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William Shakespeare

 

TROILO E CRESSIDA

 

 

 

PERSONAGGI

 

PRIAMOre di Troia

ETTORETROILOPARIDEDEIFOBOELENO: suoi figli

MARGARELONEfiglio bastardo di Priamo

ENEAANTENORE: comandanti troiani

CALCANTEsacerdote troiano passato ai Greci

PANDAROzio di Cressida

AGAMENNONEil generale greco

MENELAOsuo fratello

ACHILLEAJACEULISSENESTOREDIOMEDEPATROCLO: comandanti greci

TERSITEun greco deforme e scurrile

ALESSANDROservo di Cressida

Un Servo di Troilo

Un Servo di Paride

Un Servo di Diomede

ELENAmoglie di Menelao

ANDROMACAmoglie di Ettore

CASSANDRAfiglia di Priamoprofetessa

CRESSIDAfiglia di Calcante

Soldati e Persone del seguitoGreci e Troiani

 

 

 

Scena: Troia e il Campo greco dinanzi alla città

 

 

 

PROLOGO

 

La scena è posta a Troia. Dalle isole della Grecia i principi orgogliosiil loro gran sangue scaldatohanno spedito al porto d'Atene le lor navi cariche dei ministri e degl'istrumenti della cruda guerra: sessanta e nove cinti di real coronadalla baia d'Atene salpano alla volta della Frigia; e han fatto voto di mettere a sacco Troia dentro alle cui forti mura la rapita Elenala regina di Menelaogiace col lascivo Paridee codesta è la contesa. A Tenedo giungono essie i vascelli che pescano a fondo vomitano colà il loro bellicoso carico: ora sulle dardane pianure i freschi e ancora illesi Greci piantano i loro splendidi padiglioni: la città di Priamo dalle sei porteDardanaTimbriaEleaChetaTroiana ed Antenoridecon massicce sbarre e ben commessi e infissi catenacciserra dentro i Troiani. Ora l'aspettativastimolando gl'irrequieti spiriti dall'una parte e dall'altraTroiani e Grecili spinge tutti ai rischi; e qui io vengo prologo armatoma non perché io presuma della penna dell'autore o della voce degli attorima per esser conforme al nostro argomentoper dirvicortesi spettatoriche il nostro dramma salta sopra all'esordio e alle primizie di quelle pugnee comincia nel mezzo; balzando via di là a quel che può disporsi in un dramma.

Approvate o censuratefate a vostro piacere; sia bene o maletali sono le sorti della guerra.

 

 

 

ATTO PRIMO

 

SCENA PRIMA - Troia. Davanti al Palazzo di Priamo

(Entrano TROILOarmatoe PANDARO)

 

TROILO: Chiama qui il mio vallettovoglio di nuovo togliermi l'armi di dosso: perché dovrei guerreggiare fuori delle mura di Troiaquand'io trovo sì crudel battaglia qui dentro? Ogni Troiano che è padrone del suo cuorevada egli al campo; Troiloahimè! non lo ha più.

PANDARO: Non si rimedierà mai questa faccenda?

TROILO: I Greci son fortie abili nella misura della loro forzafieri quanto abilie quanto fierivalenti; ma io son più debole della lacrima d'una donnapiù mite del sonnopiù sciocco dell'ignoranzameno valente d'una vergine durante la nottee inabile come l'inesperta infanzia.

PANDARO: Ebbenedi questo ti ho parlato abbastanza: per parte mianon vuo' immischiarmene o occuparmene più oltre. Chi vuol cavare una focaccia dal granoaspetti la macinazione.

TROILO: Non ho io aspettato?

PANDARO: Giàla macinazionema devi aspettare l'abburattamento.

TROILO: Non ho io aspettato?

PANDARO: Giàl'abburattamentoma devi aspettare la lievitazione.

TROILO: Pure ho aspettato.

PANDARO: Giàfino alla lievitazione; però nella parola "dipoi" ci sono ancora l'intridereil far la focaccialo scaldare il fornoe la cottura; anzidevi attender anche il raffreddamentoo puoi correre il rischio di scottarti le labbra.

TROILO: La Pazienza stessaqualunque dea essa siameno rifugge dal soffrire che io non faccia. Alla regal mensa di Priamo io siedo; e quando la leggiadra Cressida entra nei miei pensieri... Ahè cosìtraditore!... "Quand'essa entra!"... quando ne è fuori?

PANDARO: Ebbeneiersera essa appariva più leggiadra che io mai vedessi apparir leio alcun'altra donna.

TROILO: Stavo per dirti: allorché il mio cuorequasi spaccato da un sospiroera sul punto di spezzarsipel timore che Ettore o mio padre mi osservasseroiocome quando il sole illumina una tempestaho seppellito questo sospiro nella grinza d'un sorrisoma il dolore che è celato in un'apparente letizia è come quella gioia che il fato cangia in subitanea tristezza.

PANDARO: Se i suoi capelli non fossero un po' più scuri di quelli d'Elena - be'lasciamo stare - non ci sarebbero più paragoni tra le donne: ma per parte miaessa è mia parentenon vorreicome lo chiamanolodarlama vorrei che qualcuno l'avesse udita parlare iericom'io la udii: non voglio toglier lode al senno di tua sorella Cassandrama...

TROILO: O Pandaro! io ti dicoPandaro... quand'io ti dicoche lì le mie speranze giacciono annegatenon mi rispondere a quante braccia di profondità esse siano immerse. Io ti dico che son folle dell'amore di Cressida: tu rispondi: "essa è leggiadra"; tu versi nell'aperta ulcera del mio cuore i suoi occhii suoi capellile sue guancela sua andaturala sua voce; maneggi nel tuo discorsoohquella mano di leiin paragone della quale tutti i bianchi sono inchiostro che scrivono il lor proprio biasimoalla cui morbida stretta la lanugine del giovane cigno è ruvidae la quintessenza dei sensi dura come la pietra d'un bifolco; questo tu mi dicied è vero quel che tu mi dici quand'io dichiaro che l'amomacosì dicendoinvece d'olio e di balsamotu immergi in ogni squarcio che m'ha inflitto amoreil coltello che l'ha aperto.

PANDARO: Io non dico più della verità.

TROILO: Tu non la dici tutta.

PANDARO: In fede mianon voglio immischiarmene. Sia essa quel che è:

se è bellatanto meglio per lei; e se non lo èha fra mano di che rimediarvi TROILO: Buon Pandarosuvvia. Pandaro!

PANDARO: Le mie pene sono state la ricompensa delle mie fatiche; mal giudicato da lei e mal giudicato da te mi sono intromesso e intromessoma poche grazie mi son guadagnate per le mie pene.

TROILO: Come! sei tu adiratoPandaro? comecon me?

PANDARO: Perché essa è mia parenteecco che non è bella come Elena:

se essa non fosse mia parentesarebbe di venerdì così bella come Elena è di domenica. Ma che importa a me? Fosse una moranon me ne importerebbe; per me fa lo stesso.

TROILO: Dico io forse che essa non è bella?

PANDARO: Non me ne importa se lo dici o no. E' una sciocca a rimanere addietro a suo padre: che se ne vada dai Greci; e così le dirò la prima volta che la vedo. Per parte mianon vuo' immischiarmi né occuparmi più oltre della faccenda.

TROILO: Pandaro...

PANDARO: Iono.

TROILO: Dolce Pandaro...

PANDARO: Di grazianon seguitare a parlarmi! Vuo' lasciar le cose al punto che le ho trovatee farla finita.

 

(Pandaro esce. Un allarme)

 

TROILO: Taceteingrati clamori! tacetesgarbati suoni ! Sciocchi dall'una parte e dall'altra! Elena dev'essere ben leggiadrase ogni dì la dipingete tale col vostro sangue. Io non posso combattere con tal viatico; è un tema troppo poco sostanzioso per la mia spada. Ma Pandaro... o iddiicome mi affliggete! Non posso giungere a Cressida se non per mezzo di Pandaro; ed egli è così ostico a lasciarsi persuadere a persuaderlacome essa è d'un'ostinata castità contro ogni corteggiamento. Dimmio Apolloper amore della tua Dafneche è Cressidae che Pandaroe noiche cosa? L'India è il letto di lei; colà ella giaceuna perla: quel che è tra la nostra Ilio e il luogo ov'ella risiedelo si chiami selvaggio e vagabondo flutto; noi il mercantee questo veleggiante Pandaro la nostra dubbiosa speranzail nostro convoglio e il nostro vascello.

 

(Allarme. Entra ENEA)

 

ENEA: Ebbeneprincipe Troilo! perché non al campo?

TROILO: Perché non là: questa è risposta degna d'una donnadacché è donnesco esser via di là. Che nuoveEneadal campooggi?

ENEA: Che Paride è rientratoferito.

TROILO: Da chiEnea?

ENEA: Troiloda Menelao.

TROILO: Sanguini pure: scalfito per scornato; Paride è trafitto dal corno di Menelao.

 

(Allarme)

 

ENEA: Odiche bel sollazzo c'è oggi fuor di città.

TROILO: Ce ne sarebbe uno migliore dentrose "potessi" fosse "posso".

Ma sia pure pel sollazzo di fuori: sei là diretto?

ENEA: In tutta fretta.

TROILO: Suvviaandiamo dunque insieme.

 

(Escono)

 

 

 

SCENA SECONDA - La stessa. Una strada

(Entrano CRESSIDA ed ALESSANDRO)

 

CRESSIDA: Chi erano quelle che son passate?

ALESSANDRO: La regina Ecuba ed Elena.

CRESSIDA: E dove vanno?

ALESSANDRO: Alla torre di levantela cui eminenza comanda come suddita tutta la vallea veder la battaglia. Ettorela cui pazienza è come una forma di virtùs'è risentito oggi: ha rimproverato Andromacaed ha battuto il suo armiero; ecome se in guerra ci fosse economia di tempoprima che sorgesse il sole era armato alla leggeraed eccolo partir pel campo; dove ogni fiorea mo’ di profetaha pianto per quel che ha previsto nell'ira di Ettore.

CRESSIDA: Qual era la cagione della sua ira?

ALESSANDRO: E' voce che sia questa: tra i Greci v'è un nobile di sangue troianonipote di Ettorelo chiamano Ajace.

CRESSIDA: Bene; e che si dice di costui?

ALESSANDRO: Dicono che sia un uomo davvero unicoe stia da solo.

CRESSIDA: Ma così fan tutti gli uominia meno che non siano ubriachimalatio senza gambe.

ALESSANDRO: Quest'uomomadonnaha spogliato molte bestie dei loro particolari aggiunti: è valente come il leonerude come l'orsolento come l'elefante; un uomo in cui la natura ha così stipato gli umori che il suo valore è un battuto di stoltezzae la sua stoltezza ha una salsa di discrezione: non v'è uomo dotato d'una virtù che egli non ne mostri barlumené v'è uomo tocco da una mendache egli non ne rechi un'ombra: costui è melanconico senza causae gaio a contrappelo: ha le articolazioni d'ogni cosama ogni cosa talmente disarticolata che egli è un gottoso Briareocon molte mani senza l'uso d'alcuna; o un cieco Argotutt'occhi e vista nessuna.

CRESSIDA: Ma perché dovrebbe quest'uomo che fa sorridere mefare infuriare Ettore?

ALESSANDRO: Dicono che ieri s'azzuffò con Ettore nella battaglia e l'abbatté; la stizza e l'onta per la qual cosa ha da quel momento in poi tenuto Ettore digiuno e insonne.

CRESSIDA: Chi viene verso di noi?

ALESSANDRO: Signoravostro zio Pandaro.

 

(Entra PANDARO)

 

CRESSIDA: Ettore è un prode.

ALESSANDRO: Quant'altri mai al mondomadonna.

PANDARO: Che vuol dir ciò? che vuol dir ciò?

CRESSIDA: Buon giornozio Pandaro.

PANDARO: Buon giornonipote mia Cressida. Di che parlate? Buon giornoAlessandro. Come vanipote? Quando siete stata ad Ilio?

CRESSIDA: Stamanezio.

PANDARO: Di che parlavate quando son venuto? Ettore s'era armato ed era partito prima che giungeste ad Ilio? Elena non s'era levataeh?

CRESSIDA: Ettore era partitoma Elena non s'era levata.

PANDARO: Appunto; Ettore s'è riscosso di buon'ora.

CRESSIDA: Di codesto si stava parlandoe della sua ira.

PANDARO: Era adirato?

CRESSIDA: Così afferma costui.

PANDARO: Invero lo era; e ne so la cagione: menerà le mani oggiquesto posso dir loro; e c'è Troilo che non gli starà molto addietro; si guardino da Troiloquesto pure io posso dir loro.

CRESSIDA: Che! è irato anche lui?

PANDARO: ChiTroilo? Troilo è il migliore dei due.

CRESSIDA: O Giove! non c'è paragone.

PANDARO: Come? non tra Ettore e Troilo? Conoscete un uomo se lo vedete?

CRESSIDA: Sìse l'ho visto prima e l'ho conosciuto.

PANDARO: Ebbeneio dico che Troilo è Troilo.

CRESSIDA: Allora dite come me; perché io son sicura che egli non è Ettore.

PANDARO: Noe neanche Ettore è Troiloci corre!

CRESSIDA: E' giusto per ciascuno di loro; egli è se stesso.

PANDARO: Se stesso! Ahimèpovero Troilopotesse egli esserlo!...

CRESSIDA: Ma lo è.

PANDARO: Vorrei andare a piedi nudi fino all'Indiaa patto che lo fosse.

CRESSIDA: Egli non è Ettore.

PANDARO: Se stesso! nonon è se stesso: potesse esserlo! Ebbenegli dèi son lassì!; il tempo darà cura o sepoltura. EbbeneTroilopotesse il mio cuore albergare nel corpo di lei! NoEttore non è migliore di Troilo.

CRESSIDA: Scusatemi.

PANDARO: E' più anziano.

CRESSIDA: Perdonatemiperdonatemi.

PANDARO: L'altro non ha ancora raggiunto quell'età; cambierete tono quando l'altro l'ha raggiunta. Ce ne vorrà del tempo prima che Ettore abbia il senno di lui!

CRESSIDA: Non ne avrà bisogno se ha il proprio.

PANDARO: O le sue qualità.

CRESSIDA: Poco importa.

PANDARO: O la sua bellezza.

CRESSIDA: Non si addirebbe a lui; la sua propria è migliore.

PANDARO: Non avete discernimento nipote: Elena medesima giurò l'altro giornoche Troilo per un brunoperché ha il viso brunodebbo confessarloma neanche proprio bruno...

CRESSIDA: Noè bruno senz'altro.

PANDARO: Afféa dire la veritàbruno e non bruno.

CRESSIDA: A dir la veritàvero e non vero.

PANDARO: Essa lodò la sua carnagione al di sopra di quella di Paride.

CRESSIDA: Comese Paride ha abbastanza colorito!

PANDARO: Infatti.

CRESSIDA: Allora Troilo ne avrebbe troppo: se essa lo ha lodato al di sopra di luila sua carnagione è più accesa di quella di lui: se lui ha abbastanza coloritoe l'altro più accesola lode è troppo fiammante per una buona carnagione. Tanto varrebbe che l'aurea lingua di Elena avesse elogiato Troilo per un naso rosso.

PANDARO: Vi giurocredo che Elena ami lui più di Paride.

CRESSIDA: Allora ell'è davvero una gaia greca.

PANDARO: Ma sìson sicuro che è così L'altro giorno essa è venuta da lui alla finestra ad arco esapeteegli non ha più di tre o quattro peli sul mento...

CRESSIDA: In veritàl'aritmetica d'un tavernaio potrebbe presto fare il totale dei suoi addendi in quel punto.

PANDARO: Giàè molto giovane; eppure egli può toglier su di terra quanto suo fratello Ettoreche non ci correran tre libbre.

CRESSIDA: Comeè un uomo così giovanee un togliroba così vecchio?

PANDARO: Ma per dimostrarvi che Elena lo ama: essa è venutaed eccola che mi pone la sua bianca mano sul suo mento diviso...

CRESSIDA: Giunoneabbi pietà! come capitò che si dividesse?

PANDARO: Suvviasapeteha una fossetta. Io credo che il sorridere si addica di più a lui che a qualunque altro uomo in tutta la Frigia.

CRESSIDA: Ohegli sorride valorosamente!

PANDARO: Non è così?

CRESSIDA: Sicurocome una nuvola d'autunno.

PANDARO: Be'dite pure. Ma per provarvi che Elena ama Troilo...

CRESSIDA: Troilo non si ritrarrà dalla provase la prova ha da esser codesta.

PANDARO: Troilo! ma se non fa più conto di lei di quel che io non faccia d'un uovo fradicio!

CRESSIDA: Se voi amate un uovo fradicio quanto amate un capo scaricomangereste i pulcini nel guscio.

PANDARO: Non posso fare a meno di ridere a pensare come essa gli solleticava il mento: inveroell'ha una mano meravigliosamente biancadevo confessarlo...

CRESSIDA: Senza bisogno del cavalletto.

PANDARO: Ed essa si caccia in capo di scoprire un pelo bianco sul mento di lui.

CRESSIDA: Ahimèpovero mento! parecchie verruche son più ricche.

PANDARO: Ma si fece un tal ridere! la regina Ecuba rise finché gli occhi le traboccarono.

CRESSIDA: Giàdi pietre da màcina...

PANDARO: E Cassandra rise.

CRESSIDA: Ma c'era un fuoco più temperato sotto la pentola dei suoi occhi: anche a lei traboccarono gli occhi?

PANDARO: Ed Ettore rise.

CRESSIDA: E che era tutto questo ridere?

PANDARO: Gnaffepel pelo bianco che Elena scoprì sul mento di Troilo.

CRESSIDA: Se fosse stato un pelo verdeavrei riso anch'io.

PANDARO: Non risero tanto pel pelo quanto per la graziosa risposta di lui.

CRESSIDA: Quale è stata la sua risposta?

PANDARO: Lei disse: "Non ci sono che cinquanta peli sul vostro mentoe un d'essi è bianco".

CRESSIDA: Questa è la questione posta da lei.

PANDARO: Precisamentenon fate questione di ciò. "Cinquantun peli - disse lui - e uno bianco: quel pelo bianco è mio padree tutto il resto sono i suoi figli". "Giove! - disse lei - quale di questi è Paride mio sposo?". "Il forcelluto - disse lui strappateglielo e dateglielo". Ma si fece un tal ridereed Elena arrossì tantoe Paride s'irritò tantoe tutti gli altri risero tantoda passare ogni descrizione.

CRESSIDA: E allora adesso smetteteché ci ha messo un bel pezzo a passare.

PANDARO: Ebbenenipoteieri v'ho detto una cosa; pensateci sopra.

CRESSIDA: Così faccio.

PANDARO: Vi posso giurare che è vera: egli piange su di voicome fosse un uomo nato d'aprile.

CRESSIDA: E io crescerò su nelle sue lacrimecome un'ortica all'approssimarsi di maggio.

 

(Uno squillo di ritirata)

 

PANDARO: Uditeritornano dal campo. Vogliamo star ritti quia guardarli mentre passano per andare ad Ilio? di graziabuona nipote; mia dolce nipote Cressida.

CRESSIDA: A piacer vostro.

PANDARO: Quiqui; qui c'è un ottimo posto: qui possiamo vedere splendidamente. Vi dirò i nomi di tutti mentre passanoma osservate Troilo più degli altri.

CRESSIDA: Non parlate così forte.

 

(Enea attraversa la scena)

 

PANDARO: Quello è Enea: non è quello un uomo aitante? egli è uno dei fiori di Troiavi dico: ma osservate Troiloora vedrete.

CRESSIDA: Chi è quello?

 

(Passa Antenore)

 

PANDARO: Quello è Antenore: egli ha uno spirito mordentevi dicoed è un uomo assai buono; è una delle menti più quadrate di Troiaquali che siano le altree prestante della persona. Quando viene Troilo?

tra un momento vi mostrerò Troilo: se lui mi vedevedrete che mi ammiccherà.

CRESSIDA: Lui vi darà di miccio?

PANDARO: Vedrete.

CRESSIDA: Se è cosìchi è ricco avrà di più ancora.

 

(Passa Ettore)

 

PANDARO: Quello è Ettorequelloquelloguardatequelloquello è un uomo in gamba! Va' per la tua stradaEttore! Ecco un uomo magnificonipote. O magnifico Ettore! Guarda che aspetto ha! Non è egli un uomo magnifico?

CRESSIDA: Ohun uomo magnifico!

PANDARO: Non lo è forse? A vederlo s'allarga il cuore. Guardate che intaccature ha sull'elmo! guardate laggiùvedete? guardate là: non è per burla; queste son bottele tolga chi puòcome si dice: codeste sono intaccature!

CRESSIDA: Le han fatte le spade?

PANDARO: Le spade! Checchessiapoco gl'importa; gli venisse incontro il diavolosarebbe lo stesso: giuraddios'allarga il cuore! Ecco che arriva Parideecco che arriva Paride.

 

(Passa Paride)

 

Guardate laggiùnipote; non è un valoroso lui pure? Sicuroè magnifico! Chi ha detto che è ritornato ferito oggi? non è affatto ferito: come s'allargherà il cuore a Elena! Ohpotessi veder Troilo adesso! Vedrete Troilo fra un momento.

CRESSIDA: Chi è quello?

 

(Passa Eleno)

 

PANDARO: Quello è Eleno. Mi chiedo dove sia Troilo. Quello è Eleno.

Credo che non sia uscito oggi. Quello è Eleno.

CRESSIDA: Eleno sa battersizio?

PANDARO: Eleno? macché! Sìsi batte alla bell'e meglio. Mi domando dove sia Troilo. Ascoltate! non sentite la gente gridare "Troilo"?

Eleno è un sacerdote.

CRESSIDA: Chi è quel meschinello?

 

(Passa Troilo)

 

PANDARO: Dovelaggiù? quello è Deifobo. Ecco Troilo! ecco un uomonipote! Ehem! Prode Troilo! principe della cavalleria.

CRESSIDA: Zittoper caritàzitto!

PANDARO: Osservatelo: notatelo. O prode Troilo! Guardatelo benenipoteguardate com'è insanguinata la sua spadae come il suo elmo ha più intaccature di quello d'Ettore; e che aria e che andatura son le sue. O mirabile giovinetto! non ha ancor visto i ventitré. Va' per la tua strada Troilova' per la tua strada! Avessi per sorella una Graziao per figlia una Deatoccherebbe a lui la scelta. O uomo mirabile! Paride? A petto di lui Paride è sudiciume; e scommetto che Elena darebbe un occhio per fare a cambio.

CRESSIDA: Arrivano degli altri.

 

(Passano Soldati)

 

PANDARO: Asinisciocchibabbei! loppa e cruscaloppa e crusca!

pappa dopo la carne! potrei vivere e morire sotto gli occhi di Troilo.

Non guardate piùnon guardate più; le aquile se ne son ite:

cornacchie e gazzecornacchie e gazze! Preferirei essere un uomo come Troilo che Agamennone e la Grecia tutta.

CRESSIDA: Tra i Greci c'è Achilleun uomo che val più di Troilo.

PANDARO: Achille! un barrocciaioun facchinoun vero e proprio cammello.

CRESSIDA: Via via.

PANDARO: "Viavia!". E chenon ci avete discernimento? non ci avete occhi? Sapete che cos'è un uomo? Non sono i natalila bellezzala prestanzal'eloquenzala maschiezzail saperela gentilezzala virtùla giovinezzala liberalità e simili il sale e le spezie che fan condimento a un uomo?

CRESSIDA: Giàun uomo tritato: per poi venir cotto senza fave nel pasticcioperché l'uomo la fava ce l'ha fuori.

PANDARO: Siete una tal donna! non si sa mai da che parte vi mettete in guardia.

CRESSIDA: Sul dorsoper difendere il mio ventre; sul mio ingegnoper difendere i miei accorgimenti; sulla mia segretezzaper difendere la mia onestà; sulla mia mascheraper difendere la mia bellezza; e su di voi per difender tutte queste cose: e da tutte queste parti io mi metto in guardiae in mille punti io veglio.

