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Goffredo di Strasburgo



TRISTANO E ISOTTA

 

 

 

 

Se nel mondo non si serbasse memoria di coloro che operarono benetutto quanto di bene si compie nel mondo non avrebbe valore.

Male agirebbe chi non volesse apprezzare come tale il bene che l'uomocompie a vantaggio del mondo.

Odo spesso disprezzare ciò che pur si bramerebbe di avere e a questoriguardo anche il poco diventa troppo e si vuole appunto ciò che nonsi vuole.

All'uomo conviene sempre lodare una cosa di cui deve far uso ecompiacersene fintanto che gli è utile.

Assai caro mi è chi sa pesare il bene e il male e che sa apprezzaregli altri - e finanche me stesso - al giusto valore.

Onore e lode producono l'artepoiché l'arte a lode è creata. Dove conl'onore fiorisce la lodeivi fiorisce anche ogni genere d'arte.

Come tutto ciò che è privo di onore e di lode periscecosì inveceprospera ciò che in onore sta e di lode non è frustrato.

Molti sono quelli che usano volgere il bene in male e il male in bene;questi tali agiscono a rovescio.

Come bellamente risplendono congiunti sapienza e giusto senno!

Se insieme a essi alberga l'invidiasapienza e giusto sennosvaniscono.

O virtù! come sono stretti i tuoi sentieri e com'è ardua la tua via! Beato chi segue la tua via e per i tuoi sentieri cammina.

Segià maturo negli anniio trascinassi la mia vita nella noiadell'ozio non sarei così esperto del mondo come sono.

Io per amore del mondo ho dedicato la mia fatica a sollievo dei nobilicuoridei cuori che porto nel mio proprio cuoree a conforto delmondo nel quale il mio cuore è rivolto. Non alludo al mondo di tutticoloro di cui sento dire che non sanno sopportare contrarietà alcuna esi cullano soltanto nei piaceri: nei piaceri Dio li lasci pur vivere. Non a questo mondo e al suo costume io rivolgo il mio dire; le nostrevie troppo divergono. Un altro mondo intendo ioche nutre insieme nelcuore il dolce tormentoil dilettoso dolorela gioia del cuoreladesiosa tristezzala dolce vitala triste mortela dolce mortelatriste vita.

Alla vita sia consacrata la mia vitaa questo mondo voglioappartenere e con esso perire o prosperare. Vi sono stato fino a oggivi ho trascorso i miei giorni e ne dovevo trarre insegnamento e guidaper la faticosa vita. Questo è il mondo al quale ho riservato la miaopera per suo diletto affìnché il mio narrare muti almeno per metà ilsuo affanno in dolcezza e allevi la sua pena. Poiché chiunque haqualche cosa con cui occupare lo spiritoche non vada oziososilibera dalle sue pene e acqueta il cuore angustiato.

Tutti sono d'accordo nel dire che il mal d'amore che opprime il cuoredesertoaumenta vieppiù con l'ozio. Il desiderio amoroso si accrescenell'inoperosità. Perciò è bene che chi porta nel cuore male d'amore edesiderio amoroso cerchi con ogni diligenza un'attività per il corpoaffnché anche lo spiritooccupatopossa averne bene e riposo.

Tuttavia a nessuno che soffra di questo male io consiglio di ricorrerea un'attività che mal si addica all'amore puro. L'amante segua colcuore e con le parole un amoroso racconto e così allevi le ore.

Ora però c'è un detto cui voglio credere: l'animo innamorato quantopiù si occupa di novelle d'amoretanto più accresce la propria pena. E questo detto lo confermereise non fosse che vi contrasta una cosa:chi ha vero amore nel cuoreper quanto gli dolgasempre vi rimaneattaccato e quanto più lo brucia l'amoroso ardoretanto più ama.

Questa pena è tanto piena di deliziequesto soffrire è così dilettosoche nessun cuoreil quale ne sia presovi si vuole sottrarre.

E' cosa certa come la morte e da questo stesso dolore lo riconoscoche il vero amatore ama le novelle amorose. Perciò chi desideraracconti d'amore non vada oltrema si fermi qui che io gli narrerò dinobili amanti che professarono puro amore; di due innamoratiun uomoe una donnauna donna e un uomoTristanoIsotta; IsottaTristano.

So bene che molti hanno raccontato la storia di Tristanoma pochil'hanno fatto con fedeltà. Se ora io facessi altrettanto e inoltreparlassi come dispiacendomi di ogni loro narrare intorno a questasagaagirei diversamente da come debbo. Quindi non lo faccio: essiparlano bene e soltanto con nobili intenti e a vantaggio mio e delmondoe quello che l'uomo fa con retta intenzione è ben fatto. Macome dissiessi non hanno rettamente narrato e così fu in verità. Nonhanno parlato come fece Tommaso di Britanniail quale fu maestro diavventure e lesse nei libri brettoni la vita di tutti i nobili signoridi cui ci ha dato notizia. Poiché egli rettamente narra la veritàintorno a Tristano io cominciai a investigare diligentemente nei librifrancesi e latini e a preoccuparmi molto di raccontare la sua storiasecondo verità. Così cercai a lungo finché trovai un libro che narravacome fu questa avventura. La storia quindi di questo amore propongo atutti i nobili cuori affinché ne abbiano svago e conforto. Buon perloro sarà il leggerla: buono?sìperché l'amore nobilita l'animorafforza la fedeltàpurifica la vita e può conferirle grande virtùpoiché ove l'uomo leale legga oppure oda narrare di così assolutafedeltàè indotto ad amare maggiormente questa virtù e tutte lealtre. Amorefedeltà e perseveranzaonore e molti altri beni non glisono mai tanto cari come là dove si parla d'amore e per pena amorosasi piange.

L'amore è tale gaudiotale gioiosa lottache senza il suoammaestramento nessuno può avere virtù e onore. Dall'amore derivaaltrettanta virtù quanta è la felicità che esso porta con sé.

Ahimè! Perché tutto ciò che ha vita non tende al vero amore? Perché iocosì pochi ne trovo chesoltanto a causa della lieve pena chetalvolta sta nascosta nel cuore accanto all'amorevogliano accettareil puro desiderio per un cuore amico? E come un animo nobile nonvorrebbe sopportare di buona voglia un male per un bene mille voltemaggiore e un disagio per averne molte gioie? Chi dall'amore non ebbemai penedall'amore neppure ebbe mai gioia. Nell'amore gioia e dolorenon andarono mai disgiunti; bisogna con essi guadagnare lode e onoreoppure senza di essi perire. Se al cuore dei due amanti di cui parlaquesto racconto l'amore non avesse dato tormentoe la gioia del cuoredoloroso desiderioil nome e la storia loro non sarebbero mai giuntia tanti nobili cuori per loro conforto e salute.

E ancor oggi sempre dolce e nuova è la storia della loro perfettafedeltàil loro amorela loro passionela loro gioiala loro pena;sebbene da lungo tempo siano mortiil loro dolce nome vive ancora ela loro morte deve restare viva a lungo e per sempre per il bene delmondoispirare fedeltà a chi di fedeltà è bramoso e onore a chi onorepersegue; la loro morte deve sempre essere nuova vita a noi vivi;poiché udire narrare della loro fedeltàdella purezza di questafedeltàdell'amore e della pena del loro cuorequesto è alimento pertutti i cuori ed è così che la morte è viva. Noi ne leggiamo la vitane leggiamo la morte e questo ci è dolce come il pane.

La loro vita e la loro morte sono il nostro pane: così vive la lorovitacosì vive la loro morte. Così essi vivono ancora pur essendomorti e la loro morte è pane ai viventi.

E chi ora voglia udir narrare la loro vita e la loro mortela gioia eil dolore loroquesti porga orecchio e cuore e troverà appagato ognisuo desiderio.Viveva in Parmenia un cavalieredi anni ancora fanciullosecondoquanto ho lettoil quale eracome veracemente racconta la suastoriaper nascita e per territori pari a re e a principibellodipersona avvenentelealearditogeneroso e ricco. Per coloro aiquali voleva a suo tempo far piacereil signore appariva come un soleche irradiasse gioiauna letizia per il mondoun esempio per lacavalleriaun onore per la famiglia e una sicurezza per il paese.

Nessuna delle virtù che si addicono a un cavaliere gli faceva difetto;soltantoegli voleva andare troppo lontanoabbandonarsi ai desideridel suo cuore e vivere solo secondo la sua volontàonde più tardigran male gli incolse.

Poiché così è e così fu in tutti i tempiché la giovinezza esuberantee la grande ricchezza conducono alla prepotenza. A pazientarecosache può fare anche un uomo di grande potenzararamente egli siadattava: ricambiare il male col malespiegare violenza controviolenzaa questo soltanto pensava.

Ora avviene sovente che un uomodandosi l'importanza di unCarlomagnovoglia rivalersi dei torti subìti; sa Iddio sein molticasinon debba invece transigere affinché non gliene venga grandanno.

Chi non sa sopportare alcun male ne incontra di maggiori: è questo undisgraziato destino; allo stesso modo anche l'orsoche vuol vendicareogni piccola offesafinisce con l'essere preso e a molti malisoggiace.

Mi pare che anche a Riwalin sia accaduto altrettantoperché troppovoglioso di vendicarsitanto che male gliene incolse. Questo però nonderivava da animo malvagiodal quale tanti mali provengonoma dallasua inesperta fanciullezza la quale fu causa che nel suo impetogiovanile lottasse con tutto l'ardore di un giovane cavaliere controla sua propria fortuna. Lo ingannò la giocosa età che fioriva nel suocuore con tutta la sua prepotenza; egli faceva come tutti i fanciulliche raramente sogliono essere prudenti; di nulla si dava pensieromasi curava solo di vivere e soltanto vivere.

Da quando la sua vita ebbe principio e ascese come la stella delmattino e guardò il mondo sorridendoegli sempre credette - il chemai si avverò - di poter vivere sempre così nella gioia vivente.

Noquest'alba della sua vita ebbe breve durata; il sole del mattinola letizia della sua vitaaveva appena cominciato a splendere checadde rapida la seraa lui fino allora ignotae spense la suaaurora.

La storia ci raccontae le sue avventure lo provanoche Riwalin erail nome che gli si addiceva e Kanelengres il sopranome.

Molti credono che fosse di Lohnois e re di quella regionema Thomasci assicura di aver letto nelle avventure che era di Parmenia e avevaun'altra terra in feudo da un signore brettoneil duca Morgandelquale doveva esser suddito.

Ora Riwalingià ricco di onori e da tre anni armato cavaliereeragià edotto di tutta la scienza della cavalleria e forte nel maneggiodelle armi e possedeva beniterritori e sudditi. Non so se fosse pernecessità o per baldanza checome narrano le storieegli attaccòMorgancome se questi fosse stato in colpa. Mosse a cavallo e a manoarmata contro di lui con tale violenza che espugnò molte cittàlequali dovettero arrendersi evolenti o nolentiriscattare a caroprezzo vita e averifinché egli venne così a possedere tale potenza etale ricchezza che ovunque si volgesse poteva imporre la sua volontà.

Però spesso gliene venne male e perse molti uomini valorosipoichéMorgan si difendeva e gli resisteva con le sue schiere e gliinfliggeva gravi danni. Perché nella guerracome nella cavalleriasialternano vittoria e sconfitta e nel mestiere delle armi perdere evincere è costume di guerra.

Morgan faceva altrettantogli distruggeva città e castelli e glirapinava uomini e beni per quanto poteva; ma non riusciva a moltoperché sempre Riwalin si prendeva la rivincita e lo metteva fuoricombattimento con grave danno. E questo continuò sino a che alla fineMorgan non poté più resistere né in alcun modo salvarsi se non nellesue fortezze migliori e più munite. Riwalin assediò anche queste e inaccaniti combattimenti e battaglie sempre lo ricacciò indietro finoalla porta e sovente davanti a questa tenne tornei e brillantitenzoni.

Così lo oppresse con la sua forzamettendo il paese a ferro e fuocofinché il duca venne a patti e con fatica ottenne che gli fosseaccordata una tregua di un anno e la pace tra loro venne conchiusa congaranzie e giuramenti come si conveniva.

Quindi Riwalin ritornò al suo paese ricco e contentocon i suoi fidie li ricompensò con mano generosa e tutti li arricchì lasciandoliritornare alle loro case soddisfatti e con onore.

Riuscita questa impresanon trascorse molto tempo che Kaneles siaccinse per suo piacere a un'altra spedizionee di nuovo si partìdalle sue terre con grandi ricchezze come suole esigerlo l'ambizione. Tutto ciò che poteva occorrergli per un anno fu portato a bordo di unanave. Sovente egli aveva udito raccontare quanto rinomato per dignitàe cortesia fosse il giovane re Marco di Cornovagliail quale eratenuto in sommo onore e aveva sotto di sé la Cornovaglia el'Inghilterra. La prima l'aveva per eredità e quanto all'Inghilterrale cose erano andate così: la possedeva fin da quando i Sassoniavevano scacciato i Britanni dal Gallesrimanendo signori del paese. Da loro era rimasto anche il nome alla terra che prima si chiamavaBritannia e poi da quelli del GallesEngelant.

Ora quelli che dominavano il paese e lo avevano in loro poterevolevano tutti esserne signori e i piccoli re; e questa fu la lorosfortuna perché cominciarono a combattere e a uccidersi fra lorotanto che alla fine misero se stessi e i loro domini sotto laprotezione di re Marco: da allora egli governò così bene in tutti icampi che maiin alcun regnosovrano fu meglio obbedito. E le storieci narrano che in tutti i paesi all'intorno che riconoscevano la suaautorità nessun re fu amato quanto lui.

Colà voleva andare Riwalin che pensava di rimanere un anno presso reMarco per apprendere da lui la disciplina e acquistare nuove cortesivirtù e affinare i suoi costumi. Il suo nobile cuore gli suggeriva checonoscendo gli usi di paesi stranieriavrebbe potuto migliorare ipropri e averne egli stesso rinomanza. Cominciò in questo modo: lasciòle sue genti e le sue terre in custodia al suo mariscalcoanticosignore del paesedella cui lealtà era sicuro; Rual di Foitenant erail suo nome; quindi si imbarcò con soli dodici compagni; questi glibastavano e non gliene occorrevano altri.

Quando a suo tempo arrivò in Cornovagliaappreseessendo ancora inmareche Marcoil potenteera a Tintajoele volse allora la proraverso quella parte. Qui scese a terra e ivi lo trovò e di ciò sirallegrò molto; rivestì se stesso e i suoi riccamente e come a loro siaddiceva e quando giunse alla cortere Marco il cortese cortesementelo ricevettelui e il suo seguito. Riwalin ebbe colà tale accoglienzae tali onori come mai e in nessun luogo ne aveva avuto di simili. Molto ne godeva il suo animo e il viver cortese tanto gli piacevachespesso diceva fra sé:

    "In fede miaDio stesso mi ha guidato fraquesta gente; la mia buona fortuna mi ha favoritotutto quello che houdito delle virtù di re Marco è tutto verola sua vita è cortese ebuona». Così egli aprì l'animo suo a Marco dicendogli per quale motivofosse venuto.

Quando Marco ebbe appreso la sua storia e le sue intenzioni disse:

    "Benvenuto tu sei e inviato da Dio. La mia vita e i miei beni e tuttoquello che posseggo siano ai tuoi ordini".

Kanelengres stava contento a corte e la corte era tutta presa di lui;poveri e ricchi lo avevano caro e lo tenevano in onore e mai ospite fupiù gradito. Ben lo meritava il valoroso Riwalin che erae sapevaesserlopronto a ogni loro servizio con bontà e con amore e con animoamico.

Così egli viveva nell'onore e nella vera bontà in cuicome nellealtre virtùogni giorno progredivafinché giunse la grande festa dire Marco alla qualeper invito e per ordineconveniva gran folla digente. Una volta all'annoal suo messaggio subito accorrevano allaCornovaglia i cavalieri del regno d'Inghilterraconducendo con ségrande schiera di belle dame e grande magnificenza.

Fu deciso di tenere i festeggiamenti durante le quattro fioritesettimane quando ha principio il dolce mese di maggio sin dove esso hafinee di riunire gli invitati a Tintajoel su verdi prati nel più belluogo che occhio abbia mai veduto. La dolce e soave stagione vi avevaprofuso i suoi tesori con mano generosa; gli uccellini del boscochesono la gioia dell'orecchiofiorierbe e fronde e tutto quello cherallegra l'occhio e i cuori gentilidi ciò era piena l'estivacampagna. Vi si trovava tutto quello che si voleva che il maggioportasse: ombre a riparo del solei tigli presso alle fontaneisoavi e miti zeffiri che si inchinavano cortesemente alla nobilecompagnia di re Marco. Sorridevano i variopinti fiorellini dall'erbarorida. Il verde pratol'amico del maggiosi era fatto una splendidaveste estiva che si rispecchiava negli occhi dei nobili invitati. Glialberi in fiore sorridevano così dolcemente a chi li mirava che animae cuore si volgevano con aperta gioia alla ridente fiorita e tutti lerendevano il riso. Il dolce canto degli uccellicosì soave e belloche tanto sollievo dà all'orecchio e all'animoriempiva tutta l'ariadal monte al piano. Il felice usignoloche sempre sia benedettogorgheggiava dai rami fioriti con tale slancio che infondeva gioia ecoraggio in molti nobili cuori.

L'allegra brigata si era gaiamente adagiata sulla verde erbettaciascuno a suo agio. E si erano dispostisecondo il loro piacereiricchi sontuosamentela gente di corte con decoroqui gli uni sottotende di setalà gli altri tra i fiori. I tigli offrivano ampioriparo e molti stavano nascosti fra le loro verdi fronde. Mai ospiti ecortigiani furono più splendidamente albergati. Quicom'è costumenelle grandi festivitàsi trovava gran dovizia di cibi e di ricchevestidi cui ciascuno poteva usare a suo piacereavendo re Marcoavuto cura con grande larghezza che tutti vivessero nell'abbondanza efossero felici.

Così ebbe inizio la festa e chi era invogliato a guardare lo potevafareperché il luogo vi si prestava mirabilmente. Si poteva vedere aproprio agio e come si voleva: questi venivano per ammirare le damequelli per vedere le danzechi guardava torneare e chi giostrareildesiderio ovunque si volgesse veniva soddisfattopoiché quanti eranopresenti in giovanile età gioconda si industriavano tutti perrallegrare la festa e accrescere l'allegria. E re Marcoil cortese eil buonopur non avendo a fianco altra femminile beltàaveva unarara meraviglia in sua sorella Blanchefluruna fanciulla che mai piùbella fu veduta ivi o altrove. Di lei si diceva che non vi era uomoche l'avesse guardata con occhio devoto senza che in lui crescessel'amore per la donna e per la virtù.

La gioia degli occhiil bel paesaggiorendeva anche molti giovaniarditi e baldi e molti nobili cuori coraggiosi. Inoltre si trovavanosul prato varie belle dameciascuna delle quali meritava di esserevera regina di bellezza; esse pure portavano animazione e gioia atutti i convenuti e rallegravano i cuori. Allora cominciò il torneodella gente di corte e anche dei forestieri: i più degni e i miglioricavalcavano liberamente qua e là; c'erano anche il prode re Marco e ilsuo compagno Riwalin con altri suoi fidi che si industriavano didimostrarsi tali da essere degni di lode e da confermare quindi laloro fama. C'erano anche destrieri coperti di zendado e di pellicongualdrappe alcune bianche come nevealtre giallebrunerosseverdio azzurrefinemente tessute in bella seta oppure traforate in molteguisericamate e ornate e in tanti modi guarnite. I cavalieriportavano vesti meravigliosamente ritagliate e traforate con grandearte.

Anche la stagione estiva era palesemente in favore di re Marcopoichési potevano ammirare in quel ritrovo molte bellissime corone di fioriche essa gli recava in omaggio.

In questa dolce piena estate si tennero varie belle tenzoni: leschiere spesso si scontravanosi sospingevano qua e làtanto chegiostrando giunsero fin dove Blancheflurla gentilequestameraviglia della terrastava con molte altre belle dame a guardare lospettacolo; poiché essi cavalcavano con tale maestriacon tantaregale dignità che ogni occhio ne godeva. Ma le gesta migliori lecompié Riwalin il corteseche in quel giorno e in quel luogo sembravadavvero destinato a superare tutti. Ben lo notarono le damele qualiandavano dicendo che in tutte le schiere nessuno si comportava contanto cortese decoronessuno cavalcava con altrettanta grazia; etutte lodavano in lui l'arte del combattere.

    "Vedete - dicevano -questo giovane è uomo avventuratovedete cometutto quello che intraprende è degno di luicome perfetta è la suapersonacome armoniosa e nobile ogni sua movenza! Come sempre saldoregge lo scudocome gli si addice la spada in mano! Come ben gli siadattano le sue vesti e come porta bene il capo e la chiomae comepiacevole è tutto il suo fare e quanto dilettosa la sua persona. Beatal'avventurata donna che da lui avrà gioia!".

Blancheflurla buonasi rese conto della loro inclinazione poichépure lei teneva Riwalin in altrettanto pregio; lo aveva accolto nelsuo animo ed egli le era entrato nel cuore dove imperava con scettro ecorona. Ma essa teneva tutto ciò così ben segreto che rimaneva a tuttinascosto.

Allorquando i giochi d'arme ebbero termine e i combattenti sidisperserodirigendosi ognuno secondo il proprio gradimentoaccaddeche per avventura Riwalin ritornasse là dove sedeva Blancheflur labella. Subito con un balzo dal cavallo le fu vicino e guardandolanegli occhi le disse molto cortesemente:

    "A dê vus sal la bele".

    "Merzî"

disse la pulzellae aggiunse modestamente:

    "Iddio munifico che tutti i cuori ricolmacolmi di doni a voi purel'anima e il cuore. E siano rese a voi grandi graziesenza rinunziaperò all'ammenda che a buon diritto devo esigere da voi".

    "Ohimèdolce Signorache cosa ho mai fatto?"chiese Riwalin ilcortese. Essa rispose:

    "A un mio amicoil migliore che io abbiavoiavete recato danno".

    "Dio mio - pensò egli tra sé -che storia èquesta? o che cosa ho commesso che possa esserle dispiaciuto? Di checosa mi incolpa?".

E pensò di avere involontariamente offeso neltorneo qualche amico di lei onde essa ne fosse contristata e irritatacontro di lui.

Ma nol'amico che lei intendeva era il suo cuore che per causa di luisoffriva; questo era l'amico di cui parlava. Ma egli non lacomprendeva e con la sua grazia abituale e con grande cortesia le sirivolse:

    "Madonnaio non voglio che voi mi portiate odio o malvolereperciò se è vero quanto mi ditepronunciate voi stessa giudizio su dime; quello che voi comanderete io lo farò".

La dolce fanciulla parlò e disse:

    "Per l'offesa non vi odio tropponéper essa troppo vi amo. Vi metterò perciò meglio alla prova con lasoddisfazione che mi darete per quello che avete fatto".

Al che eglisi inchinò per andarsene e leila bellavedendo ciò sospiròsegretamente ed esclamò dal profondo del cuore:

    "O amico dilettoDioti benedica!".

Solo allora cominciarono i loro pensieri acorrispondersi.

Kanelengres si allontanò cogitabondoricercando ansiosamente di checosa si dolesse Blanchefiur e di quale storia si trattasse mai. Ripensava il suo salutole sue paroleconsiderando a parte il suosospirola benedizionetutta la sua condotta e quindi venne ariguardare il suo sospiro e la sua dolce benedizione come un avvioall'amore; giunse così alla convinzione che ambedue non altro chedall'amore potessero provenire. Questo infiammò anche tutti i suoisensi i quali andarono e presero Blancheflur e la condusseroimmantinente nel regno del cuore di Riwalin e colà la incoronarono suaregina.

SìBlancheflur e Riwalinil re e la dolce reginasi scambiarono ilregno del loro cuore: quello di Blancheflur seguiva Riwalin e quellodi lui obbediva a lei eppure nessuno di loro sapeva dell'altro. Essiavevano reciprocamente scambiato i loro pensieri unendoli insieme. Orail diritto aveva affermato le sue buone ragionipoiché ella gli stavanel cuore con la stessa pena che ella aveva per causa di lui. E poichéegli non era sicuro della disposizione dell'animo di lei né se essaagisse per amore o per odiola sua mente oscillava nel dubbio e isuoi pensieri erravano qua e là. Ora egli voleva fuggirsene subito eora subito voleva ritornare e così si impigliava nei lacci del suoproprio pensiero e non poteva svincolarsene.

L'innamorato Riwalin esperimentò in se stesso come l'amante somigliall'uccellino di boscoil quale nel suo libero volo si posa sul ramoinvischiato e quando si accorge del vischio e sta per alzarsi in volovi rimane attaccato per le zampine: vorrebbe allora fuggire e agita lepennema dovunque con esse tocchi il ramo resta impigliato eprigioniero; si sbatte allora su e giù con tutte le sue forze e inogni senso e alla fine resta vinto nella lotta contro se stesso egiace invischiato sul ramo.

Nella stessa maniera agisce l'animo giovanile incontrollato: quandoviene in amoroso desideriol'amore opera in lui i suoi portenti condesioso affanno; allora egli vorrebbe riconquistare la sua libertàmalo trattiene la dolcezza dell'amoroso vischio ed egli vi restatalmente intricato che non può più in alcun modo liberarsene.

Così accadde anche a Riwalin; i suoi pensieri si erano impigliatinell'amore della regina del suo cuore; questo smarrimento della suamente lo aveva indotto in uno strano ingannonon sapendo se essafosse male o ben disposta verso di lui e mossa da odio o da amore. Speranza e dubbio se lo disputavano senza posa. L'amore gli suggerivasperanzama il dubbio suggeriva odio e in questo contrasto egli nonpoteva fermare l'animo né sull'una né sull'altro; così i suoisentimenti ondeggiavano sempre nell'incertezza; la speranza losospingeva e il dubbio lo tratteneva e fra questi due non c'eratreguatanto erano tra loro confusi. Veniva il dubbio e gli dicevache la sua Blancheflur lo aveva in dispregio ed egli allora avrebbevoluto fuggirsene viama subito dopo la speranza lo incoraggiavanella dolce illusione d'amore ed ecco che abbandonava ogni idea difuga. In questa lotta non sapeva da quale parte volgersi: quanto piùstrenuamente combattevatanto più lo soggiogava l'amore e quanto piùcercava di fuggiretanto più l'amore lo richiamava indietro. E iltormento continuò così finché la speranza vinse e debellò il dubbio;Riwalin fu fatto certo dell'amore di Blancheflur e da allora in poitutti i suoi pensieri e tutti i suoi affetti furono concentrati in leie nessun potere contrario valse più.

Ora che il dolce amore aveva volto alla propria volontà cuore e animodi Riwalinegli non avrebbe creduto che al vero amore si potesseaccompagnare tanta amarezza. Riflettendo alla sua vita e riandando atutta la sua avventura con Blancheflurla rivide in pensieroneconsiderò tratto per tratto i capellila fronteil mento e la boccale gote e la gaudiosa luce che come il riso di un dì di Pasqua lerideva negli occhi; allora Amorequesto incendiarioaccese in lui ilfuoco del desiderio che cominciò ad ardere anche nel suo cuore. Gli fusubito manifesto quale fosse la fatica d'amorepoiché entrò in unanuova vita. Allorché questa nuova vita gli si rivelòegli mutòpensieri e costumi e divenne un uomo tutto diversopoiché tuttoquello che ora cominciava a fare era misto di stranezza e di oscurità. I suoi sensi innati erano dall'amore fatti così disordinati e confusicome se non fossero in suo potere. La sua vita perse ogni allegrosorrisoegli si allontanò da tutti gli svaghi che era solitofrequentare. Silenzio e malinconia occuparono la maggior parte dellasua vital'animo suo essendo tutto rapito nell'amoroso affanno.

Anche l'innamorata Blancheflur non sfuggì al medesimo destinooppressa anche lei dallo stesso male che egli provava per causa dilei. L'onnipotenza dell'amore invadendo violentemente anche l'animosuo le aveva rapito ogni tranquillità e faceva che si sentisse indisaccordo con se stessa e col mondo. Gli svaghi e i giochi che primaaveva cari le erano ora di peso e la sua vita si uniformava allatristezza che le gravava sul cuore.

E questo travaglio lo soffriva senza capire da dove venissepoichémai prima di allora aveva saputo che cosa fosse tale dolore e talepena di cuore. E sovente diceva tra sé:

    "AhimèSignore Iddiochevita è ormai la mia! Ma che cosa mi è dunque avvenuto? Io ho pureincontrato molti uomini senza che da essi mi venisse alcun malema daquando mi avvenne di vedere luiil mio cuore non è più stato libero elieto come lo era prima. Vederlo è cosa che mi ha procurato grandeafflizione. Il mio cuore cui prima era ignoto il doloreora ne èdevastato; egli mi ha cambiataanima e corpo. Se anche ad altredonneal vederlo e udirlodovesse accadere quello che accadde a mee ciò per una tendenza in lui innataquanta bellezza andrebbesprecata per colpa della sua vana vita! Se però egli dalla magiaapprese ogni sorta di incantesimi donde mi venne questo strano maleallora meglio sarebbe se fosse morto e nessuna donna dovesse mai piùvederlo. Mio Dioche gran soffrire mi è venuto da lui! In veritàionon ho mai guardato né lui né alcun altro con occhio malevolo eneppure ho mai odiato alcuno; come dunque ho meritato che tanto malemi venga da uno che guardo con occhio benigno? Ma perché rimproveroquest'uomo giusto? Egli forse è senza colpa e Dio sa se le pene che iosoffro per lui non siano invece dovute soltanto al mio proprio cuore? Molti uomini ho veduto e che colpa ne ha eglise l'animo mio si èfermato su di lui piuttosto che su di un altro? Da varie nobili dameho udito magnificare il suo regale aspetto e le sue cortesi maniereerimandarsi le sue lodi come una palla e io stessa con i miei occhi enel mio cuore ho potuto constatare la verità d'ogni virtù che sidiceva di luisìcché l'animo mio ne è restato ammaliato e il miocuore conquistato. Invero è questo che mi ha abbagliataquestol'incantesimo che mi ha fatto smarrire il senno. Non lui mi ha fattoalcun tortonon l'uomo amato che accusoma è l'animo mio stolto emal guidato che è causa del mio male e che fortemente vuole quello chenon dovrebbe volere se consultasse l'onore e il buon dirittoe oraaltro non vede che il proprio desiderio in questa dilettosa persona dicui tanto e così subitamente si è preso. EDio lo sase non devovergognarmi della parola per il mio buon nome di fanciullami pareche questa pena che porto nel cuore non sia altro che amore. Sentodesiderio di stargli continuamente vicina e questo nuovo sentimentoche nasce in me si può solo interpretare con le parole "amore" esposo. Quello che ho potuto apprendere intorno all'amore e che houdito narrare di donne innamorate ha ora preso anche il mio cuore conil dolce affanno che tanti nobili cuori tormenta".

Quando la cortese e buona damigella fu convinta nell'animo suo(secondo il costume di tutti gli amanti) che il suo amico Riwalinsarebbe stato la gioia del suo cuoreil suo maggior confortola suavita migliorecominciò a levare gli occhi su di lui e a rimirarloogni qual volta le era possibileper quanto lo permettesse il buoncostume. Lo salutava segretamente con dolci sguardi e lo seguivaspesso e a lungo con occhio innamorato.

L'amico suo cominciò ad accorgersene e allora si accrebbero anche ilsuo amore e il conforto che trovava in lei e il suo cuore si infiammòdi desiderio e rimirò l'amata con sguardi più arditi e più dolci diquanto avesse fatto sino allorasalutandola egli pure con gli occhiogni volta che ne aveva il destro.

Allorché la bella fu sicura che egli l'amava come lei amava luituttala sua pena svanìpoiché essa aveva sempre temuto che egli non avesseaffetto per lei; ora invece riconobbe che l'amico suo le era inclinecome l'amore lo è all'amore. Lo stesso egli sapeva di lei e ciòinfiammava i desideri di entrambi e allora cominciaronoscambievolmente a intendersi e ad amarsi con tutto il cuore. Avvennequindi a loro come si suol dire: che quando l'amante guarda negliocchi l'amato il fuoco d'amore è un tributo che va sempre crescendo.

Orafiniti i festeggiamenti di re Marco e congedati i nobilicavalierigiunse al re notizia che un suo nemico muoveva contro dilui a mano armata con tali forze che qualora non lo si fosse subitofermato avrebbe ben presto devastato tutto il paese fin dove potessearrivare. Immediatamente Marco radunò un grande esercito e assalì inemici con grandi forzeli debellò e uccise o fece prigionieri tantidei loro uomini che fu un miracolo se qualcuno si poté salvare.

Il nobile Riwalin fu ferito di spada nel fianco così gravemente che isuoi lo portarono senza indugio e con grande cordoglio quasi morente aTintajoel e là lo deposero. Subito si sparse la nuova che Kanelengresera ferito a morte e ucciso in battaglia: ne fu fatto grande lamentoalla corte e in tutto il paese.

Tutti coloro che conoscevano le sue virtù lamentavano di cuore la suasorte e rimpiangevano che il suo valorela sua bella personala suadolce giovinezzala lodata gravità del suo contegno dovessero cosìpresto andar perduti con lui e avere una fine così precoce. Il suoamico re Marco lo pianse e mai per nessun altro aveva fatto taleduolo. Lo piansero molte nobili donnemolte dame lamentarono la suapersona e tutte quelle che l'avevano prima conosciuto erano mosse apietà della sua mala sorte. Ma per grande che fosse il loro doloreuna fra queste vi erala donna suala cortesepura e buonaBlancheflurla quale costantemente con le lacrime e col cuorelamentava le sofferenze del suo diletto e quando era sola e dava sfogoal suo dolore si colpiva con le mani e si batteva ripetutamente ilpetto; proprio là dove il cuore le doleva la bella si dava ripetuticolpi. Così la soave damigella affliggeva il suo dolce e giovane corpocon tale doloroso impeto che avrebbe accettato qualunque altra mortein cambio di quella vitapur di non morire per amore. Essa sarebbecertamente perita e morta di dolore se non avesse avuto conforto nellasperanza di poter vedere il suo amatocomunque ciò potesse farsi. Intal caso avrebbe sofferto volentieri qualsiasi cosa le potesse poiaccadere. Così trascorreva la sua vita finché cominciò a ritornare insé e a riflettere come fare per vederlo e quindi lenire il suo male.

Allora si rammentò di una sua aja che sempre in tutte le circostanzel'aveva tenuta sotto la sua direzione e la sua cura e l'aveva sempreprotetta. La prese da parte e la condusse dove non c'era alcunoall'infuori di loro due e cominciò a raccontare della sua penacomefanno e hanno sempre fatto quelli che sono nelle medesime condizioni: i suoi occhi versavano lacrime che cadevano fitte e abbondanti sullesue chiare gote; ella tese davanti a sé le mani giunte:

    "Ahvita mia- disse - ahvita mia! ohimèaja dilettadammi ora prova della tuadevozione che è così grande e meravigliosa: e poiché tu mi sei cosìfedele che ogni mia salvezza e ogni mio consiglio dal tuo solodipendonocosì confido ora la pena del mio cuore alla tua bontà: setu non mi aiuti sono perduta".

    "Orsùmadonnaqual è la vostra pena e il motivo del vostro dolorosolamento?".

    "Ahimèmia caracome posso dirtelo?".

    "Ma sìdiletta signoraparlate".

    "Io muoio per quest'uomo mortalmente feritoRiwalin diParmenia. Bramo tanto vederlose ciò fosse possibile e se sapessicome riuscirci prima che davvero egli muoia; poiché purtroppo egli nonpotrà guarirese mi aiuterai io non ti rifiuterò mai nulla finchéavrò vita".

L'aja pensò:

    "Se acconsento che male ne può venire? Poiché quest'uomogià mezzo morto morirà certamente domani o oggi stesso: così io avròconservato alla mia signora vita e onore e le resterò sempre più caradi qualunque altra donna".

    "Diletta signora - disse - cara vita miail vostro dolore mi va alcuore e se con la mia vita io posso stornare il vostro travaglio nondubitate di me. Io stessa mi recherò da luilo vedrò e ritorneròsubito; devo conoscere il luogo in cui si trova e rendermi conto anchedelle persone".

Così ci andòfingendo di volerlo confortare per ilsuo male e intanto gli disse segretamente che la sua signoradesiderava vederlosecondo onore e con ogni onestàse egli volessepermetterlo. Quindi se ne ritornò con la risposta. Prese la fanciullae le mise una povera veste da mendicantecoprì la bellezza del suovolto con fitti velipoi la prese per mano e la guidò a Riwalin. Eglipure aveva congedato tutti i suoi dicendo di aver bisogno disolitudine e di tranquillità ed era rimasto solo. L'aja poi dichiaròche conduceva con sé una medichessa e così ottenne che la lasciasseroentrare presso di lui. Allora essa chiuse il chiavistello e disse:

    "Oramadonnaguardatelo"

. E leila bellagli si avvicinò e quandolo ebbe visto:

    "Ahimè esclamò - e sempre ahimè! ahimè non fossi mainatacom'è ridotto il conforto mio!".

Riwalin le si inchinò con grande fatica come può fare un uomo ferito amortema questo a lei poco importava e neppure se ne accorsema sisedette senz'altro accanto a luiaccostò la gota alla sua finché perl'amore e insieme per il dolore le forze la abbandonarono. La suarosea bocca si sbiancòil suo volto perse il bel colore che primaaveva; ai suoi chiari occhi il giorno divenne fosco e oscuro come lanotte. Così giacque a lungo priva di sensi con la guancia controquella di luicome se fosse morta. Quando si riebbe alquanto daquesto deliquiosi prese l'amato fra le braccia e mise la sua boccasu quella di lui e lo baciò mille volte in una sola orafinché la suabocca diede a lui forza d'amore e gli infiammò i sensipoiché làdentro vi era amore: la sua bocca lo riempiva di gioiala sua boccagli diede tale energia che egli allacciò strettamente la regalefanciulla al suo corpo già per metà morto. Quindi non durò a lungofinché la volontà di ambedue cedette e la dolcissima donna concepì dalui un figlio. Per l'amore della sua donna egli fu vicino a morire; seIddio non lo avesse salvato egli mai avrebbe potuto risanare. Inveceguarì perché così doveva essere.

Fu così che Riwalin guarì e Blancheflurla bellafu da lui insiemeliberata e gravata da due diversi dolori di cuore: essa fu liberadalla grande tribolazione per luima ne riportò una ancora maggiore;lasciò il doloroso desiderio del cuore e si riportò indietro lamorte... con l'amore lasciò la pena e col figlio acquistò la morte. Etuttaviacomunque fossein qualsiasi maniera essa fosse da luiliberata o gravata sia da bene come da malepure altro non vedeva cheil diletto amore e l'uomo amato. Non si curava né del bambino cheportava in seno né del pericolo di morte: altro non sapeva che amore esposo e faceva come deve fare chi vive e come fa chi ama; il suocuorel'animo suoil suo desiderio non erano rivolti che a Riwalincome anche il pensiero di lui a lei sola e al suo amore era rivolto. L'animo loro aveva un solo amoreuna unica brama: egli era leiessaera luiegli era suoella sua. Se qui vi era Blancheflurqui eraanche Riwalin; se là vi era Riwalinlà era anche Blancheflurdoveerano entrambi vi era leal amur; la loro era un'unica vita; essierano felici l'uno nell'altroelevavano il loro spirito con moltecomuni gioie e quando potevano convenientemente restare soli in unluogola loro felicità era piena e tanto dolce che non avrebberoscambiato la loro vita neppure per mille regni.

Ma tutto questo fu di breve duratapoiché ben presto e quando piùgodevano la vita secondo il loro desideriovennero a Riwalin deimessi con la notizia che il suo nemico Morgan aveva ancora una voltainvaso il paese con grandi forze. A questa nuova fu subito allestitauna nave per Riwaline imbarcatovi tutto l'occorrenteprovviste ecavallitutto fu presto pronto per la partenza.

Dal momento in cui l'amorosa Blancheflur apprese dal diletto sposo latriste novella ebbe principio il suo tormento. Dal dolore rimase senzavista e senza udito e il suo corpo restò senza vita come se fossemorta; dalla sua bocca altro suono non uscì se non la triste parolaahimè!. Soltanto questo e null'altro diceva.

    "Ahimè! - ripetevasempre - ahimèamoreahimèsposo mio! Qual grande travaglio miavete procurato! Amoreinfelicità del mondo tutto! Così brevi gioietu dài! tanto instabile sei! Che cosa ama in te il mondo? Ben vedo chetu lo ricompensi come suol fare il falso di cuore. La tua fine non ècosì bella come la prometti al mondo quando lo seduci dapprima conbreve gioia e poi lungo dolore. La traditrice illusione che si cullain così falsa dolcezza inganna tutti i viventie ciò è ben manifestoin me: da ciò che doveva formare tutta la mia gioia non ne ho ricavatoche mortale ambascia di cuore: il mio conforto se ne va e mi abbandonaqui!".

In mezzo a questo doloroso lamento venne a lei il suo fido compagnoRiwalin col pianto nel cuore per prendere congedo:

    "Madonna - disse - datemi licenza; ho il dovere e l'obbligo dipartire; voio belladeve guardarvi Iddio! Possiate sempre esseresana e felice"

. E di nuovo lei venne meno dal dolore e cadde davanti alui come morta nelle braccia dell'aja.

Quando il suo fido amico vide un così gran dolore nella sua diletta lefu subito fedele compagno poiché ne condivise fin in fondo lasofferenza. Il colore e la forza cominciarono ad abbandonare il suocorpo; con grande tristezza le si sedette a lato e a malapena potériaversi tanto da prendere tra le braccia la donna dolente estringerla dolcemente a sé; la baciò sulla boccasugli occhisulleguancesino a che alla fine essa un po' alla volta ritornò in sé epoté sollevarsi e stare diritta.

Allorché Blancheflur ebbe ripreso i sensivide l'amico suo presso disélo rimirò con grande tristezza:

    "Oh - disse diletto mioquantomale ho avuto per causa vostra! Signoreperché mai vi ho conosciutose dovevo averne poi tanti palpiti dolorosi quanti ne sopporta il miocuore per voi! Se mi fosse lecito dirvi tuttoagireste meglio e piùamabilmente verso di me. Signore e amicoio ho sofferto da voi moltimali e particolarmente tre che sono mortali e inevitabili: l'uno è cheporto un bambino che non spero di poter dare alla lucea meno cheIddio non mi venga in aiuto; l'altro è ancora più grande: quando ilmio signore e fratello apprenderà questa mia sventura e con questa ilsuo proprio disonoremi condannerà e mi farà miseramente morire; ilterzo male è il più grave di tutti e molto peggiore che la morte: ioso bene che se anche tutto andasse bene e mio fratello mi lasciassevivere senza uccidermiperò certamente mi diserediterà e mi toglieràbeni e onore così che sarò sempre in dispregio a tutti e in cattivafama. Inoltre dovrò allevare il mio bambinolui che pure ha un padreviventesenza l'aiuto e il consiglio paterno. Tuttavia non milamenterei se potessi portare l'onta da sola e ne andassero liberi econ onore la mia nobile famiglia e il mio nobile fratello. Ma se sidiffonde la notizia che io abbia concepito un figlio illegalmentequesto sarebbe una pubblica vergogna per la Cornovaglia el'Inghilterra. E guai se accade che si ritenga che per colpa mia duepaesi vengano diffamati e avvilitiallora meglio per me sarebbeessere morta. Vedete mio signore continuò essa -questa è la penaquesta è la continua angoscia di cuore della quale pur vivendo muoioogni giorno. Signorese non mi aiutate e se Iddio non destinaaltrimenti non avrò più bene nella vita".

    "Madonna - rispose egli -se voi avete sofferto per me io lo sconteròcome meglio posso e anche adesso vi difenderò in modo che per colpamia non abbiate più tribolazioni né possano sorgere calunnie. Qualsiasi cosa possa in futuro accadereio ho veduto con voi giornicosì felici che non sarebbe giusto se dovesteme consenzientesopportare anche la minima pena. Madonnavoglio dirvi tutto il miocuore e tutto l'animo miodolore e gioiabene e male e tutto quelloche in me avviene: in nulla di questo mi ritiroper quanto gravepossa essere e vi starò sempre a fianco: vi do la scelta fra due vie;decida il vostro cuore se io devo rimanere o partire. Ora riflettetese volete che io rimanga qui e veda come si svolge la vostra venturaallora così sia fatto. Se voi invece vi degnate di venire via nel miopaese con meio stesso e tutto quello che ho siamo ai vostri ordini;mi avete dato tanta felicità che devo ricambiarla con ogni sorta dibene. Qualunque sia il vostro desideriomadonnafatemelo conoscerepoiché quello che volete voi lo voglio io pure".

    "Graziesignore - disse allora lei - voi parlate e mi fate offerte inmodo che Dio deve compensarvelo e che dovrò sempre seguire volentierii vostri passi. Amico e signoresapete bene che qui non vi può esseredimora per me. Purtroppo non posso nascondere la mia angoscia per ilmio bambino altro che cercando di andarmene segretamente: questosarebbe il miglior consiglio nelle circostanze in cui mi trovo; amicoe signoreassistetemi in questo".

    "Ebbenemadonna - disse egli - ascoltatemi: questa sera quando miimbarcherò fate in modo di trovarvi colà di nascosto prima di meinmodo che io dopo aver preso licenza vi trovi là con la mia gente; fatequesto e così sia"

. Con queste parole Riwalin se ne andò da re Marco egli narrò quello che i suoi messi gli avevano riferito intorno allasua gente e al suo paese. Prese allora licenza da lui e quindi datutti i suoi. Questi fecero lamento per Riwalin quale egli mai avevaveduto fare per alcuno: fu accompagnato da molte benedizioni che Dioprendesse sotto la sua protezione il suo onore e la sua vita. Oraquando cominciò a scendere la notte ed egli giunse alla sua nave e vifece portare le sue robevi trovò la sua signorala bellaBlancheflur. Così la nave salpò ed essi se ne partirono di là.

Quando Riwalin arrivò al suo paese e si rese conto del grande dannoche Morgan gli aveva inferto con forze superiorichiamò il suomariscalco del quale conosceva la fedeltà e in cui riponeva ognifiduciacolui che si curava del suo prestigio sulla sua gente e sulsuo paese: questi era Rual li Foitenantsostegno dell'onore e dellafedeltàche mai in ciò aveva vacillato. Questicui tutto era bennotogli disse quale calamità si era abbattuta sul paese.

    "Eppure -aggiunse - poiché per nostro conforto siete venuto in tempo e Dio viha rimandato a noicosì a tutto vi sarà rimedio e potremo ancorasalvarci; dobbiamo solo essere di buon animo; ormai non c'è piùragione di temere"

. Allora Riwalin gli raccontò la dolce avventura conla sua Blancheflur ed egli molto se ne rallegrò.

    "Ben mi accorgosignore - disse - che il vostro onore cresce in tutti i modi e lavostra dignitàil vostro valorela vostra gioia e la vostra felicitàsalgono come il sole. Non potete sulla terra acquistarvi da una donnafama maggiore che da lei. Perciòsignoreascoltatemi: se essa vi hafatto del benedovete lasciargliene godere la ricompensa. Appenaavremo condotto a termine questa impresa e stornato da noi questomalanno che ora ci incombepreparate una grande festaricca esontuosae prendetela pubblicamente in matrimonio davanti a parenti efamigli; e anzi vi consiglio che ancora prima vogliate contrarre ilmatrimonio in chiesa secondo l'uso cristianoche lo vedano sacerdotie laici: in questo modo onorate voi stesso e siete sicuro che levostre imprese riusciranno sempre con fortuna a vostro onore".

Così fu fatto e tutto compiuto; e quando la ebbe presa in moglie laaffidò in quella stessa ora al fedele Foitenant. Questi la condusse aKanoel nel castello medesimo dal qualecome ho letto nei libriilsuo padrone aveva derivato il nome di KanelengresKanel da Kanoel. Inquesto medesimo castello viveva anche la moglie di Rualdonna che peraspetto e animo avrebbe fatto onore al mondo. A essa egli raccomandòBlancheflur e procurò che fosse alloggiata come lo comportava il suonome.

Quando Rual ritornò al suo signore ambedue si consigliarono fra lorointorno al pericolo in cui si trovavano. Mandarono in tutto il paese eriunirono tutta la cavalleria e impiegarono ogni loro sforzo soltantoper la difesa. Così mossero a cavallo contro il sire Morgan. Eranoattesi fermamente da lui e dai suoi che ricevettero Riwalin con durocombattimento. Ahi! Quanti buoni garzoni furono là abbattuti e uccisi! Quanto pochi furono risparmiati. Quanti uomini vennero a rovina daambedue le parti e quanti giacquero morti e feriti! E in questacalamitosa battaglia venne ucciso anche Riwalinl'eroe degno di ognirimpiantoche tutto il mondo dovrebbe piangerese dopo la mortegiovasse ancora il doloroso lamento.

Kanelengres il buonoche per animo cavalleresco e per virtù diprincipe non stava neppure di mezzo passo indietro ad alcunogiacevaora miseramente morto. Pure in questo triste frangente vennero i suoie lo portarono fuori dalla mischia con grande fatica e profondocordoglio e gli diedero sepoltura come a eroe che portava con sé nellatomba né più né meno che tutto il loro onore.

Se ora io parlassi a lungo del loro cordoglio e del loro rammarico edi come ognuno lo piansea che cosa servirebbe? Con lui erano tuttimorti agli onori e alla bontà e a tutto quell'animoso slancio chedovrebbe dare ai buoni fortuna e vita felice.

Così è stato e così deve essere: il prode Riwalin ormai è morto ealtro non vi è più da fare per lui che quello che di diritto spetta aun morto. Null'altro vale: è d'uopo rinunciare a lui e così si deve;Dio che non dimentica i nobili cuorilo abbia nella sua custodia.

Quanto a noidobbiamo continuare a dire di Blancheflur e di quelloche avvenne di lei. Quando la bella apprese la ferale notiziache nefu del suo cuore? Fa'o Signore Iddioche mai nulla di simile ciaccada! Io sono sicuro che per quante mortali pene per l'uomo amatopossa aver contenuto un cuore di donnaesse tutte erano anche nelcuore di leipieno di mortale affanno. A tutto il mondo fu manifestoquanto la morte di lui le andasse al cuore. Tuttaviamai in tuttoquesto tempo gli occhi suoi si inumidirono di lagrime. Come mai potéavvenire questoSignore Iddioche ella non piangesse? Il suo cuoreera impietritonon c'era in esso più nulla di vivose non l'amorevivente e il vivissimo dolore che vivamente lottava con la sua vita.

Ma faceva lei lamento con parole per il suo sposo? Non già. Nellostesso istante era rimasta ammutolita e il lamento era morto sulle suelabbra; la linguala boccail cuoreil sennotutto era comeperduto. La bella non si lamentava piùnon gemeva né diceva parola. Lentamente cadde e giacque nelle doglie fino al quarto giornopiùmisera che donna fu mairivolgendo e contorcendo il suo corpo intutti i sensifinché con grande fatica diede alla luce un fantolino.

Ed ecco: egli fu salvo e lei morì.

O triste vistaquando dopo triste ventura con ancor più tristetristezza si vede spettacolo più triste ancora!

Colei che in Riwalin concentrava tutto quanto aveva di preziosocoleiche egli tenne in così grande onore finché Dio permise che egli neavesse curain lei il dolore fu troppo grande e maggiore di qualsiasialtropoiché tutta la sua forzaogni sua consolazioneogniattivitàogni cortesiail suo onoretutto il suo valoretutto eraper sempre perduto. La morte di luialmenofu gloriosama quella dilei ben misera. Per quanto grande fosse il danno che dalla morte delsignore ne derivò al paese e al popolopure la pietà non fu cosìprofonda come quando si vide questo tormento e la pietosa fine delladolcissima donna. Ogni uomo di cuore compiangeva il suo dolore e lasua disgrazia. E chiunque abbia mai avuto o desideri avere gioia dauna donna rifletta in cuor suo come anche al migliore degli uomini puòin simili casi avvenire disgrazia e come facilmente egli può perderegioia e vita; e implori da Dio grazia per la sua casta donnaaffinchéEgli la assista ed essa sia sempre il suo aiuto e il suo conforto.

Ora però veniamo a parlare del bambinoche non aveva né padre némadre e di quello che Dio per lui destinò.La perfetta fedeltà si accompagna al dolore e sempre si rinnovamantenendolo vivo in sé anche dopo la morte. In colui che piange unamicoquesta fedeltà che va oltre la tomba sta al di sopra di ogniricompensa e ne è come il coronamento.

E secondo quanto ci narrano le storiequesta corona ben la meritaronoil mariscalco e la sua nobile donnaessi che furono una sola carne edebbero una sola fede davanti a Dio e davanti agli uomini e rimaseroesempio davanti agli uomini e davanti a Dio di perfetta fedeledevozione fino alla mortesecondo il precetto divino. Se in questomondo premio di una tale devozione fosse il titolo di re o di reginaben lo meriterebbero questi nobili sposicome in verità possoattestare per come egli si condusse ed essa agì. Quando Blancheflurla loro signoramorìRiwalin era già stato sepoltotuttavia lapiccola creatura che essa aveva dato alla luce ebbe miglior sorte purdopo mala venturacome chi sia prescelto ad alti destini.

Il mariscalco e la sua sposa presero in gran segreto l'orfanello e lotennero nascosto agli occhi del mondofacendo diffondere la notiziache la loro sovrana aveva partorito un figlio morto in lei e con lei. Ci fu allora in tutto il paese triplice lamento per la triplicesventura e il triplice lutto: lamento sulla morte di Riwalinlamentosu quella di Blancheflure lamento anche sulla perdita del bambinoche avrebbe dovuto essere il loro conforto e la loro gioia. Vi erainoltre il terrore che Morgan incuteva al popolo e che era pari aldolore per la morte di Riwalin; poiché la maggiore infelicità èl'avere giorno e notte davanti agli occhi l'immagine dell'odiatonemicofra tutte le tribolazioni la più aspra e quasi la morte davivi. Molto pianto e molto lamento fu fatto sulla tomba di Blancheflure ci fu cordoglio fuor di misura. Non conviene però a mené io lovorreiturbarvi con troppo tristi novellepoiché all'orecchio nonsuona gradita la soverchia tristezza e non c'è cosaper quanto buonache non perda di valore se troppo vi si insiste. Lasciamo quindi ilunghi lamenti e torniamo all'orfanello di cui abbiamo intrapreso anarrare la storia.

In questo mondo le buone e le male sorti si avvicendano edopo lasventurala fortuna si volge nuovamente al bene.

Nel giorno dell'afflizionequindiper quanto grave essa siaconviene all'uomo saggio seguire buon consigliovivere con i vivi edarsi coraggio per la vitacome fece il buon mariscalco Foitenant. Oppresso da gravi curein mezzo ai suoi affanniriprese a meditaresui danni del paese e sulla propria morte e mancandogli la forza dellearmi per difendersi dal nemico ricorse all'astuzia: convocò da ogniparte tutti i vassalli del suo signore e li esortò a deporre le armi ead arrendersi. Essi quindi diedero vita e beni in custodia a Morolt emisero saggiamente da parte l'odio e le vendette contro di lui e leloro proprie rivalità e così salvarono la gente e il paese.

Al ritornoFoitenantil fido mariscalcochiamò la moglie e la pregòdi volersi coricare come donna vicina a partorire e le raccomandòperla sua vita stessadi fingerequando fosse giunta l'oradi avermesso al mondo un fanciullinofacendo passare per proprio il figliodel loro signore.

La pia mariscalcala buonala fidala casta Floretaspecchiotersissimo di femminile virtùgemma di vera bontàfu pronta aseguire il consiglio che le sembrò onesto e confacente all'onore. Perciò dispose anima e corpo come donna che stia per sgravarsifecepreparare le sue stanze e tutto l'occorrente come esperta matrona esimulò grandi sofferenze di spirito e di corpo come se fosse intravaglio. Allorasegretamente e alla presenza di una sola fidanutricele fu posto accanto il fantolino.

Presto si diffuse la notizia che la buona mariscalca aveva partoritoun figliolo e così fu infattipoiché in lui essa ebbe un figlio cheper tutta la vita le dimostrò vera filiale reverenza. Il caro bambinonutriva per lei quella dolce tenerezza che si conviene a un figlioloverso la madre sua e questa pure lo amava di materno affettocome seessa stessa lo avesse portato nel seno. Si dice che non sia maiesistitané prima né poicoppia di sposi che abbia con eguale curaallevato il figlio del suo signore e la storia racconta poi quantefatiche e affanni abbia per lui sostenuto il fido mariscalco.

A suo tempo la pia mariscalca si recò in chiesa umilmente a piedisecondo il ritoportando in braccio il bambino con ogni tenera cura. Ricevuta piamente la benedizione e fatta la consueta offertaessaritornò dall'altare e ridiscese la chiesa con ricco e brillanteseguito di cortigiani. Fu allora tutto apprestato per il battesimo delbambino affinchéqualunque cosa gli potesse poi accadereegli fossegià stato fatto cristiano nel nome di Dio.

Il sacerdotesecondo l'usodomandò che nome dovesse imporre alfanciullo e la gentil mariscalca parlò in segreto al maritodomandandogli come volesse chiamarlo. Il maniscalco stette a lungo insilenzio riflettendo ansioso quale nome meglio convenisse alla sortedel fanciullorievocandone col pensiero la storia secondo che eglistesso l'aveva conosciuta.

    "Vedetemadonna - disse egli allora - ioappresi da suo padre la storia di lui e della sua Blancheflur e perquali e quante traversìe dovette passare il loro amorecome ellanella tristezza concepì il suo figliolo e nella tristezza lo mise almondo: chiamiamolo quindi Tristano"

. Questo nome significa tristezza edalla sventura dei suoi genitori il bambino fuda tristechiamatoTristano e battezzato con questo nome che ben gli si addiceva.

Così da triste Tristano fu il suo nome e quanto gli convenisse ce lodimostra bene la sua vita. Considerate quanto triste fu la suanascitavedete quanto presto dovette sopportare durezze e travaglivedete che triste vita fu la sua e quale triste mortefra tutteamarissimamise fine alla pena del suo cuore.

Chiunque legga questa storia deve riconoscere che il nome ben siadattava alla sua vita e che egli era in realtà tale uomo come erachiamatoe si chiamava con ragione Tristano quale era veramente. E achi volesse sapere per quale motivo Foitenant facesse dire che ilfanciullo Tristano era morto ancor prima della nascita nella madresuapossiamo rispondere in tutta sincerità che egli agì in questamaniera per pura devozione al suo signore e che così fece perchétemeva l'odio di Morgan; infatti se questi avesse saputo che vi era ilbambinolo avrebbe con astuzia o con violenza fatto perireprivandocosì il paese dell'erede. Perciò il fido vassallo si prese l'orfanoper figlio e lo allevò così bene che per ricompensa il mondo dovrebbeimpetrargli da Dio quella grazia che egli ben si meritò causal'orfanello. Ora che il fanciullo era battezzato e mantenuto secondol'uso cristianola virtuosa mariscalca si prese viva cura del suocaro bambino: voleva sapere e vedere tutto quello che lo riguardava evegliava a che nulla mancasse al suo benessere e che non mettesse maiil piede in fallo.

Quando lo ebbe così guidato fino al suo settimo annoormai che sapevaben parlare e ben comportarsiche sapeva e poteva comprenderesuopadre il mariscalco lo affidò a un uomo saggio col quale lo mandò inlontani paesi stranieri perché ne imparasse la lingua e soprattuttoperché prima di ogni altra apprendesse la scienza dei libri.

Fu questa la prima limitazione alla sua libertà; entrò ora sotto ilgiogo delle restrizioni a lui ignote e che fino allora gli erano staterisparmiate. Nel fiore degli anniquando la felicità avrebbe dovutospuntare per lui ed egli vivere nella gioiasin dall'inizio della suavitala parte migliore ne era già passata; quando avrebbe dovutocominciare a fiorire nel gaudio lo colse il gelo della sventura chetanta gioventù rovina e che fece appassire il fiore della suafelicità.

Già nella sua prima giovinezza la libertà stessa gli sfuggì. Ladottrina dei libri e la sua costrizione fu il principio delle peneeppure fin dall'inizio egli vi applicò la mente con tanta diligenzache in poco tempo apprese dai libri più di qualunque altro fanciulloprima o dopo di lui.

Fra queste due discipline dei libri e delle lingue trascorreva granparte del suo tempo; si esercitava pure in ogni genere di strumentimusicali e vi si dedicava a tutte le ore con tale ardore che lisuonava meravigliosamente. Imparava sempreoggi questodomaniquellooggi benedomani meglio ancora. Inoltre aveva appreso acavalcare agilmente con lancia e scudoa dare con abilità di sproneal cavallo su ambo i fianchia farlo arditamente saltaretorneareamollare e incitare il cavalloa volteggiare a destra e a sinistrasecondo l'uso cavalleresco; e in questo sovente si divertiva. Parareattentamenteattaccare con forzacorrere velocemente e saltareinoltre maneggiare l'arcotutto questo egli faceva egregiamentesecondo le sue forze. Ci dice pure la storia che egli aveva imparato acacciare meglio di chiunque. Era pure esperto in ogni sorta di giochidi corte e ne conosceva un gran numero. Di persona era tale che maigarzone nato di donna fu più avvenente di lui. In tutto egli eccellevaper animo e per costumi. Ma tutta questa abbondanza di grazia eracommista a contrastante sventurasecondo quanto ho lettopoichépurtroppo egli era destinato al dolore.

Quando ebbe compiuto il quattordicesimo anno il mariscalco lo ripresea casa e gli ordinò di girare a cavallo e a piedi per conoscere ilpaese e la gente e rendersi conto degli usi e dei costumi; cosa che ilgiovinetto fece tanto lodevolmente che in tutto il regno non ci fu aquel tempo giovane cavaliere virtuoso come Tristano. Tutti loguardavano con occhio benigno e animo amicocom'è giusto che sifaccia verso chi tende solo alla virtù e ha in orrore ogni vizio.

Verso quest'epoca venne dalla Norvegia in Parmenia attraverso il mareuna nave mercantile che approdò a Kanoel proprio davanti al castellodove dimorava il mariscalco col suo giovane signore Tristano e tuttala sua casa. Oraquando i mercanti stranieri ebbero esposto la loromercanziafu ben presto noto a corte che vi erano buoni acquisti dafare. Anche a Tristano venne per sua sventura notizia che c'erano invendita falchi e altri begli uccelli e tanto se ne interessò che duedei figli del mariscalco si misero d'accordo fra loro (poiché ifanciulli sono inclini a queste cose) e insieme al loro fratelloputativo Tristano andarono dal padre e subito lo pregarono che inonore di Tristano permettesse loro di comprare alcuni falchi. Il degnoRaul accondiscesema comunque solo a fatica lo avrebbe negatopoichégli sarebbe dispiaciuto non poter esaudire la domanda del suo amicoTristano che gli era più di tutti caro e a cui dimostrava maggioreaffetto che ad alcun altro del suo paese o della sua gente. Neppuredei propri figli si prendeva tanta cura come di lui. E con questo bendimostrava al mondo la sua fedele devozionela virtù e l'onore che inlui risplendevano.

Egli si levò e prese paternamente per mano il suo figliolo Tristano;gli altri figli lo seguirono con molti dei loro fidi cheun po' sulserio un po' per giocolo accompagnarono fino alla nave. Qui sitrovava in gran copia tutto ciò che può invogliare e attirare ildesiderio: gioiellisetenobili vesti vi erano in grande abbondanzae anche molti bellissimi uccellifalchi pellegrinifalchetticavedinesparvieriastorri e anche astorri sauribozzaghi. Nonmancavano neppure i fringuellitutto il mercato ne era pieno. Furonocomprati falchetti e smerghi per Tristano e per merito suo ne furonoacquistati anche per coloro che passavano per suoi fratelli: ognunoebbe ciò che desiderava.

Ottenuto quello che volevanostavano per ritornarsenequandoTristano vide per caso nella naveappesa alla parete una bellascacchiera finemente lavorata e splendidamente ornata. Accanto vierano i pezzi di finissimo avoriomagistralmente scolpiti. L'espertoTristano la osservò attentamente:

    "Ehi! - disse degni mercantiDio viaiuti! ditemi se conoscete il gioco degli scacchi".

E questo glielodisse nella loro lingua. Udendolo parlare nella loro lingua che quasida nessuno era conosciuta essi lo guardarono con maggiore attenzione eosservando tutte le sue virtù parve loro che mai giovane fosse dimigliore aspetto né di migliori costumi.

    "Amico - rispose uno di essi- ve ne sono vari fra noi che conoscono quest'arte; se avete desideriodi provarvici è cosa facile e lo possiamo fare: su dunqueio vi sfidoa una partita."

    "Sia pure"disse Tristano. E così ambedue si misero algioco.

Il mariscalco disse:

    "Tristanoio ritorno a casa; se vuoipuoirimanere ancora; gli altri figlioli vengono con me; rimane presso dite il tuo precettore a cui sei affidatoche avrà cura di te".

Così il mariscalco e i suoi se ne andarono e rimasero solo Tristano eil suo precettoredel quale vi posso direchecome narra la storianon vi fu mai uomo dotato di maggior cortesia e di più nobile cuore:il suo nome era Kurvenal. Egli possedeva molte virtù che benprofittavano al suo discepolo il quale da lui imparava molte buonecose. Il gentile giovinettoil virtuoso Tristanosedeva al gioco egiocava con tale maestria e con tale arte cortese che tutti glistranieri lo rimiravano e dicevano in cuor loro di non avere mai vistoun giovane dotato di tante virtù. Qualunque cosa facesse nelle mossedel giocoessi se ne compiacevano.

Si meravigliavano che un giovane garzone conoscesse tante linguequeste gli fluivano dal labbro come mai avevano udito in alcun luogo.

Il giovinetto educato alle cortinel suo linguaggio raffinatolasciava ogni tanto sfuggire alcune scherzose espressioni straniere;le pronunciava bene e ne conosceva un gran numero e con questeinfiorava il suo gioco. Inoltre cantava lodevolmente canzoni e stranearierefloite "stampenie" (1). E tanto continuò in queste articortesi finché i mercanti decisero tra loro di portarselo via mediantequalche astuziaché avrebbero potuto averne guadagno e onore. Senzaindugio ordinarono ai rematori di tenersi pronti e levarono essistessi le ancore come se nulla fosse. Poi salparono e navigarono cosìsilenziosamenteche né Tristano né Kurvenal se ne accorsero finchénon furono già lontani più di un miglio; tanto erano stati assorti nelloro gioco che non avevano badato ad altro.

Compiuto il giocoche vinseTristano prese a guardarsi intorno e bensi accorse di quanto era avvenuto. Mai fu visto figlio di madre piùafflitto: balzò in piedi e stette in mezzo a loro:

    "O degni mercanti -disse -per amor di Dioche cosa volete da me? dove mi conducete?".

    "Amico - rispose uno di loro - vedetenessuno può farci nulladovetevenire con noi; state quindi tranquillo e di buon animo".

Il miseroTristano cominciò così doloroso lamento che il suo amico Kurvenal simise a piangere dirottamente con lui e a fare tale doglianza che tuttala ciurma ne fu impazientita con lui e col fanciullo e moltorattristata. Fecero allora scendere Kurvenal in un piccolo battello evi misero un remo e un piccolo pane per il viaggio e per la fame e glidissero che andasse pure dove gli piacevama quanto a Tristanoquesti doveva rimanere con loro. Così continuarono la loro rotta e lolasciarono in balìa delle onde in grande angustia.

Kurvenal è sballottato sul mareafflitto per molte ragioni: per ilgrande dolore che vedeva in Tristanoe in pena anche per la suastessa vitaperché temeva di morire non sapendo navigarepoiché nonlo aveva mai fatto fino allora. E lamentandosi diceva:

    "OhimèSignore Iddiocome devo fare? non mi sono mai trovato in cosìgrande angosciaora mi trovo qui senza alcun amico e io stesso non sonavigare. Signoretu mi devi proteggere ed essere tu il mio pilota. Io farò con la tua graziaquello che non ho mai fatto: sii tu la miaguida".

Con questo afferrò il remo e in nome di Dio si mise in viaggioe in poco tempo giunsecon l'aiuto divinoa riva e cominciò anarrare quello che era accaduto. Il mariscalco e la sua degna consortese ne afflissero con tale dolore e tale lamento che non sarebbe statomaggiore se il fanciullo fosse steso morto davanti ai loro occhi. Cosìnella loro afflizione andarono con tutto il seguito sulla riva delmare a piangere il loro figliolo perduto. Molte labbra pregarono confede che Dio lo proteggesse. Vi fu colà grande cordogliopianti elagrime e quando cadde la sera e dovettero ritirarsiil pianto cheprima era stato raffrenatoproruppe apertamente: non si faceva piùche una unica cosanon si gridava più che una sola parola: "beasTristancurtois Tristanttun corsta vie a de comant!"la tuabella personala tua dolce vita siano affidate alla protezione diDio!".

