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William Shakespeare

 

IL RACCONTO D'INVERNO

 

 

 

PERSONAGGI

 

LEONTEre di Sicilia

MAMILLIOsuo figlio

CAMILLOANTIGONOCLEOMENE: baroni di Sicilia

POLISSENEre di Boemia

FLORIZELprincipe di Boemia

ARCHIDAMObarone di Boemia

Il Vecchio Pastoreche viene ritenuto padre di Perdita

Il Contadinosuo figlio

AUTOLICOvagabondo

Un Marinaio

Un Carceriere

ERMIONEsposa di Leonte

PERDITAfiglia di Leonte ed Ermione

PAOLINAsposa di Antigono

EMILIAdama di Ermione

MOPSADORCAS: pastorelle

Altri Baroni e GentiluominiDameUfficialiServiPastori e Pastorelle

Il Tempo (Coro)

 

 

 

La scena si svolge in Sicilia e in Boemia

 

 

 

ATTO PRIMO

 

SCENA PRIMA - Anticamera nel Palazzo di Leonte

(Entrano CAMILLO e ARCHIDAMO)

 

ARCHIDAMO: Se vi accadràCamillodi visitare la Boemia per un'occasione simile a quella per cui son ora qui di serviziovoi vedretecome v'ho dettouna grande differenza tra la nostra Boemia e la vostra Sicilia.

CAMILLO: Credo che nella prossima estate il re di Sicilia intenda ricambiare al re di Boemia la visita che giustamente gli deve.

ARCHIDAMO: Se anche le nostre accoglienze dovranno farci arrossirene saremo scusati dal nostro affettopoiché...

CAMILLO: Vi prego...

ARCHIDAMO: In veritàparlo per l'esperienza che ho fatto: non possiamo con tale splendorein un così prezioso... non so se mi spiego... Noi vi offriremo beveraggi atti a farvi dormireaffinché i vostri sensiinconsapevoli della nostra insufficienzapossanose non lodarcialmeno esimervi dal farci rimprovero.

CAMILLO: Voi pagate troppo caro ciò che vi è offerto spontaneamente.

ARCHIDAMO: Credetemiparlo come la ragione mi suggerisce e come m'impone la sincerità.

CAMILLO: Non v'è gentilezza del re di Sicilia a quel di Boemia che possa parere eccessiva. I due re furono allevati insieme nell'infanzia; e fra loroa quel tempomise radici un affetto così tenace che oggi non può non dar fronde. Da che le accresciute dignità e le necessità del regno misero fine al loro sodalizioi loro incontri pur cessando di essere personali avvennero regalmente per procuraattraverso scambi di donilettere e affettuose ambasciate; talché i due re parvero ancora insieme pur essendo lontaniquasi si stringessero le mani attraverso lo spazio e si abbracciasseroper dir cosìdai punti opposti della rosa dei venti. Il cielo perpetui la loro amicizia!

ARCHIDAMO: Non credo esista al mondo malignità o motivo capace di mutarla. Voi avete una indicibile ragione di compiacimento nel vostro giovane principe Mamillio: è il gentiluomo più promettente ch'io abbia incontrato mai.

CAMILLO: Son d'accordo con voi nell'attendermi molto da lui: è un bravo ragazzo che veramente dà forza al popolo e ravviva i nostri vecchi cuori. Coloro che già si reggevano sulle grucce prima della sua nascitadesiderano ora vivere ancora per vederlo uomo fatto.

ARCHIDAMO: Senza di che sarebbero lieti di morire?

CAMILLO: Sìse non ci fossero altre scuse per desiderare di vivere ancora.

ARCHIDAMO: Se il re non avesse figlivorrebbero vivere con le grucce per aspettarne uno.

 

(Escono)

 

 

 

SCENA SECONDA - Una stanza nel Palazzo reale

(Entrano LEONTEERMIONEMAMILLIOPOLISSENECAMILLO e persone del Seguito

 

POLISSENE: Nove volte il pastore ha osservato il mutare dell'umido astro dacché abbiamo lasciato il nostro trono inoccupatoe s'anche altrettanto tempo fosse riempitofratel miodi ringraziamentinoi saremmo ancora in debito e per sempre; talchécome si fa con uno zero messo in un posto vantaggiosoio moltiplico con un solo "grazie!" i mille altri che gli vanno innanzi.

LEONTE: Differite i vostri ringraziamenti fino al giorno della vostra partenza.

POLISSENE: Sarà domanisignore. Sono angustiato dal timore dl ciò che può avvenire o maturare in mia assenza: che alcun vento funesto non soffi sulla mia dimora e non mi faccia dire che le mie apprensioni erano anche troppo vere! Senza contare che ho stancato fin troppo la Maestà Vostra.

LEONTE: Siamo induriti a sopportare ben altrofratello.

POLISSENE: Non più indugi.

LEONTE: Un'altra settimana.

POLISSENE: Con schiettezzanosarà domani.

LEONTE: Cediamo ciascuno per metà: non ammetto repliche su questo punto.

POLISSENE: Non insistetevi pregocosì . Non è al mondo una parolanon una dicoche possa vincermi come la vostra; e tale effetto avrebbe pur ora se dietro la vostra preghiera vi fosse una ragioneancorché in contrasto col mio interesse. I miei affari in verità mi forzano al ritorno e trattenermene lontano sarebbe un castigo chesebben per amorem'imporreste; oltreché il mio ulteriore soggiorno diverrebbe un peso e un fastidio per voi. Per risparmiarvi l'uno e l'altroaddiocaro fratello.

LEONTE: E la regina tien chiusa la bocca? Parli!

ERMIONE: Mi proponevosiredi starmene muta finché gli aveste strappato giuramento di non restar oltre. Lo pregate troppo freddamentesire. Ditegli che siete certo che tutto procede bene in Boemia: tal certezza il giorno appena trascorso l'ha confermata. E con ciò lo scalzate dalla sua difesa più valida.

LEONTE: Ben dettoErmione.

ERMIONE: Se dicesse che non vede l'ora di rivedere il figliol'argomento sarebbe forte. Lo dica e potrà partire; lo giuri e non sarà trattenuto: lo cacceremo di qui a colpi di conocchia. E tuttavia io m'attento a chiedervi il prestito della vostra reale presenza per un'altra settimana. Quando il mio signore verrà in Boemia io gli concederò un mese oltre il termine fissato per la partenza: col chemio caro Leonteio non sgarro di un secondo su quanto una dama deve al suo signore. Rimarrete?

POLISSENE: Nosignora.

ERMIONE: Suvviavoi resterete.

POLISSENE: Davveronon posso.

ERMIONE: Davvero! Voi vi sottraete con ben fiacchi pretestima ioaveste voi cercato di smuover gli astri coi vostri giuramentivi direi ancora: "Signorenon andate". Davvero non partirete; il "davvero" di una dama è forte quanto quello di un signore. Persistete nel proposito? Mi forzate a tenervi come un prigioniero anziché come un ospitecosì che partendo pagherete le spese e risparmierete i ringraziamenti. Che ne dite? Ospite o prigioniero? Col vostro terribile "davvero"sarete l'uno o l'altro.

POLISSENE: Allora il vostro ospitesignora. Restar vostro prigioniero presupporrebbe un'offesa che è per me meno facile commettere che per voi punire.

ERMIONE: Non sarò vostra carceriera dunquema ospite gentile. Venitevoglio informarmi sulle gherminelle del mio signoree vostrequando eravate ragazzi. Ed eravate due bei prepotentellinon è vero?

POLISSENE: Eravamomia bella reginadue ragazzi i quali credevano che dietro il presente non ci fosse altro giorno che un domani simile all'oggi e di restar per sempre fanciulli.

ERMIONE: Non era il mio signore il più birbante dei due?

POLISSENE: Eravamo come due agnellini gemelli che sgambettano nel sole e belano l'uno all'altro. Si scambiava innocenza con innocenza. Ci era ignota la dottrina del male né si credeva che altri la conoscesse.

Avessimo seguitato tal vita e mai i nostri deboli spiriti fossero stati rinforzati da un sangue più gagliardonoi avremmo potuto arditamente rispondere al cielo "innocenti" cancellando anche la tara del peccato originale.

ERMIONE: Da ciò si conclude che avete incespicato dopo.

POLISSENE: Ohmia riverita signorale tentazioni ci sono nate più tardi: in quei nostri giorni di primo pelo mia moglie era una bimba e la vostra preziosa persona non anche aveva incontrato lo sguardo del mio compagno di giuochi.

ERMIONE: Misericordia! Non traete da ciò conclusioneper timore che non abbiate a dire che la vostra regina ed io siamo dei demoni. Ma continuate; dei peccati che vi abbiamo indotti a commettere risponderemo se il vostro primo peccato fu con noie con noi avete proseguito nella colpasenza scivolare con alcun'altra.

LEONTE: E' già vinto?

ERMIONE: Rimarràmio signore.

LEONTE: Non cedette alle mie preghiere. Mia cara Ermionetu non hai parlato mai a migliore scopo.

ERMIONE: Mai?

LEONTE: Maieccetto un'altra volta.

ERMIONE: Come? Ho parlato bene due volte? E quando fu la prima?

Dimmeloti prego. Saziami di elogi e rendimi grassa come un animale domestico: una buona azione rimasta senza elogio ne uccide mille che attendono il loro turno. Le lodi sono il nostro compenso; voi potete con un dolce bacio farci correre per mille leghe meglio che con lo sprone farci coprir cento metri. Ma veniamo al fatto: la mia ultima meritoria azione è stata di persuaderlo a restare; e qual fu la mia prima? Questa d'oggi ha una sorella maggiorese non vi fraintendo.

Vorrei che il suo nome fosse Grazia. Una sola voltaprima d'oggim'è accaduto di parlare a buon segno. Quando? Ch'io possa saperlo: ardo dal desiderio.

LEONTE: Ebbenefu quando tre acerbi mesi si furono inaciditi fino a morirneprima che io potessi farti aprire la tua bianca mano e darla suggellandoti amor mio; tu dicesti allora: "Sono vostra per sempre".

ERMIONE: Questa è Grazia davvero. Ebbenecome vedete ho parlato a buon segno due volte; la prima mi valse un regale sposol'altra un amico per qualche tempo.

LEONTE (a parte): Si riscalda troppo! Mescolar troppo l'amicizia è come mescolare il sangue. Ho il "tremor cordis" in meil cuore mi danza: ma non di gioianon di gioia. Una tal cortesia può assumere un viso apertoattingere una sua freschezza dalla cordialitàdalla generositàe dalla plenitudine del cuoree ben si addice a chi l'assume: puòne convengo. Ma il titillarsi le palme e lo strizzarsi le dita che essi fannoil sorridersi studiatamente come in uno specchioil sospirare come se fosse la morte del cervoohquesta è cortesia che non piace al mio cuore né al mio ciglio! Mamilliosei tufiglio mio?

MAMILLIO: Sìmio buon signore.

LEONTE: Davvero? Bravo cocco! Come ti sei sporcato il naso? Dicono ch'è una copia del mio. Viacapitanobisogna essere puliti fin sopra i capelli o meglio un po' sotto... perché sono il torola giovenca e il vitello ad aver qualcosa sopra la testa. (A parte) Essa non smette mica di tasteggiare sulla palma di lui! Ebbenepazzerello d'un vitellino? Non sei tu il mio vitellino?

MAMILLIO: Sìse così vi piacemio signore.

LEONTE: Ti manca una zucca arruffata come la miacon quel che ci cresce super somigliarmi del tutto; eppure dicono che ci somigliamo come due uova; lo dicono le donne che dicono qualunque cosama fossero esse false come panni neri ritinticome il vento e le acquefalse come i dadi che desidera chi non pone limiti fra il mio e il tuoebbene rimarrebbe sempre vero che questo fanciullo mi somiglia. E dunquemesser paggettoguardami col tuo occhio di cielobricconcelloamor miobocconcino della mia carne! Potrebbe tua madre... E' possibile? Desiderio! l'intensità del tuo ardore penetra fin nei più intimi recessi del petto; tu rendi possibili cose non credute talipartecipi della natura dei sogni. Come può esser questo?

Tu cooperi con ciò che è irreale e ti accompagni col nulla; è quindi assai credibile che tu possa associarti ad alcunchée lo fai e sorpassi i limiti del lecito ed io me ne avvedo e il mio cervello s'intorbida e la mia fronte s'indurisce.

POLISSENE: Che ha dunque il re di Sicilia?

ERMIONE: Sembra alquanto turbato.

POLISSENE: Ebbenesignor mio come va? Che vi accademio diletto fratello?

ERMIONE: Dal vostro viso si direbbe che siate tutto sconvolto. Siete iratosignor mio?

LEONTE: Noin fede mia. Purequante volte la natura è soggetta a tradire la sua fragilitàla sua tenerezza e a far di sé un passatempo pei cuori più duri! Guardando i lineamenti della faccia del mio bambino ho creduto di indietreggiare di ventitré anni e di veder me stesso senza calzoncininel mio guarnacchino di velluto verdeil mio pugnale nella museruolasicché non mordesse il suo padrone e non diventassecome gli ornamenti sono spessopericoloso. Ohmi dicevocom'ero eguale a questo nocciolinoa questo baccelloa questo gentiluomo! Onesto amico miovi piacerà un giorno esser pagato a sole parole?

MAMILLIO: Nomio signorein tal caso mi batterò.

LEONTE: Batterti? Possa assisterti la fortuna! Fratelloavete per il vostro giovane principe la tenerezza che abbiamo noi per il nostro?

POLISSENE: Quando sono a casasignoreegli è tutta la mia occupazionela mia gioiail mio oggettoora il mio amico giuratoora il mio avversarioil mio parassitail mio soldatoil mio ministrotutto. Ed egli fa un giorno di luglio corto come uno di dicembre e con la sua mutevole fanciullezza guarisce in me pensieri che m'ingrosserebbero il sangue.

LEONTE: Tale è l'ufficio di questo scudiero con me. Ora noi due andremo a fare un piccolo girosignoree vi lasciamo ai vostri più gravi passi. Ermionedimostra quanto ci ami con le tue accoglienze al nostro fratello. Ciò che v'è di più caro in Sicilia sia per lui a buon mercato. Dopo di te e di questa giovane birbaegli ha ogni diritto sul mio cuore.

ERMIONE: Se cercaste di noisaremo al vostro servizio in giardino.

Possiamo attendervi là?

LEONTE: Fate come v'aggrada. Vi troveremo se sarete sotto il cielo. (A parte) Ed ora sto pescandobenché non vi accorgiate di come io vi do lenza. Andateandate! Com'essa gli porge il musoil beccoe s'arma dell'arditezza di una sposa verso il suo compiacente marito! (Escono PolisseneErmione e il Seguito) Son già andati! Fino alla cavigliafino al ginocchiofin sui capelli e gli orecchicornuto! Va'bambinogiuocagiuocatua madre giuoca e giuoco anch'ioma recito una sì ingrata parte che alla fine mi spingerà alla tomba a suon di fischi; scherno e irrisione saranno la mia campana a morto. Va'fanciullogiuocagiuoca. Ci sono statio m'inganno di moltodei cornuti prima di me. C'è più di un uomo anche in questo momentoche mentre parlo tiene la propria moglie sotto il braccio e non s'immagina neppure che essa in sua assenza è stata fatta uscire dal vivaio e che nel suo stagno il suo prossimo vicinomesser Smorfiaha fatto buona pesca. E tuttavia c'è un sollievo a pensare che anche gli altri uomini hanno le loro porte e che queste porte sono state apertecome la miacontro la loro volontà. Dovessero disperarsi tutti coloro che hanno mogli fuorviateil decimo dell'umanità s'impiccherebbe. Non c'è farmaco per ciò: si tratta di un pianeta ruffiano che fa guasto là dove predominaed è potentecredeteloa levantea ponentea mezzogiorno e a tramontana. Non esistono barriereinsommaper il ventreed è ben noto: il nemico può entrare o uscire con armi e bagagli. Quanti di noia migliaiahanno questo male e non lo avvertono. Che c'èfanciullo?

MAMILLIO: Io vi somiglio a quel che si dice.

LEONTE: Giàè sempre una consolazione. Camillosei qui?

CAMILLO: Sìmio buon signore.

LEONTE: Va' a giocareMamillio. Tu sei un galantuomo. (Esce Mamillio) Camilloquesto grande sovrano rimarrà ancora qualche tempo.

CAMILLO: Vi siete dato molto da fare perché la sua àncora tenesse il fondo. Quando la gettavate voiperòseguitava a tornar su.

LEONTE: L'hai osservato?

CAMILLO: Alle vostre richieste non voleva restareed esagerava l'urgenza dei suoi affari.

LEONTE: Te ne sei accorto? (A parte) Ecco che già mi dàn la baia; sussurrano e ronzano: "Il re di Sicilia e uno di quelli". Le cose devono esser già molto in làse io ne ho il sentore per ultimo. Come spieghiCamilloche ha poi accettato di restare?

CAMILLO: Per le insistenze della buona regina.

LEONTE: Della reginapuò darsi. "Buona" dovrebb'essere la parola giustama non vabisogna dire che non va. Tutto ciò è penetrato in altro cranio pensante oltre il tuo? La tua immaginazione è porosa e assorbe meglio delle zucche ordinarie o fu solo notato dai più sottilidalle teste fuor del comunee i subalterni non si sono accorti di nulla? Parla.

CAMILLO: Accorti di che? Credo che i più hanno inteso che il re di Boemia prolunga il suo soggiorno.

LEONTE: Ah !

CAMILLO: Si trattiene qui ancora.

LEONTE: Sìma perché?

CAMILLO: Per compiacere Vostra Altezza e le insistenze della nostra graziosa padrona.

LEONTE: Per compiacere alle insistenze della vostra padrona! Per compiacerle! Mi pare che basti. Io t'ho fatto partecipeCamillotanto di ciò ch'era vicino al mio dolore quanto del mio consiglio privato nel quale tucome un sacerdotesei entrato a far mondo il mio pettosì che ti lasciavo contrito e fatto migliorema è certo ormai che noi siamo stati ingannati sulla tua integrità o in ciò che le somiglia.

CAMILLO: Lo tolga il cielomio signore!

LEONTE: Per insisterci sopratu non sei onestoo almenose hai qualche attitudine all'onestàsei un vile che a questa recide il garretto posteriore per impedirle di fare il cammino dovuto; oppure puoi essere considerato come un servo ch'è addentro alla mia confidenza e tuttavia negligenteo un imbecille che vede il giuoco che si stringela ricca posta ch'è in palioe prende tutto per uno scherzo.

CAMILLO: Mio grazioso signoreposso essere negligentesciocco e pauroso; nessun uomo è franco di questi difetti così che talvolta negligenzasciocchezza e pusillanimitàtra gl'infiniti negozi del mondonon vengan fuori. Nei vostri interessimio signorese ho mostrato qualche deliberata trascuraggine fu per sciocchezza; se accuratamente ho fatto lo scioccociò fu per negligenza e per non aver ben pesati i risultati; se talvolta temetti di far cosa del cui esito dubitavo e il cui compimento smentivapiù tardila mia inazionefu ancora per quella tema che spesso si attacca ai più saggi: queste mio signorele perdonabili debolezze dalle quali la lealtà non è esente. Ma prego Vostra Grazia di essere più franco con me. Che io conosca il mio trascorso col suo nome: se lo negherò allora non sarà certo il mio.

LEONTE: Avete voi vedutoCamillo: e questo non è dubbio o il cristallino dell'occhio vostro è più spesso di un corno di becco... o avete udito... poiché a uno spettacolo così evidente le chiacchiere non restano mute... o pensato... poiché il giudizio non esisterebbe in colui che non lo pensasseche mia moglie sta per sdrucciolare? Se tu vuoi confessarloa meno che tu non neghi spudoratamente di avere occhiorecchipensierodi' allora che mia moglie è una giumenta e le spetta lo sconcio nome che compete a qualunque linaiuola che si concede prima delle nozze; di' questoe trova una scusa.

CAMILLO: Non potrei starmene a sentir offuscare così la fama della mia sovranasenza trarne subita vendetta. Che sia maledetto il mio cuorese pronunciaste mai parole che meno vi convenissero di questeripeter le quali sarebbe peccato così nero come quel che affermateanche se fosse vero.

LEONTE: Sussurrare non è nulla? Nulla appoggiare guancia a guancia e toccarsi naso con naso? Baciarsi entro le labbrainterrompere il corso del riso con un sospiro (segno manifesto di una virtù che si infrange) e accavalciar piede su piede? O ficcarsi negli angoli e augurare che gli orologi vadano più svelti e le ore sian minuti e il mezzogiorno mezzanotte e tutti gli occhi siano oscurati dall'albugine e dalla caterattaeccetto i loroi loro soliaffinché il lor delitto passi inosservato? E' nulla tutto questo? Ebbeneallora il mondo e tutto quello che rinchiude non è nullail cielo che ci copre non è nullala Boemia non è nullamia moglie non è nulla e nulla è in nullase tutto ciò non è nulla.

CAMILLO: Mio buon signoreguaritevi questo malsano pensieroe tostoperché esso è assai pericoloso.

LEONTE: Di' che è cosìche è la verità.

CAMILLO: Nonomio signore.

LEONTE: E' la verità: voi mentitevoi mentite; io dico che tu mentiCamilloe ti detesto: ti proclamo un villanzoneuno stolto marrano oppure un ondeggiante temporeggiatore che sai coi tuoi occhi vedere insieme il bene e il male e inclini a entrambi. Se mia moglie avesse il fegato guasto com'è la sua vitaessa non vivrebbe più del tempo di un voltar di clessidra.

