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JeromeK. Jerome



TREUOMINI IN BARCA

(pertacere del cane)

 

 

AVVERTENZADELL'AUTORE

Ilmondo è stato molto buono con questo libro.


Leedizioni inglesinelle varie formehanno superato complessivamenteil milione e mezzo di copie vendute. Molti anni faa Chicagounintraprendente stampatore pirataormai a riposomi garantìche negli Stati Uniti le vendite avevano superato il milione. Ancheseper esser stato pubblicato prima della Convenzione sui Diritti diAutoretale divulgazione negli Stati Uniti non mi fruttònessun beneficio materialela popolarità e la fama che essami ha fatto acquistare presso il pubblico americano rappresentano unaricompensa da non essere disprezzata. Il libro è statotradotto credoin tutte le lingue europee e anche in alcuneasiatiche. Mi ha procurato molte migliaia di lettereda giovani e davecchida gente sana e da ammalatida persone allegre e da personetristi. Mi sono giunte da ogni parte del mondoda uomini e da donnedi tutti i paesi.


Anchese il libro avesse avuto per unico risultato l'arrivo di questeletteresarei lieto di averlo scritto. Posseggo ancora poche pagineannerite di un esemplare inviatomi da un giovane ufficiale coloniale.Venivano dallo zainotrovato a Spion Kopd'un suo compagno caduto.E basta con le testimonianze.


Rimarrebberosolo da spiegare i motivi che giustificano un successo cosìstraordinario. Ma io non ne sono assolutamente capace. Ho scrittolibri che mi sembravano più ingegnosilibri che mi sembravanopiù ricchi di umorismo. E invece il pubblico persiste nelvolermi ricordare come l'autore di "Tre uomini in barca (pertacere del cane)". Molti critici hanno opinato che la fortunadel libro presso il pubblico fosse dovuta alla sua pedestresemplicitàalla sua totale mancanza di umorismo; ma a questopunto si ha l'impressione che non sia questa la soluzionedell'indovinello. Un'opera priva di valore artistico può aversuccesso per un po' e presso un pubblico limitato; il successo noncontinua ad allargare il suo raggio per mezzo secolo. Io sonoarrivato alla conclusione chespiegatela come voleteposso vantarmidi aver scritto questo libro. Se l'ho veramente scritto.


Poichéin veritàpoco mi ricordo di averlo scritto. Ricordo solo chemi sentivo molto giovane e tremendamente contento di me stesso perragioni che riguardano solo me. Si era d'estatee Londra d'estate ètanto bella. Sotto la mia finestra si stendeva la cittàluminosavelata di una nebbia dorata perché scrivevo in unastanza al di sopra dei comignoli; e di notte le luci splendevanosotto di me in modo che io calavo lo sguardo come in una caverna digioielli di Aladino. Fu durante quei mesi estivi che scrissi questolibro; pareva l'unica cosa da fare.




PREFAZIONEALLA PRIMA EDIZIONE


Labellezza principale di questo libro non consiste tanto nel suo stileletterario e nella quantità e utilità delle notizie inesso contenute quanto nella sua semplice e sincera aderenza al vero.Le sue pagine sono il resoconto di fatti realmente accaduti. Vi èaggiunto solo un po' di colore; ed anche a tal riguardo non si ècalcata la mano. GeorgeHarris e Montmorency non sono astrazionipoetichema esseri di carne e d'ossa specialmente George che pesavaquasi ottanta chili. Altre opere potranno rivaleggiare con questa perprofondità di pensiero e per la conoscenza dell'umana naturaaltre ancora per originalità e per mole; main quanto averidicità disarmata e incurabilenulla si è scopertoche la vinca. Questopiù di tutti gli altri suoi pregisiritiene renderà prezioso il volume agli occhi del lettoreavveduto e aumenterà il valore della morale che il raccontoimpartisce.


Londraagosto 1889




CAPITOLO1


Treinvalidi - Le infermità di George e di Harris - Una vittima dicentosette morbi fatali - Ricette utili - La cura per il mal difegato nei bambini - Conveniamo che siamo esauriti dal lavoro e chenecessitiamo di riposo - Una settimana in mare? - George suggerisceil fiume - Montmorency avanza un'obiezione - La prima proposta vincecon una maggioranza di tre a uno.


Eravamoin quattroGeorgeWilliam Samuel Harrisioe Montmorency. Sedutinella mia stanza fumavamo e commentavamo come fossimo mal ridotti -ridotti malesi capiscedal punto di vista medicoquesto intendodire.


Cisentivamo tutti e quattro tristanzuoli e ciò ci innervosiva.


Harrisdiceva che di tanto in tanto sentiva tremendi attacchi di vertiginida non sapere più quel che faceva; e allora anche George disseche aveva attacchi di vertigini e non sapeva più quel chefaceva. In quanto a mesi trattava del fegato in disordine.


Sapevobenissimo che si trattava del fegato in disordine perché avevoletto proprio allora un foglietto propagandistico di certe pilloleper il fegato nel quale erano elencati tutti i vari sintomi per cuiuno può affermare che il proprio fegato è in disordine.E ioquei sintomili avevo tutti.


Saràuna cosa straordinariama io non ho mai letto un foglio dipropaganda farmaceutica senza arrivare alla conclusione che soffro diquella particolare malattiadescritta dal volantino nella sua formapiù virulenta. In ogni singolo caso la diagnosi sembracorrispondere esattamente a tutti i sintomi ch'io abbia maiavvertito. Ricordo che un giorno andai al Museo Britannico perleggere la cura di una lieve indisposizione di cui avevo cominciato asoffrire - febbre da fienomi pare. Presi giù il libro elessi tutto quello ch'ero venuto a leggere; e poisoprappensiero perun momentosfogliai le pagine pigramentee con indolenza mi misi aesaminare le malattie in generale.


Dimenticooraquale fu la prima infermità in cui mi ingolfai certo unflagello distruttore - e prima ancora che avessi dato un'occhiataalla metà dell'elenco dei "sintomi premonitori"c'era in me la certezza assoluta cheovviamenteavevo quellamalattia.


Rimasiper un momento agghiacciato dall'orrorepoi con l'indifferenza delladisperazionecontinuai a sfogliare le pagine. Arrivai alla febbretifoidea - ne lessi i sintomi scoprii che avevo la febbre tifoideache dovevo portarmela addosso da mesi senza accorgermene - mi chiesiche altro ancora avessi; mi capitò sott'occhio il Ballo di SanVito - scopriicome previstod'avere anche quello - e cominciando ainteressarmi al mio caso decisi di scrutarmi fino in fondo e quindiripresi la lettura in ordine alfabetico. Lessi: brividi di febbreintermittentee seppi che ne soffrivo e che la crisi acuta sarebbecominciata tra una quindicina di giorni. In quanto a Bright e allasua malattia del renerimasi consolato scoprendo che l'avevo solo inuna forma di sottospecie e chequanto a leimi avrebbe fatto vivereper anni.


Ilcolera ce lo avevo e con gravi complicazioni; con la difteritesembrava che ci fossi nato. Mi sprofondai coscienziosamente in tuttee ventisei le lettere e arrivai alla conclusione che l'unica malattiada cui ero esente era il ginocchio della lavandaia.


Questascoperta al primo momento mi lasciò piuttosto delusomi parvequasi un affronto. Perché mai non avevo il ginocchio dellalavandaia? Perché questa invidiosa eccezione? Ma dopo un po'grazie a Dioprevalsero sentimenti meno avidi. Ebbi così lapossibilità di riflettere che avevo tutte le altre malattieconosciute dalla farmacologia e così mi sentii meno egoista edecisi di fare a meno del ginocchio della lavandaia. La gottasembrava che mi avesse ghermito nella forma più maligna senzache ne avessi coscienza; in quanto alle fermentazioni per zimosievidentemente ne soffrivo dalla fanciullezza. Dopo la zimosi nonc'erano altre malattie e così conclusi che non avevo altro.


Rimasilì seduto a meditare. Pensai... che caso interessante devoessere io dal punto di vista clinico; che pacchia per una scuola!

Glistudentiavendo menon avevano più bisogno di fare il giroper gli ospedali. L'ospedale ero io; sarebbe bastato fare un girointorno a me e poi potevano prendersi la laurea.


Pensaia quanto tempo ancora mi rimanesse da vivere. Tentai di esaminarmi.Mi tastai il polso. In principio non lo trovaima poi sembròche cominciasse a battere tutto di un colpo. Tirai fuori l'orologio econtai. Andava a cento e quarantacinque pulsazioni al minuto. Cercaidi sentirmi il cuore. Ma il mio cuore non lo trovai. Non batteva più.Ero sempre stato d'opinione che doveva essercie aver pulsato;quindi non mi potevo render conto di che cosa era accaduto. Mi palpaidappertutto sul davantida quella che io chiamo la mia vita finoalla testae un po' attorno da ciascun lato e un po' sulle spalle.Ma non riuscivo a sentire né udire nulla. Cercai di guardarmila lingua. La cacciai fuori per quanto fu possibilechiusi un occhioe cercai di esaminarla con l'altro. Non riuscivo a vedere che lapunta e l'unica cosa che ci guadagnai fu di esser certo più diprima che avevo la scarlattina.


Quandoero entrato in quella sala di lettura ero un uomo sano e felice.Quando mi trascinai fuori di lì ero un decrepito relittoumano.


Emi recai dal mio medico. E' un vecchio amicone e tutte le volte chevado da lui perché credo di essere ammalatoegli mi tasta ilpolsomi guarda la linguaparla del tempo che fatutto ciògratis; e pensai cheandandoci oragli avrei reso un bel servizio.Mi dicevo: "I medici hanno bisogno di pratica. Egli avràme. Farà più pratica con il mio corpo che con quelli dimille e settecento di quegli ammalati comunitrascurabiliche nonhanno che una o due malattie ciascuno". Andai dritto dritto daluilo trovai in casa e lui disse:

-Be'! Che cos'hai?

Iodissi:

-Caro mionon starò a rubare il tuo tempo con la narrazione ditutto quello che ho. La vita è breve eprobabilmenteprimache io finissi tu saresti già all'altro mondo. Ma ti diròquello che non ho. Non ho il ginocchio della lavandaia. Perchéproprio non abbia anche il ginocchio della lavandaia non lo capiscoma il fatto è che non ce l'ho. Peròqualsiasi altracosaio ce l'ho.


Egli raccontai come ero arrivato a scoprire il vero.


Edallora egli mi sbottonò e si mise ad osservarmimi afferròil polso e mi colpì il petto mentre non me lo aspettavo - unacosa veramente da vigliaccodico io - e subito dopo cominciòa darmi testate col viso per appoggiare l'orecchio al mio petto. Dopodi che si accomodò e scrisse una ricettala piegò e mela porse. Io me la misi in tasca e uscii.


Nonla lessi. Andai dal primo farmacista e gliela diedi. Il buon uomo lalesse e me la porse indietro.


Disseche non poteva servirmi.


Iodissi:

-Ma non è un farmacistalei?

Luidisse:

-Sono un farmacista. Se fossi una combinazione di una cooperativa diconsumo con un albergo familiare potrei servirla. Ma il fatto diessere soltanto un farmacista me lo rende impossibile.


Lessila ricetta: Diceva:


1libbra di bisteccacon 1 bottiglia di birraogni 6 ore.


1passeggiata di dieci miglia ogni mattina.


Andarea letto alle 11 in punto tutte le sere.


Enon ti riempire la testa con cose che non capisci.


Seguiila prescrizione col risultato (felice risultatoper quanto miriguarda) di aver salva la vitache ancora continua.


Nellapresente contingenzaper tornare alla propaganda per le pillole peril fegatonon c'era possibilità di sbagliarsi: i sintomi ioli avevo e il principale era "un'allergia generale" perqualsiasi specie di lavoro.


Quantoio patisca di questo malenon vi è lingua che possa dirlo.


Nesono vittima fino dall'infanzia. Da ragazzopoila malattia non miabbandonava neanche per una sola giornata. A casa non capivanoallorache era colpa del fegato. La medicina era molto lontana dalprogresso di orae i miei confondevano la malattia con la pigrizia.


-Si può saperescansafatiche che altro non seiperchénon ti muovinon fai qualcosa per procacciarti da vivere? ma non seicapace? - E non sapevanoè chiaroche ero ammalato.


Einvece di pilloleerano sganassoni. Eppureper quanto possa sembrarstranoquegli sganassoni riuscivano a guarirmialmeno per ilmomento. Imparai così che uno sganassone mi curava meglio ilfegato e mi disponeva a filar dritto e a fare quello che mi dicevanodi fare senza perder tempopiù di quanto non me lo curi oggiuna scatola intera di pillole.


Malo sapete bene che spesso è così. Questi rimediantiquati sono a volte più efficaci di tutte le specialitàfarmaceutiche.


Perun'altra mezz'ora ci descrivemmo l'un l'altro le nostre malattie. Iospiegai a George e a William Harris come mi sentivo alzandomi almattino; William Harris ci descrisse quello che si sentiva quandoandava a letto e Georgeritto davanti al caminettosi esibìin una pantomima incisiva e impressionante per illustrarci comepassava la notte.


Georgeè un malato immaginariocredete purenon ha proprio niente.


Inquel momento la signora Poppets picchiò alla porta e ci chiesese eravamo pronti per il pranzo. Ci scambiammo un triste sorriso l'unl'altro e convenimmo che forse era meglio tentare di mandar giùun boccone. Harris disse che qualche briciolina nello stomaco dellagente spesso tiene in scacco la malattia. La signora Poppets portòil vassoio e noi ci accostammo al tavolo e sbocconcellammo unabistecchina con cipolle e un po' di torta al rabarbaro.


Dovevoesser davvero molto indebolitoalloraperché dopo poco menodi mezz'orettami parve di non aver più nessuna voglia dicibi - caso insolito in me - e rifiutai il formaggio.


Assoltoquesto compitoriempimmo di nuovo i bicchieriaccendemmo le pipe eriprendemmo la conferenza sullo stato della nostra salute. Cosa fossequello che effettivamente avevamo nessuno di noi era in grado dipoterlo dire con certezza ma l'opinione generale era chefossequello che fossetutto era effetto dell'eccesso di lavoro.


-Noi abbiamo bisogno di riposo- disse Harris.


-Riposo ed evasione- disse George. - Lo sforzo che abbiamo impostoai nostri nervi ha generato una depressione completa di tuttol'organismo. Evasioneaffrancamento dal dover pensare...


eccoquello che ci ristabilirà l'equilibrio mentale.


Georgeha un cugino a caricodi professione eterno studente di medicinafuori corsoe perciònell'esprimere le cose il nostro amicoha un certo che del medico di casa.


Fuid'accordo con George e suggerii che scoprissimo qualche posticinoall'anticalontano dalla gazzarra delle folle e lì cercassimodi passare una settimana al soletra i sentieri assonnati - uncantuccio mezzo dimenticatocome se fosse stato nascosto dalle fatefuori della portata del mondo fragoroso una specie di nidoappollaiato lassùsulle scogliere del Tempodove ildiciannovesimo secolo non avrebbe potuto far arrivare che unsussurroun'eco lontana lontana delle sue onde tempestose.


Harrisdisse che secondo lui un posto simile sarebbe stato un disastro.Disse che aveva ben capito che razza di posto intendevo io; un postodove tutti andavano a letto alle otto; dove non poteva avere il suogiornale al mattino né per amore né per forza e dovebisognava far dieci miglia per trovare il tabaccaio.


-No- disse Harris.- Se vogliamo un po' di riposo e di evasione nonc'è di meglio che un viaggio per mare.


Miopposi al viaggio di mare con tutte le mie forze. Un viaggio di marefa bene se può durare per un paio di mesi; una crociera di unasettimana soltanto è una tragedia. Al lunedì tu particon l'idea radicata nel cervello che vuoi divertirti. Accenni undisinvolto saluto agli amici sul moloaccendi la tua pipa piùvoluminosa e te ne vai a fare lo sbruffone in copertacome se fossiun concentrato del Capitano Cookdi Francis Drake e di CristoforoColombo. Al martedì ti auguri di non esserti mai imbarcato. Almercoledìgiovedì e venerdì preferiresti essereall'altro mondo. Al sabato riesci a mandar giù un po' di brodomagroa star seduto in coperta e a rispondere con un sorrisino dolcee stanco alle persone gentili che vengono a chiederti se ora ti sentimeglio. Alla domenica ricominci a passeggiare e a mangiare cibinormali. E al lunedì mattina tutto comincia a piacertima tuvaligia e ombrello in manostai già presso il barcarizzo inattesa di sbarcare.


Ricordoche anche mio cognatouna voltafece un viaggetto di mare perrimettersi in salute. Prese un biglietto di andata e ritornoLondra-Liverpool e quando arrivò a Liverpool si precipitòin cerca di chi gli ricomprasse il biglietto di ritorno.


Looffrì per tutta la città facendo una riduzionetremendacosì mi disseroe riuscì a cederlo perdiciotto pence a un giovane dall'aspetto biliosoal quale i mediciavevano consigliato di andare al mare e fare del nuoto.


-Andare al mare! - gli disse mio cognato spingendogli affettuosamentein mano il biglietto. - Caspitane avrete tanto di mare che vibasterà per tutta la vita; e poiin quanto agli esercizifisicine farete di più rimanendovene seduto in coperta suquel bastimento che mettendovi a far capriole sulla spiaggia.


Emio cognato se ne ritornò in treno. Disse che per la suasalute la North-Western Railway era abbastanza.


Conobbiun altro tipo che fece una crociera di una settimana intorno allecoste dell'Inghilterra eprima della partenzail cameriere di bordogli si avvicinò e gli chiese se voleva pagare i pasti voltaper volta oppure aggiustarsi su di un pagamento anticipato per tuttoil vitto.


Ilcameriere di bordo gli consigliò quest'ultima forma dipagamento che veniva molto più a buon mercato. Disse che pertutta la settimana gli avrebbero fatto il prezzo di due sterline ecinque scellini. Disse che a prima colazione servivano pesce e carnealla griglia. Si mangiava poi all'una: quattro portate.


Pranzoalle sei: minestrapescepiatto di mezzopolloinsalatadolceformaggio e frutta. Alle dieci un leggero pasto per cena.


Ilmio amico decise per l'affare del pagamento anticipato a due sterlinee cinque scellini (è un buon mangiatore) e pagò.


Ilpranzo dell'una arrivò appena fuori di Sheerness. Egli nonsentiva quell'appetito che credeva di dover sentire e quindi siaccontentò di un po' di lesso e di un piattino di fragole conpanna. Durante il pomeriggio si sorprese a riflettere molto e ad uncerto momento gli sembrò che da settimane e settimane nonavesse fatto altro che mangiar carne lessa; poiad un altro momentogli sembrò che da anni non si fosse nutrito che di fragole conla panna.


Néla carne lessané le fragole con la panna mostravano diessere a loro agio... erano piuttosto agitate.


Allesei vennero ad avvisarlo che il pranzo era pronto. Questo annuncionon risvegliò nessun entusiasmo dentro di luiperòegli ponderò che bisognava scontare un poco delle due sterlinee cinque scellini e aggrappandosi a cavi e cose varie scese abbasso.Giunto ai piedi della scala venne salutato da un odorino di cipolle eprosciutto mescolato con quello di pesce fritto e verdura; ilcameriere col suo sorriso ipocrita si avvicinò e gli disse:

-Che cosa debbo portarvisignore?

-Portarmi fuori di qui- fu la risposta assieme a un lamento.


Equelli lo riportarono in coperta in fretta e furialo appoggiaronoben bene alla murata sottovento e lo lasciarono.


Trascorsei quattro giorni seguenti vivendo una vita semplice e morigerata astecchettoa base solo di galletta da marinaiosottile (lagallettanon il marinaio)e acqua gassata; maarrivato al sabatosi sentì altezzoso e si permise un tè poco carico e untoast; al lunedì seguente s'ingozzò di brodo digallina. Sbarcò il martedì e mentre la nave si staccavadalla banchina egli la seguì con lo sguardo pieno dirammarico.


-E via lei- disse- e via leicon due sterline di viveri a bordoche mi appartengono e che non ho mangiato.


Disseche se gli avessero concesso un'altra giornata di tempo era certo chesi sarebbe rifatto del suo.


Dunqueio mi ero messo contro il viaggio di mare. Macome spiegainonperché pensassi a me stessoio non faccio mai storie. Eraperché temevo per George e George diceva che sarebbe statobenissimoe che gli sarebbe anzi piaciutoma che piuttosto dovevaconsigliare me e Harris a rinunciare perché era certo chetutti e due avremmo sofferto il mal di mare. Harris brontolòtra sé che restava sempre un fatto misterioso il sapere comefa la gente a prendersi il mal di mare sui bastimenti diceva chesecondo lui lo fanno appostaper darsi delle arie e diceva anche chemolte volte aveva tentato di averloma che non c'era mai riuscito.


Poisi mise a raccontare aneddotidel come avesse attraversato la Manicacon un mare tanto grosso che i passeggeri dovettero esser legati allecuccette e non c'era a bordo anima vivatranne lui e il capitanoche non avesse mal di mare. Altre volte erano lui e il secondo dibordo a non soffrire; insomma era sempre lui e un altro. E quando poil'altro non c'erac'era lui soltanto.


Certamenteè curioso che mai nessuno abbia mal di mare - a terra.


Inmareinvecetu ti imbatti in un sacco di gente che se la passa maledavveroa volte il bastimento ne è pieno; eppure finora nonho mai visto un solo uomoa terrache nemmeno sapesse ciòche sia avere il mal di mare. Dove diamine si andranno a nasconderequando sono a terra le migliaia e migliaia di cattivi marinai chepullulano su di ogni naveè un mistero.


Sece ne fossero molti come un tale che vidi sul vaporetto di Yarmouthpotrei spiegare il presunto enigma facilmente. Fu appena fuori delmolo di Southendricordoe lui stava piegato attraverso unportellino in una posizione molto pericolosa. Mi avvicinaiansiosodi soccorrerlo.


-Dica! si tiri più indietro- gli dissi scuotendolo per lespalle. - Lei va a finire in marecosì.


-Dio lo volesse! - fu tutta la risposta che ne ebbi; e dovettiabbandonarlo lì.


Passaronotre settimane ed un giorno lo rividi a Bathnel bar di un albergo.Raccontava dei suoi viaggi e diceva quanto amasse il mare.


-Se sono buon marinaio! - ribatté rispondendo alla invidiosadomanda di un mite giovanotto; - una voltaperòmi sentii unpo' stranodevo confessarlo. Fu al largo di Capo Horn. Il giornodopola nave naufragò.


Dissi:

-Ma non era un po' indisposto presso il molo di Southendun giornoaugurandosi d'essere gettato in mare?

-Il molo di Southend! - rispose lui con un'espressione perplessa.


-Sìandavamo a Yarmouthvenerdì scorso fecero tresettimane.


-Oh! Ah! Sì!- risposeilluminandosi. - Ora me ne ricordo. Chemal di testa quel pomeriggio! Tutta colpa di quei sottacetisa!

Eranoi peggiori sottaceti che abbia mai trovato su di una nave che sirispetti. Lei ne aveva mangiati?

Ioper conto mioho scoperto un preventivo ottimo per non soffrire ilmal di maredondolandomi. Ti pianti al centro del ponte ea secondadel beccheggiare della navefai oscillare il tuo corpo in modo darimanere sempre diritto. Quando la parte prodiera del vapore siinnalzatu ti abbassi in avanti fino a che il ponte non ti tocchiquasi il naso; e quando invece si innalza la parte poppiera tu tiinclini indietro. La cosa va bene per un'ora o due; naturalmente nonsi può oscillare per una settimana.


Georgedisse:

-Il Tamigi. Risaliamo il Tamigi.


Disseche così avremmo goduto di aria frescadi movimento e diquiete; la nostra mente (compresa quella di Harris per quel tantinoche ne aveva) sarebbe stata occupata dal continuo cambiamento dipanorama e il lavoro duro che avremmo dovuto fare ci avrebbe dato unottimo appetito e ci avrebbe fatto dormire bene.


Harrisdisse che secondo lui George non doveva far nulla che tendesse arenderlo più dormiglione di quello che è; poteva esserepericoloso. Disse che non riusciva a spiegarsi bene come Georgeavrebbe potuto dormire più di adesso visto che nella giornatavi sono soltanto ventiquattro oresia d'estatesia d'inverno; ma sesi fosse dovuto ammettere che poteva dormire di piùtantovaleva che fosse morto e così avrebbe anche risparmiato isoldi per vitto e alloggio.


Andava"per-fet-ta-men-tefino al TE". Che cosa voglia direquesto TEio non lo so (a meno che sia un "tè completocon paneburro e dolce "ad libitum"da mezzo scellinoch'è a buon mercato se non si è pranzato). Sembraadogni modo che vada per-fet-ta- men-te per tutticosa lodevolissima.


Andavaper-fet-ta-men-te anche per mee dicemmo entrambiHarris ed iochel'idea di George era buona e lo dicemmo con un tono che sembravaimplicare che eravamo rimasti sorpresi che George si fosse dimostratocosì sensato.


L'unicoche non rimase colpito dall'idea fu Montmorency.


Montmorencynon si è mai interessato di fiumi.


-Ottimo per voiragazzi- disse lui; - a voi piacema a me nochecosa avrei da fare io? Del panorama non me ne importa nullaeinoltreio non fumo. Se dovessi vedere un topo voi non vifermerestee se dovessi addormentarmivoicon le vostre pazziesulla barcami fareste cadere in acqua. Per mese volete saperloquesta è una cretineria enorme.


Tuttaviaeravamo tre contro unoe la mozione fu approvata.




CAPITOLO2


Discussionedei piani - I piaceri del campeggio nelle notti serene - Idemnellenotti di pioggia - Si arriva al compromesso - Montmorencysue primeimpressioni - Timori che non fosse fatto per questo mondopoiscartati in quanto infondati - Rinvio della seduta.


Cartegeografiche alla mano ci mettemmo a discutere i nostri piani.


Fissammola partenza per il sabato prossimo da Kingston. Io e Harris dovevamoandarci la mattina e risalire in barca fino a Chertseye Georgechenon poteva lasciare la città prima del pomeriggio (George va adormire in una banca tutti i giorni dalle dieci alle quattro; alsabatoinvecelo svegliano alle due e lo sbattono fuori)ciavrebbe raggiunto lì.


Dovevamocampeggiare o dormire in locande?

Ioe George eravamo per il campeggio. Dicemmo che sarebbe stato unvivere libero e primitivo che fa tanto patriarcale.


Lentamenteil ricordo dorato del sole tramontato svanisce dal cuore delle nuvolefredde e tristi. Gli uccellisilenti come bimbi imbronciatihannocessato il loro canto e solo il grido lamentoso della pavoncellaeil gracchiare roco dell'edrone rompono la quiete reverente intornoallo specchio di acquasu cui esala l'ultimo respiro il giornomorente.


Dalleboscaglie nebbioseindistintesulle due rivele ombre grigieglieserciti spettrali della notteescono strisciando con silenziosomotocon piedi invisibilie passano sopra l'ondeggiante erbalacustreattraversano i sospiranti giunchi; e la Notteassisa sulsuo tetro sogliospiega le ali funeree sull'oscurato mondo edalsuo palazzo fantastico illuminato dalle pallide stelleregna insilenzio.


Alloranoi guidiamo la barca in un posticino tranquillopiantiamo la tendaci cuciniamo la cena frugale e ce la mangiamo. Poi si caricano e siaccendono le grosse pipesi scambiano chiacchiere a bassa voce;intantonelle pause dei nostri conversariil fiumegiocandointorno alla barcacicaleccia di antiche favole arcanecantasottovoce l'antica nenia che ha cantato per tante migliaia di anni eche per tante migliaia di anni ancora canterà fino a che lasua voce non diverrà aspra e stanca - quel vecchio canto chenoiavendo imparato ad amarne il volto mutevoleessendoci cosìspesso annidati sul suo petto accoglientecrediamo di intendereinqualche modoanche se non saremmo capaci di ridire con le sempliciparole la storia che ascoltiamo.


Laluna ama anch'essa il fiume ai cui margini noi ci troviamo; e sichina allora per baciarlo di un bacio fraterno e gli getta attorno lesue braccia d'argento in un tenero abbraccio; e noi vediamo scorrerl'acquacantando sempresussurrando sempreverso l'incontro colsuo reil maree rimaniamo lì fino a che le nostre voci nonsi spengono nel silenziofino a che le pipe non sono consumatefinoa che noiche pur sempre rimaniamo giovani comuni mortaliperfettamente uguali ad ogni altronon ci sentiamo stranamentesaturi di pensieroquasi tristiquasi inteneriti e non abbiamo piùvoglia né interesse di parlare fino a checon una risatacialziamobattiamo la cenere dai bocciuoli delle pipe consumatediciamo "buonanotte" ecullati dal rumore dell'acqua chesciaborda e degli alberi che fruscianoci addormentiamo sotto lestelle grandi ed immote e sogniamo che la terra è giovaneancora - giovane e tenera così come era prima che secoli esecoli di travagli e di tribolazioni incavassero il suo bel voltoprima che i peccati dei suoi figli e le loro follie le indurissero ilcuore amoroso - tenera come era in quei giorni passati quandomammanovellaessa nutriva noii suoi figlistringendoci al suo senoflorido - come era prima che la falsità di una civilizzazioneimbellettata ci adescasse per strapparci dalle sue tenere braccia ela serpe velenosa dell'artificiosità ci avesse fattovergognare dell'esistenza primitiva che vivevamo con lei nellasemplicemaestosa dimora in cui l'umanità vide la luce tantemigliaia di anni fa.


Harrisdisse:

-E se piove?

Impossibilesuscitare commozione in Harris. Manca completamente di poesiadifolle anelito verso l'irraggiungibile. Mai gli accade di "piangeresenza saper perché". Se gli occhi di Harris si riempionodi lagrimestate pur certi che è perché Harris stamangiando le cipolle crude o ha messo troppa salsa inglese sullacotoletta.


Seper casotrovandovi di notte con Harris sulla spiaggiagli diceste:

-Odi! non senti? Non senti il canto delle sirene che vien dal profondodelle acque ondeggianti? o forse sono gli spiriti dolenti che cantanotrenodie ai cadaveri pallidi trattenuti dalle erbe marine?

Harristi afferrerebbe per il braccio e direbbe:

-Va' la... lo so io cosa è; è che ti sei buscato unraffreddore.


Andiamovieni con me; conosco un posticino lì all'angolo dove potraibere un goccio del migliore whisky che tu abbia mai assaggiato:vedrai che ti rimette in sesto in un attimo.


Harrisconosce sempre un posticino lì all'angolo della strada dovepuoi trovare qualcosa di extra in fatto di bere. Credo che se dovessiincontrarlo all'altro mondo (se ciò fosse possibile) egli miverrebbe incontro per salutarmi dicendo:

-Che piacere che tu sia venutovecchio mio; ho scoperto uno splendidoposticino lì all'angolo dove ti servono un nettare di primaclasse.


Nellapresente contingenzae cioè per quanto riguarda il campeggiola praticità del suo punto di vista in materia fu stimata comeun'osservazione molto ragionevole. Il campeggio sotto la pioggia nonè cosa divertente.


Vienela sera. Tu sei bagnato fino alle ossasul fondo della barca ci sonocinque centimetri d'acqua e ogni cosa è fradicia. Tu cerchi unposticino sulla riva che non sia una pozzanghera come gli altri postiche hai passato; sbarchitrascini la tenda eaiutato da un altroti metti a piantarla.


Quellaè grondante e pesante e comincia a cader di qua e di làti viene addossoti si avvolge intorno alla testa e ti fa diventarmatto. Intanto l'acqua vien giù che Dio la manda. Giàcol bel tempo non è facile drizzare una tenda; sotto lapioggia poiquel compito diventa una fatica di Ercole. Hail'impressione che il tuo compagno invece di aiutarti si stiadivertendo a far lo scioccoperché non appena sei riuscito asistemare per bene il tuo lato ecco che lui dà un gran colpodal suo e rovina tutto.


-Ehi! Ma che stai facendo? - gli gridi tu.


-Ma che stai facendo tu? - ribatte lui. - E molla una buona volta!

-Non tirare; non vedi che hai messo tutto al rovescio; pezzo disomaro! - urli tu.


-Nossignorenon è vero - urla lui di ritorno; - molla il tuolato!

-Ma ti ho detto che hai sbagliato tutto! - muggisci tu con una granvoglia di saltargli addosso. Ed intanto lui dà uno strattoneche svelle i paletti.


-Pezzo d'idiota! - lo senti brontolareed ecco che arriva unastrappata selvaggia e tutto il tuo lato svolazza. Tu posi a terra ilmazzuologiri e vai dal tuo amico per dirgli tutto quello che pensisulla faccenda; allo stesso tempo ha girato anche lui nella stessadirezione per venire da te e spiegarti il suo punto di vista. Cosìvi rincorrete torno torno alla tenda mandandovi reciproci accidentifino a che la tenda non diventa un mucchio di stracci per terra e voirimanete a guardarvi l'un l'altro al di sopra delle sue rovinepoientrambiindignatiesclamate insieme:

-Ecco fatto! Te l'avevo detto!

Ilterzo amicoche nel frattempo ha cercato di svuotare la barcafacendosi correr l'acqua giù per le maniche e che perciòdurante gli ultimi dieci minuti non ha fatto che imprecare fra sévuol sapere ora che significa tutta quella indiavolata gazzarra chestate facendo e perché mai quella tenda della malora non èancora su.


Finalmentetira di quatira di làla tenda è in piedi e sisbarca l'equipaggiamento. Sarebbe vano tentare di fare un fuoco dilegnaperciò accendete il fornello a spirito e vi accucciateintorno ad esso.


Acena l'acqua piovana è l'ingrediente alimentare principale. E'per tre quarti acqua piovana il panene sovrabbonda il polpettoneein quanto alla marmellataal burroal sale e al caffèsisono uniti ad essa in un'unica zuppa.


Dopocena ti accorgi che il tabacco è umido e che non puoi fumare.


Fortunatamenteti sei portato una bottiglia di quella roba chepresa nella debitaquantitàdà euforia e inebria; questo ti ridonaabbastanza fiducia nella vita da indurti ad andartene a letto.


Tiaddormentie sogni che un elefanteimprovvisamentesi èseduto sul tuo pettoe che un vulcano ha eruttato e ti hasprofondato nel fondo del mare con l'elefante che ti dorme sempreplacidamente sul seno. Ti svegli e afferri l'idea che qualcosa ditremendo debba essere realmente accaduto. La prima impressione èche sia arrivata la fine del mondo; poi pensi che non puòessere e che si deve trattare di ladri o di assassini o forse anchedi un incendio. Tu esprimi quest'opinione nel modo che ti èfamiliarema soccorsi non ne arrivano e non hai altra sensazione senon quella che migliaia di persone ti prendano a calci e che staiasfissiando.


Tisembra che vi sia qualche altro in pena. Senti il suo fioco lamentoche viene da sotto il tuo letto. Deciso a vender cara la pellesiaquello che sialotti freneticamente agitando braccia e gambe adestra e a sinistrae urlando sempre a più non posso;finalmente qualcosa si apre e ti trovi con la testa all'aria fresca.A cinquanta centimetri da te vedi nell'ombra un furfante seminudo chesta certamente per ucciderti e già ti disponi a una lottaall'ultimo sangue contro di lui quando comincia a sembrarti che sitratti di Jim.


-Oh! sei tusei? - dice lui riconoscendoti nello stesso momento.


-Sì- rispondi stropicciandoti gli occhi. - Che èsuccesso?

-Credo che questa maledetta tenda sia caduta- dice lui.


-Dov'è Bill?

Alloratutti e due vi mettete a gridare "Bill!" e il terreno sottodi voi vibra ed ondeggiae dalle rovine ritorna quella voce sordache avete udito prima.


-Toglietevi di sopra alla mia testauna buona volta!

EBill con sforzi enormi riesce a venir fuoriinfangatopesto come unpovero relitto e magari arrabbiatissimo perché crede che gliabbiate fatto un brutto scherzo.


Almattino seguente siete tutti e tre taciturni perché durante lanotte vi siete presi un forte raffreddore; vi sentite anche moltolitigiosi e durante tutta la colazione non fate che mandarvi rauchi esussurrati accidenti a vicenda.


Fatteperciò le debite considerazionidecidemmo che avremmo dormitofuori nelle belle nottatee quando fosse piovuto o quando avessimovoluto cambiarece ne saremmo andati all'albergoo alla locanda oall'osteriacome fanno tutte le persone rispettabili.


Montmorencysalutò con molta soddisfazione questo compromesso. Lasolitudine romantica non lo entusiasma. Gli ci vuole il trambustoancor meglio se è un po' volgare. Montmorencya guardarlosembra un angelo spedito sulla terra sotto le forme di un fox-terrierper qualche ragione insondabile alla conoscenza umana. C'èinMontmorencyqualche cosaun'espressione chea quanto diconohastrappato le lagrime a vecchie e pie signore e a vecchi gentiluomini;qualche cosa che par che dica: Oh-che-razza-di-un-mondaccio-cane-è-questo-e-come-vorrei-far-qual cosa-per-migliorarlo-e-renderlo-più-nobile.


Quandovenne per la prima volta a vivere a spese mieebbi subito lacertezza che non avrei potuto tenermelo per molto tempo. Sedevo e loguardavolui sedeva sul tappeto e guardava me. Ed io pensavo: "Oh!questo cane non vivrà. L'eleveranno ai cieli in un cocchio;ecco quello che succederà".


Peròdopo che ebbi risarcito i danni per circa una dozzina di galline cheaveva sgozzato; dopo averlo trascinato via per la collottolaringhiante e scalcianteda circa cento e quaranta zuffe per strada;dopo che una donna mi portòda vedereun gatto mortodandomi dell'assassino; dopo di esser stato citato dall'uomo cheabitava a due porte dalla mia perché lasciavo in libertàun cane feroce che lo aveva assediato nel suo sgabuzzino degli arnesidal quale non aveva osato metter fuori il naso per due ore e piùin una fredda notte; e dopo aver appreso che il giardiniere a miainsaputa si era guadagnato trenta scellini scommettendo su quantitopi lui avrebbe ucciso in un determinato tempocominciai a credereche forsein fin dei contisarebbe rimasto sulla terra un poco piùa lungo.


PerMontmorency la "gran vita" consiste nel ciondolare neiparaggi d'uno stallaticoradunare una banda di cani tra i piùribaldi della città e capeggiarli in giro per i peggioriquartieri a dar battaglia ad altri cani ribaldi; perciòcomeho già segnalatoegli diede la sua approvazione entusiasticaall'idea degli alberghidelle locande e delle osterie.


Cosìsistemata con soddisfazione di tutti e quattro la questione deldormire e non essendoci altro su cui accordarci se non quello chedovevamo portarci appressocominciammo questa discussione; ma Harrisdisse che per una serata avevamo dissertato abbastanza e propose cheuscissimo per distrarci un pochino: disse che aveva scoperto unposticino lì all'angolo della strada dove si poteva ottenereun goccio di irlandese degno di esser bevuto.


Georgedisse che aveva sete (non ho mai notato che George non avesse sete) esiccome anche io avevo un certo presentimento che un po' di whiskycaldocon una scorzetta di limone avrebbe fatto bene ai mieiacciacchiil dibattito venne aggiornato all'unanimità per lasera dopo; e i presenti si misero il cappello in testa e uscirono.




CAPITOLO3


Accordiconclusivi - Metodo di Harris per fare un lavoro - Come l'anzianocapo di casa appende un quadro - George fa un'osservazione logica -Delizioso il bagno mattutino - Predisposizioni per i casi dicapovolgimento.


Lasera dopo tornammo a riunirci per discutere i piani e mettercid'accordo. Harris disse:

-Orala prima cosa da fare è di stabilire quel che ci dobbiamoportare. TuJ.prendi un pezzo di carta e scrivie tuGeorgeprendi il listino del droghiere e qualcuno mi dia un pezzo di matitaperché la nota la faccio io.


Questoè Harris... sempre pronto ad accollarsi il peso di tutto perpoi metterlo sulle spalle degli altri.


Mifa ricordare sempre del mio povero zio Podger.


Maivisto un quarantotto come quello che succedeva per casa quando lo zioPodger metteva mano a un mestiere. Il corniciaio rimandava a casa unquadro e il quadro rimaneva nella sala da pranzoappoggiato allaparetein attesa di essere appeso; e la zia Podger continuava achiedere che cosa bisognava fare; e lo zio Podger diceva:

-Non te ne incaricareci penso io. E voialtriche nessuno sipreoccupifaccio tutto da me.


Sitoglieva la giacca e cominciava col mandare la ragazza di servizio acomprare sei soldi di chiodi e quando quella era già uscita lafaceva rincorrere da uno di noi ragazzini per dirle di che lunghezzadovevano essere; e cosìa poco a pocometteva in moto tuttala famiglia.


-TuWillvai a prendermi il martello- gridava- e tuTomportami la riga; mi occorrerà la scala a pioli e saràmeglio che mi portiate anche una seggiola di cucina. TuJimfai unsalto dal signor Goggles e digli: "Papà le manda i suoisaluti e spera che la sua gamba vada meglio e la prega diimprestargli la livella". E tuMarianon te ne andaremioccorrerà qualcuno che mi tenga il lume; e appena la ragazzatorna dovrà uscire di nuovo per un po' di cordone datappezziere; e... Tom! dove si è cacciato Tom? Vieni qui; avròbisogno di te per farmi porgere il quadro.


Poinell'alzare il quadro se lo lasciava scappare di mano; il quadrousciva dalla cornice e luinel tentativo di non far rompere ilvetrosi tagliava e si metteva a correre per la stanza in cerca delfazzoletto.


Ilfazzoletto non riusciva a trovarlo perché stava nella tascadella giacca e tutti quanti dovevamo smettere di cercare gli arnesiper correre alla scoperta della giacca mentre lui ci saltabeccavadietro.


-Ma è mai possibile che in tutta la casa non ci sia uno chesappia dove è la mia giacca? Mai visto in vita miaun'accozzaglia di scemi come voiparola d'onore mai vista in vitamia. Siete in sei! e in sei non siete capaci di trovare una giaccache mi sono tolto non più tardi di cinque minuti fa! Bene...per tutti...


Poisi alzava e scopriva che stava seduto sulla giacca. E allora gridava:

-Potete smettere di cercare; me la sono trovata da me. Chiedere avoialtri di trovare una cosa è come chiederlo al gatto.


Poidopo avere impiegato mezz'ora a fasciarsi il ditoe avere comperatoun altro vetroe avere portato gli utensilila scalala sedia e lacandelaricominciava il lavorocon tutta la famigliaincluse lagiovane domestica e la donna a orein semicerchio intorno a luipronta ai suoi ordini. Due dovevano reggere la scalaun terzo dovevaaiutarlo a salire e sostenerlo lassùun quarto gli dovevaporgere il chiodoun quinto il martello; lui tentava di puntare ilchiodo alla parete e lo lasciava cadere.


-Corpo... - diceva alloracome offeso- il chiodo è scappato!

Etutti noi dovevamo metterci in ginocchio alla pesca del chiodo mentrelui restava in piedi sulla sedia brontolando e chiedendo se per casonon avessimo l'intenzione di farlo rimanere là per tutta laserata.


Finalmentequalcuno trovava il chiodoma nel frattempo lui non sapeva piùdov'era il martello.


-Dov'è il martello? Ma che ne ho fatto di questo benedettomartello? Santo Cielo! Possibile che tutti e sette ve ne stiate lìcome allocchi e non sappiate che ne ho fatto del martello?

Glitrovavamo il martelloma lui non trovava più il segno cheaveva fatto sulla parete dove avrebbe dovuto piantare il chiodo eciascuno di noi saliva a turno sulla sedia dietro di lui per cercaredi scoprirlo. Succedeva che ognuno di noi vedesse il segno in unpunto diverso e lui ci dava del cretinoa tuttiuno dopo l'altroeci faceva scendere. Allora prendeva la riga e ricominciavaconcludendo che il buco doveva esser fatto alla metà ditrentun pollici e tre ottavi dall'angolo e perdeva la testa a fare ilcalcolo a mente.


Tuttiora ci sforzavamo a fare quel calcolo a memoria e arrivavamo arisultati diversi canzonandoci a vicenda. Succedeva che in tantocalcolare dimenticavamo il dato originale e lo zio Podger dovevariprendere le misure.


Questavolta però si serviva di uno spago e al momento criticoquando quel buon vecchio matto pendeva dalla sedia e tentava diarrivare a un punto che stava tre pollici più in alto diquanto egli potesse giungerelo spago gli scivolava dalle dita e luicadeva sul pianoforte battendo col capo e col corpo su tutti i tastiallo stesso tempo e producendo un effetto musicale veramentenotevole.


Ela zia Maria diceva che non avrebbe permesso che i bambinirimanessero lì a sentire un linguaggio simile. Finalmente lozio Podger trovava il posto e vi appoggiava la punta del chiodoreggendolo con la mano sinistra mentre con la destra prendeva ilmartello. Alla prima martellata si schiacciava un dito ed emettendoun urlo lasciava cadere il martello sul piede di qualcuno di noi ZiaMariatutta tenerezzadiceva che la prossima volta che lo zioPodger avrebbe dovuto conficcare un chiodo nella paretesperava cheglielo avesse fatto sapere in tempo affinchémentre eglifaceva quellolei potesse combinare un viaggio di una settimana dasua madre.


-Oh! Voi donne fate un can-can per qualsiasi piccolezza!

rispondevazio Podger riprendendo il controllo di se stesso. In fondo con questilavoretti mi ci diverto.


Edeccolo a fare un altro tentativo. Al secondo colpo il chiodosprofondava nell'intonaco e mezzo martello spariva dietro di lui:

zioPodger per forza di inerzia sbatteva contro la parete acciaccandosiil naso.


Ericominciava la ricerca dello spago e della riga e si faceva un altrobuco. Verso mezzanotte il quadro era appeso... di traverso epericolante; alcuni metri della parete sembravano raschiati con unrastrello e tutti noiad eccezione dello zio Podgereravamo stanchimortiin uno stato miserevole.


-Ecco fatto- diceva lui scendendo pesantemente dalla sedia sui callidella donna a ore e guardando con evidente orgoglio la stragecompiuta. - C'è della gente che per una sciocchezza similesarebbe stata capace di chiamare un operaio.


Harrisquando sarà cresciutosarà un uomo di questo genere;lo giurereie gliel'ho anche spiegato. Dissi che non potevopermettere che si accollasse tanto lavoro da solo. Gli dissi:

-Notu prendi la cartala matita e il listinoGeorge prende nota eil lavoro lo faccio io.


Compilatoun primo elencosi dovette scartarlo. Palesementeil corsosuperiore del Tamigi non sarebbe risultato navigabile per un natantedi dimensioni sufficienti a contenere tutte le cose da noi annotatecome indispensabili; perciòstracciato l'elencorestammo aguardarci in faccia!

Georgedisse:

-Ragazziqui siamo su una strada completamente sbagliata. Nondobbiamo pensare alle cose di cui potremmo fare usoma solo a quelledi cui non potremmo far senza.


Georgequalche voltase ne viene fuori con delle uscite assai assennate.Non lo si crederebbe. Per conto miosi tratta di saggezza bell'ebuonanon solo rispetto al caso in questionema anchein generaleriferendola al nostro viaggio su per il fiume della vita. Quantiperquesto viaggionon sopraccaricano la barcaal punto di metterlasempre in pericolo di riempirsi d'acquacon tutto unapprovvigionamento di cose scioccheche a loro sembranoindispensabili per viaggiare piacevolmente e comodamentema che inrealtà sono solo cianfrusaglia inutile.


Comecaricano il loro povero guscio di noce d'un mucchioalto fino intesta d'alberodi bei vestiti e di grandi casedi servitoramesuperfluo e d'una schiera d'amici boriosi ai quali non importa unfico secco di loroe dei quali a loro non importa neanche mezzo ficosecco; di costosi divertimenti che non divertono nessuno e(cianfrusaglia più assurda e pesante di tutte) della paura diciò che il prossimo potrà pensaredi lussi chestuccanodi piaceri che seccanodi vuota esibizione chesimilealla corona di ferro che si infliggeva un tempo ai criminalifasanguinare e vacillare la testa che la porta.


Cianfrusagliaamico! Tutta cianfrusaglia! Buttala a fiume. Rende la barca cosìpesanteai fini della vogada farti quasi venir meno ai remi. Larendeai fini del timonecosì pericolosa e poco maneggevoleda non lasciarti mai un solo minuto libero da preoccupazione e ansiada non concederti mai un minuto di pigra fantasticheria - néil tempo per incantarti a guardare le ombre che guizzano leggere suibassifondigli sfolgoranti raggi del sole che appaiono e scompaionotra increspaturené i grandi alberi della riva che guardanogiù il proprio riflessoo i boschi tutti verdi e doratio leninfee bianche e giallee gli ondeggianti oscuri giunchio gliazzurri non-ti-scordar-di-me.


