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Alexander Puskin

 

LA FIGLIA DEL CAPITANO

 

 

 

Custodisci l'onore fin da giovane

Proverbio

 

 

 

CAPITOLO PRIMO

 

IL SERGENTE DELLA GUARDIA

Sarebbe della guardia doman stesso capitano "Non occorre: servizio presti nell'esercito".

Ben detto! Che si travagli un po'...

[...] Ma chi Ŕ suo padre?

KNIAZNIN (1)

Il padre mioAndrÚj Petrovic' Grini˛vnella sua giovent¨ aveva servito sotto il conte Miniche era andato in pensione da primo maggiore nel 17... Da allora era vissuto nella sua campagna di Simbýrskdove aveva anche sposato la signorina Avdotia Vasýlievna Ju.figlia di un nobile povero del luogo. Eravamo nove figli.

Tutti i miei fratelli e sorelle morirono nell'infanzia. Io fui iscritto nel reggimento Semi˛novski come sergentegrazie al maggiore della guardia principe B.nostro prossimo parente. Fui considerato in licenza fino al termine degli studi. A quel tempo non ci si cresceva al modo di oggi. Dall'etÓ di cinque anni fui messo in mano allo staffiere Savelic'datomi come precettore per la sua sobria condotta. Sotto la sua vigilanzanel dodicesimo annoimparai a leggere e scrivere il russoe potevo assai correttamente giudicare delle qualitÓ di un levriero maschio.

A quel tempo il babbo prese per me un francesemossiÚBeauprÚche fecero venire da Mosca con l'annuale scorta di vino e d'olio d'oliva. La sua venuta spiacque molto a Savelic'.

"Grazie a Dio"egli bofonchiava tra sÚil bimbo Ŕ, sembra, lavato, pettinato, nutrito. Che bisogno c'era di spendere denaro d'avanzo e prendere un 'mossiÚ', come se ci mancasse gente nostra!.

BeauprÚ nella patria sua era stato parrucchierequindi in Prussia soldatopoi era venuto in Russia "pour ŕtre outchitel" (per fare il precettore)senza capire molto il significato di questa parola. Era un buon figliuoloma sventato e sregolato all'estremo. Sua principale debolezza era la passione per il bel sesso; non di rado a causa delle sue tenerezze riceveva spintoni per i quali gemeva per ventiquattr'ore intere. Inoltre non era nemmenosecondo la sua espressioneun nemico della bottigliacioŔa dirla in russogli piaceva vuotarne un goccio di troppo.

Ma poichÚ il vino si serviva da noi solo a pranzoe eziandio un bicchierino a testain occasione di che il precettore di solito lo saltavanoil mio BeauprÚ si abitu˛ prestissimo all'acquavite russae cominci˛ perfino a preferirla ai vini della sua patriacome senza confronto pi¨ salutare per lo stomaco. C'intendemmo subitoesebbene per contratto fosse tenuto a insegnarmi "il franceseil tedesco e tutte le scienze"egli preferý svelto svelto imparare da me a masticare il russoe dopo ciascuno di noi due si occupava ormai dei fatti propri. Vivevamo in perfetta armonia. NÚ io desideravo altro mentore. Ma ben presto il destino ci separ˛e ecco per qual vicenda.

La lavandaia Palaskauna ragazza grossa e butteratae la guercia vaccara Akulka si accordarono per gettarsi a un tempo ai piedi della mammaaccusandosi di colpevole debolezza e lamentandosi in pianto di "mossiÚ"che aveva circuito la loro inesperienza. Alla mamma con queste cose non piaceva scherzare e se ne dolse col babbo. Egli fece pronta giustizia. Mand˛ subito a chiamare quella canaglia di francese. Gli riferirono che "mossiÚ" stava dandomi lezione. Il babbo venne nella mia camera. In quel momento BeauprÚ dormiva sul letto il sonno dell'innocenza. Io ero occupato in una faccenda. Bisogna sapere che per me era stata fatta venire da Mosca una carta geografica. Essa pendeva alla parete senz'uso di sortae da un pezzo mi aveva tentato per l'ampiezza e la bontÓ della carta. Avevo risoluto di farne un aquilone eapprofittando del sonno di BeauprÚmi ero messo all'opera. Il babbo entr˛ proprio mentre adattavo una coda di stoppa al Capo di Buona Speranza. Vedendo il mio esercizio di geografiail babbo mi tir˛ un orecchiopoi corse da BeauprÚlo svegli˛ senza tanti riguardi e prese a caricarlo di rimbrotti. BeauprÚpiccino piccinovoleva sollevarsi e non poteva: il disgraziato francese era ubriaco fradicio. Una le paga tutte. Il babbo lo sollev˛ per il bavero dal lettolo spinse fuori della porta e quello stesso giorno lo cacci˛ viacon indescrivibile gioia di Savelic'. E cosý termin˛ la mia educazione.

Vivevo da fanciulloinseguendo i colombi e giocando a cavallina coi monelli della servit¨. Frattanto compii sedici anni. Qui la mia sorte mut˛.

Una volta in autunno la mamma coceva in salotto della confettura di miele e ioleccandomi le labbraguardavo ribollire la liquida crosta. Il babbo presso la finestra leggeva il "Calendario di Corte"da lui ricevuto ogni anno. Questo libro aveva sempre su lui un forte influsso: non lo rileggeva mai senza un particolare interessee quella lettura sempre gli procurava uno stupefacente rimescolio di bile. La mammache sapeva a memoria tutte le sue usanze e consuetudinicercava sempre di ficcare il malcapitato libro il pi¨ lontano possibilee in tal modo il "Calendario di Corte" non gli veniva sott'occhi a volte per interi mesi. In compensoquando per caso lo trovavanon se lo lasciava pi¨ scappare di mano per ore intere. E cosýil babbo leggeva il "Calendario di Corte"alzando di tanto in tanto le spalle e ripetendo sottovoce: "Tenente generale!... Nella mia compagnia era sergente!... Cavaliere dei due ordini russi!... Ma Ŕ un pezzo che noi?...". Infine il babbo scagli˛ il "Calendario" sul divano e s'immerse in una meditazione che non presagiva nulla di buono.

D'un tratto si rivolse alla mamma:

- Avdotia Vasýlievnama quanti anni ha Petruscia?

- Maeccoha compiuto il sedicesimo- rispose la mammaPetruscia nacque lo stesso anno che perdette l'occhio zia Nastassia GherÓssimovnae quando ancora...

- Bene- interruppe il babbo- Ŕ ora di fargli prendere servizio. Deve smettere di correre per le stanze delle servee di arrampicarsi sulle colombaie.

Il pensiero di una prossima separazione da me colpý talmente la mammache lasci˛ cadere il cucchiaio nella casseruolae le lacrime colarono gi¨ per il suo viso. Invece Ŕ difficile descrivere il mio entusiasmo. Il pensiero del servizio militare si fondeva in me coi pensieri della libertÓcoi piaceri della vita pietroburghese. Mi figuravo ufficiale della guardiail chesecondo la mia opinioneera il colmo della felicitÓ.

Al babbo non piaceva nÚ mutare i propri disegninÚ differirne l'esecuzione. Venne fissato il giorno della mia partenza. Alla vigilia il babbo dichiar˛ che intendeva scrivere per mio mezzo al futuro mio superioree chiese penna e carta.

- Non dimenticareAndrÚj Petrovic'- disse la mamma- di salutare anche da parte mia il principe B.: io poi spero che lui non priverÓ Petruscia dei suoi favori.

- Che sciocchezza! - rispose il babboaggrottando le cigliaa che proposito mi metter˛ a scrivere al principe B.?

- Ma se hai detto che volevi scrivere al superiore di Petruscia!

- Ebbeneche cosa ci trovi?

- Ma il superiore di Petruscia Ŕ il principe B. Sai bene che Petruscia Ŕ iscritto al reggimento Semi˛novski.

- Iscritto! E che mi fach'Ŕ iscritto? Petruscia a Pietroburgo non andrÓ. Che cosa pu˛ imparareservendo a Pietroburgo? A scialacquare e fare il rompicollo? Nofaccia servizio nell'esercitoe tiri la carrettae senta l'odore della polveree sia un soldato e non un damerino nella guardia! Dov'Ŕ il suo passaporto? Dallo qua.

La mamma cerc˛ il mio passaportocustodito nel suo scrignetto con la camicina nella quale mi avevano battezzatoe lo consegn˛ al babbo con mano tremante. Il babbo lo lesse con attenzionelo pose davanti a sÚ sulla tavola e cominci˛ la sua lettera.

La curiositÓ mi tormentava. Dove mi mandavanose non pi¨ a Pietroburgo? Non toglievo gli occhi dalla penna del babboche si moveva abbastanza lentamente. Infine egli termin˛suggell˛ la lettera in un piego col passaportosi tolse gli occhiali echiamatomidisse:

- Eccoti una lettera per AndrÚj KÓrlovic' R.mio vecchio camerata e amico. Vai a Orenb¨rg a servire sotto i suoi ordini.

E cosý tutte le mie brillanti speranze rovinavano! Invece dell'allegra vita pietroburghese mi aspettava la noia in una contrada sperduta e lontana. Il servizio militarea cui un minuto prima pensavo con tanto ardoremi parve una dura infelicitÓ. Ma non c'era da discutere! La mattina del giorno dopo fu condotta all'ingresso la carretta da viaggio; vi misero su una valigiauna cassetta col servizio da tŔ e fagotti con panini e pasticciniultimi segni dei domestici vezzi. I miei genitori mi diedero la benedizione. Il babbo mi disse: - AddioPiotr. Servi fedelmente colui al quale avrai giurato; obbedisci ai superiori; non correre dietro alla loro benevolenza; non cercare tu stesso il servizio:

dal servizio non esimerti; e ricorda il proverbio: "Bada al vestito fin da nuovoe all'onore fin da giovane". - La mamma in lacrime raccomand˛ a me di aver cura della mia salutee a Savelic' di vegliare sul ragazzino. Mi misero un pellicciotto di lepree una pelliccia di volpe sopra. Sedetti nel carro con Savelic' e mi posi in camminosciogliendomi in lacrime.

Quella stessa notte arrivai a Simbýrskove dovetti passare tutta una giornata per l'acquisto di cose di necessitÓ; del che era stato incaricato Savelic'. Mi fermai in una locanda. Savelic' fin dalla mattina and˛ in giro per le botteghe. Annoiatomi di guardare dalla finestra nel sudicio vicolome n'andai vagando per tutte le stanze. Entrato nella sala del biliardovidi un signore altosui trentacinque annidai lunghi baffi neriin veste da cameracon la stecca in mano e la pipa tra i denti. Giocava col pallaioil quale a ogni vincita beveva un bicchierino di vodkae a ogni perdita doveva ficcarsi carponi sotto il biliardo. Presi a guardare il loro giuoco. Pi¨ a lungo duravapi¨ le gite carponi si facevano frequentifinchÚ in ultimo il pallaio rest˛ sotto il biliardo. Il signore pronunci˛ sopra di lui alcune energiche espressioni a guisa di orazione funebre e mi propose di fare una partita. Rifiutai adducendo che non sapevo giocare. Ci˛ parve riuscirgli strano. Mi guard˛ quasi con compassione; tuttavia attaccammo discorso. Seppi che si chiamava IvÓn IvÓnovic' Zurinch'era capitano del reggimento ussari a cavallo di... e si trovava a Simbýrsk per ricevere le reclutee alloggiava all'albergo.

Zurin mi offerse di pranzare con luicon quel che il convento passavada soldati. Acconsentii volentieri. Ci mettemmo a tavola.

Zurin beveva molto e faceva bere anche medicendo che bisognava assuefarsi al serviziomi raccontava aneddoti militariper i quali poco mancava non schiattassi dalle risae ci alzammo da tavola amici perfetti. Qui si offrý d'insegnarmi a giocare al biliardo.

- Per noialtri soldati- diceva- Ŕ indispensabile. In marciaper esempioarrivi in un sito; di che vuoi che ci si occupi? Non si possono mica sempre picchiare gli ebrei. Te ne vai per forza all'albergo e ti metti a giocar al biliardo; e per questo bisogna saper giocare!

Fui convinto perfettamente e intrapresi con grande assiduitÓ lo studio. Zurin m'incoraggiava a gran vocestupiva dei miei rapidi progressie dopo qualche lezione mi propose di giocare a soldia mezza copeca solanon per la vincitama cosýper non stare a giocare di nullache eraa detta suala peggiore abitudine.

Acconsentii anche a quelloe Zurin ordin˛ di portare il ponce e mi esort˛ a provareripetendo che al servizio occorreva avvezzarsie senza ponce che servizio Ŕ mai ! Gli diedi retta.

Intanto il gioco nostro continuava. Pi¨ sorseggiavo il mio bicchierepi¨ mi facevo ardito. Le palle a ogni momento mi volavano fuori di sponda; mi scaldavosgridavo il segnatoreche contava Dio sa comeaumentavo sempre pi¨ la posta; in una parolami comportavo come un ragazzaccio scappato in libertÓ. Intanto il tempo era passato insensibilmente. Zurin diede un'occhiata all'orologioripose la steccae mi dichiar˛ che avevo perduto cento rubli. Ci˛ m'imbarazz˛ un pochino. Il mio denaro l'aveva Savelic'. Presi a scusarmi. Zurin m'interruppe:

- Ma via! Non dartene pensiero. Posso anche aspettare; e intanto andremo da Arýnuska.

Che volete? Finii la giornata cosý scapestratamente come l'avevo cominciata. Cenammo da Arýnuska. Zurin a ogni istante mi versava da bereripetendo che bisognava assuefarsi al servizio. Alzatomi da tavolaappena mi reggevo in piedi; a mezzanotte Zurin mi riport˛ alla locanda.

Savelic' ci venne incontro sul terrazzino. Egli mand˛ un gemitoscorgendo gl'indubbi segni del mio attaccamento al servizio.

- Che mai t'Ŕ accadutosignore? - disse con voce dolentedove ti sei sborniato cosý? AhimŔSignore! nella vita non s'Ŕ mai dato un guaio simile!

- Zittovecchio barbogio! - gli risposibiascicando- sei certamente ubriaco; vattene a dormire... e mettimi a letto.

Il giorno appresso mi svegliai col mal di testariandando confusamente i fatti del giorno prima. Le mie riflessioni furono interrotte da Savelic'entrato in camera mia con una tazza di tŔ.

- PrestoPiotr Andreic'- mi dissecrollando il capopresto cominci a spassartela. E da chi hai preso ci˛? NÚ il babbo nÚ il nonno furono ubriaconimi sembra; della mamma non c'Ŕ da parlare; in vita suatranne il "kvas" non mise mai nulla in bocca. Ma chi ha colpa di tutto? Il maledetto "mossiÚ". Non faceva altro che correre dall'Antýpievna: "Madamze vu pridella vodka". Ed eccoti il "ze vu pri"! Non c'Ŕ che dire: instradava al benefiglio di un cane. E bisognava prenderlo per precettore! Come se il padrone non avesse avuto gente propria!

Ebbi vergogna. Mi voltai in lÓ e gli dissi:

- Vattene viaSavelic'; tŔ non ne voglio.

Ma Savelic' era difficile farlo tacerequando attaccava una predica.

- EccovediPiotr Andreic'che vuol dire alzare il gomito. Si ha la testa pesantee poi non si ha voglia di mangiare. L'uomo che beve non Ŕ buono a nulla... Bevi un po' di salamoia di cetrioli col mielema meglio di tutto sarebbe snebbiarsi con mezzo bicchierotto di acquavite. Non lo comandi?

In quel mentre entr˛ un ragazzo e mi porse un biglietto da parte di I. I. Zurin. Lo spiegai e lessi le seguenti righe:

"Carissimo Piotr AndrÚievic'per favoremandami col mio ragazzo i cento rubli che perdesti meco ieri. Ho bisogno estremo di quattrini. Ai tuoi servizi.

"IvÓn Zurin".

Non c'era che fare. Assunsi un'aria indifferente erivolgendomi a Savelic'che "e dei soldie della biancheria e degli affari miei aveva cura"ordinai di consegnare ai ragazzo i cento rubli.

- Come! perchÚ? - domand˛ sbalordito Savelic'.

- Glieli devo- risposi con la maggior freddezza possibile.

- Li devi! - replic˛ Savelic'piombando in un sempre maggior sbalordimento- ma quandosignorefacesti in tempo a indebitarti con lui? C'Ŕ qualcosa che non va. Come vuoisignorema i soldi non li dar˛.

Pensai chese in questo minuto decisivo non la vincevo sull'ostinato vecchiocon l'andar del tempo mi sarebbe stato difficile liberarmi della sua tutelaeguardandolo orgogliosamentedissi:

- Io sono il tuo signoree tu sei il mio servo. I denari sono miei. Li ho perduti giocando perchÚ cosý mi salt˛ in mente; ti consiglio di non ragionare tanto e di fare quel che ti si ordina.

Savelic' fu cosý colpito dalle mie parole che battÚ le mani e rimase stordito.

- PerchÚ te ne stai lý? - gridai irosamente.

Savelic' si mise a piangere.

- "BÓtiuska"Piotr Andreic'- disse con voce tremante- non mi fare morire di dispiacere. Luce miadÓ retta a meche sono vecchioscrivi a quel brigante che scherzastiche tali somme noi nemmeno le si vede. Cento rubli! Dio misericordioso! Di' che i genitori ti hanno rigorosamente proibito di giocarefuorchÚ a noci...

- Basta ciarlare- lo interruppi severo- da' qua i soldio ti metter˛ fuori per le spalle.

Savelic' mi guard˛ con profonda tristezza e and˛ a prendere la somma da me dovuta. Mi rincresceva per il povero vecchio; ma volevo affrancarmi e dimostrare che non ero pi¨ un bambino. Il denaro fu recapitato a Zurin. Savelic' si affrett˛ a trarmi fuori della maledetta locanda. Comparve con la notizia che i cavalli erano pronti. Con la coscienza inquieta e un tacito pentimento partii da Simbýrsksenza accomiatarmi dal mio insegnante e pensando di non rivederlo mai pi¨.

 

 

 

NOTE:

  1. Poeta e drammaturgo (1742-1791).

 

 

 

CAPITOLO SECONDO

 

LA GUIDA

O paese miopaeselloPaese sconosciuto!

PerchÚ mal non venni lo stessoPerchÚ un buon destrier non mi port˛?

Mi portarme bravo giovineLa sveltezzaun franco ardire E i fumi della bettola.

CANZONE ANTICA.

Le mie meditazioni di viaggio non erano molto piacevoli. La mia perditasecondo i prezzi di alloranon era di poco conto. Non potevo non riconoscere nell'anima che la condotta mia nella locanda di Simbýrsk era stata scioccae mi sentivo colpevole verso Savelic'. Tutto ci˛ mi tormentava. Il vecchio sedeva cupo sulla sponda del carrovoltandomi il dorsoe tacevasolo gemendo a tratti. Io volevo assolutamente far pace con luie non sapevo da che cosa cominciare. Infine gli dissi:

- ViaviaSavelic'!; bastafacciamo la paceho torto; vedo io stesso che ho torto. Ieri commisi molte pazzie e ti offesi per nulla. Prometto di comportarmi d'ora in poi pi¨ saggiamente e di darti ascolto. Sunon essere in collerafacciamo pace.

- EhbÓtiuskaPiotr Andreic'! - rispose lui con un profondo sospiro- sono in collera con me stesso: ho torto io in pieno.

Come potei lasciarti solo alla locanda? Che fare? Fui indotto in peccato: mi venne in mente di dare una capatina dalla sagrestanadi vedere la comare. Proprio cosý: dalla comare mia passaie in prigione mi fermai. Un vero guaio! Come mi mostrer˛ agli occhi dei signori? Che diranno essiquando sapranno che il ragazzo beve e giuoca?

Per consolare il povero Savelic'gli diedi la parola di non disporre in avvenire di una sola copeca senza il suo consenso. A poco a poco egli si calm˛sebbene borbottasse pur sempre ogni tanto fra sÚscotendo la testa:

"Cento rubli! E che Ŕ poca cosa?".

Mi avvicinavo alla mia destinazione. Intorno a me si stendevano malinconici desertiintersecati da colline e burroni. Tutto era coperto di neve. Il sole calava. Il carro andava per una strada angustaopi¨ esattamentesull'orma tracciata dalle slitte dei contadini. D'un tratto il vetturale si mise a guardare da una parte e infinetoltosi il berrettosi rivolse a me e disse:

- Signorenon ordini di tornare?

- E perchÚ?

- Il tempo Ŕ malcerto: si alza un po' di vento; guarda come spazza via la neve.

- Poco male.

- Ma vedi lÓ quel che c'Ŕ?

Il vetturale indic˛ con la frusta a oriente.

- Io nulla vedotranne la steppa bianca e il cielo chiaro.

- Ma laggi¨ laggi¨: quella nuvoletta.

Scorsi infatti al margine del cielo una nuvoletta biancache prima avevo scambiato quasi per una collinetta lontana. Il vetturale mi spieg˛ che la nuvoletta annunciava una bufera di neve.

Avevo sentito parlare delle tempeste di neve di quei luoghi e sapevo che interi convogli ne erano stati ricoperti. Savelic'conforme all'avviso del vetturaleconsigliava di ritornare. Ma il vento non mi parve forte: fidai di raggiungere a tempo la stazione successiva e ordinai di procedere svelto.

Il vetturale mise al galoppoma sempre dava occhiate a oriente. I cavalli correvano di buon accordo. Il vento intanto vieppi¨ si rafforzava. La nuvoletta era diventata una bianca nubeche pesantemente si alzavacresceva e man mano circondava il cielo.

Venne gi¨ una neve minutae di un tratto si rovesci˛ a fiocchi.

Il vento prese a urlare; scoppi˛ la tempesta. In un attimo il cielo scuro si mescol˛ col mare di neve. Tutto scomparve.

- Be'signore- grid˛ il vetturale- Ŕ un guaio: c'Ŕ la bufera!

Guardai fuori del carro: tutto era buio e turbine. Il vento ululava con tanto feroce vigore che pareva animato; la neve si ammucchiava su me e Savelic'; i cavalli andavano al passo e presto si fermarono.

- PerchÚ non vai avanti? - domandai al vetturale con impazienza.

- Anche cosý non si sa dove ci siamo cacciati: non c'Ŕ strada e tutt'intorno Ŕ foschia.

Stavo per sgridarlo. Savelic' ne prese le difese.

- Bella voglia che hai avuto di non dar retta- diceva in tono stizzito- saresti tornato all'albergoavresti preso il tŔriposato ben bene fino alla mattinala tempesta si sarebbe calmataavremmo proseguito. E dove ci affrettiamo? Se ancora fosse a nozze!

Savelic' aveva ragione. Non c'era niente da fare. La neve cadeva a tutt'andare. Attorno al carro se ne stava alzando un cumulo. I cavalli stavano ritticon le teste chinee tremando ogni tanto.

Il vetturale andava in giroaggiustando i finimentivisto che non sapeva che fare. Savelic' brontolava; io guardavo da tutte le partisperando di scorgere almeno un indizio di focolare o di stradama nulla potevo distingueresalvo il vortice nevoso. A un tratto vidi qualcosa di nero.

- Ehivetturale! - gridai- guarda: che Ŕ quel nero laggi¨?

Il vetturale scrut˛ attentamente.

- Solo Dio lo sasignore- dissesedendo al suo postocarro non Ŕalbero non Ŕma sembra che si muova. Un lupo o un uomodev'essere.

Ordinai di dirigersi verso l'oggetto sconosciutoche subito cominci˛ a spostarsi incontro a noi. Di lý a due minuti fummo di fronte a un uomo.

- Ehibuon uomo! - gli grid˛ il vetturale- dimminon sai dov'Ŕ la strada?

- La strada Ŕ qui; io sto sulla traccia dura- rispose il viandante- ma a che serve?

- Stammi a sentirecontadinotto- gli dissi- conosci questo paese? Ti prendi l'impegno di condurmi a un alloggio?

- Il paese mi Ŕ noto- rispose il viandante- grazie a Diol'ho percorso e ripercorso in lungo e in largo. Ma guarda che tempo: in men che non si dicaperdi la strada. Meglio fermarci quie aspettare; chi sa che non troviamo il camminoregolandoci sulle stelle.

Questo sangue freddo mi diede coraggio. M'ero ormai risoltorimettendomi al volere di Dioa pernottare in mezzo alla steppaquando all'improvviso il viandante sedette lesto sulla sponda e disse al vetturale:

- Be'grazie a Dioil ricovero non Ŕ lontanovolta a drittae va'.

- E perchÚ devo andare a dritta? - domand˛ il vetturale con tono di malcontento- dove la vedi la strada? Non ci pensare: se i cavalli sono d'altri e la bardatura non Ŕ tuafrusta e non fermarti.

Mi sembrava che il vetturale avesse ragione.

- Infatti- dissi- perchÚ pensi che un asilo non sia lontano?

- Ma perchÚ il vento ha tirato di lÓ- rispose il viandantee ho sentito che sapeva di fumo; senza dubbio c'Ŕ un villaggio vicino.

La sua sagacia e la finezza del fiuto mi sbalordirono. Ordinai al vetturale di andare. I cavalli avanzavano pesantemente nella neve alta. Il carro procedeva adagioora entrando in un mucchio di neveora sprofondando in un borro e sbandando un po' da un latoun po' dall'altro. Somigliava alla navigazione di un bastimento nel mare in tempesta. Savelic' gemevaurtandomi a ogni istante nei fianchi. Io abbassai la stuoiami ravvolsi nella pelliccia e presi a sonnecchiarecullato dal canto della tempesta e dal dondolio del lento viaggio.

Feci un sogno che mai potei dimenticaree nel quale tuttora vedo un che di profeticoquando lo associo alle strane circostanze della mia vita. Il lettore mi scuserÓperchÚ probabilmente saprÓ per esperienza come sia proprio dell'uomo l'abbandonarsi alla superstizionenonostante ogni possibile sprezzo dei pregiudizi.

Mi trovavo in quello stato dei sensi e dell'anima in cui la realtÓcedendo alle fantasticheriesi fonde con esse nelle indistinte visioni del primo sonno. Mi sembrava che il turbine di neve tuttora infuriasse e noi vagassimo ancora per il nevoso deserto... D'un tratto scorsi un portone e entrai nella corte padronale della nostra fattoria. Primo mio pensiero fu il timore che il babbo non si adirasse con me per l'involontario ritorno sotto il tetto paternoe non lo prendesse per una meditata disobbedienza. Con inquietudine balzo fuori del carro e vedo: la mamma mi viene incontro sul terrazzino con aria di profondo dispiacere. "Piano"mi diceil babbo Ŕ malato, in punto di morte, e vuole dirti addio. Preso da terrorela seguo nella stanza da letto. Vedo che la stanza Ŕ debolmente illuminata; vicino al letto gente in piedi con visi mesti. Mi accosto pian piano al letto; la mamma solleva la cortina e dice: "AndrÚj Petrovic'! E' arrivato Petruscia; Ŕ tornatoavendo saputo della tua malattia; benedicilo". Mi posi in ginocchio e fissai i miei occhi sull'infermo. Ma che Ŕ?... Invece del padre miovedo che in letto giace un contadino dalla barba neraguardandomi lietamente.

Perplessomi girai verso la mammadicendole: "Che significa ci˛?

Non Ŕ il babbo. E a che proposito dovrei domandare la benedizione di un contadino?". "Fa lo stessoPetruscia"mi rispose la mammaŔ il tuo padrino: baciagli la mano, e che egli ti benedica....

Io non acconsentivo. Allora il contadino salt˛ gi¨ dal lettocav˛ fuori una scure da dietro il dorso e prese a brandirla in tutti i sensi. Io volevo fuggire... e non potevo; la stanza si riempý di cadaveri; inciampavo nei corpi e scivolavo nelle pozze di sangue.

Il terribile contadino mi chiamava carezzevolmentedicendo: "Non temereaccostati per ricevere la mia benedizione...". Sgomento e incertezza s'impadronirono di me... E in quel punto mi svegliai. I cavalli erano fermi; Savelic' mi teneva per manodicendo:

- Escisignoresiamo arrivati.

- Arrivati dove? - domandaistrofinandomi gli occhi.

- A una locanda. Il Signore ci ha aiutatisiamo capitati dritto sul recinto. Escisignoreprestoe scaldati.

Uscii dal carro. Il turbine di neve continuavasebbene con minor forza. C'era un buio da cavarsi gli occhi. Il padrone ci venne incontro al portonetenendo un fanale sotto la falda della giaccae mi condusse in una camera stretta ma abbastanza pulita; una schiappa accesa la rischiarava. Sul muro pendeva una carabina e un alto berretto cosacco.

Il padroneun cosacco oriundo del Jaýk pareva un contadino sui sessantaancora vivace e arzillo. Savelic' port˛ dietro di me la cassetta da viaggiochiese del fuoco per fare il tŔche mai m'era sembrato cosý necessario. Il padrone si mise in faccende.

- Dov'Ŕ la guida? - domandai a Savelic'.

- Quivostra nobiltÓ- mi rispose una voce dall'alto.

Gettai uno sguardo verso il soppalco e scorsi una barba nera e due occhi scintillanti.

- Che sei intirizzitofratello?

- Come non intirizzire con nient'altro che un cattivo gabbano indosso! Avevo un pellicciotto di montone ma a che nascondere il malfatto? Lo impegnai ieri sera dall'oste: il gelo non mi era parso grande.

In quest'istante il padrone entr˛ col samovÓr bollente; offrii alla nostra guida una tazza di tŔil contadino scese dal soppalco. Il suo aspetto mi parve notevole. Era sulla quarantinadi media staturasparutolargo di spalle. Nella sua barba nera si vedeva qualche pelo grigio; i grandi occhi vivi erano sempre in moto. Il suo viso aveva un'espressione abbastanza piacevolema da mariuolo. I capelli erano tagliati in tondoaveva indosso un gabbano strappato e braconi tartari. Gli porsi una tazza di tŔ; egli l'assaggi˛ e corrug˛ le sopracciglia.

- Vostra nobiltÓfatemi questa grazia... Ordinate di portarmi un bicchiere di vino; il tŔ non Ŕ la nostra bevanda cosacca.

Appagai con piacere il suo desiderio. Il padrone cav˛ da un recipiente di legno una bottiglia quadrasi accost˛ a lui eguardandolo in faccia:

- Eheh- disse- di nuovo dalle nostre parti! Dove ti ha portato Iddio?

La mia guida ammicc˛ significativamente e rispose con un adagio:

- Nell'orto volavola canapa beccavo; mi gett˛ la nonna un sassolinoma mi pass˛ vicino. Be'e che fanno i vostri?

- Ma che devono fare i nostri! - rispose il padronecontinuando l'allegorica conversazione- volevamo sonare a vesproma la moglie del "pop" (il prete ortodosso) l'ha proibito: il "pop" Ŕ in visitai diavoli sono in parrocchia.

- Tacizio- ribattÚ il mio vagabondo- vi sarÓ la pioggia; ci saranno pure i funghie ci sarÓ il paniere; e ora - (qui egli strizz˛ nuovamente un occhio) - ficca la scure dietro il dorso:

c'Ŕ in giro il guardaboschi. Vostra nobiltÓ! alla vostra salute!

A queste parole prese il bicchieresi segn˛ e bevve di un fiatopoi mi fece un inchino e torn˛ sul soppalco.

Nulla potei allora capire di quella conversazione furbescama poi mi accorsi che si trattava di faccende dell'esercito del Jaýkin quel tempo appena sottomesso dopo la rivolta del 1772. Savelic' aveva ascoltato con aria di grande malcontento. Aveva guardato con sospetto ora il padroneora la guida. La locandaocome si dice laggi¨l'"umi˛t"si trovava fuori manonella steppalontano da ogni villaggioe somigliava molto a un rifugio di briganti. Ma non c'era niente da fare. Non si poteva neppure pensare a continuare il viaggio. L'inquietudine di Savelic' mi divertiva parecchio. Nel frattempo mi disposi a pernottare e mi coricai su una panca. Savelic' si risolse ad andarsene sulla stufa; il padrone si stese per terra. Ben presto tutta l'isba prese a russaree io mi addormentai come morto.

Svegliatomi la mattina abbastanza tardividi che la tempesta si era calmata. Il sole splendeva. La neve giaceva a guisa di accecante lenzuolo sull'immensa steppa. I cavalli erano attaccati.

Saldai il conto al padroneil quale ci prese uno scotto cosý modesto che perfino Savelic' non attacc˛ briga con lui e non si diede a tirare sul prezzosecondo il suo solitoe i sospetti del giorno prima si cancellarono totalmente dalla sua testa. Chiamai la guidala ringraziai per l'aiuto prestatoci e ordinai a Savelic' di darle mezzo rublo di mancia. Savelic' si accigli˛.

- Mezzo rublo di mancia! - disse- perchÚ ci˛? PerchÚ tu stesso hai voluto portarlo alla locanda? Come vuoisignore: non abbiamo mezzi rubli soverchi. A dar la mancia a tuttitoccherÓ presto a te stesso patire la fame.

Non potevo litigare con Savelic'. I denarigiusta la mia promessaerano a sua piena disposizione. Mi rincresceva per˛ di non potere ringraziare un uomo che mi aveva trattose non da un malannoalmeno da una spiacevole situazione.