Intanto i Norvegesi avevano proseguito il viaggio e credevano d'averecompiuto ogni loro volontà su Tristanosenonché Colui che giudicatutte le creature e tutto giudica rettamentee al cui cennoobbediscono con timore vento e mare e ogni altra creaturasi opposeai loro pianie al suo comandocome Egli vollesi levò una cosìviolenta bufera sul mare che altro non poterono fare che lasciare laloro nave in balìa del vento selvaggiomentre oramai disperavanodella loro salvezza e della loro vita.

Si erano tutti affidati a quel miserrimo timone che si chiamaavventura: si abbandonavano al caso per salvarsi o perirepoiché nonpotevano far altro che salire verso il cielo con le onde infuriate oprecipitare di nuovo in un abisso. Così i cavalloni li trascinavano sue giùdi qua e di là finché nessuno di loro fu in grado di reggersiin piedi. E così vissero per otto giorni e otto notti e avevano quasiperduto il senno e le forze.

Allora uno di essi si rivolse agli altri:

    "Messeri - disse così Dio miaiutimi pare che sia il giudizio di Dio a farci vivere in taliangustie; se stiamo fra la vita e la morte su questo mare in tempestalo dobbiamo solo al peccato e all'inganno col quale abbiamo rapitoTristano ai suoi amici."

    "Hai ragione dissero gli altri unanimamente -certamente così è".

Allora si misero d'accordo che se il vento e il mare si fosserocalmatiappena scesi a terra avrebbero lasciato Tristano libero doveavesse voluto. E appena ebbero deciso questo col consenso di tuttilaloro penosa situazione fu immediatamente alleviata: vento e marecominciarono a calmarsi e il sole brillò chiaro come prima. Quindiessi non indugiarono piùpoiché in quegli otto giorni il vento liaveva sospinti verso la Cornovaglia ed erano così vicino alle costeche si vedeva la riva ed essi vi approdarono. Presero Tristano e loportarono a terra; gli diedero pane e una parte delle loro provvistee:

    "Amico disseroDio ti protegga e abbia cura della tua vita".

Conquesto gli augurarono ogni benedizione e ripartirono subito.

Ora che cosa fece Tristanoil misero esule? Stava là sedutopiangendopoiché tutti i fanciulli altro non possono fare nellasventura. L'esule sconsolato giunse le mani e pregò Dio fervidamente:

    "O DioSignore munificoTu che sei ricco di grazia e di bontàdolceSignoreti supplicopoiché hai permesso che io fossi rapitoTu oraper la tua grazia e la tua bontàche Tu mi indichi ora un luogo doveio possa ancora trovarmi fra gli uomini. Qui ovunque mi volga non vedoanima viva intorno a me; ho paura di questo sconfinato deserto;ovunque io guardi mi sembra che siano i confini del mondo e ovunque migiri non vedo che campi deserti e luoghi selvaggiaspre rocce e aspromare.

Soffro tanto di questa paurainoltre da qualunque parte mi dirigatemo che i lupi e le fiere mi divorino. Per di più il giorno volgealla sera e se mi attardo e non vado via da quimale me neincoglierà; se non mi affretto ad andarmene e pernotto in questaforesta mai più mi salverò. Ora vedo che sono circondato da alte roccee montagne: mi arrampicherò su una di queste finché dura il giornoper vedere se riesco a scoprire vicino o lontano qualche abitazionedove io trovi persone alle quali mi possa raccomandare o presso lequali possa comunque rifugiarmi".

Si rialzò allora e si mise in cammino. Indossava veste e mantello diuna stoffa meravigliosamente tessutaopera di Saraceni e lavorata damano straniera secondo l'uso paganoricamata e intessuta di piccoligallonie foggiata in modo da aderire al corpocosì che mai uomo odonna ne eseguirono di migliore. La storia ci racconta anche chequesta stoffa era di color verde come un prato di maggio e foderata diun ermellino così bianco che non ne può esistere di più candido.

Così andò avanti per il suo malinconico viaggiotriste e piangente:poiché questo viaggio era inevitabilesi cinse e rialzò la vestearrotolò il mantello e se lo pose in spalla e si avviò attraverso laforesta e la campagna deserta. Non c'era sentiero né tracciaall'infuori di quella che egli vi faceva passando. Con i piedi cercavala via e con le mani si arrampicava servendosi di esse e delle gambein luogo di un cavalloinerpicandosi per balze aspre e scoscesefinché raggiunse una vetta.

Allora per caso trovò un rozzo e stretto sentiero nel bosco invasodalle erbe e seguendolo scese a valle dalla parte opposta. Questosentiero continuava dritto e presto lo condusse a una bella stradaspaziosa e frequentata in tutti i sensi. Qui si fermò e sedette ariposarsi piangendo: il suo cuore lo riportava ai suoi amici e alpaese dov'era gente conosciuta. Grande rimpianto lo colse e ricominciòa lamentarsi con Dio della sua sventura:

    "Mio Dio - disse -Signore mio buonomio padre e mia madreahimèmi hanno perduto! Non avessi mai visto quella bella e malauguratascacchiera che ora avrò sempre in odio. Dio maledica falchi esparvieri che mi hanno rapito mio padre; per causa loro sono privo diamici e di parenti e tutti quelli che mi volevano bene e mi auguravanofelicità sono ora in tristezza e in pena per me. Oh! mia dolce madreso bene come tu ora per me ti tormenti; padre mioil tuo cuore èpieno di amarezza e so bene che siete ambedue sopraffatti dal dolore! E ohimèse almeno sapeste che io sono ancora in vita e in buonasalute sarebbe una grande grazia di Dio per voi e anche per mepoichéso bene che non vi consolerete maise a Dio non piaccia di farviconoscere che sono vivo. Ohdivino Consigliere che a tutto provvedidisponi Tu che così sia!".

Mentrecome ho dettoegli se ne stava così lamentandosividepassare lontano due vecchi viandanti dall'aspetto raccoltocarichi diannie con la barba e i capelli lunghi come si addice a devoti servidi Dio e come sovente usano portare i pii pellegrini. Essi indossavanocappe di lino e vesti come a tali si conviene e sopra queste eranocucite conchiglie marine e altri gingilli strani e ognuno di essiaveva in mano un bordone. Cappelli e panni di gamba ben si adattavanoal resto. Questi servi di Dio avevano brache di lino che giungevanoloro ai malleolilavorate a mano e legate alla gamba. Piedi ecaviglie erano nudi per il passo. Come segno di vita penitenteportavano sulle spalle delle palme benedette. Le preghiere e i salmi equanto di buono sapevano li leggevano alle ore.

Quando Tristano li scorsedisse tra sé timorosamente:

    "Dio dimisericordiache cosa debbo fare adesso? Se quei due viandanti mivedonoc'è il pericolo che mi prendano".

Ma quando si avvicinaronoli riconobbe dai bordoni e dagli abiti e riprese coraggio e il suoanimo si rasserenò alquanto. Dal profondo del cuore disse allora:

    "Sialode a TeSignore! questa deve essere buona gente di cui non ho daaver paura".

Ben presto essi scorsero il giovinetto seduto davanti aloro sulla via e quando furono vicini egli balzò cortesemente in piediincrociando le mani sul petto. I due uomini lo osservarono conmaggiore attenzione vedendo le sue belle maniere. Si fecero avanti elo salutarono con questo dolce saluto:

    "De us salbeas amis";

    "Dio tisalvicaro amicochiunque tu sia".

Tristano si inchinò ai vegliardidicendo:

    "Dê bêni si sainte companie!";

    "Dio nella sua potenzabenedica sì santa compagnia!."

    "Caro fanciullo -replicarono essi -didove sei? e chi ti ha condotto qui?"

Tristano era prudente e riflessivo per la sua età e raccontò loro unafola:

    "Miei buoni signori - cominciò - io sono nativo di queste partie oggi con altra gente dovevo andare a caccia a cavallo in questaforesta. Ho perdutonon so comei cacciatori e i cani. Quelli chesono pratici dei sentieri ebbero miglior fortunama io che non liconosco ho sbagliato la via finché mi sono completamente smarrito. Così mi sono messo su di una falsa traccia che mi ha condotto a unfosso e là non potei più reggere il mio cavallo che voleva semprecontinuare per conto suo finché rotolammo tutti e dueio e ilcavallo. Non riuscii a rialzarmi nelle staffe prima che questo avessestrappato le redini e fosse galoppato via nel bosco. Io mi sono messosu questo viottolo che mi ha condotto qui. Adesso non capisco più dovesono né dove devo andare. Orabuona genteabbiate la carità di dirmidove siete diretti".

    "Amico - risposero essi -con la volontà di Dio vorremmo questa serastessa essere nella città di Tintajoel"

. Tristano li pregò gentilmenteche gli permettessero di unirsi a loro.

    "Fanciullo caro - dissero ipellegrini -se vuoi recarti là vieni pure con noi".

Tristano si incamminò con loro e intanto cominciarono a conversare divarie cose. Tristanoil gentile fanciulloera così pronto con larisposta adatta a qualunque domandaconservava una tale misura nelparlare e nelle maniere che i saggi vegliardi conversavano con grandecompiacenza emeglio osservando i suoi modi e il suo fare e anche lasua bella persona e vedendo le sue ricche vesti lavorate in foggestranieredissero tra loro:

    "Buon Diochi e di dove è questo fanciullo le cui maniere sono cosìcortesi?".

Così continuarono a intrattenersi con lui e ad ascoltarlocon grande piacere per un buon miglio di strada.

Ora avvenne che in quel mentre i cani di suo ziore Marco diCornovagliaavevano inseguito un giovane cervoil quale fuggendoveniva da quella partestremato di forze dalla rapida fuga e braccatodalla muta. Sopraggiunsero ora anche i cacciatori con grande rumore esuono di corni per abbatterlo.

Quando Tristano vide questosi rivolse garbatamente ai pellegrini:

    "Eccosignoriquesta è la comitiva con i cani e il cervo che oggiavevo perduto; ora l'ho ritrovata; sono i miei compaesani; se mi datelicenza vado con loro".

    "Fanciullo - dissero essi - Dio ti benedica e ti dia buona fortuna".

    "GrazieDio vi guardi"

- rispose loro Tristanosi inchinò a loro es'incamminò sulla traccia del cervo.

Quando il cervo fu abbattutoil maestro di caccia lo stese giùsull'erba con le quattro zampe come un porcello:

    "Comemaestro?-esclamò Tristano il cortese -per amor di Dio lasciate starechecosa fate? Chi vide mai trattare così il cervo?".

Il cacciatore sirialzòguardò Tristano e gli disse:

    "Come vuoi allora che io facciafanciullo? Qui da noi non si usa altro modo di scuoiare un cervo chespaccandolo dal capo alla coda e poi in quattro parti così che nessunodei quarti sia più grande dell'altroquesto è l'uso del paese: neconosci tu un altrofanciullo?"

    "Sìmaestro - rispose questi -. Nelpaese da cui vengo l'uso è diverso".

    "E quale dunque?"

domandò ilmaestro.

    "Noi scuoiamo il cervo secondo il "bast".

    "In fede miaamicose non me lo fai vedereio non capirò davvero che cosa sia ilbastné c'è alcuno in questo regno che conosca quest'arte o abbiamai udito questo nome da compagni né da stranieri. Fanciullo miochecosa intendi per "bast" ? per bontà tua ora mostramelo; vieni e scuoiatu questo cervo".

Tristano disse:

    "Mio caro maestrocol vostro permesso lo faròsequesto vi fa piacere e così vi mostreròper quanto l'ho visto ioquale è l'uso del mio paese intorno al "bast"come desiderate".

Il maestro guardò il giovane forestiero con benevolo sorrisopoichéegli stesso era uomo cortese e pratico di tutte le usanze che uncavaliere deve conoscere.

    "Va beneamico - disse - fa' a modo tuo ese tu fossi troppo deboleo fido compagno e caro fanciulloio stessoe quanti sono qui con me ti aiuteremo con le nostre mani a stenderevoltare e scuoiare il cervosecondo le tue indicazioni".

Tristanol'esule fanciullosi tolse il mantello e lo posò lì accantosu di un sassorialzò la veste e ripiegò le manichelisciò i suoibei capelli e li raccolse dietro le orecchie e tutti i presentiosservarono le sue belle maniere e considerandoloegli appariva lorotanto gentile che lo guardavano con compiacenza dicendosi in cuor lorocome tutto in lui fosse nobilele ricche vesti di foggia straniera eil corpo ben modellato. Cominciarono a avvicinarglisi e stettero aosservare. Ora il fanciullo esuleil giovane signore Tristano afferròil cervo con le mani e volle rovesciarlo sul dorso. Ma non potésmuoverlo perché era troppo pesante per lui; allora pregò gli altricortesemente che lo stendessero giù per prepararlo per lo scuoiamento.

Fatto questoegli si pose alla testa del cervo e cominciò aspogliarlo dalla pelledal muso in giù; alle spalle si arrestò e lescorticò l'una dopo l'altraprima la destrapoi la sinistra. Presequindi le cosce e le scuoiò egualmente; quindi cominciò a tagliare lapelle dai due lati e la staccò da cima a fondoda garzone espertoela stese a terra. Riprese quindi le spalle e le staccò liberando ilpetto interamente. Mise da parte le due scapole e cominciò a dividereil petto dal dorso lasciandovi tre costole per parte; secondo la veraarte del "bast" bisogna sempre lasciarle attaccate quando si libera ilpetto. Poi rapidamente con grande maestria scuoiò le due cosceposteriorinon separatamentema insieme e anche a queste lasciòcome di giustoattaccato il filetto là dove il dorso dista dai lombicirca una spanna e mezzo: questolà dove si pratica questa arte discuoiamento lo si chiama zimier. Si mise poi intorno alle costole ele separò dalla schiena. Ma lo stomaco e le interiora non convenivanoalle sue belle mani e allora chiamò:

    "Prestoqua due servi! prendete questa roba e portatela via!".

Così il cervo venne scuoiato e la pelle debitamente tolta; il pettole spallei lombile gambe erano tutti posati l'uno sopra all'altroin bell'ordine: con ciò era compiuto il bast.

    "Ecco - disse Tristanol'ospite straniero -questo è il "bast" ecosì si pratica quest'arte. Adesso compiacetevi di avvicinarvi con lavostra compagnia e fate la "furkie".

    "Furkie"? caro fanciulloche cosa è mai? non comprendiamo di checosa parli. Tu ci hai or ora mostrato magistralmente questo uso dicaccia che è straniero e lodevole; ora lascia il resto e compi il tuoinsegnamento; noi siamo a tua disposizione".

Tristano facendo un salto colse un ramo d'albero forcutodettofurke o forcella da coloro che conoscono la furkie. Ma non c'èdifferenza fra i due nomi: furke e forcella sono la stessa cosa.

Così Tristano se ne ritornò col suo ramo. Tagliò il fegato e lo separòdal restopoi staccò la rete e i lombi e liberò il lombo cimiedalmembro cui era attaccato.

Si sedette allora sull'erbaprese i tre pezzi e li fissò allaforcella con la retepoi con un verde virgulto li legò in vari modi.

    "Eccosignori - disse allora -questo nella nostra caccia è dettofurkiee perché lo ho legato alla forcellaquesto uso ha con buonaragione tale nome. Ora lo prenda un servoe voi state attenti epronti alla vostra "curie".

    "Curie? dê bênie!" - esclamarono tutti -;che cos'è? Comprenderemmo meglio il saraceno! amicoche cosa è lacurie? Ma noanzi taci e non dirci nulla: piuttosto eseguilo tustesso davanti a noiin modo che noi lo vediamo con i nostri occhi.Fallo per la tua cortesia".

Tristano acconsentì subito: prese il rickil tendine del cuorevoglio direal quale il cuore sta sospeso e lo liberò tutto; tagliòil cuore per metà nel senso della lunghezzalo prese e lo divise inquattro pezzi che gettò sulla pelle. Poi ritornò all'omento; separò lamilza dai polmoni in modo da liberarne l'omento e anche questi posòsulla pellequindi tagliò la rete e la gola in alto là dove cominciail petto. Separò dal collo la testa con le corna e ordinò di portarlaaccanto al petto.

    "Or bene - disse -portate via presto questa coratae se vengono dei poveri a cui piaccia o che la desiderinodividetelatra loro o fatene quello che vi aggrada secondo le vostre usanze. Eora mi volgo alla "curie".

Tutta la compagnia gli si fece intorno e stette a osservare quello chefaceva. Tristano ordinò che gli fosse portato quello che prima avevapreparato. Tutto era pronto come egli lo aveva ordinato: i quattroquarti del cuore spartiti in quattro e posati sulla pelle secondol'uso dei cacciatori. Egli tagliò in piccoli pezzi la milza e ipolmonipoi lo stomaco e gli intestini e tutto quello che si suoldare in pasto ai canicome meglio gli piacque e li sparse pure sullapellepoi chiamò i cani ad alta voce:

    "Quaqua"

! e in un momentoquesti gli furono tutti attornoaspettando il cibo.

    "Vedete - disse l'esperto giovinetto - in Parmenia questo si chiamacuriee vi dirò perché: si chiama "curie" perché sta sul cuoioquello che poi si dà ai cani; così questo sistema ha preso lo stessonome di "curie" da "cuir"cuoio. Poi da "cuir" è venuto "curie". Fabene ai cani ed è una buona usanzaperché quello che vi si mettesopra diventa saporito dal sangue e giova loro. Vedete ora che questouso del "bast" non richiede alcuna altra abilità; decidete ora se vipiaccia."

    "Ahsignore risposero essi -fanciullo benedettoche cosadici mai? Vediamo bene che questa arte è di grande vantaggio per icani e per i bracchi".

    "Ora - riprese il buon Tristano - portate via la vostra pellepoichéadesso non ho più nulla da dirvi e siate certi che in veritàseavessi saputo servirvi meglio lo avrei fatto volentieri. Ora ognuno sitagli il proprio virgulto e vi leghi il proprio pezzo; tenete prontala testa e portate il vostro trofeo a corte secondo l'usocavalleresco; questo fa onore a voi stessi. Voi sapete ora come sideve presentare il cervo; presentatelo dunque secondo le regole".

Il maestro e i servi si meravigliavano sempre di più che questofanciullo fosse così esperto in ogni regola di caccia e conoscessetutte queste arti.

    "Vedicaro fanciullo - dissero -queste artimeravigliose che ci mostri e ci hai mostrate ci sembrano così belle evarie che vorremmo vederle tutte sino alla finesenza considerare nétener conto di quello che hai fatto finora".

Gli menarono allora uncavallo e lo pregarono di andare con loro fino alla corte per far loroconoscere le altre sue arti e gli usi e i costumi del suo paese.

Tristano disse:

    "Volentieriprendete il cervo e andiamo".

Quindimontò in sella e andò con loro.

Cavalcando in compagnia ognuno di loro aspettava con impazienzal'occasione e l'ora di sapere di quale paese fosse e come fossearrivato fin là e ognuno fantasticava a modo proprio desiderando tuttidi sapere ciò che lo riguardava.

Il saggio Tristano lo comprese e cominciò a narrare la sua storia.

Il suo modo di parlare non aveva nulla di puerile; con molto sennoprese a narrare:

    "Al di là della Bretagna c'è un paese chiamatoParmenia: colà mio padre è mercante e per il suo stato potrebbe viverebene e tranquillointendo dire da mercante. E sappiate inoltre cheegli non è tanto ricco di beni quanto di animo virtuoso. Egli mi feceinsegnare tutto quello che so. Poi vennero dei mercanti di terrestraniere e notando la loro lingua e i loro costumi l'animo mio sisentì attratto e spinto verso quelle terre e poiché ero bramoso diconoscere anche altri paesi stranierinon facevo che pensarci dallamattina alla serafinché fuggii da mio padre e partii con i mercantie così sono arrivato qui; ora sapete tutta la mia storia: non so comevi piacerà".

    "Ohcaro fanciullo - dissero essi -era un nobile desiderio il tuo. Conoscere paesi stranieri fa bene a molti cuori e insegna molte virtù. Caro compagnodolce giovinettoDio benedica la terra dove unmercante seppe allevare un figlio così pieno di virtù. Di tutti i reche sono al mondo nessuno allevò meglio un figliolo. Ora carofanciullodicci come ti chiamava il tuo cortese padre?".

    "Tristano -rispose egli - mi chiamo Tristano".

    "Dê us adjut" - disse uno allora- in nome di Dio perché ti ha chiamato così? Sarebbe stato più adattochiamarti "juvente bele et la riant": bella e ridente gioventù".

Cosìproseguirono cavalcando e discorrendo sempre del nostro fanciullopiacevolmente in vari modi e ognuno della compagnia gli poneva ledomande che voleva.

In breve arrivarono in un luogo da dove Tristano poté scorgere lacittà. Egli allora colse da un tiglio due rami fronzuti dai quali sifece due ghirlande: una se la pose sul capol'altra alquanto piùgrande la offrì al maestro di caccia.

    "Ditemicaro maestroche cittàè quella? certamente un castello reale".

Il maestro rispose:

    "Quello èTintajoel".

    "Tintajoel? Ahche bel castello! "Dê te sal"Tintajoelte e i tuoi abitanti".

    "E così te puredolce fanciullopossa tuessere sempre felice e avere sempre buona fortunacome noi te loauguriamo".

Così arrivarono alla porta della città davanti alla quale Tristano sifermò :

    "Signori - disse loro -io essendo straniero non conosco ivostri nomi. Ora allineatevi due a due e fate il vostro ingressocavalcando ben in ordine l'uno accanto all'altro. Per il cervoregolatevi così: per prima deve entrare la testa con le cornapoisubito dietroil pettole costole dopo le spalle e poi dovetedisporre in modo che i quarti posteriori seguano subito dopo lecostolequindi disporre che per ultimo sia portata la "cuire" e lafurkie: questa è la vera veneria e non andate troppo in fretta macavalcate in ordine l'uno dietro l'altro ben in fila. Il maestro e iosuo staffierecavalcheremo insiemese così vi pare."

    "Sìfanciullocaro - dissero tutti - noi vogliamo quello che vuoi tu".

    "Così sia -rispose egli -; ora prestatemi un corno di misura adatta a me e stateattenti: quando suono io suonate anche voi".

Il maestro disse:

    "Amicomiofa' pure come ti aggradaseguiremo tutti il tuo cennoio equelli che sono con me".

    "In buon'ora così sia fatto"

disse Tristano.

Gli diedero in mano un piccolo corno lucente:

    "Avanti - gridò egli -allez avant!".

Così entrarono cavalcando in buon ordine due per due e quando furonosotto alla porta Tristano prese il suo piccolo corno e suonò cosìforte e allegramente che quelli che lo seguivano non poteronoaspettare più oltre e lo suonarono tutti insieme a lui col loro cornosulla sua stessa nota. Egli procedeva in testa a tuttied essi loseguivano sullo stesso suo tonocon abilità e maestria e il suonoriempì tutto il castello.

Re Marco e tutta la corteudendo il nuovo strano canto di cacciafurono grandemente stupitipoiché nulla di simile si era mai udito acorte. Ora la cavalcata era giunta all'ingresso del palazzo dove moltierano accorsi al suono dei corni molto meravigliandosi e chiedendosiche cosa potesse significare. Re Marco stesso era sceso e con luimolti dei cortigiani. Quando Tristano scorse il re si sentì subitoattratto verso di lui: era il cuore che glielo segnalava fra tuttimosso dalla natura stessa. Lo mirò attentamente e lo salutò suonandosul corno nel modo straniero così bello che nessuno si azzardò adaccompagnarlo.

Appena terminatoil cortese straniero abbassò il corno e tacque. Siinchinò profondamente al re e parlò poi gentilmentecon voce soavecome egli ben sapeva:

    "Dê us sal roi et sa mehnîe"Dio salvi il re ela sua compagnia! Marco il benevolo e tutto il suo seguitoringraziarono il fanciullo cortesemente come si conviene a cortesesaluto.

    "Ah - dissero tuttigrandi e piccoli -Dê duin dûze âventure si dûze crêatureDio dia dolce destino a sì dolcecreatura".

Il re osservò il fanciullo e chiamò il maestro di caccia e gli chiese:

    "Dimmichi è questo giovinettoche favella con tanta grazia?".

    "AhSireviene dalla Parmenia ed è così straordinariamentegiudizioso e cortese come mai vidi fanciullo; dice di chiamarsiTristano e che suo padre sia un mercante; ma non lo crederò mai: comeavrebbe potuto un mercantein mezzo a tutte le sue occupazionitrovare tanto tempo e agio da dedicargli? Come poteva trovare tempoper luiegli che deve sempre vivere nell'agitazione del suo lavoro? VedeteSirecome è ricco di virtù; anche questa nuova elegantemaniera di presentarsi a corte l'abbiamo imparata da lui. E uditequale altra arte meravigliosa: il cervo viene portato a corte propriocosì come è formato. Fu mai escogitata maniera migliore? Vedeteperprima viene la testapoi subito dietro a questa il pettoquindi lespalle e le zampe e tutto questo non fu mai meglio presentato. Guardate qui: avete mai visto una così fatta "furkie"? Io non conobbimai tali arti da quando mi occupo di caccia. Inoltre ci ha mostratocome si deve scuoiare il cervo e il sistema mi piace tanto che da orainnanzi non voglio più squartare cervo né altri animalidovessi anchecacciare fino al mio ultimo giorno".

E così proseguì a narrare tuttofin dal principio al suo signoree come Tristano fosse esperto nellacaccia cortese e come preparasse la curie per i cani. Il reascoltava con benevolenza quello che il cacciatore dicevapoi fecechiamare il fanciullo e ordinò che i cacciatori ritornassero alle lorocase attendendo ai loro compiti e ai loro uffici. Questi voltarono lecavalcature e se ne andarono. Tristanoora maestro di cacciareseloro il suo piccolo corno e balzò a terra.

I giovani del seguito corsero incontro al fanciullolo presero permano e lo condussero alla presenza della Corona. Egli possedeva già diper sé un incedere nobile e grazioso: il suo corpo era fatto secondole regole della minnela bocca vermigliala carnagione biancagliocchi chiarii capelli castani che si arricciolavano alle punte;bianche e ben fatte le mani e le bracciadi giusta statura il corpo;la sua bellezza si palesava meglio ancora nelle gambe e nei piedilodevoli e tali quali si convengono in un uomo. Gli abiticome vi hodettosi adattavano alla sua persona e per le sue belle maniere davapiacere a chi lo guardava.

Marco rimirò Tristano :

    "Amico - disse -ti chiami Tristano?".

    "SìSireTristanodê us sal.

    "Dê us sal bêas vassal".

    "Merzi -replicò egli - gentil roisnobile re kurnevalois: voi e i vostrisudditi siate sempre benedetti fra i figli di Dio".

Gli fu rispostocon grandi ringraziamenti da tutti i cortigianii quali non avevanopiù che una parola:

    "TristanTristan li Parmenoiscum est bêas etcum curtois!".

Marco si rivolse di nuovo a Tristano:

    "Ti dico ioTristanoquelloche devi fare. Mi devi accordare un favore di cui non vorrei fare ameno".

    "Tutto quello che comandateSire".

    "Tu devi essere il miomaestro di caccia".

Si levò allora un gran ridere intorno. Tristano disse allora:

    "Signorecomandate e disponete di me; quello che voi ordinerete io locompirò; sarò vostro maestro di caccia e vostro vassallo come megliosaprò."

    "Va bene amico - disse re Marco - questo è deciso e così sia".

Ora Tristanocome avete uditoè ritornato in patria senza saperlo ecredendosi ancora in terra straniera. Marco il virtuosoinconsapevoledi essere suo parentelo trattò con molta bontà come era anchegrandemente opportuno: pregò ciascuno e ordinò a tutti di mostrarsibuoni e compiacenti verso il fanciullo straniero e di fargli onore conla conversazione e la compagnia. A questo tutti aderirono moltovolentieri. Così Tristano venne a far parte della corte del re che glivoleva bene e gradiva la sua societàperché il suo cuore era attrattoverso di lui; lo guardava con compiacimento e il giovinetto era semprecortesemente al suo lato e pronto al suo servizio ogni volta che ve neera l'occasione. Dovunque fosse Marcoivi era anche Tristano. Marcose ne compiaceva ed era felice quando lo vedeva.

Intanto avvenne che entro una settimana re Marco stesso andò a cacciacon lui e con molti del suo seguitoper vedere la sua arte nelcacciare e osservare la sua abilità. Re Marco ordinò di condurgli ilsuo cavallo da caccia e gliene fece dono. Miglior cavalcatura Tristanonon ebbe maipoiché era un bell'animalerobusto e snello. Gli feceanche dare un piccolo corno bello e chiaro e gli disse:

    "Tristanooraricòrdati che sei il mio maestro di caccia; facci dunque vedere la tuabravuraprendi i tuoi cani e vanne e manda i battitori dove ti pareche meglio ti convenga".

    "NoSirenon così - replicò Tristano ilcortese -; manda avanti i tuoi cacciatori che devono attendere e darela via ai cani. Essi conoscono il paese e sanno meglio di me dovepassa il cervo fuggendo dalla muta; sapranno ben essi coglierel'occasione. Io non fui mai in questo luogo e sono pur sempre unostraniero."

    "Dio sa se hai ragioneTristanonon puoi bene orientartiqui. I cacciatori devono andare avanti e fare il compito loro".

Allora i cacciatori ritornaronolegarono i cani e posero i battitorinei luoghi a loro notiben presto scovarono un cervo e lo inseguironoa gara fino a seraquando i cani lo raggiunsero. Allo stesso momentovenne di corsa re Marco con Tristano e molti del seguito perabbatterlo. Ci fu allora un gran suonare di corni in vari e diversitoni; suonavano tanto bene che re Marco molto ne godette e con luimolti degli altri che là si trovavano.

Ora che il cervo era abbattuto andarono dal loro maestro Tristanoilloro fido ospitee lo pregarono di mostrar loro il bast dalprincipio alla fine.

    "Sarà fatto"disse Tristano e con questa parolasi accinse all'opera.

Ora mi pare che sarebbe inutile farvi un'altra volta lo stessoracconto. Come già vi narrai di quell'altro cervonello stesso modofu scuoiato questo. Quando videro il bast e la furkie e l'artedella curiedichiararono ad una voce che nessuno conosceva néavrebbe potuto imaginare un modo migliore. Il re ordinò di prendere elegare il cervo e se ne ritornò egli e il suo cacciatore Tristano etutta la compagnia. Al suono dei corni e con la furkie ritornaronocavalcando a casa.

Da allora Tristano fu uno dei cortigiani prediletti. Il re e tutta lacorte lo accolsero nella loro compagnia. Egli pure era compiacente esempre pronto al servizio di ricchi e di poveri e se avesse potutofare onore a tutti lo avrebbe fatto di buon grado. Dio gli aveva datola grazia di potere e volere piacere a tutti: egli sapeva ridereballarecantarecavalcarecorrereessere allegro con tutti. Vivevacome da lui si richiedeva; e come la gioventù dovrebbe vivereassecondando tutto ciò che altri intraprendeva.

Ora accadde che un giorno re Marco se ne stava seduto dopo il pranzocome si suole fare per riposo e ascoltava il laio di un suonatore diarpail migliore che si conoscesseche veniva dal paese di Galles.

Ora venne Tristano di Parmenia e si sedette ai suoi piedi e ascoltòcon tale attenzione il laio e le dolci note che non poté piùinfingersine fosse andato anche della sua vitatanto l'animo suo fucommosso e il cuore infiammato.

    "Maestro dissevoi suonate bene e lenote risaltano bene con quella nostalgia come sono state pensate. L'hanno composta i Britanni sulla storia di ser Gurune e della suadiletta".

L'artista si fece attento e stette in ascolto come se non avesse benintesosino a che non ebbe finito il laio. Poi si rivolse a Tristano:

    "Che ne sai tucaro fanciulloda dove viene quest'aria? Hai qualchenozione di quest'arte?"

    "Sìcaro maestro - rispose Tristano -primane ero più espertoma adesso sono tanto fuori di esercizio che non miazzarderei davanti a voi".

    "Noamico mioecco qui quest'arpafammisentire come si canta nel tuo paese".

    "Me lo comandate voimaestroed è vostro piacere che io suoni?"disse Tristano.

    "Sìcarocompagnocomincia a suonare".

Quando egli prese l'arpa questa parve adattarsi meravigliosamente allesue manichecome ho letto nei libripiù belle non potevano esseremorbide e dolcipiccole e lunghe e bianche come l'ermellino. Conqueste accennava dolcemente a preludi e arpeggi in strana guisa. Allora gli riaffiorarono alla mente le canzoni brettoni. Prese ilplettrotese le corde quale piùquale meno come meglio gli parevaequindi Tristanoil nuovo cantorecominciò il suo nuovo ufficio congrande attenzione. Suonava tanto dolcemente i suoi preludi e i suoiarpeggii suoi strani "saluti" e li rendeva così bene sulle corde delsuo strumento che tutta la schiera dei cortigiani accorse e l'unochiamava l'altro. Tutti vennero affrettandosi e a nessuno sembrò diessere arrivato troppo presto.

Ora Marco osservava tutto e riflettendo a tante cose e considerando ilsuo amico Tristanoassai si meravigliava che questi avesse saputonascondere tanta cortese dottrina e tante buone arti che vedeva inlui. Tristano cominciò una canzone della fiera amante di Gralant ilbelloe intonava così dolcemente e toccava l'arpa con tale maestriaalla maniera brettoneche vari degli astanti ne furono tanto fuori disé da dimenticare il loro proprio nome: orecchie e cuore eranocommossi e agitati e alla mente affluivano pensieri di ogni sorta:

    "Beato - dicevano molti -il mercante che ha avuto un figlio cosìcortese".

Le sue bianche dita si muovevano con arte e perizia sulle corde e ilsuono si espandeva fino a riempire tutto il palazzo. Anche gli occhinon furono risparmiatie molti sguardi seguivano le sue mani.

Finita questa canzone il buon re lo fece pregare di suonare ancora:

    "Mu voluntiers"rispose Tristano; e intonò una canzone ancor piùnostalgica della primadi Tisbela curtoise dell'antica Babilonia.

Egli toccò l'arpa così abilmenteseguendo le note con tanta maestriache l'arpista ne restò stupito e quando il virtuoso fanciulloaccompagnò la sua canzone con le parolee cantò i versi in brettone ein galleselatino e francese così soavementenessuno avrebbe saputodire che cosa fosse più bello e più da lodarese il suo canto o ilsuo arpeggiare. Furono fatti grandi discorsi di lui e della suabravuradicendo che in tutto il regno non si era mai riscontratatanta abilità in un uomo. Chi diceva una cosa e chi un'altra; questiparlava in un modoquegli in un altro:

    "Che fanciullo è mai questo? chi abbiamo per compagno? Di tutti i giovinetti che esistono nessunovale un soffio accanto al nostro Tristano".

Quando Tristano ebbe terminato la canzone secondo il suo desiderioMarco disse:

    "Tristanovieni qui; benedetto sia colui che ti haistruito e sii tu benedetto con lui: era veramente bella la tuacanzone. La riudirò volontieri questa seraprima che tu vada adormire; farai questo per me e per tenon è vero?".

    "SìSirevolontieri."

    "Ora dimmiconosci anche qualche altro strumento?"

    "Nomio signore"replicò egli.

    "Ma te lo chiedo in nome dell'amore chehai per me."

    "Sire - disse allora subito Tristano - non importavacosì alta sollecitazione; avrei risposto alla vostra domanda poichévoi volete saperlo e io devo dirvelo. Signoreio mi sono applicato aogni genere di strumentima a nessuno abbastanza da non desiderare disaperne di più. Inoltre non mi sono dato a questo studio per moltotempoin verità forse per sette anni o poco più. In Parmenia mi hannoinsegnato a suonare il violinola sinfonia; l'arpa e la rotta mel'hanno insegnata dei galeottidue maestri gallesi e dei Brettonidella città di Lutla lira e la sambuca".

    "Sambuca? che cosa èquestafanciullo mio?".

    "E' lo strumento a corde più bello che ioconosca".

    "Vedete - dicevano i cortigiani -Dio ha dato a questo fanciullotutte le grazie per una vita felice".

Marco gli chiese ancora:

    "Tristanoti ho udito cantare in galleseinbuon latino e in francese: conosci tu queste lingue?".

    "SìSireabbastanza bene".

Allora gli si affollarono intorno e chiconosceva una lingua straniera di un qualsiasi paese vicino lo misealla prova in tutti i modi. Egli a tutti diede cortesemente rispostanella stessa lingua: norvegeseirlandesealemannoscozzesedanese. Molti cuori presero a desiderare di avere l'abilità di Tristano eavrebbero bramato di assomigliargli; moltinel desiderio del lorocuoregli si rivolsero dolcemente e amabilmente:

    "AhTristanofossiio come te! tu puoi vivere feliceporti la palma di ogni arte che ilmondo conosca".

Tutti ne parlavano facendone le meraviglie:

    "Udite -diceva l'uno -udite - diceva l'altro -il mondo intero ascolti: unfanciullo quattordicenne conosce tutte le arti che esistono".

Il re disse:

    "Tristanoascoltain te trovo tutto quello che amotusai fare tutto quello che mi aggrada: caccialinguemusica. Oradobbiamo anche essere amicitu mio e io tuo. Di giorno andremo acavallo a cacciala sera ci diletteremo con giochi cortesi; tu suonibene l'arpa e il violinoe sai cantare e lo farai per me; io pureconosco qualche gioco e farò per te quanto il tuo cuore desidera; tidarò cavalli e belle vestiquanti ne vorrai. E con questo saremopari. Oraecco la mia spada e i miei speronila mia corazza e il miocorno d'oro; ragazzo mioio te li affidotu abbine cura e sii semprecortese di animo e felice".

Così l'esule venne a far parte della corte più vicina al re. Mai infanciullo fu vista tale grazia quanta si manifestava in lui; qualunquecosa facesse o dicesse apparivae anche lo eratanto buona che tuttigli volevano bene e gli erano devoti di cuore.E con questo bastadobbiamo abbandonare questa storia e rivolgerci dinuovo a quella di suo padre il mariscalco - Dan Rual li Foitenant etli leal - e a ciò che egli fece quando ebbe perduto il figliolo.

Dan Rual li Foitenant si era messo subito in marecon grandeabbondanza e ricchezza di provvigionipoiché aveva in mente di nonritornare finché non avesse avuto notizie del suo giovane figlio; sidiresse verso la Norvegiacolà errò giorno e notte per tutto il paesechiedendo del suo diletto Tristano: ma a che serviva? questi nonc'era. Tutte le ricerche furono vane e non potendolo trovare Rualvolse verso l'Irlanda. Mavedeteanche là non poté saperne di più diprima. Allora egli cominciò a trascurarsi e le sue ricchezzecominciarono a scemare finché si ridusse ad andare a piedi e ordinò divendere il suo cavallo e rimandò tutto il suo seguito in patria contutti i suoi beni. Egli stesso rimase in miseria e andò mendicando ilsuo pane di paese in paesepellegrinando senza posa per tre anni epiù alla ricerca del suo Tristanotanto che la bellezza della suapersona andò decadendo e così pure il suo bel colorito: chi l'avessevisto non avrebbe mai detto che avrebbe potuto riprendere la suadignità. E questo fardello di vergognail degno Dan Rual lo portavacome se fosse stato un ribaldo e senza che la sua povertà gli facesseperderecome troppo spesso avvienenulla della sua buona volontà.

Verso il quarto anno egli si trovava in Danimarca dove pure andavachiedendo di Tristano di città in città. Come Dio volle si imbatté inquei due pellegrini che il giovane Tristano aveva incontrato sulla viadel bosco. Interrogò anche questi ed essi gli raccontarono come equanto tempo prima avessero veduto un fanciullo proprio quale eglidiceva e come lo avessero preso in loro compagnia; dissero quale erail suo aspettoil voltoi capelliil modo di esprimersi e dicomportarsila personail vestire e quante lingue e quante articonosceva. Immediatamente egli riconobbe il suo Tristano e pregò ipellegrini di dirgliper amor di Diodove l'avevano lasciato e se siricordavano la città gliela nominassero. Così essi dissero a Rual cheera la città di Tintajoel in Cornovaglia. Egli li pregò di ripetergliil nome della città più volte e disse loro:

    "Dov'è la Cornovaglia?".

    "Essa confina - dissero essi -con la terra al di là dellaBritannia".

    "Ah! - pensò egli - Signore Iddioquesta può essere davvero una tuagrazia: secome sentoTristano è giunto in Cornovagliaallora èproprio arrivato in casa suaperché Marco è suo zio. Guidami a luioDio di misericordia! AhSignore! nella tua potenza dammi ancora tantagrazia che io lo possa rivedere. La notizia che ne ho avuto èveramente buona e mi dà grande gioia; mi ha sollevato dalla miatristezza e fatto felice".

    "Brava gente - disse egli allora - ilFiglio della Vergine vi protegga; me ne andrò per la mia via e vedròse trovo il mio figliolo".

    "Benerivolgetevi al Bambino che ha tuttoil mondo in suo potere."

    "Grazie - disse Rual - con vostra licenza nonposso attardarmi di più."

    "Amico - dissero quelli - "â dêâ dê!".

Rual si mise in cammino senza lasciare neppure una mezza giornata diriposo al suo corpo finché non arrivò al maredove suo malgradodovette fermarsi poiché non vi erano navi pronte; appena trovò unbattello partì subito per la Britanniache attraversò tutta con tantapremura che nessuna giornata gli sembrava abbastanza lunga daimpedirgli di camminare fin tardi nella notte; ma la notizia ricevutagli aveva dato coraggio e forza e gli rendeva leggera e dolce lafatica. Giunto in Cornovaglia chiese dove fosse Tintajoel che gli fusubito indicata. Così continuò la sua via e vi giunse un sabatomattina all'ora della messa; si mise accanto alla porta della chiesa;la gente passava avanti e indietro ed egli guardava da tutte le partie scrutava di qua e di là per trovare qualcheduno che desse giustarisposta alla sua domanda; poiché pensava fra sé: questa gente è dapiù di me e se ne interpello unotemo che mi disprezzi e non mirispondadato che sono così male in arnese. Consigliami tuSignoreIddioquello che devo fare.

Intanto re Marco stesso veniva avanti con un brillante seguito inmezzo al quale Rual non vide colui che cercava e quando il re dovevapassare ritornando dalla messaRual si trasse un po' in disparte e siaccostò a un vecchio cortigiano:

    "Signoreper vostra bontàditemisapete se ci sia a corte un fanciullo? Si dice che sia addetto al re eabbia nome Tristano".

    "Un fanciullo- rispose prontamente quegli - nonso niente di fanciulli; c'è uno scudiere che deve presto essere armatocavaliere ed è molto caro al re perché ha grande virtù e grandecortesia e conosce tante arti. E' un forte garzone dai capelli d'uncastano chiaro e un bel portamento; viene da paesi stranieri e qui lochiamano Tristano".

    "Signore - disse Rual appartenete voi allacorte?"

    "Sì."

    "Alloraper l'onor vostrofatemi ancora una graziache ne avrete grande merito: ditegli che c'è un pover'uomo chevorrebbe vederlo e parlargli; potete pure fargli sapere che sono delsuo paese".

Quegli dunque avvertì Tristano che era venuto uno della sua terra.

Tristano accorse subito e appena lo ebbe scorto esclamò con le labbrae col cuore:

    "Sia benedetto Iddio nostro Signore perché ti rivedopadre mio!".

Questo fu il suo primo saluto; poi gli corse gioioso incontro e baciòil fedelissimo guardiano come un figlio il padre. E questo era giustoe bene poiché egli era suo figlio e quegli era suo padre: e di tutti ipadri che ci sono e che mai vi furono al mondo nessuno agì verso ilfiglio più paternamente che lui verso Tristanoil quale in luiritrovò padremadreparentivassalli e tutti gli amici che maiavesse avuto.

Con grande affetto gli parlò:

    "Mio buon padreditemila mia dolcemadrei miei fratelli vivono ancora?".

    "Non lo sofiglio caro -rispose quegli -; vivevano ancora quando li vidi l'ultima voltasoltanto erano in pena per causa tua. Che cosa abbiano fatto di poinon te lo posso dire perché da molto non ho incontrato alcuno checonoscessie non sono più stato a casa dal malaugurato momento in cuimi colse in te la sventura".

    "Ahpadre mio - replicò l'altro - che cosa mi dici mai! Come èridotto il tuo aspetto!".

    "Figlio miosei tu che me l'hai fattoperdere".

    "E io te lo renderò".

    "Figlioloanche questo può darsi".

    "Orapadre miovieni con me a corte."

    "No figliolocon te non possoandare; vedi bene che non sono in tenuta conveniente per la corte".

    "Nopadredobbiamo andarci; è necessario che il remio signoretiveda".

Rualcortese e buonopensò tra sé: "la mia nudità non guasta; anchese il re mi vede ora come pellegrinosarà ben contento di vedermiquando gli dirò che Tristano è suo nipote. Quando gli avrò raccontatotutto fin dal principioqualunque cosa indossi gli sembrerà bella".

Tristano lo prese per mano: il suo aspetto e le sue vesti erano qualipotevano essere: portava una povera tunica scolorita e consunta e quae là anche lacera e non aveva mantello. Gli abiti sotto la tunicaerano ben miserisciupati e infangati. Capelli e barba erano tantonegletti da farlo apparire un selvaggio. Inoltre il degno uomo nonaveva ai piedi né calze né scarpe e per di più era malconcio dalleintemperie come tutti coloro che sono stati esposti al freddoalsoleal ventoalle privazioni e hanno perduto colore e robustezza.

In questo stato si presentò davanti a Marco. Questiguardandolo negliocchi chiese a Tristano:

    "DimmiTristano: chi è quest'uomo?".

    "Miopadresire"rispose Tristano.

    "Dici il vero?".

    "Sìmio Signore".

    "Sia dunque il benvenuto"disse il degno re. Rual si inchinòcortesemente. Accorsero allora tutti i cavalieri e con loro tutta lacorte e insieme esclamavano tutti:

    "Siresiredê us sal".

Ora sappiate che Rualper quanto miseramente vestitopure era dibell'aspetto e di nobile portamento. Di persona e di membra era similea un Unnolunghe le braccia e le gambebello e signorile l'incederee tutto il corpo ben fatto. Non era né troppo giovane né troppovecchioma negli anni miglioriquando la giovinezza e l'età maturadanno alla vita il maggior vigore. Per signorilità di tratto sembravaun imperatore; la sua voce era armoniosa come quella del cornoil suofavellare ben tornito. Cosìcon fare dignitosocome sempre erasolito averese ne stava davanti al re e alla nobiltà.

Si levò un gran mormorio fra i cavalieri e i baroni che parlavano fraloro chiedendosi:

    "E' lui? E' questo il mercante cortese del quale suofiglio Tristano ci ha tanto decantato le virtù? Abbiamo udito parlaretanto della sua bontà e del suo valore: come mai è venuto a corte inquesto arnese?".

Questo e molto altro dicevano. Il buon re comandò chefosse condotto nella kemenatee fornito di ricche vesti. Tristanolo assisté a fare il bagno e a rivestirsi di begli abiti. Vi era ancheun cappello che si mise in capo e che gli stava a meravigliapoichéegli stesso era bello di volto e avvenente di figura.

Tristano lo prese per mano cortesementecome era uso e lo condusse dinuovo a re Marco e ora tutti ne furono ammirati e si dicevano l'unl'altro:

    "Vedete come il nobile abbigliamento sta bene a quest'uomo ecome le ricche vesti si adattano bene al mercante; anche egli stessoperò è bellissimo. Deve invero possedere delle grandi qualità e neappare ben dotato. Vedete che nobile incessoquale signorileportamento egli ha nei begli abiti. E basta vedere Tristano perriconoscere le sue virtù. Come avrebbe un mercante potuto allevarecosì bene un figliolose non fosse mosso da nobiltà di cuore?".

L'acqua era già stata data e il re era venuto alla mensa; egli fecesedere Rualil suo ospitealla sua stessa tavola e ordinò diservirlo bene e con ogni curacome si addice a un cavaliere.

    "Tristano - disse - va' e servi tu stesso tuo padre".

E vi dico cheinvero così fu fatto e gli vennero resi tutti gli onori e tutte lepossibili attenzioni.

Così Rual mangiò con piacerepoiché era felice per Tristano; Tristanoera per lui il miglior festino e guardarlo era tutta la sua gioia.

Quando le mense furono levateil re si trattenne in discorso con ilsuo ospite e gli fece tante domande sul suo paese e intorno al suoviaggio e mentre il re lo interrogava i cavalieri intorno stavano adascoltare le parole di Rual.

    "Sire - disse questi -sono invero quattro anni e mezzo che hoabbandonato la patria e da alloradovunque sia capitatonon hopensato ad altro se non allo scopo per il quale sono venuto qui".

    "E quale è questo scopo?".

    "E' Tristano che qui vedete. Io ho inveroanche altri figli che mi sono stati dati da Dio e li amo come un padreama i suoi figlioli: tre figlichese fossi rimasto presso di lorol'uno o l'altro sarebbe già cavaliere. Se avessi sofferto per tutti etre insieme metà delle pene e dei tormenti che ho sofferto perTristanoche pure mi è estraneosarebbe già stato moltissimo".

    "Estraneo? - esclamò il re -. Diteche nuova è questa? non è dunquevostro figlio come dice di essere?"

    "Nosireegli non mi appartienese non in quanto io sono suo vassallo".

Tristano trasalì e lo guardò spaventato. Di nuovo il re parlò:

    "Ora dunque raccontateci per quale colpa o per quale ragione avete perlui sopportato tante fatiche e come diteavete per così lungo tempoabbandonato moglie e figliolise non è figlio vostro?".

    "Signorequesto lo sappiamo solamente Iddio e io".

    "Orsùamicofatelo sapereanche a me - disse re Marco -che ciò mi stupisce non poco".

    "Sesapessi - replicò il fido Rual che non me ne abbia poi a rincrescere eche sia cosa conveniente richiamare il passatovi potrei narraremeraviglie di questa ventura di Tristanodi come ciò è accaduto e dicome è stato disposto per lui".

Marco e i suoi baroni subito a unavoce lo pregarono:

    "Ditesant'uomoditeci: chi è Tristano?".

Il buon Rual parlò allora e disse:

    "Signorecome ben sapete e comesanno coloro che erano presenti in quel tempoavvenne che il miosignore Riwalin di cui io ero vassallo - e ancora dovrei esserloseDio avesse voluto che egli ancora vivesse - udì tanto magnificare lavostra virtù e il vostro valore che affidò alla mia custodia le sueterre e la sua gente edesiderando conoscervivenne qui in questopaese e vi prese dimora. Sapete pure come andò la sua avventura con labella Blancheflur e come ne ottenne l'amicizia e come ella fuggì conlui. Quando giunsero in patria si sposarono e questo avvenne in casamia e ne fummo testimoni io e molti altri; poi egli la affidò alla miaprotezione e io ne ebbi cura in tutti i modi con tutto il cuore. Pocotempo dopo egli preparò una spedizione nel suo paese con tutti i suoie partì e fu ucciso in battaglia come avrete udito. Quando ci giunsequesta notizia e la bella dama l'appreseun dolore mortale la colpìcosì profondamente che mise al mondo con grande fatica Tristano chequi vedete e lei stessa ne morì".

Con questo il fedele vassallo fu sopraffatto da un cordoglio che atutti fu palese poiché piangeva come un fanciullo. A questo raccontoanche agli altri si inumidirono gli occhi. A re Marcoil buonolanotizia andò talmente al cuore che il dolore gli fluiva in lacrimedagli occhi tanto che gote e vesti ne erano inondati. Tristano se nerattristò profondamentema non per altro se non perché così perdevanel suo fedele guardiano il padre e l'illusione d'avere un padre.

Così Rual il buono raccontò alla compagnia con grande tristezzalastoria del povero bambino; come egli aveva fortemente raccomandato diprenderne cura quando sua madre lo aveva messo al mondo e come l'avevanascosto segretamente in luogo sicuro e fatto diffondere in mezzo alpopolo la notizia che era morto insieme alla madre. Quindi narrò comeavesse ordinato a sua mogliecome già vi dissidi mettersi a lettocome donna in travaglio e a suo tempo avesse annunziato di aver messoal mondo il bambino che poi avevano portato in chiesadove era statobattezzato e spiegò perché era stato chiamato Tristano; l'aveva fattopoi viaggiare in paesi stranieri affinché si addestrasse con la linguae con le mani nelle arti che gli faceva apprendere; lo aveva lasciatopoi sulla nave dov'era stato rapito ed egli stesso era venuto acercarlo con grandi fatiche.

Così raccontò la storia dal principio alla fine e Marco pianse ed eglistesso piangeva e piangevano tuttimeno il solo Tristano il quale nonpoteva dolersi di ciò che udiva perché la notizia gli era giuntatroppo improvvisa. Quello però che il fido Rual narrò ai cortigianidelle pene dei due innamorati Kanele e Blancheflur e tutta la loroavventura non li commosse quanto la fedeltà dimostrata dopo la loromorte verso il loro figliolo. Questa agli occhi della corte era lamaggior prova di devozione che un uomo potesse dare al suo Signore.

Terminato questo discorso re Marco disse agli ospiti:

    "Signoriquestastoria è poi vera?".

Rualil buonogli mostrò un anellino che avevaal dito:

    "OraSire - disse - ecco la testimonianza delle mie parole edella mia storia".

Re Marcobuono e sinceroprese l'anello e loguardòma gliene venne un dolore ancor più acerbo.

    "Ah! - disse - miadolce sorellaio ti donai questo anellino che mio padre mi diede sulsuo letto di morte. Devo ben prestar fede a questo racconto. Tristanovieni qui e abbracciami; se Dio dà vita a entrambi noiio sarò tuopadre e tu mio figlio ed erede. Iddio dia pace all'anima di tua madreBlancheflur e di tuo padre Kanele e voglia concedere ad ambedue lavita eterna. Poiché è stato così disposto che tu mi venissi da miasorellaio saròa Dio piacendosempre felice".

All'ospite allora egli disse:

    "Oraamico caroditemi chi siete ecome vi chiamate?"

    "Rualsire."

    "Rual?".

    "Sì".

Allora Marco si rammentò di averea suo tempoudito parlare dilui e di come fosse saggio e onorevole e leale e disse:

    "Rual liFoitenant?"

    "Così mi chiamanosignore".

Allora il buon Marco andò alui e lo baciò e abbracciò rendendogli onore come si meritava. Icavalieri si fecero pure avanti e lo baciarono tutti con gioiauno auno; lo abbracciarono e salutarono con cortesi parole:

    "Benvenutodegno Rualspecchio di virtù al mondo".

Rual fu dunque così il benvenuto. Quindi il re lo prese per mano e selo fece amorevolmente sedere a lato; riandarono insieme la loro storiae riparlarono di tuttotanto di Tristano che di Blancheflur e ditutta l'avventura e della lotta fra Kanele e Morgan e di come erafinita: ben presto il re venne a narrare a Rual con quale avvedutezzaTristano fosse venuto colà e come avesse detto che suo padre era unmercante. Rual guardò Tristano:

    "Amico - disse - per lungo tempo hoportato su e giù la mia faticosa mercanzia con grande angustia e inpovertà per amor tuo; ma tutto questo è ora giunto a buon fine. Perciòio sempre leverò le mie mani a Dio in azioni di grazia".

Tristano disse:

    "Vedo bene che la storia si sta svolgendo in modo danon potermene rallegrare. Strane parole mi sono giunte se ho compresobene: sento mio padre dire che mio padre è stato ucciso molto tempoaddietro; con ciò egli mi si sottrae e così dei due padri che avevoacquistato ora resto senza padre. Come mi siete stati rapitivoipadre mioe l'illusione di possedere un padre! E colui nel qualecredevo di aver ritrovato il padre me ne fa perdere due: lui stesso equello che non ho mai veduto".

Ma il buon mariscalco così parlò:

    "Orsùamico Tristanolascia questodiscorso che non ha fondamento. La mia venuta ti rende più ricco e tifa crescere sempre più in onore; inoltre hai due padri come primaquiil mio Signore e me. Egli è tuo padre e lo sono io pure. Segui bene ilmio dire e sempre più per nobiltà e onore sii pari a tutti i re. Lascia tutti i discorsi e prega tuo zioil re mio signoreche ti diail suo aiuto per ritornare nel tuo paese e ti armi qui cavaliereperché allora potrai tu stesso prendere cura delle cose tue. Voituttisignoriintercedete per lui affinché al re così piaccia".

Tutti allora esclamarono:

    "Sirequesto è giusto; Tristano è forteabbastanza ed è ormai fatto uomo".

Il re disse:

    "Tristanonipote mioche cosa ne pensi nell'animo tuo? Sei contento che così si faccia?".

    "Mio buon signorevi dirò l'animo mio: se possedessi beni così grandida poter esercitare la cavalleria secondo il mio talentoin modo chenon dovessi vergognarmi del nome di cavalierené esso vergognarsinéche in me venisse offuscato l'onore cavallerescoallora benvolontieri sarei cavaliere e vorrei esercitare questa mia inespertagiovinezza e volgerla agli onori mondanipoiché si dice che lacavalleria debba iniziare fino dalla prima etàaltrimenti raramenteacquisterà valore. E' gran male che io abbia così di rado esercitataquesta mia oziosa giovinezza nel valore e nella virtù e me ne rimorde. Ora da molto tempo so che la vita agiata e il valore cavalleresco innessun modo si accordano e male possono stare insieme. E ho pure lettoche l'onore esige austerità di vita. La vita molle è la mortedell'onore se vi si cede in gioventù oppure troppo a lungo. Vi dicoinvero che se un anno addietroo anche primaavessi saputo quelloche ora ho appresonon mi sarei risparmiato fino a questo momento. Mapoiché questo è stato finora trascuratoè giusto che riacquisti iltempo. Io sono sanissimo di corpo e di spirito. Iddio mi dia buonconsiglioche io possa agire secondo l'animo mio".

Marco disse:

    "Nipote miovedi tu stesso quello che vuoi scegliereese desideri di essere re e signore su tutta la Cornovaglia. Qui c'ètuo padre Rual che ti è interamente devoto: sia egli tuo consigliere etuo aiuto; segua egli la tua causa in modo che risulti secondo la tuavolontà. Tristanocaro nipotenon ti dar pensiero della povertàpoiché la Parmenia ti appartiene e sarà sempre tua finché viviamo io etuo padre Rual; inoltrealtri doni ho in mente di farti: la mia terrae la mia gente e tutto quello che posseggocaro nipotetutto è inmano tua. Se il tuo cuore è incline agli onori principeschi e se taleè la tua volontàcome ho udito da tenon risparmiare i miei averi:la Cornovaglia sia tuo patrimonio e la mia corona tua tributaria. Sevuoi guadagnarti fama e onore nel mondocurati pure soltanto diarricchire il tuo spiritoché di grandi beni ti provvederò io. Veditu già possiedi regali domini e ricchezzequindi non ti far mancarenulla. Constaterò ben presto se sai perseguire il tuo propriovantaggio e se hai animo pronto e deciso quale devi avere e come mihai promesso. Eccose io riscontrerò in te vera e regale nobiltàd'animotroverai sempre presso di me scrigni aperti a tuadisposizione; Tintajoel sarà sempre il tuo forziere e il tuo tesoro;per quanto tu mi preceda con animo generosoio sempre ti seguirò conle mie ricchezze e se così non fosse vorrebbe dire che tutto quanto inCornovaglia chiamo mio è andato perduto".

Ci furono allora grandi inchini; tutti i presenti fecero riverenza ediedero a gran voce onore e lode.

    "Re Marco dicevanotu parli da verosovranoe le tue parole ben si addicono alla corona. Possano il tuocuorela tua lingua e la tua mano sempre comandare su questo paese. Sii sempre re della Cornovaglia".

Il fido mariscalco Dan Rual e il suo giovane signore Tristano simisero all'opera per conto lorousando le ricchezze che il re avevaloro largito e nella misura a loro concessa.

Ora mi sforzerò di spiegare la vita di questi duepadre e figliopoiché (dato che raramente la gioventù e la vecchiaia si accordano inuna medesima virtù e la gioventù disprezza la ricchezzamentre l'etàmatura la ricerca) qualcuno mi domanderà come mai poterono questi duemettersi d'accordo fra lorocosì che ciascuno di essi ottenesse ilsuo intento e mantenesse il suo dirittoin modo che Rual tenesse lagiusta misura degli averi e Tristano seguisse pienamente lo slanciodell'animo suo. Ora senza indugio ve lo proverò: Rual e Tristanonutrivano l'uno per l'altro lo stesso affettosì che ciascuno nonproponeva né voleva consigliare in bene o in male se non quello chel'altro desiderava. Rualnoto per saggezzaaveva fiducia in Tristanoe ne considerava la giovane età; così pure Tristano cedevaall'esperienza di Rual; ciò li conduceva ugualmente a un'unica meta dicomune desiderio e l'uno desiderava ciò che l'altro voleva e così inambedue vi era un solo volere e un animo solodonde avveniva chegioventù e vecchiaia fossero unite in un'unica virtù e l'impulsogeneroso cedeva al senno. Così venivano a mantenereTristano ildiritto al suo sentimento e Rual il controllo sui benisenza che adalcuno di essi fosse fatta cosa contro il suo diritto.

Così Rual e Tristano si misero all'opera dopo matura riflessione comeera loro consuetudine. Entro trenta giorni si procurarono le corazze egli abiti che dovevano indossare i trenta cavalieri che Tristanoilcortesevoleva prendersi per compagni. E se taluno mi interrogasseintorno alla magnificenza e alla foggia degli abbigliamenti e a comefossero confezionatinon avrei da pensarci a lungo e non farei cheripetere quello che ne dice la fama; se poi gli dicessi qualche cosadi diversoegli mi contraddica pure e ne parli meglio lui stesso.

I vestiti erano di quattro diverse ricche qualità di stoffe e ognunadelle quattro preziosa secondo il suo tipo. L'una era la magnanimitàl'altra l'abbondanzala saggezza la terzadi cui ho letto cheregolava le altre due con giusta misura; la quarta era la cortesia chetutte le univa cucendole insieme. Tutte e quattro operavano molto benenella loro guisa: la magnanimità comandaval'abbondanza concedevalasaggezza dirigeva e tagliavala cortesia cuciva e completava gliabiti e gli altri tessutile bandierele gualdrappe e tutto il restodell'attrezzatura che costituisce la cavalleria; l'apparato di uominie di destrieriche distinguono il cavaliereera così ricco che ancheun re avrebbe convenientemente potuto prendervi la spada.

Ora che il seguito è pronto con adeguata magnificenzacome posso iotrovare parole per descrivere come fu preparato Tristanoil degnoloro capoper la cerimonia della consegna della spada? e per dirlo inmodo che si addica alla mia storia e riesca piacevole a chi miascolta? Io non so come parlarne in modo che vi piaccia e vi aggradi estia bene in questo racconto; poiché ai miei giorni e anche primaègià stato narrato così bene di ornamenti mondanidi riccheattrezzatureche se anche avessi dodici sensi di cui servirmi -mentre invece uno solo ne ho - e se mi fosse possibile avere dodicilingue in questa mia unica bocca e sapessi con ognuna di esse parlarecome nella mianon saprei da dove cominciare per dire di quellamagnificenza e di quello splendore cosa che non fosse stata dettameglio già prima. L'ornamento della cavalleria è stato descritto tantevolte e in forme così ricercateche io non sono capace di discorrernein modo da dare gioia al cuore.

Herr Hartmann von der Aueegli sì che sa colorire le sue storie eornarle internamente ed esternamente con parole e con massime. Come sacogliere con i suoi versi il senso delle avventure! Come sono chiare ecristalline (e tali possano sempre rimanere) le sue similitudini! Esseavvincono l'uomo con la loro grazia; si stringono a lui e ispiranosincerità.

Colui che sa apprezzare e rettamente comprendere le buone massime devericonoscere che il cavaliere von Aue è meritevole della sua corona edel suo ramo di alloro. Chiunque voglia correre con la lepre epascolare al largo nei vasti lontani pascoli della poesiagiocare adadi con le parolee pretendere senza discriminazione alla corona diallororimanga pure con l'illusione: all'elezione saremo presentianche noi; noi che aiutiamo a scegliere i fiori di cui è intrecciatoquesto stesso sertonoi vogliamo sapere a che cosa egli aspiri! poiché chiunque egli siasi faccia avanti e presenti i suoi fiori: daquesti noi giudicheremo se si adattino tanto bene al serto da togliereil ramo di alloro a Hartmann von der Aue per darlo a lui. Ma poichénessuno si è presentato che ne sia maggiormente degnocosì conl'aiuto di Diolo lasciamo dov'è. Quel serto deve portarlo soltantocolui che usi una lingua pura e parole semplici e piane in modo chechi cammina con passo sicuro e dritto senno non abbia a inciampare.

I narratori di strane folei cacciatori di novelleche con i viluppidelle loro frasi mentono e ingannano le menti sempliciche ai bambinifanno apparire oro le futili coseche agitano e scuotono scatolemagiche e ne fanno cadere polvere invece di perletutti questi talici fanno ombra con i tronchi e non con le verdi foglie del tigliononcon le fronde né coi rami. Difficilmente la loro ombra è benefica agliocchi dei pellegrini. Se dobbiamo dire la verità nulla di buono nederivané al cuore ne viene gioia alcuna. Il loro dire non èabbastanza colorito da infondere serenità al nobile cuore. Questistessi cacciatori devono mandare dei commentatori insieme alle lorostorie: non si possono altrimenti capire udendole o leggendole; eneppure abbiamo il tempo di ricercare le glosse nei libri neri.

Vi sono ancora altri maestri del colore: Bliker von Steinach ha versigraziosi; le dame li hanno ricamati su bordi d'oro e di setasipotrebbe intrecciarli con galloni greci. Egli ha il primato delleparoleil loro senso è così chiaro e limpido che si direbbe loabbiano meravigliosamente filato le fatechiarificandolo epurificandolo nella loro magica fonte: è veramente fatato. La sualingua che è eco di arpaha duplice perfezione: di parole e di sensoe ambedue fondono la loro voce a sua lode in una unica armonia. Vedetecome questo maestro della parola opera meraviglie intorno al suoUmbhehang con sagace discorso; come lancia agilmente le rime qualgioco di coltellie come sa fonderle quasi fossero insieme cresciute. E' anche mia convinzione che sia libri che lettere aderiscano a luicome fossero pennepoichése ben osservatele sue parole alate silibrano in alto come l'aquila.

Chi ancora posso nominare? molti ve ne sono e molti ve ne sono statiricchi di parole e di senno. Enrico di Veldeke poetò dalla pienadell'animo suo. Come cantò bene d'amore! come bellamente cesellò ilsuo dire! Io credo che la sua sapienza derivasse dal Pegaso donde ognisapere ha origine. Non l'ho conosciuto io stessoma dai migliorimaestri di allora e di poiche tanto lo lodanoho udito dire comeegli abbia innestato nella lingua tedesca il primo germoglio da cuisono poi venuti i rami che portarono i fiori dai quali i maestristessi derivarono le loro magistrali invenzioni. La fama ne è tantodiffusa e così variamente indirizzata che tutti coloro che adessopoetano ne colgono il meglio di fiori e di fronde in parole e incanzoni.

Ci sono molti usignoli dei quali ora non voglio parlare: essi nonappartengono a questa schieraperciò altro non dicoma ripeteròsempre che essi ben conoscono l'ufficio loro e cantano lodevolmente laloro dolce canzone primaverile; la loro voce è chiara e bella; dannocoraggio al mondo e fanno bene al cuore. Il mondo sarebbe triste esconfortato se fosse privo del loro soave gorgheggio; questo risvegliaamabili affetti e sovente rammenta a chi abbia provato amorosoimpulsola gioiail bene e tutti i vari sentimenti che confortano inobili cuori. Quando il dolce canto degli uccelli comunica al mondo lasua letizia ne nasce l'amoroso impulso.

Parlate ora degli usignoli: essi sono pronti al loro ufficio e sannotanto bene dire e cantare delle loro pene. Chi fra questi porterà ilvessilloora che il capo di tutta la schieral'usignolo di Hagenauè ammutolito al mondo? egli che portava sulla lingua il segno diquesta somma arte. Penso sovente a lui e ai suoi versi e immaginodonde ha preso i tanti e bei dolci toni e donde gli è venuto ilmiracolo di tante variazioni. Io credo che la lingua di Orfeoilquale conosceva tutti i toni musicalirisuoni dalla sua bocca.

Poiché dunque questi non sono piùdateci ora un consiglio (un saggiolo proponga): chi condurrà ora questa schiera? chi guiderà la bellacompagnia? credo che facilmente troverò chi dovrà portare il vessillo:il loro maestro von der Vogelweide ne è ben capace. Ahcome altarisuona la sua voce nella campagna! quali meraviglie opera! con quantaabilità sa modulare il suo cantonel tono cioè del cavaliere diZitheroneove la dea Minne impera e comanda. Egli è in servizio acorte e deve essere duce agli altri; e a guidarli perfettamente egliben sa dove deve cercare le amorose melodie. Egli e la sua schieracantino in modo da volgere in gioia la loro tristezza ed i loronostalgici lamenti e possa questo accadere ancora ai giorni miei!

