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William Shakespeare

 

ROMEO E GIULIETTA

 

 

 

PERSONAGGI

 

DELLA SCALAprincipe di Verona

PARIDEgiovane gentiluomoparente del Principe

MONTECCHICAPULETI: capi di due famiglie in guerra fra di loro

ROMEOfiglio del Montecchi

MERCUZIOparente del Principe e amico di Romeo

BENVOLIOnipote del Montecchi e amico di Romeo

TEBALDOnipote di Madonna Capuleti

Un Vecchiodella famiglia Capuleti

Frate LORENZOfrancescano

Frate GIOVANNIdello stesso ordine

BALDASSARREservo di Romeo

SANSONEGREGORIO: servi dei Capuleti

PIETROaltro servo dei Capuleti

ABRAMOservo dei Montecchi

Uno Speziale

Tre Sonatori

Il Paggio di Mercuzio

Il Paggio di Paride

Un Ufficiale

MADONNA MONTECCHImoglie del Montecchi

MADONNA CAPULETImoglie del Capuleti

GIULIETTAfiglia del Capuleti

La Nutrice di Giulietta

Cittadini di Verona; Parenti delle due famiglie; Maschere; Guardie; Vigili e Persone del seguito

 

 

 

Scena: Durante la maggior parte del drammaa Verona: una sola voltanel quinto attoa Mantova

 

 

 

PROLOGO

(Entra il Coro)

 

CORO: Nella bella Veronadove poniamo la scenaper antica ruggine scoppia fra due famiglie di pari nobiltà una nuova rissanella quale il sangue civile macchia le mani dei cittadini. Dai fatali lombi di due nemici discende una coppia di amantinati sotto cattiva stellale cui sventurate e pietose vicende seppelliscono con la loro morte l'odio dei genitori. I terribili casi del loro amore segnato dalla mortee l'ira prolungata dei loro genitorialla quale nulla potrà mettere finese non la morte dei figlisono lo spettacolo che la nostra scena vi offrirà per due ore; se voi vorrete assistere con paziente orecchioil nostro zelo cercherà di rimediare a quello che vi sarà di deficiente.

(Esce)

 

 

 

ATTO PRIMO

 

SCENA PRIMA - Verona. Piazza pubblica

(Entrano SANSONE e GREGORIOdella Casa dei Capuletiarmati di spade e di scudi)

 

SANSONE: Gregoriosulla mia parolanoi non curveremo la schiena.

GREGORIO: Noperché allora saremmo dei facchini.

SANSONE: Voglio dire che se ci monta la collerainfileremo qualcuno.

GREGORIO: Bravofinché viviinfila sempre il collo nel colletto.

SANSONE: Io faccio presto a picchiare quando mi riscaldo.

GREGORIO: Giàma non fai presto a riscaldarti per picchiare.

SANSONE: Un cane di casa Montecchi basta per farmi scattare.

GREGORIO: Scattare vuol dire muoversimentre aver coraggio significa tener fermo: perciò se tu scattifinirai che scappi.

SANSONE: Un cane di quella casa mi moverà a tener fermo: mi terrò al muro con qualunque servo o qualunque serva di casa Montecchi incontrerò.

GREGORIO: Ciò mostra che tu sei un debole marranoperché al muro ci va sempre il più debole.

SANSONE: E' veroe appunto per questo le donneessendo più deboli degli uominisono spinte sempre contro il muro: perciò io caccerò via dal muro i servitori del Montecchie spingerò al muro le sue serve.

GREGORIO: Le serve non c'entrano: la contesa è fra i nostri padroni e fra noi servitori.

SANSONE: E' tutt'unovoglio farla da tiranno: dopo essermi battuto con gli uominisarò spietato con le verginitoglierò loro l'età.

GREGORIO: L'età delle vergini?

SANSONE: Sìl'età delle verginio la loro vergin... età. Viaprendilo nel senso che tu vuoi.

GREGORIO: Loro che lo sentiranno devono prenderlo nel vero senso.

SANSONE: Sentiranno mefinché avrò forza di star ritto: e viasi sa che io sono un discreto pezzo di ciccia.

GREGORIO: Buon per te che non sei pescealtrimenti saresti stato un baccalà. Tira fuori il tuo arneseecco qualcuno di casa Montecchi.

 

(Entrano ABRAMO e BALDASSARRE)

 

SANSONE: La mia lama è fuori: attacca pure briga; io ti spalleggerò.

GREGORIO: In che modo? voltando le spalle e scappando?

SANSONE: Non aver paura di me.

GREGORIO: Nodiamine! Io aver paura di te?

SANSONE: Teniamoci dalla parte della legge: lasciamo che siano i primi loro.

GREGORIO: Passando vicino a loro io aggrotterò le ciglia: se la prendano un po' come vogliono.

SANSONE: Nocome avranno il coraggio. Io li guarderò mordendomi il pollice; è un affrontoper lorose se lo tengono.

ABRAMO: Messerevi mordete il pollice per noi?

SANSONE: Io mi mordo il pollicemessere.

ABRAMO: Messerevi mordete il pollice per noi?

SANSONE (a parte a Gregorio): La legge è dalla nostrase dico di sì?

GREGORIO: No.

SANSONE: Nomesserenon mi mordo il pollice per voima io mi mordo il pollicemessere.

GREGORIO: Avete l'intenzione di attaccar brigamessere?

ABRAMO: Attaccar brigamessere! Nomessere.

SANSONE: Se l'avestemesseresono a vostra disposizione: io servo un padrone che vale quanto il vostro.

ABRAMO: Ma non di più.

SANSONE: Ebbenemessere.

GREGORIO (a parte a Sansone): Digli che vale di più: ecco che viene un parente del padrone.

SANSONE: Sìvale più del vostromessere.

ABRAMO: Voi mentite.

 

(Entra BENVOLIO)

 

SANSONE: Fuori le spadese siete uomini. Gregorioricordati della tua botta maestra. (Si battono)

BENVOLIO: Separateviinsensati! Giù quelle spadevoi non sapete quello che fate. (Costringendoli ad abbassare le armi)

 

(Entra TEBALDO)

 

TEBALDO: Comehai tirato fuori la spada in mezzo a questi vili servi?. VolgitiBenvolioe guarda in faccia la tua morte.

BENVOLIO: Io non fo che metter pace: riponi la tua spadao impugnala per aiutarmi a separare costoro.

TEBALDO: Come! Hai la spada in manoe parli di pace? Io odio questa parola come l'infernocome te e tutti i Montecchi. A tevigliacco.

 

(Si battono)

(Entrano parecchi Partigiani delle due famigliei quali prendono parte alla rissapoi sopraggiungono dei Cittadini armati di mazze)

 

PRIMO CITTADINO: Delle mazze! Delle picche! Delle partigiane!

Picchiate! Accoppateli! Morte ai Capuleti! Morte ai Montecchi!

 

(Entrano il CAPULETIin veste da camerae MADONNA CAPULETI)

 

CAPULETI: Che cos'è questo baccano? Datemi il mio spadoneolà!

MADONNA CAPULETI: Una grucciauna gruccia piuttosto. Che cosa volete farne della spada?

 

(Entrano il MONTECCHI e MADONNA MONTECCHI)

 

CAPULETI: La mia spadadico! Il vecchio Montecchi è quae brandisce la sua spada per provocare me.

MONTECCHI: Miserabile Capuleti! - Non mi tenere! Lasciami andare.

MADONNA MONTECCHI: Tu non moverai un passo per andare incontro a un nemico.

 

(Entra il PRINCIPE col Seguito)

 

PRINCIPE: Sudditi ribellinemici della pace che profanate cotesta spada rossa di sangue cittadino... Ah! Non mi danno retta! Dico a voinon uominima belveche volete spengere il fuoco del vostro cieco furorefacendo scorrere dalle vene vostre dei rivi vermigli di sangue! Pena la torturagettate dalle sanguinose mani il mal temprato ferroed ascoltate la sentenza del vostro sdegnato principe. E' già la terza volta che voivecchio Capuletie voiMontecchiper una vana parolaturbate con le vostre risse la quiete delle nostre contradee costringete fino i vecchi di Verona a lasciare le vesti che alla loro età si convengonoe ad impugnare con la vecchia mano le vecchie partigiane arrugginite nella paceper separare voi arrugginiti nell'odio. Se un'altra volta oserete turbare in questo modo le nostre contradevi farò pagare con la vita l'infrazione alla pace. Per oggi vada così. Via tutti di qua: voiCapuletiseguitemie voi Montecchistasera vi troverete al vecchio castello di Villafrancadov'è il nostro tribunale ordinarioe là saprete la mia risoluzione in proposito. Via tutti di quaripetopena la morte.

 

(Escono il Principe e il suo Seguitoil CapuletiMadonna CapuletiTebaldoi Cittadini e i Servi)

 

MONTECCHI: Chi ha riacceso questa vecchia lite? Parlatenipote mioeravate qui quando è incominciata la rissa?

BENVOLIO: Prima che io mi fossi avvicinatoi servitori del vostro avversario si erano già acciuffati coi vostri. Io ho tirato fuori la spada per separarli: in quell'istante è sopraggiunto il focoso Tebaldo con la spada sguainatae sussurrandomi agli orecchi parole di sfidaha incominciato a rotarla intorno alla sua testa e a tagliare il ventoil quale senza essere ferito gli fischiava intorno beffandosi di lui. Mentre noi ci scambiavamo botte e colpivenne più e più gentee si misero a combattere parte contro partefinché è giunto il principeil quale ha spartito le due parti.

MADONNA MONTECCHI: Odov'è Romeo? L'avete veduto oggi? Sono molto contenta che non sia trovato a questa rissa.

BENVOLIO: Madonnaun'ora prima che il divino sole si affacciasse al dorato balcone d'orienteuna momentanea tristezza mi spinse ad uscire di casa; e sotto il piccolo bosco di sicomoriche cresce a ponente della cittàho veduto il figlio vostroil quale passeggiava così a buon'ora. Ho fatto per andargli incontroma egli si era già accorto della mia presenzaed è scomparso nel folto del bosco. Iomisurando la sua tristezza dalla miala quale cercava di più i luoghi dove si potesse trovare meno gentepoiché mi pareva d'essere di troppo io stesso alla mia mesta personaho seguito il mio umore senza occuparmi del suoe volentieri ho schivato chi volentieri mi sfuggiva.

MONTECCHI: Molte mattine è stato veduto làche accresceva con le sue lacrime la fresca rugiada del mattinoche aggiungeva nubi alle nubi coi suoi profondi sospiri; ma non appena il soleche tutto rallegracomincia nelle più lontane plaghe d'oriente a tirare le fosche cortine del letto dell'Auroral'oppresso mio figliofuggendo la lucecorre a nascondersi in casasi imprigiona nella sua cameraserra le finestrechiude fuori la bella luce del giornoe si fa una notte artificiale. Questo umor tetro gli sarà fatalese qualche buon consiglio non riesce ad allontanarne la cagione.

BENVOLIO: Mio nobile ziosapete quale sia la cagione?

MONTECCHI: Non lo soné posso saperlo da lui.

BENVOLIO: Avete cercato di metterlo alle strette in qualche modo?

MONTECCHI: Ho provato iohanno provato molti amici: ma egli non ha altro confidente delle sue pene che se medesimo (non dirò quanto fedele); ed è chiuso così impenetrabilmente in se stessoe si lascia così difficilmente scandagliare e spiarecome il boccio di un fioremorso da un infido verme prima di poter dischiudere all'aria i suoi dolci petali ed offrire al sole tutta la sua bellezza. Se si potesse sapere solamente donde hanno origine gli affanni suoisaremmo altrettanto desiderosi di guarirli quanto di conoscerli (Entra ROMEOin distanza)

BENVOLIO: Guardateeccolo qui che viene: se non vi dispiaceritiratevi in disparteio saprò ciò che l'addolorao egli dovrà dirmi di no più di una volta.

MONTECCHI: Ti auguro di essere così fortunatorestando quida sentire una sincera confessione. Venitemadonnaandiamo.

 

(Escono)

 

BENVOLIO: Buon mattinocugino mio.

ROMEO: E' ancora così presto?

BENVOLIO: Son sonate le nove solo da poco.

ROMEO: Ohimè! le ore tristi sembrano eterne. Era mio padre quello che se n'è andato di qua cosi in fretta?

BENVOLIO: Sìera lui. Quale afflizione fa così lunghe le ore di Romeo?

ROMEO: Non aver quello il cui possesso le renderebbe brevi.

BENVOLIO: Sei innamorato?

ROMEO: Non sono...

BENVOLIO: Non sei innamorato?

ROMEO: Non sono nelle grazie di colei che amo.

BENVOLIO: Ohimèperché amoreil quale ha un aspetto così gentiledeve esserealla provacosì tiranno e villano!

ROMEO: Ohimèperché amoreil quale è sempre bendatodeve vederesenza gli occhii sentieri che menano al suo desiderio! Dove pranzeremo? Povero me! Che rissa c'è stata qui? Ma nonon importa che tu me lo dicaperché ho saputo tutto. Qui c'è un gran da fare con l'odioma più ancora con l'amore. O amore rissoso! O odio amoroso! O tutto creato dal nulla! O grave leggerezza! O vanità seria! Informe caos di leggiadre forme! Piuma di piombo! Raggiante fumo! Gelido fuoco! Inferma salute! Vigile sonno che non è ciò che è! Questo è l'amore che io sentosenza sentire amore in tutto questo! E tu non ridi?

BENVOLIO: Nocuginoio piangopiuttosto.

ROMEO: Cuore gentileperché?

BENVOLIO: Perché il tuo cuore gentile è oppresso.

ROMEO: Ebbeneè questa l'inumana legge dell'amore. Le mie pene mi gravano il petto abbastanza; tu le farai traboccare aggiungendovi il peso delle tue: poiché questo affetto che mi dimostri non fa che aggiungere nuovo dolore al mio già troppo grande. L'amore è una nebbia formata col vapore dei sospiri: se la nebbia si dissipal'amore è un fuoco che sfavilla negli occhi degli amanti; se vien travagliatol'amore si risolve in un mare alimentato dalle lacrime degli amanti.

Che cos'altro è l'amorese non una pazzia molto discretauna amarezza che soffocae una dolcezza che fa bene? Addiocugino.

 

(Andandosene)

 

BENVOLIO: Adagio! Ti accompagno: se mi lasci cosìmi fai un torto.

ROMEO: Toh! mi sono smarrito: io non sono mica qui. Questo non è RomeoRomeo è altrove.

BENVOLIO: Dimmi con serietà chi è colei che ami.

ROMEO: Come con serietà! Devo mettermi a gemere per dirtelo?

BENVOLIO: Gemere! eccono; ma dimmi con serietà chi è.

ROMEO: Di' a un ammalato di fare con serietà il suo testamento: ohmale rivolta parola ad uno che sta così male! In serietà cuginoio amo una donna.

BENVOLIO: Coglievo presso a poco nel segnoquando pensavo che tu fossi innamorato.

ROMEO: Sei un abilissimo tiratore! E colei che io amo è bella.

BENVOLIO: Un bel bersaglio è presto colpitocugino bello.

ROMEO: Ebbenequesta volta il tuo colpo fallisce: lo strale di Cupido non può colpirla; essa ha il senno di Dianae ben chiusacom'èin una forte corazza di castitàvive al sicuro dall'innocuo e infantile arco d'Amore. Ella fugge l'assedio delle dolci paroleschiva l'incontro degli occhi che tentano di darle l'assaltoe non apre il suo grembo neppure all'oroche seduce anche i santi: oh! ella è ricca di bellezza ed è povera solo in questoche quando moriràmoriranno insieme con la sua bellezza anche le sue ricchezze.

BENVOLIO: Dunque ha fatto voto di castità.

ROMEO: L'ha fattoe con questa economia fa uno sperpero immane:

poiché la bellezzaprivata dalla sua austerità del nutrimento d'amoreperirà defraudando i posteri di ogni bellezza. Essa è troppo bellatroppo saviatroppo saviamente bellaper guadagnarsi la beatitudine celeste facendo disperare me; ha fatto voto di non amare e quel voto lasciandomi vivere uccide me che vivo per dirti ora questo.

BENVOLIO: Segui il mio consigliocessa di pensare a lei.

ROMEO: Oh! insegnami come posso cessar di pensare.

BENVOLIO: Rendendo la libertà agli occhi tuoi: contempla altre bellezze.

ROMEO: Sarebbe il mezzo di occuparsi sempre più di quella suache è squisita. Le fortunate maschere che baciano le fronti delle belle donnecol loro color nero ci richiamano sempre più alla mente la preclara bellezza ch'esse nascondono: chi è colpito da cecità non può dimenticare il prezioso tesoro della vista perduta. Mostrami una donna di straordinaria bellezza: che cosa sarà per me questa sua bellezzase non una paginadove io leggerò il nome di colei che è ancora più straordinariamente bella? Addio; tu non puoi insegnarmi a dimenticare.

BENVOLIO: Io ti insegnerò questo segretoo morirò con un debito sulla coscienza.

 

(Escono)

 

 

 

SCENA SECONDA - Una strada

(Entrano il vecchio CAPULETIPARIDEe un Servo)

 

CAPULETI: Ma il Montecchi è vincolato come meed alla stessa pena; del resto io credo che per due vecchi come noi non sarà difficile mantenere la pace.

PARIDE: Siete tutti e due persone ragguardevoli; ed è doloroso che siate vissuti in discordia per così lungo tempo. Ma ditemi orasignor mioche cosa avete da rispondere alla mia domanda?

CAPULETI: Non posso fare altro che ripetervi quello che vi ho già detto prima: mia figlia è ancora inesperta del mondo; non ha compiuto quattordici anni: prima che noi possiamo giudicarla matura per le nozzelasciamo ancora due estati appassire nel loro rigoglio.

PARIDE: Giovinette che hanno meno di lei sono già madri felici.

CAPULETI: Sìma quelle che vanno a marito così presto perdono troppo presto la freschezza. La terra ha inghiottito tutte le mie speranzee non mi ha lasciato che leiin lei è riposta ogni mia speranza sulla terra. Intanto corteggiatelagentile Parideconquistate il suo cuore: la mia volontà non è che accessoria al suo consenso. Se essa è contenta di sposarvila sua scelta sarà per voinello stesso tempoil mio consenso e la dolce parola che ve lo accorda. Stasera in casa mia c'è la festa che io sono solito dare per antica consuetudinealla quale ho invitato molti amici che mi son cari : voi sarete fra questied accrescerete il numero dei miei invitatidi uno che sarà graditissimo. Nella mia povera casa potrete contemplare gli astri terreni che rendono luminoso il cielo notturno. In mezzo ai freschi bocci di rosa femminile che troverete in casa mia stasera vi sarà concesso di godere quel diletto medesimoche provano i baldi giovaniallorché l'aprile dalla bell'assisa è alle calcagna dell'inverno zoppicante. Parlate con tutteguardate tuttee amate quella che per merito vi parrà superiore alle altre: alla maggior vista della quale molte altre - e tra esse mia figlia - potranno contare per far numeroma nessuna sarà tenuta da conto. Andiamovenite con me. (Al Servo) Tu giovanottova'percorri le vie della bella Veronacerca le persone il nome delle quali è scritto qui(dandogli un foglio) e di' loro che la mia casa e la mia buona accoglienza sono a loro disposizione.

 

(Escono il vecchio Capuleti e Paride)

 

SERVO: "Cerca le persone il nome delle quali è scritto qui"? E' scritto che il calzolaio debba maneggiare il metroil sarto la forma delle scarpeil pescatore il pennelloe il pittore le reti: ioinvecesono mandato a cercare le personeil nome delle quali è scritto in questo fogliomentre non sarò mai buono a leggere che nomi vi abbia scritto chi l'ha scritto. Bisogna che mi rivolga a qualche persona istruita. Alla buon'ora!

 

(Entrano BENVOLIO e ROMEO)

 

BENVOLIO: Viaamico mioun fuoco con le sue fiamme consuma l'altroun dolore è attenuato dall'angoscia in cui ci mette un altro; quando a girare in un senso ti prende il capogiroti passa girando nel senso contrario; una disperazione si cura col languore d'un'altra; fa' bere al tuo occhio avvelenato dall'amore un nuovo veleno e sarà distrutta l'azione inveterata di quello antico.

ROMEO: La foglia di piantaggine è un ottimo rimedio per questo.

BENVOLIO: Per che cosati prego?

ROMEO: Per accomodarti uno stinco se l'hai rotto.

BENVOLIO: ViaRomeosei pazzo?

ROMEO: Non sono pazzoeppur legato peggio di un pazzochiuso in prigionetenuto senza mangiarefrustatotorturato! e... [al Servo] Buon giornoragazzo mio.

SERVO: Che Dio lo dia buono a voi. Scusatesignoresapete leggere?

ROMEO: Sìla mia sorte nella mia infelicità.

SERVO: Forse non avrete avuto bisogno di libri per conoscerla: mavi pregosapete leggere qualunque cosa vedete?

ROMEO: Sìse si tratta di un alfabeto e di una lingua che io conosco.

SERVO: Dite bene: state allegro!

ROMEO: Fermatigiovanotto; so leggere. (Legge) "Il signor Martino con la moglie e le figlie; il conte Anselmo e le sue belle sorelle; la signora vedova di Vitruvio; il signor Piacenzo con le sue amabili nipoti; Mercuzio e suo fratello Valentino; mio zio Capuleti con la moglie e le figlie; la mia bella nipote Rosalina; Livia; il signor Valente e suo cugino Tebaldo; Lucio e la vivace Elena". Una bella comitiva: e dove debbono andare?

SERVO: Su.

ROMEO: Dove? a cena?

SERVO: In casa nostra.

ROMEO: In casa di chi?

SERVO: Del mio padrone.

ROMEO: E' veroavrei dovuto incominciare a domandarti questo.

SERVO: Ve lo dirò ora senza che me lo domandiate: il mio padrone è il nobile e ricco signor Capuleti; e se non siete uno di casa Montecchivi pregovenite a trincare un bicchiere di vino. State allegro!

(Esce)

 

BENVOLIO: A questa stessa festa che i Capuleti danno per antica consuetudineva a cenarecon tutte le bellezze più ammirate di Veronaanche la bella Rosalina della quale tu sei così innamorato:

recati làe con occhio imparziale paragona il suo viso a quello di qualche altra fanciulla che io ti mostreròe ti farò convenire che il tuo cigno è un corvo.

ROMEO: Se la devota religione del mio occhio proclamasse una simile falsitàle mie lacrime si convertano in fiamme! E questi eretici trasparentiche tante volte annegati nel pianto non poterono mai moriresiano abbruciati come impostori! Un'altra più bella dell'amor mio! Il sole che tutto vedenon ha veduto mai la sua eguale da che il mondo ebbe principio.

BENVOLIO: Sfido! Ti par bella perché non l'hai vista in mezzo ad altree perché nelle due bilance degli occhi tuoi essa è stata pesata sempre da sé sola. Ma mettiin coteste bilance di cristalloda una parte l'amor tuoe dall'altra qualcuna delle fanciulle che ti farò veder brillare alla festae ti parrà appena mediocrecolei che ora ti sembra la più bella.

ROMEO: Vi andrònon perché mi sia mostrata la bellezza che tu vantima per bearmi nello splendore della fanciulla mia.

 

(Escono)

 

 

 

SCENA TERZA - Una stanza in casa Capuleti

(Entrano MADONNA CAPULETI e la NUTRICE)

 

MADONNA CAPULETI: Nutricedov'è mia figlia? Chiamalache venga qui.

NUTRICE: Eppurele avevo già detto di venir quacom'è vero che a dodici anni ero vergine! Ebbeneagnellina mia! Ebbene pecorella della Madonna! Dio non voglia! Dov'è questa benedetta bambina? Ebbene Giulietta!