- Va bene- dissi con flemma- se non vuoi dar il mezzo rublotiragli fuori qualcosa del mio vestiario. E' vestito troppo leggero. Dagli il mio pellicciotto di lepre.

- Per caritÓbÓtiuskaPiotr Andreic'! - disse Savelic'perchÚ dargli il tuo pellicciotto di lepre? Lui se lo berrÓil canealla prima bettola.

- Questovecchionon Ŕ impiccio tuo- disse il mio vagabondo- se me lo berr˛ oppure no. Sua nobiltÓ mi favorisce la pelliccia togliendola dalle spalle sue: tale Ŕ la sua volontÓ di padronee Ŕ dover tuo di servo non discuterema ubbidire.

- Non hai timore di Diobrigante! - gli rispose Savelic' con voce stizzita- vedi che il ragazzino ancora non capiscee ti fai un piacere di spogliarloper via della sua semplicitÓ. Che ti serve il pellicciotto del signorino? Non ci entreranno nemmeno le tue dannate spallacce.

- Prego di non far lo spiritoso- dissi al mio precettoreporta qui subito il pellicciotto.

- Signore Iddio! - gemÚ il mio Savelic'- un pellicciotto di lepre quasi nuovo! E pazienza a chiunque altroma ad un ubriacone e malandrino!

Tuttavia il pellicciotto di lepre comparve. Il contadino prese a misurarselo lo stesso. Effettivamente il pellicciottonon pi¨ comodo nemmeno per meera un po' stretto per lui. In qualche modo per˛ egli s'ingegn˛ e se lo mise indossoscucendone i punti.

Savelic' per poco non url˛sentendo come si rompevano i fili. Il vagabondo era straordinariamente contento del mio regalo. Mi accompagn˛ al carro e disse con un profondo inchino:

- Grazievostra nobiltÓ! Vi compensi il Signore del vostro beneficio. FinchÚ camponon scorder˛ la vostra bontÓ.

Egli se n'and˛ dalla sua parte e io mi avviai oltresenza far caso a Savelic'e ben presto dimenticai la tempesta di neve del giorno primala mia guida e il pellicciotto di lepre.

Giunto a Orenb¨rgmi presentai difilato dal generale. Vidi un uomo di statura altama giÓ incurvata dalla vecchiezza. I suoi lunghi capelli erano completamente bianchi. La vecchia uniforme stinta rammentava un guerriero dei tempi di Anna IoÓnnovnae nella sua parlata si sentiva fortemente la pronuncia tedesca. Gli porsi la lettera del babbo. Al nome di lui mi gett˛ una rapida occhiata.

- Tio mio! - disse- non mi sembra molto che AndrÚj Petrovic' era ancor tella tua etÓe ora ecco che ciofinotto ha ciÓ!... Ahil tempoil tempo!

Dissuggell˛ la lettera e si mise a leggerla sottovocefacendo le sue osservazioni: - "Egregio signor AndrÚj KÓrlovic'spero che vostra eccellenza...". Che cerimonie sono cveste ? oip˛come non si fa scrupolo! Certola disciplina Ŕ la prima cosama si scrife cosý a un fecchio camerata?... "Vostra eccellenza non ha dimenticato..."uhm... "e... quando... defunto feldmaresciallo Min... in campagna... come pure... Karolinka"... E-ehbruder(fratello)! cosý rammenta ancora le nostre fecchie scappate? "Ora al fatto... Vi mando il mio rompicollo..."uhm... "tener in briglia...". Che Ŕ cvesto "tener in priglia?" Tev'essere un moto ti tire russo... Che cos'Ŕ cvesto "tener in priglia"? ripetÚrivolgendosi a me.

- Vuol dire- gli risposi con l'aria pi¨ innocente possibiletrattar benenon troppo severamentedare la massima libertÓtener in briglia.

- Uhmcapisco... "E non dargli libertÓ..."nosi vete che tener in priglia non fuol tir quello... "Includo... il suo passaporto".

Dov'Ŕ? Ahecco... "Scriverne al Semi˛novski. Benebene: tutto sarÓ fatto... "Permetterai chesenza gradici abbracciamo e...

vecchio compagno e amico"ah! finalmente l'ha indovinata...

ecceteraeccetera...

- Be'bÓtiuska- dissedopo aver letto la lettera e messo da parte il mio passaporto- tutto sarÓ fatto: sarai trasferito come ufficiale nel reggimento...eper non perder tempodomani stesso andrai alla fortezza di Bielog˛rskdove sarai al comando del capitano Mironovbuono e onesto uomo. Laggi¨ farai vero servizioimparerai la disciplina. A Orenb¨rg non c'Ŕ nulla da fare per te; la distrazione Ŕ nociva a un giovane. E oggi favorirai a pranzo da me.

"Di male in peggio!"pensai tra mea che m'Ŕ servito l'essere giÓ sergente della guardia quasi nel grembo di mia madre ! Dove m'ha portato ci˛? Nel reggimento... e in un'oscura fortezza, al confine delle steppe chirghiso-caisacche!. Pranzai da AndrÚj KÓrlovic'in tre con il suo vecchio aiutante. Una severa economia tedesca regnava alla sua tavolae io penso che la paura di vedere qualche volta un ospite di pi¨ alla sua mensa di scapolo fu in parte la causa del mio sollecito allontanamento in una guarnigione. Il giorno dopo mi congedai dal generale e mi avviai al luogo di mia destinazione.

 

 

 

CAPITOLO TERZO

 

LA FORTEZZA

In fortezza noi viviamMangiam pane e acqua beviam; Se i nemicigli assassiniQui verran per pasticciniUn banchetto lor daremo:

A mitraglia spareremo.

CANZONE SOLDATESCA.

Gente all'anticababbo mio.

"Il minorenne" (Commedia di Fonvisin).

La fortezza di Bielog˛rsk si trovava a quaranta verste da Orenb¨rg. La strada seguiva la scoscesa riva del Jaýk. Il fiume non era ancora gelatoe le sue plumbee onde nereggiavano tristemente tra le uniformi rivecoperte di bianca neve. Di lÓ da esse si stendevano le steppe chirghise. Io mi sprofondai in meditazioni per lo pi¨ malinconiche. La vita di guarnigione aveva per me scarsa attrattiva. Cercavo di figurarmi il capitano Mironovmio futuro superioree lo immaginavo un vecchio severocollericoche nulla conosceva fuorchÚ il suo servizioe pronto per ogni bagattella a mandarmi agli arresti a pane e acqua. Nel frattempo cominci˛ a imbrunire. Si andava abbastanza velocemente.

- E' lontana la fortezza? - domandai al mio vetturale.

- Non Ŕ lontana- rispose- eccolasi vede giÓ.

Guardai da tutte le partiaspettandomi di scorgere minacciosi bastionitorri e un terrapienoma nulla viditranne un villaggettocircondato da un recinto di travi. Da una parte stavano tre o quattro mucchi di fieno mezzo coperti di neve; dall'altra un mulino stortodalle ali rozzepigramente abbassate.

- Ma dov'Ŕ la fortezza? - domandai con meraviglia.

- Ma eccola- rispose il vetturaleindicando il villaggettoe a queste parole vi entrammo.

Presso la porta scorsi un vecchio cannone di ferro fuso; le vie erano strette e storte; le isbe basse e per la maggior parte coperte di paglia. Ordinai di andare dal comandantee di lý a un minuto il carro si ferm˛ davanti a una casetta di legnocostruita su un rialtovicino alla chiesapur essa di legno.

Nessuno mi venne incontro. Passai nell'ingresso e aprii la porta che dava in anticamera. Un vecchio invalido seduto sulla tavolacuciva una toppa turchina sul gomito di una vecchia divisa. Gli ordinai di annunciarmi.

- EntrabÓtiuska- rispose l'invalido- i nostri sono in casa.

Entrai in una stanza pulitaarredata all'antica. In un angolo stava un armadio con stoviglie; sulle pareti pendeva un diploma d'ufficiale in cornice con vetro; lý vicino facevano bella mostra quadretti di poco prezzoraffiguranti la presa di Kustrin e di OciakovnonchÚ la scelta della sposa e i funerali del gatto (...celebrati dai topi. Stampa satirica diffusa in Russia. Nota dei curatori). Presso la finestra sedeva una vecchina in mantelletta foderata di pelo e con un fazzoletto in testa.

Dipanava una matassina che un vecchietto guercioin divisa d'ufficialeteneva distesa sulle mani.

- Che desideratebÓtiuska? - domand˛continuando la sua occupazione.

Risposi ch'ero venuto a prendere servizio e a presentarmi come di dovere al signor capitanoe a queste parole fui per rivolgermi al vecchietto guercioprendendolo per comandante; ma la padrona di casa interruppe il discorso da me mandato a memoria.

- IvÓn Kuzmýc' in casa non c'Ŕ- rispose- Ŕ stato invitato da padre Gherassim; ma fa lo stessobÓtiuskaio sono la sua massaia. Prego di volerci bene e favorire. SiedibÓtiuska.

Diede una voce a una ragazza e le ordin˛ di chiamare il sottufficiale. Il vecchietto col suo occhio solitario mi guardava con curiositÓ.

- Oso domandare- disse- in che reggimento avete servito?

Soddisfeci la sua curiositÓ.

- E oso domandare- continu˛: - perchÚ siete passato dalla guardia in una guarnigione?

Risposi che tale era stato il volere dei superiori.

- SarÓ per atti non convenienti a un ufficiale della guardiaimmagino? - continu˛ l'instancabile interrogatore.

- Smettila di dire insulsaggini- gli disse la moglie del capitano- lo vediil giovane Ŕ stanco dal viaggio; non ha la testa a te... tieni dunque le mani pi¨ dritte...

- E tubÓtiuskamio- continu˛ rivolgendosi a me- non t'affiiggere che ti abbiano spedito in quest'angolo remoto. Non sei il primonon sarai l'ultimo. Prima si sopportapoi ci si affeziona. SvabrinAleksiÚj Ivanic'sono ormai cinque anni che fu trasferito da noi per un'uccisione. Sa Dio come fu indotto in peccato; eglivediand˛ fuori di cittÓ con un tenentee avevano preso con loro le spadee gi¨ a colpirsi l'un l'altroe AleksiÚj Ivanic' infilz˛ il tenentee ancora davanti a due testimoni! Che vuoi farci? Tutti si pu˛ peccare.

In quel momento entr˛ un sottufficialeun cosacco giovane e ben fatto.

- Maksimic'! - gli disse la moglie del capitano- assegna al signor ufficiale un alloggioma il pi¨ pulito possibile.

- UbbidiscoVassilissa Jeg˛rovna- rispose il sottufficialenon metteremmo sua nobiltÓ da IvÓn Polezaiev?

- VaneggiMaksimic'- disse la moglie del capitano- da Polezaiev sono giÓ allo stretto; poi mi Ŕ compare e si rammenta che siamo suoi superiori. Conduci il signor ufficiale... com'Ŕ il vostro nome e patronimicobÓtiuskamio ?

- Piotr Andreic'.

- Conduci Piotr Andreic' da Semi˛n Kusov. Il briccone ha lasciato entrare il suo cavallo da me nell'orto. EbbeneMaksimic'va tutto bene?

- Tutto Ŕ quietograzie a Dio- rispose il cosacco- solo il caporale Pr˛chorov Ŕ venuto alle mani nel bagno con Ustinia Niegulin per il secchio dell'acqua calda.

- IvÓn Ignatic'! - disse la moglie del capitano al vecchietto guercio- vedi un po' fra Ustinia e Pr˛chorov chi ha ragionechi torto. E castigali tutt'e due. Su Maksimic'vattene con Dio.

Piotr Andreic'Maksimic' vi condurrÓ al vostro alloggio.

Mi accomiatai. Il sottufficiale mi guid˛ in un'isbasituata sull'alta riva del fiumeproprio all'estremitÓ della fortezza.

MetÓ dell'isba era occupata dalla famiglia di Semi˛n Kusovl'altra l'assegnarono a me. Constava di una cameraabbastanza lindadivisa in due da un tramezzo. Savelic' prese a metterla in ordine; io mi misi a guardare dalla stretta finestra. Davanti a me si stendeva la malinconica steppa. Di sbieco stavano alcune casupole; per la via vagavano alcune galline. Una vecchiain piedi sul terrazzino con un mastellochiamava i maiali che le rispondevano con amichevoli grugniti. Ed ecco in che posto ero condannato a passare la mia giovinezza! L'angoscia mi prese; mi scostai dalla finestra e mi coricai senza cenanonostante le esortazioni di Savelic'che ripeteva contrito:

- Signore Iddio! non vuol mangiar nulla! Che dirÓ la signorase il figliuolo si ammalerÓ?

La mattina del giorno dopo avevo appena cominciato a vestirmiche la porta si aprý e da me entr˛ un giovane ufficialedi non alta staturadal viso bruno e superlativamente bruttoma vivace in modo straordinario.

- Scusatemi- mi disse in francese- che vengo senza cerimonie a fare la vostra conoscenza. Seppi ieri del vostro arrivo; il desiderio di vedere finalmente un volto umano s'Ŕ talmente impossessato di meche non ho potuto reggere. Lo capiretequando avrete vissuto qui un po' di tempo.

Indovinai chi era l'ufficiale escluso dalla guardia per duello.

Svabrin non era affatto sciocco. La sua conversazione era acuta e interessante. Con molta gaiezza mi descrisse la famiglia del comandantela sua cerchia e il paese dove m'aveva condotto la sorte. Risi di vero cuorequando entr˛ da me l'invalido che rappezzava l'uniforme nell'anticamera del comandantee a nome di Vassilissa Jeg˛rovna mi chiam˛ a pranzare da loro. Svabrin si offrý di venire con me.

Avvicinandoci alla casa del comandantevedemmo in una piazzetta una ventina d'invalidi anzianotti con lunghe trecce e cappelli a tricorno. Erano schierati in linea di fronte. Davanti stava il comandanteun vecchio arzillo e d'alta staturain berretta e in veste da camera di Nanchino. Vedendocisi accost˛ a noimi disse qualche parola affabile e riprese a dare comandi. Volemmo fermarci a guardare gli esercizi; ma egli ci preg˛ di andare da Vassilissa Jeg˛rovnapromettendo di seguirci subito.

- E qui- aggiunse- non avete nulla da guardare.

Vassilissa Jeg˛rovna ci accolse alla buona e cordialmentee mi tratt˛ come se mi avesse sempre conosciuto. L'invalido e Palaska mettevano la tovaglia.

- Cos'Ŕ che il mio IvÓn Kuzmýc' oggi si strapazza cosý? - disse la moglie del comandante: - Palaskachiama il padrone a pranzare. Ma dov'Ŕ Mascia?

Qui entr˛ una fanciulla sui diciotto annidal viso tondeggiantecoloritadai capelli di un biondo chiaropettinati dietro le orecchieche aveva tutte arrossate. A prima vista non mi piacque molto. La guardavo con prevenzione: Svabrin mi aveva descritto Masciala figlia del capitanocome una perfetta sciocchina.

Maria IvÓnovna sedette in un angolo e si mise a cucire. Intanto servirono la minestra di cavoli. Vassilissa Jeg˛rovnanon vedendo il maritomand˛ una seconda volta Palaska a chiamarlo.

- Di' al padrone: gli ospiti aspettanola minestra si raffredda; grazie a Diogli esercizi non scapperanno; avrÓ tempo di sgolarsi.

Il capitano di lý a un po' comparveaccompagnato dal vecchietto guercio.

- Che Ŕ ci˛bÓtiuskamio? - gli disse la moglie- il mangiare Ŕ servito da un pezzoe non si riesce a farti venire.

- Ma sentiVassilissa Jeg˛rovna- rispose IvÓn Kuzmýc'- ero occupato col servizioistruivo i soldatini.

- Ihsmetti! - ribattÚ la moglie del capitano- Ŕ solo una chiacchiera che istruisci i soldati: nÚ loro riusciranno a imparare il servizionÚ tu ci sai fare. Se te ne stessi a casa a pregare Diosarebbe meglio. Cari ospitifavorite a tavola.

Sedemmo a pranzo. Vassilissa Jeg˛rovna non stava zitta un momento e mi tempestava di domande: chi erano i miei genitorierano vividove abitavano e qual era la fortuna loro? Sentendo che il babbo aveva trecento contadini servi: - Vi par poco! disse; - di gente ricca ce n'Ŕ al mondo! E noibÓtiuskamioabbiamo in tutto e per tutto la serva Palaska; magrazie a Diotiriamo avanti. Un sol guaio: Mascia Ŕ una ragazza da maritoe che dote ha? Un pettine fittolo scopettinoe tre soldini (Dioperdonami! )il necessario per andare al bagno. Fortunase si troverÓ un brav'uomo; se nostattene per sempre zitella.

Diedi un'occhiata a Maria IvÓnovna; lei arrossi tuttae le gocciolarono perfino delle lacrime nel piatto. Ne ebbi pietÓe mi affrettai a cambiare discorso.

- Ho sentito- dissiabbastanza fuor di proposito- che la vostra fortezza si preparano ad assaltarla i baschiri.

- Da chibÓtiuskahai sentito questo? - domand˛ IvÓn Kuzmýc'.

- Cosý mi dissero a Orenb¨rg- risposi.

- Frottole- disse il comandante- da noi Ŕ un pezzo che non si sente nulla. I baschiri sono gente spauritae i chirghisi hanno avuto una lezione. Non credo che ci verranno addosso; ma se verrannodar˛ loro una strigliata che li calmer˛ per un dieci danni.

- E non avete paura- continuairivolgendomi alla moglie del capitano- di rimanere in una fortezza esposta a tali pericoli?

- E' l'abitudinebÓtiuskamiosono vent'anni che dal reggimento ci trasferirono quie Dio ne scampicome temevo questi dannati infedeli! Quando vedevo berretti di lincee quando sentivo le loro gridacredipadre miomi mancava il cuore addirittura! E adesso sono talmente abituatache non mi muovo dal postoquando vengono a dirci che i malviventi girano nei pressi della fortezza.

- Vassilissa Jeg˛rovna Ŕ una signora valorosissima- osserv˛ in tono d'importanza Svabrin- IvÓn Kuzmýc' ne pu˛ far fede.

- Ma senti- disse IvÓn Kuzmýc'- la donna non Ŕ poi di razza timida.

- E Maria IvÓnovna- domandai- Ŕ ardita come voi?

- Ardita Mascia? - rispose sua madre- noMascia Ŕ una paurosona. Tuttora non pu˛ sentire un colpo di fucile: non fa che tremare. E quando due anni fa a IvÓn Kuzmýc' salt˛ in menteil giorno del mio onomasticodi far sparare il nostro cannoneleila mia colombellaper poco dalla paura non se n'and˛ all'altro mondo. Da allora non spariamo pi¨ il maledetto cannone.

Ci alzammo da tavola. Il capitano e la capitanessa andarono a dormire; e io mi recai da Svabrincol quale passai l'intera serata.

 

 

 

CAPITOLO QUARTO

 

IL DUELLO

Tal siamettiti or dunque in positura.

Vedrai com'io trapasser˛ la tua figura.

KNIAZNIN.

Pass˛ qualche settimanae la mia vita nella fortezza di Bielog˛rsk si fece per me non solo sopportabilema perfino piacevole. In casa del comandante ero accolto come un parente.

Marito e moglie erano le persone pi¨ rispettabili. IvÓn Kuzmýc'arrivatoda figlio di soldatoa essere ufficialeera un uomo incolto e semplicema onestissimo e buono. Sua moglie lo guidavaci˛ che si accordava con la sua noncuranza. Vassilissa Jeg˛rovna badava anche alle faccende di serviziocome alle sue domestichee governava la fortezza cosý esattamente come la propria casa.

Maria IvÓnovna ben presto smise di fuggirmi. Facemmo conoscenza.

Trovai in lei una ragazza savia e sensibile. Senza accorgermenemi affezionai alla buona famigliapersino a IvÓn Ignatic'il tenente guercio della guarnigionedel quale Svabrin aveva inventato che fosse in illecita relazione con Vassilissa Jeg˛rovnaci˛ che non aveva ombra di verosimiglianza ma Svabrin di questo non si dava pensiero.

Fui promosso ufficiale. Il servizio non mi opprimeva. In quella fortezza protetta da Dio non c'erano ispezioninÚ esercizinÚ servizio di guardia. Il comandante di sua propria volontÓ istruiva a volte i soldatima non aveva ancora potuto ottenere che sapessero tutti qual era la destrae quale la sinistra. Svabrin aveva alcuni libri francesi. Mi diedi a leggeree in me si svegli˛ il gusto della letteratura. Le mattine leggevomi esercitavo in traduzionie a volte anche nel comporre versi; pranzavo quasi sempre dal comandantedove solitamente trascorrevo il resto della giornatae qui la sera compariva a volte padre Gherassim con la moglieAkulina Panfýlovnaprimo gazzettino di tutti i dintorni. Con AleksiÚj IvÓnovic' Svabrins'intendemi trovavo ogni giorno; ma la sua compagnia diventava per me sempre meno piacevole. I suoi perpetui motteggi sulla famiglia del comandante non mi piacevano affattospecialmente le mordaci osservazioni su Maria IvÓnovna. Altra compagnia in fortezza non c'era; ma altra neppure ne desideravo.

Nonostante le predizionii baschiri non si sollevavano. La calma regnava intorno alla nostra fortezza. Ma la pace fu interrotta da un'improvvisa discordia.

Ho giÓ detto che mi occupavo di letteratura. I miei saggi per i tempi d'allora erano passabilie AleksÓndr Petrovic' Sumarokovalcuni anni dopoli lodava parecchio. Una volta mi riuscý di scrivere una canzoncinadella quale fui soddisfatto. Si sa che i compositori a voltecon l'aria di domandare consigliocercano un ascoltatore benevolo. E cosýcopiata la mia canzoncinala portai da Svabrinche solo in tutta la fortezza poteva apprezzare l'opera di un verseggiatore. Dopo un piccolo preambolotirai fuori dalla tasca il mio quadernetto e gli lessi i seguenti versi:

L'amoroso pensier distruggendoIo mi sforzo la bella scordarEd ahimŔsý da Mascia fuggendoPenso allor libertÓ ritrovar!

Ma quegli occhi che fermi prigione Ogni istante dinanzi mi stanno; Han turbato in me la ragioneLa mia pace infranto essi hanno.

Tusaputo del reo mio duoloPietÓMasciatu abbi di meMe vedendo in sý barbaro suoloE che in ceppi fui messo da te.

- Come giudichi ci˛? - domandai a Svabrinaspettando una lodecome un tributo che mi toccasse senza fallo. Macon mio gran dispettoSvabrindi solito condiscendentedichiar˛ reciso che la mia canzone era brutta.

- PerchÚ poi? - domandaicelando il mio dispetto.

- PerchÚ- rispose- simili versi sono degni del mio maestro Vassili Kirillic' Trediakovskie mi rammentano parecchio le sue strofette amorose.

Qui egli mi prese il quaderno e cominci˛ ad esaminare spietatamente ogni verso e ogni parolacanzonandomi nel modo pi¨ pungente. Io non ressistrappai dalle sue mani il mio quadernettoe dissi che mai pi¨ in vita mia gli avrei mostrato le mie composizioni. Svabrin rise anche di questa minaccia.

- Vedremo- disse- se manterrai la tua parola; ai poeti occorre un ascoltatorecome a IvÓn Kuzmýc' una caraffetta di vodka prima di pranzo. E chi Ŕ questa Mascia verso la quale esprimi tenera passione e amoroso duolo? Non sarÓ Maria IvÓnovna?

- Non Ŕ affar tuo- risposi accigliato- chiunque sia questa Mascia. Non domando nÚ il tuo parerenÚ le tue congetture.

- O-oh! Poeta d'amor proprio e amante discreto! - continu˛ Svabrinirritandomi sempre pi¨- ma ascolta un consiglio d'amico: se vuoi riuscireti suggerisco di non agire con le canzoncine.

- Che significa ci˛signore? Spiegati.

- Volentieri. Significa chese vuoi che Mascia Mir˛novna venga da te sul far della serainvece di teneri versettidevi regalarle un paio di buccole.

Il sangue mi ribollý.

- E perchÚ hai di lei un simile concetto? - domandaitrattenendo a stento la mia indignazione.

- Ma perchÚ- rispose con un sogghigno infernale- so per esperienza usi e costumi suoi.

- Tu mentimascalzone! - gridai in un impeto di rabbia- menti nel modo pi¨ spudorato.

Svabrin cambi˛ faccia.

- Questa non t'andrÓ liscia- dissestringendomi la mano- mi darete soddisfazione.

- Sia pure; quando vuoi! - risposi contento.

In quell'istante ero pronto a farlo a pezzi.

Mi avviai subito da IvÓn Ignatic' e lo trovai con l'ago in mano; per incarico della moglie del comandanteinfilava funghi da seccare per l'inverno.

- AhPiotr Andreic'! - dissevedendomi- benvenuto! Com'Ŕ che Dio v'ha mandato? per che faccendaoso domandare?

In brevi parole gli spiegai che avevo rotto con AleksiÚj IvÓnovic'e pregavo luiIgnatic'di farmi da padrino. IvÓn Ignatic' mi ascolt˛ con attenzionesgranando il suo unico occhio.

- Volete dire- mi disse- che vorreste infilzare AleksiÚj Ivanic'e desiderate che io vi faccia in ci˛ da testimone? E' cosý? oso domandare.

- Proprio cosý.

- MisericordiaPiotr Andreic'! Che avete ideato mai! Avete litigato con AleksiÚj Ivanic'? Gran guaio! Le parole non hanno odore. Lui ve ne ha dettee voi cantategliele; lui ve le darÓ sul grugnoe voi su un'orecchiasull'altrasu una terza a lui... e separatevi; ma giÓ vi faremo riappacificare. Se noŔ forse una buona cosa infilzare il prossimooso domandare? E pazienza se voi infilaste lui! Dio l'abbia in gloriaAleksiÚj Ivanic'; per lui non sono io stesso troppo tenero. Be'ma se sarÓ lui a infilarvi?

S'Ŕ mai vista una cosa simile? Chi ci lascerÓ le penneoso domandare?

I ragionamenti del saggio tenente non mi scossero. Rimasi fermo nel mio proposito.

- Come vi piace- disse IvÓn Ignatic'- fate come vi sembra. Ma perchÚ poi dovrei fare qui da testimone? Che c'entra? Uomini che si battonoche raritÓ Ŕ maioso domandare? Grazie a Dioho marciato contro lo svedese e contro il turco: ho visto di tutto.

In qualche modo presi a spiegargli l'ufficio di padrinoma IvÓn Ignatic' non poteva in alcun modo capirmi.

- Come volete- disse- giacchÚ devo mischiarmi in codesta faccendasarÓ meglio andare da IvÓn Kuzmýc'e riferirgliper dovere di servizioche in fortezza si va meditando un delittocontrario all'interesse della corona: chi sa che il signor comandante non pensi bene di prendere i provvedimenti del caso.

Mi spaventai e mi diedi a pregare IvÓn Ignatic' di non dire nulla al comandante; lo persuasi a stento; egli diede la sua parola e io risolsi di rinunciare a lui.

Passai la seraal mio solitodal comandante. Mi sforzavo di sembrare gaio e indifferenteper non dare nessun sospetto e evitare domande importune; ma non avevolo confessoil sangue freddo che vantano quasi sempre coloro che si trovarono nella mia condizione. Quella sera ero disposto alla dolcezza e all'intenerimento. Maria IvÓnovna mi piaceva pi¨ del consueto. Il pensiero che forse la vedevo per l'ultima volta le dava ai miei occhi qualcosa di commovente. Svabrin comparve in quel momento. Lo presi in disparte e lo informai della mia conversazione con IvÓn Ignatic'.

- A che ci servono i padrini? - mi disse seccamente- ne faremo a meno.

Convenimmo di batterci dietro i mucchi di fieno che si trovavano presso la fortezzae di recarci lÓ il giorno dopoalle sette del mattino. Discorrevamoin apparenzacosý amichevolmente che IvÓn Ignatic' dalla contentezza si tradý.

- Da un pezzo avreste dovuto far cosý- mi disse con aria soddisfatta- una cattiva pace Ŕ meglio di una buona litee anche se non Ŕ onorataŔ salutare.

- Che cosache cosaIvÓn Ignatic'? - disse la moglie del comandanteche in un angolo faceva le carte- non ho inteso bene.

IvÓn Ignatic'osservando in me segni di malcontento e rammentando la sua promessasi turb˛ e non seppe che rispondere. Svabrin fece in tempo a venirgli in aiuto.

- IvÓn Ignatic'- disse- approva il nostro accomodamento.

- E con chi maibÓtiuskamiohai litigato?

- Io e Piotr Andreic' stavamo per venire a una baruffa abbastanza grossa.

- PerchÚ poi?

- Per una vera inezia: per una canzoncinaVassilissa Jeg˛rovna.

- Ha trovato di che fare lite! per una canzoncina!... E com'Ŕ andata?

- Ma ecco come: Piotr Andreic' compose di recente una canzone e oggi la cant˛ in mia presenzae io intonai la mia preferita:

Figlia del capitanoA mezzanotte non andar a spasso.

Ne nacque una stonatura. Piotr Andreic' era quasi in collerama poi consider˛ che ognuno Ŕ libero di cantare quel che gli piace. E finý cosý.

La sfrontatezza di Svabrin per poco non mi rese furioso; ma nessunotranne mecapý le sue grossolane allusioni; per lo menonessuno vi fece caso. Dalle canzonette la conversazione si rivolse ai verseggiatorie il comandante osserv˛ che essi tutti sono ubriaconi scapestrati e incallitie mi consigli˛ amichevolmente di lasciare stare la poesiacome cosa contraria al servizio e che non porta a nulla di buono.

La presenza di Svabrin era insopportabile. Ben presto mi accomiatai dal comandante e dalla sua famiglia; giunsi a casaesaminai la mia spadane provai la punta e mi coricaidopo aver ordinato a Savelic' di svegliarmi alle sette.

Il giorno dopoall'ora fissatastavo giÓ dietro i mucchiaspettando il mio avversario. Ben presto comparve.

- Ci possono sorprendere- disse- bisogna spicciarsi.

Ci togliemmo le diviserimanemmo nei soli giubbettie snudammo le spade. In quel momentoda dietro un mucchio di fienocomparve di un tratto IvÓn Ignatic' con quattro o cinque invalidi. Egli c'ingiunse di presentarci al comandante. Ubbidimmo con dispetto; i soldati ci attorniarono e ci avviammo sulle orme di IvÓn Ignatic'che ci condusse in trionfoprocedendo a grandi passicon mirabile gravitÓ.

Entrammo in casa del comandante. IvÓn Ignatic' aprý la portaproclamando solennemente: - Li ho condotti! - Ci venne incontro Vassilissa Jeg˛rovna.

- Ahpadri miei! S'Ŕ mai visto? come? che cosa? Nella nostra fortezza combinare un assassinio! IvÓn Kuzmýc'mettili subito agli arresti! Piotr Andreic'AleksiÚj Ivanic'! date qua le vostre spadedatedate qua. Palaskaporta queste spade nel ripostiglio. Piotr Andreic'questo da te non me l'aspettavocome non hai scrupolo! Pazienza AleksiÚj Ivanic': lui anche dalla guardia Ŕ stato escluso per omicidiolui anche nel Signore Iddio non crede; ma tu che fai? ti metti sulla stessa strada?

IvÓn Kuzmýc' era pienamente d'accordo con la sua consorte e soggiunse:

- Ma stai a sentireVassilissa Jeg˛rovna dice il vero. I duelli sono formalmente vietati in un'ordinanza militare.

Intanto Palaska ci aveva ritirato le spade e le aveva portate nel ripostiglio. Non potei non mettermi a ridere. Svabrin serb˛ la sua gravitÓ.

- Con tutto il mio rispetto per voi- le disse con flemmanon posso non osservarvi che vi disturbate per nullaassoggettandoci al vostro giudizio. Lasciate ci˛ a IvÓn Kuzmic: Ŕ affar suo.

- AhbÓtiuskamio- replic˛ la moglie del comandante- ma che marito e moglie non fanno un solo spirito e un corpo solo? IvÓn Kuzmýc'! perchÚ stai lý a sbadigliare? Mettili in differenti angoli a pane e acqua che gli passi il ruzzo; e che padre Gherassim imponga loro una penitenzaonde implorino il perdono da Dio e si pentano davanti agli uomini.

IvÓn Kuzmýc' non sapeva a che risolversi. Maria IvÓnovna era straordinariamente pallida. A poco a poco la burrasca tacque; la moglie del comandante si calm˛ e ci costrinse a baciarci l'un l'altro. Palaska ci port˛ le nostre spade. Uscimmo da casa del comandantein apparenzariconciliati. IvÓn Ignatic' ci seguý.

- Come non aveste vergogna- gli dissi adirato- di denunciarci al comandantedopo avermi dato la parola di non farlo?

- Com'Ŕ vero Dioa IvÓn Kuzmýc' non lo dissi- risposeVassilissa Jeg˛rovna Ŕ riuscita a cavarmi tutto di bocca. E fu lei a disporre tuttoall'insaputa del comandante... Del restosia lode a Dio che tutto Ŕ finito cosý.

A queste parole gir˛ verso casae Svabrin e io rimanemmo da solo a solo.

