Readme.it in English  home page
Readme.it in Italiano  pagina iniziale
readme.it by logo SoftwareHouse.it

Ebook in formato Kindle (mobi) - Kindle File Ebook (mobi)

Formato per Iphone, Ipad e Ebook (epub) - Ipad, Iphone and Ebook reader format (epub)

Versione ebook di Readme.it powered by Softwarehouse.it


Fëdor Dostoevskij



MEMORIE DI UNA CASA MORTA

 

 

 

 

 

 

Nota dei curatori: Quest'operapubblicata nel 1861-62è fedelmente autobiografica. L'autore venne condannato a morte per motivi politici edopo un'orribile messa in scena che tra l'altro peggiorò la sua epilessiala sentenza di morte venne commutata in condanna ai lavori forzati.

 

 

 

INTRODUZIONE DELL'AUTORE

Nelle lontane regioni della Siberiafra le steppei monti e le foreste impraticabilis'incontrano di tanto in tanto piccole città di un migliaio oa dir moltodue migliaia di abitanticittà di legnomeschinecon due chiese - una in cittàl'altra al cimitero - e somiglianti più a un buon villaggio alle porte di Mosca che a città. Esse sono di solito più che sufficientemente fornite di commissari di poliziadi assessori e di tutti gli altri impiegati subalterni. Prestare servizio in Siberianonostante il freddoè in generale oltremodo confortevole. Ci vivono persone semplicialiene dal liberalismo; gli ordinamenti sono vecchisolidiconsacrati dai secoli. I funzionariche a buon diritto rappresentano la parte della nobiltà siberianao sono del postosiberiani di vecchio ceppoo sono venuti dalla Russiaper lo più dalle capitaliallettati da uno stipendio non pagato ad accontidalle doppie trasferte e da lusinghiere speranze di avvenire. Di essiquelli che sanno sciogliere l'indovinello della vita quasi sempre rimangono in Siberia e con piacere vi mettono radici. In seguito danno ricchi e dolci frutti.

Ma gli altrila gente leggera e incapace di sciogliere l'indovinello della vitapresto si stufano della Siberia e si domandano: "perché ci siamo venuti?". Con impazienza essi compiono il loro periodo legale di serviziotre annie alla sua scadenza subito brigano per il trasferimento e se ne tornano a casa vituperando la Siberia e deridendola. Hanno torto: non solo sotto l'aspetto del servizioma anche sotto parecchi altriin Siberia si può vivere beati. Il clima è eccellente; ci sono molti mercanti notevolmente ricchi e ospitali; molti stranieri oltremodo rispettabili. Le signorine vi fioriscono come rose e sono costumate oltre ogni dire. La selvaggina vola per le vie e va da sé addosso al cacciatore. Di sciampagna se ne beve una quantità inverosimile. Il caviale è stupendo. Il raccolto è in certi luoghi quindici volte la semente... In generaleuna terra benedetta.

Bisogna soltanto saperne approfittare. In Siberia sanno approfittarne.

In una di tali gioconde e soddisfatte cittadinedalla popolazione quanto mai simpaticail cui ricordo resterà incancellabile nel mio cuoreio incontrai Aleksàndr Petrovic' Goriàncikovun colono nato in Russia nobile e proprietariopoi deportato e forzato di seconda categoria per aver ucciso la mogliechescaduto il termine decennale dei lavori forzati fissatogli dalla leggeterminava umile e quieto i suoi giorni nella città di K.quale colono. Propriamente egli era ascritto a un paese suburbanoma viveva in cittàavendo modo di procacciarvisi non fosse che un po' di sostentamento insegnando ai ragazzi. Nelle città siberiane spesso s'incontrano maestri che provengono dai coloni mandati a confino; non li si disdegna. Ed essi insegnano prevalentemente la lingua francesetanto necessaria nella carriera della vitae della qualesenza di loronelle lontane regioni della Siberia non si avrebbe nemmeno idea. Incontrai per la prima volta Aleksàndr Petrovic' nella casa di un anticoemerito e ospitale funzionarioIvàn Ivanic' Gvòsdikovche aveva cinque figliedi varia etàle quali facevano ottimamente sperare di sé. Aleksàndr Petrovic' dava loro lezioniquattro volte per settimanaa trenta copeche d'argento per lezione. Il suo esteriore m'incuriosì. Era un uomo straordinariamente pallido e magroancora giovanesui trentacinque annipiccolo e gracile. Era vestito sempre assai pulitamenteall'europea. Se vi mettevate a discorrere con luivi guardava con estrema fissità e attenzioneascoltava con severa urbanità ogni vostra parolacome riflettendoci sucome se voicon la vostra domandagli aveste posto un problema o voleste strappargli un qualche segretoe finalmente rispondeva in modo chiaro e brevema pesando ogni parola della sua risposta a tal segno che voitutt'a un trattovi sentivatechi sa perchéa disagioe infine vi rallegravate voi stesso che la conversazione fosse finita. Io già allora interrogai Ivàn Ivanic' sul conto suo e seppi che Goriàncikov viveva una vita moralmente irreprensibilegiacchéin caso diversoIvàn Ivanic' non l'avrebbe invitato come insegnante per le sue figliolema era insocievole all'eccesso e si nascondeva a tutti; era oltremodo intelligente e leggeva moltoma parlava pochissimo ein generaleera abbastanza difficile attaccar discorso con lui. Taluni affermavano che era proprio pazzopur giudicando chein fondoquesto non fosse ancora un difetto tanto grave; che molti fra i più onorevoli cittadini erano disposti verso Aleksàndr Petrovic' a ogni possibile gentilezzache egli avrebbe potuto perfino rendersi utile scrivendo istanze eccetera. Si supponeva che dovesse avere in Russia dei parenti perbeneforse anche gente di non infima condizionema si sapeva che eglifin dalla deportazioneaveva caparbiamente rotto con loro ogni rapporto: in una parolanuoceva a se stesso. Inoltreda noitutti conoscevano la sua storiasapevano che aveva ucciso sua mogliegià nel primo anno di vita coniugalel'aveva uccisa per gelosia ed era andato egli stesso a denunciarsi (il che aveva molto attenuato la sua pena). Simili delitti sono sempre considerati come sciagure e se ne ha compassione. Manonostante tutto ciòquell'originale si appartava ostinatamente da tutti e compariva fra la gente solo per dar lezioni.

Sul principio non gli avevo rivolto particolare attenzionemanon so nemmeno io perchéegli incominciò poco per volta a interessarmi. C'era in lui un che di enigmatico. Di mettersi a discorrere con lui non si aveva la minima possibilità. Certoalle mie domande rispondeva sempreanzi con un'aria come se vedesse in ciò il primo dei suoi doveri; madopo le sue risposteio in certo qual modo mi facevo scrupolo di interrogarlo oltre; e poi anche sul suo voltodopo tali conversazionisi leggeva sempre come sofferenza e stanchezza. Ricordo che una volta venivo via con luiin una magnifica sera estivadalla casa di Ivàn Ivanic'. Di colpo mi venne l'idea di invitarlo per un momento da me a fumare una sigaretta. Non posso descrivere l'orrore che si dipinse sul suo viso; egli si smarrì del tuttoprese a borbottare non so quali parole sconnesse e a un trattogettatomi uno sguardo malevolosi buttò a correre dalla parte opposta. Rimasi perfino stupito. Da quel giornoincontrandomiegli mi guardòsi direbbecon un certo sgomento. Ma io non mi arresi; qualcosa mi attirava verso di luie un mese dopodi punto in biancopassai io stesso da Goriàncikov. Agiis'intendein modo sciocco e indelicato. Egli dimorava proprio alla periferia della cittàda una vecchia borghesuccia che aveva una figlia malata di tisimentre questa aveva una figlia illegittimauna bambina sui dieci annibellina e di umore gaio. Aleksàndr Petrovic'seduto accanto a leistava insegnandole a leggere nel momento in cui entrai.

Vedutomisi turbò a tal punto come se l'avessi colto in qualche flagrante delitto. Si sgomentò addiritturabalzò su dalla sedia e stette a guardarmi con gli occhi spalancati. Infine ci mettemmo a sedere; egli seguiva fissamente tutti i miei sguardiquasi sospettasse in ciascuno di essi un qualche specialerecondito significato. Indovinai che era diffidente sino alla follia. Mi guardava con odioe per poco non domandava: "Ma te ne andrai presto di qui?". Io presi a parlare con lui della nostra cittadinadelle novità del giorno; egli si schermiva col silenzio e sorrideva astiosamente; apparve che non solo ignorava le più usuali novità cittadinea tutti notema nemmeno si interessava di saperle. Poi mi misi a parlare della nostra regione e dei suoi bisogni; egli mi ascoltava in silenzio e mi guardava negli occhi così stranamente che infine mi vergognai della nostra conversazione. Del resto per poco non lo esasperai coi libri e le riviste di nuova pubblicazione: li avevo in manoritirati appena allora alla posta e glieli offrii ancora da tagliare. Egli ci gettò sopra un'avida occhiatama subito dopo cambiò intenzione e ricusò l'offerta adducendo la mancanza di tempo. Infine mi accomiatai euscito di casa suasentii che mi era caduto dal cuore non so quale insopportabile peso. Provai vergogna e mi parve enormemente sciocco importunare un uomo che si proponeva appunto come essenziale suo scopo di nascondersi il più possibile al mondo intero. Ma la cosa era fatta. Ricordo che di libri da lui non ne avevo quasi notati per nullae quindi a torto dicevano di lui che leggesse molto. Nondimenopassando un paio di voltea notte assai tardadavanti alle sue finestrele vidi illuminate. Che faceva dunque vegliando fino all'alba? Che scrivesse? E se era cosìche cosa precisamente?

Le circostanze mi allontanarono dalla nostra cittadina per circa tre mesi. Tornato a casa che era già invernoappresi che Aleksàndr Petrovic' era morto nell'autunno in solitudinesenza aver chiamato il medico nemmeno una volta. Nella cittadina lo avevano già quasi dimenticato. Il suo quartierino era deserto. Io feci immediatamente conoscenza con la padrona di casa del defuntocon l'intenzione di farmi dire da lei di che cosa particolarmente si occupasse il suo pigionale e se non avesse scritto qualche cosa. Per una moneta di due "grivne"essa mi portò tutto un cestino pieno di carte lasciate dal defunto. La vecchia confessò che due quadernetti li aveva già consumati. Era una donna tetra e taciturnada cui era difficile cavare qualcosa di sensato. Del suo pigionale non poté dirmi nulla di particolarmente nuovo.

Secondo le sue paroleegli non faceva quasi mai niente e per mesi non apriva un libro e non pigliava la penna in mano; in cambio passava nottate intere a camminare su e giù per la camera pensando sempre a qualche cosa e a volte parlando anche con se stesso; aveva voluto un gran bene alla sua nipotinaKatiae la trattava con molta amorevolezzaspecialmente dopo aver saputo che si chiamava Katiae il giorno di Santa Caterina andava a far dire una messa funebre per qualcuno. Non poteva soffrire i visitatori; di casa usciva soltanto per insegnare ai bambini; guardava di traverso perfino leila vecchiaquandouna volta alla settimanaandava a fare solo un pochino d'ordine nella sua stanzae non le aveva detto quasi mai neanche una parolanel corso di tre buoni anni. Domandai a Katia se si ricordasse del suo maestro. Lei mi guardò in silenziopoi si voltò verso il tramezzo e si mise a piangere. Dunque aveva pur potuto quell'uomo farsi amare da qualcuno.

Portai via le sue carte e per tutto un giorno le sfogliai. Tre quarti di quei fogli erano futiliinsignificanti brandelli di carta o esercizi di scolari con modelli di calligrafia. Ma c'era lì anche un quadernetto abbastanza voluminosocoperto di una scrittura minuta e non finitoforse abbandonato e dimenticato dall'autore stesso. Era una descrizionesia pure scucitadella vita di lavori forzati sopportata per dieci anni da Aleksàndr Petrovic'. Qua e là questa descrizione era interrotta da non so quale altro raccontoda non so che straniorribili ricordibuttati giù in modo inegualefebbrilecome per una qualche costrizione. Più di una volta rilessi questi brani e quasi mi convinsi che erano stati scritti in uno stato di follia. Ma le memorie dei lavori forzati - "Scene di una Casa Morta"come egli stesso le chiama in qualche punto del suo manoscritto - mi parvero non del tutto prive d'interesse. Un mondo assolutamente nuovofino ad ora ignoratola stranezza di certi fattialcune particolari osservazioni sulla gente perduta mi trascinaronoe io ne lessi qualcosa con curiosità. S'intende che posso ingannarmi.

Per saggioscelgo dapprima due o tre capitoli; giudichi il pubblico...

 

 

 

PARTE PRIMA

  1. LA CASA MORTA
  2. IL nostro reclusorio era situato all'estremità della fortezzaproprio accanto al bastione del forte. Se mai ti capitava di guardare il creato attraverso le fessure della palizzata- chi sa che non si potesse scorgere qualcosa? - non vedevi se non un piccolo lembo di cielo e l'alto bastione di terra coperto di erbaccementre su e giù per il bastionegiorno e nottepasseggiavano le sentinelle; e subito pensavi che sarebbero trascorsi interi annie tu proprio cosi ti saresti ancora avvicinato a guardare per le fessure della palizzata e avresti visto quello stesso bastionele stesse sentinelle e lo stesso piccolo lembo di cielonon di quel cielo che sovrastava al reclusorioma di un altrolontanolibero cielo. Immaginatevi un vasto cortiledi un duecento passi di lunghezza e centocinquanta circa di larghezzatutto recinto all'intornoin forma di esagono irregolareda un'alta palizzatacioè da uno steccato di alti paliprofondamente piantati ritti nel suolosaldamente appoggiati l'uno all'altro coi fianchirafforzati da sbarre trasverse e aguzzati in cima: ecco la cinta esterna del reclusorio. In uno dei lati della cinta è incastrato un robusto portonesempre chiusosempre sorvegliato giorno e notte dalle sentinelle; lo si apriva a richiestaper mandarci fuori al lavoro. Di là da questo portone c'era un luminosolibero mondo e vivevano degli uomini come tutti. Ma da questa parte del recinto ci si immaginava quel mondo come una qualche impossibile fiaba.

    Qui c'era un particolare mondo a séche non rassomigliava a nessun altro; qui c'erano delle leggi particolaria séfogge di vestire a séusi e costumi a sée una casa mortapur essendo vivauna vita come in nessun altro luogoe uomini speciali. Ed eccoè appunto questo speciale cantuccio che io mi accingo a descrivere.

    Appena entrate nel recintovedete lì dentro alcune costruzioni.

    Dai due lati del largo cortile interno si stendono due lunghi baraccamenti di legno a un piano. Sono le camerate. Qui vivono i detenutidistribuiti per categorie. Poiin fondo al recintoun'altra baracca consimile: è la cucinadivisa in due corpi; più oltre ancora una costruzione dovesotto un sol tettosono allogate le cantinei magazzinile rimesse. Il mezzo del cortile è vuoto e costituisce uno spiazzo pianoabbastanza vasto. Qui si schierano i reclusisi fanno la verifica e l'appello al mattinoa mezzogiorno e a serae talora anche più volte durante il giornosecondo la diffidenza delle guardie e la loro capacità di contare rapidamente. All'internotra le costruzioni e lo steccatorimane ancora uno spazio abbastanza grande. Quidietro le costruzionitaluni dei reclusipiù insocievoli e di carattere più tetroamano camminare nelle ore libere dal lavorosottratti a tutti gli sguardie pensare a loro agio. Incontrandomi con essi durante queste passeggiatemi piaceva osservare le loro facce arcignemarchiatee indovinare a che cosa pensassero. C'era un deportato la cui occupazione preferitanelle ore libereera contare i pali. Ce n'erano millecinquecento e per lui erano tutti contati e numerati. Ogni palo rappresentava per lui un giorno; ogni giorno egli conteggiava un palo di più e in tal mododal numero dei pali che gli rimanevano da contarepoteva vedere intuitivamente quanti giorni ancora gli restasse da passare nel reclusorio fino al termine dei lavori forzati. Era sinceramente lietoquando arrivava alla fine di un lato dell'esagono. Gli toccava attendere ancora molti anni; ma nel reclusorio c'era il tempo di imparare la pazienza. Io vidi una volta come si congedò dai compagni un detenuto che aveva trascorso in galera venti anni e finalmente usciva in libertà. C'erano di quelli che ricordavano come egli fosse entrato nel reclusorio la prima voltagiovanespensieratosenza pensare né al suo delittoné alla sua punizione. Usciva vecchio canutocon un viso arcigno e triste. In silenzio fece il giro di tutte le nostre sei camerate. Entrando in ciascuna di essepregava dinanzi all'immagine e poi si inchinava ai compagni profondamentefino a terrachiedendo che lo si ricordasse senza malanimo. Rammento pure come un giornoverso seraun detenutoprima agiato contadino siberianofu chiamato al portone. Sei mesi avanti aveva ricevuto notizia che la sua ex- moglie aveva ripreso maritoe se ne era fortemente rattristato.

    Ora lei stessa era venuta in vettura al reclusoriolo aveva fatto chiamare e gli aveva messo in mano un obolo. Essi parlarono un paio di minutipiansero un poco tutti e due e si salutarono per sempre. Io vidi il suo voltomentre tornava nella camerata... Sìin questo luogo si poteva imparare la pazienza.

    Quando imbrunivaci facevano rientrare tutti nelle baracchedove ci rinchiudevano per l'intera notte. Per me era sempre penoso tornare dal cortile nella nostra camerata. Era un lungobasso e soffocante stanzonefiocamente rischiarato da candele di sego dall'odore greveopprimente. Non capisco ora come ci sia vissuto per dieci anni. Sul tavolaccio avevo per me tre assi: era tutto il mio posto. E su questo tavolaccio erano distribuitenella nostra cameratauna trentina di persone. D'inverno ci rinchiudevano per tempo; bisognava aspettare forse quattro oreprima che tutti si fossero addormentati. E fino a quel momentochiassobaccanosghignazziingiurierumore di cateneacido carbonico e fuliggineteste rasefacce marchiatevestiti a brandellitutto fatto oggetto di ludibrio e di infamia... sìgrande è la vitalità dell'uomo! L'uomo è l'essere che a tutto si abituae io penso che sia questa la sua migliore definizione.

    Si era nel reclusorio circa duecentocinquanta persone in tutto:

    cifra quasi costante. Gli uni arrivavanoaltri finivano il loro tempo e se ne andavanoaltri ancora morivano. E che gente non c'era lì! Io credo che ogni provinciaogni zona della Russia vi avesse i suoi rappresentanti. C'erano anche degli allogenic'erano fra i deportati perfino alcuni montanari caucasici. Tutta questa gente veniva suddivisa secondo il grado delle colpe edi conseguenzasecondo il numero degli anni assegnati per il delitto. Bisognava supporre che non ci fosse delitto non rappresentato li dentro. Il grosso dell'intera popolazione del reclusorio era costituito dai deportati forzati della categoria civile (i galeotti "per forza" [1]come ingenuamente si esprimevano gli stessi detenuti). Questi erano delinquenti del tutto privati di qualsiasi diritto civilebrandelli recisi dalla societàcol viso marchiato a perenne testimonianza del loro ripudio. Erano inviati ai lavori per un periodo da otto a dodici anni e poi spediti in qualche paese siberiano come coloni. C'erano delinquenti anche della categoria militarenon privi dei diritti civilicomein generenelle compagnie russe militari di detenuti. Erano inviati lì per brevi periodi eal termine di essirimandati là donde erano venutia fare il soldato nei battaglioni siberiani di linea. Molti di essi quasi subito tornavano indietro nel reclusorio per gravi recidivema non più per brevi periodibensì per venti anni. Questa categoria era detta "permanente". Ma i "permanenti" tuttavia non erano privati di ogni diritto civile. Infine c'era ancora una particolare categoria di delinquenti più temibili di tuttiin prevalenza militariabbastanza numerosa. Essa si chiamava "sezione speciale". Da tutta la Russia si mandavano qua tali criminali.

    Essi stessi si consideravano condannati a vita e ignoravano il termine dei loro lavori. Per leggesi potevano loro raddoppiare e triplicare i lavori da compiere. Erano tenuti nel reclusorio fino a che non si fossero aperti in Siberia i bagni penali più duri.

    "Per voi la galera a tempoper noi a vita"essi dicevano agli altri reclusi. Ho poi sentito dire che questa categoria era stata soppressa. Inoltre fu soppresso nel nostro reclusorio anche il reparto civile e istituita una compagnia comune di detenuti militari. S'intende cheinsieme con ciòfu cambiata anche la direzione. Io descrivo quindi un tempo lontanocose passate e finite da un pezzo...

    E' già lungo tempo che questo è accaduto; tutto ciò mi appare ora come in sogno. Ricordo come entrai nel reclusorio. Era di seranel mese di dicembre. Già imbrunivagli uomini tornavano dal lavoro; si preparavano per la verifica. Un barbuto sottufficiale mi aprì finalmente la porta di questa strana casa in cui dovevo passare tanti anni e provare tante sensazionidelle qualisenza averle sperimentate in realtànon potrei avere un'idea nemmeno approssimativa. Per esempioin nessuna maniera potrei figurarmi questo: che c'è di terribile e di tormentoso nel fatto che per tutti i dieci anni dei miei lavori forzati non sarò solo neanche una voltaneanche un minuto? Al lavoro sempre sotto scortadentro sempre con duecento compagnie non una voltanon una volta solo! Del resto dovevo ancora abituarmi a ben altro!

    C'erano lì assassini occasionali e assassini di mestierebanditi e capi di banditi. C'erano semplici scrocconi e vagabondicavalieri d'industria e professionisti del furto. Ce n'erano anche di quelli per i quali era difficile rispondere al quesito: per che cosa mai sono potuti venir qui? E intanto ciascuno aveva la sua storiatorbida e grevecome i fumi del vino per la sbornia del giorno prima. Generalmentedel loro passato parlavano poconon amavano raccontare e facevano visibili sforzi per non pensare all'accaduto. Io conoscevo tra loro perfino degli assassini tanto facili all'allegriatanto incapaci di ogni riflessioneche si poteva scommettere che la coscienza non aveva mai rivolto loro un rimprovero. Ma c'erano anche dei visi tetriquasi sempre silenziosi. In generaleera ben raro che qualcuno narrasse la propria vitae poi anche la curiosità non era di modain certo qual modo non era negli usinon era ammessa. Lì nessuno poteva far stupire nessuno. "Noi siamo gente istruita!"essi dicevano spessocon una certa strana presunzione. Mi ricordo che una volta un banditobrillo (ai lavori forzati qualche volta ci si può ubriacare)cominciò a raccontare come avesse sgozzato un bambino di cinque annicome dapprima lo avesse adescato con un baloccocondotto in qualche postoin una rimessa desertae là poi lo avesse sgozzato. Tutta la cameratache fino a quel momento aveva riso delle sue barzellettesi mise a gridare come un sol uomoe il bandito fu costretto a tacere; non per indignazione la camerata si era messa a gridarema cosìperché DI QUESTO NON BISOGNAVA PARLAREperché parlar DI QUESTO non era negli usi. Noterò in proposito che quella gente aveva in realtà un principio d'istruzionee non in senso figuratoma in senso letterale.

    Certamente più della metà di loro sapevano leggere e scrivere. In quale altro luogodove il popolo russo si raccolga in grandi massepotreste isolare un gruppo di duecentocinquanta personemetà delle quali sappiano leggere e scrivere? Ho poi sentito dire che qualcuno da simili dati aveva voluto dedurre che l'istruzione rovina il popolo. Questo è un errore: qui ci sono tutt'altre causesebbene non si possa non convenire che l'istruzione sviluppa nel popolo la fiducia in se stesso. Ma questo non è punto un difetto. Le varie categorie si distinguevano dal vestire: gli uni avevano una metà della casacca di un bruno carico e l'altra grigiacome purenei calzoniuna gamba grigia e l'altra di un bruno scuro. Una voltasul lavorouna ragazzetta venditrice di paniniavvicinatasi ai detenutimi osservò a lungo e poi a un tratto scoppiò a ridere. "Oibòcome sta male!"gridòil panno grigio era scarso, e anche il panno nero era scarso!. C'erano pure di quelli che avevano tutta la casacca di solo panno bigio e soltanto le maniche scure. Anche la testa veniva rasa in modo diverso: agli uni metà del capo era rapata per il lungo del cranioagli altri per traverso.

    Fin dalla prima occhiata si poteva notare in tutta quella strana famiglia una certa pronunciata affinità; perfino le più spiccatele più originali personalitàche involontariamente dominavano le altreanche quelle cercavano di adeguarsi al tono comune dell'intero reclusorio. In generale poi dirò che tutta quella gentecon alcune poche eccezioni di persone inesauribilmente gaieche per questo riscuotevano l'universale disprezzoera gente tetrainvidiosamillantatricepermalosa e in sommo grado formalista. La capacità di non meravigliarsi di nulla era somma virtù. Tutti avevano questa fissazione: come contenermi esteriormente? Ma non di rado l'aspetto più altezzoso si mutava con la rapidità del fulmine in quello più pusillanime. C'erano alcuni uomini veramente forti; quelli erano semplici e non posavano. Una cosa strana: fra questi veriforti uomini ce n'erano alcuni vanitosi all'estremoquasi fino alla malattia. In genere la vanità e l'esteriorità stavano in primo piano. La maggioranza era corrotta e tremendamente incanagliata. I pettegolezzi e le maldicenze non cessavano mai: era quella una bolgiaun inferno. Ma ai regolamenti interni e agli usi invalsi nel reclusorio nessuno osava ribellarsi; tutti vi s'inchinavano.

    C'erano dei caratteri fortemente spiccati che si sottomettevano con difficoltàcon sforzoma tuttavia si sottomettevano.

    Giungevano al reclusorio dei tali che in libertà anche troppo si erano sbrigliatitroppo avevano ecceduto la misuratanto che anche i loro delitti li avevano commessialla finecome fuori di sécome non sapendo essi stessi perchécome in un delirioin uno stato di ebrietà; spesso per una vanità eccitata al più alto grado. Ma da noi subito li mettevano al passononostante che taluniprima dell'arrivo al reclusoriofossero stati il terrore d'intere borgate e città. Guardatosi attornoil novellino ben presto si accorgeva di non essere capitato dov'egli pensavache lì non c'era nessuno da far stupiree infallibilmente si acquietava e si uniformava al tono generale. Questo tono generale consisteva esteriormente in una certa specialeparticolare dignitàdi cui era penetrato quasi ogni abitante del reclusorio.

    Come se realmente la qualità di forzatodi condannato costituisse un qualche gradoe per giunta onorifico. Nessun segno di vergogna o di pentimento! Del resto c'era anche un certo acquietamento esterioreper così direufficialeuna certa tranquilla abitudine ragionatrice: "Noi siamo gente perduta"essi dicevanonon hai saputo vivere in libertà, ora assaggia la strada verde, passa in rivista le file[2]. "Non obbedisti a padre e madreobbedisci ora a una pelle di tamburo". "Non volesti ricamareora batti le pietre col martello". Tutto questo si diceva spessoa mo' di sermone e nella forma dei soliti adagi e proverbima mai seriamente. Tutte queste erano soltanto parole. Era ben difficile che uno di loro riconoscesse nell'intimo la propria iniquità. Se qualcuno dei non forzati si fosse provato a rinfacciare a un detenuto il suo delittoa redarguirlo (benché del resto non sia nello spirito russo di rimbrottare il delinquente)gli improperi non avrebbero più avuto fine. E che maestri dell'ingiuria erano tutti! Ingiuriavano in modo raffinatoartistico. L'ingiuria era presso di loro eretta a scienza; cercavano di colpire non tanto con la parola offensiva quanto col significato offensivocon lo spiritocon l'ideae questo è più raffinatopiù velenoso. Gli ininterrotti alterchi ancora più sviluppavano fra loro questa scienza. Tutta quella gente lavorava sotto il bastoneper conseguenza era amante dell'ozioper conseguenza si pervertiva; anche se prima non era pervertitasi pervertiva in galera. Essi tutti non si erano raccolti li per volontà propria; essi tutti erano estranei l'uno all'altro.

    "Il diavolo ha consumato tre paia di scarpeprima di riunirci in mucchio"dicevano essi stessi di sé; perciò i pettegolezzigli intrighile calunnie donneschel'invidiai battibecchiil malanimo erano sempre al primo posto in quella vita d'inferno.

    Nessuna comare avrebbe potuto essere tanto comare quanto taluni di quegli assassini. Lo ripetoc'erano fra loro anche degli uomini fortidei caratteri avvezzi in tutta la vita loro a schiantare e a comandaretemprati a fuocoimpavidi. Costoro erano involontariamente rispettati; essi poidal canto loropur essendo gelosissimi della propria famain generale cercavano di non essere di peso agli altrinon si abbandonavano a vane contumeliesi comportavano con non comune dignitàerano giudiziosi e quasi sempre obbedienti ai superiorinon per principionon per consapevolezza dei loro doverima cosìcome per una specie di contrattoavendo acquistato coscienza dei reciproci vantaggi. Del resto anche con loro si procedeva cautamente. Ricordo che uno di tali detenutiun uomo intrepido e risolutonoto ai superiori per le sue tendenze bestialifu una voltaper non so quale colpachiamato a subire il castigo. Era una giornata estivaun'ora in cui non si lavorava. L'ufficiale superioreprossimo e immediato capo del reclusorioarrivò in persona al corpo di guardiache era proprio accanto al nostro portoneper assistere al castigo. Questo maggiore era per i detenuti una specie di essere fatale; li aveva ridotti al punto che di lui avevano paura. Era severo fino alla demenzasi gettava sulle personecome dicevano i forzati. Più di tutto essi paventavano in lui il suo sguardo penetrantelinceoa cui nulla si poteva nascondere. Egli vedevain certo qual modosenza guardare. Entrando nel reclusoriogià sapeva che cosa si facesse all'altro capo di esso. I detenuti lo chiamavano "Ottocchi". Il suo sistema era sbagliato. Egli non faceva che inasprire coi suoi atti furiosicattividella gente già inaspritae se sopra di lui non ci fosse stato il comandantepersona nobile e giudiziosache a volte mitigava le sue selvagge trovateegli avrebbe combinato con la sua direzione un mucchio di guai. Non capisco come abbia potuto finire bene; andò in congedo sano e salvopur essendo stato mandato sotto processo.

    Il detenuto impallidìquando lo chiamarono ad alta voce. Di solito egli si stendeva in silenzio e con fare risoluto sotto le verghein silenzio sopportava la punizione edopo la punizionesi alzava come se nulla fosse statoconsiderando a sangue freddo e filosoficamente l'infortunio toccatogli. Con lui del resto agivano sempre cautamente. Ma questa volta egli credeva per qualche motivo di aver ragione. Impallidì edi nascosto alla scortariuscì a cacciarsi nella manica un aguzzo coltello inglese da calzolaio. I coltelli e ogni sorta di arnesi acuminati erano inflessibilmente proibiti nel reclusorio. Le perquisizioni erano frequentiinattese e fatte sul serioi castighi crudeli; ma poiché è difficile scovare una cosaquando il ladro ha deciso di nasconderla in modo specialee poiché coltelli e arnesi erano nel carcere una necessità quotidianacosìnonostante le perquisizioninon scomparivano. E anche se venivano toltine spuntavano dei nuovi. Tutti i forzati si erano precipitati verso lo steccato ecol cuore sospesoguardavano per le fessure tra i pali. Tutti sapevano che Petròv quella volta non voleva stendersi sotto le verghe e che per il maggiore era giunta la fine. Ma proprio nel momento decisivo il nostro maggiore montò sul carrozzino e partìdopo avere affidato l'esecuzione a un altro ufficiale. "Dio stesso l'ha salvato!"dicevano poi i detenuti.

    Per quanto riguarda Petròvegli subì il castigo tranquillissimamente. La sua collera era passata con la partenza del maggiore. Il detenuto è obbediente e docile fino a un certo punto; ma c'è un limite che non bisogna oltrepassare. A proposito:

    non c'è nulla di più curioso di questi strani scatti d'impazienza e di rivolta. Spesso un uomo sopporta per alcuni annisi placasubisce i più crudeli castighie tutt'a un tratto esplode per una qualche piccolezzaper una qualche bazzecolaquasi per nulla.

    Sotto un certo aspetto lo si può perfino chiamare pazzoe così si fa.

    Ho già detto che nel corso di più anni non ho veduto mai fra quella gente né il minimo segno di pentimentoné la minima contrita meditazione sul proprio delittoe che la maggior parte di loro crede nell'intimo di avere assolutamente ragione. Questo è un fatto. Certola vanitài cattivi esempila baldanzauna falsa vergogna ne sonoin gran partela causa. D'altro latochi può dire di avere esplorato il fondo di quei cuori perduti e di averci letto ciò che è celato al mondo intero? Eppure si sarebbe potutoin tanti annialmeno notare qualcosacoglieresorprendere in quei cuori almeno un qualche tratto che attestasse l'intima angosciala sofferenza. Ma questo non mi è accadutonon mi è assolutamente accaduto. Sìil delittoa quanto parenon può essere concepito da punti di vista fissibell'e prontie la sua filosofia è alquanto più difficile che non si supponga. Certoi reclusori e il sistema dei lavori coatti non correggono il delinquente; essi lo puniscono soltanto e preservano la società da ulteriori attentati del malfattore alla sua sicurezza. Nel delinquente poi il reclusorio e i lavori forzati più intensi non sviluppano altro che l'odiola sete dei piaceri proibiti e una terribile spensieratezza. Ma io sono fermamente convinto che il famoso sistema cellulare raggiunge soltanto uno scopo sbagliatoillusorioesteriore. Esso succhia all'uomo la linfa vitalegli snerva l'animala indeboliscela sbigottiscee poi presenta una mummia moralmente rinsecchitaun mezzo pazzo come un modello di correzione e di pentimento. Certoil delinquenteche è insorto contro la societàla odia e quasi sempre stima sé nel giusto e lei nel torto. Inoltre egli ne ha già ricevuto il castigo egrazie a ciòquasi si considera purificatosdebitato. Si può giudicare infineda tali punti di vistache quasi quasi sia da giustificare lo stesso delinquente. Manonostante ogni possibile punto di vistaognuno consentirà che ci sono dei delitti che sempre e dappertuttosecondo tutte le leggi possibilifin dal principio del mondo si sono stimati incontestabili delitti e tali si stimeranno fino a che l'uomo rimarrà uomo. Soltanto nel reclusorio ho udito dei racconti sulle più spaventosepiù innaturali azionisui più spaventosipiù mostruosi assassiniinarrati fra le risate più incontenibilipiù infantilmente allegre. In particolare non mi esce di mente un parricida. Era di famiglia nobilefaceva l'ufficialeed eranella casa del proprio padre settantennequalcosa come un figliuol prodigo. La sua condotta era assolutamente scapestratasi era sprofondato nei debiti. Il padre lo limitavalo esortava; ma il padre aveva una casaaveva una cascinalo si sospettava danarosoe il figlio lo ucciseper cupidigia dell'eredità. Il delitto non fu scoperto che dopo un mese. Lo stesso assassino denunciò alla polizia che suo padre era scomparso chi sa dove. Tutto quel mese l'aveva trascorso nel modo più depravato. Finalmentein sua assenzala polizia trovò il cadavere. Nel cortileper tutta la sua lunghezzapassava un fosso per lo scolo delle acque immondecoperto di assi. Il corpo giaceva in questo fosso. Era vestito e azzimatola testa canuta era stata recisa e appoggiata al bustoe sotto la testa l'omicida aveva messo un cuscino. Egli non confessò; fu privato della nobiltàdel grado e inviato ai lavori forzati per venti anni. In tutto il tempo che io rimasi con luiegli fu sempre di eccellentegiovialissimo umore. Era un uomo in sommo grado scapatosventatoirriflessivobenché niente affatto sciocco. Mai ebbi a notare in lui una qualche speciale crudeltà. I detenuti lo disprezzavano non per il suo delittodi cui non restava più nemmeno il ricordoma per la sua stravaganzaperché non sapeva comportarsi. Nelle conversazioni qualche volta accennava a suo padre. Un giornoparlando con me della sana costituzione ereditaria nella loro famigliasoggiunse: "EccoIL MIO GENITOREquello fin proprio alla sua fine non si lagnò mai di alcuna malattia". Una così bestiale insensibilità naturalmente è inconcepibile. E' un fenomeno; qui c'è un qualche difetto di costituzioneuna qualche mostruosità fisica e moraleancora ignota alla scienzae non un semplice delitto. S'intende che a questo delitto io non avevo creduto. Ma persone della sua cittàche dovevano conoscere ogni particolare della sua storiami raccontarono tutta la faccenda. I fatti erano talmente chiari che era impossibile non credere.

    I detenuti l'avevano udito una voltadi nottegridare nel sonno:

    "Tienilotienilo! Tagliagli la testala testa la testa!".

    Quasi tutti i detenuti parlavano di notte e deliravano. Ingiurieparole del gergocoltelli e accette erano ciò che più spesso veniva loro sulla lingua nel delirio.

    "Noi siamo gente battuta"dicevanoil nostro interno è fracassato, è per questo che gridiamo di notte.

    Il lavoro coatto dei forzati per il governo non era un'occupazionema un obbligo: i detenuti finivano il compito loro fissato o terminavano le ore di lavoro prescrittepoi tornavano nel reclusorio. Il lavoro lo consideravano con odio. Senza una sua propriaparticolare occupazionea cui dedicarsi con tutta la sua intelligenzacon tutto il suo spirito calcolatorel'uomo nel carcere non potrebbe vivere. E in che modo tutta quella gentegente svegliache intensamente era vissuta e desiderava vivereraccolta colà a forza in un sol mucchiostrappata a forza alla società e alla vita normaleavrebbe potuto acclimatarsi lì in modo normale e regolaredi sua propria volontà e inclinazione?

    Già solo a causa dell'ozio si sarebbero lì sviluppate in lei delle qualità criminali di cui prima non aveva nemmeno l'idea. Senza il lavoro e senza una legittimanormale proprietàl'uomo non può viveresi depravasi trasforma in un bruto. E perciò ciascuno nel reclusorioper effetto di un naturale bisogno e di un certo senso di autoconservazioneaveva la sua arte e la sua occupazione. La lunga giornata estiva era quasi per intero riempita dal lavoro governativo; nella breve notte c'era a mala pena il tempo di dormire a sazietà. Ma d'inverno il detenutosecondo il regolamentoappena imbrunivadoveva già essere chiuso nel carcere. Ma che fare nelle lunghenoiose ore delle sere invernali? Perciò quasi ogni cameratanonostante il divietosi convertiva in un enorme laboratorio. Propriamente il lavorol'occupazione non erano vietati; ma era severamente vietato di avere presso di sénel reclusoriodegli arnesie senza di essi il lavoro era impossibile. Ma si lavorava alla chetichella ea quanto parela direzione in certi casi non guardava troppo per il sottile. Dei detenutimolti giungevano nel carcere che non sapevano far nullama imparavano dagli altri e poi uscivano in libertà buoni artigiani. C'erano lì e calzolaie ciabattinie sartie falegnamie magnanie intagliatorie indoratori. C'era un ebreoIssàj Bumstejngioielliereche era anche strozzino.

    Tutti lavoravano e guadagnavano qualche soldo. Le ordinazioni si avevano dalla città. Il denaro è libertà monetataperciò all'uomo totalmente privato della libertà è dieci volte più caro. Purché esso gli tintinni in tascaegli è già mezzo consolatoanche se non possa spenderlo. Ma il denaro si può spendere sempre e dappertuttotanto più che il frutto proibito è doppiamente dolce.

    E nel reclusorio si poteva avere perfino l'acquavite. Le pipe erano rigorosamente vietatema tutti le fumavano. Denaro e tabacco salvavano dallo scorbuto e da altre malattie. Il lavoro poi salvava dai delitti: senza il lavoroi detenuti si sarebbero mangiati a vicendacome ragni in un barattolo. Ciò nonostantesia il lavorosia il denaro erano proibiti. Non di rado la notte si facevano improvvise perquisizionitutto ciò che era vietato veniva tolto eper quanto bene si nascondesse il denarotuttavia qualche volta capitava in mano ai perquisitori. Eccoin parteperché non veniva risparmiatoma bevuto in breve tempo; ecco perché nel reclusorio circolava anche l'acquavite. Dopo ogni perquisizioneil colpevoleoltre che venir privato di tutto il suo avereera di solito gravemente punito. Madopo ogni perquisizionesubito si ricolmavano i vuotiimmediatamente circolavano nuovi oggettie tutto andava come prima. E la direzione lo sapevae i detenuti non si lagnavano delle punizionibenché tale vita fosse simile a quella della gente stabilita sul Vesuvio.

    Chi non aveva un'arte trafficava in altra maniera. C'erano dei metodi abbastanza originali. Taluniper esempionon facevano che gli accaparratorie a volte si vendevano tali cose che a nessunofuori del reclusoriosarebbe potuto venire in mente non solo di comprarle e di venderlema nemmeno di considerarle come cose. Ma il reclusorio era poverissimo e oltremodo industrioso. L'ultimo degli stracci aveva un prezzo assai alto e andava bene per un qualche uso. Madata la povertàanche il denaro aveva nel carcere un valore ben diverso che in libertà. Per un grande e complesso lavoro si pagavano dei centesimi. Taluni si dedicavano con fortuna all'usura. Il detenuto che si era indebitato o rovinato portava le sue ultime cose all'usuraio e ne riceveva qualche moneta di ramea tassi spaventosi. Se non riscattava quegli oggetti in tempoessi venivano improrogabilmente e spietatamente venduti; lo strozzinaggio prosperava a tal punto che si accettavano in pegno perfino i capi di corredo governativicome: biancheriacalzature ecceteracose indispensabili a ogni detenuto in ogni momento. Ma in tali pignoramenti accadeva anche che la faccenda prendesse un'altra pieganon del tutto inattesa del resto: il pignorante che aveva ricevuto il denaro andava immediatamentesenz'altri discorsidal sottufficiale anzianoche era nel reclusorio il superiore immediatoa denunciargli il pegno dei capi di corredoe questi subito venivano ritolti allo strozzinosenza che nemmeno si facesse rapporto all'autorità superiore. E' curioso che ciò avveniva a volte senza alcun litigio: lo strozzino restituivasilenzioso e torvoquel che bisognava e pareva perfino aspettarsi egli stesso che così sarebbe stato. Forse non poteva non riconoscere dentro di sé cheal posto del pignoranteanche lui avrebbe fatto lo stesso. E perciò se qualche volta poi imprecavalo faceva senza malanimoma soltanto cosìa scarico di coscienza.

    In generaletutti si derubavano l'un l'altro a gran forza. Quasi tutti avevano la loro cassetta con serratura per custodire le cose del governo. Questo era consentitoma le cassette non giovavano.

    Ci si può immaginareio credoquali abili ladri ci fossero là. A me un detenutoun uomo che mi era sinceramente devoto (lo dico senza esagerazione alcuna)mi rubò la Bibbiaunico libro che fosse concesso di tenere nel reclusorio; quello stesso giorno egli me lo confessò da sénon per pentimentoma per compassioneperché io l'avevo cercata a lungo. C'erano dei cantinieri che vendevano acquavite e si arricchivano rapidamente. Di questa vendita dirò un giorno o l'altro in modo speciale; essa è abbastanza singolare. Nel carcere c'erano molti venuti lì per contrabbandoe perciò non c'è da meravigliarsi chepur con tali verifiche e scorte armatesi introducesse nel reclusorio dell'acquavite. A proposito: il contrabbando èper il suo carattereun delitto in certo qual modo speciale. Ci ci può immaginareper esempioche il denaroil guadagno rappresentinoper certi contrabbandierisolo una parte secondariavengano in seconda linea? Eppure suole essere proprio così.Il contrabbandiere lavora per passioneper vocazione. E' un poco poeta. Egli arrischia tuttova incontro a un tremendo pericologioca di astuziainventasi cava d'impiccio; a volte agisce finanche per una sorta d'ispirazione. E' una passione tanto forte quanto il giocare a carte. Io conoscevo nel reclusorio un detenutoesteriormente un colossoma tanto mitequietoumileche era impossibile figurarsi in qual modo fosse venuto a trovarsi in carcere. Era dolce e accomodante a tal segno chein tutto il tempo della sua permanenza nel reclusorionon litigò mai con alcuno. Ma egli era della zona di confine occidentaleera venuto lì per contrabbando enaturalmentenon aveva saputo resistere e si era dato a portar dentro acquavite. Quante volte l'avevano punito per questo e come temeva le verghe! E poi la stessa introduzione dell'acquavite gli fruttava i guadagni più irrisori.

    Con l'acquavite si arricchiva soltanto l'appaltatore. Quel bel tipo amava l'arte per l'arte. Era piagnucoloso come una donnettae quante voltedopo il castigogiurava e spergiurava di non far più contrabbando! A volte si dominava eroicamente per tutto un mesema alla fine tuttavia non poteva resistere... Grazie a queste persone appunto l'acquavite non scarseggiava nel reclusorio.

    Infine c'era ancora un altro reddito chesebbene non arricchisse i detenutiera però continuativo e benefico. Era l'elemosina. La classe superiore della nostra società non ha idea di come si diano pensiero dei "disgraziati" i mercantii piccoli borghesi e tutto il nostro popolo. L'elemosina è quasi ininterrotta e quasi sempre consiste in panepagnottelle e panini a ciambellamolto più di rado in denaro. Senza queste elemosinein molti luoghiper i detenutispecialmente per i giudicabiliche sono trattati ben più severamente dei condannatisarebbe troppo difficile vivere.

    L'elemosina viene religiosamente divisa dai detenuti in parti uguali. Se non ce n'è abbastanza per tuttii panini si tagliano in uguali porzionia volte perfino seie ogni recluso infallibilmente riceve il suo pezzetto. Ricordo come iola prima voltaricevetti la carità in denaro. Fu poco dopo il mio arrivo al reclusorio. Tornavosolodal lavoro mattutino col soldato di scorta. Mi venne incontro una madre con la figliauna bambina sui dieci annigraziosa come un angioletto. L'avevo già vista una volta. La madre era la vedova di un soldato. Suo maritoun giovane soldatoera stato sotto processo ed era morto all'infermeria nella corsia dei detenutial tempo in cui anch'io vi giacevo ammalato. Moglie e figlia erano venute a salutarlo; entrambe piangevano dirottamente. Vedutomila bambina arrossìbisbigliò qualcosa alla madre - questa subito si fermòcercò nel borsellino un quarto di copeca e lo diede alla bimbache si mise a correre per raggiungermi. - To'disgraziatoprendi per amor di Cristo! - gridava correndomi dinanzi e ficcandomi in mano la monetina. Io la presie la bambina tornò verso la madre tutta contenta. Questa copeca la conservai a lungo su di me.

     

     

  3. PRIME IMPRESSIONI
  4. Il primo mese ein generel'inizio della mia vita di recluso si presentano ora al vivo alla mia immaginazione. I miei successivi anni di reclusorio mi balenano nel ricordo molto più confusamente.

    Taluni di essi sono come sbiaditi del tuttosi sono fusi tra loro lasciando dietro di sé una solaomogenea impressione: greveuniformeopprimente.

    Ma tutto ciò che io provai nei primi giorni dei miei lavori forzati mi si presenta ora come se fosse accaduto ieri. E così dev'essere.

    Ricordo chiaramente chefin dal primo passo compiuto in questa vitami colpì il fatto di non aver trovato in essacosì mi parvenulla di particolarmente impressionanted'insolito oper dir megliod'inatteso. Era come se anche prima tutto ciò mi fosse già balenato dinanzi nell'immaginazionequando ioandando in Siberiacercavo di indovinare anticipatamente la mia sorte. Ma ben presto una caterva dei più strani imprevistidei fatti più mostruosi incominciò ad arrestarmi quasi a ogni passo. E soltanto in seguitodopo esser vissuto già abbastanza a lungo nel reclusorioconcepii appieno tutta l'eccezionalitàtutto l'imprevisto di una simile esistenzae me ne meravigliai sempre di più. Confesso che questa meraviglia mi accompagnò in tutto il lungo periodo dei miei lavori forzati; io non ho mai potuto rassegnarmici.

    La mia prima impressioneentrando nel carcerefu in generale la più repellentema ciò nonostante - cosa strana! - mi parve che vivere nel reclusorio fosse molto più facile di quanto mi ero immaginato durante il viaggio. I detenutisia pure coi ferri ai piedigiravano liberamente per tutto il carceresi ingiuriavanocantavano canzonilavoravano per séfumavano la pipabevevano perfino acquavite (benché pochissimi)e di notte taluni si mettevano a giocare a carte. Per se stessoil lavoroad esempionon mi sembrò affatto così pesantecosì da galerae solo un bel pezzo dopo intuii che la gravosità da galera di quel lavoro non stava tanto nella sua difficoltà e continuità quanto nel fatto di essere coattivoobbligatorioeseguito sotto il bastone. Il contadino in libertà lavora magari senza confronto di piùa volte perfino la nottespecialmente d'estate; ma lavora per se stessolavora con uno scopo ragionevoleed egli si sente incomparabilmente meglio del forzato nel suo lavoro coatto e per lui del tutto inutile. Una volta mi venne da pensare chese si fosse voluto totalmente schiacciareannientare un uomopunirlo col castigo più orrendotanto che il più efferato assassino dovesse tremarne e anticipatamente averne spaventosarebbe bastato soltanto conferire al lavoro il carattere di una perfettaassoluta inutilità e assurdità. Se l'odierno lavoro forzato è senza interesse e noioso per il galeottoin se stesso peròcome lavoroè assennato: il detenuto fa dei mattoniscava la terrafa lo stuccatorecostruisce; in questo lavoro c'è un senso e uno scopo. Il forzato a volte ci si infervora persinovuole eseguirlo con più abilitàin modo migliore. Ma se lo si costringesseper esempioa travasare dell'acqua da un tino in un altro e viceversaio credo che il detenuto dopo pochi giorni si impiccherebbe o commetterebbe un migliaio di delittipur di morirema uscire da una simile umiliazionevergogna e tortura.

    S'intende che un tale castigo si trasformerebbe in un supplizioin una vendettae sarebbe assurdoperché non conseguirebbe alcun fine ragionevole. Ma poiché una parte di tale torturaassurditàumiliazione e vergogna c'è inevitabilmente anche in ogni lavoro coattocosì anche il lavoro forzato è senza paragone più tormentoso di quello liberoappunto perché coatto.

    Del resto io entrai nel reclusorio d'invernonel mese di dicembree non avevo ancora un'idea del lavoro estivocinque volte più gravoso. D'inverno poinel nostro fortedi lavori governativi in genere ce n'erano pochi. I detenuti andavano sull'Irtis a demolire i vecchi barconi demanialilavoravano nei laboratorispalavano presso le costruzioni governative la neve ammonticchiata dalla tormentacuocevano e pestavano l'alabastro eccetera. La giornata invernale era cortail lavoro terminava rapidamente e tutta la nostra gente tornava presto nel reclusoriodove non avrebbe avuto quasi nulla da farese non le fosse capitato qualche lavoro suo personale. Ma di lavoro per conto proprio si occupavano forse appena un terzo dei detenutigli altri stavano con le mani in manogirellavano senza necessità per tutte le camerate del carceres'ingiuriavanotessevano fra loro intrighi e pettegolezzisi ubriacavanose venivano a trovarsi con un po' di denaro; di notte perdevanogiocando a cartel'ultima camiciae tutto questo per la noial'oziosità e il non saper che fare. In seguito capii cheoltre la privazione della libertàoltre il lavoro coattonella vita del reclusorio c'è un altro tormentoquasi quasi più forte di tutti gli altri. E' questo la convivenza obbligatoria generale. La convivenza generalecertoesiste anche in altri luoghima nel reclusorio arrivano tali persone che non tutti vorrebbero affiatarsi con essee io sono sicuro che ogni forzato sentiva questo tormentosebbenecertamenteper lo più senza averne coscienza.

    Anche il vitto mi parve abbastanza soddisfacente. I reclusi assicuravano che tale non era nelle compagnie di detenuti della Russia Europea. Su questo non mi attento a giudicare: non ci sono stato. Inoltre molti avevano la possibilità di un vitto proprio.

    La carne di manzo costava da noi mezza copeca per libbrad'estate tre copeche. Ma si procuravano un vitto proprio soltanto coloro a cui non mancava mai il denaro; la maggioranza dei forzati invece mangiava quello governativo. Del resto i detenutilodando il nostro vittoparlavano unicamente del pane e benedicevano appunto il fatto che da noi il pane fosse in comune e non venisse assegnato a peso. Quest'ultimo sistema li atterriva: con un'assegnazione a pesoun terzo degli uomini sarebbe stato affamato; nella comunità di lavoro invece ce n'era per tutti. Il nostro pane eranon so comeparticolarmente gustoso e per questorinomato in tutta la città. Si attribuiva ciò alla felice costruzione dei forni del reclusorio. La minestra di cavoli invece era molto scadente. Si faceva cuocere in un calderone comunesi ammanniva con un po' di semolino especialmente nei giorni ferialiera liquidarada. Mi inorridì l'enorme quantità di scarafaggi che c'erano dentro. Ma i detenuti a questo non badavano punto.

    Nei primi tre giorni non andai al lavoro; così si faceva con ogni nuovo arrivato: lo si lasciava riposare dal viaggio. Ma fin dal giorno seguente mi toccò uscire dal reclusorio per riferrarmi. I miei ferri non erano regolamentarierano fatti di anelli poco "squillanti"come dicevano i detenuti. Si portavano esternamente.

    Invece i ferri regolamentari del reclusorioadattati per il lavoroerano composti non di anellima di quattro bacchettine di ferrodello spessore di un ditounite tra loro da tre anelli. Si dovevano portare sotto i calzoni. All'anello di mezzo era legata una cinghia chea sua voltasi fissava alla cinghia della cintolasovrapposta direttamente alla camicia.

    Ricordo la mia prima mattina in camerata. Al corpo di guardia presso il portone del reclusorio il tamburo aveva suonato la sveglia edopo una diecina di minutil'ufficiale di guardia incominciò ad aprire le camerate. I detenuti presero a svegliarsi.

    Al fioco lume di una candela di sego da sei per libbra essi si sollevavanotremanti di freddodai loro tavolacci. Molti erano taciturni e tetri dal sonno. Sbadigliavano stirandosi e corrugavano le loro fronti marchiate. Taluni si segnavanoaltri già si mettevano a litigare. L'afa era spaventosa. L'aria fresca invernale irruppe nella portaappena l'aprironoe corse per la camerata formando turbini di vapore. Presso i secchi dell'acqua si affollarono i detenuti; essi pigliavano a turno la mestolasi riempivano la bocca di acqua e si lavavano mani e viso versandola dalla bocca. L'acqua era stata preparata fin dalla sera dai battipaglia. In ciascuna cameratasecondo il regolamentoc'era un detenutoscelto dalla comunitàper fare i servizi. Era detto battipaglia e non andava al lavoro. La sua occupazione consisteva nel curare la pulizia della cameratanel lavare e piallare i tavolacci e i pavimentinel portar dentro e fuori i bigonci notturni e nel procurare acqua fresca in due secchi: al mattino per lavarsi e di giorno per bere. Per la mestolache era unicaincominciavano immediatamente gli alterchi.

    - Dove ti caccifronte sbarrata! - brontolava un detenuto arcignoaltoscarno e abbronzatocon una certa strana prominenza sul cranio rasourtandone un altro grasso e tarchiatodal viso allegro e colorito- sosta un momento!

    - Che hai da gridare! Per la sosta da noi si pagano quattrini; alza i tacchitu ! To'si è stirato il monumento. Si vedefratelliche stroppiature non ce n'ha.

    Quello "stroppiature" produsse un certo effetto: molti risero. Non ci voleva che questo per il grassone allegrocheevidentementeera nella camerata qualcosa come un buffone volontario. Il detenuto alto lo guardò col più profondo disprezzo.

    - Vacca gingillina! - egli pronunciò come tra sé- guarda un po' come s'è imbuzzato col pane bianco del reclusorio! E' contento che per la fine del digiuno metterà al mondo dodici porcellini.

    - E tu che grosso uccello sei? - gridò l'altro facendosi improvvisamente tutto rosso.

    - Proprio cosìun grosso uccello!

    - Quale?

    - Tal e quale.

    - Come tal e quale?

    - Ma sìin una parolatal e quale.

    - Ma quale?

    Essi si piantarono gli occhi addosso a vicenda. Il grassone aspettava la risposta e stringeva i pugnicome se volesse subito azzuffarsi. E io credevo davvero che ci sarebbe stata una zuffa.

    Per me tutto era nuovo e guardavo con curiosità. Ma appresi con l'andar del tempo che tutte le scene consimili erano oltremodo innocue e si rappresentavanocome in una commediaper il divertimento di tutti; fino alla rissa però non si giungeva quasi mai. Tutto ciò era abbastanza caratteristico e denotava i costumi del reclusorio.

    Il detenuto alto se ne stava calmo e maestoso. Sentiva che lo si guardava e che si attendeva di vedere se si sarebbe o no coperto di vergogna con la sua risposta; sentiva che bisognava tenersi sudimostrare che egli era in realtà un "grosso uccello" e far vedere quale uccello precisamente. Con inesprimibile disprezzo egli sbirciò il suo avversario sforzandosiper far maggiore l'offesadi guardarlo come di sopra le spalledall'alto in bassoquasi lo esaminasse come si esamina un piccolo scarabeopoi lentamentenettamente proferì:

    - "Kagàn" [3]!...

    Cioè egli era l'uccello "kagàn". Una rumorosa salva di risate saluta la presenza di spirito del detenuto.

    - Sei un furfante tue non un "kagàn"! - urlò il grassoneavendo sentito di essere stato battuto su tutta la lineae piombando in un estremo furore.

    Ma appena il litigio si fece serioimmediatamente i due bravacci furono richiamati all'ordine.

    - Perché strepitate? - si mise a gridare contro dl loro l'intera camerata.

    - Ma piuttosto picchiateviinvece di sgolarvi- gridò qualcuno da un angolo.

    - Sitieniliche si picchiano! - si udì in risposta. - Noi altri siamo gente in gamba e focosa; in sette non abbiamo paura di uno solo...

    - Sono tutt'e due buoni. Uno è venuto al reclusorio per una libbra di pane e l'altro è una sgualdrinal'ha scialata alle spalle di una donnae in cambio ha dato mano al bastone.

    - Viaviavia! - si mise a gridare l'invalido che viveva nella camerata per mantenervi l'ordine e perciò dormiva in un angolo su una branda a parte.

    - Acquaragazzi! L'invalido Petrovic' s'è svegliato! Per l'invalido Petrovic'il caro fratellino!

    - Fratello... Che fratello sono io per te? Un rublo insieme non lo abbiamo bevutoe sarei tuo fratello! - borbottava l'invalido infilando le maniche del cappotto.

    Ci si preparava per la verifica; cominciava ad albeggiare; in cucina si era ammucchiata una folla densa di genteda non poterci passare. I detenuti facevano ressacoi loro pellicciotti e i loro berretti metà e metàdavanti al pane che affettava per loro uno dei cuochi. I cuochi venivano eletti dalla comunitàdue per ciascuna cucina. Ed essi serbavano presso di sé anche il coltello per tagliare il pane e la carneuno solo per l'intera cucina.

    In tutti gli angoli e intorno alle tavole si erano disposti i detenuti in berretti e pellicciotticon una cintura alla vitapronti per andare subito al lavoro. Davanti ad alcuni stavano delle ciotole di legno piene di "kvas" [4]. Nel "kvas" sminuzzavano il pane e lo mangiavano bevendo. Il baccano era insopportabile; ma certuni discorrevano assennatamente e a bassa voce negli angoli.

    - Al vecchio Antonic'pane e sale [5]buon giorno! - disse un giovane detenuto sedendo accanto a un recluso accigliato e sdentato.

    - Be'buon giornose non sfotti- rispose l'altrosenza alzare gli occhi e cercando di abboccare il pane con le sue gengive senza denti.

    - Ma saiAntonic'io ti credevo mortodavvero.

    - Nomuori prima tue io poi...

    Io sedetti accanto a loro. Alla mia destra discorrevano due detenuti posati sforzandosi visibilmente di conservare l'uno di fronte all'altro la propria gravità.

    - A me è difficile che rubino- diceva uno di essi; - temo piuttostofratellodi rubare io qualche cosa.

    - Be'anche me non m'agguantare con la mano nuda: ti scotteresti.

    - Ma che vuoi scottare! Sei anche tu un galeotto; un altro nome per noi non c'è... loro ti pigliano tutto e non ti dicono nemmeno grazie. Quifratellosono sfumati anche i miei soldini. Poco tempo fa venne lui in persona. Dove ficcarli? Cominciai a pregare Fedka il boia: quello che aveva una casa nel sobborgoe l'aveva comprata da Solomonkal'ebreo rognosoeccoquello che poi s'impiccò.

    - Lo so. Da noi due anni fa faceva il cantinieree il suo soprannome è Griska-bettola-scura. So.

    - Vedi che non saiè un'altra bettola scura.

    - Come un'altra! Soltanto tu lo sai! Ma io ti porterò tanti di quei testimoni...

    - Mi porterai! Tu di dove vienie io di dove sono?

    - Di dove sei! Ma io ti ho già picchiatoe non mi vantoe tu chiedi ancora di dove sei!

    - Tu mi hai picchiato! Ma quello che picchierà me non è ancora natoe chi mi ha picchiatoquello è sotto terra.

    - Appestato che sei!

    - Che ti prenda il carbonchio!

    - Che tu abbia da fare con la sciabola turca!...

    E giù contumelie.

    - Su viasu via! Si sono messi a far baccano! - gridarono in giro. - In libertà non hanno saputo vivere; buon per loro che qui hanno trovato il pane bianco.

    Subito si calmano. Di ingiuriarsidi "picchiare" con la lingua è permesso. Questo è un po' un divertimento per tutti. Ma fino alla rissa non sempre li lasciano arrivaree solo in qualche caso eccezionale gli avversari vengono alle mani. Sulla rissa si fa rapporto al maggiore; cominciano le perquisizioniviene il maggiore in personainsommaandrà male per tuttied è per questo che non si permettono risse. E poi gli stessi nemici si insultanopiù che altroper passatempoper esercizio di stile.

    Non di rado ingannano se stessiincominciano con terribile fogacon accanimento... pensi già che si avventeranno l'uno sull'altro; niente affatto: arrivano fino a un certo punto e di colpo si separano. Tutto ciò da principio mi riempiva di meraviglia. A bella posta ho citato qui un esempio dei più usuali dialoghi del reclusorio. Sulle prime non potevo immaginarmi come fosse possibile ingiuriarsi per dilettotrovarci uno svagoun grato esercizioun piacere. Del resto non bisogna dimenticare nemmeno la vanità. L'ingiuriatore-dialettico era tenuto in gran concetto.

    Mancava solo che lo applaudisserocome un attore.

    Fin dalla sera del giorno prima mi ero accorto che mi guardavano di traverso.

    Già avevo sorpreso alcuni sguardi cupi. Per controaltri detenuti mi giravano intorno sospettando che avessi recato con me del denaro. Si fecero subito servizievoli: cominciarono a insegnarmi come portare i nuovi ferri ai piedi; mi procurarononaturalmente per denarouna cassetta con serratura per riporvi la roba governativa che già mi era stata data e alquanta mia biancheria che avevo portato nel reclusorio. Il giorno dopo me l'avevano già rubata e bevuta. Uno di essi mi si fece in seguito devotissimobenché non cessasse di derubarmi a ogni occasione propizia. Egli faceva questo senza alcun turbamentoquasi inconsciamentecome per doveree contro di lui era impossibile adirarsi.

    Tra l'altroessi m'insegnarono che bisognava avere il proprio tèche non avrei fatto male a provvedermi anche di una mia teierae intanto mi procurarono in prestito quella di un altro e mi raccomandarono il cuoco dicendo che per una trentina di copeche al mese mi avrebbe cucinato quel che mi garbavase avessi desiderato mangiare a parte e comprarmi i viveri... S'intende che si fecero imprestare da me del denaro e ciascuno di loro soltanto nel primo giorno venne a farsene prestare due o tre volte.

    Gli ex-nobili ai lavori forzati li guardano in generale con occhio torvo e malevolo.

    Nonostante che quelli siano già privati di tutti i loro diritti civili e pienamente parificati agli altri detenutiquesti non li riconoscono mai per compagni. Ciò non avviene nemmeno per una prevenzione coscientema cosìin modo del tutto sinceroinconsapevole. Essi ci riconoscevano sinceramente per nobilimalgrado che loro stessi amassero poi punzecchiarci a proposito della nostra caduta.

    - Noora bastaalto là! Una volta Piotr scarrozzava per Moscaora Piotr intreccia corde- e altre simili gentilezze.

    Essi osservavano con compiacimento le nostre sofferenzeche noi ci sforzavamo di nasconder loro. Specialmente ci toccava il fatto nostro da principio sul lavoroperché noi eravamo meno vigorosi e non potevamo aiutarli validamente. Non c'è nulla di più difficile che acquistare la fiducia del popolo (e particolarmente di simile gente) e meritarne l'affetto.

    Ai lavori forzati c'erano parecchie persone di origine nobile. In primo luogoquattro o cinque polacchi. Di essi dirò un giorno o l'altro a parte. I forzati detestavano i polacchiancor più dei deportati russi ex nobili. I polacchi (parlo dei soli delinquenti politici) erano con loro di una certa quale raffinataoffensiva cortesiainsocievoli all'estremoe in nessun modo potevano nascondere ai detenuti la propria ripugnanza per essie quelli lo capivano assai bene e li ripagavano della stessa moneta.

    A me è stato necessario passare quasi due anni nel reclusorio per acquistarmi la benevolenza di alcuni dei forzati. Ma la maggior parte di loro finalmente mi posero affezione e riconobbero in me una "brava" persona.

    Di nobili russioltre mece n'erano quattro. Uno era una creatura bassa e viletremendamente depravataspia e delatore di mestiere. Ne avevo udito parlare ancora prima di giungere al reclusorio e fin dai primi giorni ruppi con lui ogni rapporto. Un altro era quello stesso parricida di cui ho già parlato nelle mie memorie. Il terzo era Akim Akimic'; di rado avevo visto un originale come questo Akim Akimic'. Egli mi si impresse nettamente nella memoria. Era altomagrodebole di menteprivo di ogni istruzionestraordinariamente sofistico e diligente come un tedesco. I forzati ridevano di luima alcuni temevano perfino di averci a che fare per il suo carattere puntigliosoesigente e attaccabrighe. Fin dal primo momento era diventato un loro paricon loro scambiava ingiurie e si azzuffava perfino. Era onesto in modo incredibile. Se notava un'ingiustiziasubito s'impicciavaanche se non era affar suo. Ingenuo all'estremo: per esempioaltercando coi detenutili rimbrottava a volte perché erano ladri e li esortava seriamente a non rubare. Aveva prestato servizio nel Caucaso come tenente. Feci relazione con lui fin dal primo giornoed egli tosto mi raccontò la sua storia. Aveva cominciato a servire nel Caucasocome sottufficiale nobilein un reggimento di fanteriaaveva tirato a lungo la carretta e infine era stato promosso ufficiale e mandato in non so che fortificazione come capo anziano. Un principotto vicinoche si era sottomessoincendiò il suo forte e compì contro di esso un attacco notturnoche non riuscì. Akim Akimic' giocò d'astuzia e non fece neppure mostra di sapere chi fosse l'aggressore. La faccenda fu messa a carico dei ribellie un mese dopo Akim Akimic' invitò amichevolmente il principotto come ospite. Quello ci andònon sospettando di nulla. Akim Akimic' schierò il suo repartoaccusò e rimproverò il principotto dinanzi a tuttigli dimostrò che appiccare il fuoco alle fortezze è vergognoso. E lì stesso gli fece una minuziosissima predica sul come un principe sottomesso avrebbe dovuto comportarsi in avvenire ea mo' di conclusionelo fece fucilaree poi immediatamente ne riferì ai superiori con ogni particolare. Per tutto ciò fu processato e condannato alla pena di mortema si mitigò la condanna e lo si deportò in Siberiaai lavori forzati di seconda categoriain fortezzaper dodici anni. Egli riconosceva pienamente di aver agito in modo irregolaremi diceva che lo aveva saputo anche prima della fucilazione del principottosapeva che un principe sottomesso si doveva giudicarlo secondo le leggi; mapur sapendolopareva che non potesse in alcun modo farsi un giusto concetto della propria colpa:

    - Ma scusate tanto ! Aveva pure incendiato il mio forte! Cheavrei dovuto per questo fargli ancora un inchino? - mi diceva in risposta alle mie obiezioni.

    Manonostante che i detenuti si burlassero delle stramberie di Akim Akimic'tuttavia lo stimavano per la sua diligenza e abilità.

    Non c'era mestiere che Akim Akimic' non conoscesse. Era falegnamecalzolaiociabattinoverniciatoreindoratoremagnanoe tutto ciò aveva imparato già ai lavori forzati. Egli faceva ogni cosa da autodidatta: gettava un'occhiata e poi faceva. Fabbricava anche ogni sorta di cassettecestinilanternebalocchi per bimbie li vendeva in città. In tal modo aveva sempre denaro e subito lo spendeva in biancheria di riservain un guanciale più morbido; si era procurato un pagliericcio pieghevole. Egli si trovava nella mia stessa camerata e mi rese molti servizi nei primi giorni dei miei lavori forzati.

    Uscendo dal reclusorio per andare al lavoroi detenuti si disponevano dinanzi al corpo di guardiasu due file; davanti e dietro ai detenuti si schieravano i soldati di scorta coi fucili carichi. Comparivano l'ufficiale del geniol'assistente e alcuni genieri di grado inferioresorveglianti ai lavori. L'assistente contava i detenuti e li mandava a gruppi dove occorreva per il lavoro.

    Insieme con altri io mi avviai all'officina del genio. Era una costruzione bassain muraturache sorgeva in un vasto cortileingombro di materiali vari. Lì c'erano una fucinaun laboratorio di magnanouno di falegnameuno di verniciatura e altri. Akim Akimic' andava lì e lavorava nel laboratorio di verniciaturafaceva cuocere l'olio di linocombinava i colori e verniciava tavole e mobili a uso noce.

    In attesa che mi si riferrasseio mi misi a discorrere con Akim Akimic' sulle mie prime impressioni di reclusorio.

    - Sissignorei nobili non li amano- egli osservòspecialmente i politicili divorerebbero con piacereè facile a capire. In primo luogovoi siete altra gentediversa da loroe in secondo luogoessi tuttiprimao appartenevano a proprietari o erano di condizione militare. Giudicate voi stessipossono affezionarsi a voi? Quivi dicovivere è difficile. E nelle compagnie di detenuti della Russia è ancora più difficile. Da noieccoce ne sono che vengono di là e non cessano di lodare il nostro reclusoriocome se dall'inferno fossero passati in paradiso. Il guaio non sta nel lavoro. Dicono che lànelle case di prima categoriala direzione non è interamente militareper lo meno agisce in altro modo che da noi. Làdiconoil deportato può vivere nella sua casetta. Io là non ci sono statoma così dicono.

    Non vengono rasi e non vestono l'uniformebenché del resto sia una bella cosa che da noi portino l'uniforme e siano rasi: c'è pur sempre più ordineed è più gradevole all'occhio. Solo che a loro appunto questo non piace. E poi guardate un po' che accozzaglia!

    Uno viene dai cantonisti [6]uno dai circassiun terzo dai settariil quarto è un contadino ortodosso che ha lasciato in patria la famigliai suoi cari bambiniil quinto è un ebreoil sesto uno zingaroil settimo non si sa chie tutti devono assuefarsi a stare insiemea qualunque costoandare d'accordo a vicendamangiare nello stesso piattodormire su un unico tavolaccio. E poi che libertà! un boccone di più non lo si può mangiare che di soppiattoogni centesimo bisogna nasconderlo negli stivalie non c'è altro che reclusorio e reclusorio...

    Senza volerela pazzia ti entra in capo.

    Ma questo io già lo sapevo. Avevo vogliain particolared'interrogarlo sul nostro maggiore. Akim Akimic' non fece misteri e ricordo che la mia impressione non fu del tutto piacevole.

    Ma ero destinato a vivere ancora due anni sotto la sua direzione.

    Tutto ciò che mi raccontò di lui Akim Akimic' risultò pienamente esattocon la differenza che l'impressione della realtà è sempre più forte di quella lasciata da un semplice racconto. Era quello un uomo terribileappunto perché un uomo simile era il capoquasi illimitatodi duecento anime. Per se stesso era soltanto un uomo sregolato e cattivonulla di più. I detenuti li considerava come suoi nemici naturalie questo era il suo primo e principale errore. Aveva realmente alcune capacitàma tuttoanche il buonosi presentava in lui sotto un aspetto così deformato!

    Intemperantemalvagioqualche volta irrompeva nel reclusorio perfino di notte ese notava che un detenuto dormiva sul fianco sinistro o bocconial mattino lo puniva: "Dormi"dicevasul fianco destro, come ho ordinato. Nel carcere era odiato e temuto come la peste. Aveva una faccia paonazzarabbiosa. Tutti sapevano che era interamente dominato dal suo attendenteFedka. Ma più di tutto amava il suo barbone Tresorka e per poco non impazzì dal dispiacerequando Tresorka si ammalò. Dicono che singhiozzasse sopra di lui come su un proprio figlio; scacciò il veterinario eal suo solitoper poco non venne alle mani con lui; e avendo udito da Fedka che nel reclusorio c'era un detenuto-veterinario- autodidattache curava con straordinaria fortunaimmediatamente lo fece chiamare.

    - Salvalo! Ti coprirò d'oroguarisci Tresorka! - gridò al detenuto.

    Era questi un contadino siberianofurbointelligentein realtà abilissimo veterinarioma proprio un contadino.

    - Guardo Tresorka- egli raccontava poi ai detenutidel resto lungo tempo dopo la sua visita al maggiorequando già tutta la faccenda era stata dimenticata- guardo: il cane è disteso sul divanosopra un cuscino biancoe vedo che ha un'infiammazioneche bisognerebbe cavargli sanguee il cane guarirebbedico davvero! Ma penso tra me: e se non lo guarissi? e se crepasse?

    "No"dicoeccellenza, mi avete chiamato troppo tardi; se fosse stato ieri o ieri l'altro, a quest'ora, avrei guarito il cane; ma ora non posso, non lo guarirei...

    E così mori Tresorka.

    Mi si raccontò con tutti i particolari come avevano voluto uccidere il nostro maggiore. C'era nel reclusorio un certo detenuto. Viveva da noi già da un anno e si distingueva per la mitezza del suo comportamento. Avevano pure notato che non parlava quasi mai con alcuno. Cosicché lo consideravano un po' come uno strambo. Sapeva leggere e scrivere e in tutto l'ultimo anno lesse continuamente la Bibbialeggeva giorno e notte. Quando tutti si erano addormentatia mezzanottesi alzavaaccendeva un cero da chiesasaliva sulla stufaapriva il libro e leggeva fino al mattino. Un giorno andò a dichiarare al sottufficiale che non voleva andare al lavoro. Ne riferirono al maggiore; costui s'infuriò e accorse immediatamente in persona. Il detenuto si gettò su di lui con un mattone che si era procurato in precedenzama fallì il colpo. Fu presogiudicato e punito. Tutto si svolse molto rapidamente. Di lì a tre giorni egli morì all'infermeria.

    Morendo disse che non aveva rancore contro alcunoma aveva voluto soltanto soffrire. Non apparteneva del resto ad alcuna setta di dissidenti. Nel reclusorio lo ricordavano con rispetto.

    Finalmente mi ebbero ferrato. Intanto nel laboratorio erano comparseuna dopo l'altraalcune venditrici di panini. Talune erano proprio delle bambinette. Finché non erano grandicelleci andavano di solito coi panini; le madri li facevano cuocere e loro li vendevano. Cresciute in etàcontinuavano ad andarcima senza più panini; tale era quasi sempre l'uso. Ce n'erano anche di non più bambine. Un panino costava mezza copeca e quasi tutti i detenuti ne compravano.

    Io notai un detenutoun falegnamegià brizzolatoma colorito in visoche sorridendo si era messo a scherzare con le venditrici di panini. Un istante prima del loro arrivoegli si era messo al collo un fazzolettino rosso di cotone. Una donnetta grassa e tutta butterata posò sul suo banco da lavoro il proprio vassoio. Tra i due iniziò una conversazione.

    - Perché ieri non siete venuta qui? - prese a dire il detenuto con un sorrisetto presuntuoso.

    - Ecco! Io sono venutama voi eravate stato chiamato da Mitka- rispose la vispa donnetta.

    - Ci avevano chiamatise no ci saremmo di sicuro trovati sul posto... Ma da me ieri l'altro vennero tutte le vostre.

    - Chichi?

    - Ci venne la Mariaskaci venne la Chavroskaci venne la Cekundaci venne la Dvugrosciavaia...

    - Che è questo? - io domandai ad Akim Akimic'- possibile?...

    - Accadesì- egli rispose abbassando gli occhi con verecondiaperché era un uomo oltremodo pudico.

    Questocertoaccadevama ben di rado e con le maggiori difficoltà. In generale erano più gli amatoriper esempiodi una bevuta che di simili faccendenonostante tutta la naturale gravosità del vivere coatto. Era difficile procurarsi delle donne.

    Bisognava scegliere l'orail luogoaccordarsifissare appuntamenticercare l'isolamentoche era particolarmente difficilepropiziarsi i soldati di scortail che era ancora più difficile ein generalespendererelativamente parlandoun mucchio di denaro. Ma tuttavia mi riuscìin seguitodi essere qualche volta testimone anche di scene amorose. Mi ricordo che un giorno d'estate eravamo in tre in una certa rimessa sulla riva dell'Irtis e accendevamo un forno per calcinazione; i soldati di scorta erano buoni. Infine comparvero due "suggeritrici"come le chiamano i detenuti.

    - Be'perché vi siete fermate tanto? Forse dagli Zvierkòv? così le accolse il detenuto da cui erano venute e che le attendeva già da un pezzo.

    - Io mi sono fermata? Ma una gazzapoco fasi è fermata su un palo più a lungo che io da loro- rispose allegramente una ragazza.

    Era la ragazza più sudicia del mondo. Era appunto la Cekunda. Con lei era venuta la Dvugrosciòvaia. Questa poi era superiore a ogni descrizione.

    - Anche voi è un pezzo che non vi ho vista- continuò il donnaiolo rivolgendosi alla Dvugrosciòvaia; - come va che sembrate dimagrita?

    - Può darsi. Quanto ero grassa prima! e ora sembra che abbia inghiottito un ago.

    - Sempre coi soldati?

    - Noquesto ve l'hanno riportato sul conto nostro delle persone cattive; ma del resto che fa? Meglio esser magrolinama amare un soldatino!

    - Ma voi piantatelie amate noi: noi abbiamo dei soldi...

    Per completare il quadrofiguratevi questo donnaiolo rasatocoi ferri ai piedicol vestito a righe e sotto scorta.

    Io mi accomiatai da Akim Akimic' esaputo che potevo tornare nel reclusoriopresi un soldato di scorta e andai a casa. Gli uomini già si andavano ammassando. Prima di tutti tornano dal lavoro quelli che lavorano con un compito assegnato. L'unico mezzo di indurre un detenuto a lavorare con zelo è quello di fissargli un compito. A volte gli si fissano compiti enormima tuttavia essi vengono adempiuti due volte più presto che se lo si facesse lavorare fino al rullo di tamburo del rancio. Finito il suo compitoil detenuto era libero di andarsene a casae nessuno più lo importunava.

    Non desinavano insiemema come capitavaman mano che giungevano; e poi la cucina non avrebbe potuto contenerli tutti in una sola volta. Io assaggiai la minestra di cavolimanon essendoci abituatonon potei mangiarla e mi feci il tè. Ci mettemmo a sedere in capo alla tavola. Con me c'era un compagno che proveniva anche lui dai nobili.

    I detenuti arrivavano e se ne andavano. C'era del resto molto spazio; non tutti ancora erano riuniti. Un gruppo di cinque uomini prese posto a parte intorno a una gran tavola. Il cuoco versò loro la minestra di cavoli in due ciotole e mise in tavola un'intera padella di pesce fritto. Essi festeggiavano non so che cosa e mangiavano a due palmenti. Noi ci guardarono di traverso. Entrò un polacco e sedette accanto a noi.

    - Non sono stato a casama so tutto! - si mise a gridar forte un detenuto alto entrando nella cucina e girando lo sguardo su tutti i presenti.

    Egli era sulla cinquantinamuscoloso e asciutto. La sua faccia aveva qualcosa di astuto einsiemedi allegro. Particolarmente notevole era il suo grosso labbro inferiore pendente; esso conferiva al suo viso un che di oltremodo comico.

    - Be'avete passato una buona notte? Perché non mi salutate? Ai nostri di Kursk- soggiunse sedendo accanto a quelli che desinavano con la loro roba- pane e sale! Fate buona accoglienza all'ospite.

    - Ma noifratellonon siamo di Kursk.

    - Allora di Tambòv?

    - Nemmeno di Tambòv. A noifratellonon hai niente da cavare.

    Va' da un ricco contadino e chiedi a lui.

    - Nel mio ventrefratellioggi ci sono crampi e singhiozzi; ma dov'èil ricco contadino?

    - Ecco là Gasinun contadino ricco; va' da lui.

    - Oggifratellifa baldoria Gasin; prende la sbornia e si beve tutto il borsellino.

    - Ha venti rubli d'argento- osservò un altro. - E' una cosa che rendefratellifare il cantiniere.

    - Ebbenenon accogliete un ospite? Be'allora mangeremo la roba del governo.

    - Ma tu va'chiedi del tè. Là i signori lo stanno bevendo.

    - Che signoriqui non ci sono signori; ora sono come noidisse cupamente un detenuto che sedeva in un angolo. Fino a questo momento non aveva pronunciato una parola.

    - Mi riempirei di tèma ho vergogna di chiedere: noi si ha dell'amor proprio! - osservò il detenuto dal grosso labbro guardandoci bonariamente.

    - Se voleteve ne dò- dissi io invitando il detenuto- vi fa piacere?

    - Piacere? E come non mi farebbe piacere! - Egli si accostò alla tavola.

    - To'a casa tirava su la minestra con la scarpae qui ha conosciuto il tè; gli è venuto voglia di quel che bevono i signori- disse il detenuto tetro.

    - Ma forse che qui nessuno beve tè? - gli domandai. Ma non mi degnò di una risposta.

    - Ecco che portano i panini. Favoritemi anche un panino!

    Portarono i panini. Un giovane detenuto ne aveva tutta una treccia e li vendeva in giro per il reclusorio. La venditrice gli aveva ceduto il decimo paninoe lui appunto su quel panino contava.

    - Paninipanini! - gridava entrando in cucina- caldidi Mosca!

    Ne mangerei anch'ioma ci vogliono soldi. Be'ragazziè rimasto l'ultimo panino: chi ha avuto una madre?

    Questa invocazione all'amor materno fece ridere tuttie gli presero alcuni panini.

    - E chefratelli- egli disse- oggi Gasin si sbornia sino a farne qualcuna! Parola mia! Ma quando mai gli è saltato in testa di far bisboccia! Da un momento all'altro può arrivare Ottocchi.

    - Lo nasconderanno. Ma è molto ubriaco?

    - Altro che! Ed è cattivosi appiccica.

    - Be'allora si sbornierà sino a fare a pugni...

    - Di chi parlano? - io domandai al polacco seduto accanto a me.

    - E' Gasinil detenuto. Lui traffica acquavite. Quando ha guadagnato un po' di soldisubito se li beve. E' crudele e cattivo; del restoquando non ha bevutoè tranquillo; ma quando si ubriacain lui tutto viene a galla; si avventa sulla gente col coltello. Allora lo calmano.

    - E come lo calmano?

    - Si gettano su di lui una diecina di detenuti e si mettono a tempestarlo di botte fino a che non abbia perduto tutti i sentimenticioè lo lasciano mezzo morto. Allora lo stendono sul tavolaccio e lo coprono col pellicciotto.

    - Ma possono ammazzarlonon è vero?

    - Un altro lo ammazzerebberoma lui no. E' spaventosamente fortepiù forte di quanti sono qui nel reclusorioe ha la costituzione più robusta. Il giorno dopo si alza e sta benissimo.

    - Diteper favore- continuai a interrogare il polaccoanche quelli làeccomangiano la roba loroe io bevo il tè. E intanto mi guardano come se invidiassero questo tè. Che vuol dire ciò?

    - Non è per il tè- rispose il polacco. - Ce l'hanno con voi perché siete nobile e non somigliate a loro. Molti di essi vorrebbero attaccar lite con voi. Hanno una gran voglia d'insultarvidi umiliarvi. Qui vedrete ancora molte altre cose spiacevoli. Qui per tutti noi è orribilmente duro. Per noi è più duro che per tutti gli altri sotto ogni aspetto. Ci vuole molta indifferenza per abituarcisi. Ancora più di una volta andrete incontro a dispiaceri e villanie per il tè e per il vitto separatosebbene qui moltissimi e molto spesso mangino roba loroe alcuni bevano regolarmente il tè. Loro possonoe voi non potete.

    Detto questoegli si alzò e se ne andò via da tavola. Dopo pochi minuti si avverarono anche le sue parole.

     

     

  5. PRIME IMPRESSIONI
  6. Appena fu uscito M-zki (il polacco che aveva parlato con me)Gasintotalmente ubriacosi precipitò in cucina.

    Un detenuto ubriacoin pieno giornoin una giornata ferialequando tutti avevano l'obbligo di andare al lavorocon un capo severo che in ogni momento poteva arrivare al reclusoriocon un sottufficiale che amministrava i forzati e si trovava nel carcere di continuocoi soldati di guardiacon gli invalidiinsomma con tutti quei rigorisconvolgeva interamente tutte le idee che erano germogliate in me circa il modo di vivere dei detenuti. E dovetti soggiornare nel reclusorio abbastanza a lungo prima di chiarire a me stesso tutti i fatti del genereper me tanto enigmatici nei primi giorni dei miei lavori forzati.

    Ho già detto che i detenuti avevano sempre un lavoro proprio e che questo lavoro è una naturale esigenza della vita di galera; chea parte questa esigenzail detenuto ha appassionatamente caro il denaro e lo apprezza più di ogni cosaquasi al pari della libertàe prova già un conforto se esso gli tintinna in saccoccia. Al contrarioè depressotristeinquieto e si perde d'animose non ne hae allora è pronto al furto e a qualunque cosapur di procurarsene. Manonostante che il denaro fosse nel reclusorio tanto preziosoesso non rimaneva a lungo presso il fortunato che lo possedeva. In primo luogoera difficile custodirlo in modo che nessuno glielo rubasse o togliesse. Se il maggiorenelle improvvise perquisizionilo scovavaimmediatamente glielo toglieva. Forse lo impiegava nel migliorare il vitto dei detenuti; per lo menoveniva portato a lui. Ma il più spesso lo rubavano: non ci si poteva fidare di alcuno. In seguito fu scoperto da noi un sistema di custodire il denaro con piena sicurezza. Lo si dava in deposito a un vecchiettoun vecchio credentevenuto a noi dai sobborghi di Starodùbdai viètkovtsi di un tempo. Ma non posso trattenermi dal dire qualche parola di luianche se mi discosto dall'argomento. Era un vecchietto sui sessant'annipiccolobrizzolato. Mi aveva vivamente impressionato fin dalla prima occhiata. Era così diverso dagli altri detenuti: c'era nel suo sguardo qualcosa di placido e calmo a tal segno che iomi ricordoguardavo con un certo particolare piacere i suoi occhi limpidiluminosicircondati da minute rughettine a raggiera. Spesso parlavo con luie di rado avevo incontrato nella mia vita un essere così buono e benigno. Lo avevano mandato lì per un delitto di estrema gravità. Fra i vecchi credenti di Starodùb avevano cominciato a spuntare dei convertiti.

    Il governoche fortemente li incoraggiavaaveva messo in opera ogni sforzo per l'ulteriore conversione di altri dissidenti. Il vecchioinsieme con altri fanaticidecise di "tenere per la fede"com'egli si esprimeva. Si era preso a costruire una chiesa unificataed essi la incendiarono. Come uno degli istigatoriil vecchio fu inviato ai lavori forzati. Era un borghese agiatoun commerciantea casa aveva lasciato moglie e figlima andò alla deportazione con fermezzaperchénel suo accecamentola considerava come un "martirio per la fede". Dopo aver trascorso con lui un po' di tempoinvolontariamente vi sareste domandato:

    come ha potuto quest'uomo pacificomite come un bambinoessere un ribelle? Più di una volta io mi misi a discorrere con lui "di fede". Egli non rinunciava ad alcuna delle sue convinzioni; ma nelle sue repliche non c'era mai ombra di malanimo o di odio. E intanto aveva devastato una chiesa e non lo negava. Pareva chedate le sue convinzioniavrebbe dovuto riguardare il suo atto e i "tormenti" da lui in conseguenza accettati come un'azione gloriosa. Maper quanto io lo scrutassiper quanto lo studiassinon ebbi mai a notare in lui segno alcuno di vanità o di orgoglio.

    C'erano da noi nel reclusorio anche altri vecchi credentiper lo più siberiani. Erano gente semplicecontadini furbioltremodo eruditi nelle sacre scritture e pedanti ea modo loroforti dialettici; gente altezzosaarroganteastuta e intollerante in sommo grado. Un uomo tutto diverso era il vecchio. Erudito forse più di lororifuggiva dalle dispute. Era di indole sommamente comunicativa. Era gioviale e spesso rideva: non di quel grossolanocinico riso che avevano i forzatima di un riso serenosommessoin cui c'era molta infantile bonomia e che si confaceva in un certo modo speciale ai suoi capelli grigi. Forse m'ingannoma mi pare che dal riso si possa conoscere un uomoe se fin dal primo incontro vi riesce piacevole il riso di una qualche persona affatto sconosciutadite pure arditamente che quella è una brava persona. In tutto il reclusorio il vecchio si era acquistato il rispetto universaledi cui non menava alcun vanto. I detenuti lo chiamavano nonnino e non l'offendevano mai.

    Io compresi in parte quale influsso egli potesse avere sui suoi correligionari. Manonostante la visibile fermezza con cui sopportava i suoi lavori forzatisi celava in lui una profondaincurabile tristezzache egli cercava di nascondere a tutti. Io vivevo con lui nella stessa camerata. Una voltadopo le due di nottemi svegliai e udii un pianto sommessocontenuto. Il vecchio sedeva sulla stufa (quella stessa sulla qualedi notteprima di luiaveva pregato quello che leggeva sempre e che aveva voluto uccidere il maggiore) e pregava seguendo il suo libro manoscritto. Egli piangevae io sentivo che diceva di tanto in tanto: "Signorenon abbandonarmi ! Signoredammi forza !

    Bambinelli miei caribambinelli miei carinon ci vedremo mai più!". Non posso dire quanto mi rattristai. Oraè a questo vecchio che a poco a poco quasi tutti i detenuti presero ad affidare i loro denari in custodia. In galera quasi tutti erano ladrima tuttichi sa perchési erano subito persuasi che il vecchio era assolutamente incapace di rubare. Sapevano che egli nascondeva in qualche posto il denaro affidatoglima in un luogo così occulto che nessuno poteva scovarlo. In seguito egli svelò il suo segreto a me e ad alcuni dei polacchi. In uno dei pali c'era un nocchio in apparenza fortemente incastrato nel legnoma esso si poteva levar via e nel legno rimaneva una grossa cavità. Era lì che il nonnino nascondeva il denaro e poi tornava a incastrare il nocchiocosicché nessuno aveva mai potuto scoprire nulla.

