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La Dignità dell'Uomo di Giovanni Pico dellaMirandola a cura di Massimo Onetti Muda

Introduzione

Tutti conosciamo Pico della Mirandola per averlo sentito nominare almeno unavoltae probabilmente ricordiamo anche qualche aneddoto relativo alla suaprodigiosa memoria; nonostante ciòforse pochi di noi hanno confidenza con ilsuo pensiero o hanno letto una sola riga delle sue opere. Ci sarò capitato ditrovare il suo nome citato in un manuale di filosofia come un importantepensatore... ma quanti di noi hanno avuto occasione di varcare la cortina dileggenda in cui questo filosofo dell'Umanesimo italiano è avvolto?
L'epistola De hominis dignitate è il "manifesto" del pensierodi Pico e sintetizza gli esiti di ricerche da lui portate avanti per alcunidecenni. Quest'opera risulta estremamente interessante e stimolante in direzionedella riscoperta di una concezione della filosofia non come fatto eruditivo odialettico ma nel senso originario di amore e ricerca della saggezza.

La breve ed intensa vita di Giovanni Pico (1463-1493) racchiude in séil fervore e l'inquietudine di un'età storica ricca di eventi e di mutamenti.Terzo figlio di Francescoconte del castello di Mirandola (Ferrara)fu avviatodalla madre Giulia Boiardo (zia di Matteol'autore dell'Orlandoinnamorato) alla carriera degli studi ecclesiastici. Ma dopo appena un annoall'Università di Bologna per studiarvi diritto canonicoGiovanni passò aFerraraalla corte del duca Ercole I Estense. In seguito rinunciò aibeni di famigliariservandosi una rendita abbastanza cospicua che gli permisedi arricchire con testi antichi e rari al sua bibliotecaoltre che disoggiornare nei maggiori centri italiani di studio. Dal 1480 fu a Padovadoveentrò in contatto con Ermolao Barbarocommentatore di Aristotele etitolare della cattedra di filosofia morale nello Studio patavinocon il qualenegli anni successivi scambiò una fitta serie di Epistole.
Fu poi a Paviaper studiare il greco con Manuello Adramittenoa Milanoe finalmente a Firenze. Qui entrò immediatamente nelle simpatie di Lorenzoil Magnifico e si assicurò l'amicizia di Marsilio Ficinoche oltread essere il primo traduttore in latino di Platone e dei maggiori testi dellasapienza grecaera il principale animatore dell'"Accademia platonica"presso la villa di Careggi. Questo sodalizio di umanistiche ambivano aripercorrere la via del discepolato filosofico attraverso l'amore per il bellotratteggiata nei Dialoghi platonicivedeva fra le sue fila fra gli altriGiovanni GuicciardiniGiovanni CavalcantiAngelo PolizianoGirolamo Benivieni.Una canzone d'amore di quest'ultimo fu lo spunto per un Commento in trelibri nel quale Pico delineò una concezione dell'arte come via ascensionaleverso la conoscenza del divino. A Firenze il nostro ebbe anche modo diperfezionare la sua conoscenza delle lingue in cui su era espressa la sapienzaantica: il grecol'ebraicol'arabo e il caldaicoe iniziò uno studioapprofondito della Cabala.
In un soggiorno a Parigi fra il 1485 e il 1486assistendo alle dispute che sitenevano alla Sorbona (un relatore sosteneva il suo pensiero contro una salaintera di potenziali oppositorianche per 15 ore di seguito) ebbe l'idea diorganizzarne una simile a Romain cui lui stesso avrebbe sostenuto l'intuizioneche anni di studio avevano cominciato a fargli covare: al fondo di tutte ledottrine e di tutti i sistemi filosofici e religiosi vi è un filo comune diidee e di veritàle stesse eterne verità che sono confermate dalcristianesimo.*
Che però il Pico non fosse solo uno spirito contemplativo ci viene indicato daun episodio avvenuto durante il viaggio di ritorno da Parigi. Sostando in queldi ArezzoGiovanni si invaghì di una gentildonna di nome Margheritaregolarmente maritata: la rapì e fuggì al galoppo con il dolce carico ingroppa al suo cavallo. Subito scopertovenne inseguito dal di lei consorte e dauna schiera di aretinicatturatocostretto a restituire la donna ed arrestato.Grazie comunque all'intercessione di Lorenzo il Magnifico fu presto liberatosano e salvo.
Poté quindi dedicarsi alla stesura delle Conclusioni filosofichecabalistiche e teologichele tesi sulle quali intendeva incentrare la suadisputa romanada presentare ad un esame preliminare della Curia e dei dottiitaliani. Lavorò anche a dei Commenti cabalistici alla Bibbiache inparte confluirono nell'Heptaplusun'opera in sette libri sullacosmologia ove la dottrina delle Sephirot tratta dallo Zohar e dalSefer Iezirah viene confrontata con il pensiero platonico:

«Come PlatoneFilone e Origene la Cabala assegna una preesistenzaall'anima. Ogni anima destinata ad entrare in un corpo umano esiste dall'iniziodei tempi ed era androgina; solo quando discende sulla terra (e lo fa conriluttanza) è separata in maschio e femmina. Nel matrimonio le parti sononuovamente unitee di nuovo costituiscono un'anima sola. È condizione assolutadell'anima ritornare nell'infinita sorgente da cui è emanatadopo aversviluppato sulla terra i germi che sono in lei; e se cade in peccatodopo averassunto un corpo umanoallora deve emigrare da un corpo a un altro sino a chenon si sia purificata. Il mondoessendo un'espansione della sostanza divinanon può non ritornare da ultimo al suo principio. La creazione si presenta inquesto sistema come un atto d'amore.
Nella catena immensadi cui Adamo Kadmon è il primo anello e di cui la materiabruta è l'ultimoesiste un progresso decrescente e l'imperfezione è tantopiù grande quanto più l'oggetto creato è lontano dal principio generatore. Manulla è maledetto in naturanulla è oggetto di depravazione. La vita non èun decadimento per l'uomoil male non è un principioma l'oscuramento delbene; Satana stesso non ha che un potere effimero; egli deve tornare alla suaangelica natura dal momento che anch'egli ha proceduto dalla sorgente infinita.[...]
Quando l'ultima anima sarà passata attraverso le proveallora apparirà ilMessia e comincerà il grande anno del giubileoquando l'intero "Pleroma"risplendente e purificatoritornerà nel "Palazzo dell'Amore".»**

Nel frattempo però (siamo nel 1847) la commissione di teologi incaricata dianalizzare le sue Conclusioni ne aveva dichiarate eretiche tredici. Ciòprovocò grande amarezza al Picoil quale si affrettò a difendere la suafedeltà all'ortodossia cristiana in una Apologia. Questa sortìl'effetto contrario di quello attesoin quanto il papa Innocenzo VIII difronte ad un pensatore troppo liberoche insisteva nelle sue sconcertantiaffermazioni anziché ritirarlele condannò in due successive Breviche causarono l'arresto del loro autore. Dopo un mese di prigioniafu ancoral'amicizia dei potenti a restituire la libertà al filosofo"perseguitato"deciso a togliersi di dosso il marchio di eretico cheda devoto e praticantesentiva infamante ed ingiusto. Poco dopo lapubblicazione (1492) del De ente et uno -in cui cercava di dimostrarel'accordo della filosofia di Platone e di quella di Aristotele riguardo alproblema dell'Essere- si spensero a breve distanza i suoi grandi amici: ilMagnificoil Poliziano e il Barbaro. Ciò spinse il Pico ad isolarsicompletamente dalla vita pubblicaper lavorare ai suoi ultimi scritti (fra cuiricordo le Disputationes in astrologiacontro le superstizioni riguardogli influssi delle stelle e a difesa di una concezione spiritualedell'astrologia e della magia)fino alla morte che lo colse a soli trent'anni.