- La nostra faccenda non pu˛ finire cosý- gli dissi.

- Certo- rispose Svabrin- mi risponderete col vostro sangue dell'insolenza vostra; ma probabilmente ci terranno d'occhio.

Dovremo fingere per qualche giorno. Arrivederci.

E ci separammo come se nulla fosse stato.

Iotornato dal comandanteal mio solitosedetti accanto a Maria IvÓnovna. IvÓn Kuzmýc' non era in casa; Vassilissa Jeg˛rovna era occupata nelle faccende domestiche. Ci mettemmo a discorrere sottovoce. Maria IvÓnovna mi rimprovera con tenerezza per l'inquietudine causata da tutta la mia baruffa con Svabrin.

- Io tramortii- disse- quando ci dissero che intendevate battervi alla spada. Come sono strani gli uomini! Per una parolache di lý a una settimana avrebbero certo dimenticatosono pronti a scannarsi e a sacrificare non solo la vitama pure la coscienzae la felicitÓ di coloro che... Ma io sono convinta che non siete voi l'istigatore di questa rissa. Il torto Ŕ certo di AleksiÚj Ivanic'.

- E perchÚ mai cosý pensateMaria IvÓnovna?

- Ma cosý... Ŕ tale uno schernitore! Non amo AleksiÚj Ivanic'!

Egli mi ripugna molto; Ŕ strano: non vorrei a nessun patto che io pure non gli piacessi allo stesso modo. Mi turberebbe all'estremo.

- E come pensateMaria IvÓnovna? Gli piaceteoppure no?

Maria IvÓnovna prese a balbettare e arrossý.

- Mi sembra- disse- penso che gli piaccio.

- E perchÚ vi sembra cosý?

- PerchÚ mi chiese in moglie.

- In moglie! Vi chiese in moglie? Ma quando?

- L'anno scorsoun due mesi prima del vostro arrivo.

- E voi non lo sposaste?

- Come potete vedere. AleksiÚj Ivanic'certoŔ un uomo intelligente e di buona famigliae ha una fortuna; ma quando penso che bisognerebbeal momento della benedizione nuzialescambiare con lui davanti a tutti il bacio... per nulla al mondo!

per nessuna felicitÓ!

Le parole di Maria IvÓnovna mi aprirono gli occhi e mi chiarirono molte cose. Capii l'ostinata maldicenza con cui Svabrin la perseguitava. Probabilmente aveva osservato la nostra vicendevole inclinazione e cercava di staccarci l'uno dall'altra. Le parole che avevano dato motivo alla nostra contesa mi parvero anche pi¨ ignobiliquandoinvece di un grossolano e turpe dileggiovi scorsi una meditata calunnia. Il desiderio di punire l'insolente sparlatore si fece in me pi¨ forte ancorae con impazienza presi ad aspettare un'occasione propizia.

Non aspettai a lungo. Il giorno dopomentre ero intento a un'elegia e rosicchiavo la penna in attesa di una rimaSvabrin picchi˛ sotto la mia finestra. Lasciai la pennapresi la spada e uscii da lui.

- A che pro rimandare? - mi disse Svabrin- non ci sorvegliano.

Scendiamo al fiume. LÓ nessuno ci darÓ noia.

Ci avviammo in silenzio. Calati per un ripido sentieroci fermammo proprio vicino al fiume e snudammo le spade. Svabrin era pi¨ destro di mema io pi¨ forte e arditoe "mossiÚ" BeauprÚche un tempo era stato soldatomi aveva dato qualche lezione di schermadi cui mi giovai. Svabrin non si aspettava di trovare in me un avversario tanto pericoloso. Per lungo tempo non potemmo farci l'un l'altro alcun danno; infineaccortomi che Svabrin s'indebolivami diedi a incalzarlo vivacemente e lo spinsi quasi fin proprio nel fiume. A un tratto sentii il mio nomestrillato a gran voce. Volsi lo sguardo e vidi Savelic' che scendeva di corsa verso di me per il ripido sentiero... Nello stesso tempo sentii una violenta fitta in petto sotto la spalla destracaddi e persi i sensi.

 

 

 

CAPITOLO QUINTO

 

L'AMORE

Ahtufigliafiglia bella!

Non sposartifigliagiovane; Chiedifigliaa babboa mammaAi parentialla casata; Tu giudiziofigliaaccumulaE giudizioe sennoe dote.

CANZONE POPOLARE.

Se meglio di me trovi - tu mi scordiSe peggio di me trovi - mi ricordi.

CANZONE POPOLARE.

Dopo aver ripreso i sensiper qualche tempo non potei raccapezzarmi e capire quello che m'era accaduto. Giacevo in letto in una camera sconosciuta e sentivo una gran debolezza. Davanti a me stava Savelic' con una candeletta in mano. Qualcuno svolgeva cautamente le fasciature da cui avevo stretti il petto e la spalla. A poco a poco i miei pensieri si schiarirono. Rammentai il mio duello e mi avvidi ch'ero ferito. In quel momento l'uscio cigol˛.

- Ebbenecome va? - proferý in bisbiglio una voce che mi fece sussultare.

- Sempre nello stesso stato- rispose Savelic' con un sospiro- sempre senza conoscenzaecco ormai il quinto giorno.

Io volevo girarmima non potevo.

- Dove sono? chi c'Ŕ? - dissi con sforzo.

Maria IvÓnovna si accost˛ al mio letto e si chin˛ su me.

- Ebbenecome vi sentite? - disse.

- Dio sia lodato- risposi con voce debole- siete voiMaria IvÓnovna? Ditemi...

Non fui in grado di continuare e tacqui. Savelic' mand˛ un gemito.

La gioia si dipinse sul suo viso.

- E' rinvenuto! Ŕ rinvenuto! - ripeteva- gloria a Teo Signore!

Ors¨bÓtiuskaPiotr Andreic'! quanto m'hai spaventato! Va meglio? Cinque giorni!

Maria IvÓnovna interruppe il suo dire.

- Non parlare molto con luiSavelic'- disse- Ŕ ancora debole.

Ella usci e riaccost˛ la porta pian piano.

I miei pensieri si agitavano. Dunque ero in casa del comandante:

Maria IvÓnovna entrava da me. Volevo fare a Savelic' varie domandema il vecchio scosse la testa e si tur˛ gli orecchi. Io con dispetto chiusi gli occhi e ben presto mi assopii.

Svegliatomichiamai Savelic'ma invece di lui scorsi davanti a me Maria IvÓnovna; la sua angelica voce mi salut˛. Non posso esprimere il dolce sentimento che si impadroný di me in quell'istante. Afferrai la sua mano e mi ci attaccaiversando lacrime d'intenerimento. Mascia non la strappava via... e di un tratto i suoi labbruzzi sfiorarono la mia guanciae io sentii il loro bacio fresco e ardente. Un fuoco mi percorse.

- Carabuona Maria IvÓnovna- le dissi- sii mia moglieacconsenti alla mia felicitÓ.

Ella si riprese.

- Per l'amor dl Diocalmatevi- dissetogliendomi la sua mano- siete ancora in pericolola ferita pu˛ aprirsi. Abbiatevi riguardonon fosse che per me.

A queste parole uscýlasciandomi nell'ebbrezza dell'estasi. La felicitÓ mi rianim˛. Ella sarÓ mia! mi ama! Questo pensiero riempiva tutta la mia esistenza.

Da allora andai sempre pi¨ migliorando. Mi curava il barbiere del reggimentopoichÚ nella fortezza non c'era altro medico egrazie a Dionon faceva il saputo. La giovinezza e la natura affrettarono la mia guarigione. Tutta la famiglia del comandante si dava premura di me. Maria IvÓnovna non mi lasciava. Alla prima occasione favorevoles'intenderipresi la conversazione interrottae Maria IvÓnovna mi ascolt˛ pi¨ pazientemente. Senza alcuna leziosaggine mi confess˛ la sua sincera propensione e disse che i suoi genitori sarebbero certamente stati lieti della sua felicitÓ.

- Ma pensaci bene- soggiunse- da parte dei tuoi parenti non vi saranno poi ostacoli?

Mi feci pensieroso. Della tenerezza della mamma non dubitavo; maconoscendo l'indole e il modo di pensare di mio padresentivo che il mio amore non l'avrebbe troppo commossoe che egli l'avrebbe considerato come il ghiribizzo di un giovanotto. Lo confessai francamente a Maria IvÓnovnae stabilii tuttavia di scrivere al babbo nella maniera pi¨ eloquente possibiledomandando la benedizione paterna. Feci vedere la lettera a Maria IvÓnovnala quale tanto la trov˛ persuasiva e commovente che non dubit˛ del suo buon esitoe si abbandon˛ ai sentimenti del tenero cuor suo con tutta la fiducia della giovinezza e dell'amore.

Con Svabrin mi riconciliai nei primi giorni della mia guarigione.

Ivan Kuzmýc'rimbrottandomi per il duellomi disse:

- EhPiotr Andreic'! dovrei metterti agli arrestima sei giÓ punito anche cosý. Quanto ad AleksiÚj Ivanic'lo tengo chiuso sotto buona guardia nel deposito del granoe la sua spada ce l'ha sotto chiave Vassilissa Jeg˛rovna. Se ne stia a rifletteree a pentirsi.

Ero troppo felice per serbare in cuore un sentimento malevolo.

Presi a intercedere per Svabrine il buon comandantecon l'assenso della sua consortesi decise a liberarlo. Svabrin venne da me; testimoni˛ un profondo rammarico per quello che era accaduto tra noi; si riconobbe pienamente colpevolee mi preg˛ di scordare il passato. Essendo per natura alieno da rancoregli perdonai sinceramente e la nostra rissa e la ferita che da lui avevo ricevuto. Nella sua calunnia scorsi il dispetto dell'amor proprio offeso e del respinto amoree generosamente scusai il mio rivale sfortunato.

Ben presto guarii e potei passare nel mio alloggio. Aspettavo con impazienza la risposta alla lettera inviatanon osando sperare e sforzandomi di soffocare tristi presentimenti. Con Vassilissa Jeg˛rovna e suo marito non m'ero ancora spiegato; ma la mia proposta non doveva far loro meraviglia. NÚ io nÚ Maria IvÓnovna cercavamo di nascondere a loro i nostri sentimentie eravamo anticipatamente sicuri del loro consenso.

Infine una mattina Savelic' entr˛ da metenendo in mano una lettera. L'afferrai con trepidazione. L'indirizzo era scritto di mano del babbo. Ci˛ mi prepar˛ a qualcosa di gravepoichÚ di solito le lettere me le scriveva la mammae lui in calce aggiungeva qualche riga. A lungo non dissuggellai il piego e rilessi la solenne soprascritta: "Al figlio mio Piotr AndrÚievic' Grini˛vprovincia di Orenb¨rgfortezza di Bielog˛rsk". Mi sforzavo d'indovinare dalla scrittura la disposizione di spirito in cui era stata scritta la lettera; infine mi risolsi ad aprirlae fin dalle prime righe mi avvidi che tutta la faccenda era andata a monte. Il tenore della lettera era il seguente:

"Figlio mio Piotr! La tua letteranella quale ci chiedi la nostra benedizione e il consenso al matrimonio con Maria IvÓnovna figlia di Mironovla ricevemmo il 15 corrente mesee non solo non intendo darti nÚ la mia benedizione nÚ il mio consensoma ancora mi accingo a raggiungerti e darti una buona lezionecome si dÓ a un ragazzacciononostante il tuo grado di ufficiale: perchÚ hai dimostrato che ancora non sei degno di portare la spadala quale ti Ŕ stata concessa per la difesa della patriae non per duelli con rompicolli pari tuoi. Scriver˛ immediatamente ad AndrÚj KÓrlovic'pregandolo di trasferirti dalla fortezza di Bielog˛rsk in qualche parte pi¨ lontanodove ti passi il ruzzo. Mamma tuasaputo del tuo duello e ch'eri stato feritosi ammal˛ per il dispiacere e ora Ŕ a letto. Che sarÓ di te? Prego Dio che tu ti correggasebbene neppure osi sperare nella Sua grande misericordia.

"Tuo padre A. G.".

La lettura di questa lettera svegli˛ in me sensazioni diverse. Le crudeli espressioniche il babbo non aveva lesinatomi offesero profondamente. Lo sprezzo col quale menzionava Maria IvÓnovna mi parve non tanto sconveniente quanto ingiusto. Il pensiero di un mio trasferimento dalla fortezza di Bielog˛rsk mi sgomentava; ma pi¨ di tutto mi afflisse la notizia dell'infermitÓ di mia madre.

Mi indignavo contro Savelic'non dubitando che il mio duello fosse stato conosciuto dai genitori per mezzo suo. Misurando a grandi passi avanti e indietro la mia angusta camerami fermai davanti a lui e dissiguardandolo minaccioso:

- Non ti bastasi vedeche per causa tua fui ferito e per tutt'un mese stetti sull'orlo della tomba; vuoi far morire anche mia madre.

Savelic' rimase come colpito dalla folgore.

- Per caritÓsignore - disseper poco non scoppiando in singhiozzi- perchÚ dici questo? Io la causa che fosti ferito?

Dio lo vedecorrevo a ripararti col mio petto dalla spada di AlekslÚj Ivanic'! Me l'impedý la dannata vecchiaia. Ma che cosa feci a mamma tua?

- Che facesti? - risposi- chi ti preg˛ di scrivere denunce contro di me? Mi fosti prepostoforseper spia?

- Io scrissi denunce contro di te? - rispose Savelic' in lacrime.

- Signorere dei cieli! Ebbenedi grazialeggi un po' quello che mi scrive il padrone: vedrai come ti ho denunciato.

Qui egli cav˛ di saccoccia una lettera e lesse quanto segue:

"Vergognativecchio canedi non avermi riferitononostante i miei severi ordinicirca il figlio mio Piotr AndrÚievic'e che gli estranei son costretti a informarmi delle sue scappate. Cosý adempi il tuo dovere e la volontÓ del padrone? Ti mander˛vecchio canea pascolare i porci per aver nascosto la veritÓ e per connivenza col giovanotto. Al ricevere della presenteti ordino di scrivere senza indugio come va ora la sua salutedella quale mi scrivono che si Ŕ ristabilita; e in che posto precisamente fu ferito e se l'hanno guarito bene".

Era evidente che Savelic' di fronte a me aveva ragione e che a torto l'avevo offeso coi rimproveri e i sospetti. Gli domandai perdono; ma il vecchio era inconsolabile.

- Ecco quel che dovevo vedere- ripeteva- ecco quali ricompense ho ricevuto dai miei signori! Sono e un vecchio canee un guardiano di porcie poi anche la causa della tua ferita!... NobÓtiuskaPiotr Andreic'! non ioma il maledetto "mossiÚ" ha la colpa di tutto: lui t'insegn˛ a infilzare con gli spiedi di ferroe a scalpicciarecome se con l'infilzare e lo scalpicciare ci si potesse guardare da un malvagio! C'era bisogno di prendere un "mossiÚ" e di sprecar quattrini!

Ma chi s'era preso la briga d'informare mio padre della mia condotta? Il generale? Ma egli sembrava non darsi troppo pensiero di me; e IvÓn Kuzmýc' non aveva stimato necessario far rapporto sul mio duello. Mi perdevo in congetture. I miei sospetti si fermarono su Svabrin. Lui solo aveva interesse a una denunciaconseguenza della quale poteva essere il mio allontanamento dalla fortezza e una rottura con la famiglia del comandante. Andai ad annunciare tutto a Maria IvÓnovna. Ella mi venne incontro sul terrazzino.

- Che mai vi Ŕ accaduto? - dissevedendomi- come siete pallido!

- Tutto Ŕ finito! - risposie le porsi la lettera del babbo.

Ella impallidý a sua volta. Dopo aver lettomi rese la lettera con mano tremante e con voce tremante disse:

- Si vede che non Ŕ mio destino... I vostri parenti non mi vogliono nella loro famiglia. Sia fatta in tutto la volontÓ del Signore! Dio sa meglio di noi quel che ci occorre. Non c'Ŕ che farePiotr Andreic'siate almeno voi felice...

- Non sarÓ mai! - gridai ioafferrandole la mano- tu mi ami; io sono pronto a tutto. Andiamo a gettarci ai piedi dei tuoi genitori; loro sono gente semplicenon superbi dal cuor duro...

Ci benediranno; ci sposeremo. E laggi¨col tempone son certoplacheremo mio padre; la mamma sarÓ per noi; lui mi perdonerÓ...

- NoPiotr Andreic'- rispose Mascia- non ti sposer˛ senza la benedizione dei tuoi genitori. Senza la loro benedizione non avrai fortuna. Pieghiamoci al volere di Dio. Se troverai colei che t'Ŕ destinatase amerai un'altraDio sia con tePiotr Andreic'; e io per tutt'e due voi...

Qui ella scoppia in pianto e mi lasci˛; io volevo giÓ seguirla in camera suama sentii che non ero in grado di dominarmie tornai a casa.

Sedevo immerso in profonde fantasticheriequando a un tratto Savelic' interruppe le mie meditazioni.

- Eccosignore- disseporgendo un foglio scritto- guarda se sono io il denunciatore del mio padronee se cerco di mettere in discordia padre e figlio.

Gli presi dalle mani la carta: era la risposta alla lettera da lui ricevuta. Eccolaparola per parola:

"Signore AndrÚj Petrovic'padre nostro graziosissimo!

"Ricevetti il vostro grazioso scrittonel quale ti compiaci di adirarti con mevostro schiavoche non abbia vergogna di non eseguir gli ordini dei miei signori; ma io non sono un vecchio canebensý il fedele vostro servoubbidisco agli ordini del padrone e sempre con zelo vi servii e ho fatto i capelli bianchi.

Della ferita di Piotr Andreic' nulla vi scrissiper non spaventare inutilmentee sento dire che la padronala madre nostra Avdotia Vassýlievnaanche cosý giÓ si e ammalata dallo spaventoe io pregher˛ Dio per la sua salute. E Piotr Andreic' fu ferito sotto la spalla destraal pettoproprio sotto l'ossoprofondo tre ditae stette in letto in casa del comandantedove lo portammo dalla rivae lo cur˛ il barbiere di quiStiepÓn Paramonove ora Piotr Andreic'grazie a Diosta benee di lui nulla c'Ŕ da scriverefuor che bene. I comandantisento direson contenti di lui; e Vassilissa Jeg˛rovna lo ha in conto di figlio proprio. E che gli sia capitato un caso simileal giovanotto non va mosso rimprovero: il cavallopur con quattro zampeinciampa. E se credete di scrivere che mi manderete a pascolare i porcisia fatta anche in ci˛ la vostra padronale volontÓ. Col che vi saluto ossequiosamente.

"Il vostro fedel servitore "Archip Saveliev".

Non potei a pi¨ riprese non sorridereleggendo l'epistola del buon vecchio. Di rispondere al babbo non ero in grado; e a tranquillizzare la mammala lettera di Savelic' mi parve sufficiente.

Da allora la mia situazione cambi˛. Maria IvÓnovna quasi non mi parlava e cercava in tutti i modi di evitarmi. La casa del comandante fu per me priva di attrattive. A poco a poco mi abituai a starmene solo in casa. Vassilissa Jeg˛rovna in principio me ne rimproveravamavedendo la mia ostinazionemi lasci˛ in pace.

Con IvÓn Kuzmýc' mi trovavo solo quando l'esigeva il servizio; con Svabrin m'incontravo di rado e malvolentieritanto pi¨ che osservavo in lui una nascosta inimicizia per meil che mi confermava nei miei sospetti. La vita mi si fece insopportabile.

Caddi in una tetra fantasticaggineche isolamento e inazione alimentavano. L'amor mio divampava in solitudine e sempre pi¨ mi diventava penoso. Perdetti il gusto per la lettura e la letteratura. Il mio spirito si abbattÚ. Temevo o d'impazzire o di darmi agli stravizi. Inaspettati avvenimentiche ebbero importanti influssi su tutta la mia vitadiedero di un tratto alla mia anima una scossa violenta e fortunata.

 

 

 

CAPITOLO SESTO

 

LA RIVOLTA DI PUGACIOV

Voiragazziniascoltate Quel che noivecchivi diremo.

CANZONE.

Prima di mettermi a descrivere gli strani avvenimenti dei quali fui testimonedevo dire alcune parole della situazione in cui si trovava la provincia di Orenb¨rg alla fine del 1773.

Quella vasta e ricca provincia era abitata da una moltitudine di popoli semiselvaggiche ancora da poco avevano riconosciuto la dominazione dei sovrani russi. Le loro sommosse d'ogni istantela loro mancanza d'abitudine alle leggi e al vivere civilela loro leggerezza e crudeltÓ esigevano da parte del governo un'incessante vigilanza per tenerli in soggezione. Le fortezze erano costruite in posti riconosciuti adeguatie popolatein massima partedi cosacchiantichi possessori delle rive del Jaýk. Ma i cosacchi del Jaýkche dovevano salvaguardare la tranquillitÓ e la sicurezza di quel paeseda qualche tempo erano essi stessi per il governo sudditi irrequieti e pericolosi. Nel 1772 nacque una sommossa nella loro principale cittÓ. Causa n'erano stati i severi provvedimenti presi dal maresciallo di campo Traubenberg per ridurre l'esercito alla debita sottomissione. Ne fu conseguenza la barbara uccisione di Traubenbergl'arbitrario mutamento di amministrazione e infine la repressione della rivolta con la mitraglia e con pene crudeli.

Ci˛ era accaduto qualche tempo prima del mio arrivo nella fortezza di Bielog˛rsk. Tutto era ormai quietoo tale sembrava; il comando troppo facilmente aveva creduto a un preteso pentimento degli scaltri ribellii quali covavano rancore e aspettavano un'occasione propizia per ricominciare i disordini.

Torno al mio racconto.

Una sera (fu al principio dell'ottobre 1773) me ne stavo a casa soloascoltando l'urlo del vento autunnale e guardando dalla finestra le nubi che fuggivano davanti alla luna. Vennero a chiamarmi a nome del comandante. Mi avviai subito. Dal comandante trovai SvabrinIvÓn Ignatic' e il sottufficiale dei cosacchi.

Nella stanza non c'era nÚ Vassilissa Jeg˛rovnanÚ Maria IvÓnovna.

Il comandante mi salut˛ con aria impensierita. Chiuso l'uscioci fece seder tuttifuorchÚ il sottufficialeche stava presso l'usciocav˛ di tasca una carta e ci disse:

- Signori ufficialiun'importante novitÓ! Sentite quel che scrive il generale. - Qui egli inforc˛ gli occhiali e lesse quanto segue:

"Al signor comandante la fortezza di Bielog˛rsk Capitano Mironov.

Segreto.

Con la presente vi informo che il cosacco del Don e scismatico JemeliÓn Pugaci˛vfuggito dagli arresticommettendo l'imperdonabile temeritÓ di assumere il nome dell'imperatore Pietro Terzoha raccolto una masnada di scelleratideterminato una sommossa nei villaggi del Jaýke giÓ preso e rovinato alcune fortezzeoperando dappertutto saccheggi e omicidi. Pertantoal ricevere della presentedovretesignor capitanoprendere immediatamente gli opportuni provvedimenti per respingere il menzionato malfattore e impostoreese possibileanche per il completo suo annientamentoqualora si diriga verso la fortezza affidata alle vostre cure".

"'Prendere gli opportuni provvedimenti!"- disse il comandantelevandosi gli occhiali e piegando la carta- sentiŔ facile dire. Il malfattore poisi vedeŔ fortee noi abbiamo in tutto centotrenta uominisenza contare i cosacchidei quali c'Ŕ poco da fidarsinon sia detto per rimprovero a teMaksimic'- il sottufficiale sorrise. - Per˛ non c'Ŕ che faresignori ufficiali!

Siate diligentiistituite servizi di guardia e ronde notturnein caso di attacco chiudete le porte e fate uscire i soldati. TuMaksimic'sorveglia a dovere i tuoi cosacchi. Esaminare il cannonee ripulirlo bene. E pi¨ di tutto conservare il segreto su tutto ci˛che in fortezza nessuno possa saperne prima del tempo.

Distribuiti questi ordiniIvÓn Kuzmýc' ci accomiat˛. Uscii con Svabrinragionando di quel che avevamo sentito.

- Come pensi che andrÓ a finire? - gli domandai.

- Dio lo sa- rispose- vedremo. Di grave per il momento non vedo nulla. Se poi...

Qui egli si fece pensieroso edistrattoprese a fischiettare un'arietta francese.

Nonostante tutte le nostre cautelela notizia della comparsa di Pugaci˛v corse per la fortezza. IvÓn Kuzmic'per quanto stimasse molto la propria consorteper nulla al mondo le avrebbe svelato un segretoconfidatogli per causa di servizio. Ricevuta la lettera del generaleegli in modo abbastanza ingegnoso aveva fatto uscire Vassilissa Jeg˛rovnadicendole che padre Gherassim aveva ricevuto da Orenb¨rg certe mirabolanti notizieche teneva in gran segreto. Vassilissa Jeg˛rovna volle subito far visita alla moglie del "pop"eper consiglio di IvÓn Kuzmýc'prese con sÚ anche MasciaperchÚ non si annoiasse a star sola.

IvÓn Kuzmýc'rimasto padrone assolutoci aveva subito mandati a chiamaree Palaska l'aveva chiusa nel ripostiglioperchÚ non potesse stare ad ascoltarci.

Vassilissa Jeg˛rovna torn˛ a casasenz'essere riuscita a saper nulla dalla moglie del "pop"e apprese che durante la sua assenza c'era stato consiglio da IvÓn Kuzmýc'e che Palaska era stata sotto chiave. Indovin˛ di esser stata ingannata dal maritoe procedette all'interrogatorio. Ma IvÓn Kuzmýc' si era preparato all'assalto. Non si turb˛ affatto e rispose bravamente alla sua curiosa coniuge:

- Ma sentimamminaalle nostre donne salta in testa di accendere le stufe con la paglia; e poichÚ ne pu˛ venire un guaioho dato severo ordine che d'ora in poi le donne non accendano con la paglia le stufema d'accenderle con sterpi e schegge.

- E perchÚ dovevi chiudere Palaska? - domand˛ la moglie del comandante. - PerchÚ la povera ragazza Ŕ rimasta nel ripostiglio finchÚ non siamo tornate noi?

IvÓn Kuzmýc' non era preparato a simile domanda s'imbrogli˛ e borbott˛ qualcosa di assai goffo. Vassilissa Jeg˛rovna vide l'astuzia del maritomasapendo che non ne avrebbe cavato nullasmise le sue domande e port˛ il discorso sui cetriuoli salatiche Akulina Panfýlovna preparava in modo proprio speciale. Per tutta la notte Vassilissa Jeg˛rovna non potÚ prendere sonnoe in nessun modo riuscý a indovinare che cosa suo marito avesse in testach'ella non potesse conoscere.

Il giorno dopotornando da messascorse IvÓn Ignatic' che tirava fuori dal cannone straccettipietruzzeschiappeossicini e rifiuti di ogni specie ficcativi dai ragazzini.

"Che significherebbero questi preparativi di guerra?" pens˛ la moglie del comandantenon s'aspetteranno un assalto dei chirghisi? Ma possibile che IvÓn Kuzmýc' si metta a nascondermi simili bazzecole?. Ella chiam˛ IvÓn Ignatic' con la ferma intenzione di cavare da lui il segreto che tormentava la sua curiositÓ di donna.

Vassilissa Jeg˛rovna gli fece alcune osservazioni circa le faccende di casacome un giudice che comincia l'inchiesta con domande indifferentiper sopire dapprima la diffidenza dell'imputato. Poidopo aver taciuto alcuni istantisospir˛ profondamente e dissecrollando il capo:

- SignoreDio mio! Ve' che novitÓ! Che ne verrÓ fuori?

- Ihmammina! - rispose IvÓn Ignatic'- Dio Ŕ misericordioso; soldati ne abbiamo abbastanzapolvere moltail cannone l'ho pulito. Chi sa che non diamo il fatto suo a Pugaci˛v. Se Dio non ci abbandonail porco non ci mangia!

- E che uomo Ŕ codesto Pugaci˛v? - domand˛ la moglie del comandante.

Allora IvÓn Ignatic' si accorse di essersi traditoe si morse la lingua. Ma ormai era tardi. Vassilissa Jeg˛rovna lo costrinse a confessare tuttodopo avergli dato parola di non ridirne a nessuno.

Vassilissa Jeg˛rovna mantenne la sua promessa e non disse una parola ad alcunose non alla moglie del "pop"e ci˛ solo perchÚ la mucca di lei vagava ancora nella steppa e poteva esser presa dai malfattori.

In breve tutti si misero a parlar di Pugaci˛v. Le voci erano diverse. Il comandante mand˛ il sottufficiale con l'incarico d'informarsi a dovere su tutto per i villaggi e i forti vicini. Il sottufficiale torn˛ di lý a due giorni e annunci˛ che nella steppaa un sessanta verste dalla fortezzaaveva visto una quantitÓ di fuochi e sentito dai baschiri che stava venendo una forza sconosciuta. Del resto non poteva dir nulla di positivoperchÚ aveva avuto paura di andar pi¨ lontano.

Nella fortezza tra i cosacchi si fece visibile un'insolita agitazione: in tutte le vie si affollavano a crocchidiscorrevano piano fra loro e si separavano scorgendo un dragone o un soldato del presidio. Furono mandate loro delle spie. JulÓjun calmucco battezzatofece al comandante un grave rapporto. Le dichiarazioni del sottufficialea detta di JulÓjerano menzognere; al suo ritorno lo scaltro cosacco aveva dichiarato ai suoi compagni ch'era stato dai ribellisi era presentato al loro stesso capoil quale lo aveva ammesso al baciamanoe aveva conversato a lungo con lui. Il comandante mise immediatamente il sottufficiale agli arrestie destin˛ JulÓj al suo posto. Questa novitÓ fu accolta dai cosacchi con visibile malcontento. Mormoravano ad alta vocee IvÓn Ignatic'esecutore della disposizione del comandantesentý coi propri orecchi che dicevano: "Ecco che la pagheraitopo di guarnigione!". Il comandante pensava d'interrogare il suo detenuto quello stesso giorno; ma il sottufficiale fuggý di prigioneprobabilmente con l'aiuto dei suoi seguaci.

Una nuova circostanza aument˛ l'inquietudine del comandante. Fu preso un baschiro con fogli sediziosi. In questa congiuntura il comandante pens˛ di radunare daccapo i suoi ufficiali e volle allontanare di nuovo Vassilissa Jeg˛rovna con un pretesto plausibile. Ma' poichÚ IvÓn Kuzmýc' era uomo quanto mai retto e veritieronon trov˛ altro espediente se non quello giÓ una volta da lui usato.

- SentiVassilissa Jeg˛rovna- le disse tossicchiando- padre Gherassim ha ricevutodiconodalla cittÓ...

- Basta mentireIvÓn Kuzmýc'- lo interruppe la moglie- a quanto sembratu vuoi tener consiglioe discorrere in mia assenza di JemeliÓn Pugaci˛vma non mi ci cogli.

IvÓn Kuzmic sgran˛ gli occhi.

- Be'mammina- disse- giÓ che sai tuttorimani purediscorreremo anche in tua presenza.

- Ecco appuntopadre mio- rispose lei- non dovresti giocare d'astuzia; manda su a chiamare gli ufficiali.

Ci radunammo di nuovo. IvÓn Kuzmýc'in presenza della moglieci lesse un proclama di Pugaci˛vscritto da qualche cosacco semianalfabeta. Il brigante annunciava il suo proposito di marciare immediatamente sulla nostra fortezza; invitava cosacchi e soldati a entrare nella sua bandae i comandanti li esortava a non far resistenzaminacciando il supplizio in caso contrario.

L'appello era scritto in termini rozzima fortie doveva produrre una pericolosa impressione sulle menti di uomini semplici.

- Che furfante! - grid˛ la moglie del comandante- che cosa ardisce ancora proporci! D'andargli incontro e deporre ai suoi piedi le bandiere! Ahfiglio di un cane! Ma non sa che siamo in servizio da quarant'anni egrazie a Dioabbiam visto di tutto?

Possibile che si siano trovati comandanti che abbiano dato retta al brigante?

- Non dovrebb'esseresembra- rispose IvÓn Kuzmýc'- ma si dice che lo scellerato giÓ si sia impadronito di molte fortezze.

- Si vede che Ŕ davvero forte- osserv˛ Svabrin.

- Ma eccosubito sapremo la sua vera forza- disse il comandante: - Vassilissa Jeg˛rovnadammi la chiave del magazzino.

IvÓn Ignatic'conduci un po' qua il baschiro e ordina a JulÓj di portare le sferze.

- AspettaIvÓn Kuzmýc'- disse la moglie del comandante alzandosi dal suo posto- lasciami portare Mascia da qualche parte fuori di casa; se no sentirÓ le gridasi spaventerÓ. E anch'ioa dire il veronon sono amica dell'inquisizione. Buona permanenza.