    Ma io mi sono allontanato dal racconto. Mi ero fermato a questo punto: perché il denaro non rimaneva a lungo in tasca a un detenuto. Maa parte la fatica di custodirlonel reclusorio l'angoscia era così grandee il detenuto poiper natura suaè un essere tanto assetato di libertà e infineper la sua condizione socialetanto leggero e disordinato che si sente naturalmente portatotutt'a un trattoa "darsi alla pazza gioia"a fare baldoria spendendo tutto il suo capitalecon baccano e musicacosìper dimenticarenon fosse che un istantela sua angoscia. Faceva perfino specie vedere come qualcuno di loro lavorasse senza alzare il capoa volte per più mesiunicamente per dissipare in un sol giorno tutti i suoi guadagnifino all'ultimo soldoe poi nuovamente sgobbare sul lavoro fino a una nuova baldoriaper parecchi mesi. A molti di loro piaceva sfoggiare nuovi capi di vestiarioe immancabilmente di foggia particolare: certi calzoni nerinon regolamentaricaffettani senza manichesiberiane. In gran voga erano anche le camice di percalle e le cinture con piastre di rame. Si agghindavano per le feste e poi non mancavano di fare il giro di tutte le camerate per farsi vedere da tutti. La soddisfazione di chi era ben vestito giungeva fino alla puerilitàe in molte cose i detenuti erano veri bambini. E' vero che tutte queste belle cose improvvisamente sparivano di dosso al padronea volte la sera dello stesso giorno venivano impegnate e cedute a vile prezzo. Del resto la baldoria si svolgeva per gradi. Di solito essa faceva seguito ai giorni festivi o all'onomastico del gozzovigliante. Il detenuto di cui ricorreva l'onomasticoalzandosi al mattinometteva una candeletta davanti all'immagine e pregava; poi si agghindava e si ordinava il pranzo. Veniva comprata della carne di manzodel pescesi facevano i gnocchi siberiani; egli si rimpinzava come un lupoquasi sempre solodi rado invitando del compagni a condividere la sua mensa. Poi compariva l'acquavite: il festeggiato si ubriacava come un ciabattino e andava senza fallo per le camerate barcollando e incespicandosforzandosi di far vedere a tutti che era ubriacoche "faceva baldoria"e con ciò di meritare l'universale rispetto. Dappertuttonel popolo russosi prova per l'ubriachezza una certa simpatia; nel carcere poi verso chi si era messo a gozzovigliare si facevano perfino ossequiosi. Nella bisboccia del reclusorio c'era un'aristocrazia sui generis. Datosi alla pazza gioiail detenuto infallibilmente noleggiava la musica. C'era nel carcere un polaccuzzogià soldato disertoremolto bruttoma che suonava il violino e aveva con sé lo strumentotutto il suo patrimonio. Mestiere non ne aveva e non esercitava altra industria che quella di prestarsi a suonare allegre danze per i gozzoviglianti. Il suo ufficio consisteva nel seguire continuamente il noleggiatore ubriaco di camerata in camerata strimpellando il violino a tutta forza. Spesso sul viso gli compariva la noial'angoscia. Ma il grido: "Suonai soldi li hai presi!"lo induceva nuovamente a strimpellarestrimpellare.

    Il detenutocominciando a far baldoriapoteva essere fermamente sicuro chese si fosse ubriacato sul seriogli altri avrebbero senza fallo vegliato su di luimettendolo a dormire in tempo e nascondendolo sempre in qualche posto all'apparire dei superiorie tutto ciò col più perfetto disinteresse. Da parte loroil sottufficiale e gli invalidi che vivevano nel reclusorio per il buon ordine potevano pure essere assolutamente tranquillil'ubriaco non poteva provocare alcun disordine. Tutta la camerata l'osservava ese egli si fosse messo a far baccanoa ribellarsilo avrebbero subito domatomagari semplicemente legato. Perciò i capi in sottordine del reclusorio avevano indulgenza per l'ubriachezzaanzi non volevano nemmeno badarci. Sapevano benissimo chese non si fosse tollerato l'acquavitesarebbe stato anche peggio. Ma di dove ci si procurava l'acquavite?

    L'acquavite si comprava nel carcere stessodai cosiddetti cantinieri. Essi erano parecchi ed esercitavano il loro commercio incessantemente e con fortunasebbene di bevitori e di gozzoviglianti ce ne fosseroin generepochiperché la gozzoviglia richiedeva denaro e il denaro dei detenuti veniva guadagnato con fatica. Il commercio si iniziavasi svolgeva e si risolveva in modo abbastanza originale. Il tal detenutoponiamonon ha un mestiere e non desidera faticare (di costoro ce n'erano)ma vuole aver denaroe inoltre è un uomo impaziente e vuole arricchire in fretta. Egli ha un po' di denaro per incominciare e decide di trafficare acquavite: impresa arditache presenta un gran rischio. Si poteva pagarne il fio con la propria schiena e perdere insieme la merce e il capitale. Ma il cantiniere affronta tutto ciò. Denaro sul principio ne ha pocoe perciò la prima volta porta da sé l'acquavite nel reclusorio es'intendela spaccia con profitto. Ripete l'esperienza una seconda e una terza volta ese non dà negli occhi ai superioriarricchisce rapidamentee allora soltanto impianta un vero commercio su larghe basi; diventa appaltatorecapitalistatiene agenti e aiutantiarrischia sempre meno e si impingua sempre di più. Per lui arrischiano gli aiutanti.

    Nel carcere c'è sempre molta gente che ha scialacquatoperduto al giococonsumato in bagordi fin l'ultima copecagente senza mestieremisera e cenciosama dotata in certo grado di audacia e di risolutezza. A tali uomini rimane integracome capitalesoltanto la schiena; essa può ancora servire a qualcosaed eccoè quest'ultimo capitale che il bisboccione rovinato si risolve a mettere in circolazione. Egli va dall'appaltatore e si ingaggia con lui per portare l'acquavite nel reclusorio; un cantiniere ricco di tali lavoranti ne ha parecchi. In qualche luogo fuori del carcere c'è una persona - un soldatoun piccolo borghesea volte perfino una sgualdrina - checon denaro dell'appaltatore e per un certo premiorelativamente assai forteacquista in una bettola l'acquavite e la nasconde in qualche posticino appartatodove i detenuti vanno a lavorare. Sempre il fornitorecome prima cosaverifica la bontà della vodca e il bevuto si reintegra in dosi inumane con acqua; puoi prenderla o non prenderlama un detenuto non può essere troppo difficile; è già bene che il suo denaro non è andato del tutto perduto e gli viene fornita una vodca sia pure scadentema pur sempre vodca. A questo fornitore appunto si presentanoindicatigli anticipatamente dal cantiniere del reclusorioi portatorimuniti di budella di bue. Queste budella prima le lavanopoi le riempiono d'acqua e in tal modo esse si conservano nello stato di umidità ed elasticità primitivoper essere atte col tempo a ricevere la vodca. Riempite le budella di vodcail detenuto se le avvolge intorno al corpopossibilmente nei tratti più nascosti. Naturalmente in ciò si rivela tutta l'abilitàtutta l'astuzia bricconesca del contrabbandiere. Il suo onore è un po' in giocobisogna che egli inganni e i soldati di scorta e quelli di guardia. Egli li inganna: il soldato di scorta di un buon ladroa volte una qualche giovane reclutase la lascia sempre fare. S'intende che il soldato di scorta lo si studia preventivamente; inoltre si prende in considerazione l'ora e il luogo del lavoro. Il detenutoper esempioè uno stufaiosale sopra una stufa: chi può vedere che cosa egli fa lassù? Il soldato non gli va mica dietro. Avvicinandosi al reclusorioegli prende in mano una monetina - quindici o venti copeche d'argento - per ogni evenienza e attende al portone il caporale. Ogni detenuto che torna dal lavoro il caporale di guardia lo fruga tutto e lo palpae soltanto dopo gli apre la porta del carcere. Il portatore di acquavite di solito spera che ci si farà scrupolo di palparlo troppo minuziosamente in certe parti del corpo. Ma talora quel volpone di un caporale si spinge fino a tali parti e scopre l'acquavite. Allora non resta che un ultimo mezzo: il contrabbandierein silenzio e di soppiatto al soldato di scortaficca in mano al caporale la monetina da lui nascosta nella mano.

    Accade cheper effetto di tale manovraegli entri nel reclusorio felicemente e porti dentro l'acquavite. Ma qualche volta la manovra non riescee allora tocca pagare con l'ultimo capitale propriocioè con la schiena. Si fa rapporto al maggioreil capitale viene bastonatoe bastonato dolorosamentee il contrabbandiere prende tutto su di sésenza tradire l'appaltatore; non giànotiamoloperché gli ripugni la delazionema unicamente perché la delazione gli è svantaggiosa; lo bastonerebbero lo stesso e avrebbe soltanto la consolazione che li bastonerebbero tutti e due. Ma dell'appaltatore egli ha ancora bisognosebbenesecondo l'usanza e secondo i patti preventiviil contrabbandiere non riceva dall'appaltatoreper la sua schiena bastonatanemmeno una copeca. Per quanto riguardain generele denunceesse di solito fioriscono. Nel reclusorio il delatore non si espone alla minima mortificazione; lo sdegno contro di lui è anzi inconcepibile. Non lo si sfuggecon lui si fa amiciziacosicchése voi vi mettestenel carcerea dimostrare tutta la bassezza della delazionenon vi si capirebbe assolutamente. Quel detenuto di origine nobiledepravato e abiettocol quale io ruppi ogni rapportoera in amicizia con l'attendente del maggioreFedkae gli faceva la spiae quello riportava quanto aveva udito sui detenuti al maggiore. Da noi tutti lo sapevano e nessuno ebbe mai neppure l'idea di punire oalmenorimproverare il farabutto.

    Ma io ho fatto una digressione. Accade anches'intendeche l'acquavite venga introdotta felicemente; allora l'appaltatore riceve le budella che gli sono state portatedopo averne pagato il prezzoe comincia a fare i conti. Dal conto risulta che la merce gli costa carissima; perciòper averne maggiori profittila travasa ancora una voltaallungandola daccapo con acqua una volta di piùquasi della metàein tal modo ormai perfettamente prontoattende il compratore. Alla prima festae talora in giorno ferialeil compratore si presenta: è un detenuto che ha lavorato alcuni mesi come un bue e ha messo da parte ogni copecaper bersi tutto in un giorno all'uopo anticipatamente fissato.

    Questo giornogià lungo tempo prima che spuntasseappariva in sogno al povero lavoratore e nel sonno e nelle felici fantasticherie durante il lavoroe col proprio fascino sorreggeva il suo spirito nella uggiosa carriera della vita di reclusorio.

    Infine l'aurora del luminoso giorno si mostra a oriente; il denaro è stato raggranellatonon gli è stato toltoné rubatoed egli lo porta al cantiniere. Questi gli dà sul principio dell'acquavite pura il più possibilecioè non allungata che un paio di volte; poiman mano che la bottiglia si vuotatutto il bevuto è immediatamente sostituito con acqua. Per una ciotola di acquavite si paga cinquesei volte più che alla bettola. Ci si può immaginare quante ciotole simili è necessario bere e quanto denaro sborsare in cambioper ubriacarsi? Madisabituato al bere e a causa della preventiva astinenzail detenuto diventa ebbro abbastanza in frettae di solito continua a bere finché non abbia consumato tutti i suoi soldi. Allora entrano in circolazione tutti i nuovi capi di vestiario; il cantiniere è al tempo stesso anche strozzino. Prima vanno a finire da lui le cose particolari inaugurate dal detenutopoi si arriva ai vecchiumie infine anche alla roba governativa. Bevuto tutto quantofino all'ultimo stracciol'ubriacone si corica e il giorno doposvegliatosi con l'inevitabile frastuono nella testainvano chiede al cantiniere non fosse che un sorso di acquavite per il mal di capo.

    Tristemente sopporta la disavventura e quello stesso giorno si rimette al lavoroe lavora di nuovo alcuni mesisenza levar la testasognando il giorno felice della baldoriairrevocabilmente dileguato nell'eternitàe ricominciando man mano a infervorarsi e ad attendere un altro giorno consimileche è ancora lontanoma tuttavia giungerà purea sua voltaquando che sia.

    Per quanto riguarda il cantinieredopo aver finalmente guadagnato un'enorme sommaalcune decine di rubliegli prepara per l'ultima volta l'acquavite e non l'allunga più con acquaperché la destina a se stesso; basta commerciare: è ora anche per lui di far festa!

    Incomincia una baldoria: bevutemangiatemusica. La pecunia è molta; si rabboniscono perfino i superiori immediatidi infimo gradodel reclusorio. La baldoria si protrae a volte per alcuni giorni. Naturalmente l'acquavite approntata è presto bevuta; allora il bisboccione va da altri cantinieriche già lo attendono al varcoe beve fino a che non abbia consumato tuttofino all'ultima copeca. Sebbene i detenuti veglino sul gozzovigliantequalche volta egli capita sotto gli occhi dell'autorità superioredel maggiore o dell'ufficiale di picchetto. Lo portano al corpo di guardia e gli tolgono i capitalise gliene trovano addossoe in conclusione lo bastonano. Datasi una scrollatinaegli torna nel carcere e di lì a qualche giorno riprende il mestiere di cantiniere. Certi bisboccionis'intendequelli un po' ricchisognano anche il bel sesso. Sborsando molto denaroriescono talvolta ad avviarsi in segreto dalla fortezzaanziché al lavoroin qualche sito del sobborgoin compagnia del soldato di scorta comprato. Làin qualche solitaria casettaproprio alla periferia della cittàsi dà un festino coi fiocchi e si buttano realmente forti somme di denaro. Se pagaanche il detenuto non è disdegnato; il soldato di scorta poipratico di queste faccendece lo si assicura in precedenza. Di solito tali soldati sono essi stessi futuri candidati al reclusorio. Del resto col denaro tutto si può faree simili viaggi rimangono quasi sempre segreti. Va aggiunto che essi avvengono assai di rado; per queste cose ci vuole molto denaroe gli amatori del bel sesso ricorrono ad altri mezziesenti da ogni pericolo.

    Fin dai primi giorni della mia vita di reclusorioun giovane detenutoun ragazzo oltremodo graziosoaveva suscitato in me una speciale curiosità. Si chiamava Sirotkin. Era un essere abbastanza enigmaticosotto molti aspetti. Più di tutto mi aveva colpito il suo bel viso; egli non aveva più di ventitré anni. Si trovava nella sezione specialecioè in quella dei permanentiper conseguenza era considerato come uno dei maggiori criminali militari. Quieto e miteparlava pocoraramente rideva. I suoi occhi erano azzurrii lineamenti regolariil visino puro e delicatoi capelli di un biondo chiaro. Perfino la testa semirasa non lo sfigurava se non leggermente: tanto grazioso era quel ragazzo. Mestiere non ne avevama denaro se ne procacciavasia pure un poco alla voltama con frequenza. Era notevolmente pigrotrasandato nel vestire. Magari l'uno o l'altro gli regalava un bel capo di vestiarioa volte perfino una camicia rossae Sirotkin era visibilmente lieto del suo indumento nuovo: andava in giro per le cameratesi faceva vedere. Non bevevanon giocava a cartenon litigava quasi mai con nessuno. Soleva passeggiare dietro le baracche: con le mani in tascapacificopensoso. A che potesse pensare era difficile anche figurarselo. Se a volte lo chiamavi eper curiositàgli facevi qualche domandasubito ti rispondevae finanche con una certa quale ossequiositànon da detenutoma sempre brevementesenza loquacitàe ti guardava come un bambino decenne. Se si trovava ad avere del denaronon si comprava nulla di indispensabilenon dava la casacca a rammendarenon metteva su degli stivali nuovima comprava un paninoun panpepatoe se lo mangiavacome se avesse sette anni. "EhituSirotkin!"solevano dirgli i detenutiorfano di Kasàn![7]. Nelle ore di riposogironzolava di solito per le camerate altrui; quasi tutti erano intenti al proprio lavorolui solo non aveva niente da fare. Se gli dicevano qualche cosaquasi sempre per canzonarlo (di lui e dei suoi compagni spesso si burlavano)eglisenza dire nemmeno una parolasi voltava e andava in un'altra cameratae a voltese ridevano un po' troppo di luiarrossiva. Spesso io pensavo: perché quest'essere pacifico e bonaccione è venuto al reclusorio ? Una volta io giacevo all'infermerianella corsia dei detenuti. Sirotkin era malato anche lui ed era coricato accanto a me; un giorno verso sera ci mettemmo a discorrere; egli per caso si animò ea propositomi raccontò come lo avessero mandato soldato; comeaccompagnandolola madre piangesse per lui e quanto si fosse trovato male fra le reclute. Soggiunse che in nessun modo poteva sopportare la vita di recluta: perché là tutti erano così rabbiosicosì severie i comandanti erano quasi sempre scontenti di lui.

    - E com'è finita? - domandai. - Per che cosa sei capitato qui? E per giunta nella sezione speciale?... AhSirotkinSirotkin!

    - SìioAleksàndr Petrovic'in tutto passai al battaglione un anno; e qui sono venuto per aver ucciso Grigori Petrovic'il mio comandante di compagnia.

    - Ho sentito dir questoSirotkinma non ci credo. Be'chi hai potuto uccidere tu?

    - Così è accadutoAleksàndr Petrovic'. La vita si era fatta troppo dura per me.

    - Ma com'è che le altre reclute ci vivono? Certamenteda principio è duroma poi si abituanoed ecco venirne fuori eccellenti soldati. Tua madre deve averti viziato; ti avrà nutrito di panforti e di latte fino ai diciott'anni.

    - La mia mamminaè veromi voleva un gran bene. Quando andai soldatodopo la mia partenzasi mise a letto ecome ho intesonon si è alzata più... Alla fine la vita di recluta si era fatta per me troppo amara. Il comandante non mi aveva messo affezionemi puniva per tuttoe per che cosa poi? Io obbedisco a tuttivivo regolarmente; acquavite non ne bevonon prendo nulla a prestitoed è un brutto affareAleksàndr Petrovic'quando uno prende a prestito. Tutti intorno sono così duri di cuorenon si sa dove versare una lacrima. Mi accadeva di andare dietro una cantonatae là piangevo un poco. Ed eccouna volta sono di guardia. E' già nottemi hanno messo di sentinellaal corpo di guardiapresso la rastrelliera. C'è vento: era autunnoe l'oscurità era tale da potercisi cavar gli occhi. E mi sentii così tristecosì triste! Mi accostai il fucile alla gambane tolsi la baionettame la misi accanto; mi levai lo stivale destromi ci appoggiai sopra e col pollice del piede abbassai il cane. Guardo:

    cilecca! Esaminai il fucileripulii il mirinoversai dentro della polvere frescabattei l'acciarino e mi applicai nuovamente il fucile al petto. Ma che c'è ? La polvere si accesema niente sparo di nuovo! Che è questo? penso. Presi lo stivalel'infilaiinastai la baionetta; sto zitto e passeggio. E fu allora che decisi di far questo: andarmene in qualsiasi luogopurché lontano dal servizio. Dopo mezz'ora viene il comandante; faceva la ronda principale. Viene direttamente verso di me: "E' forse così che si sta di guardia?". Io presi il fucile in mano e gli piantai la baionetta in corpo fino alla canna. Ricevetti quattromila vergatee poi quialla sezione speciale...

    Egli non poteva mentire. E poi per che cosa l'avrebbero mandato alla sezione speciale? I soliti delitti sono puniti ben più lievemente. D'altra parteil solo Sirotkin era fra tutti i suoi compagni un così bel giovane. Per quanto riguarda gli altria lui similiche erano da noi in tutto una quindicinafaceva perfino senso a guardarli; soltanto due o tre facce erano ancora passabili: tutti gli altri erano così brutticon le orecchie a ventolasporchi; taluni perfino coi capelli grigi. Se le circostanze lo permetterannoio dirò un giorno o l'altro in modo più particolareggiato di tutto questo gruppo. Sirotkin poi era spesso in buona armonia con Gasinquello stesso a proposito del quale ho cominciato questo capitolo accennando che si era precipitato in cucina ubriaco e che ciò aveva sconvolto le mie primitive idee sulla vita di reclusorio.

    Questo Gasin era un essere orrendo. Egli produceva su tutti una terribilepenosa impressione. Mi pareva sempre che nulla potesse esserci di più ferocepiù mostruoso di lui. Avevo visto a Tobòlsk il brigante Kamenievfamoso per i suoi misfatti; vidi poi Sòkolovun detenuto sotto processogià soldato disertoreun efferato assassino. Ma nessuno di loro mi fece un'impressione così disgustosa come Gasin. Mi figuravo a volte di avere dinanzi a me un enormegigantesco ragnodella grossezza di un uomo. Era un tartaro; tremendamente fortepiù forte di tutti nel reclusorio; di statura superiore alla mediadi complessione erculeacon una brutta testasproporzionatamente enorme; camminava un po' curvoguardando di sotto in su. Nel carcere correvano sul suo conto strane voci: si sapeva che veniva dai militarima i detenuti dicevano tra loronon so se fosse veroche era evaso da Nercinsk; in Siberia era già stato deportato più di una voltapiù di una volta era fuggitoaveva cambiato nomee finalmente era capitato nel nostro reclusorionella sezione speciale. Di lui raccontavano pure che in passato gli era piaciuto sgozzare dei fanciulliniunicamente per diletto; conduceva il bambino in qualche luogo propiziodapprima lo spaventavalo torturava edopo essersi beato a sazietà del terrore e dei tremiti della povera piccola vittimala sgozzava adagiolentamentecon voluttà. Tutto questo forse lo inventavanoa cagione della generale penosa impressione che Gasin faceva su tuttima queste invenzioni in certo qual modo gli si confacevanogli andavano a pennello. E intantonel reclusorioegli si comportavaquando non era ubriacoin condizioni normaliassai ragionevolmente. Era sempre quietonon litigava mai con alcuno ed evitava i litigima come per disprezzo verso gli altricome se si stimasse superiore a tutti gli altri; parlava assai poco ed erain certo qual modopremeditatamente insocievole. Tutte le sue mosse erano lentetranquillesicure. Dai suoi occhi si vedeva che era tutt'altro che sciocco e oltremodo scaltroma c'era sempre sulla sua faccia e nel suo sorriso un che di altezzosamente beffardo e di crudele.

    Egli trafficava acquavite ed era uno dei cantinieri più agiati del carcere. Ma un paio di volte all'anno gli accadeva di ubriacarsi egli stessoed eccoera allora che veniva a galla tutta la bestialità della sua natura. Divenendo gradatamente ebbrocominciava dapprima ad aggredire la gente coi motteggii più maligni e calcolati e come preparati di lunga mano; infineubriaco fradiciopiombava in un tremendo furoreafferrava un coltello e si gettava sulle persone. I detenuticonoscendo la sua terribile forzascappavano via e si nascondevano: egli si avventava su chiunque incontrasse. Ma presto trovarono il metodo per aver ragione di lui. Una decina di uomini della sua camerata a un tratto gli si buttavano addosso tutti insieme e si mettevano a percuoterlo. Non si può immaginare nulla di più crudele di queste percosse: lo picchiavano nel pettosotto il cuoresotto la bocca dello stomaconel ventre; lo picchiavano molto e a lungoe smettevano solo quando egli perdeva tutti i suoi sensi ed era come morto. Un altro non si sarebbero indotti a picchiarlo così:

    picchiare a quel modo voleva dire ammazzarepurché non si trattasse di Gasin. Dopo le percosselo avvolgevanoaffatto privo di sensinel pellicciotto e lo portavano sul tavolaccio.

    "Si rimetterà dormendo!"dicevano. E in realtà egli si alzava al mattino quasi sano esilenzioso e torvoandava al lavoro. E ogni volta che Gasin si ubriacava a buononel reclusorio tutti già sapevano che la giornata sarebbe finita per lui infallibilmente con un carico di botte. Anche lui lo sapevae tuttavia si ubriacava. Così passarono alcuni anni; infine si accorsero che Gasin cominciava ad arrendersi. Aveva preso a lagnarsi di vari malia deperire visibilmente; sempre più spesso andava all'infermeria. "Si è arreso però!"dicevano di lui i detenuti.

    Egli entrò nella cucina in compagnia di quel sordido polaccuzzo dal violinoche i bisboccioni di solito noleggiavano per far completa la loro baldoriae si fermò in mezzo alla cucina silenzioso guardando in giro attentamente tutti i presenti. Tutti tacquero. Infineavendo allora veduto me e il mio compagnoci guardò con acredine e con aria beffardasorrise presuntuosamenteparve fare qualche riflessione tra sé ebarcollando fortesi avvicinò alla nostra tavola:

    - Ma permettetemi di domandare- incominciò (egli parlava il russo)- voi con quali entrate vi compiacete di sbevazzare qui il tè?

    Io scambiai col mio compagno un'occhiata in silenziocomprendendo che meglio di tutto era tacere e non rispondergli. Appena fosse stato contrariatosarebbe entrato in furore.

    - Dunque avete denaro? - seguitò a domandare. - Dunque avete un mucchio di denaroeh? Ma forse che siete venuti in galera per sbevazzare il tè? Siete venuti a sbevazzare il tè? Ma parlate dunqueche vi possano!...

    Ma vedendo che avevamo deciso di tacere e di non badare a luisi fece paonazzo e si mise a tremare dalla frenesia. Accanto a luiin un angolo stava una grande paniera in cui si disponeva tutto il pane affettatopronto per il desinare o la cena dei detenuti. Era così grande che ci poteva stare il pane per mezzo reclusorioma ora era vuota. Egli l'afferrò con le due mani e la squassò su di noi. Ancora un pocoe ci avrebbe rotto la testa. Nonostante che un omicidio o un mancato omicidio rappresentasse una minaccia di straordinarie seccature per tutto il reclusorio (sarebbero cominciate inchiesteperquisizioniintensificazione del rigore) e perciò i detenuti cercassero con tutte le loro forze di non arrivare a simili estremi di portata generalenonostante ciòora tutti avevano fatto silenzio e attendevano. Non una parola in nostra difesa! Non un grido contro Gasin! A tal punto era forte in loro l'odio verso di noi! Ma la cosa terminò felicemente: mentre egli già voleva abbassare la panieraqualcuno gridò dall'ingresso:

    - Gasin! Hanno rubato l'acquavite!...

    Egli lasciò piombare la paniera sul pavimento ecome pazzosi precipitò fuori della cucina.

    - Be'Dio ci ha salvati! - dicevano fra loro i detenuti. E poi per lungo tempo ripeterono queste parole.

    Io non potei sapere poi se quella notizia circa il furto dell'acquavite fosse esatta o inventata a propositoper la nostra salvezza.

    La seraquando già era buioprima della chiusura delle camerateio passeggiai lungo la palizzata e una greve tristezza mi scese sull'anima; mai ebbi a provare di poiin tutta la mia vita di forzatouna tristezza simile. E' penoso sopportare il primo giorno di prigioniain qualsiasi luogo: in un carcerein una casamatta o in galera... Ma ricordo che più di tutto mi occupava un pensiero che in seguito mi perseguitò incessantemente per tutto il tempo della mia vita di reclusoun pensiero in parte inestricabilee inestricabile per me anche ora: quello della disparità del castigo per i medesimi delitti. E' vero che anche i delitti non si possono paragonare l'uno con l'altronemmeno approssimativamente. Per esempio: due individui hanno ucciso ciascuno un uomo; si sono pesate tutte le circostanze dei due casie in un caso come nell'altro la pena viene a essere quasi la stessa. E tuttavia guardate che differenza passa tra i due delitti. Unoper esempioha assassinato un contadino di passaggioe costui non aveva con sé che una cipolla. "Su viababbo! Tu mi hai mandato a far bottino: io là ho ammazzato un uomoe in tutto e per tutto gli ho trovato una cipolla".

    "Stupido! Una cipolla! è una copeca! Cento anime: cento cipolleed eccoti un rublo!" ( leggenda dei reclusi). E l'altro ha ucciso difendendo da un lussurioso tiranno l'onore della fidanzatadella sorelladella figlia. Uno ha uccisoperché vagabondo assediato da tutto un reggimento di segugidifendendo la sua libertà e la sua vitae non di rado morendo di fame; e l'altro sgozza piccoli bimbi per il piacere di sgozzaredi sentirne sulle mani il sangue tiepidodi bearsi del loro spaventodei loro ultimi fremiti di colomba sotto il coltello. Ebbene? L'uno e l'altro vanno agli stessi lavori forzati. C'è variazioneè veronei termini delle pene inflitte. Ma queste variazioni sono relativamente poche; invecedi variazioni nello stesso genere di delitti ce n'è una quantità innumerevole. A ogni carattere corrisponde una variazione. Ma supponiamo che conciliareappianare queste differenze sia impossibileche sia un problema insolubile sui generisuna quadratura del circolosupponiamo che sia così. Ma anche se questa disuguaglianza non esistesseconsiderate un'altra diversitàla diversità delle conseguenze stesse del delitto...

    Ecco un uomo che in galera intisichisce struggendosi come una candela; ed eccone un altro cheprima di finire in galeranemmeno sapeva che esistesse al mondo una vita così allegraun così piacevole club di intrepidi compagni. Sìal reclusorio ne arrivano anche di questi. Eccoper esempioun uomo istruitodalla coscienza evolutache ha consapevolezza e cuore. Soltanto il rovello del suo proprio cuoreprima di qualsiasi castigolo ucciderà coi suoi tormenti. Egli stesso si condannerà per il suo delitto più implacabilmentepiù spietatamente che non possa condannarlo la più terribile legge. Ed ecco accanto a lui un altro chedurante tutto il tempo dei lavori forzatinon pensa nemmeno una volta al delitto commesso. Egli crede perfino di aver ragione.

    Ci sono anche di quelli che a bella posta commettono dei delittisolo per finire in galera e con ciò liberarsi di una vita che in libertà era incomparabilmente più da galera. Prima costui viveva in un estremo grado di avvilimentonon mangiava mai a sazietà e lavorava per il suo imprenditore da mane a sera; nel reclusorio invece il lavoro è più leggero che a casail pane abbondante e quale egli ancora non aveva visto mai; alle feste carne di manzoe c'è l'elemosinac'è la possibilità di guadagnare qualche soldo.

    E la compagnia? Gente scaltraabileonnisciente; ed eccoegli guarda i suoi compagni con rispettoso stupore; non ne ha ancora mai veduti di simili; li considera come la più alta società che possa esserci al mondo. Davvero per questi due il castigo sarebbe ugualmente sensibile? Ma del resto a che occuparsi di questioni insolubili? Rulla il tamburoè ora di andare in camerata.

     

     

  7. PRIME IMPRESSIONI
  8. Cominciò l'ultima ispezione. Dopo questa ispezionesi chiudevano le camerateciascuna con una diversa serraturae i detenuti restavano rinchiusi fino all'alba.

    L'ispezione era compiuta da un sottufficiale con due soldati.

    All'uopo i detenuti a volte li schieravano nel cortile e veniva l'ufficiale di picchetto. Ma più spesso tutta questa cerimonia si svolgeva alla buona: si faceva la verifica nelle camerate. Così era anche adesso. I verificatori spesso sbagliavanos'ingannavano nel contoandavano via e tornavano di nuovo. Infine i poveri soldati contarono fino al numero voluto e chiusero a chiave la camerata. In essa trovavano posto fino a una trentina di detenutiabbastanza strettamente ammucchiati sui tavolacci. Per dormire era ancora presto. Ognunoevidentementedoveva occuparsi di qualche cosa.

    Dei superiori nella camerata non rimaneva che il solo invalido di cui già prima ho fatto cenno. In ogni camerata c'era anche un detenuto anzianodesignato dallo stesso maggiore di piazzanaturalmente per la sua buona condotta. Spessissimo accadeva che anche gli anziania loro voltaincorressero in gravi mancanze; allora venivano fustigatiimmediatamente degradati e sostituiti con altri. Nella nostra camerata l'anziano era Akim Akimic'checon mia meraviglianon di rado sgridava i detenuti. Questi gli rispondevano di solito con motteggi. L'invalido era più intelligente di lui e non s'immischiava in nulla eanche se qualche volta gli accadeva di rigirar la linguaciò non faceva che per le convenienzea scarico di coscienza. Egli stava seduto in silenzio sulla sua branda e cuciva uno stivale. I detenuti non gli facevano quasi attenzione.

    In questo primo giorno della mia vita di reclusorio io feci un'osservazione che in seguito mi convinsi essere esatta. E precisamente: che tutti i non detenuti chiunque essi sianoincominciando da coloro che coi detenuti hanno immediati rapporticome i soldati di scorta e di guardiafino a tutti coloroin genereche abbiano qualcosa da fare con la vita del reclusorio- hanno dei detenuti un concetto in certo qual modo esagerato. Come se in ogni momento si attendessero con inquietudine di vedere il detenuto gettarsi col coltellodi punto in biancosu qualcuno di loro. Macosa più di tutte notevolegli stessi detenuti erano consci che se ne aveva timoree questo dava loro visibilmente una specie di bravura. E invece il miglior capo per i detenuti suole essere proprio quello che non li teme. Anziin generalenonostante la bravuraagli stessi detenuti fa molto più piacere che in loro si abbia fiducia. Con questa è possibile perfino cattivarseli. Durante la mia vita di recluso è accadutobenché estremamente di radoche qualcuno dei capi entrasse nel reclusorio senza scorta. Bisognava vedere come ciò impressionava i detenutie li impressionava favorevolmente. Un visitatore così impavido si attirava sempre il rispetto eanche se in realtà fosse potuto accadere qualcosa di bruttonon sarebbe accaduto mentre c'era lui. La paura ispirata dai detenuti è universaledovunque ci siano detenutie io non so davvero da che cosa propriamente derivi. Un certo fondamento ce l'ha di sicuro incominciando dallo stesso aspetto esteriore del reclusodel malvivente conclamato; inoltre ognunoaccostandosi al reclusoriosente che tutta quella massa di uomini non si è riunita lì di sua volontà e chenonostante ogni mezzo usatonon è possibile far di un uomo vivo un cadavere: egli conserva i suoi sentimentila sete di vendetta e di vitale passioni e il bisogno di soddisfarle.

    Manonostante ciòio sono positivamente sicuro che di temere i detenuti non è tuttavia il caso. Non così facilmentené così alla lesta un uomo si getta col coltello su un altro. Insommaanche se un pericolo è possibileanche se qualche volta è realedalla rarità di tali casi disgraziati si può direttamente concludere che è irrilevante. S'intende che io parlo ora soltanto dei detenuti giudicatimolti dei quali sono perfino lieti di essere giuntifinalmentenel reclusorio (a tal segno può essere bella a volte una vita nuova! )e per conseguenza sono disposti a vivere tranquilli e pacifici; inoltre essi stessiin realtànon permetteranno ai più irrequieti dei loro di far troppo i bravi.

    Ogni forzatoper audace e insolente che sianel reclusorio ha paura di tutto. Il detenuto sotto giudizio invece è un'altra cosa.

    Costui è realmente capace di gettarsi su un estraneocosìper nullasoltanto perché domaniper esempiodeve andare incontro al castigo ese ne combina una nuovaanche il castigo si allontana. Qui l'aggressione ha un motivouno scopo: quello di "mutare la propria sorte" a qualunque costo e al più presto possibile. Io conosco perfino uno strano caso psicologico di questo genere.

    Da noial reclusorionella categoria militarec'era un detenutoun ex soldatinonon privato dei diritti civilispedito nel carcere per un paio di anni in base a sentenzauno straordinario spaccone e un raro vigliacco. In generalespacconate e vigliaccheria s'incontrano nel soldato russo estremamente di rado. Il nostro soldato è sempre così occupato cheanche se volessenon avrebbe il tempo di far lo spaccone. Ma se poi è spacconeè quasi sempre un fannullone e un vile. Dutov (è il cognome del detenuto) finì di scontare la sua breve pena e tornò al battaglione di linea. Ma poiché tutti i suoi similiinviati nel reclusorio per correzionevi si guastano definitivamenteaccade anche di solito che essitrascorse in libertà non più di due o tre settimanevadano di nuovo sotto processo e ricompaiano nel carcerenon più per due o tre annibensì nella categoria "permanente"per quindici o venti anni. E così accadde. Un tre settimane dopo l'uscita dal reclusorioDutov rubò forzando una serratura; inoltre insolentì e diede in escandescenze. Fu mandato sotto giudizio e condannato a una pena severa. Spaventatosi del castigo imminente oltre ogni direin grado estremocome il più miserabile dei vigliacchila vigilia del giorno in cui doveva esser passato per le verghesi scagliò con un coltello sull'ufficiale di guardia che era entrato nella camera dei detenuti. Naturalmente egli comprendeva benissimo checon tale azioneavrebbe oltremodo aggravato la sua condanna e il suo periodo di lavori forzati. Ma il calcolo stava appunto nell'allontanarenon fosse che di qualche giornonon fosse che di qualche orail pauroso momento del castigo! Egli era vigliacco al punto cheavventatosi col coltellonon aveva nemmeno ferito l'ufficialema aveva fatto ogni cosa pro formasolo perché ne risultasse un nuovo delittoper il quale lo avrebbero nuovamente giudicato.

    Il minuto che precede il castigocertoè terribile per il condannatoe a menel corso di alcuni anniè toccato di vedere un buon numero di giudicabili alla vigilia del giorno per essi fatale. Per lo più mi sono incontrato con detenuti sotto processo all'infermerianelle corsie dei detenutiquando vi giacevo ammalatoil che accadeva abbastanza spesso. E' noto a tutti i carcerati dell'intera Russia che le persone più compassionevoli verso di loro sono i medici. Essi non fanno mai distinzione tra i detenuticome fanno involontariamente quasi tutti gli estraneisalvo forse soltanto il popolino. Questo non rimprovera mai il detenuto per il suo delittoper quanto orribile siae gli perdona tutto per il castigo che ha subito ein generaleper la sua disgrazia. Non per nulla tutto il popolo dell'intera Russia chiama il delitto "disgrazia" e i delinquenti "disgraziati". E' questa una definizione profondamente significativa. Essa è tanto più importante in quanto è data inconsapevolmenteistintivamente.

    I medici invece sonoin molti casiil vero rifugio dei detenutisoprattutto poi dei giudicandiche sono trattati più duramente dei condannati... Ed ecco che il giudicandocalcolato il termine probabile del giorno per lui tremendose ne va spesso all'infermeriadesiderando allontanare sia pure di poco il penoso momento. Quando poi ne viene dimessosapendo quasi con certezza che il giorno fatale è domaniè quasi sempre in preda a forte agitazione. Taluni cercano di nascondere i loro sentimenti per amor proprioma l'inabileostentata spavalderia non inganna i loro compagni. Tutti capiscono di che si tratti e tacciono per un senso di umanità. Io ho conosciuto un detenutoun giovane omicidaex-soldatocondannato al numero massimo di bastonate.

    Egli si impaurì tanto chealla vigilia della punizionesi risolse a bere una ciotola di acquavitedopo averci messo in infusione del tabacco da fiuto. A proposito: l'acquavite compare sempre presso il detenuto sotto processo alla vigilia del castigo.

    Essa gli viene recata ancora molto tempo prima del termine e gli è procacciata a caro prezzoe l'imputato rinuncerà piuttosto per sei mesi alle cose più indispensabilima raggranellerà la somma necessaria per un quarto di bottiglia di acquaviteper berla un quarto d'ora prima del castigo. Fra i detenuti è diffuso il convincimento che l'uomo ebbro senta meno dolorosamente la frusta o i bastoni. Ma io mi sono distratto dal racconto. Il povero ragazzobevuta la sua ciotola di acquavitein realtà si ammalò subito; gli cominciarono dei vomiti con sbocchi di sanguee lo portarono all'infermeria quasi privo di sensi. Questo vomito gli sconquassò il petto talmente che alcuni giorni dopo si manifestarono in lui i sintomi di una vera tisidella quale morì sei mesi dopo. I medici che lo curavano per la tisi non sapevano da che cosa fosse provenuta.

    Ma parlando della pusillanimità che spesso s'incontra nei delinquenti di fronte al castigoio devo aggiungere cheal contrariotaluni di essi fanno stupire l'osservatore per la loro non comune intrepidezza. Io mi ricordo di alcuni esempi di un ardimento che giungeva a una specie d'insensibilitàe questi esempi non erano affatto rari. Ricordo specialmente il mio incontro con un efferato criminale. Un giorno d'estate si diffuse nelle corsie dei detenuti la voce che la sera avrebbero punito il famoso bandito Orlòvun ex-soldato disertoree dopo la punizione lo avrebbero condotto in corsia. I detenuti ammalatiin attesa di Orlòvaffermavano che egli sarebbe stato punito crudelmente.

    Tutti erano in una certa agitazione elo confessoanch'io attendevo la comparsa del famoso bandito con estrema curiosità.

    Già da un pezzo avevo udito miracoli sul suo conto. Era un malfattore come ce ne sono pochiche aveva freddamente ammazzato vecchi e bambiniun uomo dotato di una tremenda forza di volontà e di un'orgogliosa consapevolezza della propria forza. Egli si era confessato autore di numerosi assassinii ed era stato condannato a subire il supplizio del bastone passando tra le file dei soldati.

    Lo condussero che era già sera. Nella corsia si era ormai fatto buio e avevano acceso le candele. Orlòv era quasi privo di sensienormemente pallidocon folti capelli arruffatineri come la pece. La sua schiena era gonfia e di color violaceo. Tutta la notte i detenuti l'assistetterogli cambiarono l'acqualo voltarono da un fianco sull'altrogli diedero la medicinacome se avessero cura di un parente di sangue o di un qualche benefattore. Il giorno dopo egli si era pienamente riavuto e passò un paio di volte per la corsia! Questo mi colmò di stupore: troppo debole e straziato era giunto all'infermeria! Egli aveva ricevuto in una volta una buona metà dell'intero numero di bastonate destinategli. Il medico aveva interrotto l'esecuzione solo quando si era accorto che l'ulteriore prolungamento del castigo minacciava di sicura morte il delinquente. Inoltre Orlòv era di piccola statura e di debole complessionee per giunta estenuato dalla lunga detenzione preventiva. Chi ha avuto occasione di incontrare qualche volta dei detenuti sotto processo ha ricordato probabilmente a lungo i loro visi emaciatimagri e pallidii loro sguardi febbrili. Ciò nonostante Orlòv si rimetteva in fretta. Evidentemente la sua energia interiorepsichicaaiutava molto la natura. In realtà era un uomo non del tutto comune. Per curiosità io feci più stretta conoscenza con lui e lo studiai un'intera settimana. Posso dire positivamente di non aver mai incontrato nella mia vita un uomo più fortepiù fermo di lui per carattere. Già avevo veduto una voltaa Tobòlskuna celebrità dello stesso genereun ex-capo di briganti. Quello era una vera bestia selvaggia e noistandogli vicino e non sapendone ancora il nomegià per istinto presentivamo che ci stava accanto un essere tremendo. Ma in lui m'inorridiva l'ottusità spirituale. La carne a tal punto aveva il sopravvento su tutte le sue qualità morali che voifin dal primo sguardo alla sua facciavedevate non essere rimasto in lui altro che una sete sfrenata di godimenti fisicidi lussuriadi sensualità. Io sono sicuro che Kòreniev - era il nome di quel brigante - si sarebbe perduto d'animo e avrebbe tremato di paura davanti al castigosebbene fosse capace di ammazzare la gente senza nemmeno batter ciglio. Totalmente opposto a lui era Orlòv. C'era in costui una palese piena vittoria sulla carne. Si vedeva che quest'uomo era in grado di dominarsi illimitatamenteche disprezzava qualsiasi tormento e castigo e non temeva nulla al mondo. In lui non vedevate se non una infinita energiasete di vendettasete di raggiungere lo scopo prefisso. Tra l'altroio fui impressionato dalla sua strana arroganza. Egli considerava ogni cosa come da un'inverosimile altezzama senza punto fare sforzi per sollevarsi sui trampolicosìin certo qual modo naturalmente. Non c'eraio credoessere al mondo che potesse agire su di lui con la sola autorità. Egli guardava tutto con una specie di sorprendente placiditàcome se non ci fosse sulla terra nulla che potesse farlo stupire. Epur comprendendo pienamente che gli altri detenuti lo guardavano con rispettomai si pavoneggiava dinanzi a loro. E intanto la vanità e l'alterigia sono proprie di tutti i detenuti quasi senza eccezione. Era tutt'altro che sciocco ein un certo strano modosincerobenché niente affatto chiacchierone. Alle mie domande rispondeva senz'altro che aspettava di essere guarito per subire al più presto il rimanente della punizione e che da principioprima del castigoaveva temuto di non sopportarlo. "Ma ora"soggiunse strizzandomi l'occhioè cosa fatta. Riceverò il resto dei colpi, e mi spediranno subito con uno scaglione a Nercinsk, ma io, durante il viaggio, fuggirò! Fuggirò di sicuro! Ecco, purché mi guarisca presto la schiena!. E in tutti quei giorni attese impazientemente di poter chiedere che lo si dimettesse dall'infermeria. E nell'attesa a volte era molto burlone e allegro. Io provai a mettermi a parlare con lui delle sue avventure. Egli si accigliava un poco a questi miei interrogatorima rispondeva sempre sinceramente. Quando però comprese che io cercavo di giungere alla sua coscienza e che cercavo in lui non fosse che un briciolo di pentimentomi gettò uno sguardo così sprezzante e altezzoso come se io fossi tutt'a un tratto diventato ai suoi occhi non so che sciocco bimbettocol quale non si poteva nemmeno ragionare come coi grandi. Gli si dipinse sul viso perfino qualcosa come della compassione a mio riguardo. Di lì a un minuto scoppiò a ridere di me del riso più bonariosenz'alcuna ironiae io sono convinto cherimasto solo e ricordando le mie parolesi mise forse più volte a ridere tra sé. Infine fu mandato via con la schiena non ancora del tutto guarita; anch'io andai quella volta per essere dimesso e dall'infermeria ci accadde di tornare insieme: io al reclusorio e lui al corpo di guardia accanto al nostro carceredove era detenuto anche prima. Salutandomiegli mi porse la manoed era questoda parte suaun segno di profonda fiducia. Io credo che l'abbia fatto perché era molto contento di se stesso e di quel momento. In fondonon poteva non disprezzarmi e senza fallo mi doveva considerare come un essere sottomessodebolemeschino edi fronte a luiinferiore sotto ogni aspetto. Il giorno dopo lo condussero via per la seconda punizione...

    Quando ebbero chiuso la nostra camerataessa assunse a un tratto un certo aspetto speciale: l'aspetto di una vera abitazionedi un focolare domestico. Soltanto ora potevo vedere i detenutii miei compagniproprio come in casa. Di giorno i sottufficialii soldati di guardia ein generei superiori possono in ogni momento arrivare nel reclusorioperciò tutti i suoi abitanti si comportanoin certo qual modoaltrimenticome se non fossero del tutto tranquillicome se a ogni istante attendessero qualcosa in una specie di ansietà. Maappena ebbero chiuso la cameratatutti subito si disposero tranquillamente ciascuno al suo postoe quasi tutti si accinsero a qualche lavoro manuale. La camerata a un tratto s'illuminò. Ciascuno aveva la sua candela e il suo candeliereper lo più di legno. Chi si mise a rappezzare stivalichi a cucire qualche indumento. L'aria mefitica dello stanzone si faceva più densa di ora in ora. Un gruppo di bontemponi si cacciò in un angolo sedendo sulle calcagnadavanti a un tappeto distesoper giocare a carte. Quasi in ogni camerata c'era un detenuto che aveva con sé un misero tappetino lungo un "arscìn" [8]una candela e delle carte inverosimilmente sporche e unte. Tutto questo insieme si chiamava "majdàn". Il tenitore riceveva dai giocatori un compensouna quindicina di copeche per notte; della cosa egli faceva commercio. I giocatori di solito giocavano a tre cartea bassetta eccetera. Tutti i giochi erano d'azzardo.

    Ciascun giocatore spargeva dinanzi a sé un mucchietto di monete di rame - tutto quel che aveva in tasca - e cessava di star coccoloni soltanto dopo essersi ridotto al verde o dopo avere spogliato i compagni. Il gioco terminava a tarda nottee a volte si prolungava fino all'albafino al preciso momento in cui si apriva la baracca. Nella nostra cameratacome pure in tutte le altre del reclusorioc'erano sempre dei poveridei cenciosiche avevano perduto e bevuto tuttoo poveri semplicemente cosìper natura.

    Io dico "per natura" e insisto in modo particolare su questa espressione. Effettivamentedappertutto nel popolo nostroin qualsiasi congiunturain qualsiasi condizionesempre ci sono e sempre ci saranno certe strane personepacifiche e non di rado tutt'altro che indolentipredestinate dalla sorte a rimanere eternamente povere. Costoro sono sempre dei tapinisono sempre malmessihanno sempre un certo aspetto di gente abbattuta e oppressa da non so che cosa e si trovano in perpetuo alla mercé di qualcunoalle dipendenze di qualcuno come galoppinidi solito in casa di bisboccioni o di persone subitamente arricchite e salite in alto. Ogni impresaogni iniziativa è per essi un dolore e un peso. Sembrano nati a patto di non avviare mai nulla per loro conto e di rendere soltanto servigidi non vivere di volontà propriadi ballare al suono dell'altrui piffero; la loro missione è di eseguire soltanto il volere altrui. Per colmonessuna circostanzanessun rivolgimento può arricchirli. Sono sempre poveri. Io ho notato che siffatte persone non si trovano solamente nel popoloma in tutti gli ambienti socialii cetii partitii giornalii sodalizi. La stessa cosa accadeva in ogni cameratain ogni reclusorioe appena si costituiva un "majdàn"si presentava immediatamente uno di costoro a offrire i suoi servigi. E in generale nessun "majdàn" poteva fare a meno di un inserviente. Lo assumevano di solito tutti i giocatori insiemeper l'intera nottataper un cinque copeche d'argentoe il suo principale ufficio era quello di passare tutta la notte a far la guardia. Per lo più egli stava a gelare per sei o sette ore al buio nell'ingressocon trenta gradi sotto zerotendendo l'orecchio a ogni rumorea ogni suonoa ogni passo nel cortile. Il maggiore di piazza o i soldati di ronda comparivano a volte nel reclusorio a notte abbastanza inoltrataentravano piano e sorprendevano i giocatori e quelli che lavoravano e le candele di troppoche si potevano vedere già dal cortile. Quanto menoallorché improvvisamente cominciava a stridere la serratura della porta che dall'ingresso dava in cortileera già troppo tardi per nascondersispegnere le candele e stendersi sui tavolacci. Ma poiché in questi casi l'inserviente di guardia riceveva poi il fatto suo dal "majdàn"anche tali infortuni erano oltremodo rari.

    Cinque copechecertosono un compenso ridicolmente meschinoanche per il reclusorio; ma mi hanno sempre fatto impressione nel carcere la severità e l'inesorabilità dei conduttori d'operain questo e in tutti gli altri casi. "I soldi li hai presidunque servi!". Era questo un argomento che non ammetteva replica. Per il "gros" [mezza copeca] pagato il conduttore prendeva tutto quel che poteva prendereprendevase possibileanche di piùe credeva ancora di rendersi obbligato il locatore d'opera. Il gozzovigliatoreche buttava il denaro a destra e a sinistra senza contarenon mancava di defraudare il suo inservientee questo io notai in più di un reclusorioin più di un "majdàn".

    Ho già detto che nella camerata quasi tutti si erano applicati a qualche occupazione: all'infuori dei giocatorinon c'erano più di cinque uomini totalmente oziosi; essi si coricarono subito. Il mio posto sul tavolaccio veniva a essere proprio accanto alla porta.

    Dall'altra parte del tavolaccioa testa a testa con mesi trovava Akim Akimic'. Fin verso le dieci o le undici egli lavorò incollando una specie di lanternino cinese multicolore che gli era stato ordinato in città a un prezzo abbastanza buono. Queste lanterne egli le faceva con maestria e lavorava metodicamentesenza interrompersi; quando poi ebbe finito il lavororassettò con curadistese il suo pagliericciodisse le preghiere a Dio e si sdraiò correttamente sul suo giaciglio. La correttezza e l'ordine egli li spingevaa quanto sembravafino alla più meticolosa pedanteria: evidentemente doveva stimarsi un uomo di straordinaria intelligenzacomein generaletutte le persone ottuse e limitate. Non mi era piaciuto fin dal primo giornosebbene ricordi che in quel primo giorno ero stato molto incerto nel giudicarlo e soprattutto mi ero meravigliato che una persona simileinvece di riuscire nella vitafosse venuta a finire nel reclusorio. In seguito più di una volta mi toccherà parlare di Akim Akimic' .

    Ma ora descriverò in breve la composizione di tutta la nostra camerata. Io dovevo viverci per molti anni e tutti quelli erano i miei futuri conviventi e compagni. Si può capire che li osservassi con avida curiosità. A sinistra del mio posto si trovava sul tavolaccio un gruppo di montanari del Caucasomandati lì la maggior parte per rapine e per vari periodi di tempo. Essi erano:

    due lesghiniun cecenzo e tre tartari del Daghestàn. Il cecenzo era un essere cupo e tetro; non parlava quasi con alcuno e guardava di continuo in giro con odiodi sotto in su e con un sorriso velenosomalignamente beffardo. Uno dei lesghini era già un vecchiodal naso lungosottilegibbosodall'aspetto di furfante matricolato. In cambiol'altroNurrami fece sin dal primo giorno la più confortantela più grata impressione. Era un uomo non ancora vecchiodi bassa staturaconformato come un Ercoleun biondo perfetto dagli occhi azzurrochiaricamusocon un viso da finnico e con le gambe arcuate a causa del suo precedente continuo andare a cavallo. Tutto il suo corpo era stato coperto di cicatrici da baionette e pallottole. Nel Caucaso egli era uno di quelli sottomessima andava continuamente alla chetichella verso i montanari ribelli e di làinsieme con lorofaceva incursioni contro i russi. In galera tutti gli volevano bene. Era sempre allegrocortese con tuttilavorava senza mormoraretranquillo e serenobenché spesso considerasse con disgusto la sozzura e la sporcizia della vita dei detenuti e si sdegnasse fino al furore per ogni ruberiafurfanteriaubriacatura ein genereper tutto ciò che era disonestoma senza attaccar liti e voltandosi soltanto in là con indignazione.

    Personalmentein tutto il tempo dei suoi lavori forzatinon rubò mai nulla e non commise una sola azione cattiva. Era pio in modo straordinario. Recitava le preghiere con sacro zeloosservava come un fanatico i digiuni che precedevano le feste maomettane e passava intere notti a pregare. Tutti lo amavano e avevano fiducia nella sua onestà. "Nurra è un leone"dicevano i detenuti; e così gli era rimasto il nomignolo di leone. Era perfettamente convinto chealla fine del periodo di lavori forzati inflittoglilo avrebbero fatto tornare a casa nel Caucasoe non viveva che di questa speranza. Mi pare che sarebbe mortose l'avesse perduta.

    Fin dal mio primo giorno di reclusoriol'avevo notato in modo particolare. Non si poteva non notare il suo viso buonosimpatico in mezzo ai visi cattivitorvi e beffardi degli altri forzati.

    Nella prima mezz'ora dal mio arrivo nel carcere eglipassandomi accantomi aveva battuto sulla spalla ridendo con fare bonariomentre mi guardava negli occhi. Io sulle prime non avevo potuto capire che cosa ciò significasse. Egli parlava malissimo il russo.

    Poco dopo mi si avvicinò di nuovo esorridendotornò a battermi amichevolmente sulla spalla. Poi ancora e ancorae la cosa continuò per tre giorni. Questo voleva direda parte suacome indovinai e seppi dopoche aveva compassione di meche sentiva quanto mi fosse penoso far conoscenza col reclusorio e voleva mostrarmi la sua amiciziafarmi coraggio e assicurarmi della sua protezione. Buono e ingenuo Nurra!

    Di tartari del Daghestàn ce n'erano tre ed erano tutti fratelli carnali. Due di essi erano già anzianima il terzoAléjnon aveva più di ventidue anni eall'aspettoera ancora più giovane.

    Il suo posto sul tavolaccio era accanto al mio. Il suo bel viso apertointelligente eal tempo stessobonariamente ingenuofin dal primo sguardo inclinò verso di lui il mio cuoree io fui tanto lieto che il destino mi avesse mandato luie non qualcun altrocome vicino. Tutta l'anima sua si esprimeva nel suo viso belloanzisi può direbellissimo. Il suo sorriso era così fiduciosocosì fanciullescamente semplicei grandi occhi neri erano così dolcicosì carezzevoliche io provavo semprenel guardarloun particolare piacereperfino un sollievo nell'angoscia e nella tristezza. Parlo senza esagerazione. In patria un suo fratello maggiore (di fratelli maggiori ne aveva cinque; gli altri due erano finiti in non so quale officina) gli aveva un giorno ordinato di prendere la sciabola circassa e montare a cavalloper andare insieme con loro a una certa spedizione. Il rispetto verso i maggiori nelle famiglie dei montanari è così grande che il ragazzo non soltanto non osòma nemmeno pensò a domandare dove si avviassero. E gli altri non stimarono neppure necessario dirglielo. Andavano tutti a fare una rapinaa far la posta sulla strada a un ricco mercante armeno e svaligiarlo. E così accadde: essi uccisero l'intera scortaammazzarono l'armeno e lo depredarono di tutta la mercanzia: ma il fatto venne scoperto: furono presi tutti e seiprocessatidimostrati colpevolicondannati e spediti in Siberiaai lavori forzati. Tutta la grazia che il tribunale fece ad Aléj fu quella di ridurgli la durata della pena; egli fu deportato per quattro anni. I fratelli lo amavano molto e di un certo amore piuttosto paterno che fraterno. Egli era loro di conforto nella deportazione ed essiabitualmente cupi e tetrisorridevano sempre guardandoloe quando si mettevano a discorrere con lui (e con lui discorrevano pochissimocome se lo considerassero tuttora come un bambinocol quale non era il caso di parlar di cose serie)i loro visi arcigni si spianavanoe io indovinavo che parlavano con lui di cose facetequasi puerili; per lo menosi scambiavano sempre degli sguardi e sorridevano con bonomia nell'ascoltare le sue risposte. Lui poi non osava quasi attaccar discorso con loro:

    a tal punto giungeva la sua reverenza. E' difficile immaginarsi come questo ragazzodurante tutto il tempo dei lavori forzatiavesse saputo serbare in sé una tale dolcezza di cuorenutrire in sé una tale severa onestàuna tale cordialità e simpatianon irrozzirenon depravarsi. Era del restononostante tutta la sua apparente dolcezzauna natura forte e armoniosa. Io lo conobbi bene in seguito. Era pudico come una fanciulla purae un'azione abiettacinicasconciaoppure ingiustaviolentacommessa da qualcuno nel reclusorioaccendeva una fiamma di sdegno nei suoi bellissimi occhiche si facevano in conseguenza ancora più belli.

    Ma egli sfuggiva i litigi e gli alterchibenché non fosse in generale di quelli che si lascerebbero offendere impunementee sapesse farsi rispettare. Ma litigi non ne aveva con alcuno: tutti gli volevano bene e tutti erano verso di lui affettuosi. Dapprima era stato con me soltanto cortese. A poco a poco io cominciai a discorrere con lui; in alcuni mesi egli imparò a parlare il russo ottimamentecosa a cui i loro fratelli non giunsero in tutto il tempo dei loro lavori forzati. Egli mi parve un ragazzo di straordinaria intelligenzastraordinariamente modesto e delicatoe perfino già molto giudizioso. In generalelo dirò fin da ora:

    io considero Aléj come un essere tutt'altro che comune e rammento l'incontro con lui come uno dei migliori incontri della mia vita.

    Ci sono dei caratteri tanto belli per naturaa tal segno dotati da Dioche anche il solo pensiero che possano un giorno o l'altro mutarsi in peggio ci sembra impossibile. Per loro siete sempre tranquilli. E io adesso sono tranquillo per Aléj. Ma dov'è ora?

    Una voltagià parecchio tempo dopo il mio arrivo nel reclusoriogiacevo sul tavolaccio e pensavo a qualcosa di penosissimo. Aléjsempre operoso e laboriosoquella volta non si occupava di nullabenché fosse ancora presto per dormire. Ma essi avevano in quei giorni una delle loro feste musulmane e non lavoravano. Egli stava disteso con una mano sotto il capo e pensava anche lui a qualche cosa. A un tratto mi domandò:

    - Ebbeneora soffri molto ?

    Io l'osservai con curiositàe mi parve strana questa improvvisadiretta domanda da parte di Aléjsempre delicatosempre circospettosempre sagace di cuore; madatogli uno sguardo più attentoscorsi sul suo viso tanta angosciatanta penaprovocata dai ricordiche subito giudicai che egli stesso doveva soffrire moltoe proprio in quel momento. Gli esternai la mia supposizione. Egli sospirò e sorrise tristemente. A me piaceva il suo sorrisosempre tenero e cordiale. Inoltresorridendoegli metteva in mostra due file di denti perlaceila cui bellezza la più bella donna del mondo gli avrebbe potuto invidiare.

    - TuAléjora di sicuro pensavi a come nel vostro Daghestàn si celebra questa festa. Di sicuro laggiù si sta bene!

    - Sì- risposee i suoi occhi rifulsero. - Ma come fai a sapere che pensavo a questo?

    - E come non lo saprei? Ebbenelà si sta meglio che qui?

    - Ohperché dici questo...

    - Quali fiori ci devono essere ora da voiquale paradiso ! ...

    - Ohnon parlareè meglio. - Era fortemente agitato.

    - AscoltaAléjtu avevi una sorella?

    - Ce l'avevoma a te che importa?

    - Dev'essere una bellezzase somiglia a te.

    - Ma che a me! E' una tale bellezza che in tutto il Daghestàn non ce n'è una meglio. Ahche bellezza è mia sorella! tu non ne hai mai visto una simile! Anche mia madre era bellissima.

    - E ti amava tua madre?

    - Ah! Che dici! Di sicuro ora è morta di dolore per me. Io ero il suo figlio prediletto. Mi amava più della sorellapiù di tutti...

    Stanotte è venuta a me in sogno e ha pianto su di me.

    Egli tacquee quella sera non disse più nemmeno una parola. Ma da quel giorno cercò ogni volta di parlare con mesebbeneper un rispetto cheper non so qual motivosentiva verso di menon si mettesse mai a parlare per primo. In cambioera molto lietoquando mi rivolgevo a lui. Io lo interrogavo sul Caucasosulla sua vita di prima. I fratelli non gli impedivano di discorrere con meanzi ciò era loro gradito. Anch'essivedendo che volevo sempre più bene ad Aléjdiventarono con me molto più gentili.

    Aléj mi aiutava nel lavorofaceva per me tutto ciò che potevanelle cameratee si vedeva che era per lui un gran piacere sollevarmi non fosse che un tantino e compiacermie in questo sforzo per compiacermi non c'era il minimo servilismo o la minima ricerca di un qualche vantaggioma un caldoamichevole sentimento verso di meche egli più non nascondeva. Tra l'altroaveva molte attitudini meccaniche; aveva imparato a cucire egregiamente la biancheriaa rappezzare gli stivalie di poi imparòper quanto potél'arte del falegname. I fratelli lo lodavano ed erano orgogliosi di lui.

    - AscoltaAléj- gli dissi un giorno- perché non impareresti a leggere e scrivere in russo? Sai come questo potrà esserti utile qui in Siberiain seguito?

    - Ne ho molta voglia. Ma da chi imparare?

    - Quanti qui hanno un po' d'istruzione! Ma vuoi che ti insegni io?

    - Ahinsegnamiper favore! - e già si era sollevato sul tavolaccio e giungeva le mani in atto di preghiera guardandomi.

    Ci mettemmo all'opera fin dalla sera seguente. Io avevo una traduzione russa del Nuovo Testamentolibro non proibito nel reclusorio. Senza abbecedariosoltanto con questo libroAléj in poche settimane imparò a leggere magnificamente. Dopo circa tre mesigià capiva benissimo la lingua letteraria. Studiava con ardorecon passione.

    Un giorno avevamo letto insieme tutto il sermone della montagna.

    Io notai che alcuni passi del sermone egli li aveva pronunciatisi sarebbe dettocon un sentimento speciale.

    Gli domandai se gli piaceva ciò che aveva letto.

    Egli mi gettò un rapido sguardo e il rossore gli spuntò sul viso.

    - Ahsì! - rispose- sìGesù era un santo profetaGesù diceva le parole di Dio. Com'è bello!

    - E che cosa ti piace più di tutto?

    - Dove egli dice: perdonaamanon offendereama anche i nemici.

    Ahcome parla bene!

    Si voltò verso i fratelliche ascoltavano la nostra conversazionee cominciò a dir loro qualche cosa con foga. Essi parlarono a lungo e seriamente tra loro accennando col capo affermativamente. Poi con un sorriso grave e benevolotutto musulmano (che tanto mi piacee mi piace precisamente la gravità di quel sorriso)si rivolsero a me e confermarono che Gesù era un profeta di Dio e faceva grandi miracoli; che aveva fatto un uccello di argillaci aveva soffiato suquello aveva preso il volo... e che questo era scritto nei loro libri. Mentre dicevano ciòerano pienamente persuasi di farmi cosa molto gradita esaltando Gesùe Aléj era tutto felice che i suoi fratelli vi si fossero indotti e avessero voluto darmi tale soddisfazione.

    Il nostro corso di scrittura riuscì pure in modo straordinario.

    Aléj si era procurato della carta (che non mi permise di comprare a mie spese)penne e inchiostroe in un paio di mesi imparò a scrivere splendidamente.

    Questo fece addirittura stupire i suoi fratelli. L'orgoglio e la contentezza loro non avevano confini. Essi non sapevano come ringraziarmi. Nei lavorise ci accadeva di lavorare insiemeandavano a gara nell'aiutarmi e consideravano ciò come una fortuna per loro. Non parlo poi di Aléj. Egli amava me forse quanto i fratelli. Non dimenticherò mai come uscì dal reclusorio. Mi condusse dietro la baracca e là mi si buttò al collo e si mise a piangere. Mai prima mi aveva baciatoné aveva pianto.

    - Tu hai fatto tantohai fatto tanto per me- disse- che mio padre e mia madre non avrebbero fatto altrettanto: tu hai fatto di me un uomo. Dio ti ricompenseràe io non ti dimenticherò mai...

    Dove saràdove sarà ora il mio buonocarocaro Aléj?

    Oltre i circassic'era ancora nelle nostre camerate tutto un mucchio di polacchi che costituiva una famiglia del tutto a séquasi senza comunicazione con gli altri detenuti. Ho già detto che essiper il loro esclusivismoper il loro odio verso i forzati russierano a loro volta odiati da tutti. Erano nature tormentatemalate; ce n'erano sei. Alcuni di loro erano gente istruita; io ne parlerò a parte e minutamente in seguito. Da loro talvoltanegli ultimi anni della mia vita di reclusoriomi procurai qualche libro. Il primo che lessi mi fece una fortestranaspeciale impressione. Di queste impressioni dirò un giorno o l'altro a parte. Per me esse erano troppo curiose e sono convinto che a molte persone riuscirebbero affatto incomprensibili. Non si può giudicare di certe cosesenza averle provate. Dirò questo solo: che le privazioni morali sono più penose di tutti i tormenti fisici. L'uomo del popolo che va in galera viene a trovarsi nella sua societàanzi in una forse ancora più evoluta. Eglicertoha perduto molto: la patriala famigliatuttoma il suo ambiente rimane lo stesso. L'uomo istruitoche va incontrosecondo le leggia una medesima pena con l'uomo del popolospesso perde senza confronto più di lui.

    Egli deve soffocare in sé tutte le sue esigenzetutte le sue abitudini; deve passare in un ambiente per lui insoddisfacenteabituarsi a respirare un'aria diversa... E' un pesce tratto dall'acqua sulla sabbia... E spesso il castigosecondo la leggeuguale per tutti diventa per lui dieci volte più tormentoso.

    Questa è verità... anche se si trattasse soltanto delle abitudini materiali che bisogna sacrificare.

    Ma i polacchi costituivano tutto un gruppo particolare. Erano sei ed erano insieme. Fra tutti i forzati della nostra camerataessi volevano bene solo a un ebreo eforseunicamente perché li divertiva. Al nostro ebreuccio del resto volevano bene anche gli altri detenutisebbene assolutamente tuttisenza eccezionelo canzonassero. Egli era unico da noie io anche ora non posso ricordarmene senza ridere. Ogni volta che lo guardavomi veniva sempre in mente l'ebreuccio Jankeldel "Taràs Bulba"chesvestitosi per andare a passare la notte con la sua ebreuccia in una specie di armadiosubito si era fatto oltre ogni dire simile a un pulcino... Issàj Fomic'il nostro ebreucciorassomigliavacome una goccia d'acqua a un'altraa un pulcino spennacchiato.

    Era un uomo non più giovaneintorno ai cinquant'annipiccolo di statura e di poca forzaastutello eal tempo stessoproprio sciocco. Era insolente e arrogante einsiemeoltremodo pauroso.

    Era tutto coperto di certe rughettinee la sua fronte e le sue guance portavano i marchi applicatigli sul luogo del supplizio. Io non riuscivo in nessun modo a capire come avesse potuto reggere a sessanta sferzate. Era venuto lì per un'accusa di omicidio. Teneva ben nascosta una ricetta che i suoi ebreucci gli avevano procurato da un dottoresubito dopo il supplizio. Secondo questa ricettaera possibile fabbricare un unguento mercé il quale i suoi marchiin un paio di settimanesarebbero potuti scomparire. Far uso di questo unguento nel reclusorio non osava e attendeva lo scadere dei suoi dodici anni di lavori forzatidopo di cheandando al confinointendeva valersi senza fallo della ricetta. "Se nosarà impossibile sposarsi"mi disse un giornoe io voglio assolutamente sposarmi. Io e lui eravamo grandi amici. Egli era sempre in un'eccellente disposizione di spirito. In galera per lui era facile vivere; di professione gioielliereera sovraccarico di lavoro che gli veniva dalla cittàdove non c'erano gioiellierie in tal modo si era liberato dei lavori pesanti. Si intende che in pari tempo era usuraio e riforniva di denaroprestando a interesse e contro pegnotutti i forzati. Egli era arrivato prima di me e uno dei polacchi mi descrisse minutamente il suo arrivo.

    Era una storia spassosissimache io racconterò poi; di Issàj Fomìc' parlerò ancora più di una volta.

    Il resto della gentenella nostra cameratasi componeva di quattro vecchi credentianziani e versati nelle sacre scritturefra i quali c'era anche il vecchio dei sobborghi di Starodùb; di due o tre piccolo-russiuomini tetri; di un forzato assai giovanedal nasino sottilesui ventitré anniche aveva già ammazzato otto persone; di un gruppo di falsi monetariuno dei quali era il buffone di tutta la nostra baracca; e infine di alcuni cupi e arcigni individuirasi e sfiguratitaciturni e invidiosiche guardavano con odio di sotto in su intorno a sée avevano intenzione di guardareaccigliarsitacere e covare odio così ancora per lunghi anni: per l'intero periodo dei loro lavori forzati. Tutto ciò non fece che balenarmi davanti in quella primasconsolata sera della mia vita - e mi balenò davanti in mezzo al fumo e alla fuligginein mezzo alle parolacce e a un indicibile cinismoin un'aria mefiticaal suono delle catene fra imprecazioni e sghignazzi impudenti. Io mi coricai sul nudo tavolacciodopo aver messo sotto la testa il mio vestito (non avevo ancora guanciale)e mi coprii col "tulùp" [9]ma per lungo tempo non potei addormentarmisebbene fossi tutto sfinito e rotto per tutte le mostruose e inattese impressioni di quella prima giornata. Ma la mia nuova vita incominciava appena. Molte cose ancora mi attendevano in avvenire a cui non avevo pensato maiche nemmeno presagivo...

     

     

  9. IL PRIMO MESE
  10. Tre giorni dopo il mio arrivo al reclusoriomi fu ordinato di andare al lavoro. Mi è ben presente nella memoria questo primo giorno di lavoroanche se in esso nulla mi accadde di molto insolitotenuto conto di tutto ciò che d'insolito già c'era nella mia situazione. Ma questa era anch'essa una delle prime impressionie io continuavo ancora a osservare ogni cosa avidamente. Tutti quei tre primi giorni li avevo trascorsi nelle sensazioni più penose. "Ecco la fine del mio pellegrinaggio: sono nel reclusorio!"mi ripetevo ogni momentoecco il mio rifugio per molti, lunghi anni, il mio cantuccio, nel quale entro con uno stato d'animo così diffidente, così doloroso. Ma chi sa? Forse, quando, tra molti anni, mi toccherà lasciarlo, avrò a rimpiangerlo!soggiungevonon senza una punta di quella gioia maligna che arriva talvolta fino al bisogno di invelenire apposta la propria feritacome per il desiderio di compiacersi del proprio dolorecome se nella coscienza di tutta la grandezza di una sventura ci fossein realtàun godimento. L'idea di rimpiangere col tempo quel cantuccio riempiva me stesso di orrore:

    io anche allora già presentivo fino a quale mostruoso grado l'uomo sia capace di adattamento. Ma questo era ancora da veniree intanto ora intorno a me tutto era ostile e terribile... magari non tuttomanaturalmentecosì mi pareva. Quella selvaggia curiosità con cui mi squadravano i miei nuovi compagnii forzatila loro accentuata ruvidezza col novizio di origine nobilecomparso a un tratto nella loro corporazione ruvidezza che qualche volta giungeva fino all'odio - tutto ciò mi aveva accasciato a tal segno che io stesso desideravo andare al più presto al lavoropur di conoscere e sperimentare al più presto tutta la mia sventura di colpoper cominciare a vivere come tutti loroper entrare al più presto nella stessa carreggiata con tutti gli altri. S'intende che allora non notavo e non sospettavo molte cose che erano proprio sotto al mio naso: in mezzo a quelle ostili non indovinavo ancora quelle consolanti. Del resto alcuni visi affabiligentilida me incontrati perfino in quei tre giornimi avevanoper il momentofortemente rinfrancato. Più gentile e affabile di tutti era con me Akim Akimic'. Fra i visi torvi e pieni d'odio degli altri forzati non potevo non notarne anche alcuni buoni e gioviali. "Dappertutto ci sono uomini cattivima fra i cattivi ci sono anche i buoni"mi affrettavo a pensare per consolarmi. "Chi sa? Questi uomini forse non sono a tal segno peggiori dei RIMANENTIdi quelli che sono RIMASTI di làfuori del reclusorio". Pensavo questo e io stesso crollavo il capo in risposta al mio pensieroe intanto - Dio mio! - se avessi solo saputo allora fino a che punto anche questo pensiero era giusto!

    Eccoper esempioc'era lì un uomo che io non arrivai a conoscere pienamente se non dopo lunga serie di annie intanto egli fu con me e costantemente accanto a me quasi per tutto il tempo dei miei lavori forzati. Era il detenuto Suscilov. Appena mi sono messo ora a parlare dei forzati che erano NON PEGGIO degli altrisubito mi sono involontariamente ricordato di lui. Egli mi faceva dei servigi. Avevo anche un altro servitore. Akim Akimic' fin dall'iniziofin dai primi giornimi aveva raccomandato uno dei detenuti - Ossip - dicendo cheper trenta copeche al mesecostui mi avrebbe cucinato ogni giorno un cibo a partese tanto mi era ostico quello governativo e se avevo i mezzi di provvedervi per mio conto. Ossip era uno dei quattro cuochi designati elettivamente dai detenuti alle nostre due cucinebenché del resto essi rimanessero affatto liberi di accettare o non accettare tale elezione eaccettatalapotesseromagari fin dal giorno doporinunciarci. I cuochi non andavano più al lavoro e tutto il loro ufficio consisteva nel cuocere il pane e nel preparare la minestra di cavoli. Da noi non li chiamavano cuochima sguattere (al femminile)non per disprezzo del restotanto più che per la cucina si sceglievano persone giudiziose e possibilmente onestema cosìper benevola celiadel che i nostri cuochi non si offendevano punto. Ossip lo eleggevano quasi sempree per parecchi anniquasi di seguitoegli fu continuamente "sguattera"vi rinunciava a volte solo per un po' di tempoquando l'angoscia lo travagliava proprio moltoe in pari tempo anche la voglia di portar dentro acquavite. Era un uomo di rara onestà e mitezzapur essendo venuto lì per contrabbando. Era quello stesso contrabbandierequel giovane altorobustodi cui ho già fatto cenno; pavido di tuttospecialmente delle verghepacificodocilegentile con tuttiche non aveva mai litigato con alcunoma che non poteva non portar dentro acquavitenonostante tutta la sua pauraper la passione del contrabbando.

    Insieme con gli altri cuochicommerciava anche in acquavitesebbenecertonon nelle proporzioni in cui commerciavaper esempioGasinperché gli mancava l'audacia di arrischiare grosso. Con questo Ossip io andai sempre molto d'accordo. Per quanto poi riguarda i mezzi di avere un cibo proprioce ne volevano pochissimi. Io non sbaglierò dicendo che al mese mi andavano nel vitto sette rubli d'argento in tuttos'intende oltre il paneche era governativoe qualche volta la minestra di cavolise ero proprio molto affamatononostante la mia avversione per essache del resto scomparve totalmente in seguito. Di solito compravo un pezzo di manzouna libbra al giorno. E d'inverno la carne di manzo costava un "gros". Per la carne andava al mercato qualcuno degli invalididei quali da noi ce n'era uno in ciascuna camerataper vigilare l'ordinee che da séspontaneamentesi erano assunto l'obbligo di andare ogni giorno al mercato a far compre per i detenutie per questo non accettavano quasi alcun compensosalvo qualche bazzecola. Essi facevano questo per la propria tranquillitàaltrimenti sarebbe stato loro impossibile rimanere a lungo nel reclusorio. In tal modo portavano dentro tabaccotè in panicarne di manzopanini a ciambella ecceterasalvo forse la sola acquavite. Di acquavite non venivano richiestisebbene a volte se ne offrisse loro. Ossip mi cucinò per alcuni anni di fila sempre lo stessoidentico pezzo di manzo arrostito. Come poi fosse arrostitoè un'altra questionema non di questo si trattava. E' degno di nota che con Ossip durante alcuni anni quasi non dissi due parole. Molte volte incominciavo a discorrere con luima egli erain certo qual modoincapace di sostenere la conversazione: soleva sorridere o rispondere sì o noe basta. Faceva perfino specie guardare questo Ercole che pareva avesse sette anni.

    Maoltre Ossipfra coloro che mi aiutavano c'era anche Suscilov.

    Io non l'avevo invitato né cercato. Mi avevanon so cometrovato da sé e si era messo ai miei servizi; non ricordo nemmeno quandoné come ciò fosse avvenuto. Egli si mise a lavare per me. Dietro le baracche era stata costruitaappositamenteuna grande fossa- lavatoio. Sopra questa fossa appuntonei mastelli governativisi lavava la biancheria dei detenuti. Oltre a ciòSuscilov stesso s'inventava migliaia di svariate incombenze per compiacermi:

    approntava la mia teieracorreva a fare una quantità di commissioniandava in cerca di qualunque cosa per meportava la mia casacca a ripararemi lucidava gli stivali un quattro volte al mese; tutto ciò faceva con zelocon aria indaffaratacome se gravassero su di lui Dio sa quali obblighiinsomma aveva interamente legato la sua sorte alla mia e preso i miei affari a suo conto. Egli non diceva maiper esempio: "Voi avete tante camiciela vostra casacca è strappata" ecceterama sempre: "Noi abbiamo ora tante camiciela nostra casacca è strappata". Egli teneva addirittura i suoi occhi nei miei e pareva che avesse trovato in questo la principale missione della sua vita. Mestiere ocome dicono i detenutiministierenon ne aveva alcuno e mi sembra che solo da me ricevesse un po' di denaro. Io gli pagavo quanto potevocioè qualche "gros"e luisenza replicarerestava sempre soddisfatto. Egli non poteva non servire qualcuno e pareva che avesse scelto me specialmente perché ero più socievole di altri e più onesto nel regolare i conti. Era di quelli che non potevano mai arricchire e mettersi a postoe che da noi si incaricavano di far la guardia ai "majdàn" passando intere ore nell'ingresso al gelotendendo l'orecchio a ogni passo nel cortileper il caso che giungesse il maggiore di piazzae per questo prendevano cinque copeche d'argento per poco meno di tutta la notte ein caso di distrazioneperdevano tutto e rispondevano con la propria schiena. Già ne ho parlato. La caratteristica di questi uomini è quella di annullare la loro personalità sempredappertutto e quasi dinanzi a tuttienelle faccende comunidi rappresentare una parte neppure secondariama di terz'ordine.

    Essi sono così per natura. Suscilov era un giovane miserandoaffatto passivo e avvilitoanzi inebetitosebbene da noi nessuno lo picchiassema fosse così per nascita. Non so perchémi faceva sempre pena. Non potevo nemmeno gettargli uno sguardo senza provare questo sentimentoe perché mi facesse penaio stesso non saprei dire. Anche con lui non potevo conversare; egli pure non sapeva discorreresi vedeva che ciò gli costava gran faticae si animava solo allorquandoper troncare la conversazionegli davi qualcosa da farelo pregavi di andaredi correre in qualche luogo. Io mi convinsi perfinoin ultimoche con ciò gli procuravo un piacere. Egli non era né alto né basso di staturané bello né bruttoné sciocco né intelligentené giovane né vecchioun pochino butteratoalquanto biondo. Non si poteva mai dire di lui nulla di ben definito. Una cosa sola: come a me sembrae per quanto potevo indovinareegli apparteneva alla stessa compagnia di Sirotkine vi apparteneva unicamente per il suo inebetimento e la sua passività. Di lui i detenuti a volte sogghignavanosoprattutto perché SI ERA SCAMBIATO PER VIAnel venire con lo scaglione in Siberiae si era scambiato per una camicia rossa e un rublo d'argento. Ed eccoera per questo prezzo irrisorioper il quale egli si era vendutoche i detenuti lo deridevano. Scambiarsi significa scambiare il nomee di conseguenza anche la sortecon qualcun altro. Per quanto sembri stravagante quest'usoesso è realee ai miei tempi ancora sussisteva fra i detenuti avviati in Siberiaconsacrato dalla tradizione e regolato da certe norme. Dapprima in nessun modo avevo potuto credercibenché infine abbia dovuto arrendermi all'evidenza.

    Ecco in che modo ciò avviene. Si avviaper esempioin Siberia uno scaglione di detenuti. Viaggia lì ogni sorta di gente: diretta e ai lavori forzatie a uno stabilimentoe al confino; tutti viaggiano insieme. Per viain qualche luogomettiamo nella provincia di Permqualcuno dei deportati desidera scambiarsi con un altro. Per esempioun tal Michailovomicida o condannato per un altro delitto capitalestima che non sia di sua convenienza andare per molti anni ai lavori forzati. Supponiamoè un giovane furbonavigatoche sa il fatto suo; ed eccoegli adocchia qualcuno di questo stesso scaglioneun sempliciotto inebetitopassivo il più possibilea cui sia stata inflitta una pena relativamente lieve: l'invio a uno stabilimento per pochi annio al confinoo anche ai lavori forzatima per un periodo più breve del suo. Infine trova Suscilov. Suscilov è un ex-servo di casa ed è stato mandato semplicemente al confino. Egli ha già percorso millecinquecento verstes'intendesenza una copeca - perché Suscilov non può mai avere nemmeno una copeca - avanza sfinitostancosenz'altri viveri che quelli del governosenza mai un buon bocconenon fosse che di sfuggitacol solo vestiario governativorendendo servigi a tutti per qualche misero soldarello. Michailov attacca discorso con Suscilovsi affiatafa persino amicizia con lui e finalmentea una qualche tappagli fa bere dell'acquavite. In ultimo gli fa la proposta: non vorrebbe scambiarsi? Iodicesono Michailoveccocosì e cosìvado ai lavori forzatima non sono lavori forzatiè una certa sezione speciale. Sono lavori forzati sìma specialiquindi ci si sta meglio. Di una sezione specialeal tempo della sua esistenzaperfino tra i superiori non tutti sapevanonemmenoper esempioa Pietroburgo. Era quello un cantuccio così separato e a séin uno dei tanti angoli della Siberiae così poco popolato (ai miei tempi c'erano lì una settantina di persone)che era difficile anche scovarlo. Ho incontrato poi degli uomini che erano in servizio e conoscevano la Siberiae che soltanto da meper la prima voltasentivano parlare dell'esistenza di una sezione speciale. Nella "Raccolta delle Leggi" non si leggono al riguardo che cinque o sei righe: "Presso il tal reclusorio è creata una sezione specialeper i delinquenti più pericolosifino all'istituzione in Siberia dei lavori forzati più pesanti".

    Perfino gli stessi detenuti di questa sezione non sapevano che cosa fosse: era a perpetuità o a termine? Un termine non era fissatoera detto: "Fino all'istituzione dei lavori forzati più pesanti"e basta; dunque "galera a vita". Non fa meraviglia che né Suscilov né alcuno dello scaglione sapesse questosenza eccettuarne lo stesso deportato Michailov che forse appena aveva un'idea della sezione speciale giudicando dal proprio delittoparticolarmente gravee per il quale aveva ricevuto tre o quattromila colpi. Per conseguenza non lo mandavano certo in un bel posto. Suscilov invece andava al confino: che c'era di meglio?

    "Non vorresti scambiarti?"Suscilov è brilloè un'anima sempliceè pieno di riconoscenza per Michailov che lo ha trattato benee perciò non si risolve a dir di no. Inoltre ha già inteso dire nello scaglione che scambiarsi è possibileche altri si scambianoe quindi di straordinario e di inaudito lì non c'è nulla. Si accordano. Il disonesto Michailovapprofittando della non comune semplicità di Suscilovcompra da lui il suo nome per una camicia rossa e un rublo d'argentoche subito gli consegna in presenza di testimoni. Il giorno dopo Suscilov non è più ubriacoma lo fanno bere di nuovoe poi è un guaio dire di no: il rublo d'argento intascato è già stato bevutola camicia rossa lo è pure un po' dopo. Se non vuoiridammi il denaro. E dove Suscilov può prendere tutto un rublo d'argento? E se non lo restituiscela comunità lo obbliga a restituire: a queste cose nella comunità si bada rigorosamente. Per di piùse hai fatto una promessadevi mantenerlaanche su questo la comunità insiste. Altrimenti lo sbranano. Lo caricano di botte magario addirittura lo ammazzanoper lo meno gli fanno paura.

    Infattise la comunità anche una sola volta lasciasse correre in una simile faccendal'usanza dello scambio dei nomi sarebbe finita. Se si può non mantenere la promessa e violare il patto conclusoquando già si è preso il denarochi poi vorrà ancora eseguirlo? Insomma qui c'è un interesse della comunitàun interesse generale e perciò anche lo scaglione in queste faccende è assai rigoroso. Infine Suscilov vede che non può più cavarsela con le preghiere e si induce ad acconsentire definitivamente.

    Tutto lo scaglione viene informato; be'se è necessariosi fanno ancora dei regali a chi occorre e gli si dà da bere. Per quellis'intendeè indifferente: Michailov e Suscilov se ne andranno al diavoloma l'acquavite è stata bevutail trattamento c'è stato; quindianche da parte loroacqua in bocca. Alla prima tappa si faper esempioun appello: si arriva a Michailov: "Michailov!".

    Suscilov risponde: "Presente!". "Suscilov!". Michailov grida:

    "Presente!". E si va avanti. Nessuno parla più della cosa. A Tobòlsk si smistano i deportati. "Michailov" lo avviano al confinoe "Suscilov"sotto doppia scortaalla sezione speciale.

    In seguito più nessuna protesta è possibile; e come infatti fornire una prova? Per quanti anni si trascinerà questa faccenda?

    Che cosa ci sarà ancora in favor suo? Infinedove sono i testimoni? Negherebberoanche se ci fossero. E il risultato ultimo è che Suscilov per un rublo d'argento e una camicia rossa è finito alla sezione speciale.

    I detenuti canzonavano Suscilov non perché si era scambiato (benché per quelli che scambiano un lavoro più pesante con uno più leggeroin generalesi nutra disprezzocome per tutti gli allocchi che si sono fatti mettere nel sacco)ma perché aveva ricevuto soltanto una camicia rossa e un rublo d'argento: compenso troppo irrisorio. Di solito ci si scambia per forti somme di denarosempre relativamente parlando. Si prendono perfino alcune decine di rubli. Ma Suscilov era così passivocosì privo di personalità e insignificante agli occhi di tutti che anche ridere di lui pareva non si dovesse.

    Da lungo tempo io vivevo con Suscilovgià da alcuni anni. A poco a poco egli mi si era affezionato in modo straordinario; io non potevo non accorgermenesicché anch'io mi ero molto abituato a lui. Ma un giorno - non posso mai perdonarmelo - egli non eseguì qualche cosa secondo la mia preghierapur avendo poco prima ricevuto da me il denaroe io ebbi la crudeltà di dirgli:

    - EccoSuscilovil denaro voi lo prendetema la commissione non la fate.

    Suscilov stette zittocorse a fare la mia commissionema improvvisamente si fece triste. Passarono due giorni. Io pensavo:

    "Non è possibile che sia così per le mie parole". Sapevo che un detenutoAntòn Vassilievesigeva da lui con insistenza il pagamento di non so quale minuscolo debito. Di certo non aveva denaro e temeva di chiedermene. Il terzo giorno gli dico: - Suscilovvoimi parevolevate chiedermi del denaro per Antòn Vassiliev? Eccovi. - Ero allora seduto sul tavolaccio; Suscilov stava in piedi davanti a me. Pareva molto stupito che io stesso gli avessi offerto del denaroche io stesso mi fossi ricordato della sua difficile condizionetanto più che negli ultimi tempia parer suoaveva già preso troppo da mecosicché non osava nemmeno sperare che gliene dessi ancora. Egli guardò il denaropoi mea un tratto si voltò e uscì. Tutto questo mi riempì di meraviglia. Lo seguii e lo trovai dietro le baracche. Stava presso la palizzata del reclusoriocon la faccia verso lo steccatopremendovi contro la testa e appoggiandovisi con una mano. - Suscilovche avete?gli domandai. Egli non mi guardava e iocon sommo stuporenotai che era sul punto di piangere: - VoiAleksàndr Petrovic'... credete... - incominciò con voce rotta e cercando di guardare in disparte- che io a voi... per il denaro... e io... io... eeeh! - Qui si girò nuovamente verso la palizzatatanto che ci picchiò perfino su con la frontee come si mise a singhiozzare!... Per la prima volta vedevo nel reclusorio un uomo che piangeva. Lo consolai a stentoe sebbene da quel giorno con più zelo ancorase ciò è possibileavesse preso a servirmi e a "badare a me"mi accorsi però da certi quasi inafferrabili segni che il suo cuore non poteva perdonarmi il mio rimprovero. E intanto gli altri ridevano di luilo punzecchiavano a ogni occasione propizia e a volte lo ingiuriavano forteeppure egli viveva con loro in accordo e in amicizia e non si offendeva mai. Siè spesso molto difficile decifrare un uomoperfino dopo lunghi anni di conoscenza.

    Ecco perché a prima vista la galera non aveva potuto presentarsi a me in quel vero aspetto in cui mi si presentò in seguito. Ecco perché ho detto cheanche se guardavo tutto con un'attenzione così avidacosì intensatuttavia non potevo discernere molte cose che mi stavano proprio sotto il naso. Naturalmente mi colpivano da principio le manifestazioni più grossepiù appariscentima anche quelle forse erano da me accolte falsamente e mi lasciavano nell'anima soltanto un'impressione penosasconsolatamente triste. A ciò contribuiva moltissimo il mio incontro con A-vdetenuto anche luigiunto al reclusorio poco prima di meche mi aveva fatto un'impressione particolarmente angosciosa nei primi giorni del mio arrivo ai lavori forzati. Del restogià prima di giungere al carcereavevo saputo che là mi sarei incontrato con A-v. Egli mi avvelenò quel primo penoso periodo e accrebbe le mie torture morali. Non posso tacere di lui.

    Era quello il più ripugnante esempio di quanto possa avvilirsi e incanagliarsi un uomo e del grado fino a cui può uccidere in se stesso ogni senso moralesenza fatica e senza pentimento. A-v era un giovane di origine nobiledi cui ho già in parte accennato dicendo che riportava al nostro maggiore di piazza tutto ciò che si faceva nel reclusorio ed era in amicizia col suo attendente Fedka. Ecco la sua breve storia: senza aver finito gli studi in nessun posto e dopo avere a Mosca litigato coi parentispaventatisi della sua depravata condottaera giunto a Pietroburgo eper far denarosi era indotto a una ignobile delazionecioè si era indotto a vendere il sangue di dieci persone per potere immediatamente soddisfare la sua inestinguibile sete dei più grossolani e depravati piaceriper i qualitentato da Pietroburgodalle sue confetterie e dalle sue "Mesciànskije" [10]aveva concepito un tal debole da arrischiarsipur non essendo uno scioccoa un'azione insensata e assurda. Lo smascherarono ben presto; nella sua denuncia aveva coinvolto degli innocentialtri li aveva ingannatie per questo lo deportarono in Siberianel nostro reclusorioper dieci anni. Era ancora giovanissimola vita per lui cominciava appena. Parrebbe che un così terribile mutamento della sua sorte avrebbe dovuto impressionarloprovocare nella sua indole una qualche resistenzauna qualche crisi. Ma egli accettò la sua nuova sorte senza il minimo turbamentoperfino senza la minima repulsionenon vi si ribellò neppure moralmentenon si sgomentò di nullasalvo forse della necessità di lavorare e di dire addio alle confetterie e alle tre "Mesciànskije". Gli parve anzi che il nome di forzato gli avesse soltanto dato mano libera per ancora maggiori viltà e bassezze.