Ora però ho abbastanza parlato a persone competenti delle fortune ditanta buona gente e intanto Tristano non è ancora pronto perl'investitura della spada e io non so come prepararvelo; la mente nonne vuol sapere e la lingua sola e senza il consiglio di quellada cuideriva ogni suo officionon sa quello che fa. Ma quello che ambeduele confonde ve lo spiegherò ora: le ha ingannate ciò che induce inerrore anche altri mille: quando un uomo che non sa parlare sipresenta a un uomo eloquente la lingua gli diventa muta anche suquello che prima sapeva.

Mi pare che lo stesso sia accaduto anche a me: vedo e ho udito finoratanti eccellenti parlatorimentre io non so fare discorsi simili ailoro e i miei non varrebbero un soffio al confronto; si dice adessogiustamente che dovrei curare la mia lingua e coltivare la mia mente eprocurare di renderle tali quali le vorrei nei poemi altrui e come lericonosco e le giudico io in un estraneo.

Ora non so come cominciare: lingua e sensi non mi vogliono venire inaiutoil timore mi toglie di bocca anche quello che sapevo. Qui nonso più che cosa fare se non cosa che non ho mai fatto finorainnalzerò cioè il mio cuore e le mie mani in preghiera e ininvocazioni verso l'Eliconadonde sgorgano le sorgenti checonferiscono il dono della parola e dei concetti. L'Anfitrione e lesue nove compagneApollo e le Camenele nove sirene dell'orecchioche colà alla corte hanno in consegna i donili distribuisconogiudicando come debbano concederli al mondo. A certuni hanno dato lapiena dei concetti con tale larghezzache ora non possonoperl'onore loronegarne una goccia a mee se riesco a ottenerla potròmantenere il mio posto come si addice a cantore. Quella unica goccianon è tanto piccola che non basti a mettermi sulla giusta viachiarendo intanto e lingua e concettolà dove mi sono così smarrito.

E dovrà anche far passare le mie parole attraverso i lucenti crogiuolidei sensi cananeie là fonderle in strane e meravigliose formeefoggiarle con somma abilità come oro di Arabia. Vogliano esse-questi divini doni della vera Elicona e del trono supremo dondesgorgano le parole che risuonano all'orecchio e ridono nel cuore erendono la lingua smagliante come una gemma preziosa- degnarsi diascoltare la mia voce e la mia preghiera secondo i miei voti lassù neiloro cori celesti.

Anche se tutto questo si avverasse e mi fossero concesse le parole cheho chiestee avessi tale tesoro che il mio poetare fosse dolce a ogniorecchio e desse ombra a tutti i cuori con la sua verde foglia ditiglioe fosse intonato ai miei versi in modo da sgombrare loro lavia a ogni passo senza lasciare neppure un granellino di polvere cosìche possano incedere su verdi erbette e variopinti fiori; purenonostante tutto questoio non rivolgerei mai o quasi mai la miamente - vedete come sono poco assennato - a quello che altri hanno giàtentato e trovato. In verità io devo seguire il miglior consiglio erivolgere tutta la mia perizia all'equipaggiamento di un cavalierecome Dio sa che molti hanno fatto: potrei narrarvi che Vulcanoilsaggioil celebre artistafabbricò per Tristano con le proprie manie con grande maestria usbergospada e schiniere e altri accessorinecessari a un cavalieree che egli stessosempre pronto a ogniardirescolpì il cinghiale sullo scudo dell'eroe e l'elmo sul qualepose gli strali infuocati a raffigurare i tormenti d'amoree poipreparò separatamente ogni pezzo con grande arte e perfezione. Potreidirvi che Cassandra la mia signorala saggia Troianaaveva impegnatotutta la sua arte e tutto il suo ingegno per approntare le vesti diTristano con ogni perizia e quanto meglio sapeva escogitare la suamentela qualesecondo quanto ho lettoera dotata dagli Dei dimagico potere. Ma quale valore avrebbe tutto questo se prima nonavessi preparato il seguito di Tristano per la cerimonia? Questa è colvostro beneplacito la mia opinione e so bene che se allo spirito ealla ricchezza si aggiungono la saggezza e la cortesiaquesti quattrooperano fra loro meglio di chiunque. Infatti neppure Vulcano eCassandra hanno mai saputo meglio di questi attrezzare un cavaliere.

Ora poiché queste quattro virtù sanno così bene allestire la cerimoniadella consegna della spadacosì noi affidiamo loro il nostro amicoTristanoesse lo prendono per mano e lo rivestono (poiché nulla dimeglio vi può essere) delle stesse stoffe e nelle stesse fogge con cuisono così bene rivestiti i suoi compagni. Così Tristano viene condottoa corte e quindi all'assemblea. In tutto il suo apparato èperornamento e ricchezzapari ai suoi compagni; pariintendo solo nellevesti confezionate da mano d'uomonon nella veste innata che sichiama nobiltà d'animo e viene dai recessi del cuore rendendo l'uomoamabile e nobilitando la sua persona e la sua vita: vestimento che alsignore era stato elargito in modo ben diverso che ai suoi compagni. Iddio sa che il degno e virtuoso Tristano portava tale specialeabbigliamentoricco oltre misura d'aspetto e di foggia. Egli infattili sorpassava tutti per virtù e per buoni costumima negli abitilavorati da mano d'uomo non vi era differenza alcuna; il degnocapitano vestiva in tutto simile agli altri.

Così il magnanimo signore della Parmenia e tutta la sua schiera dicavalieri erano giunti alla chiesaavevano assistito alla Messa eanche ricevuto la benedizione secondo l'uso: Marco allora prese permano Tristano suo nipote e gli cinse spada e speroni:

    "EcconipoteTristano - disse - ora che questa tua spada è stata benedetta e che tusei armato cavaliereapprezza questa dignità e considera anche testesso e vedi chi sei; la tua nascita e la tua nobiltà ti siano semprepresentisii umile e onestosii sincero e gentileverso i poverisempre buono e verso i ricchi sempre altero; orna e tieni di conto iltuo corpoonora e servi ogni donna; sii generoso e fedelerinnovandoti sempre in queste virtù poiché sul mio onore ti dico chené oro né preziosi zibellini si convengono alla spada e allo scudomeglio che la liberalità e la fedeltà".

Con ciò gli porse lo scudolo baciò e gli disse:

    "Ora vanipote mioe Dionella sua potenzati conceda grazia per la tua cavalleria. Siisempre cortese e sempre felice!".

Tristano allora armò i suoi cavalieri di spada speroni e scudoproprio come suo zio aveva fatto con lui. A ognuno dei presentiraccomandò con sagge parole l'umiltàla fedeltàla liberalità. Nonindugiarono colà più a lungo: non dubito che vi furono grandi tornei ecavalcate. Quale lancio di giavellotti vi fu al ritornodall'assemblea! e quanti se ne spezzarono ve lo potranno attestare gliscudieri che aiutavano a raccoglierli. Io non so descrivere tutto illoro torneare e giostrarepure un solo omaggio offro loroe auguroloro vivamente che possano sempre crescere in onore e che Dio concedaloro vita cortese e agio per la cavalleria.Se mai mortale soffrì ininterrotta pena pur in mezzo a continuogaudioquesti fu Tristano che portò continuo dolore pur in mezzo aininterrotta felicitàcome ora vi dirò: a lui fu dato un destino didolore e di gioiapoiché tutto quello che intraprendeva gli riuscivapienamenteeppure accanto al successo stava sempre il dolore. Perquanto contrastanti l'uno all'altro questi due opposticontinua penae gioia ininterrottasi trovavano riuniti nella sua sola persona.

In nome di Diospiegatevi: Tristano è ora stato armato ed è giunto agrande fortuna con la dignità di cavaliere: ora sentiamo quale èl'afflizione che si accompagna a questa felicità. Una cosaDio lo saha sempre rattristato tutti i cuori e anche il suo: checome gliaveva detto Rualil padre fosse stato uccisoquesto formava iltormento dell'animo suo. Così c'era il male accanto al beneaccantoal piacere la penanella gioia il dolore. Questo è il destino ditutti i cuori. Dicono tutti quelli che ne soffronoche l'odio in ungiovane cuore è più violento che in un uomo attempato e Tristanononostante tutta la sua magnificenzanutriva sempre in segreto ilcorruccio per la morte di Riwalinmentre Morgan era invece ancora invita; questo pensiero lo angustiava. Egli allorail saggio Tristanoinsieme al virtuoso Foitenant che porta questo nome per la sua lealefedeallestirono sollecitamente una magnifica nave con la più riccaattrezzatura che si potesse imaginarepoi si presentarono a re Marco.

Tristano cominciò:

    "Mio diletto Signorecol vostro beneplacito iovorrei partire per la Parmenia e vedere come stanno le cose colàsiaper la gentesia per il paese che voi dite mio".

Il re disse:

    "Nipotecosì sia. Per quanto a malincuore io mi privi ditepure ti accordo quanto mi chiedi. Parti pure per la Parmeniatu ela tua compagnia e se ti occorre maggior seguito prendi chi meglio tiaggrada; prendi cavalliargento oro e tutto quello che ti puòabbisognareanche se vuoi usarne per offrirlo fraternamente incortese dono a chi ti accompagnain modo che questi stia volentierial tuo servizio e fedelmente ti assista. Diletto nipoteagisci e vivisecondo l'esempio di tuo padre come te lo ha trasmesso il fedele Rualqui presenteil quale ti ha sempre fino a questa ora dimostratogrande onore e fedeltà. E se Dio ti concede di riordinare tutto eregolare le tue cose con tuo onore e vantaggioallora torna a me. Unacosa ti prometto e sia la mia fede in mano tuacioè che io divideròcon te in parti uguali il mio regno e i miei averi; e se per il benetuo tu mi dovessi sopravviveretutto ti sarà dato in proprietà; ioper amore tuo mai condurrò moglie finché viva. Nipotetu hai bencompreso la mia preghiera e la mia intenzione; se mi vuoi bene come iote ne voglio e mi porti affetto come io ne porto a tea Dio piacendotrascorreremo felicemente insieme i nostri giorni. Con questo ti dolicenza. Il Figlio della Vergine ti proteggaa Lui raccomando la tuasorte e il tuo onore".

Tristano e il suo amico Rual non indugiaronooltre e fecero vela dalla Cornovaglia per la Parmeniaessi e la lorocompagnia.

E se foste vaghi di udire come furono ricevuti colà questi nobilisignori vi dirò quello che ho udito raccontare delle accoglienze chefurono loro fatte.

Il loro duce e compagnoil fido Rualsi avanzò per primo e scese aterrasi tolse cappello e mantello secondo l'uso cortesesi volse aTristano con volto sorridentelo abbracciò e disse:

    "Mio signorevido il benvenuto in nome di Dioin nome della vostra patria e di mestesso. Guardate ora signorevedete qui presso questo mare? Fortezzecittàforti opere di difesa e molte belle castella: tutto questovostro padre Kanele ve lo ha dato e lasciato in eredità. Ora se voifarete ben attenzione nulla di tutto quanto vedete fin dove giunge ilvostro sguardo vi sfuggirà di mano: di questo vi sarò sempre garante".

Con queste parole si volse e con lieto animo e affabilmente ricevettei cavalieri a uno a uno e con cortesi parole cominciò a salutarli eriverirli. Quindi li condusse a Kanoel; le città e le castella che sindagli anni di Kaneles erano sotto la sua cura le consegnò tutte aTristano secondo la tradizione della lealtà feudale e anche le terresue proprie che aveva ereditato egli stesso dai suoi antenati. Chebisogno abbiamo più di discorsi? Egli aveva senno e onoreperciòoffrì consiglio al suo signore e a tutti gli altri come colui chesenno e onore possiede. Occhio umano mai vide tale zelo esollecitudine quanta egli ne dimostrò in loro favore.

Ma come? che cosa mi è accaduto? sono proprio smemorato! Dove holasciato il senno? La degna mariscalcala purala fida madonnaFloretenon è cortese in verità che io ne abbia taciuto finora. Ma iodebbo compensarne la dolce signora e farne penitenza. Essacortese ebuonala migliore e la più degnacosì soavemente femminileso cheaccolse gli ospiti non solo con le parolepoiché come queste uscivanodalla sua bocca sempre la dolce volontà le precedeva; il suo cuore silibrava in alto come se avesse le ali; parole e volere sempre siaccordavano con la sincera intenzione e sono certo che ambeduetraboccavano ricevendo gli ospiti. Quale fu la gioia della santamariscalca Floreta nel rivedere il suo sposo e il figliolo suoilfigliolo di cui parla questa novellaintendo suo figlio Tristano!

Secondo quanto ho lettoio riconosco in verità gli onesti costumi diquesta donna benedetta e le sue grandi virtù; e come queste nonfossero scarse lo dimostrò come meglio deve dimostrarlo una donnapoiché procurò al suo figliolo e al seguito di lui tutti gli onori egli agi che mai cavaliere abbia goduto. E io sono anche sicuramenteconvintoquanto meglio non potrei esserloche al cortese Kurwenal inquel momento Tristano fu grandemente benvenutodi ciò non ho alcundubbio.

Quindi furono convocati in tutta la Parmenia i signori e le autoritàche avevano il comando nelle città e nelle castella; e quando furonoriuniti a Kanoel e videro e appresero la veritàcome di Tristanonarra la storia e come voi stessi l'avete uditamigliaia di saluti dibenvenuto gli volarono incontro da ogni bocca. La gente e il paesecominciarono a riaversi dal lungo patire e si prepararono a grandegioia e a meravigliosa allegrezza; riceverono ognuno dalla mano delloro signore Tristano i loro feudila loro gente e le loro terre; gligiurarono fede e divennero suoi vassalli.

Intanto Tristano portava sempre nascosto nel cuore il suo segretorammarico a causa di Morgan e questo rammarico non lo abbandonava maiin alcun momento. Così prese consiglio con i famigliari e i sudditi edisse che voleva andare in Bretagna a ricevere il feudo dalla manostessa del suo nemico al fine di poter tenere con maggior diritto laterra di suo padre. Questo egli disse e questo fece. Partirono dallaParmenia egli e la sua compagniabene armati e preparati comegiustamente suole chi ha serio intento di imprese pericolose.

Quando Tristano giunse in Bretagnaper caso apprese e udì affermareche il duca Morgan era a caccia nella foresta. Diede ordine allora aicavalieri di affrettarsidi prepararsi e di mettere sotto la veste lecorazze in modo che neppure un anello di queste si scorgessedall'abito. Così fu fatto: e inoltre ognuno indossò l'ampio mantelloda viaggio e così stettero in arcioni tutti sui loro destrieri. Allatruppa poi fu comandato di ritornarsene e di non indugiare in nessunluogo: i cavalieri divisero le loro forze e ne misero la maggior partealla retroguardia per coprire la truppa finché questa si trovava incammino. Restarono allora soltanto trenta uomini con Tristano mentrequelli della retroguardia erano ben sessanta e più.

Ben presto Tristano cominciò a vedere cani e cacciatori e chiese loronotizie di dove si trovasse il duca: essi subito risposero e infattiegli non tardò a scorgere molti cavalieri brettoni sui prati aimargini del bosco. Colà erano stati eretti anche molti padiglioni emolte tende con grande dovizia di foglie e di fronde internamente e aldi fuori. Avevano anche pronti i cani e i falconi. Salutarono Tristanoe il suo seguito cortesemente secondo l'uso della cavalleria e glidissero che il loro signore Morgan cavalcava là presso nel bosco. Tristano e i suoi si affrettarono colà e trovarono infatti Morgan conmolti cavalieri brettoni montati su destrieri castigliani.

Si avvicinarono mettendo i cavalli al passo. Morgan accolse iforestieri di cui non conosceva le intenzioni molto cortesemente comeè dovere verso gli ospiti e la sua gente fece altrettantoaccorrendoognuno col proprio omaggio. Terminati i saluti e cessata l'agitazioneTristano si rivolse liberamente a Morgan:

    "Signoreio sono qui venutoper il mio feudo e chiedo che me lo concediate e non mi neghiate ciò acui io ho diritto; farete così azione buona e cortese".

Morgan disse:

    "Signoreditemi da dove venite e chi siete".

Tristano gli rispose:

    "Signoreio sono nativo della Parmenia e mio padre si chiamavaRiwalin. Iosiredevo essere suo erede. Il mio nome è Tristano".

Morgan replicò:

    "Messerevoi mi venite con delle vane novelle chesarebbero meglio taciute che narrate. Ho già deciso che qualoraesigeste da me qualche cosavi sarebbe facilmente data soddisfazionesenza che nulla lo impediscapurché foste uomo da bene e potestecomunque volgerla a onore: ma noi tutti sappiamo (ed è la favola ditutto il paese) in quale maniera vostra madre Blancheflur abbandonò lasua terra con vostro padre e quale onore gliene venne e come finìquella relazione".

    "Relazione? che cosa intendete?".

    "Non intendo altro che quello chedico: è così come affermo".

    "Signore - replicò Tristano -le vostre parole mi fanno supporre chevoi crediate che io non sia nato da matrimonio legittimo e quindidovrei perdere il mio feudo e il mio buon diritto".

    "Dite il verobuon cavalierecosì crediamo io e molti altri".

    "Voi parlate male - disse Tristano -: io pensavo che fosse giusto econveniente che chi offende una persona riflettesse a quello che dicee usasse senno e cortesia nelle sue parole. Se aveste tanta cortesia osenno per quanto mi avete offesomi avreste risparmiato questodiscorso che risveglia recente dolore e fa rivivere vecchie colpe. Voimi avete ucciso il padre e con questo non vi sembra ancora colma lamisura del mio soffrire e dite che la madre che mi portò mi abbiagenerato in concubinaggio. Iddio misericordioso mi aiuti! Io so chetanti nobili cavalieri che qui non posso nominare hanno giurato fedenelle mie mani. Se avessero riconosciuto in me questa macchia nessunodi essi avrebbe messo la sua mano nella mia. Questi ben conoscono laverità che mio padre Riwalin fino alla sua morte ha avuto mia madreper legittima sposa. Questo lo dimostrerò in verità sulla vostrapersona".

    "Avantidunque - gridò Morgan - in maledizione! a che servono levostre testimonianzenessuno che abbia diritto a corte è colpitodalle vostre parole".

    "Questo si vedrà"gli rispose Tristano e sguainò la spada e loattaccò spaccandogli il cranio dall'alto in basso fino alla lingua. Quindi gli immerse la spada nel cuore. Così fu dimostrata la veritàdel proverbio il quale dice che le colpe giacciono ma non siconsumano.

I compagni di Morgani baldi Brettoninon poterono assisterlo névenirgli in aiuto prima che cadesse; tuttavia furono sulla difesaappena poterono e divennero presto un grande esercito. Essi purimpreparaticon virile coraggio attaccarono i nemici; nessuno cercòscampo o salvezza; si avanzarono in massa e li rigettarono conviolenza fuori dal campo nella foresta. Si levò allora un granderumorealti pianti e lai. Come se avesse le ali la notizia dellamorte di Morgan si diffuse rapida con grande lamento per città evillaggi. Una sola parola volò subito attraverso tutto il paese:Anoster siresil est mort! Che sarà ormai della nostra terra? Suprodi guerrieriuscite dalle città e dalle fortezze e vendicatel'offesa che ci ha fatto quest'oste nemica".

Essi allora si levarono tutti in grande battaglia ma anche neglistranieri trovarono sempre forte resistenza: questi ritornavano divolta in volta con un intero drappellogettando a terra molticavalieri che attiravano fuggendo là dove sapevano trovarsi il restodelle loro forze. Colà ritrovarono le loro schiere di cavalieri e siaccamparono su di un monte e vi trascorsero la notte. Ma durantequesta le forze brettoni si accrebbero tanto che appena fu giornoattaccarono gli odiati nemici ricacciandoli con violenzauccidendonemolti e irrompendo nelle schiere con spade e lance che però resserosolo per breve tempo. Invero spade e lance furono di ben poca difesamolte si spezzarono nell'attacco. Il piccolo esercito si difendeva contanto valore che quando si scontrarono la mischia fu grande. Ambeduele parti vennero volta a volta sopraffatte con grandi perdite; molte egravi ferite furono date e ricevute. Così continuarono gli uni controgli altri finché la difesa cominciò a indebolirsi poiché la suaresistenza scemava e quella dei Brettoni aumentava: questi crescevanocontinuamente di numero e di forzecosì che prima di nottericacciarono i nemici in una piazzaforte circondata da un fossato: dadove questi si difesero rifugiandovisi per la notte. La fortezza fustretta da presso e circondata come da una fitta siepe di uomini. Chepotevano fare i campioni stranieriTristano e i suoi uomini oppressicosì? Vi dirò ora come andarono le loro fortune e come si risolse laloro sortecome uscirono da quella situazione e conseguirono lavittoria sui loro nemici.

Fin da quando Tristano era partito secondo il consiglio di Rual perandare a ricevere il suo feudo e quindi ritornarsenesi agitava nelcuore del fido Rual il presentimento di quello che in realtà accadde;però non aveva indovinato la sconfitta di Morgan. Egli chiamò centocavalieri e seguì le tracce del suo signore Tristano. Ben prestoarrivò in Bretagna e subito vi apprese quel che era accaduto esecondo quanto si diceva nel paesesi diresse dove i Brettoni eranoall'assedio. Quando si avvicinarono e videro i nemici non vi fu alcunoche si traesse indietro; tutti insieme attaccarono con bandiera alvento. Vi furono alte grida di guerra fra le loro schiere:

    "ChevalierParmenie! ParmenieChevalier!".

Uno dopo l'altro passavano convessilli e stendardi attraverso l'attendamento producendo rovine edevastazioni; inflissero ai Brettoni nelle loro tende delle feritemortali.

Quando gli assediati scorsero i vessilli del loro paese e udirono illoro grido di battaglia irruppero cavalcando fra i nemici. Tristanofece attaccare con impeto. Grande strage fu fatta tra le truppelocaliuccidendo e facendo prigionieriabbattendo e trafiggendo;così si fecero strada da ambo le parti nelle schiere nemiche; anchel'udir gridare in due punti così frequentemente e tanto forte

    "ChevalierParmenie"le disanimò: non ci fu più tra loro néresistenzané contrattacconé forza per combatterema un fuggire eun nascondersi e sospingersi e correre verso i monti e le foreste: ilcombattimento fu generalela fuga fu la loro maggior difesa e la loromigliore salvezza dalla morte.

Terminato questo scontroi cavalieri si riposarono e si accamparonoin quel luogo; diedero sepoltura a quelli dei loro compagni chegiacevano uccisi e riportarono a casa loro su barelle coloro che eranoferiti. Così Tristano ottenne dalla propria mano il suo feudo e lealtre terre; divenne signore e padrone di ciò che suo padre non avevamai goduto. Così ebbe provveduto alle cose sue e messovi ordine: provveduto agli averi e appagato l'animo; il torto fattogli era statoraddrizzato e la sua tristezza alleviata e placata. Egli aveva ora inpropria mano l'eredità di suo padre e tutta la terra incontrastata etale che nessuno mai né ovunque aveva diritto alcuno sui suoipossedimenti. Così rivolse nuovamente il pensiero alla Cornovagliasecondo l'ordine e il consiglio di suo zioquando da lui era partito. Al tempo stesso non poteva stornare il pensiero da Rualche conpaterna costanza gli aveva dimostrato tanta bontà. Il suo cuore erafortemente attaccato tanto a Rual che a Marco: a loro due era rivoltotutto il suo affetto e oscillava fra l'uno e l'altro. Ora un santostesso ci dica: come potrà il buon Tristano riuscire a renderegiustizia ad ambedue e compensare ognuno come è suo dovere? Chiunquecomprende bene che non potrà evitare di abbandonare l'uno per rimanerepresso l'altro. Diteci che cosa deve risolvere? Se ritorna inCornovaglia allora la Parmenia va in rovinaperde ogni valore e ancheRual rimane senza gioia nell'animo suo e privo di tutti i beni chedovevano formare la sua fortuna; se invece decide di rimanere nonpotrà aspirare a più alti onori e annullerà anche il progetto di Marcoal quale questi onori sono legati. Come dunque dovrà contenersi? SaIddio che è necessario che parta; in questo bisogna approvarlo: è suodovere crescere in onori e anche elevarsi di spirito se vuolconseguire il bene e anche la felicità; è giusto che desideri e bramitutti gli onori. Se la fortuna glieli concede ne ha ben ragioneperché tutto l'animo di lui a quelli è rivolto.

Il saggio Tristano molto assennatamente decise di dividersi ugualmentefra i suoi due padricome se dovesse essere spartito. Egli si diviseproprio come si divide un uovoin due parti uguali e diede a ognunociò che sapeva essere più vantaggioso a lui e a tutte le sue imprese. A chi non ha mai saputo come si possa fare questa divisione purserbando intero il corpoio racconterò come lo si compia. Non c'èdubbio: due cose fanno l'uomovoglio dire il corpo e gli averi. Daquesti due viene il nobile sentire e vengono molti onori mondani. Seuno però vuole separare questi due elementila ricchezza diventapovertàil corpo a cui non si fa giustizia viene meno al suo nome el'uomo diventa un mezzo uomo anche col corpo intero. Lo stesso è perla donna. Si tratti di uomo o donnabeni e corpo devono formare ununico essereunito in tutto; se li volete separare è finita perambedue.

Tristano compì questa separazione con magnificenza e buona volontà ela eseguì con saggezza: ordinò di acquistare bei destrieri e nobilivesticibi e altre provviste come si suole fare nelle feste e diedeun gran banchetto; mandò a chiamare e invitò i migliori del paesequelli che ne facevano la forza; questi agirono da buoni amici evennero appena furono chiamati. Anche Tristano era pronto con i suoipreparativi. Egli armò cavalieri i due giovani figli di Rualperchédesiderava che fossero i propri eredi e vassalli dopo Rual loro padre;e quindi non risparmiò nulla di quanto poteva riuscire a loro onore ea loro dignità e se ne preoccupò sempre e continuamente e con talebuonvolere come se fossero stati figli suoi.

Ecco ora erano fatti cavalieri e altri dodici con loro due e uno deidodici era Kurvenal il cortese. Tristano il virtuosoesperto degliusi cavallereschiprese i suoi fratelli per mano e li condusse consé. I suoi parenti e i suoi fidi e tutti quelli che per senno o peretào anche per ambo le qualitàne erano degni furono tutti invitatia corte.

Orasignoresono tutti presenti: Tristano si levò e stette davanti aessi:

    "Signori - disse - per quanto è in mio poteresono pronto arendervi servizio con ogni fedeltà e lealtàmiei cari amici evassalliper la gratitudine che vi debbopoiché quanto di onore Diomi ha concesso e il mio cuore desiderava l'ho potuto compiere grazieal vostro aiuto. Per quanto tutto ciò sia stato donato da Diopure ioso che l'ho ottenuto col vostro valore. Che cosa posso dirvi di più? In questi pochi giorni mi avete in vari modi procurato tanto onore etanta benedizioneche sono sicuro che il mondo potrà anche finireprima che voi in alcuna maniera vi opponiate alla mia volontà. Amicivassallie tutti voi che siete qui convenuti per mio volere e pervostra propria virtùnon vi dispiaccia il mio dire: io annunzio ecomunico a tutti che mio padre Rualqui presenteha visto e uditocome mio zio ha posto in mano mia il suo regno e per amor mio non vuolprendere donnaaffinché io sia suo eredee vuole che io stia semprepresso di luiovunque vada o dimori. Ora io mi sono deciso e horisoluto dentro di me di fare la sua volontà e di ritornare da lui. Imiei possedimenti e la potestà che ho in questa terra io li lascio eli do in feudo a mio padre Rual e qualora in Cornovaglia non dovessiincontrare buona venturasia che io venga a morire o che io rimangacolàvoglio che siano suo feudo ereditario. Ecco qui due figli suoiinsieme agli altri suoi figlioli; questi saranno d'ora innanzi suoieredi con ogni diritto. Vassalli miei e uomini ligii feudi in tuttoil paese li terrò in mano mia per tutti i miei giornifinché avròvita".

Si levò allora gran pianto e grande lamento fra i cavalieri; tutti sirattristarono e si persero d'animo poiché il loro conforto se neandava.

    "AhDio! - dicevano fra loro - meglio sarebbe stato per noinon averlo mai vedutonon avremmo allora questo dispiacere disepararci da lui. Signorein voi avevamo riposto ogni nostraconsolazione e ogni nostra speranzacome se in voi ci fosse statadata una nuova vita per nostra gioiache adesso è morta e sepolta sevoi ve ne andate via da noi: cosìSignoreavete aumentatononlenitoil nostro soffrire. Le nostre fortune si erano alquantorialzate e ora sono ricadute a terra".

Io sono sicuro come della morteche per quanto grande fosse il loro dolore e profonda la loro penailpiù dolente di tutti a questa notizia fu Rualsebbene gliene venissegrande vantaggio e profitto di onore e di ricchezza. Egli ricevevainfatti un feudoma sa Iddio se mai ne aveva accettato uno conmaggior rammarico. Ora che Rual e i suoi figli avevano avuto feudo eretaggio dalla mano del loro signore Tristanoquesti raccomandò lasua terra e i suoi sudditi a Dio e se ne partì da quel paese. Con luiritornò anche Kurvenalsuo maestro. Ma fu forse piccola pena e lievedolore quello di Rual e degli altri suoi vassallie del popolo ingenerale per il loro amato signore? In fede miavi so dire che laParmenia fu piena di pianti e lamenti; il loro affanno erastraordinario.

La mariscalca Floretepiena di fedeltà e di onoresoffrì un veromartiriocome in tutta giustizia è naturale in una donna cui Dio hadato una vita ricca di femminile virtù.

Ma a che scopo trattenervi più oltre su questo? Quando Tristanosenzaterre ormaigiunse in Cornovagliaapprese subito la sgraditanovellache dall'Irlanda era giunto il potente Morolt che a manoarmata esigeva da Marco il tributo di ambedue le terrela Cornovagliae l'Inghilterra.

Per quanto riguarda il tributola questione era la seguente: secondoquanto ho letto nelle storie e come dice la vera tradizioneil red'Irlanda era in quel tempo Gurmun Gemuotheitnativo dell'Africa dovesuo padre era re. Alla morte di questi il regno passò a lui e a suofratello che era erede al pari di Gurmunma così avido e superbo chenon voleva dividere il regno con altri. Il suo cuore non gli lasciavarequie se non era egli solo signore. Cominciò a scegliere e a eleggerei più forti e più coraggiosi fra i cavalieri e vassalli e i miglioriin caso di bisognoche poté guadagnare con ricchi doni oppure conopere cortesi e abbandonò al fratello tutte le sue terre.

Quindi subito partì e si recò dai celebri potentati romani e da lororicevette licenza di tenere in proprietà quello che avrebbeconquistato con la spada e con la propria forzamentre in cambioavrebbe dato loro alcuni diritti e privilegi. Non indugiò a lungocolàma per mari e monti venne con una forte armata e giunse inIrlandala conquistò e con la forza delle armi obbligò gli abitanti ariconoscerloloro malgradoper signore e ree a impegnarsi adaiutarlo sempre nelle guerre per sottomettere i paesi vicini.

In questo modo ridusse sotto al suo dominio anche la Cornovaglia el'Inghilterra. In quel tempo Marco era ancora fanciullo e come taleimbelle: perse quindi il potere e divenne tributario di Gurmun. PerGurmun poi fu di grande aiuto e vantaggio l'avere preso in moglie lasorella di Moroltdonde più si accrebbe anche il timore di lui. Morolt era duca in quella terrama avrebbe voluto avere un dominiosuo proprio poiché era assai prepotentedi grande robustezza e virilecoraggio e possedeva terre e molte ricchezze. Egli era capo delleschiere di Gurmun.

Quanto al tributo che da ogni paese veniva mandato in Irlandave neposso dare sicura notizia: il primo anno furono inviati trecentomarchi di metalloil secondo anno di argentoil terzo di oro. Ilquarto anno Morolt venne in Irlanda in personapronto a combattere ea far guerra. Dalla Cornovaglia e dall'Inghilterra furono mandatibaroni e loro pari che venivano a sorteggiare in sua presenza chidovesse dargli i propri figli che fossero adatti al servizio di cortebelli e avvenenti come a corte si conveniva: non fanciullema sologiovinettie dovevano essere trenta per ciascuno dei due paesi. E aquesta onta non potevano sottrarsi che con la guerra oppure insingolar tenzone.

Ora questi due regni non potevano riacquistare il loro buon diritto inguerra aperta perché le terre erano immiserite e inoltre Morolt eracosì forte e tanto crudele e cattivo che nessunose soltanto loguardava negli occhiosava misurarsi con luinon più di quantoavrebbe osato una donna. Ora quando al quinto anno il tributo fumandato in Irlandai due regni dovevano nell'estate inviare a Romadei messi che a Roma fossero graditiper sentire colà quali ordini equali disposizioni il potente Senato decretava per ogni singolo paeseche fosse suddito di Romapoiché tutto l'anno si leggeva e siinculcava loro in tutti i modi come dovessero osservarne le leggi egli ordinamenti e come essi dovessero vivere secondo quanto questiprescrivevano. Questo tributo e questi doni i due regni li mandavanoogni cinque anni a Romaloro nobile signora. Ma le tributavano questoonore non tanto per diritto né per amor di Dioquanto per ordine diMorolt.

Riprendiamo ora la nostra storia. Tristano aveva già udito di questosopruso subìto dalla Cornovaglia e fino a quel tempo conosceva comevenisse corrisposto il tributo. Pureovunque andasseper città ocastellasentiva tutti i giorni e ovunque lamentare dalla gente delpaese questa disgrazia e questa mala sorte della loro patria; e quandoarrivò a Tintajoel e giunse alla corteudì dappertutto nelle vie enelle piazzetale duolo e tali lamenti che ne fu fortemente commosso. Marco e i suoi ebbero presto notizia del ritorno di Tristano e tuttine furono lieti. Lietiintendoquanto era compatibile col loroaffanno; poiché i migliori cavalieri che si trovassero in tutta laCornovaglia erano allora convenuti a corte in quei giorni a causa diquel sopruso di cui avete udito. I nobili della città venivano colà asorteggiare i loro figlioli per questa taglia e così Tristano li trovòtutti prostrati in preghiera che ciascuno faceva apertamente e senzavergogna con calde lacrime e con intimo dolore d'anima e corpoaffinché Dio onnipotente proteggesse e salvasse la sua dignità e ancheil suo figliolo.

Mentre erano tutti in preghiera sopraggiunse Tristano. Ma come furicevuto? è facile dirlo: in verità egli non fu accolto in quellacompagnia da alcun figlio di donna e neppure da Marco con sì dolcesaluto come lo sarebbe stato senza quella sventura; di ciò egli feceperò poco casoma si presentò arditamente là dove si faceva ilsorteggio e dove stavano anche Morolt e Marco.

    "Signori - disse egli - voi tutti qualunque sia il vostro nomechesiete qui convenuti per vendere i vostri figliolinon vi vergognatedi subire quest'onta fatta a voi e al vostro paese? Prodi come siete esempre siete stati in ogni circostanzasarebbe giusto che cercaste diprocurare stima e maggior onore a voi stessi e alla vostra patria. Orainvece avete messo la vostra libertà ai piedi del vostro nemico el'avete posta in mano sua con vergognoso tributo; i vostri nobilifigliche dovrebbero essere la vostra gioiala vostra consolazione ela vostra vitali date e li avete dati in servitù e non potetegiustificare quest'obbligo né dire quale altra necessità ve loimpongama soltanto un duello e un uomo. Non avete altra difficoltàche di trovare fra tutti voi uno che voglia azzardare la propria vitacontro un singolo avversariosia per vincere o per cadere. Anche sedovesse restare sul terrenoin verità questo breve morire e questalunga pena vivente hanno in cielo e in terra ben diverso valore; seperò accade invece che egli resti vincitore e che quindi l'ingiustiziasia toltaavrà sempre lassù maggior ricompensa da Dio e quaggiù onoremaggiore. I padri devono dare la propria vita per i figli perché sonouna vita stessa con essi; questa è la volontà divinama agisce controil comandamento di Dio chi aliena la libertà dei suoi figli e li dà inservitùcosì che essi sono fatti servi mentre egli vive in libertà. Se devo darvi un consiglio per la vostra vita e per il vostro onore èquello di scegliervi un uomo come potrete trovarlo tra questa vostragenteformato alle armi e che voglia tentare la fortuna per la vita eper la morte e soprattutto pregate tutti per l'amor di Dio che loSpirito Santo gli dia fortuna e onore e che non gli incuta timorel'aspetto di Morolt e la sua forza; abbia invece fiducia in Dio chenon ha mai abbandonato chi agisce rettamente. Consigliatevisollecitamente come stornare da voi quest'onta e difendervi da un uomoe non disonorate più oltre la vostra nobile nascita e la vostradignità".

    "Ahsignore - dissero allora tutti - con quest'uomo è un'altra cosa;nessuno può vincerlo".

Tristano rispose:

    "Lasciate questi discorsiinnome di Dioriflettete ancora! Voi siete per nascita uguali a tutti ire e pari a tutti gli imperatori e volete vendere e negoziare i vostrinobili figlioli che sono pari a voi in nobiltà e renderli schiavi. Equalora non vi sia alcuno che possiate muovere a considerare il vostroaffanno e la sventura di questo paese e che osi combattere per lagiustizia nel nome di Dio contro quest'unico uomoallora vogliatelasciare tutto a Dio e a me. In veritàsignoriio impegnerò inquesta avventura la mia giovinezza e la mia vita in nome di Dio esosterrò per voi il combattimento: Dio faccia che risulti in vostrobene e vi renda il vostro diritto! E anche se il conflitto non dovesseessermi favorevole questo non vi porterà danno. Se io muoio nel duellonon avrete perduto né guadagnato nientela vostra miseria non nerisulterà né diminuitané più grave né più leggera. Se invece accadache io ritorni salvo in vostra salutequesto sarà per volere di Dio eringraziatene Lui solo: poichécome ho sentito direcolui che devoaffrontare da solo è uomo di valore e di grande forza e da lungo tempotemprato alle armi: io invece comincio adesso e per animo e per forzenon sono così pratico di cavalleria come sarebbe ora necessario.

Senonché io ho in Dio e nel nostro buon diritto due potenti aiuti perla lotta che combatteranno con me. Inoltre ho pure buona volontà eanche questa è utile nel combattere; se questi tre mi assistonoperquanto inesperto io possa essere nel restoho buona speranza disalvarmi da questo unico avversario".

    "Signore - dissero allora i cavalieri - la sacra potenza di Dio che hacreato tutto il mondo vi compensi del vostro conforto e delsuggerimento che ci date e della beata speranza che avete ispirato innoi tutti. Signoreora però lasciate che vi diciamo tutto; nel nostroconsiglio non siamo mai riusciti a nulla. Se la fortuna ci avessefavorito ogniqualvolta l'abbiamo tentata non avremmo atteso fino aquesto momento. Più di una volta ci siamo riuniti in consiglio qui inCornovaglia per questa nostra iattura: abbiamo molto e variamentediscussoma non abbiamo mai potuto trovarne uno fra noi che nonpreferisse dare il proprio figlio in servitù piuttosto che perdere luistesso la vita contro questo essere diabolico".

    "Come potete parlare così - disse Tristano -; molte cose sono avvenutee abbiamo veduto operare dei miracoli in cui l'ingiusta superbia èstata annientata da deboli forze. Questo potrebbe ben avvenire ancheora se uno osasse azzardarcisi".

Ora Morolt stava ad ascoltare e molto lo indispettiva che Tristanocosì giovane di aspettoinsistesse tanto per il duello e nel suocuore gli portava odio. Ma Tristano soggiunse:

    "Voi dunquesignoritutti parlate e dite quello che desiderate che io faccia".

    "Signore -risposero allora quelli - così sia. Sarebbe tutta la nostra speranzache si avverasse quello che ci avete prospettato".

    "Siete cosìd'accordo - riprese egli. Poiché dunque oramai questo è riserbato amecol permesso di Dio voglio tentare se per mezzo mio Egli vogliaconcedervi grazia e se possa trovare grazia io stesso".

Allora Marco cominciò a dissuaderlo con tutte le sue forze e pensavache ordinandogli di desistereTristano per amor suo vi rinuncerebbema Dio sa che non fu così: né con comandi né con preghiere poté far sìche per amor suo si ritirasseanzi andò e si presentò davanti aMorolt e gli disse:

    "Signorecosì vi aiuti Iddioche cosachiedete?".

    "Amico - replicò senza indugio Morolt - a che scopo mifate questa domanda? Vi è ben noto quello che chiedo e quello chevoglio".

    "Voi tuttisignoriascoltatemi - disse allora il saggio Tristano -voi Siremio ree voi suoi ligi. Sire Moroltvoi dite il veroloso e riconosco quale sia il nostro disdoro; è cosa che nessuno puòignorare: per molti anni il tributo è stato ingiustamente mandato inIrlanda da qui e dall'Inghilterra e per questo ci è voluto assai tempoe sforzi e fatica dopo che nel paese erano state distrutte città evillaggi e che anche le persone avevano subìto tanti e così gravidanni finché furono sopraffatte dalla violenza e dalla ingiustizia;quindi i buoni sudditi che erano scampati dovettero sottostare a tuttociò che veniva loro comandatoperché temevano la morte eridotticome eranonon avevano modoper alloradi migliorare la lorocondizione. Questo è il grande torto che ancora oggi sussiste e che daallora in poi è stato sopportato. Già da molto tempo questa vergognosaservitù avrebbe dovuto essere rifiutata con le armipoiché ormai ipaesi sono progrediti ed è aumentato il numero dei cittadini e anchedei forestieri delle città e delle fortezze che sono cresciute inricchezza e in fama. Dobbiamo ora raddrizzare i torti che ci sonostati fattipoiché la nostra salvezza deve venire solo dalla forza;se vogliamo essere salvi dobbiamo procurarcelo con lotta e battaglia.

Noi siamo in vantaggio quanto a uomini: i due regni sono ben popolati. Ci deve venir reso quello che durante tutta la nostra vita ci è statotolto; dobbiamo noi stessi riconquistarciappena Dio ce ne dia iltempoquanto è nostrosia molto o poco; secondo il mio consiglio ela mia volontà dev'essere restituito tuttofino all'ultimo anellino.

Il nostro metallo può ancora convertirsi in rosso oro; sono accadutesulla terra molte cose strane che non si erano mai prevedute e inobili figli di questi cavalieriche sono stati ridotti in servitùpotrebbero ancora ritornare liberiper quanto impensabile questopossa sembrare. Dio mi conceda quello di cui lo prego nel Suo nomeche io possa con questa mia mano e insieme a questi miei compagnirovesciare le bandiere d'Irlanda e così umiliare quel paese e quellaterra".

Morolt replicò:

    "Ser Tristanose voi vi incaricaste meno di questecose e di questa questionecredo che sarebbe bene per voi poichéperquanti discorsi facciate quinoi non rinunceremo per ciò a quanto perdiritto ci spetta".

Mettendosi quindi di fronte a Marco

    "Re Marco -disse -parlate e fateci saperevoi e quelli che sono qui presentiper discutere con me dei loro figlioli e chiariteci meglio questaquestione: è questo il vostro volere e siete tutti d'accordo secondoquanto ha detto qui il vostro delegato Ser Tristano?".

    "Sìsignorequello che egli fa o dice è nostro consiglionostra volontà eopinione di noi tutti".

Morolt replicò:

    "Allora rompete la fede al mio signore e a me emancate al vostro giuramento e a tutte le promesse che sono corse franoi".

Tristanoil corteseperò rispose:

    "Novi sbagliatesignore: suonamale parlare in detrimento della lealtà di qualcuno; nessuno di noirompe la fede o il giuramento. Un giuramento e un patto furono fattiuna volta tra voi e questi devono essere mantenuticioè ogni anno sideve mandare come di dovere in Irlanda dalla Cornovaglia edall'Inghilterra il tributo fissato oppurealtrimentiricorrere allearmi in singolar tenzone o in battaglia. Se questi ora sono disposti ariprendere la loro fede e sciogliere il giuramento con tributo o concombattimentone hanno tutto il diritto. Signoredecidete:riflettete e ditemi che cosa preferite e se scegliete il duello oppurela guerra. Di questo siate oggi e sempre sicuro e garantito da partenostra. Spada e lancia devono decidere fra noi: ora scegliete e datecila risposta. Altra soluzione per il tributo non c'è".

Morolt disse:

    "Ser Tristanosono già giunto alla decisione; so benequello che voglio. Non ho qui uomini in numero sufficiente da poterearmare per la battaglia. Io venni qui dal mio paese oltre il mare conpiccolo seguito e venni pacificamente in questo regno come ho fattoaltre volte. Non pensavo che mi dovesse accadere questo; non prevedevotale questione con questi grandi feudatari: credevo di ritornarmenecol mio buon diritto e anche con benvolere. Ora mi avete cimentato acombattimenti e a questo io sono ancora impreparato".

Tristano riprese:

    "Signorese siete disposto a una guerra ritornatesubito indietroandate di nuovo nel vostro paesechiamate i vostricavalieririunite tutte le forze e ritornate qui e vediamo quello cheaccadrà; e se non fate questo entro i prossimi sei mesisiate purcerto che allora verremo noi. Ci hanno detto già in antico che controla forza bisogna usare la forza e la violenza contro la violenza. Poiché con le armi è lecito disonorare il paese e il buon diritto eridurre i nobili in servitùse c'è ancora giustizia noi confidiamonella grazia di Dio che faccia valere contro di voi la debolezzanostra".

    "Sa Iddio - disse Morolt - Ser Tristanoche io odo cose tali e talinovelle che angustierebbero e preoccuperebbero chi mai udì similiparolené mai soffrì simili minacce: spero però di uscirne salvo. Misono trovato anche sovente dove si facevano tali vanterie e grandiscorsi ed è ancora mia convinzione che Gurmun può stare senzapreoccupazioni riguardo alla sua gente e al suo paesenonostante lavostra potenza e le vostre bandiere. E anche questa vostra prepotenzase ci rompete la fede e il giuramentonon resterà invendicata inIrlanda; dobbiamo ora decidere fra noi con le armi in singolar tenzonechi di noi due ha ragioneio o voi".

Tristano replicò:

    "Questo lo compirò con l'aiuto di Dio e possa perirequello di noi che ha torto".

Egli si tolse allora il guanto e lo porsea Morolt:

    "Signori- disse egli - voi tutti qui presenti e voi pureSiremio signoreascoltate come io dichiari che in questo io nonledo il diritto; che né Ser Morolt qui presentené colui che lo hamandato quiné alcun altro conquistò con la forza il diritto altributoné in Cornovaglia né in Inghilterra; questo lo affermo e lodimostrerò davanti a Dio e davanti al mondo contro questo signore checi sta dinanzi e che in ambo i nostri paesi ci ha procurato questomalanno e questa vergogna".

Allora subito molte nobili bocche invocarono Dio con le parole e colcuoreaffinché Eglinella sua giustizia togliesse quel lorovilipendio e quell'afflizione e li liberasse dalla servitù.

Per quanto grande fosse la loro sofferenzaquesta non importava aMorolt ne punto né poco e non ne fu affatto impietosito. Da uomoesperto non lasciò a terra il pegno della sfidama egli pure a suavolta glielo offrì con piglio rude e sicuro; questa occasione gliandava molto a genio e aveva gran fiducia di uscirne salvo.

Quando tutto fu combinatoil duello dei due cavalieri fu fissato peril terzo giorno e quando questo spuntò vennero tutti i feudatari e ivassalli e anche grande ressa di popolocosì che tutta la riva finoal mare era affollata.

Morolt procedette allora ad armarsi. Ora io non voglio forzarel'attenzione del mio cuore e offuscare l'acutezza dei miei sensiparlando troppo lungamente delle sue armi e della sua robustezzaquando già tanto è stato detto della sua prestanza. La sua fama èvastacosì che per coraggio e per grandezza la sua lode come perfettocavaliere era diffusa in tutti i regni. E con questo sia dettoabbastanza in sua lode. So bene che egli avrebbe potuto affermarsi cononore allora come in ogni altro momentoin schermaglie secondo leleggi cavalleresche e molte volte lo aveva fatto.

Il buon re Marco era tanto angustiato nel suo cuore a causa di questoduelloche mai neppure una donna ebbe tanto dolore per un uomo. Nontrovava conforto alcunonon vedeva che la morte di Tristano e avrebbevolontieri sopportato sempre il danno del tributose il duello sifosse potuto evitare. Invece andò tutto per il meglio tanto per unacosa quanto per l'altratanto per il tributo quanto per la persona.

L'inesperto Tristano in questo frangente cominciò subito a esercitarsia combattere quanto meglio poté. Ricoprì beneper difenderliilcorpo e le gambe e li rivestì di usbergo e di uose di nobile fatturachiari e lucenti in cui il maestro artigiano aveva fatto prova ditutta la sua abilità e della sua diligenza. Re Marcosuo fedeleamicocon cuore afflitto gli mise due sproni belli e forti e gliallacciò con le proprie mani le cinghie delle armi. Fu recata allorauna cotta d'armitessuta e ricamataper quanto ne ho uditoda manidi donna in guisa stranieraricca e rara e perfetta in ogniparticolaremeravigliosamente disegnata e ancor più mirabilmenteeseguita.

Oh! quando la indossò come fu bello e piacevole a vedersi! molto visarebbe da dirnese non fosse che non voglio troppo dilungarmi;sarebbe un discorso troppo lungo se volessi riferire su tuttocomedovrei: sappiate però che l'uomo meglio si addiceva al vestito e glifaceva più onore che non il vestito all'uomo; per quanto bella elodevole fosse la sopraveste pure era a mala pena degna del valore dicolui che la indossava. Sopra a questa Marco gli cinse una spada chefu la sua vita e il suo cuoreche lo salvò da Morolt e molte altrevolte di poi. Questa gli pendeva allato al giusto postoné troppoalta né troppo bassama nella posizione voluta.

Gli fu preparato anche un elmo lucente come cristallo e altrettantopuro e solidoil migliore e il più bello che mai cavaliere abbiaportato. Credo che mai elmo così buono sia entrato nel paese diCornovaglia.

In cima vi stava uno straleprofetico della Minnecome poi conl'amore ben si avverò in luisebbene riservato a più tardi. Marcoglielo impose dicendo:

    "Ahnipote mionon ti avessi mai conosciuto! Se ti dovesse accadere sventura io me ne appellerei a Dio erinnegherei tutto quello che forma la gioia dell'uomo".

Portarono allora uno scudo per fare il quale una mano esperta avevamesso tutto il suo impegno; era bianco come l'argento per armonizzarecon l'elmo e con la corazza ed era brunito e splendente di luce comeuno specchio nuovo. Sopra vi era scolpito molto maestrevolmente uncinghiale di zibellino nero come il carbone. Suo zio glielo cinse; siadattava al suo regale aspetto e aderiva perfettamente alla suapersona allora e in ogni tempo.

Ora Tristanoil mirabile e gentile cavaliere aveva ricevuto scudousbergoelmo e gambalie questi quattro rilucevano specchiandosi unonell'altro così bene come se l'artista avesse disposto le cose in modoche ogni arma nel suo splendore desse bellezza all'altra e bellezza nericevesse; così il loro quadruplice splendore non poteva essere ne piùluminoso né più chiaro. Ma la nuova meraviglia che era nascosta inquesta armatura per danno e malanno dei nemicinon aveva dunquepotere contro questa maestria strana che di fuori vi era raffigurata? Io ben soed è evidente come il giorno che per quanto abile apparissel'artefice della parte esteriorecolui che aveva formato l'immagineinternalo superava in maestria ed era meglio dotato per formare lafigura del cavaliere che non l'esterna fattura. L'opera vi eramirabilmente condotta come esecuzione e come concetto. La saggezzadell'arteficeahcome vi era ben palese! Pettobraccia e gambetutto era bellissimo e nobilmente formato. L'armatura lo rivestiva inmodo mirabile. Uno scudiero teneva il suo destriero e mai né in Spagnané altrove ve ne fu uno più bellonon manchevole in alcuna parte: eralargo di pettorale e di colloforte nei due fianchi e perfetto intuttoanche le gambe si accordavano col resto per forma e regolaritàgli zoccoli erano rotondi e le gambe snelle e tutte quattro drittecome in un animale bradoera anche di razza pura e alla sella e alpetto appariva così nobile come addice ad un vero destriero. Portavasul dorso una gualdrappa bianca chiara come il giorno e splendentecome il resto dell'armatura e lunga e ricca tanto che scendeva giùsino ai garetti.

Ora che Tristano era bene e perfettamente equipaggiato per ilcombattimento secondo la legge cavalleresca e la consuetudine dellearmiben si potevano lodare tanto l'uomo come l'armatura e tuttierano d'accordo che tanto questo come quella mai fecero migliorfigura. Sebbene questo fosse anche qui palesemolto di più lo fuquando Tristano montò in sella e prese in mano la lancia:l'apparizione fu mirabile tanto del cavaliere sopra la sella quantodel cavallo sotto di questa. Egli aveva braccia e spalle ampie e insella sapeva stare e muoversi come si conviene; lungo i fianchi delcavallo fremevano le formose gambedritte e snelle come una spada.

Cavaliere e destriero armonizzavano così perfettamente come se findalla nascita fossero insieme fusi. Il comportamento di Tristano insella era perfettosicuro e dignitoso. E con ciò come eletto era ilsuo aspetto esteriorealtrettanto eletto era internamente l'animosuocosì buono e retto che mai elmo coprì mente più pura e spiritopiù nobile.

Ai due campioni fu assegnata per il duello una piccola isola nel mareabbastanza vicina perché dalla riva si potesse scorgere quello chesull'isola accadeva ed era anche stato convenuto che all'infuori deidue guerrieri nessuno vi dovesse mettere piede prima che avessetermine la tenzone. Questo fu strettamente osservato. Furono quindipreparate per i due combattenti due piccole navicelle ognuna dellequali poteva portare un cavallo e un uomo armati. Quando i battellifurono pronti Morolt entrò in uno di essiprese i remi e navigò versola sponda opposta e giunto a terra legò il battellino alla riva esaltò subito sul suo cavallo; prese in mano la spada e se ne andò ingiro per tutta l'isola giostrando e facendo finte e giochi d'armepure in quel grave momentocosì spensierati e leggeri come se fosselà per divertimento.

Ora anche Tristano entrò nella navicella e portò con sé armi ebagagliil suo destriero e anche la lancia eritto sulla prua

    "Sire- disse - Re Marconon vi preoccupate troppo per la mia persona e perla mia vitama affidiamo tutto a Dio. Angustiarci non serve a nulla. Forse avremo miglior sorte di quanto ci sia stato pronosticato.

La nostra vittoria e la nostra salvezza non dipendono dalla nostramaestrìa nell'uso delle armima solamente dalla potenza di Dio.

Lasciate ogni timorepoiché è ben possibile che io ne esca salvo. Iovado a questo scontro con animo leggero e lieto: siate così voi pure estate sano; niente accade che non debba accadere; e comunque vada perme e qualunque sia l'esitoaffidate fin da ora il vostro paese e ilvostro popolo a Colui al quale io pure mi sono affidato: Iddio stessoche sarà con me nella pugna e nel combattimento farà giustizia al buondiritto. Dio in verità deve vincere con me oppure con me caderesconfitto: è Lui che deve provvedere e disporre".

Con ciò gli diede la sua benedizionesalpò con la sua barchetta e siallontanò nel nome di Dio. Da molte bocche allora la sua vita e la suapersona furono raccomandate a Dio e da molte nobili mani gli furonoinviate dolci benedizioni. Quando approdò lasciò andare il suobattello alla deriva e inforcò subito il suo cavallo.

Anche Morolt si trovò subito sul luogo:

    "Dimmi - diss'egli - che cosasignifica e per quale arte o quale ragione hai lasciato andare così iltuo battello?".

    "L'ho fatto per questo: ecco qui una navicella e dueuomini e non c'è dubbio che se non restano ambedue sul terrenol'unorimarrà certamente morto su quest'isola; quindi per colui che avràvinto sarà sufficiente questo solo battello che ti portò quinell'isola".

Morolt replicò:

    "Vedo bene che oramai è inevitabile che il duelloabbia luogo. Se tu te ne lasciassi distogliere e noi potessimosepararci in buona armonia sul contratto di primacioè che mi vengacorrisposto regolarmente il tributo da questi due paesipenso che ciòsarebbe per il tuo bene; poiché invero molto mi addolora dovertiuccidere. Mai ho veduto cavaliere che mi piacesse più di te".

Ma ilvaloroso Tristano rispose:

    "Il tributo deve essere abolito se ci deveessere pace tra noi".

    "In verità - disse l'altro - in questo modo nongiungeremo a un accordonon così verrà fatta la pace: il mio tributodeve venire con me nella mia terra".

    "Quando è così - disse Tristano - noi stiamo qui facendo unadiscussione molto inutile. Moroltpoiché sei tanto sicuro diuccidermidifenditi se ti vuoi salvare: qui altro modo non vi è".

Voltò allora il cavallo e gli fece fare un giro; poi nella curva lolanciò dritto avanti con tutto l'impeto del suo animo; venne avanticome volandocon la lancia abbassataincitando il cavallo su ambo ifianchi con gli speroni e con le ginocchia. Come poteva ora l'altroancora indugiarequando ne andava della vita? Fece come tutti coloroche con tutti i sensi tendono al vero valore: fece egli pure unavoltatacome glielo suggeriva l'animoora avanti ora indietroagitando la lancia in alto e in basso. Così avanzò di carrieracomeportato dal diavolo. Cavallo e cavaliere arrivarono di volo addosso aTristanopiù rapidi di un falco: uguale ardore animava ancheTristano. Essi incalzavano con lo stesso impeto e venivano ugualmentevolandocosì che spezzarono le lance e infersero agli scudi migliaiadi tagli. Sfoderarono allora le spadelottando a cavallo. Dio stessolo avrebbe veduto con compiacenza .

Ora sento come voce generale e anche nella storia sta scritto chequesto fu un duello e si dice che i cavalieri fossero soltanto due. Ioinvece vi proverò qui che fu un combattimento aperto di due intereschiere: quantunque non lo abbia mai letto nella storia di Tristanovi dimostrerò come sia vero. Moroltcome secondo verità si è sempredetto e si dice ancora oggipossedeva forza per quattro uomini equesta era quindi una schiera di quattro uomini d'arme ed ecco unadelle parti. Dall'altra parte i campioni erano: l'uno Diol'altro ildirittoil terzo il servitore di ambedue e loro sincero vassalloilprode Tristano; il quarto era la pronta volontà che nel bisogno operamiracoli. Con questi quattro e quegli altri quattroper male che lepossa formarefaccio subito due compagniecioè otto uomini.

Altrimenti vi sarebbe sembrato strano che due eserciti potesserovenire a battaglia su soli due cavalli: ora avete compreso che qui daognuna delle parti si trovavano quattro cavalieri o le forzecombattenti di quattro cavalieri riuniti sotto un medesimo elmo equesti lottavano aspramente gli uni contro gli altri. Quindi Moroltcon una compagnia di quattro uomini caricò Tristano come un fulmineequello sciagurato e diabolico uomo lo attaccò con tale violenza checon i suoi colpi gli avrebbe tolto i sensi e la forza se non lo avessedifeso lo scudosotto il quale poté proteggersi e salvarsi. Né elmoné usbergo né alcun altro pezzo di armatura gli avrebbe portato aiutopoiché Morolt lo avrebbe trafitto attraverso le anella; non glilasciava neppure il tempo di alzare lo sguardo.

Così continuò a colpirlo finché ottenne che Tristano per la furiadell'assalto allontanasse troppo lo scudo e lo tenesse troppo alto eMorolt gli inferse nella coscia una ferita così terribile che fu quasimortale e che attraverso le uose e l'usbergo apparvero la carne el'osso e il sangue sprizzò e bagnò il terreno.

    "Or dunque- disse Morolt - ti vuoi arrendere? Devi ben vedere da testesso come non sia lecito agire ingiustamente; il tuo torto è quipalese: rifletti ancorase vuoi salvartiin quale modo tu possafarlopoiché in veritàTristanoquesta ventura ti porta a sicuramorte se io non la storno da te; né uomo né donna ti potranno maiguarire: tu sei ferito da una spada che è mortifera e avvelenata. Némedico né arte medica ti salveranno in questo frangentese non solamia sorella Isottaregina d'Irlandache conosce ogni sorta di speziee la virtù di tutte le erbe e ogni arte di medicina. Essa sola enessun altro possiede questa scienza e se non ti guarisce lei seiperduto. Se ora mi vuoi dare ascolto e accordarmi il tributomiasorella stessala reginati risanerà e io dividerò con te quantopossiedo e non ti negherò nulla di quello che tu possa desiderare".

Tristano rispose:

    "Il mio diritto e il mio onore non li cedo né pertua sorella né per te. Ho portato qui nella mia libera mano due libereterre e tali se ne devono ritornare con mealtrimenti ne avrei dannoancor maggiore e perfino la morte. E anche non sono per questa unicaferita ancora ridotto a tal punto che tutto debba essere risolto qui. Il combattimento fra noi due è ancora molto indeciso. Il tributo è latua morte o la mia; altra alternativa non ci può essere".

Con ciò nuovamente lo attaccò. Ora forse qualcuno diràe lo dico iopuredove sono adesso Dio e il dirittoi due compagni d'arme diTristano? Molto mi meraviglia che non lo vogliano aiutare e troppoindugino in questo momento; la loro fazione e la loro compagnia sonocertamente in molto cattivo arnese; se non si affrettano arriverannotroppo tardiper cui vengano dunque presto. Qui sono due checombattono contro quattro e ne va della vita e questa è già in dubbioe in pericolo. Se essi devono essere liberati bisogna che ciò siasubito.

Ecco Dio e il buon diritto che si avanzano con giusto giudizio insoccorso della loro fazione e per la rovina dei loro nemici. Oracominciarono a lottare da pari a pariquattro contro quattro. Combattevano così schiera contro schiera e Tristanoscorgendo i suoicompagni d'arme prese nuovo coraggio e nuove forze: la loro compagnialo rincuorò e gli diede nuovo vigore. Diede di sprone al cavallo e lolanciò avanti urtando il nemico nello slanciocol pettoralestordendolo e rovesciandolo a terra insieme al cavallo. E quandoquestiriavutosi un poco dalla cadutavolle rialzarsi e rimettersiin sellaanche Tristano fu pronto e con un colpo gli buttò giù l'elmoche volò via per il piano. Allora Morolt lo assalì e attraverso lagualdrappa colpì il destriero di Tristano al pettoin modo che questicadde sotto a esso e non fece né bene né malema saltò via dallaparte opposta.

Moroltda guerriero espertosi coprì le spalle con lo scudocomegli insegnava l'esperienzae sotto a quello andava con la manocercando il suo elmo e lo ripresedivisandonella sua astuziadirimetterselo quando fosse nuovamente in sella e di assalire un'altravolta Tristano. Recuperato l'elmosi volse verso il suo cavallo e glisi appressò tanto da mettergli la mano sulla briglia e il piedesinistro saldamente nella staffa; aveva già afferrato la sella con lamano quando anche Tristano lo raggiunse e colpì sulla sella la spada eanche la mano destracosì che ambedue caddero a terra ancora contutte le anella e prima che si rialzasse lo colpì di nuovo con tantaforza proprio in cima all'elmo che quando ritirò la spada una scheggiadi questa rimase conficcata nel cranioil che procurò poi a Tristanogrande travaglio e grandi tribolazioni che lo avrebbero quasi condottoa morte.

Mentre il misero Morolt vacillava ormai senza forza e senza difesa esi lasciava cadere a terra

    "Come mai? - disse Tristano - Dio ti aiutiMoroltdi' dunqueche te ne pare di questa storia? Mi sembra che tusia gravemente ferito e che tu stia molto male. Comunque possa andarela ferita miasei tu ora che avresti bisogno di buoni medicamenti;tutto quello che tua sorella ha imparato di arte medica occorre ora ate se vuoi guarire. Dio giusto e veritiero e il divino comandamentohanno ben giudicato il tuo sopruso e rettamente hanno reso giustiziaal mio diritto. Così voglia Egli sempre proteggermi. La tua superbia èora abbattuta".

Quindi si fece innanziprese la spada e afferrandolacon tutte e due le mani tagliò al suo nemico la testa con tutta lacuffia.

Ritornò quindi alla baia; vi trovò il battello di Moroltvi entrò esi diresse subito a riva verso le schiere del suo popolo. Già dal mareudì grande giubilo e grandi lamenti; lamenti e giubilocome vi dico:il giubilo era per la vittoria; fu un giorno felice per gli uni chefecero grande festabattendo le manilodando Dio a voce altalevando al cielo alti canti di vittoria: ma invece per gli altriglistranierigli afflitti messi dell'Irlanda fu giorno di grande duolo;tanto quelli cantavanoquanto questi gemevano e si lamentavano etorcendosi le mani sfogavano il loro dolore.

Quando i miseri stranierigli afflitti Irlandesistavano perimbarcarsiTristano li seguìli raggiunse sul lido.

    "Signori - disse - ritornatevene e prendetevi quel tributo che vedretelà sull'isola e portatelo al vostro signore a casa vostra e ditegliche mio ziore Marcogli manda l'omaggio dei suoi due regni e gli fadire che se avesse voglia e desiderio di rimandare qui i suoi messiper un simile tributonoi non li lasceremo mai ritornare a manivuotema li rimanderemo via con i medesimi onoriper quanto ci possacostare".

E mentre così parlava nascondeva con lo scudo il sangue e laferita davanti a essi che ne erano ignari. E ciò gli tornò poi afortuna poiché quelli se ne ritornarono via senza che alcuno ne avessenotiziapoiché ripartirono subito e si recarono sull'isola dovetrovarono il loro signore fatto a pezzi e se lo portarono via.

Quando giunsero in patriapresero il lamentevole presentemandatocolà per loro mezzo: voglio dire tutti e tre i pezzi; li riunironoperché non ne andasse perduto alcuno; li portarono al loro signore egli dissero tutto quello che era accadutocome io ho già narrato. Iocredo e ritengo per certo che re Gurmun Gemuotheit ne ebbe grandecordoglio e ben con ragione: in questo solo uomo perdeva il cuore el'animoil confortoe il valore e la cavalleria di molti uomini; ildisco sul quale posava il suo onore e che Morolt soleva lanciareliberamente in tutti i paesi all'intornoera ora a terra.

Ma per la reginasua sorellail rammarico e il duolo e lelamentazioni furono ancor maggiori: essa e sua figlia Isottaafflissero il loro corpo in varie guisecome sapete che si tormentanole donne quando il dolore va loro al cuore. Esse guardavano questomorto solo per soffrirne di piùaffinché la loro afflizione divenisseancor più grande. Baciavano quel capo e quella mano che avevaconquistato terre e popolicome già ho detto prima; osservavano conangoscia le ferite della testa in tutti i sensi. Ora la saggia edesperta regina vi scoprì la scheggia; prese allora una piccola pinza econ questa frugò nel cranio e la estrasse. Ella e sua figlia laconsiderarono con dolore e tristezzala presero e insieme la poseroin uno scrigno. Questo medesimo frammento fu più tardi a Tristanocausa di grande tribolazione.

Or dunque Ser Morolt è morto. Se io ora raccontassi una lunga storiasulla loro passione e il loro cordoglio a che cosa servirebbe? Non neavremmo vantaggio alcuno. Chi potrebbe biasimare la loro afflizione? Morolt fu portato al sepolcroseppellito come un qualunque altrouomo. Gurmun fece grande lutto ed emanò l'ordine per tutta l'Irlandache si prendesse nota accuratamente di qualunque persona venisse dallaCornovagliafosse uomo o donnae la si mettesse a morte. E questobando e questo ordine fu così strettamente osservato che nessuno delpopolo di Cornovaglia si azzardava ad andarvipoiché neppure offrendoo dando qualsiasi compenso si salvava la vita; così che molti figli dimamma ne patirono innocentemente. E tutto questo era cosa inutileperché ormai come di giustoMorolt era morto: egli aveva contatosoltanto sulla propria forza e non sulla giustizia di Dio e sempre intutte le sue battaglie aveva dimostrato violenza ed orgoglio e perciòera stato abbattuto.Ora riprendo il mio racconto là dove l'ho lasciato. Quando Tristanogiunse alla riva senza destriero e senza lanciamille schiere acavallo e a piedi gli si affollarono intorno per dargli il lorosaluto. Mai il re e il suo regno videro giorno più felice e lopossiamo ben crederepoiché per mezzo di lui era in questo giornovenuto loro grande onore: egli aveva sanato per sempre ogni loro malee ogni loro vergogna. Ma essi si preoccuparono molto della ferita cheaveva ricevuto e se ne afflissero grandemente: quando però credetteroche da questo male avrebbe potuto presto guarirenon vi posero piùmente e lo condussero subito fra loro al palazzo; gli tolsero infretta l'armatura e gli prodigarono tutte quelle cure e quel confortoche egli o altro cavaliere avrebbe potuto richiedere.