La tortura un tempo era cosý radicata negli usi della procedurache il benefico editto che la sopprimeva rimase a lungo senza effetto. Si pensava che la personale confessione del delinquente fosse indispensabile per la sua piena convinzioneidea non solo senza fondamentoma addirittura contraria a un sano concetto giuridico: perchÚse la negativa dell'imputato non si riconosce come prova della sua innocenzala sua confessione ancora meno deve essere prova della sua colpevolezza. Perfino oggi mi capita di sentire vecchi giudici che lamentano la soppressione della barbara usanza. Ai tempi nostri poi nessuno dubitava della necessitÓ della torturanÚ giudici nÚ accusati. E cosýl'ordine del comandante non meravigli˛ e non rimescol˛ nessuno di noi. IvÓn Ignatic' si avvi˛ a prendere il baschiroche stava in magazzino sotto chiave a cura della moglie del comandantee di lý a qualche minuto condussero il prigioniero in anticamera. Il comandante ordin˛ di presentarglielo.

Il baschiro varc˛ a fatica la soglia (era in ceppi) etoltosi l'alto berrettosi ferm˛ presso la porta. Gli gettai uno sguardo e sobbalzai. Non scorder˛ mai quell'uomo. Dimostrava un settant'anni. Non aveva naso nÚ orecchi. La sua testa era tutta rasata; invece della barba si vedevano alcuni peli bianchi; era di piccola staturascarno e incurvato; ma i suoi occhi alquanto stretti brillavano ancora di fuoco.

- Eheh! - disse il comandantericonoscendo dai suoi contrassegni uno dei rivoltosi puniti nel 1741: - ma tusi vedesei un lupo vecchiohai conosciuto le nostre tagliole. A quanto sembranon Ŕ giÓ la prima volta che ti ribellise la zucca ti fu spianata cosý. Fatti un po' pi¨ vicino; parlachi ti ha mandato a spiare?

Il vecchio baschiro taceva e guardava il comandante con un'aria di assoluta stupiditÓ.

- PerchÚ stai zitto? - continu˛ IvÓn Kuzmýc'- o che di russo non capisci un ette? JulÓjdomandagli un po' al modo vostro chi l'ha mandato nella nostra fortezza.

JulÓj ripetÚ in lingua tartara la domanda di IvÓn Kuzmýc'. Ma il baschiro lo guard˛ con la stessa espressione e non rispose una parola.

- "Jaksci" (bene in tartaro)- disse il comandante- parleraie come! Ragazzilevategli quel balordo camiciotto a righee fategli un po' di punto dietrosulla schiena. BadaJulÓjdi lavorarmelo a dovere!

Due invalidi presero a svestire il baschiro. Il viso del disgraziato espresse inquietudine. Si guardava attorno da tutte le particome una bestiola selvatica acchiappata dai ragazzini.

Quando poi uno degli invalidi gli prese le braccia e se le pose intorno al collosollev˛ il vecchio sulle proprie spallee JulÓj prese una sferza e l'alz˛allora il baschiro prese a gemere con debole voce implorante escotendo la testaaprý la boccanella quale invece della linguasi moveva un breve mozzicone.

Quando rammento che ci˛ accadde ch'ero giÓ vivo e che oggi sono giunto al mite regno dell'imperatore Alessandronon posso non stupire dei progressi della civiltÓ e della diffusione dei precetti di filantropia. Giovanotto! se le mie memorie capiteranno fra le tue maniricordati che i mutamenti migliori e pi¨ solidi sono quelli che procedono dal miglioramento dei costumisenza scosse violente di sorta.

Tutti fummo stupefatti.

- Ors¨- disse il comandante- si vede che non potremo cavarne nulla di sensato. JulÓjriconduci il baschiro in magazzino. E noisignoridiscorriamo ancora di qualcosa.

Avevamo preso a ragionare della nostra situazionequando a un tratto Vassilissa Jeg˛rovna entr˛ nella stanzaansante e con aria straordinariamente sbigottita.

- Che ti Ŕ accaduto? - domand˛ sbalordito il comandante.

- Babbouna sciagura! - rispose Vassilissa Jeg˛rovna- la fortezza di Niznie˛sero Ŕ stata presa stamane. Il lavorante di padre Gherassim ne Ŕ tornato poco fa. Vide come la presero. Il comandante e tutti gli ufficiali furono impiccati. Tutti i soldati fatti prigionieri. Da un momento all'altro i malfattori saranno qui.

L'inattesa notizia mi colpý fortemente. Il comandante della fortezza di Niznie˛seroun giovane quieto e modestolo conoscevo: un paio di mesi prima era passatovenendo da Orenb¨rgcon la sua giovane moglie e si era fermato da IvÓn Kuzmýc'. La fortezza di Niznie˛sero si trovava a un venticinque verste dalla nostra. Da adesso in ora anche noi dovevamo aspettarci l'assalto di Pugaci˛v. La sorte di Maria IvÓnovna mi si present˛ vivamentee il cuore mi manc˛.

- SentiteIvÓn Kuzmýc'! - dissi al comandante- Ŕ nostro dovere difendere la fortezza fino all'ultimo respiro; su questo non c'Ŕ nulla da dire. Ma bisogna pensare alla sicurezza delle donne.

Mandatele a Orenb¨rgse la strada Ŕ ancor liberao in una fortezza lontanapi¨ sicuradove i malfattori non siano riusciti a giungere.

IvÓn Kuzmic si rivolse alla moglie e le disse:

- Ma sentimamminainfattinon sarebbe il caso di mandarvi un po' pi¨ distantefinchÚ non avremo messo a posto i ribelli?

- Ihciance! - disse la moglie del comandante- dov'Ŕ la fortezza in cui non volino le pallottole? In che cosa quella di Bielog˛rsk non Ŕ sicura? Grazie a Dioci viviamo da pi¨ di ventun anni. Abbiamo visto e i baschiri e i chirghisi: chi sa che non resistiamo anche a Pugaci˛v!

- Be'mammina- ribattÚ IvÓn Kuzmýc'- resta puregiÓ che ti fidi della nostra fortezza. Ma che dobbiamo fare di Mascia ? Sta benese resisteremoo se vedremo giungere soccorsi; mae se gli scellerati prenderanno la fortezza ?

- Ebbeneallora...

Qui Vassilissa Jeg˛rovna esit˛ e tacque con un aspetto di estrema agitazione.

- NoVassilissa Jeg˛rovna- continu˛ il comandanteosservando che le sue parole avevano avuto effettiforse per la prima volta in vita sua. - A Mascia restar qui non conviene. La manderemo a Orenb¨rg dalla sua madrina: la c'Ŕ truppa e cannoni a sufficienzae la muraglia Ŕ di pietra. E anche a te consiglierei di andartene con lei laggi¨; non fa nulla che sei una vecchiama considera che sarÓ di tese prenderanno la fortezza d'assalto.

- Bene- disse la moglie del comandante- cosý siamanderemo Mascia. Ma a me non lo domandare neppure in sognonon ci andr˛; non vedo perchÚ in vecchiaia dovrei separarmi da tee andare cercando una fossa solitaria in terra straniera. Insieme vivereinsieme anche morire.

- Ben detto anche questo- disse il comandante. - Ors¨non c'Ŕ da indugiare. Va' a preparare Mascia per il viaggio. Domani all'alba l'avvieremoe le daremo anche una scortasebbene non abbiamo uomini di troppo. Ma dov'Ŕ Mascia?

- Da Akulina Panfýlovna- rispose la moglie del comandante- Ŕ stata malequando ha sentito della presa di Niznie˛sero; temo che si ammali. Signore Iddioche cosa ci tocca vedere!

Vassilissa Jeg˛rovna and˛ ad occuparsi della partenza della figlia. La conversazione dal comandante proseguý; ma ormai non mi ci mischiavo e non sentivo nulla. Maria IvÓnovna comparvea cenapallida e con gli occhi rossi di pianto. Finimmo di cenare in silenzio e ci alzammo da tavola pi¨ presto del solito; salutata tutta la famigliaci avviammo ciascuno a casa sua. Ma io dimenticai apposta la spada e tornai a prenderla: presentivo che avrei trovato Maria IvÓnovna sola. Infatti ella mi venne incontro sulla porta e mi consegn˛ la spada.

- AddioPiotr Andreic'! - mi disse in lacrime- mi mandano a Orenb¨rg. Vivete e siate felice; forse il Signore ci permetterÓ di rivederci; se poi no...

Qui scoppi˛ in singhiozzi. L'abbracciai.

- Addiomio angelo- dissi- addiomia caramia amata!

Qualunque cosa sia di mecredi che l'ultimo mio pensiero e l'ultima preghiera saranno per te!

Mascia singhiozzavaattaccata al mio petto. La baciai con ardore e uscii in fretta dalla stanza.

 

 

 

CAPITOLO SETTIMO

 

L'ASSALTO

Testa miatestolinaVecchia testa di soldato!

GiÓ servý la testa mia Ben trent'anni e ancora tre.

AhinÚ gioia nÚ vantaggi Guadagn˛ la testolinaE nÚ manco una parola Buonao pure un alto grado.

Guadagn˛ la testolina Sol di pali alti una coppiaCon la lor traversa d'aceroE ancora un cappio serico.

CANZONE POPOLARE.

Quella notte non dormii e non mi spogliai. Mi proponevo di avviarmi all'alba verso la porta della fortezzadi dove Maria IvÓnovna doveva usciree lý salutarla un'ultima volta. Sentivo in me un gran cambiamento: l'agitazione dell'anima mi era assai meno pesante dello scoramento in cui ancora poco prima ero immerso. Col dolore del distacco si fondevano in me anche vaghema dolci speranzee l'impaziente attesa del pericoloe un sentimento di nobile ambizione. La notte pass˛ insensibilmente. GiÓ volevo uscire di casaquando la mia porta si aprýe si present˛ a me un caporale col rapporto che i nostri cosacchi nottetempo avevano lasciato la fortezzadopo aver preso con loro a viva forza J¨laje che attorno alla fortezza cavalcavano uomini sconosciuti. Il pensiero che Maria IvÓnovna non avrebbe fatto in tempo a partire mi sgoment˛; in fretta diedi al caporale alcune istruzioni e mi precipitai subito dal comandante.

GiÓ faceva giorno. Volavo per la viaquando sentii che mi si chiamava. Mi fermai.

- Dove andate? - disse IvÓn Ignatic'raggiungendomi. - IvÓn Kuzrnic' Ŕ sul bastione e mi ha mandato a cercarvi. PugÓc' (forma abbreviata di Pugaci˛vsignifica anche: spauracchio. Nota dei curatori.) Ŕ arrivato.

- Se n'Ŕ andata Maria IvÓnovna? - domandai col cuore palpitante.

- Non ha fatto a tempo- rispose Ivan Ignatic'- la strada per Orenb¨rg Ŕ tagliata; la fortezza Ŕ circondata. Andiamo malePiotr Andreic'.

Andammo sul bastione: un rialzo formato dalla natura e rafforzato da una palizzata. GiÓ vi si affollavano tutti gli abitanti della fortezza. La guarnigione era in armi. Il cannone ce l'avevano trascinato alla vigilia. Il comandante andava e veniva davanti al suo esiguo schieramento. La vicinanza del pericolo animava il vecchio guerriero d'inconsueta baldanza. Per la steppanon molto lontano dalla fortezzacavalcavano una ventina di uomini. Eranoparevacosacchima fra loro si trovavano anche baschiriche era facile distinguere dai berretti di lince e dai turcassi. Il comandante fece il giro delle sue truppe dicendo ai soldati: - Sufiglioliteniamo duro oggi per la nostra madre imperatricee mostriamo a tutto il mondo che siamo gente intrepida e legata al giuramento! - I soldati ad alta voce attestarono il loro zelo.

Svabrin stava accanto a me e guardava fisso il nemico. Gli uomini che cavalcavano nella steppaosservando movimento nella fortezzasi radunarono in mucchio e si misero a parlare tra loro. Il comandante ordin˛ a IvÓn Ignatic' di puntare il cannone sul loro attruppamento e applic˛ lui stesso la miccia. La palla ronz˛ e pass˛ su quellisenza fare danno. I cavalierisparpagliatisigalopparono subito fuor di vistae la steppa si fece deserta.

Allora comparve sul bastione Vassilissa Jeg˛rovnae con lei Masciache non aveva voluto lasciarla.

- Ebbene? - disse la moglie del comandante- come va la battaglia? Dov'Ŕ dunque il nemico?

- Il nemico non Ŕ lontano- rispose IvÓn Kuzmýc': - se Dio vuoletutto andrÓ bene. CheMasciahai paura?

- Nobabbo- rispose Maria IvÓnovna- fa pi¨ paura star sola a casa.

Qui ella mi guard˛ e sorrise con sforzo. Involontariamente strinsi l'impugnatura della mia spadaricordando che alla vigilia l'avevo ricevuta dalle sue manicome a difesa della mia amata. Il mio cuore ardeva. Mi figuravo suo paladino. Desideravo dimostrare che ero degno della sua fiduciae con impazienza presi ad aspettare il momento decisivo.

Nel frattempoda dietro a un'alturache si trovava a mezza versta dalla fortezzasi mostrarono nuove truppe a cavalloe in breve la steppa si dissemin˛ di una quantitÓ di gentearmata di picche e di archi. Fra lorosu un cavallo biancoandava un uomo in caffettano rosso con una sciabola sguainata in mano: era Pugaci˛v in persona. Egli si ferm˛; lo attorniarono e per suo ordinesi vedequattro uomini si staccarono e a spron battuto galopparono fin sotto la fortezza. In essi riconoscemmo i nostri traditori. Uno di loro teneva al di sopra del berretto un foglio di carta; un altro reggeva conficcata su una picca la testa di JulÓjchedopo averla scossaci scagli˛ controal disopra della palizzata. La testa del povero calmucco cadde ai piedi del comandante. I traditori gridavano:

- Non sparate; uscite incontro al sovrano. Il sovrano Ŕ qui!

- Eccoora v'aggiusto io! - grid˛ IvÓn Kuzmýc'- ragazzifuoco!

I nostri soldati fecero una scarica. Il cosacco che teneva lo scritto barcoll˛ e precipit˛ da cavallo; gli altri galopparono indietro. Guardai Maria IvÓnovna. Colpita dalla vista della testa insanguinata di JulÓjassordata dalla scaricasembrava priva di conoscenza. Il comandante chiam˛ un caporale e gli ordin˛ di prendere il foglio dalle mani del cosacco abbattuto. Il caporale uscý e rientr˛ conducendo per la briglia il cavallo dell'ucciso.

Consegn˛ al comandante la lettera. IvÓn Kuzmýc' la lesse tra sÚ e poi la fece in pezzi. Intanto i ribelli si preparavano visibilmente all'azione. Ben presto le pallottole cominciarono a fischiare alle nostre orecchie e alcune frecce si conficcarono attorno a noi in terra e nella palizzata.

- Vassilissa Jeg˛rovna! - disse il comandante- qui non Ŕ cosa da donneporta via Mascialo vedila figliola Ŕ pi¨ morta che viva.

Vassilissa Jeg˛rovnaammansita sotto le pallottolediede uno sguardo alla steppanella quale era visibile un gran movimento; poi si rivolse al marito e gli disse:

- IvÓn Kuzmýc'in vita e in morte Dio dispone: benedici Mascia.

Masciaaccostati a tuo padre!

Masciapallida e tremantesi accost˛ a IvÓn Kuzmýc'si mise ginocchioni e gli s'inchin˛ fino a terra. Il vecchio comandante le fece tre volte il segno della croce; poi la rialz˛ ebaciatalale disse con voce mutata:

- Ors¨Masciasii felice. Prega Dio: Egli non ti abbandonerÓ. Se si troverÓ un brav'uomoconcedavi Iddio amore e consiglio. Vivete come siamo vissuti io e Vassilissa Jeg˛rovna. Be'addioMascia.

Vassilissa Jeg˛rovnaportala via presto presto.

Mascia gli si gett˛ al collo e scoppi˛ in singhiozzi.

- Diamoci un bacio anche noi- disse piangendo la moglie del comandante- addiomio IvÓn Kuzmýc'. Perdonami se in qualche cosa ti recai dispiacere!

- Addioaddiomammina! - disse il comandanteabbracciando la sua vecchia. - Subasta! Andateandate a casa; ese fai in tempofa' mettere a Mascia il "sarafan".

La moglie del comandante e la figlia si allontanarono. Io seguivo con lo sguardo Maria IvÓnovna; ella si volt˛ indietro e mi fece un cenno con la testa. Qui IvÓn Kuzmýc' si rivolse a noie tutta la sua attenzione si fiss˛ sul nemico. I ribelli si radunavano intorno al loro capo e di un tratto cominciarono a scendere da cavallo.

- Adesso tenete duro- disse il comandante- ci sarÓ l'assalto...

In quel momento echeggiarono spaventevoli grida e urla; i ribelli venivano di gran corsa verso la fortezza. Il nostro cannone era stato caricato a mitraglia. Il comandante li lasci˛ accostare il pi¨ vicino possibile e d'un tratto fece fuoco nuovamente. La mitraglia colse proprio in mezzo alla folla. I ribelli rimbalzarono dalle due parti e indietreggiarono. Il loro capo rimase solo davanti... Brandý la sciabola e pareva esortarli con ardore... L'urlo e le gridache avevano taciuto un momentoricominciarono subito.

- Animoragazzi- disse il comandante- adesso aprite la portasuonate il tamburo. Ragazzi! avantiin sortitadietro di me!

Il comandanteIvÓn Ignatic' e io in un attimo ci trovammo di lÓ dal bastione; ma la guarnigione impaurita non si mosse.

- PerchÚ state lýfiglioli? - grid˛ IvÓn Kuzmýc'- se si deve moriresi muoreŔ affare da soldati!

In quell'istante i ribelli piombarono su noi e irruppero nella fortezza. Il tamburo tacque; la guarnigione gett˛ i fucili; mi avevano giÓ quasi rovesciato in terrama mi alzai e coi ribelli entrai nella fortezza. Il comandanteferito al capostava in mezzo a un mucchio di scelleratiche esigevano da lui le chiavi.

Volli lanciarmi in suo aiuto; alcuni robusti cosacchi mi afferrarono e mi legarono con le cinturesoggiungendo: - Eccoora la paghereteche avete disubbidito al sovrano! - Ci trascinarono per le vie; gli abitanti uscivano dalle case col pane e sale. Si sentý un rintocco di campane. A un tratto gridarono nella folla che il sovrano in piazza aspettava i prigionieri e riceveva il giuramento. La gente si avvi˛ in folla verso la piazza; noi ci condussero pure lÓ.

Pugaci˛v sedeva in una poltrona sul terrazzino della casa del comandante. Indossava un caffettano rosso da cosaccoadorno di galloni. Un alto berretto di zibellino con fiocchi d'oro era tirato sui suoi occhi scintillanti. Il suo viso mi parve conosciuto. Lo circondavano sottufficiali del cosacchi. Padre Gherassimpallido e tremante stava vicino al terrazzinocon la croce in manoe sembrava che tacitamente lo supplicasse per le vittime imminenti. Sulla piazza avevano eretto alla svelta una forca. Quando ci avvicinammoi baschiri dispersero la gentee ci presentarono a Pugaci˛v. I rintocchi cessarono; si fece un profondo silenzio.

- Qual Ŕ il comandante? - domand˛ l'impostore.

Il nostro sottufficiale cosacco uscý dalla folla e indic˛ IvÓn Kuzmýc'. Pugaci˛v guard˛ minaccioso il vecchio e gli disse:

- Come hai osato opporti a metuo sovrano?

Il comandantelanguente per la feritaraccolse le ultime forze e rispose con voce ferma:

- Tu non mi sei sovrano; tu sei un ladro e un impostoresentimi!

Pugaci˛v aggrott˛ cupamente le ciglia e agit˛ un fazzoletto bianco. Alcuni cosacchi presero il vecchio capitano e lo trascinarono verso la forca. Sulla traversa di questa si trovava cavalcioni il baschiro mutilato che avevamo interrogato alla vigilia. Egli teneva in mano una corda e di li a un minuto vidi il povero IvÓn Kuzmýc' alzato in aria. Allora condussero da Pugaci˛v IvÓn Ignatic'.

- Giura- gli disse Pugaci˛v- al sovrano Piotr Fe˛dorovic'!

- Tu non ci sei sovrano- rispose IvÓn Ignatic'ripetendo le parole del suo capitano- tuziettosei un ladro e un impostore!

Pugaci˛v agit˛ daccapo il fazzolettoe il buon tenente spenzol˛ accanto al suo vecchio superiore.

Era la mia volta. Io guardavo arditamente Pugaci˛vpreparandomi a ripetere la risposta dei miei magnanimi camerati. Alloracon mio indicibile stuporescorsi in mezzo ai capi ribelli Svabrintosato in tondo e in caffettano da cosacco. Egli si accost˛ a Pugaci˛v e gli disse all'orecchio qualche parola.

- Impiccarlo! - disse Pugaci˛vsenza pi¨ guardarmi. Mi gettarono al collo un lacciopresi a recitare tra me una preghieraoffrendo a Dio il sincero pentimento di tutti i miei peccati e supplicandolo di salvare tutte le persone vicine al mio cuore. Mi trascinarono sotto la forca.

- Niente pauraniente paura- mi ripetevano gli assassiniforse desiderando davvero farmi coraggio.

A un tratto sentii il grido: - Fermatevimaledetti! Aspettate!...

- I carnefici si arrestarono. Guardo: Savelic' giace ai piedi di Pugaci˛v.

- Padre mio! - diceva il mio povero precettore- che ti fa la morte di un fanciullo di signori? Lascialo andare; per lui ti pagheranno un riscatto; e per dare l'esempio e mettere paura ordina d'impiccare magari meche son vecchio! Pugaci˛v fece un segno e subito mi slegarono e lasciarono.

- Il babbino nostro ti fa grazia- mi dicevano.

In quel momentonon posso dire che mi rallegrassi della mia liberazionenon dir˛ tuttavia che me ne dolessi. Le mie sensazioni erano troppo confuse. Mi condussero nuovamente dall'impostore e mi posero davanti a lui in ginocchio. Pugaci˛v mi tese la sua mano venosa.

- Bacia la manobacia la mano! - dicevano intorno a me.

Ma io avrei preferito il pi¨ crudele supplizio a cosý vile umiliazione.

- Babbino Piotr Andreic'! - bisbigliava Savelic'standomi dietro e spingendomi: - non ostinarti! che cosa ti costa? infischiatenee bacia al malf... (oib˛!) baciagli la mano.

Io non mi muovevo. Pugaci˛v lasci˛ andare la manodicendo con un sorriso:

- Sua nobiltÓa quanto sembraŔ ingrullito dalla gioia.

Alzatelo.

Mi alzarono e mi lasciarono in libertÓ. Io presi a guardare il seguito dell'orrenda commedia.

Gli abitanti cominciarono a giurare. Si accostavano l'un dietro l'altrobaciando il crocifisso e inchinandosi poi all'impostore.

I soldati della guarnigione stavano pure lý. Il sarto della compagniaarmato delle sue forbici smussatetagliava loro le trecce. Essiscrollandosisi accostavano alla mano di Pugaci˛vil quale annunciava loro il perdono e li riceveva nella sua banda.

Tutto ci˛ continu˛ per circa tre ore. Infine Pugaci˛v si alz˛ dalla poltrona e scese dal terrazzino in compagnia dei suoi anziani. Gli portarono un cavallo biancoadorno di una ricca bardatura. Due cosacchi lo presero sotto braccio e lo misero in sella. Egli annunci˛ a padre Gherassim che avrebbe pranzato da lui. In quel momento si sentý un grido di donna. Alcuni briganti avevano tratto sul terrazzino Vassilissa Jeg˛rovnascarmigliata e denudata. Uno do loro giÓ aveva avuto il tempo di adornarsi con la sua mantelletta di pelliccia. Altri trascinavano piumini cassestoviglie da tŔbiancheria e tutte le suppellettili.

- Padri miei! - gridava la povera vecchietta- lasciatemi salva la vita. Padri mieiconducetemi da IvÓn Kuzmýc'.

Improvvisamente ella gett˛ un'occhiata alla forca e riconobbe suo marito.

- Scellerati! - si mise a gridare in delirio- che ne avete fatto? Cuore mioIvÓn Kuzmýc'valoroso soldato! non ti toccarono nÚ le baionette prussianenÚ le pallottole turche; non in combattimento leale desti la tua vitama la perdesti per un evaso dalle galere!

- Far tacere quella vecchia strega! - disse Pugaci˛v.

Allora un giovane cosacco la colpý con la sciabola sulla testae ella cadde morta su uno scalino del terrazzo. Pugaci˛v se n'and˛; il popolo si precipit˛ dietro a lui.

 

 

 

CAPITOLO OTTAVO

 

L'OSPITE NON INVITATO

L'ospite non invitato Ŕ peggio del tartaro.

PROVERBIO.

La piazza si fece deserta. Io stavo sempre allo stesso posto e non potevo mettere in ordine i pensieri turbati da cosý orrende impressioni.

L'incertezza sulla sorte di Maria IvÓnovna mi tormentava pi¨ di tutto. Dov'era? che le era accaduto? era riuscita a nascondersi?

era sicuro il suo rifugio? Pieno di pensieri inquietantientrai nella casa del comandante... Tutto era vuotosedietavolecasse erano rotte; le stoviglie fracassate; tutto rubato. Corsi su per la piccola scala che portava alla stanzettae per la prima volta in vita mia entrai nella camera di Maria IvÓnovna. Vidi il suo lettomesso a soqquadro dai briganti; l'armadio era stato sfondato e saccheggiato; il lumino ardeva ancora davanti alla vetrinetta delle immaginideserta. Era intatto anche lo specchiettoappeso al tramezzo murato... Ma dov'era la padrona di quell'umile cella verginale? Un pensiero terribile mi balen˛ in mente: la immaginai nelle mani dei banditi... Il mio cuore si strinse... Amaramente piansiamaramente e ad alta voce pronunciai il nome della mia amata... In quell'istante si udý un lieve rumoree da dietro l'armadio comparve Palaskapallida e tremante.

- AhPiotr Andreic'! - dissebattendo le palme- che giornata!

che spaventi!...

- E Maria IvÓnovna? - domandai impaziente- che n'Ŕ di Maria IvÓnovna?

- La signorina Ŕ viva- rispose Palaska- Ŕ nascosta da Akulina Panfýlovna.

- Dalla moglie del "pop"! - gridai con sgomento: - Dio mio! ma c'Ŕ Pugaci˛v!...

Mi slanciai fuori della stanzain un attimo mi trovai nella viae corsi a precipizio a casa del sacerdotesenza vedere nÚ sentire nulla. ColÓ risonavano gridarisate e canti... Pugaci˛v banchettava coi suoi compagni. Palaska vi accorse dietro di me. La mandai a chiamare sottovoce Akulina Panfýlovna. Di lý a un momento la moglie del "pop" venne da me nell'ingresso con una misura da un litro e mezzo in mano.

- Per l'amor di Dio! Dov'Ŕ Maria IvÓnovna? - domandai con inesplicabile agitazione.

- E' coricatala mia colombellasul letto lý da medietro il tramezzo- rispose la moglie del "pop". - EhPiotr Andreic'per poco non Ŕ capitato un guaio magrazie a Diotutto Ŕ passato felicemente: lo scellerato s'era appena seduto a pranzo che leila mia poverina rinviene e si mette a gemere!... Tramortii. Lui sentý . "Ma chi Ŕ che sospira da tevecchia?". Faccio un profondo inchino al ladrone: "Mia nipotesires'Ŕ ammalatae sta in letto; eccosaranno ormai otto giorni". "Ed Ŕ giovanetua nipote?". "Giovanesire". "Ma fammela un po' vederevecchiatua nipote". In me il cuore fu un sol palpitoma non c'era che fare.

"Volentierisire; solo che la ragazza non pu˛ alzarsi e venire da tua grazia". "Non importavecchiaandr˛ io stesso a vederla". E and˛saiil maledettodietro il tramezzo; che cosa credi? giÓtir˛ la tendinaguard˛ coi suoi occhi d'avvoltoio... e nulla...

Dio ce ne ha tratti fuori! Ma ci credi? io e il mio uomo c'eravamo bell'e preparati alla morte dei martiri. Per buona sorte leila mia colombellanon lo riconobbe. Signore Iddiola bella festa che abbiamo avuto! Non c'Ŕ che dire! Povero IvÓn Kuzmýc'! chi l'avrebbe pensato!... E Vassilissa Jeg˛rovna! E IvÓn Ignatic'? Lui poiperchÚ?... Com'Ŕ che voi vi han risparmiato? E quello SvabrinAleksiÚj IvÓnic'? Ecco che s'Ŕ tagliato i capelli in tondoe ora Ŕ qui da noi che gozzoviglia con loro! E' in gambanon c'Ŕ che dire! E quando dissi della nipote malataci credi?mi lanci˛ un'occhiatacome si farebbe di un coltelloda parte a parte; per˛ non mi tradýe di questo gli va dato un grazie.

In quel momento risuonarono le grida ebbre degli ospiti e la voce di padre Gherassim. Gli ospiti chiedevano vinoil padrone di casa chiam˛ la consorte. La moglie del "pop" si diede premura.

- Andatevene a casaPiotr Andreic'- disse- ora non si ha la testa a voi; dagli scellerati c'Ŕ baldoria. Guai se capitate sotto mano a un ubriaco. AddioPiotr Andreic'. SarÓ quel che sarÓ; forse Dio non ci abbandonerÓ!

La moglie del "pop" uscý. Un po' tranquillizzatomi diressi al mio alloggio. Passando accanto alla piazzavidi alcuni baschiri che si pigiavano intorno alla forca e cavavano gli stivali agl'impiccati; a stento trattenni un impeto d'indignazionesentendo l'inutilitÓ di un gesto di difesa. Per la fortezza correvano banditisaccheggiando le case degli ufficiali.

Dappertutto echeggiavano grida di ribelli avvinazzati. Giunsi a casa. Savelic' mi venne incontro sulla soglia.

- Sia lodato Iddio! - grid˛vedendomi- pensavo giÓ che i malfattori ti avessero riacciuffato. Be'bÓtiuskaPiotr Andreic'! lo crederesti? tutto ci hanno portato via i furfanti:

vestitibiancheriaoggettistoviglie... non hanno lasciato nulla. Ma che fa! Sia lode a Dioche ti hanno lasciato andare vivo! E l'hai riconosciutosignorel'atamÓn (il capo della banda di briganti)?

- Nonon l'ho riconosciuto; e chi Ŕ?

- ComebÓtiuska? Hai dimenticato quell'ubriacone che ti scrocc˛ il pellicciotto alla locanda? Una pelliccetta di lepre nuova nuova; e luibricconela scucý quant'era lunga sforzandosela addosso!

Fui sbalordito. Infatti la somiglianza di Pugaci˛v con la mia guida era sorprendente. Mi persuasi che Pugaci˛v e lui erano la stessa persona e capii allora la ragione della grazia accordatami.

Non potei non ammirare la strana concatenazione di circostanze: il pellicciotto da ragazzo donato al vagabondo mi aveva sottratto al capestroe l'ubriaconeche gironzava per le locandeassediava le fortezze e sconvolgeva lo Stato!

- Non vorresti mangiare? - domand˛ Savelic'costante nelle sue abitudini- a casa non c'Ŕ nulla; andr˛frugher˛ e ti preparer˛ qualche cosa.

Rimasto solomi immersi in riflessioni. Che dovevo fare? Restare nella fortezza sottomessa allo scelleratoo seguire la sua bandaera indecoroso per un ufficiale. Il dovere esigeva che mi presentassi lÓ dove il mio servizio poteva ancora esser utile alla patria nelle difficili congiunture del momento... Ma l'amore vivamente mi consigliava di restare presso Maria IvÓnovna e di esserle difensore e protettore. Sebbene prevedessi un rapido e indubbio mutare di circostanzepur tuttavia non potevo non tremareimmaginando il pericolo della condizione di lei.

Le mie meditazioni furono interrotte dalla venuta di uno dei cosacchiil quale era accorso con l'annuncio: - Il gran sovrano ti vuole a sÚ- com'egli disse.

- Dov'Ŕ? - domandaipreparandomi a ubbidire.

- Al comando- rispose il cosacco- dopo pranzo babbo nostro si reca al bagnoe ora riposa. Ebbenevostra nobiltÓda tutto si vede ch'Ŕ un gran personaggio: a pranzo volle mangiare due porcellini arrostoe fa il bagno a vapore cosý caldo che neppure TarÓs K¨rockin ci ressee pass˛ la scopetta a FomkÓ Bilbaieve a stento Ŕ rinvenuto sotto l'acqua fredda. Non c'Ŕ che dire: ha modi cosý importanti... E nel bagnodiconoha mostrato i suoi marchi regali alle mammelle: su unal'aquila a due testedella grandezza di un soldoe sull'altrala sua persona.

Non ritenni necessario contraddire l'opinione del cosacco e con lui mi diressi alla casa del comandanteimmaginandomi anticipatamente il colloquio con Pugaci˛v e sforzandomi di indovinare come sarebbe finito. Il lettore pu˛ facilmente immaginare che non ero del tutto in possesso del mio sangue freddo.

Cominciava a imbrunirequando giunsi alla casa del comando. La forca con le sue vittime nereggiava paurosamente. Il corpo della povera moglie del comandante giaceva ancora ai piedi del terrazzinopresso il quale due cosacchi montavano la guardia. Il cosacco che mi aveva portato and˛ ad annunciarmi esubito tornatomi guid˛ in quella stanza dove alla vigilia cosý teneramente avevo preso commiato da Maria IvÓnovna.