    "Sei un forzatoe un forzato sii; puoi dunquese sei un forzatocommettere bassezzesenza vergognartene". Questa eraletteralmentela sua opinione. Io mi ricordo di questo essere abietto come di un fenomeno. Ho trascorso alcuni anni fra assassinipervertiti e malfattori matricolatima lo dico positivamentenon ho ancora mai incontrato in vita mia una caduta morale così completauna depravazione così perentoria e tanta ignobile bassezza come in A-v. Da noi c'era un parricidaun ex- nobilegià ne ho fatto cennoma da molti tratti e fatti mi sono convinto che anche quello era incomparabilmente più degno e più umano di A-v. Ai miei occhidurante tutto il tempo della mia vita di reclusoA-v divenne e fu poi sempre come un pezzo di carne munito di denti e di stomacoe di una insaziabile sete dei più grossolanidei più bestiali godimenti fisici; per provare il più piccolo e capriccioso di tali godimenti egli era capace di uccideredi sgozzare con la maggior freddezza d'animoinsomma di fare qualunque cosapurché potesse restare nascosta. Io non esagero per nulla: ho conosciuto bene A-v. Egli era un saggio di ciò a cui può arrivare il solo lato fisico dell'uomonon frenato internamente da alcuna normada alcuna legalità. E quanto era per me disgustoso guardare il suo eterno sorriso canzonatorio! Quello era un mostroun Quasimodo morale. Aggiungete a ciò che era scaltro e intelligentebelloperfino un po' istruitoe aveva delle attitudini. Nomeglio l'incendiomeglio la peste e la fame che un tal uomo nella società! Io ho già detto che nel reclusorio tutti si erano così incanagliati che spionaggio e delazioni vi fiorivano e i detenuti non se la pigliavano affatto per questo. Al contrariocon A-v tutti erano molto amici e si comportavano con lui in guisa senza confronto più amichevole che con noi. I favori che gli usava il nostro maggiore ubriaco gli conferivano importanza e peso ai loro occhi. Tra l'altro egli aveva assicurato al maggiore di saper dipingere ritratti (ai detenuti affermava di essere tenente della guardia)e quello aveva chiesto che lo mandassero a lavorare da luiin casas'intendeperché dipingesse il suo ritratto. Lì appunto egli si era affiatato con l'intendente Fedkache aveva uno straordinario influsso sul suo padronee quindi su tutti e su tutto nel reclusorio. A-v faceva la spia contro di noi a richiesta dello stesso maggioree costuiquandobrillolo schiaffeggiavagli dava della spia e del delatore. Accadevae molto spessoche subito dopo le botte il maggiore si mettesse a sedere e ordinasse ad A-v di continuare il ritratto. Il nostro maggioreparecredeva veramente che A-v fosse un mirabile artistapoco meno di un Briullovdel quale aveva udito parlarema tuttavia si stimava in diritto di pestarlo sulle guanceperché orasembrava dire "anche se tu sei l'artista che seisei però un forzatoe anche se tu fossi un super-Briullovio sarei pur sempre il tuo superiore e per conseguenza farei di te quello che voglio". Tra l'altro egli obbligava A-v a cavargli gli stivali e a portargli fuori della camera svariati vasie tuttavia per lungo tempo non poté rinunciare all'idea che A-v fosse un grande artista. Il ritratto si trascinò all'infinitoquasi per un anno. Finalmente il maggiore indovinò che lo si gabbava econvintosi pienamente che il ritratto non giungeva alla finemaal contrariogli rassomigliava sempre meno ogni giornoandò in colleradiede un sacco di legnate all'artista e lo spedì per castigo nel reclusorioai lavori pesanti. Ad A-v ciò rincresceva visibilmentee gli era duro rinunciare alle giornate ozioseai bocconcini inviatigli dalla mensa del maggioreall'amico Fedka e a tutti i piaceri che i due si procacciavano nella cucina del maggiore. Per lo menoil maggiorecon l'allontanamento di A-vsmise di perseguitare M.un detenuto che A-v calunniava continuamente presso di luied ecco per che cosa: M.al momento dell'arrivo di A-v nel carcereera solo. Egli si angustiava molto; non aveva nulla di comune con gli altri detenutiche guardava con orrore e disgustonon notava in essie si lasciava sfuggiretutto ciò che avrebbe potuto agire su di lui in senso conciliante e non si affiatava con loro. Quelli lo ripagavano dello stesso odio. In generalela condizione degli uomini simili a M. nel reclusorio è orribile. La ragione per cui A-v era finito lì era ignota a M. Anzi A-vavendo indovinato con chi aveva da faregli assicurò subito di essere stato deportato per cosa del tutto opposta a una delazionequasi la stessa cosa per cui era stato deportato anche M. M. si rallegrò immensamente di aver trovato un compagnoun amico. Andò da lui e lo confortò nei primi giorni di lavori forzati; supponendo che dovesse soffrire moltogli diede i suoi ultimi soldilo sfamòdivise con lui le cose di prima necessità. Ma A-v lo prese subito in uggiaappunto perché l'altro era un carattere nobileperché considerava con tanto orrore qualsiasi bassezzaappunto perché non somigliava per niente a luie tutto ciò che M.nelle precedenti conversazionigli aveva confidato sul reclusorio e sul maggioretutto ciò A-v si affrettò a riportarlo alla prima occasione al maggiore stesso.

    Questi prese terribilmente in odio M. e si mise a perseguitarloe se non fosse stato l'influsso del comandantelo avrebbe ridotto a far qualche guaio. A-vluinon soltanto non si turbòquando poi M. seppe della sua bassezzama anzi provò gusto a incontrarsi con lui e a guardarlo sogghignando. Questo evidentemente gli faceva piacere. Più volte mi accennò alla cosa lo stesso M. Questa ignobile creatura fuggì poi con un detenuto e con un soldato di scortama di ciò dirò più innanzi. Sul principio egli si era strofinato molto anche a mecredendo che io non avessi udito nulla della sua storia. Lo ripetoegli mi avvelenò i primi giorni di lavori forzati aumentando ancora la mia angoscia. Io ebbi orrore di quella terribile ignobiltà e abiezione in cui mi avevano piombatoin mezzo alla quale ero venuto a trovarmi. Pensai che li tutto fosse altrettanto ignobile e abietto. Ma m'ingannavo: io giudicavo tutti da A-v.

    In quei tre giorni gironzolai desolato per il reclusoriostetti sdraiato sul mio tavolacciodiedi a fare a un detenuto fidatoindicatomi da Akim Akimic'delle camice con la tela governativa che mi era stata consegnataa pagamentos'intende (a tanti "gros" per camicia); mi procacciaiper l'insistente consiglio di Akim Akimic'un pagliericcio pieghevole (di feltrorivestito di tela)oltremodo sottilecome una frittellae un guanciale imbottito di lanaterribilmente duro per me che non c'ero avvezzo. Akim Akimic' si diede molto da fare per procurarmi tutte queste cose e vi partecipò personalmentecon le proprie mani mi fabbricò una coperta con lembi di vecchio panno governativoricavato da calzoni e casacche logore che io avevo comprato da altri detenuti.

    Le cose governative per le quali scadeva il termine fissato restavano proprietà del detenuto; esse venivano subito vendute lì nel reclusorio eper usata che fosse la cosaaveva tuttavia probabilità di spaccio per un qualsiasi prezzo. Di tutto ciò sul principio mi meravigliavo. In generalefu quello il momento del mio primo incontro col popolo. Io stesso ero diventato a un tratto un uomo del popoloun forzato al pari di loro. Le loro abitudiniideeopinioniusanze parevano divenute anche miealmeno pro formalegalmentesebbene ioin fondonon le condividessi. Ero meravigliato e turbatocome se prima non avessi mai avuto alcun sospetto di ciò e non avessi sentito parlare di nullabenché qualcosa sapessi e avessi udito. Ma la realtà produce tutt'altra impressione che il sapere e il sentir dire. Avrei prima mai potuto sospettareper esempioche simili coseche panni smessi così vecchi potessero pure essere considerati come cose utili? Ed ecco che con quei vecchi panni smessi mi ero fatto fare una coperta.

    Era difficile anche immaginarsi di che sorta fosse il panno destinato per il vestiario dei detenuti. All'aspettosomigliava proprio a un panno spessosoldatescomaportato appena un tantinosi trasformava in una specie di stamigna e si lacerava in modo impressionante. Del resto i vestiti di panno si davano per la durata di un annoma anche con questo termine era difficile cavarsela. Il detenuto lavoraporta sulla persona dei pesi; il vestito si logora e si lacera presto. I "tulupi" invece si davano per tre anni e di solito servivano per tutto questo tempo e da vestitoe da copertae da giaciglio. Ma i "tulupi" sono robustibenché non fosse una rarità vedere addosso a qualcunoalla fine del terzo annocioè della durata prescrittaun "tulùp" rattoppato con semplice tela. Ciò nonostanteanche molto frusti alla scadenza del termine loro assegnatosi vendevano per una quarantina di copeche d'argento. Taluni meglio conservatisi vendevano per sei e perfino sette "grivne" d'argentoe in galera queste erano somme cospicue.

    Il denaro poi - di questo ho già parlato - aveva nel reclusorio una straordinaria importanza e potenza. Si può dire sicuramente che il detenuto che possedeva in galera solo un po' di denaro soffriva dieci volte meno di chi non ne aveva affattosebbene quest'ultimo fosse provveduto egli pure di tutta la roba governativa e il denarosi sarebbe dettonon potesse servirgli a nullacome ragionavano i nostri superiori. Ripeto ancora una volta chese i detenuti fossero privati di ogni possibilità di aver denaro proprioessi o impazzirebbero o creperebbero come mosche (pur essendo provveduti di tutto)o si abbandonerebbero a inauditi misfatti: gli uni per la noiagli altri per essere al più presto in qualche modo giustiziati e soppressio cosìper "cambiar sorte" (espressione tecnica) in una qualche maniera. Se poi il detenutoprocuratosi quasi con sudore di sangue qualche soldo suo o indottosiper procacciarseloa straordinarie astuziespesso combinate con ladrerie e furfanteriespende al tempo stesso il denaro in modo così irragionevolecon una così puerile insensatezzaquesto non dimostra affatto che egli non l'apprezzianche se così sembra a prima vista. Di denaro il detenuto è avido sino alla frenesiasino all'oscuramento dell'intellettoe se realmente egli lo butta come nullaquando gozzoviglialo butta per ciò che stima ancora superiore di un grado al denaro. Ma che cosa è superiore al denaro per il detenuto? La libertào anche solo un qualche sogno di libertà. E i detenuti sono grandi sognatori. Di questo dirò qualche cosa in seguitomaa propositosi crederà che io ho visto dei deportati per un periodo ventennale che dicevano a meassai tranquillamentedelle frasiper esempiocome questa: "Eccoaspettase Dio vorràterminerò il mio tempoe allora..."? Tutto il significato della parola "detenuto" designa un uomo senza un proprio volere espendendo il denaroegli agisce già secondo il voler suo. Nonostante tutti i marchii ferri ai piedi e gli odiosi pali del reclusorioche gli sbarrano la vista del creato e lo imprigionano come una belva in gabbiaegli può procurarsi acquavitecioè un piacere paurosamente proibitobere un po' di liquore di fragoleperfino a volte (benché non sempre) corrompere i suoi superiori immediatigli invalidi e anche il sottufficialeche faranno finta di non vedere che egli viola la legge e la disciplina; magariper sovrammercatofarà il bravo dinanzi a loroe al detenuto piace moltissimo fare il bravocioè darsi delle arie davanti ai compagni e persuadere anche se stessonon fosse che per un momentoche egli possiede una libertà e un potere incomparabilmente più grandi che non paiainsomma che egli può far baldoriadare in escandescenzeoffendere qualcuno a morte e provargli che può fare tutto questoche tutto questo è "in mano nostra"cioè persuadere se stesso di ciò a cui un poveraccio non può nemmeno pensare. A proposito: ecco perché forsenei detenutianche quando non sono ubriachisi nota una generale tendenza alle bravatealle vanteriea una comica e ingenuissima esaltazionesia pure illusoriadella propria personalità. Infinein tutto questo far baldoria c'è un suo rischiodunque tutto questo ha almeno una parvenza di libertà. E che cosa non daresti per la libertà? Quale milionariose gli si stringesse la gola nel nodo scorsoionon darebbe tutti i suoi milioni per una sola boccata d'aria?

    A volte i capi si meravigliano che un qualche detenuto se ne sia vissuto per più anni in modo così pacificoesemplareda esser fatto persino capo-gruppo per la sua lodevole condottae poi a un trattoproprio di punto in bianco - come se un demonio fosse entrato in lui - si sia sbrigliato e abbia fatto un mucchio di stravizi e di violenzee qualche volta si sia arrischiato a commettere addirittura un delitto: a mancare apertamente di rispetto all'autorità superioreo a uccidere qualcunoo a violentare eccetera. Lo guardano e si meravigliano. E intantoforsetutta la causa dell'improvvisa esplosione di quell'uomodal quale meno di ogni altra cosa si poteva attendere ciòè un'ansiosaconvulsa manifestazione della sua personalitàun'istintiva angoscia a proprio riguardoun desiderio di affermare se stessola propria avvilita personalitàche tutt'a un tratto si è manifestato e che arriva fino alla cattiveriaal furoreall'oscuramento della ragioneall'attacco di nerviallo spasimo. Cosìforseun sepolto vivo che si è svegliato nella bara picchia contro il coperchio e si sforza di rimuoverloanche se la ragiones'intendepotrebbe convincerlo che tutti i suoi sforzi rimarranno vani. Ma di questo appunto si trattache qui non c'entra più la ragione: qui c'è uno spasimo. Teniamo ancora conto che quasi ogni arbitraria manifestazione della personalità del detenuto è riguardata come un delitto; e in tal caso per luinaturalmenteè lo stesso che la manifestazione sia grande o piccola. Si fa baldoria - e si faccia baldoriaci si arrischia - e ci si arrischia pure a tuttomagari a un delitto. Il fatto è che basta incominciare: poi l'individuo diventa come ebbro e non riesci più a trattenerlo! E perciò a ogni modo sarebbe meglio non farlo arrivare fino a tal punto. Sarebbe più sicuro per tutti. Sì; ma come far ciò?

     

  11. IL PRIMO MESE
  12. Al mio ingresso nel reclusorio avevo un po' di denaro; proprio alla mano ne tenevo poconel timore che mi venisse toltomaper ogni evenienzaalcuni rubli erano stati nascosticioè incollati entro la rilegatura del Vangeloche si poteva introdurre nel carcere. Questo librocol denaro incollato dentrome l'avevano donato ancora a Tobòlsk quelli che già soffrivano nell'esilio contando il tempo ormai a decenni e che in ogni disgraziato già da un pezzo si erano abituati a vedere un fratello. Ci sono in Siberiaquasi in continuitàalcune persone che sembrano proporsi come missione della loro vita di assistere fraternamente i "disgraziati"di condividerne le sofferenze e di aver per lorocome se si trattasse di propri figliuna compassione assolutamente disinteressata e santa. Non posso poi non ricordare brevemente un incontro. Nella città in cui si trovava il nostro reclusorio viveva una signoraNastassia Ivànovna; una vedova.

    S'intende che nessuno di noidurante la permanenza nel carcerepoteva far conoscenza con lei personalmente. Pareva che come missione della sua vita avesse scelto l'aiuto ai deportatima soprattutto si dava pensiero di noi. Sia che ci fosse stata nella sua famiglia una qualche disgrazia del generesia che qualcuna delle persone particolarmente care e vicine al suo cuore avesse sofferto per un delitto consimilefatto sta che essa aveva l'aria di considerare come una speciale felicità il fare per noi tutto quello che poteva. Moltocertamentenon poteva fare; era poverissima. Ma noistando nel carceresentivamo che làfuori del carcereavevamo un amico devotissimo. Tra l'altroessa spesso ci comunicava notiziedi cui avevamo un gran bisogno.

    Uscito dal reclusorio e avviandomi a un'altra cittàio riuscii a visitarla e a fare la sua personale conoscenza. Abitava nel sobborgopresso un suo stretto parente. Non era né vecchia né giovanené bella né brutta; non si poteva nemmeno capire se fosse intelligentese fosse istruita. Si notava soltanto in leia ogni pié sospintoun'infinita bontàun insuperabile desiderio di compiaceredi agevolaredi fare per noi in ogni modo qualcosa di gradito. Tutto ciò addirittura si leggeva nei suoi sguardi silenziosi e buoni. Io trascorsi da leiinsieme con uno dei miei compagni di reclusorioquasi tutta una sera. Lei ci guardava negli occhirideva quando noi ridevamosi affrettava ad assentirequalunque cosa avessimo detto; si affannava per offrirci qualche cosatutto ciò che poteva. Ci furono serviti il tèdegli antipastinon so che dolcie se avesse posseduto delle migliaia di rublise ne sarebbe rallegratami paresoltanto perché avrebbe potuto trattarci meglio e alleviare i nostri compagni rimasti nel reclusorio. Accomiatandocidiede un portasigarette a ciascuno di noi per ricordo. Questi portasigarette li aveva fatti lei stessa per noi con cartone (e Dio sa com'erano stati fatti)ci aveva incollato su una carta colorataproprio come quella con cui si rilegano le aritmetiche per le scuole infantili (e forse nell'incollatura se n'era andata in realtà qualche aritmetica). Tutt'intorno poi i due portasigarette erano stati guarniti con un sottile orlino di carta dorataper la quale forse essa era andata in giro per le botteghe. - Eccovoi fumate sigaretteperciò forse vi farà piacere- dissecome scusandosi timidamente con noi per il suo regalo... Dicono taluni (io l'ho udito e letto) che il supremo amor del prossimo è al tempo stesso anche supremo egoismo. Ma dove sia qui l'egoismonon lo capirò mai.

    Sebbeneal mio ingresso nel carcerenon avessi affatto molti quattrinituttavia non potevo allora pigliarmela sul serio con quei forzati chequasi fin dalle prime ore della mia vita di reclusoingannatomi già una voltavenivano molto ingenuamente per la secondaper la terza e finanche per la quinta volta a chiedermi un prestito. Ma una cosa confesso francamente: mi stizziva molto che tutta quella gentecon la sua ingenua furberiadovesse propriocome a me parevacredermi un sempliciottouno stupidelloe ridere di meappunto perché davo loro del denaro per la quinta volta. A quelli doveva certamente sembrare che io fossi vittima dei loro inganni e delle loro astuzie; se ioinveceavessi detto di no e li avessi cacciati viasono sicuro che avrebbero preso a rispettarmi senza confronto di più. Maper quanto mi stizzissidire di no tuttavia non potevo. E mi stizzivo perché in quei primi giorni pensavo seriamente e assiduamente a come e in quali rapporti dovessi vivere con loro. Io capivo e sentivo che tutto quell'ambiente era per me assolutamente nuovoche mi trovavo in una perfetta tenebra e che nella tenebra era impossibile vivere tanti anni. Bisognava prepararcisi. Naturalmente conclusi cheprima di tuttobisognava comportarsi con rettitudinecome il senso intimo e la coscienza comandavano. Ma io sapevo pure che questo era soltanto un aforisma e che mi stava pur sempre dinanzi la più inattesa delle esperienze.

    E perciònonostante tutte le minuziose cure del mio assestamento nella camerata di cui ho già accennatoe nelle quali mi ingolfava soprattutto Akim Akimic'nonostante che esse mi distraessero anche un pocouna terribiledivorante angoscia mi tormentava sempre di più. "La casa morta!"dicevo a me stesso osservando a voltenel crepuscolodalla scaletta della nostra cameratai detenuti chegià rientrati dal lavorogirellavano pigramente per il cortile del reclusoriodalle baracche alle cucine e viceversa.

    Li osservavo e dai visi e movimenti loro cercavo di capire che gente fosse quella e quali fossero i loro caratteri. Essi gironzolavano dinanzi a me con le fronti aggrottateoppure anche troppo allegri (questi due aspetti sono quelli che maggiormente s'incontrano e sono quasi una caratteristica dei lavori forzati)s'ingiuriavano o semplicemente discorrevanoo infine passeggiavano solitaricome assortisilenziosicon passo agiletaluni con un viso stanco e apaticoaltri (perfino lì! ) con un'aria di arrogante superioritàcoi berretti sulle ventitrécoi "tulupi" gettati sulle spallecon uno sguardo insolenteastuto e un sogghigno beffardo.

    "Tutto questo è il mio ambienteil mio mondo odierno"pensavocol quale, che io voglia o non voglia, devo vivere. Mi provavo a interrogarea informarmi sul loro conto da Akim Akimic'col quale mi piaceva molto bere il tèper non esser solo. Sia detto di passatail tèin quel primo tempoera quasi il mio unico cibo. Il tè Akim Akimic' non lo ricusava mai ed egli stesso preparava il nostro buffopiccolo samovar di lattafatto alla buonache M. mi aveva dato in uso. Akim Akimic' vuotava di solito un unico bicchiere (egli aveva anche dei bicchieri)lo vuotava in silenzio e compostamenterestituendomelo ringraziava e subito si accingeva a terminare la mia coperta. Ma quel che a me occorreva sapere non poteva dirmeloe non capiva nemmeno a che scopo io mi interessassi in modo così speciale del carattere dei forzati che ci attorniavano e che ci erano più vicinie mi ascoltava anzi con un certo sorrisetto furbo che ricordo assai bene. "Nosi vede che devo io stesso indagaree non far domande"pensai.

    Al quarto giornocome già quella volta che ero andato a riferrarmidi buon mattino i detenuti si schierarono in due file sullo spiazzo davanti al corpo di guardiapresso il portone del reclusorio. Dinanzia faccia a faccia con loroe dietro si allinearono i soldaticoi fucili carichi e le baionette inastate.

    Un soldato ha il diritto di sparare sul detenutose a questo salta in mente di sfuggirgli; ma in pari tempo risponde anche del suo attose non l'ha compiuto in caso di estrema necessità; la stessa cosa vale pure nel caso di un'aperta rivolta dei forzati.

    Ma a chi mai verrebbe l'idea di fuggire palesemente? Comparvero l'ufficiale del geniol'assistente e anche i sottufficiali e soldati del genio sorveglianti ai lavori che si eseguivano. Fecero l'appello; una parte dei detenutiche andavano ai laboratori di sartoriasi avviavano per primi; la direzione del genio non aveva nemmeno da fare con essi; lavoravano propriamente per il reclusorio e lo vestivano. Poi altri si avviarono alle officinepoi altri ancora ai comuni lavori pesanti. Fra una ventina di detenuti mi incamminai anch'io. Dietro la fortezzasul fiume gelatoc'erano due barconi governativi cheper la loro inservibilitàbisognava demolireperché almeno il vecchio legname non andasse perduto per nulla. Del resto tutto quel vecchio materiale pare che valesse pochissimoquasi niente. La legna si vendeva in città a prezzo irrisorio e di boschi lì intorno ce n'era un gran numero. Si mandavano là i detenuti quasi soltanto perché non se ne stessero con le mani in manoil che i detenuti medesimi capivano benissimo. A siffatto lavoro si applicavano sempre fiaccamente e con apatiae quasi sempre era tutt'altra cosa quando il lavoro di per sé era seriodi pregioe specialmente quando potevano ottenere che lo si assegnasse loro a corpo. Allora qualcosa pareva animarlie sebbene non ne avessero affatto alcun utilenondimenoio stesso lo vedevosi sfinivano per terminarlo al più presto e nel miglior modo; perfino il loro amor proprio sembrava ci fosse interessato. Ma il presente lavoroche si faceva pro forma più che per necessitàera difficile farselo assegnare a corpo e toccava lavorare fino al rullo di tamburo che batteva il segnale del ritorno a casa alle undici di mattina. La giornata era tiepida e nebbiosa: la neve per poco non si scioglieva. Tutto il nostro gruppo si avviò dietro la fortezza sulla riva del fiume facendo lievemente tintinnare le catene chepur nascoste sotto il vestitotuttavia mandavano un sottile e brusco suono metallico a ogni passo. Due o tre uomini si staccarono per andare a prendere i necessari strumenti nel deposito. Io camminavo con tutti gli altri e mi ero perfino come rianimato: avevo voglia di vedere e sapere al più presto che lavoro fosse quello. Che cos'è questo lavoro forzato? E come lavorerò io stesso per la prima volta in vita mia?

    Ricordo tutto fino al minimo particolare. Per la strada ci venne incontro un certo borghese con la barbetta che si fermò e mise una mano in tasca. Dal nostro gruppo si staccò immediatamente un detenuto che si levò il berrettoprese l'elemosina - cinque copeche - e tornò lesto verso i suoi. Il borghese si segnò e proseguì per la sua strada. Queste cinque copeche le mangiammo quel mattino stesso in paninidopo averli divisi in parti uguali fra tutta la nostra squadra.

    Di tutto questo gruppo di detenuti gli uni erano abitualmente tetri e taciturnialtri indifferenti e fiacchialtri ancora chiacchieravano pigramente fra loro. Uno era oltremodo lieto e allegro non so di checantava e quasi quasi ballava per via facendo tintinnare a ogni salto i ferri dei piedi. Era quello stesso detenuto basso e tarchiato chenella mia prima mattina di reclusorio aveva litigato con un altro presso l'acquadurante le abluzioniperché l'altro aveva osato insensatamente affermare di essere l'uccello "kagàn". Questo giovane in preda all'allegria si chiamava Skuratov. Infine egli intonò una certa indiavolata canzonedella quale rammento il ritornello:

    "Senza interrogarmimi hanno ammogliato.

    Al mulino io ero andato".

    Mancava soltanto la balalaica.

    Il suo umore insolitamente allegro suscitò subitos'intendein taluni della nostra squadra l'indignazioneanzi fu preso quasi quasi per un affronto.

    - S'è messo a berciare! - disse con rimprovero un detenutoche la cosa del resto non riguardava affatto.

    - Il lupo aveva una canzonee anche quella ha imitatoil tulese!

    - osservò un altrodi quelli cupicon accento ucraino.

    - Io sìmettiamosono di Tula- replicò immediatamente Skuratov- ma voi nella vostra Poltava vi siete ingozzati di gnocchetti.

    - Ciancia pure! Tu stesso che mangiavi? Tiravi su la minestra di cavoli con la scarpa.

    - E ora pare che il diavolo lo ingrassi- soggiunse un terzo.

    - Io davverofratellisono un uomo raffinato- rispose con un lieve sospiro Skuratovcome se si pentisse della sua raffinatezzae rivolgendosi a tutti in generale e a nessuno in particolare- fin da piccolo sono stato "allivato"- cioèallevato: Skuratov a bella posta storpiava le parole- a prugne secche e a paninie i miei cari fratelli anche ora hanno a Mosca una loro bottega e commerciano in ventosono ricchi mercanti.

    - E tu in che cosa commerciavi?

    - Anche noiper vari nostri meritiabbiamo fatto carriera. Eccofu allorafratelliche io ricevetti i primi duecento . . .

    - Rublipossibile? - mise bocca unocuriososussultando perfino nel sentir parlare di una simile somma.

    - Nocaro uomonon rublima colpi di bastone. EhLukàLukà!

    - Per qualcuno sono Lukàma per te sono Lukà Kuzmic'- rispose di mala voglia un piccoloesile detenutodal nasino aguzzo.

    - Be'Lukà Kuzmìc'che il diavolo ti portise è così!

    - Per qualcuno sono Lukà Kuzmìc'ma per te sono zietto.

    - Be'che il diavolo porti te e lo ziettonon mette conto di parlarne! Ma io volevo dire una bella cosetta. Be'eccofratellicome accadde che a Mosca non rimasi a lungo; là mi dettero infine quindici colpi di "knut"poi mi spedirono via.

    Eccoio...

    - Ma per che cosa ti spedirono? - interruppe uno che seguiva attentamente il racconto.

    - E non andare in quarantenae non berti i cavicchie non suonar la ciaramella; cosicché a Mosca non riusciifratelliad arricchire sul serio. Eppure avevo tantatanta voglia di diventare ricco. Ne avevo proprio tanta voglia che non so nemmeno come dire.

    Molti scoppiarono a ridere. Skuratov era evidentemente di quei bontemponi omegliobuffoni volontari che parevano essersi fatto un dovere di tenere allegri i loro compagni es'intendenon ricevevano in cambio un bel nullase non ingiurie. Egli apparteneva a uno speciale e notevole tipo del quale forse dovrò ancora parlare.

    - Ma anche adesso ti si può far la pelle pigliandoti per uno zibellino- osservò Lukà Kuzmìc'. - To'solo il vestito varrà un centinaio di rubli.

    Skuratov aveva indosso il più decrepitoil più logoro e meschino "tulùp"sul quale da tutte le parti spuntavano le toppe. Egli lo squadrò con aria abbastanza indifferentema con attenzionedall'alto in basso .

    - La testa in compenso vale parecchiofratellila testa!

    rispose. - Quando dissi addio a Moscami consolai pensando che la testa sarebbe venuta insieme con me. AddioMoscagrazie per il bagnoper l'aria liberami avevano strigliato ben bene! Ma il mio "tulùp"caro uomonon hai nessun bisogno di guardarlo...

    - Dovrei forse guardare la tua testa?

    - Ma anche la testa in lui non è suagli è stata regalatas'intromise di nuovo Lukà. - Gliel'hanno data per amor di Cristo a Tiumenquando ci passò con lo scaglione.

    - Ma tuSkuratovavevi forse un mestiere?

    - Che mestiere! Faceva da guida ai ciechiconduceva in giro i merlotti e sgraffignava loro i bezzi- osservò uno dei detenuti tetri- ecco tutto il suo mestiere.

    - Ioeffettivamentem'ero provato a fare stivali- rispose Skuratovsenza badare affatto alla mordace osservazione. - Ne feci un paio in tutto.

    - E chete li comprarono?

    - Sìcapitò un tale chesi vedenon aveva timor di Dioné rispetto per padre e madree Dio lo punì: li comprò.

    Intorno a Skuratov tutti si sbellicarono dalle risa.

    - E poi lavorai ancora una voltagià qui- continuò Skuratov con uno straordinario sangue freddo- a Stiepàn Fiadorovic' Pomortsevil tenenterimontai gli stivali.

    - Ebbenene restò contento?

    - Nofratelliscontento. Non finiva più d'insultarmipoi mi prese ancora a ginocchiate di dietro. Era andato su tutte le furie. Ehmi ha deluso la mia vitami ha delusola galeotta!

    "Aspettato un momentinoIl marito di Akulina va in cortile..." Improvvisamente scrosciò di nuovo a ridere e si mise a pestare coi piedi saltellando.

    - To'che uomo disadatto! - borbotto il ciuffetto che camminava accanto a me sbirciandolo con rabbioso disprezzo.

    - Un uomo inutile! - osservò un altro con tono serio e definitivo.

    Io proprio non capivo perché se la pigliassero con Skuratove in generale perché tutti i giovialicome già avevo potuto notare in quei primi giorniparessero circondati di un certo disprezzo. La collera del ciuffetto e degli altri io l'attribuivo a motivi personali. Ma lì non c'erano motivi personalibensì la collera perché Skuratov non aveva ritegnonon aveva quell'aria severa e ostentata di dignità da cui erano contagiati tutti i forzati sino alla pedanteriainsomma perché egli erasecondo la loro stessa espressioneun uomo "inutile". Nondimeno non si arrabbiavano con tutti i giovialiné li trattavano tutti come Skuratov e altri suoi simili. Questosecondo che ci si lasciava trattare: un uomo bonario e semplice era subito esposto alle umiliazioni. La cosa mi fece perfino impressione. Ma c'erano anche di quei gioviali che sapevano e amavano mostrare i denti e non la perdonavano a nessuno: quelli erano costretti a rispettarli. Pure lìin quello stesso gruppoc'era uno di tali individui mordaciin fondo un uomo giudizioso e simpaticissimoma che sotto questo aspetto io conobbi solo in seguitoun giovane aitante e altocon un grosso porro sulla guancia e un'espressione comicissima in visoabbastanza bello e intelligente del resto. Lo chiamavano "il pioniere"perché aveva prestato servizio nei pionieri; ora si trovava nella sezione speciale. Di lui dovrò ancora parlare.

    D'altra partenon tutti i "seri" erano così espansivi come il ciuffetto che si indignava dell'altrui giovialità. Tra i forzati ce n'erano alcuni che miravano a primeggiarea brillare per cognizioniper inventivaper carattereper intelligenza. Molti di costoro effettivamente erano persone intelligenti e di carattereed effettivamente raggiungevano ciò a cui miravanocioè il primato e un notevole influsso morale sui loro compagni.

    Tra loro queste teste fini erano spesso grandi nemicie ciascuno di loro aveva molti che l'odiavano. Essi guardavano gli altri detenuti con dignità e perfino con degnazionenon cominciavano liti non necessariedai superiori erano tenuti in buon concettonei lavori facevano quasi da dirigentie non uno di loro si sarebbe messo ad attaccar brigaad esempioper una canzone; a simili quisquilie non si abbassavano. Con me tutti costoro furono oltremodo cortesidurante tutto il tempo dei miei lavori forzatima non molto loquaci; anche questomi pareper dignità. Anche di loro dovrò discorrere più minutamente.

    Giungemmo alla riva. In bassosul fiumestava nell'acquacoperto di ghiaccioil vecchio barcone che bisognava demolire.

    Dall'altra parte del fiume azzurreggiava la steppa; la vista era tetra e deserta. Io mi aspettavo che tutti addirittura si precipitassero al lavoroma non ci pensavano neppure. Certuni sedettero qua e là sulle travi sparse lungo la riva; quasi tutti cavarono fuori dagli stivali delle borse piene di un tabacco locale che si vendeva al mercato in foglia a tre copeche per libbra e delle pipette corte di salciocon piccole cannucce di legno fatte alla buona. Le pipe si accesero; i soldati di scorta si disposero in cordone intorno a noi e si misero con aria molto annoiata a farci la guardia.

    - E chi ha avuto l'idea di demolire questo barcone? - disse uno come tra sésenza rivolgersi del resto ad alcuno. - Volevano fare delle schiappeeh?

    - L'ha avuto qualcuno che non ha paura di noi- osservò un altro.

    - Ma dove vanno quei contadini? - domandò il primodopo un po' di silenzios'intendesenza aver ascoltato la risposta alla precedente domandaindicando lontano una quantità di contadini che si trascinavano chi sa dove uno dietro l'altro sulla neve intatta. Tutti si volsero pigramente da quella parte enon sapendo che faresi misero a ridere di loro. Uno dei contadinil'ultimocamminava in un certo modo singolarmente buffoa braccia larghe e con la testa penzolante da un latocoperta da un lungo berretto campagnoloa forma di frittella. Tutta la sua figura si profilava intera e netta sulla neve candida.

    - To'il cugino Petrovic'come s'è camuffato! - osservò uno contraffacendo la pronuncia dei contadini. E' degno di nota che i detenuti in generale guardavano i contadini un po' dall'alto in bassobenché metà di essi fosse composta di contadini.

    - L'ultimoragazzicammina come se seminasse dei ravanelli.

    - Quello è un cacadubbiha molti quattrini- osservò un terzo.

    Tutti riseromain certo qual modopigramentecome di malavoglia. Intanto si era avvicinata una venditrice di paniniuna donnetta vivace e sveglia.

    Da lei presero dei panini con le cinque copeche avute in elemosina e li divisero subito in parti uguali.

    Il giovanotto che vendeva panini nel reclusorio ne comprò due decine e si mise a discutere con forzaper farsi dare tre panini di giuntae non duecome gli spettavano secondo la solita regola. Ma la venditrice non acconsentiva.

    - Be'e quello non me lo dai?

    - Che vuoi ancora?

    - Quello che nemmeno i topi mangerebbero.

    - Ma che ti colga il malanno! - strillò la donnetta e si mise a ridere.

    Infine comparve anche il sorvegliante ai lavoriun sottufficialecon un bastoncino.

    - Ehvoiperché vi siete messi comodi? Si comincia!

    - Ma assegnateci il compitoIvàn Matvieic'- proferì uno dei "comandanti" alzandosi lentamente dal suo posto.

    - Perché non avete domandato poco fa allo smistamento? Fare a pezzi il barconeecco il compito.

    In qualche modo finalmente si levarono su e scesero verso il fiume trascinando a mala pena le gambe. Nella massa subito comparvero i "dirigenti"almeno a parole. Apparve che il barcone non si doveva spaccare a casaccioma bisognava possibilmente salvare le travi ein particolarele costole trasversalifissate per tutta la loro lunghezza al fondo del barcone con cavicchi di legno: un lavoro lungo e noioso.

    - Eccobisognerebbeper prima cosastrappar via questa trave.

    Suall'operaragazzi! - osservò uno che non era affatto un "dirigente"né un "comandante"ma semplicemente un uomo di faticaun giovane taciturno e calmoche fin allora era stato zittoechinatosiabbrancò con le mani una grossa trave aspettando degli aiutanti. Ma nessuno lo aiutò.

    - Sìlevala viase puoi! Anche tu non la leveraie se venisse il nonno tuol'orsoanche lui non la leverebbe! - borbottò qualcuno fra i denti.

    - Così dunquefratellicome si comincia? Iogiànon so nemmeno... - dissesconcertatolo zelantelasciando la trave e sollevandosi.

    - Non si arriverà mai alla fine di questo lavoro... perché ti sei fatto avanti?

    - Sbaglierebbe il conto del mangime per tre gallinee qui per primo...

    - Ma iofratellinon ho fatto niente- si scusava quellosconcertato- io soltanto così...

    - Ma che ho da mettervi sotto una campana di vetroeh? O sotto sale per quest'inverno? - tornò a gridare il sorvegliante guardando perplesso quel gruppo di ventidue persone che non sapevano come porsi all'opera. - Cominciate! Più presto!

    - Più che far presto non si puòIvàn Matvieic'.

    - Ma tu intanto non fai nienteehi! Saveliev! Chiacchierone di un Petrovic'! Dico a te: che stai lì con gli occhi fuori della testa!... Cominciate!

    - Ma che posso fare io solo?

    - Sudateci il compitoIvàn Matvieic'.

    - L'ho detto: non c'è compito. Fate a pezzi il barcone e andate a casa. Si cominci!

    Ci si misero infinema fiaccamentedi malavogliain modo maldestro. Faceva perfino stizza guardare quella robusta schiera di vigorosi lavoratori che parevano proprio ignari di come porsi all'opera. Appena si accinsero a levar via la prima costolala più piccolasi vide che essa si rompevasi rompeva da sécome fu riferito per giustificazione al sorvegliante; di conseguenza così non si poteva lavorarema bisognava mettercisi in qualche altro modo. Seguì una lunga discussione tra noi sul come mettercisi altrimentisul da farsi. Naturalmente a poco a poco si arrivò alle ingiuriee la cosa minacciava di andare anche oltre... Il sorvegliante tornò a gridare e agitò il bastoncinoma la costola si ruppe di nuovo. Risultò infine che le scuri erano poche e che bisognava ancora portar li un certo altro strumento.

    Subito si distaccarono due giovanisotto scortaperché andassero a prendere lo strumento in fortezzae nell'attesa tutti i rimanenti sedettero tranquillissimamente sul barconecavarono fuori le loro pipette e si rimisero a fumare.

    Il sorvegliante alla fine sputò.

    - Be'a voi il lavoro non farà venire i calli! Ahche genteche gente! - brontolò irritatopoi scosse la mano e se ne andò in fortezza agitando il bastoncino.

    Di lì a un'ora venne l'assistente. Ascoltati tranquillamente i detenutidichiarò che dava per compito di levar via ancora quattro costolema in modo che non si rompessero piùbensì restassero interee inoltre prescrisse di smontare una parte considerevole del barconecol patto che poi si sarebbe potuto andare a casa. Il compito era grandemasanto cielocome ci si misero! Dove era andata a finire la pigriziadove l'incertezza?

    Le scuri presero a picchiarei cavicchi di legno a girare e venire via. Gli altri insinuavano di sotto dei grossi paletti epremendoci su con venti manicon prontezza e maestria strappavano via le costolechecon mia meravigliasi staccavano ora affatto intere e senza guasti. Il lavoro ferveva. Tutti parevano essersi fatti a un tratto notevolmente più accorti. Né parole superfluené improperiognuno sapeva che direche faredove mettersiche cosa consigliare. Mezz'ora giusta prima del rullo di tamburo il compito assegnato era finitoe i detenuti andarono a casa stanchima pienamente soddisfattisebbene avessero guadagnato forse una mezz'ora in tutto sul tempo indicato. Ma per quanto riguardava meio avevo osservato un particolare: dovunque mi cacciassi per aiutarli durante il lavoronon ero mai al mio postoero sempre d'impaccio e dappertutto mi spingevano via quasi con ingiurie.

    Uno qualunque degli ultimi straccioniche era egli stesso il più scadente dei lavoratori e non osava fiatare davanti agli altri forzatipiù lesti di lui e più giudiziosianche quello si stimava in diritto di sgridarmise mi fermavo accanto a luicol pretesto che lo impacciavo. Infine uno dei più svelti mi aveva detto addirittura brutalmente: - Dove vi cacciate? andate via!

    Perché ficcarsi dove nessuno vi chiama?

    - S'è messo nel sacco! - aveva rincalzato subito un altro.

    - Ma tu prendi piuttosto la cassetta delle elemosine- mi aveva detto un terzo- e va' ad accattare per costruire una chiesa o per mangiarteli tutti in tabaccoma qui non hai niente da fare.

    Mi era toccato starmene da partee starmene da partequando tutti lavoranoè cosa imbarazzante. Ma quando effettivamente era accaduto che io mi fossi allontanato e piantato in fondo al barconesubito si erano messi a gridare: - Ecco che operai ci hanno dato; che se ne può fare? Non se ne può far nulla.

    Tutto questos'intendeera detto a bella postaperché la cosa divertiva tutti. Bisognava prendersi gioco dell'ex-nobiluzzoe naturalmente essi erano lieti dell'occasione.

    Si può ora comprendere assai bene perchécome ho già dettoil mio primo problemaentrando nel reclusoriofosse stato: come comportarmiche atteggiamento assumere di fronte a questi uomini?

    Io presentivo che spesso avrei avuto con essi degli urticome ora sul lavoro. Manonostante qualsiasi urtodecisi di non mutare il mio piano di azionegià da me in parte ben ponderato a quel tempo; sapevo che era giusto. Precisamente: avevo stabilito che bisognava comportarsi nel modo più semplice e indipendente possibilenon manifestare affatto una particolare premura di avvicinarsi a loroma anche non respingerlise essi stessi avessero desiderato un avvicinamento. Non temere affatto le loro minacce e il loro odio epossibilmentefar le viste di non accorgermene. Non affiatarmi per nulla con essi su certi determinati punti e non indulgere a certe loro abitudini e usanzeinsomma non ricercare io stesso il loro pieno cameratismo. Avevo indovinato fin dal primo sguardo che essi sarebbero stati i primi a disprezzarmi per questo. Secondo le loro idee pera (e io lo appresi con certezza in seguito)io avrei pur sempre dovutodi fronte a lororispettare e far valere anche la mia origine nobiliarecioè coccolarmifare smanceriedisdegnarlisbuffare a ogni passofar lo scansafatiche. Tale appunto era il concetto che essi avevano di un nobile. Naturalmente per questo mi avrebbero insolentitoma nondimeno in cuor loro mi avrebbero rispettato. Una parte siffatta non era per meio non ero mai stato un nobile come essi intendevano; ma in cambio diedi parola a me stesso di non svilire mai dinanzi a loro con alcuna concessione né la mia istruzione né il mio modo di pensare. Se ioper compiacerlimi fossi messo a strofinarmi a loroa dar loro ragionea prendere familiarità con essi e ad assimilarmi varie loro qualità per guadagnarne la benevolenzaavrebbero subito supposto che ciò facessi per paura e vigliaccheriae mi avrebbero trattato con disprezzo. A-v non era da prendere ad esempio: egli andava dal maggiore ed essi lo temevano. D'altro latonon volevo nemmeno chiudermi in una fredda e inaccessibile cortesiacome facevano i polacchi. Vedevo ora benissimo che mi disprezzavano perché volevo lavorare come loronon mi coccolavo e non tenevo con essi un contegno affettato; e pur sapendo di sicuro che poi sarebbero stati costretti a modificare la loro opinione sul conto miotuttavia il pensiero che ora parevano in diritto di disprezzarmi pensando che iosul lavorocercassi di ingraziarmeliquesto pensiero mi amareggiava enormemente.

    Quando la seradopo la fine del lavoro pomeridianotornai al reclusoriostanco e sfinitouna terribile angoscia si impossessa di me. "Quante migliaia ancora di simili giornate mi stanno dinanzi"pensavotutte uguali, tutte identiche!. In silenziogià al crepuscolovagavo solo dietro le baracchelungo la palizzatae a un tratto scorsi il nostro Pallino che mi correva direttamente incontro. Pallino era il nostro cane del reclusoriocosì come ci sono i cani di compagniadi batteria e di squadrone.

    Viveva nel carcere da tempo immemorabilenon apparteneva ad alcunoconsiderava tutti come padroni e si nutriva dei rifiuti della cucina. Era un cane abbastanza grossonero con macchie biancheda cortilenon vecchissimodagli occhi intelligenti e dalla coda fioccosa. Nessuno mai l'accarezzavanessuno gli rivolgeva la minima attenzione. Fin dal primo giorno io lo avevo accarezzato e gli avevo dato da mangiare del pane nelle mie mani.

    Quando lo lisciavostava quietomi guardava affettuosamente ein segno di gioiadimenava piano piano la coda. Oranon avendomi veduto da molto tempo - meche per primo nel corso di più anni avevo avuto l'idea di fargli delle carezze - era corsomi aveva cercato in mezzo a tutti escovatomi dietro le baracchemi si era lanciato incontro con un guaito. Io non so più che cosa mi fosse accadutoma mi diedi a baciarlogli cinsi la testa con le braccia; esso mi gettò sulle spalle le zampe anteriori e cominciò a leccarmi il viso. "Ecco dunque un amico che mi manda il destino!" pensaie ogni qual volta poiin quel primo penoso e tetro periodo tornavo dal lavoroprima di tuttosenza entrare in nessun postomi affrettavo ad andare dietro le baracchecon Pallino che saltava dinanzi a me e guaiva dalla gioiagli afferravo la testa e lo baciavolo baciavoe un certo sentimento dolcee al tempo stesso anche tormentosamente amaromi attanagliava il cuore. E ricordo che mi era perfino gradito pensarequasi vantandomi di fronte a me stesso della mia sofferenzacheeccoin tutto il mondo mi era rimasto ora un solo essere che mi amavache mi era affezionatoil mio amicoil mio unico amico: il mio fedele cane Pallino.

     

     

  13. NUOVE CONOSCENZE: PETROV
  14. Ma il tempo passavae io a poco a poco cominciai ad abituarmi al luogo. Le manifestazioni quotidiane della mia nuova vita mi turbavano sempre meno ogni giorno. I fattil’ambientegli uominitutto pareva divenuto familiare ai miei occhi. Rassegnarmi a questa vita era impossibilema di riconoscere il fatto compiuto era tempo da un pezzo. Tutti i dubbi che ancora mi erano rimasti li celai dentro di me più profondamente che potei. Non bighellonavo più per il reclusoriocome smarritoe non lasciavo trapelare la mia angoscia. Gli sguardi selvaggiamente curiosi dei forzati non si posavano più su di me così spessonon mi seguivano più con una sfrontatezza così ostentata. Anch'io si vedeero divenuto loro familiaredel che ero assai lieto. Già andavo in giro per il carcere come se fossi stato a casa miaconoscevo il mio posto sul tavolaccio e mi ero evidentemente abituato perfino a cose alle quali pensavo di non potermi mai abituare in tutta la vita. Ogni settimanaregolarmenteandavo a farmi radere metà del capo. Ogni sabatonelle ore di riposoci chiamavano per questoa turnodal reclusorio nel corpo di guardia (chi non si faceva radere ne rispondeva personalmente)e là i barbieri dei battaglioni ci insaponavano la testa con acqua fredda e spietatamente ce la raschiavano con rasoi senza filotanto che ora un brivido mi corre per la pelle al ricordo di quella tortura.

    Del resto si trovò prontamente il rimedio: Akim Akimic' mi indica un detenutodella categoria militareche per una copeca radeva col proprio rasoio chi ne aveva piaceree di ciò faceva commercio. Molti dei forzati andavano da luiper evitare i barbieri governativie tuttavia non erano gente troppo delicata.

    Il nostro detenuto-barbiere lo chiamavano "il maggiore"il perché non lo soe nemmeno posso dire in che cosa potesse ricordare il maggiore. Oramentre scrivomi si ripresenta questo "maggiore"un giovanotto altomagro e taciturnoabbastanza scioccoeternamente immerso nella sua occupazione e immancabilmente con la coramella in manosu cui ripassava giorno e notte il suo rasoio consumato fino al "non plus ultra"perdendosi tuttocosì parevain tale occupazione da lui riguardata evidentemente come la missione dell'intera sua vita. Infatti egli era oltremodo contento quando il rasoio lavorava bene e qualcuno veniva a farsi radere:

    la sua acqua saponata era caldala sua mano leggerail suo tocco vellutato. Egli visibilmente gioiva e s'inorgogliva dell'arte sua e accettava con noncuranza la copeca guadagnatacome se in realtà l'importante stesse nell'arte e non nella copeca. Ad A-v toccò il fatto suo dal nostro maggiore di piazzaquandofacendogli la spia contro i forzatigli nominò una volta il nostro barbiere del reclusorio e imprudentemente lo chiamò "il maggiore". Il nostro maggiore diventò furioso e si offese all'estremo. "Ma sai tu mascalzoneche cos'è un maggiore?"gridava con la bava alla bocca facendosi giustizia a modo suo contro A-vcapisci tu che cos'è un maggiore? Ed ecco che un mascalzone di forzato qualunque osa chiamarlo maggiore, in faccia mia, in mia presenza!...

    Soltanto A-v poteva intendersela con un tal uomo!

    Fin dal primo giorno della mia vita di reclusorio avevo cominciato a sognare la libertà. Il calcolo di quando sarebbero finiti i miei anni di galerasotto mille aspetti e con mille riferimenti diversiera divenuto la mia occupazione preferita. Io non potevo nemmeno pensare ad altro e sono convinto che così si comporti ogni persona privata per un certo tempo della libertà. Non so se i forzati pensassero come mese facessero gli stessi contima la stupefacente leggerezza delle loro speranze mi aveva colpito fin dal primo istante. La speranza del reclusoprivato della libertàè di un genere affatto diverso da quella dell'uomo che vive davvero. L'uomo libero naturalmente spera (per esempioin un mutamento della sortenella riuscita di una qualche sua impresa)ma egli viveegli opera: una vera vita lo trascina pienamente col suo vortice. Non così è per il recluso. Quimettiamoc'è pure una vitadi reclusoriodi galera; machiunque sia il forzato e per qualunque periodo di tempo sia stato deportatoegliistintivamentenon può proprio vedere nel suo destino qualcosa di positivodi definitivouna parte della sua vita reale. Ogni forzato sente che non è a casa suama è come ospitato. Venti anni li considera come se fossero due ed è perfettamente convinto che anche a cinquant'annialla sua uscita dal carcereegli sarà così gagliardo come oraa trentacinque. "Avremo ancora tempo da vivere!"pensae scaccia ostinatamente da sé tutti i dubbi e gli altri pensieri molesti. Perfino i deportati non a termine della sezione specialeanche quellia voltefacevano conto cheda un momento all'altroarrivasse improvvisamente una decisione da Pitier [11]: "Trasferire a Nercìnsknelle minieree fissare un termine". A meraviglia dunque: in primo luogoper andare a Nercìnsk ci vogliono quasi sei mesie andare con lo scaglione quanto è meglio del reclusorio! Poi scontare la pena a Nercìnsk e allora... E così fa i suoi conti più di un uomo canuto!

    A Tobòlsk avevo visto degli uomini incatenati al muro. Un uomo è alla catenalunga poco più di due metri; lì c'è la sua branda.

    L'hanno incatenato per qualche azione inconsuetamente terribilecommessa già in Siberia. Stanno così per cinque annianche per dieci. Per lo più sono banditi. Uno solo io vidi fra loro che pareva essere stato un signore: aveva un tempo prestato servizio non so dove. Parlava con molta flemmabisbigliando; aveva un sorrisetto dolciastro. Ci mostrava la sua catenamostrava come bisogna coricarsi sulla branda per essere più comodi. Quellosìdoveva essere statonel suo genereun pezzo grosso! Tutti in generale tengono un contegno tranquillo e sembrano contentie intanto ciascuno ha una voglia estrema di finire al più presto il suo tempo! A che scopo? si direbbe. Ma ecco a che scopo: egli uscirà allora dalla sua cella soffocanteammuffitadalla volta bassa di mattonie passeggerà per il cortile del reclusorio e...

    e basta. Fuori del carcere non lo lasceranno mai andare. Egli stesso sa che i liberati dalla catena saranno poi tenuti in perpetuo nel reclusoriofino alla loro mortee coi ferri ai piedi. Egli sa questoeppure ha una voglia matta di finire al più presto il suo periodo di catena. Masenza questo desideriopotrebbe egli rimanere per cinque o sei anni alla catenasenza morire o impazzire? Chi mai ci potrebbe stare?

    Io sentivo che il lavoro poteva salvarmiirrobustire la mia saluteil mio corpo. La continua inquietudine moralel'irritazione nervosal'aria viziata della camerata avrebbero potuto rovinarmi del tutto. "Starò più spesso all'ariastancandomi ogni giorno e abituandomi a portar pesie per lo meno mi salverò"pensavomi rinforzerò, uscirò sano, gagliardo, forte, giovane. E non mi ingannavo: il lavoro e il moto mi erano utilissimi. Io guardavo con orrore come uno dei miei compagni (un ex-nobile) si andava spegnendo nel reclusorioal pari di una candela. Egli vi era entrato insieme con meancor giovanebellogagliardoe ne uscì semi-distruttocanutoinvalido nelle gambecon l'asma. "No"pensavo guardandolo: "io voglio vivere e vivrò".

    In cambiosul principiomi toccava il fatto mio dai forzati per il mio amore al lavoro e per lungo tempo essi mi ferirono col disprezzo e con gli scherni. Ma io non guardavo nessuno e me ne andavo arditamente in qualunque luogomagariper esempioa calcinare e pestare l'alabastro: uno dei primi lavori da me appresi. Quello era un lavoro leggero. I superiori del genio erano pronti ad alleggerire possibilmente il lavoro dei nobiliil che del resto non era punto indulgenzama soltanto giustizia. Sarebbe strano pretendere da un uomo della metà più debole di forze e che non ha mai lavorato quello stesso compito che si assegna per regolamento a un vero lavoratore. Ma questo "favoreggiamento" non sempre avvenivaanzi pareva che avvenisse come di soppiatto; su questo la sorveglianza degli altri era severa. Abbastanza spesso accadeva di dover fare un lavoro pesantee allorasi intendei nobili sopportavano un peso doppio di quello degli altri lavoratori. A trattare l'alabastro si designavano solitamente tre o quattro uominivecchi o deboli di forzecompresi anche noi nel numeros'intende; ma inoltre si comandava a quel lavoro un vero operaiopratico della cosa. Di solito ci andavae già da più anni di seguitosempre lo stessoAlmasovun uomo burberobruno di carnagione e magrogià anzianoinsocievole e schizzinoso.

    Egli ci disprezzava profondamente. Del resto era assai poco ciarlieroal punto che scansava perfino la fatica di brontolare contro di noi. La rimessa in cui calcinavamo e pestavamo l'alabastro era anch'essa sulla deserta e ripida sponda del fiume.

    D'invernospecialmente in una giornata cupaera uggioso guardare il fiume e l'oppostalontana riva. Un che di angosciosoche straziava il cuoreera in quel selvaggio e deserto panorama. Ma quasi quasi era ancora più penosoquando sullo sconfinato lenzuolo di neve splendeva luminoso il sole; avrei proprio voluto volare via chi sa dove in quella steppache cominciava sull'altra sponda e si stendeva verso il sudcome un'ininterrotta tovagliaper millecinquecento verste. Almasov di solito si metteva al lavoro in silenzio e con fare burbero; noi eravamo come vergognosi di non poterlo aiutare in modo efficaceed egli apposta si sbrigava da séapposta non ci chiedeva alcun aiutoquasi per farci sentire tutta la nostra colpa verso di lui e perché avessimo rimorso della nostra inutilità. E tutta la faccenda consisteva nel tenere accesa la stufa per calcinare l'alabastro gettatovi dentroche noi solevamo portargli. Il giorno seguente poiquando l'alabastro era già del tutto calcinatoaveva inizio la sua estrazione dalla stufa. Ciascuno di noi prendeva un pesante mazzapicchiosi riempiva di alabastro una speciale cassetta e si metteva a frantumarlo. Era un lavoro simpaticissimo. Il fragile alabastro si riduceva rapidamente in una polvere bianca brillantecosì agevolmentecosì bene si sminuzzava. Noi brandivamo i pesanti martelli e facevamo un tale frastuono che noi stessi ci si pigliava gusto. E finalmente eravamo stanchie al tempo stesso ci sentivamo leggeri; le guance si arrossavanoil sangue circolava più rapido. A questo punto poi anche Almasov cominciava a guardarci con degnazionecome si guardano i bimbi di pochi annicon degnazione fumava la sua pipettae tuttavia non poteva non brontolarequando gli accadeva di parlare. Del resto era così con tutti ein fondomi pareera un brav'uomo. Un altro lavoro a cui venivo mandato eranel laboratorioquello di far girare la ruota del tornio. La ruota era grandepesante. Occorrevano non pochi sforzi per farla girarespecialmente quando il tornitore (uno degli operai del genio) torniva qualcosa come un balaustro di scala o il piede di una grossa tavolaper la mobilia governativa di qualche funzionarioper il che ci voleva poco meno di una trave. Una persona sola in tal caso non aveva la forza di far girare la ruota e di solito se ne mandavano due: me e un altro dei nobiliB. Così questo lavoro durante alcuni anni fu riservato a noise appena accadeva di dover tornire qualche cosa. B. era un uomo debolemingherlinoancora giovanemalato di petto. Era giunto al reclusorio circa un anno prima di meinsieme con due altri suoi compagni: un vecchio che nella sua vita di recluso pregava sempre Dio giorno e notte (per il che i detenuti lo rispettavano molto) e che morì mentre c'ero io; e un altroun uomo ancora giovanissimofrescocolorito in visoforte e arditoche nel corso del viaggio aveva sempre portato B.quando era stanco dopo la mezza tappacosa protrattasi per settecento verste di seguito. Bisognava vedere la loro mutua amicizia. B. era una persona con ottima istruzione e di carattere nobilegenerosoma guastato e irritato dalla malattia. Della ruota ci occupavamo insiemeanzi questo ci distraeva tutti e due. Per me questo lavoro era un eccellente esercizio fisico.

    Mi piaceva pure in modo particolare spalare la neve. Questo accadeva di solito dopo la tormentae tutt'altro che di rado nell'inverno. Dopo ventiquattro ore di tormentapiù di una casa ne era coperta fino a metà delle finestre e più d'una quasi sepolta del tutto. Alloraquando già la tormenta andava cessando e compariva il soleci mandavano fuori in grandi frottee a volte anche quanti eravamo nel reclusorioa rimuovere i cumuli di neve dalle costruzioni governative. A ciascuno si dava una pala e a tutti insieme un compitotale a volte che c'era da meravigliarsi di come si potesse venirne a capo e tutti concordi si mettevano all'opera. La neve soffice appena posatasi e lievemente gelata di sopraveniva presa destramente con la pala a enormi blocchi e sparpagliata all'intornomentre essaancora nell'ariasi trasformava in un brillante polverio. La pala si affondava addirittura nella massa biancaluccicante al sole. I detenuti quasi sempre eseguivano questo lavoro gaiamente. L'aria fresca invernale e il movimento li riscaldavano. Tutti si facevano più allegri: echeggiavano sghignazzigridafacezie.

    Incominciavano a fare a palle di nevenon senza che di lì a un minutos'intendei benpensanti e quelli che il riso e l'allegria indignavano si mettessero a gridaree di solito il divertimento generale finiva con ingiurie.

    A poco a poco presi a estendere anche il cerchio delle mie conoscenze. Io del resto non pensavo a farne; ero tuttora inquietocupo e diffidente. Le mie conoscenze si iniziarono da sé. Fra i primi si mise a visitarmi il detenuto Petròv. Dico visitare e di proposito insisto su questa parola. Petròv viveva nella sezione speciale e nella camerata più distante da me. Legami tra noi evidentemente non ce ne potevano essere; anche di comune tra noi non c'era assolutamente nulla né poteva esserci. E intantoin quei primi tempipareva che Petròv si stimasse in obbligo di passare quasi ogni giorno da mein cameratao di fermarmi nelle ore di riposoquando solevo camminare dietro le baracche il più lontano possibile da tutti gli sguardi. Sul principio la cosa mi riuscì sgradita. Ma egli seppenon so comefare in modo che ben presto le sue visite cominciarono a distrarminonostante che fosse quello un uomo tutt'altro che particolarmente comunicativo e ciarliero. Quanto all'aspettoera di bassa staturadi forte costituzioneagilemobilecon un viso abbastanza simpaticopallidodai larghi zigomidallo sguardo arditocon denti bianchifitti e minuti e un eterno pizzico di tabacco tritato dietro il labbro inferiore. Mettersi quel tabacco sul labbro era un'usanza di molti reclusi. Egli pareva più giovane della sua età. Aveva una quarantina d'annima all'aspetto trenta appena. Con me parlava sempre senza la minima soggezionesi comportava in sommo grado da pari a paricioè in modo straordinariamente corretto e delicato. Se si accorgevaper esempioche io cercavo la solitudinedopo aver parlato con me un paio di minutisubito mi lasciava e ogni volta mi ringraziava per l'attenzioneil ches'intendenon faceva mai con nessuno del reclusorio. E' curioso che tali rapporti siano continuati tra noi non soltanto nei primi giornima anche nel corso di alcuni anni filati e non siano quasi mai divenuti più strettisebbene egli mi fosse realmente devoto. Anche ora non posso giudicare che cosa precisamente egli volesse da meperché venisse da me ogni giorno.

    Benché in seguito gli sia accaduto di rubacchiarmi qualche cosaegli rubava in certo qual modo impensatamente; denaro non me ne chiedeva quasi maidi conseguenza non veniva punto per aver denaro o per un qualche interesse.

    Così purenon so perchémi è sempre parso che egliin certa qual manieranon vivesse affatto insieme con me nel reclusorioma in qualche luogo distantein un'altra casain cittàe visitasse il carcere solo di passaggioper apprendere le novitàvenirmi a trovarevedere come vivessimo noi tutti. Egli aveva sempre fretta di andare non so dovecome se in qualche posto avesse lasciato qualcuno e là fosse attesocome se in qualche posto avesse qualcosa da finire. E intanto aveva l'aria di non affannarsi troppo. Anche il suo sguardo era un po' strano: fissocon una sfumatura di arditezza e di una cert'aria canzonatoriama pareva che guardasse in lontananzadi là dall'oggettocome sedietro l'oggetto che gli stava dinanzi al nasocercasse di osservarne un qualche altroun po' più lontano. Questo gli conferiva un aspetto distratto. Io di proposito a volte stavo a guardare: dove sarebbe andato Petròvdopo avermi lasciato? Dove mai lo si attendeva a quel modo? Malasciatomiegli si dirigeva frettoloso da qualche partein una camerata o in cucinalà si metteva a sedere accanto a qualcuno dei conversantiascoltava con attenzionetalora anche partecipava egli stesso alla conversazioneperfino con gran calorema poi tutt'a un tratto tagliava corto e restava zitto. Ma che parlasse o stesse seduto in silenziosi vedeva tuttavia che era lì soltanto cosìdi passatae che in qualche posto aveva da fare e lo si attendeva. Il più strano di tutto è che lavoro non ne aveva maidi nessun genere:

    egli viveva in perfetto ozio (salvonaturalmentei lavori governativi). Non conosceva mestiere alcunoe anche denaro non ne aveva quasi mai. Ma anche per il denaro egli poco si crucciava. E di che cosa parlava con me? La sua conversazione era di solito altrettanto strana quanto lui stesso. Se vedevaper esempioche io camminavo solo da qualche partedietro il carceresvoltava a un tratto bruscamente nella mia direzione. Camminava sempre in fretta e svoltava sempre bruscamente. Veniva al passo e aveva l'aria di avvicinarsi di corsa.

    - Buongiorno.

    - Buongiorno.

    - Non vi disturbo?

    - No.

    - Eccovolevo farvi una domanda a proposito di Napoleone. E' parentenon è verodi quello che fu qui nel 1812? - Petròv veniva dai cantonisti e sapeva leggere e scrivere.

    - Siè parente.

    - E che razza di presidente dicono che sia?

    Egli faceva le sue domande sempre in frettaa sbalzicome se avesse bisogno di sapere qualche cosa al più presto possibile.

    Come se assumesse informazioni su una faccenda di grande importanza che non ammetteva dilazione.

    Io gli spiegai che razza di presidente fossee soggiunsi che forse presto sarebbe stato anche imperatore.

    - Come mai?

    Gli spiegai per quanto potevo anche questo. Petròv ascoltava con attenzione comprendendo perfettamente ogni cosae connettendo con rapiditàe inclinando perfino l'orecchio dalla mia parte.

    - Ehm! Ma ecco che cosa volevo domandarviAleksàndr Petrovic': è verocome diconoche ci sono delle scimmie le cui mani arrivano ai calcagni e grandi come il più alto degli uomini?

    - Sìci sono.

    - E come sono?

    Io gli spiegai come sapevo anche questo.

    - E dove vivono?

    - Nei paesi caldi. Nell'isola di Sumatra ce ne sono.

    - Dov'èin America? E' verocome diconoche là gli uomini camminano con la testa all'in giù?

    - Non con la testa all'in giù. La vostra domanda si riferisce agli antipodi. - Gli spiegai che cos'era l'America enei limiti del possibileche cos'erano gli antipodi. Egli mi ascoltava con tanta attenzione come se fosse corso da me appostasoltanto per gli antipodi.

    - A-ah! Ma eccol'anno scorso io avevo letto della contessa LavallièreArefiev aveva portato un libro da parte dell'aiutante.

    E così è vero questo o è soltanto cosìuna cosa inventata? E' un libro di Dumas.

    - S'intendeè cosa inventata.

    - Be'addio. Vi ringrazio.

    E Petròv sparivaein fondonoi non discorrevamo quasi mai altrimenti che a questo modo.

    Io m'informai sul suo conto. M.avendo saputo di questa conoscenzami mise perfino in guardia. Mi disse che molti dei forzati gli avevano ispirato orrorespecialmente da principionei primi giorni di reclusorioma non uno di essinemmeno Gasingli aveva fatto tanta impressione come questo Petròv.

    - E' il più risolutoil più impavido di tutti i forzatidiceva M. - E' capace di tutto; non si arresterebbe davanti a nullase gli venisse un capriccio. Scannerebbe anche voise ciò gli saltasse in mente; cosìvi scannerebbe semplicementesenza fare una smorfia e senza rimorsi. Credo perfino che non abbia del tutto la testa a posto.

    Questo giudizio m'interessò fortemente. Ma M. non sapeva spiegarmi perché così gli paresse. Efatto strano: io fui poi per parecchi anni di fila in rapporti con Petròv e quasi ogni giorno parlavo con lui; egli mi fu in tutto quel tempo sinceramente affezionato (benché io non sappia proprio per che cosa)e in tutti quegli annisebbene egli vivesse nel reclusorio giudiziosamente e non avesse mai fatto proprio nulla di orrendotuttavia ogni voltaguardandolo e conversando con luimi convincevo sempre più che M.

    aveva ragione e che Petròv era forse il più risolutoil più impavido degli uominiun uomo che non conosceva il minimo ritegno. Perché così mi paresseanch'io non so darmene conto.

    Osserverò del resto che questo Petròv era quello stesso che aveva voluto uccidere il maggiore di piazzaquando lo avevano chiamato per infliggergli il castigo e il maggiore "si era salvato per miracolo"come dicevano i detenutiandando via proprio un momento prima della punizione. Un'altra voltaancora prima dei lavori forzatiera accaduto che il colonnello lo avesse percosso durante l'istruzione. Probabilmente già in passato era stato picchiato numerose volte; ma in quel caso non aveva voluto sopportare e aveva accoltellato il suo colonnello apertamentein pieno giornodavanti alle truppe schierate. Per altro io non conosco tutta la sua storia nei particolari; egli non me la raccontò mai. Naturalmente quelli erano soltanto scattinei quali la sua indole si rivelava all'improvviso tutta quantadi colpo.

    Ma tuttavia essi erano in lui abbastanza rari. Egli era effettivamente assennatoanzi pacifico. Si celavano in lui delle passionie anche fortiinfocate; ma i loro carboni ardenti erano costantemente cosparsi di cenere e bruciavano piano piano. In lui non notai mai nemmeno l'ombra della millanteria o della vanitàcomeper esempioin altri. Egli litigava di radoin cambio non era in particolare amicizia con alcunosalvo forse il solo Sirotkine anche soltanto quando di costui aveva bisogno. Una volta però lo vidi adirarsi sul serio. Non gli avevano dato qualcosanon so che oggettolo avevano defraudato. Litigava con lui un detenuto atleticodi alta staturamalignoattaccabrigheschernitore e tutt'altro che paurosoVassili Antonov della categoria civile. Essi avevano già gridato a lungo e io pensavo che la cosa sarebbe finita tutt'al più con un po' di semplici scapaccioniperché Petròvper quanto assai di radoqualche volta attaccava lite e ingiuriava come l'ultimo dei forzati. Ma quella volta accadde altrimenti: Petròv a un tratto impallidìle sue labbra presero a tremare e si fecero livide; incominciò a respirare a fatica. Egli si levò dal suo posto e lentamentemolto lentamentecoi passi silenziosi dei suoi piedi scalzi (d'estate gli piaceva molto andare scalzo)si avvicinò ad Antonov. A un trattonell'intera camerata piena di rumori e di gridatutti insieme fecero silenzio; si sarebbe udito volare una mosca. Tutti attendevano ciò che sarebbe seguito. Antonov gli balzò incontro; il suo viso era sfigurato... Io non ressi più e uscii dalla camerata. Supponevo che non avrei ancora avuto il tempo di scendere la scaletta che mi sarebbe giunto il grido di un uomo sgozzato. Ma la cosa terminò in nulla anche questa volta; Antonovprima che Petròv arrivasse fino a lui gli buttò in silenzio e in fretta l'oggetto conteso. (Si trattava del più misero stracciodi non so che fasce da piedi). S'intende che di lì a un paio di minuti Antonov gli disse tuttavia qualche po' di parolaccea scarico di coscienza e per salvare le apparenzeper far vedere che non si era poi presa tanta paura. Ma alle ingiurie Petròv non fece alcuna attenzionenon rispose nemmeno: la faccenda non stava nelle ingiurie e si era conclusa a suo vantaggio; egli era rimasto molto soddisfatto e si era preso lo straccio. Dopo un quarto d'ora già andava a zonzo come prima per il reclusoriocon l'aria di chi non ha proprio nulla da fare e come cercando di sentire se da qualche parte non si avviassero dei discorsi un po' curiosiper ficcarci il suo naso e ascoltare. Pareva che tutto lo interessasseeppure accadevanon so comeche per lo più rimanesse indifferente a tutto e vagabondasse per il carcere soltanto cosìda sfaccendatobuttandosi di qua e di là. Lo si poteva paragonare anche a un operaioa un robusto operaioche sul lavoro fa prodigima al quale per il momento non si dà lavoro e che in attesa se ne sta in riposo e gioca coi bambini. Un'altra cosa io non capiscoperché vivesse nel reclusorioperché non fuggisse. Egli non avrebbe esitato a fuggirepurché lo avesse fortemente voluto. Sugli uomini come Petròv la ragione impera solo fino a quando essi non vogliono qualche cosa. A questo punto poi non ci sono più su tutta la terra ostacoli al loro desiderio. E io sono sicuro che avrebbe saputo evadere abilmentegabbando tuttie avrebbe potuto starsene per una settimana senza pane in qualche sitonella foresta o in mezzo ai canneti di un fiume. Ma evidentemente egli non si era ancora intoppato in questo pensiero e non aveva ancora desiderato ciò con pienezza. Un grande raziocinioun particolare buon senso non l'avevo mai notato in lui. Questi uomini vengono al mondo con una sola idea che per tutta la vita li spinge incoscientemente in qua e in là; e così sono sballottati tutta la vitafinché non si siano trovati qualcosa da fare in piena conformità al loro desiderio; allora la testa non serve loro più a nulla. Io mi meravigliavo qualche volta che un uomo simileche aveva accoltellato il suo superioreperché picchiatosi stendesse da noi così passivamente sotto le verghe. E a volte lo fustigavanoquando veniva sorpreso con l'acquavite. Come tutti i forzati senza mestiereegli si metteva di tanto in tanto a portar dentro acquavite. Ma lui anche sotto le verghe si stendeva come se lo facesse di sua propria volontàcioè come se fosse consapevole che c'era un motivo; in caso contrarionon si sarebbe messo giù per nulla al mondoa costo di farsi ammazzare. Io mi meravigliavo di lui anche quandononostante la sua visibile devozione per memi derubava. Era un impulso che lo assalivain certo modoa periodi. Fu lui a rubarmi la Bibbiache io gli avevo dato solo da portare da un posto a un altro. La distanza era di pochi passima egli fece in tempo a trovare per via un compratore e gliela vendettee subito dopo si bevve anche i soldi. Certamente gli era venuta una gran voglia di beree poiché gliene era venuta una gran vogliaessa doveva venire appagata. Ecco che un tipo simile può assassinare un uomo per un quarto di rubloper comprarsi con questo quarto di rublo una mezzetta di acquaviteanche se in un altro momento lo lascerebbe passare con centomila rubli. La sera egli stesso mi confessò il furtoma senza il minimo turbamento o pentimentocon assoluta indifferenzacome se si trattasse del più comune dei casi. Io mi provai a sgridarlo ben benetanto più che mi rincresceva per la mia Bibbia. Egli mi ascoltava senza irritarsiperfino con molta calma; era d'accordo che la Bibbia era un libro utilissimorimpiangeva sinceramente che non ce l'avessi piùma non rimpianse affatto di avermela rubata; egli mi guardava con un'aria così sicura di sé che io smisi subito di sgridarlo. La mia sgridata poi la sopportava probabilmente per aver riflettuto che non si poteva fare a meno di insolentirlo per un'azione similecome a dire: si sfoghi puresi diverta pure a ingiuriarmi; ma chein sostanzatutto ciò era una sciocchezzauna tale sciocchezza che una persona seria si sarebbe vergognata anche di parlarne. A me pare che mi considerasse in generale come una specie di bambinoquasi quasi di lattanteche non capiva le cose più semplici del mondo.

    Seper esempioio stesso mi mettevo a discorrere con lui di altre cose che non fossero le scienze e i libriegliè veromi rispondevama come se facesse questo soltanto per cortesialimitandosi alle risposte più laconiche. Spesso mi domandavo: che importa a lui di queste faccende libresche sulle quali di solito m'interroga? Accadeva chenel corso di tali conversazioniiofacendo finta di nientegli gettassi una occhiata in tralice per vedere se non rideva di me. Ma no; di solito ascoltava seriamenteattentamentebenché del resto non troppoe quest'ultima circostanza a volte m'indispettiva. Mi rivolgeva le sue domande in modo esattoprecisoma pareva che non si meravigliasse molto delle informazioni da me ricevute e anzi le accogliesse distrattamente. Mi pareva ancora chea mio riguardoegli avesse conclusosenza rompersi troppo la testache con me non si poteva parlare come con gli altri uominicheall'infuori dei discorsi sui librinon avrei capito nullaanzi non ero in grado di capire nullacosicché non era nemmeno il caso di incomodarmi.

    Io sono sicuro che mi voleva perfino benee questo mi faceva stupire. Se mi considerasse come un uomo immaturoincompletose sentisse per me quel genere speciale di commiserazione che ogni essere forte istintivamente sente per un altro più deboleprendendomi per tale... io non lo so. E sebbene tutto ciò non gli impedisse di derubarmisono convinto cheanche derubandomimi compativa. "Eh!"pensava forsementre affondava la mano nella mia robache razza d'uomo è mai questo, che non può difendere nemmeno le cose proprie!. Ma per questo appunto pareva volermi bene. Egli stesso mi disse una voltain certo qual modo all'impensatache io ero proprio "un uomo dal cuore troppo buono"e: - Siete così semplicecosì semplice- disse- che si è presi perfino da pietà. Ma voiAleksàndr Petrovic'non pigliatela come un'offesa- soggiunse dopo un momento- iogiàl'ho detto così di tutto cuore.

    A siffatti uomini accade a volte nella vita di manifestarsi e segnalarsi a un trattoin modo brusco e appariscentenei momenti di qualche violenta azione collettiva o di un rivolgimentoe in tal guisa vengono a trovarsi di colpo nella pienezza della loro attività. Essi non sono gli uomini delle parole e non possono essere i promotori e i condottieri di un'impresa; ma ne sono i principali esecutori e sono i primi a cominciare. Incominciano con semplicitàsenza gettare troppe gridama in cambio sono i primi a scavalcare l'ostacolo principalesenza rifletterci susenza paurao a marciare direttamente contro le baionettee tutti gli altri si precipitano dietro di loro e li seguono ciecamenteli seguono fino all'estrema muragliadove di solito lasciano anche la loro testa. Io non credo che Petròv possa finir bene; egli finirà tutto di colpo in un qualche momento ese non si è perduto fino ad oggiciò vuol dire che non è ancora venuta la sua ora.

    Del restochi sa? Può anche darsi che viva fino ad avere i capelli bianchi e che muoia tranquillissimamente di vecchiaiavagabondando senza scopo di qua e di là. Ma a me sembra che M.

    avesse ragione dicendo che era quello l'uomo più risoluto di tutto il penitenziario.

     

  15. UOMINI RISOLUTI: LUKA'
  16. Degli uomini risoluti non è facile dire: ai lavori forzaticome dappertuttoce n'erano pochini. Il taleall'aspettoera magari un uomo spaventoso; se tu consideravi ciò che di lui si raccontavate ne scostavi perfino. Un certo sentimento inconsapevole mi induceva sul principio finanche a girar largo intorno a queste persone. Poi ebbi a modificare in molti punti le mie idee anche sul conto dei più terribili assassini. Taluno non aveva uccisoma era più spaventoso di un altro venuto lì per sei omicidi. Di certi delitti poi era difficile farsi anche l'idea più elementare: a tal segno c'era nella loro consumazione molto di strano. Io dico questo appunto perché nel nostro popolino certi assassinii hanno origine dalle cause più stupefacenti. Esisteper esempioanzi molto spessoquesto tipo di omicida: il tal uomo fa vita quieta e pacifica. Il suo destino è amaroe lui sopporta.

    Mettiamo che sia un contadinoun servo di casaun piccolo borgheseun soldato. Tutt'a un tratto egli ha avuto uno scatto:

    non ha potuto più reggere e ha accoltellato il suo nemico e angariatore. E qui appunto incomincia lo strano: per un po' di tempo quest'uomo trascende improvvisamente ogni misura. Prima ha assassinato l'angariatoreil nemico; questoper quanto criminosoè comprensibile: qui c'era un motivo; ma poi non accoltella più i nemiciaccoltella il primo che incontrache gli viene tra i piediaccoltella per sollazzoper una parola ingiuriosaper uno sguardoper far numero pario semplicemente dice: "Via dalla mia stradanon venirmi sottoio tiro dritto!".

    Come se costui diventasse ubriacocome se avesse il delirio della febbre. Come seavendo una volta varcato il limite a lui vietatocominciasse ormai a compiacersi che non c'è più per lui nulla di sacro; come se fosse trascinato a scavalcare di colpo ogni legalità e autorità e a deliziarsi della più sfrenata e illimitata libertàa godere nel sentirsi mancare il cuore per lo sgomento che non può non provare di fronte a se stesso. Egli sa inoltre che lo attende un terribile supplizio. Tutto ciò forse è simile alla sensazione che prova un uomoquandodall'alto di una torresi sente attirato verso l'abisso che ha sotto i pieditanto che alla fine sarebbe egli stesso felice di buttarsi a capofitto: giù alla sveltae sia un affare chiuso! E tutto questo accade perfino agli uomini finora più pacifici e meschini. Taluno di essiin questa ebbrezza si dà perfino delle arie. Quanto più depresso era in passatotanto più fortemente è tratto ora a pavoneggiarsia incutere paura. Egli si bea di questa paurasi compiace perfino del ribrezzo che suscita negli altri. Ostenta una specie di TEMERITA'e un simile "temerario" a volte attende egli stesso il castigo con impazienzaattende che DECIDANO la sua sorteperché a lui stesso riesce infine gravoso il far mostra di tale ostentata TEMERITA'. E' curioso che per lo più tutto questo stato d'animotutta questa ostentazione dura esattamente fino al patibolo e poi è come troncata di netto: quasi si trattasse in realtà di un termine formalesi direbbefissato in precedenza da apposite norme. Allora l'individuo tutt'a un tratto si ammansiscesi fa piccinodiventa una specie di straccio. Sul patibolo piagnucolachiede perdono al popolo. Arriva al reclusoriolo guardi: è così bavosocosì mocciosoe anche così accasciato che ti meravigli perfino di lui: "Possibile che sia quello stesso che ha assassinato cinque o sei persone?".

    Certotaluni anche nel reclusorio non si ammansiscono rapidamente. In loro persiste ancora una certa baldanzauna certa vanteriacome a dire: "Eccoio non sono mica quello che voi credete: io sono qui perché 'ho sei anime sulla coscienza'". Ma finisce con l'ammansirsi anche lui. Qualche volta cerca solo di svagarsi ricordando il suo intrepido slanciola sua baldoriaunica nella sua vitaquando era stato "temerario"e gli piace assai poter trovare un sempliciotto davanti al qualecon decorosa gravitàdarsi delle arie e vantarsi raccontandogli le proprie gestasenza lasciar vedere del resto che è lui stesso a volergliele raccontare. Come a dire: "Ecco che uomo ero io!".

    E con quali raffinatezze si osserva questa cautela tutta fatta di amor proprioquanto pigramente noncurante è a volte un simile racconto! Quale studiata fatuità traspare nel tono e in ciascuna parola del narratore! E dove ha imparato questa gente?

    Una volta in quei primi giorniin una lunga seratamentre giacevo ozioso e angosciato sul tavolaccioascoltai una di tali conversazioni eper la mia inesperienzapresi il narratore per non so che immanetremendo malfattoreper un carattere inauditamente ferreomentre a quello stesso tempo per poco non mi burlavo di Petròv. Tema del racconto era come luiLukà Kuzmic'non per altro che per il suo puro piacereavesse MESSO A TERRA un maggiore. Questo Lukà Kuzmìc' era quello stesso piccoloesilegiovane detenuto della nostra baraccadal nasino puntutoquel ciuffetto di cui mi pare di aver già fatto cenno. Egli era in realtà un russonato però nel mezzogiorno emi pareun servo di casa. C'era in lui effettivamente qualcosa di acutod'insolente:

    "L'uccelletto è piccinoma l'unghietta è aguzza". I detenuti però istintivamente ti decifrano un uomo. Lo rispettavano pochissimo ocome si dice ai lavori forzati "gli portavano pochissimo rispetto". Aveva un enorme amor proprio. Quella sera stava seduto sul tavolaccio e cuciva una camicia. Cucire di bianco era il suo mestiere. Accanto a lui sedeva un ragazzo di campagna ottuso e corto di mentema buono e affettuosoalto e robustosuo vicino di tavolaccioil detenuto Kobilin. Lukàdata la vicinanzaspesso litigava con lui e in generale lo trattava dall'alto in bassoin modo beffardo e dispoticocosa di cui Kobilinper la sua bonomiain parte nemmeno si accorgeva. Egli stava facendo a maglia una calza di lana e ascoltava Lukà con indifferenza. Costui raccontava con voce abbastanza forte e chiara. Voleva che tutti lo ascoltasseropur cercando invece di far finta di raccontare al solo Kobilin.

    - Mi avevano trasferitofratellodal nostro posto- egli prese a dire agucchiando- a K-vper vagabondaggio cioè.

    - E questo quandoda molto tempo? - domandò Kobilin.

    - Eccoquando saranno maturi i pisellisi entrerà nel secondo anno. Be'come arrivammo a K-vmi schiaffarono per un po' di tempo in quella prigione. Guardo: ci sono con me una dozzina di personetutti ciuffettialtirobustiforti come tori. Ma così quieti! ll cibo è cattivo e il loro maggiore li fa girare come "ancomoda" a sua grazia (Lukà apposta aveva storpiato questa parola). Ci sto un giornodue giorni; vedo che è gente paurosa.

    Come mai dicole fate buone a un simile imbecille?

    - Ma vacci un po' tu a discorrere con lui! - e ridono perfino di me. Io sto zitto. E c'era lì un ciuffetto ridicolissimofratelli- soggiunse a un tratto lasciando Kobilin e rivolgendosi a tutti in generale. - Raccontava come l'avevano condannato in tribunalee come lui discorreva coi giudicie intanto piangeva a dirotto:

    diceva che a casa gli erano rimasti i bambinila moglie. Un uomo così grande e grossodai capelli grigi. "Io"dicegli dico:

    no. E lui, figlio del diavolo, scrive, scrive sempre. Be', dico tra me, che tu possa crepare affogato! E lui scrive sempre, scrive sempre; oh, quanto scrisse!... E' lì che fui rovinato!. Da' un po' qui il filoVassia; quello del reclusorio è marcio.

    - E' preso al mercato- rispose Vassia porgendo il filo.

    - Il nostro per sarti è meglio. L'altro giorno hanno mandato un invalido e lui lo prende da qualche lercia donnetta! - continuò Lukà infilando l'ago contro luce.

    - Dalla comaresi vede.

    - Si vededalla comare.

    - Ebbenee il maggiore? - domandò Kobilinche era stato del tutto dimenticato.

    Non ci voleva altro per Lukà. Egli però non continuò subito il suo raccontoanzi parve non degnare nemmeno della sua attenzione Kobilin. Tirò tranquillamente il filotranquillamente e pigramente ritrasse i piedi sotto di sée infine così prese a dire:

    - Io svegliai finalmente i miei ciuffetti e pretendemmo che venisse il maggiore. E io fin dal mattino avevo chiesto al mio vicino il mariolo [12]l'avevo preso e nascostos'intendeper ogni caso. Il maggiore va in bestia. Viene da noi. - Be'dico- non abbiate pauraciuffetti! - Ma a loro l'anima era già andata nei calcagnitremano addirittura. Arriva di corsa il maggioreubriaco. - Chi c'è qui? Come mai qui! Io sono zar e dio!

    - Appena ebbe detto: "Io sono zar e dio!"mi avvicinaiseguitò Lukà- il coltello lo avevo nella manica.

    - Nodicoalta nobiltà- e intanto a poco a poco mi faccio sempre più vicino- noquesto poi com'è possibiledicoalta nobiltàche voi siate qui da noi e zar e dio?

    - Ahallora sei tuallora sei tu- si mise a gridare il maggiore- il caporione!

    - No- dico (e intanto gli sono sempre più vicino)- nodicoalta nobiltàcome forse è noto e cognito anche a voiIddio nostroonnipotente e onnipresenteè unicodico. E anche il nostro zar è uno solomesso da Dio medesimo sopra a tutti noi.

    Luialta nobiltàè il monarca! E voidicoalta nobiltàsiete ancora soltanto maggioreil nostro capoalta nobiltàper grazia dello zardicoe per i vostri meriti.

    - Comecomecomecome! - E si mise a schiamazzare in tal modo che non poteva più parlaresoffocava. Ne fui molto meravigliato.

    - Ecco com'è! - dico; e di colpo mi getto su di luie gli pianto tutto il coltello proprio nel ventre. Fu l'affare di un momento.

    Stramazzò e scalciò solo un poco coi piedi. Io buttai il coltello.

    - Guardateciuffetti- dico- ora tiratelo su!

    Ma qui devo fare una digressione. Purtropposiffatte espressioni:

    "Io sono zar e dio" e molte altre simili a questa erano non poco in usouna voltafra molti dei nostri comandanti. Bisogna d'altra parte riconoscere che di tali comandanti ne rimangono ormai pochie forse sono anche scomparsi del tutto. Noterò pure che specialmente facevano sfoggioe amavano fare sfoggiodi tali espressioni per lo più i comandanti venuti essi stessi dai gradi inferiori. Il grado di ufficiale pare che sconvolga loro tutte le visceree insieme anche la testa. Dopo avere a lungo stronfiato tirando la carretta e percorso tutti i gradini della sottomissioneessi si vedono improvvisamente ufficialicomandantigentiluominie per la mancanza di abitudine e per l'ebbrezza del primo momento hanno un esagerato concetto della propria potenza e importanza; ben s'intendesolo di fronte ai gradi inferiori a loro subordinati. Davanti a quelli più alti invece continuanocome primain un servilismo ormai del tutto inutileanzi antipatico a molti superiori. Certi leccapiedi si affrettano anzicon un particolare intenerimentoa dichiarare ai propri comandanti superiori che loropur essendo ufficialivengono dai bassi gradi e "sanno sempre stare al proprio posto".

    Ma di fronte ai gradi inferiori essi sono diventati padroni poco meno che assoluti. Certoè ben difficile che di costoro oggi ce ne sianoe ben difficilmente se ne troverà uno che si metta a gridare: "Io sono zar e dio". Maciò nonostanteio osserverò pur sempre che nulla irrita tanto i detenutie in generale tutti i subordinatiquanto siffatte espressioni dei superiori. Questa sfacciata esaltazione di séquesta esagerata opinione della propria impunità genera l'odio nel più docile degli uomini e lo fa proprio andare fuori dei gangheri. Per fortunatutta questa faccenda appartiene quasi al passatoe anche nei vecchi tempi era severamente repressa dai superiori. Io ne conosco parecchi esempi.

    In genere poi irrita le persone di grado inferiore qualsiasi atto di sdegnosa noncuranzaqualsiasi aria schizzinosa nel trattare con loro. Certuni pensanoper esempiochese si nutre benesi mantiene bene il detenutose tutto si fa in conformità della leggenon c'è più altro da fare. Anche questo è un errore. Ogni uomochiunque egli sia e per quanto avvilitopurtuttaviaanche se istintivamenteanche se inconsapevolmentepretende che si rispetti la sua dignità umana. Il detenuto medesimo sa di essere un detenutoun reiettoe conosce il suo posto di fronte ai superiori; ma con nessun marchiocon nessuna catena potrai fargli dimenticare che è un uomo. E poiché egli è in realtà un uomodi conseguenza bisogna anche trattarlo umanamente. Dio mio! Un trattamento UMANO può umanizzare perfino qualcuno su cui l'immagine di Dio si è da gran tempo offuscata. Appunto questi "disgraziati" sono da trattare nel modo più umano. E' questa la salvezza e la gioia loro. Io ho incontrato di tali buonigenerosi comandanti. Io ho visto l'effetto che essi producevano su questa gente avvilita. Poche parole amorevolie i detenuti quasi risuscitavano moralmente. Ne gioivano come bambini e come bambini cominciavano ad amare. Noterò ancora una stranezza: agli stessi detenuti non garba che i superiori li trattino in modo troppo familiare e UN PO' TROPPO bonario. Essi vogliono rispettare il capoma in tal caso cessanoin certo qual mododi rispettarlo.

    Al detenuto piaceper esempioche il suo superiore abbia delle decorazioniche sia un uomo prestantenelle grazie di qualche alta autoritàche sia severo e grave e giusto e sappia mantenere la propria dignità. Una persona così i detenuti l'amano di più: sa conservare Ia propria dignità e non li offendedunque tutto va benetutto è a modo.

    - Allora dev'essere per questo che ti hanno rosolato? - osservò tranquillamente Kobilin.

    - Ehm! Proprio rosolatofratelloè vero che mi hanno rosolato.

    Aléjdammi qua le forbici! E chefratellioggi non c'è "majdàn"?

    - Poco fa si sono bevuto tutto- disse Vassia. - Se non si fossero bevuto tuttomagari ci sarebbe stato.

    - Se! Per un se anche a Mosca danno cento rubli- osservò Lukà.

    - E a teLukàquanto dettero in tutto e per tutto? - riattaccò discorso Kobilin.

