come colpa in lui: ma non avete a dire in alcun modo che egli sia cupido.

PRIMO CITTADINO: Se non devo dirlonon per questo mi troverò a corto di accuse: egli ha difettie molti più di quanti ne occorrano per stancare chi li enumera. (Grida dal di dentro) Che grida son queste?

l'altra parte della città si è sollevata: che stiamo qui cianciando?... al Campidoglio!

TUTTI: Andiamoandiamo.

PRIMO CITTADINO: Piano: chi è che viene qui?

SECONDO CITTADINO: Il degno Menenio Agrippa: uno che ha sempre amato il popolo.

PRIMO CITTADINO: E' abbastanza per bene; oh se tutti gli altri fossero come lui!

 

(Entra MENENIO AGRIPPA)

 

AGRIPPA: A quale impresa vi accingetemiei concittadini? Dove andate con queste mazze e clave? Cosa è successo? Parlateve ne prego.

PRIMO CITTADINO: Il nostro intento non è ignoto al Senato: hanno avuto sentore in questi ultimi quindici giorni di quello che ci proponiamo di faree che ora faremo loro vedere in atto. Dicono che i poveri postulanti hanno il fiato forte: sapranno ora che abbiamo anche le braccia forti.

AGRIPPA: Ma comesignorimiei buoni amicimiei onesti concittadinivolete rovinarvi?

PRIMO CITTADINO: Non possiamosignore: siamo già rovinati.

AGRIPPA: Vi assicuroamiciche i patrizi hanno per voi la più caritatevole sollecitudine: per quel che riguarda i vostri bisognile vostre sofferenze in questa carestiatanto vale colpire il cielo con i vostri bastoniche levarli contro lo Stato romanoil quale continuerà nel suo corsospezzando diecimila frenifossero anche molto più forti di quanto la vostra opposizione potrà mai crearne.

Questa carestia l'hanno prodotta non i patrizima gli dèi: e le vostre ginocchianon le vostre bracciadebbono aiutarvi. Ahimèvi lasciate trascinare dalla sventura là dove altre sventure vi attendono: e voi calunniate i piloti dello Stato che hanno cura di voi come padrimentre li maledite quasi fossero nemici.

PRIMO CITTADINO: Si curano di noi! Sìin verità! non si sono mai curati di noifinora: lasciano che noi si muoia di famementre i loro granai sono pieni zeppi di grano: fanno editti sull'usurache proteggono gli usurai: aboliscono ogni giorno le leggi salutari stabilite contro i ricchi: e ogni giorno metton fuori aspri decreti per incatenare e tener schiavo il popolo. Se le guerre non ci divoranopenseranno loro a farlo: ecco tutto l'amore che hanno per noi!

AGRIPPA: O dovete confessare di essere tremendamente malevolio dovete lasciarvi accusare di pazzia. Vi racconterò una graziosa storiella: forse l'avrete già uditama poiché serve al mio scopomi arrischierò a invecchiarla un altro po'.

PRIMO CITTADINO: L'ascolteròsignoreperò non dovete credere di farci dimenticare con una storiella i nostri malanni: ma se vi fa piacereraccontate pure.

AGRIPPA: Vi fu un tempo che tutte le membra del corpo si ribellarono contro il ventre e lo accusarono nel seguente modo: che egli se ne stava nel mezzo del corpo come una voragine oziosa e inerte a insaccar cibosenza mai partecipare alle fatiche comunimentre gli altri organi vedevanoudivanoprogettavanoistruivanocamminavanosentivanoe con mutua partecipazione servivano gli appetiti e i desideri comuni a tutto il corpo. Il ventre rispose...

PRIMO CITTADINO: Benesignore: che risposta dette il ventre?

AGRIPPA: Amicove lo dirò: con un certo sorrisoche non venne mai dai polmonima pur così (perchévediio posso far sogghignare il ventre come farlo parlare) esso rispose sarcasticamente alle membra malcontenteagli organi ribelli che invidiavano il suo profitto:

proprio come voi malignatecon altrettanta ragionecontro i nostri senatori perché non sono come voi.

PRIMO CITTADINO: Sentiamo la risposta del ventre. Ma come! se la testa regalmente coronatal'occhio vigileil cuore che consigliail braccio che ci difendela gamba che ci portala lingua che è nostra araldacon tutti gli altri sostegni e minori aiuti di questa nostra macchinase essi...

AGRIPPA: Benee poi? per gli dèicome parla questo messere! benee poi? e poi?

PRIMO CITTADINO: ...dovessero essere oppressi da questo cormorano di ventre che è la sentina del corpo...

AGRIPPA: Benee poi?

PRIMO CITTADINO: ...se questi membri principali si lagnasseroche cosa risponderebbe ad essi il ventre?

AGRIPPA: Ve lo dirò: se mi accordate per un momento un po' di pazienza (e ne avete poca) udrete la risposta del ventre.

PRIMO CITTADINO: Voi la fate lunga.

AGRIPPA: Amico mionota ben questo: il ventre molto grave era ponderato e non impetuoso come i suoi accusatori; e rispose cosi: "è veromiei amici ed associati - disse egli - che io ricevo da principio tutto il nutrimento di cui voi vivete: ed è giustoperché io sono la riserva e il magazzino di tutto il corpo: ma se ve ne ricordateio mandoattraverso i fiumi del sanguequesto nutrimento fino alla corteil cuoree alla sede del cervello; e attraverso i meandri e gli apparati interni dell'uomoi più forti nervi e le vene più piccole ricevono da me quel tributo naturale di cui vivono. E sebbene voi tutti insiememiei buoni amici" questo disse il ventrestate attenti...

PRIMO CITTADINO: Sìsignore: avantiavanti.

AGRIPPA: "...sebbene tutti insieme non possiate vedere quello che io distribuisco a ciascunopure io posso rendere i miei conti e dimostrare che tutti ricevete da me di ritorno il fior della farina di ogni cosamentre a me non lasciate che la crusca". Che ne dite?

PRIMO CITTADINO: E' una risposta: ma come l'applicate?

AGRIPPA: I senatori di Roma sono il buon ventree voi le membra rivoltose. Perchéponderate i loro consigli e le loro curevagliate giustamente le cose che riguardano il benessere comune: e troverete che non vi è alcun beneficio pubblico che vi tocchiil quale non vi provenga e derivi da essi e in nessun modo da voi stessi. Che ne pensate? che ne dite voi che siete il pollice del piede di questa assemblea?

PRIMO CITTADINO: Io il pollice del piede? E perché il pollice del piede?

AGRIPPA: Perché essendo uno dei più bassidei più ignobilidei più miserabili di questa savissima rivoltatu vai avanti a tutti: tugranbestiache sei meno gagliardo di tutti nel correreti metti in testa agli altri per guadagnar qualcosa. Ma supreparate le vostre mazze e i vostri bastoni: Roma e i suoi topi sono sul punto di venire a battaglia: e una delle due parti ne avrà il danno.

 

(Entra CAIO MARZIO)

 

Salveo nobile Marzio!

MARZIO: Grazie. Che c'è di nuovosediziose canaglieche grattando la trista rogna delle vostre opinionivi coprite di pustole?

PRIMO CITTADINO: Noi abbiamo sempre una buona parola da voi.

MARZIO: Chi vi dirà buone parole sarà un adulatore troppo basso per muovere a schifo. Cosa vorreste averecaniche non amate né pace né guerra? l'una vi atterriscel'altra vi fa insolenti. Chi si fida di voidove dovrebbe trovarvi leonivi trova leprie dove volpioche:

voi non sietenopiù sicuri di un carbone acceso sul ghiaccioo di un chicco di grandine al sole. La vostra virtù sta nel far meritevole colui che è oppresso dalle sue colpee nel maledire quella giustizia che lo ha condannato. Chi merita grandezzaincorre nel vostro odio: e il vostro affetto è come l'appetito del malato che desiderapiù di tuttociò che aumenterebbe il suo male. Chi conta sul vostro favorevuol nuotare con pinne di piombo o segar querce con dei giunchi.

Andatevi a impiccare! Fidarsi di voi? mutate d'opinione ogni momento e chiamate nobile colui che era poco prima l'odio vostroe vile chi era il vostro serto di gloria. Per qual motivo andate gridando in varie parti della cittàcontro il nobile Senato cheguidato dagli dèivi tiene a frenovoi che altrimenti vi divorereste l'un l'altro? Che cosa vogliono?

AGRIPPA: Grano al prezzo loro: perchéessi diconola città ne è ben provvista.

MARZIO: Impiccateli! Essi dicono! stanno seduti al canto del fuoco e pretendono sapere quello che accade in Campidoglio: sapere chi sorgechi prosperachi declina: schierarsi con questa o quella fazione e annunciare matrimoni immaginari: vantare la forza di alcuni partiti e abbassare gli altriche loro spiaccionofin sotto le suole delle loro scarpe rattoppate. Dicono che vi è grano a sufficienza! Oh se la nobiltà volesse metter da parte la sua misericordia e mi lasciasse usar la spada! io farei di migliaia di questi schiavi tagliati a pezzi una catasta alta quanto potessi piantare la mia lancia!

AGRIPPA: Peròquesti sono quasi completamente persuasi: perchésebbene manchino anche troppo di cervellopure sono più che vigliacchi. Mavi pregocosa dice l'altra mandria?

MARZIO: Si sono dispersiche l'impicchino! dicevano che avevano famee sospiravano proverbi: che la fame rompe i muri di pietra; che anche i cani debbono mangiare: che il cibo è fatto per la bocca: che gli dèi non mandano il grano solo per i ricchi: con queste frasi tritesfogavano i loro lagni: e quando a questi fu risposto e venne accordata loro una petizionestrana davvero (tale da spezzare il cuore dei nobili e far impallidire l'orgoglioso potere)hanno gettato in aria i berretti che pareva volessero appenderli ai corni della lunae hanno fatto a gara a chi gridava di più.

AGRIPPA: Che cosa è stato loro concesso?

MARZIO: Cinque tribunidi loro sceltache difendano la loro saggezza plebea; uno è Giunio Brutoun altro Sicinio Velutoe non so più chi altri. Morte e dannazione! la canaglia avrebbe dovuto scoperchiare tutte le case prima di ottenere questa concessione da me; essa col tempo prevarrà sul potere del Senato e genererà più forti argomenti per giustificare le rivolte.

AGRIPPA: Questa è una strana cosa...

MARZIO: Viatornate alle vostre caseframmenti!

 

(Entra un Messaggeroin fretta)

 

MESSAGGERO: Dov'è Caio Marzio?

MARZIO: Eccomi: che c'è?

MESSAGGERO: La notizia èsignoreche i Volsci sono in armi.

MARZIO: Ne sono lieto: così avremo mezzo di liberarci di questo fetido superfluo di cittadini. Ecco i nostri migliori senatori.

 

(Entrano COMINIOTITO LARZIO e altri Senatori; poi GIUNIO BRUTO e SICINIO VELUTO)

 

PRIMO SENATORE: Marzioavete recentemente detto: i Volsci sono in armi.

MARZIO: Hanno un condottieroTullo Aufidioche vi darà da fare: io pecco nell'invidiargli il suo valoree se io fossi altro da quello che sononon vorrei esser che lui.

COMINIO: Avete combattuto insieme.

MARZIO: Se metà del mondo fosse alle prese con l'altra metàed egli stesse dalla parte miami rivolterei per combattere solo con lui:

egli è un leone a cui io sono fiero di dare la caccia.

PRIMO SENATORE: Allorao nobile Marzioaccompagnate Cominio in questa guerra.

COMINIO: E' la promessa che avete già data.

MARZIO: E' veroe non muto: Tito Larziotu mi vedrai ancora una volta vibrare i miei colpi al viso di Tullo: ma che? sei tu irrigidito? ti tieni fuori dei nostri ranghi?

LARZIO: NoCaio Marzio; piuttosto che rimanere indietro in questa guerrami appoggerei ad una stampella e combatterei coll'altra.

AGRIPPA: O ben nato!

PRIMO SENATORE: Accompagnateci al Campidoglio dove so che i nostri migliori amici ci attendono.

LARZIO (a Cominio): Conduceteci; (a Marzio) segui Cominio; noi seguiremo voi; voi ben meritate la precedenza.

COMINIO: Nobile Marzio!

PRIMO SENATORE (ai Cittadini): Via di qua: alle vostre case: andatevene!

MARZIO: Nolasciate che ci seguano: i Volsci hanno abbondanza di grano: conduciamo là questi topi che rodano i loro granai. Onorevoli rivoltosiil vostro valore promette bene: di graziaseguiteci.

 

(I Cittadini se la svignano. Escono tutti tranne Bruto e Veluto)

 

VELUTO: Vi fu mai uomo orgoglioso come questo Marzio?

BRUTO: Egli non ha l'uguale.

VELUTO: Quando siamo stati nominati tribuni della plebe...

BRUTO: Avete notato le sue labbra e i suoi occhi ?

VELUTO: Sìma soprattutto i suoi sarcasmi.

BRUTO: Quand'è iratoegli non risparmierebbe con i suoi frizzi neppure gli dèi.

VELUTO: Si farà beffe della casta Diana.

BRUTO: Che la guerra attuale lo divori! è divenuto troppo superbo d'esser tanto valoroso.

VELUTO: Un carattere talesolleticato dal buon successosdegna perfino l'ombra che egli calpesta al meriggio. Ma mi sorprende che la sua tracotanza si adatti a servire agli ordini di Cominio.

BRUTO: La fama a cui egli aspira e da cui egli è già molto favoritonon può esser meglio conservata né meglio acquistatache servendo al secondo rango: perché ciò che andrà male sarà colpa del generaleanche se egli faccia quanto è possibile ad un uomo di fare: e la stolta critica griderà allora di Marzio: "oh! se avesse egli condotto l'impresa!".

VELUTO: Invecese le cose andranno benel'opinione pubblicache è già tutta in favore di Marziospoglierà Cominio di ogni merito.

BRUTO: Andiamo: metà degli onori di Cominio saranno attribuiti a Marzioanche se egli non se li sarà guadagnati: e tutte le colpe di Cominio si trasformeranno in onori per Marzioanche se in realtà egli non se li sarà affatto meritati.

VELUTO: Andiamocene: rechiamoci ad udire come è decisa la spedizione:

e in qual modooltre la sua solita stranezza di carattereegli vada a questa guerra.

BRUTO: Andiamo.

 

(Escono)

 

 

 

SCENA SECONDA - Corioli. Il Senato

(Entrano TULLO AUFIDIO e vari Senatori)

 

PRIMO SENATORE: Così è vostra opinioneAufidioche quelli di Roma abbiano avuto sentore dei nostri consiglie sappiano come intendiamo agire?

AUFIDIO: Non è questa anche la vostra? Quale decisione è stata mai presa in questo Statoche si sia potuta tradurre in atto prima che Roma ne fosse informata? Non sono ancora quattro giorni dacché io ho avuto notizia da Roma: queste sono le precise parole: credo di aver la lettera con mesìeccola qui: (legge) "Hanno preparato un esercito ma non si sa se per mandarlo ad Oriente o ad Occidente; la carestia è grande; il popolo è in rivoltae corre voce che CominioMarzio (il vostro antico nemicoche in Roma è più odiato che da voi)e Tito Larziovalentissimo romanoquesti tre conducano la spedizione dovunque sia diretta: molto probabilmente è contro di voi. State in guardia".

PRIMO SENATORE: Il nostro esercito è in campo; non abbiamo mai dubitato che Roma fosse pronta a risponderci.

AUFIDIO: Né avete mai dubitato che fosse follia il mascherare i vostri grandi progettifino al momento in cui dovessero di necessità mostrarsi: progetti chesembramentre si stavano ancor maturandofurono svelati a Roma. Questa scoperta ci impedirà di raggiungere il nostro fineche era di impossessarci di molte città prima che Roma sapesse che eravamo sulle mosse.

SECONDO SENATORE: Nobile Aufidioprendete il comando: correte alle vostre truppe e lasciate noi soli a difendere Corioli; se essi si accamperanno dinanzi alla cittàriconducete il vostro esercito per sloggiarli: ma ritengo che voi troverete che essi non si sono armati contro di noi.

AUFIDIO: Oh! non dubitatene! Io parlo per informazioni certe. Anzidico di più: alcune parti del loro esercito sono già in marciadirette contro di noi. Io prendo congedo dalle signorie Vostre: se noiio e Caio Marzioavremo occasione di incontrarciabbiamo giurato a vicenda di combattere senza tregua sino a che uno dei due non possa più farlo.

TUTTI: Gli dèi vi assistano.

AUFIDIO: E proteggano le signorie Vostre.

PRIMO SENATORE: Addio.

SECONDO SENATORE: Addio.

TUTTI: Addio.

 

(Escono)

 

 

 

SCENA TERZA - Roma. Una stanza in casa di Caio Marzio

(Entrano VOLUMNIA e VIRGILIAsi mettono a sedere su due piccoli scanni e cominciano a cucire)

 

VOLUMNIA: Cantatefiglia miavi pregoo almenoesprimetevi in maniera più lieta: se mio figlio fosse mio maritoio mi rallegrerei più dell'assenza in cui acquistasse gloriache non degli amplessi del talamoin cui desse prova di grandissimo amore. Quando era ancora tenero fanciullo e l'unico figlio uscito dal mio gremboquando la giovinezza colle sue grazie attirava tutti gli sguardi su di luiquando per una giornata intera di preghiere regaliuna madre non avrebbe consentito ad allontanarlo per un'ora dal suo sguardoioconsiderando come l'onore si addiceva a una tale persona e come essa non era nulla di meglio di un quadro appeso ad una paretese la fama non l'animavami compiacqui di lasciarlo sfidare il pericolo dove avrebbe potuto trovar la gloria. A una crudele guerra lo mandai: e da essa ritornò con la fronte cinta dalla corona di quercia. Te lo assicurofiglia; non trasalii più di gioia al primo apprendere che era nato uomoche alloraal primo vedere che egli si era dimostrato un uomo.

VIRGILIA: Ma se egli fosse morto nell'impresasignora: che avreste fatto allora?

VOLUMNIA: Allora la sua buona fama sarebbe stata il mio figliuolo: in essa avrei trovato la mia discendenza. Ascolta quanto ti dico in tutta sincerità: se io avessi dodici figlitutti eguali nel mio affetto e nessuno meno caro del tuo e mio buon Marzioio preferirei piuttosto che undici morissero nobilmente per il loro paeseanziché uno solo vivesse nella voluttà lontano dall'azione guerresca.

 

(Entra una Dama di compagnia)

 

DAMA: Signorala signora Valeria è venuta a farvi visita.

VIRGILIA: Vi scongiuropermettetemi di ritirarmi.

VOLUMNIA: No davveronon lo permetto: mi sembra ora di sentir di qui il tamburo di vostro marito: di vederlo trascinare a terra Aufidio per i capelli: e i Volsci fuggire dinanzi a lui come i ragazzi alla vista dell'orso: mi sembra di vederlo così battere col piedegridando: "Sucodardi; foste generati dalla paura sebbene nati in Roma": e poiasciugandosi la fronte coperta di sangue colla mano inguantata di ferroegli si precipita innanzisimile a un mietitoreil cui compito è di mieter tutto o di perdere la sua giornata.

VIRGILIA: La sua fronte coperta di sangue! Oh Giovenodel sangueno.

VOLUMNIA: Viasciocca; si addice all'uomo più che l'oro ai suoi trofei: le mammelle di Ecuba quando allattava Ettore non erano più belle della fronte di Ettore quando sprizzava sangue sotto la spada grecasprezzandola. Dite a Valeria che siamo pronte a darle il benvenuto.

 

(Esce la Dama di compagnia)

 

VIRGILIA: Il cielo protegga il mio signore contro il feroce Aufidio.

VOLUMNIA: Egli premerà la testa di Aufidio sotto il suo ginocchio e gli porrà il piede sul collo.

 

(Entra VALERIAseguita dalla Dama di compagnia e da un Servo)

 

VALERIA: Signorebuon giorno a tutte e due.

VOLUMNIA: Cara amica.

VIRGILIA: Sono lieta di vedervisignora.

VALERIA: Come state? siete veramente due massaie. Cosa state cucendo?

un bel ricamoin fede mia. Come va il bambino?

VIRGILIA: Benesignora: grazie.

VOLUMNIA: Preferisce veder la spada ed ascoltare il tamburoanziché far attenzione al maestro.

VALERIA: In fede miaegli è figlio di suo padre: ve l'assicuroè un graziosissimo ragazzo. Davvero: l'osservai per una mezz'ora mercoledì scorso; aveva un'aria così risoluta. Lo vidi correre dietro a una farfalla doratae quando l'ebbe presa la lasciò andare di nuovo: e poi di nuovo a correrle dietro: ed ecco che egli ruzzola per terra e si rialzae l'acchiappa di nuovo; e allorasia che la caduta lo avesse irritato o comunque fossedigrignò i denti e la fece a pezzi:

e come la conciòve l'assicuro!

VOLUMNIA: Una delle collere di suo padre.

VALERIA: Davveroè un fiero ragazzo.

VIRGILIA: Un demoniettosignora.

VALERIA: Sumettete da parte il lavoro: dovete venire con me a far la massaia oziosaquesto pomeriggio.

VIRGILIA: Nocara signora: io non voglio uscire di casa.

VALERIA: Non volete uscire?

VOLUMNIA: Usciràuscirà.

VIRGILIA: No davveroperdonatemi: non varcherò la soglia di casafino a che il mio signore non sarà tornato dalla guerra.

VALERIA: Eh via! avete torto a rinchiudervi così: orsùvoi dovete venire a visitare la buona signora che sta per partorire.

VIRGILIA: Le auguro di rimettersi presto in forzee la visiterò con le mie preghierema non posso andare da lei.

VOLUMNIA: E perchédi grazia?

VIRGILIA: Non per evitare l'incomodoné per mancanza d'affetto.

VALERIA: Vorreste essere una seconda Penelope: eppurea quel che diconotutta la lana che filò nell'assenza di Ulisse non servì ad altro che a riempire Itaca di tarme. Suvorrei che la vostra batista fosse sensibile come il vostro ditosì che per pietà voi cessaste di bucarla; suvoi verrete con noi.

VIRGILIA: Nomia buona signorascusatemi; ma davvero io non uscirò.

VALERIA: Davverosuvenite con me: vi darò ottime notizie di vostro marito.

VIRGILIA: Ohcara signoranon ve ne possono essere ancora.

VALERIA: Sinceramentenon 'scherzo con voi: ieri sera sono giunte notizie da lui.

VIRGILIA: Davverosignora?

VALERIA: Sul serioè proprio vero: ho udito un senatore che le ripetevaed eccole: i Volsci hanno un esercito in campo; contro di esso si è mosso Cominioil generalecon una parte delle forze romane; vostro marito e Tito Larzio si sono accampati dinanzi a Corioli; essi non dubitano affatto che la conquisteranno e concluderanno presto la guerra. Questo è proprio verosull'onor mio; ed oraviavi pregovenite con noi.

VIRGILIA: Vogliate scusarmibuona signora: io vi obbedirò in tutto un'altra volta.

VOLUMNIA: Lasciatela stare; così come è oranon farebbe che guastare il nostro buon umore.

VALERIA: Davverocredo di sì... addiodunque: venitecara amica.

Virgiliati pregoscaccia la tua melanconia e vieni con noi.

VIRGILIA: Nouna volta per tuttesignoranon posso. Vi auguro buon divertimento.

VALERIA: Va bene allora: addio.

 

(Escono)

 

 

 

SCENA QUARTA - Dinanzi a Corioli

(Entranocon bandiere e tamburiCAIO MARZIOTITO LARZIOUfficiali e Soldati)

 

MARZIO: Giungono nuove di laggiù: scommetto che si sono scontrati.

LARZIO: Il mio cavallo contro il vostro: scommetto di no.

MARZIO: Accettato.

LARZIO: D'accordo.

 

(Entra un Messaggero)

 

MARZIO: Di'il nostro generale si è azzuffato con il nemico?

MESSAGGERO: Sono accampati in vista l'uno dell'altro; ma per ora non sono ancora venuti alle armi.

LARZIO: Così il tuo buon destriero è mio.

MARZIO: Lo ricomprerò da te.

LARZIO: Nonon voglio venderloné cederlo: te lo presterò per mezzo secolo. Intimate la resa alla città.

MARZIO: A che distanza stanno accampati due eserciti?

MESSAGGERO: A un miglio e mezzo di qui.

MARZIO: In questo caso sentiremo il loro grido di guerra ed essi il nostro. Adesso Marteti pregofacci spediti nell'impresa sì che con le fumanti spade si possa marciare di qui in aiuto dei nostri amici in campo. Susuona la tromba.

 

(Si suona a parlamento. Appaiono sulle mura alcuni Senatori e altri)

 

E' dentro le mura Tullo Aufidio?

PRIMO SENATORE: Noné un uomo che vi tema meno di lui; il che è a dire meno di niente. Sentite? (Suono di tamburi in distanza) I nostri tamburi chiamano a battaglia i nostri giovani; noi abbatteremo le nostre murapiuttosto che lasciarci stabbiare dentro. Le nostre porte che sembrano chiusele abbiamo solo assicurate con dei giunchi: si apriranno da sé. Uditelaggiù lontano: (altri suoni marziali) là è Aufidio; sentite quale strage egli compie tra le vostre soldatesche in rotta?

MARZIO: Ohsono alle prese!

LARZIO: Lo strepito della loro battaglia ci sia d'esempio. Olàle scale!