Mi si present˛ un quadro insolito. A una tavolacoperta da una tovaglia e guarnita di grosse bottiglie e di bicchieriPugaci˛v e una decina di capi cosacchi sedevano con berretti e camicie a coloririscaldati dal vinocon i visi rossi e gli occhi lucenti.

Fra essi non c'era nÚ SvabrinnÚ il nostro sottufficiale cosaccoi traditori nuovi arruolati.

- Ahvostra nobiltÓ! - disse Pugaci˛vvedendomi- benvenuto; vi facciamo onore e postofavorite.

Gl'interlocutori si restrinsero. Io in silenzio sedetti a un capo della tavola. Il mio vicinoun giovane cosaccosnello e avvenentemi vers˛ un bicchiere di vino sempliceche non toccai.

Con curiositÓ presi a esaminare la compagnia. Pugaci˛v stava seduto al posto d'onore coi gomiti appoggiati alla tavola e la barba nera posata sul suo largo pugno. I tratti del suo visoregolari e abbastanza piacevolinon denotavano niente di feroce.

Si rivolgeva spesso a un uomo sui cinquantachiamandolo ora conteora Timofieic'e a volte dandogli dello zietto. Tutti si comportavano tra loro come camerati e non dimostravano nessuno speciale attaccamento al loro capo. La conversazione si aggirava sull'assalto della mattinasul buon esito della sommossa e sulle azioni future. Ciascuno millantavaaffacciava le sue opinioni e contendeva liberamente con Pugaci˛v. E in quello strano consiglio militare fu stabilito di marciare su Orenb¨rg: mossa audace e che per poco non fu coronata da una fatale riuscita! La marcia fu annunciata per il giorno dopo.

- Sufratelli- disse Pugaci˛v- intoniamo per il prossimo sonno la mia canzoncina preferita. Ciumak˛v! attacca!

Il mio vicino inton˛ con voce sottile una triste canzone di tonneggiatorie tutti fecero coro:

Non stormireo verde madre selvaNon impedire a mebuon giovanedi pensare i miei pensieriChe diman son chiamatoio buon giovanea rispondere Davanti a un giudice severolo zar stesso.

ComincerÓ il sovrano a domandarmi:

Dimmidimmi tufigliuoldi contadini figlioCon chi dunque rubavicon chi briganteggiaviMolti ancora eran teco i compagni?

Dir˛ a teortodosso zarnostra speranzaTutta la veritÓ dir˛ a tela pura veritÓChe compagni ne avevo quattro:

Primo compagno mio - la notte scuraE secondo mio compagno - il coltel damascatoE come terzo compagno - il mio buon cavalloE quarto mio compagno - l'arco teso; Che gl'inviati miei furon dardi arroventati.

Che dirÓ l'ortodosso zarnostra speranza:

Salute a tefigliuoldi contadini figlioChe sapesti predareora risponder sai!

In cambio ti accorder˛figliuoloIn mezzo a un campo un alto manieroDue pali cioŔ con una traversa.

E' impossibile dire quale effetto produsse su me questa canzone popolare sulla forcacantata da uomini che alla forca erano votati. Le loro facce minacciosele voci armonichel'espressione triste che essi davano alle parolegiÓ cosý espressive: tutto mi fece vibrare di poetico sgomento.

Gli ospiti bevvero ancora un bicchiere a testasi alzarono da tavola e si congedarono da Pugaci˛v. Io volevo seguirlima Pugaci˛v mi disse:

- Rimani; voglio discorrere con te.

Restammo faccia a faccia. Il nostro vicendevole silenzio dur˛ qualche minuto. Pugaci˛v mi guardava fissamentestrizzando a tratti l'occhio sinistro con mirabile espressione di marioleria e di canzonatura. Infine risee con tal sincera gaiezza che ioguardandolomi misi a ridere senza sapere io stesso di che.

- Ebbenevostra nobiltÓ? - mi disse- avesti pauraconfessaloquando i giovanotti miei ti buttarono la corda al collo? Ti sarai vistoimmaginocon un palmo di lingua fuori... E avresti dondolato alla traversase non era il tuo servo. Riconobbi subito il vecchio barbogio. Ors¨pensavi mai tuvostra nobiltÓche l'uomo che ti condusse al ricovero fosse il gran sovrano stesso? - (Qui egli prese un'aria grave e misteriosa). - Tu sei colpevole di brutto davanti a mecontinu˛- ma ti graziai per il tuo beneficioperchÚ mi rendesti un servizioquand'ero costretto a nascondermi ai miei nemici. E quello che ancora vedrai! Come ti ricompenser˛quando avr˛ avuto il mio Stato! prometti di servirmi con zelo?

La domanda del furfante e la sua spavalderia mi parvero cosi divertenti che non potei far a meno di sorridere.

- Di che sorridi ? - mi domand˛aggrottando le ciglia. - O non credi che sono il gran sovrano? Rispondi francamente.

Mi turbai. Di riconoscere il vagabondo per sovrano non me la sentivo: mi pareva una pusillanimitÓ imperdonabile. Dargli dell'impostore in faccia avrebbe significato espormi alla rovinae ci˛ a cui ero stato pronto sotto la forca agli sguardi di tutto il popolo e nel primo impeto d'indignazionemi sembrava ora un'inutile gradassata. Titubavo. Pugaci˛v cupo aspettava la mia risposta. Infine (ancor oggi rammento con soddisfazione quell'istante) il sentimento del dovere trionf˛ in me sull'umana debolezza. Risposi a Pugaci˛v:

- Ascoltati dir˛ tutta la veritÓ. Ragionaposso io riconoscere in te il sovrano? Sei uomo di sennovedresti tu stesso che giuoco di astuzia.

- E chi sareia tuo giudizio?

- Dio ti conosce; ma chiunque tu siagiuochi un giuoco pericoloso.

Pugaci˛v mi gett˛ un rapido sguardo.

- Allora tu non credi- disse- che io sia il sovrano Piotr FŔodorovic'? Be'va bene. Ma la fortuna non arride forse agli audaci? Forse che un tempo Griska Otriopiev non regn˛? Pensa di me quel che vuoima non ti staccare da me. Che t'importa di tutto il resto? Chiunque sia il "pop"gli si dÓ del "padre". Servimi con fede e lealtÓe io ti far˛ feldmareseialloe principe. Come la pensi?

- No- risposi- sono nobile di nascita; ho giurato alla sovrana imperatrice: servir te non posso. Se in realtÓ mi vuoi del benelasciami andare a Orenb¨rg.

Pugaci˛v si fece pensoso.

- E se ti lascer˛ andare- disse- mi prometti almeno di non servire contro di me?

- Come posso prometterti questo? - risposi- Sai pure che non son libero: se mi si ordinerÓ di marciare contro di temarcer˛non c'Ŕ niente da fare. Ora sei tu stesso un capo; tu stesso esigi obbedienza dai tuoi. Che azione sarebbese mi rifiutassi al servizioquando del mio servizio si avrÓ bisogno? La mia testa Ŕ in tuo potere: se mi lasci andareti dico grazie; se mi metti a morteti sarÓ giudice Dio; ma io ti ho detto la veritÓ.

La mia sinceritÓ fece stupire Pugaci˛v.

- Cosý sia- dissebattendomi sulla spalla: - se Ŕ morte Ŕ mortese Ŕ grazia Ŕ grazia. Vattene dove ti garba e fa' quel che vuoi. Domani vieni a salutarmie ora vattene a dormireche anche a me m'Ŕ preso sonno.

Lasciai Pugaci˛v e uscii sulla via. La notte era calma e gelida.

La luna e le stelle splendevano vivamenterischiarando la piazza e la forca. Nella fortezza tutto era quieto e buio. Solo in una bettola brillava un fuoco e risonava un vocio di beoni attardati.

Diedi uno sguardo alla casa del sacerdote. Gli scuri e il portone erano chiusi. Pareva che tutto vi fosse tranquillo.

Giunsi al mio alloggio e trovai Savelic' in pena per la mia assenza. La nuova della mia libertÓ lo alliet˛ indicibilmente.

- Lode a teSignore! - dissefacendosi il segno della croceappena giorno lasceremo la fortezza e ce n'andremo alla ventura.

Ti ho preparato qualche cosamangiabÓtiuskae riposa fino a domattinacome in grembo a Cristo.

Seguii il suo consiglio ecenato con grande appetitomi addormentai sul nudo pavimentoaffranto di spirito e di corpo.

 

 

 

CAPITOLO NONO

 

LA SEPARAZIONE

Dolce per me fu legarmiO bellissimacon te; Tristetriste Ŕ il separarmiQual saria dall'almaohimŔ!

CHERASKOV.

Di prima mattina mi svegli˛ il tamburo. Andai all'adunata. GiÓ vi erano schierate le turbe di Pugaci˛v intorno alla forcadove penzolavano sempre le vittime del giorno prima. I cosacchi stavano a cavalloi soldati portavano le armi. Le bandiere sventolavano.

Alcuni cannonitra cui riconobbi anche il nostroerano sistemati su affusti da campagna. Tutti gli abitanti si trovavano lýaspettando l'impostore. Presso la scaletta della casa del comandante un cosacco teneva per la briglia un bellissimo cavallo bianco di razza chirghisa. Cercai con gli occhi il corpo della moglie del comandante. Era stato portato un po' in disparte e coperto con una stuoia. Infine Pugaci˛v uscý dall'ingresso. La gente si scoprý. Pugaci˛v si ferm˛ sul terrazzino e salut˛ tutti.

Uno dei capi gli porse un sacchetto di monete di rame e lui prese a gettarle a piene mani. La gente con grida si precipit˛ a raccattarlee la cosa non and˛ senza storpiature. Pugaci˛v venne attorniato dai pi¨ importanti dei suoi seguaci. Tra essic'era anche Svabrin. I nostri sguardi s'incontrarono; nel mio egli potÚ leggere il disprezzoe si volt˛ in lÓ con espressione di sincero malanimo e di finta derisione. Pugaci˛vvistomi tra la follami fece un segno con la testa e mi chiam˛ a sÚ.

- Ascolta- mi disse- va' subito a Orenb¨rg e avvisa da parte mia il governatore e tutti i generali che mi aspettino da loro tra una settimana. Consigliali di accogliermi con amore e ubbidienza filiali; se no non sfuggiranno a un crudele supplizio. Buon viaggiovostra nobiltÓ.

Poi si rivolse alla gente e disseindicando Svabrin:

- Eccovifigliuoliil nuovo comandante. Ubbiditegli in tuttoe lui mi risponde di voi e della fortezza.

Sentii quelle parole con sgomento: Svabrin era diventato capo della fortezza; Maria IvÓnovna rimaneva in suo potere! Dioche sarebbe stato di lei! Pugaci˛v scese dal terrazzino. Gli portarono il cavallo. Egli salt˛ svelto in sellasenza aspettare i cosacchiche volevano aiutarlo a montare. In quel momento da un mucchio di gente vedo che esce fuori il mio Savelic'si accost˛ a Pugaci˛v e gli porge un foglio di carta. Non potevo immaginare quel che ne sarebbe risultato.

- Che cos'Ŕ? - domand˛ con fare d'importanza Pugaci˛v.

- Leggie vedrai- rispose Savelic'.

Pugaci˛v prese la carta e la esamin˛ a lungo con aria significativa.

- PerchÚ scrivi in modo cosý difficile? - disse infine- i nostri serenissimi occhi non ci possono capir nulla. Dov'Ŕ il mio primo segretario?

Un giovanotto in divisa di caporale accorse pronto a Pugaci˛v.

- Leggi forte! - disse l'impostoreconsegnandogli la carta.

Ero straordinariamente curioso di sapere che cosa il mio precettore avesse avuto l'idea di scrivere a Pugaci˛v. Il primo segretario con voce tonante prese a compitare quanto segue:

"Due vesti da cameradi grosso calica e di seta a righesei rubli".

- Che significa ci˛? - disseaggrottando le ciglia Pugaci˛v.

- Ordina di leggere oltre- rispose tranquillo Savelic'.

Il primo segretario continu˛:

"Una divisa di panno verde sottilesette rubli. Calzoni di stoffa bianchicinque rubli. Dodici camicie di tela d'Olanda con galedieci rubli. Una cassetta con servizio da tŔdue rubli e mezzo...".

- Che ciance sono? - interruppe Pugaci˛v. - Che importa a me di cassette e di calzoni con le gale?

Savelic' borbott˛ e prese a spiegarsi.

- QuestabÓtiuskavediŔ la lista della roba del signorinorubata dagli scellerati...

- Che scellerati? - disse minaccioso Pugaci˛v.

- Scusamiho sbagliato- rispose Savelic': - scellerati o non scelleratima i tuoi ragazzi hanno talmente rovistato e rubacchiato! Non andare in collera: il cavallopur con quattro zampeinciampa. Ordina di leggere fino in fondo.

- Finisci di leggere- disse Pugaci˛v.

Il segretario continu˛:

"Una coperta d'indianaaltra di taffetÓ di cotonequattro rubli.

Una pelliccia di volpefoderata di rattina rossa. E ancora il pellicciotto di lepreofferto a tua grazia alla locandaquindici rubli".

- Che cos'Ŕ questo ancora! - grid˛ Pugaci˛vbalenando fuoco dagli occhi.

Confesso che mi spaventai per il mio povero precettore. Egli volle di nuovo ingolfarsi in spiegazionima Pugaci˛v lo interruppe.

- Come osi venirtene da me con simili inezie! - grid˛strappando la carta dalle mani del segretario e gettandola in viso a Savelic'. - Stupido vecchio! Li hanno rubati: bel guaio! Ma tu devivecchio barbogioin eterno pregare Dio per me e per i miei ragazziche tu e il padrone tuo non penzoliate qui con questi che mi si ribellarono... Il pellicciotto di lepre! Ti dar˛ io il pellicciotto di lepre! Ma lo sai che d˛ ordine di scoiarti vivo per farne pellicciotti?

- Come ti piacerÓ- rispose Savelic'- ma io sono un sottopostoe dovr˛ rispondere della roba del padrone.

Pugaci˛v erasi vedein un accesso di magnanimitÓ. Si volt˛ e partý senza pi¨ dire una parola. Svabrin e gli anziani lo seguirono. La banda uscý dalla fortezza in ordine. Il popolo and˛ ad accompagnare Pugaci˛v. Rimasi sulla piazza solo con Savelic'.

Il mio precettore teneva in mano la sua lista e la esaminava con aria di profondo rammarico.

Vedendo il mio buon accordo con Pugaci˛vaveva pensato di trarne partito; ma il savio disegno non gli era riuscito. Volli sgridarlo per lo zelo fuori di postoe non potei trattenermi dal ridere.

- Ridisignore- rispose Savelic'- ridima quando ci toccherÓ rimettere su casa di sana piantavedremo se ci sarÓ da ridere.

Mi affrettai a casa del sacerdoteper incontrarmi con Maria IvÓnovna. La moglie del "pop" mi accolse con una triste notizia.

Nella notte a Maria IvÓnovna era venuta una forte febbre ardente.

Ella giaceva senza conoscenza e in delirio. La moglie del "pop" mi condusse nella camera di lei. Mi accostai piano al suo letto. Il cambiamento del suo viso mi costern˛. L'inferma non mi riconobbe.

A lungo stetti davanti a leisenz'ascoltare nÚ padre GherassimnÚ la sua buona mogliei qualisembrami stavan confortando.

Tetri pensieri mi agitavano. Lo stato della povera orfana indifesalasciata in mezzo a malvagi ribellila mia propria debolezza mi sbigottirono. SvabrinSvabrin pi¨ di tutto tormentava la mia immaginazione.Investito dipotere dall'impostoreal comando della fortezzadov'era rimasta l'infelice fanciullainnocente oggetto del suo astioegli poteva risolversi a tutto. Che dovevo fare? Come darle aiuto? Come liberarla dalle mani dello scellerato? Restava un solo mezzo:

risolsi di andare sul momento a Orenb¨rgper affrettare la liberazione della fortezza di Bielog˛rske possibilmente cooperarvi. Salutai il sacerdote e Akulina Panfýlovnaaffidandole con calore colei che giÓ consideravo mia moglie. Presi la mano della povera fanciulla e la baciaibagnandola di lacrime.

- Addio- mi disse la moglie del "pop"accompagnandomiaddioPiotr Andreic'. Ci vedremo forse in tempi migliori. Non dimenticateci e scriveteci spesso. La povera Maria IvÓnovnaeccetto voinon ha ora nÚ conforto nÚ protettore.

Sceso in piazzami fermai un istanteguardai la forcami inchinaiuscii dalla fortezza e presi la strada di Orenb¨rgseguito da Savelic'che non si staccava da me.

Camminavooccupato dai miei pensieriquando a un tratto sentii dietro di me un calpestio di cavalli. Mi volto e vedo: dalla fortezza galoppa fuori un cosacco tenendo per la briglia un cavallo baschiro e facendomi cenni da lontano. Mi fermai e in breve riconobbi il nostro sottufficiale. Accostatosi di galopposcese dal suo cavalloporgendomi le briglie dell'altro:

- Vostra nobiltÓ! Il padre nostro vi offre il cavallo e una pelliccia giÓ portata da lui. - (Alla sella era legato un pellicciotto di montone). - E ancora- proferýesitandoil sottufficiale- vi offre... mezzo rublo in spiccioli... ma li ho smarriti per via: perdonatemi generosamente.

Savelic' lo guard˛ di sbieco e brontol˛:

- Smarriti per via! E che cos'Ŕ che ti tintinna in petto?

Disonesto!

- Che cosa mi tintinna in petto? - ribattÚ il sottufficialesenza per niente scomporsi- Dio sia con tevecchio! E' la briglietta che tintinnanon il mezzo rublo.

- Bene- dissiinterrompendo la contesa. - Ringrazia da parte mia colui che t'ha mandato; e il mezzo rublo perduto cerca di trovarlo sulla via del ritornoe prenditelo per la vodka.

- Molto gratovostra nobiltÓ- risposegirando il suo cavallo- in eterno pregher˛ Dio per voi.

Con queste parole egli galopp˛ indietrotenendosi una mano in petto. e in un momento fu fuor di vista. Indossai il pellicciotto e salii a cavallofacendo sedere dietro a me Savelic'.

- Eccovedisignore- disse il vecchio- che non invano ho porto al furfante la supplica; il ladrone s'Ŕ fatto scrupolo. Per quanto la smilza brenna baschira e il pellicciotto di montone non valgano la metÓ di quello che loroi furfantici han rubatoe di quel che tu stesso gli volesti favorireserviranno pur sempre; e da mala pecora anche un sol fiocco di lana vien buono.

 

 

 

CAPITOLO DECIMO

 

L'ASSEDIO DELLA CITTA'

Prati e monti occupatidei guardi Sulla cittÓcom'aquilavolgea dall'alto i dardi; Un traino entro il suo campo ei fe' costrurre ea notte scuraCelati in esso i fulminiaddur sotto le mura.

CHERASKOV.

Appressandoci a Orenb¨rgvedemmo una folla di detenuti dalle teste rasatecoi volti sfigurati dalle tanaglie del carnefice.

Lavoravano attorno alle difesesotto la vigilanza degl'invalidi della guarnigione. Gli uni trasportavano su carri l'immondizia che aveva riempito il fossatogli altri con badili scavavan la terrasul bastione i muratori trascinavano mattoni e riparavano il muro di cinta. Alla porta le sentinelle ci fermarono e chiesero i nostri passaporti. Appena il sergente sentý che venivo dalla fortezza di Bielog˛rskmi condusse difilato a casa del generale.

Lo trovai in giardino. Esaminava i meli spogliati dal soffio dell'autunnoe con l'aiuto di un vecchio giardiniere li copriva accuratamente di stoppia calda. Il suo viso esprimeva calmasalute e bonarietÓ. Si rallegr˛ con me e prese a interrogarmi sui terribili avvenimenti di cui ero stato testimone. Gli raccontai tutto. Il vecchio mi ascoltava con attenzionee intanto troncava i rametti secchi.

- Povero Mironov- dissequand'ebbi finito il mio triste racconto- mi rincresce per luiera un bravo ufficiale; anche madame Mironov era una buona signorae che maestra nel salare i funghi! E che n'Ŕ di Masciala figlia del capitano?

Risposi che era rimasta nella fortezzasulle braccia della moglie del "pop".

- Ahiahiahi! - osserv˛ il generale- ci˛ Ŕ malemolto male!

Sulla disciplina dei briganti non si pu˛ affatto contare. Che sarÓ della povera ragazza?

Risposi che la fortezza di Bielog˛rsk non era lontanae cheprobabilmentesua eccellenza non avrebbe tardato a inviare truppe per la liberazione dei suoi poveri abitanti. Il generale scosse la testa con aria di sfiducia.

- Vedremovedremo- disse- avremo ancora il tempo di discorrerne. Prego di favorire a casa mia per una tazza di tŔ:

oggi da me ci sarÓ un consiglio militare. Tu puoi darci informazioni sicure su quel furfante di Pugaci˛v e sul suo esercito. Ora intanto va' a riposarti.

Mi recai all'alloggio assegnatomidove giÓ Savelic' era occupato nelle faccende di casae con impazienza mi misi ad aspettare il momento fissato. Il lettore immaginerÓ facilmente che non mancai di comparire al consiglioche doveva aver tanta influenza sul mio destino. All'ora stabilita ero giÓ a casa del generale.

Trovai da lui uno dei funzionari municipaliricordoil direttore delle gabelleun vecchiotto grosso e colorito in caffettano di broccato lucido. Egli prese a interrogarmi sulla sorte di IvÓn Kuzmýc'che chiamava comparee spesso interrompeva il mio dire con domande complementari e osservazioni moralichese pure non denotavano in lui un uomo versato in arte militareindicavano quanto meno avvedutezza e naturale intelletto. Frattanto s'erano raccolti anche gli altri invitati. Quando tutti furono seduti e ad ognuno ebbero portato una tazza di tŔil generale espose in modo quanto mai chiaro e ampio come stavano le cose.

- Orasignori- continu˛- importa decidere come dobbiamo operare contro i ribelli: "offensivamente" o "difensivamente"?

Ciascuno di questi metodi ha il suo vantaggio e il suo svantaggio.

Un'azione offensiva offre maggiori speranze di una prontissima distruzione del nemico; l'azione difensiva Ŕ pi¨ sicura e meno rischiosa... Alloracominciamo a raccogliere i pareri secondo l'ordine legalecioŔ cominciando dai meno anziani di grado.

Signor alfiere! - continu˛rivolgendosi a me- vogliate spiegarci la vostra opinione.

Mi alzai edopo avere in brevi termini descritto prima Pugaci˛v e la sua bandaaffermai che l'impostore non aveva modo di resistere contro le armi regolari.

La mia opinione fu accolta dai funzionari con palese sfavore. Essi vi scorgevano l'irriflessione e la temeritÓ del giovane. Sorse un mormorioe sentii distinta la parola: "sbarbatello"pronunciata da qualcuno a mezza voce. Il generale si rivolse a me e disse con un sorriso:

- Signor alfiere! i primi voti nei consigli militari si danno di solito in favore dei movimenti offensivi: Ŕ l'ordine legale. Ora continueremo la raccolta dei pareri. Signor consigliere di collegio! diteci il vostro avviso.

Il vecchiotto in caffettano di broccato vuot˛ in fretta la sua terza tazzaconsiderevolmente allungata con rume rispose al generale:

- Io pensovostra eccellenzache non si deve agire nÚ offensivamente nÚ difensivamente.

- Come dunquesignor consigliere di collegio? - ribattÚ il generale sbalordito: - altri metodi la tattica non offre: mossa difensiva od offensiva...

- Eccellenzamovetevi corruttivamente.

- E-eheh! L'opinione vostra Ŕ quanto mai saggia. Le mosse corruttive sono ammesse dalla tatticae noi ci varremo del vostro consiglio. Si potranno promettere per la testa del briccone... una settantina di rubli e magari cento... dal fondo segreto...

- E allora- interruppe il direttore delle gabelle- ch'io sia un montone chirghisoe non un consigliere di collegiose quei ladri non ci consegneranno il loro "atamÓn"incatenato mani e piedi.

- Ci penseremo e ne ragioneremo ancora- rispose il generale.

Occorre per˛ in ogni caso prendere dei provvedimenti militari.

Signoridate i vostri pareri nell'ordine legale.

Tutte le opinioni si mostrarono contrarie alla mia. Tutti i funzionari parlavano di poca sicurezza delle trupped'incertezza di riuscitadi prudenza e simili cose. Tutti opinavano che fosse pi¨ savio restare sotto la protezione dei cannonidietro un solido muro di pietrache non in campo aperto tentare la sorte delle armi. Infine il generalesentiti tutti i pareriscosse la cenere dalla pipae pronunci˛ il seguente discorso:

- Signori miei! debbo dichiararvi che per parte mia concordo pienamente con l'opinione del signor alfiere: perchÚ tale opinione Ŕ fondata su tutte le norme di una sana tatticache quasi sempre preferisce le mosse offensive a quelle difensive.

Qui egli si ferm˛ e prese a riempire la sua pipa. Il mio amor proprio trionfava. Guardai orgogliosamente i funzionariche bisbigliavano tra loro con aria di malcontento e d'inquietudine.

- Masignori miei- egli continu˛emettendoinsieme con un profondo sospirouno spesso getto di fumo di tabacco- io non oso prendere su di me una cosý grande responsabilitÓquando si tratta della sicurezza delle province a me affidate da sua maestÓ imperialela mia graziosissima sovrana. E cosýson d'accordo con la maggioranza dei parerila quale ha deciso esser pi¨ di tutto saggio e meno rischioso aspettare l'assedio dentro la cittÓe respingere l'assalto del nemico con la forza dell'artiglieria e (ove riesca possibile) con sortite.

I funzionari a loro volta con aria canzonatoria guardarono me. Il consiglio si sciolse. Non potei non rimpiangere la debolezza del venerando guerriero chea dispetto della propria convinzionesi era deciso a seguire le opinioni di uomini ignoranti e inesperti.

Qualche giorno dopo questo illustre consiglioapprendemmo che Pugaci˛vfedele alla sua promessasi avvicinava a Orenb¨rg. Vidi l'esercito dei ribelli dall'alto del muro di cinta. Mi parve che il loro numero fosse cresciuto di dieci volte dal tempo dell'ultimo assaltodi cui ero stato testimone. Era con loro anche l'artiglieria presa da Pugaci˛v nelle piccole fortezze giÓ da lui conquistate. Rammentando la decisione del consiglioprevidi una lunga reclusione nelle mura di Orenb¨rg e per poco non piansi di rabbia.

Non star˛ a descrivere l'assedio di Orenb¨rgche appartiene alla storiae non alle memorie di famiglia. Dir˛ brevemente che quest'assedioper l'inconsiderazione del comando localefu rovinoso per gli abitantiche patirono la fame e tutti i mali possibili. Ci si pu˛ facilmente immaginare che la vita a Orenb¨rg fu la pi¨ intollerabile. Tutti aspettavano sconfortati la decisione della loro sorte; tutti gemevano per il rincaro dei prezziche proprio era tremendo. Gli abitanti si abituarono alle palle di cannone che volavano sui loro cortili; perfino gli assalti di Pugaci˛v non attiravano pi¨ la curiositÓ generale.

Morivo dalla noia. Il tempo passava. Lettere dalla fortezza di Bielog˛rsk non ne ricevevo. Tutte le strade erano tagliate. La separazione da Maria IvÓnovna mi divent˛ insopportabile.

L'incertezza della sua sorte mi tormentava. L'unico mio svago consisteva nel fare scorribande. Grazie a Pugaci˛v avevo un buon cavallocol quale dividevo il magro cibo e su cui ogni giorno uscivo fuor di cittÓ a scambiar fucilate coi cavalieri di Pugaci˛v. In queste sparatorie la meglio era solitamente dalla parte dei malfattorisaziebbri e ben montati. La macilenta cavalleria della cittÓ non poteva superarli. A volte usciva nella campagna anche la nostra affamata fanteria; ma l'altezza della neve le impediva di operare con buon esito contro i cavalieri sparpagliati. L'artiglieria tuonava invano dall'alto del bastionee nella campagna sprofondava e non si spostava a causa dello sfinimento dei cavalli. Tale era il quadro delle nostre operazioni militari! E ecco quello che i funzionari di Orenb¨rg chiamavano prudenza e senno!

Una volta che ci riuscýnon so comedi disperdere e scacciare una truppa abbastanza foltami scontrai con un cosaccorimasto indietro ai suoi compagni; giÓ ero pronto a colpirlo con la mia sciabola turcaquand'egli a un tratto si tolse il berretto e grid˛:

- Buon giornoPiotr Andreic'. Come ve la passatein grazia di Dio?

Guardai e riconobbi il nostro sottufficiale. Ne fui indicibilmente lieto.

- Buon giornoMaksimic'- gli dissi. - E' molto che manchi dalla fortezza di Bielog˛rsk?

- Non molto. "bÓtiuska" Piotr Andreic': ne tornai solo ieri. Ho un bigliettino per voi.

- Dov'Ŕ? - gridaiarrossendo tutto.

- Con me- rispose Maksimic'mettendosi una mano in pettopromisi a Palaska di farvelo avere in qualche modo. Qui mi porse una carta piegata e subito si allontan˛ al galoppo. L'aprii e col batticuore lessi le seguenti righe:

"Piacque a Dio privarmi improvvisamente di padre e madre: non ho in terra nÚ parentinÚ protettori. Ricorro a voisapendo che sempre mi avete voluto bene e che siete pronto ad aiutare ognuno.

Prego Dio che questa lettera in qualche modo vi raggiunga!

Maksimic' ha promesso di recapitarvela. Palaska ha sentito sempre da Maksimic' che lui spesso vi vede da lontano nelle sortitee che voi non vi risparmiate affatto e non pensate a quelli che in lacrime pregano Dio per voi. Fui a lungo inferma; e quando mi ristabiliiAleksiÚj IvÓnovic'che comanda da noi al posto del povero babbocostrinse padre Gherassim a consegnarmi a luiintimorendolo con Pugaci˛v. Vivo nella nostra casasotto guardia.

AleksiÚj IvÓnovic' mi forza a sposarlo. Dice che mi ha salvato la vitaperchÚ coprý l'inganno di Akulina Panfýlovnache aveva detto ai malfattori che ero sua nipote. Ma per me sarebbe meglio morire che diventare moglie di un uomo come AleksiÚj IvÓnovic'.

Egli mi tratta molto crudelmente e minacciase non mi ricredo e non acconsentodi portarmi al campo dello scelleratoe alloradice: 'SarÓ di voi come di Lizaveta ChÓrlova' (risparmiata per la sua bellezzada Pugaci˛ve costretta a diventare sua concubina).

Ho pregato AleksiÚj IvÓnovic' di lasciarmi riflettere. Egli ha acconsentito ad aspettare ancora tre giornie se fra tre giorni non lo sposer˛non ci sarÓ pi¨ remissione. 'BÓtiuska' Piotr Andreic'! siete il mio solo protettore; venite in mia difesainfelice. Supplicate il generale e tutti i comandanti d'inviarci al pi¨ presto soccorsie venite voi stessose potete. Sono la vostra umile misera orfana.

Maria Mironov.

Letta questa letteraper poco non impazzii. Mi precipitai in cittÓspronando senza misericordia il mio povero cavallo. Per strada immaginavo questo e quell'altro per la liberazione della misera fanciullae non potevo escogitare niente. Giunto al galoppo In cittÓmi avviai direttamente a casa del generale e entrai a precipizio da lui.

Il generale andava avanti e indietro per la stanza fumando la sua pipa di schiuma. Vedendomisi ferm˛. Probabilmente il mio aspetto lo colpý: si inform˛ premurosamente sulla ragione della mia frettolosa venuta.

- Eccellenza- gli dissi- ricorro a voi come al mio proprio padre; per l'amor di Dionon ricusate la mia preghiera: si tratta della felicitÓ di tutta la mia vita.

- Che ŔbÓtiuska? - domand˛ il vecchio sbalordito- che posso fare per te? Parla.

- Eccellenzaordinatemi di prendere una compagnia di soldati e mezza centuria di cosacchi e lasciatemi andare a ripulire la fortezza di Bielog˛rsk.

Il generale mi guard˛ attentopensandoverosimilmenteche io fossi ammattito (nel che quasi non sbagliava).

- Come ci˛? Ripulire la fortezza di Bielog˛rsk? - disse infine.

- Vi garantisco un buon esito- risposi con calore- soltanto lasciatemi andare.

- Nogiovanotto- dissescrollando il capo- a distanza cosý grande sarÓ facile al nemico tagliarvi fuori delle comunicazioni col punto strategico principale e riportare su voi completa vittoria. Una comunicazione tagliata...

Mi spaventaivedendolo attratto in dissertazioni militarie mi affrettai a interromperlo.

- La figlia del capitano Mironov- gli dissi- mi scrive una lettera; domanda aiuto; Svabrin la costringe a sposarlo.

- Possibile? Ohquello Svabrin Ŕ un grandissimo "schelm" e se mi verrÓ tra le manilo far˛ processare in ventiquattr'ore e lo fucileremo sul parapetto della fortezza! Ma per ora ci vuole pazienza...

- Pazienza! - gridai fuor di me- e lui intanto sposa Maria IvÓnovna!

