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Nathaniel Hawthorne

Settimio Felton

ovvero

L’elisir di lunga vita

 

a cura di

Patrizio Sanasi

 

SETTIMIO FELTON

Era un giorno di primavera appena inoltratae come quella dolceclementestagione dell'anno e quella

temperie richiamano alla terra la verzurai fiori vezzosi o le foglie chepaiono vezzose perché da tanto tempo celate alla

vista sotto la neve e la putredinecosì l'aria piacente ed il caloreavevano richiamato i tre giovani seduti sopra il poggio

assolato a godersi e la calda giornata e l'un l'altro. Erano infatti amici:due giovanotticompagni di gioco dalla

fanciullezzacon una ragazzala qualeessendo minore di due o tre anniera stata oggetto del loro amore di adolescenti

delle loro piccole galanterie rusticane e puerilidei loro affetti inbocciofinchécresciuti tutt'e tre e giunti alle soglie

della virilità e della piena femminilitàavevano tralasciato similiargomentiforse perché ormai più occupati a pensarci.

I tre giovani erano figli di vicinitutti abitanti a fianco della strada diLexingtonlungo un colle accidentato

ripidamente erto alle loro spalleil ciglio coperto da un bosco che salvouno o due intervalli e interruzioni si spingeva

nel cuore del villaggio di Concordil capoluogo della contea. Sulla faldadel collesecondo la tradizionei primi coloni

del villaggio s'erano rintanati in certe caverne scavate a rifugiocomerondini o marmotte. Il declivio guardava a

mezzogiorno e la crestacoi boschi che facevano coronaproteggeva dalleraffiche e dalle nevicate settentrionali sicché

la posizione eraper gl'inverni della Nuova Inghilterrameravigliosa; latemperatura si manteneva più mite di molti

gradi su questo pendio collinare che non nelle pianure sguarnite di ripariolungo il fiume o in qualsiasi altra adiacenza

di Concord. Talchénei cent'anni trascorsi dal primo insediamentoeranosorte via via nuove case ai piedi del colle ed il

prato dall'altra parte della stradaun terreno fertileera stato messo acoltivoe questi tre giovani erano figli dei figli dei

figli delle persone di riguardo che vi si erano insediate: Rose Garfieldabitante in una casetta la cui ubicazione è tuttora

segnata dallo sprofondare d'una cantina dove giusto la scorsa estate piantaidei girasoli che sollevassero i loro gran

dischi fuor dalla bassura ad attirare l'ape ed il colibrì; Robert Hagburndimorante in una casa di maggiori pretesepiù

vicina di un cento metri al borgodiscosto dalla stradanel più ampiospazio che il colle quivi concede ritraendosi

interrotto com'è da una gola: alcuni olmi lo separano qui dalla stradalasciando libero un appezzamento di cui qualche

persona incline per gusto innato alle attrattive pittoresche s'eraimpossessata. Quegli stessi olmio i loro discendenti

ancora gettano una nobile ombra sulla medesima casa che la mano fatata diAlcott ha migliorato con quel suo tocco che

conferisce graziaamabilità e naturale bellezza a scene di per se stesse discarse pretese.

Il secondo giovanottoSettimio Feltonabitava in una casetta di legnoallora vecchia di qualche ventina d'anni

alta due pianicoronata da un frontonema con due sole stanze per pianoaddossata al colle retrostanteun edificio di

muri spessiil cui progettista doveva possedere quel robusto senso dellapermanenza della vita che spinge a rafforzare le

dimore terrenecome illudendosi di poter continuare senza limite adabitarle; in brevela comune casa da agricoltori

benestanti della Nuova Inghilterraconforme alla condizione della famigliaquale era stata per due o tre generazioni

benché si tramandassero a onor del vero certe tradizioni secondo le qualialcuni antenati avevano condotto una vita di

meditazione e di studioricchi di tutta l'erudizione che possono largire leuniversità d'Inghilterra. Non si sa se una

connaturata inclinazione allo studio fosse trasmessa a Settimio da queinotabiliné come mai le sue tendenze venissero

palesandosi così diverse da quelle della famigliala qualea memoria delvicinatos'era accontentata di seminare e

mietere il fertile fondo davanti alla casa; sta di fatto che Settimio avevamanifestato ben presto un gusto per lo studio. Si

era preparato all'università grazie al gentile aiuto del buon parroco; avevaseguito i corsi a Cambridge per mezzo dello

scarso denaro lascia togli dal padre e mercé la sua fatica d'insegnante eadesso eccolo laureatodesideroso di dedicarsi

al sacerdozio sotto gli auspici di quel reverendo e buon amico il cuisoccorso ed il cui insegnamento gli avevano fatto

buon pro' .

Stavano i giovaniquella stupenda mattinata primaverilesul fianco delcollegrato spettacolo di fresca vita

spuntati come un verziere al calore del sole. La ragazzaassai avvenenteunpo' lentigginosaappariva appena

abbronzatail volto però sfavillante e splendente di espressioni rapide ebriose; una figurina esile dai movimenti

aggraziati e svelti; la bionda chioma mostrava una tendenza ad arricciarsi dalei probabilmente assecondata nei momenti

lasciati liberi dalle occupazioni do mestiche; una socievole e piacentedonzella la giudica vano palesemente i due

giovanotti.

Si poteva ben immaginare che Robert Hagburn sarebbe stato il più adatto aisuoi gusti; era un giovane

rubicondoatticciatobello e di maniere franchealto un metro e ottantacelebre nel vicinato per vigore e maestria

atleticaprecoce promessa di un uomo atto a ogni incombenza della vitarusticae destinato nella piena maturità a

diventare consigliere municipalediaconodeputatocolonnello. Quanto aSettimio a lasciarlo solo per un qualche

minutolo vedevi a testa chinameditabondogli occhi fissi su qualchescheggia o sasso o comune arbustosull'oggetto

più ordinarioinsommaneanche si trattasse della chiave e dell'indizio diqualche mistero; e allorchéper caso ridestato

da tali riflessionilevasse gli occhine emanava una sorta di perplessitàuno sguardo inappagato e frustratocome se le

sue speculazioni non avessero approdato a nulla. Così appariva adessoeintanto Robert e la giovane proseguivano la

gaia conversazione ma intorno ad un argomento così grave chepur gaiaessaveniva punteggiata da lievi brivididi

timore in lei e di eccitazione in Robert. Stavano discorrendo dei turbamentisociali.

«Dice mio nonno»affermava Rose Garfield«che mai sapremo tener testaalla vecchia Inghilterraessendo gli

uomini oggi di fibra più debole che ai suoi tempi e le donne ancora piùmingherline; così noialtrea sentire luistiamo

come sul punto di svanire pur essendoe lo dice guardandomiun po' piùvivaci». «Più leggere le nostre donne lo sono»

disse Robert Hagburn«hanno la leggerezza delle Inglesima piùconcentrata. Le conosco bene e posso dirlo. Quanto.3

agli uominio Rosese hanno perduto una scintilla sola del coraggio e dellaforza portati dai loro avi inglesi dalla antica

patriase hanno smarrito una sola buona qualitàche non sia subito statasostituita da un'altra altrettanto buona o magari

miglioreallora per conto miomeglio se la razza cessa di esistere. E laguerra che si dice prossima sarà comunque

un'ottima occasione per saggiarne la tempra. Che ne pensiSettimio?».

«Pensare di che?» domandò gravemente Settimiosollevando il capo.

«Ti si domanda se pensi che i tuoi compatrioti sono degni di vivere!»proferì spazientito Robert Hagburn. «Di

questo si sta discutendo».

«Non vale la pena di rispondere o di porvi mente» replicò Settimiofissandolo pensosamente«siamo sulla terra

per così poco tempochea parte i riflessi di questa vita su un'esistenzafuturapoco importa se si vive o no».

«Poco importa?» disse Rosedapprima sconcertatapoi mettendosi a ridere:«poco importa quando vivere è un

tal piacerecosì grato e così dolce!».

«E con tante cose da fare»disse Robert; «rendere produttiva la campagna;operare fra gli uominie sen tirsi

felice tra le donne; giocarelavorarecombattere e mostrarsi attivi inmille modi».

«Giàma tosto vieni fermatoprima che la tua attività abbia conseguitoun fine preciso»replicò Settimio

tetramente. «Se mi fosse stato proposto a queste condizioni e avendofacoltà di scelta dubito se avrei accettato di

esistereè una tale fatica prepararsi a vivere e poi la vita non vieneconcessa; se ne coglie un inizio gravoso e basta».

«Trovate a ridire sulla ProvvidenzaSettimio?» do mandò Rosesentendoimporsi un sentimento solenne alla

sua indole allegra e ottimista. Poi scoppiò a ridere: «Ma Robert! Guardateche aspetto graveneanche egli avesse già

vissute due o tre vitee avesse imparato perfettamente il valoredell'esistenza. Per conto mio credo che mettesse conto di

nascere se non altro per vedere una mattina di primavera come questa; e Dioci dona cose ancora migliori allorché le

presenti sono trascorse».

«Lo vogliamo sperare» disse Settimioche era tornato a guardare in terra«ma chi lo può sapere?» «Credevo

che tu lo sapessi» disse Robert Hagburn. «Sei stato all'università ed haicertamente studiato molte cose. Sei uno studioso

di teologiainoltreed hai approfondito proprio questi problemi. E chialtri dovrebbe saperlo?».

«VoiRose e tusiete altrettanto in grado di sviscerare questi temi»disse Settimio; «ogni certezza che si possa

raggiungere in merito sta alla superficie ed ècome deve essereaccessibile a chiunque. A volerci spingere più a fondo

ci affatichiamo senza costrutto e diventiamo meno saggi a misura cheprocuriamo di esser lo di più. Se la vita fosse

tanto lunga da consentirci di vagliare minuziosamente queste questionialloracertovarrebbe la pena! Ma è così

breve!».

«Sempre lo stesso lamento» disse Robert. «Settimioquanto vorrestivivere?».

«Per sempre» rispose Settimio. «Non è per niente un tempo eccessivorispetto alla quantità di cose che

desidero conoscere».

«Per sempre?» esclamò Rosecon un brivido di dubbio. «Ne verrebbero dipensierie alla fine si bramerebbe

un po' di riposo.

«Per sempre?» disse Robert Hagburn. «E che farebbe la gente che vuoleprendere il nostro posto? Non sei

equoSettimio. Vivi e lascia vivere! Circolare! Dam mi i miei settant'anni eviasettant'anni di tutto ciò che la vita ha da

offrire: faticagodimentosofferenzalottacombattimento e requiemibasta la mia parte e sono contento così».

«Contento di lasciare tutto in uno stato imperfetto; contento d'esser nullacome fosti prima di nascere?».

«NoSettimiocontento del cielofinalmente raggiunto» disse Rosepassata dal riso ad una soave se rietà. «Ma

pensate come sembrerebbe consunta e brutta una di queste fresche lame d'erbase non declinasse e appassisse a tempo

debitodopo essere stata tutta verde nella sua stagione».

