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Il Principe Amato
C'era una volta un Reil quale era proprio una persona tanto perbeneche i suoi sudditi lo chiamavano il Re buono. Un giornomentre trovavasi a cacciaaccadde che un coniglio bambinoche stava lì per essere ucciso dai canivenne a gettarsi fra le sue braccia.
Il Re fece delle carezze alla povera bestiolina e disse:
"Giacché si è messo sotto la mia protezionenon voglio che nessuno gli faccia del male".
E portò il piccolo coniglio nel suo palazzoe gli fece dare una bella stanzina e delle erbe eccellenti da mangiare.
Nella nottequando fu solo in camerail Re vide apparire una bella donnala quale non era vestita con abiti ricamati d'oro e d'argentoma la sua veste era bianca come la nevee portava in testa una corona di rose bianche.
Il buon Re rimase molto maravigliato nel vedere questa signoratanto più che l'uscio di camera era chiusoné sapeva capacitarsi come diavolo avesse fatto a passar dentro.
"Io sono la fata Candidae passando per il bosco mentre eravate a cacciavolli vedere se veramente siete quel buon Reche tutti dicono. A questo fine presi la figura di un piccolo coniglio e mi messi in salvo fra le vostre braccia: perché so che chi sente pietà per le bestiela sente anche per gli uomini: e se mi aveste ricusato il vostro soccorsovi avrei tenuto per un cattivo. Vi ringrazio dunque del bene che mi avete fattoe contate che io sarò sempre vostra buonissima amica. Voi non dovete far altro che chiederee tutto vi sarà accordato".
"Signora"disse il buon Re"poiché siete una fatavoi dovete leggermi in cuore quel che desidero. Io non ho che un figlio soloal quale voglio un bene dell'animatanto che lo chiamano tutti il Principe Amato. Se mi volete fare un regalopigliate a benvolere questo mio figlio."
"Con tutto il cuore"rispose la fata"io posso fare del vostro figlio o il più bel Principe del mondoo il più riccoo il più potente. Scegliete voi."
"Nulla di tutto questo"replicò il buon Re"quanto a mevi sarò obbligatissimo se vorrete farne il migliore dei Principi. A che gli servirebbe di esser belloricco e padrone di tutti i regni del mondose fosse cattivo? Voi sapete meglio di me che sarebbe un disgraziatoperché non c'è che la virtù che renda veramente felici."
"Avete mille ragioni"rispose Candida"ma non è in mio potere di far diventar buono il Principe Amatoa suo dispetto: se vuol esser virtuosobisogna che anch'esso ci metta dell'impegno e della buona volontà. Tutto quel più che posso promettervi è di dargli dei buoni consiglidi riprenderlo quando farà male: e anche di castigarlose non voglia correggersi o punirsi da sé."
Il buon Re fu arcicontento di questa promessae dopo poco morì. Amato pianse moltissimo il padreperché era tutta la sua affezionee avrebbe dato volentieri regnioroargentoogni cosa insommaper poterlo salvare: ma non era possibile.
Due giorni dopo la morte del Rementre Amato era a lettoCandida gli apparve e gli disse:
"Ho promesso a vostro padre di esservi buona amica; e in segno che voglio mantenere la mia parolaeccomi qua a farvi un regalo".
E nel dir cosìinfilò un anellino nel dito di Amato e gli disse:
"Tenete conto di quest'anello: è più prezioso dei brillanti; ogni volta che sarete per fare una cattiva azionevi pungerà il dito: ma se nonostante la punturavi ostinerete nel maleperderete la mia amicizia e diventerò vostra nemica".
Dette queste paroleCandida sparì e lasciò Amato fuori di sé dallo stupore.
Per qualche tempo egli fu così ammodo e perbeneche non sentì mai bucarsi dall'anello: e questa cosa lo rendeva tanto contentoche al suo nome di Amatoche già portavagli venne aggiunto anche quello di Felice. Accadde però che in quei giorni essendo andato a caccia e non avendo morto nessun animaleentrò di cattivissimo umore. Allora gli parve che l'anello gli pigiassecosì non ci badò né tanto né quanto. Entrato che fu nella sua camerala canina Bibì gli venne incontrotutta saltellante in atto di fargli festama egli le disse:
"Passa a cuccia! Ho altro per il capo che le tue carezze".