 

(Entra GIULIETTA)

 

GIULIETTA: Che c'è? Chi mi chiama?

NUTRICE: Vostra madre.

GIULIETTA: Eccomisignorache cosa volete?

MADONNA CAPULETI: Ecco di che cosa si tratta: nutricelasciaci per un momentodobbiamo parlare in segreto... Torna pure quanutriceora che ci ripenso è bene che tu sia presente al nostro colloquio. Tu sai che mia figlia ha ormai una certa età?

NUTRICE: In fede miapotrei dirvi la sua età senza sbagliare di un'ora.

MADONNA CAPULETI: Non ha ancora quattordici anni.

NUTRICE: Ci scommetterei quattordici dei miei denti - e tuttaviadici con gran dolorenon ne ho che quattro - che essa non li ha ancora quattordici anni. Quanto c'è di qui al primo agosto?

MADONNA CAPULETI: Una quindicina di giornio poco più.

NUTRICE: Sia piùsia menoquando di tutti i giorni dell'anno verrà il primo di agostola notte di quel giorno essa avrà quattordici anni. Susanna e lei (Dio riposi in pace tutte le anime cristiane!) erano della stessa età: beneSusanna è con Dio; era troppo buona per me... macome dicevola notte del primo agosto essa avrà quattordici annili avràin fede mia: me ne ricordo bene. Sono ormai passati undici anni dal giorno di quel famoso terremoto; e lei fu divezzata (non lo dimenticherò mai) proprio in quel giorno: perché io allora mi ero messa dell'assenzio al capezzoloe stavo al soleappoggiata al muro sotto la colombaia; il padrone e voi eravate allora a Mantova...

eh! io ho un cervello che mi serve: macome dicevoquando assaporò l'assenzio che era al capezzolo della poppae lo sentì amarobisognava vederla la pazzerellache bizzae come se la prese con la poppa! Movitifece a un tratto la colombaia: vi assicuro che non ci fu bisogno che qualcuno mi dicesse di scappare. E da allora sono passati undici anniperché essa stava già ritta da sé; non soloper la crocema correva e zampettava da per tuttotant'è vero che il giorno prima s'era fatta un corno sulla fronte; e allora mio marito (Dio salvi l'anima sua! era un uomo allegro) rizzò la bambina e disse:

"Comecaschi bocconi? Quando sarai più furbaimparerai a cascare supinanon è veroGiulietta?". Eper la Madonnaquella birichina smise di piangeree disse: "Sì". Guardate un po' come uno scherzoalle volteriesce a proposito! Garantisco che se vivessi mille anninon dimenticherò mai quella scena. "Non è veroGiulietta?" fece luie la pazzerella smise di piangere e disse: "Sì".

MADONNA CAPULETI: Basta; ti pregosta' zitta.

NUTRICE: Sìsignora. Ma non posso tenermi dal ridere quando penso che s'ebbe a chetare per dire "sì": e tuttaviagarantiscoaveva sulla fronte un nocciolo grosso come il fagiolo di un galletto; era stato un colpo tremendoe piangeva dirottamente. "Come - fece mio marito - tu caschi bocconi? Quando sarai più grandeimparerai a cascare supinanon è veroGiulietta?". Lei si chetòe disse: "Sì".

GIULIETTA: E chetati anche tufammi il piacerenutricedico io.

NUTRICE: Un po' di pazienzaho finito. Iddio ti abbia nella sua grazia! Tu sei stata la più graziosa bambina che io abbia mai allattato: se potrò vivere fino a vederti un giorno maritatanon avrò altro a desiderare.

MADONNA CAPULETI: Santa Maria! Questa del maritarla è appunto la cosa di cui io voglio parlare. DimmiGiulietta miache cosa ne pensi? Sei disposta a maritarti?

GIULIETTA: E' un onore che io non sogno nemmeno.

NUTRICE: Un onore? Se non ti avessi allattata io soladirei che tu insieme col latte hai succhiato dalla poppa il giudizio.

MADONNA CAPULETI: Ebbeneè ora che tu pensi a maritarti; qui a Verona ci sono delle più giovani di tesignore molto stimategià divenute madri. Se non mi sbaglio nel contoio stessa all'età in cui tu sei ancora fanciullaero già tua madre. Eccoin una paroladi che cosa si tratta: il nobile Paride ti chiede in isposa.

NUTRICE: Un uomosignorina! un uomosignorinache tutto il mondo...

Insommaè un uomo fatto in cera!

MADONNA CAPULETI: L'estate di Verona non ha un fiore così bello.

NUTRICE: Giàè un fioredavveroè proprio un bel fiore.

MADONNA CAPULETI: Che ne dici? Senti di poter amare quel gentiluomo?

Questa sera lo vedrai alla nostra festa: leggi sul volume della faccia del giovine Paridee trova la delizia che in esso ha scritto la penna della bellezza; esamina tutti i suoi lineamenti insiem sposati e osserva come l'uno faccia felice l'altro; se qualche cosa c'è di oscuro in quel bel volumecercane un commento nel margine degli occhi suoi. Questo prezioso libro d'amorequesto amante non legatonon ha bisogno che di una coperta per diventare ancora più bello: il pesce vive nel mareed è un gran vantoper il bello esteriorenascondere il bello interiore. Agli occhi di moltisolamente quel libro ha una parte della gloriail quale racchiuda la sua dorata storia in fermagli d'oro. Così tufacendolo tuoparteciperai di tutto ciò che egli possiedesenza diminuire in niente te stessa.

NUTRICE: Che diminuire! anzi si farà più grossa: le donne ingrossano per via degli uomini.

MADONNA CAPULETI: Dillo francamentesenti di potere corrispondere all'amore di Paride?

GIULIETTA: Vedrò di aggradirlose il vedere provochi il gradimento:

ma gli occhi miei non lanceranno i loro sguardi più in là di quanto il vostro permesso dia loro forza di volare.

 

(Entra un Servo)

 

SERVO: Signoragli invitati son giuntila cena è servitatutti chiedono di voidomandano della signorinagiù in dispensa bestemmiano contro la nutricee tutto va a rotta di collo! Io devo andare a servire a tavolavi pregovenite subito.

MADONNA CAPULETI: Eccocivi seguiamo. Giuliettail conte attende.

NUTRICE: Va'fanciullae procura ai tuoi giorni felici delle felici notti.

 

(Escono)

 

 

 

SCENA QUARTA - Una strada

(Entrano ROMEOMERCUZIO e BENVOLIOinsieme con cinque o sei MascherePortatori di fiaccoleed altri. ROMEO è mascherato da pellegrino)

 

ROMEO: Dunque questo discorso per scusarci si fao entriamo senza tante scuse?

BENVOLIO: Il tempo di queste lungaggini è finito. Non vogliamo con noi nessun Cupido bendato con la sciarpae con l'arco alla tartara di legno tintoche spaventi le signore come uno spauracchio; non vogliamo fare la nostra entrata col solito prologo detto a memoriaborbottando dietro il suggeritore. Ci giudichino pure con la misura che vogliono: noi misureremo loro una misura di danzae ce ne anderemo.

ROMEO: Datemi una fiaccolaio non me la sento di ballare: essendo cupoporterò la luce.

MERCUZIO: Invececaro Romeonoi vogliamo che tu balli.

ROMEO: Io nocredetelo. Voi avete scarpine da ballo con suolo leggero: io invece ho l'anima di piomboche m'inchioda al suolo in modo da non lasciarmi muovere.

MERCUZIO: Tu sei innamorato: fatti prestare le ali da Cupidoe per mezzo di esse librati a volo al di sopra delle tue pene.

ROMEO: Il suo dardo mi ha ferito troppo crudelmenteperché io possa levarmi a volo con le sue lievi penne; eavvinto come sono nei suoi laccinon posso vincer d'un salto la triste sommità del dolore: sotto il grave peso dell'amoreio sprofondo.

MERCUZIO: E tuper sprofondarvi dentrodovresti gravar d'un peso l'amore; è un'oppressione troppo grande per una creatura delicata.

ROMEO: Amore è delicato? E' troppo rozzo invecetroppo asprotroppo violento; e punge come una spina.

MERCUZIO: Se amore è rozzo con tetu sii rozzo con lui: rendi ad amore puntura per punturae lo vincerai. Datemi un astuccio per riporci il viso: (mettendosi una maschera) una maschera per un mascherone! Ed ora che m'importa se un occhio indiscreto noti le mie bruttezze? C'è questo brutto ceffo che arrossirà per me.

BENVOLIO: Viabussiamo ed entriamoe appena dentroognuno di noi si raccomandi alle sue gambe.

ROMEO: A me una fiaccola: chi è allegro ed ha il cuore leggeroaccarezzi coi piedi le insensibili stoieper me c'è l'adagio del nonno: "io reggo il candelieree me ne sto a vedere". Il giuoco non è mai stato così belloe la mia ora così grigia.

MERCUZIO: Bah ! Di notte tutte le gatte son grigiecome dice l'ufficiale di ronda; e se tu sei così greggiocercheremo noi di tirarti fuori dal fangoo (con buon rispetto) da cotesto amorenel quale sei impegolato fino agli orecchi. Andiamose no finiremo per far lume al giornoeh!

ROMEO: Nonon è così.

BENVOLIO: Voglio diresignor mioche se ci traccheggiamo in questo modoi nostri lumi saranno sprecaticome lampade accese di giorno.

Tu devi prendere le nostre parole nel significato buono che è nella nostra intenzionepoiché il nostro senno risiede cinque volte nella nostra intenzioneprima che una sola volta nei nostri cinque sensi.

ROMEO: Infatti noi abbiamo una buona intenzione recandoci a questa mascherata; ma l'andarci non è buon senno.

MERCUZIO: Perchése è lecito domandarlo?

ROMEO: Stanotte ho fatto un sogno.

MERCUZIO: Anch'io.

ROMEO: Ebbeneche cosa hai sognato?

MERCUZIO: Che coloro i quali sognanospesso sono messi in mezzo...

ROMEO: In mezzo alle coltrie sognano delle cose vere.

MERCUZIO: Ah! Alloralo vedola regina Mab è venuta a trovarti. Essa è la levatrice delle fatee vienein forma non più grossa di un agata all'indice di un anzianotirata da un equipaggio di piccoli atomisul naso degli uominimentre giacciono addormentati. I raggi delle ruote del suo carro son fatti di lunghe zampe di ragno; il mantice di ali di cavallettele tirelle del più sottile ragnatelo; i pettorali di umidi raggi di lunail manico della frusta di un osso di grillola sferza di un filamento impercettibile; il cocchiere è un moscerino in livrea grigiagrosso neppure quanto la metà del piccolo insetto tondotratto fuori con uno spillo dal pigro dito di una fanciulla. Il suo cocchio è un guscio di nocciolalavorato dal falegname scoiattolo o dal vecchio vermeda tempo immemorabile carrozzieri delle fate. In questo arnese essa galoppa da una notte all'altra attraverso i cervelli degli amantie allora essi sognan d'amore; sulle ginocchia dei cortigianiche immediatamente sognan riverenze; sulle dita dei leguleiche subito sognano onorarisulle labbra delle dame che immantinente sognano bacisu quelle labbra che Mab adirata spesso affligge di vescicole perché il loro fiato è guasto da confetture; talvolta essa galoppa sul naso di un sollecitatoree allorain sognoegli sente l'odore d'una supplicatalora vacon la coda di un porcellino della decimaa solleticare il naso di un parroco mentre giace addormentatoe allora egli sogna un altro benefizio; talora ella passa in carrozza sul collo di un soldatoe allora egli sogna di tagliare gole nemichesogna brecceagguatilame spagnolee trincate profonde cinque tese; poiall'improvvisoessa gli suona il tamburo nell'orecchioal che egli si desta di soprassaltoe spaventato bestemmia una preghiera o duee si riaddormenta. Questa Mab è proprio quella stessa che nella notte intreccia le criniere dei cavallie nei loro crini sozzi ed unti fa dei nodi fataliche una volta strigati pronosticano molte sciagure.

Lei è la stregache quando le fanciulle giacciono supinele premee insegna loro per la prima volta a portaree ne fa delle donne di buon portamento. Essa è colei...

ROMEO: TacitaciMercuziotaci! tu parli di niente.

MERCUZIO: E' veroio parlo dei sogniche sono figli di un cervello oziosogenerati da nient'altro che da una vana fantasiala quale è di una sostanza sottile come l'ariae più incostante del ventoche in questo momento carezza il gelido grembo del settentrioneecorrucciatose ne va via sbuffandoe volta la faccia verso il mezzogiorno stillante di rugiada.

BENVOLIO: Questo vento del quale tu parlici soffia fuori di noi stessi: a quest'ora la cena è finitaed arriveremo troppo tardi.

ROMEO: Troppo prestoio temo: poiché l'anima mia presente che qualche triste effettoancora sospeso nelle stelleavrà dolorosamente il suo terribile principio nella festa di questa nottecon qualche crudele sentenza di morte immatura. Ma colui che è il pilota della mia rottadiriga la mia vela! Andiamoallegri giovani.

BENVOLIO: Suonatamburo.

 

(Escono)

 

 

 

SCENA QUINTA - Una sala in casa Capuleti

(Sonatori che aspettano. Entrano alcuni Servi)

 

PRIMO SERVO: Dov'è Pignattache non ci aiuta a sparecchiare? Lui cambiare un tagliere? Lui strofinare un tagliere? Oh sì!

SECONDO SERVO: Quando la pulizia deve dipendere tutta dalle mani di una o due personeche per giunta non se le sono lavatel'affare è poco pulito.

PRIMO SERVO: Via gli sgabellitira da una parte la credenzae attento all'argenteria. A teamicoserbami un boccone di quel marzapane; e se mi vuoi benedi' al portiere che lasci entrare Susanna Lamàcina e Nora. Antonio! Pignatta!

TERZO SERVO: Eccolocomparepronti!

PRIMO SERVO: Siete cercatochiamatodesideratoe domandato nel salone.

TERZO SERVO: Non si può mica essere qui e là nello stesso tempo.

Sveltiragazzi: e chi più campa pigli tutto. (Si ritirano)

 

(Entrano il CAPULETIcon GIULIETTA ed altri di casae si fanno incontro ai Convitati e alle Maschere)

 

CAPULETI: Benvenutisignori! Le dame che non soffrono di calli ai piedidesiderano di fare un giro con voi. Ahahsignore mie! Chi di voi tutteorarifiuterà di ballare? Colei che fa la ritrosaha qualche callove lo giurov'ho servito bene questa volta? Benvenuti signori! Ho visto anch'io il tempo in cui mi mettevo una maschera e sussurravo all'orecchio di qualche bella una storia che le piacesse:

ormai è passatoè passatoè passato... voi siete i benvenutisignori! Andiamosonatoriun po' di musica. (La musica suonae incomincia il ballo) Largolargo! fate posto! E voiragazzesaltate. Degli altri lumigiovanotti; ripiegate quelle tavolee spengete il fuocola stanza si è riscaldata troppo. Ahbravo questa festa improvvisata riesce proprio bene. Viaviasedetemio buon cugino Capuletiper voi e per me è finito il tempo di ballare: quanti anni sono ormai passatida che noi due ci trovammo insieme ad una mascherata?

SECONDO CAPULETI: Per la Madonnasono trent'anni.

CAPULETI: Comeamico mio! Non è tantonon è tanto: è dalle nozze di Lucenzio. Venga pure presto quanto vuolela Pentecostenoi ci mascherammo in quella occasionee sono ormai un venticinque anni.

SECONDO CAPULETI: E' di piùè di più: suo figlio ha di più ha trent'anni.

CAPULETI: Che cosa mi dite? Suo figlio due anni fa era ancora sotto tutela.

ROMEO: Chi è quella dama checol tesoro della sua manoarricchisce la mano di quel cavaliere là ?

SERVO: Non lo sosignore.

ROMEO: Ohessa insegna alle fiaccole a brillare! Sembra che essa penda sulle guance della nottecome un ricco gioiello dall'orecchio di una Etiope; bellezza di un valore troppo grande perché se ne possa usaretroppo preziosa per la terra! Tale appare una nivea colomba in mezzo a un branco di corviquale si mostra quella giovinetta in mezzo alle sue compagne. Finito questo ballospierò dove si mettee procurerò alla mia rozza mano la felicità di toccare la sua. Il mio cuore ha egli amato prima d'ora? Smentiteloocchi miei! poiché io non avevo mai vedutafino a questa nottela vera bellezza.

TEBALDO: Costuidalla vocedovrebbe essere un Montecchi. Cercami la mia spada ragazzo. Come! Il marrano osa venir quisotto una maschera grottescaa ridersi e a farsi beffe della nostra festa? Ebbeneper la nobiltà della mia stirpe e per l'onore del mio sanguefreddarlo con un colpo credo che non sia peccato.

CAPULETI: Che c'ènipote mio? Perché sei così furibondo?

TEBALDO: Ziocostui è un Montecchiun nostro nemicoun miserabile che è venuto qui a dispetto nostroa farsi beffe della nostra festa di stasera.

CAPULETI: E il giovine Romeo?

TEBALDO: E luiquel ribaldo di Romeo.

CAPULETI: Calmatigentile nipotee lascialo in pace: egli si comporta con la dignità di un gentiluomo; eper dire la veritàVerona vanta in lui un giovane virtuoso e bene educato: né io permettereiper tutte le ricchezze di questa cittàche gli fosse fatto un torto qui in casa mia. Perciò abbi pazienzanon ti occupare di lui: voglio cosìe se rispetti la mia volontàmostrati di buon umoree lascia andare cotesto cipiglioche non è al suo posto in una festa.

TEBALDO: E' al suo postoquando fra gli ospiti vi è un ribaldo come lui: non lo sopporterò qui.

CAPULETI: Sarà sopportato: ebbenemio bel ragazzo! Ti dico che egli sarà sopportato: andiamo! Chi è qui il padron di casaio o tu?

andiamo! Non lo sopporterai! Dio protegga l'anima mia! tu vuoi fare uno scandalo fra i miei invitati! Vorresti dar la stura alle passioni!

Pretenderesti di fare una bravata!

TEBALDO:. Ma questa è una vergognazio.

CAPULETI: Viavia; sei un arrogante... ma davvero? Questo scherzo ti potrebbe costare caroso io quel che mi dico. Vorresti metterti a tu per tu con me! In fede miaè proprio questo il momento! Bene! Bravi ragazzi! Sei un presuntuoso; andiamobastaaltrimenti... Degli altri lumi degli altri lumi! E' una vergogna: te la farò finire io! Suun po' di allegriaragazzi miei!

TEBALDO: La pazienza costrettaincontrandosi con la collera irrefrenabilemi fa tremar la carne addosso per il contrasto della loro opposta natura. Me ne anderò: ma questa intrusione di Romeola quale ora sembra una cosa dolcesi convertirà in amaro fiele.

 

(Esce)

 

ROMEO (a Giulietta): Se io profano con la mia mano indegna questa sacra reliquia (è questo il peccato dei pii)le mie labbraarrossenti pellegrinisono pronte a render più mollecon un tenero bacioil ruvido tocco.

GIULIETTA: Buon pellegrinovoi fate troppo torto alla vostra manoche ha mostrato in ciò la devozione che si conviene: poiché i santi stessi hanno maniche le mani dei pellegrini possono toccaree il giunger palma a palma è il bacio dei pii palmieri.

ROMEO: I santi non hanno essi labbraed i pii palmieri anche?

GIULIETTA: Sìo pellegrinolabbra che essi debbono usare nella preghiera.

ROMEO: Oh! alloracara santalascia che le labbra facciano ciò che fanno le mani; esse ti preganotu le esaudisciper timore che la fede non si cambi in disperazione.

GIULIETTA: I santi non si muovonoancorché esaudiscano le altrui preghiere.

ROMEO: Allora non muovertiintanto che io raccolgo il frutto della mia preghiera. Eccole tue labbra hanno purgato le mie del loro peccato. (La bacia)

GIULIETTA: Allora è rimasto sulle mie labbra il peccato che esse hanno tolto alle vostre.

ROMEO: Il peccato dalle mie labbra? O colpa dolcemente rimproverata!

Rendimi dunque il mio peccato.

GIULIETTA: Voi baciate con tutte le regole.

NUTRICE: Signoravostra madre ha bisogno di dirvi una parola.

ROMEO: Chi è sua madre?

NUTRICE: Diaminegiovinottosua madre è la padrona di questa casaed una signora buonasaggia e virtuosa: sua figliacolei con la quale avete parlato fino ad oral'ho allattata ioe vi so dire che chi potrà portarsela viali avrà sonanti uno su l'altro.

ROMEO: Essa è una Capuleti! Oh il caro prezzoche io dovrò pagare! La mia vita è un debito che io ho con la mia nemica!

BENVOLIO: Viaandiamoceneormai abbiamo visto il più bello della festa.

ROMEO: Sìho paura che sia proprio così; più stiamo e peggio è per la mia pace.

CAPULETI: Nosignorinon vi preparate per andarvene: c'è pronta una modesta cenetta. Volete proprio andare? Ebbeneallora io vi ringrazio tutti; graziemiei buoni signoribuona notte. Delle altre fiaccole qua! Suandiamocene a letto. Ohamicosi fa tardi davvero; io vado a riposare.

 

(Escono tuttitranne Giulietta e la Nutrice)

 

GIULIETTA: Nutricevieni qui: chi è quel signore là?

NUTRICE: E' il figlio e l'erede del vecchio Tiberio.

GIULIETTA: E l'altro che esce ora dalla porta?

NUTRICE: Diaminequello credo sia il giovine Petruccio.

GIULIETTA: E quell'altro signore dietro a luiche non ha voluto ballare?

NUTRICE: Non lo so.

GIULIETTA: Va'domandagli come si chiama: se egli è ammogliatola tomba sarà probabilmente il mio letto nuziale.

NUTRICE: Si chiama Romeoed è un Montecchil'unico figlio del vostro grande nemico.

GIULIETTA: Il mio unico amore nato dal mio unico odio! O sconosciuto che troppo presto io vidie troppo tardi conobbi! Ohnascita d'amor tra le più rareche un nemico esecrato io debba amare.

NUTRICE: Che c'è! che cosa dite?

GIULIETTA: Sono dei versi che ho imparato poco fada uno che ballava con me.

 

(Voce di dentro: "Giulietta!")

 

NUTRICE: Subitoeccoci! Viaandiamogli invitati se ne sono andati tutti.

 

(Escono)

 

 

 

ATTO SECONDO

 

PROLOGO

(Entra il Coro)

 

CORO: L'antica passione giace ormai sul suo letto di mortee un nuovo affetto aspira ad esserne l'erede; la bella per causa della quale l'amante si disperava e desiderava di morireoravicino alla gentil Giuliettanon è più bella. Ora Romeo è amato ed ama a sua volta.

Tutti e due gli amanti ora sono incantati dal fascino degli sguardima egli deve sospirare per la sua pretesa nemicalei deve rubare la dolce esca dell'amore alla punta di terribili ami: essendo considerato come un nemicoegli non può avvicinarla per sussurrarle i voti che gli amanti giurano alle belle; ed essainnamorata quanto luiha anche meno mezzi di trovarsi in qualche luogo col suo novello amante.

Ma la passione presta loro la forzail tempo offre a tutti e due i mezzi per potersi vederemitigando le loro estreme pene con estreme dolcezze. (il Coro esce)

 

 

 

SCENA PRIMA - Una viuzza presso il giardino dei Capuleti

(Entra ROMEO)

 

ROMEO: Posso io andare innanzi quando il mio cuore è là? Torna indietroo inanimata argilla del mio corpoe ritrova il tuo centro.

 

(Sale sul muroe salta in giardino)

(Entrano BENVOLIO e MERCUZIO)

 

BENVOLIO: Romeo! Cugino Romeo! Romeo!

MERCUZIO: Ha giudizio: eper la vita miascommetto che è scappato di nascosto a casa per andarsene a letto.

