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Lev Tolstoj

 

IL PADRONE E IL LAVORANTE

(1894-1895)

 

 

 

1.

Questo avvenne negli anni '70all'indomani del San Nicola d'inverno. Nella parrocchia c'era stata festae il mastro d'emporio del villaggioVasilij Andreitch Brechunòvmercante della seconda ghildaproprio non s'era potuto assentare: aveva dovuto stare sempre in chiesa - era lo "stàrosta" della chiesa - e poi eran venuti a casa sua parenti e conoscentie lui aveva dovuto fare gli onori di casaoffrire da mangiare e da bere. Ma quando gli ultimi ospiti furono partitiVasilij Andreitch cominciò subito a far i preparativi per andare da un proprietario terriero suo vicinoche doveva convincere a vendergli un boschetto per il quale i due stavano trattando già da gran tempo.

Vasilij Andreitch aveva fretta di andarciperché temeva che qualche mercante della città gli soffiasse quell'acquistoche era assai vantaggioso. Se infatti il proprietarioun giovinotto ancoraaveva chiesto diecimila rubli per il boschettoera stato soltanto perché Vasilij Andreitch gliene aveva offerti settemila.

E settemila rubli erano appena un terzo del valore vero del boschetto. Vasilij Andreitch probabilmente sarebbe riuscito a far calare ancora il prezzogiacché il bosco si trovava nella sua regionee tra lui e gli altri mercanti dei villaggi del distretto vigeva già da tempo la consuetudine che nessun mercante dovesse mai far alzare i prezzi nella regione di un altro; ma Vasilij Andreitch era venuto a sapere che i mercanti di legname del governatorato volevano passare di lìa trattare appunto per il boschetto di Gorjàtchkinoe così aveva deciso di partire subitoper sistemare la cosa una volta per tuttecon quel proprietario.

E perciònon appena la festa fu finitaprese dal suo baule settecento rublive ne aggiunse altri duemilatrecento del fondo per la chiesache teneva in casa luicosì da far tremila rubliedopo averli ricontati accuratamente e dopo esserseli sistemati nel portafoglisi preparò a partire.

Il lavorante Nikital'unico tra i lavoranti di Vasilij Andreitch a non essersi ubriacato quel giornocorse ad attaccare i cavalli.

Nikita non era ubriaco quel giorno perché era un ubriaconee appunto perciòdalla vigilia di quaresimaquando s'era bevuto persino la "poddëvka" e gli stivali di cuoioaveva fatto voto di non bere piùe non beveva già da un mese e passa; non aveva bevuto neanche quel giornomalgrado la continua tentazione dell'acquavite con cui tutti avevan molto brindato nei primi due giorni della festa.

Nikita era un "mugìk" cinquantenned'un villaggio vicino: era padrone di nientecome dicevano di luie la maggior parte della sua vita l'aveva vissuta non a casa sua ma in casa d'altri. Era ovunque stimato per la sua gran voglia di lavorareper l'abilità e la forza che metteva in tutto quel che faceva e soprattutto per il suo carattere buonogentile; ma da nessuno mai diventava di casaperché un paio di volte l'annoo anche più spessobevevae allora non soltanto si beveva tutto quel che avevama diventava anche manesco e permaloso. Anche Vasilij Andreitch l'aveva già cacciato via diverse voltema poi lo aveva fatto tornareperché gli piaceva la sua onestàil suo amore per gli animali e soprattutto il fatto che si facesse pagare poco. Vasilij Andreitch pagava a Nikita non gli ottanta rubli che gli sarebbero toccati per il suo lavoroma quaranta rublie glieli dava per di più non tutti insieme a scadenza fissama un poco per voltadi quando in quandoe nemmeno in contantima sottoforma perlopiù di merci della sua bottegaalzandone inoltre i prezzi.

La moglie di NikitaMarfache un tempo era stata una bella "baba" vivacebadava alla casa in cui viveva coi figliuno adolescente e due ragazzee non chiedeva mai al marito di tornare da leiin primo luogo perché già da vent'anni viveva con il bottaioun "mugìk" d'un altro villaggioche era venuto ad abitare a casa loro; e in secondo luogoperché quando il marito era sobrio lei lo comandava a bacchettama quando era ubriaco lo temeva come il fuoco. Una volta che si era ubriacato lì a casaNikitaprobabilmente per vendicarsi della moglie per tutta la soggezione che ne aveva quand'era sobriole aveva scassato il baulene aveva preso i vestiti di leii più preziosi ea colpi di scureglieli aveva fatti a pezzi su un ceppo. Tutto quello che Nikita guadagnavail padrone lo pagava alla mogliesenza che Nikita avesse mai avuto nulla da ridire. Così anche questa voltadue giorni prima della festaMarfa era venuta da Vasilij Andreitch e aveva preso farina biancatèzucchero e una bottiglia di acquaviteil tutto per tre rublinonché altri cinque rubli in monetae aveva ringraziato come se si fosse trattato d'un gran favore fattole dal padronequando invece Vasilij Andreitch era in debito con Nikita di almeno venti rublia calcolare con la tariffa più bassa.

"Mica siam stati lì a fare un contratto io e tedico bene?" diceva Vasilij Andreitch a Nikita. "Macché. Se c'è qualcosa che ti serveprendilae pagherai poi. Da me non è mica come dagli altriche ti fanno aspettaree ti fanno i conti al centesimoe ti segnano le multe. Noi le cose le facciamo da gente onorata. Tu sei a servizio da mee io non ti lascio mai solo nel bisogno".

E mentre diceva ciòVasilij Andreitch era sinceramente convinto di essere un benefattore per Nikita: a tal punto riusciva ad essere convincente il suo argomentare - e inoltreera talmente abituato a che tutti coloro che dipendevano dal suo denaroa cominciare dallo stesso Nikitalo confermassero sempre nel suo convincimento che egli non stesse affatto imbrogliando né Nikita né nessun altroe fosse invece un benefattore per tutti loro.

"Ma questo lo so anch'ioVasilij Andreitchsenza che me lo diciate voi: e mi sembra che servirvi vi servo benefaccio il meglio che possoneanche foste mio padre. Lo capisco che è proprio come dite voi" rispondeva Nikitail quale capiva benissimo che Vasilij Andreitch lo stava imbrogliandoma sentivaal contempoche non sarebbe servito a nulla cercare di mettere in chiaro i conti in sospesoe che semplicemente bisognava tirare avantifinché non avesse trovato un altro postoe prendere quel che lui gli dava.

Quella seraquand'ebbe dal padrone l'ordine di attaccargli il cavalloNikitaallegramente e di buona lena come sempreandò alla rimessa col passo svelto e leggero delle sue gambe stortee là tolse da un chiodo la pesante cavezza di cuoio ornata d'un fiocco efacendo tintinnare le rotelle del morsoentrò nella stalla chiusa a chiavequella in cui stavada soloquel cavallo che Vasilij Andreitch aveva appunto ordinato di attaccare.

"Allorati sei annoiatoehl'hai sentita la mia mancanzastupidino?" diceva Nikitain risposta al debole nitrito di saluto con cui lo aveva accolto lo stallone che era lì da solo nella stalla: un bel cavallo di taglia mediaben saldocon le chiappe prominentibaio. "Dàidàinon aver frettaaspetta che prima ti faccio bere un pochino" diceva Nikitaparlando con il cavallo proprio come si parla con gli esseri che comprendono le paroleedopo avergli passato il lembo della sua casacca sul dorso grassostriato nel mezzoe con il pelo consumato e cosparso di polvereinfilò la cavezza sulla bella testa giovane dello stallonegli sistemò le orecchie e il ciuffo einfilatagli la cavezzalo portò all'abbeverata.

Uscendo con cautela dalla stalla ingombra di alti mucchi di letameBaio scalpitò e cominciò a tirare calcifingendo di voler colpire con le zampe posteriori Nikita che trottava dietro a lui verso il pozzo.

"Sìfa' il furbofa' pure il furbobirbante!" diceva Nikitaintercalando le proprie parole allo scalciare del cavalloe ben sapendo con quanta attenzione Baio gettasse indietro la zampa soltanto fino a sfiorare la sua bisunta mezzapellicciama non mai fino a colpirlo; e piaceva moltoa Nikitaquesto vezzo di Baio.

Dissetatosi con l'acqua gelidail cavallo sospirò muovendo le robuste labbra bagnateda cui cadevanodai baffi giù nel secchiogocce trasparenti; e rimase immobilecome se all'improvviso avesse cominciato a pensare a qualcosa. Poid'un trattosbuffò sonoramente.

"Va benese non ne vuoi più non berne piùbene a sapersi; ma poi non me ne chiedere ancoraneh?" disse Nikitaspiegando in tutta serietà e particolareggiatamente il proprio comportamento a Baio; e di nuovo corse alla rimessatrascinandosi dietro per una cinghia della cavezza quel cavallo giovane e allegroche scalciava e scalpitava con un crepitare di zoccoli che riempiva tutto il cortile.

Di lavoranti non ce n'era nessuno; c'era soltanto un tale venuto da fuori per la festail marito della cuoca.

"Va'anima buona" gli disse Nikitava' a domandare quale slitta comanda di attaccare: quella larga o quella piccina?.

Il marito della cuoca entrò nella casa dal tetto rivestito di ferro e dall'alto zoccoloe ne tornò ben presto con la notizia che l'ordine era di attaccare la slitta piccola. Nikita nel frattempo aveva già infilato al cavallo il collareornato di piccole borchieetenendo in una mano la leggera "dugà" dipintae con l'altra mano conducendo il cavallosi stava avvicinando alle due slitte che erano sotto la tettoia della rimessa.

"Se han detto quella piccolavada per quella piccola" dissee fece entrare tra le due stanghe l'intelligente cavalloil quale continuava sempre a fingere di volerlo morsicare; poicon l'aiuto del marito della cuocaNikita cominciò ad attaccarlo.

Quando tutto era già quasi pronto e non restava che da allacciare le briglieNikita mandò il marito della cuoca a prender la paglia nella rimessa e la iuta nel granaio.

"Ecco fatto. Ehehnon darti tante arietu!" diceva Nikitapigiando nella slitta la paglia d'avenafresca di trebbiaturache gli aveva portato il marito della cuoca. "E adesso stendiamo ben bene la telae poi sopra la iuta. Ecco quaeccocosì starà seduto bello comodo" dicevafacendo quel che dicevarimboccando la spessa iuta sopra la pagliada ogni parte attorno al sedile.

"Grazie tanteanima buona" disse Nikita al marito della cuocain due si fa tutto più in fretta. Edistricando le varie cinghie dall'anello che congiungeva l'estremità delle briglieNikita si sedette a cassetta e diede un tocco al bravo cavalloche altro non chiedeva se non di avviarsi sul letame gelato del cortile verso il portone.

"Zio Mikìtziettoehizietto?" cominciò a gridare alle sue spallecon un vocino sottileun bambino di sette anni che era uscito di corsa dall'ingresso e che indossava una mezzapelliccetta neraun paio di stivaloni di feltro bianchi nuovi nuovie un caldo berretto di pelo. "Fa' sedere anche me" chieseabbottonandosi mentre correva la sua mezzapelliccetta.

"Dàidàicorricolombino" disse Nikita efermatosifece salire il figlio del padroneil cui visino pallido e magro s'era tutto illuminato di gioia. E così uscirono in strada.

Erano passate da poco le due. Faceva freddoalmeno dieci gradi sotto zeroe c'era foschia e vento. Metà del cielo era ricoperta da una bassa nube scura. Ma nel cortile tutto era tranquillo.

Fuoriinveceil vento si sentiva di più: dal tetto della rimessa dei vicini volava giù polvere di neve e sull'angolo della viaaccanto alla "banja"si vedevano i mulinelli di nevischio. Nikita era appena uscito dal portone e aveva voltato il cavallo verso il porticatoquando anche Vasilij Andreitchcon una sigaretta in boccaavvolto in un "tulùp" di montonecon il cappuccio e con una grossa cinta di stoffa allacciata stretta e bassauscì dall'ingressosulla neve indurita dell'alto gradino del porticatoche scricchiolò sotto i suoi stivaloni di feltro ricoperti di cuoio. Si fermòinspirò una profonda boccata da quel che gli rimaneva della sigarettala gettò a terra dinanzi a sé e vi posò sopra il piede emandando fuori il fumo attraverso i baffi e guardando di sbieco il cavallo pronto a partirecominciò a sistemare da entrambe le parti del suo roseo viso accuratamente rasatoa eccezione dei baffii lembi del bavero del "tulùp"ficcando in dentro la parte con la pelliccia dimodoché il pelo non si inumidisse al contatto col suo fiato.

"Guarda lìche peste che èha già fatto in tempo a sedersi!" dissescorgendo il figlioletto nella slitta. Vasilij Andreitch era eccitato dall'acquavite che aveva bevuta insieme agli ospitie in quantità altresì maggiore del consuetoed era contento di tutto ciò che gli apparteneva e di tutto ciò che faceva. Veder lì il figlioche lui nei suoi pensieri chiamava sempre "l'erede"gli procurò in quel momento un grande piacere; e lo guardòsocchiudendo gli occhi e digrignando i lunghi denti in un sorriso.

Con il capo e le spalle avvolte in un ampio scialle di lanacosì da lasciar scorgere solamente gli occhila pallida moglie di Vasilij Andreitchmagra e incintascesa a salutare il maritostava in piedi alle sue spallenell'ingresso.

"Faresti proprio bene a prenderti anche Nikita" disse la mogliemuovendo timidamente un passo oltre la soglia.

Vasilij Andreitch non rispose nullae in risposta alle parole di leiche evidentemente gli erano riuscite spiacevolisi accigliò con aria irritatae sputò.

"Ti porti dietro anche i soldi" continuava la mogliesempre con quella sua voce lamentosa. "E poi se si guasta il tempoche Dio ce ne scampi...".

"E perchénon la so da me la stradada dovermi per forza prendere l'accompagnatore?" sbottò Vasilij Andreitchcon quell'innaturale tensione delle labbra con la quale era solito parlare ai venditori e ai compratoripronunciando ciascuna sillaba con particolare nettezza.

"E pensare che faresti proprio bene a prendertelosai. In nome di Dio te lo chiedoprendilo!" ripeté la moglierincalzandosi con la mano destra lo scialle sopra la spalla sinistra.

"Ma ti dico iosi appiccica come le lappole... Ma dove vuoi che me lo porti?".

"Be'Vasilij Andreitchio per me sarei anche pronto" disse allegramente Nikita. "Purché qua qualcuno dia da mangiare ai cavalli mentre io sono via" aggiunsevolgendosi verso la padrona.

"Ci penserò ioNikituschkalo dirò a Semën" disse la padrona.

"Allora che si favengo anch'ioVasilij Andreitch?" disse Nikitain attesa.

"Eh be'si vede che bisogna proprio portar rispetto alla vecchia.

Solo che se vieniva' su a metterti in una tenuta un po' più pesantina" disse Vasilij Andreitchricominciando a sorridere e accennando con un'occhiata divertita alla mezzapelliccia di Nikitalacera sotto le ascelle e sulla schiena e sull'orlotanto che sembrava avere le frangee bisunta e cascanteche doveva averne vedutein vita suadelle belle.

"Ehianima buonavieni un po' a tenermi il cavallo!" gridò Nikita volgendosi verso il cortileall'indirizzo del marito della cuoca.

"Ioio!" strillò il bambinotogliendo di tasca le rosse manine infreddolite e afferrando le fredde cinghie delle briglie.

"Solo non startela a guardar troppo allo specchiola tua tenutaspicciati!" gridò Vasilij Andreitchdigrignando i denti in direzione di Nikita.

"Faccio tutto in un lampo'bàtjuschka' Vasilij Andreitch!" sbottò Nikita econ un rapido balenare delle sue calze infilate nei vecchi "vàlenki" a cui aveva cucito lui stesso nuove suole di feltrocorse nel cortile e di lì nell'"isbà" dei lavoranti.

"DàidàiArinuschkadammi il mio caffettanoè lì sulla stufa:

che devo partire col padrone!" disse Nikitaentrando di corsa nell'"isbà" e prendendo la cinta di stoffache era appesa a un chiodo.

La lavoranteche dopo pranzo aveva dormito sodo e che adesso stava preparando il samovàr per il maritoaccolse con allegria Nikita econtagiata dalla fretta di luicominciò a muoversi con la sua stessa rapidità e prese da sopra la stufa un caffettano di panno che vi si stava asciugandoassai malridottoliso e sdrucitoe cominciò a scuoternerapidamentela polveree a distenderne le falde e le maniche.

"Così potrai spassartela tranquillacon il tuo padron di casaeh?" disse Nikita alla cuocagiacché per un suo bonario senso della cortesia non mancava mai di dir qualcosa a qualcunoquando rimaneva a quattr'occhi con lui.

Eavvolgendosi attorno alla vita la stretta cintolina di stoffaormai cadente anch'essaritrasse il ventre già magro d'altronde di per sée si strinse più che poté nella sua mezzapelliccia.

"Ecco fatto" disse poirivolgendosi non già alla cuoca ma alla cintadi cui stava infilando le estremità sotto la cinta stessacosì non mi salterai fuoriealzate e abbassate le spallein modo da dar libertà di movimento alle bracciasi infilò il gabbanoe di nuovo tese la schienacosì che le braccia potessero muoversi liberebatté qualche colpo con le ascelle e poi prese da uno scaffale le muffole. "Eccomi a posto".

"Gli stivali dovresti cambiartiStepanytch" disse la cuocasennò quelli lì son proprio miseri.

Nikita si fermòcome se si fosse rammentato di qualcosa.

"Dovreisì... Ma basterà anche cosìmica andiamo lontano".

E corse in cortile.

"Ma non avrai freddoNikituschka?" disse la padronamentre Nikita si avvicinava alla slitta.

"Macché freddosto caldo così" rispose Nikitasistemando la paglia sotto il sedile della slittaper coprirsene poi i piedie infilando sotto la paglia lo "knut"che per quel bravo cavallo non serviva.

Vasilij Andreitch si era già seduto nella slittariempiendocon la sua schiena avvolta in due pelliccequasi tutto lo schienale ricurvo della slitta: e subito prese le brigliee toccò il cavallo. E mentre la slitta già si avviava Nikita si sistemò davantia sinistraalla meno peggiocon una gamba cheper il poco spazio rimastosporgeva fuori dal sedile.