Furono chiamati medicii migliori che si poterono trovare nelle cittàe nel paeseed essi riuniti vi misero tutto il loro impegnotutta laloro arte medicama a che pro? A nulla potevano giovargliil tossicoera tale che nessuna scienza poteva sottrarlo dalla feritafinchétutto il suo corpo prese un così orribile colore che a mala pena lo sipoteva riconoscere. Inoltre la stessa ferita emanava un fetore cosìterribile che la vita gli era di peso e il suo proprio corpo odioso. Per di piùil suo maggior dispiacere era di vedere che cominciava afar ribrezzo a quelli che prima erano suoi amici e poco a pocorammentò le parole di Morolt; anche prima aveva udito dire quantobella e perfetta fosse Isottala sorella di luipoiché tanto se neparlava in tutti i paesi vicini ove si diceva la saggia Isottalabella Isotta splende come l'aurora.

Tristano nella sua angoscia pensava continuamente a lei e sapeva beneche se voleva guarire ciò non poteva essere che per le arti di leidella saggia reginache in queste era esperta. In che modo però ciòsi potesse fare non poteva immaginarlo. Ora cominciò a riflettere:dato che doveva morire era lo stesso per lui rischiare la vita o lamorte piuttosto che questa mortale agonia. Così risolse in mente suadi recarsi colàcomunque dovesse o non dovesse guariregli andassepure come Dio voleva.

Convocò suo zio Marco e gli confidò tutto fin dal principioil suosegreto e il suo desideriocome l'amico suol fare con l'amicoeanche quello che aveva in animo di faresecondo le parole di Morolt.

Al re questo fece piacere e dispiacereallo stesso modo che nellanecessità si sopporta il male come meglio si può: fra due mali sisceglie il minorequesto è un utile accorgimento. Quindi si miserod'accordo fra loro due su tutto come poi fu fatto: sul come avrebbefatto il viaggioe se si dovesse tenere segreto che egli intendessedi andare in Irlanda o se si dovesse invece dire che andava a Salernoper curarsi. Stabilito tuttofu chiamato anche Kurvenal perinformarlo della loro intenzione e del loro desiderio. Kurvenal liapprovò e disse che sarebbe andato anch'egli con Tristano per vivere omorire con lui.

E quando si fece seraprepararono per il viaggio una barca e unbattello e vi misero gran copia di cibi e provviste e tutto quanto ènecessario a bordo di una nave. Con grandi lamenti vi trasportarono ilpovero Tristano in gran segretoin modo che nessuno si accorse che siimbarcassese non gli uomini che partivano con lui. Egli raccomandòcaldamente a suo zio Marco la propria gente e i suoi beniaffinchénulla di questineppure un anellinone fosse alienato fino a che nonsi avessero notizie di lui. Della sua roba prese con sé soltantol'arpa e null'altro.

Così salparonocon otto uomini in tuttoche avevano dato la lorovita in pegno e malleveria e dichiarato con giuramento di nonallontanarsi di un passo dagli ordini dei due capi. Quando ebberopreso il mare re Marco seguì Tristano con gli occhi e vi so dire chene aveva scarsa gioia e poca tranquillità; questa separazione glitrapassava il cuoreperò essa risultò per il bene e la gioia loro.

Quando il popolo apprese per guarire di quale malattia Tristano fossepartito per Salernoil dolore di tutti fu tale che non sarebbe statomaggiore per il proprio figliolo; e tanto più che egli pativa tuttoquesto in servizio loro e ciò li affliggeva maggiormente.

Tristano navigò giorno e notte oltre stati e regni diretto versol'Irlandacome meglio sapeva guidarli la mano del pilota. E quando lanave fu abbastanza vicina da scorgere la terraTristano pregò ilpilota di volgersi verso la capitale Develin poiché pensava che lasaggia regina dovesse tenere là la sua corte. Il pilota si diressedunque da quella parteavvicinandosi abbastanza da poterla scorgere:

    "Guardatesignore- disse egli allora a Tristano - io vedo la città;che cosa consigliate di fare?".

Tristano rispose:

    "Gettiamo qui leancore e sostiamo questa sera e anche una parte della notte".

Così gettarono l'ancora e per quella sera riposarono e nella notteegli ordinò di navigare verso la riva e quando furono giunti a mezzomiglio dalla città Tristano si fece dare il vestito più povero che sitrovasse a bordo e quando glielo ebbero messo si fece trasportarefuori della nave e adagiare nel battello e vi fece mettere anche lasua arpa e anche abbastanza provviste che durassero tre o quattrogiorni.

Tutto questo fu fatto secondo il suo comando. Egli chiamò alloraKurvenal e anche i marinai:

    "Amico Kurvenal - disse - prendi questobattello e questi uomini e per amor mio abbine cura sempre econtinuamente; e quando sarete giunti a casa ricompensali moltolargamente affinché tengano fedelmente il nostro segreto e non nefacciano parola ad alcuno. Ritorna presto in patria; saluta mio zio edigli che io sono vivo e con la grazia di Dio intendo vivere ancora estar bene; egli non deve stare in pensiero per me. Digli pure che nelcaso che guarisca farò ritorno entro quest'anno: se la mia impresariesce egli ne avrà subito notizia. Alla Corte e al paese di' che iosono morto del mio male durante il viaggio. Non congedare però i mieiuomini che ho ancora colà e fa' che mi attendano fino all'epoca che tiho indicata. E se dovesse avvenire che entro quest'anno la fortuna nonmi assistesseallora potete rinunciare a me; lasciate a Dio la curadell'anima mia e pensate a voi stessi. Tu alloraprendi la mia gentee ritornate in Parmenia e prendi dimora in casa di Rual; di' al miodiletto padre che ti ricompensi della tua fedeltà verso di me con lafedeltà sua e che ti accolga bene e degnamente come egli sa e digliinoltre anche questo: che per quelli che mi hanno servito finora miconceda una sola preghiera e niente altro: ringrazi e ricompensiciascuno di loro secondo il servizio. Oramiei fidicontinuò egli -Dio vi guardi; andate per la vostra via e lasciatemi in balìa deiflutti; io devo aspettare adesso la grazia di Dio; per voi è ora chepartiate e salviate la vostra vita; già spunta il giorno".

Così con grande dolore e molte lamentazioni essi se ne ritornarono viacon molte lacrime e lo lasciarono ondeggiante sul mare deserto. Maiseparazione riuscì loro più dolorosa. Chiunque abbia avuto un amicosinceroe sappia come si deve apprezzarlopotrà intendere veramenteil rammarico di Kurvenal; ma per quanto il cuore e tutto l'animo glidolesseropure se ne partirono. Tristano rimase solo in grandeangoscia sbattuto in tutti i sensi fino a giorno chiaro; e quandoquelli di Develin scorsero la navicella vagare senza guidamandaronoa vedere che cosa fosse quella barchetta. I messi si diressero subitoa quella volta.

Quando si avvicinarono non videro ancora alcunoma udirono venire daquella parte un suono di arpa e con questo un così dolce canto che locredettero un saluto o un prodigio e non si mossero dal posto finchédurarono il suono e il canto. Però la gioia che ne provarono fu breveperché la musica e il canto non sgorgavano a Tristano dal fondo delcuoreil quale non vi aveva parte. Poiché non è un vero melodiare seè fatto senza che il cuore vi sia disposto e se spesso questo accadenon può chiamarsi vero melodiare quello che si fa esteriormente senzametterci il cuore e il sentimento. Era soltanto l'animo giovanile diTristano che lo spingeva a cercare qualche svago nel muovere le labbrao le mani suonando o cantando; ma per il martire era un tormento e unmartirio.

Quando il canto si tacquequelli dell'altro battello si avvicinaronoe afferrarono la barchetta guardandovi a gara; ma quando scorsero ilsuo mortale pallore e lo videro così male in arnese rimasero delusiche fosse lui a saper fare tale miracolo con la voce e con le dita;pure lo salutarono con il gestocon la parola e con la mano come unoche è degno di cortese salutoe lo pregarono di narrare loro quelloche gli era accaduto.

    "Ve lo dirò"

disse Tristano.

    "Io ero un giullare di corte e conoscevobene gli usi e i costumi cortesi: parlare e taceresuonare la lira eil violinol'arpa e la rottafare scherzi e giochi; in tutto ciò ioero ben esperto come si addice a tali persone. Con questo guadagnavoabbastanzase non che la fortuna mi rese presuntuoso e volli averepiù di quanto giustamente mi spettava. Così mi diedi al commercio chemi ha rovinato la vita. Mi presi per compagno un ricco mercante e franoi duelà in Spagnacaricammo una nave con tutta la mercanzia checi parve e salpammo verso la Britannia. Ma in alto mare ci imbattemmoin una nave di pirati che ci portarono via tutti i nostri averidalmaggiore ai più piccoli e uccisero il mio compagno e tutti gli altri;e se io mi salvai pur con le ferite che qui vedetelo devo all'arpadalla quale ognuno poteva riconoscere in me un giullarecomedichiaravo di essere. Così con grande stento ho ottenuto questabarchetta e quel tanto di viveri di cui sono campato fin qui. Daallora sono rimasto in balìa del mare con grande male e tormento perben quaranta giorni e quaranta nottiovunque mi sbattessero i venti omi portassero le ondeor quaor làin modo che ora non so dove sonoe ancora meno dove andare. OraSignorifate la carità che Dio nostroSignore ve la compensi e aiutatemi ad andare dove ci sia della gente".

    "Amico - dissero allora i messi - tu potrai godere qui delle tue dolcinote e del tuo canto; non vagherai più sulle onde senza direzione esenza conforto. Chiunque sia colui che qui ti ha portatoIddioacquao ventonoi ti condurremo dove troverai gente".

Così infatti fecero: lo condussero con la barca fino alla cittàcomeli aveva pregati; legarono il battellino alla riva e gli dissero:

    "Eccomenestrelloguarda questo forte e questa bella città quivicino: sai tu quale luogo sia questo?".

    "Nomiei signorinon loso."

    "Allora te lo diremo noi: sei a Develin in Irlanda".

    "Sia lodatoil Redentore che io sono finalmente giunto fra cristianipoiché fraquesti vi sarà certamente qualcuno che userà di carità verso di me emi darà consiglio medico".

Con questo i messi se ne ritornarono e raccontarono grandi meravigliedi lui e riferirono l'avventura occorsa loro con un uomo cheall'aspetto non l'avrebbe fatta supporre. Dissero comeprima ancoradi avvicinarsiavevano udito suonare così dolcemente e insiemeall'arpa un canto che Dio stesso avrebbe ascoltato con piacere neisuoi cori celesti e che c'era là dentro un povero menestrello ammalatoe vicino a morte:

    "Gli si vede al visomorirà domani o magari ancoraoggi; pure nel suo tormento conserva ancora tanta freschezza dispirito che in tutti i regni della terra non si troverebbe un cuoreche sopportasse una così grande sventura con tanta tranquillità".

Gli abitanti del luogo vennero allora e si intrattennero con Tristanoin ogni sorta di discorsi domandandogli e questo e quello: ma eglirispose a tutti nello stesso modo come ai messi. Lo pregarono alloradi suonare ed egli mise tutto il suo impegno per soddisfare la lororichiesta e la loro preghiera e lo fece con tutto il cuore; far loropiacere come poteva sia con le labbra che con le maniera tutto ilsuo desiderio; a questo si applicava e lo attuava.

E quando il povero cantore nonostante le sue sofferenze cominciò cosìdolcemente a toccare l'arpa e cantarene ebbero tutti pietà:portarono il poveretto fuori dalla barca e chiamarono un medico che loospitasse presso di sé e facesse tutto quello che poteva con grandepremurae a spese loro gli procurasse aiuto e sollievo. Questo fufatto ed eseguito; ma anche portato a casa e curato con le artimigliori del medicotutto ciò gli risultò di ben poco giovamento.

La novella si sparse per tutta la città di Develin: la gente giungevaa gruppiuno andava e uno veniva e tutti lo commiseravano per i suoipatimenti. Intanto sopraggiunse un sacerdote che aveva udito della suaperizia sia con le mani sia col canto e che si intendeva di moltescienze e artiera esperto in ogni genere di strumento e conoscevaanche molte lingue straniere. Questi aveva sempre rivolto i suoipensieri e dedicato i suoi giorni alle arti cortesi ed era stato ilmaestro e precettore della regina e l'aveva istruita sin da bambina inmolte buone discipline; molte nozioni straniere ella aveva appreso dalui. Egli aveva anche istruito con molto zelo la figlia di leiIsottala bellissimala fanciulla celebre nel mondo intero e della qualedice anche questa nostra storia. Era essa figlia unica e la reginaaveva fin dal principio rivolto ogni sua cura ad addestrarla in tuttele arti sia delle mani come della parola. Il precettore aveva avutoanche lei per pupilla e la istruiva ognora tanto nella scienza deilibri quanto in quella della musica.

Quando egli osservò in Tristano tanto sapere e tanta abilità sentìprofonda compassione del suo male e senza indugiare si recò dallaregina e le disse che c'era nella città un giullaremalato graveemorto pur essendo ancora in vita e che mai da donna era nato unospirito più eletto né più eminente nell'arte sua:

    "Ah - concluse egli- nobile reginase si potesse provvedere a trasportarlo dove voiconvenientemente poteste venire e vedere il miracolo di un uomomorente che riesce a suonare e cantare così dolcemente mentre non vipuò essere per lui né aiuto né salvezzaperché non potrà mai guarire! Il maestro e suo medico che lo ha avuto in cura vi ha rinunciatoperché non riesce a nulla con qualsiasi escogitazione".

    "Ecco - rispose la regina -io dirò ai servitori che se puòsopportare d'essere toccato e sollevato con le manilo portino qui danoise mai gli possa giovare qualche aiuto o io lo possa salvare".

Questo fu fatto. Or quando la regina constatò il pericolole sueferite e il loro colorericonobbe il tossico:

    "Ah! - gli disse - povero menestrellosei stato ferito da armiavvelenate".

    "Non lo so - rispose pronto Tristano - non possogiudicare che cosa siadato che nessuna scienza medica mi può salvarené guarire; non posso fare altro che rassegnarmi a Dio e vivere finchémi è dato vivere. Ma Dio ricompensi chi mi usa misericordiapoichésto tanto male e ho bisogno di aiutosono morto pur essendo ancora invita".

Ma la saggia regina così gli parlò:

    "Cantoredi'come ti chiami?".

    "Madonnami chiamo Tantris."

    "OraTantrissappi sicuramente che ioti guarirò; sta' di buon animo e tranquilloché io stessa sarò il tuomedico".

    "Grazie a tedolce reginapossa la tua lingua sempreprosperare e il tuo cuore mai morirela tua sapienza viva sempre persoccorrere i meschini e il tuo nome sia sempre benedetto sullaterra!".

    "Tantris- disse la regina - se il tuo stato te lo permettepoichései tanto indebolito- cosa che non fa meraviglia - io ti udreivolontieri suonare l'arpacomea quanto diconosai fare tantobene".

    "Madonnanon dite cosìla mia infermità non toglie che iofaccia e ami fare tutto quello che possa servirvi".

Fu quindi portata la sua arpa e venne anche chiamata la giovanereginail vero sigillo dell'amorecol quale il cuore gli fu poisigillato e chiuso al mondo interofuorché a lei sola. La bellaIsotta venne dunque e ascoltò Tristano all'arpa. Ora egli suonò meglioancora di quanto avesse fatto primapoiché sperava di essere altermine dei suoi mali; quindi cantò non come uomo stanco della vitama cominciò subito in tono gaio come chi è di umore sereno. Si adopròsì bene con le mani e con la voce che in breve si guadagnò il lorofavoretanto bene tutto gli riuscì. Ma mentre suonavain quel luogocome altrovela maledetta ferita dava odore e diffondeva un cosìorribile fetore che nessuno poteva resistere un'ora presso di lui.

Di nuovo la regina gli parlò:

    "Tantrisse così è destinato e se lecose vanno in modo che questo fetore svanisca e che si possa rimanertivicinoti affiderò mia figlia Isotta; essa ha già studiato condiligenza sui libri e appreso a suonare ed è già abbastanza espertaper il breve tempo in cui vi si è dedicata. Se tu conosci altre arti ehai maggior dottrina del suo maestro e di meistruiscila in questeper amor mio. Io ti darò in cambio vita e salute e renderò il tuocorpo sano e bello: ho potere di farlo o non farlo poiché le duealternative sono in mano mia".

    "Se è destino - rispose l'infermo - che io debba ritornare sano e chesuonando guariscaallora se Dio vorràcertamente risanerò. Madonnareginase la vostra intenzione è quale voi dite riguardo allafanciulla vostra figliaspero fermamente di guarire. Ho anche lettolibri in gran numero e in tale misura che ho fiducia di potermi persuo mezzo dimostrare riconoscente. Inoltre posso dire di me stesso chenon c'è uomo al mondo che alla mia età sappia suonare tanti nobilistrumenti. Per quanto sta in mequello che desiderate e che da mevolete è già compiuto".

Così gli fu assegnata una cameretta e gli vennero prodigate tutte lecure ogni giorno e procurate tutte le comodità che potesse desiderare. Ora soltanto si ebbe la prova della saggezza usata nascondendo con loscudo la ferita che aveva al fianco e non facendone parola alle gentidi Irlanda quando era salpato dalla Cornovaglia. Quindi nulla nesapevano e ignoravano che fosse ferito. Poiché se avessero avutonotizia della sua piagadato che conoscevano quali erano le feritedella spada che Morolt usava in tutti i combattimentila ventura diTristano non sarebbe mai stata quella che fu. Ora la sua previdenzagli tornò a salvezza. Donde si riconosce e si apprende come spesso laprudente riflessione porti a buon fine colui che è giudizioso epreveggente.

La saggia regina mise tutto il suo impegno e tutta la sua arte perguarire quell'uomo per la vita del quale avrebbe dato la propria etutti i suoi onori. Essa lo odiava ancor più di quanto amasse séstessaeppure giorno e notte si preoccupava e affaccendava per quelloche poteva riuscirgli salutare. E ciò non fa meraviglia poiché nonconosceva in lui un nemico: e se avesse saputo per chi si prodigava echi era colui che cercava di strappare alla mortese ci fosse statoqualche cosa di peggiore di questagliela avrebbe certamente data piùvolentieri che la vita. Ma di lui sapeva soltanto il bene e non avevaverso di lui che benevolenza.

Ora a che servirebbe e quale scopo avrebbe il fare lunghi discorsisull'abilità della regina e dire quale forza meravigliosa vi fossenella sua medicina e quanto bene facesse a quell'infermo? A un nobileorecchio è maggiormente gradita una parola che suoni cortesiapiuttosto di quelle che sono conservate negli scaffali. Per quanto stain me mi guarderò bene dal dire una parola che possa dispiacere alvostro orecchio o che contrasti al vostro cuore. Preferirei parlaremolto menoanziché rendervi spiacevole e sgradita la mia storia condiscorsi che non siano cortesi.

Dirò brevemente della perizia nell'arte medica della regina e dellaguarigione del suo infermo; in venti giorni essa lo curò in modo chetutti gli stavano volentieri vicino e nessuno di quelli chedesideravano stargli accanto lo sfuggiva più a causa delle ferite.

Da allora la giovane regina divenne sua allieva e a lei egli rivolsetutto il suo impegno e dedicò il suo tempo. Tutto il meglio delle suecognizionisia di scienza come di musica che non starò qui aenumeraretutto egli le pose dinanzi così che essa stessa potessescegliere quello che più le piaceva di imparare.

Isotta la bella fece come segue: fra tutte le sue varie arti si dedicòa quanto trovò di migliore e si applicò con zelo a tutto quello cheaveva intrapreso. Le fu anche di grande aiuto ciò che prima aveva giàimparato: essa si applicava con la mano e con le parole a molte articortesi; la bella conosceva la lingua materna di Develinil francesee il latinosapeva suonare mirabilmente il violino alla manieraitaliana; le sue dita erano esperte nel toccare la lira e nel trarredall'arpa suoni potenti e nello scorrere agilmente sulle corde. Inoltre la creatura benedetta cantava bene con dolce voce. Pureperquanto brava fosseil menestrellosuo maestrole fu sempre digrande vantaggio e l'aiutò a perfezionarsi.

Oltre tutte queste dottrine una nuova gliene insegnò che è chiamatamoralità. E' l'arte che insegna i buoni costumi: ogni donna dovrebbeapplicarvisi fin dalla giovinezza: moralitàla dolce virtù beata epurale sue leggi riguardano il mondo e Dio e ci insegnano a piacerea Dio ed al mondo: essa è data come nutrice a tutti i nobili cuori checercano nei suoi insegnamenti il nutrimento e la vitapoiché nonpossono avere né onore né bene se essa non li guida. Questo fu ilcompito maggiore della giovane principessa; in questo si dilettavanospesso i suoi pensieri e la sua mente e così divenne onesta e pura dianimogentile e soave nelle maniere. In quei sei mesi la dolcefanciulla giunse a tale perfezione di comportamento e di sapere chetutto il paese ne parlava e il resuo padrene aveva grandesoddisfazione e sua madre ne era oltremodo lieta.

Ora accadeva spesso quando suo padre era di lieto umoreo quandoc'erano cavalieri stranieri dal re a corteche Isotta fosse chiamataa palazzo da suo padre e allora con le arti cortesi e le bellecostumanze che possedeva dilettava lui e con lui molti invitati. Nellostesso modo che rallegrava il padre dava gioia anche a tuttiugualmente: per poveri e ricchi era un piacere degli occhidell'orecchio e del cuore e la loro gioia era tanto esteriore quantoprofonda nel petto. La dolcela pura Isotta cantavaleggeva oscriveva o faceva quanto altri desiderassero e questo era per lei unsollazzo. Essa suonava le sue stampeniei lai e le canzonistraniereche non avrebbero potuto essere più meravigliosenellaguisa di Franciadi Sanze e di San Dionigi: di queste ne conosceva ungran numero. Con mani bianche come l'ermellino toccava stupendamentela lira e l'arpa. Né in Lut né in Thamise da mani di donna le cordefurono toccate più dolcemente che in questo luogo. La duze Isot labele cantava le sue pastorellesle sue rotrouangesi suoirondòle canzonii refloit e le folatecon tale maestria chemolti cuori ne furono pieni di nostalgiae varia stima e lode ne fufatta e molto di lei fu narratocosa checome ben sapetesuoleaccadere allorché si vede un tale miracolo di bellezza e di cortesiaquale si manifestava in Isotta.

A chi posso paragonare la bella e benedetta donna se non a una delleSirene che con la pietra magnetica attirano a sé le navi? Nello stessomodo mi sembra che Isotta attirasse molti pensieri e molti cuori chesi credevano al sicuro dal turbamento d'amore. Ma queste due cosenavi senza ancora e animo innamoratosi somigliano e sono ambedueraramente sulla giusta via. Spesso navigano qua e là nell'incertezzabarcollando e ondeggiando su e giù. Parimenti senza guida ondeggia ildesideriol'incerto animo innamoratoproprio come fa la navedisancorata. Cosìla leggiadra Isottala saggiala dolce giovanereginaattraeva i pensieri dall'alveo dei cuori come la calamitaattira le barche col canto delle sirene. Il canto di lei penetrava neicuori per gli occhi e per gli orecchisia esternamente che insegreto. Il suo canto che si espandeva apertamente tanto in casa chefuoriera la dolce armoniail soave tocco delle corde cheapertamente risuonava in fondo al cuore attraverso il dominio delleorecchie: invece la musica segreta era la sua meravigliosa bellezzache con il piacevole suono si insinuava nascostamente in molti nobilicuori e vi introduceva la malìa che afferrava e tratteneva i pensiericon il desiderio e la pena d'amore. Sotto la guida di Tristanoeradolce di animo e garbata di costumi e di modisapeva molto bensuonare con grande abilitàera capace di comporre lettere e canzonidi ben limare le sue poesie e di scrivere e leggere.

Intanto anche Tristano era guarito e interamente risanatocosì che lapelle e il colorito riprendevano la loro tinta chiara. Ora egli era incontinuo timore che qualcuno della corte o nel paese lo riconoscesse estava sempre riflettendo come prendere congedo in maniera convenientee togliersi dalle preoccupazionipoiché sapeva bene chenel casonessuna delle due regine gli avrebbe mai dato licenza. Pensava che lasua vita era quindi sempre malsicura. Si recò dunque dalla regina ecominciò con bella maniera il suo discorsocome soleva fare sempre ein ogni luogo; piegò il ginocchio davanti a lei e così parlò:

    "Madonnache Dio vi renda nella vita eternala graziail bene e ilsoccorso che mi avete dato! Voi avete agito verso di me in modo cosìbuono e santo che Dio ve ne deve ricompensare; io cercherò dimeritarlo sino alla fine della mia vita in qualunque mododa poverouomo quale sonopossa promuovere la vostra lode. Mia nobile reginacol vostro favoredevo tornare al mio paese perché la mia situazioneè tale che non posso trattenermi più a lungo".

La dama rise :

    "La tua adulazione - disse -non ti serve a nulla: ionon ti do licenza; non te ne potrai andare prima della finedell'anno".

    "Non cosìnobile regina; ripensate nell'animo vostro quale sia lalegge di Dio nel matrimonio e che cosa sia l'amore del cuore. Io ho acasa mia una moglie che amo come la mia stessa vita e sono sicuro checertamente mi crede morto. Ora è mio pensiero e mio timore che essapossa venir data a un altro e io perda così il mio conforto e la miavita e sia perduta ogni gioia che spero e attendo e non possa esserfelice mai più".

    "In verità - disse la saggia regina -se è cosìil tuo motivo èlegittimo. Nessunoche abbia animo onestodeve sciogliere una simileunione. Dio conceda la sua grazia ad ambeduete e la tua donna; perquanto a malincuore io rinunci a tepure me ne priverò per amor diDio. Ti concederò licenza e ti manterrò il mio favore e la miabenevolenza. Io e mia figlia Isotta ti diamo due marchi di rosso oroper il viaggio e il tuo mantenimento; li riceverai da Isotta".

Egliallora giunse le manitanto con lo spirito come col corpodavantialle due reginealla madre e alla fanciulla:

    "Ad ambedue voi - disse-Dio conceda grazia e onore!".

E senza più indugiare partì perl'Inghilterra e dall'Inghilterra subito per la Cornovaglia.

Allorché suo zio Marco e il popolo appresero che Tristano ritornavaguaritofurono tuttiin tutto il regnofelici dal fondo del cuore.

Il suo amicoil regli chiese come ciò fosse avvenuto ed egliraccontò la sua storia dal principio alla finecome meglio sapeva esi fece fra tutti un gran ridere e scherzare sul suo viaggio inIrlanda e su come lo avesse guarito proprio la mano della sua nemica esu tutto quello che era accaduto colà. Dicevano di non avere mai uditostoria così straordinaria.

Terminato questo e finito che ebbero di ridere sulla sua guarigione esul suo viaggiosubito si informarono della fanciulla Isotta.

    "Isotta- rispose egli -è tale fanciulla che tutto quanto il mondo dice dilei non è che un soffio di vento; la bionda Isotta è una creaturaquale mai ne nacque da donna di altrettanto bella ed eletta di personae di manierené mai ne nascerà. La bellachiara Isotta è più puradell'oro d'Arabia. Leggendo i libri scritti in lode della figlia diAuroral'inclita Tindarideio pensavo che in lei solacome in ununico fiorefosse raccolta la bellezza di tutte le donnema mi sonoricreduto: Isotta mi ha tolto questa illusione; non crederò più che ilsole sorga da Micene; la perfetta bellezza non nacque mai in Grecia: ènata qui. I pensieri di tutti sono rivolti all'Irlanda: là gli occhisi deliziano e vedono come il nuovo sole si levi dopo la sua auroraIsotta dopo Isottae risplenda da Develin in tutti i cuori; la bellachiara Isotta illumina tutti i regni della terra. Tutto quanto è statodetto in lode della donnaquello che le storie narrano in suo onoretutto è nulla. Chi guarda Isotta negli occhi purifica con quellosguardo il cuore e l'animo come fa il fuoco con l'oro: ama meglio lavita. Pure nessun'altra donna viene offuscata o sminuita per causa dileicome spesso si sente dire: ma la sua bellezza ornaabbellisce ecorona la donna e il nome stesso di donnaquindi nessuna ha dasentirsi umiliata".

Tristano il gentile aveva parlato della suasignorala fanciullala meraviglia d'Irlanda. A coloro che eranostati presenti e l'avevano ascoltatoil suo racconto aveva addolcitol'animo come fa la rugiada di maggio col fiore: tutti gli animi nefurono rasserenati. Tristano riprese lietamente la sua vitauna nuovavita che gli era stata largita: era come un uomo rinato per cui questacominciasse adesso e ne era felice e giulivo. Il re e la corte eranopronti a ogni sua volontàfinché la rovinosa discordial'invidiamaledetta che non riposa maicominciarono a insinuarsi in molti deicavalieri e a turbarli nell'animo e nelle azionipoiché erano gelosidegli onori e della stima che gli tributavano la corte e gli abitantitutti del paese. Cominciarono ben presto a parlare delle cose sue e aspargere la voce che fosse un mago e che tutta la sua fortunal'avereucciso il loro nemico Morolt e il suo soggiorno alla corte d'Irlandafosse stato eletto di magia.

    "Vedete - dicevano -osservate espiegate come si salvò dal fortissimo Morolt! Come ingannò Isottalasaggia reginasua nemica mortaleche si prese tanta cura di lui finoa guarirlo di sua mano? Osservate il prodigio e ascoltate: come puòquesto ciurmatore abbacinare occhi così veggenti e fare tuttoquesto?".

Quelli che facevano parte del consiglio di Marco si misero d'accordoper insistere continuamente presso di lui col consiglio di prenderemoglieper poterne avere un figlio o una figlia come erede. Marcodisse:

    "Dio ci ha già dato un buon erede; Dio faccia che viva. Sappiate che finché Tristano vive non ci sarà qui a corte né regina nésignora".

Ma con ciò l'invidia che portavano a Tristano si accrebbesempre più e cominciò a manifestarsi in modo che essi non poterono piùtenerla nascosta e a volte le parole e gli atti erano tali che eglitemeva che lo uccidessero ed era sempre preoccupato che essi inqualche modo e in qualche momento si mettessero d'accordo per colpirlomortalmente. Egli pregò suo zio che esaudisse il desiderio dei suoivassalli e che per amor di Dio considerasse la tribolazione el'angustia di lui stesso che non sapeva quando e quale sarebbe statala sua morte e la sua fine.

Suo zio da uomo veritiero così parlò:

    "TaciTristanonipote miogiammai acconsentirò: non desidero per erede altri che te. E non devistare in pensiero per la tua vita: io ti darò buona protezione. Tuttala loro invidia e il loro odiose Dio è con tecome ti possononuocere? L'uomo probo e onesto deve saper sopportare l'odio el'invidia; l'uomo cresce in dignità finché è invidiato. Dignità einvidia sono unite come madre e figliala dignità genera sempre eporta con sé odio e invidia. E contro chi si dirige l'odio se noncontro un santo uomo? La santità che non ha mai incontrato odio èdebole e povera; anche se vivi sempre in modo da non destare odio efai ogni sforzo a questo fine non riuscirai mai a non essere odiato. Ma se vuoi non avere male dai malvagicanta le loro lodi e siimalvagio con loroallora non ti odieranno. Tristanoqualunque cosafacciano gli altritu fa' sempre in modo da tenere alto il cuore. Abbi sempre in mente il tuo vantaggio e il tuo onore e non misuggerire più cosa dalla quale possa venirti danno. Qualunque discorsofacciano a questo riguardo io non li ascolteròcome non ascoltoneppure te".

    "Signorese mi date licenza io voglio lasciare la corte e non possopiù guardarmi da loro. Se devo vivere in mezzo a questo odio non potròmai essere felice; piuttosto che avere in mano mia tutti i regni inmezzo a simile angustia preferirei non avere regno alcuno".

Quando re Marco comprese che diceva sul serio lo fece tacere e disse:

    "Nipote mioper quanto volentieri io ti terrei ora e sempre fedecostantetu però non me lo permetti. Di tutto quello che puòderivarne io non ho colpa. In qualunque modo io ti possa favorire sonopronto a farlo. Parlacosa desideri che io faccia?".

    "Riunite allora il vostro consiglio di corte che vi ha portato aquesto e sondate l'animo di ognuno; domandate loro come dovreste agiree studiate l'animo loro affinché ciò possa farsi con onore".

Così fu subito fatto e tutti furono chiamati e non per altro che perdispetto a Tristano essi sugerirono che se fosse possibilela bellaIsotta sarebbe stata adatta per sposa del resia per nascita come pervirtù e bellezza. E su questo conclusero il consiglio. Si presentaronotutti a re Marco e uno di loroche sapeva parlaremanifestò perbocca propria il desiderio e la volontà di tutti.

    "Sire - disse egli-ecco quello che ci sembra bene: la bella Isotta d'Irlanda ècomeovunque è notovicino e lontanouna creatura in cui la virtùfemminile ha messo tutta la perfezione possibilecome voi stessoavete sovente udito di leiche è perfetta e mirabile di persona e dicostumi. Se essa diventa vostra moglie e nostra signoranon potremoavere miglior fortuna su questa terra con alcuna altra donna".

Il re rispose:

    "Vediamosignoricome ciò potrebbe farsi anche se iolo volessi? Riflettete quali da lungo tempo siano i rapporti fra noi eloro: paese e abitanti ci odiano. Gurmun mi ha in avversione dal fondodel cuore e con ragioneperché altrettanto faccio io. Chi potrebbefar nascere una così grande amicizia fra noi due?".

    "Signore - ripresero essi -accade sovente che fra un paese e l'altrocorrano offese. Le due parti devono cercare e trovare consiglioessie i loro figlioli. Da opere di odio nasce sovente grande amiciziarifletteteci bene. Potreste ancora vedere il giorno in cui l'Irlandadiventasse vostra. L'Irlanda dipende soltanto da loro tre: il re laregina e Isottaloro sola erede; essa è la loro unica figlia".

A questo re Marco rispose:

    "Tristano mi ha già fatto molto rifletteree ho molto pensato a lei quando egli ne cantava le lodi al miocospetto. La mia mente si volgeva a leipiù che a ogni altratantoche qualora ella non diventi mianon avrò figli da alcun'altra donna. Lo giuro davanti a Dio sulla mia vita".

Questo giuramento non lo feceperché il suo animo inclinasse più da una parte che dall'altra; ma lofece per astuziasembrandogli impossibile che una tale cosa potesseriuscire.

Ma il real Consiglio disse allora:

    "Sireordinate che ser Tristanoqui presenteil quale conosce la corteporti la vostra ambasciataché in questo modo si raggiungerà lo scopo e la sicura meta. Egli èsaggio e giudiziosoe abile in ogni cosa; egli può portare a terminel'impresa. Egli conosce la loro lingua e può compiere tutto quello cheè necessario".

    "Mal consiglio è il vostro - disse re Marco - troppo ricercate il maledi Tristano e il suo danno. Egli già una volta è morto per voi e per ivostri eredi: ora volete farlo morire una seconda volta. NoSignoridi Cornovagliadovete voi stessi recarvi colà. Mai più proponetemilui".

    "Sire- disse però Tristano - non parlano male. E' conveniente che iosiapiù di chiunque altroardito e pronto a eseguire ciò che avetein animo ed è anche giusto che io lo faccia. Signoresono io lapersona adattanessuno può servirvi meglio di me. Oracomandate cheessi vengano e ritornino con me e che con me proteggano il vostroonore e promuovano la vostra causa".

    "Nonon voglio che tu venga più mai in loro potere e in mano lorodopo che Dio ti ha ridonato a me".

    "Sirein veritàbisogna che sia così: sia che questi altri debbanomorire colà o salvarsiuguale sorte deve essere la mia e la loro. Voglio chese il paese dovesse rimanere senza eredevedano essistessi se ciò sarà per colpa mia. Comandate che si preparino. Iostesso guiderò la nave e li condurrò con la mia propria mano nellafelice Irlanda e di nuovo a Develinverso il sole splendente cheforma la gioia di molti cuori. Chissà che l'impresa non ci riesca? chenon riusciamo presso la bella? E se la bella Isotta diviene vostrasarebbe piccolo danno anche se dovessimo tutti noi morire".

Quando i consiglieri di Marco compresero dove mirava il discorsofurono a quelle parole così rattristati come mai lo erano stati intutta la loro vita. Ma ormai la cosa era decisa e così doveva essere.

Tristano scelse a cortefra i più fidi del reventi cavalieri fra imigliori e i più provati alle fatiche e assoldò sessanta uomini fragente del paese e stranieri; ottenne dal consigliosenza compensoventi baroni del regno. Così furono in tutto una compagnia di cento enon più. Con essi Tristano traversò il mare; questi formarono tutta lasua scorta. Aveva procurato grande quantità di viveri e di vesti evari strumenti di navigazionecosì che mai nave fu meglio attrezzataper un viaggio di tanta gente.

Si legge nelle storie di Tristano che una rondine era volata dallaCornovaglia verso l'Irlandavi aveva preso un capello di donna perfabbricarsi il nido (non so dove lo avesse trovato) e lo avevariportato al di là del mare. Vi fu mai rondine che facesse il suo nidopiù faticosamentementre poteva trovare nel suo paese tanto materialeper costruirlo e invece migrò in paese straniero oltre il mare percercarlo? Dio sa che la canzone qui si perde nel fiabesco e ilracconto balbetta. Anche è sciocco chi dice che Tristano navigasse peril mare con la sua scortaalla venturasenza essersi ben reso contodi dove andasse e per quanto tempo e non sapesse neppure chi dovevacercare. Come punire colui che nei libri fece leggere e scrivere talicose? Sarebbero stati tutti pazzi e stoltiil re che mandò i suoiconsiglieri lontano dal paesee gli stessi messi a questo inviati.

Tristano era ora in viaggio e navigava sempre avantiegli e i suoicompagniuna parte dei quali era in grande apprensionecioè ibaronii venti compagni del Consiglio di Cornovaglia; essi tuttiavevano grande angoscia e timore: si vedevano già tutti morti. Maledicevano col cuore e con le parole l'ora in cui mai avevanodivisato il viaggio in Irlanda. Non sapevano che cosa decidere per laloro vitaproponevano ora una cosa ora un'altrasi consultavano suquesto e su quello e non sapevano a quale partito attenersi chesembrasse loro sicuro; e ciò non fa meraviglia: da qualsiasi parte sivolgesseronon c'era da scegliere che fra due vieuna delle qualidoveva costar loro la vita: la fortuna o l'astuzia. Ma l'astuzia eradifficile e anche la fortuna era molto incerta; erano quindi privi diambedue. Però vari fra essi dicevano:

    "Veramente in quest'uomoabbondano saggezza e valore. Se Dio ci dà fortuna potremo benesalvarci con luise soltanto volesse moderare alquanto il ciecoardire di cui è troppo fornito; egli è troppo temerario e impetuoso enon considera ora quello che fa; non darebbe un mezzo pane per la vitao la morte nostrané per la sua; pure la nostra miglior speranza èlegata alla sua salvezza. La sua scaltrezza ci deve insegnare comesalvare la nostra vita".

Allorché giunsero in Irlanda e vi furono sbarcati udirono la notiziache il re era a Weisefort davanti alla città; Tristano fece gettarel'ancora a tale distanza dal porto che prendendolo di mira con l'arconon si sarebbe potuto colpirlo. I suoi baroni lo supplicarono di dirloro per l'amor di Dio in qual modo volesse chiedere in sposa lafanciulla; ne andava della loro vita e sembrava loro giustoe lo erache egli dicesse loro la sua intenzione. Tristano replico:

    "Non ditealtrobadate che nessuno di voi si faccia scorgere dagli abitanti;rimanete tutti nascostimeno i marinai e i servi. Questi si informinosul ponte e all'entrata del portoma nessuno di voi venga fuori;tacetestate nascosti; io stesso starò all'ingresso perché conosco lalingua del paese. Verranno certo presto dalla città con cattiveintenzioni contro di noi. Io dovrò in questo giorno mentire quanto maisia possibile. Nascondetevi dentroperché se vi scorgono avremosubito battaglia e tutto il paese contro. Domani mentre sarò via(poiché voglio uscire di buon'ora a cavallo andando in giro allaventurami debba o no riuscire)Kurvenal stia alla porta con altriche conoscano la lingua del paese; e a questo ponete bene attenzione:se io starò via quattro giorni o anche tre solinon mi aspettate piùma fuggite di nuovo oltre il mare e mettete in salvo la vostra vita. Così io sarò solo a scontare con la vita mia l'impresa per questadonna; allora consigliate il re vostro signore che prenda donna comemeglio vi pare. Questo è il mio consiglio e la mia volontà".

Il mariscalco del re d'Irlanda che aveva in sua mano e sotto il suopotere la città e il portovenne in gran frettaarmato e in pienoassetto di battagliacon una numerosa schiera di cittadini e dimessipoiché gli era stato comandato dalla corte- come narra lastoria e come sa chi della storia si è occupatoche chiunque approdassealla riva fosse tenuto prigioniero fino a che non si conoscesse seveniva dal paese di Marco e se fosse della sua gente.

Questi malvagi assassini e carnefici che avevano sparso tanto sangueinglese innocente in omaggio al loro signorearrivarono al porto conarchi e balestre ed altre armi come una masnada di predoni.

Tristanoil capitano della naveindossò un mantello da viaggio nonper altro che per meglio occultarsi e ordinò che gli portassero unacoppa di rosso orolavorato e cesellato con arte straniera allamaniera anglica. Così entrò in una barchetta assieme a Kurvenal e sidiresse verso il porto inviando il suo saluto coi gesti e con la boccaquanto più cortesemente sapevama ciò nonostante molti degli abitanticorrevano ai loro battelli e dalla riva gridavano ripetutamente:

    "Approdate! venite a terra!".

Tristano entrò subito in porto:

    "Signoridisse- ditemi a che scopo venite in questo arnese e che cosa volete inquesto malo modo? Il vostro comportamento pare ostile; io non so dache cosa debba difendermi. Per amor di Dio fate che se c'è qualcunotra voi che abbia potestà nel paesequesti mi ascolti e miinterroghi".

    "Eccomi - disse il mariscalco - sono qua io: il mio modo di fare e diagire vi riuscirà sgradito poiché io voglio sapere esattamente ivostri scopi e le vostre intenzioni".

    "In verità signore - rispose Tristano - io sono dispostissimo a ciò;vorrei pregarvi di ordinare di far silenzio e di lasciarmi parlareascoltandomi benevolmente secondo il buon uso del paese".

Si fece allora silenzio:

    "Signori - cominciò Tristano - per quantoriguarda la nostra vitala nostra nascitala nostra patriale cosestanno come vi dirò: noi siamo mercanti e non ce ne vergognamo. Io e imiei compagni ci chiamiamo negozianti e siamo della Normandia dovesono rimaste le nostre mogli e i nostri figlioli. Noi stessi andiamoun po' qua e un po' làdi paese in paese comprando ogni sorta dimercanzie e guadagnandoci da vivere. Circa trenta giorni or sonopartimmo dal nostro paese io e due altri mercanti; noi tre volevamovenire insieme in Ibernia e circa otto giorni fa un mattino dibuon'ora un vento violentissimo ci assalìcome fanno spesso i ventie ci separò noi treme solo dai miei due compagnie non so che cosasia accaduto di essi se Dio non li ha protetti o se siano vivi omorti. Io con grande travaglio sono stato malamente sballottato inquesti otto duri giorni finché ieri verso il meriggioil vento e labufera essendosi calmati vidi monti e terra. Gettai l'ancora perriposarmi e mi sono riposato fino a oggi. Questa mattina allo spuntardel giorno mi sono diretto verso Weisefortma trovo qui ugualesfortuna; a quel che sembra sono ancora nella tribolazione. Puresperavo di essere in salvo quiperché conosco la città e vi sono giàstato due volte con dei mercanti; tanto più quindi credevo di trovarvisalvezza e favore. Ora sono invece caduto in mezzo a una buferapeggiorema Dio mi può ancora proteggere: poiché non trovo tra questagente né pace né riposome ne ritorno in mare. Là ho ogni modo didifendermi e forza per la lotta nella navigazione. Se invece mi voleteusare cortesia e onoreio dividerò volentieri con voi quanto possiedodi beni per un solo piccolo favore: che cioè mi concediate direstarmene tranquillo in questo porto con la mia mercanzia finché iopossa cercare e vedere se ho la fortuna di trovare i miei compagni odi averne notizie. Se mi volete concedere questo favoreordinateanche che mi diano pace quelli che si stanno avvicinando rapidamenteda laggiù (non so chi o quali siano) in piccole barchette; altrimentime ne ritorno fra i miei senza curarmi affatto di voi".

Allora il mariscalco ordinò a tutti di ritornarsene a terra. Allostraniero egli parlò come segue:

    "Che pegno darete al re perché io viconservi vita e beni in questo regno?".

    "Signore - rispose subito lo straniero -io vi darò ogni giorno unmarco di rosso orosia che io lo guadagni o me lo procuri con lacaccia; e voise a voi posso affidarmiavrete per compenso eringraziamento questo calice."

    "Sì - dissero tutti subito -egli è ilmariscalco e comanda su questo paese".

Il mariscalco prese il suo dono che trovò bello e lodevole e permise aTristano di ancorarsi nel porto e offrì pace e grazia per lui e per isuoi averi.

Erano ben ricchi e lucenti tanto il dono quanto il pegno: ricco erosso l'oro del rerosso e ricco il dono al messaggero: ambedue eranodi grande valore; e questo lo aiutò molto a ottenere favore e pace.

Ora Tristano ha avuto pace ma che cosa intenda fare ancora nessuno losa; a voi però lo diremo perché la novella non vi venga a noia. Lanostra storia dice e racconta d'un serpente che c'era allora in quellaterra. Questo terribile demonio aveva fatto nel paese tale sterminatosterminio che il sovrano aveva giurato con parola di re che avrebbedato la sua propria figlia a chi lo avesse uccisopurché fosse nobilecavaliere. E questa parola e la dilettosa donna costarono la vita amigliaia di cavalieri che vennero al cimento e vi trovarono la morte;di questa novella il paese era pieno. Anche Tristano la conosceva equesta sola ragione lo aveva spinto a intraprendere il viaggio; questaera la sua miglior speranzaaltro conforto non aveva. E con questo èormai tempo che riprendiamo il racconto.

Il giorno seguente molto di buon'ora egli si armò completamente comesi conviene a chi deve affrontare il pericolo e inforcò un robustodestriero; si fece dare una lanciala migliore e la più forte che sitrovasse nella nave. Così si avviò a cavallo attraverso campi epraterie e si addentrò nei boschi per molte vie e molti sentieri. Esul meriggio diresse arditamente il cavallo verso la valle diAnfergynânt dove era l'antro del drago come si legge nella geste. Làegli vide fuggire galoppando in gran frettaper dritto e per traversoanziché sul sentieroquattro uomini armati. E uno dei quattro era ilsiniscalco della regina che era e si era messo in mente di esserel'amis della giovane principessapur a dispetto di lei. E quandoqualcuno scendeva in campofosse per tentare la sorte oppure per farmostra della propria forzaanche il siniscalco si trovava sempre edovunque presentesoltanto perché si potesse dire che lo si vedevaovunque vi fosse un azzardo: così e non altrimenti era da intendere lacosapoiché egli mai vide il drago senza fuggirsene subito.

Orada questa masnada in fugaTristano comprese che il drago nondoveva essere lontano; si diresse dunque da quella parte e non cavalcòa lungo prima di scorgere il ripugnante mostrol'orrore dei suoiocchi: questida vero figlio del diavolosoffiando fumo e fuocodalle faucigli si rivoltò subito contro. Tristano abbassò la lanciadiede di sprone al cavallo e gli fu addosso con tale impeto che gliconficcò la lancia nella gola trapassandola e giungendo sino al cuore;ed egli stesso si lanciò così violentemente sul serpente che ilcavallo ne rimase morto e lui stesso a mala pena si salvò. Il drago sigettò col suo alito infuocato sul destriero di cui presto non rimaseche la sella. Però la lancia che lo feriva gli causava tale dolore chelasciò il cavallo e si diresse verso una frana di pietre. Il suorivale Tristano lo inseguì mentre il mostro avanzava strisciando eruggendo di rabbia così che tutta la foresta risuonava di quellaorribile voce e molti cespugli ardevano in quel fuoco rovinoso evenivano sradicati dalla terra; così continuò a divincolarsi finché ildolore lo vinse ed esso si trascinò sotto una roccia vicina. Tristanoimpugnò la spada credendo di trovarlo stremato di forzema invece fulotta più aspra di prima e mai ve ne fu di così dura. Tristano attaccòil dragoquesto attaccò l'uomo e lo ridusse a tale estremo che eglisi credette morto. Non gli lasciava modo di battersigli impediva icolpi e la difesa. Il mostro aveva con sé un grande esercito: portavacon sé nel cimento fumo e vapore e altri aiuti di zannedi fuoco e dicolpidi artigli così aguzzi e più affilati di un rasoio; con questilo trascinò su e giù per molti tormentosi giri da un albero e da uncespuglio all'altro. Tristano era obbligato a nascondersi e a salvarsicome poteva perché il combattere non gli serviva a nulla per quanto sisforzassetanto che lo scudo in mano sua era bruciato e quasicarbonizzato poiché il mostro lo investiva col fuoco in modo che amala pena poteva sfuggirgli.

Puretutto ciò non durò a lungoe il serpente maligno ben prestocominciò a cedere e a vacillarela lancia lo feriva tantoprofondamente che giacque contorcendosi di continuo. Tristano fusvelto ad accorrere e gli immerse la spada nel cuore fino all'elsacome aveva fatto con la lancia. Allora il mostro emise dalla suaorrida gola un urlo così terribile come se cielo e terrasprofondassero e il pauroso rumore risuonò lungi nel piano e moltospaventò Tristano. Quando questi vide il drago che giaceva morto gliaprì le fauci con grande fatica e con la spada tagliò della linguaquel tanto che gli parvese la nascose in seno e gli chiuse di nuovola gola.

Quindi se ne ritornò nel bosco e ciò fece perché aveva intenzione dinascondersi colà e riposare alquanto per rimettersi in forze eritornare poi di notte dai suoi compagni. Ma lo vinse il caldo e anchela fatica per la lotta sostenuta contro il drago ed era tantoabbattuto che non aveva quasi più forze e voglia di vivere. Scorseallora un laghetto non grande né largo nel quale scorreva da unaroccia una piccola fresca sorgente. Vi si lasciò cadere con tuttal'armatura immergendosi sino in fondo e non lasciando fuori che labocca. Là giacque tutto il giorno e tutta la notte perché lamalaugurata lingua che portava addosso gli toglieva ogni forza. Ilfetore che da questa saliva lo privava di energia e di colore ed eglinon si mosse di là finché non lo portò via la regina.

Il siniscalco checome ho dettovoleva essere l'amico e il cavalieredella fanciulla gentilecominciò a darsi molto pensiero del ruggitodel drago che così alto e terribile aveva echeggiato nel bosco e nellacampagna. Si rese conto fra sé di come le cose fossero andate e pensò:Colui è certamente morto o ridotto in tale stato che con poca fatica lo potrò vincere. Si allontanò dagli altri tre compagniscese giùdal pendioe cavalcò poi verso il luogo da cui era venuto l'urlo.

Giunto al cavallo si fermò per riposarsi e si trattenne a lungoriflettendo con timore e angustia; il breve viaggio gli faceva granpaura e spavento.

Pure finalmente si fece coraggio e cavalcò contro voglia spaventato etimoroso nella direzione dove scorgeva erbe e foglie bruciate. Egiunse in breve senza avvedersene proprio là dove giaceva il drago. Ilsiniscalco prese un tale spavento per trovarglisi così vicino chequasi cadde a terra. Fu così pronto a volgere il cavallo con tantafuria che precipitò insieme a questo. Quando si rialzò non fu neppurein grado dalla paura che aveva di rimettersi in sella; il vilesiniscalco lasciò là il cavallo e fuggì. Ma poiché nessuno loinseguiva si fermò e strisciando si avvicinò di nuovoafferrò lalanciaprese il cavallo per la briglia e giunto a un tronco rimontòin selladimenticò il suo spavento e osservò da lontano il dragosemmai desse segni di essere vivo o morto. Quando lo vide immobileEvviva, se Dio vuole! - esclamò - ecco una fortuna trovata, sono arrivato giusto in tempo e in buon'ora. Con ciò egli abbassò lalanciasciolse la brigliamenò di gran colpi galoppando comeall'assalto con alte grida di guerra:

    "Schevaliersdaimoiselemablunde Isotma bele".

Colpiva con tanta forza che la robusta asta difrassino gli scivolò dalla mano. Ma se si arrestò lo fece soltantoperché gli venne il pensiero: se chi ha ucciso questo drago è ancorain vita quello che voglio fare non mi porterà alcun vantaggio. Quindivolgendo il cavallo si mise a cercare qua e là nella speranza chetrovandolo in qualche luogo stanco e feritosi sarebbe azzardato asfidarlolo avrebbe combattuto e ucciso e dopo ucciso seppellito. Manon trovandololasciamo stare - pensò che sia vivo o morto sono io il primo qui; nessuno può testimoniare contro di me; possiedo amici e uomini fidi, sono amato e tenuto in conto tanto che chi vi si azzardasse perderebbe senz'altro. Spronò il cavallo e ritornò versoil suo avversario il drago; smontò e ricominciò le finte comepoc'anzicon la spada che portava punse e colpì il nemico da tutte leparti e lo scorticò in vari punti. Si provò a tagliare il collo cheavrebbe volentieri staccato ma era così duro e grosso che la fatica lorespinse. Spezzò allora la spada su di un ceppo e infisse la puntanella gola del drago come se vi fosse stata una lotta. Quindi rimontòsul suo destriero spagnolo e se ne ritornò allegramente a Weisefort esubito fece apprestare quattro cavalli e un carro che dovevanoriportare la testa del mostro e raccontò a tutti come tutto ciò glifosse riuscito e quante pene e fatica gli fosse costato.

    "Sì - disse - Signoritutti prestino orecchio e considerino questomiracolo e vedano quello che per la donna amata può compiere un uomodi coraggio e un animo risoluto. Sempre più mi stupisce e mi fameraviglia che io sia sfuggito al pericolo nel quale ero incorso e misia salvato; sono anche convinto che se fossi stato debole come unqualunque altro uomo non ne sarei uscito sano. Un avventurierochenon so chi fosseandando in cerca di avventure era giunto per suamala sorte colà prima che vi arrivassi io e vi aveva trovato la morte;sono stati divorati ambedueuomo e cavalloe sono morti; Dio li hadimenticati. Il cavallo giace ancora là dimezzato e bruciato. Chebisogno c'è più di parole? io ho sofferto il travaglio più grande chemai abbia sofferto creatura nata di donna".

Radunò poi i suoi fidi e con essi ritornò là dove era il serpente emostrò loro la sua gloriosa impresa. Li pregò ancora uno per uno ditestimoniare della verità di ciò che avevano veduto. Quindi feceportare via la testa. Chiamò parenti e amici e corse dal re e glirammentò la sua promessa. Fu per questo fissato un giorno a Weiseforte vi fu invitato tutto il paeseintendo i baroni del regno; questi siprepararono tutti e furono pronti a corte per il giorno stabilito.

Anche le dame furono informate e mai si vide in donne maggior dolore epassione di quanto ne ebbero tutte. La dolce fanciullala bellaIsottaaveva la morte nel cuore; mai aveva veduto più triste giorno. Sua madre Isotta così le parlò:

    "Mia bella figliolalascia andarenon ti affliggere cosìperché in qualunque modosia con la veritàsia con la menzogna sapremo ben trovare rimedio e Dio stesso cidifenderà. Non piangerefiglia miai tuoi limpidi occhi non devonoarrossarsi per così misera causa".

    "Ahmadonnae madre mia - disse la bella - non vogliate avvilire lavostra nascita e la mia. Piuttosto che obbedire mi pianto un coltellodritto nel cuore: prima che egli faccia di me la sua volontà mi tolgoio stessa la vita. Egli non avrà mai in Isotta donna o dama; non miavrà che morta".

    "Nomia bella figliolanon temere; checché egli o altri possanodiresarà tutto inutilee se anche il mondo intero lo avessegiuratoegli non sarà mai tuo marito".

Al cadere della notte la saggia dama consultò la sua segreta scienzain cui era ben espertaintorno a questa pena di sua figlia e vide insogno che non era vero quello che si veniva raccontando in giro.

E appena si fece giorno chiamò Isotta e le disse:

    "Sei svegliamiadolce figliola?".

    "Sìmadre mialo sono".

    "Cessa dunque diangustiarti; ti devo dare una buona novella: non egli ha ucciso ildrago. Qualunque sia l'avventura che qui lo ha condottoè stato unostraniero a ucciderlo. Alzati dunquedobbiamo andare in fretta asincerarcene noi stesse. Brangaenelevati in silenzio e di' da partenostra a Paraneis che prepari in fretta le nostre cavalcature:dobbiamo andare fuori noi quattroiomia figlia Isottatu e lui:conduca i cavalli al più presto possibile davanti alla porta segretalà dove il verziere si apre sulla campagna".

Allorché tutto fu prontola comitiva montò in sella e si diresse làdove aveva udito che il drago giaceva morto. Quando trovarono ilcavallo si misero a osservarne la bardatura e pensarono che mai inIrlanda se ne era veduta di quel genere e ne conclusero che chiunquefosse il cavaliere che quel cavallo aveva portatoera quello stessoche aveva ucciso il drago. Continuando ad avanzare trovarono ilserpente.

Questo figlio del diavolo era così grosso e mostruoso che alla suavista la chiara comitiva femminile divenne del pallore della mortemala regina disse alla figlia:

    "Ora sono sicura che il siniscalco non èmai stato capace di vincerlo! Possiamo abbandonare ogni timore e inveritàIsottafiglia miaio ho idea che l'uomo vivo o morto debbaessere nascosto in qualche luogo qui vicino: me lo dice il mio animoprofetico. Sudunquese sei d'accordo mettiamoci alla ricerca evediamo se Dio ci concede di trovarlo in qualche luogo e con questo divincere la vana angoscia che ci opprime come la morte".

Siconsultarono subito e tutti e quattro si misero in cammino cavalcandoseparatamente e cercando l'uno di qua l'altro di là.

Ora accadde come doveva succederecome era giustoche la giovaneregina Isotta fosse la prima a scorgere colui che doveva essere la suavita e la sua mortela sua gioia e il suo dolore. Dall'elmo di luiveniva un chiarore che ne annunciava la presenza.

Appena ebbe scorto l'elmo ella si volse indietro e chiamò la madre:

    "Madonnaaffrettateviavvicinateviio vedo luccicare qualche cosa enon so che cosa sia. Sembrerebbe un elmomi pare di aver visto bene".

    "In verità - disse la madre -anche a me pare così. Dio ci vuoleproteggere; io credo che abbiamo già trovato colui che cerchiamo".

Così esse chiamarono gli altri due compagni e tutt'e quattrocavalcarono a quella volta.

Quando si avvicinarono e lo videro giacere làcredettero tutti chefosse morto.

    "E' morto - esclamò ciascuna delle due Isotte tutta lanostra speranza è svanitail siniscalco lo ha vilmente assassinato elo ha portato in questa palude".

Tutti e quattro scesero da cavallo elo ebbero presto tratto a terragli tolsero l'elmoe sciolsero lacuffia.

La saggia Isotta lo guardò e vide che sì vivevama che la sua vitapendeva da un capello:

    "In verità - disse -egli vive. Oratoglietegli l'armatura e se avrò la fortuna che egli non muoia tuttosi può accomodare".

La chiara compagnia delle tre belle donne cominciò a disarmare con lebianchissime mani lo straniero e allora esse trovarono la lingua:

    "Aspettaguarda- disse la regina -che cosa è mai questo? Brangaenecara nipoteparla".

    "E' una lingua mi sembra."

    "Dici ilveroBrangaene? Anche a me sembra e io prego che sia quella deldrago: la nostra fortuna vegliafiglia del mio cuoreo bella Isottaio sono sicura come della morte che siamo sulla giusta via. E questalingua gli ha tolto la forza e i sensi".

Lo disarmarono allora epoiché non trovarono su di lui lesioni o ferite ne ebbero grandegioia. Presero allora del theriacum e la saggia regina glielointrodusse in bocca così che egli cominciò a sudare.

    "Guarirà - disse-; il veleno che ha assorbito dalla lingua sta già uscendo; ora potràvedere e parlare.

Così accadde infatti: egli non rimase a lungo a giacerema incominciòad aprire gli occhi e a guardarsi intorno.

Quando ebbe scorto intorno a sé la dilettosa schieradisse nell'animosuo:

    "AhSignorenon mi hai dimenticatoDio buono! tre lucile piùbelle che il mondo abbiami assistonoessebeatitudine e confortodi molti cuori e gioia degli occhi per gli uomini: Isotta il chiarosole e anche Isotta sua madrela gaudiosa aurora e la fieraBrangaenecome raggio di luna piena".

Così si riebbe e chiese condebole voce:

    "Ahchi siete e dove sono?".

    "Oh! cavalierepuoiparlare? parla dunque e noi ti soccorreremo nella tua necessità"disse la saggia Isotta.

    "Così siadolce madonnabenedetta signora; io non so come il miocorpo e tutte le mie forze siano in breve volgere di tempo indebolitie fiaccati".

La giovane Isotta lo guardò:

    "Questo è Tantrisilmenestrello - disse -tale come io lo ho veduto".

Ognuna delle altredisse pure:

    "Anche a me pare in verità che sia così".

La saggia reginariprese:

    "Sei tu Tantris?".

    "Sìmadonna."

    "Dimmi - continuò ella -da dove sei venuto e come? eche cosa cerchi qui?".

    "O tu fra le donne la più benedettaio nonsono ancora abbastanza in forze da potervi raccontare la mia storianei particolari. Per amor di Dio fatemi condurre o portare in un luogodove qualcuno si prenda cura di me per oggi e per questa notteequando sarò rinvigorito è giusto e doveroso che io faccia e dica ciòche vi piace e vi aggrada".

Fra loro quattro sollevarono Tristano e lo posero su di un cavallo elo condussero viariportandolo attraverso la porticina segretacosìsilenziosamente che nessuno si accorse della loro andata né del lororitorno; gli prodigarono poi cure e aiuto. Della lingua di cui abbiamodetto sopradelle sue armi e di tutta la sua attrezzatura non rimaselà né un filo né un anello; tutto fu portato al castellotantol'armatura quanto il cavaliere.

Il giorno seguente la saggia regina lo prese in disparte:

    "OrsùTantrisper il favore che ti ho dimostrato adesso e in passato quandoper ben due volte ti risanai e ti fui benevola e soccorrevole quandodovesti andare da tua mogliedimmi quando sei venuto in Irlanda ecome hai ucciso il serpente?".

    "Madonnaora ve lo dirò: io sono giunto a questo porto solo da pocotemposono oggi tre giorniin un battello con altri mercanti;alloranon so per quale destino vennero dei pirati chese non avessirimediato con i miei averici avrebbero toltooltre i benianche lavita. Ci accadde perciò di doverci trattenere ed essere ospiti in varipaesi stranierinon sapendo di chi fidarciperché ci viene fattaspesso violenza. Sapevo quindi che avrei fatto bene a farmi notare nelpaese con qualche impresa; poiché essere noto in paese stranieroavvantaggia il mercante. Vedetemadonnaera questo che io pensavopoiché da lungo tempo sapevo la storia del serpente e solo per questaragione lo ho ucciso. Spero che così troverò più facilmente pace egrazia presso la gente di questo luogo".

    "Pace e grazia - disse Isotta -ti accompagneranno fino alla mortecon quell'onore che mai ti verrà meno. Sei qui giunto in buon'ora tuae nostra. Ora pensa quello che il tuo cuore desidera e questo saràfatto e te lo otterrò dal re mio signore e da me stessa".

    "Graziemadonnaallora io affido la mia barca e me medesimointeramente alla vostra protezione. Procurate che non mi debba maipentire di avervi dato in custodia beni e vita".

    "NoTantrisinverità ciò non sarà mai; non avere più pensiero per la tua vita e peri tuoi averi; il mio onore e la mia fedeprendile qui in mano tuache mai in Irlanda ti accadrà alcun male. Ora non mi rifiutare unapreghiera e dammi consiglio e assistenza in una questione da cuidipendono il mio onore e tutta la mia felicità".

E gli narrò come ilsiniscalco si vantasse di questa impresa e come sùbito egli facessevalere il suo diritto su Isotta e come pronto fosse a difendere lafalsità e la menzogna in campo apertose si trovasse qualcuno che visi azzardasse:

    "Madonna - rispose Tristano - non vi prendete pensiero alcuno perquesto: mi avete ben due voltecon l'aiuto di Dioreso vita e salutee giustamente debbono ambedue essere al vostro servizio per questatenzone e in ogni altra necessità finché mi dura la salute".

    "Dio te lo rimeriticaro Tantris; di te sono sicura e voglio ancheconfidarti che se questo malanno dovesse veramente aver luogosaremmotutte e due morteIsotta e ioanche se il corpo fosse ancoravivente.".

    "Nomadonnanon dite così: poiché sono sotto la vostra guarentigia ela mia persona e tutto quello che posseggo resta ancora affidato alvostro onoredevo io pure darvi sicuro affidamento; quindimadonnastate tranquilla. Aiutatemi soltanto a guarire e rimetterò io tutto aposto. E ditemimadonnasapete se la lingua che fu trovata su di mesia rimasta colà? o dove l'abbiano messa?".

    "In veritàio la ho quicon tutto il resto che ti appartiene; io e la mia bella figliolaIsottaabbiamo portato via tutto".

    "Buon per noi - replicò Tristano -; oranobile reginalasciate ognipreoccupazione e aiutatemi a riprendere le forze e tutto sarà prestorisolto".

Le due regine lo presero in curaambedue insieme e separatamente. Laloro maggior preoccupazione era di conoscere quello che meglio potesseservire alla guarigione di lui e al suo benessere.

Intanto sul battello i suoi compagni erano in grande angustia perchétemevano di essere perduti edopo due giorni non avendo avute notiziedi luinessuno di essi credeva ancora di potersi salvare. Avevanoanche udito l'urlo del drago ed era pure molto diffusa la voce che uncavaliere fosse rimasto ucciso e che metà del cavallo giacesse ancorasul luogo. Essi pensarono subito:

    "Chi potrebbe essere se non Tristano?"poiché non dubitavano che sela morte non lo avesse coltoegli sarebbe già ritornato.

Così si consultarono fra loro e mandarono Kurvenal a riconoscere ildestriero; egli andòlo vide e lo riconobbe per quello di Tristano eavanzandotrovò anche il drago; ma non rinvenendo null'altro di suoné vesti né armaturavenne in grande dubbio.

    "Ah - pensava - ser Tristanosei vivo o morto? ahimèahimè! Isottala tua fama e le tue lodi non fossero mai giunte in Cornovaglia! poiché la tua bellezza e la tua virtù hanno condotto a perdizione e arovina una delle più nobili nature che mai siano state insignitedell'onore della spada; tu troppo gli sei piaciuta!".

Così egli ritornò alla loro nave piangendo e lamentandosi e raccontòquello che aveva veduto. La notizia addolorò moltima pure non tutti;la stessa triste novella non fu triste per ognuno: più di uno lasopportò assai bene; ma in molti altried erano i più numerosi dellacompagniasi vedeva che cagionava loro grande rammarico. Cosìl'affetto e l'animo loro erano divisi fra bene e male. E in questodissidio parlavano e mormoravano fra loro discordi. I venti baroni nonerano sinceramente dolenti di questo dubbio che era stato loromanifestato; speravano di ritornarsene indietro e pregavano che non siindugiasse più a lungo; e tutti (intendo i venti baroni) volevano farvela la notte stessa. Altri però consigliavano diversamenteche sirimanesse cioèaspettando di sapere meglio quello che fosse avvenuto. C'era dunque discordia fra lorogli uni volevano partiregli altrirestarefinalmente fu deciso di restare ancora almeno due giorniinformandosi e domandando notiziepoiché la sua morte non era certa epalese. I baroni di ciò si lagnarono.

Intanto a Weisefort era giunto il giorno da Gurmun fissato perl'incontro della fanciulla sua figlia e il siniscalco. I viciniifidi e i parenti che Gurmun aveva convocato a consiglio erano tuttipresenti. Egli li prese a parte uno per uno e li interrogòstringentemente come uno cui ne vada del proprio onore e a cuinull'altro prema. Mandò anche a invitare al consiglio la sua dilettasposala regina. Ben poteva ella essergli cara poiché in lei trovavariunite due qualità benedettele migliori che si possano trovarenella donna amatabellezza e saggezza; essa le possedeva in talemisura che poteva davvero essergli cara. La bella e saggia regina eradunque presente. Il re suo sposo la prese in disparte dall'assemblea:

    "Che cosa mi consigli tu? dimmelo! - le chiese - per me questaquestione è dura come la morte".

