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Carbonella

C'era una volta una povera donna che aveva una bambina così brunada sembrare quasi una mora. La lavava quattrocinque volte al giorno per tenerla pulita; ma la pelle della piccinaspecialmente quella delle manitrasudava un umor nero che lasciava l'impronta su qualunque cosa ella toccasseed era la disperazione di quella povera mamma.Le vicine le avevano messo il nomignolo di Carbonella; e anche sua madre aveva finito per chiamarla a quel modo.Carbonellavispa e servizievolesi faceva voler bene da tutti. Non poteva però soffrire che gli altri bambini del vicinato la chiamassero così.- Carbonellavuoi giocare con noi?- Ve la do io la carbonella.Li rincorrevae quando li aveva raggiunticon una stropicciatina delle mani sul viso li impiastricciava di neroin maniera da farli parere figli di carbonai.Ed erano piantied erano strilli; ma le mamme davano ragione a lei:- Perché la chiamate Carbonella?- E voialtre dunque? E la sua mamma dunque?- Noialtre glielo diciamo per abitudine.Infatti era così. Carbonella di qua! Carbonella di là!- Perché insudici tuttoCarbonella?- Per farvelo lavare più presto.- Brava Carbonella. E perché ti arrabbi quando i ragazzi ti chiamano così?- Perché la mamma mi lava quattrocinque volte al giorno: e tutti quei ragazzacci sono più sporchi di me.- Intanto la mamma non sapeva che mestiere farle apprenderecon quelle mani che lasciavano il segno su qualunque cosa toccassero.- Figlia disgraziata! E come farai per campare quando io non ci sarò più?- Il Signore mi aiutera! - Quasi la povera donna prevedesse che doveva morir presto e lasciare nei guai la figliola che aveva appena sette anni.Le vicine per qualche tempo le diedero da mangiare: oggi unadomani un'altra.Povere anch'essevivevano stentatamente di lavoro ed erano cariche di figlioli.Per il momentouna bocca di più non era di peso; e Carbonellameschinasi contentava di quel po' che le davano. Ma quando sarebbe cresciuta? Nutrirla non bastava; bisognava rivestirlatenerla d'occhio; e con quel difetto d'insudiciar di nero ogni cosa che toccavanon le si poteva far fare nessun lavoro.Ora che la mamma era mortale vicine avevano ben altro a cui badare che a lavarla quattrocinque volte al giorno; e perciò Carbonella era divenutacome dicevanopiù Carbonella di prima.Se ne stava accoccolata davanti all'uscio della sua catapecchiacoi gomiti sui ginocchicol mento fra le manie guardava le nuvole che passavano per il cielospinte dal vento.- Me ne vorrei andare per il mondo come loro!Fantasticava così; le invidiava.- Che stai a guardareCarbonella? Le mosche che volano?- Non so: guardo le nuvole! Dove vanno?- Dove le porta il ventolontano.- Voglio andarmene con loro.E una mattinachiamacerca Carbonella... era andata viaera sparitasenza dir niente a nessuno.- Povera Carbonella! Chi sa a quest'ora dov'è!Carbonella aveva raccolto quei pochi stracci che costituivano tutta la sua ricchezzane aveva fatto un fagottino epresa la via dei campiera andata avanti avanti senza sapere dove e perchè andasse.Aveva sentito dire più volte: «Il talela talehanno incontrato la Fortuna» e si era immaginata che la fortuna corresse in giro per il mondo. Poteva incontrarla anche lei. E perciò quel giornoimbattendosi in qualche donnavecchia o giovanele domandava ingenuamente:- Siete voi la Fortuna?Tutte la guardavano stupite della domandae non rispondevano nemmeno; tiravano viacrollando il capo; la credevano una scema.Verso sera incontrò una carrozza tirata da due focosi cavalliriccamente bardati. Una bella signora era quasi sdraiata sui cuscini; passava di corsa.