PANDARO: Ditemi una delle vostre veglie.

CRESSIDA: Eccoper codesto veglierò su di voi: anziquesta è una delle mie principali parate; se io non posso difendere ciò che non vorrei fosse colpitoposso vegliare a che voi non andiate a ridire come ho ricevuto il colpo; a meno che non gonfi sì da non potersi celareché allora vegliare sarebbe invano.

PANDARO: Siete una tal donna!

 

(Entra il Paggio di Troilo)

 

PAGGIO: Signoreil mio padrone vorrebbe parlarvi immediatamente.

PANDARO: Dove?

PAGGIO: Nella vostra casa; là egli si sta togliendo le armi di dosso.

PANDARO: Buon garzoneditegli che vengo. (Il paggio esce) Sospetto che egli sia stato ferito. State benebuona nipote.

CRESSIDA: Arrivedercizio.

PANDARO: Sarò da voinipotetra breve.

CRESSIDA: Per portarmizio?

PANDARO: Sicuroun segnale da parte di Troilo.

CRESSIDA: A codesto segnale voi siete un ruffiano. (Pandaro esce) Parolevotidonilacrimee l'olocausto d'amoreegli offre intraprendendo per un altro; ma in Troilo io vedo mille volte di più di quel che non sia nello specchio degli elogi di Pandaro. Eppure torco il viso. Le donne sono angeli quando le si corteggiano: cosa conquistata capo hal'anima del piacere sta nel venirne a capo: colei che è amata nulla sa se non sa questoche gli uomini stimano la cosa non ancora guadagnata più di quel che non valga; e non è ancor nata colei che sappia che l'amore ottenuto è così dolce come quando il desiderio supplicava. Per cui io insegno questa massima impartita da amore: conquistategli uomini ci comandano; non guadagnatec'implorano: sicchésebbene il mio cuore rechi dentro amor saldonulla di ciò apparirà dai miei occhi.

 

(Escono)

 

 

 

SCENA TERZA - Il Campo greco

(Dinanzi alla tenda d'Agamennone. Fanfara. Entrano AGAMENNONENESTOREULISSEMENELAOed altri)

 

AGAMENNONE: Principiche affanno ha messo l'itterizia sulle vostre guance? L'ampia profferta che fa la speranza in tutti i disegni iniziati quaggiù sulla terra vien meno nella promessa larghezza:

intoppi e disastri crescono nelle vene delle azioni più altamente allevate; comeper la confluenza di congregate linfenodi corrompono lo schietto pino e deviano la sua granarendendola torta ed aberrante dal suo corso di sviluppo. Néo principici riesce nuovo che noi siam delusi nella nostra aspettativa in quanto che dopo un assedio di sette anni le mura di Troia stanno ancora in piedi; dacché ogni azione trascorsa di cui abbiamo ricordoil cimento l'ha condotta di sbieco e di traverso sì da non rispondere allo scopoe a quell'incorporea figura del pensiero che le dette la supposta forma. Perché dunqueo principiguardate le nostre opere con guance confusee le chiamate onte? che in verità altro non sono che i protratti cimenti che il gran Giove adopera per trovare persistente costanza negli uomini: la finezza del qual metallo non si trova nel favor della fortuna; ché allora l'ardito e il codardoil saggio e lo stoltoil dotto e l'ignoranteil duro e il mollesembran tutti affini e imparentati; sebbenenel vento e nella tempesta del suo cipigliola distinzionecon ampio e possente ventilabrosoffiando su tuttidissipa via i leggeri; e quel che ha massa o peso appar da sé ricco in virtù e non commisto.

NESTORE: Con debita osservanza del divino seggioo grande AgamennoneNestore chioserà le tue ultime parole. Nel rimprovero della sorte è la vera prova degli uomini: quando il mare è liscioquanti leggeri schifi di nessun conto osano veleggiare sul suo paziente senofacendo rotta con quelli di più nobile corbame! Ma che il rubesto Borea appena irriti la gentil Tetie tosto vedi la nave di salde coste tagliar liquide montagnebalzando fra i due umidi elementi come il destriero di Perseo: dov'è allora il presuntuoso schifo i cui deboli mal fasciati fianchi appena un momento fa rivaleggiavano con la grandezza?

o è fuggito al porto o è divenuto un bocconcino per Nettuno. Così l'apparenza del valore e il reale pregio del valore si separano nelle tempeste della fortuna; perché quand'essa raggia e splende l'armento ha più travaglio dall'assillo che dalla tigre; ma se il tagliente vento rende flessibili le ginocchia dei nocchieruti roverie le mosche volano al riparoallora l'essere coraggiosocome stimolato dal furorecol furore s'accordae con accento intonato sulla stessa chiave replica ai rabbuffi della fortuna.

ULISSE: Agamennonetu grande comandantenervo e spina della Greciacuore delle nostre fileanima e solo spiritoin cui le tempre e le menti di tutti dovrebbero inabissarsiodi ciò che dice Ulisse. Oltre all'applauso e all'approvazione che(ad Agamennone) o potentissimo pel tuo luogo e il tuo imperio(a Nestore) e tu o sommamente reverendo per la tua estesa vitaio do a entrambi i vostri discorsiche sono stati tali cheAgamennonetutte le mani della Grecia dovrebbero levarli in alto in tavole di bronzo; e tali ancora chevenerabile Nestore striato d'argentodovrebbero con un vincolo aereo possente come l'asse su cui ruota il cielolegare tutte le orecchie greche alla tua esperta linguapur piaccia a voi entrambitu grande e tu saggioudir parlare Ulisse.

AGAMENNONE: Parlao principe d'Itacae men s'attenda che vana materia di nessun peso divida le tue labbra di quanto non confidiamo d'udir musicaarguziae oracolo quando il sozzo Tersite apre le sue flagellanti mascelle.

ULISSE: Troiache ancor sta sulla sua basesarebbe a terrae la spada del grande Ettore mancherebbe di padronenon fosse per queste cause. La prerogativa del comando è stata negletta: e guardate quante tende greche forman vano in questa pianuraaltrettante vane fazioni.

Quando il generale non è come l'arnia a cui tutti i foraggiatori dovrebbero riparareche miele può attendersi? Quando gli alti gradi van travestitii più indenni fanno altrettanto bella mostra nella mascherata. I cieli stessii pianetie questo centro dell'universoosservan gradoprioritàe postoperseveranzacorsoproposizionestagioneformaufficioe costumeseguendo un preciso ordine; e perciò il magnifico pianeta Sole è in nobile eminenza installato e posto nella sfera tra gli altri: il cui occhio salutifero corregge i sinistri aspetti dei pianeti malignie come il bando d'un reingiunge senza intoppo a buoni e a malvagi; ma quando i pianeti in maligna mescolanza si sviano dal loro ordinequali pestilenzee quali portentiquale tenzonequale infuriar del mare e sussultar della terracommozione di ventipauremutamentiorroristornano e spaccanolacerano e sradicano l'unità e il calmo connubio dei ceti dalla lor fissa condizione! Ohquando è scossa la gerarchiache è la scala a tutti gli eccelsi disegnil'impresa languisce! Come potrebbero le comunitài gradi nelle scuolee le fratellanze nelle cittàil pacifico commercio tra separanti spondela primogenitura e il diritto di nascitala prerogativa dell'etàcoronescettrialloriconservare il loro legittimo posto se non per mezzo della gerarchia! Sol togliete la gerarchiamettete fuori tono quella cordae udite che discordo segue; ogni cosa si scontra in puro antagonismo:

le circoscritte acque non mancherebbero di gonfiare il loro seno al di sopra delle rive e di ridurre in poltiglia tutto questo solido globo:

la forza la farebbe da padrona sulla debolezzae il figlio brutale colpirebbe il proprio padre a morte: la possa sarebbe il diritto; o piuttosto diritto e tortotra la cui infinita tenzone risiede la giustiziaperderebbero i loro nomie la giustizia il suo. Indi ogni cosa si risolve in poterepotere in volerevolere in appetito; e l'appetitolupo universalecosì doppiamente secondato da potere e volereè uopo faccia una preda universalee infine divori se stesso.

Grande Agamennonequesto caosquando è soffocata la gerarchiasegue l'affogamento. Ed è codesta negligenza di gerarchia che a passo a passo retrocedementre si propone di salire. Il generale è disprezzato da colui che è un grado più giùquesti dal prossimoe quel prossimoda quello che è sotto; così ciascun gradodietro l'esempio del primo scaglione che è stanco del suo superioresviluppa un'invidiosa febbre di pallido ed esangue livore: ed è questa febbre che tien Troia in piedinon già il suo nerbo. Per finire un lungo discorsoTroia s'appoggia alla nostra debolezzanon alla sua forza.

NESTORE: Assai saggiamente Ulisse ha qui reso manifesta la febbre onde tutta la nostra possa è inferma.

AGAMENNONE: Trovata la natura della malattiaUlissequal è il rimedio?

ULISSE: Il grande Achilleche l'opinione incorona nervo e avambraccio del nostro esercitoavendo le orecchie piene della sua fama di ventodiviene schizzinoso circa il suo valoree nella sua tenda rimane a farsi beffa dei nostri disegni: con lui Patroclo su un pigro letto tutto il santo giorno lancia motti scurrili; e con gesti ridicoli e goffichecalunniatoreegli chiama imitazioneci mette in scena.

Talorao grande Agamennones'investe dello smisurato potere a te conferito e a mo' di attore che si pavoneggiaavendo ogni abilità riposta nei tendini delle sue gambeei si solluccherà a udire il ligneo dialogo e il frastuono tra i suoi gran passi e il palcoin tale compassionevole e sforzata apparenza egli contraffà la tua grandezza: e quando parla è come una serie di note quando le si vogliono accordare; con termini non squadrati checadessero dalla lingua del ruggente Tifone parrebbero iperboli. A codesti pistolotti il vasto Achillecrogiolandosi sul suo oppresso giacigliosghignazza uno strepitoso applauso; dal fondo del suo pettourla: "Eccellente!

tale e quale Agamennone. Adesso recitami la parte di Nestore; schiarisciti la golacarezzati la barbacome lui quando si prepara a perorare". Ciò viene fattocon tanta approssimazione quanta è tra i più estremi termini delle parallelecon tanta somiglianza quanta è tra Vulcano e la sua sposa; eppure il divo Achille seguita a gridare:

"Eccellente. E' Nestore tale e quale. Ora rappresentameloPatrocloquando s'arma per andare incontro al nemico in un allarme notturno". E allorasicuroi deboli difetti dell'età devon fornir materia di sollazzo; tossire e sputaree con un annaspare alla gorgiera far tremolare avanti e indietro la fibbia: a questo giuoco Messer Valore muore dalle risa: urla: "OhbastaPatroclo o dammi costole d'acciaio! Farò scoppiare tutto nel piacere del mio accesso". E a questo modo ogni nostra abilitàvirtùnaturaformatutto ciò che è particolare e tutto ciò che è generale esattamente in quanto a grazia gestidisegniordinicauteleesortazioni alla pugnao discorsi per la treguasuccesso o sconfittaquello che è e quel che non èserve di tema a codesti due per far caricature.

NESTORE: E a imitazione di questi due checome dice Ulissel'opinione incorona con imperial nominanzamolti sono infetti. Ajace è divenuto protervo e porta la testa con altrettanto stile e tanta alterigia quanto l'arrogante Achille; come lui rimane nella sua tenda; fa banchetti faziosi; si beffa del nostro stato di guerraaudace come un oracoloe stimola Tersiteuno sciagurato la cui bile conia calunnie come una zeccaa paragonarci con ogni sozzuraa impiccolire e screditare il nostro ardimentoper circondato che sia da molteplici perigli.

ULISSE: Biasimano la nostra politica e la chiamano codardia; contano la saviezza come estranea alla guerra; disistimano la previdenzae non apprezzano altre azioni che quelle della mano: le qualità silenziose e mentaliche escogitano quante mani debbono colpirequando l'occasione le richiedee conoscono a misura del loro sforzo d'osservazione il peso dei nemici: ebbenecodesto non ha la dignità d'un dito. Chiaman codesto un lavoro da farsi in lettocartografiaguerra da gabinetto; sicché l'ariete che fa breccia nel muro per via del grande impeto e della rudezza del suo colpolo antepongono alla mano di colui che costruì la macchina o a coloro che con la sottigliezza del loro intelletto guidano a lume di ragione l'operazion dell'ordigno.

NESTORE: Si conceda questo e il caval d'Achille vale parecchi figli di Teti.

 

(Uno squillo)

 

AGAMENNONE: Che tromba è? guardaMenelao.

MENELAO: E' da Troia.

 

(Entra ENEA)

 

AGAMENNONE: Che desiderate dinanzi alla nostra tenda?

ENEA: E' questa la tenda del grande Agamennonedi grazia?

AGAMENNONE: Precisamente.

ENEA: Può uno che è araldo e principe portare un grazioso messaggio alle sue orecchie regali?

AGAMENNONE: Con una sicurtà più forte del braccio d'Achille dinanzi a tutti i capi greciche ad una voce chiamano capo e generale Agamennone.

ENEA: Graziosa licenza ed ampia sicurtà. Come può uno che è estraneo a quegli imperiali sguardi distinguerli dagli occhi degli altri mortali?

AGAMENNONE: Come?

ENEA: Io lo chiedo affin di poter risvegliare in me la reverenzae ordinare alle guance di tenersi pronte con un rossore modesto come l'aurora quand'essa freddamente adocchia il giovine Febo. Qual è quel dio in caricaguidatore d'uomini? Qual è l'alto e possente Agamennone?

AGAMENNONE: Questo Troiano si burla di noi; o gli uomini di Troia sono cerimoniosi cortigiani.

ENEA: Cortigiani liberali ed affabilicome inchinati angeliquando son disarmati; codesta è la lor fama in tempo di pace: ma vogliano essi apparire soldatihanno fiere passionibuone bracciaforti membrasalde spade; eGiove favorendonessuno ha sì gran cuore. Ma calma Enea! calmaTroiano! poniti il dito sulle labbra. Il merito della lode scolora il suo valorese quegli che vien lodato è lui stesso latore della lode; ma ciò che il restio nemico elogiacodesto è soffio che la fama spira; questa lodeessa sola puratrascende.

AGAMENNONE: Messerevoi di Troiavi chiamate Enea?

ENEA: SìGrecocodesto è il mio nome.

AGAMENNONE: Qual è la vostra faccendadi grazia?

ENEA: Messereperdonate; è per le orecchie di Agamennone.

AGAMENNONE: Egli non ascolta in privato nulla che venga da Troia.

ENEA: Né io da Troia vengo a bisbigliargli: io reco una tromba per risvegliare il suo orecchioper dare attenta inclinazione ai suoi sensie quindi per parlare.

AGAMENNONE: Parla francamente come il vento: non è l'ora in cui Agamennone dorme; affinchéo Troianotu sappia che egli è destote lo dice lui stesso.

ENEA: Trombasuona fortespandi la tua voce d'ottone per tutte queste pigre tende; e sappia ogni focoso Greco che quel che Troia onestamente intende sarà detto ad alta voce. (Squillo di tromba) Abbiamogrande Agamennonequi a Troia un principe chiamato Ettore - Priamo è suo padre - che in questa uggiosa e continuata tregua si sente arrugginire: m'ha ordinato di prendere un trombettieree di parlare in questi termini. Reprincipisignori! Se v'è uno tra i più prodi della Grecia che tenga più al suo onore che al suo agioche cerchi la sua gloria più di quel che non tema il suo pericoloche conosca il proprio valoree non conosca il proprio timoreche ami la sua amante più che nella sola confessione (con fallaci voti alle amate labbra di lei)ed osi affermare la sua beltà e il suo pregio in altri incontri che con leia lui questa sfida! Ettorein vista dei Troiani e dei Greciproverào si adopererà del suo meglio per provareche egli ha una donna più saggiapiù bellapiù fedele che mai Greco non abbia circondato colle sue bracciae domani verrà a far suonare la sua trombaa metà strada tra le vostre tende e le mura di Troiaper provocare un Greco che sia fedele in amore: se un tale vengaEttore l'onorerà; se nessunoegli dirà a Troia al suo ritirarsiche le dame greche han la pelle foscae non valgono scheggia di lancia. Proprio così.

AGAMENNONE: Questo sarà detto ai nostri amantisire Enea; se nessuno di loro abbia animo in tale faccendali avrem lasciati tutti a casa:

ma noi siamo soldati; e possa quel soldato dimostrarsi un semplice codardoche non intenda d'esserenon sia statoo non sia innamorato! Se dunque uno ve n'è che lo siao lo sia stato o intenda d'esserlocostui va incontro ad Ettore; se niun altroio son quell'uno.

NESTORE: Digli di Nestoreuno che era uomo quando l'avolo d'Ettore non era ancora divezzato: ora egli è vecchioma se non v'è nel nostro esercito greco un nobil uomo che abbia una scintilla di fuoco da rispondere pel suo amoredigli da parte mia che io nasconderò la mia barba d'argento in una celata d'oroe metterò quest'avvizzito muscolo nel mio bracciale; elui incontrandogli dirò che la mia donna era più bella della sua avolae casta quanto altra mai al mondo: sia pure egli nella piena della gioventùio proverò questa verità con le mie tre gocce di sangue.

ENEA: Vieti il cielo tal penuria di gioventù!

ULISSE: Amen.

AGAMENNONE: Bel sire Enealasciate che io vi tocchi la mano; dapprima vi menerò al nostro padiglione. Achille avrà notizia di quest'intento; e così ogni signore della Greciadi tenda in tenda: voi banchetterete con noi prima di partiree troverete l'accoglienza dovuta a un nobile avversario.

 

(Escono tutti meno Ulisse e Nestore)

 

ULISSE: Nestore!

NESTORE: Che dice Ulisse?

ULISSE: Ho nel cervello una giovane idea; siate voi il mio tempo per ridurla a qualche forma.

NESTORE: Che cos'è?

ULISSE: E' questo: ottusi cunei spaccano duri nocchi: il granito orgoglio che s'è gonfiato sino a questo grado di maturità nel rigoglioso Achille deve o venire reciso all'istanteosparpagliandosigenererà un semenzaio di simil malannoper aduggiarci tutti.

NESTORE: E comedite?

ULISSE: Questa sfida che invia il prode Ettoreper quanto sia diffusa genericamentesi rivolge di proposito soltanto ad Achille.

NESTORE: L'intento è perspicuo come sostanza il cui ammontare si calcola in piccole cifre: eallorché si pubblicherà la sfidanon dubitate che Achillefosse il suo cervello arido come le dune della Libia - sebbenelo sa Apolloè risecco abbastanza scoprirà con grande speditezza di giudiziosì con celeritàche l'intento di Ettore è a lui diretto.

ULISSE: E si scoterà per risponderglicredete?

NESTORE: Sìcosì si conviene: chi altrimenti potreste opporre che possa cavarsela con onore contro Ettorese non Achille? Benché sia un simulacro di combattimentopure la nostra reputazione è molto in giuoco in codesto cimento; ché qui i Troiani assaggiano la nostra più chiara fama col loro palato più fine: e credete a meUlissela nostra rinomanza sarà su un'impari bilancia in quest'avventata azione; ché l'esitosebbene particolaredarà un saggio in bene o in malenei confronti di tutto il resto; in tali indicisebbene sian piccoli segni ai volumi che essi precedonosi scorge il pargoletto simbolo della gigantesca massa di cose che verranno per disteso. Si suppone che colui che incontra Ettore provenga dalla nostra scelta: e la sceltaessendo comune atto di tutte le nostre animefa il merito criterio della sua elezionee bollequasi espresso da tutti noiun uomo distillato dalle nostre virtù; il quale non riuscendoche incoraggiamento riceve di qui la parte vincitricea rinsaldare una forte opinione di se stessi! la qualenutritale membra sono i suoi istrumentinon meno operanti delle spade e degli archi che le membra dirigono.

ULISSE: Perdonate il mio discorsoperciò si conviene che Achille non si scontri con Ettore. Come mercanti mostriamo le nostre più scadenti mercanziee speriamo che forse si venderanno; se noil lustro del meglio che ancora rimane da mostrarefarà miglior mostra. Non consentite che mai Ettore e Achille si scontrino; poiché e il nostro onore e la nostra onta in questo caso sono seguitati da due strani segugi.

NESTORE: Io non li vedo con le mie vecchie pupille: che cosa sono?

ULISSE: Quella gloria che il nostro Achille riceverebbe da Ettorese egli non fosse superbonoi tutti la porteremmo con lui: ma egli è già troppo insolente; e sarebbe meglio per noi di arrostire nel sole africano che nell'orgoglio e nel pungente sprezzo dei suoi occhise egli se la cavasse bene con Ettore; foss'egli sconfittoebbeneavremmo distrutto la nostra general reputazione nella macchia che colpirebbe il nostro miglior guerriero. Nosi faccia un sorteggio; e con un accorgimento si disponga che quello stolido d'Ajace estragga la sorte di combattere con Ettore: tra noi gli si dia riconoscimento come il più degnoché questo servirà di purga al gran Mirmidone che si crogiola nel clamor dell'applauso; e farà abbassare la sua cresta che s'inarca più superba dell'azzurra Iride. Se l'ottuso scervellato Ajace la scampalo copriremo d'acclamazioni: se falliscecontinueremo ad avere opinione che possediamo uomini migliori. Ma dia o no nel segnola vita del nostro progetto assume cosiffatto senso: Ajace eletto trae giù le piume d'Achille.

NESTORE: Ulisseora io comincio a gustare il tuo consiglio; e ne darò immediatamente un assaggio ad Agamennone: andiam tosto da lui. Due cagnacci si domeranno l'un l'altro: solo l'orgoglio deve aizzare i mastiniquasi fosse il loro osso.

 

(Escono)

 

 

 

ATTO SECONDO

 

SCENA PRIMA - Parte del Campo greco

(Entrano AJACE e TERSITE)

 

AJACE: Tersite!

TERSITE: E se Agamennone avesse le bolle? ne fosse ripienoda capo a piedigeneralmente?

AJACE: Tersite!

TERSITE: E se quelle bolle scorressero? di'non correrebbe allora il generale? non sarebbe codesto un purulento bubbone?

AJACE: Cane!

TERSITE: Allora uscirebbe da lui qualche materia: per ora non ne vedo punta.

AJACE: Figlio di lupanon ci senti? Senti questoallora.

 

(Lo colpisce)

 

TERSITE: Ti colga la peste di Greciabastardo buacciolo di signore!

AJACE: Parla dunquemuffitissimo lievitoparla: ti renderò venusto a forza di colpi.

TERSITE: Più presto t'instillerò io arguzia e santità a forza di beffe: ma credo che più presto il tuo cavallo saprà dire un'orazione che tu non impari una preghiera a memoria. Tu sai colpireno? la morìa scarlatta pei tuoi scherzi di rozza!

AJACE: Fungo velenosoapprendimi il proclama.

TERSITE: Credi che io non abbia sensoche mi colpisci a questo modo?

AJACE: Il proclama!

TERSITE: Sei proclamato uno scimunitocredo.

AJACE: Smettilaporcospinosmettila: mi prudon le dita.

TERSITE: Potessi sentirti prudere da capo a piedie toccasse a me di grattarti! ti renderei la più schifosa rogna della Grecia. Quando sei fuori ad attaccaresei lento a colpire come chiunque altro.

AJACE: Il proclamadico!

TERSITE: Non passa ora che tu non borbotti e inveisca contro Achillee sei pieno d'invidia della sua grandezza come Cerbero lo è della beltà di Proserpinaohse abbai contro di lui!

AJACE: Madonna Tersite!

TERSITE: Lui tu dovresti colpire.

AJACE: Pagnottella !

TERSITE: Lui ti triterebbe in minuzzoli col suo pugnocome un marinaio spezza un biscotto.

AJACE: Canagliafiglio di puttana!

 

(Lo picchia)

 

TERSITE: Dàidài.

AJACE: Sgabello di strega!