    "State di buon animo - replicò laregina Isotta sapremo ben liberarcene; io ho scoperto tutto".

    "Come? donna del mio cuoredillo anche a mein modo che io possarallegrarmene con te".

    "Vedeteper quanto il nostro siniscalco lo afferminon è lui che haucciso il drago e io so bene chi è stato e lo proverò quando sarànecessario. Lasciate dunque ogni timoreritornate alla vostraassemblea e annunziate che quando avrete constatato la sincerità delsiniscalco manterrete il giuramento che avete fatto al paese. Comandate che tutti vengano con voi e sedete a giudizio. Non temete dinulla: lasciate che il siniscalco parli e dica quello che vuole;quando sarà il momento verremo io e Isotta e quando me lo comandereteparlerò io per leiper voi e per me. Rimaniamo d'accordo così. Oravado da mia figlia e presto ritorneremo ambedue".

Essa si recò dallafigliola e il re ritornò nel palazzosedette a giudizio e con luimolti baronigiudici nel paese. Vi era grande raduno di cavalleriavenuta non solo e non tanto per fare onore al rema anche perchétutti volevano vedere che cosa sarebbe risultato da questa storia dicui tutto il paese parlava.

Quando le due gentili Isotte entrarono nel palazzo salutarono isignori ognuno separatamente e ne ricevettero il saluto. Fra questi cifu un gran parlare e molti discorsi sulla bellezza di ambedue leregine e ancor più si diceva della fortuna del siniscalco.

    "Ecco -pensavano e dicevano - osservate come a questo sciagurato che non hamai meritato benedebba essere data questa meravigliosa fanciulla;egli così otterrà la maggiore felicità che chiunque possa trovare inuna donna".

Esse giunsero così fino al re. Questi si levò e andò loro incontro ecortesemente le fece sedere accanto a sé.

    "Ora - disse egli - siniscalcoparla: chiediche cosa vuoi?".

    "Molto volentierio re - disse egli; - io esigo e chiedo che nonviolate in me la parola di re data al paese. Se volete confermarlavoi diceste e giurastecon parola e con giuramentoche qualora uncavaliere avesse ucciso di propria mano il dragogli avreste dato perricompensa vostra figlia Isotta. Questo voto fu la rovina di molti; maio non vi posi mente perché amavo la fanciulla e rischiai la vita piùpericolosamente di quanto mai uomo abbia fattosinché alla fine miriuscì di uccidere il mostro. Questo vi basti: ecco qui la testa;guardatela; l'ho portata per testimonianza; ora sciogliete il vostroimpegno: parola di re e giuramento di re devono essere veritieri emantenuti".

    "Siniscalco - disse la regina - colui che pretende una così riccaricompensa come mia figlia Isottasenza averla veramente meritatahain verità troppo ardire".

    "Ah - disse allora il siniscalco - madonnavoi fate male a parlarecosìil re mio signoreche deve deciderepuò ben parlare eglistesso. Parli dunque egli e mi risponda".

Il re disse:

    "Madonnaparlate voi per conto vostroper Isotta e per me".

    "Grazie a voisire; così farò".

La regina riprese:

    "Siniscalcoil tuo amore è puro e giusto e tu possiedi anche virilecoraggio: sei dunque ben degno di una buona sposa. Chi però chiede unacosì alta ricompensa quando non l'abbia meritatacommette in veritàun delitto. Tu ti sei attribuito un'impresa e un atto di valorecomemi è stato dettoin cui non hai avuto parte".

    "Madonnanon so comeparlate; ho pur portato qui la prova".

    "Tu hai portato qui una testaquesto lo potrebbe facilmente fare chiunque volesse ottenere Isotta. Essa però non sarà guadagnata con così poca fatica."

    "Noinvero dissela giovane Isotta - io non voglio essere acquistata così a buonmercato".

    "Ahimèmia giovane signora - replicò allora il siniscalco ahimèchenei miei riguardi possiate parlare così sprezzantemente della faticache ho tante volte sofferta per amor vostro e portata a buon fine".

    "Se anche voi mi amate - disse Isotta - io non ho mai avuto per voi néamore né amicizianéin veritàmai ne avrò".

    "Già - replicò l'altro - lo so benevoi fate proprio come tutte ledonne: siete tutte uguali di modi e di animo; a voi il male sembrasempre beneil bene sempre male; questa tendenza è molto forte in voitutte; sbagliate in ogni senso: gli sciocchi sono tutti saggi per voie i saggi sciocchii dritti li fate storti e gli storti a loro voltadritti; avete preso il vostro filo alla rovesciaamate chi vi odia eodiate colui che vi ama. Come avviene che siete così fatta checomesi vedetanto vi piace la contraddizione delle cose? Ciò che vi vuolenon lo volete e volete invece quello che non vuole voi. Voi siete ilgioco più pazzesco che mai si sia veduto su di uno scacchiere. E' beninsensato colui che mette a repentaglio la propria vita per una donna! eppurenonostante tutto quello che voi dite e che madonna affermaavrò ben altro responso: altrimenti vorrà dire che il giuramento saràstato infranto".

La regina riprese:

    "Siniscalcola tua mente è salda e acuta; chiunqueabbia senno perspicace si accorge che la tua saggezza sembra si siamaturata nella "kemenate" (2) e ti venga dai conversari con donne. Tisei dimostrato un vero cavaliere di dame.

Conosci troppo bene il costume femminile e ne sei troppo esperto e ciòti ha fatto perdere il tuo virile carattere. Anche tu ami troppo lacontradizione delle coseanzi mi pare che in questa ti trovi a tuoagio. Hai preso per tua norma lo stesso sistema femminile: ami chi tiodiavuoi chi non ti vuole; questo è il gioco di noi donne: come telo permetti anche tu? Dio ti aiutitu sei un uomolasciaci dunque ilnostro uso donnesco; questo non ti giova; tienti il tuo senno da uomoe ama chi ti ama e brama chi ti vuolecosì avrai fortuna nel gioco. Tu affermi e insisti che vuoi Isotta ed essa non ti vuole: questo è ilsuo temperamento: chi può farci nulla? Essa ha già tralasciato moltecose che avrebbe potuto avere; ha in avversione quelli che purl'avrebbero molto carafra i quali tu sei ora il primo. Questatendenza l'ha ereditata da me: io stessa non ho mai avuto per tesimpatia alcuna e cosìlo soè di Isottalo ha preso da me. Tusprechi per lei molto amore: la bellala pura fanciulla sarebbedavvero un bene troppo comune se dovesse subito volere colui che lavuole. Siniscalcocome tu hai dettoil mio Signore deve mantenere ilsuo giuramento: vedi tu che nel tuo dire e nel tuo racconto nullamanchi o venga tralasciato. Pérora la tua causa. Io sento dire che ildrago è stato ucciso da altri che da te: vedi che cosa puoi dircenetu".

    "Chi sarebbe costui?".

    "Io ben lo conosco e lo posso produrre quando occorra".

    "Madonnanon c'è uomo che tanto osi e che voglia con la menzognatogliermi l'onoree che non mi dia il modo e il diritto diarrischiare la mia vita e la mia personasecondo il giudizio dellaCortein singolar tenzone prima che io mi allontani di un passo".

    "Di questo ti do lode - disse la regina - e sarò io stessa garante cheti accorderà la tua domanda e ti condurrò qui per il duellofra tregiorni da oggi (poiché non mi è possibile farlo in questo momento)colui che uccise il drago".

    "Basta così"- disse il re e anche tutti i cavalieri dichiararono:

    "Siniscalcova bene così; questo è un breve indugiova'accettal'impegno e lo stesso faccia madonna la regina".

Il re prese allora daambedue promessa e sicura garanzia che questa finale tenzone sarebbestata tenuta al terzo giorno. E così terminò la questione.

Ambedue le regine si ritirarono e presero in diligentissima cura illoro menestrello. Il loro pensiero era sempre rivolto con dolcepreoccupazione a tutto ciò che potesse giovargli. Ora egli era benguaritoagile di corpo e ben colorito in volto. Isotta stava soventea guardarlo e ne osservava con grande attenzione l'aspetto e i modi;considerava di nascosto le sue mani e il suo voltoguardava lebraccia e le gambe che rivelavano ciò che egli così segretamentecelava. Essa lo considerava da capo a piede e tutto quello che a unafanciulla è lecito guardare in un uomotutto le piaceva e tuttolodava in cuor suo.

Ora la bellala buona fanciullavedendo e considerando la nobileprestanza e le signorili maniere di luidisse segretamente in cuorsuo:

    "Signore Iddio onnipotentese ci può essere qualche difetto inciò che creastiallora invero lo sbaglio è proprio qui in questonobilissimo uomonel quale hai profuso tanta bellezza di corpo e cheè costretto a errare di paese in paese cercando il suo sostentamento:sarebbe giusto che un regno o un paese gli obbedissero; così dovrebbeessere! Il mondo è ben strano. Tanti regni sono governati da manideboli e invece nessuno di questi è toccato a lui. Una così regalefiguraricca di tante virtùdovrebbe possedere beni e onori; grandetorto gli è stato fatto. Signore Iddiogli hai dato una vita troppoin disaccordo con la sua persona".

Così spesso diceva la fanciulla. Intanto anche sua madre aveva parlatoal re del mercante e narrato tutto fino dal principiocome già aveteuditoe aveva detto come egli fosse venuto e non chiedesse se non piùampia protezione qualora dovesse ritornare in questo regno. Tutto ciòella aveva narrato in segreto al re con ogni particolare.

Intanto la fanciulla aveva ordinato al suo scudiero Paranise diripulire e lustrare bene l'armatura e le armi di Tristano e diprendere diligente cura di tutta la sua roba; così fu fatto: tutto erabello e pronto e disposto in bell'ordineun pezzo sull'altro. QuindiIsotta venne in segreto e osservò tutto particolarmente; ma sfortunavolle che essa vi trovassecome l'altra volta era accadutonuovotormento per il cuore. Il suo cuore era intento e il suo occhiorivolto all'armatura che le giaceva davanti; ora non so come accaddeche ella prese in mano la spadacosì come per gioco sogliono soventefare fanciulli e fanciulle ecome Dio saanche più di un uomoadulto; la sguainò e la guardò osservandola da tutte le parti e scorseanche la falla; considerò a lungo la malaugurata scheggiatura e pensòfra sé:

    "Dio mi aiuti! io credo di avere il frammento che qui siadattaanzi voglio andare a prenderlo".

Lo trovò dunque e ve lointromise; ora la falla e il pezzo mancante combinavano perfettamentecome se fossero una cosa solaquali infatti erano stati due anniprima.

Le si gelò il cuore per l'antica pena. Dall'ira e dal dolore il suovolto passava da un pallore di morte al rossore del fuoco:

    "Ahimè - diceva - sventurata Isotta! guai a me e anche a voi o armi! Chi ha portato qui dalla Cornovaglia quest'arma sciagurata? Con essavenne ucciso mio zio e colui che lo uccise si chiamava Tristano; chil'ha donata a questo menestrello il cui nome è Tantris?".

Essacominciò allora tra sé a mettere a raffronto i due nomi e apronunciarli a voce alta:

    "OhSignoredisse di nuovo -questi duenomi mi tormentano; non posso capire come siama suonano molto similifra loro. Tantris pronunziò - e Tristan! qui c'è davvero un mistero".

Ora quando cominciò a ripetere e a ridire i due nomile avvenne dipor mente alle lettere di cui ambedue erano formati e trovò che eranole medesime nell'uno e nell'altro. Prese allora a dividerle in sillabee le spostò avanti e indietro: rintracciò così il nome vero. In unsenso leggeva Tristannell'altro leggeva Tantris; così fu sicura delnome.

    "Già - disse la bellaallorase così stanno le coseil miocuore mi aveva ben predetto questo inganno e questa falsità. Come sinda quando in lui scorsi la persona e le maniere e osservai nel miocuore tutto il suo comportamentocompresi che egli doveva essere dinobili natali! Chise non luiavrebbe osato questodi venire dallaCornovaglia fin quipresso il suo mortale nemico? E noi per due voltelo abbiamo salvato. Salvato? Ora egli è tutt'altro che salvo. Questaspada segnerà la sua fine. Ora affrèttatiIsottavendica il tuodolore! Allorché egli giacerà trafitto da questa spada con la qualeuccise mio zioallora vendetta sarà stata fatta".

Ella afferrò la spada e si recò da Tristano che stava nel bagno:

    "Dimmi - domandò - sei tu Tristano?".

    "Madonnaio sono Tantris."

    "Tusei ambedueTristano e Tantrisne sono sicura; tutti e due sonol'unico medesimo tristo uomo. Quello che mi ha fatto Tristano me lopagherà Tantris; tu sconterai per mio zio".

    "Nomia dolce signorano! per amor di Dioche cosa fate? pensate alvostro buon nome. Voi siete donna e fanciulla: quando si saprà che miavete uccisola bellissima Isotta sarà per sempre morta all'onore. Ilsole che splende sull'Irlanda e che ha rallegrato tanti cuoriahimèsarà allora spento! Ahimècome male si addice la spada a quellebianche mani!".

In quel momento entrò nella torre la madre di leila regina.

    "Come! - esclamò - come! che cosa significa questo? Figliache cosafai? E' questo il buon costume per una dama? Hai perduto il senno oagisci per collera o per scherzo? Che cosa significa quella spada inmano tua?".

    "Ah! madre mia; ricorda il nostro doloretuo e mio:questi è Tristano che uccise tuo fratello. Ora abbiamo il modo divendicarci e di trafiggerlo con questa spada; non troveremo maimomento più propizio".

    "Questi è Tristano? come lo sai?"

    "Lo so sicuroè Tristano: questa èla sua spada; guardala e guarda la scheggia e vedi se non è lui. Io hointrodotto la scheggia in questa malaugurata intaccatura eahimèmiavvidi che vi si adattava come a formare un solo pezzo."

    "Ahi! - disseallora la madre - che cosa mi ricordiIsotta! Non fossi mai vissuta! E se questi è Tristanocome mi sono ingannata su di lui!".

Isotta aveva levata la spada e si avanzava verso di lui; ma sua madresi rivolse a lei:

    "LasciaIsottalascia andare! non sai che cosa hogiurato?"

    "Non me ne importadeve morire!".

    "Merzîbele Isôt!" - disse Tristano.

    "Comeo perfido uomo esclamòIsotta - ancora chiedi merzî? Merzî non è per te: devi dire addio allavita".

    "Nofigliola - disse allora la madre le cose non stannopurtroppoin tal modo che noi possiamo vendicarci senza rompere lanostra fede e mancare al nostro onore: non avere troppa fretta: egli èsotto la mia protezione per la persona e per gli averi. Comunque ciòsia avvenuto io l'ho preso interamente nella mia custodia".

    "Graziamadonna - disse Tristano - pensatemadonnache io mi sonoaffidato al vostro onore e che voi su questo mi riceveste".

    "Tu menti- disse la giovane - so ben io come fu il discorso; essa non promisemai pace e protezione per la vita e per gli averi a Tristano".

Con ciò gli si fece nuovamente contromentre Tristano esclamava dinuovo:

    "Ahbêle Isôtmerzîmerzî!".

Ma sempre si interponeva lamadrela pia regina: egli poteva stare senza preoccupazioni. Anche sefosse stato là legato nel bagno e sola Isotta presentesi sarebbeugualmente salvato: la dolcela buona fanciulla che mai aveva accoltonel suo animo di donna asprezza o amarezza di cuorecome avrebbepotuto uccidere un uomoanche se per il dolore e per l'ira potevasembrarvi disposta? E lo avrebbe anche fattoin quel momentose neavesse avuto il cuore: questo però si rifiutava a una tale crudeltà.

Pureper buono che fosse il suo cuoreessa non poteva impedirsi disentire sdegno e tristezza guardando colui il quale le aveva cagionatotanto male. Udiva il suo nemico e lo vedeva eppure non lo potevauccidere: la sua dolce femminilità le si imponeva e la ritraevaindietro. In lei lottavano due sentimenti opposti: collera efemminilità che male stanno insieme quando si vogliono dare la mano. Quando in Isotta l'ira avrebbe voluto uccidere il nemicosopraggiungeva la mite femminilità e "no - diceva dolcemente- nonfarlo!".

Così il suo cuore era diviso in due ed era insieme buono ecattivo. La bella abbassava la spada e subito la levava di nuovo; nonsapeva nell'animo suo da quale parte volgersi fra il bene e il male:voleva e non volevadesiderava farlo e tralasciarlo. Così continuònell'alternativa finché la dolce femminilità vinse l'ira; quindi ilnemico mortale fu salvo e Morolt rimase invendicato.

Allora essa gettò via la spada e piangendo disse:

    "Ahi me miseranonavessi mai veduto questo giorno".

La saggia sua madre così le parlò:

    "Figlia del mio cuorele tue pene sono purtroppo anche le mie equeste sono maggiori e più dolorose delle tuele qualiper grazia diDionon ti colpiscono tanto profondamente come me. Purtroppomiofratello è morto: questa era finora la mia pena maggiore; ora per temia cara figliolane temo inoltre una ancor peggiore che mi va ancorpiù profondamente al cuore. Nessuno al mondo mi è più caro di te:piuttosto che ti debba accadere qualche cosa di malerinunziovolentieri a questa vendetta e sopporto meglio e più facilmente unsolo dolore anziché due. Ora piuttosto pensiamo a quello sciaguratoche ci ha sfidato: se non ci guardiamo da lui col massimo impegnoilre tuo padreio e tu saremo per sempre disonorati e per sempreinfelici".

Tristanonel bagnodisse allora:

    "Nobili dameio vi ho cagionatoèverogrande afflizionema è stato per estrema necessità. Se peròvorrete riflettervicome pur dovete faresaprete bene che questaestremità non era altro che la morteche nessuno soffre volentieri sepuò salvarsene. Comunque ciò sia statoè ora di rivolgere il vostropensiero al siniscalco; per quanto lo riguardagli procurerò io unabuona fines'intende se mi lasciate la vita e se la morte non me loimpedisce. Madonnae anche voi Isottaso bene che voi siete semprepiene di bontà e di discernimento: se osassi contare su di una treguacon voi e se voleste rinunciare a ostilità contro di me e all'odio cheper tanto tempo avete nutrito contro Tristanovi potrò dare una buonanovella".

Isottamadre di Isottalo contemplò a lungo e divenne rossai suoichiari occhi si riempirono di lacrime:

    "Ahimè - disse ellaora sentobene e so per certo che siete voi; fino a questo momento ne dubitavo. Oranon richiestomi avete detto la verità. AhimèahimèserTristanoche io abbia acquistato potere su di voi come adesso lopossiedo e che non lo possa usare come mi sarebbe facile e giusto! Ilpotere però è così molteplice e io credo che mi sia lecito usarloverso il mio nemico ledendo il dirittotrattandosi di un uomomalvagio. DimmiSignore Iddiolo farò io? In verità credo di sì".

In quella sopraggiunse Brangaenesaggiaaltera e sorridentebella ecorteseentrando con passo leggero. Vista in terra la spada e le duedame turbate:

    "Come - disse - che cosa fate qui voi tre? che sistemisono questi? Perché sono umidi e offuscati gli occhi delle miesignore? E che cosa fa qui in terra questa spada?".

    "Brangaenemia diletta nipotevedi come siamo stati tutti ingannati:abbiamo ciecamente allevato il serpente invece dell'usignolo e messodinanzi al corvo i granelli che dovevano essere per la colomba. Signore Iddionoi abbiamo con le nostre mani nutrito il nemico comese fosse amico e due volte strappato alla morte il nostro mortalenemico Tristano. Guarda colui che sta là: è Tristano. Ora io sono indubbio su quello che debbo farese vendicarmi o no. Dimmi tunipotemiache cosa mi consigli?".

    "Nomadonnalasciate questo discorso; avete troppo senno e troppabontà perché possiate trovare il coraggio per una simile mala azione eper comportarvi così insensatamente e perché possiate pensare di darela morte a un uomo e per di più a uno cui avete promesso tregua eprotezione; spero in Dio che non abbiate mai avuto in animo di farlo. Dovete anche riflettere quale contratto avete concluso con luie comeil vostro onore ne dipenda. Vorreste rinunciarvi per la vita di unqualsiasi nemico?".

    "Che cosa vuoi dunque che io faccia?".

    "Madonnavedete voi stessa; lasciatelo andare per ora; intantopotrete prendere consiglio su quanto sarà più conveniente fare".

Si recarono quindi tutte e tre nelle loro stanze per consultarsi.

Isotta la saggia regina disse:

    "Eccoparlate: che cosa può avervoluto dire quest'uomo? Egli ha affermato davanti a noi due chesevolevamo recedere da questo nostro rancore che per tanto tempo abbiamonutritoci avrebbe dato una buona novella. Quale può mai essere? melo domando".

Brangaene disse:

    "Io consiglio che nessuno gli faccia alcun malefinché non scopriamo le sue intenzioni. L'animo suo è forse buono evolto all'onore di ambedue voi. Bisogna voltare il mantello secondo ilvento. Chissà che non sia venuto in Irlanda per il vostro bene? Tenetelo dunque qui per questo tempo e ringraziate Iddio sempre cheper mezzo suosi sia chiarito questo inganno e la falsità delsiniscalco. Dio ci ha protette nella nostra ricerca perché se alloranon lo avessimo subito trovatoforse sa Iddio che sarebbe già morto;e alloralo sa Cristo o mia giovane signora Isottastaremmo ancorapeggio. Non dimostrategli alcuna ostilitàpoiché se si accorge diqualche cosa e trova il modo di fuggire ha ragione di farlo. Perciòpensateci ambeduemostratevi cortesi come è uso e dovere. Questo èquanto vi consiglio. Datemi ascolto. Tristano è nobile quanto voi ed ècortese e saggio e perfetto in tutto. Comunque vi sentiate disposteverso di lui in cuor vostrousategli cortesia: in verità qualunquecosa abbia in mente è venuto qui per seri motivi; il suo modo di agiree i suoi sforzi sono rivolti al bene".

Così allora si levarono e si recarono dove Tristano stava ritiratoseduto sul suo letto. Egli non venne meno a se stesso: si levò subitoin piediandò loro incontro e si prostrò davanti a loro e giacque aipiedi delle belle donne cortesi in atto supplichevolementre diceva:

    "Graziao voi dolci Signoreconcedetemi grazia affinché io possacompiereper vostro onore e per vostro benequello per cui sonovenuto in questo regno".

L'inclita compagniale tre chiare donnedistolsero lo sguardo da lui e si guardarono tra loro. Esse erano inpiedi ed egli ancora stava prostrato.

    "Madonna - disse Brangaene - ètroppo tempo che il cavaliere giace così".

La regina replicò:

    "Checosa vuoi che gli faccia? Il mio cuore non è disposto a divenirgliamico; non so che cosa fare che sia giusto".

Brangaene rispose:

    "Miadiletta Signoravoi e la mia giovane signora Isotta: so bene ed ècosa certa come la morte cheper l'antica vostra afflizionedifficilmente lo potete amare; ma ambedue voi fatelo sicuro della vitae allora probabilmente per suo proprio vantaggio vi dirà qualchecosa".

    "Così sia fatto"dissero le dame e con questo gli ordinaronodi alzarsi.

Dopo questa promessa tutti e quattro sedettero e Tristano cominciò ilsuo discorso:

    "VedeteMadonna reginase voi volete ora essermiamicaavverrà ancora entro questi due giorni (e invero senza ingannoné astuzia) che la vostra figliola diletta sposerà un nobile rea leibene adatto come sposo perché è bello e generoso con la spada e con loscudoun cavaliere nobile ed elettonato di stirpe reale e oltre atutto questo anche molto più ricco del padre di lei".

    "In verità - disse la regina -se siete sicuro di quello che diteioacconsentirei e farei quello che mi si chiede".

    "Madonna - riprese Tristano - vi voglio subito rassicurare. Se non velo provo ora finché dura questa treguache io sia escluso da questapace e mai più salvo".

La saggia regina disse:

    "Brangaeneparlache cosa consigli? che cosa te ne pare?".

    "Il suo discorso mi sembra giusto e vi consiglio di fare come eglidice. Lasciate ogni dubbiolevatevi ambedue e dategli il bacio. Esebbene io non sia reginapure voglio io pure prendere parte allatreguapoiché Morolt era mio parentesebbene io sia povera".

Alloratutte e tre lo baciaronoma Isotta la giovane lo fece con grandecontrarietà.

Conclusa questa riconciliazioneTristano disse alle dame:

    "Or sa ilbuon Dioche mai fui felice nell'animo come lo sono adesso; dovevofinora sempre guardarmi da tutti i mali che aspettavo e che mipotevano accadereper potermene difendere. Oralo so benenon sperodi essere nella vostra grazia; ma lasciate ogni timore: io sono venutodalla Cornovaglia in Irlanda per vostro onore e per vostro bene. Findal mio primo viaggioquando qui fui risanatoho sempre parlato invostro onore e in vostra lode a Marco mio signore finché con i mieidiscorsi inclinai così fortemente l'animo suo verso di voi che egli sifece arditosebbene fosse esitantee vi dico perché: egli temeval'inimicizia vostra e inoltre non voleva prendere donna per amor mioaffinché io fossi suo erede dopo la sua morte. Ma da questo io seppidistoglierlofinché cominciò a darmi ascolto. Così ci accordammo noidue per questo viaggio: perciò io venni in Irlanda e perciò uccisi ilserpente; voi mi avete prestato le vostre cure con felice risultato. Così la mia giovane signora sarà regina e signora di Cornovaglia ed'Inghilterra. Adesso lo scopo del mio viaggio vi è noto. Peròmienobili damepiene di grazia tutte e tretenete ancora tuttosegreto".

    "Dimmi ora - chiese la regina - farei male se lo dicessi almio signore e lo facessi entrare nel patto?".

    "NoMadonna - risposeTristano - anzi è giusto che egli ne sia informato. Voi abbiate curache da tutto ciò a me non venga danno."

    "Noser Tristanonon abbiatetimore alcuno; non vi è più luogo a preoccupazioni".

Le dame tutte si ritirarono nelle loro stanze e con grande ammirazioneconsiderarono la ventura di lui e il buon successo di tutte le sueimprese. La madre in un modoBrangaene in un altroognuna aveva dadire della saggezza di lui.

    "Vedimadredisse la figlia -comemirabilmente io scoprii che si chiamava Tristano: quando presi in manola spada e cominciai a maneggiarla ripensai anche ai nomi Tantris eTristan e quando presi a studiarli mi sembrò che avessero qualche cosadi comune; allora lo considerai attentamente e trovai che le lettereerano le stesse per ambedue i nomi; per qualunque verso le leggessialtro non trovavo che Tantris o Tristan e sempre in tutti e due unsolo nome. Oramadre miadividi questo nome in un Tan e in un Tris epronunzia il Tris prima del Tan e avrai Tristan: metti il Tan davantial Tris e dirai Tantris".

La madre si segnò:

    "Dio mi benedica! - disse- donde ti è venuta in mente questa idea?".

Dopo che tra loro ebbero variamente discusso intorno a luila reginamandò per il reil quale venne.

    "EccoSire - disse ella- ascoltatevoi dovete esaudire una preghiera per cosa che noi tre desideriamoardentemente; se lo farete ne verrà bene a noi tutti."

    "Io vi obbediròin qualsiasi cosa desideriate. Sia fatto tutto quello che volete."

    "Lolasciate dunque in mio arbitrio?" - insisté la buona regina.

    "Sìsaràfatto quello che voi volete".

    "GrazieSignorequesto basta: sirecolui che uccise mio fratelloTristanolo ho qui presso di noi; alui dovete concedere la vostra grazia e il vostro affetto; le sueopere sono tali che la riconciliazione è giustificata".

Il re rispose:

    "In veritàmi è facile lasciarti questa decisione; essa riguarda piùte che me. Morolttuo fratelloera più prossimo parente tuo che mio:se tu rinunci alla vendettaper me va beneio sono d'accordo".

Quindi ella gli narrò la storia di Tristanocome lui stesso l'avevaraccontata a lei; il re ne fu soddisfatto e le disse:

    "Ora sta'attenta che egli agisca lealmente".

Allora la regina mandò Brangaene a chiamare Tristano: questientrandopiegò il ginocchio dinanzi al re:

    "GraziaSire"disse.

    "Alzateviser Tristano e venite qui - disse Gurmun -eabbracciatemi: a malincuore vi rinunziopure rinunzio a questavendettapoiché le dame hanno perdonato".

    "Sire - soggiunse Tristano-in questa pace sono compresi anche il mio sovrano e ambedue i suoiregni?".

    "Certamente"rispose pronto Gurmun.

Compiuta questa riconciliazionela regina fece sedere Tristanoaccanto a sua figlia e lo pregò di narrare di nuovo al loro signore lasua storia fin dal principio e dirgli in qual modo tutto si fossesvoltotanto per quanto riguardava il drago che per la domanda del reMarco: tutto questo Tristano ripeté dal principio alla fine. Ma il reosservò:

    "Ser Tristanocome posso assicurarmi che tutto questo sia laverità?".

    "Molto benesire; qui nelle vicinanze ho tutti i principidel mio sovrano: domandate per garanzia quello che vi piace e loavrete sinché l'ultimo di essi sia qui".

Dopodiché il re si ritirò e le donne rimasero sole con Tristano. Questi chiamò Paranise da parte e gli disse:

    "Va' subito giù al portolà c'è un battello; avvicìnati di nascosto e chiedi chi di loro sichiami Kurvenal. A lui di' sottovoce che venga subito dal suo signoree non dire altro ad alcunoma conducilo qui in segretoquanto piùcortesemente sai".

OraSignore IddioParanise così fece e locondusse tanto in silenzio che nessuno se ne accorse. Quando entrarononella "kemenate" davanti alle damela regina sola lo salutò enessun'altra badò a luinon ritenendolo cavaliere.

Allorquando Kurvenal vide Tristano stare fra le dame così sano econtento gli disse in lingua francese:

    "Abêâ dûz sirin nome diDioche cosa fate mai standovene così al sicuro in questo paradiso elasciando noi in pena? Ci credevamo tutti perduti e fino a questomomento avrei giurato che voi non foste più in vita. Quantapreoccupazione ci avete dato! La vostra nave e la vostra gente ancoraoggi giurava e riteneva per certo che foste morto e solo con grandefatica sono rimasti fino a questa sera; avevano già stabilito dipartire questa stessa notte".

    "Invece disse la regina -egli è vivosano contento".

E Tristanoparlandogli in brettonecominciò:

    "Kurvenalva' subitogiù e di' che sono salvo e che va tutto bene e che porterò acompimento tutto quello per cui ci hanno mandati qui".

E con ciò gliraccontò fino dal principio le sue avventure come meglio seppe. Quandogli ebbe narrato le sue fortune e il suo travaglio

    "Ora - disse - va'in fretta giù e di' ai miei vassalli e anche ai cavalieri che perdomani mattina ognuno si tenga prontoben lustrato e ben vestito congli abiti migliori che possiede e che attendano tutti un miomessaggero e quando io lo invierò vengano tutti a cavallo qui da me acorte. Inoltre io spedirò qualcuno domani mattina da te e tu mandamiil piccolo scrigno nel quale sono i miei gioielli e anche mandamidegli abitiquelli di foggia più bella. Tu pure abbìgliati riccamentecome si addice a cortese cavaliere".

Kurvenal si inchinò e uscì. Brangaene domandò:

    "Chi è quell'uomo? quando è entrato qui gli è sembrato di entrare in un paradiso; è eglicavaliere o servo?".

    "Madonnasebbene non appaianon abbiate alcundubbio; egli è tale cavaliere e tale uomo che il sole mai illuminòcuore più nobile".

    "Ahpossa egli essere sempre benedetto!" esclamòla regina e con lei Brangaene la donna cortese e gentile.

Giunto al battelloKurneval cominciò subito il suo discorsosecondoquanto gli era stato ordinato e raccontò anche come aveva trovatoTristano. Allora si rallegrarono tutti tantocosì come se fosserisuscitato un morto. Molti però erano lieti più per la pace conchiusache per l'onore di Tristano. I baroni invidiosi ricominciarono comeprima a parlare e a mormorare tra loroimputando ancor più a magiaquesta grande ventura di Tristano; l'uno diceva all'altro:

    "Osservatele meraviglie e i miracoli che quest'uomo compie! Signore! qualepotere ha maisì da riuscire in tutto quello che intraprende?".

Intanto era anche giunto il giorno stabilito per il combattimento enella salaalla presenza del re c'era gran numero di cavalieri e disignori del paese. Anche fra i fedeli vassalli non pochi sidomandavano chi si sarebbe offerto a combattere col siniscalco per ladonzella Isotta. E le domande si incrociavanoma non c'era alcuno traloro che ne avesse sentore. Intanto erano arrivati gli abiti diTristano e lo scrigno e da questo egli aveva scelto per le tre dametre cinture tali che mai regina o imperatrice ne ebbe di più belle. Ilcofanetto era colmo di diademi e anellifibbie e pendenti e tuttitanto belli che nessun cuore avrebbe potuto desiderare o imaginarequalche cosa che meglio valesse. E da tutto questo non fu detratto chequel tanto che Tristano ne tolse per se stesso: una cintura che assaibene gli si adattavaun diadema e una piccola fibbia che dovevanoservirgli per suo proprio ornamento.

    "Belle dame - disse egli - tuttee tre voifate e disponete a vostro talento di questo cofanetto e ditutto ciò che contiene".

Con queste parole si ritirò: si rivestì con i suoi abiti mettendoviogni cura e ogni attenzionesì da figurarvi così bene come siconviene a perfetto cavaliere; infatti gli si adattavano mirabilmente. Ritornò allora dalle dame ed esse cominciarono a guardarlo e aripensare fra sé quanto apparisse bello e amabile. Le tre nobili donneebbero simultaneamente la stessa impressione: in verità questi èl'ideale di una creatura umanala sua persona e insieme il suo abitoformano in lui l'uomo egregiotanto bene si completano l'uno conl'altro; tutto in lui e in tutto quello che lo riguarda è perfetto.

Ora Tristano aveva mandato per il suo seguito; i suoi compagni eranovenuti e avevano preso posto l'uno accanto all'altro nella sala. Granfolla di gente veniva ad ammirare la meraviglia degli abiti che essitutti portavano e fra la gente molti dicevano che non si era maiveduto così gran numero di uomini tanto sfarzosamente abbigliati. Serestavano tutti in silenziosenza parlare con le persone del paeseera soltanto perché non ne conoscevano la lingua.

Il re mandò un messo alla regina che venisse alla corte e conducessecon sé la figliola.

    "Isotta - disse la regina andiamo: voiserTristanoresterete qui intanto; quando vi farò chiamare vi prenderàper mano Brangaene e così farete il vostro ingresso voi due dopo dinoi."

    "VolontieriMadonna regina".

Così la regina Isottala bella auroravenne conducendo per mano ilsuo solela meraviglia d'Irlandala chiara donzella Isotta cheseguiva da vicino la sua auroraaleggiandole intorno leggera e purdignitosabella e soave di aspettoaltaslanciata e snella nellaveste aderente: pareva che la stessa Minne l'avesse acconciata per ilgioco del falco e modellata come meta insuperabile di ogni desiderio.

Essa portava veste e manto di velluto bruno alla moda di Franciae lavestela dove scende verso i fianchiera d'ambo i lati ornata difrange e stretta alla vita da una cintura al punto giustodove lacintura deve stare. La veste si adattava e aderiva perfettamente allapersona modellandolasenza mai staccarsene e cadendo in pieghe sinoai piedicome si conveniva secondo la moda di allora. Il mantello eraall'interno bellamente foderato di bianco ermellinocoi bordi scioltiondeggianti e non era né troppo lungo né troppo cortonon toccandoterra né rimanendone troppo discosto.

Aveva un orlo di prezioso zibellino di giusta misurané troppostretto né troppo largopicchiettato di nero e di grigio: il nero eil grigio erano distribuiti in modo che ognuno risaltavaseparatamente. Questo bordo girava tutto intorno all'ermellino conquella morbidezza che ha lo zibellino e che figura tanto bene. Alposto dei tasselli vi era una piccola striscia ricamata di biancheperle e la bella vi aveva infilato il pollice della mano sinistra; conla destra teneva raccolto il mantello più in bassodovecome bensapete esso deve stare chiuso esecondo la moda corteselo tenevaaccostato con due ditaquindi esso cadeva libero e scendeva in bellepieghe sino in bassolasciando intravedere questa e quellointendodire la seta e la leggera pelliccia. Si vedeva brillare dentro e fuoril'imagine che la Minne aveva così ben modellata nel corpo enell'animama tanto modellatura che foggia mai seppero formareimagine vivente più bella. Fitti come fiocchi di neve volavano intutte le direzioni sguardi alati pieni di desiderio e credo che più diun uomo fu rapito fuori di sé.

Sul capo essa portava un cerchio d'oro sottile come si convienelavorato con grande arte; vi erano incastonate gemme e pietrepreziosesplendide e pur piccolele più belle del regnosmeraldi egiacinti zaffiri e calcedoniecosì ben disposte che nessuna periziadi arteficeper quanto perfettamai poté meglio combinarle. L'oro siconfondeva con l'oro; il diadema e Isotta facevano a gara l'uno conl'altrapoiché nessuno per quanto espertose non fosse stato per lepietreavrebbe creduto che vi fosse un cerchiotanto simili all'oroerano i suoi capelli.

Così avanzava Isotta con Isoldela figlia con la madrelieta e acuor leggerocon passi misuratiné brevi né lunghi ma di giustamisura. Ella incedeva a testa altadritta e franca come unosparvieromorbida e liscia come un pappagallo. Quale falco sul ramolasciava errare gli sguardi qua e là in modo chené troppo timidi nétroppo ardititrovavano la loro pastura. I suoi occhi si posavanointorno così tranquilli e lievi e tanto soavemente che non c'era altroocchio per il quale quei due chiari specchi non costituissero unameraviglia e un gaudio. Quel giocondo sole diffondeva in ogni luogo ilsuo splendorerallegrando la sala e gli ospiti mentre ella incedevaleggera accanto alla madre. Ambedue erano dolcemente occupate in duediverse maniere: salutando e inchinandosiparlando e tacendoinquesti due modi il giusto uso era prescritto e stabilito: l'unasalutaval'altra si inchinavala madre parlavala figlia taceva. Così facevano le ben costumate damequesto era il compito loro.

Oraquando Isotta e l'altra Isottail sole e la sua aurorasifurono accomodate e sedute accanto al reil siniscalco osservò tuttoattentamente e si informò qua e là dove fosse il valoroso campionedelle dame; ma non riuscì a saperlo. Riunì allora i suoi uominidicui vi era una grande schiera intorno a lui e andò davanti al re e sipresentò alla giurìa:

    "EccoSire dissesono qui e domando il miodiritto di combattimento. Dov'è dunque il prode garzone che pretendeprivarmi del mio onore? Io possiedo ancora amici e uomini ligi e ilmio diritto è ben saldo; se la legge del paese mi rende giustiziacome devenon temo violenza a meno che non siate voi a esercitarla".

    "Siniscalco - disse la regina - se questa tenzone è inevitabileionon so bene che cosa farevi sono impreparata e in verità se tuvolessi rinunziarvi lasciando andare tale questionecosì che Isottafosse liberasiniscalcoin veritàne verrebbe a te altrettantovantaggio quanto a noi".

    "Libera? - esclamò l'altro. GiàMadonnafareste proprio così anche voi: lascereste il gioco che avete giàvinto! Qualunque cosa diciateio voglio risolvere questo gioco conprofitto e onore; avrei sprecato tanta fatica ben insensatamente seadesso mi ritirassi. Madonnaio voglio vostra figlia: questa è lafine del discorso. Voi conoscete così bene colui che ha ucciso ildrago: conducetelo dunque qui ora e non si facciano più altre parole".

    "Siniscalco - disse la regina -vedo bene che così deve essere: oradevo badare a me".

Essa fece un cenno a Paranise:

    "Va' disse- econduci qui quell'uomo".

Tutticavalieri e baroni si guardarono l'unl'altro e ci fu tra loro un gran mormorioun gran domandare e moltodiscorrere su chi potesse essere il campione: nessuno di essi losapeva. Allora si avanzò l'altera Brangaenecome luna nel suo pienosplendoreconducendo per mano il suo compagno Tristano. Elladignitosa e garbatagli camminava allato con nobile contegnomirabile d'aspetto e di modi libera e disinvolta. Anche il suocompagno le incedeva accanto con passo fiero. Il suo abbigliamento erapure combinato con tutta la perfezione che deve distinguere ilcavaliere e gli si adattava stupendamente; figura e vestiarmonizzavano fra loro facendo di lui un cavaliere perfetto. Egliportava abiti di ciclade oltremodo ricchi e belli e di foggiastraniera. Non erano stati forniti dalla corte: l'oro non vi eraintessuto come in questa corte si usavala seta si scorgeva appenatanto era dappertutto coperta dall'oro e nell'oro affondata che quasinon si vedeva. Sopra la seta si stendeva una rete di piccole perle conle maglie discoste per la larghezza di una spanna. Attraverso questail ciclade risplendeva come un carbone acceso. La fodera interna eradi vellutopiù scuro di una violettabruno come una foglia diaglaia. Lo stesso serico tessuto scendeva in pieghe e in drappeggicome quel tessuto suoleadattandosi alla figurae si addicevamirabilmente al mirabile uomo come meglio poteva desiderare. Sul capoportava un diadema di raro splendore che riluceva come una face: comestelle vi brillavano topazi e sardonicrisoliti e rubiniera chiaroe lucente e gli cingeva il capo e la chioma di vivo splendore.

Tale si avanzavaricco e dignitoso: il suo portamento era bello esignoriletutto l'insieme sfarzoso ed egli stesso nobile in tutto ilsuo essere. Gli fecero subito largo al suo ingresso nel palazzo. Allora anche i compagni di Kurvenal lo scorserolieti balzarono inpiedilo salutarono e fecero grandi accoglienze a lui e a Brangaeneche si avanzavano; li presero per mano ambedue e fra loro con grandecortesia li condussero davanti al trono. Il re e le due reginemanifestarono la loro amabilitàsi alzarono e lo salutarono: Tristanosi inchinò a tutti e tre e questi salutarono quindi il seguito diTristano con ogni onore come si conviene a cavalieri.

Allora tutti i nobili del paese si affollarono intorno a loro esalutarono gli ospiti pur non sapendo nulla del loro viaggio. Maquelli che anni prima erano stati mandati dalla Cornovaglia in Irlandariconobbero i loro padri e i loro parenti e piangendo di gioia padri eparenti si corsero incontro: vi fu grande giubilo e anche grandedolore su cui però non mi voglio soffermare. Quando Tristano siavvicinòil re lo prese per mano e lo fece sedere vicino a sé tra luie Brangaene; a suo lato stavano le due regine. I cavalieri e i baronicompagni di Tristano erano seduti più in basso nella salain modo daavere la giurìa di fronte e di poter vedereognuno di loroquelloche accadeva.

Tra i presenti si era levato intanto un mormorìo e si faceva un granparlare in lode di Tristano. Mi consta che da molte bocche sgorgavanofonti di lode per tutto quello che lo riguardava: gli tributavano ognigenere di onore e di lode in vari modi:

    "Quando mai - dicevano moltifra loro - Dio creò figura che meglio si convenisse alla dignità dicavaliere? Vedete com'è adatto a ogni tenzone e a ogni gioco d'armi! edi che ricca foggia sono gli abiti che indossa! Non si è mai visto inIrlanda abbigliamento così regale. Anche il suo seguito è vestito congrande magnificenza. In veritàchiunque egli siaanimo e averi inlui sono liberi".

E si facevano molti discorsi simili. Il siniscalcosi guardava intorno con occhio torvo: questa è la vera parola.

Fu allora ordinato di far silenzio nella sala e così fu fatto enessuno pronunziò più una mezza parola. Il re disse:

    "Siniscalcoparla! di che cosa ti vanti?".

    "Signoreio ho ucciso il drago".

L'ospite si levò e replicò subito:

    "Messerenon è vero."

    "Messerelofeci e ve lo proverò qui sul luogo".

    "Con quale prova?"chieseTristano.

    "Con questa testa che vedeteche ho portato qui".

    "Sire -disse Tristano - poiché egli porta la testa come testimonianzaordinate di guardarvi dentro: se vi si trova la lingua io rinunciosubito al mio diritto e ritiro la mia sfida".

Quindi fu aperta la testa e nulla vi si trovò; Tristano ordinò diportare la lingua e così fu fatto.

    "Signori - disse egli osservate evedete se è quella del drago".

Tutti gli si affollarono intorno etutti insieme lo ammiseromeno il siniscalco che avrebbe volutonegarloma non sapeva come; cominciò a esitare e a balbettare con lalingua e con la boccacon le parole e con i pensierinon sapendo néparlare né tacerené come comportarsi.

    "Tutti voi signori - disse Tristano - osservate questo miracolo evedete come dopo che io ebbi ucciso il drago e con leggera fatica gliebbi tagliata dalle morte fauci e asportata la linguaquesto signorepoi lo abbia ammazzato".

I cavalieri e tutti gli astanti dissero:

    "Tutto questo gli fa poco onore e qualunque cosa si possa dire oraccontareognuno di noi sa bene che chi per primo giunse e tagliò lalingua uccise anche il drago".

In ciò furono subito tutti d'accordo.

Ora che il mentitore era stato smascherato e dalla corte era stataresa giustizia all'ospite veritieroTristano riprese:

    "Sireoravogliate ricordarvi della promessa: vostra figlia è in mia mano".

Ilre rispose:

    "Signor cavalierelo riconosco così come me lo avetedichiarato".

    "Nosire - disse il falso siniscalco - per amor di Dionon parlate così! Comunque sia andataqui c'è dell'imbroglio ed egliè giunto a questo con ingiusti mezzi. Peròpiuttosto che mi siaingiustamente interamente tolto l'onorepreferisco perderlo incombattimentocon le armi".

    "Siniscalco - disse allora la saggia Isotta - tu discuti inutilmente;contro chi vuoi fare giusta tenzone? Questo cavaliere non ci tiene acombattere: egli ha già ottenuto con Isotta tutto quello chedesiderava. Sarebbe più sciocco di un bambino se combattesse con teper un soffio di vento".

    "PerchéMadonna? - disse Tristano -. Piuttosto che egli possa direche qui viene usata prepotenza e ingiustiziapreferisco combatterecon lui. Voi sirevoi madonnaparlate e ordinategli di andare adarmarsi e di prepararsi come faccio io pure".

Ora che il siniscalco comprese che si addiveniva al duelloradunòtutti i suoi fidi e si fece da parte a parlare e a consigliarsi conloro. Ma a questi la cosa sembrava così disonorevole che pocasoddisfazione ne ebbe. Essi tutti gli dissero:

    "Siniscalcola tuacausa è cominciata male ed è anche giunta a mala fine. In qualeimpresa ti sei messo? Se ti offri a combattere ingiustamente ne vadella tua vita. Quale consiglio possiamo darti? Qui sei senzaconsiglio e senza onore e se oltre ad aver perduto l'onore perdi anchela vita non ne avrai che maggior danno. A noi sembrae tutti lovediamoche quegli che vuole combattere con te è uomo di grandevalore nelle armi; se ti misuri con lui sei un uomo morto. Orapoichéil suggerimento del diavolo ti ha tradito nell'onoreconserva almenola vita. Vedi se qualcuno non possa con qualche buona parola rimediarea questa onta e a questa menzogna".

Il bugiardo siniscalco rispose:

    "Che cosa volete che faccia?".

    "In una parolati consigliamo di entrare di nuovo nella sala edichiarare che i tuoi amici sono d'avviso che tu desista da questasfida e che tu vi rinunci".

Così fece il siniscalco: rientrò e disse che i suoi amici e i suoifidi lo avevano persuaso ed egli pure aveva cambiato idea e ritiravala sfida.

    "Siniscalco - disse la regina - non mi sarei mai aspettata di vedertirinunciare a un gioco che avevi vinto così bene".

Tutti si fecerobeffe di lui nel palazzo; il povero siniscalco divenne lo zimbello ditutti. Se lo gettavano come una palla fra uno scherno e l'altro e vifu gran chiasso di motteggi. Così finì quel mentitore con pubblicavergogna.

Dopo di ciòil re annunziò a tutto il palazzoai cavalieri e aibaroni e a tutta l'assemblea che quel campione era Tristano e narròloro la storia come egli stesso l'aveva appresa: il motivo per ilquale Tristano era venuto in Irlanda e come egli stessoGurmunavesse giurato di concludere alleanza con i principi di Marco in tuttele questioni di cui aveva fatto parola con loro.

Gli Irlandesi furono ben contenti di ciòi grandi vassallidichiararono che questa pace era conveniente e a loro graditapoichéuna lunga inimicizia fa perdere tempo e procura danno.

Il re ordinò e chiese che Tristano gli desse garanzia della suaparola. Così fecero Tristano e tutto il suo seguito; essi giurarono eassicurarono a Isotta il paese di Cornovaglia come dono del mattino epromisero che sarebbe signora su tutta l'Inghilterra. Così Gurmunimmantinente diede Isotta in mano a Tristano suo nemico. Lo chiamonemicoperché essa ancora gli portava rancore.

Tristano la prese per mano:

    "Sire- disse - Sovrano d'Irlandavipreghiamola mia regina e ioche per lei e anche per me lasciateliberi coloro che furono dati come tributo dall'Inghilterra o dallaCornovagliasiano essi cavalieri o paggi; che vengano ora legalmenteconsegnati in mano alla mia signora Isottapoiché essa è la sovranadel regno".

    "Molto volentieri - disse il re - così sia fatto con ilmio beneplacitopartano pure tutti con voi".

Questa notizia rallegrò molti cuori. Allora Tristano ordinò diallestireoltre alla propriaun'altra nave a disposizione sua ed'Isotta e inoltre di chi altro egli volesse scegliere.

Mentre questa veniva allestitaegli stesso si preparò al viaggio. Fusubito mandato per gli ostaggia corte e in tutto il paesedovunquesi trovassero.

Intanto mentre Tristano e i suoi compagni si preparavano epredisponevano tuttoIsottala saggia reginaapprestava in unapiccola ampolla di cristallo un filtro d'amorepensato e composto contale sottile senno e così combinato con virtù magiche che se due nebevevano insiemedovevanoanche senza loro volereamarsi l'unl'altro sopra ogni altra cosa; veniva loro insieme largita una solavita e una sola morteun'unica felicità e infelicitàuno stessodolore e una stessa gioia.

La saggia regina prese il filtro e disse piano a Brangaene:

    "Brangaenenipote mianon ti dispiacciano le mie parole: disponi inquesto senso la tua mente e ascolta quello che ti dico: prendi questaampolla e questo filtro e tienili ben custoditie abbine cura sopraogni cosa. Guarda che nessuno al mondo lo sappia e bada bene chenessuno ne assaggi. Veglia con grande diligenza e quando Isotta eMarco saranno solimesci loro questa bevanda come se fosse vino e fa'che ne bevano ambedue. Guarda anche che all'infuori di loro due nessunaltro ne assaggi. Tu stessa non bere con loro: è un filtro d'amoretieni questo ben in mente. Ti raccomando con ogni premura e ogni curaIsotta; essa è la parte migliore della mia vita: io stessa e lei siamoaffidate alla tua vigile bontà: e questo basti".

    "Madonna diletta -disse Brangaene - se questa è la volontà di ambedue voipartiròvolentieri con lei e veglierò sul suo onore e su tutto ciò che lariguarda come meglio posso".

Tristano prese allora congedo e con lui tutto il suo seguito. Partirono da Weisefort con grande fasto. Il re e la regina con il loroseguito li accompagnarono al porto per amore d'Isotta. Al lato diTristano camminava piangente la sua ancora insospettata amicail suoancora ignoto futuro travaglio di cuorela chiarala bella Isotta;per il padre e la madre di lei quelle brevi ore trascorsero con grandeduolo. Molti occhi cominciarono a inumidirsi e ad arrossarsi. Isottacagionò duolo a molti cuori e a molti cuori portò segreta pena. Essirimpiangevano intensamente Isottala gioia degli occhi loro. Ilpianto era generale: piangevano insieme molti occhi e molti cuoritanto apertamente quanto in segreto e quando Isotta e l'altra Isottadovettero separarsiil sole e la sua aurorae anche il pieno chiarodi lunala bella Brangaeneci fu gran lamento e gran duolo. La caraintimità familiare s'infranse con grande tristezza; Isotta baciòambedue ripetutamente.

Ora che quelli di Cornovaglia e anche gli Irlandesi al seguito diIsotta erano tutti imbarcati e avevano preso congedoTristano salìper ultimo a bordo: la bella giovane reginail fiore d'Irlanda loseguiva per manotriste e a malincuore. Essi si inchinarono sino aterra e invocarono la benedizione di Dio sul paese e sul popolo.

Quindi salparono e levando la voce cominciarono a cantare ripetendo:

    "Partiamo nel nome di Dio".

E così si allontanarono.

Per consiglio di Tristano era stata allestita una cabina appartata percomodità delle donne; vi stavano la regina e le sue damigelle eraramente c'era con loro un uomoall'infuori del solo Tristano: eglivi entrava di tempo in tempo e confortava la regina che sedevapiangendo. Questa si doleva e si rammaricava di essersi separata dalsuo paesedove conosceva tuttie dai suoi amici e di andare congente a lei estraneasenza sapere dove e come. Tristano la consolavacome più dolcemente potevaogni volta che veniva da lei nella suatristezza: la teneva tra le braccia lievemente e solo come lo comportail dovere di un suddito verso la sua signora.

Il fedele cavaliere non pensava ad altro che a essere per la bella unconforto per la sua afflizione. E ogni qualvolta accadeva che egli lacircondasse col suo bracciola bella Isotta pensava alla morte di suozio e gli si rivolgeva contro.

    "Lasciatemi staremaestroandatevenetogliete le vostre bracciavoi siete ben molestoperché mi toccate?"

    "Ahbella signorafaccioforse male?"

    "Sìperché vi porto rancore".

    "Madonna mia dolceper quale motivo?".

    "Voi uccideste mio zio."

    "Maquesto mi è già stato perdonato".

    "Fa lo stessovoi mi sieteegualmente odiosoperché se non fosse per voi io vivrei senza affannie senza cure; voi solo mi avete procurato questa pena con inganno econ astuzia. Che cosa vi ha spinto a venireper mia disgraziadallaCornovaglia in Irlanda? Quelli che mi hanno allevato fin dall'infanziali avete ingannati nei miei riguardi e ora mi conducete chissà dove. Io non so come sia stata venduta né che cosa sarà di me".

    "Nomia bella Isottatranquillizzatevi. Sarete molto più felice comeregina in paese stranieroche povera e umile in casa vostra; avereonori e piacerioppure vivere in umile posizione nel regno paternosono due cose ben diverse".

    "Va benemaestro Tristano - disse lafanciulla - ma per quanto voi diciateio accetterei uno stato piùmodesto ove fossero amore e pacepiuttosto che grande magnificenza ericchezza con travaglio e scontento".

    "Voi dite bene - replicòTristano - ma se si può avere l'uno e l'altropiacere e magnificenzaqueste due buone cose unite sono migliori che ognuna da sola. Oraditese per avventura aveste dovuto prendervi per sposo ilsiniscalcocome stareste? Sono sicuro che allora sareste contentadello stato presente. E in questo modo dunque mi ringraziate peravervi liberata da lui?".

    "Di ciò ben tardi vi sarò grata - disse lafanciulla - perché se pure mi avete allora liberata da luimi aveteprocurato poi tale malanno che preferirei ancora aver preso per maritoil siniscalco piuttosto che essere venuta via con voi; poiché perquanto egli fosse privo di ogni virtùvivendo un certo tempo pressodi me avrebbe per amor mio lasciato i suoi vizi. E forsechissàdaquesto avrei riconosciuto quanto mi amasse".

    "Questo discorso - disseTristano - mi sembra una favola: ci vuole grande fatica perché uncuore possa attirarne un altro alla virtù contro la sua natura. Tuttial mondo sanno che è un'illusione che il male possa mai mutarsi inbene. Consolatevibella regina; fra breve io vi darò per sposo esignore un re presso il quale avrete sempre gioia e vita bellaricchezzevirtù e onori".

Intanto le navi continuavano ad avanzare: avevano vento favorevole eviaggio buono; soltantola gentile schiera delle damigelleIsotta eil suo seguitonon erano abituate al faticoso viaggio fra vento emare e presto provarono un malessere sconosciuto. Tristanoilmaestroordinò allora di dirigersi verso terra per riposare alquanto. Entrarono in una baia e tutto l'equipaggio scese per cercare unristoro. Tristano si recò a salutare la sua degna signora e mentresedeva accanto a lei parlando di questo e di quello e delle cose loropregò che portassero da bere. Ora non c'erano a bordooltre lareginache alcune fanciullette. Una di queste disse:

    "Eccoqui c'èdel vinoin questa ampolla".

Nonon era vino sebbene tale sembrassema era la pena continua e l'infinito dolore del loro cuore di cuiambedue morirono. Questo però era loro ancora ignoto. Isotta si levò eandò là dove l'ampolla con la bevanda era conservata; ne offrì aTristanosuo maestro: egli prima lo porse a Isotta che lo bevve dimalavoglia e lentamente e lo diede a Tristano. Egli pure bevveambedue pensando che fosse vino.

Intanto rientrò Brangaene e riconobbe l'ampolla e vide bene di checosa si trattava: ne ebbe un tale spavento che le forzel'abbandonarono e rimase come morta. Con la morte nel cuore andò eprese la malaugurata fialala portò via e la gettò nel mare agitato etempestoso.

    "Guai a memisera - disse ella - ahimè che io mai venniin questo mondo! Misera meche ho perduto il mio onore e tradito lamia fedeltà. Dio volesse che la morte mi avesse colta quando fuidestinata ad accompagnare Isotta in questa malaugurata avventura! AhimèIsotta e Tristanoquesta bevanda sarà la morte di ambeduevoi".

Ora che la fanciulla e il giovaneIsotta e Tristanoavevano tutti edue bevuto il filtroimmantinente giunse la Minnel'inquietudine delmondo interola cacciatrice dei cuori e si insinuò in quelli diambedue. Prima che se ne accorgessero essa vi aveva piantato il suovessillo vittorioso e li aveva presi in suo potere.

Essi che prima erano due esseri discordi divennero una cosa sola in unsolo accordo: non furono più avversi l'uno all'altro: l'odio di Isottaera svanito. La Minne conciliante aveva purificato il loro spiritodall'odio e li aveva uniti nell'amoretalmente che ognuno di essi eraper l'altro trasparente come un cristallo. Avevano ambedue un unicocuorela pena di lei era il dolore di luie il dolore di questi erala pena di lei e tutti e due avevano in comune l'amore e il doloreeppure si nascondevano per dubbio e pudore: essa si vergognava e luipurelei dubitava di lui e lui di lei. Per quanto cieca fosse labrama del loro cuore avevano un'unica volontàpure era loro difficilecominciare e dire la prima parola. Così celavano uno all'altro lapropria inclinazione.

Quando Tristano avvertì l'impulso d'amorepensò subito alla fedeltà eall'onore e voleva fuggire.

    "No - pensava tra sé rifletti Tristanoedistogline la mente".

Ma il cuore voleva sempre ritornarvi. Eglicombatteva continuamente contro il suo desiderio e bramava contro lapropria brama: ora voleva una cosa ora un'altratrascinato oradall'una ora dall'altra parte. Smarrito e in lotta continuaresistette a lungo: il leale cavaliere aveva due profondi travagli:quando la guardava negli occhila dolce Minne prendeva a devastare ilsuo cuore e i suoi sensi e allora egli pensava all'onore che da quellolo distoglieva; ma ben presto la Minnesua signoralo riprendeva edegli doveva essere obbediente a lei. La sua fedeltà e il suo onoremolto lo tormentavanoma ancor più lo tormentava la Minne che glifaceva più male ancora: essa lo affliggeva più che la fedeltà el'onore.

Guardandolail suo cuore si rallegravama lo sguardo se nedistoglieva: se però non la vedevaquesto diveniva la sua maggiorsofferenza. Soventecome fa il prigionierorifletteva fra sé comepotesse sfuggirle e spesso pensava:

    "Volgiti da un'altra partemutaquesta tua bramacerca e ama altrove".

Ma sempre lo serrava questolaccio. Egli esaminava il suo cuore e la sua mente e vi cercava unqualche cambiamentoma in essi non vi era che Isotta e Minne.

Lo stesso accadeva a Isottaessa pure resisteva strenuamente e lavita le era a dispetto riconoscendo la pania della magica Minne evedendo che i suoi sensi vi erano impigliati. Essa voleva difendersivoleva uscirne e liberarsenema sempre il vischio le aderiva addossoe la sopraffaceva. La bella lottava e resisteva: muoveva ogni passocon ripugnanza facendo ogni sorta di sforzo; con le mani e con i piedisi difendeva e si rivoltavama sempre più con le mani e coi piediaffondava nella cieca dolcezza dell'uomo e della Minne. I suoi sensiinvischiati non potevano districarsene né trovare via o ponte senzache a ogni movimento e a ogni passo la Minne non fosse con lei.

Qualunque cosa Isotta pensassequalunque idea le venissealtro nonvi era mai che Minne e Tristano; e tutto ciò rimaneva segreto. Ilcuore e gli occhi erano tra loro in disaccordoil pudore nedistoglieva lo sguardola Minne vi attirava il cuoree questeschiere avversela fanciulla e l'uomoMinne e il pudoreerano inlei contrastanti. La fanciulla desiderava l'uomo e ne distoglieva losguardo: il pudore voleva amare e non lo lasciava vedere. E a che cosaserviva tutto ciò?

Pudore e fanciullaa quanto dice generalmente il mondosono cosatanto caducahanno così breve durata che non resistono a lungo.

Isotta si arrese alla sua inclinazione; vintaabbandonò il suo corpoe i suoi sensi all'uomo e alla Minne.

Di tanto in tanto lo guardava e lo osservava in segreto; i chiari suoiocchi e il suo spirito vivevano ora in buon accordo fra loro. Il suocuore e i suoi occhi di frequente si volgevano furtividi nascosto eamorosamenteverso l'uomo. Questi a sua volta la guardava conprofonda dolcezza. Egli pure cominciava a cedere alla Minne che non loabbandonava. Sempre e a ogni oraappena potevano farlo condiscrezionesi scambiavano dolci sguardi. A ognuno degli amantil'altro appariva più bello di prima: questo è il diritto dell'amorequesta è la legge della Minnecosì oggi come negli anni passati esempre sarà finché dura l'amore: tutti gli innamorati si piaccionosempre di piùman mano che l'amore in essi cresce e porta fiori efrutti di maggior dolcezza che non al principio. La feconda Minne vasempre crescendo in bellezza. Questa è la semente che essa semina percui non potrà mai finire. Appare più bella dopo che prima. Così siafferma il diritto della Minne: se questa apparisse uguale dopo comeprimapresto la legge della Minne avrebbe fine.

Le navi salparono nuovamente e seguirono allegramente la loro rottasenonché là dentro la Minne aveva portato due cuori fuori di strada. Idue amanti erano pensierosioppressi dal mal d'amoreil quale operatali miracolimette fiele dentro il miele e rende aspra la dolcezzainfiamma ciò che si è intiepiditoturba la tranquillitàsvuota ognicuore e sconvolge il mondo intero. Così Tristano e Isotta ne eranostati colpiti e li opprimeva una continua strana pena: non riuscivanoad avere pace né riposo se non si vedevano. Ma quando si guardavanocominciava per essi una nuova sofferenzaperché non potevano appagareil loro desiderio; e ciò faceva il ritegno e il pudore che impedivanoloro il piacere; ogni volta che volevano scambiarsi in segreto furtivisguardi innamorati il loro volto diveniva del colore stesso del cuoree dei sensi: Minnela bella pittricenon si contentava che il nobilecuore conservasse in segreto il potere di leima voleva che fosseapertamente rivelato agli occhi di tutti. E questo si manifestò neidue amanti: il colore del loro volto non rimaneva a lungo dellamedesima tintama mutava sempre dal pallido al rosso; essiarrossivano e impallidivano secondo come li tingeva la Minne. Cosìognuno di essi riconobbecome a questi segni si suoleche chi liattirava l'uno verso l'altro era la Minne e allora cominciarono amirarsi amorosamentea spiare il tempo e il luogo per parlarsisegretamente. I cacciatori della Minne si tendevano frequentementel'un l'altro le reti e i laccile imboscate e gli agguatie conrisposte e con domande molti racconti si scambiavano tra loro.

Il modo di fare e di parlare di Isotta era quale suole essere quellodi una fanciulla: cominciava da lontano pian piano a farsi intorno alsuo diletto e amico: da principio gli ricordò come egli fosse venuto aDevelin solo e ammalato in una navicella e come la madre di lei loavesse accolto presso di sé e anche guaritoe tutto quello che poiavvennee come lei stessa sotto la direzione di lui avesse imparatoil latino e a scrivere e a suonare ogni sorta di strumenti. Con moltidiscorsi lo intratteneva sul suo virile coraggio e anche intorno alserpente e sul come per ben due volte lo avesse riconosciuto: nellaghetto e nel bagno. Il discorso si alternava tra loro: egli parlavaa lei ed essa a lui.

    "Ah - diceva Isotta - che fortuna che non tiabbia ucciso nel bagno! Signore Iddiocome mai potevo agire così. Seallora avessi saputo quello che ora socertamente sarebbe stata lavostra morte".

    "Perchébella Isotta - disse egli - che cosa vi tormenta? e che cosaè che sapete?".

    "Mi tormenta quello che soquello che vedo mi dàdolore: ho a noia cielo e marela vita stessa mi è di peso".

Essa siappoggiò a luisostenendosi sui gomiti: questo fu il principiodell'ardire. I chiari occhi lucenti si riempirono furtivamente dilacrimeil cuore cominciò a batterela dolce bocca a protendersilatesta si chinò. Il suo amico prese allora a circondarla con lebracciaperò tenendosi né troppo vicino né troppo discostoma comepuò permettersi di fare un estraneo. A bassa voce e dolcemente lediceva:

    "Oh belladolce signoraditemiche cosa avete? che cosa viturba?".

Isottazimbello della Minne

    "L'ameir" - rispose - questo è il miotormento; "l'ameir" mi opprime l'animol'ameirmi fa dolere ilcuore".

Poiché essa pronunziava così sovente l'ameir egli si mise apensare e ricercare accuratamente e ansiosamente il significato diquesta parola e così si ricordò che "ameir" vuol dire amareameramarola "meir" il mare. Di significati gli parve che ce ne fossetutta una fila. Dei tre ne tralasciò uno e chiese degli altri due:tacque della Minneloro signora e padrona di ambedueloroconsolazione e loro desiderio e parlò invece del mare e di amarezza:

    "Io credo - disse - bella Isottache il mare e la sua asprezza sianocausa del vostro male; voi sentite il sapore del mare e del vento epenso che questi due vi siano amari".

    "Nomessereno! che dite mai! né l'uno né l'altro mi danno disturbo; non mi dispiace né il mare nél'aria: "l'ameir" solo mi fa soffrire".

Quando egli ebbe compresa quella parola e riconosciutavi la Minneledisse in segreto:

    "In veritàbella Isottalo stesso accade a me;l'ameire voi siete il mio tormento. Amata miamia diletta Isottavoi sola e il vostro amore mi avete rapito e travolto il cuore e ilsenno; sono tanto fuor di strada che mai più mi ritroverò! Tuttoquello che il mio occhio vede mi duole e mi opprimemi affatica e midispiace; nulla al mondo è caro al mio cuore se non voi".

E Isottareplicò:

    "E così voi a me".

Quando gli innamorati ebbero riconosciuto in se stessi un unico cuoreun solo animoun'unica volontàla loro pena cominciò a calmarsi e altempo stesso a divenir palese. Ognuno guardava l'altro e gli parlavapiù arditamentel'uomo alla fanciullala fanciulla all'uomo. Fraloro il ritegno era finito: egli la baciava e lei baciava luidolcemente e amorosamente; questo era il pegno della Minneil suoinizio beato: ognuno mesceva e ognuno beveva la dolcezza che dai lorocuori fluiva. Semprequando ne trovavano l'occasione favorevoleriprendevano fra loro nascostamente lo scambio con tanto mistero chenessuno al mondo penetrava l'animo loro e il loro intentose noncolei che già ne era a conoscenza.

La saggia Brangaene osservava sovente in silenzio e di nascosto illoro segreto comportamento e pensava tra sé:

    "Ohimè! lo vedo benel'amore comicnia fra loro".