«Certola mia bella Rose»disse Settimio«un'erba immortale non è unbell'oggettoa pensarci; ma mi

accontenterei d'una sol cosa: che voi foste immortalequale siete adiciassette annicosì frescacosì roridacon guance

rubiconde e capelli d'orocosì lietaspensierata e gentile».

«Ma dovrò invecchiarediventare adusta e rugosabrizzolata e brutta»disse Rose un po' mestamente elencando

questi caratteri del suo futuro scadimento«e allora forse miconsiderereste del tutto perduta e finita. Eppure potrebbe

esserci in me una giovinezza nascostavisibile per chi sinceramente miamasse. O Settimio Felton! L'amore vero

vedrebbe con occhi sempre nuovi». E corse via all'improvvisoabbandonandoloe Robert Hagburn se n'andò anche lui

sicché il triplice nodo si sciolse e Settimio avanzò meditabondo come diconsueto lungo il muro che fiancheggiava la

strada verso la sua dimora. S'era fermato per qualche istante sulla sogliavagamente godendosiforsela luce ed il

tepore della giornata primaverile e l'aria soavecui non era molto abituatopoiché trascorreva una buona porzione del

suo tempo in casa pensando e studiando; come la massima parte dei giovanistudiosiamava fin troppo il focolare e gli

piaceva rendere la vita il più possibile artificiale mercé il calore delcamino e la luce delle lampadesì da accordarla

all'atmosfera intellettualmente e moralmente artefatta che ricavava di libriinvece di vivere sanamente all'aria aperta e a

contatto col prossimo. Eppure sentiva il piacere di farsi riscaldare tutto daquel calore naturale il cui eccesso gli pesava

sulle palpebree doveva pur ammettere di provare gioia ed allegria dinanzi aquell'onda di luce mattutina che in vestiva

obliquamente il colle. Stava fermo così quando sentì una mano amicaposarglisi sulla spalla ed eccovidealzando lo

sguardoil sacerdote del villaggioil vecchio amicograzie ai cui consiglied aiuti egli aveva potuto seguire il suo

impulsofrequentando l'università invece di condurre una vita frustrata einappagata nel campo prospiciente alla casa.

Era un uomo di mezza età o un poco più anzianod'aspetto sagace e buono;l'esperienzala conoscenza intima

acquistata in tutta una vitadelle tante preoccupazioni dei suoiparrocchianispiccavano in lui più dell'erudizione che lo

aveva reso celebre fin da giovane. Abbronzato come chi lavori di quando inquando la sua terraaveva un piglio.4

familiare e sempliceche sapevaall'occorrenzatramutare nel trattoforbito di chi aveva conosciuto un mondo ben più

raffinato di quello che ora lo circondava.

«BeneSettimio»disse il sacerdote con il suo fare gentile«sei giuntoa qualche conclusione a proposito

dell'argomento di cui si è parlato?».

«Soltanto che ogni giorno che passa mi sento meno propenso ad abbracciare ilministero a cui per tanti anni ho

mirato. Non mi ritengo degno dell'altare». «Ma sicuronessuno lo è mai»rispose il sacerdote«peròse mi è lecito

fidarmi del mio giudiziotu hai molte qualità intellettuali che dovrebberorenderti adatto alla cari ca. In te c'è qualcosa

del carattere puritanoSettimioche ti proviene dai santi uomini della tuastirpead esempio una tendenza profonda alla

meditazioneche s'intona a codesta fronte severaun'inclinazione ariflettere sulle cose occulteuna propensione

all'indagine pensosatutto ciò e molta grazia per giuntaindicano che seiin germe un uomo capace di servire Dio. La

tua fama di studioso è grande all'università e non hai alcuna disposizionea occuparti di faccende mondane». «Ma

reverendo» disse Settimio abbassando il suo volto severo«manca qualcosadentro di me».

«La fedeforse» rispose il sacerdote«o almenocosì credi». «E nonposso saperloio?» domandò Settimio.

«Per adesso è difficile che tu lo sappia» disse l'amico«studia per ilsacerdozio; indirizza ad esso i tuoi

pensieri; prega; chiedi la fede e presto scoprirai di aver la. Dei dubbi avolte affiorerannoquesto capiterà sempre a tutti

i sacerdoti. Ma la tua disposizione dominante sarà la fede».

«Credo» osservò Settimio «che la disposizione do minantecioè la piùfrequentenon sia quella di cui ci si

debba fidare. Si tratta di abitudinedi formalitàdel la sottile pellicolache copre la realtà intima e che ben di rado

permettiamo venga lacerata. È piuttosto il dubbiosimile ad un serpenteafarci intravedere la realtà nascostain certi

istanti che sono cento volte più reali degl'inertiquieti momenti di fedeo di ciò che chiamate con questo nome».

«Mi dispiace per te» disse il sacerdote; «eppure per un giovane del tuocaratteredirò anzidella tua capacità e

con la tua esigenza di approfondire i motivi della fedecodesti turbamentinon sono affatto sorprendenti. Gli uomini

come te hanno da lottare per la loro fede. Lottano anzitutto per ottenerla ein seguitocostantementeper mantenerla

intatta. Il Demonio ten zona diuturnamente con loro e spesso sembra aver lameglio».

«Sì» replicò Settimio«però adesso adopra armi mortali. Se miaffrontasse con l'acciaio freddo e puro

d'un'argomentazione spirituale potrei vincere o perderesenza sentire checon ciò tutto è perduto; ma egliper così dire

afferra una massa di terracon pietroni e fangoterriccio e immondiziaeme la scaglia addosso soverchiandomi e resto

sepolto sotto».

«Come può essere?» disse il sacerdote. «Parlamene con più semplicità».

«Non è forse possibile» domandò Settimio«avere un tal sentimento dellamirabile struttura e rispondenza

interna di questo mondo materiale da non dover più postulare nè credere inqualcosa di spirituale? Come è meraviglioso

vederlo tutto vivido in questa giornata primaveriletutto in crescitainboccio! Forse che lo esauriamo nella nostra breve

vita? Non ce ne basterebbero centomilledi vite. L'intera razza dell'uomoviva dall'inizio del temponon è pervenuta

benché tanto numerosa e molteplice e benché durata così a lungoaconoscere sia pure un poco il mondo che abita. E

tutto questo ricco mondo è sprecato per noiche ci viviamo un istante! Benscarso lavoro è stato compiuto dall'inizio del

mondo in qua! Infatti non abbiamo tempo. Non ci è dato alcun veroinsegnamento perché si è strappati allo studio prima

ancora d'imparare l'alfabeto. Il mondo così com'ève lo confessofrancamentecaro pastoremi pare un gran fallimento

perché non viviamo abbastanza a lungo».

«Ma l'insegnamento viene continuato in un ulteriore stato dell'essere!».

«Non certo l'insegnamento che cominciamo a ricevere quaggiù» disseSettimio. «Tanto varrebbe educare un

fanciullo in una foresta primordiale per insegnargli a vivere in una corteeuropea. Nola caduta dell'uomodi cui ci parla

la Scritturami sembra dimostrata dal penoso accorciamento dell'esistenzaterrenache rende in ogni modo ridicola

questa nostra vita quaggiù».

«BeneSettimio» rispose mestamente il vecchioma non come chi siascandalizzato da cose mai prima uditea

devo lasciare che tu ti apra la strada attraverso a codesta forma dimiscredenza come meglio sapraiso in fatti che dovrai

raggiungere con i tuoi soli sforzi l'altra sponda della palude. Parleremo dipiù la prossima volta. Ti stai esaurendomio

giovane amicocausa l'eccesso di studio e di ansietà. Sarebbe bene che tuvivessi di piùper adessoin questo mondo

terrestre che apprezzi tanto. Non puoi prendere interesse alle condizionidella patriaalla lotta che è per scoppiarela cui

voce risuona così rauca e prossima? Esci dai tuoi pensierire spiraun'altra aria».

«Tenterò» disse Settimio».

«Fallo» disse il sacerdotedandogli la mano«e in poco tempo sentirai ibenefici del cambiamento».

Strinse con benevolenza la mano del giovane congedandosie Settimio rientròin casavoltò a destrase dette

nel suo studio dovedinanzi al caminostava il tavolo coperto di carte e dilibri. Sugli scaffali contro le pareti altri libri

non numerosi ma d'aspetto ponderosodei quali parecchi ereditati da dottiantenati e da lui riportati alla luce dopo che

erano rimasti a lungo accatastati in stanzucce polverose; libri di buoni ederuditi teologila cui saggezza egli avevacon

l'aiuto del Demoniovolto al maleleggendoli alla luce del fuoco infernale.Invero Settimio aveva fatto intravedere al

sacerdote soltanto uno scorcio parziale dello stato in cui versava la suamente. Non era un principiante del dubbio; anzi

gli sembrava di non essere mai stato altro che un dubbioso ed un critico finda ragazzonon avendo fede in nulla

benché un sottile velo di riverenza l'avesse trattenuto dall'indagare certecose. E adesso il nuovostrano pensiero che la

terra dovesse essere del tutto sufficiente all'uomo che venisse ad essaadattatogli si ripresentava di continuo e gliene

nasceva la sensazionedi cui non s'era mai reso conto primache almeno luiavrebbe potuto anche non dover morire

mai. Non era un sentimento personaletrattandosi d'un istinto di cui solol'interpretazione era sbagliata: abbiamo saldo.5

dentro di noi il senso d'un principio immortale e riferiamo erroneamentequesta intuizione verace alla vita presente ed al

corpo invece d'intenderla rettamente come una promessa d'immortalitàspirituale.

Così Settimio sollevò lo sguardo al di sopra dei suoi pensieridicendo conorgoglio:

«Perché dovrei morire? Non possose sono degno di vivere. E se in questoattimo affermassi che non voglio

morire se non a distanza di secolialla consumazione del mondo? Che muoianogli altrise preferiscono o se cedono;

ma chi è abbastanza forteviva!».

Tuttavia dopo questa ventata d'umore eroicol'accaloramento s'attenuò ed ilpovero Settimio spese il resto della

giornata secondo il solitocompulsando i suoi volumidove tutti isignificati parevano vecchi ed ammuffitisimili alle

foglie pressate che talvolta ne cade vano ad aprirlibrunefragili e senzalinfaproprio come i pensieri cheal momento

in cui gli autori li avevano raccoltierano sembrati di colore così accesoe pieni di vita. Poi cominciò a capire che un

qualche principio di vita doveva essere stato lasciato fuori del librosicché agli sparsi pensieri mancava proprio ciò che

aveva conferito a ciascuno il suo unico valore. Poi sospettò che il modovero di vivere e adeguarsi ai fini della vita non

fosse già di raccogliere dei pensieri nei libridove diventavano cosìaridima di vivere e continuare ad agire colmi di

verde sapienzasempre maturando non già massime tronche e secchema unasaggezza pronta per l'uso quotidiano

come una fonte vivae pensò cheper essere da tantooccorreva vivere alungo sulla terraimbevendosi di tutti

gl'insegnamenti che essa impartiva e non già morire subito dopo averacquistato una qualche verità superficiale; proprio

perciò bisognava vivere tanto più a lungoe si doveva applicare lasaggezza cosí ottenuta per il bene dell'intera umanità

sì da darle ulteriore incremento.