- Signorabella signora!Al gridola signora fece fermare la carrozza e attese che quella ragazzacosì bruna da sembrare una moravestita poveramentee con quel fagottino sotto bracciole si fosse avvicinata.- Signorabella signorasiete voi la Fortuna?La donna crollò il capoe fece cenno al cocchiere di riprendere la corsa.Era già nottequando Carbonellaatterrita di trovarsi così sola in piena campagnavide apparire in un lato della strada una fiammolina azzurra che erravasobbalzandoe non si fermava mai. Si mise a inseguirla; ma appena le era vicina e già tendeva la mano per afferrarlala fiammolina dava un balzo e si allontanava con bizzarro movimento di altalena. Carbonella aveva dimenticato la stanchezzala fame che le mordeva lo stomaco e inseguivainseguiva la fiammolina. Le era balenato alla mente che potesse essere la Fortuna.- Fiammolinafiammolina azzurra! Se sei la Fortunalasciati afferrare!Ah! Non era la Fortunagiacché continuava ad errarecon quel bizzarro movimento d'altalenae non si lasciava raggiungere.Tutt'a un trattola vide fermarsi e spariree si accorse di essere arrivata davanti all'uscio di una povera casetta di campagna.Si fece coraggio e bussò. Non rispose nessuno. Attese un po'e tornò a bussare.Non rispose nessuno.- Fiammolinafiammolina azzurrami hai dunque ingannata?E tornò a bussare per la terza volta. Si udì una voce raucadi persona ingrugnita:- Chi picchia? Chi cercate?- Sono iosono Carbonella; chiedo ricovero per questa notte.- Carbonella? Non sono fornaia; avete sbagliato uscio.- Datemi almeno una fetta di pane: muoio dalla fame!Dalle fessure dell'uscio Carbonella si accorse che là dentro avevano acceso un lumee dal rumore degli zoccoli e dal brontolio della voce rauca capì che qualcuno veniva ad aprirle.L'uscio scricchiolò ed apparve sulla soglia una vecchia curvagrinzosacoi bianchi capelli arruffati e gli occhi insonnoliti.- Chi sei? È questa l'ora di rompere il sonno alle persone?- Scusatebuona donna; mi ha guidato fino a qui una bella fiammolina azzurra.Mi ero sperduta per la campagna.- Ti chiami Carbonella? Sei carbonella davvero.E le fece una carezza sui capelli.Le dette da mangiarebrontolando semprema Carbonella non capiva le parole.La cameretta era affumicatacon pochi e rozzi arnesie per letto c'era un giaciglio di paglia dove poteva sdraiarsi una sola persona.Carbonella aveva sulla punta della lingua la domanda: «Siete voi la Fortuna?» Ma vedendo tutta quella miseriasi trattenne.Quale non fu però il suo sbalordimentoquando la vecchiapreso il lume in manole disse:- Ed orafigliola miaandiamo a dormire.Spinse una porticina della parete di fondocosì affumicata anche quella che Carbonella non se n'era avveduta... e la povera ragazzadallo stupore della sorpresasentì mancarsi il respiro.Una fila di stanzeuna più bella dell'altrailluminate da una dolce luce azzurrognolache non si capiva d'onde venisse; stucchifregi doratitappeti morbidissimi per terraspecchi alle pareti; e vasi con belle piante e bellissimi fiori. La vecchia andava avanticurvacoi bianchi capelli arruffatiche a quella luce parevano d'argentoe non si voltava per vedere se Carbonella la seguisse. «Questa è proprio la Fortuna» ripeteva dentro di sé la ragazza.Erano entrate in una camera con un letto col baldacchino. Coperta bianchissimalenzuola e guanciale che abbagliavano. Doveva dormire la? Ahpovera lei! Avrebbe insudiciato ogni cosa.