CAMILLO: Chi dunque la corrompe?

LEONTE: Chi? Colui che la porta come una medaglia appesa al colloil re di Boemia; col qualeavessi io accanto a me servi lealicon occhi pronti a tutelare il mio onore quanto a vedere il loro profitto e il loro guadagno particolareessi saprebbero far ciò che disfarebbe il far di più. Sicuro! e tuche sei il suo coppiere e che io da bassa condizione ho innalzato fino al seggio della dignitàtu che potresti vedere chiaramente come il cielo vede la terra e la terra vede il cielo come io sono oltraggiatotu potresti drogare una coppa che chiudesse per sempre gli occhi del mio nemico; e codesta bevanda sarebbe cordiale per me.

CAMILLO: Siremio padroneio potrei farloe non con una pozione fulminea ma con un liquido che operasse lento e non lasciasse tracce di violenza come il veleno; ma non posso credere che una tale incrinatura sia nella mia temuta padrona che è così sovranamente venerabile. Aver amato il...

LEONTE: Continua ancora a dubitare e va' in malora! Credi tu ch'io sia così torbido e dissennato da fissarmi in questa mania e insozzare la purezza e il candore delle mie lenzuolale quali preservate recano il sonnoe macchiate non son più che aculeispineortiche e pungiglioni; e gettare scandalo sul sangue del principe mio figlioche credo mio e amo come miosenza esservi spinto da matura riflessione? Io farei questo? Potrebbe un uomo alienarsi a tal segno?

CAMILLO: Io debbo pur credervisignore. Vi credoe per questo spaccerò il re di Boemiapurchéquando egli sarà tolto di mezzoVostra Altezza voglia comportarsi con lei come per l'innanzinon fosse che per riguardo a vostro figlio e insieme per troncare l'insulto delle lingue nelle corti e nei reami in relazione con voi e vostri alleati.

LEONTE: Tu mi consigli proprio come avevo divisato; non infliggerò nessuna nota d'infamia al suo onorenessuna.

CAMILLO: Mio signoreandate dunque e con la disinvoltura che un amico può avere in una festaintrattenetevi con il re di Boemia e con la vostra regina. Io sono il suo coppiere: se da me non riceverà un salutare beveraggionon consideratemi più fra i vostri servi.

LEONTE: Benissimo: fa' questoe avrai la metà del mio cuore. Non farloe spezzerai il tuo.

CAMILLO: Lo faròmio signore.

LEONTE: Mi mostrerò amichevolecome tu m'hai consigliato.

 

(Esce)

 

CAMILLO: O sfortunata signora! Ma io in qual situazione mi trovo?

debbo avvelenare il buon Polissene e la ragione per farlo è l'obbedienza al mio padrone: un uomo in rivolta contro se stesso e che pretende sian come lui tutti quelli che gli sono intorno. A un atto simile seguirà una promozione. Se potessi trovare esempi di migliaia che hanno prosperato dopo aver colpito re consacratinon lo farei egualmente; ma poiché né il bronzo ne la pietra né la pergamena ne danno unoche la stessa scelleraggine si rifiuti di commetterlo.

Debbo lasciare la corte; agire o no mi porterà del pari a rompermi il collo. Una benigna stella regni ora! Ecco giungere il re di Boemia.

 

(Rientra POLISSENE)

 

POLISSENE: E' strano. Mi pare che il mio favore qui cominci a calare.

Perché non mi parla? Buon giornoCamillo.

CAMILLO: Saluteregale signore!

POLISSENE: Che notizie alla corte?

CAMILLO: Nulla di notevolesignore.

POLISSENE: Il re ha l'aria come se avesse perduto una provinciauna terra che amasse come se stesso; proprio ora mi sono accostato a lui con le gentilezze usatequand'eglitorcendo gli occhi in opposta direzione e con una smorfia di profondo sdegnos'allontana da me e mi lascia a riflettere che cosa accada da mutar così le sue maniere.

CAMILLO: Non oso pensarlomio signore.

POLISSENE: Come non osate? No? Sapete e non osate? Fatevi capireè così o press'a poco: perché quanto a voiciò che sapete siete obbligato a saperee non potete dire che non osate. Buon Camilloil vostro mutar di viso è uno specchio che mostra il miomutato anch'essoa me; ed io debbo esser certo causa di questo mutamentotrovandomi anch'io così alterato.

CAMILLO: C'è una infermità che travaglia alcuni di noima non posso nominare questa malattia che fu portata da voiancorché voi stiate bene.

POLISSENE: Come? Portata da me? Non attribuitemi gli occhi del basilisco: ho guardato migliaia di personeed esse hanno avuto la miglior sorte dal mio sguardo e non una ne fu uccisa. Camillovoi siete di certo un gentiluomo e avete in più la saggezza di un uomo coltivatola quale adorna la nostra nascita non meno dei titolati nomi dei nostri avi che ci hanno trasmesso per successione la loro nobiltà. Vi pregodunquese voi conoscete la più piccola cosa di cui possa importarmi essere informatonon chiudetela in un mistero per me impenetrabile.

CAMILLO: Non posso rispondere.

POLISSENE: Una malattia portata da mebenché io stia bene? Mi dovete rispondere. IntendiCamillo? Io ti pregoper tutti i doveri ai quali l'onore obbliga l'uomoil minor dei quali non è questa mia richiestache tu mi sveli qual è la perfida congiuntura che tu indovini venirmi addosso di nascosto; e se è prossima o discostae se v'è mezzo di prevenirlae se non v'èil modo più acconcio di farle fronte.

CAMILLO: Sireve lo dirò dacché sono tenuto dall'onore e richiesto da chi credo onorabile. Seguite dunque il mio consiglioe così rapidamente come io lo proferiscoo a tutti e duevoi e menon resterà che piangerci perdutie buona notte!

POLISSENE: Proseguibuon Camillo.

CAMILLO: Sono stato incaricato di assassinarvi.

POLISSENE: Da chiCamillo?

CAMILLO: Dal re.

POLISSENE: Per qual motivo?

CAMILLO: Egli credeanzi giura con ogni certezza come se avesse veduto o fosse stato lo strumento che v'ha condotto a tal puntoche voi avete accostato la regina colpevolmente.

POLISSENE: Ohin tal caso il mio sangue divenga un'infetta poltiglia e il mio nome sia unito al nome di chi ha tradito il Giusto! E il fiore della mia reputazione renda un tanfo capace di colpire la più ottusa narice là dove io giungae il mio accostarsi sia schivatoanzi maledetto come la peggior infezione di cui si sia parlato mai a voce o per iscritto!

CAMILLO: Scongiurare la sua idea chiamando a testimone ogni stella ch'è in cielo e tutto il loro potere... vi riuscirebbe altrettanto facile proibire al mare di obbedire alla luna che non distruggere coi giuramenti o scuotere con le ragioni l'edifizio della sua pazziale cui basi poggiano su una certezza e continueranno fin ch'egli si reggerà in piedi.

POLISSENE: Come è potuto intervenire questo?

CAMILLO: Non soma so ch'è più sicuro evitare ciò ch'è intervenuto che non studiare come sia nato. Se voi dunque fidate nella lealtà che è racchiusa in questo corpo che voi porterete con voi come pegnofuggiamo stanotte! Informerò segretamente il vostro seguito della decisione e condurrò gli uomini a due o tre per voltada varie postierlefuori della città. Per ciò che mi riguarda metterò la mia fortuna al vostro servizio: io l'ho perduta qui con queste rivelazioni. Non siate incerto: sull'onore dei miei genitori ho detto il vero e se volete assicurarvene io non attenderò la prova e voi non sarete più salvo di quel che può essere un uomo condannato dalla bocca stessa di un re: la cui morte è stata decretata.

POLISSENE: Certoio ti credo. Gli ho letto il suo cuore sul volto.

Dammi la mano: siimi guida e il tuo posto sarà sempre vicino a me. Le mie navi sono pronte e da due giorni la mia gente s'aspetta di partire. Questa sua gelosia è per una preziosa creatura; e com'ella è cosa raratanto la gelosia dev'essere grandee com'egli è persona potentetanto dev'esser violenta; e com'egli si crede disonorato da uno che sempre gli si dimostrò amichevolela sua vendetta deve farsi per ciò più cruda. Il timore getta un'ombra su me: una pronta fuga sarà la mia salvezza e darà sollievo alla graziosa reginache è parte del suo pensiero dominantema nulla del suo ingiusto sospetto! VieniCamillo; ti onorerò come un padre se mi porterai lungi di qui. Andiamo via.

CAMILLO: Ho autorità di comandare le chiavi di tutte le postierle; piaccia a Vostra Altezza di profittare d'urgenza di quest'ora. Andiam viasignore!

 

(Escono)

 

 

 

ATTO SECONDO

 

SCENA PRIMA - Una stanza nel Palazzo di Leonte

(Entrano ERMIONEMAMILLIO e alcune Dame)

 

ERMIONE: Prendete il ragazzo con voiegli m'indispone così che non ne posso più.

PRIMA DAMA: Venitemio grazioso signorevolete che io sia la compagna dei vostri giuochi?

MAMILLIO: Novoi non vi vogliovoi.

PRIMA DAMA: Perchémio dolce signore?

MAMILLIO: Non fate che baciarmi a tutto spiano e mi parlate come se fossi sempre un bambino in fasce. Preferisco voi.

SECONDA DAMA: E perchémio signore?

MAMILLIO: Non è perché le vostre ciglia son più nere; e tuttavia le ciglia nere sono adatte a certe donnesi dicepurché non sian troppo fitte di pelo e stiano a semicerchio o come una mezzaluna fatta a penna.

SECONDA DAMA: Chi v'ha insegnato questo?

MAMILLIO: L'ho imparato dalla faccia delle donne. Ditemidi che colore sono le vostre sopracciglia?

PRIMA DAMA: Azzurremio signore.

MAMILLIO: Viaquesta è una burla. Ho visto un naso di signora ch'era azzurroma non le sue ciglia.

PRIMA DAMA: Ascoltatemi un poco. La regina vostra madre si va facendo tonda a vista d'occhio: uno dei prossimi giorni noi offriremo i nostri servizi a un nuovo bel principe e allora paghereste di venire a ruzzare con noi se noi vi si volesse.

SECONDA DAMA: Ella è ben ingrossata in questi ultimi giorni! Che tutto possa svolgersi nel miglior modo!

ERMIONE: Che saggi pensieri andate agitando! Venitesignor miosono con voi ancorasedetevi pregoe narrateci una storia.

MAMILLIO: Gaia o tristedev'essere?

ERMIONE: Gaia quanto vi parrà.

MAMILLIO: Una storia triste è meglio per l'inverno. Ne so una di fantasmi e di folletti.

ERMIONE: Sentiamo questabuon signore. Venitesedete e fate del vostro meglio per spaventarmi con i vostri spiriti: ci riuscite benissimo.

MAMILLIO: C'era una volta un uomo...

ERMIONE: Nosedetevi quicontinuate.

MAMILLIO: ...che abitava presso un cimitero. La dirò pianoche non mi sentano quelle cicale laggiù.

ERMIONE: Accostateviallorae ditemela in un orecchio.

 

(Entrano LEONTEANTIGONOSignori e altri)

 

LEONTE: E' stato visto là? Col seguito? E Camillo con lui?

PRIMO SIGNORE: Dietro il ciuffo dei pini li ho incontrati e mai non ho visto uomini che corressero così. Li ho seguiti con lo sguardo fino alle navi.

LEONTE: Come mi confermo nel mio giusto giudizio e nella mia vera opinione! Ahimè potessi saperne di meno! E' una maledizione esserne così certo! Eccoin una tazza potrebbe esserci un ragno annegatoe uno potrebbe bereandarsene e non aver danno dal veleno perché la sua conoscenza non è infettama se gli mettono sotto gli occhi l'orribile ingrediente e gli fan sapere ciò che ha bevutocostui si spacca la gola e i fianchi dai violenti sforzi. Io ho bevuto e veduto il ragno.

Camillo è stato il suo complice in questoil suo mezzano; c'è un complotto contro la mia vita e la mia corona. E' vero tutto ciò che sospettavo: quello sleale furfante era al servizio di lui prima che al mio: ha rivelato i miei piani ed io sono rimasto beccato. Sìun vero giocattolo col quale essi possono divertirsi a piacere. Come mai le postierle sono state aperte così facilmente?

PRIMO SIGNORE: Per la grande sua autorità che spesso era giuntaper ordine vostrofino a questo.

LEONTE: Lo so troppo bene. Datemi il fanciullo. Sono lieto che non l'abbiate allattato voi; benché egli porti alcun segno di metuttavia c'è troppo sangue vostro in lui.

ERMIONE: Che cos'è questo? Uno scherzo?

LEONTE: Portate via il fanciullo: non deve restar presso di lei.

Portatelo via! E lei si diverta con quello di cui è incinta: poiché è Polissene che t'ha fatta gonfiar così.

ERMIONE: Mi basterebbe dire che non è vero e giurerei che mi credereste sulla parolaper quanto possiate inclinare alla contraddizione.

LEONTE: Voimiei signoriguardatelaosservatela bene siate pronti a dir solo: "E' una piacente signora"e la lealtà dei vostri cuori aggiungerà anche: "Peccato ch'essa non sia onestaonorabile"; lodatela solo per questa sua forma esteriore che in fede mia merita alto elogioe subito un alzar di spallegli "uhm" e gli "ah"quei piccoli marchi d'infamia che usa la calunnia - oh mi sbaglioche usa l'indulgenzapoiché la calunnia bolla la virtù medesima - quelle alzate di spallequegli "uhm" e "ah"quando voi avete detto "ella è piacente"si frappongono prima che possiate dire "essa è onesta"; ma sia noto dalla bocca di colui che ha maggior ragione per soffrirne ch'essa è un'adultera.

ERMIONE: Dovesse un furfante dir questoil più consumato furfante del mondosarebbe ancor più furfante... Voisignor miosiete solo in errore.

LEONTE: Voi avete scambiatosignoraPolissene per Leonte. O tu razza di... Non voglio qualificare una persona della tua condizioneper tema che il volgarevalendosi del mio precedenteusi un tale linguaggio per tutte le classie tralasci la civile distinzione tra principe e pezzente. Ho detto ch'essa è un'adulteraho detto con chi; per di piùessa è una traditrice e Camillo è in lega con leied è uno che sapeva di lei cosa ch'ella dovrebbe vergognarsi di saper solo per conto suo e col suo maggior complice: ch'ella è fedifraga al letto coniugaleperfida come quelle che il volgo chiama coi nomi più duri; sìed è a parte del segreto di questa loro fuga recente.

ERMIONE: Nosulla mia vitanon sono a parte di nulla di simile.

Quanto vi dorrà di avermi messa così in pubblicoquando sarete giunto a maggior discernimento! Gentile mio signorevoi allora potrete appena rendermi giustizia dicendo che vi siete sbagliato.

LEONTE: Nose mi sbaglio su queste fondamenta su cui mi basola terra non è abbastanza grande da sopportare la trottola d'uno scolaretto. Portatela viain prigione. Chi parlerà per lei sarà compromesso solo pel fatto che parla.

ERMIONE: V'è certo l'influsso di un astro maligno; debbo aver pazienza finché il cielo non mostri un aspetto più favorevole. Miei buoni signorinon sono propensa alle lacrimecom'è di solito il nostro sessoe la mancanza di tal vana rugiada forse disseccherà la vostra pietà; ma io porto con me una siffatta ferita d'onore che brucia troppo per essere lenita dalle lacrime. Vi prego tuttimiei signorigiudicate di me con pensieri temperati secondo che v'ispirerà la carità vostra; e ora che la volontà del re si compia!

LEONTE: Mi si darà ascolto?

ERMIONE: Chi verrà con me? Prego Vostra Altezza che le mie donne restino con me poichélo vedeteè necessario al mio stato. Non piangetesciocchinenon c'è ragione. Quando saprete che la vostra padrona ha meritato la prigioneallora abbondate in lacrime quando uscirò: quest'azione in cui son ora ingaggiataè per la mia maggior gloria. Addiomio signore. Non ho mai desiderato vedervi afflitto; ora credo che lo vedrò. Venitedonnene avete licenza.

LEONTE: Andatefate ciò che vi ordino via!

 

(Escono la Reginascortatae le Dame)

 

PRIMO SIGNORE: Prego Vostra Altezza di richiamare ancora la regina.

ANTIGONO: Siate ben certo di ciò che fatesirese non volete che la vostra giustizia si dimostri violenza che faccia torto a tre grandi:

voila regina e vostro figlio.

PRIMO SIGNORE: Quanto alla reginamio signoreoserei scommetter sulla mia vitae lo farò se a voi piacciach'ella è immacolata agli occhi del cielo e al vostro cospetto. In quellointendodi cui l'accusate.

ANTIGONO: Se sia dimostrato ch'ella non è tale farò le mie stalle dove alloggia mia mogliee anderò con lei accoppiato al guinzaglio. Non mi fiderò di lei se non in quanto potrò vederla e toccarlaperché ogni palmo di donna al mondoanzi ogni atomo di carne di donna è falso se essa lo è.

LEONTE: Statevi tranquilli!

PRIMO SIGNORE: Mio buon signore...

ANTIGONO: Per voi parliamonon per noi. Voi siete ingannatoe da qualche istigatore che sarà dannato per ciò; se conoscessi il furfante lo farei mettere alla gogna. Se si troverà peccato nella reginaio ho tre figliela maggiore di undici annila seconda e la terza di nove e cinque anni; ebbenese la colpa c'èesse la pagheranno; sul mio onore le mutilerò; non arriveranno al quattordicesimo anno per mettere al mondo una progenie di bastardi. Esse sono le mie eredi ed io preferirei castrarmi piuttosto ch'esse non diano una generazione illibata.

LEONTE: Bastanon più. Voi annusate questa faccenda con un naso più freddo di quello di un morto; ma io la vedo e la sento come voi sentite ch'io vi faccio cosìe vedete insieme gl'istrumenti che sentono.

ANTIGONO: Se è cosìnon occorre più tomba per seppellire l'onestà; non ce n'è più un granello per addolcire la faccia di tutta questa terra di letame.

LEONTE: Come? Non sono creduto?

PRIMO SIGNORE: Sarebbe meglio che fossi creduto io e non voia questo propositomio Signore; sarei più lieto di veder giustificato il suo onore che non il vostro sospettoqual si sia il biasimo che ve ne verrebbe.

LEONTE: Ma quale bisogno abbiamo noi di discutere di questo con voipiuttosto che di seguire il nostro irresistibile istinto? E' nostra prerogativa di fare a meno del vostro avviso benché la nostra naturale bontà vi metta a parte di ciò; e su questo puntose voi per verace o infinita ottusità non potete o non volete gustare come noi la veritàvi piaccia sapere che noi non abbisognamo più del vostro consiglio: la questionela perditail guadagnoil modo di condur la cosa è tutto affar nostro.

ANTIGONO: Avrei volutomio sovranoche voi aveste svolto l'indagine nel vostro silenzioso giudiziosenza aperta pubblicità.

LEONTE: Come ciò poteva avvenire? O tu sei rammollito dall'età ovvero sei nato sciocco. La fuga di Camillo unita alla loro intrinsichezzacosì palese quanta poté mai destar sospettotanto che solo la vista mancavanon per avere la prova ma solo per dire d'aver vistotutte le altre circostanze tornando a pennelloecco ciò che ci forza ad agire in questo modo; e tuttavia ai fini di una maggiore confermapoiché in un'azione di tanto peso sarebbe deplorevole di procedere in furiaio ho spiccato in fretta verso il tempio d'Apollo in Delfo Cleomene e Dionedei quali voi conoscete la ridondante perizia. Ora dall'oracolo tutto deve venirciil cui divino consiglio solo potrà fermarmi o spronarmi. Ho agito bene?

PRIMO SIGNORE: Ottimamentemio signore.

LEONTE: Benché io ne sappia abbastanza e non m'occorrano altre provetuttavia l'oracolo darà la pace agli altrisimili a costui che per cieca credulità non si arrende al vero. Così abbiamo creduto bene che dalla nostra libera persona ella fosse segregataacciò non potesse compiere il tradimento che i due fuggiaschi le hanno commesso.

Andiamoseguiteci. Noi dobbiamo parlare in pubblicoperché questa storia ecciterà tutti qui...

ANTIGONO (a parte): Alle risacredose fosse conosciuto il vero.

 

(Escono)

 

 

 

SCENA SECONDA - Una prigione

(Entrano PAOLINAun Gentiluomo e persone del Seguito)

 

PAOLINA: Chiamate il custode della prigione; fategli sapere chi son io.

(Esce il Gentiluomo) Buona signora! Nessuna corte d'Europa è troppo alta per te! Che fai tu dunque in prigione?

 

(Rientra il Gentiluomo col Carceriere)

 

Ebbenebuon signoremi conoscetenon è vero?

CARCERIERE: Quale una degna signora che io onoro assai.

PAOLINA: Allora vi prego di condurmi dalla regina.

CARCERIERE: Non possosignora: ho esplicito ordine di fare il contrario.

PAOLINA: Quante precauzioni per impedire che la virtù e l'onore siano accostati da degni visitatori! E' permessoditemidi vedere una delle sue dame? Una qualunque? Emilia?

CARCERIERE: Piacciavi congedare le persone del vostro seguito e io vi condurrò Emilia.

PAOLINA: Vi pregochiamatela. E voi ritiratevi.

 

(Escono il Gentiluomo e gli altri del Seguito)

 

CARCERIERE: Ed iosignoradebbo assistere al vostro colloquio.