- Oh! - ribattÚ il generale- questo non Ŕ ancora un guaio:

meglio per lei essereora come oramoglie di Svabrin; adesso lui pu˛ accordarle protezione; e quando lo fucileremoa Dio piacendole si troveranno anche dei partiti. Le vedovelle graziose non restano a lungo nubilicioŔ volevo dire che una vedovella troverÓ pi¨ presto marito che non una ragazza.

- Voglio piuttosto morire- dissi furibondo- che cederla a Svabrin!

- Bahbahbahbah! - disse il vecchio- ora capisco... Sei innamorato di Maria IvÓnovnasi vede. Ohallora Ŕ un'altra cosa!

Povero ragazzo! Ma tuttavia non posso proprio darti una compagnia di soldati e mezzo centinaio di cosacchi. Questa spedizione sarebbe irragionevole; non posso prenderne la responsabilitÓ.

Chinai il capo; la disperazione s'impossess˛ di me. A un tratto un pensiero balen˛ nella mia testa: in che consistesseil lettore vedrÓ dal capitolo seguentecome dicono i vecchi romanzieri.

 

 

 

CAPITOLO UNDICESIMO

 

IL QUARTIERE DEI RIBELLI

Sazio era il leoneferoce pur nato.

"PerchÚ nel mio covo sei tu or entrato?".

Gentil domand˛.

SUMAROKOV.

Lasciai il generale e mi affrettai al mio alloggio. Savelic' mi accolse col suo consueto sermone.

- Bella voglia che haisignored'intrattenerti coi banditi ubriachi! E' cosa da boiardi codesta? Tutto pu˛ capitare: per un nonnulla ti rovini. E ancora se tu marciassi contro il turco o lo svedesema Ŕ perfin peccato dire contro chi.

Interruppi il suo discorso con la domanda: - Quanto denaro ho in tutto?

- Ti basterÓ- rispose con aria soddisfatta- i furfanti ebbero un bel rovistare laggi¨riuscii tuttavia a nasconderlo. E a questo punto tir˛ fuori dalla tasca un lungo borsellino a magliapieno di monete d'argento.

- Be'Savelic'- gli dissi- dammene ora metÓ; e il resto prendilo tu. Vado alla fortezza di Bielog˛rsk.

- "BÓtiuska" Piotr Andreic'! - disse il buon precettore con voce tremante- abbi timor di Dio! Come puoi metterti in viaggio oggigiornoche non si passa da nessuna parte a causa dei banditi!

Abbi pietÓ dei tuoi genitorise non hai riguardo per te. Dove devi andare? PerchÚ? Aspetta un pochino: verranno truppeacchiapperanno i furfanti; e allora vattene pure ai quattro venti.

Ma la mia risoluzione era fermamente presa.

- E' tardi per ragionarci- risposi al vecchio- devo andaree non posso non andare. Non affliggertiSavelic': Dio Ŕ misericordiosochi sa che non ci rivediamo! Ma guardanon darti scrupolo e non fare il tirchio. Compera quello che ti occorrerÓfosse pure tre volte pi¨ caro. Codesti denari te li regalo. Se fra tre giorni non sar˛ tornato...

- Che dicisignore? - m'interruppe Savelic'- che ti lasci andar solo! Ma questo non lo domandare neppure in sogno. GiÓ che ti sei deciso ad andareiofoss'anche a piediverr˛ dietro a tee non ti abbandoner˛. Che me ne stia senza di te a sedere a ridosso della muraglia! Ma che sono ammattito? Come vuoisignorema da te non mi staccher˛.

Sapevo che con Savelic' non c'era da discuteree gli permisi di prepararsi per il viaggio. Di lý a mezz'ora inforcai il mio buon cavalloe Savelic' una brenna magra e zoppicante che gli aveva consegnato gratis uno degli abitanti della cittÓnon avendo pi¨ i mezzi per nutrirla. Arrivammo alla porta della cittÓ; le sentinelle ci lasciarono passareuscimmo da Orenb¨rg.

Cominciava a imbrunire. La mia strada passava accanto al borgo di BerdÓrifugio di Pugaci˛v. La strada dritta era ingombra di neve; ma per tutta la steppa si vedevano impronte di cavalliogni giorno rinnovate. Andavo di buon trotto. Savelic' appena poteva seguirmi a distanza e mi gridava ogni momento:

- Pianosignoreper l'amor di Diopi¨ piano! Il mio dannato ronzino non ce la fa a tenere dietro al tuo demonio dalle zampe lunghe. Dove ti affretti? Pazienza se fosse a un banchettoma in bocca al lupotemo io... Piotr Andreic'... "bÓtiuska" Piotr Andreic' ! ... Signore Iddiosi perderÓ il signorino!

Ben presto brillarono i fuochi di BerdÓ. Ci accostammo ai burroninaturali difese del borgo. Savelic' non si staccava da mesenza interrompere le sue querule implorazioni. Speravo di oltrepassare la borgata felicementequando a un tratto scorsi nell'oscuritÓ proprio davanti a me un cinque contadiniarmati di randelli: era la guardia avanzata del rifugio dl Pugaci˛v. Ci diedero il chi va lÓ. Non sapendo la parola d'ordinevolevo tirare oltre in silenzio; ma essi mi circondarono subitoe uno afferr˛ il mio cavallo per la briglia. Tirai fuori la sciabola e colpii il contadino in testa; il berretto lo salv˛tuttavia egli barcoll˛ e lasci˛ andar la briglia. Gli altri si scompigliarono e fuggirono; io approfittai di quell'istantespronai il cavallo e via di galoppo.

L'oscuritÓ della notte vicina poteva sottrarmi a ogni pericoloquando improvvisamentevoltatomividi che Savelic' non era con me. Il povero vecchio sulla sua zoppicante cavalcatura non aveva potuto allontanarsi al galoppo dai banditi. Che fare? Dopo averlo aspettato qualche minuto e essermi convinto che era stato presogirai il cavallo e mi avviai a liberarlo.

Accostandomi al burronesentii da lontano lo strepitole grida e la voce del mio Savelic'. Affrettai l'andatura e in breve mi ritrovai fra i contadini di guardia che m'avevan fermato alcuni minuti prima. Savelic' si trovava fra loro. Essi tiravan gi¨ il vecchio dalla sua brenna e si apprestavano a legarlo. La mia venuta li rallegr˛. Con un grido si gettarono su me e in un attimo mi trascinarono gi¨ da cavallo. Uno di essiin apparenza il capoci annunci˛ che ci avrebbe subito condotti dal sovrano.

- E il nostro babbino- aggiunse- Ŕ libero di ordinare se impiccarvi subitoo aspettare la luce del buon Dio.

Non feci resistenza; Savelic' seguiva il mio esempioe le sentinelle ci condussero in trionfo.

Valicammo il burrone e entrammo nel borgo. In tutte le isbe ardevano fuochi. Strepito e grida risonavano dappertutto. Nella via incontrai una quantitÓ di gente; ma nessuno nel buio si accorse di noinÚ riconobbe in me un ufficiale di Orenb¨rg. Ci portarono difilato a una isba situata all'angolo di un crocicchio.

Vicino al portone stavano alcune botti da vino e due cannoni.

- Ecco il palazzo- disse uno dei contadini- ora vi annunceremo.

Egli entr˛ nell'isba. Guardai Savelic': il vecchio si segn˛recitando tra sÚ una preghiera. Aspettai a lungo; infine il contadino torn˛ e mi disse:

- Camminail nostro babbino ha ordinato d'introdurre l'ufficiale.

Entrai nell'isbaossia nel palazzocome la chiamavano i contadini. Era rischiarata da due candele di segoe le pareti erano tappezzate di carta dorata; per il restopanchetavolalavamani appeso alla cordicellaasciugamano al chiodoil forchetto in un angolo e l'ampio focolare ingombro di vasettitutto era come in una comune isba. Pugaci˛v sedeva sotto le immaginiin caffettano rossoberretto altole mani gravemente sui fianchi. Intorno a lui stavano alcuni dei suoi principali consociin aria di simulata servilitÓ. Si vedeva che la notizia dell'arrivo di un ufficiale da Orenb¨rg aveva svegliato nei ribelli una viva curiositÓe che si erano preparati ad accogliermi solennemente. Pugaci˛v mi riconobbe al primo sguardo.

La sua finta aria d'importanza sparý di colpo.

- Ahvostra nobiltÓ! - mi disse vivacemente. - Come stai? Per che cosa ti ha portato Iddio?

Risposi che andavo per una mia faccenda e che gli uomini mi avevano fermato.

- E per che faccenda? - mi domand˛.

Non sapevo che rispondere. Pugaci˛vpensando che non volessi spiegarmi in presenza di testimonisi rivolse ai suoi compagni e comand˛ loro di uscire. Tutti ubbidironotranne due che non si mossero.

- Parla bravamente davanti a loro- mi disse Pugaci˛v- a loro non nascondo nulla.

Guardai di sbieco i favoriti dell'impostore. Uno di essiun vecchietto sparuto e curvodalla barbetta biancanon aveva in sÚ nulla di notevolesalvo un nastro azzurro messo a tracolla su un gabbano grigio. Ma in vita mia non dimenticher˛ il suo compagno.

Era di alta staturacorpulento e largo di spallee mi parve sui quarantacinque anni. La folta barba fulvai grigi occhi sfolgorantiil naso senza narici e le macchie rossastre sulla fronte e le guance davano alla sua larga faccia butterata un'espressione inesplicabile. Era in camicia rossaveste chirghisa e braconi cosacchi. Il primo (come seppi dopo) era il caporale disertore Bielob˛rodov; il secondoAfanassi Sokol˛v (soprannominato Chlopuscia)un criminale deportatotre volte evaso dalle miniere siberiane. Nonostante i sentimenti esclusivi che mi agitavanola compagnia in cui cosý all'improvviso ero venuto a trovarmi seduceva fortemente la mia immaginazione. Ma Pugaci˛v mi ricondusse a me con la sua domanda:

- Parlaper quale faccenda sei uscito da Orenb¨rg?

Uno strano pensiero mi venne in testa: mi parve che la Provvidenzala quale m'aveva condotto per la seconda volta da Pugaci˛vmi offrisse l'occasione di mandare ad effetto il mio disegno. Risolsi di approfittarne esenz'aver avuto il tempo di pensare a che mi risolvessirisposi alla domanda di Pugaci˛v:

- Andavo alla fortezza di Bielog˛rsk a liberare un'orfana che colÓ offendono.

Gli occhi di Pugaci˛v scintillarono.

- Chi dei miei uomini osa offendere un'orfana? - grid˛- avesse pur la fronte alta sette spannenon sfuggirÓ al mio giudizio.

Parlachi Ŕ il colpevole?

- Svabrin Ŕ il colpevole- risposi. - Egli tiene in schiavit¨ quella fanciulla che tu vedestimalatadalla moglie del "pop"e vuole sposarla per forza.

- Insegner˛ io a Svabrin! - disse minacciosamente Pugaci˛v.

ImparerÓ che vuol dire da me fare di propria testa e offendere la gente. Lo impiccher˛.

- Fammi dire una parola- disse Chlopuscia con voce rauca- tu ti affrettasti a nominare Svabrin comandante della fortezzae adesso ti affretti a impiccarlo. Hai giÓ offeso i cosacchimettendo loro a capo un nobile; non spaventare ora i nobilimandandoli al supplizio alla prima calunnia.

- Non c'Ŕ nÚ da compatirlinÚ da favorirli! - disse il vecchietto dal nastro azzurro- giustiziare Svabrin non Ŕ un guaio; e neppure Ŕ male interrogare a dovere il signor ufficiale: perchÚ s'Ŕ degnato venire? Se non ti riconosce per sovranonon ha nemmeno da cercare soddisfazione da te; e se ti riconoscecome mai a tutt'oggi se n'Ŕ stato a Orenb¨rg coi tuoi nemici? Non ordinerai di portarlo in cancelleriae di accendervi un focherello? mi ha l'aria che sua grazia ci sia stato segretamente inviato dai comandanti di Orenb¨rg.

La logica del vecchio scellerato mi sembr˛ abbastanza convincente.

Un gelo mi corse per tutto il corpo al pensare in mani di chi mi trovavo. Pugaci˛v osserv˛ il mio turbamento.

- Chevostra nobiltÓ? - mi disse ammiccando- il mio feldmaresciallo parla assennatosembra. Come la pensi?

La canzonatura di Pugaci˛v mi ridiede il coraggio. Risposi tranquillamente che mi trovavo in suo potere e che egli era libero di agire come gli sarebbe piaciuto.

- Bene- disse Pugaci˛v- ora dimmiin che condizioni Ŕ la vostra cittÓ?

- Grazie a Dio- risposi- tutto va bene.

- Bene? - ripetÚ Pugaci˛v- ma se la gente muore di fame!

L'impostore diceva il vero; ma ioper dovere di giuramentomi diedi ad assicurare che erano tutte voci vane e che a Orenb¨rg c'erano sufficienti scorte di ogni genere.

- Lo vedi- ribattÚ il vecchietto- che t'inganna a viso aperto.

Tutti i fuggiaschi attestano concordi che a Orenb¨rg c'Ŕ fame e pestilenzache laggi¨ mangiano le carognee lo stimano un onore; e sua grazia assicura che c'Ŕ di tutto a sazietÓ. Se vuoi impiccare Svabrinsu quella stessa forca impicca pure questo giovanottoperchÚ non ci sia invidia per nessuno.

Le parole del maledetto vecchio parvero scuotere Pugaci˛v. Per fortunaChlopuscia prese a contraddire il suo compagno.

- SmettilaNaumýc! - gli disse- tu vorresti sempre strangolare e sgozzare. Che eroe sei tu? A guardartireggi l'anima coi denti.

Hai tu stesso la fossa sotto agli occhie tiri a rovinare gli altri. Hai forse poco sangue sulla coscienza?

- E tu che razza di cuore tenero? - replic˛ Bielob˛rodov- da dove ti viene la pietÓ?

- Certo- rispose Chlopuscia- anch'io sono peccatoree questo braccio- (qui strinse il suo pugno ossuto erimboccate le manichescoprý un braccio villoso)- e questo braccio Ŕ colpevole di sangue cristiano versato. Ma io ammazzavo l'avversario e non l'ospite; a un crocicchio aperto e nello scuro boscoe non in casaseduto accanto alla stufa; col mazzafrusto e la scuree non con calunnie da donnicciuola.

Il vecchio si volt˛ in lÓ e borbott˛ le parole: - Narici strappate!...

- Che cosa mormorivecchio barbogio? - grid˛ Chlopuscia. - Ti dar˛ io "narici strappate"; aspettaverrÓ anche l'ora tua: se Dio vuolefiuterai tu pure le tenaglie... E intantobada che io non ti strappi la barbetta!

- Signori "ginarali"! - esclam˛ gravemente Pugaci˛v - basta litigare. Non sarebbe un guaio se anche tutti quei cani di Orenb¨rg tirassero calci all'aria sotto una stessa traversa: il guaio sarÓ se i nostri mastini si morderanno tra loro. Sufate pace.

Chlopuscia e Bielob˛rodov non dissero nemmeno una parola e si guardarono cupi l'un l'altro. Io vidi l'urgenza di cambiare un discorso che poteva finire per me in modo assai svantaggiosoerivolgendomi a Pugaci˛vgli dissi con viso gaio:

- Ahdimenticavo di ringraziarti per il cavallo e il pellicciotto. Senza di te non avrei raggiunto la cittÓ e sarei gelato per strada.

La mia astuzia riuscý. Pugaci˛v si rallegr˛.

- Il debito Ŕ bello quand'Ŕ pagato- disse ammiccando e strizzando un occhio: - raccontami ora un po'che ci hai a che fare tu con la ragazza che Svabrin offende? Non sarÓ la fiamma di un ardimentoso cuoreeh?

- E' la mia fidanzata- risposi a Pugaci˛vvedendo il propizio cambiare del tempoe non trovando il bisogno di nascondere la veritÓ.

- La tua fidanzata! - grid˛ Pugaci˛v. - Ma perchÚ non l'hai detto prima? Ma noi ti daremo moglie e banchetteremo alle tue nozze! - Poirivolgendosi a Bielob˛rodov: - Ascoltafeldmaresciallo! Io e sua nobiltÓ siamo vecchi amici; sediamo ors¨ e ceniamo; la notte porta consiglio. Domani vedremo quello che faremo di lui.

Ero pronto a rinunciare all'offerto onore; ma non c'era niente da fare. Due giovani cosacchefiglie del padrone dell'isbacoprirono la tavola con una tovaglia pulitaportarono panezuppa di pesce e alcune grosse bottiglie di vino e birrae io mi trovai per la seconda volta a mensa con Pugaci˛v e i suoi terribili compagni.

L'orgiadella quale fui involontario testimoniocontinu˛ fino a tarda notte. Infine l'ebbrezza cominci˛ a vincere gli interlocutori. Pugaci˛v si appisol˛seduto al suo posto; i suoi compagni si alzarono e mi fecero segno di lasciarlo. Uscii con loro. Per disposizione di Chlopusciauna sentinella mi port˛ nell'isba della cancelleriadove trovai anche Savelic'e dove mi lasciarono con luichiusi a chiave. Il precettore era in uno sbalordimento talealla vista di tutto quello che succedevache non mi fece nessuna domanda. Si coric˛ al buioe sospir˛ e gemette a lungo; infine cominci˛ a russaree io mi abbandonai a meditazioni che per tutta la notte non mi lasciarono prendere sonno neppure per un istante.

Al mattino mi mandarono a chiamare da parte di Pugaci˛v. Andai da lui. Vicino al suo portone c'era un carro copertocon tre cavalli tartari attaccati. La gente si affollava nella via. Nell'ingresso incontrai Pugaci˛v: era vestito da viaggioin pelliccia e berretto chirghiso. Gli interlocutori del giorno prima lo circondavano e avevano preso un'aria di servilitÓ che vivamente contraddiceva a tutto ci˛ di cui ero stato testimonio la vigilia.

Pugaci˛v mi salut˛ allegramente e mi ordin˛ di montare con lui sul carro. Prendemmo posto.

- Alla fortezza di Bielog˛rsk! - disse Pugaci˛v al tartaro spallutoche in piedi guidava il carro.

Il cuore mi battÚ forte. I cavalli si mosserola campanella tintinn˛il carro partý di volata...

- Fermaferma! - risuon˛ una vocea me ben notae vidi Savelic' che ci correva incontro. Pugaci˛v ordin˛ di fermarsi.

- "BÓtiuska" Piotr Andreic'! - gridava il precettore- non mi abbandonare nei miei vecchi anni in mezzo a questi fur...

- Ahvecchio barbogio! - gli disse Pugaci˛v. - Dio ci ha nuovamente permesso di vederci. Be'monta sulla sponda.

- Graziesiregraziepadre mio vero! - diceva Savelic'sedendo- ti conceda Iddio cent'anni di salute per avermi protetto e rassicuratomevecchio che sono. In eterno pregher˛ Dio per tee il pellicciotto di lepre non star˛ pi¨ a menzionarlo.

Questo pellicciotto di lepre poteva infine irritare sul serio Pugaci˛v. Per buona sortel'impostore o non sentý beneo trascur˛ l'inopportuna allusione. I cavalli presero il galoppo; la gente nella via si fermava e si inchinava profondamente. Pugaci˛v faceva cenni con la testa dalle due parti. In un attimo uscimmo dal borgo e ci slanciammo sulla strada piana.

Si pu˛ facilmente immaginare quello che sentivo io in quell'istante. Di lý a qualche ora dovevo trovarmi con colei che per me consideravo ormai perduta. Mi immaginavo il momento della nostra riunione... Pensavo anche all'uomo nelle cui mani si trovava il mio destino e cheper uno strano concorso di circostanzeera misteriosamente legato a me. Ricordai l'irriflessiva ferociale sanguinarie abitudini di colui che si era offerto come salvatore della mia amata! Pugaci˛v non sapeva che lei era la figlia del capitano Mironov; l'inasprito Svabrin poteva rivelargli tutto; Pugaci˛v poteva venire a sapere la veritÓ anche in altro modo... Allora che sarebbe stato di Maria IvÓnovna?

Un freddo corse per il mio corpoe i capelli mi si drizzarono...

D'un tratto Pugaci˛v interruppe le mie riflessionirivolgendomisi con la domanda:

- A che pensa vostra nobiltÓ?

- Come non pensare? - gli risposi; - sono ufficiale e nobile; ieri ancora mi battevo contro di tee oggi vado con te su uno stesso carroe la felicitÓ di tutta la mia vita dipende da te.

- Ebbene? - domand˛ Pugaci˛v- ti fa paura?

Risposi cheessendo giÓ stato graziato una volta da luisperavo non solo nella sua misericordiama perfino nel suo aiuto.

- E hai ragionequant'Ŕ vero Diohai ragione! - disse l'impostore. - Hai visto che i miei ragazzi ti guardavano storto; e il vecchio anche oggi insisteva che sei una spiae che bisogna metterti alla tortura e impiccarti; ma io non acconsentii- aggiunseabbassando la voceperchÚ Savelic' e il tartaro non potessero sentirlo- ricordando il tuo bicchiere di vino e il pellicciotto di lepre. Vedi che non sono ancora tanto bevitore di sanguecome dicono di me i vostri.

Mi ricordai la presa della fortezza di Bielog˛roskma non ritenni necessario contraddirlo e non risposi una parola.

- Che dicono di me a Orenb¨rg? - domand˛ Pugaci˛vdopo aver taciuto un po'.

- Ma dicono che sbrigarsela con te Ŕ difficiluccio. Non c'Ŕ che direti sei fatto conoscere.

Il viso dell'impostore espresse l'amor proprio soddisfatto.

- Sý- disse con aria gaia- non combatto troppo male. Sanno da voi a Orenb¨rg della battaglia di JuzÚjeva? Quaranta "ginarali" uccisiquattro armate fatte prigioniere. Cosa pensi: il re di Prussia potrebbe discuterla con me?

La baldanza del bandito mi parve divertente.

- Tu stesso come la pensi- gli dissi- ce la faresti con Federico?

- Con Fiodor Fi˛dorovic'? E come no? Coi vostri "ginarali" me la batto bene; e loro lo hanno sconfitto. Finora le mie armi sono state fortunate. Da' tempoe che altro non ci vorrÓ esserequando marcer˛ su Mosca?

- E tu conti di marciare su Mosca?

L'impostore pens˛ un poco e disse a mezza voce:

- Dio lo sa. La mia via Ŕ stretta; sono poco libero. I miei ragazzi fanno i saputi. Sono ladroni. Devo stare all'erta: alla prima che va maleriscatteranno il loro collo con la mia testa.

- Ma guarda! - dissi a Pugaci˛v- non faresti meglio a staccarti tu stesso da loroa tempoe ricorrere alla clemenza della sovrana?

Pugaci˛v sorrise amaramente.

- No- rispose- Ŕ tardi per me pentirmi. Per me non ci sarÓ remissione. Continuer˛ come ho cominciato. Come si fa a sapere?

Chi sa che non mi riesca! Griska Otriopiev regn˛ pure su Mosca.

- Ma sai com'egli finý? Lo gettarono dalla finestralo sgozzaronolo arserocaricarono con le sue ceneri un cannone e fecero fuoco.

- Ascolta- disse Pugaci˛v con una certa selvaggia ispirazione- ti racconter˛ una favola che nell'infanzia mi raccontava una vecchia calmucca. Una volta l'aquila domand˛ al corvo: "Dimmiuccello corvoperchÚ vivi tu in questo mondo trecent'annie io in tutto e per tutto solo trentatrÚ anni?". "PerchÚ'bÓtiuska'"gli rispose il corvotu bevi sangue vivo, e io mi nutro di carogne. L'aquila pens˛: ors¨proveremo anche noi a nutrirci allo stesso modo. Bene. Se ne volarono via aquila e corvo. Ecco che videro da lontano un cavallo mortoscesero e si posarono. Il corvo si mise a beccare e a lodare i bocconi. L'aquila diede una beccatane diede un'altrabattÚ un'ala e disse al corvoNo, fratello corvo! AnzichÚ nutrirsi trecent'anni di carogne, meglio dissetarsi una volta di sangue vivo; e poi sarÓ quel che Dio vorrÓ!. Com'Ŕ la favola calmucca?

- Ingegnosa- gli risposi. - Ma vivere d'assassinio e di brigantaggio significa per me beccar carogne.

Pugaci˛v mi guard˛ con meraviglia e non rispose nulla. Tacemmo tutti e dueimmergendoci ciascuno nei suoi pensieri. Il tartaro attacc˛ una triste canzoneSavelic'sonnecchiantedondolava sulla sponda. Il carro volava sul liscio cammino invernale... A un tratto vidi il villaggetto sulla riva scoscesa del Jaýkcon la palizzata e il campanilee di lý a un quarto d'ora entrammo nella fortezza di Bielog˛rsk.

 

 

 

CAPITOLO DODICESIMO

 

L'ORFANA

Come il nostro melo Cima non hanÚ germogli; Come la nostra principessina Padre non hanÚ madre.

Che l'adorninessunoChe la benedicanessuno.

CANTO NUZIALE.

Il carro si avvicin˛ alla scaletta della casa del comandante. La gente riconobbe la campanella di Pugaci˛v e in folla corse dietro a noi. Svabrin venne incontro all'impostore sul terrazzino.

Vestiva da cosacco e si era lasciata crescere la barba. Il traditore aiut˛ Pugaci˛v a scendere dal carroattestando in termini abietti la sua gioia e il suo zelo. Vedendomisi turb˛ma si rimise prontamentee mi tese la manodicendo:

- Anche tu dei nostri? Da un pezzo avrebbe dovuto essere cosý.

Io mi girai dall'altra parte e non risposi nulla.

Il cuore mi si strinsequando ci trovammo nella stanzada gran tempo conosciutadove alla parete pendeva ancora il diploma del defunto comandantecome un malinconico epitaffio del tempo andato. Pugaci˛v sedette sul divano su cui era solito sonnecchiare IvÓn Kuzmýc'assopito dal brontolare della sua consorte. Svabrin stesso gli servý della vodka. Pugaci˛v vuot˛ il bicchierino e gli disseindicando me:

- Offrine anche a sua nobiltÓ.

Svabrin mi si accost˛ col suo vassoio; ma io per la seconda volta gli girai le spalle. Egli sembrava scombussolato. Con la consueta sua sagacia si era certamente accorto che Pugaci˛v era scontento di lui. Gli stava davanti spaurito e ogni tanto guardava me con diffidenza. Pugaci˛v si inform˛ sulle condizioni della fortezzasulle voci circa le truppe nemichee simili cosee all'improvviso gli domand˛ inaspettatamente:

- Dimmifratelloche ragazza tieni chiusa da te sotto guardia?

Mostramela un po'.

Svabrin si fece pallido come un morto.

- Sire- disse con voce tremante- sirenon Ŕ sotto guardia...

Ŕ ammalata... coricata nella cameretta.

- Conducimi allora da lei- disse l'impostorealzandosi dal posto.

Esimersi era impossibile. Svabrin condusse Pugaci˛v alla stanzetta di Maria IvÓnovna. Io li seguii.

Svabrin si ferm˛ sulla scala.

- Sire- disse- voi siete padrone di volere da me quello che vi piace; ma non fate entrare un estraneo nella camera di mia moglie.

Sussultai.

- Dunque sei ammogliato! - dissi a Svabrinpreparandomi a sbranarlo - Piano! - m'interruppe Pugaci˛v- questo Ŕ affar mio. E tucontinu˛rivolto a Svabrin- non fare il furbo e non t'intestardire: che ti sia moglieo non moglieporto da lei chi voglio. Vostra nobiltÓvieni dietro a me.

Alla porta della stanzetta Svabrin torn˛ a fermarsi e disse con voce rotta:

- Sirevi avverto che ha la febbre delirantee Ŕ il terzo giorno che vaneggia senza posa.

- Apri! - disse Pugaci˛v.

Svabrin prese a cercarsi nelle taschee disse che non aveva preso con sÚ la chiave. Pugaci˛v diede un calcio alla porta; la serratura salt˛ viae noi entrammo.

Io guardaie tramortii. In terrain un lacero vestito da contadinasedeva Maria IvÓnovnapallidamagra coi capelli scarmigliati. Davanti aveva una brocca di acquacoperta da una fetta di pane. Vedendomiella trem˛ e si mise a gridare. Ci˛ che allora fu di me non ricordo.

Pugaci˛v guard˛ Svabrin e disse con un sorriso amaro:

-Bello il lazzaretto che hai! - poi si accost˛ a Maria IvÓnovna:- DimmicolombellaperchÚ tuo marito ti castiga? Di che ti sei resa colpevole verso di lui?

- Mio marito! - ella ribattÚ- lui non mi Ŕ marito. Io non sar˛ mai sua moglie! Ho piuttosto deciso di moriree morir˛se non mi si libererÓ.

Pugaci˛v gett˛ un'occhiata minacciosa a Svabrin.

- E tu hai osato ingannarmi! - gli disse- sai tufarabuttoche cosa meriti?

Svabrin cadde in ginocchio... In quell'istante il disprezzo soffoc˛ in me tutti gli altri sentimenti di odio e d'ira. Guardavo con disgusto quel nobile che si era buttato ai piedi di un cosacco disertore. Pugaci˛v si addolcý.

- Ti faccio grazia per questa volta- disse a Svabrin- ma sappi che alla prima colpa sconterai anche questa.

Poi si volse a Maria IvÓnovna e le disse affabilmente:

- Escibella fanciulla; ti dono la libertÓ. Sono il sovrano.

Maria IvÓnovna gli gett˛ una rapida occhiata e indovin˛ che le stava davanti l'assassino dei suoi genitori. Si coprý il viso con le due mani e cadde priva di sensi. Mi slanciai verso di lei; ma in quel momento s'insinu˛ nella stanza la mia vecchia conoscente Palaska e cominci˛ a prendersi cura della sua padroncina. Pugaci˛v uscý dalla stanzettae noi tre scendemmo nel salotto.

- Dunquevostra nobiltÓ? - disse Pugaci˛v- l'abbiamo liberatala bella fanciulla! Cosa pensinon si deve chiamare per il "pop"e fargli maritare la nipote? Magari far˛ io da compareSvabrin da valletto; mangiamobeviamoe il portone chiudiamo!

Quello che temevo accadde. Svabrinsentendo la proposta di Pugaci˛vuscý fuori di sÚ.

- Sire! - disse nel furore- sono colpevolevi ho mentito - ma anche Grini˛v vi inganna. Questa ragazza non Ŕ la nipote del "pop" di qui: Ŕ la figlia di IvÓn Mironovche fu giustiziato alla presa della locale fortezza.

Pugaci˛v punt˛ su me i suoi occhi di fuoco.

- Che Ŕ questo ancora? - mi domand˛ perplesso.

- Svabrin ti ha detto la veritÓ- risposi con fermezza.

- Tu questo non me lo dicesti- osserv˛ Pugaci˛vil cui viso si rabbui˛.

- Giudica tu stesso- gli risposi- se si poteva dichiarare al cospetto dei tuoi uomini che la figlia di Mironov era viva. Ma l'avrebbero fatta a pezzi. Niente l'avrebbe salvata.

- Anche questo Ŕ vero- disse ridendo Pugaci˛v - i miei ubriaconi non avrebbero risparmiato la povera ragazza. Bene fece comare popessache li gabb˛.

- Ascolta- continuaivedendo la sua buona disposizionecome chiamarti non lo soe neppure voglio saperlo... Ma Dio vede che sarei lieto di ripagarti con la vita quello che hai fatto per me.

Solo non chiedere quello che Ŕ contrario al mio onore e alla coscienza cristiana. Tu sei il mio benefattore. Finisci come hai cominciato: lasciami andare con la povera orfanadove Iddio ci mostrerÓ il cammino. E noiovunque tu sia e qualunque cosa ti accadaogni giorno pregheremo Dio per la salvezza dell'anima tua peccatrice...

Sembr˛ che la rude anima di Pugaci˛v fosse scossa.

- Sia dunque a modo tuo! - disse- se Ŕ morte Ŕ mortese Ŕ grazia Ŕ grazia: tale Ŕ l'uso mio. Pigliati la tua bellaportala dove vuoie vi conceda Iddio amore e consiglio!

Qui si rivolse a Svabrin e gli ordin˛ di darmi un salvacondotto per tutte le barriere e le fortezze a lui soggette. Svabrininteramente disfattostava lý come impietrito. Pugaci˛v and˛ a visitare la fortezza. Svabrin l'accompagn˛e io rimasi con la scusa dei preparativi per la partenza.

Corsi alla stanzetta. La porta era chiusa. Bussai.

- Chi Ŕ? - domand˛ Palaska Dissi il mio nome. La cara voce di Maria IvÓnovna risuon˛ da dietro la porta:

- AspettatePiotr Andreic'. Sto cambiando vestito. Andate da Akulina Panfýlovna: ci sar˛ subito anch'io.

Mi scusai e andai a casa di padre Gherassim. E lui e la popessa mi uscirono di corsa incontro. Savelic' li aveva giÓ avvertiti.

- Buon giornoPiotr Andreic'- diceva la moglie del "pop": Dio ha permesso che ci si rivedesse. Come state? Ogni giorno parlavamo di voi. E Maria IvÓnovna ha patito di tutto senza di voila mia colombella!... Ma ditepadre miocom'Ŕ che vi siete inteso con Pugaci˛v? Come mai non vi ha fatto la festa? Meno malevada un grazie allo scellerato anche per questo.