 

 

 

2.

 

Il bravo stallone smosse la slittacon un leggero scricchiolio dei pattinie con andatura vivace si avviò lungo la strada gelatache nel borgo era spianata.

"E tu dove ti stai arrampicandoeh? Dàidammi subito lo "knut"Nikita!" gridò Vasilij Andreitchpalesemente rallegrandosi del suo eredeche stava sistemandosi alle loro spallesui pattini.

"Adesso te le suono! Corri dalla mamma subitofiglio d'una cagna!".

Il bambino balzò giù. Baio accelerò l'ambio edando un balzopassò al trotto.

I Krestýin cui sorgeva la casa di Vasilij Andreitcherano un villaggio di sei case in tutto. Non appena superarono l'ultima "isbà"quella del fabbrosi accorsero subito che il vento era assai più forte di quel che avevano pensato. La strada non si poteva vedere quasi. Le tracce dei pattini venivano subito ricoperte dalla polvere di nevee si riusciva a distinguere la strada soltanto perché era un po' più alta del terreno circostante. Il vento vorticava su tutta la campagnae non si scorgeva la linea in cui la terra si incontra con il cielo. Il bosco di Teljàtinoche si vedeva sempre beneadesso nereggiava solo di quando in quando attraverso il turbinare del nevischio. Il vento soffiava da sinistrarovesciando caparbiamente da una parte la criniera sul collo diritto e sazio di Baioe piegava tutta da un lato la sua morbida codalegata da un semplice nodo. Il lungo bavero di Nikitail quale sedeva dalla parte del ventoera premuto contro la sua guancia e il suo naso.

"Con tutta questa neve mollenon può sfogarsi a correre sul serio" disse Vasilij Andreitchorgoglioso del suo buon cavallo.

"Una volta mi ha portato fino a Paschùtino in mezz'oralo sai?".

"Co-osa?" chiese Nikitagiacché il bavero gli aveva impedito di distinguere le parole.

"Ti sto dicendo che in mezz'ora mi ha portato fino a Paschùtino" gridò forte Vasilij Andreitch.

"Che direè un cavallo bravo questo qua!" disse Nikita.

Tacquero. Ma Vasilij Andreitch aveva voglia di parlare.

"Di' un po'e la tua padrona di casa? mi hanno detto che le hai comandato di non dar più da bere al bottaioeh?" cominciò a dire con la stessa voce di poco prima Vasilij Andreitchtalmente sicuro che per Nikita dovesse essere una cosa assai lusinghiera il poter discorrere con una persona tanto considerevole e tanto intelligente qual egli erae talmente contento di quella sua battutache non gli passò neppure per il capo che quella conversazione potesse riuscire spiacevole a Nikita.

Nikita anche stavolta non udì il suono delle paroleche il vento disperdeva.

Vasilij Andreitch ripetécon la sua voce ben chiara e fortela sua battuta riguardo al bottaio.

"AhDio sia con loroVasilij Andreitchio di queste cose qua non ne voglio proprio sapere. A me basta che quella non mi faccia del male al ragazzoe poi per il resto Dio sia con lei".

"Giusto" disse Vasilij Andreitch. "E allora che si faun cavallo te lo comprerai da qui a primavera?" ricominciòcon un nuovo argomento di conversazione.

"E come si fa a non comperarlo" rispose Nikitaripiegando il bavero del caffettano e chinandosi verso il padrone.

Adesso la conversazione gli interessavae voleva sentire bene tutte le parole.

"Il ragazzo oramai è cresciutodeve arare luiprima invece prendevano sempre qualcuno a giornata" disse.

"Allora pigliatevi il mio scodatonon ve lo faccio mica pagare tanto!" gridò Vasilij Andreitchsentendosi eccitato e perciò abbandonandosi alla sua occupazione favoritache assorbiva tutte le sue energie intellettuali - la compravendita di cavalliper lo più con imbroglio.

"Nomeglio che mi date un quindici rubliche me lo compro alla fiera" disse Nikitasapendo che lo scodato che Vasilij Andreitch voleva smerciargli valeva tutt'al più sette rublie che Vasilij Andreitchse gli avesse ceduto quel cavallogliel'avrebbe messo almeno a venticinqueil che voleva dire che per sei mesi Nikita non avrebbe più visto un soldo da lui.

"E' un buon cavallo! Ahti augurerei d'averlocome lo augurerei a me stesso. E bada che te lo dico in coscienzacon la mano sul cuore. Brechunòv non ha mai fatto torto a nessuno. Piuttosto ci rimetto di mioma non sono mica come gli altriah no. Sul mio onore ti sto parlando" gridò con quella sua voce con cui di solito metteva a tacere i suoi venditori e compratori. "E' un cavallo veroquello!".

"Ah sìsicuro" disse Nikita con un sospiroe convintosi che ormai non vi fosse più nulla da ascoltarelasciò andare il baveroche subito gli nascose l'orecchio e il viso.

Per una mezz'ora viaggiarono in silenzio. Il vento pungeva a Nikita il fianco e il braccionei punti in cui la pelliccia era sdrucita.

Lui si stringeva tuttoalitava nel bavero che gli copriva la boccae non sentiva freddo al corpo.

"Allora che ne dicipassiamo da Karamýschevo oppure andiamo dritti?" domandò Vasilij Andreitch.

La strada che passava da Karamýschevo era più battuta e aveva paracarri buoniin doppia filama era anche più lunga. Ad andar dritti era più brevema era una strada da cui passavano pochie di paracarri o non ce n'erano o ce n'erano di scadentidi certo già ricoperti dalla neve.

Nikita pensò per qualche istante.

"A passare da Karamýschevo si allungama si viaggia meglio" disse.

"Sìma anche ad andar diritti basta non uscire di strada finché si corre lungo il burronee poi c'è il bosco e si va tranquilli" disse Vasilij Andreitchche voleva andare diritto.

"Fate come volete" disse Nikitae di nuovo lasciò andare il bavero.

Vasilij Andreitch fece appunto così edopo aver percorso una mezza "versta"in un punto in cui ondeggiavano al vento gli alti rami d'una querciacon qualche foglia che qua e là vi era rimasta ancora attaccatasvoltò a sinistra. Dopo la svolta il vento gli soffiava quasi contro. E per di più aveva cominciato a cadere una neve fine fine. Vasilij Andreitch guidavagonfiava le guance e si soffiava il fiato sui baffi. Nikita sonnecchiava.

Viaggiarono così per una decina di minuti. A un tratto Vasilij Andreitch cominciò a dire qualcosa.

"Co-ome?" domandò Nikita aprendo gli occhi.

Vasilij Andreitch non rispose e si incurvò girandosi a guardare indietro e poi guardò avantioltre il cavallo. Il cavallotutto increspato di sudore sull'inguine e sul colloandava al passo.

"Co-om'è che hai detto?" ripeté Nikita.

"Co-omeco-ome!" lo scimmiottò Vasilij Andreitchirritato. "Non si vedono più i paracarri! Mi sa che ci siamo perduti!" "Allora fermache do un'occhiata io" disse Nikita ebalzato giù agilmente dalla slitta e preso lo "knut" da sotto la pagliasi incamminò verso sinistradalla parte dove stava seduto.

La neve quell'anno non era profondasicché la strada era ovunque visibilee tuttavia qua e là arrivava anche fino al ginocchioe riempiva gli stivali di Nikita. Nikita camminavatastava il terreno con i piedi e con lo "knut"ma la strada non c'era più da nessuna parte.

"Allora?" disse Vasilij Andreitchquando Nikita tornò verso la slitta.

"Da questa parte non ce n'èdi strada. Bisogna vedere un po' dall'altra parte".

Nikita andò anche da quella partesi avvicinò a qualcosa che nereggiava: ed era terrache il vento aveva spazzato dai nudi campi invernali spargendola sopra la nevea tingerla di nero.

Dopo aver camminato per un po' anche a destraNikita tornò alla slittasi scrollò di dosso la nevene vuotò gli stivali e si sedette nella slitta.

"A destra bisogna andare" disse in tono deciso. "Prima il vento mi batteva sul fianco sinistroe adesso mi arriva dritto sul muso.

Dàia destra!" dissecon decisione.

Vasilij Andreitch gli obbedì e prese a destra. Ma di strada continuava a non essercene. Proseguirono così per diversi minuti.

Il vento non diminuivae c'era anche quella neve fine.

"QuaVasilij Andreitchmi sa che ci siamo proprio perduti" disse a un tratto Nikitaquasi con soddisfazione. "E quella che roba è?" disse poiindicando un nero fusto di patatache spuntava dalla neve.

Vasilij Andreitch fermò il cavalloche era già fradicio di sudore e muoveva pesantemente i tondi fianchinel respiro.

"Allorache roba è?" domandò Vasilij Andreitch.

"E' che siamo sui campi di Zachàrovka. Ma guarda un po' dove siamo finiti!".

"Balle!" gli fece eco Vasilij Andreitch.

"NoVasilij Andreitchdico la verità" disse Nikitalo si sente anche dal rumore della slitta, che siamo su un campo di patate; eccoli là, i mucchi, li han portati là i fusti. E' il campo di patate di Zachàrovka.

"Ma guarda un po' dove siamo finiti!" disse Vasilij Andreitch. "E adesso come facciamo?".

"Adesso andiamo dirittoecco tuttoe da qualche parte usciremo" disse Nikita. "Se non sarà alla Zachàrovkasarà alla fattoria del 'barin'".

Vasilij Andreitch obbedì e lasciò andare il cavallo dove comandava Nikita. Avanzarono così per un tempo piuttosto lungo. Ogni tanto attraversavano dei tratti nudiverdie la slitta rumoreggiava su spuntoni di terra gelata. Ogni tanto attraversavano stoppieora invernaliora primaverilisu cui si vedevano spuntaredalla nevesteli di assenzio e di paglia che ondeggiavano al vento; oppure entravano in una neve profonda e d'un bianco dappertutto uniformeal di sopra della quale non si scorgeva più nulla.

La neve scendevae di tanto in tanto veniva anche dal bassosollevata dal vento. Il cavallo era evidentemente sfinitoera tutto increspato di sudore e di brina e andava al passo. A un tratto caddee rimase accosciato in un borro o in un fosso.

Vasilij Andreitch voleva fermarema Nikita gli gridò: "Cosa lo tieni? Se ci siamo entrati dentro bisogna che ne usciamo. Dàibello! dài! dàicaro!" cominciò a gridare al cavallocon voce allegrabalzando giù dalla slitta e affondando anche lui nel fosso.

Il cavallo si slanciò in avanti e subito risalì su un terrapieno gelato. Evidentemente si trattava proprio di un fossoscavato in quel punto.

"Ma dov'è che siamo?" disse Vasilij Andreitch.

"Adesso lo sapremo!" rispose Nikita. "Continua ad andareda qualche parte dovremo pur sbucare".

"Ma quello là non è mica il bosco di Gorjàtchkino?" disse Vasilij Andreitchindicando qualcosa di nero che si mostrava frammezzo alla neve dinanzi a loro.

"Adesso ci andiamo e vedremo che bosco è" disse Nikita.

Nikita aveva visto che da quel qualcosa di nero volavano nel vento foglie seccheallungatedi salicee da ciò aveva capito che non era un boscoma una casama non voleva dirlo. E infattinon avevano ancora percorso una decina di "sàgieni" da quel fossoche dinanzi a loro si profilarono forme indubbie di alberie si udì un suono nuovouggioso. Nikita aveva visto giusto: non era un boscoma una fila di alti salici con foglie che svolazzavano ancora qua e là. I salicievidentementeerano piantati lungo il fosso di un'aia. Avvicinatosi ai salici che ululavano uggiosi al ventoil cavallo si sollevò a un tratto con le gambe anteriori più in alto della slittasi arrampicò anche con quelle posteriori su un'alturapoi girò a sinistra e smise di affondare nella neve fino al ginocchio. Erano sulla strada.

"Eccoci arrivati" disse Nikitae non sappiamo dove.

Il cavallosenza esitaresi avviò lungo la strada innevatae non vi avevano percorso una quarantina di "sàgieni" che cominciò a nereggiare la striscia diritta della staccionata di un'aiasotto un tetto ricoperto da uno spesso strato di nevedal quale la neve continuava a spargersi giù incessante. Oltrepassata l'aiala strada svoltò in direzione del ventoe la slitta si ritrovò in un alto cumulo di neve. Ma più oltre si scorgeva uno stretto vicolo tra due casedimodoché quel cumulo di neve doveva averlo formato il vento proprio in mezzo alla stradae dunque bisognava attraversarlo. E infattiattraversato che ebbero quel cumulosbucarono su una via. Accanto al primo cortile sventolavano disperatamente al vento capi di biancheria stesi ad asciugare su una cordae già congelati: camicieuna rossauna biancacalzonipezze da piedi e una gonna. La camicia bianca si dibatteva con particolare disperazioneagitando le maniche.

"Ve'che 'baba' pigrao magari sta morendose non ha ritirato la biancheria in un giorno di festa" disse Nikitaguardando le camicie che ondeggiavano.

 

 

 

3.

 

All'inizio della via c'era ancora molto ventoe perciò la strada era ben visibile; ma nel mezzo del villaggio tutto divenne silenziosocaldo e allegro. In un cortile c'era un cane che abbaiava; in un altro cortile videro una "baba"che coprendosi fin sopra la testa con la pelliccia corse a infilarsi nella porta dell'"isbà"e si fermò sulla sogliaper osservare da lì i nuovi arrivati. Dal centro del villaggio arrivava un'eco di canti di fanciulle.

Nel villaggio pareva che ventoneve e gelo fossero d'un tratto scemati.

"Ma questo qua è Grìschkino" disse Vasilij Andreitch.

"Proprio" rispose Nikita.

E infatti era Grìschkino. Era andata così: che avevano deviato a sinistra e avevano percorso almeno otto verste in una direzione del tutto diversa da quella che bisognavaeppure si erano avvicinati alla loro meta. Da Gorjàtchkino a Grìschkino c'erano cinque "verste".

Al centro del villaggio si imbatterono in un uomo molto altoche camminava nel mezzo della via.

"E voi chi siete?" gridò costuifermando il loro cavalloericonosciuto subito Vasilij Andreitchafferrò la stanga e tenendovisi stretto arrivò fino alla slitta e si sedette a cassetta.

Era un conoscente di Vasilij Andreitchil "mugik" Isàjben noto nella regione per essere il peggiore di tutti i ladri di cavalli.

"Ah! Vasilij Andreitch! Dov'è che vi porta Iddio?" disse Isàjavvolgendo Nikita con l'odore della vodka che aveva bevuto.

"Ehdovevamo andare a Gorjàtchkino".

"E guarda un po' dove siete andati a finire! Dovevate prendere per Malàchovo".

"Dovevamo sìma non l'abbiamo imbroccata" disse Vasilij Andreitchfermando il cavallo.

"Bello questo cavallino qua" disse Isàjosservando il cavallo e tendendoglisotto l'ultima vertebracon un gesto a lui consuetoil nodo della folta codache si era allentato.

"E adesso che faretepassate qua la notte?".

"Eh nofratellodobbiamo proprio proseguire".

"Se bisogna bisogna. E questo qua di chi è? Ah! Nikita Stepanytch!".

"E chi sennò?" rispose Nikita. "Dicci un po'anima buonacome facciamo adesso a non perderci un'altra volta?".

"E come fate a perdervi! Svolta indietrova' diritto per la via e poi appena esci continua ad andare sempre diritto. Non prendere a sinistra. Poi quando sbuchi sulla strada maestragira a destra".

"E dalla strada maestra dov'è che bisogna svoltare? A estate o a inverno?" domandò Nikita.

"A inverno. Adesso appena sbuchi qua fuori trovi dei cespuglie proprio dirimpetto ai cespugli c'è un paracarro grossodi legno di querciatutto arricciato: e lì svolti".

Vasilij Andreitch fece voltare indietro il cavallo e si avviaronopassando dinanzi alle case.

"Ma fareste meglio a passarla qua la notte!" gridò alle loro spalle Isàj.

Ma Vasilij Andreitch non gli rispose e continuò a toccare il cavallo con le redini; cinque verste di strada pianadelle quali due attraverso la forestaparevano facili a percorrersitanto più che il vento s'era quasi calmato e anche la neve era cessata.

Ripercorsero la viasul letame fresco spianato che nereggiava qua e làe ripassarono dinanzi al cortile con la biancheria stesadove la camicia stava ormai strappandosi dalla corda e vi rimaneva appesa soltanto per una manica congelata. Uscirono di nuovo verso i salici che ululavano terribilmentee di nuovo si vennero a trovare nel campo aperto. La tormenta non soltanto non si era placatama sembrava addirittura essersi fatta più forte. Tutta la strada era affondata nella nevee si poteva sapere se ci si era già persi o no soltanto guardando i paracarri. Ma anche i paracarri era difficile tenerli d'occhio sempreperché il vento soffiava contro.

Vasilij Andreitch socchiudeva gli occhipiegava la testa e si sforzava di distinguere i paracarrima per lo più lasciava che fosse il cavallo a guidareperché si fidava di lui. E in realtà il cavallo non perdeva la stradae andavavoltando ora a destra ora a sinistra secondo le curve della stradache lui sentiva sotto gli zoccolisicchémalgrado la neve che veniva giù più fitta e il vento che si era rafforzatoi paracarri continuavano a ricomparireora a destra e ora a sinistra.

Cosi andarono per una decina di minutiquando a un tratto proprio dinanzi al cavallo si scorse qualcosa di neroche si muoveva nella rete obliqua della neve incalzata dal vento. Era gente che andava nella loro stessa direzione. Baio li aveva già raggiunti e batteva già con le zampe contro il sedile della slitta che viaggiava dinanzi a lui.

"Passa... a-a-a... Va' davanti!" gridarono dalla slitta.

Vasilij Andreitch cominciò a sorpassarli. Nella slitta sedevano tre "mugiki" e una "baba". Erano evidentemente degli ospiti che rincasavano da una festa. Un "mugik" fustigava con una verga il didietro cosparso di neve della sua cavallina. Gli altri dueagitando le bracciagridavano qualcosa sul sedile anteriore. La "baba"tutta imbacuccatae tutta cosparsa di nevesedeva immobilecupain fondo alla slitta.