Gettala cianfrusaglia a fiumeamico! Fa' che la barca della tua vita sialeggeracarica solo del necessario. una casa accogliente e piacerisempliciun amico o duedegni di questo nomequalcuno che ti ami equalcuno che tu amiun gattoun cane e un paio di pipeabbastanzada mangiareabbastanza per vestiree un pochino più delsufficiente di roba da bere; perché la sete è una cosapericolosa Vedrai che troverai più facile vogare nella tuabarca ed essa non correrà tanto pericolo di rovesciarsie sepoi si rovescia poco male; poche merci e buoneresistono all'acquaAvrai tempo per lavorare ma anche per pensare. Avrai tempo perabbeverarti della luce del soletempo per ascoltare le musicheeoliche che il vento di Dio suona sulle corde del cuore umanotutt'intorno a noi... avrai tempo per...


Oh!scusatemivi prego. Divagavo.


Affidammol'elenco a George ed egli cominciò:

-Non prenderemo la tenda- disse George; - porteremo un tendone percoprire la barca. E' molto più semplice e più comodo.


Ciparve una buona pensata ed accettammo la decisione. Non so sequalcuno di voi abbia mai visto la cosa cui mi riferisco. Ecco: sifissano dei cerchi di ferro sopra la barca e su di essi si stende ungran teloneassicurandolo di sotto tutto intorno da prora a poppa inmodo che la barca si trasforma in una specie di casettamoltointimasebbene un po' soffocata; d'altra parte... tutto si pagacome disse quel tale cui morì la suocera quando glipresentarono le spese del funerale.


Georgedisse che in tali condizioni potevamo portare una coperta ciascunouna lampadasaponeuno specchio e un pettine (per tutti)unospazzolino da denti (per ciascuno)una bacinellapolveredentifricial'occorrente per la barba (sembra un esercizio ditraduzione dal francesenon vi pare?) e un paio di asciugamanigrandi da bagno. Osservo che si portano sempre equipaggiamentigiganteschi se si va in un posto vicino all'acquama poiquando siè làdi bagni se ne fanno molto pochi.


Lostesso succede quando si va al mare. Stando a Londraio quando pensoalla spiaggia mi propongo di alzarmi presto tutte le mattine e di farsubito un tuffo prima di colazione e religiosamente preparo lavaligia mettendoci un paio di calzoncini da bagno e un asciugamano.Porto sempre calzoncini da bagno rossi. Si addicono alla miacarnagione.


Maquando arrivo al mare non mi sembra di aver bisogno di quel bagno diprima mattina nella stessa misura che mi sembrava quando ci pensavoin città.


Alcontrariosento che voglio rimanere a letto fino all'ultimo momentoper poi scendere a colazione. Una volta o due la virtù trionfòed io mi alzai alle sei e mezzomi vestiipresi i pantaloncini egli asciugamani e cupo in volto mi precipitai. Ma non mi piacqueaffatto. Quando vado a fare il bagno di mattina presto sembra chequalcuno abbia ordinato specialmente per me un venticello taglientedall'este sembra che qualcuno abbia raccolto tutti i ciottoli atriedro e li abbia messi a vertice in sue che qualcuno abbiaaffilato la roccia e ne abbia coperto le punte con un po' di sabbiain modo che io non le possa vederee che qualcuno abbia preso ilmare e lo abbia scacciato indietro di due migliain modo che io perraggiungerlo debba diguazzarestringendomi nelle braccia e tremandodi freddoin quindici centimetri d'acqua. E una volta arrivato almare lo trovo violentooltraggioso addirittura.


Un'ondatagigantesca mi afferra e mi sbatte in posizione di seduto e con tuttala violenza possibile su di una roccia che sembra messa lìproprio per me. Eprima che io abbia potuto dire: - Oh!

Ahi!- e comprendere quello che è successol'ondata ritornaindietro e mi trascina in mezzo all'oceano. Comincio a scalciaretremendamente per tornare alla riva chiedendomi se rivedròancora la mia casai miei amicie ricordo di non esser statocarinocome avrei dovutocon la mia sorellina da ragazzo (cioèquando io ero un ragazzo). Ed ecco che proprio quando ho perdutotutte le speranzel'ondata si ritira e mi lascia steso come unastella di mare sulla sabbia; mi alzoguardo indietro e mi accorgoche ho nuotato per salvarmi la vita in cinquanta centimetri d'acqua.


Ritornodi corsami vesto e mi trascino sino a casa dove devo far finta diessermi divertito un mondo.


Nelpresente caso tutti parlavamo con la convinzione che ogni mattinoavremmo fatto un lungo bagno. George disse che doveva esser un veropiacere svegliarsi nella barca all'aria fresca del mattino e tuffarsinelle chiare acque. Harris disse che non c'è nulla come unanuotata prima di colazione per far venire l'appetito. George disseche se questi tuffi avessero fatto mangiar Harris più diquello che già mangiavaegli avrebbe preferito che Harris nonfacesse bagni affatto.


Disseche già così avremmo faticato a sufficienza perrimorchiare contro corrente le vettovaglie necessarie per Harris.


Feciperò osservare a George che anche se avessimo dovuto spingercontro corrente qualche quintale in più di viveri per Harrisciò sarebbe stato compensato dal piacere di averlo intornofresco e soddisfatto; George finì per vedere la cosa con imiei occhi e ritirò il suo veto a che Harris facesse il bagno.


L'accordofinale fu di portare tre lenzuola da bagno in modo che nessunodovesse aspettare l'altro.


Inquanto ai vestiti George disse che due vestiti di flanella sarebberostati sufficienti e che avremmo potuto lavarli da solinel fiumesesi sporcavano. Gli chiedemmo se avesse una certa pratica nel lavarevestiti di flanella nel fiume ed egli rispose che "nononpersonalmente; ma conoscevo della gente che li aveva lavatie lacosa era abbastanza facile". Io e Harris fummo così scemida pensare che egli credesse a quel che stava dicendo e che trerispettabili giovanottisenza posizionené influenza e senzanessuna pratica di lavanderiapotessero davvero lavare camicie emutande nel Tamigi con un pezzo di sapone.


Avremmoappreso nei giorni seguentiquando era troppo tardiormaicheGeorge era un miserabile impostore e che non sapeva niente di nientein fatto di lavar panni. Se aveste visto quei poveri pannidopo...ma... non anticipiamocome dicono i romanzi gialli.


Georgeci convinse a portare poca biancheria e molte calze per il caso chedovessimo naufragare e volessimo metterci roba asciutta; e moltissimifazzolettiche servono per asciugare le cose; e un paio distivaletti di cuoio; e le scarpette da bagnoanch'esse necessarienel caso che la barca si dovesse capovolgere.




CAPITOLO4


Ilproblema alimentare - Obiezioni contro il petrolio quale atmosfera -Pregi del formaggio come compagno di viaggio - Una donna sposataabbandona il tetto coniugale - Altre provviste per i casi dicapovolgimento - Faccio le valigie - Malignità deglispazzolini da denti - George e Harris riempiono le ceste - Pessimacondotta di Montmorency - Andiamo a letto per riposare.


Passammoal problema alimentare. George disse:

-Per cominciarela prima colazione. - (George è un uomopratico.) - Per la prima colazione ci vorrà una padella...(Harris disse ch'è indigesta; ma noi lo invitammo a non farel'idiotae George proseguì) - ...una teieraun briccoe unfornelletto a spirito.


-Niente petrolio- disse Georgecon un'occhiata significativa;Harris ed io approvammo.


Cieravamo portati un fornello a petroliouna volta ma "mai più".


Pertutta quella settimana s'era vissuti come in una raffineria.


Trasudava.Non ho mai visto niente di simile al petrolioper trasudare. Lotenevamo a prua della barca edi lìtrasudava fino altimoneimpregnando la barca intera eal passaggioogni cosach'essa contenevatrasudava sul fiumesaturava il paesaggioinquinava l'atmosfera. A volte soffiava un ponente al petrolioaltrevolte un levante al petrolioe talora una tramontana al petrolio omagari uno scirocco al petrolio; mache il vento venisse dalle nevidell'Artideo si fosse levato dalla desolazione sabbiosa deldesertogiungeva a noi carico della fragranza di petrolio E quelpetrolio trasudava rovinando il tramonto; quanto ai raggi di lunapuzzavano proprio di petrolio.


AMarlowcercammo di allontanarcene. Lasciata la barca vicino alpontetraversammo la città a piedi per sfuggirglima ciseguiva.


Erapiena di petrolio la città intera. Passammo attraverso ilcimitero della chiesae pareva che avessero sepolto la gente nellanafta. La via principale era fetida di petrolio; ci meravigliammo chela gente potesse viverci. E percorremmo miglia e miglia sulla stradadi Birmingham; ma fu inutilela campagna era a mollo nel petrolio.


Altermine di quel viaggio ci riunimmo a mezzanotte in un camposolitariosotto una quercia schiantata dalla folgoree pronunciammoun voto tremendo (da tutta una settimana sacramentavamo a quelproposito nel solito modo borghesema quella fu una faccenda grossa)un voto tremendodicevogiurando di non portare più petrolioin barca con noi eccettos'intendein caso di malattia.


Perciònell'attuale circostanzaci attenemmo all'alcool denaturato.Abbastanza esiziale anch'esso. Si mangia focaccia all'alcooldenaturatoe pandolce all'alcool denaturato. Ma l'alcool denaturatoè più sano del petroliose l'organismo deve assorbirloin dosi massicce.


Comealtri ingredienti della prima colazione George propose le uova e illardo che sono facili da cucinarsila carne freddail tèilpane e il burroe la marmellata - ma niente formaggio.


Comeil petrolioè troppo invadente. Vuole l'intera barca per sé.


Sispande nella cesta e attacca il suo sapore a tutto il resto.


Nonsi capisce più se si mangia crostata di pesceo salsicceviennesio fragole alla panna. Sembra tutto formaggio. Profumatroppoil formaggio.


Ricordoche un amico comperò due forme di formaggio a Liverpool.


Eranodue bellissimi pezzi di cacio tenero e maturo e con un odore dellaforza di cento cavalli vapore che garantisco si sentiva a tre migliadi distanza e che a duecento metri avrebbe fulminato un uomo. Mitrovavo anch'io a Liverpool e il mio amico mi disse che siccome luinon poteva lasciare la città prima di un paio di giornisareistato molto gentile se glielo avessi portato io a Londra perchéaltrimenti si sarebbe guastato.


-Naturalmentecon piacere- risposi io- con piacere.


Andaia prendere i due formaggi e me li portai in una carrozza. Ma checarrozza! Era uno scatolone sgangherato trascinato da un bucefalosonnambulo bolso e dinoccolato al quale il suo padronein un momentodi entusiasmodurante la conversazionediede il nome di cavallo.Collocai i formaggi sul mantice della carrozza e partimmo arrancandoin una maniera che avrebbe fatto credito al più lentocompressore stradale a vapore che sia mai stato costruitoe tuttoandò a un ritmo allegro come una campana a morto finchénon girammo l'angolo della strada. Arrivati lì il vento portòuna zaffata di formaggio al nostro bucefalo il quale ne furisvegliato e con un nitrito di terrore si buttò alla velocitàdi tre miglia all'ora. Il vento tirava sempre nella sua direzione eprima che fossimo arrivati alla fine della stradail destrierocorreva quasi a quattro miglia all'ora "seminando" perstrada gli sciancati e le vecchie grasse.


Quandoarrivammo alla stazione ci vollero due facchinioltre al vetturinoper tenere il quadrupede e forse non ci sarebbero riusciti neppurecosì se qualcuno non avesse avuto la presenza di spirito dimettergli un fazzoletto sul naso e di bruciare della cartaccia perfar fumo.


Feciil biglietto e percorsi orgogliosamente la banchinacon i mieiformaggitra due ali di gente che faceva largo al mio passaggio. Iltreno era affollato e dovetti entrare in uno scompartimento occupatogià da sette persone. Un vecchio bilioso protestò ma ioentrai ugualmente emessi i formaggi sul portabagaglimi sedettinel posto vuoto sorridendo affabilmente e dissi che faceva moltocaldo. Passò qualche minuto e subito il vecchio cominciòad agitarsi e a dire:


-Troppa aria di chiusoqua dentro.


-Opprimente davvero- disse il viaggiatore seduto vicino a lui.


Cominciaronoad annusare tutti e due e alla terza annusata il profumo riempìi loro polmoni sicché si alzarono senza far motto e se neuscirono. Si alzò subito anche una robusta donna dicendoquanto fosse indegno che una rispettabile signora sposata avesse daesser maltrattata a quel modo; raccolse il suo sacco da viaggio eotto pacchi e se ne andò. I quattro viaggiatori superstitirimasero seduti per un certo tempofino a che un signore dall'ariasolenne che ora stava solo in un angolo e che dall'abito edall'aspetto generale sembrava appartenere alla corporazione degliimpresari di pompe funebriprecisò che quell'odore gli facevapensare al cadavere di un bambino; gli altri tre cercarono di uscireallo stesso tempo e si scontrarono sulla porta.


Iofeci un sorriso di risposta al signore in nero e gli dissi cheaquanto parevaavremmo avuto lo scompartimento tutto per noi; eglirise amabilmente e disse che c'è della gente che fa un saccodi storie per una cosetta da nulla. Ma anche luidopo che il trenosi mise in motocominciò a fare una strana cera e perciòarrivati che fummo a Crewe lo invitai a bere un bicchierino.


Accettòe a forza di spintoni scendemmo al bar ove dovemmo gridarepestare ipiedi e agitare gli ombrelli perché una ragazza si avvicinassee ci chiedesse che cosa volevamo.


-Lei che cosa prende? - dissi rivolgendomi al mio amico.


-Mezza corona di cognacsignorina- rispose eglirivolgendosi allaragazza al banco. - Liscioper favore.


Eavendolo bevutouscì in silenzio e salì in un altroscompartimentocosa che mi parve meschinada parte sua.


DaCrewe in poinonostante l'affollamentoebbi lo scompartimento tuttoper me. Quando ci fermavamo alla stazionela gentevedendo il mioscompartimento vuotosi precipitava.


-QuiMariavieniqui c'è molto posto.


-EccomiTomentriamo qui- gridavano. E arrivavano carichi dibagagli pesanti e lottando sulla porta per passare per primi. Unoapriva lo sportellosaliva sul predellinovacillava e cadeva fra lebraccia di quello che gli veniva dietro; salivano tuttiannusavano escappavano per andarsi a pigiare in un altro scompartimento o magaripagavano la differenza e passavano in prima classe.


Scesialla stazione di Euston e andai difilato a portare i due formaggi acasa del mio amico. Quando la signora entrò nella stanzaannusò un poco e poi disse:

-Che cosa è? mi dica la veritàtutta la verità.


-Formaggi- risposi. - Tom li ha comperati a Liverpool e mi hachiesto il favore di portarglieli.


Aggiunsiche mi auguravo comprendesse che io ero perfettamente estraneo allafaccenda e lei disse che non ne dubitava affatto ma che Tomalritornol'avrebbe sentita.


Ilmio amico fu trattenuto a Liverpool più a lungo di quantoavesse pensato e siccome dopo tre giorni non aveva ancora fattoritorno a casala moglie venne da me.


-Che cosa le disse Tom circa quei formaggi? - mi chiese.


Risposiche egli mi aveva spiegato che dovevano essere tenuti in luogo umidoe che nessuno li doveva toccare.


Leidisse:

-Oh! non c'è pericolo... nessuno li toccherà. Ma luiliha fiutati?

Credevodi sì e aggiunsi che avevo avuto l'impressione che a queiformaggi ci tenesse molto.


-Crede che andrebbe in collera- chiese lei- se regalassi unasterlina a qualcuno per farli portar via e interrarli?

Risposiche suo marito se la sarebbe presa per tutta la vita.


Alloralei ebbe un'idea e disse:

-Le dispiacerebbe di conservarglieli lei stesso? Glieli mando qui.


-Signora- risposi io- se fosse per me... a me l'odore delformaggio piace e il viaggio che feci con essi l'altro giorno daLiverpool lo ricorderò sempre come il bellissimo coronamentodi una piacevole vacanza. Maa questo mondooccorre tener presenteanche gli altri. La donna sotto il cui tetto ho l'onore di abitare èuna vedovaea quanto pareè anche orfana. Essa ha la maniatremendadirei eloquenteche tutti voglianocome dice leiabusarein casa sua. La presenza dei formaggi di vostro maritola farebbeistintivamente pensare che io abuso e io non permetterò maiche si dica che io abuso di una vedova e per di più orfana.


-Benissimoallora- disse la moglie del mio amico alzandosi- possosolo dire che me ne andrò all'albergo con i bambini e viresterò fino a che quei formaggi non saranno stati mangiati.Mi rifiuto di vivere nella medesima casa con essi.


Emantenne la parolaaffidando la casa alla donna a ore la qualequando le chiesero se poteva sopportare quell'odorerispose: - Qualeodore? - e quando le fecero prendere i formaggi e glieli feceroannusare forte disse di sentire un lieve profumo di melone.


Erachiaro che quell'atmosfera non poteva nuocere alla donna e lalasciarono lì.


Ilconto dell'albergo salì a quindici sterline e il mio amicodopo aver fatto i calcolivide che quei formaggi gli erano venuti acostare otto scellini e mezzo alla libbra. Disse che gli piacevamangiare ogni giorno un pezzettino di formaggioma che il prezzo diquello non se lo poteva permettere e perciò decise disbarazzarsene. Li prese e li gettò nel canale; ma fu obbligatoa ripescarli perché gli uomini delle chiatte protestarono.Dissero che quel puzzo li faceva svenire. Ed allora in una notteoscura prese le due forme e le andò a deporre nella cameramortuaria della parrocchia. Ma il custode li scoprì e sollevòuna cagnara spaventosa. Disse che quello era stato un complotto pertogliergli il pane dalla bocca risvegliando i cadaveri.


Allafineil mio amico se ne liberò portandoli in una cittàdi mare ove li seppellì sulla spiaggia. Ciò procuròa quel luogo gran fama. I villeggianti dissero che non s'eranoaccortiprimadell'aria frizzante che c'era; e da alloraper moltiannigli ammalati di petto vi affluirono in folla.


Ritenniperciò che George aveva ragione rifiutandosi di portareformaggio con noi.


-Non ci sarà l'ora del tè- disse George (a questopunto Harris fece il viso lungo); - invecealle sette faremo un belpasto unicoforte e sostanzioso; tèpranzo e cena tuttoinsieme.


Harrisdivenne più allegro. George propose crostata di frutta ecarnecarne freddapatatefrutta e legumi. Come bevande optammoper una magnifica miscela allappante di Harris che si mischiava conl'acqua e che egli chiamava limonatapoi molto tè e unabottiglia di whiskyper il casocome diceva Georgeche dovessimocapovolgerci.


Ebbil'impressione che George battesse un po' troppo sul tasto delcapovolgimento. Mi pareva che non fosse quello lo stato d'animo piùadatto per intraprendere quel viaggio.


Masono lieto che si sia portato il whisky.


Nonportammo invece vino né birra. Sono un errorerisalendo ilfiume. Ti danno sonnolenza e pesantezza. Un bicchiere la sera quandovai a zonzo in città va benissimoma non berne mai quando ilsole ti batte in testa e devi lavorar duro.


Facemmol'elenco delle cose che dovevamo portarci e prima che ci separassimoquella seraera diventato molto lungo. Il giorno dopovenerdìraccogliemmo tutto e alla sera ci riunimmo per fare i bagagli. Per ilvestiario prendemmo un grosso valigione e per le vettovaglie e gliutensili di cucina un paio di ceste. Accostammo il tavolo contro lapareteammucchiammo tutto in mezzo alla stanza e ci sedemmo attornoin ammirazione.


Dissiche i bagagli li avrei fatti io.


Confessoche sono un po' fiero della mia abilità nel fare i bagagli. E'una di quelle cose che sento di saper far meglio di chiunque altronel mondo (a volte mi meraviglio con me stesso dell'enorme numero dicose che so fare meglio degli altri).


Comunicaia George e ad Harris questa realtà e dissi loro che era megliolasciassero a me il lavoro dei bagagli. Essi accettarono il mioconsiglio con una prontezza che direi impudente. George si sistemòsulla sedia a sdraio e accese la pipa; Harris appoggiò i piedisul tavolo e si accese un sigaro.


Noncorrispondeva certo alle mie intenzioni. Avevo pensatonaturalmentedi dirigere i lavorifacendo sgobbare George e Harris secondo le mieistruzioni e scostandoli ogni tanto con degli "Ohtu!...""Qualascia fare a me" "Ecco fattosemplicissimo":in realtà insegnandoper così dire. Oraquesta loromaniera di interpretare la cosa mi irritò. Non c'ènulla che mi irriti tanto come vedermi intorno della gente che se nesta comodamente seduta mentre lavoro.


Unavolta mi capitò di abitare con un tizio che comportandosi cosìmi dava sui nervi in modo terribile. Si sdraiava sul sofà e miguardava mentre io facevo mille cose per ore ed ore; e mi seguiva congli occhi per tutta la stanzadovunque andassi. Diceva che ilvedermi così attivo a far confusione gli faceva un benedell'anima; che gli faceva realmente credere che la vita non èun sogno ozioso da viversi a bocca apertasbadigliandoma unanobile missionepiena di doveri e di lavoro duro. Diceva che spessoorasi chiedeva come avesse potuto tirare avanti prima diconoscermiquando non aveva nessuno da stare a guardare intento alsuo lavoro.


Ioinvecenon sono affatto così. Io non riesco a starmene sedutoe tranquillo se vedo un altro che sfacchina e lavora. Io sento subitoil bisogno di alzarmi e mettermi a sopraintenderegirando per lastanza con le mani in tasca e dicendogli come deve fare. La miacongenita operosità è fatta così. Non c'èrimedio.


Ciònonostantenon dissi una parola e cominciai a metter la roba dentro.Mi parve una faccenda più lunga di quanto immaginavomafinalmente chiusi la valigiami ci sedetti sopra e strinsi bene lecinghie.


-Non li metti dentro gli stivali? - disse Harris.


Miguardai intorno e vidi che me n'ero dimenticato. Harris èsempre lo stesso! Luisi capiscenon avrebbe potuto avvisarmi primache avessi chiuso la valigia e l'avessi legata. E George se laridevauna delle sue risate irritantistupideghignantisganascianti. Mi fanno infuriare.


Riapriila valigia e vi posi dentro gli stivali eproprio quando stavostringendo le cinghiemi spuntò un'idea tremenda. Lospazzolino da denti. Lo avevo messo dentro o no lo spazzolino dadenti in valigia.


Lospazzolino da denti è una cosa che quando viaggio riesce astregarmi e a rovinarmi l'esistenza. Arrivo persino a sognare dinotte che non l'ho messo in valigia; e mi sveglio sudando freddosalto dal letto e gli do la caccia. Perciò la mattina seguentelo chiudo in valigia prima di usarlo e allora sono obbligato adisfare tutto per ritrovarlo ed è sempre l'ultimo oggetto cheriesco a tirar fuori; poi rifaccio la valigia e me lo dimenticoequindi all'ultimo momento devo correre su a prenderlo al primo pianoe me lo porto alla stazione avvolto nel fazzoletto del taschino.


Oramisi tutto sottosopra enaturalmentenon lo trovai. Rovistai ognicosa riducendo quella roba allo stesso aspetto che doveva avere ilmondo quando non era ancora stato creato e su tutto regnava il caos.Inutile dire che quelli di Harris e di George li trovai diciottovolte di seguitoil miomai. Ricollocai tutto in valigiauna cosaper voltatenendo ogni indumento sospeso per aria e scuotendolo.Finalmente uscì da una scarpa. E feci il bagaglio di nuovo.


Quand'ebbifinito ecco che George mi chiede se il sapone era dentro. Gli dissiche non me ne importava un accidente se il sapone fosse o non fossedentro; strinsi la valigia di nuovo e la legai e subito mi ricordaiche vi avevo lasciato dentro la borsa del tabacco e quindi dovevoriaprirla. Finalmente la chiusi definitivamente alle 10 e 05 e non cirimase che preparare le ceste. Harris disse che siccome mancavanomeno di dodici ore alla partenza era meglio che il resto lo facesserolui e George. Io accettai l'idea e mi sedetti; essi si dettero dafare.


Naturalmentevolevano darmi una lezione e cominciarono allegramente. Io non fecialcun commento: aspettavo. Il giorno in cui George saràimpiccatoHarris avrà il primato mondiale dell'uomo menoadatto del mondo a fare valigie. Io guardavo le pile di piattiditazzedi casseruole di bottigliedi boccalidi tortedi fornellidi dolci e di pomodori e di eccetera e pensavo che non c'era poimolto da aspettare per farmi un sacco di risate.


Infattifu così. Cominciarono col rompere una tazza Lo fecero comeprima cosa. Tanto per mostrare che "ci sapevano fare"eattirare l'attenzione.


PoiHarris nel mettere a posto un barattolo di marmellata di fragole lopremette sopra un pomodoro che si schiacciò; dovetterorecuperarlo col cucchiaino.


Adessoera il turno di Georgeed egli calpestò il burro. Io nonaprii boccama mi avvicinai e mi sedetti sull'orlo della tavolaaguardarli. Questo li irritò più di qualsiasi cosa cheavessi potuto dire. Me ne accorsi. Si innervosironosi agitaronoecominciarono a camminare sulla robae a mettersela alle spalleperpoi non trovarla quando ne avevano bisogno; e mettevano le crostatein fondoposandovi su oggetti pesanti che le schiacciavano.


Rovesciaronosale su tuttoe quanto al burro!... In vita mia non ho mai visto dueuomini riuscire a farecon due etti di burropiù di quelloche fecero loro. George lo staccò dalla sua pantofola;cercarono allora di metterlo nel bricco Non voleva entrarcie quelloche ERA entrato non voleva uscirne. Finalmentegrattandoloestrasseroe lo posarono su una sediae Harris vi si sedette soprae il burro gli si appiccicòed essi lo andarono cercando pertutta la stanza.


-Giurerei di averlo posato su quella sedia- diceva Georgeguardandocon occhi sbarrati la sedia vuota. -T'ho visto ioneanche un minutofa- diceva Harris.


Poiricominciarono a fare il giro della stanzacercandolo; ritrovandosial centro della stessarimasero a guardarsi in faccia l'un l'altro.


-La cosa più straordinaria di cui abbia mai sentito parlaredisse George.


-Un mistero! - disse Harris.


PoiGeorgeavendo girato intorno a Harris ed essendogli arrivato allespallelo vide.


-Ma guarda! Stava lìintanto! - esclamòsdegnato.


-Dove? - gridò Harris girando su se stesso.


-Ma sta' un po' fermouna buona volta! - ruggì Georgecorrendogli dietro.


Ecosìstaccarono il burro e lo misero nella teiera.


Inutiledire che c'entrava anche Montmorency. E' l'ambizione della sua vitaquella di cacciarsi tra i piedi e farsi mandare degli accidenti. Sepuò cacciarsi in mezzo dov'è particolarmenteindesideratocostituire un vero flagellofare infuriare la gente efarsi lanciar dietro oggetti varisente allora di non avere sprecatola giornata.


Fareinciampare qualcunoinducendolo a imprecare al suo indirizzo perun'oracostituisce il suo scopoil suo impegno più alto; ese ci riesceassume una spocchia intollerabile.


Vennea sedersi sulle cose proprio quando bisognava metterle in valigia; epareva afflitto dall'idea fissa che ogni volta che George e Harrisallungavano la mano per prendere qualcosavolessero il suo nasoumido e freddo. Mise una zampa nella marmellatabuttòsossopra i cucchiainiefingendo che i limoni fossero topientrònella cesta e ne uccise tre prima che Harris lo potesse ripescarefuori con la padella.


Harrisdisse che io lo incoraggiavo. Io non lo incoraggiavo. Un cane comequello non ha bisogno d'incoraggiamenti. A fargli fare simili cose èla naturail peccato originale innato in lui.


Sifinì di fare le valigie a mezzanotte e cinquantae Harrissedutosi sulla cesta grandedisse che sperava di non trovare nientedi rotto. George disse chese qualcosa s'era rottaERA rottaequesta riflessione parve confortarlo. Disse anche che aveva voglia diandare a letto. Tutti avevamo voglia di andare a letto. Harris quellanotte dormiva da noie salimmo al piano di sopra.


Tirammoa sorte i lettie risultò che Harris avrebbe dormito con me.Disse:

-Preferisci il lato di dentro o di fuoriJ.?

Dissiche preferivoin generedormire DENTRO il letto. Harris dissech'era vecchia.


Georgedisse:


-Ragazzia che ora vi devo svegliare?


Harrisdisse:


-Alle sette.


Iodissi:


-Noalle sei- perché volevo scrivere certe lettere.


Inproposito Harris ed io litigammo per un po'ma infine appianammo ladivergenza a metà strada e convenimmo per le sei e mezzo.


-Svegliaci alle sei e mezzoGeorge- dicemmo. George non risposeeavvicinandoci vedemmo che dormiva già da un po'; alloracollocammo la vaschetta da bagno in modo che la mattinaalzandosivi cadesse dentroe ci mettemmo a letto anche noi.




CAPITOLO5


Cisveglia la signora P. - Quel dormiglione di George - Il raggiro delle"previsioni del tempo" - I nostri bagagli - Malvagitàdel ragazzino - Provochiamo assembramenti - Partiamo grandiosamentein carrozza e arriviamo alla stazione di Waterloo - Santa innocenzadegli impiegati delle ferrovie South Western in materia di coseterrenequali sono i treni - Navighiamnavighiamin barca andiam.


Asvegliarmila mattinafu la signora Poppets. Diceva:

-Lo sasignoreche sono quasi le nove?

-Le cosa? - esclamaialzandomi di scatto.


-Le nove- rispose dal buco della serratura. - Ho pensato che stavatedormendo troppo.


SvegliaiHarrise glielo riferii. Disse:

-Ma tunon volevi svegliarti alle sei?

-Infatti- risposi; - perché non m'hai svegliato?

-E come potevose tu non m'hai svegliato? - ribatté. - Cosìora non saremo sul fiume che a mezzogiorno passato. Mi meraviglioaddirittura che tu ti prenda la briga di alzarti.


-Uhm! - rimbeccai- buon per teche lo faccio. Se non t'avessisvegliatosaresti rimasto coricato per quindici giorni.


Evia di questo passo continuammo a mostrarci i denti a vicenda peralcuni minutima c'interruppe un'insolente russata di George.


Cirammentòper la prima volta da quando ci avevano svegliatila sua esistenza. Eccolo làl'uomo che aveva chiesto a qualeora dovesse svegliarci: steso supinoa bocca spalancata e con leginocchia rialzate. Non so perchéve lo assicuroma la vistad'un altroche se la dorme a letto quando io sono alzatomi mandafuori dei gangheri. Mi sembra scandaloso veder sprecare le orepreziose della vita d'un uomo - gli istanti senza prezzo che mai piùtorneranno - in un semplice sonno animalesco.


Eccolì George checon la sua disgustosa indolenzabuttava vial'inestimabile dono del tempo lasciando che la sua preziosa vitadella quale avrebbe dovuto un giorno render conto minuto per minutogli sfuggisse senza esser vissuta. Invece di rimanere lìbuttato su di un lettoimmerso in un oblio che ottenebra l'animaavrebbe potuto star a rimpinzarsi di uova e lardostuzzicare ilcaneo amoreggiare con la serva.


Questaterribile constatazione allarmò Harris allo stesso momento cheme e decidemmo di salvare George e questo nobile proponimento ci fecedimenticare che stavamo questionando. Gli saltammo addosso e gliportammo via le coperte; Harris gli assestò una ciabattata edio gli feci un urlo in un orecchio. Si svegliò:

-Che diamine?... - brontolò mentre si sedeva sul letto.


-Alzatitestone! - gridò Harris- sono le dieci meno unquarto.


-Cosa? - e saltò dal letto andando a finire direttamente nellabagnarola. - Chi è stato quel mascalzone chel'ha messa qui?

Glirispondemmo che doveva esser proprio scemo per non aver visto lavaschetta.


Ultimammola vestizione e quando arrivammo alle rifiniture ci ricordammo cheavevamo chiuso nei bagagli gli spazzolini da dentiil pettine e laspazzola (decisamente il mio spazzolino da denti sarà la miamorte): dovemmo andar giù e pescare quegli arnesi nellavaligia. Dopo che avemmo finito George venne fuori a pretendere ilsuo occorrente per la barba. Gli rispondemmo che per quella voltasarebbe uscito senza radersi perché non avremmo disfatto ilbagaglio un'altra volta per fare un favore a luiné ad altripiù belli di lui.


Egliprotestò:

-Ma non fate gli stupidi. Come potrei andare in ufficio in questostato?

Infattiera un po' crudele per l'ufficioma chi se ne stropiccia dellesofferenze umane? L'ufficio si arrangiassecome disse Harris conquel suo fare irrispettoso e volgare.


Scendemmoper la colazione e trovammo che Montmorency aveva invitato due altricani per gli addii e questi stavano passando il tempo azzuffandosisulla soglia della porta. Li calmammo con un ombrello e ci sedemmodinanzi alle bistecche e alla carne fredda.


Harrissentenziò:


-Una buona colazione è quello che ci vuole. - Attaccòsubito un paio di bistecche perchédissebisognava mangiarlecaldela carne fredda poteva aspettare.


Georgeprese il giornalee ci lesse le notizie di sinistri alleimbarcazionie le previsioni del tempo; queste ultime profetizzavano"pioggiafreddoumidocon tendenza al bello" (quanto dipiù spaventevole ci possa essere nel tempo). "Temporalivari con scariche elettrichevento dall'estdepressione sullacontea di Midland (Londra e Manica). Barometro in discesa." Iopensavo che tra tutte le stupideirritanti cretinerie che ciaffliggonoquesta della "previsione del tempo" èforse la più perversa. Essa "prevede" esattamentequello che successe ieri o l'altro ieri e altrettanto esattamentel'opposto di quanto succederà oggi.


Ricordoche mi rovinai completamente le vacanze ad autunno inoltratoappuntoper avere tenuto conto delle previsioni del tempo del giornalelocale. "Per oggi si prevedono forti piogge a caratteretemporalesco"diceva al lunedìe così noirimandammo il pic-nic e rimanemmo chiusi in casa per tutta lagiornata in attesa della pioggia. La gente passava davanti allanostra porta e se ne andava fuori tutta allegra e felice su carrozzee carrozziniil sole bruciava e non c'era una nuvola in cielo.


-Ah! Ah! - dicevamo noi guardando attraverso i vetri. Torneranno acasa inzuppati come spugne!

Ghignavamopensando alla doccia che si sarebbero buscatae tornavamo adattizzare il fuocoa riprendere in mano i libria mettere in ordinei nostri esemplari di alghe marine e di conchiglie. Verso mezzogiornocol sole che penetrava nella stanzail caldo divenne opprimente ecominciammo a chiederci quando sarebbero arrivati gli scrosci dipioggia.


-Vedrai! Cominceranno nel pomeriggiostanne certo- ci dicevamo l'unl'altro. - Poveretti quellicome si bagneranno! Sarà unospasso.


All'unala padrona di casa venne giù e ci chiese se non saremmousciticon quella bella giornata.


-No! No! - rispondemmo con un sorriso furbo- noi non abbiamo nessunavoglia di bagnarcisa!

Passòquasi tutto il pomeriggio e non si vide nessun segnale di pioggia edallora cercammo di confortarci pensando che sarebbe cadutaimprovvisamentetutta d'un colpoproprio nel momento in cui igitanti si trovavano sulla strada per far ritorno a casa e quindilontani da ogni ricovero in modo che si sarebbero bagnati piùche mai. Ma intanto non veniva giù neanche una goccia; lagiornata passò e sopravvenne una notte incantevole.


Almattino seguente leggemmo che il tempo sarebbe stato "caldobello- con tendenza alla stabilità - molto caldo"; e allora civestimmo di abiti leggeri ed uscimmo. Mezz'ora dopo che eravamopartiti cominciò a piovere fortesi levò un ventofreddo e tutti e due durarono per l'intera giornata e noi ritornammopieni di raffreddori e di reumatismi e ci dovemmo mettere a letto.


Iltempo è una cosa che supera completamente le mie capacità.Non ci capisco niente. E il barometro è inutile; ti trae ininganno come le previsioni del giornale.


Ven'era uno appeso in un albergo di Oxford dove scesi la primaverascorsa. Al mio arrivosegnava "tempo bello stabile".


Fuoril'acqua veniva giù che Dio la mandava e così era statoper tutto il giorno. Io non ci capivo nulla. Detti un colpettino albarometroche saltò e segnò "molto secco".Stava passando il facchino dell'albergo il quale si fermò edisse che secondo lui il barometro si riferiva a domani. Avanzail'ipotesi che si riferisse a due settimane primama il facchinodisse che nonon lo credeva.


Almattino seguente detti qualche altro colpettino e il barometro salìancora mentre la pioggia scendeva sempre più violenta. Almercoledì ritornai a battere e la lancetta passò dal"bello stabile""molto secco"al "moltocaldo" fino a che non poté più muoversi perchéc'era un bottone d'arresto. Fece invero del suo meglio; ma lostrumento era stato costruito in modo che non poteva profetizzare beltempo con maggiore entusiasmo senza rompersi. Era chiaro che avrebbevoluto proseguireper pronosticare siccitàmancanza diacquacolpi di soleventi caldi del deserto"et similia"ma il bottone di arresto glielo proibiva e quindi doveva contentarsidi indicare sempre quel banalissimo "molto secco".


Intantola pioggia continuava a venir giù ininterrotta e il fiumestraripatoaveva allagato i quartieri bassi.


Ilfacchino disse che era certo che una volta o l'altra avremmo avutouna sequenza di tempo magnifico e lesse due versi scolpiti sullacustodia di quell'oracolo.


Lontanaprevisionedura assai.


Predettada vicinoazzecca mai.


Quell'estateil tempo bello non si vide. Immagino che quella macchina si riferissealla primavera successiva.


Cisono poi i barometri di stile modernoquelli lunghi a tubo diritto.Non ne capisco né capo né coda. C'è un lato perle dieci del mattino di ieri e un lato per le dieci del mattino dioggima ammetterete che non si può fare sempre una alzatacciaper arrivare lì alle dieci del mattino. Questo barometro saleo scende a seconda di pioggia o bel tempodi molto o poco ventoead un capo c'è scritto "Nly" e all'altro "Ely"(ma che cosa c'entra la piccola Elisa?)e se gli date una bottarellanon vi indica nulla.


Inoltreoccorre fare la correzione col livello del mare e la riduzione ingradi Fahrenheit; ma neanche questo basta perché si possacapire quello che il barometro dice.


Machi mai desidera farsi predire il tempo che farà? Non ècosa già abbastanza molesta quando arriva? Perchésobbarcarsi anche alla tortura di saperlo prima? Il profeta piùgradito è il vecchietto che in qualche mattino nero di unagiornata che si vorrebbe bellascruta l'orizzonte col suo occhioesperto e ci dice:

-Niente paurasignori. Credo che schiarirà e sarà unabellissima giornata. Vedrà che schiarirà benissimosignore.


-Se ne intende- diciamo noi mentre gli diamo il buon giorno epartiamo- è straordinario come sono espertiquestivecchietti!

Perquest'uomo noi sentiamo affettoun affetto che non diminuiràper colpa della circostanza che invece il tempo non schiarisceaffattoe per tutta la giornata piove in continuazione.


-Pazienza- pensiamo- ha fatto del suo meglio.


Inveceper quello che ci ha profetizzato tempo cattivo nutriamo soloantipatia e pensieri vendicativi. Nel passare gli gridiamoallegramente:

-Crede che schiarisca?

-Nosignori. Potrei sbagliarmima credo che per oggi si manterràcosì- ci risponde scuotendo la testa.


-Pezzo di cretino! - borbottiamo- che cosa ne sai tudel tempo? -Se poi succede che aveva ragione torniamo indietro ancora piùincolleriti con lui e con una vaga idea che ci sia stato un po' delsuo zampino.


Quellamattina in particolareperòera troppo bellatroppo pienadi sole; non potevamo lasciarci turbare fuor di misura dallaraccapricciante lettura di George che diceva "barometro indiscesa""perturbazioni atmosferiche in movimentosull'Europa meridionale""pressione in aumento".Perciòvisto che non riusciva a rattristarci e che stava solosprecando il fiatoegli sgraffignò la sigaretta che m'eroarrotolata con tanta cura e se ne andò.


Harrise iofatto fuori quel poco che aveva lasciato in tavolatrasportammo i bagagli sulla soglia e aspettammo che passasse unacarrozza.


Cosìriunitoil bagaglio sembrava un bel po' di roba. C'erano la valigiagrande e la borsale due cesteil gran rotolo delle copertequattro o cinque pastrani e impermeabilialcuni ombrellie inoltreun melone in un sacchetto per conto suo in quanto troppo ingombranteper entrare altrovemezzo chilo d'uva in un altro sacchettounombrellino giapponese di carta e una padellachetroppo lunga permetterla in valigiaera stata involtata in carta da pacchi.


Sembravaproprio tanto; Harris ed io cominciammo a vergognarcene un pocoanche se non ne capisco il perché. Non si vedeva spuntare unacarrozzama spuntarono i monelli di stradaed evidentementeinteressati dallo spettacolo si fermarono.


Ilprimo ad arrivare fu il fattorino di Biggs. Biggs è il nostroortolano e il suo talento maggiore consiste nell'assoldare ifattorini più vagabondi e scostumati che la civiltàabbia sinora prodotti. Se nel campo dei ragazzi del vicinato vediamoallignare qualcosa di fuor del comune in quanto a cattiva creanzasappiamo ch'è l'ultima scoperta di Biggs. M'hanno riferitocheall'epoca del grande delitto di Coram Streetla nostra via eragiunta prontamente alla conclusione che il fattorino di Biggs (quellodi allora) doveva esserne il principale responsabilee se il giornodopo il delittoquando si presentò per ricevere leordinazioni e fu sottoposto a martellante interrogatoriodall'inquilino del numero 19 (assistito da quello del numero 21 cheper caso si trovava sulla porta)non fosse stato capace dipresentare un alibi inoppugnabilese la sarebbe vista brutta. Non sochi fosse a quell'epoca il fattorino di Biggs ma a giudicare daquelli che ho conosciuto dopoio non avrei dato troppo pesoall'alibi.


Stavodunque dicendo che il fattorino di Biggs svoltò l'angolo dellastrada. Evidentemente nel momento in cui apparve aveva molta fretta;mavedendo meHarris e il canee tutti quei bagaglirallentòil passo e curiosò. Io ed Harris lo guardammo bruttoin unmodo che avrebbe ferito l'orgoglio di un animo appena appena piùsensibile; ma di regola i fattorini di Biggs non hanno sensibilità.Ebbe la sfacciataggine di fermarsi addirittura a meno di un metro danoi e di appoggiarsi al cancelletto; si trovò una pagliuzza damasticare e si mise a fissarci. Chiaro che era deciso a vedere checosa succedeva.


Unmomento dopo dall'altra parte della strada passò il fattorinodel droghiere. Il fattorino di Biggs gli gridò:

-Ohè! il pianterreno del 42 sta sloggiando.


Ilfattorino del droghiere attraversò la strada e si mise adammirarci dall'altro lato della porta. Poi arrivò il signorinodel negozio di calzature e si collocò vicino al fattorino diBiggs; nel frattempo quella faccia di fiasco vuoto del garzone dellalatteria occupò un posto isolato sul marciapiede.


-Non c'è pericolo che muoiano di fameti pare? - disse ilsignorino del negozio di calzature.


-Be'! e che c'è di strano? - ribatté il lattaio - anchetu ti porteresti qualche cosina se dovessi attraversare l'Atlanticoin barchetta.


-Ma loro non attraversano l'Atlantico- rincarò il fattorinodi Biggs: - vanno solo a tentare di scovare Stanley che si èperduto in Africa.


Intantosi era riunita intorno a noi una piccola folla di gente che sichiedeva l'un l'altro cosa fosse successo. Alcuni (i piùgiovani e i più sventati della folla) dicevano che era unmatrimonio e additavano Harris come sposo; i più vecchi equindi più riflessivi tra la turba erano dell'idea che sitrattasse di un funerale e checon tutta probabilitàilfratello del cadavere dovessi esser io.


Finalmenteuna carrozza libera girò l'angolo (nella nostra stradaingenerale e quando non se ne ha bisogno le carrozze libere passanoalla media di tre al minutorestano là ferme e intralciano iltraffico). Ci stivammo dentro con le nostre masseriziescacciammo unpaio di amici di Montmorency che evidentemente avevano giurato di nonlasciarlo maie ci mettemmo in moto con la carrozza fra leacclamazioni. Il fattorino di Biggs ci tirò dietro una carotaper augurio.


Arrivatialle undici alla stazione di Waterloochiedemmo da quale binariopartisse il treno delle undici e cinque. Naturalmente nessuno losapeva; alla stazione di Waterloo nessuno sa mai da dove parta untreno o dove vada un treno in partenza e cose del genere. Il facchinoche prese i nostri bagagli credeva che il treno partisse dalmarciapiede numero duema un altro collegacol quale discutemmo ilproblemaaveva sentito dire che partiva dal numero uno. Ilcapostazioned'altra parteera convinto che il treno sarebbepartito dal marciapiede dei treni suburbani.


Perfarla finita salimmo le scale e andammo a chiedere informazioni aldirigente del traffico il quale ci disse che proprio allora avevaincontrato uno che gli aveva detto di aver visto il nostro treno almarciapiede numero tre. Scendemmo e andammo al marciapiede numerotrema i ferrovieri che erano là opinarono che fossel'espresso di Southampton oppure la diramazione di Windsor. Eranocerti peròche non era il treno di Kingston pur non sapendodire il perché della loro certezza.


Allorail nostro facchino disse che secondo lui doveva essere quello delmarciapiede sopraelevato; disse che gli sembrava di conoscere queltreno. Andammo al marciapiede in sopraelevazionevedemmo ilmacchinista e gli chiedemmo se andava a Kingston.


Risposechenaturalmentenon era certo; ma era incline a pensare che ciandasse. Ad ogni modose non era il treno delle 1105 per Kingstondiceva luiera molto probabile che fosse quello delle 932 perVirginia Water oppure l'espresso delle 10 per l'isola di Wighto perqualche luogo da quelle parti e lo avremmo saputo arrivandoci. Glimettemmo mezza corona in mano e lo pregammo di essere quello delle1105 per Kingston.


-Nessuno su questa linea saprà mai che treno siete e doveandate- gli dicemmo. - La strada la conoscete; filiamocela edandiamo a Kingston.


-Be'! signori mieiio stesso non saprei... - rispose quel nobilemacchinista. - Ma suppongo che qualche treno debba pur andarci aKingston; ci andrò io. Grazie per la mezza corona.


Ecosì andammo a Kingston con la ferrovia del South West!

Venimmopoi a sapere che il treno che ci aveva portati era in effetti ilpostale di Exeter e che alla stazione di Waterloo lo avevano cercatoper ore e nessuno sapeva che ne fosse stato.


Labarca era lì ad aspettarcia Kingstonproprio sotto ilponte.


Cidirigemmo ad essacollocammo i bagagli tutto intorno e ciimbarcammo.


-Tutto a postosignori? - disse l'uomo.


-Tutto bene! - rispondemmo; e cosìHarris ai remiio altimoneMontmorencytriste e con aria di profonda diffidenzasullapruascattammo sulle acque cheper quindici giornisarebbero statela nostra dimora.




CAPITOLO6


Kingston- Osservazioni istruttive sulla storia antica inglese - Osservazioniistruttive sul legno di quercia scolpito e sulla vita in generale -Il triste caso del giovane Stivvings - Ponderando sull'antichità- Dimentico che sono al timone - Risultato interessante - Illabirinto di Hampton Court - Harris fa da guida.


Erauna radiosa mattinatacome in primaverase voletecomenell'incipiente estatequando il delicato splendore dell'erba e delfogliame si colora di un verde più intenso e la stagioneassomiglia a una bella e trepidante fanciulla che si desta allapropria femminilità.


Lestradette piacevolmente bizzarre di Kingstonlìnei punti incui arrivavano al fiume e venivano incendiate dal soleavevano unaspetto molto pittoresco; l'acqua scintillante su cui scendevano lechiattel'alzaia alberatai villini civettuoli sull'altra rivaHarrische in giacchetta sportiva rossa e arancione mandavaaccidenti ai remila lontana vista della vecchia e grigia magionedei Tudortutto contribuiva a formare un quadro soleggiatoluminosoe calmopieno di vita eppure tanto tranquillo chenonostantefossimo di primo mattinomi sentii come cullato in un sognanteaccesso di meditazione.


Pensavoa Kingstonovvero a "Kyningestun" come lo chiamavanoprimaai tempi in cui vi si incoronavano i re sassoni. Fu qui che ilgrande Cesare attraversò il Tamigi e le legioni romane siaccamparono su queste alture collinose. Cesarecome più tardiElisabettasembra che sia stato dappertutto: solo chea quantoparefu più morigerato della buona regina Bess: nonfrequentava le osterie.


Andavamatta per le osteriela Regina Vergine d'Inghilterra! Non sembraessercene una sola appena decente in un raggio di dieci migliaintorno a Londrach'ella non abbia notato o in cuiuna volta ol'altranon abbia fatto una capatina o dormito. Oraammesso perpura ipotesi che Harris cambiasse sistema di vitae diventasse ungrand'uomo virtuosoe fosse nominato primo ministroe morissemichiedo se su tutte le osterie di cui è stato avventoremetterebbero targhe che dicono: "Qui Harris bevve un bicchieredi birra""In questo luogo Harris ha bevuto due whiskylisci nell'estate del 1888""Da questo locale Harris èstato sbattuto fuori nel dicembre del 1886".