Ogni cosa rifluiva nel vortice forte e strano in cui era stata tratta la suamente: tutti i suoi pensieri puntavano in

quella direzione. Così sedeva rimuginando nel suo studio finché la vecchiadalla voce chiocciauna sua zia che gli

faceva da governante e da padrona di casalo chiamò per il pranzorimproverandolo perché sembrava concedere scarsa

attenzione al piatto di radicchielle primaticce raccolte per lui; tuttavia laseverità era temperata dal pensiero del futuro

rango ecclesiastico del nipote e dal fatto che egli era già baccelliere. Lavoce della vegliardacon quei suoi discorsi a

vanvera risuonava all'esterno di Settimiomentre lui le badava appena e allafine il pranzo fu terminato e Settimio

allontanò la sedia dalla tavola per andarsene.

«Settimionipote mio» disse la vecchia«hai cominciato il pasto senzachiedere la benedizioneti alzi senza

una resa di grazietuche fra poco sarai ministro del Verbo».

«Diobenedici il pasto» rispose Settimioa mo' di benedizione«e fa'che ci dia forza per la vita che ci destini.

Grazie a Dio per il nostro cibo» soggiunse a mo' di resa di grazia«e chepossa diventare in noi por zione d'un corpo

immortale».

«Così va beneSettimio»disse la vecchia. «Ahsarai possente dalpulpito e saprai tenere alto il nome del

bisnonnoil quale dicono che fece avvizzire le foglie sugli alberi con lafuria del suo improperio contro i vizi. Certuni

diconova da séche una gelata precoce gli venne in aiuto».

«E la prima volta che ne sento parlarezia Keziah» disse Settimio.

«Ma sicuro»replicò la zia. «Un uomo muore e la sua grandezza siestingue come non fosse mai esistitae la

gente se ne rammenta soltanto quando ne vede la pietra tombale sopra levecchie ossa aridee dice che fu un buon uomo

ai suoi tempi».

«Quanta verità nelle parole di zia Keziah!» esclamò Settimio. «E come miè odioso pensarciprevedere questa

indifferenza verso i morti! Qualunque vivo trionfa dei mortistesi lìpoveri e inermisotto il terriccio: un pizzico di

polvereun mucchio d'ossiun fetore! Il pensiero mi ripugna! Non dovràessere così!».

Stranamente ogni minimo incidente lo riconduceva a quell'unico argomento chesi impadroniva con tanta

veemenza della sua mente; ogni via ve lo riconduceva ed egli lo interpretavacome un'indicazione che la natura aveva

intesoper mille modiadditarci questa somma verità: che la morte era unadisgrazia esterioreun prodigiouna

mostruosità a cui l'uomo era soggiaciuto sol tanto per un suo difettotantoche perfino adessose egli riacquistasse una

parte della sua forza originalepotrebbe vivere per sempre e ridersi dellamorte.

La nostra è una storia interioreche s'occupa il meno possibile diavvenimenti esterniquesti li tocca soltanto

nei casi inevitabilisì da delineare per mezzo loro la vicenda d'una menteturbata da certi errori. Anche potendo non

vorremmo creare un ambiente vivace e pittoresco intorno alla traccianarrativatuttavia dobbiamo richiamare le

circostanze del tempo in cui questa storia interiore si svolgeva. Diremodunque che quella notte corse un grido d'allarme

per tutta la trafila di città e villaggi raccolti attorno a Boston e via viapiù radi verso il litorale ed ai più selvaggi margini

delle foreste. Cavalieri attraversarono al galoppo le file di fattoriegridando: «All'armi! All'armi!». Si vociferava di

truppe in marcia come sogni nella mezzanotte. Attorno alle rustiche cappelleudivi rulli di tamburo e convenivano i

contadini armati. Per l'intera notte si marciòsi fece l'appelloci furessa; e sulla strada di Bostonun fitto rintocco di

scarponi militari s'inoltrava sempre più nel l'entroterra che non avevaconosciuto più il tumulto del la guerra da quando

l'aveva calcata l'indiano.

Settimio udì e seppecome tuttiche la guerra si avvicinava. «Che stoltisono gli uomini!» esclamò levandosi

dal letto e contemplando le stelle avvolte di foschia; «non vivono nemmenoquel tanto che sarebbe necessario per

conoscere il valore ed il senso dell'esistenza. Se lo conoscessero simetterebbero d'accordo per vivere a lungoinvece di

buttar via vite a migliaiacome fanno. E che importa un po' di tirannide inuna vita così breve? Che importanza può

avere la forma di governo per creature così effimere?».

Allorché l'aurora diventò più chiaraquei suoniquel clamoreo qualcosache era nell'aria e suscitava il cl

mores'infittirono tanto da farsi sentire da Settimio perfino nel riparodella sua solitudine. Aleggiava nell'atmosfera.6

l'uraganola concitazione selvaggiaun gesto imminente. Gente percorreva dicorsaa frottela strada di solito deserta

armi alla mano: la vecchia carabina da caccia con cui i puritani avevanotirato alle anatre sul fiume e sullo stagno di

Walden; l'archibugio pesante che forse aveva steso a terra uno degl'indianidi Re Filippo; il vecchio fucile che aveva

tuonato contro i francesi di Louisburg o Quebec. Cacciatori e massarituttisi incitavano a vicenda. Si viveva un bel

momento c'era una affinità più strettauna più intima simpatia fra uomo euomo: un senso della bontà del mondodel la

sacralità della patriadella sublimità della vita la qua le tuttaviacontava ben poco a petto della verità e dei supremi

princìpi; si soppesava la parte materiale e l'eterea e si pensava che laprima non valesse la pena d'esse re presa in

considerazionebenché ne dipendesse in buona misura la soluzione dellacrisi. La forza bruta era nobilitatasi nutriva il

sentimento che in essa ci fosse un lato divinospiravano eroismo i luoghidella vita più ordinaria quasi che da ieri a oggi

tutti fossero stati tra sfigurati. Oh istante sublimeeroicotrepidoquando l'uomo si sente quasi un angelo alla soglia di

atti pur così maligni all'aspetto! Oh strana estasi di prima dellabattaglia! Adesso ne sappiamo qualcosa di quel tempo di

guerranoi che abbiamo visto l'appello delle truppe contadine sul sagrato edalle stazioni ferroviarieudito il tamburo ed

il pifferovisto i congedile facce familiari che quasi non siriconoscevano nemmeno più da quando se ne era scoperto

l'eroismo e si respirava in una più nobile sfera grazie a loro; con umidociglio li si ringraziava fin nell'intimo dell'anima

nostra per aver ci insegnato come tuttora la natura sia capace di attimieroici; si è sentito come un grande empito sollevi

un popolocoinvolgendo ogni spettatoreanche il più freddoapaticoindifferenteinnalzandolo alla religione

portandolo a unirsi a ciò che diviene un atto di devozioneuna preghieraanche se lui forse non vi consente che a metà.

Settimio non riusciva a studiare in una mattinata simile. Provò a dirsi chenon aveva niente a spartire con

quell'eccitazioneche la sua vita studiosa lo teneva in disparteche il suoministero futuro era di pace; madi cesse pure

a se stesso quel che volevasentiva un tremoreuno slancio ribollenteunronzio nelle orecchie e la pagina aperta

riluceva abbagliandolo.

«Settimio! Settimio!» gridò la zia Keziahgettando lo sguardo nellacamera«in nome del cielote ne starai

dunque seduto qui mentre le giacche rosse inglesi avanzano per bruciarci lacasa con noi dentro? Mi toccherà dunque

cacciarti a colpi di scopa? Vergogna! Vergognaragazzo mio!».

«Sicché stanno venendozia Keziah?» domandò il nipote. «Ebbenenonsono uomo d'armi».

«Certo che vengono. Hanno saccheggiato Lexingtontrucidato gli abitanti eincendiato il municipio. Sono cose

che riguardano anche un parrocoquale tu ritieni di essere. Esciesci tidicoe va a sentire le ultime no tizie!».

O mosso da queste esortazioni o dalla sua curiosità repressasta di fattoche alla fine Settimio uscì di casasia

pure con la riluttanza che trattiene e impedisce coloro che nutrono pensierie interessi divergenti da quel li del mondo in

genere; comunque uscìcon una strana sensazionema tuttavia provandol'impulso di scagliarsi nel passionale tumulto

di quel momento. Era una mattina stupendatutt'insieme primaverile edestiva. Anche se non ci fosse stato altro da

pensare o fare sarebbe bastata una tale mattina a infondere vitalitàrespirarne l'atmosfera voleva dire assorbirne

l'esaltazione.

Settimio svoltò in direzione del villaggio proponendosi di mescolarsi allacalca sul sagratocogliendo le voci

che circolavano per l'aria e prendevano via via forma di racconti.

Allorché passò accanto alla casetta di Rose Garfieldquesta gli corseincontro dalla soglia con aria impaurita

eccitata e tuttavia quasi felicee stranamente graziosapiù graziosa chemai in virtù d'un qualche ornamento che la fretta

aveva suggerito meglio di quanto l'avrebbero potuto i più lenti indugi.

«Settimio... signor Felton» ella gridò; chiedeva no tizie a lui chefratutti i viciniera all'oscuro di tuttoma

proprio questo denotava l'importanza che egli aveva per lei. «Pensatedavvero che siano per arrivare i sol dati inglesi?

Che faremoahimè? Non andrete mica anche voi al villaggiolasciandocisole?».

«Non so se venganoRose» disse Settimiofermandosi ad ammirare la frescabellezza della giovinettail cui

fascino era moltiplicato dalla concitazione cheinoltrela rendevadoppiamente libera di modi con lui; è certo che ogni

frattura nel corso ordinario degli eventi riscuote le donne inducendole adabbandonare le loro maniere riservate

abbattendo le barriereavvicinandole pericolosamente al mondo. «Siete quisola? Non sarebbe meglio che vi rifugiaste

nel villaggio?».

«Abbandonando la mia povera nonnacostretta a letto!» gridò irosamenteRosa. «Sapete che non posso

Settimio. Ma credo di non correre pericoli. Andate pure al villaggiosevolete».

«Dov'è Robert Hagburn?» domandò Settimio.

«Al villaggioda un'oracon la vecchia spingarda del nonno in ispalla»disse Rose; «fin dall'alba ha lavo rato a

verificare le pallottole». «Roseio resto con voi» disse Settimio.

«Ohcieloeccoline sono certa!» gridò Rosa. «Guardate quel polverone.Dio mio! Un cavaliere al galoppo!».