Ben presto cominciò a comprenderne e aconstatarne in loro la gravità e a indovinare dall'esterno l'intimasofferenza del loro cuore e della loro anima. La loro pena le facevacompassionevedendoli a ogni momento ameire e amaresospirare erattristarsimeditarelanguire e mutar colore. Dal dolore nonprendevano più alcun nutrimentofinché la mancanza di cibo e ildolore li vinsero al punto che Brangaene se ne angustiò temendo fossegiunta la loro fine e pensò:

    "Suvviacoraggiova' e scopri che cosavi sia".

Sedette un giorno accanto a loropianamente e raccolta:

    "Non c'ènessuno qui - disse la saggia e nobile donzella all'infuori di noitre; ora ditemi voi che cosa c'è che vi turba? Vi vedo continuamenteassorti in pensierisospirarelamentarvi e rattristarvi".

    "Cortese Signorase mi fosse lecito dirvelo lo farei"disseTristano.

    "Bene dunqueparlateditemi quello che volete dirmi".

    "Siate benedettavoi buona - rispose egli - io non oso parlare seprima non mi assicurate con promessa e giuramento che sarete benignaverso noi due poveretti: altrimenti siamo perduti".

Brangaene diede loro la sua parolapromise e li assicurò sulla suafede e davanti a Dio che avrebbe fatto ciò che essi volevano.

    "Buona efedele amica - disse Tristano - ora pensate prima a Diopoiconsiderate la vostra stessa salvezza; riflettete alla nostraafflizione e alla nostra angoscia. Iomeschinoe la misera Isottanon so come ciò abbia potuto accadereabbiamo in breve tempo perdutoil senno tutt'e due per uno strano male: moriamo di amore e non nepossiamo trovare né il tempo né il luogoché a tutte le ore voi cidisturbate e certamente noi ne moriremo e la colpa non sarà d'altriche di voi. La nostra morte e la nostra vita sono in mano vostra. Conquesto tutto è detto. Brangaenedolce fanciullaora aiutateci e fategrazia alla vostra signora e a me".

Brangaene domandò a Isotta:

    "Madonnail vostro male è davvero cosìgrave come egli dice?".

    "Sìcugina del mio cuore"rispose Isotta.

    "Dio abbia misericordia - disse Brangaene - ché il diavolo si è presogioco di noi! Vedo bene che non c'è scampo e per amor vostro devoagire in modo che ne verrà dolore a me e vergogna a voi; ma piuttostoche lasciarvi morirevi do libertà. Non rinunciate per me a quelloche intendete fare e che neppure per il vostro onore non potetetralasciare; se però potete trattenervi e astenervi da questa azioneastenetevene: questo è il mio consiglio; fate che questa onta rimangasegreta e nascosta tra noi tre. Se la palesatetanto più ne va delvostro onore; se qualcuno l'apprende all'infuori di noisiete perdutie io pure con voi. Mia diletta signorabella Isottala vostra vita ela vostra morte sono in mano vostra: ora disponete della morte e dellavita secondo il vostro talento. Da ora in poi siate senza alcun timoredi me: fate quello che vi aggrada".

La nottementre la bella giaceva tristementeammalata e languenteper il suo

    "amis"Tristano e la Minnecioè l'"amis" e larisanatricesi insinuarono pian piano in camera sua. Minnelamedichessaconduceva per mano il suo paziente e trovò là ancheIsottala sua ammalata; prese allora i suoi due pazienti e li diedel'uno all'altra come medicina. Che cosa avrebbe potuto liberarliambedue dal comune male se non la loro unioneil vincolo dei lorosensi? Minnela seduttrice allacciò i due cuori col suo dolce vincolocon tale grande maestria e tale meravigliosa potenza che non sisciolsero più per tutta la vita loro.

Un lungo discorso sulla Minne annoia lo spirito cortese: un discorsobreve sulla Minne si addiceinveceall'animo buono.

Per quanto poco a mio tempo io abbia sofferto del mal d'amoredeldolce dolore di cuore che lo fa così deliziosamente dolere dentro dinoipure l'animo mi dicee devo pur crederloche ai due amanti fumolto caro di avere rimosso dalla loro via l'odiata sorveglianzaquesta peste dell'amorela nemica della Minne. Ho pensato molto aessi e ancora tutti i giorni vi penso: quando rifletto all'amore ealla passione di amore e ne considero nel mio cuore le vicissitudiniallora tutto il mio spirito si innalzae il mio coraggiomiocompagno d'armisi slancia come se volesse raggiungere le nuvole. Quando particolarmente medito sul miracolo della felicitàchenell'amore trova chi ve la sa cercaree alle gioie che l'amoreprocura a colui che con fedeltà lo coltivaallora il mio cuore si fapiù grande del mondo intero e ho compassione con tutta l'anima dellaMinneperché il maggior numero dei viventi a lei si attaccaeppurenessuno le fa giustizia. Tutti noi vogliamo farci animo e percorrerele vie della Minnema nola Minne non è tale come noi falsamente cela rappresentiamo. Noi facciamo le cose alla rovesciaseminiamogiusquiamo e vogliamo che porti rose e giglie questo in verità non èpossibile; dobbiamo raccogliere quello che è stato piantato e mieterequello che la semente produce; dobbiamo falciare e tagliare quello cheseminammo. Noi coltiviamo la Minne con l'amarezza nell'animoconfalsità e inganno e poi vi cerchiamo la gioia dei sensi e del cuore. Ecosì essa ci porta soltanto doloremali frutti e sventurasecondoquanto è stato piantato; e quando poi ne nasce rammarico e ci ulcerail cuore e ci uccide dentroallora accusiamo la Minne e diamo lacolpa a lei che mai ebbe colpa alcuna. Seminiamo ogni falsità emietiamo male e malanno. Se l'onta molto ci dispiaceriflettiamociprima e seminiamo meglioché così anche meglio mieteremo. Noi chel'animobuono o cattivo che siateniamo rivolto al mondoche cosafacciamo dei nostri giorni che passiamo e sprechiamo in nome dellaMinnee poi non vi troviamo nulla se non gli stessi travagli che viabbiamo già riconosciutiinsuccesso e disgrazia? Non vi troviamonulla di quel bene che desideriamo e che mai ci viene concesso. Questobene è l'amicizia costanteche costantemente consolache accantoalle spine porta le rose e dopo il travaglio dà la pacenella qualeanche in mezzo alle curesta ascosa la Minne e che infine producesempre gioiasia pure nell'affanno: questo bene raramente si trova equindi è per questo che lavoriamo. E' pur vero quello che dicono: laMinne è scacciata e bandita nei luoghi più remoti. Non ne abbiamo piùche la parolail nome solo ci è rimasto e anche questo lo abbiamobandito: lo abbiamo sciupato e consunto e distrutto finché lei stessastancasi vergogna del suo nome e se ne duole; si trascina deboledisonorata e misera sulla terrava mendicando di casa in casa e portaun variopinto sacco di mali costumi nel quale versa tutto quello cheha rubato e mendicato e che si toglie dalla propria bocca per andarloa vendere per le strade. Ohimèquesto mercato lo facciamo noi che conlei pratichiamo questo strano costume e ancora vogliamo ritenerciinnocenti. La Minnela regina di tutti i cuorila liberal'unicaMinne è mercanteggiata. In lei abbiamo resa tributaria la nostraregalità. Portiamo al dito una falsa imitazione invece del vero anelloe con questo ci inganniamo. E' un triste privilegio della menzogna checolui che rinnega così l'amico inganni se stesso. Noi che con falsoamore siamo traditori della Minnein che modo passiamo i nostrigiorninoi che così raramente sappiamo dare lieto fine alla nostralamentela? Come sprechiamo la nostra vitasenza amore e senza bene! Eppure anche quello che non ci riguarda vale a darci buon animo:quello che le belle storie raccontano di amabili avventurequello chesi narra di gente vissuta secoli addietrotutto ci fa bene al cuoreed è pieno di tali pregiche se qualcuno fosse soltanto fedele ecostante e senza malizia verso l'amicopotrebbe procacciarsi perproprio conto tale gioia nel cuorementre teniamo sotto i piedi ciòda cui tutto questo provienevale a dire la fedeltà che viene dalcuore; invano essa si stringe a noinoi ne distogliamo lo sguardoindifferenti; l'abbiamo calpestata con dispregio fin sotto terra e sela vogliamonon sappiamo più dove cercarla. Sarebbe così buona eprofittevole la fedeltà fra amanti! perché dunque non l'amiamo? Unosguardoun cenno benevolo degli occhi amati estingue senza fallocentomila martiri del corpo e del cuore. Un bacio sulla cara bocca chevenga dal profondo del cuore ah! come farebbe svanire ogni nostalgicacura e ogni dolore!

So bene che le pene di Tristano e Isottala coppia impazientefuronoassai alleviate per l'uno e per l'altro allorché compresero di avereil medesimo intento. Era finita quella brama che affanna e opprime lamente; ora quello che tutti gli amanti desiderano lo compivano fraloro. Allorquando il tempo e il luogo erano propizi a trovarsiinsiemedavano e prendevano con animo fiducioso dolce tributo da sestessi e dalla Minne. Ora era a loro ben gradito il viaggio e ilnavigare; da quando fra loro era partita l'estraneitàla loro vitacomune era felice e beata e in ciò era saggezza e sennopoiché coloroche si evitano e si nascondono il loro amoredopo esserselo rivelatoe vogliono ancora mantenere il ritegno e si estraniano all'amorestessosono ladri di se medesimi. Quanto più si celano tanto piùrubano a se stessi e mescolano la gioia col dolore. Questi due amantinon si nascondevano l'uno dall'altroma con cenni e con parole eranosempre uniti tra loro.

Cosìsi compiva il viaggio in gaudio di vita eppure non interamentefelice; un timore li turbava: temevano quello che più tardi si avveròe che poi rapì loro ogni gioia e portò loro tante tribolazioni; cioèche la bella Isotta doveva andare sposa all'uomo cui non volevaappartenere. Anche un altro pensiero li affliggeva: Isotta ormai nonera più fanciulla. Questa era la preoccupazione di cui soffrivanoambedue; però questa sofferenza era lieve e sopportabile perché fraloro erano liberi di fare la volontà loro come e quanto volevano.

Ora che andavano avvicinandosi alla Cornovaglia tanto da vedere già laterratutti se ne rallegravano e ognuno era lietosalvo Tristano eIsotta che stavano in angustia e nel timore; se avessero potuto faresecondo il loro desiderio non avrebbero mai toccato terra. Lirattristava ambedue il timore per l'onor loro; non sapevano come e checosa fare perché al re rimanesse celata la condizione di Isotta. Pureper quanto irragionevoli siano gli amanti ingenui nella lorosemplicitàpure fu la giovinetta che trovò il miglior consiglio. Cosìcome la Minne ama trastullarsi con i bimbi irragionevolicosìnei fanciulli possiamo trovare spirito e astuzia.

Evitiamo i lunghi giri di parole: Isotta nella sua ingenuità trovò unartifizio e un'astuzia che migliore non poteva essere in quelfrangente: cioè di pregare Brangaene di giacere per quella prima nottein silenzio e senza rumore con Marco loro signore e in compagnia dilui. Egli non se ne sarebbe accortoessendo essa fanciulla e bella. Così la Minne volge a falsità la mente pura e retta che dovrebbeignorare tutto quello che si riferisce a inganno.

Gli amanti fecero in questo modopregarono tanto a lungo e con tantainsistenza Brangaene finché conseguirono lo scopo ed essa accettò epromise con giuramentosebbene molto a malincuore. Essa si facevavolta a volta rossa e di nuovo pallida e le dava grande pena questarichiesta che veramente era strana abbastanza.

    "Diletta signora - disse Brangaene - vostra madrela regina miasignoravi ha dato in mia custodia e io stessa avrei dovuto guardarvida tale malanno durante questo malaugurato viaggio. Ora voi avetevergogna e dolore a causa della mia disattenzione; perciò ora non midevo troppo lamentare e devo sopportare con voi la vergogna; anzisarebbe giusto che la portassi io sola: poteste esserne così liberatavoi! Signore Iddio di misericordiaperché mi avete cosìabbandonata?".

Isotta disse a Brangaene:

    "Mia nobile cuginadimmi che cosa titormenta? Non capisco il tuo rammarico".

    "Madonnal'altro giorno iogettai dalla nave una fiala di cristallo".

    "Infattiche cosa significa questo?".

    "Ohimèquesto cristallo e ilfiltro che esso conteneva saranno la morte di voi due".

    "Perchécugina? - chiese Isotta - che novella è questa?"

    "Così è"; eBrangaene narrò ad ambedue tutto dal principio alla fine.

    "In nome di Dio - esclamò Tristano - si tratti pure di vita o dimorteper me è stato un dolce veleno. Non so come sarà quella mortema questa mi è di gioia. Se pure la mia diletta Isotta dovesseportarmi tale mortesceglierei volentieri un eterno morire".

Lasciamo i vani discorsi: se si vuol godere l'amore non si puòpretendere che tutto rimanga sempre immutatoma si deve sopportareanche il dolore.

Per quanto dolce sia l'amore dobbiamo pur pensare anche all'onore ed èun perdere questo il volgersi soltanto ai piaceri della carne. Perquanto cara fosse a Tristano la vita che conducevapure l'onore ne lodistoglieva e la sua lealtà lo obbligava a riflettere che dovevacondurre a Marco la sua sposa. Tanto la lealtà che l'onore glitorturavano il cuore e la mente che poco prima dalla Minne erano stativintiquando a loro egli aveva preferito la Minne: ora essionore elealtàvincevano sulla Minne.

Tristano mandò dei messi a terra con due battelli per informare Marcoe dargli notizie della bella d'Irlanda. E Marco mandò subito tuttiquelli dei suoi che potépiù di mille messia invitare tutta lanobiltà: ospiti e amici furono ricevuti con grande festa; queglistessi due amanti dai quali gli venne poi il male peggiore e ilmaggior beneche anche a lui come a loro costò la vitaegli liaccolse con tutto l'onore col quale un uomo suole accogliere ciò chesopra ogni cosa gli è caro.

Intanto Marco fece dire a tutti i baroni di venire a corte entrodiciotto giorninel modo più convenienteper le sue nozze.

Tutti risposero volontieri all'appello e vennero in gran numero.

Giunse più di una bella schiera di cavalieri e dame per contemplare lagioia degli occhila chiara Isotta. Essa fu molto ammirata e si udivadire soltanto:

    "IsôtIsôt la blundemarveil de tu le munde( Isottala bionda è la meraviglia del mondo). E' tutto vero quello che si dicedi questa benedetta fanciulla: essa dà gioia al mondo come fa il sole. Mai vi fu in alcun paese una così splendida fanciulla".

Ora che il matrimonio era stato celebrato e riconosciuto il suodiritto sulla Cornovaglia e l'Inghilterra e queste garantite in manodi leifu stabilito che se non vi fossero eredil'erede sarebbestato Tristano; e dopo che a lei fu fatto omaggiovenne la sera edessa doveva andare a dormire col suo signore Marco; Tristano eBrangaene si erano ben premuniti e messi d'accordo con lei sul modo esul luogo. Nella stanza di Marco non c'erano che loro quattroil restesso e loro tre. Ora anche Marco era coricato. Brangaene avevaindossato la veste di Isotta: fra loro due si erano scambiate gliabiti.

Tristano accompagnò Brangaene a soffrire il martirio e la penamadonna Isotta spense i lumi. Marco strinse Brangaene a sé; non socome le sia piaciuto il principio di questa storiaessa sopportò cosìpianamente che tutto rimase in silenzio: quello che il suo compagnorichiedeva ella glielo concedevaottone o orocome egli voleva. Ioposso assicurare che ben raramente era accaduto che così bell'ottonefosse pagato per oro come tributo nuziale. Veramente scommetterei lamia vita che dal tempo di Adamo in poi mai fu coniato sì nobilemetallo falsoné mai moneta falsa così gradita fu posta a lato di unuomo.

Intanto che quei due erano occupati nel gioco d'amoreIsotta stavasempre in pena e angustia e pensava tra sé:

    "Signore Iddio salvami eaiutami e fa' che la mia cuginetta mi serbi la fede; se essa continuatroppo a lungo il gioco d'amore temo che finisca col piacerle tantoche facilmente può sorprenderla il giorno: allora saremmo zimbello eludibrio a tutti".

Ma noi pensieri e l'animo di quella erano buoni eonesti: quando ebbe fatto tutto ciò che doveva per Isotta e assolto ilsuo compitoscivolò via dal letto; Isotta fu pronta subito a sedersisull'orlo del giaciglio come se fosse la stessa di prima. Allora il reordinò di portare il vino: egli seguiva in ciò l'uso di alloraperchéera costume del tempo che così si facesse: chequando uno eragiaciuto con una fanciullaottenuto il fiore del suo amorevenissequalcuno con del vino e ne facesse bere ad ambedueinsieme e senzadistinzione. Anche qui fu osservata questa costumanza. Suo nipoteTristano portò subito lumi e vino; il re bevve e la regina pure. Alcune storie vogliono che fosse lo stesso filtro che causò tantodolore di cuore a Tristano e a Isotta: ma nodi quella bevanda nullapiù ne restava: Brangaene l'aveva gettata in mare.

Ora che secondo l'usanza avevano ambedue bevutola giovane reginaIsotta con grande fatica e segreto dolore dell'animo e del cuore sistese accanto al re suo signore. Egli ricominciò le sue delizie; lastrinse a séprese una donna per l'altra: trovò anche questa docile el'una gli valse l'altra. In ognuna trovò oro e ottone. Anche esse gliresero il loro tributo in modo che egli di nulla si accorse.

Madonna Isotta fu allora grandemente onorata e amata dal suo signoreMarco e tenuta in grande considerazionetutto il popolo e il paese laonorava e lodavapoiché in lei si vedevano tante virtù e tantagrazia. Chiunque era capace di lodare parlava a sua gloria e in suoonore. In tutto questo tempo essa e il suo amis prendevano il loropiacere e la loro gioia in molti modi a tutte le ore; poiché nessunovi trovava da ridire e né uomo alcuno né donna pensava a qualche cosadi male. Essa era in custodia di lui sempre e dappertutto e vivevasecondo il proprio talento.

Intanto però lei ripassava in cuor suo e rifletteva a tutte questecose; e che del suo segreto e del suo inganno nessuno sapeva nullaall'infuori della sola Brangaene e che se non ci fosse stata questalei non avrebbe avuto nulla da temere per il suo onore. Era anchemolto preoccupata per il timore che Brangaene potesse nutrire amoreper Marco e gli rivelasse la sua onta e tutto quello che era avvenuto. Cosìcon la sua preoccupazionela regina dimostrò chepiù ancorache Diosi teme il dileggio e la vergogna.

Essa fece chiamare due servi stranierivenuti dall'Inghilterra; preseda ambedue giuramento su giuramento e assicurazione di fedeltà. Poiordinò loropena la vitadi fare subito quanto avrebbe comandatomantenendolo segreto. Così disse loro:

    "Ora state bene attenti a quello che intendo: io manderò con voi unagiovaneprendetela e cavalcate con lei rapidamente e di nascostotutti e tre in qualche forestasia vicina o lontana come più vipiacedove non ci sia nessunoe tagliatele la testa: e fate beneattenzione a quello che essa dirà e ditelo a me. Portatemi anche lasua lingua e siate certi che io nel giorno di domani con gli usicavallereschi vi farò ambedue cavalieri e vi darò beni e doni finchéavrò vita".

La cosa fu così stabilita. Isotta chiamò allora Brangaene:

    "Brangaene - disse - non sono molto pallida? Non so quello che homiduole tanto la testa: procurami delle erbebisogna che troviamorimedio a questo male altrimenti ne va della mia vita".

La fedele Brangaene rispose:

    "Madonnail vostro male molto miaddoloranon dite altrocomandate soltanto che mi indichino un luogodove possa trovare qualche cosa che vi sollevi".

    "Eccoqui ci sono due servi con i cavalliessi ti guideranno".

    "Volentieri madonnacosì sarà fatto".

Saltò in sella e si avviò conloro.

Giunti nella foresta in cui vi era dovizia di quelle erbe che essadesideravaBrangaene voleva scendere da cavalloma essi lacondussero più profondamente nella solitaria boscaglia. Quando furonolontano nell'aperta campagnapresero la fedelela cortese e buonadonzella e la posarono a terra con tristezza e rammarico e levarono lespade. Brangaene ne ebbe tale spavento che giacque a terra e vi rimasedistesa; il cuore le tremava e così tutte le membraalzò gli occhispaventata:

    "Graziamesseri - disse per amor di Dio che cosa voletefare?"

    "Voi dovete morire".

    "Ohimèperché?ditemelo".

Uno di essi le chiese:

    "Che cosa avetefatto contro la regina? E' lei che ci ha ordinato di uccidervi e cosìdeve essere: la nostra e vostra signora Isotta ha lei stessa ordinatola vostra morte".

Brangaene giunse le mani e piangendo parlò:

    "Messeriper vostra bontàe per l'amor di Dio ritardate questo ordine e lasciatemi vivere finchéio vi possa rispondere; dopo farete presto a uccidermi. Dovete direalla mia signora e sapere voi stessi che io mai ho mancato verso dilei né commesso cosa che potesse recarle dispiacerese non sia questoa cui però non voglio credere. Quando partimmo dall'Irlanda avevamoambedue due vesti che ci eravamo scelte e messe da parte dalle altrevestimenta; ci eravamo portate via dalla nostra terra queste duecamicie bianche come la neve. Quando fummo in maredurante latraversatail sole dava un tale calore che la regina in quei giorninon poteva sopportare altro che la sola camicia bianca e pulita. Questa le dava tanto piacere e tanto essa la portò che cominciò asciuparsi e anche il suo biancore cominciò ad alterarsi. Intanto ioavevo ben nascosta e conservata nell'armadio la mia in belle pieghebianche. E quando la mia signora giunse qui e prese il re per suosignore e doveva andare a dormire con luila sua camicia non era cosìbella come avrebbe dovuto essere e lei desiderava che le prestassi lamia e io in principio mi rifiutai e in questo mancai al mio dovere.

Se non è per questa ragioneDio sa che io mai feci nulla contro ilsuo desiderio e il suo comando. Ora vi prego per l'amor di Diosalutatela da parte mia come da ancella si addice salutare la suasignora; e Dio nella sua bontà la guardi e protegga il suo onorelasua persona e la sua vita! E le sia perdonata la mia morte. Raccomandol'anima mia a Dio e il mio corpo al comando vostro".

I due uomini si guardarono impietositi; faceva loro compassione quellagentile fanciulla e il suo pianto desolato: si pentivano e si dolevanoassai di aver promesso di ucciderla poiché non trovavano nulla in leiné potevano scoprire cosa che comportasse la morte o la meritasse. Siconsigliarono fra loro e si accordarono cheandasse pure come poteval'avrebbero lasciata vivere. Legarono la fedele ancella su di un altoalbero affinché i lupi non la prendessero prima che essi non fosserodi ritorno e tagliarono la lingua a un cane e si allontanarono suiloro cavalli.

I due uomini dichiararono a Isottal'omicidache l'avevano uccisacon rammarico e a malincuore e assicurarono che la lingua era quelladi lei. Isotta domandò:

    "Ora ditemiche cosa vi ha raccontato lafanciulla?".

Essi riferirono tutto quanto questa aveva detto loro dalprincipio alla fine e non tacquero nulla".

    "Ma - chiese la regina -non vi ha detto altro?"

    "Nomadonna".

    "Ohimè - esclamò Isotta - guai a voi per questo delitto! Sciaguratiassassiniche cosa avete fatto? Sarete tutti e due impiccati".

    "Signore Iddioche discorso è questo? Ostrana regina Isottavoi ciavete con grande insistenza pregati e costretti d ucciderla".

    "Io nonso di che preghiera parlateio ho affidato la mia ancella alle vostrecure affinché la guardaste per la viaperché doveva portarmi qualchecosa per mio uso. Dovete rendermela o ne va della vostra vita: voivili serpenti velenosisarete impiccati o bruciati sulla graticola".

    "In verità - replicarono quelli - madonnail vostro cuore e l'animovostro non sono né puri né buonila vostra parola è molto mutevole.

Oramadonnavogliate ritardare la vostra condanna: piuttosto cheperdere la nostra vita vogliamo rendervi la vostra ancella bella e inbuona salute".

Isotta parlò piangendo forte:

    "Ora non mentitemi più: Brangaene è vivao morta?"

    "Essa è ancora vivao strana Isotta".

    "Oh portatemela quie quello che vi ho promesso ve lo darò."

    "Sarà fattomadonna Isotta".

Isotta trattenne uno di lorol'altro cavalcò fino al luogo doveavevano lasciato Brangaene e la riportò alla sua signora Isotta. Questa la prese fra le sue braccia e la baciò sulle gote e sulla boccatante e tante volte. Ai due servi diede per compenso ben venti marchid'oro a condizione che di tutto questo tacessero sempre.

Isotta aveva ormai riconosciuto Brangaene fedele e costante fin allamortedi animo sincero in ogni cosaprovata nel crogiuolo e puracome l'oro; da allora in poi Brangaene e Isotta furono così unite eaffezionate col cuore e con l'animo che nulla poteva più separarle;erano sempre insiemeliete di spirito e di cuore. Brangaene era benvista a corte e la corte era piena delle sue lodi; era amata da tuttie non portava rancore ad alcunoné internamente né fuori; era lei laconsigliera del re e della regina. Nulla accadeva nel loroappartamento che essa non ne fosse informata. Sempre era assidua alservizio di Isotta e l'aiutava secondo il desiderio di lei conTristanoil suo amis.

In tutto questo si comportavano con tanta segretezza che nessuno avevaconcepito il minimo sospetto: nessuno badava ai loro discorsi o ailoro gesti o a quanto li riguardasseo imaginava qualche cosa; essivivevano tranquilli e felici come due amanti che hanno il tempo e illuogo propizi e a loro disposizione.

L'"amie" e l'"amis" erano sempre e a ogni ora preda della Minnesiscambiavano sovente con gli occhi di giorno e pubblicamente e fra lagente amorosi sguardi che esprimevano gli scambievoli detti cheservono a unire in ogni diletto di amore. E giorno e notte lo facevanosenza pericolo: erano liberi e disinvolti nel loro comportamento enelle loro parolesia che stessero in piedi o seduti o passeggiando.

Cominciarono a intrecciare i loro aperti discorsi con segrete parolecosa che sapevano fare a meravigliacosì che nel loro parlare l'operadella Minne si insinuava come un filo d'oro in un tessuto. Ma anessuno veniva in mente che in parole e in opere si trattasse di altroamore se non di quello dovuto alla parentela stretta che vi era fraMarco e Tristano ed essi la sfruttarono e ne approfittarono per illoro gioco amoroso. Così la Minne ingannava il senno e il cuore dimolti e nessuno mai si accorse della natura del loro amore. Questo erachiaro e buono: la mente e l'animo loro erano uniti tanto da formareuna sola cosa: si corrispondevano l'uno e l'altrosì e sìno e no;in verità non si udiva mai dire sì a un nooppure no a un sì; innulla erano separatima vivevano ambedue l'uno nell'altro.

Così passavano piacevolmente le oreora in un modo ora nell'altroederano a volta a volta allegri e tristicosì come suol fare l'amorenegli innamorati; nel loro cuore palpitava la dolcezza accanto allamalinconia e accanto alla gioia c'era pena e grave cura. Così Tristanoe Isotta non potevano sempre giungere alla meta dei loro desideri equesto era il loro male e questo li rendeva ora tristi ora allegri.

Neppure mancava fra loro la colleranonostante tutto il loro amoreintendo collera senza odio; e se qualcuno nega che la collera siapossibile fra due tali amantiin verità vi dico che questi non ha maiconosciuto vero amorepoiché tale è il costume della Minne diaccendere così gli amanti e infuocarne l'anima; chécome la colleraferisce il cuorealtrettanto il fedele affetto lo risana: e cosìl'amore si rinnova e l'affetto è maggiore di prima. Ma come nasca lacollera e come poi giunga da se stessa alla riconciliazionequestocertamente lo avete già molte volte udito.

Sovente gli amanti che stanno sempre insieme si immaginano cheun'altra persona sia più cara all'amato e a lui più diletta e dapiccola causa nasce grande baruffa e da lieve dolore grandericonciliazione e anche questo è un bene e non si deve risparmiarloloroperché da questo l'amore deve crescererinnovarsiringiovaniree condurre a vero fedele affetto. L'amore immiserisce e si raffreddase privo di questo fuocoperchécome passa la colleraanche essosubito appassisce. Quando fra amici sorge qualche piccola disputaallora il fedele affetto ne è il conciliatore sempre nuovo e fresco. Così si rinnova la fedeltàe così come si purifica l'orosi purifical'amore.

Così Tristano e Isotta passavano le ore fra il piacere e la pena: lagioia e la pena mai si dipartivano da loro; intendola gioia privadel dolore di cuore. Nessuno di loro due aveva ancora sentore delduolo e della passione che minacciavano i loro cuori. Essinascondevano amore e pena e custodivano il loro segreto con arte e concura e così continuarono per lungo tempo. Erano entrambi liberi elieti e di buon animo: la regina Isotta era amata in tutto il paese eda tutto il popolo e anche di Tristano si facevano lodi dal popolo enel paese: egli era celebre e stimato e molto temuto in tutto ilregno.

Ora Tristanopieno di slanciopassava molte delle sue ore inesercizi cavallereschi e nei giorni di ozio si divertiva col falco eandava a caccia a tempo opportuno.

In quell'epoca una nave giunse in Cornovaglianel porto di re Marco:ne scese un gagliardo cavaliereun nobile barone d'Irlanda chiamatoGandincortesebelloricco e nobilecosì aitante della persona chela fama del suo valore era diffusa in tutta l'Irlanda.

Questi venne soloa cavalloalla corte di Marcosfarzosamenteabbigliato con cavalleresca magnificenza. Non portava né spada néscudosulle spalle aveva una piccola rotta ornata di oro e di gemmee bene accordata. Quando smontò dal cavallo entrò nel palazzo e salutòcortesemente Marco e Isotta della quale era già in molte occasionistato amico e cavaliere e per amore di lei era ora venuto dall'Irlandain Cornovaglia. Ora anche la regina lo riconobbe:

    "DêussalmessireGandin!"disse ella doverosamente.

    "Merzî - rispose Gandin - beleIsôtancor più bella dell'oro agli occhi di Gandin".

La regina spiegòallora in segreto al re chi egli fosse; il re stupì e gli sembrò anchestrano che quegli portasse la rotta in spalla. Di ciò tutti intornosi meravigliavano e lo osservavano stupiti. Tuttavia Marco si sforzò afargli onoretanto per la sua propria dignità quanto per la preghieradi Isottache lo supplicava istantemente di fargli buona accoglienzacome conterraneo di leie il re volontieri aderì: lo fece sedereaccanto a sé e gli rivolse ogni sorta di domande sul paese e sulpopolosulle dame e i cavalieri.

All'ora del pranzoquando fu data l'acqua e portata anche a luieglifu pregato e ripregato di deporre il suo strumentoma nessuno lo potépersuadere. Il re e la regina benignamente lo lasciarono farema amolti ciò apparve cosa tanto scortese e sconveniente che non passòsenz'altro inosservatama cominciò fra di essi un gran ridere emotteggiare; ma il cavaliere con la rottail signore pur con quelvile peso (3) non se ne occupò affatto; stava seduto al banchettoaccanto a Marco e mangiava e beveva a suo piacimento.

Quando furono levate le menseegli si alzò e andò a sedersi fra gliuomini di Marco che gli tennero compagnia e si occuparono di lui conmolti cortesi discorsi. Il cortese sovranoMarco il virtuosolopregò pubblicamentequalora sapesse suonare la cetradi concedereloro di ascoltarlo. L'ospite rispose:

    "Sirelo farò soltanto se primane conoscerò il compenso".

    "Messereche cosa intendete dire? - chiese il re -. Se desideratequalche cosa che io hoè presto fatto: dateci prova della vostra artee vi darò quello che vi piaccia".

    "Così sia"

disse l'Irlandeseedeseguì uno dei suoi lai che commosse tutti. Il re lo pregò disuonare ancora; quel traditore sorrise fra sé:

    "Il compenso - disse -mi incita a suonarvi quello che so"e suonò ancora bene come prima.

Terminato il secondo pezzoGandin si presentò al re con la sua rottain mano:

    "OraSirericordatevi della vostra promessa".

Il re rispose:

    "Volontieriditemi che cosa volete?"

    "Datemi Isotta"disse quegli.

    "Amico - replicò il re - qualunque cosa comandiateall'infuori di questaè ai vostri ordinima questa non può esserein alcun modo."

    "DavveroSire - rispose Gandinio non voglio cosa népiccola né grande se non solo Isotta".

Il re dichiarò:

    "In fede miaquesto non sarà mai!".

    "Allorasire riprese l'altro - voi non voletemantenere la vostra fede? Quando si saprà che non mantenete la parolanon potrete più essere re in nessun paese. Essere re significa saperleggere correttamente: se non trovate scritto questoio rinuncio almio diritto. E se voi andate a dire o qualcun altro dice che voi nonme lo avete giuratoio perseguo la mia giusta causa contro di voi econtro di luisecondo quanto giudicherà la corte; io metto la miavita a disposizione per tenzone o per combattimento finché non rientrinel mio diritto. Chi fra voi lo desidera venga a misurarsi con me; iodimostrerò allora come Isotta la bella mi appartenga".

Il re si guardò intorno da tutte le parti per vedere se ci fossequalcuno che volesse cimentarsima nessuno era disposto ad azzardarela propria vita sulla bilanciané Marco stesso voleva combatterecontro Gandin che era di tale forza e così robusto e ardito chenessuno osava misurarsi con lui.

Oraser Tristano stava intanto cacciando nella forestama mentreritornava a corte apprese per via la triste novella che Isotta erastata venduta all'incanto. E infatti era proprio così. Gandin condussela bella che piangeva dirottamente e levava alti lamentidalla cortealla riva del mare; là era alzata una tenda molto ricca e bella. Eglivi entrò e sedette con la regina attendendo che la marea ritornasse ela nave potesse prendere il marepoiché era arenata sulla spiaggia.

Allorché Tristano ritornato a casaintese meglio tutta la storiadella rottasaltò subito a cavalloprese la sua arpa e di grancarriera giunse al porto. Legò il suo destriero in un boschetto un po'discostoa un alberoe vi appese accanto anche la spadapresel'arpa e giunse in tutta fretta alla tenda dove trovò il barone sedutocon la povera Isotta piangente fra le bracciache si sforzava diconsolarlama ciò a nulla servivafinché essa non vide avanzarecolui che era il suo vero arpista.

Gandin lo salutò:

    "Dê te sautbêas harpers!".

    "Merzîgentilschevaliers. Signore - continuò Tristano - mi sono affrettato a venirequi perché mi hanno detto che voi siete irlandese. Io pure vengo dilà. Per l'onor vostroriconducetemi a casa mia in Irlanda".

L'Irlandese rispose subito:

    "Amicote lo prometto. Ora siedi esuonami qualche cosa sull'arpa: se riesci a consolare la mia damatidarò come ricompensa la più bella veste che ci sia in questa tenda".

    "Benesignoreaccetto disse Tristano - e ho pure fiducia che anchese nessuna musica di arpista potrà calmare il suo piantoessa neritrarrà almeno qualche conforto".

Egli allora si mise all'opera esuonò così dolcemente una canzone che penetrò fin nel cuore di Isottae occupò i pensieri di lei tanto che interruppe il suo pianto e nonpensò più che al suo amis.

Terminata la canzonela marea era salita e la nave galleggiava. Equelli della nave gridavano verso la riva:

    "SignoreSignoreaffrettatevi! Se arriva ser Tristano mentre voi siete ancora a terrapasseremo dei brutti momenti. Egli ha in mano il paese e il popolo esi dice che sia di così grande ardire e tanto coraggioso e intrepidoche facilmente vi vincerà".

Questo discorso non piacque a Gandin che molto indignato esclamò:

    "CheIddio mi mandi in maledizione se io per questo mi imbarcherò una solaora più presto! Amicofammi ancora sentire il laio di Didone; tusuoni così bene che devo mostrarmiti riconoscente. Ora suona per lamia dama. Per ricompensa ti condurrò via con me e con lei e ti daròanche subito quello che ti ho promessola migliore veste che ioabbia".

Tristano rispose:

    "Signorecosì sia fatto".

Il menestrello ricominciò e toccò lo strumento con tale dolcezza cheGandin gli porse orecchio attentamente e vide che anche Isotta eratutta intenta all'arpa. Quando la canzone fu terminataGandin preseper mano la regina e volle salire con lei sulla navema la corrente ele onde erano così alte davanti al ponteche nessuno poteva giungervise non con un cavallo molto grande.

    "Come faremo? - chiese Gandin -come potrà entrarvi la mia dama?".

    "Eccosignore - disse ilmenestrello visto che so di sicuro che mi conducete con voipoco onulla della mia roba deve rimanere in Cornovaglia. Io ho qui vicino uncavallo assai alto e credo che sia abbastanza grande perché io possacondurre a bordo la mia signora e vostra amica senza che l'acqua latocchi".

Gandin disse:

    "Mio caro musicoaffrèttaticonduci qui iltuo cavallo e porta poi anche i tuoi abiti".

Tristano condusse il cavallo e appena ritornato si mise l'arpa inspalla:

    "Orasignor Irlandese - disse - datemi la mia signorache lafaccia salire davanti a me".

    "Nomusico - disse Gandin - tu non ladevi toccare; la condurrò io stesso."

    "Nosignore - replicò la bellaIsotta - questa storia di non dovermi toccare non ha senso: sappiatesicuramente che io mai salirò a bordo se non mi ci conduce questomusico".

Gandin allora gli consegnò Isotta:

    "Ragazzo - disse egli - abbi curadi lei e guidala benecosì che io possa ricompensarti".

QuandoTristano ebbe Isotta con sésaltò da parte e Gandin vedendo ciòesclamò incollerito: -

    "Olàimbroglioneche cosa significa questo?".

    "No - rispose Tristano - non io ma voi ciurmatore Gandinavete ormaiamicoquello che merita il vostro imbrogliopoiché come voi aveteingannato re Marco col suono della rottalo stesso faccio ora io conl'arpa: voi ingannastee ora siete ingannato. Tristano vi ha tesoun'insidia e vi ha giocato. Amicovoi mi date assai ricca ricompensa:io ho la veste più bella che trovai nella tenda".

Tristano se ne andò per la sua strada. Gandin era oltremodo arrabbiatoe triste. Il danno e la vergogna lo affliggevano profondamente. Eglise ne ritornò oltre il mare con smacco e con dolore.

Quegli altri dueTristano e Isottase ne ritornarono indietro. Seper via abbiano in qualche luogo trovato fra loro dilettoo presoriposo tra i fioridi questo nulla voglio pensare; per conto miolascerò stare ogni sospetto o supposizione. Tristano riportò Isotta asuo zio Marco e molto lo rimproverò:

    "Sire gli disse - sa Cristoquanto cara avete la regina: è quindi una grande stoltezza darla viacosì leggermente per arpa o per rotta; il mondo potrà ben deridervi:quando mai si vide regina essere ceduta per musica di rotta? Da ora inpoi ricordatevene e custodite meglio la mia signora".

La fama e le lodi di Tristano vieppiù crebbero a corte e nel paese. Silodavano in lui le maniere e il senno. Egli e la regina erano di nuovofelici e tranquillisi facevano animo l'un l'altro come megliopotevano.

In quel tempo Tristano aveva un compagno che era un nobile baronefeudatario del re e primo siniscalcochiamato Mariodo; questidimostrava a Tristano amicizia e affetto causa la dolce regina per laquale nutriva un segreto amore come fanno molti uomini per molte donnele quali non se ne curano. Il siniscalco e Tristano avevano una stanzain comune e stavano volontieri insieme; anziquando Tristanoraccontava delle belle favoleil siniscalco soleva giacere accanto alui perché egli potesse più comodamente parlargli.

Una notte avvenne chedopo aver discorso a lungo con Tristano disvariati argomentisi era addormentato. L'innamorato Tristano siallontanò allora per andare a caccia della sua selvagginae ciò pergrande sventura sua e della regina. Mentre egli si credevainsospettato e sicuro delle cose suela mala sorte aveva teso ipropri lacciil tradimento e il travaglio sulla stessa via che eglipercorreva contento e giulivo per andare da Isotta. Ora quella notteaveva nevicato e adesso la luna splendeva limpida e chiara. Tristanonon aveva timore né prendeva alcuna precauzionema si recò in frettae segretamente al luogo che gli avevano indicato e stabilito. Brangaene prese una scacchiera e la mise dritta davanti al lumepoinon so come fudimenticò di chiudere la porta e andò di nuovo adormire.

Intanto avvenne che il siniscalco dormendo vide in sogno un cinghialeterribile e spaventoso che si precipitava fuori dal bosco e arrotandole zanne e coperto di schiuma giungeva fino alla corte del reprontoad assalire qualunque cosa trovasse. Veniva allora la gente dellacorte e molti cavalieri si precipitavano verso il cinghiale senzatuttavia che alcuno osasse affrontarlo. Così esso corse attraversotutto il palazzo giungendo fino alla stanza del re; ne sfondò la portae scompigliò quello che pareva fosse il lettoimbrattando con la bavail letto stesso e le coltri regali. I fidi di Marco vedevano tuttoquestoma nessuno se ne faceva carico.

Mariodo svegliatosi prese a considerare fra sé e sé il sogno da cuiera rimasto molto turbato. Chiamò allora Tristano per raccontargliquello che aveva sognatoma nessuno gli rispose. Lo chiamò e richiamòe anche allungò la manoma non udendo nulla e non trovando nessunonel letto intuì subito qualche segreta relazione. Ma non gli passòneppure per la mente alcun sospetto di una di lui relazione con laregina. Ebbe tuttavia un senso di amichevole rammarico perchéTristanopur volendogli tanto bene non gli avesse detto nulla del suosegreto.

Mariodo si levòsi vestì in fretta e scivolò pian piano fuori dallaporta dove si fermò scorgendo le orme di Tristano. Seguì questatraccia e arrivò a un piccolo verziere; il chiaro di luna lo guidavasulla neve e sull'erbalà dove l'altro era passatofino alla portadella kemenate. Qui si fermò esitantemolto sorpreso di trovareaperta la porta. Rifletté a lungo intorno al caso di Tristanopensando di lui bene e male. Gli venne in mente allora che Tristano sifosse recato colà per una qualche donzellettama avuto questosospetto gliene venne subito un altro; checioèfosse entrato dallaregina; questo pensiero gli tornava continuamente.

Finalmente si fece animo ed entrò cautamente non vedendo né chiaro diluna né altra luce se non quella della candela che ardeva e dava pocochiarore: davanti a questa una scacchiera faceva schermo. Andò avantia tentoni lungo i muri e le pareti finché giunse al letto dove videgli amanti giacere insieme e udì tutto quello che dicevano. Ne fuprofondamente turbato e addolorato in fondo al cuore perché fino adora aveva nutrito affetto e venerazione per Isotta: ora questo si mutòin odio e dolore. Egli ne aveva pena e odioodio e pena; ora pensavauna cosaora un'altra e non sapeva come contenersi in questofrangente e che cosa fosse conveniente fare. Ira e dolore loincitavano alla bassa e scortese azione di rivelare e rendere pubblicala loro relazione; ma lo tratteneva il pensiero di Tristano e la paurache aveva di lui e del male che questi avrebbe potuto fargli. Così sivolse indietro e se ne ritornò via e si mise di nuovo a giacere assaicontristato.

Poco dopo ritornò anche Tristano e scivolò pian piano nel suo letto. L'uno taceva e l'altro pure taceva; accadeva raramente che alcuno diloro due non dicesse parola e questo non era solito in loro; da questanovità Tristano comprese che l'altro covava nell'animo qualchesospettoperciò fu più guardingo nelle parole e negli atteggiamentidi quanto prima non usasse. Ma oramai era troppo tardi: il suo segretoera svelato e il suo sotterfugio scoperto.

Mariodogelosoprese il re in disparte e gli disse che a corte erasorta una chiacchiera su Isotta e Tristano donde al paese e al popoloveniva gran disdoro e che conveniva che il re vi ponesse mente e siconsigliasse sul da fare; ne andava e della dignità di lui edell'onore del suo matrimonio. Però non gli disse altro di tutto ciòche era a sua conoscenza. Marcoleale e buono e alieno dai raggirimolto stupì e si rammaricò di dover sospettare di alcun male Isottala stella polare di ogni sua gioia; pure portò questa penadolorosamente chiusa nel suo cuore e stette vigile ogni giorno e aogni ora per avere alcuna prova. Osservò i loro discorsi e i loro attie non poté scoprirvi nullapoiché Tristano aveva messo in guardiaIsotta e l'aveva informata del sospetto del siniscalco.

Tuttavia Marco continuava a vigilare angosciosamente e con ogni cura eli spiava giorno e notte. Una notte mentre giaceva accanto alla reginae fra loro discorrevano del più e del menoegli le tese con astuziaun tranello e ve la fece cadere:

    "Eccomadonna - diss'egli - ditemiche cosa pensate e che cosa mi consigliate; io intendo fra breveintraprendere un pellegrinaggio e stare assente forse molto tempo: chivolete che intanto lasci a guardia e protezione vostra?".

    "Dio miorispose la regina - per quale motivo mi chiedete questo? In mano dichi potremmo meglio stare io e il vostro paese e il vostro popolo senon in quella di vostro nipote che può ben prendere cura di noi? SerTristanoil figlio di vostra sorella è baldo e saggio e ben espertoin ogni cosa".

Queste parole dispiacquero a Marco e lo misero in sospetto. Strinseancor più la sorveglianza e li osservò sempre più attentamente e disseanche al siniscalco quello che aveva saputo. Questi subito replicò:

    "In veritàsirecosì è: da questo potete vedere voi stesso che essanon può nascondere il grande amore che gli porta ed è grande stoltezzain voi che lo soffriate accanto a lei. Per quanto vi sono cari l'onoree la donna non vogliate più permetterlo".

Questo fu per Marco un tormento: dover nutrire sospetto e dubbio versosuo nipote era per lui una morte di tutte le oretanto più che lotrovava sempre senza colpa e libero da qualsiasi falsità.

La illusa Isotta era tutta lieta e con gran gioia raccontò a Brangaeneridendo giulivadel pellegrinaggio del suo signore e anche di comeegli le avesse domandato chi voleva per custode. Brangaene disse:

    "Miasignoranon mi mentite e ditemi in nome di Diochi avete indicato?".

Isotta le disse la veritàproprio come le cose erano andate.

    "O stolta! - esclamò Brangaene - perché mai avete detto così? Tuttaquesta storiase ben mi appongoè un'astuzia e sono certa che questotranello lo ha combinato il siniscalco. Essi vogliono così spiarel'animo vostro e voi dovete stare meglio in guardia contro di ciò. Seegli ve ne riaccennasse fate come vi dico io e rispondete così ecosì".

Ed essa insegnò alla sua signora come conveniva rispondere aquell'astuzia.

Intanto Marco era afflitto da due diversi affanni: lo tormentavano ildubbio e il sospetto che nutriva e doveva nutrire in sé; sospettavadella sua diletta Isotta e dubitava di Tristano in cui pure non potevariconoscere falso comportamento o altro che fosse contrario allalealtà. Il suo amico Tristano e la sua donna Isotta formavano la suamaggior sofferenza e il tormento del suo spirito e del suo cuore;sospettava di lui e di lei e dubitava di entrambi; perseguiva la suaduplice pena proprio nel modo che è solito in chi dubitapoichéquando voleva ricercare amore presso Isotta il sospetto ve lodistoglieva ed egli allora voleva trovare la verità e quando questagli si sottraeva allora il dubbio lo tormentava e così rimaneva sempreallo stesso punto. Che cosa può esservi di più penoso per l'amore chenon il dubbio e il sospetto? Che cosa angustia l'animo desideroso diamore quanto il dubbio? La mente non sa dove rivolgersipoichétalvolta e per qualche indizio che abbia osservato o di cui abbiauditogiurerebbe che tutto fosse finitoma in un volger di manotutto cambia e se vede cosa che faccia rinascere in lui il dubbio egline è nuovamente afferrato e quindi confuso. Sebbene tutti faccianocosìè tuttavia cosa assai poco saggia e grande stoltezza il dubitaredell'amore poiché nessuno è felice in un amore intorno al quale debbaavere dei dubbi; però fa ancora peggio chi persegue il sospetto e ildubbio fino alla certezzapoiché se uno riesce a vedere che quello èfondatola fatica durata finora di correre dietro alla verità gliprocura adesso una pena di cuore maggiore assai di qualunque altra. Idue precedenti mali che lo opprimevano prima gli sembrano ora essereleggeri: se potesse riaverli accetterebbe il dubbio e il sospetto purdi non trovare la vera realtà.

Così avviene che il male genera un altro male finché non giunge ilpeggiore di tuttie poiché questo duole maggiormenteil primo apparelieve. Per quanto penoso all'amore sia il dubbionon lo è mai tantoda non farglielo sopportare più volontieri che non la positivacertezza. E nessuno vi si può sottrarre: l'amore deve produrre ildubbio; questo deve sussistere accanto all'amore e da lui l'amore devederivare vita: fintanto che dura il dubbiol'amore può ancora trovarebuon consiglioma appena conosce la verità allora subito è tuttofinito.

Inoltre l'amore ha una usanza in cui spesso si impiglia e si confonde:anche quando tutto va secondo la sua volontànon per questo si dàpace e lascia facilmente andare le cose; e dove vede il dubbio daquesto non si dipartequesto è il suo male al quale corre e loricerca ancor più per risentirne dolore al cuore che per il piacereche potrebbe trovarvi o derivarne. Anche Marco seguiva questo stoltocostume; egli ripensava giorno e notte come avrebbe voluto liberarsidal dubbio e dal sospetto e come la verità avrebbe posto fine al suodolore; questo era il suo costante pensiero.

Avvenne dunque che una sera egli e Mariodo avevano escogitato insiemecome prendere Isotta con astuzia e meglio scoprire la verità. Ma tuttosi rivolse contro di loro e nel laccio che le avevano teso cercando ildanno della regina essa vi prese il re suo signoresecondo ilconsiglio di Brangaene. In questoBrangaene fu loro molto utile e digrande aiutousando astuzia contro astuzia. Il re si strinse al cuorela regina e la baciò molte e molte volte sugli occhi e sulla bocca.

    "Bellezza mia le disse egli - nulla al mondo ho più caro di voi e devosepararmene. Sa Iddio in cielo come questo mi faccia perdere ilsenno".

La reginabene istruitausò artifizio contro artifizio e sospirandorispose:

    "Ahimèmiseraahimè che finora ho creduto tutta questastoria fosse uno scherzo e ora sento e conosco che deve veramente sulserio realizzarsi!".

Ed essa cominciò a mostrare gran cordoglio con leparole e con gli occhia piangere così pietosamente chè l'ingenuomarito vinse tutti i suoi dubbi e avrebbe giurato che ciò le venisserealmente dal cuore; poiché in tutte le donne altro fiele non vi ènéhanno altra falsità o inganno - se stiamo a quanto esse stesse nedicono - se non questo: di saper piangere senza motivo e senza vogliaogni volta che a loro conviene.

Isotta piangeva dirottamente.

    "Bella - disse l'ingenuo Marco che cosavi turba? perché piangete?".

    "Ho ben ragione di piangere risposeIsotta - e se mi lamento ne ho ben donde. Sono una misera donna ealtro non ho che questo corpo e quel tanto di senno che mi è statoconcesso e tutto questo lo ho abbandonato a voi e al vostro amorecosì che la mia mente non può pensare né amare altro che voi solo. Nulla mi è tanto caro quanto voi e ora mi avvedo che voi non miportate tutto quell'affetto che dimostrate e dite; che voi ve nepartiate e che ora mi vogliate lasciare in questo paese straniero mifa chiaramente comprendere che vi sono molto indifferente; il miocuore e l'anima mia non se ne consoleranno mai".

    "Perchébella? - disse egli allora -; avete pur in mano vostra ilpaese e il popolo che sono vostri quanto miei: voi ne siete lasovranaessi obbediscono ai vostri ordini e quello che comandate saràfatto. Intanto che io sarò lontano si prenderà cura di voi uno chesaprà ben custodirvimio nipote Tristanoche è cortesesaggio eprudente e cercherà in ogni modo di farvi onore e procurarvi piaceri eagi sempre maggiori; di lui a buon diritto mi fido; voi gli siete caracome gli sono caro io: egli farà tutto per voi e anche per me".

    "Ser Tristano? - esclamò la bella Isotta - davverovorrei primaessere morta e preferirei essere sepolta piuttosto che trovarmimevolentein sua custodia. Questo ipocrita che mi sta sempre accantostrisciando e adulandomi e ripete che mi vuol bene. Pure Iddio soloconosce l'animo suo e sa con quanta sincerità egli parli; e anche iostessa ne so abbastanzaperché egli mi ha ucciso mio zio e ora temela mia ira e l'odio mio; perciò ha paura e sta sempre a lisciarmiinfingendosi e blandendomi ipocritamente e si illude con questo diottenere la mia amicizia. Ma ciò a poco gli vale e la sua adulazione anulla serve. E sa Iddio che soltanto per voi e più per amor vostro cheper il mio stesso onore io gli dimostro amicizia; altrimenti non loguarderei davvero con occhio benevolo. E poiché non posso evitare divederlo e udirlomi avviene allora di mettervi poca sincerità e pococuore. E' vero che io spesso mi rivolgevo a lui con bocca che mentivae occhi privi di affettoma era soltanto per disprezzo. Si dice delledonne che esse odiano gli amici dei loro mariti: per questa ragione iospesso ingannavo il tempo con lui con molti falsi sguardi e con vuoteparolein modo che egli avrebbe giurato che mi venissero dal cuore. Signorenon ci contate. Vostro nipoteser Tristanonon mi avràneppure un giorno in sua custodia; se posso pregarvene mi doveteintanto con vostro beneplacito custodire voi stesso; dove andate voivoglio andare io purese non me lo proibite voi e se non me loimpedisce la morte".

Cosìsimulatriceparlava Isotta col suo sposo e signorefinché aforza di blandirlo gli tolse ogni dubbio e ogni risentimento ed egliavrebbe giurato che era sincera. Marco il dubbioso era ritornato sullaretta via. La sua compagna aveva dissipato ogni suo dubbio e timore;ora tutto quello che lei diceva o faceva andava bene.

Il re riferì subito al siniscalcocosì come meglio seppele parole ela risposta di leidicendogli come non ci fosse in lei alcun generedi falsità. Il siniscalco se ne dispiacque assai e se ne rattristò nelsuo cuore; pure insegnò al re come poteva mettere Isotta ancor meglioalla prova.

La nottementre Marco giaceva con leiegli con altre domande le tesenuovamente i suoi lacci e ve la impigliò.

    "Vedetemia regina - disseegli - mi pare che dobbiamo ancora pensarci bene. Ora bisogna vedere eriflettere se le donne possano governare il paese. Madonnaio devopartire e voi dovrete rimanere qui con i miei fidi. Chi mi dimostrafedeltà e affettosia egli parente o vassalloquesti dovràtributarvi onore e servirvi come voi comandiate. Coloro che non vipiacessero o non fossero cari ai vostri occhisiano essi cavalieri ovassallirimandateli pure. Non dovete vedere né udirecontro ilvostro desideriopersone né cose che vi possano dispiacere; io stessonon terrò in alcun modo caro colui verso il quale voi nutriteavversione: questo vi sia detto in verità. State tranquilla e lieta evivete come meglio vi aggrada. Questa è la mia volontà. E poiché mionipote Tristano non è gradito al vostro cuoretra breve io loallontanerò dalla corte e dalla compagnia dei cortigiani; appena netrovo l'occasione egli andrà in Parmenia a badare alle cose sue. Questo sarà un vantaggio tanto per lui come per il paese".

    "Graziesire - disse Isotta - voi parlate bene e saggiamentepoichéora conosco che volontieri rinunciate a quello che al mio cuoredispiace; mi pare quindi giusto che io pure mi adatti a ciò che piaceai vostri occhi e aggrada al vostro animocome meglio possoe che iocontribuisca giorno e notte col consiglio e con l'aiuto a quello cheal vostro onore si addice. Ma badatesignorea quello che fate: nonsia mai che per mio consiglio e mio volere vostro nipote vengaallontanato dalla vostra cortené oggi né maialtrimenti ne verrebbedisonore a me: si direbbe subito nel paese e fra la gente che ve lo hoconsigliato io a causa del mio rancore per la sua colpa di avereucciso mio zio. Se ne farebbero tanti discorsi che porterebbero a medisdoro e non farebbero onore a voi. Non sia mai che per causa mia voidiffamiate il vostro amico o abbiate malanimo contro qualcuno chedovreste proteggere. Riflettete anche: quando ve ne andrete chicustodirà i vostri due regni? In mano a una donna non starebbero nébene né in pace: colui che deve prendersi cura bene e con onore di dueregni deve avere senno e cuore e in questi due paesi non c'è nessunoall'infuori di ser Tristanose egli non rimane qui per il bene delpaese. Senza di lui non c'è alcun altro che possa permettere o vietarequalche cosa. Se sopravviene una guerracosa che può capitare ognigiorno e che sempre si deve prevedereallora potremmo aver disgraziae mi si rinfaccerebbe sempre malignamente la partenza di Tristano;allora si direbbe continuamente: "Se fosse stato qui ser Tristano inquesto frangentenon avremmo avuto questa disgrazia"; e tutti a unavoce mi darebbero la colpa di avergli fatto perdere il vostro favore adanno vostro e loro. Sireè meglio rinunciarvi; ripensateci meglio eriflettete tanto all'uno che all'altro partito: o mi lasciate venirecon voio gli ordinate di aver cura del paese. Comunque il mio cuorepossa essere disposto verso di luipreferisco mi sia daccantopiuttosto che un altro debba venire qui a rovinare e danneggiaretutto".

Il re comprese subito che tutto il cuore di lei era rivolto al bene diTristano e in lui ricominciò più di prima il dubbio e l'incertezza;così era più che mai ricaduto e sprofondato nell'amarezza dellacollera.

Isotta informò minutamente Brangaene del colloquio e le narrò ognicosa senza omettere una parola. A Brangaene dispiacque molto che essaavesse parlato così e che il discorso fosse andato in questo modoele tenne un altro sermone su come dovesse parlare e comportarsi inseguito.

Alla nottequando la regina andò di nuovo a dormire col suo sposoessa lo riprese fra le braccialo abbracciò e baciòlo strinse alsuo dolce seno e ricominciò a irretirlo coi suoi discorsicon ledomande e le risposte:

    "Ditemisignore cominciò -ditemi per amormio se avete parlato sul serio quando mi diceste di ser Tristano e chevolevate per causa mia rimandarlo al suo paese? Se fossi sicura dellevostre parole vorrei rendervene grazie oggi e tutti i giorni della miavita. Signoreio mi fido bensì di voicome debbo e come mi è carofare; pure temo che si tratti solo di un tranello; e se sapessi concertezzacome mi avete indotta a credereche volevate solo bandire etenermi lontano colui che mi è sgraditoallora riconoscerei da questoche mi volete bene. Già da tempo vi avrei rivolta questa preghiera senon fosse che lo facevo malvolentieripoiché mi è troppo ben noto ciòche per colpa sua mi potrebbe accadere se egli dovesse restarmi alungo dappresso. Orasignoreconsiderate bene tutto senza badarealla mia antipatia: se egli deve governare il paese durante la vostraassenza e se intanto dovesse accadere che qualche cosa sopravvenga avoicome facilmente potrebbe darsi in viaggioallora egli mitoglierebbe regno e onore. Ora avete ben compreso il male che mi puòfare: rifletteteci dunque con animo benevolo come può fare un amico eliberatemi da ser Tristano e farete benesia rimandandolo al paesesuosia conducendolo con voi e lasciandomi intanto sotto laprotezione del siniscalco Mariodo. Se invece voleste che io venissicon voiper conto mio lascerei governare i paesi da chi vuolepurchéio potessi essere con voi. In tutto questodei vostri regni e di mestessafate voi come meglio vi sembra: questa è la mia volontà e ilmio desiderio. Se con questo io penso che faccio la vostra volontàrinuncio subito al paese e al popolo".

Così continuò ad adulare il suo sposo finché riuscì a ottenere cheegli vincesse il dubbio e abbandonasse il sospetto sulla sincerità esull'amore di lei e di nuovo la ritenesse innocente di tutto e diqualsiasi cattiva azione. Quanto al siniscalco Mariodolo ritenneallora per mentitorementre invece gli aveva dato vere notizie edetto la verità.

Quando il siniscalco si accorse che la sua volontà non era seguitacercò nuovamente altri mezzi. C'era a corte un nano chiamato Melotpetit d'Aquitaineche sapeva scoprirecome si suol direcosesegrete negli astri della notte. Non voglio però affermare nulla inproposito se non quello che ho letto nel libro; ora io non vi trovodetto altro se non che egli era abileastuto e buon argomentatore.

Egli godeva della piena fiducia del re e della kemenate. Con lui siaccordò Mariodo in modo che quando si recasse dalle donne stesse benea osservare Tristano e la regina. Se gli riuscisse di scoprire laverità sul loro amorene avrebbe avuto sempre onore e ricompensa dare Marco.

Egli quindi vi mise tutta la sua arte e tutta la sua scienza econtinuamente tese i suoi lacci con le parole e con i gesti ed ebbepresto scoperto l'amore dei due amanti; essi avevano fra di loro talidolci atteggiamenti che Melot vi scorse immediatamente i segni dellaMinne e disse a Marco che senza dubbio là vi era l'amore. Allorafraloro treMelotMarco e Mariodo si consultarono e furono d'accordosulla decisione che allontanando Tristano dalla corte si scoprirebbela verità.

Così fu fattogiusto quanto era stato proposto: il re pregò il nipoteche per il proprio onore non frequentasse più la kemenate né altroluogo dove potesse incontrare alcuna delle damepoiché a cortecorreva una diceria e bisognava guardarsene altrimenti ne potevavenire grande danno e disdoro a lui e alla regina. Così fu fattosecondo la sua preghiera e il suo comandamento. Tristano evitò ogniluogo che fosse frequentato dalle donnenon entrò più nellakemenate né nel palazzo. I familiari si meravigliarono di lui e diquesta stranezza; ne parlavano alcuni dicendo bene di luialtridicendone male; il suo orecchio era continuamente afflitto da qualchenuovo tormento.

Tanto egli che Isotta passavano le loro giornate in gran pena;facevano tra loro lamento continuo e grande doglianza. Due diversitormenti avevano: dolore per il sospetto di Marco e dolore per nonavere un luogo dove poter stare soli a discorrere. Ognuno di essi pocoa poco perdeva forza e coraggio e il loro colorito cominciò aimpallidire e la persona a indebolirsil'uomo impallidiva per ladonnala donna per l'uomoper Isotta Tristanoper Tristano Isotta. Ambedue erano afflitti da profonda pena. Non mi stupisce che questaloro pena fosse comune a tutt'e due e il loro dolore indiviso: nonavevano fra tutti e due che un solo cuore e un solo animo; il bene eil male di entrambila morte e la vita loro erano come insiemeintessute: di quello che contrariava l'uno anche l'altro se neaccorgevaciò che all'uno piaceva subito l'altro lo sentiva. Avevanofra loro due un animo solo sia per il bene che per il male: la comunesofferenza era così palese nel loro aspetto stesso che esso maldissimulava l'amore.

E ben presto Marco se ne accorse e vide che ad ambedue la separazionee l'assenza andavano fino al cuore con grande comune pena e quale erala loro brama di rivedersi se avessero saputo come e dove. Egliinventò allora un'altra astuzia e ordinò ai cacciatori di prepararsicon i cani per una battuta di caccia. A corte fece dire che sarebbeandato a caccia per una ventina di giorni: chi fosse pratico di artevenatoria e chi gradisse questo passatempo si preparasse. Presecongedo dalla regina e le raccomandò di stare allegra e contenta comepiù le piacesse. In segreto però incaricò Melot di stare attento etendere insidie sui segreti passi di Tristano e Isotta; egli glieneavrebbe sempre reso merito. Così se ne andò poi a caccia con grandeclamore.

Il suo compagno di caccia Tristano rimase a casa e fece dire allo zioche era ammalato. L'infermo cacciatore desiderava egli pure la suaselvaggina. Ambedueegli e Isottarimasero a languire cercando conaffannoso intento buona ventura e un modo come potersi vedere. Ma nonci riuscivano mai.

Frattanto Brangaene si recò da Tristano poiché aveva riconosciuto chela ferita del cuore di lui era molto profonda. Essa gli confidò il suoaffanno ed egli confidò il proprio a lei.

    "Ah - disse egli - mia dolcesignoraditemiche cosa consigliate in questo frangente? Che cosadobbiamo fare per non morire? Non sappiamo come contenerci per poterrimanere in vita".

    "Che consiglio posso darvi? - rispose la fedele amica - Dio volesseche non fossimo mai nati! Noi tre abbiamo perduto felicità e onore;non riacquisteremo giammai la nostra serenità di spirito. AhimèIsotta! Tristanoahimè! Mai questi occhi vi avessero vedutivoi etutta l'infelicità di cui sono stata la causa! E ora non ho consiglioné arte con cui vi possa giovare; non so trovare nulla che vi aiuti esono sicura come della morte che verrete in grande afflizione seresterete ancora a lungo così sorvegliati e costretti. Dunquepoichénon si può fare di meglioseguite il mio consiglio questo tempo incui dovete stare lontano da noi: quando troverete il momento adattoprendete un ramo di olivo e tagliate delle schegge in lunghezza esegnatele da una parte con una T dall'altra con una Iin modo che siala prima lettera dei vostri nomi; non vi aggiungete altro e andate ingiardino; là conoscete il ruscelletto che scorre dalla fonte verso lakemenate: orbene gettatevi dentro la bacchettina e lasciatelagalleggiare e andare verso la porta della kemenate; la dolenteIsotta e io vi passiamo sovente piangendo la nostra sventura. Vedendola bacchettina sapremo che voi siete presso la fontelà dove l'ulivogetta la sua ombra. Là aspettate e state bene attento: la desiosa miasignoral'amica vostra verrà allora a voi e io purese saràpossibile e se tale è il vostro volere. Signorequesto breve tempoche ancora mi rimane da vivere deve da ora in poi esser tutto dedicatoa voi duein modo che io viva per voi e vi dia consiglio perchépossiate vivere. Se potessi procurarvi gioia anche per una sola ora eper questo darne mille delle mievenderei tutti i miei giorni permitigare la vostra pena".

    "Graziemia bella - disse Tristano - io non ho dubbio alcuno che invoi non siano onore e fedeltà quali mai di maggiori furono racchiusein cuore alcuno. Dovessi ancora trovare grazia per mela volgerei invostro onore e per la vostra felicità. Per quanto mala sia ora la miasorte e per male che per me giri la ruotapure se sapessi come poterdare i miei giorni e le mie ore per la vostra gioiarinuncerei anchea parte della mia vita; credetelo e siatene certa".

Piangendo eglisoggiunse poi:

    "O beata fedele donna!"e con ciò se la strinse alpettol'abbracciò stretta e le baciò angosciosamente più e più voltele gote e gli occhi.

    "Bella - disse - ora agite da fedele amicaa voiraccomando me stesso e la dolente desiosa Isotta; ricordatevi sempredi noi duedi lei e di me."

    "Lo farò volontierisignore; ora datemilicenzaché devo andare. Fate secondo il mio consiglio e non vipreoccupate troppo".

    "Dio stesso conservi il vostro onore e la vostrabella persona".

Brangaene si inchinò piangendo e se ne andòtristemente.

Tristanosempre mestotagliò e gettò il fuscello come gli avevainsegnato la sua consigliera Brangaene. Così per ben otto volte inotto giorni egli e madonna Isotta vennero alla fonte segretamente esicuramente all'ombra dell'alberosenza che alcuno se ne accorgessené alcun occhio li vedesse; senonché una notte accadde che mentreTristano andava colànon so comeMelotil malaugurato Nanolostrumento del diavoloper disgrazia lo scorselo seguì di soppiattoe lo vide andare verso l'albero ed essere poco dopo raggiunto da unadonna che egli strinse a sé. Chi fosse però la donna Melot non losapeva.

Il giorno seguente Melot ritornò di nascosto per quella via un pocoprima del meriggioessendosi riempito il petto di false accuse e dimaligne astuzie e si avvicinò a Tristano:

    "Inverosignore - disseegli - io sono venuto qui in grande preoccupazione; voi siete tantosorvegliato e spiato che mi sono recato qui di nascosto e con grandefaticaperché nel mio cuore sento grande compassione per la fedeleIsottala virtuosa reginache in questo momento è in gran pensieroper voi. Essa mi ha mandato e pregato molto di venire da voinonavendo alcun altro adatto a questa mansione. Essa mi pregò e mi ordinòdi salutarvi di cuore per lei e di chiedervi di parlarle oggi stessodove non lo soma lo saprete voi che siete stato ultimamente con lei;vi prega di mantenere l'ora solita e il tempo in cui solete venire. Non so contro quale cosa voglia mettervi in guardia. Credetemi purenulla di quanto mai accadde a me stesso mi ha dato maggior dispiacereche il suo dolore e il vostro cruccio. Oramio signoreser Tristanodevo andaredatemi licenza; le dirò quello che voletema non possorimanere più a lungo. Se la gente mi vedesse quime ne verrebbedanno. Già tutti dicono e pensano che quello che a voi due fu fattosia stato per mio suggerimento; di questo dichiaro davanti a Dio e avoi che nulla mai accadde per mio consiglio".