"Voi di chi siete?" gridò Vasilij Andreitch.

"Di A-a-a...!" si udì soltanto.

"Di chi siete vi ho chiesto!".

"Di A-a-a...!" gridò con tutte le sue forze uno dei "mugiki"e ciononostante non si riuscì a distinguere la sua risposta.

"Corri! Non cedergli!" gridava l'altrocontinuando a martellare la cavallina.

"Venite da una festaeh?" "Vaivai! CorriSemka! Sorpassali! Corri!" Le slitte cozzarono l'una contro l'altra con i respingentifurono sul punto di agganciarsipoi si sganciaronoe la slitta dei "mugiki" cominciò a rimanere indietro.

La cavallina villosatutta cosparsa di nevepanciutarespirando pesantemente sotto la "dugà" bassacercando con tutte le forze che le restavano di sfuggire alla verga che la colpivaarrancava con le sue corte gambette nella neve altaspingendola dietro di sé. Il musoevidentemente giovanecon il labbro inferiore sporgente come quello dei pescicon le narici allargate e le orecchie abbassate per la pauraresse per qualche secondo accanto alla spalla di Nikitapoi cominciò a rimanere indietro.

"Guarda un po' cosa fa la vodka alla gente" disse Nikita. "L'hanno proprio conciata bene quella cavallina. Che razza di asiatici!".

Per alcuni minuti continuarono a udirsi l'ansimare delle narici della cavallina martoriata e le grida ubriache dei mugikipoi gli ansimi tacqueroe poi tacquero anche le grida. E di nuovo non si udì più nulla all'intornoeccetto il vento che fischiava accanto alle orecchie e di tanto in tanto il debole scricchiolio dei pattini sui tratti da cui il vento aveva spazzato via la neve.

Questo incontro rallegrò e rinfrancò Vasilij Andreitched egli incitò il cavallo con più vigoresenza badare più ai paracarriaffidandosi al cavallo. Nikita non aveva nulla da faree come sempre quando veniva a trovarsi in tale condizione si assopìper recuperare le molte ore di sonno perdute in passato.

A un tratto il cavallo si fermòe Nikita si trovò quasi a caderecon il naso in avanti.

"Ma qua stiamo andando ancora fuori strada" disse Vasilij Andreitch.

"Perché?".

"E guardai paracarri non si vedono più. Mi sa che ci siamo persi un'altra volta".

"Se abbiamo perso la strada bisogna cercarla" disse brevemente Nikitasi alzò e scese nella nevee prese a camminarvi con facilitàcon i suoi piedi storti all'indentro.

Camminò a lungo nella nevescomparendo alla vistaricomparendo di nuovo e poi di nuovo scomparendoe finalmente tornò.

"Non ce n'è qua di stradaforse più avanti ce ne sarà" dissesedendosi nella slitta.

Ormai stava visibilmente facendo buio. La tormenta non aumentavama nemmeno diminuiva.

"Si riuscisse a sentire almeno quei mugiki" disse Vasilij Andreitch.

"Giànon ci hanno raggiuntisi vede che abbiamo deviato di tanto. O forse si sono persi anche loro" disse Nikita.

"E adesso da che parte si va?" disse Vasilij Andreitch.

"Ehadesso bisogna lasciar fare al cavallo" disse Nikita. "Ci porterà lui. Da' qua le redini".

Vasilij Andreitch cedette le redinitanto più volentieri in quanto ché le mani stavano cominciando a intirizzirglisimalgrado i caldi guanti.

Nikita prese le redini e le tenne soltantocercando di non muoverlerallegrandosi dell'intelligenza del suo prediletto.

Infatti l'intelligente cavallovolgendo ora da una parte ora dall'altra ora l'uno ora l'altro orecchiocominciò a voltare.

"L'importante è non parlare!" intimava Nikita. "Guarda come fa!

Vaivai che lo sai! Cosìcosì".

Il vento cominciò a soffiare alle spallecominciò a far meno freddo.

"Altroché se è intelligente" Nikita continuava a rallegrarsi del cavallo. "Il nostro kirghisino è forte ma è stupido. Questo inveceguarda cosa fa con le orecchie. Non ha bisogno di nessun telegrafolui sente tutto anche lontano una 'versta'".

E non passò mezz'orache dinanzi a loro cominciò in effetti a nereggiare qualcosa: forse un boscoforse un villaggioe sulla destra tornarono a comparire i paracarri. Evidentemente erano ritornati sulla strada.

"Ma è ancora Grischkino" disse a un tratto Nikita.

Infattiadesso alla loro sinistra c'era di nuovo quella stessa aiacon la tettoia da cui il vento soffiava via la nevee persino quella stessa corda con la biancheria congelatacon le camicie e i pantaloni che continuavano a sventolare nello stesso modo disperato.

Di nuovo entrarono nella viadi nuovo l'aria divenne silenziosacaldaallegradi nuovo si vide la strada piena di letamedi nuovo si udirono vocicantidi nuovo abbaiò un cane. S'era già fatto talmente buioche in alcune finestre si erano accese le luci.

In mezzo alla strada Vasilij Andreitch voltò il cavallo verso una casa grandecon due costruzioni di mattoni sul retroe fermò dinanzi al ballatoio.

Nikita si accostò a una finestra illuminata e ingombra di nevealla cui luce scintillava il pulviscolo svolazzantee bussò ai vetri con lo "knut".

"Chi è là?" rispose una voce al richiamo di Nikita.

"I Brechunòvbrav'uomoda Krestý" rispose Nikita. "Esci un momento!".

La figura si allontanò dalla finestrae due minuti dopo udirono che la porta del vestibolo si aprivacon un rumore come di legno che si scollae poi il colpo del paletto della porta esternaetrattenendo la porta contro il ventosi sporse un alto e vecchio "mugik" con la barba bianca e con una mezzapelliccia gettata sopra una bianca camicia da giorno di festae dietro a lui un ragazzo in camicia rossa e in stivali di cuoio.

"Sei tuAndreitch?" disse il vecchio.

"Ecco quaci siamo smarritifratello" disse Vasilij Andreitchvolevamo andare a Gorjàtchkino, e siamo capitati qua da voi.

Siamo ripartiti, e ci siamo persi di nuovo.

"Ma guarda come si sono imbrogliati" disse il vecchio.

"Petruschkava' ad aprire il portone!" disse rivolto al ragazzo in camicia rossa.

"Questo si può fare" rispose il ragazzo con voce allegrae corse nel vestibolo.

"Ehfratellomica siamo venuti a pernottare" disse Vasilij Andreitch.

"E dove volete andare adesso: se è notte si va a dormireno?".

"Ahsarei ben contento di dormire quama bisogna che ripartiamo.

Affarifratellonon possiamo proprio".

"Be'scaldati un po' almenoqua avevamo appena preparato il samovàr" disse il vecchio.

"Scaldarsi un po' si può" disse Vasilij Andreitchtanto, più buio di così non farà, e anzi se spunterà la luna si rischiarerà un po'. Che si fa, Mikìt, entriamo un momento a scaldarci?.

"Be'che direscaldarsi un po' si può sempre" disse Nikitache era molto infreddolito e aveva una gran voglia di sgranchirsi un po' al caldo le membra intirizzite.

Vasilij Andreitch entrò con il vecchio nell'"isbà"e intanto Nikita portò la slitta nel portone che Petruschka gli aveva aperto esu ordine di costuiportò il cavallo sotto la tettoia della rimessa. Nella rimessa c'era un alto strato di letamee l'alta "dugà" urtò un posatoio. Le gallineche si erano già sistemate sul posatoio per la notteinsieme al gallochiocciarono qualcosa con aria di malcontentoe si mosseroartigliando con le zampe il posatoio. Le pecoreallarmatepestando gli zoccoli sul concime gelatoSi mossero bruscamente tutte da una parte. Il canestrillando disperatamentecon spavento e collera da cucciolo si abbandonò a un profluvio di ululati all'indirizzo dell'estraneo.

Nikita parlò con tutti: si scusò con le gallinele tranquillizzò promettendo loro che non le avrebbe più disturbaterimproverò le pecore perché si spaventavano senza saper neanche loro di chee cercò a lungo di fare appello alla coscienza del cagnolinomentre intanto legava il cavallo.

"Eccocosì andrà proprio bene" dissescrollandosi di dosso la neve con il palmo delle mani. "Ve'ma come ti ci sei messotu!" aggiunse rivolto al cane. "Ma adesso bastadài! Bastastupidobasta così. Spaventi soltanto te stessoa far così" diceva. "Non sono mica un ladrosono un amico...".

"Questicome si dicesono i tre consiglieri della casa" disse il ragazzospingendo sotto la tettoiacon braccia fortila slitta che era rimasta fuori.

"Cioè come sarebbeconsiglieri?" disse Nikita.

"Sta scritto così nel Paul'sòn: il ladro s'avvicina quatto quatto alla casae il cane abbaia: e vuol dire: sunon dormireguarda qua. Il gallo canta: e vuol dire: alzati. Il gatto si lava: e vuol dire che sta arrivando un ospite graditoe bisogna prepararsi ad accoglierlo" disse il ragazzo sorridendo.

Petruschka sapeva leggere e scriveree conosceva quasi a memoria il suo unico libroil Paul'sòne gli piaceva assaispecialmente quando aveva bevuto un pococome appunto quel giornocitarne sentenze che gli pareva facessero al caso.

"Proprio vero" disse Nikita.

"Ne devi aver preso di freddoehzietto?" aggiunse Petruschka.

"Be'un po' sì" disse Nikitae attraversarono il cortile e il vestiboloed entrarono nell'"isbà".

 

 

 

4.

 

La casa in cui si era fermato Vasilij Andreitch era una delle più ricche del villaggio. La famiglia aveva cinque lotti e in più prendeva altra terra in affitto. Di cavalli ne aveva seitre mucchedue vitellonie una ventina di pecore. E la famiglia era di ventidue anime: quattro figli sposatisei nipotidi cui soltanto Petruschka era sposatodue pronipotitre orfani e quattro nuore con i loro bambini. Era una di quelle rare famiglie rimaste ancora indivise; ma anche lì la discordia stava già compiendo il suo segreto lavorìoche era incominciatocome sempre avvienetra le "babe"e che avrebbe ben presto portato inevitabilmente a una divisione. Due dei figli vivevano a Moscadov'erano acquaiolie un altro faceva il soldato. A casa vi erano adesso il vecchiola vecchiail secondo figlioche era il vero padrone di casae il figlio maggiorevenuto da Mosca per la festae tutte le "babe" e i bambini; oltre alla gente di casav'era pure un vicinoospitee il compare.

Nell'"isbà"sopra al tavolo era appesa una lampadacol disco metallico del paralumee ne calava una luce vivida sul vasellame del tèsulla bottiglia di vodkasugli antipasti e sui muri di mattoniche nell'angolo bello erano ricoperti di icone etutt'intorno a quell'angoloda quadri. A capotavola sedevacon indosso la sua mezzapelliccia neraVasilij Andreitchintento a succhiare i suoi baffi gelati e a osservare con i suoi occhi sporgentida sparvierole persone che gli stavano attorno nell'"isbà". Oltre a Vasilij Andreitchsedeva a tavola il vecchio capofamigliacalvo e con una barba biancae con indosso una camicia bianca tessuta in casa; accanto a luivestito d'una camicia finad'indianavigoroso di schiena e di spallec'era il figlio venuto da Mosca per la festae poi c'era l'altro figliolargo anche lui di spalleil fratello maggioreche faceva da capofamigliae un "mugik" dai capelli fulvimagrolino- il vicino di casa.

I "mugiki" avevano bevuto della vodka e ci avevano mangiato su qualcosa; ora stavano per bere il tèe il samovàr fischiava giàsul pavimentoaccanto alla stufa. Sui soppalchi e sulla stufa si vedevano dei ragazzi. Su una panca sedeva una "baba" china su una culla. La vecchia padrona di casacon il viso ricoperto di piccole rughe che andavano in tutte le direzioni e che le segnavano persino le labbrafaceva gli onori di casa a Vasilij Andreitch.

Quando Nikita entrò nell'"isbà"la padrona stava appunto porgendo all'ospite un bicchiere di vetro grossoche aveva appena riempito di vodka.

"Non ci far tortoVasilij Andreitchnon puoi dire di nobisogna augurar buona festa" diceva. "Bevicaro".

La vista e l'odore della vodkae specialmente adessodopo che s'era tanto intirizzito e sfinito là fuoriturbarono profondamente Nikita. Si accigliò escossa via la neve dal berretto e dal caffettanosi mise dinanzi alle icone ecome se non avesse visto nessuno lì in casasi segnò e si inchinò tre voltepoivolgendosi verso il vecchio padrone di casasi inchinò dapprima a luipoi a tutti quelli che erano a tavolapoi alle "babe"che erano in piedi accanto alla stufaesussurrando: "Buona festa" cominciò a svestirsisenza mai guardare il tavolo.

"Be'ti sei ben infarinato di brinaehzio" disse il fratello maggioreguardando la neve che copriva con uno strato leggerocome di piumeil visogli occhi e la barba di Nikita.

Nikita si tolse il caffettanolo scosse di nuovolo appese alla stufa e si avvicinò alla tavola. Anche a lui offrirono della vodka. Per un minuto si sentì tormentosamente combattuto: per poco non prese davvero il bicchierinoper trangugiarne il liquido luminoso e profumato; ma gettò un'occhiata a Vasilij Andreitche si ricordò del proprio votosi ricordò degli stivali che si era bevutisi ricordò del bottaiosi ricordò del suo ragazzoa cui aveva promesso di comprare un cavallo entro primaverasospirò e rifiutò.

"Non bevoumilmente ringrazio" disseaccigliandosie si sedette su una panca vicino alla seconda finestra.

"Ma come?" disse il fratello maggiore.

"Se non bevo vuol dire che non bevo" disse Nikitasenza alzare gli occhie sbirciando verso i propri baffi e la propria barba floscie sgelandone i ghiaccioli.

"Non gli fa benea lui" disse Vasilij Andreitchmasticando una ciambella salata sopra il bicchiere che aveva appena vuotato.

"Be'allora una tazzina di tè" disse la vecchiaaffettuosa.

"Vedo che ti sei tutto intirizzitocaro il mio ragazzo. Alloravoi "babe"quanto tempo ci mettete con questo samovàr?".

"E' pronto" disse la più giovane easciugato con il lembo d'una tendina il samovàr copertoche bolliva oramailo trascinò con fatica fino alla tavolalo sollevò e ve lo mise sopracon un rumore sordo.

Frattanto Vasilij Andreitch stava raccontando di come si erano perdutidi come erano tornati per due volte nello stesso villaggiodi come avevano vagato nella nevee dell'incontro con gli ubriachi. I padroni si stupivanospiegavano dove e perché avessero perduto la strada e chi fossero gli ubriachi che avevano incontratoe insegnavano come bisognava fare per arrivare dove dovevano.

"Da qua fino alla Moltchànovka ci saprebbe arrivare anche un bambino piccolol'unica cosa da stare attenti è quando svoltare dalla strada maestra: al cespugliolì bisogna. Voi invece non ci siete riuscitiad arrivarci!" diceva il vicino.

"Però dovreste proprio dormire quasapete. Le "babe" vi preparerebbero subito il letto" insisteva la vecchina.

"Ah sìse partiste domattina sarebbe proprio una cosa buonissimasarebbe" confermava il vecchio.

"Ehma non si puòfratello: gli affari!" disse Vasilij Andreitch. "Se perdi un'ora poi non ti basta un anno per recuperarla" aggiunsepensando al boschetto e ai mercantiche potevano soffiargli quell'acquisto. "Sicchési va?" disse rivolgendosi a Nikita.

"Purché non ci si perda un'altra volta" disse luicupo.

Nikita era cupo perché aveva un gran desiderio di vodkae l'unica cosa che poteva soffocare quel suo desiderio era il tèe il tè non gliel'avevano ancora versato.

"Ma sìl'importante è arrivare fino a quella svolta làe poi non ci si perde piùno? Poi si va per il bosco fino al paese" disse Vasilij Andreitch.

"Come volete voiVasilij Andreitch; se bisogna andare si va" disse Nikitaprendendo il bicchiere di tè che gli stavano porgendo.

"Ci beviamo un bel tèe poi marsch".

Nikita non disse nullasi limitò a scuotere il capo eversato con cautela il tè su un piattinocominciò a scaldarsi le mani al vapore che ne salivapiegandovi sopra le ditache eran sempre gonfie per il molto lavoro. Poimessosi in bocca un minuscolo pezzetto di zuccherosi inchinò ai padroni e disse:

"Alla salute vostra" e ingoiò il liquido che lo scaldava.

"Magari ci potrebbe accompagnare qualcuno fino alla svolta" disse Vasilij Andreitch.

"E perché nosi può" disse il figlio maggiore. "Petruschka attaccherà un cavallo e vi accompagnerà fino alla svolta".

"Ahallora attaccaattaccafratello! E io ti ringrazierò".

"Ehma che dicicaro!" disse la vecchina affettuosa. "Noi siamo contenti con tutta l'animadi farlo".

"Petruschkava' ad attaccare la cavalla" disse il fratello maggiore.

"Questo si può" disse Petruschkasorridendoe subitostrappato il berretto dal chiodocorse ad attaccare.

Mentre si attaccava il cavallola conversazione tornò là dove si era fermata quando Vasilij Andreitch era venuto alla finestra. Il vecchio si stava lagnando con il suo vicinoche era lo "stàrosta"perché il terzo figlio non gli aveva mandato niente per la festae alla moglie aveva mandato un fazzoletto francese.

"Ehi giovani ti scappano di mano" diceva il vecchio.

"Altroché se ti scappano" disse il comparee non c'è niente da fare! Si son fatti talmente intelligenti. Guarda Demotchkin, che niente niente gli ha spezzato il braccio, a suo padre. Si vede che è l'intelligenza che gli fa fare queste cose qua, ai giovani.

Nikita ascoltava con attenzioneosservava attentamente i volti eevidentementevoleva lui pure prender parte alla conversazionema era tutto preso dal tè e si limitava ad annuire con aria di approvazione. Beveva un bicchiere dopo l'altroe sentiva sempre più caldoe si sentiva sempre meglio. La conversazione continuò poi a lungoe sempre sul medesimo puntosul danno che provocano le separazioni; e la conversazioneevidentementenon era astrattama si trattava della separazione di quella famiglia- della separazione per la quale aveva già tanto insistito il secondo figlioche sedeva lì e ora taceva con aria burbera.