Nole targhe sarebbero troppe! Famose diverrebbero le osterie in cui nonha mai messo piede: "Unico locale nel sud di Londra in cuiHarris non abbia mai bevuto niente" La gente accorrerebbe infolla a vedere quale potesse esserne il motivo.


Comedeve avere odiato Kyningestunil povero e irresoluto re Edwy! Nonaveva retto ai festeggiamenti dell'incoronazione. Forse la testa dicinghiale farcita con le prugne cotte gli era risultata indigesta (lorisulterebbe per mene sono certo)ed egli era stufo dell'idromelee del vino; perciò se l'era svignata dalla rumorosa baldoriacon l'intenzione di rubare un'ora di silenzio e chiar di luna incompagnia della sua amata Elgiva.


Forsedalla finestratenendosi per manoi due stavano rimirando i calmiriflessi della luna sul fiumementre dalle sale lontane il baccanodell'orgia giungeva a intermittenza come un'eco fioca di frastuono etumulto.


Maecco che nella stanza irrompono con la loro abituale rudezza ilbrutale Odo e san Dunstane scagliano insulti volgari alla reginadal dolce visoe trascinano nuovamente il povero Edwy in mezzo alclamore della gozzoviglia di ubriachi.


Colpassare degli anniaccompagnato dalla musica del fragore dibattagliai re sassoni e le orge sassoni giacquero sepolti insiemee la grandezza di Kingston svanìper un certo tempotornandoa rinascere quando Hampton Court divenne il palazzo dei Tudor e degliStuarte lungo le rive le chiatte reali sforzavano gli ormeggie igiovani gagliardiin cappe sgargiantiscendevano con sicumera igradini dell'imbarcatoioa gridare:

"Ehilàtraghetto! t'affrettaDio grazia!".


Moltecasetutt'intornoparlano chiaramente di quei giorniquandoKingston era una residenza reale e vi abitavano nobili e cortigianivicino al loro ree il lungo stradone fino al palazzo era rallegratotutto il giorno dal tintinnio d'acciaio delle armidal caracollaredei palafrenidalle sete e dai velluti frusciantidalla bellezzadei visi. Le magioni grandi e spaziose con le finestre a veronedaivetri a piombocon i loro camini enormi e i loro tetti ad abbainidai tetti aguzzisembrano respirare tuttora l'atmosfera diquell'epoca di calzoncini e farsettidi pettorine ricamate con perlee di giuramenti complicatissimi. Sorsero ai tempi "in cui gliuomini sapevano costruire". I loro mattoni rossi e duri hannosolo guadagnato in stabilitàcol passare dei secolie leloro scale di quercia non scricchiolano e non gemono quando le scendifurtivo.


Aproposito di scale di querciami torna in mente che in una casa diKingston ce n'è una stupendascolpita. Ora la casa èun negoziosulla piazza del mercatoma non c'è dubbio cheallora era la magione di un grande personaggio. Un giornoun mioamico che abita a Kingston vi entrò a comperare un cappello ein un momento di distrazionemise la mano in tasca e pagò apronta cassa.


Ilnegoziante (che conosce il mio amico) rimase naturalmente un po'sbalorditoal primo istante; maripresosi rapidamentee ritenendoche occorra fare qualcosa per incoraggiare i gesti di quel generechiese al nostro eroe se non gli sarebbe piaciuto vedere della bellaquercia scolpita. Il mio amico disse che l'avrebbe vista volentieri eil negoziante lo guidò subito attraverso il negozio e poi super la scala interna di casa. La balaustrata era un superbocapolavoro di intarsio a mano e tutta la parete lungo di essa eracoperta da pannelli di legno di quercia con intagli che avrebberoonorato un palazzo reale.


Dallascala passarono nel salotto che era un ambiente chiarograndetappezzato di carta a fondo azzurro che aveva qualcosa di aggressivoe di gaio nello stesso tempo. Il mio amicoperònon vedendoin quella stanza nulla di straordinario si chiedeva perché mailo avessero condotto lì. Il proprietario si avvicinò auna parete e batté. Si sentì rumore di legno.


-Querciatutta quercia intagliata fino al soffittoesattamenteuguale a quella che avete visto sulle scalespiegò.


-Masignor mio! - esclamò il mio amico. - E' possibile cheabbiate ricoperta la quercia intagliata con la carta da parati?


-Sicuro- fu la risposta: - e mi è costato molto perchéprima ho dovuto ricoprire tutto con un tavolatoma ora la stanza èallegra. Prima era terribilmente triste Non potrei dire che biasimoquell'uomo incondizionatamente (chissà che sollievo per la suacoscienza!) Dal suo punto di vistache poi sarebbe stato lo stessodella media dei padroni di casae che era quello di aver luce e vitail più possibile e non quello di un vecchio maniaco bottegaiodi anticagliesi può dargli una certa ragione. Il legno diquercia scolpito è bellissimo a vedersi e fa piacere averne unpocoma come negare che a dover viverci dentro è deprimentealmeno per quelli che hanno gusti di tutt'altro genere? Sarebbe comeabitare in una chiesa.


Quelloperò che rendeva triste il caso presente era che luiche sene stropicciava di questa intagliatane dovesse aver il salottotappezzato mentre la gente che l'apprezza deve pagare enormemente peraverla. Maa quanto parequesta è la legge che governa ilmondociascuno di noi ha quello che non desidera e gli altri hannoinvece tutto quello che lui desidererebbe avere.


Glisposati hanno moglie e non mostrano di desiderarla; i giovani scapolisi lamentano perché non trovano moglie. I poveri che a stentoriescono a vivere in due hanno otto gagliardi marmocchi mangiapanementre una coppia di vecchi ricconi non sa a chi lasciare i suoisoldi e muore senza figli.


Epoi ci sono le ragazze con gli innamorati. Le ragazze che hanno gliinnamorati non li vogliono. Dicono che starebbero meglio senzacheessi le annoiano e che non capiscono perché non se ne vanno afare la corte alla signorina Smith e alla signorina Brown che sonoattempatelle e insignificanti e che non hanno mai avuto un fidanzato.Esse nonon ne vogliono sapere di fidanzatinon pensano affatto asposarsi.


Nonè piacevole fermarsi su queste cose; si diventa malinconici.


Avevamoun compagno di scuola soprannominato Sandford e Merton. In realtàsi chiamava Stivvings. Era il ragazzo più straordinario ch'ioabbia mai incontrato. Si buscava rimproveri con i fiocchi per essererimasto sveglio a lettostudiando il greco; quanto ai verbiirregolari francesinon c'era proprio verso di staccarlo da essi.Aveva una quantità d'idee sinistre e contro naturadi volereessere il vanto dei suoi genitori e l'onore della scuolae agognavadi vincere premidi crescere e diventare un uomo intelligente;insommanutriva ogni sorta di fisime di questa specie. Non ho maiconosciuto un essere più strano; ma innocuobadate: come unneonato.


Ebbenequesto ragazzo soleva ammalarsi due volte la settimana e cosìnon poteva andare a scuola. Non c'era nessun ragazzo capace diammalarsi come Sandford e Merton. Se in un raggio di dieci miglia dalui c'era una qualsiasi malattia conosciutaegli l'avevae nellaforma più grave. Si prendeva la bronchite in pieno solleoneea Natale la febbre del fieno. Era capace di aver le febbri reumatichedopo sei mesi di siccità e se andava a spasso nella nebbia dinovembre rientrava con un colpo di sole.


Siccomepoverettosoffriva terribilmente di mal di dentidopo averloaddormentato con i gas esilaranti glieli estrassero tutti e glimisero una dentiera: sopraggiunsero la nevralgia e il mal d orecchio.


Maiuna volta che non avesse il raffreddore ad eccezione di quando siammalò di scarlattina per nove settimane; i geloni li aveva inpermanenza. Quando nel 1871 venne quella terribile minaccia delcoleratutto il nostro quartiere ne rimase immune. In tutta laparrocchia non si ebbe che un solo caso sospetto e quello fu ilgiovane Stivvings.


Quandoera ammalato doveva starsene a letto e gli davano da mangiaregallinebistecche e uva coltivata in serra; ed egli se ne stavasteso a singhiozzare perché non gli permettevano di fare letraduzioni latine e gli portavano via la grammatica tedesca.


Noialtriinveceche avremmo dato dieci anni scolastici per ammalarci ungiorno solo e che ce ne infischiavamo di offrire ai nostri genitoriuna ragione per inorgoglirsi di noinon riuscivamo a prendercineanche un miserabile torcicollo. Ci esponevamo alle correntimacchéci facevano beneci rinfrescavano; ingoiavamoporcherie affinché ci facessero ammalaree invece ci facevanobuon proe ci davano appetito. Non riuscivamo a trovare nulla che cifacesse ammalare fino a che non cominciavano le vacanze. Ma alloraimmediatamenteall'ultimo giorno di scuolaeccoti il raffreddorela tosse asininae ogni altra sorta di accidenti che duravano finoalla riapertura delle scuole quandoa dispetto di ogni manovra incontrarioguarivamo immediatamente e stavamo meglio di prima.


Eccoche cos'è la vita; e noi non siamo che erba da esser falciatamessa a seccare e gettata al forno.


Ritornandoal legno di quercia scolpitobisogna dire che i nostri bisavoliavessero una nozione molto esatta del bello e dell'artistico. Infattitutti i tesori artistici odierni altro non sono che cose che eranocomuni tre o quattrocento anni addietro e sono state esumate. Midomando spesso se nei vecchi piatti fondinei boccali di birranegli smoccolatoi che oggi tanto pregiamovi sia un'autenticaintrinseca bellezzaoppure se è soltanto l'aureoladell'antichità che li rende incantevoli ai nostri occhi.


Levecchie maioliche che appendiamo come ornamento alle paretipochisecoli fa non erano che suppellettili usuali di ogni giorno e lestatuine del roseo pastore e della gialla pastorella che ora esibiamoai nostri amici perché facciano mostra di essere intenditori esi sbavino in eloginon erano che semplici soprammobili posti suicaminetti e che le mamme del diciottesimo secolo usavano comesucchiotti per acquietare i figlioli piangenti.


Avverràlo stesso nel futuro? I tesori di alto valore dell'oggisarannosempre le bagattelle di ieri che costavano due soldi? Ci saranno inbella mostra file dei nostri comuni piatti a disegno cinese suicaminetti dei ricchi nell'anno duemila e dispari? Le tazze bianchecon l'orlo dorato edentroi bei fiori in oro (di speciesconosciuta) che le nostre donne di servizio ora rompono a cuorleggero saranno forse accuratamente riappiccicate e messe su di unamensola e spolverate personalmente e solamente dalla padrona di casa?

Nelmio appartamento ammobiliato v'è un cane di porcellana; èbiancoha occhi scuri e il naso di un rosa delicato con puntinineri. Alza la testa con un senso di pena ed hanno avuto l'abilitàdi fargli un'espressione che raggiunge l'apice dell'imbecillità.


Francamentenon mi piace. Se poi dovessi considerarlo dal punto di vistaartistico mi ci irriterei. E' oggetto di sarcasmo da parte di amicisenza riguardoe persino la padrona di casa non l'ammira affatto ene tollera la presenza solo perché è un regalo di suazia.


Maè più che probabile che fra duecento anni quel canesarà riscavato in qualche postomutilato delle gambe e con lacoda rotta e sarà venduto per esemplare rarissimo ed espostosotto una campana di vetro. La gente gli girerà intorno e loammirerà e rimarrà colpita dalla straordinariaprofondità del colore del naso e discuterà sul comedoveva essere stato bello il pezzo di coda mancante.


Eppurenoiin quest'epocanon vediamo la bellezza di quel cane.


Essoci è troppo familiare. Succede lo stesso con il tramonto e lestelle; la loro soavità non ci conquista più perchéormai i nostri occhi si sono abituati a vederli. E così pureper il cane di porcellana. Nel 2288 la gente si estasierà peresso. La fabbricazione di questi cani sarà ormai un'artescomparsa; i nostri discendenti si scervelleranno per indovinare comefacemmo noi a modellarlidirà che eravamo espertissimi eriferendosi a noi diranno con venerazione "quegli antichigrandi artisti che fiorirono nel secolo diciannovesimo e produsserocani di maiolica come questo".


Il"saggio" che la figlia primogenita fece a scuola saràcitato come "tappezzeria dell'età Vittoriana"e avràvalore inestimabile. I boccali bianchi e azzurri delle locande sullegrandi stradesaranno ricercatimagari fessi e screpolatiesaranno venduti per il loro peso in oroe i ricchi li useranno comecoppe per i vini di marca; e i viaggiatori che verranno dal Giapponecompreranno tutti i "regali di Ramsgate" e i "ricordidi Margate" sfuggiti alla distruzione per riportarseli a Jedocome antichità inglesi.


Aquesto punto Harris abbandonò di colpo i remisi alzòdal banco di vogasi mise sulla schiena e sollevò i piedi inaria.


Montmorencyululò e fece una piroetta; la cesta che stava più inalto saltò e rovesciò ogni cosa.


Rimasiun po' sconcertato ma non perdetti la calma e con un tonosufficientemente cordiale dissi:

-Be'! che succede?

-Che succede! Por...


Adessoche ci ripenso non riferirò quello che uscì dalla boccadi Harris. Ammetto che meritavo di esser ripresoma niente puòperdonare quella violenza di linguaggioquella rudezza d'espressionespecialmente in un uomo che è stato educato con ogni cura comeio so che è stato educato Harris. Pensavo ad altroeccoeavevo dimenticatocome è facilmente comprensibileche stavoal timone con la conseguenza che ci eravamo impigliati in un bel po'd'alzaia. Per il momentoera difficile distinguere noi dalla spondadel fiume sul lato del Middlese; ma dopo un po' ci riuscimmo e ce neseparammo.


Harrisapprofittò dell'incidente per dire che aveva vogato abbastanzae propose che cambiassimo mansione; sbarcai sulla rivapresi il cavodi rimorchio e alai la barca fin dopo Hampton Court.


Com'èbello il vecchio muro che in quel punto corre lungo la riva delfiume! Tutte le volte che ci passo sento che la sua vista mi fa ungran bene. E' liscioridentecordiale quel vecchio muroe che belquadro sarebbecon i licheni che si arrampicano qui e col muschioche cresce lìuna timida vite che si affaccia dalla sommitàper spiare quel che succede in quel pezzetto di fiume affollatoe unpo' più giù il ricamo dell'antica edera austera!

Inogni dieci metri di quel muro vi sono cinquanta ombree tanticoloritante mezzetinte! Oh sapessi disegnaresapessi dipingeresono certo che farei un quadro magnifico di quel vecchio muro! Mi ècapitato spesso di pensare di andarmene ad abitare a Hampton Court.E' così poeticocosì quietoè un posto cosìcarocosì vecchio dove è possibile gironzolare almattino presto prima che ci sia molta gente per le strade.


Mase mi metto a decidere seriamente su questo traslocosento che infondo non mi andrebbe. Di sera la vita vi sarebbe tetraopprimentecon quella lampada che disegna paurose ombre sulle pareti e con l'ecodi passi lontani nei corridoi di pietra che ora si avvicinano orasvaniscono in distanzae ogni cosa piomba in un mortale silenzio esolo resta il rumore del battito del proprio cuore.


Siamocreature nate per vivere nel solenoi uomini e donne. Noi amiamo laluce e la vita. Ed ecco perché ci affolliamo in città emetropoli mentre la campagna diventa ogni anno più deserta.Nella luce del soledi giornoquando la natura tutt'intorno a noipalpita e si agita nel suo lavoronoi godiamo ad andare per iliberiverdi prati delle colline ed i boschi folti. Di nottequandomadre terra se n'è andata a letto e ci ha lasciati sveglioh!allora il mondo ci sembra abbandonatoe ci spaventiamo come bimbi inuna casa deserta. Ed allora ci fermiamo e singhiozziamo anelando lestrade di città illuminate a gasil suono di voci umanee ilpalpito della vita cittadina sembra rispondere ai moti dell'animonostro. Nella grande quietequando gli alberi scuri mormorano nelvento della notte cominciamo a sentirci disorientati. I fantasmivanno in giro ed i loro sospiri silenti rattristano le nostre anime.Lasciate che ci affolliamo nelle grandi città e fateciaccendere fuochi di gioia con milioni di becchi a gas e cosìcanteremo e grideremo assieme e ci sentiremo coraggiosi.


Harrismi domandò se ero mai stato nel labirinto di Hampton Court.


Disseche lui ci andò una volta per indicare la strada ad altri.


Luise l'era studiato su di una piantail labirintoche era una cosatanto semplice che sembrava perfino stupidainsomma non valevaneanche il modicissimo prezzo del biglietto d'entrata.


Harrisdisse che secondo lui quella pianta del labirinto doveva essere unoscherzo per i visitatori perché non rispondeva affatto allaverità e serviva solo a farli smarrire là dentro.


L'altroche lui accompagnava era un suo cugino venuto dalla campagnae luigli aveva così suggerito:

-Entriamo un momento tanto perché tu possa dire che lo haivistoma non c'è nulla di straordinario. Lo chiamanolabirinto ma è un'esagerazione. Basta prendere sempre la primasvolta a destra; facciamo un giretto di una decina di minuti e poiusciamo ed andiamo a mangiare.


Pocodopo essere entratiincontrarono un gruppo di persone che dissero distare lì dentro da tre quarti d'ora e che volevano uscireperché ne avevano già abbastanza. Harris disse che sevolevano potevano seguirloegli avrebbe fatto rapidamente il giro esarebbero usciti. Quelli dissero che ciò era molto gentile daparte sua e si misero dietro e lo seguirono.


Duranteil giro altra gente che cercava l'uscita si unì e continuaronola passeggiata fino a che non ebbero radunati tutti quelli che sitrovavano nel labirinto. C'erano alcuni che avevano giàrinunciato a tutte le speranze di riuscire ad evaderedi rivedereancora amici e parentie chevedendo Harris e il suo seguitoripresero coraggio e si accodarono al corteo mandandogli tantebenedizioni.


Harriscominciò coll'introdursi a destra ma ebbe l'impressione cheandando di lì la strada sarebbe stata molto lunga; il cuginodisse che il labirinto gli sembrava grande.


-Sicuro- disse Harris - è uno dei più grandi d'Europa.


-Dev'essere così- rispose il cugino - perché abbiamogià fatto più di due miglia.


Lostesso Harris cominciò a trovare la cosa piuttosto stranamacontinuò ad andare fino a chead un certo puntovidero perterra una ciambellina che il cugino giurò di aver giànotato lì sette minuti prima. Harris disse: - Impossibile! -ma una donna che aveva un bambino con sé disse: - Verissimo -perché era stata lei stessa a toglierla al figliolo e agettarla per terra prima che arrivasse Harris. Aggiunse che sarebbestato meglio che non avesse mai incontrato Harris e palesò lasua impressione che lui fosse un imbroglione. Harris s'infuriòmostrò la pianta e spiegò la sua teoria.


-Sta bene- disse uno della brigata- questa pianta potrebbe essereutilissima se lei sapesse in quale maledettissimo punto ci troviamoora.


Harrisnon lo sapeva e concluse che la cosa migliore era di ritornareall'entrata e ricominciare. Una parte della gente non mostrava troppoentusiasmo a ricominciare masiccome per ricominciare occorrevaritornare all'entratatutti furono d'accordo e così fecerodietro-front mettendosi in fila dietro Harris che andava nelladirezione opposta. Passarono circa dieci minuti e si ritrovarono dinuovo al centro.


Harrisin un primo momento cercò di far credere che lo aveva fattoapposta; ma vedendo che la folla aveva un aspetto poco rassicurantedecise di spiegare la cosa come un incidente.


Tuttaviaquell'incidente aveva fornito un punto cui riferirsi.


Orasapevano dove si trovavanoquindi consultarono la pianta e lasituazione apparve di una semplicità veramente straordinaria equindi tutti si rimisero in marcia per la terza volta.


Dopotre minuti rieccoli di nuovo al centro.


Ormainon avevano proprio altre direzioni in cui andare. Qualunque stradaprendessero li riportava al centro e la cosa finì perdiventare così monotona che alcuni non si muovevano marimanevano lì ad attendere che gli altri facessero lapasseggiata attorno e ritornassero. Harris tirò fuori ancorauna volta la pianta ma la sola vista di essa infuriava la turba chegli gridò in faccia che ci facesse i bigodini con quel pezzodi carta. Harris mi diceva che non era riuscito a sottrarsiall'impressione cheentro una certa misuraera diventatoimpopolare.


Finìche tutti si innervosirono e gridarono per chiamare il custode.L'uomo sentìsalì sulla scala esternae urlòle istruzioni. Ma tutte quelle teste erano ormai così confuseche non erano capaci di capire niente e quindi l'uomo disse che nonsi muovessero che egli sarebbe venuto subito. Era un custode nuovocosì volle il fatoed era nuovo del mestiere. Vennema nonriuscì a trovarli e si perdette anche lui. Essi ogni tanto lovedevano correre al di là della siepelo aspettavano percinque minuti e lui invece compariva allo stesso punto e chiedevaloro dove se ne fossero andati.


Dovetteroattendere che uno dei vecchi custodi tornasse dal pranzo. Cosìuscirono.


Harrisdisse chea quanto poteva giudicareera un bellissimo labirinto econvenimmo chenel viaggio di ritornoavremmo tentato di mandarcidentro George.




CAPITOLO7


Ilfiume vestito a festa - Abbigliamento sul fiume - Buona occasione pergli uomini - Mancanza di gusto in Harris - La giacca sportiva diGeorge - Una giornata con la signorina simile a un figurino di moda -La tomba della signora Thomas - L'uomo cui non piacciono sepolcribare e teschi - Harris furioso - Sue opinioni su Georgesulle banchee sulla limonata - Suoi giochi d'equilibrismo.


Ilfatto del labirinto Harris me l'ha raccontato mentre passavamo lachiusa di Moulsey. C'è voluto un certo tempo per passarlaperché è grandeed eravamo l'unica imbarcazione. Ch'ioricordinon avevo mai visto la chiusa di Moulsey con dentro una solaimbarcazione. Credo che questa chiusasenza fare nemmeno eccezioneper quella di Boultersia la più frequentata di tutto ilfiume.


Certevolte mi sono fermato a osservarlae non si vedeva nemmeno un po'd'acquama solo un vivace guazzabuglio di giacche sportive colorateallegri berrettinicappellini sfacciatiombrellini multicoloriedrappi setosimantellinastri svolazzantilindi abiti bianchi;guardando dentro la chiusa dall'alto della banchinapareva di vedereuna enorme scatola in cui fossero stati gettati alla rinfusa fiorid'ogni colore e sfumaturaformando un mucchio variegato comel'arcobaleno che copriva ogni angolo.


Didomenicacon tempo bellopresenta questo aspetto quasi tutta lagiornatamentresu a monte e giù a vallelunghe file dialtre barche fanno la coda fuori delle porte della chiusa aspettandoil loro turno; e ci sono imbarcazioni che si avvicinano e siallontananocosì che il fiume pieno di soledal palazzo finsu alla chiesa di Hamptonè punteggiato e tempestato digiallod'azzurrod'arancionedi biancodi rossodi rosa. Tuttigli abitanti di Hampton e di Moulsey indossano abiti da canottaggio evengono a bighellonare intorno alla chiusacon i loro canie sifanno la cortefumanoosservano le imbarcazioni; insommacon tuttiquei berrettini e quelle giacche degli uominiquei graziosi vestiticolorati delle donnecon quei cani irrequietiquel via vai dibarchequel passaggio piacevolequell'acqua luccicantesi ha unadelle viste più gioconde ch'io conosca nei pressi della nostracara e tetra città di Londra.


Ilfiume offre buone opportunità allo sfoggio dell'eleganza.Mette anche noi uominiuna volta tantoin grado di mostrare un po'di buon gusto in fatto di colori ese lo volete saperela miaopinione è che ce la caviamo con onore. A me piace aver sempreuna pennellata di rosso nei miei abitirosso e nero. Vedetei mieicapelli sono una specie di marrone doratomica malea quanto mihanno dettoe quindi il contrasto col rosso scuro sta bene; credoinoltre che non stonino una cravatta blu chiaroun paio di scarpe dicuoio di Russia e un fazzolettone di seta rossa alla cintura:

ilfazzoletto sta molto meglio della cinghia.


Harrispreferisce l'arancione o il giallo o una combinazione di essima ame non pare che sia una buona scelta. La sua carnagione ètroppo scura e col giallo stona. Il giallo non è il colore chegli si addicequesto è indiscutibile. Io gli consiglio divestire a fondo blu facendo spiccare su di esso i particolari inbianco o in crema; ma siamo lìla gente è tanto piùcocciuta quanto meno gusto ha. Peccato perché Harris non faràmai bella figura e invece se usasse quei due colori non sarebbe tantomalecol cappello in testa.


Georgesi è comperato per questo viaggio alcuni indumenti nuovi chemi danno alquanto fastidio. La giacca sportiva è pacchiana.


Nonvorrei che George sapesse che la penso cosìma non c'èaltra parola per definirla. Se l'era portata a casa giovedìsera e ce l'aveva mostrata. Gli abbiamo chiesto allora come sichiamavasecondo luiquel coloree ci ha risposto che non losapeva. Non riteneva che avesse nome. Il negoziante gli aveva dettoch'era un disegno orientale. Indossata la giaccaGeorge ci hachiesto che cosa ne pensassimo. Harris gli ha risposto dicendo chese si trattava d un oggetto da appendere sopra un'aiuola di fioriall'inizio della primavera per spaventare i passeril'avrebberispettata; ma checome capo di vestiario per un essere umanosalvoche per un negro di Margategli dava il voltastomaco.


Georgesi è arrabbiato sul serio; macome ha detto Harrisse nonvoleva la sua opinioneperché gliela aveva chiesta?

Inpropositociò che disturba Harris e me è il timore cherichiamerà l'attenzione sulla nostra barca.


Anchele ragazze non stanno per niente malein barcase sono vestite inmodo grazioso. A mio parerenon c'è nulla che doni quanto unabito di buon gusto per andare in barca. Ma non sarebbe male che legentili signore capissero che un "abito per andare in barca"dovrebbe essere una tenuta da poter portare in barcae non solosotto una campana di vetro. Se in barca avete delle persone chepensano continuamente ai loro vestitimolto più che alviaggiovi rovinano completamente la gita. Per mia disgraziaunavolta andai a un pic-nic sul fiume con due signore di questo tipo.


Avemmoun bel da fare!

Eranotutt'e due molto ben vestite: con tanti merlettie setee fiorienastrie scarpette delicatee guanti chiari. Ma era unabbigliamento da studio fotograficonon da picnic acquatico. Sitrattava degli "abiti da canottaggio" di un figurino dimoda francese. Era ridicolo andare in girocon quegli abitiin unluogo qualsiasi che fosse appena in vicinanza reale della terradell'aria e dell'acqua.


Cominciaronocol dire che credevano che la barca non fosse pulita.


Spolverammotutti i banchipoi ci portammo garanti della loro puliziama non cicredettero. Una di loro passò sul cuscino il mignoloinguantatomostrò all'altra il risultatoe tutt'e due sisedetterosospirando e con un'aria da primi martiri cristiani checercassero di mettersi comodi sul rogo. Si sa che remando capita difar schizzare un po' di acqua ogni tanto; a sentire le ragazzesembrava che una goccia d'acqua segnasse la fine di quelle tolette eche la macchia fosse eternamente indelebile.


Airemi di poppa c'ero io e facevo del mio meglio. Alla fine di ognipalata alzavo i remi sugli scalmi e aspettavo che l'acquasgocciolasse dalle palepoi li immergevo di nuovo scegliendo ognivolta un piccolo punto in cui l'acqua fosse tranquilla. (Il prodieredisse che non si stimava un vogatore tanto competente da poter vogareassieme a me e quindicon mia licenzase ne sarebbe rimastosedutofermoa studiare la mia palata. Disse che gli interessavamolto). Ciononostantee a dispetto di tutti i miei sforzinonpotevo evitare che qualche spruzzatina arrivasse su quei vestiti.


Leragazze non si lamentavanosi erano strette l'una all'altra eavevano serrato le labbra; ogni volta che una goccia le toccava sicontorcevano e rabbrividivano. Era ammirevole vedere come quelle duesoffrivano e sopportavano in silenzio; ma alla fine non resistettipiù. Io sono troppo sensibile. Cominciai a vogare strambamentee irregolarmenteschizzando sempre più acqua quanto piùm'impegnavo di non farlo.


Poirinunciai e dissi che avrei vogato a prua. Il mio compagno fu anchelui dell'avviso che così sarebbe andato meglio e cambiammo diposto. Le ragazze vedendomi andare emisero un sospiro di sollievo eper un momento parvero felici. Poverine! Avrebbero fatto meglio asopportare me. L'uomo che avevano ora era un tipo amenodi cuoreallegro e testonecon una sensibilità uguale a quella che vipuò essere in un cane di Terranova. Potete anche guardarlominacciosamente per un'ora; lui non se ne accorge neanche e se se neaccorge non si scompone. Si mise a vogare con palate circolariacolpi saettantiche mandavano schiuma su tutta la barca come unafontanaobbligando tutto l'equipaggio a stare in piedi. Quandospruzzava più di un litro di acqua su quei vestitisi facevauna bella risatina e diceva:

-Mi scusino tantosì! - ed offriva il fazzoletto perasciugare.


-Oh! non fa nulla! - rispondevano mormorando le povere figlioleefurtivamente si coprivano con coperte e mantelli e cercavano diripararsi con il parasole di pizzo.


Quandovenne l'ora di far merenda quelle poverette se la passarono maledavvero. Tutti volevano che si sedessero sull'erba; l'erba era umidae i tre ceppi contro i quali le invitammo ad appoggiarsievidentemente non erano stati spolverati da settimane e settimane.


Essestesero i fazzoletti e vi si sedettero sopra rimanendo dritte estecchite. Ci fu uno che servendo un piatto di carne con sugoinciampò in una radice e versò tutto. Gli schizzi nonle raggiunseroper fortunama l'incidente le fece pensare a unnuovo pericolo e le sconvolse sì che non appena qualcuno simuoveva portando in mano qualcosa che poteva cadere e fare undisastro lo seguivano terrorizzate con lo sguardo fino a che non sifosse riseduto.


-Ora tocca a voiragazze! - disse il nostro amicoquello di primaquando finimmo di mangiare; - andiamodovete lavare!

Noncapirono subito il significatoma quando afferrarono l'idearisposero che erano dolenti ma non sapevano rigovernare.


-Ohnulla di grave. V'insegno io in un attimo! -gridò lui. E'divertentissimo! Voi piegate le ginocchia... voglio dire che viaccucciate sulla riva e risciacquate piatti e stoviglie nell'acquadel fiume.


Lasorellina maggiore si scusò dicendo che i loro abiti non eranoadatti a quel lavoro.


-Andrà benissimo; - disse lui molto divertito- tiratevi su legonne.


Eglielo fece anche fare assicurandole che quella funzionerappresentava di per se stessa la metà del piacere in unpic-nic.


Esseammisero che era una cosa interessante.


Orache ci ripenso: quel ragazzo era poi così scemo comecredevamo? o piuttosto lui... noimpossibile! la sua espressione eraperfettamente ingenuainfantile.


Harrischiese di sbarcare a Hampton Church per andare a vedere la tombadella signora Thomas. Io gli domandai:

-Chi è la signora Thomas?

-E io che ne so? - rispose. - E' una signora cui hanno fatto una tombacuriosissima ed io la voglio vedere.


Miopposi. Non so se ho fatto malema per conto mio non ho mai agognatodi conoscere pietre sepolcrali. So benissimo che quando si va in unvillaggio o in una cittàè doveroso visitare icimiteri e ammirare le tombe; ma io ho sempre privato me stesso diquesto bel passatempo. Non so che divertimento ci possa esserenell'andare strisciando i piedi per chiese fredde e buiedietro avecchi asmatici che leggono epitaffi. Neanche la vista di un pezzo diottone incastonato nel marmo riesce a darmi quella che si chiama lavera felicità.


Naturalmentel'aria imperturbabile che sono capace di assumere al cospetto diincisioni commoventi e la mia mancanza di entusiasmo per la storiadelle famiglie del luogo offendono i rispettabili sagrestaniche sisentono anche lesi nei loro sentimenti dalla mia malcelata ansia disquagliarmela.


Inun mattino radioso mi ero appoggiato al muretto basso di pietra cherecingeva la piccola chiesa di un villaggio; fumavo e mi satollavodella profondapoetica soavità dello scenario calmo esilente. La vecchia chiesa grigia con la sua edera a ciuffi ed il suoporticato di legno tagliato di sbiecolo stretto vicolo bianco cheveniva in curva dalla collina tra gli alti filari di olmile casedei contadini con i tetti di paglia che facevano capolino al di làdella siepe ben potatail fiume di argento a vallee le collineboscose sull'altra riva...


Eraun panorama affascinanteidilliacopoetico che mi ispirò. Misentii buono e nobile; fui certo che non avrei mai piùpeccatonon sarei mai stato cattivo. Sarei venuto a vivere in questopostonon avrei mai più fatto alcun male e avrei condotto unavita onestaesemplare ediventato vecchioavrei messo i capellid'argento eccetera eccetera.


Inquel momento perdonai ai miei amici e parenti le loro malefatte e leloro diavolerie e li assolsi. Essi non seppero che li assolvevo.Continuarono la loro vita scapestrata incuranti di quanto iodalontanoin quel tranquillo paesettofacevo per loro: ma io lofacevo ugualmente e desideravo ardentemente che essi sapessero che lofacevo perché desideravo la loro felicità.


Stavoappunto immerso in questi miei pensieri generosi e commoventiquandoil mio sogno venne interrotto da una voce stridula che gridava:

-Eccomieccomisignore. Vengovengo. Eccominon abbia fretta.


Guardaie vidi un vecchio con la testa pelata che zoppicando attraversava ilcimitero e veniva verso di me. Aveva in mano un gran mazzo di chiaviche ad ogni passo si scontravano e tintinnavano.


Iogli feci un segno solenne e silenzioso di cambiar stradama luicontinuò ad avanzare gridando come una cornacchia.


-Vengosignorevengo. Sono un po' zopponon ho piùl'elasticità di una volta. Da questa partesignore.


-Ma andatevenevecchio imbecille- dissi io.


-Son venuto il più presto possibilesignore- rispose lui. Lamia donna non vi ha visto che un minuto fa. Mi seguasignore.


-Andatevene- ripetei; - lasciatemi in pace prima che salti il muro evi accoppi.


Sembròsorpreso.


-Ma non volete vedere le tombe? - domandò.


-No- risposi. - Non voglio vedere niente. Voglio starmene quiappoggiato a questo vecchio muro ronchioso. Andatevene e non miimportunate. Sono pieno da scoppiare di pensieri nobili e belli evoglio rimanere in questo stato perché esso è soave ebuono. Non statemi intorno a farmi perdere la pazienza fugando i mieisentimenti migliori con queste stupidissime tombe. Andate a farvisotterrare a buon prezzo e sarò lieto di pagare la metàdella spesa.


Perun momento rimase sbalordito. Si strofinò gli occhi e miguardò ben bene. Non si capacitavaperché ioall'apparenzagli sembravo un essere umano. E disse:

-Voi non siete di queste parti? Non abitate qui?

-No- dissi- non ci abito. Se ci stessi IO non ci abitereste VOI.


-Sta bene- disse lui; - siete qui per vedere le tombei sepolcrila gente sotterratasapetele bare...


-Siete un mentitore- risposi ioarrabbiandomi. - Io non voglioveder tombe e specialmente le vostre tombe. Perché dovreivolerle vedere? Noi abbiamo le nostre tombedi famiglia. Sicuromiozio Podger ha una tomba nel cimitero di Kensal Green che èl'orgoglio di tutto il paese; e l'ipogeo di mio nonno a Bow puòcontenere otto visitatori e la mia prozia Susanna ha una tomba dimattoni nel cimitero di Finchley con una pietra sepolcrale con soprauna specie di caffettiera in bassorilievo e intorno sei palle dellamiglior pietra biancache costò un occhio. Quando ho vogliadi veder tombe vado làin quei postia dissetarmi. Non hobisogno di estranei. Ad ogni modo vi prometto che quando visotterreranno verrò a visitarvi. Ecco tutto.


Egliscoppiò in pianto. Disse che su di una delle tombe c'era unpezzo di pietraproprio in cimache alcuni dicevano fosseprobabilmente parte dei resti di una figura di corpo e che su diun'altra c'erano incise parole che nessuno era stato capace didecifrare.


Rimasiugualmente irremovibile ed egli con addoloratissimo accento disse:

-Sta bene; ma non volete vedere neanche la memorabile finestra?

Nonvolevo vedere neanche quella ed allora egli sparò la suaultima cartuccia. Si avvicinò ed annunziò con voceroca:

-Laggiù nella cripta ho un paio di teschi- disse. - Venite avederli. Venitevenite a vedere quei teschi! Voi siete un giovanottoin vacanza e vi dovete divertire. Venite a vedere i teschi.


Nonc'era altro da fare: mi voltai e fuggii mentre lui continuava agridarmi dietro:

-Venite a vedere i teschi; tornate indietro!

Harrische invece si sente benissimo tra tombe e bare ed epitaffi eiscrizioni monumentalial pensiero di non vedere la tomba dellasignora Thomas si indispettì. Disse che lui fin dal primomomento che avevamo parlato del viaggio si era proposto di visitarela tomba della signora Thomasanziche se non fosse stato perl'idea di veder la tomba della signora Thomas non sarebbe venuto connoi.


Glirammentai che dovevamo incontrarci con George e che quindi dovevamoarrivare con la barca alle cinque a Shepperton. Allora cominciòa prendersela con George. Perché George se ne stava abighellonare per tutta la giornata mentre noi dovevamo trascinarequello straccio di barca su e giù pel fiume per incontrarelui?

Perchénon si era fatto dare il permesso alla banca e non era venuto connoi? Perché non veniva a lavorare anche lui? Al diavolo labanca.


-Non l'ho mai visto lavorare là dentro- continuòHarris nessuna delle volte che ci sono andato. Se ne sta tutto ilgiorno seduto dietro un pezzo di vetro dandosi l'aria di farqualcosa. A che serve lui lì? a che servono codeste banche? Siprendono i tuoi soldi e poiquando emetti un assegno te lo rimandanoindietro tutto scarabocchiato con su "Senza fondi""Rivolgersi al traente". E a che serve dunque la banca?Questo trucco me lo hanno fatto due volte la settimana scorsa. Nontollererò oltre e ritirerò i miei depositi. Intanto selui fosse qui potremmo andare a vedere la tomba e poi... non credoaffatto che sia alla banca.


Sela starà passando in qualche posto lasciando a noi tutta lafatica. Io sbarco e vado a bere.


Glifeci notare che ci trovavamo alcune miglia lontano da ogni osteria edallora se la prese col fiume.


QuandoHarris si mette in questo stato è meglio lasciarlo sfogare.


Poisi svuota da solo e si calma.


Glirammentai che nella cesta avevamo la limonata concentrata e ungallone di acqua a prua e che bastava mischiarla per fare una bibitafresca e dissetante.


Apriticielo! Si scagliò contro la limonata e simili sciroppate daasilo infantilecome li chiama luigingerlampone ecceteraeccetera. Disse che son cose che danno la dispepsiarovinano lostomaco e l'anima assieme e che son causa di metà dei delitticommessi in Inghilterra.


Disseche però doveva assolutamente bere qualcosa esalito in piedisul sedilesi sporse in avanti per prendere la bottiglia.


Questaera proprio in fondo alla cestae a quanto pare era difficiletrovarla; perciò egli dovette chinarsi sempre più epoiché cercava di governare al tempo stessocon la visuale arovesciosbagliò nel tirare il cordone della barra del timonee mandò l'imbarcazione a urtare nella sponda. Il colpo glifece perdere l'equilibrio ed egli fece un bel tuffo dentro la cestadove rimase a testa in giùagguantato ai bordidell'imbarcazione come se ne andasse della vita e agitando le gambein aria. Non osava muoversi per paura di cadere in acqua e dovetterimanere lì finché non lo afferrai per le gambe e nonlo rimisi in sestoil che lo fece infuriare più che mai.




CAPITOLO8


Ricatto- Il metodo giusto da seguire - Grossolano egoismo dei proprietarisugli argini - Cartelli di "Transito proibito" - Harris nonha sentimenti di buon cristiano - Come Harris interpreta unacanzonetta comica - Una riunione nell'alta società -Vergognosa condotta di giovanotti irresponsabili - Alcuneinformazioni utili - George si compra un banjo.


Cifermammo sotto i salici presso Kempton Park e facemmo merenda.


E'un posticino grazioso; una radura coperta d'erba che si stende lungola riva del fiume sotto i salici. Avevamo appena attaccato la terzaportata - pane e marmellata - quando arrivò un signore inmaniche di camicia e con la pipa in bocca il quale disse che volevasapere da noi se ci risultava che lì era vietato il transito.Gli rispondemmo che non avevamo considerato la cosa al punto da potertrarre una conclusione definitiva ma chead ogni modose lui sullasua parola di gentiluomo ci avesse assicurato che lì iltransito era proibitonoi gli avremmo prestato fede senza esitare.


Eglici fornì la richiesta assicurazione e noi lo ringraziammo;però egli non se ne andòanzi pareva poco soddisfattoe rimaneva lì. Allora gli chiedemmo se desiderava saperequalche altra cosa da noi ed Harrische è sempre dispostoalla socievolezzagli offrì un po' di pane e marmellata.


Credoche appartenesse a qualche setta giurata all'astinenza dal pane emarmellata perché rifiutò con maniera brusca comeoffeso che lo avessimo tentato e aggiunse che aveva il dovere dimandarci via di lì.


Harrisdisse che se si trattava di un dovere doveva essere fatto e chiese aquell'uomo quale fosse la sua idea per ottemperare all'ordine. Harrisè quello che si direbbe un bell'uomo di taglia numero unocircaed ha l'aspetto robusto e deciso. L'uomo lo misuròguardandolo dall'alto in basso e disse che sarebbe andato aconsultarsi col suo padronepoi sarebbe tornato indietro e ciavrebbe buttato a fiume tutti e due.


Naturalmentenon si fece più vedere ealtrettanto naturalmentel'unicacosa che volesse era uno scellino. Esiste un certo numero di tipaccirivieraschi che si fanno un bell'introitodurante l'estatebighellonando lungo gli argini e ricattando i citrulli cheincontrano. Si dicono incaricati dal proprietario. Il metodo giustoda seguire consiste nel fornire il proprio nome ed indirizzolasciando che il proprietariose c'entra veramentevi citi efornisca la prova dei danni che avete fatto alla loro terra sedendovisu una zolla di essa. Main maggioranzala gente è cosìindolente e paurosa che preferisce incoraggiare le sopraffazionicedendopiuttosto che stroncarle esercitando un po' di fermezza.


Quandoil biasimo va realmente ai proprietaribisognerebbe denunciare lacosa pubblicamente. L'egoismo dei proprietari rivieraschi cresce dianno in anno. Se questa gente lo potessesbarrerebbe del tutto ilTamigi; e già lo fanno negli affluenti minori e nei bacinimarginali. Piantano pali nel letto della corrente e stendono cateneda una sponda all'altra e su di ogni albero inchiodano enormi avvisidi divieto di transito. La vista di quegli avvisi desta in me istintiselvaggi. Mi vien voglia di schiodarli e di batterli in testa aquello che ce li ha messi fino ad ammazzarlo; poi lo seppellirei egli metterei il divieto di transito sopra come pietra sepolcrale.


Rivelaia Harris questi miei sentimenti ed egli mi disse che i suoi inproposito erano anche peggiori. Disse che non solo gli veniva vogliadi ammazzare l'uomo che aveva avuto l'idea dell'avviso ma che avrebbevoluto trucidare tutta la sua famigliagli amici e i parenti ebruciargli la casa. A me sembrò un poco troppo e glielo dissi;ma Harris rispose: Affatto! Accoppali tutti ed io verrò acantare una canzonetta allegra sui resti.


Asentire che a Harris era venuta tanta sete di sangue ci rimasi male.Non dobbiamo mai permettere che il nostro istinto di giustiziadegeneri in pura vendetta. Mi ci volle un bel po' per riportareHarris a considerare la cosa con pensieri più cristianimaalla fine ci riuscii e lui mi promise che avrebbe risparmiato gliamici ed i parenti e che non sarebbe andato a cantare canzonetteallegre sulle rovine.


Nonpotete comprendere il servizio che resi all'umanità perchénon avete sentito mai Harris cantare canzonette allegre. Questa disaper cantare le canzonette allegre è una delle suefissazionimentre la fissazione degli amici di Harris che lo hannosentito cantare è che mai lo saprà fare e che non glidovrebbero permettere di tentare.


QuandoHarris è invitato a qualche ricevimento e lo pregano dicantarerisponde: - Sìperò io so cantare solo unacanzonetta allegra- e lo dice in modo che sottintende che quel suocanto è una cosa che voi dovete ascoltare una volta e poimorire.


-Oh! - dice la padrona di casa- molto bene. Ne canti unasignorHarris. - E Harris si alza e si avvia al pianofortecon la raggianteamabilità di un uomo generoso che sta regalando qualcosa aqualcuno.


-Signorisilenzioper favore- dice la padrona di casa voltandosiin giro. - Il signor Harris ci canterà una canzonetta allegra.


-Oh! benebene! - si sente mormorare e tutti accorronosi cercanonelle verandeper le scale e si affollano nel salotto; si siedono ingiro ed anticipano le risatine. E Harris comincia.


Naturalmentenessuno pretende una gran voce per una canzonetta allegra. Néci si attende la perfezione in quanto a dizione e vocalizzi e non sifa caso se un uomo a metà di una nota trova che ètroppo alta e l'abbassa d'improvviso. Non importa se il cantantecorre due battute più avanti dell'accompagnatore e a metàdi una strofa si interrompe per discutere col pianista e poi riprendela strofa da capo. Ma le parole ci si aspetta di sentirle.


Nonvi aspettereste che quel tipo non arrivi a ricordare altro che iprimi tre versi della prima strofa e che continui a ripeterli fino ache non è il momento di cominciare col ritornello. Non viaspettate che a metà di un verso quello si fermisi facciauna bella risata e dica che è buffo ma che sia dannato seriesce a ricordare il resto e quindi cerca d'improvvisarema che poise ne ricordaproprio quando è arrivato ad un altro puntodella canzonee quindi si ferma per tornare indietro e senzaavvisare salta di qua e di là. Certo che non ve lo aspettate;ebbene vi darò una piccola idea delle interpretazioni comichedi Harris e giudicherete da soli.


HARRIS(in piedi dinanzi al piano si rivolge al popolo in attesa):

E'una cosetta molto vecchiadico. Credo che tutti la conoscano giàdico. Ma è l'unica cosa che so. E la "Canzone delGiudice"di quell'operetta... sapetenonon intendo direquella - voglio dire - mi capite non è vero? - quell'altracosa dico. Poi tutti fate il corodico.


(Mormoriidi sollievo ed ansietà di fare il coro. Brillante esecuzionedell'introduzione della "Canzone del Giudice" interpretatada un pianista nervoso. Arriva il momento in cui Harris deveattaccare. Harris non se ne accorge. Il pianista nervoso ricomincial'introduzione e Harris comincia a cantare allo stesso tempo e buttafuori i primi due versi della "Canzone del Primo Lord". Ilpianista nervoso cerca di continuare la sua introduzionema deverinunciare e tenta di seguire Harris con l'accompagnamento della"Canzone del Giudice". Il poveretto vede che non vannod'accordocerca di capire quello che sta facendoe dove si trovi;la testa gli gira e smette di colpo.) HARRIS (incoraggiandolocortesemente): Va benissimo così. Lei mi sta accompagnandomolto benecontinui.


PIANISTANERVOSO: Temo che ci sia un erroreda qualche parte. Che cosa stacantandolei?

HARRIS(pronto): Ma come! La "Canzone del Giudice". Non la sa?

UNAMICO DI HARRIS (dal fondo della sala): Notestonestai cantando la"Canzone dell'Ammiraglio" (Lunga discussione fra Harris el'amico di Harris in merito a ciò che Harris sta cantando inrealtà. L'amico infine dice che non importa che cosa cantiHarris purché vada avanti una buona volta e la cantieHarriscovando palesemente il sentimento di avere patito un tortochiede al pianista di ricominciare. Al cheil pianista attaccal'introduzione della "Canzone dell'Ammiraglio" e Harriscogliendo nella musica quella che gli pare un occasione propiziacomincia.)

HARRIS:Quand'ero giovane e avevo la vocazione del Foro...


(Fragorososcoppio di risa generaleche Harris interpreta come un complimento.Il pianistasapendo di avere moglie e figliabbandona l'imparilotta e si ritira; ne prende il posto uno d'animo più saldo.)Nuovo PIANISTA (allegramente): Su alloravecchio miocomincia tuche io ti seguo. Lasciamo perdere le introduzioni.