BENVOLIO: Correva per questa stradae poi ha scavalcato il muro di questo giardino. Chiamalomio buon Mercuzio.

MERCUZIO: Anzilo evocherò addirittura. Romeo! Stravagante! Pazzo!

Innamorato furibondo! Apparisci sotto la forma di un sospiro! Rispondi con un versoe sarò pago! Grida un semplice: ahimè! Pronunzia soltanto una rima: bella e tortorella. Di' una parola amabile all'indirizzo della mia comare Veneretrova un soprannome per il cieco suo figlio ed eredeper il giovinetto Adamo Cupidoche scoccò la sua freccia così benequando il re Cofetua si innamorò della fanciulla mendicante. Non sentenon si fa vivo; non si muove; è morto quel macaccoe bisogna proprio che io lo evochi. Romeoper i fulgidi occhi di Rosalinaper la superba sua fronte e le sue labbra porporineper il suo bel piedinoper la sua gamba dritta come un fusoper le sue sobbalzanti cosce e i territori ad esse adiacentiio ti scongiuro di apparire a noi nelle tue vere sembianze.

BENVOLIO: Se ti sentelo farai arrabbiare.

MERCUZIO: Non si potrà arrabbiare per questo. Avrebbe ragione di prenderselase io coi miei scongiuri facessi sorgere nel cerchio della sua bella uno spirito di strana naturae lo lasciassi lì rittofinch'ella lo avesse scongiurato ad abbassarsi e andarsene. Questo sarebbe un dispetto! Ma la mia invocazione è onesta e lealee i miei scongiuriin nome della sua donnanon hanno altro scopo che quello di far sorgere lui.

BENVOLIO: Vienisi deve essere nascosto fra quegli alberi per conversare con l'umida notte Il suo amore è ciecoe sta bene al buio.

MERCUZIO: Se amore è ciecoamore non può colpire il bersaglio. In questo momento Romeo si mette a sedere sotto un nespoloe si augura che la sua bella rassomigli a quelle tali fruttache le fanciullefra di lorochiamanoridendole nespole. Oh! Romeose ella fosse... oh! s'ella fosse una... 'et caetera'... apertae tu una pera spadona!. Buona notteRomeo. Me ne vado a trovare la mia branda; il campo è un letto troppo freddo perché io vi possa dormire. Vienice ne andiamo?

BENVOLIO: Andiamo purepoiché è inutile cercare chi non si vuol lasciar trovare.

 

(Escono)

 

 

 

SCENA SECONDA - Giardino dei Capuleti

(Entra ROMEO)

 

ROMEO: Ride delle cicatricichi non ha mai provato una ferita.

(Giulietta appare ad una finestra in alto) Mapiano! Quale luce spunta lassù da quella finestra? Quella finestra è l'oriente e Giulietta è il sole! Sorgio bell'astroe spengi la invidiosa lunache già langue pallida di doloreperché tusua ancellasei molto più vaga di lei. Non esser più sua ancellagiacché essa ha invidia di te. La sua assisa di vestale non è che pallida e verde e non la indossano che i matti; gettala. E' la mia signora; oh! è l'amor mio!

oh! se lo sapesse che è l'amor mio! Ella parlae pure non proferisce accento: come avviene questo? E' l'occhio suo che parla; ed io risponderò a lui. Ma è troppo ardire il mioessa non parla con me:

due fra le più belle stelle di tutto il cieloavendo da fare altrovesupplicano gli occhi suoi di voler brillare nella loro sferafinché esse abbian fatto ritorno. E se gli occhi suoiin questo momentofossero lassùe le stelle fossero nella fronte di Giulietta? Lo splendore del suo viso farebbe impallidire di vergogna quelle due stellecome la luce del giorno fa impallidire la fiamma di un lume; e gli occhi suoi in cielo irradierebbero l'etere di un tale splendore che gli uccelli comincerebbero a cantarecredendo finita la notte.

Guarda come appoggia la guancia su quella mano! Oh! foss'io un guanto sopra la sua manoper poter toccare quella guancia!

GIULIETTA: Ohimè!

ROMEO: Essa parla. Ohparla ancoraangelo sfolgorante! poiché tu sei così luminosa a questa nottementre sei lassù sopra il mio capo come potrebbe esserlo un alato messaggero del cielo agli occhi stupiti dei mortaliche nell'alzarsi non mostra che il biancomentre varca le pigre nubi e veleggia nel grembo dell'aria.

GIULIETTA: O RomeoRomeo! Perché sei tu Romeo? Rinnega tuo padre; e rifiuta il tuo nome: ose non vuoilegati solo in giuramento all'amor mioed io non sarò più una Capuleti.

ROMEO (fra sé): Starò ancora ad ascoltareo rispondo a questo che ha detto?

GIULIETTA: Il tuo nome soltanto è mio nemico: tu sei sempre tu stessoanche senza essere un Montecchi. Che significa "Montecchi"? Nulla: non una manonon un piedenon un braccionon la facciané un'altra parte qualunque del corpo di un uomo. Ohmettiti un altro nome! Che cosa c'è in un nome? Quella che noi chiamiamo rosaanche chiamata con un'altra parola avrebbe lo stesso odore soave; così Romeose non si chiamasse più Romeoconserverebbe quella preziosa perfezioneche egli possiede anche senza quel nome. Romeorinunzia al tuo nomee per essoche non è parte di teprenditi tutta me stessa.

ROMEO: Io ti piglio in parola: chiamami soltanto amoreed io sarò ribattezzato; da ora innanzi non sarò più Romeo.

GIULIETTA: Chi sei tu checosì protetto dalla notteinciampi in questo modo nel mio segreto?

ROMEO: Con un nome io non so come dirti chi sono. Il mio nomecara santaè odioso a me stessopoiché è nemico a te: se io lo avessi qui scrittolo straccerei.

GIULIETTA: L'orecchio mio non ha ancora bevuto cento parole di quella voceed io già ne riconosco il suono. Non sei tu Romeoe un Montecchi?

ROMEO: Né l'uno né l'altrobella fanciulla se l'uno e l'altro a te dispiace.

GIULIETTA: Come sei potuto venir quidimmie perché? I muri del giardino sono altie difficili a scalaree per teconsiderando chi seiquesto è un luogo di mortese alcuno dei miei parenti ti trova qui.

ROMEO: Con le leggere ali d'amore ho superati questi muripoiché non ci sono limiti di pietra che possano vietare il passo ad amore: e ciò che amore può fareamore osa tentarlo; perciò i tuoi parenti per me non sono un ostacolo.

GIULIETTA: Se ti vedonoti uccideranno.

ROMEO: Ahimè! c'è più pericolo negli occhi tuoiche in venti delle loro spade: basta che tu mi guardi dolcementee sarò a tutta prova contro la loro inimicizia.

GIULIETTA: Io non vorrei per tutto il mondo che ti vedessero qui.

ROMEO: Ho il manto della notte per nascondermi agli occhi loro; ma a meno che tu non mi amilascia che mi trovino qui: meglio la mia vita terminata per l'odio loroche la mia morte ritardata senza che io abbia l'amor tuo.

GIULIETTA: Chi ha guidato i tuoi passi a scoprire questo luogo?

ROMEO: Amoreil quale mi ha spinto a cercarlo: egli mi ha prestato il suo consiglioed io gli ho prestato gli occhi. Io non sono un pilota:

ma se tu fossi lontana da mequanto la deserta spiaggia che è bagnata dal più lontano mareper una merce preziosa come te mi avventurerei sopra una nave.

GIULIETTA: Tu sai che la maschera della notte mi cela il voltoaltrimenti un rossore verginale colorirebbe la mia guanciaper ciò che mi hai sentito dire stanotte. Io vorrei ben volentieri serbare le convenienze; volentieri vorrei poter rinnegare quello che ho detto: ma ormai addio cerimonie! Mi ami tu? So già che dirai "sì"ed io ti prenderò in parola; ma se tu giuritu puoi ingannarmi: agli spergiuri degli amanti dicono che Giove sorrida. O gentile Romeose mi ami dichiaralo lealmente; se poi credi che io mi sia lasciata vincere troppo prestoaggrotterò le ciglia e farò la cattivae dirò di nocosì tu potrai supplicarmi; ma altrimenti non saprò dirti di no per tutto il mondo. E' verobel Montecchiio son troppo innamorata e perciò la mia condotta potrebbe sembrarti leggera. Ma credimigentil cavalierealla prova io sarò più sincera di quelle che sanno meglio di me l'arte della modestia. Tuttavia sarei stata più riservatalo devo riconoscerese tuprima che io me n'accorgessinon avessi sorpreso l'ardente confessione del mio amore: perdonami dunque e non imputare la mia facile resa a leggerezza di questo amoreche l'oscurità della notte ti ha svelato così.

ROMEO: Fanciullaper quella benedetta luna laggiù che inargenta le cime di tutti questi alberiio giuro...

GIULIETTA: Ohnon giurare per la lunala incostante luna che ogni mese cambia nella sua sferaper timore che anche l'amor tuo riesca incostante a quel modo.

ROMEO: Per che cosa devo giurare?

GIULIETTA: Non giurare affatto; o se vuoi giuraregiura sulla tua cara personache è il dio idolatrato dal mio cuoreed io ti crederò.

ROMEO: Se il sacro amore del mio cuore...

GIULIETTA: Vianon giurare. Benché io riponga in te la mia gioianessuna gioia provo di questo contratto d'amore concluso stanotte: è troppo precipitatotroppo imprevistotroppo improvvisotroppo somigliante al lampo che è finito prima che uno abbia il tempo di dire "lampeggia". Amor miobuona notte! Questo boccio d'amoreaprendosi sotto il soffio dell'estatequando quest'altra volta ci rivedremoforse sarà uno splendido fiore. Buona nottebuona notte! Una dolce pace e una dolce felicità scendano nel cuor tuocome quelle che sono nel mio petto.

ROMEO: Oh! mi lascerai così poco soddisfatto?

GIULIETTA: Quale soddisfazione puoi avere questa notte?

ROMEO: Il cambio del tuo fedele voto di amore col mio.

GIULIETTA: Io ti diedi il mioprima che tu lo chiedessi; e tuttavia vorrei non avertelo ancora dato.

ROMEO: Vorresti forse riprenderlo? Per qual ragioneamor mio?

GIULIETTA: Solo per essere generosae dartelo di nuovo. Eppure io non desidero se non ciò che possiedo; la mia generosità è sconfinata come il maree l'amor mio quanto il mare stesso è profondo: più ne concedo a tepiù ne possiedopoiché la mia generosità e l'amor mio sono entrambi infiniti. (La Nutrice chiama di dentro) Sento qualche rumore in casa; addiocaro amor mio! Subitomia buona nutrire! Diletto Montecchisii fedele. Aspetta un solo istantetornerò. (Esce)

ROMEO: O beatabeata notte! Stando così in mezzo al buioio ho paura che tutto ciò non sia che un sognotroppo deliziosamente lusinghiero per essere realtà.

 

(Giulietta torna alla finestra)

 

GIULIETTA: Due parolecaro Romeoe buona notte davvero. Se l'intenzione dell'amor tuo è onesta e il tuo proposito è il matrimoniomandami a diredomaniper una persona che farò venir da tedove e in qual tempo tu vuoi compiere la cerimonia ed io deporrò ai tuoi piedi il mio destino e ti seguiròcome signore mioper tutto il mondo.

NUTRICE (di dentro): Signora!

GIULIETTA: Vengo subito. Ma se le tue intenzioni non sono onesteio ti scongiuro...

NUTRICE (di dentro): Signora!

GIULIETTA: Ora vengo! Cessa le tue proteste e lasciami al mio dolore:

domani manderò.

ROMEO: Così l'anima mia sia salva...

GIULIETTA: Mille volte buona notte! (Si ritira dalla finestra)

ROMEO: Mille volte cattiva notteinvecepoiché mi manca la tua luce.

Amore corre verso amorecon la gioia con cui gli scolari lasciano i loro librima al contrario amore lascia amore con quella mestizia nel voltocon la quale gli scolari vanno alla scuola. (Si ritira lentamente)

 

(Riappare GIULIETTA alla finestra)

 

GIULIETTA: Pst! Romeopst! Oh avessi io la voce di un falconiereper richiamare a me questo gentile terzuolo! La voce della schiavitù è fiocae non può farsi sentire: altrimenti saprei squarciare la caverna dove si cela l'eco e far diventare l'aerea sua voce più fioca della miaa forza di ripetere il nome del mio Romeo.

ROMEO (tornando indietro): E' l'anima mia che pronunzia il mio nome; che dolce tinnire d'argento ha nella notte la voce degli amanti! E' come una musica dolcissimaper un orecchio che ascolta avidamente.

GIULIETTA: Romeo!

ROMEO: Cara!

GIULIETTA: A che oradomanidevo mandare da te?

ROMEO: Alle nove.

GIULIETTA: Non mancherò; ci sono venti anni di qui allora. Non mi ricordo più perché ti ho richiamato.

ROMEO: Lasciami restar qui finché te ne ricordi.

GIULIETTA: Allora io non me ne ricorderò appostaaffinché tu resti qui ancorarammentandomi solamente quanto mi è cara la tua compagnia.

ROMEO: Ed io resterò quiperché tu non te ne ricordidimenticando ogni altra mia abitazione fuori di questa.

GIULIETTA: E' quasi giornoio vorrei che tu fossi già partitoma senza allontanarti più dell'augellinoche una monella lascia saltellare per un poco fuori della sua manopovero prigioniero avvinto nelle sue ritorte catenee tosto per mezzo di un filo di seta lo riconduce a sé con una strattaamante troppo gelosa della sua libertà.

ROMEO: Io vorrei essere il tuo augellino.

GIULIETTA: Anch'io vorrei che tu lo fossi o caro: ma avrei paura di ucciderti per il troppo bene. Buona nottebuona notte! L'addio che ci separa è un dolore così dolceche ti direi "buona notte" fino a domattina. (Si ritira)

ROMEO: Il sonno scenda sugli occhi tuoila pace nel tuo petto! Oh fossi io il sonno e la pace per riposare così dolcemente! Ed ora anderò alla cella del mio padre spirituale ad implorare il suo aiuto e a raccontargli la mia buona ventura.

 
(Esce)

 

 

 

SCENA TERZA - La cella di Frate Lorenzo

(Entra Frate LORENZO con un paniere)

 

FRATE LORENZO: Il mattino dai grigi occhi sorride all'accigliata nottegittando sprazzi di luce sulle nubi orientali; e la tenebrachiazzata in voltosi ritraebarcollando come un ubriacodal sentiero del giorno e dalle infocate ruote di Titano. Oraprima che il sole si avanzicol suo occhio fiammeggiante a rallegrare il giorno e ad asciugare l'umida rugiada della nottequesto paniere di vimini deve esser pieno di erbe velenose e di fiori dal succo prezioso. La terra che è la madre della naturaè anche la sua tomba; il sepolcro della natura è lo stesso grembo dal quale ella ha la vita. E noi vediamo figli di diverso genereusciti da quel grembosuggere il materno petto della terramolti ottimi per molte virtùnessuno che non ne abbia qualcunae pure tutti differenti. Oh! grande è la virtù che risiede nelle erbenelle piantenelle pietre e nelle loro intime qualità; poiché nulla esiste sulla terra di sì vileche alla terra non dia qualche bene particolare; né cosa alcuna è così buonachedistratta dal suo buon usonon si ribelli alla sua originecadendo nell'abuso. La virtù stessa diventa viziomale esercitata; e il vizio talora è nobilitato da una bella azione Sotto la tenera buccia di questo fragile fiorerisiede nello stesso tempo un veleno e una virtù medicapoiché se tu l'odoririsveglia in te una gioconda eccitazione di tutto il senso; se tu lo gustiti uccideinsieme col cuoretutti i sensi. Anche nell'animo dell'uomocome nelle erbestanno accampatiin continua guerra fra di lorodue re nemici: la grazia e la volontà brutale; e la pianta dove la peggiore di queste due potenze trionfaè divorata tosto dal verme della morte.

 

(Entra ROMEO)

 

ROMEO: Buon giornopadre.

FRATE LORENZO: 'Benedicite.' Qual voce mattutina mi saluta così dolcemente? Figliuolo miose tu dai così presto il buon giorno al tuo lettoè segno che hai la mente turbata: nella pupilla dei vecchi veglia assidua la sollecitudinee dove alberga la sollecitudinenon trova mai posto il sonno; ma ove distende le sue membra la intatta gioventùche ha la mente sgombralà regna un ameno sonno. Perciò questa tua visita mattutina mi da la certezza che qualche inquietudine ti ha costretto ad alzarti; o se non è cosìquesta volta io colgo nel segno: il nostro Romeo stanotte non è andato a letto.

ROMEO: Quest'ultima supposizione è vera: ma il mio riposo è statoanzipiù dolce delle altre notti.

FRATE LORENZO: Dio perdoni al peccatore! Sei stato con Rosalina?

ROMEO: Con Rosalinapadre mio? Noho dimenticato quel nomee le pene che quel nome mi faceva soffrire FRATE LORENZO: Bravo il mio figliuolo: ma dove sei stato dunque?

ROMEO: Te lo diròsenza che tu me lo domandi un'altra volta. Sono stato a festa dal mio nemicoe là improvvisamente sono stato feritoda chi io stesso ferivo. Il rimedio che può guarirci tutti e due è riposto nel tuo aiuto e nella tua santa medicina. Io non serbo rancore a nessunopadre benedetto; poichévedila mia intercessione profitta anche al mio nemico.

FRATE LORENZO: Sii chiarofigliuolo mioe semplice nel tuo discorso; una confessione enigmatica non può avere che una assoluzione enigmatica.

ROMEO: Allora sappisenz'altroche il mio cuore ha posto il suo amore più caro nella bella figlia del ricco Capuleti; e come il mio cuore l'ho posto in leicosì lei il suo l'ha posto in me. Tutto è combinatose non ciò che spetta a te di combinareper mezzo del santo matrimonio. Quandodovee come ci siamo vistiabbiamo parlato di amoree ci siamo scambiati la fedete lo dirò mentre camminiamoma intanto io ti prego di volerci fare sposare oggi stesso.

FRATE LORENZO: San Francesco sia benedettoche cambiamento è mai questo? Rosalinacolei che tu amavi così teneramentel'hai bell'e dimenticata? Dunque l'amore di voialtri giovani non ha la sua vera sede nel cuore ma negli occhi. Gesummaria! e pure quale mare di lacrime ha bagnato le tue pallide guance per cagione di Rosalina!

Quanta acqua salata hai sprecato inutilmente per rendere più saporito un amoreche poi non devi nemmeno assaggiare! Il sole non ha ancora dissipato nel cielo la nebbia dei tuoi sospirii tuoi gemiti antichi risuonano ancora nei miei tardi orecchi; vediqui sulla tua gota c'è rimasta la macchia di un'antica lacrimache non si è ancora asciugata. Se tu fosti sempre lo stessoe queste pene furono tuetu e queste pene appartenevate unicamente a Rosalina: e sei cambiato così? Allora ripeti questa sentenza: Possono ben cadere le donneuna volta che gli uomini sono così deboli.

ROMEO: Tu mi hai spesso rimproverato di amare Rosalina

FRATE LORENZO: Di essere infatuatonon di amarefigliuolo mio.

ROMEO: E mi hai detto di seppellire questo mio amore.

FRATE LORENZO: Non però in una tomba per mettervene uno e disseppellirne un altro.

ROMEO: Ti pregonon mi rimproverare: colei che amo orami rende grazia per grazia e amore per amore; l'altra non faceva così.

FRATE LORENZO: Oh! perché capiva bene che l'amor tuo non sapeva compitaree invece di leggere recitava a memoria. Ma andiamovolubile ragazzovieni con mec'è un motivo per il quale io voglio aiutarti: questo matrimonio potrebbe avere la fortuna di cambiare in un sincero amore l'odio delle vostre famiglie.

ROMEO: Oh! andiamo via; ho bisogno di far molto presto.

FRATE LORENZO: Prudenza e calma; chi corre troppoinciampa e cade.

 

(Escono)

 

 

 

SCENA QUARTA - Una strada

(Entrano BENVOLIO e MERCUZIO)

 

MERCUZIO: Dove diavolo può essere questo Romeo? Che non sia tornato a casa stanotte?

BENVOLIO: A casa di suo padre no certoho parlato col suo domestico.

MERCUZIO: Insommaquella pallida fanciulla dal cuore di sassoquella Rosalinalo tormenta cosìche egli finirà per diventar matto di certo.

BENVOLIO: Tebaldocongiunto del vecchio Capuletiha mandato una lettera a casa di suo padre.

MERCUZIO: Una sfidasulla mia vita!

BENVOLIO: Romeo gli saprà rispondere.

MERCUZIO: Chiunque sa scrivere può rispondere ad una lettera.

BENVOLIO: Ma no; dico che egli risponderà debitamente all'autore di quella lettera: sfidatosfiderà.

MERCUZIO: Ah! povero Romeoè bell'e morto! Trafitto dagli occhi neri di una bianca fanciullaferito in un orecchio da una canzone d'amorecol cuore spaccato nel mezzo dalla freccia del piccolo arciere ciecoè questo l'uomo che può affrontare Tebaldo?

BENVOLIO: Via! Che sarà mai Tebaldo!

MERCUZIO: Qualche cosa di più che Tebaldo il principe dei gattite lo dico io. Ohè il valoroso campione d'ogni compitezza. Si batte con la precisione con cui tu potresti cantare da uno spartito; va a tempomantiene la distanza e la misura; ti fa una pausa di un attimounoduee la terza te la pianta nel petto; è il vero beccaio dei bottoni di setaun duellistaun duellista; un gentiluomo di primo rangoun vero maestro di prima e seconda causa. Ahl'immortale passata! il punto riverso! il "toccato"!

BENVOLIO: Il che?

MERCUZIO: Il canchero di questi grotteschibalbuzienti fantasticipieni di affettazione; di questi odierni concia-parole! "Per Gesùuna bonissima lama! un uomo di bella taglia! una puttana sopraffina!".

Insommanonno mionon è una cosa deplorevoleche oggi si debba essere afflitti in tal modo da queste mosche straniereda questi spacciatori di modeda questi 'pardonnez-moi'i quali s'impancan talmente sull'ultima foggia che non possono più sedere comodamente sulle panche che usavano una volta? O i loro 'bons'i loro 'bons'!

 

(Entra ROMEO)

 

BENVOLIO: Ecco qui Romeoecco qui Romeo.

MERCUZIO: Levatogli il lattecome un'aringa secca. O carnecarnecome ti sei fatta pesce! Ora s'è dato ai metri che modulava il Petrarca: Laura a paragone della sua donna non era che una sguattera; ma sfidoaveva un amante assai più valente a cantarla in rima; Didone era una druda: Cleopatrauna zingara; Elena ed Eromarcolfe e sgualdrine; Tisbe aveva l'occhio cesio o roba similema senza costrutto. Signor Romeo'bonjour'! eccoti un saluto in francese per le tue brache francesi. Stanottebellamenteci hai pagato di mala moneta!

ROMEO: Buon giorno a tutti e due. Che mala moneta vi ho dato?

MERCUZIO: Sei corso fuorimesserefuori corsonon capisci?

ROMEO: Perdonoo buon Mercuzioil mio affare era urgente; e in un caso come quello mioè permesso ad un uomo di deflettere dalle regole della riverenza.

MERCUZIO: Ciò è quanto direche un caso come il tuo fa flettere a un uomo i ginocchi.

ROMEO: Cioè fare una riverenza.

MERCUZIO: Ci hai imbroccato proprio per bene.

ROMEO: Una interpretazione veramente riveritala tua!

MERCUZIO: Diavolo! io sono la riverenza incarnata.

ROMEO: Incarnata come una rosa?