 

(I Volsci appaiono sulla scena)

 

MARZIO: Non ci temonoma escono dalla loro città. Ora mettete i vostri scudi dinanzi al pettoe combattete con cuori più temprati del bronzo degli scudi. Avantivaloroso Tito: ci disprezzano oltre ogni nostro crederee questo mi fa sudar di rabbia. Suamici miei: chi si ritira lo prenderò per un Volsco ed egli sentirà il filo della mia spada.

 

(Segnale di battaglia: escono Romani e Volsci pugnando: i Romani sono ricacciati alle loro trincee. Rientra CAIO MARZIOmaledicendo)

 

MARZIO: Tutti i contagi del mezzogiorno ricadano su di voionta di Roma: vil gregge di... Ulcere e piaghe vi copran tuttisì che siate aborriti prima ancora d'esser vistie vi infettiate a vicenda a distanza di un miglio contro vento! Anime di oche che portate sembianze umanecome siete fuggiti davanti a schiavi che sarebbero stati sbaragliati perfino da scimmie! Per Plutone e l'inferno: tutti feriti nella schiena! Rosso di sangue il dorso e il viso pallido per la fuga e la febbrile paura! Riprendetevie caricate a fondo: oper le luci del cieloio lascerò il nemico e mi avventerò su di voi.

Venite avanti: se tenete duronoi li ricacceremo fino nelle braccia delle loro moglicome essi ci hanno incalzato fino alle nostre trincee. (Altro segnale d'armi. I Volsci fuggono e Marzio li insegue alle porte) Eccole porte ora sono aperte: ora secondatemi validamente: la fortuna le apre per quelli che inseguononon per quelli che fuggono: guardate me e fate lo stesso.

 

(Entra dalla porta)

 

PRIMO SOLDATO: Pazzo ardire: io no davvero!

SECONDO SOLDATO: E neppur io!

 

(Marzio è rinchiuso dentro)

 

PRIMO SOLDATO: Guardal'hanno chiuso dentro.

TUTTI: E' caduto in trappolate lo assicuro.

 

(Continua il segnale di battaglia)

(Rientra TITO LARZIO)

 

LARZIO: Che cosa ne è di Marzio?

TUTTI: Uccisosignorenon v'ha dubbio.

PRIMO SOLDATO: Inseguendo i fuggiaschi alle calcagnaegli è entrato dentro con loro: essi ad un tratto hanno chiuso le porte ed egli è rimasto solo a tener testa a tutta la città.

LARZIO: O nobile compagno! che essendo sensibilesorpassi in audacia la tua spada insensibilee quando essa si piegarimani inflessibile!

Tu sei perdutoo Marzio: un diamante intero grande come tenon sarebbe un gioiello altrettanto prezioso. Tu fosti un soldato secondo l'idea di Catone: fiero e tremendo non solo quando colpivi; ma col tuo occhio grifagnoe col rimbombo della tua voce simile a tuonofacevi tremare i tuoi nemiciquasi che il mondo fosse febbricitante e si scuotesse.

 

(Rientra CAIO MARZIO insanguinatoassalito dai nemici)

 

PRIMO SOLDATO: Guardatesignore.

LARZIO: Ohè Marzio: corriamo a liberarlo o a morir con lui.

 

(Combattonoe tutti entrano in città)

 

 

 

SCENA QUINTA - Dentro la città. Una strada

(Entrano alcuni Soldati romani col bottino)

 

PRIMO SOLDATO: Questo lo porterò a Roma SECONDO SOLDATO: E io questo.

PRIMO SOLDATO: Gli venga il cancherol'avevo preso per argento!

 

(Il segnale di battaglia si ode ancora in distanza)

(Entrano CAIO MARZIO e TITO LARZIO con un Trombettiere)

 

MARZIO: Guardateliquesti poltronieri che stimano il loro tempo al prezzo di una dramma fessa. Cuscinicucchiai di stagnoferri vecchigiacche che il boia seppellirebbe con quelli che le portavanodi tutto questoprima ancora che la battaglia sia finitaquesti vili marrani fanno il sacco; al diavolo! Ascoltate quale strepito fa il nostro generale? Andiamo da lui. Ivi è l'uomo che è l'odio dell'anima miaAufidioche massacra i Romani. Perciòo valoroso Titoprendi con te un numero sufficiente di uomini a tener la città: mentre io con quelli che ne hanno l'animo correrò in aiuto di Cominio.

LARZIO: Degno amicotu sanguini! il tuo sforzo è stato troppo violentoper una nuova serie di combattimenti.

MARZIO: Signorenon mi lodate: l'opera mia non mi ha ancora riscaldato: addio: il sangue che io verso è più salutare per me che pericoloso. Così io voglio apparire dinanzi ad Aufidio e combatterlo.

LARZIO: Ora la graziosa deala Fortunasi innamori pazzamente di tee i suoi potenti incantesimi deviino da te le spade dei nemici. Ardito signore: il successo sia il tuo paggio. MARZIO: E sia amico di te non meno che di quelli che esso pone più in alto. E oraaddio.

LARZIO: O nobilissimo Marzio! (Esce Marzio) Vaie suona la tromba sulla piazza del mercatochiama qui tutti i magistrati della città onde far conoscere le nostre decisioni... Via.

 

(Escono)

 

 

 

SCENA SESTA - Nei pressi del campo di Cominio

(Entra COMINIOcome se fosse in ritiratacon Soldati)

 

COMINIO: Riposateviamici miei: avete ben combattuto; ce la siamo cavata in modo degno di Romanisenza temerità nella resistenzasenza viltà nella ritirata. Credetemiamicisaremo assaliti di nuovo.

Mentre ci azzuffavamoa intervallinelle folate del ventoabbiamo udito le cariche dei nostri amici. Che gli dèi romani favoriscano la loro impresacome noi ci auguriamo per la nostrasì che i nostri due esercitiincontrandosi con lieto aspettopossano render loro sacrifici di grazie.

 

(Entra un Messaggero)

 

Che notizie rechi?

MESSAGGERO: I cittadini di Corioli hanno fano una sortita e dato battaglia a Larzio e a Marzio. Ho visto i nostri ricacciati fino alle loro trinceee poi me ne sono venuto via.

COMINIO: Anche se tu dici il veronon mi sembra che tu parli bene.

Quanto tempo è trascorso da allora?

MESSAGGERO: Più di un'oramio signore.

COMINIO: Non c'è neppure un miglio di distanza e da poco abbiamo udito i loro tamburi: come hai potuto perdere un'ora per fare un miglioe portar così tardi questa notizia?

MESSAGGERO: Spie dei Volsci mi hanno inseguitosì che io sono stato costretto a fare un lungo giro di tre o quattro miglia: altrimentisignoreda più di mezz'ora avrei recato il mio messaggio COMINIO: Chi si avanza laggiù che sembra come se fosse scorticato? O dèiegli ha il portamento di Marzio e altra volta l'ho visto così.

MARZIO (dall'interno): Arrivo troppo tardi?

COMINIO: Il pastore non distingue meglio il tuono dal tamburodi quello che io non distingua la voce di Marzio dalla voce di ogni altro comune mortale.

 

(Entra CAIO MARZIO)

 

MARZIO: Arrivo troppo tardi?

COMINIO: Sìse tu vieni qui coperto non del sangue altruima del tuo proprio.

MARZIO: Ohfate che io vi stringa nelle mie braccia col vigore di quando corteggiavo mia moglie: e col cuore festante come nel giorno delle nozzequando le torce mi scortarono al talamo nuziale.

COMINIO: O fior dei guerriericome sta Tito Larzio?

MARZIO: Come un uomo affaccendato a far decreti condannando alcuni a mortealtri all'esilio: accettando il riscatto di unoavendo pietà di un altrominacciando un terzo: tenendo Corioli in nome di Romacome si tiene al laccio un levriero festanteche si può lasciar libero a volontà.

COMINIO: Dov'è quel manigoldo che mi ha detto che eravate stati respinti nelle trincee? dov'è? fatelo venire qui.

MARZIO: Lasciatelo stare; vi disse il vero: ma in quanto ai nostri signoriquelli dei ranghi comuni (la peste li colga: tribuni a loro?) il topo non fuggì mai davanti al gattocom'essi se la diedero a gambe dinanzi a dei miserabili più vili di loro.

COMINIO: Ma come siete riusciti a vincere?

MARZIO: E' proprio il momento di raccontarlo? non lo credo. Dov'è il nemico? siete voi padroni del campo? se non lo siete perché cessate dal combattere finché non lo divenite?

COMINIO: Marzioabbiamo combattuto svantaggiosamente e ci siamo ritirati per raggiungere il nostro scopo.

MARZIO: Come è disposto il loro esercito? sapete da qual lato hanno posto i loro uomini migliori?

COMINIO: A quanto posso indovinarele loro prime fileMarziosono formate dagli Anziati sui quali fidano di più; li comanda Aufidioche è il cuore delle loro speranze.

MARZIO: Vi prego per tutte le battaglie che abbiamo combattuto insiemee per il sangue che insieme abbiamo versatoper i voti fatti di rimaner sempre amiciche mi poniate subito a fronte di Aufidio e dei suoi Anziatie che non vogliate frapporre alcun indugioma riempiendo l'aria delle nostre spade brandite e dei nostri giavellottisi venga subito alla prova.

COMINIO: Sebbene io dovessi piuttosto desiderare che foste condotto a un bagno ristoratore e che dei balsami fossero applicati alle vostre feritepure non oso rifiutare la vostra richiesta: prendetevi a scelta quelli che più possono aiutarvi nell'impresa.

MARZIO: Sono quelli che si mostrano meglio disposti. Se vi è alcuno qui (e sarebbe delitto il dubitarne) che ami questo colore sanguigno di cui mi vedete coperto; se qualcuno vi è che teme meno per la sua persona che per il suo buon nome; che ritenga una morte eroica più nobile di una vita cattivae la sua patria più cara di se stesso; quegli solo o altri che la pensino ugualmenteagiti la mano cosìper manifestare la sua volontà e seguir Marzio. (Tutti gridano e roteano le loro spadelo sollevano sulle braccia e gettano in aria i berretti) Ome solo! volete far di me una spada? se queste dimostrazioni non sono semplicemente esteriorichi di voi non vale quattro Volsci? non vi è alcuno di voi che non sia capace di opporre al grande Aufidio uno scudo duro come il suo. Sebbene io sia grato a tuttidebbo scegliere solo un certo numero: gli altri faranno il loro dovere in qualche altro combattimentosecondo il bisogno. Piaccia a voiCominiodi marciare: e quattro sceglieranno subitoal mio comandoquelli che sono più disposti a seguirmi.

COMINIO: Marciateo miei compagni: giustificate questa dimostrazione di coraggio e condividerete ogni cosa con noi.

 

(Escono)

 

 

 

SCENA SETTIMA - Alle porte di Corioli

(TITO LARZIOdopo aver posto un presidio a Corioliavviandosipreceduto da tamburi e trombeverso COMINIO e CAIO MARZIOentra con un Luogotenenteuna compagnia di Soldati e una Guida)

 

LARZIO: Dunqueche le porte siano ben custodite: state agli ordini come io ve li ho prescritti. Se mando per soccorsospedite quelle centurie in nostro aiuto: il resto servirà per una breve resistenza.

Se perdiamo in camponon potremo conservare la città.

LUOGOTENENTE: Non dubitate della nostra vigilanzasignore.

LARZIO: Andatee chiudete bene le porte dietro di voi. Tunostra guidavieni: conducimi al campo romano.

 

(Escono)

 

 

 

SCENA OTTAVA - Un campo di battaglia tra l'accampamento romano e quello dei Volsci

(Segnale di battaglia. Entrano da lati opposti CAIO MARZIO e TULLO AUFIDIO)

 

MARZIO: Non combatterò con altri che con teperché ti odio più di uno spergiuro.

AUFIDIO: Ci odiamo in modo uguale. L'Africa non possiede un serpente che io aborra più della tua fama che io invidio. In guardia.

MARZIO: Che il primo che retrocedemuoia schiavo dell'altro e gli dèi lo condannino dopo!

AUFIDIO: Se io fuggoMarziourlami dietro come a una lepre.

MARZIO: In queste tre oreTulloda solo ho combattuto dentro le mura della tua Corioli e ho fatto quello che mi è piaciuto fare. Questo di cui mi vedi copertonon è sangue mio: per vendicartitendi al massimo tutta la tua forza.

AUFIDIO: Fossi tu quell'Ettore che fu il nerbo della tua razza tanto vantatanon mi sfuggiresti qui. (Combattono e alcuni Volsci accorrono in aiuto di Aufidio) Zelanti ma non valorosi amicimi avete disonorato col vostro maledetto aiuto.

 

(Escono combattendoricacciati da Marzio)

 

 

 

SCENA NONA - Il campo romano

(Allarme. Si suona la ritirata. Fanfara. Entrano da un lato COMINIO con i Romani; dall'altro CAIO MARZIO con un braccio al collo)

 

COMINIO: Se io dovessi raccontarti l'opera tua di questa giornatanon presteresti fede alle tue gesta; ma io le narrerò là dove i senatori uniranno le lacrime ai sorrisidove i grandi patrizi ascolteranno scrollando le spalle e infine ammireranno; dove le signore mostreranno spavento e tremando di piacere vorranno ascoltare ancoradove gli ottusi tribuni checon gli ammuffiti plebeiodiano la tua gloriadiranno contro voglia: "siano grazie agli dèiche la nostra Roma ha un tale soldato". Eppure tu sei venuto solo per un boccone di questo festinoavendo ampiamente banchettato prima.

 

(Entra TITO LARZIO con i suoi Soldatireduce dall'inseguimento)

 

LARZIO: O generale! Ecco il destriero: noi la bardatura: se avessi visto...

MARZIO: Vi pregobasta; mia madreche ha il privilegio di vantare il suo sangue quando mi elogiami addolora. Io ho fatto come voi avete fatto: cioèquanto ho potuto; mossocome lo siete stati voidall'amore per la patria. Chi ha soltanto recato in atto la sua buona volontàha compiuto quel che ho compiuto io.

COMINIO: Voi non sarete la tomba dei vostri meriti. Roma deve conoscere il valore dei suoi figli: sarebbe un nascondere peggiore del furtonon inferiore a una calunniail tener celate le vostre gestail passar sotto silenzio quello cheproclamato sulle più alte vette dell'elogioapparirebbe sempre modestamente lodato: quindi io vi scongiuroin segno di ciò che voi sietenon in compenso di ciò che avete fattoascoltatemi qui in presenza dell'esercito.

MARZIO: Ho delle feriteed esse bruciano nel sentirsi ricordate.

COMINIO: Se non fossero ricordateesse ben potrebbero ulcerare di fronte all'ingratitudinee aver per sola tenda la morte. Di tutti i cavalli (e ne abbiamo preso dei buoni e in buon numero)di tutte le ricchezze ammassate nel campo e nella cittànoi vi accordiamo la decima parteda prendersi prima della ripartizione comunea vostra scelta.

MARZIO: Vi ringraziogenerale; ma non posso far sì che il mio cuore consenta a prendere un dono come salario della mia spada. Rifiuto il dono e mi contento della mia parte comune con quelli che hanno partecipato all'azione. (Una lunga fanfara. Tutti gridano: "Marzio! Marzio!" e gettano per aria i berretti e le lance: Cominio e Larzio si scoprono) Possano questi stessi strumenti che voi profanate non risuonare mai più! Quando le trombe e i tamburi si dimostreranno adulatori sul campo di battagliache le corti e le città siano popolate di perfida piaggeria. Quando l'acciaio diviene morbido come la seta del parassitapossa questa servire di armatura nelle battaglie. Bastavi dicobasta! Per il fatto che non mi sono lavato il naso che sanguinavao che ho abbattuto qualche debole nemicoil che molti qui hanno fatto senza esser lodativoi mi circondate con acclamazioni iperbolichecome se io amassi che i miei scarsi meriti fossero nutriti di lodi condite di menzogne.

COMINIO: Troppo modesto voi siete: più crudele verso la vostra rinomanza che grato a noi che ve la diamo sinceramente. Con vostra licenzase voi siete irritato contro voi stessovi metteremo le manette come a uno che vuole il proprio danno: e poi ragioneremo tranquillamente con voi. Dunque sia noto a tutticome lo è a noiche Caio Marzio ha meritato il serto di questa guerra: e in testimonianza di questoio gli dono il mio nobile destrieroconosciuto da tutto l'accampamentocon tutti i finimenti; e da oggi innanzi per ciò che ha fatto davanti a Corioli lo si chiamicon il saluto e l'applauso dell'esercito: Caio Marzio Coriolano. Possa tu portare sempre questo soprannomenobilmente!

 

(Applausi. Suoni di trombe e tamburi)

 

TUTTI: Caio Marzio Coriolano!

CORIOLANO: Voglio andare a lavarmi: e quando il mio viso sarà pulitovedrete se arrossisco o no. Comunqueio vi ringrazio. Intendo cavalcare il vostro destrieroe in ogni occasioneaggiunger nuovo lustroper quanto in meal soprannome che mi avete dato. COMINIO: E ora alle nostre tendedove prima di riposarciscriveremo a Roma del vostro trionfo. VoiTito Larziodovete tornare a Corioli e mandare a Roma i migliori cittadini con i quali si possa trattare per il nostro e il loro vantaggio.

LARZIO: Lo faròmio signore.

CORIOLANO: Gli dèi cominciano a farsi beffe di me. Io che ho ricusato or ora doni principeschimi vedo costretto a mendicare un favore dal mio comandante.

COMINIO: Prendeteloè vostro: di che si tratta?

CORIOLANO: Un tempo io abitai qui in Corioli in casa di un povero uomo; egli mi trattò cortesemente: si è rivolto a me per aiuto; l'ho visto prigioniero; ma in quel momento Aufidio mi venne dinanzi e l'ira sopraffece la mia pietà. Vi prego di concedere la libertà al mio povero albergatore.

COMINIO: Ohben chiesto! fosse anche l'assassino di mio figliosarebbe libero come l'aria. LiberaloTito.

LARZIO: Marzioil suo nome?

CORIOLANO: Per Giovel'ho dimenticato. Sono stancola memoria non mi regge. Non avete del vino qui?

COMINIO: Andiamo nella nostra tenda: il sangue sul vostro volto si raggruma: è tempo che sia curato. Venite!

 

(Escono)

 

 

 

SCENA DECIMA - L'accampamento dei Volsci

(Fanfare e cornette. Entra TULLO AUFIDIOsanguinantecon due o tre Soldati)

 

AUFIDIO: La città è presa!

PRIMO SOLDATO: Ti sarà restituita a buone condizioni.

AUFIDIO: Condizioni! volesse il cielo che io fossi Romanoperché essendo Volsco non posso essere quello che sono. Condizioni! quali buone condizioni può contenere un trattato per il partito che è alla mercé dell'altro? cinque volteo Marzioio ho combattuto con te: e altrettante volte mi hai vintoe mi vinceresticredose dovessimo incontrarci così spesso come mangiamo. Per il cielo! se mai l'incontro faccia a faccia egli sarà mioo io sarò suo. Il mio odio non ha più quegli scrupoli di onore che aveva prima: perché mentre prima pensavo di schiacciarlo in un combattimento ugualespada leale contro spadaora lo colpirò in qualunque modo l'ira e l'astuzia potranno raggiungerlo.

PRIMO SOLDATO: Egli è il diavolo.

AUFIDIO: Più audacenon così scaltro. Il mio valore è avvelenato solo perché è offuscato dal suo; e per lui devierà dal suo corso naturale; né sonnoné santuarioné l'esser nudo o malatoné tempioné Campidoglioné preghiera di sacerdotiné tempo di sacrificitutti impedimenti al furoreinnalzeranno il loro putrido costume e privilegio contro il mio odio per Marzio; e dovunque lo troveròfosse anche a casa miasotto la protezione di mio fratelloanche lìcontro le leggi dell'ospitalitàmi laverò la mano feroce nel suo sangue. Andate alla città: informatevi del modo in cui è governatae chi sono quelli che dovranno essere ostaggi a Roma.

PRIMO SOLDATO: Non venite anche voi?

AUFIDIO: Sono atteso al bosco dei cipressi. Vi pregoportatemi laggiù (è a sud dei mulini della città) notizie di come va il mondosì che io possa sul passo suo regolare il mio cammino.

PRIMO SOLDATO: Lo faròsignore.

 

(Escono)

 

 

 

ATTO SECONDO

 

SCENA PRIMA - Una piazza pubblica in Roma

(Entra AGRIPPA con i due Tribuni della plebe VELUTO e BRUTO)

 

AGRIPPA: L'àugure mi dice che avremo notizie questa sera.

BRUTO: Buone o cattive?

AGRIPPA: Non secondo le preghiere del popoloperché non ama Marzio.

VELUTO: La natura insegna agli animali a conoscere i loro amici.

AGRIPPA: Di graziail lupo chi ama?

VELUTO: L'agnello.

AGRIPPA: Sìper divorarlocome gli affamati plebei vorrebbero divorare il nobile Marzio.

BRUTO: Davveroegli è un agnello che bela come un orso.

AGRIPPA: E' un orso inveroche vive come un agnello. Voi due siete uomini maturi: ditemi una sola cosa che io vi chiederò.

I TRIBUNI: Ditesignore.

AGRIPPA: Di quale difetto Marzio è povero di cui voi non abbiate abbondanza?

BRUTO: Egli non è povero di alcun difettoma anzi ben provvisto di tutti.

VELUTO: Specialmente di superbia.

BRUTO: E supera tutti nel vantarsi.

AGRIPPA: Questo sì che è strano; sapete voi come siete giudicati qui in città? intendo da noi del miglior ceto: lo sapete?

I TRIBUNI: Ebbenecome siamo giudicati?

AGRIPPA: Poiché voi ora parlate di superbianon vi arrabbierete mica?

I TRIBUNI: Viavia signoredite.

AGRIPPA: E poi non è cosa di grande importanzaperché una piccola ladruncola di occasione basta per derubarvi di molta della vostra pazienza. Abbandonate pur le redini al vostro temperamento e arrabbiatevi a vostro piacerealmeno se avete piacere ad arrabbiarvi.

Voi rimproverate a Marzio di esser superbo?

BRUTO: Non lo facciamo noi solisignore.

AGRIPPA: So che potete fare assai poco da soliperché sono molti ad aiutarvi: altrimenti le vostre azioni diverrebbero meravigliosamente meschine: i vostri talenti sono troppo infantili perché possiate far molto da soli. Voi parlate di superbia: oh se poteste volgere i vostri occhi verso la nuca e fare un'ispezione intima delle vostre degne persone: ohse poteste!

BRUTO: E che dunquesignore?

AGRIPPA: Ehallora scoprireste una coppia di magistrati senza meritoorgogliosiviolentitestardiin altre parolesciocchiquali non ve ne ha altri in Roma.

BRUTO: Menenioanche voi siete ben conosciuto.

AGRIPPA: Io sono conosciuto per un patrizio bisbeticoper uno che ama una coppa di vino caldo senza una goccia del Tevere che lo mitighi; per uno che viene considerato incauto nel favorire di primo acchito chi si lamenta; impetuoso e facile a prender fuoco per motivi troppo futiliper uno che è più familiare col posteriore della notte che colla fronte del mattino. Quello che pensolo dico: e tutta la mia maliziala consumo in ciarle. Incontrandomi con due uomini di Stato come voi (non vi posso chiamare Licurghi)se la bevanda che mi offrite urta il mio palatofaccio una smorfia. Non posso dire che le Signorie Vostre abbiano presentato bene la cosaquando trovo che la maggior parte dei vostri discorsi sono sommari: e sebbene debba rassegnarmi a sopportare quelli che dicono che voi siete uomini gravi e degni di reverenzapure mentono per la gola quelli che affermano che voi avete delle facce oneste. Se voi vedete tutto questo nella mappa del mio microcosmone segue forse che io sia ben conosciuto da voi? e qual male il vostro acume da orbi può scoprire in questo mio caratteredato pure che io sia ben conosciuto da voi?

BRUTO: Viaviasignorenoi vi conosciamo bene.

AGRIPPA: Voi non conoscete né mené voi stessiné niente. Voi siete ambiziosi soltanto del levar di cappello e del piegar dei ginocchi della povera gente; voi sciupate una mattinata sana nell'ascoltare una questione tra una venditrice di aranci e un venditor di zipoli e poi rimettete la controversia di tre soldi a un secondo giorno di udienza.

Quando state ascoltando il dibattimento tra due partise per caso vi prende la colicafate delle facce da mascheroni: dichiarate guerra ad ogni pazienzae vociando per avere un vaso da nottesospendete la discussione ancora accesae più imbrogliata di prima per la vostra audizione: e tutta la pace che portate nella controversia consiste nel chiamar i due contendentiribaldi; siete una bella coppia davvero!

BRUTO: Viavia; voi siete ben stimato per un più perfetto motteggiatore a tavolache necessario magistrato in Campidoglio.

AGRIPPA: I nostri stessi sacerdoti debbono divenire dei dileggiatorise incontrano dei tipi ridicoli come voi. Quando voi parlate meno a spropositole parole vostre non valgono l'agitarsi delle vostre barbe: e le vostre barbe non meritano una sepoltura così onorevole come quella di riempire il cuscino di un rammendatoreo di esser sepolte in un basto d'asino. Eppure andate dicendo che Marzio è orgoglioso! Marziochea stimarlo pocovale tutti i vostri predecessori da Deucalione in poianche se per avventura alcuni di lorotra i migliorisiano stati boia per professione ereditaria.

Buona sera alle signorie Vostre! il prolungare la mia conversazione con voi mi infetterebbe il cervelloessendo voi i guardiani di quelle bestie di plebei. Io sarò così ardito da prender congedo da voi.

 

(Bruto e Veluto si appartano. Entrano VOLUMNIAVIRGILIA e VALERIA)

 

Che c'è di nuovomie graziose quanto nobili signore - e se la luna fosse terrena non sarebbe più nobile - e verso qual mèta seguite così in fretta il vostro sguardo?