TERSITE: Giùdàidàisignore dalla zucca di pappa! non ci hai più cervello di quel che io non ne abbia nei gomiti; un somarello potrebbe farti da maestroo prode scorbutico asino! tu non sei qui che per tribbiare Troianie sei menato pel naso da quelli che hanno un ette d'ingegnocome barbaro schiavo. Se seguiti a picchiarmiio comincerò dal tuo calcagnoe ti dirò cosa sei pollice per pollicetuessere senza visceretu!

AJACE: Cane !

TERSITE: Scorbutico signore!

AJACE: Canaglia!

 

(Lo picchia)

 

TERSITE: Idiota di Marte! dàivillaniadài cammello; dàidài.

 

(Entrano ACHILLE e PATROCLO)

 

ACHILLE: Che èche èAjace? perché fate così? Che èTersiteche succedeohé?

TERSITE: Vedete lui costìlo vedete?

ACHILLE: Sìche succede?

TERSITE: Guardatelovi dico.

ACHILLE: E' quel che sto facendo; che succede?

TERSITE: Ma guardatelo bene.

ACHILLE: "Bene!" ma è quel che sto facendo.

TERSITE: Eppure non lo guardate bene; poichéper chiunque lo prendiateegli è Ajace.

ACHILLE: M'è noto codestosciocco.

TERSITE: Giàma codesto sciocco non è noto a se stesso.

AJACE: Epperò io ti picchio.

TERSITE: Ohve've'che dramme d'arguzia egli sputa fuori! i suoi sotterfugi hanno orecchie lunghe così! Ho tartassato il suo cervello più di quel che lui non abbia battuto le mie ossa: comprerò nove passeri per un denaroe la sua "pia mater" non vale la nona parte d'un passero. Codesto signoreo AchilleAjaceche ha il senso nel ventre e le budella nel capoio racconterò a voi ciò che dico di lui.

ACHILLE: Cosa?

TERSITE: Quest'Ajacedico...

 

(Ajace fa segno di colpirlo)

 

ACHILLE: Suvviabuon Ajace.

TERSITE: ...non ha tanto sale in zucca da...

ACHILLE: Suvviadebbo tenervi.

TERSITE: ...da turar la cruna dell'ago di Elenaper la quale viene a combattere.

ACHILLE: Zittosciocco.

TERSITE: Zitto e cheto vorrei starema lo sciocco non mi lascia: lui costìquel desso guardate lì!

AJACE: Ohmaledetta canaglia; io ti...

ACHILLE: Volete fare a gara d'ingegno con uno sciocco?

TERSITE: Novi garantiscoperché quello d'uno sciocco svergognerà il suo.

PATROCLO: Buone paroleTersite.

ACHILLE: Qual è il litigio?

AJACE: Ho ordinato a questo vil barbagianni di farmi conoscere il tenore del proclama e lui si fa beffe di me.

TERSITE: Io non sono al tuo servizio.

AJACE: Be'seguitaseguita.

TERSITE: Il mio servizio qui è volontario.

ACHILLE: Il vostro ultimo servizio è stato una gravezzanon è stato volontario; nessuno è picchiato di sua volontà: Ajace è stato qui il volontarioe voi siete stato come arruolato di forza .

TERSITE: Proprio così; un bel po' anche del vostro spirito si trova nei vostri muscolio ci son de' bugiardi. Bella preda farà Ettore se fa schizzar fuori il cervello d'un di voi due: tanto gli gioverebbe schiacciare una noce mucida senza gheriglio.

ACHILLE: Comeanche con meTersite?

TERSITE: C'è Ulissee il vecchio Nestoreil cui senno era muffito prima che i vostri nonni mettessero unghie ai piediche v'aggiogano come bovi da tiro e vi fanno arare i campi di Marte.

ACHILLE: Cosacosa?

TERSITE: Sìverità vera: ihAchille! ihAjace! ih!

AJACE: Vi taglierò la lingua.

TERSITE: Non importa: dopo parlerò quanto te.

PATROCLO: Basta con le paroleTersite; zitto!

TERSITE: Starò zitto quando la cagna d'Achille me l'ordinaeh?

ACHILLE: Questa è per tePatroclo.

TERSITE: Vuo' vedervi impiccati come teste di legnoprima che io venga di nuovo nelle vostre tende; voglio starmene dove c'è vivacità d'ingegno e lasciare la fazione degli sciocchi.

 

(Esce)

 

PATROCLO: Tanto di guadagnato per noi.

ACHILLE: Gnaffecodestomesserevien proclamato per tutto l'esercito: che Ettoreall'ora quinta del solecon un trombettiere tra le nostre tende a Troiadomattina chiamerà all'armi qualche cavaliere che abbia fegato; e tale che osi sostenere cosanon so: è una bazzecola. Addio.

AJACE: Addio. Chi gli risponderà?

ACHILLE: Non lo so: si mette a sorte; altrimentilui sapeva chi sarebbe stato il suo uomo.

AJACE: Ohvolete dir voi. Andrò a informarmi più precisamente.

 

(Escono)

 

 

 

SCENA SECONDA - Troia. Una stanza nel Palazzo di Priamo

(Entrano PRIAMOETTORETROILOPARIDE e ELENO)

 

PRIAMO: Dopo tante oreviteparole consumatecosì ancora di nuovo Nestore dice da parte dei Greci: "Rendete Elenae tutto l'altro dannoquale onore offesotempo perdutotravagliospesaferitiamicie qualunque altra cosa cara è stata consumata nella calda digestione di questo cormorano di conflittosarà cancellato". Ettoreche dici di questo?

ETTORE: Benché nessuno tema i Greci meno di meper quel che tocchi il mio particolarepureo temuto Priamonon v'è dama di più tenere viscerepiù spugnosa ad assorbile il timorepiù pronta a gridareChi sa quel che seguirà?di quel che non sia Ettore. La piaga della pace è la sicurezzala sicurezza sicura di sé; mentre il modesto dubbio è chiamato il fanale dei saggila tenta che ricerca al fondo del peggio. Che Elena se ne vada: da che la prima spada fu sguainata per questa contesaogni anima che abbiam pagato come decima - e queste decime si contano a migliaia - è stata tanto cara quanto Elena; voglio diredei nostri: se abbiamo perduto tante decine dei nostri per conservare cosa non nostranése avesse il nostro nomepari per noi al valore di una decina di noiche merito c'è nell'argomento che nega la restituzione di lei?

TROILO: Ohibòohibòfratello! Pesate voi la dignità e l'onore d'un re sì grande come il temuto padre nostro su una bilancia di volgari once? volete sommare sul pallottoliere l'incommensurabilità del suo infinito? affibbiare una vita sconfinata con spanne e pollici sì minuscoli come timori e grani di senno? ohibòvergognaper gli dèi!

ELENO: Non fa meraviglia che voi mordiate così ferocemente codesti granidacché ne siete sì sprovvisto. Dovrebbe il padre nostro non reggere il gran governo dei suoi affari con grani di sennoperché il vostro discorso che così lo consiglia ne è privo?

TROILO: Voi siete fatto pei sogni e i sonni fratello sacerdote; di senno voi v'impellicciate i guanti. Ecco quel che il senno vi dice:

sapete che un nemico vi vuol male; sapete che una spada è pericolosa a maneggiare: che meraviglia dunquequando Eleno vede un Greco e la sua spadase egli mette le stesse ali del senno alle sue calcagnae fugge come Mercurio sgridato da Gioveo come una stella svelta dal proprio orbe! Allorase parliamo di sennochiudiamo le nostre porte e dormiamo: la virilità e l'onore avrebbero cuor di lepre se impinguassero il loro pensiero di null'altro che di questo impinzato senno: il senno e la prudenza fanno impallidire il fegato e mortificano la gagliardia.

ETTORE: Fratelloessa non vale quel che costa a tenerla.

TROILO: E che vale alcunché se non quanto è stimato?

ETTORE: Ma il valore non riposa su una volontà particolare; deve la sua stima e la sua nobiltà tanto al suo aver pregio in séquanto a colui che lo apprezza. E' folle idolatria fare il culto più grande di quel che non sia il nume; e vaneggia quella volontà che è inchinevole a quel che contagiosamente la affettasenza qualche parvenza del preteso merito.

TROILO: Sposo oggi una donnae la mia elezione è guidata dalla mia volontà; la mia volontà accesa dai miei occhi e dai miei orecchidue adusati piloti tra le perigliose rive della volontà e del giudizio.

Come poss'io evitarebenché la mia volontà prenda in uggia ciò che ha elettola moglie che ho scelto? non vi può essere scappatoia per rifuggirne e tener fermo nell'onore. Non rimandiamo le sete al mercante quando le abbiamo macchiate; e i cibi rimasti non li gettiamo nell'impassibile mondezzaio perché ora siam pieni. Fu ritenuto opportuno che Paride traesse qualche vendetta sui Greci: il fiato del vostro pieno consenso gonfiò le sue vele; i mari e i ventiantichi litigantifecero tregua e gli resero servizio: egli toccò il desiato portoe per una vecchia zia che i Greci tenevano prigionierarecò una regina grecala cui gioventù e freschezza copre di rughe quella d'Apolloe fa appassire il mattino. Perché la teniamo? i Greci trattengono la nostra zia: vale essa la pena d'esser trattenuta? e comeessa è una perlail cui pregio ha lanciato più di mille navi e ha cambiato re coronati in mercanti! Se confessate che fu saggio che Paride andassecome di necessità dovetepoiché gridavate tutti "Va'va'"; se confessate che egli ha riportato una nobile predacome di necessità doveteperché tutti battevate le mani e gridavate "Inestimabile!"perché ora condannate l'esito delle vostre proprie sagge deliberazioni e commettete un atto che la Fortuna non ha mai commessodestituite il pregio che stimavate più ricco del mare e della terra? Oh! furto abbiettissimo aver rubato ciò che noi temiamo di conservarema ladri indegni d'una cosa in tal modo rubatanoi che facemmo loro nella loro terra quell'oltraggio che temiamo di garantire nel nostro luogo natìo!

CASSANDRA (di dentro): PiangeteTroianipiangete!

PRIAMO: Che rumoreche strepito è questo?

TROILO: E' la nostra sorella follericonosco la sua voce.

CASSANDRA (di dentro): PiangeteTroiani!

ETTORE: E' Cassandra.

 

(Entra CASSANDRAdelirante)

 

CASSANDRA: PiangeteTroianipiangete! prestatemi diecimila occhied io li riempirò di lacrime profetiche ETTORE: Tacisorellataci!

CASSANDRA: Vergini e garzonimezza età e rugosa vecchiaiatenera infanzia che non sai che piangereaumentate i miei clamori! paghiamo per tempo una porzione della massa di lamenti che verranno. PiangeteTroianipiangete! esercitate gli occhi alle lacrime! Troia deve cessar d'esseree il superbo Ilion cadere: il nostro tizzone di fratelloParideci arde tutti. PiangeteTroianipiangete! Elena e malanno! Piangetepiangete! Troia bruciase non lasciate Elena partire.

 

(Esce)

 

ETTORE: Ebbenegiovane Troiloquesti veementi accessi di divinazione nella nostra sorella non operano qualche punta di rimorso? o il vostro sangue è sì follemente ardente che nessun discorso della ragionenessun timore di cattivo successo in una cattiva causa può mitigarlo?

TROILO: Comefratello Ettore! noi non dobbiamo misurare la giustizia di ciascun atto secondo che la determini il successoné deprimere il coraggio dell'animo nostroperché Cassandra è folle: i suoi deliri di mentecatta non possono far venire a schifo la bontà d'una contesa che tiene tutti i nostri onori impegnati a metterla in buona luce. Per quel che mi riguardaio non ne son tocco più degli altri figli di Priamo; e Giove vieti che sia fatta tra noi cosa alcuna che possa irritare il più debole impulso a combattere in suo favore e sostenerla.

PARIDE: Altrimenti il mondo potrebbe trovare ree di leggerezza le mie azioni e i vostri consigli; ma io ne attesto i numiil vostro pieno consenso dette ali alla mia propensione e troncò tutti i timori che accompagnavano sì formidabil progetto: perché che cosaahimèpossono queste mie sole braccia? che propugnazione è nel valore d'un soloper contrastare l'urto e l'inimicizia di coloro che questa lite non poteva non eccitare? Eppurelo protestofossi io solo a sobbarcarmi alle difficoltàe avess'io sì ampio potere quanto ho volereParide non ritratterebbe mai quel che ha fattoné languirebbe nel perseguimento.

PRIAMO: Paridetu parli com'uno infatuato dal dolce diletto: tu ne hai ancora il mielema questi il fiele; sicché esser prode non torna a merito alcuno.

PARIDE: Signoreio non mi rappresento solo il piacere che tal bellezza porta secoma io vorrei che la macchia del suo bel ratto fosse cancellata nel custodirla onorevolmente. Qual tradimento sarebbe verso la predata reginaquale ignominia per la vostra gran dignitàquale onta per merinunziare ora al possesso di lei a termini d'abbietta costrizione! Può essere che sì degenere divisamento prenda pur piede nei vostri generosi petti? Non esiste nella nostra parte spirito sì tapino che non abbia cuore da osare o spada da sguainare quando si difenda Elenae nessuno sì nobile la cui vita sarebbe male spesa o la morte inonorata quand'Elena ne fosse l'oggetto: quindiio dicoben possiamo noi combattere per colei cheben lo sappiamonegli ampi spazi del mondo non trova eguale.

ETTORE: Paride e Troiloavete entrambi parlato bene; e sulla causa e la questione che si dibatte avete chiosatoma superficialmente; non molto diversi da giovaniche Aristotele giudicava inetti a udire filosofia morale. Le ragioni che voi allegate più concludono all'ardente passione d'un sangue stemperato che a formare una libera determinazione tra il giusto e l'ingiusto; ché il piacere e la vendetta hanno orecchie più sorde del serpe alla voce d'un'equanime decisione. La natura brama che il possessore sia reintegrato in tutti i suoi diritti; ebbene qual cosa è più strettamente dovuta in tutta l'umanità se non sia la moglie al marito? Se questa legge di natura è corrotta dall'appetitose grandi animiper una condiscendenza parziale ai loro ottenebrati affetti resistono ad essav'è una legge in ogni ben ordinata repubblica per piegare quelle furenti passioni che son più disobbedienti e riottose. Se dunque Elena è la moglie del re di Spartacome si sa che èqueste leggi morali della natura e delle genti dicono ad alta voce di restituirla: persistere a far male non attenua il malema lo rende assai più grave. Tale è l'opinione di Ettorea onor del vero; pur non di menomiei focosi fratelliio propendo con voi a risolvere di seguitare a tenere Elenapoiché è questa una causa che impegna assai la dignità di tutti e di ciascuno di noi.

TROILO: Eccocostì avete toccato l'anima del nostro disegno: se non fosse la gloria quello a cui noi miriamo anziché l'effettuazione dei nostri accesi risentimentinon vorrei che una goccia di più di sangue troiano fosse versata in difesa di lei. Madegno Ettoreessa è tema d'onore e di rinomanzasprone a imprese gagliarde e magnanimeil cui valore può al presente abbattere i nostri avversarila cui fama nel tempo avvenire può canonizzarci; poichépresumoil prode Ettore non vorrebbe per tutti i proventi dell'ampio mondo perdere sì ricco vantaggio di promessa gloria quale sorride in fronte a questa impresa

ETTORE: Io son vostroo valorosa progenie del gran Priamo. Una tracotante sfida io ho mandata tra i torpidi e faziosi nobili di Grecia che colpirà di stupore i loro sonnacchiosi animi. Ebbi sentore che il loro gran generale dormiva mentre la gelosia serpeggiava nell'esercito: questa sfidapresumolo risveglierà.

 

(Escono)

 

 

 

SCENA TERZA - Il Campo greco Dinanzi alla tenda d'Achille

(Entra TERSITE)

 

TERSITE: EbbeneTersite! che? smarrito nel labirinto del tuo furore?

Dovrà quell'elefante d'Ajace averla vinta così? lui mi picchia ed io lo beffeggio: la bella soddisfazione! vorrei che fosse all'incontrario; che io potessi picchiarlomentre lui mi beffasse.

Giuraddioimparerò a evocare e a chiamar su le dimoniama vuo' veder qualche esito delle mie malevole esecrazioni. Poi c'è Achilleun esimio ingegnere! Se Troia non è presa prima che questi due l'abbiano minatale sue mura rimarranno in piedi finché non cadranno da sé. O tugran fulminatore dell'Olimpodimenticati d'esser Gioveil re degli dèie tuMercurioperdi tutta la serpentina astuzia del tuo caduceose non togliete a costoro quell'ettequello zinzino di comprendonio che hanno; il quale perfino la supina ignoranza sa esser sì copiosamente scarsoche per circonvenzione non libererà una mosca da un ragnosenza che essi traggano i loro ponderosi brandi e taglino la tela. Dopo di chedisdetta a tutto il campo! o piuttosto il mal francese? poiché codestomi pareè il malanno appropriato a coloro che fan guerra per una gonnella. Ho fatto le mie preghiere; Invidia dimoniadi' amen. Ohémonsignore Achille!

 

(Entra PATROCLO)

 

PATROCLO: Chi è costà? Tersite! Buon Tersiteentra e mettiti a sbeffeggiare.

TERSITE: Se io mi fossi potuto rammentare d'una patacca doratatu non avresti corso fuori della mia contemplazione; ma non importatu stesso su di te! La maledizione comune dell'umanitàstoltezza e ignoranzasia tua in cento doppi! il cielo ti preservi da un istruttoree la disciplina non ti venga dappresso! Che il tuo sangue sia la tua guida fino alla morte! allora se colei che ti acconcia dice che tu sei un bel cadaveregiuro e spergiuro che essa non ha avvolto nel sudario altro che appestati. Amen. Dov'è Achille?

PATROCLO: Comesei tu davvero? stavi dicendo le preghiere?

TERSITE: Sì: che i cieli m'ascoltino!

 

(Entra ACHILLE)

 

ACHILLE: Chi c'è?

PATROCLO: Tersitesignore.

ACHILLE: Dovedove? Sei venuto? Perché cacio miodigestione miaperché non ti sei imbandito alla mia mensa per tanti pasti? Suvviache cos'è Agamennone?

TERSITE: Il tuo comandanteAchille. E ora dimmiPatrocloche cos'è Achille?

PATROCLO: Il tuo signoreTersite. E allora dimmiti pregoquel che sei tu stesso.

TERSITE: Il tuo conoscitorePatroclo. Ma dimmiPatrocloche cosa sei tu?

PATROCLO: Puoi dirlo tu che mi conosci.

ACHILLE: Ohdillodillo!

TERSITE: Enuncerò per ordine l'intera questione. Agamennone comanda Achille; Achille è il mio signore; io sono il conoscitore di Patrocloe Patroclo è uno sciocco.

PATROCLO: Furfante!

TERSITE: Calmasciocconon ho ancora finito.

ACHILLE: E' un uomo privilegiato. ProseguiTersite.

TERSITE: Agamennone è uno sciocco; Achille è uno scioccoTersite è uno sciocco; ecome ho detto dianziPatroclo è uno sciocco.

ACHILLE: Suvviadeduci questo.

TERSITE: Agamennone è uno sciocco a pretendere di comandare Achille; Achille è uno sciocco a lasciarsi comandare da Agamennone; Tersite è uno sciocco a servire un tale sciocco; e Patroclo è uno sciocco positivo.

PATROCLO: Perché sono uno sciocco?

TERSITE: Rivolgi codesta domanda al Creatore. A me basta che tu lo sia. Guardatechi vien qui?

ACHILLE: Patroclonon vuo' parlar con nessuno. Vieni dentro con meTersite.

 

(Esce)

 

TERSITE: Che gran giunteriaquanta imposturae quanta furfanteria; e la ragion di tutto è una bagascia e un becco; bella lite davvero per suscitar gelose fazioni e dissanguarsi a morte! La secca serpigine colga tal soggetto! e la guerra e la fornicazione confondan tutti!

 

(Esce)
(Entrano AGAMENNONEULISSENESTOREDIOMEDE e AJACE)

 

AGAMENNONE: Dov'è Achille?

PATROCLO: Dentro la sua tendama mal dispostosignore.

AGAMENNONE: Fategli sapere che noi siam qui. Egli ha vilipeso i nostri messi; e noi mettiam da parte le nostre prerogative venendo a visitarlo: che ciò gli sia dettoche egli per caso non pensi che noi non osiamo sollevare la questione del nostro alto postoo che non sappiamo chi siamo

PATROCLO: Glielo dirò.

 

(Esce)

 

ULISSE: L'abbiam visto all'ingresso della sua tenda: non è infermo.

AJACE: Sìha l'infermità del leonesoffre di cuore orgoglioso:

potete chiamarla malinconiase volete mandargliela buona; masulla mia testaè orgoglio: ma perchéperché? che ce ne mostri la ragione.

Una parolasignore.

 

(Conduce da parte Agamennone)

 

NESTORE: Che cosa spinge Ajace ad abbaiar così contro di lui?

ULISSE: Achille con adescamenti gli ha tolto il suo pazzo.

NESTORE: ChiTersite?

ULISSE: Proprio lui.

NESTORE: Allora Ajace non avrà nulla da dire se ha perduto il suo argomento.

ULISSE: Novedeteil suo argomento è colui che ha il suo argomentoAchille.

NESTORE: Tanto meglio; la loro contesa è più nei nostri desideri che la loro intesa; ma doveva essere una forte alleanza se c'è voluto un pazzo per romperla!

ULISSE: L'amicizia che non è legata dalla saggezzala follia può agevolmente scioglierla. Ecco che vien Patroclo.

 

(Rientra PATROCLO)

 

NESTORE: Niente Achille con lui?

ULISSE: L'elefante ha giunturema non per le riverenze: le sue son gambe per l'usonon per le genuflessioni.

PATROCLO: Achille m'incarica di dirvi che egli è assai dolente se alcunché di diverso dal vostro diporto e piacere ha mosso la Vostra Grandezza e questo nobil seguito a fargli visita; egli spera che non sia stato che per la vostra salute e la vostra digestioneuna boccata d'aria dopo pranzo.

AGAMENNONE: Statemi a sentirePatroclonoi conosciamo fin troppo bene queste risposte: ma la sua schermitasì celermente alata di schernonon può sfuggire alla nostra apprensione. Molto credito egli hae molta ragione abbiam noi a riconoscerglielo; eppure tutte le sue virtùnon virtuosamente da lui riguardatecominciano a perdere il loro splendore ai nostri occhisìcome delle belle frutta su un piatto sozzo rischiano di marcire senza essere assaggiate. Andate a dirgli che noi siam venuti per parlargli; e non peccherete dicendo che noi lo riteniamo più che superbo e men che cortesepiù grande nella sua presunzione che non nel quaderno del giudizio; e che persone più di lui degne stan qui al beneplacito della selvatichezza che egli ha assuntocelano il sacro potere della loro autorità e sottoscrivono con deferenza alla sua capricciosa predominazionegiàspiano le sue proterve lunei suoi flussi e riflussicome se il corso e l'intera condotta di questa guerra seguissero la sua corrente. Andate a dirgli questoe aggiungete che se egli tien su tanto il suo prezzofaremo a meno di luima lo lasceremo da partecome non portabil macchinacon questo referto: "Qui si richiede azionequesto non può andare alla guerra"; noi diam la nostra approvazione a un nano che si muove di più che a un gigante che dorme: ditegli così.

PATROCLO: Lo faròe senz'altro vi porterò la sua risposta.

 

(Esce)

 

AGAMENNONE: D'una risposta di seconda mano non rimarrem soddisfatti; noi siam venuti a parlare con lui. Ulisseentrate voi.

AJACE: In che è egli da più d'un altro?

AGAMENNONE: Non più di quanto egli pensa d'esserlo.

AJACE: E' egli da tanto? Non credete che egli si creda di valere più di me?

AGAMENNONE: Non v'ha dubbio.

AJACE: E voi sottoscriverete la sua opinione e direte che egli è tale?

AGAMENNONE: Nonobile Ajace; voi siete altrettanto fortevaloroso e saggionon meno nobileassai più cortesee in tutto e per tutto più trattabile.