HARRIS(che a poco a poco ha cominciato a capire come stanno le cose -ridendo): Per bacco! Vogliate scusarmi Ma certo: ho confuso le duecanzoni. E' stato Jenkins a farmi imbrogliaredico. Suavanti.


(Cantando;la sua voce sembra venire dalla cantina e fa pensare ai primi sordiboati che preannunciano un terremoto.)Quand'ero giovane m'eroimpiegato da fattorino di studio d'un grande avvocato.


(Aparteal pianista): Troppo bassa l'intonazionevecchio mio;riprendiamo da capose non ti dispiace.


(Cantanuovamente i due primi versiquesta volta in acuto falsetto.Movimento di sorpresa fra il pubblico. Una vecchia signora nervosapresso il caminettosi mette a piangere e dev'essere condottafuori.) HARRIS (continuando):

Spazzavole finestre tutto contento e...


Nono. Spazzavo il portone del gran casamento. E lustravo di lena ilpavimento - noin malora - ohscusate! - che buffo che non mi vengain mente questo verso. E... E... - Ohbe'! Passiamo al ritornelloecoraggioproviamo (canta):

Perdi-perdi-perdirindindinaora comando le navi della Regina.


Sututti in coro. Ripetere i due ultimi versidico.


COROGENERALE:

Perdi-perdi-perdirindindinaora comando le navi della Regina.


Enon c'è modo che Harris si renda conto della figura da cretinoche fae di come stia seccando una quantità di gente che nongli ha fatto alcun male. In buona fedeegli crede di averlidilettatie dice che dopo cena canterà un'altra canzonettacomica.


Trovandomia parlare di canzonette e di trattenimentimi torna in mente un casopiuttosto curioso al quale una volta fui presentee che meritaiocredodi essere riportato in queste pagine perché getta moltaluce sul lavoro mentale più riposto dell'umana natura.


Eravamoinvitati ad un ricevimento di gente intellettuale e alla moda.Indossavamo i migliori vestitiparlavamo un linguaggio ricercato ederavamo allegrissimituttimeno due giovanottidue studentirientrati appena dalla Germania; erano due tipi comuni che sembravanoirrequieti e a disagio come se fossero infastiditi dal troppomonotono procedere della festa. La veritàinveceera che noieravamo troppo intelligenti per loro. La nostra conversazionespiritosa ma forbitai nostri gusti raffinati erano fuori della loroportata. Non avrebbero dovuto venircinon era il loro ambiente.Dopotutti ne convennero.


Eseguimmo"morceaux" di vecchi compositori tedeschi discutemmo dietica e di filosofia e facemmo la corte alle signore con graziosadignità. C'era in giro molto umorismoma di alta classe.


Dopocenauno recitò una poesia francese e tutti dicemmo che erabellissima; poi una signora cantò una ballata spagnuola chefece piangere un paio di persone tanto era patetica.


Edecco che i due giovanotti si alzano e domandano se avevamo maisentito Herr Slossenn Boschen (arrivato proprio allorae ancora giùin sala da pranzo) cantare la sua straordinaria canzonetta comicatedesca.


Nessunodi noi ricordava di averlo mai sentito.


Igiovanotti dissero che era la canzonetta più comica che siamai stata scritta e chese ci faceva piacereavrebbero chiamatoHerr Slossenn Boschenche conoscevano benissimoe lo avrebberopregato di cantare. Dissero che era così comica la canzonettache una voltaquando Herr Slossenn Boschen l'aveva cantata allapresenza del Kaiseregli (il Kaiser) dovette esser portato via emesso a letto.


Disseroche nessuno era capace di cantarla come Herr Slossenn Boschen;durante tutta l'interpretazione egli si manteneva così serioche sembrava stesse recitando una tragediae questa era la cosa piùcomica. Dissero che la sua voce ed i suoi modi non davano mai l'ideache stesse cantando qualcosa di umoristico avrebbe rovinato tutto.Era appunto la sua espressione seriaquasi il suo pathos che rendevala cosa tanto irresistibilmente umoristica.


Dicemmoche eravamo ansiosi di sentirla e che avevamo bisogno di farci unabella risata ed essi scesero in sala da pranzo per chiamare HerrSlossenn Boschen.


Questisembrò felicissimo di cantare perché venne suimmediatamente e senza dir neanche una parola si sedette al piano.


-Vedrete come vi divertireteve ne farete delle risatemormoravano idue giovanotti nell'attraversare la sala per andarsi a piantare inatteggiamento compunto alle spalle del professore.


HerrSlossenn Boschen si accompagnava da solo. A dire il verol'introduzione non preannunciava una canzone spiccatamenteumoristica. Era un motivocome direprofondoirreale... e che cifece accapponar la pelle. Ci sussurrammo l'un l'altro che quello erail metodo tedesco e ci disponemmo a trovarlo divertente.


Ioil tedesco non lo capisco; l'ho studiato a scuola ma due anni dopo hodimenticato tutto e da allora sto molto meglio. Però non mifaceva piacere che i presenti si accorgessero della mia ignoranza eallora ebbi un'idea che mi sembrò ottima. Misi gli occhiaddosso ai due studenti e seguii le loro reazioni. Quando essisorridevano io sorridevo; quando sghignazzavano io sghignazzavo eogni tanto aggiungevo anche qualche risatina di mia iniziativaproprio come se avessi scoperto un po' di comicità che erasfuggita agli altri e questo particolare mi parve ingegnosissimo daparte mia.


Mentreil canto proseguiva ebbi l'impressione che molti altri tenessero gliocchi addosso ai due giovanottiesattamente come me. Anch'essisorridevano quando i giovanotti sorridevano e sghignazzavano quandoquelli sghignazzavano e siccome i due sorridevano e sghignazzavano escoppiavano in fragorose risate quasi in continuazionela cosadivenne veramente comica.


Eppureil professore tedesco non sembrava contento. Al principioquandocominciammo a ridereil suo viso espresse un'intensa sorpresa comese quelle risate fossero l'ultima cosa con cui si aspettava di essereonorato. Trovammo ciò molto naturale e dicemmo che la metàdel divertimento consisteva appunto nella sua serietà.


Eracerto che il minimo accenno da parte sua che avesse coscienza diquanto era buffo avrebbe rovinato tutto completamente. Siccomecontinuavamo a riderela sua sorpresa si trasformò in unespressione di disgusto e di indignazione e guardò con visoarcigno tuttieccettos'intendei due che gli stavano alle spallee che non poteva vedere. Quello sguardo ci fece venire le convulsionie ci dicemmol'un l'altroche saremmo morti dalle risate. Il testodicevamoè già abbastanza da solo a farci venire unattacco; ma aggiungerci poi la sua serietà istrionica eratroppo.


All'ultimastrofa superò se stesso. Girò attorno uno sguardofiammeggiante di sì feroce concentrazione chese non fossimostati preavvisati che quello è il metodo del cantar comicotedescoci saremmo impauriti; ed egli inserì nella musicaselvaggia una nota di tanto lamentoso strazio chese non avessimosaputo che si trattava di una canzonetta umoristicaavremmo pianto.


Finìin un irresistibile urlo di risate. Tutti affermammo che era lacanzonetta più comica che avessimo mai udito in vita nostra edopo di aver assistito ad una cosa simile trovammo molto sciocca lacredenza che i tedeschi non hanno il senso della comicità.


Chiedemmoal professore di tradurre la canzone in inglese in modo che anche lepersone di media cultura potessero comprenderla ed apprezzarne lagrande comicità.


Fuallora che Herr Slossenn Boschen non ne poté più e sitramutò in una belva. Ci stramaledì in tedesco (ed ioebbi l'occasione di giudicare che quella lingua è moltoespressiva per tale uso)si mise a far saltisi batté ipugni l'uno contro l'altro e ci scagliò contro tutte lecontumelie che sapeva in inglese. Disse che mai in vita sua avevaricevuto un simile affronto.


Vennefuori che la canzone non era una canzone comica. Essa parlava di unagiovanetta delle montagne dell'Hartz che aveva dato la sua vita persalvare l'anima dell'innamorato; lui moriva ed incontrava lo spiritodi lei nell'aere e poiall'ultima strofa lui rinnegava lo spirito dilei e se ne andava con un altro spirito; ora non sono sicuro deidettaglima era qualcosa di molto tristequesto è certo. Ilsignor Boschen disse che l'aveva cantata una volta in presenza delKaiser e lui (il Kaiser) aveva singhiozzato come un bambino. Lui(Herr Boschen) disse che tutti sapevano essere quello uno dei cantipiù tristi e più patetici della lingua tedesca.


Citrovavamo in una situazione imbarazzantemolto imbarazzantee nonsapevamo che rispondere. Ci guardammo attorno per scoprire i duegiovanotti che avevano combinato il truccoma essisubito dopo lafine del cantose l'erano squagliata immediatamente.


Eil ricevimento finì così. Non ho mai visto unricevimento finire in una maniera così fredda e con cosìpoca cerimonia. Non ci scambiammo neanche la buona notte. Scendemmole scale in filauno dopo l'altrocamminando silenziosamente etenendoci nel lato in ombra. Chiedemmo cappelli e mantelli alservitore con un sussurro; ci aprimmo la porta da soliscivolammofuori e girammo l'angolo mogi mogi evitandoci l'un l'altro il piùpossibile.


Daquella volta non mi sono più interessato molto di cantigermanici.


Arrivammoalla chiusa di Sunbury che erano le tre e mezzo. Il fiume in quelpuntoprima che arriviate alle porte della chiusaè di unabellezza deliziosae forma uno specchio d'acqua incantevole. Ma guaia volerlo rimontare a remi.


Unavolta ci provai. Stavo io ai remi e domandai ai compagni al timone secredessero che ce la potessi fare; essi dissero di sìche locredevano e io mi misi a vogare duro. Quando dissero così citrovavamo esattamente sotto il ponticello dei pedoni tra le duechiuse ed io mi curvai sui remimi curvai e vogai.


Vogavomeravigliosamentemettendo in azione bracciagambe e schiena insincronizzazione con una palata ritmica. Erano palate fortirapidescattanti che si susseguivano in grande stile sì che i mieiamici dissero che era un piacere vedermi. Dopo cinque minuti giudicaiche dovevamo essere ben prossimi alle porte e guardai. Eravamo sottoil ponticelloesattamente allo stesso punto dove stavamo quandoavevo cominciato e quei due idioti erano lì che soffocavanodalle risate. Avevo sfacchinato come un cane per tener la barcaincollata sotto quel ponte! Orase capitalascio ad altri la gioiadi vogare contro corrente nel bacino.


Risalimmoa remifino a Walton checome cittadina lungo il fiumeèpiuttosto grande. Come in tutte queste cittadinesolo un angolucciominimo ne scende giù al fiumecosì cheguardandodalla barcasi ha l'impressione che in tutto ci sia una mezzadozzina di case. Le uniche città poste tra Londra e Oxforddelle quali potete veder qualcosa dal fiume sono Windsor e Abingdon.


Tuttele altre si nascondono dietro gli angoli e si affacciano al fiume peruna stradetta soltanto. Dobbiamo esser grati a quella gente che hatanto rispetto e che lascia le rive ai boschiai campi ed agliimpianti idraulici.


PersinoReadingnonostante faccia del suo meglio per sciupare e sporcare ilfiume il più possibile e renderlo odioso per quanto puòè tanto gentile da tenere abbastanza fuori di vista il suobrutto aspetto Anche Cesarenaturalmenteebbe una sua base aWaltondoveva essere un accampamento o un trinceramento o qualcosadi simile.


Cesareera un vero uomo del fiume e quanto alla regina Elisabetta anche leiè stata a Walton. Ovunque andiate questa donna ve la trovatefra i piedi. Cromwell e Bradshaw (non la guida ma il capitano di reCarlo) vi soggiornarono anche loro. Messi insieme devono aver fattouna bella compagnia.


Nellachiesa di Walton c'è una specie di museruola di ferro che intempi passati era usata per chiudere la bocca alle donne. Ora non ciprovano più. Forse perché il ferro è diventatoraro e niente altro sarebbe abbastanza resistente.


Nellachiesa vi sono anche tombe notevoli e io temetti che non sarei mairiuscito ad evitare che Harris si fermasse in contemplazione; masembrò non curarsene e continuò la strada. Al di làdel ponte il fiume fa curve dopo curve. Ciò lo rendepittoresco ma dal punto di vista del dover rimorchiare e remare tiesaspera e provoca discussioni tra quello che sta al timone e quelloche voga.


Poisi passa avanti al parco di Oatland sulla riva destra. Luogo antico efamoso. Enrico Ottavo lo rubò a qualcunonon ricordo chieci si installò. Nel parco c'è una grotta che si puòvedere a pagamento e chea quanto diconoè bellissima;personalmente non ci trovo gran che. La defunta duchessa di Yorkcheabitava a Oatlandandava matta per i cani e ne teneva una quantitàenorme.


Sifece fare un cimitero speciale per sotterrarli quando morivano ed oraessi giacciono lìuna cinquantinaed ognuno ha una lapidecon un epitaffio scritto sopra.


Infondo mi pare che essi se lo meritino quanto lo merita un cristianomedio.


ACorway Stakesla prima ansa del fiume a monte di Waltonfucombattuta una battaglia tra Cesare e Cassivelaunus. Cassivelaunusaveva predisposto il suo tranello sul fiume piantandovi dentroun'enormità di pali (ecertamenteci aveva messo un avvisodi divieto di transito) ma Cesare riuscì ad attraversarenonostante l'insidia. E' impossibile disfarsi di Cesare su questofiume. Ci vorrebbe luioraper risalire le chiuse.


Halliforde Shepperton nel punto in cui toccano il fiume sono due postisimpatici ma nessuno dei due luoghi presenta attrattive speciali. Nelcimitero di Shepperton c'èperòuna tomba con su unapoesia e io temendo che Harris volesse andare a gironzolare lìintorno ero irrequieto. Lo vidi che mentre passavamo guardava ilpanorama con occhio nostalgico e alloramanovrando con destrezzafeci in modo da buttargli il cappello in acqua; egli nell'agitazionedi ripescarlo e indignato con me dimenticò le sue amate tombe.


AWeybridgeil Wey (grazioso fiumicellonavigabile per piccoleimbarcazioni fino a Guildford: uno di quelli che ho sempre divisatodi esplorare senza farlo mai)dunquea Weybridgeil Weyil Bournee il canale di Basingstoke sfociano assieme nel Tamigi. La chiusa ègiusto di fronte al paese e la prima cosa che vedemmo quandoarrivammo in vista dell'abitato fu la giacca sportiva di George su diuna porta della chiusa; guardando meglio vedemmo che nella giaccac'era George.


Montmorencycominciò ad abbaiare furiosamenteio gridai e Harris ruggì;George agitò il cappello e rispose urlando. Il guardiano dellachiusa accorse con un uncino credendo che qualcuno fosse caduto inacqua e vedendo che non era successo niente si arrabbiò.


Georgeaveva in mano un pacco piuttosto strano avvolto in tela cerata. Erarotondo e appiattito ma da esso usciva una specie di manico moltolungo.


-Che cos'è?- domandò Harris - una padella?

-No- rispose George con un lampo di luce strana e scintillante negliocchi- si tratta dell'ultimo grido della moda; tutti lo portanoquando vanno sul fiume. E' un banjo.


-Mai saputo che tu suonassi il banjo! - gridammo io e Harris in coro.


-Veramente no- rispose George; - ma è facilecosi mi handettoe mi hanno dato il metodo per imparare.




CAPITOLO9


Georgeviene messo al lavoro - Istinti pravi delle alzaie - Condotta ingratadi un'imbarcazione - Rimorchianti e rimorchiati - Come servirsi degliinnamorati - Strana scomparsa di un'anziana signora - Quanto maggiorela frettatanto minore la velocità - Farsi rimorchiare daragazze: sensazione sollecitante - La chiusa scomparsa ovvero ilfiume stregato - Musica - Salvi!

Facemmolavorare Georgeora che l'avevamo. Eglinaturalmentenon volevamanco a dirlo. Aveva avuto una giornata dura nella Citycosìasserì. Harrisinsensibile per naturae poco incline allapietàdisse:

-Ah! E adessotanto per cambiareavrai una giornata dura sul fiume;il cambiamento giova a tutti. Fuori!

Egliin coscienza (pur trattandosi della coscienza di George) non potevarifiutareanche se in effetti propose che sarebbe stato meglio sefosse rimasto in barca a preparare il tè mentre Harris e iorimorchiavamoperché il lavoro per preparare il tè eracosì laborioso e Harris e io avevamo l'aria stanca. A questotuttaviaci limitammo a rispondere passandogli l'alzaiaed egli laprese e sbarcò.


Un'alzaiaha sempre un che di strano e inspiegabile. Voi la cogliete con tuttala pazienza e la cura con cui pieghereste un paio di calzoni nuoviecinque minuti dopoquando la riprendete in manonon è che unterribile e disgustoso intrico.


Nonho alcuna intenzione di mostrarmi offensivoma sono fermamenteconvinto che se prendete una normale alzaia e la stendete dirittaattraverso un campoe poi girate la schiena per trenta secondiquando vi girate di nuovo per guardarla trovate che si è messain un vero e proprio mucchio nel centro del campoe si èattorcigliatasi è annodataha perso le due cime ed èdiventata tutta nodi scorsoi; e che ci vorrà una buonamezz'oraseduti sull'erba e bestemmiando a tutt'andareperdistricarla.


Talè la mia opinione generica in merito alla alzaie. Benintesopossono esistere lodevoli eccezioni; non dico che non ne esistono.


Possonoesserci alzaie che fanno onore alla loro professione - cavi darimorchio coscienziosirispettabili alzaie che non si mettono inmente d'essere ricami all'uncinettone di cercare di lavorarsi a mo'di testiere per le poltrone. Dico che POSSONO esistere alzaie similie sinceramente spero che ce ne siano. Ma io non ne ho incontrate.


Questaalzaia l'avevo ripresa a bordo io stesso poco prima che giungessimoalla chiusa. Non l'avrei neanche fatta toccare a Harrische ètrascurato. L'avevo abbisciata adagio e con cautelal'avevo legatanel mezzo e piegata in duee l'avevo posata con dolcezza sul fondodella barca. Harris l'aveva sollevata scientificamente per metterlanelle mani di George. Quest'ultimo l'aveva presa saldamentetenendola discosta dal corpoe aveva cominciato a scioglierla comese stesse togliendo le fasce a un neonato; tuttaviaprima che avessesrotolato una dozzina di metriquell'affare somigliava più auno zerbino mal fatto che a qualsiasi altra cosa.


Semprela stessa storia. E con essa vanno di pari passo sempre storie dellostesso genere. L'uomo sull'argineche cerca di districarlacredeche la colpa sia dell'uomo che l'ha arrotolata; esul fiumequandoun uomo pensa una cosala dice.


-Che cosa avevi cercato di farne? Una rete da pesca? Bel pasticciohai combinato; non potevi abbisciarla come si devepezzo d'idiota? -brontola quello di tanto in tantonel lottare selvaggiamente colcavo da ormeggiostendendolo piatto sulla strada d'alzaiae girandoin tondo intorno ad esso nel tentativo di trovarne la cima.


Daparte sual'uomo che lo ha avvolto crede che la causa del pasticciosia l'uomo che sta cercando di svolgerlo.


-Stava benissimo quando l'hai preso! - esclama indignato. Perchénon pensi a quello che fai? E non vedi che non hai maniera? Va' làche tu annoderesti anche un palo da forcatu!

Ei due si sentono così furibondi che con quel cavo siimpiccherebbero volentieri a vicenda. Passano così dieciminuti e il primo uomo caccia un urloimpazzisce e si mette adanzare sulla corda cercando di stirarla afferrando il primo pezzoche gli capita tra le mani e tirando da matto. Naturalmente cappi enodi si stringono sempre di più. Allora il secondo uomo saltadalla barca e viene ad aiutare il primo e succede che l'unoingarbuglia l'altro. Afferrano tutti e due lo stesso pezzo di corda etirano in direzioni opposte disperandosi perché non capisconodov'è che si è impigliato. Finalmente riescono ascioglierlo e voltandosi vedono che la barca scivola da sola verso lachiusa.


Sonostato personalmente testimonio di una cosa del genere. Era unamattina con un po' di tramontana e noi scendevamo il fiume; arrivatialla curva scorgemmo due uomini sulla sponda. Si guardavano l'unl'altro con un'espressione disperata quale non avevo mai vista e maivedrò in esseri umanied entrambi tenevano in mano un lungocavo che rimaneva tra loro. Era evidente che qualcosa doveva esseresuccesso e quindi rallentammo e chiedemmo di che cosa si trattasse.


-La nostra barca è sparita! - risposero in tono indignato.


Eravamoappena scesi a terra per districare l'alzaia equando ci siamoguardati intornonon c'era più!

Idue sembravano offesi da quell'atto che evidentemente giudicavanoun'azione ingrata e bassa da parte della barca.


Ritrovammola vagabonda mezzo miglio più a valletrattenuta dallaramagliae la riportammo a quei due. Scommetterei che almeno per unasettimana non han dato alla barca un'altra occasione per svignarselama il quadro dei due uomini che andavano avanti e indietrosull'argine con un'alzaia in manocercando la barcanon lodimenticherò mai.


Acausa del rimorchio sul fiume si vedono tanti incidenti comici.


Unodei più comuni è quando si scoprono due che rimorchianocamminando di buon passo e discutendo con animazionementre l'altrorimasto nella barcacento metri indietrourla invano che si ferminoe fa cenni disperati col remo. Qualcosa dev'esser andato male. Forseil timone è uscito dal suo postoforse è scivolatofuori bordo il gancio d'accostoforse il cappello gli ècaduto in acqua e sta galleggiandoportato rapidamente a valle dallacorrente. Egli gentilmente e con calmain principiochiede a queidue che si fermino.


-Ehi! fermatevi un momentoper favore! - grida. - Mi è cadutoil cappello in acqua!

Epoi: - Ehi! TomDick! ma non ci sentite? - e questa volta non sembramolto affabile.


Epoi: - Ehi! Accidentipezzi di testoni idioti! Ehi! Fermatevi! Ehi!

Dopodi che si mette a saltellare nella barca cacciando urli fino adiventar rosso come un tacchino e maledizioni per quanto sa. Iragazzini si fermano sulla sponda e si mettono a far smorfie e poi loprendono a sassate e lui non può sbarcare perché vienerimorchiato con la velocità di quattro miglia all'orae nonpuò sbarcare.


Moltiinconvenienti di questo genere sarebbero evitati se quelli che stannorimorchiando si ricordassero che stanno rimorchiando e ogni tantodessero una occhiatina per vedere dove è andato a finirel'uomo rimasto in barca. Meglio di tutti è far tirare ad unapersona sola perchéquando sono in duecominciano achiacchierare e si distraggono; di per se stessa infatti la barcaoffre pochissima resistenza che non basta a far tener sempre presenteai rimorchianti quello che stanno facendo.


Piùtardiquella serasi stava parlando di quest'argomento e Georgeper darci un esempio e illustrare a qual punto di distrazione possanogiungere quelli che rimorchiano in dueci raccontò un fattomolto curioso.


Stavanovogandoci disselui e altri treuna sera che risalivano daMaidenhead in una barca molto carica e pesantequandoun po' amonte di Cookhamnotarono un giovanotto e una ragazzachecamminavano lungo la strada di alzaiaimmersi in una conversazioneche evidentemente li interessava e li assorbiva molto. Portavanoindueun gancio d'accosto al quale era data volta un'alzaia chetrascinava dietro a loro con la cima nell'acqua. Non c'eranénelle vicinanze né in vistaalcuna barca. Che ce ne dovesseessere stata unaattaccata a quell'alzaiaera certo; ma che cosa nefosse statoquale orrendo fato le fosse toccatoe avesse coinvoltoquelli che vi si trovavano dentroera sepolto nel mistero. Comunquel'incidentequale che fosse statonon aveva in alcun modo turbatola signorina e quel giovane signore intenti a rimorchiare. Avevano ilgancio d'accostoavevano il cavo: che cos'altro occorreva?

Georgestava per dare la voce e risvegliarli; main quel momentogli vennein un lampo un'idea luminosae se ne astenne. Prese invece ilproprio ganciosi protesepescò la cima e la portò abordo; le diedero volta all'albero dell'imbarcazioneaffrancarono iremi e andarono a sedersi a poppadove accesero le pipe.


Cosìquel giovanotto e quella ragazza rimorchiarono quei quattro lazzaronie una pesante barcasu fino a Marlow.


Georgedisse di non aver mai visto tanta tristezza concentrata in un unicosguardo come quandoalla chiusala giovane coppia afferròl'idea di aver rimorchiatoper le due ultime migliaun'altra barca.Secondo Georgenon fosse stato per l'influsso frenante dovuto allapresenza della bella che aveva al fiancoil giovanotto avrebbetrasceso a un linguaggio violento.


Laprima a riaversi dalla sorpresa fu la fanciullachecongiungendo lemanidissesmarrita:

-Oh! Enricoma allora dov'è la zia?

-La ritrovarono poi la vecchia? - domandò Harris.


Georgerispose che non lo sapeva.


Diun altro esempio della pericolosa mancanza d'intesa tra irimorchianti e i rimorchiati fummo testimoni io stesso e Georgevicino a Walton. Accadde nel punto in cui l'alzaia declina soavementeverso l'acqua. Noi eravamo accampati sulla riva oppostaosservandocosìin generale. A poco a poco si vide una piccolaimbarcazione rimorchiata a velocità formidabile da un robustocavallo per il rimorchio delle chiattemontato da un minuscoloragazzino. Sdraiati nella barca qua e làgiacevano cinqueindividui in atteggiamento di riposoma quello che piùsembrava stesse riposando era l'uomo al timone.


-Mi piacerebbe vedere che cosa succede se tira il cordone della barrasbagliato- mormorò George mentre passavano. In quel precisomomento l'uomo sbagliò e la barca andò a sbatterecontro la sponda col lacerante rumore di quarantadue lenzuola che sistracciano. Due uominiun cesto e tre remi volarono immediatamenteda sinistra e andarono ad atterrare sulla spondae un istante emezzo dopo altri due uomini sbarcarono da dritta e andarono a finireseduti tra arpionivelesacchi da viaggio e bottiglie. L'unicosuperstite fece ancora una quindicina di metri e poi andò giùdi testa.


Tuttociò parve alleggerire alquanto l'imbarcazioneche procedettecon maggiore snellezzamentre il ragazzino a cavallo urlava contutta la voce e metteva la sua cavalcatura al galoppo.


Idisgraziati si misero a sedere e si guardarono in faccia.


Dovetteropassare alcuni secondi prima che comprendessero quello che erasuccesso; equando lo compreserocominciarono ad urlare verso ilragazzino perché si fermasse. Ma questo era troppo occupatocol suo cavallo e non li udiva; li seguimmo con lo sguardo mentre glicorrevano dietrofino a cheper la distanzanon li perdemmo divista.


Nonpotrei affermare che questo incidente mi rattristasse perchéin veritàio vorrei che tutti gli scemi che si fannorimorchiare a quel modoe sono moltissimiincappassero negli stessiguai.


Oltreal rischio che corrono loro stessisono pericolosi per tutte lealtre imbarcazioni che incontrano. Andare al passo con loro èimpossibile; per loro è impossibile lasciar libero ilpassaggio come è impossibile agli altri di dare il passaggio aloro. Il loro cavo s'impiglierà nella vostra prua e vi faràcapovolgereoppure afferrerà al laccio qualcosa nella barcaeo lo butterà in acqua o vi spaccherà la faccia.L'unica cosa da farsi è di rimanere al proprio posto e diprepararsi a respingerli con la estremità di un albero.


Fratutte le avventure che si possono sperimentare al rimorchiola piùimpagabile è quella di esser tirati da signorine. E unasensazione che nessuno dovrebbe trascurare di provare. Ci voglionotre ragazze al rimorchio; due alano l'alzaia e la terza corre intornoa loro facendosi un sacco di risate. Generalmente cominciano collegarsi da sole. Si fanno passar il cavo intorno alle gambe e quindidevono sedersi e sciogliersi l'una con l'altra; poi se loattorcigliano intorno al collo e poco ci manca che si strangolino.Finalmente riescono a stenderlo e subito si mettono a correre tirandola barca ad andatura pericolosa.


Naturalmentedopo cento metri rimangono senza fiato e si fermano di colpo; sisiedono sull'erba e ridono mentre la vostra barca viene portata dallacorrente e si mette a girare su se stessa prima che vi rendiate contodi quello che succede o che possiate metter mano ai remi. Allora essesi alzano e rimangono sorprese:

-Guarda! - dicono. - La barca è andata a finire in mezzo allacorrente.


Sirimettono a tirare e per un po' va bene; poitutto ad un trattosuccede che una di esse si vuole appuntare la sottana e quindi sifermano e la barca finisce contro la riva.


Voisaltate a terra e la respingete al largo urlando alle ragazze che nonsi fermino.


-Sì. Cosa c'è? - urlano verso di voi.


-Non vi fermate- gridate voi.


-Non... che cosa?

-Non vi fermate... continuatecontinuate!!

-Emiliatorna indietro e domanda che cosa vogliono- dice una.


EdEmilia torna indietro e vi chiede che cosa è successo.


-Cosa volete? - dice; - è successo qualcosa?

-No- rispondete voi- tutto benesoltanto che dovete tiraresemprenon vi dovete fermare.


-E perché?

-Perché se voi vi fermate non possiamo governare la barca. Voidovete mantenere l'abbrivo alla barca.


-Mantenere che cosa?

-L'abbrivo... dovete mantenere la barca in movimento.


-Sta bene. Glielo dirò. Stiamo lavorando bene?

-Molto bene; solo che non dovete fermarvi.


-Non è difficilesapete? Credevo che fosse un lavoro duro.


-Nonoè facile abbastanza. Basta che non vi fermiatequestoè tutto.


-Capito. Datemi il mio scialle rosso; sta sotto il cuscino.


Trovatelo scialle e glielo porgete ma nel frattempo ne è venutaindietro un'altra che vuole anch'essa il suo scialle: sbagliano eprendono quello di Mariae Mariainvecenon lo vuolecosìlo riportano indietro e al suo posto chiedono un pettine tascabile.


Primache ritornino al cavo ci vogliono venti minuti e poi alla primavoltata vedono una mucca e voi dovete sbarcare per allontanare lamucca dalla loro strada.


Quandoal cavo vi sono le ragazzenella barca non ci sono momenti di noia.


Georgefinalmente mise in chiaro il cavocominciò ad alare e ciportò regolarmente fino a Penton Hook. Lì discutemmol'importante problema del campeggio. Avevamo deciso che per quellanotte avremmo dormito a bordo e avevamo l'alternativa di ormeggiarcisemplicemente lì o proseguire più in su di Staines. Cipareva troppo presto per chiuder bottegaperché il sole eraancora alto nel cielo e perciò decidemmo di fare una tiratafino a Runnymeada tre miglia e mezzo da lì; è untratto di fiume tranquillo e alberatoche offre un buon riparo.


Pocodopoperòdovemmo pentirci di non esserci fermati a PentonHook. Tre o quattro miglia contro corrente sono una sciocchezza diprimo mattinoma alla fine di una lunga giornata diventano unatremenda sfacchinata. Non si chiacchiera e non si ride più eogni mezzo miglio che fate vi sembra due miglia. Non riuscite apersuadervi che siete soltanto dove siete e vi convincete che lacarta topografica è sbagliata; poiquando vi siete trascinatiper un tragitto che vi sembra di dieci miglia almenoe la chiusa nonappare ancoracominciate a temere davvero che qualcuno l'abbiarubata e se la sia portata via.


Ricordouna volta che sul corso superiore del fiume rimasi terribilmentesottosopra (sempre in senso figurato). Ero in gita con una signorina- cugina da parte di mia madre - e scendevamo verso Goring. Erapiuttosto tardi e avevamo fretta di arrivare LEIper lo menoavevafretta di arrivare. Alla chiusa di Benson erano le sei e mezzo.Cominciava a cadere il crepuscolo e lei cominciò ad agitarsi.Disse che doveva essere a casa per cena. Io le dissi che sentivo didesiderare d'esserci anch'io e tirai fuori la pianta topografica cheavevoper sapere esattamente quanta distanza c'era ancora. Vidi chemancava esattamente un miglio e mezzo per la prossima chiusaWallingforde cinque miglia di lì a Cleeve.


-Bene! - dissi. - Prima delle sette attraverseremo la prossima chiusae poi ce ne sarà ancora solo una. - Sedetti e presi a vogaredi gran lena.


Subitodopopassato il ponte le chiesi se vedesse la chiusa. Lei disse dinodisse che non vedeva nessuna chiusa e io dissi:- Oh!

-e continuai a remare. Passarono altri cinque minuti e domandai diguardare un'altra volta.


-No- disse - non vedo traccia di chiuse.


-Sentisei certa di riconoscere una chiusa se la vedi? - le chiesicon una certa esitazione perché non la volevo offendere.


Infattila mia domanda non l'offeseperò lei opinò che erameglio che guardassi io stesso; perciò deposi i remi e alzailo sguardo.


Ilfiume si stendeva dritto dinanzi a noi nella luce del crepuscolo percirca un miglio. Dello sbarramento neanche l'ombra.


-Non avremo mica sbagliato strada? - disse la mia compagna.


Nonvedevo la possibilità di una cosa simileper quantopensaie dissipotevamo essere capitati in qualche modo nella deviazione disfogo della chiusache porta alla cascata.


Questaidea non la tranquillizzò affattoanzi la ragazza cominciòa piangere. Disse che ci saremmo annegati tutti e due e che quelloera un castigo per essere venuta in gita con me.


Miparve che il castigo fosse esageratoma la cuginetta non era delparere e si augurava solo che se doveva accadereaccadesse al piùpresto.


Cercaidi tranquillizzarla e di diminuire l'importanza di tutta quellastoria. Le dissi che evidentemente non remavo con quella rapiditàche credevoma che ora saremmo subito arrivati alla chiusa. E vogaiper un altro miglio.


Poicominciai a preoccuparmi anch'io. Consultai nuovamente la piantatopografica. Ecco la chiusa di Wallingfordchiaramente segnataunmiglio e mezzo a valle di quella di Benson. La carta geografica erabuona e di fiducia; inoltre io stesso ricordavo la chiusa. C'eropassato già due volte. Dove ci trovavamo ora? Che cosa erasuccesso? Cominciavo a credere che tutto doveva essere un sogno e cheio fossi addormentato nel letto e che fra un minuto mi avrebberosvegliato e detto che erano già le dieci.


Domandaialla cuginetta se per caso pensasse che era un sogno e lei mi risposeche stava proprio per credere la stessa cosa; così tutte e dueci domandammo se era un sogno ese lo erachi di noi era l'esserereale che stava sognando e chi di noi era la visione di sogno?Problema interessantissimo.


Continuavoa vogareperòe la chiusa continuava a non farsi vedereeil fiume continuava a oscurarsi e a farsi misterioso sotto le ombredella notte che si avanzava. Tutte le cose sembravano diventarespettrali e paurose. Pensavo ai follettialle stregheai fuochifatui e a quelle ragazze cattive che stanno sdraiate tutta la nottesulle rocce per allettare la gente e farla affogare nei gorghi edesideravo tanto di essere stato migliore nella vita e di sapere piùpreghiere a memoria. Mentre così riflettevo sentii il motivobenedetto della canzone "Egli l'ha preso"suonato (male)da un'armonica a boccae compresi che eravamo salvi.


Veramenteioin generenon sono un ammiratore del suono dell'armonica; ma chemusica soave parve a noi allora... moltomolto più soavedella voce di Orfeo e del flauto di Apollo e di qualsiasi altra cosadel genere che potesse aver suonato. Una melodia celestenellenostre condizioni mentalisarebbe servita soltanto a tormentarcimaggiormente. Una melodia che scende nel cuorecantata come si devel'avremmo ascoltata come un richiamo degli spiriti e avremmorinunciato ad ogni ulteriore speranza di salvarci. Ma quelle noted'armonica che arrivavano sporadicamente e con variazioniinvolontarie da uno strumento asmaticoerano invece qualcosa dispecificamente umano e rassicurante.


Ildolce suono si avvicinava e ben presto l'imbarcazione da cui venivasi trovò al nostro fianco.


Abordo c'era una piccola brigata di Enrichi ed Enrichette chenavigavano al chiaro di luna. (La luna non c'era ma non per colpaloro.) Mai visto gente più simpaticapiù amabile invita mia.


Dettila voce e chiesi se potevano indicarmi la via per la chiusa diWallingfordspiegando che la cercavo da due ore.


-La chiusa di Wallingford? - risposero. - Dio vi benedicasignore. E'più di un anno che l'hanno tolta. Ora non ci sono piùchiuse di Wallingford. Siete quasi a Cleeveadesso. Oh! Bill!

sentiun po'... c'è ancora gente che cerca la chiusa diWallingford!...


Unacosa simile non mi era passata per la mente: avevo voglia diabbracciarli e di caricarli di benedizionima la corrente era troppoforte e non me lo permetteva e dovetti contentarmi di lanciare tuttele parole della gratitudine.


Liringraziammo mille volte e dicemmo che la notte era tanto bella e cheauguravamo buon viaggio a tutti e credo che li invitassi a passareuna settimana in casa mia. La cuginetta disse che mammina avrebbeavuto tanto piacere di conoscerli. Cantammo il coro dei "Soldati"dal Faust; ein fin dei contiarrivammo a casa in tempo per lacena.




CAPITOLO10


Lanostra prima notte - Sotto il tendone - Invocazione d'aiuto -Cocciutaggine dei bricchi per il tè; come vincerla - Cena -Come fare per sentirsi virtuosi - Cercasi isola desertacomodabonificata; preferiti i paraggi del Pacifico meridionale - Avventurastrana accaduta al padre di George - Una notte agitata.


Ioed Harris cominciammo a temere che anche la chiusa di Bell Weir fossestata soppressa. George ci aveva rimorchiati oltre Staines e làgli avevamo dato il cambioma sembrava che stessimo trascinando unpeso di cinquanta tonnellate per un tragitto di quaranta miglia.Passammo alle sette e mezzo; ci mettemmo tutti in barca e remammoaccostati alla riva sinistra cercando un posticino per attraccare.


Alprincipio avevamo deciso di arrivare fino all'isola della MagnaCharta che è un luogo dove il fiume serpeggia attraverso unavalle vellutata e verdein modo che avremmo potuto accamparci inriva ad una delle pittoresche insenature che si trovano in quelleridenti coste. Però a quell'ora ci sembrò di nondesiderare il pittoresco in misura approssimativamente uguale aquella con cui lo desideravamo al principio della giornata. Perquella notte eravamo inclini ad accontentarci di una spanna d'acquamagari tra una chiatta carica di carbone e un gasometro. Nonsentivamo necessità di scenari; volevamo solo mangiare emetterci a dormire.


Cispingemmoperòfino al capo dell'isola - lo chiamano "Ilcapo dei pic-nic" - e sbarcammo in un cantuccio molto carinosotto un grande olmo alle cui radiciche venivano fuori dalla terrapotevamo dar volta gli ormeggi della barca.


Pensammoallora di essere sul punto di cenare (il tè delle cinque erastato abolitoper economia di tempo)ma George si oppose perchédisseera meglio montare il tendone prima che facesse scuroin mododa vedere quello che facevamo. Poidissequando tutto fosse statoprontoavremmo potuto mangiare senza pensieri.


Persistemare il tendone ci volle tanto impazzimento quanto né ioné gli altri avevamo immaginato. Astrattamente è unacosa semplice: si prendono i cinque archi di ferrosimili agiganteschi archetti da croquete si sistemano al di sopra dellabarcapoi si stende il tendone su di essi e si fissa in basso;affare di dieci minuticosì credevamo noi.


Avevamosottovalutato l'impresa.


Prendemmogli archi e cominciammo a sistemarne le estremità nelleapposite staffe. Quanto sia pericoloso questo lavoro è cosache nessuno si figurerebbe ed orache ci ripenso dopo tanto tempola mia meraviglia è che ciascuno di noi sia ancora in vita perraccontare la storia. Prima di tutto questi archi non volevano innessun modo entrare nelle staffe e quindi dovevamo saltar loroaddossoprenderli a calci e martellarli col gancio d'accosto; poiquando si erano incastrati si scopriva che non erano quelli esattiper quelle staffe e quindi bisognava tirarli fuori di nuovo.


Madi venir fuori non ne volevano saperese non dopo che avevamo datobattagliain dueper cinque minutiallora scattavano come molle ecercavano di scaraventarci in acqua e farci annegare. Al centro degliarchi c'era una cernierae quando noi eravamo di spalle quellecerniere ci pizzicavano in parti delicate del corpo; e mentrebattagliavamo con una estremità dell'arco e ci sforzavamo apersuaderla a fare il suo doverel'altro lato ci veniva addossovigliaccamente da tergo e ci colpiva in testa.


Finalmenteli mettemmo a posto e non ci rimase che ricoprirli col tendone.George lo svolse e ne legò una cocca alla prua. Harris erapiazzato al centro per riceverlo da George e passarlo a me che stavopronto ad afferrarlo a poppa. Ma prima che il tendone mi arrivasse nepassò del tempo! George fece il suo lavoro benissimoma perHarris quella era una novità e quindi pasticciò tutto.


Nonso come abbia fatto; egli stesso non se lo seppe spiegarema chissàmai con quali manovre eglidopo dieci minuti di sforzi sovrumanifucapace di avvolgercisi dentro completamente. Se lo era arrotolatocosì bene addosso che non riusciva a venirne fuori.


Naturalmentefece sforzi frenetici per riacquistare la libertà - questodiritto che ogni inglese ha per nascita - e agitandosi in tal modo(io lo seppi dopo) andò a cadere addosso a George e Georgemandandogli tutti gli accidenticominciò anche lui abattagliare e a sua volta rimase impigliato e avvoltolato.


Ionon ebbi nozione di nulla per tutto il tempo che durò la lottae francamente non capisco come fu. Mi avevano detto di stare làrittoad aspettare che il tendone arrivasse e perciò io eMontmorency rimanemmo impalati ad aspettare.


E'vero che vedevamo che il tendone veniva agitato violentemente eveniva sbattuto di qua e di là con sufficiente energiamacredevamo che quelle manovre facessero parte del metodo di montaggioe non intervenimmo.


Sentivamoaltresì che da sotto quel fagotto ondeggiante usciva unparlare soffocato epensando che George e Harris trovassero illavoro fastidiosoconcludemmo che saremmo intervenuti non appena lecose si fossero semplificate un po' di più.


Aspettammoma le coseinveceparevano complicarsi maggiormente; infinevedemmo la testa di George che usciva contorcendosi dal groviglio eparlava.


Diceva:

-Vieni a darci una manomuovitipappagallo! Cosa fai lì comeuna mummia? Non vedi che stiamo soffocando tutti e duepezzod'idiota?

Nonho mai potuto resistere a un appello di soccorso e quindi mi mossi eli districai. Era tempoperché Harris era quasi cianotico.


Civolle un'altra mezz'ora per mettere a posto il tendone; poi ripulimmola barca e tirammo fuori il necessario per la cena.


Mettemmol'acqua per il tè a bollire sulla prua e ce ne andammo a poppacon la decisione di non occuparci più del bricco e pensarealle altre cose necessarie.


Questoè l'unico sistema perché un bollitore serva al suoscopo sul fiume. Se si accorge che state aspettando con impazienzal'acqua bollentenon comincerà mai più a cantare. Ilmeglio da fare è di andarsene e cominciare a mangiare come senon voleste prendere il tè. Meglio non voltarsi nemmeno aguardarlo; vedrete che allora comincia subito a schizzar acquabollentematta per la voglia di diventare tè.


Quandopoi vi capita di avere molta fretta potete fare anche meglio: vimettete a parlare ad alta voce l'uno con l'altro dicendo che nonvolete il tèche non lo prenderete. Vi avvicinate al briccoin modo che possa sentiree gridate: - Io il tè non loprendo; e tuGeorge? - al che George urla: - Noil tè non mipiaceberremo invece una limonata... il tè èindigeribile. - State sicuri che il bricco mette a buttar fuori tantaacqua bollente che spegne il fornello.


Adottammoquesto trucco innocuo e il risultato fu cheprima che tutto il restofosse prontoil tè già aspettava. Accendemmo lalanterna e ci accoccolammo per mangiare.


Neavevamo proprio bisogno.


Durantetrentacinque minuti per tutta la lunghezza e per tutta la larghezzadella barca non si sentì una vocema solo tintinnio di posatee stoviglie e l'ininterrotto masticare di quattro paia di file didenti. Passati i trentacinque minuti Harris emise un "Ah!"si tolse la gamba sinistra da sotto il sedere ed al suo posto ci misela destra.


Cinqueminuti più tardi anche George emise un "Ah!" e buttòil piatto sulla riva; tre minuti dopo di ciò Montmorency detteil primo segno di soddisfazione da quando eravamo partiti: si sdraiòsul dorso e allungò le gambe; e allora io dissi "Ah!"buttai la testa all'indietro e la battei contro uno degli archi; manon ci feci caso. Non mandai neanche un accidente.


Comeci si sente bene a stomaco pieno - come si è soddisfatti di sestessi e di tutto! Quelli che hanno potuto farne la prova mi diconoche è la coscienza tranquilla che ci rende felici e contenti;ma lo stomaco pieno ottiene egualmente lo scopo a minor prezzo e conmaggiore facilità. Dopo un pasto sostanzioso e ben digerito cisi sente così generosi e altruisticosì pieni dinobili propositicosì buoni di cuore!

E'molto stranaquesta dittatura sullo spirito umano da parte degliorgani digerenti. A meno che lo stomaco non lo voglianoi nonpossiamo lavorarenon possiamo pensare. E' lui che ci detta lenostre emozioni. Dopo le uova col lardo dice: - "Lavora".Dopo le bistecche e la birra dice: "Dormi!". Dopo una tazzadi tè (due cucchiaini per tazza e non lo lasciate in infusionepiù di tre minuti)dice al cervello: "Ora scuotiti emostra la tua capacità; sii eloquenteprofondotenero;guarda la vita e la natura con occhio limpido; stendi le tue biancheali di vibranti pensieri e voladivino spiritosopra la girevolepalla del mondo sotto di tevola ai lunghi sentieri delle stellescintillanti fino alle soglie dell'eternità!".


Dopole ciambelle calde lo stomaco dice "Sii ottuso e privo d'animatal quale una bestia dei campo - un animale senza sennocon occhiassentinon accesi da nessun raggio di fantasia né disperanzané di gioiané di coraggioné divita". E dopo una sufficiente quantità di brandydice:"E orasupazzoridi e ruzzola perché gli uomini tuoisimili possano ridere - vaneggia nella tua pazziasbavati emettendoparole insensate e mostra quanto è debole e stupido ilpover'uomo il cui spirito e la cui volontà si sono annegatiuno a fianco dell'altra come due micini in un pollice di alcool".


Noinon siamo altro che i maggiori e più tristi schiavi del nostrocorpo. Amiciamicinon correte dietro alla moralità ed allarettitudine: sorvegliate sempre il vostro stomaco e alimentatelo concura e con giudizio. Allora la virtù e la soddisfazioneverranno a regnare nel vostro cuore senza nessuno sforzo da partevostra; e sarete buoni cittadinimariti amorositeneri padri euomini nobilipii.


Primadi cena HarrisGeorge ed io eravamo tutti e tre di malumorearcignipetulanti; dopo cena rimanemmo seduti tranquilliasorriderci l'un l'altroe sorridevamo anche al cane. Ci volevamobenevolevamo bene a tutto l'universo. Harris nel muoversi pestòun callo a George. Se fosse successo prima di seraGeorge avrebbeespresso desideri e speranze taliconcernenti il destino di Harrisin questa vita o nella futurache avrebbero fatto tremare un uomocosciente.


Invecedato il momentoegli disse: - Alt! vecchio mioattento al seminato.


EHarrisinvece di osservare freddamente e con il piùsgradevole dei toni che un disgraziato difficilmente potrebbe evitaredi camminare su un pezzo dei piedi di Georgeanche a dieci metri didistanza da dove George sta sedutoe invece di affermare che Georgenon dovrebbe mai entrare in una barca di media grandezza con duepiedi di quella lunghezzae di consigliarlo ad appenderli fuoribordocome lui avrebbe fatto prima di cenaora disse: - Oh! scusamitantovecchio miospero di non averti fatto male!

EGeorge disse che niente affattoera colpa sua; e disse che noeracolpa sua.


Asentirli era un amore!

Accendemmole pipee restammo ad ammirare la notte tranquillae conversammo.


Georgesi chiedeva perché non doveva essere sempre così.Lontani dal mondodai suoi peccati e dalle sue tentazioni menandouna vita sobriapoetica e facendo del bene. Io dissi che avevosempre pensato a queste cose e ci mettemmo a esaminare le possibilitàdi andarcene viatutti e quattroin qualche isola deserta e beneattrezzataa portata di manoe vivere lìnella foresta.


Harrisdisse che il guaio delle isole desertea quanto gli avevan dettoera la loro umidità; ma George disse che ciò noncorrisponde al vero quando le isole sono state dovutamentebonificate.