Ma la povera canina che non capiva nulla di quel che dicevagli tirava il vestito per obbligarlo almeno a voltarsi a guardarla. Questo bastò per fargli perdere la pazienza e le lasciò andare una gran pedata. In quel momento l'anello lo punse così fortecome se fosse stato uno spillo. Egli ne restò confusoe tutto rosso dalla vergogna andò a nascondersi in un canto della sua camera.
E intanto pensava: "Io credo che la fata abbia voglia di burlarsi di me: che male ci può essere a dare una pedata a una bestia che viene a seccarmi? siamo giusti: a che mi servirebbe di essere il sovrano di un grand'imperose non fossi neanche padrone di picchiare il mio cane?".
"Io non mi burlo di voi"disse una voce che rispondeva al pensiero di Amato"voi avete commesso tre erroriinvece di uno: siete entrato di cattivo umoreperché vorreste tutte le cose a modo vostro e perché credete che le bestie e gli uomini sieno creati apposta per ubbidirvi; siete andato in furiae anche questa è una cosa bruttissima; in terzo luogovi siete mostrato crudele con una povera bestiuolache non si meritava davvero di essere presa a calci. Lo so anch'io che voi siete molto al di sopra di un canema se fosse lecito e ragionevole che i grandi potessero maltrattare la gente che sta al disotto di loroio potrei in questo momento battervi e anche uccidervi; perché una fata è da più d'un uomo. Il vantaggio di trovarsi padroni di un grande imperonon sta nel poter far tutto il male che si vuolema tutto il bene che si può."
Amato riconobbe il suo errore e diè parola di emendarsene. Ma fu come dire al vento. Bisogna sapere che fin da bambino era stato allevato da una sciocca governanteche lo aveva avvezzato male. Se voleva una cosanon doveva far altro che piangereimbizzirsipestare i piedi e quella lo contentava subitoe così ne faceva un ostinatoda non poterci campare. Fra le altre coseessa passava le giornate intere a dirgli e ripetergli che un giorno sarebbe diventato Ree che i Re erano felicissimi perché tutti gli uomini dovevano ubbidirli e venerarlie perché erano padroni di cavarsi tutti i capricci che frullavano loro per la testa.
Quand'Amato crebbe e fu in caso di ragionarericonobbe da sé che non c'era cosa tanto bruttacome quella di mostrarsi disprezzantiorgogliosi e testardi. E si studiò di correggersima ormai si era tirato su con tutti questi difettie quando si è presa una cattiva piega è difficile abbandonarla. Non si può direperaltroche in fondo in fondo fosse cattivo di cuore: ché anziquando aveva commesso qualche errorepiangeva dal dispetto e diceva:
"Quanto son disgraziato di dover combattere tutti i giorni contro la mia superbia e contro il mio naturale bizzoso. Se da ragazzo mi avessero sgridatoora non mi ritroverei a questo dispiacere".
L'anello lo pungeva spessoe allorase egli stava facendo un'azione non bellasi fermava subito: altre volte invece non ci badava e tirava avanti: e la cosa curiosa era questa: che per i piccoli fallil'anello lo pungeva poco: ma quando poi si mostrava cattivo davveroallora gli faceva uscire il sangue dal dito.
Alla fine perse la pazienza e volendo essere un malanno quanto gli pareva e piacevagettò via l'anello. Liberato dalla seccatura di sentirsi bucarecredé di essere il mortale più felice della terra. Si buttò allo sbaraglio e ne fece di ogni risma e colore: talché diventò un vero rompicollo e nessuno lo poteva soffrire.