MERCUZIO: Precisamente.

ROMEO: E allora vedrai che anche la suola dei miei scarpini è incarnata.

MERCUZIO: Questo è spirito vero! Infatti la suola dei tuoi scarpini è rósae quando la sola suola è rósala freddura piglia piede.

ROMEO: Oh! freddura pedestreche si regge in piedi solo perché è fatta coi piedi.

MERCUZIO: Vieni a separarcio buon Benvolio mi vien meno lo spirito.

ROMEO: Scudiscio e sproniscudiscio e spronici vuole per tealtrimenti io proclamerò partita vinta.

MERCUZIO: Perdio! se il tuo spirito vuol fare col mio il gioco dell'oca son bell'e fritto: poiché c'è più oca in uno solo dei tuoi sensine sono sicuroche io non ne abbia in tutti e cinque i miei messi insieme. Ero io forse pari con te costì quanto all'oca?

ROMEO: Tu non sei mai stato pari con me in nullase non lo sei stato costì quanto all'oca.

MERCUZIO: Per questa tua spiritosaggine ti voglio dare un morsichino in un orecchio.

ROMEO: Via! o buona ocanon mordere.

MERCUZIO: Il tuo spirito è molto agrodolce; è una vera salsa piccante.

ROMEO: E non è forse ben servitacome contorno ad una dolce oca?

MERCUZIO: Ohecco dello spirito di pelle di caprettoche dalla larghezza di un pollicea forza di tirare col ferrosi può far diventare largo un braccio!

ROMEO: Allora io lo tiro fino a raggiungere cotesta parola "ferro"la quale unita ad "oca" dimostra che tu non cerchi di far altro che ferrare le oche.

MERCUZIO: Ebbenequesto non è forse meglio che spasimare d'amore? Ora sei ritornato socievole come primaora sì che sei Romeo; ora sei come l'arte e la natura ti hanno fatto; poiché questo farnetico di Amore assomiglia a un grande idiotache corre su e giù con la lingua di fuoriper trovare un buco dove nascondere il suo gingillo.

ROMEO: Fermati quifermati qui.

MERCUZIO: Tu vuoi che io mozzi il mio discorsoproprio a contrappelo.

ROMEO: Sìtanto lo so che hai pochi peli sulla lingua.

MERCUZIO: Oh! t'inganni: non volevo torcere un pelo perché ero già arrivato in fondoe non avevo davvero l'intenzione di addentrarmi nel soggetto.

ROMEO: Ecco un bell'arnese!

 

(Entra la Nutrice insieme con PIETRO)

 

MERCUZIO: Una velauna vela!

BENVOLIO: Duedueuna camicia e una gonnella.

NUTRICE: Pietro!

PIETRO: Subito!

NUTRICE: Il mio ventaglioPietro.

MERCUZIO: Sìo buon Pietroper nascondervi dietro la faccia: poiché quella del suo ventaglio è la faccia più bella.

NUTRICE: Dio vi dia il buon giornosignori.

MERCUZIO: Dio ti dia la buona serabella gentildonna.

NUTRICE: E' proprio l'ora di dar la buona sera?

MERCUZIO: Né più né menove lo dico io; poiché ora la mano oscena della meridiana è sull'asta del mezzogiorno.

NUTRICE: Finitela! che razza d'uomo siete?

ROMEO: Un uomoo gentildonnache Domineddio ha messo al mondo per sciupare se stesso.

NUTRICE: In fede miaquesta è buona: "per sciupare se stesso" ha detto? Signorisa dirmi qualcuno di voidove potrei trovare il giovine Romeo?

ROMEO: Ve lo posso dire io: ma il giovine Romeoquando lo avrete trovatosarà più vecchio di quando lo cercavate. Sono io il più giovane di questo nomein mancanza di uno peggio.

NUTRICE: Dite bene.

MERCUZIO: Già! il peggio è bene? Ohbella in veritàche sennoche intelligenza!

NUTRICE: Se siete voisignoredesidero di farvi una confidenza.

BENVOLIO: Vorrà portargli l'invito per una cena.

MERCUZIO: Una ruffianauna ruffianauna ruffiana! All'erta!

ROMEO: Che cosa hai scovato?

MERCUZIO: Una gazzano di certomesserea meno che non sia una putta in un pasticcio di quaresimache sa già di stantio e puzza prima d'esser mangiata... (Canta)

Una vecchia putta puzza Una vecchia putta pazzaChe buon piatto di quaresima!

Se la putta tanto puzzaL'appetito non s'aguzzaE' pietanza che si biasima.

Romeovieni a casa di tuo padre? Noi andiamo là a desinare.

ROMEO: Vi seguo.

MERCUZIO: Addiovecchia signora; addio(cantando) "signorasignora..." (Escono Mercuzio e BENVOLIO)

NUTRICE: Sì! arrivederci! Di graziasignoreche sfacciato rigattiere è costuiil quale faceva tanta pompa delle sue oscenità da capestro?

ROMEO: E' un signorenutrice miache si diletta a sentire le sue chiacchierecapace di dire in un minuto solo molte più cose di quelle che egli non ascolti in un mese.

NUTRICE: Se crede di sparlare di melo metterò al postofosse anche più gagliardo di quello che èe di venti Zanni della sua risma; e se non sono buona iotroverò chi sarà capace. Vile ribaldo! Non sono mica una delle sue sgualdrine io! Non sono mica una della sua combriccola! (A Pietro) E tu poi te ne stai costìe lasci che un mariolo qualunque mi tratti a suo piacere?

PIETRO: Io non ho visto alcuno trattarvi a suo piacerese l'avessi vistoil mio ferro sarebbe uscito all'istante dal foderove lo garantisco. Poiché ho anch'io il coraggio di sguainare la spada presto come gli altri se vedo l'occasione buona in una lite giustaed ho la legge dalla mia parte.

NUTRICE: In questo momentolo giuro davanti a Diosono così arrabbiatache tremo tutta. Vile ribaldo! Vi pregosignore una parolacome vi dicevo la mia padroncina mi ha ordinato di andare in cerca di voi! Quello che mi ha detto di dirvi me lo terrò qui dentro:

prima lasciatemi direche se voi doveste condurlacome si suol direal paradiso dei mattila vostra sarebbe come si diceuna condotta assai perfida; perché la signorina è giovanee perciò se con lei foste doppioin verità sarebbe una bricconata che fareste a una gentile signorae un'azione molto cattiva.

ROMEO: Nutriceraccomandami alla tua signora e padrona. Ti giuro...

NUTRICE: Che buon cuore! Sìin fede mia le dirò tutto. Mio Diomio Diosarà proprio felice!

ROMEO: Che cosa le dirainutricese non mi stai a sentire?

NUTRICE: Le diròo signoreche voi giurate; e questose io capisco qualche cosaè un pegno da gentiluomo.

ROMEO: Dille che stasera trovi qualche pretesto per andare a confessarsie alla cella di frate Lorenzo sarà confessata e maritata.

Questo è per la briga che ti prendi.

NUTRICE: No davverosignore; neppure un soldo.

ROMEO: Andiamoti dico di prenderlo.

NUTRICE: Alloraquesta sera signore? va benesarà là.

ROMEO: Aspettabuona nutrice: prima che sia passata un'ora ti raggiungeràdietro al muro del conventoil mio servitoreil quale ti porterà una scala a cordache nel segreto della notte dovrà condurmi al colmo della gioia. Addio! sii fedeleed io saprò ricompensare le tue fatiche. Addio! raccomandami alla tua padrona.

NUTRICE: Ed orache Dio su in cielo ti benedica! Sentitesignore.

ROMEO: Che dicimia cara nutrice?

NUTRICE: Il vostro servitore è fidato? Non avete mai sentito dire che due possono serbare un segretoquando uno di loro sia messo da parte?

ROMEO: Ti garantisco che il mio servitore è sicuro come l'acciaio.

NUTRICE: Benesignore; la padroncina mia è la più deliziosa damigella del mondo... Mio Diomio Diol'aveste veduta quando era una piccola chiacchierina! Ohc'è un nobiluomo qui in cittàun certo Parideil quale per lei metterebbe fuori l'arma volentieri; ma a leianima benedettapiacerebbe vedere un rospoproprio un rospoquanto veder lui. Io qualche volta la faccio arrabbiaree le dico che Paride è l'uomo che ci vuole per lei; mave lo garantiscoquando io dico cosìdiventa bianca come il più candido panno del mondo. Rosmarino e Romeo non cominciano tutti e due con la medesima lettera?

ROMEO: Sìnutrice: ebbene? cominciano tutti e due con una r.

NUTRICE: Ah! burlone! Codesta è la lettera del can che ringhia; r è...

per il... No; lo soincomincia con un'altra letterae lei ci ha fatto un motto graziosissimosu voi e rosmarino: se lo sentistevi farebbe bene.

ROMEO: Raccomandami alla tua signora. [Romeo esce).

NUTRICE: Sìmille volte. Pietro!

PIETRO: Eccomi !

NUTRICE: Pietroprendi il ventaglio e avviati.

 

(Escono)

 

 

 

SCENA QUINTA - Il Giardino dei Capuleti

(Entra GIULIETTA)

 

GIULIETTA: L'orologio sonava le nove quando ho mandato la nutrice:

essa mi aveva promesso che in mezz'ora sarebbe tornata. Forse non riesce a trovarlo. Non può essere: ohella è zoppa! I messaggeri d'amore dovrebbero essere i pensieriche corrono dieci volte più veloci dei raggi del soleallorché caccia via le ombre sulle fosche cime dei monti. Per questoappuntoAmore è tirato da celeri colombe e per questo ha le ali Cupidoveloce come il vento. Il sole è ormai al punto culminante del suo cammino di oggie dalle nove alle dodici vi sono tre lunghe ore: ed ancora non è tornata. Se avesse gli affetti e il sangue caldo della gioventùsi moverebbe con la rapidità di una pallale parole mie la lancerebbero diritta al mio dolce amoree quelle di lui la manderebbero diritta a me. Ma la gente vecchia molte volte pare morta; sono inertilentipesanti e lividi come il piombo.

 

(Entrano la Nutrice e PIETRO)

 

Mio Dio! viene finalmente! O dolce nutriceche notizie mi porti?

L'hai trovato? Manda via quell'uomo.

NUTRICE: Pietroaspetta alla porta.

 

(Pietro esce)

 

GIULIETTA: Ebbenemia buonamia dolce nutrice? O Dio! Perché hai quest'aria trista? Se le notizie sono cattivedammele almeno con lieta cera. Se poi sono buonetu sciupi la musica delle dolci notizie sonandomela con cotesta faccia arcigna.

NUTRICE: Non ne posso più: lasciatemi riprender fiato un momento. Ahicome mi dolgono le ossa! che corsa ho fatto!

GIULIETTA: Vorrei che tu avessi le mie ossa ed io le tue notizie. Suviate ne pregoparla; mia buonamia buona nutriceparla!

NUTRICE: Gesùche fretta! Non potete aspettare un momento? Non vedete che non posso riprender fiato?

GIULIETTA: Come non puoi riprender fiatose hai il fiato per dirmi che sei senza fiato? La scusa con la quale tu vuoi giustificare questo indugioè più lunga del racconto che ti scusi di non poter fare. Le tue notizie sono buone o cattive? Dimmi almeno questorispondi sì o noed aspetterò a sentire i particolari. Contentamisono buone o cattive?

NUTRICE: Ebbeneavete fatto una scelta meschina: voi non siete buona a scegliere un uomo. Romeo! nonon è lui quello che ci voleva per voi! Il suo visoè veroè più bello di quello di qualunque altro uomoma la sua gamba vince quella di tutti gli uomini del mondoe quanto alla manoal piedealla figura... si sabenché non ci sia nulla da diresono senza confronto. Egli non è il fiore della cortesiaperòne sto garanteè docile come un agnello. Va' per la tua stradafanciulla miaservi Dio. Comeavete già pranzato in casa?

GIULIETTA: Nono; ma tutto questo io lo sapevo già. Che cosa dice del nostro matrimonio? Che cosa ne pensa?

NUTRICE: Diocome mi fa male la testa! Ohla mia testa! Me la sento battere come se si volesse fare in venti pezzi. E le spalle di dietro!

ohle mie spallele mie spalle! Avete un bel cuore! mandami in giro ad acchiapparmi la morte a forza di trottare su e giù.

GIULIETTA: In fede miami dispiace che tu non ti senta bene: ma viamia buonamia caramia dolce nutricedimmiche cosa dice l'amor mio?

NUTRICE: Il vostro amoreda onesto gentiluomoda uomo cortesegentilebelloeve lo garantiscovirtuoso com'èdice... Dov'è vostra madre?

GIULIETTA: Dov'è mia madre? Maè in casa: dove deve essere? Che strano modo di rispondere! "Il vostro amoreda onesto gentiluomodice... Dov'e è vostra madre?".

NUTRICE: O madonna cara! Pigliate fuoco così presto? AlloraVergine santaimmaginiamoci! questo sarebbe l'impiastro per le mie ossa indolenzite? D'ora in poi le vostre imbasciate fatevele da voi.

GIULIETTA: Ehquanto chiasso!... viache cosa dice Romeo?

NUTRICE: Avete avuto il permesso di andare a confessarvi oggi?

GIULIETTA: Sì.

NUTRICE: Alloraprestoandate alla cella di frate Lorenzolà c'è un marito che aspetta per far di voi una moglie. Ecco il sangue birichino che vi sale alle gote: una notizia qualunque basta perché si facciano subito vermiglie. Prestoalla chiesa; io prenderò un'altra strada in cerca di una scalacon la quale il vostro amante appena è buio dovrà salire su al nido di un uccello; io sono il facchinoe fatico per il vostro diletto: ma fra pocoappena sarà notteil peso lo porterete voi. Andiamo; io vado a desinarevoiprestoalla cella.

GIULIETTA: Prestoal colmo della felicità! Mia buona nutriceaddio.

 

(Escono)

 

 

 

SCENA SESTA - La cella di Frate Lorenzo

(Entrano Frate Lorenzo e ROMEO)

 

FRATE LORENZO: Il cielo sorrida a questo santo attoe faccia sì che l'avvenire non debba rimproverarcelo con qualche dolore!

ROMEO: Amenamen! venga pure qualunque dolore possibile: esso non può valere in cambioquanto la gioia che mi dà un solo breve minuto della sua presenza. Congiungi soltanto le nostre mani con le tue sante parolee poi la mortedivoratrice d'amorefaccia pure quello che vuole. A me basta di poter dire che Giulietta è mia.

FRATE LORENZO: Queste gioie violente hanno violenta finee muoiono nel loro trionfocome il fuoco e la polvere che si distruggono al primo bacio. Il più squisito miele diviene stucchevole per la sua stessa dolcezzae basta assaggiarlo per levarsene la voglia. Perciò ama moderatamente; l'amore che dura fa cosi; chi ha troppa frettaarriva tardi come chi va troppo adagio.

 

(Entra GIULIETTA)

 

Ecco la donzella. Oh! un piede così leggero non consumerà mai la pietra che dura eterna. Un amante potrebbe cavalcare il filo di ragnatelo che ozieggia sulla lasciva brezza estivae non cadere:

tanto è leggera la vanità.

GIULIETTA: Buona seramio confessore spirituale.

FRATE LORENZO: Figliuola miaRomeo ti ringrazierà per tutti e due.

GIULIETTA: Altrettanto anche a luise no i suoi ringraziamenti saranno di troppo.

ROMEO: Ah! Giuliettase la tua gioia è al colmo come la miae se tu sei più abile di me a dipingerla con la parolaallora profuma del tuo alito l'aria che ne circonda e il linguaggio della tua ricca musica descriva la ideale felicità che noi due riceviamol'uno dall'altraper via di questo caro incontro.

GIULIETTA: L'immaginazionepiù ricca di sostanza che di paroleva superba della sua essenza e non di ornamenti esteriori: sono ben poveri coloro che possono contare le proprie ricchezzema il sincero amor mio è giunto ad un tale eccessoche io non posso calcolare neppur la metà della somma delle mie ricchezze.

FRATE LORENZO: Venitevenite con mee ci sbrigheremopoichécon vostra licenzavoi non resterete solifinché la santa chiesa non abbia fatto di voi due una persona sola.

 

(Escono)

 

 

 

ATTO TERZO

 

SCENA PRIMA - Una piazza pubblica

(Entrano MERCUZIOBENVOLIOun Paggio e alcuni Servi)

 

BENVOLIO: Te ne pregobuon Mercuzio ritiriamoci: la giornata è caldai Capuleti son fuori di casaese ci incontriamonon potremo evitare una rissapoiché in queste giornate di caldo il sangueinviperitoribolle.

MERCUZIO: Tu somigli ad uno di quei compari cheappena varcato il limite della tavernami sbattono la spada sulla tavolae dicono:

"Dio faccia che io non abbia bisogno di te!" e per effetto del secondo bicchierela tiran fuori per accoppare il coppieresenza che in verità ve ne sia bisogno.

BENVOLIO: Somiglio ad un compare di questo genere?

MERCUZIO: Viaviatu col tuo carattere sei un campione così focosoche l'Italia non ha l'uguale: tanto pronto ad essere eccitato al cattivo umorequanto pronto ad avere l'umore cattivo per divenire eccitato.

BENVOLIO: E che altro ancora?

MERCUZIO: Nullae se ci fossero due uomini di questa fattaresteremmo presto senza nessuno dei due poiché uno ucciderebbe l'altro. Tuinsommaattaccheresti lite con unoperché ha nella barba un pelo di più o un pelo di meno di quello che tu hai nella tua.

Leticheresti con uno che schiaccia le nocisoltanto per il fatto che tu hai gli occhi color nocciola; oraquale occhioche non fosse come quello tuoscoverebbe un motivo come questo per attaccar briga? La tua testa è piena di litigicome un uovo è pieno di sostanza; eppurea forza di leticarene ha ricevute tante da diventar guasta come un uovo. Hai fatto lite con un uomo che aveva tossito per la stradaperché con la sua tosse aveva svegliato il tuo cane che dormiva sdraiato al sole. Non ti sei preso a parole con un sartoperché s'era messo la sua giubba nuova prima di Pasqua? Con un altro non hai avuto che direperché s'era legato le scarpe nuove con dei lacci vecchi? E vieni a predicare a medi non fare l'attaccabrighe!

BENVOLIO: Se io fossi pronto ad attaccar lite come sei tupotrei vendere il feudo assoluto e semplice della mia vitaal primo che volesse comprarloper un'ora e un quarto di esistenza.

MERCUZIO: Il feudo assoluto e semplice? O semplicione d'un uomo!

BENVOLIO: Per la mia testaecco qua i Capuleti.

MERCUZIO: Per i miei talloninon me ne curo.

 

(Entrano TEBALDO ed altri)

 

TEBALDO: Stammi accantoperché voglio parlare con loro. Signoribuon giorno; una parola con uno di voi.

MERCUZIO: Non più che una parolae con uno solo di noi ?

Accompagnatelaalmenocon qualche altra cosa; fate: una parola e un colpo di spada.

TEBALDO: Mi troverete discretamente pronto anche a questomesserese vorrete darmene l'occasione.

MERCUZIO: Non potreste pigliarvela da voiqualche occasionesenza che vi fosse data?

TEBALDO: Mercuzioti sei concertato con Romeo...

MERCUZIO: Concertato! Checi hai preso per dei menestrelli? Se tu ci credi menestrellibada che tu non abbia a sentire altro che delle stonatureecco l'arco del mio violino; e questo è quello che ti farà ballare. Altro che concerto!

BENVOLIO: Noi stiamo parlando in un pubblico ritrovo di gente: o ritiriamoci in un luogo appartatoe ragionate delle vostre lagnanze con un po' di calmaoppure separiamoci: qui tutti gli occhi ci guardano.

MERCUZIO: Gli occhi furono fatti agli uomini per guardarelasciatedunqueche guardino; non mi muovo per il comodo di nessunoio.

 

(Entra ROMEO)

 

TEBALDO: Ebbenela pace sia con voimessereecco qua il mio uomo.

MERCUZIO: Ma io mi farò impiccaremesserese egli indossa la vostra livrea. Suandate voi per primo sul terrenoed egli sarà al vostro seguito: allora Vossignoria potrà chiamarlo in questo senso il suo uomo.

TEBALDO: Romeol'amore che io ti portonon mi sa porgere un'espressione migliore di questa: tu sei un vile.

ROMEO: Tebaldola ragione che io ho di amarti scusa parecchio la collera insita in codesto saluto. Io non sono un vileperciò addio:

vedo che non mi conosci.

TEBALDO: Ragazzoquesto non potrà scusare l'onta che tu mi hai fattoperciò voltati e tira fuori la spada.

ROMEO: Io dichiaro di non averti mai offesoe ti voglio bene più di quello che tu non potrai comprenderefinché non saprai la ragione del bene che ti voglio: e questomio buon Capuleti (nome che io ho caro come il mio nome stesso)ti basti.

MERCUZIO: O freddadisonoranteignobile sottomissione! Ah! la stoccata se la porterà via! (Tira fuori la spada) Tebaldoacchiappa- topivuoi fare una passeggiata?

TEBALDO: Che cosa vuoi da me?

MERCUZIO: Buon re dei gattinient'altro che una delle tue nove vitecon la quale è mia intenzione di prendermi qualche libertà: poisecondo il modo con cui mi tratterai in seguitopenserò a picchiare di santa ragione sulle altre otto. Vuoi prender per gli orecchi la tua spada e strapparla fuori dalla sua pelliccia? Fa' prestoche la mia non t'abbia a ronzare intorno agli orecchiprima che la tua sia fuori.

TEBALDO: Sono a vostra disposizione.

 

(Tirando fuori la spada)

 

ROMEO: Caro Mercuziometti giù la tua spada.

MERCUZIO: Orsùsignorela vostra botta.

 

(Si battono)

 

ROMEO: Benvoliofuori la spada; abbassa con un colpo i loro ferri.

Signoririsparmiateper vergognaquesto scandalo! TebaldoMercuzioil principe ha proibito assolutamente queste zuffe per le vie di Verona. FermoTebaldo; e tumio buon Mercuzio...

 

(Mercuzio è colpito. Escono Tebaldo e i suoi Partigiani)

 

MERCUZIO: Sono ferito; al diavolo le vostre due famiglie! Sono spacciato: e costui se n'è andatoe non ha nulla?

BENVOLIO: Che! sei ferito?

MERCUZIO: Sìsìuno sgraffiouno sgraffio; ma per Dio è tanto quanto basta. Dov'è il mio paggio? Va'ragazzacciocerca un medico.

 

(Il Paggio esce)

 

ROMEO: Coraggioamico; la ferita non può essere grave.

MERCUZIO: Oh no! non è profonda come un pozzo né larga come la porta di una chiesa; ma può bastaree non ci sarà bisogno di altro.

Domandate di medomanie troverete che son divenuto un uomo serioe muto come una tomba. Vi garantisco che son condito per bene per questo mondo. Maledizione alle vostre due famiglie! Per Dio! Un caneun topoun sorcioun gattograffiare a morte un uomo a questo modo! Un fanfaroneun ribaldoun briccone come luiche si batte con la precisione della matematica! Perché diavolo ti sei cacciato fra noi due? Io sono stato ferito di sotto al tuo braccio.

ROMEO: Pensai che tutto questo fosse per il meglio.

MERCUZIO: Benvolioaiutami a trascinarmi in qualche casao verrò meno qui. Maledizione a tutte e due le vostre famiglie! Esse mi hanno ridotto cibo per vermi: l'ho avutaed anche bella forte. Le vostre famiglie!...

 

(Escono Mercuzio e Benvolio)

 

ROMEO: Questo gentiluomoprossimo parente del principeè mio vero amicoha ricevuto quella ferita mortale per difendere me; l'onor mio è macchiato dall'onta di Tebaldodi Tebaldo che è divenuto mio cugino da un'ora. O mia dolce Giuliettala tua beltà ha fatto di me un effeminatoe ha indebolito nell'animo mio la tempra del valore!