AJACE: Perché dovrebbe un uomo essere orgoglioso? In che modo si fomenta l'orgoglio? Io non so che cosa sia orgoglio.

AGAMENNONE: La vostra mente ne è tanto più chiaraAjace e le vostre virtù tanto più belle. L'orgoglioso divora se stesso: l'orgoglio è di se medesimo specchiotrombacronaca; e chiunque si loda altrimenti che nell'azionedivora l'azione nella lode.

AJACE: Io detesto l'orgoglioso come detesto la generazione de' rospi.

NESTORE (a parte): Eppure egli ama se stesso: non è ciò strano?

 

(Entra ULISSE)

 

ULISSE: Achille non scenderà in campo domani.

AGAMENNONE: Qual è la sua scusa?

ULISSE: Non si fa forte d'alcunama lascia libero corso al suo talentosenza osservanza o riguardo per alcunosingolare nel suo volere e nella sua presunzione.

AGAMENNONE: Perché non vuol egli alla nostra affabile richiesta togliersi dalla sua tenda e respirar l'aria con noi?

ULISSE: Ogni nonnullapel solo fatto che gli vien richiestoegli lo rende importante: egli è ossesso dalla sua grandezzae non parla a se medesimo se non con un orgoglio che recalcitra nel dar fiato a se stesso: l'immaginato merito tiene nel suo sangue sì gonfio e ardente discorsoche dominato a gara dalle sue facoltà mentali e dalle attiveAchille ribolle in gran tumulto e sconquassa se medesimo: che dovrei dirvi? egli è sì pestilentemente orgoglioso che i segni mortali del contagio gridano: "Non c'è rimedio".

AGAMENNONE: Vada da lui Ajace. Caro signoreandate a salutarlo nella sua tenda: si dice che egli vi tenga in considerazionee a vostra richiesta si lascerà un po' piegare.

ULISSE: O Agamennonefate che ciò non accada. Noi benediremo i passi che farà Ajace per allontanarsi da Achille: dovrà l'orgoglioso signore che unge la sua arroganza col proprio grasso e non tollera che cosa al mondo entri nei suoi pensierise non quel che medita e rumina lui stessodovrà egli esser venerato da tale che noi consideriamo maggior idolo di lui? Noquesto tre volte degno e valentissimo signore non deve avvilir così la sua palma nobilmente acquistatanéper quanto sta in meabbassare il suo merito insigne non meno di quello d'Achilleandando da Achille: sarebbe un lardellare il suo già pingue orgoglio e aggiungere nuovi carboni al Cancro allorché brucia avendo accolto il grande Iperione. Questo signore andar da lui! Lo vieti Giovee dica con la voce del tuono: "Achilleva' da lui!".

NESTORE (a parte): Ottimamente; lo liscia pel suo verso.

DIOMEDE (a parte): E come il suo silenzio trangugia questo plauso!

AJACE: Se vado da luicol mio pugno armato gli rompo il muso.

AGAMENNONE: Ohnonon andrete.

AJACE: E se farà il superbo con meio stregghiero la sua superbia.

Lasciatemi andar da lui.

ULISSE: Nopel prezzo di tutto ciò per cui combattiamo!

AJACE: Un gaglioffoun insolente!

NESTORE (a parte): Come dipinge se stesso.

AJACE: Non potrebbe esser compagnevole?

ULISSE (a parte): Il corvo grida contro il color nero.

AJACE: Gli salasserò gli umori io!

AGAMENNONE (a parte): Il malato la vuol far da medico.

AJACE: Se tutti la pensassero come me...

ULISSE (a parte): L'ingegno passerebbe di moda.

AJACE: Non l'avrebbe vinta cosìavrebbe da ingoiar spadeprima:

l'orgoglio la farà da padrone?

NESTORE (a parte): Se fosse cosìfareste a mezzo.

ULISSE (a parte): Lui ne avrebbe dieci decimi

AJACE: Lo rimpasterò iolo renderò trattabile.

NESTORE (a parte): Non è ancora caldo a puntino: farcitelo d'elogi: versateversate; la sua ambizione è a secco.

ULISSE (a Agamennone): Signorevoi vi pascete troppo di questa avversione.

NESTORE: O nobile generalenon fate così.

DIOMEDE: Dovete prepararvi a combatter senza Achille.

ULISSE: E' codesto fare il suo nome che l'offende. Ecco un uomo... ma siamo in sua presenza; resterò zitto.

NESTORE: Perché dovreste? Lui non è invidioso come Achille.

ULISSE: Lo sappia il mondo interoche egli è altrettanto valente.

AJACE: Un cane figlio di puttanache così si trastulla con noi! Ohse fosse un Troiano!

NESTORE: Qual vizio sarebbe ora in Ajace...

ULISSE: Se egli fosse orgoglioso...

DIOMEDE: O bramoso d'elogio...

ULISSE: O sornione di natura...

DIOMEDE: O ritrosoo pieno di sé!

ULISSE: Grazie al cielosignoretu sei d'una dolce indole; sia lodato colui che t'ha generatoe colei che ti allattò: celebrato sia il tuo precettoree le tue doti naturali sian tre volte celebrateoltre ogni studio: ma quanto a colui che disciplinò alla pugna le tue bracciaMarte divida l'eternità in due e gliene dia metà; e quanto al tuo vigoreil portator di tori Milone ceda il suo titolo al nerboruto Ajace. Io non vuo' lodare la tua saggezzache come un termineun recintouna spondadelimita le tue spaziose ed estese qualità: ecco qui Nestoreistrutto da vetustà d'anniei deveegli èegli non può non esser saggio; ma perdonatepadre Nestorese fossero i vostri giorni verdi come quelli d'Ajace e il vostro cervello della stessa tempranon avreste preminenza su di luima sareste come Ajace.

AJACE: Posso chiamarvi padre?

NESTORE: Sìmio buon figliuolo.

DIOMEDE: Lasciatevi guidare da luisignor Ajace.

ULISSE: Non c'è da indugiare qui; il cervo Achille sta sodo al macchione. Piaccia al nostro gran generale di convocare tutto il suo concilio di guerra; nuovi re son giunti a Troia: domani dobbiamo star saldi con tutte le nostre forze: e qui è un maestro di milizia; vengano cavalieri da levante a ponente e scelgano il loro fioreAjace terrà testa al più valente.

AGAMENNONE: Andiamo al consiglio. Achille se ne dorma pure: leggeri palischermi veleggian velocisebbene scafi più grossi peschino profondo.

 

(Escono)

 

 

 

ATTO TERZO

 

SCENA PRIMA - Troia. Il Palazzo di Priamo

(Entrano PANDARO e un SERVO)

 

PANDARO: Amico! chi! vi pregouna parola: non siete voi del seguito del giovine signor Paride?

SERVO: Sìmesserequando cammina dinanzi a me.

PANDARO: Voglio direvoi dipendete da lui?

SERVO: Messereio dipendo dal signore.

PANDARO: Dipendete da un nobile gentiluomo; è mestieri ch'io lo iodi.

SERVO: Il signore sia lodato!

PANDARO: Mi conoscetenon è vero?

SERVO: Affémesseresuperficialmente.

PANDARO: Amicoimparate a conoscermi meglio. Io sono il signor Pandaro.

SERVO: Spero di conoscere Vostro Onore miglioreun giorno.

PANDARO: Lo desidero.

SERVO: Voi siete in istato di grazia.

PANDARO: Grazia! ohnoamicoOnore e Signoria sono i miei titoli.

(Musica di dentro) Che musica è questa?

SERVO: Non la conosco che in partemessere; è una musica in varie parti.

PANDARO: Conoscete i musici?

SERVO: In tutto e per tuttomessere.

PANDARO: Per chi suonano?

SERVO: Per gli ascoltanti messere.

PANDARO: Per piacere di chiamico?

SERVO: Pel miomesseree di coloro che amano la musica.

PANDARO: Dimandavoglio direamico.

SERVO: Chi debbo dimandaremessere?

PANDARO: Amiconon ci s'intende. Io son troppo cerimoniosoe tu sei troppo astuto. A richiesta di chi suonano costoro?

SERVO: Ora sì che ci siamomessere. Sìmesserea richiesta di Paride mio signore che è là in persona; con lui la Venere mortalecolei che è come il sangue del cuore della bellezzal'anima invisibile dell'amore...

PANDARO: Chimia nipote Cressida?

SERVO: NomessereElena: non siete riuscito a indovinarlo dai suoi epiteti?

PANDARO: Sembrerebbecompareche tu non avessi visto madonna Cressida. Io vengo a parlare con Paride da parte del principe Troilo:

vuo' fargli un assalto complimentosoché il mio affare è bollente.

SERVO: Affare bollente: ecco una frase da stufadavvero.

 

(Entrano PARIDE e ELENA con Seguito)

 

PANDARO: Belle cose a voimio signoree a tutta questa bella brigata! bei desideriuna bella misurabellamente li guidino!

specialmente a voiregina! bei pensieri siano il vostro bel guanciale!

ELENA: Caro signorevoi siete pieno di belle parole.

PANDARO: E' vostro bel piacere dirlodolce regina. Bel principeecco della buona musica partita.

PARIDE: Voi l'avete fatta partirecugino; esulla mia vitavoi la racconcerete di nuovo: la rappezzerete con un pezzo di vostra fattura.

Egli è pieno d'armoniaLenuccia.

PANDARO: Noveramentesignora.

ELENA: Ohsignore!

PANDARO: Stonatoin verità; sacrosanta veritàstonatissimo.

PARIDE: Ben dettomio signore! Be'così dite a tempo.

PANDARO: Ho una faccenda con monsignorecara regina. Monsignoremi consentite una parola?

ELENA: Noquesto non ci metterà alla porta: noi vi ascolteremo cantareper certo.

PANDARO: Benedolce reginavoi scherzate! Madiamineeccosignore: il mio caro signore e stimatissimo amicoTroilo vostro fratello...

ELENA: Monsignor Pandarosignor mio melato...

PANDARO: Viadolce reginavia... si raccomanda a voi molto affettuosamente.

ELENA: Non ci defrauderete della vostra melodia: se lo fateche la nostra malinconia ricada sul vostro capo!

PANDARO: Dolce reginadolce regina! ecco una dolce reginaaffé.

ELENA: E render triste una dolce signora è gran villania. Noquesto non vi servirà a niente; no davveroma che! Nodi tali parole io non mi curo; nono.

PANDARO: Emio signoreegli vi prega che se il re lo domandasse a cenafacciate le sue scuse.

ELENA: Monsignor Pandaro...

PANDARO: Che dice la mia dolce reginala mia dolcissima regina?

PARIDE: Che intrapresa ha tra mano? dove cena stasera?

ELENA: Nomamio signore...

PANDARO: Che dice la mia dolce regina? Mia nipote s'adirerebbe con voi. Voi non dovete sapere dov'egli cena.

PARIDE: Scommetterei la testa che è con colei che all'allegria mi disponeCressida.

PANDARO: Nononiente di questo; non date nel segno. Ecco qui: colei che all'allegria vi dispone è indisposta.

PARIDE: Sta benefarò le sue scuse.

PANDARO: Sìmio buon signore. Ma perché dovreste dir Cressida? nola vostra povera dispensatrice è indisposta.

PARIDE: Intravedo.

PANDARO: Intravedete! che cosa intravedete? Suvviadatemi uno strumento. Eccomi a voidolce regina.

ELENA: Ahquesto è fatto in cortesia.

PANDARO: Mia nipote è orribilmente innamorata d'una cosa che voi possedetedolce regina.

ELENA: Essa l'avràmesserepurché non sia il signor mio Paride.

PANDARO: Lui? noessa non ne vuole affatto; lei e lui fan due.

ELENA: L'unionedopo la disunionepotrebbe farli far tre.

PANDARO: Viavianon vuo' più sentir altro di questo. Ora vi canterò una canzone.

ELENA: Sìsìve ne prego. In fededolce signoretu hai una bella fronte.

PANDARO: Sicurocontinuate pure.

ELENA: Il tuo canto sia d'amore: questo amore ci disfarà tutti. O CupidoCupidoCupido!

PANDARO: L'amore! sarà proprio così.

PARIDE: Benissimo dunque: amoreamorenient'altro che amore.

PANDARO: E in fede miacomincia così. (Canta) Amoreamoreè amor che ci dismaga!

Poiché lo strale infiamma d'amore daino e damma; riduce in fin di vita pur senza far ferita ma vellicando tuttavia la piaga.

Gridan gli amantiahi! cuori infranti!

Ma qual pareva stral che ancide l'ahi ahi tramuta in: ahahih!.

E amor morendo vive e ride:

ahi! ahi! di quapoi: ihahah!

L'ahi ahi finisce in ahahah!

Olà!

ELENA: Innamoratodavverofino alla punta del naso.

PARIDE: Non mangia che colombel'amore; e codesto genera sangue caldoe il sangue caldo genera caldi pensierie i caldi pensieri generano calde azionie le calde azioni sono l'amore.

PANDARO: E' questa la generazione d'amore? caldo sanguecaldi pensieri e calde azioni? Ma codeste son vipere: è l'amore una generazione di vipere? Dolce signorechi va al campo quest'oggi?

PARIDE: EttoreDeifoboElenoAntenoree tutta la cavalleria di Troia: ben volentieri mi sarei armato quest'oggima la mia Lenuccia non l'ha voluto. Com'è che mio fratello Troilo non è ito?

ELENA: Fa il muso a qualche cosa: voi sapete tuttosignor Pandaro.

PANDARO: Io? nomelata regina. Bramo d'apprendere com'è andata loro quest'oggi. Vi rammenterete delle scuse di vostro fratello?

PARIDE: A capello.

PANDARO: Addiodolce regina.

ELENA: Raccomandatemi a vostra nipote.

PANDARO: Lo faròdolce regina.

 

(Esce. Suona la ritirata)

 

PARIDE: Son di ritorno dal campo: andiamo al palazzo di Priamo a salutare i guerrieri. Dolce Elenadebbo supplicarvi di aiutare a disarmare il nostro Ettore: le sue ostinate fibbietoccate da queste vostre bianche dita incantatriciobbediranno di più che non al filo dell'acciaio o alla forza di muscoli greci; voi farete di più che tutti i re delle isole: disarmerete Ettore.

ELENA: Ci sarà cagion d'orgoglio il servirloParide; sìl'omaggio che riceverà da noi ci darà maggior palma in bellezza di quanta non abbiamosìci conferirà maggior lustro.

PANDARO: O dolceio t'amo al di sopra d'ogni pensiero.

 

(Escono)

 

 

 

SCENA SECONDA - La stessa. Il verziere di Pandaro

(Entrano PANDARO e il Servo di TROILOe s'incontrano)

 

PANDARO: Ebbenedov'è il tuo padrone? da mia nipote Cressida?

SERVO: Nosignore; egli aspetta voi per esservi condotto.

 

(Entra TROILO)

 

PANDARO: Oheccolo che viene. E cosìe così?

TROILO: Gaglioffovattene!

 

(Il Servo esce)

 

PANDARO: Hai visto mia nipote?

TROILO: NoPandaro: passeggio presso alla sua portacome un'anima straniera sulle rive dello Stigeaspettando il traghetto. Ohsii tu il mio Carontee dammi un celere transito a quei campi dov'io possa sdraiarmi sulle aiuole di gigli promesse ai meritanti. O gentil Pandaro! Strappa dalle spalle di Cupido le sue ali variopintee con me vola da Cressida.

PANDARO: Passeggia qui nel verziere. Io te la condurrò subito.

 

(Esce)

 

TROILO: Mi sento le vertiginil'aspettativa mi dà il capogiro.

L'immaginato godimento è così dolceche incanta i miei sensi. Che sarà quando il rugiadoso palato gusterà davvero il tre volte raffinato nettare d'amore? la morteio temoun deliquio annientatoreo una gioia troppo finatroppo sottilmente potentetroppo acuta nella sua dolcezza perché le mie più grosse facoltà possan tollerarla: ecco quel che temoe temo pure di perder discernimento tra i miei gaudicome un battaglionequando carica alla rinfusa il nemico che fugge.

 

(Rientra PANDARO)

 

PANDARO: Essa si sta preparando; verrà tosto: ora ti conviene avere il cervel teco. Essa arrossisce tantoe le manca il fiato a tal segnocome se fosse stata atterrita dalla fantasima: vado a prenderla. E' la più leggiadra furfantella: ha il fiato così corto come un passero pur mo' chiappato.

 

(Esce)

 

TROILO: La stessa commozione stringe il mio senso: il mio cuore batte più fitto d'un polso febbricitante; e tutte le mie facoltà smarriscono il loro potere come un vassallo che inopinatamente incontri l'occhio del suo sovrano.

 

(Rientra PANDARO con CRESSIDA)

 

PANDARO: Viaviache bisogno avete d'arrossire? il pudore è un pargoletto. Eccola qui: fa' ora a lei i giuramenti che hai fatto a me.

Che! ve ne siete andata di nuovo? avete bisogno di veglia per diventar manieraeh? Fatevi innanzifatevi innanzi; se vi ritraete vi metteremo tra le stanghe. Perché non le rivolgi la parola? Suvviaalzate questa tendinae fateci veder la vostra pittura. Ahimè! come siete restia a offendere la luce del giorno; se fosse buiovi accostereste più celermente. Susu; tira di passatellae bacia il boccino! Oh dunque! un bacio in enfiteusi! fabbrica quicarpentiere; l'aria è dolce. Ohvi falleranno i cuori prima che io vi separi. Il falco vale il terzuoloper tutte le anatre del fiume: sotto! sotto!

TROILO: Mi avete privato della parolasignora.

PANDARO: Le parole non pagan debitidatele fatti; ma essa vi priverà pur dei fatti se mette la vostra attività alla prova. Che! di nuovo a far lezi? Ecco qua: "In testimonianza di che le parti scambievolmente"... Avantiavanti: io vo a procacciar del fuoco.

 

(Esce)

 

CRESSIDA: Volete entraremio signore?

TROILO: O Cressida! quante volte mi son desiderato a questo punto!

CRESSIDA: Desideratosignor mio? Gli dèi concedano... o mio signore!

TROILO: Che cosa dovrebbero concedere? Perché questa leggera interruzione? Qual sospettoso fondime scorge la mia dolce signora nella fonte del nostro amore?

CRESSIDA: Più fondime che acquase i miei timori hanno occhi.

TROILO: I timori fanno di cherubini diavoli non vedono mai secondo verità.

CRESSIDA: Il timore ciecoguidato dalla ragione veggenteva con passo più sicuro della cieca ragione che incespica senza timore:

temere il peggio spesso previene il male.

TROILO: Ohche la mia signora non concepisca timore alcuno: in tutto il trionfo di Cupido non è presentato alcun mostro.

CRESSIDA: E neanche niente di mostruoso?

TROILO: Null'altro fuorché le nostre promesse; quando giuriamo di pianger maridi vivere nel fuocod'inghiottire scoglidi mansuefare tigri; pensando esser più arduo per la nostra amante d'escogitare abbastanza imposizione che per noi di sottoporci a qualsiasi difficoltà imposta. Questa è la mostruosità d'amoremadonnache la volontà è infinitae l'esecuzione ristretta; che il desiderio è sconfinatoe l'atto schiavo del limite.

CRESSIDA: Dicono che tutti gli innamorati giurino d'eseguir più cose che non siano capacie pure riservino una capacità che essi non mettono mai ad esecuzione; promettendo di condurre a perfezione più di dieci e adempiendo meno della decima parte di uno. Quei che hanno voce di leone e agire di leprenon sono essi mostri?

TROILO: Vi sono di cotali? tali non siamo noi. Lodateci come siam saggiatiapprovateci secondo la prova che facciamo; il nostro capo andrà ignudo sinché il merito non l'incoroni. Nessun adempimento in aspettativa avrà un elogio presente: non daremo nome al merito prima della sua nascitae nato che siail suo aggiunto sarà umile. Poche parole per una schietta fede: Troilo sarà tale per Cressidache il peggio che l'invidia potrà dire sarà di schernire la sua fedeltà; e quel che la verità potrà dire di più veritiero non sarà più veritiero di Troilo.

CRESSIDA: Volete entraremio signore?

 

(Rientra PANDARO)

 

PANDARO: Comearrossite ancora? non avete ancora finito di conversare?

CRESSIDA: Ebbenezioqualunque sciocchezza io faccia la dedico a voi.

PANDARO: Ve ne ringrazio: se monsignore ha un bimbo da voilo darete a me. Siate fedele a monsignore: se egli si ritraerimproveratene me.

TROILO: Conoscete ora i vostri ostaggi; la parola di vostro zioe la mia ferma fede.

PANDARO: Be'vuo' dar la mia parola anche per lei. Le donne della nostra casatase sono lente a cedere ai corteggiamentison costanti una volta guadagnate: son come le lappole; s'attaccano dove son gittate.

CRESSIDA: Ora mi vien l'ardiree m'incuora. Principe Troiloio v'ho amato giorno e notte per molti uggiosi mesi.

TROILO: Perché dunque la mia Cressida è stata così difficile a vincere?

CRESSIDA: Difficile a sembrar vinta; ma io sono stata vintamio signoreal primo sguardo che mai... perdonatemi... se io confesso moltovoi farete il tiranno. Ora io ho amore per voi; mafino ad oranon tanto che io non potessi padroneggiarlo: in fedeio mentisco; i miei pensieri eran come fanciulli sfrenatidivenuti troppo caparbi per la loro madre. Vedete che sciocche siamo! Perché ho chiacchierato? chi sarà leale con noiquando noi siamo così indiscrete verso noi stesse? Mabenché io v'amassi di cuorenon vi feci profferte; purein fede miadesideravo d'essere un uomoo che noi donne avessimo il privilegio degli uominidi parlare per prime.

Mio dolce amicoordinatemi di frenare la lingua; che in questo rapimento io certo dirò cosa di cui avrò a pentirmi. Vedetevedete!

il vostro silenzioastuto nella sua mutezzastrappa alla mia fragilità l'anima stessa del mio consiglio. Chiudetemi la bocca.

TROILO: Così faròbenché ne esca una musica soave.

PANDARO: Carinoaffe'!

CRESSIDA: Mio signorevi supplico di perdonarmi; non era mia intenzione di mendicare così un bacio: ne ho vergogna; o cieli! che ho fatto! Per questa volta prenderò commiato da voimio signore.

TROILO: Commiatodolce Cressida?

PANDARO: Commiato! se voi prendete commiato fino a domattina...

CRESSIDA: Vi pregocontentatevi.

TROILO: Che cosa vi offendesignora?

CRESSIDA: Messerela mia propria compagnia.

TROILO: Non potete evitare voi stessa.

CRESSIDA: Lasciate che io me ne vada e ne faccia prova. Ho un genere di me che risiede con voi; però per me sì ingenerosoche vuole abbandonar se stesso per esser lo zimbello d'un altro. Dov'è il mio senno? Vorrei esser partita. Non so quel che mi dico.

TROILO: Ben sanno quel che dicono color che parlano sì saviamente.

CRESSIDA: Forsesignor mioio mostro più astuzia che amoree mi son lasciata trascorrere appieno a sì ampia confessioneper prendere all'amo i vostri pensieri; ma voi siete savioossia non amateperché esser savio e amare eccede il potere dell'uomo; codesto s'appartiene agli dèi superni.

TROILO: Ohse io pensassi che fosse in potere d'una donna (ese lo èlo voglio presumere in voi) d'alimentar per sempre la lampada e i fuochi del suo amoredi conservar giovine la sua impegnata fede sì che sopravviva all'esteriore bellezzacon un animo che si rinnovella più celermente che il sangue non si stempri: o se questa convinzione potesse persuadermiche la mia lealtà e fedeltà a voi potessero trovare la pariglia e il contrappeso d'una così vagliata purezza d'amore: come ne sarei allora esaltato! ma ahimè! io son così schietto come la semplicità della schiettezzae più semplice dell'infanzia della schiettezza.

CRESSIDA: In codesto io guerreggerò con voi.