VOLUMNIA: Ohonorando Menenioil mio figliuolo Marzio si avvicina:

per l'amor di Giunonelasciateci andare.

AGRIPPA: Ah! Marzio ritorna a casa?

VOLUMNIA: Sìdegno Menenioe con le più onorevoli lodi.

AGRIPPA: Prenditi il mio berrettoGiove: io ti ringrazio. Oh! Marzio ritorna a casa!

VIRGILIA: e VOLUMNIA: Sìè proprio vero.

VOLUMNIA: Guardateecco una lettera di lui: lo Stato ne ha un'altra:

sua moglie un'altra: e credo che ve ne sia una a casa anche per voi.

AGRIPPA: Farò ballar la tresca perfino alla mia casastasera: una lettera per me?

VIRGILIA: Sìcertamente: vi è una lettera per voi: l'ho vista io.

AGRIPPA: Una lettera per me? Questo mi dà un patrimonio di sette anni di salute: nel qual tempofarò le boccacce ai medici. La più sovrana ricetta di Galeno non è che empireuticae a petto a questo preservativonon ha più valore di un beverone da cavallo. Non è ferito? era solito tornare a casa ferito.

VIRGILIA: Ohnonono.

VOLUMNIA: Oh sìè ferito: ne ringrazio gli dèi.

AGRIPPA: Ed io purese non è troppo grave: porta in tasca una vittoria? le ferite gli si addicono.

VOLUMNIA: La porta sulla fronteo Menenio: egli ritorna per la terza volta con la corona di quercia.

AGRIPPA: Ha egli dato una buona lezione a Aufidio?

VOLUMNIA: Tito Larzio scrive: "Hanno combattuto insiemema Aufidio se l'è svignata".

AGRIPPA: Ed era tempoglielo garantisco io; se fosse rimasto a combattere non avrei voluto essere così aufidiato per tutti gli scrigni di Corioli e l'oro in essi contenuto. E' il Senato al corrente della cosa?

VOLUMNIA: Mie careandiamo. Sìsìil Senato ha ricevuto lettere del generalein cui egli attribuisce a mio figlio tutta la gloria di questa guerra; in essa egli ha superato del doppio le sue precedenti gesta.

VALERIA: In veritàsi dicono di lui cose meravigliose.

AGRIPPA: Meravigliose! è certove lo garantiscoe non senza che egli ne abbia realmente acquistato il grido.

VIRGILIA: Gli dèi facciano che siano vere!

VOLUMNIA: Vere? neanche a dirlo.

AGRIPPA: Vere? Sono pronto a giurare che sono vere. In che parte è ferito? (Ai Tribuni) Dio salvi le Vostre Signorie! Marzio ritorna a casa: egli ha maggior ragione di esser superbo. Dove è ferito?

VOLUMNIA: Nella spalla e al braccio sinistro. Egli avrà delle belle cicatrici da mostrare al popoloquando si presenterà per l'ufficio che gli spetta. Sette ferite ebbe nel respingere Tarquinio.

AGRIPPA: Una nel collo e due nella coscia: io so di nove ferite.

VOLUMNIA: Prima di quest'ultima spedizione aveva venticinque ferite.

AGRIPPA: Ed ora sono ventisette: ogni ferita fu la tomba d'un nemico.

(Grida e suono di fanfara) Udite: le trombe!

VOLUMNIA: Sono gli annunciatori di Marzio: dinanzi a sé porta il frastuono del trionfo; dietro a sé lascia lacrime: la mortetenebroso spiritosi annida nel suo braccio nerboruto: esso si stende e si abbassae allora gli uomini muoiono.

 

(Un segnale e uno squillo di tromba. Entrano COMINIO e TITO LARZIO; tra loro è CORIOLANO con una corona di quercia; poi CapitaniSoldati e un Araldo)

 

ARALDO: Sappio Romache Marzio ha combattuto entro le mura di Coriolisolo; dove insieme con la famaegli ha conquistato un nome da aggiungersi a Caio Marzio: a questi due segue orain segno di onoreCoriolano. Salve in Romao illustre Coriolano!

 

(Fanfara)

 

TUTTI: Salve in Romao illustre Coriolano!

CORIOLANO: Basta di questooffende il mio animo; vi pregonon più.

COMINIO: Guardasignore: tua madre.

CORIOLANO: Ohvoi avetelo sopregato tutti gli dèi per la mia vittoria.

 

(Si inginocchia)

 

VOLUMNIA: Nomio valoroso guerriero: alzatimio dolce Marziomio nobile Caio. Ed oraper l'onore conquistato con gloriose gestadi recente chiamato... come? Coriolano debbo io chiamarti? Maohtua moglie...

CORIOLANO: O mia graziosa taciturnasalve: avresti tu riso se io fossi ritornato a casa sulla baratu che ora piangi nel vedermi tornare in trionfo? Ahmia caratali occhi hanno in Corioli vedove e madri orbate dei figli!

AGRIPPA: E ora che gli dèi ti incoronino!

CORIOLANO: Ecco che dunque vi rivedo! (A Valeria) Ohmia gentile signoraperdonatemi.

VOLUMNIA: Non so dove voltarmi; siate benvenuto a casa: benvenutoo generalebenvenuti tutti.

AGRIPPA: Centomila benvenuti! potrei piangere e potrei ridere: mi sento ilare e triste: benvenuto: una maledizione consumi alle radici il cuore di chi non è lieto nel vederti! Voi siete tre di cui Roma dovrebbe andar superba: eppurein fede miaabbiamo quitra noialcuni meli selvatici che non vogliono esser innestati a vostro gusto.

Con tutto ciò siate benvenutio guerrieri. Noi chiamiamo l'orticaorticae i difetti degli sciocchisciocchezza.

COMINIO: Sempre a proposito.

CORIOLANO: SempresempreMenenio.

ARALDO: Fate largoolàe procedete.

CORIOLANO (a Volumnia e a Virgilia): La vostra manoe la vostra; prima che nella nostra casa io riposi il mio capodebbo recarmi a far visita ai buoni patrizi dai quali ho ricevuto non solo felicitazionima anche nuovi onori.

VOLUMNIA: Io ho vissuto abbastanza per vedere attuati i miei desideri e le costruzioni della mia fantasia: non manca che una sola cosala quale non dubito punto che Roma ti concederà.

CORIOLANO: O madre miasappi che io preferirei esser loro servitore a modo mioanziché comandarli a modo loro.

COMINIO: Andiamo al Campidoglio.

 

(Fanfara: escono in corteo come prima)

(BRUTO e VELUTO si avanzano)

 

BRUTO: Tutte le lingue parlano di luie i difettosi di vista si metton gli occhiali per vederlo: la garrula nutrice lascia che il bambino pianga fino ad aver convulsionimentre essa chiacchiera di lui: la sguattera di cucina si appunta il suo più ricco scialle intorno al collo bisuntoe sale sui muri per adocchiarlo; i banchigli sporti dei venditorile finestresono tutte cariche di persone; le altane sono gremitee sui comignoli sta a cavalcioni gente diversa di aspetto ma tutta concorde nell'ansia di vederlo; i flaminiche raramente si vedonosi pigiano tra la folla e si affannano per conquistare un umile posto; le nostre matrone velate concedono il bianco e il rosache lottano sulle loro guance delicatamente coloratein licenziosa preda ai baci ardenti del sole. Il tumulto è così grande come se quel dio che lo guida si fosse abilmente insinuato nelle sue membra mortali e gli donasse un incesso pieno di grazia.

VELUTO: Sarà eletto console di colpone son sicuro.

BRUTO: Allora il nostro ufficiodurante il suo governopuò andare a dormire.

VELUTO: Egli non sa portare con moderazione gli onori da dove dovrebbero cominciare a dove dovrebbero finirema perderà quelli che avrà guadagnato.

BRUTO: Vi è un conforto in questo.

VELUTO: Non temere che i plebeidei quali noi siamo i difensorinon dimentichinoper il più piccolo motivoa cagione del loro antico odioquesti nuovi onori da lui ottenuti; e che questo motivo lo offrirà egli stesso a loroè per me cosa tanto poco dubbia quanto non è dubbio che egli sarà orgoglioso di farlo.

BRUTO: L'ho udito giurare che se dovesse presentarsi per il consolatonon apparirebbe mai nel foroné indosserebbe la veste logora dell'umiltà: né mostrerebbesecondo il costumele ferite al popolo per mendicare il loro fetido fiato.

VELUTO: Proprio così.

BRUTO: Fu il suo giuramento: ohegli al consolato rinuncerebbe anziché ottenerlo altrimenti che per la richiesta dell'aristocrazia e per il desiderio dei nobili.

VELUTO: Non desidero di meglio che egli si tenga fermo a questo proposito e lo metta in atto.

BRUTO: E' molto probabile che lo faccia.

VELUTO: Sarà allora per luicome noi ardentemente auguriamouna sicura rovina.

BRUTO: Dovrà succedere così o a lui o all'autorità nostra. Infinedobbiamo far capire al popolo in quale odio egli lo ha sempre tenuto:

e che se avesse potutoegli ne avrebbe fatto dei muli; avrebbe imposto silenzio ai loro difensorie soppresse le loro libertà:

poiché li considerain quanto alle loro azioni e alle loro capacità umanedi non maggiore intelletto o attitudine per il mondoche i cammelli in guerrache hanno il loro foraggio solo per portar fardellie solenni bastonate quando piegano sotto la soma.

VELUTO: Questocome tu dicisuggerito al momento opportunoquando la sua altezzosa insolenza urterà il popolo (e l'occasione non mancherà se egli vi è spintoil che è tanto facile quanto aizzare cani contro pecore) sarà il fuoco che accenderà le loro stoppie secchela cui vampa lo offuscherà per sempre.

 

(Entra un Messaggero)

 

BRUTO: Cosa c'è di nuovo?

MESSAGGERO: Siete chiamati in Campidoglio: si crede che Marzio sarà fatto console. Ho visto i muti fendere la folla per vederloe i ciechi per udirlo parlare. Le matrone gettavano i loro guantile donne e le fanciulle le sciarpe e i fazzoletti su luimentre passava:

i nobili si inchinavano come dinanzi alla statua di Giove: e i popolani facevano pioggia e tuoni con i loro berretti e le loro grida.

Non ho mai visto nulla di simile!

BRUTO: Andiamo al Campidoglioe portiamo con noi orecchi ed occhi per la circostanzama cuori per l'evento...

VELUTO: Sono con voi.

 

(Escono)

 

 

 

SCENA SECONDA - Il Campidoglio

(Entrano due Ufficiali per stendere i cuscini)

 

PRIMO UFFICIALE: Suprestosono qui tra poco. Quanti aspirano al consolato?

SECONDO UFFICIALE: Trea quanto dicono: ma si ritiene da tutti che Coriolano l'otterrà lui.

PRIMO UFFICIALE: Quello sì che è un valoroso! ma è maledettamente orgoglioso e non ama il popolo.

SECONDO UFFICIALE: In fede miavi sono stati molti grandi uomini che hanno adulato il popolo che non li ha amati mai: e vi sono molti che il popolo ha amato senza sapere il perché; così che se il popolo ama e non ne sa la ragioneodia senza miglior fondamento. Quindi per Coriolanoil non preoccuparsi se il popolo lo ama o se lo odiaè prova della buona conoscenza che egli ha della sua indole; e con la sua nobile noncuranza egli lo lascia chiaramente intendere.

PRIMO UFFICIALE: Se egli non si curasse di ottenere o no l'affetto della moltitudinegli riuscirebbe indifferente il fare ad essa del male o del bene; ma invece egli cerca l'odio dei popolani con più grande cura di quanto essi possano renderglielo: e non tralascia cosa alcuna che lo riveli come loro nemico. Ora il far vista di desiderare l'odio e il malanimo della plebe è altrettanto mal fatto quanto ciò che egli aborre: cioè l'adularla per conquistarne l'affetto.

SECONDO UFFICIALE: Egli ha ben meritato della patria; e la sua ascesa non è avvenuta per facili gradi come quella di coloro chemostratisi pieghevoli e adulatoli verso il popologli han fatto di cappellosenza far altro per acquistarne la stima e il rispetto; ma egli ha così ben fondato i suoi onori ai loro occhie le sue azioni nei loro cuoriche per le loro lingue il restar silenziose e il non riconoscere questi meriti sarebbe una specie di offesa piena d'ingratitudinee lo svisarli sarebbe una malizia chedandosi da se stessa la smentitaraccoglierebbe soltanto i rimproveri e lo sdegno d'ognuno che l'udisse.

PRIMO UFFICIALE: Non ne parliamo più: è un degno uomo. Facciamo postoessi vengono.

 

(Suona un segnale. Entranopreceduti dai Littoriil Console COMINIOAGRIPPACORIOLANOSenatoriVELUTO e BRUTO. I Senatori occupano i loro seggi: i Tribuni prendono posto separatamente. CORIOLANO rimane in piedi)

 

AGRIPPA: Avendo stabilito la sorte dei Volsci e di mandare a chiamare Tito Larzioresta come principale oggetto di questa seconda adunanzadi ricompensare i nobili servigi resi da colui che ha così ben combattuto per la sua patria. Vi piaccia dunqueo molto onorandi e gravi senatoridi pregare il console attuale e già nostro generale nelle recenti e fortunate impresedi raccontarci un po' delle nobili gesta compiute da Caio Marzio Coriolano per ringraziare il quale noi ci siamo qui riunitie per compensarlo con onori degni dei suoi meriti.

PRIMO SENATORE: Parlateprode Cominio: non tralasciate nulla per tema di esser troppo lungoe fateci sentire piuttosto che allo Stato fanno difetto i mezzi per la ricompensa anziché a noi la volontà di darla quanto più grande è possibile. (Ai Tribuni) Signori del popolovi chiediamo di prestarci la più benevola attenzione ein seguitoil vostro affettuoso ufficio presso la comunità perché conceda quello che qui si decide.

VELUTO: Siamo convocati per una proposta che ci aggrada: e abbiamo cuori disposti ad onorare e ad innalzare quegli che è l'oggetto della nostra riunione.

BRUTO: Il che noi saremo tanto più felici di farese egli si rammenterà di stimare più benevolmente il popolo di quanto lo abbia apprezzato finora.

AGRIPPA: Questo non c'entraquesto non c'entra: avrei preferito che foste rimasto zitto. Siete disposti ad udire Cominio?

BRUTO: Dispostissimi: pure il mio avvertimento era più pertinente alla causache il rimprovero che voi gli avete mossoAGRIPPA: Egli ama il vostro popoloma non obbligatelo ad esser loro compagno di letto. Nobile Cominioparlate. (Coriolano fa l'atto di andarsene) Norestate al vostro posto.

PRIMO SENATORE: SedeteCoriolano: non vergognatevi mai di udir narrare ciò che avete nobilmente compiuto.

CORIOLANO: Domando scusa alle Vostre signorie; vorrei piuttosto che le mie ferite fossero ancora da sanareche udire come io le abbia ricevute.

BRUTO: Sperosignoreche le mie parole non vi abbiano spinto a lasciare il vostro seggio.

CORIOLANO: Nosignore; però spessoquando dei colpi mi hanno indotto a rimaneresono fuggito davanti alle parole; ma voi non mi avete piaggiatoquindi non mi avete fatto del male. In quanto al vostro popololo amo per quel che pesa.

AGRIPPA: Ora vi prego di sedere.

CORIOLANO: Preferirei farmi grattar la testa al sole mentre è già suonato l'allarmeche sedere qui ozioso a udir le mie imprese da nulla magnificate come meraviglie.

 

(Esce)

 

AGRIPPA: Signori del popolocome può egli adulare la moltiplicantesi genia dei plebei in cui vi è uno buono su millequando voi vedete che egli preferisce arrischiare tutte le sue membra per la gloriaanziché prestare uno dei suoi orecchi per sentirla celebrare? ParlateCominio.

COMINIO: Mi mancherà la voce. Le gesta di Coriolano non dovrebbero esser narrate debolmente. Si ritiene che il coraggio sia la più alta virtùquella che più nobilita chi la possiede; se così èl'uomo di cui parlo non ha alcuno che gli stia a pari nel mondo. A sedici anniquando Tarquinio mosse coll'esercito contro Romaegli combatté superando tutti gli altri; il nostro dittatore del tempoche io qui segnalo con ogni elogiolo vide combattere allorae col suo mento amazonio cacciar davanti a sé le irsute bocche; si piantò a gambe aperte su un Romano prostrato e sotto gli occhi del console uccise tre nemici. Affrontò lo stesso Tarquinio e lo colpì sì da farlo cadere in ginocchio; nelle imprese di quel giorno in cui egli avrebbe potuto recitar la parte di donna sulla scenasi rivelò il miglior uomo in campoe per ricompensa ebbe la fronte incoronata di quercia. Entrato così dall'adolescenza nell'età virileegli crebbe come il mare; e da alloranell'urto di diciassette battaglieha privato tutte le spade della palma della vittoria. In quanto a quest'ultima battagliadinanzi e dentro Coriolipermettetemi di dire che io non posso elogiarlo degnamente. Egli fermò i fuggenti e col suo raro esempio fece sì che i codardi cambiassero il terrore in giuoco. Come le alghe sotto una nave a vele spiegatecosì gli uomini gli ubbidivano e cadevano sotto la sua prora. La sua spadapunzone di mortedove toccavalasciava l'impronta. Dalla testa ai piedi era un essere di sangueed ogni suo movimento era accompagnato da grida di morentida solo egli varcò le fatali porte della città che segnò con un inevitabile destino; senza aiuto ne uscì fuorie con un improvviso rinforzo colpì Corioli come un pianeta; ora tutto è suo: ed ecco ad un tratto il tumulto della battaglia cominciò a colpire il suo orecchio sempre vigile; ed allora subito il suo coraggio raddoppiato ravvivò quello che era stanco nella sua carneed egli si diresse alla battaglia; e là egli corse fumante di sangue sui corpi degli uomini come se perpetua dovesse esser la strage; e fino al momento in cui proclamammo nostra la città e nostro il camponon si fermò mai per dar sollievo al suo petto ansimante.

AGRIPPA: Ohprode!

PRIMO SENATORE: Egli è tagliato alla misura degli onori che noi gli destiniamo.

COMINIO: Egli respinse col piede le spoglie e considerò gli oggetti preziosi quasi fossero il vile fango del mondo. Desidera ancor meno di quello che la povertà stessa darebbe; compensa le proprie gesta col compierleed è contento di spendere così il suo tempoper finirlo.

AGRIPPA: E' un uomo veramente nobile: che sia chiamato.

PRIMO SENATORE: Chiamate Coriolano.

GUARDIA: E' qui.

 

(Rientra CORIOLANO)

 

AGRIPPA: Il Senatoo Coriolanoè lieto di nominarti console.

CORIOLANO: Io gli debbo sempre la vita e i miei servigi.

AGRIPPA: Rimane ora che tu parli al popolo.

CORIOLANO: Vi scongiurolasciatemi passar sopra quest'uso: perché io non posso indossare l'abito di circostanzadenudarmi il pettoe pregarli che a motivo delle mie ferite mi diano i loro voti: vi piaccia che mi sia permesso tralasciare questo costume.

VELUTO: Signoreil popolo deve usare dei suoi suffraginé è disposto a rinunciare ad un sol punto della cerimonia.

AGRIPPA: Non date loro appiglio: adattatevivi pregoalla costumanzae conquistatevi quest'onorecome hanno fatto i vostri predecessoririspettando tutte le forme.

CORIOLANO: e' una parte che io arrossisco di faree un diritto che potrebbe benissimo esser tolto al popolo.

BRUTO (a Veluto): Udite questo?

CORIOLANO: Ostentare avanti a loro: " Ho fatto questoe questo": mostrare delle cicatrici che più non dolgono e che dovrei invece nasconderecome se le avessi ricevute solo per il salario del loro fiato.

AGRIPPA: Non insistete su questo: è per mezzo vostroo tribuniche raccomandiamo il nostro progetto al popolo; e al nostro nobile console auguriamo ogni gioia ed onore.

I SENATORI: Gioia ed onore a Coriolano.

 

(Fanfara: escono tutti tranne Bruto e Veluto)

 

BRUTO: Vedete come intende trattare il popolo.

VELUTO: Che possan capire il suo intento! egli andrà a chiedere il loro suffragiocome se disprezzasse che spetti a loro il dare ciò che egli domanda.

BRUTO: Andiamo ad informarli di quello che si è fatto qui: so che ci attendono nel Foro.

 

(Escono)

 

 

 

SCENA TERZA - Il Foro

(Entrano parecchi Cittadini)

 

PRIMO CITTADINO: Insommase egli ci chiede il votonon dobbiamo negarglielo.

SECONDO CITTADINO: Possiamosignor miose vogliamo.

TERZO CITTADINO: Abbiamo in noi il potere di farloma è un potere che non abbiamo potere di esercitare; perché se egli ci mostra le sue ferite e ci narra le sue gestanoi dobbiamo metter le nostre lingue in quelle ferite e parlare per esse; cosìse egli ci narrerà le sue nobili impresenoi dobbiamo dire a lui che le accettiamo nobilmente.

L'ingratitudine è mostruosae per la moltitudine essere ingrata sarebbe come fare un mostro della moltitudine: e poiché noi siamo membri della moltitudine renderemmo noi stessi dei membri mostruosi.

PRIMO CITTADINO: E per fare che non si sia considerati più di cosìbasta una piccola spinta; perché una voltaquando ci sollevammo per l'affare del granoegliCoriolanonon esitò a chiamarci "la moltitudinemostro dalle mille teste".

TERZO CITTADINO: Siamo stati chiamati così da molti: non già perché le nostre teste siano alcune brunealtre nerealtre castagnealtre calvema perché i nostri intendimenti sono di diversi colori: e davvero io credo che se tutti i nostri intendimenti dovessero uscire fuori da un solo craniovolerebbero a orientea occidentea settentrionea mezzodì; e il loro accordo su una sola direzione sarebbe quello di volare simultaneamente in tutte le direzioni della bussola.

SECONDO CITTADINO: Credete che sia così? e in quale direzione credete che volerebbe il mio intendimento?

TERZO CITTADINO: Ohil vostro intendimento non uscirebbe così presto come quello di un altroperché è solidamente incastrato in una testa di legno: ma se riuscisse a liberarsivolerebbe certo verso mezzodì.

SECONDO CITTADINO: E perché in quella direzione?

TERZO CITTADINO: Per perdersi in un nebbionedovedopo essersi sciolto per tre parti nelle putride rugiadela quarta tornerebbe per scrupolo di coscienza per aiutarvi a trovare moglie.

SECONDO CITTADINO: Voi scherzate sempre: fate purefate pure.

TERZO CITTADINO: Siete tutti decisi a dare il vostro voto? Ma questo non importa: basta la maggioranza; per mevi dico che non vi è stato mai uomo più meritevolese soltanto volesse mostrarsi più incline verso il popolo.

 

(Entrano CORIOLANO nella toga dell'umiltàe AGRIPPA)

 

Ecco che egli vienee nella toga dell'umiltà: osservate il suo contegno. Non dobbiamo rimanere tutti insiemema avvicinarci a lui dove si è fermatoa unoa due o a tre per volta: egli deve rivolgere la sua domanda a ciascuno: e così ognuno di noi avrà l'onore personale di dargli il proprio votocon la propria voce: perciò seguitemi e io vi mostrerò come dovete avvicinarvi a lui.

TUTTI: Benebene!

 

(Escono)

 

AGRIPPA: Signoreavete torto. Non sapete che gli uomini più degni lo hanno fatto?

CORIOLANO: Che debbo io dire? "Vi pregosignore"... maledetto quest'uso! Io non posso indurre la mia lingua a questo passo!

"Guardate. signorele mie ferite; le ho ricevute nel servire la mia patriaquando alcuni dei vostri urlavano e fuggivano al rumore dei nostri tamburi".

AGRIPPA: Povero me! O dèi! non dovete parlare di questo: dovete pregarli di pensare a voi.

CORIOLANO: Pensare a me? Che il diavolo li porti! Vorrei che si dimenticassero di me come delle virtù che i sacerdoti perdono il tempo a insegnar loro!

AGRIPPA: Voi guasterete tutto: vi lascio; parlate loro vi scongiuroin modo ragionevole.

CORIOLANO: Dite loro di lavarsi la faccia e di pulirsi bene i denti.

 

(Esce Agrippa. Rientrano due Cittadini)

 

Cosìeccone un paio! Voi sapetesignoreil motivo per il quale mi presento qui?

PRIMO CITTADINO: Lo sappiamosignore; diteciche cosa vi ci ha condotto?

CORIOLANO: Il mio proprio merito.

SECONDO CITTADINO: Il vostro proprio merito?

CORIOLANO: Certonon il mio desiderio.

PRIMO CITTADINO: Comenon il vostro desiderio?

CORIOLANO: Nosignore: non fu mai mio desiderio importunare i poveri col chieder loro l'elemosina.

PRIMO CITTADINO: Dovete ben capire che se vi diamo qualche cosasperiamo di guadagnare qualcosa per mezzo vostro.

CORIOLANO: Benissimo: allora qual è il vostro prezzo del consolato?

PRIMO CITTADINO: Il prezzo è di chiederlo cortesemente.

CORIOLANO: Cortesemente? signorevi pregoconcedetemeloho ferite da mostrarviche sono a vostra disposizione in privato. Il vostro buon votosignore: cosa ne dite?

SECONDO CITTADINO: Voi lo avretenobile signore.

CORIOLANO: Patto conchiusosignore: ecco già due onesti voti mendicati. Ho la vostra elemosina: addio.