La lettera De dignitate hominis fu scritta dal Pico nel 1487 comeprolusione introduttiva alla disputa che intendeva sostenere a difesa delle suenovecento tesi sulla filosofiala teologia e la cabala ed espone sinteticamentei temi su cui la discussione successiva avrebbe dovuto svilupparsi.

Scelta di brani dal De dignitate hominis

1. Creazione dell'uomo

Già il sommo Padregià l'architetto divino aveva costruitocon le leggidella sua arcana sapienzaquesta dimora terrenaquesto tempio augustissimodella divinitàche è il nostro mondo. Già aveva posto gli spiriti adornamento della regione superna; già aveva seminato di anime immortali i globieterei e riempito di ogni genere di animali le impure e lercie parti del mondoinferiore. Ma compiuta la sua operal'artefice divino vide che mancava qualcunoche considerasse il significato di così tanto lavorone amasse la bellezzaneammirasse la grandezza. Avendoquinditerminata la sua operapensò da ultimo- come attestano Mosè e Timeo- di produrre l'uomo. [...] Ormai tutto era pienotutto era stato occupato negli ordini più altinei medii e negl'infimi. [...]Stabilìdunqueil sommo Arteficedato che non poteva dargli nulla inproprioche avesse in comune ciò che era stato dato in particolare ai singoli.Prese pertanto l'uomofattura priva di un'immagine precisa epostolo in mezzoal mondocosì parlò: «Adamonon ti diedi una stabile dimoranéun'immagine propriané alcuna peculiare prerogativaperché tu devi avere epossedere secondo il tuo voto e la tua volontà quella dimoraquell'immaginequella prerogativa che avrai scelto da te stesso. Una volta definita la naturaalle restanti cosesarà pure contenuta entro prescritte leggi. Ma tusenz'essere costretto da nessuna limitazionepotrai determinarla da temedesimosecondo quell'arbitrio che ho posto nelle tue mani. Ti ho collocato alcentro del mondo perché potessi così contemplare più comodamente tutto quantoè nel mondo. Non ti ho fatto del tutto né celeste né terrenoné mortalené immortale perché tu possa plasmartilibero artefice di te stessoconformea quel modello che ti sembrerà migliore. Potrai degenerare sino alle coseinferiorii brutie potrai rigenerartise vuoisino alle creature supernealle divine.»

O somma liberalità di Dio Padresomma e ammirabile felicità dell'uomo! Alquale è dato di poter avere ciò che desideraed essere ciò che vuole. Ibruti nascendoassorbono dal seno materno ciò che possederanno. Gli spiritisuperiori furono invecesin dall'origineo poco di poiciò che sarannoeternamente. Il Padre infuse all'uomosin dalla nascitaogni specie di semi eogni germe di vita. Quali di questi saranno da lui coltivati cresceranno edaranno i loro frutti: se i vegetalisarà come piantase i sensualidiventerà simile a un brutose i razionalida animale si trasformerà inceleste; se gl'intellettualidiverrà angelo e figlio di Dio. E se di nessunacreatura rimarrà pagorientrerà nel centro della sua unitàe lo spiritofatto uno con Dioverrà assunto nell'umbratile solitudine del Padre ches'aderge sempre al di sopra di ogni cosa.
Chi ammira questo nostro camaleonteoanzi chi altri può ammirare di più?

2. Riconoscere gli uomini

Non è la corteccia che fa la piantama una natura ottusa e insensibilenéla pelle che fa l'animalema un'anima bruta e sensualené la sfericità chefa il cieloma il suo mirabile ordinené è la privazione del corpo che fal'angeloma il suo intelletto spirituale.