Infattisullo stradone di cui si scorgeva un largo trattoudirono unoscalpiccìo di zoccoli e videro una nuvoletta

di polvere avanzante a ritmo di galoppoche rivelavaa mano a mano ches'avvicinavaun paesano a capo scopertoin

maniche di camiciachino sul collo del cavallocui dava con gusto sferzatesui fianchi per incitarlo a quella velocità

inconsueta. Nello stesso tempoguardando Rose e Settimiolevò la voce intono strano e altocomunicando il suo

tremore e la sua eccitazione a chiunque l'udisse:

«All'armi! All'armi! All'armi! Le giubbe rosse! Le giubbe rosse! All'armi!All'armi!».

E lasciando fluttuare come un pennone quella scia di suoni l'ansiosocavaliere si precipitò verso il villaggio.

«Dio mioche faremo?» gridò Rosegli occhi colmi di lacrimema ballandoper l'eccitazione. «Stanno

venendo! Vengono! Odo il tamburo e i pifferi!»..7

«Credo di sì» disse Settimiole guance ora imporporate ora soffuse dipallorenon per timorema a causa

dell'ineludibile tremore fra doloroso e piacevole del mo mento. «Ascoltaèil suono argentino del piffero! Stanno

arrivando!».

Tentò di convincere Rose a nascondersi in casama la giovane non si lasciòpersuadereaggrappandoglisi in

una maniera che lo lusingava e rendeva tutt'insieme per plesso. Inoltrecontutta la sua paurale restava un bel po' di

coraggio e parecchia curiositàper giuntadi vedere quelle «giubberosse» di cui aveva udito storie sì terribili.

«BenebeneRose» disse Settimio»; certamente si può restar senza pauratu donna ed io che per professione

dovrei portare pace e buona volontà a tutti gli uomini. Si dica di loro ciòche si vuolenon possono avere la consegna di

far strage. Ce ne staremo qui tranquillamentee vedendo che non li temiamocapiranno che non abbiamo cattive

intenzioni verso di loro».

Così se ne rimasero un po' fuori della portaall'angolo del pozzo e tostovidero una coltre di polvere da cui

spuntavano baionette splendenti; ed ecco che una banda militarefino a quelmomento silenziosaripigliò con pifferi e

tamburicon il passo ordinato di migliaia di piedi che battevano il tempo;poi giunse la colonnamassicciamente in

motoe le «giubbe rosse» dall'aspetto stanco dopo una lunga marcianotturnaimpolveraticon le ghette sporchemadidi

del sudore colato dalle loro ciocche incipriate. Tuttavia questi inglesirubizzi e vigorosi marciavano con veemenza

come gente che ha solo bisogno d'una mezz'ora di riposod'una buonacolazione e d'una birra per riaffrontare il mondo.

I loro volti non svelavano alcun rancorema apparivano sol tanto grevirusticibuoniumani.

«Santo cielosignor Felton» sussurrò Rose«perché mai dovremmo spararesu di loro e loro su di noi? Paiono

gentili anche se alla mano. Ognuno di loro ha una madre e delle sorelleimmaginocome i nostri». «È la cosa più strana

del mondoche si possa pensare di ucciderli» disse Settimio«la vitaumana è così preziosa».

Mentre oltrepassavano la casettail comandante ordinò l'altper mettere letruppe in miglior condizione con un

po' di riposo e facendo riprender loro fiato prima dell'ingresso nelvillaggiodove occorreva incutere l'impressione più

imponente possibile. Durante la breve sostaalcuni soldati s'avvicinarono alpozzo dove sta vano Rose e Settimio e

calarono un secchio per dissetarsi. Un giovane ufficialeragazzo petulantebellissimodi maniere gaie e baldeavanzò.

«Offrimi un bicchierebellezza»egli disse dando un buffetto alla guanciadi Rosecon una grande libertà e

rimanendo tuttavia in modo imprecisabile al di qua dell'insolenza«o unacoppa o un recipiente qualsiasie in compenso

avrai un bacione».

«Signorealto là!» disse Settimio animosamente; «è da codardo insultareuna donna».

«Non ho intenzione di insultarla» rispose il bel giovane ufficialeimprovvisamente strappando un bacio a Rose

prima ancor che ella potesse tirarsi indietro. «Ma se lo ritieni un insultomio buon amicosarà meglio che ti armi e che

ti pigli la soddisfazione di spararmi da dietro una siepe».

Prima che Settimio potesse replicare o agiree la sufficienza del giovaneinglese rendeva ben difficile per un

solitario privo d'esperienza come lui raccappezzarsi sul da fare o sulle coseda direecco che un rullo del tamburo

richiamò i soldati ai loro ranghi. Il giovane ufficiale si affrettò atornare rivolgendo uno sguardo ridente a Rose ed un

leggero cenno di sfida a Settimio mentre i tamburi battevano la marcia e letruppe avanzavano.

«Che impertinenza!» disse Roseil cui rossore indignato l'abbelliva tantoda scusare quasi l'oltraggio.

Non è facile capire come Settimio l'avrebbe potuta difendere eppure egli sisentiva inauditamente offeso e

umiliato al pensiero che quell'ingiuria fosse avvenuta mentre Rose stavasotto la sua protezione ed egli ne ave va la

responsabilità. Inoltrein un modo o nell'altroegli era adirato con leiperché aveva subito un tortobenché ciò fosse

irragionevole al massimo; tutto fu più presto fatto che detto.

«Meglio che vi ritiriate in casa adessoRose» egli disse «a guardare lanonna inferma».

«E voi che cosa fareteSettimio?» ella domandò.

«Forse anch'io rincaserò» egli rispose. «O forse accoglierò il consigliodi quella giubba rossa superba

sparandogli da dietro una siepe».

«Ma non lo uccidete; forse ha una madre ed una fidanzatail bell'ufficialetto»mormorò Rose fra sè e sè.

Settimio entrò in casa e sedette per qualche ora nel lo studioin quellostato d'animo sgradevole che un uomo

meditativo prova facilmente allorchè il mondo in torno a lui è in uno statodi intensa attività per la quale non riesce a

sentire alcun moto di simpatia. Era come se un corso d'acqua gli scorresseaccantoe non potesse bagnarlo neanche se

egli vi si tuffava dentro. Si sentiva come stranamente in disarmoniaavrebbedato chissà che cosa per trovarsi in perfetto

accordo con la razza umanaoppure viceversa per esserne separato in eterno.

«Ne sono del tutto rescisso. È mia sorte essere esclusivamente unospettatore della vitaosservandola come chi

non ne fa parte. Non è forse giustoperciòdato che non ne condivido ipiaceri o la felicitàessere libero dalle sue leggi

dalla sua brevità? Come sono freddomentre vortica attorno a me questogorgo di emozioni collettive! È come se non

fossi nato di donna!».

Così avvenne chetraendo folli deduzioni dai fenomeni mentali esentimentali comuni a coloro cheper

qualche interiore morbositàsono come esclusi dal mon doSettimiocontinuò a tornare su quella strana idea

dell'immortalità che di recente s'era impadronita di lui. Eppure sbagliava acredersi freddo e privo di simpatia per la

febbre patriottica che ferveva nei suoi comp atrioti. Inquieto come unafiammanon riusciva a fissare i pensieri sul libro

né sapeva star fermo sulla sedia ma continuava a passeggiare avanti eindietromentre da una finestra spalancata

venivano rumori ai quali la sua fantasia dava le spiegazioni più diverse.Ora era un tamburo lontanoora delle gridadi

quando in quando una scarica di moschetti pareva venire molto da più lontanoche dal villaggio; un rombo uniforme

quindi una scarica frastagliata e poi una serie di fucilate sparse..8

Incapace ormai di serbare la sua innaturale indifferenzaSettimio afferròil fucilesi precipitò fuori

s'arrampicò su per l'erta dietro casadonde poteva spingere lo sguardoverso il villaggio fino a dove una curva celava la

strada dall'andamento irregolare. Era vuotanon la percorreva un soloviandante.

Tuttavia sembrava che da quella parte ci fosse una certa confusioneuntumulto invisibile e indecifrabile ora

suggerito da vaghi suoniora silenzioso. Ascoltando avidamentetuttaviaimmaginò alla fine il rullo dell'adunatapoi

gli parve che la truppa avanzasse verso di luipreceduta da un altrocavaliere a briglia scioltaall'apparenza lo stesso

genere di messaggero che prima era passato davanti a casa col suo tetro gridod'allarme; poi apparvero alcuni contadini

in ordine sparso che si facevano strada per i campiil fucile in mano.Quindi scorse lo schieramento ordinato dei soldati

inglesiche occupavano tutta la strada con il loro allineamento e venivanoavanti con la solita fermezza benché a passo

celereed egli s'immaginò di notare che gli ufficiali si guardasserod'attorno con occhiate guardinghe. Mentre osservava

uno sparo risuonò secco dal pendio collinare fino al villaggio; il fumos'arricciò verso l'alto e Settimio vide un uomo

barcollare: ciò era così simile ad un omicidio che non ci vedeva nessunadifferenza; gli tremarono le ginocchiail fiato

gli si fece corto non per terrorema a causa di un raccapriccio del tuttoinedito.

Qualche altro sparo giunse quasi simultaneamente dalla vetta boscosamasenza che egli ne notasse un qualche

effetto. Quasi allo stesso momento una compagnia d'inglesi si staccò dalgrosso operando una con versione e

s'arrampicòcorrendosu per il collesparando nel bosco e nel fitto dicespugli che lo copriva. Qualche sparo sparso

non si capiva da parte di chi né con quale effettomentre il grosso deinemici avanza va lungo la strada. Adesso s'erano

accostati tanto che Settimio si sentì assalire stranamente dall'idea cheavrebbe potutocon il fucile che teneva in mano

sparare proprio nel mezzo dello schieramentoscegliendo qualsiasi di quegliuomini ormai nemici come vittima. Com'è

stranastranissima questa folleprofonda passione che in noi la natura haimpiantatodi procurare la morte dei nostri

similipassione che convive con l'orrore! Settimio puntò e poi alzò ilfucile; notò un ufficiale a cavallo che sembrava il

comandante in capoe che egli sapeva di poter uccidere. No! Non voleva farloper nientema era una tentazione ben

forte. In un attimo il cavallo avrebbe spiccato un saltol'ufficiale sarebbecaduto nella polvere dello stradone

sanguinanteboccheggianterespirando a rantolisenza più respiro.

Mentre il giovanein così inconsuete condizioni se ne stava ad osservare lamarcia delle truppeudì un rumore

di fronde agitate ed un suono di voci e subito intuì che il grupposeparatosi dal grosso e inoltratosi su per il colle stava

dunque camminando sul lungo crinale chesalvo qualche interruzionesispingeva fino a un miglio dal villaggio. Una di

quelle interruzioni distava assai poco dal punto dove era Settimio. Facevanoda copertura per impedire che la gente in

rivolta si avvicinasse al grosso tanto da poterlo colpire. Egli guardò su evide che il distaccamento britannico si

precipitava nella gola che interrompeva il crinale per poi risalirla e chesarebbe passato giusto sopra il punto dove egli si

trovava; bastava che si scostasse portandosi appena appena sotto i cespugliper tenersi nascosto. Così si fece da parte e

dal suo nascondiglionon senza un'accelerazione del respiroosservòl'avvicinarsi del gruppo. Badavano più al terreno

che li divideva dal grosso che a quel fitto di betullepini rossisommacchie querce nane con le foglie lì lì per

germogliareche si stendeva dalla banda opposta a dove Settimio stavarintanato.