PRIMO CITTADINO: Ma questo è un modo piuttosto strano...

SECONDO CITTADINO: Se dovessi concederlo di nuovo... ma non importa.

 

(Escono i due Cittadini. Rientrano altri due Cittadini)

 

CORIOLANO: Vi pregose si accorda col tono delle vostre voci che io sia consoleio ho indosso il vestito richiesto dal costume.

TERZO CITTADINO: Avete meritato nobilmente della vostra patria e non avete meritato nobilmente.

CORIOLANO: La soluzione del vostro enigma?

TERZO CITTADINO: Siete stato un flagello per i suoi nemicie una frusta per i suoi amici: non avete in verità amato il popolo basso.

CORIOLANO: Dovreste considerarmi tanto più virtuosoin quanto non sono stato basso nel mio affetto. Io vogliosignoreadulare il mio diletto fratelloil popoloper conquistarmi una più alta stima da parte sua; è un'azionequestache esso reputa graziosa: e dacché la saggezza della sua scelta è di avere il mio cappelloanziché il mio cuoreio voglio esercitarmi nel saluto insinuante e mi caverò il cappello davanti a loro simulando nel miglior modo: cioè a dire contraffarò le lusinghe di alcuni uomini popolari e sarò largo nel dispensarle a quelli che le desiderano. Perciòvi scongiurofatemi console.

QUARTO CITTADINO: Speriamo di trovarvi nostro amico: e perciò vi diamo il nostro votodi buon grado.

TERZO CITTADINO: Voi avete ricevuto molte ferite per il vostro paese.

CORIOLANO: Non suggellerò la vostra conoscenza col mostrarvele: farò gran caso dei vostri voti e così non vi annoierò più oltre.

TERZO e QUARTO CITTADINO: Gli dèi vi diano felicitàsignoreve lo auguriamo di cuore.

 

(Escono)

 

CORIOLANO: Dolcissimi voti! è meglio moriremeglio crepar di fameche mendicare il salario che ci siamo meritato. Perché dovrei rimanere quiin questa veste lanosaper mendicare gli inutili attestati di Tizio e di Caioman mano che si presentano? La costumanza vuole che io faccia così: ma se si facesse in tutte le cose quello che la costumanza vuolela polvere si poserebbe sul passato senza essere spazzata viae montagne di errori si accumulerebbero troppo alte per permettere alla verità di spuntar fuori. Piuttosto che fare così il buffonevadano quest'alta carica e quest'onore a chi sia disposto a comportarsi in tal modo. Ma ho già fatto metà del cammino: e poiché ho sofferto una parte del malesopporterò l'altra.

 

(Entrano altri tre Cittadini)

 

Ecco che vengono altri voti. I vostri voti: per i vostri voti ho combattutoho vegliato per i vostri voti; per i vostri voti porto due dozzine e più di feritee ho visto e sentito diciotto battaglie; per i vostri voti ho compiuto molte cosealcune minorialtre maggiori; i vostri voti: davverovorrei esser console.

QUINTO CITTADINO: Egli ha operato nobilmente e non può partire senza il voto di ogni uomo onesto.

SESTO CITTADINO: Dunqueche egli sia console: gli dèi gli diano gioia e lo rendano buon amico del popolo.

QUINTO e SESTO CITTADINO: Amenamen; Dio ti salvimagnanimo console.

 

(Escono)

 

CORIOLANO: Degni voti.

 

(Rientra AGRIPPA con BRUTO e VELUTO)

 

AGRIPPA: Siete rimasto tutto il tempo prescrittoed i tribuni vi investono del potere con i voti del popolo: non resta altro cherivestito delle insegne ufficialivi presentiate tra poco al Senato.

CORIOLANO: E' finito?

VELUTO: Avete soddisfatto la costumanza della richiesta: il popolo vi accetta ed è convocato tra breve per la vostra conferma.

CORIOLANO: Dove? al Senato?

VELUTO: SìlàCoriolano.

CORIOLANO: Posso ora cambiarmi questa veste?

VELUTO: Lo potetesignore.

CORIOLANO: Lo farò subito: e tornato quale ero primami recherò al Senato.

AGRIPPA: Vi terrò compagnia. Venite anche voi?

BRUTO: Attendiamo qui il popolo.

VELUTO: Addio! (Escono Coriolano e Agrippa) Il consolato è suoadessoe per quanto posso giudicare dal suo aspettoil suo cuore ne è lieto.

BRUTO: Con orgoglioso cuore portava l'umile veste: volete congedare il popolo?

 

(Rientrano i Cittadini)

 

VELUTO: Ebbenemiei padroni? Avete scelto quest'uomo?

PRIMO CITTADINO: Egli ha i nostri votisignore.

BRUTO: Preghiamo gli dèi che possa meritare il vostro affetto.

SECONDO CITTADINO: Amensignore. Secondo la mia povera e modesta impressioneegli si è fatto beffe di noi quando ci ha chiesto i voti.

TERZO CITTADINO: Certoci ha apertamente presi in giro.

PRIMO CITTADINO: Noè il suo modo di parlare: non si è burlato di noi.

SECONDO CITTADINO: Non v'è nessuno tra noivoi eccettuatoche non dica che ci ha trattato sprezzantemente: avrebbe dovuto mostrarci i segni del suo meritole ferite ricevute per la patria.

VELUTO: Ma l'avrà fatto certamentenon ne dubito.

CITTADINI: Nononessuno le ha viste.

TERZO CITTADINO: Disse che aveva ferite che poteva mostrarci in privato: e agitando il cappello così con atto di sprezzovorrei esser console - diceva: - l'antico costume non me lo permette se non con i vostri voti: quindi datemi i vostri voti. Quando noi glieli abbiamo concessiecco ciò che ha detto: "vi ringrazio per i vostri voti; vi ringrazio; i vostri carissimi voti; ora che mi avete dato i vostri votinon so più che farmene di voi". Non era una canzonatura?

VELUTO: Ma come siete stati così stolti da non accorgervene? oessendovene accortisiete stati di una indulgenza così infantile da concedergli i voti?

BRUTO: Non avreste potuto dirglicome vi avevamo insegnatoche quando non aveva alcun potere ed era l'umile servitore dello Stato fu vostro nemico? parlò sempre contro la vostra libertà e contro i privilegi che voi godete nel corpo dello Stato? e chegiungendo ora a una posizione autorevoleal governo della repubblicase dovesse continuare ad esseremalignamentefiero nemico dei plebeii vostri voti potrebbero convertirsi in maledizioni contro voi stessi? Avreste dovuto dire checome le sue gloriose gesta gli danno diritto a non minor ufficio di quello per cui si presentavacosì la sua graziosa natura avrebbe dovuto interessarsi a voiin compenso dei vostri votie trasformare la malevolenza in affettomostrandosi un benevolo signore.

VELUTO: Se aveste parlato cosìcome eravate stati consigliati primaavreste sperimentato il suo animoe messa alla prova la sua indolee gli avreste strappato o una graziosa promessaalla quale avreste potuto vincolarlo appena l'occasione si fosse presentataoppure avreste irritato la sua arrogante natura che non sopporta facilmente un impegno che lo leghi a checchessia; e cosìfacendolo andar sulle furieavreste potuto trar motivo dalla sua colleraper lasciarlo da parte e non eleggerlo.

BRUTO: Avete notato con quale aperto disprezzo vi ha sollecitato quando aveva bisogno della vostra amicizia: e non credete che il suo disprezzo sarà rovinoso per voiallorché avrà il potere di schiacciarvi? E cheeravate solo dei corpi? non avevate un cuore in voi? avevate la lingua solo per gridare contro il governo della ragione?

VELUTO: Non avete prima d'ora opposto un rifiuto a chi vi pregava? e ora prodigate i vostri voticosì ricercatia chi non li ha chiestima si è fatto beffe di voi?

TERZO CITTADINO: Non è stato confermato: possiamo ancora rifiutarlo.

SECONDO CITTADINO: E lo rifiuteremo: io avrò cinquecento voci per cantar quest'aria.

PRIMO CITTADINO: Io due volte cinquecento e i loro amici per rinforzo.

BRUTO: Partite subito di quie dite a questi vostri amici che hanno scelto un console che toglierà loro ogni libertà; e li ridurrà a non aver più voce di un cane che è picchiato spesso perché abbaiaeppure è tenuto per abbaiare.

VELUTO: Che si riuniscanoedopo più maturo giudiziorevochino questa stolida elezione; fate valere il suo orgoglio e il suo antico odio per voi; inoltre non dimenticate con quale disdegno egli ha indossato l'umile vestee come nel sollecitarvi si è fatto beffe di voi; ma il vostro affettoal pensiero dei suoi grandi servigivi ha tolto ogni apprezzamento del suo contegno che egli aveva regolato in maniera insultante e sconvenientesecondo l'odio inveterato che ha per voi.

BRUTO: Date la colpa a noivostri tribuniche ci siamo affaticatisì che nessun ostacolo si frapponesse affinché voi faceste cadere la vostra scelta su lui.

VELUTO: Dite che lo avete eletto più dietro nostro ordineche obbedendo al vostro vero sentimento: e che il vostro animopreoccupato più di quello che doveva fareanziché di quello che gli convenisse farev'indusse a malincuore ad eleggerlo console. Gettate tutta la colpa su noi.

BRUTO: Sìnon ci risparmiate: dite che noi vi abbiamo tenuto lunghi discorsiricordandovi come egli fosse giovanissimo quando cominciò a servire la patriae come abbia continuato a servirla per lungo tempo; e da quale nobile stirpe egli discenda: l'illustre casata dei Marzida cui venne quell'Anco Marziofiglio della figlia di Numa chedopo il grande Ostilioregnò tra noi; e della stessa casa furono Publio e Quinto che condussero quicon acquedottila nostra acqua migliore; e Censorinocosì nobilmente soprannominato perché due volte fu censoreera il suo illustre avolo.

VELUTO: Dite che noi abbiamo raccomandato alla vostra benevolenza uno disceso da così nobile schiatta e che aveva ben operato con la sua persona sì da meritare d'esser posto in un alto ufficio: ma voi avete trovatocomparando la sua condotta di oggi con quella passatache egli è vostro deciso nemicoe perciò revocate il vostro affrettato assenso.

BRUTO: Dite che non l'avreste mai fatto (insistete sempre su questo tasto) se non per le nostre istigazioni: e subitoappena vi sarete raccolti in numerovenite al Campidoglio.

I CITTADINI: Lo faremo: quasi tutti si pentono della loro scelta.

 

(Escono)

 

BRUTO: Adessovadano pur avanti: era meglio correre il rischio di questa rivoltaanziché attendere e correre un rischio senza dubbio più grave. Secome è sua natura egli si infuria per il loro rifiutoosserviamo e cerchiamo di trar profitto dalla sua collera.

VELUTO: Al Campidoglio. Andiamo: noi vi saremo prima della marea del popolo: e questa rivolta che noi abbiamo istigatasembreràcome è vero in partetutta opera loro.

 

(Escono)

 

 

 

ATTO TERZO

 

SCENA PRIMA - Roma. Una strada

(Trombe. Entrano CORIOLANOAGRIPPACOMINIOTITO LARZIOSenatoriPatrizi)

 

CORIOLANO: Tullo Aufidio dunque aveva messo insieme un nuovo esercito?

LARZIO: Sìmio signore: e questo ha reso più rapido il nostro accomodamento.

CORIOLANO: Così dunque i Volsci si trovano come prima; prontiappena l'occasione li spingeràa far di nuovo incursioni contro di noi.

COMINIO: Essi sono esaustio mio consoletanto che difficilmente nei nostri giorni vedremo ancora la loro bandiera fluttuare al vento.

CORIOLANO: Hai veduto Aufidio?

LARZIO: E' venuto da me con un salvacondotto: e ha maledetto i Volsci perché avevano così vilmente ceduto la città: egli si è ritirato ad Anzio.

CORIOLANO: Ha parlato di me?

LARZIO: Sìmio signore.

CORIOLANO: Come? che ha detto?

LARZIO: Come spesso vi aveva incontrato spada contro spada: che di tutte le cose sulla faccia della terra egli odiava voi più di tutti:

che egli impegnerebbe tutti i suoi beni senza speranza di riscattopur di poter esser chiamato vostro vincitore.

CORIOLANO: Vive ad Anzio?

LARZIO: Ad Anzio.

CORIOLANO: Vorrei avere un motivo per cercarlo là e affrontare completamente il suo odio. Benvenuto a casa.

 

(Entrano VELUTO e BRUTO)

 

Eccoquesti sono i tribuni del popolola lingua della bocca comune.

Io proprio li disprezzo perché si ammantano di autorità in modo intollerabile per ogni nobile cuore.

VELUTO: Non procedete oltre.

CORIOLANO: Ahche è questo?

BRUTO: Sarebbe pericoloso andare avanti: non andate oltre.

CORIOLANO: Quale la ragione di questo cambiamento?

AGRIPPA: Il motivo?

COMINIO: Non è egli passato per i voti dei nobili e della plebe?

BRUTO: No. Cominio.

CORIOLANO: Ho avuto forse voti di bimbi?

PRIMO SENATORE: Tribunifate largo: egli deve andare al Foro.

BRUTO: Il popolo è irritato contro di lui.

VELUTO: Fermatevio tutto degenererà in tumulto.

CORIOLANO: Questi dunque sono il vostro gregge? debbono aver il voto questi che ora possono concederlo e subito dopo rinnegare la loro lingua? Qual è il vostro ufficio? Voi che siete la loro boccaperché non tenete a freno i loro denti? Non li avete forse aizzati voi?

AGRIPPA: Calmacalma.

CORIOLANO: E' una cosa preparataè un complotto per piegare la volontà dei nobili. Sopportateloe vivrete con persone che non sanno governare e che non consentono ad essere governate.

BRUTO: Non lo chiamate un complotto... la plebe grida che vi siete fatto beffe di essa e che recentementequando il grano fu dato gratis al popolovoi avete protestato; avete calunniato quelli che supplicavano per il popolo: li avete chiamati temporeggiatoriadulatorinemici della nobiltà.

CORIOLANO: E chequesto si sapeva da prima.

BRUTO: Non tutti lo sapevano.

CORIOLANO: Li avete voi informati dopo d'allora?

BRUTO: Come! io informarli!

CORIOLANO: Voi siete capace di fare una tale azione.

BRUTO: In ogni casocapace sempre di migliorare le vostre.

CORIOLANO: A che dunque sarei io console? Per le nuvoleche io divenga così cattivo cittadino come voi e nominatemi vostro collega nel tribunato!

VELUTO: Voi mostrate ancora troppo di ciò che ha sollevato il popolo.

Se volete arrivare là dove siete direttodovete con più mite animo chiedere la strada della quale siete fuori: o non sarete mai così nobile come un consolené vi appaierete con Bruto come tribuno.

AGRIPPA: Siamo calmi.

COMINIO: Il popolo è ingannatomesso su: queste tergiversazioni non si addicono a Roma: né Coriolano ha meritato questo vergognoso impedimento perfidamente posto sull'aperto cammino dei suoi meriti.

CORIOLANO: Parlatemi del grano! Queste furono le mie parole e io le ripeterò ancora.

AGRIPPA: Non oranon ora.

PRIMO SENATORE: Non in questo momento d'irasignore.

CORIOLANO: Come è vero che io vivoora le voglio ripetere. Quanto ai miei più nobili amicidomando loro scusa: ma quanto alla mutevole puzzolente moltitudinemirino mepoiché io non aduloe in me si specchino: io lo dico ancora una voltache nel blandirla noi nutriamo contro il Senato il seme della ribellionedell'insolenzadella sedizioneper il quale noi stessi abbiamo arato il terreno e che abbiamo seminato e diffuso permettendo ad essa di mischiarsi con noi gente d'onoreche non manchiamo di valorenoné di potenzatranne quella che abbiamo concessa ai mendicanti.

AGRIPPA: Beneora basta.

PRIMO SENATORE: Non più parolevi scongiuriamo.

CORIOLANO: Comenon più? Come per la mia patria io ho versato il mio sangue senza temere le forze esternecosì i miei polmoni foggeranno parole fino che hanno fiato contro questa lebbra che noi abbiamo orrore ci possa infettare e che pure abbiamo fatto del nostro meglio per prendere.

BRUTO: Voi parlate del popolo quasi foste un dio che punisce e non un uomo debole come lui.

VELUTO: Sarebbe bene che noi ne informassimo il popolo.

AGRIPPA: Cheche? di uno scatto d'ira?

CORIOLANO: Ira? se io fossi calmo come il sonno di mezzanotteper Giovequello sarebbe sempre il mio modo di sentire.

VELUTO: E' un modo di sentire che deve rimanere un veleno dove si trovasenza spargersi più lontano.

CORIOLANO: Deve rimanere! sentite questo Tritone dei ghiozzi? Avete notato il suo assoluto "deve"?

COMINIO: E' contro la legge.

CORIOLANO: "Deve"! O buoni ma poco savi patriziperché voigravi ma imprudenti senatoriperché avete voi così concesso a quest'Idra di scegliersi un magistrato che col suo perentorio "deve"non essendo altro che il corno e la voce del mostroha il coraggio di dire che egli devierà in un fossato il vostro fiumee si impadronirà del vostro letto? Se essi hanno il potereallora preparate loro dei cuscini accanto a voi; se non lo hannorisvegliatevi dalla vostra colpevole clemenza. Se voi siete istruitinon mettetevi al rango di volgari imbecilli: se non lo sieteallora la vostra ignoranza si umili davanti a loro. Voi siete dei plebeise essi sono senatori: ed essi non sono da menoseuna volta mescolati i vostri votiil gusto predominante è quello che sa di loro. Essi scelgono il loro magistrato; e uno come lui che oppone il suo "deve"il suo "deve" popolarecontro un'assemblea più impotente di quante mai abbian imperato in Grecia. Per Giove in persona! questo rende i consoli spregevoli: e la mia anima soffre nel vederequando sono contrapposte due autorità di cui nessuna è superiorecome rapidamente la confusione penetri nella breccia che vi è tra le due e distrugga l'una per mezzo dell'altra.

COMINIO: Suandiamo al Foro.

CORIOLANO: Chiunque ha dato quel consiglio di distribuire gratis il grano ammassato nei depositicome si soleva fare talora in Grecia...

AGRIPPA: Benebenenon parliamo più di questo.

CORIOLANO: Sebbene là il popolo avesse un potere più ampioio dico che essi hanno nutrito la rivolta e alimentato la rovina dello Stato.

BRUTO: Comeil popolo dovrebbe dare i suoi voti a uno che parla così?

CORIOLANO: Io darò le mie ragioniche valgono più dei loro voti. Essi sanno bene che il grano noi non dovevamo darlo come ricompensaessendo ben accertato che non avevano mai fatto nulla per guadagnarselo. Arruolati a forzaproprio quando il cuore dello Stato era minacciatonon volevano infilare le porte della città: questo bel servizio non meritava certo il grano gratis. Una volta in guerrai loro ammutinamenti e le loro rivoltenelle quali mostravano tutta la loro valentianon parlarono in loro favore. Le accuse che hanno spesso rivolte contro il Senato senza causa alcunanon potevano certo esser il motivo di una nostra così liberale donazione. Ebbenee allora? Come questo loro molteplice ventre digerirà la munificenza del Senato? Che le loro azioni esprimano quello che sarà probabilmente il loro linguaggio: "Noi l'abbiamo domandato: noi siamo i votanti più numerosi e per semplice paura essi ci hanno accordato la nostra richiesta". Così noi avviliamo la maestà naturale dei nostri seggi e facciamo sì che la canaglia chiami paura le nostre cure: la canaglia che col tempo spezzerà le serrature del Senato e farà entrare i corvi a beccare le aquile.

AGRIPPA: Orsùbasta!

BRUTO: Bastaed è anche troppo.

CORIOLANO: Noprendete ancora questo: e che tutto ciò su cui si può giurare di divino e di umanosuggelli quello col quale io conchiuderò. Questa duplice autoritàdove una parte disdegna e con ragionee l'altra insulta senza ragionedove la nobiltàil titolola saggezza non possono decidere tranne che col sì o il no della generale ignoranzadeve necessariamente trascurare i bisogni reali dello Stato e dar luogonel frattempoa una instabile leggerezza: e così essendo impedito ogni propositone segue che nulla è fatto a proposito. Perciò io vi scongiurovoi che volete esser meno timorosi che saviche amate troppo l'essenza dello Stato per esitare a riformarla: voi che preferite una vita nobile a una lungae desideratecon una pericolosa medicinamettere a repentaglio un corpo che senza di essa sarebbe sicuro di morire: voistrappate di un sol colpo la lingua alla moltitudine e non permettete che essa lecchi il dolce che è il suo veleno. La vostra degradazione mutila ogni vero giudizio e priva lo Stato di quella unità di governo che gli sarebbe acconcia: perché non ha il potere di fare il bene che vorrebbe fare a causa del male che lo tiene schiavo.

BRUTO: Ha detto abbastanza.

VELUTO: Ha parlato da traditoree dovrà rispondere come un traditore.

CORIOLANO: Tumiserabile: che la tua rabbia ti annienti. Che dovrebbe fare il popolo con questi tribuni senza cervello? Appoggiandosi ad essila sua obbedienza viene meno verso il tribunale superiore. In una ribellionequando non quel che è giustoma quel che è necessarioera leggeessi furono eletti: in un'ora migliore si dica che quello che è giusto deve essere giusto e si getti nella polvere il loro potere.

BRUTO: Aperto tradimento!

VELUTO: Costui un console? No.

BRUTO: EdiliEdili!

 

(Entra un Edile)

 

Che egli sia arrestato...

VELUTO: Andatechiamate il popolo(l'Edile esce) nel cui nome io stesso ti arresto come un innovatore traditoreun nemico del pubblico bene. Obbedisciio te l'ordinoe seguimi là dove risponderai all'accusa.

CORIOLANO: Indietrovecchio becco!

SENATORI e PATRIZI: Noi saremo mallevadori per lui.

COMINIO (a Veluto): Giù le manivecchio.

CORIOLANO: Indietroputridumeo io ti scuoterò le ossa fuori dei tuoi vestiti.

VELUTO: Aiutocittadini.

 

(Entra una turba di Cittadinicon gli Edili)

 

AGRIPPA: Abbiate più rispetto da tutte e due le parti.

VELUTO: Ecco l'uomo che vorrebbe togliervi tutto il vostro potere.

BRUTO: AfferrateloEdili.

I CITTADINI (parlando tutti in una volta): Abbasso! abbasso!

I SENATORI e I PATRIZI: Armiarmiarmi! (Tutti si agitano intorno a Coriolano gridando) Tribuni! Patrizi! Cittadini! ehi! Sicinio! Bruto!

Coriolano! Cittadini! Pacepacepace! Aspettatefermatevizitti!

AGRIPPA: Cosa sta per succedere? io non ho più fiato: la rovina si appressa. Non posso parlare. Voitribuniparlate al popolo.

Coriolanocalma: parlao buon Sicinio.

VELUTO: Ascoltatemipopolo; silenzio.

I CITTADINI: Sentiamo il nostro tribuno: zitti! parlaparlaparla!

VELUTO: Siete sul punto di perdere le vostre libertà! Marzio vorrebbe togliervele tutte; Marzio che voi or ora avete nominato console.

AGRIPPA: Ohibòohibò! questa è la maniera di suscitarenon di domare l'incendio.

PRIMO SENATORE: Di distruggere la città e di buttare tutto a terra.

VELUTO: Cosa è la città se non il popolo?

I CITTADINI: E' veroil popolo è la città.

BRUTO: Per consenso unanime noi siamo stati creati magistrati del popolo.

I CITTADINI: E tali rimanete.

AGRIPPA: E' probabile che rimaniate.

COMINIO: Questo è il modo di abbattere lo Stato: di portare i tetti sulle fondamenta e seppellire ciò che ancora si trova in buon ordine sotto un cumulo e un ammasso di rovine.

VELUTO: Questo merita la morte.

BRUTO: O teniamo fermo alla nostra autorità o la perdiamo; noi dichiariamo quiin nome del popolo in virtù del cui potere fummo elettiche Marzio è meritevole di morte immediata.

VELUTO: Perciòimpadronitevi di lui; portatelo sulla rupe Tarpea e di là precipitatelo abbasso.

BRUTO: Ediliafferratelo.

I CITTADINI: Cedi Marziocedi.

AGRIPPA: Una soia parola; vi scongiuroo tribuniascoltate una sola parola.

EDILE: Silenziosilenzio!

AGRIPPA: Siate quali voi sembratesinceri amici della vostra patriae procedete con moderazione in quello che voi volete così violentemente rimediare.

BRUTO: Signorequeste fredde maniere che rassomigliano a dei soccorsi prudentisono molto perniciose quando il male è violento: mettete le mani su di lui e portatelo alla rupe.

CORIOLANO: Noio voglio morir qui (sguaina la spada) Vi è qualcuno tra voi che mi ha visto combattere: suvenite a provare quello che mi avete visto fare.

AGRIPPA: Giù la spada. Tribuniritiratevi un momento.

BRUTO: Mettetegli le mani addosso.

AGRIPPA: Aiutate Marzioaiutatevoi nobili; aiutatelogiovani e vecchi!

I CITTADINI: Abbassoabbasso!

 

(Nella zuffa TribuniEdili e Popolani sono ricacciati)

 

AGRIPPA: Andateritornate a casaritirateviprestoo tutto sarà perduto.

SECONDO SENATORE: Ritiratevi.

COMINIO: Teniamo duro: abbiamo tanti amici quanti nemici.

AGRIPPA: Dobbiamo arrivare a questo?

PRIMO SENATORE: Gli dèi ce ne liberino! Ti pregonobile amicoritorna alla tua casa; lascia a noi di rimediare a questo male.