Evidentementequello era il punto dolentee questa questione occupava tutte le persone della casacheper un senso di riguardo verso i due nuovi venutinon discutevano in quel momento il loro caso particolare. Solo alla fineil vecchio non resistette e con il pianto nella voce cominciò a dire che lui non avrebbe permesso mai che gli si dividesse la casamai finché avesse avuto vitae che la casa l'aveva per grazia di Dioche a dividerlapoi sarebbero dovuti andar via tutti quanti a mendicare.

"Propriocome i Matveev" disse il vicino. "Avevano una casa proprio come si devee poi l'han divisa: e adesso non ha più niente nessuno".

"E' così che vuoi anche tu".

Il figlio non rispose nullae si ebbe un silenzio imbarazzatointerrotto da Petruschkache aveva già attaccato il cavallo ed era rientrato nell'"isbà" da qualche minutoe sorrideva sempre.

"Eccoc'è una fiaba nel Paul'sòn" disse. "Un genitore aveva dato ai figli una scopache la rompessero. A romperla così com'era non ci riuscironoma poi presero rametto per rametto e fu facilissimo. Cosi anche qui" dissesorridendo con tutta quanta la bocca. "E giù è pronto!" aggiunse.

"Be'se è pronto si va" disse Vasilij Andreitch. "E riguardo alla divisionetunonnonon mollareeh. Tu hai messo su la baraccae tu sei il padrone. Va' dal giudice di pacepiuttosto. E lui ti dirà come si deve fare".

"Ma quello lì si impuntasi impunta" continuava a dire il vecchio con voce piagnucolosanon ci si riesce a mettersi d'accordo, con lui. Gli è proprio entrato dentro Satana, ecco com'è!.

Nikita nel frattempobevuto che ebbe il quinto bicchiere di tènon lo rimise sulla tavola capovoltoma lo mise su un fiancosperando che gliene versassero anche un sesto. Ma di acqua nel samovàr non ce n'era già piùe la padrona non gliene versò un altroe poi Vasilij Andreitch aveva già cominciato a vestirsi.

Non c'era nulla da fare. Anche Nikita si alzòrimise nella zuccheriera il suo pezzetto di zucchero mordicchiato da tutte le partiasciugò con un lembo della camicia il viso madido di sudore e andò a infilarsi il suo soprabito.

Vestitosiinspirò profondamente eringraziati i padroni e congedatosiuscì dalla stanza calda e luminosapassò nel buio ingressofreddopieno dei sibili del vento che vi irrompeva e ingombro della neve penetrata dalla fessura della porta tremolantee di là usci nel buio cortile.

Petruschkacon indosso la pellicciastava con il suo cavallo in mezzo al cortile e recitavasorridendodei versi del Paul'sòn.

Diceva: "La bufera copre il cielocorre il turbine di neveululando come un luposinghiozzando come un bimbo".

Nikita annuì con approvazione e districò le redini.

Il vecchioche s'era alzato per accompagnare Vasilij Andreitchportò una lanterna nell'ingresso e voleva fargli lucema la lanterna fu subito spenta dal vento. E perfino al chiuso del cortile ci si accorgeva che la tormenta di neve stava infuriando ancora più forte di prima.

"Ma guarda che tempaccio" pensò Vasilij Andreitche magari è vero che non ce la si fa ad arrivare, ma fermarsi non si può: gli affari! E poi mi son già vestito, e anche la cavalla del padrone, qua, è già attaccata. Ma arriveremo, sì, Dio ce lo concederà!.

Il vecchio padrone pensava lui pure che non bisognasse partirema aveva già provato a convincerli a restaree non l'avevano ascoltato. Non aveva altro da chiedere. "Forse ho di queste paure qua perché sono vecchioe loro invece arriveranno benone" pensava. "Be'perlomeno non andremo a letto tardi. Senza tante chiacchieresenza tanto daffare...".

Petruschka invece non ci pensava nemmenoal pericolo: conosceva tanto bene la strada e tutti i dintornie in più anche quella poesiola del "corre il turbine di neve"che lo rinfrancavaperché esprimeva alla perfezione quel che stava avvenendo nel cortile. Quanto a Nikitanon aveva nessuna voglia di andarema da tanto tempo ormai si era abituato a non avere una volontà propria e a servire gli altri. Dimodoché nessuno li tratteneva dal partire.

 

 

 

5.

 

Vasilij Andreitch andò verso la slittafaticandonel buioa distinguere dove essa fossevi salìe prese le redini.

"Va' davanti!" gridò.

Petruschkache stava in ginocchio sulla sua slitta piccola e largalanciò la cavalla. Baioche già da tempo nitrivasentendo la cavalla dinanzi a séle si lanciò dietroe uscirono sulla via. Ancora una volta attraversarono quel villaggio prendendo per la stessa strada di primae passando vicino a quello stesso cortile con la biancheria gelata appesa alla cordache adesso non si vedeva piùe poi accanto a quella stessa rimessache adesso era già ricoperta di neve fin quasi al tetto e dalla quale continuava a spargersi giù neve infinita; e poi accanto a quegli stessi salici che rumoreggiavano cupamentefischiando e piegandosie di nuovo si avviarono in un mare di nevein cui la tempesta infuriava dall'alto come dal basso. Il vento era tanto forte che quando batteva di fiancoe i viaggiatori vi facevano velafaceva sbandare le slitte e sospingeva il cavallo verso il ciglio della strada. Petruschka andava davantiportato dal trotto ciondolante della sua brava cavallae di tanto in tanto mandava qualche grido vivace. Baio si sforzava di raggiungerla. Andarono così per una decina di minutipoi Petruschka si voltò e gridò qualcosa. Né Vasilij Andreitchné Nikita sentironoper via del ventoma intuirono di essere giunti alla svolta. E infatti Petruschka voltò a destrae il ventoche prima batteva di fiancoriprese a soffiare incontro a loroe a destratra la nevesi vide qualcosa di nero. Era il piccolo cespuglio che segnava la svolta.

"Be'andate con Dio!".

"GraziePetruschka!".

"La bufera copre il cielo" gridò Petruschka e scomparve. "Visto che poeta?" disse Vasilij Andreitch e dette un colpo di redini.

"Siè un bravo giovanottoun vero 'mugik'" disse Nikita.

Proseguirono.

Nikitaavvoltosi nei suoi panni e ritratta la testa tra le spallecosì che la sua piccola barba gli poggiava sul collosedeva silenziosocercando di non perdere il tepore che aveva accumulato nell'"isbà" bevendo il tè. Dinanzi a sé vedeva le linee diritte delle stangheche incessantemente lo ingannavanosembrandogli i cigli della strada battutae il didietro ondeggiante del cavallo con la coda annodata che si piegava sempre da un lato e poi più oltre l'alta "dugà" e la testa dondolante e il collo del cavallo con la criniera che sventolava. Di quando in quando gli capitavano sotto gli occhi i paracarriper cui sapeva che per il momento la slitta stava seguendo la stradae dunque lui non aveva nulla da fare.

Vasilij Andreitch guidavalasciando al cavallo di tenersi sulla strada. Ma Baiobenché al villaggio avesse ripreso fiatocorreva di malavoglia e pareva sempre voler deviare dalla stradadimodoché Vasilij Andreitch dovette correggerlo alcune volte.

"Eccolì a destra c'è un paracarroed eccone un altroe un altro" contava tra sé e sé Vasilij Andreitched ecco che là davanti c'è il boscopensòfissando lo sguardo verso quel qualcosa che nereggiava dinanzi a lui. Ma ciò che gli era sembrato un bosco era soltanto un cespuglio. Passarono oltre quel cespugliopercorsero un'altra ventina di "sàgieni"ma il quarto paracarro non lo si videné si vide il bosco. "Adesso dovrebbe esserci il bosco" pensava Vasilij Andreitch eeccitato dalla vodka e dal tènon si fermavacontinuava a dar di redinie il docilebravo animale gli obbedivae andando ora d'ambio ora al trotto leggerocorreva là dove lo mandavanobenché sapesse che lo stavano mandando non dove bisognava ma da tutt'altra parte.

Passarono una decina di minutie il bosco non si vedeva ancora.

"Ma qua ci siamo persi un'altra volta!" disse Vasilij Andreitchfermando il cavallo.

Nikitasenza dir nullascese dalla slitta estringendosi al petto il suo soprabitoche il vento ora gli incollava addosso e ora gli apriva e gli strappava viaandò a rovistare nella neveandò da una parteandò dall'altra. Per tre volte scomparve del tutto alla vista. Finalmente tornò e prese le redini dalle mani di Vasilij Andreitch.

"A destra bisogna andare" disse in tono severo e decisovoltando il cavallo.

"Be'se è a destra va' a destra" disse Vasilij Andreitchcedendogli le redini e infilandosi le mani intirizzite nelle maniche.

Nikita non rispose.

"Be'amico miodatti da fare!" gridò al cavallo; ma il cavallononostante i colpi delle rediniandava soltanto al passo.

La neve qua e là arrivava al ginocchioe la slitta avanzava sussultando ad ogni movimento del cavallo.

Nikita prese lo "knut"che era appeso alla serpae frustò. Il buon cavallonon abituato allo "knut"si slanciò avantial trottoma subito tornò all'ambio e poi al passo. Così proseguirono per un cinque minuti. Era talmente buioe tanto era il nevischio che soffiava dall'alto e dal bassoche talvolta non si riusciva a vedere nemmeno la "dugà". A volte pareva che la slitta restasse fermae che fosse il campo a correre indietro. A un tratto il cavallo si fermò bruscamenteevidentemente sentendo dinanzi a sé qualcosa di sospetto. Nikita saltò giù di nuovoagilmentegettando le redinie andò dinanzi al cavallo per vedere perché si fosse fermato; ma non appena volle fare un passo dinanzi al cavalloi suoi piedi scivolarono e lui rotolò giù da un pendio.

"Ohohoh!" diceva a se stessocome l'avrebbe detto a un cavallo per frenarloe intanto precipitava giù cercando di fermarsima non riusciva ad aggrapparsi a nulla e si fermò soltanto quando puntò i piedi in uno spesso strato di neve accumulatosi in fondo al burrone.

Un cumulo di neve che pendeva dal ciglio del burroneallarmatosi alla caduta di Nikitagli si rovesciò addosso e gli riempi di neve il collo...

"Ma che mi combini!" disse Nikita rivolgendosi con aria di rimprovero al cumulo di neve e al burronee scotendo via la neve dal collo del caffettano.

"MikìtehiMikìt!" gridava Vasilij Andreitch dall'alto. Ma Nikita non rispondeva.

Non ne aveva il tempo: si era scosso di dosso la nevee poi aveva cercato lo "knut"che gli era caduto di mano quando era precipitato lungo quel pendio. Trovato lo "knut"cercò di arrampicarsi dritto davanti a séda dove era rotolato giùma non c'era possibilità di risalire di lì; si lasciò scivolar giù di nuovoe dovette andare tastoninel buioin cerca d'una via per ritornare di sopra. A tre "sàgieni" dal punto dove era precipitatoriuscì a faticaarrampicandosi con le gambe e le mania risalire fino in cima e poi si incamminò lungo il ciglio del burrone verso il punto dove doveva esserci il cavallo. Non vedeva né il cavallo né la slitta; ma poiché andava contro ventoprima di vederli udì le grida di Vasilij Andreitch e il nitrito di Baioche lo chiamavano.

"Arrivoarrivoche hai da gracchiare!" disse.

Soltanto quando arrivò a toccare la slittavide il cavallo e accanto Vasilij Andreitchche gli sembrò enorme.

"Ma dove diavolo sei sparito? Indietro bisogna andare. Almeno torneremo a Grischkino" comincia a rimbrottarlo il padroneirritato.

"Ahio sarei ben contento di tornarciVasilij Andreitchma da che parte si va? Qua c'è un burrone di quelli grandiche a caderci dentro non se ne esce più. Io ancora un po' e ci rimanevo".

"E chemica dovremo star fermi quano? Da qualche parte bisogna pur andare" disse Vasilij Andreitch.

Nikita non rispose nulla. Si sedette nella slitta dando le spalle al ventosi tolse gli stivali e ne scosse fuori la neve che glieli aveva riempitipoi prese un po' di paglia e ne ricopri accuratamentedall'internoun buco che aveva nello stivale sinistro.

Vasilij Andreitch tacevacome lasciando ormai a Nikita di decider tutto da solo. Rimessosi gli stivaliNikita ritrasse le gambe nella slittasi infilò di nuovo le muffoleprese le redini e fece voltare il cavallolungo il ciglio del burrone. Ma non avevano percorso nemmeno cento passiche il cavallo si impuntò di nuovo. Dinanzi aveva di nuovo il burrone.

Nikita scese di nuovoe di nuovo andò a frugare nella neve.

Camminò per un tempo piuttosto lungo. E finalmente ricomparve dalla parte opposta a quella da cui era sparito.

"Andreitchsei vivo?" gridò.

"Sono qua!" gli rispose Vasilij Andreitch. "Be'allora?".

"Non ci si capisce niente. E' buioci sono dei burroni dappertutto. Bisogna andare di nuovo contro vento".

Ripartironoe di nuovo Nikita dovette scendere e camminarerovistando nella neve. Di nuovo si sedette nella slittadi nuovo ne scese ealla fineansantesi fermò accanto alla slitta.

"Be'e allora?" domandò Vasilij Andreitch.

"Allora cosason proprio sfinito! E anche il cavallo non ce la fa più".

"E allora cosa facciamo?".

"Nienteaspetta un momento".

Nikita se ne andò di nuovoe tornò ben presto.

"Tienti dietro a me" disseincamminandosi davanti al cavallo.

Vasilij Andreitch ormai non dava più ordinima faceva docilmente quel che gli diceva Nikita.

"Per di quavienimi dietro!" gridò Nikitaprendendo in fretta a destra e afferrando Baio per le brigliee guidandolo da qualche partegiùverso un cumulo di neve.

Il cavallo dapprima si impuntòma poi si slanciò avantisperando di riuscire a scavalcare il cumuloma non ce la fece e vi rimase affondato fino al collare.

"Scendi!" gridò Nikita a Vasilij Andreitchche restava seduto nella slitta; e sollevò una stanga e cominciò a trascinare la slittaché sospingesse avanti il cavallo. "E' duraehfratello" diceva rivolto a Baioma che vuoi farci, su, fa' uno sforzo!

Dài, dài, ancora un pochino!gridò.

Il cavallo prese lo slanciouna voltaduema non riuscì a liberarsi dalla nevee di nuovo rimase fermo come riflettendo a qualcosa.

"Che mi combini adessofratellocosì non va micasai" cercava di persuaderlo Nikita. "Suancora!".

Di nuovo Nikita tirò la stanga dalla parte suamentre Vasilij Andreitch faceva lo stesso dall'altra parte. Il cavallo scosse la testapoi tutto a un tratto si slanciò di nuovo avanti.

"Su! dài! Non aver paura che non affoghi!" gridava Nikita.

Un balzoun altroun altro ancoraefinalmenteil cavallo si trasse fuori dal cumulo e si fermòrespirando forte e scuotendosi tutto. Nikita voleva condurlo oltrema a Vasilij Andreitch era venuto un tale affannoper l'impaccio che gli davano le sue due pellicceche non riuscì a proseguire e crollò sulla slitta.

"Fammi riprendere fiato" disseslegandosi il fazzoletto con cui nel villaggio s'era legato il bavero della pelliccia.

"Be' non importasta' pure lì sdraiato" disse Nikitalo faccio andare avanti ioecon Vasilij Andreitch disteso nella slittacondusse il cavallotenendolo per le brigliedapprima in discesa per una decina di passi e poi lungo una leggera salitae poi si fermò.

Il luogo dove si era fermato Nikita non era nel valloncellodove la neve che il vento spazzava dai poggi intorno mandandola proprio laggiùavrebbe potuto seppellirli del tutto; era invece di là dall'orlo del burroneche poteva servire a ripararli almeno un poco dal vento. A momenti il vento pareva scemare; ma era per pocoe subito dopocome a recuperare i minuti perdutila bufera tornava all'attacco con forza decuplicataa strappare e trascinar via tutto ancora più rabbiosamente di prima. Una di queste raffiche di vento s'abbatté nel momento in cui Vasilij Andreitchche aveva ripreso fiatoera uscito dalla slitta e si era avvicinato a Nikita per parlare del da farsi. Entrambiinvolontariamentesi chinaronoeprima di parlareattesero che fosse passata la furia di quella raffica. Anche Baio abbassò le orecchiecon aria di scontentoe scosse la testa. Non appena la raffica di vento si fu un poco placataNikitatoltosi le muffole e ficcatele sotto la cintasi alitò sulle mani e cominciò a staccare le briglie dalla "dugà".

"Ma che stai facendo?" domandò Vasilij Andreitch.

"Staccoche altro dovrei fare? Di forza non ne ho più" rispose Nikitacome scusandosene.

"Ma allora non andiamo via da qua?".

"No che non ce ne andiamo. Vorrebbe dire martoriare il cavallo per niente. Guardalocaro il mio cavallinonon si regge più in piedi" disse Nikitaindicando il cavallo che era lì docilepronto a tuttoe che muoveva faticosamente nel respiro i fianchi bagnati e incavati. "Dovremo dormire qua stanotte" ripetécome se si stesse accingendo a passar la notte in una stazione di postae cominciò a slacciare la cinghia del collare.

Le fibbie saltarono via.

"Ma qua non finiremo congelati?" disse Vasilij Andreitch.

"E anche se fosse. Se devi congelaremica gli puoi dire che non ti va" disse Nikita.

 

 

 

6.

 

Vasilij Andreitchcon le sue due pelliccenon sentiva affatto freddospecialmente dopo essersi dato tanto da fare in quel cumulo di neve; ma un brivido gli corse lo stesso lungo la schienaquando comprese che bisognava davvero passare la notte lì. Per calmarsisi sedette nella slitta e si mise a cercare le sigarette e i fiammiferi.