Edallora ci mettemmo a parlare di bonifiche e a questo proposito Georgeci raccontò una cosa molto spassosa che successe una volta asuo padre. Disse che suo padre si trovava in viaggio insieme ad unamico nel Galles e una notte si fermarono in una piccola locanda dovec'erano altre persone alle quali essi si unirono per ingannare iltempo.


Passaronouna bella serata e fecero tardi. Quando si decisero ad andarsene aletto (badate che questo successe al tempo in cui il padre di Georgeera molto giovane) erano allegretti anzi che no.


Essi(il padre di George e l'amico del padre di George) dovevano dormirenella stessa stanza ma in due letti separati. Presero la candela esalirono la scala. Quando arrivarono nella stanza la candela battécontro la parete e si spense cosicché dovettero spogliarsi albuio e cercare il letto a tentoni. Invece di andare verso due lettidiversicome credevano di stare facendosalirono tutti e due nellostesso senza accorgerseneuno si mise a capo del letto e l'altroarrampicandosi dal lato oppostosi sdraiò con i piedi sulcuscino.


Vifu un po' di silenzio poi il padre di George disse:

-Joe!

-Cosa c'èTom? - rispose la voce di Joe da piede del letto.


-Nel mio letto c'è un uomo- disse il padre di George. - Hamesso i piedi sul mio cuscino.


-Ma è una cosa incredibileTom- rispose l'altro; - vorreimorire se anche nel mio letto non c'è un uomo.


-E che vuoi fare? - chiese il padre di George.


-Be'! lo sbatto fuori- rispose Joe.


-Anch'io- disse con tono aggressivo il padre di George.


Vifu una breve lotta seguita da due tonfi pesanti sul pavimento e poiuna voce piuttosto lamentosa disse:

-Di'Tom!

-Com'è andata?

-Be'! l'uomo mio ha buttato fuori me.


-Anche il mio e questa locanda non mi pare sicurache ne dici?

-Come si chiamava quella locanda? - domandò Harris.


"L'asinod'oro"- rispose George.- Perché?

-Nonoallora non è la stessa! - disse Harris.


-Che significanon è la stessa?- ripiccò George.


-Dico che è strano... - mormorò Harris- ma la stessacosa precisa successe una volta a MIO padre in una locanda dicampagna.


Luila raccontava spesso e perciò credevo che fosse la stessalocanda.


Quellasera ce ne andammo a dormire alle dieci e siccome mi sentivo moltostanco pensai che avrei dormito bene; ma non fu così. Disolito io mi spoglio e metto il capo sul guanciale ed ecco chequalcuno dà un colpo alla porta e dice che sono le otto emezzo del mattino; ma quella notte tutto sembrava essere contro dime; la novità di ogni cosala durezza della barcalaposizione raggomitolata (avevo i piedi sotto una panca e la testasotto un'altra)il rumore dell'acqua che sciabordava intorno allabarcail vento tra le foglietutto mi rendeva irrequieto e mi davafastidio.


Ilsonno venne e dormii per qualche orama poi qualche pezzo dellabarca che sembrava esser nato quella notte - perché con tuttacertezza quando partimmo non c'era e poi comparve cominciò ascavarmi nella spina dorsale. Per un poco ci dormii sopra sognandoche avevo inghiottito una sterlina d'oro e mi stavano facendo un buconella schiena per tentare di estrarla. La cosa mi sembròscortesissima da parte di quelli che mi bucavano e io dissi che miriconoscevo loro debitore del denaro e che l'avrei pagato a finemese. Ma essi non ne vollero sapere e dissero che era molto megliorecuperarla oraperché altrimenti si sarebbero accumulati gliinteressi. Mi arrabbiai moltissimo con loro e dissi quello che simeritavano ed allora essi dettero un colpo col succhiellocosìdoloroso che mi svegliai.


Nellabarca l'atmosfera era soffocante e la testa mi doleva; perciòpensai di alzarmi e di andare all'aria fresca della notte.


Mimisi i panni che mi vennero sottomano alcuni mieie altri di Georgee di Harris - e strisciando sotto il tendone me ne scesi a terra.


Lanotte era meravigliosa. La luna era tramontata lasciando la terratranquilla tutta sola sotto le stelle che pareva parlassero a questaloro sorella nella silente calmamentre i suoi figli dormivanonarrandole misteri arcani con accenti troppo eccelsitroppo profondiperché le infantili orecchie umane potessero percepirne ilsuono.


Questestrane stelle tanto freddetanto brillantici incutono un timorosorispetto. Siamo come bimbi i cui piedini si siano diretti per caso inun tempioappena illuminatodi quel Dio che ci hanno insegnato avenerarema che non conosciamo ein piedilà dove la luceondeggiante che cade dalla cupola sonora di echidà la misuradel tempiosperando e temendoci aspettiamo di veder aleggiare daun momento all'altro una sublime visione.


Edessala notteci sembra prodiga di conforto e di energie. In suapresenza i nostri piccoli affanni si dileguanocome vergognandosi dise stessi. La giornata è stata così piena di tormenti edi preoccupazioni; i nostri cuori si sono saturati di cattiveria e dimalintenzioni e il mondo ci è parso tanto crudele e tantoostile. Ed ecco la Notteche come una grande madre amorosaappoggiala sua mano lieve sul nostro capo febbrile e alza i nostri visinibagnati di lagrime verso il suo viso; e ci sorride emalgrado nonparlinoi sappiamo quello che ci vuol dire e appoggiamo le nostregote arrossate sul suo seno e la pena svanisce.


Avolte la nostra pena è davvero profonda e realee di frontead essa rimaniamo silenziosiperché la nostra pena non haparole per esprimersi: solo un gemito. E il cuore della Notte sigonfia di pietà nei nostri confronti: non può alleviarela nostra sofferenza; ma ci prende la mano nella suae il piccolomondo diventa piccolissimo e lontanissimo laggiùsotto dinoie portati dalle grandi e scure ali della Notte passiamo per unattimo dinanzi a una Presenza ancora più potente della suaenella luce meravigliosa di quella grande Presenzala vita si mostrainteramente spalancatacome un librodinanzi a noie apprendiamoche la Pena e il Dolore sono soltanto angeli di Dio.


Solocoloro che hanno portato la corona dolorosa possono alzare gli occhisu quella luce meravigliosa; e al ritorno non possono parlarnenésvelare il mistero che ora sanno.


C'erauna volta una frotta di bei cavalieri che galoppavano attraverso unostrano paese e il loro cammino correva al bordo di una grande forestadove i pruni annodati crescono spessi e gagliardi e stracciano lecarni di quelli che si perdono là dentro. Le foglie deglialberi che si alzavano nella foresta erano spesse e carnosesicchéattraverso i rami non penetrava raggio di luce che potesserischiarare quelle tenebre piene di tristezza.


Ementre i cavalieri passavano ai margini della foresta oscurauno diessi si smarrì e si allontanò dai compagni e piùnon tornò; ed i compagni addolorati continuarono il viaggiosenza di luipiangendolo per morto.


Giunseroal castello incantato dove erano diretti e vi trascorsero giornilieti. Una nottementre stavano seduti intorno ai ceppi che ardevanonel grande salone e si godevano in letizia la loro pace sorbendocoppe di filtri soaviarrivò il compagno che si era sperdutoe li salutò. Aveva gli abiti a brandelli come un mendico e lesue tenere carni mostravano gravi feritema il viso brillava di unagioia radiosaprofonda.


Lointerrogarono chiedendogli che cosa gli fosse accaduto; e luiraccontò che si era smarrito nella foresta e aveva vagatogiorni e notti fino a chelacero e sanguinantesi era gettato perterra invocando la morte E alloraproprio quando stava per morireecco che dalle tenebre apparve un'incantevole fanciulla che lo preseper mano e lo guidò attraverso sentieri tortuosisconosciutia ogni essere umanofino a che sull'oscurità della forestanon discese una luce sì chiara che la luce del giorno al suoparagone era come un lumino a confronto del solee in quella lucemeravigliosa il nostro sperduto cavaliere videcome in sognounavisionee quella visione sembrava così magica che egli nonsentì più i morsi delle ferite sanguinanti e rimasecome un incantato la cui gioia è più profonda del maredi cui nessuno può dire la profondità.


Lavisione sparì e il cavaliereinginocchiatosi sulla terraringraziò il magnanimo spirito che aveva fatto smarrire i suoipassi in quella triste foresta in modo che egli aveva potuto avere lavisione che essa custodiva E il nome della foresta era Dolore; madella visione apparsa in essa al cavalierenon ci è dato dinarrare.




CAPITOLO11


Unavolta tanto George si alza presto - La vista dell'acqua fredda nonpiace né a Georgené a Harrisné a Montmorency- Eroismo e decisione da parte di J. - George e la sua camicia;raccontino con la morale - Harris fa da cuoco - Retrospettiveosservazioni storiche specialmente inserite ad uso scolastico.


Ilmattino seguente mi svegliai alle sei e vidi che anche George eradesto. Ci rigirammo tutti e due cercando di riaddormentarci ma non ciriuscimmo. Se ci fosse stata una ragione importante per nonriaddormentarcici saremmo certamente ributtati giù dopoavere guardato l'orologio e avremmo dormito fino alle dieci. Siccomenon c'era nessuna ragione al mondo per cui dovessimo essere prontiprima di due ore al minimo e siccome una levataccia cosìpresto era un vero assurdoambeduevittime della congenitamalvagità delle cose in generalesentimmo che il rimanere aletto per cinque minuti ancora sarebbe stato la morte certa.


Georgedisse che una cosa similealquanto peggiore perògli eraaccaduta circa diciotto mesi prima quando era in pensione da unacerta signora Gippings. Una sera il suo orologio si guastòfermandosi sulle otto e un quarto. Egli non se ne rese conto perchéper una cosa o per l'altraaveva dimenticato di dargli la cordaprima di coricarsi (cosa che gli accadeva molto di rado) e lo avevaappeso al disopra del guanciale senza guardarlo.


Questosuccesse d'invernomolto vicino alla giornata più cortadell'anno: da una settimana c'era il nebbione e perciò ilfatto che quando George al mattino si svegliò vi fosse un granbuionon influì sulla sua nozione dell'ora. Allungò ilbraccio e prese l'orologio.


Eranole otto e un quarto.


-Santi numi del cieloproteggetemi voi! - esclamò George; - edio che dovevo essere in ufficio alle nove. Ma perché non mihanno svegliato? Che vergogna! - Scaraventò l'orologio sulmaterasso e saltò dal lettofece il bagno freddosi vestìsi rasò con l'acqua gelata perché non c'era tempo perfarla riscaldare e si precipitò dando un'altra occhiataall'orologio.


Fosseper la scossa ricevuta nell'esser buttato sul letto o fosse per altraragione qualsiasiche George non sapeva spiegareil certo èche l'orologio si era messo a camminare e dalle otto e un quarto erapassato a segnare venti minuti alle nove.


Georgel'agguantò e si buttò per le scale. Nella sala tuttoera buio e silenzio; niente fuoconiente colazione. George pensòche di tutto ciò la signora G. avrebbe dovuto vergognarsiesi propose di dirle quello che si meritava quando fosse rientrato lasera. S'infilò cappotto e cappello afferrò l'ombrello esi avviò alla porta d'entrata. Non avevano ancora toltoneanche la spranga e George scagliò contro la signora G.l'anatema di pigra vecchiaccia oziosa e dopo aver giudicato moltoriprovevole che la gente non si alzasse ad ora decenterispettabileche non togliesse la sbarra alla porta e non l'aprissepartìin tutta fretta.


Fecedi corsa i primi tre o quattrocento metridopo di che su di luicominciò a gravare una sensazione strana e singolareprodottadalla circostanza che in giro si vedeva pochissima gente e che nonc'era nessun negozio aperto Senza dubbio la mattinata eranebbiosissima e scurissima; ma sembrava incredibile che per questaragione si dovessero esser fermate tutte le attività. E se luiall'ufficio ci doveva andareperché mai gli altri se nerimanevano a letto a causa della nebbia e del buio?

Arrivòfinalmente a Holborn. Tutto chiuso: non un omnibus che passasse! Nonsi vedevano che tre uomini uno dei quali era un vigile; poiuncarretto di cavoli che andava al mercato e una sgangherata carrozzadi affitto. George tirò fuori l'orologio e guardòl'ora; erano le nove meno cinque. Si fermò e contò ibattiti del polso. Si abbassò e si toccò le gambe. Poitenendo l'orologio in manosi avvicinò al vigile e gli chiesese sapesse l'ora.


-L'ora?- disse il vigileguardando George dall'alto in basso conevidente aria di diffidenza.- Eccostia ad ascoltare la sentiràbattere.


Georgesi mise in ascolto e immediatamente un orologio del vicinato loservì.


-Ma ha battuto tre colpi soltanto! - disse George indispettito quandol'orologio ebbe smesso.


-E quanti voleva che ne battesse? - rispose la guardia.


-Come quanti? Nove- disse George mostrando il suo orologio.


-Ma dicosignorein che parte del mondo vive lei? - disseseveramente il custode dell'ordine pubblico.


Georgepensò un poco e fornì il suo indirizzo.


-Ah sìeh! - rispose l'uomo. - Stia a sentirese ne ritornitranquillamente a casa con il suo orologio e non ne parliamo più.


EGeorge tornò a casa meditando e salì di nuovo incamera.


Appenaarrivato pensò di spogliarsi e di mettersi a letto mariflettendo che poi avrebbe dovuto rivestirsirilavarsi e fare unaltro bagno decise che sarebbe rimasto su e che avrebbe dormito sullasedia a sdraio.


Manon riuscì ad addormentarsi. Mai in vita sua si era sentitocosì sveglio; perciò accese il lumetirò fuorila scacchiera e si fece una partita a scacchi da solo. Ma neanchequesto lo rianimavapareva anzi che lo intorpidisse e cercòdi mettersi a leggere. Non riuscì ad interessarsi neanche allalettura e allora si rimise il cappotto e decise di tornarsene sullastrada per compiere una passeggiata.


Tuttoin giro era tetro e deserto e le guardie che incontrava lo guardavanocon palese sospetto e gli gettavano addosso la luce delle lorolampade e lo seguirono anche. Questo gli fece un certo effetto e finìper sentirsi come se avesse commesso veramente qualcosa di male ecominciò a voltare nelle strade laterali e si nascose in unandrone quando sentì dei passi cadenzati avvicinarsi.


Naturalmentequesto suo comportamento insospettì di più irappresentanti della legge cheavvicinatiglisilo trassero fuoridal nascondiglio e gli chiesero che cosa stesse facendo lì.Lui rispose: - Nulla! - Disse che era semplicemente uscito per fareuna passeggiata (erano le quattro del mattino); ma quelli loguardavano assolutamente increduli e andò a finire che dueagenti in borghese lo riaccompagnarono a casa per vedere se abitavaveramente dove aveva detto. Attesero che aprisse con la chiave e cheentrasse e poi si andarono ad appostare dirimpettoin osservazione.


Unavolta rientrato pensò cheper passare il tempoavrebbepotuto accendere il fuoco e prepararsi la colazione; ma si accorseche non era capace di fare nulla: qualunque cosa toccassefosse ilsecchio del carbone o un cucchiainogli cadeva di mano e lui vicadeva sopra facendo un rumore indiavolato e sudando per la paura chela signora G. si svegliasse epensando che ci fossero dei ladriaprisse la finestra gridando: - Polizia! - ed allora quei due làfuori sarebbero entratilo avrebbero ammanettato e portato alCommissariato.


Tuttociò lo mise in uno stato di nervosismo morboso ed egliimmaginò il processoi suoi sforzi per spiegare lecircostanze al giudicevide che nessuno voleva credergli e che locondannavano a venti anni di lavori forzati e che la mamma gli morivadi crepacuore. Perciò rinunciò all'idea di prepararsila colazionesi strinse il pastrano addosso e si sedette tuttorannicchiato sulla sedia a sdraio fino a chealle sette e mezzolasignora G.


discesedalla sua camera George disse che da quel giorno in poi non si erapiù alzato presto: la lezione era stata dura.


MentreGeorge raccontava quest'avventura vissutaeravamo rimasti seduti eavvolti nelle coperte. Quando finì mi misi al lavoro persvegliare Harris con un remo. Alla terza stoccata ce la feci; lui sivoltò sull'altro latodisse che si sarebbe alzato fra unminuto e che gli occorrevano gli stivaletti alti.


Lomettemmo subito al corrente di dove si trovavaservendoci delramponesi capiscee lui saltò a sedere facendo sìche Montmorencyche dormiva il sonno del giusto proprio sopra il suopettovolasse all'aria per tutta la lunghezza della barca.


Smontammoil tendone e tutti e quattro facemmo capolino al disopra del bordoverso il fiume aperto; vedemmo l'acqua e rabbrividimmo.


Lanostra ideala sera primasi capisceera stata quella disvegliarci presto al mattinodi scaraventare via le coperteedopoavere smontato il tendonesaltare nel fiume emettendo un grido digioia per goderci una nuotata deliziosa. Oraal mattino eravamoarrivatima quell'idea ci sembrava meno allettatrice.


L'acquaaveva l'aria di essere umida e freddolinail ventopoigelava.


-Forza- disse Harris- chi si tuffa per primo?

Nonci azzuffammo per la precedenza. Georgeper quanto lo riguardavaliquidò la faccenda rientrando nella barca per infilarsi lecalze. Montmorency emise un ululato involontario come a dire che ilsolo pensiero gli pareva orribile e Harris disse che dopo il bagnosarebbe stato difficile arrampicarsi a bordo e perciò andòa prendersi i pantaloni.


Inquanto a meanche se i tuffi in acqua non sono la mia predilezionemi dispiaceva mostrarmi vile. Pensavoperòche vi potevanoessere tronchi sommersi ed altra vegetazione. Venni allora ad unaspecie di compromesso e cioè di portarmi al margine del fiumee spruzzarmi d'acqua; presi un asciugamano e strisciai come un vermesu di un tronco che scendeva in acqua.


Facevaun freddo dell'accidente. Il vento tagliava come una lama.


Francamentemi passò la voglia di buttarmi dell'acqua addosso.


Decisidi ritornare in barca e vestirmiperciò mi rigiraima nelrigirarmi quello stupidissimo tronco cedette ed io e l'asciugamanoinsiemegiùin acquacon un tonfo tremendo. Quando ebbinozione di quello che era successo già mi trovavo in mezzoalla corrente ed avevo inghiottito un gallone di acqua del Tamigi.


-Beneperbacco! il vecchio J. si è tuffato!

EraHarris che gridava ed io lo sentivo mentre tornavo a galla.


-Non lo credevo capace di tantoe tu?

-Come va? - gridò George.


-Un incanto! - risposi senza fiato. - Fate male a non tuffarvi anchevoi. Mi sarebbe davvero dispiaciuto perdere questa occasione. Perchénon venite anche voi? E' questione di un po' di volontà.


Manon riuscii a persuaderli.


Quellamattinamentre mi vestivoavvenne un fatto piuttosto divertente.Quando rientrai nella barca avevo un gran freddo e nella fretta dimettermi la camiciainavvertitamente la buttai in acqua. Divennifurioso specialmente perché George scoppiò a ridere.Non vedevo che cosa ci fosse da ridere e glielo dissi anchemaquesto servì solo a farlo ridere di più. Mai visto unuomo ridere tanto. Alla fine persi la pazienza e gli feci notare chepezzo di somaro idiota ed imbecille lui fosse; e lui ragliava sempredi più. E poimentre ripescavo la camiciami accorsi che nonera affatto la mia camicia ma quella suadi Georgeche avevo presoper sbaglio invece della mia ed allora la comicità della cosacominciò a farsi palese e cominciai a ridere anch'io. E fecigirare lo sguardo dalla camicia bagnata di George a Georgecrepandodalle risae mi divertivo e mi sganasciavo tanto che la camiciaricadde in acqua.


-Non la vuoi ripescare? - disse George fra il tumulto delle risate.


Perun momento non potei rispondere tanto stavo ridendo ma alla finegridai:

-Non è la camicia miaè la tua!

Maivisto in vita mia un viso tramutarsi da allegro in irato cosìsubitamente.


-Cosa? - gridò saltando su. - Brutto pappagallo che non seialtro! Ma non potresti stare un po' più attento a quello chefai?

Perchénon vai a vestirti sulla riva? Tu non sei il tipo per vivere in unabarcacapito? non lo sei. Passami il gancio d'accosto.


Cercaidi fargli comprendere tutto l'umorismo della cosama egli non ciriusciva. Georgea voltein fatto di scherzi è tetragono.


Harrisci propose di mangiare uova strapazzate per colazione e disse che leavrebbe cucinate lui. Da quanto raccontavasi sarebbe detto che eraun buon cuciniere e che le uova strapazzate le sapesse far bene.Spessonei pic-nic le aveva fattee anche a bordo di panfili.Insommaa sentir lui era famoso per le uova strapazzate. Dalla suaconversazione capimmo che la genteche aveva assaggiato una volta lesue uova strapazzatedopo rifiutava ogni altro cibo e se non potevaaverle languiva e ne moriva.


Asentirlo raccontare ci fece venire l'acquolina in bocca e gliaffidammo il fornellola padella ed il resto delle uova che non sierano schiacciate nel cesto imbrattando tuttoe lo pregammo dimettersi all'opera.


Larottura delle uova gli risultò un po' difficilecioènon proprio la rottura fu difficile ma il metterle in padella unavolta rottepur evitando che gli inondassero i pantaloni o che glicolassero per le maniche; ma alla fine riuscì a schiacciarenella padella una mezza dozzina di uova e accoccolatosi davanti alfornello le rimestò con la forchetta.


Perquanto io e George potevamo giudicare doveva essere un lavoroterribile. Tutte le volte che Harris prendeva in mano la padella siscottavasi metteva a saltellare intorno al fuoco versando tuttoschioccando le dita e maledicendo. In veritàogni volta cheio e George lo guardavamoegli si dava l'aria di essere intento alsuo lavoro pur facendo tutte quelle acrobazie e noial principiocredemmo che esse facessero parte integrante della ricetta culinaria.


Nonavevamo idea di cosa fossero le uova strapazzate ed immaginammo chesi trattasse di una pietanza di pellirosse o delle isole Sandwich cheper essere cucinata aveva bisogno di speciali esorcismi. Ad un certomomento Montmorency si avvicinò cercando di annusarema ilgrasso schizzò scottandogli il naso sicché anche lui simise a saltellare e a bestemmiare. Insomma era la funzione piùridicola che io avessi mai vistotanto che quando finì ce nerammaricammo.


Insostanza il risultato non fu quel successo che Harris avevapreannunziatoperché c'era rimasto ben poco da vedere. Nellapadella erano state buttate sei uova e ora venne fuoriinveceuncucchiaino di roba bruciacchiata e di aspetto per niente appetitoso.


Harrisdisse che la colpa era della padella e che se invece avesse potutodisporre di una pesciaiola e di un fornello a gascertamente ilrisultato sarebbe stato migliore e noi decidemmo di non ritentarequella pietanza se non con suppellettili adatte.


Finimmodi fare colazione che il sole si era fatto più caldoil ventoaveva smesso di soffiare e la mattinata era quanto di piùpiacevole si possa desiderare. Ben pocoche ci ricordasse di viverenel diciannovesimo secolosi offriva alla vista sicchéguardando il fiume illuminato dal sole mattutinopotevamo quasisognare che i secoli tra noi e quella mattina del giugno del 1215che rimarrà famosa per semprefossero svaniti e che noifigli dei proprietari terrieri inglesivestiti di stoffe tessute contelai domestici e con lo spadino alla cinghiafossimo lì inattesa di assistere alla stesura di quella grande pagina di storiail cui alto significato sarebbe stato tradotto alle massequattrocento e dispari anni dopo da un tale Oliviero Cromwellchel'aveva studiato a fondo.


Lagiornata estiva è sfolgorantepiena di solesoave etranquilla. Ma c'è nell'aria un fremito di venienteagitazione. Re Giovanni ha pernottato a Duncroft Hall e per tutta lagiornata precedente la cittadina di Staines ha echeggiato delclangore di gente armata e dello scalpitare di grandi cavalli sulletozze pietre dell'acciottolatodegli ordini dei capitanidi orrendebestemmiedei burberi motteggi degli arcieri e dei lancieri e dellastrana favella di armati stranieri.


Copertidi mantelli gaiamente colorati sono arrivate al galoppo pattuglie discudieristanchi e polverosi per il lungo viaggio.


Pertutta la sera le case degli intimiditi cittadini hanno dovuto essereaperte in fretta per accogliere la soldataglia bruta che pretendevail miglior letto e il miglior vittoaltrimenti guai alla casa e aquelli che vi abitavano dentro perchéin quei tempiburrascosila spada era tuttogiudice e tribunalequerelante edesecutrice ein pagamento di quello che prendevarisparmiava quellida cui aveva presoquando le garbava.


Altretruppe baronali sono riunite intorno al fuoco di bivacco nella piazzadel mercato trasformata in accampamento. I soldati mangiano e bevonourlano chiassosi canti da ubriachigiocano e litigano mentre la serascende e presto sopravviene la notte. La luce dei falò disegnaombre oblique sulle loro armi ammonticchiate e sui loro torsibarocchi. Nei campi tutto intorno si vedono deboli sprazzi di luce dibivacchi più lontani: qui fanno mostra di sé i seguacidi qualche prepotente lordlì i mercenari francesi diGiovanni si aggirano ai margini della città come lupi inagguato.


Ecosì passa quella nottecon sentinelle in ogni strada oscuracon tremolanti fuochi di vedetta e poi su questa bella valle delvecchio Tamigi sorge il mattino della grande giornata che dovràcosì fortemente incidere sul destino di epoche non ancoranate.


Findalle prime luci dell'alba grigianell'isola più a valledelle dueappena un po' più su di dove siamo noi orasi èsentito un gran trambusto e il rumore di operai al lavoro. Il grandepadiglione arrivato ieri sera viene montato e i carpentieriinchiodano file di sedili mentre i tappezzieri venuti da Londra lodecorano con stoffe coloratecon setecon drappi d'oro e d'argento.


Edora... ecco! giù per la strada tortuosa che scende da Staineslungo la riva del fiume vengonoridendo e chiacchierando con vocigutturaliuna decina di robusti alabardieri - uomini del baronequesti - che si fermano ad un centinaio di metri da noia montesull'altra rivaeappoggiati alle armiattendono.


Continuacosìdi ora in orala marcia di altri gruppi e bande diarmati sulla strada. Gli elmi e le corazze riflettono i lunghi raggiancora bassi del sole mattutino e fin dove può arrivare losguardoil cammino appare zeppo di arcieri luccicanti e dicaracollanti destrieri. Da un gruppo all'altro galoppano cavalieriurlanti; svolazzano pigramente le bandierine nella tepida brezza eogni tanto si nota un più agitato movimento nei ranghi che sifanno da lato per dare il passo a qualche possente barone checircondato dalla guardia e dagli scudieriincede sul palafreno e vaa prender posto alla testa dei suoi servi e vassalli.


Larustica popolazione di Stainesincuriositasi è raccolta sulfianco della collina di Cooperproprio dirimpetto; essi non sannoche voglia dire tutto quel trambusto e ciascuno dà unaversione diversa del grande evento che son venuti a vedere; alcuniaffermano che da questa intensa giornata il popolo trarràgrandi beneficima i vecchi scuotono la testa perchédiquesti discorsine hanno già sentiti tantida un pezzo.


Tuttoil fiumeda Staines in giùè punteggiato da piccole egrandi barche e da quei miseri galleggianti di viminiormaiabbandonatiche solo qualche poverissimo ancora usa. Tutte leimbarcazioni sono state spinte a remi o sono state rimorchiate davogatori arditi oltre le rapidedovenegli anni a veniresaràcostruita la chiusa di Bell Weir e si addossano per quanto osano allegrandi chiatte coperte pronte per trasportare re Giovanni dove lafatidica Magna Charta attende di esser firmata.


E'mezzogiorno e noi e tutta la gente si aspetta pazientemente da molteore quando si diffonde la voce che Giovanni è sfuggito dinuovo alla stretta dei baroni e checon i mercenari al suo fiancoèscappato da Duncroft Halle presto metterà mano ad un lavoroben diverso da quello di firmare carte per la libertà del suopopolo.


Manon è così. Questa volta l'hanno afferrato con mano diferro e lui si è contorto ed ha cercato di sgusciare invano.Lontanonella stradasi è alzata una nuvola di polvere cheaumenta e si avvicina; lo scalpitar degli zoccoli diviene piùdistinto e una brillante cavalcata di nobili e cavalierisfarzosamente abbigliati si fa strada tra i gruppi densi degli uominiattenti. In testain coda ed ai laticavalcano gli armati deibaronie nel mezzo viene re Giovanni.


Egliarriva a cavallo fin dove le chiatte stanno in attesa e i baronimaggiori escono dai ranghi per andargli incontro. Il re salutasorridendolusingatocon parole melate come se lo avessero invitatoad una festa in suo onore. Si alza per smontare e coglie lo sguardodei propri mercenari francesi relegati in coda.


E'troppo tardi? Basterebbe una stoccata al cavaliere che senza sospettosta al suo fiancoun grido alla truppa franceseuna caricadisperata contro le schiere impreparate che gli stanno dinanziequesti baroni ribelli potrebbero pentirsi di aver osato sventare isuoi piani. Anche a questo punto una mano audace avrebbe potutocambiare le carte in tavola. Se ci fosse stato Riccardo! La coppadella libertà sarebbe stata strappata dalle labbradell'Inghilterra e il gusto dell'emancipazione sarebbe statoassaporato solo cento anni dopo.


Madi fronte ai visi seri dei combattenti inglesi il cuore di reGiovanni cede e il braccio di re Giovanni si abbassa sulle redini elui smonta e prende posto sulla chiatta più vicina. I baronilo seguono tenendo la mano sull'elsa della spada e si dàordine di procedere.


Lechiatte adornate di drappi chiassosi lasciano lentamente la riva diRunnymede. Lentamente si fanno strada contro corrente fino a checonun cupo brontolioaccostano la sponda di quest'isola che da oggi inpoi prenderà il nome di Isola della Magna Charta.


ReGiovanni è sbarcato sulla riva e noi attendiamo silenziosisenza fiatofino a che un alto grido non fende l'aria ed alloraapprendiamo che la grande pietra angolare del tempio della libertàinglese è stata solidamente posata.




CAPITOLO12


EnricoOttavo e Anna Bolena - Svantaggi della coabitazione con una coppia diinnamorati - Dura prova per la nazione inglese - Ricerca notturna delpittoresco - Senza famiglia e senza casa - Harris si prepara a morire- Arriva un angelo - Effetto di una gioia improvvisa su Harris -Merenda - La mostarda è carissima - Spaventosa battaglia -Maidenhead - Tre pescatori - Maledetti.


Sedutosulla spondariandavo col pensiero a quella scena quando Georgesaltò fuori a dire che lui stava aspettando che avessi finitodi fare i miei comodacci nella speranza che poi avrei aiutato arigovernare. E cosìdai tempi gloriosi del passatomiriportò al presente prosaico e a tutte le sue miserie e i suoipeccati. Scesi nella barca e pulii la padella con un pezzo di legno eun ciuffo d'erba e poi l'asciugai con la camicia umida di George.


Andammofino all'isola della Magna Charta ed entrammo nel padiglione dov'èla pietra su cui si dice fosse stato firmato il grande documento; sulfatto che effettivamente sia stato firmato lì oppurecomeaffermano altrisull'altra spondaa Runnymedeio rinuncio apronunciarmi. La mia opinione però è favorevole allacomune credenza dell'isola e se fossi stato io uno dei baroni di queltempoavrei insistito al massimo presso i miei colleghi per portareun tipo così sgusciante come re Giovanni sull'isola dovesenza dubbiovi erano minori possibilità di sorprese e ditranelli.


Nonlontano dalla punta dei Pic-nicnel territorio di Ankerwyke Housevi sono le rovine di un vecchio convento e si dice che appunto inquei paraggi Enrico Ottavo si incontrasse con Anna Bolena. Egli siincontrava con lei anche nel castello di Hevernel Kent e anche neipressi di Saint Alban. A quei tempi il popolo inglese deve aver avutograndi difficoltà per trovare un posto dove quei due giovanispensierati non s'incontrassero.


Viè mai capitato di abitare in una casa dove c'è unacoppia d'innamorati? E' una cosa estenuante. Vi vien voglia diandarvi a sedere nel salotto e vi avviate. Non appena aprite la portasentite un rumore come se qualcuno si fosse improvvisamente ricordatodi qualcosa equando entratetrovate Emilia che sta ripiegata sullafinestra intentissima a guardare dalla parte opposta della strada eil vostro amico Gianni Eduardo che all'altro estremo della stanza starapito nell'ammirazione di ritratti di parenti altrui.


-Oh! - dite voi arrestandovi sull'uscio- non sapevo che ci fossegente.


-Davvero? - dice Emilia con tono glaciale facendovi capire chiaramenteche non vi crede.


Voigironzolate un poco poi dite:

-E' molto scuro. Perché non accendiamo la lampada a gas?

GianniEduardo dice: - Oh! - lui non ci aveva fatto caso; ed Emilia dice cheil papà non vuole che si accenda il gas nel pomeriggio.


Voidate un paio di notizie ed esprimete la vostra opinione circa laquestione irlandesema essi non sembrano interessarsi di queste cosee tutte le loro osservazioni al riguardo sono: "Oh!""Davvero?" "Proprio così?" "Sì"e "Non dica!". E dopo dieci minuti di una conversazione inquesto stile voi infilate la porta e ve ne andate meravigliandovi chel'uscio sbatta immediatamente dietro di voi e si chiuda senza chel'abbiate toccato.


Un'orae mezzo dopo vi sentite in vena di andarvi a fare una fumatina dipipa nella serra. Lì c'è una sola sedia e su di essac'è seduta Emilia mentre Gianni Eduardose si deve averfiducia nel linguaggio dei vestitievidentemente era stato sedutoper terra. I due non parlano ma vi lanciano uno sguardo che dicetutto quello che può essere detto tra persone civilie a voinon rimane che battere in ritirata e chiudervi la porta alle spalle.


Ormainon avete più il coraggio di azzardarvi a guardare in nessunastanza e perciò quando vi siete stancati di andare su e giùper le scale vi riducete a tornare nella vostra camera da letto. Benpresto vi annoiateè logicoed allora vi mettete il cappelloin testa e scendete in giardino. Maanche lìmentrepasseggiando nel vialetto passate dinanzi al tempietto di fraschescorgete quei due cretinetti rintanati in un angolino; vi vedono enaturalmente si convincono che voi avete la malvagia ostinazione diseguirli dappertutto.


-Io domando perché mai nelle pensioni non destinino una stanzaall'uso esclusivo degli innamoraticon l'obbligo di non invadere glialtri locali- mormorai tra mepoi tornai in anticamerapresil'ombrello e me ne uscii.


Qualcosadi molto simile dev'essere avvenuto quando quel ragazzaccio di EnricoOttavo corteggiava la piccola Anna. La gente del Buchkinghamshire seli trovava improvvisamente fra i piedi nei paraggi di Windsor e diWraysbur ed esclamava: "Oh! siete qui!".


EdEnrico arrossiva e diceva: "Sìero appena arrivato percercarvi un amico" e Anna soggiungeva: "Oh! lieta divedervi! Che combinazione! Ho incontrato proprio adesso il signorEnrico Ottavo sul viottolo e siccome facevamo la stessa strada...".


Alloraquella gente si allontanava dicendo tra sé: - Meglio tagliarla corda. Andiamocene a Kent.


Andavanoa Kent e la prima cosa che vedevano a Kentquando arrivavanoeraEnrico ed Anna che giravano imbambolati presso il castello di Hever.


-Ma che razza di roba! - dicevano. - Viavia anche di qui. Ormaiquesto è insopportabile. Andiamocene a Saint Albanquello perlo meno è un posticino tranquillo.


Earrivati a Saint Albaneccoti la maledetta coppia che passeggiasotto le mura dell'Abbazia. E allora quella povera gente andava afare il pirata fino al giorno del matrimonio.


Iltratto del fiume tra la punta dei Pic-nic e la chiusa di Old Windsorè molto attraente. Parallelamente alla sponda corre un vialeombroso punteggiato qua e là da eleganti villette e si arrivaad una locanda chiamata "Le campagne di Anseley"moltoinvitantecome del resto lo sono la maggior parte delle locande supel fiume; è una locanda dove si può bere un buonbicchiere di birra. Così ci assicurò Harris e noisappiamo che in materia si può credere alla parola di Harris.Edoardo il Confessore si costruì qui un palazzo e fu qui cheil conte Godwin venne accusato dai giudici di allora di avercomplottato per la morte del fratello del re. Il conte Godwin spezzòun pane e lo mostrò tenendolo fra le dita.


-Se sono colpevole- disse il conte- che mi strozzi mangiandoquesto pane!

Simise il pane in boccal'inghiottìsi strozzò e morì.


DopoOld Windsor il fiume diventa alquanto scialbo e non ritorna al suoaspetto interessante se non nelle vicinanze di Boveney. Io e Georgerimorchiammo fino oltre il Home Park che si stende lungo la rivadestra dal ponte Albert al ponte Vittoria enel passare dinanzi aDatchetGeorge mi domandò se mi ricordavo ancora del nostroprimo viaggio sul fiume e di quella volta che sbarcammo a Datchetalle dieci di sera morti di sonno e volevamo cercare un letto Glirisposi che me ne ricordavo benissimo ed infatti ce ne vorràdel tempo prima che me ne dimentichi.


Erail sabato precedente le ferie di ferragosto. Noigli stessi treeravamo stanchi e affamatie arrivati a Datchet tirammo fuori lacestai due sacchi da viaggiole copertei cappotti ed altrecosettine e partimmo per scovare una locanda. Passammo dinanzi a ungrazioso alberghetto con il portico adorno di pini e di rampicantima senza caprifoglio e iochissà mai perchémi erofissato col caprifoglioperciò dissi:

-Qui no! andiamo un po' più avanti e vediamo se ne troviamo unocon il caprifoglio.


Continuammola strada ed arrivammo a un altro albergo. Anche questo era graziosoe aveva pure il caprifoglio tutt'intornoma alla porta d'entratac'era appoggiato un uomo il cui aspetto non piacque a Harris. Disseche quello non aveva un viso cordiale einoltrecalzava un paio dibrutti stivali; e continuammo la nostra ricerca. Facemmo un bel pezzodi cammino ma non trovammo altri alberghi; poi ci imbattemmo in unuomo e gli chiedemmo informazioni.


Luidisse:

-Ma voi li avete oltrepassatigli alberghi. Fate dietro front eritornate sui vostri passi: incontrerete "Il Cervo".


Noidicemmo:

-Ci siamo stati ma non ci è piaciuto... non è ricopertodi caprifoglio.


-Be'! - disse lui- proprio dirimpetto c'è "Il Castello".Avete chiesto lì?

Harrisrispose che lì non ci volevamo andareche non ci piaceval'aspetto dell'uomo sulla portache Harris aborriva il colore deisuoi capelli einoltrenon gli piacevano i suoi stivali.


-Be'! allora non so proprio come ve la caverete- disse il nostroinformatore- perché qui ci sono questi due alberghisoltanto.


-Nessun'altra locanda? - esclamò Harris.


-Nessuna- rispose l'uomo.


-E allora come ci arrangiamo? - gridò Harris.


Georgeinterloquì e disse che io e Harrisse proprio ci facevapiaceredovevamo farci costruire un albergo apposta per noi e farcicostruire anche la gente da metterci dentro. Luiintantosarebbetornato al "Cervo".


Nonc'è verso che i grandi ingegni riescano a realizzare i loroideali e perciò io e Harrisdi fronte alla vanità deidesideri terreniemettemmo un sospiro di rassegnazione e seguimmoGeorge.


Portammotutte le nostre trappole al "Cervo" e le disponemmo perterra nella portineria.


L'ostearrivò e disse:

-Buona serasignori.


-Ohbuona sera- rispose George- vorremmo tre lettiper favore.


-Spiacentissimosignori- disse lui- ma non vi posso accontentare.


-Senta- disse George- basteranno due. Due di noi dormiranno in unlettonon è vero? - incalzò guardando me ed Harris.


Harrisdisse: - Ohsì- ed egli subito pensò che io e Georgeavremmo dormito benissimo in un letto solo.


-Spiacentissimosignori- ripeté nuovamente l'oste- viassicuro che non c'è rimasto un letto vuoto in tuttol'albergo.


Credeteabbiamo già messo due o tre persone per letto.


Questaspiegazione ci fece rimanere un po' malema Harrische è unviaggiatore consumatosubito dimostrò la sua competenza e conun tono mellifluo disse:

-Be'che fare? Ci vorrà pazienza e ci adatteremo. Ci dia pureun letto smontabile nella sala da bigliardo.


-Spiacentissimosignori. Ci son già tre clienti che dormonosul bigliardo e due nel bar. Per questa notte mi è impossibileaccomodarvi.


Raccogliemmole nostre robe e ce ne andammo al "Castello". Era unposticino grazioso. Mi parve che mi piacesse più dell'altro elo dissi; Harris approvò e disse che andava benissimo e chenon eravamo obbligati a guardare l'uomo dai capelli rossi; luiperaltronon aveva colpa di avere i capelli rossi.


Harrisparlò di questo con gentilezza e comprensione.


Al"Castello" non ci fecero neanche parlare. Sulla sogliaamo' di salutola signora ci disse che noi eravamo la quattordicesimacomitiva che aveva dovuto rimandare indietro in un'ora e mezzo. Inquanto poi al nostro timido suggerimento di accomodarci sul bigliardoo nello scantinato del carboneessa ne rise con commiserazione. Ognicantuccio era stato invaso da tempo.


Ledomandammo se conoscesse qualche posto in tutto il paese dove avremmopotuto trovare ricovero per quella notte.


-Be'! - disse lei- se non avessimo fatto troppo caso (mabadassimobenelei non la raccomandava) c'era una piccola birreria a mezzomiglio di lìsulla strada di Eten.


Nonce lo facemmo dir due volteagguantammo cestasacchipastrani e lecoperte nonché tutti i pacchettini e partimmo di corsa. Ladistanza parve esser più vicina al miglio che al mezzo miglioma alla fine arrivammo nel bar col fiatone.


Quellagente della birreria era molto rozza. Ci risero in faccia.


Intutta la casa non c'erano che tre letti e ci dormivano sette scapolie due coppie di sposi. Per fortuna un cortese barcaiolo che sitrovava per caso in quella bettola suggerì di tentare daldroghierela porta dopo il "Cervo"e così tornammoindietro.


Ildroghiere era al completoma una vecchierella che si trovava nelnegozio ci portò gentilmente con lei da una sua amica cheeccezionalmente offriva camere a un quarto di miglia di distanza.


Quellavecchietta camminava molto piano e per arrivare alla casa della suaamica ci impiegammo venti minutiperòmentre si strisciavaessa ci tenne alto il morale descrivendoci i vari dolori che avevaalla schiena.


Lecamere della sua amica erano affittate. Di lì ciraccomandarono al numero 27. Il 27 era pieno e ci mandò al 32e il 32 era pieno.


Eallora ritornammo sulla strada principale dove Harris si sedettesulla cesta e disse che di lì non si sarebbe più mosso.Affermò che quello gli sembrava essere un luogo tranquillo eche gli sarebbe piaciuto morire in quel posto. Pregò me eGeorge di dare un bacio a sua madre per lui e di dire a tutti i suoiparenti che inviava loro il suo perdono e che moriva felice.


Inquel momento arrivò un angelo travestito da monello (einfede mianon potrei trovare un travestimento più affascinanteper un angelo) che portava una tazza di birra in una mano enell'altra uno spago alla cui estremità c'era qualche cosa chelui faceva battere contro tutte le pietre piatte che incontrava e poitirava su producendo un suono particolarmente fastidiosochesuggeriva sofferenza.


Aquel messaggero celeste (come poi scoprimmo che egli era) domandammose conoscesse una casa isolata i cui abitanti fossero pochi e deboli(da preferirsi vecchie signore e paralitici)che fosserosuscettibili a spaventarsi facilmentefino a cedere i loro letti atre disperati; ovverose non proprio questose ci potesse indicareun posto dove ci fosse qualche vecchia fornace in disuso o qualcosadel genere. Egli non sapeva di nessun luogo del genere - per lo menoa disposizione - e disse che se andavamo con luisua madre aveva unastanza in più e potevamo passare la notte da lei.


Sottola luce della luna gli saltammo al collo e lo sotterrammo dibenedizioni e la scena sarebbe stata bellissima se il ragazzo nonfosse rimasto impressionato dalle nostre effusioni fino al punto dinon reggersi più in piedi e cadere al suolo trascinandocitutti nel capitombolo. Harris fu talmente sopraffatto dalla gioia chesvenne e dovette afferrare la tazza di birra del ragazzo e vuotarla ametà per riprendere conoscenza; poi si mise a correre e io eGeorge dovemmo portare tutti i bagagli.


Quellodove abitava il ragazzino era un villino di quattro stanze e la suamamma - anima benedetta - ci preparò una cena a base di lardocaldoche noi consumammo interamente (cinque libbre) e di crostatae due teiere piene di tè; poi ce ne andammo a dormire.


Nellastanza c'erano due letti; uno a rotelle largo ottanta centimetri nelquale dormimmo io e Georgee per starci dentro dovemmo legarci conun lenzuolo; l'altro era il letto del ragazzino e Harris lo ebbetutto per sé. Al mattino seguente lo trovammo con sessantacentimetri di gambe nude che uscivano dal fondo ed io e George ce neservimmo per appendervi gli asciugamani mentre ci lavavamo.


Seavessimo dovuto ritornare un'altra volta a Datchet sapevamo di nondover avere molte pretese in fatto di alberghi.


Maritorniamo alla presente escursione. Non accadde nulla distraordinario e rimorchiammo normalmente la barca fino a un punto unpo' a valle dell'isola di Monkey dove la legammo e facemmo merenda.Demmo l'assalto alla carne fredda e ci accorgemmo di essercidimenticati di portare la mostarda. In tutta la mia vita vissuta finoa quel momento e da quel momento in poi non ricordo di aver maidesiderato la mostarda così spasmodicamente. In generale nonfaccio nessun tifo per la mostarda e la uso molto raramentema inquel momentoperòper averla avrei regalato tutto l'oro delmondo.


Nonso quanto oro vi sia nell'universoma se uno mi avesse portato uncucchiaio di mostarda avrebbe potuto averlo tutto.


Quandodesidero una cosa e non posso averla divento sconsideratamentespendaccione.


AncheHarris affermò che avrebbe dato tesori per un po' di mostarda;insomma chiunque si fosse presentato con una lattina di mostardaavrebbe fatto affaroni; sarebbe stato rifornito di oro per il restodella sua vita.


Osodireperaltroche sia Harris che io dopo di aver avuto la mostardaavremmo certamente cercato di mandare a monte il contratto. Inmomenti di orgasmo uno arriva a fare offerte così stravagantima poiquando ci può ripensaresi accorge dell'assolutasproporzione tra l'offerta e il valore dell'articolo richiesto. Unavoltascalando una montagna della Svizzera sentii dire ad un uomoche avrebbe dato tutto l'oro della terra per una tazza di birra; poiquando arrivò al piccolo rifugio dove la poté ottenerefece un vero pandemonio perché gli chiesero cinque franchi peruna bottiglia. Disse che era un ricatto scandaloso e lo scrisse alTimes.


Lamancanza della mostarda gettò un'ombra di tristezza sullabarca. La vita stessa ci parve vuota e senza interesse.


Cominciammoa riandare al tempo della nostra fanciullezza e sospirammo. Perfortunaquando attaccammo la crostata di mele ci sentimmo un po' piùsollevati e quando poi George tirò fuori dal fondo del cestouna lattina di ananasso e la fece rotolare nel bel mezzo della barcaricominciammo a credere che la vitadopo tuttovaleva la pena diessere vissuta.


L'ananassopiace molto a tutti e tre noi. Guardammo l'etichetta sulla lattina epensammo al succo. Ci scambiammo un sorriso ed Harris si preparòcol cucchiaio.


Poici mettemmo a cercare l'apriscatole per aprire la latta.


Rivoltammosottosopra tutto quello che c'era nel cesto e tutto quello che c'eranei bagagli. Alzammo il pagliolato dal fondo della barca. Portammotutto in terra e lo scuotemmo. Ma l'oggetto non venne fuori.


AlloraHarris tentò di aprire la lattina col suo temperino; ne ruppela lama e si fece un brutto taglio; George tentò con un paiodi forbicile forbici gli saltarono di mano e poco mancò chenon gli cavassero un occhio. Mentre loro si fasciavano le ferite iocercai di fare un buco in quell'accidente servendomi della puntaaguzza del gancio d'accostoma quest'ultimo scivolò e misbatté tra la barca e la rivain sessanta centimetri di acquafangosa; la lattinaintattaruzzolò e ruppe una tazza da tè.


Naturalmenteci infuriammo tutti e trela portammo terra ed Harris andò inun campo a prendere una gran pietra appuntita; io ritornai nellabarca e ne venni fuori con l'albero. George manteneva la lattaHarrisvi teneva contro la punta tagliente del sasso ed io alzai ilpalo in alto nell'ariariunii tutte le mie forze e colpii.