AGRIPPA: Perché è una piaga per noi che voi non potete medicare: vi scongiuroritiratevi.

COMINIO: Sìsignorevenite via con noi.

CORIOLANO: Vorrei che fossero barbari (come sonosebbene generati in Roma)e non dei Romanicome non sonosebbene figliati sotto il portico del Campidoglio.

AGRIPPA: Andate: non mettete in parole la vostra giusta collera: ci rifaremo un'altra volta.

CORIOLANO: Su schietto terreno io potrei vincerne quaranta.

AGRIPPA: Io stesso potrei occuparmi di un paio e dei migliori: sìi due tribuni.

COMINIO: Ma ora vi è una disuguaglianza che passa ogni calcolo; e l'ardire è chiamato follia quando si oppone a un edificio che crolla.

Volete andarvene prima che ritorni la marmagliala cui rabbiacome le acque ostacolate nel loro corsoabbatte e travolge quello che essa di solito sopporta?

AGRIPPA: Vi pregoandate: voglio vedere se il mio vecchio spirito può servir a qualcosa presso quelli che non ne posseggono che poco: questo affare deve essere rappezzato con pezze di qualsiasi colore.

COMINIO: Orsùvenite via.

 

(Escono CoriolanoCominio e altri)

 

PRIMO PATRIZIO: Quest'uomo ha rovinato la sua fortuna.

AGRIPPA: La sua natura è troppo nobile per questo mondo; egli non adulerebbe Nettuno per il suo tridentené Giove per il suo potere sulla folgore. Il suo cuore è la sua bocca: quello che il suo animo pensala sua lingua deve esprimerlo; e quando è inquietoegli dimentica di aver mai udito il nome della morte. (Rumori all'interno) Ecco un bell'affare!

SECONDO PATRIZIO: Vorrei che fossero a letto!

AGRIPPA: Vorrei che fossero nel Tevere. E che maledizione! non poteva egli dir loro delle belle parole?

 

(Entrano BRUTO e VELUTO con la folla)

 

VELUTO: Dov'è la vipera che vorrebbe spopolare la cittàed esser egli solo tutti gli uomini?

AGRIPPA: Degni tribuni...

VELUTO: Sarà gettato giù dalla Rupe Tarpea senza pietà; egli si è opposto alla legge e quindi la legge gli rifiuterà con disprezzo ogni altro giudizio fuorché il rigore del pubblico potere di cui egli non tiene alcun conto.

PRIMO CITTADINO: Egli apprenderà che i nobili tribuni sono la bocca del popolo e noi le loro mani.

I CITTADINI: Lo apprenderà; senza alcun dubbio.

AGRIPPA: Signoresignore...

VELUTO: Silenzio!

AGRIPPA: Non gridate "a morte" là dove dovreste procedere con un'autorità moderata.

VELUTO: Signorecome è che avete aiutato nel favorire la fuga del colpevole?

AGRIPPA: Ascoltatemi: come io conosco i meriti del console così posso elencare i suoi difetti...

VELUTO: Console! quale console?

AGRIPPA: Il console Coriolano.

BRUTO: Luiconsole!

I CITTADINI: Nonononono!

AGRIPPA: Se col permesso dei tribuni e vostromiei buoni popolaniio posso essere ascoltatobramerei dirvi una parola o due: il che non vi procurerà altro male che la perdita di un po' di tempo.

 

VELUTO: Parlate brevementealloraperché noi siamo decisi di farla finita con questo perfido traditore: il cacciarlo di quinon sarebbe che un pericolo per noie mantenerlo quila nostra morte certa:

quindi è stabilito che egli muoia stasera.

AGRIPPA: Ora i benigni dèi impediscano che la nostra illustre Romala cui gratitudine verso i suoi figli meritevoli è iscritta nel gran libro di Giovecome una madre snaturatadivori oggi i figli suoi.

VELUTO: E' un malanno che deve essere tagliato via.

AGRIPPA: Ohè un membro che non ha che una malattia; il tagliarlo via sarebbe mortale; il guarirlo facile. Che ha egli fatto contro Roma che lo renda meritevole di morte? L'aver ucciso i nostri nemici? Il sangue che egli ha perduto (chesono pronto a garantirlosupera di varie once quello che ha nelle vene) egli l'ha versato a goccia a goccia per la patria: e quello che gli restase lo perdesse per colpa della patriasarebbe per noi tuttitanto per quelli che lo facesserocome per quelli che lo permettesseroun'onta eterna.

VELUTO: Questa è una perversione della verità.

BRUTO: Proprio il rovescio. Quando egli amò la sua patriaessa lo onorò.

AGRIPPA: Ma allora il piedeuna volta in cancrenanon è più rispettato per i servizi che rendeva prima...

BRUTO: Non ascolteremo più oltre: inseguitelo fino alla sua casa e strappatelo via di là: affinché la sua infezioneche è di natura contagiosanon si diffonda più lontano.

AGRIPPA: Una parola ancorauna parola. Questa rabbia dai piedi di tigre quando avrà conosciuto il danno di una precipitazione irriflessiva legherà troppo tardi dei pesi di piombo ai suoi talloni.

Procedete legalmente per evitare che le fazioni (perché egli è molto amato) irrompano e mettano a sacco la grande Roma per opera di Romani.

BRUTO: Se fosse così...

VELUTO: Ma che dite? Non abbiamo noi avuto un saggio della sua obbedienza? i nostri Edili colpitinoi stessi respinti... Andiamo.

AGRIPPA: Pensate a questo: egli venne educato alla guerra appena fu in grado di maneggiare una spadaed è male istruito in un linguaggio raffinato: egli getta senza distinzione la farina e la crusca insieme.

Lasciatemi andare da luie mi impegno di portarlo quidove egli risponderà all'accusa in forma legaletranquillamentea suo rischio e pericolo.

PRIMO SENATORE: Nobili tribuniè la via umana: l'altra via sarebbe troppo sanguinosa; e all'inizio è ignoto il fine.

VELUTO: Nobile Meneniosiate voi dunque come l'ufficiale del popolo:

amici mieiposate le armi.

BRUTO: Non andate a casa.

VELUTO: Riunitevi nel Foro: noi vi attenderemo làdove se voi non ci condurrete Marzioprocederemo secondo la nostra prima via.

AGRIPPA: Io ve lo condurrò. (Ai Senatori) Permettetemi di domandarvi la vostra compagnia. Egli deve venirealtrimenti ne seguiranno peggiori mali.

PRIMO SENATORE: Vi pregoandiamo da lui.

 

(Escono)

 

 

 

SCENA SECONDA - Una stanza nella casa di Coriolano

(Entrano CORIOLANO e Patrizi)

 

CORIOLANO: Che essi facciano crollare tutto sopra il mio capo; mi presentino la morte sulla ruota o legato ai piedi di selvaggi cavalli; o accumulino dieci colline sulla Rupe Tarpeasì che il baratro possa distendersi in basso oltre il raggio della vista: pure io sarò sempre lo stesso verso di loro.

PRIMO PATRIZIO: E voi agite tanto più nobilmente.

CORIOLANO: Mi sorprende che mia madre non mi approvi piùessa che era avvezza a chiamarli vassalli di lanaesseri creati per venir comprati e venduti a vile prezzoper mostrare dei capi scoperti nelle assembleeper sbadigliare e star tranquilli e rimanere in ammirazione quando un uomo del mio rango si alzava per parlare della pace o della guerra.

 

(Entra VOLUMNIA)

 

E' di voi che parlo. Perché desiderate che io sia più mite? Vorreste voi che io fossi falso con la mia natura? Dite piuttosto che io agisco come l'uomo che sono.

VOLUMNIA: O signoresignoresignore! io vorrei che voi vi foste ben investito del vostro potere prima che l'aveste consumato.

CORIOLANO: Non ne parliamo più.

VOLUMNIA: Avreste potuto essere abbastanza l'uomo che sietesforzandovi meno di esserlo. Minori sarebbero stati gli ostacoli alla volontà vostrase voi non aveste mostrato loro come eravate dispostoprima che essi avessero perduto il potere di contrariarvi!

CORIOLANO: Che siano impiccati!

VOLUMNIA: Sìe che siano anche arsi vivi.

 

(Entrano AGRIPPA e Senatori)

 

AGRIPPA: Viaviasiete stato troppo rudeun po' troppo rude: dovete ritornare e rimediarvi.

PRIMO SENATORE: Non vi è altro rimedio: se nonon facendo cosìla nostra buona città divide in due e perisce.

VOLUMNIA: Vi pregolasciatevi consigliare: io ho un cuore così poco pieghevole come il vostroma ho un cervello che guida a miglior vantaggio l'uso della mia ira.

AGRIPPA: Ben dettonobile signora! prima che egli dovesse così abbassarsi dinanzi a questo greggese non fosse che la crisi terribile del momento lo richiede come medicina per l'intero Statoio indosserei la mia armatura che a malapena posso portare.

CORIOLANO: Che devo fare?

AGRIPPA: Tornare dai tribuni.

CORIOLANO: Benee poi? e poi?

AGRIPPA: Pentirvi di quello che avete detto.

CORIOLANO: Con loro! non potrei farlo con gli dèi; debbo dunque farlo con loro?

VOLUMNIA: Siete troppo reciso: sebbene in questo voi non possiate mai esser troppo nobiletranne quando parla la necessità. Io vi ho udito dire che l'onore e l'astuziacome amici inseparabilicrescono insieme nella guerra: accordatemi questo e ditemi che cosa perde ciascuno di essi a fianco dell'altro nella paceperché in essa non vadano d'accordo.

CORIOLANO: Viavia!

AGRIPPA: Una buona domanda.

VOLUMNIA: Senelle vostre guerreil sembrare quello che non siete (il che voi adottate come vostra politica per raggiungere i vostri migliori fini)come è che diventa poco onorevole o peggioche questa politica astuta tenga compagnia all'onore nella pace come lo fa nella guerradal momento che in tutte e due essa è ugualmente necessaria?

CORIOLANO: Perché insistete su questo?

VOLUMNIA: Perché ora spetta a voi parlare al popolonon secondo la vostra ragione o secondo i sentimenti che il cuore vi ispira ma con parole che sono poste dall'uso nella vostra linguasebbene siano bastarde e sillabe senza alcun valore rispetto alla verità del vostro animo. Ora questo non vi disonora affatto più che il conquistare con soavi parole una città che altrimenti metterebbe alla prova la vostra fortuna e vi farebbe rischiare molto sangue. Io dissimulerei per quel che riguarda la mia naturase la mia sorte e i miei amiciessendo in giuocorichiedessero che io lo facessi come dovere di onore: io sono in giuoco in questo momentoe vostra moglie e vostro figlioquesti senatori e tutti i nobili mentre voi preferite mostrar a questi zoticoni del popolo come potete aggrottar le cigliaanziché largir loro una carezza per guadagnarvi il loro affetto e salvaguardare ciò che la mancanza del loro affetto potrebbe rovinare.

AGRIPPA: Nobile signora! Suvenite con noi: dite delle belle parole; voi potete così non solo rimediare ai pericoli del presentema anche alla perdita di quello che è passato.

VOLUMNIA: Io ti pregofiglio miovai a loro con il berretto in mano:

e avendolo teso così in basso (lusingali in questo) sfiorando col tuo ginocchio le pietre (perché in queste circostanze l'azione è eloquenza e gli occhi dell'ignorante sono più dotti degli orecchi) e scuotendo la testapiù voltecosìper correggere il tuo cuore superboumiliala ora come la mora più matura che non regge ad esser toccata: e di' loro che tu sei il loro soldato eessendo stato educato nelle guerrenon hai quella maniera dolce chetu lo riconosciti converrebbe usarecome ad essi conviene esigerlaquando solleciti il loro buon affetto: ma cheonestamented'ora innanzi tu ti foggerai secondo il loro gusto per quanto dipenda dal tuo potere e dalla tua persona.

AGRIPPA: Una volta fatto questocome essa dicei loro cuori saranno tuoiperché essiquando ne sono sollecitatihanno un perdono così facile come le parole a proposito di nulla.

VOLUMNIA: Ti pregovai e sappiti dominare; per quanto io sappia che tu preferiresti inseguire il tuo nemico in un baratro di fuocoanziché adularlo in un salotto. Ecco Cominio.

 

(Entra COMINIO)

 

COMINIO: Sono stato nel Foroesignoreconviene che voi vi circondiate d'una forte fazioneo che vi difendiate con la calma o con la fuga: tutto è in subbuglio.

AGRIPPA: Basteranno belle parole.

COMINIO: Credo che ciò serviràse egli saprà piegare la sua fierezza.

VOLUMNIA: Egli deve farlo e lo farà: ti pregodi' che lo farai e accingiti a farlo.

CORIOLANO: Debbo io andare a mostrar loro il mio capo scoperto? Debbo iocon la mia lingua codardadare al mio nobile cuore una smentita che esso dovrà sopportare? E siaio lo farò: purese non si trattasse che di perdere questo solo corpoquesta forma di Marziolascerei che essi lo riducessero in polvere e lo gettassero al vento.

Andiamo al Foro. Voi mi avete imposto ora una parteche io mai non potrò rappresentare al naturale.

COMINIO: Susu vi suggeriremo.

VOLUMNIA: Ti prego oradolce figliocome tu hai detto che i miei elogi ti hanno fatto prima soldatocosìper meritarti i miei elogi in questorappresenta una parte che tu non hai fatta prima.

CORIOLANO: Benedebbo farlo: viao mia indolee s'impossessi di me lo spirito di una prostituta. Che la mia sonora gola guerrescache faceva coro al mio tamburosi trasformi in una sottile canna come quella di un eunuco o nella voce di una fanciulla che culla i bambini!

Il sorriso del birbante si accampi sul mio voltoe le lacrime di uno scolaretto riempiano le coppe delle mie ciglia. La lingua di un mendicante si agiti tra le mie labbra e le mie ginocchia coperte d'armaturache non si piegavano se non nella staffasi curvino come quelle d'un povero che ha ricevuto l'elemosina. Nonon voglio farloper tema di cessar di onorare la mia propria sinceritàe di insegnare alla mia mentecon l'azione del mio corpouna bassezza che diventi natura.

VOLUMNIA: A tuo piaceredunque: il pregar te è per me un disonore più grande che per te il pregar loro. Rovini pur tutto: fa' che tua madre senta il tuo orgoglio piuttosto che temere la tua pericolosa ostinazioneperché io mi rido della morte con lo stesso gran cuore come te. Fa' quello che vuoi: il tuo valore fu miolo succhiasti da me; il tuo orgogliolo devi solo a te stesso.

CORIOLANO: Viasii contenta; madreio vado al Foronon mi sgridar più oltre. Io vuo' imbecherare il loro affettoruberò loro il cuore e ritornerò a casa amato da tutti gli artigiani di Roma. Guardamiio mi avvio: ricordami a mia moglie. Io ritornerò consoleo non ti fidare mai più di ciò che la mia lingua può fare in fatto di adulazione.

VOLUMNIA: Fa' secondo la tua volontà.

 

(Esce)

 

COMINIO: Andiamo: i tribuni vi attendono: preparatevi a risponder con dolcezza; perché essia quanto sentosono pronti a lanciarvi accuse più gravi li quelle che pesano ora su voi.

CORIOLANO: La parola d'ordine è: dolcezza. Vi pregoandiamo: che essi mi accusino con invenzioniio risponderò secondo il mio onore.

AGRIPPA: Sìma con dolcezza.

CORIOLANO: Va benesia dunque con dolcezza. Con dolcezza!

 

(Escono)

 

 

 

SCENA TERZA - Roma. Il Foro

(Entrano VELUTO e BRUTO)

 

BRUTO: Insistete nell'accusa su questo puntoche egli aspira alla tirannia: se qui ci sfuggestringetelo dappresso per il suo odio contro il popoloe per il fatto che il bottino conquistato agli Anziati non è stato mai distribuito.

 

(Entra un Edile)

 

Dunqueverrà egli?

EDILE: Sta venendo.

BRUTO: Chi l'accompagna?

EDILE: Il vecchio Menenioe quei Senatori che sempre lo hanno favorito.

VELUTO: Avete voi una lista di tutti i voti che ci siamo procuratiper capi?

EDILE: L'ho: ed è pronta.

VELUTO: Li avete raccolti per tribù?

EDILE: Sì.

VELUTO: Convocate qui subito il popolo: e quando mi udranno dire:

"Sarà così per il diritto e il potere del popolo"o che si tratti di morteo di multao di esilioallorase io dico "multa"che essi gridino "multa"; se "morte"gridino "morte"insistendo sull'antico privilegio e sul potere che deriva loro dalla verità dell'accusa.

EDILE: Io li istruirò.

BRUTO: E quando una volta avranno cominciato a gridareche non smettanoma con un confuso clamore esigano l'immediata esecuzione di ciò che noi avremo sentenziato.

EDILE: Benissimo.

VELUTO: Fate che siano in gran numero e pronti per quest'imbeccataquando avremo occasione di offrirla.

BRUTO: Occupatevi di questo. (L'Edile esce) Fatelo arrabbiare subito: egli è avvezzo a vincer sempre e a dar pieno sfogo alla contraddizione: una volta irritatoegli non può esser di nuovo frenato alla moderazionee allora egli dice ciò che è nel suo cuore:

e vi è là qualche cosa che cospira con noi per rompergli il collo.

VELUTO: Beneeccolo che viene.

 

(Entrano CORIOLANOAGRIPPACOMINIOSenatori e Patrizi)

 

AGRIPPA: Siate calmomi raccomando.

CORIOLANO: Sìcome un mozzo di stalla che per una meschina moneta sopporterà un cumulo d'improperi. Gli dèi venerati veglino sulla salvezza di Roma e facciano sì che i seggi della giustizia siano occupati da uomini degni: seminino tra noi la concordiariempiano i nostri vasti templi con spettacoli di pacee non le nostre strade con la guerra.

PRIMO SENATORE: Amenamen.

AGRIPPA: Un nobile augurio!

 

(Rientra l'Edile con Cittadini)

 

VELUTO: Avvicinatevio voi del popolo.

EDILE: Ascoltate i vostri tribuni: attenzionesilenziodico.

CORIOLANO: Prima ascoltatemi.

I TRIBUNI: Beneparlate. Silenziooh!

CORIOLANO: Sarò io accusato ancora oltre al momento presente o tutto deve decidersi qui?

VELUTO: Io vi chiedo se voi vi sottomettete ai suffragi del popolose riconoscete i loro magistrati e se consentite a subire la pena legale per quelle colpe che saranno provate contro di voi.

CORIOLANO: Io consento.

AGRIPPA: Uditecittadiniegli dice che consente; considerate i servizi militari che egli ha reso: pensate alle ferite che reca il suo corpo e che appaiono come tombe nel santo cimitero.

CORIOLANO: Sgraffiature di spine: cicatrici che farebbero ridere.

AGRIPPA: Pensate inoltre che quando egli non parla come un cittadinovoi ritrovate in lui il soldato. Non scambiate i suoi rudi accenti per accenti malevoli: macome dicevoconsiderateli quali si convengono a un soldatoanziché ispirati da odio per voi.

COMINIO: Benebenenon più.

CORIOLANO: Per quale motivoessendo io stato nominato console a voti unanimisono stato disonorato al punto che nella stessa ora mi togliete di nuovo il consolato?

VELUTO: Rispondete a noi.

CORIOLANO: Parlate dunque: è veroè mio dovere il rispondere.

VELUTO: Noi vi accusiamo di aver cospirato per togliere a Roma tutte le magistrature costituitee per salire tortuosamente fino al potere tirannico: per la qual cosa siete un traditore del popolo.

CORIOLANO: Come! traditore?

AGRIPPA: Ma nocalmo: la vostra promessa.

CORIOLANO: Che le fiamme del più profondo inferno avvolgano il popolo:

chiamarmi loro traditore! Tuinsolente tribuno: se nei tuoi occhi si annidassero non unama ventimila mortie altrettanti milioni serrati nelle tue manie nella tua lingua bugiarda entrambi questi numeriio direi a te ugualmentecon voce sincera come quando prego gli dèi: "tu menti!".

VELUTO: Sentite questoo voi del popolo?

I CITTADINI: Alla Rupealla Rupe!

VELUTO: Silenzio! non abbiamo bisogno di aggiungere nuovi elementi a sua accusa: quello che gli avete visto fare e quello che gli avete sentito direbattere i vostri ufficialimaledire voiopporsi alla legge colla violenzae qui sfidare quelli il cui grande potere deve giudicarlotutto questo è un tal crimine e un crimine così capitaleche merita l'ultimo supplizio.

BRUTO: Ma dacché egli ha servito Roma bene...

CORIOLANO: Cosa ciarlate voi di servizio?

BRUTO: Io parlo di ciò che conosco.

CORIOLANO: Voi?

AGRIPPA: E' questa la promessa che avete fatta a vostra madre?

COMINIO: Sappiatevi prego...

CORIOLANO: Non voglio saper altro: che essi mi condannino alla precipite morte tarpeaall'errabondo esilioallo scorticamentoa esser rinchiuso per languire con un solo chicco di grano al giornoio non comprerò la loro pietà al prezzo di una sola parola adulatoria: né frenerò il mio animo per tutto quello che possono darmianche se dovessi ottenerlo col dire semplicemente buon giorno.

VELUTO: Per il fatto che egli ha (per quanto sta in lui) testimoniato più volte il suo odio contro il popolo cercando i mezzi di strappargli il suo poterecome orainfineper aver alzato una mano ostilenon solo in presenza della temuta giustiziama sugli stessi ministri che la distribuiscono; in nome del popolo e in virtù del potere di noi tribuninoia partir da questo istantelo esiliamo dalla nostra città; che egli non rientri mai più dalle porte di Romasotto pena di essere precipitato dall'alto della Rupe Tarpea: nel nome del popolo dico che così deve essere.

I CITTADINI: Deve essere cosìdeve essere così! che egli se ne vada; è banditoe così deve essere.

COMINIO: Ascoltatemisignorie miei amici del popolo...

VELUTO: E' condannato: non c'è più nulla da ascoltare.

COMINIO: Lasciatemi parlare: sono stato console e posso mostrare sul mio corpo i segni ricevutiper amor di Romadai suoi nemici. Io amo il bene della mia patria con un rispetto più teneropiù sacro e profondo che la mia propria vita la riputazione di mia mogliei frutti del suo ventrei tesori dei miei lombi: dunque se io volessi dire che...

VELUTO: Sappiamo dove volete arrivare: dire che cosa?

BRUTO: Non vi è altro da direse non che egli è bandito come nemico del popolo e della sua patria: e così deve essere.

I CITTADINI: Così deve essere; così deve essere!

CORIOLANO: Voiignobile muta di botoliil cui respiro io odio quanto i miasmi dei putridi stagni; il cui affetto io apprezzo quanto le carcasse di uomini insepolti che corrompono l'aria; io vi bandisco; e restate qui nella vostra perplessità! Che ogni più lieve rumore faccia tremare i vostri cuori! che i vostri nemicicoll'agitar delle loro piumesoffino nei vostri animi la disperazione. Abbiate sempre il potere di bandire i vostri difensori: finchéin ultimola vostra ignoranza (che non capisce finché non esperimenta)senza risparmiare neppur voi (voiche siete sempre i nemici di voi stessi)vi consegnicome i prigionieri più abiettia qualche nazione che vi avrà conquistati senza colpo ferire. Disprezzandoper causa vostrala cittàio le volgo le spalle: vi è un mondo altrove.

 

(Escono CoriolanoCominioAgrippaSenatori e Patrizi)

 

EDILE: Il nemico del popolo è partitoè partito!

I CITTADINI: Il nostro nemico è bandito: se n'è andatoolàolà.

 

(La gente-grida e getta in alto i berretti)

 

VELUTO: Andateaccompagnatelo fuori della portae seguitelocome egli vi ha seguito con ogni specie di disprezzo. Infliggetegli un meritato tormento. E che una scorta ci accompagni attraverso la città.

I CITTADINI: Susuaccompagnamolo fuori della porta della cittàvia. Che gli dèi proteggano i nostri nobili tribuni.

 

(Escono)

 

 

 

ATTO QUARTO

 

SCENA PRIMA - Dinanzi a una porta di Roma

(Entrano CORIOLANOVOLUMNIAVIRGILIAAGRIPPACOMINIO e giovani Patrizi)

 

CORIOLANO: Sucessate di piangere; un breve addio: la bestia dalle molte teste mi caccia via a colpi di corna. Orsùmadredov'è il vostro antico coraggio? eravate solita dirmi che i mali estremi mettono a prova il nostro animo; che i casi ordinari anche gli uomini ordinari possono sostenerli; e che quando il mare è calmotutte le navi egualmente mostrano la loro bravura nel galleggiare: i colpi della fortuna più ci colpiscono al cuorepiù richiedono una nobile scienzaper esser sopportati serenamente quando ci hanno ferito; voi eravate solita di riempirmi la mente di precetti che dovevano rendere invincibili i cuori che li avessero appresi.

VIRGILIA: O cieloo cielo!

CORIOLANO: Orsùti pregodonna...

VOLUMNIA: Che la rossa pestilenza colpisca tutte le arti in Roma e periscano tutti i mestieri.

CORIOLANO: Checheche! Io sarò amato quando si sentirà la mia mancanza. Suvviamadreriprendete il coraggio di quando eravate solita dire che se foste stata la moglie di Ercoleavreste compiuto sei delle sue fatiche e risparmiato tanto sudore al vostro consorte.