 

(Rientra BENVOLIO)

 

BENVOLIO: O RomeoRomeoil prode Mercuzio è morto: quel generoso spiritoche troppo prematuramente ha disprezzato quaggiù la terraha raggiunto le nubi.

ROMEO: L'oscuro fato di questo giorno pende sopra ben altri giorni ancora: questo non segna che il principio della sventuraalla quale altri giorni dovranno mettere fine.

 

(Rientra TEBALDO)

 

BENVOLIO: Ecco qua di nuovo il furente Tebaldo.

ROMEO: Vivo e trionfante! E Mercuzio ucciso! Ritorna al cieloo riguardosa mitezza; e tuo furia dall'occhio di fiammasii ora mia guida! O Tebaldoriprenditi ora il "vile" che mi hai dato dianzi!

Poiché l'anima di Mercuzio è a poca distanza sopra le nostre testee aspetta che la tua vada a fargli compagnia; o tuod ioo tutti e duedobbiamo raggiungerlo.

TEBALDO: Tusciagurato ragazzotu che gli fosti compagno quaggiùte ne anderai con lui di qua.

ROMEO: Questa deciderà.

 

(Si battono; Tebaldo cade)

 

BENVOLIO: Romeovattenefuggi! I cittadini si levano a rumoree Tebaldo è ucciso: non te ne stare costì stupito: se ti pigliano il principe ti condannerà a morte. Vattene fuggi! scappa!

ROMEO: Oh! io sono lo zimbello della fortuna!

BENVOLIO: Ma perché rimani?

 

(Romeo esce. Entrano Cittadinieccetera)

 

PRIMO CITTADINO: Da qual parte è fuggito colui che ha ucciso Mercuzio?

Tebaldoquell'assassinodov'è scappato?

BENVOLIO: Eccolo là per terra quel Tebaldo.

PRIMO CITTADINO: Susignorevenite con me; ve l'ordino in nome del principeobbedite.

 

(Entrano il PRINCIPE col suo Seguito; il MONTECCHIil CAPULETIle loro Moglied altri)

 

PRINCIPE: Dove sono i vili eccitatori di questa rissa?

BENVOLIO: Nobile principeio posso spiegarvi lo sciagurato svolgimento di questa fatale contesa. Ecco là distesoucciso per mano del giovane Romeol'uomo che ha ammazzato il parente vostroil prode Mercuzio.

MADONNA CAPULETI: Tebaldoil mio nipote! Ohil figlio del fratello mio! Ohimèprincipe! Nipotemarito! Oh! si è versato il sangue del mio caro parente. Principese voi siete giustoper il sangue nostro fate scorrere sangue del Montecchi. O nipotenipote!

PRINCIPE: Benvoliochi è che ha cominciato questa rissa sanguinosa?

BENVOLIO: Tebaldo qui mortoucciso dalla mano di Romeo; di Romeo che gli parlava con buona manierache lo esortava a riflettere quanto fosse futile quella litee gli metteva innanzi perfino il grande dispiacere vostro: tutto questosebbene espresso con accento cortesecon lo sguardo tranquillocoi ginocchi umilmente piegatinon valse a portare tregua alla rabbia sfrenata di Tebaldoche fu sordo alla pacefinché a un tratto vibra un colpocon l'acuto acciaioal petto del valoroso Mercuzio. Questifurente del parioppone mortalmente punta a puntaecon marziale disprezzod'una mano disvia la fredda mortedell'altra la ricaccia contro Tebaldola cui destrezza la respinge. Allora Romeo grida ad alta voce: "Fermiamici! amiciseparatevi!" e più veloce della sua linguail suo agile braccio abbassa con un colpo le loro punte fatalied egli si scaglia fra loro due: intanto di sotto al suo braccio una fiera botta tirata da Tebaldo colpisce la vita del valoroso Mercuzioe Tebaldo fugge: ma tosto torna indietro verso Romeoche proprio allora aveva accarezzato l'idea della vendettae alla vendetta corrono tutti e due come un lampotanto che prima che io avessi il tempo di tirar fuori la spada per separarlil'accanito Tebaldo era ucciso; e poiché egli fu cadutoRomeo si volse e fuggì. Questa è la veritàe se non èBenvolio possa morire qui!

MADONNA CAPULETI: Costui è un parente del Montecchil'affetto lo rende mendaceegli non dice il vero: almeno venti persone si sono azzuffate in questa funesta contesae tutte e venti insieme a stento riuscirono ad uccidere una vita. Io domando un atto di giustiziache voiprincipedovete compiere: Romeo ha ucciso TebaldoRomeo non deve avere il diritto di vivere.

PRINCIPE: Romeo ha ucciso luima Tebaldo ha ucciso Mercuziochioradovrà pagare il suo prezioso sangue?

MONTECCHI: Non Romeoprincipe: egli era amico di Mercuzio; la sua colpa non ha altra conseguenza che quella alla quale avrebbe dovuto giungere la leggecioè la morte di Tebaldo.

PRINCIPE: E per questa offesa alla leggenoi lo mandiamo immediatamente in esilio da questa città; gli effetti di questo vostro odio hanno toccato anche me: per causa dei vostri aspri litigi oggi è corso il mio sangue; ma io vi farò fare ammenda con una multa così forteche dovrete pentirvi tutti della perdita che io ho fatto. Io sarò sordo a ragioni e a scuse; né lacrime né preghiere varranno a riscattare la violazione della legge: quindi risparmiatevele. Romeo se ne vada in fretta di quaaltrimenti l'ora in cui verrà trovato quisarà l'ultima della sua vita. Si porti via di qua quel corpo e sia eseguita la volontà nostra: la pietà non fa che commettere un assassinioquando perdona a chi uccide.

 

(Escono)

 

 

 

SCENA SECONDA - Giardino dei Capuleti

(Entra GIULIETTA)

 

GIULIETTA: Tornate di galoppoo voi corsieri dai piedi di fiammaalla dimora di Febo: un cocchiere come Fetonte vi avrebbe già cacciati a colpi di frusta nell'occidentee avrebbe immediatamente ricondotta la fosca notte. Stendi la tua fitta cortinao nottesacerdotessa d'amore; affinché gli occhi del fuggitivo giorno possan chiuder le palpebree Romeo balzi fra queste bracciasenza che alcuno si occupi di lui e lo veda. Gli amantiper compiere i loro riti amorosici vedono abbastanza al lume della loro beltà: se poi l'amore è ciecotanto meglio si accorda con la notte. Vienio notte solenneo matrona dal severo abbigliamentotutta vestita di neroe insegnami a perdere una partita vintanella quale si giocano due verginità senza macchia. Copri col tuo nero manto il mio sangue male addomesticatoche si dibatte nelle mie guancefinché il timido amorefattosi arditoveda nell'atto dell'amore sincero un gesto di semplice pudore.

Vienio nottevienio Romeotu che sarai il giorno nella nottepoiché riposerai sulle ali della nottepiù bianco che recente neve sul dorso di un corvo. Vienio gentile nottevienio amabile notte dalla nera frontedammi il mio Romeo; e quando egli morràprendilo e taglialo in piccole stelleed egli renderà così bella la faccia del cielo che tutto il mondo s'innamorerà della nottee non presterà più nessun culto all'abbagliante sole. Oh! io ho comprato un palazzo d'amorema non lo posseggo: ed iosebbene vendutaancora non sono goduta da colui che mi ha acquistata: questo giorno è così tediosamente lungocome la notte che precede un giorno di festaper un fanciullo impaziente il quale ha un vestito nuovoe non vede l'ora di metterselo. Oh! ecco qua la mia nutrice.

 

(Entra la Nutrice con delle corde)

 

Essa mi porta notiziee per me ogni lingua che pronunzi soltanto il nome di Romeoparla con una eloquenza celeste. Ebbenenutrice che nuove? Che cosa c'è lì? Le corde che Romeo ti disse di cercare?

NUTRICE: Sìsìle corde.

 

(Le butta in terra)

 

GIULIETTA: Ahimè! che notizie mi porti? perché ti torci le mani così?

NUTRICE: Ah! maledizione! egli è mortoè mortoè morto. Siamo perdutesignorasiamo perdute! Ahmaledetto giorno! egli se n'è andato è uccisoè morto.

GIULIETTA: Il cielo può esser così malvagio?

NUTRICE: Romeo può esserlo se non lo può essere il cielo. O RomeoRomeo! Chi l'avrebbe mai pensato! Romeo!...

GIULIETTA: Qual diavolo sei tuche mi tormenti in questo modo? Una simile tortura dovrebbe ruggire nel buio dell'inferno. Forse Romeo s'è ucciso? Rispondi soltanto "sì"e questa semplice sillaba avrà un veleno più potente degli occhi del basilisco che scagliano dardi di morte. Io non esisto piùse esiste un tale "sì"o se si chiusero quegli occhi che ti fanno rispondere "sì". S'egli è uccisodimmi "sì"se nodimmi "no": due parole così brevi decidono della mia gioia o del mio dolore.

NUTRICE: Io ho visto la ferital'ho vista con gli occhi miei (Dio l'abbia in gloria!) qui sul suo robusto petto: un cadavere che fa pietàun miserando cadavere sanguinante; lividolivido come la ceneretutto lordo di sanguetutto grumi di sangue: a quella vista sono svenuta.

GIULIETTA: Ohspezzaticuore mio! misero fallitospezzati all'istante! In prigioneocchi mieivoi non dovete più vedere la libertà! Vile terraritorna alla terracessa sull'istante di essere animatae tu e Romeo gravate del vostro peso una sola bara.

NUTRICE: O TebaldoTebaldoil migliore amico che avevo! O gentile Tebaldoonesto gentiluomo! Così io non fossi mai vissuta per vederti morto!

GIULIETTA: Che uragano è mai questo che imperversa con sì contrari venti ? Romeo è uccisoe Tebaldo è morto? Il mio ben amato cuginoe il mio signore a me più caro ancora? Allorao terribile trombasuona il giudizio universale! poiché chi è ancora vivose loro due non sono più?

NUTRICE: Tebaldo è mortoe Romeo è bandito: Romeoil quale lo ucciseè mandato in esilio.

GIULIETTA: O Dio! la mano di Romeo ha versato il sangue di Tebaldo?

NUTRICE: Sìsìoh maledetto giornoessa lo ha versato!

GIULIETTA: O cuore di serpe nascosto sotto una faccia fiorente di bellezza! Un drago abitò mai una caverna così bella? O tiranno pieno di beltà! Demonio dalle forme di angelo! Corvo dalle piume di colomba!

Agnello dalla voracità di lupo! Spregevole sostanza di una apparenza divina! Opposto preciso di quello che tu sembri! Santo dannato!

Onorevole ribaldo! O naturache cosa puoi tu fare nell'infernose hai dato ricetto allo spirito di un demonio nel paradiso mortale di un corpo così bello? Ci fu mai libro così ben rilegatoche contenesse materia tanto vile? E' egli possibile che la perfidia abiti un sì splendido palazzo?

NUTRICE: Non c'è più lealtàpiù fedepiù onestà negli uomini: sono tutti spergiuritutti menzogneritutti malvagitutti ipocriti. Ahdov'è il mio servo? Datemi un po' di acquavite: questi doloriqueste penequeste angosce mi fanno diventar vecchia. La vergogna cada su Romeo!

GIULIETTA: Ti si secchi la lingua per questo tuo voto! Egli non è nato per l'onta! L'onta si vergognerebbe di sedere sulla sua fronte; poiché essa è un tronosul quale l'onore potrebbe essere incoronato monarca assoluto dell'universo. Ah! qual mostro sono io stata ad inveire contro di lui!

NUTRICE: Vi metterete a dir bene di colui che ha ucciso il vostro cugino?

GIULIETTA: Dovrò dir male di colui che è mio marito? Ah! mio povero signorequale lingua accarezzerà il nome tuose ioche sono tua moglie da tre orene ho fatto scempio? Ma perchéiniquouccidesti il cugino mio? Quell'iniquo cugino avrebbe voluto uccidere mio marito:

indietrostolte lacrimetornate alla vostra sorgente natìa; le vostre stille sono un tributo che appartiene al doloree voi per errore l'offrite alla gioia. Vive mio maritoche Tebaldo avrebbe voluto uccidereed è morto Tebaldoche avrebbe voluto uccidere mio marito; tutto ciò è una notizia consolanteperché piangere dunque? Vi è stata una parola più funesta della morte di Tebaldoche mi ha ucciso: io vorrei ben dimenticarlama ahimèessa pesa sulla mia memoriacome un esecrando delitto pesa sulla coscienza del colpevole:

"Tebaldo è mortoe Romeo bandito"; quel "bandito"quell'unica parola "bandito"ha ucciso diecimila Tebaldi! La notizia della morte di Tebaldo era un dolore abbastanza grande se fosse finita lì: ma se l'amaro dolore si compiace della compagniae vuole ad ogni costo trovarsi insieme con altri doloriperché quando ella ha detto:

"Tebaldo è morto"non ha aggiunto anche "è morto tuo padre" o "è morta tua madre" ovvero "sono morti tutti e due"? Questoalmenomi avrebbe fatto piangere come tutti gli altri: ma quella retroguardia che ha seguito la morte di Tebaldoquel "Romeo è bandito"oh! il pronunziare quella parola equivale a dire: padremadreTebaldoRomeoGiuliettasono tutti uccisitutti morti! "Romeo è bandito"!

Oh! non c'è finenon c'è limitenon c'è misuranon c'è confine nella potenza mortale di questa parola! non vi sono parole che possano esprimere un dolore come questo. Nutricedove sono mio padre e mia madre?

NUTRICE: A piangere e disperarsi sul cadavere di Tebaldo. Volete andare da loro? Vi condurrò là.

GIULIETTA: Lavino pure con le lacrime le sue ferite: quando gli occhi loro si saranno disseccativerserò io le mie per l'esilio di Romeo.

Raccogli quelle corde. Povere cordeanche voi siete state ingannate come mepoiché Romeo è esiliato: egli aveva fatto di voi una via maestra per giungere al mio letto; ma iofanciullamuoio fanciulla e vedova. Venite cordevieninutriceio vado al mio letto nuziale; e la mortenon Romeos'abbia la mia verginità!

NUTRICE: Andate in camera vostra: io anderò in cerca di Romeo perché venga a confortarvi; io so bene dov'egli è. Ascoltatemiil vostro Romeo stanotte sarà qui: vado da lui; egli è nascosto nella cella di frate Lorenzo.

GIULIETTA: Ohtrovalo! da' questo anello al mio fedele cavalieree digli che venga a prendere il suo ultimo addio.

 

(Escono)

 

 

 

SCENA TERZA - La cella di Frate Lorenzo

(Entra Frate LORENZO)

 

FRATE LORENZO: Romeovieni fuoriesci uomo pavido: il dolore s'è innamorato delle tue qualitàe tu hai sposato la sventura.

 

(Entra ROMEO)

 

ROMEO: Padrequali notizie? Qual è la sentenza del principe? Qual doloreche io non conosca ancorachiede di stringermi la mano per fare la mia conoscenza?

FRATE LORENZO: Il mio caro figliuolo è anche troppo famigliare con triste compagnia di questo genere; io ti porto notizie del giudizio del principe.

ROMEO: Quanto è meno grave del giudizio universale il giudizio del principe?

FRATE LORENZO: Una più mite sentenza è uscita dalle sue labbra: non la morte del corpoma l'esilio del corpo.

ROMEO: Ah! l'esilio? abbi pietàdi' piuttosto la mortepoiché c'è più terrore nello sguardo dell'esiliomolto più terroreche nella morte: non dire "esilio".

FRATE LORENZO: Tu sei esiliato di quida Verona; pazienzail mondo è grande e vasto.

ROMEO: Non esiste mondo fuori delle mura di Verona: non c'è che purgatoriosuppliziol'inferno stesso. Essere esiliato di quivuol dire essere esiliato dal mondoe l'esilio dal mondo è la morte:

l'esilio è dunque una morte sotto falso nome. Chiamando la morte "esilio" tu mi tagli la testa con una scure d'oroe sorridi al colpo che mi assassina!

FRATE LORENZO: O peccato mortale! O grossolana ingratitudine! Per la tua colpa la nostra legge reclama la morte; ma il buon principeprendendo le tue partiha gettato in un canto la leggeed ha cambiato la sinistra parola "morte" in "esilio": questa è vera clemenzae tu non lo vedi!

ROMEO: E' torturae non clemenza: il cielo è qui dove vive Giulietta; ed ogni gattoogni caneil più piccolo topol'essere più insignificantevive qui nel cielo e può contemplare Giuliettama Romeo non può. C'è più riguardopiù dignitàpiù cortesia per le mosche che volano intorno a una carognache per Romeo: esse possono posarsi sopra quella meraviglia di candidezza che è la mano della cara Giuliettapossono rubare una gioia immortale alle sue labbrache si fanno anche più rossenel loro pudore puro e verginalequasi credessero che quei loro baci sono un peccato; ma Romeo non puòegli è esiliato: tali gioie possono sottrarre a lei le moschementre io debbo sottrarmi a tali gioie. Esse son liberema io sono esiliato: e tu seguiti a dirmi che l'esilio non è la morte? Non avevi tuper uccidermiuna bevanda avvelenataun coltello affilatoun altro mezzo qualunque di morte prontaper ignominioso che sia? Non avevi altro che questa parola: "esiliato"? "Esiliato"? Questa parolao padrela pronunziano i dannati nell'infernoe un urlo di dolore l'accompagna. Come hai tu dunque il coraggiotu che sei un sacerdoteun confessore d'animeuno che assolve i peccatitu che ti professi mio amicodi straziarmi con codesta parola "esiliato"?

FRATE LORENZO: O uomo pazzo dalla passioneascoltalasciami dire una sola parola.

ROMEO: Ohma tu parlerai ancora di esilio.

FRATE LORENZO: Ti darò un'armatura che ti protegga da questa parola; ti darò il dolce latte della sventurala filosofiache ti consoleràsebbene tu sia esiliato.

ROMEO: Ancora "esiliato"? Alla forca la filosofia! Se non può farmi una Giuliettase non può cambiare di posto una cittàannullare la sentenza di un principela filosofia non giova a nullanon può nulla; non me ne parlare.

FRATE LORENZO: Ohveggo bene che i pazzi non hanno orecchie!

ROMEO: Come potrebbero averlese i saggi non hanno occhi?

FRATE LORENZO: Lasciami discutere con te della tua situazione.

ROMEO: Tu non puoi parlare di ciò che non senti: se tu fossi giovane come mee Giulietta fosse l'amor tuo; se tu fossi sposato soltanto da un'orae avessi ucciso Tebaldose tu fossi pazzo di amore come sono ioe come me esiliatoallora potresti parlareallora potresti strapparti i capellie gettarti per terracome fo io oraper prendere la misura di una fossa non ancora scavata.

 

(Battono alla porta)

 

FRATE LORENZO: Alzatipicchiano alla porta; mio buon Romeonasconditi.

ROMEO: Io noa meno che l'alito dei miei angosciosi sospiri mi avvolga come una nubee mi sottragga all'indagine degli occhi.

 

(Battono ancora)

 

FRATE LORENZO: Senticome picchiano! Chi è? Romeoalzatisarai arrestato. Aspettate un momento! Alzati: corri nel mio studio.

(Battono ancora) Adesso! Sia fatta la volontà di Dioche maniera è questa? Vengovengo! (Battono) Chi è che batte in questo modo? Da parte di chi venite? Che cosa volete?

NUTRICE (di dentro): Fatemi entraree saprete la mia imbasciata; vengo da parte della signora Giulietta.

FRATE LORENZO: Siate la benvenutaallora.

NUTRICE: Ohsanto frateohditemisanto fratedov'è lo sposo della mia signora dov'è Romeo?

FRATE LORENZO: E' là per terra ubriaco delle sue lacrime.

NUTRICE: Oh! nello stato identico della mia padronaproprio nello stato di lei!

FRATE LORENZO: Ohquale simpatia di dolore! quale pietosa situazione!

NUTRICE: Proprio così essa giace per terra: singhiozzando e piangendopiangendo e singhiozzando. Alzatevialzatevi; alzatevise siete un uomoper amore di Giulietta per amor suoalzatevi e state in piedi; perché abbandonarsi a così profondi omei?

ROMEO: Nutrice!

NUTRICE: Ah signore! Ah signore! Viala morte soltanto è la fine di tutto.

ROMEO: Parlavi di Giulietta? Come ha preso la cosa? Non mi crede un provetto assassinoora che ho macchiato l'infanzia della nostra gioia con un sangue che è quasi il suo? Dov'è? Come sta? e che cosa dicela mia furtiva sposadel nostro amore spezzato?

NUTRICE: Ohessa non dice nullasignorenon fa che piangere e piangere; ora si lascia cadere sul suo lettoora balza in piedi ad un trattoe si mette a chiamare Tebaldo; poi grida il nome di Romeoe ricade giù un'altra volta.

ROMEO: Quasi che quel nomescaricatole addosso dalla canna letale di un cannonel'assassinassecome la mano maledetta di colui che porta quel nome ha assassinato suo cugino. Oh! ditemipadreditemi: in qual vile parte di questa carcassa alberga il nome mio? ditemeloch'io possa mettere a sacco la sua odiosa abitazione.

 

(Sguainando la spada)

 

FRATE LORENZO: Ferma la tua mano disperata! Sei tu un uomo? La tua sembianza grida di sì: ma le tue lacrime sono proprio di una femminuccia; i tuoi atti violenti dimostrano l'insensato furore di una belva. O donna indegnamente nascosta sotto la figura apparente di un uomo! omegliobelva deforme sotto l'aspetto di entrambi! Tu mi hai fatto stupire: pel sacro ordine al quale appartengoio ti credevo di un carattere meglio temprato. Hai ucciso Tebaldo? ed ora vuoi uccidere te stesso? vuoi uccidere la donna tuache vive della tua vitacommettendo un atto di odio maledetto contro te stesso? Perché maledici la tua nascitail cielo e la terra? Nascitacielo e terratutti e tre in un solo istante si sono incontrati in tee tu in un solo istante vuoi perderli? Viavia! tu rechi oltraggio alla tua bella personaal tuo amoreal tuo senno; di questi doni onde sei tanto riccotusimile all'usuraioin verità non fai di nessuno quel legittimo uso che dovrebbe ornare anche di più la tua personail tuo amoreil tuo senno. La tua bella persona non è che un'immagine di cerapoiché ha fatto divorzio da ciò che è l'essenza umana: il tenero amore che giurastialtro non è che un perfido spergiuropoiché uccide la donna che tu hai fatto voto di amare teneramente; il tuo sennoquest'ornamento della bellezza e dell'amoreguastato da loro dueha preso fuoco per la tua inesperienzacome la polvere dentro la fiasca di un inesperto soldatoe tu squarci le tue membra con l'arma stessa che è la tua propria difesa. Andiamoalzatigiovinotto! La tua Giulietta vivela tua cara Giuliettaper amor della quale pur ora morivi: per questa parte dunque tu sei felice. Tebaldo voleva uccidere tetuinvecehai ucciso Tebaldo: anche in questo tu sei felice. La legge che ti minacciava di morteti si fa amicae cambia la morte in esilio: tu sei felice anche in ciò. Un sacco di benedizionidunqueti casca addosso dal cielo; la fortuna ti fa la cortevestita dei suoi abiti più belli; e tucome una ragazzaccia sgarbata e dispettosafai il broncio alla tua fortuna e al tuo amore.