[Descrivere l'impressione che gli fecero le loro faccementre lorasentavano; come gli sembravano strane].

Tutti erano passatitranne un ufficiale di retroguardia che forse era statoattratto da qualche minimo

movimento di Settimioda un fruscìo nel cespugliopoiché si trattennefissò un punto e lo prese di mira col moschetto.

«Salta fuori o sparo» disse.

Non per evitare la moschettatama perché la sua virilità non si sentiva distarsene rannicchiata nel buio di

fronte ad un nemico allo scopertoSettimio subito balzò fuori e si trovò acospetto del medesimo bell'ufficialetto col

quale aveva scambiato quelle parole aspre dopo l'of fesa a Rose Garfield. Ilferoce sangue indiano di Settimio ribollì

dentro di luieccitandolo all'omicidio.

«Ahsei tu!» disse l'ufficialetto con un sorriso altero. «Sicché voleviseguire il mio consiglio e spararmi da

dietro un cespuglio? Meglio così. Avantiabbiamo da regolare prima di tuttola gran lite fra mesoldato del re e te

ribelle; poi la nostra faccenduola privata a causa della bella ragazza.Scambiamoci una fucilata che valga per i due

motivi insieme!».

Così bellocosì avvenented'una gioventù in boccio era l'ufficialetto;c'era una petulanza franca e gaia nel suo

trattosembrava che ci fosse ben poca malvagità vera in lui: si mettevacosì generosamente sullo stesso piano del rustico

Settimio che questidi solito così morboso e lugubremai aveva sentito unabenignità verso il prossimo maggiore di

quella che provava adesso per il giovanotto.

«Non sento alcuna inimicizia nei tuoi confronti»disse; «vattene inpace».

«Nessuna inimicizia?» rispose l'ufficiale. «E allora che facevi armato difucile tra gli arbusti? Ho intenzione di

compiere la mia prima azione di guerra a spese tueperciò butta il fucile eseguimi come prigioniero».

«Prigioniero!» gridò Settimioe tornò a risvegliarsi in lui la ferociaindianarialzando il suo capo maligno

come un serpe. «Mai! Se mi vuoi dovrai pigliarti il mio cadavere».

«Tohvedo che hai del coraggiosolo che ci vuole parecchio a provocarlo.Forzaquesta fra noi è una bella

sfida. Portiamola a fondo. Fermo lì dove ti trovi! Io darò l'ordine.Prontimirarefuoco!».

Mentre l'ufficialetto pronunciava le ultime tre parolei due puntarono imoschettimiraronospararono.

Settimio sentì come una puntura di tafano passargli sulla tempia: lapallottola dell'inglese lo sfioravama con suo

stupore e orrore (perché tutto gli sembrava irreale) vide l'ufficiale chesobbalzavalasciava cadere il fucilebarcollava

verso un albero con la mano sul petto. Il ferito tentò di tenersi in piedimanon riuscendocifece un cenno a Settimio..9

«Avantimio buon amico» dissementre il suo sor riso giocoso e petulantegli riaffiorava per un attimo: «E il

mio primo e ultimo combattimento. Deponimi il più dolcemente che puoi sullamadre terranostra madre comune;

siamo fratelli e questo potrebbe essere un atto di fraternità anche se nonne ha l'aspetto e non dà fraterne sensazioni. Ah!

Che fitta!».

«Buon Dio» esclamò Settimio. «Non ne avevo intenzioneo almeno nonalbergava in me malizia alcuna verso

di te!».

«E neanch'io ne nutrivo verso di te» disse il giova ne. a Era un gioco daragazzo e la conclusione è che muoio

ragazzo invece di vivere in perpetuocome forse avrei potuto».

«Vivere in perpetuo!» ripeté Settimiola cui attenzione venne fermatainquel frangente che gli mozzava il

fiatoda parole che facevano rintoccare così stranamente il suo pensierodominante.

«Sìma ne ho perduto l'occasione» disse il giovane ufficiale. PoimentreSettimio l'aiutava a coricarsi su di un

rialzo formato da un ceppo in decomposizione e sepolto nella terraa Graziegrazie. Se almeno tu mi potessi chiamare

indietro un camerata che raccogliesse le mie ultime parole. Ma scordavo: tumi hai ucciso ed essi ti toglierebbero la

vita».

Invero così commosso e stupito era Settimio che forse avrebbe richiamato icamerati del giovanefosse stato

possibile; mamarciando col ritmo veloce di uomini in pericologià eranoarrivati troppo innanzi nella loro traversata

della macchia e questa non frusciava neanche più per il loro passaggio.

«Sìqui debbo morire!» disse il giovanecon espressione sconsolatadascolaro lontano da casaa e non c'è

nessuno che mi veda se non tu che m'hai ucciso. Mi vuoi portare un sorsod'acqua? Ho una gran sete».

Settimioimmerso in un sogno d'orrore e pietàsi precipitò giù per ildeclivio; la casa era vuotaessendo uscita

a cercar rifugio e simpatia presso un vicino la zia Keziah. Egli riempì unabrocca d'acqua fredda e si affrettò a tornare

sulla vettatrovandovi il giovane ufficiale più pallido e mortuario per ilbreve tempo tra scorso.

«Grazie a te che mi sei stato nemico e mi sei amico» sussurròcon unfievole sorriso. «Dopo che con il padre e

la madre che ci procrearonoil rapporto più intimo l'abbiamocredoconl'uomo che ci uccideintroducendoci nel

mondo misterioso di cui questo è il vestibolo. In quel mondo ignoto tu ed iosiamo singolarmente legatinon c'è

dubbio».

«Credimi» gridò Settimioa sono addolorato per te come per un fratello».

«Lo vedoamico carissimo»disse il giovane ufficiale«e benché il miosangue sia sulle tue maniti per dono

se c'è da perdonare. Ma sto morendoho qualche parola da direcui deviprestare orecchio. Mi hai ucciso in leale

combattimento e le mie spoglie per diritto di guerra appartengono alvincitore. Appendi la mia spada ed il mio

moschetto sul tuo camino e narraai tuoi figlidi qui a vent'annicomevennero guadagnati. La mia scarsella tientela

oppure regalala ai poverelli. Ma c'è qualcosa qui sul cuore che vorrei fossespedito all'indirizzo che ti darò».

Settimioobbedendogli trasse dal petto una minia tura; ma risultò che lapalla l'aveva perforata spaccando

l'avoriosicché il viso femminile effigiato era andato di strutto.

«Ohche peccato!» disse il giovane; eppure Setti mio sentì dal tono chequalcosa di leggero e sprezzante si

mescolava alla commozione. a Benemandala lo stesso; falla spedireall'indirizzo».

Diede a Settimiofacendoglielo annotare su una tavoletta che aveva con séil nome di un castello in una delle

contee centrali d'Inghilterra.

«O antico luogo» disse«con le sue querceil suo pratoed il parcoedi suoi frontoni elisabettiani! Non

credevo davvero di dover morire quicosì lontano in questa terra americanae desolata. Dove mi seppellirai?».

Poiché Settimio esitava a rispondereil giovane continuò:«Avrei volutoriposare nell'antica chiesetta di

Whitnashche ora mi sorge dinanzi agli occhi; con la suo torre tozza egrigia e davanti il tasso tutto scavato dal tempo

il villaggio aggrumato intorno con le sue case ricoperte di paglia. Nontollererei di giacere in uno dei vostri cimiteri

americaniche mi ripugnano - benché io ami temio uccisore. Seppelliscimipiuttosto quiin questo punto preciso. Un

soldato riposa meglio nel luogo dov'è caduto».

«Quiin segreto?» esclamò Settimio.

«Sìnon sono consacrati i vostri cimiteri puritani» disse il giovinettomorenteimprovvisamente mèmore del

curioso esclusivismo della Chiesa anglicana. a Seppelliscimi dunque quinella mia uniforme. Ah! il mio orologio. L'ho

finita col tempoio! e tu forse ne hai ancora una lunga provvigione;prenditelo dunquenon come una spoglia ma come

il mio dono d'addio. E questo mi ricorda un'altra cosa. Apri codestoportafoglio che hai in mano».

Così fece Settimioe seguendo le istruzioni dell'ufficiale trasse da unodei compartimenti un foglio ripiegato

fittamente ricoperto di una scrittura contorta; era molto consunto neimargini esterninon all'interno però. Nel

portafoglio v'era anche una chiavetta d'argento.

«Lo lascio a te» disse l'ufficialea mi fu dato da mio zioun dottoscienziato che si proponeva di recarmi un

gran bene con ciò che vi scrisse. Raccogline il fruttose puoi.Rincrescevole a dirsinon ho mai letto che le prime righe

del foglio».

Settimio fu stupitoo meglioprofondamente impressionato nel vedere cheattraverso quella cartacome

attraverso la miniaturaera passato il suo fatale proiettileproprio nelcentro; e un po' del sangue del giovaneche gli

inzuppava le vestiaveva bagnato interamente il foglio. Gli parve difficilepoter trarre qualche bene da ciò che era

costato una vita umanarapita (sia pure non delittuosamente) dalle suestesse mani.

«Posso far altro per te?» dissecon veridicadolo rosa pietàinginocchiandosi accanto al nemico caduto..10

«Nullanulladirei»egli rispose. «C'era una cosa che avrei potutoconfessare; vi fosse qui un ministro di Dio

la confessereiimplorando le sue preghiere; poi chésebbene non abbiavissuto che pochi annipure mi sono bastati per

commettere un grave torto. Ma tenterò di pregare nel segreto della miaanima. Girami il viso verso il tronco dell'albero

ho già dato al mondo il mio ultimo sguardo. Eccoadesso lasciami».