PAOLINA: Ebbenesia pureve ne prego. (Esce il Carceriere) Tanta briga per fare apparir macchia ciò che non èsorpassa davvero ogni arte di tintura.

 

(Rientra il Carceriere con EMILIA)

 

Diletta signoracome sta la nostra graziosa regina?

EMILIA: Così bene come possono stare insieme tanta grandezza e tanta sciagura. Tra spaventi e dolori quali mai eletta dama ne sopportò di più grandi ella s'è sgravata un po' prima del tempo previsto.

PAOLINA: Un maschio?

EMILIA: Una bambina. Una bella piccina vispa e vitale; la regina ne ha gran conforto e dice: "Mia povera prigionieraio sono innocente come te".

PAOLINA: Ohlo giurerei! Maledette queste pericolose e insane ubbie del re! Egli deve esser informato di tuttoe lo sarà. E' incombenza che si addice ad una donna; me ne occuperò io. Se la mia parola sarà di mielepossa la mia lingua coprirsi di galle e non essere più la tromba della mia infiammata collera. Vi pregoEmiliaesprimete alla regina la mia maggiore devozione: s'ella s'arrischia ad affidarmi la sua piccinala mostrerò al re e procaccerò con ogni forza di essere il suo avvocato. Non sappiamo com'egli possa addolcirsi alla vista della bimba: spesso il silenzio dell'innocenza immacolata persuadelà dove le parole falliscono.

EMILIA: Mia degna signorala vostra lealtà e la vostra bontà sono così evidenti che questa generosa impresa non può non avere un esito lieto. Non c'è dama al mondo che sia più adatta per cotesta grande missione. Piaccia a Vostra Signoria di venire nella prossima stanza ed io immediatamente farò conoscere alla regina la vostra nobile offerta:

è quanto ella stessa oggi divisava tra sé e sésenza che osasse sollecitare alcuno a quest'azione d'onorenella tema che le fosse negata.

PAOLINA: DiteleEmiliache userò tutta la lingua che ho; se lo spirito ne fluirà quanto l'arditezza dal cuorenon c'è da dubitare del mio esito.

EMILIA: Possiate esser benedetta per quanto fate! Vado dalla regina; vi piaccia venire più presso.

CARCERIERE: Signorase piacesse alla regina di mandare la bambinaio non so in che rischio potrei incorrerenon avendo ordini al riguardo.

PAOLINA: Non abbiate paura per questosignore. Quella bambina era prigioniera nel seno materno ed è stata poi per legge e corso della gran natura liberata e affrancata; ella non è affatto causa della collera del re né colpevole del trascorsose trascorso vi fudella regina.

CARCERIERE: Lo credo anch'io.

PAOLINA: Non temete: sul mio onoremi frapporrò fra voi e il pericolo.

 

(Escono)

 

 

 

SCENA TERZA - Una stanza nel Palazzo di Leonte

(Entrano LEONTEANTIGONOSignori e Servi)

 

LEONTE: Né di giorno né di nottealcun riposo. E' mera debolezza prendersela cosìsolo debolezza. Se non fosse ch'è ancora in vita la causao parte della causal'adultera... Poiché quel re da lupanare non è più a mia portataè fuor di tiroal sicuro d'ogni tramama lei... posso uncinarla. Se fosse scomparsase fosse stata data al fuocouna metà del mio riposo mi tornerebbe ancora. Chi è là?

PRIMO SERVO: Mio signore!

LEONTE: Come sta il bambino?

PRIMO SERVO: Ha riposato bene stanottesi spera che la sua malattia sia vinta.

LEONTE: Che nobiltàvedete! Non appena s'accorse del disonore di sua madreegli decadde subitolanguìs'accorò profondamenteattaccò e fissò a sé l'onta di quel disonoreperdette la vivacitàl'appetito e il sonnoe deperì a vista d'occhio. Lasciatemi soloandate a vedere come sta. (Esce il Servo) Suvvianon pensiamo più a lui: il solo pensiero della vendettada quella partesi ritorce contro di me.

Egli è troppo potente in sénelle aderenze e nelle alleanze:

lasciamolo stare finché venga l'occasione. L'immediata vendetta sarà su di lei. Camillo e Polissene ridono di mesi trastullano al mio cordoglio; non riderebbero se potessi raggiungerliné riderà leich'è in mio potere.

 

(Entra PAOLINA con la bimba in braccio)

 

PRIMO SIGNORE: Non potete entrare.

PAOLINA: Oh anzimiei buoni signoriaiutatemi voi. Temete per la sua ira tirannica piuttosto che per la vita della regina? Un'anima gentile e innocente più monda di colpadi quanto egli sia geloso.

ANTIGONO: Mi par che basti.

SECONDO SERVO: Signoranon ha potuto dormire stanotteha ordinato che nessuno sia introdotto da lui.

PAOLINA: Non tanto zelobuon signore. Vengo appunto a portargli il sonno. Sono quelli come voiche strisciano come ombre intorno a lui e sospirano a ognuno dei suoi inutili gemitison quelli come voi che alimentano la causa della sua veglia. Io vengo con parole tanto salutari quanto vereoneste quanto vere e salutaria liberarlo da quell'umore che lo respinge dal sonno.

LEONTE: Che baccano è questo?

PAOLINA: Nessun baccanomio signorema un colloquio necessario intorno ai compari di battesimo che occorrono a Vostra Altezza.

LEONTE: Come? Cacciate quest'audace dama! Antigono! Ti avevo ordinato di non lasciarla venire. Sapevo che l'avrebbe fatto.

ANTIGONO: Infatti le ho dettomio signoresotto pena della vostra ira e della miach'essa non doveva venire.

LEONTE: Comenon puoi trattenerla?

PAOLINA: Dalla disonestàsìegli lo può; ma da questoa meno ch'egli non segua il vostro procederedi relegarmi per esser rimasta legata all'onorecredeteegli non può.

ANTIGONO: Eccovedetevoi la sentite. Quando vuol prendere le redini io la lascio andare; e non c'è rischio che inciampi.

PAOLINA: Mio buon sovranoio vengo - e vi prego d'ascoltarmipoiché mi professo vostra serva lealevostro medico e il più obbediente consigliereancorché rischinel dare aiuto alle vostre sofferenzedi apparir tale assai meno di quelli che sembrano i più fidi - io vengodicoda parte della vostra buona regina.

LEONTE: Buona regina!

PAOLINA: Buona reginamio signorebuona regina; dico buona regina e vorrei sostenerlo con la prova delle armise fossi un uomoanche il men valido dei vostri.

LEONTE: Fatela uscire a forza.

PAOLINA: Porti la mano su me colui che non tiene ai suoi occhi; andrò via di qui per mia volontànon appena eseguita la mia missione. La buona reginapoiché essa è buonavi ha dato una figlia: eccola; e la raccomanda alla vostra benedizione.

 

(Depone la bimba)

 

LEONTE: Fuori! Una malefica virago! Via di quifuori della portaquesta intrigante ruffiana!

PAOLINA: Non dite così. Io sono tanto ignara di questa cosa quanto voi lo siete nel chiamarmi così; e onesta quanto voi siete fuor di senno:

che è abbastanzave lo garantiscoal modo come vanno le cose quaggiùper una reputazione di onestà.

LEONTE: Traditori! Non volete metterla fuori! (A Antigono) Rendile la bastarda! Vecchio idiota che ti lasci beccare e cacciar di nido dalla tua signora Chioccia! Prendi la bastardati dicoprendila sue dalla alla tua arpia.

PAOLINA: Sian per sempre disonorate le tue mani se tu tocchi la principessa or ch'egli l'ha caricata di dissennate ingiurie.

LEONTE: Ha paura di sua moglie.

PAOLINA: Così dovreste far voi e non avreste più il dubbio di poter chiamare vostri i vostri figli.

LEONTE: Un nido di traditori!

ANTIGONO: Non son taleper la luce del giorno!

PAOLINA: E neppure io; né alcuno all'infuori di unoed è lui stessoperché condanna alla calunniail cui pungiglione è più aguzzo di quello della spadail sacro onore di séquello della reginadel figlio pieno di speranze e della sua bimba; e non vuolee al punto a cui stanno le cose è una maledizione non possa essere obbligato a farloestirpare una volta per tutte la radice del suo dubbioche è marcia come mai furono salde quercia o pietra LEONTE: Una sgualdrina linguacciuta che prima ha battuto suo maritoed ora si butta su di me! Questo sgorbio non è mioè frutto di Polissene. Portatelo via di qui e lo si dia al fuoco insieme con la madre!

PAOLINA: E' vostra: e a voi si potrebbe applicare il vecchio proverbio: tal padretal figliopurtroppo! Guardatesignoribenché lo stampo sia piccolopure è una copia esatta del padre suoocchionasolabbroil corrugar del cigliola fronteguardatefin l'incavole graziose fossette del mento e della guanciail sorrisoil modellato e la forma della manodell'unghia e del dito; e tubuona dea Natura che l'hai fatta sì eguale a colui che le ha dato il giornose è in tuo potere anche l'ordinamento dell'animafa' che tra i colori non ci sia il gialloacciò ella non sospetti come lui che i suoi figli non siano di suo marito!

LEONTE: Oh la triviale strega! E tucanagliameriti d'essere impiccato perché non le sai frenare la lingua.

ANTIGONO: Impiccate tutti i mariti che non son capaci di simile impresaed è molto se vi resterà un suddito.

LEONTE: Ancora una voltaportatela via.

PAOLINA: Il più indegno e snaturato dei signori non potrebbe far peggio.

LEONTE: Ti farò bruciare.

PAOLINA: Non m'importa: eretico è colui che accende il fuoconon colei che ci brucia dentro. Non voglio chiamarvi tirannoma questo crudele trattamento che fate alla regina - incapace come siete di fondar l'accusa su altro che sul vostro scardinato cervello - ha pure sentore di tirannia e vi farà disonoratosìoggetto di scandalo al mondo.

LEONTE: In nome del vostro vassallaggioportatela via da questa stanza! Se fossi un tirannoche ne sarebbe della sua vita? Non avrebbe osato chiamarmi così se mi conoscesse per tale! Portatela via!

PAOLINA: Vi pregonon spingetemi fuori: me ne vado. Guardate la vostra bambinasignore: essa è vostra. Giove le mandi un miglior spirito per guida! Che bisogno c'è di queste mani? Voi che siete tanto indulgenti alle sue stramberienon gli farete del benenessuno di voi. Sta benesta beneaddio. Ecco che ce ne andiamo.

 

(Esce)

 

LEONTE: Sei tutraditoreche hai scatenato tua moglie? Mia figlia?

Levatela di qui. E tu che hai un cuore così tenero per lei portala via di qui e guarda che sia data immediatamente alle fiamme: tedicoe nessun altro. Prendila subito ed entro un'ora vienmi ad annunciare che tutto è fattoe con buoni testimonialtrimenti voglio privarti della vita e di tutto ciò che stimi tuo. Se rifiuti e vuoi affrontare la mia ira dillo. Con queste mie mani farò schizzar fuori il cervello della bastarda. Va'portala alle fiammeperché sei tu che hai scatenato tua moglie.

ANTIGONO: Non ho fatto questosire: i signori presentimiei nobili compagnipotrannose piacerà a lorogiustificarmi.

PRIMO SIGNORE: Noi lo possiamo; mio reale sovranoegli non è colpevole se colei è venuta qui.

LEONTE: Siete tutti mentitori.

PRIMO SIGNORE: Supplico Vostra Altezza di concederci miglior credito:

siamo sempre stati vostri leali servitorie v'imploriamo di volerci stimar tali: e vi preghiamo in ginocchioa ricompensa dei nostri devoti servigi passati e futuriche voi mutiate il vostro divisamentoil quale per esser così orrido e sanguinoso deve condurre a qualche nefasto esito. Vi preghiamo tutti in ginocchio.

LEONTE: Sono una piuma a ogni vento che soffia. Devo vivere per sentire questa bastarda inginocchiarsi e chiamarmi padre? Meglio bruciarla subito che maledirla poi. Ma sia! Che viva! Ma noneanche!

Voisignoreaccostatevi: voi che avete mostrato cosi tenero zelo per la signora Chiocciavostra levatrice per salvare la vita di quella bastardaperché è una bastardaè certo come questa barba è grigiache arrischiereste voi per salvare la vita alla marmocchia?

ANTIGONO: Qualunque cosa mio signoreche la mia capacità possa compiere e la nobiltà possa impormi. E' il meno che possa fare.

Impegnerò quel po' di sangue che m'è rimasto per salvar l'innocente:

ogni cosa che sia possibile.

LEONTE: E' cosa possibile. Giura su questa spada che obbedirai al mio ordine.

ANTIGONO: Lo giuromio signore.

LEONTE: Ascolta e compilocapisci? perché se tu fallisci su qualche punto sarà la mortenon solo per te ma anche per la tua linguacciuta moglie alla quale per questa volta perdoniamo. Noi ti ingiungiamo come a nostro vassallo che tu porti quella bastarda via di quiin qualche remoto e deserto luogo del tutto fuori dei nostri domini e che tu la lasci làsenz'altra compassionealla protezione di se stessa e alla mercé del clima. Poiché per stranio caso essa venne a noiio t'ordinosecondo giustiziaa rischio di dannazione per l'anima tua e di tortura per il tuo corpodi portarla in stranio luogo dove il destino possa allevarla o lasciarla morire. Raccoglila.

ANTIGONO: Giuro di fare questobenché una morte immediata sarebbe stata più pietosa. Vienipovera bimba. Qualche potente spirito possa istruire avvoltoi e corvi a farti da nutrici! Si dice che lupi e orsilasciando da parte la loro ferinitàhanno compiuto simile opera pietosa. Siresiate prospero più di quanto quest'azione domanda! E la grazia divina combatta al tuo fianco contro la crudeltà che ti si usapovera creatura condannata alla perdizione!

 

(Esce con la bimba)

 

LEONTE: Nonon alleverò un figlio altrui.

 

(Entra un Servo)

 

SERVO: Piaccia a Vostra Altezza: corrieri mandati da coloro che avete inviati all'oracolo sono giunti da un'ora; Cleomene e Dionefelicemente giunti da Delosono sbarcati e s'affrettano alla corte.

PRIMO SIGNORE: Non vi spiacciasirela loro celerità ha sorpassato ogni calcolo.

LEONTE: Hanno impiegato ventitré giorni; è una buona speditezzala quale presagisce che il grande Apollo vuole affrettarsi a far luce su tutto ciò. Preparatevisignoriconvocate una Corte di giustiziacosì che possiamo trarre in giudizio la nostra sleale sposa: poichécom'essa fu pubblicamente accusatacosì deve aver pubblico il processo e secondo le norme. Finché essa vivràil cuore mi sarà pesante fardello. Andatee pensate a quello che v'ho ordinato.

 

(Escono)

 

 

 

ATTO TERZO

SCENA PRIMA - Porto di mare in Sicilia

(Entrano CLEOMENE e DIONE)

 

CLEOMENE: Il clima è mitel'aria dolcefertile l'isola e il tempio avanza di molto le lodi che gli son d'ordinario tributate.

DIONE: Dovrò parlarepoiché molto m'hanno colpitodegli abiti celestialiché così debbo chiamarlie del venerabile aspetto dei gravi sacerdoti che li indossano. E il sacrificio? Quale apparato e quale solennità ultraterrena nell'offerta!

CLEOMENE: Ma soprattuttolo scoppio e l'assordante voce dell'oracoloparente del tuono di Giovemi resero tanto attonito ch'io non ero più nulla.

DIONE: Se il risultato del viaggio si dimostrerà favorevole alla regina - e così potesse essere! - com'è stato per noi preziosodivertente e celerenon avremo perduto davvero il nostro tempo.

CLEOMENE: Grande Apollofa' che tutto vada per il meglio! Quelle proclamazioni che gravano di colpe Ermione mi piacciono poco.

DIONE: La violenza con la quale è stato condottochiarirà o darà fine a questo affare: quando l'oracolocosì suggellato dal gran sacerdote d'Apollomostrerà il suo contenutoqualche cosa di sorprendente balzerà alla nostra conoscenza. Suvviacavalli freschi... e sia propizia la soluzione!

 

(Escono)

 

 

 

SCENA SECONDA - Una Corte di giustizia

(Entrano LEONTESignori e Ufficiali)

 

LEONTE: Queste assiselo diciamo con gran penasono un colpo al nostro cuore: la parte in stato d'accusa è figlia di remoglie nostra e da noi molto amata. Ci si prosciolga dalla taccia di tirannia dacché così apertamente procediamo a far giustizia; e questa avrà il suo corso fino alla condanna o all'assoluzione. Introducete la prigioniera.

UFFICIALE: Piace a Sua Altezza che la regina compaia in persona qui davanti alla Corte. Silenzio!

 

(Entrano ERMIONE tra le GuardiePAOLINA e altre Dame del Seguito)

 

LEONTE: Leggete l'atto d'accusa.

UFFICIALE (legge): Ermionesposa del nobile Leontere di Siciliatu sei qui accusata e imputata di alto tradimento per aver commesso adulterio con Polissenere di Boemiae cospirato con Camillo per togliere la vita al nostro sovrano signoreil retuo regale sposo; il disegno di ciò essendo stato parzialmente rivelato dalle circostanzetuErmionein contrasto alla fede e al vassallaggio di un vero sudditoconsigliasti e aiutasti costoroper lor sicurezzaa fuggirsene nottetempo.

ERMIONE: Dacché la mia risposta non può che contraddire l'accusa e il solo testimonio a mio scarico non posso essere che io stessapoco può valermi il dire che non sono colpevole; la mia integrità essendo creduta falsitàtale sarà creduta quando sia affermata da me. Ma con tutto ciòse i divini poteri contemplano le azioni umanecome fan davveroio non dubito che l'innocenza possa fare arrossire la falsa accusa e la pazienza possa far tremare la tirannia. Voimio signoresapete beneper quanto sembrate l'ultimo a saperloche la mia trascorsa vita è stata tanto continentecasta e sincera quanto oggi sono infelicee in modo che sorpassa quanto la tragedia può dipingereanche se aggiustata e recitata per commuovere spettatori.

Poiché guardate mecompagna del letto regalepartecipe di metà del tronofiglia di un gran remadre di un principe di grandi speranzequi tratta a cicalare e a parlare per la mia vita e il mio onore dinanzi a chiunque voglia venire ad ascoltare. In quanto alla vitaio l'apprezzo al peso che do al doloredi cui ben volentieri farei a menoma l'onore è una eredità che lascio ai miei e solo per esso io combatto. Io faccio appello alla vostra propria coscienzasireprima che Polissene venisse alla cortecom'ero nel favor vostro e come meritavo di esserlo; e dopo ch'è venutoin che ho ecceduto dai limiti del mio contegno verso di luiche ora debbo apparire in una Corte di giustizia? Se ho oltrepassato di un sol punto i limiti dell'onorese per atti o volontà ho inclinato in questo sensoinduriscano i cuori di coloro che mi ascoltano e il mio più prossimo parente gridi all'infamia sulla mia tomba!

LEONTE: Non ho mai inteso che cotesti vizi sfrontati avessero meno sfacciataggine nel negare quel che han fatto di quanta ne avevano prima per compierlo.

ERMIONE: Questo è pur verobenché non sia un detto che possa applicarsi a mesire.

LEONTE: Voi non volete ammetterlo.

ERMIONE: Più che di veniali mende io non posso riconoscermi colpevole.

Per ciò ch'è di Polissene del quale mi si fa compliceconfesso che l'ho amato com'egli stesso onorevolmente meritavadi una sorta d'amore in tutto degno di una dama mia paridell'amore stessoe non altroche voi ordinavatee non averlo fatto credo che sarebbe stato in me disobbedienza e insieme ingratitudine a voi e al vostro amicoil cui affetto s'era dichiarato liberamente a voi fin da quando poteva parlarefin dall'infanzia. Quanto alla cospirazionepoidico che non ne conosco il saporebenché mi sia scodellata qui perché io l'assaggi. Ciò che so è che Camillo era un onesto uomo e perché ha lasciato la vostra cortegli dèi stessinon sapendone più di melo ignorano.

LEONTE: Sapevate della sua fugacosì come sapete quello che dovevate fare in sua assenza.

ERMIONE: Sirevoi parlate un linguaggio che non comprendo. La mia vita è alla mercé dei vostri sogni ed io ve l'abbandono.

LEONTE: I miei sogni sono le vostre azioni: avete avuto un bastardo da Polissene ed io l'ho soltanto sognato. Come siete stata senz'ombra di pudore - e quelle come voi son fatte a questo modo - così siete senz'ombra di veritàe per negare vi date più pena di quanta ne franchi la spesa; e come il tuo marmocchio è stato buttato fuorida pari suonon avendo un padre che lo riconosca - ciò ch'è piuttosto tuo crimine che suo - così tu devi provare la nostra giustiziache nel più mite corso significa per te nulla meno che morte.

ERMIONE: Sirerisparmiate le vostre minacce: lo spauracchio onde volete atterrirmi io lo ricerco. Per me la vita non può essere di alcun profitto. La corona e il compenso della mia vitail vostro favoreio do come perdutiperché intendo bene che sono sparitianche se non so come ciò accadde. La mia seconda gioia e primizia del mio corpoio sono esclusa dalla sua presenza come un essere pestilenziale. La mia terza consolazionenata sotto malvagia stellami è levata dal tetto con la bocca innocente ancor piena del mio innocente lattee condotta a morte; io stessa in ogni canto son proclamata una prostituta; con odio smodato i privilegi del partoche appartengono a donne d'ogni speciemi sono rifiutati; infine sono spinta in questo luogo all'aria apertaprima che abbia avuto il tempo di recuperare le forze. E oramio sovranoditemi: quali benedizioni posso avere da vivache debba io temer la morte? Perciò proseguite.