    - Me ne detteroamico carocentocinque. E vi dirò questofratelli: per poco non mi ammazzarono- riprese Lukà lasciando di nuovo Kobilin. - Ecco come mi toccarono queste centocinque: mi condussero in gran parata. E io prima di allora non avevo mai assaggiato le fruste. Di gente se ne precipitò là un mondotutta la città accorse: avrebbero castigato un briganteun assassino cioè. Ma come è mai stupida quella gentetanto che non so nemmeno io come dire! Timoska [13] mi spogliòmi stese giùpoi gridò: - Tieniti fermoora ti scotto! - Io aspetto: che accadrà? Come me ne ebbe appiccicata unavolevo già gridarefeci per aprir la boccama la forza di gridare non ce l'avevo più. La voce mi si era fermata in gola cioè. Quando mi appiccicarono la secondami credi o no?non sentii più contare due. E quando mi riebbisentii contare diciassette. E cosìfratellomi levarono poi per un quattro volte dal cavallettocon mezz'ora di riposo per volta; mi spruzzavano d'acqua. Io guardo tutti con gli occhi fuori della testa e penso: "Qui morirò".

    - E non sei morto? - domandò ingenuamente Kobilin.

    Lukà lo misurò con uno sguardo in sommo grado sprezzante; echeggiò uno sghignazzo.

    - Proprio uno scemo!

    - Coi tangheri è un brutto affare- osservò Lukà come pentendosi di aver potuto attaccar discorso con un uomo simile.

    - Un uomo senza cervello- rincalzò Vassia.

    Lukàpur avendo ammazzato sei personenel reclusorio non era mai temuto da alcunobenché forse desiderasse sinceramente passare per un uomo terribile...

     

     

  17. ISSAJ FOMIC' - IL BAGNO - IL RACCONTO DI BAKLUSCIN
  18. Giunse la festa del Natale di Cristo. I detenuti l'avevano attesa con una certa solennità eguardandolianch'io mi ero messo ad attendere qualcosa di straordinario. Un quattro giorni prima della festa ci condussero al bagno. Durante il mio soggiornospecialmente nei primi annii detenuti di rado venivano condotti al bagno. Tutti si rallegrarono e cominciarono a prepararsi. Era stato stabilito di andarci nel pomeriggio e in quei pomeriggi non si lavorava. Più di tutti si rallegrava e si affaccendava nella nostra camerata Issàj Fomìc' Bumstejnun forzato ebreodel quale ho già accennato nel quarto capitolo del mio racconto. A lui piaceva fare il bagno a vapore fino all'intontimentofino a perdere i sensie ogni qual volta mi accade orariandando i vecchi ricordidi rammentarmi anche il bagno del reclusorio (il quale merita che io non me ne dimentichi)subito emerge dinanzi a menel primo piano del quadrola faccia del beatissimo e indimenticabile Issàj Fomìc'mio compagno di lavori forzati e con me convivente nella camerata. O Signoreche uomo esilarante e buffo era quello! Già ho detto qualche parola della sua figurina:

    sui cinquant'annimingherlinogrinzosocoi più orribili marchi sulle guance e sulla frontemagrodebole di forzecon un corpo bianco da pulcino. Nell'espressione del suo viso traspariva una costanteincrollabile soddisfazione di séanzi beatitudine.

    Pareva che non rimpiangesse affatto di esser finito in galera.

    Poiché era gioiellieree in città non c'erano gioiellierieseguiva continuamente per i signori e per le autorità cittadine null'altro che lavori di oreficeria. Qualcosa glieli pagavano pur sempre. Egli non era in bisognoanzi viveva riccamentema metteva da parte il denaro e lo prestava a interessesu pegnoa tutti i forzati. Egli aveva un suo samovàrun buon materassodelle tazzetutto un servizio da tavola. Gli ebrei della città non cessavano di avere relazioni con lui e di proteggerlo. Il sabato andava sotto scorta al suo oratorio in città (il che è consentito dalle leggi) e viveva beatamenteattendendo però con impazienza di avere scontato i suoi dodici anni per "ammogliarsi".

    C'era in lui il più comico miscuglio di ingenuitàdi stupiditàdi furberiadi audaciadi bonomiadi timidezzadi vanteria e di sfacciataggine. A me riusciva molto strano che i forzati non ridessero punto di lui e tutt'al più lo canzonassero un poco per divertirsi. Issàj Fomìc' evidentemente serviva a tutti di svago e spasso continuo. "Da noi è uniconon toccate Issàj Fomìc'"dicevano i detenutie Issàj Fomìc'benché capisse di che si trattavaera visibilmente orgoglioso della propria importanzail che molto sollazzava i detenuti. Egli era giunto ai lavori forzati nel modo più burlesco (ancora prima di mema me l'avevano raccontato). Tutt'a un trattoun giornoverso seranelle ore di ripososi era propagata nel reclusorio la voce che avevano condotto un ebreuccio e lo stavano radendo nel corpo di guardiae che sarebbe venuto subito. Di ebrei non ce n'era allora ai lavori forzati neppure uno. I detenuti lo attendevano con impazienza e lo circondarono immediatamenteappena varcò il portone. Il sottufficiale del reclusorio lo accompagnò in una camerata per civili e gli indicò il suo posto sul tavolaccio. Issàj Fomìc' aveva tra le mani il suo sacco con la roba governativa che gli era stata consegnata e con la sua propria. Egli posò il saccosi arrampicò sul tavolaccio e si mise a sederecon le gambe piegate sotto di sésenza osar levare gli occhi su alcuno. Intorno a lui risuonavano risate e facezie di reclusorio che pigliavano di mira la sua origine ebraica. A un tratto si aprì un varco attraverso la folla un giovane detenuto portando in mano i suoi più vecchisudici e laceri calzoni estivicon le polpacciere governative per giunta. Egli sedette accanto a Issàj Fomìc' e gli batté sulla spalla.

    - Be'amico carosono già sei anni che ti aspetto qui. Eccoguardaquanto mi dai?

    E spiegò dinanzi a lui i cenci che aveva portato.

    Issàj Fomìc'cheentrando nel carceresi era intimidito a tal punto da non osare nemmeno alzare gli occhi su quella moltitudine di facce beffardesfigurate e spaventose che lo avevano strettamente attorniatoe per questa timidezza non era ancora riuscito a dire parolaappena visto il pegnosi riscosse di colpo e incominciò vivacemente a palpare con le dita gli stracci.

    Li guardò perfino contro luce. Tutti aspettavano quel che avrebbe detto.

    - Ebbeneun rublo d'argento non me lo daresti? Eppure lo varrebbero! - continuò il pignorante strizzando l'occhio a Issàj Fomìc'.

    - Dare un rublo d'argento non si puòma sette copeche si può.

    E queste furono le prime parole pronunciate da Issàj Fomìc' nel reclusorio. Tutti si sbellicarono addirittura dalle risa.

    - Sette! Be'dammene pure sette: sei fortunato! Bada peròconserva bene il pegno; me ne risponderai con la tua testa.

    - Con tre copeche d'interessesaranno dieci copeche- proseguì l'ebreuccio a scatti e con voce tremanteaffondando la mano in tasca per prendere il denaro e gettando occhiate timorose ai detenuti. Aveva una tremarella straordinariaeppure voleva concludere l'affare.

    - Per un annoo chele tre copeche d'interesse?

    - Nonon per un annoma per un mese.

    - Sei ben tiratogiudeo. E come si deve chiamarti?

    - Issàj Fomìc'.

    - Be'Issàj Fomìc'tu qui da noi andrai lontano! Addio.

    Issàj Fomìc' esaminò ancora una volta il pegnolo ripiegò e lo ficcò con gran cura nel suo saccofra le persistenti sghignazzate dei detenuti.

    Realmente pareva che tutti gli volessero addirittura bene e nessuno l'offendevasebbene quasi tutti gli fossero debitori.

    Egli era poi mite come una gallina evedendo l'universale buona disposizione a suo riguardoalzava perfino la crestama con una comicità così bonaria che glielo si perdonava subito. Lukàche in vita sua aveva conosciuto molti ebreuccispesso lo stuzzicavae niente affatto per malanimoma cosìper divertimentocome ci si diverte con un cagnolinocon un pappagallocon le bestiole ammaestrate eccetera. Issàj Fomìc'che sapeva questo assai benenon si offendeva per niente e se la cavava con le celie in modo abilissimo.

    - Ehigiudeote le suono!

    - Tu mi colpirai una volta e io colpirò te dieci volterispondeva bravamente Issàj Fomìc'.

    - Rognoso maledetto!

    - Sia purerognoso.

    - Giudeo rognoso !

    - Sia pur così. Rognoso sìma ricco; ci ho i bezzi.

    - Hai venduto Cristo.

    - E sia pure.

    - BeneIssàj Fomic'bravo! Non toccateloda noi è unico!

    gridavano sghignazzando i detenuti.

    - Ehigiudeoti buscherai un po' di "knut" e andrai in Siberia.

    - Ci sono già in Siberia.

    - Ti spediranno ancora più lontano.

    - E là il signor Dio c'è?

    - Per essercic'è.

    - Be'e sia; purché ci sia il signor Dioe i bezzipoi si sta bene dappertutto.

    - Bravo Issàj Fomìc'si vede che è bravo! - gridano intornoe Issàj Fomìc'pur vedendo che di lui si rides'imbaldanzisce; le lodi generali gli recano un visibile piacere ed egli incomincia a cantare per tutta la cameratacon esile voce di soprano: "lia- lia-lia-lia-lia!" un certo futile e buffo motivol'unica canzonesenza paroleche egli abbia cantato durante tutta la sua vita di galera. In seguitofatta più stretta conoscenza con meegli mi assicurava con giuramento che era questa la stessa canzone e lo stesso motivo che cantavano tutti i seicentomila ebreipiccoli e grandiattraversando il Mar Rosso e che a ogni ebreo era prescritto di cantare questo motivo nei momenti di trionfo e di vittoria sui nemici.

    La vigilia di ogni sabato. il venerdì seravenivano apposta dalle altre camerate nella nostra per vedere come Issàj Fomìc' avrebbe celebrato la sua festa. Issàj Fomìc' era a tal segno ingenuamente presuntuoso e vanitoso che anche quella generale curiosità gli faceva piacere. Con pedantesca e ostentata gravità egli copriva con una tovagliain un cantuccioil suo minuscolo tavolinoapriva il libroaccendeva due candelette eborbottando certe parole misteriosecominciava a vestire la sua "risa" (o "riza"come egli pronunciava). Era questa una mantelletta variopinta di un tessuto di lanache egli custodiva gelosamente nella sua cassetta. Su entrambe le braccia si legava dei correggioli e sulla testaproprio in frontesi fissava con una legatura una specie di scatoletta di legnosicché pareva che dalla fronte di Issàj Fomìc' spuntasse come un buffo corno. Poi cominciava la preghiera.

    Egli la recitava cantilenandogridandosputandovolgendosi intorno e facendo bizzarri e buffi gesti. Naturalmente tutto ciò era prescritto dal rituale della preghiera e non aveva nulla di ridicolo o di stranoma ridicolo era che Issàj Fomic'come a bella postaposasse davanti a noi e facesse sfoggio dei suoi riti. A un tratto egli si copre la testa con le mani e si mette a leggere singhiozzando. I singhiozzi si rafforzano ed eglispossato e quasi urlandoinclina sul libro la sua testa coronata dall'arca; ma di colpoin mezzo ai violenti singhiozziincomincia a ridere forte e a recitare facendo cantilena con una certa voce intenerita e solennecome affievolita da un eccesso di felicità. "To'ha le smanie!"solevano dire i detenuti. Io domandai una volta a Issàj Fomic': che cosa significano questi singhiozzi e poi tutt'a un tratto questi solenni passaggi a un tono di felicità e di beatitudine? A Issàj Fomìc' piacevano enormemente queste mie domande. Egli mi spiegò lì per lì che il pianto e i singhiozzi esprimevano il pensiero della perdita di Gerusalemme e che la legge prescrivevaa questo pensierodi singhiozzare e di battersi il petto il più forte possibile. Ma chenel momento dei più violenti singhiozziluiIssàj Fomic'DOVEVA A UN TRATTOcome impensatamentericordarsi (questo A UN TRATTO era anch'esso prescritto dalla legge) che esisteva una profezia circa il ritorno degli ebrei a Gerusalemme. A questo punto egli doveva immediatamente esplodere in gioiacanti e risate e recitare le preghiere in tal modo da esprimere già con la voce la maggior felicità possibile e col viso la maggior possibile solennità e nobiltà. Questo A UN TRATTO e l'assoluta obbligatorietà di questo passaggio piacevano straordinariamente a Issàj Fomic': egli ci vedeva un certo specialeingegnosissimo artificio e con aria presuntuosa mi spiegava questa sagace prescrizione della legge. Una voltaproprio nel più vivo della preghieraentrò nella camerata il maggiore di piazzaaccompagnato dall'ufficiale di guardia e da soldati di scorta.

    Tutti i detenuti s'irrigidirono sull'attenti vicino ai loro tavolacciil solo Issàj Fomìc' si mise a gridare ancor di più e a fare ancora più smorfie. Egli sapeva che la preghiera era consentita e non si poteva interromperlaegridando dinanzi al maggiores'intendenon arrischiava nulla. Ma per lui era un piacere straordinario pavoneggiarsi davanti al maggiore e posare di fronte a noi. Il maggiore gli si avvicinò a un passo di distanza: Issàj Fomìc' voltò le spalle al suo tavolino e cominciò a recitare proprio in faccia al maggiorecantilenando e agitando le manila sua solenne profezia. Poiché gli era prescritto di esprimere sul proprio visoin quel momentoanche la massima felicità e nobiltàegli così fece immediatamentedopo aver socchiuso gli occhi in un certo modo specialeridendo e facendo cenni di capo verso il maggiore. Il maggiore si meravigliò; ma alla fine sbuffò dalle risagli diede lì per lìsulla facciadell'imbecille e si allontanòmentre Issàj Fomic' gridava ancora più forte. Dopo un'oraquando egli già cenavagli domandai: - E se il maggiore di piazzanella sua stupiditàsi fosse adirato contro di voi?

    - Quale maggiore di piazza?

    - Come quale? Forse che non l'avete visto?

    - No.

    - Eppure stava a un metro da voiproprio davanti alla vostra faccia.

    Ma Issàj Fomic' cominciò ad assicurarmi nel modo più serio che non aveva visto assolutamente alcun maggiore e che in quei momentidurante quelle preghiereegli cadeva in una specie di estasicosicché non vedeva e non udiva più nulla di ciò che avveniva intorno a lui.

    Come vedo ora distintamente Issàj Fomìc'mentre va girellando il sabatosenza lavoroper tutto il reclusorio cercandocon ogni suo sforzodi non fare nullacome è prescritto per il sabato secondo la legge! Quali inverosimili aneddoti mi raccontava ogni volta che tornava dal suo oratorio! quali incredibili notizie e voci di Pietroburgo mi recava assicurando che le aveva ricevute dai suoi ebreucci e che questi le avevano di prima mano!

    Ma io ho già parlato anche troppo di Issàj Fomìc'.

    In tutta la città c'erano solo due bagni pubblici. Il primotenuto da un ebreoera a cabineal prezzo di cinquanta copeche per cabinae attrezzato per le persone di alto bordo. L'altro bagno invece era soprattutto per il popolinodecrepitosudicioangustoed eccoè in quest'altro bagno che furono condotti i nostri reclusi. Era una giornata di gelo e di sole; i detenuti si rallegravano anche solo di poter uscire dalla fortezza e dare un'occhiata alla città. Per la strada gli scherzi e le risa non ebbero tregua. Ci accompagnava un intero plotone di soldati coi fucili carichifra le meraviglie dell'intera città. Nel bagno ci divisero subito in due squadre: la seconda aspettava nell'anticamera freddamentre la prima squadra si lavavail che era indispensabile per la ristrettezza del luogo. Maciò nonostanteil bagno era angusto al punto che era difficile immaginarsi come potesse trovarci posto anche solo una metà dei nostri. Ma Petròv non si staccava da me; egli stessosenza invito da parte miaaccorse ad aiutarmi e si offrì perfino di lavarmi.

    Insieme con Petròv si fece avanti per servirmi anche Bakluscinun detenuto della sezione specialeche da noi chiamavano "pioniere" e di cui ho già fatto cenno come del più gioviale e simpatico dei detenutiquale era in realtà. Ci eravamo già conosciuti un pochino. Petròv mi aiutò perfino a svestirmiperché ioper mancanza di abitudineci mettevo molto tempo e nell'anticamera del bagno faceva freddopoco meno che fuori. A proposito: per il detenuto è molto difficile spogliarsise non ha ancora imparato bene come si fa. In primo luogobisogna saper slacciare rapidamente i reggicatene. Questi reggicatene si fanno di cuoiodella lunghezza di circa venti centimetrie si portano sopra la biancheriadirettamente sotto l'anello di ferro che cinge la gamba. Un paio di reggicatene non costa meno di sei "grivne" d'argentoe tuttavia il detenuto se li procuraa proprie speses'intendeperché senza di essi è impossibile camminare. L'anello della catena non cinge strettamente la gamba e tra l'anello e la gamba può passare un dito; in tal modo il ferro batte contro la gambala sfrega e in un solo giorno il detenuto senza reggicatene avrebbe il tempo di farsi delle piaghe. Ma togliere i reggicatene non è ancora difficile. E' più difficile imparare a levarsi con abilità la biancheria di sotto le catene. E' tutto un trucco da prestigiatore. Sfilatasiponiamola braca sinistra delle mutandebisogna innanzi tutto farla passare tra la gamba e l'anello della catena; poiliberata la gambafar tornare indietro questa braca attraverso lo stesso anello; poi ciò che già si è tolto dalla gamba sinistra infilarlo attraverso l'anello della gamba destrae infine tutto ciò che si è fatto passare per l'anello di destra farlo tornare indietro verso di sé. La stessa storia si ripete nell'indossare la nuova biancheria. Per un novellino è perfino difficile intuire come ciò si faccia; per primo c'insegnò tutto questoa Tobòlskil detenuto Karenievun ex-capo di brigantiche aveva passato cinque anni alla catena. Ma i detenuti ci sono avvezzi e se la sbrigano senza la minima difficoltà. Io diedi a Petròv alcune copeche perché si provvedesse di sapone e di uno strofinaccio; ai detenuti si distribuivaè veroanche il sapone governativoun pezzetto a testagrande come una doppia copeca e spesso come una di quelle fettine di formaggio che si servono la sera per antipasto alle persone di "medio ceto". Il sapone si vendeva anche lìnell'anticamera del bagnoinsieme con lo "sbiten" [14]i panini a ciambella e l'acqua calda. A ciascun detenuto era assegnatoper un accordo col padrone del bagnoun solo secchio di acqua calda; chi poi voleva lavarsi un po' meglio riceveva per un "gros" un altro secchioche gli si consegnava già nel bagnoattraverso un apposito finestrinodall'anticamera. SpogliatomiPetròv mi condusse addirittura per manoessendosi accorto che mi era molto difficile camminare coi ferri ai piedi. - Tirateli in susui polpacci- diceva intanto sorreggendomicome un aio- e qui fate attenzionequi c'è la soglia. - Io avevo perfino un po' di vergogna: avrei voluto assicurare a Petròv che sapevo andare avanti da me; ma lui non ci avrebbe creduto. Egli mi trattava proprio come un minorenne inesperto che ognuno ha il dovere di aiutare. Petròv non era affatto un servitoresoprattutto non era un servitore; se io l'avessi offesoavrebbe saputo come comportarsi con me. Denaro per i suoi servigi non gliene avevo promesso per nullané lui ne aveva chiesto. Che cosa dunque lo muoveva ad aver tanta cura di me?

    Quando aprimmo la porta che metteva nel bagnopensai che fossimo entrati nell'inferno. Immaginatevi una stanza lunga una dozzina di passi e larga altrettantoin cui erano stipate forse cento persone in una volta ocertamentealmeno ottantaperché i detenuti erano stati divisi in due sole squadre e in tutto eravamo due centinaia di uomini venuti al bagno. Un vapore che velava la vistafuligginesporcizia e una ressa tale che non c'era posto per mettere il piede. Io mi spaventai e volevo tornare indietroma Petròv mi rinfrancò subito. Bene o malecon grandissime difficoltàci aprimmo un passaggio fino alle panche fra le teste degli uomini seduti sul pavimentopregandoli di curvarsiaffinché potessimo passare. Ma sulle panche i posti erano tutti occupati. Petròv mi disse che bisognava comprare il posto e subito entrò in trattative con un detenuto che si era collocato presso il finestrino. Per una copeca quello cedette il suo postoimmediatamente ricevette da Petròv la moneta che questi teneva stretta in pugnodopo averla previdentemente portata con sé nel bagnoe subito si tuffò sotto la pancaproprio sotto il mio postodove era buiosporco e dove si era accumulata dappertutto una melma appiccicaticcia per quasi mezzo dito di spessore. Ma anche i posti sotto le panche erano tutti occupati: anche lì brulicava di gente. Su tutto il pavimento non c'era un posticino largo un palmo dove non sedessero dei detenuti curvi buttandosi addosso l'acqua dei propri secchi. Altri erano ritti in mezzo a quelli etenendo in mano i loro secchisi lavavano stando in piedi; l'acqua sporca ne colava giù direttamente sulle teste rase di coloro che erano seduti per terra. Su un palco e su tutti gli sporti che vi conducevano stavano a sedererannicchiati e curvidegli uomini che si lavavano. Ma si lavavano poco. Le persone del popolo fanno poco usonel lavarsidi acqua calda e di sapone; esse si percuotono soltanto furiosamente con gli scopetti e poi si versano addosso l'acqua freddaed ecco tutto il loro bagno. Sul palco una cinquantina di scopetti si alzavano e si abbassavano a un tempo; tutti si tempestavano di colpi fino allo stordimento. Il vapore veniva immesso a ogni istante. Quello non era più soltanto calore: quello era l'inferno. Tutti berciavano e schiamazzavanoal suono di cento catene trascinate sul pavimento... Talunidesiderando passares'intricavano nelle catene altrui e urtavano le teste di quelli seduti più in bassocadevano bestemmiando e si tiravano dietro gli urtati. Il sudiciume scorreva da ogni parte.

    Tutti erano come ebbricome sovreccitati; echeggiavano strilli e grida. Presso il finestrinonell'anticamera del bagnodi dove si porgeva l'acquala gente s'ingiuriavasi accalcavaera tutta una mischia. L'acqua calda ricevuta si spandeva sulle teste degli uomini seduti sul pavimentoprima che il detenuto arrivasse con essa al proprio posto. Di tanto in tanto gettava un'occhiata dalla finestra o dalla porta socchiusa la faccia barbuta di un soldato col fucile in mano che spiava se non si commettessero disordini.

    Le teste rapate e i corpi dei detenutiarrossati dal vaporesembravano più mostruosi. Sulla schiena riscaldata dal vapore riappaiono di solito nitidamente le cicatrici dei colpi di frusta e di bastone ricevuti in passatocosicché tutti quei dorsi parevano ora nuovamente coperti di piaghe. Spaventose cicatrici!

    Un brivido mi passò per la pellementre le guardavo. Quando si immette il vaporequesto si stende come una nube densa e ardente per tutto il bagno; tutti si mettono a schiamazzarea gridare.

    Dalla nuvola di vapore spuntano schiene segnate di colpiteste rasebraccia e gambe piegatee per colmo Issàj Fomìc' schiamazza a squarciagola sul palco più alto. Egli si flagella fino a perdere i sensima pare che nessun calore possa appagarlo; per una copeca noleggia un bagninoma costui alla fine non regge piùbutta via lo scopetto e corre a inondarsi d'acqua fredda. Issàj Fomìc' non si scoraggia e ne noleggia un secondoun terzo; egli si risolve ormaiper un caso similea non badare a spese e cambia fino a cinque bagnini.

    - Bravo Issàj Fomìc'con che forza si fa scopettare! - gli gridano dal basso i detenuti. Issàj Fomìc' sente di essere in quel momento superiore a tutti e di aver battuto tutti; egli trionfa e con voce acuta da pazzo si mette a urlare la sua aria: "lia-lia- lia-lia-lia"coprendo ogni altra voce. A me venne da pensare chese noi tutti ci fossimo un giorno trovati insieme all'infernoquesto sarebbe stato molto simile a quel luogo. Non potei trattenermi dal comunicare tale supposizione a Petròv; egli guardò soltanto in giro e rimase zitto.

    Io volevo già acquistare anche per lui un posto accanto a me; ma egli sedette ai miei piedi e dichiarò che era comodissimo.

    Bakluscin intanto comprava l'acqua per noi e ce la portava man mano che occorreva. Petròv disse che mi avrebbe lavato dalla testa ai piediper modo che "sarete del tutto pulito"dissee m'invitò insistentemente a far uso dello scopetto. Io non mi ci arrischiai. Petròv mi passò il sapone su tutto il corpo.

    - E ora vi laverò i PIEDINI- soggiunse a conclusione. Io volevo già rispondere che potevo lavarmeli da mema non lo contraddissi più e mi abbandonai totalmente in sua balìa. Nel diminutivo "piedini" non c'era stata la minima nota servile; puramente e semplicemente Petròv non aveva potuto chiamare piedi i miei piedi probabilmente perché gli altrii veri uominiavevano dei piedi e io invece avevo ancora solo dei piedini.

    Lavatomieglicon le stesse cerimoniecioè sostenendomi e dandomi avvertimenti a ogni passocome se io fossi stato di porcellanami condusse fino all'anticamera e mi aiutò a indossare la biancheriae solo dopo essersi del tutto sbrigato con mecorse indietro nel bagno a flagellarsi con lo scopetto.

    Quando fummo giunti a casaio l'invitai a bere un bicchiere di tè. Il tè non lo rifiutòlo bevve e ringraziò. Mi venne l'idea di slacciare la borsa e di offrirgli una mezzetta di acquavite. La mezzetta si trovò nella nostra stessa camerata. Petròv ne fu visibilmente soddisfattobevveraschiò in gola edopo aver osservato che io l'avevo veramente rianimatosi avviò in fretta verso la cucinacome se làsenza di luinon si potesse in alcun modo risolvere una certa questione. Al suo posto venne da me un altro interlocutoreBakluscin (il "pioniere")che io già al bagno avevo pure invitato da me per il tè.

    Io non conosco un carattere più simpatico di Bakluscin. A dir veroegli non dava pace agli altrianzi litigava spesso e non gli piaceva che s'ingerissero nei fatti suoi- insommasapeva farsi rispettare. Ma non litigava a lungo e da noia quanto parevatutti gli volevano bene. Dovunque entrassetutti lo accoglievano con piacere. Lo conoscevano perfino in città come l'uomo più festevole del mondo e come uno che non perdeva mai l'allegria. Era un giovanotto altodi circa trentacinque annidal viso ardito e bonarioabbastanza bellocon un porro. Questo viso egli lo storceva a volte in modo così spassosocontraffacendo tutti quantiche i presenti non potevano non scoppiare a ridere. Era anche lui un burlonema non aveva indulgenza per i nostri schizzinosi nemici delle risatetanto che nessuno più lo sgridava perché era "un uomo vuoto e inutile". Era pieno di fuoco e di vita. Aveva fatto conoscenza con me fin dai primi giorni e mi aveva dichiarato che veniva dai cantonistipoi aveva prestato servizio nei pionieri ed era stato anche preso in considerazione e benvoluto da alcuni alti personaggidel cheper una vecchia abitudinemolto si gloriava. Aveva subito cominciato a farmi domande su Pietroburgo. Leggeva perfino dei libriccini.

    Venuto da me per il tèdapprima fece ridere tutta la camerata raccontando come il tenente Sc. avesse al mattino fatto una partaccia al nostro maggiore di piazza emessosi a sedere accanto a memi annunciò con aria soddisfatta chea quanto parevaci sarebbe stato uno spettacolo. Nel reclusorio durante le feste si combinava un teatrino. Si erano rivelati degli attori e a poco a poco si allestivano le decorazioni. Talune persone della città promettevano di dare dei vestiti per le parti degli attorianche per quelle femminili; si sperava perfino di procurareper mezzo di un attendenteuna divisa di ufficiale con le cordelline.

    Purché al maggiore di piazza non fosse venuto in testa di vietare la cosacome l'anno passato! Ma l'anno passatoa Nataleil maggiore non era di buon umore: aveva perduto denaro al giocoinoltre nel reclusorio erano state commesse delle mancanze e luiper rabbia aveva vietato tutto; ora forse non avrebbe voluto mettere inciampi. Insomma Bakluscin era in grande eccitazione. Si vedeva che era uno dei principali promotori dello spettacoloe io allora mi ripromisi di assistere senza fallo a quella rappresentazione. La bonaria gioia di Bakluscin per la buona riuscita del teatrino mi era piaciuta. Una parola dopo l'altraanche noi ci mettemmo a discorrere. Tra l'altroegli mi disse che non aveva sempre prestato servizio a Pietroburgoche là aveva commesso un fallo e lo avevano mandato a R.come sottufficiale del restoin un battaglione di guarnigione.

    - Ed eccoè poi di là che mi hanno spedito qui- osservò Bakluscin.

    - E per che cosa? - gli domandai.

    - Per che cosa? Che crederesteAleksàndr Petrovic'perché?

    Perché mi ero innamorato!

    - Viaper questo non si manda ancora la gente qui dentroobiettai ridendo.

    - La verità- soggiunse Bakluscin- la verità è che ionel corso di quella faccendaammazzai con una pistolettata un tedesco del posto. Ma mette conto di deportare qualcuno per un tedesco?

    Giudicate voi stesso!

    - Come fuperò? Raccontateè una cosa curiosa.

    - E' una storia comicissimaAleksàndr Petrovic'.

    - Allora tanto meglio. Raccontate.

    - Ho da raccontare? Be'ascoltate dunque...

    Io ascoltai la storia magari non del tutto comicama in cambio abbastanza strana di un omicidio...

    - Ecco come andarono le cose- incominciò Bakluscin. - Quando dunque mi mandarono a R.vidi che era una bella e grande cittàma che c'erano molti tedeschi. Be'ios'intendeero ancora un giovanetenuto in buon conto dai superiorime ne andavo in giro col cappello sulle ventitréinsomma ammazzavo il tempo. Facevo l'occhiolino alle tedesche. E mi andò a genio una tedeschinaLuisa. Lei e sua zia erano tutt'e due lavandaie e non lavavano che biancheria finissima. La zia era vecchiatanto capricciosae vivevano agiatamente. Io da principio davo delle capatine sotto le loro finestrepoi feci con loro una vera amicizia. Luisa parlava bene anche il russoma solo cosìcome se tartagliasse... ed era tanto carina che io non avevo ancora mai incontrato l'uguale.

    Cominciai a dirle questo e quelloma lei a me: "Noquesto non si puòSasciaperché io voglio serbare tutta la mia purezzaper esserti degna moglie"e mi accarezzae ride sonoramente... ed era così lindaio come lei non ne avevo mai viste. Lei stessa m'invitò a sposarla. Be'come non sposarlapensate un po'! Ecco che mi preparo ad andare con la mia richiesta dal colonnello... A un tratto osservo che Luisa una volta non viene all'appuntamentonon ci venne una seconda voltanon ci venne una terza... Io le mando una lettera; ma la lettera rimane senza risposta. "Che è mai questo?"penso. Se m'ingannassegiocherebbe di astuziarisponderebbe alla lettera e verrebbe all'appuntamento. Lei invece non aveva nemmeno saputo mentire; così aveva semplicemente troncato i rapporti. "Qui c'entra la zia"penso. Dalla zia non osavo andare; benché lei sapessenoi tuttavia facevamo le cose un po' copertamentecon prudenza. Io vado intorno come freneticole scrivo un'ultima lettera e le dico: se non verraiandrò io stesso dalla zia. Si spaventò e venne. Piange; dice che un tedescoSchultzloro lontano parenteorologiaioricco e già anzianoha manifestato il desiderio di sposarla: - Per far felice me- dice- e lui stesso non restare scapolo in vecchiaia. E poi- dice- mi amava già prima e da lungo tempo nutriva questa intenzionema taceva sempre e si preparava. E così eccoSascia- mi dice- lui è ricco e questa per me è la fortuna; è mai possibile che tu voglia privarmi della mia felicità? - La guardo: piangemi abbraccia... Ehpensodice pure delle cose assennate! Be'che senso c'è a sposare un soldatoanche se sono sottufficiale? Be'- dico- Luisaaddioche il Signore ti assista; non è il caso che io ti privi della tua felicità. Ma com'èè bello?. No- dice- è già anzianocon un lungo naso... - e lei stessa scoppia a ridere. La lasciai: ebbenepensonon era destino! La mattina dopo passo davanti alla bottega di luiil nome della via lei me l'aveva detto. Guardo attraverso il vetro: c'è lìsedutoun tedesco che lavora a un orologiosui quarantacinque annicon un naso arcuatogli occhi a fior di testain giubba e col colletto dirittoalto cosìdall'aria così grave. Io sputai; volevo già lì per lì fracassargli il vetro... ma nopenso! Non è il caso di molestarlofacci una croce su! Arrivai in caserma al crepuscolomi coricai sulla brandaed eccomi credeteAleksàndr Petrovic'mi misi a piangere...

    - Be'passa così un giornoun secondoun terzo. Con Luisa non m'incontro. E intanto avevo sentito da una comare (era una vecchiaanche lei lavandaiadalla quale Luisa andava qualche volta) che il tedesco sapeva del nostro amore e perciò aveva deciso di chiedere la sua mano al più presto. Se noavrebbe aspettato ancora un paio d'anni. Pareva che si fosse fatto giurare da Luisa che non mi avrebbe più veduto e che per intanto le tenesse ancora tutt'e duee la zia e Luisasulla corda; forse avrebbe ancora cambiato idea e tuttora non aveva deciso del tutto.

    Lei mi disse pure che per domani l'altrouna domenicale aveva invitate tutt'e due di mattina a prendere il caffè e che ci sarebbe stato anche un parenteun vecchioche prima era stato mercante e adesso era poveropoverissimoe impiegato non so dovein un sotterraneocome sorvegliante. Come seppi che la domenica forse avrebbero deciso ogni cosami prese tanta rabbia che non ero più padrone di me. E tutto quel giorno e tutto il seguente non feci altro che pensare a questo. Credo che l'avrei divoratoquel tedesco.

    La domenica mattina non sapevo ancora che cosa faremaappena finita la messabalzai suinfilai il cappotto e me ne andai dal tedesco. Pensavo di sorprenderli tutti. E perché andassi dal tedesco e che cosa volessi dire làio stesso non so. Ma per ogni caso mi cacciai in tasca una pistola. Avevo una certa pistolaccia malandatacon un cane di vecchio modello; con essa sparavo già da ragazzo. Ma ora non si poteva nemmeno più sparare. Tuttavia la caricai con una pallottola; vorranno mettermi fuoripensomi diranno delle male parolee io tirerò fuori la pistola e li spaventerò tutti. Arrivo. Nel laboratorio non c'è nessunosono tutti nella stanza di dietro. All'infuori di loro non un'animanessuna persona di servizio. Di servitù aveva in tutto una tedescache gli faceva anche da cuoca. Attraversai la bottega; vedo che la porta che mette laggiù è chiusaed è una vecchia portacol gancetto. Il cuore mi battemi fermoascolto: parlano tedesco. Appena la spingo col piede a tutta forzala porta si spalanca. Guardo: la tavola è imbandita. Sulla tavola c'è una grossa caffettiera e il caffè bolle su una macchinetta a spirito.

    Ci sono li dei biscotti; su un altro vassoio una caraffa di vodcaaringhe e salamee un'altra bottiglia di non so che vino. Luisa e la ziatutt'e due agghindatesono sedute su un divano. Di fronte a lorosu una sediail tedescoil fidanzatoben pettinatoin giubba e con un colletto che gli sporge in avanti. E da un latosu una sediaun altro tedescogià vecchiograssodai capelli grigiche sta zitto. Appena entraiLuisa impallidì tutta. La zia fece un sobbalzo e tornò a sederee il tedesco aggrottò la fronte. Era adirato; si alzò e mi venne incontro:

    - Voi- dice- che cosa volete?

    Io stavo per confondermima mi prese forte la rabbia.

    - Che cosa voglio! - dico. - Tu accogli bene l'ospiteoffrigli la vodca. Sono venuto da te in visita.

    Il tedesco riflette e dice: - Sedete.

    Io sedetti. - Dammi dunque della vodca- dico.

    - Ecco- dice- la vodca; beveteprego.

    - Ma tu- dico- dammi della buona vodca. - Ormai la mia rabbia era proprio forte.

    - Questa è buona vodca.

    Mi sentii offeso perché mi teneva in così poco conto. E soprattutto perché Luisa guardava. Bevvi e poi dissi:

    - Ma tu perché mi tratti così ruvidamentetedesco? Fa' amicizia con me. Io sono venuto da te come amico.

    - Io non posso essere vostro amico- dice; - voi siete un semplice soldato.

    Be'a questo punto andai sulle furie.

    - Ahtu spaventapasseri- dico- salumiere che sei! Ma sai tu cheda questo momentoposso fare di te tutto quello che voglio?

    Eccovuoi che ti ammazzi con la mia pistola?

    Tirai fuori la pistolami posi davanti a lui e gli puntai la canna proprio alla testaa bruciapelo. Quelle stanno a sedere più morte che vivehanno paura di fiatare; quanto al vecchioquello trema come una fogliasta zitto ed è pallido come un cencio.

    Il tedesco rimase stupitonondimeno si riebbe.

    - Io non vi temo- dice- e vi pregocome galantuomodi smettere subito il vostro scherzoma non vi temo affatto.

    - Ohconti frottole- dico- hai paura! - E che più? Non osa muovere la testa sotto la pistolae se ne sta così.

    - No- dice- voi non oserete in nessuna maniera far questo.

    - E perché- dico- non oserò?

    - Perché- dice- questo vi è severamente proibito e per questo sareste severamente castigato.

    Lo sa il diavolo che imbecille fosse quel tedesco! Se egli stesso non mi avesse aizzatosarebbe ancora in vita; tutto si sarebbe ridotto a una baruffa.

    - E cosìsecondo te- dico- non oserò?

    - N-no!

    - Non oserò?

    - Non oserete assolutamente farmi questo...

    - Be'allora eccotisalame! - Come l'ebbi colpitolui rotolò sulla sedia. Quelle si misero a gridare.

    Io mi caccio la pistola in tasca e alzo i tacchie quando stavo per entrare in fortezzapresso il portonegettai la pistola nell'ortica.

    Arrivato a casami stendo sulla branda e penso: eccoora mi piglieranno. Passa un'orane passa un'altra: non vengono a prendermi. E già verso il crepuscolo fui assalito dall'angoscia e uscii: volevo assolutamente vedere Luisa. Passai davanti all'orologiaio. Guardo: là c'era gente e la polizia. Io vado dalla comare: chiama fuori Luisa! Aspetto un momentino e vedo che Luisa accorremi si getta al collo e piange: - Ho colpa io di tutto- dice- che ho ascoltato la zia. - Mi disse pure che la ziasubito dopo il fatto di poco primaera giunta a casa e dalla gran paura aveva cominciato a star male: - Anche a medice- ha proibito di parlare; ha paura; facciano quel che vogliono. Noi- dice Luisa- poco fa nessuno ci ha viste. Lui aveva mandato via anche la servaperché la temeva. Quella gli sarebbe saltata agli occhise avesse saputo che voleva prender moglie. Anche di lavoranti in casa non ce n'eranoaveva allontanato tutti. Egli stesso aveva fatto il caffèegli stesso aveva preparato gli antipasti. E il parentequello già prima era stato zitto in tutta la sua vitanon aveva mai detto nullae oraappena accaduto il fattoaveva preso il cappello e se n'era andato per primo. E certamente tacerà anche lui- disse Luisa. - E così fu. Per due settimane nessuno mi arrestò e contro di me non sorse alcun sospetto. E in quelle due settimanepotete crederlo o noAleksàndr Petrovic'io conobbi tutta la mia felicità. Ogni giorno m'incontravo con Luisa. E mi si era tantotanto affezionata!

    Piange: - Io- dice- ti seguirò dovunque ti manderanno; abbandonerò tutto per te! - Io già pensavo di togliermi subito la vita: tanta pietà lei mi aveva fatto allora. Be'dopo due settimane mi presero. Il vecchio e la zia si erano messi d'accordo e mi avevano denunciato...

    - Ma un momento! - io interruppi Bakluscin- per questo avrebbero potuto mandarvi soltanto per una diecina d'anni al piùbe'per dodiciil massimo della penanella categoria civile; invece voi siete nella sezione speciale. Com'è possibile questo?

    - Be'questa è già un'altra faccenda- disse Bakluscin. Quando mi condussero alla commissione giudicatriceil capitano m'insultò davanti al tribunale con parolacce. Io non potei sopportare e gli dissi: - Tu che hai da insultare? Non vedi forsemascalzoneche sei seduto davanti allo specchio di giustizia? - Be'qui le cose andarono diversamente; cominciò un nuovo processo e mi condannarono per tutto insieme; quattromila vergate e poi qui nella sezione speciale. E come castigarono mecastigarono anche il capitano: me con la strada verdee lui privandolo del grado e mandandolo nel Caucaso come soldato. ArrivederciAleksàndr Petrovic'. Venite dunque da noi alla rappresentazione.

     

     

  19. LA FESTA DEL NATALE DI CRISTO
  20. Finalmente giunsero anche le feste. Già alla vigilia i detenuti quasi non andarono fuori a lavorare. Andarono ai laboratori di sartoriaalle officine; gli altri si trovarono solo allo smistamento epur essendo stati destinati qua e làquasi tuttiuno per volta o a gruppi tornarono subito nel reclusorio e dopo desinare nessuno più ne uscì. E anche la mattina la maggior parte erano andati fuori soltanto per faccende loro e non per cose del governo: taluni a darsi da fare per portar dentro acquavite e ordinarne di nuova; altri a vedere i compari e le comari di conoscenzao a riscuotere per la festa i piccoli crediti per i lavori da essi eseguiti in precedenza; Bakluscin e i partecipanti allo spettacolo per fare il giro di certi conoscentiin prevalenza servi di ufficialie procurarsi i travestimenti necessari. Taluni giravano con aria pensierosa e affaccendata unicamente perché anche altri erano pensierosi e affaccendatie benché certuni per esempionon avessero denaro da ricevere da nessuna partetuttavia anch'essi avevano un aspetto come se da qualcuno dovessero riceverne; insomma pareva che tutti si aspettassero per il giorno seguente un qualche mutamentoqualcosa di straordinario. Verso sera gli invalidi che andavano al mercato per le commissioni dei detenuti tornarono portando con sé molta roba da mangiare d'ogni genere: carne di manzoporcelliniperfino oche. Molti detenutianche i più modesti ed economi che durante tutto l'anno avevano raggranellato le loro copechesi stimavano in dovere di slacciare la borsa per una simile giornata e di celebrare degnamente la rottura del digiuno. La giornata di domani era un'autentica inalienabile festa del detenutoriconosciutagli formalmente dalla legge. ln quel giorno il detenuto non poteva essere mandato al lavoroe di simili giorni nell'anno ce n'erano tre in tutto.

    E infine chi sa quanti ricordi dovevano svegliarsi nelle anime di quei reietti nell'imminenza di un tal giorno! Le giornate di festa solenne s'imprimono nettamentesin dall'infanzianella memoria delle persone del popolo. Sono giorni di riposo dai loro duri lavorigiorni di adunanze familiari. Nel reclusoriopoiessi dovevano venir ricordati con penacon angoscia. Il rispetto per la giornata solenne si trasformava nei detenuti perfino in una specie di formalismopochi facevano baldoria; tutti erano seri e come intenti a qualche occupazionesebbene molti non avessero proprio quasi nulla da fare. Ma anche i bisboccioni oziosi si sforzavano di conservare una certa gravità... Le risate parevano proibite. Lo stato d'animo generale era arrivato a una specie di meticolosità e di irritabile intolleranzae chi turbava il tono generalefosse pure inavvertitamenteveniva subito messo a posto con grida e ingiuriee contro di lui ci si adirava come se avesse mancato di rispetto alla festa medesima. Questo stato d'animo dei detenuti era degno di nota e perfino commovente. Oltre questa innata reverenza per il gran giornoil detenuto provava inconsapevolmente la sensazione checon siffatta osservanza della festaegli veniva a essere come in contatto con tutto il mondocheper conseguenzanon era del tutto un uomo ripudiato e perdutoun brandello tagliato viache nel reclusorio come fra gli uomini quel giorno era uguale. Essi lo sentivanoe questo si poteva vedere e capire.

    Akim Akimic' si preparava anche lui intensamente per la festa.

    Egli non aveva ricordi familiariperché era cresciuto orfano in casa altrui e quasi fin dai quindici anni aveva cominciato a prestare un duro servizio; nella sua vita non c'erano state nemmeno gioie particolariperché aveva trascorso tutta la sua vita in modo regolareuniformetemendo sempre di sgarrare non fosse che di un capello dai doveri a lui assegnati. Non era nemmeno particolarmente religiosoperché la correttezza pareva avere in lui assorbito tutte le sue altre doti e qualità umanetutte le passioni e i desideribuoni e cattivi. In conseguenza di tutto ciòegli si apprestava a salutare la solenne giornata senza affannarsisenza agitarsisenza essere turbato da angosciosi e del tutto inutili ricordima con una quieta e metodica correttezza che egli possedeva nella misura esattamente necessaria per il compimento del dovere e di un rito una volta per sempre insegnatogli. E poi in generale non gli piaceva riflettere molto.

    Il significato di un fatto pareva non sfiorare mai la sua mentema egli osservava le norme una volta indicategli con religioso scrupolo. Se il giorno dopo gli avessero ordinato di fare esattamente l'oppostol'avrebbe fatto con la stessa docilità e meticolosità della vigilia. Una voltauna sola volta nella vita si era provato ad agire di sua testaed era finito in galera. La lezione non era andata perduta per lui. E sebbene non gli fosse riservato dalla sorte di poter capire un giorno quale precisamente fosse stata la sua colpaaveva però tratto dalla sua avventura una regola salutare: non ragionare mai e in nessuna circostanzaperché il ragionare "non era fatto per la sua testa"come si esprimevano tra loro i detenuti. Ciecamente ligio alla formaegli considerava con un certo qual pregiudiziale rispetto perfino il suo porcellino natalizioche aveva imbottito di "kascia" [15] e fatto arrostire (di propria manoperché sapeva anche arrostire)come se quello non fosse un ordinario porcellino che in ogni momento si sarebbe potuto comprare e cuocere arrostoma un porcellino tutto specialenatalizio. Forse fin dall'infanzia si era abituato a vedere sulla tavola in quel giorno un porcellinoe ne aveva dedotto che questo fosse indispensabile per tale giornatae io sono sicuro chese anche solo una volta non avesse in quell'occasione mangiato il porcellinogli sarebbe rimasto per tutta la vita un rimorso di coscienza per il non compiuto dovere.

    Prima della festa aveva sempre portato la sua vecchia casacca e i suoi vecchi calzonidecorosamente rattoppatisìma ormai del tutto frusti. Si vide ora che la nuova mutaconsegnatagli fin da quattro mesi avantil'aveva custodita gelosamente nel suo bauletto e non l'aveva mai toccatanel pensieroche gli sorrideva in cuor suodi inaugurarla solennemente per la festività. E così egli fece.

    Fin dalla sera tirò fuori la sua muta nuovala spiegala esaminòla spolveròci soffiò sopra efatto tutto questose la misurò preventivamente. Vide che la muta gli andava a pennelloera tutta decorosa e si abbottonava strettamente fino in cimae il collettocome se fosse di cartoneteneva ben alto il mento; alla vita si era formato addirittura qualcosa di simile al garbo di un'uniformee Akim Akimic' sorrise perfino dal piacere e non senza baldanza si rigirò davanti a un suo minuscolo specchiettointorno al qualedi sua mano e già da molto tempoaveva incollato in un momento libero un orlino dorato. Solo un gangheretto del collo della casacca gli era parso che non fosse al suo posto. Fatta tale considerazioneAkim Akimic' decise di spostare il gangheretto; lo spostòmisurò nuovamente la casacca e vide che ormai tutto andava bene. Allora ripiegò ogni cosa come prima e con l'animo tranquillo ripose la muta nel bauletto fino al giorno dopo. La sua testa era rasa in maniera soddisfacente; maguardatosi con attenzione nello specchiettoegli notò che la testa non pareva del tutto liscia: ne spuntavano dei peli appena visibilied egli andò subito dal "maggiore" per farsi radere in modo perfettamente corretto e regolamentare. E sebbene nessuno dovesse il giorno dopo passare l'ispezione ad Akim Akimic'egli si fece radere unicamente per la tranquillità della propria coscienzaper compierein vista di una simile giornatatutti i suoi doveri. La reverenza di fronte a un bottonea una controspallinaa un occhiello si era stampata incancellabilmente nel suo spirito sin dall'infanzia come un incontestabile dovere e nel suo cuore come un'immagine del supremo grado di bellezza che un uomo perbene può raggiungere. Sbrigata ogni cosaegliquale detenuto anziano della camerataordinò che si portasse del fieno e osservò con cura come lo si sparpagliava sul pavimento. La stessa cosa avveniva anche nelle altre camerate. Non so perchéma per il Natale sempre si spargeva nella nostra camerata del fieno.

    Poiterminate tutte le sue faticheAkim Akimic' pregò Diosi stese sulla sua cuccetta e subito si addormentò del sonno placido di un bimboper svegliarsi il mattino dopo il più possibile di buon'ora. Proprio così fecero del resto anche gli altri detenuti.

    In tutte le camerate si coricarono molto prima del solito. I consueti lavori serali furono disertati; del "majdàn" nemmeno si fece parola. Tutti attendevano il mattino seguente.

    Infine spuntò. Per tempoancora prima dell'albaappena fu suonata la svegliasi aprirono le baracche e il sottufficiale di guardia entrato per contare i detenuti augurò a tutti buona festa.

    Gli risposero con lo stesso augurioe gli risposero in modo gentile e affabile. Dopo aver detto una preghiera alla sveltaAkim Akimic' e molti altri che avevano le loro oche e i loro porcellini in cucina andarono in fretta a vedere che cosa se ne facessecome li arrostisserodove fosse la tal cosae così via.

    Nell'oscuritàsi poteva vedere dai piccoli finestrini della nostra camerataincrostati di neve e di ghiaccioche in entrambe le cucine e in tutte le sei stufe fiammeggiava un fuoco vivoacceso ancora prima dell'alba. Per il cortileal buiogià passavano di corsa i detenuti nelle loro pellicce corteinfilate nelle maniche o gettate sulle spalle; tutti si precipitavano in cucina. Ma alcunipochissimi del restoavevano già avuto il tempo di passare dai cantinieri. Erano questi i più impazienti. In generale tutti tenevano un contegno decorosoquieto e inconsuetamente grave. Non si udivano né le solite ingiuriené i soliti litigi. Tutti capivano che era un gran giorno e una festa solenne. Ce n'erano di quelli che entravano nelle altre camerate per fare gli auguri a qualcuno dei loro. Si manifestava qualcosa che somigliava all'amicizia. Osserverò di passata che tra i detenuti l'amicizia non si notava quasi affattonon dico già quella collettiva - questo a più forte ragione- ma nemmeno quella individualenel senso che un qualche detenuto facesse amicizia con un altro. Da noi una cosa simile mancava quasi del tuttoe questo è un tratto degno di nota: così non succede in libertà. Da noi in generale tutti eranonel trattarsi a vicendacon pochissime eccezioniduri e asciuttie questo era una specie di tono ufficialeassunto e stabilito una volta per tutte. Uscii anch'io dalla baracca; incominciava ad albeggiare appena appenale stelle si oscuravano; un tenue vapore gelido saliva verso l'alto. Dai tubi delle stufe della cucina si levavano colonne di fumo. Alcuni dei detenuti che incontravo mi auguravano per primidi buona grazia e affabilmentebuona festa. Io ringraziavo e rispondevo allo stesso modo. Fra loro ce n'erano anche di quelli che fino allorain tutto quel mesenon mi avevano mai detto una parola.

    Proprio davanti alla cucina mi raggiunse un detenuto della camerata militarecol "tulùp" gettato sulle spalle. Già dal mezzo del cortile mi aveva ravvisato e mi gridava: "Aleksàndr Petrovic'!

    Aleksàndr Petrovic'!". Egli correva in cucina e aveva fretta. Io mi fermai e lo attesi. Era un giovanotto dal viso rotondocon un'espressione di placidità negli occhiassai poco ciarliero con tuttie che con me non aveva ancora detto una parolané mi aveva rivolto finorafin dal mio ingresso nel reclusorioalcuna attenzione; io non sapevo nemmeno come si chiamasse. Egli corse verso di me ansando e mi si piantò proprio dinanzi guardandomi con un certo sorriso insulsoma al tempo stesso beato.

    - Che volete? - gli domandai non senza meravigliavedendo che stava davanti a me sorridente e mi guardava con tanto d'occhima non cominciava il discorso.

    - Ma comeè festa... - egli mormorò e poiaccortosi da sé che non c'era più altro di cui parlaremi lasciò e si avviò frettoloso verso la cucina.

    Noterò a questo proposito che anche dopo non ci siamo mai più fermati insieme e quasi non ci siamo più detto una parola fino alla mia uscita dal reclusorio.

    In cucinaintorno alle stufe che ardevano fortec'era un tramestio febbrileuna vera ressa. Ognuno attendeva alla propria roba; le "sguattere" si accingevano a preparare il vitto governativoperché quel giorno il desinare veniva anticipato.

    Nessuno del resto incominciava ancora a mangiarebenché certuni ne avessero vogliae si osservavano le convenienze di fronte agli altri. Si aspettava il sacerdote e soltanto dopo si faceva conto di rompere il digiuno. Intanto non si era ancora fatto giorno del tuttoquando già presero a risuonare di là dal portone del reclusorio le grida di chiamata del caporale: "I cuochi!". Queste grida echeggiavano quasi a ogni momento e durarono poco meno di due ore. Si chiamavano i cuochi perché andassero dalla cucina a ricevere le offerte recate al carcere da tutte le parti della città. Esse venivano recate in quantità straordinaria sotto forma di pani a ciambelladi pagnottepasticcini tonditortellipolpettefrittelle e altri cibi cotti al forno. Io credo che in tutta la città non ci fosse una sola massaia delle case di mercanti e di piccoli borghesi che non avesse mandato il suo pane per far gli auguriin occasione della grande festivitàai "disgraziati" e ai reclusi. C'erano delle offerte ricche: pani al burro di purissima farinainviati in gran quantità. C'erano anche delle offerte molto povere: un qualche singolo panino a ciambella da un "gros" e un paio di polpette nereappena appena spalmate di panna acida: questo era già il dono di un povero a un altro poveroinviato con gli ultimi soldi. Tutto veniva accolto con pari gratitudinesenza distinzione di doni e di donatori. I detenuti che ricevevano la roba si toglievano i berrettisalutavanoauguravano buona festa e portavano le offerte in cucina. Quando già si erano formate intere montagne di pane donatosi fecero venire gli anziani dalle varie camerate ed essi divisero tutto in parti ugualisecondo le camerate. Non c'erano né discussioni né male parole; la cosa veniva fatta onestamentein modo uguale per tutti. Quello che toccò alla nostra camerata fu suddiviso già da noi; facevano le parti Akim Akimic' e un altro detenuto; le facevano con le proprie mani e con le proprie mani distribuivano a ciascuno il suo. Non ci fu la minima obiezione né la minima manifestazione d'invidia da parte di chicchessia; tutti rimasero soddisfatti; non era possibile nemmeno un sospetto che qualche offerta si potesse occultare o non distribuire in modo uniforme. Fatte le sue faccende in cucinaAkim Akimic' si accinse alla propria vestizionesi vestì con ogni decoro e solennitànon lasciando da agganciare nemmeno un gangherettoevestitosipassò subito alla preghiera vera e propria. Pregò abbastanza a lungo. Già molti detenutiin massima parte anzianistavano facendo la stessa cosa. Della gioventù molti non pregavano:

    tutt'al piùanche in una così grande festaqualcuno si faceva il segno di croce alzandosi in piedi. Dopo aver finitoAkim Akimic' si avvicinò a me e mi augurò buona festa con una certa solennità.

    Io subito lo invitai a prendere il tè e lui invitò me a mangiare il suo porcellino. Dopo un poco venne di corsa a farmi gli auguri anche Petròv. Pareva che già avesse bevuto esebbene fosse accorso ansantenon disse molte parole ma stette solo un poco dinanzi a me con aria di attesa e ben presto mi lasciò andando in cucina. Intanto nella camerata militare si preparavano a ricevere il sacerdote. Questa camerata non era assestata come le altre: in essa i tavolacci correvano lungo le pareti e non in mezzo alla stanzacome in tutte le altrecosicché era quella l'unica camerata del reclusorio che non fosse ingombra nel mezzo.

    Probabilmente era stata assestata in tal modo appunto perchéall'occorrenzavi si potessero riunire i detenuti. Al centro della stanza fu messo un tavolinolo si coprì con un asciugatoio pulitovi si pose sopra l'immagine e si accese un lumino. Infine arrivò il sacerdote con la croce e l'acqua santa. Dopo aver pregato e cantato dinanzi all'immagineegli si mise di fronte ai detenuti e tutticon sincera venerazionepresero ad avvicinarsi per baciare Ia croce. Poi il sacerdote fece il giro di tutte le camerate spruzzandole con l'acqua santa. In cucina egli lodò il nostro pane del reclusoriorinomato in città per il suo gustoe i detenuti vollero subito inviargli due pani freschiappena sfornati; per tale invio fu immediatamente utilizzato un invalido.

    La croce fu accompagnata all'uscita con la stessa venerazione con cui era stata accoltae quasi subito dopo giunsero il maggiore di piazza e il comandante. Da noi il comandante era benvoluto e anche stimato. Egli fece il giro di tutte le camerate in compagnia del maggiore di piazzaaugurò buona festa a tuttientrò in cucina e assaggiò la minestra di cavoli del reclusorio. Essa era riuscita eccellenteessendovi stata destinata per un simile giorno quasi una libbra di carne di manzo per ciascun detenuto. Inoltre si era allestita una "kascia" di miglioe il burro era stato assegnato a volontà. Accompagnato all'uscita il comandanteil maggiore di piazza ordinò che il pranzo cominciasse. I detenuti cercavano di non capitargli sotto gli occhi. Da noi non gli si voleva benenon piaceva il suo sguardo corrucciato di sotto gli occhialicon cui anche ora osservava a destra e a sinistra se non ci fosse qualche irregolaritàse non gli venisse a tiro qualche colpevole. Si cominciò a pranzare. Il porcellino di Akim Akimic' era arrostito superbamente. Ed ecconon posso spiegare come ciò fosse accaduto:

    subito dopo la partenza del maggiore di piazzaforse un cinque minuti più tardiuna quantità straordinaria di gente apparve essere ubriacasebbene ancora cinque minuti prima tutti fossero quasi affatto normali. Comparvero molte facce infocate e raggianticomparvero le balalaiche. Il polaccuzzo dal violino già andava dietro a un bisboccioneche lo aveva impegnato per tutto il giornostrimpellandogli allegri motivi di danza. Le conversazioni si facevano più ebbre e più rumorose. Ma si finì di pranzare senza grandi disordini. Tutti erano sazi. Molti dei vecchi e degli uomini posati andarono subito a dormirecosa che fece anche Akim Akimic'stimandoa quanto pareche il giorno di una grande festadopo il pranzofosse assolutamente necessario fare una dormita. Il vecchietto che proveniva dai vecchi credenti di Starodùbdopo aver sonnecchiato un pocosi arrampicò sulla stufaaprì il suo libro e pregò fino a notte tardaquasi senza interruzione. Gli era penoso vedere quella "onta"come chiamava la baldoria generale dei detenuti. Tutti i circassi si erano messi a sedere sugli scalini della soglia e guardavano con curiositàunita a un certo disgustola gente ubriaca. Mi venne incontro Nurra: - "Jamànjamàn!" [malemale!] - egli mi disse scuotendo il capo con pia indignazioneuhjamàn! Allah andrà in collera.

    - Issàj Fomìc'caparbio e altezzosoaccese nel suo cantuccio una candeletta e si mise a lavorare mostrando visibilmente che non teneva in nessun conto la festa. Qua e là negli angoli incominciarono i "majdàn". Degli invalidi non si aveva timore eper il caso che fosse venuto il sottufficialeche già cercava dal canto suo di non notare nullasi erano messe delle sentinelle.

    L'ufficiale di guardia fece capolino nel reclusorioin tutto quel giornoforse tre volte. Ma gli ubriachi si nascondevanoi "majdàn" si levavano al suo appariree poi egli stesso pareva deliberato a non badare ai piccoli disordini. E un uomo ubriaco si considerava quel giorno come un piccolo disordine. A poco a poco la gente si abbandonava all'allegria. Cominciavano anche i litigi.

    I non ebbri rimanevano tuttavia la gran maggioranza e c'era quindi chi poteva sorvegliare gli ubriachi. In compenso i gozzoviglianti bevevano a dismisura. Gasin trionfava. Egli passeggiava con aria presuntuosa vicino al proprio posto sul tavolacciosotto il quale aveva trasferito l'acquaviteconservata fino a quel momento in qualche punto dietro le baracchein luogo nascostoe sorrideva scaltramente guardando gli avventori che venivano da lui. Dal canto suoaveva la mente fresca e non aveva bevuto nemmeno una goccia. Era sua intenzione di far baldoria alla fine della festadopo avere spillato tutti i quattrini dalle tasche dei detenuti.

    Per le camerate echeggiavano canzoni. Ma l'ubriachezza stava già diventando fumosa ebrietà e dalle canzoni alle lacrime ci mancava ormai poco. Molti andavano su e giù con le proprie balalaichecol "tulùp" gettato sulle spallee con aria baldanzosa ne scorrevano le corde. Nella sezione speciale si era formato persino un corodi otto persone. Esse cantavano a meravigliaaccompagnate da balalaiche e da chitarre. Di canzoni schiettamente popolari se ne intonavano poche. Ne ricordo una solacantata con bravura:

    "Iogiovinettaieri fui alla festa".

    E qui udii una nuova varianteche prima non avevo mai conosciutodi questa canzone. Alla fine di essa si aggiungevano alcuni versi:

    "Iogiovinettain casa ho rassettatoi cucchiai ho lavatola minestra di cavoli ho conditogli stipiti ho ripulitoi pasticcini ho fatto cuocere".

    Si cantavano per lo più canzoni dette da noi carcerarietutte note del resto. Una di esse: "Una volta..." era umoristica e descriveva come un uomo prima si dava all'allegria e viveva da signore in libertàe ora è finito al reclusorio. Si descrive come prima egli condiva "il biancomangiare con lo sciampagna"ora invece:

    "Mi dan cavoli con acqua emangiandola testa mi scoppia".

    Era in voga anche quest'altra troppo nota:

    "Prima vissi ioragazzoin allegria e un mio capitale allora avevo; ma questo capital poi lo perdevo e ora son finito in prigionia..." e così di seguito. Solo che da noi non pronunciavano "capitale" ma "copitale"facendolo derivare dalla parola "kopìt" [accumulare]; se ne cantavano anche di quelle tristi. Una era proprio dei forzati e anch'essami paregià nota:

    "Già la luce in ciel risplendes'ode il rullo del tamburoor l'anziano apre la portalo scrivano fa chiamata.

    Dietro i muri non si vede quale vita qui facciamo; ma con noi c'è il Creatoreneppur qui ci perderemo"e così via.

    Un'altracomposta probabilmente da qualche deportato con parole sdolcinate e abbastanza sgrammaticatesi cantava ancora più tristementecon una magnifica melodia però. Ne rammento ora alcuni versi:

    "Non vedrà il mio sguardo il paese nel quale venni al mondo; condannato son senza colpa per sempre a soffrir.

    Sopra il tetto il gufo ora stridene echeggiano i boschisi rattrista il cuore e si strugge:

    mai più andrò là".

    Questa canzone veniva da noi cantata soventema non in corobensì a una voce sola. Qualcunonelle ore di ripososoleva uscire fuori sugli scalini della camerata e là sedutosi faceva pensierosoappoggiava una guancia alla mano e la intonava con voce alta di falsetto. Tu l'ascoltavi e pareva che ti lacerasse l'anima. Da noi c'erano delle voci discrete.

    Intanto cominciava già il crepuscolo. La malinconial'angoscia e i fumi delle sbornie facevano grevemente capolino in mezzo all'ubriachezza e alla baldoria. Uno che un'ora prima ridevaora già singhiozzava in qualche angolodopo aver bevuto oltre misura.

    Altri avevano già avuto il tempo di picchiarsi un paio di volte.

    Altri ancorapallidireggendosi a stento sulle gambe girellavano per le camerate attaccando liti. Quelli poi che non avevano il vino cattivo invano cercavano gli amici dinanzi ai quali vuotare la loro anima e piangere il loro dolore di ubriachi. Tutta quella povera gente voleva darsi all'allegriapassare giocondamente la grande festaeSignore Iddio!quanto penoso e triste era quel giorno quasi per tutti! Ognuno lo trascorreva come se fosse stato deluso in qualche sua speranza. Petròv fece ancora un paio di scappate da me. Aveva bevuto pochissimo in tutto il giorno ed era quasi affatto snebbiato. Ma fin proprio all'ultima ora egli si attese qualcosa che doveva senza fallo accaderequalcosa di straordinariodi festivodi arciallegro. Benché non ne parlassesi vedeva ciò dai suoi occhi. Egli vagava da una camerata all'altra senza posa. Ma nulla di speciale accadeva né gli si faceva incontrose non ubriachezzaebbre e insensate contumelie e teste annebbiate dai fumi della sbornia. Anche Sirotkin erravanella sua camicia rossa nuovaper tutte le camerategraziosoben lavatoe anche lui con aria quieta e ingenuacome se si aspettasse chi sa che. A poco a poco nelle baracche l'ambiente diventava insopportabile e disgustoso. Naturalmente c'era lì anche molto di buffoma io sentivoin certo qual modopena e pietà per tutti e in mezzo a loro ero a disagio e soffocavo. Ecco là due detenuti che discutono quale di essi debba offrire qualcosa all'altro. Si vede che discutono già da un pezzo e che prima avevano perfino litigato. Uno in particolare ha un qualche vecchio rancore contro l'altro. Egli si lagna erigirando a stento la linguasi sforza per dimostrare che l'altro ha agito con lui ingiustamente: non so che mezza pelliccia è stata vendutanon so che denaro è stato sottrattol'anno scorso a carnevale. C'è inoltre qualche altra cosa... L'accusatore è un giovane alto e muscolosonon scioccopacificomaquando è ubriacoè portato a fare amicizia e a effondere le sue pene. Egli ingiuria e affaccia delle pretesema come se avesse il desiderio di far poi una pace ancora più solida col suo rivale. L'altro è robustoatticciatodi bassa staturacon un viso tondoè scaltro e intrigante. Ha bevuto forse più del suo compagnoma è solo leggermente ubriaco. Ha del carattere e passa per riccomaper qualche motivoha ora interesse a non irritare il suo espansivo amico e lo conduce verso il cantiniere; l'amico afferma che egli ha il dovere e l'obbligo di offrirgli qualcosasempre che tu sia un galantuomo.

    Il cantinierecon un certo rispetto per il richiedente e con una sfumatura di disprezzo per l'espansivo suo amicoperché costui non beve a proprie spesema è invitatoprende una ciotola e la riempie di acquavite.

    - NoStiopkaquesto tu lo devi fare- dice l'amico espansivovedendo che ha la meglio- perché questo è il tuo dovere.

    - Ma io non voglio mica farmi venire i calli sulla lingua per te!

    - risponde Stiopka.

    - NoStiopkaora non parli bene- ribatte il primo ricevendo dal cantiniere la ciotola- perché tu mi devi dei soldi; non hai coscienza e anche gli occhi non sono i tuoili hai presi a nolo!

    Sei un farabuttoStiopkaeccoti: una sola parolafarabutto!

    - Be'che hai da frignarel'acquavite te l'ho versata! Ti fanno onore e te l'offronobevi dunque! - grida il cantiniere all'amico espansivo- non posso mica stare qui fino a domani per te!

    - Ma io berròperché gridi? Buona festaStiepàn Dorofeic'! egli si rivolse cortesemente e con un lieve inchinotenendo in mano la ciotolaa Stiopkaa cui solo mezzo minuto prima dava del farabutto. - Vivi sano cent'annie quello che già hai vissuto non entri in conto! - Bevvefece un raschio e si asciugò. - Primafratellidi acquavite ne mandavo giù moltaosservò con seria gravitàcome rivolgendosi a tutti e a nessuno in particolare- ma orasi savado invecchiando. Ti ringrazioStiepàn Dorofeic'.

    - Non c'è di che.

    - Cosi ti parlo ancora sempreStiopkadi quella cosaeoltre che tu fai con me la figura di un gran farabuttoio ti dirò...

    - Ma io ecco che cosa dirò a tegrinta ubriaca che sei! - lo interruppe Stiopkaperduta la pazienza. - Ascolta e pesa ogni mia parola: ecco il mondo a metà tra di noi; metà a te e metà a me.

    Vattene e non venirmi più tra i piedi. Mi hai seccato!

    - Allora i soldi non me li darai?

    - Ma che soldi vuoi ancoraubriaco che sei!

    - Ehall'altro mondo verrai tu stesso per darmelima io non li prenderò. I nostri soldi sono guadagnati col lavorocol sudore e coi calli. Con le mie cinque copeche te la vedrai male all'altro mondo.

    - Be'vattene al diavolo!

    - Ma che be'! Non mi hai mica attaccato a un carro!

    - Vattenevattene!

    - Farabutto!

    - Galeotto!

    E ricominciarono le male paroleancora peggio che prima del trattamento.

    Ecco due amici seduti sul tavolaccio in disparte: uno è altorobustocicciutoun vero macellaio; la sua faccia è rossa. Per poco non piangeperché è molto commosso. L'altro è mingherlinoesilemagrocon un lungo nasodal quale pare che goccioli qualche cosae con piccoli occhietti porcini rivolti al suolo.

    Questo è un politicone e un uomo istruito: un tempo fu scrivano e tratta il suo amico alquanto dall'alto in bassoil che molto dispiacenell'intimoall'altro. Hanno bevuto insieme tutto il giorno.

    - Mi ha pizzicato! - grida l'amico cicciuto scuotendo fortemente la testa dello scrivano col braccio sinistrocon cui l'ha abbracciato. "Pizzicato" significa: colpito. L'amico cicciutoche viene egli stesso dai sottufficialiinvidia in segreto il suo macilento amicoe perciò tutti e due fanno sfoggiol'uno di fronte all'altrodi linguaggio ricercato.

    - E io ti dico che anche tu non sei nel giusto... - incomincia dogmaticamente lo scrivanoostinandosi a non alzare su di lui i suoi occhi e guardando con aria d'importanza a terra.

    - Mi ha pizzicatosenti! - lo interrompe l'altrostiracchiando ancora di più il suo caro amico. - Tu sei ora il solo che mi sia rimasto al mondomi senti? Perciò lo dico a te solo: mi ha pizzicato!

    - E io torno a dirti: una così meschina giustificazionecaro amicofa soltanto vergogna alla tua testa! - obietta con una vocina sottile e cortese lo scrivano- riconosci piuttostocaro amicoche tutto questo è effetto dell'ubriachezza a causa della tua inconsistenza...

    L'amico cicciuto si scosta un poco all'indietroguarda ottusamente coi suoi occhi da ubriaco il presuntuoso scrivanuccio e a un trattonel modo più improvvisocolpisce a tutta forza col suo enorme pugno la piccola faccia dello scrivano. E con ciò termina l'amicizia per l'intera giornata. Il caro amico piomba svenuto sotto il tavolaccio...

    Ecco che entra nella nostra camerata un mio conoscente della sezione specialeun giovane infinitamente bonario e giovialenon scioccoinoffensivocanzonatore e dall'aspetto oltremodo semplicione. E' quello stesso chenel mio primo giorno di reclusorioin cucina durante il desinarecercava dove ci fosse un ricco contadino assicurando che egli aveva "dell'amor proprio"e che aveva bevuto il tè con me. E' sulla quarantinacon un labbro straordinariamente grosso e un gran naso carnosodisseminato di foruncoli. Nelle sue mani c'è una balalaicadella quale scorre con noncuranza le corde. Lo seguecome un caudatarioun detenuto piccino piccinodalla testa grossa che io finora conoscevo assai poco. Nessuno del resto gli rivolgeva alcuna attenzione. Egli era un certo tipo stranodiffidentesempre taciturno e serio; andava a lavorare nella sartoria e cercava evidentemente di far vita appartata e di non legarsi con alcuno. Ora inveceubriacosi era appiccicato come un'ombra a Varlamov. Lo seguivaagitato all'estremofacendo gesti con le manibattendo col pugno sulla parete e sul tavolaccioanzi per poco non piangeva. Varlamov pareva non badare affatto a luicome se non lo avesse nemmeno al suo fianco. Va notato che prima questi due uomini non si trovavano quasi mai insieme; non c'era tra loroe per le occupazioni e per il caratterenulla di comune. Erano anche di diverse categorie e vivevano in camerate diverse. Il piccolo detenuto si chiamava Bulkin.

    Varlamovvedutomisorrise. Io ero seduto sul mio tavolaccioaccanto alla stufa. Egli mi si piantò di fronte un po' discostorifletté un momentobarcollòpoi avvicinatosi a me con passo incertos'inclinò con una certa qual bravura su un fianco con tutto il busto etoccando leggermente le corde dello strumento e picchiando in terra appena appena con uno stivalecantò recitando:

    "Col suo viso bianco e bellocol suo canto di fringuellola mia bimba è cara assai; nel suo serico vestitoelegante e ben guarnitobella è come mai".

    Questa canzone parve far andare Bulkin fuori di sé: egli agitò le mani erivolgendosi a tuttisi mise a gridare:

    - Tutte bugiefratellitutte bugie! Non dice una sola parola che sia veratutte bugie!

    - Al vecchietto Aleksàndr Petrovic'! - disse Varlamov guardandomi negli occhi con un riso furbescoe per poco non si buttò a baciarmi. Era brillo. L'espressione: "al vecchietto tal dei tali..."cioè al tal dei tali i miei rispettiè usata dal popolino in tutta la Siberiaanche se si riferisca a un giovane di vent'anni. La parola "vecchietto" denota qualcosa di onorificoanzi di reverenzialedi lusinghiero.

    - EbbeneVarlamovcome ve la passate?

    - Cosìda un giorno all'altro. Chi della festa è lietodi buon mattino è ubriaco; su viascusatemi! - Varlamov parlava facendo un po' di cantilena.

    - E sempre dice bugiesempre torna a dire bugie! - gridò Bulkin picchiando con la mano sul tavolaccio in una specie di disperazione. Ma l'altro pareva si fosse dato parola di non rivolgergli la minima attenzionee in questo c'era una straordinaria comicitàperché Bulkin si era appiccicato a Varlamov del tutto di punto in bianco fin dal mattinoappunto perché Varlamov "diceva sempre bugie"come a luichi sa perchéera parso. E gli andava dietro come un'ombra attaccandosi a ogni sua parolatorcendosi le manipuntando i gomiti quasi fino a sangue contro le pareti e i tavolaccie soffriva visibilmenteconvinto com'era che Varlamov "dicesse sempre bugie"! Se in testa avesse avuto dei capellimi pare che se li sarebbe strappati dall'afflizione. Come se si fosse assunto l'obbligo di rispondere degli atti di Varlamovcome se tutti i difetti di Varlamov gravassero sulla sua coscienza. Ma il bello stava appunto in ciòche l'altro non lo guardava nemmeno.

    - Sempre dice bugiesempre bugiesempre bugie! Non una parola sua che abbia un'aria di verità! - gridava Bulkin.

    - E a te che importa? - rispondevano ridendo i detenuti.

    - Io vi diròAleksàndr Petrovic'che una volta ero molto bello e le ragazze mi amavano assai... - cominciò a dire di punto in bianco Varlamov.

    - Bugie! Altre bugie! - lo interrompe Bulkin con una specie di strillo. I detenuti sghignazzano.

    - E io davanti a loro faccio il galletto: porto una camicia rossadei braconi di felpa; me ne sto distesocome un qualche conte Butilkinvoglio dire che sono ubriaco come uno svedeseinsommache volete!

    - Dice bugie! - riafferma risolutamente Bulkin.

    - E a quel tempo io avevolasciatami dal babbouna casa in muratura di due piani. Be'in due anni demolii i due pianimi rimase soltanto il portone senza i pilastri. E chei denari sono come i colombi: a volo arrivano e a volo tornano via!

    - Bugie! - ripete ancora più risolutamente Bulkin.

    - Ecco dunque che un giorno inviai di qua ai miei parenti una lacrimuccia: chi sa che non mi mandassero un po' di quattrini!

    Perché dicevano che io ero andato contro la volontà dei miei genitori. Avevo mancato loro di rispetto! Ecco ormai sette anni che l'ho inviata.

    - E nessuna risposta? - domandai mettendomi a ridere.

    - Ma no- rispose scoppiando improvvisamente a ridere anche lui e avvicinando sempre di più il suo naso alla mia faccia. - Ma ioAleksàndr Petrovic'qui ho un'amante...

    - Voi? Un'amante?

    - Onufriev l'altro giorno mi dice: - La mia sarà butteratabruttama in cambio ha tanti vestiti; la tua invece è bellama poverava accattando.

    - Forse che è vero?

    - In veritàè povera! - egli rispose e si abbandonò tutto a un riso silenzioso; nella camerata sghignazzarono. Realmente tutti sapevano che egli aveva fatto relazione con una certa mendicante e in sei mesi le aveva dato in tutto dieci copeche.

    - Be'allora? - domandaidesiderando infine liberarmi di lui.

    Egli tacque un pocopoi mi guardò teneramente e pronunciò con dolcezza:

    - E allora non vorreste in questa occasione pagarmi una mezzetta?

    IoAleksàndr Petrovic'oggi non ho bevuto che tèsoggiunse inteneritoprendendo il denaro; - e tanto mi sono sborniato di questo tèche mi ha fatto venire l'asma e mi balla nella pancia come in una bottiglia...

    Intanto mentre prendeva il denarolo sconcerto morale di Bulkin pareva essere giunto agli estremi limiti. Egli gesticolava come un disperato e per poco non piangeva.

    - Uomini di Dio! - gridava rivolgendosifreneticoa tutta la camerata- guardatelo! Dice sempre bugie! Qualunque cosa dicasono sempresempresempre bugie!

    - Ma a te che importa? - gli gridano i detenuti meravigliandosi del suo furore- uomo senza giudizio che sei!

    - Non gli lascerò dir bugie! - grida Bulkincon gli occhi scintillantipicchiando a tutta forza col pugno sul tavolaccio- non voglio che dica bugie!

    Tutti sghignazzano. Varlamov prende il denaromi fa un inchino efacendo lazzisi affretta a uscire dalla cameratadirettos'intendedal cantiniere. E qui pare che per la prima volta si accorga di Bulkin.

    - Be'andiamo! - gli dice fermandosi sulla sogliacome se avesse proprio bisogno di lui. - Manico di scopa! - soggiunge facendo passare avanti a sécon disprezzol'amareggiato Bulkin e tornando a strimpellare la balalaica.

    Ma perché descrivere questa fumosa caligine! Finalmente termina l'asfissiante giornata. I detenuti si addormentano pesantemente sui tavolacci. Nel sonno parlano e delirano ancora più delle altre notti. Qua e là qualcuno è ancora seduto intorno ai "majdàn". La festa da tanto tempo attesa è passata. Domani ricominciano i giorni ferialisi torna al lavoro...

     

     

  21. LA RAPPRESENTAZIONE

Il terzo giorno delle festedi seraci fu nel nostro teatro la prima rappresentazione. I grattacapi per organizzarla erano stati probabilmente moltissimima gli attori avevano preso tutto su di sétanto che noitutti gli altrinon sapevamo nemmeno a che punto fossero le coseche cosa precisamente si facesse. Non sapevamo bene neppure che cosa si sarebbe rappresentato. In tutti quei tre giorni gli attoriandando al lavoroavevano cercato di procurarsi il maggior numero possibile di travestimenti.

Bakluscinincontrandomischioccava soltanto le dita dal piacere.

A quanto sembraanche il maggiore di piazza era di umore discreto. Del resto ci era assolutamente ignoto se egli sapesse o no del teatro. Se sapevalo aveva permesso formalmente o aveva deciso di non dire nulla lasciando libero corso a quella fantasia dei detenuti e insistendo soltantos'intendeperché tutto avvenisse col maggior ordine possibile? Io credo che del teatro sapessee non potesse non sapere; ma ingerirsi non aveva voluto comprendendo che forse sarebbe stato peggio se l'avesse proibito:

i detenuti avrebbero cominciato a fare il chiassoa ubriacarsisicché era molto meglio se si occupavano di qualche cosa. Io del resto suppongo da parte del maggiore di piazza tale ragionamentounicamente perché esso è il più naturaleil più giusto e assennato. Si può anzi dire chese i detenuti non avessero avutonel periodo delle festeil teatro o qualche altra occupazione del genereavrebbero dovuto escogitarlo i superiori stessi. Ma poiché il nostro maggiore di piazza si distingueva per un modo di pensare del tutto opposto a quello della restante umanitàè molto facile che io mi carichi la coscienza di un grosso peccato supponendo che sapesse del teatro e lo avesse permesso. Un uomo come il maggiore di piazza aveva sempre bisogno di deprimere qualcunodi togliere qualche cosadi privare qualcuno di un dirittoinsomma di far ordine dappertutto. Sotto questo aspetto egli era noto in tutta la città. Che importava a lui che appunto da queste restrizioni potessero nascere nel reclusorio delle turbolenze? Per le turbolenze ci sono i castighi (così ragionano le persone come il nostro maggiore di piazza)e con quei furfanti di detenuti la severità e la costanteletterale applicazione della legge sono tutto quello che ci vuole! Questi mediocri esecutori della legge non capiscono proprioe non sono in grado di capireche la sola letterale applicazione di essasenza comprensione del suo significatodel suo spiritoconduce direttamente ai disordinie non ha mai condotto a null'altro. "Nelle leggi è dettoche ci vuole di più?"essi diconoe sinceramente si meravigliano che da loro si esiga ancorain aggiunta alle leggiretto giudizio e mente snebbiata. Quest'ultima specialmente sembra a molti di loro un lusso superfluo e rivoltanteuna costrizioneun'intolleranza.

Ma comunque fosseil sottufficiale anziano non aveva contrariato i detenutie a questi non occorreva altro. Io dirò positivamente che il teatro e la generale gratitudine perché era stato consentito furono cagione che durante le feste non sia avvenuto nel reclusorio nemmeno un disordine serio: né una lite pericolosané un furto. Io stesso fui testimone di come i compagni cercavano di calmare taluni bisboccioni o litiganti unicamente adducendo che sarebbe stato vietato il teatro. Il sottufficiale si era fatto dare la parola che tutto sarebbe passato tranquillamente e che si sarebbero comportati bene. Avevano acconsentito con gioia e mantenuto religiosamente la promessa; li lusingava anche molto che si credesse alla loro parola. Bisogna dire del resto che permettere lo spettacolo non costava ai superiori proprio nullanessun sacrificio. Non veniva preventivamente recinto un apposito spazio: il teatro si poteva allestire o smontare tutto forse in un quarto d'ora. Durava un'ora e mezzo ese all'improvviso fosse venuto l'ordine superiore di troncare la rappresentazionela cosa si sarebbe sbrigata in un batter d'occhio. I travestimenti erano stati nascosti nelle cassette dei detenuti. Ma prima di dire come fosse allestito lo spettacolo e quali precisamente fossero i vestiti degli attoridirò del cartellone teatralecioè che cosa propriamente si facesse conto di rappresentare.

Un vero cartellone non c'era. Ne comparve però uno alla seconda e terza rappresentazionescritto da Bakluscin per i signori ufficiali ein genereper gli spettatori di riguardoche avevano degnato il nostro teatrofin dal primo spettacolodella loro visita. Più precisamente: dei signori ci veniva di solito l'ufficiale di guardia e un giorno vi diede una capatina l'ispettore del servizio di guardia in persona. Una volta ci venne pure un ufficiale del genio; appunto per il caso che si avessero di questi visitatori era stato compilato un piccolo manifesto. Si supponeva che la fama del teatro del reclusorio avrebbe avuto larga eco in fortezza e perfino in cittàtanto più che in città non c'era un teatro. Si sentiva dire che se n'era formato uno di dilettanti per una sola rappresentazionee basta. I detenuti si rallegravano come bambini della minima riuscitaanzi ne andavano orgogliosi. "Chi sa"essi pensavano e dicevano nel proprio cuore e tra loromagari lo sapranno anche le autorità superiori, e verranno a vedere; vedranno allora che detenuti ci sono qui.

Questo non è un semplice spettacolo per soldati con fantocci qualunque, con barche che galleggiano, con orsi e capri ambulanti.

Qui ci sono degli attori, dei veri attori, che rappresentano commedie per signori; un teatro simile non c'è nemmeno in città.

Dal generale Abrosimov ci fu una volta, dicono, una rappresentazione e ce ne saranno ancora; può darsi però che incontrino solo per i costumi; in quanto al dialogo, chi sa ancora che non la cedano alle nostre! La cosa arriverà fino al governatore, magari, e di quali scherzi non è capace il diavolo? - egli vorrà forse venire in persona a vedere. In città non c'è un teatro. Insomma la fantasia dei detenutispecialmente dopo la prima riuscitaera giuntadurante le festeai più alti verticiquasi quasi a sperare delle ricompense o una riduzione dei lavori forzatisebbene in pari tempo essi stessi si mettessero quasi subito a ridere arcibonariamente alle proprie spalle. In una parolaerano bambiniveri bambininonostante che taluni di quei bambini avessero quarant'anni. Ma benché non ci fosse un cartelloneio già conoscevoa grandi lineeil programma dello spettacolo. Il primo lavoro era: "Filatka e Miroska rivali".

Bakluscin fin da una settimana prima della rappresentazione si gloriava con me che la parte di Filatkache egli si era assuntosarebbe stata rappresentata in un modo quale anche al teatro di San Pietroburgo non si era mai visto. Egli andava in giro per le cameratesi vantava senza misericordia e senza vergognae insieme anche con perfetta bonomiae a volteimprovvisamentetirava fuori qualche parola "in modo TIATRALE"qualcosa cioè della sua parte- e tutti sghignazzavano fosse o non fosse buffo ciò che egli aveva detto. Del resto bisogna riconoscere che anche in questo caso i detenuti sapevano tenersi su e conservare la dignità: si entusiasmavano delle uscite di Bakluscin e delle chiacchiere circa il futuro spettacolo o soltanto i più giovani e imberbiancora privi di ritegnoo soltanto i detenuti più ragguardevolila cui autorità era già incrollabilmente stabilitacosicché non avevano più da temere di esprimere direttamente le proprie impressioniqualunque esse fosseroanche se della natura più ingenua (cioèsecondo le idee del reclusoriopiù sconvenienti). Gli altri invece ascoltavano voci e chiacchiere in silenziosenza criticareè verosenza contraddirema facendo ogni sforzo per considerare con indifferenzae in parte perfino dall'alto in basso le chiacchiere intorno al teatro. Solo già negli ultimi tempiquasi il giorno stesso della rappresentazionetutti cominciarono a interessarsi: che sarà? E i nostri? E il maggiore di piazza? L'esito sarà buono come il penultimo anno? e così via. Bakluscin mi assicurava che tutti gli attori erano stati assortiti magnificamenteciascuno "per il suo posto". Che ci sarebbe stato anche un sipario. Che la parte della fidanzata di Filatka l'avrebbe fatta Sirotkin. - E vedrete voi stesso com'èvestito da donna! - diceva strizzando gli occhi e schioccando la lingua. La proprietaria benefica avrebbe avuto un vestito col falpalà e una pellegrinae l'ombrellino in manoe il benefico proprietario sarebbe uscito fuori in giubba da ufficiale con le cordellinee con un bastoncino. Poi seguiva un secondo lavorodrammatico: "Kedrìl il mangione". Il titolo mi aveva molto interessato; maper quanto m'informassi su questo lavoronon avevo potuto sapere nulla in precedenza. Avevo saputo soltanto che era stato tratto non da un libroma "da una copia"; che la commedia se l'erano procurata da un certo sottufficiale a riposonel sobborgoche certamente aveva un tempo preso parte alla sua recitazione su qualche scena per soldati. Da noinelle più remote città e provincieci sono realmente di questi lavori teatrali che si direbbero ignoti a tuttiche non sono mai stati stampati in nessun luogoma che sono spuntati da sé chi sa di dove e costituiscono una indispensabile dotazione di qualsiasi teatro popolare in una certa zona della Russia. A proposito: ho detto "teatro popolare". Sarebbe moltomolto bello se qualcuno dei nostri ricercatori si dedicasse a nuove indaginipiù accurate di quelle fatte finorasul teatro popolareche c'èche esiste e anziforsenon è del tutto insignificante. Io non voglio credere che tutto quello che poi vidi da noinel nostro teatro del reclusoriofosse stato inventato dai nostri stessi detenuti. Qui sono indispensabili una continuità di tradizionedei metodi e dei concetti cheuna volta fissatisipassano da una generazione all'altra e sono tramandati a memoria. Bisogna cercare queste commedie tra i soldatitra gli operai di fabbricanelle città manifatturieree perfino in certe poco notepovere cittadinetra i piccoli borghesi. Esse si sono conservate anche nei villaggi e nei capoluoghi provinciali fra i servi domestici delle grandi case di possidenti. Io credo anzi che molte vecchie commedie si siano diffuse in copie manoscritte attraverso la Russia unicamente grazie ai servi dei possidenti. I vecchi proprietari e i signori moscoviti di una volta avevano propri teatricostituiti da artisti di condizione servile. Ed eccofu appunto in questi teatri che ebbe inizio la nostra arte drammatica popolarei cui segni sono indubitabili. Per quanto poi riguarda "Kedrìl il mangione"nulla avevo potuto saperne preventivamenteper quanto lo desiderassisalvo che sulla scena sarebbero comparsi i cattivi spiriti e avrebbero portato Kedrìl all'inferno. Ma che cosa significava Kedrìl? E infineperché Kedrìle non Kirìll? e l'azione si svolgeva in Russia o all'estero? Questo non avevo potuto saperlo in nessuna maniera. Come conclusioneera detto che si sarebbe rappresentata una "pantomima musicale". Certotutto ciò era molto curioso. Gli attori erano una quindicina: tutta gente brava e in gamba. Essi ruminavano tra séprovavano qualche volta dietro le baracchefacevano misterisi nascondevano.

Insomma volevano farci stupire tutti con qualcosa di straordinario e d'inatteso.

Nei giorni feriali il reclusorio si chiudeva prestoappena calava la notte. Per la festa natalizia veniva fatta un'eccezione: non lo si chiudeva fino alla ritirata serale. Questa agevolazione era concessa più specialmente per il teatro. Durante le festedi solito ogni giornoverso seradal reclusorio si mandava qualcuno all'ufficiale di guardia con un'umilissima preghiera: "Permettere lo spettacolo e lasciare aperto il reclusorio il più a lungo possibile"soggiungendo che anche il giorno prima c'era stato spettacolo e si era chiuso il reclusorio a tarda orae non c'era stato alcun disordine. L'ufficiale di guardia ragionava così:

"Disordini effettivamente ieri non ce ne sono stati; e poiché danno loro stessi la parola che non ce ne saranno neppure oggivuol dire che si sorveglieranno da sée questa è la miglior garanzia. Inoltrese non si permettesse la rappresentazioneallora magari (chi li conosce? è gente di galera!) farebbero apposta qualche porcheria per dispetto e metterebbero di mezzo gli ufficiali di guardia". Infine anche questo: star di guardia è una noiae lì c'è spettacoloe non semplicemente di soldatima di detenutie i detenuti sono gente curiosa: sarà divertente assistere. E di assistere un ufficiale di guardia ha sempre il diritto.

Viene l'ispezione: "Dov'è l'ufficiale di guardia?". "E' andato nel reclusorio a contare i detenutia chiudere le camerate": è una risposta adeguata e un'adeguata giustificazione. In tal modo gli ufficiali di guardiadurante tutte le festepermettevano ogni sera il teatro e non chiudevano le camerate fin proprio alla ritirata serale. I detenuti sapevano già in precedenza che da parte degli ufficiali di guardia non ci sarebbero stati inciampi ed erano tranquilli.