- Bastavecchia- interruppe padre Gherassim- non stare a vuotare il sacco. Il troppo parlare nuoce. "BÓtiuska" Piotr Andreic'! entratefavorite. E' un pezzoun pezzo che non ci siamo visti.

La moglie del "pop" cominci˛ a offrirmi quello che aveva di prontoe intanto parlava senza posa. Mi raccont˛ in che modo Svabrin li aveva costretti a consegnargli Maria IvÓnovna; come Maria IvÓnovna piangeva e non voleva separarsi da loro; come Maria IvÓnovna avesse con lei continue relazioni per mezzo di Palaska (ragazza in gambache faceva filare a modo suo anche il sottufficiale cosacco); come ella avesse consigliato a Maria IvÓnovna di scrivermi la letterae via dicendo. A mia voltale raccontai brevemente la mia storia. Il "pop" e la "popessa" si segnaronoavendo sentito che a Pugaci˛v era noto il loro inganno.

- La forza della Croce sia con noi! - diceva Akulina Panfýlovna- che Dio scacci da noi la nube. Ahma quell'AleksiÚj Ivanic'non c'Ŕ che direŔ un bel tomo!

Nello stesso istante la porta si aprý e Maria IvÓnovna entr˛ con un sorriso sul pallido volto. Aveva lasciato i suoi panni contadineschi e era vestita come primain modo semplice e grazioso.

Presi la sua mano e per un lungo tempo non riuscii a pronunciare una sola parola. Tutt'e due tacevamo perchÚ avevamo il cuore pieno. I nostri ospiti sentirono che non avevamo la testa a loroe ci lasciarono. Restammo soli. Tutto era dimenticato. Parlavamo e non potevamo saziarci di parlare. Maria IvÓnovna mi raccont˛ tutto quello che le era successo fin dalla presa della fortezza; mi descrisse tutto l'orrore della sua condizionetutte le prove a cui l'aveva sottoposta l'ignobile Svabrin. Ricordammo anche il tempo felice di prima... Tutt'e due piangemmo... Infine io presi a spiegarle i miei progetti. Nella fortezzasoggetta a Pugaci˛v e comandata da Svabrinle era impossibile restare. Neppure si poteva pensare a Orenb¨rgche pativa tutti i mali di un assedio.

Ella non aveva al mondo un solo parente. Le proposi di andare in campagna dai miei genitori. In principio titub˛: la sfavorevole disposizione di mio padrea lei notala spaventava. Io la tranquillizzai. Sapevo che mio padre avrebbe stimato fortuna e si sarebbe fatto un dovere di accogliere la figlia di un benemerito soldatocaduto per la patria.

- Cara Maria IvÓnovna! - dissi infine- io ti considero mia moglie. Miracolose circostanze ci hanno uniti indissolubilmente; niente al mondo pu˛ separarci.

Maria IvÓnovna mi ascolt˛ con semplicitÓsenza finta timidezzasenza pretesti ingegnosi. Sentiva che la sua sorte era unita alla mia. Ma ripetÚ che non sarebbe stata mia moglie se non con il consenso dei miei genitori. Io non la contraddissi. Ci baciammo con ardoreschiettamentee cosý tutto fu tra noi stabilito.

Di lý a un'ora il sottufficiale mi port˛ il lasciapassare sottoscritto da uno sgorbio di Pugaci˛ve mi chiam˛ da luia suo nome. Non posso spiegare quello che sentivo separandomi da quell'uomo terribilemostroscellerato per tuttifuorchÚ per me solo. PerchÚ non dire la veritÓ? In quel momento mi suscitava una viva simpatia. Desideravo ardentemente strapparlo dai malfattori che comandavae salvare la sua testamentre ancora si era in tempo. Svabrin e la gente affollatasi intorno a noi mi impedirono di dire tutto quello di cui era pieno il mio cuore.

Ci separammo amichevolmente. Pugaci˛vscorgendo nella folla AkulinaPanfýlovnala minacci˛ col dito e ammicc˛ significativamente; poi mont˛ sul carro copertoordin˛ di far via per BerdÓequando i cavalli si mosserosi sporse ancora una volta dal carro e mi grid˛:

- Addiovostra nobiltÓ! Chi sa che non ci rivediamo un giorno.

Ci vedemmo infattima in quali circostanze...

Pugaci˛v era partito. Guardai a lungo la bianca steppasu cui correva la sua troika. La gente si disperse. Svabrin si era dileguato. Tornai a casa del sacerdote. Tutto era pronto per la nostra partenza; non volevo pi¨ indugiare. La nostra roba era stata messa tutta sulla vecchia carretta del comandante. I vetturali in un batter d'occhio attaccarono i cavalli. Maria IvÓnovna and˛ a dire addio alla tomba dei suoi genitoriseppelliti dietro la chiesa. Volevo accompagnarlama ella mi preg˛ di lasciarla sola. Dopo qualche minuto ritorn˛bagnandosi di quietesilenziose lacrime. Fu fatta avanzare la carretta.

Padre Gherassim e sua moglie uscirono sul terrazzino. Salimmo sul veicolo in tre: Maria IvÓnovna con Palaskae io; Savelic' si appollai˛ sulla sponda.

- AddioMaria IvÓnovnamia colombella! AddioPiotr Andreic'falchetto nostro radioso! - diceva la buona moglie del "pop". Buon viaggioe che Dio vi conceda felicitÓ a tutt'e due!

Partimmo. Alla finestra della casa del comandante vidi Svabrin in piedi. Il suo viso esprimeva una cupa malvagitÓ. Io non volevo trionfare sul nemico annientato e girai gli occhi in un'altra direzione. Infine uscimmo dalla porta del forte e per sempre lasciammo la fortezza di Bielog˛rsk.

 

 

 

CAPITOLO TREDICESIMO

 

L'ARRESTO

"Signornon t'adirar: per dover mio In prigion tosto metterti debb'io".

Sta benepronto son: ma vo' sperare Che pria potr˛ spiegarvi questo affare.

KNIAZNIN.

Riunito in modo cosý insperato alla cara fanciullaper la quale ancora quella mattina cosý tormentosamente mi inquietavonon credevo a me stesso e mi immaginavo che quanto m'era accaduto fosse un vano sogno. Maria IvÓnovna guardava soprappensiero ora meora la stradae sembrava che non fosse ancora riuscita a riaversi e a tornare in sÚ. Tacevamo. I nostri cuori erano troppo stanchi. Inavvertitamentedi lý a un paio d'oreci ritrovammo nella vicina fortezzapure sottomessa a Pugaci˛v. Qui cambiammo i cavalli. Dalla rapiditÓ con cui li attaccavanodalla diligente premura del barbuto cosaccoposto a comandante da Pugaci˛vmi avvidi chegrazie alla loquacitÓ del vetturale che ci aveva condottimi si prendeva per un favorito di corte.

Proseguimmo. Cominci˛ a imbrunire. Ci avvicinammo a una cittadina dovea detta del comandante barbutosi trovava un forte distaccamento che andava a riunirsi con l'impostore. Venimmo fermati dalle sentinelle. Alla domanda: "Chi va lÓ?"il vetturale rispose con voce forte: - Il compare del sovrano con la sua padroncina. - A un tratto una frotta di ussari ci attorni˛ con orribili parolacce.

- Esci fuoricompare del Demonio! - mi disse un barbuto maresciallo d'alloggio: - ti si darÓ una bella doccia caldaa te e alla tua padroncina!

Scesi dal carro e richiesi che mi si conducesse dal loro capo.

Vedendo un ufficialei soldati smisero le loro invettive. Il maresciallo mi accompagn˛ dal maggiore. Savelic' non si scostava da medicendo fra se stesso: "Eccoti il compare del sovrano!

Dalla padella nella brace... Signore Iddio! come finirÓ tutto ci˛?". Il carro ci venne dietro al passo.

Di lý a cinque minuti giungemmo a una casetta vivamente illuminata. Il maresciallo mi lasci˛ sotto guardia e and˛ ad annunciarmi. Torn˛ poi subitodichiarandomi che sua alta nobiltÓ non aveva tempo di ricevermie che aveva comandato di portare me in carceree la padroncina di condurla da lui.

- Che vuol dire ci˛? - gridai nella rabbia- ma che Ŕ impazzito?

- Non sovostra nobiltÓ- rispose il maresciallo- solo che sua alta nobiltÓ ha ordinato di portare vostra nobiltÓ in carceree sua nobiltÓ Ŕ stato ordinato di condurla da sua alta nobiltÓvostra nobiltÓ!

Mi precipitai sul terrazzino. Le sentinelle non pensarono a trattenermie io corsi difilato nella stanzadove cinque o sei ufficiali degli ussari giocavano a faraone. Il maggiore teneva banco. Quale non fu il mio stupore quandoguardandoloriconobbi IvÓn IvÓnovic' Zurinche mi aveva vinto al giuoco nell'albergo di Simbýrsk.

- Possibile? - esclamai: - IvÓn IvÓnovic'! Tu?

- OhohohPiotr Andreic'! Qual buon vento? Da dove vieni?

Salutefratello. Non vuoi fare una puntata?

- Molto grato. Ordina piuttosto di assegnarmi un alloggio.

- Che alloggio? Rimani da me.

- Non posso: non sono solo.

- Be'porta qui il camerata.

- Non sono con un cameratasono... con una signora.

- Con una signora? Ma dove l'hai arraffata? Ehehfratello!

A queste parole Zurin fischiett˛ cosý espressivamenteche tutti scoppiarono in una risatae io mi confusi del tutto .

- Be'- continu˛ Zurin- cosý sia. Avrai l'alloggio. Ma peccato... avremmo gozzovigliato un po'all'antica... Ehi!

giovanotto! Ma perchÚ non portano qui la comare di Pugaci˛v? O che fa la restia? Dille che non abbia paura; Ŕ un signoredilleeccellentenon ti farÓ torto in nullae prendila delicatamente per il collo.

- Che fai? - dissi a Zurin- che comare di Pugaci˛v? E' la figlia del defunto capitano Mironov. L'ho liberata dalla prigionia e ora la conduco alla campagna del babbodove la lascer˛.

- Come! Allora eri tu quello che or ora mi annunciavano? Via! ma che significa ci˛?

- Poi ti racconter˛ tutto. Ma adessoper amor di Dio tranquillizza la povera figliuolache i tuoi ussari hanno tutta spaventata.

Zurin diede subito disposizioni. Egli stesso uscý sulla via a scusarsi con Maria IvÓnovna dell'involontario equivoco e ordin˛ al maresciallo di assegnarle il miglior alloggio della cittÓ. Io restai a pernottare da lui.

Finimmo di cenaree quando rimanemmo noi due soligli raccontai tutte le mie avventure. Zurin mi ascoltava con grande attenzione.

Quando finiiscosse la testa e disse:

- Questofratellova bene; una sola cosa non va bene: perchÚ il Diavolo ti porta a prendere moglie? Ioonorato ufficialenon voglio ingannarti; credimi che sposarsi Ŕ una pazzia. Viacome potresti prenderti il fastidio di una moglie e tener dietro ai ragazzini? Ehsputaci su. Da' retta a me: allontanati dalla figlia del capitano. La strada per Simbýrsk Ŕ stata da me ripulita e resa sicura. Mandala fin da domani sola dai tuoi genitorie tu rimani da me al distaccamento. Non hai nessun motivo di tornare a Orenb¨rg. Ricadresti nelle mani dei ribellie dubito fortemente che te la caveresti ancora una volta. In tal modo l'amorosa fantasia passerÓ da sÚ e tutto andrÓ bene.

Pur non essendo affatto d'accordo con luisentivo per˛ che il dovere dell'onore esigeva la mia presenza nell'esercito dell'imperatrice. Mi decisi a seguire il consiglio di Zurin:

inviare Maria IvÓnovna al villaggio e restare nel suo distaccamento.

Savelic' si present˛ per svestirmi; lo avvertii che il giorno dopo si tenesse pronto a mettersi in viaggio con Maria IvÓnovna.

S'intestardý.

- Che dicisignore? Ma come far˛ a lasciarti? Chi avrÓ cura di te? Che cosa diranno i genitori tuoi?

Conoscendo l'ostinazione del mio precettorepensai di persuaderlo con l'amorevolezza e la sinceritÓ.

- Amico mioArchýp Savelic'! - gli dissi. - Non rifiutaresii il mio benefattore: di servi non avr˛ bisognoe non sar˛ tranquillo se Maria IvÓnovna si metterÓ in viaggio senza di te. Servendo leiservi anche meperchÚ ho fermamente stabilitoappena le circostanze lo permetterannodi sposarla.

Qui Savelic' battÚ le palme con aria di stupore indescrivibile.

- Sposarla! - ripetÚ- il fanciullo vuole sposarsi! E che dirÓ il babboe la mamma che cosa penserÓ?

- Acconsentirannodi sicuro acconsentiranno- risposiquando avranno conosciuto Maria IvÓnovna. Conto anche su di te. Il babbo e la mamma ti credono; ci farai da avvocatono?

Il vecchio fu commosso.

- OhbÓtiuskamioPiotr Andreic'! - rispose- per quanto un po' presto ti sia messo in mente di prender moglieMaria IvÓnovna Ŕ per˛ una cosý buona signorinache sarebbe peccato lasciarsi sfuggire l'occasione. Sia dunque fatto a modo tuo! L'accompagner˛quell'angelo di Dioe umilmente dir˛ ai tuoi genitori che una simile sposa non ha neppure bisogno di dote.

Ringraziai Savelic' e andai a letto nella stessa camera con Zurin.

Accalorato e agitatonon finivo di chiacchierare. Zurin all'inizio discorreva volentieri con mema a poco a poco le sue parole si fecero pi¨ rade e sconnesse; infinein risposta a una mia domandasi mise a russare con accompagnamento di sibili. Io tacqui e in breve seguii il suo esempio.

La mattina del giorno dopo mi recai da Maria IvÓnovna. Le comunicai i miei progetti. Ella ne riconobbe la saggezza e fu subito d'accordo con me. Il distaccamento di Zurin doveva uscire dalla cittÓ quello stesso giorno. Non c'era da indugiare. Mi separai lý stesso da Maria IvÓnovnadopo averla affidata a Savelic' e averle dato una lettera per i miei genitori. Maria IvÓnovna si mise a piangere.

- AddioPiotr Andreic'- disse a bassa voce- se dovremo rivederci oppure noDio soltanto lo sa; ma in vita mia non vi dimenticher˛; fino alla tomba rimarrai tu solo nel mio cuore.

Non potei rispondere nulla. Delle persone ci avevano circondati.

Non volevo in loro presenza abbandonarmi ai sentimenti che mi agitavano. Infine ella partý. Tornai da Zurinmesto e taciturno.

Egli voleva farmi stare di buon umore; io pensavo di distrarmi; passammo la giornata rumorosamente e tumultuosamentee la sera ci mettemmo in marcia.

Si era alla fine di febbraio. L'invernoche intralciava le disposizioni militaristava passandoe i nostri generali si preparavano a una cooperazione concorde. Pugaci˛v era tuttora sotto Orenb¨rg. Nel frattempo intorno a lui i nostri distaccamenti si congiungevano e da tutte le parti si avvicinavano al nido dello scellerato. I villaggi insortialla vista delle nostre truppevenivano a sommissione; le bande dei briganti dappertutto fuggivano davanti a noie tutto presagiva una fine rapida e felice.

Ben presto il principe Golitsinsotto la fortezza di Tatýscevasconfisse Pugaci˛vdisperse le sue ordeliber˛ Orenb¨rg e sembr˛ assestare alla rivolta il colpo ultimo e risolutivo. Zurin era in quel tempo distaccato contro una banda di baschiri insortiche si dispersero prima che li vedessimo. La primavera ci ferm˛ in un villaggetto tartaro. I fiumicelli strariparono e le strade si fecero impraticabili. Ci consolavamo nella nostra inazione col pensiero della pronta cessazione di una guerra tediosa e sminuzzata con briganti e selvaggi.

Ma Pugaci˛v non fu preso. Egli comparve nelle fattorie siberianevi raccolse nuove bande e ricominci˛ i suoi misfatti. L'eco dei suoi buoni successi riprese a diffondersi. Apprendemmo della devastazione delle fortezze siberiane. In breve la notizia della presa di KasÓn e della marcia dell'impostore su Mosca mise in apprensione i capi degli esercitiche negligentemente sonnecchiavano nella speranza di una debolezza dello spregiato ribelle. Zurin ricevette l'ordine di passare il Volga e affrettarsi a Simbýrskdove giÓ divampava la fiamma dell'incendio. Il pensiero che forse mi sarebbe riuscito di fare una scappata in campagna da noiabbracciare i genitori e vedere Maria IvÓnovnami anim˛ di letizia. Saltavo come un bambinoe ripetevoabbracciando Zurin: - A Simbýrsk! a Simbýrsk! - Zurin sospirava e dicevaalzando le spalle: - Nonon finirai bene. Ti sposi e ti perderai per nulla!...

Ci avvicinavamo alle rive del Volga. Il nostro reggimento entr˛ nel villaggio di ... e si ferm˛ a pernottarvi. La mattina dopo dovevamo passare il fiume. Il capo del villaggio mi fece sapere che dall'altra parte tutti i villaggi si sollevavano; le bande di Pugaci˛v vagavano dappertutto.

Questa notizia mi mise in viva apprensione.

L'impazienza si era impadronita di me e non mi dava requie. La campagna di mio padre era situata a trenta verste dall'altra parte del fiume. Domandai se non si sarebbe trovato un traghettatore.

Tutti i contadini erano pescatori; barche ce n'erano molte. Andai da Zurin e gli spiegai il mio proposito.

- Bada- mi disse- andare solo Ŕ pericoloso. Aspetta la mattina. Traverseremo per primi e faremo visita ai tuoi genitori con cinquanta ussariper precauzione.

Io insistetti. La barca era pronta. Vi sedetti con due rematori.

Essi disormeggiarono e misero in voga i remi.

Il cielo era sereno. La luna splendeva. Il tempo era calmo. Il Volga scorreva uguale e placido. La barcamollemente dondolandoscivolava sulla superficie delle onde scure. Pass˛ una mezz'ora.

Mi ero immerso nei sogni della fantasia: quiete della natura e orrori politiciamore e cosý via. Avevamo raggiunto il mezzo del fiume... A un tratto i rematori cominciarono a bisbigliare tra loro.

- Che c'Ŕ? - domandairiavendomi.

- Non sappiamoDio lo sa- ripresero i rematoriguardando da una parte.

I miei occhi presero la stessa direzionee scorsi nell'oscuritÓ qualche cosa che galleggiava in discesa per il Volga. L'ignoto oggetto si avvicinava. Ordinai ai rematori di fermarsi e aspettare.

La luna si nascose dietro una nuvola. La visione galleggiante si fece ancor pi¨ scura. Mi era ormai vicina e non potevo tuttavia distinguerla.

- Che sarebbe ci˛? - dicevano i rematori- vela non Ŕalbero non Ŕ.

Improvvisamente la luna uscý da dietro la nuvola e rischiar˛ uno spettacolo orribile. Ci veniva incontro galleggiando una forca assicurata a una zattera. Tre corpi pendevano dalla traversa. Una curiositÓ morbosa si impadroný di me. Volli gettare un'occhiata sulle facce degli impiccati. Per mio ordine i rematori agganciarono la zattera col raffioe la mia barca urt˛ la forca galleggiante. Saltai fuori e mi trovai fra gli orrendi pali. La luna piena illuminava i visi sfigurati degli infelici... Uno di essi era un vecchio ciuvasciol'altro un contadino russoun giovane forte e robustosui vent'anni. Guardando il terzofui vivamente impressionato e non potei trattenere un'esclamazione di rimpianto: era Vankail mio povero Vankache per la sua balordaggine aveva aderito alla causa di Pugaci˛v. Sopra di essi era stata fissata una nera tavolettasu cui a caratteri bianchi era scritto: "Ladri e ribelli". I rematori indifferenti mi aspettavanotrattenendo la zattera col raffio. Ripresi posto in barca. La zattera scese galleggiando per il fiume. A lungo la forca nereggi˛ nelle tenebre. Infine si dilegu˛e la mia barca approd˛ all'alta e scoscesa riva.

Pagai generosamente i rematori. Uno di loro mi port˛ dal capo del villaggio che si trovava presso il traghetto. Entrai con lui nell'isba. Il caposentito che volevo dei cavallimi accolse abbastanza ruvidamentema la mia guida gli disse piano alcune parolee la sua rudezza si convertý subito in sollecita premura.

In un momento fu pronta una troika. Montai sul veicolo e ordinai di portarmi alla nostra campagna.

Galoppavo per lo stradone davanti ai villaggi addormentati. Temevo una sola cosa: di essere fermato per la strada. Se il mio notturno incontro sul Volga dimostrava la presenza di ribelliera prova altresý di una vigorosa reazione del governo. Per ogni buon fine avevo in tasca il salvacondotto rilasciatomi da Pugaci˛ve un ordine del colonnello Zurin. Ma non incontrai nessunoe verso la mattina scorsi da lontano il fiume e il boschetto d'abetidietro cui si trovava la nostra campagna. Il vetturale sferz˛ i cavallie dopo un quarto d'ora entrai a .... La casa padronale si trovava all'altra estremitÓ del villaggio. I cavalli andavano di carriera.

A un tratto in mezzo alla via il postiglione cominci˛ a trattenerli.

- Che c'Ŕ? - domandai con impazienza.

- La barrierapadrone- rispose il postiglionearrestando a fatica i corsieri infuriati.

Infatti vidi un cavallo di frisia e una sentinella col randello.

Il contadino mi si accost˛ e si tolse il berretto chiedendo il passaporto.

- Che significa ci˛? - gli domandai- perchÚ c'Ú il cavallo di frisia? Per chi stai in vedetta?

- Ma noibÓtiuskasiamo in rivolta- risposegrattandosi.

- E dove sono i vostri signori? - domandai con lo sgomento in cuore.

- I signori nostri dove sono? - ripetÚ il contadino: - i signori nostri sono nel granaio.

- Come nel granaio?

- Ma Andriuska lo scrivano li ha messi ai ceppivedie vuole portarli dal babbino nostro sovrano!

- Dio mio! Togli viagonzoil cavallo di frisia. Che hai da sbadigliare?

La sentinella indugiava. Saltai gi¨ dal carrogli sferrai un colpo (chiedo venia) all'orecchio e scostai io stesso il ferro spinato. Il mio contadino mi guardava con balorda perplessitÓ.

Risalii sul carro e ordinai di galoppare alla casa padronale. Il granaio si trovava in cortile. Vicino alla porta chiusa stavano due contadini con i randelli. Il carro si ferm˛ proprio davanti ad essi. Balzai gi¨ e mi gettai difilato sui due.

- Aprite la porta! - dissi loro.

Probabilmente il mio aspetto era terribiletanto che entrambi scapparonogettando i bastoni. Cercai di far saltare la serraturadi sfondare la porta; ma la porta era di querciae l'enorme serratura infrangibile. In quel momento un contadino uscý dall'isba della servit¨ e mi domand˛ con aria arrogante come osassi fare tanto chiasso.

- Dov'Ŕ lo scrivano Andriuska? - gli gridai- chiamalo qui da me!

- Sono io stesso AndrÚj AfanÓsievic'e non Andriuska- mi risposemettendo le mani orgogliosamente sui fianchi- che volete?

Per tutta risposta lo afferrai per il bavero etrascinatolo alla porta del granaiogli ingiunsi di aprirla. Lo scrivano voleva ostinarsima la paterna correzione aveva operato anche su lui.

Tir˛ fuori la chiave e apri il granaio. Varcai di slancio la sogliae in un angolo buiodebolmente rischiarato da uno stretto buco del soffittovidi la mamma e il babbo. Le loro mani erano legateai piedi erano infilati i ceppi. Mi gettai ad abbracciarli e non riuscii a pronunciare nemmeno una parola. Tutti e due mi guardarono con stupore: tre anni di vita militare mi avevano talmente cambiatoche non potevano riconoscermi.

A un tratto sentii una caranota voce.

- Piotr Andreic'siete voi?

Mi girai e vidi in un altro angolo Maria IvÓnovnapure legata.

Impietrii. Mio padre mi guardava in silenzionon osando credere a se stesso. La gioia brillava sul suo viso.

- Buon giornobuon giornoPetruscia! - dicevastringendomi al cuore- grazie a Dioti vediamo arrivare!

La mamma si mise a gemere e poi scoppi˛ a piangere.

- Petrusciaamico mio! - diceva la mamma. - Come ti ha portato il Signore? Stai bene?

Mi affrettai a recidere con la sciabola i nodi delle loro corde e a portarli fuori di prigione; maavvicinandomi alla portala ritrovai chiusa.

- Andriuska! - gridai- apri!

- Ma ti pare! - rispose da dietro la porta lo scrivano; stattene un po' lý anche tu! Ti insegneremo noi a fare il chiassone e a trascinare per il collo i funzionari del sovrano!

Mi diedi a esaminare il granaiocercando se non vi fosse qualche mezzo per uscirne fuori.

- Non stare a penare- mi disse il babbo- non sono un tal padrone che si possa entrare nei miei granai e uscirne da buchi buoni per i ladri.

La mammaper un attimo felice della mia comparsaripiomb˛ nella disperazionevedendo che era toccato anche a me di condividere la rovina di tutta la famiglia. Ma io ero pi¨ tranquillo da quando mi trovavo con loro e con Maria IvÓnovna. Avevo con me la sciabola e due pistole: potevo ancora sostenere un assedio. Zurin doveva arrivare verso sera e liberarci. Comunicai tutto ci˛ ai miei genitori e riuscii a tranquillizzare la mamma e Maria IvÓnovna.

Esse si abbandonarono completamente alla gioia dell'incontroe alcune ore passarono per noi inavvertite in vicendevoli carezze e ininterrotti discorsi.

- Be'Piotr- mi disse mio padre- ne hai fatte parecchie delle tue e io ce l'avevo ben bene con te. Ma Ŕ inutile parlare di cose vecchie. Spero che adesso ti sarai emendato e avrai fatto senno.

So che hai servito come Ŕ dovere di un ufficiale d'onore. Graziehai consolato questo vecchio. Se dovr˛ a te la liberazionela vita mi sarÓ doppiamente grata.

Io in lacrime baciavo la sua mano e guardavo Maria IvÓnovnacosý allietata dalla mia presenza da sembrare del tutto felice e tranquilla.

Verso mezzogiorno sentimmo uno strepito insolito e delle grida.

- Che vuol dire ci˛? - disse il padre- non sarÓ arrivato il tuo colonnello?

- E' impossibile- risposi- non sarÓ qui prima di sera.

Il frastuono cresceva. Suonavano l'allarme. Per il cortile galoppava gente a cavallo. In quell'istante in uno stretto vano aperto nel muro si insinu˛ la testa canuta di Savelic'e il mio povero precettore disse con voce querula:

- AndrÚj Petrovic'! "BÓtiuska" mioPiotr Andreic'! Maria IvÓnovna! Sciagura! Gli scellerati sono entrati nel villaggio. E saiPiotr Andreic'chi li ha guidati? SvabrinAleksÚj Ivanic'lo colga il Demonio!

Sentendo il nome odiatoMaria IvÓnovna battÚ le palme e rimase immobile.

- Ascolta! - dissi a Savelic'- manda qualcuno a cavallo al traghettoincontro al reggimento di ussarie ordina di far sapere al colonnello il nostro pericolo.

- E chi mandaresignore? Tutti i monelli si rivoltano e i cavalli sono tutti presi. OhimŔ! Eccoli giÓ lý fuori! Stanno per giungere al granaio.

In quel momento di lÓ dalla porta risonarono alcune voci. Feci segno alla mamma e a Maria IvÓnovna di ritirarsi in un angolosguainai la spada e mi appoggiai al muro proprio vicino alla porta. Il babbo prese le pistolele arm˛ tutt'e due e si mise accanto a me. Stridette la serraturala porta si aprýe comparve la testa dello scrivano. La colpii con la sciabolae egli caddesbarrando l'ingresso. Nello stesso momento il babbo spar˛ un colpo nel vano della porta. La folla che ci assediava scapp˛ via con imprecazioni. Trascinai attraverso la soglia il ferito e richiusi.

Il cortile era pieno di uomini armati. Tra essi riconobbi Svabrin.

- Non abbiate paura- dissi alle donne- c'Ŕ speranza. E voibabbonon sparate pi¨. Teniamo in serbo l'ultima carica.

La mamma in silenzio pregava Dio. Maria IvÓnovna stava accanto a leiaspettando con angelica serenitÓ la decisione della sua sorte. Di lÓ dalla porta risonavano minacceingiurie e maledizioni. Io stavo al mio postopronto a sciabolare il primo audace. D'un tratto gli scellerati tacquero. Sentii la voce di Svabrinche mi chiamava per nome.

- Sono qui. Che vuoi?

- ArrenditiGrini˛v: resistere Ŕ impossibile. Abbi pietÓ dei tuoi vecchi. Con l'ostinazione non ti salverai. Vi prender˛!

- Provatraditore!

- Non mi ci caccer˛ io stesso per nientenÚ star˛ a sprecare i miei uominima ordino di dar fuoco al granaioe allora vedremo che faraidon Chisciotte di Bielog˛rsk. Adesso Ŕ ora di mangiare.

Intanto stai lý a pensare a tuo agio. Arrivederci! Maria IvÓnovnanon mi scuso con voi: probabilmente non vi annoierete al buio col vostro cavaliere.

Svabrin si allontan˛lasciando una guardia vicino al granaio. Noi tacevamo. Ciascuno di noi meditava tra sÚsenza osare comunicare agli altri i suoi pensieri. Io andavo immaginando tutto quello che era in grado di fare l'inasprito Svabrin. Di me quasi non mi davo pensiero. Devo confessarlo? Anche la sorte dei miei genitori non mi sgomentava tanto quanto il destino di Maria IvÓnovna. Sapevo che la mamma era adorata dai contadini e dalla servit¨. Il babbononostante la sua severitÓera egli pure amatoperchÚ era giusto e conosceva i veri bisogni della gente a lui soggetta. La loro ribellione era uno smarrimentoun'ubriacatura momentaneae non un attestato della loro indignazione. Qui una remissione era probabile. Ma Maria IvÓnovna? Quale sorte le preparava quell'uomo senza coscienza e depravato? Non osavo soffermarmi su quest'orrendo pensiero e mi preparavo (Signoreperdonami) a darle la mortepiuttosto di vederla ancora nelle mani del crudele nemico.

Pass˛ un'altra oretta. Nel villaggio risuonavano i canti degli ubriachi. Le nostre sentinelle li invidiavano estizzite contro di noibestemmiavano minacciando tortura e morte. Noi aspettavamo un seguito alle intimidazioni di Svabrin. Infine ci fu nel cortile un gran movimentoe di nuovo sentimmo la voce di Svabrin.

- Be'vi siete decisi? Vi arrendete spontaneamente nelle mie mani?

Nessuno rispose.

Dopo aver aspettato un po'Svabrin ordin˛ di portare delle stoppie. Di lý a qualche minuto divamp˛ un fuoco che rischiar˛ l'oscuro granaio. Il fumo cominci˛ a penetrare di sotto alle fessure della soglia.

Allora Maria IvÓnovna si accost˛ a me e pianoprendendomi una manodisse:

- BastaPiotr Andreic'! Non rovinateper mee voi e i genitori.

Svabrin mi ascolterÓ. Lasciatemi uscire!

- A nessun costo! - gridai in collera- sapete quello che vi aspetta?

- All'infamia non sopravviver˛- risposecalma- ma forse salver˛ il mio liberatore e la famiglia che ha cosý generosamente assistito mepovera orfana. AddioAndrÚj Petrovic'! AddioAvdotia Vassýlievna! Foste per me pi¨ che benefattori. Beneditemi.

Addio anche a voiPiotr Andreic'. Siate certo che... che.... - Qui ella scoppi˛ in pianto e si coprý il viso con le mani... Io ero come pazzo. La mamma piangeva.

- Smetti di parlare a vanveraMaria IvÓnovna- disse mio padre- chi ti lascerÓ andare da sola da quei banditi? Stai qui e zitta.

Se si deve moriresi muoia insieme. Ascolta! Che cosa dicono ancora lÓ fuori?

- Vi arrendete? - gridava Svabrin- lo vedetefra cinque minuti vi avranno arrostiti.

- Non ci arrenderemoscellerato! - gli rispose il babbo con voce ferma.

Il suo viso arditocoperto di rughesi era mirabilmente animato.

Gli occhi sfavillavano di sotto alle canute sopracciglia.

Rivolgendosi a medisse: - E' l'ora!

Egli aprý la porta. Il fuoco irruppe e salý su per le traviristoppate di muschio secco. Il babbo spar˛varc˛ la soglia in fiamme e grid˛: - Seguitemi! - Io presi per mano la mamma e Maria IvÓnovna e prontamente le trassi fuori all'aria. Vicino alla soglia giaceva Svabrincolpito dalla debole mano di mio padre. La folla dei brigantiscappata all'inattesa nostra sortitasubito si rinfranc˛ e cominci˛ ad accerchiarci. Feci in tempo a vibrare ancora qualche colpo; ma un mattonescagliato con fortunami colse in pieno petto. Caddi e per un momento perdetti i sensi; mi circondarono e disarmarono. Riavutomividi Svabrin seduto sull'erba insanguinatae davanti a lui la nostra famiglia.