Quelgiorno George ebbe salva la vita grazie al suo cappello di paglia.Egli conserva ancora quella paglietta (cioè quanto ne rimase)enelle serate di invernoquando si accendono le pipe e siraccontano passaggi drammatici dei pericoli passatiGeorge la portagiù e la esibisce e l'emozionante racconto è nuovamentenarrato con sempre un piccolo aumento di esagerazione.


Harrisse la cavò con una ferita superficiale.


Dopodi che afferrai io stesso la lattina e la martellai col palo fino anon aver più né forze né animo; e fu la volta diHarris che la prese in mano per reggerla.


Labattemmo fino a schiacciarla; poi la riducemmo quadra e cosìdi seguito in tutte le sagome geometriche conosciute - ma non fummocapaci di farci un buco. Allora George si avventò su di essa ela ridusse ad una forma così stranacosìsoprannaturalecosì paurosa nella sua ripugnanza che luistesso si spaventò e gettò via il palo dell'albero. Poici sedemmo tutti e tre sul prato intorno alla latta e rimanemmo afissarla.


Sullaparte superiore si era formato una specie di bozzo che aveval'aspetto di una smorfia beffarda e che ci fece andar fuori deigangherisicché Harris si scagliò sulla lattalaprese e la gettò lontano in mezzo al fiume e mentre essaaffondava noi le gridammo dietro tutte le nostre maledizioni etornammo subito alla barca per rimetterci a remare e fuggire da quelposto. Non ci fermammo più fino a Maidenhead.


Maidenheadè troppo alla moda per essere un luogo piacevole. E' ilritrovo dei gagà del fiume e delle loro amichette vestitesfarzosamente alla gran moda. E' la città degli alberghivistosipreferiti specialmente dai bellimbusti e dalle ballerinette.E' il forno maledetto che vomita quei demoni del fiume che sono lelance a vapore. L'aristocratico protagonista dei romanzi persignorine non può fare a meno di possedere il suo "angolino"a Maidenhead ed è lì che cena con l'eroina del romanzoin tre volumi.


AttraversammoMaidenhead alla sveltapoi rallentammo e percorremmo lentamente quelgrande tratto oltre le chiuse di Boulter e di Cookham. I boschi diClieveden vestivano ancora i loro delicati colori primaverili e sialzavano dai margini dell'acqua in lunga armoniosa combinazione dionde soffuse di verde malìa. Questoforsegrazie alla suaininterrotta dolcezzaè il tratto più soave del fiumee noi allontanammo la barca dalla sua profonda pace con verorammarico.


Subitoa valle di Cookham ci fermammo in un piccolo bacino laterale eprendemmo il tè; e quando finimmo di attraversare la chiusaera già sera. Si era levata una brezza rigida che soffiava anostro favore - un vero miracolo; in generale quando si è sulfiume il vento è sempre decisamente contrarionon importa inche direzione andiate. E' contrario al mattino quando iniziate lagiornata di viaggioed allora voi tirate e tirate a lungo pensandoche al ritorno potrete veleggiare con enorme facilità.


Poidopo l'ora del tèil vento gira e voi dovete tirare coi dentiper rientrare.


Peròse avete completamente dimenticato di portare una velaecco che ilvento rimane costantemente a vostro favoresia all'andata che alritorno. E' così!

Questomondo non è che una dura prova e l'uomo è creato persoffrirecome le faville furono fatte per volare al cielo.


Quellasera peròevidentementeci era stato un errore che avevamesso il vento sulla nostra poppa invece che contro la prora. Noi nonprotestammo e spiegammo la vela in tutta frettaprima che se neaccorgesseroe ci stendemmo nella barca assorti nei nostri pensierimentre la vela si gonfiavasi agitavabrontolava contro l'alberomaestro e la barca filava.


Iogovernavo.


Nonconosco sensazione più emozionante dell'andare a vela. E' unacosa che s'avvicina al volopiù d'ogni altra che l'uomo siariuscito a fare sinorasalvo che in sogno. Le ali del ventoimpetuoso sembrano sorreggervi e portarvi avantinon si sa dove.


Nonsi è più il minuscolo pezzo di argillalento eappesantitoche striscia tortuosamente sulla terra; si fa partedella Natura!

Siha il proprio cuore che batte contro il suo. Vi circondano le suebraccia magnificheinnalzandovi fino al suo cuore! Il vostro spiritoè all'unisono col suo; le vostre membra si fanno leggere!

Levoci dell'aria cantano per voi. La terra sembra lontanissima epiccola; e le nuvole così vicine sopra la vostra testa sonofraterne e ad esse stendete le braccia.


Ilfiume era tutto per noitrannein distanzaun sandaletto da pescache si scorgeva ormeggiato nel filone della corrente e sul qualestavano tre pescatori. Noi filavamo sfiorando l'acqualungo le riveboscosee nessuno parlava.


Edio governavo.


Nelgiungere più vicinisi vide che i tre intenti a pescareavevano l'aspetto di tre vecchi dall'aria solenne. Sedevano nelsandaletto su tre seggioliniconcentrati nell'osservazione delleloro lenze. E il rosso tramonto gettava sulle acque una luce misticatingeva d'un colore di fuoco le alte piante del bosco e trasformavain uno splendore di oro i cumuli delle nubi. Era un'ora di profondamagiadi speranza estaticadi nostalgia. La piccola vela sistagliava sul cielo purpureoil calar della sera si stendeva intornoa noi avviluppando il mondo in ombre iridate edietro a noiavanzava furtiva la notte.


Eravamocome i cavalieri di un'antica leggendafacenti vela attraverso unlago mistico per penetrare nel regno sconosciuto del crepuscolo finoal grande paese del tramonto.


Nonpenetrammo nel regno del crepuscolo; andammo a sbattere in quelsandalettonel quale tre vecchi stavano pescando. Al primo momentonon ci accorgemmo di quello che era successo perché la vela cinascondeva la vista madalla specie di linguaggio che si innalzavanell'aere serotinopercepimmo che eravamo arrivati nelle vicinanzedi esseri umanie che questi erano indignati e per niente lietidella visita.


Harrisammainò la vela e così potemmo vedere quello che erasuccesso. Avevamo scaraventato dalle sedie quei tre signori che oraformavano un ammasso nel fondo dell'imbarcazione e a fatica epenosamente si districavanoe si staccavano i pesci dalle vestienel far tutto ciò mandavano le loro maledizionima non con lasolita maniera usuale di malediresebbene con espressionidiligentemente pensatemaledizioni comprensive che includevano tuttala nostra vita e arrivavano fino al lontano futuro; che associavano inostri parentie si estendevano a tutti e a tutto ciò cheavesse relazioni con noi - insomma accidenti buonisostanziosi.


Harrisdisse loro che invece avrebbero dovuto esserci grati perchéavevamo procurato un po' di eccitazionea loro che stavan lìfermi tutta la giornatae disse anche che si sentiva sorpreso emortificato a vedere uomini di quell'età perdere il controlloa quel modo. Ma non servì a nulla.


Dopodi ciò George disse che avrebbe governato lui. Disse che dauna testa come la mia non ci si può aspettare che sappiadirigere una barca e che era preferibile fidarsi di un uomo qualunqueal timone piuttosto che affogare. Così prese lui il timone eci portò fino a Marlow.


AMarlow lasciammo la barca presso il ponte e ce ne andammo apernottare alla locanda della "Corona".




CAPITOLO13


Marlow- L'Abbazia di Bisham - I monaci di Medmenham - Montmorency decide diuccidere un gatto - Poidati gli eventidecide di lasciarlo vivere- Vergognosa condotta di un fox-terrier nei magazzini dellacooperativa - La nostra partenza da Marlow - Processione imponente -La lancia a vapore - Ricette utili per darle fastidio e procurarledifficoltà - Ci rifiutiamo di bere il fiume - Strana scomparsadi Harris e di un polpettone di carne.


Marlowè uno dei centri abitati più simpatici che io conoscasul fiume. Nell'insieme non è che sia troppo pittorescoma dàl'idea di una città attivapiena di vita e vi si possonoscoprire molti posti ed angolini. I sostegni del ponte diroccato sonoancora in piedi ed eccitano la fantasia e la fanno riandare indietroai tempi in cui il castello di Marlow aveva per padrone Algar ilSassoneprima che Guglielmo il Conquistatore se ne appropriasse peroffrirlo alla regina Matilde e prima che passasse ai conti di Warwicko a quell'uomo di mondo che fu Lord Pagetconsigliere di quattrosovrani successivi.


Nelcaso che dopo aver vogato voleste fare una passeggiatavi troveretenei dintorni una bella campagnama è il fiume che vi presentauno dei suoi tratti migliori. Andando verso Cookhamdopo i prati ela foresta di Quarry c'è una vista molto attraente.


Carivecchi boschi di Quarry con i vostri erti e stretti sentiericon ivostri vialetti tortuosicome sembrate ancora adesso profumati dalricordo di giorni solatii d'estate! come sono popolate di rimembranzedi visi contenti le vostre fughe di albericome dalle vostrelussureggianti foglie scendono lentamente le voci del tempo che fu!

DaMarlow a Sonning il fiume si fa sempre più vago. Mezzo migliodopo il ponte di Marlow sulla riva destra si vede la grande e vecchiaAbbazia di Bishamdove la pietra dei muri risuonò delle gridadei Templarie cheuna volta ospitò Anna di Clèves eun'altra la regina Elisabetta. L'abbazia abbonda di cimelimelodrammatici. V'è in essa una camera da letto tuttaricoperta di arazzi ed una stanza segreta ricavata nello spessore delpiù alto muro. Di notte vi si aggira ancora il fantasma diLady Holy che percosse a morte il proprio figlioletto ed ora cerca dilavarsi le mani spettrali in una spettrale bacinella.


Quiriposa Warwick"il facitore di re"incurante ormai dibazzecole quali i re e i regni di questa terra; e Salisburyche sidistinse in campo a Poitiers. Poco prima di raggiungere l'abbazia sitrovaproprio sulla sponda del fiumela chiesa di Bisham e se maitombe valgano forse la pena d'essere visitate sono i sepolcri e imonumenti di questa chiesa. Appunto facendosi portare dalla suaimbarcazione lungo le rive di BishamShelleyche allora abitava aMarlow (se ne vede ancora la casain West Street)compose "Larivolta dell'Islam".


Unpo' più a monte c'è la chiusa di Hurley e ho pensatospesso che anche se ci rimanessi un mese non potrei osservare tuttala bellezza del panorama. Il villaggio di Hurley sta a pochi minutidi cammino dalla chiusa ed è un abitato vecchio quant'altrimai sul fiumepoiché risaleper dirla con la fraseologia diquei tempi oscuri"ai tempi del re Sebert e del re Offa".Subito dopo la chiusa (sempre a monte) c'è il Campo deiDanesidove i Danesi una volta bivaccarono durante la loro marciasul Gloucestershiree ancora un poco più in su ci sono iresti dell'Abbazia di Medmenhamannidati in un soave gomito delfiume.


Ifamosi monaci di Medmenhamcomunemente chiamati "il circolo delfuoco infernale"e dei quali faceva parte il famigerato Wilkescostituivano una confraternita che aveva per motto "Fai quel cheti pare" e lo si legge ancora sui ruderi dell'arco d'ingresso.


Moltianni prima che fosse fondata quest'abbazia fittiziacon la suacongregazione di burloni irriverentisulla stessa area sorgeva unmonastero di tipo più austerocon monaci d'un genere alquantodiverso dai buontemponi che ne avrebbero preso il seguitouncinquecento anni dopo.


Eranocistercensii monaci dell'abbazia che ivi sorgeva nel tredicesimosecoloe non indossavano altri indumenti che il ruvido saio delcappuccionon mangiavano né carnené pescenéuova. Dormivano sulla paglia e a mezzanotte si alzavano per la messa.Trascorrevano il giorno nel lavoro manualenella lettura e nellapreghierae su tutte le loro vite incombeva un silenzio di morteperché non parlava nessuno.


Unaconfraternita tetrache conduceva vita tetra in questo cantucciodeliziosocreato dal Signore così allegro! Strano che le vocidella naturatutt'intornoil canto sommesso delle acquei sussurridelle erbe del fiumela musica del vento impetuosonon insegnasseroloro un significato della vita più vero di quello. Essistavano lì tendendo l'orecchio in silenzioquant'era lungo ilgiornonell'attesa di udire una voce celeste; ed essaquant'eralungo il giornoparlava invece di una miriade di suonisenza chel'udissero.


DaMedmenham alla bella chiusa di Hambledonil fiume scorre leggiadroin pacemasubito dopo Graenlandsla residenza fluviale piuttostoscialba del mio editore (un vecchietto tranquillo e senza prosopopeache si incontra spesso da queste parti durante i mesi estivi quandose ne va remando con stile sciolto e vigorosoo mentre chiacchieradi buon umore con qualche vecchio guardiano della chiusa cheattraversa) il Tamigi si fa piuttosto nudo e monotono fino a un belpezzo a monte di Henley.


Illunedì mattina a Marlowci alzammo abbastanza presto e primadi colazione andammo a fare un bagno: al ritorno Montmorency trovòmodo di fare una gran figuraccia. L'unico argomento su cuiMontmorency ed io abbiamo opinioni sostanzialmente diverse sono igatti. Io amo i gattiMontmorency no. Quando io vedo un gatto dico:"Povero micino!" e mi chino a fargli il solletico tra testae collo; il gatto drizza la coda come un pezzo di rigido ferrobattutoinarca la schiena e si asciuga il naso contro i mieicalzoni; tutto procede con tenerezza e pace. Quando Montmorencyincontra un gatto la strada intera deve saperloe in dieci secondidi parolacce se ne sprecano tante chese usate con giudiziopotrebbero bastare per tutta la vita di una persona rispettabile.


Nonbiasimo il cane (in generale mi accontento di prenderlo a scapaccionio a sassate)poiché comprendo che è la sua natura chelo fa agire così. I fox-terrier nascono con un peccatooriginale quattro volte maggiore di quello degli altri cani e perottenere mutamenti tangibili nei loro istinti di autentici teppistici vorranno molti e molti anni di sforzi pazienti da parte di noicristiani.


Ricordoche un giorno mi trovavo nell'atrio degli Haymarket Stores etutt'intorno a me c'erano i cani che attendevano il ritorno deipadroni che stavano a far compere nell'interno. C'erano: un mastinoun paio di cani da pastore un San Bernardoalcuni cani da cacciaunTerranovaun barbone francese con uno zazzerone sulla testa ma colcorpo rognosoun bulldogalcuni animaletti fatti ad arcoquasipiccoli come topie una coppia di bastardi dello Yorkshire.


Tuttiquei cani se ne stavano accovacciatipazientibuoni e pensierosi.In tutto l'atrio regnava una pace solenne. Il luogo era pervaso daun'atmosfera di calma e di rassegnazioneda una soave tristezza.


Edecco che entra una graziosa signorina conducendo un piccolofox-terrier dall'aspetto più angelico che si possa immaginaree lo lascia lì assicurato col guinzaglio tra il bulldog e ilcan barbone. Egli si sedette sulle posteriori e per un minuto stettea guardarsi intorno. Poi fissò gli occhi al soffitto e agiudicare dall'espressione pensava a sua madre. Poi sbadigliò.Poiin silenziosolennemente e pieno di dignitàguardògli altri cani.


Osservòil bulldog che stava alla sua destra e dormiva d'un placido sonnosenza sogni. Poi osservò il barbone che gli stava allasinistra dritto ed alteropoisenza aver detto una parola dipreavvisosenza che ci fosse stata l'ombra della provocazionedetteun morso alla gamba sinistra del barbone che gli stava vicino ed unguaito di dolore risonò attraverso la silente penombra dellasala.


Ilrisultato di questa prima esperienza gli sembrò moltosoddisfacente e quindi decise di continuare a movimentare l'ambientecon le sue diavolerie. Spiccò un salto al di sopra del barbonee assalì vigorosamente un cane da pastore il quale si svegliòe cominciò immediatamente una zuffa poderosa e rumorosa colbarbone. Il fox-terrier se ne ritornò al suo posto ed azzannòl'orecchio del bulldog cercando di scagliarlo lontano: e il bulldoganimato da una strana imparzialitàsi scagliò controtutto quello che era alla sua portataivi incluso il portiere;questa manovra dette al fox-terrier l'opportunità di godersitutto da solo ed indisturbato una zuffa con un Yorkshire ugualmenteben disposto alla battaglia.


Acoloro che conoscono la natura canina non occorrerà dire cheormaitutti i cani presenti si azzuffavano come se stesserodifendendo le loro case ed i loro focolari. I cani grossi siazzuffavano l'un l'altro senza discriminazione e i cani piccolini sela vedevano tra di loro e nei momenti liberi mordevano le gambe deicani grossi.


L'atrioera diventato un vero pandemonioed il fracasso era terrificante.Fuori in stradala gente si andava affollando e si chiedeva se sitrattasse di un'adunanza parrocchiale o se stessero assassinandoqualcuno o che altro. Arrivarono degli uomini armati di bastoni e dicorde per separare i cani e chiamarono la polizia.


Inmezzo a tutta quell'ira di Dio ritornò la graziosa signorina eafferrò l'angelica bestiolina (questa sembrava ora unagnellino appena nato eppure aveva sistemato il barbone per un mese)se la mise in bracciola baciò e le chiese se non l'avesserouccisa e che cosa le avevano fatto quei cagnacci brutti e sporchi; eil fox-terrier si annidò sul suo senola fìssòcon uno sguardo che pareva dicesse: "Ohcome sono contento chetu sia ritornata per portarmi via da questa scena degradante".


Lasignorina affermò che la gente quando va a far la spesa non hail diritto di portarsi dietro delle bestie feroci e metterle assiemecon i cani di persone distintee che lei aveva proprio intenzione diquerelare qualcuno.


Ifox-terriers sono fatti così e quindi non posso biasimareMontmorency per le sue tendenze a perseguitare i gatti; ma quellamattina egli deve aver pensato che sarebbe stato meglio se avessefatto tacere i suoi istinti.


Comestavo dicendonoi tornavamo dal bagno e a metà della HighStreetun gatto spuntò da una casa dinanzi a noi e cominciòa trotterellare per attraversare la strada.


Montmorencyemise un grido di gioia - il grido del fiero combattente che vedearrivar a tiro il nemicoforse quella specie di grido che lanciòCromwell quando vide che gli scozzesi scendevano dalla collina - e silanciò dietro la preda.


Lavittima era un gattone neromaschiograndissimo. Mai visto un gattocosì grande né un gatto di più sinistro aspetto.Non aveva che mezza codaun occhio solo ed un pezzo abbastanzanotevole di naso. Era un animale lungonodoso e con l'ariatranquilla e sicura di sé.


Montmorencysi scagliò verso quel povero gatto alla media di venti migliaall'ora; ma il gatto non si scomposesembrava che non avesseafferrato l'idea che la sua vita era in pericolo. Continuò ilsuo trotto regolare fino a che l'assassino non gli arrivò amezzo metro di distanza; poi si rigiròsi sedette in mezzoalla strada e guardò Montmorency con un'espressione di corteseinterrogazione che voleva dire:

-Cercate me?

Montmorencynon manca di coraggio ma nello sguardo di quel gatto c'era qualcosache avrebbe gelato il cuore del cane più temerario.


Eglisi fermò di colpo e rimase a fissare il gattone.


Nessunodei due parlò ma la conversazione che si potéfacilmente immaginare fu la seguente:


ILGATTO: In che vi posso servire?


MONTMORENCY:Ohno ! Grazie... nulla.


ILGATTO: Ohnon fate cerimoniese proprio cercate qualcosaditepure.


MONTMORENCY(retrocedendo per la High Street): Ohnullanulla davvero...prego... non vi scomodate. Scusate il disturbo.


ILGATTO: Ma quale disturbosarebbe un piacere. Siete certo che noncercate nullaora?


MONTMORENCY(rinculando sempre): Proprio nullagraziemolto... molto gentile daparte vostra. Arrivederci.


ILGATTO: Buon giorno.


Poiil gatto si alzò e riprese la sua trottatina mentreMontmorencyadattando accuratamente quella che lui chiama la suacoda nella naturale scanalaturatornò verso di noi e si misealla retroguardia in atteggiamento abbastanza mortificato.


Ancoraoggise voi dite la parola "gatto" Montmorency siraggomitola tutto e vi guarda con occhi imploranti che par chedicano: - Per favore... non ne parliamo.


Alpomeriggio andammo a fare le spese per rivettovagliare la barca pertre giorni. George disse che dovevamo comprare molta verdura e che lapresenza di verdure nei pasti è indispensabile. Disse che leverdure sono facili da cucinare e che se ne sarebbe incaricato lui.Perciò ci fornimmo di dieci libbre di patatedi uno staio dipiselli e di cavoli. Dall'albergo ci portammo un polpettone di carneun paio di crostate di uva spina e una coscia di montonee in altriposti diversi comprammo fruttadolcipane e burromarmellatauovalardo e altra roba.


Ricordola partenza da Marlow come uno dei maggiori successi di quella gita.Pur non essendo una ostentazione essa fu degna e impressionante. Intutti i negozi avevamo insistito perché la merce fosse subitomandata con noi. Niente da fare con quel:

"Sissignoremanderò subitoil fattorino arriverà prima di loro!"e poi succede che rimanete lì sulla riva ad aspettare come uncretino e dovete tornar due volte nel negozio e prendervi a maleparole col padrone. Noiinveceaspettavamo che il pacco fossepronto e ci portavamo il fattorino con noi.


Facemmoacquisti in un bel po' di negozi adottando sempre lo stessoprincipio. La conseguenza fu che quando finimmo avevamo una bellacollezione di fattorini che ci seguivano con pacchi e la nostramarcia finale dal centro della High Street al fiume dev'essere statouno spettacolo imponentedi quelli che Marlow non vedeva da tempo.


L'ordinedella processione era il seguente:

Montmorencyche portava un bastone tra i denti.


Duebastardispregevoli amici di Montmorency.


Georgecarico di coperte e pastranifumando la pipa.


Harrische cercava di camminare con disinvoltura nonostante portasse ilsacco zeppo con una mano e una bottiglia di succo di limone conl'altra.


Fattorinodell'ortolano e quello del droghierecon cesta.


Facchinodell'albergocon paniere.


Fattorinodel pasticcierecon paniere.


Fattorinodel droghierecon paniere.


Canepelosissimo.


Fattorinodel salumierecon cesta.


Uomodi faticacon valigia.


Amicoinseparabile dell'uomo di fatica con le mani in tascae la pipa dicoccio in bocca.


Ioin personacon tre cappelli e un paio di scarpe in mano dandomil'aria di niente.


Monellie quattro cani randagi.


Quandoarrivammo all'imbarcatoio il barcaiolo disse: - Un momentosignori... Ma voi avete una lancia a vapore oppure una casagalleggiante? - Quando gli dicemmo che il nostro era semplicementeuno schifo a due remi sembrò perplesso.


Quellamattina le lance a vapore ci dettero molto fastidio.


Eravamoalla vigilia della settimana sportiva di Henley e ne arrivarono sumoltissime; alcune solealtre rimorchiando case galleggianti. Perconto mioio quelle lance le odio e credo che ogni rematore debbaodiarle. Non mi accade mai di imbattermi in una lancia a vapore senzasentire la voglia di attirarla in un angolino deserto del fiume e lìnel silenzio e nella solitudinestrozzarla.


Inogni lancia a vapore c'è una presuntuosità urtante cheha l'abilità di ridestare tutti gli istinti peggiori del mioessere e che mi fa pensare con nostalgia ai tempi passati quando sipoteva andare in giro con accettaarco e freccia e dire alla gentequello che si pensava di loro. Basta l'espressione che ha dipinto sulvolto quel tale che se ne sta con le mani in tasca e col sigaro inbocca presso la poppa per giustificare la rottura delle buonerelazioni; e il fischio imperioso che vi fanno per togliervi dimezzosecondo megarantisce l'assoluzione per "omicidiogiustificato" da parte di qualsiasi giurì composto difiumaroli.


Ene dovevano fare di fischi perché ci togliessimo dalla lororotta! Se posso esprimermi cosìsenza sembrare uno spacconeonestamente credo che quella settimana la nostra barchetta dette piùfastidio e procurò maggior ritardo alle lance a vapore ditutte le altre imbarcazioni del fiume messe insieme.


-Lancia a vapore! - gridava uno dei nostri scorgendo il nemico adistanza; e in un attimo tutto era pronto per riceverlo. Io prendevoi cordoni della barraHarris e George mi sedevano accanto dandotutti e tre le spalle alla lancia mentre la barca filava tranquillasul filo della corrente. La lancia si avvicinava fischiando e noiproseguivamo tranquillamente. Dopo cento metri essa si metteva afischiare come una matta e i passeggeri arrivavano sul ponte e siaffacciavano per gridarci controma noi non li sentivamo neanche!Harris ci stava raccontando un aneddoto circa sua madre e George edio non volevamo perderne una parola per tutto l'oro del mondo.


Eallora la lancia emetteva un fischio finale che quasi faceva scoppiarle caldaie ed era obbligata a invertire il motore e sbuffando vaporevirava e andava a finire in secca; tutti quelli sulla riva gridavanoanch'essi e tutte le altre barche di passaggio si univano fino a cheil fiume non diventava una frenetica confusione per miglia a valle ea monte. E allora Harris si interrompeva sul più bello delracconto eguardando con una certa sorpresa sul fiumediceva aGeorge:

-GuardaGeorgeDio mi castighi se quella non è una lancia avapore!

EGeorge rispondeva:

-E' verosai! Mi era parso di sentire qualcosa!

Eallora succedeva che diventavamo nervosi e confusi e non sapevamocome manovrare per portare la barca fuori dalla rotta e quelli dellalancia si ammassavano intorno e ci davano istruzioni.


-Tira a destrapezzo di idiota! indietro a sinistra. Nonon tu -l'altro - lascia perdere i cordoniuna buona volta! - oraoratutti e due insieme. - Nonon così. Oh acc...!

Eallora ammainavano un battellovenivano in nostro aiutoedopo unquarto d'ora di sforzici toglievano dalla loro strada in modo dapoter continuare il viaggio. Noi li ringraziavamo e li pregavamo dirimorchiarci. Ma si rifiutavano sempre.


Unaltro mezzo che escogitammo per dar fastidio alle lance a vapore fuquello di fingere di scambiarle per crociere di impiegati e dichiedere se appartenevano alla Ditta Cubit o all'archivio deiTemplari di Bermondseye se potevano prestarci una padella.


Levecchie signore non abituate al fiume hanno sempre un vero terroredelle lance a vapore. Ricordo che una volta andavo da Staines aWindsor - un tratto di fiume particolarmente frequentato da queimostri meccanici - con una comitiva in cui c'erano tre vecchiesignore. Fu una cosa davvero divertente. Non appena scorgevano unlancia a vapore pretendevano di esser sbarcate e si sedevano sullasponda fino a che il mostro non fosse sparito dalla vista. Disseroche erano molto spiacenti ma che avevano il dovere verso le lorofamiglie di non essere temerarie.


Arrivatialla chiusa di Hambledon ci accorgemmo che eravamo a corto di acqua eperciò prendemmo la brocca e andammo a chiederne un po' alcustode.


L'oratoredoveva esser George e luifacendo un sorrisino smagliantedisse:

-Per favore potreste prestarci un po' d'acqua?

-Certamente- rispose il vecchio- ne prenda pure quanta ne vuole elasci il resto.


-Grazie infinite! - mormorò George guardandosi intorno Dove...


dovela tenete?

-Sempre allo stesso postofigliol mio- fu la risposta cretina -esattamente alle sue spalle.


-Ma io non la vedo- disse George girandosi.


-Comema dove ha gli occhilei? - chiese il vecchio mentre lorigirava e gli mostrava il fiume lì sotto. - Non le pare chece ne sia abbastanza perché lei la possa prenderenon èvero?

-Oh! - esclamò George comprendendo- ma noi non possiamo berciil fiumenon le pare?

-Oh no! non tuttoma un poco potete berne- rispose il vecchio.


-E' quello che io sto facendo da quindici anni a questa parte.


Georgedisse che quella cura non gli aveva conferito una cera tale dasembrare una buona propaganda della marca e disse che egli preferival'acqua di una pompa. Ce ne dettero in una villetta un po' piùa monte. Oso dire chea saperloanche quella era acqua di fiume. Manon lo sapevamo e quindi servì benissimo. Lo stomaco non sirivolta se gli occhi non hanno veduto.


Durantequello stesso viaggio qualche giorno dopo usammo l'acqua del fiumema non fu un successo. Stavamo scendendo a valle e c'eravamo fermatiin un ramo morto presso Windsorper prendere il tè. La broccadell'acqua era vuota e quindi una delle due: o far a meno del tèo servirci dell'acqua del fiume. Harris fu del parere di provare.Disse chebollendo prima l'acquatutto sarebbe andato bene perchéi microbi nocivi contenuti nel fiume sarebbero stati uccisi dallabollitura. Riempimmodunqueil bricco con acqua del Tamigi e lofacemmo bollire stando molto attenti che bollisse veramente.


Preparammoil tè e ci stavamo sistemando per berlo quando Georgecheaveva la tazza già vicino alle labbrasi fermò edesclamò:

-Cos'è quello?


-Quello cosa? - chiedemmo io ed Harris.


-Quello! - disse George guardando verso oriente.


Ioed Harris seguimmo il suo sguardo e vedemmo un cane che se ne venivaverso di noi sulla placida corrente. Era uno dei cani piùtranquillipiù pacifici che io abbia mai visto. Maiconosciuto un cane che sembrasse più felicepiùspensierato. Galleggiava dormendo sulla schiena e con le quattrozampe tesedritte in super aria. Direi che era un cane dicorporatura piena e con il petto ben gonfio. Esso si avvicinòalla barca serenocalmo ed alteroe poiarrivato alla ramaglia sifermò e si adagiò per la notte.


Georgedisse che di tè non ne voleva e vuotò la tazza nelfiume.


Harrisnon aveva più sete e lo imitò. Io bevvi mezza tazza masarebbe stato meglio che non lo avessi fatto.


Domandaia George sesecondo luipotevo essermi preso il tifo.


Luidisse: - Ohno; - secondo lui avevo molte probabilità discongiurarlo. Comunquela certezza se me l'ero preso o no l'avreiavuta fra quindici giorni.


Rimontammofino a Wargrave seguendo un ramo secondario. Si tratta di una piccolascorciatoia che parte dalla riva destra a circa mezzo miglio dallachiusa di Marsk e che val la pena di esser percorsa perchéoltre ad accorciare la distanza di un mezzo miglioè untratto d'acqua pieno di ombre e di grazia.


Cometutte le altreanche l'imboccatura di questo ridente tratto èpiena di catene e di pali con su le tavolette di "Vietato"che minacciano ogni specie di torturedi galere e di morte a chi osaaffondare un remo nell'acqua. Cominciò a meravigliarmi delperché qualcuno di questi zoticoni proprietari marginali nonsi elegge padrone dell'aria e non stabilisce la multa di quarantascellini a chi la respira. Ma le catene e i pali sono facilmentesorpassabili con un po' di astuzia; in quanto alle tavolette con gliavvisi di divietose avete cinque minuti da perdere e non c'ènessuno che vi vedapotete schiodarne due o tre e sbatterle a fiume.


Ametà di questo canale sbarcammo e facemmo merenda e fu durantequesta merenda che io e George ricevemmo uno choc piuttosto duro.


AncheHarris ebbe uno chocma non credo che lo choc di Harris possa esserestato così duro come quello che provammo io e George in quellaoccasione.


Eccofu così: eravamo seduti in un prato a un cento metri dallasponda del fiume e ci eravamo appena sistemati comodamente pernutrirci. Harris teneva il polpettone di carne tra le ginocchiamentre io e George lo stavamo guardando con i piatti pronti.


-Avete un cucchiaio? - disse Harris; - mi occorre un cucchiaio perservire la salsa.


Lacesta era proprio dietro a noi ed io e Georgeinsiemeci voltammoper prenderne uno. Per fare questa operazione non impiegammo neanchecinque secondi; ma quando ci rivoltammo Harris e la carne eranospariti!

Citrovavamo in aperta campagna. Per cento metri intorno non c'era néun albero né un pezzo di roccia. Non poteva essere caduto afiumeperché noi ci trovavamo fra l'acqua e lui stesso equindi avrebbe dovuto passare sopra di noi.


Ioe George ci guardammo intorno e poi ci guardammo in faccia.


-Che sia stato rapito in cielo? - chiesi io.


-Non credo che si sarebbe portato anche il polpettone di carne- disseGeorge.


Eraun'opinione ponderata e quindi scartammo la teoria celeste.


-Credo che la verità sia che c'è stato un terremoto-disse George venendo al pratico.


Epoicon un certo accento di tristezza nella voceaggiunse:

-Per lo meno non avesse avuto quel polpettone in mano per affettarlo!

Emettemmoun sospiro e girammo di nuovo lo sguardo al punto in cui Harris e lacarne erano stati per l'ultima volta su questa terrae lìmentre il sangue ci si gelava nelle vene e i nostri capelli sirizzavano vedemmo la testa di Harris - nient'altro che la testa -dritta tra l'erba altacol viso rosso nel quale si vedevaun'espressione di tremenda indignazione.


Georgesi riebbe per primo:

-Parla! - gli gridò- sei vivo o morto? e dov'è ilresto di te stesso?

-Va' lànon fare il cretino! - disse la testa di Harris. - Loso bene che l'avete fatto apposta.


-Cosa?

-Sicuromi avete fatto sedere lìscherzi da scemi! To'prendi il polpettone.


Edal centro della terracosì ci sembravasorse il polpettonemolto malconcio; e dietro a quello s'arrampicò fuori Harrisinfangatopesto e bagnato Senza saperlo si era seduto sull'orlo diun fosso nascosto dall'erba alta e nel fare un piccolo movimentoall'indietro ci era andato dentro col polpettone e tutto.


Disseche nella sua vita non era mai stato così sconvolto comequando si era accorto di star precipitando senza aver la minima ideadi quello che era successo; gli era parso fosse venuta la fine delmondo.


Harrisancora oggi è convinto che tutto quello lo avessimocomplottato io e George. E cosìil sospetto ingiustoperseguita anche i più innocentiperchécome dice ilpoeta: "Chi è indenne da calunnia?".


Chiinfatti?




CAPITOLO14


Wargrave- Statuine di cera - Sonning - Montmorency diventa sarcastico -Battaglia fra Montmorency e il bricco - George studia il banjo - Difronte allo scoraggiamento - Difficoltà della musicadilettantistica - S'impara a suonare la zampogna - Harris dopo cenasi sente triste - Io e George andiamo a passeggio - Ritorniamofradici e affamati - Scopriamo qualcosa di strano in Harris - Harrise i cignistoria interessante - Harris passa una notte movimentata.


Dopola merenda si mosse una brezza che ci fece superare agevolmenteWargrave e Shiplake. Nel sonnolento sole del pomeriggio estivoWargraveannidata nel gomito del fiume vi offredi passaggioilsuo panorama soaveuna delle visioni che durano più a lungosulla retina della memoria. A Wargrave la locanda "Giorgio e ildrago" vanta un'insegna dipinta su un lato da Lesliedell'Accademia Reale; e sull'altro da Hodgsonpittore locale. Leslieha raffigurato il combattimento e Hodgson ha immaginato la scena del"dopo": Giorgio chefatto il lavorosi gode la sua bravapinta di birra.


Dayl'autore di Sandford and Merton visse e (cosa che va a lode ancormaggiore della località) fu ucciso a Wargrave. Nella chiesa viè un ricordo marmoreo della signora Sarah Hill la quale lasciòl'eredità di una sterlina all'anno da essere divisa a Pasquafra due ragazzi e due ragazze "che non abbiano mai disobbeditoai loro genitoriche non risultino aver mai bestemmiato o detto ilfalsoo rubato o rotto vetri di finestre". Immaginate un po'!dover rinunciare a tutta questa roba per cinque scellini all'anno!Non vale la pena.


Nelpaese raccontano che una voltatanti anni fa spuntò fuori unragazzo che realmente non aveva fatto quelle cose (o almeno che nonRISULTAVA averle mai fattech'è il massimo che si possachiedere)e così vinse la corona della gloria. Lo esposeroper tre settimane in municipio sotto una campana di vetro.


Chene sia stato del denaroda alloranessuno lo sa. Dicono che looffrono sempre al vicino museo delle figure di cera.


Shiplakeè un villaggetto grazioso ma dal fiume non lo si vede perchésta sulla collina. Nella chiesa di Shiplake fu celebrato ilmatrimonio di Tennyson.


Risalendoverso Sonning il fiume serpeggia dentro e fuori fra molte isolette edè placidissimosilenzioso e deserto. Poca gente passa lungole rive eccetto qualche coppietta di contadinotti innamorativersosera. Dietro di noi sono rimaste Arry e Fitznoodle mentre l'orribilesudicia Reading non è ancora vicina.


Questoè un tratto del fiume in cui si possono sognare i tempipassatile forme ed i visi che furonole cose che sarebbero potuteaccadere ma chetanto peggio per loronon accaddero.


ASonning sbarcammo e andammo a fare una passeggiatina fino alvillaggio. E' il cantuccio più incantevole di tutto il fiume esi direbbe più un villaggio da palcoscenico che uno autenticofatto di calce e mattoni. Le case sono coperte di rose che oraaiprimi di giugnosbocciano a ciuffi in tutto il loro squisitosplendore.


Sedoveste fermarvi a Sonning scegliete il "Toro"che stadietro la chiesa. E' l'immagine esatta della vecchia locanda dicampagnae ha dinanzi un giardinetto verdesquadratodove glianziani si radunano per bere la birra e per discutere della politicadel villaggio; le camere sono bassebizzarrele finestre hannoinferriatele scale sono scomode e i corridoi sono tortuosi.


Girovagammonella dolce Sonning per un'orapiù o menoe poisiccome eratardi per spingerci al di là di Readingdecidemmo diritornare su di una delle isolette di Shiplake e pernottarvi.


Preparammotutto e ci accorgemmo che era ancora prestoe allora George disseche avendo molto tempo a disposizionepotevamo approfittare dellasplendida opportunità per preparare una cena speciale. Disseche ci avrebbe mostrato quanto si può fare sul fiume in fattodi cucina e propose di usare i legumii resti della carne freddanonché gli altri rimasugli per preparare uno stufatoall'irlandese.


L'ideaci sembrò affascinante; George raccolse la legna e fece ilfuoco mentre io e Harris ci mettemmo a sbucciare le patate. Non avreimai creduto che quella funzione di sbucciare le patate fosse unasimile impresa. La faccenda mi si rivelò come la cosa piùcolossalenel suo generein cui mi fossi mai messo. Cominciammoallegramentespavaldamentesi potrebbe direma dopo aver sbucciatola prima patata tutta la nostra giocondità era finita.


Piùsbucciavamo e più buccia sembrava che ci rimanesse e quandofinimmo di togliere tutta la buccia e tutti i bitorzolidella patatanon c'era più nulla. Voglio direnulla di cui valga la penadi parlare. George sopravvennee osservò che la patata eraridotta alla grossezza di una nocciolina americana. Disse:

-Nocosì non va! State rovinando tuttole dovete raschiare.


Cimettemmo a raschiarle e fu un lavoro peggiore dello sbucciarle perchéle patate hanno una forma così strana! e son tutte bozzibitorzoli e avvallamenti; andò a finire che facemmo sciopero.


Dicemmoche poi ci sarebbe occorso il resto della serata per raschiare noistessi.


Ionon ho mai conosciuto un mestiere capace di ridurre un uomo ad unletamaio come quello di raschiar le patate. Sembrava incredibile chele pelli di patata in cui io ed Harris stavamo sepolti e quasisoffocati provenissero da quattro tuberi soltanto.


Pensateun poco quanto si potrebbe fare con l'economia e la buona volontà.


Georgetrovò assolutamente assurdo fare lo stufato con quattro patatesole e noi ne lavammo una mezza dozzina ancora e le mettemmo inpentola senza pelarle. Aggiungemmo un cavolo e circa due chili dipiselli. George rimestò il tutto e poi disse che c'era ancoraspazio nella pentolaperciò noi rovistammo a fondo nelle dueceste e aggiungemmo allo stufato tutti i pezzettinii restie irifiuti che vennero fuori.


C'eranorimasti ancora mezzo polpettone di carne di maialeun po' di lardolessato e freddo e infilammo tutto dentro. George scoprìinoltre una mezza lattina di salmone e vuotò anche ilcontenuto di quella nella pentola.


Disseche appunto in ciò consisteva la bellezza dello stufatoirlandese: ci si libera di tutta la roba vecchia. Pescai ancoraetrovai due uova incrinatee dentro anche quelle. George ci assicuròche così l'intingolo sarebbe venuto più denso.


Oranon mi ricordo tutti gli altri ingredienti ma vi posso assicurare chenulla fu sciupato; e verso la fine Montmorencyche era statoattentissimo a tutto il procedimentosi allontanò con un'ariamolto seria e pensierosa e poi riapparvequalche minuto dopocon untopo di fogna morto in bocca cheevidentementevoleva offrire comesuo contributo al pranzo; se l'abbia fatto con intento sarcasticooppure obbedendo a un generico desiderio di collaborarenon sapreidirlo.


Nondiscutemmo la convenienza di metter dentro il topo; Harris era delparere che ci sarebbe stato benissimoperché si sarebbemischiato con le altre cose e le avrebbe migliorate. Ma George feceappello ai precedenti. Disse che non si ricordava che nello stufatoall'irlandese c'entrassero anche i topi di fogna e che quindipreferiva andare sul sicuromantenendosi sulla vecchia e provataricettasenza introdurre novità.


Harrisdisse:

-Ma se non si provano le novitàcome si può dire comesono? I tipi come te ritardano il progresso. Pensa un po'inveceaquelli che sperimentarono per primi le salsicce viennesi.


Lostufato all'irlandese fu una vera cannonata e devo dire che mai avevomangiato altro con egual piacere. Aveva in se qualcosa di fresco e dipiccante. Si sa che il nostro palato si stanca della solita zuppa ditutti i giornie invece questo era un piatto di fragranza nuova e diun sapore che non ne ricordava nessun altro al mondo.


Inoltreper dirla con Georgeesso era nutriente perché dentro ce nestavadi roba buona! Forse le patate e i piselli avrebbero potutoessere un po' più morbidima siccome avevamo tutti buonedentature la cosa non rivestiva nessuna importanza. In quantoall'intingolopoiera un poema; un po' troppo fortese vogliamoper gli stomaci delicatima innegabilmente nutrientissimo.


Ilpranzo si concluse con tè e crostata di ciliege. Al momento dipreparare il tèMontmorency ingaggiò una lotta colbricco arrivando secondomolto distaccato.


EgliMontmorencydurante tutto il viaggio aveva dimostrato una grancuriosità per il bricco. Quando questo stava al fuocolui sisedeva e lo osservava con un'espressione interrogativa e ogni tantocon un ringhio tentava di farlo reagire. Quando il bricco cominciavaa bofonchiare e ad emettere vaporelui si sentiva sfidato e sidisponeva al duelloma quello era il preciso momento in cui spuntavasempre qualcuno e si portava via la preda prima che lui la potesseassalire.


Quelgiorno Montmorency aveva deciso di agire in anticipo e al primobrontolio del bricco si alzò ringhiando e avanzò conattitudine minacciosa. Non era che un piccolo bricco ma pieno dicoraggio: soffiò e sputò.


-Ah!pezzo di...! - grugnì Montmorency mostrando i denti; -ora t'insegno io a sfidare un cane lavoratore e rispettabileaspetta!

Esi scagliò su quel poveropiccolo bricco e l'afferròpel beccuccio.


Alloranella quiete della seraeruppe un guaito che gelava il sangue eMontmorencysaltato dalla barcasi fece una passeggiatina igienicadi tre giri intorno all'isola alla media di cinquanta chilometriorarifermandosi ogni tanto per infilare il naso in un po' di fangofreddo.


Daquel giorno Montmorency ha per il bricco un certo rispetto misto diriverenzadi sospetto e di odio. Non appena lo vede guaisce edindietreggia alla svelta mettendosi la coda tra le gambe e al momentoin cui l'arnese viene messo sul fuoco lui salta immediatamente dallabarca e va a sedersi sulla sponda finché tutta la cerimoniadel tè non è finita.


Dopocena George tirò fuori il banjo per suonarema Harris sioppose: disse che aveva mal di testa e che non si sentiva abbastanzain forze per resistere a quella musica. Georgeinvecefudell'avviso che la musica gli avrebbe fatto bene - disse che lamusica spesso calma i nervi e toglie l'emicrania; e pizzicòdue o tre notetanto perché Harris si rendesse conto diquello che era.


Harrisdisse che preferiva l'emicrania.


AncoroggiGeorge non ha imparato affatto a suonare il banjo. Ha dovutoaffrontare troppi scoraggiamenti. Mentre viaggiavamo sul fiumetentòdue o tre seredi fare un po' di pratica; ma non ciriuscì mai. Il linguaggio di Harris era sempre tale dascoraggiare qualsiasi uomo einoltrec'era Montmorency che durantel'intera esecuzione si accovacciava e continuava a guaire. Tutto ciònon permetteva lo studio.


-Ma insomma perché ulula così quando io suono? -esclamava George indignato prendendolo di mira con una scarpa.


-E tu perché suoni così mentre lui guaisce? - ribattevaHarris afferrando la scarpa a volo. - Lascialo in pace. Lui non puòfare a meno di ululare. Ha l'orecchio musicale e la tua musica lo fapiangere.


Ecosì George decise di rimandare lo studio del banjo al ritornoa casa. Ma neanche lì ebbe molta fortuna. La signora P. andavasu e gli diceva che era molto dolente - a leipersonalmente piacevasentirlo - ma l'inquilina al piano di sopra si trovava in uno statodelicatissimo e il dottore temeva che quel suono potesse nuocere albambino.


AlloraGeorge tentò di uscire col banjodi sera tardiperesercitarsi girando intorno al palazzo. Ma gli abitanti lodenunziarono alla polizia e una notte una guardia si appostò elo portò dentro. La sua infrazione era evidente e loammonirono di non far chiasso per sei mesi.


Dopoquesto incidente parve perdersi di entusiasmo. Passati i sei mesifece un paio di tentativi per riprendere lo studio; ma ebbe dacombattere sempre con la stessa freddezzacon la stessa mancanza dicomprensione da parte della genteedopo un po'persecompletamente la speranzae mise sul giornale un annuncio economicodi vendita dello strumentoa prezzo sacrificatissimo"nonservendo più all'attuale proprietario". Si miseinvecea imparare i giochi di prestigio con le carte.


Lostudio di uno strumento musicale deve essere una cosa scoraggiante.Uno crede che la societànel proprio interessedebba faretutto quello che può per facilitare ad un uomo l'apprendimentodell'arte di suonare uno strumento musicale. E invece non ècosì.


Conobbiuna volta un giovanotto che studiava la zampogna e vi assicuro che sesapeste contro quante difficoltà dovette lottare vimeravigliereste. Credeteneanche dai componenti della propriafamiglia ricevette quel che si potrebbe chiamare un incoraggiamentoattivo. Suo padre ce l'ebbe a morte con quell'affare sin dalprincipio e ne parlava senza alcun riguardo.


Ilmio amicoper esercitarsisi alzava al mattino prestoma dovettesmettere a causa di sua sorella. Ella aveva una certa inclinazionemisticae disse che pareva spaventoso cominciare così lagiornata.


Vistociòcominciò a vegliare la notte e a suonare quandotutti erano andati a letto; ma anche questo non poté andareavanti perché gettava pessima fama sulla casa. La gente che siritirava si fermava di fuori ad ascoltare e poial mattino seguentespargeva la voce per tutta la città che in casa Jefferson lanotte precedente era stato commesso un assassinio; e dicevano di averudito gli urli della vittima e le maledizioni e le bestemmie degliassassini seguiti dall'implorazione di grazia e dall'ultimo rantolodel moribondo.


Sidecisero quindi a farlo esercitare di giorno chiudendo tutte le portee relegandolo nella cucinetta in fondo alla casa; maquando intonavai passaggi di maggior effettolo sentivano in salotto a dispetto ditutte le precauzionie la mamma si commoveva fino alle lagrime.Diceva che le ricordava il suo povero padre (che era statoinghiottito da un pescecanepoverettomentre faceva il bagno allargo della Nuova Guinea - però non sapeva spiegarsiquell'associazione d'idee).


Poilo confinarono in una baracchetta fatta apposta per lui all'estremitàdel giardinoa trecento metri circa dalla casae quando volevamettersi a studiare si portava lì il suo congegno. A voltearrivava in visita qualcuno che non sapeva nulla di quello studio esi dimenticavano di avvisarlo e quello se ne andava a fare unapasseggiatina in giardino e improvvisamentesenza esservi preparatosi avvicinava e percepiva le stecche della zampogna senza capire checosa stesse succedendo. Se si trattava di un cervello moltoequilibratose la cavava con una crisi; ma se invece era uno dimedia intelligenzageneralmente andava al manicomio.