Un giorno che Amato era alla passeggiatavide una fanciulla tanto bella che esso si messe subito nell'idea di volerla sposare. Si chiamava Zelia ed era una ragazzina tanto perbenequanto era bella. Amato si figurava che a Zelia sarebbe parso di toccare il cielo con un dito a poter diventare una gran Regina; ma la fanciulla invece gli disse senza tanti complimenti:
"Sireio sono una povera contadinella e senza un soldo di dote: eppuresebbene nuda brucanon vi sposerò mai".
"Che forse non vi piaccio?"le domandò Amato un tantino commosso.
"Nomio Principe"rispose Zelia"per me siete bellissimocome lo siete difatti: ma a che vi gioverebbe la vostra bellezzale vostre ricchezzei bei vestiti e le belle carrozze che avetese i vostri cattivi portamenti mi costringessero tutti i giorni a pigliarvi in uggia e dispetto?"
Amato s'imbestialì contro Zelia e ordinò a' suoi ufficiali di condurla per forza al palazzo. Quanto fu lunga la giornatanon seppe darsi pace di vedersi così disprezzato da questa fanciulla: ma perché le voleva benenon trovava il verso di maltrattarla.
Fra i cattivi compagni di Amatoc'era un suo fratello di lattecol quale si confidava in tutto e per tutto. Quest'uomoche aveva delle passioni volgarissimecom'era volgare la sua nascitaaccarezzava le passioni del padrone e lo metteva sempre per la cattiva strada.
Nel vedere che Amato era di umore tristogli domandò la cagione della sua tristezza.
E avendogli il Principe risposto che non sapeva rassegnarsi al disprezzo di Zeliae che aveva fatto giuro di emendarsi de' suoi difettiperché per piacere a lei bisognava essere persone oneste e virtuosequel malanno uscì fuori col dirgli:
"Siete molto ma molto buonoa usar tanti riguardi con quella ragazzuccia: se fossi io ne' vostri pannisaprei quel che fare per costringerla a ubbidirmi: ricordatevi che siete Re e che vi farebbe un gran torto a darla vinta ai capricci di una contadinala quale dovrebbe stimarsi felice di essere ammessa fra le vostre schiave. Cominciate a tenerla a stecchettoa pane e acqua: rinserratela in una prigione ese perfidia a non volervi sposarefatela morire in mezzo ai tormentinon foss'altro per insegnare agli altri a chinare il capo ai vostri voleri. Se si viene a risapere che vi siete lasciato imporre da una monellaci rimetterete un tanto di reputazionee i vostri sudditi non si ricorderanno più che sono al mondo apposta per servirvi".
"Ma"chiese Amato"non sarei ugualmente portato per boccase facessi morire un'innocente? Perchéin fin dei contiZelia non è rea di alcun delitto."
"Chi si ribella ai vostri comandinon è mai innocente"riprese il malvagio consigliere"ma dato anche che dobbiate commettere un'ingiustiziaè sempre meglio far sapere che siete ingiustodi quello che s'abbia a dire che sia lecito qualche volta mancarvi di rispetto e di sommissione."
Il cortigiano stuzzicava Amato nel suo debole; e la paura di veder diminuita la propria autorità fece tanto effetto sull'animo del Reda far tacere le buone intenzioni che egli aveva avuto di darsi al buono. Difatti fissò la sera stessa di andare nella camera della villanella e di pigliarla colle cattivecaso si fosse ostinata a non volerlo sposare. Il fratello di latte di Amatoper evitare il pericolo che avesse a pentirsiriunì tre giovani signorottitristi da quanto luiper fare un'orgia in compagnia del Re: e cenando insieme s'ingegnarono di farlo bere come una spugnaperché questo povero Principe perdesse affatto il lume della ragione. Durante la cena lo messero su contro Zelia e gli rinfacciarono tante e tante volte la sua debolezza di carattereche alla fine egli si alzò da tavola giurando e spergiurando che voleva essere ubbiditoe subito: o se noil giorno dopo l'avrebbe fatta vendere sul mercato come una schiava.
Quando Amato entrò nella camera della fanciullarestò sorpreso di non trovarcela: tanto più che egli stesso aveva la chiave in tasca.