Badasta' attentoperché la gente fatta così finisce male. Andiamova' dalla tua amatacome era stato fissatosali nella sua camerae procura di consolarla. Ma bada di non trattenerti fino al momento in cui monta la guardiapoiché allora non potresti più uscire di lì per andare a Mantovadove tu rimarraifinché troveremo il momento opportuno per rivelare il vostro matrimonioper riconciliare i vostri amiciper implorare dal principe il perdonoe poterti far ritornare dall'esilio con una gioia a mille doppi più grande del pianto in mezzo al quale sarai partito. Tu va' innanzinutrice: riveriscimi la tua signorae dille di mandar tutti quelli di casa a letto prestocosa alla quale saranno disposti per il dolore che li opprime; Romeo viene.

NUTRICE: O signore miosarei rimasta qui tutta la notte ad ascoltare questi buoni consigli: ohche gran cosa è l'istruzione! Signor miodirò alla mia padrona che voi venite.

ROMEO: Diglieloe avverti la mia diletta che si prepari a farmi una gridata.

NUTRICE: A voisignore; questo è un anello che essa mi ordinò di dare a voisignore: sbrigatevifate prestoperché si sta facendo molto tardi.

 

(Esce)

 

ROMEO: Ohcome la speranza si ravviva in me per questo dono.

FRATE LORENZO: Va'buona notte; e ricordati che tutto il vostro destino sta qui: o tu vai via prima che sia montata la guardiao allo spuntar del giorno fuggi di qui travestito: fermati a Mantovaio farò ricerca del tuo servitoreed egli ti riferirà di tanto in tanto tutto ciò che di bene per te accade qui. Dammi la manoè tardi; addiobuona notte.

ROMEO: Se una gioia superiore ad ogni altra non mi chiamasseper me sarebbe un dolore separarmi da voi così in fretta. Addio.

 

(Escono)

 

 

 

SCENA QUARTA - Una stanza in casa Capuleti

(Entrano il CAPULETIMADONNA CAPULETI e PARIDE)

 

CAPULETI: Che voletesignorele cose han preso una così brutta piega che noi non abbiamo avuto il tempo di interrogare nostra figlia.

Vedeteessa amava teneramente il suo cugino Tebaldoed io lo stesso.

Ebbenesiamo nati per morire. E' molto tardistasera essa non scenderà più: vi garantiscoche se non fosse per la vostra compagniaio sarei stato a letto da un'ora.

PARIDE: Questi momenti di dolore non lascian tempo di parlare di nozze. Signorabuona notte: ricordatemi alla vostra figliuola.

MADONNA CAPULETI: Lo faròe domattina per tempo saprò il suo pensiero; questa sera essa si è chiusa nel suo dolore.

CAPULETI: Ser Parideio vi faccio risolutamente offerta formale dell'amore di mia figlia: credo che essa si lascerà regolare da me in tutto e per tuttoanzinon ne dubito. Moglie miavoi prima di andare a letto recatevi da lei; fatele noto l'amore di mio figlio Parideed avvertitela; statemi bene attenta che mercoledì prossimo...

ma adagioche giorno è oggi?

PARIDE: Lunedìsignore mio.

CAPULETI: Lunedì? eheh! allora mercoledì è troppo presto: sarà per giovedìditele che giovedì ella sarà maritata a questo nobile conte... Voi sarete pronto? Vi fa piacere questa sollecitudine? Non faremo gran festa: un amico o dueperchévedeteessendo così poco tempo che Tebaldo è stato uccisosi potrebbe pensare che c'importasse poco di luibenché nostro cuginose si facessero delle feste molto rumorose: perciò una mezza dozzina di amici e basta. Ma che cosa dite di giovedì?

PARIDE: Signor miovorrei che giovedì fosse domani.

CAPULETI: Sta beneandate pure: allora siamo intesi per giovedì.

Moglie miaprima di andare a letto recatevi da Giuliettae preparatela al giorno delle nozze che abbiamo fissato per lei. Addiosignore. Fate lume alla camera mia! ehi! In fede mia è così tardiche fra poco si potrebbe dire che è presto. Buona notte.

 

(Escono)

 

 

 

SCENA QUINTA - Il giardino dei Capuleti

(Entrano ROMEO e GIULIETTA in altoalla finestra di camera)

 

GIULIETTA: Vuoi già partire? Il giorno non è ancora vicino: era l'usignoloe non l'allodolaquello che ti ha ferito col suo canto l'orecchio trepidante; esso canta tutte le notti su quel melograno laggiù: crediamor mioera l'usignolo.

ROMEO: Era l'allodolamessaggera del mattinonon l'usignolo: guardaamorecome quelle strisce di luce invidiose della nostra gioiacingono di una frangia luminosa le nubi che si disperdono laggiù nell'oriente; i lumi della notte si sono spenti a poco a pocoe il dì giocondo si affaccia in punta di piedi sulle nebbiose cime delle montagne: io debbo partire e vivereo restare e morire.

GIULIETTA: Quella luce laggiù non è la luce del giornoio lo so bene:

è qualche meteora che il sole emanaaffinché stanotte essa ti sia come una facee rischiari la via a te in cammino per Mantova; perciò rimani ancora; non è vero che tu devi partire ad ogni costo.

ROMEO: Mi prendano puremi mettano a morte: io sono contentose tu vuoi così. Dirò che quel barlume laggiù non è l'occhio del mattinoma il pallido riflesso della fronte di Cinzia; dirò che non è l'allodola quella che ferisce coi suoi accenti la volta del cielosu in alto sopra le nostre teste: io ho più desiderio di rimanere che volontà di partire: vienio mortee sii la benvenuta! Giulietta vuol così. Va beneanima mia? discorriamonon è ancor giorno.

GIULIETTA: E' giornoè giorno: partifuggi di quapresto! è l'allodola quella che canta in sì discordi accentisforzando la sua voce a striduli suoni e sgradevoli acuti. Dicono che l'allodola canta come da una dolce partitura: questa nopoiché partisce noi due; dicono che l'allodola e l'aborrito rospo hanno fatto scambio degli occhi: ohin questo momento io vorrei che si fossero scambiata anche la voce! poiché quella voce ci strappa con terrore l'una dalle braccia dell'altro e scaccia di qui te sonando la sveglia al giorno. Ahpartiora: la luce si fa sempre più chiara.

ROMEO: Più chiarasempre più chiara; e di più in più cupi i nostri dolori!

 

(Entra in camera la Nutrice)

 

NUTRICE: Signora!

GIULIETTA: Nutrice?

NUTRICE: Vostra madre viene in camera vostra: il giorno è spuntato; siate prudentefate attenzione.

 

(Esce)

 

GIULIETTA: Su viafinestralascia entrare il giorno ed uscire la mia vita.

ROMEO: Addioaddioun bacio e scendo.

 

(Romeo scende)

 

GIULIETTA: Sei dunque partito così? amor miomio signoreahmio maritoamico mio! Tu mi devi mandare tue notizie ogni giorno che c'è in un'ora poiché in un solo minuto vi sono più giorni: oh! contando le ore cosìsarò già vecchia prima di rivedere il mio Romeo!

ROMEO: Addio! Io non mi lascerò sfuggire nessuna occasioneamor mioche possa portarti i miei saluti.

GIULIETTA: Oh! dimmipensi tu che noi ci rivedremo mai più?

ROMEO: Non ne dubito; e tutte queste angosceun giornosaranno per noi due argomento di dolci discorsi.

GIULIETTA: O Dio! Io ho nell'anima una triste visione. Mi par di vedertiora che sei costaggiùcome se tu fossi un morto in fondo ad una tomba; o la vista m'ingannao tu sembri pallido.

ROMEO: E credimiamor mioanche tuagli occhi mieisembri così:

l'angoscia sitibonda beve il nostro sangue. Addio! Addio!

 

(Esce)

 

GIULIETTA: O fortunafortuna! tutti gli uomini ti chiamano incostante; se tu sei incostanteche ti importa di luifamoso per la sua fedeltà? Sii incostanteo fortuna; poiché allora io spero che tu non lo terrai lontano per lungo tempoma lo rimanderai presto.

MADONNA CAPULETI (di dentro): Figlia mia! sei alzata?

GIULIETTA: Chi è che chiama? è mia madre? Ancora non è andata a lettosebbene sia così tardioppure si è alzata così presto? Quale insolita ragione la conduce qui?

 

(Entra MADONNA CAPULETI)

 

MADONNA CAPULETI: Ebbenecome va oraGiulietta?

GIULIETTA: Signoranon sto bene.

MADONNA CAPULETI: Ancora piangi per la morte di tuo cugino? Che cosa credidi portarlo via dalla sua tomba col fiotto delle tue lacrime? E se anche tu potessi portarlo vianon potresti mica farlo rivivere; dunque smetti: un dolore moderato è segno di molto affettoma un dolore esagerato è sempre indizio di poco senno.

GIULIETTA: Lasciatetuttaviache io pianga una perdita così sensibile.

MADONNA CAPULETI: Facendo così sentirai la perditama non già l'amico per il quale tu piangi.

GIULIETTA: Sentendo così amaramente la sua perditaio non posso fare altro che pianger sempre l'amico.

MADONNA CAPULETI: Ebbenefanciulla miatu non piangi tanto per la morte di luiquanto perché sai che è vivo il ribaldo che lo ha ucciso.

GIULIETTA: Quale ribaldosignora?

MADONNA CAPULETI: Proprio quel ribaldo che si chiama Romeo.

GIULIETTA (a parte): La ribalderia e lui sono separati da molte miglia di distanza. Dio gli perdoni! Io gli perdono con tutto il cuore; e pure non c'è uomo che mi strazi il cuore al pari di lui.

MADONNA CAPULETI: Questo è perché il traditore assassino vive ancora.

GIULIETTA: E' verosignora: perché egli vive lungi dalla portata di queste mie mani. Oh! potessi io sola vendicarea modo miola morte del mio cugino!

MADONNA CAPULETI: Ne avremo vendettanon aver paura: perciò non piangere più. Manderò da una persona in Mantovadove si trova quel bandito vagabondola quale gli somministrerà una bevanda così straordinariach'egli anderà presto a tenere compagnia a Tebaldo: e allorasperotu sarai soddisfatta.

GIULIETTA: In veritàio non sarò mai soddisfattafinché non vedrò Romeo... morto... il mio povero cuore sarà torturato così per un parente! Signorasol che voi poteste trovare un uomo che procurasse un velenopenserei io a prepararlo in modo che Romeoappena l'avesse tirato giùsi addormenterebbe subito in pace. Oh! come il mio cuore aborre dal sentirlo nominaree quanto mi duole di non potere andare a trovarlo per sfogare l'amore che portavo a mio cugino sul corpo di colui che lo ha ucciso!

MADONNA CAPULETI: Tu trova i mezzied io troverò l'uomo che ci vuole.

Ma orafanciulladebbo darti delle notizie piene di gioia.

GIULIETTA: La gioia viene a proposito in un momento in cui ce n'è tanto bisogno. Vi pregosignoraquali sono queste notizie?

MADONNA CAPULETI: Eccoeccotu hai un padre amorosofanciulla; un padre che per levarti dalla tua tristezzati ha destinato improvvisamente un giorno di gioiache tu non ti aspettie che io stessa non prevedevo.

GIULIETTA: Ma in buon'oramadonnache cos'è questo giorno?

MADONNA CAPULETI: Eccofanciulla miagiovedì prossimodi buon mattinoil prodegiovinee nobile gentiluomoil conte Parideavrà la fortuna di far di te una lieta sposa nella chiesa di San Pietro.

GIULIETTA: Ah no! per la chiesa di San Pietroe per San Pietro stessoegli non farà di me la sua lieta sposa in quel luogo. Io mi meraviglio di questa frettami meraviglio ch'io debba andare a nozzeprima che l'uomo il quale dovrebbe essere mio marito sia mai venuto a farmi la sua corte. Ve ne pregosignoradite al mio signore e padre che io ancora non ho intenzione dl prender maritoe che quando l'avròquestilo giurosarà Romeoche voi sapete che io odiopiuttosto che Paride. Queste sono belle notizie davvero!

MADONNA CAPULETI: Ecco qui vostro padre; diteglielo da voi stessae vedete un po' come egli la prende.

 

(Entrano il CAPULETI e la Nutrice)

 

CAPULETI: Quando il sole tramontala terra stilla rugiada; ma pel tramonto del figlio di mio cognato piove a dirotto. Ebbene! sei divenuta una grondaiafanciulla mia? Comeancora in lacrime? Ancora ti sciogli in pianto? Nella tua piccola persona tu raffiguriad un tempouna barcail maree il vento: infatti negli occhi tuoiche io chiamerei il marec'è un incessante flusso e riflusso di lacrimeil tuo corpo è la barcache veleggia in mezzo a quell'onda salatae i tuoi sospiri sono i venti. E i sospiri infuriando contro le lacrimee queste contro quellise non sopraggiunge una improvvisa bonacciatravolgeranno il tuo corpo sbattuto dalla tempesta. Ebbene moglie miale avete annunziato la nostra decisione?

MADONNA CAPULETI: Sìsignorema essa non ne vuol saperee vi ringrazia. Ben le starebbealla stoltadi sposarsi la sua tomba!

CAPULETI: Adagio! lasciatemi il tempo di capire! lasciatemi il tempo di capiremoglie mia. Come! non ne vuol sapere? e non ci ringraziainvece? Non è orgogliosa? non si reputa feliceindegna com'èche noi siamo riusciti a darle in isposo un gentiluomo così degno?

GIULIETTA: Non ne sono orgogliosama ve ne sono grata: non potrei essere mai orgogliosa di ciò che è per me una cosa aborrita; ma posso essere riconoscente anche di una cosa aborritache mi è fatta per amore.

CAPULETI: Come? come? spigolistra! Che cosa è questo "sono orgogliosa"questo "vi ringrazio" e "non vi ringrazio"; e poi ancora:

"non sono orgogliosa"? Voibellina miarisparmiatevi pure i vostri ringraziamenti e serbate per voi i vostri orgogli; pensatepiuttosto a tener pronte per giovedì prossimo le vostre belle gambineper andare insieme con Paride alla chiesa di San Pietroaltrimenti ti ci trascino io sopra un graticcio. Vatteneclorotica carogna! Via di casabagasciafaccia di sego!

MADONNA CAPULETI: Viavia! ma che siete pazzo?

GIULIETTA: Padre miove ne supplico in ginocchioabbiate la pazienza di ascoltare una sola parola.

CAPULETI: Impiccatisgualdrinella! sciagurata ribelle! Bada bene a quello che ti dico: o giovedì tu vai in chiesao non guardarmi mai più in faccia; non parlarenon replicarenon risponderemi prudono le mani! Moglie mianoi non ci credevamo abbastanza feliciperché Dio ci aveva mandato soltanto questa figlia; ma ora veggo che anche quest'una è troppoe che l'averla fu per noi una maledizione. Al diavolosbrindellona!

NUTRICE: Dio che è in cielo la benedica! Voi avete tortosignore mioa trattarla così.

CAPULETI: Eccolala signora dottoressa! tenete a casa la vostra linguamonna Prudenza: ciarlate con le vostre comariandate.

NUTRICE: Non è un delittoquello ch'io dico.

CAPULETI: OhDio vi danni!

NUTRICE: Non si può parlare?

CAPULETI: Zittavi dicoborbottonaimbecille! Andate a sciorinare le vostre sentenze fra una tana e l'altracon le vostre comaripoiché qui non ne abbiamo bisogno.

MADONNA CAPULETI: Voi vi scaldate troppo.

CAPULETI: Per l'ostia santa! io ci divento matto: di giornodi nottead ogni oraad ogni minutoad ogni istantedurante le mie occupazioniin mezzo ai divertimentisolo o in compagniail mio pensiero è stato sempre quello di vederla maritata: ed ora che le ho trovato un gentiluomodi nobile famigliache ha un bel patrimonioè giovanenobilmente educatoche è zeppocome si dicedi eccellenti qualitàcompìto quanto si potrebbe desiderare che fosse un uomoha da venire una sciagurata scioccherella che frigna sempreuna bambola piagnucolosache quando le si offre la sua fortunavi risponde: "non voglio maritarmi!; io non posso amaresono troppo giovane; vi prego di perdonarmi". Ma se voi non volete maritarvilo vedrete come io vi perdono: andate a mangiar l'erba dove vi piaceràvoi non starete più in casa con me: badatepensateci beneio non sono uso a scherzare.

Giovedì è vicino; mettetevi una mano sul cuore e riflettete. Se fate a modo mioio vi darò al mio amico; se noimpiccativa' a chiedere l'elemosinacrepa di famemuori in mezzo alla stradapoichéper l'anima miaio non ti riconoscerò più per figliae nulla di quanto è roba mia apparterrà mai a te. Credi a quel che ti dicoe rifletti; io manterrò la mia parola.

 

(Esce)

 

GIULIETTA: Oh! non c'è un Dio pietosolassù in mezzo alle nubiil quale vegga in fondo al mio dolore? O buona madre mianon mi abbandonate! Ritardate questo matrimonio di un solo mesedi una sola settimana; o se nopreparatemi il letto nuziale in quella buia tomba dove giace Tebaldo.

MADONNA CAPULETI: Non mi parlareperché non ti risponderò una sola parola: fa' quello che ti paredi te non ne voglio più sapere.

 

(Esce)

 

GIULIETTA: O Dio! Nutrice miacome si potrà impedire ciò? Il mio sposo è quaggiù in terrala fede che io gli ho giurato è su in cielo; come potrà quella fede ritornare in terraa meno che il mio sposo non me la rimandi giù dal cielo abbandonando la terra? Fammi coraggioconsigliami! Ahimèahimè! è possibile che il cielo tenda di questi inganni a una povera creatura debole come me? Che cosa dici? Non hai una parola che mi consoli? Un po' di confortonutrice.

NUTRICE: In fede miaeccovela: Romeo è esiliatoed io ci scommetto il mondo intero contro nullach'egli non oserà mai tornare qui a reclamarvi; o se lo faràbisogna che lo faccia di nascosto. Allorapoiché le cose purtroppo stanno cosìio credo che il miglior partito sia quello che voi sposiate il conte. Oh! egli è un amabile gentiluomo! Romeoin confronto a luiè uno strofinaccio! un'aquilasignora mianon ha l'occhio così verdecosì vivocosì bello come quello di Paride. Maledetta l'anima miase io non credo che per voi questo secondo partito sia una fortunapoiché è molto migliore del primo: d'altronde se anche non fosseil vostro primo marito è mortoo tanto varrebbe che fosse mortopoiché anche vivo in questo mondonon vi serve a nulla.

GIULIETTA: Parli col cuore?

NUTRICE: Col cuore e con l'anima; e se non è verosiano maledetti tutti e due!

GIULIETTA: Amen!

NUTRICE: Come?

GIULIETTA: Ebbenetu mi hai consolata a meraviglia. Va'e di' alla signora che ioavendo recato dispiacere a mio padresono andata alla cella di frate Lorenzo a confessarmi e a prendere l'assoluzione.

NUTRICE: Per la Madonnavado subito; questa è una cosa fatta con giudizio.

 

(Esce)

 

GIULIETTA: Vecchia dannata! Iniquissimo demonio! Io non so se ella commetta un peccato più grande col voler fare di me in questo modouna spergiurao calunniando così lo sposo miocon quella medesima linguacon la quale tante migliaia di volte lo ha esaltatomettendolo al di sopra di ogni confronto. Vattene pureconsigliera!

tu ed il mio cuore da questo momento siete due cose che non hanno più niente di comune. Andrò a trovare il frate per sentire qual è il rimedio che egli ha per me; se ogni altro venga a mancare ne ho uno in mio potere: morire.

 

(Esce)

 

 

 

ATTO QUARTO

 

SCENA PRIMA - La cella di Frate Lorenzo

(Entrano Frate LORENZO e PARIDE)

 

FRATE LORENZO: Giovedìsignore? il tempo è assai breve.

PARIDE: Mio padre Capuleti vuole che sia così; ed io non ho nessuna ragione d'esser pigroe di rallentare la sua fretta.

FRATE LORENZO: Voi dite che non conoscete i sentimenti della fanciulla a vostro riguardo: questo modo di procedere non è regolare; non mi piace.

PARIDE: Ella piange senza moderazione per la morte di Tebaldoe però io le ho potuto parlare ben poco d'amorepoiché Venere non sorride in una casa di lacrime Orasignoresuo padre stima pericoloso ch'essa si lasci dominare così dal dolore; e nella sua saggezza affretta il nostro matrimonio per mettere un argine alla piena delle sue lacrime.

Stando così sola solaella dà troppo mente ad un dolore che potrebbe essere allontanato da lei con la compagnia. Ed ora voi conoscete la ragione di questa fretta.

FRATE LORENZO (a parte): Così io non conoscessi la ragione per cui essa dovrebbe essere rallentata! - Guardatesignoreecco la fanciullache viene verso la mia cella.

 

(Entra GIULIETTA)

 

PARIDE: Felice incontroquestomia signora e mia sposa!

GIULIETTA: Ciò potrà esseresignorequando io potrò essere sposa.

PARIDE: E questo potrà essereanzi deve esseregiovedì prossimoamor mio GIULIETTA: Ciò che deve essere sarà.

FRATE LORENZO: Questa è una massima sicura.

PARIDE: Venite dal padre per confessarvi?

GIULIETTA: Per rispondere a ciòdovrei confessarmi con voi.

PARIDE: Non gli negate che voi mi amate.

GIULIETTA: Confesseròinvecea voi che io amo lui.

PARIDE: E confesserete anchene sono sicuroche voi mi amate.

GIULIETTA: Se veramente io vi amola mia confessione avrà più valore s'io lo dico dietro le spalle vostreche in faccia a voi.

PARIDE: Povera animail tuo viso è molto sciupato dalle lacrime.

GIULIETTA: Le lacrime hanno riportatocon ciòuna ben piccola vittoria: poich'esso era già discretamente bruttoprima d'essere offeso dalla loro rabbia.

PARIDE: Tu lo offendi anche più delle lacrime con cotesta affermazione.

GIULIETTA: Non è calunniasignorela verità: e ciò che ho dettol'ho detto al mio viso.

PARIDE: Il tuo viso appartiene a mee tu lo hai calunniato.

GIULIETTA: Potrebbe anch'esserepoiché non appartiene a me. Siete comodo orapadre santoo debbo ritornare da voi stasera dopo la funzione?

FRATE LORENZO: Io son comodo oramia pensosa figliuola. Signoreabbiamo bisogno di restar soli un momento.

PARIDE: Dio mi guardi dal recare disturbo in un momento di devozione!

Giuliettagiovedì di buon mattino verrò a svegliarviaddio fino allora e tenete questo bacio rispettoso.

 

(Esce)

 

GIULIETTA: Oh! chiudi la portae quando l'hai chiusavieni a piangere con me: non c'è speranzanon c'è rimedionon c'è soccorso!

FRATE LORENZO: Ah! Giuliettaconosco già il tuo dolore; esso mi strazia in modo superiore alle forze del mio spirito; sento che giovedì prossimoe nulla può prorogarlotu dovrai essere maritata a questo conte.

GIULIETTA: Non me lo dire padreche tu hai sentito questose non sai dirmi anche come io posso impedirlo: se nella tua saggezza non puoi darmi nessun soccorsodi' almeno che la mia risoluzione è saggiaed io con questo coltello vi metterò rimedio all'istante. Dio ha unito il mio cuore e quello di Romeotu le nostre mani; e prima che questa manoche per opera tua ha suggellato la mia unione con Romeosia il suggello di un altro attoo il mio cuore leale con una perfida ribellione si volga ad un altroquesto coltello trafiggerà mano e cuore; perciò con la lunga esperienza della tua vita dammi un pronto consiglio; se noguardafra la mia disperazione e me sarà arbitro questo coltello di sanguedecidendo di ciò che l'autorità dei tuoi anni e della tua scienza non seppero condurre ad una fine veramente onorevole. Non indugiare così a parlare; a me tarda il morirese ciò che tu dici non è una parola di rimedio.