Confessiamolopurei primi passi di un affezionato della zampogna hanno in séqualcosa di estenuante ed io me ne rendevo conto come se si trattassedi me stessoquando ascoltavo il mio giovane amico. Ho l'impressioneche la zampogna sia uno strumento che mette a dura prova lo studioso;prima di cominciare occorre che vi forniate di fiato per tutta lasonata. Questaper lo menofu l'impressione che ebbi osservandoJefferson.


Eglicominciava egregiamente con una nota selvaggiapienacome un gridodi battaglia che vi entusiasma. Ma poia mano a mano che proseguivasi andava affievolendo e l'ultima battuta si interrompevageneralmente a metàcon un borbottio ed un fischio.


Persuonare la zampogna ci vuole una salute di ferro.


Ilmio giovane amico Jefferson imparò un solo pezzo per zampognama a dire il vero non mi risulta che qualcuno si sia lamentato dellaesiguità del suo repertorio. Il pezzo era: "Arrivano iCampbell. Urrah! Urrah!"; così diceva lui malgrado che ilpadre fosse convinto che il titolo era: "Le campanule scozzesi".


Nessunoinsommaera certo di quel che fosse ma tutti erano d'accordo che lostile era scozzese. Ai forestieri si consentivano tre scommesse circail titolo e la maggior parte di essi diceva ogni volta un titolodiverso.


Harrisdopo cenadiventò intrattabile.


Secondome lo stufato lo aveva messo di cattivo umore; egli non èabituato alla gran vitae perciò io e George lo lasciammonella barca per andarcene a spasso per le vie di Hanley. Lui disseche avrebbe bevuto un whiskysi sarebbe fatto una pipata e poiavrebbe messo in ordine tutto per la notte. Al ritorno avremmo dovutogridare e lui sarebbe venuto a prenderci dall'isola con la barca.


-Non ti addormentarebellezza- gli dicemmo nel partire.


-Non c'è pericolo fino a che avrò sullo stomaco questostufato- bofonchiò lui ricominciando a vogare per tornarseneall'isola.


Hanleysi preparava per le regate e quindi era piena di gente.


Incontrammodiversi conoscenti e nella loro piacevole compagnia il tempo passòprestodi modo che quando cominciammo a rifare i sette chilometri distrada per tornare a casa - ormai la piccola imbarcazione lachiamavamo così - erano quasi le undici.


Lanotte era cupafredda e bagnata da una pioggia sottilee mentre noiarrancavamo nel buiotra i campi silenziosiparlando a bassa vocee chiedendoci se eravamo sulla via giustapensavamo alla caradomestica barca con la sua luce brillante che appariva attraverso latrama del tendone; pensavamo a Harrisa Montmorency e al whiskyeavremmo voluto essere già lì.


Evocavamoil quadretto che noi stessi formavamo là dentrostanchi e conun po' di appetito; pensavamo al fiume triste e agli alberi informi esotto di essila nostra cara barcauna gigantesca lucciolaluminosacosì comodacosì caldacosì gaia. Civedevamo seduti a cenasbocconcellando la carne fredda e passandocil'un l'altro i pezzi di pane; ci pareva di sentire l'allegrotintinnio dei coltellile voci ridenti che riempivano tutto lospazio e che attraversavano le aperture e si espandevano fuori nellanotte. E allungammo il passo perché la visione si trasformassein realtà.


Sentimmofinalmente sotto i piedi il sentiero dell'alzaia e ci parve d'esserefelici anche perché prima di questo non eravamo proprio sicurise stavamo andando verso il fiume o se ce ne stavamo allontanando equando siete stanchi e avete voglia di andarvene a lettosimiliincertezze sono moleste. Attraversammo Shiplake mentre l'orologiobatteva la mezzanotte meno un quarto.


Georgecon tono preoccupatodisse:

-Ricordi per caso quale delle isole era?

-No- risposi cominciando a impressionarmi anch'io. - Non ricordo. Maquante isole sono?

-Quattro soltanto- rispose George. - Ma se lui è svegliotutto andrà per il meglio.


-E se non è sveglio? - chiesi io. Ma poi allontanammo un similepensiero.


Arrivatidi fronte alla prima isola gridammoma non ottenemmo nessunarisposta; passammo alla seconda e gridammo di nuovoma il risultatofu identico.


Corremmopieni di speranza alla terza e gridammo ancora. Nessuna risposta.


Lacosa cominciava a diventare seria. La mezzanotte era giàpassata. Gli alberghi di Shiplake e di Hanley erano certamente pienie noi non potevamo metterci in giro e andar battendo in piena nottealle porte delle ville e delle pensioni per chiedere se avevanocamere libere. George propose di ritornare a Hanley e di aggredireuna guardia e così avremmo avuto alloggio in gattabuia. Ma poipensammo che poteva succedere anche che la guardia ci desse un saccodi legnate e rifiutasse di arrestarci.


Nonpotevamo passare tutta la notte ad azzuffarci con i poliziotti.Inoltrepoinon volevamo correre il rischio di strafare e buscarcisei mesi.


Tentammoancoragià in preda alla disperazionedi fronte a quella checi sembrava essere la quarta isolama il successo non fu migliore.La pioggia ora cadeva fitta e con evidente determinazione a durare.Eravamo bagnati fino alle ossapieni di freddo ed avvilitissimi.Cominciavamo a non esser più certi se le isole fossero quattrosoltantoo più; non avremmo garantito affatto di esser vicinialle isole o di esser chissà dovea un miglio di distanza dalpunto ove ci saremmo dovuti trovare omagarisulla riva opposta delfiume; nel buio tutto sembrava così strano e diverso.Cominciammo a renderci conto della sofferenza dei Cappuccetti Rossisperduti nel bosco.


Esattamentenell'istante in cui avevamo abbandonato ogni speranza... sissignoriso benissimo che questo è sempre il momento in cui succedonole cose nei romanzi e nei raccontima non so che farci. Quandocominciai a scrivere questo libro decisi di mantenermi rigidamentefedele alla verità in ogni cosa; e sarà cosìanche se per raggiungere lo scopo mi vedrò costretto aservirmi di frasi fritte e rifritte.


Avvenneesattamente nell'istante in cui avevamo abbandonato ogni speranza;perciòdevo dire così. Esattamente nell'istante in cuiavevamo abbandonato ogni speranzaio improvvisamente scorsiun po'più a valle di noiuna specie di strano fantastico luccicoretremolante fra gli alberi della sponda opposta. Per un momento pensaiagli spiriti; quella luce era così misteriosa e incerta!

Subitodopoperòcome un lampo mi venne l'idea che quella fosse lanostra barca e mandai un urlo tale attraverso l'acqua da far tremarela notte dentro il suo letto.


Aspettammosenza fiatare per un minuto e poi - oh! divina musica nelle tenebre!- sentimmo il latrato di risposta di Montmorency.


Gridammoancora tanto da svegliare i Sette Addormentati (dal canto miononsono mai riuscito a capire perché si debba far piùrumore per svegliare sette persone che dormono di quanto ne basta persvegliarne una sola)e dopo un tempo che ci sembrò mezz'orama che in realtàa quanto io credofu di circa cinqueminutivedemmo la barca illuminata che scivolava lentamentenell'oscurità e udimmo la voce assonnata di Harris che cichiedeva dove fossimo.


Percepimmoche Harris si comportava in modo inspiegabilmente strano. C'era inlui qualcosa di più della comune stanchezza.


Spinsela barca contro un punto della sponda da dove era assolutamenteimpossibile saltarvi dentro e si riaddormentò subito.


Perrisvegliarlo di nuovo e per richiamarlo alla realtà ci volleroun sacco di urli e di schiamazzi; alla fine ci riuscimmo e scendemmoregolarmente a bordo dove subito notammo che Harris aveva unaespressione tristissima; dava l'idea di un uomo che avesse passatogrossi guai. Gli domandammo che cosa fosse successo e lui rispose:

-Cigni!

Aquanto sembrava c'eravamo ormeggiati vicino a un nido di cignie nonappena io e George ci eravamo allontanati era tornata la femmina delcigno che si era messa a protestare contro l'invasione. Harrisl'aveva scacciata ed essa era andata a chiamare il vecchio cigno suomarito. Harris raccontò che aveva sostenuto una vera battagliacon quei due cigni ma che alla fine il suo coraggio e la sua abilitàavevano trionfato e li aveva sconfitti.


Mezz'oradopo erano tornati con altri diciotto cigni! La disfida dovette esserterribilealmeno secondo la versione di Harris. I cigni avevantentato di buttar lui e Montmorency fuori della barca per annegarli;lui si era difeso come un eroe per quattro oreli aveva accoppatitutti ed essi erano scivolati con la corrente per andarsene a morirelontano.


-Quanti cigni hai detto che c'erano? - chiese George.


-Trentadue - rispose Harris quasi dormendo.


-Ma se proprio adesso hai detto diciotto! - disse George.


-Non è vero - grugnì Harris.- Ho detto dodici. Cosacrediche non sappia contare?

Nonriuscimmo mai ai sapere come realmente fosse andata questa storia deicigni. Al mattino seguente interrogammo Harris in proposito ed eglidisse: - Ma che cigni? - e parve convinto che ce li fossimo sognatiio e George.


Chebellezza ritrovarsi ora comodamente nella barca dopo tanti stenti etanta paura. Cenammoio e Georgemettendoci tutta l'animae dopoavremmo gradito molto un sorsetto; ma non ci fu possibile scovare ilwhisky. Tentammo di sapere da Harris cosa ne avesse fatto ma eglimostrò di non capire né cosa volesse dire la parola"whisky" né di che stessimo parlando. Montmorency ciguardava con l'aria di chi la sa lungama non riferì nulla.


Quellanotte dormii molto bene e avrei dormito ancora meglio senza quelbenedetto Harris. Ricordo vagamente di esser stato svegliato daHarris perlomeno dodici volte durante la notte; andava vagolando pertutta la barca con una lanterna in cerca dei suoi panni. Sembra cheabbia passato la notte intera ad arrabbiarsi per causa dei suoipanni.


Perben due volte rigirò George e meconvinto che fossimosdraiati sui suoi calzoni. La seconda volta George perdette lapazienza.


-Ma si può sapere che accidente ci devi fare a quest'ora con icalzoni? - gli chiese furente. - Finiscilacoricati e mettiti adormire.


Svegliandomidi nuovo lo vidi tutto contrariato perché non trovava le calzee il mio ultimo ricordo è quello di esser rotolato su unfianco da Harris che brontolava qualcosa al riguardo del suoombrelloche quella era una cosa incredibiledove era andato afinire l'ombrello!




CAPITOLO15


Lavoridomestici - Il vecchio barcaiolo: quello che fa e quello che dice diaver fatto - Scetticismo della nuova generazione - Ricordi di altregite in barca - Navigazione in zattera - George fa le cose con stile- Il vecchio barcaiolo e il suo metodo - Tanta calmatanta pace - Iprincipianti - Si spinge con la pertica - Un incidente increscioso -Soddisfazioni dell'amicizia - La mia prima esperienza di navigazionea vela - Possibili ragioni per cui non annegammo.


Ilmattino seguente ci svegliammo tardi e accondiscendendo a undesiderio molto vivo di Harrisfacemmo una colazione semplicesenza"manicaretti". Poi rigovernammo e mettemmo tutto a posto(si trattava del lavoro di tutti i giorni che cominciò achiarirmi le idee circa una domanda che spesso mi sono postae cioècome fa a passare tutto il suo tempo una donna che deve badare a unasola casa)e verso le dieci partimmo per goderci quella che avevamodeciso dovesse essere una bella giornata di viaggio. Combinammo chetanto per cambiareavremmo vogato invece di rimorchiaree Harrissubito pensò che il miglior modo era che io e George vogassimoed egli stesse al timone. Io non condivisi affatto la sua idea edissi che secondo me Harris avrebbe dimostrato uno spirito piùequo se avesse proposto se stesso e George ai remi per farmirespirare un po'. Mi pareva che in quel viaggio stessi facendo moltodi più della mia parte di lavoroe cominciavo a risentirmi.


Ioho sempre l'impressione di star facendo più lavoro di quantodebba. Credetenon è perché abbia antipatia per illavoro; al contrarioil lavoro mi piacemi affascina. Sono capacedi starlo a guardare per ore e godo tanto a tenermelo vicino chel'idea di dovermene liberare quasi mi schianta il cuore.


Perme il lavoro non è mai troppo; ho quasi la passione diaccumulare lavoro; il mio studio ne è ora così pienoche non c'è neanche più un centimetro di spazio permetterci altro lavoro.


Prestodovrò buttar giù una parete.


Einoltresono attaccatissimo al mio lavoro. Una parte del lavoro cheho adesso sta con me da anni e anni ecredetenon c'èneanche l'impronta di un dito. Del mio lavoro sono orgogliosoognitanto lo rimuovo e lo spolvero. Non esiste un uomo al mondo chemantenga il suo lavoro in miglior stato di conservazione.


Manonostante la mia avidità di lavorosono onesto. Non nechiedo più della parte che mi spetta.


Inveceme ne arriva senza che lo chieda - per lo meno così mi sembra- e ciò mi irrita.


Georgeafferma chesecondo luiio non mi debbo inquietare per questo. Diceche la mia convinzione che mi si dia sempre più lavoro diquanto me ne spettidipende dalla mia coscienza eccessivamentescrupolosa e chein fondo poinon ne ho neanche la metà diquanto ne dovrei avere. Ma sono convinto che dice così soloper consolarmi.


Misono accorto che quando si è in una barca ciascun componentedell'equipaggio ha l'idea fissa di esser lui a fare tutto. Laconvinzione di Harris era che solo lui lavorava e che io e George lostavamo sfruttando. Georgeda parte suatrovava ridicolo che Harrispensasse di aver fatto qualcosa d'altro all'infuori di sbafare edormire e aveva la ferrea convinzione che era lui - George - ad averfatto tutto il lavoro degno d'esser chiamato tale.


Affermavadi non essersi mai trovato in giro con una coppia di oziosiscansafatiche come me e Harris.


Harrisci si divertiva un mondo.


-Magnificoecco il nostro vecchio George che parla di lavoro! -diceva ridendo; - dopo mezz'ora morirebbe! Hai mai visto Georgelavorare? - aggiunse guardando me.


Convennicon Harris che non lo avevo mai vistoe ne avevo avuto la confermada quando era cominciato questo viaggio.


-Sicuro! ma quello che non capisco è come mai TUPROPRIO TUpossa giudicare- ribatté George a Harris; - visto che Dio mifulmini se non sei stato sempre addormentato. Hai mai visto Harriscompletamente sveglioeccetto all'ora di mangiare? - chiese Georgerivolgendosi a me.


Peronor del vero dovetti dare ragione a George. Harrisfin dalprincipio e per quanto riguardava i lavori da fareaveva reso benpoco.


-Sta benesia pureperò più di questo vecchio J. l'hofatto senz'altro- affermò Harris.


-Sfido ioe com'era possibile far meno di lui? - rispose George.


-Io credo che J. pensi di essere il passeggero- continuòHarris.


Efu quella la loro gratitudine per averli portati fin lìloroe la loro vecchia barcaccia sconquassatada Kingstone per averdiretto e organizzato ogni cosaper essermi preoccupato di loro eper avere sfacchinato per loro. Ma il mondo è fatto così.


Accomodammola difficoltà contingente decidendo che Harris e Georgeavrebbero vogato fin oltre Reading e che di lì in avanti ioavrei dato il rimorchio. Orail rimorchiare una barca pesante controcorrente non mi attrae più troppo; ma ci fu un tempomoltianni fache strepitavo perché mi assegnassero quel lavoro;ora preferisco lasciare il piacere ai giovincelli.


Miaccorgo che per la maggior parte i vecchi fiumaroli si schermisconoanch'essi quando c'è da fare una tirata dura. Un vecchiobarcaiolo lo si riconosce subito dal modo come si stende sui cusciniin fondo alla barca e incoraggia i vogatoriraccontando le gestameravigliose di cui fu eroe nella stagione scorsa.


-E voi lo chiamate lavoro durocodesto! - bofonchia lui tra glisprezzanti sbuffi di fumo e quasi sferzando i novellini tutti sudatiche si stanno macinando le ossa ai remi da un'ora e mezzo; - state asentire: Jim Bifflesio e Jackla stagione scorsa tirammo da Marlowa Goring in un solo pomeriggiosenza una fermata. Te ne ricordiJack?

Jackche per conto suo si è fatto un bel letto a prua mettendotutte le coperte e i vestiti che ha potuto radunaree che se ladorme da due oreal sentirsi chiamare si sveglia un pochino ericorda che c'era una corrente straordinariamente contraria per tuttala tirata - e anche un ventaccio contrario.


-Sono state quasi quaranta migliami pare- aggiunse il primobarcaiolo afferrando un altro cuscino da mettersi sotto la testa.


-Nonon esagerareTom- mormora Jack con tono di riprovazione- almassimo erano trentacinque.


EJack e Tomcompletamente esauriti dallo sforzo della conversazionesi buttano giù per dormire ancora. E i due giovanottisemplicioni sembrano quasi orgogliosi di vogare per una coppia divogatori eccezionali come Jack e Tome arrancano con rafforzatalena.


Ioquando ero giovane ascoltavo questi racconti dei più vecchili assorbivoli fagocitavone digerivo ogni parola e poi chiedevosempre che ne raccontassero degli altri; ma la nuova generazione nonmostra di avere la stessa fede dei tempi passati. Una voltadurantel'ultima stagione ioGeorge ed Harris prendemmo con noi un novellinoe lo cibammo delle usuali narrazioni circa le cose magnifiche cheavevamo già fatto sul fiume.


Gliammannimmo tutte quelle di dominio pubblico - quelle bugie onoratedal tempo che negli anni passati hanno fatto legge sul fiume - eaggiungemmo settanta storie originali che ci eravamo inventate noiincludendo una avventura davvero quasi credibile fondatafino a uncerto puntosu fatti verichecon dovuta riduzioneerano davveroaccaduti a un amico nostro - una storia che un bambino avrebbe potutobenissimo credere senza rimetterci molto.


Einvece quel ragazzo si faceva beffe di tutto e ogni tanto pretendevache ripetessimo il racconto e voleva scommettere dieci contro uno chenon era vero.


Durantequella mattinata parlammo sempre di queste nostre esperienze fluvialie raccontammo di nuovo le storie dei nostri primi passi nell'arte delcanottaggio. Il mio ricordo più lontano è di una voltache mettemmo cinque soldi ciascuno e ci avventurammosu di unazattera stranamente costruitasul lago di Regent Park e inconseguenza dovemmo andare ad asciugarci in casa del custode delparco.


Dopodi ciòavendo preso un certo gusto all'acqua io andai con lazattera sui laghetti che si formavano nelle cave suburbane; èun esercizio più interessante e più affascinante diquanto si possa immaginarespecialmente poi quando vi trovate inmezzo alla pozza d'acqua e il proprietario del materiale con cui visiete costruito il natante spunta improvvisamente sulla riva armatodi un grosso manganello.


Allavista di quel signore il vostro primo sentimento è che non visentite egualmente disposto alla compagnia e alla conversazione e chese poteste filarvela senza sembrar malaccorto lo fareste subito e diconseguenza il vostro obiettivo diventa quello di sbarcare dal latoopposto dell'acqua e squagliarvela silenziosamente e rapidamenteavendo l'aria di non averlo neanche visto. Luial contrarioha unavoglia matta di prendervi per mano e di parlarvi.


Sembrache conosca vostro padre e che conosca voi stesso molto da vicino; matutto ciò non vi attrae verso di lui. Egli vi dice che viinsegnerà lui a costruire una zattera con le sue travi masiccome voi già sapete abbastanza bene come si fal'offertanonostante la buona intenzionevi sembra superflua da parte suaevoi non ve la sentite di metterlo in imbarazzo accettando.


Lasua brama d'incontrarviperòrimane tetragona di fronte allavostra freddezzae la maniera energica con la quale guizza avanti eindietro intorno allo stagnoper trovarsi sul posto ad accoglierviquando sbarcateè davvero lusinghiera.


Sesi tratta di un tipo pingue e con poco fiatovoi alla fine riuscitea evitare l'incontro; ma se invece è un uomo giovanile e conle gambe lunghe l'intervista diventa inevitabile. Però lafaccenda è brevemolto breveperché la gran partedella conversazione la sostiene lui e voi vi limitate ad osservazioniespresse con esclamazioni monosillabiche e non appena potetesvignarvela ve la svignate.


Dedicaitre mesi circa alla navigazione con zattere eavendo raggiunto ungrado di addestramento molto superiore al necessario per questo sportacquaticodecisi di iniziare la voga a remi vera e propria e perciòmi feci socio d'un circolo nautico del Lea.


L'uscirein barca sul fiume Leaspecialmente di sabatoal pomeriggiovirende subito espertissimi nel maneggio di un natante; non soloma siacquista anche una grande agilità nell'evitare di essereinvestito da qualche zoticoneo affondato dalle zattere; inoltreavete la possibilità di imparare il metodo più adatto epiù elegante per buttarvi disteso sul fondo della barca inmodo che i cavi delle alzaiepassandonon vi prendano al laccio persbattervi nel fiume.


Ilfiume Leaperònon vi conferisce quello che si chiama stile.


Lostile io lo acquistai solo quando arrivai a navigare sul Tamigi. Oralo stile della mia vogata è ammiratissimo. Tutti lo trovanomolto originale.


Georgefino all'età di sedici anni non si era mai avvicinato alfiume. Poilui e altri otto galantuomini suoi coetaneiun sabatosi recarono a Kew in fitta schiera con l'idea di noleggiare una barcaper vogare fino a Richmond e ritorno; uno della comitivaungiovanotto mezzo matto di nome Joskinsche era andato un paio divolte sulla barca della giostraaveva detto che il canottaggio eradivertentissimo. Arrivarono al posto di noleggio delle barche che lamarea si stava già ritirando rapidamente e s'era levata unabrezza violenta che soffiava sul fiumema tutto questo non lidisanimòe si accinsero a scegliere un'imbarcazione.


C'erauna iole a otto remi alata in secco sul piano inclinato dello scaloe fu quella che impressionò la loro fantasiasicché lachiesero con molta insistenza. Il proprietario si era allontanato eaveva lasciato lì un suo figlioletto il quale cercò dismorzare il loro ardore per la iole e offriinvecedue o tre barched'aspetto molto pacificodi quelle per gite familiari; ma essi nonne vollero sapereerano convinti che per far più bella figuraci voleva la iole a otto remi.


Ilragazzino la varò ed essi si scamiciarono e si prepararono asedersi ai loro posti. Il ragazzino consigliò a George (ilquale già a quei tempi era il più grosso di tutta labrigata) di mettersi al numero quattro... George si dichiaròfelicissimo di essere il numero quattro e subito andò a prua esi sedette con le spalle alla poppa. Gli altripoiriuscironofinalmente a farlo sedere in posizione appropriata e si imbarcaronoanch'essi.


Nominaronotimoniere un ragazzo eccessivamente nervoso al quale Joskins impartìle regole principali per manovrare la barca.


Joskinssi elesse capobarcamotu proprio. Agli altri disse che la cosa eramolto semplice: bastava che obbedissero a lui.


Tuttiannunziarono che erano pronti ed il ragazzinodall'imbarcatoioprese un gancio d'accosto e li scostò.


Ciòche accadde poiGeorge non è in grado di descriverlo neiparticolari. Ha il confuso ricordo di avere ricevuto subitoalmomento della partenzauna botta tremenda nelle parti molli dellaschienaprodotta dal girone del remo del numero cinque eallostesso tempodell'impressione che il suo sedile gli sfuggisse disotto per magia lasciandolo seduto sul pagliuolato. Notò anchela strana circostanza che il numero dueallo stesso momentogiacevaalle sue spalle in fondo alla barcacon le gambe all'ariaevidentemente in preda a una crisi di convulsioni.


Passaronosotto il ponte di Kewtraversati e alla velocità di ottomiglia all'ora. Unico a vogare: Joskins. Georgericuperato il suoposto sul sedilecercò di aiutarlomaavendo messo il remoin acquaquestoimmediatamente e con sua intensa sorpresasparìsotto la barca e quasi se lo trascinò dietro.


Eil timoniere gettò entrambi i cordoni della barra in acqua escoppiò in lacrime.


Comesiano tornati indietroGeorge non l'ha mai saputo; ma v'impiegaronoquaranta minuti. Una fitta folla seguiva lo spettacolo dal ponte diKew con molto interessee ognuno gridava consiglidando istruzionidifferenti. Tre volte riuscirono a riportare l'imbarcazione indietroattraverso l'arcata del pontee tre volte furono riportati sotto aquestae ogni volta che il timoniere alzando gli occhi vedeva ilponte sulla sua testa scoppiava in nuovi singhiozzi.


DiceGeorge che quel pomeriggio non credeva davvero che gli sarebbe maipiaciuto realmente andare in barca.


Harrisè più pratico di voga in mare che del lavoro sul fiumee afferma checome esercizio fisicolo preferisce. Io no. Ioricordo d'essere uscito in una piccola imbarcazionel'estate scorsaa Eastbourne: anni fa facevo parecchia voga in mare e perciòpensavo che tutto sarebbe andato bene; ma scoprii di averecompletamente dimenticato l'arte. Quando un remo era bene immersonell'acqual'altro si agitava furiosamente in aria. Per agguantarel'acqua con entrambi contemporaneamente dovetti mettermi in piedi. Lapasseggiata a mare era affollata d'un pubblico nobile ed eleganteeio dovetti sfilare dinanzi a loro vogando in quel modo ridicolo.Presi terra a metà della spiaggiae mi procacciai i servizid'un vecchio barcaiolo per riportarmi indietro.


Mipiace osservare un vecchio barcaiolo mentre vogaspecialmente poi seè uno noleggiato a ore. Il suo sistema ha qualcosa di solennedi riposante. In lui non vedete nulla di quella fretta confusadiquello sforzo veemente che avvelena ogni giorno di più la vitadel diciannovesimo secolo. Egli non pensa neanche di affrettarsi persuperare gli altri e se un'altra barca lo raggiungee lo lasciaindietroegli rimane indifferente; di fattilo sorpassarono tutti -tutti quelli che facevano la stessa strada. Credo che una cosa simileirriterebbe altrima la sublime severità del barcaiolo danoleggiodi fronte a questa dura provaammonisce contro l'ambizionee l'orgoglio.


Lacomune vogatatanto per spingere avanti la barcanon è artedifficile da imparare; ma perché un uomo si senta sicuro di séquando sfila davanti alle ragazze ci vuol molta pratica. Quello cheimbarazza il principiante è il "tempo". - Ma sai cheè buffo?

-dice luiquando per la ventesima volta in cinque minuti libera ilsuo remo che continua a intrecciarsi col vostro; -quando sono solovogo magnificamente.


E'divertentissimoinfattivedere due novellini che tentano di vogarea tempo. Il prodiere trova che è impossibile andare a tempocol capo vogaperché il capo voga ha un cosìstraordinario modo di vogare. Questo fa indignare fortemente il capovogail quale spiega che da dieci minuti non sta facendo altro chetentare di adattarsi alle limitate capacità del prodiere. Ilprodiere diventa a sua volta insolente e dice al capo voga di noninteressarsi di quello che fa lui e di pensare soltanto a vogare atempo.


-Oppure devo prendere io il tuo posto e scandire il tempo? - aggiungeperfettamente convinto che così le cose andrebberoperfettamente a posto.


Sene vanno sguazzando per un altro centinaio di metricon risultatosempre più mortificante; ma poicome un lampo di ispirazionetutta la ragione dei loro guai si svela al capo voga.


-Adesso te lo dico ioche cos'è: è che tu ti sei presoi miei remi! - grida rivolto al prodiere: - dammeli qua.


-Adesso capiscoperciò mi meravigliavo di non farcela conquesti- risponde il prodierecompletamente sicuro e collaborandoattivamente per fare il cambio. - Ora andremo benissimo.


Einvece no non va neanche allora. Ora il capo vogaper vogaredeveallungare le braccia fino a staccarsele quasi dalle giunture mentre iremi del prodierea ogni momento lo colpiscono violentemente alpetto. Allora rifanno il cambio concludendo che il barcaiolo ha datoloro due coppie di remi sbagliati eprendendosela con l'assente auna vocefiniscono per ritrovare la loro amicizia e la simpatiareciproca.


Georgedisse che per cambiare gli era venuta spesso l'idea di imparare aspingere con la pertica. Spingere con la pertica non è cosìfacile come sembra. E' come per la voga. Si fa presto ad apprenderecome si va innanzi e come ci si fermama prima di farlo con dignitàe senza farsi salire l'acqua sopra le maniche ci vuol moltoesercizio.


Ioconobbi un giovanotto che la prima volta che provò a spingereil sandalo con la pertica fu vittima di un accidente sgradevole.


Eglise la cavava molto bene e acquistò confidenza con la manovrafino a divenire imprudente tanto che andava da poppa a prua e da pruaa poppa per manovrare la pertica con grazia spensierata che a vederloera un piacere. Correva fino alla punta del sandalopiantava lapertica e camminava verso l'altra estremità con la sicurezzadi un vecchio praticone. Era grandedavvero.


Eavrebbe continuato ad essere grande sesfortunatamenteguardandosiintorno per godersi il panoramanon avesse fatto un passosoltantoun passo di più del necessario e non fosse andato a finirefuori del sandalo. La pertica era saldamente infilata nel fondoimmobilee lui vi rimase appeso mentre il sandalo se ne andava perconto suo.


Laposizione in cui rimase non era molto distinta. Un monello che stavasulla sponda subito chiamò un compagno gridandogli: - Corric'è una scimmia vera aggrappata a un Palo.


Ionon potevo correre in suo aiuto perché la scalogna volle chenon ci fossimo portati una pertica di ricambio e quindi rimasi sulsandalo a guardarlo. La sua espressionementre la pertica siabbassava con lui pencolanteio non la dimenticherò mai:v'era in essa molta ponderazione.


Loosservai mentre lentamente cadeva in acqua e lo vidi dimenarsi tuttobagnato e triste. Era così ridicolo che non potei fare a menodi ridere e non la smisi per un bel pezzo ma poiimprovvisamentecompresi che in fondo c'era poco da ridere. Alla fine dei conti erorimasto solo su di un sandalosenza perticaabbandonato alla mercédella corrente eforsecorrendo in direzione di una cascata.


Alloracominciai a sentirmi molto sdegnato verso il mio amico che erasaltato fuori di bordo e se ne era andato a quel modo. Potevalasciare la perticaper lo meno.


Scivolaicosì sulla corrente per un quarto di miglio e poi vidi unachiatta da pesca ancorata in mezzo al fiume. Sopra c'erano duepescatori. Essi si accorsero che li avrei investiti e gridaronoperché deviassi.


-Non posso! - dissi io.


-E perché non ci prova? - chiesero loro.


Arrivatopiù vicino spiegai la cosa ed essi mi afferrarono e miimprestarono una pertica. A quaranta metri c'era la cascata e quindifui molto contento che essi si fossero trovati lì.


Laprima volta che vogai con la pertica fu in compagnia di altri treamici i quali dovevano mostrarmi come si fa. Siccome non potevanopartire tutti assieme io dissi che sarei andato giù per primoe avrei provveduto al noleggio di un sandaloavrei bighellonato unpo' ed avrei fatto un po' di pratica fino al loro arrivo.


Maquel pomeriggio non mi fu possibile avere il sandaloerano tuttioccupati e non mi rimase da far altro che sedermi sulla sponda aguardare il fiume in attesa degli amici.


Miero seduto da poco quando la mia attenzione fu attratta da un uomo suun sandalochee questa scoperta mi sorpreseportava una giacca eun berretto eguali ai miei. Evidentemente era un principiante e ilsuo modo di vogare era interessantissimo. Quando affondava la perticanon si sapeva mai che cosa sarebbe successo; era chiaro che non losapeva neanche lui. A volte spingeva verso monte e a volte versovallealtre volte non faceva che rigirarsi intorno alla pertica. Maquale che fosse il risultato delle sue spinte egli se ne mostravasempre meravigliato ed irritato.


Tuttala gente che era lì intorno si fermava per osservarlo con lamaggior curiosità e molti scommettevano fra loro su quello chesarebbe successo alla prossima puntata della pertica.


Nelfrattempo erano arrivati i miei amici e si erano fermati a guardaredall'altra riva. Egli voltava le spalle in modo che essi videro solola giacca e il berretto e immediatamente conclusero che ero ioilloro caro compagnoche si esercitava e le loro risate non conobberolimiti. Cominciarono a beffeggiarlo senza pietà.


Subitonon afferrai l'errore e pensai: - Ma che volgarità da partelorofare così; e poicon uno sconosciuto!

Peròprima che potessi gridare per rimproverarliavevo compreso il quipro quo e perciò mi nascosi dietro un albero.


Maquanto si divertirono a prendere in giro quel ragazzo! Stettero lìper cinque buoni minuti a gridare improperia deriderloascimmiottarlo e a fargli sberleffi. Lo ricoprirono di tutte levolgarità di ordinaria amministrazione e finite queste neinventarono delle nuove per mortificarlo. Gli scaraventarono addossotutte le parolacce di uso intimo fra noi e che quindi per luidovevano essere assolutamente incomprensibili. Alla fine lui nonsopportò più tanta beffasi voltò ed essividero il suo viso.


Sonolieto di assicurare che nei loro animi c'era ancora un resto divergognaperché li vidi rimanere come tre cretini. Glidissero che lo avevano scambiato per un loro conoscente e chesperavano di non essere giudicati capaci di insultare a quel modo unapersona che non fosse un loro amico del cuore.


Certol'averlo scambiato per un amico scusava il loro comportamento.


Ricordoche Harris mi raccontò una sua avventura a Boulogne. Lui stavanuotando vicino a riva quando improvvisamente si sentìafferrare di dietro per la nuca e cacciare a forza sott'acqua. Lui sidibatté con tutte le forze ma quello che lo aveva agguantatodoveva essere un vero Ercole e quindi tutta la sua reazione fuinutile. Arrivò al punto di dover smettere di lottare e pensòdi rivolgere i suoi ultimi pensieri alle cose solennima in quelmomento l'avversario mollò.


Harrissi rimise in piedi e si voltò per vedere chi era il suoquasi-assassino. Costui gli stava accanto e se la rideva asquarciagola ma nel momento in cui scorse la faccia di Harris cheusciva dall'acquafece un passo indietro e rimase perplesso.


-Oh! - mi scusi tanto- balbettò tutto confuso; - l'avevoscambiato per un mio amico.


Harrisringraziò Dio che quello non lo avesse scambiato per un suoparenteperché lo avrebbe affogato di certo.


Ancheil veleggiare richiede esperienza e allenamentoinvece iodaragazzonon la pensavo così. Credevo che fosse un sensonaturale dell'uomocome il rotolarsi per terrao il tatto.


Conoscevoun altro ragazzo che aveva la stessa convinzione e perciòinuna giornata di ventodecidemmo di cimentarci in quello sport. Citrovavamo a Yarmouth e optammo per un viaggetto sul fiume Yare.Affittammo una barca al posto vicino al ponte e partimmo.


-La giornata è piuttosto brutta- ci avvisò l'uomomentre staccavamo- sarà meglio prendere una mano diterzaruoloe fare orza alla banda quando scapolate la curva.


Glirispondemmo che non avremmo dimenticato le sue istruzionilosalutammo con un lieto "buona giornata" chiedendociinternamente come si orzi alla banda e chi ce la dovesse darequellamano (di terzaruolo)nonché cosa farceneuna volta avutala.


Vogammofino a portarci fuori di vista della città e poi sentimmo cheera venuto il momento di iniziare le operazioni per fendere la grandedistesa d'acqua che ci stava dinanzi approfittando del vento che visoffiava sopra come un vero uragano.


Hector(mi pare che si chiamasse così) continuò a vogarementre io svolgevo la vela. Era un faccenda complicata ma alla fineci riuscii e subito si presentò il problema d'indovinare qualera il lato superiore.


Graziea una specie d'istinto innatonois'intendefinimmo col decidereche la parte di sotto era quella di soprae ci mettemmo al lavoroper disporla alla rovescia. Ma per montarla ci volle un tempo enormeindipendentemente da come doveva essere sistemata.


Certamentela vela aveva la convinzione che stessimo giocando ai funerali ed ioero il cadavere e lei era il sudario.


Quandopoi comprese che non era questa la nostra idea mi batté intesta col boma e si rifiutò a ogni altro movimento.


-Bagnala- disse Ettore- mettila in acqua e bagnala.


Ettoredisse che i marinai delle navi bagnano sempre le vele prima diissarle. La bagnai ma ciò servì solo a peggiorare lecose. Una vela asciutta che vi si avvinghia per le gambe e vi avvolgela testa non è una cosa piacevolema quando essa èbagnata la cosa diventa assai snervante.


Fratutt'e dueperòfinimmo con l'issarla. La issammo nonproprio alla rovescia (sarebbe più giusto dire "disghembo") e la legammo all'albero con la barbettache tagliammoapposta.


Labarca non si capovolsequesta è una constatazione di fatto.Il perché non si capovolse io non lo posso spiegare. Spesso ciho pensato da allorama non sono mai riuscito a darmi unaspiegazione plausibile di quel fenomeno.


Forsequel risultato lo dovemmo al naturale spirito di contraddizione ditutte le cose di questo mondo. Credo che la barcagiudicando da quelche comprese dal nostro comportamentosi sia convinta che noieravamo andati al largo per suicidarci di mattina presto e che abbiavoluto contraddirci. Questa è l'unica ipotesi che io mi sentadi fare.


Tenendociagguantati alla frisatariuscimmo giusto giusto a restare dentrol'imbarcazionema fu lavoro spossante. Hector disse che i pirati ealtra gente di maredurante le grosse tempesteprovvedonogeneralmentea legare il timone a qualche cosae rientrano ilfioccoe che anche noi dovevamo fare qualcosa del genere; ioperconto miopreferivo lasciare che l'imbarcazione facesse di testa suacol vento.


Vistoche il mio consiglio era di gran lunga più facile da seguirsifinimmo per seguirlo e concentrammo tutti i nostri sforzi per rimanerabbracciati ai bordi e lasciar andare.


Labarca volò sulla corrente per circa un miglio ad una velocitàche io non ho più raggiunto facendo velae chefrancamentenon desidero mai più raggiungere. Poia una curvas'inchinòfino a mettere metà della vela in acqua; poi si raddrizzòda sola come per miracolo e si diresse a tutta corsa verso unbassofondo di fanghiglia molle.


Quelbanco di fango fu la nostra salvezza. La barca lo arò e vi siincollò. Allora ci accorgemmo di essere ancora in grado dimuoverci secondo i nostri desideriinvece di esser sbatacchiati quae là come piselli in un tamburo; strisciammo fino a prua eammainammo la vela tagliando i cavi.


Oramaieravamo andati a vela abbastanza. Non avevamo nessuna intenzione distrafare e di arrivare alla sazietà. Velal'avevamo fatta -sul serioal completoin abbondanza - e ora pensammo di andare aremitanto per cambiare un poco.


Afferrammoi remi e cercammo di staccare la barca dal fango; ma nello sforzo unremo si ruppe. Dopo di cheprocedendo con molta attenzionecontinuammo nel tentativoma di certo quello era un paio di remifradici e anche il secondo si ruppe con facilità maggiore delprimoe rimanemmo abbandonati a noi stessi.


Ilfango si estendeva per una cinquantina di metri dinanzi a noi; dietroc'era l'acqua. L'unica cosa da fare era sedersi e aspettare chequalcuno passasse.


Lagiornata non era di quelle che invitano i gitanti sul fiume e quindiprima che apparisse un'anima passarono tre ore. Era un vecchiopescatore il quale riuscì a salvarci con grande difficoltàe ci rimorchiò ignominiosamente fino al cantiere dellaimbarcazione.


Tuttala festatra la mancia all'uomo che ci aveva ricondotto alle nostrecaseil risarcimento dei remi rotti e il noleggio per quattro ore emezzoci costò un gran numero di stipendi settimanali dipapà.


Mafacemmo un'esperienza ecome si dicel'esperienza non si paga maitroppo cara.




CAPITOLO16


Reading- Rimorchiati da una lancia a vapore - Condotta irritante dellepiccole barche a remi - Come esse intralciano le lance a vapore -George e Harris fanno di nuovo gli scansafatiche - Una storiapiuttosto comune - Streatley e Goring.


Alleundici venimmo in vista di Reading. Qui il fiume è sporco eopprimente. Nelle vicinanze di Reading non si indugia. La cittàstessa è un fumoso abitato antico che risale ai tempi duri dire Ethelred quando i danesi ancorarono le loro navi da guerra nelKennet e partirono da Reading per saccheggiare tutto il territoriodel Wessexe fu qui che Ethelred e suo fratello Alfred liaffrontarono e li sconfissero in una battaglia durante la qualeEthelred pregava e Alfred combatteva.


Inseguito pare che Reading fosse diventato un posto conveniente perandarci a cercar rifugio quando a Londra cominciava a spirare aria diepidemia. Ogni volta che a Westminster sorgeva una minacciapericolosa il Parlamento scappava a Reading enel 1625la Leggeseguì l'esempio e tutti i tribunali e le corti funzionarono aReading. Credo che i londinesi fossero lieti di una lieve epidemiaogni tanto per liberarsi sia dei deputati sia degli avvocati.


Pertutta la durata della lotta parlamentare Reading fu presidiata dalconte di Essex e un quarto di secolo dopo il principe di Orange vibatté le truppe di re Giacomo.


EnricoPrimo giace a Readingsepolto nella badìa dei benedettini dalui stesso qui fondata e le cui rovine sono tuttora visibilie inquesta stessa badia il grande John di Gaunt andò sposo a LadyBlanche.


Allachiusa di Reading ci incontrammo con una lancia a vapore appartenentead alcuni miei amici ed essi ci rimorchiarono fino ad un miglio daStreatley. Esser rimorchiati da una lancia a vapore è una veradelizia; io lo preferisco all'andare a vapore. Però avremmopotuto godercela ancor di più se non fosse stato per unaquantità di vilissime barche piccole che si mettevancontinuamente sulla strada della nostra lancia edovendo evitare diinvestirleeravamo costretti a fermare e a rallentare ogni minuto.La condotta di queste barche a remi che si mettono sempre fra i piedidelle lance a vapore sul fiume è veramente fastidiosaoccorrerebbe proprio fare qualcosa per porre fine a una taleindecenza.


Epoiil bello è che sono di una sfacciataggine incredibile.


Aveteun bel fischiare fino a far quasi scoppiare le caldaie: non siscomodano per farvi strada. Se potessi fare a modo mio ne affondereiun paio ogni tantocosì imparerebbero.


Nonappena si lascia Reading il fiume ritorna molto piacevole. Nei pressidi Tilehurst la sua bellezza è forse sciupata dalla ferroviama dalla chiesa di Mapledurham a Streatley è radioso.


Pocoa monte della chiesa di Mapledurham si passa Hardwick House doveCarlo Primo giocava a bocce. Credo che il sobborgo di Pangbourne conla sua originale locanda chiamata "Il cigno" debba esserenon meno familiare agli "habitués" delle esposizionid'arte che agli stessi abitanti del luogo.


Lalancia dei miei amici ci mollò proprio sotto la "grotta"e allora Harris si mise in testa che toccava a me vogare. La pretesami parve estremamente irragionevole. Di mattina avevamo stabilito cheio avrei tirato la barca fino a tre miglia dopo Reading.


Orbeneadesso eravamo a dieci miglia al di là di Reading! Si potevadubitare che ora fosse di nuovo il loro turno?

Perònon riuscii a far sì che George ed Harris vedessero la cosanella giusta lucee per non far storie presi i remi. Era giàpiù di un minuto che vogavo quando George vide qualcosa dinero che galleggiava e remammo in quella direzione. Appena viciniGeorge si abbassò e l'afferrò. Subito si trasseindietro cacciando un urlo e impallidendo.


Erail corpo di una donnamorta. Giaceva a fior di acqua e aveva il visodolce e tranquillo. Non era un viso bellosembrava prematuramenteinvecchiatotroppo sottile e stirato per esser bello; ma era un visodistintosimpatico a dispetto dei segni del dolore e della povertàe su di esso aleggiava ancora l'espressione di riposante pace cheappare talvolta sul volto degli ammalati quando finalmente lasofferenza li abbandona.


Fortunavolle - visto che non avevamo nessuna voglia di dover ciondolare eperdere tempo negli uffici del "Coroner" - che alcuniuomini dalla sponda avessero visto il cadavere anch'essi e noi glieloconsegnammo.


Doposapemmo la storia di quella donna. Sempre la stessa vecchiavecchiae comune tragedia. Aveva amato ed era stata ingannata - o s'eraingannata da sola. Certo è che aveva peccato - anche fra dinoi c'è qualcuno che pecca ogni tanto - e i suoi e gli amicinaturalmente sorpresi ed indignatile avevano chiuso la porta infaccia.


Rimastasola a combattere contro il mondocon quella pietra al collo che erala sua ontaera caduta sempre più in basso. Per un certotempo era riuscita a sostentare se stessa e il bambino con i dodiciscellini alla settimana che dodici ore di sgobbo al giorno leprocuravanopagando sei scellini per il mantenimento del bambinoecol restotenendo la propria anima attaccata al corpo.


Maquest'operazionecon sei scellininon riesce molto bene.


Animae corpoquando tra loro il vincolo è così labiletendono a separarsi; e un giornoimmaginoil dolore e la tetramonotonia di tutto ciò le erano apparse davanti agli occhi conmaggior chiarezza del solitoe quello spettro beffardo l'avevaspaventata. Aveva rivolto un ultimo appello agli amici; macontro ilmuro freddo della loro rispettabilitàla voce della reiettaera rimasta inascoltata. Ed ella era andata a vedere il suo bambinose l'era tenuto fra le braccial'aveva baciato in un modo stancoapaticosenza tradire un'emozione particolare d'alcun genereel'aveva lasciato mettendogli in mano una scatola di cioccolatini dapochi centesimi che gli aveva comperata. Poicon gli ultimi pochiscelliniaveva preso il biglietto e se n'era venuta a Goring.


Intornoai tratti di fiumi fiancheggiati da boschi e da prati d'un verdevivaceintorno a Goringsi concentravano a quanto pare i pensieripiù amari della sua esistenza; ma è stranezza delledonne quella di tenersi stretto il coltello che le trafigge e puòanche darsi chein mezzo alle afflizioni e alle amarezze simescolassero ricordi radiosi di ore dolcitrascorse sopra quelleacque ombrose sulle quali i grandi alberi inclinano così inbasso i loro rami.


Avevavagato tra i boschi in bordo all'acqua tutto il giorno e poicadutala seramentre il crepuscolo grigio stendeva il suo manto d'ombrasulle acqueella stese le braccia verso il fiume silenzioso cheaveva conosciuto la sua gioia e il suo dolore. E il vecchio fiumel'aveva accolta nelle sue braccia affettuosee aveva fatto tacere lasua pena.


Goringsulla sponda destra e Streatley sulla sinistra sono due postiegualmente incantevoli per un breve soggiorno. Il tratto a valle diPangbourne invita a veleggiare col sole e a remare col plenilunioetutta la campagna intorno è piena di attrattive.


Quelgiorno avevamo intenzione di spingerci fino a Wallingfordma ildolce volto sorridente del fiume ci allettò e ci feceindugiare; lasciammo perciò la barca al ponte ed andammo amangiare al "Toro" di Streatley con gran gioia esoddisfazione di Montmorency.


Diconoche le colline ai due lati del fiume una volta fossero unite eformassero una barriera dov'è oggi il Tamigi e che allora ilfiume finisse in un grande lago sopra Goring. Non ho la necessariacompetenza per contraddire o avallare questa dichiarazione; laregistro soltanto.


Streatleyè un paese antico checome molti altri sul fiumenacque altempo dei britanni e dei sassoni. Goring non è un posto cosìgrazioso da fermarcisicome Streatleyquindi dovendo scegliere...però non è del tutto trascurabile e inoltre èprossimo alla ferrovia per il caso che vogliate filarvela senzapagare il conto dell'albergo.




CAPITOLO17


Giornodi bucato - Pesca e pescatori - L'arte della lenza - Un coscienziosopescatore con la mosca - La storia di un pesce.


Rimanemmodue giorni a Streatley e ci facemmo lavare i panni.


Primaavevamo tentato di lavarceli da noinel fiumesotto la direzione diGeorge. Ma era stato un disastroanzia dire la veritàpeggio di un disastro perché con i panni lavati da noi avevamoun aspetto peggiore di prima. Prima che li lavassimo essi eranosporchisporchissimiè veroma si potevano indossare.


Dopoche li avevamo lavati... Be'! il fiume tra Reading ed Henley eradiventato molto più pulitodopo che avemmo lavati i nostripannidi quanto non lo fosse stato primapoiché tutta lasporcizia che conteneva tra Reading ed Henley noi la raccogliemmo nellavare e la trasferimmo nei nostri panni.


Lalavandaia di Streatley disse che per quel bucato si sentiva in dovereverso se stessa di farci pagare il triplo della tariffa.


Disseche non le era parso di lavarema che aveva avuto la sensazione divangare.


Pagammola nota senza fiatare.


Idintorni di Streatley e di Goring sono un grande centro di pesca. V'èla possibilità di pescarci magnificamente. In quel punto ilfiume è ricco di luccidi ghiozzie di anguille; poteteaccomodarvi a pescare per tutta la giornata.