Prese una furia bestialee giurò lo sterminio di tutti quelli che avessero dato mano alla fuga di Zelia. I suoi compagni di vizionel sentire un discorso similepensarono di trar partito dal suo cieco furoreper rovinare un gentiluomoche era stato aio di Amato. Questo brav'uomo si era preso qualche volta la libertà di ammonire il Re de' suoi difettiperché gli voleva bene come a un figlio. Amato cominciò col ringraziarlo; ma poi impazientitosi di vedersi contraddettofinì col credere che fosse unicamente per ispirito di opposizionese l'aio suo lo ripigliava di certi mancamenti: mentre tutti gli altri non facevano che lodarlo e dirne un gran bene. Amato gli ordinò di allontanarsi dalla Corte: peraltromalgrado quest'ordinegli rendeva giustiziaripetendo che era un onest'uomoe sebbene non lo avesse più nelle sue buone graziesi sentiva obbligatoa suo marcio dispettoa doverlo stimare.
I suoi amici stavano sempre colla paura che un giorno o l'altro gli pigliasse l'estro di richiamare l'aio; finché credettero di aver trovato il bandolo per levarselo affatto di fra i piedi. E per far questodettero ad intendere al Re che Solimano (era il nome di quella degna persona) si era vantato di rendere la libertà a Zelia. Tre individuicomprati con mance e regaliraccontarono di aver sentito questo discorso dalla bocca stessa di Solimano; talché il Principe perse il lume degli occhi: comandò al suo fratello di latte di mandare dei soldatiperché gli conducessero dinanzi il suo aio e governatoreammanettato come un assassino.
Dato quest'ordineAmato se ne tornò nella sua camera; ma appena fu dentrola terra tremò: si sentì un tuono spaventoso e Candida apparve dinanzi a' suoi occhi.
"Avevo promesso a vostro padre"diss'ella con voce severa"di darvi dei consiglie di punirvise aveste ricusato seguirli. Questi consigli voi li avete disprezzati e a voi non rimane altro che l'aspetto di uomo; perché i vostri difetti vi hanno trasformato in un mostro da far ribrezzo al cielo e alla terra. È tempo che io mantenga la mia promessa e che vi punisca. Io dunque vi condanno a diventare simile alle bestiecolle quali avete in comune le inclinazioni. Vi siete reso simile al leone per la collera violenta; al lupo per la voracità; al serpente straziando colui che vi aveva fatto da secondo padre; al toro per la vostra brutalità. Nel vostro nuovo aspettoserberete un po' delle forme e del carattere di tutti questi animali."
Appena la fata ebbe finito di dir cosìAmato si vide subitocon suo grandissimo spaventotrasformato e diventato tale e quale aveva ordinato la fata. La sua testa era di leonele corna di toroi piedi di lupo e la coda di vipera. E nello stesso tempo si trovò in mezzo a un gran boscoproprio sull'orlo di una fontanadove poté specchiarsi e vedere la sua orribile figura: e sentì una voce che gli disse: "Guarda un po' lo stato in cui ti hanno ridotti i vizi: eppure la tua anima è anche più brutta dello stesso corpo".
Amato riconobbe la voce di Candida e in un accesso di furore si voltò per lanciarsi contro di lei e divorarlase avesse potuto; ma non vide anima vivae la stessa voce gli disse:
"Io mi rido della tua impotenza e de' tuoi furori. Io confonderò il tuo orgogliorendendoti lo zimbello de' tuoi stessi sudditi".
Amato pensò cheallontanandosi da quella fontanaavrebbe trovato un po' di rifrigerio ai suoi tormenti: non foss'altro non avrebbe avuto più dinanzi agli occhi la sua bruttezza e la sua deformità: e detto fattos'inoltrò nel bosco; ma dopo pochi passi cascò dentro una bucascavata apposta per prendere gli orsie in quel punto stesso alcuni cacciatoriche stavano nascosti sugli alberiscesero edopo averlo incatenatolo menarono alla capitale del suo regno. E lungo la strada mandava mille imprecazionimordeva le catene e faceva la bava dalla rabbiamentre avrebbe fatto meglio a riconoscere che quel castigo se l'era chiamato addosso unicamente per colpa sua.