Dopo le sei venne a cercarmi Petròv e noi ci avviammo insieme allo spettacolo. Dalla nostra baracca vi si incamminarono quasi tuttitranne il vecchio credente di Cernigov e i polacchi. I polacchi soltanto all'ultimissima rappresentazioneil 4 gennaiosi indussero a venire al teatroe anche allora dopo molte assicurazioni che ci si stava beneche ci si divertiva e non c'era pericolo. La schizzinosità dei polacchi non indisponeva per nulla i forzati ed essiil 4 gennaiofurono accolti molto gentilmente. Li fecero anzi passare nei migliori posti. In quanto ai circassi e specialmente a Issàj Fomìc'per loro il nostro teatro era un vero godimento. Issàj Fomìc' dava ogni volta tre copeche e l'ultima volta pose sul piatto dieci copechementre la beatitudine era dipinta sulla sua faccia. Gli attori avevano divisato di raccogliere dai presenti quel che ciascuno avesse voluto dareper le spese dello spettacolo e per il proprio RISTORAMENTO. Petròv assicurava che a me avrebbero lasciato occupare uno dei primi postiper quanto pieno zeppo fosse il teatroper il motivo che ioessendo più ricco di altriprobabilmente avrei dato di piùe inoltre ci avrei capito più di loro. E così accadde. Ma descriverò innanzi tutto la sala e la disposizione del teatro.

La nostra camerata militarein cui era stato allestito il teatroera lunga una quindicina di passi. Dal cortile si saliva sulla scalettadalla scaletta si passava nell'ingresso e dall'ingresso nella camerata. Questa lunga cameratacome ho già dettoera assestata in modo speciale: il tavolaccio vi correva lungo le paretidi modo che il mezzo dello stanzone rimaneva libero. Una metà della stanzala più vicina all'uscita dalla parte della scalettaera stata riservata agli spettatori; l'altra metà inveceche comunicava con un'altra camerataera destinata al palcoscenico. Prima di tutto mi fece stupire il sipario. Si stendeva per una diecina di passi attraverso tutta la camerata ed era di una tale magnificenza che c'era proprio da meravigliarsi.

Inoltre era stato dipinto con colori a olio: vi erano raffigurati albericapannistagni e stelle. Era fatto di telavecchia e nuovaquanta ciascuno ne aveva data e sacrificatadi vecchie fasce da piedi e camicie dei detenutiin qualche modo cucite assieme in una sola e grande tenda; infine una parte di essaper la quale la tela non era bastataera di semplice cartaanch'essa mendicataa singoli foglida vari uffici e cancellerie. I nostri decoratori poitra i quali si distingueva anche "Briullov"-A-vavevano avuto cura di colorirla e dipingerla. L'effetto era meraviglioso. Una tale magnificenza rallegrava perfino i più tetri e più sofistici detenutii qualiappena si giunse alla rappresentazionesi rivelarono tuttisenza eccezionealtrettanto bambini quanto i più focosi e impazienti di loro.

Tutti erano molto soddisfattianzi soddisfatti con una nota di vanteria. L'illuminazione era formata da parecchie candele di segotagliate in pezzi. Davanti al sipario stavano due panche prese in cucina edavanti alle panchetre o quattro sedie che si erano trovate nella stanza dei sottufficiali. Le sedie erano destinate alle persone di grado più elevatodella categoria ufficiali. Le panche invece erano per i sottufficialigli scrivani del geniogli assistenti e altra genteanche con funzioni di comandoma senza il grado di ufficialeper il caso che avessero dato una capatina nel reclusorio. E così accadde: i visitatori estranei non mancarono da noi durante tutte le feste; una sera ne venivano di piùun'altra di menoe all'ultima rappresentazione non un posto rimase libero sulle panche. E infinegià dietro le panchesi collocavano i detenutiin piediper rispetto verso i visitatorisenza berrettiin casacche o pellicce cortenonostante l'aria calda e soffocante della camerata. Certamentelo spazio riservato ai detenuti era troppo poco. Maoltre il fatto che l'uno stava letteralmente addosso all'altrosoprattutto nelle file posteriorierano stati occupati anche i tavolacci e le quintee infine si erano trovati degli amatori che andavano costantemente dietro la scenanell'altra cameratae di làdi dietro l'ultima quintaspiavano la rappresentazione. La ressa nella prima metà della baracca era inverosimile ed eguagliava forse la ressa e la calca che avevo visto poco tempo prima nel bagno. La porta verso l'ingresso era aperta; nell'ingressodove c'erano venti gradi sotto zerosi affollava pure la gente. Noime e Petròvci fecero subito passare avantiquasi fino alle pancheda dove si poteva vedere molto meglio che dalle file di dietro. In me vedevano un po' il criticoil conoscitoreche aveva frequentato ben altri teatri; avevano visto che Bakluscinin tutto quel temposi era consigliato con me e mi aveva trattato con deferenza; a me quindi si faceva ora onore e posto. I detenutimettiamoerano gente in sommo grado vanitosa e leggerama tutto ciò era ostentazione. I detenuti potevano ridere di me vedendo che ero per essisul lavoroun cattivo aiutante. Almasov poteva guardarci con disprezzonoi nobiliinorgogliendosi di fronte a noi della sua perizia nel calcinare l'alabastro. Ma alle loro vessazioni e derisioni verso di noi si mescolava anche altro; noi un tempo eravamo stati nobili; noi appartenevamo allo stesso ceto dei loro ex-signoridi cui non potevano serbare un buon ricordo. Ma orain teatroessi si erano fatti da parte dinanzi a me.

Riconoscevano che in queste cose io potevo giudicare meglio di loroche avevo veduto e sapevo più di loro. I meno ben disposti verso di me (io lo so) desideravano che lodassi il loro teatro esenza punto abbassarsimi avevano fatto passare nel posto migliore. Io sto adesso richiamando alla memoria la mia impressione di allora. Mi era parso allora - me ne ricordo che nel loro giusto giudizio su se stessi non ci fosse umiliazione alcunabensì il sentimento della propria dignità. Il supremo e più netto tratto caratteristico del nostro popolo è il sentimento e la sete di giustizia. Quel brutto vezzo da galletto di voler essere in tutti i posti e A QUALUNQUE COSTO davanti agli altri - che la persona lo meriti o no - questo nel popolo non c'è. Basta appena togliere via l'incrostazione superficiale e badare al nòcciolo con un po' più di attenzioneun po' più da vicinosenza preconcettie più d'uno scoprirà nel popolo tali cose di cui nemmeno aveva sentore. Non molto possono insegnare al popolo i nostri sapienti.

Dirò anzi positivamente cheal contrarioessi stessi devono ancora imparare da lui.

Petròv mi aveva detto ingenuamentequando ancora stavamo per andare allo spettacoloche mi avrebbero fatto passare avanti anche perché io avrei pagato di più. Un prezzo fissato non c'era:

ognuno dava quel che poteva e voleva. Quasi tutti posero sul piatto qualcosanon fosse che un "gros"quando si andò in giro a raccogliere. Ma se mi avevano fatto passare avanti in parte anche per il denaronella supposizione che io avrei dato più degli altriin tal caso quanto sentimento della propria dignità c'era anche in questo! "Tu sei più ricco di me e passa avantie sebbene noi qui siamo tutti ugualitu darai di più: per conseguenza uno spettatore come te è più gradito agli attoried eccoti anche il primo postoperché noi tutti siamo qui non per denaroma per un senso di rispettoe quindi dobbiamo classificarci da noi stessi".

Quanto vero nobile orgoglio in ciò! Questo non è rispetto per il denaroma rispetto di se medesimi. In genere poi per il denaroper la ricchezzanel reclusorio non si aveva un particolare rispettospecialmente ove si considerino tutti i detenuti senza distinzionein massacome comunità. Io non ne ricordo nemmeno uno che si abbassasse seriamente per denaroquando pure si dovessero prendere uno per uno. C'erano gli accattoni che mendicavano anche da me. Ma in questo accattonaggio c'era più monelleriapiù bricconeria che uno scopo diretto; c'era piuttosto dell'umorismodell'ingenuità. Non so se mi esprimo in modo comprensibile. Ma ho dimenticato il teatro. Al fatto!

Prima che si alzasse il sipariotutta la camerata presentava uno strano e animato quadro. In primo luogola folla degli spettatoripigiatapremutarinserrata da tutte le partiche con l'impazienza e la beatitudine sul viso attendeva l'inizio della rappresentazione. Nelle ultime filedegli uomini ammonticchiati l'uno sull'altro. Molti di loro avevano portato dei ciocchi dalla cucina: fissato in qualche modo contro la parete un grosso cioccol'individuo ci saliva sopra coi piedisi appoggiava con tutt'e due le mani sulle spalle di chi gli stava dinanzi esenza cambiare posizionerimaneva ritto così per un paio d'oresoddisfattissimo di sé e del suo posto. Altri si piantavano sulla stufasullo sporto inferiore di essarestavano in piedi allo stesso modo per tutto il tempoappoggiandosi su quelli davanti. Tutto questo nelle ultime filepresso la parete.

Di fiancosopra i musicantistava pure una folla compattache era salita sui tavolacci. Qui c'erano dei buoni posti. Cinque uomini si erano issati sulla stufa stessa egiacendovi sopraguardavano in giù! E quanto erano beati! Sui parapetti delle finestre lungo l'altra parete brulicavano pure interi sciami di gente arrivata in ritardo o che non aveva trovato un buon posto.

Tutti tenevano un contegno tranquillo e posato. Ognuno voleva presentarsi ai signori e ai visitatori nel suo aspetto migliore.

Tutti i visi esprimevano l'attesa più ingenua. Tutti i visi erano rossi e bagnati di sudoreper il caldo e l'afa. Quale strano riflesso di gioia infantiledi simpaticoschietto piacere brillava su quelle fronti e quelle guance solcatemarchiatein quegli sguardi di gente finora cupa e tetrain quegli sguardi scintillanti a volte di un terribile fuoco! Tutti erano senza berretti e tutte le teste mi si presentavano rase dal lato destro.

Ma ecco che sulla scena si sente un trambustoun tramestio.

Subito si alzerà il sipario. Ecco che l'orchestra ha preso a suonare. Questa orchestra merita un cenno. Di fiancosul tavolacciosi erano disposti gli otto musicanti: due violini (uno era nel reclusoriol'altro se l'erano fatto prestare in fortezzamentre l'artista lo si era trovato in casa nostra)tre balalaichetutte di fabbricazione personaledue chitarre e un tamburelloin luogo di contrabbasso. I violini guaivano e stridevano soltantole chitarre erano miserabiliin compenso le balalaiche erano inaudite. L'agilità con cui le dita scorrevano sulle corde eguagliava proprio il più abile dei giochi di prestigio. Non si suonavano se non motivi di danza. Nei punti più movimentati i suonatori battevano con le nocche delle dita sulla cassa della balalaica; il tonoil gustol'esecuzionela maniera di trattare gli strumentiil carattere della modulazionetutto ciò era personaleoriginaleal modo dei detenuti. Uno dei chitarristi conosceva pure magnificamente il suo strumento. Era quello stesso ex-nobile che aveva ucciso suo padre. In quanto al tamburellofaceva semplicemente prodigi: ora girava sul dito indiceora veniva sfregato col pollice; ora si udivano fittisonori e monotoni colpioratutt'a un trattoquesto suono forte e distinto pareva sparpagliarsi in una quantità innumerevole di piccoli suoni tintinnanti e fruscianti. Infine comparvero ancora due fisarmoniche. Parola d'onoreio fino a quel momento non avevo avuto un'idea di quel che si possa fare con semplicipopolareschi strumenti; l'armonia dei suonil'esecuzionee soprattutto lo spiritoil modo con cui era intesa la vera essenza del motivo erano addirittura mirabili. Io per la prima volta compresi allora a perfezione che cosa appunto ci sia di infinitamente sbrigliato e ardito nelle sbrigliate e ardite canzoni russe da ballo. Infine si alzò il sipario. Tutti fecero un movimentotutti passarono da un piede sull'altroquelli di dietro si levarono in punta di piedi; qualcuno cadde dal suo ciocco; tuttidal primo all'ultimoaprirono la bocca e puntarono gli sguardie prese a regnare un assoluto silenzio... La rappresentazione incominciò.

Al mio fianco stava in piedi Aléjnel gruppo dei suoi fratelli e di tutti gli altri circassi. Essi si erano appassionatamente affezionati al teatro e ci andarono poi ogni sera. Tutti i musulmanitartari ecceteracome più di una volta avevo notatosono sempre amatori appassionati di ogni sorta di spettacoli.

Accanto a loro si era rannicchiato anche Issàj Fomìc'che parevacon l'alzata del siparioessersi fatto tutt'orecchi e tutt'occhi e tutta ingenuaavida attesa di prodigi e di godimenti. Mi avrebbe persino fatto penase fosse rimasto deluso nella sua aspettativa. Il grazioso volto di Aléj era raggiante di una così bella gioia infantile chelo confessomi divertivo immensamente a guardarlo e mi ricordo chea ogni comica e felice battuta di un attorequando echeggiava una risata generaleinvolontariamentesubito mi voltavo verso Aléj a guardare il suo viso. Egli non mi vedeva: aveva il capo a ben altro! Molto vicino a medal lato sinistrostava in piedi un detenuto anzianosempre accigliatosempre scontento e brontolone. Anch'egli aveva notato Aléj e io lo vidi girarsi più volte con un mezzo sorriso a guardarlo: tanto era carino! "Aléj Semionic" lo chiamavanon so perché. Si cominciò con "Filatka e Miroska". Filatka (Bakluscin) era realmente magnifico. Egli rappresentò la sua parte con meravigliosa evidenza. Si vedeva che penetrava col pensiero in ogni sua frasein ogni sua mossa. A ogni parola anche futilea ogni gesto sapeva dare un senso e un significato del tutto corrispondente al carattere della sua parte. Aggiungete a questi sforzia questo studiouna mirabilenon finta allegriasemplicitàmancanza di artificioe voi stessise aveste veduto Bakluscinsareste senza fallo stati d'accordo che quello era un vero attore natodi grandi capacità. "Filatka" io l'avevo veduto più di una volta nei teatri di Mosca e di Pietroburgo e dico positivamente che i due attori delle capitali che facevano la parte di Filatka recitavano entrambi peggio di Bakluscin. In confronto con lui erano villicie non autentici contadini. Anche troppo essi volevano impersonare il contadino. Bakluscin per giunta era eccitato dall'emulazione:

era noto a tutti che nella seconda commedia la parte di Kedrìl l'avrebbe fatta il detenuto Potsiéikinun attore che tuttichi sa perchéstimavano più genialemigliore di Bakluscine Bakluscin ne soffriva come un bambino. Quante volte era venuto da me in quegli ultimi giorni a sfogarsi! Due ore prima della rappresentazione aveva la febbre addosso. Quando nella folla si rideva forte e gli si gridava: "Molto beneBakluscin! Ahche bravo!"tutto il suo viso raggiava di felicità e una vera ispirazione gli brillava negli occhi. La scena del bacio con Miroskaquando Filatka gli grida preventivamente: "Asciùgati!"e si asciuga egli stessoriuscì esilarante. Tutti si torcevano addirittura dalle risa. Ma più di ogni altra cosa erano per me degni di nota gli spettatori; lì ormai tutti si manifestavano senza ritegno. Si abbandonavano alla loro gioia perdutamente. Le grida di plauso risonavano sempre più frequenti. Ecco che uno urta col gomito il compagno e gli comunica in fretta le sue impressionisenza star a pensare emagarisenza vedere chi gli stia accanto; un altrodavanti a una scena comicasi volta a un trattopieno di entusiasmoverso la folla e dà una rapida occhiata a tutticome per invitarli a riderefa un gesto con la mano e subito torna a voltarsi avidamente verso la scena. Un terzo schiocca semplicemente la lingua e le dita e non può restar fermo al suo postoe poiché non può andare altrovescalpiccia soltanto. Verso la fine della commedia il buon umore generale giunse al culmine. Io non esagero affatto. Immaginatevi il reclusoriole catenela prigioniai lunghi tristi anni in prospettivauna vita monotona come il gocciolare dell'acqua in una fosca giornata autunnale- ed ecco che improvvisamente a tutti questi oppressi e a questi reclusi è stato concesso di sbrigliarsi per un'oradi darsi all'allegriadi scordare il penoso loro sognodi allestire addirittura un teatroe per giunta che teatro! da riempire di orgoglio e di meraviglia l'intera città! - guarda un po' i nostrisembrano direche detenuti! Naturalmente tutto li interessavai travestimentiper esempio. Era per loro enormemente curioso vedere un Vanka Otpietiponiamoo un Netsvietaievo un Bakluscin con tutt'altro vestito che quello in cui già da tanti anni li vedevano ogni giorno. "To'un detenutoproprio un detenutoe le catene gli tintinnano addossoed ecco che ora invece viene fuori in giubbacappello tondo e mantello: come un cittadino! Si è messo i baffii capelli. Ecco che ha cavato di tasca un fazzolettino rossosi fa ariafa la parte del signorecome se fosse egli stesso un signore nato e sputato!". E tutti sono pieni di entusiasmo. Il "benefico proprietario" comparve in divisa di aiutantepiuttosto vecchiottaè verocon le spallinee il berretto con una piccola coccardae produsse un effetto straordinario. Per questa parte c'erano stati due aspiranti e - lo credereste? avevano tremendamente litigato tra lorocome bimbettiper decidere a chi toccasse rappresentarla: tutti e due volevano mostrarsi in divisa di ufficiale con le cordelline! Li avevano poi separati gli altri attori e a maggioranza di voti avevano deciso di affidare la parte a Netsvietaievnon perché fosse più bello dell'altro e in tal modo maggiormente rassomigliasse a un signorema perché Netsvietaiev aveva assicurato a tutti che sarebbe venuto in scena con un bastoncino e l'avrebbe agitato in aria e con esso avrebbe tracciato ghirigori per terra come un vero signore e come il primo degli elegantonicosa che Vanka Otpieti non poteva nemmeno immaginarsiperché di veri signori non ne aveva mai veduti. E infatti Netsvietaievquando comparve con la sua signora dinanzi al pubbliconon faceva altro che disegnare rapidamente e fugacemente per terra con un sottile bastoncino di cannache si era procurato chi sa doveprobabilmente scorgendo in ciò i segni della suprema signorilitàdell'eleganza e della moda più spinta.

E' verosimile che un tempoancora nell'infanziaquando era un monelluccio scalzofiglio di servigli fosse accaduto di vedere un signore ben vestito col bastoncino e di essere incantato dalla sua abilità nel farlo roteareed ecco che quella impressione gli era rimasta per sempre e indelebilmente nell'animatanto che oraall'età di trent'annigli era tornato alla memoria ogni particolareperché l'illusione e il rapimento dell'intero reclusorio fossero pieni. Netsvietaiev era così immerso nella sua occupazione che non guardava più alcuno né da alcuna parteparlava perfino senza alzare gli occhi e non faceva altro che seguire il bastoncino e il suo puntale. La "benefica proprietaria" era anche leinel suo genereoltremodo notevole: si era presentata in un vecchiologoro vestito di mussolache aveva l'aspetto di un vero cenciocon braccia e collo scoperticon un viso spaventosamente carico di bianchetto e rossettocon una cuffietta da notte di calicòannodata sotto il mentocon l'ombrellino in una mano e il ventaglio di carta dipinta nell'altracol quale si faceva aria di continuo. Una salva di risate accolse la signora; e la signora stessa non seppe reggere e più volte si mise a ridere forte. Faceva la parte della padrona il detenuto Ivanov. Sirotkintruccato da ragazzaera graziosissimo.

Anche le strofette delle canzoni andarono d'incanto. Insomma la commedia terminò fra la più completa e universale soddisfazione.

Critiche non ce ne furononé potevano essercene.

Fu suonato ancora una volta il preludio: "Verandaveranda mia"e il sipario si alzò nuovamente. Incominciava "Kedrìl". Kedrìl è qualche cosa del genere di Don Giovanni; per lo menopadrone e servo sono alla fine portati all'inferno dai diavoli. Si dava l'intero attoma quelloevidentementeera un frammento; il principio e la fine erano andati perduti. Non c'era nesso né senso alcuno. L'azione si svolge in Russiachi sa dovein una locanda.

L'oste introduce in una camera il signoreche è in cappottocon un cappello tondo ammaccato. Lo segue il suo servitore Kedrìl con una valigia e una gallina avvolta in carta azzurra. Kedrìl ha indosso una pelliccia corta e un berretto da domestico. Ed è lui il mangione. Ne fa la parte il detenuto Potsiéikinil rivale di Bakluscin; rappresenta invece il padrone quello stesso Ivanov che nella prima commedia ha fatto la "benefica proprietaria". L'osteNetsvietaievavverte che la camera è infestata dai diavoli e se ne va. Il signorecupo e impensieritoborbotta tra sé che lo sapeva da molto tempo e ordina a Kedrìl di tirar fuori la roba e di preparare la cena. Kedrìl è pauroso e mangione. Avendo udito dei diavoliimpallidisce e trema come una foglia. Scapperebbe viama ha paura del padrone. Inoltre ha voglia di mangiare. E' sensualescioccofurbo a modo suovileinganna il padrone a ogni passo e in pari tempo lo teme. E' un notevole tipo di servitore in cui affioranocome confusi e lontanii tratti di Leporelloe in realtà è molto devoto al padrone. Potsiéikin ha grandi capacità ed èa mio avvisoun attore ancor migliore di Bakluscin. Ioben s'intendeincontratomi il giorno dopo con Bakluscinnon gli espressi pienamente la mia opinione: lo avrei troppo amareggiato. Il detenuto che faceva il padrone recitava anche benino. Buttava fuori tremende sciocchezze che non stavano né in cielo né in terrama la recitazione era correttavivaceil gestire adeguato. Mentre Kedrìl si affaccenda intorno alla valigiail padrone cammina meditabondo per la scena e annuncia a voce alta che quella sera segna la fine delle sue peregrinazioni.

Kedrìl tende l'orecchio curiosamentefa delle smorfieparla "à part" e a ogni parola fa ridere gli spettatori. Non gli rincresce per il padrone ma ha udito parlare dei diavoli; ha voglia di sapere di che si trattied ecco che attacca discorso e fa domande. Il padrone finalmente gli spiega che una voltain un suo guaiosi era rivolto per aiuto all'infernoe i diavoli lo avevano aiutato e tratto d'impiccio; ma oggi scade il termine e può darsi che oggi stesso essi venganosecondo il pattoa prendere la sua anima. Kedrìl incomincia ad avere la tremarella.

Ma il padrone non si perde d'animo e gli ordina di allestire la cena. Sentendo parlare di cenaKedrìl si rianimacava fuori la gallinacava fuori il vino efacendo finta di nientesbocconcella la gallina e l'assaggia. Il pubblico ride forte. Ecco che la porta scricchiolail vento sbatte le imposte; Kedrìl trema e in frettaquasi incoscientementecaccia in bocca un enorme pezzo di gallinache non può nemmeno inghiottire. Altre risate. - E' pronto? - grida il padrone passeggiando per la camera. - Subitosignore... ora vi... preparerò tutto- dice Kedrìlche poi si mette a tavola e incomincia tranquillissimamente a divorare la cena del padrone. Al pubblico piacciono visibilmente l'abilità e la scaltrezza del servoe il fatto che il padrone viene gabbato. Bisogna riconoscere che anche Potsiéikin meritava veramente una lode. Le parole: "subitosignorevi preparerò tutto"le aveva pronunciate ottimamente. Seduto a tavolasi è messo a mangiare con avidità e sussulta a ogni passo del padronenel timore che questi si accorga delle sue gherminelle; appena l'altro si voltaegli si nasconde sotto la tavola e trascina con sé la gallina. Finalmente ha saziato la sua prima fame; è ora di pensare al padrone. - Kedrìlhai presto finito? grida costui. - Pronto! - risponde arditamente Kedrìlaccorgendosi che per il padrone non è rimasto quasi nulla. Sul piatto infatti non c'è che una zampa della gallina. Il padronescuro in viso e impensieritosenza notare nientesi mette a tavolae Kedrìlcon un tovagliolosi pianta dietro la sua sedia. Ogni parolaogni gestoogni smorfia di Kedrìlquandovolgendosi verso il pubblicoaccenna al padrone sempliciottosono accolte dagli spettatori con incontenibili risate. Ma eccoappena il padrone si accinge a mangiarecompaiono i diavoli. A questo punto non si può più capire nullae poi i diavoli compaiono in un certo modo che ha troppo poco di umano: in una piccola quinta laterale si apre una porta e appare qualcosa di bianco chein luogo della testaha una lanterna con una candela; un altro fantasma ha pure una lanterna sulla testa e in mano tiene una falce. Perché le lanterneperché la falceperché i diavoli vestiti di bianco?

Nessuno se lo può spiegare. Del resto a ciò nessuno riflette. Così di certo deve essere. Il padrone abbastanza coraggiosamente si volge ai diavoli e grida loro che è prontoche lo prendano pure.

Ma Kedrìl trema come una lepre: egli si caccia sotto la tavola; nonostante il suo spaventoperònon si dimentica di agguantare prima la bottiglia. I diavoli per un momento scompaiono; Kedrìl striscia fuori di sotto la tavolamaappena il padrone si rimette a mangiare la gallinaecco che tre diavoli irrompono di nuovo nella cameraafferrano il padrone di dietro e lo portano nel regno delle tenebre. - Kedrìl! Salvami! - grida il padrone. Ma Kedrìl ha altro per la testa. Egli questa volta si è tirato sotto la tavola e la bottigliae il piattoe perfino il pane. Ma ora eccolo soloi diavoli non ci sono piùil padrone nemmeno. Kedrìl sguscia fuorisi guarda intorno e un sorriso gli illumina il volto. Egli strizza gli occhi furbescamentesiede al posto del signore efacendo dei cenni al pubblicodice sottovoce:

- Be'ora sono solo... senza padrone!...

Tutti sghignazzano per il fatto che è senza padrone; ma ecco che egli soggiunge a mezza vocerivolgendosi confidenzialmente al pubblico e strizzando l'occhio sempre più allegramente:

- Il padrone l'hanno preso i diavoli!...

L'entusiasmo di tutti è senza limiti! Oltre al fatto che il padrone se lo sono preso i diavoliquesto è stato detto in tal modocon aria così maliziosacon una smorfia così beffarda di trionfo chein realtàè impossibile non applaudire. Ma la felicità di Kedrìl non dura a lungo. Egli si è appena impossessato della bottiglia eriempitosi il bicchieresi accinge a berequando tutt'a un tratto i diavoli ritornanogli si avvicinano furtivi alle spalle in punta di piedie giù graffiate nei fianchi! Kedrìl grida a squarciagola; dalla paura non osa voltarsi. Difendersi anche non può: nelle mani ha la bottiglia e il bicchiereda cui non ha la forza di separarsi. Spalancata la bocca dal terroreegli sta per mezzo minuto con gli occhi sbarrati sul pubblicocon una tale esilarante espressione di vigliacco spaventoche se ne potrebbe proprio fare un quadro.

Finalmente lo prendonolo portano via; egli ha con sé la bottiglia e guizza coi piedi e gridagrida. I suoi strilli echeggiano ancora dietro le quinte. Ma cala il siparioe tutti sghignazzanotutti sono in piedi per l'entusiasmo... L'orchestra attacca la "kamàrinskaia".

Comincia pianoche appena si sentema il motivo cresceil tempo si accelerarisuonano colpetti dati con bravura alla cassa della balalaica. Questa è la "kamàrinskaia" in tutto il suo slancioe davvero sarebbe bello se Glinka avesse potutoper un casoudirla nel nostro reclusorio. Ha principio una pantomima a suon di musicae la "kamàrinskaia" non tace per tutta la durata della pantomima. Si presenta l'interno di un'isba. Sulla scena c'è un mugnaio con sua moglie. Il mugnaio in un angolo ripara dei finimentiin un altro angolo la moglie fila del lino. Fa la parte della moglie Sirotkindel mugnaio Netsvietaiev.

Noterò che le nostre decorazioni sono assai povere. Sia in questosia nel precedente lavoroe negli altrivoi dovete piuttosto colmare le lacune con la vostra propria immaginazione che vedere coi vostri occhi. In luogo di parete di fondoè steso non so che tappeto o una coperta da cavallo; di fianco c'è un miserabile paravento. Il lato sinistro poi non è mascherato da nullacosicché si vede il tavolaccio. Ma gli spettatori non sono esigenti e accettano di colmare con l'immaginazione le lacune della realtàtanto più che i detenuti ne sono molto capaci. - Si è detto giardinoe fa' conto che sia un giardinola stanza è una stanza e l'isba è un'isba: tanto non è il caso di far molte cerimonie. - Sirotkin vestito da giovane donnetta è molto carino.

Fra gli spettatori si odono alcuni complimenti a mezza voce. Il mugnaio termina il lavoroprende il berrettoprende lo scudisciosi avvicina alla moglie e le spiega a gesti che deve andare viama chese lei in sua assenza riceverà qualcunoallora... e indica lo scudiscio. La moglie ascolta facendo cenni col capo. Quella frusta probabilmente le è ben nota: la donnetta fa le corna al marito. Questi se ne va. Appena è fuori dell'usciola moglie lo minaccia alle spalle col pugno. Ma ecco che si bussa; l'uscio si apre e ricompare il vicinomugnaio anche luiun contadino in caffettano e con la barba. Nelle mani ha un regaloun fazzoletto rossoLa donnetta ride; ma appena il vicino fa per abbracciarlaecco un altro picchio all'uscio. Dove cacciarsi? Lei lo nasconde alla svelta sotto la tavolae torna al fuso. Compare un altro spasimante; è uno scrivanoin divisa militare. Fino a questo punto la pantomima è stata irreprensibileil gesto infallibilmente esatto. C'era perfino da meravigliarseneguardando quegli attori improvvisatie da pensare involontariamente: quante forze e quanto ingegno periscono da noi in Russiaa volte quasi per nientein prigione e in balìa di un duro destino! Ma il detenuto che faceva la parte dello scrivano era stato un tempoprobabilmentein un teatro provinciale o domestico e si era immaginato che i nostri attoridal primo all'ultimonon se ne intendessero e non camminassero come si deve camminare sulla scena. Ed ecco che egli incede come dicono che incedessero anticamente sui teatri gli eroi classici; fa un lungo passo eprima ancora di avere spostato l'altra gambasi fermarovescia all'indietro tutto il busto e la testaguarda fieramente intorno e... fa un altro passo. Se una tale andatura era buffa negli eroi classiciin uno scrivano militare e in una scena comica è ancora più buffa. Ma il pubblico nostro credeva che probabilmente così si dovesse fare in quel caso e accettò i lunghi passi dello scrivano spilungone come si accettano i fatti compiutisenza critiche speciali. Appena lo scrivano fu giunto nel mezzo della scenasi udì ancora un altro picchio: la padrona tornò a spaventarsi. Dove ficcare lo scrivano? Nel baulevisto che è aperto. Lo scrivano si caccia nel bauleche la donnetta chiude col coperchio. Questa volta si presenta un visitatore specialeanche lui innamoratoma in un genere a sé. E' un braminoe per giunta vestito alla sua foggia. Echeggia fra gli spettatori una risata irresistibile. Fa il bramino il detenuto Koskin e lo fa ottimamente. Ha una figura da bramino. Egli spiega a gesti tutta l'intensità del suo amore. Leva le braccia al cielopoi se le stringe al pettoal cuore; ma ha avuto appena il tempo di intenerirsi che risuona un forte colpo all'uscio. Dal colpo si sente che è il padrone. La moglie sbigottita è fuori di séil bramino si agita come un ossesso e la supplica di nasconderlo. Lei lo spinge in furia dietro un armadioe poidimenticandosi di apriresi slancia verso la sua rocca e filafilasenza udire i colpi di suo marito all'uscioe dallo sgomento annaspa il filo che pure non ha in mano e fa girare il fuso che si è dimenticata di raccattare dal pavimento. Sirotkin rese molto bene e molto felicemente questo spavento. Ma il padrone sfonda l'uscio col piede e si accosta alla moglie con lo scudiscio. Egli ha notato tuttoavendo fatto la guardiae le indica addirittura con le dita che ha nascosto tre uomini. Poi cerca costoro. Trova per primo il vicino e lo mette fuori della stanza a cazzotti. Lo scrivanopreso da pauravolendo fuggireha sollevato con la testa il coperchio e con ciò si è tradito da sé. Il padrone lo frusta con lo staffilee questa volta lo scrivano innamorato fa dei salti niente affatto classici. Rimane il bramino; il padrone lo cerca a lungoinfine lo trova nell'angolo dietro l'armadiogli fa dei gentili inchini e lo tira per la barba in mezzo alla scena. Il bramino tenta di difendersigrida: "Maledettomaledetto!" (uniche parole pronunciate nella pantomima)ma il marito non ascolta e si fa giustizia a modo suo. La moglievedendo che sta per giungere la sua voltalascia il pennecchio e il fuso e corre via dalla stanza; il filatoio si rovesciai detenuti scoppiano a ridere. Aléjsenza guardarmimi tira per una mano e grida: - Guarda! Il braminoil bramino! - e intanto non può star fermo dalle risa. Cala il sipario. Incomincia un'altra scena.

Ma non è il caso di descrivere tutte le scene. Ce ne furono ancora due o tre. Erano tutte buffe e di un'allegria senza artificio. Se non le avevano ideate i detenuti stessiper lo meno in ciascuna di esse avevano messo del proprio. Quasi ogni attore improvvisava di sua testatanto che nelle sere successive il medesimo attore rappresentava la medesima parte in modo alquanto diverso. L'ultima pantomimadi carattere fantasticosi concludeva con un balletto.

Si seppelliva un morto. Un braminocon numerosi servifa sopra la tomba svariati scongiurima nulla giova. Infine echeggia: "Il sole è al tramonto"il morto torna in vita e tutti incominciano a ballare dalla gioia. Il bramino danza insieme col morto e danza in modo tutto specialeda bramino. E così ha termine lo spettacolo fino alla sera seguente. Tutti i nostri si separano allegricontentilodando gli attoriringraziando il sottufficiale.

Litigi non se ne sentono. Tutti sembrano inconsuetamente soddisfattipersino felicie si addormentano non come semprema con lo spirito quasi tranquilloe per che cosa poisi direbbe? E intanto questa non è una fantasia della mia immaginazione. E' veritàè realtà. Appena è stato permesso a questa povera gente di vivere un poco a modo suodi divertirsi da uominidi passare anche solo un'ora di vita non da reclusiecco che l'uomo si trasforma moralmentenon fosse che per pochi minuti soltanto...

Ma ormai è notte tarda. Io ho un sussulto e casualmente mi sveglio: il vecchio continua ancora a pregare sulla stufa e pregherà lassù fino all'alba; Aléj dorme tranquillo accanto a me.

Io mi ricordo cheanche addormentandosiegli rideva ancoranel discorrere coi fratelli del teatroe involontariamente mi perdo nella contemplazione del suo volto calmoinfantile. A poco a poco mi rammento ogni cosal'ultima giornatale festetutto questo mese... sgomentosollevo il capo e guardo in giro i miei compagni che dormonoalla luce tremolante di una candela governativa da sei per libbra. Guardo le loro povere faccei loro poveri giaciglitutta questa poveraglia e questa miseriali osservoe pare che io voglia sincerarmi che tutto ciò non è la continuazione di un sogno mostruosobensì un'effettiva realtà. Ma è realtà:

ecco che si sente qualcuno gemere; qualcuno ha tirato indietro pesantemente una mano e ha fatto tintinnare le catene. Un altro ha sobbalzato nel sonno e si è messo a parlaree il nonnino sulla stufa prega per tutti i "cristiani ortodossi"e si ode il suo ritmicosommessostrascicato: "Signore Gesù Cristoabbi pietà di noi!...".

"Io non sono mica qui per semprema solo per qualche anno!"pensoe torno a chinare la testa sul guanciale.

 

 

PARTE SECONDA

 

  1. L'INFERMERIA
  2. Poco dopo le feste mi ammalai e andai alla nostra infermeria militare. Essa si trovava isolataa mezza versta dalla fortezza.

    Era un lungo edificio a un piano solodipinto di giallo.

    D'estatequando avvenivano i lavori di restauroci voleva per essa una straordinaria quantità di ocra. Nell'immenso cortile dell'infermeria avevano trovato posto i servizile case della direzione sanitaria e altre costruzioni attinenti. Nel corpo principale invece erano disposte solo corsie. Le corsie erano moltema quelle dei detenuti due solesempre affollatissimespecialmente d'estatetanto che occorreva spesso accostare i letti. Le nostre corsie si riempivano di ogni sorta di "gente disgraziata". Ci andavano i nostrici andavano dei giudicabili militari di vario generetenuti in diversi corpi di guardiacondannatinon condannati e deportati a tappe; ci andavano anche dalla compagnia di disciplina: una strana istituzionedove si spedivano i giovani soldati colpevoli di mancanze e poco fidatiper correggerne la condottae di dovedopo un paio d'anni o piùessi uscivano di solito tali furfanti come di rado se ne incontrano. Da noi i detenuti che cadevano malati denunciavano il loro maleabitualmente al mattinoal sottufficiale. Venivano subito iscritti in un registro e con questo registro inviati sotto la scorta di un soldato al lazzaretto del battaglione. Là un dottore visitava preventivamente tutti i malati dei vari comandi militari distribuiti nella fortezza e mandava all'infermeria quelli che trovava realmente malati. Mi si annotò nel registro e dopo l'unaquando già tutti i nostri si erano avviati dal reclusorio al lavoro pomeridianoio andai all'infermeria. Il detenuto malato di solito prendeva con sé quanto più poteva di denaro e di paneperché per quel giorno all'infermeria non poteva aspettarsi alcuna razionee inoltre la minuscola pipa con la borsa del tabaccola pietra focaia e l'esca. Questi ultimi oggetti li nascondeva con cura negli stivali. Io entrai nel recinto dell'infermeria non senza una certa curiosità per questa nuovae a me ancora ignotavariazione del nostro trantran carcerario.

    La giornata era tiepidanuvolosa e triste: una di quelle giornate in cui i luoghi come l'infermeria assumono un aspetto particolarmente indaffaratouggioso e arcigno. Io e il soldato di scorta entrammo nella sala di visitadove c'erano due vasche di rame e dove già attendevano due malatidi quelli sotto processoanch'essi con la scorta. Entrò l'aiuto medicoche ci squadrò pigramente e con aria d'autorità e poi ancora più pigramente andò a riferire al medico di turno. Questi comparve ben presto; ci visitòci trattò molto affabilmente e ci consegnò le "cartelle di osservazione"in cui erano stati segnati i nostri nomi. Una più precisa annotazione della malattiala prescrizione delle medicinedella dieta ecceteraerano riservate a quello degli ordinari che sovrintendeva alle corsie dei detenuti. Già prima avevo sentito che i detenuti non si stancavano di lodare i loro medici. "Non c'è bisogno di padre!"avevano risposto alle mie domandequando mi avviavo all'infermeria. Intanto ci cambiammo.

    Il vestito e la biancheria con cui eravamo venuti ci furono tolti e ci si fece indossare la biancheria dell'infermeriae inoltre ci diedero delle calze lunghedelle pantofoledelle berrette da notte e delle gabbanelle di panno spessodi color brunofoderate non so se di tela o di una specie di taffetà. In una parolala gabbanella era sudicia all'estremoma io l'apprezzai pienamente solo sul posto. Poi ci condussero nelle corsie dei detenutiche erano disposte in fondo a un lunghissimo corridoio alto e pulito.

    La pulizia esteriore era dappertutto soddisfacentissima; tutto ciò che alla prima balzava agli occhi luccicava addirittura. Del resto poteva sembrarmi che fosse così dopo la vita nel nostro reclusorio. I due giudicabili andarono in una corsia a sinistraio a destra. Presso la portachiusa con un chiavistello di ferrostava una sentinella col fucileaccanto a lui il suo supplente.

    Il sottufficiale più giovane (del picchetto dell'infermeria) ordinò di farmi passare e io mi trovai in una stanza lunga e stretta contro le cui due pareti longitudinali stavano i lettucciin numero di forse ventiduedei quali tre o quattro non ancora occupati. I letti erano di legnodipinti di verdeanche troppo noti a tutti quanti nella nostra Russia: quei medesimi letti cheper non so quale predestinazionenon possono assolutamente essere immuni da cimici. Io presi posto in un angolodalla parte delle finestre.

    Come ho già dettoqui c'erano anche i nostri detenuti del reclusorio. Alcuni di loro già mi conoscevano oalmenomi avevano visto in precedenza. Molti di più erano i giudicabili e quelli della compagnia di disciplina. Di malati graviche cioè non si alzassero dal lettonon ce n'erano tanti. Gli altrimalati leggeri o convalescentierano seduti sulle brande o camminavano avanti e indietro per la stanzadovetra le due file di lettirimaneva ancora uno spazio sufficiente per passeggiarci.

    Nella corsia c'era un odore oltremodo soffocante di ospedale.

    L'aria era viziata da varie sgradevoli esalazioni e dall'odore delle medicinenonostante che per quasi tutto il giorno fosse accesain un angolola stufa. Sulla mia branda era distesa una sopraccoperta a righe. Io la tolsi via. Sotto di essa trovai una coperta di pannofoderata di telae della biancheria pesante di più che dubbia pulitezza. Accanto alla branda stava un tavolino su cui c'erano un tazzone e una ciotola di stagno. Tutto ciò si coprivaper la bella figuracon un piccolo asciugamano che mi era stato consegnato. Nella parte inferiore del tavolino c'era un altro palchetto: là quelli che bevevano il tè tenevano la teierail bricco del "kvas" eccetera; ma che bevessero il tè anche fra i malati ce n'erano pochissimi. Le pipe poi e le borse del tabaccoche quasi tutti avevanonon esclusi nemmeno i tisicisi nascondevano sotto le brande. Il dottore e gli altri superiori non le ispezionavano quasi maie anche se sorprendevano qualcuno con la pipafacevano finta di non accorgersene. Del resto anche i malati erano quasi sempre guardinghi e andavano a fumare vicino alla stufa. Forse soltanto di notte fumavano in letto; ma di notte nessuno girava per le corsiesalvo qualche volta l'ufficiale comandante il picchetto dell'infermeria.

    Fino a quel giorno non ero mai stato ricoverato in un ospedale; perciò quanto mi circondava era per me assolutamente nuovo. Notai che suscitavo una certa curiosità. Di me avevano già sentito parlare e mi squadravano senza alcuna cerimoniaanzi con una certa sfumatura di superioritàcome nelle scuole si squadra il novellino o nei pubblici uffici il postulante. Alla mia destra giaceva uno scrivano sotto giudiziofiglio illegittimo di un capitano a riposo. Era processato come falso monetario ed era lì già da un annonon malato affattoa quanto parevama assicurava ai dottori di avere un aneurisma. Ed egli ottenne lo scopo: i lavori forzati e la punizione corporale lo risparmiarono ed egliancora un anno di poifu trasferito a T-kper esservi tenuto non so doveaddetto a un ospedale. Era un giovanotto robusto e tarchiato sui ventott'anniun gran bricconepratico delle legginiente affatto scioccooltremodo disinvolto e presuntuosopieno di un amor proprio morbosoche con la massima serietà voleva persuadere se stesso di essere l'uomo più onesto e più giusto del mondoe perfino di non avere alcuna colpae che con questa persuasione rimase poi sempre. Per primo egli attaccò discorso con mesi mise a interrogarmi con curiosità e mi informò abbastanza minutamente del regolamento dell'infermeria. Prima di tuttos'intendemi dichiarò che era figlio di un capitano. Aveva una voglia straordinaria di passare per nobile oalmenodi buona famiglia. Subito dopo di lui mi si avvicinò un malato della compagnia di disciplina e cominciò ad assicurarmi che aveva conosciuto molti dei nobili deportati in precedenza designandoli con nome e patronimico. Era questo un soldato già grigio; sul viso gli stava scritto che s'inventava tutto questo. Si chiamava Cekunov. Evidentemente cercava di entrarmi in graziasospettandomicredodanaroso. Avendo notato che avevo un cartoccio di tè e di zuccherosubito mi offrì i suoi servigi:

    procurarmi una teiera e farmi il tè. La teiera aveva promesso di mandarmela per il giorno dopo M-tskidal reclusoriocon qualcuno dei detenuti che venivano all'infermeria a lavorare. Ma Cekunov sbrigò ogni cosa. Trovò una specie di pentolinoperfino una tazzafece bollire l'acquapreparò il tèinsomma mi servì con uno zelo straordinarioprovocando subito con ciò da parte di uno dei malati alcune velenose canzonature a suo riguardo. Questo malato era un tisico che giaceva di fronte a medi cognome Ustiantsevun soldato sotto giudizioquello stesso chespaventatosi del castigoaveva vuotato una mezzetta di acquavitedopo averci messo in infusione molto tabaccoe con ciò si era buscato la tisi; di lui ho già fatto qualche cenno più sopra. Fino ad ora era rimasto coricato in silenziorespirando a faticaosservandomi fissamente con aria seria e seguendo con indignazione le mosse di Cekunov. La straordinariabiliosa serietà conferiva alla sua indignazione una certa quale sfumatura particolarmente comica. Infine egli non resse più:

    - To'il servo! S'è trovato un padrone! - proferì staccando le sillabe e con voce ansimante per la debolezza. Egli era già agli ultimi giorni della sua vita.

    Cekunov si voltò verso di lui sdegnato:

    - Chi è il servo? - pronunciò guardando sprezzantemente Ustiantsev.

    - Sei tu il servo! - rispose l'altro con un tono di tanta sicurezza come se avesse pieno diritto di redarguire Cekunovanzi gli fosse stato messo al fianco a tale scopo.

    - Io servo?

    - Proprio tu. Sentitebrava gentenon ci crede! Si meraviglia!

    - Ma a te che importa! To'il signore è soloè come senza mani.

    Non è abituato a far senza aiutisi sa. Perché non servirlodiavolo di un grugno peloso che sei!

    - Chi è un grugno peloso?

    - Tu sei un grugno peloso.

    - Io un grugno peloso!

    - Proprio tu!

    - E tu sei bello? Hai una faccia che sembra un uovo di cornacchia... se io sono un grugno peloso.

    - Proprio un grugno peloso! Una volta che Dio ti ha colpitodovresti startene lì a morire! Novuol ficcare il suo naso! Su viaperché ficchi il tuo naso?

    - Perché? Proprio nopiuttosto m'inchinerò a uno stivalema non a uno scarpone. Mio padre non ci s'inchinava e anche a me lo proibiva. Io... io...

    Voleva già continuarema si mise a tossire terribilmente per alcuni minuti sputando sangue. Ben presto il sudore freddo dell'estenuazione spuntò sulla sua fronte stretta. La tosse glielo impedivase no avrebbe parlato sempre; dai suoi occhi si vedeva che aveva voglia di ingiuriare ancora; maimpotenteagitava soltanto la mano... Cosicché Cekunov alla fine si dimenticò di lui.

    Io avevo sentito che la rabbia del tisico era diretta piuttosto contro di me che contro Cekunov. Per il desiderio di Cekunov di farmi dei servigie di procacciarsi con ciò una copecanessuno se la sarebbe presa con lui o lo avrebbe guardato con particolare disprezzo. Ognuno capiva che egli così faceva semplicemente per interesse. A questo proposito il popolino non è affatto così schizzinoso e sa distinguere con finezza di che si tratti. A Ustiantsev non ero andato a genio io personalmentenon gli era andato a genio il mio tè e che ioanche incatenatomi comportassi come un signorecome se non potessi fare a meno di un servitorepur non avendone chiamato né desiderato alcuno. In realtàio ho sempre voluto far tutto da meanzi ho sempre avuto il vivo desiderio di nemmeno avere l'aria d'essere uno scansafaticheun delicatinoe di voler fare il signore. In questo consisteva perfino in parte il mio amor propriopoiché la cosa è venuta in discorso. Ma ecco - e io non capisco proprio come sia sempre accaduto così - non ho mai potuto rinunciare a una quantità di persone compiacenti e servizievoli che da sé mi si appiccicavano e finivano con l'impossessarsi totalmente di metanto che esse erano poi veramente i miei padroni e io il loro servo; ma in apparenza ne venivain certo qual modo di per séche io ero un vero signorefacevo il signore e non potevo far senza servitori. Questo naturalmente mi seccava parecchio. Ma Ustiantsev era un tisicouna persona irritabile. Gli altri malati invece conservavano un aspetto indifferenteperfino con una sfumatura di alterigia. Mi ricordo che tutti si interessavano di una speciale circostanza: dai discorsi dei detenuti avevo appreso che quella sera stessa avrebbero condotto da noi un giudicabile che in quel momento si stava punendo con le verghe. I detenuti attendevano il novizio con una certa curiosità. Dicevano del resto che la punizione sarebbe stata leggera: solo cinquecento colpi in tutto.

    A poco a poco io mi guardai intorno. Per quanto potei notarec'erano lì soprattutto dei malati di scorbuto e di oftalmia:

    malattie locali di quella regione. Di questi ce n'erano nella corsia parecchi. Fra gli altrirealmente malatisi trovavano dei ricoverati per febbrivarie specie di piaghemali di petto. Lì non era come nelle altre corsielì erano riunite in un mucchio tutte le malattieperfino veneree. Ho detto "realmente" malatiperché ce n'erano anche parecchi venuti cosìsenza malattia alcunaa "riposare". I dottori ammettevano costoro volentieri per compassionespecialmente quando c'erano molti letti liberi. La detenzione nei corpi di guardia e nel reclusorio pareva così durain confronto di quella all'infermeriache molti detenuti venivano con piacere a mettersi in un lettononostante l'aria viziata e la chiusura a catenaccio della corsia. C'erano perfino di quelli a cui piaceva in modo speciale lo star coricati ein generaleil trantran dell'infermeria; soprattuttodel restoindividui della compagnia di disciplina. Io osservavo con curiosità i miei nuovi compagnima ricordo che una particolare curiosità destò allora in me uno del nostro reclusorioche già era moribondoanche lui tisico e anche lui ai suoi ultimi giorniche giaceva nel secondo letto dopo Ustiantsev e che quindi era pure quasi di fronte a me.

    Si chiamava Michailov; ancora due settimane prima lo avevo veduto nel carcere. Era malato già da un pezzo e da un pezzo avrebbe dovuto andare a farsi curare; ma eglicon una sorta di caparbia e affatto inutile sopportazionesi dominavasi faceva forza e soltanto durante le feste era venuto all'infermeriaper morirci in tre settimane di una forma spaventosa di tisi: come arso dal fuoco. Mi fece ora impressione il suo viso terribilmente mutatoun viso che avevo notato tra i primi dopo il mio ingresso nel reclusorio; mi era allora come balzato agli occhi. Accanto a lui giaceva un soldato della compagnia di disciplinaun uomo già vecchioun tremendo e ripugnante sudicione... Ma del resto non posso enumerare tutti i malati... Mi sono ricordato ora anche di questo vecchiotto unicamente perché egli pure mi aveva fatto allora una certa impressione e in un momento mi aveva dato un'idea abbastanza completa di talune particolarità della corsia dei detenuti. Questo vecchierello aveva allorami ricordoun fortissimo raffreddore. Non faceva che starnutire e per una intera settimana poi starnutì anche nel sonnocome a salvea cinque o sei starnuti per voltasoggiungendo ogni volta regolarmente: "O Signoreche castigo m'è toccato!". In quel momento era seduto sul letto e con avidità si riempiva il naso di tabacco che prendeva da un cartoccioper poter starnutire con più forza e più regolarità.

    Starnutiva in un fazzoletto di cotonedi sua proprietàa quadrettilavato cento volte e scolorito all'estremonel far che il suo piccolo naso pareva raggrinzirsi in modo specialeformando minuteinnumerevoli grinzementre si mettevano in mostra i frammenti dei vecchi denti anneritiinsieme con le rosse e bavose gengive. Finito di starnutiresubito svolgeva il fazzolettoesaminava attentamente il muco che vi si era copiosamente raccolto e senz'altro se lo passava sulla scura gabbanella governativacosicché tutto il muco rimaneva su questae il fazzoletto restava appena umidiccio. Così egli fece per tutta una settimana. Questa meticolosaavara cura del proprio fazzoletto a danno della gabbanella governativa non provocava alcuna protesta da parte dei malatianche se a qualcuno di loro doveva poi toccare d'infilare quella stessa gabbanella. Ma il nostro popolino non è schizzinoso né schifiltosoe ciò fino alla stranezza. Io invece mi sentii in quel momento addirittura sconvolto e cominciai subito involontariamente a esaminare con disgusto e curiosità la gabbanella che avevo poco prima indossato. A questo punto notai che essa già da un bel po' aveva destato la mia attenzione per il suo greve odore; già aveva avuto il tempo di riscaldarmisi addosso e mandava un puzzo sempre più forte di medicinedi impiastri ecome mi parevadi non so qual putridumeil che non faceva meravigliadato che da tempo immemorabile non abbandonava le spalle dei malati. Forse la sua fodera di tela sul dorso era stata qualche volta lavatama di sicuro non lo so. In cambio questa fodera era presentemente imbevuta di ogni possibile sgradito umoredi fomentedi acqua scolata dai vescicanti incisie via dicendo. Inoltre nelle corsie dei detenuti ne comparivano molto spesso di quelli puniti con le verghecol dorso tutto piagato; venivano curati con fomentee perciò la gabbanellaindossata direttamente sulla camicia bagnatanon poteva assolutamente non deteriorarsi: a tal punto ogni cosa vi si depositava sopra. E durante tutto il tempo da me passato al reclusorioin tutti quei vari anniappena mi accadeva di andare all'infermeria (e ci andavo piuttosto spesso)indossavo ogni volta la gabbanella con timorosa diffidenza. In particolar modo poi non mi piacevano i pidocchigrandi e notevolmente grassiche a volte si incontravano in quelle gabbanelle. I detenuti li giustiziavano con voluttàtanto chequando sotto la spessa e sformata unghia del detenuto si udiva lo schiocco della bestia giustiziataperfino dal viso del cacciatore si poteva giudicare del grado di piacere da lui provato. Erano molto odiate da noi anche le cimici e accadeva pure che a voltein qualche lunganoiosa serata invernaletutta la camerata si levasse a sterminarle. Sebbene nella corsiaa parte l'odore grevetutto fosse esteriormente pulito quanto era possibiletuttavia di internaper così diresottostante pulizia da noi non si faceva scialo. I malati c'erano avvezzi e stimavano perfino che così dovesse esseree poi anche le norme in vigore non favorivano una particolare pulizia. Ma delle norme dirò poi...

    Appena Cekunov mi ebbe pòrto il tè (fattosia detto di passatacon l'acqua della corsiache si portava in una volta per tutte le ventiquattr'ore e si guastavanell'aria della cameratacon una certa eccessiva rapidità)si aprì con un po' di rumore la porta e fu introdotto sotto doppia scorta il soldatino punito poc'anzi con le verghe. Era la prima volta che io vedevo qualcuno dopo il castigo. In seguito ne condussero spessotaluni anche portandoli (troppo grave era stata la punizione)e ogni volta ciò procurava un grande svago ai malati. Da noi si accoglievano costorodi solitocon un'espressione di particolare severità sui visi e perfino con una serietà un po' sforzata. L'accoglienza del resto dipendeva in parte anche dal grado d'importanza del delittoe per conseguenza dalla misura del castigo. Un individuo gravemente fustigato eper famaun gran delinquentegodeva di maggior rispetto e di maggiore attenzione d'una qualche recluta che aveva disertatocome quellaper esempioche ora avevano condotto. Ma nell'uno come nell'altro caso non si udivano né particolari espressioni di compatimentoné osservazioni particolarmente irritate di qualsiasi genere. In silenzio si aiutava il disgraziato e lo si assistevaspecialmente se non poteva fare senza aiuto. Gli infermieri stessi già sapevano di consegnare il fustigato a mani esperte e abili. L'aiuto consisteva di solito nel frequente e indispensabile cambio del lenzuolo o della camicia inzuppata di acqua freddain cui si avvolgeva la schiena straziataspecialmente se il punito stesso non era più in grado di far da sée inoltre nell'accorta estrazione dalle piaghe delle schegge spesso lasciate nella schiena dai bastoni che su di essa si erano rotti. Quest'ultima operazione suol essere molto sgradita al paziente. Ma in generale mi ha sempre riempito di meraviglia la straordinaria resistenza dei puniti al dolore. Io ne ho veduti tantissimia volte anche troppo fustigatie quasi nessuno che gemesse! Solo il viso sembra mutarsi tuttosi sbianca; gli occhi ardono; lo sguardo è distrattoinquieto; le labbra tremanotanto che il poveraccio apposta se le morde a volte coi denti quasi fino a sangue. Il soldatino che era entrato era un giovane di forse ventitré annidi solida e muscolosa corporaturabello di visoaltosnellodi carnagione bruna. Il suo dorso però era stato passabilmente lardellato di colpi. Tutto il suo corpo fu denudato nella parte superiore fino alla cintola; sulle spalle gli fu gettato un lenzuolo bagnatoche lo faceva tremare in tutte le membra come per febbree per un'ora e mezzo egli camminò su e giù per la corsia. Io gettavo delle occhiate al suo viso: pareva che in quel momento non pensasse a nullaguardava in modo strano e selvaggiocon uno sguardo sfuggentea cui era visibilmente penoso soffermarsi su qualche cosa con attenzione. A me parve che avesse guardato fissamente il mio tè. Il tè era bollente; il vapore saliva dalla tazzae il poveretto era intirizzito e tremava battendo i denti. Lo invitai a berne. Egli si voltò in silenzio e bruscamenteprese la tazza e bevve il tè stando in piedie senza zuccheronel far che si affrettava molto e pareva facesse sforzi speciali per non guardarmi. Bevuto tuttodepose in silenzio la tazzapoisenza nemmeno farmi un cenno col caposi rimise a passeggiare avanti e indietro per la corsia. Ma egli aveva ben altra voglia che di parlare e far cenni! Per quanto poi riguarda i detenutiessi tutti da principio sfuggironochi sa perchéqualsiasi conversazione col soldatino punito; anzidopo averlo dapprima aiutatopareva che si sforzassero poi di non rivolgergli più alcuna attenzioneforse per il desiderio di lasciarlo in pace il più possibile e non seccarlo con maggiori domande e "interessamenti" di alcun generedel che egli pareva pienamente soddisfatto.

    Intanto imbrunivae fu acceso il lumino. Apparve che alcuni dei detenutipochissimi del restoavevano perfino dei candelieri propri. Infinegià dopo la visita serale del dottoreentrò il sottufficiale di guardiache contò i malatie la corsia fu chiusa a chiavedopo che si era portato dentro il bigoncio notturno... Io appresi con meraviglia che questo bigoncio sarebbe rimasto lì tutta la nottementre una vera latrina si trovava lì vicino nel corridoioa due passi appena dalla porta. Ma tale ormai era la regola invalsa. Di giorno si lasciava ancora uscire il detenuto dalla corsianon più che per un minuto del resto: di notte invece per nessuna ragione. Le corsie dei detenuti non somigliavano a quelle ordinarie e il detenuto ammalato anche durante la malattia scontava la sua pena. Da chi in origine fosse stato introdotto un tale ordinamento non so; so soltanto che di ordine vero lì non ce n'era per niente e che mai tutta l'inutilità del formalismo si espresse maggiormente che in questo casoper esempio. Tale regola non emanavaben s'intendedai dottori. Lo ripeto: i detenuti non si stancavano di lodare i loro medicili tenevano in conto di padrili rispettavano. Ognuno riceveva da loro un trattamento gentileuna buona parola; e il detenutoripudiato da tuttiapprezzava ciòperché scorgeva la naturalezza e la sincerità di quella buona parola e di quelle gentilezze. Esse potevano anche non esserci; nessuno le avrebbe pretese dai medicise avessero trattato altrimenticioè in modo più ruvido e meno umano: di conseguenzaessi erano buoni per un vero sentimento di umanità. E naturalmente capivano cheper il malatochiunque egli fosseun detenuto o noera necessaria l'aria pura come per ogni altro malatofosse pure della più umile condizione. I malati delle altre corsiei convalescentiper esempiopotevano liberamente passeggiare per i corridoifare maggior motorespirare un'aria meno avvelenata di quella delle corsieviziata e sempre inevitabilmente satura di mefitiche esalazioni. Ora è terribile e disgustoso immaginarsi fino a che punto doveva ammorbarsi da noi quell'ariapure già abbastanza ammorbatadurante la nottequando si portava dentro quel bigonciodata l'alta temperatura della corsia e date certe malattie in cui è inevitabile l'andar di corpo. Se ho detto ora che il detenutoanche malatoscontava la sua penanon intendevo direnaturalmentee non intendo dire che una simile norma fosse stata istituita appunto e soltanto a scopo di punizione. Sarebbe questava da séun'insensata calunnia da parte mia. Non era più il caso di punire dei malati. Ma se è cosìè ovvio che probabilmente una qualche rigorosadura necessità costringeva i superiori a un tale provvedimentole cui conseguenze erano nocive. Quale dunque? Ma questo appunto è irritanteche in nessuna maniera si può spiegareanche solo un tantinola necessità di questo provvedimentoe inoltre di numerosi altria tal punto incomprensibili che non soltanto non si possono spiegarema nemmeno si può intuirne la spiegazione. Come spiegare questa inutile crudeltà? Dicendovedete un po'che il detenuto può capitare nell'infermeria dopo essersi a bella posta finto malatoe ingannare i dottoriuscire di notte per andare al cesso eapprofittando dell'oscuritàfuggire? Dimostrare seriamente tutta l'inconsistenza di un simile ragionamento è quasi impossibile.

    Dove fuggire? Come fuggire? Con quali panni indosso fuggire? Di giorno li fanno uscire uno alla volta; così si potrebbe fare anche di notte. Alla porta sta la sentinella col fucile carico. La latrina è letteralmente a due passi dalla sentinellamaciò nonostantelo accompagnerebbe là il supplente e non gli leverebbe gli occhi di dosso per tutto quel tempo. Là non c'è che una finestracon doppia intelaiatura all'uso invernale e con inferriata. Sotto la finestra poiin cortileproprio davanti alle finestre delle corsie dei detenutipasseggia pure tutta la notte una sentinella. Per uscire dalla finestraè necessario scardinarne la intelaiatura e l'inferriata. Chi mai lo permetterà?

    Masupponiamoil detenuto ammazza preliminarmente il supplentein modo tale che questi non ha il tempo di fiatare e nessuno ode nulla. Maanche ammessa questa assurditàbisogna pur sempre schiantare la finestra e l'inferriata. Notate che lìaccanto alla sentinelladormono i guardiani della corsia e a dieci passipresso un'altra corsia di detenutista un'altra sentinella col fucilee accanto a lui un altro supplente e altri guardiani. E dove correre d'inverno in calze e pantofolecon la gabbanella del malato e la berretta da notte? E se è cosìse così poco è il pericolo (cioèa dire il veroproprio nessuno)a che scopo questo serio aggravio a danno di malati che sono forse alle ultime ore della loro vitadi malati per i quali l'aria pura è ancora più necessaria che per i sani? A che scopo? Io non ho mai potuto capire questo...

    Ma una volta che si è domandato "a che scopo?"e la cosa è ormai venuta in discorsonon posso non ricordarmi ora anche di un altro dubbio che per tanti anni mi stette dinanzi come il più enigmatico dei fatti e al quale pure non ho mai potuto trovare una risposta.

    E non posso non dire a questo riguardo almeno poche paroleprima di riprendere la mia descrizione. Parlo dei ferri ai piedida cui nessuna malattia dispensa il condannato ai lavori forzati. Perfino i tisici morivano in catene sotto i miei occhi. E nondimeno tutti ci si erano abituatitutti consideravano ciò come qualcosa di definitivo e di ineluttabile. Anzi è ben difficile che mai qualcuno ci abbia riflettutoquando perfino fra i dottori a nessuno mai era venuto in mentein tutti quegli annidi interessarsi almeno una volta presso i superioriperché fossero tolti i ferri a un detenuto gravemente malatospecie se di tisi.

    Mettiamo pure che i ferri non siano di per sé Dio sa quale carico.

    Essi pesano di solito dalle otto alle dodici libbre. Portare dieci libbre per un uomo sano non è faticoso. Mi dicevano però cheper effetto dei ferri ai piedidopo alcuni anni le gambe incominciano come a risecchire. Non so se questo sia verobenché per altro la cosa abbia una certa verosimiglianza. Un peso anche piccoloanche solo di dieci libbreattaccato in perpetuo alla gambaaumenta pur sempre in modo anormale il peso dell'arto e dopo lungo tempo può esercitare una certa azione dannosa... Ma poniamo che per un sano ciò non sia nulla. E' così per un malato? Poniamo che anche per un malato ordinario non sia nulla. Ma sarà cosìripetoper i malati gravisarà cosìripetoper i tisiciai qualianche a parte ciògià seccano le braccia e le gambetanto che ogni pagliuzza per loro diventa pesante? E in veritàse la direzione medica ottenesse un alleviamento anche solo per i tisicigià questo soltanto sarebbe un vero e grande beneficio. Qualcuno diràsupponiamoche il detenuto è un malfattore e indegno di benefici; ma si ha forse da raddoppiare il castigo a chi è già stato così colpito dal dito di Dio? E poi è impossibile credere che questo si faccia solo per castigo. Il tisico anche legalmente va immune dalla punizione corporale. Di conseguenzadev'esserci qui racchiusa pur sempre una qualche arcanaimportante norma a scopo di salutare precauzione. Ma quale? E' impossibile capirlo. Infatti non si può mica temere che il tisico fugga. A chi potrebbe venire in testa una cosa similespecialmente ove si prenda in considerazione una certa fase della malattia? E fingersi tisicoingannare i mediciper poi fuggirenon è possibile. La malattia non si presta; la si riconosce a prima vista. E poia proposito:

    forse che si mettono a un uomo i ferri ai piedi solo perché non fugga o perché ciò gli impedisca di correre? Niente affatto. I ferri non sono altro che un ludibriouna vergogna e un pesofisico e morale. Così almeno si presuppone. Essi non potranno mai impedire ad alcuno di fuggire. Il più inespertoil meno abile dei detenuti saprà ben prestosenza grande faticasegarli o farne saltare la ribaditura con un sasso. I ferri ai piedi non preservano proprio da nulla; e se è cosìse essi sono inflitti al condannato ai lavori forzati unicamente per punizionetorno a domandare: possibile che si punisca un moribondo?

    Ed ecco che oramentre scrivo questomi si presenta vivamente alla memoria un moribondoun tisicoquello stesso Michailov che era coricato quasi dirimpetto a menon lontano da Ustiantseve che morìmi ricordoil quarto giorno dal mio arrivo in corsia.

    Forse mi sono messo ora a parlare dei tisici rivivendo involontariamente le impressioni e i pensieri che allora mi vennero in mente a proposito di questa morte. Michailov del resto io lo conoscevo ben poco. Era un uomo ancora giovanissimonon più che venticinquennealtoesile e di aspetto oltremodo grazioso.

    Viveva nella sezione speciale ed era taciturno fino alla stranezzasempre in preda a una certa quale silenziosacalma malinconia. Nel reclusorio pareva che "risecchisse". Così almeno si esprimevano poi sul suo conto i detenutifra i quali aveva lasciato buon ricordo di sé. Rammento solo che aveva bellissimi occhi e non so davvero perché egli mi risovvenga così nitidamente.

    Morì circa alle tre del pomeriggio in una giornata gelida e limpida. Ricordo che il sole penetrava coi suoi forti raggi obliqui dalle finestre della nostra corsia attraverso i vetri verdognoli leggermente gelati. Tutto un fascio di quei raggi si riversava sul disgraziato. Egli morì fuori di conoscenza e agonizzò penosamente e a lungoper alcune ore di seguito. Fin dal mattino i suoi occhi avevano cominciato a non più riconoscere chi gli si avvicinava. Si voleva in qualche modo dargli sollievo vedendo che era gravissimo; respirava a stentoprofondamentecol rantolo; il suo petto si sollevava moltocome se gli mancasse l'aria. Aveva respinto da sé la copertatutti gli indumenti e infine aveva cominciato a strapparsi la camicia. Era spaventoso vedere quel corpo lungo lungodalle gambe e braccia scarnite fino all'ossodal ventre infossatodal petto sollevatocon le costole che si disegnavano nettamentecome in uno scheletro.

    Sull'intero suo corpo non era rimasto altro che una crocetta di legno con un amuleto e i ferriattraverso i quali pareva che avrebbe ora potuto far passare la gamba risecchita. Mezz'ora prima della sua morteda noi tutti parvero quietarsi e presero a discorrere quasi bisbigliando. Chi andava su e giù camminava senza far rumore. Tra loro facevano pochi discorsisu cose estraneelanciando solo a tratti delle occhiate al morente che rantolava sempre di più. Infinecon mano errante e malfermaegli si tastò l'amuleto sul petto e prese a strapparselo viacome se anche quello gli fosse di pesogli desse fastidiol'opprimesse. Gli tolsero anche l'amuleto. Dopo una decina di minuti morì. Bussarono alla porta per chiamare il soldato di guardialo informarono.

    Entrò un custode che guardò con aria ottusa il cadavere e andò dall'aiuto medico. L'aiuto medicoun giovane e buon ragazzoun po' troppo intento al proprio esterioreche era del resto abbastanza felicecomparve subito; a passi rapidicamminando con rumore per la corsia fattasi silenziosasi avvicinò al defunto e con una cert'aria particolarmente disinvoltache pareva escogitata per l'occasionegli prese il polsolo tastòfece un gesto con la mano e uscì. Tosto andarono ad avvertire il picchetto di guardia: il delinquente era di quelli importantidella sezione speciale; anche per riconoscerlo come morto erano necessarie particolari cerimonie. In attesa degli uomini di guardiaqualcuno dei detenuti espresse a bassa voce l'idea che non sarebbe stato male chiudere gli occhi al defunto. Un altro lo ascoltò attentamentepoi si avvicinò in silenzio al morto e gli chiuse gli occhi. Avendo scorto la croceche era posata lì sul guancialela presela osservò esenza parlarela rimise al collo di Michailov; gliela rimise e si segnò. Intanto il viso del morto s'irrigidiva; un raggio di sole giocava su quel viso; la bocca era semiaperta; due file di bianchi denti giovanili luccicavano di sotto alle labbra esiliappiccicate alle gengive.

    Finalmente entrò il sottufficiale di picchetto con daga e cascodietro di lui erano due guardiani. Egli si avvicinava rallentando sempre più i passigettando occhiate perplesse ai detenuti ammutoliti che lo guardavano con aria severa da tutte le parti.

    Arrivato a un passo dal mortosi arrestò come inchiodatoquasi intimidito. Il cadavere interamente denudatorisecchitocoi soli ferri indossogli aveva fatto sensoed egli tutt'a un tratto si sfibbiò il soggolosi tolse il cascocosa che non occorreva affattoe si fece un ampio segno di croce. Aveva una faccia severauna testa grigiada vecchio soldato. Mi ricordo che in quello stesso istante era lì in piedi Cekunovanche lui un vecchio brizzolato. Per tutto quel tempo egli guardò in silenzio e fissamente il viso del sottufficialeproprio a bruciapeloosservando con una certa strana attenzione ogni suo gesto. Ma i loro occhi s'incontrarono e a Cekunov improvvisamentechi sa perchétremò il labbro inferiore. Egli lo storse in un certo modo stranoscoprì i denti e rapidamentecome facendo all'impensata un cenno col capo al sottufficiale in direzione del mortodisse:

    - Aveva anche lui una madre! - e si allontanò.

    Ricordo che queste parole parvero trafiggermi... E a che scopo egli le aveva pronunciatee come gli erano venute in mente? Ma ecco che presero a sollevare il cadaverelo sollevarono insieme con la branda; la paglia frusciòi ferri risonarono fortementein mezzo al silenzio generalebattendo sul pavimento... Li tirarono su. Il corpo fu portato via. A un tratto tutti si misero a parlare ad alta voce. Si udì il sottufficialegià nel corridoiomandare qualcuno in cerca di un fabbro. Bisognava levare i ferri al morto.

    Ma io mi sono scostato dall'argomento...

     

  3. CONTINUAZIONE
  4. I dottori facevano il giro delle corsie al mattino; verso le undici comparivano da noi tutti insiemeaccompagnando il dottore- capoe prima di loroun'ora e mezzo primavisitava la corsia il nostro medico interno. A quel tempo era interno da noi un medico giovaneche sapeva il fatto suogentileaffabilea cui i detenuti volevano molto bene e nel quale trovavano un solo difetto: "E' un po' troppo cheto". Infatti era poco loquacepareva perfino che si confondesse davanti a noiper poco non arrossivacambiava la razione quasi alla prima preghiera dei malati e sembrava anzi disposto a prescrivere anche le medicine a loro richiesta. Del resto era un giovane eccellente. Bisogna riconoscere che molti medici in Russia godono l'amore e la stima del popolo sempliceed è questaper quanto ho notatopura verità. So che le mie parole sembreranno un paradosso specialmente ove si consideri l'universale diffidenza di tutto il popolino russo verso la medicina e verso i medicamenti stranieri. Infatti l'uomo del popolo si farà curare per più anni di seguitosoffrendo della più penosa malattiadall'empirica o si curerà coi suoi rimedi casalinghi e popolari (che non bisogna affatto disprezzare)piuttosto di andare dal medico o di entrare in un ospedale. Maoltre all'esserci qui una circostanza sommamente importanteche non ha niente da fare con la medicinae precisamente l'universale diffidenza del popolino verso tutto ciò che reca l'impronta del formalismo amministrativooltre a questo il popolo è impressionato e prevenuto contro i pubblici ospedali da varie paure e dicerienon di rado assurdema a volte non prive di fondamento. Ma soprattutto lo spaventano la disciplina tedesca dell'ospedalela gente estranea che gli sta intorno in tutto il corso della malattiail rigore per quanto riguarda il vittoi racconti circa l'esigente severità degli infermieri e dei medicicirca il sezionamento e lo sventramento dei cadaveri e così via. Per giuntacosì ragiona il popolosaranno dei signori a curarloperché i medici sono pur sempre signori. Macon una maggiore conoscenza dei medici (sia pure non senza eccezionima per la massima parte)tutte queste paure si dissipano assai rapidamenteil chesecondo la mia opinioneva senz'altro a onore dei nostri dottorisoprattutto di quelli giovani. La maggior parte di loro sanno meritarsi la stima e perfino l'amore del popolino. Per lo menoio scrivo di ciò che ho veduto e provato io stessopiù di una volta e in molti luoghie non ho motivo di credere che negli altri luoghi si procedesse troppo spesso altrimenti. Certoin qualche cantuccio sperduto i medici prendono sbruffisfruttano fortemente i propri ospedaliquasi trascurano i malati e dimenticano perfino del tutto la medicina.

    Tutto ciò esiste ancorama io parlo della maggioranza oper meglio diredi quello spiritodi quell'indirizzo che va oraai giorni nostritraducendosi in atto nella medicina. Quegli altri poigli apostati della causai lupi in mezzo alla greggiaqualunque cosa portino a loro giustificazionein qualunque modo si discolpinoper esempioanche invocando l'ambienteche ha guastato essi pure a sua voltaavranno sempre tortospecialmente se in pari tempo hanno perduto anche l'amor del prossimo. Oral'amor del prossimol'affabilitàla compassione fraterna per il malato gli sono a volte più necessarie di tutte le medicine.

    Sarebbe tempo che smettessimo di lagnarci apaticamente dell'ambiente dicendo che ci ha guastati. Sarà veromettiamoche esso guasta molte cose in noinon tutto peròe spesso qualche furbo e navigato briccone molto abilmente copre e giustifica con l'influenza di questo ambiente non soltanto la propria debolezzama non di rado anche una vera bassezzaspecialmente se sa parlare o scrivere bene. Del resto io mi sono di nuovo sviato dal tema; volevo dire soltanto che il popolo semplice è diffidente e ostile più verso l'amministrazione sanitaria che verso i medici. Dopo aver conosciuto come essi siano in realtàabbandona rapidamente molte delle sue prevenzioni. In quanto al restante assetto dei nostri ospedaliesso non corrisponde finora in molte coseallo spirito del popoloè finora ostile coi suoi ordinamenti alle abitudini del nostro popolino e non è in grado di acquistarne la piena fiducia e il rispetto. Così mi parealmenoin base ad alcune mie personali impressioni.

    Il nostro interno si fermava di solito davanti a ciascun malatolo esaminava seriamente e con estrema attenzionegli faceva domandeprescriveva le medicine e la dieta. A volte si accorgeva egli stesso che il malato non era affatto tale; mapoiché il detenuto era venuto per riposarsi dal lavoro o starsene un po' di tempo su un materassoanzi che su nude assiedopo tuttopur sempre in una stanza riscaldatae non in un umido corpo di guardia dove si tengono stipati folti mucchi di pallidi e macilenti giudicabili (i giudicabili sono da noi quasi semprein tutta la Russiapallidi e macilenti: segno che il loro trattamento e il loro stato psichico sono quasi sempre peggiori di quelli dei condannati)il nostro interno tranquillamente attribuiva loro una qualsiasi "febris catharalis" e li lasciava a letto a volte anche per una settimana. Di questa "febris catharalis" da noi tutti ridevano. Sapevano benissimo che era quella una formula invalsa da noiper una specie di mutuo consenso tra dottore e malatoper indicare una finta malattia:

    "coliche di riserva"come traducevano i detenuti stessi la "febris catharalis". A volte il malato abusava del buon cuore del medico e continuava a stare a letto fino a che non lo scacciavano con la forza. Allora bisognava vedere il nostro interno: egli pareva intimiditocome vergognoso di invitare francamente il malato a guarire e a chiedere di essere dimesso al più prestobenché avesse pieno diritto di dimetterlo puramente e semplicementesenza discorso né fervorino alcunoscrivendo sul foglio di osservazione: "sanat est". Dapprima gli accennava la cosapoi aveva l'aria di pregarlo: "Non sarebbe ora? Ormai sei quasi ristabilitola corsia è strapiena"ecceterafino a che il malato stesso si vergognava e chiedeva da séfinalmentedi esser mandato via. Il dottore anzianopur essendo una persona umanitaria e onesta (i malati gli volevano pure un gran bene)era senza confronto più ruvidopiù risoluto dell'internoanzi all'occasione dava prova di rigida severitàe per questo da noi si aveva di lui come uno speciale rispetto. Egli comparivaaccompagnato da tutti i medici dell'infermeriadopo l'internoe anche lui li visitava tutti uno per unosoffermandosi specialmente sui malati gravisapeva sempre dir loro una parola buonaincoraggiantespesso anche cordialee in generale faceva ottima impressione. Quelli che venivano con le "coliche di riserva" non li respingeva mainon li rimandava indietro; mase il malato faceva il caparbiolo dimetteva puramente e semplicemente: "Be'che vuoiamicosei stato a letto abbastanzati sei riposatovattenebisogna conoscere la discrezione". Facevano i caparbi di solito o gli scansafatichespecialmente nel periodo estivodi maggior lavoroo degli imputati che si attendevano la punizione. Mi ricordo che con uno di costoro fu usata una particolare severitàanzi crudeltàper indurlo a farsi dimettere. Era venuto con un'oftalmia: aveva gli occhi rossisi lagnava di acutilancinanti dolori agli occhi.

    Presero a curarlo con vescicantisanguisughespruzzature di un certo liquido caustico ecceterama la malattia nondimeno non passavagli occhi non si detergevano. A poco a poco i dottori indovinarono che la malattia era simulata: l'infiammazione era costantemente leggeranon peggioravae nemmeno guarivaera stazionaria. Era un caso sospetto. Tutti i detenuti già sapevano da un pezzo che egli fingeva e ingannava il prossimosebbene non lo confessasse. Era un ragazzo giovanebello perfinoma che produceva su noi tutti una certa quale impressione sgradita:

    soppiattonediffidenteaccigliatonon parlava con alcunoguardava di sotto in sufaceva il misterioso con tutticome se di tutti diffidasse. Ricordo che a certuni veniva perfino in mente che potesse farne qualcuna. Era soldatoaveva commesso un grosso furtola sua colpa era stata provata e gli toccavano mille colpi di bastone e l'invio alle compagnie di detenuti. Per allontanare il momento del castigocome ho già accennato in precedenzal'imputato si risolve talvolta a terribili scatti: piglia a coltellatealla vigilia della punizionequalcuno dei superiorio uno dei suoi compagni detenuti; lo processano così daccapo e il castigo viene differito ancora di un paio di mesi e il suo scopo è raggiunto. A lui non importa se tra due mesi lo puniranno due o tre volte più severamente; purché possa ora allontanare il minaccioso momento non fosse che di pochi giorni e poi sia quel che vuole: a tal punto è forte a volte la depressione di spirito che assale questi disgraziati. Da noi taluni già bisbigliavano tra loro che bisognava stare in guardia da lui: magari avrebbe scannato qualcuno di notte. Del resto parlavano soltanto cosìma non prendevano alcuna speciale precauzionenemmeno quelli le cui brande si trovavano accanto alla sua. Vedevano bensì che egli di notte si fregava gli occhi con la calcina dell'intonaco e con qualche altracosaperché al mattino fossero nuovamente rossi.

    Infine il dottore capo minacciò di applicargli il setone. In una malattia d'occhi ostinatache dura da lungo tempoe quando già tutti i mezzi della medicina sono stati tentati per salvare la vistai dottori si inducono a usare un mezzo energico e tormentoso: applicano al malato il setonecome a un cavallo. Ma il poveraccio anche a questo punto non acconsentì a guarire. Che caparbio carattere era mai il suoo troppo pauroso! Il setone infatti era anch'esso un grave tormentoanche se meno dei bastoni! Si stringe con la mano la pelle del malato sul collodi dietroquanta se ne può afferraree in tutta la carne così afferrata si introduce un coltello producendo in tal modo una larga e lunga ferita su tutta la nucapoi si fa passare per questa ferita una fettuccia di telaabbastanza largaquasi un dito; dopo di che ogni giornoa ora fissasi tira su e giù questa fettuccia entro la feritain modoper dir cosìda riaprirla daccapoaffinché questa continui a suppurare e non si rimargini. Il poveraccio tuttavia sopportòsoffrendo terribilmenteanche questa tortura per alcuni giornialla fine dei quali soltanto acconsentì a farsi mandar via. I suoi occhi risanarono del tutto in un solo giorno eappena il suo collo si fu cicatrizzatoegli si avviò al corpo di guardiaper andare daccapo il giorno dopo a ricevere le mille bastonate.

    Naturalmente il momento che precede il castigo è penosoè penoso al punto che forse io faccio peccato chiamando questa paura pusillanimità e viltà. Dev'essere una cosa ben penosase ci si sottomette a un doppiotriplice castigopurché essa non avvenga subito. Io ho accennato del resto anche a quelli che da sé chiedevano di venir dimessi al più prestocon la schiena non ancora guarita dopo la prima bastonaturaper ricevere il resto dei colpi e cessare definitivamente di esser sotto processo; e la detenzione in attesa di giudizionei corpi di guardiaè naturalmente per tutti senza confronto peggiore dei lavori forzati. Maoltre la differenza dei temperamentinella risolutezza e nell'intrepidità di taluni rappresenta una gran parte la radicata abitudine alle percosse e alle punizioni. Chi è stato battuto molte volte si fortifica nello spirito e nel dorso e alla fine considera il castigo con scetticismoquasi come un piccolo inconvenientee più non lo teme. Un nostro giovane detenuto della sezione specialeun calmucco battezzatoAleksàndro Aleksandracome da noi lo chiamavanouno strano ragazzo bricconcelloimpavido e al tempo stesso molto bonariomi raccontava come avesse ricevuto i suoi quattromila colpime lo raccontava ridendo e celiando; ma intanto giurava con la massima serietà chese fin dall'infanziafin dalla sua prima e più tenera infanzia non fosse cresciuto sotto la frustariportandone delle cicatrici chedurante tutta la sua vitaletteralmentein seno alla propria ordanon avevano mai abbandonato la sua schienaper nulla al mondo egli avrebbe potuto sopportare quei quattromila colpi. Raccontandomi ciòaveva l'aria di benedire quell'educazione a suon di frusta. - Mi hanno sempre battutoAleksàndr Petrovic'- mi diceva una voltaseduto sulla mia brandaverso seraprima che si accendessero i lumi- per ogni e qualunque motivoa ragione o a tortomi hanno battuto un quindici anni di seguitoproprio fin da quando incominciai a ricordarepiù volte ogni giorno; non mi batteva solo chi non voleva battermicosicché io finii coll'abituarmici del tutto. - Come fosse capitato fra i soldati non sodel resto non ricordome l'aveva fors'anche raccontatoera stato un perpetuo disertore e vagabondo. Ricordo soltanto il suo racconto a proposito della tremenda paura venutagliquando lo avevano condannato ai quattromila colpi per aver ucciso un superiore. - Io sapevo che mi avrebbero castigato severamente e che forse non mi avrebbero lasciato uscir vivo di sotto i bastonie benché fossi abituato alle frustetuttavia quattromila bastonate non sono uno scherzo!

    E per giunta tutti i superiori erano sulle furie! Io sapevosapevo di sicuro che la cosa non sarebbe andata lisciache non sarei uscito vivonon mi avrebbero lasciato uscire vivo di sotto i bastoni. Dapprima provai a farmi battezzarepensando che forse mi avrebbero perdonatoe sebbene i miei mi dicessero allora che non sarei riuscito a nullache non mi avrebbero perdonatotuttavia pensavo: proverò lo stessoavranno sempre più compassione di un battezzato. Mi battezzarono infatti enel santo battesimomi misero nome Aleksàndr; be'i bastoni tuttavia rimasero bastoni; me ne avessero condonato almeno uno; mi sentii perfino offeso. E io pensavo tra me: aspettate un momentovi infinocchio tutti davvero. E che cosa crederesteAleksàndr Petrovic'? Ii infinocchiai ! Io sapevo magnificamente fare il mortocioè non proprio il mortoma in modo da far credere che da un istante all'altro l'anima dovesse uscirmi di corpo. Mi condussero; me ne danno un migliaio: mi sento bruciaregrido; me ne danno un altro migliaio: be'ora è la mia finemi sento proprio impazzire; le gambe mi si pieganostramazzo a terra: i miei occhi sono diventati quelli di un mortoho la faccia lividanon respiro piùho la schiuma alla bocca. S'avvicinò il medico:- Morirà subito- dice. Mi portarono all'infermeria e mi riebbi immediatamente. Così mi condussero poi fuori ancora due volteed erano rabbiosierano molto rabbiosi contro di mema io li infinocchiai ancora due volte; ricevetti soltanto il terzo migliaiopoi feci il mortoe quando arrivò il quartoogni colpo era come una coltellata al cuoreogni colpo valeva per tretanto battevano forte! Si accanirono contro di me. Proprio quel maledetto ultimo migliaio (che lo possano!...) valeva i tre primi insiemee se non avessi fatto il morto prima della fine (rimanevano solo un duecento bastonate in tutto)mi avrebbero finito proprio allora; be'ma anch'io non mi lasciai far torto:

    li infinocchiai di nuovo e di nuovo feci il morto; ci credettero ancorae come non crederequando ci credeva il medico ?

    Cosicchésebbene poi quegli ultimi duecento colpi me li dessero con tutta la loro rabbiain tal modo che in un altro momento duemila sarebbero stati più leggerituttaviacuccu!non mi finironoe perché non mi finirono? Tutto perché fin da bambino ero cresciuto sotto la frusta. E per questo sono vivo ancora oggi.

    Ohquantoquanto mi hanno battuto in vita mia! - egli soggiunse alla fine del raccontocome in una triste perplessitàcome sforzandosi di ricordare e ricontare quante volte lo avessero battuto. - Ma no- soggiunse rompendo il momentaneo silenzio- le volte che fui battuto non si possono neppure contare; e poi a che contare! Un simile conto non finirebbe mai. - Egli mi gettò un'occhiata e scoppiò a riderema così bonariamente che io stesso non poteiin rispostanon sorridergli. - SapeteAleksàndr Petrovic'io anche adessose la notte faccio un sognonon manco di sognare che mi battono; non faccio mai altri sogni. - In realtà egli spesso gridava la nottee gridava di solito a squarciagolatanto che i detenuti lo svegliavano subito a urtoni: - Be'diavoloche hai da gridare? - Era un uomo sanodi bassa staturavivace e allegrosui quarantacinque anniviveva in armonia con tuttie anche se gli piaceva molto rubare e spessissimo da noi veniva picchiato per questotuttavia chi da noi non era mai stato preso a rubare e chi da noi non era stato picchiato per questo?

    Aggiungerò una cosa: io mi meravigliavo sempre della straordinaria bonomiadella mancanza di rancore con cui tutti quei fustigati parlavano di come li avessero battuti e di chi li aveva battuti.

    Spesso non si sentiva neppure la minima sfumatura di rancore o di odio in simili raccontiche a me talvolta rivoltavano il cuore e lo facevano battere fortecon violenza. Loro invece solevano raccontare e ridere come bambini. EccoM-tskiper esempiomi narrava del castigo da lui subito; egli non era nobile e aveva ricevuto cinquecento colpi. Io ne avevo saputo da altri e gli avevo domandato io stesso: - E' vero questo e come andò la cosa? - Egli mi rispose brevementecome se parlasse con intimo dolorecome se cercasse di non fissarmie il suo viso arrossì; dopo mezzo minuto mi guardò e nei suoi occhi lampeggiò una fiammata di odiomentre le labbra si erano messe a tremargli dallo sdegno. Io sentii che non aveva mai potuto dimenticare questa pagina del suo passato. Ma i nostriquasi tutti (non giuro che non ci fossero eccezioni)consideravano la cosa in modo affatto diverso. Non è possibilepensavo io a volteche si stimassero del tutto in colpa e meritevoli del suppliziospecialmente quando avevano peccato non contro i loro ugualima contro i superiori. La maggior parte di loro non si attribuivano colpa alcuna. Ho già detto che rimorsi di coscienza non ebbi a notarnenemmeno in quei casi in cui il delitto era stato commesso contro il proprio gruppo sociale. Dei delitti contro i superiori non c'è neppure da parlare. Mi pareva qualche volta che in quest'ultimo caso essi avessero un loro proprio concettoper così direpraticoomegliodi fattodella cosa. La si considerava come un destinocome un fatto ineluttabilee non già riflettendoci su in qualche modoma cosìincoscientementecome si ha una fede qualunque. Il detenutoper esempiopur essendo sempre incline a sentirsi nel giusto in caso di delitti contro i superioritanto che perfino una questione al riguardo è per lui inconcepibiletuttavia praticamente aveva coscienza che i superiori consideravano il suo delitto in tutt'altra maniera e chequindiegli doveva venir punitoe poi si era pari e patta. Qui c'è una mutua lotta. Il delinquente sa inoltre e non dubita di essere assolto dal tribunale del suo ambiente natiodel popolino al quale egli stesso appartiene e che maiegli sa pure questolo condannerà interamentemanella sua massima partelo assolverà del tuttopurché il fallo non sia stato commesso contro i suoicontro i fratellicontro il semplice popolo da cui proviene. La sua coscienza è tranquillae della propria coscienza egli è forte e non si turba moralmentee questo è l'essenziale. E' come se sentisse che ha qualcosa a cui appoggiarsie perciò non odiama accetta ciò che gli è accaduto come un fatto inevitabileche non è cominciato con luiné con lui finiràma continuerà ancora per lunghissimo tempo in seno alla lotta una volta ingaggiatapassivama tenace. Qualche soldato odia personalmente il turcoquando guerreggia con lui; ma il turco lo sciabolalo feriscegli spara addosso. Non tutti i racconti però erano fatti con perfetto sangue freddo e con indifferenza. Del tenente Zerebiàtnikovper esempioraccontavano perfino con una certa sfumatura d'indignazionenon molto grande tuttavia. Questo tenente Zerebiàtnikov io l'avevo conosciuto fin dai primi giorni del mio ricovero all'ospedales'intendedai racconti dei detenuti. Poi mi era capitato di vederlo anche in personaquando era di guardia da noi. Era un uomo sui trent'annidi alta staturagrosso e grassodalle guance coloriteadiposedai denti bianchi e dal riso rimbombantecome quello di Nozdriav [16]. Gli si vedeva in viso che era l'uomo più spensierato del mondo. Gli piaceva appassionatamente fustigare e punire coi bastoniquando accadeva che lo designassero come esecutore. Mi affretto ad aggiungere che il tenente Zerebiàtnikov io l'avevo considerato già allora come un mostro anche fra i suoie così lo consideravano gli stessi detenuti. C'erano statioltre a luinei vecchi tempis'intendein quei non lontani vecchi tempi di cui "fresca è la tradizionema ci si crede a stento"degli altri esecutori a cui piaceva far l'opera loro con scrupolo e zelo. Ma per lo più questo avveniva ingenuamente e senza uno speciale fervore. Il tenente invece era qualcosa come un raffinatissimo gastronomo in materia punitiva. Egli amavaamava con passionel'arte del punire e l'amava unicamente in quanto arte. Egli se ne deliziava ecome uno svanito patrizioconsumato dai piaceridei tempi dell'Impero romanoinventava varie raffinatezzevari mezzi contro natura per rimescolare un poco e stuzzicare piacevolmente la sua anima sommersa dal grasso. Ecco che conducono fuori il detenuto per la punizione; Zerebiàtnikov è esecutore; un solo sguardo alla lunga fila di uomini schierati coi grossi bastoni già lo ha ispirato. Con aria soddisfatta di sé egli fa il giro delle file e raccomanda con insistenza che ognuno compia il suo dovere con scrupolocoscienziosamenteE NON... Ma già i giovani soldati sapevano che cosa significasse questo "e non". Ma ecco che il detenuto è condotto lìe se egli finora non conosceva Zerebiàtnikovse non aveva ancora udito di lui vita e miracoliecco quale scherzettoper esempiocostui gli combinava.