TROILO: O virtuosa lotta! quando la drittura guerreggia con la drittura a chi sarà la più dritta. I fedeli garzoni innamorati nei secoli venturi attesteranno la lor fede nel nome di Troilo: quando le loro rimepiene di protestedi giuramentidi grandi comparazionisaranno a corto d'immaginila fedeltà stancandosi di ripetere d'esser "schietta come l'acciarofedele come le piante alla lunacome il sole al giornocome la tortora al compagnocome il ferro alla calamitacome la terra al suo centro"eccodopo tutte le comparazioni di fedeltàquasi per citare l'autentico autore della fedefedele come Troilocoronerà i versi e santificherà i loro numeri.

CRESSIDA: Possiate esser profeta! Se io sono dislealeo m'allontano d'un capello dalla fedeltàquando il tempo sarà invecchiato e avrà dimenticato se stessoquando le gocce d'acqua avran consumato i sassi di Troiae il cieco oblìo avrà divorato cittàe stati possenti senza lasciar traccia si saranno sbriciolati in polveroso nullapure la memoriad'infedele a infedeletra le donzelleinfedeli in amorerimproveri la mia infedeltà! quando avran detto "malfida come l'ariacome l'acquail vento o la terra sabbiosacome la volpe all'agnellocome il lupo al nato della giovencacome il leopardo alla cervao la matrigna al figliastro"sìaggiunganoper colpire al cuore la falsitàperfida come Cressida.

PANDARO: Suvviaaffare concluso; apponeteviapponetevi il suggello:

io sarò il testimonio. Eccoio tengo la tua manoed ecco quella di mia nipote. Se mai vi mostrate infedeli l'uno all'altradopo che mi son preso tante pene per unirvi insiemeche tutti i miseri ruffiani sian chiamati col mio nome fino alla fine del mondo; si chiamino tutti Pandari; tutti gli uomini costanti sian Troilitutte le donne infedeli Cressidee tutti i mezzani Pandari! Dite amen.

TROILO: Amen.

CRESSIDA: Amen.

PANDARO: Amen. Dopo di che io vi mostrerò una camera con un lettoil quale lettoperché non abbia a parlare dei vostri leggiadri certamischiacciatelo a morte: suvvia! E Cupido conceda a tutte le fanciulle qui che han la lingua legataun lettouna camerae un Pandaro che apparecchi questa faccenda.

 

(Escono)

 

 

 

SCENA TERZA - Il Campo greco

(Entrano AGAMENNONEULISSEDIOMEDENESTOREAJACEMENELAO e CALCANTE)

 

CALCANTE: Orbeneprincipipei servigi che vi ho resol'occasione m'incita a gran voce a chiedere ricompensa. Rappresentatevi alla mente che per via della visione che io ho delle cose futureho abbandonato Troialasciato i miei possessiincorso nel nome di traditoreesposto me stessoin luogo di beni certi e godutia dubbie sorti; alienando da me tutto ciò che il tempola conoscenzala consuetudinee la condizione avevan reso intrinseco e familiare alla mia natura; e qui per servirvison divenuto come nuovo al mondoestraneosconosciuto: vi supplicoa mo' d'assaggiodi darmi un piccolo beneficio di tra quei molti registrati nelle promessei qualivoi ditevivono per tornare a mio vantaggio.

AGAMENNONE: Che vuoi da noiTroiano? fa' dimanda.

CALCANTE: Voi avete un prigioniero troiano chiamato Antenorepreso ieri: Troia lo tiene in gran conto. Spesso voi avetee spesso ne avete avuto graziedesiderato la mia Cressida in ben cospicuo cambiola quale Troia ha sempre negato; ma codesto Antenore è un tal cavicchio nelle loro faccendeche tutte le loro negoziazioni debbono rilassarsimancando il suo maneggio; ed essi vogliono darci quasi un principe di sangueun figlio di Priamoin cambio di lui: mandateloo grandi principied egli comprerà mia figlia; e la presenza di lei cancellerà affatto ogni servigio che io ho reso con ben accetta fatica.

AGAMENNONE: Diomede lo conducae ci meni qui Cressida: Calcante avrà quel che ci domanda. Buon Diomedeapprestatevi acconciamente per questo scambio; e insieme sappiateci riferire se Ettore intende domani trovar risposta a questa sfida: Ajace è pronto.

DIOMEDE: Codesto io faròed è un incarico a cui io sono orgoglioso di sobbarcarmi.

 

(Escono Diomede e Calcante)

(Appaiono ACHILLE e PATROCLO dinanzi alla loro tenda)

 

ULISSE: Achille sta sull'ingresso della sua tenda: piaccia al nostro generale di passare a mo' d'estraneo dinanzi a luicome se egli fosse dimenticato; e voiprincipi tuttilanciate a lui uno sguardo negligente e distante: io verrò per ultimo. E' probabile che egli mi chiederà perché si posino su di lui occhi sì disapprovanti: se è così io ho un medicinal divisamento da usare tra la vostra sostenutezza e il suo orgoglioche egli non dimanderà di meglio che di bere. Ciò potrebbe giovare: l'orgoglio non ha altro specchio per vedersi fuorché l'orgoglioché pieghevoli ginocchi alimentano l'arroganza e sono il guiderdone del superbo.

AGAMENNONE: Eseguiremo la vostra ideae assumeremo un'aria di sostenutezza mentre passiamo dinanzi: così faccia ciascun signoree o non lo salutiovvero lo saluti sdegnosamenteil che lo scuoterà più che di non esser guardato. Faccio strada.

ACHILLE: Che! il generale viene a parlarmi? Conoscete il mio animo; io non vuo' più combattere contro Troia.

AGAMENNONE: Che dice Achille? vuol egli qual cosa da noi?

NESTORE: Vorreste qualcosa dal generalemio signore?

ACHILLE: No.

NESTORE: Nullasignor mio.

AGAMENNONE: Meglio così.

 

(Escono Agamennone e Nestore)

 

ACHILLE: Buon giornobuon giorno.

MENELAO: Addioaddio.

 

(Esce)

 

ACHILLE: Cosa? il becco mi disprezza?

AJACE: Come vaPatroclo?

ACHILLE: Buon giornoAjace.

AJACE: Eh?

ACHILLE: Buon giorno.

AJACE: Sìe buon proseguimentoanche!

 

(Esce)

 

ACHILLE: Che voglion dire costoro? Non riconoscono Achille?

PATROCLO: Passan oltre come estranei: solevano inchinarsie farsi precedere presso Achille dai loro sorrisi; venire così umili come usavano strisciare dinanzi ai santi altari.

ACHILLE: E che? son divenuto povero ultimamente? E' certo che la grandezzauna volta che sia caduta di grazia alla fortunadeve anche cader di grazia agli uomini: quel che egli siail decaduto lo leggerà così presto negli occhi altrui come lo sentirà nella sua propria caduta; ché gli uominia mo' delle farfallenon mostrano le loro ali infarinate che alla buona stagionee non v'è uomo cheper essere semplicemente uomoriceva onorema viene onorato per quegli onori che sono fuori di luiquali la posizionela ricchezza e il favorepremi del caso altrettanto spesso che del merito: e quand'essi cadonoda quei labili sostegni che sonoe l'affetto che su di essi s'appoggiava è labile altrettantol'uno tira giù l'altro e insieme periscono nella caduta. Ma cosi non è di me: la fortuna ed io siamo amici: io godo in piena misura di tutto ciò che possedevo eccetto che degli sguardi di costoro; i qualisembrascoprono in me qualcosa che non è degno di quell'insigne riguardo che sì spesso mi han tributato.

Ecco qui Ulisse: vuo' interrompere la sua lettura. EbbeneUlisse!

ULISSE: Ebbenegran figlio di Teti!

ACHILLE: Che cosa state leggendo?

ULISSE: Uno spirito bizzarro mi scrive qui: "L'uomo per riccamente dotato che siaper cospicuo che sia il suo avere esteriore o interiorenon può menar vanto di avere quello che egli hané sente quel che egli possiede se non per riflessione; come quando le sue virtù splendendo su altri li scaldano e rifrangono di nuovo quel calore sull'originatore primo".

ACHILLE: Questo non è bizzarroUlisse. La bellezza che qui si porta sul voltoil portatore non la conoscema si raccomanda agli occhi degli altri: l'occhio stessoquel purissimo spirito dei sensinon si vedenon uscendo di se medesimo; ma se occhio s'oppone ad occhiosi salutan tra loro colla lor rispettiva forma; ché la contemplazione non si volge su di sé finché non abbia viaggiatoe non si sia sposata laddove può vedere se stessa. Codesto non è affatto bizzarro.

ULISSE: Non è la proposizione che io trovo ostica: essa è familiare; ma la conclusione dell'autoreche nella sua disamina espressamente dimostra che nessun uomo è padrone di nullaper quanta consistenza ci sia in lui o per via di luifinché egli non comunichi ad altri le sue doti; né egli da sé se ne fa un'idea finché non le veda prender forma nell'applauso che le divulgail qualecome un arcoriverbera la voceo come una porta d'acciaio prospiciente il solericeve e restituisce la sua immagine e il suo calore. Molto rimasi assorto io in questoe immediatamente vi lessi il caso dell'oscuro Ajace. Cieliche uomo è costui! proprio un cavallo che reca non sa cosa. O Naturaquante cose vi sonobasse nell'opinionee preziose nell'uso! E quanted'altrondepreziosissime nella stima e povere in valore!

Vedremo dunque domani - per un atto gittatogli dal mero caso - Ajace venire in fama! O cieli! che cosa fanno certi uominimentre altri tralasciano di fare! Come certuni strisciano nel palazzo della capricciosa Fortunamentre gli altri fanno gl'idioti sotto gli occhi di lei! Come uno si mangia l'orgoglio d'un altromentre l'orgoglio digiuna nella sua bizzarria! Bisogna vederli quei condottieri greci!

di già batton sulla spalla quello zoticone d'Ajacequasiché il suo piede fosse sul petto del prode Ettoree la superba Ilio ululasse.

ACHILLE: Lo credo; ché essi mi son passati accanto come fan gli avari coi mendichiné mi han dato una parola o un'occhiata benigna: comeson le mie opere dimenticate?

ULISSE: Il Temposignor mioha una bisaccia sul gropponedove mette elemosine per l'oblìoenorme mostro d'ingratitudine: quegli avanzi sono buone opere passate; le quali son divorate sì tosto che fattee dimenticate non appena compiute: la perseveranzasignor mio caroconserva l'onore rilucente: aver fatto è star appeso fuor di modacome rugginosa armatura in monumentale dileggio. Mettetevi senz'altro in cammino; ché l'onore precorre una stretta sì angusta che uno solo può andarvi di fronte: tenete poi il sentieroché l'emulazione ha mille figli che s'incalzano un dopo l'altro: se cedete il passoo vi ritraete dal diritto camminocome una marea penetrata essi vi si precipitano innanzi e vi lasciano ultimo; o come un generoso cavallo caduto nella prima filavoi giacete là a far da pavimento alla vil retroguardiatravolto e calpesto: poiché quel che essi fanno in presentebenché minore dell'opera vostra passatadeve soverchiarla; che il Tempo è come un ospite alla modache stringe appena la mano al convitato che partee con le braccia spalancatecome se volesse volareabbranca quello che arriva: l'accoglienza sorride sempree l'addio se ne va sospirando. Ohla virtù non cerchi rimunerazione per ciò che è stataperché la bellezzal'ingegnogl'illustri nataliil vigore delle ossail merito di serviziol'amorel'amiciziala carità son tutti soggetti all'invido e calunnioso Tempo. Un tratto di natura fa tutti gli uomini d'una razzache tutti ad una voce elogiano i nuovi trastullibenché sian fatti e foggiati di cose passatee danno alla polvere che sia un po' dorata più lodi che all'oro coperto di polvere. L'occhio presente elogia il presente oggetto: sicché non meravigliartitu uomo grande e completose tutti i Greci cominciano ad adorare Ajace; dacché le cose che si muovono attirano più l'occhio di ciò che sta fermo. Il grido andava un tempo a tee ancora potrebbee pur potrà di nuovose tu non volessi seppellirti vivoe insaccare la tua reputazione nella tua tenda; tu le cui gloriose gestarecentemente compiute su questi campihan creato emule missioni tra gli stessi dèie han spinto il grande Marte a parteggiare.

ACHILLE: Ho forti ragioni per questa mia secessione.

ULISSE: Ma contro la vostra secessione le ragioni son più potenti ed eroiche. E' notoAchilleche siete innamorato di una delle figlie di Priamo.

ACHILLE: Come? noto?

ULISSE: C'è da meravigliarsi? La provvidenza che è in uno Stato oculato conosce quasi ogni grano dell'oro di Plutotrova il fondo degli abissi inscandagliabiliva d'un passo col pensieroe quasicome gli dèisvela i pensieri nelle lor mute culle. V'è nell'anima dello Stato un misterodi cui non v'è relazione che osi immischiarsiche ha operazione più divina di quanto il fiato o la penna non possano esprimere. Tutto il commercio che voi avete avuto con Troia è tanto perfettamente cosa nostra che vostrasignore; e meglio assai converrebbe ad Achille di metter colla schiena a terra Ettore anziché Polissena; ma dovrà dolere al giovine Pirro che è ora in patriaquando la fama suonerà la tromba nelle nostre isolee tutte le fanciulle greche canteran danzando: "la sorella del grande Ettore ha vinto Achillema il nostro grande Ajace ha valorosamente abbattuto lui". Addiosignore: io parlo come uno che v'ama; lo sciocco scivola sul ghiaccio che voi dovreste rompere.

 

(Esce)

 

PATROCLO: In tal sensoAchilleio ti ho sollecitato. Una donna divenuta impudente e mascolina non è più aborrita d'un uomo effeminato in tempo d'azione. Di questo si dà a me la colpa: pensano che il mio scarso gusto per la guerra e il tuo grande amore per me così ti rattengano. Mio dolce amicolevati; e il languido lascivo Cupido scioglierà dal tuo collo il suo amoroso laccioe come una goccia di rugiada scossa dalla criniera del leonesi dissolverà in aria.

ACHILLE: Ajace dunque combatterà con Ettore?

PATROCLO: Sì; e forse riceverà per lui molto onore.

ACHILLE: Vedo che la mia reputazione è a repentaglio; la mia fama è malignamente trafitta.

PATROCLO: Ohsta' dunque in guardia! Male guariscono le ferite che l'uomo si fa da sé: l'omissione di fare ciò che è necessario suggella carta bianca al pericolo; e il pericolocome il ribrezzo della quartanasottilmente assale anche quando sediamo pigri nel sole.

ACHILLE: Va' a cercarmi Tersitedolce Patroclo: manderò il giullare da Ajace a pregarlo d'invitare i signori troiani dopo il combattimento a venirci a trovare qui senz'armi. Ho una voglia donnescaun appetito che mi dà la nauseadi vedere il grande Ettore nelle sue vesti di pace; parlar con lui e contemplarne il visofinché ne abbia sazi gli occhi. Ecco una fatica risparmiata!

 

(Entra TERSITE)

 

TERSITE: Un miracolo!

ACHILLE: Che cosa?

TERSITE: Ajace va su e giù pel campo in cerca di se stesso.

ACHILLE: E come?

TERSITE: Domani deve combattere in singolar tenzone con Ettore ed è sì profeticamente orgoglioso d'un'eroica bastonatura che farnetica senza dir nulla.

ACHILLE: Come può esser ciò?

TERSITE: Giàfa la ruota su e giù come un pavoneun passo e una fermata; rumina come un'ostessa che non ha altra aritmetica che il suo cervello per fare i conti; si morde il labbro con un'aria astutacome chi dicesse: "Ci sarebbe senno in questa testase volesse uscirne"; e ve n'è infatti ma giace in lui così freddo come il fuoco nella selceche non si mostra senza picchiare. Quell'uomo è finito per sempreperchése Ettore non gli rompe il collo nel combattimentose lo romperà lui da sé con la vanagloria. Non mi riconosce: io gli ho detto: "Buongiorno Ajace"e lui risponde: "GrazieAgamennone". Che pensate di costui che mi prende pel generale? E' diventato un pesce fuor d'acquaprivo di favellaun mostro. Maledetta la rinomanza! uno può portarla di tutti e due i versicome un farsetto di cuoio.

ACHILLE: Tu devi essere il mio ambasciatore a luiTersite.

TERSITE: Chiio? ma se egli non vuol rispondere a nessuno; ei professa il non rispondere; parlare è da pezzenti; lui ha la lingua nelle braccia. Vuo' assumere la sua persona: che Patroclo mi rivolga delle domandevedrete lo spettacolo di Ajace.

ACHILLE: DaiPatroclo: digli che io umilmente richiedo il prode Ajace d'invitare il valorosissimo Ettore a venire senz'armi alla mia tenda; e di procurargli un salvacondotto per la sua persona dal magnanimoillustrissimoe sei o sette volte onorevole capitano generale dell'esercito grecoAgamennoneeccetera. Digli questo.

PATROCLO: Giove benedica il grande Ajace!

TERSITE: Uhm!

PATROCLO: Vengo da parte del degno Achille...

TERSITE: Ah!

PATROCLO: Che umilissimamente vi richiede d'invitare Ettore alla sua tenda...

TERSITE: Uhm!

PATROCLO: E di procurargli un salvacondotto da Agamennone.

TERSITE: Agamennone!

PATROCLO: Sìmio signore.

TERSITE: Ah!

PATROCLO: Che rispondete a questo?

TERSITE: Che Dio sia con voicon tutto il cuore.

PATROCLO: La vostra rispostamessere.

TERSITE: Se domani è una bella giornataalle undici andrà in un modo o nell'altro; comunquemi pagherà caro prima d'avermi.

PATROCLO: La vostra rispostamessere.

TERSITE: State benecon tutto il cuore.

ACHILLE: Vianon è mica su questo tonoeh?

TERSITE: Noma è fuor di tono così. Qual musica sarà in lui quando Ettore gli avrà fatto schizzar fuori il cervellonon sonessunason certoa meno che il violinista Apollo non prenda i suoi nervi per farne minugie.

ACHILLE: Suvviagli porterai subito una lettera.

TERSITE: Fatemene portare un'altra al suo cavallochedei dueè l'animale più intelligente.

ACHILLE: La mia mente è torbida come una fonte agitataed io stesso non ne vedo il fondo.

 

(Escono Achille e Patroclo)

 

TERSITE: Fosse la fonte della vostra mente di nuovo chiarache io potessi abbeverarvi un somaro! Vorrei esser piuttosto zecca in una pecorache sì prode ignoranza.

 

(Esce)

 

 

 

ATTO QUARTO

 

SCENA PRIMA - Troia. Una strada

(Entrano da un lato ENEA e un Servo con una torcia; dall'altro PARIDEDEIFOBOANTENOREDIOMEDEed altri con torce)

 

PARIDE: Guardateoh! chi è laggiù?

DEIFOBO: E' il signor Enea.

ENEA: E' costà il principe in persona? Se io avessi così buona occasione di starmene a giacere quale avete voiprincipe Paridesoltanto un celestial negozio potrebbe privare della mia società la mia compagna di letto.

DIOMEDE: Questo è pure il mio pensiero. Buon giornosignor Enea.

PARIDE: Un valoroso grecoEnea; prendete la sua mano; ne sia prova il tenore del vostro discorsoin cui narraste come Diomedegiorno per giorno per un'intera settimanavi fu addosso sul campo di battaglia.

ENEA: Salute a voiprode messeredurante i parlari della gentil tregua; ma quando io v'incontri armatotal nera sfida quale il mio animo possa pensare o il mio coraggio eseguire.

DIOMEDE: L'una e l'altra Diomede abbraccia. Il nostro sangue è ora calmoefinché sia talesalute! Ma si incontrino contesa e occasioneper Giovefarò il cacciatore della tua vita con tutta la mia forzail mio accanimentoe la mia astuzia.

ENEA: E tu caccerai un leoneche fuggirà con la faccia all'indietro.

Orain umana gentilezzabenvenuto a Troia! per la vita d'Anchisebenvenuto davvero! Per la mano di Venere io giuronessun vivente può così amare l'essere che egli intende d'uccidere più eccellentemente.

DIOMEDE: Siamo d'uno stesso animo. O Giovefa' che Enea vivase il suo fato non debba esser la gloria della mia spadamille complete rivoluzioni solari! Maper il mio bramoso onorefallo morireogni suo membro una piagae ciò domani!

ENEA: Ci conosciamo bene.

DIOMEDE: Sìe aneliamo di conoscerci peggio.

PARIDE: Questo è il più dispettoso gentil salutoil più nobile odioso amoredi cui io abbia mai udito. Quale faccendasignoredi sì buon'ora?

ENEA: Il re mi ha mandato a chiamarema perché non so.

PARIDE: Il suo disegno vi si fa incontro: era di condurre questo Greco alla casa di Calcantee di consegnargli colàin cambio del liberato Antenorela bella Cressida. Dateci la vostra compagniaose vi piaceprecedeteci colà sollecitamente. Io penso per fermoo piuttosto chiamo il mio pensiero conoscenza certache mio fratello Troilo si trova là stanotte: svegliatelo e dategli notizia della nostra venuta con tutta la spiegazione del suo motivo: temo che saremo assai mal ricevuti.

ENEA: Questo io v'assicuro: egli preferirebbe che Troia fosse portata in Greciaanziché Cressida portata via da Troia.

PARIDE: Non c'è rimedio; così vuole l'acerba disposizione dei tempi.

Orsùsignore; noi vi seguiremo.

ENEA: Buon giorno a tutti.

 

(Esce)

 

PARIDE: E diteminobile Diomedein fededitemi veracementeproprio da schietto sodalechia vostro pareremerita di più la bella Elenaio o Menelao?

DIOMEDE: Entrambi egualmente: ben merita d'averla egli che la cercasenza farsi scrupolo alcuno della sua macchiaa prezzo di tale un inferno di pena e mondo d'affannoe voi altrettanto di serbarlavoi che la difendetesenza sentire il sapore del suo disonorea prezzo di sì costosa perdita di ricchezza e d'amici: eglicome un piangoloso beccovorrebbe bere la feccia e il fondiglio d'un barile che ha perso il razzente; voicome un lussuriosovi compiacete di generare da puttaneschi lombi i vostri eredi; a pesarli i vostri meriti si bilancianoma lui come lui ha il tracollo per via d'una puttana.

PARIDE: Siete troppo aspro con la vostra compatriota.

DIOMEDE: Essa è aspra alla sua patria. AscoltatemiParide: per ogni perfida goccia nelle sue vene di baldracca s'e spenta la vita d'un Greco; per ogni scrupolo del suo contaminato peso di carogna è stato ucciso un Troiano. Da quando è stata capace di parlare essa non ha dato fiato a tante parole buone quanti sono i Greci e i Troiani che han sofferto per lei la morte.

PARIDE: Bel Diomedevoi fate come gli avventoribiasimate la cosa che desiderate di comprare; ma noi in silenzio teniamo in gran conto questa virtù: non vanteremo quello che intendiamo di vendere. Di qui è il nostro cammino.

 

(Escono)

 

 

 

SCENA SECONDA - La stessa. Cortile della casa di Pandaro

(Entrano TROILO e CRESSIDA)

 

TROILO: Mia caranon disturbarti: la mattina è fredda.

CRESSIDA: Alloramio dolce signorechiamerò giù mio zio; lui disserrerà le porte.

TROILO: Non lo disturbare; a lettoa letto! il sonno uccida quegli occhi leggiadrie dia ai tuoi sensi sì soave sequestro com'è quello dei pargoliscevro d'ogni pensiero!

CRESSIDA: Buon giornoallora.

TROILO: Ora ti pregoa letto!

CRESSIDA: Sei stanco di me?

TROILO: O Cressidanon fosse che il giorno affaccendatodesto dall'allodolaha suscitato le sboccate cornacchiee che la sognante notte non consente più a celare le nostre gioieio non me ne andrei via da te.

CRESSIDA: La notte è stata troppo breve.