Nikita nel frattempo slegava il cavallo. Gli slacciò il sottopancia e la cinta delle stanghesfilò le briglietolse la tirellarovesciò la "dugà"e nel frattempo non smetteva mai di parlare con il cavalloincoraggiandolo.

"Suesci adessoesci fuori" dicevaconducendolo fuori dalle stanghe. "E adesso ti legheremo qua. Ti metterò qua un po' di pagliaper premio" dicevafacendo quel che diceva. "Così mangerai un po' e ti sentirai subito più allegrovedrai".

Ma Baio evidentemente non si sentiva tranquillizzato dai discorsi di Nikita ed era inquieto; continuava a spostare il peso del corpo da una gamba all'altrasi stringeva alla slittasi metteva con il di dietro al ventoe strofinava la testa contro le maniche di Nikita.

Ecome se lo facesse soltanto per non dir di no a Nikita che gli proponeva quella pagliamettendogliela sotto le nariciBaiocon un movimento bruscoaddentò un ciuffo della paglia della slittama subito dopo decise che non era il momento di mangiaree la lasciò andaree il vento la disperse immediatamenteportandola lontano e coprendola di neve.

"Adesso ci metteremo un segno" disse Nikitavoltando la slitta in modo che avesse il davanti contro ventoe legò le stanghe con la loro correggiale alzò e le appoggiò alla serpa. "Eccocosì se la neve ci copriràqualche brava persona lo vedrà e verranno a scavare qui" disse Nikita scotendo le muffole e infilandosele. "E' così che ci hanno insegnato i vostri vecchi".

Vasilij Andreitch nel frattempo si era sbottonato la pelliccia e facendo schermo al vento con le faldesfregava uno zolfanello dopo l'altro sulla scatoletta d'acciaioma le mani gli tremavanoe gli zolfanelli che gli si accendevanotuttiuno dopo l'altroo prima ancora che prendessero fuocoo proprio nell'istante in cui egli li accostava alla sigarettaglieli spegneva il vento.

Infine uno zolfanello riuscì a prender fuocoe illuminò per un istante il pelo della sua pellicciala sua mano con l'anello d'oro sull'indice ricurvo e la paglia d'avenacosparsa di neveche spuntava di sotto alla iuta: e la sigaretta si accese. Per due volte egli aspirò avidamenteingoiòemise di tra i baffi il fumoe volle prenderne altre boccatema il tabacco acceso gli fu strappato via dal ventoche lo portò là dove aveva portato la paglia.

Ma anche quelle poche boccate di fumo di tabacco bastarono a ridare allegria a Vasilij Andreitch.

"Be'se bisogna passare la notte quipassiamo la notte qui!" disse con decisione.

"Aspetta aspettache ci metto su anche una bandiera" disse ancoraraccogliendo il fazzoletto che s'era tolto dal bavero e che aveva gettato nella slittaetoltisi i guantisi mise in piedi nel mezzo della slitta eallungandosi in modo da arrivare fino alla correggia delle stanghevi legò il fazzolettocon un nodo ben stretto.

Il fazzoletto cominciò subito a sventolare disperatamente ora incollandosi alle stangheora tutt'a un tratto gonfiandositendendosi e schioccando.

"Visto come m'è riuscito beneeh?" disse Vasilij Andreitch ammirando il proprio lavoroe scendendo dalla slitta. "Certoa metterci vicini staremmo più caldima in due qua non ci si sta mica" disse.

"Un posto lo troverò" rispose Nikitasolo che prima bisogna coprire il cavallo, che è tutto fradicio di sudore, poverino.

Spostati un momentoaggiunse eavvicinatosi alla slittane tirò fuori la iutada sotto Vasilij Andreitch.

Epresa la iutala piegò a metàe poi la distese sulla groppa di Baioda cui aveva tolto prima l'imbraca e il bastino.

"Cosi avrai più caldostupidino" dicevainfilando di nuovo al cavallo il bastino e l'imbracasopra alla iuta. "E la tela non vi serveno? E datemi anche un po' di paglia" disse Nikitaterminando di fare quel che stava facendo e tornando verso la slitta.

Etolta la tela e la paglia da sotto Vasilij AndreitchNikita andò dietro lo schienale della slittae lìnella nevesi scavò una bucavi distese la pagliae premutosi bene il berretto e avvoltosi nel caffettano e copertosi sopra con la telasi sedette sullo strato di pagliaappoggiandosi alle tavole di tiglio del retro della slittache lo proteggevano dal vento e dalla neve.

Vasilij Andreitch scosse la testa con aria di disapprovazionevedendo quel che faceva Nikitacosì com'era suo solito disapprovare l'ignoranza e la stupidità dei "mugiki"e poi cominciò a sistemarsi per la notte.

Pareggiò lo strato di paglia che rimaneva nella slittasi spinse ancora un po' di paglia sotto il fianco einfilandosi le mani nelle manicheaccomodò il capo nell'angolo della slittasotto il sedile che lo proteggeva dal vento.

Non aveva sonno. Stava disteso lì e pensava: pensava sempre a quell'unica cosa che costituiva l'unico scoposensogioia e orgoglio della sua vita- a quanto denaro avesse già messo da parte e a quanto ancora avrebbe potuto guadagnarne; e a quanto denaro avessero accumulato e possedessero ora altre persone di sua conoscenzae a come costoro avessero accumulato e continuassero ad accumulare denaroe a come luiproprio come loropotesse accumulare ancora moltomolto denaro. L'acquisto del bosco di Gorjàtchkino era per lui un affare di enorme importanza. Sperava di trarre da quel bosco un guadagno di diecimila rublitutti d'un colpo. E cominciò nei suoi pensieri a far la stima del boscoche aveva veduto in autunnoe in cui aveva contato tutti quanti gli alberi per un tratto di due "desjàtine".

"Le querce daranno legno per pattini. Per i tagli non c'è problema. E di legna si farà un 30 'sàgieni' ogni 'desjàtina'" diceva a se stesso. "E ogni 'desjàtina'mal che vadaverranno almeno 200 rubli. Con i più magari anche un biglietto da 25perché no. Per cui 56 'desjàtine'56 centinaiacon in più 56 decinepiù un'altra volta 56 decinee più 56 cinquine...". Vide che il risultato doveva superare i dodicimila rublima senza il pallottoliere non riusciva a capir bene di quanto precisamente li superasse. "Diecimila comunque non gliene dogliene darò ottomilae non metteremo in conto le radure. L'agrimensore me lo lavorerò un po' iopotrei dargli un cento rublio magari anche cinquecento; e lui mi segnerà cinque 'desjàtine' di radure. Cosi quello là me lo darà per ottomila. Adesso ne ho qui 3000pronti sull'unghia. Si raddolcirà di sicuro a vederli" pensavatastando con l'avambraccio il portafogli che aveva in tasca. "E come abbiamo fatto a perderci dopo la svolta Dio solo lo sa! Qua dovrebbe esserci il boscocon il casotto del guardiacaccia. Si sentissero almeno i cani. Ma ti dico iomai che abbaino quando serve". Scostò il bavero dall'orecchio e si mise in ascolto; si udiva sempre il medesimo fischiare del ventoe in cima alle stanghe lo sventolio e gli schiocchi del fazzolettoe le frustate della neve sul tiglio delle stanghe. Si nascose di nuovo sotto il bavero.

"A saperlo ci saremmo fermati là per la notte. Bahfa lo stessoarriveremo domani. Soltanto un giorno di ritardo. Con un tempo così non ci saranno andati neanche loro" E si rammentò che per il giorno 9 il macellaio doveva dargli del denaro per i castroni.

"Giàaveva detto che sarebbe venuto lui da me; se non mi trovamia moglie non sarà capace di prendere i soldi. E' troppo ignorante. Non sa mica come ci si deve comportare" continuava a pensarerammentandosi di come la moglie non avesse saputo comportarsi con il commissario che il giorno prima era venuto ospite per la festa. "Ma si sale donne! Non ha mai visto nientequella là. Quando c'erano i genitori com'era casa nostra? Tutta roba così cosìun 'mugik' di campagna arricchito: un mulinouna stazione di postatutta lì la sua proprietà. E io invece in 15 anni cosa ho fatto? La bottega due trattorieil mulinoil magazzino di granagliedue terreni in affittola casa con il granaiocon il tetto di ferro" rammentava con orgoglio. "Altro che al tempo del babbo! E adesso di chi è che si parla in tutto il circondario? Di Brechunòv.

"E questo perché? Perché penso agli affarimi impegnoiomica come gli altri che dormono o si perdono in stupidaggini. Io non dormo nemmeno di notteio. Bufera o non buferase c'è da andare vadoio. E poi gli affari per forza filano bene. Quelli là pensano che i soldi li si fa cosìridendo e scherzando. E invece nofaticare bisognarompercisi la testa bisogna. Passar la notte in mezzo ai campie non dormire nemmeno di notte. Con i pensieri che a forza di pensarli te li senti come un guanciale sotto la testa" rifletteva con orgoglio. "Loro pensano che ci si fa strada a forza di fortuna. Guarda i Mironovche adesso nuotano nei milioni. Ma perchéperò? Perché hanno faticato. Aiutati che Dio t'aiuta. Purché mi dia la saluteDio".

E il pensiero che anche lui avrebbe potuto diventare un milionario come Mironovche si era fatto dal nientemise tanta agitazione in cuore a Vasilij Andreitch che egli sentì il bisogno di parlare con qualcuno. Ma non c'era nessuno con cui parlare... Si fosse arrivati a Gorjàtchkinoavrebbe potuto parlare con quel possidentegli avrebbe insegnato un po' come si guarda il mondo.

"Ma guarda quacome tira sto vento! Sta facendo tanta di quella neve che domattina non ne usciremo!" pensòtendendo l'orecchio all'impeto del ventoche soffiava contro la serpainclinandolae ne martellava le tavole con la neve. Si sollevò su un gomito e si guardò attorno: nella bianca oscurità ondeggiante si vedeva soltanto il nero della testa di Baio e la sua gropparicoperta dalla iuta che sventolavae la folta coda annodata; intornoda ogni partedavantidietrovi era ovunque una medesimauniformebiancaondeggiante tenebrache talvolta pareva rischiararsi un pochinotalaltra si faceva ancora più densa.

"Ho fatto male a dar retta a Nikita" pensava. "Bisognava proseguiree da qualche parte saremmo sbucati comunque. Saremmo potuti perlomeno tornare indietro fino a Grìschkinoe avremmo dormito da Taràs. E invece ci tocca starcene qui una notte intera.

Bahe comunque cos'è che stavo pensando prima di tanto bello? Ahsìche Dio dà a chi faticae non agli scioperati o ai mangiaufo o agli stupidi. Adesso però ci vuole proprio una sigaretta!". Si mise a sederetirò fuori il portasigarettesi sdraiò a pancia in giùfacendo schermo al fuoco con una lembo della pellicciama il vento trovava pur sempre la strada e gli spegneva un fiammifero dopo l'altro. Finalmente trovò il modo di accenderne unoe si accese la sigaretta. Il fatto che avesse ottenuto quel che voleva lo rallegrò molto. Benché la sigaretta gliela fumasse più il vento che non luigli riuscì tuttavia di trarne tre boccatee di nuovo si sentì più allegro. Tornò a distendersiappoggiandosi allo schienale della slittasi avvolse nella pelliccia e di nuovo cominciò a ricordarea fantasticare e tutto a un trattodel tutto inaspettatamenteperse coscienza e si assopì.

Ma a un tratto fu come se qualcuno lo stesse scuotendo e l'avesse svegliato. Forse era stato Baioche aveva strappato un po' di paglia di sotto al suo fiancoo forse era stato qualcosa che aveva preso ad agitarsi dentro di lui: comunque fossenon appena fu sveglio il cuore cominciò a battergli tanto in fretta e tanto forteche gli parve che la slitta gli stesse tremando sotto. Aprì gli occhi. Intorno a lui era tutto come primasolo pareva più chiaro. "E' l'alba" pensòallora manca poco al mattino. Ma subito si ricordò che s'era fatto più chiaro perché era spuntata la luna. Si sollevò su un gomitoguardò prima verso il cavallo.

Baio stava sempre immobilecon il di dietro al ventoe tremava tutto. La iutaricoperta di nevesi era ripiegata tutta da una partel'imbraca era scivolata su un fiancoe adesso si vedeva meglio la testa cosparsa di nevecon la frangia e la criniera sventolanti. Vasilij Andreitch si chinò verso il retro della slitta e guardò verso di lui. Nikita era lìnella stessa posizione in cui si era seduto. La tela con la quale si era avvolto e le gambe erano ricoperte di un denso strato di neve.

"Speriamo che non congeliil 'mugik'; gli stracci che ha addosso son roba da niente. Devo rispondere anche di lui. Proprio vero che il popolo non capisce niente. E' proprio la mancanza di istruzione" pensò Vasilij Andreitche avrebbe voluto togliere al cavallo la iuta e coprire Nikitama faceva troppo freddo per alzarsi e muoversie poi temeva che congelasse il cavallo. "E perché poi me lo son portato dietro? Che fesso sono stato!" pensò Vasilij Andreitche si rammentò la mogliech'egli non amava. Di nuovo tornò a distendersi com'era primacon la testa dalla parte della serpa. "Una volta mio nonno è rimasto per tutta la notte in mezzo alla neveproprio come noi" si rammentò "e non gli è successo niente. Giàperò Sevast'jàn quando l'han scavato fuori" gli si presentò subito alla mente un altro caso "era bell'e mortotutto durocome un quarto di bue congelato.

"Fossi rimasto a Grischkino per la notte non sarebbe successo niente". E dopo essersi avvolto accuratamente nella pellicciacosì che il tepore del pelo non andasse sprecato in nessun puntoe lo scaldasse invece ovunque - il colloe le ginocchiae i piedi -chiuse gli occhicercando di riaddormentarsi. Ma adessoper quanto si sforzassenon riusciva più a dimenticarsi di séanzial contrariosi sentiva completamente sveglio e animato. Di nuovo cominciò a contare i guadagnii crediti che aveva con questo e con quellodi nuovo cominciò a vantarsi di se stesso e rallegrarsi di se stesso e della propria condizione- ma tuttoadessoveniva costantemente interrotto da una paura che si avvicinavaquattae dall'increscioso pensiero che sarebbero potuti rimanere a Grìschkino per la notte e non l'avevano fatto.

"Sarebbe stato tutto diverso: adesso sarei disteso su una pancaal calduccio". Più volte si rigiròsi risistemòcercando una posizione più comoda e più riparata dal ventoma gli sembrava sempre di star scomodo; e di nuovo si sollevava sul gomitoe cambiava posizionesi avvolgeva meglio le gambechiudeva gli occhi e rimaneva immobile. Maora perché le gambe anchilosate dagli stretti stivaloni di feltro cominciavano a dolergliora perché sentiva ancora il vento in qualche punto del corporimaneva disteso soltanto per qualche minutoe poi di nuovoindispettendosi con se stessosi ricordava di come avrebbe potuto starsene invece in quella calda "isbà" a Grìschkinoe di nuovo si rialzavasi rivoltavasi avvolgeva nella pellicciae poi di nuovo tornava a distendersi.

Una volta parve a Vasilij Andreitch di udire un lontano canto di galli. Si rallegròscostò la pelliccia e si mise in ascoltotutto tesoma per quanto tendesse l'orecchio non si udiva più nullaall'infuori del suono del vento che fischiava tra le stanghe e faceva sventolare il fazzolettoe della neveche fustigava le tavole di tiglio della slitta.

Nikitacome si era seduto lì quella seracosì era rimasto per tutto il temposenza muoversi e senza nemmeno rispondere alla voce di Vasilij Andreitchche per due volte l'aveva chiamato.

"Ahlui se la passa benedorme della grossa" aveva pensato Vasilij Andreitch con stizzasbirciando attraverso le assi della slitta Nikitaormai ricoperto di neve.

Vasilij Andreitch si era rialzato ed era tornato a distendersi almeno una ventina di volte. Gli sembrava che quella notte non finisse mai. "Be'adesso il mattino deve essere vicino" aveva pensato una voltarialzandosi e guardandosi attorno. "Adesso guardo l'orologio. Sima piglio freddo se mi sbottono. Be'ma se saprò che è quasi mattina sarà tutto più allegro. Cominceremo ad attaccare". Vasilij Andreitch nel profondo dell'anima sapeva che il mattino non poteva essere vicinoma cominciava ad avere una paura sempre più fortee volevanello stesso tempocontrollare l'ora e ingannare se stesso. Slacciò con cautela i gancetti della mezzapellicciae infilatasi una mano sul pettofrugò a lungofino a che non arrivò al panciotto. Con fatica tirò fuori il suo orologio d'argento con fiorellini di smalto e cominciò a guardare.

Senza fuoco non si vedeva niente. Di nuovo si mise a faccia in giùpoggiato sui gomiti e sulle ginocchiacome aveva fatto quando si era acceso la sigarettatrovò gli zolfanelli e cominciò ad accenderli. Adesso ebbe maggior cura etrovato tastoni lo zolfanello che aveva la maggior quantità di fosforolo accese al primo colpo. Avvicinando il quadrante alla lucevi guardòe non credette ai propri occhi... Era soltanto mezzanotte e dieci. Aveva ancora tutta la notte davanti a sé.

"Ohche notte lunga!" pensò Vasilij Andreitchsentendo il gelo corrergli lungo la schienaeriabbottonatosi e riavvoltosi nella pellicciasi strinse contro l'angolo della slittapreparandosi alla paziente attesa. A un trattoin mezzo al rumore sempre uguale del vento udì distintamente un suono nuovovivo. Il suono si rafforzava via viagiunse a una perfetta nitidezzae poi cominciò via via a indebolirsi. Non vi era alcun dubbio che si trattasse di un lupo. E questo lupo era così poco lontanoche lo si udivanel ventomutare i suoni della vocerigirando le mascelle. Vasilij Andreitch scostò il bavero e ascoltò attentamente. Anche Baio ascoltavatendendosi tuttomuovendo le orecchie ora in una direzione ora in un'altrae quando il lupo ebbe terminato d'eseguire la sua cadenzacambiò la posizione delle gambe e sbuffòper avvertire gli uomini. Dopo di ciò Vasilij Andreitch non riuscì più non soltanto ad addormentarsima nemmeno a calmarsi. Per quanto si sforzasse di pensare ai suoi contiai suoi affari e alla sua gloria e dignità e ricchezzala paura si impadroniva di lui sempre piùe sopra a tutti i suoi pensieri dominava e a tutti i suoi pensieri si mescolava il pensiero del perché egli non fosse rimasto a Grischkino per la notte.