    (S'intende che questo è solo uno d'un centinaio di scherzetti: il tenente era inesauribile nella sua inventiva). Ogni detenutonel momento in cui lo denudano e gli legano le mani ai calci dei fucilicoi quali poi i sottufficiali lo tiranolegato in tal modoper tutta la "strada verde"ogni detenutoseguendo l'uso generaleincomincia sempre in quel momentocon voce querula e piagnucolosaa supplicare l'esecutoreperché lo punisca un po' blandamente e non aggravi il castigo con un'eccessiva severità:- Signoria- grida il disgraziato- fatemi la graziasiate come un padrefate sì che io possa pregare Dio in eterno per voinon rovinatemisiate misericordioso! - Zerebiàtnikovche non aspettava altrointerrompe subito l'operazione eanche lui con sentimentosi mette a discorrere col detenuto:

    - Amico mio- gli dice- ma che posso io fare con te? Non sono io che ti puniscoè la legge!

    - Signoriatutto è nelle vostre manisiate misericordioso!

    - Ma tu credi che io non abbia pietà di te? Tu credi che per me sia un piacere stare a guardare come ti battono? Sono anch'io un uomosai! Sono un uomo o nosecondo te?

    - Si sasignoriaè cosa nota; voi siete i padrinoi siamo i figli. Siate per me un padre vero! - grida il detenuto cominciando già a sperare.

    - Maamico mioragiona tu stesso; l'intelligenza per ragionare ce l'hai: so anch'io cheper umanitàdevo considerare anche tepeccatorecon indulgenza e misericordia.

    - Vossignoria s'è compiaciuta di dire la pura verità!

    - Sìcon misericordiaqualunque peccato tu abbia commesso. Ma qui io non c'entroè la legge! Rifletti un poco! Io servo Dio e la patria; mi prenderei sulla coscienza un grave peccatose indebolissi la forza della leggerifletti un po' a questo!

    - Signoria!

    - Be'che farci! Sia pur cosìlo faccio per te! So che faccio peccatoma sia pur così... Ti farò grazia per questa voltati punirò leggermente. Be'e se io con ciò stesso ti recassi del danno? Ioeccoora ti farò la graziati punirò leggermentee tu poi spererai che anche un'altra volta sia la stessa cosa e commetterai un altro delittoe che sarà allora? Giàè sulla mia propria coscienza...

    - Signoria! Agli amici e ai nemici lo dirò! Eccocome davanti al trono del celeste Creatore...

    - Allora sta benesta bene! Ma mi giuri che ti comporterai bene anche in avvenire?

    - Che Iddio mi fulminiche io nell'altro mondo...

    - Non giurareè peccato. Io credo anche alla tua parola; mi dai la parola?

    - Signoria!!!

    - Be'ascolta dunqueio ti faccio la grazia solo per le tue lacrime di orfano; tu sei orfano?

    - Orfanosignoriacome un dito rimasto solo in una manoné padre né madre...

    - Be'allora per le tue lacrime di orfano; ma badaper l'ultima volta... conducetelo- soggiunge con voce così misericordiosa che il detenuto non sa più quali preghiere rivolgere a Dio per un simile benefattore. Ma ecco che la minacciosa processione si è messa in motol'hanno condotto; ha rullato il tamburosi sono levati in aria i primi bastoni... Caccialo avanti! - grida con tutta la sua voce Zerebiàtnikov. Fagli bruciar la pelle! Daglienedagliene! Scottalo ben bene! Ancoraancora! Più sode all'orfanopiù sode al furfante! Mettilo giùmettilo! - E i soldati menano botte con tutta la forza del bracciogli occhi del poveretto mandano scintilleegli comincia a gridaree Zerebiàtnikov gli corre dietro lungo lo schieramento e sghignazzasghignazzasi scompiscia dalle risasi tiene i fianchi con le maninon può nemmeno più raddrizzarsitanto che alla fine ti fa persino pietàil poverino! E lui è felicee lui ridee solo di tratto in tratto il suo riso sonororobustorimbombante s'interrompee si sente di nuovo: - Daglienedagliene! Fagli bruciar la pelleal furfantescottalo benel'orfano!...

    Ma ecco quali altre varianti egli inventava: conducono fuori il detenuto per il castigoanche costui comincia a supplicare.

    Zerebiàtnikov questa volta non fa storienon fa smorfiema si abbandona alle confidenze:

    - Vedicaro- gli dice- io ti castigherò come si deveperché tu lo meriti. Ma ecco che cosa farò per te magari: non ti legherò ai calci dei fucili. Andrai avanti soloma in una nuova maniera.

    Corri con quanta forza hai davanti a tutto il fronte. Anche se ogni bastone ti colpiràla faccenda però durerà menoche ne pensi? Vuoi provare?

    Il detenuto lo ascolta perplessoincreduloe riflette: "E che"pensa tra sépuò darsi che veramente sia meglio; correrò con tutte le mie forze, così la tortura durerà cinque volte meno, e forse non tutti i bastoni mi colpiranno.

    - Benesignoriasono d'accordo.

    - Be'sono d'accordo anch'iocorri! Badate benenon state a sbadigliare! - grida ai soldatisapendo del resto che nemmeno un bastone risparmierà la schiena colpevole: il soldato che sbaglia il colpo sa anche lui benissimo a che cosa va incontro. Il detenuto si mette a correre quanto più può per la "strada verde"mas'intendenon arriva di corsa nemmeno alla quindicesima fila:

    i bastonicome rulli di tamburocome fulminitutti insiemedi colpopiombano sulla sua schiena e il poveraccio cade al suolo con un urlocome falciatocome abbattuto da una palla. - Nosignoriaè meglio secondo la legge- dice sollevandosi lentamente da terrapallido e sbigottitoe Zerebiàtnikovche già da prima ben conosceva tutto questo scherzo e come sarebbe finitosghignazzasi sbellica dalle risa. Ma non si possono nemmeno riferire tutti i suoi divertimenti e tutto ciò che da noi raccontavano di lui.

    In modo un po' diversocon altro tono e spiritosi narrava da noi di un tenente Smekalov che occupava il posto di comandante nel nostro reclusorio ancora prima che fosse stato designato a tale ufficio il nostro maggiore di piazza. Sebbene i detenuti raccontassero di Zerebiàtnikov con una certa indifferenzasenza speciale malanimotuttavia non ammiravano le sue gestanon lo lodavanoe si vedeva che lo aborrivano. Lo disprezzavano perfino con un'aria di superiorità. Ma del tenente Smekalov si ricordavano da noi con gioia e delizia. Il fatto è che quello non era punto un dilettante di bastonature; in lui mancava affatto l'elemento Zerebiàtnikov puro. Ma tuttavia egli non era per nulla alieno dal fustigare; il fatto è appunto questoche anche le sue verghe venivano ricordate da noi con un certo qual dolce affettotanto quell'uomo sapeva andare a genio ai detenuti! E in che modo? Come si era guadagnato una tale popolarità? A dir verola nostra gentecome forse tutta la gente russaera disposta a dimenticare lunghi tormenti per una sola parola affettuosa; parlo di questo come di un fattosenza esaminarloper questa voltané da un lato né dall'altro. Non era difficile andare a genio a quella gente e acquistarsi popolarità in mezzo a essa. Ma il tenente Smekalov si era acquistato una popolarità specialetanto che perfino di come egli fustigasse ci si ricordava poco meno che con tenerezza. "Non c'è bisogno di padre"solevano dire i detenuti e sospiravano perfino confrontandoin base ai ricordiil loro ex- superiore provvisorio Smekalov con l'odierno maggiore di piazza:

    "Un brav'uomo!". Egli era un uomo semplicee perfino buono a modo suo. Ma accade a volte che fra i superiori ci sia un uomo non soltanto buonoma anche generosoebbene? Nessuno lo ama e di qualcuno non fanno altro che ridere. Il fatto è che Smekalov sapevanon so comefar sì che tutti da noi riconoscessero in lui UNO DEI LOROe questa è una grande arte oper essere più esattiuna capacità innataalla quale quelli che la posseggono non pensano nemmeno. Cosa stranaci sono fra costoro anche degli uomini affatto cattiviche pure si acquistano a volte una grande popolarità. Non sono schizzinosinon sono schifiltosi nei rapporti coi loro subordinati: ecco dove mi pare che stia la ragione! Non si vede in loro il signorotto scansafatichenon si sente in loro l'anima del signorema c'è in essi un qualche particolareinnato odore di popolinoeDio mioche fiuto ha il popolo per questo odore! Che cosa non darebbero per sentirlo! Sono pronti a scambiare il più misericordioso degli uomini perfino col più severose da questo emana quell'odor di canapa che loro è proprio. E che dire poi se quest'uomo che sa quell'odore è inoltre effettivamente di buon cuoreanche se a modo suo? In tal caso egli non ha più prezzo! Il tenente Smekalovcome già ho dettopuniva qualche volta anche dolorosamentema sapevanon so comefare in modo che non soltanto non gli serbavano rancoremaal contrarioanche alloraai miei tempiquando era già passato da un pezzosi ricordavano ridendo e con delizia dei suoi SCHERZETTI durante la fustigazione. I suoi scherzi del resto erano pochi:

    egli non aveva abbastanza fantasia artistica. A dire il veroc'era in tutto e per tutto uno scherzoun unico scherzocol quale tirava avanti da noi quasi per l'intero anno; ma forse esso era carino appunto perché era l'unico. C'era in questo molta ingenuità. Conduconoper esempioil detenuto colpevole. Smekalov in persona viene ad assistere alla punizioneviene sorridendoceliandoe lì fa qualche domanda al punitosu cose estraneesulle sue faccende personalidomestichecarcerariee senza scopo alcunosenza giocosità alcunama semplicemente così:

    perché vuole realmente informarsi di tali faccende. Si portano le verghee una sedia per Smekalov; egli vi siedeaccende perfino la pipa. Aveva una pipa lunga tanto. Il detenuto incomincia a supplicare. - Nonocarostenditi giùche ci vuoi fare?... - dice Smekalov; il detenuto sospira e si stende giù. - Su viaamicosai tu i tali versetti a memoria? - Come non saperlisignorianoi siamo battezzatifin da piccoli li abbiamo imparati. - Be'allora recitali! - E già il detenuto sa che cosa recitaree sa in precedenza che cosa accadrà durante tale recitazioneperché questo scherzo si è già ripetuto prima una trentina di volte con altri. E anche lo stesso Smekalov sa che il detenuto lo conosce; sa che perfino i soldatii quali stanno con le verghe alzate sopra la vittima stesa al suolone hanno pure udito parlare già da molto tempoe tuttavia lo ripete daccapotanto gli è piaciuto una volta per tutteappunto perché l'ha inventato luiper amor proprio letterario. Il detenuto comincia a recitaregli uomini aspettano con le verghee Smekalov si curva perfino un poco in avantialza una mano e smette di fumare la pipain attesa della nota parola. Dopo il primo dei noti versettiil detenuto arriva infine alle parole "nel cielo". E' quel che ci vuole. - Alt! - ordinatutto accesoil tenente e in un batter d'occhiocon gesto ispiratorivolgendosi all'uomo che ha alzato la vergagrida: - E tu lisciagli il pelo!

    E si scompiscia dalle risa. I soldati che stanno intorno sorridono anch'essi: sorride il fustigatoreper poco non sorride perfino il fustigatononostante che la vergaal comando "lisciagli il pelo"già sibili in ariaper piombare dopo un attimo come un rasoio sul suo corpo colpevole. E Smekalov gioiscegioisce appunto al pensiero di come l'abbia pensata così bella e abbia composto EGLI STESSO quell'"in cielo" e "lisciagli il pelo"in modo che ci scappa anche la rima. E Smekalov si allontana pienamente soddisfatto di sée anche il fustigato se ne va pure quasi contento di se stesso e di Smekaloved ecco che mezz'ora dopo già racconta in reclusorio come oraper la trentesima prima voltaè stato rinnovato lo scherzetto già ripetuto prima trenta volte. "In una parolaun brav'uomo! Un burlone!".

    I ricordi sul bonario tenente avevano talora perfino una tinta di manilovismo [17].

    - Mi è capitato di passare lìfratelli- racconta qualche detenutoe tutto il suo viso sorride a quel ricordo- passoe lui se ne sta seduto sotto la finestra in veste da camera e beve il tèfuma la pipa. Mi tolgo il berretto.

    - Dove vaiAksenov?

    - Al lavoroMichaìl Vassilic'per prima cosa c'è da andare all'officina. - E lui ride tra sé... Proprio un brav'uomo! In una parolaun brav'uomo!

    - E un altro così non lo si trova! - soggiunge qualcuno degli ascoltatori.

     

     

  5. CONTINUAZIONE [18]
  6. Mi sono messo ora a parlare di punizionicome pure di vari esecutori di questi interessanti compitiessenzialmente perchétrasferitomi all'infermeriasoltanto allora avevo acquistato un'idea chiara di tutte queste faccende. Finora le conoscevo per sentito dire. Nelle nostre due corsie venivano concentrati tutti i giudicabili puniti con la fustigazione provenienti da tutti i battaglionile sezioni di detenuti e gli altri comandi militari distribuiti nella nostra città e nella sua intera circoscrizione.

    A quel tempoquando io osservavo ancora così avidamente quanto avveniva intorno a metutte quelle norme per me così stranetutte quelle persone puniteo che alla punizione si preparavanomi facevano naturalmente la più forte delle impressioni. Io ero agitatoturbato e sgomento. Mi ricordo che pure allora io cominciai tutt'a un tratto e con impazienza a voler penetrare in tutti i particolari di quei nuovi fattiad ascoltare i discorsi e i racconti degli altri detenuti su quell'argomento ponendo loro io stesso dei quesiticercandone la soluzione. Desideravo tra l'altro conoscere assolutamente tutti i gradi delle condanne e delle esecuzionitutte le sfumature di queste esecuzionil'opinione su tutto ciò dei detenuti medesimi; cercavo di immaginarmi lo stato d'animo di quelli che andavano al supplizio.

    Ho già detto che prima del castigo ben pochi erano coloro che conservavano il sangue freddonon esclusi nemmeno quelli che già in precedenza erano stati molto e più di una volta battuti. In generale il condannato viene allora assalito da una paura acutama puramente fisicainvolontaria e invincibileche soffoca tutto l'essere morale dell'individuo. Io anche dopoin tutti quei vari anni di vita nel reclusorioinvolontariamente osservavo i condannati cheavendo soggiornato all'infermeria dopo la prima metà della punizione ed essendo guariti delle piaghe sul dorsone venivano dimessiper ricevere il giorno seguente l'altra metà dei colpi loro assegnati in base alla sentenza definitiva. Questo dimezzamento del castigo avviene sempre per decisione del medico presente alla punizione. Se il numero di colpi comminati per il delitto è grandetanto che il detenuto non possa sopportarli tutti in una voltagli si divide questo numero in dueperfino in tre partisecondo quello che dirà il dottore durante la punizione stessase cioè possa il punito procedere oltre attraverso le file dei soldati o se ciò rappresenti un pericolo per la sua vita. Di solito cinquecentomille e anche millecinquecento colpi si infliggono in una voltama se la condanna è a due o tremila colpil'esecuzione viene divisa in due e perfino in tre volte.

    Coloro checon la schiena guarita dopo la prima metàuscivano dall'infermeriaper andare a ricevere la seconda metànel giorno in cui venivano dimessi e alla vigilia erano tetriarcignitaciturni. Si notava in loro una specie di inebetimentouna certa non naturale svagatezza. Un tale individuo non attacca discorso e per lo più sta zitto; la cosa più curiosa è che gli stessi detenuti non parlano mai con lui e cercano di non discorrere di ciò che lo attende. Non una parola superfluané un tentativo di consolazione; cercano perfinoin generaledi fargli poca attenzione. Così naturalmente è meglio per l'imputato. Ci sono delle eccezionicomeper esempioquel Orlòv di cui ho già raccontato. Dopo la prima metà della punizione egli era indispettito solo perché sulla sua schiena le ferite tardavano a cicatrizzarsi e gli era impossibile farsi presto mandar viaper ricevere al più presto il rimanente dei colpiandarsene con lo scaglione al luogo di confino assegnatogli e fuggire durante il viaggio. Ma costui era allettato da uno scopo e Dio sa quel che egli aveva in mente. Era una natura appassionata e piena di vitalità. Egli era molto soddisfatto e in uno stato di grande eccitazionesebbene reprimesse i suoi sentimenti. Il fatto è che ancora avanti la prima metà della punizioneegli pensava che non lo avrebbero lasciato uscire vivo di sotto i bastoni e che gli toccava morire. Erano già arrivate fino a lui varie voci intorno ai provvedimenti dei superiorifin da quando era detenuto sotto processo; già allora si era preparato alla morte. Masubita la prima metà del castigosi era rinfrancato. Era venuto all'infermeria mezzo morto per i colpi; io non avevo ancora mai visto simili piaghe; ma egli era venuto con la gioia in cuorecon la speranza di restare in vitapensando che le voci erano falseche ora l'avevano pur lasciato andare via vivo di sotto i bastonisicché oradopo essere stato a lungo sotto processogià cominciava a sognare il viaggiola fugala libertài campi e i boschi... Due giorni dopo essere stato dimesso dall'infermeriaegli morì in quella stessa infermeriasulla sua branda di primanon avendo potuto reggere alla seconda metà dei colpi. Ma di questo ho già accennato.

    E nondimeno quei medesimi detenuti che passavano giorni e notti così penosi proprio alla vigilia del castigosopportavano poi il supplizio virilmentecompresi i più pusillanimi. Di rado ho udito dei gemiti perfino nel corso della prima notte dopo il loro arrivoe spesso nemmeno da individui fustigati in modo straordinariamente grave; in generale il popolo sa sopportare il dolore. Riguardo al dolore io facevo molte domande. Volevo a volte sapere in modo preciso quanto grande esso fossea che cosa lo si potesse paragonare. Non so davvero perché volessi sapere questo.

    Una cosa sola ricordo: che non era per oziosa curiosità. Lo ripetoero agitato e scosso. Ma a chiunque domandassinon potevo ottenere una risposta per me soddisfacente. Bruciacome se ti scottassero col fuoco: ecco tutto ciò che potei saperee questa era la loro unica risposta. Bruciae basta. Sempre in quei primi tempifatta più stretta conoscenza con M.interrogavo anche lui.

    - E' dolorosorispondeva- e moltoe si ha la sensazione che bruci come il fuoco; come se la schiena arrostisse sul fuoco più vivo. Insommatutti testimoniavano in modo concorde. Rammento del resto che già allora avevo fatto una strana osservazionela cui esattezza non garantisco; ma la concordanza dei giudizi degli stessi detenuti la conferma efficacemente: ed è che le verghese date in gran quantitàsono la punizione più grave fra quante ne sono in uso da noi. Questo parrebbe a prima vista assurdo e impossibile. Ma nondimeno con cinquecento e finanche con quattrocento colpi si può fustigare un uomo a mortee con più di cinquecento quasi con certezza. Mille colpi di verga non li sopporteràin una volta solanemmeno l'uomo di più robusta complessione. Invece cinquecento bastonate si possono sopportare senz'alcun pericolo per la vita. Mille bastonate le può riceveresenza pericolo per la vitaanche un uomo di complessione non robusta. Perfino con duemila colpi di bastone non si può finire un uomo di media forza e di sana costituzione. Tutti i detenuti dicevano che le verghe erano peggio dei bastoni. - Le verghe sono più dolorose- dicevano- la sofferenza è maggiore. - Certole verghe sono più tormentose dei bastoni. Irritano più fortementepiù fortemente agiscono sui nervili eccitano oltre misurali scuotono oltre ogni possibilità di resistenza. Io non so come sia orama in un non lontano passato c'erano dei gentiluomini ai quali la possibilità di fustigare la loro vittima procurava qualcosa che richiama il marchese di Sade e la Brinvilliers. Io credo che in questa sensazione ci sia qualcosa che tramortisce il cuore a tali gentiluominidolcemente e dolorosamente insieme. Ci sono delle persone simili a tigri assetate di sangue. Chi ha provato una volta questo poterequesta illimitata signoria sul corpoil sangue e lo spirito di un altro uomo come luifatto allo stesso modosuo fratello secondo la legge di Cristo; chi ha provato il potere e la possibilità senza limiti di infliggere il supremo avvilimento a un altro essere che porta su di sé l'immagine di Diocostuisenza volerecessa in certo qual modo di essere padrone delle proprie sensazioni. La tirannia è un'abitudine; essa è capace di sviluppoe si sviluppa fino a diventare malattia. Io sostengo che il migliore degli uomini puòin forza dell'abitudinefarsi ottuso e brutale fino al livello della bestia. Il sangue e il potere ubriacano: si sviluppano la durezza di cuorela depravazione; all'intelligenza e al sentimento si fanno accessibili e infine riescono dolci le manifestazioni più anormali. L'uomo e il cittadino periscono nel tiranno per sempree il ritorno alla dignità umanaal pentimentola rigenerazione diviene ormai quasi impossibile per lui. Inoltre l'esempiola possibilità di siffatta licenza agisce anche su tutta la società contagiandola: un simile potere è tentatore. La società che guarda con indifferenza un tale fenomeno è già infetta essa stessa nelle sue fondamenta. Insomma il diritto della punizione corporale concesso a un uomo su di un altro è una delle piaghe della societàè uno dei più forti mezzi per distruggere in essa ogni germeogni tentativo di civile libertàed è premessa sicura del suo immancabile e ineluttabile sfacelo.

    Nella società il carnefice è aborritoma il carnefice-gentiluomo è ben lontano dall'esserlo. Solo di recente è stata espressa l'opinione contrariama è stata espressa ancora soltanto nei libriastrattamente. Perfino coloro che così si esprimono non sono ancora riusciti tutti a spegnere in sé questo bisogno di arbitrio. Perfino ogni fabbricanteogni imprenditore deve senza fallo trovare un certo quale irritante piacere nel fatto che il suo operaio dipende a volte interamentecon tutta la sua famigliasoltanto da lui. E' così di sicuro; non tanto presto una generazione si libera di ciò che ereditariamente si è deposto in lei: non tanto presto l'uomo rinuncia a ciò che gli è entrato nel sangueche gli è stato trasmessoper dir cosìcol latte materno. Rivolgimenti così repentini non ne avvengono. Avere coscienza della colpa e del peccato di nascita è ancora pocopochissimo; bisogna disavvezzarsene del tutto. E questo non si fa così in fretta.

    Mi ero messo a parlare del carnefice. Le qualità del carnefice si trovano in germe quasi in ogni uomo contemporaneo. Ma le qualità ferine dell'uomo non si sviluppano in tutti ugualmente. Se in qualcuno esse sopraffanno nel loro sviluppo tutte le altre sue qualitàun tale uomo naturalmente diventa orrendo e mostruoso.

    Carnefici ce ne sono di due specie: gli uni sono volontarigli altricoattiobbligati. Il carnefice volontarios'intendeè sotto tutti gli aspetti più basso di quello coattoche pure il popolo tanto aborriscefino all'orrorefino allo schifofino a un'inconsciaquasi mistica paura. Ma da che proviene questa superstiziosa paura di un carnefice e una tale indifferenza e quasi approvazione per un altro? Se ne hanno degli esempi strani all'estremo: io ho conosciuto degli uomini anche buonianche onestianche stimati in societàche nondimeno non potevanoper esempiosopportare a sangue freddo che il punito non gridasse sotto le verghenon supplicasse e non chiedesse mercé. Così è d'obbligo: ciò è considerato come voluto dalle convenienzee indispensabilee una volta che la vittima non voleva gridarel'esecutoreche io conoscevo e che per altri rispetti poteva essere stimato un uomo magari anche buonosi offese in quel caso addirittura personalmente. Egli voleva giàsul principiopunire leggermentemanon avendo udito i soliti "vossignoriapadre carofate la graziafate sì che io possa pregare in eterno Dio per voi" ecceteradiventò furioso e diede una cinquantina di vergate in piùdesiderando ottenere e le grida e le preghieree le ottenne. - Non è possibilealtrimenti è una villania- mi rispondeva molto seriamente. Per quanto poi riguarda il vero carneficequello coattoobbligatola cosa è nota: è un detenuto la cui sorte è stata decisacondannato alla deportazione ma lasciato a fare il carnefice; che dapprima è stato a scuola da un altro carnefice edopo avere imparato da luiè rimasto per sempre nel reclusoriodove è anche tenuto a partein una stanza a sée ha perfino una sua propria economiama si trova quasi sempre sotto scorta. Naturalmente un uomo vivo non è una macchina; il carneficepur battendo per doverea volte piomba egli pure in frenesia; masebbene non batta senza provarne piacerein compenso non sente quasi mai un odio personale contro la sua vittima. La destrezza nel colpireil possesso della propria scienzail desiderio di mettersi in mostra dinanzi ai compagni e dinanzi al pubblico stuzzicano il suo amor proprio. Egli si dà da fare per amore dell'arte. Inoltre sa bene di essere ripudiato da tuttisa che una paura superstiziosa lo accoglie e lo accompagna dappertuttoe non si può garantire che questo non abbia su di lui un influssonon accresca il suo furorele sue inclinazioni bestiali. Perfino i bambini sanno che egli "ha rinunciato a padre e madre". Cosa stranaquanti carnefici mi è occorso di vedere erano tutti gente evolutadotati di giudiziod'intelligenza e di non comune amor proprioperfino di orgoglio. Se in essi questo orgoglio si sia sviluppato in contrasto con l'universale disprezzo che si ha di lorose sia stato rafforzato dalla consapevolezza del terrore che essi ispirano alla propria vittima e dal sentimento del dominio loro su di leiio non so. Forse perfino la stessa pompa e teatralità dell'apparato col quale si presentano davanti al pubblico sul patibolo contribuisce a sviluppare in essi una certa superbia. Ricordo che mi accadde una voltaper un certo tempodi incontrare sovente e di osservare da vicino un carnefice. Era un uomo di media staturamuscolosomagrosulla quarantinadal viso abbastanza simpatico e intelligente e dalla testa ricciuta. Era sempre oltremodo grave e calmo; esteriormente si comportava da gentiluomorispondeva sempre in modo sobrioassennato e anche affabilema con una certa qual superba affabilitàcome se si inorgoglisse di qualche cosa di fronte a me. Gli ufficiali di guardia spesso si mettevano a discorrere con lui in mia presenzaperfinodico davverocon una cert'aria di rispetto verso di lui. Egli ne era consapevole e davanti ai superiori a bella posta raddoppiava la sua cortesial'asciuttezza dei modi e il senso della propria dignità. Quanto più affabilmente il superiore gli parlavatanto più sostenuto pareva egli stesso esebbene non uscisse affatto dai limiti della più raffinata cortesiaio sono sicuro che in quel momento si stimava immensamente più in alto del superiore che con lui conversava. Ciò gli stava scritto sul viso. Accadeva che a voltein una caldissima giornata estivalo mandassero sotto scortacon una lunga e sottile perticaa fare strage di cani cittadini. In questa città c'era una quantità straordinaria di cani che non appartenevano assolutamente ad alcuno e che si riproducevano con non comune rapidità. Nelle giornate canicolari diventavano pericolosi e a sterminarliper ordine dell'autoritàsi mandava il carnefice. Ma anche questo umiliante ufficioevidentementenon lo umiliava per nulla. Bisognava vedere con che dignità andava in giro per le vie cittadinein compagnia dello stanco soldato di scortaspaventando già col solo suo aspetto le donne e i bambini che incontravae con che aria tranquilla e perfino dall'alto in basso guardava tutti quelli in cui s'imbatteva. Del resto i carnefici fanno buona vita. Hanno denaromangiano molto benebevono acquavite. Il denaro se lo procacciano con gli sbruffi. Un imputato della categoria civilea cui tocca il castigo in base a sentenzafarà sempre preventivamente qualche regalo al carneficefosse pure coi suoi ultimi soldi. Ma da taluni imputatidai ricchise lo fanno dare essi stessi indicando loro la somma in conformità dei probabili mezzi di fortuna del detenutosi fanno dare anche trenta rubli a testae qualche volta perfino di più.

    Coi ricchissimi anzi contrattano fortemente. Punire in modo troppo blando il carnefice naturalmente non può; egli ne risponde con la propria schiena. Ma in cambioper un certo sbruffoegli promette alla vittima che non la percuoterà troppo dolorosamente. Quasi sempre la sua proposta viene accettata; nel caso contrarioegli punisce in modo veramente barbaroe ciò è in sua piena balìa.

    Accade che egli imponga una somma ragguardevole anche a un imputato poverissimo: i parenti vannomercanteggianosi inchinanoe guai se non lo accontentano! In tali casi molto gli giova il terrore superstizioso che ispira. Quali prodigi non si raccontano a proposito dei carnefici! Del resto i detenuti stessi mi assicuravano che il carnefice può uccidere con un sol colpo.

    Mainnanzi tuttoquando mai si è fatta tale esperienza? Può darsi però. Se ne parlava in modo troppo affermativo. Il carnefice stesso mi garantiva di poter far questo. Si diceva pure che egli potesse colpire a tutta forza la schiena del colpevolema in modo tale che dopo il colpo non spuntasse neanche il più piccolo sfregio e il delinquente non avvertisse il minimo dolore. Intorno a tutti questi giochetti e a queste raffinatezze però si conoscono già troppi racconti. Ma anche se il carnefice prende lo sbruffo per punire leggermentetuttavia il primo colpo viene sempre menato da lui con tutto lo slancio del braccio e a tutta forza.

    Questo è perfino diventato tra loro una usanza. I colpi seguenti egli li attenuaspecie se è stato preventivamente pagato. Ma il primo colpolo abbiano o no pagatoè suo. Non so davvero perché da loro così si faccia. Forse per abituare subito la vittima ai successivi colpicalcolando chedopo un colpo molto fortequelli leggeri non parranno più tanto tormentosioppure c'è lì semplicemente il desiderio di fare un po' il bravo di fronte alla vittimadi incuterle terroresgomentarla di primo trattoaffinché capisca con chi ha da faredi farsi vederein una parola. In ogni caso il carneficeprima che si inizi il castigosi sente in uno stato d'animo eccitatosente la propria forzaè consapevole di essere un dominatore; in quel momento egli è un attore; il pubblico lo ammira e ha orrore di luie naturalmente non senza delizia egli grida alla sua vittimaavanti al primo colpo: "Tienti beneti scotto!": consuete e fatali parole in questo caso. E' difficile immaginarsi fino a che punto sia possibile deformare la natura umana.

    In quei primi tempiall'infermeriaio ascoltavo tutti questi racconti dei detenuti. Stare a letto era per noi tremendamente noioso. Tutti i giorni erano così simili l'uno all'altro! La mattina ci svagava ancora la visita dei dottori esubito dopoil desinare. S'intende che il pastoin tanta uniformitàrappresentava una notevole distrazione. Le razioni erano diversedistribuite secondo le malattie dei ricoverati. Taluni ricevevano solo una zuppacon un po' di semolino; altri soltanto una polentina; altri ancora solo una "kascia" di fior di farinache aveva moltissimi amatori. I detenutiper il lungo stare a lettosi facevano delicati e amavano le ghiottonerie. Ai convalescenti e ai quasi risanati si dava un pezzo di carne di manzo bollitadi "toro"come da noi si diceva. La razione migliore di tutte era quella degli scorbutici: lesso con cipollecon rafano e altroa volte anche una mezzetta di acquavite. Il pane eraparimenti secondo le malattienero o semibiancoegregiamente cotto. Questo formalismo e queste sottigliezze nell'assegnazione delle razioni facevano soltanto ridere i malati. Del resto in certe malattie l'individuo da sé si asteneva dal mangiare. Invece i malati che si sentivano appetito mangiavano quel che volevano. Certuni scambiavano le razioniper modo che quella adatta per una malattia passava a chi ne aveva una tutta diversa. Altriche erano a dieta debolecompravano il lesso e la razione degli scorbuticibevevano il "kvas"la birra dell'infermeriacomprandolo da quelli a cui era assegnato. C'era perfino chi consumava due razioni. Tali razioni si vendevano e rivendevano per denaro. Quella di lesso aveva un prezzo abbastanza altocostava cinque copeche in assegnati. Se nella nostra corsia non c'era da chi poterla comprare si mandava il guardiano nell'altra corsia di detenutise no in quelle dei soldatile corsie "libere"come si diceva da noi. Sempre si trovava chi volesse venderla. Costoro restavano col solo panein cambio facevano dei soldi. La povertà naturalmente era generalema quelli che avevano un po' di quattrini mandavano perfino al mercato a comprare panini a ciambellae anche ghiottonerie eccetera. I nostri guardiani eseguivano tali incarichi del tutto disinteressatamente. Dopo il desinare venivano le ore più noiose: chi dormivanon sapendo che farechi chiacchieravachi litigavachi narrava qualcosa ad alta voce. Se non venivano condotti nuovi malatila noia era ancora più grande. L'arrivo di un novellino produceva sempre una certa impressionespecialmente se nessuno ancora lo conosceva. Lo si squadravasi cercava di sapere il che e il comedi dove venisse e per quali fatti. In questo caso ci si interessava in particolar modo dei deportati a tappe; questi avevano sempre qualcosa da raccontarenon dei loro affari intimi però; su questose l'individuo stesso non si metteva a parlarenon lo si interrogava maisi domandava soltanto: "Da dove siete venuti? con chi? com'è la strada? dove andrete?" e così via. Taluniudendo lì raccontare qualcosa di nuovoricordavanocome di passataalcunché delle proprie vicende: a proposito di trasferimentiscaglioniesecutoria proposito dei superiori degli scaglioni. I puniti con la fustigazione comparivano anche in queste oreverso sera. Essi facevano sempre grande impressionecome del resto già si è accennato; ma non tutti i giorni ne conducevanoe il giorno in cui non ne arrivavanoregnava da noi una specie di fiacchezzacome se tutte quelle persone fossero venute tremendamente a noia l'una all'altrae cominciavano anche dei litigi. Da noi ci si rallegrava perfino dei pazzi che si portavano lì in osservazione.

    Lo stratagemma di fingersi pazzo per sfuggire al castigo era qualche volta usato dagli imputati. Ma una parte di loro venivano presto scoperti oper meglio diresi risolvevano essi stessi a mutar politicae il detenutodopo aver fatto delle stravaganze per due o tre giornia un trattodi punto in biancotornava assennatosi calmava e cominciavatorvoa chiedere di venir dimesso. Né i detenuti ne i dottori rimproveravano costuiné lo svergognavano ricordandogli le sue recenti gherminelle; in silenzio lo si dimettevain silenzio lo si accompagnava fuorie di lì a due o tre giorni egli ricompariva da noidopo la punizione. Tali casi però eranoin genererari. Ma i veri pazziportati lì in osservazionecostituivano un vero castigo di Dio per tutta la corsia. Certi pazzi allegrivivaciche gridavanoballavano e cantavanoerano accolti sul principio dai detenuti poco meno che con entusiasmo. "Questosìè uno spasso!"solevano dire guardando qualche contorsionista condotto allora allora. Ma per me era terribilmente sgradito e penoso vedere questi disgraziati. Io non ho mai potuto guardare i pazzi freddamente.

    Del resto le continue contorsioni e gli scatti irrequieti del pazzo portato lì e accolto con grandi risate ben presto da noi venivano a noia proprio a tutti e in un paio di giorni facevano scappare la pazienza a tutti quanti. Uno di essi fu tenuto da noi un tre settimanee c'era semplicemente da fuggire dalla corsia.

    Come a farlo appostacondussero in quel tempo un altro pazzo.

    Costui mi fece un'impressione particolare. Questo accadde già nel terzo anno dei miei lavori forzati. Nel primo anno oper meglio direnei primi mesi della mia vita di reclusorioin primaveraio ero andato con una squadra a lavorarea due verste di lànella fabbrica di mattoniin compagnia degli stufai e di un garzone. Bisognava riparare i forni per i futuri lavori estivi dei mattonai. Quel mattinonella fabbricaM-tski e B. mi avevano fatto far conoscenza con un sorvegliante che c'era làil sottufficiale Ostrozki. Era un polaccoun vecchio sulla sessantinaaltomagrodi aspetto oltremodo garbato e perfino maestoso. Egli si trovava a prestar servizio in Siberia da lunghissimo tempo esebbene provenisse dal popolinoc'era venuto come soldato delle truppe del 1830ma M-tski e B. gli volevano bene e lo stimavano. Egli leggeva di continuo la Bibbia cattolica.

    Io mi ero messo a discorrere con luied egli parlava in modo tanto affabiletanto assennatoraccontava cose tanto interessantiaveva un aspetto così bonario e onesto! Da quel tempo non l'avevo più visto per un paio d'anniavevo udito soltanto cheper non so quale faccendaegli si trovava sotto inchiestae improvvisamente l'avevano condotto nella nostra corsia come pazzo. Era entrato strillandosghignazzando ecoi gesti più indecentipiù da "kamàrinskaia"si era messo a ballare per la corsia. I detenuti erano entusiastima io mi sentii così triste... Dopo tre giorni noi tutti non sapevamo più dove cacciarci per sfuggirgli. Litigavasi azzuffavastrillavacantava canzoniperfino di nottee faceva ogni momento degli atti così ripugnanti che la nausea prendeva tutti. Egli non temeva alcuno. Gli mettevano la camicia di forzama per noi era ancora peggiosebbenesenza camiciaattaccasse lite e si mettesse a rissare quasi con tutti. In quelle tre settimane di tanto in tanto l'intera corsia si ribellava a una voce e pregava il dottore capo di trasferire il nostro cucco nell'altra corsia di detenuti. Ma là chiedevano a loro voltadopo un paio di giorniche lo si rimandasse da noi. E poiché di pazzi ce n'erano capitati due insiemeirrequieti e attaccabrighel'una e l'altra corsia si avvicendavano nello scambiarsi i due pazzi. Ma erano l'uno peggiore dell'altro. Tutti respirammo più liberamentequandouna buona voltali condussero vianon so dove...

    Ricordo anche un altro strano pazzo. Un giornod'estateportarono da noi un imputatoun uomo robusto e molto goffo di aspettosui quarantacinque annicon un viso sfigurato dal vaiolodue piccoli occhi rossi infiammati e un'aria straordinariamente arcigna e tetra. Egli prese posto accanto a me.

    Si vide che era un tipo molto quietoche non attaccava discorso con alcuno e se ne stava come meditabondo. Incominciò a farsi buioe tutt'a un tratto egli si rivolse a me. Subitosenz'altri preambolima con un'aria come se mi comunicasse uno straordinario segretosi mise a raccontarmi che a giorni avrebbe dovuto ricevere duemila colpima che questo ora non sarebbe più avvenutoperché la figlia del colonnello G. stava brigando per lui. Io lo guardai perplesso e gli risposi che in un caso simile mi pareva che la figlia del colonnello non fosse in grado di fare nulla. Io non dubitavo ancora di niente; egli era stato condotto lì non come pazzoma come malato ordinario. Gli domandai che male avesse. Mi rispose che non sapeva e che lo avevano mandato lì per qualche cosama che egli era perfettamente sanoe che la figlia del colonnello era innamorata di lui; che una voltadue settimane primalei era passata davanti al corpo di guardiamentre egli guardava fuori del finestrino a grata. Appena vedutolose n'era innamorata. E da quel giornocon vari pretestiera già stata tre volte al corpo di guardia: la prima volta c'era passata col padre per vedere il fratelloufficialeche era allora di guardia da loro; un'altra volta era venuta con la madre a distribuire le offerte epassandogli vicinogli aveva sussurrato che lo amava e lo avrebbe salvato. Era strano sentire con quali precisi particolari egli mi raccontasse tutta questa scempiaggineches'intendeera nata di sana pianta nella sua povera testa sconvolta. Nella sua esenzione dal castigo credeva sacrosantamente. Dell'appassionato amore di quella signorina per lui parlava in tono tranquillo e sicuro enonostante l'assurdità generale del raccontoera bizzarro sentire quella romantica storia della signorina innamorata di un uomo prossimo alla cinquantinadalla faccia così abbattutaaddolorata e mostruosa.

    Era strano ciò che il terrore della punizione aveva potuto fare di quell'anima timida. Forse egli aveva realmente visto qualcuno dal finestrinoe la pazziache andava maturando in lui per effetto del terrore di ora in ora crescenteaveva a un trattodi colpotrovato il suo sfogola sua forma. Quell'infelice soldatoche forse in tutta la sua vita non aveva mai pensato alle signorineaveva d'improvviso inventato un intero romanzo aggrappandosi istintivamente anche solo a quella pagliuzza. Io lo ascoltai in silenziopoi riferii agli altri detenuti. Ma quando gli altri cominciarono a far domandeegli tacque pudicamente. Il giorno dopo il dottore lo interrogò a lungo epoiché disse di non aver male alcuno e alla visita risultò realmente sanocosì venne dimesso. Ma che sul suo foglio fosse stato scritto "sanat"noi lo sapemmo solo quando i dottori già erano usciti dalla corsiacosicché fu impossibile dir loro di che si trattasse. E poi noi stessi allora non indovinavamo ancora pienamente dove stesse il punto essenziale. Intanto tutta la faccenda consisteva in un errore dei superiori che l'avevano mandato da noisenza spiegare per che cosa l'avessero mandato. C'era stata lì una qualche negligenza. O forse anche quelli che l'avevano mandato sospettavano ancora soltantoma non erano affatto certi della sua pazzia eagendo in base a voci vaghelo avevano inviato in osservazione. Comunque fosseil disgraziato fu condotto dopo due giorni a subire il castigo. Esso parve costernarlotanto era stato inatteso; fino all'ultimo momento non aveva creduto che lo si sarebbe punitoe quando lo fecero passare tra le file dei soldatisi diede a gridare: "Aiuto!". All'infermeria lo misero questa volta non più nella nostra corsianon essendoci lì brande liberebensì nell'altra. Ma io m'informai di lui e seppi che in tutti quegli otto giorni non aveva detto una parola ad alcuno ed era stato sempre conturbato e oltremodo triste... Poiquando la sua schiena fu risanatalo spedirono non so dove. Io almeno non ho più udito nulla di lui.

    Riguardo poiin generalealle cure e alle medicineper quanto potevo notarei malati leggeri quasi non seguivano le prescrizioni e non prendevano le medicinema quelli gravi ein generei veri malati erano molto contenti di curarsi e prendevano puntualmente le loro misture e polverine; ma più di tutto erano preferiti da noi i mezzi esterni. Ventosemignattefomente e cavate di sangueche tanto predilige e in cui ha tanta fede il nostro uomo del popoloerano da noi accolte volentieri e perfino con piacere. Mi interessò una strana circostanza. Quelle stesse persone che erano così pazienti nel sopportare i più tormentosi dolori causati dai bastoni e dalle verghenon di rado si lagnavanofacevano smorfie e gemevano perfino per qualche ventosa. Sia che si fossero fatti un po' troppo delicatisia che semplicemente lo facessero per vezzocerto è che non so come spiegare la cosa. La macchinetta con cui si incide istantaneamente la pellel'infermiere l'avevada tempo immemorabilesmarrita o guastatao forse si era guastata da sédi modo che egli era ormai costretto a fare le iniezioni indispensabili sul corpo con la lancetta. Di taglietti se ne fanno per una ventosa circa dodici. La macchina non è dolorosa. Dodici lamette ti colpiscono insieme istantaneamente e il dolore non si avverte. Ma l'incisione fatta con la lancetta è un'altra faccenda. La lancetta taglia relativamente con molta lentezzail dolore si sente; e poichéad esempioper dieci ventose bisognava fare centoventi incisioni consimilicosì tutt'insiemenaturalmentela cosa riusciva sensibile. Io ne feci l'esperienzamasebbene provassi dolore e fastidiotuttavia essi non erano tali da non poter resistere senza gemere. Era persino buffo qualche volta vedere come certi spilungoni e schiattoni facessero smorfie e si mettessero a piagnucolare. In generale si sarebbe potuto paragonare ciò al caso di uno chepur essendo fermoanzi calmo in qualche sua seria occupazionefa poi l'ipocondriaco e il capriccioso a casaquando non ha niente da farenon mangia quello che gli si servesgrida e ingiuria; nulla gli vatutti lo infastidisconotutti gli fanno villanietutti lo tormentano: in una parolafa il matto perché sta troppo benecome si dice a volte di tali signoriche s'incontrano per altro anche nel popolino enel nostro reclusoriodata la mutua generale convivenzaanche troppo spesso. Accadeva che nella corsia i compagni stessi si mettessero a canzonare un simile delicatino e qualcuno a insolentirlo addirittura; ed ecco che quello la smettevacome se in realtà avesse atteso appunto di essere insolentito per smetterla. Più specialmente la cosa non garbava a Ustiantsevche non perdeva mai l'occasione di dire delle ingiurie a un delicatino. In generale del resto egli non perdeva un'occasione di attaccar briga con qualcuno. Era questo per lui un godimentoun bisognoa causa della malattias'intendee in parte anche della sua ottusità.

    Dapprima soleva guardare la persona seriamente e fissamentepoi cominciava con voce calma e convinta a farle la predica. Di tutto s'impicciava: come se fosse stato preposto a vegliare da noi sull'ordine o sulla moralità generale.

    - Lui arriva a tutto- solevano dire i detenuti ridendo. Per lui del resto avevano dei riguardi ed evitavano di altercare con luiridevano solo cosìdi tanto in tanto. - To'quante ne ha dette!

    Tre carri non basterebbero per portarle via.

    - Quante ne ha dette? A uno scioccosi sanon si fa tanto di cappello. E lui che ha da gridare per la lancetta? T'è piaciuto il mieleora deve piacerti il fielepazienta cioè.

    - Ma tu che c'entri?

    - Nofratelli- interruppe uno dei nostri giovani detenutile coppette non sono niente; io ho provato: nulla di più del dolore che sentiquando ti tirano a lungo per l'orecchio.

    Tutti si misero a ridere.

    - E te forse ti hanno tirato?

    - E tu credevi di no? Si sami hanno tirato.

    - Allora è per questo che hai gli orecchi a ventola.

    Questo giovane detenutoSciapkinaveva realmente degli orecchi lunghissimi che gli sporgevano dalle due parti. Veniva dai vagabondied era ancora giovaneun ragazzo sensato e quietoche parlava sempre con una specie di umorismo seriodissimulatoil che conferiva molta comicità a certi suoi racconti.

    - E da che cosa dovrei credere che ti abbiano tirato per l'orecchio? E come mai potrei avere una simile ideatesta dura che sei? - tornò a metter becco Ustiantsevrivolgendosi indignato a Sciapkinsebbene questi non avesse affatto parlato a luima a tutti in generale. Sciapkin però non lo guardò nemmeno.

    - E a te chi l'ha tirato? - domandò qualcuno.

    - Chi? Si sa chiil commissario. Questofratellifu per vagabondaggio. Eravamo allora giunti a K.ed eravamo in dueio e un altrovagabondo anche luiJefìmsenza soprannome. Per strada ci eravamo riforniti un pochetto in casa di un contadino nel villaggio di Tolmina. C'è un villaggio di questo nomeTolmina.

    Be'entriamo e diamo un'occhiata: anche qui ci si può riforniree poi a gambe! Nei campi libero come il ventoin città cruccio e tormentosi sa. Be'per prima cosa entrammo in una bettoluccia.

    Ci guardammo intorno. Si avvicina a noi uno tutto malandatodai gomiti bucativestito alla tedesca. Si parla di questo e di quello. - E voi- dice- permettete una domandacome state quanto al documento [19]?

    "- No diciamonoi non abbiamo documento.

    - Ahcosì! E anche noi. Ho qui due amici- dice- anche loro prestano servizio sotto il generale "Kukuskin" [20]. Cosìeccooso chiedervi: noi abbiamo fatto un po' di baldoria e per il momento non siamo riforniti di quattrini. Vogliate offrirci una mezza bottiglia.

    - Con tutto piacere- diciamo. Be'si bevve. E qui loro ci segnalarono un affare in materia ladrescadi nostra competenza cioè. C'era lì una casaalla periferia della cittàe ci viveva un ricco borghesecon ogni ben di Dioe stabilimmo di fargli una visita nella notte. Solo che in casa del ricco borghesequella notte stessafummo pescatitutti e cinque. Ci condussero alla sezione e poi dal commissario in persona. - Li interrogherò io stesso- dice. Viene lì con la pipagli portano subito una tazza di tè; un pezzo d'uomocon le fedine. Si mise a sedere. E lìoltre a noine condussero altri treanche loro vagabondi. Ma che uomo buffofratelli mieiè il vagabondo: be'non si ricorda di nientepuoi rompergli la testama lui ha dimenticato tuttonon sa niente. Il commissario dice subito a me: - Tu chi sei? - E mugghiòcome se parlasse di dentro a una botte.- Be'si sa- dico anch'io come tutti: - non ricordo nientesignoriaho dimenticato tutto.

    - Aspetta- dice- con te discorrerò ancorail tuo muso mi è noto- e mi pianta addosso due occhiacci. Ma io prima non l'avevo mai visto. Al secondo: -Tu chi sei?

    - Dagli e scappasignoria.

    - Così ti chiamidagli e scappa?

    - Così mi chiamosignoria.

    - Benetu sei dagli e scappae tu? - domanda al terzocioè.

    - E io con luisignoria.

    - Ma il tuo soprannome com'è?

    - Così mi chiamo di soprannome: "E io con lui"signoria.

    - Ma chi ti ha chiamato cosìfurfante?

    - La brava gente mi ha chiamato cosìsignoria. Al mondo non manca la brava gentesignoriasi sa.

    - E chi è questa brava gente?

    - Ho perduto un pochino la memoriasignoriaabbiate la bontà di scusare.

    - Tutti hai dimenticato?

    - Ho dimenticato tuttisignoria.

    - Ma hai pure avuto padre e madre? Di loro almeno ti ricordi ?

    - Così c'è da pensareche li abbia avutisignoriama del resto l'ho pure dimenticato un pochino; può darsi che li abbia avutisignoria.

    - E dove sei vissuto fino ad ora?

    - Nel boscosignoria.

    - Sempre nel bosco?

    - Sempre nel bosco.

    - Be'e d'inverno?

    - L'inverno non l'ho mai vistosignoria.

    - Be'e tucome ti chiami?

    - La scuresignoria.

    - E tu?

    - Affila e sta' attentosignoria.

    - E tu?

    - Affila e non temeresignoria.

    - Voi tutti non ricordate nulla?

    - Non ricordiamo nullasignoria.

    - Sta lì in piedi e ridee loro lo guardanosorridono. Be'in un altro momento ti dà uno sgrugnone sui dentisecondo come capita. E tutta gente robustagrassa così.

    - Conduceteli in prigione- dice- con loro me la vedrò poi; ma tu rimani- questo lo dice a me. - Vieni quisiedi! Guardo:

    tavolacartapenna. Penso: "Che cosa vuol farmi fare?". Siedi- dice- sulla sediaprendi la pennascrivile intanto mi piglia per l'orecchio e tira. Io lo guardocome il diavolo guarda il pope: - Non so- dico- signoria.

    - Scrivi!

    - Per caritàsignoria!

    - Scriviscrivi come sai!- E intanto mi tira sempre per l'orecchiomi tira sempree come lo storce! Be'fratellivi diròsarebbe stato meglio che mi avesse dato trecento vergatevedevo perfino le stelle- scrivie basta!".

    - Ma che era impazzito forse?

    - Nonon era impazzito. Ma a T-k uno scrivanuccio non molto tempo prima ne aveva fatta una: aveva sgraffignato il denaro del governoe poi era scappatoe anche lui aveva gli orecchi sporgenti. Be'l'avevano fatto sapere dappertutto. E io per i connotati pareva che gli somigliassie così voleva vedere se sapevo scrivere e come scrivevo.

    - Un bel tomo! E ti faceva male?

    - Come dicomale.

    Echeggiò una risata generale.

    - Ebbenescrivesti?

    - Ma che scrivere? Mi misi a far andare la pennae la feci andareandare sulla cartae lui piantò lì. Be'mi tirò una diecina di ceffonis'intendee poi mi mandò viaanche me in prigionecioè.

    - Ma forse che tu sai scrivere?

    - Una volta sapevoma da quando hanno cominciato a scrivere con le penneho disimparato...

    Ecco in quali racconti oper meglio direin quali chiacchiere passavano qualche volta le nostre noiose ore. O Signoreche noia era quella! Giornate lunghesoffocantitutte esattamente uguali l'una all'altra. Almeno avessi avuto un libro qualunque! E intanto iospecialmente in principioandavo spesso all'infermeriaa volte malatoa volte semplicemente per starmene a letto; almeno uscivo dal reclusorio. Stare làera penosoancora più penoso che quipiù penoso moralmente. Malanimoinimicizialitigiinvidiacontinue punzecchiature per noi nobilifacce rabbioseminacciose! Qui all'infermeriainvecetutti si sentivano più uguali tra loroe si viveva più all'amichevole. Le ore più tristi nel corso dell'intera giornata capitavano la seraalla luce delle candelee al principio della notte. Si va a dormire presto. Un fioco lumino brilla lontanopresso la portacome un punto luminosoe il nostro cantuccio è semibuio. L'aria diventa mefitica e soffocante. Qualcunonon potendo addormentarsisi solleva e sta seduto un'ora e mezzo sul lettotenendo china la testa coperta dalla berretta da nottecome se pensasse a qualche cosa. Tu lo guardi per tutta un'ora cercando d'indovinare a che pensiper ammazzare anche tu il tempo in qualche maniera. Oppure ti metti a fantasticarea ricordare il passatoe nell'immaginazione ti si dipingono vasti e luminosi quadri; ti vengono in mente certi particolari che in altri momenti non avresti né ricordatoné sentito come ora. Oppure vai almanaccando riguardo al futuro: uscirai in qualche modo dal reclusorio? E dove andrai? Quando sarà questo? Tornerai un giorno o l'altro al tuo paese natale? Pensipensie la speranza ti si ridesta nell'anima... Oppure altre volte ti metti semplicemente a contare:

    unoduetre e così viaper addormentarti durante questo conteggio. Io qualche volta contavo fino a tremila e non mi addormentavo. Ecco che qualcuno si rigira. Ustiantsev comincia a tossire con la sua tosse marcia da tisicopoi a gemere debolmentee ogni volta soggiunge: "O Signorel'ho fatta grossa!". Ed è terribile udire questa voce malatarotta e gementein mezzo al silenzio generale. Ma ecco che in qualche cantuccio anche altri non dormono e discorrono sulle loro brande.

    Uno si mette a raccontare qualcosa di ciò che fudi cose lontanedi cose passatedella vita vagabondadei bambinidella mogliedei sistemi di un tempo. E tu sentigià da quel lontano sussurrioche tutto ciò di cui racconta non tornerà mai più nella sua vita e che egli stessoil narratoreè un brandello tagliato via; un altro ascolta. Si sente soltanto un sommessouniforme mormoriocome se un'acqua gorgogliasse in qualche luogo lontano.

    Mi ricordo che una voltadurante una lunga notte invernaleascoltai un intero racconto. A tutta prima esso mi parve un qualche sogno delirantecome se io giacessi con la febbre e tutto ciò me lo fossi sognato nell'arsuranel delirio.

     

     

  7. IL MARITO DI AKULKA
  8. (Racconto)

    Era ormai notte tardadopo le undici. Io stavo già per prendere sonnoma tutt'a un tratto mi risvegliai. La piccolafosca luce del lumino lontano a mala pena rischiarava la corsia... Quasi tutti già dormivano. Dormiva perfino Ustiantseve nel silenzio si udiva come respirasse affannosamente e come il catarro gli rantolasse in gola a ogni respiro. In distanzanell'ingressorisuonarono a un tratto i passi pesanti della ronda che si avvicinava. Il calcio di un fucile picchiò sul pavimento. Si aprì la corsia; il caporalecamminando cautamentecontò i malati.

    Dopo un minutola corsia fu richiusafu collocata una nuova sentinellala pattuglia si allontanò e tornò il silenzio di prima. Allora soltanto mi accorsi chenon lontano da mea sinistrac'erano due che non dormivano e parevano bisbigliare tra loro. Questo accadeva nelle corsie: a volte stavano coricati per giorni e per mesi uno accanto all'altrosenza dirsi una parolae tutt'a un trattonon so comesi mettevano a discorrere in un'ora invitante della nottee uno cominciava a tirar fuori davanti all'altro tutto il suo passato.

    A quanto sembravaparlavano già da un pezzo. Sul principio non avevo afferrato benee anche ora non potevo udire tutto benema a poco a poco ci feci l'orecchio e cominciai a capire ogni cosa.

    Io non potevo dormire: che farese non ascoltare? Uno raccontava con caloresemisdraiato sul lettocol capo sollevatotendendo il collo nella direzione del compagno. Era visibilmente accaloratoeccitato; aveva voglia di raccontare. Il suo ascoltatore stava a sederearcigno e con perfetta indifferenzasulla propria brandatenendo distese le gambee tratto tratto mugolava qualcosa in risposta al narratore o in segno di interessamentoma più che altrocosì parevaper educazionee non sul serioe ogni momento si riempiva il naso di tabacco che prendeva dal suo cornetto. Era quello il soldato Ceriòvin della compagnia di disciplinaun uomo sui cinquant'anniun arcigno pedanteun freddo ragionatore e uno sciocco pieno di amor proprio. Il narratore Sciskòvancora giovanesulla trentinaera uno dei nostri detenuti della categoria civileche lavorava nella sartoria. Finora gli avevo fatto poca attenzione; e anche dopodurante tutto il tempo della mia vita di reclusorionon mi sentii mai portato a occuparmi di lui. Era un uomo vuoto e sventato. A volte tacevase ne stava arcignosi comportava ruvidamentenon parlava per settimane. E a volte d'improvviso s'impicciava in qualche storiasi metteva a spettegolaresi scaldava per bazzecole e girellava da una baracca all'altra riportando notiziecalunniandoandando fuori di sé. Se lo picchiavanotornava a starsene zitto. Era un giovane vigliacchetto e miserevole. Tutti avevano l'aria di trattarlo con disdegno. Era di piccola statura e magrocon certi occhi irrequieti ea voltecome ottusamente meditabondi. Se gli accadeva di raccontare qualcosacominciava con calorecon fogaagitando perfino le manie a un tratto troncava lìo saltava ad altroperdendosi dietro a nuovi particolari e dimenticando quello che aveva preso a dire. Spesso ingiuriava e non mancava maiquando ingiuriavadi rinfacciare all'altro qualche cosaqualche colpa verso di luie parlava con sentimentoper poco non piangeva... Non suonava male la balalaica e gli piaceva suonarlae alle feste ballava perfino e ballava benequando ve l'obbligavano. Ci voleva pochissimo per obbligarlo a far qualche cosa. Non che fosse poi tanto docilema gli piaceva farsi vedere buon camerata e compiacere per cameratismo.

    Per lungo tempo non potei capire di che cosa raccontasse. Mi pareva anchesul principioche si allontanasse sempre dal tema e si perdesse dietro a cose accessorie. Fors'anche si accorgeva che Ceriòvin ben poco si interessava al suo raccontoma pareva volesse di proposito convincersi che il suo ascoltatore era tutt'orecchie forse sarebbe stato per lui un gran dolorese si fosse convinto del contrario.

    - ...Se capitava che andasse al mercato- egli proseguìtutti lo salutavanolo riverivanoin una parola: un riccone.

    - Aveva dei trafficitu dici?

    - Ma sìdei traffici. Fra i nostri borghesi c'è una gran miseria.

    Sono nudi come vermi. Le donne vengono dal fiumesalgono sulla scarpata e vanno a portare l'acqua chi sa doveper innaffiare gli orti; si arrapinanosi arrapinanoe in autunno non hanno guadagnato nemmeno di che far la minestra di cavoli. E' una rovina. Be'lui aveva una gran distesa di terra e la lavorava coi garzonitre ne tenevainoltre aveva anche il suo arniaiotrafficava miele e anche bestiamee nel nostro paese quindi era molto rispettato. Era vecchissimodi settant'annicarico di cicciabianco in testacosì grosso. Quando andava in pelliccia di volpe al mercatotutti lo riverivano. Sentivano rispetto per lui dunque: - Buon dibabbinoAnkudìm Trofimic'!. - Buon dì anche a te- dice. Perché lui non disprezza nessuno. - Lunga vita a voiAnkudìm Trofimic'!. - E come vanno i tuoi affari? - domanda. - I nostri affari sono come le mosche bianche. Ma voicome ve la passatebabbino?. - Viviamo anche noi- dice- e anche noicoi nostri peccatiaffumichiamo il cielo. - Fate lunga vitaAnkudìm Trofimic'! - Non si schifa di nessunovoglio diree se parlaè come se ogni sua parola valesse un rublo. Conosceva a fondo la Scritturasapeva leggere e scrivereleggeva sempre cose sacre. Faceva sedere la vecchia davanti a sé: - Be'ascoltamogliecerca di capire! - e cominciava a spiegarle. E la vecchia non che fosse tanto vecchial'aveva già sposata in seconde nozzeper avere bambinicioèche dalla prima non ne aveva avuti. Be'di questa seconda mogliedi Maria Stiepànovnac'erano due figli non ancora grandi; il minoreVassiaegli l'aveva avuto a sessant'annie Akulkala figlia maggiore cioèaveva diciott'anni.

    - Ed era questa tua moglie?

    - Aspettaqui prima Filka Morosov combinò un guaio. - Tudice Filka ad Ankudìm- fa' le parti; dammi quattrocento rubli d'argentosono forse il tuo lavorante io? Non voglio più commerciare con tee la tua Akulka- dice- non la voglio prendere. Io ora- dice- mi sono messo a scialare. A me ora sono morti i genitori- dice- e così mi berrò tutti i soldipoi andrò ad arruolarmia fare il soldato cioèe tra dieci anni tornerò qui da voi feldmaresciallo. - E Ankudìm gli diede il denaroregolò con lui fino all'ultimo soldoperché il padre suo aveva già commerciato in società col vecchio. - Tu sei un uomo perduto- dice. - E l'altro a lui: - Be'perduto o noma con tebarba biancac'è da imparare a tirar su il latte con la lesina. Tu- dice- anche di due "gros" vuoi fare economiametti da parte ogni bazzecola: chi sa che non serva per la "kascia"! Io- dice- su tutto questo ci voglio sputare.

    Ammucchiammucchipoi tutto va al diavolo. Io- dice- ho del carattere. E la tua Akulka a ogni modo non la prenderò: io- dice- tanto ho già dormito con lei...

    - Ma come mai- dice Ankudìm- osi infangare un padre onestouna figliola onesta? Quando hai dormito con leirazza di viperasangue di luccio che sei! - e intanto si era messo a tremar tutto.

    Lo raccontava lo stesso Filka.

    - E non soltanto non sposerà me- dice- ma io farò in modo che la vostra Akulka ora non possa più sposare nessunoche nessuno la prenda; nemmeno Mikita Grigoric' la prenderàperché ora è disonorata. Fin dall'autunno io e lei ci eravamo intesi per vivere insieme. Ma adesso per cento rubli non acconsentirei. Eccoprovati ora a darmi cento rubli: non acconsentirò.

    E come si mise a scialarlail giovanotto! Ma in tal modo che ne gemeva la terra e la città era a rumore. Aveva raccolto dei compagnidi denaro ne aveva un mucchio e per tre mesi fece baldoriaconsumò tutto.

    - Io- soleva dire- quando avrò finito tutti i soldiliquiderò la casaliquiderò tuttoe poi andrò o ad arruolarmi o a fare il vagabondo! - Era ubriaco dal mattino alla sera e viaggiava in tiro a due coi sonagli. E le ragazze andavano pazze per lui. Spendeva a borsa sciolta.

    - Dunque aveva avuto rapporti con Akulka già prima di allora?

    - Un momentoaspetta! Anch'io allora avevo sotterrato mio padree la mamma faceva i panfortilavoravamo per Ankudìm e di questo campavamo. La nostra vita era misera. Be'avevamo pure un pezzo di terra dietro il boscoseminavamo un po' di grano; ma dopo la morte di mio padre vendemmo tuttoperché anch'io mi ero messo a scialarefratello mio. Mi facevo dare i soldi da mia madre con le botte...

    - Non è una bella cosacon le botte. E' un grosso peccato.

    - Ero sempre ubriacofratellodal mattino alla sera. La nostra casa era ancora così cosìmagari muffitama nostrae in casa tua puoi far quello che vuoi. Si pativa la fame e lungo la settimana si masticavano pescetti. Mia madre me ne diceva di ogni sorta; ma a me che importava!... Iofratelloallora non mi allontanavo da Filka Morosov. Dal mattino fino a notte ero con lui.

    - Suonami la chitarra- diceva- e ballae io me ne starò coricato e ti butterò i baiocchiperché sono ricchissimo. - E che cosa non faceva! Soltanto la roba rubata non accettava: Io- dice- non sono un ladroma un uomo onesto. Suandiamodice- a ungere di catrame il portone di Akulkaperché non voglio che Akulka sposi Mikita Grigòrievic'. Questo ora mi sta a cuore più di tutto- dice. E il vecchio già prima di allora voleva dare la ragazza a Mikita Grigòrievic'. Anche quel Mikita era un vecchioun vedovo; portava gli occhialicommerciava. Quando sentì le voci che correvano su Akulkaincominciò a dare indietro: - Questo- dice- Ankudìm Trofimic'sarebbe per me un gran disonoree poi di sposarmidato che sono già vecchionon ho desiderio. - Ed ecco che andammo a spalmare di catrame il portone di Akulka. Sì che la picchiarono in casa per questo!... Maria Stiepànovna grida:

    - La toglierò dal mondo! - E il vecchio: - Nei tempi antichidice- al tempo degli onorati patriarchiio- dice- l'avrei fatta a pezzi su un rogoma oggi- dice- al mondo non c'è che tenebra e putridume. - I vicini per tutta la via sentivano il pianto e le urla di Akulka: la battevano dal mattino alla sera. E Filka gridava per tutto il mercato: - Brava ragazza quell'Akulka- dice- mia compagna di bisboccia! Sei tutta lindavestita di biancodimmi chi ami! Io- dice- ho dato loro una botta nel nasose ne ricorderanno.- A quel tempo anch'io una volta incontrai Akulkache andava coi secchie le gridai: - Buon giornoAkulina Kudìmovna! Salute a vostra grazia: sei ben vestitadimmi da chi prendi i solditi dirò con chi vivi! - dissi solo questoe lei mi guardòe aveva degli occhi così grandima lei si era fatta magra come un truciolo. Quando mi guardòla madrecredendo che ridesse con mele gridò dall'androne: - Che hai da sciacquarti i dentisvergognata! - e quel giorno stesso la picchiò di nuovo. La picchiava a volte per un'ora di seguito. - La frusterò a morte- dice- perché ora non è più mia figlia.

    - Era una sgualdrina dunque.

    - Ma tuascoltazietto. Ecco che un giornomentre io e Filka eravamo sempre ubriachiarriva mia madre e io sono coricato:

    Perché te ne stai coricatomascalzone? - dice. -Brigante che sei.

    - M'insulta cosìe dice: - Sposati- dice- eccosposa Akulka.

    Ora saranno felici di darla anche a tee le daranno trecento rubli di puro contante. - E io le dico: - Ma lei ormai è disonorata agli occhi di tutto il mondo. - Ahsciocconedice- con la corona nuziale si copre tutto; e per te sarà megliose lei per tutta la vita sarà colpevole di fronte a te. E noi disporremmo del loro denaro; io ho già parlato con Maria Stiepànovna- dice.

    - E lei presta orecchio volentieri. - E io:- Venti rubli d'argento in tavola- dico- allora mi sposo. Ed eccolo credi o no?fino al giorno delle nozze fui ubriaco senza interruzione. Ma a questo punto Filka Morosov mi minaccia:- Io a temarito di Akulka- dice- romperò tutte le costolee con tua mogliese vorròdormirò ogni notte. - E io a lui: Conti frottolesangue d'un cane! - Be'lui mi coprì di vergogna per tutta la via. Io corsi a casa: - Non voglio sposarmi- dico- se non mi snocciolano subito altri cinquanta rubli d'argento!

    - Ma a te la davano?

    - A me? E perché no? Noi non siamo mica gente disonesta! Il mio genitore soltanto verso la fine fu rovinato dall'incendioma vivevamo ancora più riccamente di loro. Ankudìmluidice: Voi siete dei miserabili pezzenti. - E io gli rispondo: - A voidico- non poco hanno spalmato di catrame il portone. - E lui a me: - Che hai- dice- da alzare la cresta con noi? Tu prova che lei è disonestae poi non si può mica mettere un fazzoletto su ogni bocca! Ecco Dio- dice- ed ecco la soglianon prenderla. Ma il denaro che hai preso anticipato rendimelo. - Ed ecco che allora io decisi questo con Filka: gli mandai a dire da Mitri Bikov che ora lo avrei disonorato davanti a tutto il mondoe fino alle nozzefratello miofui ubriaco senza interruzione. Mi snebbiai solo per lo sposalizio. Quando ci ricondussero dall'altareci fecero sedere e Mitrofàn Stiepanic'lo zio cioèdice: - Anche se senza onore- dicela cosa è fatta e finita. - Il vecchioAnkudìmera anche lui ubriaco e si mise a piangerestava seduto e le lacrime gli correvano giù per la barba. Be'iofratelloallora ecco come feci: mi presi in tasca la frustame ne ero provvisto già prima dello sposalizioe così mi proposi di divertirmi ora a sazietà a spese di Akulkacome a dire: impara a maritarti con un inganno disonestoperché anche la gente sapesse che non mi ero sposato come uno scemo.

    - Giusto! Perché dunque anche lei d'ora in poi sentisse...

    - Noziettosentista' zitto. Dalle nostre partisubito dopo lo sposalizioconducono gli sposi nella dispensa e loro intanto bevono di là. Ed ecco che mi lasciarono con Akulka nella dispensa.

    Lei stava a sedere bianca in visonon una goccia di sangue. S'era spaventata cioè. Anche i suoi capelli erano tutti chiari come lino. Gli occhi grandi. E stava sempre zittanon la si sentivacome se in casa ci fosse una muta. Era proprio strana. Ebbenefratellopuoi crederlo? io avevo preparato la frusta e l'avevo messa lì accanto al lettoe leifratello miorisultò che non aveva verso di me nessuna colpa.

    - Che dici!

    - Nessuna; una ragazza proprio onestauscita da una casa onesta.

    E per che cosa maifratello miose era cosìaveva sopportato un tale martirio! Per che cosa Filka Morosov l'aveva disonorata davanti a tutto il mondo?

    - Già!

    - Allora mi misi in ginocchio davanti a leilì vicino al lettoe giunsi le mani: - Mamminadico- Akulina Kudìmovnaperdona quello scemo che sono per averti anch'io creduta così. Perdona- dico- questo mascalzone! - E lei sta seduta davanti a me sul letto e mi guardami ha messo le due mani sulle spalleridee intanto le vengono giù le lacrime; piange e ride... Allora andai dov'erano tutti: - Be'- dicose ora incontro Filka Morosovha finito di vivere in questo mondo! - E i vecchiquelli non sanno più che santo pregare: la madre per poco non le cadde ai piedi piangendo. E il vecchio disse: - Se avessimo saputonon ti avremmo cercatodiletta figlia nostraun simile marito. - E quando io e lei la prima domenica andammo in chiesaio avevo un berretto di pelle d'agnelloun caffettano di panno fino e dei braconi di felpae lei una pelliccia nuova di lepre e un fazzoletto di setacioè io ero degno di lei e lei era degna di me: ecco come andiamo in chiesa! La gente ci ammira: io faccio la mia figurae anche Akulìnuskase non si può lodarla davanti agli altrinon si può nemmeno criticarlasu dieci non se ne troverebbe una così...

    - Benissimo.

    - Be'ascolta. Io il giorno dopo le nozzebenché fossi ubriacoscappai via lasciando gli invitati; mi ero divincolato e correvo:

    - Datemi qui- dico- quel farabutto di Filka Morosovdatemi qui quel mascalzone! - vado gridando per ll mercato! Be'anche lui era ubriaco; me mi acchiapparono già vicino ai Vlassov e con la forzain tremi condussero a casa. Per la città intanto si sparge la voce. Le ragazze al mercato parlano tra loro: - Ragazzebrave figliolelo sapete? Akulka è stata trovata onesta. - E Filka poco tempo dopoin presenza di gentemi dice: - Vendi la moglie e potrai ubriacarti. Da noidice- il soldato Jaska si sposò per questo: non dormì con la mogliema fu ubriaco per tre anni. - Io gli dico: - Sei un mascalzone! - E tu- dice lui- sei uno scemo. Ti hanno fatto sposare che eri brillo. Perciòche hai potuto capire in questa faccenda? - Io arrivo a casa e grido:

    - Voi- dico- mi avete fatto sposare che ero ubriaco! - Mia madre stava già per attaccar lite: - Tumamma- dico- hai le orecchie foderate d'oro. Fa' venire Akulka! - Be' cominciai a suonargliele. E gliele suonaifratellogliele suonaigliele suonai per un paio d'orefino a che io stesso non mi reggevo più; per tre settimane non si alzò dal letto.

    - E sìcerto- osservò flemmaticamente Ceriòvin - se non le picchiloro... ma forse che tu l'avevi sorpresa con l'amante?

    - Noquanto a sorprenderlanon la sorpresi- replicò Sciskòv dopo un po' di silenzio e come se facesse uno sforzo. - Troppo mi ero sentito offesola gente mi aveva canzonato a buonoe in tutto ciò il caporione era stato Filka. - Tu- dice- hai una moglie modelloda far vedere alla gente. - Ci aveva invitati a beree venne fuori con questa uscita: - Sua moglie- dice- è un'anima caritatevolegenerosagentileè laboriosaha tutte le buone qualitàecco come sono le cose adesso! E ha dimenticatoil ragazzoche lui stesso le unse il portone di catrame! - Io ero lì sedutoubriacoe lui in quel momento mi afferrò per i capellimi afferrò e mi chinò in giù: - Balladice- marito di Akulkaio ti terrò così per i capelli e tu balladivertimi!. - Tu sei un mascalzone! - grido. E lui a me: Io verrò da te con la mia compagnia e frusterò con le verghe tua moglie Akulka davanti a tefinché mi piacerà. - Tanto che iocredimi o nodopo questo fatto per tutto un mese ebbi paura di uscire di casa: può venirepensoe disonorarmi. Eccoper questo appunto mi misi a batterla...

    - Ma perché battere! Le mani si leganola lingua non si lega.

    Anche battere molto non va. Castigalainsegnalema trattala anche bene. Non per niente è tua moglie.

    Sciskòv tacque un po' di tempo.

    - M'ero sentito offeso- egli ricominciò- e ripresi quest'abitudine: qualche giorno la picchiavo dal mattino alla sera; la giornata principiava male e continuava peggio. Se non la battevomi annoiavo. Lei stava seduta e tacevaguardava dalla finestrapiangeva... Lei piangeva sempremi faceva penaeppure la picchiavo. Mia madre a volte me ne diceva di ogni sorta per lei: - Sei un mascalzone- dice- sei carne da galera!- L'ammazzo- io grido- e che ora nessuno osi dirmi nienteperché mi avete fatto sposare con inganno. - Da principio il vecchio Ankudìm prendeva le sue partiveniva in persona: Tu- dice- non sa ancora nemmeno Iddio che c... sei; io troverò giustizia anche contro di te! - Ma poi lasciò correre. E Maria Stiepànovna si era fatta tutta mansueta. Un giorno viene e mi pregò piangendo: - Vengo a pregarti d'una cosaIvàn Semionic'è una piccola cosama la preghiera è grande. Rendimi felicebabbino- e s'inchinò; - calmatiperdonale! Gente cattiva ha calunniato la nostra figliola: lo sai anche tul'hai presa onesta... - S'inchina fino a terra e piange. E io faccio lo spavaldo: - Ora non voglio nemmeno ascoltarvi! Ora faccio di voi tutti quello che voglioperché non sono più padrone di me; e Filka Morosov- dico- è il mio compagno e il mio primo amico...

    - Vi eravate dunque rimessi a scialare insieme?

    - Macché! Non lo si poteva nemmeno più avvicinare. Era proprio ubriaco fradicio. Aveva venduto tutto il suo e si era arruolato per conto di un borghese; per andar soldato in luogo del figlio maggiore. E dalle nostre partise uno si arruola per un altrofino al giorno che lo conducono viatutto nella casa deve essere a sua disposizione e lui ha piena signoria su tutti. Quando lo consegnanoriceve il denaro integralmentee fino a quel momento vive nella casa del padroneci vive per sei mesie lì tante ne combina a danno dei padroni che è uno scandalo addirittura. Io- dice- vado soldato invece di tuo figlioquindi sono il vostro benefattoree voi tutti mi dovete rispettarealtrimenti io dirò di no. - E così Filka in casa del borghese fa la pioggia e il bel tempodorme con la figliaogni giorno dopo pranzo trascina il padrone per la barba: fa tutto a piacere suo. Ogni giorno fa il bagno e vuole che lo si massaggi con l'acquavitee che siano le donne a portarlo nel bagno con le loro mani. Torna a casa dalla bisbocciasi pianta sulla strada: - Non voglio entrare per il portonebutta giù lo steccato ! - Così devono in un altro puntoaccanto al portonebuttare giù lo steccatoperché lui ci possa passare. Finalmente ha finitovanno a consegnarlogli fanno passare la sbornia. E quantaquanta gente si precipita per tutta la via: vanno a consegnare Filka Morosov! E lui fa saluti da tutte le parti. E Akulka in quel momento veniva dall'orto; quando Filka la vede proprio vicino al nostro portone: - Ferma! - gridasalta giù dal carro e senz'altro le fa un inchino fino a terra: - Anima mia- dice- fiorellino mioti ho amata per due anni e adesso mi portano con la musica a fare il soldato. Perdonami- diceonesta figlia di un onesto padreperché io sono stato un mascalzone verso di tee ho colpa di tutto! - E le s'inchinò un'altra volta fino a terra. Akulka si era fermatacome se dapprima si fosse spauritama poi gli fece un profondo inchino e disse: - Perdona anche tu mebravo giovanee io non ti faccio nessuna colpa. - Io la seguo nella isba: - Che cosa gli hai dettosangue d'un cane? - E leieccopuoi credermi o nomi guardò e disse: - Ma lui ora io l'amo più della luce!

    - Guarda un po'!

    - Io In tutto quel giorno non le dissi nemmeno una parola...

    Soltanto verso sera: - Akulka! Ora ti ammazzerò- le dico. Nella notte non potei dormireuscii nell'andito a bere del "kvas"e intanto cominciò a spuntare l'aurora. Rientrai nell'isba. - Akulka- dico- preparati a venire nel campo. - E io mi ero preparato già primae la mamma sapeva che saremmo andati. - Ecco - dice- così va bene: è il tempo dei lavorie il lavoranteho sentitosono tre giorni che è a letto col mal di ventre. - Io attacco il carro e sto zitto. Quando si esce dalla nostra cittàlì subito si stende un bosco di pini per quindici verstee dietro il bosco c'è la nostra terra. Facemmo un tre verste nel boscopoi fermai il cavallo: - AlzatidicoAkulina; è giunta la tua fine.

    - Lei mi guarda spaventatasi mette davanti a me e sta zitta. - Sono stufo di te- dico: prega Iddio! - Allora l'afferro per i capelli: le sue trecce erano così grosselungheme le avvolsi su una manopoi la strinsi di dietro coi ginocchi da tutt'e due le partitirai fuori il coltellole piegai la testa all'indietro e le menai un colpo di coltello alla gola. Come lei si mise a gridaree il sangue spruzzò fuoriio gettai il coltellola cinsi con le braccia per davantimi stesi a terra e l'abbracciaie intanto grido sopra di lei e piango a dirotto; lei grida e io grido; lei trema tuttasi dibattee il sangueil sangue mi spiccia addossoe sul viso e sulle mania fiottia fiotti. Io la lasciaimi aveva preso la pauralasciai anche il cavalloe via a correre a correreentrai di corsa in casa nostra dalla parte di dietroe poi nel bagno: c'era da noi un vecchio bagno fuori uso; mi rannicchio sotto un palchetto e sto lì. Ci stetti fino a notte.

    - E Akulka?

    - E leisi vedesi era alzata dopo di me e si era avviata anche lei verso casa. Così la trovarono poi a cento passi da quel posto.

    - Non l'avevi finita dunque.

    - Sì... - Sciskòv si fermò per un minuto.

    C'è una certa vena- osservò Ceriòvin- se non la si tagliaquella vena lìdi primo colpola persona continua a dibattersimaper quanto sangue venga fuorinon morirà.

    - Ma lei invece morì. La trovarono la seramorta. Lo fecero sapere alla poliziasi misero a cercarmi e mi scovarono già verso nottenel bagno! Ecco ormai il quarto annopress'a pocoche sono qui- soggiunse dopo un po' di silenzio.

    - Ehm... Certamentese non si picchia non si fa nulla di buono- osservò con metodica flemma Ceriòvin tornando a cavar fuori il cornetto. Poi cominciò a fiutarea lungo e con pause.- Però anche turagazzo- proseguì- ti sei dimostratoper conto tuomolto sciocco. Anch'io una volta sorpresi mia moglie così con un amante.

    Allora la chiamai nella rimessa e piegai in due una briglia. - A chi- dico- fai giuramenti? A chi fai giuramenti? - E la picchiaila picchiaie continuai a picchiarla con la briglia per un'ora e mezzoe infine lei mi grida: - Laverò i tuoi piedie poi berrò quell'acqua. - Si chiamava Ovdotia.

     

     

  9. STAGIONE ESTIVA
  10. Ma ecco già il principio di aprileecco che già si avvicina anche la Settimana Santa. A poco a poco cominciano i lavori estivi. Il sole è ogni giorno più caldo e più luminoso; l'aria odora di primavera e ha un'azione irritante sull'organismo. Le belle giornate che sopravvengono agitano anche l'uomo in catene; fanno germogliare in lui non so che desideriaspirazioniangosce. Pare che la nostalgia della libertà la si senta ancora più forte sotto i vividi raggi del sole che in una brutta giornata d'inverno o d'autunnoe questo lo si nota in tutti i detenuti. Essi hanno bensì l'aria di esser lieti delle giornate serenema nello stesso tempo cresce in loro una specie d'impazienzad'impulsività.

    Davveroho notato che in primavera gli alterchi nel nostro reclusorio sembravano farsi più frequenti. Più spesso si udivano strepitigridabaccanopiù spesso nascevano beghe; in pari tempo ti accadeva di sorprendere tutt'a un tratto in qualche postosul lavorouno sguardo pensoso e ostinato teso verso lo sfondo azzurrinoverso un qualche punto laggiùsull'altra sponda dell'Irtisdove incominciacome un'immensa tovaglialunga millecinquecento verstela libera steppa chirghisa; o sorprendevi qualcuno a sospirare profondamentecon tutto il pettocome se l'individuo anelasse a respirare quell'aria lontana e libera e a dare così sollievo all'anima oppressaincatenata. "Ahimè!"dice alla fine il detenuto e a un trattocome scuotendo da sé le fantasticherie e l'esitazioneimpaziente e arcignodà di piglio alla zappa o ai mattoni che bisogna trasportare da un luogo a un altro. Dopo un minuto egli già dimentica la sua improvvisa sensazione e comincia a ridere o a ingiuriaresecondo il suo carattere; oppure di colpocon insolita fogadel sproporzionata al bisognosi applica al suo compitose gli è stato assegnatoe si mette a lavorarea lavorare con tutte le forzecome se volesse soffocare in sécol peso del lavoroqualcosa che lo urge e l'opprime dal di dentro. Tutta questa è gente vigorosaper la maggior parte nel fiore degli anni e delle forze... Pesanti sono i ferri ai piedi in questa stagione! Io non faccio della poesia in questo momento e sono sicuro che la mia osservazione è giusta. A parte il fatto che al caldoin mezzo al sole vivoquandocon tutta l'animacon tutto l'essere tuoodi e senti intorno a te la natura che rinasce con immenso vigoreancora più gravi ti diventano la chiusa prigionela scorta e l'altrui volontà; a parte ciòin questa stagione primaverile comincia per tutta la Siberia e per tutta la Russiacon l'apparire della prima allodolail vagabondaggio: le creature di Dio fuggono dai reclusori e si rifugiano nelle foreste. Dopo aver provato la tomba soffocantei tribunalii ferri ai piedi e i bastoniesse vagabondano in piena balìa di se stesse là dove voglionodove la vita è più attraente e più agevole; bevono e mangiano dove e quello che capitaquello che manda Iddioe la notte si addormentano placidamente dove che siain un bosco o in un camposenza grandi fastidisenza l'angoscia del carcerecome gli uccelli della forestadicendo addio per la notte alle sole stelle del cielosotto l'occhio di Dio. Chi parla! A volte è duro ed estenuante "prestar servizio sotto il generale Kukuskin"e c'è da patire la fame. Per giorni interi qualche volta non si riesce a vedere il pane; bisogna nascondersi a tuttirimpiattarsi; capita anche di dover rubarecommettere rapine e talora anche ammazzare.

    "Il confinato è come un bimboquel che vede lo attira"dicono in Siberia dei confinati. Questo detto si può applicare anche al vagabondo. Il vagabondo di rado non è un brigante e quasi sempre è ladropiù per necessitàs'intendeche per vocazione. Ci sono i vagabondi incalliti. Taluno scappa perfino dopo aver terminato il suo periodo di lavori forzatigià dal luogo di confino. Pare che nel luogo di confino si trovi contento e abbia la vita assicuratainvece nosi sente sempre attiratochiamato in qualche altro posto. La vita nelle forestevita povera e orribilema libera e piena di avventureha qualcosa di seducenteun qualche misterioso fascino per quelli che già una volta l'hanno provataed ecco che scappanoperfino degli uomini umiliordinatiche già promettevano di diventare buoni coloni e operosi padroni. Uno magari si sposatira su dei figlivive per cinque anni in un postoe improvvisamenteun bel mattinoscompare non si sa dovelasciando perplessi la mogliei figli e tutto il circondario a cui è stato ascritto. Nel nostro reclusorio mi avevano indicato uno di tali fuggitivi. Non aveva commesso alcun delitto specialeper lo meno non si sentiva dire di lui nulla di simileeppure fuggiva semprein tutta la sua vita non aveva fatto altro che fuggire. Era stato e al confine russo meridionaleoltre il Danubioe nella steppa chirghisae nella Siberia orientalee nel Caucasoera stato dappertutto. Chi saforse in altre circostanze ne sarebbe venuto fuori un Robinson Crusoe con la sua passione dei viaggi. Del resto tutto ciò me l'avevano detto sul suo conto gli altri; nel reclusorio egli discorreva ben poco e tutt'al più diceva le cose più indispensabili. Era un contadinotto molto piccologià sulla cinquantinaoltremodo pacificodalla faccia oltremodo placida e perfino ottusaplacida fino all'idiozia. D'estate gli piaceva starsene al sole e non mancava mai di canticchiare tra sé una qualche canzoncinama così piano che a cinque passi da lui più non si udiva. I tratti del suo viso erano come lignificati; mangiava poco epiù che altrodel pane; non comprava mai né un panino a ciambella né un quartino di acquavite; ed era ben difficile che in qualche momento avesse del denaroera ben difficile perfino che sapesse contare. Egli considerava ogni cosa con perfetta flemma. A volte nutriva con le proprie mani i cani del reclusoriomentre ai cani da noi nessuno dava da mangiare. E poi al russo in generale non piace dar da mangiare ai cani. Dicevano che si fosse sposatodue volte anzi; dicevano che in qualche posto avesse dei figli... Perché fosse finito al reclusorionon so assolutamente. I nostri si aspettavano sempre che alzasse i tacchi anche da noi; mao non fosse ancora venuta la sua orao egli fosse già troppo avanti negli annicerto è che se ne viveva per suo conto tenendo un contegnoin certo qual modocontemplativo verso tutto quello strano mondo che lo circondava. Del resto era impossibile essere sicuri al riguardoanche se pareva che egli non avesse alcun motivo di fuggire: che cosa ci avrebbe guadagnato? E pur tuttavianel suo insiemela vita vagabondanelle foresteera un paradiso di fronte a quella del reclusorio. La cosa è tanto comprensibilené può esserci confronto. Anche se è una dura sortesei pur sempre libero. Ecco perché ogni detenuto in Russiadovunque si trovidiventa come inquieto in primaveracoi primi invitanti raggi del sole primaverile. Benché poi ben pochi abbiano intenzione di fuggire: si può dire positivamente che vi si risolvedate le difficoltà e la responsabilità a cui si va incontrouno su cento; ma in cambio gli altri novantanove per lo meno fantasticano sul come si potrebbe fuggire e dove si avrebbe da fuggire; per lo meno si consolano col solo desideriocol solo immaginarsi la possibilità della fuga. Qualcuno magari ricorderà di essere evaso in qualche tempo lontano...

    Io parlo ora unicamente dei condannati. Ma s'intende che molto più spesso e più di tutti si inducono alla fuga i giudicabili. I condannati a termine invece evadono tutt'al più all'inizio della loro detenzione. Ma dopo avere scontato due o tre anni di lavori forzatiil detenuto già comincia ad apprezzare tali anni e a poco a poco riconosce in cuor suo che è meglio terminare ormai in modo legale il suo periodo di lavori e poi andare al confino che risolversi a un simile rischio e a un simile disastro in caso di fiasco. E il fiasco è così facile! Tutt'al più uno su dieci riesce a mutare la propria sorte. Anche fra i condannatipiù spesso degli altri si arrischiano a fuggire i condannati a pene assai lunghe. Quindiciventi anni sembrano un'eternità e il condannato a tali pene è sempre pronto a sognare un mutamento della sorteanche se avesse già scontato dieci anni di lavori forzati. Infine anche il marchio trattiene in parte dall'arrischiare una fuga.

    "Mutare la sorte" poi è termine tecnico. E così negli interrogatoriquando è accusato di evasioneil detenuto risponde che voleva mutare la sua sorte. Questa espressione un po' libresca è letteralmente applicabile al caso. Chiunque evade ha in vista non di rendersi definitivamente libero- egli sa che ciò è quasi impossibilema o di capitare in un altro stabilimento penaleo di finire al confinoo di essere giudicato daccapoper un nuovo delittocommesso già durante il vagabondaggioinsomma di finire in qualunque luogopurché non sia il vecchio posto che gli è venuto a noiapurché non sia il reclusorio di prima. Tutti questi fuggiaschise non trovano nel corso dell'estate un qualche casualeinsolito posto dove passar l'inverno- se per esempionon s'imbattono in qualche ricettatore di evasiche in ciò ha il suo vantaggio; se infine non si procuranoa volte con un assassinioun passaportocol quale si può soggiornare dappertutto- verso l'autunnoove non siano stati acciuffati primaper lo più si presentano da sé in folti branchi nelle città e nelle prigioniquali vagabondie si fanno mettere in carcere per l'invernonon senza speranza naturalmente di fuggire di nuovo in estate.

    La primavera esercitava il suo influsso anche su di me. Mi ricordo che a volte guardavo avidamente dalle fessure tra i pali e rimanevo in piedi a lungocon la testa appoggiata al nostro steccatoosservandoostinato e insaziabilecome verdeggiasse l'erba sul bastione della nostra fortezza e come sempre più carico si facesse l'azzurro del cielo lontano. La mia inquietudine e la mia angoscia crescevano di giorno in giorno e il reclusorio mi diventava sempre più odioso. L'odio che iocome nobileebbi costantemente a sperimentare nel corso dei primi anni da parte dei detenutidiveniva per me intollerabile e mi avvelenava tutta l'esistenza. In quei primi anni andavo spessosenza malattia alcunaa mettermi in letto all'infermeria unicamente per non stare nel carcerepur di liberarmi da quel caparbio odio generale che nulla placava. "Voi avete il becco di ferrovoi ci avete beccati a morte!"ci dicevano i detenutie quanto io invidiavo di solito la semplice gente del popolo che arrivava al reclusorio!