TROILO: Maledetta strega; cogli scellerati essa sta a tediocome l'infernoma fugge gli amplessi dell'amore con ali più istantanee del pensiero. T'infredderaie mi maledirai.

CRESSIDA: Ti pregotrattienti: voi uomini non volete mai trattenervi.

O sciocca Cressida! Avrei potuto stare ancora sulle miee allora ti saresti trattenuto. Ascolta! su c'è qualcuno.

PANDARO (di dentro): Che? tutte le porte sono aperte qui?

TROILO: E' tuo zio.

CRESSIDA: Lo colga la peste! ora se ne farà beffe: bel tempo avrò io!

 

(Entra PANDARO)

 

PANDARO: Ebbeneebbene! come vanno le verginità? Eccovi quaverginella! dov'è mia nipote Cressida?

CRESSIDA: Andate a impiccarvibeffardo ziaccio! Mi spingete a fare...

e poi mi date anche la baia.

PANDARO: A far cosa? a far cosa? lo dica dunque: che cosa vi ho spinta a fare?

CRESSIDA: Viaviamaledetto il vostro cuore! voi non sarete mai buononé soffrirete che altri lo sia.

PANDARO: Ahah! Ohimèpoverina! povera "capocchia"! non hai dormito stanotte? non l'ha voluta lasciar dormireomaccio che non era altro?

il lupo mannaro se lo pigli!

 

(Bussano di dentro)

 

CRESSIDA: Non te l'ho detto? Ohse picchiassero sul suo capo! Chi è alla porta! andate a vedereziettoMio signoreritornate nella mia camera: voi sorridete e mi burlatecome se io vi mettessi un'intenzione sconveniente.

TROILO: Ahah!

CRESSIDA: Viav'ingannateio non penso a una tal cosa. (Bussano di dentro) Con che fervore picchiano! Vi pregorientrate: non vorrei per la metà di Troia che voi foste veduto qui.

 

(Escono Troilo e Cressida)

 

PANDARO: Chi è? che c'è? volete buttar giù la porta? Ebbeneche c'è?

 

(Entra ENEA)

 

ENEA: Buon giornomesserebuon giorno.

PANDARO: Chi è? monsignore Enea! in verità non vi avevo riconosciuto:

che notizie recate così di buon'ora?

ENEA: Non è qui il principe Troilo?

PANDARO: Qui! a che fare?

ENEA: Viaegli è quisignorenon lo negate: è molto importante per lui di parlare con me.

PANDARO: E' quivoi dite? è più di quel che io non sappiavi giuro:

quanto a me son tornato a casa tardi. E che cosa ci starebbe a fare?

ENEA: Chi? be'be'... viaviagli nuocerete senza accorgervene. Gli sarete fedele al punto di tradirlo. Non sappiate nulla di luima nondimeno fatemelo venir qui; andate.

 

(Entra TROILO)

 

TROILO: Ebbeneche c'è?

ENEA: Signoreho appena agio di salutarvitanto è urgente la mia faccenda: stan per giungere Paride vostro fratelloe Deifoboil greco Diomedee il nostro Antenore che ci vien consegnato; in cambio di luisenz'altroinnanzi il primo sacrificio entro quest'oradobbiamo rimettere nelle mani di Diomede madonna Cressida.

TROILO: Così è stato concluso?

ENEA: Da Priamo e dal consiglio generale di Troia: essi stan per giungere e son pronti a mandare la cosa ad effetto TROILO: Come il mio successo si prende giuoco di me! Vado a incontrarli: emonsignore Eneaci siamo incontrati per caso; voi non mi avete trovato qui; andate.

ENEA: Benebenesignore; i segreti della natura non sono dotati di più taciturnità.

 

(Escono Troilo ed Enea)

 

PANDARO: E' mai possibile? conquistata appena e già perduta? il diavolo si prenda Antenore! Il giovane principe ne impazzirà. La peste colga Antenore! Gli avessero rotto il collo!

 

(Rientra CRESSIDA)

 

CRESSIDA: Ebbeneche c'è? Chi era qui?

PANDARO: Ohoh!

CRESSIDA: Perché sospirate così profondamente? dov'è il mio signore?

se n'è andato! Ditemidolce zioche cosa c'è?

PANDARO: Potessi essere tanto giù sotto terra quanto son di sopra!

CRESSIDA: O numi! che cosa c'è?

PANDARO: Ti pregorientra. Non fossi tu mai nata! Lo sapevo che saresti stata la sua morte. Ohpovero signore! la peste colga Antenore!

CRESSIDA: Mio buono ziov'imploroin ginocchio v'imploroche cosa c'è?

PANDARO: Devi andarteneragazzadevi andartene; sei data in cambio di Antenore. Devi andar da tuo padree allontanarti da Troilo: sarà la sua morte; sarà la sua rovina: egli non potrà sopportarlo.

CRESSIDA: O dèi immortali! io non andrò.

PANDARO: Tu devi.

CRESSIDA: Non vogliozio; ho dimenticato mio padre; non ho niun sentimento di consanguineità; nessun parentenessun amorenessun sanguenessun'anima che sia così vicina a me come il dolce Troilo. O numi divini! fate del nome di Cressida il colmo della perfidia se essa mai abbandona Troilo! Tempoforzae morteassoggettate questo corpo a tutti i vostri rigori; ma la salda base e fabbrica del mio amore è come il centro stesso della terrache attira a sé ogni cosa. Mi ritiro a piangere...

PANDARO: Va'va'.

CRESSIDA: A strapparmi i lucenti capellia graffiarmi queste celebrate guancea spezzare coi singhiozzi la mia limpida vocea infrangere il mio cuore a forza di gridar: Troilo. Non voglio andarmene da Troia.

 

(Escono)

 

 

 

SCENA TERZA - La stessa. Dinanzi alla casa di Pandaro

(Entrano PARIDETROILOENEADEIFOBOANTENOREe DIOMEDE)

 

PARIDE: E' giorno altoe celermente s'approssima l'ora prefissa per la consegna di lei a questo valoroso Greco. Mio buon fratello Troilodite alla signora quel ch'essa deve faree sollecitatela all'uopo.

TROILO: Entrate nella sua casa: io la condurrò al Greco immantinente:

e quando io la consegno nelle sue maniconsiderale un altaree tuo fratello Troilo un sacerdote che vi offre il suo proprio cuore.

PARIDE: Io so che cosa sia l'amoree vorrei poterlo soccorrere come lo compiango! Vi pregoentratesignori.

 

(Escono)

 

 

 

SCENA QUARTA - La stessa. Una camera nella casa di Pandaro

(Entrano PANDARO e CRESSIDA)

 

PANDARO: Moderatevimoderatevi!

CRESSIDA: Perché mi parlate di moderazione? Il dolore che io assaggio è squisitopienoperfettoe imperversa con un affetto così veemente come quello che lo causa. Come posso moderarlo? Se potessi temporeggiare con la mia passioneo stemperarla in un sapore debole e più freddopotrei dare al mio dolore la stessa indignazionema il mio amore non ammette alcuna lega che lo sviliscae neppure il mio dolore in sì preziosa perdita.

 

(Entra TROILO)

 

PANDARO: Eccoloeccoloeccolo che viene. Ahdolci tortorini !

CRESSIDA: OhTroilo. Troilo!

 

(Lo abbraccia)

 

PANDARO: Che paio di dolenti! Vuo' abbracciarli anch'io. "O cuore"come dice la bella canzone...

"O cuoreoppresso cuoreperché sospiri senza essere infranto?" ed esso risponde:

"Perché non puoi sfogare il tuo dolore con amicizia o col dar voce al pianto".

Non c'è mai stata rima più vera. Non gittiam via nullaché tempo verrà in cui potremo aver bisogno di tali versi: lo vediamolo vediamo. Ebbeneagnellini miei!

TROILO: Cressidaio t'amo con sì vagliata purezzache i beati numicome irati con la mia passionepiù accesa in zelo della devozione che fredde labbra esalano alle loro deitàti strappano via da me.

CRESSIDA: Son gelosi gli dèi?

PANDARO: Giàgiàè un caso troppo evidente.

CRESSIDA: Ed è vero che io debbo andarmene da Troia?

TROILO: E' un'odiosa verità.

CRESSIDA: Comee anche da Troilo?

TROILO: Da Troia e da Troilo.

CRESSIDA: E' mai possibile?

TROILO: E incontanente; onde l'offesa della sorte respinge commiatoscansa ruvidamente ogni indugiobrutalmente defrauda le nostre labbra d'ogni rigiugnimentoa forza impedisce i nostri allacciati abbraccistrangola i nostri cari voti pur mentre nascono dal nostro travagliato respiro. Anche noiche con tante migliaia di sospiri ci siamo comprati l'un l'altradobbiamo venderci a vil prezzo con la rude brevità ed emissione d'un solo. Il tempo ingiurioso ora con la fretta d'un ladro affardella alla rinfusa il suo ricco bottino: tanti arrivederci quante ci sono stelle in cielo con voci distinte e baci di conferma in soprappiùei li abborraccia in un rilassato addioe ci tiene a stecchetto con un sol bacio famelicodissaporito dal sale di rotti pianti.

ENEA (di dentro): Mio signoreè pronta madonna?

TROILO: Ascolta! ti chiamano: dicono alcuni che il Genio così grida "Vieni!" a colui che deve morire in un istante. Di' loro d'aver pazienzaella vien subito.

PANDARO: Dove sono le mie lacrime? pioveteper far cessare questo ventoo il mio cuore sarà sbarbicato!

 

(Esce)

 

CRESSIDA: Debbo dunque andar dai Greci?

TROILO: Non c'è rimedio.

CRESSIDA: Una mesta Cressida tra i gai Greci! Quando ci rivedremo?

TROILO: Odimiamor mio. Sii solo fedele in cuore...

CRESSIDA: Io fedele? evvia! che malvagia supposizione è codesta?

TROILO: Nodobbiamo fare un blando uso delle rimostranzepoiché si tratta di separarci: io non dico "sii fedele"perché io tema di teché io gitterei il mio guanto anche alla Morteche non v'è macula nel tuo cuore; ma "sii fedele" io dico per preformare la mia susseguente protestazione; sii fedelee io ti rivedrò.

CRESSIDA: Ohsarete espostomio signorea pericoli infiniti quanto imminentima io sarò fedele.

TROILO: Ed io diverrò amico del pericolo. Porta questa manica.

CRESSIDA: E tu questo guanto. Quando ti rivedrò?

TROILO: Io corromperò le sentinelle grecheper potervi visitare la notte. Ma puresii fedele.

CRESSIDA: O cielo! "sii fedele" di nuovo!

TROILO: Odi perché lo dicoamore: i giovani greci son pieni di qualità; essi sono amorosiben temperati coi doni di natura e ridondanti d'arti e di destrezza: come possano commuovere le novità e le doti dell'animo con l'avvenenzaahimème lo fa temere una specie di religiosa gelosiala qualeti supplicochiama virtuoso peccato.

CRESSIDA: O cielo! voi non mi amate.

TROILO: Possa io morire da furfante allora! In questo io non metto in dubbio la tua fede quanto soprattutto il mio merito: io non so cantarené saltabeccar la voltané addolcire la conversazionené giocare a giuochi sottilitutte belle virtù a cui i Greci sono sommamente proclivi e inchinevoli: ma io posso dire che in ciascuna di queste grazie s'annida un dimonio silenzioso e mutamente eloquente che sa astutissimamente tentare. Ma tu non lasciarti tentare.

CRESSIDA: Credete che io voglia?

TROILO: No. Ma si può fare qualcosa che noi non vogliamo: e qualche volta siamo diavoli verso noi stessi quando vogliam tentare la fralezza delle nostre forzepresumendo della lor potenza che è mutevole.

ENEA (di dentro): Ebbenemio buon signore...

TROILO: Su viabaciamie separiamoci.

PARIDE (di dentro): Fratello Troilo!

TROILO: Buon fratellovenite quie conducete con voi Enea e il Greco.

CRESSIDA: Mio buon signoresarete voi fedele?

TROILO: Chiio? ahimè! è il mio viziola mia colpa: mentre altri con astuzia vanno in pesca di gran rinomanzaio con gran veracità piglio pura dabbenaggine; mentre alcuni con furberia doran le lor corone di ramecon veracità e semplicità io porto ignuda la mia. Non temere della mia fede; la morale dei mio senno è "semplice e fido"; questa è tutta la sua portata.

 

(Entrano ENEAPARIDEANTENOREDEIFOBO e DIOMEDE)

 

Benvenutomesser Diomede! Ecco la signora che noi vi consegniamo in cambio di Antenore: alle porte della cittàsignoreio la metterò nelle tue manie lungo il cammino t'informerò quale ella sia.

Trattala bellamente; esull'anima miabel Grecose mai tu sia alla mercé della mia spadadi' il nome di Cressidae la tua vita sarà salva come Priamo è in Ilio.

DIOMEDE: Bella madonna Cressidacosì vi piacciarisparmiate i ringraziamenti che questo principe s'attende: lo splendore dei vostri occhiil cielo delle vostre guancepatrocinano per voi onesto trattamento; e per Diomede voi sarete una padronae lo comanderete in tutto.

TROILO: Grecotu non mi tratti cortesementea far vergogna allo zelo della mia preghiera col lodare costei: io ti dicosignore di Greciache ella tanto s'innalza al di sopra delle tue lodi quanto tu sei indegno di chiamarti suo servo. Io ti ingiungo di trattarla benesolo in forza di questa mia ingiunzione; giacchépel tremendo Plutonese tu non lo faraiquand'anche fosse tua difesa la gran mole d'Achilleio ti taglierò la gola.

DIOMEDE: Ohnon vi adirateprincipe Troiloe lasciate che il mio posto e il mio messaggio mi privilegino a parlare liberamente; quando io sarò via di quinon avrò da render conto che al mio piacimentoe sappiatesignoreche io nulla farò dietro ingiunzione: essa sarà apprezzata secondo il suo merito; ma diciate voi "sia così"il mio spirito e il mio onore mi faran rispondere "no".

TROILO: Andiamo alle porte! Io ti dicoDiomedequesta bravacciata t'obbligherà spesso a nascondere il capo. Madonnadatemi la manoe mentre camminiamorivolgiamo a noi stessi la nostra bisognevol conversazione.

 

(Escono TroiloCressida e Diomede. Suono di tromba)

 

PARIDE: Udite! la tromba di Ettore.

ENEA: Come abbiamo speso questa mattinata! Il principe penserà ch'io sia tardo e negligenteio che avevo giurato di precederlo a cavallo sul campo di battaglia.

PARIDE: E' colpa di Troilo. Andiamoandiamoal campo con lui.

DEIFOBO: Facciamo presto.

ENEA: Sìcon la fresca alacrità d'uno sposo accingiamoci a metterci alle calcagna di Ettore: la gloria di Troia nostra dipende oggi dal suo chiaro valore e dalla sua sola cavalleria.

 

(Escono)

 

 

 

SCENA QUINTA - Il Campo greco. E' apparecchiata la lizza

(Entrano AJACEarmatoAGAMENNONEACHILLEPATROCLOULISSENESTOREed altri)

 

AGAMENNONE: Eccoti in fresco e bell'arnese anticipando il tempo. Con coraggio che non sta alle mosse da' con la tua tromba un alto segnale a Troiao terribile Ajace; sicché l'aria spaventata possa trapassare il capo del gran campione e qui l'attragga.

AJACE: Trombettiereecco la mia borsa. Ora squarcia i tuoi polmoni. e fendi il tuo oricalco: soffiagaglioffofinché la tua gota dalla sferica turgenza s'enfi più della colica del tumido Aquilone. Orsùdistendi il tuo pettoe fa' che i tuoi occhi sgorghino sangue; tu soffi per Ettore.

 

(Suona la tromba)

 

ULISSE: Nessuna tromba risponde ACHILLE: Non è che primo mattino AGAMENNONE: Non è quello Diomede con la figlia di Calcante?

ULISSE: E' luiconosco il modo della sua andatura; si solleva sulle punte: quel suo spiritonell'aspirazione l'alza su dalla terra.

 

(Entra DIOMEDE con CRESSIDA)

 

AGAMENNONE: E' questa madonna Cressida?

DIOMEDE: Proprio lei.

AGAMENNONE: Carissimamente benvenuta tra i Grecidolce signora.

NESTORE: Il nostro generale vi saluta con un bacio.

ULISSE: Pure tal gentilezza non è che particolare; meglio sarebbe se ella fosse baciata in generale.

NESTORE: Davvero un cortese consiglio: comincerò io. Ecco per Nestore.

ACHILLE: Toglierò quell'inverno via dalle vostre labbrabella signora: Achille vi augura il benvenuto.

MENELAO: Una volta avevo buon motivo di baciare.

PATROCLO: Ma questo non è un motivo per baciare ora; perché così nel suo ardire Paride dette una capatinae così separò voi e li vostro motivo.

ULISSE: O mortal canchero e argomento di tutto il nostro disdoro! Onde perdiamo le nostre teste per far le sue corna d'oro.

PATROCLO: Il primo è stato il bacio di Menelao questo è il mio:

Patroclo vi bacia.

MENELAO: Oh. questo è conto!

PATROCLO: Paride e io baciam sempre per suo conto.

MENELAO: Vuo' avere il mio baciomessere. Madonnapermettete...

CRESSIDA: Quando baciatedate o ricevete?

PATROCLO: E do e ricevo.

CRESSIDA: Ci metterei la vita in una postavoi ricevete il bacio che più costa; per cui niente bacio.

MENELAO: Io vi darò in soprammercatovi darò tre per uno.

CRESSIDA: Vi ponete in caffo! date pario nessuno.

MENELAO: In caffomadonna! Baciando non si fa caffo né pari.

CRESSIDA: Ma Paride l'ha fattoché voi sapete che s'è preso il caffo delle donnee s'è messo in pari con voi.

MENELAO: Mi date un nocchino in capo.

CRESSIDA: Novi giuro!

ULISSE: Infattiquel suo corno è troppo duro per l'unghia vostraed impari è la posta. Dolce signoraposso chiedervi un bacio?

CRESSIDA: Lo potete.

ULISSE: Lo bramo.

CRESSIDA: Ebbenechiedete allora.

ULISSE: Ebbeneallora per amor di Veneresia il mio voto esauditoquand'Elena ritorni verginee a suo marito.

CRESSIDA: Son vostra debitrice; reclamatelo quand'è l'ora.

ULISSE: Mai è il mio giornoe il vostro bacio allora.

DIOMEDE: Signorauna parola: vi condurrò da vostro padre.

 

(Diomede mena via Cressida)

 

NESTORE: E' una donna di pronto spirito.

ULISSE: Il malanno su di lei! Hanno un linguaggio i suoi occhile sue guancele sue labbrasicuroil suo piede parla; i suoi spiriti lascivi s'affacciano a ogni giuntura e mossa del suo corpo. Ohqueste affrontatricidalla lingua sì scioltache danno un accostante benvenuto prima di riceverloe spalancano le tavolette dei loro pensieri a ogni pruriginoso lettorenotale per sozze prede dell'opportunità e figlie della libidine.

 

(Suono di tromba di dentro)

 

TUTTI: La tromba dei Troiani.

AGAMENNONE: Laggiù viene la truppa.

 

(Entrano ETTOREarmatoENEATROILO ed altri Troianicon Seguito)

 

ENEA: Salute a voi tutticapi della Grecia! che si farà per colui che avrà in pugno la vittoria? o intendete che si proclami un vincitore?

volete che i cavalieri si incalzino fino al termine d'ogni estremitào saran separati da qualche voce o ordine del campo? Ettore ha detto di chiederlo.

AGAMENNONE: E come piacerebbe ad Ettore?

ENEA: Non se ne cura; obbedirà alle condizioni.

ACHILLE: Questo agire è degno di Ettore; ma è pieno di sicurezzaun po' d'orgoglioe un bel po' di disprezzo pel cavaliere che gli sta contro.

ENEA: Se il vostro nome non è Achillemesserequal è?

ACHILLE: Se non è Achillealcuno.

ENEA: Dunque Achille; maquale che siasappiate questo: negli estremi di grande e di piccoloil valore e l'orgoglio si sorpassano in Ettore; l'uno quasi infinito come il tuttol'altro inane come il nulla. Stimatelo benee quel che appare come orgoglio è cortesia.

Questo Ajace è per metà fatto del sangue di Ettore; per amor di che la metà di Ettore rimane a casa; mezzo cuoremezzo bracciomezzo Ettore viene a cercare questo misticato cavalieremezzo troiano e mezzo greco.

ACHILLE: Certame di principiantiallora? Ohvi capisco.

 

(Rientra DIOMEDE)

 

AGAMENNONE: Ecco ser Diomede. Andategentil cavalierefatevi presso al nostro Ajace: a quel modo che voi e il signore Enea consentirete sull'ordine della loro pugnacosì sia; o a oltranzaoppure un semplice scontro: i campioni essendo parentiper metà cessa la loro lotta prima che comincino i colpi.

 

(Ajace ed Ettore entrano in lizza)

 

ULISSE: Eccoli già affrontati.

AGAMENNONE: Chi è quel Troiano dall'aspetto così mesto?

ULISSE: Il più giovane figlio di Priamoun vero cavaliere: non ancor maturoeppure senza pari; fermo di parolaparlante coi fatti e non fattivo con la lingua; non di leggeri provocatonéprovocatodi leggeri placato: il suo cuore e la sua mano aperti entrambi e liberali; ché ciò che egli haegli donaciò che pensa egli mostra; eppur non dona finché il giudizio non guidi la sua larghezzané degna di dar voce a un impari pensiero. Virile come Ettorema più pericoloso; poiché Ettorenella vampa della sua iraconcede venia a oggetti di pietà; ma costui nel calor dell'azione è più vendicativo dell'amore geloso. Lo chiamano Troiloe pongono su di lui una seconda speranzacosì ben fondata come quella su Ettore. Così dice Eneauno che conosce il giovine a menaditoe a quattr'occhi me lo ha così descritto nella grande Ilio.

 

(Suono d'allarme. Ettore e Ajace combattono)

 

AGAMENNONE:. Sono ingaggiatiNESTORE: Sta' saldoAjace!

TROILO: Ettoretu dormi; svegliati!

AGAMENNONE: I suoi colpi son ben diretti: dàiAjace!

DIOMEDE: Dovete cessare.

 

(Le trombe cessano di suonare)

 

ENEA: Principibastacosì vi piaccia.

AJACE: Non sono ancora caldo; ricominciamo.

DIOMEDE: Come piace ad Ettore.

ETTORE: Ebbeneallora non più. Tu seio gran signorefiglio della sorella di mio padrecugino germano della prole del gran Priamo; il vincolo del nostro sangue vieta tra noi due una sanguinosa emulazione.

Fosse la tua commistione di greco e di troiano tale che tu potessi dire: "Questa mano è tutta greca e questa è troiana; i muscoli di questa gamba tutti grecie questa è tutta di Troia; il sangue di mia madre scorre nella guancia destrae questa sinistra contiene quello di mio padre": per Giove Onnipotentetu non potresti riportare da questo scontro con me un membro greco dove la mia spada non avesse lasciato l'impronta della nostra inimicizia: ma i giusti iddii vietano che una sola goccia di sangue che tu hai derivato da tua madrela mia sacra ziadebba essere effusa dalla mia spada mortale! Lascia che io ti abbracciAjace: per Colui che tuonatu hai braccia gagliarde; Ettore vuole che esse cadano su di lui così: cuginoogni onore a te!

AJACE: Ti ringrazioEttore: tu sei un uomo troppo gentile e troppo generoso: io ero venuto per ucciderticuginoe per recar di qui un grande aggiunto acquistato per la tua morte.

ETTORE: Neanche Neottolemo sì ammirabilesul cui splendente cimiero la Fama coi suoi più alti proclami grida: "Questo è lui!"potrebbe ripromettersi un aggiunto onorifico strappato ad Ettore.

ENEA: V'è attesa qui da ambo le parti per quel che farete.

ETTORE: Rispondiamol'esito è un abbraccio: Ajace addio.

AJACE: Se potessi trovar successo con le mie preghierecome io raramente avrò occasioneinviterei il mio famoso cugino alle nostre tende greche.