Se vedrai un uomo dedito al ventrequasi essere che serpe al suoloè unfrutice che vedinon un uomo; se vedrai uno reso cieco dalle vane malie dellafantasia e lusingato e soggetto alle blandizie dei sensiè un brutonon unuomo quello che vedi. Se vedrai un tale che è capace di discernere ogni cosasecondo la retta ragione dei filosofionoralo: è questa una creatura celestenon terrena. Se vedrai uno spirito contemplativotutto chiuso nei penetrali delpensieroquasi assente dal corpocostui non è creatura terrenanon ècreatura celestema è ben di piùè Dio vestito di umana carne.

3. Chi è il padrone del nostro destino?

Ma a che proposito queste cose? Per comprendere che siamo nati a questacondizioneche noi saremo ciò che vogliamo essere. [...] Una sacra ambizioneci riempie l'animoperchéinsoddisfatti delle mediocrianeliamo alle cosesuperne e ci sforziamo di conseguirle -lo potremo se lo vorremo- con tutte lenostre forze. Sdegnamo le cose terreneaspiriamo alle celesti evolgendo lespalle a tutto ciò che è di questo mondoinnalziamo al vestibolo dellaceleste dimoraove abita l'eccelsa divinità.

4. La scala della saggezza

Anche noi dunqueemulando in terra la vita cherubicacontenendo per operadella scienza morale l'impeto delle passionidissipando con la dialettica lacaligine che ottenebrava la nostra ragione quasi lavandoci dalle impuritàdell'ignoranza e dei vizipurificheremo l'anima acciocché né le passioniinfurino all'impazzatané la ragione abbia talvolta a deviare con imprudenza.Inondiamo poi col lume della filosofia naturale l'anima ben ordinata epurificataacciocché possiamoda ultimoperfezionarla con la cognizionedelle cose divine.

5. La via alla pace e alla vita

Quando in noi vi è molteplicitàallora abbiamo la discordiache producelotte più gravi che le guerre civili e se a queste vorremo sfuggireseaspireremo a quella paceche ci sospinge così in alto da collocarci fra lecreature più eccelse del Signoresoltanto la filosofia potrà reprimere esedare addirittura queste discordie. Che se l'uomo avrà ottenuto tregua daquesti suoi nemici internila filosofia moraleanzituttoreprimerà erintuzzerà le sfrenate rivolte di tanti nostri appetiti carnali e gli assaltileonini del nostro animo iroso. Provvedendo meglio alla nostra salute avremoconseguito la sicurezza della vera pacela quale verrà in soccorso eliberamente adempierà tutti i nostri voti.

Poiché l'uccisione di queste due fiere sarà per così dire il sacrificiodella scrofa onde sarà sancito l'inviolabile patto di una santa pace fra lospirito e la carne.

La dialettica della ragione ammansirà i contrastanti dibattiti delleorazioni e gl'inganni animosamente tumultuanti nel sillogismo. La filosofianaturale rappacificherà le liti e i dissidi dell'opinione che opprimonodistraggono e dilacerano qua e là l'anima inquieta. Ma la calmerà in modo dacostringerci a ricordare che la natura è natacome dice Eraclitodallaguerrae perciò è detta da Omero contesa. Tuttavia non può essere in suafacoltà di presentarci una vera quiete e una solida paceessendo questo dono eprivilegio della santa teologia. Solo questa c'indicherà la via alla pace e cisarà di guidacome quella chevedendoci affaticati e ancora lantaniesclamerà: «Venite a me voi tutti che vi affaticatevenite e io virifocillerò; venite a me e vi darò la pace che mai vi potranno dare il mondo ela natura». Chiamati così soavementeinvitati così benignamentecolle aliai piediquasi Mercuri terrestrivolando all'amplesso della beatissima madrefruiremo della sospirata pacepace santissimaindivisibile congiungimentounanime amiciziaper cui non solo tutte le anime concordano ora in quell'unicamenteche è sopra ogni mentema si trasformano in modo ineffabile einteramente nell'uno-tutto.
Questa è quell'amicizia che i Pitagorici dicono sia il fine di ogni filosofia.
Questa è quella pace che Dio dà ai beati nel cieloche gli angeliscendendoin terraannunciarono agli uomini di buona volontàaffinché questi ultimiascendendo al cielodiventino angeli.