- Tu qui; io dormirò di lanella camera accanto.- Ahnosignora! Voi non sapete! Mi hanno chiamato Carbonella anche perchè ho la disgrazia di macchiar di nero tutto quel che tocco! Dormirò sulla paglia della prima stanza!... Siete voi la Fortunabuona signora? Non poté più trattenersi dal domandarglielo.- Dormie non curarti d'altro!E la lasciò solasbigottita.La mattina doposvegliandosiCarbonella si trovò distesa sulla paglia della stanza affumicatacol suo fagottino per guanciale. Aveva sognato? Non arrivava a persuadersene.E sentiva di nuovosulla punta della linguala domanda: «Siete voi la Fortuna?» Ma rammentava - ohnon aveva sognato! - di avergliela già fatta la sera avanti; e colei le aveva risposto: «Dormi e non curarti d'altro!» segno evidente che non era la Fortunao che non voleva darsi a conoscere.- Ed ora dove andrai?- Dove mi portano i piedialla ventura. Se potessi incontrare la Fortuna!L'hanno incontrata tantidicono; essa sola potrebbe aiutarmi.- Ahfigliola mia! La Fortuna e capricciosa: oggi dàdomani toglie; dà senza discernimentotoglie allo stesso modo: è una pazza. Se la incontrinon guardarla neppure in viso; da' retta a me.- Ma come facciocol difetto di insudiciar di nero quel che tocco?- Per questo c'è rimedio. Non avere schifo. Ficca le mani in questo mucchio di letamee tiencele finché potrai sopportare il bruciore che sentirai.Carbonella esitò un momentoe poi affondò le mani nel letame. Cominciò a provare un lieve calore che andò sempre più aumentando.- Ahi! Ahi!- Non è nienteCarbonella; sopporta ancora. Pazienza!Le pareva di aver le mani tra la brace; si contorcevama l'idea di guarire di quel difetto le dava forza e coraggio.- Ahi! Ahi!Le ritrasse. Sembravano carbonizzate: erano più nere di primama non le bruciavano più.Toccò un panno... e vi lasciò una macchia non nerama gialliccia scuradel colore del letame. Valeva la pena di essersi lasciate bruciare le mani a quel modo! O nero o gialliccioquelle sue mani disgraziate macchiavano sempre!- Perche mi avete ingannata?- Non ti ho ingannatavedrai!Carbonella finse di crederle. Chi sa? Quella brutta vecchia poteva farle qualche male peggiore! La ringraziò e andò via; avantiavantiper la campagnaalla venturapoverina!Pensava che la vecchia le aveva detto:- Se incontri la Fortuna non guardarla neppure in viso!Altro che guardarla in visose l'avesse incontrata! Le si sarebbe afferrata alla gonna e non l'avrebbe lasciatase non ne avesse ricevuto i più ricchi doni.E perciò imbattendosi in qualche donnavecchia o giovanela fermava:- Siete voi la Fortuna?Tutte la guardavano stupite della domandae non rispondevano nemmeno: tiravano viacrollando il capo; la credevano una scema.Giunse in riva a un fiume. Sull'erba erano sciorinati al sole tanti panni di bucatoe non c'era nessuno che li guardasse. Carbonella pensò di lavarsi le mani con l'acqua correntee più le strofinava e più l'acqua s'intorbidava col colore gialliccio scuro del letame; se non checol solequel colore luccicava come l'oro.Visto che a guardia dei panni non c'era nessunone prese unoil primo che le capitò davantie si asciugò le mani. Purtroppovi restavano tante impronte giallicceimpronte delle mani in varie posecosi nette e cosi precise che sembravano dipinte.Tornò a lavarselea stropicciarle forte: l'acqua s'intorbidava col colore gialliccio scuro del letame; se non cheanche questa voltacol solequel colore luccicava come l'oro. Era inutile. E prese un altro panno (sembrava una camiciona) e vi si asciugò le mani. Purtroppotante impronte di manima così nette e precise che sembravano dipinte.Stava per sciorinarlo nuovamente sull'erbaquando accorsero da più parti i guardiani.