Settimio fece ciò che il giovane gli chiedevapoi si appoggiò contro unodei pini circostantiosservando la sua

vittima con una tenera preoccupazione che gli faceva sentire come propri glispasimi convulsi che per correvano quelle

membra. Un murmure esalò dalle labbra del giovanee parve a Settimiorapidosommesso e malinconicosimile alla

voce di un fanciullo che ha qualche cattiveria da confessare alla madreall'ora di andare a letto; contritosupplice e pur

confidente. Continuò per alcuni minuti; poi vi fu un subito scattounalotta lievequasi egli volesse alzarsii suoi occhi

incontrarono quelli di Settimio in un selvaggio e torbido sguardoma mentrequesti lo prendeva tra le bracciaera già

morto. Settimio adagiò il corpo piano piano sull'erba sparsa di foglie eprocuròcome aveva sentito dire fosse costume

coi mortidi ricomporre i lineamenti di storti dall'agonia. Poi si buttò aterra non lontano di lìabbandonandosi alle

riflessioni che gli avvenimenti di quell'ultima ora suggerivano. Aveva rapitouna vita umana; e per quanto le circostanze

lo scagionassero - rendessero la cosa persino onorevole (l'avrebbero chiamatapatriottica) - purenon potevaun fresco

campagnolovedere altro che orrore nel sangue che gli macchiava le mani.Tremendo appariva l'aver ridotto quella gaia

animatabellissima creaturaa un grumo di carne mortapronta per il pastodelle mosche e che entro poche ore avrebbe

cominciato a marcire; che si sarebbe dovuto mettere subito in terra perchénon divenisse un orrore agli occhi umani;

quella deliziosa bellezzafatta per l'amore della donna; quella forza e quelcoraggio fatti per creare la fama tra gli

uomini - tutto ciò ridotto a nulla; ogni probabilità di vita tra tantidoni: nomeposizionepiaceriprofittila penetrante

estatica gioia - a questo non si poteva rimediaretutto finito sul serio; suSettimio infatti discese l'oscuro dubbio che

proprio per essere troppo adatto a godere di questo mondotanto meno quelgiovane poteva esserlo per l'altro. Che

poteva trovar da fare - questa bellezza e graziaquest'eleganza di fattura -là dove non c'era formanulla di tangibiledi

visibile? a che tutta quella prontezza e disposizione di associarsi con ognicosa creatafare la propria parteagire

goderequandosotto le mutate condizioni di un altro statotutte questedisposizioni verrebbero a man care? Fosse stata

dotata di permanenza sulla terranon vi sarebbe stata creatura piùammirabile di codesto giovane; macosì come s'era

svolto il suo fatoegli non era più che una larvaun'illusionequalcosache la natura aveva offerto per burla a mani tese

poi ritirato. Ora da questa polvere poteva crescere un giunco; quel piccolopunto sulla calva collinadov'egli aveva

desiderato esser sepoltosarebbe più verde per qualche anno: ecco tutta ladifferenza. Settimio non riusciva a valicare la

terrestrità; il suo sentimento era quello di chicon un atto di violenzaabbia ucciso per sempre una felice esistenza

umana. E tale era il suo proprio amore della vitail suo aggrapparsi adessatipico delle nature cupe e quale le più lievi e

liete non conosceranno maiche rabbrividì al proprio misfatto e gli eradifficile reggere da solo vicino al cadavere della

sua vittimae tremava di volgere il viso verso di essa.

Pure lo fece perché non poteva soffrire di immaginare che il ragazzo chegiaceva morto volgesse gli occhi

verso di lui; si avvicinò dunque e gli si fermò accantoabbassando losguardo sul bianco volto riverso. Ma qua le

meraviglia! Quale mutamento era sopravvenuto da quandoappena qualcheistante primaegli guardava quel volto

contorto dalla morte. Adesso vi si posava un'altadolce espressione digrande gioia e stupore e pure una quiete vi era

soffusacome se la vastità stessa della pace fosse la causa dello stupore.L'espressione era simile a una luce che gli

ardesse e splendesse nell'in timo. Spesso Settimio aveva vistoper un certospazio di tempo dopo il tramontoguardando

verso occidenteun vivo irradiare del cielo; l'estrema luce del giorno giàmortoche pareva l'esatta controparte di questa

luce di morte nel volto del giovane. Pareva che questi fosse proprio alleporte del paradisole qualiaprendosi con dolce

impetolasciassero le glorie della città beata splendere sul suo volto eaccenderlo di gentilenon turbato stupore e della

gioia più pura. Era un'espressione ideata dalla provvidenza di Dio perconfortareper far superare tutti i foschi auspici

che la bruttezza fisica della morte inevitabilmente ingenera e provareinvirtù della divina gloria del voltoche la

bruttezza è un'illusione.

Pareva che il morto stesso mostrasse il suo volto dall'altoda un pertugiodel cielosegnato dalla benedizione

celeste e incoraggiasse l'amitto a farsi cuore e a credere nell'immortalità.

Settimio ricordò l'ingiunzione del giovane di seppellirlo colà sulla cimadel collesenza denudare il corpo; e

sebbene sembrasse un delitto coprire quel bellissimo corpo con la terra delsepolcro e abbandonarlo ai vermipure

risolvette di obbedire.

Tuttaviaa onor del veroper quanto bella apparisse quella forma esanimeeper quanto innocente si potesse

considerare Settimio della sua mortepure egli sentì che saperla sottoterragli avrebbe alleviato l'animo. Corse giù alla

casane riportò una vanga e un piccone e cominciò il suo indesideratocompito di becchinoscavando con impegno una

fossa profondasospendendo di tanto in tanto il lavorogocciolante sudoreper guardare la bellissima creta che

l'avrebbe occupata. A volte smetteva anche per ascoltare le schioppettate chesi sgranavano a grande distanzaverso

orientelà dove la battaglia s'era da lungo tempo ritrattadileguata quasifuori del raggio dell'udito. Essa pareva avesse

raccolto in torno a sé l'intera vita di quella terrache la scortava lungoil suo corso sanguinoso con l'accavalcarsi

tumultuoso di uomini che gridavano e sparavanopoiché silenziosa esolitaria rimaneva ogni cosa alle loro spalle.

Pareva una solitudine da centro del mondoquella del luogo dove Settimioscavava la fossa. Lui e il suo morto erano

soli insiemeegli avrebbe messo il corpo sotto la zolla e sarebbe rimastosolo del tutto.

Ora la fossa era profonda e Settimiocurvo laggiùfra terriccio eciottolipareggiava il fondo che gli sembrava

tale da celare per sempre il mistero del giovanequando una voce parlòsopra di lui; una solennequieta voce ch'egli ben

conosceva..11

«Settimio! Che fai laggiù?».

Egli alzò gli occhi e vide il sacerdote. «Ho ucciso un uomo in lealecombattimento» rispose«e sto per

seppellirlo nel modo ch'egli stesso ha richiesto. Sono lieto che siatevenuto. Voireverendopotete dire una preghiera

appropriata alle sue esequie. Sono contento anche per me; perché è moltosolitarioquie terribile».

S'arrampicò fuori della tomba erispondendo alle domande del pastoreglifece parte degli eventi del mattino e

dello strano desiderio del giovane di esser sepolto in quello stesso puntosenza che la sua salma fosse affidata alle mani

che l'avrebbero preparata per la sepoltura. Il pastore esitò.

«In tempi normali» disse «una richiesta tanto singolare dovrebbe essererespinta nell'interesse della tua

sicurezza e per seguire le buone e sagge leggi le quali impongono di compierepubblicamente e con ordine ogni atto che

riguardi la morte e la sepoltura».

«Sì»replicò Settimio; «ma probabilmente oggi cadranno legionid'uominie saranno gettati in tombe

improvvisatesenza alcun rito funebre; senza che mai si sappiaforsequalemadre ha perduto il figliolo. Io non posso

non credere di dover adempiere l'estrema richiesta del giovane che ho ucciso.Si è fidato di meche non spogliassi il suo

corpo né lo tradissi in mano altrui».

«Strana richiesta»disse il buon sacerdote osservando con profondointeresse il bellissimo viso del mortola

snellaaggraziatavirile figura. «Quale motivo può avere avuto? Ma nonimporta. Io credoSettimioche tu sia tenuto

ad eseguire la sua volontà; inveroavendo glielo promessosoltantol'impossibilità potrebbe trattenerti dal mantenergli

fede. Non perdiamo tempodunque».

Con un cerimoniale scarso ma profondamente solenne il giovane straniero fucalato nella tomba dal pastore e

dal giovane che l'aveva ucciso. Fu pronunziata una preghierapoi Settimioraccogliendo alcuni rami e frondeli sparse

sul volto che guardava in alto dal fondo della fossasulla quale il solecadevagettandovi i suoi raggi fin quasi a

toccarlo.

Le fronde lo nascondevano parzialmentepure il suo pallore ne traspariva.Poi il ministro vi gettò sopra una

manciata di terra eabituato com'era ai seppellimentilacrime caddero daisuoi occhi mentre cadeva la erra.

«Che tristezza»dissea questo povero giovane che viene dall'opulenzacertoda qualche cara casa inglesea

morire qui senza scopo; una delle primizie di una guerra sanguinosasacrificata così privatamente. Ma lasciamolo

riposareSettimio. Mi rincresce che sia caduto per mano tuaseppure in ciònon vi sia neppure l'ombra del crimine. Ma

la morte è cosa troppo seria per non intridere tutta la natura di un uomocome te.

«Non credo di averlo sulla coscienza»disse Settimio«sebbene non possanon provare dolore e desiderare che

le mie mani tornino a essere pulite come erano ieri. Certo è orribilerecidere una vita umana». una cosa estremamente

seria» disse il pastore; «ma noi siamo forse inclini a stimare oltremodol'importanza della mortein qualunque

momento. Se si trattasse di morire o di vivere per sempreallora certo quasi nulla potrebbe giustificare il mettere a

morte una creatura sorella. Ma poiché non si fa che abbreviarle la vitaterrena e avvicinare di poco un mutamento che

poiché Dio lo permetteèpossiamo concluderedestinato a prodursisenon in questoin qualsiasi altro momentole

cose cambiano. Spesso penso che tanti eventi vi accadono nella vita d'ognigiornotante crisi sconosciuteche sono più

importanti per noi di questa misteriosa circostanzala morteda noireputata la più importante di tutte. E tutto ciò che

comprendiamo di essaè che porta la persona morta lontana dalla nostraconsapevolezza di leichementre le viviamo

insiemeè già così esigua».

«Voi stimate un nullasi direbbela sua vita terrenache avrebbe purpotuto essere così felice».

«Quasi un nulla» disse il pastore; «poichécome ho già dettodovevain ogni casoterminare così presto».

Settimio pensò a ciò che il giovanenei suoi ultimi istantiaveva dettointorno a certe sue possibilità di vivere

una vita d'interminabile lunghezzapossibilità di cui l'aveva lasciatoerede. Ma di ciò non parlò al ministrovergognoso

com'era che costui potesse crederlo capace di prendere sul serio una taleeredità (benché probabilmente la cupa audacia

della sua natura si fosse già aggrappata a questa ideae benchéancorasavio abbastanza da sentire la paura del ridicolo

egli fosse occupato ad assimilarla nel segreto della sua mente).

Così Settimio assestò il giaciglio terreno dello straniero e ritornò allasua casadove appese la spada sopra il

caminetto dello studio e l'orologio d'oro a un chiodo; era la prima volta chepossedeva un simile oggetto.