"Dio se lo prendaquel boscone avevo di affari anche senza quel boscograzie a Dio. Ahriuscissi a passare la notte!" diceva a se stesso. "Dicono che sono gli ubriachi che congelano" pensò. "E io ho bevutolà". Emessosi in ascolto delle proprie sensazionisentì che cominciava a tremaresenza saper lui stesso perché tremasse: se per il freddo o per la paura. Provò a coprirsi e a restare immobile come primama non ci riusciva più. Non poteva più rimanere fermo in nessuna posizioneaveva voglia di alzarsidi cominciare a fare qualcosaper soffocare la paura che gli cresceva dentrocontro la quale egli si sentiva impotente. Di nuovo prese le sigarette e gli zolfanellima di zolfanelli ne rimanevano soltanto tree dei peggiori. Tutti e tre gli si consumaronoa forza di sfregarlisenza accendersi.

"Ahva' all'infernomaledettacrepa!" imprecòsenza saper lui stesso contro chie gettò via la sigaretta sgualcitasi. Voleva gettar via anche la scatoletta degli zolfanellima fermò il movimento della manoe se la mise in tasca. Gli era venuta una tale inquietudine che non riusciva più a stare fermo dov'era.

Scese dalla slitta edando le spalle al ventocominciò a riallacciarsi la cintolaben strettae bassa.

"Ma perché poi devo starmene qui sdraiatoad aspettar la morte!

Adesso monto a cavalloe marsch" gli venne in mente tutto a un tratto. "Un uomo a cavallo lo lasceranno stare. E lui" pensò a Nikitaa lui non importa di morire. Che vita ha, lui? A lui non gli spiace di perderla, la vita, io invece, grazie a Dio, ho ancora di che vivere....

Eslegato il cavallogli gettò le briglie sul collo e voleva balzarci soprama le pellicce e gli stivali erano talmente pesantiche cadde. Allora sali sulla slitta e voleva montare a cavallo dalla slitta. Ma la slitta ondeggiò sotto il suo pesoed egli precipitò di nuovo. Infinela terza voltaavvicinò il cavallo alla slitta esalendocon gran cautelaproprio sul bordo della slittariuscì a mettersi con la pancia di traverso alla groppa del cavallo. Messosi così disteso si spinse avantiuna voltadue e finalmente gettò una gamba di là dalla groppa e vi si mise a sederepuntando i piedi nella cinghia laterale dell'imbraca. Il sussulto della slitta smossa da quella spinta svegliò Nikitache subito si alzòe a Vasilij Andreitch parve che dicesse qualcosa.

"Eha dar retta a voialtri stupidi! E chedevo crepare così per niente?" gridò Vasilij Andreitch erimboccando sotto il ginocchio i lembi della pelliccia che svolazzavanovoltò il cavallo e lo spinse via dalla slittanella direzione in cui supponeva dovessero trovarsi il bosco e la capanna del guardiacaccia.

 

 

 

7.

 

Nikitada quando si era seduto dietro la slittatutto avvolto nella sua telaera rimasto lì immobile. Come tutti gli uomini che vivono con la natura e conoscono il bisognoera pazientee poteva aspettare tranquillamente per oreper giorni addiritturasenza avvertire né inquietudine né irritazione. Aveva udito quando il padrone lo aveva chiamatoma non aveva rispostoperché non voleva muoversi e rispondere. Benché egli sentisse ancora caldo per il tè che aveva bevuto e per essersi mosso molto rovistando tra i cumuli di nevesapeva che quel caldo non sarebbe durato a lungoe che non avrebbe più avuto la forza di scaldarsi con il movimentoperché sentiva uno sfinimento uguale a quello che sente il cavallo quando si fermae per quanto lo si batta con lo "knut" non può più proseguiree il padrone capisce che bisogna dargli da mangiare perché possa lavorare di nuovo. Un piede gli si era già raffreddatonello stivale che aveva uno strappoed egli non vi sentiva più l'alluce. Inoltrecominciava a sentir sempre più freddo in tutto il corpo. Il pensiero che potessee con ogni probabilità dovesse morire quella nottegli era venutoma questo pensiero non gli era sembrato né particolarmente sgradevolené particolarmente spaventoso. Non gli era sembrato particolarmente sgradevolequel pensieroperché tutta la sua vita non era stata una continua festamaal contrarioera stata un incessante servire gli altridel che egli cominciava ormai a stancarsi. E non l'aveva particolarmente impaurito quel pensieroperché oltre che da quei padronicome appunto Vasilij Andreitchche egli serviva quisi era sempre sentitoin questa vitadipendere da un padrone più importantequello che lo aveva mandato in questa vitae Nikita sapeva che anche morendo egli sarebbe rimasto in potere di questo stesso padronee che questo padrone non gli avrebbe fatto del male. "Dispiace lasciarletutte le cose soliteche mi vedo sempre intorno? Be'che farcibisognerà abituarsi anche al nuovo".

"I peccati?" pensòe rammentò il suo vizio di beree i soldi che si era bevutie il male che aveva fatto alla mogliele male parolee il non andare in chiesae l'aver mancato ai digiunie tutto ciò che il pope gli rimproverava sempre durante la confessione. "Peccati ne hosi sa. Ma mica me li son messi dentro io. E' Dio che mi ha fatto cosìno? I peccatii peccati... be'ormai che vuoi farci?".

Cosiegli dapprima pensò a quel che poteva avvenirgli quella nottee poi non tornò più su questi pensieri e si abbandonò ai ricordi che gli venivano alla mente da sésenza che fosse lui a suscitarseli. E rammentava ora l'arrivo di Marfae i lavoranti che bevevanoe le volte che lui si era rifiutato di bereora il viaggio di quella nottee l'"isbà" di Taràse quel che avevano detto delle famiglie diviseora il suo ragazzoe Baioche adesso si stava scaldando sotto quella gualdrappaora il padrone che faceva cigolare la slittacontinuando a rivoltolarcisi. "Be'poveraccioanche lui mi sa che non è per niente contento di essere partito stanotte" pensava. "Con la vita che fa lui non si ha mica voglia di morire. Mica come il nostro fratello qua". E tutti questi ricordi avevano cominciato a intrecciarsia mescolarsi nella sua testae si era addormentato.

Quando poi Vasilij Andreitch nel montare a cavallo aveva smosso la slittae la slittaa cui Nikita teneva appoggiata la schienasi era spostata di lato urtandolo nella schiena con uno dei pattinisi era svegliato e volente o nolente aveva dovuto cambiar posizione Allungando con fatica le gambe e scotendone via la nevesi era alzatoe subito un freddo tormentoso gli era penetrato in tutto quanto il corpo. Aveva capito subito cosa stava succedendoe voleva che Vasilij Andreitch gli lasciasse la iutaper potercisi copriredato che al cavallo adesso non serviva piùe appunto questo gli aveva gridato.

Ma Vasilij Andreitch non si era fermato ed era scomparso nel nevischio.

Rimasto soloNikita pensò per un momento a cosa dovesse fare adesso. Non poteva andare in cerca d'una casaperché sentiva di non averne la forza. Non poteva nemmeno tornare a sedersi al posto di primaperché là la neve aveva già ricoperto tutto. E sentiva che nella slitta non sarebbe riuscito a riscaldarsiperché non aveva niente con cui coprirsie il suo caffettano e la sua pelliccia oramai non lo scaldavano più nemmeno un po'. Aveva talmente freddoche gli pareva di avere addosso soltanto la camicia. Provò terrore. "'Bàtjuschka'padre celeste!" dissee la consapevolezza di non esser solod'avere qualcuno che lo sentiva e che non lo avrebbe abbandonatolo calmò. Inspirò profondamente esenza mai toglier la testa di sotto la tela con cui se l'era avvoltaentrò nella slitta e vi si disteseal posto del padrone.

Ma anche nella slitta non riuscì a scaldarsi in nessun modo.

Dapprima tremòin tutto il corpopoi il tremito finìe lui cominciò a perder pian piano conoscenza. Non sapeva se stesse morendo o addormentandosima si sentiva egualmente pronto all'una come all'altra cosa.

 

 

 

8.

 

Nel frattempo Vasilij Andreitchmenando colpi sia coi piedi sia con i capi delle rediniaizzava il cavallo nella direzione in cuichissà perchéegli si immaginava che fossero il bosco e la capanna del guardiacaccia. La neve lo accecava e il vento pareva volesse fermarloma lui chinandosi in avanti e incessantemente chiudendosi la pelliccia sul petto e infilandone le falde tra se stesso e il gelido bastino che gli impediva di sedersi per benecontinuava a incitare il cavallo. E il cavallocon molta faticama docilmenteandavad'ambiolà dove lui lo mandava.

Per cinque minuti egli andò dirittoo almeno così gli parvee sempre senza vedere nulla fuorché la testa del cavallo e il deserto biancoe senza udire nullafuorché il fischio del vento accanto alle orecchie del cavallo e al bavero della pelliccia.

A un tratto dinanzi a lui nereggiò qualcosa. Il cuore cominciò a battergli gioiosamente in pettoe lui si avviò verso quel nerogià scorgendovi i muri delle case del villaggio. Ma quel nero non era immobilema si muoveva continuamentee non era un villaggioma un'alta artemisia cresciuta sul margine d'un campo: si allungava da sotto la neve e ondeggiava disperatamente sotto l'impeto del vento che continuava a curvarla sempre da una parte e vi soffiava dentro. E per una qualche ragione la vista di questa artemisia tormentata dal vento senza misericordiafece sussultare Vasilij Andreitch che si affrettò ad aizzare ancor di più il cavallosenza accorgersi che andando verso l'artemisia aveva completamente deviato dalla precedente direzione e che adesso stava mandando il cavallo in un'altra direzione ancoramentre continuava a immaginarsi di andar sempre verso il punto in cui doveva esserci la capanna del guardiacaccia. Ma il cavallo tendeva sempre ad andare a destrae perciò egli continuava a voltarlo verso sinistra.

Di nuovo dinanzi a lui nereggiò qualcosa. Ed egli si rallegròsicuro che adesso dovesse trattarsi per forza del villaggio. Ma era di nuovo un confine tra due campilungo il quale erano cresciuti cespugli d'erbe alte. Di nuovo quell'erbaccia secca gli si dibatteva dinanzi disperataincutendogli terroreper una qualche ragione sconosciuta. Ma non soltanto quell'erbaccia era uguale all'altrama accanto a lui c'erano tracce di cavalloche il vento stava ricoprendo. Vasilij Andreitch si fermòsi chinòguardò con attenzione: erano tracce di un cavalloche il vento aveva appena cominciato a ricopriree non potevano che essere le sue tracce. Evidentemente aveva girato in tondoe per un tratto molto breve. "Ma allora sono perduto!" pensòmaper non cedere al terroresi mise a incitare ancor di più il cavallofiggendo lo sguardo nella bianca caliginein cui gli pareva adesso di scorgere dei punti luminosiche subito tornavano a sparirenon appena egli li fissava con più attenzione. Una volta gli parve di udire latrati di cani o l'ululato dei lupima quei suoni erano talmente deboli e indefinitiche egli non sapeva se li stesse udendo davvero o se gli sembrasse soltanto di udirlie si fermòe si mise in ascoltotendendosi tutto.

A un tratto ci fu uno spaventosoassordante gridoproprio lì accanto alle sue orecchiee tutto tremò e fremette sotto di lui.

Vasilij Andreitch si afferrò al collo del cavallo ma anche il collo del cavallo si scuoteva tuttoe quello spaventoso grido divenne ancor più terribile. Per alcuni secondi Vasilij Andreitch non riuscì a riprendersi e non capiva che cosa fosse successo. Ed era successo soltanto che Baioo per farsi coraggioo per chiamare qualcuno in aiutoaveva nitrito con la sua forte voce.

"Tfùcrepa! Che spavento m'ha fatto pigliaremaledetto!" disse a se stesso Vasilij Andreitch. Ma anche adesso che aveva compreso la causa del suo spaventonon riusciva più a disperderlo.

"Nodevo riprendermidevo tornare in me" diceva a se stesso e intanto non riusciva a trattenersi e continuava a incitare il cavallosenza accorgersi che adesso stava andando con il vento alle spallee non più controvento. Il suo corpospecialmente tra le gambelì dove la pelliccia non lo coprivavicino al bastinosentiva molto freddo e gli dolevale sue braccia e le sue gambe tremavanoe il respiro gli si mozzava. Vedeva che stava per morire in mezzo a quello spaventevole deserto biancoe non vedeva nessun modo per salvarsi.

A un tratto il cavallo ebbe un tonfo sotto di lui esprofondato con tutte e quattro le gambe in un cumulo di nevecominciò a dibattersi cadendo su un fianco. Vasilij Andreitch ne saltò giùe saltando giù ruppe da una parte l'imbraca in cui puntava il piedee strappò via anche il bastino al quale si era afferrato. Non appena Vasilij Andreitch fu saltato giùil cavallo si rimise in piedisi slanciò avantifece un saltoun altroe nitrendo di nuovo e trascinandosi dietro la iuta e l'imbraca che si rivoltolavano nella nevesparì alla vistalasciando Vasilij Andreitch solo in mezzo al cumulo di neve. Vasilij Andreitch gli si gettò dietroma la neve era tanto altae le pellicce che aveva addosso tanto pesanticheaffondando fin sopra il ginocchioprima ancora d'aver fatto venti passi si sentì mancare il fiato e si fermò. "Il boscoi castronile terre in affittola bottegale trattoriela casa col tetto di ferro e col granaiol'erede" pensòche ne sarà ora di tutto questo? Ma cos'è? Non può essere!gli balenò nella mente. E chissà perché gli tornò alla memoria l'artemisia che ondeggiava al ventoaccanto alla quale era passato due voltee lo prese un tale terroreche non credette alla realtà di quel che gli stava accadendo. Egli pensò: "Ma non lo sto sognando tutto questo?" e volle svegliarsima non vi era un altro luogo al quale potesse risvegliarsi. Quella era neve verache lo frustava in viso e gli si spargeva addosso e gli ghiacciava la mano destrada cui il guanto era cadutoed era un deserto vero quello in cui egli era rimasto soloadessocome quell'artemisiain attesa di una morte inevitabilerapida e insensata.

"Regina dei cielisanto vescovo Mikolaemaestro di temperanza" si rammentò le preghiere del giorno prima e l'icona con il volto nero e la riza d'oroe le candele che aveva venduto il giorno prima davanti a questa iconae che subito gli riportavano indietroe che egli nascondeva nella cassetta dopo che avevano appena fatto in tempo a scaldarsi. E cominciò a implorare questo stesso Nikolàj taumaturgoche lo salvassee gli prometteva messe e candele. Ma subito videchiaramentesenza dubbio alcunoche quel voltola rizale candeleil sacerdotele messe - tutto questo era molto importante e necessario làin chiesama qui tutte quelle cose non potevano fare niente per luie tra quelle candele e messe e la miserabile situazione in cui egli si trovava adesso non vi era e non poteva esservi alcun legame. "Non bisogna perdersi d'animo" pensò. "Bisogna seguire le tracce del cavallosennò il vento coprirà anche quelle" gli venne in mente. "Lui mi porterà fuori di quioppure lo raggiungerò e lo prenderò. Solonon bisogna correresennò resti senza fiato e vai a finire anche peggio". Mamalgrado l'intenzione di andar pianoegli si gettò avanti e corsecontinuando a cadererialzandosi e cadendo di nuovo. Le tracce del cavallo cominciavano già a non distinguersi quasi più nei punti in cui la neve non era alta. "Sono finito" pensò Vasilij Andreitchadesso le tracce le perdo di sicuro, e il cavallo non riuscirò più a raggiungerlo.Ma in quello stesso istante gettando un'occhiata dinanzi a séscorse qualcosa di nero. Era Baioe non c'era soltanto Baio lì ma anche la slitta e le stanghe con il fazzoletto. Baiocon l'imbraca e la iuta che gli pendevano su un fiancostavaadessonon nel posto dov'era primama più vicino alle stanghe e dondolava la testache le briglieattorcigliatesi intorno a una gambagli tenevano china in basso. Dunque Vasilij Andreitch era sprofondato in quello stesso valloncello in cui già prima erano sprofondati lui e Nikitae il cavallo lo aveva riportato alla slittae il cumulo in cui era caduto si trovava a non più di cinquanta passi dalla slitta.

 

 

 

9.

 

Trascinatosi fino alla slittaVasilij Andreitch vi si afferrò e rimase a lungo cosìimmobilecercando di calmarsi e di riprendere fiato. Là dove prima c'era Nikita adesso non c'era più nullama nella slitta giaceva qualcosagià coperto di nevee Vasilij Andreitch intuì che si trattava di Nikita. La paura di Vasilij Andreitch adesso era completamente passatae se temeva qualcosaera soltanto quella tremenda paurache egli aveva provato primain groppa al cavalloe poiancor più fortequando era rimasto solo nel cumulo di neve. Bisognava evitare ad ogni costo che quella paura gli tornassee per evitarlo bisognava fare qualcosaimpegnarsi in qualcosa. E perciò la prima cosa che fece fu di dar le spalle al vento e di sbottonarsi la pelliccia.

Poinon appena ebbe un poco ripreso fiatoscosse la neve dagli stivali e dal guanto sinistromentre il destro era irrimediabilmente perso e doveva già essere sepolto da due spanne di neve; poi si riallacciò la cintadi nuovo ben stretta e bassacosì come si cingeva sempre quando usciva dalla bottega per comprare il grano che i "mugiki" gli portavano sui loro carrie cercò qualcosa da fare. La prima cosa che si trovò da farefu liberare la zampa del cavallo. Vasilij Andreitch lo fece edistricate le briglielegò di nuovo Baio alla grappa di ferrosul davanti della slittaal posto di primae si chinò per passare dietro al cavalloe risistemargli l'imbracail bastino e la iuta sulla groppa; ma in quel momento vide che nella slitta aveva cominciato a muoversi qualcosae da sotto la neve da cui era ricoperta si sollevò la testa di Nikita. Evidentemente con un grande sforzo Nikitagià quasi assideratosi rialzò e si mise a sederee fece dei gesti strani con la manodinanzi al nasocome se stesse scacciando le mosche. Faceva quel movimento con la mano e intanto disse qualcosae a Vasilij Andreitch sembrò che lo stesse chiamando. Vasilij Andreitch lasciò la iuta senza aver finito di risistemarlae si avvicinò alla slitta.