Nell'avvicinarsi alla cittàdove lo conducevanovide grandi feste di allegrezza pubblica: e i cacciatori avendo chiesto che cosa ci fosse di nuovofu loro risposto che quel principe Amatoche si divertiva a tormentare i suoi sudditiera stato incenerito da un fulmine nella sua camera. Così la raccontavanoe così la credevano.
"Gli Dei"aggiungevano altri"non potevano patire più a lungo gli eccessi della sua malvagitàe ne hanno liberata la terra. Quattro signoricomplici di luicredevano di profittarne e di spartirsi fra loro il regno: ma il popolo che sapeva che erano stati essi coi loro tristi consigli che avevano traviato il Reli ha fatti a pezzi ed ha offerto il trono a Solimanoche quel malanno di Amato voleva far morire a ogni costo. Il degno gentiluomo è stato incoronato poco fae noi festeggiamo questo giornocome quello della liberazione del regno: perché Solimano è una gran brava persona e si prepara a ricondurre fra noi la pace e l'abbondanza."
Nel sentire questi discorsiAmato fremeva di rabbia; ma si trovò a peggioquando giunse sulla gran piazza davanti al suo palazzo. Fu lì che vide Solimano assiso sopra un magnifico trono e tutto il popolo a desiderargli una lunga vitaper riparare al gran male fatto dal suo predecessore.
Solimano fece segno colla mano per chiedere un po' di silenzioe disse al popolo:
"Io ho accettato la corona che mi avete offertama l'ho fatto per serbarla al principe Amato. Egli non è mortocome ve l'hanno dato ad intendere. Lo so da una fatae forse un giorno lo rivedremo buono e virtuoso com'era stato nella sua prima giovinezza. Ohimè!" seguitò a dire colle lacrime agli occhi "gli adulatori lo avevano sedotto. Io conosceva bene il suo cuoreche era fatto per la virtù: e senza i malvagi suggerimenti di coloro che gli stavano accostoegli sarebbe stato un buon padre a tutti voi. Detestate i suoi vizima compiangetelo; e tutti insieme preghiamo gli Dei perché ce lo rendano. In quanto a memi stimerei ben fortunato di dare tutto il mio sangue per vederlo risalire sul tronocon tutte le virtù degne di un gran sovrano".
Le parole di Solimano toccarono il cuore di Amato. Egli conobbe allora quanto fosse sincero l'affetto e fedeltà di quest'uomo: e per la prima volta rinfacciò a se stesso la propria colpa.
Appena ebbe dato retta a questo segno di ravvedimentocominciò a sentirsi calmare quella rabbia che lo rodeva vivo; e ripensando ai falli commessi nella vitasi capacitò che non era stato punito in ragione del merito.
Smesseintantodi sbatacchiarsi dentro la gabbia di ferro dov'era incatenatoe diventò agevole come un agnello. Fu portato in un gran serragliodove si tenevano tutti i mostri e gli animali feroci e venne rinchiuso insieme cogli altri.
Amato fece allora un animo risoluto e cominciò a voler riparare al mal fattocol mostrarsi obbediente e sommesso al guardiano che l'aveva in custodia. Ma costui era un omaccioe quando aveva le paturnelo bastonava senza motivo e senza discrezionesebbene ei fosse docilissimo e alla mano. Un bel giorno che il guardiano s'era addormentato accadde che una tigrerotta la gabbiasi avventò su di esso per divorarlo. Amatonel primo momentoprovò una specie di contentezzanel vedere che stava per essere liberato dal suo persecutore: ma si pentì subito di questo sentimento e desiderò di trovarsi libero.
"Io sento"diss'egli"che sarei capace di rendere ben per malesalvando la vita a quel disgraziato."