DIOMEDE: E' il desiderio di Agamennonee il grande Achille brama di vedere il valoroso Ettore disarmato.

ETTORE: Eneachiamate qui da me il mio fratello Troiloe significate agli spettatori della nostra parte troiana questa amorevole intervista; pregateli di tornare alla città. Dammi la manocugino; vuo' mangiare con te e vedere i vostri cavalieri.

AJACE: Il grande Agamennone viene qui a incontrarci.

ETTORE: I più degni tra loro dimmi nome per nomema quanto ad Achillei miei occhi scrutatori lo ravviseranno alla sua ampia e imponente statura.

AGAMENNONE: Degno nell'armi! Benvenuto quanto è possibile per chi vorrebbe sbarazzarsi d'un simile nemico: ma questo non è dare il benvenuto: intendi più chiaramente che quel che è trascorso e quel che ha da venire è coperto di gusci e dell'informe rovina dell'oblìo; ma in questo momento presentela fede e la fidanzamondate d'ogni falso torcimentoti auguranocon la più divina integritàdal più profondo del cuoreo grande Ettoreil benvenuto.

ETTORE: Io ti ringrazioo imperiale Agamennone.

AGAMENNONE (a Troilo): Mio caro signore di Troiaaltrettanto a voi.

MENELAO: Lasciate che io confermi il saluto del mio principesco fratello: voicoppia di marziali fratellisiate qui i benvenuti.

ETTORE: A chi dobbiamo rispondere?

ENEA: Al nobile Menelao.

ETTORE: Oha voimio signore? pel guanto di Martegrazie! Non mi burlate se io adotto l'inusitato giuramento; la vostra "quondam" consorte giura sempre pel guanto di Venere: essa sta benema non m'ha incaricato di raccomandarla a voi.

MENELAO: Non la nominate orasignore; essa è un tema letale.

ETTORE: Ohperdonate! io v'ho offeso.

NESTORE: Io t'hovaloroso Troianoveduto soventeaffaticandoti nel destinoaprirti un crudele solco tra le file della gioventù greca: ed io t'ho vedutoardente come Perseospronare il tuo destriero frigio spregiando molte prostrazioni e sottomissioniquando hai sospeso nell'aria la tua spada alzatasenza lasciarla cadere sui cadutisì che io ho detto ad alcuno che mi stava dappresso: "Ecco là Gioveche dispensa la vita". E ti ho veduto sostare e prender fiatoquando ti s'è stretto intorno un cerchio di Grecicome un lottatore olimpico:

codesto io ho veduto; ma questo tuo sembiantesempre chiuso nell'acciaioio non ho mai veduto prima d'ora. Io conobbi il tuo avoloe una volta ho combattuto con lui: era un buon soldato: mapel gran Martecapitano di tutti noiegli non fu mai tuo pari. Lascia che un vecchio t'abbracci; edegno guerrierosii il benvenuto alle nostre tende.

ENEA: E' il vecchio Nestore.

ETTORE: Che io t'abbraccibuona cronaca anticache sì a lungo hai camminato tenendoti per mano col tempo: reverendissimo Nestoreson lieto di stringerti al petto.

NESTORE: Potessero le mie braccia eguagliarti nella contesacom'esse contendono con le tue in cortesia.

ETTORE: Vorrei che lo potessero.

NESTORE: Ah! per questa barba biancacombatterei teco domani. Ebbenebenvenutobenvenuto! Ho veduto il tempo...

ULISSE: Mi domando come stia in piedi quella cittàquando abbiam qui presso di noi la sua base e la sua colonna.

ETTORE: Conosco benesignore Ulisseil vostro volto. Ahmesseremolti Greci e molti Troiani son mortidacché per la prima volta io vidi voi e Diomede a Ilionella vostra greca ambasceria.

ULISSE: Messereio vi predissi allora quel che sarebbe accaduto: la mia profezia non è ancora che a mezza strada; ché quelle mura làche spavalde muniscono la vostra cittàquelle torrile cui lascive cime carezzano le nubidovran baciare i lor propri piedi.

ETTORE: Non debbo credervi: stanno ancor saldee modestamente penso che la caduta d'ogni pietra frigia costerà una goccia di sangue greco:

il fine corona l'operae quel vecchio arbitro comuneil Tempovi metterà fine un giorno.

ULISSE: Sicché rimettiamocene a lui. Cortesissimo e valentissimo Ettorebenvenuto. Dopo il generalevi prego che per prima cosa voi banchettiate con me e veniate a trovarmi nella mia tenda.

ACHILLE: Io ti preverròsignore Ulissecostì! OraEttoreho saziato di te i miei occhi; con minuto scrutinio io t'ho esaminatoEttoree considerato giuntura per giuntura.

ETTORE: E' questo Achille?

ACHILLE: Io sono Achille.

ETTORE: Sta' su belloti pregolasciati guardare.

ACHILLE: Contemplami fin che tu ne sia sazio.

ETTORE: Eccoho già fatto.

ACHILLE: Tu sei troppo breve: io vuo' una seconda volta scrutarti membro a membro come se volessi comprarti.

ETTORE: Ohtu mi rileggerai come un libro dilettevole; ma in me c'è di più di quanto tu non intenda. Perché mi opprimi così coi tuoi occhi?

ACHILLE: Ditemio cieliin qual parte del suo corpo io lo distruggerò? lào là o là? che io possa dare un nome alla particolar feritae individuare la breccia stessa da cui sarà fuggita la grande anima di Ettore. Rispondetemicieli!

ETTORE: Gli dèi beati si screditerebberoo uomo superboa rispondere a tal domanda. Sta' su di nuovo: credi tu di prendermi la vita così a tuo bell'agio da poter nominare innanzi in precisa congettura dove mi colpirai a morte?

ACHILLE: Io ti dico di sì.

ETTORE: Fossi tu l'oracolo a dirmi codestoio non ti crederei. Oramai sta' bene in guardiaperché io non ti ucciderò costìo costìo costìmaper la fucina che foggiò l'elmo di Marteio t'occiderò da per tuttosìper tutta la persona. O voi saggissimi Greciperdonatemi questa vanteria; la sua insolenza trae follia dalle mie labbra; ma io tenterò azioni che eguaglino queste parole; o possa io non mai...

AJACE: Non irritarticugino: e voiAchillelasciate da parte queste minaccefino a che il caso e la volontà non vi conducano al cimento:

voi potete ogni dì avere a sazietà d'Ettorese ne avete appetito. La signoria della Greciaio temopuò a stento persuadervi a misurarvi con lui.

ETTORE: Vi pregolasciate che vi vediamo in campo; abbiamo avuto battaglie dappocoda che voi avete ripudiato la causa dei Greci.

ACHILLE: Me ne preghiEttore? Domani io t'affrontospietato come la morte; stasera tutti amici.

ETTORE: La tua mano su questo patto.

AGAMENNONE: Innanzi tuttoo voi tutti pari di Greciaandate alla mia tenda; colà si faccia banchetto plenario: dipoicome l'agio di Ettore e le vostre liberalità concorrano insiemeintrattenetelo singolarmente. Si battano i tamburisi dia fiato alle trombeche questo gran soldato possa conoscere quanto egli sia il benvenuto.

 

(Escono tutti eccetto Troilo e Ulisse)

 

TROILO: Mio signore Ulisseditemive ne scongiuroin qual parte del campo dimora Calcante?

ULISSE: Nella tenda di Menelaoo eminentissimo Troilo: colà Diomede banchetta con lui staseraquel Diomede che non mira né il cielo né la terrama dispensa tutta l'attenzione e l'inclinazione d'amoroso sguardo sulla bella Cressida.

TROILO: Dolce signorevi sarò io tanto obbligatoquando avrem lasciata la tenda d'Agamennonedi venir condotto là?

ULISSE: Ai vostri comandimessere. Con altrettanta cortesiaditemiquale reputazione aveva questa Cressida a Troia? Non aveva là forse un amante che piange la sua assenza?

TROILO: Ohmessere! a tali che vantandosi mostran le loro cicatrici è dovuta irrisione. Volete venir oltresignore? Ella era amataella amavaella è amataed ama; ma sempre il dolce amore è cibo pel dente della fortuna.

 

(Escono)

 

 

 

ATTO QUINTO

 

SCENA PRIMA - Il Campo greco. Dinanzi alla tenda d'Achille

(Entrano ACHILLE e PATROCLO)

 

ACHILLE: Gli riscalderò il sangue con vino greco stasera e glielo raffredderò domani con la mia scimitarra. Patroclofesteggiamolo al colmo.

PATROCLO: Ecco che viene Tersite.

 

(Entra TERSITE)

 

ACHILLE: Or dunquebubbone d'invidia! tuschianza sfornata dalla naturache novelle?

TERSITE: Ebbenetueffigie di quello che sembrie idolo degl'idiotolatriecco una lettera per te.

ACHILLE: Di doveframmento?

TERSITE: Ebbenetagliere colmo di gnocchida Troia.

PATROCLO: Chi tiene la tendaora?

TERSITE: La cassetta del cerusicoo la ferita del paziente.

PATROCLO: Ben dettoavversione! e che bisogno c'è di queste gherminelle?

TERSITE: Fammi il favore di star zittoragazzo; non m'avvantaggio delle tue ciance: dicono che tu sia il bagascio di Achille.

PATROCLO: Bagascio tufurfante! che vuol dire?

TERSITE: Giàla sua puttana mascola. E ora tutte le putride malattie del mezzogiornola torsione delle budellale erniei catarriun carico di renella nella schienale letargiele fredde parlasiegli occhi scerpellinila malsania del fegatoi rantoli dei polmonila vescica piena di postemale sciatichele fornaci di calcina nelle palmeil mal d'ossa incurabilee il rugoso feudo perpetuo dell'erpetecolgano e ricolgano tali innaturali discoprimenti.

PATROCLO: Suvviadannabil ricettacolo d'invidiaa che maledici così?

TERSITE: O che maledico te?

PATROCLO: Giàpuntobariletto sfessatoinforme cagnaccio figlio di puttanapunto.

TERSITE: Punto? e allora perché sei esasperatotu inutile spregevole matassa di bavellatu tendina di taffettà verde per occhi malatitu nappa della borsa d'un prodigo? Ahcome il povero mondo è tormentato da tali moscerinidiminutivi della natura!

PATROCLO: Fuorifiele!

TERSITE: Uovo di fringuello!

ACHILLE: Mio dolce Patrocloson del tutto frustrato nel mio gran disegno di battaglia domani. Ecco una lettera della regina Ecubaun segnale d'affetto da parte di sua figliail mio bell'amoreed entrambe mi rimproverano e mi fanno obbligo di mantenere un giuramento che ho fatto. Io non vuo' violarlo: cadeteGreci; vieni menofama; onorevattene o resta; il mio voto supremo è quia questo obbedirò.

VienivieniTersiteaiutami a rassettare la mia tenda; questa notte dev'esser tutta spesa a banchettare. SuvviaPatroclo.

 

(Escono Achille e Patroclo)

 

TERSITE: Con troppo sanguee troppo poco cervelloquesti due potrebbero diventar pazzi: ma se essi lo divengono con troppo cervello e troppo poco sangueio sarò medico di pazzi. Ecco Agamennoneun compare abbastanza onestoe uno a cui piaccion le passerema non ha tanto cervello quanto cerume nelle orecchie: e quella vaga metamorfosi di Giove làsuo fratelloil torostatua archetipae torto monumento dei cornuti: un taccagno corno da scarpe appeso a una catena alla gamba di suo fratello: a quale altra forma se non quella che è potrebbe ridurlo lo spirito lardellato di malizia e la malizia farcita di spirito? A quella d'un asinosarebbe nulla: ché egli è asino e bove insieme: a quella d'un bovesarebbe nulla: egli è bove e asino insieme. Esser canemulogattopuzzolarospolucertolagufonibbioo aringa senza lattepoco m'importerebbema esser Menelao!

Mi metterei a cospirare contro il destino. Non chiedetemi quello che vorrei essere se non fossi Tersiteché non m'importerebbe d'essere il pidocchio d'un lebbrosopur di non essere Menelao. Diamine! spiriti e fuochi!

 

(Entrano ETTORETROILOAJACEAGAMENNONEULISSENESTOREMENELAO e DIOMEDEcon torce)

 

AGAMENNONE: Sbagliamo strada; sbagliamo strada.

AJACE: Noè laggiù. Làdove vediamo i lumi.

ETTORE: Vi do disturbo.

AJACE: Nopunto.

ULISSE: Ecco che viene lui stesso per farvi da guida.

 

(Rientra ACHILLE)

 

ACHILLE: Benvenutoprode Ettore; benvenutiprincipi tutti.

AGAMENNONE: E adessobel principe di Troiavi do la buona notte.

Ajace comanda la guardia che v'è di scorta.

ETTORE: Grazie e buona notte al generale dei Greci.

MENELAO: Buona nottesignore.

ETTORE: Buona nottedolce signore Menelao.

TERSITE: Dolce latrina: "dolce" ha detto! dolce sentinadolce fogna.

ACHILLE: Buona notte e bene arrivati a un tempoa quelli che se ne vanno e a quelli che restano.

AGAMENNONE: Buona notte.

 

(Escono Agamennone e Menelao)

 

ACHILLE: Il vecchio Nestore rimanee voi pureDiomedefate compagnia ad Ettore per un'ora o due.

DIOMEDE: Non possosignore; ho un affare importante di cui è ora il momento. Buona nottegrande Ettore.

ETTORE: Datemi la mano.

ULISSE (a parte a Troilo): Seguite la sua torcia; va alla tenda di Calcante. Io vi terrò compagnia.

TROILO: Dolce messerevoi mi onorate.

ETTORE: E allorabuona notte.

 

(Diomede esceUlisse e Troilo lo seguono)

 

ACHILLE: Venitevenite; entrate nella mia tenda.

 

(Escono AchilleEttoreAjace e Nestore)

 

TERSITE: Codesto Diomede è un traditor manigoldoun iniquissimo furfante; non vorrei fidarmi di lui quando ammicca più che d'un serpe quando fischia. Fa gran sfoggio di voce e di promesse come Rissosoil can da pelo; ma quando adempielo predicon gli astronomi: è cosa prodigiosaavverrà qualche cambiamento: il sole prende a prestito dalla luna quando Diomede mantien la parola. Vuo' piuttosto rinunziare a vedere Ettore che a seguir la traccia di costui: dicono che tenga una scanfarda troianae che abiti la tenda del traditore Calcante.

Vuo' andargli dietro. Null'altro che lussuria! tutti bricconi libidinosi!

 

(Esce)

 

 

 

SCENA SECONDA - La stessa. Davanti alla tenda di Calcante

(Entra DIOMEDE)

 

DIOMEDE: Ohésiete svegli costà? parlate.

CALCANTE (di dentro): Chi chiama?

DIOMEDE: Diomede. E' Calcantecredo. Dov'è vostra figlia?

CALCANTE (di dentro): Viene da voi.

 

(Entrano TROILO e ULISSEa qualche distanza; dietro a loroTERSITE)

 

ULISSE: Fermatevi dove la torcia non possa scoprirci.

 

(Entra CRESSIDA)

 

TROILO: Cressida gli va incontro.

DIOMEDE: Ebbeneprotetta mia?

CRESSIDA: Ohmio dolce custode! Uditeho da dirvi una parola.

 

(Gli parla a bassa voce)

 

TROILO: Comecosì familiare!

ULISSE: Sa cantare qualunque uomo a prima vista.

TERSITE: E qualunque uomo può cantar lei se ne sa prender la chiave; essa ha parecchie note.

DIOMEDE: Volete ricordarvi?

CRESSIDA: Ricordarmi? sì.

DIOMEDE: Ebbeneallora fateloe che il vostro animo s'appai con le vostre parole.

TROILO: Che dovrebbe essa ricordare?

ULISSE: Ascoltate!

CRESSIDA: Dolce melato Greconon mi tentate più oltre alla follia.

TERSITE: Furfanteria!

DIOMEDE: E allora...

CRESSIDA: Vi dirò cosa...

DIOMEDE: E via! fanfaluche! siete spergiura.

CRESSIDA: In fedenon posso. Che vorreste che io facessi?

TERSITE: Un giuoco di manoper essere in segreto aperta.

DIOMEDE: Che cosa avete giurato d'accordarmi?

CRESSIDA: Vi pregonon mi astringete al mio giuramento; ordinatemi di fare qualunque altra cosadolce Greco.

DIOMEDE: Buona notte.

TROILO: Reggio pazienza!

ULISSE: Che c'èTroiano?

CRESSIDA: Diomede...

DIOMEDE: Nonobuona nottenon vuo' più essere il vostro zimbello.

TROILO: Uno migliore di te lo è.

CRESSIDA: Uditeuna parola nell'orecchio.

TROILO: Peste e pazzia!

ULISSE: Siete commossoprincipe; partiamovi pregoper tema che il vostro corruccio non trascenda a termini iracondi. Questo luogo è pericoloso; l'ora è affatto letale: vi scongiuroandiamo.

TROILO: Osservatevi prego!

ULISSE: Nomio buon signoreallontanatevi: voi correte incontro a una grande alterazione; venitesignore.

TROILO: Ti pregorimani.

ULISSE: Voi non avete pazienzavenite.

TROILO: Vi pregorestate. Per l'inferno e tutti i tormenti d'infernonon dirò una parola.

DIOMEDE: Allorabuona notte.

CRESSIDA: Ma novoi mi lasciate adirato.

TROILO: Questo ti addolora? O fede distrutta!

ULISSE: Ebbeneebbenesignore!

TROILO: Per Giovesarò paziente.

CRESSIDA: Custode! ohGreco!

DIOMEDE: Ohibòohibò! addiovoi qui vi trastullate.

CRESSIDA: In fedenon è vero: venite qui di nuovo.

ULISSE: Voi tremate tuttosignoreper qualcosa: volete andare?

Scoppierete.

TROILO: Essa gli accarezza la guancia.

ULISSE: Venitevenite.

TROILO: Norestate; per Giovenon dirò una parola: c'è fra la mia volontà e tutte le offese un baluardo di pazienza: restate ancora un poco.

TERSITE: Come Lussuria dimoniacol suo grasso deretano e il suo dito di tartufo solletica entrambi costoro! Friggilibidinefriggi!

DIOMEDE: Ma vorrete allora?

CRESSIDA: In fedesìecco; altrimenti non fidatevi più di me.

DIOMEDE: Datemi qualche pegno in garanzia.

CRESSIDA: Vo a cercarvene uno.

 

(Esce)

 

ULISSE: Avete giurato d'esser paziente.

TROILO: Non temetedolce signore; non sarò me stessoné prenderò cognizione di ciò che io sento: son tutto pazienza.

 

(Rientra CRESSIDA)

 

TERSITE: Ecco il pegno; eccoeccoecco!

CRESSIDA: TeneteDiomedeserbate questa manica.

TROILO: O bellezza! dov'è la tua fede?

ULISSE: Mio signore...

TROILO: Sarò pazienteal di fuori lo sarò.

CRESSIDA: Guardate codesta manica; consideratela bene. Egli mi amava... Ohgiovanetta infedele!... Rendetemela.

DIOMEDE: Di chi era?

CRESSIDA: Non importaora che l'ho di nuovo: non mi troverò con voi domani sera. Di graziaDiomedenon visitatemi più.

TERSITE: Ora l'affila: ben dettocote!

DIOMEDE: Io l'avrò.

CRESSIDA: Chequesta?

DIOMEDE: Sìcodesta.

CRESSIDA: O voi tuttiiddii! Ohvagovago pegno! Il tuo signore ora giace nel suo letto pensando a te e a mee sospira e prende il mio guantoe gli dà teneri baci memoricome io bacio ora te. Nonon me la strappate di mano; colui che prende questa prende insieme il mio cuore.

DIOMEDE: Avevo il vostro cuore fin da prima; questa lo segue.

TROILO: Ho giurato d'aver pazienza.

CRESSIDA: Non l'avreteDiomede; in fede che no; vi darò qualcos'altro.

DIOMEDE: Vuo' aver codesta. Di chi era?

CRESSIDA: Non importa.

DIOMEDE: Viaditemi di chi era.

CRESSIDA: Era di uno che mi amava più di quel che mi amerete voi. Ma ora che l'aveteprendetela.

DIOMEDE: Di chi era?

CRESSIDA: Per tutte le ninfe di Diana lassùe per lei medesimanon vi dirò di chi.

DIOMEDE: Domani la porterò sull'elmoe affliggerò lo spirito di colui che non ardisce di rivendicarla.

TROILO: Fossi tu il diavoloe la portassi sul cornosarebbe rivendicata.

CRESSIDA: Ebbeneebbeneè fattoè finito: eppure no; non manterrò la mia parola.

DIOMEDE: E alloraaddio; tu non ti farai di nuovo giuoco di Diomede.

CRESSIDA: Non ve ne andrete: non si può dire una parola che subito non v'inalberiate.

DIOMEDE: Non m'aggrada questa giulleria.

TERSITE: Neanche a meper Plutone: ma quello a cui io non aggradisco mi piace di più.

DIOMEDE: Dunquedebbo venire? l'ora?

CRESSIDA: Sìvenite... o Giove!... venite... ne sarò punita.

DIOMEDE: Addio fino allora.

CRESSIDA: Buona notte: veniteve ne prego.

(Esce Diomede) Troiloaddio! uno dei miei occhi ancora guarda a tema l'altro occhio vede nel mio cuore. Ahpovero sesso nostro; questa colpa io trovo in noiche l'errore del nostro occhio dirige il nostro animo.

Quel che guida l'errore non può non errare. Ohquindi si concluda che gli animi governati dagli occhi son pieni di turpitudini.

 

(Esce)

 

TERSITE: Prova di forza che essa non potrebbe più divulgarea men che dicesse: "Il mio animo è volto al lupanare".

ULISSE: Tutto è finitosignore.

TROILO: E' così.

ULISSE: Perché dunque restiamo?

TROILO: Per fare per l'anima mia un memoriale di ogni sillaba che è stata pronunziata qui. Ma se io narro come questi due hanno agito di concertonon mentirò io pubblicando una verità? Dacché v'è una credenza nel mio cuoreuna speranza sì ostinatamente forteda invertire l'attestazione degli occhi e degli orecchicome se questi organi avessero funzioni fallacicreate solo per calunniare. Era Cressida qui?

ULISSE: Io non so evocare spiritiTroiano.

TROILO: Non era leisicuramente.

ULISSE: Sicurissimamente era lei.

TROILO: Eppure il mio diniego non ha sapor di follia.

ULISSE: Il mio neanchesignore: Cressida era qui pur anzi.

TROILO: Non lo si creda per l'onore delle donne! Si pensi che avemmo una madre; non si offra il destro a duri censoripronisenza argomentoalla diffamazionedi misurare il sesso in genere alla stregua di Cressida: meglio credere che questa non era Cressida.

ULISSE: Che cosa ella ha fattoprincipeche possa macchiare le nostre madri?

TROILO: Nullaa meno che questa non fosse lei.

TERSITE: Vuol egli stordirsi contro i suoi propri occhi?

TROILO: Lei questa? noquesta è la Cressida di Diomede. Se la bellezza ha un'animaquesta non è lei; se le anime guidano i votise i voti sono cose santese la santità è la delizia degli dèise v'è una norma nell'unità stessaquesta non è lei. O follia del ragionareche perori in tuo favore e contro! Duplice autoritàin cui la ragione può rivoltarsi senza perdizionee la menomazione può arrogarsi tutta la ragione senza rivolta: questa è e non è Cressida. Dentro la mia anima ne segue una lotta di sì strana natura che una cosa inseparabile si divide con più intervallo che il cielo dalla terrae tuttavia l'immensa ampiezza di questa divisione non lascia adito per una punta così sottile come il rotto filo di Ariacne. Provao prova! forte come le porte di Plutone! Cressida è mialegata coi vincoli del cielo:

provao prova! forte come il cielo medesimo; i vincoli del cielo si sono allentatidiscioltislegati; e con un altro nodostretto da cinque ditai brandelli della sua fedei residui del suo amorei frammentii rimasuglii minuzzoli e gli unti cincischi della sua ingurgitata fedeson vincolati a Diomede.