Cominionon vi lasciate abbattere: addio. Addiomoglie miamadre mia. Me la caverò bene ancora. E tuvecchio e fedele Agrippale tue lacrime sono più amare di quelle d'un uomo più giovanee cocenti per i tuoi occhi. O mio generale d'altri tempiio t'ho visto impassibilee tu hai spesso contemplato spettacoli che induriscono il cuore: di' a queste meste donne che è sciocco il lamentarsi di mali inevitabilicome è sciocco il riderne. O madre miavoi sapete bene che i miei rischi sono stati la vostra consolazionee credeteloe non alla leggera (sebbene io vada a stare solosimile a un drago solitario che rende temuta la sua paludosa tanae fa sì che se ne parli più di quello che non la si veda)vostro figlioo farà qualcosa di straordinarioo sarà preso coll'esca astuta e coll'inganno.

VOLUMNIA: Mio unico figliodove vuoi tu andare? Prendi con te per un po' di tempo il buon Cominio. Segui un piano determinatopiuttosto che esporti allo sbaraglio al primo caso che ti sorga dinanzi sul tuo cammino.

CORIOLANO: Oh dèi!

COMINIO: Io ti accompagnerò per un mesee deciderò con te in qual luogo ti convenga fermartisì che tu possa aver notizie di noi e noi di te: così se il tempo creerà un'occasione per ottenere il tuo richiamonon dovremo mandare in giro per tutto il vasto mondo alla ricerca di un sol uomo: non perderemo l'occasione favorevole che sempre si raffredda nell'assenza di chi ne ha bisogno.

CORIOLANO: Addio! tu hai degli anni sulle tue spalle: e sei troppo pieno degli strapazzi della guerra per andar alla ventura con uno che è ancora gagliardo: accompagnami solo fuori della porta. Sumia dolce mogliemia diletta madree miei amici di nobil tempra; quando io sia fuoriditemi addio e sorridetemi. Vi pregoandiamo. Finché sarò sulla terra avrete ancora notizie di me: e di me non udrete nulla che non sia conforme a quello che io sono stato finora.

AGRIPPA: Questo è il più degno linguaggio che orecchio umano possa intendere. Suvvianon piangiamo. Se io potessi scuotere via anche solo un sette anni da queste vecchie braccia e gambeper tutti gli dèiio verrei con te a passo a passo.

CORIOLANO: Dammi la mano. Andiamo.

 

(Escono)

 

 

 

SCENA SECONDA - Una strada vicino alla porta

(Entrano VELUTOBRUTO e un Edile)

 

VELUTO: Dite a tutti di tornarsene a casa: egli è partito e non andremo più oltre. I nobili sono irritatied essicome abbiamo vistohanno parteggiato per lui.

BRUTO: Ora che abbiamo mostrato il nostro poterecerchiamo di apparire più umili a cose fatteche quando si stavano facendo.

VELUTO: Fateli rientrare a casa: dite che il loro terribile nemico è partito e che essi si sono affermati nella loro antica potenza.

BRUTO: Mandateli a casa. (Esce l'Edile) Ecco sua madre.

VELUTO: Evitiamo d'incontrarci con lei.

BRUTO: Perché?

VELUTO: Dicono che sia pazza.

BRUTO: Ci hanno notati: continuiamo per la nostra strada.

 

(Entrano VOLUMNIAVIRGILIA e AGRIPPA)

 

VOLUMNIA: Fortunato incontro! Che la peste tenuta in serbo dagli dèicompensi il vostro affetto!

AGRIPPA: Pianopiano; non gridate così forte.

VOLUMNIA: Se le lacrime me lo permettesseroudreste... ma sìudrete qualche cosa. (A Bruto) Volete andarvene?

VIRGILIA (a Veluto): Anche voi vi fermerete. Vorrei avere il potere di dire lo stesso a mio marito.

VELUTO: Avete la natura degli uomini?

VOLUMNIA: Sìsciocco: è questa forse una vergogna? Guardate quest'imbecille: non fu forse un uomo mio padre? E avesti tu (stolto come sei!) l'astuzia volpina di bandire un uomo che dette più colpi in difesa di Romadi quello che tu abbia detto parole?

VELUTO: O santo cielo!

VOLUMNIA: Sìpiù magnanimi colpi che tu savie parole: e per il bene di Roma. Io ti dirò una cosa... ma vattene: eppurenotu resterai:

vorrei che mio figlio fosse in Arabia con la sua buona spada in manoe tutta la tua tribù dinanzi a lui.

VELUTO: E che allora?

VIRGILIA: Che cosa? sterminerebbe tutta la tua posterità.

VOLUMNIA: Tutti anche i bastardi. Valoroso uomo: e pensare alle ferite che egli porta per Roma!

AGRIPPA: Susucalmatevi.

VELUTO: Vorrei che egli avesse continuato per la sua patria come aveva cominciatoe non sciolto da sé il bel nodo che aveva stretto.

BRUTO: Davverovorrei che lo avesse fatto.

VOLUMNIA: "Vorrei che lo avesse fatto"! ma se foste voi a infiammare la plebevoi gatti che potete giudicare adeguatamente del suo meritocome io posso giudicare di quei misteri che il cielo non vuole siano rivelati alla terra!

BRUTO: Vi pregolasciateci andate.

VOLUMNIA: Orasignoriandatevene pureve ne prego. Avete compiuto una nobile azione! Ma prima di andarveneudite questo: quanto il Campidoglio sorpassa le più umili case di Roma altrettanto mio figlio (il marito di questa signora quidi questala vedete?) che voi avete banditovi sorpassa tutti.

BRUTO: Benebenevi lasceremo.

VELUTO: Perché fermarsi per essere bistrattati da una che è fuori di senno?

VOLUMNIA: Portate con voi le mie preghiere. (Escono i Tribuni) Vorrei che gli dèi non avessero altro da fare che confermare le mie maledizioni. Se io li potessi incontrare una volta al giornoquesto libererebbe il mio Cuore da ciò che lo opprime col suo peso.

AGRIPPA: Voi avete detto loro quello che si meritavano eaffé mianon senza motivo. Volete cenare con me?

VOLUMNIA: L'ira è il mio cibo: io mi nutro di me stessa e così morirò di fame a forza di nutrirmi. Suvviaandiamo: lasciate questo imbelle pianto e lamentatevi come faccioio simile a Giunone nell'ira. Sususu.

AGRIPPA: Viavia!

 

(Escono)

 

 

 

SCENA TERZA - Una strada tra Roma e Anzio

(Entrano un Romano e un Volsco che si incontrano)

 

ROMANO: Vi conosco benesignoree voi mi conoscete: il vostro nomese non sbaglioè Adriano.

VOLSCO: Proprio quellosignore: in verità io non mi rammento di voi.

ROMANO: Sono un Romano; e i miei servizi sonocome siete voicontro il popolo romano. Non mi riconoscete ancora?

VOLSCO: Nicanore? Ma no...

ROMANO: Proprio luisignore.

VOLSCO: Avevate più barba quando vi vidi l'ultima volta: ma le vostre sembianze trovano buona testimonianza nel vostro parlare. Che nuove ci sono a Roma? Io ho l'incaricoda parte dello Stato volscodi cercarvi là; mi avete risparmiato una buona giornata di cammino.

ROMANO: Vi sono stati in Roma degli strani sconvolgimenti: la plebe contro i senatorii patrizi e la nobiltà.

VOLSCO: Vi sono stati: allora tutto è finito? Lo Stato nostro non giudica così: essi hanno fatto grandi preparativi guerreschi e sperano di piombar su di loro nel calore della loro discordia.

ROMANO: La fiammata principale si è spentama un nonnulla basterebbe a farla divampare di nuovo: perché i nobili hanno preso talmente a cuore l'esilio del degno Coriolano che essi sono in punto di togliere ogni potere al popolo e di strappargli i suoi tribuni per sempre. E' un fuoco che covave lo assicuroe sta lì lì per scoppiare in fiamme.

VOLSCO: Coriolano bandito!

ROMANO: Banditosignore.

VOLSCO: Sarete ben accolto per questa notiziaNicanore.

ROMANO: Il giorno favorevole è giunto per loro. Ho sentito dire che il momento migliore per sedurre la moglie di un uomoè quando essa è in urto con suo marito. Il vostro nobile Tullo Aufidio avrà modo di brillare in questa guerraperché il suo grande avversarioCoriolanonon è più in favore nella sua patria.

VOLSCO: Egli non potrebbe fare altrimenti. Sono proprio lieto di avervi incontrato così per caso: avete posto termine all'incarico affidatomi e io allegramente vi terrò compagnia fino a casa.

ROMANO: Da adesso fino all'ora di cena vi dirò molte strane cose di Romatutte favorevoli ai suoi nemici. Avete un esercito prontomi dite?

VOLSCO: Un esercito superbo: i centurioni e le loro compagnieacquartierati separatamentesono già in servizio e pronti a marciare in un'ora di tempo.

ROMANO: Sono lieto di sentire che sono prontie sarò io l'uomocredoche li metterà subito in azione. Cosìsignorevoi siete con tutto il cuore ben trovato ed io sono felice della vostra compagnia.

VOLSCO: Voi mi togliete la parte che spetta a mesignore: sono io che ho più speciale motivo di esser felice della compagnia vostra.

ROMANO: Beneandiamo insieme.

 

(Escono)

 

 

 

SCENA QUARTA - Anzio. Dinanzi alla casa di Tullo Aufidio

(Entra CORIOLANOin abito dimessotravestito e imbacuccato)

 

ORIOLANO: Una bella città è questa Anzio: cittàsono io che ho fatto le tue vedove; più di un erede di questi begli edifici io ho sentito gemere e cadere dinanzi alla mia spada: perciò non mi conoscereper tema che le tue donnecon gli spiedie i tuoi ragazzicon i sassinon mi uccidano in un meschino combattimento.

 

(Entra un Cittadino)

 

CORIOLANO: Salute signore.

CITTADINO: Salute.

CORIOLANO: Indicatemiper piaceredove abita il grande Aufidio. E' egli in Anzio?

CITTADINO: Sìe dà un banchetto questa sera in casa sua ai dignitari dello Stato.

CORIOLANO: Qual è la sua casavi prego?

CITTADINO: Questa quidavanti a voi.

CORIOLANO: Graziesignore. Addio. (Esce il Cittadino) O mondocome sono infide le tue vicende! Amici intimigiuratiche sembrano avere un sol cuore in due pettile cui oreil cui letto e i pasti e gli esercizi sono sempre in comuneche come gemelli nell'affetto sono inseparabilinello spazio di un'oraper la questione di un soldoromperanno in mortale inimiciziae ugualmente i più fieri nemicia cui le passioni e gli intrighi hanno tolto il sonno per sorprendersi l'un l'altroper un caso qualunqueper un incidente che non vale un guscio d'uovodiventeranno cari amici e si uniranno nelle loro imprese. Così accade a me: io odio il mio loco natioe tutto il mio affetto è per la città del nemico. Entrerò: se mi uccidefarà una giusta vendetta: se mi dà mano liberaio renderò un servigio alla sua patria.

 

(Esce)

 

 

 

SCENA QUINTA - Una sala in casa di Tullo Aufidio

(Si ode suon di musica. Entra un Servo)

 

PRIMO SERVO: Vinovinovino: che servizio c'è qui! Credo che i nostri compagni si siano addormentati.

 

(Esce)

(Entra un altro Servo)

 

SECONDO SERVO: Dov'è Coto? Il mio padrone lo chiama. Coto!

 

(Esce)

(Entra CORIOLANO)

 

CORIOLANO: Una bella casa: il banchetto manda un grato odore! Ma io non ho l'aria di un convitato.

 

(Rientra il Primo Servo)

 

PRIMO SERVO: Cosa voleteamico? da dove venite? Questo non è posto per voi. Di graziaquella è la porta.

 

(Esce)

 

CORIOLANO: Non no meritato un trattamento miglioreessendo Coriolano.

 

(Rientra il Secondo Servo)

 

SECONDO SERVO: Di dove venitesignore? Dove ha gli occhi il portinaio che lascia entrare tal razza di gente? Orsùandatevene.

CORIOLANO: Via!

SECONDO SERVO: Via! Andatevene voivia!

CORIOLANO: Ora diventi importuno.

SECONDO SERVO: Siete così insolente? Troverò qualcuno che vi dirà due parole.

 

(Entra un Terzo Servo. Il Secondo gli va incontro)

 

TERZO SERVO: Chi è costui?

SECONDO SERVO: Il più strano pesce che mi sia accaduto di vedere. Non riesco a mandarlo via. Ti pregochiama il nostro padrone perché gli parli.

 

(Si ritira)

 

TERZO SERVO: Che state a far quisignor mio? Vi prego di uscire da questa casa.

CORIOLANO: Lasciatemi soltanto restar qui in piedi: non farò del male al vostro focolare.

TERZO SERVO: Chi siete?

CORIOLANO: Un gentiluomo.

TERZO SERVO: Un ben povero gentiluomo!

CORIOLANO: Sìè vero.

TERZO SERVO: Vi pregomio povero gentiluomoscegliete qualche altra dimora: qui non è posto per voi: orsùandatevene via.

CORIOLANO: Pensate alle vostre faccende: andate e rimpinzatevi degli avanzi freddi della tavola.

 

(Lo respinge)

 

TERZO SERVO: Che! non volete andarvene? Ti pregodi' al mio padrone quale strano ospite egli ha qui...

SECONDO SERVO: Lo farò subito.

 

(Esce)

 

TERZO SERVO: Dove abiti?

CORIOLANO: Sotto la cappa.

TERZO SERVO: Sotto la cappa?

CORIOLANO: Sì.

TERZO SERVO: E dove è questo luogo?

CORIOLANO: Nella città dei nibbi e dei corvi.

TERZO SERVO: Nella città dei nibbi e dei corvi? Che asino è costui! Allora tu abiti anche coi cornacchioni?

CORIOLANO: Nonon servo il tuo padrone.

TERZO SERVO: Comesignore! Avete a che fare col mio padrone?

CORIOLANO: Eh! è un mestiere più onesto che avere a che fare colla tua padrona! tu ciarlitu ciarli: via di qua a servire col tuo tagliere.

 

(Lo spinge fuori percuotendolo)

(Entrano TULLO AUFIDIO e il Secondo Servo)

 

AUFIDIO: Dov'è quest'uomo?

SECONDO SERVO: Eccolosignore: lo avrei bastonato come un canese non fosse stato per non disturbare i signori che sono dentro.

 

(Si ritira)

 

AUFIDIO: Donde vieni? Che vuoi? Come ti chiami? perché non parli? parlauomoil tuo nome?

CORIOLANO: SeTullo(scoprendosi) ancora non mi conoscie vedendominon mi prendi per l'uomo che sonola necessità mi impone di nominarmi da me.

AUFIDIO: Il tuo nome?

 

(I Servi si ritirano)

 

CORIOLANO: Un nome poco armonioso per le orecchie dei Volsci e che suonerà aspramente alle tue.

AUFIDIO: Dimmicome ti chiami? tu hai l'aspetto torvo e il tuo volto porta l'impronta del comando: e sebbene le tue sartie sian lacereti riveli un nobile vascello; qual è il tuo nome?

CORIOLANO: Preparati ad aggrottare le ciglia. Ma non mi conosci ancora?

AUFIDIO: Non ti conosco: il tuo nome?

CORIOLANO: Il mio nome è Caio Marzioche ha cagionato a te particolarmentee a tutti i Volscimolto danno e molti mali: di questi è testimone il mio soprannomeCoriolano. I faticosi servizigli estremi perirlie le gocce di sangue versate per la mia patria ingratasono stati ricompensati solo con questo soprannome: un buon ricordoe una buona testimonianza dell'odio e del risentimento che tu dovresti avere per me. Solo questo nome rimane. La crudeltà e l'invidia del popolo lasciate libere dai codardi patrizi che mi hanno tutti abbandonatohan divorato il resto e han fatto sì che io fossi cacciato da Roma tra gli urli della marmaglia. Ora questa distretta mi ha condotto al tuo focolarenon per la speranzaintendimi benedi salvarmi la vitaperché se io avessi temuto la mortedi tutti gli uomini al mondo avrei evitato te: ma per puro astioper esser completamente vendicato di questi miei banditoristo qui ora dinanzi a te. Perciòse tu hai un cuore corrucciatose vuoi vendicare le ingiurie tue personali e far scomparire quelle vergognose mutilazioni che appaiono sul corpo della tua patriaaffrettati; fai che la mia miseria serva a tuo vantaggio; usala così che i miei servigiispirati alla vendettadiventino per te dei benefizi: perché io combatterò contro la mia patria incancrenita con tutto il furore dei demoni infernali. Ma se invece accada che tu non osi far questoe che tu sia stanco di tentar nuove fortuneallora in una parola io pure sono stanco di vivere più a lungo e offro la gola a te e al tuo vecchio rancore: e il non tagliarla ti farebbe apparire solo uno scioccodacché io ti ho sempre perseguitato col mio odioho spillato botti di sangue dal seno della tua patria e non posso vivere se non a tua vergognaa meno che non viva per renderti servigio.

AUFIDIO: O MarzioMarzio! Ogni parola che tu hai pronunziatoha strappato dal mio cuore una radice dell'antico odio. Se Giove da quelle nuvole laggiù parlasse cose divine e dicesse: "E' vero"io non le crederei più di quello che credo teo magnanimo Marzio. Ohlascia che io avvinghi con le mie braccia questo tuo corpocontro il quale la mia nocchieruta lancia cento volte si è spezzata e ha ferito la luna con le sue schegge! Eccoio abbraccio l'incudine della mia spadae gareggio con te nell'affetto così caldamente e nobilmente come mai prima nella mia forza ambiziosa ho combattuto contro il tuo valore. Sappiinveroche io amai la fanciulla che tolsi in moglie:

né mai innamorato esalò un più sincero sospiro; ma per il fatto che ti veggo quio nobile creaturail mio cuore rapito mi balza in petto più che quando io vidi la mia amatadivenuta mia moglievarcare la mia soglia. Ebbeneo tu Marteti annunzio che noi abbiamo un esercito sulle mosse e che io mi ero proposto ancora una volta di strappar via lo scudo dal tuo lacerto o di perdere il mio braccio. Tu mi hai sconfitto ben dodici volte e dopo io ho sognato ogni notte scontri tra me e te: nei miei sonni noi siamo rotolati insieme sfibbiandoci gli elmi e afferrandoci alla gola; e io mi sono svegliato mezzo mortoper nulla. O degno Marziose non avessimo altro motivo di ruggine contro Roma che l'esserne tu banditonoi faremmo una leva generale di tuttidai dodici ai sessant'annie portando la guerra nelle viscere dell'ingrata Romanoi strariperemmo come impetuoso torrente. Ohvienientra e stringi la mano ai nostri senatori amici che sono ora qui a prender congedo da meche sono in procinto di marciare contro il vostro territoriosebbene non contro la stessa Roma.

CORIOLANO: Voi esaudite i miei votio dèi!

AUFIDIO: Perciòincomparabile signorese tu vuoi avere la direzione della tua vendetta prendi metà del mio comando militare e prepara i tuoi piani come meglio ti suggerisce l'esperienzapoiché tu conosci bene la forza e la debolezza della tua patria: sia che convenga picchiar contro le porte di Romao assalire crudelmente i Romani nelle regioni più remote del territorioper spaventarliprima di distruggerli. Ma entriamo; lascia che io ti presenti prima a quelli che dovranno dire: "Sì" ai tuoi desideri. Sii mille volte il benvenuto: possa tu essere più amico per me di quello che fosti nemico; e sìMarzioche lo fosti assai. La tua mano. Sii il benvenuto.

 

(Escono Coriolano e Aufidio)

(I due Servi si fanno innanzi)

 

PRIMO SERVO: Questo è uno strano mutamento!

SECONDO SERVO: In fe' miapoco è mancato che non gli assestassi una bastonataeppure la mia mente mi diceva che i suoi abiti davano una falsa idea di lui.

PRIMO SERVO: Che braccio che ha! Mi ha fatto fare una piroetta con il dito medio e il pollicecome si fa con una trottola!

SECONDO SERVO: Certoio capivo dal suo aspetto che c'era qualcosa in lui; avevaamicouna tale facciami pareva... non so come descriverla.

PRIMO SERVO: L'aveva; sembrava quasi fosse... Che io sia impiccato se non ho pensato subito che in lui c'era qualcosa di più di quello che pensavo.

SECONDO SERVO: Anch'io: lo giuroed egli è senz'altro il più straordinario uomo del mondo.

PRIMO SERVO: Lo credo anch'io: non soloma è miglior soldato di colui a cui pensate.

SECONDO SERVO: Chi? il mio padrone?

PRIMO SERVO: Ehil nome non importa.

SECONDO SERVO: Ne vale sei come lui.

PRIMO SERVO: Noneppure questo: ma dei due lo ritengo il miglior soldato.

SECONDO SERVO: In veritàvedetenon si sa dire come la cosa va detta: per la difesa di una cittàil nostro generale è ottimo.

PRIMO SERVO: E anche per l'assalto.

 

(Rientra il Terzo Servo)

 

TERZO SERVO: Ehmarraniio posso dare delle notizie: notiziecanaglie.

PRIMO e SECONDO SERVO: Checheche? Mettici a parte.

TERZO SERVO: Non vorrei essere Romano se avessi a scegliere tra tutte le nazioni. Sarebbe come desiderare d'esser un uomo condannato.

PRIMO e SECONDO SERVO: Perchéperché?

TERZO SERVO: Perché? c'è qui colui che era solito strigliare il nostro generale: Caio Marzio.

PRIMO SERVO: Perché dite strigliare il nostro generale?

TERZO SERVO: Non dico proprio strigliare il nostro generale; ma egli è stato sempre uno che gli dava ben da fare.

SECONDO SERVO: Vianoi siamo camerati ed amici: egli è sempre stato un osso troppo duro per luil'ho inteso dire al nostro generale in persona.

PRIMO SERVO: E' stato troppo forte per lui schiettamentea dir tutta la verità: dinanzi a Corioli lo steccò e lardellò come una braciola.

SECONDO SERVO: E se avesse avuto gusti cannibaleschiavrebbe potuto anche arrostirlo e mangiarselo.

PRIMO SERVO: Mahai altre notizie?

TERZO SERVO: Be'egli è accolto qui come se fosse figlio ed erede di Marte; è stato messo a capotavola; nessuno dei senatori gli rivolge una domanda senza scoprirsi il capo. Il nostro stesso generale lo tratta come un'amante: crede di santificarsi toccandogli la manoe volge gli occhi al cielo quando costui parla. Ma il più bello è che il nostro generale è tagliato in due e non è che una metà di quello che era ieri: perché l'altro ha l'altra metàper le preghiere e la concessione di tutta la tavola. Egli andràcosì affermaa tirar le orecchie ai custodi delle porte di Romafalcerà ogni cosa davanti a sé e lascerà tutto raso al suolo sul suo passaggio.

SECONDO SERVO: E' capace di farlo più di quanti altri io possa immaginare.

TERZO SERVO: Farlo? Certo che 1o farà: perché vedeteamicoegli ha tanti amici quanti nemici: i quali amicisignoreper così direnon osanovedetesignoremostrarsi (come noi diciamo) suoi amicimentre egli è in diredito.

PRIMO SERVO: Diredito? Cosa vuol dir questo?

TERZO SERVO: Ma quando vedrannosignoreche egli ha di nuovo levato in alto la cresta ed è in pieno vigoreessi usciranno dalle loro buche come i conigli dopo la pioggia e gli faranno festa.

PRIMO: SERVO: Ma quando avrà principio tutto ciò?

TERZO SERVO: Domanioggisubito. Sentirete suonare i tamburi questo dopopranzo: èper così direuna parte del loro banchettoe dovrà effettuarsi prima che si asciughino la bocca.

SECONDO SERVO: Ma allora avremo di nuovo un mondo in agitazione.

Questa pace non val nullatranne che ad arrugginire il ferroad accrescere il numero dei sartie a far nascere dei cantastorie.

PRIMO SERVO: Datemi la guerravi dico: è superiore alla pace quanto il giorno è superiore alla notte: è allegraanimatasonorapiena di effervescenza. La pace invece è una vera apoplessiaè il letargo:

insipidasordasonnolentainsensibile: una creatrice di bastardi più di quanto la guerra sia distruttrice d'uomini.

SECONDO SERVO: Proprio così. Come la guerra può dirsiin qualche modostupratricecosì non si può negare che la pace è in egual misura generatrice di cornuti.

PRIMO SERVO: Sìe fa che gli uomini si odino.

TERZO SERVO: Naturaleperché allora hanno meno bisogno l'uno dell'altro. La guerra fa per me. Spero di vedere i Romani così rinviliti come i Volsci. Si alzano da tavolasi alzano da tavola!

TUTTI: Entriamoentriamoentriamo!

 

(Escono)

 

 

 

SCENA SESTA - Roma. Una piazza

(Entrano VELUTO e BRUTO)

 

VELUTO: Non sentiamo più parlare di luiné dobbiamo temerlo: i suoi sforzi per ottenere una riparazione sono impotenti nella pace presente e nella tranquillità del nostro popoloche prima era in fiera agitazione. Qui noi facciamo arrossire i suoi amici per il fatto che tutto va così bene: gli amici che avrebbero preferito vedere delle bande sediziose infestare le stradeanche se essi avessero dovuto soffrirnepiuttosto che udire i nostri artigiani cantar nelle loro botteghe e vederli lietamente attendere alle loro occupazioni.

BRUTO: Noi abbiamo piantato i piedi nel momento opportuno: non è questi Menenio?

VELUTO: E' luiè lui: ohegli è divenuto così cortese in questi ultimi tempi.

 

(Entra AGRIPPA)

 

Salvesignore!

AGRIPPA: Salute a voi due!