Appena ebbe formato questo desideriovide aperta la sua gabbia di ferro: ed egli si slanciò dalla parte di quell'uomo che si era già svegliato e che si difendeva contro la tigre. Quando il guardiano vide anche il mostrosi fece bell'e spedito: ma il suo spavento si cambiò presto in allegrezzaperché il mostro benefico si gettò sulla tigrela strangolòe dopo andò ad accovacciarsi ai piedi del guardiano che aveva liberato.
In segno di gratitudinequell'uomo stava chinandosi per fare delle carezze al mostroche gli aveva reso un sì gran favorequando sentì una voce che disse: "Una buona azione non resta mai senza ricompensa" e nel tempo stessoinvece del mostrovide ai suoi piedi un grazioso canino. Amatolietissimo di questa sua nuova trasformazionecominciò a fare un monte di feste al guardianoil quale lo prese in collo e lo portò al Rea cui raccontò per filo e per segno tutta questa meraviglia; la Regina volle il cane per sé e Amato sarebbe stato felice di questo suo nuovo statose avesse potuto dimenticarsi di essere uomo e sovrano.
La Regina era tutto il giorno a carezzarlo: ma per paura che crescesse troppoconsultò i medici di Cortei quali la consigliarono di dargli soltanto del pane e in piccolissima dose. Il povero cane sentiva rifinirsi dalla fame dodici ore del giorno: ma bisognava rassegnarsie zitti.
Una voltache gli avevano portato il solito panino per la colazionegli venne l'estro di andarlo a mangiare nel giardino del palazzo e presolo coi denti si avviò verso un ruscelloche egli conosceva e che era piuttosto lontano: ma arrivato sul postoil ruscello non c'era più e trovò invece un palazzole cui mura esterne risplendevano tutte d'oro e di pietre preziose. Vi vedeva entrare una gran folla di donne e di uominimagnificamente vestiti: e dentro si cantavasi suonavasi mangiava fior di pietanze: ma tutti quelli che poi uscivano di lìerano pallidirifiniticoperti di bolle e mezzi nudiperché i loro vestiti cascavano a pezzi. Alcuni nell'uscir fuori cadevano morti; altri si allontanavano con grande stento e fatica; altri rimanevano per terrasfiniti dalla famee chiedevano un boccone di pane a quelli che entravano in questa casa; i quali non si voltavano neppure a guardarli.
Amato si accostò a una giovinettala quale cercava di strappare un po' d'erba per mangiarla. Mosso a compassioneil Principe disse fra sé e sé: "Il mio appetito è grandenon c'è che dire; ma non per questo morrò di fame di qui all'ora di desinare: per cui se io mi levassi dalla bocca la mia colazione per darla a quella povera creaturaforse le salverei la vita".
Risolvé di dar retta a questa buona ispirazione e andò a mettere il suo panino nelle mani della giovinettache se lo portò alla bocca con grandissima avidità. In un batter d'occhio parve riavuta da morte a vitae Amatocontento di averla aiutata in tempostava per tornare al palazzoquando sentì delle grida acutissime e vide Zelia fra le mani di quattro uominiche la trascinavano verso questa bella casadove la fecero entrar per forza. Amato in quel punto provò un gran dispiacere a non aver più la figura di un mostroché allora non gli sarebbe mancato il modo di soccorrere Zelia: ma debol canino com'eranon poté far altro che abbaiare contro i rapitori e provarsi a dar loro alle gambe. Lo mandarono indietro a furia di calci: e nondimeno non si volle allontanare di lìper la passione di sapere che cosa sarebbe avvenuto di Zelia. Egli si sentiva pesare sulla coscienza tutte le disgrazie di quella povera fanciulla.
"Ohimè"diceva dentro di sé"io son qui che me la piglio con quelli che l'hanno rapita!... ma non commisi anch'io lo stesso delitto? E se la giustizia divina non ci fosse entrata di mezzonon l'avrei trattata con altrettanta indegnità?"