ULISSE: Può il degno Troilo essere pur di metà affetto da ciò che il suo sfogo qui esprime?

TROILO: SìGreco; e questo verrà ben divulgato in caratteri rossi come il cuore di Marte infiammato di Venere; non mai giovane s'è invaghito con anima così ardente e così salda. AscoltateGreco:

quanto io amo Cressidad'egual peso io odio il suo Diomede; mia è quella manica che egli porterà sull'elmo; fosse pure una celata composta colla perizia di Vulcanola mia spada la morderebbe. Non la terribile tromba che i marinai chiamano uraganocostretto in massa dal possente soleintronerà con maggior clamore l'orecchio di Nettuno nella sua discesa di quel che non farà la mia incitata spada cadendo su Diomede.

TERSITE: Gli farà il solletico per la sua concupìa.

TROILO: O Cressida! o falsa Cressida! falsafalsafalsa! Che tutte le perfidie si pongano accanto al tuo nome macchiatoe parranno gloriose.

ULISSE: Ohcontenetevi; il vostro sfogo attira qui orecchie.

 

(Entra ENEA)

 

ENEA: Vi cerco da un'orasignore. Ettoreadessosi sta armando a Troia: Ajacevostra guardiaattende per condurvi a casa.

TROILO: Sono con voiprincipe. Mio cortese signoreaddio. Addiobellezza ribelle! eDiomedesta' saldoe mettiti un castello sul capo!

ULISSE: Vi accompagnerò fino alle porte.

TROILO: Accettate disperati ringraziamenti.

 

(Escono TroiloEnea e Ulisse)

 

TERSITE: Mi piacerebbe di poter incontrare quel furfante di Diomede!

Gracchierei come un corvo; gli griderei la maloragli griderei la malora. Patroclo mi darà qualunque cosa per aver intelligenza di questa puttana: un pappagallo non farebbe di più per una mandorla di quel che non farebbe lui per una scanfarda accomodante. Lussurialussuria; sempre guerra e lussuria: non c'è nient'altro che rimanga di moda. Che un diavolo bollente se li prenda!

 

(Esce)

 

 

 

SCENA TERZA - Troia. Davanti al Palazzo di Priamo

(Entrano ETTORE e ANDROMACA)

 

ANDROMACA: Quando è stato il mio signore sì scortesemente disposto a chiudere le sue orecchie all'ammonimento? Disarmatevidisarmatevi. e non combattete oggi.

ETTORE: Voi m'adescate a usarvi villania; entrate in casa: per tutti gli eterni dèiio andrò.

ANDROMACA: I miei sognisicuramenteriusciranno malaugurosi a questo giorno.

ETTORE: Non piùvi dico.

 

(Entra CASSANDRA)

 

CASSANDRA: Dov'è mio fratello Ettore?

ANDROMACA: Quisorella; armatoe sanguinario nell'intento. Unitevi con me in una forte e affettuosa supplicazione; perseguitiamolo in ginocchio; ché io ho sognato d'una sanguinosa perturbazione e tutta questa notte non è stata altro che immagini e forme di strage.

CASSANDRA: Ohè vero!

ETTORE: Olàsi suoni la mia tromba!

CASSANDRA: Non il segnale di sortitapel cielomio dolce fratello!

ETTORE: Andateveneho detto: gli dèi m'han sentito giurare.

CASSANDRA: Gli dèi son sordi a voti accesi e insensati: sono offerte contaminatepiù aborrite dei fegati maculati nel sacrificio.

ANDROMACA: Ohlasciatevi persuadere; non ritenete che sia pio l'offendere per esser giusti: è tanto legittimo quantoperché vorremmo donare assaicommettere violenti furti e rubare in nome della carità.

CASSANDRA: E' il proposito che rende forte il voto; ma voti a ogni proposito non debbon reggere. Disarmatevidolce Ettore.

ETTORE: Statevene chetev'ho detto; il mio onore ha il sopravvento del mio destino: la vita ogni uomo la pregia; ma l'uomo pregevole ritiene l'onore assai più preziosamente caro della vita.

 

(Entra TROILO)

 

Ebbenegiovaneintendi di combattere oggi?

ANDROMACA: Cassandrachiamate mio padre per persuaderlo.

 

(Esce Cassandra)

 

ETTORE: Noin fedegiovane Troilo; togliti l'arnese di dossogiovinetto; oggi mi sento in vena di cavalleria; lasciati crescere i muscoli finché i loro nodi sian fortie non tentare ancora le schermaglie della guerra. Disarmativa'e non dubitareprode ragazzoche oggi combatterò per teper mee per TroiaTROILO: Fratelloavete in voi un vizio di misericordia che meglio si conviene a un leone che a un uomo.

ETTORE: Che vizio è questobuon Troilo? rimproveramelo.

TROILO: Quando le molte volte il vinto Greco cadesolo al sibilo e al vento della vostra temuta spadavoi comandate loro di rialzarsi e di vivere.

ETTORE: Ohè atto di giustizia!

TROILO: Atto di giulleriapel cieloEttore.

ETTORE: E via! e via!

TROILO: Per l'amore di tutti gli dèilasciamo la romita compassione con le nostre madrie quando abbiamo le armature affibbiate indossol'avvelenata vendetta cavalchi sulle nostre spadele sproni a pietosa operale raffreni dalla pietà.

ETTORE: Ohibòservaggioohibò!

TROILO: Ettorecodesto è far guerra.

ETTORE: Troilonon vorrei che combatteste oggi.

TROILO: Chi potrebbe trattenermi? Non il fatonon l'obbedienzané la mano di Marte che mi facesse segno di ritirarmi col suo fiammeggiante bastone; non Priamo ed Ecuba in ginocchiole loro pupille bruciate da ricorrenti lacrime; né voifratel miocon la vostra fida spada snudataoppostami per impedirmipotreste arrestare il mio camminose non con la mia distruzione.

 

(Rientra CASSANDRA con PRIAMO)

 

CASSANDRA: Dagli di piglioPriamotienlo forte: egli è la tua gruccia; or se tu perdi il tuo sostegnotu che t'appoggi a luie tutta Troia a tetutto insieme cade.

PRIAMO: AndiamoEttoreandiamotorna indietro: tua moglie ha sognato; tua madre ha avuto visioni; Cassandra presagisce; ed io stesso son come un profeta improvvisamente rapitoper dirti che questo giorno è malauguroso: dunque torna indietro.

ETTORE: Enea è in campo; ed io mi sono impegnato con molti Grecisulla fede stessa del valoredi comparire stamattina dinanzi ad essi.

PRIAMO: Giàma tu non andrai.

ETTORE: Non debbo mancare alla mia fede. Voi mi conoscete osservante del dovere; perciòsignor mio caronon fate che io sconci il rispettoma datemi licenza di seguire col vostro consenso e la vostra voce quella via che qui mi proibitereal Priamo.

CASSANDRA: O Priamonon gli cedere!

ANDROMACA: Nocaro padre.

ETTORE: Andromacaio sono offeso con voi: per l'amore che mi portateentrate in casa.

 

(Esce Andromaca)

 

TROILO: Questa scimunitasognantesuperstiziosa ragazza fa tutte queste pronosticazioni.

CASSANDRA: Ohaddiocaro Ettore! Guardacome tu muori! guardacome gli occhi tuoi si fanno pallidi! guarda come le tue ferite sanguinano per molti fori Ascolta come Troia ruggecome Ecuba urla! come la povera Andromaca stride il suo dolore! Mira il furorela frenesiae lo sbigottimentocome grotteschi lunaticis'incontrano l'un l'altro e gridan tutti: Ettore! Ettore è morto! Ettore!

TROILO: Viavia!

CASSANDRA: Addio! Ma piano! Ettoreio mi congedo: tu inganni te stesso e tutta Troia nostra.

 

(Esce)

 

ETTORE: Voi siete sbigottitomio sovranoalle sue esclamazioni.

Rientrate e rincuorate la città: noi usciremo a combatterea compiere atti degni d'elogio per narrarveli a sera.

PRIAMO: Addio: gli dèi ti stiano attorno con salvaguardia.

 

(Escono da parti diverse Priamo ed Ettore. Allarmi)

 

TROILO: Sono alle prese; udite! Superbo Diomedecredimiio vengo a perdere il mio braccioo a guadagnar la mia manica.

 

(Mentre esce TROILOentra dall'altra parte PANDARO)

 

PANDARO: Uditesignoreudite!

TROILO: Che c'è?

PANDARO: Ecco una lettera di quella povera ragazza laggiù.

TROILO: Fatemela leggere.

PANDARO: Una etisìa puttanauna puttana canaglia d'etisìa mi tormenta cosìe la scimunita sorte di questa ragazza; e tra una cosa e l'altra dovrò lasciarvi uno di questi giorni; e ho anche un catarro negli occhie un tal dolore nell'ossa chea meno d'essere stato affatturatonon so che cosa pensarne. Che cosa dice lei costì?

TROILO: Paroleparolesoltanto parolenulla che venga dal cuore; l'affetto opera in altro modo. (Straccia la lettera) Va'vento al ventovolgetevi e cangiate insieme. Essa ancora alimenta l'amor mio con parole e ambagima edifica un altro con le sue azioni.

 

(Escono da parti diverse)

 

 

 

SCENA QUARTA - Pianura tra Troia e il Campo greco

(Allarmi. Scorrerie. Entra TERSITE)

 

TERSITE: Ora si stanno arraffando; vuo' andar a vedere. Quel falso abbominevole briccone di Diomede s'è posto sull'elmo la manica di quel tignosuzzo imbecherato scimunito giovin gaglioffo: avrei gusto a vederli alle prese; che quel somarello di Troianoche è cotto di quella puttana làpotesse rimandare quel furfante puttaniere d'un Grecocon la sua manicaalla falsa lussuria scanfardaa sentire che altro par di maniche! D'altra parte la politica di quei bindoli birbantiquel vecchio stantio cacio risecco mangiato dai topiNestoree quel volpone d'Ulissenon vale una mora di siepe: mi han messo sui politiconiquel cagnaccio bastardo d'Ajace contro quel cane di non miglior genìaAchillee ora il cagnaccio Ajace è più superbo del cagnaccio Achillee non si vuole armare oggi; onde i Greci cominciano a esaltare la barbariee la polizia acquista cattiva reputazione. Piano! ecco che viene Manicae quell'altro.

 

(Entra DIOMEDEseguito da TROILO)

 

TROILO: Non fuggire; ché dovessi tu gittarti nel fiume Stigeti nuoterei dietro.

DIOMEDE: Tu fraintendi il ritirarsi: io non fuggoma sollecitudine d'avvantaggiarmi mi ha sottratto ai rischi della moltitudine. Sta' in guardia!

TERSITE: Serbati la tua puttanaGreco! Battiti per la tua puttanaTroiano! dài per la manica! dài per la manica!

 

(Escono Troilo e Diomede combattendo)
(Entra ETTORE)

 

ETTORE: Chi sei tuGreco? sei tu degno di combattere con Ettore? Sei tu di sangue e d'onore?

TERSITE: Nosono un villanzone; un tignoso beffardo gaglioffo; un sozzissimo furfante.

ETTORE: Ti credo: vivi.

 

(Esce)

 

TERSITE: Lode a Dioche tu mi vuoi credere; ma un malanno ti rompa il collo per avermi spaventato! Che n'è di quei furfanti bordellieri?

Credo che si siano inghiottiti l'un l'altro: mi sganascerei dalle risa a un tal miracolo; main certo qual modola libidine divora se stessa. Vuo' cercarli.

 

(Esce)

 

 

 

SCENA QUINTA - Un'altra parte della pianura

(Entrano DIOMEDE e un Servo)

 

DIOMEDE: Va'va'servo mioprendi il cavallo di Troilo; presenta il bel destriero a madonna Cressida: garzonecommenda i miei servigi alla sua bellezza: dille che ho castigato l'amoroso Troianoe son suo cavaliere per prova.

SERVO: Vadomio signore.

 

(Esce)

(Entra AGAMENNONE)

 

AGAMENNONE: Rinnovate la battagliarinnovate! Il feroce Polidamante ha abbattuto Menone; il bastardo Margarelone ha fatto prigioniero Doreoe s'erge come un colossoagitando l'astasui cadaveri maciullati dei re Epistrofo e Cedio; Polissene è ucciso; Amfimao e Toante son mortalmente feriti; Patroclo è preso o ucciso e Palamede gravemente ferito e contuso; il terribile Sagittario sbigottisce le nostre schiere: affrettiamociDiomedea portare rinforzoo periamo tutti.

 

(Entra NESTORE)

 

NESTORE: Andaterecate il corpo di Patroclo ad Achille; e ingiungete ad Ajace dal passo di lumaca d'armarsivergogna a lui! Ci sono mille Ettori sul campo: ora qui egli combatte sul suo cavallo Galatee là gli manca lavoro; ora egli è là appiedee là fuggono o muoionocome squamosi branchi dinanzi all'eruttante balena; poi eccolo laggiùe là i Greci di pagliamaturi per la sua lamacadono dinanzi a luicome la mèsse del falciatore: qualàe dappertuttoegli lascia e prendela destrezza così obbedendo al desiderio che quel che vuole ei fa; e fa tanto che l'evidenza è chiamata impossibilità.

 

(Entra ULISSE)

 

ULISSE: Oh! coraggiocoraggioprincipi! Il grande Achille si sta armandopiangemaledicegiura vendetta: le ferite di Patroclo hanno riscosso il suo sangue sonnacchioso insieme coi suoi mutilati Mirmidoniche senza nasosenza manistroppiati e tagliati a pezzivengono a lui imprecando contro Ettore. Ajace ha perduto un amicoe schiuma colla boccaed è armato e alle presee rugge in cerca di Troiloche quest'oggi ha fatto folle e fantastica operazioneingaggiandosi e districandosi con tal negligente forza e non sforzata diligenza come se la fortunaa dispetto d'ogni cautelagli comandasse di trionfare su tutto.

 

(Entra AJACE)

 

AJACE: Troilo! Troilo codardo!

 

(Esce)

 

DIOMEDE: Sìavantiavanti!

NESTORE: Eccoeccoveniamo a raccolta!

 

(Entra ACHILLE)

 

ACHILLE: Dov'è quest'Ettore? Viaviaammazzafanciullimostra la tua faccia; impara quel che sia scontrare Achille furibondo; Ettoredov'è Ettore? Io non voglio che Ettore.

 

(Escono)

 

 

 

SCENA SESTA - Un'altra parte della pianura

(Entra AJACE)

 

AJACE: Troilocodardo Troilomostra il tuo capo!

 

(Entra DIOMEDE)

 

DIOMEDE: Troilodicodov'è Troilo?

AJACE: Che vuoi da lui?

DIOMEDE: Voglio correggerlo.

AJACE: Foss'io il generaletu avresti il mio ufficio prima di codesta correzione. Troilodico! ohéTroilo!

 

(Entra TROILO)

 

TROILO: O traditore Diomede! volgi il tuo falso voltotraditoree pagami la tua vita che mi devi per il mio cavallo!

DIOMEDE: Ahsei costì!

AJACE: Combatterò io solo con lui: fermatiDiomede.

DIOMEDE: Egli è la mia preda; non vuo' rimanere a guardare.

TROILO: Venite entrambiGreci cavillatori; in guardia tutt'e due!

 

(Escono combattendo)
(Entra ETTORE)

 

ETTORE: OhTroilo! ben combattutoo mio più giovin fratello!

 

(Entra ACHILLE)

 

ACHILLE: Ora sì ti vedo. In guardiaEttore!

ETTORE: Prendi fiatose vuoi.

ACHILLE: Io sdegno la tua cortesiasuperbo Troiano. Sii lieto che le mie braccia son fuori d'esercizio: il mio riposo e la mia negligenza ora ti favorisconoma tra poco udrai di me di nuovo; fin allorava' in traccia della tua fortuna.

 

(Esce)

 

ETTORE: Addio. Sarei stato assai più in gambase avessi aspettato te!

Ebbenefratello?

 

(Entra TROILO)

 

TROILO: Ajace ha preso Enea: lo soffriremo noi? Noper la fiamma di quel glorioso cielo lassùegli non lo porterà via: io pure sarò presoo lo libererò. Fatoodi quel ch'io dico! Poco m'importa di finire oggi la mia vita.

 

(Esce)

(Entra un Greco in una sontuosa armatura)

 

ETTORE: Fermatifermatio Grecotu sei un bel bersaglio. Notu non vuoi? Ben mi piace la tua armatura: io l'ammaccheròe disserrerò tutti i tuoi ganci. ma ne diverrò padrone. Non vuoi sostarebestia? E allora fuggi pureio ti darò la caccia per il tuo vello.

 

(Escono)

 

 

 

SCENA SETTIMA - Un'altra parte della pianura

(Entra ACHILLE coi Mirmidoni)

 

ACHILLE: Venite qui intorno a meo Mirmidoni miei; fate attenzione a quel che dico. Scortatemi dove io mi volgo: non tirate un sol colpoma tenetevi in buona lenae quando io ho trovato il sanguinario Ettorerecingetelo con le vostre armi tutt'intorno; crudelissimamente eseguite la vostra incombenza. Seguite memesseri. e tenete d'occhio le mie mosse: è decretato che il grande Ettore debba morire.

 

(Escono)

(Entrano MENELAO e PARIDEcombattendo: poi TERSITE)

 

TERSITE: Il cornuto e il cornificatore sono alle prese. Forzatoroforzacane! dalliParidedalli! forzapassero con due femmine!

dalliParidedalli! il toro vince la partita: attento alle cornaoh!

 

(Escono Paride e Menelao)

(Entra MARGARELONE)

 

MARGARELONE: Volgitivassalloe combatti.

TERSITE: Chi sei tu?

MARGARELONE: Un figlio bastardo di Priamo.

TERSITE: Io pure sono un bastardo; io amo i bastardi: io bastardo di nascitabastardo d'istruzionebastardo d'animobastardo di valoreillegittimo in ogni cosa. Il lupo non mangia della carne di lupoe perché dovrebbe un bastardo morder l'altro? Badache la disputa è malaugurosissima per noi: se il figlio d'una puttana combatte per una puttanaei chiama il giudizio sul suo capo. Addiobastardo.

MARGARELONE: Il diavolo ti porticodardo!

 

(Escono)

 

 

 

SCENA OTTAVA - Un'altra parte della pianura

(Entra ETTORE)

 

ETTORE: Putridissimo centrocosì bello di fuorila splendida armatura t'è costata la vita. Ora l'opera della mia giornata è finita; vuo' prendere un bel respiro: riposao spadatu sei sazia di sangue e di morte.

 

(Si toglie l'elmo e depone la spada)

(Entra ACHILLE coi Mirmidoni)

 

ACHILLE: GuardaEttoreil sole comincia calarela turpe notte gli viene ansando alle calcagna: così con l'avallare e l'ottenebrarsi del soleper chiudere il giornola vita d'Ettore è finita.

ETTORE: Sono inerme; rinunzia a questo vantaggioGreco.

ACHILLE: Colpitecompagnicolpite! questo è l'uomo che io cerco.

(Ettore cade) CosìIliocadi tu appresso! oraTroiainabissati!

Qui giace il tuo cuoreil tuo nervola tua spina. AvantiMirmidonie gridate tutti a più potere: Achille ha ucciso il possente Ettore.

(Suono di ritirata) Udite! un suono di ritirata dalla nostra parte greca.

UN MIRMIDONE: Le trombe troiane la suonano puresignore.

ACHILLE: L'ala di drago della notte si stende sulla terrae separa gli eserciti come un moderatore. La mia spada che ha cenato a mezzomentre si sarebbe voluta cibare liberalmentesoddisfatta di questa merenduolase ne va a letto così. (Ringuaina la spada) Suvvialegate il suo corpo alla coda del mio cavallovuo' trascinare il Troiano per il campo.

 

(Escono)

 

 

 

SCENA NONA - Un'altra parte della pianura

(Entrano AGAMENNONEAJACEMENELAONESTOREDIOMEDE ed altrimarciando. Clamori di dentro)

 

AGAMENNONE: Uditeudite! che clamore è questo?

NESTORE: Silenziotamburi !

VOCI (di dentro): Achille! Achille! Ettore è ucciso! Achille!

DIOMEDE: Corre voce che Ettore è stato uccisoe da Achille.

AJACE: Se è cosisia detto senza iattanza; il grande Ettore era buono quanto lui.

AGAMENNONE: Si seguiti a marciare con pazienza. Che uno sia mandato a pregare Achille di venirci a trovare nella nostra tenda. Se gli dèi ci han favoriti con questa morteTroia la grande è nostrae le nostre aspre guerre son terminate.

 

(Escono marciando)

 

 

 

SCENA DECIMA - Un'altra parte della pianura

(Entrano ENEA e Forze troiane)

 

ENEA: Fermateviolà! Alfine siam padroni del campo. Non si torni in città; consumiamo qui la notte.

 

(Entra TROILO)

 

TROILO: Ettore è ucciso.

TUTTI: Ettore! Gli dèi non vogliano!

TROILO: Egli è morto; e alla coda del cavallo del suo uccisorein bestial guisatrascinato per l'infame campo. Corrucciatevio cielie date prontamente effetto al vostro furore! Assidetevio dèisui troni vostri e colpite Troia tutta! Dicoimmediatamente usateci la pietà di brevi flagellie non protraete la nostra sicura distruzione!

ENEA: Mio signorevoi scorate l'esercito.

TROILO: Voi non mi comprendeteche mi dite così: io non parlo di fugadi spaventodi mortema sfido tutta l'imminenza in cui gli dèi e gli uomini apprestano i loro danni. Ettore è ito: chi dirà questo a Priamoo a Ecuba? Che colui che vuol esser per sempre chiamato uccel di malaugurio vada a Troia e dica là che Ettore è morto: ecco una parola che cangerà Priamo in sassofarà fontane e Niobi delle vergini e delle sposee fredde statue dei giovani; einsommafarà Troia uscir di sé dallo spavento. Ma via marciate: Ettore è morto; non v'è altro da dire. Anzi fermatevi. Voi infami abominevoli tendecosì orgogliosamente piantate nelle nostre pianure frigieche Titano si levi sì presto quant'osaio vi passerò da parte a parte! E tucorpulento codardonessuno spazio di terra separerà i nostri due odi:

io ti sarò sempre addosso come una malvagia coscienzache finge fantasmi così ratti come i pensieri della follia. Marciate animosamente verso Troia! andate di buon cuore: la speranza della vendetta nasconderà il nostro interno dolore.

 

(Escono Enea e le Forze troiane)

(Mentre TROILO sta per uscireentradall'altra partePANDARO)

 

PANDARO: Ma ascoltaascolta!...

TROILO: Viamezzano fattorino! Ignominia e vergogna perseguitino la tua vitae vivano per sempre col tuo nome!

 

(Esce)

 

PANDARO: Una buona medicina per le mie ossa dolenti! O mondo! mondo!

mondo! così si disprezza il povero agente. O trafficanti e ruffianicon quanto ardore siete eccitati a operaree come siete mal compensati! perché i nostri tentativi son cosi amatie l'opera compiuta così abominata? Abbiam versi per questo? proverbi? Vediamo:

Allegramente sufola il pecchione finché non perde miele e pungiglione; ma appena il dardo della coda è infranto cessano il dolce miele e il dolce canto.

Buoni trafficanti di carnemettete questo sulle vostre tele dipinte.

Quanti siete qui della casata ruffianescastruggetevi a mezzo gli occhi per la caduta di Pandaro; ose non potete piangeredate qualche lamentose non per meper le mie dolenti ossa. Fratelli e sorelle del mestiere di guardiaportedi qui a un due mesi sarà fatto il mio testamento: lo sarebbe orase non avessi il timore che fischiasse qualche oca scottata di Winchester. Fin allorafarò sudate e cercherò lenitivi; egiunto il momentovi lascerò in legato i miei malanni.

 
(Esce)



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