Ma udite ancor questo: non mi fraintendete: non per la vitache considero meno di un fuscelloma per l'onor mio che vorrei affrancatose sarò condannata su semplici congettureogni altra prova dormendo eccetto quell'e destate dalla vostra gelosiaio vi dico che questa è violenza e non legge. Mi siano testimoni i Vostri Onori che mi appello all'oracolo: Apollo sia il mio giudice!

PRIMO SIGNORE: Questa vostra richiesta è in tutto e per tutto giusta.

Per conseguenza e in nome di Apollosi adduca il suo oracolo.

 

(Escono alcuni Ufficiali)

 

ERMIONE: L'imperatore di Russia era mio padre. Oh fosse egli vivo e qui assistesse al processo di sua figlia! Oh potesse vedere l'abiezione della mia miseriae con occhi di pietànon di vendetta!

 

(Rientrano gli Ufficiali con CLEOMENE e DIONE)

 

UFFICIALE: Giurerete qui su questa spada della giustizia che voiCleomene e Dionesiete stati entrambi a Delfoe di là avete portato questo suggellato oracolo commessovi dalla mano del gran sacerdote d'Apolloe che da allora non avete osato rompere il sacro sigillo né leggere il segreto ivi rinchiuso.

CLEOMENE e DIONE: Giuriamo tutto ciò.

LEONTE: Rompete i sigilli e leggete.

UFFICIALE (legge): "Ermione è castaPolissene senza rimproveroCamillo un suddito fedeleLeonte un tiranno gelosoil suo innocente pargolo fu concepito legittimamente e il re vivrà senza eredi se quel ch'è perduto non sarà trovato".

SIGNORE: Sia benedetto il grande Apollo!

ERMIONE: Sia lodato!

LEONTE: Hai tu letto il vero?

UFFICIALE: Sìmio signoreprecisamente come sta scritto qui.

LEONTE: Non c'è nulla di vero in questo oracolo. Continui l'udienza; questa è mera impostura.

 

(Entra un Servo)

 

SERVO: Il re mio signore! Il re!

LEONTE: Che cosa accade?

SERVO: Sirenon detestatemi per quanto vi annunzio! Il principe vostro figliocol solo immaginare e paventare la sorte della reginase n'è andato.

LEONTE: Come? andato?

SERVO: E' morto.

LEONTE: Apollo è iratoi cieli stessi colpiscono la mia ingiustizia.

(Ermione sviene) Che c'è ora?

PAOLINA: Tal notizia è ferale per la regina: abbassate gli occhi e vedete ciò che fa la morte.

LEONTE: Portatela via di quiil suo cuore non è che oppresso. Ella tornerà in sé. Ho troppo creduto nel mio sospetto. Vi scongiurodatele amorevolmente qualche ristoro che la riporti in vita. (Escono Paolina e le Dame con Ermione) Apolloperdona la mia grande empietà contro il tuo oracolo. Mi riconcilierò con Polisseneriguadagnerò il cuore della mia reginarichiamerò il buon Camilloche ora dichiaro un uomo fidato e pietoso: poiché essendo trascinato dalla mia gelosia a sanguinosi pensieri di vendetta io scelsi Camillo per avvelenare il mio amico Polissene: cosa che sarebbe stata fatta se il saggio spirito di Camillo non avesse soprasseduto al mio pronto comandobenché obbedire o no fosse per lui cagione di ricompensa o di morte: ché tali erano il mio incoraggiamento e la mia minaccia. Egliumanissimo e pieno del senso dell'onorerivelò il mio disegno al mio regale ospitelasciò qui la sua fortuna ch'era grandecome sapetee si affidò al certo rischio di tutte le incertezzericco solo del suo onore. Come risplende accanto alla mia ruggine e come la sua pietà rende più nere le mie azioni!

 

(Rientra PAOLINA)

 

PAOLINA: Ora funebre! Ohtagliate i lacci del mio corsettoo il mio cuore nel romperli si schianterà!

PRIMO SIGNORE: Che accesso vi prendebuona signora?

PAOLINA: Quali raffinati tormentio tirannohai per me? Quali ruote o cavalletti o fuochi? Mi farai scorticare? Bollire nel piombo o nell'olio? Qual nuova o vecchia tortura riservi a meche per ogni parola merito i tuoi più duri castighi? La tua tirannia congiunta ai tuoi gelosi furorifantasie troppo deboli per bimbitroppo scipite e vane per fanciulle di nove annivedi ora che hanno fattoe impazzisci davverodiventa pazzo da legareperché tutte le tue scorse pazzie non erano che assaggi di questa. Che tu tradissi Polissene non era nulla; ciò mostrava solo che tuper un pazzoeri incostante e deplorevolmente ingrato; né molto fu che tu abbia cercato di avvelenare l'onore del buon Camillo per fargli uccidere un re; poveri trascorsiquestidi fronte a quelli più mostruosi che attendevano! Fra i quali io reputo nulloo infimoche tu abbia fatto gettare ai corvi la tua piccinabenché un demone prima di far questoavrebbe mutato in lacrime il fuoco degli occhi; né ascrivo del tutto a te la morte del giovane principe i cui degni pensieritanto alti in uno di così tenera etàspaccarono il cuore che poté comprendere come un padre insano e brutale disonorava la sua graziosa madre. Non è tutto ciònodi cui devi rispondere ma l'ultimo... ohsignoriquando l'avrò detto gridate orrore! la reginala più dolce e cara creaturaè morta e la vendetta del cielo non è discesa ancora...

PRIMO SIGNORE: I poteri celesti lo tolgano!

PAOLINA: Vi dico ch'è mortave lo giuro. Se parola o giuramento non servonoandate e vedete: se potrete portare colore o lucentezza al suo labbro e al suo occhiocalore intorno o respiro entro di leiio vi servirò come servirei dei numi. Ma tutirannonon ti pentire di queste cosepoiché esse son ben più pesanti di quanto può smuovere il tuo piantoe perciò non darti ad altro che alla disperazione. Mille ginocchi piegati per diecimila anninudinel digiunosu una montagna desolatain un continuo inverno perpetuamente in tempestanon arriverebbero a far che gli dèi guardassero dalla tua parte.

LEONTE: Continua pure non dirai mai troppo. Ho meritato che tutte le lingue mi dicano quel che esse sanno di più amaro.

PRIMO SIGNORE: Non dite altro; qual si sia il fattoquesta arditezza di linguaggio vi fa torto.

PAOLINA: Me ne duole; mi pento di tutte le colpe che commettoquando vengo a conoscerle. Ahimè! Ho troppo mostrato l'avventatezza di una donna. Egli è toccato in fondo al nobile suo cuore. Ciò ch'è perduto e senza rimedionon dovrebbe provocare dolore: non vi accorate per la mia supplica al cielo. Vi supplicofatemi anzi punire per avervi ricordato ciò che dovevate dimenticare. E oramio buon sovranosirereale sireperdonate una stupida donna; l'amore che portavo alla vostra regina... ma sciocca! non vuo' parlar più di leiné dei vostri bambini... Non vuo' ricordarvi nemmeno il mio signore che pure è perduto. Fate ricorso alla vostra pazienzae non dirò più nulla.

LEONTE: Tu non hai parlato che troppo bene quando più dicevi il vero; ed io l'accolgo assai meglio della tua compassione. Ti pregoconducimi alle morte spoglie della regina e di mio figlio. Avranno una sola tomba e su questa saranno scritte le cause della loro morte a nostra eterna vergogna. Una volta ogni giorno voglio visitare la cappella dove giacerannoe sparger lacrime là sarà il mio unico svago. Per tutto il tempo che le forze mi concederannoio fo voto di darmi a questa pratica giornaliera. Andiamoe conducimi a questi dolori.

 

(Escono)

 

 

 

SCENA TERZA - Boemia. Plaga desolata presso al mare

(Entrano ANTIGONO con la bimbae un Marinaio)

 

ANTIGONO: Sei tu certo allora che il nostro vascello è giunto ai deserti di Boemia?

MARINA: Sìmio signore. E temo che abbiamo preso terra in cattivo momento. Il cielo appare torbo e minaccia imminenti rovesci. In fede mia gli dèi sono in collera a causa di ciò che stiamo per fare e ci guardano biechi.

ANTIGONO: Sia fatta la loro sacra volontà! Va'torna a bordooccupati del battello. Sarò da te di qui a poco tempo.

MARINAIO: Fate al più presto e non vi inoltrate troppo nella campagna.

Par che giunga la burrascasenza contare che questo luogo è famoso per gli animali da preda che lo abitano.

ANTIGONO: Va'. Ti seguo subito.

MARINAIO: Sono ben contento di liberarmi così da quest'affare.

 

(Esce)

 

ANTIGONO: Vienipovera bimba; ho inteso direma non lo credoche gli spiriti dei morti possono tornare a camminare sulla terra: se questo è possibiletua madre m'è apparsa la scorsa nottepoiché mai sogno fu così eguale alla veglia. S'avanza verso di me una creatura che ora china il capo da una parteora dall'altra; mai ho veduto un essere così pieno e traboccante di cordoglio. In pure vesti bianchecome la santità in personaella si appressò alla cuccetta dov'ero steso; tre volle si inchinò dinanzi a mee come prese fiato per parlarei suoi occhi divennero due fontane. Calmatosi il loro émpitoruppe in queste parole: "Buon Antigonodacché il destino contro il miglior tuo sentimento t'ha scelto per colui che deve abbandonare a se stessa la mia povera bimbasecondo quanto hai giuratoci sono in Boemia luoghi abbastanza deserti dove tu piangendo puoi lasciarla alle sue gridae poiché la bimba dev'essere considerata persa per semprechiamala Perdita. Per tal cruda missione a te affidata dal mio signore tu non vedrai mai più tua moglie Paolina". E cosìcon acute stridaella si confuse nell'aria. Assai sbigottitoio mi riebbi a poco a poco e pensai ch'era realtà e non sogno. I sogni sono sciocchezze; e tuttavia per questa voltasuperstiziosamenteio mi lascerò guidare da questo. Tengo per fermo che Ermione è stata messa a morte e che Apollo ha volutoessendo questa in verità prole del re Polissenech'essa fosse lasciata qui o per la vita o per la mortesulla terra del suo vero padre. Possa tu prosperarefiore! Riposa qui... e qui il tuo contrassegnoe qui questi ancorache potrannopiacendo alla fortunaservire ad allevartipiccinae in parte restar tuoi. La tempesta cominciapovera infelice che per colpa di tua madre sei così dannata all'abbandono e a tutto ciò che può seguirne! Non posso piangerema il mio cuore sanguinae sono il più maledetto degli uomini per essere forzato da un giuramento a quest'azione. Addio! Il giorno si fa di più in più torvotu stai per avere una ninna nanna troppo rude. Mai ho vistodi giornoi cieli così bui. Un grido selvaggio! Purché possa tornare a bordo! Ohecco l'animale a cui dàn la caccia! Sono finito per sempre!

 

(Esceinseguito da un orso)

(Entra un Pastore)

 

PASTORE: Vorrei che non ci fosse età di mezzo fra i dieci e i ventitré anni o che la gioventù dormisse tutto questo intervallo; poiché non c'è nulla in cotesto tempo se non ingravidare ragazzevilipendere gli anzianirubare e darsi legnate. Ehi dicosentite: ci potrebbero essere altri che questi cervelli caldi di diciannove o ventidue anni per cacciare con questo tempo? Han fatto fuggire all'impazzata due delle mie migliori pecore e temo che il lupo le troverà più presto del padrone. Se in qualche luogo le posso ritrovaresarà dalla parte del marea brucare l'edera. Buona fortunase ci metterai la tua volontà!

Che c'è qui? Misericordiaè un marmocchioe molto grazioso. Maschio o femminavorrei sapere... Una bimbamolto graziosamolto graziosa.

Frutto certo di qualche marachella. Senza aver familiarità coi libriposso leggere in questa marachella una cameriera di gran dama. Gli è stato un lavoro di sottoscalao imbastito sopra un baule o dietro una porta; avevano più caldo quelli che l'han messa al mondo di quanto abbia ora qui questa poverina. La raccoglierò per pietà; e attenderò che mio figlio giunga. M'ha dato una voce proprio ora. Ehi! ohé!

 

(Entra il Contadino)

 

CONTADINO (di dentro): Ohé ohohé oh!

PASTORE: Comeeri così vicino? Se vuoi veder cosa da parlarne ancora quando sarai morto e marcitovien qui. Che ti pigliaragazzo?

CONTADINO: Ne ho visti due di spettacoli simili per mare e per terra!

Ma non posso più dir mare perché non c'è più che cielo ormai; e tra esso e il firmamento non potreste cacciare una punta di spillone.

PASTORE: Beneragazzoche vuoi dire?

CONTADINO: Vorrei che vedeste solo come s'arrabbias'infuria e si divora la spiaggia! Ma questo non ci ha a che fare. Ohle grida compassionevoli di quelle povere anime! Apparivano a volte e sparivano; ora il vascello forava la luna con l'albero maestroora era inghiottito dal fermento e dalla spuma come se gittaste un sughero in una botte. E se dal servizio di mare passiamo a quello a piedibisogna vedere come l'orso gli ha strappato la scapolacome gridava a me per aiutoe mi diceva che il suo nome era Antigonoun nobile. Ma per finirla con la naveaveste visto come il mare se la pappavama prima come i poveri diavoli gridavano e il mare si burlava di lorocome il povero gentiluomo urlava e l'orso si beffava di luie tutti e due urlavano più forte del mare e della tempesta.

PASTORE: Misericordiaquando è stato tutto questoragazzo mio?

CONTADINO: Oraora. Non ho battuto ciglio dacché ho visto questi spettacoli: gli uomini non sono ancora freddi sott'acqua e l'orso non ha ancora mangiato metà di quel signore e continua di buzzo buono.

PASTORE: Se fossi stato là per aiutare quel vecchio!

CONTADINO: Avrei voluto vedervi accanto alla nave per darle aiuto!

Alla vostra carità sarebbe mancata la terra sotto i piedi.

PASTORE: Son grossi guaigrossi guai! Ma guarda un po' quiragazzo.

E ora fatti il segno della croce; tu incontri cose che vanno a morteio cose appena nate. Ecco uno spettacolo per te. Guardaun abito di battesimo per un figlio di cavaliere! Guarda quiprendiprendiapri questo. Così: fammi vedere: mi è stato predetto che le fate mi avrebbero dato la ricchezza; è una bimba rapita dalle fate. Apri questo: che c'è dentroragazzo?

CONTADINO: Siete un vecchio che ha fatto la sua fortuna. Se i vostri peccati di gioventù saranno perdonatiavrete da viver bene. Oro!

Tutto oro!

PASTORE: E' oro delle fateragazzoe si mostrerà per quello che è.

Raccattalotienlo stretto e via! a casaa casa per la via più breve.

Noi siamo fortunatiragazzoe per continuare ad esserlo non c'è che da conservare il segreto. Lascia andar le pecore e torniamo a casaragazzo mioper la via più corta.

CONTADINO: Andate voi da questa parte con quel che avete trovato; io voglio andare a vedere se l'orso ha mollato il gentiluomo e quanto ne ha mangiato. Son bestie cattive solo se hanno fame. Se sarà rimasto qualcosa di luilo seppellirò.

PASTORE: Questa è una buona azione. Se puoi capire dai resti chi era quel gentiluomodimmelo e verrò a vederli.

CONTADINO: Diaminesicuroe m'aiuterete a metterlo sotto terra.

PASTORE: E' un giorno fortunato per noi e perciò dobbiam fare opere di bene.

 

 

 

ATTO QUARTO

SCENA PRIMA

(Entra il TEMPO)

 

CORO: Io che son per alcuni il piacereche tutti provogioia e terror dei tristi e dei buoniio ch'eccito e rimuovo gli equivocior aligeroe con pieno dirittoperché figuro il Tempomi presento. Oh un delitto mio o del mio passo celere non è già s'io sorvolo sedici anni e lascio senza un solo sguardo cotesto spazioperché è nel mio potere sovvertirein un'ora nata dal mio piacerele leggied i costumi piantare e sradicare.

Ch'io passi qual fui sempreinnanzi al secolare ordine e a quel ch'or regnaio testimon d'ogni era che quegli ordini addusse; e tal fede sincera farò di nuove cosee renderò stantìa la freschezza dell'oggicome or la storia mia sembra in confronto ad esso. La mia clessidra or volto se la vostra pazienza può restare in ascoltoe sviluppo il mio quadro dopo un lungo intermezzo di sognoe così giungo (Leonte abbandonando alla tortura del suo fatale morbo che l'ha tratto in clausura) nella bella Boemia. Di Florizel io dianzi vi parlaiil figliuolo del ree procedo innanzi a dirvi di Perditain bellezza cresciuta come il vostro stupore. Qui sia la lingua muta a profetar di lei; sia nota volta a volta la cronaca del Tempocosì come s'è svolta.

La figlia d'un pastoree quel che nel suo stato presente accadee quello che poi l'è riserbatodel Tempo è l'argomento. Datemi a ciò permesso se mai sciupaste il vostro tempo peggio d'adesso; se noche il Tempo v'auguri in sua persona qui che non possiate spenderlo mai peggio di così.

 

 

 

SCENA SECONDA - Boemia. Il Palazzo di Polissene

(Entrano POLISSENE e CAMILLO)

 

POLISSENE: Ti pregobuon Camillonon importunarmi di più; è malanno per me negarti qualcosama è morte concederti questo.

CAMILLO: Son quindici anni che non rivedo il mio paesee benché per la più parte della mia vita abbia respirato aria stranieradesidero deporre là le mie ossa. Inoltre il pentito remio padronemi ha mandato a chiamareed altro motivo che mi sprona a partire è che io potrei essere di qualche sollievoo almeno lo presumoal suo cocente cordoglio.

POLISSENE: Se tu m'amiCamillonon cancellare tutti i tuoi scorsi servigi lasciandomi ora; il bisogno che ho di te è opera del tuo merito; meglio sarebbe stato non averti avuto che perderti così.

Avendomi tu avviato in questioni che nessuno senza di te saprebbe trattare convenientementeora devi o restare per compierle tu medesimo o portar via con te gli stessi servigi che mi hai resi; e di questise io non li ho apprezzati in giusta misura (e chi potrebbe farlo abbastanza?)sarà mio studio in avvenire di esserti più grato e sarà mio guadagno ancora questo accumularsi di atti amichevoli. Di quella fatale terra di Siciliati pregonon parlarmi più: il suo nome mi punge col ricordo di quel pentitocome tu dicie riconciliato re mio fratelloe della perdita della sua incomparabile regina e dei figlidolorosa oggi come allora. Dimmiquando vedesti tu il principe Florizelmio figlio? I re non sono meno infelici se hanno figli senza merito di quel che sono perdendoli quando hanno dimostrate le loro qualità.

CAMILLO: Sireson tre giorni che non ho visto il principe: quali più felici occupazioni lo tenganoio ignoro. Ma ho notato come una mancanza che egli da tempo è assai distratto dalla corte ed è meno assiduo di prima ai suoi principeschi esercizi.

POLISSENE: Anch'io l'ho notatoCamilloe con qualche apprensionetanto che c'è chi per mio incarico sorveglia le sue assenzee da questi ho avuta la notizia ch'egli è di rado lontano dalla casa di un umilissimo pastore: un uomodiconoche dal nullae senza che i vicini possano comprenderne il perchés'è elevato a una indicibile fortuna.

CAMILLO: Ho intesosiredi un tale uomoche ha una figlia della più rara bellezza; e notizia di lei s'è alzata fin dove non si potrebbe crederedato ch'essa è nata in una capanna.

POLISSENE: Anche di ciò ero informato; ma temo che sia questo l'amo che attira là mio figlio. Tu ci accompagnerai a quel luogodove senza svelar l'essere nostroavremo un colloquio col pastore: dalla sua semplicità credo non sarà difficile trarre il motivo delle visite di mio figlio laggiù. Ti pregosiimi compagno in questa faccenda e metti da parte i tuoi pensieri della Sicilia.

CAMILLO: Obbedisco volenteroso ai vostri ordini.

POLISSENE: Il mio ottimo Camillo! Ora dobbiamo travestirci.

 

(Escono)

 

 

 

SCENA TERZA - Una via presso la capanna del pastore

(Entra AUTOLICOcantando)

 

Quando i narcissi fanno capolinoohiputtanellaohilàscendi il vallottoallora l'anno è sopraffino e al pallido verno il sangue vermiglio è ricondotto.

Il lenzuol che s'imbianca sul cespuglioohicome cantano gli uccelliohé!fa' che s'aguzzi il cupido ronciglioché di birra un boccal pasto è da re!

La lodola che canta tíetoitíe ohìohèil tordo e la ghiandaiacantan d'estate a me e alle drude mie mentre insieme sul fieno ci si sdraia.

Sono stato al servizio del principe Florizel e ai miei tempi ho indossato velluto di tre peli; ma ora sono a spasso.

Ma porterò per questo il luttoo cara?

La bianca luna a notte si risvegliae quando vagabondo nella stradaallora al segno m'avvicino meglio.

Se i calderai possono camparee aver la borsa di pelle di troiaallora i conti miei potrò ben fare e sulla gogna confermarli al boia.