- Ahscellerata! Che cosa hai fatto? Hai macchiato la biancheria della famiglia reale!Tentò di scappare; ma quelli la raggiunserol'afferraronola legarono con le mani dietro la schienae la trascinaronopiangentemezza viva e mezza mortaal cospetto del Re.- Perché hai fatto questo?- Maestàperdonatemilo non sapevo... Se avessi saputoMaesta...E il pianto le impediva di parlare.Il Re si convinse che una ragazzina di quell'età non poteva aver voluto recare sfregio al bucato realee ordinò che la mettessero in libertà.- Si rifaccia il bucato. La colpa è tutta vostrache non avete fatto buona guardia.A Carbonella non parve vero di essere rilasciata senza nessun castigoe prese di nuovo per la campagnaalla venturalusingandosi sempre cheun giorno o l'altroavrebbe incontrato la Fortuna.Le lavandaie rifecero il bucatoma le impronte delle mani non andarono via; e quando i panni furono asciuttiquelle impronte scure erano diventate luccicanti quasi fossero state d'oro.Il Rela Regina e il Reuccio vollero vedere e rimasero sbalorditi; erano infatti impronte d'oro.Il Reuccio più di tutti le guardava estasiato.- Ah! queste mani! Le più piccolele più belle manine del mondo.Era proprio così!Quel camicione sembrava ornato di finissimi ricami di lamine d'oro. Le impronte erano così nettee così ben modellateche vi si scorgevano i più minuti solchi della pelle.- Ah! quelle mani! Le più piccolele più belle manine del mondo!E da quel giorno in poiil Reuccio fu colpito dalla fissazione di voler vedere colei che possedeva le più piccole e le più belle manine del mondo.Invano il Re gli diceva:- È una ragazza neracenciosasudicia da far rivoltare lo stomaco. L'ho vista io; e quelle mani che qui sembrano una meravigliahanno la pelle abbruciacchiata!...- Ah! quelle mani! Le più piccolele più belle manine del mondo!La fissazione del Reuccio aumentava di giorno in giornoquasi gli avessero fatto una malìa.Allora il Reper amore del figliospedì parecchi corrieri alla ricerca di quella ragazza. Colui che per primo la trovava e la conduceva al palazzo realeavrebbe potuto chiedere qualunque grazia; gli sarebbe stata concessa.Trascorsero due settimane senza nessuna notizia di Carbonella. Chi l'aveva vista in un postochi in un altro: «Ieri è passata di qua; oggi e passata di là; ha preso questo sentiero; si è addentrata in quel bosco». Ma corricercafruganessun segno di Carbonella.E la fissazione del Reuccio aumentava sempre piùquasi gli avessero fatto una malìa.Finalmentegiunge un corriere e dice:- Maestàla ragazza è trovata. È a servizio da certi padroni cheper rilasciarlanon solamente vogliono un ordine scritto di pugno del Rema che Sua Maestà prenda impegno di rimandargliela in casa tra due giornial più tardi.Il Re montò in furia:- Ah! sì? Un ordine scritto di pugno di Sua Maestà? Andate e trascinateli quilegati alle code dei vostri cavalli. La ragazza invece la condurrete in lettiga.E così Carbonella ricomparve di nuovo in presenza del Re.Era più nerapiù sciatta che maicarbonella addirittura; ma vispa e tranquillaperchè sapeva di non aver fattoquesta voltaniente di male.La tremarella l'avevano addosso i suoi padronitrascinati fino al palazzo regale legati alle code dei cavalli.- Perchè non volevate lasciar venire la ragazza?- PerdonoMaestà; avevamo un patto con lei: mangiarebere e vestiree doveva servirci per dieci anni.- Come mai questo patto?