VELUTO: Del vostro Coriolano non si sente molto la mancanza tranne che dai suoi amici: la repubblica continua a reggersi e si reggerebbe anche se egli fosse più irritato contro di essa.

AGRIPPA: Tutto va bene; e tutto avrebbe potuto andar megliose egli avesse saputo temporeggiare.

VELUTO: Dove si trova? l'avete saputo?

AGRIPPA: Nonon ho saputo nulla: sua madre e sua moglie non hanno notizie di lui.

 

(Entrano tre o quattro Cittadini)

 

I CITTADINI: Gli dèi vi proteggano entrambi.

VELUTO: Buona seramiei vicini.

BRUTO: Buona serabuona sera a tutti.

PRIMO CITTADINO: Noi stessile nostre moglii nostri figlidobbiamo pregare in ginocchio per voi due.

VELUTO: Vivete e prosperate.

BRUTO: Addiobuoni vicini: così Coriolano vi avesse amato come noi.

I CITTADINI: Di nuovoche gli dèi vi proteggano.

I TRIBUNI: Addioaddio.

 

(Escono i Cittadini)

 

VELUTO: Questi sono tempi più felici e più belli di quando questi stessi uomini correvano per le strade mettendo tutto a soqquadro con le grida.

BRUTO: Caio Marzio era un degno capitano in guerra: ma insolentegonfio d'orgoglioambizioso oltre ogni limiteed amante di se stesso.

VELUTO: E aspirava a un potere unicosenza alcun collega.

AGRIPPA: Non lo credo.

VELUTO: A quest'ora ce ne saremmo già accorti con lamento di noi tuttise egli fosse riuscito console.

BRUTO: Gli dèi l'hanno felicemente impeditoe ora Roma sta sana e tranquilla senza di lui.

 

(Entra un Edile)

 

EDILE: Degni tribuni: vi è uno schiavoche abbiam fatto mettere in prigioneil quale narra che i Volsci con due eserciti separati sono entrati nel territorio romano e col più profondo accanimento della guerra distruggono tutto quello che si para loro innanzi.

AGRIPPA: E' Aufidioche avendo appreso l'esilio del nostro Marzio mette fuori di nuovo le corna che erano nascoste nel guscioquando Marzio combatteva per Romae non osarono mai mostrarsi fuori.

VELUTO: Viache ci venite a parlare di Marzio!

BRUTO: Andate a fare frustare questo seminatore d'allarme. Non può essere che i Volsci osino romperla con noi.

AGRIPPA: Non può essere? La nostra storia ci ricorda che può essere benissimo: e tre esempi simili si sono presentati nel corso della mia vita. Ma domandate a quest'uomoprima di punirlodove egli ha appreso la notiziaper evitare il pericolo che voi possiate frustare un vostro utile informatore e bastonare il messaggero che vi invita a stare in guardia contro ciò che deve esser temuto.

VELUTO: Raccontatelo ad altri: io so che questo non può essere.

BRUTO: Non è possibile.

 

(Entra un Messaggero)

 

MESSAGGERO: I nobili in grande agitazione si radunano nel Senato:

stanno giungendo notizie che fanno sconvolgere i loro visi.

VELUTO: E' quello schiavo. Fatelo frustare dinanzi agli occhi del popolo; è la sua gonfiaturaniente altro che il suo racconto.

MESSAGGERO: V'ha di piùdegno signore: il racconto dello schiavo è confermatoe qualcosa d'altro e di più terribile ancora viene narrato.

VELUTO: Che cosa di più terribile?

MESSAGGERO: Si dice apertamente da molti (non so quanto sia probabile) che Marzioinsieme con Aufidioguida un esercito contro Roma: e giura di trarre una vendetta così vasta da includere tuttidal più giovane al più vecchio.

VELUTO: Questo sì che è probabile!

BRUTO: Una storia architettata perché i più paurosi possano desiderare il ritorno casa del buon Marzio.

VELUTO: Ecco il bandolo della matassa!

AGRIPPA: La cosa è molto improbabile: egli e Aufidio non possono andar d'accordo più di quello che vadano d'accordo delle cose assolutamente opposte.

 

(Entra un altro Messaggero)

 

MESSAGGERO: Vi si manda a chiamare al Senato: un terribile esercitoguidato da Caio Marziounito con Aufidioinfuria sul nostro territorio: ha già forzato il passaggioarso e distrutto tutto quello che ha trovato su suo cammino.

 

(Entra COMINIO)

 

COMINIO: Ohavete fatto un bel lavoro!

AGRIPPA: Che notizie? che notizie?

COMINIO: Avete aiutato a far violentare le vostre figliea far sì che il piombo dei vostri tetti coli fuso sulle vostre testee che le vostre moglie siano violate sotto il vostro naso...

AGRIPPA: Le notizie? quali sono le notizie?

COMINIO: I vostri templi arsi e calcinati e le vostre franchigie sulle quali insistevate tanto cacciate in un breve pertugio.

AGRIPPA: Vi scongiuroche notizie ci date? Avete fatto un bel lavoropurtroppo. Vi pregoche notizie? Se Marzio si fosse unito con i Volsci...

COMINIO: Se! Egli è il loro dio; li guida come un essere creato non dalla naturama da qualche altro dio che formi meglio gli uomini: ed essi lo seguono contro di noi pigmeicon non minor brio di quanto ne abbiano i ragazzi nel dare la caccia alle farfalle d'estatee i macellari nello scacciare le mosche.

AGRIPPA: Avete fatto un bel lavorovoi e i vostri uomini col grembiule; voi che eravate così fieri dei voti degli artigiani e dell'alito dei mangiatori di aglio!

COMINIO: Farà crollare Roma sulle vostre teste.

AGRIPPA: Come Ercole fece crollare i frutti maturi: avete fatto un bel lavoro!

BRUTO: Ma è proprio verosignore?

COMINIO: Sìe diverrete pallidi prima che sia diversamente. Tutte le contrade gli aprono le porte sorridendo e quelle che resistono sono beffeggiate per il loro coraggio inutilee periscono come degli imbecilli fedeli. Chi può biasimarlo? I vostri e i suoi nemici trovano che c'è qualcosa in lui.

AGRIPPA: Siamo tutti rovinati se quel nobile uomo non ha pietà di noi.

COMINIO: E chi la chiederà? I tribunali non possonoper vergogna: la plebe merita da lui quella pietà che il lupo merita dai pastori: e quanto ai suoi migliori amicise essi dicessero: "Sii clemente con Roma"essi lo supplicherebbero come dovrebbero supplicarlo quelli che hanno meritato il suo odioe in questo apparirebbero come suoi nemici.

AGRIPPA: E' vero; se egli avvicinasse alla mia casa la torcia che dovesse consumarlaio non avrei l'ardire di dirgli: "Cessati prego". Avete compiuto un bel lavoro voi e i vostri operai; avete operato magnificamente!

COMINIO: Avete portato una tale rovina su Roma quale non fu mai così incapace di rimedio.

I TRIBUNI: Non dite che l'abbiamo fatto noi.

AGRIPPA: Come: siamo stati noi forse? Noi lo amavamo: ma come bestie e codardi aristocraticiabbiamo ceduto dinanzi alle vostre bande che lo hanno cacciato via dalla città tra le urla.

COMINIO: E temo che urleranno di nuovo quando farà il suo ingresso!

Tullo Aufidioil secondo nome tra gli uominiobbedisce ai suoi ordini come se fosse un suo ufficiale. La disperazioneecco tutta la politicala forza e la difesa che Roma può opporre a loro.

 

(Entra un gruppo di Cittadini)

 

AGRIPPA: Ecco i branchi. E Aufidio è con lui? Siete voi che avete reso infetta quest'ariaquando gettaste i vostri unti e fetidi berretti schiamazzando per l'esilio di Coriolano. Ora ecco che egli viene: e non vi è capello sulle teste dei suoi soldati che non si trasformerà in sferza per voi: tante capocce quanti berretti voi gettaste per ariafarà egli rotolare per terrae vi ripagherà per i vostri voti.

Ma non importa; se egli ci potesse bruciare tutti sì da ridurci a un sol carbonenoi ce lo siamo meritato.

I CITTADINI: Affénoi apprendiamo brutte notizie.

PRIMO CITTADINO: Per parte miaquando io dissi: "Banditelo"dissi anche che era un peccato.

SECONDO CITTADINO: Ed io pure.

TERZO CITTADINO: E io pure: e per dire la verità così fecero molti tra noi. Quello che facemmolo facemmo per il meglio: e benché volentieri consentissimo al suo esiliopure fu contro il nostro volere.

COMINIO: Siete dei bei tipivoi ed i vostri voti!

AGRIPPA: Avete fatto un bel lavorovoi e la vostra muta. Dobbiamo andare al Campidoglio?

COMINIO: Eh sìche altro ci resta da fare?

 

(Escono Cominio e Agrippa)

 

VELUTO: Andatepadroniandate a casa e non vi lasciate abbattere:

questa è una fazione che sarebbe lieta se si avverasse quello che fa finta di tanto temere. Andate a casa e non mostrate alcuno sgomento.

PRIMO CITTADINO: Che gli dèi ci siano benigni! Suamiciandiamo a casa. Io ho sempre detto che facevamo male quando lo bandivamo.

SECONDO CITTADINO: Così abbiamo detto tutti. Masu andiamo a casa.

 

(Escono i Cittadini)

 

BRUTO: Non mi piace questa notizia!

VELUTO: Neppure a me.

BRUTO: Andiamo al Campidoglio. Darei metà dei miei beniperché fosse una menzogna.

VELUTO: Andiamodunque.

 

(Escono)

 

 

 

SCENA SETTIMA - Un accampamento a breve distanza da Roma

(Entra TULLO AUFIDIO con un Luogotenente)

 

AUFIDIO: Corrono essi sempre al Romano?

LUOGOTENENTE: Non so che magia siavi in luima i vostri soldati lo usano come preghiera prima della mensacome l'argomento della loro conversazione a tavolae come il loro ringraziamento quando hanno finito; e voi siete messo nell'ombra in questa spedizione persino dai vostri.

AUFIDIO: Non posso impedirlo orase non ricorrendo a mezzi che azzopperebbero la nostra impresa. Egli si comporta anche con me più altieramente di quanto avrei immaginato quando prima lo accolsi: pure in questo la sua indole non si smentisce e io debbo scusare quello che non può essere corretto.

LUOGOTENENTE: Pure avrei desideratosignore (intendo per quel che vi riguarda)che voi non aveste diviso con lui il comandoma che aveste condotto da solo l'impresao che l'aveste lasciata a lui interamente.

AUFIDIO: Ben t'intendo: e sii pur sicuro che egli non sa cosa posso far valere contro di lui quando verrà a render conto dell'impresa.

Sebbene sembrie così egli ritenga e non sia meno manifesto all'occhio volgareche egli conduca onorevolmente la spedizione e si mostri buon servitore dello Stato volscoe combatta come un drago e conduca a termine la battaglia col solo sguainar la spadapure egli ha lasciata incompiuta una cosa che romperà il collo a lui o porrà il mio in pericoloquando verremo a rendere i nostri conti.

LUOGOTENENTE: Signoreditemi di graziacredete che egli conquisterà Roma?

AUFIDIO: Tutti i luoghi si arrendono a lui prima che egli li assedi; la nobiltà di Roma è con lui: i senatori e i patrizi lo amano: i tribuni non hanno la stoffa del soldato e la loro plebe sarà così pronta a richiamarlo come fu precipitosa nel bandirlo. Credo che egli sarà per Roma quello che è il falco pescatore pel pesce: lo afferra per sovranità di natura. Dapprima egli fu un nobile servitore del popoloma non seppe portarne gli onori senza perder l'equilibriosia che fosse orgoglioche col successo di ogni giorno finisce col guastare l'uomo fortunato; sia che fosse difetto di giudizio nell'aver mancato di far buon uso delle circostanze delle quali prima era stato padrone; sia che fosse la natura che gli imponesse di essere una sola cosa e di non cambiare passando dall'elmo alla sedia curulema di comandare in pace colla stessa burbanza e nello stesso modo con il quale aveva condotto la guerra; uno di questi difetti (poiché egli ha un pizzico di tuttisenza averli completamenteperché di tanto io stesso oso giustificarlo) lo fece temutoe poi odiato e poi bandito.

Non ha merito che egli non soffochi proclamandolo. Così le nostre virtù dipendono dall'interpretazione del momento: e il potereinfatuato di se stessonon ha una tomba più certa che la sedia su cui sale per vantare ciò che ha fatto. Un fuoco caccia un altro fuoco: un chiodo caccia l'altro: i diritti distruggono i dirittila forza uccide la forza. Suvviaandiamo: quandoo CaioRoma sarà tuatu sarai fra tutti il più povero e in breve cadrai nelle mie mani.

 

(Escono)

 

 

 

ATTO QUINTO

 

SCENA PRIMA - Roma. Una pubblica piazza

(Entrano AGRIPPACOMINIOVELUTOBRUTO e altri)

 

AGRIPPA: Nonon voglio andare: voi avete sentito quello che ha detto a chi fu un tempo suo generale e che lo amava di un affetto particolare. Egli mi chiamava padre: ma che vuol dire ciò? Andateci voi che l'avete bandito: a un miglio di distanza dalla sua tenda prostratevie apritevi un cammino in ginocchio alla sua misericordia.

In fede miase egli sdegnò di ascoltare Cominioio me ne resto a casa.

COMINIO: Egli non volle mostrare di conoscermi.

AGRIPPA: Lo sentite?

COMINIO: Eppure un tempo mi chiamava per nome: io insistetti sulla nostra vecchia amicizia e sulle gocce di sangue che abbiamo versato insieme. Al nome di Coriolano non volle rispondermi: rifiutò ogni nomeera una specie di nullasenza titolofinché non si fosse foggiato un nome nel fuoco di Roma incendiata.

AGRIPPA: Giàproprio così; e voi avete fatto un bel lavoro! Un paio di tribuni che si sono affaticati per Roma perché il carbone fosse più a buon mercato. Un degno ricordo!

COMINIO: Io gli rammentai come fosse regale il perdonoquando meno era atteso: egli rispose che era una domanda sfrontata da parte dello Statoa uno che esso aveva punito.

AGRIPPA: Giustissimo: poteva dir di meno?

COMINIO: Io cercai di risvegliare il suo affetto per amici particolari: la sua risposta fu che egli non poteva perder il suo tempo a sceglierli in un mucchio di paglia putrida ed infetta: disse che era folliaper riguardo a uno o due poveri chicchi di granodi.

non bruciarla e di continuare a sopportarne il lezzo.

AGRIPPA: Per uno o due poveri chicchi di grano? io sono uno di questi; sua madresua mogliesuo figlio e questo bravo uomo quinoi siamo i grani e voi siete la putrida paglia: e il vostro puzzo oltrepassa la luna. E noi dobbiamo esser arsi per causa vostra.

VELUTO. Viasiate pazientevi prego: se rifiutate il vostro aiuto in questa estrema distrettapure non ci rimproverate la nostra miseria.

Ma certose voi voleste essere l'avvocato difensore della nostra patriala vostra abile linguapiù dell'esercito che possiamo radunare in frettapotrebbe arrestare il nostro concittadino.

AGRIPPA: Nonon mi ci voglio immischiare.

VELUTO: Vi scongiuro andate da lui.

AGRIPPA: E che dovrei fare?

BRUTO: Tentare soltanto presso Marzio quello che la vostra amicizia può fare per Roma.

AGRIPPA: Bene: e supponete che Marzio mi rimandi indietro come è tornato Cominio senza avermi dato ascolto: allora? non ritornerei come un amico malcontentooppresso dal dolore per la sua durezza?

Supponete che avvenga questo?

VELUTO: Pure anche allora la vostra buona volontà avrebbe diritto ai ringraziamenti di Romanella misura della vostra buona intenzione.

AGRIPPA: Voglio tentarlo: credo che mi darà ascolto: eppure il suo mordersi le labbra e mormorare contro il buon Cominioecco una cosa che mi scoraggia. Forse non l'hanno saputo prendereforse non aveva cenato: e quando le nostre vene non sono riempiteil sangue è freddo e allora facciamo il broncio al mattino e siamo poco disposti a dare e a perdonare; ma quando abbiamo rimpinzato questi canali e condotti del sangue con vino e ciboabbiamo delle anime più flessibili che nei nostri digiuni sacerdotali: io dunque l'osserveròattendendo il momento in cui abbia ben mangiatosì da esser favorevole alla mia richiestae allora lo abborderò.

BRUTO: Voi conoscete la buona strada che conduce alla sua clemenza e non potete smarrire il cammino.

AGRIPPA: In fede mialo metterò alla provaaccada quel che accada:

saprò tra non molto che successo ho avuto.

 

(Esce)

 

COMINIO: Egli non l'ascolterà nemmeno.

VELUTO: No?

COMINIO: Vi dicoegli siede sull'orol'occhio acceso come se volesse ardere Roma: e l'oltraggio ricevuto è il carceriere della sua pietà.

Io mi inginocchiai dinanzi a lui: a mala pena mi disse: "Alzati" e mi congedò così con la sua mano senza parola. Quello che egli era disposto a fare me lo comunicò dopo per iscrittocome quello che non era disposto a fare: legato come è da un giuramento di attenersi alle sue condizioni. Così che è vana ogni speranzaa meno che la sua nobile madre e sua moglie checome sento direintendono farlolo supplichino di aver pietà della sua Patria. Perciòandiamocenee con le nostre giuste istanze cerchiamo di affrettare la loro partenza.

 

(Escono)

 

 

 

SCENA SECONDA - Ingresso dell'accampamento dei Volsci dinanzi a Roma

(Due Sentinelle di guardia. Entra AGRIPPA)

 

PRIMA SENTINELLA: Donde venite?

SECONDA SENTINELLA: Fermatevi e tornate indietro.

AGRIPPA: Voi fate la guardia da soldati: va bene. Io sono però un ufficiale dello Stato e vengo per parlare con Coriolano.

PRIMA SENTINELLA: Da dove venite?

AGRIPPA: Da Roma.

PRIMA SENTINELLA: Non potete passare: dovete tornarvene indietro: il nostro generale non vuol più ascoltare nulla che venga di là.

SECONDA SENTINELLA: Vedrete la vostra Roma in preda alle fiamme prima di parlare con Coriolano.

AGRIPPA: Cari amici mieise avete sentito il vostro generale parlare di Roma e dei suoi amici romanic'è da scommettere che il mio nome è giunto alle vostre orecchie: è Menenio.

PRIMA SENTINELLA: Sia pure; indietro: la virtù del vostro nome non ha corso qui.

AGRIPPA: Io ti dicocameratache il tuo generale è mio amico: io sono stato il libro delle sue grandi gestadove gli uomini hanno letto la sua fama senza rivali e forse un po' ingrandita; perché io ho sempre reso giustizia ai miei amicidi cui egli è il primocon tutta la grandezza che la verità comportasenza cader nel falso: anzitalvoltasimile a una boccia lanciata su un terreno ingannatoreio ho passato il segnoe nell'elogiarlo ho quasi autenticato la menzogna. Quindiamicoio debbo avere il permesso di passare.

PRIMA SENTINELLA: Affé miasignoreanche se aveste detto per lui tante menzogne nel suo interessequante parole voi avete pronunziate per voinon passereste qui; noneppure se fosse altrettanto virtuoso il mentirecome il vivere castamente. Perciòindietro.

AGRIPPA: Ti pregoamicoricordati che il mio nome è Meneniosempre zelante partigiano del vostro generale.

SECONDA SENTINELLA: Per quanto siate stato il suo mentitorecome voi affermate di esserlo statoio sono uno chedicendo il vero ai suoi ordinideve dirvi che non passerete. Perciò tornate indietro.

AGRIPPA: Ha egli cenatopuoi dirmelo? perché non vorrei parlar con lui fino a che non ha pranzato.

PRIMA SENTINELLA: Voi siete un Romanonon è vero?

AGRIPPA: Lo sonocome il tuo generale.

PRIMA SENTINELLA: Allora dovreste odiare Roma come l'odia lui. Dopo aver cacciato fuori delle vostre porte quegli che ne era il vero difensoree aver consegnatosotto la violenza della ignoranza popolareil vostro scudo al vostro nemicopotete voi credere di far fronte alla sua vendetta con i facili lamenti di vecchie donnecon le palme virginali delle vostre figlieo con l'impotente intercessione di un così decrepito rimbambito come voi sembrate essere? Potete sperare di spegnere il preordinato incendio in cui la vostra città dovrà presto avvamparecon un fiato così debole come questo? Nov'ingannate: quindi tornate a Romae preparatevi per la vostra esecuzione: siete condannatiil nostro generale vi ha esclusi con giuramento da ogni dilazione e da ogni perdono.

AGRIPPA: Gaglioffo! se il tuo capitano sapesse che io sono quimi tratterebbe con onore.

SECONDA SENTINELLA: Andiamo! il mio capitano non vi conosce neppure.

AGRIPPA: Voglio dire il tuo generale.

PRIMA SENTINELLA: Il mio generale se ne infischia di voi. Indietrodicoandatevenese no io spillerò quel mezzo litro che vi resta del vostro sangue: indietro: questo è il massimo che potete ottenereindietro.

AGRIPPA: Nomaamicoamico...

 

(Entrano CORIOLANO e TULLO AUFIDIO)

 

CORIOLANO: Che c'è?

AGRIPPA: Ora a noicamerata! io dirò una parola per te: saprete ora se io sono tenuto in onore: vedrete che un vil fante di guardia come te non può tenermi lontano dal mio figlio Coriolano: indovina solo dal modo in cui mi ricevese tu non sei in pericolo d'esser impiccato o di morire di qualche altra morte più lunga a vedere e più crudele a soffrire: guarda ora subito e svieni per quello che ti attende... (A Coriolano) Gli dèi gloriosi siedano riuniti a tutte le ore per vegliare sulla tua prosperità personale e ti amino non meno di quanto ti ama il tuo vecchio padre Menenio. O mio figliomio figliotu stai preparando un incendio per noi: guardaqui è dell'acqua per spegnerlo. Io fui a stento indotto a venire da te: maconvintomi che nessun altro tranne me poteva commuoverticon dei sospiri io sono stato spinto fuori dalle nostre portee ti scongiuro di perdonare a Roma e ai tuoi supplici concittadini. Che i buoni dèi calmino il tuo corruccio e ne facciano cadere i resti su questo gaglioffo qui: costuiche come una testa di legnomi ha negato l'accesso a te.

CORIOLANO: Via !

AGRIPPA: Comevia?

CORIOLANO: Mogliemadrefiglio io più non conosco. I miei interessi sono subordinati a quelli di altri: benché io possieda personalmente il diritto di vendicarmiil diritto di perdonare giace nei cuori dei Volsci. Che noi siamo stati amicil'ingrato oblio ne avvelenerà il ricordopiuttosto che la pietà riveli quanto lo siamo stati. Quindi vattene. Le mie orecchie sono più resistenti contro le vostre sollecitazioniche non le vostre porte contro la mia forza. Pureperché io ti ho amatoprendi questa: io l'ho scritta per te e te l'avrei mandata (gli dà una lettera). Menenionon voglio udirti dire una sola altra parola. In Romao Aufidioquest'uomo era il mio più caro amico; eppuretu vedi.

AUFIDIO: Voi conservate una costante fermezza.

 

(Escono Coriolano e Aufidio)

 

PRIMA SENTINELLA: Or dunquesignoreil vostro nome è Menenio?

SECONDA SENTINELLA: E' un incantesimovedetedi grande potere. Voi conoscete la via del ritorno a casa.

PRIMA SENTINELLA: Avete visto come siamo stati rimproverati per aver tenuto indietro Vostra Grandezza?

SECONDA SENTINELLA: Quale motivo credete che io abbia di svenire?

AGRIPPA: Io non mi curo più né del mondoné del vostro generale; in quanto ad esseri come voia malapena posso credere che esistanotanto siete di poca importanza. Chi ha la volontà di morire di sua manonon teme di morire per mano di un altro. Che il vostro generale faccia più male che può. In quanto a voirestatee a lungoquello che siete: e che la vostra miseria cresca col crescere degli anni. Io dico a voi quello che fu detto a me: via.

 

(Esce)

 

PRIMA SENTINELLA: Un brav'uomove lo assicuro.

SECONDA SENTINELLA: Un degno uomoè il nostro generale: è una rocciauna querciache il vento non può scuotere.

 

(Escono)

 

 

 

SCENA TERZA - La tenda di Coriolano

(Entrano CORIOLANOTULLO AUFIDIO ed altri)

 

CORIOLANO: Domani noi accamperemo il nostro esercito dinanzi alle mura di Roma. Voimio associato in questa spedizionedovete riferire ai senatori volsci con quale dirittura io abbia condotta l'impresa.

AUFIDIO: Avete avuto riguardo solo ai loro fini: avete turato le vostre orecchie alle preghiere generali di Roma: non avete mai concesso un colloquio privato o a bassa vocenoneppure a quegli amici che si credevano sicuri di voi.

CORIOLANO: Quest'ultimo povero vecchio che ho rinviato a Roma col cuore spezzatomi amava più di un padre: anzimi adorava come un dio. La loro ultima risorsa era di mandarlo da me: e per il suo antico affettoiosebbene mi mostrassi severo con luigli ho offerto ancora una volta le prime condizioni che essi rifiutarono e che non possono ora accettaree solo per rendergli onorea lui che credeva di poter far di più. Ben piccola concessione davvero. D'ora innanzi mai non presterò orecchio a nuove ambasciate o a domandesia da parte dello Statosia da parte di amici personali. (Si ode dall'interno un suon di voci) Ahche grida sono queste? Sarò io tentato ad infrangere i miei votinel momento stesso in cui li ho fatti? Non lo farò mai.