Il mio commercio è di lenzuola; quando l'avvoltoio fa il nidoattenzione alla biancheria minuta. Mio padre m'ha chiamato Autolicoil qualeessendo come me sotto l'influsso di Mercurioera pur lui uno sgraffignatore di insignificanti quisquilie. Coi dadi e le femmine ho acquistato questa bardatura e la mia rendita è tutta di minuto scrocco. La galera e le botte son troppo potenti sulla via maestraed essere impiccato o percosso mi fa troppa paura; e quanto alla vita futuracerco di dormirci sopra. Toh! Una preda! Una preda!

 

(Entra il Contadino)

 

CONTADINO: Vediamo: ogni undici montoni fan ventotto libbre di lana; ogni ventotto libbre di lana rendono una lira e qualche scellino; mille e cinquecento montoni tosati quanta lana fanno?

AUTOLICO (a parte): Se il laccio tieneil merlo è mio.

CONTADINO: Non ce la faccio senza gettoni. Vediamo: che posso comperare per la nostra festa della tosatura? Tre libbre di zuccherocinque di passolinariso... Che farà del riso mia sorella? Ma mio padre le ha dato la direzione della festae lei se ne approfitta!

M'ha fatto fare ventiquattro mazzi per i tosatoritutti cantanti di canzoni a tre voci e molto buonima son quasi tutti tenori e bassic'è solo un puritano fra loroe canta i salmi su arie di cornetta.

Bisogna che mi procuri dello zafferano per colorire le torte di peree scorza di noce moscata e datteri... Nodatteri nonon sono nella mia lista: sette noci moscateuna radice o due di zenzeroma queste posso farmele regalarequattro libbre di prugne e altrettante di uva seccata al sole.

AUTOLICO (torcendosi al suolo): Ohma perché son nato?

CONTADINO: Misericordia...

AUTOLICO: Aiuto! Aiuto! Strappatemi solo questi cenci di dosso e poi venga la mortela morte!

CONTADINO: Ahimèdisgraziato! Avresti bisogno di avere qualche cencio di più addossoinvece di toglierti questi.

AUTOLICO: Ohsignorela loro infamia m'offende di più delle botte che ho buscatoch'eran sode e a milioni.

CONTADINO: Ahimèpover'uomo! Un milione di botte può farti male sul serio.

AUTOLICO: M'han derubatosignoree percossom'han preso il mio denaro e tutto ciò che avevo su mee poi m'hanno messo addosso questi orridi cenci.

CONTADINO: Chi è stato? Un cavaliere o un pedone?

AUTOLICO: Un pedonedolce signoreun pedone.

CONTADINO: Davvero doveva essere un pedone a giudicare dai vestiti che t'ha messo addosso. Se codesta giubba è di cavaliere deve aver visto un servizio di molto attivo. Dammi la manovoglio aiutarti; vienidammi la mano.

 

(Lo tira su)

 

AUTOLICO: Pianosignoreohoh!

CONTADINO: Ahimèpovero diavolo!

AUTOLICO: Ohmio signorepianomio buon signore! Temosignoreche mi si sia slogata la scapola.

CONTADINO: Come va? Potete stare ritto?

AUTOLICO: Pianocaro signore(gli fruga in tasca) mio buon signorepiano. M'avete reso un servizio di carità.

CONTADINO: Hai bisogno di denaro? Ho qualcosa per te.

AUTOLICO: Nomio dolce signorenovi prego. Ho un parente a non più di tre quarti di miglio di quidal qualeappuntomi recavo; là avrò denaro e tutto quel che mi abbisogna; non offritemi denarovi pregociò mi spezza il cuore.

CONTADINO: Che tipo d'uomo era quello che v'ha derubato?

AUTOLICO: Un tiposignoreche ho già visto in giro con un trucco; l'ho conosciuto ch'era a servizio del principe: non posso dirvisignoreper quale delle sue virtùma certo fu cacciato a frustate dalla corte.

CONTADINO: Per i suoi vizivolevate dire. Non c'è virtù cacciata a frustate dalla corte. Là anzi la corteggiano per farcela restareeppure non vuol farci che una breve sosta.

AUTOLICO: Volevo dire i suoi vizisignore. Conosco bene quell'uomo; è stato dopo in giro con le scimmiepoi usciere di tribunalepiù tardi acquistò un mazzo di burattini del Figliuol Prodigo; ha sposato la vedova di un calderaio a circa un miglio dal luogo dove sono la mia terra e i miei benie dopo aver svolazzato dall'una all'altra losca professione s'è fissato su quella di ladro vagabondo. Alcuni lo chiamano Autolico.

CONTADINO: Che il diavolo se lo porti! Un lestofantesull'onor mioun lestofante! E frequenta vegliefiere e combattimenti d'orsi.

AUTOLICO: Verissimosignore; è luiè proprio lui la canaglia che m'ha ridotto in questo arnese.

CONTADINO: Non c'è furfante più vigliacco in tutta la Boemia; se l'aveste guardato male e gli aveste sputato addosso se la sarebbe svignata.

AUTOLICO: Devo confessarvisignoreche non sono un lottatore; manco di fegato in queste cosee vi assicuro che lui lo sapeva.

CONTADINO: Come state ora?

AUTOLICO: Mio buon signoremolto meglio di prima: posso stare ritto e camminare. Ora voglio congedarmi da voi e andarmene pian piano da quel mio parente.

CONTADINO: Vuoi che ti accompagni?

AUTOLICO: Nobel signorenobuon signore.

CONTADINO: Allora stammi bene: devo andare a comprar spezie per la nostra festa della tosatura.

AUTOLICO: Buona fortunamio buon signore! (Esce il Contadino) La vostra borsa non è abbastanza pepata per comperare coteste spezie.

Sarò anch'io con voi alla vostra festa della tosatura. Se la mia marioleria non ne produce un'altra e se i tosatori non ne usciranno tosatiche il mio nome sia cancellato dal ruolo dei vagabondi e iscritto nel libro della virtù! (Canta)

Trotta trotta trotta pel sentierosalta allegramente la barriera.

Un cuore lieto non si stanca maiper il cuor triste a un miglio sono guai!

 

(Esce)

 

 

 

SCENA QUARTA - La Capanna del Pastore

(Entrano FLORIZEL e PERDITA)

 

FLORIZEL: Coteste insolite vesti danno vita a ogni parte di voi: non sembrate una pastorama Flora che fa capolino al principio d'aprile.

Questa vostra festa della tosatura è come un'accolta degli dèi minori e voi ne siete la regina.

PERDITA: Messeremio grazioso signoresgridarvi per le vostre esagerazioni non s'addice a me. Ohscusate se ve ne parlo. La vostra alta personala leggiadra mira di tutto il paesevoi l'avete oscurata sotto una veste di pastoree mepovera ed umile ragazzaavete adornata come una dea... Se non fosse che le nostre feste mettono un po' di pazzia in ogni pietanza e i convitati sono avvezzi a cibarseneio arrossirei nel vedervi così abbigliato e verrei menocredoa guardarmi in uno specchio.

FLORIZEL: Benedico il giorno in cui il mio buon falco prese il volo attraverso il terreno di tuo padre.

PERDITA: Possa Giove darvi ragione! La di stanza di grado che c'è fra noi mi fa paura: la vostra grandezza non è abituata a temere. Proprio adesso tremo a pensare che vostro padre possa per avventura passar di qui come faceste voi. Ohdestino dell'uomo! Come si comporterebbe vedendo l'opera suanobile com'èsì rozzamente rilegata? Che direbbe mai? E come potrei ioin questi fronzoli presi a prestitosostenere la sua presenza?

FLORIZEL: Non temere nullase non allegria. Gli dèi stessiumiliando all'amore le loro divinitàhanno assunto forme di bestie: Giove si fece toro e mugghiòil verde Nettuno ariete e belòe il dio vestito di fuocol'aureo Apolloun povero modesto pastore com'io sembro ora.

Le loro metamorfosi non furono mai per una più rara bellezzané avvennero in modo così castopoiché i miei desideri non corrono innanzi al mio onore e la mia passione non è più calda della mia fede.

PERDITA: Ma il vostro propositosignorenon potrà reggersi quando sia avversatocome avverràdalla potenza del re; e allora avrà la parola una di queste due necessità: che voi cessiate dalla vostra idea o io dalla mia vita.

FLORIZEL: Mia cara Perditati pregonon oscurare la gioia della festa con tali strambe idee. O io sarò tuomia bellao mio padre non m'avràperché non posso esser mio né nulla per alcunose tuo non sono prima. Sono ben deciso a questoanche se il destino dicesse il contrario. Siate gaiao mia gentile; soffocate siffatti pensieri col primo oggetto che vi capita sott'occhio. Ecco arrivare gli ospiti vostri; rasserenatevidunquecome se fosse il giorno in cui si celebrerà quel matrimonio che noi ci siamo giurati.

PERDITA: O madonna Fortunasiateci propizia!

FLORIZEL: Guardatei vostri ospiti si appressano; preparatevi a intrattenerli piacevolmente e la gioia imporpori i nostri visi.

 

(Entrano il Pastoreil ContadinoMOPSADORCAS e altritra i quali POLISSENE e CAMILLO travestiti)

 

PASTORE: Vergognafigliuola! Quando la mia vecchia moglie viveva ancoraessa era in questo giorno vivandieracantiniera e cuocasignora e serva insieme; accoglieva tuttiserviva tutti; cantava la sua aria e faceva il suo giro di danza; ora quiproprio a capo della tavolaora nel mezzocurva sulla spalla di questo e di quellocon la faccia arrossata dal gran daffaree se per rinfrescarsi prendeva qualcosabeveva alla salute di ciascuno. Voi ve ne state in disparte come se a questa riunione voi interveniste per ricevere gli onorinon per farli. Ve ne pregoaccogliete come benvenuti questi ignoti amiciché questo è il mezzo per farci conoscer meglio e renderci più intimi.

Viaestinguete i vostri rossori e mostratevi per quel che sietela padrona della festa; su via!e augurateci il benvenuto alla vostra festa della tosatura affinché il vostro buon gregge possa prosperare.

PERDITA (a Polissene): Signorebenvenuto. E' volontà di mio padre che faccia io i doveri di casa oggi. (A Camillo) Siate il benvenuto.

Datemi quei fiori làDorcas. Onorevoli signoriper voi ecco il rosmarino e la ruta: essi conservano l'aspetto e l'odore tutto l'inverno; siano grazia e ricordo a voi due: benvenuti alla festa!

POLISSENE: Pastorabella come seibene intoni alla nostra età i fiori dell'inverno.

PERDITA: Signorequando l'anno comincia a invecchiarenon ancora alla morte dell'estate né al nascere del tremante invernoi più bei fiori della stagione sono i garofani e le violacciocche screziate che alcuni chiamano bastarde di natura; di tale specie di fiori il nostro rustico giardino è desertoe non mi curo di procurarmene i getti.

POLISSENE: Perché maigentile fanciullali trascuri?

PERDITA: Perché ho inteso dire che esiste un artifizio che nella loro screziatura ha tanta parte quanto la grande creatrice natura.

POLISSENE: E' possibile; e tuttavia i mezzi per corregger la natura sono ancora opera della naturaond'è che l'artela quale voi dite aggiungersi alla naturaè anch'essa un'arte di natura. Voi sapetemia soave fanciullanoi maritiamo al più selvaggio tronco la marza più gentilee da una gemma di più nobil razza facciam fecondare una corteccia di specie più vile; questa è un'arte che correggeanzi cambia al tutto la naturama l'arte stessa è natura.

PERDITA: Così è.

POLISSENE: Fate allora il vostro giardino ricco di violacciocche e non chiamatele più bastarde.

PERDITA: Non pianterò il cavicchio in terra per metterne soltanto un getto più di quantose mi dipingessimi piacerebbe sentirmi dire da questo giovane che ciò è bene e solo per questo egli volesse rendermi madre. Ecco dei fiori per voi: spigo odorosomentasantoreggiamaggiorana e anche il fiorrancio che va a letto col sole e con lui s'alza in lacrime: son fiori di mezza estate e credo ch'essi si debbano dare a uomini di età mezzana. Siate benvenuti qui.

CAMILLO: Cesserei di brucarese fossi del vostro greggeper viver solo del guardarvi.

PERDITA: Ahimèdiverreste così smilzo che le raffiche di gennaio vi passerebbero da parte a parte. Oramio bell'amicovorrei aver qualche fiore di primavera che possa convenire al tempo vostro; e al vostroe al vostrovoi che portate su intatte fronde le vostre verginità in boccio. Ohse avessi i fiori che tuProserpinaspaventatalasciasti cadere sul carro di Plutone! Narcisi che precedono gli ardimenti delle rondini e affascinano di loro bellezza i venti di marzoviolette indistinte ma più soavi delle palpebre di Giunone o del respiro di Citereapallide primule che muoiono nubili prima di aver potuto sostenere tutta l'ardente forza di Febomalattia assai comune alle fanciulle; altere primavere maggiorie la corona imperialee gigli d'ogni speciefra i quali il giaggiolo. Ecco i fiori che vorreiper farvene ghirlande; e a voimio giovane amicogettarne tanti da coprirvi tutto!

FLORIZEL: Come? Come un morto?

PERDITA: Nocome un pratoche l'amore vi si stenda e giuochinon come un morto: o se taleda non essere seppellito che vivo e nelle mie braccia. Veniteprendete i vostri fiori. Mi par di recitare una parte come ho visto fare nelle pastorali della Pentecoste: certo è questa veste che mi fa mutar indole.

FLORIZEL: Quello che fate sorpassa sempre ciò che avete fatto. Quando voi parlatecaravorrei che non finiste più; quando cantate vorrei che così cantando faceste tuttoil comprare e il vendereil dare elemosine e il pregare; e l'attendere alle vostre occupazioni vorrei che fosse sempre cantando; quando ballate vorrei che foste un'onda del mare affinché non faceste mai altro: sempre in motosempre cosìe nessun altro compito per voi; ognuno dei vostri gestisì unico in ogni particolareincorona quel che fate al momentotanto che tutte le vostre azioni sono regine.

PERDITA: O Doriclevoi siete troppo largo di lodi; se la vostra gioventù e il sangue sincero ch'essa lascia felicemente trasparire non vi rivelassero un ingenuo pastoreio potrei assennatamente temeremio Doricleche voi mi corteggiaste al peggior fine.

FLORIZEL: Penso che voi avete così poca ragione di temere quant'è in me proposito di darvene motivo. Ma venite: il nostro giro di danzavi prego. Datemi la manomia Perdita: così si appaiano le tortore che non intendono dividersi mai più.

PERDITA: Lo giuro per loro.

POLISSENE: Questa è la più bella ragazza di bassa condizione che mai abbia corso sui prati; non c'è nulla in tutto ciò che fa o che dimostra che non dia sentore di alcunché più grande di lei; è troppo nobile per esser qui.

CAMILLO: Ora le dice qualcosa che le fa salire il sangue al volto; ella è davvero la regina dei giuncati e della crema.

CONTADINO: Avantimusica!

DORCAS: Mopsa dev'essere la vostra amante; perdianadell'aglio per correggere i suoi baci!

MOPSA: Viasentite questa!

CONTADINO: Non più una parola. Ora dobbiamo comportarci a dovere.

Avantimusica!

 

(Musica. Danza di Pastori e di Pastorelle)

 

POLISSENE: Vi pregobuon pastorechi è mai quel bel garzone che danza con vostra figlia?

PASTORE: Lo chiamano Doricle e si vanta di avere una ricca pastura; ma lo dico per sua informazione e lo credo: ha il viso della verità. Dice che ama mia figlia e credo anche questo: perché mai la luna si mirò nell'acque com'egli resta là a leggereper dir cosìnegli occhi di mia figlia; eper dir tuttocredo che non si potrebbe decidere con un'approssimazione di mezzo bacio chi dei due ama di più l'altro.

POLISSENE: Essa balla con grazia.

PASTORE: Così fa ogni cosa. E vi dico ciò che dovrei tacere: se il giovane Doricle si decide per leiessa gli porterà qualcosa ch'egli non si sogna nemmeno.

 

(Entra un Servo)

 

SERVO: Padronese appena sentiste il venditore ambulante ch'è alla portavoi non vorreste più ballare a suon di piffero e di tamburellonola cornamusa stessa non vi smuoverebbe. Canta una quantità d'arie più svelto di quel che contereste moneta: le butta fuori come se avesse mangiato ballatee gli uomini si fanno tutti orecchi a sentirlo.

CONTADINO: Non poteva capitar meglio. Che venga. Io vado proprio matto per le ballatesempre che si tratti di cose tristi messe giù allegramente o di cose allegre cantate su un'aria di lagno.

SERVO: Ha canzoni per uomini e donne di tutte le misure; nemmeno un merciaio potrebbe trovar guanti così adatti ai suoi clienti; ha i più graziosi canti d'amore per ragazzee senza porcherieciò ch'è raroe con così delicati ritornelli di trulla e trallalalerae "cioncala e zompala"che quando qualche sboccato stacome si diceper vederci della malizia e aprire un sudicio intermezzo nella canzoneegli fa rispondere alla ragazza "Brav'uomo non farmi del male"e lo respinge e lo scorna con un "Brav'uomo non farmi del male".

POLISSENE: Un ottimo compare.

CONTADINO: Credimitu parli di un diavolaccio ingegnosissimo. E ha merci che non siano avariate?

SERVO: Ha nastri di tutti i colori dell'arcobalenostringhe più stringate delle dotte orazioni di tutti gli avvocati di Boemiaquand'anche venissero da lui all'ingrossofettuccespinettecambrì e rensee ci canta su come se fossero nomi di dèi o di dee; voi prendereste una camicia per un'angela tanto la sua canzone ne celebra il polso e il lavoro dello sparato.

CONTADINO: Ti pregofallo venire e fa' ch'entri cantando.

PERDITA: Ammoniscilo di non usare parole sconce nelle sue canzoni.

 

(Il Servo esce)

 

CONTADINO: Ci son dei girovaghi che hanno in loro più di quanto si crederebbesorella mia.

PERDITA: Giàbuon fratelloo piuttosto più di quanto ci si curi di supporre.

 

(Entra AUTOLICO cantando)

 

AUTOLICO: Lini più bianchi di neve raccoltacrespi più neri dell'ala del corvoguanti come le rose di Damasco e per le facce e per i nasi maschere; monili di giaietto e per le dame collane d'ambra e profumi da camera; pettorine e cuffiette dorateottime per le vostre ragazzegiovinotti; spille e spilloni da stiro in acciaio di cui occorre a ogni zitella un paio; venite a comperaresu venitese no le vostre donne impermalite piangeranno; ragazzisuvenite!

CONTADINO: Se non fossi innamorato di Mopsa non mi prendereste un baiocco; maridotto in schiavitù come sonone seguirà la servitù di qualche nastro e paio di guanti.

MOPSA: Che mi furon promessi prima della festama non vengono troppo tardi ora!

DORCAS: V'ha promesso ben altrose qualcuno non ha mentito.

MOPSA: V'ha pagato tutto quello che v'ha promesso: e forse qualcosa di più che vi sarà vergogna restituire.

CONTADINO: Son questi modi da ragazze? Ci farete veder le sottovesti al posto dei visi? Non potevate sceglier l'ora di mungere le vacche o l'ora di andare a letto o quella di stare al forno per dar la stura a tutti questi segretiinvece di spiattellarli qui davanti agli invitati? Fortuna che essi stanno a chiacchierar tra loro! Chiudete il becco e non una parola di più.

MOPSA: Ho finito. Venitem'avete promesso un collo di pizzo e un paio di guanti profumati.

CONTADINO: Non t'ho detto come fui truffato per la via e alleggerito di tutto il mio denaro?

AUTOLICO: Davverosignoreci son dei truffatori in giro; perciò conviene assai di diffidare.

CONTADINO: Non temeregiovanottonon perderai nulla qui.

AUTOLICO: Lo sperosignoreperché ho con me diversi involti di valore.

CONTADINO: Che hai qui? Ballate?

MOPSA: Vi pregocompratene alcune. Per la vitami piace una ballata stampataperché allora si è certi che sono cose vere.

AUTOLICO: Eccone una su un'aria assai triste: dove si racconta come la moglie di un usuraio s'è sgravata di venti sacchi di denaro in una volta e come qualmente essa spasimava di mangiar teste di vipere e rospi alla diavola.

MOPSA: Lo credete vero?

AUTOLICO: Verissimoe appena di un mese fa.

DORCAS: Dio mi scampi dallo sposare un usuraio!

AUTOLICO: Ecco qui il nome della levatriceuna certa signora Scilinguagnolie di cinque o sei oneste comari ch'erano presenti al fatto. Perché dovrei portare in giro frottole?

MOPSA: Ohvi pregocompratela.

CONTADINO: Suvviamettetela da parte e fateci vedere altre ballate; compreremo poi le altre cose.

AUTOLICO: Ecco un'altra ballata su un pesce che apparve sulla costa mercoledì ottanta aprilea quarantamila braccia sopra il livello dell'acqua e cantò questa ballata contro il duro cuore delle ragazze; si pensò che fosse una donna mutata in freddo pesce perché essa non voleva scambiar la carne con uno che l'amava. La ballata è molto triste e altrettanto vera.

DORCAS: E' proprio verocredete?

AUTOLICO: L'attestano cinque firme di giudici e più attestazioni di quanto la mia ballata potrebbe contenere.

CONTADINO: Mettetela pure da parte; un'altra.

AUTOLICO: Questa è una ballata allegrama graziosa davvero.

MOPSA: Ohsìmostratecene qualcuna allegra.

AUTOLICO: E come! Eccone una più che allegra e si canta sull'aria "Corteggiavano un uomo due ragazze"; non c'è forse ragazza giù dalle parti di ponente che non la canti. E' molto richiestaposso accertarvelo.