Alcunilo fanno ma non prendono mai niente. Non ho mai conosciuto uncristiano che abbia pescato qualcosa nel Tamigieccetto qualcheinvisibile pesciolino e gatti mortima ciò non ha niente avedere con lo sport della pesca!

Lalocale guida del pescatore non accenna affatto al pescare qualcosasi limita a dire che "il punto è un buon punto perpescare"; ed ioper quanto ho visto lì intornosonopronto ad appoggiare questa dichiarazione.


Intutto il mondo non c'è un altro posto in cui potete pescare dipiù o per un più lungo tempo. Alcuni pescatori vengonoqui e pescano per una giornataaltri ci si fermano a pescare per unmese. Potete stabilirvi qui e pescare per annise vi pareèsempre lo stesso.


La"Guida del pescatore nel Tamigi" afferma che in questoluogo si pescano il luccio e il pesce persico; ma qui la guida sisbaglia.


Forseil luccio e il pesce persico CI SONO da quelle parti. Anzine ho laprova. Infattili potete vedere benissimo sul bassofondoquandoandate a spasso lungo gli argini; essi arrivano a spingersi a metàfuori dell'acqua con la bocca aperta in attesa del biscottino. Se poifate un bagno lì vi si ammassano d'intornovi si mettono frai piedi e vi fanno perdere la pazienza. Ma"pescati" colpezzettino di verme e simile robanon abboccano.


Iopersonalmentenon sono un buon pescatore. Vi fu un momento in cuidedicai molto tempo a questo sport e stavo facendo progressicredo;ma un vecchio pescatore mi disse che non sarei mai diventato uncampione e mi consigliò di rinunciare. Disse che io ero unlanciatore ottimo e che sembrava che ci fossi molto portatooltre apossedere la necessaria pigrizia costituzionale.


Tuttaviaegli era certo che come pescatore non sarei mai riuscito a nulla. Perinsufficienza di immaginazione.


Disseche avrei potuto dare buoni risultati come poetao come scrittore diromanzi brividoo come reporter o roba del generema che per farsiun nome come pescatore del Tamigi occorre fantasia piùfertilemaggior capacità di invenzione di quanto sembrassipossederne io.


Moltagente crede che tutto quello che occorre per fare un buon pescatoresia la capacità di dire facilmente le bugie senza arrossirema questo è un errore. La bugia semplice è sfrontata einutile; la più vile matricola sarebbe capace di farlo. Ilpescatore sperimentato lo si riconosceinvecenei dettaglicircostanzialinei tocchi di abbellimento e di veridicitànell'espressione di persona scrupolosaquasi pedante e veritiera.


Chiunquepuò dire: - Sentiteieri sera presi quindici dozzine di pescipersico. - Oppure: - Lunedì scorso tirai a terra un ghiozzo dicirca dieci chili che misurava novanta centimetri dalla testa allacoda.


Perquesto genere di discorsi non occorre artenon occorre ingegno.Tutto al più essi dimostrano temerarietà.


Noil pescatore finito si vergognerebbe di dire una bugia di questogenere. Il suo metodo è scientifico.


Eglientra tranquillamente con il cappello in testasi sceglie la sediapiù comodaaccende la pipa e comincia a mandar buffetti insilenzio. Lascia che i giovani si sfoghino a dir spacconate per unpoco e poidurante una momentanea pausa si toglie la pipa dallabocca e mentre scuote la cenere dal bocciuolo dice:


-Be'! martedì sera feci una retata di quelle che forse èmeglio non parlarne con nessuno.


-Oh! e perché? - gli si chiede.


-Perché sono certo che se lo dicessi nessuno mi crederebbe-risponde pacatamente il vecchio senza nessun accenno di amarezzanella voce. Poi si mette a ricaricar la pipa e chiede all'oste diportargli tre dosi di whisky con ghiaccio.


Succedeuna pausa perché nessuno se la sente di contraddire il vecchiosignore e perciò lui stesso deve continuare il discorso senzaattendere incoraggiamenti.


-No- dice soprappensiero; - io stesso non ci crederei se qualcuno melo raccontassemainveceè un fatto. Ero rimasto lìtutto il pomeriggio e non avevo preso letteralmente nulla eccettopoche decine di lucci ed una ventina di carpeed ero sul punto dichiudere la pessima giornata quando sento tirar piuttostoviolentemente la lenza. Pensai che si trattasse di un altropesciolino e tirai. Accidenti! non riuscivo a far muovere la canna.Mi ci volle mezz'ora - mezz'orasignori miei - per tirare a terraquel pesce e ad ogni momento pareva che la lenza si spezzasse.Finalmente lo afferrai! Immaginate un po' che cos'era?

Unostorione! uno storione di quasi venti chili! preso alla lenzasignori miei! Capiscocapisco la vostra sorpresa; per favoreosteun altro triplo whisky.


Econtinua così dicendo che tutti quelli che lo videro simeravigliaronoquello che disse sua moglie quando arrivò acasa e quello che pensò Joe Buggles.


Unavolta domandai al padrone di una locanda sul fiume se quei raccontidei pescatori dei dintorni non gli facessero voltar lo stomaco e luirispose:

-Ohnoormai non piùsignor mio. Al principio midisgustavano un po'ma ormai io e mia moglie li ascoltiamo pergiornate intere. Ci si abituasaci si abitua.


Conobbiun tizio che era sconosciutissimo e che quando cominciò lapesca con la mosca decise di non aumentare i suoi bottini di piùdel venticinque per cento.


-Quando prendo quaranta pesci- diceva - dico che ne ho presicinquanta e così via. Ma non mentirò mai più dicosì; perché a mentire si fa peccato.


Mapoi si accorse che il piano del venticinque per cento non andava.Infatti non era mai riuscito ad applicarlo. Il maggior numero dipesci che fosse mai riuscito a pescare era di due o tre e in questocaso non si può calcolare il venticinque per cento - perlomenoquando si tratta di pesci.


Vistoquesto aumentò la percentuale a trentatré-e-un-terzoma anche così si trovava in difficoltà quando nepescava uno o due; occorreva semplificare il conto e decise di fareil doppio esatto.


Adottòquesto nuovo calcoloma dopo un paio di mesi se ne stancò.


Quandodiceva che aveva aumentato soltanto del doppio nessuno gli credeva equindi neanche questo metodo gli fece acquistare molto credito e anzila sua moderazione lo metteva in svantaggio tra gli altri pescatori.Se aveva preso tre pesci e diceva di averne presi sei ecco che unaltro che ne aveva preso uno soltanto diceva di averne preso unadozzina e lo faceva ingelosire.


Dovettefare un altro compromesso con se medesimoche sta rispettando ancoraoggi religiosamentee cioè di moltiplicare ogni pesce chepescava per dieci e di cominciare il conto con dieci. Per esempiosenon pescava neanche un pesce diceva di averne pescati dieci; - quelsistema non gli permetteva di pescare mai meno di dieci pesci -questa era la base su cui era fondato.


Poise per caso ne pescava veramente unolo chiamava venti e due pescicontavano per trentatre per cinquantae così via.


E'un sistema semplice ed elementare tanto in uso che negli ultimi tempisi sente dire che sia stato adottato dalla confraternita deipescatori in generale. Infatti il Comitato dell'Associazione deiPescatori del Tamigi ne raccomandò l'adozione circa due annior sonoma alcuni dei vecchi membri si opposero. Opinarono che eraconsigliabile mettere allo studio il progetto che il numero venisseraddoppiato e ogni pesce contasse per venti.


Sequalche voltatrovandovi sul fiumeavrete una serata senzaoccupazionivi consiglierei di entrare in una delle locande deipaesetti lungo la riva e sedervi nella sala di mescita. E' quasicerto che vi troverete qualcuno di quei vecchi pescatori consumatiintenti a sorbire il loro poncepronti a raccontarvi tante storie dipesca in mezz'ora da darvi l'indigestione per un mese.


Ioe George - non so cosa ne fosse stato di Harrisera uscito nel primopomeriggio per andare a farsi la barbapoi era tornato ed avevapassato cinque minuti buoni per darsi il bianchetto sulle scarpeedera sparito e non si era più visto - dunqueio e George e ilcanevistici abbandonati la seconda seraandammo a fare unapasseggiata a Wallingford e rincasando facemmo una capatina in unalocanduccia sull'argineper riposarci e per qualche altro fine.


Entrammonel bar e ci sedemmo. C'era solo un vecchio che fumava la pipa digesso enaturalmentecominciammo a chiacchierare con lui.


Cidisse che oggi era stata una bella giornata e noi gli dicemmo cheieri era stata una bella giornata e poi ci dicemmo l'un l'altro checredevamo che domani sarebbe stata una bella giornata; Georgeaggiunse che il raccolto pareva promettere molto bene.


Dopodi ciò fra una chiacchiera e l'altra venne fuori che noieravamo forestieri e che saremmo ripartiti il giorno seguente.


Laconversazione si interruppe e in quella pausa noi volgemmo gli occhiin giro per la sala. Il nostro sguardo si fermò su di unavecchia e polverosa custodia di vetro attaccata alla parete molto aldi sopra del caminettonella quale c'era una trota. Quella trota milasciò quasi a bocca aperta; era un pesce enorme tanto cheaprima vistalo avevo scambiato per un merluzzo.


-Ah! - disse il vecchio seguendo la direzione del mio sguardo. - Unbell'esemplarenon è vero?

-Assolutamente fuori dell'ordinario- mormorai ioe George chiese alvecchio quantosecondo luipotesse pesare.


-Nove chili e due etti- disse l'uomo alzandosi e andando a prendersiil soprabito. - Sissignori- continuò- il giorno tre delmese venturo faranno sedici anni giusti che la pescai. La presiproprio sotto il ponte e all'amo avevo messo un verme! Mi avevanodetto che essa era nel fiume e io dissi che l'avrei presa ioe cosìfeci. Ormai in questi paraggi non si vedono più molti pesci diquesta grandezzacredo. Buonanottesignoribuona notte.


Sene uscì e ci lasciò soli.


Noidopo quel racconto non riuscivamo più a staccare gli occhidalla trota. Non c'è dubbio che fosse un pesce davveroeccezionale. Stavamo ancora incantati quando il facchinodell'albergoche era appena rientrato nella locandasi fece sullaporta della stanza con un boccale di birra in mano e si mise anchelui a fissare il pesce.


-Una trota di buon pesoquella- disse George voltandosi verso dilui.


-Ah! lo potete ben diresignori- rispose l'uomo; e poidopo avertracannato un sorso della sua birraaggiunse: - Forse voisignorinon c'eravate quando fu pescata?

-No- gli dicemmo e gli rivelammo che eravamo forestieri di queiposti.


-Oh! - disse il facchino- è veroallora non potevateesserci.


Quellatrota la pescai io cinque anni fa.


-Oh! ma allora fu lei a pescarla? - dissi io.


-Sissignore- rispose quel bel tipo. - La presi proprio sotto lachiusa- cioè dove c'era la chiusa allora - un venerdìdopo colazione; e la cosa più straordinaria è che lapresi con una mosca. Stavo pescando luccifiguratevimai piùpensavo alle trote e quando vidi questo bestione all'estremitàdella lenzavi assicuro che non so come non mi venne un colpo.Pensatetredici chili! Buonanottesignoribuona notte.


Cinqueminuti dopo eccone un terzo che ci descrive come lui l'avevacatturata di mattina presto con un alicino e se ne va; poi arriva untizio dall'aria scema e solenneun uomo di mezza età e sisiede presso la finestra.


Perun pezzo nessuno parla ma alla fine George gli si rivolge e dice:

-Scusisaspero che vorrà perdonare la confidenza che noi -completamente forestieri dei dintorni - ci prendiamoma questo mioamico ed io stesso le saremmo molto grati se ci volesse dire chi hapescato quella trota che sta lassù.


-Oh bella! Chi ve l'ha detto che fui io a pescare quella trota? - fula stupita domanda con cui rispose.


Rispondemmoche non ce lo aveva detto nessuno ma che istintivamentesenza saperené il perché né il per comesentivamo chedoveva esser stato lui a pescarla.


-Cosa formidabilerealmente formidabile- rispose ridendo quellafaccia da idiota: - poiché la verità è che aveteperfettamente ragione. La catturai io. Ma è formidabile chevoi l'abbiate indovinato; cosa davvero formidabile.


Ecominciò anche lui la storia per dirci come avesse impiegatomezz'ora per tirarla su e come gli si fosse rotta la canna. Disse chel'aveva pesata scrupolosamente non appena arrivato a casa e che labilancia si era abbassata a quattordici chili e mezzo.


Sene andò anche lui a sua volta e dopo entrò il padrone.Gli dicemmo delle varie storie che avevamo sentito circa la sua trotaed egli ci si divertì un mondocosì tutti e tre cifacemmo un sacco di risate.


-Ma guarda un po'! Jim Bates e Joe Muggles e il signor James e ilvecchio Billy Maunders che vengono a raccontare di averla pescataloro! Ah! Ah! Ah! Questa sì che è buona- disse ilbuon vecchio ridendo di cuore. - Sissignori. Quelli son proprio itipi che se l'avessero presa loro l'avrebbero data a mel'avrebberomessa nel mio barse l'avessero presa loro.


Ecosì ci raccontò la vera storia del pesce. Lo avevapescato luilui stessoanni faquando era ancora un ragazzinomanon per effetto di perizia o di astuziasolo per quella stranafortuna che sembra favorire sempre i ragazzi quando marinano lascuola e in un bel pomeriggio di sole se ne vanno a pescare sul fiumecon un pezzo di spago legato ad un ramicello di albero.


Disseche portando a casa quella trota si era salvato da una bellabastonatura e che persino il suo maestro di scuola aveva detto che ilpesce valeva la regola del tre semplice e tutti i compiti assieme.


Inquel momento lo chiamarono e dovette uscire; George ed io rivolgemmolo sguardo al pesce.


Nonc'era dubbioera una trota impressionante Più la guardavamo epiù ci sentivamo attratti e sbalorditi.


Georgene rimase così affascinato che salì sulla spalliera diuna seggiola per guardarla meglio.


Esuccesse che la sedia scivolò e George si afferrò contutte le forze all'urna di vetro per non caderee quella strapiombòcon uno schianto e George e la sedia vi si abbatterono sopra.


-Non avrai mica rovinato il pesce? - gridai io tutto allarmatoaccorrendo.


-Spero di no- disse George alzandosi con cautela e guardandosiintorno.


Invecel'aveva rovinato. La trota era lìrotta in mille frammenti -dico millema forse erano novecento soltanto. Non li contai.


Cisembrò strano che una trota imbalsamata fosse andata in pezzia quel modo.


Edinfatti sarebbe stato strano ed inconcepibile se fosse stata unatrota imbalsamatama non lo era.


Erauna trota di gesso!




CAPITOLO18


Chiuse- Io e George fotografati - Wallingford - Dorchester - Abingdon - Unuomo casalingo - Un buon posto per affogare - Un tratto d'acquadifficile - L'aria del fiume è avvilente.


Ilmattino seguente di buon'ora partimmo da Streatley e vogammo fino aCulham dove dormimmo sotto il tendone in una lanca del fiume.


TraStreatley e Wallingford il Tamigi non è eccessivamenteinteressante. Da Cleve in poi vi è un tratto di sei miglia emezzo senza neanche una chiusa. Credo che sia il tratto ininterrottopiù lungo a monte di Teddingtone il Club di canottaggio diOxford lo usa per i suoi "otto con" di prova.


Maper quanto utile ai vogatori possa essere questa assenza di chiusedal punto di vista del cercatore di svaghi è deplorevole.


Iosono innamorato delle chiuse. Esse rompono piacevolmente la monotoniadel viaggio. E' tanto bello starsene seduti nella barca e sentirsisollevati lentamente dalla fredda profondità degli sbarramentisuverso nuovi ambienti e altri panorami; oppure sentirsi calarecome fuori del mondoe attendere che i battenti oscuri scricchiolinoe l'esile striscia della luce solare fra essi si vada ingrandendofino a che il bel fiume sorridente vi si stende dinanzie voispingete la vostra barchetta fuori dalla momentanea prigionia eritornate di nuovo alle acque accoglienti.


Questechiuse sono cantucci pittoreschi. Il vecchio e grosso custode dellachiusaoppure la sua gaia moglieo la figliuola dagli occhiluminosi sonodiciamo piuttosto che ERANOgente cordiale con cuipotete chiacchierare durante la manovra. Vi si incontrano altrebarche e si scambiano pettegolezzi fluviali.


Senzale chiuse il Tamigi non sarebbe quel luogo di incanti che è.


Parlandodi chiuse mi ricordo di un accidente che per poco non fu fatale a mee a George a Hampton Court in una mattina d'estate.


Erauna magnifica giornata. Lo sbarramento della chiusa era pieno ecomedi solito avviene sul fiumeun fotografo ambulante voleva ritrarretutti noi che ci trovavamo sull'acqua montante.


Alprincipio non mi accorsi di quello che stavano facendo e quindirimasi molto sorpreso nel vedere George che in tutta fretta sistirava i pantalonisi ravviava i capelli e si accomodava ilberretto alla malandrina sulla nuca e poiassumendo un'espressionemista di affabilità e di tristezzaposava in graziosoatteggiamento cercando di nascondere i piedi.


Alprimo momento pensai che avesse scorto qualche ragazza conosciuta eguardai in giro per vedere chi fosse. Tuttinella chiusa sembravanoesser diventati di legno. Stavan seduti o ritti negli atteggiamentipiù strambi e comici che io abbia mai visto disegnati suiventagli giapponesi. Le ragazze sorridevano. Oh!

com'erancarine! E tutti i giovani aggrottavano le ciglia in nobile econtegnosa espressione.


Finalmentela verità mi illuminò e mi chiesi se avrei fatto intempo anch'io a mettermi in posa. La nostra era la prima barchetta epensai che sarebbe stato poco gentile da parte mia sciupare lafotografia.


Cosìmi misi subito di faccia e presi posizione a prua appoggiandomi alsostegno con noncurante graziaun signorile atteggiamento di inerziae di elasticità. Mi detti un'aggiustatina ai capelli in modoche un ricciolo mi cadesse sulla fronte e misi nella mia espressioneun'aria di tenera tristezza assieme ad una punta di cinismo chediconomi si addice.


Mentrestavamo lì in attesa del grande evento sentii una voce dietroa me che gridava:

-Ehi! attento al naso!

Nonpotei voltarmi per vedere cosa succedeva e a chi appartenesse il nasocui bisognava stare attenti. Detti una occhiata in tralice al naso diGeorge ma vidi che era a postoper lo meno nessuno dei suoi difettiera eliminabile per il momento.


Fecigli occhi strabici per guardare anche il mio nasonulla.


-Attento al nasolìpezzo di somaro! - ricominciò piùforte ancora la stessa voce.


Edun'altra voce.


-Tirate via il nasola capite o no? Voivoi due col cane.


Néio né George osavamo muoverci. La mano del fotografo stringevagià il coperchietto dell'obiettivo e il ritratto stava peressere scattato da un momento all'altro. Ce l'avevano con noi quelliche gridavano? E che c'entravano i nostri nasi? Perché lidovevamo tirar via?

Maormai tutta la chiusa gridava ed una voce stentorea dietro di noiurlò:

-Attenti alla vostra barcasignori; dico a quellosìleicol berretto rosso e nero. Se non fate presto il fotografo faràil ritratto dei vostri cadaveri!

Alloraguardammo e vedemmo che il naso della nostra barchetta si erainfilato sotto un battente della chiusa e vi rimaneva fisso in modoche l'acqua arrivava tutt'intorno e ci alzava da dietro. Solo unaltro momento e ci saremmo capovolti. Ciascuno di noiratto come ilpensieroafferrò un remo ed un vigoroso colpo alla portadella chiusa liberò la barca e mandò noi due a cadereriversi sul fondo.


Ioe George in quella fotografia non venimmo bene. Infatticom'era daaspettarselola mala sorte aveva voluto che il fotografo mettesse infunzione la sua sciaguratissima macchina nel momento esatto in cuinoi due eravamo caduti sul dorso ed avevamo sul viso un selvaggiointerrogativo:

-Dove mi trovo? Che succede? - mentre quattro gambe si agitavanofreneticamente nell'aria.


Inquella fotografia i nostri piedi erano come l'articolo di fondodopodi che poc'altro si vedeva. Essi riempivano completamente il primopiano. Dietro di essi si scorgeva qualcosa delle altre barche equalche pezzettino dello scenario circostantema tutto e tuttiquelli nella chiusa al paragone dei nostri piedi sembravano cosìinsignificanti e miserelli che la gente si vergognò di sestessa e rifiutò di comperare la fotografia.


Ilproprietario di una lancia a vapore che ne aveva prenotato sei copievista la riuscitasospese l'ordinazione e disse che però sele sarebbe prese se qualcuno fosse stato capace di mostrargli la sualancia; ma nessuno ci riuscì: era completamente nascosta dalpiede destro di George.


Quell'affareprovocò una quantità di incidenti poco piacevoli. Ilfotografo pretendeva che noi duevisto che occupavamo nove decimidella fotografiane comprassimo una dozzina di copie per ciascunoma noi ci rifiutammo. Dicemmo che non avevamo nulla in contrario adesser fotografati per intero ma che avremmo preferito di esserlo inposizione verticale.


Wallingfordsta a sei miglia a monte di Streatley ed è una cittàantichissima che fu un centro molto attivo nella fabbricazione dellastoria inglese. Al tempo dei britanni era un paese costruito colfango e quel popolo vi rimase finché le legioni romane non liscacciarono e non sostituirono i loro muri di terra cotta conpossenti fabbricazioni di cui il tempo non è ancora riuscito aspazzar via la tracciaperché i muratori dell'antichitàsapevano fabbricare molto bene.


Mail tempopur essendosi fermato dinanzi alle mura romaneben prestoridusse in polvere i romani stessie in quel postonegli anni cheseguironocombatterono i sassoni selvaggi e i danesi giganteschifino alla venuta dei normanni.


Altempo della guerra parlamentareWallingford fu cittàfortificata e cintata e subì un assedio lungo e duro da partedi Fairfax. Alla fine cadde e le mura furono rase al suolo.


Daqui a Dorchester i dintorni del fiume diventano più collinosipiù mossipiù pittoreschi. Dorchester rimane a mezzomiglio dalla riva. Vi si può arrivare se si ha una barchettamolto piccolarisalendo un piccolo corso d'acquama il miglior modoper andarci è quello di lasciare il fiume alla chiusa di Day efarsi una passeggiata attraverso i campi. Dorchester è unposticino tranquillodelizioso ed antico; se ne sta annidato nelsilenzionella quietein eterno dormiveglia.


Dorchestercome Wallingfordera già una città ai tempidell'antica Bretagna; allora si chiamava Caer Doren"La cittàsull'acqua". In epoca più recente i romani vi alzarono ungrande accampamento e le fortificazioni che allora la circondavanoora sembrano collinette basse e piatte. Ai tempi dei sassoni fucapitale del Wessex. E' molto antica e fu molto forte e moltopotenteuna volta. Ora se ne sta in dispartelontano dal mondotumultuosoa sonnecchiare e a sognare.


Neipressi di Clifton Hampdenche è un graziosissimo villaggioall'anticatranquillo e delicatopieno di fiorilo scorciofluviale è bello ed opulento. Se dovete pernottare a Cliftonil meglio da fare è di scendere al "Falciatore".Direi che èsenza eccezionila locanda più originalee più all'antica di tutto il fiume. Rimane alla destra delponteisolata dall'abitato. Gli androni bassiil tetto di paglia ele finestre con inferriate le conferiscono un aspetto da libro difate e nell'interno è ancora di più stile "c'erauna volta".


Nonsarebbe il luogo adatto per l'eroina di un romanzo moderno.


L'eroinadi un romanzo moderno è sempre "divinamente alta"esempre "si erge in tutta la sua statura". Nella locanda del"Falciatore" batterebbe la testa contro il soffitto ognivolta che si ergesse.


Quelposto non converrebbe neanche ad un ubriacone. Vi sono troppesorprese che si presentano sotto forma di gradini imprevisti chescendono in una stanza o salgono in un'altra; e poil'andarsene incamera da lettoe trovare il proprio letto quando si èarrivatisarebbero due operazioni assolutamente impossibili per lui.


Almattino ci alzammo presto perché volevamo arrivare a Oxfordnel pomeriggio. E' ammirevole come si possa alzarsi presto quando sicampeggia. Non si ha quasi nessuna voglia dei "cinque minutisoli ancora" quando si sta sdraiati sul bordo di una barcaravvolti in una coperta e con una valigia per guancialecome invecesuccede quando si è in un bel letto di piume. Alle otto emezzo avevamo già fatto colazione e stavamo innalzandoci nellachiusa di Clifton.


DaClifton a Culham le sponde del fiume sono piattemonotone e scialbema una volta passata la chiusa di Culham - la più fredda e lapiù profonda delle chiuse del Tamigi - il panorama migliora.


AdAbingdon il fiume corre parallelo alla strada. Abingdon è iltipico paesello di campagna dell'ultimo ordine: quietoimmutabilmente austeropulito e mortalmente noioso. Tutto il suoorgoglio consiste nell'essere una cittadina anticama sembraimprobabile che possa gareggiare in antichità con Wallingforde Dorchester. Una volta c'era una badìa famosa e su quello cheè rimasto delle sue mura ora fabbricano la birra.


DaAbingdon a Nuneham Courtenay c'è un tratto di fiume moltosimpatico. Il parco di Nuneham merita una visita. Ingresso libero almartedì ed al giovedì. Il palazzo contiene una bellacollezione di quadri e di rarità e le aiuole di fiori sonomolto graziose.


Illaghetto di Sandfordche sta proprio vicino alla chiusaè unottimo luogo per potervi affogare. La corrente subacquea èmolto forte e se ci capitate dentro siete conciati per le feste. C'èuna colonna che indica il posto dove sono già annegate duepersone che stavano facendo il bagno e i gradini della base di questacolonna vengono normalmente usati come trampolino dai ragazzi che situffano per vedere se il posto è veramente pericoloso.


Adun miglio da Oxford c'è la chiusa di Iffley che con il suomulino è il soggetto favorito dei fiumaroli dellaConfraternita del Pennello. Ma dopo aver visto i quadri che quellifannoil panorama modello diventa piuttosto deludente. Poche cose diquesto mondomi pare di aver notatosono all'altezza delle lororiproduzioni pittoriche.


Superammola chiusa di Iffley verso mezzogiorno e mezzo e poidopo aver messoordine sulla barca e aver preparato tutto per andare a terracimettemmo al lavoro per superare l'ultimo miglio.


Iltratto di Tamigi più difficile che io sappia è proprioquello tra Iffley ed Oxford. Per conoscerlo occorrerebbe esserci natidentro. Ci sono stato un mondo di volte ma non sono mai riuscito acapirci un accidente. L'individuo che fosse capace di remare drittoda Iffley ad Oxford sarebbe anche il tipo capace di vivere sotto lostesso tetto con la mogliela suocerala sorella maggiore e lavecchia serva che stava già in casa quando lui era ancora infasce.


Lacorrente vi trascina prima contro la sponda destrapoi vi afferra evi porta in mezzovi rigira per tre volte per riportarvi a monte efinisce sempre cercando di mandare a fracassare la barca contro unachiatta di collegiali in vacanza.


Naturalmentea causa di ciòmentre percorrevamo quel miglioandammo afinire sulla rotta di altre barche ed altre vennero ad intralciarenoiil che fece volare una quantità di male parole.


Ionon ne capisco il perchéma sul fiume tutti sonotremendamente irascibili. Delle cosette da nulla che a terra non sinoterebbero neppure vi fanno quasi impazzire di rabbiase avvengonoin acqua.


QuandoHarris e George stando a terra si danno scambievolmente del cretinoio sorrido d'indulgenza; quando invece si comportano da testonistupidi sul fiume io li apostrofo con un linguaggio da far gelare ilsangue. Se un'altra barca si mette sulla mia strada io sentol'istinto di prendere un remo e far strage della gente che vi stadentro.


Personeche a terra hanno il carattere più miteuna volta sul fiumediventano violentesanguinarie. Una volta feci una piccolaescursione in barca con una signorina. Naturalmente era una delleanime più soavi e gentili che si possa immaginare; sul fiumea sentirlaera infernale:

-Oh! guarda quel bestione! - esclamava quando qualche disgraziatoremava e veniva sulla rotta: - perché non pensa a guardaredove va?

Oppure:- Accidentaccio a quel vecchio e stupido straccio! - diceva tuttaindignata se la vela non saliva bene. E l'afferrava e la scuotevabrutalmente.


Eppurecome stavo dicendoquando era sulla sponda era un cuor d'oro esimpaticissima.


L'ariadel fiume ha un effetto avvilente sui nostri nervi; è questocredoche fa litigare fra di loro i barcaioli e fa sì cheessi usino un linguaggio chesenza dubbioripudiano nei momenti dicalma.




CAPITOLO19


Oxford- L'idea che Montmorency ha del paradiso - La barca da nolo sull'altoTamigile sue bellezze e i suoi vantaggi - "L'orgoglio delTamigi" - Cambiamento del tempo - Il fiume sotto differentipunti di vista - Una serata poco allegra - Anelandoall'irraggiungibile - S'intrecciano liete conversazioni - George siproduce col banjo - Una melodia funebre - Un'altra giornata dipioggia - Fuga - Una cenetta e un brindisi.


AOxford passammo due giornate molto piacevoli. Nella città diOxford abbondano i cani. Montmorency il primo giorno si azzuffòundici volte e quattordici il secondo; evidentemente si convinse diessere arrivato in paradiso.


Lepersone costituzionalmente troppo deboli o costituzionalmente troppopigre - sia quello che sia - hanno per abitudine di godersi la rematacontro corrente prendendo a nolo una barca ad Oxford e discendendo avalle. Le persone energicheperòpreferiscono il viaggiocontro corrente. C'è molta più soddisfazione asgranchirsi le spalle e a lottare contro di essa e a conquistarsi ilcammino; per lo meno quandocome nel mio casoGeorge ed Harris sonoai remi ed io sto al timone.


Acoloro che scelgono Oxford come punto di partenza per la discesaiovorrei dire: portate la barca vostraa meno chenaturalmentenonpossiate prendere quella di qualcun altro senza pericolo di esserscoperti.


Lebarche che di regola si affittano sul Tamigi dopo Marlow sono ottimebarche. Tengono bene l'acqua e se le trattate a modo raramente vannoin pezzi o affondano. In esse vi è posto abbastanza persedersi e sono fornite di tutto il necessario - o quasi tutto -perché possiate remare e governare.


Manon sono decorative. La barca che si può avere a nolo oltreMarlow non appartiene a quel tipo di barca con la quale potetebrillare e darvi arie sul fiume. La barca d'affitto dell'alto Tamigismorza immediatamente questi desideri innocenti nei suoi occupanti. Equestaforseè la sua prerogativa principaleanzil'unica.


L'uomoche sta in una barca d'affitto è modesto e timido. Lui se neva di latonell'ombrasotto le piante e viaggia per lo piùdi mattina presto o a sera tardiquando sul fiume non c'ètroppa gente che lo guarda.


Lapersona della barca d'affitto dell'alto Tamigi quando vede qualcheconoscentecorre a riva e si nasconde dietro un albero.


Duranteuna gita estiva facevo parte di una comitiva che prese una barcadell'alto Tamigi a noloper un viaggetto di pochi giorni.


Nessunodi noi aveva mai visto di quelle barche d'affitto e quando le vedemmonon ci si rese conto di cosa fossero.


Avevamoscritto per una barca- uno schifo a quattro remi - e quandoarrivammo con i bagagli avanti al nostro uomol'uomo disse:

-Benebene. Loro sono la comitiva che scrisse per uno schifo aquattro remi. Sta bene. Jimporta "L'orgoglio del Tamigi".


Ilragazzino andò e cinque minuti dopo riapparve spingendo afatica una specie di tronco d'albero antidiluviano che pareva fossestato scavato allora da qualche parte e scavato anche senza farcimolta attenzione perché ne era uscito con varie multiple.


Alprimo sguardo che diedi a quell'oggetto mi venne l'idea che sitrattasse di qualche rudere romano - rudere di che cosa non lo sapreidireforse di un sarcofago.


Idintorni dell'alto Tamigi son pieni di ruderi romani e la miasupposizione mi parve molto probabile; ma uno dei nostri compagniuntipo molto serio che è anche un po' geologocommiseròla mia teoria del rudere romano e disse che anche un'intelligenza piùche modesta (categoria questa in cuia quanto parelui era dolentedi non poter coscientemente includere la mia) avrebbe subito capitoche l'oggetto esumato dal ragazzo era il fossile di una balena; eglici espose varie prove attestanti che la balena doveva essereappartenuta all'era antecedente a quella del ghiaccio.


Perfinirla con la discussione ci rivolgemmo al ragazzo dicendogli di nonaver timore e di dire l'assoluta verità: era il fossile dellabalena pre-adamitica o uno dei primi sarcofaghi romani?

Ilragazzo disse che era "L'orgoglio del Tamigi".


Subitopensammo che la risposta era una graziosa spiritosaggine del ragazzoe qualcuno compensò la sua vivacità regalandogliqualche soldo; ma quando volle insistere un po' troppo con loscherzosecondo noici adirammo contro di lui.


-Andiamogiovanotto! - gli disse bruscamente il nostro capitano-non stare a contar storie. Riporta a casa quella tinozza da bucatoalla tua mamma e torna con una barca.


Aquesto punto arrivò il proprietario della barca in persona cheassicuròsulla sua parola di uomo del mestiereche quellacosa era realmente un natante - erainfattila barcalo schifo aquattro remi che egli aveva scelto per il nostro viaggio giùpel fiume.


Noiprotestammo un bel po'almeno l'avesse imbiancata o incatramata -insomma avesse fatto qualcosa perché si distinguesse da unpezzo di relitto. Egli peròin questonon vedeva nessunamancanza da parte sua.


Inverità sembrava quasi che le nostre osservazioni looffendessero e disse che aveva scelto la barca migliore del suomagazzino e che aveva sperato in una maggior gratitudine.


Disseche quello"L'orgoglio del Tamigi"così com'eraadesso (o piuttosto così come si teneva ora senza sfasciarsi)per quel che ricordava luiera in servizio da quarant'anni e nessunomai prima di noi se ne era lamentato e quindi non vedeva ragione chedovessimo esser noi a cominciare.


Noieravamo senza parola.


Cercammodi legare insieme la cosiddetta barca con qualche pezzo di corda esui punti più in rovina incollammo della carta da parati cheriuscimmo a trovare. Poi recitammo le nostre preghiere ec'imbarcammo.


Perl'affitto dei sei giorni rimanenti ci fecero pagare trentacinquescellini: e pensare che con quattro e mezzo avremmo potuto comprarciun affare simile in qualsiasi magazzino di legname per zattere lungoil fiume.


Alterzo giorno il tempo cambiò - oh! adesso sto parlando dellapresente escursione - e noi partimmo da Oxford pel viaggio di ritornoa casasotto una penetrante pioggerella.


Ilfiume - con i raggi del sole che luccicano sulle piccole ondedanzantiche indorano i grigi tronchi delle riveche scintillanoattraverso il sentiero freddo e scuro scacciando le ombre daifondaliche formano diamanti saltellanti sulle ruote dei mulinichemandano baci ai gigliche folleggiano con le bianche acqueribollentiche inargentano i muri ed i ponti coperti di muschiocheanimano ogni paesello rendendone gai i vicoli ed i pratiches'intrecciano nei cannetiche sussurrano e ridono da ogniinsenaturache sfolgorano sulla velache rendono l'atmosfera dolcee radiosa - è un luminoso ruscelletto incantato.


Mail fiume - freddo e stancocon le gocce di pioggia che cadonoincessantemente sulle acque scure e pigrecon il suo rumore simileal pianto sommesso di una donna chiusa in una stanza buiamentre glialberi neri e silenziosiavvolti nel loro sudario di vaporisembrano spettri ritti sulle spondespettri muti dallo sguardooffesocome gli spettri del malecome gli spettri degli amicitrascurati - non è che un corso d'acqua popolato da fantasmiattraverso la terra dei vari rimpianti.


Laluce del sole è la linfa vitale della natura. Quando il solese ne muore e lascia madre terraessa ci guarda con occhi spentisenz'anima. E allora ci prende la tristezza di esser con lei; essasembra non conoscerci piùnon interessarsi più a noi.E' una vedova che ha perduto l'amato marito e invano i figlioletti letoccano le manila guardano negli occhi: essa non sorride.


Remammoper tutta la giornata sotto la pioggia efrancamentela cosa fumolto malinconica. Al principio ci volemmo convincere che ci piaceva.Dicemmo che era un cambiamento e che era bello vedere il fiume sottoi suoi diversi aspetti. Ci dicemmo che logicamente non potevamoaspettarci d'avere sempre il sole e neanche avremmo potutopretenderlo. Ci dicemmo l'un l'altro che la natura è bellaanche quando si scioglie in lagrime.


Ioed Harris durante le prime ore eravamo veramente entusiasti.


Cantammouna canzone di vita zigana nella quale si diceva che l'esistenzazingaresca è deliziosa; liberasotto la tempesta e sotto ilsole e contro ogni vento che possa soffiare! - e come se la godequella pioggia lo zingaro e quale bene gli fa e come se la ride dellagente che non si diverte come lui!

Georgeper conto suonon si entusiasmò molto e mise manoall'ombrello.


Primadi colazione montammo il tendone e così lo tenemmo per tuttoil pomeriggio lasciando solo un piccolo spazio scoperto a prua inmodo che uno di noi potesse remare e vigilare. Facemmo cosìnove miglia e per quella sera ci spingemmo un po' oltre la chiusa diDay.


Incoscienza non potrei dire che quella fu una serata allegra. Lapioggia veniva giù tranquilla e persistente. Nella barcatuttoormaiera umido ed appiccicoso.


Lacena non fu una gran cosa. Il pasticcio di vitello freddoquando nonavete famevi stucca. Avrei desiderato una porzione di aringanovella ed una cotoletta. Harris farfugliò qualcosa circa lesogliole con la maionese e passò il resto del suo pasticcio aMontmorency il quale lo rifiutò eevidentemente offesoandòa sedersi tutto solo sull'altra estremità della barca.


Georgepretese che non parlassimo di quelle buone pietanze per lo meno finoa quando lui non avesse finito di mangiare il suo manzo lesso freddosenza mostarda.


Dopocena ci mettemmo a fare una partitina a carte. Giocammo un'ora emezzo e George vinse quattro soldi - George è sempre fortunatoalle carte - ed io ed Harris perdemmo soltanto due soldi ciascuno.


Alloradecidemmo di smettere di giocare d'azzardo; come ben disse Harrisilgiocoquando è interessatogenera idee malsane.


Georgeinvece voleva continuare ed offerse la rivincitama io ed Harrisdecidemmo di non sfidare ancora la sorte.


Dopodi che ci preparammo un ponce e rimanemmo seduti a chiacchierare.George ci raccontò di una persona di sua conoscenza chetrovandosi sul fiume un paio di anni faaveva dormito in una barcaumidaproprio durante una notte come questae si era preso lefebbri reumatiche; non c'era stato nulla che lo potesse salvare ecosì era morto dieci giorni dopo tra atroci spasimi. Georgedisse che quel tale era un giovanotto einoltreera fidanzato.


Disseche quella fu una delle cose più tristi che egli avesse maivisto.


Equesto ricordo fece venire in mente ad Harris il caso di un suo amicoche era stato nei Volontari e che aveva dormito sotto una tendadurante una notte piovosa ad Aldeshotdurante una notte esattamentecome questadisse Harris; e quel tizio si era svegliato al mattinosciancato per tutta la vita. Harris disse che ci avrebbe presentatitutti e due noi a lui non appena di ritorno in città; disseche i nostri cuorial vederloavrebbero sanguinato.


Tuttociòè ovvioci portò a discorsi moltospiacevoli sulla sciaticasulle febbrisui raffreddorisullemalattie polmonari e sulle bronchiti; ed Harris fece notare quantosarebbe stato grave se uno di noi si fosse ammalato di nottementreeravamo così lontani da un medico.


Parveche fosse spuntato in noi il desiderio di far qualcosa di piùallegro che queste conversazioni ed ioin un momento di debolezzaproposi a George di mettere mano al banjo tentando di sonarciqualcosa di molto vivace.


Adonore di George dirò che non si fece pregare. Non si tiròindietro dicendo che aveva dimenticato la musica per una causa o perl'altra. Ripescò subito lo strumento e cominciò lacanzone "Due begli occhi neri".


Finoa quella sera "Due begli occhi neri" per me era stata unacanzone piuttosto banale e quindi la vena di tristezza che George neseppe trarre mi lasciò un po' sorpreso.


Ioe Harrismentre quelle note funeree incalzavanofummo presi daldesiderio di gettarci l'uno nelle braccia dell'altro e di piangere;ma grazie a molto sforzo riuscimmo a frenare le lagrime ed ascoltammoin silenzio quella melodia struggente e spasmodica.


Almomento del ritornello facemmo perfino un sforzo disperato persembrare allegri. Riempimmo di nuovo i bicchieri e accompagnammo ilcoro; Harris con voce tremante per la commozione interiore ed io eGeorge rimanendo indietro di poche parole soltanto:

Duebegli occhi neri Oh! quale incanto!

Soloper dire ad un uomoti sbagli Due...


Aquesto punto crollammo. Il pathos indicibile che George fu capace dimettere in quel "Due"dato lo stato di avvilimento in cuici trovavamonon lo potemmo sopportare. Harris singhiozzava come unbambino e il cane guaiva tanto che io temetti che il cuore o la golagli sarebbero scoppiati di sicuro.


Georgevoleva sonarne un'altra strofa. Disse che se avessimo imparato meglioil motivo avremmo potuto mettere più "abbandono" nelcanto cheforsenon sarebbe sembrato così triste. Ma isentimenti della maggioranza si opposero all'esperimento.


Siccomenon c'era più niente da fare ce ne andammo a lettocioèci spogliammo e ci dimenammo per tre o quattro ore sulle tavole delfondo della barca. Dopo di che facemmo tutto il possibile perappisolarci di tanto in tanto e alle cinque del mattino ci alzammo efacemmo colazione.


Laseconda giornata fu esattamente uguale alla prima. La pioggiacontinuò a cadere e noi ce ne stemmo avviliti negliimpermeabili sotto il tendonementre la barca scivolava giùper il fiume trascinata dalla corrente.


Unodi noi tre - ora non ricordo chima mi pare io stesso - durante lamattinata fece qualche tentativo per rianimarci esumando la vecchiacanzone zingaresca dei figli della natura che si divertono sotto lapioggia - ma la cosa non riuscì. Quel:

Mene impippo della pioggia!

eracosì dolorosamente esatto come espressione dei sentimenti diciascuno di noi... che mi parve inutile cantarlo.


Noiperòeravamo concordi su di un punto e cioè cheavremmo portato a termine l'escursione a qualunque costo. Eravamopartiti per passare quindici giorni di svago sul fiume e avremmodovuto goderci tutti e quindici i giorni di svago. Dovessimo ancherimetterci la pelle! ciò che sarebbe stata una cosa moltotriste per gli amici e parentima non c'era altro da fare. Sentivamoche abbandonare a causa del tempo avrebbe costituito un precedentemolto disastroso nel clima in cui viviamo.


-Non ci mancano che due giorni- disse Harris- e noi siamo giovanie forti. Ce la caveremo benissimosiatene certi.


Versole quattro del pomeriggio cominciammo la discussione sul come cisaremmo sistemati per la notte. Ci trovavamo un po' più avalle di Goring e decidemmo pertanto di proseguire fino a Pangbourneper pernottarvi.


-Un'altra bella serata! - brontolò George.


Rimanemmoa pensare al programma. Saremmo arrivati a Pangbourne verso lecinque. Avremmo finito di cenaremettiamoalle sei e mezzo. Dopo diche avremmo potuto farci una passeggiatina sotto la pioggia finoall'ora di andare a dormire oppure avremmo potuto sederci in un barin penombra e leggere l'almanacco.


-Be'! - disse Harris arrischiandosi a mettere la testa per un momentofuori dal tendone e dando uno sguardo al cielo. - Credo che al teatroAlhambra staremmo un po' allegri.


-Con una cenetta al... (Un formidabile ristorantino fuori mano neipressi di...dove a buon prezzoper tre scellini e mezzoviserviranno un pranzetto o una cenetta alla francesei migliori cheio conoscacon un'ottima bottiglia di Beaume; ma non sono tantoidiota da dire dov'è. Nota dell'Autore) dopo larappresentazione- aggiunsi io quasi senza volerlo.


-Sì; è un vero peccato che abbiamo deciso di rimanereincollati a questa barca- rispose Harris. Tali parole furonoseguite da un lungo silenzio.


PoiGeorgegettando uno sguardo pieno di odio sulla barcadisse:

-Se non avessimo deciso di andare incontro a morte certa in questavecchia barcavarrebbe la pena che io mi ricordassi di un treno cheparte da Pangbourne subito dopo le cinquene son certoe che ciporterebbe in città quasi in tempo per una bisteccadopo diche potremmo anche andare al posto che dici tu.


Nessunorispose. Ci guardavamo l'un l'altro e ciascuno vedeva le proprieintenzioni ed i propri pensieri dolorosi riflessi sui visi deglialtri. Sempre in silenzio tirammo fuori il valigione e lo esaminammo.Osservammo il fiume a monte ed a valleneanche un'anima viva sivedeva!

Ventiminuti più tardi tre figure umaneseguite da un cane biancoper la vergognauscivano furtive dalla rimessa di barchedell'albergo "Cigno" e si avviavano verso la stazioneferroviaria abbigliate nei seguenti abiti né puliti nésfarzosi: scarpe nere di cuoiosporche; vestiti di flanella dacanottierisporchissimi; capelli scuri a cenciosgualcitissimi;impermeabile molle di pioggiaombrello.


Avevamomentito al barcaiolo di Pangbourne perché non avevamo avuto lafaccia di dirgli che stavamo scappando per la pioggia.


Avevamoabbandonato la barca con tutto quello che c'era dentro in suacustodiadicendo che ce la tenesse pronta per le nove del mattinoseguente. Sedicemmose fosse dovuto accadere qualche imprevistoche ci avesse impedito di tornaregli avremmo scritto.


Allesette arrivammo a Paddington e ci facemmo portare in carrozzadirettamente al ristorantino di cui ho parlato primadove gustammoun pasto leggero; lasciammo Montmorency e pregammo di prepararci ilpranzo per le dieci e mezzo. Poi riprendemmo la strada per piazzaLeicester.


All'Alhambraattirammo molta attenzione. Quando ci presentammo alla cassa cidissero con cattive maniere che lo spettacolo era cominciato damezz'ora e che ad ogni modo dovevamo entrare dalla porta di viaCastle.


Nonsenza qualche difficoltà riuscimmo a far capire a quell'uomoche noi non eravamo i "rinomati contorsionisti mondiali dellemontagne dell'Himalaia"così ci prese i soldi e cilasciò passare. Nell'interno del teatro il successo fu ancoramaggiore. I nostri visi abbronzati e gli abiti pittoreschi eranoseguiti con sguardi di ammirazione. Eravamo l'attrazione di tutti gliocchi.


Fuun momento in cui ci sentimmo davvero orgogliosi.


Subitodopo il primo balletto ce ne andammo e corremmo al ristorante dove lacena già pronta ci attendeva.


Devoconfessare che quella cena mi deliziò. Avevamo vissuto perdieci giornipiù o menoa carne freddatortepane emarmellata. La dieta era stata semplice e nutrientema in essa nonvi era nulla di solleticante e invece l'odore del vino di Borgogna eil profumo delle salse francesi e la vista dei tovaglioli puliti edegli "sfilatini" di pane batterono alla porta del nostrointerno come ospiti graditi.


Mangiammoe bevemmo in silenzio per un certo tempo fino a che non venne ilmomento in cui invece di esser seduti col torso eretto tenendosaldamente in mano forchetta e coltelloci appoggiammo alla sedia econtinuammo a mangiare lentamentesenza troppe cerimoniepoiallargammo le gambe sotto il tavololasciammo cadere senza badarci itovagliolilasciammo riposare i bicchieri sul tavolo alla distanzadi un braccio e trovammo modo di esaminare con maggior sensoartistico il soffitto affumicato e ci sentimmo buonipensierosi egenerosi.


Eallora Harrische sedeva presso la finestrascostò lecortine e guardò. La strada bagnata e scura luccicavalascarsa luce delle lampade vacillava e la pioggia cadeva nellepozzanghere e scendeva dalle grondaie nei rivoli lungo ilmarciapiede. Pochi passanti inzuppati transitavano alla sveltacurvisotto gli ombrelli gocciolanti e le donne si tenevano su le sottane.


-Be'! - disse Harris allungando la mano verso il suo bicchiere- èstato un bel viaggio e il mio cuore ne è grato al vecchiopadre Tamigima credo che abbiamo fatto bene a salutarlo al momentogiusto. Alla salute di tre uomini fuori della barca!

EMontmorencyche ritto sulle gambe posterioridavanti alla finestrasbirciava fuori nella nottefece una breve abbaiata unendosidecisamente al brindisi.




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