    "Amicosognate disseTristano -. Che storia mi andate mai raccontando? Che cosa sospettanoi cortigiani? e che cosa abbiamo fatto io e la nostra signora? Via! andatevene immediatamente in maledizione di Dio e sappiate per certoche qualunque cosa si dica o si suppongavoi non dovrete mairaccontare a corte quello che qui avete sognatoa meno che non lopermetta io stesso per l'onor mio".

Melot si recò subito a cavallo nel bosco dove trovò Marco e gli disseche era finalmente giunto a scoprire la verità e gli raccontò come edove e quello che era avvenuto alla fonte.

    "Potete voi stesso sincerarveneSignore - disse Melot - se a nottevolete venire con me; ne sono sicuro come di nessun'altra cosa; sepossono combinarlo verranno ambedue là questa notte e potrete voistesso rendervi conto di quello che tra loro trattano".

Il re si recòa cavallo con Melot a procurarsi il tormento del suo cuore. Giunseroverso sera nel giardino e cercarono un luogo dove celarsima né il rené il nano seppero trovare un nascondiglio che facesse per loro. Oraaccanto al ruscello che là scorreva c'era un ulivo grandebasso eanche sufficientemente frondoso; vi salirono ambedue con fatica esedettero in silenzio.

Fattasi notteTristano si avanzò furtivamente e giunto nel giardinoprese i suoi messaggeri (i fuscelli) li gettò nel rivo e li lasciòscorrere via con questo. Essi palesarono alla desiosa Isotta lapresenza del suo amico. Tristano passò oltre la fontedove sull'erbacadeva l'ombra dell'ulivo. Là si fermò cogitabondo riandando nel suocuore il suo segreto cruccio. Così avvenne che scorse l'ombra di Marcoe di Melot poiché la luna splendeva chiara attraverso l'albero. Oraquando distinse le due ombre venne in grande angustiarendendosisubito conto dell'inganno e dell'insidia.

    "Signore Iddio - pensò trasé proteggete Isotta e me! se essa non si accorge in tempo di questainsidia nell'ombra mi viene certo dritta incontro. E se questo accadece ne verrà male e malanno. Signore Iddioper la tua grazia tienciambedue in tua custodia; salva Isotta sulla sua viaguida i suoipassimetti l'ingenua in guardia contro questa malizia e questainsidia che hanno tesa a noi dueprima che essa dica o faccia qualchecosa che faccia pensare a male. Deh Signoreabbi pietà di lei e dime. A te raccomandiamo questa notte il nostro onore e la nostra vita".

Isottala sua signorae Brangaenela casta amica di ambedue lorostavano passeggiando e aspettando il messaggio di Tristano nel lorogiardino del piantodove si recavano a tutte le oreappena potevanofarlo senza pericololamentando fra di loro la loro sventura. Passeggiavano avanti e indietro parlando della loro storia di amore edi dolore. Ben presto Brangaene scorse il messaggio e la bacchettanella corrente e fece cenno alla sua signora.

Isotta la prese e l'osservòlesse Isottalesse Tristanopresesubito il suo mantello e se lo avvolse intorno alla testa e scivolòfurtiva fra l'erba e i fiori fino all'albero e alla fonte. Quando fu atanto breve distanza da poterlo scorgerevide Tristano che se nestava immobile come mai aveva fatto prima: poiché mai lei aveva mossoun passo verso di lui senza che egli le fosse premurosamente venutoincontro.

Ora Isotta molto si meravigliòchiedendosi che cosa questosignificasse: le si strinse il cuorechinò il capo e mossetimorosamente verso di lui con grande angoscia e a lenti passi equando giunse presso l'albero vide l'ombra dei tre uominimentresapeva di uno solo. Comprese allora l'inganno anche dal contegno diTristano.

    "Ah - diss'ella - traditori! Che vuol dire questo? Dondequesto agguato? Certamente il mio signore si trova qui vicinodovunque possa essere nascosto. Temo assai che siamo traditi. ProteggiciSignore Iddioaiutaci affinché possiamo uscirne cononore; Signore salva lui e me".

E si domandò tra sé:

    "Tristano sa diquesta mala ventura o non lo sa?".

E dal suo contegno comprese cheegli doveva esserne a conoscenza.

Essa sostò allora un po' discosto e disse:

    "Ser Tristanomolto midispiace che voi siate così certo e convinto della mia ingenuitàtanto da chiedermi un colloquio a quest'ora. Se consideraste l'onoreche dovete a vostro zio e a me sarebbe cosa più conveniente allavostra lealtà e al mio onoreche non il darmi ritrovo a così tardaora e così di nascosto. Ora parlate: che cosa volete? io sto quiangustiata e soltanto perché Brangaeneoggi di ritorno da voimi haesortata e consigliata a venire a sentire la vostra querela. Però hofatto molto male a obbedirle. Essa è qui vicina a me e per quantosicura io mi sentadarei in verità un dito della mano piuttosto chequalcuno sapesse che sono qui con voi. Si sono già raccontate tantestorie su di voi e su di me che tutti giurerebbero che siamo colpevolidi amicizia illecita. Tutta la corte è piena di questo falso rumore. Ora Dio sa quale è il mio sentimento verso di voie voglio dire anchedi più: Dio mi è testimonio e possa io non ottenere mai assoluzionedei miei peccati se io vi ho amato diversamentecome e con qualcuore; io dichiaro davanti a Dio che non ho mai sentito affetto peruomo alcuno e oggi e sempre il mio cuore è chiuso a tutti gli uominimeno a colui che colse il primo fiore della mia verginità. Che il miosignorere Marcomi sospetti tanto per causa vostraser Tristanosa Iddio che è molto male da parte suadopo che ha conosciuto il miosentimento verso di voi. Coloro che hanno fatto tanti vani discorsisul conto mio sonosa Iddiomolto sconsideratiignorando essiinteramente il mio cuore. Migliaia di volte ho simulato amicizia pervoi e senza maliziaper l'amore che porto a colui che devo amare eIddio lo sa. Fosse servo o cavalierechiunque appartenesse allafamiglia di re Marco o gli fosse caromi pareva giusto e onorevolefargli accoglienza; ora questo si rivolge contro di me. Pure nonvoglio portarvi rancore a causa delle loro menzogne. Signoreoraquello che mi volete dire ditemeloperché non posso rimanere più alungo con voi".

    "Madonna - disse Tristano - io non ho dubbio alcuno che voi nelleparole e nelle azioni seguiate soltanto l'onore e la virtùma non vene fanno credito quei mentitori che hanno vanamente sospettato di voie di me e ci hanno fatto perdere il favore del nostro signore senzanostra colpa né peccatocome Iddio ben sa. Madonnamia virtuosareginariflettete bene e persuadetevi nell'animo vostro che io sonoaltrettanto innocente verso di voi quanto verso di lui e consigliateal mio signore che per la sua cortesia voglia per questi otto giorninascondere e sospendere il rancore che senza mia colpa mi porta. Perquesto tempo voglia egli e vogliate anche voi serbare verso di me uncontegno come se mi foste benevolmente disposti. Intanto anch'io mipreparerò a partire da qui. Ci rimettiamo l'onore tanto il re quantovoi e iopoiché se vi mostrate così ostili e io parto da quiinostri nemici diranno che realmente c'era qualche cosa di vero:vedete come ser Tristano se ne è partito in disgrazia del re.

    "Ser Tristano - replicò Isotta - preferirei morire piuttosto chepregare il mio signore di fare per amor mio qualche cosa in vostrofavore. Sapete bene che da molto tempo egli mi è avverso per causavostra e se venisse a sapere che io sono qui adesso sola e di nottecon voine verrebbe una tale scena che egli mai più mi avrebbe amorené onore ein fede miaanche così non so se ciò mai più sarà. Mi famolta meraviglia che Marcomio signoresia venuto in questo sospettoe mi domando da chi abbia preso consigliopoiché io non mi sono maiaccorta - e le donne se ne accorgono subito - che col vostro contegnomi abbiate voluta indurre a qualche frivolezzané io stessa ho mai inquesto praticato inganni o falsità. Non so che cosa ci abbia rovinatiperché lo stato di ambedue noi è ora misero e pietoso. Dio onnipotentevoglia presto porvi fine e renderlo migliore. Oramesseredatemilicenza; io devo ritirarmi e andatevene voi pure. Dio sa se il vostrotravaglio e il vostro dolore mi fanno pena; io sarei per questoabbastanza colpevole - sebbene io non ammetta di esserlo - perchédobbiate avermi in odio e mi duole che per causa mia siate tantooppressosenza vostra colpa; perciò voglio passarci sopra e quandovenga il giorno in cui dovrete partiresignoreDio vi guardi;raccomando voila vostra preghiera e il vostro messaggio alla Reginadel cielo; e se sapessi che il mio consiglio avesse qualche potereconsiglierei e fareianche con mio dannotutto quello che potessegiovarvi. Temo però assai che il re sia irritato contro di memacomunque vada e per quanto maledevo pur darvi la soddisfazione didirvi che non siete colpevole in nulla contro di me né contro il re;se mi riuscirà appoggerò meglio che posso la vostra domanda".

    "Graziemadonna - disse Tristano - e le parole che il re vi diràriportatemele subito; se però vedessi che mi conviene partire subito enon vedervi primaqualunque cosa mi accadao virtuosa reginasiatesempre benedetta da tutte le celesti schierepoiché sa Iddio cheterra e mare mai portarono donna più casta. Madonnala vostra animala vostra personail vostro onore e la vostra vita siano sempre sottola protezione di Dio".

Così si separarono; la regina se ne ritornò tristemente sospirandoamareggiata e amante con segreto dolore nel cuore e nello spirito. Iltriste Tristano se ne andava pure tristemente e con gran pianto. Marcose ne stava triste egli puresull'albero; lo affiggeva e gli passavail cuore di aver così mal pensato del nipote e della sposa emalediceva molte volte col cuore e con la bocca coloro che a questo loavevano indotto. Rimproverò aspramente il nano Melot di averloingannato e di aver diffamato la sua casta donna. Scesero dall'alberoe rimontarono a cavallo con vergogna e rammaricotanto Marco comeMelot. Avevano doppio e diverso duolo: Melot per l'inganno di cui eraincolpatoMarco per il sospetto col quale aveva infamato il nipotela donna e soprattutto se stessospargendo la calunnia a corte e intutto il paese.

Al mattino di buon'ora fece dire ai cacciatori che rimanessero pure econtinuassero a cacciarema che egli stesso se ne ritornava a casa.

    "Raccontatemimadonna regina - disse egli come avete passato le ore eil vostro tempo?".

    "Signoreil mio tempo libero fu quasi tutto vanodoloremio sollievo furono l'arpa e la lira."

    "Vano dolore? - esclamòMarco - come mai e per che cosa?".

Isotta sorrise e disse:

    "Comeavvenne e avviene ancora tutti i giorni e anche oggi; tristezza eduolo sono comuni a tutte le donne: ciò purifica il nostro cuore eillumina i nostri occhi. Ci creiamo in segreto dei gran guai da unnonnulla e anche facilmente li dimentichiamo".

E in questo modocontinuò scherzando. Marco però ascoltava e ripassava in cuor suo leparole di lei e il loro significato:

    "Ora ditemimadonna- diss'egli -c'è nessuno che sappiao sapete voiche ne sia di Tristano? Midissero che stava male quando ultimamente andai a caccia".

    "Signorevi hanno detto il vero"rispose la regina: essa intendeva mald'amore; sapeva bene che la sua malattia proveniva dalla Minne. Il rereplicò subito:

    "Come lo sapete? Chi ve lo ha detto?"

    "Io so soltantoquello che suppongo e quello che poco tempo fa della sua malattia miriferì Brangaene. Essa lo vide ieri e mi disse che dovevo riferire avoi le sue parole e la sua domanda e pregarvi che per amor di Dio nonlo accusiate così gravemente contro il suo onore e che vogliatedesistere dal vostro sdegno contro di luialmeno per questi ottogiorni mentre si prepara per la partenza e che gli permettiate diprendere congedo con onore dalla corte e dal paese; di ciò egli pregaambedue noi".

E così essa espose al re tutta la richiesta che Tristanole aveva fatto presso la fontedove il re stesso aveva ascoltato iloro discorsi.

Il re rispose:

    "Madonna reginasia sempre maledetto colui che miindusse a dubitare di luidel che profondamente mi dolgo perché horecentemente riconosciuta la sua innocenza; mi sono reso conto ditutto fino in fondo e orabenedetta sposa miaper l'affetto che miportatetutto sia rimesso a voi e sia fatto quello che voi dite. Decidete voi e mettete pace fra lui e me".

    "Sire - disse la regina -non voglio troppo affrettarmi a far questopoiché se anche questasera vi calmodomani tornerete al vostro sospettocome prima."

    "Noinveromadonnaciò non sarà mai più; io non avrò mai più dubbi sulsuo onore e voimadonna reginasarete sempre sciolta da ognisospetto di amore infedele".

Fatto questo giuramentofu mandato subito per Tristano e ognisospetto risolto in bene con animo sincero. Isotta fu nuovamenteaffidata a Tristano; egli l'assistette in tutto col consiglio e conl'azione; essa e la kemenate erano ai suoi ordini. Tristano e la suadama Isotta vivevano tranquilli e felicila loro gioia era completa;dopo lungo soffrire era concessa loro una vita beata secondo i lorodesiderisebbene dovesse durare poco tempo senza crucci.

Io affermo a voce ben alta che non c'è erba ortica così pungente eamara quanto il maligno vicinoné mai periglio così grande come ilfalso familiare - intendo dire di quella falsità di chi prende aspettod'amico e invece nel cuore è nemico. Questi è un terribile compagnoha sempre in bocca il miele e nel cuore il veleno che stilla dalpungiglione dell'invidia; questa col suo alito appestato spirasventura su ogni impresa dell'amicosu tutto quello che vede e sentee nessuno ne è salvo. Colui invece che apertamente avversa il nemicosulle sue vienon lo accuso di falsità; finché combatte lealmente nonfa gran danno; ma se si nasconde allora bisogna stare in guardia.

Così fecero Melot e Mariodostando sempre ipocritamente accanto aTristanoprofferendogli i loro servigi e la loro amicizia consimulazione e menzogna. Ma Tristano stava bene attento e mise inguardia anche Isotta:

    "Badate - le disse - regina del mio cuoreestate ben attentatanto per voi quanto per mealle vostre parole eai vostri gesti; siamo circondati e minacciati da grandi pericoli; dueserpenti velenosi in veste di colombe ci accompagnano ovunque condolci detti e adulazioni. Da essi difendeteviregina benedettaperché là dove i familiari sono come colombelle nell'aspetto e comestirpe di serpenti nella codabisogna segnarsi come davanti allatempesta e farsi benedire come davanti alla morte improvvisa. Madonnabenedettabella Isottaguardatevi dalla serpe Melot e dal caneMariodo".

Tali erano infatti questi duequegli serpequesti cane perchécontinuamente tendevano agguati agli amanti a ogni occasionea ognipassotal quale serpente e cane. Anche contro Marco esercitavano laloro malizia con accuse e consigli a tutti i momentifinché egliricominciò a esitare nel suo affetto e a sospettare gli amanti e atendere loro tranelli e segrete reti.

Un giorno si fece salassaresecondo quanto gli avevano proposto isuoi falsi consiglierie con lui Isotta e Tristanoi quali nonpensarono che vi fosse nascosta alcuna insidia e non temerono pericoloalcuno. Giacevano tutti tranquilli e in silenzio nelle loro stanze. Ilgiorno seguentequando a sera si fu ritirata la schiera deicortigiani e Marco fu andato a dormirenon rimasero nella kemenatesecondo quanto era stato combinatooltre Marco e Isottaalcun altroche Tristano e MelotBrangaene e una piccola ancella. Le lampade e illoro chiarore era velato dalle folte cortine del letto.

Or quando all'ora di mattutino le campane cominciarono a suonareMarcosospettososi rivestì in silenzio e ordinò a Melot di levarsie di andare con lui alla messa dell'alba. Quando Marco ebbe lasciatoil lettoMelot prese una manciata di farina e la sparse sul pavimentoin modo che se uno passasse venendo dal letto o andandovisi dovessescorgerne la traccia. Dopo di che uscirono tutti e due. Le lorodevozioni non consisterono certamente in preghiere.

Ora Brangaene si accorse subito dell'insidia della farinascivolòverso Tristano e lo fece accortoquindi tornò a mettersi a letto. L'astuzia dispiacque molto a Tristano; il cuore gli ardeva nel pettoper la donna e studiava come giungere a lei. Egli agiva come dice lasimilitudinecioè che la Minne deve essere senza occhi e l'amore nonconoscere paura quando ci si mette sul serio.

    "Ahimè - pensò tra di sé - Signore Iddiocome faccio con questomalaugurato inganno! Questa impresa è un grande azzardo per me".

Si levò sul letto e si guardò intorno da tutte le parti per vedere inquale maniera potesse giungere colà. C'era già abbastanza luce perchépotesse scorgere la farina; ma lo spazio gli parve troppo grande perun salto e non osò tentarlo. Pure non poté che scegliere fra le duealternative quale fosse la migliore. Unì i piedisi puntò fortementein terrae arrivò con un balzo dove voleva. Ma Tristanociecod'amore aveva preso lo slancio e l'impresa alquanto al disopra dellesue forze: saltòsìfino al letto ma perse la gara poiché la vena siruppe causandogli grande disagio e dolore. Letto e lenzuola si tinserodi sanguecome il sangue suol fare e si macchiarono in vari punti. Inbreve tempo la porpora e il broccatoil letto e le drapperie nefurono tutte segnate. Egli allora saltò di nuovo nel proprio letto evi giacque preoccupato fino a giorno chiaro.

Poco dopo Marco fu di ritorno e guardò il pavimento e lo vide intattoe non si accorse di nullama quando si avanzò e vide sangue e ancorasanguel'animo suo ne fu turbato.

    "Come dunquemadonna regina -disse egli - che cosa significa questo? Donde viene questo sangue?".

    "Viene dalla vena che si è riaperta e solo adesso è ristagnato".

Allora il re passò la mano anche su Tristano come per scherzo:

    "Sususer Tristano!"e gettò indietro le coperte e anche qui trovòsangue come là. Tacque e non disse parolalo lasciò e se ne ritornòviamolto oppresso nel pensiero e nello spirito. Rifletté a lungocome uomo cui il giorno non spunta per la gioia. Aveva troppo cercatoanche làfinché aveva trovato il tormento del suo cuore. Pure delsegreto di quei due e della loro vera storia non sapeva che quello chevedeva dal sangue: la prova era invero troppo debole. Il dubbio e ilsospettoche lo avevano lasciatoora lo tenevano di nuovo sotto illoro giogo; l'aver trovato intatta la farina davanti al letto glifaceva supporre innocente suo nipotema l'aver trovato insanguinatoil letto della regina e quello di lui gli procurava dolore e cattivipensiericosì come suole accadere ai dubbiosi. Con questo dubbiostava e pensava ora una cosa ora un'altra e non sapeva quello chevoleva o quello che doveva supporre: aveva trovato indizio dell'amorecolpevole sul suo letto eppure nulla davanti a questo; così la veritàgli veniva offerta e al tempo stesso sottratta ed era ingannato datutte e due le parti. Queste dueverità e menzognaora le rivolgevaambedue in mente e ora non ne credeva nessuna. Non voleva ritenerlicolpevolieppure non voleva crederli senza colpa; questo era unprofondo tormento per il dubbioso.

Marco nel suo traviamento era intanto tormentato dal pensiero sul mododi chiarire questo sospetto e liberarsi dal peso del dubbio e stornarela corte dai mali pensieri sulla sua sposa Isotta e su suo nipoteTristano.

Fece chiamare i grandi vassalli della cui fedeltà era sicuro e confidòloro la sua incertezza e raccontò come questa maldicenza fosse sorta acorte e come egli temesse per l'onore del suo matrimonio e dichiaròche finché durava questa pubblica accusanota a tutto il paeseeglinon voleva più avere la regina nel suo favore e nella sua graziaseessa prima non avesse dimostrato pubblicamente la propria innocenza ela propria fedeltà coniugale. Per questo chiedeva il loro consigliosul come risolvere il dubbio sulla colpa di leiin modo chetantonegandolo che accogliendolociò risultasse a suo onore.

I suoi amici e vassalli gli consigliarono di riunire un concilio aLunders in Inghilterra e là manifestare il suo cruccio ai sacerdotiai saggi antistiti che conoscevano bene il diritto canonico.

Il concilio fu subito indetto a Lundersdopo la settimana diPentecosteverso la fine di maggio. Sacerdoti e laici accorsero ingran numero all'appello del recome egli aveva pregato e ancheordinato; venne Marco e venne Isottaambedue sotto il peso del timoree del dolore. Isotta temeva fortemente di perdere l'onore e la vitaMarco pure era in grande angoscia di perdere dignità e gioia per lasua sposa Isotta.

Ora Marco sedeva al concilio e si lamentava coi principi del regno diessere gravato da questa vergognosa diceriae li pregò con insistenzaper amor di Dio e per l'onore loro se sapessero suggerirgli siaun'astuzia o un consiglio per giudicare o vendicare questo delitto ein un modo o nell'altro porvi fine. Su questo molti espressero la loroopinione in varie manierel'uno in benel'altro in malechi in unsensochi nell'altro.

Uno dei principi che erano al convegno si levòper età ed esperienzabene adatto a buon consigliovecchio e di nobile aspettocanuto esaggiovescovo di Tamise. Appoggiandosi sul pastorale

    "Sire - disse- ascoltate: ci avete chiamati qui noiprincipi d'Inghilterraperavere da noi consiglio e fedeltàsecondo il bisogno. Signoresono iopure uno di questi principi e il mio posto è fra di loro; sono anchein età da sapere quello che devo fare o tralasciare e dire quello cheho da dire. Ognuno di voi parli per proprio conto: quanto a mesireio voglio dirvi il mio pensiero e la mia opinione: se la mia idea viparrà buona e vi piacerà obbedite al mio consiglio ed a me. La miaregina e ser Tristano sono accusati di grave colpama da quanto houdito raccontarenon sono stati convinti né sorpresi in nulla digrave. Come potete giustificare malignamente questa sfiducia? Comepotete giudicare di vostro nipote e della vostra donnadel loro onoree della loro vita se non sono mai stati trovati in alcuna sorta dimisfattoné probabilmente mai lo potranno essere? Chiunque puòfacilmente accusare Tristano di questa colpasenza apertamenteprovare nulla contro di luicome giustamente dovrebbe fare. Cosìanche ognuno può spargere chiacchiere sulla reginama non puòtestimoniarne. Peròpoiché la corte sospetta tanto del loro delittodovetevoi sirestare separato dalla regina di mensa e di letto finoal giorno in cui essa potrà dimostrare la sua innocenza davanti a voie davanti al popolo fra cui è diffusa questa diceria e che ognora neparlapoiché purtroppoa simili novelle l'orecchio è sempre apertosiano esse verità o menzogna; sia vera o falsaquando di tale colpasi sparge la famacresce e dilaga e diventa sempre peggiore. Comunquesiaquesta diceria e questa mormorazione sono andate tanto per labocca della gente che voi ne avete avuto danno e la corte crede almale. Ora io pensoe questo è il mio consigliochese la regina èaccusata di tale fallola si chiami qui alla presenza di tutti noi esi ascolti la vostra accusa e la sua difesasecondo il costume dellacorte".

Il re disse:

    "Signorefarò come dite; le vostre parole e il vostroconsiglio mi sembrano giusti e convenienti".

Fu mandato per Isotta ed essa venne al concilio nel palazzo. Quando sifu sedutail vecchio vescovoil saggio del Tamisesu cenno del resi levò e così parlò:

    "Madonna Isottavirtuosa reginache il miodire non vi dispiaccia. Il re mio signore mi ordina di parlare per luie debbo obbedire al suo comando. Però Dio sa come ciò mal si addicaalla vostra dignità e contrasti con la vostra pura fama e assai amalincuore lo divulgo e lo metto in luce e vorrei potermene esimere.

Mia buona reginail vostro signore e sposo mi ingiunge diinterrogarvi intorno a una pubblica accusa. Non soe neppure egli sadi che cosa vi si incolpise non che voi siete accusata dalla corte edal popolovoi e suo nipote Tristano. Dio vogliamadonna reginachedi questo peccato siate libera e innocente; pure il re è preoccupatoperché lo dice la corte. Il mio signore non ha trovato egli stesso invoi nulla se non di buono; soltanto da chiacchiere della corte gli ènato il sospetto contro di voinon da realtà alcuna; per questo eglivi cita qui affinché i suoi amici e vassalli lo sentano e lo sappianoe affinché egli possa distruggere questa diceria e questa menzogna colgiudizio di tutti noi. Ora mi sembra giusto che voi diate risposta erendiate conto del sospetto alla presenza di noi tutti".

Isottala bene assennata reginaquando fu la sua volta di parlare silevò essa pure e disse:

    "Monsignor Vescovovoi baroni del regno e lacorte tuttadovete tutti sapere quello di cui devo render conto suldisonore del mio signore e di me stessa: in fede miaio lo nego ora esempre. Signorimi è noto che da un anno questa villanìa su di meviene detta a corte e fra il popolo. Voi tutti però ben sapete chenessuno è tanto fortunato da poter sempre vivere col favore del mondotanto che non gli venga mai attribuita colpa veruna. Perciò non mimeraviglio che questo accada a me pure. La gente non sa parlare di mesenza accusarmi di mal costume e cattiva condottaperché sonostraniera e non ho parenti o amici a cui rivolgermi. Non vi è alcunoaccanto a me che abbia compassione della mia pena. Voi tutti quantiche siate poveri o ricchisieteognuno di voipronti a credere allamia onta. Se sapessi che cosa farea quale consiglio ricorrere perchéla mia innocenza possa valere per la vostra grazia e ad onore del miosignorelo farei di buona volontà. Che cosa mi consigliate? Io sonopronta a qualunque giudizio cui mi si voglia sottoporreaffinché ognivostro dubbio venga da ora in poi soppresso: e molto più per affermarel'onore del mio signore e mio".

Il re disse:

    "Madonna reginacosì sia fatto: se potrò far giudizio sudi voi come ci avete propostodatecene vera sicurezza affidandovialla prova del ferro rovente al quale vi deferiamo".

La regina accettòe promise di sottostare al giudizio come avevano combinatoentro leprossime sei settimane nella città di Carlium. Il re e i baroni delregno si separarono allora e il concilio si sciolse.

Isotta rimase colà soladolente e preoccupatamolto oppressa da curee pena: temeva per il suo onore e la stringeva il segreto timore chela sua finzione venisse scoperta. Con questi due crucci non sapevadove rivolgersi: allora li pose ambedue davanti a Cristomisericordiosoche la soccorresse nel bisogno; a Lui raccomandòardentementecon preghiere e digiuni tutta la sua pena e la suaangoscia. In questo frangente Isotta escogitò nel suo cuoreun'astuziafidando nella cortesia di Dio. Essa scrisse una letterache inviò a Tristano pregandolo di venire a Carlium la mattina dibuon'ora se appena gli fosse possibile e di trovarsi sulla riva quandoessa doveva approdare. Così fu fatto: Tristano venne in abito dapellegrinocol volto truccatotravestito e alterato nell'aspetto enella persona.

Quando Marco e Isotta giunsero a riva la regina lo scorse e subito loriconobbe; e quando il battello approdòIsotta chiese e ordinò chefosse quel pellegrinose ne fosse capace e se gli bastassero leforzea portarla dal battello a terra per amore di Diopoiché inquel giorno non voleva essere portata da un cavaliere. Quindi lochiamarono:

    "Avantisant'uomovenite e portate a riva madonna".

Eglifece quanto gli veniva richiestoprese in braccio la regina suasignora e la portò a terra. Isotta gli mormorò sottovoce che quandotoccasse la sponda facesse in modo da cadere in terra insieme a lei. Qualunque cosa significasse questo consiglioegli obbedì. Giunto dalbattello alla riva il pellegrino cadde a terra come per caso erivoltandosi venne a trovarsi nelle braccia della regina e al suolato. Immediatamente si precipitò un gran numero di cortigiani conbacchette e bastoni per dare addosso al pellegrinoma Isotta disse:

    "Nono; questo è accaduto senza volereil pellegrino è debole esenza forza ed è caduto senza sua colpa".

Nell'animo degli astanti fu calcolato molto ad onore e a lode di leiche essa non fosse in collera e non volesse vendicarsi del poveretto.

Isotta disse sorridendo:

    "Che cosa ci sarebbe di strano se questopellegrino avesse voluto scherzare con me?".

Ciò le fu attribuito avirtù e cortesia e il suo onore e la sua stima ne furono accresciuti ecelebrati da molte bocche. Marco osservava tutto e ascoltava ognicosa.

Isotta riprese allora:

    "Ora non so che cosa avverrà: ognuno di voivede bene che non posso più dichiarare che nessun uomo mi abbia avutain braccio suo e mi sia giaciuto a lato all'infuori di re Marco".

Cosìcontinuarono a scherzare su questo pellegrino cavalcando versoCarlium. Qui c'erano molti baronichierici e cavalieri e gran folladi popolovescovi e prelati che facevano l'ufficio loro ebenedicevano l'assemblea. Erano pronti con tutti i preparativi. Allorafu portato il ferro.

La buona regina Isotta aveva dato via tutto il suo argento e il suooroi suoi gioielli e tutto quello che aveva di vesti e di cavalliperché Dio nella sua grazia non ricordasse la sua vera colpa e lariportasse in onore. Intanto erano giunti alla chiesa e la saggialabuona regina con animo raccolto aveva appreso quello che doveva fare. La sua penitenza fu molto devota: sul corpo direttamente portava unaspro cilicio di setolesopra a questo una corta tunica di lana chele giungeva una spanna al disopra della caviglia. Le maniche eranorialzate fino al gomito; braccia e piedi erano nudi. Molti cuori emolti occhi vedendola ne ebbero tristezza e compassione; tuttipoterono mirare la sua persona e la sua veste.

Intanto era giunta anche la reliquia sulla quale doveva giurare. Fuquindi ordinato a Isotta di confessare a Dio e al mondo la sua colpadi questo peccato. Ora Isotta aveva rimesso interamente onore e vitaalla bontà di Dio. Protese reverentemente il cuore e la mano verso lareliquia per il giuramento. Cuore e mano affidò alla benedizione diDio perché li proteggesse e li custodisse.

Ora colà si trovavano molti invidiosi che sarebbero stati contenti seil giuramento della regina le avesse portato danno o vergogna. Ilvelenoso siniscalco Mariodopieno di odiocercava di nuocerle intutti i modi. All'opposto ve ne erano invece altri che di lei sionoravano e volgevano tutto a suo bene. Così grande contesa vi fu traloro riguardo a questo giuramentol'uno le era contrariol'altrofavorevolecome suole accadere in queste circostanze.

    "Mio re e signore - disse Isotta - comunque si dica e si parlituttodeve essere fatto come a voi piace e come vi è gradito; perciò vedetevoi stesso quello che io debba dire o fareaffinché col miogiuramento vi sia data soddisfazione. Sono già troppi tutti questidiscorsi: ascoltate quello che voglio giurare: che nessun uomo conobbemai il mio corponé all'infuori di voi mai in alcun momento uomo cheviva mi ebbe tra le braccia o mi giacque allatose non quegli per ilquale non posso giurarlo né negarloin braccio del quale mi aveteveduto con i vostri occhivoglio dire quel povero pellegrino. Così miaiuti Iddio Signore e tutti i Santi che per il nostro bene e la nostraeterna salvezza sono presenti a questo giudizio. Se non ho detto benesignoreposso fare giuramento più perfetto in un modo o nell'altro".

    "Madonna - disse il re - mi pare che basti cosìper quanto ne so. Oraprendete il ferro in mano ecome avete dettoIddio vi aiuti inquesto grave momento."

    "Amen"rispose la bella Isotta.

Quindi nel nome di Dio essa prese il ferro e lo portò senza che labruciasse.

E qui si vede e fu palese a tutto il mondo come il potente Cristo siaadattabile come una manica: egli si piega e si accomoda come da lui sirichiedecosì maneggevole come a buon diritto si conviene. Egli èpronto per tutti i cuoriper la sincerità come per l'inganno. Sia sulseriosia per scherzoè sempre come lo si vuole. Ciò fu chiaramentemanifesto nell'abile regina: il suo inganno e il falso giuramento cheaveva fatto a Dio le servirono a crescere in onore così che fu dinuovo più che mai amatavenerata lodata e onorata dal suo signoreMarcodal popolo e dal paese. Il re consentiva a qualunque cosacapiva poterle essere gradito; le tributava onori e doni. Il suo cuoree tutto l'animo suo erano rivolti a lei senza ombra di falsità; dubbioe sospetto erano di nuovo scomparsi.

Quando a Carlium Tristanoil compagno di Isottaebbe portato laregina dalla nave a terra e compiuto ciò di cui ella lo aveva pregatopartì subito dall'Inghilterra alla volta di Swalesdal duca Gilan;questi era giovane e ricconon aveva moglie ed era libero e allegro. Tristano fu il benvenuto; gli era già noto per varie sue gesta estrane avventure e quindi gli stava molto a cuore di rendergli ognionoreprocurargli piaceri e agi in qualunque cosa egli potessegradire; a questo egli si applicava con tutto lo zelopoichél'afflitto Tristano era sempre immerso in pensierinel desiderio enella tristezza per la sua avventura.

Un giorno accadde che Tristano sedesse accanto a Gilanin tristemeditazione e inconsciamente sospirasse. Gilan se ne accorse e ordinòche gli portassero il suo cagnolino Petitcrin venuto da Avalon che erail trastullo del suo cuorela gioia dei suoi occhi. Orbeneil suoordine fu eseguito. Un panno di porpora raro e belloprezioso e distruttura straniera meravigliosa della stessa misura della tavola fusteso dinanzi a loro e vi venne portato un cagnolino chea quanto hosentito direera fatato e che una maga aveva inviatoper amore e perMinne da Avalonil paese delle fate. Era fornito con tale arte delledue qualità del colore e dell'intelligenzache non c'è linguaabbastanza eloquentené cuore tanto esperto da saperne descrivere onarrare la bellezza e la grazia. Le tinte erano così sapientementecombinate con arte straniera che nessuno poteva dire esattamente qualefosse il colore; questo era distribuito così variamente che guardandoil petto non altrimenti si poteva dire che bianco più della neveifianchi erano verdi come l'erbaun lato rosso come il melogranol'altro più giallo dello zafferanoin basso interamente azzurropiùin alto un misto così ben combinato che fra tutti nessun colorerisaltava più dell'altro; non era né biondo né rosso né bianco né neroné giallo né turchinoeppure vi era parte di ognuno di questi coloricioè era di lucente tinta purpurea. L'opera magica di Avalon sipalesava nel pelo; non c'era uomo per quanto esperto che avesse potutoriconoscerne la tinta: questa era così varia e così strana e diversache sembrava non vi fosse colore alcuno. Intorno al collo portava unacatena d'oro; da questa pendeva una campanella di così dolce e chiarosuono che quando cominciò a oscillare l'afflitto Tristano si sentìlibero dalla tristezza e dalla preoccupazione per la sua avventura eperfino dimenticò il dolore che lo opprimeva per Isotta. Tanto dolceera il suono della campanella che nessuno poteva udirlo senza esserealleggerito di tutte le sue pene e del suo soffrire.

Udendo e vedendo questa meraviglia Tristano cominciò a considerarecane e campanellaognuno separatamenteil cane e il suo strano peloil campanellino e il suo dolce suono; ambedue lo stupivano e ilmiracolo del cagnolino gli parve ancora più meraviglioso del bel suonodella campanella che gli penetrava per gli orecchi e lo sollevavadalla sua tristezza. Gli sembrava una strana avventura trovare intutti questi colori quello che i suoi occhi aperti negavanopoichénon ne riconosceva alcunoper quanto attentamente osservasse. Tese lamano dolcemente a carezzarlo e lisciandolo con le mani gli sembrava ditoccare della seta tanto era morbidoe non ringhiava né abbaiavanédava segno di irritazionequalunque scherzo con esso si facesse;anchesecondo quanto di lui si narravanon mangiava né beveva.

Quando lo riportarono viala tristezza e il duolo di Tristanoripresero più gravi di prima e anzi tanto più dolorosi in quanto tuttii suoi pensieri e tutti i suoi desideri erano rivolti a studiare inqual modo o con quali mezzi poter ottenere il cagnolino Petitcrin perla sua damala reginaaffinché la pena di lei ne venisse mitigata;ma non vedeva come ciò fosse possibile sia con arti o con preghierepoiché sapeva bene che Gilan non lo avrebbe dato via neppure se nefosse andato della sua vitané per alcun tesoro che avesse mai visto. La brama e l'inquietudine gli agitavano sempre il cuore e mai avevaprovato nulla di simile.

Come dice la verace storia del valore di Tristanoviveva a quel temponella terra di Swales un gigante superbo e temerario che aveva la suadimora sulla riva e si chiamava Urgan il Villoso. Gilan e il suo paesedi Swales erano soggetti a questo gigante e dovevano pagargli deitributi perché lasciasse in pace la gentesenza offese e senzamalanni. Ora corse voce a corte che Urgan era venuto e che si eraportato via quello che doveva essere il tributo di buoipecoreesuini e che aveva ordinato di spingerli innanzi a lui. Gilan raccontòallora al suo amico Tristano come questo tributo gli fosse stato findal principio imposto con frode e violenza.

    "Ora - disse Tristano - seio riesco a liberarvene e venirvi presto in aiuto in modo che siatesvincolato dall'obbligo del tributo finché vivretequale ricompensami darete?".

    "In fede miasignore - disse Gilan - vi darò volentieri tutto quelloche ho".

Tristano replicò subito:

    "Signorese mi garantite questoiovi aiuterò certamente per quanto mi debba costarein modo che trabreve siate liberato da Urgandovessi anche rimetterci la vita".

    "Inverosignorevi darò tutto quello che vorrete - rispose Gilan - esarà fatto tutto quello che voi comanderete".

E in fede di ciò glidiede la mano. Tristano mandò subito per il suo cavallo e le sue armi;quindi chiese che gli indicassero il luogo dove questo figlio deldiavolo doveva passare col suo bottino.

Tristano fu condotto sulla giusta viasulle tracce di Urganin unafitta foresta; su di un ponte incontrò la banda del gigantediritorno dopo la rapina. Il gigante e la preda avanzavanoma Tristanosi mise davanti a loro e non permise loro di passare. Quando ilperfido gigante Urgan si accorse che il ponte era bloccato vennesubito con una lunga e forte stanga di acciaio che teneva librata inalto. Giunto davanti al cavaliere così bene armatogli parlò con malgarbo:

    "Voiamico a cavallochi siete? Perché non lasciate passarela roba mia? Sa Iddio che ciò che avete fatto vi costerà la vitasenon vi arrendete".

Colui sul cavallo replicò:

    "Amicomi chiamo Tristano; sai bene chenon tengo te né la tua mazza in conto neppure di mezza fava. Perciòvattene pure e sappi che in verità la tua rapina non passerà finché iolo potrò impedire".

    "Giàser Tristano - disse il gigante - voi vivantate perché avete vinto Morolt di Irlandacol quale avetecombattuto molto ingiustamente e per nessuna ragione e che aveteucciso per superbia; ma con me non sarà come con l'Irlandese cheassaliste con grande rumore e gli portaste via la bellafiorenteIsotta che gli spettava come compenso. Nono! la sponda è casa mia eio mi chiamo Urgan il Villoso! Ora lasciate libera la via!".

Con ciò cominciò a dirigere con tutte e due le mani un colpo versoTristano con uno slancio lungo e potente prendendo la giusta mira nelpuntare e lasciarein modo che sarebbe costata la vita a Tristano. Quando con la stanga cominciò ad agitarla contro di luiTristano sischivòma non abbastanza presto: essa colpì il cavallo tagliandolo indue. Il mostruoso gigante diede un urlo e gridò a Tristano ridendo:

    "Dio vi assistaser Tristanonon abbiate fretta di montare in sella;degnatevi trattenervi un poco con mese vi posso pregare di lasciarprocedere con la vostra grazia e il vostro onore il tributo della miaterra".

Tristano cadde sull'erba poiché il cavallo gli era stato ucciso; sirialzò e con la lancia inferse a Urgan un colpo nell'occhio; così ilmaligno fu ferito. Il mostruoso gigante Urgan corse subito verso illuogo dove giaceva la sua stangama intantomentre egli stendeva lamano per afferrarlaanche Tristano aveva gettato via la lancia eaccorreva rapido con la spada; lo colpì proprio come volevapoichégli recise la mano che era tesa verso la mazzacosì che quella caddein terra; poi gli diede ancora un colpo sulla coscia e si volseindietro. Urganmalconcioafferrò la stanga con la mano sinistralaimpugnò e corse contro il suo nemico; egli inseguì Tristano fra glialberi per molti giri e molte difficili svolte. Intanto il sanguescorreva dalla ferita di Urgan in tale abbondanza che il malandrinocominciò a temere che a causa di questo potesse fra breve perdereforze e coraggio. Abbadonò quindi preda e cavaliereraccolse la manodove la trovò e ritornò in fretta a casa nella sua fortezza.

Tristano se ne stava solo nel bosco accanto alla sua preda; era nonpoco angustiato che Urgan fosse scampato vivo; sedeva sull'erbapensoso e meditabondopreoccupato nell'animo suo di non aver altraprova e testimonianza della sua impresa se non il tributo predatoquindi a nulla gli sarebbe valso tutto il suo travaglio e la faticache vi aveva impiegata e Gilan non manterrebbe l'impegno che avevanofra loro pattuito. Ritornò allora sui suoi passi seguendo la tracciadelle macchie di sangue sul terreno e sull'erba dove era passatoUrgan.

Giunto al castelloosservò tutto attentamente e cercò Urgan dovunquema non trovò né lui né anima vivapoichécome ci narra la storiailmutilato aveva posato su di una tavola in una sala la sua manostaccata ed era sceso dal castello a valle giù per il monte in cercadelle erbe che gli occorrevano per la guarigione della ferita e dellequali conosceva le qualità. E se ci avesse pensato primaavrebberiattaccato in tempo la mano al braccio con arti che ben conoscevaprima che fosse interamente morta e avrebbe così rimediato alladisgrazianon dell'occhio ma della mano. Ora questo non era piùpossibile perché Tristanogiunto colà e trovata la mano incustoditase ne era impadronito e se ne era ritornato per la stessa via per laquale era venuto.

Urgan ritornò indietro e vide che aveva perduto la mano e ne ebbe grandolore e ira. Gettò a terra i suoi medicamenti e si lanciò dietro aTristano; questi era giunto al ponte e aveva già notato di essereinseguito; prese la mano e la nascose sotto un tronco rovesciatostando in gran timore di questo uomo gigantescopoiché non vi eradubbio che sarebbe finita con la morte di uno di loro dueo delgigante o della sua. Ritornò al ponte e gli andò incontro con lalancia e lo assalì così violentemente che questa si spezzò nel colpo;intanto anche il maledetto Urgan gli fu addosso con la sua stanga contale impeto che il colpo cadde molto più addietroaltrimentiTristanofosse pur stato di ferronon avrebbe potuto salvarsi. Moltogli giovò per questo che Urgan fosse così avido della sua vitapoichéquesti gli si era troppo avvicinato e aveva preso lo slancio troppo aldi là di lui. Prima che il gigante avesse sollevato di nuovo la stangaTristano gli aveva inferto un colpo non dubbio all'altro occhio.

Allora Urgan cominciò a battere intorno a sé come un cieco con talicolpi che Tristano fuggì lontano e lo lasciò a battere con la sinistratutto in giro; così facendo giunse vicino al margine del ponte eTristano allora accorsechiamò a raccolta per questa impresa tutte lesue forzetutta la sua energialo afferrò con tutte e due le mani elo spinse giù dal ponte; lo precipitò dall'alto a vallecosì che lamostruosa mole si sfracellò sulle rocce.

Quindi il vittorioso Tristano prese la mano e corse via e giunse alluogo dove Gilan stava muovendogli incontro a cavallo. Gilan eraprofondamente addolorato che Tristano avesse intrapreso questocombattimentopoiché gli pareva impossibile che ne uscisse salvo comene uscì e quando lo vide venire di corsa verso di lui gli gridògioiosamente:

    "âbien venianzgentil Tristan: uomo avventuratoditemi ora: come state? siete sano?".

Tristano allora gli mostrò la mano recisa del gigante e gli narròtutto come era avvenutola sua avventura e la sua fortunanell'impresa. Gilan ne ebbe gran piacere; ritornarono a cavallo alponte e trovaronocome era stato detto da Tristano e secondo le sueparoleun uomo sfracellato; lo considerarono con grande meravigliapoi ritornarono allegramente verso casa sospingendo davanti a sé ilbottino. Di questo molto si parlò in tutto il paese di Swales; sicelebrò la glorial'onorela lode di Tristano; mai altrettanto siera detto in quel paese del valore di alcun altro.

Allorché Gilan e Tristano il vittorioso furono ritornati a casaripresero a parlare della loro buona ventura. Tristanoquest'uomostraordinariodisse al duca:

    "Signor Ducaricordatevi della vostrapromessa e del patto che abbiamo fatto tra noi e che avete giurato".

Gilan rispose:

    "Certamenteche cosa vi piace di più? che cosadesiderate?"

    "Ser Gilanio desidero che mi diate Petitcrin".

Gilanrispose:

    "Posso darvi miglior consiglio".

    "Sentiamoche cosa?" - rispose Tristano.

    "Che voi mi lasciate il cagnolino e prendiate la mia bella sorella ela metà di quanto possiedo".

    "Nosignor duca Gilanrammentatevidella promessapoiché io non prenderei tutti i regni né tutti i paesidella terra se pur me ne fosse lasciata la scelta. Io uccisi Urgan ilVilloso soltanto per Petitcrin".

    "In verità ser Tristanose questo è il vostro desiderio e preferitequesto a ciò che vi ho propostomantengo la mia parola e vi cedoquello che più vi piace; non vi metto malizia né voglio ingannarvi:per quanto a malincuorequello che voi ordinate sarà fatto".

Conquesto fece venire il cagnolino davanti a sé e davanti a Tristano.

    "Vedetesignore - diss'egli- vi posso dire e giurare sulla miaeterna salvezza che fra tutto ciò che mi è caro nulla c'èall'infuoridel mio onore e della mia vitache non vi donerei più volontieri chenon il cagnolino Petitcrin: ora prendetelo e tenetelo voi e Dio vogliache sia per la vostra gioia. Mi avete invero portato via il miotrastullo migliore e molta della gioia del mio cuore".

Quando Tristano ebbe in suo possesso il cagnolinoin verità alconfronto di questo non gli sarebbe importato nulla di Roma e di tuttii regni della terra e del mare. Il suo cuoreeccetto quando erainsieme a Isottanon era mai stato tanto lieto come ora. Per il suosegreto servizio egli si procurò da Gales un giullare abile e prudentee si mise a istruirlo sul modo più saggio di portare il dono allareginaalla bella Isotta per sua gioia. Prudentemente lo nascose alGaleotto durante il viaggioma le scrisse delle lettere e glielemandò e le fece sapere come e dove lo avesse ottenuto per lei.

Il giullare si mise in via come gli era stato ordinato e insegnatoegiunse a Tintajoelal castello di re Marcosenza che per strada glifosse occorsa alcuna contrarietà. Parlò con Brangaenela qualeconsegnò la lettera e il cane a Isotta. Questa considerò attentamentenell'insieme e nei particolari tutte le meraviglie del cagnolino;diede dieci marchi d'oro al giullare per salario e per ricompensa. Scrisse e mandò una lettera richiamando Tristano con insistenzadicendo che re Marco gli era favorevolmente disposto e non pensava piùa quella diceria: venisse pure dunqueessa aveva tutto appianato.

Tristano fece come lei gli diceva e ritornò immediatamente; cortepopolo e paese gli tributarono onori ancor maggiori di prima; maidalla corte aveva ricevuto di maggiori che adessosenonché Mariodo eil suo compagno petit Melotche già erano suoi nemiciglielioffrivano solo esternamente e qualunque onore gli facessero poco ve neera di sincero. Ora qui ditemi tutti come sia; se dove c'è l'apparenzavi sia o non vi sia l'onore? Io dico di no e pur anche di sì: nopercolui che lo rendesìper colui al quale è reso; l'uno e l'altrosono contenuti in questi due termini. Che dire di più? è un onoresenza onore.

Isotta disse al re che il cagnolino glielo aveva inviato sua madrelasaggia regina d'Irlandae fece fare per lui molti preziosi gioielli eornamenti d'oroquanto di meglio si poteva desideraree unabellissima cuccia dove era stesa una ricca pelliccia sulla quale essosi coricava. Così Isotta lo aveva giorno e notte davanti agli occhiin pubblico e in segreto. Ovunque fosseovunque andasse a piedi o acavallo ella soleva non perderlo di vista; lo conducevano e loportavano sempre dove lei potesse seguirlo con gli occhie questo nonlo faceva per proprio sollievomacome racconta la storiaperrinnovare il suo nostalgico dolore e per amore di Tristano che peramore glielo aveva donato.

Essa non ne aveva alcun confortoné gliene veniva pacepoiché lafedele reginaappena ricevette il cagnolino e si rese conto dellacampanella che le faceva dimenticare la sua penapensò che il suodiletto Tristano soffriva per lei e disse fra sé:

    "Oh! come mi possoio rallegrare e che faccio mai iodonna infedele? Come posso mai e inqualsiasi momento sentirmi gaiamentre egli è tanto triste per causamia? egli che per me ha lasciato ogni gioia e votato la sua vita allatristezza? Di che cosa posso io godere senza di luiio che sono lasua gioia e la sua pena? Come posso ridere quando il cuore di lui nontrova requie se il mio cuore non gli è vicino? Egli non vive se nonper me: dovrei io ora vivere felice e contenta mentre egli intanto èimmerso nella tristezza? Iddio misericordioso non voglia mai che iopossa gustare gioia senza di lui!".

Con ciò staccò il sonaglio e vilasciò appesa la catena; così esso perse ogni virtù e ogniincantesimo; non diede più un suono che avesse il primitivo potere; sidice che mai piùper quanto si stesse in ascoltodesse sollievo oconsolazione a cuore alcuno. Questo non importava a Isotta che nondesiderava essere felice: l'amante fedele innamorata aveva votato lasua felicità e la sua vita al suo nostalgico amore e a Tristano.

Tristano e Isotta avevano ora nuovamente vinto cure e affanni ed eranodi nuovo in auge a corte; questa era piena delle loro lodi e mai neavevano riscosso di maggiorio goduto di più del favore di re Marcoloro signore. Erano anche ben nascostipoiché non trovando luogo omodo per stare insieme loro duesi contentavano dell'intenzione chespesso è di conforto agli amanti; la fiducia e la speranza di potercompiere ciò che il cuore desideradà sempre al cuore stessodesiderio di vivere e nuova vita. Questa è la vera intimitàquesto ilvero e miglior senso dell'amore e della Minne: che quando non si puòavere la realtà che la Minne vorrebbe vi si rinunci di buon grado e siaccetti la buona volontà invece dell'atto. Quando c'è la fermavolontàè vicina anche la realizzazione. Con la buona volontà si deveacquietare il desiderio. I due compagni e amici nulla devonointraprendere cui il momento e l'occasione non siano propizialtrimenti vogliono il loro proprio male. Se non si puòeppure sivuolesi gioca un gioco molto svantaggioso. Se ben si puòallora sivogliaché questo è buon giocosenza dolor di cuore. I due amantiTristano e Isottanon potendo usufruire di occasioni propizievirinunciarono per la loro comune volontà che agiva in loro dolcemente eamabilmente sebbene con grande difficoltà. Avere un solo amore e unanimo solo sembrava loro cosa dolce e buona. Essi tenevano il loroamore celato a Marco e alla corteper quanto lo permetteva il ciecoamore che loro aleggiava sempre intorno.

Però il seme e il sospetto della Minne sono così fatti che ovunquesiano gettati mettono radice e portano sempre nuovi frutti finchéhanno un po' di umidità e non inaridiscono mai né si possono seccare. Questo malo sospetto presto cominciò a crescere e a farsi gioco diTristano e Isotta. Di umidità ce n'era anche troppacioè dolciatteggiamentidai quali a ogni momento si manifestava l'amore. Parlòil vero colui che disse cheper quanto in guardia si cerchi di starel'occhio tende sempre a stare vicino al cuore e il dito al puntodoloroso. Le stelle polari del cuore deviano volontieri verso là doveè volto il cuore così come anche il dito e la mano facilmente sidirigono verso il punto che duole. Lo stesso facevano sempre gliamanti; essi non sapevano né potevano ad alcun prezzo evitare dinutrire il sospetto con molti dolci sguardi troppo frequenti; poichépurtroppocome ho lettol'amico del cuorel'occhiosempre verso ilcuore era rivoltola mano sempre andava dove stava il dolore;cominciarono fra loro due a irretire con gli sguardi cuore e occhi espesso non sapevano distoglierli affinché Marco non vi scoprisse ilbalsamo della Minne.

Perciò egli sempre li osservavail suo occhio era sempre vigilespesso negli occhi loro leggeva segretamente la veritàma sempre soloe unicamente nel loro aspetto; questo era così palesemente amorosocosì dolce e pieno di desiderio che gli andava al cuore ed egli neprovava tale iratale gelosia e tale odio che lasciò libero corso aquesto e a quellaalla gelosia e al sospetto: dolore e collera gliavevano fatto perdere il senno e la misura. Era una morte per lui chela sua diletta Isotta dovesse pensare con amore ad altri che a luisoloperché nulla al mondo gli era più caro che Isotta e in questoera fermo e saldo l'animo suo. Nonostante la sua collera lei erasempre la sua amata donnapiù cara a lui della sua propria persona. Però per quanto la diligessequesta pena e questo pazzesco duoloardevano in lui con tale furore che egli ripudiò l'amore e rimase solocon la collera. Non gliene importava più nullache fosse menzogna overità.

In questa cieca rabbia li citò ambedue davanti alla cortenelpalazzodavanti a tutti i cortigiani. Parlò a Isotta pubblicamente inmodo che tutta la corte potè udire:

    "Madonna Isotta d'Irlandaè notoa tutto il paese come da molto tempo e per lunghi anni voi siate statasospettata insieme a mio nipote Tristano. Ora io molte volte vi hofatto spiare per vedere se per amor mio aveste moderato questa follìama non volete desisterne: io non sono uno stolto che non sappia e nonveda chiaramente e segretamente nel vostro cuore: i vostri occhi sonocontinuamente volti a mio nipote; a lui voi mostrate più dolce visoche a me. Da tutta la vostra condotta riconosco che lo amate più chenon amiate me. Qualunque vigilanza io eserciti su di lui o su di voinon porta ad alcun risultato: tutto è inutile per quanto io faccia. Viho tanto sovente separati l'uno dall'altro che mi meraviglio possiateessere ancora così uniti di cuore. Ho spesso intercettato i vostridolci sguardipure non posso impedire l'amore fra voi due. Orafinalmente voglio dirvi che non sopporterò più a lungo questa infamiae questa pena che mi avete così dolorosamente imposto. Da ora in poinon sopporterò più questo disonore. Neppure voglio per ciònipoteTristanomadonna Isottavendicarmi di voi come ne avrei dirittovivoglio troppo bene per condannarvi a morte e farvi del maleamalincuore lo confessopoiché vedo che voi due contro ogni miavolontà vi amate più di quanto non amiate me; state dunque pureinsieme come vi aggrada e non lasciatevi per timore di me. Se ilvostro amore è così grandeio non voglio da ora in poi costringerviné molestarvi in alcun modo. Prendetevi dunque per mano e toglietevidalla corte e dal paese. Se pur alcun male mi debba venire da partevostraio non voglio vedere né saperne nulla. Fra noi tre non puòsussistere unionela lascio a voi due e mi ritiro. Comunque io me nesciolgaè una cattiva compagnia e volontieri vi rinuncio. Il re checoscientemente accetta comunanza in amore fa grande villanìa. Andate eDio vi accompagni e vi conceda vita e amorecome desiderate: questanostra società non sussiste più".

Tutto fu fatto secondo quanto aveva detto Marco. Tristano e madonnaIsotta senza grande dispiacere e con mediocre duolo si inchinarono alre loro signore e quindi agli astanti; poi i due fedeli compagni sipresero per mano e lasciarono la corte. Augurarono alla loro amicaBrangaene di starsene in buona salute e la pregarono di voler rimaneread allietare la corte fino a che non ricevesse notizie da loro dueeglielo raccomandarono caldamente. Tristano prese venti marchi dell'orodi Isottaper sé e per lei per le cose necessarie e per il cibo:inoltre gli portaronodietro sua richiesta per il viaggiola suaarpala spadal'arco e il corno. Scelsero anche per lui fra i suoibracchi uno piccolo e bello chiamato Hiudanche egli stesso prese alguinzaglio con una mano; poi pregò Iddio di proteggere i suoi fidi eordinò loro di ritornare in patria presso suo padre Rualtuttieccettuato il solo Kurvenal che ritenne presso di sé; a lui consegnòl'arpa; l'arco invece lo tenne egli stesso e così pure il corno e ilcane Hiudan - non Petitcrin - e così se ne partirono a cavallo dallacorte.

La casta Brangaene rimase sola tristemente rammaricandosi. La tristeavventura e la dolorosa separazione dai suoi due amici le andava alcuore così angosciosamente che fu gran miracolo che non morisse daldolore. Anche i due amanti si separarono da lei con grande penasebbene la lasciassero là con un'astuzia dicendole di restare perbreve tempo presso Marco affinché potesse più tardi ottenere da lui ilperdono per loro due.

Così se ne andarono tutti e tredirigendosi sempre verso il boscoattraverso selve e folte macchie per quasi due giorni di viaggio. Inquel luogo Tristano conosceva in un monte selvaggio una grottacheaveva un tempo per caso scoperta andando a caccia a cavallo; ve loaveva condotto la sua strada. Questa grotta era stata scavata nellaroccia in antiche etàsotto la legge paganaancor prima dell'epocadi Korineis quando ancora imperavano i gigantii quali sinascondevano quando volevano stare in segreto per le loro amoroseavventure.

Dovunque si trovava una tale grottaessa veniva chiusa con porta diferro e in onore della Minne era chiamata "la fossiure à la gentamant"cioè la grotta degli amanti. Il nome ben le si adattava. Lastoria dice anche che la "fossiure" era rotondavastaalta edirittabianca come la neve e tutto in giro liscia e levigata. Lavolta era chiusa in alto con arte mirabile e sulla chiusura vi era uncoronamento di meravigliosa fattura e ornato di gemme. Il pavimentoera lisciolucido e riccodi marmo verde come l'erba. Nel centro viera un letto intagliato in puro cristallograndealto e spazioso contutto in giro delle scritte scolpite che dicevano come fosseconsacrato alla dea Minne. In alto nella grotta erano praticate per laluce delle finestre che illuminavano tutto l'interno. Per entrare ouscire vi era la porta di metallo e davanti a questafuoristavanotre soli folti tiglima più giù a valle e intorno c'eranoinnumerevoli alberi che con il loro fogliame e i loro rami davanoombra alla montagna. Da un lato si stendeva una pianura dove scorrevauna fresca sorgente più lucente del sole. Anche qui tre tigliproteggevano la fonte dalla pioggia e dal sole; chiari fiorellini everde erbetta di cui era variopinta la pianuragareggiavanodolcemente fra loro; ognuno pareva che volesse superare l'altro. Vicantavanoalla loro stagioneanche gli uccelli e il loro canto eradolcissimopiù assai che altrove. Occhio e orecchio vi trovavanopascolo e godimentol'occhio il pascolol'orecchio la gioia. C'eraombra e soledolci aure e miti brezze. Intorno a questa vallettaperun giorno di camminoaltro non c'era che rocce senza vegetazione easpro deserto selvaggio; né strada né viottolo vi erano tracciati;pure per quanto imperviaTristano vi penetròegli e la sua fidacompagna e presero dimora nella roccia e nel monte.

Appena vi si furono stabilitirimandarono Kurvenal a cortechedicessequalora occorresseche Tristano e Isotta la bella eranopartiti per l'Irlanda con grande pianto e doloreper dichiarare colàverso il popolo e il paese la loro innocenza; gli ordinarono anche dirimanere a corte a disposizione di Brangaene e di portare fedelmentealla loro fedele amica tutto il loro affetto e la loro amicizia:ascoltasse anche quanto si diceva intorno alla volontà di re Marcosequesti avesse qualche cattiva intenzione o meditasse qualche malaazione contro la loro vita e in quel caso subito li informasse;tenesse poi sempre presente il pensiero di Tristano e di Isotta eritornasse ogni venti giorni con notizie che portassero buonconsiglio.

Che posso dirvi di più? Egli fece quanto gli era stato comandato eTristano e Isotta entrarono in casa loro in quella chiostra selvaggia. Molti sono meravigliati e curiosi e si tormentano per sapere come idue amanti Tristano e Isotta riuscissero a nutrirsi in questo deserto. Glielo spiegherò subitoappagando la loro curiosità: essi si miravanol'un l'altro e di ciò si cibavano. Il frutto che questo sguardoproduceva era il loro nutrimento; là dentro di altro non si cibavanose non di gioia e di Minnela diletta compagnia era la loromangerie.

Liberi da preoccupazioniportavano celato sotto le vestiil vitto migliore che si possa avere in questo mondo. Lo tenevano insegreto e sempre nuovo e sempre fresco: era questo il puro amorelabalsamica Minnetanto dolce al corpo e all'anima e che accende animoe cuoreera esso il loro miglior nutrimento e invero raramenteprendevano altro cibo se non questo dal quale il cuore trae tuttol'appagamento del suo desiderio e l'occhio la sua gioia e anche ilcorpo il suo profitto. Questo bastava loro. L'amore tirava per lorol'aratro della vitali accompagnava a ogni passo e a ogni momento edava loro tutto ciò che si può desiderare per vivere.

Inoltreben poco si davano pensiero di starsene in un deserto lontanidal mondopoiché di che cosa avevano mai bisogno e chi avrebbe potutodar loro cosa alcuna? Erano compagnia pari di numero - uno e uno -nessun altro occorreva lorose ne avessero preso uno in più sarebberostati dispari e in più e inoltre disturbati e oppressi da questo unodispari. La società di loro due teneva loro luogo di una interacompagniatanto che lo stesso buon re Artù non ebbe mai in casa suafesta così grande e che gli avesse procurato maggior piacere e gioiadi vivere maggiore. Non si sarebbe trovata nel mondo intero deliziaalcuna per la quale questi due amanti avrebbero speso neppure ilvalore di un anellino di vetro.

Tutto quello che si poteva immaginare di desiderabile sulla terra oaltrove essi lo trovavano in sé stessi. Non avrebbero dato una favaper una vita migliorea meno che non fosse per l'onore. Che cosaaltro poteva loro importare? Tenevano corteavevano beni sui quali sibasa ogni piacere. I loro costanti familiari erano il verde tigliol'ombra e il soleil rivo e il fontei fiori l'erba e le foglieibocci e i fiori che sono così dolci alla vista; loro servitore era ilcanto degli uccelli; il piccolo usignoloil tordo e il merlo e glialtri uccellini del boscoil cardellino e la calandra li servivanofacendo a gara l'uno con l'altro; questi famigli stavano a ogni ora adisposizione delle loro orecchie e dei loro sensi. Festa loro poi erala Minne che indorava i loro piaceri e col suo favore li convitavamille volte al giorno alla Tavola Rotonda di Artùessi e la lorocompagnia tutta. Quale miglior nutrimento per l'anima e per il corpo? L'uomo vi si trovava accanto alla donna e la donna presso all'uomo;che cosa dunque mancava loro? avevano quello che desideravano ed eranolà dove volevano essere.

Molti però ve ne sono chesecondo il loro uso e la loro scostumatezza- nel che io non li seguo - dicono che a questo tipo di gioco occorreanche cibo di altro genere; di questo io non so bene se sia così. Econ ciò mi pare che basti. Se però ci fosse qualcuno che ha scopertocibo migliorelo dica puresecondo come gli è noto; qualche volta iopure condussi tal genere di vita: allora mi pareva sufficiente.

Ora non vi dispiaccia che io vi spieghi con quale intento fossecombinata la grotta nella roccia. Essa erasecondo quanto ho letto diessafatta a voltaspaziosaalta e dirittabianca come neveliscia e levigata tutto in giro. La volta interna rotonda significa lasemplicità della Minne: la semplicità si addice alla Minne che nondeve avere angoli. L'angolo della Minne è l'artificio o l'astuzia. Lavastità è la forza della Minneche è infinita. L'altezza èl'elevatezza dell'animo che sale fino alle nuvole e al quale niente ètroppo grave quando si vuole innalzare colà dove le virtù sboccano esi fondono con la valta in un unico slancio. Così non crollerà mai: levirtù sono sempre così bene incastonate e sistematecosì ingemmate eornateche noii quali siamo più umilmente orientatinoi il cuianimo si china e striscia al suolo e non se ne stacca e non si sainnalzarenoi guardiamo sempre verso il monte e miriamo in altol'edificio delle sue virtù; a noi discende da esse la gloriaesse silibrano alto sopra di noi nelle nuvole e ci rimandano quaggiù il lorosplendore; noi le contempliamo ammirati e così ci spuntano le ali conle quali l'animo prende il volo evolandodalle virtù produce lalode.

Le pareti erano bianche e lisce; questo rappresenta la perfettagiustiziala cui bianchezza e il costante splendore non devono esseremacchiati; nessun maligno sospetto deve trovarvi incavi o rilievi.

Il pavimento di marmo nella tinta verde e nella consistenza è similealla costanza; questo è il miglior significato del colore e dellalucentezza. La costanza deve sempre rinverdire come l'erba ed esserelucente e liscia come uno specchio.

Il lettodentroera con ragione chiamato col nome della cristallinaMinne; questo diritto lo aveva ben riconosciuto colui che tagliò ilcristallo per loro giaciglio e loro comodità: la Minne deve essa pureessere trasparente e pura come il cristallo.

Dentroerano applicati alla porta di ferro due chiavistelli e ancheuna maniglia fissata con grande abilità nella paretecosì come latrovò anche Tristano; questa manovrava una piccola spranga azionandoladall'esterno all'interno e facendola muovere in su e in giù. Non viera serratura né chiave e ora ve ne dirò il motivo: la serratura nonc'era perché quel congegno che si applica alla portacioè al difuoridella medesima per ostacolare o impedire il passaggioè indizio diingannopoiché colui che entra per la porta della Minne senza che glivenga aperta dall'interno non ha parte nella Minnema viene coninganno o con violenza. Perciò davanti all'ingresso vi è la porta diferro che nessuno può oltrepassare se non se lo merita con l'amore.

Inoltre è di ferro affinché non possa essere infranta da congegnoalcunoné con la forzané con la violenzané per astuzia o abilitào inganno o sotterfugio. Internamente i due chiavistelliche sono isigilli della Minneerano volti l'uno verso l'altrodai due latidella parete e l'uno era di cedrol'altro di avorio. Ora neapprenderete il significato: quello di cedro simboleggia nella Minnela saggezza e il senno; quello di avorio la castità e la purezza. Conquesti due sigillicon questi due chiavistelli la casa della Minneera ben custodita e difesa da inganni e da violenza.

La segreta molla che agiva dall'esterno sulla maniglia era un sottilefuso di stagno; la maniglia stessa era d'oro come era giusto chefosse. Ambeduemaniglia e mollanon potevano nel loro genere esseremeglio formate: lo stagno è la buona inclinazione per le cosemisteriose e segrete; l'oro è il buon esito. Oro e stagno sono qui alloro giusto posto: ogni uomo può dirigere la sua mente secondo lapropria volontàestenderla o ritrarlaristringerla o allargarla inun senso o nell'altro con poca faticacome fa lo stagnoe senzagrave danno; chi invece pone mente a praticare la Minne con vera bontàviene per questa sua cura portato dallo stagno- debole cosa quale è- fino all'aurea metaalla felice ventura.