 

(Entrano vestite a lutto VIRGILIA e VOLUMNIAtenendo per mano il piccolo MARZIOVALERIA e Seguito)

 

Mia moglie viene avanti a tutti: poi quella nel cui grembo onorando questo corpo fu foggiatoe tiene per mano il nipotino del suo sangue.

Ma viao affetto: legami di natura ediritti del sanguespezzatevi:

che sia una virtù l'essere ostinati. Che vale questa reverenza? che valgono quegli occhi di colomba che potrebbero rendere spergiuri gli dèi? Io m'intenerisco e non sono di un'argilla più resistente di quella degli altri. Mia madre s'inchina come se l'Olimpo curvasse il capo supplice dinanzi a un monticello fatto dalle talpe: e il mio piccolo ragazzo ha un aspetto di. preghiera che la natura possente mi grida: "Non rifiutare". Che i Volsci arino Roma e strazino tutta I'Italia! Io non sarò mai tal gonzo da ubbidire all'istinto: ma rimarrò inflessibile come un uomo che fosse autore di se stesso e non conoscesse altri parenti.

VIRGILIA: Mio signore e marito!

CORIOLANO: Questi occhi non sono gli stessi che io avevo a Roma.

VIRGILIA: Il dolore che ci fa apparire così cambiateti fa creder questo.

CORIOLANO: Come uno stolido attore ho dimenticato ora la mia parte: e sono confuso fino al punto di meritarmi completa disapprovazione. O tula migliore parte di meperdonami la mia tiranniama non dirmi per questo: "Perdona ai Romani". Ohun bacio lungo come il mio esiliodolce come la mia vendetta! sìper la gelosa regina del cieloquel tuo bacio d'addio io l'ho portato lontano da tecarae il mio labbro fedeleda allora in poi ha mantenuto la sua verginità.

O dèi! io chiacchiero e lascio insalutata la più nobile madre che vi sia sulla terra: sprofondatio ginocchionella terra: (s'inginocchia) e lasciadella tua profonda sottomissioneun'impronta più forte di quella dei figli ordinari.

VOLUMNIA: Ohrialzati e sii benedetto! mentre io m'inginocchio dinanzi a te pur non avendo un cuscino più morbido della selce: e contro le convenienze faccio atto di rispetto come se esso fosse stato mal compreso in tutto questo tempo tra madre e figlio.

 

(S'inginocchia)

 

CORIOLANO: Che è questo? in ginocchio davanti a me? davanti a vostro figlio che voi correggeste? E allora che i sassolini dell'arida spiaggia colpiscano le stelle: che i venti scatenati scaglino i maestosi cedri contro il sole infocatodistruggendo l'impossibile per far sì che quello che non può essere appaia come cosa da nulla.

VOLUMNIA: Tu sei il mio guerriero. Io ho aiutato a formarti. Conosci tu questa dama?

CORIOLANO: La nobile sorella di Publicolala luna di Roma: casta come il ghiacciolo che è formato dal gelo della più pura neve e pende dinanzi al tempio di Diana: cara Valeria!

VOLUMNIA: Questi è una povera epitome della vostra personache interpretato dalla maturità del tempopotrà rassomigliare del tutto a voi.

CORIOLANO: Il dio dei guerriericol consenso del sommo Gioveinfiammi di nobiltà i tuoi pensierisì che tu possa mostrarti invulnerabile all'onta e torreggiare nelle battagliesimile a un grande faroresistendo ad ogni burrasca e salvando quelli che ti guardano!

VOLUMNIA: In ginocchioragazzo.

CORIOLANO: Tu sei il mio bravo figliuolo!

VOLUMNIA: Lui appunto e vostra moglie e questa dama e io stessa siamo supplici dinanzi a voi.

CORIOLANO: Vi scongiurosilenzio: ose volete chiederericordatevi di questoprima: le cose che io ho giurato di non accordare non devono esser considerate da voi come rifiuti. Non mi domandate di licenziare i miei soldatio di capitolare ancora una volta con gli artigiani di Roma: non mi dite in che cosa io sembro snaturatonon cercate di calmare i miei furori e la mia vendetta con le vostre più fredde ragioni.

VOLUMNIA: Oh bastabasta! Avete detto che non ci concederete nulla:

perché noi non abbiamo altro da chiedervi che quello che già ci avete negato. Pure chiederemoaffinchése non ci accordate la nostra richiestala colpa possa cadere sulla vostra durezza: perciò ascoltateci.

CORIOLANO: Aufidioe voiVolsciascoltate: perché noi non porgeremo ascolto in privato a nulla che vien da Roma. Le vostre richieste?

VOLUMNIA: Anche se noi rimanessimo silenziosesenza parlareil nostro abbigliamento e le nostre condizioni corporali tradirebbero la vita che abbiamo condotta dopo il tuo esilio. Rifletti quanto più infelici di tutte le altre donne viventi siamo noi qui venute: dacché la tua vistache dovrebbe riempirci gli occhi di lacrime di gioia e farci palpitare il cuore di allegrezzacostringe quelli a piangere e fa tremare questo di paura e di dolore: obbligando la madrela sposa e il figlio a vedere il figliolo sposoil padre che dilania le viscere della propria patria. E per noi poverettela tua inimicizia è più terribile: tu ci interdici di pregare gli dèiil che è conforto di cui tutti godonotranne noi; perché come possiamo noiahimècome possiamo noi pregare per la nostra patriacome è nostro doveree pregare per la tua vittoria. come è anche nostro dovere? Ahimè: o dobbiamo perdere la patriala nostra cara nutrice; oppure la tua personache è il nostro conforto nella patria. Una sventura inevitabile ci attendeanche se dipendesse dal nostro desiderio la vittoria di una delle due parti; perchéo tu dovrai esser trascinato attraverso le nostre strade ammanettato come uno straniero rinnegato oppure dovrai calpestare trionfante le rovine della tua patria e ricever la palma per aver valorosamente versato il sangue di tua moglie e dei tuoi figli. In quanto a mefiglioio non intendo di obbedire al cenno della fortuna fino a che questa guerra abbia termine; se non riesco a persuaderti a mostrare verso i due partiti una nobile clemenzaanziché cercare la rovina di uno solonon marcerai all'assalto della tua patrianon marceraicredimise non calpestando il grembo di tua madre che ti ha messo al mondo.

VIRGILIA: E anche il mioche ti generò questo ragazzo per conservare vivo il tuo nome nel tempo.

MARZIO: Egli non mi calpesterà: io fuggirò via fino a che sarò più grandee poi combatterò.

CORIOLANO: Per non essere di una tenerezza femmineaoccorre non vedere né il volto d'un fanciulloné quello di una donna. Io ho ascoltato troppo a lungo.

 

(Si alza)

 

VOLUMNIA: Nonon ci lasciare così: se fosse vero che la nostra richiesta tendesse a salvare i Romani per distruggere in tal modo i Volsci che tu servipotresti condannarci come nocivi al tuo onore:

nola nostra supplica è che tu li riconcilisì che mentre i Volsci potranno dire: "Noi abbiamo mostrato questa clemenza"i Romani possano dire anch'essi: "Noi abbiamo ricevuto questa clemenza"; e che ciascuno dell'una e dell'altra parte ti saluti gridando: "Sii benedetto per aver fatto questa pace". Tu saio mio illustre figlioche la sorte della guerra è incerta; ma questo è certoche se tu conquisti Romail beneficio che ne ricaverai sarà un tal nome che verrà ripetuto accompagnato da maledizionie la cui storia sarà così scritta: "Quest'uomo aveva della nobiltàma colla sua ultima impresa egli l'ha distrutta; ha rovinato la sua patriae il suo nome rimane aborrito nelle età seguenti". Parlamifiglio: tu hai sempre aspirato ai begli slanci dell'onoread imitare la clemenza degli dèi; a fendere col tuono l'ampio spazio dell'aria e tuttavia a caricare la tua collera di un fulmine che non spaccasse che la quercia. Perché non parli? Credi tu che sia onorevole per un uomo magnanimodi ricordare sempre i torti patiti? Figliaparlate voi: egli non si cura delle vostre lacrime. Parla tubimbo: forse la tua innocenza infantile lo commuoverà più dei nostri ragionamenti. Non vi è uomo al mondo che deve di più a sua madreeppure egli mi lascia parlare qui come un reo alla gogna. Tu non hai mai mostrato nella tua vita alcun riguardo per la tua cara madrementre essapovera chioccianon desiderosa di una seconda covatati ha guidato con il suo chiocciare alle guerre e poi ti ha ricondotto sano e salvocarico di onori. Di' che la mia richiesta è ingiusta e respingimi con disprezzo: ma se non è ingiustatu non sei un uomo onestoe gli dèi ti puniranno perché tu mi rifiuti la sottomissione che spetta alla madre. Egli si volge da un'altra parte: in ginocchiosignore: svergognamolo con le nostre ginocchia: nel suo soprannome Coriolano c'è più orgoglio che non forza di pietà nelle nostre preghiere. In ginocchioe basta: è l'ultima volta: noi ora rientreremo in Roma e moriremo tra i nostri vicini. Noguardaci: questo ragazzo che non sa dire quello che vorrebbema cheper tenerci compagniasi inginocchia con noi e tende le maniperora la nostra causa con maggior forza di quanta tu ne abbia per rifiutarla.

Suvviaandiamo; quest'uomo ebbe una Volsca per madre: sua moglie è in Coriolie suo figlio per caso gli rassomiglia. Pure congedateci. Io sarò muta fino a che la città non sarà incendiatae allora io dirò qualche parola.

CORIOLANO: O madremadre! (Tenendola per mano silenziosamente) Che hai tu fatto? Guarda: il cielo si apregli dèi ci guardano e ridono di questa scena contro natura. O mia madremadre mia: ohtu hai riportato una lieta vittoria per Romama in quanto a tuo figliocredilosìcredilotu hai prevalso su di lui con suo grande pericolose non pure in maniera mortale. Ma ben venga. Aufidiopoiché io non posso più fare una vera guerraio preparerò una pace conveniente. Orao buon Aufidiose tu fossi stato al mio postoavresti tu ascoltato meno una madre? e le avresti concesso menoAufidio?

AUFIDIO: Io ne sono rimasto commosso.

CORIOLANO: Oserei giurarlo che lo sei stato: esignorenon è piccola cosa fare inumidire i miei occhi per la pietà. Mabuon signoreditemi quale pace voi volete fare; per parte miaio non vado a Romaritorno con voi: e vi pregosecondatemi in questa faccenda. O madreo moglie mia!

AUFIDIO (a parte): Son lieto che tu abbia posto in contrasto in te stesso la pietà e l'onore: da questo io saprò ricostruirmi l'antica fortuna.

 

(Le signore fanno cenni a Coriolano)

 

CORIOLANO (a VolumniaVirgiliaeccetera): Sìtra breve: ma noi berremo insiemee voi riporterete una testimonianza migliore che non le parole: un trattato che noiad eguali condizionivogliamo sia ratificato. Suentrate con noisignore; voi meritate che vi si costruisca un tempio: tutte le spade d'Italiatutte le armi dei suoi alleatinon avrebbero potuto ottenere questa pace.

 

(Escono)

 

 

 

SCENA QUARTA - Roma. Una piazza

(Entrano AGRIPPA e VELUTO)

 

AGRIPPA: Vedete quell'angolo del Campidoglioquella pietra angolare?

VELUTO: Sìe con ciò?

AGRIPPA: Se fosse possibile a voi smuoverla col vostro dito mignolovi sarebbe speranza che le signore di Romae sopra tutto sua madreriuscissero a prevalere su lui. Ma io affermo che non vi è speranza: le nostre gole sono già condannate e attendono il supplizio.

VELUTO: E' mai possibile che sì breve tempo possa alterare l'animo di un uomo?

AGRIPPA: Vi è un divario tra il verme e una farfalla: e tuttavia la vostra farfalla era un verme. Questo Marzio si è trasformato da uomo in drago: ha ali; non è più un essere strisciante.

VELUTO: Egli amava tanto sua madre.

AGRIPPA: E così me: e non si ricorda ora di sua madre più di quello che un cavallo di otto anni si ricordi della sua. Ha un'asprezza sul volto che farebbe inacidire l'uva matura. Quando cammina si muove come una macchina di guerra: e la terra si rattrappisce dinanzi ai suoi passi. Col suo occhio riesce a penetrare una corazza: la sua voce è un rintocco funebree il suo brontolioun rullio di tamburi. Siede in pompacon la maestà di Alessandro. Ciò che egli comanda di fareè fatto appena detto. Non gli manca null'altro per esser un dioche l'eternità e un cielo in cui troneggiare.

VELUTO: Sìgli manca la clemenzase voi lo rappresentate esattamente.

AGRIPPA: Io lo dipingo al naturale. Vedrete quale misericordia sua madre ci recherà da lui: non vi è pietà in lui più di quello che vi sia latte in un tigre maschio: ne farà la prova la nostra povera città: e tutto questo proviene da voi.

VELUTO: Gli dèi ci siano propizi!

AGRIPPA: Noin un caso come questogli dèi non ci saranno propizi.

Quando lo bandimmo non li rispettammo: ed ora che egli ritorna per romperci l'osso del colloessi non si curano di noi.

 

(Entra un Messaggero)

 

MESSAGGERO: Signorese volete salva la vitafuggite nella vostra casa: i plebei si sono impossessati del vostro collega e lo trascinano di qua e di làgiurando in coro che se le dame romane non torneranno recando novelle confortantiessi lo faranno morire a spizzico.

 

(Entra un altro Messaggero)

 

VELUTO: Quali nuove?

SECONDO MESSAGGERO: Buone notiziebuone notizie; le signore hanno ottenuto vittoria. I Volsci hanno levato l'accampamento e Marzio è partito. Roma non ha mai salutato un giorno più lietononeppure quando furono espulsi i Tarquini.

VELUTO: Amicosei sicuro che questo è vero? è proprio certo?

SECONDO MESSAGGERO: Certo quanto che il sole è di fuoco: dove vi siete nascosto che ne dubitate? Giammai la corrente gonfia di un fiume si precipitò attraverso un arco di ponte con tanto impetocome il popolo rassicurato attraverso le porte della città. Eccoascoltate! (Trombe e oboi e rullo di tamburitutto insieme) Le trombele tubei salterii pifferii tamburi e i cimbali e le urla dei Romani fanno danzare il sole. Ascoltate.

 

(Grida dall'interno)

 

AGRIPPA: Questa è una buona notizia: andrò incontro alle signore.

Questa Volumnia vale una città intera di consolisenatoripatrizi; e di tribuni come voiun mare e un continente intero. Voi avete ben pregato oggi: stamattina non avrei dato un soldo per diecimila delle vostre gole. Ascoltate come si rallegrano.

 

(Grida e musica)

 

VELUTO: Primati benedicano gli dèi per le tue buone notizie; poiaccetta la mia gratitudine.

SECONDO MESSAGGERO: Signorenoi tutti abbiamo motivo di render grandi grazie.

VELUTO: Sono vicine alla città?

SECONDO MESSAGGERO: Quasi sul punto di entrare.

VELUTO: Andremo loro incontro e aumenteremo il tripudio.

 

(Escono)

 

 

 

SCENA QUINTA - Una strada vicino alla Porta

(Entrano due Senatori con VOLUMNIAVIRGILIAVALERIAecceterache traversano la scenaseguiti da Patrizi e altri)

 

PRIMO SENATORE: Guardate la nostra protettricela salvezza di Roma!

Radunate tutte le vostre tribùlodate gli dèi e accendete fuochi di gioiaspargete fiori dinanzi al loro cammino: soffocatecon le vostre gridagli urli che bandirono Marzioe richiamatelo con il benvenuto a sua madre; gridate: benvenutesignorebenvenute

TUTTI: Benvenutesignorebenvenute!

 

(Fanfara con trombe e tamburi)

 

 

 

SCENA SESTA - Corioli. Una piazza

(Entra TULLO AUFIDIO con il Seguito)

 

AUFIDIO: Andate e dite ai signori della città che io sono qui:

consegnate loro questo foglio: e dopo che lo hanno lettodite loro di riunirsi nel Forodove io davanti a loro e davanti al popologarantirò la verità di quello che ho scritto. Quegli che io accusoa quest'ora è già alle porte della cittàe intende presentarsi al popolosperando di scolparsi con le sue parole: affrettatevi.

 

(Esce il Seguito. Entrano tre o quattro Cospiratori del partito di Tullo Aufidio)

 

Benvenuti !

PRIMO COSPIRATORE: Come va il nostro generale?

AUFIDIO: Come un uomo avvelenato dalle sue proprie elemosine e ucciso dalla sua carità.

SECONDO COSPIRATORE: Eccellentissimo signorese voi persistete nella stessa intenzione in cui ci voleste associatinoi vi libereremo del vostro grande pericolo.

AUFIDIO: Signorenon posso dirlo: dobbiamo agire secondo la disposizione del popolo.

TERZO COSPIRATORE: Il popolo rimarrà incerto mentre vi è discordia tra voi due: ma la caduta di uno di voi renderà erede di tutto quegli che sopravvive.

AUFIDIO: Lo so: e il mio pretesto per colpirlo è plausibile: io l'ho innalzato e ho impegnato il mio onore per la sua fedeltà; ed egliessendo così levato in altoha innaffiato la sua nuova pianta con le rugiade dell'adulazioneseducendo in tal modo i miei amici: ea questo scopoegli ha piegato la sua naturamai conosciuta prima se non come ruvidaindomabile e libera.

TERZO COSPIRATORE: Signorela sua ostinazionequando si presentò per il consolato che egli perdette per non sapersi piegare...

AUFIDIO: Ne avrei parlato: bandito per questoegli venne al mio focolareofferse la sua gola al mio pugnale; io lo accolsilo feci mio collegacedetti a tutti i suoi desideri; anzigli permisi di scegliere tra le mie file i miei soldati migliori e più valorosiper eseguire i suoi progetti; colla mia stessa persona servii i suoi disegnilo aiutai a mietere la fama che egli finì per far tutta sua; e quasi mi sentii orgoglioso di farmi torto: finchéin ultimoio sembravo un suo dipendentenon il suo collegaed egli mi pagava col suo sguardo protettore come se io fossi stato un mercenario.

PRIMO COSPIRATORE: Così fecemio signore; l'esercito se ne meravigliavae in ultimo quando egli aveva conquistato Roma e noi si attendeva un buon bottino non meno che la gloria...

AUFIDIO: Questo è il punto sul quale farò convergere i miei sforzi contro di lui. Per qualche goccia di lacrime di donna che sono a buon mercato come le bugieegli ha venduto il sangue e la fatica della nostra grande impresa. Perciò egli deve moriree io mi rialzerò per la sua caduta. Maascoltate!

 

(Suono di tamburi e di trombe con grandi grida di popolo)

 

PRIMO COSPIRATORE: Voi siete rientrato nella vostra città natale come un corriere e non avete ricevuto alcun benvenuto: ma egli ritorna fendendo l'aria con il fracasso che fa.

SECONDO COSPIRATORE: E questi poveri sciocchii cui figli egli ha trucidatirovinano le loro ignobili gole per gridare alla sua gloria.

TERZO COSPIRATORE: Quindiprofittando dell'occasione favorevoleprima che egli si esprima e commuova il popolo con quello che vorrebbe direfategli assaggiare la vostra spadache noi seconderemo. Quando egli giacerà a terrala sua storiaraccontata a modo vostroseppellirà le sue ragioni col suo corpo.

AUFIDIO: Non aggiungete parole: ecco i signori.

 

(Entrano i Signori della città)

 

I SIGNORI: Siete davvero il bentornato in patria.

AUFIDIO: Non l'ho meritato: manobili signoriavete voi letto con attenzione quello che io vi ho scritto?

I SIGNORI: Sìlo abbiamo letto.

PRIMO SIGNORE: E siamo dolenti di apprenderlo. Le colpe che egli commise prima di quest'ultimacredo che avrebbero potuto trovare facile espiazione; ma finire là dove avrebbe dovuto cominciaree sacrificare tutto il vantaggio delle nostre milizieindennizzandoci con le spese da noi stessi sostenute per la guerrastipulando un trattato dove si poteva avere una capitolazionequesto non ammette alcuna scusa.

AUFIDIO: Egli si avvicina: lo ascolterete.

 

(Entra CORIOLANO con tamburi e bandiere: molti popolani sono con lui)

 

CORIOLANO: Salutesignori! io sono ritornato come vostro soldato non più infetto dell'amore per la mia patria di quello che fossi quando partii di quima sempre obbediente alla vostra grande autorità.

Dovete sapere che ho condotto l'impresa felicemente e per una sanguinosa via ho guidato le vostre armate fino alle porte di Roma. Il bottino che abbiamo riportato a casa controbilancia per più di un terzo le spese della spedizione. Abbiamo concluso una pace non meno gloriosa per gli Anziatiche vergognosa per i Romanie noi qui consegniamofirmato dai consoli e dai patrizi e col sigillo del Senatoil patto che abbiamo convenuto.

AUFIDIO: Non leggetelonobili signorima dite a questo traditore che egli ha abusato al più alto grado dei poteri che gli avete conferito.

CORIOLANO: Traditore! Come dunque?

AUFIDIO: Sìtraditoreo Marzio.

CORIOLANO: Marzio!

AUFIDIO: SìMarzioCaio Marzio. Credi tu che io ti onererò con quel tuo furtoil tuo nome usurpato in Coriolidi Coriolano? Voisignori e capi dello Statoperfidamente ha egli tradito la vostra impresa e ha ceduto a una madre e a una moglieper poche gocce di saleRomala vostra cittàdico "la vostra città"; rompendo il suo giuramento e la sua risoluzionecome un cordone di seta marcitanon accettando mai consigli di guerra; ma alla vista delle lacrime della sua nutricepiagnucolò e lasciò sfuggire gemendo la vostra vittoria; sì che perfino i paggi arrossirono per luie gli uomini di cuore si guardarono l'un l'altro meravigliando.

CORIOLANO: Odi tu dunqueo Marte?

AUFIDIO: Non nominare quel diofanciullo piagnucoloso.

CORIOLANO: Ah!

AUFIDIO: Niente di più.

CORIOLANO: Smisurato mentitoretu hai reso il mio cuore troppo grande per il petto che lo contiene. "Fanciullo"! O schiavo! Perdonatemisignori; è la prima volta che mai io mi son visto costretto a sgridare. Il vostro giudiziogravi signorideve dare la smentita a questo cane bastardoe il suo proprio ricordo (lui che porta impresse su di sé le mie staffilate e dovrà portare nella tomba i miei colpi) si unirà al vostro giudizio per gettargli in faccia la smentita.

PRIMO SIGNORE: Silenziovoi dueascoltatemi.

CORIOLANO: Tagliatemi a pezzio Volsci; uomini e giovanettimacchiate le vostre spade nel mio sangue. "Fanciullo"! Cane bugiardo!

se avete scritto con verità i vostri annaliivi sarà ricordato chesimile a un'aquila in un colombaioio ho spaventato i Volsci in Corioli e l'ho fatto da solo. "Fanciullo"!

AUFIDIO: Comenobili signorilascerete che vi sia richiamata a mente la sua cieca fortunache fu la vostra vergognada questo empio spacconedavanti ai vostri occhi e alle vostre orecchie?

I COSPIRATORI: Muoia per questo!

POPOLO: Fatelo a pezzi! subito! egli uccise mio figliomia figliaegli uccise mio cugino Marcouccise mio padre.

SECONDO SIGNORE: Zittiniente violenza: pace. Quest'uomo è nobile e la sua fama avvolge tutta la sfera della terra. La sua ultima colpa contro di noi sarà giudicata secondo la legge. FermatiAufidioe non turbare la pace pubblica.

CORIOLANO: Ohse io avessi di fronte sei Aufidii o piùtutta la sua razzae potessi usare la mia spada liberamente...

AUFIDIO: Insolente scellerato!

I COSPIRATORI: Uccidilouccidilouccidilo. uccidilouccidilouccidilo.

 

(Aufidio e i Cospiratori sfoderano la spada e uccidono Coriolano: Aufidio sta col piede sul di lui cadavere)

 

I SIGNORI: Fermifermifermifermi!

AUFIDIO: Miei nobili signoriascoltatemi.

PRIMO SIGNORE: O Tullo!

SECONDO SIGNORE: Tu hai compiuto un'azione che farà versar lacrime al valore.

TERZO SIGNORE: Non lo calpestare. Miei signorisiate calmi e ringuainate le spade.

AUFIDIO: Miei signoriquando avrete appreso (poiché nel tumulto che egli ha suscitatovoi non lo potevate sapere) il grave pericolo che vi riservava la vita di quest'uomovoi vi rallegrerete che egli sia così stato ucciso. Piaccia alle signorie Vostre di chiamarmi al Senato e io dimostrerò di essere il vostro leale servitoreoppure sopporterò il vostro più severo giudizio

PRIMO SIGNORE: Portate via di qui il suo corpoe lamentate la sua morte. Che sia considerato come il più nobile corpo che mai araldo abbia seguito alla fossa funebre.

SECONDO SIGNORE: La sua propria impetuosità libera Tullo Aufidio da una gran parte di colpa. Cerchiamo di accomodare tutto nel modo migliore.

AUFIDIO: La mia collera è spentae io sono affranto dal dolore.

Sollevatelo: aiutatetre dei migliori soldatiio sarò il quarto.

Battete il tamburosì che risuoni lugubremente: rovesciate le vostre picche d'acciaio. Sebbene egli abbiain questa cittàprivate del marito e dei figli molte donne che ancora adesso piangono la loro perditapur egli avrà un nobile ricordo. Aiutatemi.

 

(Escono portando il corpo di Coriolano. Suona una marcia funebre)



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