E ora non si sentiva neppure troppo incline a tenerlo - quel misuratore deltempo appartenente ad un uomo la

cui vita egli aveva reciso. Splendido orologiorotondo come una rapa. Sembraesista un diritto naturale per chi ha

ucciso un uomo di entrarein ogni sensonel posto così lasciato vacante; edall'inizio dei rapporti tra uomo e uomo tale

diritto è stato per così dire riconosciutotra guerrieri e tra ladrivalido quanto qualsiasi altro. PureSettimio non riusciva

a valersi disinvolta mente di tale diritto. Risolse dunque di serbarel'orologio e anche la spada e il moschetto - che erano

gli oggetti meno dubbi come bottino di guerra - solo fino al momento in cuigli fosse consentito di restituirli a un

qualche erede del giovane ufficiale. Avrebbe speso il con tenuto delportafogliosecondo la richiesta del moribondo

sovvenendo alle necessità di coloro che la guerra (ora esplosa e di cui nonsi vedeva il termine) aveva reso bisognosi. La

miniaturacol suo viso rotto e frantumatoche così vanamente s'erainterposta tra chi la portava e la morteera stata

spedita all'indirizzo prescritto.

Quanto però al misterioso documentoil foglio scrittoegli l'aveva postoda parte senza neanche aprirloma

con una cura che rivelava un interesse maggiore in quel l'oggetto che nonnell'oro o nell'armao addirittura nel dorato

emblema di questo tempo terreno al quale attribuiva un così alto valore.Provava un tremito nel toccarlo; pareva ne

avesse paura dal modo come lo riponeva eper così direse ne difendeva..12

Ciò fattol'aria della stanzaquella stanza a occidentedal soífittobassodov'egli studiava e pensavagli di

venne troppo opprimentee si affrettò ad uscire; era pieno del sentimentoinforme di tutto l'accadutoe la sensazione del

grandioso evento pubblico che è l'esplosione di una guerra si confondeva conl'azione da lui compiuta nella grande

contesa incipiente.

Desiderava altresì conoscere le notizie della battaglia che si era andataspostando lungo la strada di campagna

fino ad allora così pacificae dovunquequel demone della guerraconvertiva in soldato sitibondo di sangue il pacifico

padre di famigliacon un sol soffio del suo rosso fiato sulfureo. Diresseperciò i suoi passi al villaggio pensando che

doveva essere senz'altro giunta una qualche notizia o di sconfitta o divittoria dai messaggeri o dai fuggiaschiper

rallegrare o rattristare i vecchile donne e i fanciulli che erano forse gliunici rimasti.

Ma Settimio non giunse al villaggio. Mentre passava accanto alla casetta chedianzi si è descrittaRose

Garfield stava alla porta spingendo lo sguardo ansiosamente all'intornotentando di capire quale fosse l'esito della lotta

secondo il destino immemoriale della donna. Ella dimenticò il riserbo chefino a quel momento si era impostovedendo

Settimioevolando verso di lui come un uccellogridò:

«Settimiocaro Settimiodove siete stato? Che notizie mi portate? Avetel'aria di aver visto una cosa strana e

tremenda».

«Davvero? Il mio volto narra di tali storie?» esclamò il giovane. «Non lovolevo. Eppure sìo Roseho visto e

fatto cose che in un attimo trasformano un uomo».

«Allora avete partecipato a questo terribile combatti mento» disse Rose.

«SìRoseho preso parte» rispose Settimio.

Era sul punto di scaricare il cuore appesantito narrandole ciò che eraaccaduto sul colle stesso che li sovrastava;

senonchévedendola così eccitata e ricordando il loro fugace incontro conil giovane ufficialee la coatta intimità ed il

legame stabilito fra lei e colui dal baciotemette di agitarla ancor di piùa raccontarle che quel giovanotto gaio e bello

era stato nel frattempo trucidato e deposto in un'insanguinata tomba dallesue mani. Eppure il ricordo di quel bacio gli

diede un brivido di gioia vendicativa al pensiero che il colpevole aveva nelfrattempo espiato con la vita l'offesae che

lui stesso era stato l'esecutoretanto fortemente l'indole indianasanguinaria e vendicativa di Settimio era fusa con

quella dei suoi più pacifici avibenché egli fosse abbastanza civile dariprovare quello spirito assetato di sangue

sentendo che esso faceva di lui un criminale invece che un patriota.

«Ah» disse Rose rabbrividendo«è terribile doversi uccidere a vicenda! Echissà quando sarà finita!».

«Per me finisce quiRose» disse Settimio. «Sarà legittimo per chiunqueanche se si è dedicato a Dioper

pacifiche che siano le sue occupazionicombattere fino alla morte allorchéil piede del nemico calca la soglia della sua

casa; ma soltanto nei limiti di un frangente così pericoloso; una voltapassato quelloegli dovrebbe ritornare alla sua

esistenza di pace. Ho commesso per una volta una cosa terribileo Roseunache potrebbe tracciare un segno nuovo su

tutta la mia vita a venire; ma da ora in poi non posso pensare che sia miodovere persistere in un'opera alla quale i miei

studi e la mia indole mi rendono inadatto».

«Nono!» disse Rose. «Per caritàvoi che siete ministro di Dio oprossimo a diventarlo! Ci debbono pur

rimanere dei pacieri al mondose no tutto si volgerà al sangue e allaconfusionepoiché perfino le donne divengono

terribilmente feroci in tempi come questi. La mia vecchia nonna si lamenta diessere costretta a lettoperchécosì dice

non può uscire ad aizzare la gente contro il nemico. Ma ella ricorda gliantichi tempi delle guerre con gl'Indiani

allorché le donne correvano pericolo di morte quanto gli uominicon i qualirivaleggia vano in ferocia e che spesso

trucidavano con le loro stesse mani. Ma oggigiorno le donne dovrebbero esserepiù gentili; feroci siano pure gli uomini

se così è necessarioma con l'eccezione vostra e di coloro che sono comevoio Settimio».

«Cara Rose» disse Settimio«non mi conosco gli impulsi mansueti di cuiparlate. Ho bis ogno di qualcosa che

raddolcisca e riscaldi la mia vita fredda e aspraqualcosa che mi facciasentire quanto è tremendo questo tempo di

guerra. Ho bisogno di voicara Roseche siete tutta bontà di cuore emisericordia».

A questo punto Settimiotravolto da una certa quale eccitazione del momentodalla condizione turbata del

paese o dalla sua passione ribollenteo dall'atto perpetratoo daldesiderio di unire alla propria esistenza una creatura

umanadopo aver sparso il sangue di un'altradai suoi propositi informi edai suoi impulsi indistintiin breve

commosso dal turbamento di tutta la sua naturaparlò a Rose d'amore conquella sua energiairresistibile una volta che

avesse valicato i suoi limiti. I verginali pensieri di Rosea dire laveritàda tempo indugiavano sul giovaneammirando

la sua tal quale fosca avvenenzaavendolo conosciuto fin dall'infanziaeppure sentendo che all'intimità si mescolava un

senso di distanzaessendo lui così dissimile da leicosa d'altronde assaiattraente; ella nutriva inoltre un femminile

rispetto per l'erudizionee la sua fantasia era vieppiù impressionata datutto quanto in lui le riusciva incomprensibile

sicchéinfineRose cedette all'impetuoso corteggiamento e fece la promessarichiesta. E tuttavia non fu senza una

riluttanza ed un trarsi indietro; tutta la sua indoleil suo cuore piùsegretola sua più segreta femminilità forse non

assentirono. C'erano cose in Settimio: la sua natura selvaggia e mischiatala mostruosità della sua razza ibridale tracce

di una cupezza tramandata da antenati malinconicila diabolicità cuiaccennavano le voci popolari intorno alla sua

famigliache la facevano rabbrividireanche quandoe tanto più a causa diquell'orroregli si stringeva più vicina. E

allorché egli le diede il bacio di fidanzamentole labbra le sisbiancarono. Non fosse stato per quel giorno tumultuoso

se egli l'avesse richiesta in un tempo tranquillo quando il cuore di leifosse stato d'umore del tutto normaleforse

spargendo lagrime e con molta compassione di luie dispiacere per séRoseavrebbe detto a Settimio di non sentirsi

d'amarlo al punto da diventare sua moglie. E come stavano le cose conSettimio? Ebbenec'era una singolare

corrispondenza fra i loro sentimenti. Trascinato da una passione che loghermiva a sua insaputa e sembrava svilupparsi.13

tutta in quel momentogli sembrò (e così si espresse con Rosecosì lacorteggiò) che tutta la sua terrestre felicità

dipendesse dal consenso di lei. Gli parve che l'amore di lei sarebbe stato laluce del sole nella buia segreta della sua vita.

Ma quando il consenso pudicomansueto e trepido fu datosubito nella suamente affiorò uno strano presentimento. Gli

parve di aver ricevuto una cosa di per se stessa buona ecertamentebellama che esigeva in cambio un'altrapiù

consona a luicui ora gli toccava di rinunciare. L'intellettoche era laparte preminente in Settimiosi agitò e si inalberò

gridando vagamente che le sue esigenze erano trascurate in questo patto.Forse Settimio non aveva alcun diritto d'amare

e se l'avevaavrebbe dovuto rivolgersi ad una donna di altra fattachepotesse essergli compagna. Forse era destinata a

lui una qualche via alta e solitariae per avanzarviper farvi qualcheprogressoper attingere una qualche metaavrebbe

dovuto restar libero dal peso de gli affetti. Tali pensieri lo reserodepresso (a molti così avvienea causa di simili

pensieri) e raggelarono il mo mento della vittoria che avrebbe dovuto esserequello della massima esultanza. E così nel

bacio che questi due fidanzati s'erano datoc'era qualcosa di scostante; equando si separaronostupirono delle loro

strane disposizioni d'animopur rifiutandosi di riconoscere d'aver provocatoqualcosa che non avrebbe dovuto accadere.

È ben certocomunquechese ci lasciamo indurre ad una prossimitàeccessiva con le personese valutiamo

eccessivamente la nostra o la loro attrazionela reazione è inevitabile.

Settimio lasciò Rose e riprese a camminare in direzione del villaggio. Maormai il crepuscolo era vicino e

qualche viandante si faceva avanti sullo stradonetaluno lentamentecomeferito; spossatitutti. Fra di loro emerse una

figura che Rose riconobbe. Era Robert Hagburncon in mano un moschetto dalcalcio spezzatoil braccio sinistro

bendato con un lembo della camicia e sospeso in un fazzoletto; stancamentecamminavama si rianimò alla vista di

Rosequasi vergognoso di mostrarle quanto era esausto e depresso. Forse siaspettava un sorrisocomunque

un'accoglienza più appassionata: sta di fatto che Roseraffrenata da unriserbo nato da quanto era accaduto poco prima

si limitò a fare con gravità qualche passo verso di luidicendo: «Robertche aspetto pallido e stanco avete! Siete

ferito?».

«Non ha importanza» rispose Robert Hagburn«un graffio al bracciosinistrofatto dalla spada d'un ufficialela

cui testa conobbe subito il calcio del mio moschetto. Non ci si deve badare;non ne importa niente a voie neanche a

me». «Come potete dir cosìRobert?» ella rispose. Ma senza altro salutoegli l'oltrepassòentrò in casa sua dove

buttandosi su una sediarimase in quello stato di irritazione che si provadopo una lottaanche se vittoriosa.