Questi pensieri di Amato furono interrotti da un rumoreche veniva fatto al disopra della sua testa. Si voltò in suvide una finestra che si aprivae la sua gioia fu grandissima quando scorse Zelia che da questa finestra gettava giù un piatto di vivande così ben cucinateda far tornare l'appetito a un morto. La finestra si richiuse subitoe Amato che in tutta la giornata non aveva trovato il modo di sdigiunarsipensò che era venuto il momento buono per rimettere il tempo perso.
E già si preparava ad attaccare il dente in quelle pietanzequando la giovinetta alla quale aveva dato il paninocacciò un grido e avendolo preso fra le braccia:
"Povera bestiolina"gli disse"non ti accostare alla bocca quella sorta di cibi. Questo è il palazzo della Voluttà; e tutto ciò che esce di lì dentroè avvelenato".
Nel tempo stesso Amato sentì una voce che disse:
"Tu vedi come una buona azione non resta mai senza ricompensa".
E subito si trovò cangiato in un bel piccioncino bianco. Si ricordò allora che questo era il colore di Candidae cominciò a sperare che finalmente ella volesse rammentarlo nelle sue buone grazie.
Il suo primo pensiero fu quello di avvicinarsi a Zeliae levatosi a volo per ariagirò intorno a tutta la casae vide con gioia che c'era una finestra aperta.
Ma ebbe un bel frugare la casa in tutti i cantucci: Zelia non la poté trovare. Disperato di averla smarritafece giuro di non fermarsi un momento solofino a tanto che l'avesse incontrata. E per più giorni volò e volòfinché entrato in un deserto vide una cavernae per curiosità vi si accostò.
Quale non fu la sua gioia nello scorgere Zeliache seduta accanto a un venerabile Eremitafaceva con lui un frugalissimo pasto.
Amatonell'impeto della passionevolò sulla spalla della graziosa contadinellae dava a vedere colle sue carezze il gran piacere che provava nel rivederla.
Zeliainnamorata della dolcezza di questo animalinolo lisciava delicatamente colla manoe sebbene non pensasse di essere intesagli disse che gradiva il dono che le faceva di se stessoe che gli avrebbe voluto sempre bene.
"Che avete mai fattoZelia?"le disse l'Eremita. "In questo modo avete impegnato la vostra parola."
"Sìgraziosa pastorella"le disse Amato il quale riprese in quel momento la sua forma naturale"la fine della mia metamorfosi dipendeva dal vostro consenso alla nostra unione. Voi mi avete promesso di amarmi sempre: confermate la mia felicità e io corro a scongiurare la fata Candidamia protettriceperché mi renda quella figurasotto la quale ebbi la fortuna di piacervi."
"Voi non dovete temere per nulla la sua incostanza"gli disse Candidae lasciò cadere le spoglie d'Eremitasotto le quali s'era nascostaper apparire ai loro occhi talequal era difatti. "Zelia vi amò appena vi videma i vostri vizi la costrinsero a nascondere la inclinazione che sentiva per voi. Il cambiamento avvenuto ora nel vostro cuorela fa padrona di dare libero sfogo a tutta la sua tenerezza. Voi sarete feliciperché la vostra unione sarà fondata sulla virtù."
Amato e Zelia si erano gettati ai piedi di Candida. Il Principe non rifiniva di ringraziarla della sua bontàe Zeliaoltremodo contenta di sapere che Amato detestava i propri trascorsitornava a ripetergli il grande amore che sentiva per lui. "Alzatevifigli miei"disse loro la fata"che io voglio trasportarvi nel vostro palazzo per rendere ad Amato una coronadella quale i suoi vizi l'avevano reso indegno."
Appena dette queste parolesi trovarono tutti nella camera di Solimanoil quale lietissimo di rivedere il suo diletto padrone divenuto virtuosogli cedé il trono e restò il più fedele de' suoi sudditi. Amato regnò lungo tempo con Zelia: e si racconta che fu così scrupoloso nell'adempimento dei propri doveriche l'anello che aveva ripresonon lo punse nemmeno una volta solain modo da fargli far sangue



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