MOPSA: La sappiamo cantare tutt'e due; se tu vuoi fare una partesentirai: è in tre parti.

DORCAS: L'abbiamo appresa un mese fa.

AUTOLICO: Posso fare la mia parte. E' il mio mestieresapete; cominciamo con voi.

CANZONE.

AUTOLICO: Via di qui c'ho da partire; dove? a voi non debbo dire.

DORCAS: Dove dunque?

MOPSA: Dove?

DORCAS: Dove?

MOPSA: L'hai giurato - or fai il discreto? - di narrarmi il tuo segreto.

DORCAS: Anch'io vengo: dimmi dove...

MOPSA: Vai al mulino od al granaio.

DORCAS: Qui o lìa fare un guaio.

AUTOLICO: Non vo qui né lì.

DORCAS: No?

AUTOLICO: Altrove!

DORCAS: D'amar me giurasti tu.

MOPSA: L'hai giurato a me di più?

Dove vaidi'dunquedove?

CONTADINO: Canteremo tra poco questa canzone tra noi: mio padre e questi signori sono immersi in discorsi seri ed è meglio non disturbarli. Vieni e prendi con te il tuo sacco. Ragazzecomprerò qualcosa per tutt'e due. Merciaiovogliamo roba di prima qualità.

Seguitemiragazze.

 

(Esce con Dorcas e Mopsa)

 

AUTOLICO: E le pagherai salate tutt'e due!

 

(Segue cantando)

 

Vuoi comprar qualche fettuccia qualche pizzo per la cuffiamia pollastrellamia cara?

seta vuoifilo? uno spillo?

per il capo tuo un gingillo della foggia la più rara?

Su venite dal mercanteil denaro è un intrigante che ad ognun merci prepara!

 

(Rientra il Servo)

 

SERVO: Padroneci sono tre barrocciaitre pastoritre bovaritre porcari che si sono mutati in uomini pelosisi chiamano "sáltiri" e fanno una danza che le ragazze chiamano un guazzabuglio di sgambetti perché non ci hanno parte; ma esse stesse dicono che se non sembrerà troppo ruvida a coloro che non conoscono che il giuoco delle boccepiacerà moltissimo.

PASTORE: Via! Non ne vogliamo sapere. Abbiamo già avuto fin troppo chiasso triviale. Capiscosignoreche vi abbiamo stancato.

POLISSENE: Siete voi che infastidite quelli che ci divertono; vi pregofateci vedere questi quattro terzetti di mandriani.

SERVO: Uno di questi terzettisignorea quel che diceha già ballato davanti al re e non c'è il peggiore dei tre che non salti meno di dodici piedi e mezzo di buona misura.

PASTORE: Basta coi discorsie poiché questi buoni uomini ci hanno gustofateli entrarema alla svelta.

SERVO: Già attendono alla portasignore.

 

(Danza di dodici Satiri)

 

POLISSENE: Padrene saprete di più fra poco. (A Camillo) Non sono andate troppo oltre le cose? E' ora di dividerli. E' un ragazzo ingenuo e parla troppo. (A Florizel) Ebbenemio bel pastore? Il vostro cuore è pieno di qualcosa che vi distrae dalla festa. In verità quand'ero giovane e facevo all'amore come voi fatemi divertivo a caricar di cianfrusaglie la mia bella. Avrei saccheggiato il tesoro di seta del merciaio e l'avrei rovesciato su di leiper suo gradimento.

Voi l'avete lasciato andare senza comprar nulla. Se la vostra ragazza interpretasse male questo gesto e lo chiamasse mancanza d'amore o di generositàvoi sareste imbarazzato a risponderlealmeno se ci tenete a farla contenta.

FLORIZEL: Venerando signoreso che ella non ama le cianfrusaglie come queste; i doni che si attende da me sono ammassati e chiusi nel mio cuore: glieli ho assegnati già ma non ancora rimessi... Ohascoltami dar fuori la mia vita dinanzi a questo vecchio signoreperché a quel che pare ha amato anche lui un tempo! Io prendo la tua manoquesta mano morbida come la piuma della colomba e bianca com'essa o come il dente di un Etiope o come la ventilata neve vagliata due volte dalle folate del tramontano POLISSENE: Che succederà ora? Come gentilmente il giovane pastore sembra detergere la mano che era già senza macchia. Io v'ho interrotto Ma veniamo alle vostre dichiarazioni: ch'io intenda ciò che le dite.

FLORIZEL: Fatelo e siate mio testimonio.

POLISSENE: Anche questo mio vicino?

FLORIZEL: Anche lui e altri ancorauominiterracieli e tuttoche se fossi incoronato il più imperiale monarcaessendone degnose fossi il più bel giovane che mai abbia fatto torcere occhio avessi forza e sapienza più di qualsiasi altro uomoio non farei conto di tutto ciò senza il suo amoreper lei impiegherei queste cose: le conserverei al suo serviziooppure le condannerei alla perdizione.

POLISSENE: Bella profferta.

CAMILLO: E che rivela un profondo affetto.

PASTORE: E voifiglia miaavete altrettanto da dirgli?

PERDITA: Io non so parlare così beneproprio punto così benené pensare meglioma sul modello dei miei pensieri io taglio la purità dei suoi.

PASTORE: Datevi la manoaffare fatto! E voi amici sconosciutisiatene testimoni: io gli do mia figlia e le farò una dote eguale alla sua.

FLORIZEL: Ohbasti la virtù di vostra figlia; quando morrà una certa personaio avrò più di quanto ora non possiate sognaree abbastanza allora da farvi stupire. Ma andiamofidanzateci l'uno all'altra davanti a questi testimoni.

PASTORE: Viala vostra mano; e voifiglia miala vostra.

POLISSENE: Pianopastoreun momentovi prego. Avete un padre?

FLORIZEL: Sìma... perché?

POLISSENE: E' informato di questo?

FLORIZEL: Non lo è e non lo sarà.

POLISSENE: Credetemiun padre è alle nozze del figlio il convitato più adatto alla tavola. Permettetemi di chiedervi se vostro padre è diventato incapace d'affari che voglian senno o è istupidito dall'età o da sfibranti reumatismi? Può egli parlare e udire? Distinguere un uomo da un altro? Si occupa dei propri beni o è costretto a letto? O è tornato a non saper fare altro che ciò che faceva da bambino?

FLORIZEL: Nobuon signoreegli sta bene e ha più vigore della maggior parte degli uomini della sua età.

POLISSENE: Per la mia barba biancase è cosìgli infliggete un torto ben poco filiale. E' giusto che il figlio scelga da sé la sposa ma altrettanto giusto che il padrecui sola gioia è una bella posteritàsia almeno interpellato in una simile questione.

FLORIZEL: Vi concedo tutto ciòma per qualche altra ragionemio grave signoreche non sto ora a darviio non informo mio padre della cosa.

POLISSENE: Fateglielo sapere.

FLORIZEL: No.

POLISSENE: Ve ne prego.

FLORIZEL: Nonon deve.

PASTORE: Faglielo saperefiglio mionon si dorrà quando saprà la tua scelta.

FLORIZEL: Viavianon deve sapere. Passiamo al contratto.

POLISSENE: O piuttosto al divorziogiovane signore(si smaschera) che io non oso di chiamar figlio. Troppo sei abietto per esser riconosciuto tale. Tul'erede di uno scettroaspiri dunque a un vincastro di pecoraio! E tuvecchio traditoremi duole che facendoti impiccare abbrevierò la tua vita di una sola settimana. Quanto a tefresco campione di perfetta stregoneria che per certo dovevi conoscere con qual regale pazzerello avevi a che fare...

PASTORE: Oh. mio cuore!

POLISSENE: Farò scorticare la tua bellezza dalle spine e la renderò più volgare della tua stessa condizione. Per ciò che ti riguardascimunito ragazzose io mai intenda che tu appena sospiri di non poter rivedere questa pupattola - comeper quanto sta in me non la rivedrai - noi ti escluderemo dalla nostra successione e non ti considereremo più sangue nostro né nostro parente neppure a un grado più lontano di Deucalione. Sta' attento alle mie parole e seguici a corte. Tutangherobenché soggetto al nostro sdegnoresta francoper questa voltadal colpo mortale che potrebbe infliggerti. E tuincantatrice degna di un pecoraio e persino di chi - se il nostro onore non c'entrasse di mezzo - sarebbe anche indegno di tese anche una volta gli aprirai il rustico chiavistello della tua casa o avvincerai ancora coi tuoi abbracci il suo corpoio studierò per te una morte tanto crudele quanto tu sei tenera per sopportarla.

 

(Esce)

 

PERDITA: Anche quirovinatanon ho avuto molta pauratanto che una volta o due sono stata sul punto di parlare e dirgli semplicemente che lo stesso sole che brilla sulla sua corte non ritrae poi il viso dalla nostra capannaanzi la guarda egualmente. Volete andaresignore? Vi avevo detto ciò che ne sarebbe seguito. Vi pregoconsiderate la vostra condizionequesto sogno mio... ora che sono sveglianon seguirò più di un pollice la mia parte di regina ma andrò a mungere le mie pecore e a piangere.

CAMILLO: E tu che dicivecchio? Parlafinché sei vivo.

PASTORE: Non posso parlare né pensare e neppur oso sapete ciò che ora so. Oh signore! Voi avete rovinato un uomo di ottantatré anni che pensava di andarsene in pace nella tomba; sìdi morire nel letto nel quale morì mio padre e di riposare accanto alle sue ossa onoratee ora un carnefice dovrà avvolgermi nel sudario e stendermi dove nessun prete getterà la sua palata di polvere. Ohmaledetta creatura che sapevi che questo era un principe e volesti arrischiarti a scambiar fede con lui! Rovinato! Sono rovinato! Se potessi morire entro quest'ora avrei vissuto per morire quando lo desidero.

 

(Esce)

 

FLORIZEL: Perché guardarmi così? Sono spiacente ma non spaventato.

Sono costretto a un ritardoma non mutato; resto qual ero; anzipiù mi slancio ora che vogliono trattenermie contro mia voglia non seguirò certo il guinzaglio.

CAMILLO: Grazioso mio signoreio conosco il temperamento di vostro padreper il momento non ammetterebbe discorsiné credo che voi desideriate di fargliene. Temo anche che per ora non sopporterebbe di vedervi; sicché fino a quando la furia di Sua Altezza non sia placatanon dovete comparirgli dinanzi.

FLORIZEL: Non ho l'intenzione di farlo. Siete Camillosuppongo.

CAMILLO: In personamio signore.

PERDITA: Quante volte vi dissi che questo doveva accadere? Quante volte vi ho detto che questa mia nuova dignità durerebbe fino a quando non fosse scoperta?

FLORIZEL: Essa non potrebbe cessare se non con la violazione della mia fede; e allora che la natura schiacci il grembo della terra e faccia imputridire i germi che contiene! Alza gli occhi. Tu puoipadre miocancellarmi dalla tua successioneio sono l'erede del mio amore.

CAMILLO: Accettate un consiglio.

FLORIZEL: Seguo quello della mia passione: se la mia ragione è pronta ad obbedirglisono dunque ragionevole; se nol'animo miomeglio piacendosi nella pazziaaccoglierà questa come una benvenuta.

CAMILLO: Questo è un atto insensatosignore.

FLORIZEL: Ditelo pure. Ma è il compimento dei miei voti e non posso vederci che onestà. Camillonon per la Boemiané per gli onori che vi si possono spigolarené per tutto ciò che il sole vede o quel che il seno della terra rinchiude o che i profondi mari ascondono nelle loro insondate profonditàio romperei il mio giuramento a questo mio bell'amore. Perciò vi pregovoi che siete sempre stato il più riverito amico di mio padrequand'io non ci sarò più - perché in fede mia non intendo più di rivederlo - spargete sul suo risentimento i vostri savi consigli e lasciatemi alle prese con la fortuna per il tempo avvenire. Questo potete sapere e riferire: io prendo il mare con leinon potendo tenerla qui su questa riva. E ben propizio al nostro disegno ho un naviglio all'àncora qui vicinoche non era preparato a tal uopo. In quanto alla rotta che seguiremoessa non interessa affatto la vostra curiosità né mi preme che sia nota.

CAMILLO: Ohmio signore! Io vorrei che aveste un animo più cedevole ai consigli o più forte per quanto ora v'occorre.

FLORIZEL: Ascolta. Perdita. (Traendola da parte) Vi ascolterò fra poco.

CAMILLO: E' irremovibiledeciso alla fuga. Or sarebbe ventura se io potessi indirizzare la sua fuga in modo da servire il mio scoposalvarlo dal pericolodare a lui una prova d'amore e di rispetto e a me il modo di rimirare la cara Sicilia e quell'infelice reil mio padroneche ho tanta sete di rivedere.

FLORIZEL: Eccobuon Camillosono così carico di gravi faccende che lascio da parte fin la cortesia.

CAMILLO: Signorecredo che voi avete inteso parlare dei poveri servizi che ho reso a vostro padre per l'amore che gli ho portato.

FLORIZEL: Avete molto degnamente meritato da lui: è l'usata solfa di mio padre il parlare delle vostre azioniné poco studio ha messo perché vengano ricompensate quanto sono apprezzate.

CAMILLO: Ebbenemio signorese vi compiacete di ricordare che io amo il re e per via di lui quel che gli è più prossimovale a dire la vostra graziosa personaseguite il mio consigliosempre che il vostro più importante progettoda voi già fissatopossa soffrir mutamenti. Sul mio onore sono in grado d'indicarvi un luogo dove avrete quelle accoglienze che si addicono a Vostra Altezzadove potrete gioire della vostra amicadalla quale vedo che è impossibile siate distoltose non si voglia - lo tolgano gli dèi - la vostra rovinadove infine potrete sposarla e far sìcoi miei migliori sforzi mentre sarete lontanoche il vostro malcontento padre si plachi e consenta che vi sposiate.

FLORIZEL: Come può esser compiuto. Camilloun miracolo siffatto? Io potrei allora chiamarti più che uomo e affidarmi poi pienamente a te.

CAMILLO: Avete già pensato un luogo dove andare?

FLORIZEL: Non ancora; ma come un impensato incidente è colpevole della nostra azione avventatacosì noi ci dichiariamo servi del casopronti a volare a ogni soffio di vento.

CAMILLO: Ebbeneascoltatemi. Quel che vi dico è nel caso che voi non vogliate mutar proposito e insistiate nella fuga. Andate in Sicilia e là presentatevi con la vostra bella principessa (poiché talevedoha da essere) a Leonte; essa sarà abbigliata come si conviene alla compagna del vostro talamo. Credetemimi par di vedere Leonte aprir le sue braccia benevolmente e piangere dandovi il suo benvenutoe chiedere a teil figlioperdono come se si trovasse innanzi al padree baciar le mani della vostra giovane principessa e di volta in volta dividersi tra il ricordo della sua passata crudeltà e la sua bontà presentel'una votando all'inferno e chiedendo invece all'altra di crescere più celere del pensiero o del tempo.

FLORIZEL: Degno Camilloqual pretesto per la mia visita dovrò addurre dinanzi a lui?

CAMILLO: Dite d'esser mandato dal re vostro padre per riverirlo e dargli consolazione. Signoreil vostro modo di comportarvi con lui e ciò che dovrete dirgli da parte di vostro padrecose note solo a noi treio vi metterò in iscritto indicandovi ciò che dovrete dire ad ogni sedutain modo che il re non possa supporre che voi non siate addentro alle cose più intime di vostro padre e non parliate col cuore di lui.

FLORIZEL: Vi sono molto obbligato. C'è del succo in quanto mi dite.

CAMILLO: E' partito più promettente che un selvaggio abbandono di voi ad acque senza stradea rive non sognatee certissimamente a chi sa quante sofferenzesenz'altra speranza di aiuto se non quella che si afferra al momento di perderne un'altranulla di certo all'infuori delle vostre àncoreche faranno il loro massimo se potranno fissarvi in luoghi dove detesterete di trovarvi; e per di più voi sapete che la prosperità è il vero vincolo dell'amoredi cui l'angustia può alterare il fresco colorito e insieme il cuore.

PERDITA: Avete ragioneper una sola di queste cose: io credo che il disagio possa far scolorar la guancia ma non sottomettere l'animo.

CAMILLO: Dite davvero così? Ne dovrà passar del tempo nella casa di vostro padre prima che ci nasca una come voi.

FLORIZEL: Mio buon Camilloella è tanto avanti nell'educazione quant'è indietro alla nascita nostra.

CAMILLO: Non posso dir ch'è peccato che essa manchi di istruzione perché pare capace d'impartirne a molti che insegnano.

PERDITA: Scusatesignorese io arrossisco nel ringraziarvi.

FLORIZEL: Mia graziosa Perdita! Ma ohsu che spine ci troviamo!

Camillo salvatore di mio padre e ora miomedico della mia casacome possiamo fare? Noi non siamo vestiti come il figlio del re di Boemia né tali appariremo in Sicilia.

CAMILLO: Mio signorenon temete per questo: credo sappiate che tutto il mio avere è là; sarà mio compito di fare che abbiate reale equipaggio come se la commedia che rappresentate fosse mia. Per dimostrarvisignoreche nulla vi mancheràuna parola...

 

(Parlano in disparte. Rientra AUTOLICO)

 

AUTOLICO: Ah. ah! Che sciocca è l'Onestà! E la Fiduciasua sorella giurataun'autentica sempliciona! Ho venduto tutte le mie cianfrusaglie: non più una pietra falsanon un nastro o specchio o sacchetto di profumi o spilla o taccuino o ballata o coltellino o fettuccia o guanto o laccio da scarpe o braccialetto o anello di corno per preservare il mio pacco dall'inedia; tutti s'affollavano per essere i primi a comperarecome se le mie bazzecole fossero state reliquie e portassero benedizioni a chi le comprava; ciò che mi ha permesso di vedere quale borsa era in migliore stato e di ricordarmene a ogni buon fine. Il mio babbeoa cui manca solo qualcosa per essere un uomo assennatos'è talmente invaghito della canzone delle ragazze che non voleva toglier di mezzo gli zampetti finché non sapesse musica e parole; ciò che ha portato tutto il resto dell'armento intorno a me al punto che tutti gli altri loro sensi si riunirono nelle orecchie:

avreste potuto sfilar loro le sottanenon sentivan nulla; con nulla si poteva arraffare una borsa dalla tasca; avrei potuto limare chiavi che pendevano dalle catenenon c'era più nientené udito né sentimento fuorché la canzone del mio messeree l'ammirazione di tutti per quel nonnulla. Così che in quel periodo di letargo ho piluccato e tagliato parecchie delle loro borse da festa e se non fosse venuto il vecchio con quel baccano contro sua figlia e il figlio del re e a far fuggire spaventate le mie gracchie dalla pula non avrei lasciata viva una borsa in tutta quell'armata.

 

(CAMILLOFLORIZEL e PERDITA vengono innanzi)

 

CAMILLO: Noma le mie lettere con tale mezzo trovandosi là al vostro arrivo toglieranno quel dubbio.

FLORIZEL: E quelle che voi otterrete dal re Leonte...

CAMILLO: Soddisferanno vostro padre.

PERDITA: Possiate esser felice! Nulla ci dite che non sembri propizio.

CAMILLO: Chi è là? (Vede Autolico) Possiamo servirci anche di questo:

non trascuriamo nulla che possa esserci utile.

AUTOLICO: Se m'hanno uditoper me sarà la forca.

CAMILLO: Ebbeneche hai giovanotto? Perché tremi così? Non temerenessuno ti vuol far del male.

AUTOLICO: Sono un povero diavolosignore.

CAMILLO: Restalo pure e nessuno potrà rubarti questa condizione; tuttaviaper ciò ch'è dell'esterno della tua miseriadobbiamo fare un cambio; spogliati subito - il caso è urgente come puoi supporre - e muta i tuoi panni con quelli di questo signore; benché lo svantaggio di tal mercato sia il suonondimenotienieccoti anche qualcosa di giunta.

AUTOLICO: Sono un povero diavolosignore. (A parte) Vi conosco abbastanza.

CAMILLO: Viati pregospicciatiil signore s'è già mezzo spogliato.

AUTOLICO: Dite sul serio? (A parte) Qui sento odore di gherminella.

FLORIZEL: Spicciatiti prego.

AUTOLICO: In verità ho avuto una caparra. Ma in coscienza non posso accettarla.

CAMILLO: Slacciati. Slacciati. (Florizel e Autolico si scambiano le vesti) Fortunata signorapossa compiersi questa mia profezia! voi dovete ora ritirarvi in qualche macchia; prendete il cappello del vostro amato e calcatevelo sugli occhinascondetevi il visotoglietevi il mantello e celate come potete il vostro vero aspettoacciò voi possiate (io temo gli sguardi) arrivare a bordo senza essere riconosciuta.

PERDITA: Vedo cheper come si mette la commediadebbo pure recitar la mia parte.

CAMILLO: Non c'è altro da fare. Avete finito costà?

FLORIZEL: Se incontrassi ora mio padrenon mi chiamerebbe figlio.

CAMILLO: Novoi non dovete avere il cappello. (Dà il cappello a Perdita) Venite con mesignora. Addioamico mio.

AUTOLICO: Buon dìsignore.

FLORIZEL: O Perditache abbiamo dimenticato tutti e due! Una parolavi prego.

CAMILLO (a parte): La prima cosa che farò sarà di informare il re di questa fuga e della loro destinazionenella speranza di indurlo a inseguirli fin là; e potrò così in sua compagnia rivedere la Siciliache ne muoio di voglia.