"Che vuoi?" chiese. "Cosa stai dicendo?".

"Mu-o-o-ioioecco cosa" riuscì a dire Nikita a faticacon la voce che gli si spezzava. "Quello che ho guadagnatodallo al ragazzoo alla 'baba'fa lo stesso".

"Ma cos'èsei gelato?" domandò Vasilij Andreitch.

"Lo sento che è la morte mia... perdonami per amore di Cristo..." disse Nikita con voce di piantocontinuando sempre a fare quei gesti con le mani dinanzi al viso come per scacciare le mosche.

Vasilij Andreitch rimase in silenzio e immobile per un mezzo minutopoi tutto a un tratto con la stessa decisione con cui batteva le mani quando gli riusciva di fare qualche acquisto vantaggiosofece un passo indietrorimboccandosi le maniche della pellicciae con entrambe le mani cominciò a scavar via la neve da Nikita e da dentro la slitta. Scavata via la nevesi risistemò la pellicciae poi scostò Nikitae si distese su di luicoprendolo non soltanto con la sua pellicciama con tutto il suo corpo caldoavvampante. Sistemando con le mani i lembi della pelliccia tra il bordo rialzato della slitta e Nikitae tenendo ferme le falde con le ginocchiaVasilij Andreitch si mise disteso così bocconipoggiandosi con la testa alla serpae adesso non sentiva più né i movimenti del cavalloné il fischio della buferama tendeva l'orecchio soltanto per sentire il respiro di Nikita. Nikita dapprima rimase a lungo immobilepoi inspirò rumorosamente e si mosse.

"Ahvedie dicevi che morivi. Sta' distesoscaldatiecco come facciamo noialtri..." cominciò a dire Vasilij Andreitch.

Ma con suo grande stupore non riuscì a dire altroperché le lacrime gli spuntarono negli occhi e la mascella cominciò a tremargli forte. Smise di parlare e si limitò a inghiottire quel che gli stava salendo in gola. "Mi devo essere proprio spaventato tantoda esser così debole adesso" pensò di sé. Ma questa debolezza non soltanto non gli riusciva sgraditama gli procurava una gioia particolareche non aveva ancora mai provato.

"Ecco come siamo noi" diceva a se stessoprovando una commozione particolaretrionfante. E per un tempo piuttosto lungo rimase disteso cosìasciugandosi gli occhi sul pelo della pelliccia e infilandosi sotto il ginocchio il lembo destro della pellicciache il vento continuava a rivoltargli.

Ma aveva una voglia appassionata di parlare a qualcuno di quella gioia che si sentiva dentro.

"Nikita!" disse.

"Sto benesto caldo" si sentì rispondere da sotto.

"E cosìfratelloio ancora un po' ed ero perdutosai. E tu ti saresti congelatoe anch'io..." Ma di nuovo cominciarono a tremolargli i pomellie di nuovo gli occhi gli si riempirono di lacrimee non riuscì a dire nient'altro.

"Be'non importa" pensò. "Quel che solo so io per conto mio".

E tacque. Cosi rimase a lungo.

Sentiva caldo da sottoperché c'era Nikitae sentiva caldo anche da sopraperché sopra c'era la pelliccia; soltanto le manicon cui egli teneva le falde della pelliccia sui fianchi di Nikitae le gambeda cui il vento continuava a rovesciargli via la pellicciacominciavano a gelarglisi. Gli si stava gelando in particolar modo la mano destrache era senza guanto. Ma lui non pensava né alle sue gambené alle manima pensava soltanto a scaldare il meglio possibile il "mugik" che gli giaceva sotto.

Diverse volte guardò verso il cavallo e vide che aveva la groppa scoperta e che la iuta e l'imbraca giacevano nella nevepensò che avrebbe dovuto alzarsi e coprire il cavalloma non poteva decidersi ad abbandonare Nikita nemmeno per un minuto e interrompere così quello stato di gioia nel quale egli si trovava.

Di pauraadessonon ne provava più nessuna.

"Ahniente pauranon lo mollo micaio" diceva tra sésentendo che riusciva a scaldare il "mugik"con la stessa aria di millanteria con cui parlava di solito dei suoi acquisti e delle sue vendite.

Così rimase disteso Vasilij Andreitch per un'orapoi per un'altrae per un'altra ancorama non si accorgeva del tempo che passava. Dapprimanella sua immaginazione trascorsero le impressioni della tormentale stanghe e il cavallo sotto la "dugà"che gli sussultavano dinanzi agli occhie intanto si ricordava di Nikita che gli giaceva sotto; poi cominciarono a mescolarvisi i ricordi della festadella mogliedel capodistrettodella cassetta delle candelee di nuovo di Nikitache adesso però giaceva sotto questa cassetta; poi cominciarono a venirgli alla mente "mugiki" che vendevano e compravanoe pareti bianchee case col tetto di ferrosotto le quali giaceva Nikita; poi tutto questo si mescolòuna cosa entrò nell'altraecome i colori dell'iride che quando si uniscono diventano una luce biancacosì tutte quelle diverse impressioni si unirono in un unico nullae lui si addormentò. Dormì a lungosenza sognima verso l'alba i sogni riapparvero. Si vide in piedivicino alla cassetta delle candelee la 'baba' di Tichon gli chiedeva una candela da cinque kopejki per la festae lui voleva prendere la candela e darglielama le mani non riusciva a sollevarleerano affondate nelle tasche. Lui vuol girare attorno alla cassetta ma le gambe non gli si muovonomentre le galoscenuove e ben lucidategli si erano fuse con il pavimento di pietrae non si riesce più né a sollevarle né a uscirne fuori. E tutto a un tratto la cassetta delle candele smette di essere la cassetta delle candele e diventa un lettoe Vasilij Andreitch si vide disteso sul ventre sopra la cassetta delle candelecioè nel suo lettoa casa sua. E giace sul letto e non può alzarsima bisogna che si alziperché adesso passerà a prenderlo Ivàn Matveitchil capodistrettoe con Ivàn Matveitch bisognerà andare o a trattare l'acquisto del boscoo a sistemare l'imbraca di Baio. E domanda alla moglie: "Ma insommaMikolavnanon è ancora arrivato?". "No" dice leinon è arrivato. E sente che si avvicina qualcuno al suo ballatoio. Dev'essere lui. Noè passato oltre. "MikolavnaehiMikolavnama insomma non c'è ancora?". "Macché". E lui giace sul letto e non riesce ancora ad alzarsie continua ad aspettaree questa attesa è spaventosa e gioiosa. E tutto a un tratto la gioia si compie: arriva quello che lui stava aspettandoe però non è Ivàn Matveitchil capodistrettoma qualcun altroche però è proprio quello che lui sta aspettando. E' venuto e lo chiamae questocioè quello che lo sta chiamandoè quello stesso che l'aveva chiamato prima e gli aveva ordinato di distendersi sopra Nikita. E Vasilij Andreitch è contento che questo qualcuno sia venuto a prenderlo. "Vengo!" grida con gioiae questo grido lo sveglia. E si svegliama quando si è svegliato è completamente diverso da quando si era addormentato. Vuole alzarsi e non ci riescevuole muovere una mano e non ci riescee allora prova con una gambama neanche questo gli riesce. Vuole voltare la testae neanche questo gli riesce. E si meraviglia; ma non gliene dispiace affatto. Capisce che è la mortee non gli dispiace neanche di questo. E si rammenta che Nikita è lì disteso sotto di lui e che si è scaldato ed è vivoe gli sembra di esser lui Nikita e che Nikita sia luie che la sua vita non sia in lui stesso ma in Nikita. Si mette in ascoltoe sente il respiroe persino il leggero russare di Nikita. "E' vivoNikitae dunque anch'io sono vivo" dice a se stesso con aria di trionfo.

E si ricorda dei soldidella bottegadella casadegli acquistidelle vendite e dei milioni dei Mironov; fa fatica a capire perché quest'uomo che chiamavano Vasilij Brechunòv si occupasse di tutte le cose di cui si occupava. "Be'è perché non sapeva qual era il punto" pensa di Vasilij Brechunòv. "Non lo sapeva così come io lo so adesso. E adesso non mi sbaglio. Adesso so". E di nuovo sente il richiamo di quello che l'aveva già chiamato prima. "Vengovengo!" con gioiacon commozione dice tutto quanto il suo essere.

E sente di essere liberoe non c'è più nulla che lo trattiene.

E null'altro vide e udì e sentì in questo mondo Vasilij Andreitch.

Intorno tutto era ancora avvolto dal nevischio. Vorticavano sempre gli stessi turbini di nevecoprendo di neve la pelliccia del morto Vasilij Andreitche Baio che tremava tuttoe la slitta che ormai si vedeva appenae in fondo a essasotto il padrone già mortoNikita che si era scaldato.

 

 

 

10.

 

Verso il mattino si svegliò Nikita. A svegliarlo fu il freddo che ricominciava a penetrargli nella schiena. Aveva sognato che tornava dal mulino con un carro di farina del padrone e chenell'attraversare il ruscellonon aveva imboccato il ponte e aveva impantanato il carro. E vede se stesso mentre scende sotto il carroe lo sollevatendendo la schiena. Macosa sorprendente! Il carro non si muove e gli si è incollato alla schienae lui non riesce né a sollevare il carro né a uscirne.

Gli ha spianato le reni. E per di più è talmente freddo! Eh sìbisogna proprio uscirne. "Be'basta adesso" dice a qualcuno che gli sta schiacciando la schiena con il carro. "Scarica i sacchi!".

Ma il carro continua a schiacciarloe si fa sempre più freddoe a un tratto sente un colpo stranoe si sveglia del tutto e ricorda ogni cosa. Il carro freddo è il padrone assideratomortoche giace sopra di lui. E quel colpo l'ha dato Baioche ha battuto per due volte lo zoccolo contro la slitta.

"Andreitchehi Andreitch!". Nikita chiama il padronecon cautelagià presentendo la veritàe tendendo la schiena.

Ma Andreitch non rispondee il suo ventre e le gambe sono duri e freddi e pesanticome di ghisa.

"Dev'essere morto. Lo accolga il Regno dei cieli!" pensa Nikita.

Volge la testascava la neve con una mano dinanzi a sé e apre gli occhi. Fuori è già chiaro; il vento continua a fischiare come prima tra le stanghee la neve continua a caderecon l'unica differenza che adesso non sta più frustando le tavole di tiglio della slittama sta coprendo silenziosa la slitta e il cavallosempre di piùe del cavallo non si ode più né un movimento né il respiro. "Dev'essere congelato anche lui" pensa Nikita di Baio. E infatti quei colpi di zoccolo contro la slitta che avevano svegliato Nikitaerano gli sforzi che Baioin agoniaormai del tutto congelatoaveva fatto per reggersi in piedi.

"Signore'Bàtjuschka'si vede che chiami anche me" dice a se stesso Nikita. "Sia fatta la tua santa volontà. Ma ho paura. Be'non si muore due voltee la morte quando viene non la si scansa.

Purché sia in fretta...". E di nuovo nasconde la manochiudendo gli occhie si abbandonasicuro ormai di star morendoper certo e del tutto.

Soltanto a mezzogiorno dell'indomani alcuni "mugiki" disseppellirono con le vanghe Vasilij Andreitch e Nikitaa trenta "sàgieni" dalla strada e a mezza "versta" dal villaggio.

La neve era arrivata più in alto della slittama le stanghe e il fazzoletto su di essa si vedevano ancora. Baionella neve fino al ventree con l'imbraca e la iuta di traverso sulla groppastava in pieditutto biancocon la testa morta premuta al collo irrigidito; le narici erano serrate in lunghi ghiaccioligli occhi erano cosparsi di brina e ricoperti anch'essi di ghiacciocome fosse di pianto. Era talmente dimagrito in una notte che gli erano rimaste soltanto le ossa e la pelle. Vasilij Andreitch era rigido come un quarto di bue congelatoe le gambequando lo spinsero via da Nikitale aveva così come erano quando si era distesocosì divaricate. I suoi occhi sporgentida sparvieroerano coperti di ghiaccioe la sua bocca aperta sotto i baffi tagliati a spazzola era piena di neve. Nikita invece era vivo benché tutto gelato. Quando lo svegliaronoera sicuro di esser già mortoe che quel che gli stava avvenendo ora avvenisse ormai non in questo ma all'altro mondo. Ma quando udì i "mugiki" che gridavanomentre lo scavavano fuori e spingevan via da lui Vasilij Andreitchegli subito si stupì che anche all'altro mondo i "mugiki" gridassero a quel modo e ci fosse quel suo stesso corpoma quando capì di essere ancora quia questo mondose ne rattristò più che rallegrarsenespecialmente quando sentì di avere le dita di entrambi i piedi congelate.

Rimase due mesi all'ospedaleNikita. Gli tolsero tre ditae le altre guarironosicché poté ancora lavoraree per altri vent'anni continuò a vivere - dapprima come lavorantee poida vecchiofacendo il guardiano notturno. E' morto soltanto quest'annoa casa suacome desideravasotto i santi e con una candela accesa nelle mani. Prima di morire ha chiesto perdono alla sua vecchia e l'ha perdonata per il bottaio; ha detto addio anche al ragazzo e ai nipotinied è mortorallegrandosi sinceramente di liberare con la propria morte il figlio e la nuora dal peso di una bocca inutilee di passare intanto e sul serio da questa vita venutagli a noia a quell'altra vitache di anno in anno andava divenendo ai suoi occhi sempre più comprensibile e attraente. Sta meglio o sta peggio là dove si è svegliato dopo questa sua morte vera? Ne è rimasto delusoo ha trovato là proprio ciò che aspettava? - Noi tutti lo sapremo presto.

 

 

 

APPENDICE

 

Quella che proponiamo è la parte centrale di un articolo apparso nel 1905nei mesi della prima rivoluzione russa e composto di sette partiche prende spunto dall'impiccaggione di venti contadinicondannati a morte per aver attaccato la casa padronale di un proprietario terriero nel distretto di Elisavietograd; nelle prime due parti Tolstoj constata come le condanne e le esecuzioni capitali siano grandemente aumentate negli ultimi anni in Russia; dà una descrizione dettagliata e allo stesso tempo estraniata dell'esecuzione dei ceti contadinipersone di quella classe che ci nutredice Tolstojdescrizione volta a far risultare assurdoproprio perché freddamente premeditatol'uso della pena capitale da parte di quello che si dice un "governo civile e cristiano".

Nella seconda parte si parla in particolare del danno non solo materiale arrecato alle vittime e ai loro familiari dalle esecuzioni capitalima anche del danno morale e spirituale arrecato alla società russa nel suo insieme dall'uso delle pene capitali. "I bambini giocano all'impiccato - dice Tolstoj - e la professione del boiaun tempo rifuggitava per la maggiore".

Dato questo quadro d'insieme nelle prime due parti dell'articolodalla terza parte in poi Tolstojusando il voisi rivolge direttamente ai governanti. Qui di seguito sono riportate integralmente le restanti parti dell'articolo.

 

 

 

NON POSSO TACERE

 

3. "Voi dite di compiere tutti questi orrori al fine di ristabilire la calmal'ordine. Ohristabilite la calma e l'ordine! Con quali mezzi tuttavia voi li ristabilite? Con mezzi tali che voirappresentanti di un potere che si dice ispirato dal cristianesimovoi i governantivoi gli educatoricon l'approvazione e l'incoraggiamento del clerodistruggete nelle persone gli ultimi resti della fede e della moralitàcommettendo i crimini più grandi: la menzognail tradimentoogni tipo di tortura eultimo delittoil più terribileil più contrario ad ogni cuore d'uomo che non sia stato del tutto reso perversonon un omicidio ma omicidiomicidi senza fine che voi pensate di giustificare con diversi stupidi rinvii ad alcuni articoli scritti da voi su quei vostri stupidi e menzogneri libri che voi chiamate sacrilegamente le leggi. Voi dite che questo è l'unico mezzo per calmare il popolo e spegnere la rivoluzionema si tratta di una manifesta falsità. E' evidente che non soddisfacendo l'esigenza di giustizia elementareche ha tutto il popolo russo che lavora la terradi eliminare la proprietà fondiaria eal contrarioriconfermandola e irritando il popolo e quelle persone superficiali sotterrate che hanno ingaggiato con voi una lotta violentavoi non potete calmare le persone tormentandoledilaniandoleesiliandoleabbruttendoleimpiccando bambini e donneperchéper quanto voi tentiate di rendere muto in voi il vostro proprio amore per la gente e la vostra ragionevolezzaquesti sono in voi e tanto vale per voi ricordare e riflettere perché vi rendiate conto che agendo come agitecioè prendendo parte a questi terribili criminivoi non solo non guarirete la malattiama la rafforzeretericacciandola solo all'interno.

Tutto ciò è più che evidente.

La ragione di quanto avviene non è negli episodi isolatamente considerati; tutta la questione riguarda lo stato d'animo del popolo che è cambiato e che con in nessun modo è possibile far tornare allo stato precedente; non vi si può tornareallo stesso modo in cui non è possibile rendere un adulto di nuovo bambino.