Mi sorreggevano per le ascelle. Una calca di contadinicosacchi e baschiri ci attorniava. Svabrin era terribilmente pallido. Con una mano si premeva il fianco ferito. Il suo viso esprimeva spasimo e rancore. Alz˛ lentamente la testami guard˛ e pronunci˛ con voce debole e indistinta:

- Impiccare lui... e tutti... fuorchÚ lei...

La folla subito ci fu intorno e ci trascin˛ verso il portone. Ma di botto ci lasciarono disperdendosi; dal portone era entrato Zurin e dietro a lui tutto uno squadrone con le sciabole sguainate.

I ribelli fuggivano da tutte le parti. Gli ussari li inseguivanoli sciabolavano e li prendevano prigionieri. Zurin balz˛ da cavallosi inchin˛ al babbo e alla mamma e mi strinse forte la mano.

- Sono arrivato in tempo! - ci disse: - Ah! ecco anche la tua fidanzata!

Maria IvÓnovna arrossý fino agli orecchi. Il babbo si accost˛ a lui e lo ringrazi˛ con aspetto serenoanche se commosso. La mamma lo abbracci˛chiamandolo angelo liberatore.

- Favorite da noi- gli disse il babbo e lo guid˛ in casa nostra.

Passando accanto a SvabrinZurin si ferm˛.

- Chi Ŕ? - domand˛guardando il ferito.

- E' lo stesso capo della banda- rispose mio padre con un certo orgoglioche rivelava il vecchio soldato: - Dio ha aiutato la mia mano senile a punire il giovane scellerato e a vendicare su di lui il sangue di mio figlio.

- E' Svabrin- dissi a Zurin.

- Svabrin! Molto lieto. Ussariprendetelo! E dite al dottore che gli fasci la ferita e lo tenga come la pupilla degli occhi.

Svabrin bisogna assolutamente presentarlo alla commissione segreta di KasÓn. E' uno dei colpevoli principalie le sue dichiarazioni devono essere importanti...

Svabrin scoprý un occhio languente. Sul suo viso nulla si dipinsetranne il dolore fisico. Gli ussari lo portarono via su un mantello.

Entrammo nelle stanze. Con emozione guardavo intorno a mericordando gli anni della mia infanzia. Nulla in casa era cambiatotutto era al posto di prima: Svabrin non aveva permesso di saccheggiarlaconservando nel suo stesso avvilimento un'involontaria avversione per la disonesta cupidigia.

I servi comparvero in anticamera. Essi non avevano partecipato alla rivolta e di vero cuore si allietavano della nostra liberazione. Savelic' era trionfante. Bisogna sapere chedurante il tumulto prodotto dall'assalto dei banditiegli era corso nella scuderiadove stava il cavallo di Svabrinlo aveva sellatocondotto fuori pian piano ein grazia del trambustoinosservato era corso di carriera al traghetto. Aveva incontrato il reggimentoche giÓ riposava di qua dal Volga. Zurinappreso da lui il nostro pericoloaveva ordinato di montare in sellacomandato: "Avanti al galoppo!"egrazie a Dioera giunto in tempo.

Zurin insistÚ perchÚ la testa dello scrivano fosse per qualche ora esposta su un'asta vicino all'osteria.

Gli ussari tornarono dall'inseguimentodopo aver fatto alcuni prigionieri. Li chiusero in quello stesso granaio in cui avevamo sostenuto il memorabile assedio. Ci ritirammo ciascuno in camera sua. I vecchi avevano bisogno di riposo. Non avendo dormito l'intera notte mi gettai sul letto e mi addormentai profondamente.

Zurin and˛ a dare le sue disposizioni.

A sera ci riunimmo in salotto attorno al samovÓrdiscorrendo gaiamente del passato pericolo. Maria IvÓnovna versava il tŔ. Io le sedevo accanto e mi occupavo di lei esclusivamente. I miei genitori parevano considerare con benevolenza la tenerezza delle nostre relazioni. Tuttora quella serata vive nel mio ricordo. Ero feliceperfettamente felice; ma ce ne sono di tali momenti nella povera vita umana?

Il giorno dopo riferirono al babbo che i contadini si erano presentati nel cortile padronale per fare ammenda. Il babbo uscý loro incontro sul terrazzino. Al suo comparire i contadini si misero in ginocchio.

- Be'che Ŕsciocconi? - egli disse loro- perchÚ vi Ŕ saltato in mente di ribellarvi?

- Abbiamo mancatoperdonaci; signor nostro- risposero a una voce.

- GiÓ giÓmancato! Fanno le marachellee poi ne sono loro stessi scontenti! Vi perdono per la gioia che Dio mi ha concesso di rivedere il mio figlio Piotr AndrÚjevic'. Be'va bene: peccato confessato Ŕ mezzo perdonato.

- Abbiamo mancatocertoabbiamo mancato!

- Dio ci ha mandato il bel tempo. Era il momento di riporre il fienoe voibalordiche avete fatto in tre giornate sane?

"StÓrosta"! Metterli tutti quanti alla falciatura; e badabriccone dal pelo rossoche per il giorno di Sant'IvÓn il fieno mi sia abbarcato! Andatevene!

La ferita di Svabrin non era mortale. Lo inviarono sotto scorta a KasÓn. Vidi dalla finestra come lo adagiarono sul carro. I nostri sguardi si incontrarono. Egli chin˛ la testae io mi scostai in fretta dalla finestra: temevo di avere l'aria di trionfare dell'umiliazione e della disgrazia di un nemico.

Zurin doveva proseguire oltre. Decisi di seguirlononostante il mio desiderio di passare ancora qualche giorno in mezzo alla mia famiglia. Alla vigilia della marcia mi presentai ai miei genitori esecondo l'uso di allorami inchinai loro fino a terra chiedendone la benedizione al matrimonio con Maria IvÓnovna. I vecchi mi alzarono e con lacrime di gioia mi diedero il consenso.

Portai loro Maria IvÓnovnapallida e trepidante. Ci benedissero.

Quel che sentivonon star˛ a descrivere. Chi Ŕ stato nella mia condizione mi capirÓ anche cosý. Chi non c'Ŕ statonon posso che compiangerlo e consigliarglifinchÚ non sia passato il tempodi innamorarsi e ricevere dai genitori la benedizione.

Il giorno dopo il reggimento si radun˛. Zurin si accomiat˛ dalla nostra famiglia. Tutti eravamo certi che le operazioni militari presto sarebbero terminate. Entro un mese speravo di essere sposo.

Maria IvÓnovnasalutandomimi baci˛ in presenza di tutti. Salii sul carro coperto. Savelic' mi segui di prontamentee il reggimento partý. A lungo guardai da lontano la casa campestreda me nuovamente lasciata. Un cupo presentimento mi sbigottiva.

Qualcuno mi sussurrava che non tutti i guai erano passati. Il cuore presagiva una nuova tempesta.

Non star˛ a descrivere la nostra campagna e la fine della guerra di Pugaci˛v. Attraversavamo i villaggi distrutti da Pugaci˛v e eravamo costretti a togliere ai miseri abitanti quello che era stato lasciato loro dai banditi.

Essi non sapevano a chi sottomettersi. L'amministrazione era dappertutto interrotta. I proprietari si rifugiavano nei boschi.

Le bande dei briganti commettevano scelleratezze per ogni dove. I capi dei distaccamenti isolati spediti all'inseguimento di Pugaci˛vallora giÓ in fuga verso Astrachanpunivano dispoticamente colpevoli e innocenti. Lo stato di tutta la contrada dove infuriava l'incendio era terribile. Dio guardi dal vedere una sommossa russastupida e spietata. Coloro che meditano da noi impossibili rivolgimenti o sono giovani e non conoscono il nostro popoloo sono gente crudeleper cui poco vale la propria pellee ancora meno l'altrui.

Pugaci˛v fuggivainseguito da IvÓn IvÓnovic' Mýchelson. Presto sapemmo della sua piena disfatta. Infine Zurin ebbe notizia della cattura dell'impostoree con quella anche l'ordine di fermarsi.

Finalmente mi era possibile andare dai miei genitori! Il pensiero di abbracciarlidi vedere Maria IvÓnovnadi cui non avevo alcuna notiziami animava d'entusiasmo. Saltavo come un bambino. Zurin rideva e diceva alzando le spalle: - No! finirai male! Ti sposerai... e per nulla ti rovinerai!

Ma intanto uno strano sentimento avvelenava la mia gioia: il pensiero del malfattorespruzzato del sangue di tante vittime innocentie del supplizio che lo attendevainvolontariamente mi sbigottiva: "JemeliÓJemeliÓ!"pensavo con stizzaperchÚ non ti gettasti contro una baionetta o non cadesti sotto la mitraglia?

Non avresti potuto pensare nulla di meglio. Che ci volete fare?

Il pensiero di lui era in me inseparabile dal pensiero della grazia fattami in uno degli orribili momenti della sua vitae della liberazione della mia fidanzata dalle mani dell'abominevole Svabrin.

Zurin mi diede un permesso. Di lý a qualche giorno dovevo ritrovarmi in mezzo alla mia famigliarivedere la mia Maria IvÓnovna. D'un tratto un'inaspettata tempesta mi atterr˛.

Il giorno fissato per la partenzanel momento stesso che mi disponevo a mettermi in viaggioZurin entr˛ nell'isba da metenendo in mano una cartacon aria straordinariamente impensierita. Qualcosa mi punse in cuore. Mi spaventaisenza sapere io stesso di che. Egli mand˛ fuori il mio attendente e dichiar˛ che aveva bisogno di parlarmi.

- Che c'Ŕ? - domandai con inquietudine.

- Una piccola noia- risposeporgendomi la carta- leggi quello che ho ricevuto or ora.

Mi misi a leggerla: era un ordine segreto a tutti i comandanti isolati di arrestarmiovunque fossi venuto loro sotto manoe di inviarmi immediatamente sotto scorta a KasÓnalla commissione d'inchiestaistituita per l'affare Pugaci˛v.

La carta. per poco non mi cadde dalle mani.

- Non c'Ŕ niente da fare! - disse Zurin- il mio dovere Ŕ d'ottemperare all'ordine. Probabilmentela voce dei tuoi amichevoli viaggi con Pugaci˛v in qualche modo Ŕ giunta fino al governo. Spero che la cosa non avrÓ alcuna conseguenza e che ti giustificherai davanti alla commissione. Non lasciarti abbattere e parti.

La mia coscienza era netta; non avevo paura di un giudizio; ma il pensiero di rinviare l'istante del dolce incontroforse ancora di qualche mesemi sgomentava. La carretta era pronta. Zurin mi salut˛ amichevolmente. Mi fecero salire sulla carretta. Con me sedettero due ussari con le sciabole sguainatee mi avviai per lo stradone.

 

 

 

CAPITOLO QUATTORDICESIMO

 

IL GIUDIZIO

Voci mondane - onda di mare.

PROVERBIO.

Ero convinto che causa di tutto era la mia arbitraria assenza da Orenb¨rg. Potevo facilmente giustificarmi: le scorrerie non solo non erano mai state vietatema anzi erano incoraggiate con tutte le forze. Potevo essere accusato di soverchia fogae non d'insubordinazione. Ma i miei amichevoli contatti con Pugaci˛v potevano essere provati da una quantitÓ di testimoni e dovevano sembrare per lo meno assai sospetti. Per tutta la strada pensai agli interrogatori che mi aspettavanomeditai le mie risposte e decisi di dichiarare davanti alla corte la pura veritÓgiudicando questo modo di giustificazione il pi¨ semplicee insieme anche il pi¨ sicuro.

Arrivai a KasÓndevastata e incendiata. Per le vieal posto delle casegiacevano mucchi di carboni e sporgevano mura annerite senza tetti e finestre. Tale era la traccia lasciata da Pugaci˛v!

Mi portarono nella fortezzarimasta intatta in mezzo alla cittÓ bruciata. Gli ussari mi consegnarono all'ufficiale di guardia.

Egli ordin˛ di chiamare il fabbro. Mi posero ai piedi la catena e la ribadirono saldamente. Poi mi condussero in prigione e mi lasciarono solo in una stretta e buia topaia con le sole nude pareti e un finestrino chiuso da un'inferriata. Un simile principio non mi presagiva nulla di buono. Tuttavia non mi perdetti nÚ di coraggio nÚ di speranza. Ricorsi al conforto di tutti gli afflitti egustata prima la dolcezza di una preghiera sgorgata da un cuore puroma straziatomi addormentai placidamentesenza darmi pensiero di quello che mi sarebbe accaduto.

Il giorno dopo un secondino mi svegli˛ con l'annuncio che mi si voleva alla commissione. Due soldati mi condussero attraverso il cortile nella casa del comandantesi fermarono in anticamera e mi lasciarono entrare solo nelle stanze interne.

Entrai in una sala abbastanza ampia. A una tavolacoperta di cartesedevano due uomini: un generale attempatodall'aria severa e freddae un giovane capitano della guardiasui ventott'annidi assai piacevole aspettodal tratto sciolto e franco. Presso una finestraa una tavola separataera seduto un segretario con la penna all'orecchiochino su una cartapronto a registrare le mie dichiarazioni. Cominci˛ l'interrogatorio. Mi domandarono nome e condizione. Il generale si inform˛ se non fossi figlio di AndrÚj Petrovic' Grini˛v. E alla mia risposta replic˛ duramente:

- Peccato che un uomo cosý rispettabile abbia un figlio cosý indegno!

Risposi tranquillamente chequali che fossero le accuse gravanti su mesperavo di dissiparle con una franca spiegazione della veritÓ. La mia sicurezza non gli piacque.

- Tufratellosei fino- mi disseaccigliandosi- ma ne abbiamo visti ben altri!

Allora il giovanotto mi domand˛ in quale occasione e in che momento fossi entrato al servizio di Pugaci˛ve per quali missioni fossi stato da lui impiegato.

Risposi con indignazione che iocome ufficiale e nobilenon potevo aver assunto servizio da Pugaci˛vnÚ aver accettato da lui alcuna missione.

- In che modo- ribattÚ il mio interrogatore- un solo nobile e ufficiale fu graziato dall'impostorementre tutti i suoi compagni furono scelleratamente uccisi? In che modo questo stesso ufficiale e nobile banchetta amichevolmente coi ribelliaccetta dal malfattore capo regaliuna pellicciaun cavallo e mezzo rublo di spiccioli? Da che nacque una cosý strana amiciziae su che cosa Ŕ fondatase non sul tradimento oquanto menosu una indegna e colpevole pusillanimitÓ?

Fui profondamente offeso dalle parole dell'ufficiale della guardia e con ardore cominciai la mia discolpa. Raccontai com'era cominciata la mia conoscenza con Pugaci˛v nella steppadurante la tempesta di nevecome alla presa della fortezza di Bielog˛rsk egli mi avesse riconosciuto e fatto grazia. Dissi che il pellicciotto e il cavalloŔ veronon mi ero fatto scrupolo di accettarli dall'impostore; ma che la fortezza di Bielog˛rsk l'avevo difesa contro lo scellerato fino all'ultimo. Infine mi riferii anche al mio generaleche poteva attestare il mio zelo durante il disastroso assedio di Orenb¨rg.

Il severo vecchio prese dalla tavola una lettera aperta e si mise a leggerla ad alta voce:

"Alla richiesta di vostra eccellenza circa l'alfiere Grini˛vin quanto implicato nei torbidi odierni e entrato con lo scellerato in relazioni non consentite dal servizio e contrarie al dovere del giuramentomi onoro chiarire: esso alfiere Grini˛v si trova in servizio a Orenb¨rg dal principio dell'ottobre 1773 al 24 febbraio del corrente annonella quale data si assent˛ dalla cittÓe da allora pi¨ non si present˛ al mio comando. E si sente dire da disertori che egli fu nel sobborgo da Pugaci˛v e con lui si rec˛ alla fortezza di Bielog˛rsknella quale prima faceva servizio; per quanto riguarda la sua condottaposso...".

Qui egli interruppe la sua lettura e mi disse ruvidamente:

- Che dirai ora a tua discolpa?

Volli continuare come avevo cominciatoe spiegare il mio legame con Maria IvÓnovna sinceramente come tutto il restoma di un tratto sentii un'invincibile ripugnanza. Mi venne in mente chese l'avessi nominatala commissione l'avrebbe chiamata a risponderee il pensiero di mescolare il suo nome alle ignobili denunce degli scellerati e di portarla a un confronto con loroquesto pensiero mi costern˛ talmente che esitai e infine mi confusi.

I miei giudiciche cominciavanoparevaad ascoltare le mie risposte con una certa benevolenzafurono nuovamente prevenuti contro di me alla vista del mio imbarazzo. L'ufficiale della guardia chiese che mi si mettesse a confronto col denunciatore principale. Il generale ordin˛ di chiamare lo scellerato del giorno prima. Con vivacitÓ mi voltai verso la portaaspettando la comparsa del mio accusatore. Dopo qualche minuto risonarono delle catenela porta si aprýe entr˛ Svabrin. Fui sbalordito dal suo cambiamento. Era terribilmente magro e smorto. I suoi capelliprima neri come la peceerano del tutto incanutiti; la lunga barba era arruffata. Egli ripetÚ le sue accuse con voce debolema risoluta. A suo direio ero stato inviato da Pugaci˛v a Orenb¨rg quale spia; ogni giorno uscivo a fare a fucilate al fine di trasmettere notizie scritte su tutto ci˛ che si faceva in cittÓ; che infine mi ero dato palesemente all'impostoreme ne ero andato con lui di fortezza in fortezzacercando in tutti i modi di rovinare i suoi compagni di tradimentoper occuparne i posti e godere le ricompense distribuite dall'impostore. Lo ascoltai in silenzio e fui contento di una sola cosa: il nome di Maria IvÓnovna non fu pronunciato dall'infame scelleratoforse perchÚ il suo amor proprio soffriva al pensiero di colei che lo aveva respinto con disprezzo; forse perchÚ nel suo cuore si celava una scintilla di quello stesso sentimento che costringeva anche me a tacere. Comunque fosseil nome della figlia del comandante di Bielog˛rsk non fu pronunciato in presenza della commissione. Mi rafforzai ancora di pi¨ nel mio propositoe quando i giudici domandarono "come potessi confutare la deposizione di Svabrin"risposi che mi tenevo alla mia prima spiegazione e che non potevo dire null'altro a mia discolpa. Il generale ordin˛ di condurci fuori. Uscimmo insieme. Io guardai tranquillamente Svabrinma non gli dissi una parola. Egli sorrise di un sorriso cattivo esollevando le sue catenemi precedette e affrett˛ il passo. Mi ricondussero in prigione e da allora non mi chiamarono pi¨ all'interrogatorio.

Non fui testimonio di tutto quello che mi resta da rendere noto al lettore; ma ne sentii cosý spesso i racconti che i minimi particolari si scolpirono nella mia memoriae mi sembra di avervi assistitoinvisibile.

La voce del mio arresto costern˛ tutta la mia famiglia. Maria IvÓnovna aveva raccontato cosý semplicemente ai miei genitori la mia strana conoscenza con Pugaci˛vche lei non solo non li aveva messi in apprensionema li aveva anche fatti ridere spesso di gran cuore. Il babbo non voleva credere che io potessi essere invischiato nell'odiosa rivoltascopo della quale era il rovesciamento del trono e lo sterminio dei nobili. Interrog˛ severamente Savelic'. Il precettore non nascose che il padrone aveva fatto visite a Jemelka Pugaci˛ve che lo scellerato aveva una certa benevolenza per lui; ma giurava di non aver sentito parlare di nessun tradimento. I vecchi si tranquillizzarono e con impazienza presero ad aspettare notizie favorevoli. Maria IvÓnovna era fortemente sbigottitama tacevaperchÚ dotata in sommo grado di modestia e prudenza.

Pass˛ qualche settimana... A un tratto il babbo riceve da Pietroburgo una lettera del nostro parenteil principe B. Il principe gli scriveva di me. Dopo il consueto esordiogli annunciava che i sospetti circa la mia partecipazione ai disegni dei ribelli erano malauguratamente apparsi troppo fondatiche avrebbe dovuto colpirmi un castigo esemplarema che la sovranain considerazione dei servigi e dei tardi anni del padresi era risoluta a graziare il figlio erisparmiandogli una pena infamanteaveva ordinato solo di inviarlo in una lontana contrada della Sýberia in perpetuo esilio.

Questo colpo inaspettato per poco non uccise mio padre. Egli perdette la sua abituale fermezzae il suo dolore (di solito muto) si esalava in amare doglianze.

- Come! - ripetevafuori di sÚ- mio figlio ha preso parte ai progetti di Pugaci˛v! Giusto Iddioche m'Ŕ toccato vedere! La sovrana gli risparmia il supplizio! Che forse ne traggo sollievo?

Non il supplizio atterrisce: il mio quadrisavolo morý sul patibolodifendendo quel che lui riteneva la santitÓ della coscienza; mio padre soffrý insieme con Volinski e Chrusci˛v. Ma un nobile tradire il proprio giuramentounirsi ai banditiagli assassinia servi fuggiaschi! Onta e vituperio alla nostra stirpe!...

Spaventata dalla sua disperazionela mamma non osava piangere in sua presenzae si sforzava di ridargli coraggioparlando di falsitÓ delle vocid'instabilitÓ dell'opinione umana. Mio padre era inconsolabile.

Maria IvÓnovna si tormentava pi¨ di tutti. Convinta che avrei potuto scagionarmi solo che l'avessi volutoindovinava la veritÓ e si riteneva colpevole della mia sventura. Ella nascondeva a tutti le sue lacrime e sofferenze e intanto pensava senza posa ai mezzi per salvarmi.

Una sera il babbo sedeva sul divano sfogliando il "Calendario di Corte"ma i suoi pensieri erano lontanie la lettura non produceva su lui il consueto effetto. Fischiettava una vecchia marcia. La mamma in silenzio faceva un panciotto di lanae lacrime ogni tanto cadevano sul suo lavoro. A un tratto Maria IvÓnovnapure seduta lý a un lavorodichiar˛ che un'assoluta necessitÓ la costringeva a recarsi a Pietroburgoe che pregava di darle il mezzo di andarvi. La mamma ne fu afflitta.

- PerchÚ devi andare a Pietroburgo? - disse- possibileMaria IvÓnovnache anche tu voglia abbandonarci?

Maria IvÓnovna rispose che tutto il suo futuro dipendeva da quel viaggioe che andava a cercare protezione e aiuto dai potenticome figlia di un uomo che aveva patito per la sua fedeltÓ.

Mio padre chin˛ la testa: ogni parola che ricordasse il preteso delitto del figlio gli riusciva penosa e gli sembrava un pungente rimprovero.

- Va'mÓtuska- le disse con un sospiro- non vogliamo frapporre ostacoli alla tua felicitÓ. Ti conceda Iddio per fidanzato un brav'uomonon un infame traditore.

Egli si alz˛ e uscý dalla stanza.

Maria IvÓnovnarimasta a quattr'occhi con la mammale spieg˛ in parte i suoi progetti. La mamma in lacrime l'abbracci˛ e preg˛ Dio per un felice esito del progettato disegno. Maria IvÓnovna fu provvista del necessario e dopo qualche giorno si mise in viaggio con la fedele Palaska e col fedele Savelic'il qualeseparato a forza da mesi consolava almeno col pensiero che serviva la mia promessa sposa.

Maria IvÓnovna giunse felicemente a Sofia esaputo che la corte si trovava in quel momento a TsÓrskoie Sel˛decise di rimanere lý. Le assegnarono un angolino dietro un tramezzo. La moglie del mastro di posta attacc˛ subito discorso con leidichiar˛ che era la nipote del fochista di cortee la inizi˛ a tutti i misteri della vita di palazzo. Raccont˛ a che ora di solito la sovrana si svegliavaprendeva il caffŔfaceva la passeggiata; quali gran signori si trovassero in quel momento alla sua presenza; quello che il giorno prima si era degnata di dire alla sua mensa; chi riceveva la sera. In una parolala conversazione di Anna VlÓssievna valeva alcune pagine di memorie storichee sarebbe stata preziosa per la posteritÓ. Maria IvÓnovna l'ascoltava con attenzione. Andarono in giardino. Anna VlÓssievna raccont˛ la storia di ciascun viale e di ciascun ponticello edopo aver passeggiato a piacer lorotornarono alla stazionesoddisfattissime l'una dell'altra.

Il giorno dopo di buon'ora Maria IvÓnovna si svegli˛si vestý e zitta zitta and˛ in giardino. Era un bel mattinoil sole illuminava le cime dei tigliingialliti ormai sotto il fresco soffio dell'autunno. L'ampio lago brillava immobile. I cigni risvegliati uscivano gravi a nuoto da sotto i cespugli che ombreggiavano la riva. Maria IvÓnovna cammin˛ lungo il magnifico pratodove da poco era stato eretto un monumento in onore delle recenti vittorie del conte Piotr AleksÓndrovic' Rumiantsev. A un tratto una cagnetta bianca di razza inglese abbai˛ e le corse incontro. Maria IvÓnovna si spavent˛ e si ferm˛. Nello stesso istante risuon˛ una piacevole voce di donna:

- Non abbiate timorenon morde.

E Maria IvÓnovna vide una signoraseduta su una panchina di fronte al monumento. Maria IvÓnovna sedette all'altra estremitÓ della panchina. La signora la fissava attentamente; e Maria IvÓnovnadal canto suogettando qualche occhiata di fiancoriuscý a esaminarla da capo a piedi. Era in un vestito bianco da mattinacuffia da notte e mantelletta foderata di pelliccia.

Dimostrava una quarantina d'anni. Il suo visopieno e coloritoesprimeva gravitÓ e calmae gli occhi azzurri e il leggero sorriso avevano un incanto indefinibile. La signora per prima ruppe il silenzio.

- Voicertonon siete di qui? - disse.

- Proprio cosýsignora: solo ieri sono arrivata di provincia.

- Siete venuta coi vostri parenti?

- Nossignorasono venuta sola.

- Sola! Ma siete ancora cosý giovane...

- Non ho nÚ padre nÚ madre.

- Siete qui senza dubbio per qualche affareno?

- Precisamentesignora. Sono venuta a porgere una supplica alla sovrana.

- Voi siete orfana: probabilmente reclamerete per un'ingiustizia o un torto?

- Nossignora. Sono venuta a chiedere graziae non giustizia.

- Permettete la domandachi siete?

- Sono la figlia del capitano Mironov.

- Del capitano Mironov! Di quello stesso che era comandante in una delle fortezze di Orenb¨rg?

- Proprio cosýsignora.

La signora sembrava commossa.

- Scusatemi- disse con voce ancora pi¨ carezzevole- se m'immischio nelle cose vostre; ma io frequento la corte; spiegatemi in che consiste la vostra supplicae forse riuscir˛ ad aiutarvi.

Maria IvÓnovna si alz˛ e la ringrazi˛ rispettosamente. Tutto nella signora sconosciuta conquistava il cuore e ispirava fiducia. Maria IvÓnovna tir˛ fuori dalla tasca una carta piegata e la porse alla sua ignota protettriceche si mise a leggerla tra sÚ.

In principio lesse con aria attenta e benevola; ma ad un tratto il suo viso cambi˛e Maria IvÓnovnache seguiva con gli occhi tutti i suoi movimentisi spavent˛ dell'espressione severa di quel visoun minuto prima tanto piacevole e calma.

- Voi intercedete per Grini˛v? - disse la signora con modi freddi.

- L'imperatrice non pu˛ perdonarlo. Si Ŕ unito all'impostore non per ignoranza e credulitÓma come un furfante immorale e nocivo.

- Ohnon Ŕ vero! - grid˛ Maria IvÓnovna.

- Comenon Ŕ vero! - ribattÚ la signoraavvampando tutta.

- Non Ŕ verodavanti a Dio non Ŕ vero! Io so tutto e vi racconter˛ tutto. Per me sola si espose a tutto quello che l'ha colpito. E se non si discolp˛ in giudiziofu solo perchÚ non voleva implicare me.

Allora raccont˛ con foga tutto ci˛ che Ŕ giÓ noto al lettore.

La signora l'aveva ascoltata con attenzione.

- Dove vi siete fermata? - domand˛ poi esentendo che era da Anna VlÓssievnadisse con un sorriso: - Ah! so. Addionon parlate a nessuno del nostro incontro. Spero che non aspetterete a lungo risposta alla vostra lettera.

A queste parole si alz˛ e si ritir˛ per un viale coperto e Maria IvÓnovna fece ritorno da Anna VlÓssievnapiena di gioiosa speranza.

La padrona di casa la sgrid˛ per la sua mattutina passeggiata autunnaledannosasecondo leialla salute di una giovanetta.

Port˛ il samovÓrementre bevevano il tŔstava appena per cominciare gli interminabili discorsi sulla cortequando a un tratto una carrozza di corte si ferm˛ davanti alla scalettae un valletto di camera entr˛ con l'annuncio che la sovrana si degnava di invitare presso di sÚ la signorina Mironov.

- OhimŔSignore! - grid˛- la sovrana vi vuole a corte. Ma come ha fatto a sapere di voi? E come faretemÓtuskaa presentarvi all'imperatrice? Immagino che neppure saprete come si cammina a corte... Non farei bene a portarvi? In qualcosa posso pur sempre premunirvi. E come potete andare in vestito da viaggio? Non dovrei mandare dalla levatrice a prendere il suo vestito giallo?

Il valletto dichiar˛ che la sovrana gradiva che Maria IvÓnovna andasse sola e vestita come si sarebbe trovata. Non c'era che fare: Maria IvÓnovna salý in carrozza e si rec˛ a palazzoaccompagnata dai consigli e dalle benedizioni di Anna VlÓssievna.

Maria IvÓnovna presentiva la decisione della nostra sorte; il cuore le batteva forte e le mancava. Dopo qualche minuto la carrozza si ferm˛ al palazzo. Maria IvÓnovna con trepidazione salý la scala. Le porte si spalancavano davanti a lei. Attravers˛ una lunga fila di magnifiche stanze deserte: il valletto indicava la via.

Infineavvicinatasi a una porta chiusadichiar˛ che l'avrebbe subito annunciatae la lasci˛ sola.

Il pensiero di vedere l'imperatrice faccia a faccia l'intimoriva cosý tantoche a stento poteva reggersi in piedi. Di lý a un attimo la porta si aprýe lei entr˛ nello spogliatoio della sovrana.

L'imperatrice era seduta alla sua specchiera. Alcuni cortigiani la circondavano e rispettosamente fecero largo a Maria IvÓnovna. La sovrana le si rivolse affabilee Maria IvÓnovna riconobbe in lei la signora con la quale cosý francamente si era spiegata pochi minuti prima. La sovrana la chiam˛ a sÚ e disse con un sorriso:

- Sono lieta di aver potuto mantenere la parola datavi e esaudire la vostra preghiera. La vostra vicenda Ŕ terminata. Sono convinta dell'innocenza del vostro fidanzato. Ecco una lettera che voi stessa vi incaricherete di portare al futuro suocero.

Maria IvÓnovna ricevette la lettera con mano tremante epiangendocadde ai piedi dell'imperatriceche la rialz˛ e la baci˛. La sovrana si mise a parlare con lei.

- So che non siete ricca- disse- ma io sono in debito con la figlia del capitano Mironov. Non impensieritevi per l'avvenire. Mi incarico io di fare la vostra fortuna.

Dopo aver riempito di carezze la povera orfanala sovrana la conged˛. Maria IvÓnovna se ne and˛ in quella stessa carrozza di corte. Anna VlÓssievnache impaziente aspettava il suo ritornola tempest˛ di domandealle quali Maria IvÓnovna rispose alla meglio. Anna VlÓssievnasebbene scontenta dell'oblio di leilo attribuý a timiditÓ provinciale e perdon˛ generosamente. Lo stesso giorno Maria IvÓnovnasenza mostrare curiositÓ di dare uno sguardo a Pietroburgofece ritorno al villaggio...

 

Qui si interrompono le memorie di Piotr Andreic' Grini˛v. Dalle tradizioni di famiglia si sa che fu liberato dalla detenzione sul finire del 1774per decreto sovrano; che egli assistÚ al supplizio di Pugaci˛ve che questi lo riconobbe nella folla e gli fece segno con la testala qualedopo un minutomorta e insanguinata fu mostrata al popolo. Poco tempo dopo Piotr Andreic' spos˛ Maria IvÓnovna. I loro discendenti prosperano nella provincia di Simbýrsk. A trenta verste da ... si trova un borgo appartenente a dieci proprietari. In una delle costruzioni padronali viene mostrata una lettera di pugno di Caterina Seconda in cornice con vetro. E' scritta al padre di Piotr AndrÚjevic' e contiene la giustificazione di suo figlio e elogi per l'intelletto e il cuore della figlia del capitano Mironov.

Il manoscritto di Piotr AndrÚjevic' ci fu procurato da uno dei suoi nipotiil quale aveva saputo che noi eravamo stavamo compiendo un lavoro relativo ai tempi descritti da suo nonno. Ci decidemmocon l'autorizzazione dei parentia pubblicarlo a partedopo aver trovato a ciascun capitolo un'appropriata epigrafe e esserci permessi di cambiare alcuni nomi propri.

L'editore




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