FLORIZEL: Ci assista la fortuna! E cosìCamilloci avviamo alla spiaggia.

CAMILLO: Quanto più prestomeglio sarà.

 

(Escono FlorizelPerdita e Camillo)

 

AUTOLICO: Capisco la faccendaho inteso tutto; avere l'orecchio apertol'occhio pronto e la mano svelta è necessario al tagliaborse; un buon naso è anche necessario per fiutare lavoro per gli altri sensi. Vedo che questo è il tempo in cui l'uomo ingiusto ha da prosperare. Che baratto sarebbe stato il mio anche senza la giunta! E che giunteria in questo scambio! Per certo gli dèi son quest'anno d'accordo con noi e possiamo fare tutto ciò che ci salta in testa. Il principe stesso sta facendone una grossa a filar via dal padre con quella sua palla al piede: se pensassi che fosse un atto di onestà d'informare il renon lo farei; ma ritengo più furfantesco di celargli tuttoe in questo son fedele alla mia professione.

 

(Rientrano il Contadino e il Pastore)

 

Tiriamoci in disparteecco altro daffare per un cervello sveglio. Non c'è crocicchiobottegachiesaudienzaesecuzione capitale che non diano buon profitto a un uomo attento. CONTADINO: Vedetevedeteche uomo siete ora! Non c'è altro da fare che dire al re ch'essa è una bambina che fu barattata dalle fate e non è del vostro sangue e della vostra carne.

PASTORE: Noascoltami.

CONTADINO: Noascoltate me.

PASTORE: Ebbenedimmi.

CONTADINO: Poiché essa non è del vostro sangue e della vostra carneil vostro sangue e la vostra carne non hanno fatto torto al re e non debbono essere puniti da lui. Fategli vedere ciò che avete trovato accanto a leiquelle cose segretetutto fuorché quello che lei ha indossoe dopo di ciò mandate la legge a farsi benedireve lo garantisco.

PASTORE: Sìio dirò al re tuttoogni parolae anche i lazzi di suo figlio; il qualedebbo dirlonon e stato leale con suo padre e neppur con mese stava per rendermi cognato del re.

CONTADINO: Davverocognato sarebbe stata la parentela più lontana in cui vi sareste trovato con luie il vostro sangue sarebbe diventato più prezioso di non so quanto all'oncia.

AUTOLICO (a parte): Ben dettobaggiani!

PASTORE: Beneandiamo dal re; ho in questo fardello tanto da fargli grattar la barba.

AUTOLICO (a parte): Non so quale ostacolo questa doglianza potrà essere alla fuga del mio padrone.

CONTADINO: Pregate di cuore che egli sia al palazzo.

AUTOLICO (a parte): Per quanto io non sia naturalmente onestom'accade di esserlo per avventura; posso dunque metter da parte la mia truccatura di girovago. (Si toglie la barba finta) Ebbenevillicidove ve ne andate?

PASTORE: Al palazzose non spiace a Vossignoria.

AUTOLICO: Che affari vi portano là? Di qual natura? Con chi? E che c'è in quel fardello? Dove abitate? I vostri nomila vostra etàfortunaparentadoe tutto ciò che può interessar di saperesuvviadichiaratelo.

CONTADINO: Siamo gente pulitasignore.

AUTOLICO: Menzogna. Siete rozzi e pelosi. Non mi raccontate fandonie:

esse non stan bene che ai mercantie infatti loroin codestodàn sovente dei punti a noi soldatima noi li ripaghiamo con argento battutonon con l'acciaio con cui ci si battesicché essi non ci dàn dei puntice li vendono!

CONTADINO: Vossignoria stava per darcene unodi puntise non si fosse ripresa a tempo.

PASTORE: Siete della cortese non vi spiace?

AUTOLICO: Mi piaccia o noson della corte. Non vedi tu l'aria della corte in questi paludamenti? E il mio incedere non ha la cadenza della corte? Il tuo naso non sente in me odor di corte? Non rifletto io sulla tua bassezza il disprezzo della corte? Pensi forseperché m'industrio di cavarti qualche lume sull'esser tuoche non sono uomo di corte? Sono cortigiano dalla testa ai piedi e tale che può toglierti d'imbarazzo o ostacolarti in questa faccenda tuae con ciò ti ordino di esporre il tuo caso.

PASTORE: E' cosa che riguarda il remessere.

AUTOLICO: Che avvocato hai presso di lui?

PASTORE: Non vi spiaccianon capisco bene.

CONTADINO: Avvocato è parola di corte per dire regalo. Ditegli che non ne avete.

PASTORE: Non ho nullasignore; né galloné pallinané fagiano.

AUTOLICO: Beati noiche non siamo così semplici di spirito! Ma poiché la natura poteva farmi come voinon voglio disdegnarvi.

CONTADINO: Questi non può essere che un gran cortigiano.

PASTORE: Ha ricchi vestiti ma non li porta con garbo.

CONTADINO: Pare tanto più nobile quanto più i suoi modi sono bizzarri; è un grand'uomove lo accerto. Si vede perché usa uno stuzzicadenti.

AUTOLICO: Quel fardello? Che c'è dentro? Perché quella scatola?

PASTORE: Signorein questo fardello e in questa scatola sono nascosti certi segreti che nessunoeccetto il redeve sapere; ed egli li saprà prima che passi un'orase sarò ammesso a parlargli.

AUTOLICO: Vecchiaia. spendi male le tue fatiche.

PASTORE: Perchésignore?

AUTOLICO: Il re non è a palazzo; è in giro su un battello nuovo per scacciare la sua malinconia e respirare un po' d'aria; poiché se tu fossi capace di capir cose serie dovresti sapere ch'egli è pieno di cordoglio.

PASTORE: Così si dicemesserea proposito di suo figlio che avrebbe dovuto sposare la figlia di un pastore.

AUTOLICO: Se quel pastore è ancora a piede liberoè meglio che prenda il volo. Le maledizioni che avràle torture che subirà saranno tali da rompere il dorso di un uomo e il cuore d'un mostro.

CONTADINO: Credete propriosignore?

AUTOLICO: E: non rimarrà solo a provare ciò che di più doloroso può inventare il raffinamento e di più crudele la vendettama tutti quelli che gli sono parentifosse pur solo di cinquantesimo gradodovranno finir sotto le mani del carnefice: cosa purtroppo compassionevole ma anche necessaria. Un vecchio briccone che fischia dietro alle pecoreun allevator di montoniche si studia di levare sua figlia ai massimi onori! Alcuni ritengono debba esser lapidato; ma codesta è morte troppo dolce per luiio credo. Trascinare il nostro trono in un ovile! Tutte le morti insieme sembran troppo pochee la più dura pare ancora troppo lene.

CONTADINO: Non vi spiacciasignorequel vecchio ha forse un figlio?

Ne sapete nulla?

AUTOLICO: Ha un figlio che sarà scorticato vivopoi spalmato di miele e messo sopra un nido di vespe: lo si lascerà là fin che sia morto per tre quarti e un ettepoi gli si darà forza con acquavite o qualche altra infusione calda; dopodichéspellato com'è nel più caldo giorno previsto dal lunario sarà messo contro un muro di mattoni e dovrà sostenere lo sguardo del sole di mezzogiorno mentre le mosche lo pungeranno a morte. Ma perché parliamo noi di tali bricconi traditori i cui tormenti non possono che farci sorrideredata la gravità delle loro colpe? Ditemipoiché mi sembrate gente semplice e onestache avete da comunicare al re. Se vorrete avere per me qualche gentil considerazione potrò condurvi là dov'egli si trovaa bordoprocurar d'introdurvi alla sua presenzasussurrargli una parolina in vostro favore. Se sarà nel potere di un uomooltre che in quello del redi menare a effetto le vostre richiestequell'uomo eccolo qui.

CONTADINO: Pare ch'ei sia una grande autorità; accordatevi con lui e offritegli dell'oro: benché l'autorità sia riluttante come l'orsospesso si fa condurre per il naso con l'oro. Mostrate il didentro della vostra borsa al di fuori della sua manoe non ci si pensi più.

Ricordate: lapidati! bruciati vivi!

PASTORE: Non vi spiacciamesseredi guidar voi l'affar nostro:

eccovi l'oro che ho con mealtrettanto ve ne daròe vi lascerò questo giovanotto in ostaggio finché non l'abbia portato a voi.

AUTOLICO: Dopo che io avrò compiuto ciò che ho promesso?

PASTORE: Sìsignore.

AUTOLICO: Sta benedatemi la metà. E voi entrate per qualcosa in quest'affare?

CONTADINO: In qualche modomesserecome dire... pelle pelle. Ma spero di cavarmela... senza essere scorticato vivo.

AUTOLICO: Ohma questo è il caso del figlio del pastore: lo si impicchi e servirà di esempio.

CONTADINO: Che consolazioneche bella consolazione! Bisogna andare dal re e mostrargli queste nostre meraviglie: ch'egli sappia che lei non è né vostra figlia né mia sorella: senza di che siamo spacciati.

Messerevi darò tanto quanto questo vecchio vi dàad affare finitoe rimarròcome lui vi ha dettoin ostaggio finche il denaro vi sarà portato.

AUTOLICO: Mi fiderò di voi. Camminate avanti in direzione della spiaggia; prendete a destra: do un'occhiata al di là della siepe e vi seguo.

CONTADINO: Quest'uomo è una benedizione per noilo posso direuna vera benedizione.

PASTORE: Andiamo avanti come ci ha detto di fare. E' stato mandato dalla provvidenza per farci del bene.

 

(Escono il Pastore e il Contadino)

 

AUTOLICO: Se avessi l'idea di diventare onestovedo che la fortuna non lo permetterebbe. Essa mi fa cascar la manna in bocca. Mi si presenta ora una doppia opportunità: il denaro e il mezzo di rendere un servizio al principe mio padrone. Chissà che proprio ciò non possa tornare a mio vantaggio? Gli porterò sulla nave queste due talpequesti due ciechis'egli penserà che la loro supplica non lo riguarda affatto e vorrà rimetterli a terrami chiami pure furfante per essermi arrogato simili uffizi. Sono ormai abituato a quell'ingiuria e all'infamia che le si accompagna. Vado a presentargli i due: può darsi che ne valga la spesa.

 

(Esce)

 

 

 

ATTO QUINTO

 

SCENA PRIMA - Una sala nel Palazzo di Leonte

(Entrano LEONTECLEOMENEDIONEPAOLINA e alcuni Servi)

 

CLEOMENE: Sirevoi avete fatto abbastanza e avete portato come un santo il vostro cordoglio. Non c'è colpa che abbiate potuto commettere che non abbiate redenta. In veritàavete fatto maggior penitenza di quanto fosse grande il trascorso. Fate infine ciò che il cielo ha fattoobliate il male e come il cielo vi perdona perdonate a voi stesso.

LEONTE: Finché io ricordi lei e le sue virtù non potrò obliare le macchie ond'io la offesi e penserò sempre al torto che ho fatto a me stessoe che fu sì grande da lasciare senza erede il mio trono e distruggere la più dolce compagna da cui mai uomo abbia generato le sue speranze.

PAOLINA: E' veroè troppo veromio signore; se una per una sposaste tutte le donne del mondo o se da tutte voi prendeste qualche cosa di buono per farne una donna perfettacolei che uccideste rimarrebbe ineguagliabile.

LEONTE: Lo credo io pure. Uccisa! L'ho uccisa! Sìho fatto questoma tu mi colpisci troppo duramente dicendo che l'ho fatto: è amaro sulla tua lingua come nel mio pensiero. Di graziaora non dirlo più così spesso CLEOMENE: Non ditelo più affattomia buona signora; avreste potuto dire mille altre cose che avrebbero arrecato maggior vantaggio al momento e fatto più onore alla vostra bontà.

PAOLINA: Voi siete uno di quelli che vorrebbero si risposasse.

DIONE: Se voi pure non lo voleteè che siete insensibile e al regno e alla perpetuità dell'augusto nome del nostro sovrano; e poco considerate quali pericoliessendo Sua Altezza privo di posteritàpossono abbattersi sul regno e distruggerne i sudditi nell'imbarazzo.

Che c'è di più santo che gioire della letizia toccata ormai alla defunta regina? E che di più santo ancoraper il sostegno della sovranitàper la felicità del presente e il bene dell'avveniredi benedire di nuovo il talamo di Sua Maestà con una dolce compagna?

PAOLINA: Non v'è alcuna che sia degnaal paragone di quella che non è più. Inoltre gli dèi vogliono veder compìti i loro segreti fini; non ha forse detto il divino Apollo - tale è il tenore del suo oracolonon è vero? - che il re Leonte non avrà erede finché non abbia ritrovato la figlia perduta? E che ciò avvenga è tanto inconcepibile alla nostra ragione come se il mio Antigono rompesse la sua tomba e tornasse a melui che in fede mia è morto con la bambina. E' vostro avviso che il mio signore debba opporsi al cielo e sia avverso alla volontà degli dèi. (A Leonte) Non vi curate di discendenza: la corona troverà un erede; il grande Alessandro lasciò la sua al più degnoe così si può credere che il suo successore fosse il migliore.

LEONTE: Buona Paolina che hai tanto in onoreoh lo sola memoria di Ermionecosì mi fossi regolato secondo i tuoi consigli: che potrei ora contemplare i grandi occhi della mia regina e cogliere il tesoro delle sue labbra.

PAOLINA: E lasciarle più ricche per quanto avessero concesso.

LEONTE: Tu dici il vero. Spose siffatte non esistono più: perciò non più moglie. Una che fosse peggiore di lei e da me trattata meglio farebbe sì che il santificato spirito della morta tornerebbe al corpo di leie quisul teatro dove noi peccatori ci agitiamoapparirebbe crucciato nell'anima e chiederebbe: "Perché a me questo?".

PAOLINA: Se tal potere le fosse concessone avrebbe ben donde.

LEONTE: L'avrebbe; e m'accenderebbe fino a uccidere colei che avrei sposato.

PAOLINA: Farei così anch'io. Se foss'io il suo fantasma errante vi farei osservare i suoi occhi e vi chiederei per quale smorta lor qualità voi l'avete scelta; poi darei in uno strido così lacerante che le orecchie vi si dovrebbero spaccare nell'udirlo e le parole successive sarebbero: "Ricorda i miei!".

LEONTE: Stelle! Stelle! E tutti gli altri occhicarboni spenti! Non temere di alcuna sposa. Non avrò altre mogliPaolina.

PAOLINA: Volete giurare che non vi sposerete mai senza il mio libero consenso?

LEONTE: MaiPaolinacosì la mia anima possa esser salvata!

PAOLINA: Alloramiei buoni signorisiate testimoni di questo giuramento

CLEOMENE: Lo mettete a una prova troppo forte.

PAOLINA: A meno che un'altra che sia il ritratto stesso di Ermione non gli si presenti allo sguardo.

CLEOMENE: Buona signora...

PAOLINA: Ho finito. Tuttavia se il mio signore vuole sposarsi e se lo voletesirenon c'è rimediodal momento che tale è la vostra volontà - sia dato a me l'incarico di trovarvi una regina: essa non dovrà essere così giovane come lo era la vostra primama sarà tale che se verrà il fantasma di questa avrà gioia nel vedervi tra le sue braccia.

LEONTE: Mia fedele Paolinanoi non ci sposeremo mai finché tu non ce l'ordinerai.

PAOLINA: Sarà il giorno in cui la vostra prima regina sarà di nuovo in vita. Nulla fino allora.

 

(Entra un Gentiluomo)

 

GENTILUOMO: Un tale che afferma di essere il principe Florizelfiglio di Polissenecon la sua principessala più bella ch'io abbia mai contemplatochiede di essere introdotto alla vostra reale presenza.

LEONTE: Che significa ciò? Egli non viene come si addice alla grandezza di suo padre; il suo arrivocosì fuori delle formalità e improvvisoci dice che non si tratta di una visita predispostabensì forzata dal bisogno o dal caso. Che seguito ha?

GENTILUOMO: Scarso e di poco rilievo.

LEONTE: E c'è la sua principessavoi ditecon lui?

GENTILUOMO: Sìil più impareggiabile pezzo d'argillaio credoche il sole abbia mai illuminato dei suoi raggi

PAOLINA: O Ermionecome ogni nuova ora mena vanto di sé al di sopra di una migliore trascorsacosì la memoria della tua bellezza sepolta deve far luogo a quella che ora si vede! Messerel'avete detto e scritto voi stesso (ma ormai il vostro scritto è più freddo di colei che lo suggeriva) ch'ella "non era stata né mai sarebbe eguagliata"e la vostra poesia fluiva un tempo nell'elogio della sua bellezza; ma ora è malvagio quel riflusso che vi fa dire che ne avete visto una migliore.

GENTILUOMO: Scusatesignora; l'unascusate ancoral'ho quasi dimenticata; l'altranon appena avrà colpito l'occhio vostroconquisterà pure la vostra lingua. E' una creatura che se volesse dare inizio a una setta potrebbe estinguere lo zelo di tutti i seguaci di altre e far un proselite di chiunque invitasse a seguirla.

PAOLINA: Ma viale donne no!

GENTILUOMO: Le donne l'ameranno per il fatto ch'è una donna di maggior merito di qualunque uomo; gli uomini perché è la più preziosa fra le donne.

LEONTE: AndateCleomene; conducete voi coi vostri degni amici questi ospiti al nostro abbraccio. (Escono Cleomene ed altri) E tuttavia è strano ch'egli ci giunga così di sorpresa.

PAOLINA: Se il nostro principeil gioiello dei bimbiavesse potuto veder quest'oraegli avrebbe ben fatto il paio con questo signore; non ci correva neppure un mese fra le loro nascite.

LEONTE: Bastati pregofiniscila. Tu sai che per me egli muore di nuovo ogni volta che se ne fa parola; di certo quando vedrò questo signore le tue parole mi indurranno in pensieri che potranno trarmi fuor di senno. Eccoli qui.

 

(Rientrano CLEOMENE ed altri con FLORIZEL e PERDITA)

 

Vostra madre ha dimostrato di essere fedele al talamo nuzialeprincipepoiché essa nel concepirvi ha stampato in voi l'impronta del vostro real genitore; se avessi ancora ventun anni potrei chiamarvi fratellocome allora chiamavo vostro padretanto la sua immagine e la sua aria stessa sono scolpite in voie parlare con voi di qualche scappata fatta insieme da poco. Siate caramente benvenuto! E la vostra bella principessa: una dea! Ahimèio ho perduto una coppia che fra cielo e terra avrebbe potuto destar meraviglia come voi fateeletti giovani. E fu così ch'io perdettiper sola mia folliala compagnia e l'amicizia del vostro valente genitoreper rivedere il quale iobenché viva nell'angosciadesidero di vivere.

FLORIZEL: Per ordine suo ho toccato la Sicilia e da parte di lui vi porto tutti i voti che un reda amicopuò recare a un suo fratello; e se non fosse che l'infermità inerente al logorìo degli anni non avesse alquanto menomata la sua facoltà di agire secondo il suo desiderioegli avrebbe misurato le terre e i mari che separano il vostro trono dal suo per riveder voi ch'egli amacosì m'ha ordinato di dirvipiù di tutti gli scettri e di tutti i viventi che oggi li portano

LEONTE: O fratel miomio buon signore! I torti che t'ho fattoecco che rincrudiscono in me! e coteste tue profferted'una gentilezza così raracome mi parlano della mia pigra negligenza! Benvenuto qui come la primavera sulla terra. Ed è lui pure che ha esposto questa beltà senza pari al trattamento terribileo almeno sgarbatodel tremendo Nettuno per salutare un uomo indegno delle sue pene e meno ancora del rischio della sua persona?

FLORIZEL: Mio buon signoreessa viene dalla Libia.

LEONTE: Lì dove il bellicoso Smaloquel nobile e onorato signoreè amato e temuto?

FLORIZEL: Di lamio regale signore. Da luile cui lacrime al punto della separazione ben dicevano costei sua figlia: e di làcol favore di un amichevole vento del mezzogiornonoi abbiamo salpato per compiere l'incarico affidatomi da mio padredi render visita a Vostra Altezza. Ho congedato il mio miglior seguito dalle rive della vostra Sicilia e l'ho rimandato in Boemia per informare non solo del mio felice esito in Libiasignorema anche del felice approdo mio e di mia moglie qui dove siamo.

LEONTE: Gli dèi beati purghino l'aria di ogni infezione finché soggiornerete qui! Voi avete un padre venerabileun signore pieno di virtùcontro la cui persona tanto sacra io ho commesso peccatoe i cielinotandolo con iram'han lasciato senza prole. Vostro padrecome meritaè benedetto dal cielo in voidegno della sua bontà. Ohquale avrei potuto esserese avessi ora da contemplare presso di me un figlio e una figlia belli come voi!

 

(Entra un Signore)

 

SIGNORE: Mio nobile sovranociò che devo riferirvi non sarebbe credibile se la prova non fosse così vicina. Non vi spiacciasireil re di Boemia in persona vi manda il suo saluto. Egli vi chiede di arrestare suo figlio che rigettando in una e la dignità e il dovere è fuggito da suo padre e dalle sue speranze con la figlia di un pastore.

LEONTE: Dov'è il re di Boemia? Parla.

SIGNORE: Qui nella vostra città; l'ho lasciato or ora. Io parlo imbarazzatocome si confà al mio stupore e al mio messaggio. Mentre si affrettava alla vostra cortein cacciaparedi questa vezzosa coppiaegli incontra per via il padre e il fratello di cotesta sedicente signora che hanno lasciato il loro paese col giovane principe.