L'irrequietezza o la calma sociali non possono dipendere dal fatto che Petrov resterà vivo o sarà impiccatoo dal fatto che Ivanov vivrà in prigione non a Tambov ma a Nercinsk. L'irrequietezza socialela calma socialepossono dipendere solo da come non solo Ivanov e Petrov ma tutta l'enorme maggioranza della gente guarderà alla propria situazione realeda come questa maggioranza si rapporterà al poterealla proprietà fondiariaalla fede praticata. La forza degli eventi non è in alcun modo nelle condizioni materiali di vitaormaima nello stato d'animo creatosi nel popolo. Se voi uccideste e torturaste anche un decimo di tutto il popolo russolo stato d'animo dei restanti non diventerebbe tale quale voi desiderate che sia. Tanto che tutto ciò che voi fate oggile vostre perquisizionile vostre spiele vostre prigionii bagni penalile vostre forche - tutto ciò non solo non condurrà il popolo nello stato d'animo in cui voi vorreste condurlomaal contrarioaumenta l'irritazione generale e distrugge ogni possibilità di acquietamento. Ma che faredite voi. Che fare per calmare il popolo subitocome interrompere le scelleratezze che vengono compiute? La risposta è assai semplice: smettere di fare ciò che fate. Se nessuno sapesse che cosa bisogna fare per calmare il popolotutto il popolo (molti invece lo sanno bene di che cosa ha più bisogno il popolo russo: liberare la terra dalla proprietàcome fu necessario50 anni orsonola liberazione dalla servitù della gleba)se nessuno sapesse dunque che cosa è necessario ora per calmare il popoloperlomeno è evidente che per calmare il popolo senz'altro non bisogna agire in modo da aumentarne l'irritazione. E voi proprio questo e solo questo fate invece. Ciò che voi fate lo fate non per il popolo ma per voi stessial fine di mantenere la posizione che occupate e che voiper vostro smarrimento spiritualereputate vantaggiosama che in sostanza è la più riprovevoleributtante posizione possibile: perlomeno non dite che fate ciò che fate per il popoloche non è vero. Tutte le cose ributtanti che fate le fate per voi stessiper i vostri personali scopi di guadagnodi lustrodi vanità e di vendettaal fine di vivere ancora per un po' in quello stato di perversione nel quale vivete e che vi appare un bene. Ma per quanto voi diciate che fate ciò che fate per il bene del popolola gente sempre più capisce e sempre di più vi disprezza. Alle vostre misure di repressione e di stroncamento sempre più guarda non certo nel modo in cui voi vorreste: la gente le vede ora per ciò che sonocome le azioni di una qualche superiore personalità collettivail governocome le azioni personalicattivedei singoli individui senza bontà e pieni di amore di sé.

4. Voi dite "a cominciare non siamo stati noi ma i rivoluzionari e le terribili scelleratezze dei rivoluzionari possono essere schiacciate solo con dure (così voi chiamate le vostre di scelleratezze) misure del governo". Voi dite che le scelleratezze commesse dai rivoluzionari sono terribili. Io non discuto e aggiungo questo: che le loro azionioltre ad essere terribilisono anche tanto stupide quanto le vostree di tanto mancano il vero bersaglio quanto le vostre. Ma per quanto terribili e stupide siano le loro azionitutti questi attentati dinamitarditutti questi disgustosi omicidi e furti di solditutte queste azioni sono lungi dal raggiungere il grado di criminalità e di insensatezza dalle azioni compiute da voi.

Essi fanno esattamente lo stesso che fate voi e con gli stessi moventi. Essi si trovanoproprio come voiin quello smarrimento spirituale (che definirei comico se le sue conseguenze non fossero tanto terribili) per cui certe personeredatto da sé e per sé un piano di come secondo loro dovrebbe auspicabilmente essere organizzata la societàritengono di avere il diritto e la possibilità di organizzare secondo un tale piano la vita delle altre persone. Identico l'erroreidentici i mezzi per raggiungere lo scopo prefiguratoi mezzi essendo violenze di ogni generefino ad arrivare all'assassinio. Identica anche la giustificazione per le cattive azioni compiute. La giustificazione è la seguente:

la brutta azionese compiuta per il bene di molticessa di essere immorale e perciò si può - senza violare la legge morale - mentirerubareucciderequando ci porti alla realizzazione di quel presupposto stato di benessere per molti che ci si immaginasi conoscesi può prevederee a cui si vuole dar vita. Voi governanti definite le azioni dei rivoluzionari scelleratezzeenormi delirima essi non fanno nulla che voi non abbiate già fatto: un fatto grave incomparabilmente maggiorecosicchéutilizzando essi i mezzi immorali che voi utilizzate per il raggiungimento dei vostri scopiper voi non è in alcun modo possibile muovere dei rimproveri ai rivoluzionari. Essi fanno le stesse cose che fate voi: voi avete delle spieingannatediffondete menzogne tramite la stampaed essi fanno lo stesso; voi togliete la proprietà alle personeavvalendovi di ogni genere di violenzacome meglio vi aggradaed essi fanno lo stesso; voi giustiziate coloro che ritenete nocivi ed essi fanno lo stesso.

Tutto ciò che voi potete addurre a vostra giustificazione essi lo potranno del parisenza parlare poi del fatto che voi fate molte cattive cose che essi non fanno: spreco delle ricchezze del popolola preparazione alla guerra e le stesse guerrel'assoggettamento e l'oppressione delle altre nazionalitàe tanto altro.

Voi dite di avere le tradizioni dell'antichitàche voi salvaguardate e che avete i modelli di comportamento dei grandi del passato. Anch'essi hanno delle tradizionialtrettanto anticheprecedenti anche alla grande rivoluzione francesee hanno grandi personalitàmodelli da imitaremartiriperiti in difesa della verità e della libertàe ne hanno non meno di voi.

Così chese c'è una differenza tra voi e loroessa consiste solo nel fatto che voi desiderate che tutto rimanga com'è stato ed èmentre essi vogliono dei cambiamenti. E se consideriamo che niente può rimanere invariato nel tempoessi sarebbero più nel giusto di voi se non si mantenessero in quello stesso pauroso profondo errore in cui voi pure vi mantenetee cioè la convinzione che certe persone possono conoscere quella forma di vita che è appropriata per tutti nel futuro e che tale forma di vita può essere imposta con la violenza. In tutto il resto essi non fanno che ciò che voi fate e con gli stessi mezzi. Essi sono in tutto e per tutto i vostri alunniessi hanno - come si dice- raccolto tutte le vostre briciole; essi sono non solo i vostri alunniessi sono opera vostraessi sono i figli vostri. Se voi non ci fostenon ci sarebbero lorocosicchéquando voi volete schiacciarli con la forzavoi fate ciò che fa una persona che si appoggia con tutta la sua forza contro la porta che vuole aprirsi su di lui. Se c’è una differenza tra voi e loroessa non è in alcun modo a vostro vantaggiobensì per il loro. Le circostanze attenuanti per loro consistono in primo luogo nel fatto che le loro scelleratezze vengono compiute in condizione di pericolo personale assai maggiore di quello cui voi siete sottoposti: il rischioil pericolomolto giustificano agli occhi della gioventù in cerca di evasione. In secondo luogoper la stragrande maggioranza sono dei giovanissimi che sbagliano in propriomentre voiper la gran partesiete maturi e anziani cui si addicono le qualità della calma ragionatrice e della condiscendenza verso coloro che sbagliano.

In terzo luogocircostanze attenuanti a loro favore sono nel fatto cheper quanto ributtanti siano i loro omicidiessi tuttavia non saranno mai così freddamente crudeli come lo sono le vostre prigionii vostri lavori forzatile vostre forchele vostre fucilazioni. Una quarta circostanza attenuante della colpa dei rivoluzionari è che tutti essi rifiutano in modo totale e ben definito qualsiasi insegnamento religioso. Essi pensano che il fine giustifica i mezzi e perciò agiscono di conseguenzauccidendo uno o alcuni per il prefigurato bene dei moltimentre voi gente del governoa cominciare dall'infimo boia fino ai più alti dirigenti superiorivoi tutti siete per la religioneper la cristianitàche in nessun modo è compatibile con le azioni da voi commesse; e voi persone anziane che dirigete altri e che vi professate cristianivoi dite come bambini sgridati perché trovati ad azzuffarsi - "non siamo stati noi a cominciare ma loro" e meglio di questo non sapete direvoile persone che si sono assunte il ruolo di guida del popolo. Ma che gente siete? Gente che pure ha riconosciuto Dio in colui che nel modo più chiaro vietò non soltanto ogni omicidio ma ogni atto di collera contro un fratelloche vietò non solo il tribunale e la penama il giudizio su un fratellocolui che a chiarissime lettere abolì ogni castigoriconobbe l'inevitabilità del perdono eternamente concessoper quante pur fossero le volte che un delitto si era ripetutocolui che ordinò a quello che era stato colpito sulla guancia di porgere l'altra e non rendere il male col male. Colui che così semplicementecosì chiaramente mostròcon il racconto della donna condannata alla lapidazionel'impossibilità del giudizio e della punizione di alcuni contro altri; voigente che riconoscete questo come parola di Diovoi non potete trovare null'altro da dire a vostra giustificazione oltre a ciò: "essi hanno cominciatoessi uccidonoperciò diamoci anche noi a uccidere loro".

5. Un pittore mio conoscente pensò di dipingere un quadro intitolato "Esecuzione capitale" e perciò gli serviva il modello per dipingere dal vero il viso del boia. Egli venne a sapere che in quel periodo a Mosca il ruolo del boia lo svolgeva un portiere- custode. Il pittore andò a casa di quel custode. Questo succedeva nella Settimana santa. I familiaritutti agghindatisedevano al tavolo da tèma il padrone di casa non c'era: come risultò poiegli si era nascosto non appena aveva visto un estraneo. Anche la moglie si confuse e disse che il marito non era in casama la bambina loro figlia lo fece scoprire dicendo: "babbino è in soffitta". Ancora non sapeva che suo padre sapeva di svolgere una brutta mansione e che perciò egli doveva temere tutti. Il pittore spiegò alla padrona di casa che gli serviva il marito come modello per poterne fare un ritrattopoiché il viso di lui era adatto al quadro progettato (il pittoresi capiscenon disse per quale quadro gli serviva il viso del custode). Conversato che ebbe con la padrona di casail pittore le proposeper rabbonirladi prendere con sé il figlioun ragazzocome apprendista. Questa propostaè evidenteconquistò la donna. Ella uscì e dopo qualche tempo entròspaventatopreoccupatoscuro in voltoil padrone di casa. Egli a lungo interrogò il pittorevoleva sapere perché si interessava proprio a lui. Quando il pittore gli disse che l'aveva incontrato per strada e il suo viso gli era sembrato adatto al quadroil custode chiese dov'era che lo aveva vistoa quale ora e come era vestito quando lo aveva visto. E chiaramente temendo e sospettando il peggiorespinse ogni proposta. Sìquesto è il carnefice diretto. L'esecutore materiale sa che lui è un boiache ciò che fa è un male e che lo odiano per ciò che fa.

Egli ha paura della gentee io credo che questa sua consapevolezza e la paura che prova al cospetto delle persone gli facciano espiarealmeno in partele sue colpe. Invece tutti voidal segretario di tribunale al capo del ministero fino allo zarsiete dei partecipanti intermedi dei misfatti giornalmente compiuticome se voi non provaste la colpanon viveste quel senso di vergogna che dovrebbe suscitare in voi la partecipazione agli orrori che si commettono. E' verovoi pure avete paura delle personecome il boiae la vostra paura è tanto più grande quando la vostra responsabilità per i crimini commessi cresce; quindi il procuratore ha paura più del segretarioil presidente ha paura più del procuratoreil presidente del consiglio dei ministri ha paura ancora di più e lo zar più di tutti. Tutti voi temetema non per le stesse ragioni del boiacioè perché sapete di agire maledi commettere cattive azioni; novoi avete paura perché vi sembra che gli altri commettano cattive azioni e per questo io credo cheper quanto questo infelice custode sia caduto in bassoegli moralmente si trova tuttavia incomparabilmente più in alto di voipartecipanti e parziali colpevoli di questi crimini terribilipersone che giudicate gli altri e non voi stessie camminate a testa alta.

6. Quello che io so è che tutte le persone sono personeche tutti noi siamo deboliche tutti noi ci smarriamo e che non è dato a una persona di giudicarne un'altra. Io ho a lungo lottato con quel sentimento che hanno fatto sorgere in me i colpevoli di questi terribili delittisentimento tanto più forte quanto più in alto nella scala sociale si trovano queste persone. Ma io non posso e non voglio più lottare con questo mio sentimento. E non posso e non voglio in primo luogo perché queste personepoiché non vedono il loro essere profondamente criminalenecessitano di uno smascheramento e ne necessitano sia per se stesse sia per quella folla di persone chesotto l'influenza dei riconoscimenti esterioriapprovano le loro orribili azioni e tentano persino d'imitarle. In secondo luogo non posso e non voglio più combattere il mio stesso sentimento perché (lo riconosco apertamente) spero che lo smascheramento che faccio di queste persone causi in un modo o nell'altro la mia cacciatada me stesso auspicatada quel circolo di persone tra le quali io vivo e facendo parte del quale io non posso non sentirmi parte in causa dei crimini commessi attorno a me. Perché tutto ciò che si fa oggi in Russia si fa in nome del bene comunein nome della sicurezza e della calma della vita delle persone che vivono in Russia. Ma se è cosìquesto si fa anche per meanch'io vivo in Russia. Per me sarebbe dunque l'indigenza del popoloprivato del primo più elementare diritto umanoil diritto a quella terra sulla quale è nato; per me questo mezzo milione di mugiki strappati alla propria vita e vestiti dell'uniformea imparare l'omicidio; per me questo clero menzogneroquesti che dovrebbero occuparsi dello spirito e il cui compito principale è invece travisare e occultare la verità cristiana; per me questo esiliare la gente di posto in posto; per me questi centinaia di migliaia di operai affamati che vagano per la Russiaper me queste centinaia di migliaia di infelici che muoiono di tifodi scorbuto nelle prigioni e nelle fortezze che non bastano per tutti. Per me le sofferenze delle madridelle moglidei padri degli esiliatidei rinchiusidegli impiccati.

Per me queste spiequesta gente comprataqueste guardie cittadine che ricevono un riconoscimentoun premio per commettere omicidi. Per me questo stillicidio di decinecentinaia di fucilatiper me questo lavoro orribile compiuto da persone che erano un tempo difficilmente reperibili e che invece oggi non lo ripudianoi boia. Per me queste forche e questi impiccatianche le donne e i bambini dei mugikiper me questa terribile esasperazione delle persone che sono l'una contro l'altra. E per quanto possa sembrare strana l'affermazione che tutto questo è fatto per me e che io sono parte in causa di queste azioni terribiliio tuttavia non posso fare a meno di sentire che c'è senza dubbio una relazione tra la mia stanza spaziosail mio pranzoi miei vestitiil mio tempo libero e quei crimini terribili che si compiono per l'eliminazione di coloro che vorrebbero togliere a me le cose di cui godo; sebbene io sappia che tutte queste persone senza casaesasperateincattivitemi toglierebbero tutto ciò di cui godo se non ci fossero le minacce del governomesse in atto da questo stesso governoio tuttavia non posso non sentire che la mia pace è senz'altro condizionata da tutti quegli orrori che vengono attualmente compiuti dal governo.

E riconoscendo tutto questoio non posso più a lungo sopportarlonon possoe devo liberarmi da questa spaventosa posizione. Non si può vivere così. Io perlomeno non posso vivere cosìnon posso e non voglio. Per questo scrivo tutto questo e con tutte le mie forze io diffonderò quanto scrivo in Russia e fuori dalla Russiaperché accada una delle due seguenti eventualità: o avranno fine queste azioni disumane oppure sarà distrutto il mio legame con queste azioni; affinché o mi mettano in prigionedove con chiarezza potrei vedere allora che non è per me che si fanno tutti questi orrorioppuree sarebbe la cosa migliore di tutte (così buona che io non oso sognare una tale felicità)oppure mettano anche a mecome già a quei venti contadiniil lenzuolo funebreil cappuccio a cono e allo stesso modo mi spingano giù dalla pancacosicché io con il mio proprio peso faccia scorrere sulla mia vecchia gola il cappio insaponato.

7. Ed ecco che per conseguire uno di questi due scopi mi rivolgo a tutti i compartecipi di queste terribili azionimi rivolgo a tuttia cominciare da coloro che mettono il cappuccioil cappio ai propri fratellialle donne e ai bambinidalle guardie carcerarie fino a voii principali dirigentivoi che decidete in ultima istanza di questi orribili delitti. Fratelli! Riflettetecapite quello che fate. Ricordate chi siete. Perché voiprima di essere boiageneraliprocuratorigiudiciprimi ministri e zarprima di tutto ciò voi siete persone. Oggi vi siete affacciati su questo mondo che Dio ha creatoe domani non ci sarete (e voiboia di ogni tipoquelli che hanno provocato e provocano contro di sé un odio particolarevoi specialmente dovete ricordarvi di questo). Forse che voi che vi siete affacciati su questo mondo per opera di Dio per questo breve istante - poiché la mortese anche non vi uccidonoè sempre alle spalle di tutti noi - forse che voi non vedete nei vostri minuti mondani che la vostra vocazione nella vita non può essere quella di torturare e uccidere le persone e poi tremare di paura di essere a vostra volta uccisie mentire davanti a se stessidavanti agli altridavanti a Dio convincendosi e convincendo gli altri che prendendo parte a queste azioni voi contribuite a una causa gracile e importante per il bene di milioni di persone? Forse che voi stessi non sapete - quando non siete inebriati dalla situazionedalla lusinga e dagli abituali sofismi - che tutto questo non sono che parole inventate soltanto affinchécompiendo le peggiori azionile più malvagiesi potesse nel contempo considerare voi stessi persone buone? Voi non potete non sapere che voicosì come ciascuno di noipossiede solo una causa vera che racchiude in sé tutte le altre: vivere questo breve intervallo di tempo che ci è dato in accordo con la volontà che ci inviò in questo mondoe in accordo con questa volontà dipartirci da esso. Questa volontà vuole una cosa soltantol'amore di ogni persona verso le altre persone. Voi invece che cosa fate? In che cosa riponete le vostre forze spirituali? Chi amate e chi vi ama? Vostra moglie? Vostro figlio?

Ma questo non è amore. L'amore della mogliedei figli non è l'amore umano. Cosìgli animali amano anche più forte. L'amore umano è l'amore della persona verso ogni personacome verso un figlio di Dio e perciò fratello. Chi invece voi amate e chi vi ama? Nessuno. Vi temono come temono il boia o una bestia feroce.

Vi lusingano perché nell'anima vi disprezzanoe vi odiano e come vi odiano! E voi questo lo sapete e temete la gente. Pensatetutti voidai più alti ai più bassi partecipanti agli omicidipensate a chi siete e smettete di fare ciò che fatesmettete - non per voi stessinon per la vostra personalitànon per gli altri né affinché le persone smettano di giudicarvima per la vostra animaper quel Dio che non appena lo lasciate risuonareviene in voi.

 

 

31 maggio 1905




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