- Per carità di leiMaestà.- Infatti è così ben nutritae così ben vestitache sembra una stracciona morta di fame! E che servigi doveva fare?- Quasi nienteMaesta. Lavava i panniripuliva...Erano impacciati; non dicevano la verità; quel che la ragazza toccavabagnato sembrava macchiato di giallo scuro; asciuttoluccicava come coperto d'oro; ed era oro davvero. Volevano arricchirsifacendola sfacchinare da mattina a sera; la ragazza ignorava la virtù delle sue mani.- Per oraandate in carcere. Al patto dei dieci anni ci penseremo poi!Il Re e la Reginavedendo Carbonella cosi mal ridotta e con quelle mani che sembravano bruciacchiatefurono molto contenti; la fissazione del Reuccio sarebbe subito sparita.- Come ti chiami?- Non lo so; mi dicono Carbonella: anche mia madre mi chiamava così. È morta; non ho più nessuno al mondo.- E perché vai di qua e di là?- Voglio incontrare la Fortuna. L'hanno incontrata parecchiho sentito dire. Chi sa che non la incontri anch'io!- E che vorresti dalla Fortuna?- Quel che le piacerebbe di darmi.Re e Regina si guardarono in visostupiti di tali risposte. La Regina disse al Re sottovoce:- CosteiMaestàha qualche cosa che non mi piace.- Dite beneRegina: qualcosa che non piace neppure a me.- Che sia una strega?- Può darsi. Lo scopriremo subito. Facciamo chiamare il Reuccio.- Alla vista di Carbonellail Reuccio indietreggiò nauseato.- Ecco quiReuccioquelle che voi credete le più piccole e le più belle manine del mondo!- Per piccoleerano piccolema belleno davvero!Egli la guardavapoco convinto che le impressioni lasciate sui panni provenisero proprio da esse.- Fammi vedere! Fammi vedere!Carbonella tese le manivoltandole e rivoltandoleperchè il Reuccio le osservasse bene.- Chi te le ha bruciacchiate?- Nessuno. Dapprima macchiavo di nero tutto quel che toccavo; era una gran disgrazia. Una vecchia mi disse: «Ficcale in quel mucchio di letamee tienicele finché potrai.» Quel letame scottavae perciò le mie mani sono così bruciacchiate.Ora invece macchio di giallo scuro tutto quel che tocco; è un'altra grave disgrazia!Il Reuccio le guardava con ripugnanzapoco convinto che le impronte lasciate sui panni provenissero proprio da esse.- Lasciatemi vedere! Lasciatemi vedere!Carbonellaridendotendeva le manivoltandole e rivoltandoleperché il Reuccio potesse osservarle meglio.- Nonono? Non sono queste! Vi fate beffa di me!Il Reucciosinghiozzando e piangendouscì dalla sala.- Scellerata! Scellerata! Che malìa hai fatto al Reuccio?- Ti faremo bruciar vivase non sciogli la malìa!Carbonellaalle parole della Regina e alla minaccia del Recominciò a tremare come una fogliae non sapeva che cosa rispondere.- Ti dò tempo tre giorni! E intanto vai in carcere anche tu.Il Reuccio smaniava più che mai:- Ahquelle mani! Le più piccole e le più belle del mondo!- Che vorreste farveneReuccio?- Voglio sposare chi le possiede!- Vorreste sposare Carbonella?- Non e leiMaesta. Vi fate beffa di me?- Non c'è dubbio - disse il Re. - Qui si tratta di malìa.Carbonellain fondo al carcerenon si lamentavanon piangeva. Di tratto in tratto solamente si metteva a chiamare:- FortunaFortuna! Se tu passassi da queste parti!La Fortuna doveva essere troppo lontanase non accorreva alla chiamata di lei.Il Retrequattro volte al giornose la faceva condurre.- Carbonellahai riflettuto? Vuoi sciogliere la malìa?- Ma che malìaMaestà? La trista malìa è la disgrazia che mi perseguita.- Hai tempo un altro giorno. Rifletti beneCarbonella.E Carbonellatornata nella buia stanzuccia della sua prigionenon si lamentavane piangeva. Di tratto in tratto solamente riprendeva a chiamare.