FLORIZEL: Camillo m'ha tradito! Luidi cui l'onore e la fedeltà avevano finora resistito a tutte le stagioni.

SIGNORE: Potete metterlo sotto accusaegli è qui col re vostro padre.

LEONTE: Chi? Camillo?

SIGNORE: Camillosire. Ho parlato con lui che sta ora interrogando quei due poveri diavoli. Non ho mai visto due esseri tremare così; s'inginocchianobaciano la terra e si smentiscono ogni volta che apron bocca. Il re di Boemia si tura le orecchie e li minaccia di parecchie morti in una.

PERDITA: Oh mio povero padre! Il cielo ci ha mandato accanto delle spie e non vuole che il nostro sposalizio sia celebrato.

LEONTE: Siete sposati?

FLORIZEL: Nosiree non pare probabile che possiamo esserlo mai. Le stellelo vedo benebaceranno prima le valli; grandi e piccoli sono ugualmente giocati dalla fortuna.

LEONTE: Mio signorecostei è la figlia di un re?

FLORIZEL: Lo èuna volta ch'è mia sposa.

LEONTE: Ma questa voltalo vedo alla fretta del vostro buon padrenon arriverà che assai tardi. Sono dolentemolto dolenteche vi siate staccato dal suo dilettoal quale il dovere vi levava; e dolente che la donna da voi eletta non valga in nascita quel che vale in bellezzasì che voi possiate goderne da par vostro.

FLORIZEL: Caraalza il viso: benché la sortevisibilmente nostra nemicaci perseguiti per mezzo di mio padreessa non ha il potere di mutare per nulla il nostro amore. Vi supplicosirericordatevi di quando voi non dovevate al tempo più di quanto io debba orae nel ricordo di tali affetti siate voi il mio difensore: alla vostra richiesta mio padre accorderà le cose più preziose come fossero inezie.

LEONTE: Se lo faràio gli chiederò la vostra preziosa signorache egli considera una cosa da nulla.

PAOLINA: Siremio sovranoavete ancora troppa gioventù nell'occhio; neppure un mese prima di morire la vostra regina era ben più degna degli sguardi che ora date a costei.

LEONTE: In questi miei sguardi c'era ancora un pensiero per lei. (A Florizel) Ma la richiesta che m'avete fatta è rimasta senza risposta.

Vado da vostro padre: se il vostro onore non è stato debellato dai vostri desideriio sono amico loro e di voi. Con tale compito vado verso di lui. Seguitemi dunque e osservate la strada che faccio.

Venitemio buon signore.

 

(Escono)

 

 

 

SCENA SECONDA - Dinanzi al Palazzo di Leonte

(Entrano AUTOLICO e un Signore)

 

AUTOLICO: Vi pregosignoreeravate presente a questo racconto?

PRIMO SIGNORE: Ero lì all'apertura del fardello e udii il vecchio pastore spiegare come l'aveva trovato. Indidopo un attimo di stuporeci fu ordinato a tutti di uscire dalla camera: questo solo mi pare d'avere udito dire dal pastorech'egli la bambina l'aveva trovata.

AUTOLICO: Mi piacerebbe molto di sapere la fine di questa storia.

PRIMO SIGNORE: V'ho detto la cosa in modo scucitoma le alterazioni che osservai nel re e in Camillo erano proprio segni di stupore: a forza di fissarsi l'un l'altro pareva che strabuzzassero gli occhi; v'eran parole nel loro silenziolinguaggio nel loro stesso gestire; avevan l'aria come se avessero udito di un mondo riscattato o di uno distrutto; uno straordinario moto di stupore appariva in entrambi; e il più attento osservatore che nulla sapesse più di quel che vedeva non avrebbe potuto dire se il significato era di gioia o di dolorema certo doveva essere l'eccesso di uno dei due.

 

(Entra un altro Signore)

 

Ecco un signore che forse ne sa più di noi. Che notizieRuggero?

SECONDO SIGNORE: Nient'altro che fuochi di gioia; l'oracolo è compiuto; la figlia del re è ritornata; un tale stupore è esploso in quest'orache gli scrittori di ballate non saranno capaci dl esprimerlo.

 

(Entra un Terzo Signore)

 

Ecco che viene il maggiordomo di madonna Paolina. Potrà dirvi di più.

Come vanno le cose oramessere? Questa notizia che si dice vera è così simile a una vecchia favola che la sua veridicità ci pare molto sospetta. Il re ha dunque trovato la sua erede?

TERZO SIGNORE: Verissimose mai fatto reale fu confermato dalle circostanze; ciò che si dice potreste giurare d'averlo vedutotanta concordanza v'è nelle prove. Il mantello della regina Ermioneil gioiello di lei attaccato al baverole lettere di Antigono trovate insiemeche tutti riconoscono di sua manola maestà della fanciulla che la fa così simile alla madrel'impronta di nobiltà che la nascitain leirivela al di sopra della sua educazionee molte altre proveproclamano che senza alcun dubbio ella è la figlia del re. Eravate presente all'incontro dei due re?

SECONDO SIGNORE: No.

TERZO SIGNORE: Avete allora perduto una scena che bisognava vedere coi propri occhiché le parole non possono descriverla. Là avreste veduto una gioia coronarne un'altracosì e in tal modo che pareva il dolore piangesse nel congedarsi da lorotanto la loro gioia doveva passare per un guado di lacrime. Erano occhi che si alzavanomani che si tendevano e maniere così alterate che i duepiù che dai voltipotevano riconoscersi dagli abiti. Il nostro reche pareva dovesse saltar fuori di sé dalla gioia della figlia ritrovatacome se questa gioia fosse diventata una perditaora piange e grida "Ohtua madretua madre!"e chiede perdono al re di Boemiapoi abbraccia il suo generopoi tormenta ancora la figlia coi suoi abbracciora ringrazia il vecchio pastore che se ne sta là come una fontana corrosa dalle stagioni di non so quanti regni. Io non ho mai sentito di un incontro come quelloche fa zoppicare ogni racconto che voglia tenergli dietroe manda all'aria ogni descrizione.

SECONDO SIGNORE: E di graziach'è mai avvenuto di Antigono che ha portato via di qui la bimba?

TERZO SIGNORE: E' anche questa come una vecchia favola che ha sempre nuovo filo da svolgere pur quando la credulità sonnecchia e non c'è più orecchio aperto. Fu sbranato da un orsoe n'è testimone il figlio del pastore al quale si può prestar fedenon solo per la sua ingenuitàch'è moltama anche per un fazzoletto e alcuni anelli di lui che Paolina ha riconosciuti.

PRIMO SIGNORE: E ch'è avvenuto del suo battello e dei suoi seguaci?

TERZO SIGNORE: Naufragarono nel momento stesso in cui moriva il loro padrone e sotto gli occhi del pastoresicché tutto ciò che fu strumento a esporre la bambina andò perduto quand'ella fu raccolta. Ma quale nobile lotta fra gioia e cordoglio si combatteva nel cuore di Paolina! Essa aveva un occhio a terra per la perdita dello sposoun altro alzato al cielo perché l'oracolo si compiva; sollevava da terra la principessa e così la stringeva coi suoi abbracci come se volesse attaccarsela al cuore perché non dovesse più correre il rischio di perdersi.

PRIMO SIGNORE: L'altezza di questa scena meritava davvero un uditorio di re e di principi: ché tali ne erano gli interpreti.

TERZO SIGNORE: Uno dei più bei trattiche gettò l'amo per prendermi gli occhima acchiappò l'acqua e non il pescefu quando al racconto della morte della regina e del modo ond'ella vi giunsedal re coraggiosamente confessato e lamentatosua figlia rimase ferita a udirlofinchédopo esser passata da un segno di dolore all'altroessa con un "ahimè" si misevorrei direa sanguinar lacrimepoiché son certo che il mio cuore piangeva sangue. Chi era più di marmo in quel momento cambiò colorealcuni svennerotutti erano in pena; se il mondo avesse potuto vedere quella scena il lutto sarebbe stato universale.

PRIMO SIGNORE: Son essi rientrati a corte?

TERZO SIGNORE: No: la principessa ha sentito parlare della statua della madrech'è custodita da Paolinaopera che è costata anni di lavoro ed è stata solo da poco finita da quel grande maestro italianoGiulio Romanoche se avesse per sé l'eternità e potesse dar vita col fiato al suo lavoro ruberebbe il mestiere alla naturatanto la imita alla perfezionee ha fatto Ermione così simile a Ermione che dicono che uno le parlerebbee starebbe colla speranza d'una risposta. E làtrascinati da tutta l'avidità del loro affettoessi sono andatie là han l'intenzione di cenare.

SECONDO SIGNORE: M'ero immaginato che ella avesse là qualche affare d'importanzaperché da quando è morta Ermionedue o tre volte al giorno lei si recava a visitare quella remota casa. Andiamo noi pure ad aumentare con la nostra compagnia quel tripudio?

PRIMO SIGNORE: Chi si tratterrebbe dall'andarviavendone l'accesso?

Ad ogni batter d'occhio nasce una nuova letizia. Mancare vorrebbe dire essere incuranti di arricchire il nostro sapere. Andiamo.

 

(Escono i Signori)

 

AUTOLICO: E orase non fosse per la macchia della mia vita scorsaquanti favori mi pioverebbero addosso! Io ho condotto il vecchio e il figlio suo a bordo dal principe; gli ho detto che li avevo sentiti parlare di un fardello o di non so che; ma lui in quel momento era tutto preso dalla figlia del pastoretale la credevache aveva il mal di mare e lui stesso non stava molto megliocontinuando il temporalesicché il mistero non fu svelato. Ma per me fa lo stessoperché se anche io avessi svelato il segretonon sarebbe stato apprezzatoin mezzo agli altri miei discrediti.

 

(Entrano il Pastore e il Contadino)

 

Ecco coloro ai quali ho fatto del bene contro la mia volontà e che già appaiono nella fioritura della loro fortuna.

PASTORE: Vienifiglio mio; non son più in età da aver figlima tutti i tuoimaschi e femminenasceranno signori.

CONTADINO: Capitate a propositomessere. Voi rifiutaste l'altro giorno di battervi con me perché non ero gentiluomo di nascita. Vedete questi vestiti? Dite che non li vedete e ritenete pure che io non sia un gentiluomo di nascita; fareste meglio a dire che questi vestiti non sono gentiluomini di nascita. Datemi la smentitafateloe provatevi a sostenere che io non sono ora un gentiluomo di nascita.

AUTOLICO: So che ormai voi siete un gentiluomo natosignore.

CONTADINO: Giàe non ho cessato un minuto di esserlo durante queste quattro ore.

PASTORE: Lo stesso ho fatto ioragazzo mio.

CONTADINO: E voi pure; ma io sono stato gentiluomo nato prima di mio padrepoiché il figlio del re mi ha preso per mano e mi ha chiamato fratello; e poi i due re han chiamato fratello mio padree poi il principe mio fratello e la principessa mia sorella han chiamato padre mio padre; e così piangevamoe queste sono state le prime lacrime di gentiluomo nato ch'io abbia mai versate.

PASTORE: Figliopossiamo vivere tanto da versarne delle altre.

CONTADINO: Sìe in caso contrario sarebbe cattiva sortedata la nostra situazione così prepostera.

AUTOLICO: Vi chiedo umilmentesignoredi perdonarmi tutti i torti che ho commesso verso Vostra Grazia e di voler parlare di me in buoni termini al principe mio padrone.

PASTORE: Oh sìfiglio miote ne prego; bisogna essere gentiliora che siamo dei gentiluomini.

CONTADINO: Correggerai la tua vita?

AUTOLICO: Sìse così piacerà alla vostra eminente Grazia.

CONTADINO: Dammi la mano; giurerò al principe che sei un onesto e sincero giovanotto se altri mai in Boemia.

PASTORE: Puoi dirloma non giurarlo.

CONTADINO: Non posso giurarlo ora che sono un gentiluomo? Che lo dicano i contadini e i fittavoliio lo giurerò.

PASTORE: E se si vedrà che è falso?

CONTADINO: Sia pur falso quant'è possibileun vero gentiluomo può giurarlo per aiutare un amicoe io giurerò al principe che sei un bravo e valente giovinotto e che non ti ubriacherai; ma so bene che non sei un bravo e valente giovinotto e che ti ubriacherai: ma lo giurerò e vorrei che tu fossi un bravo e valente giovane.

AUTOLICO: Mi mostrerò talesignoreper quant'è in mio potere.

CONTADINO: Sìfa' di tutto per mostrarti un bravo giovane; se non mi stupisco come mai tu osi arrischiarti a ubriacarti senza essere un brav'uomonon fidarti più di me. Ascoltatei re e i principi nostri cugini vanno ad ammirare il ritratto della regina. Vieniseguici; noi saremo i tuoi benevoli padroni.

 

(Escono)

 

 

 

SCENA TERZA - Una Cappella in casa di Paolina

(Entrano LEONTEPOLISSENEFLORIZELPERDITACAMILLOPAOLINASignori e persone del Seguito)

 

LEONTE: O saggia e buona Paolinaquale grande consolazione ho avuto da te!

PAOLINA: Oh mio sovrano signorese qualcosa io non ho fatto benel'intenzione mia era buona; tutti i miei servigi voi me li avete più che ripagati; ma che voi abbiate voluto accondiscendere a visitare questa mia povera casa col vostro coronato fratello e questi fidanzati eredi del tronoquest'è un'aggiunta della vostra benevolenza che la mia vita non sarà mai abbastanza lunga per ricambiare.

LEONTE: O Paolinanoi vi onoriamo di un bel disturbo; è che siamo venuti a vedere la statua della nostra regina: abbiamo traversato la vostra gallerianon senza godere di varie raritàma non abbiamo veduto ciò che mia figlia venne per vederela statua di sua madre.

PAOLINA: Com'essa visse ineguagliatacosì la sua morta immagineio credosupera quanto avete finora contemplato o mano d'uomo abbia fatto: e perciò la tengo a parteisolata. Ma essa è qui: preparatevi a vedere la vita imitata in maniera così viva come mai il sonno ha finto la morte: guardate e dite se non è così. (Paolina tira una tenda e scopre Ermione ritta come una statua) Mi piace il vostro silenzioè la miglior prova della vostra meraviglia. Ma ora parlate: prima voimio sovrano. Vi pare abbastanza eguale?

LEONTE: Il suo naturale atteggiamento! Sgridamicara pietrache io possa veramente dire che tu sei Ermione: o meglio tu sei lei proprio nel tuo non muovermi rimproveropoiché ella era dolce come l'infanziala virtù. Ma tuttaviaPaolinaErmione non era così rugosa e annosa come pare costei.

POLISSENE: Ohno davvero.

PAOLINA: Tanto maggiore ne appare l'eccellenza dello scultore che ha fatto passare sedici anni e l'ha fatta come se vivesse ora.

LEONTE: E ora ella potrebbe aver fatto tanto per la mia consolazione quanto fa adesso nel ferirmi il cuore. Ohquesto era il suo portamento e con tal viva maestà e calda vitaquale ora è qui raggelataquand'io la corteggiai la prima volta. E n'ho vergogna:

forse che la pietra non mi rimprovera di essere più pietra di lei? Ohsovrana opera! C'è un incanto nella tua maestàche ha rievocato i miei mali alla mia memoria e che alla tua figliuola stupefatta ha tolto gli spiriti vitali rendendola di pietra come te.

PERDITA: E datemi licenza e non dite che è superstizione inginocchiarmi e chiedere la sua benedizione. Signoracara regina che finiste quando io appena cominciaidatemi questa vostra mano da baciare.

PAOLINA: Abbiate pazienzala statua è appena finita e il colore non è ancora asciutto.

CAMILLO: Mio signorecon troppa tenacia vi s'è attaccato il dolore se non han potuto disperderlo sedici inverni o asciugarlo altrettante estati; raramente una gioia durò sì a lungo o un dolore non si uccise assai prima.

POLISSENE: Mio caro fratellofate che colui che fu la causa del vostro dolore ne prenda su di sé quanto può aggiungerne al suo proprio.

PAOLINA: In veritàmio signorese avessi pensato che la vista di questa mia povera immaginepoiché la statua è miavi avrebbe ridotto cosìnon ve l'avrei certo mostrata.

LEONTE: Non abbassate la cortina.

PAOLINA: Non la guarderete più a lungoper tema che la vostra fantasia vi faccia credere ch'essa si muove.

LEONTE: Lasciate! lasciate! Vorrei esser morto se già a quel che mi pare... Chi è che l'ha fatta? Guardatemio signorenon direste voi ch'essa respira? e che queste vene portano davvero del sangue?

POLISSENE: Cosa magistrale: la vita stessa sembra scaldarle il labbro.

LEONTE: C'è del moto nella fissità del suo sguardotanto l'arte sa ingannarci.

PAOLINA: Tirerò la cortina; il mio signore è rapito a tal punto che finirà per credere ch'essa viva.

LEONTE: O dolce Paolinafammi credere questo per vent'anni di seguito! Nessun senno del mondo eguaglia il piacere d'una tale follia.

Lasciala dunque stare così.

PAOLINA: Mi duolesiredi avervi sconvolto a tal segno; ma potrei affliggervi ancora di più.

LEONTE: Fa' questoPaolinapoiché tale afflizione ha un sapore dolce come il più cordiale conforto. Eppuremi sembraun soffio viene da lei. Qual raffinato scalpello ha mai potuto scolpire il fiato? Nessuno si burli di me se io la bacio.

PAOLINA: Mio buon signorefermatevi: il rosso del suo labbro è umido:

lo rovinerete col vostro bacio e sporcherete il vostro con l'olio della pittura. Posso tirare la cortina?

LEONTE: Nonoper altri vent'anni.

PERDITA: Altrettanti potess'io star qui ad ammirare.

PAOLINA: O ritraetevi e lasciate subito la cappellao preparatevi a una più grande meraviglia. Se voi potete reggere a tantoio farò che la statua si muova davverodiscenda e vi prenda la mano: ma dopo voi credereteciò ch'io contesto subitoch'io disponga di poteri magici.

LEONTE: Tutto ciò che potrete farle fare son contento di vederlotutto ciò che potrete farle diresarò contento di udirlo: poiché è altrettanto facile farla parlare che muovere.

PAOLINA: E' necessario che destiate in voi la fede. Ora tutti stian fermi; se qualcuno crede ch'io mi do a una pratica illecita esca subito.

LEONTE: Va' avanti: nessuno si muoverà.

PAOLINA: Musicasveglialaavantisuona! (Musica) E orascendinon esser più di pietraavvicinaticolpisci di stupore tutti quelli che ti guardano. Veniteio colmerò la vostra tomba; muovetevivenite avantilasciate alla morte quella vostra rigidità poiché da lei la dolce vita vi riscatta. Voi vedete ch'ella si muove. (Ermione scende dal piedistallo) Non sussultate; le sue azioni saranno sante come voi sapete lecite le mie parole; non vi staccate da lei prima di averla vista morire ancorapoiché in tal caso la ucciderete di nuovo. Viadatele la mano; quand'era giovane l'avete corteggiata; ora ch'è più anzianaè lei che deve cominciare?

LEONTE: Ohè calda! Se questa è magiasia essa un'arte lecita come il cibarsi.

POLISSENE: Ella lo abbraccia...

CAMILLO: Si attacca al suo collose essa appartiene alla vitafa' che parli.

POLISSENE: Sìe che riveli dov'essa ha vissuto o come è stata sottratta di tra i morti.

PAOLINA: Che essa è vivase si dicesse verrebbe schernito come una vecchia favola: e tuttavia par ch'ella viva sebbene ancora non parli.

Attendete un attimo. Vi piaccia intervenirebella signora; inginocchiatevi e implorate la benedizione di vostra madre. Volgetevibella signora: la nostra Perdita è ritrovata.

ERMIONE: Voi dèiabbassate gli sguardi e dalle vostre sacre urne versate le vostre grazie sulla testa di mia figlia! Dimmimio tesorodove mi sei stata conservata? Dove hai vissuto? Come trovasti la corte di tuo padre? Poiché tu udrai che iosapendo da Paolina che l'oracolo dava speranza che tu fossi in vitami son conservata per assistere a questa fine.

PAOLINA: Non mancherà tempo per ciò; altrimenti c'è da temere che tutti loro vogliano in questa circostanza turbare la vostra gioia con un simile racconto! Andatevene insiemevoi illustri vincitorie la vostra esultanza sia da tutti condivisa. Iovecchia tortoravolgerò l'ala verso qualche ramo secco e là piangerò il mio compagno che non si troverà piùfinché sia perduta anch'io.

LEONTE: PacePaolina! Tu dovresti avere uno sposo da mecome io da te una sposa. E è un patto che abbiamo fatto e suggellato con un voto.

Tu hai ritrovato la miae come hai fatto è ciò che resta da spiegareperché io l'ho vedutacome credettimorta e invano dissi tante preci sulla sua tomba. Non cercherò lontanoperché in parte so i sentimenti di luiper trovarti un degno sposo. VieniCamilloe prendi per mano leitu il cui merito e la cui onestà sono ben noti e qui attestati da noialtri duecoppia di re. Lasciamo questo 1uogo. Guardate ora il fratel mio! Perdonate entrambi se io misi mai il mio perfido sospetto nei vostri puri sguardi. Ecco il vostro generoe figlio di reche per l'intervento del cielo è il fidanzato di vostra figlia. Buona Paolinamenaci fuori di quidove noi possiamo a piacere interrogarci e risponderci a vicenda su ciò che ciascuno abbia compiuto in questo vasto intervallo di tempo dal giorno che fummo separati. Menaci via in fretta.

 

(Escono)



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