FRATE LORENZO: Calmatifiglia mia; io veggo una sorta di speranzama essa richiede una esecuzione disperatacome è disperata l'azione che noi vorremmo impedire. Se propriopiuttosto che sposare il conte Paridetu hai la forza di volontà di uccidertiallora è probabile che tuche sfidi la morte stessa per sottrarti a quell'ontavogliapur di respingerla lontana da teavventurarti ad una prova che ha somiglianza con la morte. Se tu hai il coraggioio ti darò il rimedio.

GIULIETTA: Oh! piuttosto che sposare il conte Paride dimmi di spiccare un salto dai merli di quella torre laggiùo ch'io passeggi per vie battute dai ladri; dimmi ch'io mi appiatti dove han nido le serpi; incatenami insieme con orsi che ruggiscanoo chiudimi di notte in un ossario pieno zeppo di scricchiolanti ossa di mortidi putridi stinchi e di gialli crani scarniti; dimmi di entrare in una fossa recente e di nascondermi insieme col morto nel suo stesso lenzuolo; cosetutte questeche mi hanno sempre fatto rabbrividire soltanto a sentirle raccontare; ed io le farò tutte senza paurasenza esitazionepur di rimanere la sposa incontaminata del dolce amor mio.

FRATE LORENZO: Sentidunque: torna a casamostrati allegrae acconsenti a sposare Paride: domani è mercoledì; domani notte cerca di dormir solae non lasciare che la nutrice venga a dormire con te nella tua camera; quando sei in lettoprendi questa ampollae bevi questo liquore preparato: subito ti correrà per tutte le vene un fluido freddo che addormenterà in te la vita; poiché il polso non conserverà più il suo movimento regolarema cesserà di battere:

nessun calorenon un respiroattesteranno che tu vivi; le rose delle tue labbra e delle tue guance appassiranno e si faranno pallide come la cenere; sugli occhi ti cadrà il velo delle palpebrecome quando la morte chiude il giorno della vita. Ogni membro del tuo corpoprivato della padronanza del movimento e della flessibilitàrigidointirizzito e freddoavrà l'aspetto della morte: sotto questa temporanea sembianza di mortale rattrappimento tu resterai per quarantadue oree quindi ti desterai come da un placido sonno. Oraquando lo sposo la mattina viene per farti alzare dal lettotu sei lì morta: allorasecondo il costume del nostro paesevestita dei tuoi abiti più bellie distesa scoperta sulla barasarai portata a quella stessa antica volta sotterranea dove giacciono sepolti tutti i congiunti dei Capuleti. Intanto prima che tu ti destiRomeo informato da una mia lettera del nostro disegnoverrà qua; lui ed io spieremo il tuo ridestartie in quella notte stessa Romeo ti condurrà via a Mantova. Cosìse un capriccio del momento o una paura da femminetta non la vinceranno sul tuo coraggio all'istante della esecuzionetu sarai salva dall'imminente disonore.

GIULIETTA: Dammi quadammi qua! Ohnon mi parlare di paura!

FRATE LORENZO: Tienivattene subitoe sii forte e felice in questa tua risoluzione: io manderò in fretta un fratello a Mantova con una lettera per tuo marito.

GIULIETTA: Amoredammi tu forza! e la forza mi porgerà aiuto. Addiocaro padre!

 

(Escono)

 

 

 

SCENA SECONDA - Una sala in casa Capuleti

(Entrano il CAPULETIMADONNA CAPULETIla Nutrice e due Servi)

 

CAPULETI: Inviterai tutte le persone che sono scritte qui. (Il Servo esce) Tugiovanottovammi a fissare venti abili cuochi.

SECONDO SERVO: Non ne avrete neppur uno che sia un cattivo cuocosignorepoiché io li metterò alla provaper vedere se sanno leccarsi le dita.

CAPULETI: E come puoi provare se son bravifacendo così?

SECONDO SERVO: Sfidosignore: è un cattivo cuoco quello che non sa leccarsi le dita e allora chi non se le sa leccarenon viene con me.

CAPULETI: Viavattene. (Il Servo esce) Saremo assai sprovvisti in questa circostanza. Comemia figlia è andata da frate Lorenzo?

NUTRICE: Sìdavvero.

CAPULETI: Benebenepotrebbe essere ch'egli le giovasse un poco: è una sgualdrina stizzosa e ostinata.

 

(Entra GIULIETTA)

 

NUTRICE: Guardateeccola qua che ritorna dalla confessione tutt'allegra.

CAPULETI: Ebbeneche c'èsignora testarda? Dove siete stata a vagabondare?

GIULIETTA: Dove ho imparato a pentirmi del peccato di disobbediente resistenza a voi ed ai vostri comandie dove mi è stato ingiunto dal buon padre Lorenzo di prostrarmi qui ai vostri piedi e di domandarvi perdono: perdonatemive ne scongiuro! D'ora innanzi mi lascerò sempre guidare da voi.

CAPULETI: Mandate per il conteandateavvertitelo di questo: voglio che questo nodo sia stretto domattina GIULIETTA: Alla cella di frate Lorenzo ho incontrato il giovane conte e gli ho dato quelle prove d'affetto convenienti che potevo dargli senza uscire dai limiti della modestia.

CAPULETI: Viasono contentocosì va bene: alzati; questo è il modo come le cose devono andare. Fatemi vedere il conte; sìdiamineandatedicoe conducetelo qui. Ed oralo dichiaro davanti a Diotutta la intera città dev'essere molto obbligata a questo frate venerando e benedetto.

GIULIETTA: Nutricevolete venire con me nella mia stanzaper aiutarmi a scegliere gli ornamenti necessari che vi sembreranno adattati per abbigliarmi domani?

MADONNA CAPULETI: Nofino a giovedì no: c'è abbastanza tempo.

CAPULETI: Andatenutriceandate pure con lei: domani anderemo in chiesa.

 

(Escono Giulietta e la Nutrice)

 

MADONNA CAPULETI: Saremo a corto dell'occorrente: ormai è quasi notte.

CAPULETI: Ma che! mi darò attorno io stesso ed ogni cosa anderà benete lo garantisco iomoglie mia: va' da Giuliettae aiutala ad abbigliarsi; stanotte io non vado a letto; lasciami solo: per questa volta voglio farla da massaia. Olà! ehi! son tutti fuori; ebbene arriverò io stesso dal conte Paride a prepararlo per domani: mi sento l'animo straordinariamente sollevatoora che quella pazzerella ha messo giudizio a questo modo.

 

(Escono)

 

 

 

SCENA TERZA - La camera di Giulietta

(Entrano GIULIETTA e la Nutrice)

 

GIULIETTA: Sìquell'abito è il più adatto: mate ne pregomia buona nutricestanotte lasciami solapoiché ho bisogno di fare molte preghiereper impetrare dal cielo che voglia sorridere alla situazione nella quale mi trovochecome tu sai beneè trista e piena di peccato.

 

(Entra MADONNA CAPULETI)

 

MADONNA CAPULETI: Comesiete ancora occupataeh? avete bisogno del mio aiuto?

GIULIETTA: Nosignora; abbiamo già scelto quanto sarà necessario e conveniente per il mio abbigliamento di domani: se non vi dispiaceorapermettete che io rimanga solae stanotte lasciate che la nutrice stia alzata insieme con voipoiché son certa che voi avrete le mani molto impicciate per quest'improvviso avvenimento.

MADONNA CAPULETI: Buona notte; va' a letto e riposatiche ne hai bisogno.

 

(Escono Madonna Capuleti e la Nutrice)

 

GIULIETTA: Addio! Dio sa quando noi ci rivedremo. Mi sento correre per le vene un leggero brivido freddo di paurache quasi agghiaccia il calore della vita: le richiamerò per prendere un po' di coraggio.

Nutrice! Ma che farebbe qui? Io debbo assolutamente esser sola a recitare la mia lugubre scena. Vienio ampolla. E se questa miscela non avesse alcun effetto? Domattina dovrò maritarmi? Nono: questo lo impedirà. Resta qui tu. (Posando un pugnale) Ma se fosse un veleno che il frate mi ha somministratoastutamenteper farmi morireper paura di disonorarsi con questo matrimonio avendomi già maritata a Romeo? Io ho paura che sia proprio un veleno: ma d'altra partepensociò non può essere affattoperch'egli è stato conosciuto sempre per un santo uomo. Che succederà sequando io sarò nella tombami sveglio prima che Romeo venga a liberarmi? Ecco un terribile punto! Non sarò io soffocata dentro quella volta sotterranea nella cui fetida bocca non entra un alito di aria purae là dentro non morrò strozzataprima che venga il mio Romeo? Ose rimango vivanon è molto probabile che l'orribile idea della morte e della notteinsieme col terrore del luogodi quel sotterraneoche è un antico ricettacolo dove per molte centinaia d'anni si sono ammucchiate le ossa di tutti i miei antenati sepoltidove l'insanguinato Tebaldoancor fresco in terragiace putrefacendosi; dovecome diconoa una cert'ora della notte hanno ritrovo gli spiriti; ahimèahimènon è egli probabile che iosvegliandomi troppo prestoin mezzo a sozzi odori e a strilli come quelli della mandragora strappata dalla terrache fanno diventar pazzi i mortali che li odono: ohse mi sveglio alloranon perderò io la ragionecircondata da tutti questi orribili terrori? E non mi metteròcome una pazzaa giocare con le ossa dei miei padri? E non strapperò dal funebre lenzuolo le membra straziate di Tebaldo? E in questo accesso di furore brandendocome una clavaun osso di qualche mio vecchio antenato non mi farò schizzar fuori dalla testa le mie pazze cervella? Ohguardami par di vedere l'ombra del mio cugino che insegue Romeoil quale lo infilzò con la punta dello stocco:

fermaTebaldoferma! Romeoeccomi! Questo lo bevo a te.

 

(Si getta sul letto)

 

 

 

SCENA QUARTA - Una sala in casa Capuleti

(Entrano MADONNA CAPULETI e la Nutrice)

 

MADONNA CAPULETI: Tieninutriceprendi queste chiavie metti fuori delle altre spezie.

NUTRICE: Il pasticcerein cucinachiede datteri e mele cotogne.

 

(Entra il CAPULETI)

 

CAPULETI: Andiamomovetevimovetevimovetevi! il gallo ha cantato già la seconda voltala campana ha suonatosono le tre. Abbi un occhio ai piatti al fornomia buona Angelica: non risparmiare spese.

NUTRICE: Andate viafaccendoneandatevene a letto; in fede miadomani starete maleper essere stato su stanotte.

CAPULETI: Noniente affatto: ma che! Altre volteprima di questaho fatto nottata per ragioni meno importantie non mi sono mai sentito male.

MADONNA CAPULETI: Eh! sìal tempo vostro siete stato un cacciatore di gonnelle; ma d'ora in poi veglierò io a che non facciate dl codeste veglie.

 

(Escono Madonna Capuleti e la Nutrice)

 

CAPULETI: La donna gelosa! la donna gelosa!

 

(Entrano dei Servi portando spiedilegna e canestri)

 

Ebbenegiovinottoche cos'è cotesta roba?

PRIMO SERVO: Roba per il cuocosignorema non so che cosa.

CAPULETI: Fate prestofate presto. (Il Servo esce) Tugalantuomova' a prendere della legna più secca: chiama Pietroche t'insegnerà dove si trova.

SECONDO SERVO: Ho anch'io il capo sulle spallesignoree saprò trovare della legnasenza aver bisogno di seccar Pietro per questo.

 

(Esce)

 

CAPULETI: Ben dettoper la messa! Costui è un allegro bricconeeh !

ti nomineremo capo... di legno. Affeddidioè giorno: il conte sarà presto qui con la musicapoiché m'ha detto che l'avrebbe menata con sé. (Musica di dentro) Lo sentoè qui. Nutrice! Moglie! Olà eh! Olànutricedico!

 

(Rientra la Nutrice)

 

Va' a svegliare Giuliettava' e aiutala ad abbigliarsi; io anderò a chiacchierare con Paride: sbrigatiprestopresto! lo sposo è già venuto: prestodico.

 

(Escono)

 

 

 

SCENA QUINTA - La camera di Giulietta

(GIULIETTA è distesa sul suo letto. Entra la Nutrice)

 

NUTRICE: Signora! Su viasignora! Giulietta! Posso garantire che dorme la grossa! Suagnellino! Viasignorina! ahdormigliona!

ebbenedicoamor mio! Padroncina! cuore mio! andiamosignora sposa!

Comenemmeno una parola? Volete farvi la vostra provvista oraeh?

dormite pure per una settimana: poiché stanotteve lo garantiscoil conte Paride riposa nell'idea che voi dobbiate riposare ben poco. Dio mi perdonimadonnaed amencome dorme profondamente! Debbo svegliarla in tutti i modi. Signorasignorasignora! Sìlasciatevi trovare a letto dal contee poi vedrete in fede mias'egli vi fa alzare su dallo spavento! Non sarà così? Come? vi siete vestita e abbigliatae poi vi siete messa giù di nuovo? Debbo svegliarvi ad ogni costo! Signora! signora! signora! Ahimè! ahimè! Aiutoaiuto! la mia signora è morta! Oh maledetto giorno! ch'io non fossi mai nata! un po' d'acquaviteolà! Signore mio! Signora mia!

 

(Entra MADONNA CAPULETI)

 

MADONNA CAPULETI: Che cos'è questo chiasso?

NUTRICE: O giorno di pianto!

MADONNA CAPULETI: Che cos'è stato?

NUTRICE: Guardateguardate! O sventurato giorno!

MADONNA CAPULETI: Povera mepovera me! Figlia miamia unica vitariviviriapri gli occhi o io morrò insieme con te. Aiuto! aiuto!

chiamate aiuto!

 

(Entra il CAPULETI)

 

CAPULETI: Che vergogna è questa? menate fuori Giulietta: il suo sposo è già arrivato.

NUTRICE: Essa è morta! è morta! è morta! Dio mio!

MADONNA CAPULETI: Dio mioessa è morta! è morta! è morta!

CAPULETI: Ah! lasciatemela vedere! E' finitaahimè! è già freddail sangue s'è arrestato e le membra sono irrigidite; la vita e le sue labbra si sono lasciate da un pezzo. La morte si è posata sopra di leicome una brina fuori di stagione sul fiore più gentile di tutto il campo.

NUTRICE: O giorno di pianto!

MADONNA CAPULETI: O momento di strazio!

CAPULETI: La morteche me l'ha portata via per farmi gemere di doloremi incatena la lingua e non mi permette di parlare.

 

(Entrano Frate LORENZO e PARIDE coi Sonatori)

 

FRATE LORENZO: Andiamola sposa è pronta per andare in chiesa?

CAPULETI: Pronta per andarcima per non ritornare mai più. (A Paride) O figlio miola notte innanzi alle tue nozze la Morte è stata nel letto della tua fidanzata: eccola qui distesafiorequale ella eradisfiorato dall'amplesso di lei. La Morte è mio generola Morte è mia erede; essa ha sposato mia figlia: io morrò e lascerò tutto a lei; la mia vitai miei benitutto è della Morte.

PARIDE: Ho dunque atteso con tanta ansietà di vedere spuntare questo giornoed esso mi offre uno spettacolo come questo?

MADONNA CAPULETI: O giorno maledettofatale sciaguratoabominevole!

Orala più disgraziata che il tempo abbia mai visto nell'eterna fatica del suo pellegrinaggio! Non avevo che una figliasoltanto una povera figliaun'unica povera adorata figliala sola cosa nella quale io vedevo tutta la mia gioia e tutta la mia consolazionee la Morte crudele l'ha strappata agli occhi miei!

CAPULETI: O sventuratosventuratosventurato giorno! Il più dolorosoil più sventurato giornoche io abbia maimai visto ancora! O giorno! O giorno! O giorno! O abominevole giorno! Mai fu vedutoancoraun giorno brutto come questo: o sventurato giornoo sventurato giorno!

PARIDE: Traditocostretto al divorziooffesotormentatoassassinato! Tradito da teodiosissima Morteda te rovinato per semprecrudelecrudele che sei! O amore! O vitanon più vitama amore riposto nella morte!

CAPULETI: Disprezzatoabbandonatoodiatotorturatoucciso!

Malaugurato tempoperché sei venuto ora ad assassinaread assassinare la nostra festa? O figliuolao figliuola mia! opiù che figliaanima mia! tu sei morta! Ahimèla mia figliuola è mortae insieme con la figliuola mia sono sepolte tutte le mie gioie!

FRATE LORENZO: Pacedunque! vergogna! Il rimedio ai guai non si trova in questi guai. Il cielo e voi possedevate in comune questa bella fanciullaora il cielo la possiede tutta per séed è maggior ventura per la fanciulla: voiinfattinon potevate salvare dalla morte la parte di lei che era vostra; il cieloinveceserba la sua parte in una vita eterna. Il vostro supremo desiderio era la esaltazione di leipoiché il vederla in alto era il vostro paradiso: e voi piangeteora che la vedete in altosu al di sopra delle nubialta come il cielo stesso? Oh! con questo amorevoi amate così male la vostra figliuolache diventate pazzi vedendo ch'ella sta bene: non è bene maritata colei che vive lungamente col marito; la meglio maritata è colei che muore moglie giovinetta. Asciugate le vostre lacrimespargete su questo bel corpo il vostro rosmarinoesecondo l'usanzafate portare in chiesa la mortavestita dei suoi abiti più belli.

Sebbene la sciocca natura ci spinga tutti al piantole lacrime della natura destano il sorriso della ragione.

CAPULETI: Tutte le cose che avevamo preparate per una festamutano improvvisamente il loro ufficioe serviranno per un tetro funerale: i nostri strumenti si cambiano in meste campane; la nostra allegria nuziale in un triste mortorio; i nostri inni solenni si mutano in lugubri nenie; i nostri fiori di nozze servono per una sepolturaed ogni cosa si cambia nel suo contrario.

FRATE LORENZO: Signoreritiratevie voi signoraandate insieme con lui; anche voisignor Parideandate; ognuno si prepari ad accompagnare questa bella salma alla sua tomba: il cielo vi guarda accigliato per qualche vostra colpa; non lo irritate maggiormenteribellandovi ai suoi alti voleri.

 

(Escono il CapuletiMadonna CapuletiParide e il Frate)

 

PRIMO SONATORE: In fede mianoi possiamo riporre le nostre pive nel sacco e andarcene.

NUTRICE: Buona e brava genteahriponeteleriponetele! poichélo vedete benesiamo al fondo del sacco.

 

(Esce)

 

PRIMO SONATORE: Giàin fede miail sacco è colmo.

 

(Entra PIETRO)

 

PIETRO: Sonatorioh! sonatoril'aria: "Pace del cuore"; oh! se volete ridarmi la vitasonate "Pace del cuore".

PRIMO SONATORE: Perché "Pace del cuore?".

PIETRO: Oh! sonatori mieiperché il mio cuore stesso suona: "Il mio cuore è pieno di dolore". Oh! sonatemi qualche allegra neniaper confortarmi.

SECONDO SONATORE: Neppure unanoi: questo non è il momento di sonare.

PIETRO: Non volete sonare dunque?

PRIMO SONATORE: No.

PIETRO: Allora vi darò sonoramente.

PRIMO SONATORE: Che cosa ci darai?

PIETRO: In fede mianon del danaro: vi darò... di strimpellonidi menestrelli.

PRIMO SONATORE: E io ti darò... di servitore.

PIETRO: E io vi sonerò sulla zucca la daga del servitore. Io non vi sonerò delle semiminime: vi darò dei revi darò dei fa! notate bene quel che vi dico.

PRIMO SONATORE: Se ci soni dei re e dei fasarai tu che noti noi.

SECONDO SONATORE: Ti pregometti dentro la tua dagae metti fuori il tuo spirito.

PIETRO: Allora in guardiacontro i colpi del mio spirito! Io picchierò su voi botte da orbi con la lama del mio spiritoe rimetterò nel fodero la lama della mia daga. Rispondete dunqueda uominiai colpi miei:

Se il cuor ferisce torvo tormento E rea mestizia lo spirto opprimeAllor la musicacol suon d'argento...

perché "suono d'argento"? perché: "la musica col suon d'argento"? Che ne dici tuSimon Cantino?

PRIMO SONATORE: Sfido! signore: perché l'argento ha un dolce suono.

PIETRO: Ciance! Che cosa dici tuUgo Ribeca?

SECONDO SONATORE: Dicoche dice "suono d'argento"perché i sonatori sonano per avere dell'argento.

PIETRO: Ciance anche queste! E tu che cosa diciGiacomo dell'Anima?

TERZO SONATORE: In fede miaio non so che dire.

PIETRO: Ohhai ragioneti chiedo scusa: tu sei un cantore.

Risponderò io per te. Dice: "la musica col suon d'argento"perché i sonatori per sonare non hanno mai oro:

Allor la musicacol suon d'argento Con presto aiuto dal duol redime.

 

(Esce)

 

PRIMO SONATORE: Che sozzo briccone è costui!

SECONDO SONATORE: Impiccaloche furfante! Andiamoentriamo dentroaspettiamo i piagnonie fermiamoci per il desinare.

 

(Escono)

 

 

 

ATTO QUINTO

 

SCENA PRIMA - Mantova. Una strada

(Entra Romeo)

 

ROMEO: Se io posso prestar fede alle lusinghiere visioni del sonno i miei sogni mi presagiscono vicina qualche notizia piena di gioia: il tiranno del mio cuore se ne sta assiso allegramente sul suo tronoe tutto il giornooggiuna insolita animazione mi solleva al di sopra della terra con giocondi pensieri. Ho sognato che la mia donna veniva e mi trovava morto (strano sognoquestoche concede ad un morto la facoltà di pensare!)e che a forza di baci infondeva nelle mie labbra un tale soffio di vitach'io rivivevo ed ero imperatore. Ahimè! come deve esser dolce il vero possesso dell'amorese la sua ombra soltanto è così ricca di gioia!

 

(Entra BALDASSARREstivalato)

 

Notizie da Verona! EbbeneBaldassarrenon mi porti lettere del frate? Che fa la mia signora? Mio padre sta bene? Come sta la mia Giulietta? te lo domando di nuovoperché nulla può andar malese ella sta bene.

BALDASSARRE: Allora ella sta benee nulla può andar male: il suo corpo dorme nel monumento dei Capuletie quella parte di lei che è immortalevive insieme con gli angeli. Io l'ho vista deporre giù nella volta sotterranea dei suoi congiuntie immediatamente sono partito per venirvelo a dire: oh! perdonatemi se vi reco queste tristi nuovepoiché voi stessosignoreme ne lasciaste l'incarico.

ROMEO: E' proprio così? Allora io vi sfidoo stelle! Tu sai la mia abitazione: comprami dell'inchiostro o della cartae noleggiami dei cavalli di posta. Stasera io parto.

BALDASSARRE: Signoreve ne scongiurocalmatevi: voi avete l'aspetto pallido e stravoltoe mi fate temere qualche sciagura.

ROMEO: Ma che! t'inganni: lasciamie fa' quel che ti ordino di fare.

Non hai lettere del frate per me?

BALDASSARRE: Nomio buon signore.

ROMEO: Non importa: va' subitoe noleggiami quei cavalliio ti raggiungo immediatamente. (Baldassarre esce) EbbeneGiuliettastasera io dormirò accanto a te. Vediamo con quali mezzi. O distruzionecome fai presto ad entrare nei pensieri degli uomini che disperano! Mi viene in mente uno speziale... egli sta qui nei dintorniche io ho visto ultimamentecon un vestito a brandelli e fronte aggrottataintento a cercare erbe medicinali. Era allampanatouna miseria atroce l'aveva spolpato fino all'osso: e nella sua squallida bottega stavano appesi una tartarugaun coccodrillo imbalsamato ed altre pelli di pesci mostruosi. Qua e là per gli scaffali una misera accozzaglia di scatole vuotedi pentoli di coccio tinti di verdedi vesciche e di semi ammuffitidi pezzi di spago e pasticche di fior di rosa stantieera sparsa alla meglio per fare un po' di apparenza. Notando tanta miseriadissi fra me: se uno avesse bisogno di qualche veleno (vendere il quale a Mantova vuol dire essere condannato subito a morte) ecco uno sciagurato che glie lo venderebbe.