Questa pace desidereremo agli amiciquesta pace al nostro secolo e aciascuna casa in cui entreremo; questa pace augureremo all'anima nostraacciocché si faccia per essa la stessa casa di Dioacciocché discenda il redella gloriadopo cheper mezzo della morale e della dialetticasi saràliberata da ogni sozzura e si sarà adornata di ogni filosofico saperecoronando di serti teologici la somma delle porte.
Allora il re della gloriavenendo insieme col Padreporrà la sua dimorapresso l'anima. Se si mostrerà degna di tanto ospitela cui misericordia èimmensavestita di aurei paludamentiquasi di vesti nuzialifornita dellamolteplice varietà delle scienzericeverà il bellissimo viandantenon giàcome un ospitema come uno sposo. Per non essere mai più staccata da luidesidererà essere sciolta dai legami col popolo suo edimentica ormai dellacasa del padreanzi obliata di se stessabramerà morire a séper potervivere nello sposoal cui cospetto è certo preziosa la morte dei suoi santise può dirsi morte la pienezza della vitala meditazione della quale isapienti dissero essere il fine ultimo della filosofia.

6. I misteri delle antiche religioni

Del resto l'onore e la dignità delle arti liberali non solo ci vengonomostrati dai misteri mosaici o cristianima anche dalla teologia dei popoliprimitivi.

Quale altro significato possono avereinfattii gradi osservati dagliiniziati negli arcani dei Greci? I quali erano ammessi ai misteri dopo che sierano prima purificati per mezzo di quelle artiche si potrebbero chiamarescienze purificatricila morale e la dialettica. Oraquest'ammissione aimisteri che altro può significare se non l'interpretazione filosofica deisegreti più profondi della natura? Quando poi gli iniziati erano preparatisuccedeva quell'Apopteíavale a dire quella visione delle cose divineche si ottiene per mezzo del lume della teologia. Chi non desidera d'essereiniziato in tali misteri? Chitralasciando tutte le cose umanedisprezzando ibeni della fortunatrascurando quelli del corpochimentre si trova ancora suquesta terra non desidera di essere accolto commensale degli dei? Chi nondesideramentre è ancora una creatura mortaled'essere fatto degno del donodell'immortalitàdi dissetarsi di quel nettare che ci rende immortali? Chi nonvorrà essere così ispirato da quel socratico furoretanto esaltato da Platonenel Fedroda poter fuggire velocissimamente con le ali ai piedi daquesto nostro mondoche è fondato sul male per affrettarsi con rapido corsoalla Gerusalemme celeste?

7. I precetti delfici

Ma ricordate i tre precetti di Delfimolto necessari a coloro i quali stannoper entrare nel santissimo ed augustissimo tempionon del finto ma del veroApolloil quale illumina ogni anima che viene in questo mondo; vedrete che essinient'altro ci ammoniranno che di abbracciare con tutte le nostre forze questatripartita filosofiadella quale attualmente si discute. Il detto poi medénagan (nulla di troppo) cioè la corda troppo tesa si spezzaprescrive laregola e la norma di tutte le virtù mediante il giusto mezzodi cui trattarettamente la morale. Quindi il famoso gnothis autónconosci te stessoci stimola ed esorta alla cognizione di tutta la naturadella quale l'umana ètermine medio e quasi miscela. Chi infine conosce se stessoconosce in sestesso ogni cosacome scrissero prima Zoroastro quindi Platone nell'Alcibiade.Illuminatiinfine in questa cognizione per mezzo della filosofia naturaleormai vicini a Dio e dicendo êicioè seicol saluto teologicochiameremo il vero Apollo in tono familiare e pieno di letizia.




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