    Quelli si facevano subito amici con tutti. E perciò la primaverail fantasma della libertàla letizia universale della natura avevano in mein certo qual modoanche una triste e irritante risonanza. Alla fine della quaresimami pare nella sesta settimanami toccò far le divozioni. Tutto il reclusoriofin dalla prima settimanaera stato diviso dal sottufficiale anziano in sette turniin base al numero di settimane della quaresimaper far le divozioni. Ciascun turno era risultato in tal modo di una trentina d'uomini. La settimana delle divozioni mi piacque molto. I partecipanti erano esentati dal lavoro. Noi andavamo alla chiesache non era lontana dal reclusoriodue o tre volte al giorno. Da lungo tempo non ero stato in chiesa. Le funzioni quaresimalia me così note fin dalla lontana infanzianella casa paternale solenni preghierele genuflessionitutto ciò rimescolava nell'anima mia un passato lontano lontanomi ricordava le impressioni degli anni infantili e mi rammento che era per me un gran piacere quando al mattinosul terreno che era gelato durante la nottesolevano condurci sotto scortacoi fucili carichinella casa di Dio. La scorta del resto non entrava in chiesa. Noi ci collocavamo in folto gruppo proprio vicino alla portaproprio negli ultimi posticosicché si poteva udire tutt'al più il vocione del diacono o scorgeredi dietro la follala nera pianeta e la calvizie del sacerdote. Io rammentavo come un tempoancora bambinostando in piedi in chiesaguardassi a volte la gente del popolo che faceva ressa vicino all'entrata e servilmente si traeva da parte dinanzi a due fitte spallinea un grasso signore o a una agghindatissimama oltremodo pia signorache non mancavano mai di farsi avanti verso i primi posti e per il primo posto erano pronti in ogni momento a litigare. Mi pareva allora che làpresso l'entratasi pregasse anche in modo diverso che da noisi pregasse umilmentecon fervorecon profonde genuflessioni e con una certa piena consapevolezza del proprio umile stato.

    Ora toccò anche a me stare in piedi in quegli stessi postie anche in peggiori condizioni: noi eravamo incatenati e coperti d'infamia; tutti si scostavano da noitutti anzi avevano l'aria di temerciogni volta ci facevano la caritàe ricordo che ciò mi era perfinoin certo qual modogradito e una certa qual raffinataspeciale sensazione coloriva quel mio strano piacere.

    "E sia purese è così!"pensavo. I detenuti pregavano con molto zelo e ciascuno di loro portava in chiesa ogni volta la sua povera copeca per una candeletta o la deponeva nella cassetta della questua: "Sono anch'io un uomo"forse egli pensava o sentiva porgendoladavanti a Dio tutti sono uguali. Noi facevamo la comunione dopo la prima messa. Quando il sacerdotecol calice nelle manirecitava le parole: "... ma accoglimi come il ladrone"quasi tutti si prosternavano facendo risonare i ferrie prendendomi parequeste parole letteralmente a proprio conto.

    Ma ecco che arrivò anche la santa Pasqua. Da parte dei superiori ci furono inviati un uovo e una fetta di pane bianco al burro a testa. Dalla città tornarono ad affluire al reclusorio le offerte.

    Di nuovo la visita del sacerdote con la crocedi nuovo la visita dei superioridi nuovo la minestra grassa di cavolidi nuovo ubriacature e vagabondaggi: tutto punto per punto come già a Natalecon la differenza che ora si poteva già passeggiare per il cortile del carcere e riscaldarsi al solicello. C'era come più lucepiù spazio che d'invernomain certo qual modomaggiore era l'angoscia. La lungainterminabile giornata estiva pareva farsi particolarmente insopportabile nei giorni festivi. In quelli feriali almeno era abbreviata dal lavoro.

    I lavori estivi risultarono effettivamente molto più faticosi di quelli invernali. Si lavorava per lo più alle costruzioni del genio. Dei detenuti fabbricavanoscavavano la terracollocavano i mattoni; altri erano addetti a lavori di magnanodi falegname e di decoratore nelle opere di restauro degli edifici governativi.

    Altri ancora andavano a far mattoni. Quest'ultimo lavoro era considerato tra noi come il più pesante. La fabbrica di mattoni si trovava a un tre o quattro verste dalla fortezza. Ogni giornonel corso dell'estateverso le sei del mattino tutto uno scaglione di detenutiuna cinquantina d'uominisi avviava a far mattoni. Per questo lavoro si sceglievano gli uomini di faticai non artigiani cioè e quelli che non avevano alcun mestiere. Essi prendevano con sé del paneperchédata la lontananza del luogonon conveniva venire a casa per desinare e percorrere in tal modo un otto verste di piùe desinavano poi la seraal ritorno in reclusorio. Il compito veniva assegnato per tutto il giornoe tale che a mala pena il detenuto potevanell'intera giornata lavorativavenirne a capo.

    In primo luogobisognava scavare ed estrarre l'argillaportarsi l'acqua da séda sé pestare l'argilla nell'apposita fossa e infine fabbricare con essa moltissimi mattonidue centinaiami paree perfino poco meno di duecentocinquanta. Io andai alla mattonaia solo due volte in tutto. Gli operai tornavano che era già serastanchisfinitie durante l'intera estate rinfacciavano continuamente agli altri che il loro lavoro era il più faticoso di tutti. Era questaa quanto parevala loro consolazione. Ciò nonostantecertuni andavano laggiù perfino di buona voglia: innanzi tuttosi andava fuori di città e il sito era apertoliberoin riva all'Irtis. Guardare in giro era pur sempre più confortantee non c'era la fiscalità della fortezza!

    Si poteva fumare un poco liberamente e perfino stare sdraiati con gran piacere per una mezz'ora. Quanto a meo andavo come prima al laboratorioo a pestare l'alabastroo infine venivo utilizzato come manovale nei lavori di costruzione. In quest'ultimo caso mi toccò una volta trasportar mattoni dalla riva dell'Irtis a una baracca che si costruiva a un centocinquanta metri di distanzadi là dal bastione del reclusorioe questo lavoro continuò un paio di mesi di fila. Esso mi piacque perfinosebbene la funecon cui bisognava legare i mattonimi sfregasse di continuo le spalle. Ma mi era gradito cheper effetto di quel lavorole mie forze crescessero visibilmente. Da principio non potevo portare che otto mattoni per voltae ogni mattone pesava dodici libbre. Ma poi arrivai fino a dodici e a quindici mattonie questo mi rallegrava molto. La forza fisica era necessaria in galera non meno di quella morale per sopportare tutti i disagi materiali di quella vita maledetta.

    E io volevo ancora vivere anche dopo l'uscita dal reclusorio...

    A me del resto piaceva portare mattoni non soltanto perché questo lavoro m'irrobustiva il corpoma anche perché si svolgeva sulla riva dell'Irtis. Io parlo così spesso di questa riva unicamente per il fatto che da essa soltanto era visibile il creatoil purosereno orizzontecon le libere steppe disabitateche mi facevano sempre una strana impressione per la loro deserta immensità. Su quella riva soltanto si poteva volgere il dorso alla fortezza e non più vederla. Tutti gli altri luoghi dei nostri lavori erano nel forte o in sua prossimità. Fin dai primi giorni io avevo odiato quella fortezza e specialmente taluni dei suoi edifici. La casa del nostro maggiore di piazza mi pareva non so che luogo maledetto e ripugnantee io la guardavo con odio ogni qual volta le passavo dinanzi. Sulla riva del fiume invece ci si poteva abbandonare all'oblioe tu guardavi quella immensa distesa deserta come un recluso dalla finestra della sua prigione guarda la libertà. Lì per me tutto era simpatico e caro: e il fulgido sole ardente nell'azzurro senza fondo del cieloe la canzone lontana che giungeva dalla riva chirghisa. Se vi figgevi a lungo lo sguardofinivi col discernere la miseraaffumicata tenda di un qualche nomade povero; discernevi presso la tenda un po' di fumo e la chirghisa che là si affaccendava intorno ai suoi due montoni. Tutto ciò era povero e selvaggioma libero. Nell'aria azzurra trasparente scorgevi un qualche uccello e ne seguivi a lungoostinatamenteil volo: ecco che ha sbattuto le ali sopra l'acquaeccolo scomparso nell'azzurroeccolo mostrarsi di nuovo come un balenante puntino. Perfino il poverostentato fiorellino che trovai al principio di primavera in uno spacco della riva sassosaanche quello attrasse in certo qual modo morbosamente la mia attenzione. L'angoscia di tutto quel primo anno di lavori forzati era intollerabile e aveva su di me un effetto irritantemi riempiva di amarezza. In quel primo annoa causa di quest'angoscianon mi accorgevo di molte cose che mi stavano intorno. Chiudevo gli occhi e non volevo osservare. Fra i miei cattiviodiosi compagni forzatinon notavo i buonigli uomini capaci di pensare e e di sentirenonostante tutta la disgustosa corteccia che esteriormente li rivestiva. In mezzo alle parole velenose non notavo a volte la parola gentile e affettuosatanto più cara in quanto pronunciata senza alcun secondo fine e non di rado venuta direttamente da un'anima che più di me aveva patito e sofferto. Ma a che diffondersi su questo? Io ero immensamente felice se mi accadeva di sentirmi stanchissimouna volta tornato a casa: forse avrei potuto prender sonno! Perché dormire era da noid'estateun tormento quasi quasi ancor peggiore che d'inverno. Le serein veritàerano talora bellissime. Il soleche durante l'intera giornata non aveva lasciato il cortile del reclusoriotramontava. Sopraggiungeva la frescura edopo di essala notte delle steppe (relativamente parlando) quasi fredda.

    I detenutiin attesa di venire rinchiusisogliono passeggiare a frotte per il cortile. Il grossoveramentesi affolla piuttosto in cucina. Là viene sempre sollevato un qualche problema della quotidiana vita carcerariasi discorre del più e del menotalora si vaglia qualche vocespesso assurdache suscita però uno straordinario interesse fra quegli uomini segregati dal mondo; cosìper esempioera giunta notizia che il nostro maggiore di piazza l'avrebbero sbalzato via. I detenuti sono creduli come bambini; essi stessi sanno che la notizia è una folache l'ha recata un noto chiacchierone e uomo "senza criterio"il detenuto Kvassova cui già da un pezzo hanno stabilito di non più credere e chea ogni parola che dicetira fuori una bugiae intanto tutti si aggrappano alla notiziala discutono e la giudicanoe si consolano da sée finisce che si arrabbiano con se stessi e si sentono loro stessi vergognosi di aver prestato fede a Kvassov.

    - Ma chi mai lo scaccerà? - grida uno- ha il muso durochi vuoi che lo metta a posto!

    - Ma c'è anche chi è superiore a lui! - obietta un altroun giovane focoso e non scioccoche ne ha viste di tutti i coloriun disputatore come non ce n'è ancora stati al mondo.

    - Cane non mangia cane! - osserva tetrocome tra séun terzoun uomo già brizzolatochetutto solofinisce di mangiare in un angolo la sua minestra di cavoli.

    - E i superiori forse verranno a domandare a te se hanno da cambiarlo o no? - soggiunge con indifferenza un quartostrimpellando leggermente la balalaica.

    - E perché non a me? - replica con furore il secondo- dal momento che tutta la poveraglia lo chiededichiaratelo tuttise v'interrogheranno. Ma da noi magari si gridaquando si viene al fatto peròallora si tirano indietro.

    - E tu come credevi che fosse? - dice il suonatore di balalaica.- Non per niente questa è galera.

    - L'altro giorno- continuasenza ascoltarlo e con fogail disputatore- era rimasta della farina. Raccolsero le raschiatureproprio le ultime briciole quindie mandarono a venderle. Ebbenelo venne a sapere; il capoccia aveva fatto la spia; ce la tolsero: per fare economia. E' giusto o no?

    - Ma tu a chi vuoi lagnarti?

    - A chi! Ma al "levisore" stessoche viene qui.

    - Ma a che "levisore" mai?

    - Questo è verofratelliche viene il "levisore"- dice un giovane sveglioche ha un po' d'istruzioneun ex-scrivano che ha letto "La duchessa Lavallière" o qualcosa del genere. Egli è un eterno allegro bontemponema per una sua certa qual conoscenza e pratica delle cose lo rispettano. Senza badare alla suscitata generale curiosità circa il futuro ispettoreegli va diritto dalla "sguattera"cioè dal cuocoe gli chiede del fegato. Le nostre "sguattere" spesso facevano di questi commerci. Compravanoper esempiodi tasca propria un grosso pezzo di fegatolo facevano arrostire e lo vendevano al minuto ai detenuti.

    - Per un "gros" o per due? - domanda la "sguattera" - Tagliane per due: voglio che la gente m'invidi! - risponde il detenuto. - Viene un generalefratelliun certo generale di Pietroburgoispezionerà tutta la Siberia. Questo è vero. Lo dicevano dagli attendenti.

    La notizia produce un'agitazione straordinaria. Per un quarto d'ora continuano le domande: chi è precisamente? che generale? che grado ha? ed è superiore ai generali di qui? Di gradidi capidi chi tra loro sia superiore agli altridi chi possa mettere a posto l'altro o essere messo a postoai detenuti piace immensamente discorrereper i generali essi discutono e si ingiurianoe per poco non s'azzuffano. "Che vantaggio ci trovano?"vien da pensare. Ma dalla conoscenza minuta dei generali e degli altri superiori si misura anche il grado delle cognizionidell'assennatezza di un uomo e dell'importanza che aveva nella società prima di venire al reclusorio. In genere le conversazioni sulle alte autorità sono considerate nel carcere come le più eleganti e le più serie.

    - Allora ne vienefratelliche il maggiore lo sostituiscono davvero- osserva Kvassovun omino piccolo e tutto rossofocoso e scervellato all'estremo. Era stato lui per primo a portare la notizia del maggiore.

    - Lo comprerà! - obietta bruscamente il detenuto tetro brizzolatoche già s'è sbrigato della minestra di cavoli.

    - Certo che lo comprerà! - dice un altro. - Quanto denaro ha rubato! Prima di noi era ancora comandante di battaglione. Poco fa voleva sposare la figlia dell'arciprete.

    - Non l'ha sposata però: gli hanno mostrato la porta; vuol dire che è povero. Che partito è lui! Se si alza dalla sediaha tutto con sé. A Pasqua ha perduto tutto a carte. L'ha detto Fedka.

    - Sì; anche se non lo buttiil denaro se ne va.

    - Ehfratelloho avuto moglie anch'io. Per il povero è un brutto affare sposarsi: ti sposi e poi non finisci di pentirti!- fa notare Skuratovarrivato a questo punto della conversazione.

    - E come! Qui si parla appunto di te- osserva il giovane disinvoltol'ex-scrivano. - Ma tuKvassovte lo dico iosei un grande scemo. Credi tu proprio che il maggiore comprerà un simile generale e che un simile generale verrà apposta da Pietroburgo per fare un'ispezione al maggiore? Sei stupidoragazzoecco quel che ti dico.

    - E che c'è? Perché è generalenon prenderà lo sbruffoeh? fa notare scetticamente qualcuno della folla.

    - Si sa che non lo prenderàe se lo prenderàlo prenderà grosso.

    - Grossosi sa; secondo il grado.

    - Un generale lo prenderà sempre- afferma risoluto Kvassov.

    - Tu gliel'hai già datoche? - dice a un tratto con aria sprezzante Bakluseinche è entrato. - Ma tu un generale quando mai l'hai visto?

    - Altro che visto!

    - Conti frottole.

    - Contale tu.

    - Ragazzise ne ha vistidica subito davanti a tutti che generale conosce. Sudilloperché io i generali li conosco tutti.

    - Io ho visto il generale Sibert- risponde Kvassov con un po' di esitazione.

    - Sibert? Un generale di questo nome non c'è. Si vede che quel Sibert ti accarezzò solo un momento la schienaquando forse era appena tenente colonnelloe a te per la paura sembrò che fosse un generale.

    - Noascoltatemi- grida Skuratov- perché io sono un uomo ammogliato. Un generale di questo nome c'era realmente a Moscaun Sibertdi origine tedescama russo. Ogni annoall'Assunzione di Mariasi confessava al pope russo e beveva continuamente acquafratellicome un'anatra. Ogni giorno vuotava quaranta bicchieri d'acqua della Moscova. Dicevano che si curasse di non so che malattia con l'acqua; a me lo diceva il suo cameriere stesso.

    - E nella panciaa forza di bere acquaforse gli erano nati i coracini? - osserva il detenuto dalla balalaica.

    - Be'smettetela voi! Qui si parla di cose seriee loro... Ma chi è questo "levisore"fratelli? - domanda impensierito un detenuto dall'aria affaccendataMartinovun vecchio militareun ex-ussero.

    - Ma quella gente lì conta frottole! - osserva uno degli scettici.

    - E dove vanno a pescarle? Ma sono tutte sciocchezze.

    - Nonon sono sciocchezze- osserva con aria sentenziosa Kulikòvche finora ha taciuto maestosamente. E' questo un uomo autorevolesulla cinquantinaoltremodo bello di viso e con una certa maniera di fare sprezzantemente maestosa. Egli ne è consapevole ed orgoglioso. E' un po' zingaro e veterinarioguadagna denari in città curando i cavalli e da noi traffica acquavite. E' un tipo intelligente e ha visto molte cose. Lascia cadere le parole come se regalasse dei rubli.

    - Questo è verofratelli- egli continua tranquillamente- io 1'avevo già sentito dire la scorsa settimana; viene un generaledi quelli molto importantie ispezionerà tutta la Siberia.

    Compreranno anche luisi sama non il nostro Ottocchiche non oserà nemmeno venirgli tra i piedi. C'è generale e generalefratelli. Ce n'è d'ogni sorta. Io vi dico però che il nostro maggiore in ogni caso resterà al suo posto. Questo è sicuro. Noi siamo gente senza lingua e dei superiori nessuno denuncerà il suo collega. L'ispettore darà un'occhiata al reclusorioe poi se ne andràe riferirà che ha trovato tutto in regola...

    - Proprio cosìfratellima il maggiore s'è preso paura: è ubriaco fin dal mattino.

    - E la sera guida un altro carrozzino. Me l'ha detto Fedka.

    - Un cane neroper quanto lo lavinon sarà mai bianco. E' forse ubriaco per la prima volta?

    - Noche c'è da direse anche il generale non farà nulla! Nobasta ormai tollerare i loro capricci! - dicono tra loro i detenutiagitandosi.

    La notizia relativa all'ispettore si propaga in un batter d'occhio per il reclusorio. Degli uomini vanno in giro per il cortile econ impazienzasi comunicano a vicenda la novità. Altri tacciono di propositoconservando il loro sangue freddoe con ciò visibilmente cercano di darsi più importanza. Altri ancora restano indifferenti. Sulle scalette delle camerate si mettono a sedere i detenuti con le balalaiche. Taluni seguitano a chiacchierare.

    Altri intonano canzonima in generale quella sera si trovano tutti in uno stato di singolare eccitazione.

    Dopo le nove tutti i nostri venivano contatifatti entrare nelle camerate e rinchiusi per la notte. Le notti erano brevi; li si svegliava prima delle cinque del mattino e nessuno si addormentava mai prima delle undici di sera. Semprefino a quell'oracontinuavano l'andirivienii discorsi e qualche voltacome già d'inverno c'erano anche i "majdàn". Durante la notteil caldo e l'afa si fanno insopportabili. Sebbene la frescura notturna spiri da una finestra il cui telaio è sollevatoi detenuti si rivoltano sui loro tavolacci tutta la nottecome in delirio. Le pulci pullulano a miriadi. Esse vivono da noi anche durante l'invernoe in più che bastevole quantità maa cominciare dalla primaverasi moltiplicano in proporzioni tali che iopur avendone già sentito parlarema non avendone fatto diretta esperienzanon ci volevo credere. E quanto più si va verso l'estatetanto più diventano rabbiose. Alle pulciè veroci si può abituareio stesso ne ho fatto la prova; ma è pur sempre una cosa penosa. Ti sfiniscono al punto che ti pare alla fine di aver la febbre e senti tu stesso che non dormima deliri soltanto. Finalmentequando proprio verso il mattino si calmanouna buona voltaanche le pulcicome tramortitee quandocol fresco mattutinoti sembra di potere in realtà dolcemente prendere sonnoecheggia tutt'a un tratto il rullo spietato del tamburo al portone del reclusorio e comincia la sveglia. Tu ascoltimaledicendomentre ti avvolgi nella pelliccia cortaquei suoni forti e distinticome se tu li contassie intantoattraverso il sonnoti si insinua in capo l'intollerabile pensiero che così sarà anche domanie dopodomanie per parecchi anni di seguitofino al giorno della libertà. Ma quando maitu pensiverrà questa libertàe dov'è essa? E intanto bisogna svegliarsi; incomincia il solito andare e venireil trambusto... gli uomini si vestono; si affrettano per andare al lavoro. E' vero che si poteva ancora dormire un'oretta a mezzogiorno.

    Riguardo all'ispettore avevano detto il vero. Le voci si confermavano una volta di più ogni giorno e infine tutti seppero ormai con certezza che veniva da Pietroburgo a ispezionare l'intera Siberia un generale molto importanteche già era arrivatoche già era a Tobòlsk. Ogni giorno nuove voci giungevano al reclusorio. Giungevano notizie anche dalla città: si sentiva dire che tutti avevano paura e si davano da farevolendo presentare ogni cosa sotto la miglior luce. Dicevano che le autorità superiori preparavano ricevimentiballifeste. I detenuti venivano inviati a gruppi a spianare le vie della fortezzaa rimuovere i monticelli di terraa ridipingere steccati e pilastria intonacarea riverniciareinsomma si voleva in un batter d'occhio racconciare tutto ciò di cui bisognava far bella mostra. I nostri capivano benissimo la faccenda e con sempre maggior calore e petulanza ne discutevano tra loro. La loro fantasia si sbrigliava senza limiti. Facevano conto perfino di avanzare un reclamoquando il generale si fosse messo a domandare se erano contenti. E intanto discutevano e s'ingiuriavano tra loro. Il maggiore di piazza era agitato. Più spesso piombava nel reclusoriopiù spesso gridavapiù spesso si scagliava sulle personepiù spesso riuniva tutti nel corpo di guardia e badava con più zelo alla pulizia e alla bella figura.

    Nel frattempocome a farlo appostaaccadde nel carcere un piccolo incidenteche del resto non turbò affatto il maggiorecome ci si sarebbe potuto aspettarema al contrario gli fece perfino piacere. Un detenutoin rissapiantò una lesina nel petto a un altroquasi sotto il cuore.

    Il detenuto che aveva commesso il delitto si chiamava Lomov:

    quello che era stato ferito lo chiamavano da noi Gavrilka; apparteneva ai vagabondi incorreggibili. Non mi ricordo se avesse un altro soprannome; da noi lo si chiamava sempre Gavrilka.

    Lomov era un contadino agiato di T.nel distretto di K. Tutti i Lomov vivevano in famiglia: il vecchio padretre figli e il loro zioLomov. Erano contadini ricchi. Si diceva in tutta la provincia che possedessero un capitale di trecentomila rubli in assegnati. Coltivavano la terralavoravano le pellima soprattutto si dedicavano all'usuraalla ricettazione dei vagabondi e delle cose rubate e ad altri mestieri. I contadini di mezzo distretto erano indebitati verso di loro e si trovavano in loro piena balìa. Avevano fama di contadini intelligenti e scaltrima avevano finito col montare in superbiaspecialmente dopo che un personaggio molto importante di quella regione si era fermato da loro in viaggioaveva fatto conoscenza personale col vecchio e l'aveva preso in simpatia per la sua accortezza e intraprendenza. Tutt'a un tratto si erano immaginato di essere ormai superiori alla legge e si erano messi ad arrischiare sempre di più in varie imprese illegali. Tutti mormoravano contro di lorotutti auguravano loro di sprofondare sotterra; ma essi alzavano la cresta sempre di più. Commissari di polizia e assessori non contavano più nulla per loro. Finalmente fecero un passo falso e si perdetteroma non per il male fattonon per i loro occulti delittima per una falsa denuncia. Essi avevano a una decina di verste dal villaggio una grossa fattoriain siberiano "tenuta". Là una volta avevano soggiornato da loro verso l'autunno sei lavoratori chirghisida lunghissimo tempo ridotti in servitù. Una notte tutti questi lavoranti chirghisi furono sgozzati. Cominciò un'inchiestache durò a lungo. Durante l'inchiesta si scoprirono molte altre brutte faccende. I Lomov furono accusati di avere assassinato i propri lavoranti. Essi stessi avevano raccontato e tutto il reclusorio sapeva che li avevano sospettati di essersi molto fortemente indebitati verso i lavoranti epoichénonostante il loro cospicuo patrimonioerano avari e avididi avere assassinato i chirghisi per non pagar loro il dovuto. Durante l'istruttoria e il processo tutta la loro fortuna andò in fumo. Il vecchio morì. I figli furono spediti via.

    Uno di essi e lo zio finirono al nostro reclusorio per vent'anni.

    Ebbene? Essi erano del tutto innocenti della morte dei chirghisi.

    Lì stessonel carcerecomparve poi Gavrilkanoto briccone e vagabondoun giovane allegro e sveglioche si addossò la colpa di tutta la faccenda. Io del resto non ho sentito che egli stesso lo avesse confessatoma tutto il reclusorio era profondamente convinto che i chirghisi li avesse spacciati lui. Gavrilka aveva già avuto da fare coi Lomov quando era ancora un randagio. Egli era venuto al reclusorio per una breve penacome soldato disertore e vagabondo. I chirghisi li aveva assassinati insieme con altri tre randagi; essi pensavano di fare un lauto bottino e di svaligiare la fattoria.

    I Lomov da noi non erano benvolutinon so perché. Uno di loroil nipoteera un baldo giovaneun ragazzo intelligente e di carattere socievole; ma suo zioquello che aveva ferito Gavrilka con la lesinaera uno sciocco e rissoso contadino. Già prima di quel fatto aveva litigato con molti ed era stato sonoramente picchiato. A Gavrilka invece tutti volevano bene per il suo carattere allegro e sereno. I Lomovpur sapendo che il colpevole era lui e che essi erano venuti li per causa suacon lui però non litigavano; non s'incontravano nemmeno mai del restoe anch'egli non rivolgeva loro alcuna attenzione. E tutt'a un tratto era scoppiata una lite tra lui e lo zio Lomov per un'antipaticissima ragazza. Gavrilka aveva preso a vantarsi della benevolenza di lei; il contadino si era ingelosito e un bel mezzodì lo aveva ferito con la lesina.

    I Lomovpur essendosi rovinati durante il processovivevano nel reclusorio da ricconi. Avevano evidentemente del denaro. Tenevano un samovarbevevano il tè. Il nostro maggiore ne era informato e odiava i due Lomov all'estremo. Egli li perseguitava alla vista di tutti e in generale cercava di fargliela pagare. I Lomov spiegavano la cosa col desiderio del maggiore di pigliar da loro lo sbruffo. Ma lo sbruffo essi non lo davano.

    Naturalmentese Lomov avesse affondato solo un po' di più la sua lesinaavrebbe ucciso Gavrilka. Ma la cosa si ridusse proprio a una semplice graffiatura. Fu fatto rapporto al maggiore. Mi ricordo che costui arrivò di corsatrafelato e visibilmente soddisfatto. Egli trattò Gavrilka con sorprendente affettuositàcome se fosse stato un suo figlio.

    - Ebbeneamicopuoi andare all'infermeria così o no? Noè meglio che si attacchi per lui un cavallo. Si attacchi subito un cavallo! - gridò in fretta e furia al sottufficiale.

    - Ma ioalta signorianon sento niente. Mi ha ferito solo leggermentealta signoria.

    - Tu non saitu non saimio caro; vedrai... E' un punto pericoloso; tutto dipende dal punto; ti ha colpito proprio sotto il cuoreil brigante! Quanto a tequanto a te- si mise a urlare rivolgendosi a Lomov- be'ora te la faccio pagare io!...

    Al corpo di guardia!

    E realmente gliela fece pagare. Lomov fu giudicato esebbene la ferita fosse risultata una leggerissima scalfittural'intenzione era stata evidente. Al colpevole fu prolungato il periodo di lavori forzati e gli furono date mille bastonate. Il maggiore era pienamente soddisfatto...

    Giunse infine anche l'ispettore.

    Fin dal secondo giorno dopo il suo arrivo in cittàegli venne anche nel nostro reclusorio. Era una giornata festiva. Già più giorni prima tutto da noi era stato lavatolisciatolustrato. I detenuti erano stati rasi a nuovo. Il loro vestito era biancolindo. D'estate tuttisecondo il regolamentoportavano casacche e calzoni di tela bianca. Sul dorso di ciascuno era cucito un cerchio nerodel diametro di circa un decimetro. Per tutta un'ora ai detenuti era stato insegnato come dovessero risponderenel caso che l'alto personaggio avesse loro rivolto un saluto. Si erano fatte delle prove. Il maggiore si affannava come un disperato. Un'ora prima che comparisse il generaletutti erano in piedi ai loro posticome statuein posizione di attenti.

    Finalmente all'una del pomeriggio il generale arrivò. Era un generale importantecosì importante che tutti i cuori dei capicredoavevano dovuto tremare per tutta la Siberia occidentale al suo arrivo. Egli entrò con aria severa e maestosa; dietro di lui si precipitò un gran codazzo di autorità locali che lo accompagnavanoparecchi generalicolonnelli. C'era un signore in borghesealto e bellocon marsina e stivalettigiunto anche lui da Pietroburgoche teneva un contegno oltremodo disinvolto e indipendente. Il generale spesso si rivolgeva a luie con grande affabilità. Questo interessò straordinariamente i detenuti: un borghese e simili onorie per giunta da parte di un tal generale!

    In seguito appresero il suo cognome e chi fossema di chiacchiere ce ne fu un'infinità. Il nostro maggioreattillatocon gli occhi venati di sanguecol viso paonazzo e pieno di foruncolinon fece al generalea quanto paretroppo buona impressione. In segno di particolare rispetto verso l'alto visitatorenon aveva gli occhiali. Egli stava in piedisull'attentiun po' discostoe con tutto l'essere suo attendeva febbrilmente l'istante in cui si avesse bisogno di luiper volare a eseguire i desideri di sua eccellenza. Ma non si ebbe alcun bisogno di lui. Il generale fece in silenzio il giro delle cameratediede un'occhiata anche alla cucinaassaggiòmi parela minestra di cavoli. Io gli fui indicato: è così e cosìgli fu dettoè un ex-nobile.

    - Ah! - rispose il generale. - E come si comporta?

    - Finora in modo soddisfacenteeccellenza.

    Il generale fece un cenno col capo e dopo un paio di minuti uscì dal reclusorio. I detenuti naturalmente erano abbagliati e intimiditima tuttavia erano rimasti un po' perplessi. S'intende che a un reclamo contro il maggiore non s'era nemmeno potuto pensare. Il maggiore stesso ne era perfettamente sicuro già in precedenza.

     

     

  11. GLI ANIMALI DEL RECLUSORIO
  12. L'acquisto di Gniedkoavvenuto nel reclusorio poco dopointeressò e distrasse i detenuti molto più piacevolmente dell'autorevole visita. C'era nel nostro carcere un cavallo destinato al trasporto dell'acquaallo sgombro delle immondizie eccetera. Ad averne cura era designato un detenuto. Ed egli andava in giro con la bestias'intendesotto scorta. Di lavoro per il nostro cavallo ce n'era più che a sufficienza mattina e sera.

    Gniedko era in servizio da noi già da un bel pezzo. Era un cavalluccio buonoma un po' strapazzato. Un bel mattinoproprio la vigilia della festa di San Pietrodopo aver portato la botte per la seraGniedko cadde e morì in pochi minuti. Tutti lo compianserogli si raccolsero intornoparlaronodiscussero. Gli ex-soldati di cavalleriazingariveterinari ecceterache erano da noifecero anzi sfoggio in questa occasione di molte speciali cognizioni in fatto di cavallie s'ingiuriarono perfino tra loroma non risuscitarono Gniedko. Esso giaceva per terra mortocol ventre gonfioin cui tutti si stimavano in dovere di affondare il dito; si fece rapporto al maggiore sul compiutosi volere di Dioed egli stabilì che si comprasse immediatamente un nuovo cavallo.

    Proprio il giorno di San Pietroal mattino dopo la messaquando da noi tutti erano riuniticominciarono a condurre i cavalli offerti in vendita. Va da sé che della compra bisognava incaricare i detenuti stessi. C'erano da noi dei veri conoscitori e gabbare duecentocinquanta persone che in passato non si erano occupate d'altro era difficile. Vennero dei chirghisidei sensalidegli zingaridei borghesi. I detenuti attendevano con impazienza la comparsa di ogni nuovo cavallo. Essi erano allegri come bambini.

    Più di tutto li lusingava che anch'essicome gli uomini liberiavessero l'aria di comprarsi realmente un cavallo di tasca propria e avessero il pieno diritto di comprarlo. Tre cavalli furono condotti lì e ricondotti viafino a che l'affare venne concluso per il quarto. I sensali che entravano si guardavano in giro con un certo stupore e come intimiditie tratto tratto gettavano perfino delle occhiate ai soldati di scorta che li introducevano.

    Una turba di duecento persone siffatterasemarchiateincatenatea casa proprianel loro nido di forzatila cui soglia nessuno varcavaispirava un rispetto tutto speciale. I nostri poi si sbizzarrivano in varie malizie nell'esaminare ogni cavallo condotto lì. Dovedove non andavano a guardarloche cosa non gli palpavanoe per giunta con un aspetto così affaccendatocosì serio e meticolosocome se da ciò dipendesse essenzialmente il benessere del reclusorio! I circassi balzavano addirittura in groppa al cavallo; i loro occhi si accendevano ed essi parlottavano rapidamente nel loro incomprensibile dialetto scoprendo i denti bianchi e facendo dei cenni coi loro volti abbronzatidal naso arcuato. Qualcuno dei russi ne seguiva tutto intento le discussioni con tanta fissità come se stesse per saltar loro agli occhi. Poiché non capiva le parolevoleva almeno indovinare dall'espressione degli occhi come avessero giudicato:

    se il cavallo andava o no. E un'attenzione così febbrile sarebbe parsa perfino strana a più di un osservatore estraneo. Di che cosasi sarebbe dettodovevano darsi pensiero in modo così speciale certi detenutie anche qualche detenuto mediocreumileavvilitoche non osava fiatare nemmeno dinanzi a taluni dei suoi stessi compagni? Come se egli comprasse il cavallo per sécome se in realtà non fosse per lui indifferente la compra dell'uno o dell'altro! Oltre i circassisi distinguevano soprattutto gli ex- zingari e gli ex-sensali: a loro si lasciava il primo posto e la prima parola. Qui si svolse perfino una specie di nobile singolar tenzone tra due detenuti: Kulikòvun ex-zingaroladro di cavalli e sensalee un veterinario autodidattauno scaltro contadinotto siberianovenuto da poco tempo al reclusorioche già era riuscito a portar via a Kulikòv tutta la sua clientela cittadina.

    Il fatto è che i nostri veterinari autodidatti del carcere erano molto apprezzati in tutta la cittàe non soltanto i borghesi o i mercantima anche le più alte autorità si rivolgevano al reclusorioquando si ammalavano i loro cavallisebbene ci fossero in città parecchi veri medici veterinari. Kulikòvprima che arrivasse Jolkinil contadinotto siberianonon aveva rivaliaveva una larga clientela es'intendene riceveva delle ricompense in denaro. Egli faceva molto lo zingaro e il ciarlatano e sapeva assai meno di quanto mostrasse di sapere. Per i suoi redditiera fra i nostri un aristocratico. Per l'esperienzal'intelligenzal'audacia e la risolutezza egli aveva già da un pezzo ispirato un involontario rispetto a tutti i detenuti del reclusorio. Da noi lo si ascoltava e gli si obbediva. Ma egli parlava poco: parlava come se regalasse dei rubli e sempre solo nei casi più importanti. Era un gran fatuoma c'era in lui molta effettivanon simulata energia. Era già attempatoma molto bello e molto perspicace. Coi nostri nobili trattava con una specie di raffinata cortesia e insieme con una straordinaria dignità. Io credo chese lo si fosse vestito bene e poi condottosotto il nome di un qualche contein un circolo della capitaleegli si sarebbe ritrovato anche lìavrebbe giocato al "whist"avrebbe parlato egregiamentesobriamentecon autoritàe durante l'intera serata forse nessuno si sarebbe accorto che non era un contema un vagabondo. Lo dico sul serio: tanto era intelligenteavveduto e pronto nel riflettere. Inoltre i suoi modi erano bellissimiraffinati. In vita sua doveva averne viste di ogni sorta. Del resto il suo passato era avvolto nelle tenebre dell'ignoto. Da noi viveva nella sezione speciale. Ma con l'arrivo di Jolkincontadino sìma contadino scaltrissimosui cinquant'anniproveniente dai "raskòlniki" [21]la fama di Kulikòv come veterinario si era eclissata. In un paio di mesi l'altro gli aveva soffiato quasi tutta la sua clientela cittadina.

    Egli guarivae con gran facilitàcerti cavalli che Kulikòv già da un bel pezzo aveva rinunciato a curare. Ne guariva perfino di quelli di cui non volevano più sapere i medici veterinari della città. Questo contadinotto era venuto lì insieme con altri per falsa moneta. Aveva proprio avuto bisogno di mettersi sociogià vecchioin una simile impresa! Egli stessoridendo di séraccontava da noi checon tre vere monete d'ororiuscivano a fabbricarne una sola falsa. Kulikòv era alquanto offeso dei suoi buoni successi come veterinarioanzi la sua fama aveva cominciato a oscurarsi fra i detenuti. Egli teneva un'amante nel sobborgoandava in giubbetto di felpaportava anello e orecchini d'oro e propri stivali con orlaturae tutt'a un trattoper mancanza di redditiera stato costretto a farsi cantinieree perciò tutti si aspettavano chein occasione della compra del nuovo Gniedkoi due nemicichi sasi sarebbero magari azzuffati. Si aspettava con curiosità. Ciascuno di essi aveva il suo partito. Gli avamposti dei due partiti già avevano cominciato ad agitarsi epoco per voltaa scambiarsi insolenze. Lo stesso Jolkin già aveva atteggiato la sua faccia scaltra al più sarcastico dei sorrisi. Ma le cose andarono altrimenti: Kulikòv non pensava neppure a ingiuriarema anche senza ingiurie si comportò magistralmente.

    Egli incominciò facendo una concessioneascoltò anzi con rispetto le opinioni critiche del suo rivalemacoltolo in fallo su una parolagli osservò modestamentema con insistenzache s'ingannavae prima che Jolkin avesse avuto il tempo di riprendersi e di spiegarsidimostrò che s'ingannava precisamente in questo e in quest'altro. Insomma Jolkin fu battuto nel modo più inatteso e più abilee sebbene il sopravvento tuttavia l'avesse avuto luianche il partito di Kulikòv rimase soddisfatto.

    - Noragazzinon lo batti facilmentesa difendersi; altro che!

    - dicevano gli uni.

    - Jolkin la sa più lunga! - osservavano gli altrima l'osservavano con una certa quale arrendevolezza. Entrambi i partiti si misero d'un tratto a parlare con un tono straordinariamente conciliante.

    - Non è che sappiaha soltanto la mano più leggera. Ma in quanto al bestiameanche Kulikòv non ha paura di nessuno!

    - Non ha paura il giovanotto!

    - Non ha paura...

    Il nuovo Gniedko finalmente fu scelto e comprato. Era un cavallino eccellente: giovanebellorobusto e dall'aspetto oltremodo simpatico e giocoso. S'intende poi cheper tutti gli altri rispettirisultò inappuntabile. Si cominciò a mercanteggiare: si chiedevano trenta rublii nostri ne offrivano venticinque.

    Mercanteggiarono con calore e a lungosi fecero ribassi e concessioni. Infine a loro stessi venne da ridere.

    - Ma che i soldi li tirerai fuori dal tuo borsellinoo che?

    dicevano gli uni- che c'è da mercanteggiare?

    - O che si deve far risparmiare il governo? - gridavano altri.

    - Ma sono pur semprefratellisono pur sempre soldi della comunità...

    - Della comunità! Nosi vede che gli imbecilli come noialtri non c'è da seminarlinascono da sé...

    Finalmente il mercato fu concluso per ventotto rubli. Si riferì al maggiore e l'acquisto fu deciso. S'intende che furono subito portati pane e sale e il nuovo Gniedko fu introdotto con tutti gli onori nel reclusorio. Mi pare che non ci fosse detenuto che in quell'occasione non gli battesse sul collo o non lo accarezzasse sul muso. In quello stesso giorno Gniedko fu attaccato perché trasportasse l'acqua e tutti stettero a guardare con curiosità come il nuovo Gniedko trasportò la sua botte. Il nostro portatore d'acqua Romàn gettava delle occhiate al nuovo cavallino con aria oltremodo presuntuosa. Era quello un contadino sui cinquantadi carattere taciturno e posato. Del resto tutti i cocchieri russi sogliono essere di carattere oltremodo posato e perfino taciturnocome se fosse proprio vero che la continua dimestichezza coi cavalli conferisce all'uomo una certa speciale serietà e perfino gravità. Romàn era quietogentile con tutti e di poche parolefiutava il tabacco del suo cornetto e si occupava costantementeda tempo immemorabiledei Gniedko del reclusorio. Quello di nuovo acquisto era già il terzo. Da noi tutti erano convinti che per il carcere ci voleva un cavallo dal mantello baioche questo si confaceva alla casa. Così affermava anche Romàn. Un cavallo pezzatoper esempionon l'avrebbero comprato per nulla al mondo.

    Il posto di portatore d'acqua era sempre riservatoin base a non so qual dirittoa Romàne da noi nessuno avrebbe mai neppure pensato a contestargli questo diritto. Quando era caduto il precedente Gniedkoa nessunonemmeno al maggioreera venuto in mente di incolpare di alcunché Romàn: si era compiuto il volere di Dioe bastae Romàn era un buon cavallaro. Ben presto Gniedko divenne il beniamino del reclusorio. I detenutipur essendo gente ruvidasi avvicinavano spesso per accarezzarlo. Accadeva che Romàndi ritorno dal fiumechiudesse il portoneche gli era stato aperto dal sottufficialee Gniedkoentrato nel carcerese ne stesse fermo con la botte ad aspettarlo sbirciandolo con gli occhi. "Vattene solo!"gli grida Romàne Gniedko subito va avanti soloarriva alla cucina e si ferma aspettando che le "sguattere" e i portabigonci vengano a prendere l'acqua. - E' giudizioso Gniedko! - gli gridano- l'ha portata da sé!... E' ubbidiente!

    - Ve'infatti: è una bestiama capisce!

    - BravoGniedko!

    Gniedko scuote la testa e sbuffacome se veramente capisse e fosse contento delle lodi. E qualcuno senza fallo gli porta subito del pane e del sale. Gniedko mangia e torna a far cenni con la testacome se soggiungesse: "Ti conosco io! Ti conosco! Io sono un caro cavallino e tu sei un brav'uomo!".

    Anche a me piaceva portare del pane a Gniedko. Si provava un che di gradito guardando il suo bel muso e sentendo sulle palme le sue labbra molli e calde che agilmente tiravano su l'offerta.

    In generale i nostri detenuti sarebbero stati capaci di voler bene agli animali ese fosse stato loro concessovolentieri avrebbero allevato nel reclusorio una quantità di bestie domestiche e di uccelli. Emi pareche cosa più di questa occupazioneper esempioavrebbe potuto raddolcireingentilire il rude e brutale carattere dei detenuti? Ma questo non era concesso. Né il nostro regolamento né il posto lo permetteva.

    Nel reclusoriodurante tutto il tempo che ci fui iosoggiornarono però casualmente alcuni animali. Oltre Gniedkoci furono da noi dei canidelle ocheil capro Vaskae ci visse per qualche tempo un'aquila.

    Come cane permanente del reclusorio viveva da noicome già da me è stato detto in precedenzaPallinoun cane intelligente e buonocol quale io fui costantemente in amicizia. Ma poiché il cane in generale è tenuto da tutto il popolino in conto di animale impuroa cui non bisogna nemmeno rivolgere attenzionecosì anche a Pallino da noi quasi nessuno badava. Il cane se ne viveva per suo contodormiva nel cortilemangiava i rifiuti della cucina e non destava particolare interesse in alcunoconosceva tutti però e nel reclusorio considerava tutti quanti come suoi padroni.

    Quando i detenuti tornavano dal lavoroessoal grido che risuonava presso il corpo di guardia: "Caporale!"già correva al portoneaccoglieva festosamente ogni squadrascodinzolandoe guardava amorosamente negli occhi chiunque entravain attesa di qualche carezza. Ma nel corso di molti anni non aveva mai ottenuto una carezza da nessunofuorché da me. Per questo appunto mi amava più di tutti. Non ricordo in qual modo fosse poi comparso nel nostro carcere anche un altro caneBielka. Il terzoKultiapkalo allevai io stessodopo averlo portato un giorno dal lavoroancora cucciolo. Bielka era una strana creatura. Qualcuno gli era andato addosso col carroe il suo dorso era curvato all'indentrocosicchéquando correva da lontano sembrava che corressero non so quali due bestie bianchefuse insieme. Inoltre era tutto tignoso con gli occhi suppuranti; la sua coda era spelacchiata anzi quasi priva di pelie continuamente levata in alto. Offeso dal destinoevidentemente aveva deciso di rassegnarsi. Non abbaiava mai contro alcuno e non brontolava maicome se non osasse. Vivevacibandosi di paneper lo più dietro le baracche; se gli accadeva di vedere qualcuno dei nostrisubitoancora a parecchi passi di distanzasi rovesciava sulla schienain segno di sottomissione: "Fa' di me quello che ti garba"pareva direma io, come vedi, non penso nemmeno ad oppormi. E ogni detenuto davanti a cui facesse la sua capriola gli dava un calcio con lo stivalecome se vedesse in ciò un suo assoluto dovere. Ma Bielka non osava nemmeno guairee se il dolore era stato troppo acuto uggiolava solo in tono soffocato e lamentoso. Allo stesso modo faceva la sua capriola anche davanti a Pallino e a ogni altro canequando correva per i fatti suoi fuori del reclusorio. Soleva farla e poi starsene disteso quietoquando qualche grosso cane dalle orecchie pendenti gli si gettava addosso col musolatrando. Ma i cani amano nei loro simili la pacatezza e l'umiltà. Il cane inferocito si raddolciva immediatamentesi fermava un po' meditabondo sul docile cane che gli giaceva dinanzi con le zampe in altoe lentamentecon gran curiosità cominciava ad annusarlo in tutte le parti del corpo. Che poteva pensare in quel momento Bielkache fremeva tutto? "E se orail brigantemi desse una zannata?"gli passava probabilmente per il capo. Madopo averlo fiutato attentamenteil cagnaccio infine lo lasciava starenon trovando in lui nulla di particolarmente interessante. Bielka subito balzava su e tornava a gettarsi zoppicando dietro la lunga fila di cani che accompagnavano una qualche cagnetta nera. Epur sapendo di sicuro che con la cagnetta non avrebbe mai fatto intima conoscenzatuttavia anche soltanto zoppicarle dietro da lontano era per lui una consolazione nelle sue sventure. Agli onori evidentemente aveva già smesso di pensare. Perduta ogni prospettiva di carrieranon viveva che per il pane e ne aveva piena consapevolezza. Io mi provai una volta ad accarezzarlo; ciò gli riuscì così nuovo e inatteso che a un tratto si accovacciò al suolocon tutt'e quattro le zampee si mise a fremere tutto e a guaire forte dall'intenerimento. Per pietà io l'accarezzavo spesso. Esso in cambio non poteva accogliermi senza guaiti. Se mi vedeva da lontanocominciava a guairee guaiva dolorosamente e in tono lacrimoso. Finì che altri cani lo sbranarono fuori del reclusoriosul bastione.

    Di un carattere tutto diverso era Kultiapka. Perché io l'avessi portatocucciolo e ancora ciecodall'officina nel carcerenon so. Mi faceva piacere nutrirlo e allevarlo. Pallino aveva subito preso Kultiapka sotto la sua protezione e dormiva insieme con lui.

    Kultiapkafattosi grandicellolasciava che l'altro gli mordesse le orecchiegli strappasse il pelo e giocasse con lui come di solito i cani adulti giocano coi cuccioli. Cosa stranaKultiapka non cresceva quasi in altezzama solo in lunghezza e larghezza.

    Il suo pelo era arruffatodi un certo color topo chiaro; un'orecchia gli era cresciuta all'ingiùl'altra all'insù. Era di carattere focoso ed entusiasticocome ogni cucciolocheper la gioia di vedere il padronedi solito si mette a guairead abbaiarecerca di leccarvi anche il viso ed è prontolì davanti a voia lasciar libero corso anche a tutti gli altri suoi sentimenti: "Purché si veda l'entusiasmoe poi le convenienze non contano nulla!". Dovunque io fossiappena gridavo: "Kultiapka!"esso compariva all'improvviso di dietro a qualche angolocome di sotterrae con stridulo entusiasmo volava verso di me rotolando come una palla e facendo le capriole per via. Io avevo messo a quel piccolo mostriciattolo un'affezione straordinaria. Pareva che il destino gli riservasse nella vita non altro che benessere e gioie. Ma un bel giorno il detenuto Nieustroievche fabbricava scarpe da donna e lavorava le pelligli rivolse particolare attenzione. Qualcosa lo aveva colpito a un tratto. Chiamò Kultiapka a ségli palpò il pelo e lo rovesciò affettuosamente con la schiena sul suolo. Kultiapkache non sospettava di nullaguaiva dal piacere. Ma il mattino dopo scomparve. Io lo cercai a lungo: pareva sprofondato sott'acquae solo dopo due settimane tutto si chiarì: la pelliccia di Kultiapka era oltremodo piaciuta a Nieustroiev. Costui gliel'aveva levata e con essa aveva fabbricato e foderato un paio di stivaletti invernali di velluto che gli aveva ordinato la moglie di un cancelliere militare. Egli mi mostrò anche gli stivalettiquando furono pronti. Il pelo era meraviglioso. Povero Kultiapka!

    Molti da noiin reclusorioattendevano alla lavorazione delle pelli e spesso conducevano con sé dei cani di bel pelameche in quell'attimo stesso sparivano. A volte li rubavanoa volte li compravano perfino. Mi ricordo che un giorno scorsi dietro le cucine due detenuti. Essi si stavano consigliando su non so che cosa ed erano affaccendati. Uno di loro teneva legato con una cordicella un magnifico e grosso caneevidentemente di razza pregiata. Qualche farabutto di domestico l'aveva sottratto al proprio padrone e venduto ai nostri calzolai per trenta copeche d'argento. I detenuti si accingevano a impiccarlo. La cosa si faceva con tutta comodità: la pelle veniva strappata via e il cadavere gettato nella grande e profonda fossa delle immondizie che si trovava nell'angolo più remoto del nostro reclusorio e che d'estatecoi forti caloripuzzava terribilmente. Di rado la si ripuliva. Il povero cane pareva comprendere la sorte che gli si preparava. Gettava occhiate scrutatrici e inquiete alternativamente a noi tre e solo di tanto in tanto osava rigirare la sua coda lanuginosastretta contro il corpocome se desiderasse rabbonirci con questo segno della sua fiducia in noi.

    Io me ne andai in frettae quellis'intendeultimarono felicemente le loro faccende.

    Anche le oche s'introdussero da noi come per caso. Chi le avesse allevate e a chi propriamente appartenessero non soma per un po' di tempo divertirono i detenuti e furono note perfino in città.

    Esse erano nate nel reclusorio ed erano tenute in cucina. Quando la covata fu cresciutatutte quantein corpopresero l'abitudine di andare al lavoro insieme coi detenuti. Appena il tamburo si metteva a strepitare e i forzati si muovevano verso l'uscitale nostre oche ci correvano dietro schiamazzandoaprendo le aliuna dopo l'altra scavalcavano l'alta soglia del portello e non mancavano di portarsi sul fianco destrodove si schieravano aspettando che terminasse lo smistamento. Si univano sempre allo scaglione più grosso esui luoghi del lavoropascolavano in qualche sito non lontano. Appena lo scaglione si muoveva per tornare dal lavoro al reclusoriosi mettevano in moto anche loro. Nella fortezza si era sparsa la voce che le oche andavano al lavoro coi detenuti. - To'i detenuti vanno con le loro oche! - solevano dire quelli che c'incontravanoma come mai hanno fatto ad ammaestrarle!. - Eccovi per le oche! soggiungeva un altro e ci faceva l'elemosina. Manonostante tutta la loro devozioneper non so quale rottura di digiuno le sgozzarono tutte.

    Invece il nostro capro Vaska per nulla al mondo lo avrebbero ammazzatose non si fosse data una particolare circostanza.

    Ignoro pure di dove fosse venuto e chi l'avesse portatoma all'improvviso si trovò nel reclusorio un piccolocandidobellissimo capretto. In pochi giorni da noi tutti gli si affezionaronoed esso diventò uno svago e perfino un conforto per tutti. Trovarono anche un motivo per tenerlo: bisognava pure che nel carcerepoiché c'era una stallasi tenesse un capro. Non visse però nella stallama dapprima in cucina e poi per tutto il reclusorio. Era una graziosissima e giocosissima creatura.

    Accorreva al richiamosaltava sulle panche e sulle tavolecozzava coi detenutiera sempre allegro e sollazzevole. Quando già gli erano spuntati due discreti cornettiuna volta di serail lesghino Babàjseduto sulla scaletta della baraccain mezzo a un gruppo di altri amiciebbe l'idea di cozzare con lui. Già da un pezzo si urtavano con la fronte- era questo il divertimento preferito dei detenuti col capro- quandoa un trattoVaska saltò sul gradino più alto della scaletta eappena Babàj si voltò da un latoin un baleno s'impennòserrò a sé i suoi zoccoli anteriori e con tutto il suo slancio colpì Babàj nella nucatanto che questi volò a capofitto giù dalla scalafra l'entusiasmo di tutti i presenti e di Babàj per il primo. In una parolaa Vaska tutti volevano un bene dell'anima. Quando incominciò a farsi adultofu compiuta su di luidopo un generale e serio consultouna nota operazioneche i nostri veterinari sapevano fare egregiamente. "Se nopuzzerà di capro"dicevano i detenuti. Dopo di che Vaska prese a ingrassare enormemente. E lo nutrivano anche a crepapelle. Infine diventò un bello e gran capro con lunghissime corna e di non comune grossezza. Camminando si dondolava in qua e in là. Anch'esso aveva preso l'abitudine di venire con noi al lavoroa sollazzo dei detenuti e della gente che s'incontrava.

    Tutti conoscevano Vaskail capro del reclusorio. A voltese lavoravano per esempiosulla riva del fiumei detenuti solevano strappare dei ramicelli flessibili di vetricesi procuravano anche un po' di foglieraccoglievano sul bastione dei fiori e di tutto ciò adornavano Vaska: intorno alle corna gli intrecciavano i ramoscelli e i fiori e su tutto il corpo gli mettevano delle ghirlande. Vaska faceva sempre ritorno al carcere alla testa dei detenutitutto adorno e agghindatomentre essi lo seguivano e parevano orgogliosi di lui di fronte ai passanti. Questo vezzeggiamento del capro arrivò a tal segno che a taluni di loro venne perfino in mentecome se fossero bambiniun'idea: "E se si indorassero le corna di Vaska?". Ma ne parlarono soltanto così e non ne fecero nulla. Io del resto mi ricordo che domandai ad Akim Akimic'il nostro miglior indoratore dopo Issàj Fomìc': - Si possono realmente indorare le corna di un capro? - Egli dapprima guardò il capro con attenzionerifletté seriamente e rispose che magari si potevama sarebbe stata una cosa poco duratura, e inoltre del tutto inutile. E così finì la faccenda. E Vaska avrebbe fatto lunga vita nel reclusorio e sarebbe morto tutt'al più di asma; ma un giornotornando alla testa dei detenuti dal lavorotutto adorno e agghindatocapitò tra i piedi al maggiore che andava in carrozzino. - Alt! - egli urlò: - di chi è questo capro? Glielo spiegarono. - Come! Nel reclusorio c'è un caproe senza il mio permesso! Sottufficiali! - Accorse un sottufficiale e subito fu dato ordine di ammazzare immediatamente il capro. Gli si togliesse la pelleper venderla al mercato e versare il denaro ricavato nella cassa governativa per i reclusie si desse la carne ai detenuti per la minestra di cavoli. Nel carcere si parlottòsi recriminòma tuttavia non si osò disobbedire. Vaska fu sgozzato sopra la nostra fossa delle immondizie. La carne la comprò per intero uno dei detenuti sborsando al reclusorio un rublo e mezzo d'argento. Con questo denaro si comprarono dei pani a ciambellae chi aveva acquistato Vaska lo rivendette a pezzi ai suoi compagni come arrosto. La carne apparve in realtà straordinariamente gustosa.

    Soggiornò pure per qualche tempo nel nostro carcere un'aquila (una "aquila tartara")della razza delle piccole aquile di steppa.

    Qualcuno l'aveva portata al reclusorio ferita e sfinita. Tutti i forzati le si fecero intorno; essa non poteva volare: la sua ala destra pendeva per terrauna zampa era slogata. Ricordo com'essa si guardava furiosamente intornoosservando la folla curiosaaprendo il suo becco adunco e preparandosi a vender cara la vita.

    Quando tutti si furono saziati di mirarla e presero a separarsiessa arrancò zoppicandosaltellando su un piede solo e agitando l'ala sanafino al cantuccio più remoto del reclusoriodove si accovacciò in un angolo stringendosi forte alla palizzata. Lì passò presso di noi un tre mesi e durante tutto questo tempo non uscì nemmeno una volta dal suo angolo. Dapprima venivano spesso a guardarla aizzandole contro il cane. Pallino si avventava su di lei con furorema temeva visibilmente di accostarsiil che divertiva molto i detenuti. Una belva! - dicevano- non si arrende! - Poi anche Pallino cominciò a bistrattarla dolorosamente; la paura gli era passata equando lo aizzavanos'ingegnava di afferrarla per l'ala malata. L'aquila si difendeva a tutta forza con gli artigli e col beccoe con aria orgogliosa e selvaggiacome una regina feritarincantucciata nel suo angolosquadrava i curiosi che venivano a osservarla. Finalmente venne a noia a tuttitutti l'abbandonarono e la dimenticaronoe nondimeno ogni giorno si potevano vedere accanto a lei dei brandelli di carne fresca e un coccio con acqua. Qualcuno ne aveva pur cura. Sul principio non aveva nemmeno voluto mangiare e per alcuni giorni non aveva mangiato; infine si era messa ad accettare il cibomai dalle mani però o in presenza di gente. A me accadde più di una volta di osservarla da lontano. Non vedendo alcuno o credendo di esser solasi induceva qualche volta ad allontanarsi di poco dal suo angolo e arrancava lungo i paliper una dozzina di passi dal suo postopoi tornava indietropoi si allontanava di nuovocome per fare del moto. Scortomisi affrettava subitocon ogni suo sforzozoppicando e saltellandoa tornare al proprio posto erigettata indietro la testaspalancato il beccocon le penne irtesubito si preparava alla lotta. Io non potevo ammansirla con nessuna carezza: mordeva e si dibattevanon accettava da me la carne di manzo eper tutto il tempo che stavo lì chino su di leimi guardava negli occhi fisso fisso col suo sguardo cattivopenetrante. Solitaria e rabbiosaattendeva la mortesenza fidarsi di alcuno e senza far pace con alcuno. Infine i detenuti parvero ricordarsi di lei ebenché nessuno se ne fosse dato pensieronessuno ne avesse fatto cenno per un paio di mesiimprovvisamente si manifestò in tutti come un senso di compassione per lei. Incominciarono a dire che bisognava portar fuori l'aquila: - Crepi purema non nel carcere- dicevano.

    - Si saè un uccello liberoselvaticonon l'avvezzerai al reclusorio- facevano coro altri.

    - Non è mica come noi- soggiunse qualcuno.

    - To'l'ha detta grossa: quello è un uccello e noi siamo uomini.

    - L'aquilafratelliè la regina dei boschi... - cominciava già a dire Skuratovma questa volta non stettero ad ascoltarlo. Un giornodopo desinarequando rullò il tamburo chiamando al lavoropresero l'aquila serrandole il becco con una manoperché si era messa a lottare furiosamentee la portarono fuori del carcere. Giunsero al bastione. Gli uomini di quella squadrauna dozzinaerano curiosi di vedere dove l'aquila se ne sarebbe andata. Cosa strana: tutti erano soddisfatti non so di checome se avessero essi stessi riavuto un po' di libertà.

    - To'corpo d'un canele fai del bene e lei continua a mordere!

    - disse quello che la teneva guardando quasi con amore l'uccello rabbioso.

    - Lasciala andareMikitka!

    - Non puoi tenere chiuso il diavolo in un baule. Dalle la libertàla vera e cara libertà.

    L'aquila venne buttata giù dal bastione verso la steppa. Era tardo autunnouna giornata fredda e fosca. Il vento fischiava sulla steppa nuda e rumoreggiava in mezzo all'erba ingiallitadisseccataarruffata della steppa. L'aquila corse via in linea retta agitando l'ala malata e come se si affrettasse ad andarsene alla ventura lontano da noi. I detenuti seguivano con curiosità l'apparire e sparire della sua testa nell'erba.

    - Guardala un po'! - disse unopensieroso.

    - E non si volta nemmeno! - soggiunse un altro. - Nemmeno una voltafratellisi è voltata indietrose la dà a gambe!

    - E tu credevi che tornasse a ringraziare? - osservò un terzo.

    - Si sala vita libera. Ha fiutato la vita libera.

    - Giàla libertà.

    - E non la si vede piùfratelli...

    - Perché state fermi? Marsc! - gridarono i soldati di scortae tutti si trascinarono in silenzio al lavoro.

     

     

  13. IL RECLAMO
  14.  

    Cominciando questo capitolol'editore delle memorie del defunto Aleksàndr Petrovic' Goriàncikov si stima in dovere di fare ai lettori la seguente comunicazione.

    Nel primo capitolo delle "Memorie di una Casa Morta" si sono dette alcune parole di un parricidaun ex-nobile. Tra l'altroegli è stato citato come esempio dell'insensibilità con cui i detenuti parlano a volte dei delitti da loro commessi. E' stato anche detto che l'assassino non aveva confessato dinanzi al tribunale il proprio misfattoma chea giudicare dai racconti delle persone che conoscevano tutti i particolari della sua storiai fatti erano chiari a tal punto da non potersi non credere al delitto.

    Queste stesse persone avevano raccontato all'autore delle "Memorie" che il delinquente era di condotta assolutamente scapestratasi era ingolfato nei debiti e aveva ucciso suo padre per la bramosia di goderne l'eredità. Del resto tutta la città in cui il parricida aveva in passato prestato servizio raccontava questa storia allo stesso modo. Su quest'ultima circostanza l'editore delle "Memorie" possiede informazioni abbastanza precise. Infine nelle "Memorie" è detto che nel reclusorio il parricida era di continuo del più eccellentedel più allegro umore; che era un uomo sventatoleggeroirriflessivo in sommo gradobenché niente affatto scioccoe che l'autore delle "Memorie" non aveva mai notato in lui una qualsiasi particolare crudeltà. E a questo punto erano state aggiunte le parole:

    "S'intende che a questo delitto io non avevo creduto".

    Giorni fa l'editore delle "Memorie di una Casa Morta" ha ricevuto notizia dalla Siberia che il criminale era in realtà innocente e aveva ingiustamente sofferto dieci anni di lavori forzati: che la sua innocenza è venuta in luce per via legaleufficialmente; che i veri colpevoli sono stati scoperti e hanno confessato e che il disgraziato è già stato dimesso dal reclusorio. L'editore non può in alcun modo dubitare dell'attendibilità di questa notizia...

    Non c'è altro da aggiungere. Non è il caso di dilungarsi a parlare di tutta la profonda tragicità di questo fattodi una vita ancora giovane rovinata sotto una così tremenda accusa. Il fatto è troppo intuitivo e troppo impressionante di per sé.

    Noi pensiamo pure chese un simile fatto si è dimostrato possibilequesta stessa possibilità aggiunge ancora una nuova e oltremodo vivida pennellata alle caratteristiche di una "casa morta" e alla pienezza del quadro.

    E ora continuiamo.

    Ho già detto in precedenza che io mi ero finalmente familiarizzato con la mia condizione di recluso. Ma questo "finalmente" si era avverato con ardui e tormentosi sforzianche troppo gradualmente.

    In fondomi occorse per questo quasi un annoe fu quello l'anno più difficile della mia vita. Per ciò appunto esso si depose nella mia memoria così integralmente. Di quell'anno mi pare di ricordare tutte le ore una dopo l'altra. Ho detto pure che anche gli altri detenuti non potevano abituarsi a tale vita. Mi ricordo che in quel primo anno spesso riflettevo tra me: "E lorocome fanno?

    Possibile che si siano quietati?". E queste domande mi occupavano parecchio. Ho già accennato che tutti i detenuti vivevano lì come se fossero non a casa loroma alla locandain marciaa una qualche tappa. Gli uomini mandati lì per tutta la vitaanche quelli erano inquieti o angosciatie certamente ciascuno di loro sognava in cuor suo qualcosa di pressoché impossibile. Questa perenne inquietudineche si palesava in modo sia pur silenziosoma visibilequesta strana veemenza e impazienza di speranze talora involontariamente espressea volte così prive di fondamento da rassomigliare a un delirio equel che più colpivaradicatesi non di rado nelle menti in apparenza più pratichetutto ciò conferiva un aspetto e un carattere straordinario a quel luogotanto che forse appunto tali tratti ne costituivano il lato più caratteristico. Si sentiva in certo qual modoquasi fin dal primo sguardoche così non era fuori del reclusorio. Lì tutti erano sognatorie questo saltava agli occhi. Se ne aveva una sensazione penosaprecisamente perché quel fantasticare dava alla maggioranza dei reclusi un aspetto arcigno e cupoun certo quale aspetto malsano. L'enorme maggioranza era taciturna e torva fino all'odio e non amava esternare le proprie speranze. La bonarietàla franchezza erano oggetto di disprezzo. Quanto più inattuabili erano le speranze e quanto più il sognatore stesso sentiva questa inattuabilitàtanto più ostinatamente e pudicamente le celava dentro di séma rinunciarvi non poteva. Chi saforse taluno se ne vergognava in cuor suo. C'è nel carattere russo una così positiva e sobria visione delle cosetanta intima ironiain primo luogoverso se medesimi!... Forse appunto per questa continua celata scontentezza di sé c'era in quegli uomini tanta impazienza nei quotidiani vicendevoli rapportitanta reciproca implacabilità e derisione. E seper esempiofra loro stessi saltava fuori tutt'a un tratto qualcuno un po' più ingenuo e più impaziente a esprimere qualche volta ad alta voce ciò che tutti avevano nell'animo e si abbandonava a sogni e speranzesubito veniva brutalmente messo a postorabbuffatoschernito; ma ho l'impressione che i più accaniti fra i suoi persecutori fossero precisamente quelli che forse erano andati ancora più lontano di lui nei loro sogni e nelle loro speranze. Gli ingenui e i sempliciottil'ho già dettoerano in generale considerati da noi come i più volgari degli imbecilli e trattati sprezzantemente.

    Ciascuno era torvo e pieno di amor proprio al punto di mettersi a disprezzare chi era buono e senza amor proprio. A parte questi chiacchieroni ingenui e sempliciottitutti i rimanenticioè i taciturnisi dividevano nettamente in buoni e cattiviin tetri e sereni. I tetri e i cattivi erano di gran lunga i più; se poi fra loro se ne trovavano anche di quelli che per natura fossero ciarlierierano tutti immancabilmente dei pettegoli irrequieti e degli invidiosi senza pace. Si impicciavano in tutte le cose altruisebbene anch'essi non lasciassero trapelare con alcuno né l'anima propria né i propri affari segreti. Questo non era di modanon era ammesso. I buoni - un esiguo gruppetto - erano quietinascondevano silenziosamente in sé le loro illusioni es'intendepiù di quelli tetri erano inclini a sperare e ad aver fede in esse. Mi sembra del resto che nel reclusorio ci fosse anche una categoria di persone che avevano perduto ogni speranza.

    Tale eraper esempioil vecchio dei sobborghi di Starodùb; in ogni caso costoro erano pochissimi. Il vecchioin apparenzaera tranquillo (già ho parlato di lui)ma da certi segni suppongo che il suo stato d'animo fosse orribile. Egli aveva per altro una sua salvezzauna sua via di uscita: la preghiera e l'idea del martirio. Il detenuto impazzitoche tanto aveva letto la Bibbia e che si era scagliato con un mattone contro il maggioreapparteneva anch'egli probabilmente ai disperatia quelli che l'ultima speranza aveva abbandonato; e poiché vivere del tutto senza speranza è impossibileegli si era trovato una via di uscita in un volontarioquasi artificiale martirio. Egli aveva dichiarato che si sarebbe gettato sul maggiore senza astiounicamente per il desiderio di subire il supplizio. E chi sa quale processo psicologico si era allora compiuto nell'anima sua! Senza un qualche scopo e senza l'aspirazione a raggiungerlo nessun uomo può vivere. Quando ha perduto lo scopo e la speranzal'uomodall'angosciasi trasforma non di rado in un mostro... Lo scopo di tutti i nostri era la libertà e l'uscita dalla galera.

    Del restoecco che io mi sforzo ora di classificare tutto il nostro reclusorio per categorie; ma è questo possibile? La realtà è infinitamente multiformein confronto con tutte le deduzioni del pensiero astrattoanche con le più sottilie non tollera nette e vistose distinzioni. La realtà tende allo spezzettamento.

    Una vita nostra speciale c'era anche da noiuna vita qualunque sia purema c'erae non soltanto quella ufficialema anche una vita interiorenostra propria.

    Macome in parte ho già accennatoio non potevoe nemmeno sapevoall'inizio della mia reclusionepenetrare nell'intima profondità di quella vitae perciò tutte le sue manifestazioni esteriori mi infliggevano allora la tortura di una inesprimibile angoscia. A volte cominciavo addirittura a odiare quei sofferenti uguali a me. Li invidiavo finanche e accusavo il destino. Li invidiavoperché essi erano purtuttavia fra i loro similifra cameratie si comprendevano a vicendasebbenein fondoa tutti lorocome a mefosse venuto a noia e riuscisse disgustoso quel cameratismo sotto le fruste e i bastoniquella comunità coattivae ognuno dentro di sé distogliesse lo sguardo da tutti gli altri per guardare altrove. Torno a ripeterloquesta invidia che io provavo nei momenti di rabbia aveva il suo legittimo fondamento.

    Hanno infatti sicuramente torto quelli che dicono che per un nobileun uomo istruito ecceterala vita nelle nostre galere e nei nostri reclusori è altrettanto penosa quanto per qualunque contadino. Io soio ho udito parlare di questa supposizione negli ultimi tempiio ne ho letto. Il fondamento di questa idea è giustoè umano. Tutti sono personetutti sono uomini. Ma è questa un'idea troppo astratta. Si sono perdute di vista moltissime condizioni pratiche che non si possono capire se non nella realtà stessa. Io non dico questo perché il nobile e l'uomo istruito abbiano un sentire più raffinatopiù acutoperché siano più evoluti. E' difficile attribuire all'anima e al suo sviluppo un determinato livello. Perfino l'istruzione in questo caso non è un criterio. Io per il primo sono pronto ad attestare cheanche in mezzo alla maggiore ignoranza e al maggiore avvilimentoho trovato fra questi sofferenti i tratti del più fine sviluppo psichico. Nel reclusorio ti accadeva a volte di conoscere una persona da più anni e di pensare che quello fosse un brutoe non un uomoe di disprezzarlo. E tutt'a un tratto veniva casualmente un momento in cui l'anima suain uno slancio involontariosi apriva all'esterno e voi ci vedevate dentro una tale ricchezzaun tal cuore e sentimentouna così chiara comprensione della propria e dell'altrui sofferenza che era come se vi si aprissero gli occhi e nel primo momento non credeste nemmeno a ciò che voi stessi avevate veduto e udito. Accade anche l'inverso: l'istruzione va congiunta qualche volta a una tale barbariea un tale cinismoche ne provate schifo eper quanto siate buono o ben dispostonon trovate nel vostro cuore né scuse né giustificazioni.

    Non dico nulla anche del cambiamento di abitudini di tenore di vitadi cibo ecceterache per un uomo dei ceti sociali superiori è naturalmente più gravoso che per il contadino. il quale non di rado in libertà pativa la fame e nel reclusorioper lo menomangiava a sazietà. Anche su questo non discuterò. Mettiamo pure che per un uomo un po' forte di volontà tutte queste siano sciocchezze a paragone di altri inconvenientisebbenein fondoil cambiamento delle abitudini non sia affatto cosa da nulla e d'infima importanza. Ma ci sono degli inconvenienti di fronte ai quali tutto ciò impallidisce a tal punto che non si bada più né al sudiciumené alle strettezzené al cibo scarso e sordido. Il più paffuto scansafaticheil più tenero dei raffinatidopo aver lavorato tutto il giorno col sudore alla frontecome non aveva mai lavorato in libertàmangerà anche il pane nero e la minestra di cavoli con gli scarafaggi. A questo ci si può ancora abituarecom'è detto nella canzone umoristica dei detenuti sull'ex- scansafatiche finito in galera:

    "Mi dan cavoli con acqua emangiandola testa mi scoppia".

    Nopiù importante di tutto questo è il fatto che ognuno dei nuovi venuti al reclusoriodopo due ore dall'arrivodiventa tale e quale come tutti gli altrisi sente a casa sua e padronenella comunità del carcerecon diritti pari a quelli di ogni altro.

    Tutti lo possono capire ed egli stesso capisce tuttiè noto a tuttie tutti lo considerano come uno dei loro. Non così accade all'uomo ben natoal nobile. Per giustobuonointelligente che egli siadurante interi anniin massal'odieranno e lo disprezzeranno; non lo si capirà esoprattuttonon si avrà fiducia in lui. Egli non è per loro né amico né compagnoe anche se otterrà alla finecon gli anniche non lo si offendatuttavia non sarà dei loro e avrà perennetormentosa consapevolezza del proprio isolamento e della propria solitudine.

    Questo isolamento avviene talora senza alcun malanimo da parte dei detenutima cosìinconsciamente. Non è dei loroe basta. Non c'è nulla di più orribile del non vivere nel proprio ambiente. Il contadino trasferito da Taganròg al porto di Petropavlovsk subito troverà laggiù un altro contadino russo proprio ugualesubito si intenderà e si accorderà con luie di lì a due ore essi si metteranno magari a vivere insieme nel modo più pacifico nella stessa isba o nella stessa capanna. Non così per i nobili. Un profondissimo abisso li divide dal popolinoe questo si nota pienamente solo allorquando il nobile stessoin forza di circostanze esterioriviene in realtà di fatto privato dei suoi precedenti diritti e trasformato in uomo del popolo. Altrimentipotete anche per tutta la vostra vita aver da fare col popolopotete anche per quarant'anni di seguito essere ogni giorno a contatto con luiper servizioad esempionelle forme amministrative convenzionalio anche cosìsemplicemente all'amichevolesotto veste di benefattore ein certo sensodi padre: non potrete mai conoscerne la vera essenza. Ogni cosa sarà soltanto illusione ottica e niente più. Io so bene che tuttiassolutamente tuttileggendo questa mia osservazionediranno che esagero. Ma io sono persuaso che essa è giusta. Me ne sono persuaso non sui librinon con l'intellettoma nella realtàe ho avuto abbastanza tempo per verificare le mie convinzioni. Forse in seguito tutti sapranno fino a che punto questo sia giusto...

    Gli avvenimenticome a farlo appostafin dal mio primo passo confermavano le mie osservazioni ed esercitavano su di me un'azione irritante e morbosa. In quella prima estate io vagavo per il reclusorio quasi del tutto solo. Ho già detto che ero in tale stato d'animo da non poter nemmeno apprezzare e distinguere tra i forzati quelli che avrebbero potuto volermi bene in seguitopur non trattandomi mai da pari a pari. Avevo anch'io dei compagnitra i nobilima questo cameratismo non toglieva dalla mia anima tutto il fardello. Mi pare che avrei voltato le spalle a tuttoma non sapevo dove fuggire. Ed eccoper esempiouno di quei casi chedi primo colpomaggiormente mi fecero capire il mio isolamento e la singolarità della mia posizione nel reclusorio. Una voltain quella stessa estategià verso il mese di agostoin una limpida e calda giornata ferialenella prima ora del pomeriggioquandosecondo il solitotutti riposavano prima del lavoro pomeridianotutti i forzati improvvisamente si levarono su come un sol uomo e cominciarono a schierarsi nel cortile del reclusorio. Io non avevo saputo nulla proprio fino a quel momento. A quel tempo ero a volte così sprofondato in me stesso che quasi non mi accorgevo di ciò che avveniva intorno a me. E intanto erano già tre giorni che i forzati si agitavano sordamente. Forse quell'agitazione era cominciata molto primacome compresi poiricordandomi involontariamente di qualche parola delle conversazioni fra i detenuti eal tempo stessodel loro forte malumoredella tetraggine e dello stato di particolare esasperazione che si erano notati in loro negli ultimi tempi. Io attribuivo ciò al duro lavoroalle noioselunghe giornate estivealle involontarie fantasticherie sulle foreste e sulla vita in libertàe alla brevità delle nottiin cui era difficile togliersi la voglia di dormire. Forse tutto questo si era ora associato insiemein un unico scoppioma il pretesto per tale scoppio fu il vitto. Già da alcuni giorninegli ultimi tempitutti si lagnavano rumorosamenteesprimevano la loro indignazione nelle camerate e specialmente riunendosi in cucina all'ora del desinare e della cenaerano scontenti delle "sguattere"provarono perfino a cambiarne unama subito cacciarono via la nuova e richiamarono quella di prima. Insomma tutti erano in una certa inquieta disposizione di spirito.

    - Il lavoro è duro e ci danno da mangiare della trippa- si mette a brontolare qualcuno in cucina.

    - Se non ti piaceordina un biancomangiare- ribatte un secondo.

    - La minestra di cavoli con trippafratellia me piace assai- replica un terzo- perché è molto gustosa.

    - Ma se ti dessero sempre solo trippala troveresti ancora gustosa?

    - Certoora è il tempo di mangiar carne- disse un quartoall'officina si faticasi tribolae dopo il lavoro si ha voglia di sbafare. E la trippa che cibo è!

    - E se non è trippasono frattaglie.

    - Ma sìprendiamo anche queste frattaglie. Trippa e frattagliesempre la stessa canzone. Che cibo è! vero questo o no?

    - Sìla biada è cattiva.

    - Scommetterei che si riempie la tasca.

    - Non è affare di tua competenza.

    - Di chi allora? La pancia è mia. E ci sarebbe da fare un reclamo tutti insieme.

    - Un reclamo?

    - Sì.

    - Suonartele bisognerebbe per questo reclamo. Fantoccio!

    - E' vero- soggiunge brontolando un altrofinora silenziososi fa presto a parlare. Che cosa diresti tu nel tuo reclamo? Eccodi' prima questotesta di cavolo!

    - Be'lo direi. Se si andasse tuttianch'io allora parlerei con tutti gli altri. Con la poveraglia cioè. Da noi c'è chi mangia il suo e chi ha soltanto la roba del governo.

    - To'l'invidioso dagli occhi aguzzi! Gli fa gola la roba altrui.

    - Sull'altrui boccone non aprir boccaalzati prima e procacciati il tuo.

    - Procacciati!... Io con te potrei discutere di questa faccenda fino ad avere i capelli bianchi. Vuol dire che sei riccose vuoi startene a braccia conserte.

    - Se Jeroska è riccovivono anche il cane e il gatto.

    - Ma davverofratelliperché starcene qui fermi? Basta tollerare i loro capricci! Ci strappano via la pelle. Perché non andare?

    - Perché? A te si dovrebbe masticar la pappa e ancora ficcartela in bocca; sei abituato ad avere la pappa bell'e masticata. Siamo in galera: ecco perché!

    - La conclusione è questa: metti il popolo in discordiao Dioe fa' mangiare i comandanti!

    - Proprio così. E' ingrassato Ottocchi. S'è comprata una pariglia di cavalli bigi.

    - Be'e poi non gli piace bere.

    - L'altro giorno s'è picchiato col veterinario giocando a carte.

    - Tutta la notte gli hanno dato cappotto. E il nostro ha passato due ore a fare a pugni. Fedka l'ha detto.

    - Per questo abbiamo minestra di cavoli con frattaglie.

    - Ehvoisciocconi!

    - Ma eccobisogna andarci tuttiallora vedremo che giustificazione tirerà fuori. E tener duro.

    - Giustificazione! Lui te le darà sugli idoli [22]e poi via.

    - Lo manderebbero ancora sotto processo...

    Insomma tutti si agitavano. A quel tempo realmente da noi il vitto era cattivo. E poi tutto si era accumulato insieme. Ma il più importante era l'umor nero generalela pena segreta di ogni ora.

    Il forzato è già per natura sua litigioso e ribelle; ma che si sollevino tutti insiemeo in gran numeroè raro. Ne sono cagione gli eterni dispareri. Questo lo sentiva da sé ognuno di loro: ecco perché da noi erano più le imprecazioni che i fatti. E nondimeno questa volta l'agitazione non finì in nulla. Cominciarono a riunirsi in gruppidiscussero nelle camerateimprecaronoricordarono con acrimonia tutta la direzione del nostro maggiore; erano riusciti a sapere tutto per filo e per segno. Si agitavano specialmente alcuni detenuti. In ogni faccenda simile compaiono sempre gli istigatorii caporioni. I caporioniin questi casicioè in caso di reclamisono in generale singolarissima gentee non solo nel reclusorioma anche in tutte le comunitàle unità militari eccetera. E' questo un tipo specialemolto simile dappertutto. E' gente impulsivache ha sete di giustizia ed è convintanel modo più ingenuopiù sincerodella sua immancabileineluttabile esoprattuttoimmediata possibilità.

    Questa gente non è più sciocca dell'altraanzi ci sono fra esse persone anche molto intelligentima è troppo impulsiva per essere scaltra e calcolatrice. In tutti questi casianche se ci sono degli uomini che sanno abilmente guidare la massa e vincere la partitaquesti costituiscono già un altro tipo di condottieri del popolo e di naturali suoi capitipo da noi oltremodo raro. Ma questi istigatori di reclami e caporionidei quali ora parloquasi sempre perdono la partita e vanno poi a popolareper questoreclusori e galere. Grazie alla foga loro essi perdonoma grazie alla stessa foga hanno anche un potere sulla massa. Insomma li seguono volentieri. Il loro ardore e la loro onesta indignazione agiscono su tutti e alla fine anche i più irresoluti si uniscono a essi. La loro cieca fiducia nel buon esito seduce perfino gli scettici più incallitinonostante che a volte questa fiducia abbia basi così incerte e puerili che gli estranei si meravigliano di come gli altri abbiano potuto seguirli. Ma il più è questoche essi marciano per primi e marciano senza timore di nulla. Essicome torisi lanciano diritto con le corna abbassatespesso senza conoscere le cosesenza prudenzasenza quel gesuitismo pratico con cui non di rado anche l'uomo più ignobile e bacato vince la causaraggiunge lo scopo ed esce asciutto dall'acqua. Loro invece si rompono senza fallo le corna.

    Nella vita ordinaria questa gente è biliosasofisticairritabile e intollerante. Il più delle volte poi è oltremodo corta di menteil che del resto ne costituisce in parte anche la forza. Ma ciò che più indispone in loro è cheinvece di mirare dirittospesso si buttano di sbiecosu minuzie anziché sulla cosa essenziale. Ed è questo appunto ciò che li perde. Ma essi riescono comprensibili alla massa; in ciò sta la loro forza... Del resto bisogna dire ancora due parole su questo punto: che cosa significa RECLAMO?

    Nel nostro reclusorio c'erano alcuni uomini venuti lì a causa di un reclamo. Erano appunto quelli che si agitavano di più.

    Specialmente unoMartinovche in passato aveva prestato servizio negli usseriun uomo focosoirrequieto e diffidenteonesto e retto però. Un altro era Vassili Antonovun uomo che si irritava in certo qual modo a sangue freddodallo sguardo insolentedal sorriso altezzoso e sarcasticooltremodo sveglio del restoanche lui onesto e retto. Ma non potrei enumerarli tutti; ce n'erano molti. Petròvtra l'altrofaceva addirittura la spola avanti e indietrotendeva l'orecchio ai discorsi di tutti i crocchiparlava pocoma era visibilmente eccitato e per primo balzò fuori dalla camerata quando cominciarono a schierarsi.

    Il nostro sottufficiale del reclusorioche faceva da noi da sergente maggioreuscì subito fuori spaventato. Messisi per filegli uomini lo pregarono cortesemente di dire al maggiore che i forzati desideravano parlare con lui e pregarlo personalmente a proposito di alcuni punti. Dietro il sottufficiale uscirono tutti gli invalidi e si allinearono dall'altra partedi fronte ai forzati. L'incarico dato al sottufficiale era fuori dell'ordinario e lo piombò nel terrore. Ma non riferire immediatamente al maggiore egli non osava. In primo luogopoiché i forzati si erano sollevatipoteva venirne fuori anche qualcosa di peggio. Tutti i nostri superiori eranoper quanto riguardava i forzatioltremodo timorosi. In secondo luogoanche se non fosse successo nientee tutti avessero subito mutato pensiero e si fossero scioltianche allora il sottufficiale avrebbe dovuto riferire immediatamente ai superiori su tutto l'accaduto. Pallido e tremante di spaventosi avviò in fretta dal maggioresenza nemmeno provarsi a interrogare ed esortare i detenuti. Capiva che con lui ora non si sarebbero nemmeno messi a parlare.

    Senza sapere assolutamente nullaanch'io uscii per mettermi in fila. Tutti i particolari della faccenda li appresi poi. "Ora"pensavosi sta per fare qualche verifica; ma non vedendo i soldati di guardiache procedessero alla verificami meravigliai e cominciai a guardarmi in giro. Le facce erano eccitate e irritate. Taluni erano perfino pallidi. Tutti in generale impensieriti e silenziosiin attesa di come si sarebbe dovuto prendere la parola davanti al maggiore. Io notai che molti mi guardarono con meravigliama si volsero in là senza dir nulla.

    Riusciva loro visibilmente strano che io mi fossi messo in fila con essi. Evidentemente non credevano che anch'io avessi dei reclami da fare. Ben presto però quasi tutti quelli che mi erano intorno si volsero di nuovo verso di me. Tutti mi guardavano interrogativamente.

    - Tu perché sei qui? - mi domandò ruvidamente e a voce alta Vassili Antonovche era da me un po' più distante degli altri e che finora sempre mi aveva dato del voi e mi aveva trattato cortesemente.

    Io lo guardai perplessocercando ancora sempre di capire che cosa ciò significasse e già indovinando che succedeva qualcosa di insolito.

    - Infatti che hai da stare qui? Vattene in camerata- disse un giovanedella categoria militarecol quale non avevo avuto alcun rapportoun ragazzo buono e tranquillo. - Non è cosa di tua competenza.

    - Ma si mettono in fila- gli risposi- credevo ci fosse un'ispezione.

    - To' anche lui è venuto fuori- gridò uno.

    - Becco di ferro- disse un altro.

    - Schiacciamosche! - proferì un terzocon indicibile disprezzo.

    Questo nuovo nomignolo suscitò le risate generali.

    - E' addetto per grazia alla cucina- aggiunse ancora qualcuno.

    - Per loro dappertutto è paradiso. Questa è galerae loro mangiano panini e comprano i porchetti. Tu mangi la roba tua; cosa vieni a cacciarti qui?

    - Qui non è posto per voi- disse Kulikòv avvicinandosi a me disinvolto; mi prese per un braccio e mi fece uscire dalle file.

    Egli stesso era pallidoi suoi occhi neri lampeggiavano e il suo labbro inferiore era morsicchiato. Non attendeva a sangue freddo il maggiore. A proposito: mi piaceva enormemente guardare Kulikòv in tutti i casi similiin tutti quei casi cioè in cui doveva dar prova di sé.

    Egli posava all'eccessoma faceva anche i fatti. Mi pare che anche al supplizio sarebbe andato con una certa eleganza e ricercatezza. Orache tutti mi davano del tu e m'ingiuriavanoegli aveva visibilmente a bella posta raddoppiato la sua cortesia verso di mema al tempo stesso le sue parole avevano un'insistenza in certo qual modo specialeperfino altezzosae non ammettevano alcuna obiezione.

    - Noi siamo qui per cose nostreAleksàndr Petrovic'e voi qui non avete niente da fare. Andate in qualche postoaspettate...

    Eccoi vostri sono tutti in cucinaandate là.

    - Sotto il nono palodove vive Antipka il monco! - rincalzò qualcuno.

    Attraverso il telaio sollevato della finestra della cucina io scorsi infatti i nostri polacchi; mi parve del resto che làoltre a loroci fosse molta altra gente. Imbarazzato andai in cucina.

    Risateingiurie e grida di "uh-uh-uh!" (che fra i detenuti tenevano luogo di fischi) echeggiarono alle mie spalle.

    - Non gli siamo piaciuti!... Uh-uh-uh! Piglialo...

    Fino a quel giorno non ero ancora stato mai tanto insultato nel reclusorioe questa volta ciò mi riusci penosissimo. Ma il caso aveva voluto così. Nell'ingresso della cucina mi venne incontro T- skiun ex-nobileun giovane fermo e generososenza grande istruzioneche voleva un bene straordinario a B. I forzati lo distinguevano da tutti gli altri e lo amavano perfino un po'. Egli era coraggiosovirile e fortecosa che pareva esprimersi in ogni suo gesto.

    - EhvoiGoriàncikov- mi gridò- venite qui!

    - Ma che succede là ?

    - Fanno reclamonon lo sapete forse? Non riuscirannos'intende:

    chi presterà fede ai forzati? Si metteranno a cercare gli istigatorie se noi saremo làs'intende che su noi per primi riverseranno l'accusa di ribellione. Ricordatevi per che cosa siamo venuti qui. Loro li bastoneranno soltantoma noi andremmo sotto processo. Il maggiore ci odia tutti e sarebbe felice di rovinarci. E poi si giustificherà accusando noi.

    - E poi anche i forzati ci denuncerebbero- soggiunse M-skiquando fummo entrati in cucina.

    - State tranquillonon ci risparmierebbero! - ribadì T-sky.

    In cucinaoltre i nobilic'era molta altra gentein tutto una trentina di persone. Erano rimasti tutti lìnon volendo reclamare: gli uni per vigliaccheriagli altri perché fermamente convinti della perfetta inutilità di qualsiasi reclamo. C'era lì anche Akim Akimic'inveterato e naturale nemico di simili reclamiche turbavano il regolare andamento del servizio e il buon ordine. Egli attendeva in silenzio e con estrema tranquillità la fine della faccendaper nulla inquieto circa il suo esitoe al contrario pienamente sicuro che avrebbero inevitabilmente trionfato l'ordine e il volere dei superiori. C'era lì anche Issàj Fomìc'immerso in una straordinaria perplessitàchea naso chinoavidamente e paurosamente tendeva l'orecchio al nostro parlottìo. Era in preda a grande inquietudine. C'erano lì tutti i polaccuzzi del reclusoriodi semplice condizioneassociatisi anch'essi ai nobili. C'eranodei russialcune persone timidesempre taciturne e depresse. Uscire fuori con gli altri non avevano osato e attendevano con tristezza di vedere come sarebbe terminata la cosa. C'erano infine alcuni detenuti arcigni e sempre cupidi quelli non timidi. Erano rimasti per una loro ostinata e sprezzante convinzione che tutto ciò era una sciocchezza e che da quella faccenda non sarebbe venuto fuori altro che male. Ma a me pare che essi si sentissero ora pur tuttavia un po' a disagio e non avessero un'aria del tutto sicura di sé. Pur comprendendo che si aveva del tutto ragione quanto al reclamoil che si confermò in seguitoerano però consapevoli di essere come degli apostatiche avevano disertato la comunitàquasi avessero abbandonato i compagni al maggiore di piazza. Si trovava lì anche Jolkinquello stesso scaltro contadinotto siberiano che era venuto fra noi per falsa moneta e che aveva portato via a Kulikòv la sua clientela di veterinario. Il vecchietto dei sobborghi di Starodùb c'era pure.