Ohquesto stesso pensiero non fece altro che precorrere il mio bisognoe questo stesso uomo bisognoso deveappuntovendermelo. Se mi ricordo benequesta dovrebbe essere la sua casa: essendo giorno di festala bottega del disgraziato è chiusa. Ehi! olà! Speziale!

 

(Entra lo Speziale)

 

SPEZIALE: Chi è che chiama così forte?

ROMEO: Vieni quaamico. Vedo che tu sei povero; tieniquesti sono quaranta ducati: dammi un grammo di veleno; ma una roba così sbrigativache appena si sparge per le venefaccia cader morto colui che stanco della vita lo ha presoe il corpo sia scaricato del respirocon la violenza e la rapidità con cui la polvere infiammata si precipita fuori dalle fatali viscere del cannone.

SPEZIALE: Io ne ho di questa merce micidiale; ma la legge di Mantova punisce con la morte chiunque la spaccia.

ROMEO: Tu sei così nudo e pieno di miseriae hai paura di morire? La fame è sulle tue guance; il bisogno e i patimenti ti agonizzano negli occhi; il disprezzo e la miseria ti stanno appesi alle spalleil mondo non ti è amicoe nemmeno la sua legge; il mondo non ha per te una legge che ti faccia ricco: dunque non esser più poveroma rompi la leggee prendi questo.

SPEZIALE: La mia povertà acconsentema non acconsente la mia volontà.

ROMEO: Io pago la tua povertà e non la tua volontà.

SPEZIALE: Mettete questo in un liquido qualunque a piacer vostroe bevete fino all'ultima goccia: se anche aveste la forza di venti uomini sarete spacciato immediatamente.

ROMEO: Ecco qua il tuo oroil quale è un veleno peggioreper l'anima degli uominie commette in questo odioso mondo più assassiniiche non queste povere misture che tu non puoi vendere; sono io che vendo a te il velenotu non ne hai venduto a me. Addio: comprati da mangiaree rimettiti in carne. Vienio cordialee non veleno: vieni insieme con me alla tomba di Giulietta; poiché là io debbo servirmi di te.

 

(Escono)

 

 

 

SCENA SECONDA - La cella di Frate Lorenzo

(Entra Frate GIOVANNI)

 

FRATE GIOVANNI: Reverendo frate francescano! fratelloolà!

 

(Entra Frate LORENZO)

 

FRATE LORENZO: Questa dovrebb'essere proprio la voce di frate Giovanni. Ben tornato da Mantova: che dice Romeo? Se egli mi ha scritto il suo pensierodammi la sua lettera.

FRATE GIOVANNI: Andavo in cerca di un fratello scalzo del nostro ordine (che è qui in città per andare a visitare gli ammalati)perché mi fosse compagno di viaquand'ecconel momento in cui lo trovavogl'inquisitori della cittàsospettando che noi due fossimo stati in una casa dove infieriva la peste contagiosaserrarono le portee non ci vollero lasciare uscire dalla città. Cosicché il mio viaggio a Mantova restò lì.

FRATE LORENZO: Allora chi ha portato la mia lettera a Romeo?

FRATE GIOVANNI: Eccola qui: io non ho potuto né mandarlané trovare un messo che te la riportassetanto erano spaventati tutti dell'infezione.

FRATE LORENZO: Oh sorte avversa! Pel sacro ordine mioquella lettera non era insignificantema piena di cose di preziosa importanzache trascurate potrebbero essere causa di una grave sciagura. Frate Giovanniva' cercami una leva di ferroe portala immediatamente qui alla mia cella.

FRATE GIOVANNI: Fratellovado e te la porto.

 

(Esce)

 

FRATE LORENZO: Ed ora bisogna che io mi diriga soloal monumento; in queste tre ore la bella Giulietta si sveglierà; chi sa quanto imprecherà contro di meperché Romeo non ha avuto notizie di questi avvenimenti: ma io scriverò di nuovo a Mantovae tratterrò lei nella mia cellafinché giunga Romeo. Povera salma viventechiusa nella tomba di un morto!

 

(Esce)

 

 

 

SCENA TERZA - Un cimitero. Monumento dei Capuleti

(Entrano PARIDE e il suo Paggioil quale porta dei fiori ed una torcia)

 

PARIDE: Dammi la tua torciaragazzo: vattenee fermati ad una certa distanza di qui: anzispengilapoiché non vorrei essere veduto.

Mettiti disteso sotto quei tassi laggiùcon l'orecchio vicino al terreno risonante; così nessun piede passerà sul cimitero che è smosso e mal fermo per le fosse che vengono scavatesenza che tu lo senta.

Allora fammi un fischiocome segno che senti qualcuno avvicinarsi.

Dammi quei fiori. Fa' quello che ti dicova'.

PAGGIO (a parte): Ho quasi paura a star solo qui nel cimiterotuttavia mi ci arrischierò.

 

(Si ritira)

 

PARIDE: O dolce fioreio spargo di fiori il tuo letto nuzialeahimè!

il tuo baldacchino è polvere e sassi)ed ogni notte li bagnerò di dolce acquaomancando essadi lacrime distillate dai miei singhiozzi. Le esequie che io celebrerò per te saranno: spargere di fioriogni nottela tua tomba e piangere. (Il Paggio fischia) Il ragazzo mi avverte che qualcuno si avvicina. Qual piede maledetto erra stanotte in queste partiper disturbare le esequie e i riti del vero amore? Comecon una torcia! Nascondimio notteper un istante.

 

(Si ritira)

(Entrano ROMEO e BALDASSARRE con una torciaun picconeeccetera)

 

ROMEO: Dammi quel piccone e la leva di ferro. Tieniprendi questa letteradomani mattina di buon'ora guarda di consegnarla al mio signore e padre. Dammi il lume. Per la tua vitati do quest'ordine:

qualunque cosa tu oda o vedanon ti avvicinaree non interrompermi nella mia opera. La ragione per la quale io discendo in questo letto di morteè in parte per contemplare la faccia della mia donnama principalmente per portar via dalla sua morta mano un prezioso anello; un anello del quale io debbo fare un uso importante. Perciò vattene di qua: che se tusospettosotornassi a spiare quello che io intendo di fare fra pocoper il cieloio ti farò a brandellie seminerò delle tue membra questo affamato cimitero: il momento e le mie intenzioni sono ferocipiù tremendi e inesorabilimoltodi tigri digiune o del mare ruggente.

BALDASSARRE: Vado subitosignoree non vi disturberò.

ROMEO: Così tu mi dimostrerai la tua amicizia. Prendi qua: vivi e sii felice; addiobuon giovinotto.

BALDASSARRE (a parte): Ciò nonostante io mi nasconderò qui intorno: i suoi sguardi mi fanno paurae dubito delle sue intenzioni (Si ritira)

ROMEO: Detestabili faucio tuventre della mortesatollato col boccone più prezioso della terracosì io forzo le tue putride mascelle ad aprirsi(apre la tomba) e a tuo dispetto voglio impinzarti ancora di altro cibo.

PARIDE: Costui è quel bandito orgoglioso Montecchiche uccise il cugino dell'amor miopel cui dolore si crede che la bella creatura morisseed è venuto qui a fare qualche villano insulto agli estinti:

io lo arresterò. (Avanzandosi) Cessa la tua empia faticao vile Montecchi! Può la vendetta essere spinta oltre la morte? Infame banditoio ti arresto: obbediscie vieni con mepoiché tu devi morire.

ROMEO: Io debbo morire veramentee appunto per questo venni qui. O buono e gentile giovinottonon tentare un uomo disperato; fuggi di qui e lasciami; pensa a questi mortie il loro pensiero ti spaventi.

Io ti scongiurogiovinottonon accumulare sul mio capo un altro peccatospingendomi al furore. Ohvattene! Per il cielo io ti amo più di me stessopoiché io vengo qui armato contro me stesso; non restarevattene: vivie raccontafin da questo momentoche la clemenza di un pazzo ti ordinò di fuggire.

PARIDE: Io sfido i tuoi scongiurie ti arresto qui come un fellone.

ROMEO: Tu vuoi provocarmi? allora in guardiafanciullo!

 

(Si battono)

 

PAGGIO: O Signoresi battono! anderò a chiamare la guardia.

 
(Esce)

 

PARIDE: Ohsono ucciso! (Cade) Se tu sei pietosoapri la tombae mettimi accanto Giulietta.

ROMEO: In fede mia lo farò. Esaminiamo questa faccia: il parente di Mercuzioil nobile conte Paride? Che cosa diceva il mio servitorequando la mia mente agitata non badava a lui mentre cavalcavamo? Mi pare ch'egli mi dicesse che Paride avrebbe sposato Giulietta; non disse così? o me lo sono sognato? O sono io un pazzosentendolo parlare di Giuliettaa pensare che egli dicesse questo? Ohdammi la tua manotu che fosti inscritto con me nel libro dell'arcigna sventura! Io ti seppellirò in una tomba splendida; una tomba? oh noun faroo mia giovane vittima; poiché qui giace Giulietta e la sua bellezza trasforma questa tomba in una sala piena di festa e di luce.

O morteriposa là dentrosotterrata da un uomo morto. (Deponendo Paride nel monumento) Ohcome spesso gli uomini sul punto di morire provano un istante di gioia! Un istanteche chi li veglia suole chiamare: il lampo che precede la morte. Ma io come potrei chiamare questo un lampo? O amor mioo mia sposa! La morte che ha libato il miele del tuo respironulla ha potuto ancora sulla tua bellezza: tu non sei conquistata; l'insegna della bellezza è ancora rosea sulle tue labbra e sulle tue guancee il pallido vessillo della morte non vi si è ancora spiegato. Tebaldogiaci tu là nel tuo sanguinoso lenzuolo?

Oh! quale più grande favore poss'io fartiche con quella mano stessa che spezzò in due la tua giovinezzaspezzare quella di colui che fu tuo nemico? Perdonamicugino! ah! cara Giuliettaperché sei tu ancora così bella? Debbo io credere che la morte immateriale senta l'amoree che lo smunto aborrito mostro ti tenga qui nelle tenebreperché tu sia la sua amante? Per paura di questoio resterò per sempre accanto a te e non mi partirò mai più da questo palazzo della scura notte: quiqui io voglio rimanere insieme coi vermi che sono le tue ancelle: oh! qui io fisserò il mio sempiterno riposoe scoteròda questa carne stanca del mondoil giogo delle avverse stelle.

Occhiguardatela per l'ultima volta! Bracciaprendete il vostro ultimo abbraccio! e voilabbravoi che siete la porta del respirosuggellatecon un leale bacio un contratto indefinito con la morte che tutto rapisce! Vieniamaro conduttorevienidisgustante giuda!

Viao disperato pilotaprecipita d'un colpo sugli scogliche la infrangerannola tua barca afflitta e stanca dal mare. Bevo all'amor mio! (Beve) O speziale veritiero! Il tuo veleno è rapido. Io muoio così con un bacio. (Muore)

 

(Dall'altra parte del cimitero entra Frate LORENZO con una lanternauna leva ed una vanga)

 

FRATE LORENZO: San Francesco mi accompagni! quante volte stanotte il mio vecchio piede ha inciampato nelle tombe! Chi c'è la?

BALDASSARRE: C'è un uomo che vi è amicoe che vi conosce bene.

FRATE LORENZO: Siate benedetto! Ditemimio buon amicoche cos'è quella torcia laggiùche fa luce inutilmente a dei vermi e a dei teschi senz'occhi? A quel che vedoessa è accesa nel monumento dei Capuleti.

BALDASSARRE: E' proprio cosìpadre santo; e là c'è il mio padroneuno che vi ama.

FRATE LORENZO: Chi è?

BALDASSARRE: Romeo.

FRATE LORENZO: Quanto tempo è che è là?

BALDASSARRE: Una buona mezz'ora.

FRATE LORENZO: Vieni con me al sotterraneo.

BALDASSARRE: Io non oso signore: il mio padrone sa che io me se sono andato di qui; egli mi ha minacciato tremendamente di morte se fossi rimasto a spiare le sue intenzioni.

FRATE LORENZO: Allora resta; anderò solo. La paura mi prende; ohio temo molto qualche triste sciagura!

BALDASSARRE: Mentre dormivo qui sotto questo tassoho sognato che il mio padrone si batteva con un altroe che il mio padrone l'ha ucciso.

FRATE LORENZO (avvicinandosi al monumento): Romeo! Ahimèahimè! che cos'è questo sangue che macchia la marmorea entrata del sepolcro? Che significano quelle spade senza padrone e imbrattateche giacciono per terrarosse di sangue in questo luogo di pace? (Entra nel monumento) Romeo! oh qual pallore sulla sua faccia? Chi c'è ancora? Comeanche Paride? E' bagnato di sangue? Ahquale sciagurata ora è rea di così lacrimevole sventura! La fanciulla si muove.

 

(Giulietta si sveglia)

 

GIULIETTA: O padre consolatore! Dov'è il signor mio? Io mi ricordo bene in qual luogo debbo essere; e infatti ci sono: ma dov'è il mio Romeo?

 

(Si sente del rumore)

 

FRATE LORENZO: Sento del rumore. Fanciullaesci da cotesto nido di mortedi contagiodi sonno artificiale; una potenza superiorealla quale noi non possiamo opporciha attraversato i nostri disegni:

vienivieni via; tuo marito giace costì mortoaccanto tee Paride anche; vieniio ti metterò in un convento di sante monache; non mi chiedere spiegazionipoiché la guardia arriva. Vieniandiamomia buona Giulietta (il rumore si avvicina) io non oso restare più a lungo.

 

(Frate Lorenzo esce)

 

GIULIETTA: Va'fuori pure di quipoiché io non anderò via. Che cosa c'è qui? una tazza che il fido amor mio tiene stretta in mano?

Comprendo: il veleno è stato la causa della sua fine immatura; oh cattivo! lo ha bevuto tuttoe non ne ha lasciato una benefica gocciache dopo lui aiutasse me? Voglio baciare le tue labbra; forse vi rimane ancora un po' di velenoche basti per farmi morire con le dolcezze di un cordiale. (Lo bacia) Le tue labbra sono ancora calde.

PRIMA GUARDIA (di dentro): Guidaciragazzoquale strada dobbiamo prendere?

GIULIETTA: Che! del rumore? Allora bisogna far presto. Ohpugnale benedetto! (Afferrando il pugnale di Romeo) eccoil tuo fodero è questo: (si colpisce) arrugginisci qui dentroe fammi morire. (Cade sul corpo di Romeoe muore)

 

(Entra la Guardia col Paggio di Paride)

 

PAGGIO: Ecco il luogo: là dove arde quella torcia.

PRIMA GUARDIA: Il terreno è insanguinato: cercate intorno pel cimitero: andatealcuni di voie chiunque trovate arrestatelo.

(Escono alcuni della Guardia) Oh pietosa vista! Qui giace ucciso il conte e per terra c'è Giulietta sanguinanteancora caldae appena mortalei che da due giorni era stata sepolta qui! Andateavvertite il Principecorrete dai Capuletifate venir qui i Montecchi: altri di voi si diano a cercare intorno. (Escono altre Guardie) Noi vediamo il terreno sul quale giacciono le vittime di queste sventure; ma il vero terreno dal quale germogliò il seme di tutte queste lacrimevoli sventurenon potremo scoprirlo senza conoscere le circostanze particolari.

 

(Rientrano alcuni della Guardia con BALDASSARRE)

 

SECONDA GUARDIA: Ecco il servo di Romeo: l'abbiamo trovato nel cimitero.

PRIMA GUARDIA: Trattenetelo in un luogo sicurofinché giunga il principe.

 

(Rientra un'altra Guardia con Frate LORENZO)

 

TERZA GUARDIA: Qui c'è un frate che tremaspira e piange: questa leva e questa zappale abbiamo sequestrate a lui mentre veniva da questa parte del cimitero.

PRIMA GUARDIA: Egli è molto sospetto: trattenete anche il frate.

 

(Entra il PRINCIPE col suo Seguito)

 

PRINCIPE: Quale sventura si è alzata oggi così di buon'orada toglierci al nostro riposo mattutino?

 

(Entrano il CAPULETIMADONNA CAPULETI ed altri)

 

CAPULETI: Che può esser mai accadutoche tutti urlano a questo modo per le vie?

MADONNA CAPULETI: La genteper la strada va gridando chi "Romeo"chi "Giulietta"e chi "Paride"; e tutti con grande schiamazzo corrono verso il nostro monumento.

PRINCIPE: Che cosa sono queste grida paurose che ci colpiscono gli orecchi?

PRIMA GUARDIA: Signorequi c'è il conte Paride assassinatoe Romeo mortoe Giuliettache era già mortaè qui uccisa in questo istante e ancora calda.

PRINCIPE: Cercatedomandatee informateci come si spiega questo orrendo massacro.

PRIMA GUARDIA: Qui c'è un frate e un servo dell'ucciso Romeoche avevano addosso degli strumenti necessari per aprire le tombe di questi morti.

CAPULETI: O cielo! Moglie miaguarda come versa sangue la nostra figliuola! Questo pugnale ha sbagliato stradapoichévedila sua guaina è là vuota al fianco del Montecchie per errore s'è riposto nel seno di mia figlia!

MADONNA CAPULETI: Ohimè! questo spettacolo di morte è come una campana che annunzia alla mia vecchiaia la partenza per il sepolcro.

 

(Entrano il MONTECCHI ed altri)

 

PRINCIPE: Vienio Montecchitu ti sei alzato innanzi tempoper vedere il tuo figliuolo ed erede ancor più innanzi tempo coricato.

MONTECCHI: Ah! mio principestanotte è morta mia moglie; il dolore cagionatole dall'esilio del suo figliuolo le ha stroncato il respiro:

quale nuova angoscia cospira contro la mia vecchiaia?

PRINCIPE: Guarda e vedrai.

MONTECCHI: O screanzato figliuolo! qual rispetto è cotesto: spingersi innanzi al proprio padre verso una tomba?

PRINCIPE: Chiudi per un istante la bocca alla disperazione finché siamo in grado di chiarire questi misteri e conoscerne l'originel'occasioneil loro vero principioe allora io stesso mi farò guida ai tuoi dolorie ti accompagnerò fino alla morte: per ora frenatie lascia che la sventura sia schiava alla pazienza. Fate venire innanzi le persone sospette.

FRATE LORENZO: Fra queste io sono la più importantee sebbene il meno capace di sì orrendo misfattoio sonotuttaviail più sospettocosi gravemente depongono contro di me il tempo e il luogo; ed eccomi qui pronto umilmente ad accusarmi e a discolparmi di ciò che in me è condannabile c scusabile.

PRINCIPE: Allora racconta subito quello che sai.

FRATE LORENZO: Sarò brevepoiché il poco fiato che mi avanza non è tanto che mi basti per annoiarvi con un lungo racconto. Romeo qui mortoera marito di Giulietta; e leilì mortaera la fedele moglie di Romeo: li avevo sposati ioe il giorno del loro segreto matrimonio fu quello stesso in cui morì Tebaldol'immatura morte del quale fece bandire da questa città il novello sposo e per luinon per Tebaldosi struggeva Giulietta. Voi per liberarla dal dolore onde era oppressala fidanzastee l'avreste maritata per forzaal conte Paride. Leiallora venne da mee con la disperazione negli occhi mi scongiurò di trovare qualche mezzo onde liberarla da questo secondo matrimonioaltrimenti si sarebbe uccisa nella mia cella stessa.

Allora ioconsigliato dall'esperienzale detti un sonniferoil quale fece l'effetto che io desideravopoiché operò su di lei l'apparenza della morte. Nello stesso tempo scrissi a Romeo che fosse venuto qui proprio in questa fatale notteper aiutarmi a trarla fuori dalla sua finta tomba essendo giunto il momento nel quale l'azione del narcotico doveva cessare. Ma quegli che portava la mia letteracioè frate Giovannifu trattenuto per un malaugurato casoe ieri notte venne a restituirmi la lettera. Alloraal momento preciso del suo risvegliarsisono venuto da me solo qui per farla uscire dalla volta sotterranea dei suoi congiunticon l'intenzione di tenerla nascosta nella mia cellafinché avessi potuto mandarla in modo conveniente a Romeo. Ma allorché giunsiqualche minuto prima del momento in cui si doveva svegliareil nobile conte Paride e il fedele Romeo giacevano qui morti immaturamente. Essa intanto si svegliavaed io la scongiuravo di venir via e sopportare con rassegnazione quest'opera del cielo: ma in quell'istante un rumore mi fece allontanareper subita pauradalla tombae lei in preda ad una estrema disperazione non volle venir via con memaa quel che parefu violenta contro se stessa. Questo è tutto quello che so io: del matrimonio è consapevole anche la sua nutrice; e se in tutto ciò qualche sciagura è accaduta per colpa miaquesta mia vecchia vita sia sacrificata qualche ora prima della sua fine naturale al rigore della legge più severa.

PRINCIPE: Noi ti abbiamo conosciuto sempre per un sant'uomo. Dov'è il servo di Romeo? Che cosa può dire di tutto questo?

BALDASSARRE: Io portai al mio padrone la notizia della morte di Giuliettaed egli allora senz'indugio parti da Mantovae venne qui in questo luogoproprio qui a questo monumento. Mi ordinò di consegnare di buon mattino questa lettera a suo padree mi minacciò di morteentrando nella volta sotterraneas'io non mi fossi allontanatoe non lo avessi lasciato lì solo.

PRINCIPE: Datemi la letteravoglio vederla. Dov'è il paggio del conteche è andato a chiamar la guardia? Monelloche cosa veniva a fare il vostro padrone in questo luogo?

PAGGIO: Veniva con dei fiori per spargerli sulla tomba della sua donnae a me aveva ordinato di restare in distanzaciò che io avevo fatto: poco dopo venne uno con una torcia per aprire la tombae il mio padrone in un attimo trasse fuori la spada contro di luied io allora scappai via a chiamare la guardia.

PRINCIPE: Questa lettera rende ragione alle parole del frateracconta le peripezie del loro amoree accenna alla notizia della morte dl lei: ed egli scrivequiche aveva comprato un veleno da un povero speziale e che con quello era venuto in questa volta sotterraneaper morire e giacere accanto a Giulietta. Dove sono questi nemici?

Capuleti! Montecchi! Guardate quale maledizione è caduta sul vostro odio: il cielo per uccidere le vostre gioie si è servito dell'amore!

Ed io per aver chiuso gli occhi sopra le vostre discordieho perduto due parenti. Noi siamo tutti puniti.

CAPULETI: O fratello Montecchidammi la tua mano: eccoti in questa stretta la dote di mia figliapoiché io non posso chiedere di più.

MONTECCHI: Ma io posso darti di più: io farò innalzare a tua figlia una statua d'oro puroaffinché nessuna immaginefinché duri il nome di Veronasia tenuta in così alto pregiocome quella della leale e fedele Giulietta.

CAPULETI: E in una forma egualmente preziosa starà Romeo presso la sua donna: povere vittimetutt'e duedella nostra inimicizia.

PRINCIPE: Questa mattina è foriera di una pace che rattrista; il sole pel dolore non mostrerà la sua faccia. Andiamo via di quia ragionare ancora di questi dolorosi avvenimenti; a qualcuno sarà perdonato ed altri sarà punito; poiché non ci fu mai storia più pietosa di questa di Giulietta e del suo Romeo.

 

(Escono) 

 

 

 

 

 

 




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