- FortunaFortunase tu passassi da queste parti!La Fortuna doveva essere molto lontanasd neppure questa volta era accorsa alla chiamata di lei.Il giorno dopo fu condotta di nuovo alla presenza del Re.- Carbonellahai riflettuto? Vuoi sciogliere la malìa?- Ma che maliaMaestà! La trista malìa...Il Re non la fece finir di parlare:- Hai tempo poche oreCarbonella; sarai bruciata viva domani.Il Reuccio non sentiva ragionesmaniava più che mai.- Ahquelle mani! Le più piccole e le più belle del mondo! Voglio trovare chi le possiede! Chi le possiede voglio sposarla.- Sono quelle di CarbonellaReuccio! Vorreste sposare Carbonellafiglio mio?- NononoMaestà! Vi fate beffa di me!La corte pareva in lutto per questa fissazione del Reuccio.- Maestàho pensato questo- disse il ministro. - Facciamo fare a Carbonella quella impronta sotto gli occhi del Reuccio. Così non potrà più credere che ci beffiamo di lui. E Carbonella è così neracosì sciatta ed ha le mani così bruciacchiateche il Reuccio certamente avrà disdegno a sposarla.Questo suggerimento del ministro parve molto savio a Sua Maestà. Come non era venuto in mente alla Regina né a lui?Prepararono un catino con acquavi immersero un panno di tela finissimae Carbonella venne condotta davanti al Realla Reginaal Reuccio e a tutte le persone di corte.- Carbonellahai riflettuto? Vuoi sciogliere la malia?- Ma che malìaMaestà! La trista malìa e la disgrazia che mi perseguita!- Sarai bruciata viva oggi stesso. Intanto leva questo panno dal catino e strizzalo bene.L'acqua s'intorbidòdiventò di color giallo scuro; ed ecco che nel panno strizzato si vedevano parecchie impronte delle mani di Carbonella dello stesso colore dell'acqua; qua interelà delle sole ditalà delle palme con qualche falange di ditosecondo che potevano imprimersi strizzando.Tutti stavano a guardarestupitie più di tutti il Reuccio. A Carbonella quelle impronte sembravano cosa ovvia e naturale.Sciormarono quel panno al soleea mano a mano che si asciugavale impronte risultavano come fatte di meraviglioso ricamo in lamine d'oro finissimo. Quasi una Fata si fosse divertita a far parecchie prove equa e lalasciarle incompiute.Tutti guardavano il Reuccio che sembrava diventato di sasso. Sembrava di sasso anche Carbonellache vedevaper la prima voltamutarsi in oro le macchie gialle lasciate sugli oggetti dalle sue mani. Per questo quei padroni nascondevano subito le cose appena macchiate di giallo!Tutt'a un trattogrande scompiglio. Il Reuccio cominciò ad agitar le bracciaa stralunare gli occhi:- Largo! Largo! Scostatevi!E ributtava indietro ReReginapersone di corte.- Largo! Largo! Scostatevi! E tuCarbonellanon ti muovere di lì! Fermi tutti; attendete!Si era fatto un gran cerchio attorno a Carbonellahe rimaneva ritta nel mezzocon gli occhi sbalorditi e con un doloroso sorriso sulle labbra.Nessuno osava muoversiaspettando che il Reucciouscito precipitosamente dalla salaritornasse.E fu un urlo di tutti vedendolo ricomparire con una fiaccola accesa in manocorrere verso Carbonella e appiccarle il fuoco alla veste.Quasi fosse stata di vera carbonellala poverina sprigionò una vampata da capo a piedisenza un gridosenza un atto di scampo. Solamentenascose il viso con le braccia e rimase in piediavvolta dalle fiamme scoppiettanti.- AhReuccio! Che cosa avete fattoReuccio!- Era CarbonellaMaestà; bisognava bruciarla!Ä




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