    Le "sguattere" erano rimaste in cucina proprio dalla prima all'ultimaprobabilmente perché convinte che anch'esse formavano parte dell'amministrazione e che quindi era per loro sconveniente andarle contro.

    - Però- presi a dire io rivolgendomi esitante a M.all'infuori di questisono andati quasi tutti.

    - E a noi che importa? - borbottò B.

    - Noi rischieremmose fossimo andaticento volte più di loro e per che cosa? "Je hais ces brigands" [Odio questi briganti]. E pensate forse anche solo per un momento che il loro reclamo sarà accolto? Che gusto c'è a mischiarsi in una scempiaggine?

    - Non ne verrà fuori nulla- rincalzò uno dei forzatiun vecchio caparbio e inasprito. Almasovche era lì anche luisi affrettò a fargli eco rispondendo:

    - A parte che daranno a tutti cinquecento bastonatenon ne verrà fuori niente.

    - Il maggiore è arrivato! - gridò qualcunoe tutti si precipitarono avidamente verso le finestrine.

    Il maggiore era piombato lì rabbiosoinfuriatorosso in visocon gli occhiali. In silenzioma con aria risolutasi avvicinò allo schieramento. In questi casi egli era realmente audace e non perdeva la presenza di spirito. Del resto era quasi sempre semiubriaco. Perfino il suo berretto unto dal giro arancione e le spalline d'argento sporche avevano in quel momento qualcosa di sinistro. Dietro di lui veniva lo scrivano Diatlovun personaggio molto importante nel nostro reclusorioche in sostanza dirigeva lì tutto quanto e aveva un influsso perfino sul maggioreun giovane furboun gran volponema anche un uomo non cattivo. I detenuti erano contenti di lui. Lo seguiva il nostro sottufficialeche evidentemente aveva già avuto il tempo di ricevere una tremenda lavata di capo e se ne aspettava una ancora dieci volte più forte; dietro di lui dei soldati di scortatre o quattro uomininon di più. I detenutiche erano senza berrettomi pare fin dal momento in cui avevano mandato a chiamare il maggioreora si raddrizzarono tutti e si ravviarono: ciascuno di loro passò da un piede sull'altro e poi tutti si irrigidirono addirittura aspettando la prima parola oper meglio direil primo grido dell'autorità superiore.

    Esso seguì immediatamente; fin dalla seconda parola il maggiore si mise a urlare a squarciagolaperfinoquesta voltacon una specie di sibilo: era troppo infuriato! Dalle nostre finestre potevamo vedere come egli corresse lungo lo schieramento avventandosi e interrogando. Le sue domande del restocome pure le risposte dei detenutinon potevanoper la distanzaessere udite da noi. Lo sentimmo soltanto gridare con voce stridula:

    - Ribelli!... Per le verghe... Istigatori! Tu sei un istigatore!

    Tu sei un istigatore! - e si scagliò su qualcuno.

    La risposta non si udì. Ma dopo un minuto vedemmo un detenuto staccarsi e andare verso il corpo di guardia. Dopo un altro minuto un secondo lo seguìpoi un terzo.

    - Tutti sotto processo! Vi farò vedere io! Chi c'è là in cucina?- strillò vedendoci dalle finestrine aperte. - Tutti qui! Fateli subito venire qui!

    Lo scrivano Diatlov venne da noi in cucina. In cucina gli dissero che non si avevano reclami da fare. Egli tornò immediatamente indietro e riferì al maggiore.

    - Ahnon ne hanno!- disse costui con voce di due toni più bassavisibilmente rallegrato. - Fa lo stessotutti qui!

    Uscimmo. Io sentivo che noi eravamo come vergognosi di uscir fuori. E tutti avevano l'aria di camminare a capo chino.

    - AhProkofiev! Anche Jolkinsei tuAlmasov... Mettetevimettetevi quiin gruppo- ci diceva il maggiore con una certa voce precipitosama dolcegettandoci affabili occhiate. M-kianche tu qui... eccosi prendano i nomi di tuttiDiatlov! Si segnino subito tuttii contenti a sé e i malcontenti a sétutti fino all'ultimoe mi si porti il foglio. Io vi manderò tutti...

    sotto processo! Vi aggiusterò iofurfanti!

    Il foglio produsse il suo effetto.

    - Noi siamo contenti! - gridò a un tratto una voce cupa della folla dei malcontentima non troppo risolutamente.

    - Ahsiete contenti! Chi è contento? Chi è contento venga fuori.

    - Contenticontenti! - gridarono alcune altre voci.

    - Contenti! Dunque vi hanno messi su! Dunque ci sono stati degli istigatoridei ribelli? Tanto peggio per loro!

    - Signoreche è mai questo? - risonò una voce nella folla.

    - Chichi ha gridato questochi? - si mise a ruggire il maggiore slanciandosi dalla parte di dove era venuta la voce. Sei tuRastorguievche hai gridato? Al corpo di guardia!

    Rastorguievun ragazzone grassoccio e altouscì fuori e si avviò lentamente al corpo di guardia. Non era stato affatto lui a gridarema poiché avevano indicato luinon stette nemmeno a contraddire.

    - Schiattate dal grasso! - gli urlò dietro il maggiore. - To'che muso grassoin tre giorni non... Ora vi scoverò tutti! Vengano fuori i contenti!

    - Siamo contentialta signoria! - risonarono cupamente alcune diecine di voci; gli altri tacevano ostinati. Ma al maggiore occorreva solo quello. A luievidentementetornava vantaggioso liquidare la cosa da sé al più presto e liquidarla in qualche modo all'amichevole.

    - Ahora siete TUTTI contenti! - egli disse frettoloso. Questo l'ho visto... lo sapevo. Sono stati gli istigatori! Fra loro evidentemente ci sono degli istigatori! - continuò rivolgendosi a Diatlov. - Bisogna indagare più a fondo. E ora... ora è tempo di andare al lavoro. Si suoni il tamburo!

    Egli stesso assistette allo smistamento. I detenuti si separarono silenziosi e tristi per andare ai lavoricontenti almeno di uscirgli al più presto di sotto agli occhi. Ma dopo lo smistamento il maggiore passò subito al corpo di guardia e diede ordini circa gli "istigatori"non molto crudeli del resto. Aveva fretta anzi.

    Uno di essidicevano poiaveva chiesto perdonoed egli l'aveva tosto perdonato. Si vedeva che il maggiore era un po' a disagio e forse si era perfino preso paura. Un reclamo è in ogni caso una faccenda delicata esebbene le lagnanze dei detenutiin fondonon potessero nemmeno dirsi un reclamoperché non le avevano presentate a un'autorità superiorema al maggiore stessotuttavia la cosa era un pochino imbarazzanteincresciosa.

    Particolarmente dava da pensare il fatto che si erano sollevati tuttiin massa. Occorreva soffocare la cosa a qualunque costo.

    Gli "istigatori" ben presto furono mandati via. Il giorno dopo il vitto miglioròsebbene non per molto tempo. Il maggiore nei primi giorni prese a visitare più spesso il reclusorio e più spesso trovava irregolarità. Il nostro sottufficiale aveva un aspetto turbato e disorientatocome se non potesse ancora tornare in sé dalla meraviglia. Per ciò che riguarda i detenutiancora per lungo tempo dopo il fatto non poterono calmarsima non si agitarono più come prima ed erano silenziosamente inquietiimpensieriti in certo qual modo. Taluni avevano perfino curvato il capo. Altri si esprimevano su tutta quella faccenda brontolandoanche se senza loquacità. Molti si canzonavano da sé con una cert'aria rabbiosae ad alta vocecome per punirsi del reclamo.

    - To'fratellopigliamordi! - diceper esempiouno.

    - Ridiridi e intanto sgobbi! - soggiunge un altro.

    - Dov'è il topo per attaccare il campanello al gatto? osservava un terzo.

    - I pari nostri senza bastone non li convincisi sa. Meno male che non ha fatto legnare tutti.

    - E tu d'ora innanzi sappila più lunga e chiacchiera menosarà meglio! - osservava rabbiosamente qualcuno.

    - Ma tu che hai da insegnaremaestro ?

    - T'insegnosi sa.

    - Ma tu chi sei per saltar fuori così?

    - Ioper intantosono ancora un uomoma tu chi sei?

    - Un avanzo rosicchiato di caneecco chi sei.

    - Lo sarai tu.

    - Be'be'smettetela voi! Che avete da far baccano? - gridano da tutte le parti ai contendenti...

    Quella medesima seracioè il giorno stesso del reclamotornato dal lavoroincontrai dietro le baracche Petròv. Egli già mi cercava. Accostatosi a memormorò qualche parolaqualcosa come due o tre esclamazioni vaghema ben presto tacque con aria distratta e macchinalmente si avviò al mio fianco. Tutta quella faccenda mi pesava ancora dolorosamente sul cuore e mi parve che Petròv avrebbe potuto chiarirmi qualcosa.

    - DitePetròv- gli domandai- i vostri non sono arrabbiati con noi?

    - Chi è arrabbiato? - domandò luicome riavendosi.

    - I detenuti contro di noi... contro i nobili.

    - E per che cosa arrabbiarsi contro di voi?

    - Be'per il fatto che non siamo usciti a reclamare.

    - Ma voi perché avreste dovuto far reclamo? - egli interrogòcome facendo uno sforzo per capirmi- voi mangiate il vostro.

    - AhDio mio! Ma anche fra i vostri ce ne sono che mangiano la roba propriaeppure sono usciti. Be'anche noi avremmo dovuto...

    per cameratismo.

    - Ma... ma voi che camerata siete per noi? - domandò perplesso.

    Io gli gettai in fretta uno sguardo: egli non mi capiva proprionon capiva che cosa volessi sapere. Ma io invece in quell'istante compresi lui perfettamente. Ora per la prima volta un pensiero che già da un pezzo si agitava confusamente in me e mi perseguitava mi si chiarì in modo definitivo e io capii tutt'a un tratto quello che finora avevo malamente indovinato. Capii che non mi avrebbero mai accolto come un cameratafossi io pure stato un arcidetenutoanche per tutta l'eternitàanche della sezione speciale. Ma particolarmente mi rimase impresso nella memoria l'aspetto di Petròv in quel momento. Nella sua domanda: "Ma voi che camerata siete per noi?"si sentiva un'ingenuità così sincerauna così candida perplessità! Io pensavo: "Non c'è in queste parole una qualche ironiamalevolenzaderisione?". Non c'era nulla:

    semplicemente non ero un cameratae basta. Tu va' per la tua stradae noi andiamo per la nostra; tu hai i tuoi affarie noi abbiamo i nostri.

    E in realtà io già pensavo chedopo il reclamoci avrebbero addirittura sbranati e non ci avrebbero più lasciati vivere. Non ne fu nulla: né il minimo rimproveroné il minimo accenno di rimprovero noi udimmonessun malanimo particolare si aggiunse da parte loro. Semplicemente ci molestavano un po' a ogni occasionecome ci molestavano già primae nient'altro. Del restonon erano punto adirati neppure con tutti coloro che non avevano voluto reclamare ed erano rimasti in cucinacome pure con quelli che tra i primi avevano gridato che erano contenti di tutto. Anzia questo nessuno fece nemmeno un accenno. Specialmente quest'ultima cosa non la potevo capire.

     

     

  15. I COMPAGNI
  16.  

    Iocertomi sentivo maggiormente attirato verso i mieicioè verso i "nobili"specie nei primi tempi. Ma dei tre ex-nobili russi che si trovavano nel nostro reclusorio (Akim Akimic'la spia A-v e quello che da noi si credeva fosse un parricida)il solo con cui avevo rapporti e discorrevo era Akim Akimic'. Lo confessoio mi avvicinavo ad Akim Akimic'per dir cosìdalla disperazionenei momenti di maggior noia e quando proprio non prevedevo di potermi avvicinare ad alcunoall'infuori di lui. Nel precedente capitolo mi sono provato a classificare tutti i nostri uomini in categoriema ora che mi è venuto in mente Akim Akimic'penso che vi si possa ancora aggiungere una categoria. E' vero che egli era il solo a costituirla. E' questa la categoria dei forzati del tutto indifferenti. Di indifferenti del tuttodi quelli cioè per i quali fosse la stessa cosa vivere in libertà o in galerada nois'intendenon ce n'erano e non ce ne potevano esserema Akim Akimic' mi pare che formasse un'eccezione. Egli si era perfino assestato nel reclusorio come se facesse conto di passarci tutta la vita: ogni cosa intorno a luicominciando dal materassodai guancialidagli utensiliaveva un assetto così solidocosì permanentecosì duraturo ! Di provvisorioche ricordasse il bivacconon si notava in lui neanche la traccia. Gli restavano ancora molti anni da passare nel reclusorioma è ben difficile che egli qualche volta avesse pensato al momento di uscirne. Ma anche se si era rassegnato alla realtàciò aveva fattos'intendenon di suo gustobensì per subordinazioneil che del resto era per lui la stessa cosa. Egli era un brav'uomo e mi aveva perfino aiutato in principio coi suoi consigli e con qualche servigioma a voltelo confessom'infondeva involontariamentespecie nei primi tempiun'uggia senza ugualeche rafforzava ancora di più la mia già uggiosa disposizione d'animo. E io appunto per l'uggia attaccavo discorso con lui. Mi accadeva di essere assetato non fosse che di una parola vivamagari biliosamagari impazientenon fosse che di un moto di rabbia qualunque:

    avremmo almeno imprecato insieme contro la nostra sorte; ma lui tacevaincollava le sue lanternine o raccontava quale rivista avessero avuto nel tale annoe chi fosse il comandante della divisionee come lo avesse chiamato per nome e patronimicoe se fosse rimasto contento della rivista o noe come fossero stati cambiati i segnali per i tiratori eccetera. E tutto questo con voce così ugualecosì ufficiosacome se un'acqua stillasse a goccia a goccia. Non si rianimava quasi affatto nemmeno quando mi raccontava cheper aver partecipato a una certa azione nel Caucasoaveva avuto l'onore di ricevere le insegne di Sant'Anna sulla spada. Soltanto la sua voce si faceva in quel momento come insolitamente grave e posata; egli l'abbassava perfino un pocosino a farla alquanto misteriosaquando pronunciava "di Sant'Anna"dopo di che per un tre minuti diventava in un certo modo particolarmente taciturno e grave. In quel primo anno io avevo degli stupidi momenti in cui (e sempre all'improvviso) cominciavo quasi a odiare Akim Akimic'senza sapere perchée maledicevo in silenzio il mio destino per avermi collocato sul tavolaccio a testa a testa con lui. Di solito dopo un'ora io già me ne facevo rimprovero. Ma ciò fu soltanto nel primo anno; in seguito mi riconciliai del tutto in cuor mio con Akim Akimic' e mi vergognai delle mie precedenti sciocchezze. Ma apertamentemi ricordonoi non avemmo mai alcuna lite.

    Oltre questi tre russifecero dei soggiorni da noidurante il mio tempoaltre otto persone. Con alcune di loro mi affiatai abbastanza strettamentee anche con piacerema non con tutte. I migliori erano gente un po' morbosainsolita e intollerante in sommo grado. Con due di essi smisi in seguito addirittura di parlare. Di persone istruite ce n'erano fra loro tre sole: B-kiM-ki e il vecchio Z-kiche in passato era stato non so dove professore di matematica: un vecchio buonobelloun grande originale enonostante la sua istruzioneun uomomi pared'ingegno limitato all'estremo. Affatto diversi erano M-ki e B-ki.

    Con M-ki mi affiatai bene di primo colpo; con lui non avevo mai litigie lo stimavoma volergli beneaffezionarmi a lui non potei mai. Era un uomo profondamente diffidente e inaspritoche sapeva però dominarsi meravigliosamente bene. Era appunto questa sua troppo grande capacità che non mi piaceva in lui: mi pareva di sentire che egli mai e davanti a nessuno avrebbe aperto tutta l'anima sua. Del resto può darsi che io m'inganni. Era una natura forte e sommamente nobile. La sua straordinaria e perfino un po' gesuitica abilità e prudenza nel trattare con la gente rivelava il suo celatoprofondo scetticismo. E intanto era quella un'anima che soffriva precisamente di questa duplicità: lo scetticismo e una profondaincrollabile fede in certe sue speciali convinzioni e speranze. Nonostante però tutta la sua abilità praticaegli era in acerrima inimicizia con B-ki e il suo amico T-ski. B-ki era un uomo malatoalquanto predisposto alla tisiirritabile e nervosoma in fondo arcibuono e perfino generoso. La sua irritabilità giungeva a volte all'estrema intolleranza e ai capricci. Io non potei sopportare questo carattere e in seguito mi allontanai da B- kima per altro non smisi mai di amarlo; con M-ki invece non avevo screzima non gli volli mai bene. Allontanatomi da B-kiaccadde che io dovetti separarmi subito anche da T-skiquello stesso giovane di cui ho fatto cenno nel capitolo precedente parlando del nostro reclamo. Questo mi rincrebbe assai. T-skianche se non era un uomo istruitoera buono e coraggiosoin una parolaun eccellente giovane. Tutta la faccenda stava in ciòche egli a tal punto amava e stimava B-kia tal punto lo veneravada considerare subito quasi come suoi nemici tutti quelli che appena un tantino non andassero d'accordo con M-ki. Mi pare che col tempo si allontanasse poi anche da M-ki per via di B-kipur essendosi fatto forza a lungo. Essi tutti del resto erano moralmente malatibiliosiirritabilidiffidenti. Questo è comprensibile: la loro condizione era penosissimamolto più penosa della nostra. Erano lontani dalla loro patria. Alcuni di essi erano stati mandati lì per lungo tempoper diecidodici anniesoprattuttoguardavano con profonda prevenzione quanti li circondavanovedevano nei forzati soltanto la bestialità e non potevanoanzi non volevanoscorgere in loro nemmeno un tratto buonoproprio nulla di umano ecosa anch'essa molto comprensibilea questo disgraziato punto di vista erano stati condotti dalla forza delle circostanzedal destino. Era palese che nel reclusorio l'angoscia li soffocava. Coi circassicoi tartaricon Issàj Fomic' erano gentili e cortesima sfuggivano con ripugnanza tutti gli altri forzati. Soltanto il vecchio credente di Starodùb si era guadagnato il loro pieno rispetto. E' degno di nota tuttavia che nessuno dei forzatidurante tutto il tempo che io passai nel reclusoriomai rinfacciò a essi né l'originené la fede loroné il modo di pensarecome avvienesia pure del resto assai di radonel nostro popolino di fronte agli stranierisoprattutto ai tedeschi. Del tedesco per altro tutt'al più si ride: ll tedesco rappresenta per il popolino russo qualcosa di profondamente comico. Coi nostri invece i forzati si comportavano perfino con deferenzamolto più che con noie non li TOCCAVANO affatto. Ma quellimi parenon volevano mai accorgersene né tenerne conto.

    Io mi ero messo a parlare di T-ski. Era stato luiquando li avevano trasferiti dal luogo della loro prima deportazione nella nostra fortezzaa portare B-ki in braccio durante quasi tutto il camminoallorché questidebole di salute e di complessionesi sentiva affaticato quasi dopo ogni mezza tappa. Erano stati prima mandati a U-gorsk. Làessi raccontavanostavano benecioè molto meglio che nella nostra fortezza. Ma avevano avviato non so qualedel resto innocentissimacorrispondenza con altri deportati di un'altra cittàe per questo si era giudicato necessario trasferirli tutti e tre nella nostra fortezzapiù vicino agli occhi della nostra autorità superiore. Il terzo compagno loro era Z-ki. Prima del loro arrivoM-ki era solo nel reclusorio. Quanto aveva dovuto crucciarsi nel primo anno della sua deportazione!

    Questo Z-ki era quel vecchio che continuamente pregava Diodi cui già ho fatto cenno. Tutti i nostri delinquenti politici erano gente giovanein parte anzi giovanissima; il solo Z-ki aveva già cinquant'anni suonati. Era un onest'uomonaturalmentema alquanto strano. I suoi compagni B-ki e T-ski non lo amavano per nienteanzi non parlavano con luidicendo che era caparbio e litigioso. Non so quanto avessero ragione in questo caso. Nel reclusoriocome in qualsiasi altro luogo dove la gente si ammucchia non di sua volontàma forzatamentemi pare che ci si possa litigare e perfino odiare a vicenda più facilmente che in libertà. Molte circostanze vi contribuiscono. Del resto Z-ki era in realtà un uomo abbastanza ottuso e forse antipatico. Anche tutti gli altri suoi compagni non andavano d'accordo con lui. Io pur non litigando mainon ero con lui particolarmente affiatato.

    La sua materiala matematicami pareva la conoscesse. Ricordo che si sforzava sempre di spiegarmi nella sua lingua semirussa un certo speciale sistema astronomico da lui stesso escogitato. Mi si diceva che un tempo lo aveva dato alle stampema che nel mondo scientifico avevano soltanto riso di lui. A me pare che fosse un po' tocco nel cervello. Per intere giornate pregava Dio in ginocchio cattivandosi con ciò il rispetto generale dei forzatidel quale godette fino alla sua morte. Egli morì nella nostra infermeria dopo una grave malattiasotto i miei occhi. Del resto il rispetto dei forzati se l'era guadagnato fin dal primo passo nel reclusorio dopo il suo incidente col nostro maggiore. Nel viaggio da U-gorsk alla nostra fortezza i detenuti non erano stati rasati e le barbe erano loro cresciute tanto chequando li condussero senz'altro dal nostro maggiore di piazzaquesti s'indignò furiosamente per un tale strappo alla disciplinadel quale d'altro lato essi non avevano colpa alcuna.

    - Che aspetto hanno! - egli si mise a ruggirequesti sono vagabondibriganti!

    Z-kiche allora capiva ancora male il russo e aveva creduto che si domandasse: chi sono? vagabondi o briganti? rispose:

    - Noi non siamo vagabondima delinquenti politici.

    - Co-o-ome! Tu far l'insolente? Far l'insolente? - urlò il maggiore- al corpo di guardia! Cento vergate subitosul momento!

    Il vecchio fu punito. Egli si stese sotto le verghe senza replicaresi morse una mano coi denti e sopportò il castigo senza il minimo grido o gemitosenza fare un movimento. B-ki e T-ski intanto erano già entrati nel reclusoriodove M-kiche li attendeva al portonesi buttò immediatamente al loro collosebbene fino a quel giorno non li avesse mai neppure veduti.

    Sconvolti dalle accoglienze del maggioreessi gli raccontarono ogni cosa di Z-ki. Ricordo come M-ki mi parlava di ciò:

    - Io ero fuori di me- diceva- non capivo che cosa mi succedesse e tremavo come se avessi i brividi. Aspettavo Z-ki al portone. Egli doveva venire direttamente dal corpo di guardiadove lo stavano castigando. A un tratto si aprì il portello: Z-kisenza guardare nessunocol viso pallido e le labbra sbiancate e tremanti passò tra i forzati che si erano raccolti in cortileavendo già saputo che si puniva un nobileentrò in camerataandò direttamente al suo posto esenza dire una parolas'inginocchiò e cominciò a pregare Dio. I forzati ne furono impressionati e perfino commossi.

    - Quando io vidi questo vecchio- diceva M-ki- dai capelli bianchiche aveva lasciato a casa moglie e figliquando lo vidi in ginocchio ignominiosamente punito e in atto di preghieracorsi dietro le baracche e per due buone ore fui come fuori di conoscenza; ero in uno stato di frenesia... - I forzati avevano preso fin da allora a stimare molto Z-ki e lo trattavano sempre rispettosamente. Era loro piaciuto in particolare che non avesse gridato sotto le verghe.

    Bisogna però dire tutta la verità: da questo esempio non si può affatto giudicare del comportamento dell'autorità in Siberia coi deportati di origine nobilechiunque essi fosserorussi o polacchi. Questo esempio mostra soltanto che ci si può imbattere in un uomo focoso enaturalmentese quest'uomo focoso esercitasse in qualche posto un comando superiore e autonomola sorte del deportatonel caso in cui questo focoso comandante non l'avesse preso particolarmente in simpatiasarebbe assai male assicurata. Ma non si può non riconoscere che la stessa suprema autorità siberianada cui dipendono il tono e l'umore di tutti gli altri comandantièriguardo ai deportati nobilimolto scrupolosa e tende perfino in certi casi a essere con loro indulgente in confronto con gli altri forzatiquelli del basso popolo. Chiare ne sono le ragioni: questi capi supremiin primo luogosono essi stessi nobili; secondariamenteera già accaduto in precedenza che alcuni nobili non si fossero distesi sotto le verghe e si fossero avventati contro gli esecutoriper il che erano accadute cose terribili; e in terzo luogofin da trentacinque anni addietroera comparsa in Siberiatutto in una voltauna gran massa di deportati nobilie appunto questi deportatinel corso di trent'anniavevano saputo così bene affermarsi e farsi valere in tutta la Siberia che l'autoritàgià per antica ereditaria consuetudineinvolontariamente guardava ai miei tempi i delinquenti nobili di una certa categoria con occhi diversi che tutti gli altri deportati. Sull'esempio dell'autorità superioresi erano abituati a guardarli con gli stessi occhi anche i comandanti inferiorimutuandos'intendequesto modo di vedere e questo tono dall'alto e inchinandovisisottostandovi.

    Del resto molti di questi comandanti subalterni erano di corte vedutecriticavano in cuor loro le disposizioni superiori e sarebbero stati molto molto contenti se non si fosse loro impedito di disporre a modo proprio. Ma questo non era loro consentito del tutto. Io ho valide ragioni di pensarla cosìed ecco perché. La seconda categoria di lavori forzatinella quale io mi trovavo e che era costituita dai detenuti in fortezzasotto direzione militareera senza paragone più gravosa delle altre due categoriecioè la terza (negli stabilimenti) e la prima (nelle miniere). Era più gravosa non solo per i nobilima anche per tutti gli altri detenutiprecisamente perché direzione e ordinamento di questa categoriatutto era militare e ricordava molto le compagnie di detenuti della Russia. La direzione militare è più severail regolamento più restrittivo: sempre in catenesempre sotto scortasempre sotto chiavementre tutto questo non c'ècon tanto rigorenelle altre due categorie. Così almeno dicevano tutti i nostri detenutie fra loro c'erano dei competenti. Tutti sarebbero passati con gioia nella prima categoriaconsiderata dalla legge come la più duraanzi molte volte fantasticavano al riguardo. Delle compagnie di detenuti dalla Russia poitutti i nostri che c'erano stati parlavano con terrore assicurando che in tutta la Russia non c'era luogo peggiore delle compagnie di detenuti in fortezza e che in Siberia si era in paradiso a paragone di quella vita. Per conseguenzase con un trattamento così severo come quello del nostro reclusoriocon una direzione militaresotto gli occhi del generale governatore in persona einfinetenuto conto dei casi (qualche volta accaduti) in cui delle persone estraneema ufficioseper rancore o per zelo di servizioerano pronte a denunciare in segreto a chi di ragione che ai criminali della tal categoria i tali male ispirati comandanti usavano indulgenzase in un luogo siffattodicoi delinquenti nobili erano considerati con occhi alquanto diversi che gli altri forzatia più forte ragione li consideravano molto più benevolmente nella prima e nella terza categoria. Mi pare quindi di poteredal luogo dove io erogiudicare per questo rispetto anche dell'intera Siberia. Tutte le voci e tutti i racconti che giungevano fino a mea tal riguardodai deportati di prima e terza categoria confermavano la mia conclusione. In realtà con tutti noi nobilinel nostro reclusorioi superiori usavano più riguardo e più circospezione.

    Indulgenza con noiquanto al lavoro e al trattamentonon se ne aveva proprio nessuna: gli stessi lavorigli stessi ferri ai piedigli stessi chiavistelliinsomma tutto lo stesso come per gli altri detenuti. E poi anche agevolarci era impossibile. Io so che in questa cittàin quel più recente passato remotoc'erano tanti delatoritanti intrighitanta gente che si scavava la fossa a vicendache la direzione naturalmente aveva timore di una denuncia. E che c'era di più terribile a quel tempo di una denuncia nel senso che ai delinquenti di una certa categoria si usava indulgenza! E così ognuno era timoroso e noi vivevamo alla pari con tutti i forzatima relativamente alle punizioni corporali si faceva qualche eccezione. A dir veroci avrebbero fustigati con estrema facilitàse noi l'avessimo meritatocioè se avessimo commesso qualche mancanza. Questo lo esigeva il dovere del servizio e dell'uguaglianzadi fronte al castigo corporale.

    Ma cosìper nullaalla leggeratuttavia non ci avrebbero fustigatimentre coi detenuti ordinari accadevas'intendeche si agisse così alla leggeraspecialmente da parte di certi comandanti subalternivogliosi di fare atto di autorità e di incutere rispetto. A noi era noto che il comandante della fortezzaappreso l'incidente del vecchio Z-kisi era molto indignato contro il maggiore e gli aveva fatto intendere che in avvenire favorisse tenere le mani a posto. Così mi raccontavano tutti. Da noi si sapeva pure che lo stesso generale governatoreche aveva fiducia nel nostro maggiore e un poco anche gli voleva benecome a un buon esecutore e a un uomo dotato di certe capacitàavendo saputo di questo incidentelo aveva del pari redarguito. E il nostro maggiore se lo tenne per detto. Quanto avrebbe volutoper esempiofarla pagare a M-kiche odiava a causa delle calunnie di A-vma non poté mai farlo fustigareper quanto cercasse un pretestolo perseguitasse e gli minasse il terreno sotto i piedi. Dell'incidente di Z-ki ben presto seppe tutta la città e l'opinione pubblica fu contro il maggiore; molti lo criticaronotaluni perfino procurandogli delle noie. Mi rammento ora anche del mio primo incontro col maggiore di piazza.

    A noicioè a me e a un altro deportato nobileinsieme col quale ero entrato nel reclusorioavevano fatto paura già a Tobòlsk parlandoci dello spiacevole carattere di quest'uomo. Gli antichi deportati per venticinque anninobiliche erano là a quel tempo e che ci accolsero con profonda simpatia ed ebbero rapporti con noi durante tutto il nostro soggiorno nel luogo di tappaci avevano messi in guardia contro il nostro futuro superiore e ci avevano promesso di fare tutto ciò che era in loro potereattraverso persone di conoscenzaper difenderci dalla sua persecuzione. Infatti tre figlie del generale governatoregiunte dalla Russia e ospiti in quel momento del padrericevettero da loro delle lettere e gli parlaronocredoin nostro favore. Ma che poteva egli fare? Disse soltanto al maggiore che fosse un po' più guardingo. Dopo le due del pomeriggio noiio cioè e il mio compagnoarrivammo in questa città e i soldati di scorta ci condussero direttamente dal nostro superiore. Stavamo in piedi nell'anticamera aspettandolo. Intanto già avevano mandato a cercare il sottufficiale del reclusorio. Appena egli comparveuscì fuori anche il maggiore di piazza. Il suo viso paonazzopustoloso e cattivo ci fece un'impressione oltremodo sconfortante:

    come se un ragno malvagio si fosse avventato sulla povera mosca capitata nella sua ragnatela.

    - Come ti chiami? - domandò al mio compagno. Egli parlava in frettacon voce bruscaa scattie voleva evidentemente farci impressione.

    - Tal dei tali.

    - E tu? - continuò rivolgendosi a me e piantandomi in faccia i suoi occhiali. Tal dei tali.

    - Sottufficiale! Condurli subito nel reclusorioraderli al corpo di guardiaalla civileimmediatamentemetà del capo; i ferri domani stesso. Che cappotti sono questi? Da chi li avete ricevuti?

    - domandò a un tratto rivolgendo la sua attenzione ai cappotti grigicon cerchio giallo sul dorsodatici a Tobòlskcoi quali ci eravamo presentati davanti ai suoi occhi chiari. Questa è una nuova uniforme! E' certamente qualche nuova uniforme... E' ancora in progetto... viene da Pietroburgo... diceva rigirandoci uno dopo l'altro. - Con sé non hanno nulla? domandò a un tratto al gendarme che ci scortava.

    - Hanno vestiario proprioalta signoria- rispose il gendarme mettendosi istantaneamente sull'attentiperfino con un lieve tremito. Tutti lo conoscevanotutti avevano udito parlar di luifaceva paura a tutti.

    - Togliere loro ogni cosa. Render loro soltanto la biancheriase biancama quella di colorese ce n'ètoglierla. Tutto il resto venderlo all'asta. Il denaro segnarlo all'entrata. Il detenuto non ha proprietà- proseguìdopo averci guardati severamente. - Badate dunquecomportatevi bene! Che io non abbia a sentir nulla!

    Se no... la puni-zione corporale! Per la minima mancanza le v-v- verghe!...

    Tutta quella sera ionon avendoci l'abitudinestetti quasi male per quell'accoglienza. Del resto l'impressione fu accresciuta anche da ciò che vidi nel reclusorio; ma del mio ingresso nel reclusorio ho già raccontato.

    Ho accennato poc'anzi che a noi non facevano e non osavano fare alcuna preferenzaalcuna agevolazione sul lavoro rispetto agli altri detenuti. Una volta però si provarono a farcene; io e B-ki per tre mesi interi andammo agli uffici del genio come scrivani.

    Ma questo fu fatto con gran mistero e segretoe lo fece la direzione del genio. Voglio dire che tutti gli altrimagaria cui toccava sapere lo sapevanoma facevano finta di non sapere nulla. Questo accadde quando comandante del corpo era ancora G- kov. Il tenente colonnello G-kov ci era piovuto come dal cieloera stato da noi pochissimo tempo- non più di sei mesiforse anche meno- ed era partito per la Russia lasciando un'impressione straordinaria in tutti i detenuti. Non che amarloi detenuti lo adoravanose qui si può usare questa parola. Come ci fosse riuscito io non soma egli li conquistò di primo colpo.

    "Un padreun padre! Non c'è bisogno di padre!"dicevano ogni momento i detenuti durante tutto il periodo in cui diresse i servizi del genio. Era un bisboccionea quanto paretremendo. Di piccola staturadallo sguardo arditosicuro di sé. Ma in pari tempo era affettuoso coi detenutiquasi fino alla tenerezzae li amava realmente come un padre. Perché tanto amasse i detenuti non saprei direma non poteva vederne uno senza dirgli una parola affettuosagiovialesenza ridere un poco con luisenza scherzare con luiesoprattuttonon c'era in questo nemmeno un briciolo di alcunché di autoritariodi qualcosa che rivelasse la gentilezza del non eguale o puramente del superiore. Era quello in sommo grado un loro compagnouno dei loro. Manonostante tutto questo suo istintivo fare democraticoi detenuti nemmeno una volta mancarono verso di lui. con qualche atto non rispettosocon qualche familiarità. All'opposto. Ma tutto il viso del detenuto si illuminavaquando s'imbatteva nel comandante elevatosi il berrettogià lo guardava sorridendomentre l'altro gli si avvicinava. E se questi attaccava discorsoera come se gli regalasse un rublo. Ci sono pure degli uomini così popolari. Egli aveva un aspetto gagliardocamminava dirittoalla brava.

    "Un'aquila"solevano dire di lui i detenuti. Agevolarlinaturalmentenon poteva in alcun modo; egli sovrintendeva soltanto ai lavori del geniocheanche sotto tutti gli altri comandantiseguivano il loro solito andamento a norma di leggefissato una volta per sempre. Tutt'al piùincontrando casualmente una squadra al lavoro e vedendo che il lavoro era finitonon li tratteneva un momento di troppo e li mandava via prima del rullo di tamburo. Ma piacevano la sua fiducia nel detenutola mancanza in lui di una stretta meticolosità e irritabilitàl'assoluta mancanza di certi modi offensivi nel suo contegno di superiore. Se egli avesse smarrito mille rubliio credo che il primo dei nostri ladriove li avesse rinvenutiglieli avrebbe riportati. Sìsono sicuro che sarebbe stato così. Con quale profonda simpatia i detenuti appresero che quell'aquila del loro comandante aveva litigato a morte col nostro odioso maggiore! Questo accadde fin dal primo mese dopo il suo arrivo. Il nostro maggiore era stato un tempo suo collega. Essi s'incontraronodopo la lunga separazionecome amici e presero a far baldoria insieme. Ma a un tratto sopraggiunse la rottura. Essi questionarono e G-kov diventò suo mortale nemico. Si sentì dire perfino che in quella occasione si erano picchiaticosa checol nostro maggiorepoteva accadere:

    egli si abbaruffava spesso. Quando i detenuti seppero questola loro gioia non ebbe limiti. "Ottocchi farsela con uno così? Quello è un'aquilae il nostro..."e qui di solito si aggiungeva una parola non pubblicabile. Enorme era da noi l'interessamento per sapere chi di loro avesse picchiato l'altro. Se la voce del loro alterco fosse risultata falsa (come forse era)mi pare che i nostri detenuti ne avrebbero provato un gran dispetto. "Nodi sicuro il comandante ha avuto la meglio"essi dicevanolui è piccolo, ma senza paura, e l'altro, a quanto si dice, s'è cacciato sotto il letto. Ma ben presto G-kov parti e i detenuti ricaddero nell'abbattimento. I comandanti del genio erano da noiin veritàtutti buoni: mentre c'ero iose ne cambiarono tre o quattro. "Ma un altro così non lo trovi più"dicevano i detenutiun'aquila era, un'aquila e un difensore. Oraappunto questo G-kov voleva molto bene a tutti noinobilie alla fine aveva ordinato a me e a B-ki di andare qualche volta negli uffici. Ma dopo la sua partenza la cosa assunse un aspetto più regolare. Fra gli ingegneri c'erano persone (uno specialmente) che avevano molta simpatia per noiNoi andavamo là a copiare cartee la nostra scrittura aveva perfino cominciato a perfezionarsiquando a un tratto venne dall'autorità superiore l'ordine di rimandarci immediatamente ai lavori di prima: qualcuno aveva già fatto la spia! Del restoandò anche bene: l'ufficio cominciava ad annoiarci tutti e due. Poi per un paio d'anni io e B-ki andammoquasi inseparabilmenteai medesimi lavori il più delle volte al laboratorio. Noi due si chiacchieravasi parlava delle nostre speranzedelle nostre convinzioni. Egli era un uomo eccellente; ma le sue convinzioni erano a volte molto stranesingolari.

    Spesso in una certa categoria di personeassai intelligentisi radicano delle idee a volte del tutto paradossali. Ma per esse tanto si è sofferto nella vitaa così caro prezzo si sono pagateche rinunciarvi è ormai troppo dolorosoquasi impossibile. B-ki accoglieva ogni obiezione con dolore e mi rispondeva acremente.

    Forse in molte cose egli aveva anche più ragione di menon so; ma noi finimmo col separarcie questo mi addolorò fortemente: molte cose avevamo già diviso insieme.

    Intanto M-ki pareva farsicon gli annipiù malinconico e più tetro. L'angoscia lo soverchiava. In precedenzanei primi tempi da me passati al reclusorioegli era stato più socievolel'anima suanonostante tuttopiù spesso e maggiormente si rivelava. Era già il terzo anno che viveva nel carcerequando vi giunsi io. Sul principio s'interessava a molte delle cose che in quei due anni erano accadute nel mondo e di cuistando nel carcerenon aveva idea; m'interrogavaascoltavasi agitava. Ma verso la finecon l'andar degli annitutto ciò parve concentrarsi in lui nell'intimonel cuore. I carboni si andavano ricoprendo di cenere. La sua esasperazione cresceva sempre più. "Je hais ces brigands"egli mi ripeteva spesso guardando con odio i forzatiche io ero riuscito a conoscere più da vicinoe nessun argomento mio in loro favore agiva su di lui. Egli non capiva quello che io dicevo; talora del resto assentiva distrattamente; ma il giorno dopo ripeteva daccapo: "Je hais ces brigands". A proposito: noi due spesso parlavamo in francesee per questo un sorvegliante ai lavoriil soldato del genio Dranìsnikovin base a non so quale considerazioneci aveva soprannominati "ferscel" [23]. M-ki si animava soltanto ricordando sua madre.

    - Lei è vecchia; lei è malata- mi diceva- lei mi ama più di tutto al mondoe ioquinon so se sia viva o no. E' già stato abbastanza per lei aver saputo che mi hanno fatto passare per le verghe...

    M-ki non era nobile e prima della deportazione aveva subito un castigo corporale. Ricordando questoegli stringeva i denti e si sforzava di guardare in disparte. Negli ultimi tempi aveva preso a passeggiare sempre più spesso solo. Un mattino dopo le undicifu chiamato dal comandante. Il comandante gli venne incontro con un lieto sorriso.

    - Be'M-kiche cosa hai sognato stanotte? - gli domandò.

    "Io ebbi addirittura un sussulto"raccontava M-kitornato da noi. "Fui come trafitto al cuore".

    - Ho sognato che avevo ricevuto una lettera da mia madre- egli rispose.

    - C'è di meglioc'è di meglio! - replicò il comandante. - Tu sei libero! Tua madre ha supplicato... la sua supplica è stata accolta. Ecco la sua letteraed ecco anche l'ordine a tuo riguardo. Uscirai subito dal reclusorio.

    Egli tornò da noi pallidonon ancora riavutosi dalla notizia. Ci rallegrammo con lui. Egli ci strinse le mani con le suetremantifattesi di gelo. Molti altri detenuti si rallegravano con lui ed erano lieti della sua felicità.

    Egli uscì per andare al confino e rimase nella nostra città. Ben presto gli diedero un posto. Sul principio veniva spesso al nostro reclusorio equando potevaci comunicava varie novità.

    Specialmente quelle politiche lo interessavano molto.

    Dei quattro rimanenti- cioèoltre M-kiT-skiB-ki e Z-kidue erano ancora giovanissimiinviati a scontare brevi penepoco istruitima onestisemplicileali. Il terzoA-ciukovskiera un po' troppo sempliciotto e non aveva in sé nulla di specialema il quartoB-mun uomo già maturofaceva a noi tutti pessima impressione. Non so come fosse capitato in tale categoria di delinquentied egli stesso negava il fatto. Era un'anima grossolanapiccolo-borghesedalle abitudini e dai princìpi di un bottegaio arricchitosi con le copeche sottratte nei conti. Mancava di qualsiasi istruzione e non s'interessava di nullaall'infuori del suo mestiere. Era decoratorema un decoratore di eccezioneun magnifico decoratore. Ben presto i superiori seppero delle sue attitudini e tutta la città incominciò a chiamare B-m per la pittura di pareti e soffitti. In due anni egli dipinse quasi tutti gli alloggi governativi. I possessori degli alloggi lo pagavano di tasca loro ed egli non campava poveramente. Ma la cosa più bella fu che presero a mandare al lavoro insieme con lui anche altri compagni. Di quelli che costantemente lo accompagnavanodue impararono da lui il mestiere e uno di essiT-zevskisi mise a decorare non meno bene di lui. Il nostro maggiore di piazzache occupava pure una casa governativarichiese a sua volta B-m e ordinò che gli dipingesse tutte le pareti e tutti i soffitti. Qui B-m fece del suo meglio: anche dal generale governatore non c'era una decorazione simile. La casa era di legnoa un pianoabbastanza decrepita ed esteriormente oltremodo scalcinata:

    all'interno invece la decorazione era come quella di un palazzo e il maggiore era pieno di entusiasmo... Egli si fregava le mani e andava dicendo che ora doveva assolutamente ammogliarsi. "Con un simile alloggio è impossibile non prender moglie"soggiungeva con gran serietà. Di B-m era sempre più soddisfatto egrazie a luianche degli altri che insieme con lui lavoravano. Il lavoro durò un intero mese. In questo mese il maggiore mutò radicalmente la sua opinione su tutti i nostri e cominciò a proteggerli. Si arrivò al punto che un giornoall'improvvisochiamò in sua presenzadal reclusorioZ-ki.

    - Z-ki- gli disse- io ti ho fatto un affronto. Io ti ho fustigato ingiustamentelo so. Me ne pento. Capisci tu questo?

    IoIOIOme ne pento!

    Z-ki rispose che lo capiva.

    - Capisci che IOIOil tuo superioreti ho chiamato per chiederti perdono? La senti tu questa cosa? Chi sei tu di fronte a me? Un vermiciattolo ! Meno di un vermiciattolo: sei un detenuto!

    E io un maggiore per grazia di Dio [24]. Un maggiore! Comprendi tu questo?

    Z-ki rispose che capiva anche questo.

    - Be'allora adesso io faccio la pace con te. Ma la senti tula senti tu questa cosa pienamentein tutta la sua pienezza? Sei tu capace di comprendere e di sentire questo? Considera solo: ioioun maggiore... - e così via.

    Lo stesso Z-ki mi riferì tutta questa scena. C'era dunque anche in quell'uomo ubriaconefutile e disordinato un sentimento umano.

    Tenendo conto delle sue idee e della sua levaturaun'azione simile si poteva stimare quasi magnanima. Del resto lo stato di ubriachezza vi aveva forse contribuito parecchio.

    Il suo sogno non si avverò: egli non prese mogliebenché vi si fosse già del tutto risolutoquando ebbero finito di decorargli l'alloggio. Invece di ammogliarsiandò sotto processo e gli fu ordinato di dare le dimissioni. Gli addossarono allora anche tutti i suoi vecchi falli. Prima egli era stato in questa cittàci si ricordacapo della polizia... Il colpo gli giunse inaspettato.

    Nel reclusorio si allietarono smodatamente della notizia. Fu una festaun giubilo! Dicono che il maggiore singhiozzasse come una vecchia donnicciola e si inondasse di lacrime. Ma non c'era niente da fare. Egli diede le dimissionivendette la pariglia di cavalli bigipoi tutta la proprietà e cadde perfino in miseria. Noi lo incontrammo poi vestito di una marsina civile logora e di un berretto con una piccola coccarda. Guardava i detenuti con astio.

    Ma tutto il suo fascino era sfumato appena aveva smesso la divisa.

    In divisa era il terroreera un dio. Con la marsina era improvvisamente diventato un nulla assoluto e aveva l'aria di un domestico. E' sorprendente quanta parte abbia la divisa in questi uomini.

     

     

  17. UN'EVASIONE
  18.  

    Poco dopo il cambiamento del nostro maggiore di piazza ci furono nel nostro carcere radicali mutamenti. Il lavoro forzato fu soppresso eal suo postofu istituita una compagnia di detenuti sotto giurisdizione militaresul modello delle compagnie russe di detenuti. Ciò significava che i deportati forzati di seconda categoria non li mandavano più al nostro reclusorio. Esso cominciò invece a popolarsi da quel momento unicamente di detenuti sotto giurisdizione militarequindi di gente non privata dei diritti civilidi soldati come tutti gli altrima punitiche venivano per brevi pene (fino a sei anni al massimo) e cheall'uscita dal carcererientravano nei loro battaglioni come uomini di truppaquali erano prima. Quelli però che tornavano al reclusorio per recidive venivano puniticome già in passatocon pene ventennali. Da noi del restoanche prima di questo mutamentoc'era una sezione di detenuti della categoria militarema essi vivevano con noi perché non c'era per loro un altro posto. Ora invece tutto il reclusorio fu riservato a questa categoria militare. S'intende da sé che i forzati precedentii veri forzati civiliprivi di tutti i loro dirittimarchiati e rasi sul capo per il lungorimasero nel carcere fino al termine delle loro pene; di nuovi non ne giungevano e i rimasti a poco a poco scontavano la pena e andavano viadi modo che entro una decina di anni non sarebbe rimasto nel nostro reclusorio nessun forzato. Fu conservata nel carcere anche la sezione specialenella quale si continuò di tempo in tempo a mandare i maggiori criminali di competenza militarefino all'introduzione in Siberia dei lavori forzati più pesanti. In tal modo per noi la vita continuòin sostanzacome prima: lo stesso trattamentolo stesso lavoro e quasi la stessa disciplinafu solo mutata e divenne più complessa la direzione. Vi si designò un ufficiale di stato maggiorecomandante della compagniae in più quattro ufficiali superioriche facevano servizio per turno nel reclusorio. Furono soppressi anche gli invalidi e sostituiti con dodici sottufficiali e un armiere. Furono istituiti dei reparti di dieci ciascunofu istituito un caporale tratto dagli stessi detenuticon grado nominales'intendee va da sé che Akim Akimic' si trovò subito a esser caporale. Tutta questa nuova organizzazione e l'intero reclusorio con tutti i suoi graduati e detenuti rimasero come prima sotto la giurisdizione del comandante della fortezzacome capo supremo. Ed ecco tutto ciò che avvenne. Naturalmente i detenuti da principio si agitarono moltodiscusserostudiarono e cercarono di decifrare i nuovi superiori; ma quando videro chein fondotutto era rimasto come primasi calmarono subito e la nostra vita procedette come in passato. Ma l'essenziale è che tutti furono sbarazzati del precedente maggiore; tutti parvero respirare e rinfrancarsi. Erano scomparse le facce spauriteognuno sapeva ora chein caso di necessitàpoteva spiegarsi col superioreche un innocente tutt'al più per errore poteva essere punito in luogo del colpevole. Perfino l'acquavite continuò a vendersi da noi esattamente allo stesso modo e sulle stesse basi di primanonostante che al posto degli invalidi fossero subentrati i sottufficiali. Questi sottufficiali si mostraronoper la maggior partegente perbene e avvedutache capiva la propria posizione. Taluni di essi per altro manifestarono all'inizio la velleità di fare i gallettipensandonaturalmenteper inesperienzadi poter trattare i detenuti come soldati. Ma ben presto anche questi compresero di che si trattava. Ad altri inveceche ci mettevano troppo tempo a capirlai detenuti stessi facevano intendere il nocciolo della cosa. Ci furono dei conflitti abbastanza aspri: essiper esempiotentavano un sottufficiale e lo facevano beredopo di che gli spiegavanoa modo proprios'intendeche aveva bevuto con loroe per conseguenza... Finì che i sottufficiali guardavano con indifferenza omegliocercavano di non vedere come si introducessero le vesciche piene di vodca e come la si vendesse. Ben più: come gli invalidi di primaessi andavano al mercato e portavano ai detenuti panini a ciambellacarne di manzo e tutto il restocioè tutto ciò di cui potevano incaricarsi senza troppi scrupoli. Perché si fossero fatti tutti questi mutamentiperché fosse stata istituita la compagnia di detenutiquesto poi non lo so. La cosa accadde già durante i miei ultimi anni di lavori forzati. Ma ero destinato a trascorrere ancora due anni sotto questo nuovo regime...

    Dovrei annotare tutta la mia vitatutti i miei anni di reclusorio? Non credo. A scrivere per ordinedi fila tutto ciò che accaddee tutto ciò che vidi e provai in quegli annisi potrebbero ancora scriveres'intendetre o quattro volte più capitoli di quelli scritti finora. Ma una simile descrizionesenza volerediverrebbe alla fine troppo uniforme. Tutti i casi occorsi riuscirebbero troppo monotonispecialmente se il lettore è già pervenuto dai capitoli precedentia farsi un concetto anche solo un po' soddisfacente della vita dei forzati di seconda categoria. Io volevo presentare tutto il nostro reclusorio e tutto ciò che vissi in quegli anni in un intuitivo e vivido quadro. Se abbia raggiunto questo scopo non so. E in parte anche non spetta a me giudicarne. Ma sono convinto che qui si può anche fare punto.

    Inoltre io stesso a volte sono preso da angoscia a questi ricordi.

    E poi difficilmente potrei rammentare ogni cosa. Gli anni successivi si sono come cancellati nella mia memoria. Molte circostanzene sono persuasosono state da me del tutto dimenticate. Ricordoper esempio che tutti quegli anniin fondo così simili l'uno all'altropassavano fiaccamenteuggiosamente.

    Ricordo che tutte quelle lunghenoiose giornate erano così uniformi come lo sgocciolare dell'acqua da un tetto dopo la pioggia. Ricordo che soltanto un appassionato desiderio di resurrezionedi rinnovamentodi nuova vita mi diedero la forza di aspettare e di sperare. E io finalmente riuscii a farmi forza:

    aspettavocontavo ogni giorno enonostante che ne rimanessero ancora millecontavo con delizia ciascuno di essilo accompagnavolo sotterravo econ lo spuntare di un nuovo giornoero lieto che ne restassero non più millema novecentonovantanove. Ricordo che in tutto quel tempononostante le centinaia di compagniio fui sempre in una tremenda solitudine e finii con l'amare tale solitudine. Moralmente solopassavo in rassegna tutta la mia vita trascorsaanalizzavo ogni cosa fino ai più minuti particolarimeditavo sul mio passatomi giudicavo da me con implacabile severitàe in qualche ora benedicevo finanche il destino per avermi mandato quella solitudinesenza di cui non sarebbero stati possibili né quel processo fatto a me stessoné quella rigorosa rassegna della vita precedente. E quali speranze fecero allora battere il mio cuore! Io pensaiio stabiliiio mi giurai che nella mia vita avvenire non ci sarebbero più stati né gli erroriné i traviamenti che c'erano stati prima. Io mi tracciai il programma di tutto il mio futuro e mi proposi di seguirlo fermamente. In me era rinata una cieca fede che avrei adempiuto tutto ciò e che potevo adempierlo... Io attendevoio invocavo al più presto la libertàvolevo mettermi alla prova daccapoin una nuova lotta. Talora mi afferrava una febbrile impazienza... Ma mi è doloroso ricordarmi ora del mio stato d'animo a quel tempo. Naturalmente tutto questo riguarda me solo... Ma ho scritto questo appunto perché mi pare che ognuno lo capiràperché a ognuno dovrebbe accadere la stessa cosase egli capitasse in prigione per un certo tempo nel fiore degli anni e delle forze.

    Ma a che dire di questo! Racconterò piuttosto ancora qualcosaper non terminare con un taglio troppo netto.

    M'è venuto in mente che qualcuno potrebbe domandare: possibile che a nessuno mai fosse dato fuggire dai lavori forzati e che da noiin tutti quegli anninessuno fosse fuggito? Io ho già scritto che il detenuto che ha trascorso due o tre anni in reclusorio comincia ormai ad apprezzare tali anni e involontariamente a far questo calcoloche è meglio finire il tempo che gli resta senza fastidisenza pericoliper poi andarsene legalmente al confino. Ma un simile calcolo entra in testa solo al detenuto mandato qui per una breve pena. Chi ha da scontare lunghi anni è magari anche pronto a rischiare... Ma da noichi sa perchéciò non accadde mai. Non so se fossero molto paurosise la sorveglianza fosse particolarmente severamilitareo la situazione della nostra città (nella steppaaperta) per molti rispetti sfavorevole: è difficile dirlo.

    Io penso che tutte queste cause avessero la loro influenza.

    Realmenteevadere da noi era un po' difficile. E tuttavia anche mentre c'ero io accadde un fatto del genere: due ci si arrischiaronoanzi due dei maggiori criminali...

    Dopo la sostituzione del maggioreA-v (quello che gli faceva la spia nel reclusorio) era rimasto completamente solo senza protezione. Egli era ancora giovanissimoma il suo carattere si andava fortificando e rinsaldando con gli anni. In generale era un uomo audacerisoluto e anche accortissimo. Egli avrebbe bensì continuato a fare la spia e a esercitare varie attività clandestine se gli avessero dato la libertàma ora non ci sarebbe più cascato in modo così sciocco e inconsideratocome aveva fatto primapagando la propria stupidità con la deportazione. Egli si esercitava da noi anche un poco in falsi passaporti. Non lo affermo però con sicurezza. Così sentivo dire dai nostri detenuti.

    Dicevano che si occupasse di questo lavoro fin da quando andava nella cucina dal maggiore di piazzaritraendones'intendeun reddito adeguato. Insommaa quanto parevaegli avrebbe potuto risolversi a tuttopur di mutare la sua sorte. Io ebbi occasione di conoscere un poco l'animo suo: il cinismo arrivava in lui a un'insolenza rivoltanteal più freddo sarcasmoe suscitava un'invincibile repulsione. Mi sembra chese gli fosse venuto una gran voglia di bere un quartino di acquavitee se non avesse potuto procurarsi questo quartino se non assassinando qualcunoegli l'avrebbe senza dubbio assassinatopur di poter fare ciò alla chetichellaa insaputa di chicchessia. In reclusorio aveva imparato a essere calcolatore. Ed eccoappunto a quest'uomo aveva rivolto la sua attenzione il detenuto Kulikòv della sezione speciale.

    Già ho parlato di Kulikòv. Era un uomo non più giovanema dominato dalle passionipieno di vitalitàfortedotato di straordinarie e svariate attitudini. In lui c'era una gran forza ed egli voleva ancora viveresiffatti uomini fino alla più tarda vecchiaia continuano ad aver voglia di vivere. E se io avessi dovuto meravigliarmi perché da noi non si tentava di evaderemi sarei meravigliato in primo luogo di Kulikòv. Ma Kulikòv aveva preso una decisione. Chi di loro due aveva più influsso sull'altro: A-v su Kulikòv o Kulikòv su A-v? Non lo soma entrambi si valevano a vicenda ed erano uomini che per questa impresa si confacevano l'uno all'altro. Essi strinsero amicizia.

    Mi pare che Kulikòv facesse conto che A-v avrebbe preparato i passaporti. A-v era un ex-nobile e apparteneva alla buona società:

    ciò prometteva una certa varietà nelle future avventurepurché avessero potuto raggiungere la Russia. Chi sa come si erano intesi e quali speranze avevano; ma certamente le loro speranze uscivano dalla solita routine del vagabondaggio siberiano. Kulikòv era per natura attore e poteva scegliersi nella vita molte e diverse parti; poteva sperare moltoper lo meno una vita molto varia.

    Tali uomini doveva produrre il reclusorio! Essi si accordarono per fuggire.

    Ma fuggire senza il soldato di scorta era impossibile. Bisognava indurre il soldato di scorta ad accompagnarli. In uno dei battaglioni di stanza nella fortezza faceva servizio un polaccoun uomo energico e forse degno di miglior sorteun uomo già maturodi baldo aspettoserio. Da giovaneappena giunto in Siberia per prestar servizioaveva disertato per la sua profonda nostalgia della patria. Lo avevano acciuffatopunito e tenuto un paio d'anni nelle compagnie di detenuti. Quando fu rimandato a fare il soldatoegli mutò pensiero e si mise a servire con zelocon tutte le sue forze. In segno di distinzionelo avevano fatto caporale. Era un uomo ambiziosopresuntuoso e sapeva farsi valere. Aveva appunto l'aspetto e il modo di parlare di uno che sa farsi valere. Io più volte lo avevo incontrato in quegli anni fra gli altri soldati di scorta. Qualcosa mi avevano detto di lui anche i polacchi. A me era parso che la sua nostalgia di un tempo si fosse convertita in odioun odio celatosordoperenne.

    Quest'uomo poteva risolversi a tutto e Kulikòv non s'ingannò scegliendolo come compagno. Il suo cognome era Koller. Essi si intesero e fissarono il giorno. Si era nel mese di giugnole giornate erano affocate. Il clima di questa città è abbastanza costante; d'estate il tempo è stabilecaldo; e questo fa il gioco del vagabondo. S'intende che essi in nessuna maniera avrebbero potuto partire direttamente dal postodalla fortezza: tutta la città è situata in alto e aperta da ogni parte. Intornoper una distesa abbastanza vastanon ci sono boschi. Bisognava travestirsi da abitanti del luogo ea questo scopoarrivare innanzi tutto nel sobborgodove Kulikòv aveva da lungo tempo un suo covo. Non so se i favoreggiatori del sobborgo fossero pienamente iniziati al loro segreto. Bisogna supporre che lo fosserosebbene poinell'inchiestala cosa non si sia del tutto chiarita. Quell'annoin un cantuccio del sobborgoaveva appena iniziato la sua carriera una giovane e avvenentissima ragazzasoprannominata Vanka Tankache prometteva molto bene e in parte mantenne le sue promesse in seguito. La chiamavano anche "Fuoco".

    Sembra che lei pure prendesse una certa parte alla cosa. Kulikòv era già tutto un anno che si rovinava per lei. I nostri baldi giovani andarono la mattina allo smistamento e con abilità fecero in modo che li mandarono col detenuto Scilkinstufaio e stuccatorea intonacare le baracche vuote del battaglionedi dove i soldati già da un pezzo erano andati al campo. A-v e Kulikòv si avviarono con lui come manovali. Koller s'intrufolò come soldato di scorta epoiché per tre detenuti ci voleva scorta doppiavolentieri affidarono a Kollerquale vecchio soldato e caporaleuna giovane recluta perché la guidasse e la istruisse nel servizio di scorta. Dovevano dunque i nostri fuggiaschi avere un fortissimo influsso su Koller e costui essersi fidato di lorosedopo un lungo enegli ultimi annifortunato servizioegliche era persona intelligenteposatacalcolatricesi era indotto a seguirli.

    Giunsero alle baracche. Erano le sei del mattino. Oltre a loro non c'era alcuno. Dopo aver lavorato un'orettaKulikòv e A-v dissero a Scilkin che sarebbero andati al laboratorioin primo luogoper vedere qualcuno esecondariamenteper prendere intanto non so quale strumento che era risultato mancante. Con Scilkin bisognava far le cose scaltramentecioè nel modo più naturale possibile.

    Egli era un moscovitastufaio di mestieredi origine borghesefurbointriganteintelligentedi poche parole. Di aspetto era mingherlino e smunto. Egli avrebbe voluto andare sempre in panciotto e veste da casaalla moscovitama il destino aveva disposto altrimenti edopo lunghe peregrinazionisi era arenato per sempre da noi nella sezione specialecioè nella categoria dei più efferati delinquenti militari. Come si fosse meritato una simile carriera non so; ma in lui non si notava mai un forte malcontento; teneva un contegno pacifico e uguale; solo qualche volta si ubriacava come un ciabattinoma anche allora si comportava bene. A parte del segreto egli naturalmente non erae i suoi occhi erano molto penetranti. Va da sé che Kulikòv gli ammiccò che andavano a pigliare l'acquaviteche fin dal giorno prima era stata riposta nel laboratorio. Questo toccò il cuore di Scilkin; egli si separò da loro senza alcun sospetto rimanendo solo con la reclutae KulikòvA-v e Koller si diressero verso il sobborgo.

    Trascorse mezz'ora; gli assenti non ritornavano e tutt'a un trattomangiata la fogliaScilkin si mise a riflettere. Il giovanotto aveva tutte le malizie. Cominciò a ricordarsi: Kulikòv era di un umore un po' specialeA-v pareva gli avesse due volte bisbigliato qualcosaalmeno Kulikòv gli aveva due volte strizzato l'occhiolui aveva visto; ora si ricordava di tutto ciò. Anche in Koller si notava un non so che: quanto menonell'andar via con lorosi era messo a dare istruzioni alla recluta sul come comportarsi in sua assenzae questoin certo modonon era del tutto naturaleda parte di Kolleralmeno. Insommaquanto più Scilkin andava avanti a ricordaretanto più crescevano i suoi sospetti. Il tempo intanto passavaquelli non ritornavanoe la sua inquietudine giungeva agli estremi limiti. Egli capiva benissimo quale rischio corresse in questa faccenda: su di lui avrebbero potuto appuntarsi i sospetti dei superiori. Potevano pensare che avesse lasciato partire i compagni scientementeper un mutuo accordoe se avesse tardato a denunciare la scomparsa di Kulikòv e di A-vtali sospetti avrebbero acquistato anche maggiore verosimiglianza. Non c'era tempo da perdere. A questo punto si rammentò che negli ultimi giorni tra Kulikòv e A-v c'era stata una certa quale particolare intimitàche spesso avevano bisbigliato tra lorospesso erano andati dietro le baracchelontano da ogni sguardo. Si rammentò che già allora aveva pensato qualcosa sul loro conto. Guardò con occhio scrutatore il suo soldato di scorta; quello sbadigliavacol gomito appoggiato al fucilee col fare più innocente si puliva il naso con un ditotanto che Scilkin non si degnò nemmeno di comunicargli i propri pensierima puramente e semplicemente gli disse di seguirlo al laboratorio del genio. Nel laboratorio bisognava domandare se gli altri non fossero venuti lì. Ma risultò che lì nessuno li aveva visti. Tutti i dubbi di Scilkin si dissiparono. Che fossero andati soltanto a bere un poco e a spassarsela nel sobborgocome qualche volta faceva Kulikòv- pensava Scilkin- anche questo in quel caso non era possibile. Gliel'avrebbero dettoperché non metteva conto di nasconderglielo. Scilkin piantò il lavoro esenza passare alla baraccasi avviò direttamente al reclusorio.

    Erano già quasi le novequando si presentò al sergente maggiore e gli spiegò di che si trattasse. Il sergente maggiore allibì e sulle prime non volle nemmeno prestargli fede. S'intende che anche Scilkin gli aveva esposto tutto ciò solo a titolo di congetturadi sospetto. Il sergente si precipitò senz'altro dal maggiore. Il maggiore corse immediatamente dal comandante della fortezza. Dopo un quarto d'ora erano già stati presi tutti i provvedimenti necessari. Fu fatto rapporto al generale governatore in persona. I criminali erano d'importanza e per loro poteva venire da Pietroburgo un forte rabbuffo. A ragione o noA-v era stato ascritto ai delinquenti politici; Kulikòv era della sezione specialecioè arcicriminale e pure militare per giunta. Non si aveva ancora esempio fino a quel giorno che qualcuno fosse fuggito dalla sezione speciale. Si ricordarono in proposito chesecondo le normeper ciascun detenuto della sezione speciale dovevano esserci sul lavoro due soldati di scorta oalmenouno. Questa norma non era stata osservata. Ne veniva quindi una faccenda incresciosa. Furono inviati dei messi in tutti i paesiin tutte le cittadine dei dintorni per dar notizia degli evasi e lasciare dappertutto i loro connotati. Si mandarono dei cosacchi a inseguirlia dar loro la caccia; si scrisse anche ai distretti e alle provincie vicine. Insommalo sgomento fu grande.

    Intanto da noinel reclusorioera cominciata un'agitazione di altro genere. I detenutiman mano che venivano dai lavorisubito apprendevano di che si trattava. La nuova era già volata dappertutto. Tutti accoglievano la notizia con una certa straordinariaocculta gioia. A tutti il cuore aveva dato come un sobbalzo. A parte che quel caso aveva interrotto la vita monotona del reclusorio e messo a soqquadro il formicaiouna fugae una simile fugaaveva trovato come un'eco fraterna in tutti gli animi e toccato in essi delle corde da gran tempo dimenticate: un che di simile alla speranzaalla temeritàalla possibilità di mutare la propria sorte si era risvegliato in tutti i cuori. "Degli uomini erano pur fuggiti: perché dunque?". E ognuno a questo pensiero si ringalluzziva e guardava gli altri con aria di sfida. Per lo menotutti si erano fatti subitamente come orgogliosi e avevano cominciato a guardare dall'alto in basso i sottufficiali.

    S'intende che nel reclusorio piombarono subito i superiori. Venne anche il comandante in persona. I nostri si erano ringalluzziti e avevano un'aria baldanzosaanzi un po' sprezzantee una certa quale taciturnasevera gravitàcome a dire: "Noi sappiamo fare le cose". Va da sé che da noi si era subito previsto la visita di tutti i superiori. Si era previsto pure che senza fallo ci sarebbero state delle perquisizioni e si era anticipatamente nascosto tutto. Si sapeva che i superiori in questi casi erano sempre forti del senno di poi. E così accaddeci fu un gran trambusto: tutto venne frugatorovistato e... non si trovò nullas'intende. Al lavoro pomeridiano i detenuti furono mandati sotto scorta rafforzata. La sera le sentinelle si davano la voce nel reclusorio a ogni momento; gli uomini furono contati una volta più del solito; nel far questo si sbagliò anche un paio di volte più del solito. Ne nacque una nuova baraonda: tutti furono mandati fuori in cortile e li si contò daccapo. Poi li si contò ancora una voltanelle baracche. Insomma ci si diede un gran da fare.

    Ma i detenuti non se ne davano per inteso. Essi avevano tutti un'aria di estrema indipendenza ecome sempre è costume in tali casitennero tutta quella sera un contegno insolitamente corretto: "Non è possibile quindi attaccarsi a nulla".

    Naturalmente i superiori pensavano: "Non saranno rimasti nel reclusorio dei complici degli evasi?"e diedero l'ordine di sorvegliare i detenuti e di ascoltarne i discorsi. Ma i detenuti ridevano soltanto. "E' mai questa una faccenda da lasciarsi dietro dei complici?". "Queste cose si fanno a passi di lupoe non altrimenti". "E poi è un uomo Kulikòvè un uomo A-v da non far sparirein una faccenda similequalsiasi traccia? L'hanno fatta magistralmentein gran segreto. E' gente che ha tutte le maliziepasseranno anche attraverso le porte chiuse!". Insomma Kulikòv e A-v erano saliti in famatutti ne erano orgogliosi. Sentivano che l'impresa loro sarebbe giunta alla più lontana posterità dei forzatisarebbe sopravvissuta al reclusorio.

    - Gente che la sa lunga! - diceva uno.

    - Eccocredevano che da noi non si potesse fuggire. Sono fuggitino?... - soggiungeva altri.

    - Sono fuggiti! - insinuò un terzo guardandosi intorno con una certa autorità. - Ma chi è fuggito? E' forse da mettere vicino a te?

    In un altro momento il detenuto a cui si riferivano queste parole avrebbe senza fallo risposto alla sfida e difeso il proprio onore.

    Ma ora rimase modestamente zitto. "Infatti non sono mica tutti come Kulikòv e A-v; prima fa' vedere chi sei!".

    - E noifratellidavveroche stiamo a fare qui? - interrompe il silenzio un quartodimessamente seduto accanto al finestrino della cucinaparlando con un po' di cantilena per un certo qual senso di commozionesegretamente presuntuosoe appoggiando la guancia al palmo della mano. - Che siamo noi qui? Vivinon siamo uomini; mortinon siamo defunti. E-eh!

    - Questa faccenda non è una scarpa. Dal piede non te la levi.

    Perché e-eh?

    - Eppure Kulikòv... - mise becco uno di quelli focosiun giovane e sbarbato ragazzotto.

    - Kulikòv! - replica subito l'altro sbirciando sprezzantemente lo sbarbatello- Kulikòv!

    E questo significa: di Kulikòv ce ne sono forse molti?

    - Be'e anche A-vfratelliche volponeohche volpone !

    - Altro che! Quello ti rigira fra le dita anche Kulikòv. Non riesci a trovarne il bandolo!

    - Farebbe piacerefratellisapere se ora siano già lontani...

    E subito si cominciò a discorrere: saranno già lontani? E da che parte si saranno avviati? E dove sarebbe meglio che andassero? E qual è il paese più vicino? Si trovarono lì degli uomini che conoscevano i dintorni. Venivano ascoltati con curiosità. Si parlò degli abitanti dei prossimi villaggi e si concluse che quella era gente poco sicura. Troppo vicina alla cittàgente navigata; non avrebbero favorito i detenutili avrebbero presi e consegnati.

    - Quifratelliil contadino è feroce. U-u-uhche contadino!

    - Non c'è da fidarsene!

    - Il siberiano ha le orecchie di porco. Non cascargli nelle maniche ti ammazza.

    - Be'ma i nostri...

    - E' presto capito chi avrebbe la meglio. Anche i nostri non sono di quelli...

    - Be'se non moriremosapremo.

    - E tu che ne pensi? Li prenderanno?

    - Io credo che non li prenderanno mai! - mette bocca uno di quelli focosi battendo il pugno sulla tavola.

    - Ehm! Be'questo dipende da come si mette la faccenda.

    - Ma ioecco che cosa pensofratelli- salta su Skuratovse io fossi vagabondonon mi piglierebbero mai!

    - Proprio te!

    Cominciano le risatealtri si danno l'aria di non voler nemmeno ascoltare. Ma Skuratov già si è sbrigliato.

    - Non mi piglierebbero mai! - replica con energia- iofratellispesso ci penso tra me e mi meraviglio di me stessoma mi pare che passerei anche per una fessura e nessuno mi piglierebbe.

    - Ma poi ti verrà fame e andrai da un contadino per avere del pane.

    Risate generali.

    - Del pane! Ciance!

    - Ma tu che hai da menare la lingua? Tu e lo zio Vassia avete ammazzato la morte delle vacche [25] e per questo vi hanno mandati qui.

    Le risate si fanno più forti. I detenuti seri guardano con anche maggiore indignazione.

    - Conti frottole! - grida Skuratov- questo l'ha inventato sul mio conto Mikitkae nemmeno sul mio contoma su quello di Vaskae poi hanno tirato in ballo anche me. Io sono di Mosca e fin da piccolo ho conosciuto il vagabondaggio. Me lo scaccinoquando ancora mi insegnava a leggeremi tirava per un orecchio:- Ripeti:

    "fammi la graziao Dionella tua grande misericordia" - e così via... e io ripetevo dietro a lui: "Mi hanno condotto alla poliziaper la tua misericordia" e così via... Ecco dunque come io fin dalla prima infanzia presi a comportarmi.

    Tutti sghignazzarono di nuovo. Ma era quello che ci voleva per Skuratov. Egli non poteva fare a meno di buffoneggiare. Ben presto lo lasciarono e ripresero i discorsi seri. A pronunciare giudizi erano soprattutto i vecchi e i competenti. Le persone più giovani e più quiete si limitavano a guardarli con compiacenza e si sporgevano col capo per ascoltare; in cucina si era radunata una gran folla; di sottufficialis'intendenon ce n'erano. In loro presenza non avrebbero parlato liberamente. Fra quelli che più erano lieti notai un tartaroMametkadi alta staturadagli zigomi sporgentiuna figura straordinariamente comica. Egli non diceva quasi nulla in russo e non capiva quasi nulla di ciò che dicevano gli altrima metteva avanti la testa di dietro la folla e ascoltavaascoltava con delizia.

    - E cheMametka va bene? - si appiccicò a luinon sapendo che fare Skuratovrespinto da tutti.

    - Bene! Ohbene! - borbottò animandosi tutto e facendo dei cenni a Skuratov con la sua buffa testa- bene!

    - Non li prenderanno? Mai?

    - Maimai! - e Mametka tornò a ciondolare il capoma questa volta agitando le braccia.

    - Allora la tua ha mentito e la mia non ha capito [26]è cosìè cosìeh?

    - Cosìcosìbene! - confermò Mametka accennando col capo.

    - Allora bene!

    E Skuratovfattogli uno schiocco sul berrettoche poi gli calò sugli occhiuscì dalla cucina nella più allegra disposizione di spirito lasciando Mametka un po' stupito.

    Per un'intera settimana si protrassero i rigori nel reclusorio e le febbrili battute e ricerche nei dintorni. Non so in qual modoma i detenuti ricevevanoimmediate e precisetutte le notizie sulle operazioni dei superiori fuori del carcere. Nei primi giorni tutte le notizie furono in favore degli evasi: non un segno di vitaerano scomparsie basta. I nostri sogghignavano soltanto.

    Ogni inquietudine circa la sorte dei fuggiaschi era dileguata.

    "Non troveranno nullanon piglieranno nessuno!"dicevano da noi con presunzione.

    - Nulla di nulla; zero!

    - Addionon abbiate paurapresto tornerò!

    Da noi si sapeva che tutti i contadini dei dintorni erano stati messi in motoche tutti i luoghi sospettitutti i boschitutti i burroni erano sorvegliati.

    - Sciocchezze- dicevano i nostri sogghignando- anche loro certamente hanno qualcuno da cui ora soggiornano.

    - Di sicuro ce l'hanno! - dicevano altri- non è gente da non averci pensato; tutto avevano preparato in precedenza.

    Andarono ancora oltre nelle supposizioni: si misero a dire che i fuggitivi forse se ne stavano tuttora nel sobborgo e dimoravano in qualche cantinain attesa che l'allarme passasse e ricrescessero loro i capelli. Ci sarebbero stati sei mesiun annoe poi se ne sarebbero andati.

    Insomma tutti erano perfino in una certa qual romanzesca disposizione di spirito. Quando a un trattoun otto giorni dopo l'evasionesi sparse la voce che erano state scoperte le loro tracce. Naturalmente l'assurda voce fu subito respinta con disprezzo. Ma quella stessa sera la voce ebbe conferma. I detenuti cominciarono a essere in apprensione. Al mattino del giorno dopo si prese a dire in città che già li avevano catturatiche li stavano riconducendo. Dopo desinare si appresero ancora maggiori particolari; li avevano catturati a settanta verste di làin un certo villaggio. Infine si ricevette un'informazione precisa. Il sergentetornato dall'ufficio del maggioredichiarò in modo positivo che verso sera li avrebbero condotti direttamente al corpo di guardia presso il reclusorio. Dubitare ormai era impossibile. E' difficile riferire l'impressione prodotta da questa notizia sui detenuti. Dapprima parvero adirarsi tuttipoi si fecero tristi. Poi fece capolino una certa velleità di canzonatura. Incominciarono a riderema non già dei catturatoribensì dei catturatisul principio pochipoi quasi tuttiall'infuori di alcune persone serie e posate che la pensavano a modo loro e che non si potevano sconcertare coi motteggi. Questi guardavano con disprezzo le frivole masse e tacevano.

    Insommain quella stessa misura in cui prima avevano esaltato Kulikòv e A-vora li abbassavanoanzi li abbassavano con voluttà. Come se quelli avessero in qualche maniera offeso tutti.

    Raccontavano con aria sprezzante che era venuta loro una gran voglia di mangiareche non avevano resistito alla fame ed erano andati in un villaggio dai contadini a chiedere del pane. Era questo già l'ultimo grado dell'avvilimento per un vagabondo. Del resto questi racconti non erano esatti. I fuggiaschi erano stati spiati; essi si erano nascosti in un bosco; li avevano circondati da tutte le parti. Quellivedendo che non c'era possibilità di salvarsisi erano arresi da sé. Non rimaneva loro null'altro da fare.

    Ma quando verso sera realmente i gendarmi li condussero con mani e piedi legatitutti i forzati si riversarono verso la palizzataper vedere che avrebbero fatto di loro. S'intende che non videro nientese non le carrozze del maggiore e del comandante presso il corpo di guardia. I fuggiaschi furono messi in una segretaincatenati e il giorno dopo mandati sotto processo. Gli scherni e il disprezzo dei detenuti ben presto caddero da sé. Si appresero maggiori particolari sulla faccendasi apprese che non c'era più stato altro da fare che arrendersie tutti cominciarono a seguire con cordiale interesse l'andamento del processo.

    Gliene appiopperanno un migliaio- dicevano gli uni.

    Ma che migliaio! - dicevano gli altri- li finiranno. Ad A-v magari un migliaioma l'altro lo finirannoperchéfratello mio caroè della sezione speciale.

    Tuttavia non indovinarono. Ad A-v toccarono in tutto cinquecento colpi; si prese in considerazione la sua soddisfacente condotta anteriore e la mancanza di precedenti. A Kulikòv ne diederoparemillecinquecento. Furono con lui abbastanza clementi. Da persone assennatei due dinanzi al tribunale non coinvolsero nessunoparlarono in modo chiaro e precisodissero di essere fuggiti direttamente dalla fortezzasenza passare in nessun posto. Più di tutti mi fece pena Koller: egli perse tuttole sue ultime speranzericevette più colpi degli altrimi pareduemilae fu spedito come detenuto non so dovenon nel nostro reclusorio però.

    A-v fu punito blandamentecon qualche riguardo; a ciò avevano contribuito i medici. Ma egli faceva il galletto e diceva forte all'infermeria che ormai era risoluto a tuttopronto a tuttoe avrebbe fatto ben altro. Kulikòv si comportò come semprecioè con gravità e decoroetornato dopo la punizione al reclusorioaveva un'aria come se non se ne fosse mai allontanato. Ma i detenuti non lo guardavano più allo stesso modo: nonostante che Kulikòv sapesse sempre e dappertutto tenersi sui detenuti in cuor loro parvero cessare di rispettarlo e presero a trattarlo in certo qual modo più alla pari. In una paroladopo questa evasione la gloria di Kulikòv si offuscò grandemente. Tanto vuol dire fra gli uomini il buon successo.

     

     

  19. L'USCITA DALLA GALERA

 

Tutto ciò era accaduto già nell'ultimo anno dei miei lavori forzati. Quest'ultimo anno è per me quasi altrettanto memorabile quanto il primospecialmente gli ultimissimi tempi passati al reclusorio. Ma a che discorrere dei particolari! Ricordo soltanto che in quell'annononostante tutta la mia impazienza di scontare al più presto la penami fu più facile vivere che in tutti i precedenti anni di deportazione. In primo luogoio avevo fra i detenuti molti amici e buoni conoscentii quali avevano definitivamente concluso che ero una brava persona. Molti di essi mi erano devoti e mi amavano sinceramente. Il "pioniere" per poco non si mise a piangere accompagnando me e il mio compagno fuori del reclusorioe quando poigià uscitinenoi trascorremmo ancora un intero mese in questa cittàin un edificio governativoegli venne da noi quasi ogni giornosolo cosìper vederci un momento. Ci furono però anche delle persone ruvide e scortesi sino alla fineper le quali sembrava fosse gravoso dire con me una parola. Dio sa perché. Pareva che tra noi ci fosse una specie di muro divisorio.

Negli ultimi tempi io ebbiin generalepiù agevolazioni che durante tutti i lavori forzati. In questa cittàfra i militari in servizio avevo ritrovato dei conoscentie perfino degli antichi compagni di scuola. Rinnovai con essi le mie relazioni. Per mezzo loro potei avere più denaropotei scrivere a casa e perfino ricevere dei libri. Erano già parecchi anni che non avevo letto nemmeno un libroe mi è difficile dar conto di quella strana e insieme eccitante impressione che produsse in me il libro letto in reclusorio. Mi ricordo che cominciai a leggerlo di seraquando chiusero la cameratae lo lessi per tutta la notte fino all'alba.

Era un fascicolo di rivista. Come se fosse giunto a volo fino a me un messaggio dell'altro mondola vita precedente mi sorse tutta dinanzi chiara e luminosae da ciò che avevo letto mi sforzavo di indovinare questo: sono io rimasto molto addietro a questa vita?

quante vicende hanno vissuto quelli di laggiù in mia assenza? che cosa li agita ora? quali questioni li occupano ora? Io mi attaccavo alle paroleleggevo tra le righecercavo di trovarci un senso misteriosodegli accenni al passato; andavo in cerca delle tracce di ciò che una voltaai miei tempiaveva commosso gli uominied era per me tanto triste sentire oraall'atto praticofino a che punto io fossi un estraneo nella nuova vitafino a che punto fossi divenuto un brandello tagliato via.

Bisognava abituarsi alle novitàfar conoscenza con la nuova generazione. Soprattutto mi gettai su un articolo sotto il quale si trovava la firma di un uomo a me notoun tempo intimo mio. Ma già risonavano anche nomi nuovi: comparivano nuovi uomini di azione e io mi affrettavo avidamente a farne conoscenza ed ero indispettito di avere così pochi libri in prospettiva e che fosse così difficile procurarseli. Primacol precedente maggiore di piazzaera anzi pericoloso portare dei libri nel reclusorio. In caso di perquisizione non mancavano gli interrogatori: "Da dove vengono questi libri? Dove li hai presi? Dunque hai delle relazioni!...". E che potevo io rispondere a tali interrogatori? E perciòvivendo senza librim'immergevo involontariamente in me stessomi ponevo dei quesiticercavo di risolverlia volte mi tormentavo con essi. Magiàtutto questo non si può nemmeno ridire!...

Ero entrato nel reclusorio d'inverno e perciò d'inverno pure dovevo uscire in libertàil medesimo giorno in cui c'ero arrivato. Con quale impazienza attendevo l'invernocon che voluttàalla fine dell'estatevedevo le foglie appassire sugli alberi e l'erba avvizzire nella steppa! Ma ecco che anche l'estate è trascorsail vento autunnale ha preso a ululare; ecco che già comincia a volteggiare la prima neve. E' giunto infine questo invernoda tanto tempo atteso! Il mio cuore si metteva talora a battere sordamente e con violenza per il grande presentimento della libertà. Ma cosa strana: quanto più tempo passava e quanto più si avvicinava il terminetanto più mi facevo paziente. Verso gli ultimissimi giorni me ne meravigliai e rimproverai perfino: mi era parso di essere diventato del tutto freddo e indifferente.

Molti detenuti che m'incontravano in cortile nelle ore di riposo attaccavano discorso con me congratulandosi:

- Ecco che prestoprestobabbino Aleksàndr Petrovic'uscirete libero. Ci lascerete solinoi poverelli.

- E voiMartinovpresto? - io rispondo.

- Io! Be'ma che! Dovrò tribolare ancora circa sette anni.

E sospira tra sési ferma e guarda distrattamente come se gettasse un'occhiata nel futuro... Sìmolti si rallegravano con me sinceramentecon gioia. Mi parve che tutti avessero preso come a trattarmi con più affabilità. Io cessavo evidentemente di essere uno dei loro; essi già mi dicevano addio. K-cinskiun polacco di origine nobileun giovane quieto e miteamava purecome mepasseggiare molto nelle ore di riposo in cortile. Egli pensavacon l'aria pura e col motodi preservare la sua salute compensando tutto il danno delle notti soffocanti passate in camerata. - Io attendo con impazienza la vostra uscita- mi disse con un sorriso incontrandomi un giorno alla passeggiata: voi uscirete di qui e allora io saprò che a me resterà un anno giusto prima della liberazione.

Osserverò qui di passata chein conseguenza delle fantasticherie e della lunga desuetudinela libertà pareva da noinel reclusorioin certo qual modo più libera della vera libertàdi quella cioè che esiste di fattorealmente. I detenuti si esageravano il concetto della effettiva libertàe questo è così naturalecosì proprio di ogni detenuto! Un qualunque cencioso attendente di ufficiale lo si considerava da noi poco meno che un repoco meno che l'ideale dell'uomo liberoa paragone dei detenuti per il fatto che andava in giro non rasosenza ferri ai piedi e senza scorta.

Alla vigilia dell'ultimissimo giornoal crepuscoloio feci PER L'ULTIMA VOLTAlungo la palizzatail giro di tutto il nostro reclusorio. Quante migliaia di volte avevo fatto il giro di quella palizzata in tutti quegli anni! Lìdietro le baraccheavevo vagato nel primo anno dei miei lavori forzati soloderelittoaccasciato. Mi ricordo come contassi allora quante migliaia di giorni mi restavano da passare. Signore Iddioda quanto tempo è accaduto ciò! Eccoquiin quest'angolovisse in prigionia la nostra aquila; eccoqui m'incontrava spesso Petròv. Anche ora egli non si staccava da me. Accorreva ecome indovinando i miei pensiericamminava accanto a me in silenzio e come se si meravigliasse di qualche cosa tra sé. Io dicevo mentalmente addio a queste costruzioni di travi annerite delle nostre baracche. Che impressione ostile mi avevano fatto ALLORAnei primi tempi!

Anch'esse dovevano ora essere invecchiate in confronto di allora; ma io non potevo accorgermene. E quanto giovinezza era stata sepolta inutilmente tra queste paretiquante grandi forze erano qui perite invano! Bisogna pur dire tutto: questa gente era pur gente straordinaria. Essa è pureforsela gente più capacepiù forte di tutta la gente nostra. Ma sono perite invano delle forze possentisono perite in modo anormaleillegaleirrevocabile. E chi ne ha colpa?

Proprio cosìchi ne ha colpa?

Il mattino seguenteper tempoancora prima dell'uscita per andare al lavoroquando appena cominciava ad albeggiareio feci il giro di tutte le camerateper salutare tutti i detenuti. Molte mani calloseforti si tesero gentilmente verso di me. Taluni le stringevano proprio da compagnima questi erano pochi. Gli altri capivano ormai benissimo che ora sarei diventato un uomo tutto diverso da loro. Sapevano che in città avevo una conoscenzache ora me ne sarei andato di qui verso i signori e mi sarei messo a sedere accanto a quei signori come un uguale. Capivano ciò e mi salutavanosia pure gentilmentesia pure affabilmentema in ben altro modo che come un compagnobensì come un signore. Taluni mi voltavano le spalle eruvidinon rispondevano al mio saluto.

Qualcuno mi guardò perfino con una specie di odio .

Rullò il tamburo e tutti si avviarono al lavoroma io rimasi in casa. Suscilov quella mattina si era alzato quasi prima di tutti gli altri e si affaccendava del suo meglio per fare in tempo a prepararmi il tè. Povero Suscilov! Egli si mise a piangerequando gli regalai la mia roba smessa di detenutole camicei reggicatene e un po' di denaro. - Non questonon questo m'importa! - egli diceva frenando a stento il tremito delle labbra- se sapeste che cosa è per me perderviAleksàndr Petrovic'! Con chi rimarrò io quisenza di voi? - Per l'ultima volta mi accomiatai anche da Akim Akimic'.

- Eccopresto sarà la vostra volta! - gli dissi.

- Io dovrò restare qui ancora a lungomolto a lungo- egli mormorava stringendo la mia mano. Io mi gettai al suo collo e ci baciammo.

Una decina di minuti dopo l'uscita dei forzatiuscimmo anche noi dal reclusorioper non tornarci mai piùio e il mio compagnocol quale ero giunto. Bisognava andare direttamente alla fucinaper farci sferrare. Ma non ci accompagnava più il soldato col fucile: ci andammo con un sottufficiale. Ci tolsero i ferri i nostri stessi detenutinell'officina del genio. Io aspettai un pocomentre sferravano il mio compagnopoi mi accostai io stesso all'incudine. I fabbri mi fecero voltare col dorso verso di lorosollevarono di dietro il mio piede; lo posarono sull'incudine.

Essi si affannavanovolevano fare con abilitànel miglior modo.

- La ribadituraper prima cosa gira la ribaditura!... comandava il più anziano- tienila fermaecco cosìbene... Ora batti col martello...

I ferri caddero. Io li sollevai. Volevo tenerli un momento in manodar loro un ultimo sguardo. Ero come meravigliato che un istante prima fossero sulle mie gambe.

- Be'andate con Dio! Con Dio! - dicevano i detenuti con voci a scattirudima che parevano contente di non so che cosa.

Sìcon Dio! La libertàuna nuova vitala risurrezione dai morti...

Che gran bel momento!

 

 

 

NOTE:

  1. Intraducibile bisticcio basato su un errore di pronuncia dei detenuti: "silni"forte (da "sila"forza)invece di "ssylni"deportato.
  2. Corridoio formato da due file di soldati muniti di verghetra le quali era fatto passare il recluso.
  3. Uccello favoloso nelle fiabe russe.
  4. Bevanda ottenuta facendo fermentare il pane o la farina di segala con malto.
  5. Formula tradizionale dell'ospitalità.
  6. I figli dei soldati cheper una riforma di Alessandro Primoerano stati stabiliti in varie parti della Russia per formarvi veri e propri villaggi militari. Anche i figli erano detti "cantonisti" poiché venivano fin da bambini addestrati militarmente.
  7. Espressione proverbiale per designare chi chiede la carità senza averne bisogno o si lagna ipocritamente della propria sorte. Il nome di Sirotkin viene da "sirotà"orfano.
  8. Poco più di 70 centimetri.
  9. pelliccia contadinesca di montone.
  10. Nome di tre vie di Pietroburgo dov'erano luoghi di divertimento e di piacere.
  11. Abbreviazione popolare di San Pietroburgo.
  12. Il coltello (nota dell'autore).
  13. Il carnefice (Nota dell'autore).
  14. Acqua calda con miele.
  15. Miscuglio di granaglie cotte.
  16. Personaggio del romanzo "Anime morte" di Gogol.
  17. Dal nome di un personaggio delle "Anime morte" di Gogol con un atteggiamento sdolcinato e ottimistico.
  18. Tutto quello che io scrivo qui delle punizioni e dei supplizi esisteva ai miei tempi. Oracome ho sentitotutto questo è mutato e va mutando (Nota dell'autore).
  19. Il passaporto (Nota dell'autore).
  20. Cioè nel boscodove canta la "kukuska" (il cuculo): Egli vuol dire che sono anche loro vagabondi (Nota dell'autore).
  21. Dissidenti religiosiscismaticidetti anche "vecchi credenti".
  22. Sui denti (Nota dell'autore).
  23. Storpiatura popolare di "feldscer" (aiuto medico).
  24. Espressione testualeche del resto si adoperava ai miei tempi non dal nostro maggiore soltantoma anche da molti minuti comandantisoprattutto provenienti dai gradi inferiori (Nota dell'autore).
  25. Cioè avevano ammazzato un contadino o una donna sospettando che diffondessero il malocchio che fa morire il bestiame. Da noi c'era uno di tali omicidi (Nota dell'autore).
  26. Modo di dire russo per significare: allora non si verrà a capo di niente.

 




Google





Google