In alto nella grotta erano praticate tre sole finestrelleconbell'arte intagliate nella pietraattraverso le quali splendeva ilsole. L'una è la bontàl'altra l'umiltàla terza la Zuchtlainterna disciplina; attraverso tutte e tre ride il dolce splendorelabenedetta luminosità dell'onorela migliore di tutte le lucieillumina la grotta della bella ventura. E anche non è senza unaparticolare intenzione che la grotta sia situata in quella selvaggiasolitudine e se ne può dedurre che la Minne e ciò che la riguarda nondeve compiersi all'aperto o in pubblico; essa si nasconde in luoghiselvaggila via alla sua chiostra è ripida e faticosai monti sielevano intorno in catene accavallate e complicate. I sentieriscoscesi sonoper noi poveri martiriirti di rocce e se non seguiamola giusta viase mettiamo il piede in fallo non arriviamo più allameta. Chi però è tanto fortunato da entrare nel selvatico ha impiegatola sua fatica a buon fine: là egli trova la gioia del suo cuore;poiché il selvatico contiene tutto ciò che l'occhio ama e chel'orecchio desidera udiretanto che egli non vorrebbe più esserealtrove.

E questo ben lo so ioperché ci sono stato; ho anche inseguito laselvagginagli uccelliil cervo e gli animali sulle loro traccenella selvaingannando così le oretanto che non ho ancora maiveduto il bast. La mia fatica e il mio travaglio rimasero senzaricompensa. Nella grotta trovai la spranga e vidi la manigliami sonotalvolta anche avvicinato al cristalloho sovente seguito le danzema non mi sono mai indugiato. E per duro che fosse il marmo delpavimento non ho talmente calpestato il terreno con i miei passi danon farvi più crescere l'erba la quale ne è il miglior pregio e lorinnova continuamente; vi si sentiva sempre il passaggio della Minne.

Ho anche sovente miratoper il piacere degli occhila bella parete espesso fissato lo sguardo alla volta e ai suoi begli ornamenti là inalto. Le finestre dalle quali entrava il sole hanno varie voltemandato il loro fulgore nel cuore mio. La grotta mi è nota fin dal mioundicesimo annoquando non ero ancora mai stato in Cornovaglia.

La coppia fedeleTristano e l'amica suaavevano dolcemente dispostonella selvanel bosco e nei campi il luogo per il loro riposo e perle loro occupazioniper l'ozio e per l'attività: erano costantementevicini. Al mattino uscivano sul prato nella rugiada che rinfrescaval'erba e i fiori. La fresca prateria era il loro ristoro; vipasseggiavano su e giù conversando fra loro e ascoltando il dolcecanto degli uccelli; poi si slanciavano in corsa dove mormorava ilfresco fontene ascoltavano il mormorio e lo guardavano scorrere efluire verso la pianura; là sedevano per riposare e stavano attenti algorgoglio e al corso del rivo e questo era il loro divertimento.

Quando il chiaro sole cominciava a salire nel ciclo e il caldo aincombereandavano sotto il tiglio al soave venticello che infondevapiacere nel petto e nella personarallegrando gli occhi e tutti isensi. Il dolce tiglio addolciva loro l'aria e l'ombra con le suefoglie; i venti erano dalla sua ombra resi mitisoavi e freschiilsedile sotto l'albero era fatto di erbe e di fioriprato piùsmagliante che si sia mai visto sotto un tiglio.

Là sedevano i fidi amantil'uno accanto all'altroriandando allestorie di coloro che in antichi tempi erano periti per nostalgia diamore. Essi ne parlavano e ne discorrevano compiangendoli ecompassionandoli: la Phillis di Tracia e quello che per il nome dellaMinne ebbe da soffrire la povera Canacee Byblis cui per amore delfratello si spezzò il cuoree la regina di Tiro e Sidonel'innamorata Didoneil cui amore ebbe così tragica fine. Con taliracconti essi occupavano qualche volta il tempo. Quando però volevanodimenticare queste storie si ritiravano nella cella e riprendevano inmano gli strumenti che erano il loro diletto e lasciavano risuonarel'arpa e il canto con dolce malinconiaalternando lo svago fra ledita e la voce. Suonavano e cantavano lai e canzoni d'amorealternandosi a loro talento nella gioia della musica: allorché l'unotoccava l'arpal'altro ne seguiva le note col cantodolcemente enostalgicamente. E ogni tono della voce e dell'arpa si accordava e sifondeva così amabilmente che ben a ragione la loro chiostra delladolce Minne fu chiamata la fossiure à la gent amant.

In loro si avverava quello che le antiche storie avevano narrato dellafossiure. La vera padrona di casasi eralei per primaconcessaal loro gioco. Tutto quanto di passatempo e di svago era stato fattoprima di allora non bastava allo scoponon era tanto purod'intenzione e chiaro quanto il loro gioco. Essi coltivavano la Minnecontinuamente come mai fecero altri amanti e di altro non sioccupavano perché a questo solo il cuore li spingeva.

Molti erano gli svaghi a cui si davano durante il giornocavalcando ostando fermi secondo l'umorecacciando nella selva con l'arco uccellie selvaggina. Qualche volta inseguivano a cavallo il cervo selvaticocon il loro cane Hiudanil quale non sapeva ancora inseguire la predain silenzio; ma Tristano presto lo abituò a cacciare il cervo e glialtri animali del bosco e a seguire la traccia di ogni genere diselvaggina attraverso le foreste e la campagna senza farsi sentire. Impiegò vari giorni in questoma noncome alcuni affermanopernecessità di predané per il diletto che in tali cose si trovamaessi adopravano l'arco e il cane più per il piacere del loro cuore cheper mangerie. Ogni loro cura e ogni occupazione non dipendeva chedal loro piacere e da ciò che era gradito all'animo loro.

Durante questo tempore Marcodolenteera in grande tribolazioneper il suo onore e per la sua sposa. Corpo e anima erano di giorno ingiorno più angosciati e onori e ricchezze gli erano indifferenti. Unodi questi giornicacciando a cavallopiù per tristezza che peravventuraegli capitò in quella stessa foresta. I cacciatori preseroi loro cani e trovarono presto un branco; allora lasciarono andare lamuta e in quello stesso momento i cani puntarono un cervodi una raraspeciegrandeforte e biancocon una criniera come un cavallolecorna piccole e brevi e come se le avesse appena spuntate. Loinseguirono a gara e con tutta forza quasi fino a sera; allora nepersero le traccecosì che il cervo sfuggì loro e riprendendo la suacorsa giunse al luogo dove era la grotta; vi si rifugiò e fu salvo.

OraMarcoe ancor più i suoi cacciatorine furono assaicontrariatiperché il cervo era così rarosia per il colore che perla crinierache tutti ne ebbero grande malumore. Riunirono di nuovo icani e si buttarono a giacere per la notte perché avevano gran bisognodi riposo.

Ora anche Tristano e Isotta avevano udito per tutto il giorno ilrumore dei corni e dei cani e subito pensarono che altri non potevaessere se non re Marco e ne ebbero una stretta al cuoretemendoambedue grandemente di essere traditi.

Il mattino seguente di buon'ora il gran Cacciatore uscì prima chespuntasse l'auroraordinò ai suoi uomini di aspettare che facessegiorno e quindi di seguirlo. Prese al guinzaglio un braccoilmigliore che trovò e lo mise sulla traccia del cervo. Questi lo guidòper molte impervie stradeper rocce e dirupiper luoghi aridi eluoghi erbosifin là dove il cervo era fuggito e sparito la seraprima: ne seguì attentamente la traccia finché la gola dei monti siaprì e comparve il sole: era giunto al fonte e nella piana diTristano.

Quella stessa mattina Tristano e la sua compagna erano uscititenendosi per manonell'amena valletta e sul prato fiorito ancorarorido di rugiada. Calandre e usignoli cominciarono a gorgheggiaresalutando i loro compagni; salutavano anche Tristano e Isotta; gliuccellini del bosco davano loro il benvenuto dolcemente nel lorolatino; per molti dolci uccellini essi erano davvero i benvenuti.

Tutti si erano dati a un'allegra festa. Per fare omaggio agli amanticantavano sul ramo con molte variazioni ed era una dolce linguaquella che là chantoit et discantoit le sue canzoni e i suoirefloit per la gioia degli innamorati. Li accolse il fresco fonteche zampillava bello davanti ai loro occhi e ancora più bellobisbigliava alle loro orecchie e veniva loro incontro gorgogliandomisteriosamente e li accoglieva col suo mormorio; esso sussurravadolcemente per salutare gli amanti. I tigli pure li salutavano con leloro dolci aure: li rallegravano dentro e fuorinell'orecchio e neisensi. La fiorita degli alberila prateria nel suo chiaro splendorei fioril'erba verdeggiante e tutto quello che fioriva sorridevaloro. Anche la rugiada scintillante li salutava nella sua dolcezza erinfrescava loro i piedi e dava pace ai loro cuori. E quando ebberoabbastanza goduto di tutto questo rientrarono nella loro grotta e siaccordarono sul da farsi in questa orapoiché temevano assai quelloche poi infatti avvennee avevano paura che qualchedunoseguendo icanivenisse in qualche modo a scoprire il loro segreto. Tristanoescogitò un artifizio sul quale convennero tra loro. Si distesero sullettostando ben separati e rivolti l'uno di schiena all'altrocomegiacciono uomo e uomonon come uomo e donna: il corpo dell'uno stavalontano dall'altra. Inoltre Tristano aveva posta fra loro la spadanuda. Di qua giaceva eglidi là essa; giacevano separatiognuno perconto proprio. Così si addormentarono insieme.

Il cacciatore di cui ho detto più sopragiunto alla sorgentescorsenella rugiada la traccia dei passi di Tristano e di Isotta e pensòquindi che fosse quella del cervo; smontò da cavallo e scese sulsentiero seguendo la pista che essi avevano segnatafino alla portadella grotta. Quivi erano i due chiavistelli e non poté andare oltre. Fallitagli questa viane tentò un'altra facendo tutto il giro intornoe per caso trovò in alto della grotta una finestrina nascosta; guardòdentro furtivamente e vide gli alunni della Minne; non altro che unadonna e un uomo. Li mirò con grande stupore perchésebbene donnagliparve che mai potesse essere venuta al mondo creatura cosìstraordinaria. Tosto scorse la spada nuda e si ritirò spaventatosembrandogli cosa pericolosa ed ebbe paura. Scese di nuovo dallaroccia e ritornò giù dove erano i cani.

Ora anche Marco aveva di molto preceduto i cacciatori e incontrò ilprimo cacciatore per via.

    "Ecco Sire - esclamò questi - ho una cosameravigliosa da narrarvi; mi è accaduta or ora una bella avventura".

    "Parla: quale avventura?".

    "Una grotta della Minne".

    "Dove e comel'hai trovata?"

    "Sirein questo boscoqui vicino."

    "In questo boscoselvaggio e deserto?"

    "Sìqui."

    "Vi è alcun essere vivente?"

    "Sireci sono un uomo e una dea; giacciono su di un letto e dormono come agara. L'uomo è come un uomo comunema il mio dubbio è per la suacompagnase sia o no un essere umano; è più bella di una fatanulladi così bellofatto di carne e ossapuò esistere sulla terra; e nonso per quale ragione fra loro giace una spada nuda e lucente".

Il redisse:

    "Conducimi là".

Il cacciatore lo guidò di nuovo attraverso la selva per la stessa viafino al luogo dove era sceso da cavallo. Il re smontò sull'erba eprese a salire per il sentiero; il cacciatore rimase sul posto. Marcogiunse alla portapassò oltrefuori dalla parete di roccia e infondo alla stretta gola fece molti giri secondo l'insegnamento delcacciatore e trovò la finestrella. Vi mise l'occhio per sua gioia eper suo dolore e li vide ambedue giacere sull'alto letto di cristalloancora addormentati. Li trovò pure come li aveva veduti il cacciatoregiacere lontani l'uno dall'altrol'uno da una partel'altro dallaparte opposta e la spada nuda fra loro. Riconobbe il nipote e lasposa: il cuore dentro di lui e tutto il corpo gli si raggelarono daldolore e anche dall'amore. La strana situazione gli faceva piacere epena: piacereintendoper l'apparenza che fossero senza colpapenaintendoperché li vedeva insieme. Di nuovo disse dentro di sé:

    "Signore misericordiosocome può essere ciò? Se fra loro c'è statoquello che da lungo tempo sospettavocome mai giacciono essi ora inquesto modo? La donna dovrebbe pur sempre stare accanto all'amato efra le sue braccia; come avviene che questi amanti se ne stannocosì?".

Di nuovo però si diceva:

    "C'è mai qualche cosa di vero in tutto questo? C'è colpa o non c'ècolpa?".

Ma di nuovo ecco il dubbio:

    "Colpa? - diceva - sì. Colpa? -diceva - in fede miano".

Così seguitò in queste due alternativefinchésmarrito e perplessocominciò di nuovo ad avere dei dubbisull'amore di ambedue.

Minnela conciliatricegiunse tutta ornata e acconciata con curameravigliosa: portava nei suoi tratti sul bianco dipinta con i coloripiù belli la menzognera parola noche luceva e splendeva nel cuoredel re; l'altro suo dolorela sgradita parola Marco non la videaffatto; era interamente sparitanon vi era dubbio né illusione: ladoratura della Minnel'aurea innocenzaattirava con la sua magia losguardo e la mente di lui verso la luce del mattinolà dove giacevatutta la sua felicità. Egli contemplava assorto Isottala gioia delsuo cuore che mai prima gli era apparsa più bella.

La storia narra di non so quale ardore che la infiammava e il suo visocolorito come una rosa selvatica risplendeva rivolto in alto verso dilui. La bocca ardeva e rifulgeva come un carbone acceso. Sìoracomprendo di quale ardore si tratti: alla mattina Isotta era uscitasul prato nella rugiada che ancora le brillava sulla persona. Unfurtivo raggio di sole le splendeva sul fiancosul mento e sullabocca. Questi due splendori si erano fusi in un unico gioco di luciuna luce brillava in un'altra luceun sole e un altro sole avevanocombinato una grande festa e fatto nozze fra loro in omaggio a Isotta.

Il mento e la bocca di leiil suo incarnato e tutta la sua personaerano così amabilicosì armoniosi che Marco ne fu infiammato didesiderio e bramò di baciarla. La Minne gli lanciò la sua fiammalaMinne accese l'uomo della bellezza del corpo di lei; la bellezza delladonna incitava i suoi sensi all'amore. Il suo sguardo rimanevaimmobilecontemplando assorto come fuori dalla veste apparivano belliil collo e il senole braccia e le mani. Essa portava senza altraacconciatura una ghirlanda di trifoglio e al suo signore mai eraapparsa più desiderabile e più deliziosa.

Ora egli vide che il sole le splendeva in faccia e temette che lefacesse male e le portasse danno; prese erbafoglie e fiori e tappòcon questi la finestra e diede alla bella la sua benedizione; pregò ilbuon Dio di vegliare su di lei e piangendo si ritirò. Ritornò afflittoai suoi canima non continuò a cacciare e fece ritornare a casacacciatori e canima lo fece con lo scopo di evitare che alcun altrosi recasse colà e scorgesse i due amici.

Appena il re se ne fu andatoTristano e Isotta si svegliarono e siguardarono intorno cercando la spera di sole; ma questo entravasoltanto da due delle finestre: guardarono la terza meravigliandosimolto che non ne venisse luce. Non indugiarono oltresi levaronotutti e due e uscirono sul monte; tosto trovarono foglie e fioridavanti alla finestrella e scorsero anche sulla sabbia e davantisopra e sotto alla grotta le orme di un uomo. Molto si spaventarono etemettero assai. Pensarono subito che Marco fosse venuto e li avessesorpresi: lo supponevanoma non ne avevano vera certezza. Però moltoconfidavano nel pensiero che chiunque li avesse vedutili avrebbetrovati in quella posizione giacenti voltandosi le spalle.

Il re convocò subito a consiglio i suoi fidi a corte e nel paese perconsultarsi e per discutere con loro e narrò in qual modo li avessetrovaticome io vi ho appena raccontatoe disse che egli maicrederebbe a qualche cosa di male fra Tristano e Isotta. L'assembleacomprese subito quale fosse il desiderio del re e dove tendessero lesue parole e come egli bramasse di riaverli. Diedero quindi ilconsiglio secondo quanto fanno le persone saggecioè secondo quelloche egli aveva in cuore e come egli stesso volevae cioè loesortarono a richiamare la sua sposa Isotta e suo nipote Tristanopoiché non aveva riconosciuto in essi nulla che fosse contro l'onore enon aveva udito altre maldicenze sul conto loro. Fu chiamato Kurvenale fu inviato ai due amici quale messopoiché conosceva il lororifugio. Il re inviò a Tristano e alla regina il suo saluto e la suaminne e fece loro dire che venissero pureche da ora in poi nonavrebbe ascoltato nulla di male che fosse detto su di loro.

Kurvenal si recò colà e riferì agli amanti l'intento di Marco. A essisembrò buona cosa e se ne rallegrarono in cuor loro. Ne ebbero peròpiacere più per la grazia di Dio e il loro onore che per qualsiasialtro bene che ne potesse derivare loro. Ritornarono quindi eripresero le loro abitudini come una volta. Però non furono mai piùper tutta la loro vita così intimamente uniti come lo erano stati inquel temponé mai trovarono epoca così propizia per la loro felicitàcome era stata quella. Intanto però Marco e la corte si prodigavanoper far loro onorema essi non si sentivano più liberi e franchi.

Marco il dubitoso raccomandava loro e li pregava per amore di Dio eanche di lui stesso che stessero bene attenti ed evitassero le dolciintese e gli sguardi furtivi e non ostentassero tanta intimità nétanta familiarità discorrendo fra loro. Questo divieto dispiacquegrandemente agli amanti.

Marco però era felice. Nella sua donna Isotta trovava tutta la gioiache il suo cuore desideraval'onore perònon era se non per ilcorpo. Egli non riceveva dalla sua sposa né minnené reverenzanéalcuno degli onori che Dio ha creatose non in quanto nel nome di luiessa si chiamava regina e signorapoiché egli era re. Egli accettavatutto questo e le voleva bene come se lui solo le fosse caro. Questaera la stolta irragionevole cecità di cui parla un proverbio: lacecità della Minne abbaglia dentro e fuoriottenebra la mente e gliocchi che non vogliono vedere quello che pure vedono chiaro davanti aloro. Così era accaduto a re Marco: vedeva e sapeva ed era sicurocome della morte che Isotta era corpo e anima presa dall'amore perTristanoeppure non voleva saperlo. A chi si può ora dare la colpadella vita disonorevole che egli così conduceva con lei? poiché egliavrebbe certamente agito male accusando la regina di inganno o difalsità poiché né essa né Tristano lo ingannavano; egli vedeva con ipropri occhi e lo sapeva anche senza vederlo che essa non gli portavaamoreeppure gli era cara ugualmente. Perchéo Signoree per qualemotivo egli le voleva tanto bene?. Perché anche oggi accade a più diuno: chi soffre desiderio lussurioso deve sopportare grande angustia.

Ahimè! quante se ne vedono ancor oggi di persone come Marco e comeIsotta! Se dobbiamo confessarlo esse sono più cieche ancora oaltrettanto cieche di occhi e di cuore. E non soltanto alcunimamolti sono i colpiti da cecità i quali non vogliono rendersi conto diciò che hanno davanti agli occhi e che considerano menzogna quello chepur sanno e vedono. Se vogliamo essere giusti non dobbiamo di questodar colpa alcuna alle donne: queste sono innocenti verso l'uomo se glilasciano vedere con i suoi occhi quello che esse combinano e fanno. Quando da sé si vede la colpanon si è traditi né ingannati dalladonna; in questo caso la concupiscenza ha fatto velo agli occhi;lussuria e concupiscenza sono il velame che in tutto il mondo e intutti i tempi è stato davanti agli occhi veggenti. Per quanto riguardala cecitànessuna cecità abbacina con tanto affanno e tanta angustiacome la concupiscenza e il desiderio. Preferiremmo tacerlopure èvero il detto che bellezza genera vituperio. La fiorente Isottaquesta meravigliosa bellezzaabbagliò così fortemente il reinternamente ed esternamentenegli occhi e nella menteche egli nonsapeva più vedere in lei nulla che potesse far pensare a male e quelloche di lei sapeva era solamente tutto il meglio. Per concludere il miodireegli era così contento di starle vicino che non si curava diqualunque male da lei gli provenisse.

E' difficile occultare quello che sta sempre chiuso e sigillato dentroal cuore. Ci si occupa volontieri di ciò che angustia la mente;l'occhio ritorna al suo oggetto; occhio e cuore rintracciano condiletto le orme delle gioie passate e colui che vuole impedire loroquesto piacere non fa che renderglielo più caro. Così quanto più sicerca di distogliernelitanto più tenacemente vi aderiscono. Cosìfecero anche Isotta e Tristano: appena la loro gioia e il loro piacerevennero limitati dalla cautelane ebbero angoscia e pena. Laseducente brama faceva loro ancora più male di prima; erano attrattil'uno verso l'altro più angosciosamente e dolorosamente di quanto lofossero mai stati finora. L'oppressione della malaugurata prudenzapesavagrave come una montagna di piombosul loro animo. Lamaledetta prudenzanemica della Minneottenebrava il loro senno. Isottalontano da Tristanoera di nuovo in pene e angoscia: questalontananza da lui era la sua morte. Quanto più il suo signore levietava ogni rapporto con luitantop iù il suo pensiero e la suamente erano in lui assorti. C'è un detto vero che la prudenza porta egenera soltanto rovi e spine se la si coltiva; è essa la spinapungente che fa inaridire onore e fama e disonora anche quelle donneche meriterebbero di essere stimate se si facesse loro giustizia. Mapoiché si fa loro tortoil loro spirito si abbatte e così lasorveglianza le offende nello spirito e nell'onore. Eppurecomunquesi facciala prudenza è sprecata per la donnapoiché nessun uomoriuscirà mai a sorvegliare una donna cattiva; la buona non deve esseresorvegliata perchécome si suol diresi guarda da sé e le viene inodio chi inoltre vuol farle la guardia; e questi mette la donna inpericolo per il corpo e per l'onore e facilmente essa non ritorneràpiù al suo buon costumesenza che le rimanga attaccato qualche cosadi quello che la spina ha prodottopoiché se accade che il rovoprenda una volta radice nel buon terrenoè più difficile sradicarlodi là che non nel terreno arido o altrove.

So bene che l'animo buonoa cui per tanto tempo si è fatto tortofinché a causa di questo male diviene infecondoproduce frutto ancorpeggiore dell'animo che è sempre stato cattivo. E questo è vero: l'holetto. Perciò l'uomo saggio che tiene all'onore della donna non devemetterle intorno segretamente altra guardia che buoni consigli eammaestramenti. In questo modo deve vigilarla e sappia che in veritàmeglio di così non potrà mai sorvegliarlaperchésia essa buona ocattivase troppo spesso le viene fatta ingiustizia nasce facilmentein lei un risentimento che sarebbe bene evitare. Ogni brav'uomo eognuno che abbia animo virile deve avere tanta fiducia nella propriamoglie e anche in se stesso da credere che per amor suo essa evitiogni intemperanza. Per quanto si faccianon si potrà mai forzarel'amore della donna con cattive arti; queste spengono la Minne. Laprudenza è una cattiva costumanza della Minneessa risveglia rovinosaira: allora la donna è perduta.

Assai bene farebbe colui che volesse rinunciare a proibizioni edivieti poiché questi generano nella donna grande dispetto e laspingono a farecausa il divietoquello che non farebbe se non fosseproibito. Questo cardo e questa spina pare le siano congeniti. Ledonne di questo carattere sono figlie della loro madre Eva: fu essache infranse il primo divieto: a lei Dio nostro Signore aveva concessofrutta e fiori ed erbe e tutto quello che c'era nel Paradiso terrestreperché ne usasse a suo talentomeno una sola cosa che le proibì perla vita e per la morte (i preti ci dicono che fosse il fico). Essa locolse e infranse il comandamento di Dio e perdette se stessa e Dio. E'mia assoluta convinzione che non l'avrebbe mai fatto se non fossestato proibito. Con la prima azione che compì rivelò la sua natura efece quello che le era vietato. Se però si considera attentamenteEvaavrebbe certamente disprezzato quell'unico fruttoavendo tutti glialtri a sua disposizione e invece non volle che quello solo e conquello mangiò (sic) anche il suo onore.

Tali sono tutte le figlie di Eva che le somigliano. Anzise sipotessero ancora fare divietiquante Eve si troverebbero ancora algiorno d'oggiche a causa della proibizione perderebbero se stesse eDio! E poiché ciò proviene dalla loro stessa natura ed è questa che inloro lo producemerita grande lode e onore colei che sa astenersene. Perché quando una donna agisce virtuosamente contro la sua proprianatura e custodisce bene la sua famail suo onore e il suo corpoèuna donna solo di nomema ha un animo virile e bisogna tributarle inogni cosa onorelode e benedizione. Quando la donna rigetta da sé lasua natura femminea e ne distacca il cuore e assume un cuore virileallora l'abete produce mielela cicuta porta balsamola radice dallaquale nasceva l'ortica infiora di rose la terra.

Che cosa c'è nella donna di più puro che combattere con onore controil suo corpo secondo il miglior diritto sia del corpo che dell'onore? Essa deve disporre il combattimento in modo che ad ambedue sia fattagiustizia e provveda a ognuno dei due in modo che l'altro non venganegletto. Non c'è donna assennata che trascuri il proprio onore per ilcorpo o il proprio corpo per l'onorema ha modo di mantenere ambedue. Non deve rinunciare ad alcuno dei duema sostenerli sia con l'amoreche col dolorecosì come è destinato. Sa Iddio che esse devono tuttecrescere in dignità; con grande travaglio devono consacrare la lorovita alla virtù di temperanzafarne la regola dei loro sensi el'ornamento della persona e dei costumi.

Tra tutte le creature che il sole illumina nessuna ve ne è di cosìavventurata come la donna che consacra anima corpo e vita allatemperanza e quindi ama e onora se stessa; e per tutto il tempo cheessa è bene accetta a sé è anche giusto che sia benvoluta dal mondo. Una donna che agisce contro il proprio corpo e che dispone l'animo suoa odiare se stessa chi vorrà amarla? e colei che disprezza il propriocorpo e rende ciò palese al mondoquale amore o quale onore puòvenirle tributato? Il desiderio è spento appena spuntae si vorrebbedare a questa vita senza nome l'altissimo nome di vita!

Nonoquesta non è Minneè la sua avversariala perfidaempiamalvagia avversaria che non merita il nome di donnacomeveridicamente dice un proverbio: Colei che a molti dà amore da moltiè disamata. Colei che si mette in mente che tutto il mondo la amipensi prima di tutto ad amare se stessa e mostri al mondo i segnidella Minne: se è la vera traccia della Minne tutto il mondo l'amerà.

Una donna che vincendo se stessa dedica la propria femminilità apiacere al mondo merita che tutto il mondo l'apprezzi e la stimilaadorni di fiori e la incoroni di quotidiani onori e così accresca lasua fama. Colui verso il quale lei è inclineal quale essa affida ilsuo corpo e lo spiritoil suo pensiero e il suo amorequesti è natofortunato e prescelto e destinato a costante felicità; egli portanascosto nel cuore un vero paradiso. Non deve temere che il rovo lopunga quando stende la manoné che la spina lo ferisca quando cogliela rosa: qui non vi è né rovo né spinaqui l'asprezza del cardo nonesiste più: la rosea pace ha sradicato spina cardo e rovo. In questoparadiso nulla che non sia gradito alla vista spunta dal ramocresceo rinverdisce; è la piena fioritura della bontà femminile. Altrofrutto non vi è se non fedeltà o Minnestima del mondo e onore.

Ah! in un tale paradiso così gaudioso e fiorito l'uomo dovrebbetrovare la felicità del cuore e godere la gioia degli occhi suoi. Eche cosa di peggio che a questo tale sarebbe accaduto a Tristano e aIsotta? E chi mi ha seguito fino a qui non scambierebbe la sua vitacon quella di Tristano? poiché in verità una donna virtuosa con qualecuore si dedica a colui al quale essa ha dato e affidato il suo onoree il suo corpo! Come si prende dolce cura di lui! Come tiene tutte levie di lui sgombre da cardi e da spine e da ogni tristezza! Come loprotegge dalle pene di cuoreproprio come una qualunque Isotta il suoTristano! E sono anche convinto che cercando bene si scoprirebberoancora delle Isotte nelle quali si troverebbe tutto quello che sicerca.

Ora però dobbiamo ritornare a quanto dicevamo della prudenza: comeavete uditoquesta era tanto invisa ai due amantiTristano e Isottae il divieto li faceva tanto soffrireche pensavano con ancormaggiore intensità di prima al loro destinofinché lo compirono perloro rovina: donde ne venne ad ambedue grande sventura e mortaledolore.

Era sul meriggio e il sole splendeva ardentepurtroppo anche sul loroonore. Due diversi soli brillavano nel cuore della regina e nel suospirito: il sole e la Minneil desiderio dell'animo e il calore dellastagione la tormentavano col loro contrasto. Ora essa volle sfuggirealla lotta e al tormento e anche al caldo mediante un'astuzia nellaquale restò lei stessa impigliata.

Si recò nel verziere per avere sollievo e andava in cerca di un'ombrapropizia e di un luogo frescoombroso e appartato che le offrisseschermo e riparo. E appena lo ebbe trovato vi fece apprestare un riccoe bellissimo letto. Coltre e lenzuola erano di porpora e di bliat estoffe regali furono stese sul letto e quando questoil più bello chesi potesse immaginarefu prontola Bionda vi si coricò in camicia;alle ancelle ordinò di ritirarsi tuttemeno la sola Brangaene.

Venne allora spedito un messo a Tristanoche non mancasse di recarsisubito senza indugio a colloquio dalla regina. Oraegli fece propriocome Adamo: mangiò il pomo che gli offriva la sua Eva e con questomangiò insieme anche la morte. Egli giunse e Brangaene andò con lealtre donne e si sedette fuori con loro in grande angustia. Ordinò aicamerieri di chiudere tutte le porte e di non lasciar passare alcunosenza un ordine espresso di lei di farlo entrare. Le porte furonoserrate e Brangaene stando seduta pensava deplorandolo tra séche nonc'era timore né cautela che potesse arrestare la sua signora.

Mentre era in questi pensieriun cameriere uscì un momento e appenadavanti alla porta gli venne incontro il re chiedendo moltoimpazientemente della regina.

    "Essa dormecredosignore"risposeognuna delle ancelle. La povera Brangaene tacque spaventatala testale ricadde sul pettole tremarono le mani e il cuore. Il re parlò dinuovo:

    "Orsùditemidove dorme la regina?".

Gli accennarono ilverziere ed egli vi si recò immantinente per trovarvi il tormento delsuo cuore: vide sposa e nipote con le braccia strettamenteintrecciategota contro gota e la bocca sulla bocca l'uno dell'altro. Quello che si poteva vedere e che la coperta lasciava scorgere inaltole braccia e le manile spalle e il petto erano tanto vicinitanto strettamente allacciati e intrecciati come se fossero opera dioro e metallo insieme fusi e tale che più bella non avrebbe potutoessere. Tristano e la regina dormivano dolcemente non so dopo qualifatiche.

Quando il re vide così apertamente la sua disgraziaebbe finalmente eper la prima volta la certezza dolorosa del suo male; era ormaiinformato e libero da dubbio e da sospettosuoi antichi oppressori;ora egli non supponeva piùma sapeva: quella certezza che prima avevatanto desiderato gli era ora tutta concessa. Io credo però che megliosarebbe stato per lui supporre che sapere; quello che sempre si erasforzato di sapere per uscire dalla pena del dubbiodiveniva ora lasua vivente morte. Così si volse via in silenziochiamò a sé i suoiconsiglieri e i suoi uomini e disse loro che gli era giunta notiziacome verità attendibileche Tristano e la regina fossero insieme eche tutti dovevano andare con lui a sincerarsene e chese ciò fosserisultato verosi fosse subito fatto giudizio sul luogo stesso ditutti e duesecondo le leggi del regno.

Oraappena il re si era scostato da accanto al lettoTristano sisvegliò e lo vide allontanarsi.

    "Ahimè - esclamò -che cosa avetefattofedele Brangaene! sa Iddio che temo che questo sonno ci costeràla vita. DestateviIsottapovera donnadestateviregina del miocuore! temo che siamo scoperti".

    "Scoperti? - disse lei - e come?".

    "Il re mio signore era qui davanti a noiegli ci ha visti ambedue eio ho visto lui; se ne sta andando proprio ora e io so con certezzache devo morire; egli vuole condurre qui dei testimoni che lo aiutinoa questo scopoperché vuole la nostra morte. Signora del mio cuorebella Isottadobbiamo ora separarci e probabilmente mai più citroveremo insieme per nostra gioia come prima. Ora tenete a mente comeabbiamo mantenuta pura la Minne fino a questa ora; badate che rimangaancora ferma e salda e non mi escludete dal vostro cuoreperché inquanto al miovoi non ne uscirete mai. Isotta resterà sempre nelcuore di Tristano. Ora vedeteamica del mio cuoreche questaseparazione e questa partenza non mi allontani da voi; non midimenticate per nessuna ragione. Dûze âmiebêle Isôtbaciatemi edatemi licenza".

Lei si ritrasse un poco e sospirando gli rispose:

    "Signorei nostricuori e i nostri sensi sono stati troppo tempo e troppo strettamentecongiunti perché possano mai apprendere che cosa significhidimenticare. Che mi siate vicino o lontanonel mio cuore non ci saràvita né creatura vivente se non Tristanomio cuore e mia vita. Signoreda gran tempo possedete di me anima e corpo; ora badate chenessun'altra donna mi divida da voi e che noi rimaniamo sempreconfermati e rinnovati nell'amore e nella fedeltà che così lungamentee per tanto tempo è stata in noi così pura. E prendete questoanellino: sarà un pegno di fedeltà affinché qualora abbiate in mentedi amare alcuna all'infuori di meesso vi ricordi il mio cuore equesto momento. Pensate quanto dolorosa è questa separazione al nostrocuore e al nostro corpo; pensate a tutte le ore dolorose che hopassato per voi e non abbiate nessuno più caro della vostra amicaIsotta. Non mi dimenticate per alcun'altra; noi due abbiamo sopportatoamore e dolore insieme e tanto uniti fra noi fino a quest'ora chedovremo nutrire fino alla morte lo stesso sentimento e la stessadevozione. Signoreè inutile che io vi faccia altre raccomandazioni;se Isotta ebbe sempre un solo cuore e una sola fedeltà con Tristanotali li ha ancora sempre e così deve sempre durare. Però voglio farviuna preghiera: in qualsiasi terra remota vi troviateconservatevibene voivita miapoiché se dovessi essere priva di voimia vitaallora iovita vostramorirei. Per amor vostronon per me stessaio prenderò grande cura di meche sono la vostra vitadi questocorpo che è vostroperché so bene che del vostro corpo e della vostravita sono responsabile io; noi siamo un solo corpo e una sola vita;ora pensate sempre a mea Isottavita vostra; che io veda in voi lavita mia sempre e anche voi vediate la vostra in me; voi avete in manole nostre due vite. Ora venite e baciatemi: Tristano e Isottavoi eionoi due saremo sempre una cosa sola. Questo bacio deve essere ilsuggello della nostra fedeltà fino alla mortevoi a me e io a voiunsolo Tristano e una sola Isotta".

Suggellato così questo discorsoTristano partì con grande dolore erammarico; l'altra sua vitae l'altro suo ioIsottarimase conprofondo duolo. I due amanti non si erano ancora mai separati con sìgrande martirio come questa volta.

Intanto giunse il re conducendo con sé tutta la schiera dei suoiconsiglieri. Venivano troppo tardi peròperché non trovarono cheIsotta sola sul letto immersa nei suoi pensieri come prima. Dato cheil re non aveva trovato che la sola sua Isottai consiglieri locondussero subito via da quel luogo e gli dissero:

    "Sirevoi agitemolto male verso vostra moglie e verso il vostro onorevolendo tantevolte e senza ragione trovare motivo d'accusa. Voi avete in odio ilvostro onorevostra moglie e più ancora voi stesso. Come poteteessere felice se vi amareggiate ogni gioia con la vostra donnanefate ludibrio a corte e in tutto il paesepur non avendo maiconstatato cosa che possa essere contraria all'onore di lei? Di checosa accusate la regina? perché volete vedere falsità nella regina chenon usò mai inganno verso di voi? Sireper il vostro onorenonfatelo mai più; per amore di voi stesso e per amor di Dio evitate unasimile beffa".

Così dicendo lo condussero via ed egli li seguì eancora una volta fece tacere la sua collera e se ne andò invendicato.

Tristano andò a casa suariunì tutti i suoi fidi e con loro sidiresse subito al porto. Si imbarcò sulla prima nave che trovò e fecevela per la Normandiaegli e la sua compagnia tutta. Non vi rimaseche breve tempo perché l'animo suo lo spronava a cercarsi una vita chepotesse dargli forza e conforto nella sua tribolazione. Ora vedete checosa strana: egli sfuggiva il duolo e il travaglio e cercava travaglioe duolo; fuggiva da Marco e dalla morte e cercava la pena mortale chegli uccidesse nel cuore quella per la separazione da Isotta. A checosa serviva che egli là fuggisse dalla morte e qui le andasseincontro? A che serviva schivare il tormento in Cornovaglia mentrequesto gli gravava addosso giorno e notte? Per la donna manteneva lapropria vita e alla vita era perduto se non era insieme alla suadonna. Nessun essere vivente portava la morte al suo corpo e alla suavita se non Isottala sua vita migliore. Così lo premevano morte eduolo. Ora egli si disse che questa pena non avrebbe mai potutodivenire sopportabile su questa terratanto da poterne guariresenon per mezzo della cavalleria.

Si parlava allora di una grande guerra nella terra di Allemagna.

Tristano lo apprese e subito andò nella Champagne e di là passò inAllemagna dove servì così bene lo scettro e la corona che mai l'ImperoRomano ebbe sotto le sue bandiere uomo altrettanto celebre per virilecavalleria. Ebbe fortuna e successo in tutte le avventure e le impreseguerresche che non starò qui a narrareperché se volessi enumeraretutte le gesta che sono state scritte di luila storia diverrebbequalche cosa di prodigioso. Devo gettare al vento le favole che vi siriferiscono; già la sola verità mi impone una fatica assai grave.

Isottavita di Tristano e sua mortesua vivente mortela fiorenteIsottasoffriva pena e angustia. Se non le si spezzò il cuore ilgiorno in cui vide partire Tristano e ne seguì la nave con lo sguardofu soltanto perché lo sapeva vivo: fu la vita di lui che la salvò;senza di lui non poteva vivere né morirené comunque agire. Tanto lavita come la morte le erano avvelenate e non poteva né morire névivere. La luce degli occhi suoi le veniva molte volte a mancare; lalingua nella bocca taceva sovente al bisogno. Tutto questo non eravita e non era morteeppure vi era questa e quellama dal doloreerano confuse così che per lei l'una o l'altra era indifferente. Quando vide gonfiarsi le vele il suo cuore disse fra sé:

    "Ahimèahimèmio ser Tristanotutto il mio cuore si attacca a voii miei occhi vi seguono e voi vi affrettate tanto ad allontanarvi! Come potete andar via da me così? Eppure so che se fuggite da Isottalasciate la vita vostrapoiché la vostra vita sono io e non potetevivere un solo giorno senza di mecome io non posso vivere senza divoi. Le nostre due persone e le nostre due vite sono talmenteintrecciate fra loro e tanto insieme intessute che voi mi portate viala mia vita e mi lasciate qui la vostra. Mai ci furono due vitealtrettanto fuse. Noi ci diamo vita e morte l'uno all'altropoichénessuno di noi due può vivere o morire se l'altro non glielo concede. Così la povera Isotta non è né interamente viva né morta. Non so dache parte rivolgermi. Or dunque mio ser Tristanopoiché voi siete conme un solo corpo e una sola vitadovete insegnarmi come mantenerecorpo e vita per voi e poi anche per me. Istruitemi dunque: perchétacete? Noi avremmo bisogno di buona dottrina. Ma che dico iostoltaIsotta? La parola di Tristano e il mio spirito se ne stanno andandovia laggiù insieme. La vita e il corpo di Isotta sono in balìa dellavela e dei venti. Dove posso trovare me stessa? dove mi posso cercare? doveora? Sono qui e anche costà e non sono né qua né là. Chi mai futanto smarrito quanto me? chi fu tanto diviso? mi vedo là su quel maree sono qui a terraviaggio con Tristano e sto qui presso Marco; in memorte e vita si combattono aspramente; ambedue mi avvelenano. Morireivolontierise potessise non mi trattenesse colui al quale è legatala mia vita. E non posso intanto vivere bene né per lui né per mestessa poiché devo vivere senza di lui. Egli mi lascia qui e se neparte eppure sa bene che senza di lui io sono morta fin dentro nelcuore. Dio sa che questo mio discorso è ben inutileperché il nostrodolore è comune e non lo porto io sola: è suo quanto mio e anzi pensoche il suo debba essere maggiore. Il suo soffrire e la sua pena sonopiù grandi ancora. La separazionese pur affligge l'animo mioaffligge ancor più il suo. Se mi fa male al cuore l'essere qui solasenza di luia lui questo duole anche più che a me. Se io lorimpiangoegli rimpiange mesoltanto con minor ragione. Io mi dicocon tutta verità che giustamente piango e mi affliggo per Tristanopoiché la mia vita è legata alla sua; invece a me è legata la suamorteperciò egli piange senza bisogno; egli può andare lontano permantenere il suo onore e la sua vitavisto che se rimanesse quipresso di me non potrebbe mai essere salvo; perciò io debbo adattarmia stare senza di lui; per quanto io ne possa soffrireegli non devemai essere in pericolo alcuno per colpa mia. Per quanto dolorosa misia la sua assenzapure ho assai più caro che stia lontano da me inbuona salutepiuttosto che mi sia vicino e io debba temere che pressodi me debba averne danno. PoichéDio sa che colui il quale vuoleavere il proprio vantaggio con danno del suo amico poco amore gliporta. Per quanto male ne possa venire a meio voglio essere amica diTristano senza danno di lui; se egli sta bene e ha fortunanon mirammarico anche se debbo sempre soffrire: mi dominerò in tutte le mieazionirinuncerò a me e a lui affinché egli sia sano e salvo per me eper sé".

Tristanosecondo quanto ho lettoera in Allemagna da sei mesi o piùe aveva gran desiderio di ritornare per avere qualche notizia e sapereche cosa si dicesse della sua signora. Si consigliò con se stesso edecise di ritornare là donde era venuto dapprimaandare in Normandiae di là passare in Parmenia presso i figli di Rual. Sperava di trovareanche lo stesso Rual e raccontargli la sua ventura. Purtroppo questiera morto e così pure sua moglie Florete. Sappiate però che i suoifigli si rallegrarono fino in fondo al cuore dell'arrivo di Tristano.

L'accoglienza che gli fecero fu affettuosa e sincera; gli baciaronoripetutamente le mani e i piedigli occhi e la bocca.

    "Signore - glidissero - in voi Dio ci ha ridonato padre e madre. Caro e buonsignoreora stabilitevi qui e riprendetevi tutto quello che dovevaessere vostro e nostro e lasciateci vivere qui con voicome con voivisse nostro padre che fu vostro fido vassallo e come vogliamo esserenoi pure. Nostra madreamica vostrae nostro padre sono mortiambeduema ora Dio nella sua grazia ci ha in voi ricompensatiriconducendovi qui a noi".

Il triste Tristano fu grandemente addolorato ed ebbe grande tristezzae afflizione e li pregò di condurlo alla tomba dei genitori. Vi sirecò dolente e vi stette per un buon pezzo piangendo e lamentandosi epronunciando il suo discorso funebre:

    "Dichiaro innanzi a Dio - dissecon gran fervore - che se mai dovesse accadere quaggiùcome ho uditodire da bambinoche l'onore e la fedeltà siano sepolti in terraallora veramente essi giacciono qui seppelliti; e se onore e fedeltàhanno come diconoparte in Dioallora è certamente vero e non nedubitoche ambedueRual e Floretesono alla faccia di Dio che li hadati al mondo per ornamento e bellezzae ora sono incoronati là dovericevono la loro corona i figli di Dio".

I degni figli di Rual offrirono poi a Tristano con spontanea reverenzala loro casala loro personai loro beni e il loro vassallaggio comemeglio potevano. Erano semprea tutte le orepronti al suo servizio:quello che egli comandava era fatto in tutto e per tutto appena erapossibile: lo accompagnarono con cavalieri e dame nei torneinellecacce e in qualsiasi svago egli desiderasse.

Fra la Bretagna e l'Inghilterra si trovava un ducato chiamato Arundelsituato in riva al mare. Il Duca era valorosocortese e anziano e isuoi vicinia quanto narra la storiagli avevano fatto guerra erapito la sua terra e i suoi diritti e lo avevano sopraffatto in terrae in mare. Egli avrebbe voluto dar loro battagliama non ne era ingrado. Aveva avuto da sua moglie un figlio e una figliaperfettiambedue nel corpo e nell'anima. Il figlio era stato armato cavaliereed era bravo e pieno di vita; in tre anni si era già acquistato fama eonore. Sua sorella era bella e giovane e si chiamava Isotta asblansche mains; suo fratello Kaedin li frainssuo padre era ilduca Jovelinsua madrela duchessaera chiamata Karsie.

Ora Tristano in Parmenia udì che c'era guerra nella terra di Arundel edecise di prendervi parte per dimenticare alquanto la sua pena. Se nepartì dalla Parmenia e andò verso Arundela un castello dove sitrovava il signore del paese: questo si chiamava Karke. Quivi perprimo si fermò; padrone e famigli gli fecero quell'accoglienza che siconviene a un valoroso. Lo conoscevano già di fama. Tristanocome cinarra la storiaera noto per il suo valore in tutte le isole aoccidente; perciò lo accolsero con gioia. Il Duca accettò il suoconsiglio e le sue direttive e lo pregò di disporre del suo onore e ditutta la sua terra. Suo figlioil cortese Kaedinera molto devoto aTristano e sempre intento al suo volere perché desiderava imparare dalui onore e dignità; a questo si applicava mettendovi tutto l'animosuo. Erano sempre insiemea ogni ora e a ogni momentosempre prontial servizio l'uno dell'altro in ogni gara e in ogni disputa. Si eranopromessi fra loro fedeltà e amicizia e la mantennero tutti e due sinoalla fine.

L'esule Tristano chiamò Kaedin e con lui si recò dal Duca e glidomandò e lo pregò di narrargli fin dal principio la storia dellaguerra con i suoi nemici e da dove gli fosse derivato il dannomaggiore che avesse sofferto. Venne informato allora di tuttodi comesi fosse svolta la guerra e della posizione dei nemici e delladirezione presa dalle loro truppe.

Orail Duca aveva sotto la sua giurisdizione un buon castellofortificato che stava proprio sulla via del nemico. Quivi si accampòTristano col suo compagno Kaedin e con un piccolo manipolo dicavalieri. Non avevano forze sufficienti da potersi battere inqualunque momento in campo apertoma potevano soltanto di quando inquando furtivamente e in segreto danneggiare le terre del nemico conrapine e incendi.

Tristano mandò segretamente in Parmenia a dire ai suoi cari amiciifigli di Rualche gli occorrevano dei cavalieri ben armati e lipregava per il loro onore e la loro virtù di assecondarlo e venirgliin aiuto. Essi gli inviarono subito cinquecento cavalcature ecavalieri bene attrezzati e grande provvista di viveri. QuandoTristano apprese che da casa sua gli venivano rinforzimosse eglistesso incontro a essi e li guidò nel paese di nottein modo chenessuno se ne accorsesalvo quelli che gli erano amici e gliportavano aiuto. La metà di questi li lasciò a Karke ordinando loro distarsene chiusi e di non muoversichiunque li attaccassefinché nongiungessero egli con Kaedin e avessero dato l'assalto al nemico;soltanto allora dovevano tentare la loro fortuna. Prese quindi l'altrametà degli armati e ritornò al castello che gli era stato affidato. Anche là li condusse di notte e pure a questi raccomandò di starenascosti con altrettanta attenzione quanta ne usavano quelli di Karke.

Al mattinoappena spuntò il giornoTristano scelse non meno di centocavalieri; gli altri li lasciò nel forte. Pregò Kaedin di dire ai suoiche stessero attenti in caso egli fosse inseguito e gli venisseroallora in aiuto da Karke e anche dal castello fortificato. Percorsepoi a cavallo tutta la Marcarapinando e incendiando apertamente nelpaesedovunque sapeva esservi fortezze e città fortificate delnemico.

Prima di notte era volata per tutto il paese la notizia che il fieroKaedin era sceso in guerra aperta. Questa notizia turbò grandementeRuggero di Doleise e Nautenis di Hante e Rigolin di Nantesi duci delnemico; essi riunirono tutte le forze che poterono chiamare nellanotte e che furono inviate. Il giorno seguentesul meriggioquandole loro schiere furono radunatemossero contro Karke. Avevano conloro ben quattrocento e più cavalieri e intendevano e si preparavanoad accamparsi là come altre volte avevano fatto. Ma Tristano e il suocompagno Kaedin si misero sulle loro traccementre quelli siritenevano sicuri che in quel momento nessuno avrebbe osato combatterecon loro. Ora quegli altri vennero in rapida corsa da tutte le parti ea nessuno pareva di fare abbastanza presto a raggiungere i nemici.

Quando questi si avvidero che bisognava ingaggiare battagliavi siprepararono subito e avanzarono tutti insieme. Nella mischia volaronospade e picchesi scontrarono destriero contro destrierouomo controuomo con tale ferocia che fu fatta gran carneficina. Grande stragefecero qui Tristano e Kaedinlà Ruggero e Rigolin. Ognuno otteneva etrovava quello che perseguiva sia con la spada che con la lancia. Sichiamavano l'un l'altroqui: Chevalier HanteDoleise e Nante!Karke e Arundel.

Allorché quelli della fortezza videro ingaggiata la battagliairruppero fuori delle porte da tutte le parti contro le schierelesgominarono in una lotta accanita. In breve tempo le disperserocavalcando in mezzo a essemenando colpi qua e làcome cinghiali inmezzo alle pecore. Tristano e il suo compagno Kaedin miravano aglistendardi e alle insegne che distinguevano i capi dei nemici. RuggeroRigolin e Nautenis furono fatti prigionieri e la loro compagnia neebbe grave danno. Tristano di Parmenia e i suoi uomini procedevano acavallo abbattendo i nemiciuccidendoli e facendoli prigionieri. Quando questi videro che il combattimento si volgeva a loro sfavorecercaronoognunodi salvarsi e conservare la vita con la fuga o conl'astuzia: questa fu la preoccupazione di tutti. La fugala resa oanche la morte decisero le sorti della battaglia per una delle dueparti.

Ora che la battaglia era stata vinta da una delle parti e che l'altraera stata sconfittae dopo che i prigionieri furono presi e custoditilà dove devono esserloTristano e Kaedin riunirono tutti i lorocavalieri e tutte le loro forze e si diressero in primo luogo verso leterre dovunque si trovavano dei nemici o si vedevano proprietà loro;sia beni che città o castellitutto veniva distrutto dove si trovava;le spoglie e il bottino erano mandati a Karke. Sottomessa tutta lamarca nemicacompiuta la loro vendetta e conquistato tutto il paeseTristano rimandò in Parmenia la sua masnadaringraziandola dell'onoree dell'aiuto che ne aveva ricevuto. Partiti questiTristanoilsaggiodispose che i prigionieri venissero a fare omaggio al duca ericevessero da lui quanto dei loro beni egli volesse render loro eanche la parola del perdonoe che gli dessero garanzia che nonavrebbero mai più fatto danno al paese con la loro inimicizia e percausa loro. E tutti furono d'accordoi capi e i loro uomini.

Tutto questo valse a Tristano grandi lodi e grande onore dalla corte eda tutto il paese. Paese e corte celebravano il suo senno e il suovalore ed erano pronti a ogni suo volere.

La sorella di KaedinIsotta dalle bianche maniil fiore della suaterraera nobile e saggia e si era talmente distinta per fama e pervirtù che tutto il paese le era devoto e non parlava che delle sueperfezioni. Vedendola così bellanel cuore di Tristano si rinnovaronol'antico dolore e il rimpianto. Essa gli rammentava tanto l'altraIsottala bella d'Irlandae poiché anche questa si chiamava Isottaogni volta che il suo occhio si posava su di leiudendo quel nomediventava così triste e disperato che si poteva leggergli negli occhiil duolo del cuore. Pureegli amava il suo dolore e lo conservavanell'intimo suo: lo trovava dolcelo trovava buonodiligeva questasua tristezza; perciò quando vedeva la fanciullala guardavavolentieriperché il dolore che provava per la bionda gli era piùcaro di qualsiasi gioia. Isotta era la sua felicità e il suo tormentoIsotta il suo smarrimentogli faceva benegli faceva male; quantopiù Isotta col suo nome gli spezzava il cuoretanto più caro gli erarimirare Isotta.

Sovente diceva fra sé:

    "Ah! dê béniecome questo nome mi rendeconfuso; scambia ai miei occhi e nella mia mente il vero e il falsomi produce grande e strana pena: Isotta mi ride e mi scherzacontinuamente all'orecchioeppure non so dove Isotta sia: il mioocchio vede Isottaeppure non vede Isotta. Isotta mi è lontana e mi èvicina; temo di essere di nuovo ammaliato dalle Isotte. Mi pare che laCornovaglia sia divenuta Arundelche Tintajoel sia diventato Karke eIsotta l'altra Isotta. Ogni volta che qualcuno parla di questafanciulla dal nome di Isotta mi pare di avere ritrovato Isotta; cosìanche in questo resto deluso. Che strana cosa accade in me! Da tantotempo bramo di rivedere Isotta; ora sono venuto in un luogo doveIsotta c'èeppure non è la bionda che mi fa così dolcemente soffrire. E' Isotta che ha volto il mio spirito verso questi pensieri che mioccupano il cuore; è quella di Arundel e non Isotta la bellache imiei occhi purtroppo non scorgono. Per tutto quello che il mio occhiovede e che porta il suo nome io avrò sempre affetto e cuore amoroso esarò grato al caro nome che così sovente mi ha dato gioia e gaudiosavita".

Tali discorsi faceva Tristano spesso fra sé quando mirava la sua dolcepenaIsotta as blansche mains. Essa gli riaccendeva nell'anima ilfuoco che giorno e notte gli covava nel cuore; egli non pensava più aimprese serie o cavalleresche: cuore e sensi erano solo rivolti allaMinne e al piacere. Solo il piacere cercava e lo perseguiva in stranomodovoleva avere amore e insieme illusione di amore per la fanciullaIsottavoleva piegare l'animo suo all'amore per lei nella speranzache il fardello della sua nostalgia ne potesse essere alleggerito.

Volgeva spesso verso di lei i suoi teneri sguardi e gliene indirizzavatanti che essa per forza si dovette accorgere che il cuore di luinutriva per lei affetto. Già in principio lei lo aveva molto avuto nelpensierovedendo quale fosse la sua fama presso la corte e il popolo;da allora il suo cuore era a lui rivolto e quando a caso lo sguardo diTristano si posava su di leiglielo rendeva così amorosamentecheegli cominciò a pensare in qual modo potesse procurare che tutto ilsuo duolo ne venisse blandito e sempre più vi rifletteva; la rimiravasera e mattina e ogni volta che gli era possibile.

Ben presto accadde che Kaedin si avvide di questi loro sguardi eallora condusse Tristano con sé più spesso di primapoiché nutriva lasperanza che il suo cuore si attaccasse a lei e allora l'avrebbesposata e sarebbe rimasto con loro e avrebbe anche portato a buontermine con lui la loro guerra in tutto il ducato. Quindi raccomandòcaldamente a sua sorella Isotta che parlando con Tristano gli simostrasse benevolama solo in quanto egli stesso (suo fratello)glielo suggerivama che non facesse atto alcuno senza il consigliodel loro padre o di lui stesso. Isotta aderì alla sua richiestatantopiù che anche lei vi era propensa e così fece con Tristano. Cominciò arivolgerglisi con discorsiatteggiamenti e tutto ciò che può attrarreil pensiero e risvegliare nel cuore la Minnein mille guise e intutti i modifinché lo infiammò e il nome di lei prese a suonarglidolce all'orecchiomentre prima gli suonava aspro. Vedeva e udivaIsotta con piacere maggiore di quanto volesse; lo stesso accadeva aIsotta con lui. Essa ne era attratta e godeva nel vederlo; eglipensava a lei ed essa a lui; così si promisero fra loro affetto eamicizia e lo attuarono con grande impegno quando potevano farloopportunamente.

Un giorno Tristano stava seduto riandando col pensiero al suo anticodolore e considerava nel suo cuore le molte e svariate pene cheIsottal'altra sua vitala bionda reginala chiave della sua Minneaveva sofferto per luirestando così costante in tutte le prove. Molto si rattristò e si dolse ripensando cheall'infuori di Isottaegli mai prima di allora aveva provato inclinazione amorosa versodonna alcunané mai ad alcuna aveva pensato.Con dolore disse a sestesso:

    "Infedele! che cosa faccio? io so benee ne sono sicuro comedella morteche Isottamio cuore e vita miaverso la quale io cosìstoltamente mi conduconon ama né pensa ad alcuna creatura sullaterrané alcuna può esserle cara se non io solo. Ed ecco che io amo epenso a una vita che non è la sua. Non so che cosa mi abbia cambiato;che cosa mi è avvenutoinfedele Tristano? amo due Isotte e vogliobene a tutte e duee invece l'altra mia vitaIsottanon vuole beneche a un solo Tristano. Essa non vuole altro Tristano che me e iocorteggio un'altra Isotta. Guai a teo uomo dissennatosconsigliatoTristano! abbandona questa cieca stoltezzalascia questaingratitudine".

Così controllò di nuovo la sua volontàrinunciò alla Minne eall'inclinazione che sentiva per la fanciulla Isotta. Usava tuttaviacon lei così dolci modi che essa credeva di vedervi la prova del suoamore; ma la realtà era un'altra e le cose andarono come dovevanoandare. Isotta aveva portato via ad Isotta parte dell'animo diTristano; ma Tristano era nuovamente rivolto all'antico amore; il suocuore e i suoi sensi coltivavano soltanto il loro antico dolore. Pureegli continuava sempre nella sua cortesia; vedendo nella fanciulla lanostalgica inquietudine che in lei cominciava a manifestarsimiseogni impegno a farle piacere: le raccontava belle novellecantavascriveva per leileggeva e pensava a tutto quello che potessedivagarlale teneva compagniale abbreviava le ore ora con laparolaora con la mano; per ogni sorta di strumenti Tristano sapeva etrovava lai e belle canzoni che fino adesso sono ancora in vogae inquel tempo compose anche il nobile Laio di Tristanoche saràdappertutto amato e apprezzato finché durerà il mondo. Soventeaccadeva che quando erano radunati i famigliariIsotta e Kaedinilduca e la duchessale dame e i baroniegli componesse delle canzonidei rondò e delle ariette cortesi e cantasse questo ritornello:

Isôtma drûeIsôt m'âmie
en vûs ma morten vûs ma vie
.

E poiché tantogli piaceva cantarlotutti pensavano e credevano che intendesse laloro Isotta e se ne rallegravano assai - nessuno tuttavia più del suoamico Kaedin: questi gli era sempre dappresso in casa e fuori e glimetteva sempre la sorella vicino. Essa ne era ben lietalo prendevaper mano e gli dedicava tutta la sua attenzione; i suoi chiari occhi eil suo pensiero erano a lui rivolti; qualche volta la debole fanciullagettava via la modestia e la verecondia e metteva apertamente la manonella suacome se lo facesse solamente per compiacere Kaedinmacomunque egli ve la incitasseessa stessa ne traeva gioia. Si fececosì amabile verso Tristanocosì vezzosa e ridentecosì loquace evezzosascherzosa e suadentefinché di nuovo lo riaccese ed egliricominciò ancora a tentennare nel suo amore con l'animo e colpensiero: era in dubbio riguardo a Isottase voleva o non voleva. Glifaceva anche veramente pena che lei gli dimostrasse tanto affetto.

Spesso pensava tra sé:

    "Voglio o non voglio? mi pare di nomi pare disì".

Ma allora sopravveniva la costanza:

    "No - diceva - ser Tristanopensa alla tua fedeltà verso Isottaricordati della fedele Isotta chenon si allontanò mai un passo da te".

Così egli era ripreso da questo pensiero e in tale tormento perl'amore di Isottala regina del suo cuoreche mutò modi e costume enon trovò ovunque se non tristezza. Anche quando andava da Isotta econversava con leidimenticava se stesso e le stava accantosospirando: la sua segreta pena divenne così palese che tutticredevano che la sua inquietudine e la sua tristezza fossero per causadi Isotta. E in verità avevano ragione: la tristezza e il duolo diTristano eranosìper IsottaIsotta era il suo tormentoma non laIsotta che essi avevano in mentenon quella dalle bianche mani: eraIsotta la belenon questa di Arundelcome invece tutti credevano. E lo credeva la stessa Isottama in ciò si ingannava poiché essaaveva per Tristano desiderio ancor maggiore di quanto egli non neavesse mai avuto per alcuna sua Isotta.

Così ambedue passavano le ore con diverso duolo. Tutti e duesoffrivano dolore e desideriosebbene in modo differente; la loroMinne e il loro intento non si accordavano; né Tristano né lafanciulla Isotta camminavano sulla via del reciproco amore. Tristanodesiderava con forza un'altra Isottae Isotta non voleva alcun altroTristanoessa dalle bianche mani amava e voleva lui solo; a lui eranoattaccati il suo cuore e il suo pensierola tristezza di lui formavala sua inquietudine e quando talvolta lo vedeva impallidire in volto elo udiva sospirare così profondamenteallora lo guardava teneramentee sospirava con lui. Come è uso di buona compagnaportava insieme alui la sua penasebbene questa non la riguardasse. Il dolore di luila desolava tanto che ne pativa per Tristano più che lui stesso.

L'amore e la bontà che essa gli dimostrava così costantemente lorattristavano molto; sentiva compassione di lei che gli aveva donatoinutilmente tanto del suo amore e messo il cuore in una speranza cosìvana. Purecontinuava il suo viver cortese e vi si applicava a tuttele ore quanto più dolcemente poteva con gli atteggiamenti e le novellee avrebbe con tutto il cuore voluto liberarla da quella pena. Ma ormaiessa ne era troppo e troppo profondamente presa e quanto più egli visi sforzava e affaticavatanto più la fanciulla di ora in ora siinfiammava di luisin quando finalmente la Minne la vinse ed essa glirivolse sguardiparole e gesti così soavi che egli per la terza voltaricadde nel suo stato penoso di dubbio e di nuovo la navicella del suocuore ricominciò a ondeggiare incerta fra pensieri contraddittori. Equesto non deve destare meravigliapoiché sa Iddio come il piacereche sta a tutte le ore e a ogni tempo sorridente davanti agli occhidell'uomoabbagli lo sguardo e la mente di lui e trascini anche ilcuore.

Da questa storia gli amanti possono conoscere che si sopporta moltomeglio un lontano dolore per un amore lontanopiuttosto che essereaccanto alla Minne senza amore vicino. Infattise il mio ragionamentoè giustoè più facile rinunciare alla Minne lontana e da lontanodesiderarlache desiderarla e rinunciarvi da vicino; e rinunciarealla Minne lontana è più agevole che sottrarsi a quella vicina. Inquesto si smarrì Tristano: egli bramava una Minne lontana e pativagrande dolore per quella che non vedeva né udiva e intanto sisottraeva a questa vicina che i suoi occhi miravano sovente. Desiderava sempre la chiarala bionda Isotta d'Irlanda e sfuggiva lafiera fanciulla di Karke dalle bianche mani. Si tormentava tanto perquella e si ritraeva qui da questa; così veniva a perderle ambedue. Voleva e non voleva l'una e l'altra Isotta; sfuggiva questa e cercavaquella.

Pure la fanciulla Isotta aveva ingenuamente riposto in lui ogni suodesideriola sua fiducia e la sua costanza; desiderava colui chel'abbandonava e inseguiva colui che la sfuggiva; e ciò perché siingannava. Tristano le aveva tanto mentito con quel suo doppio agirecon gli occhi e con la boccache essa si credeva sicura del cuore edell'intenzione di luie fra le seduzioni di Tristano quella che piùa lui la teneva avvinta era l'udirlo sovente cantare:

Isôt ma drûeIsôt m'âmieen vûs ma morten vûs ma vie;

Questo le rapiva il cuoree faceva nascere in lei l'amore.

Ella prendeva queste parole tutte per sé inseguendolo da vicino cosìdolcemente che per la quarta volta la Minne lo raggiunse mentrefuggiva da lei e lo trasse nuovamente a séin modo che egli fu dinuovo ripreso e di nuovo giorno e notte pensava e meditavaangosciosamente sulla vita sua e su di sé.

    "AhSignore! - pensava - come mi ha smagato l'amore! questo amore chemi fa smarrire il senno e mi prende anima e corpo e tanto mi opprimese in qualche modo potrò calmarlo ciò non potrà avvenire che per mezzodi un amore estraneo: ho letto e ne sono convintoche una passionetoglie forza all'altra. Il letto del Reno e il suo corsoper grandeche sianon lo è mai tantoin nessun puntoche non possa farnescorrere in singoli rivi tanta acqua da indebolirlo e limitarne laforza. Così il poderoso Reno diviene un piccolo Renino. Nessun fuocoha tanta forzase ci si pensa beneche non arderebbe più debolmentese si sottraessero molti singoli tizzoni. Lo stesso accade a colui cheama: questi pure può fare lo stesso gioco: egli può tanto e tantospesso far defluire l'animo suo in singoli rivipuò in tanti modidividerlo e distrarlo fino a che diventi tanto debole che poco dannoprovochi. Questo può accadere anche a mese vorrò dividere e spartireil mio amore e il mio affetto fra molte invece di darlo a una sola. Serivolgessi il mio pensiero a più di una Minne forse diverrei unTristano senza tristezza.

Ora devo tentare la prova: se la mia buona ventura lo permetteè oradi cominciarepoiché la fedeltà e l'amore per la mia dama non miportano alcun vantaggio; io spreco per lei corpo e animavita esalute e non trovo alcun conforto né per la salute né per la vita. Soffro quindi invano questa tristezza e questo duolo. Ahdolceâmiecara Isottaè troppa la separazione della nostra vita. E' bendiverso da una volta quando portavamo insieme il bene e il maleavevamo un unico amoreun unico soffrire; ora purtroppo non è piùcosì. Ora io sono triste e voi gaiatutti i miei sensi sono tesiverso la vostra dolce Minne e i vostri invece mi pare che poco tendanoa me. Il piacere che io mi rifiuto in voivoi lo concedeteahimèogni volta che vi piace. Voi avete già il vostro compagnoMarcoilvostro sposo e siete sempre uniti; io sono straniero e solo. Credo chenon sarò mai più confortato da voieppure non posso distogliere davoi il mio cuore. Perché mi avete rapito a me stesso se tanto poco midesiderate e così facilmente rinunciate a me? O dolce regina Isottacome scorre angosciosa la mia vita per causa vostramentre di metanto poco vi caleche non mi avete da allora mandato un messaggioné fatto inchiesta sulla mia vitao mandato per me!

Lei mandare per me? ahche dico? dove dovrebbe mandare per me e comeinformarsi della mia vita? da tanto tempo io sono in balìa dei ventiincostanticome potrebbe trovarmi? non posso neppure figurarmi come:se mi si cerca qui io sono làse mi si cerca là io sono qui: cometrovarmi e dove? Come trovarmi? dove sono: ma i paesi non fuggono inaltri luoghi e io sono pur nel paese: là si troverebbe anche Tristano. Colui che ci si mettesse con impegno cercherebbe finché non mi trovapoiché a chi vuol cercare un pellegrino non è assegnata meta sicuraper la sua indagine ed egli deve bene o male impiegarvi tutte le sueforze se vuol concludere qualche cosa. La mia damadalla quale la miavita intera dipendeavrebbeDio lo sain tutto questo tempo dovutomandare segretamente per me in tutta la Cornovaglia e l'Inghilterrala Francia e la Normandianella mia terra di Parmenia o dovunquecorresse rumore che vi fosse il suo amico Tristano; avrebbe dovutoindagare dappertutto se le fosse importato di me: ma invece essa nonsi occupa di meche pure a lei penso e la amo più che il corpo el'anima mia. Per lei sfuggo qualsiasi altra donna e devo essere privoanche di lei stessa. Io non posso richiedere da lei nulla di quelloche in questo mondo mi dovrebbe procurare gioia e gaudiosa vita".

[Qui si interrompe l'opera di Goffredo di Strasburgoa causa dellamorte dell'autore secondo l'opinione comunenei primi decenni deltredicesimo secolo].

NOTE

1. "Refloit"danza e motivo di danza; "Stampenie"ballopopolare.

2. "Kemenate"appartamento delle donne.

3. "Harnschar"castigo usato per i vassalli infedeli; qui intesocome segno di scarsa dignità del cavaliere.




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