Il giorno dopo Settimio non perse tempo e scrisse una lettera all'indirizzofornitogli dal giovane ufficiale

dando un breve ragguaglio della morte e della sepoltura di luie annunciandola propria volontà di consegnare certe

proprietàin qualsiasi momentoagli eredicomunicando l'ammontare deldenaro nella scarsella e la pro pria intenzione

giusta il testamento verbale del defuntodi spenderlo per sovvenire aibisogni dei prigionieri. Così fattosalì sul colle a

contemplare la tombacome a rassicurarsi che l'evento non era stato unsognocosa che si sentiva tentato di porre in

dubbiononostante l'evidenza tangibile della spada e dell'orologiochestavano tuttora appesi sopra il camino. Il rialzo

del terreno era tuttavia così indubitabilmente una tombache gli parvetutti la dovessero ravvisare e domandarsene una

spiegazionealmanaccando su chi vi riposasse; il seppellimento clandestinodava invero alla faccenda un'aria assai

dubbia ed egli si domandò e ridomandò perché il giovane si fosse mostratocosì esigente al riguardo. Ebbeneecco la

sepoltura; e inoltre sulle zolle erbose dove si era coricato il giovanemorentesi vedevano tracce di sangueche la

pioggia ancora non aveva dilavato. Settimio stupì dell'agio con cui avevacommesso l'atto; sentìanziin una certa qual

minima misura quel gusto del sangue che talvolta trasforma in una passionel'eccidiocome qualsiasi altro eccesso:

forse era di nuovo il suo carattere indiano ad agitarsi in lui; comunque nonè bella a vedersi la subitaneità con cui un

uomo diventa una belva sanguinaria. Guardando dal sommo del colle egli videla casetta di Rose Garfield e scorse la

fanciulla stessa di là della finestra o della portaintenta alle suefaccende domestiche e tese l'orecchio a cogliere il suono

del canto che di solito erompeva da lei. Ma Rose per una qualche ragione nongorgheggiava secondo il consueto quella

mattina. Si aggirava silenziosa enon si sa comesfuggiva al quadro idealein cui Settimio era solito collocarlaper

diventare una qualsiasi ragazza della Nuova Inghilterragraziosadi certoe moltoma non tanto da esaurire l'interesse

ed i supremi pro ponimenti d'un uomo; almenocosì pensava Settimio.Spingendo lo sguardo più in lànel verde angoli

no dove sorgeva la casa di Robert Hagburnvide il garzone assai pallidoconil braccio al colloseduto con aria inquieta

su un ceppo mezzo tagliato che non aveva molte probabilità di essere divisoin due tanto presto dall'ascia di Robert.

Come accade spesso agli innamorati Settimio s'era accorto di quanto Robertfosse sensibile alle attrattive di Rose

Garfield; e adesso che li contemplava da quella posizione elevatasidomandava se non sarebbe stato forse meglio per la

felicità di Rose che i suoi pensieri e le sue verginali fantasie si fosserofissati su quel giovane francogiovialecapace e

integerrimoinvece che su di lui Settimioche le stava a paro in cosìpoche cose; anziforse egli era simile ad una pianta

le cui radici si spingevano nel sepolcro e si avvolgeva in torno alla vita dilei coprendola con l'ombra del suo fogliame

cupo e lussureggiantecon frutti di cui sol tanto lui avrebbe potutopascersi.

La tetra fantasia di Settimiobenché egli la tenesse il più possibilelontana dall'argomentocontinuava a

insinuare e mormoraretornando sempre a quel puntosegretamente facendobalenare l'idea che l'evento di ieri avrebbe

prodotto conseguenze importanti per il suo destino.

Ancora non aveva guardato la carta lasciatagli dal giovaneche aveva ripostosenza neanche aprirla: non

perché vi portasse poco interessema anziperché vi cercava unailluminazione tutta personale. Il giovane ufficiale non

ne era stato che il portatoreed era venuto fin lia morire per mano suasoltanto perché era questa la via più rapida per

consegnargli il messaggio. In quale altro modotra le infinite possibilitàdelle umane faccendequel documento avrebbe

potuto raggiungere il suo possessore predestinato?.14

Così meditava Settimiopasseggiando su e giùsulla spianata all'orlo delsuo collelontano dal mondo cui

gettava di tanto in tanto uno sguardoe sentendo che il proprio amore e ilproprio interesse ne rimanevano lontanissimi;

intanto Roseforseguardando in altoscorgeva di tanto in tanto passare lasua figura è trema va alla vicinanza e al

distacco ch'erano tra di loro; e anche Robert Hagburn guardavadomandandosiche razza d'uomo fosse colui che

avendo conquistato Rose Garfield (perché l'istinto l'avvertiva di questo)poteva serbare quella distanza tra sé e lei

pensando peregrini pensieri.

Settimio percorreva un sentiero tutto suosulla cima della collina; i suoipiedi cominciarono quel mattino a

batterne lentamente la tracciapasseggiando avanti e indietro; colà egliera separato dal mondo inferioretranne per

qualche rapida visione fra le betulle e le robinie che innalzavano le lorofronde sul fianco della collina. Ma per molti

annida alloracontinuò a calcare quel sentiero finché fu avvallatoprofondamente dalle sue orme e ben battuto e

pestato; e qualcuno dei suoi vicini superstiziosi riteneva che l'erba e ipiccoli cespugli si ritirassero dal percorso di lui e

così lo slargassero; v'era infatti qualcosain quelle meditazioni che lo sospingevano avanti e indietro sul sentiero

contrario alla natura ed alle sue produzioni. Esisteva anche un'altraopinioneche un demonio invisibileun suo

antenatogli camminasse al fiancorendendo così il sentiero più ampio diquanto avrebbero potuto scavarlo i suoi passi.

Ma tutto ciò era oziosoera soltanto lo stolido vocifera re che gravitasimile ad una nebbiasugli uomini che si

ritraggono dalla folla internandosi in imprese incomprensibiliassorti ininteressi tutti loro. Per il momento il piccolo

mondo che era l'unico a conoscerlo considerava Settimio un giovane studiosoadatto al ministero pastorale e tale da fare

onore all'atavica vena sacerdotalea dispetto del sangue selvaggioproveniente dal sacerdote indiano; forse tanto più

adatto a fare il pretea causa della intuizione naturale della natura delDemoniodati quei precedenti ereditari. Quale

strano interesse ci spinge a muovere i primi passi in una carriera decisivaper la nostra vita! Quel cammino in cima al

colleche girava e girava intorno a un tumulopareva simboleggiarloper lavita di Settimio.

Forse la morbosità di Settimio fu sollecitata dalle circostanze che loavevano messo in possesso di quella carta.

L'avesse ricevuta per posta probabilmente non l'avrebbe impressionatoel'avrebbe magari perfino scorsa con sarcasmo

buttandola via; senonché l'aveva presa ad un moribondo e sentiva che il suodestino vi era legato; e in verità era proprio

così. Aspettò che si presentasse un'occasione adatta per aprirla eleggerla; rinviò come se non gliene importasse niente

forse perché gliene importava troppo. Ogni volta che si divertiva con Rose(e nonostante il suo umor neromomenti

felici ce ne furono)sentiva che non era quella l'occasione propizia peraprire la carta - la quale non andava letta in una

disposizione felice.

Una volta chiese a Rose di passeggiare con lui sul colle. «Ma che sentierohai segnatoo Settimioa forza di

camminarci» ella disse. «Percorri chilometri in questo perimetroper nonprogredire di là dal punto dove sei partito.

Che strana marcia!».

«Non soRose; talvolta penso che qualche progresso lo faccio. Ma è piùsoavesìben più soaveaverti con me

su questo sentieropiuttosto che percorrerlo in solitudine».

«Ne sono contenta»disse Rose; «talvoltainfattiguardo quassù e tivedo attraverso i ramiche tieni la testa

bassale mani strette sulla schienasempre a calcarecalcarecalcarequesto stesso sentieromi domando se davvero ho

una qualche parte nei tuoi pensieri. O Settimio» soggiunseguardandolo infaccia e sorridendo: «non credo che mai

giovinetta abbia avuto un fidanzato simile».

«Nessun giovane ha mai avuto una fidanzata similene sono certo» disseSettimio«così soavefatta per lui

così feconda di buoni influssi!».

«Davveromi nasce un'alta opinione di me stessaquando faccio nascere untal sorriso sul tuo volto! Ma

Settimioche cos'è questo tumulo accanto al nostro sentiero? L'haicostruito affinché serva da sedile? Voglia mo sederci

per un istante? Mi stanca di più andare avanti e indietro sullo stessosentiero che non camminare in linea retta per una

distanza ben maggiore».

«Benema non ci sediamo su questo tumulo» disse Settimioallontanandola.«Ti pregospostiamoci da questa

parte donde si gode di una migliore vista dell'ampia pianuradella valledella dolce catena di poggi dell'opposto

versante la quale la rinserra come se la valle racchiudesse la vita. È unpanorama che non stanca maibenché non vi sia

niente di eccezionale; sono felice che non vi si levino grandi colli pronti acacciarsi fra i miei pensieriper rimuoverne

le cose più alte. Forse sarebbe benein certe disposizioni d'animopotergodere di una vista di acquedel lago che un

tempo dovette ricoprire questa verde vallataperché l'acqua riflette ilcielo e pertanto è simile a ciò che è nella vita la

religionel'elemento spirituale».

«Il ruscello attraversa la vallebenché sia nascosto alla nostra vista»rispose Rose; «un ruscelletto torpido

certoma esso hacome diciil cielo nel senocome lo stagno di Waldenegli specchi d'acqua più vasti».

Seduti sulla vetta avevano sott'occhio in basso il fondo di Robert Hagburnche viderocon il braccio ormai

liberoaggirarsitutto erettocon un uomo di mezza età al quale sembravastesse parlando e spiegando qualcosa. Anche

a distanza Settimio vedeva che non aveva più la sua andatura curva e rozzache Robert sembrava essersi evoluto.

«Che cosa è successo a Robert Hugburn?» egli do mandò«sembra un altrouomo e non è più lo zotico di

qualche settimana fa». «Niente è successo» disse Rose Garfield«salvoquel che accade a parecchi giovani oggigiorno.

Si è arruolato ed è in procinto di partire per la guerra. Peccato per suamadre».

«Un gran peccatocerto» disse Settimio. «Le madri di tutta la nazionesono oggi da compatiree ci sono

persone che vanno compatite molto più delle madri stessebenché spesso nonconoscano e nemmeno sospettino il

motivo del loro dolore».

«E di chi parli?» domandò Rose..15

«Delle numerose soavi fanciulle» disse Settimio«che sarebbero statemogli felici delle migliaia di giovani che

stanno ora partendo per la guerracome Robert Hagburn. Alcuni di queigiovani si ammaleranno e moriranno negli

accampamenti o verranno falciati dai colpi di fucile o trafitti dallebaionettetrasformandosi in polvere e cenerementre

le ragazze che li avrebbero amatipreparando per loro dei focolari feliciappassiranno nel doloredurante lunghi anni

acidi e scontentiper poi abbandonare la vita senza averla nemmenoconosciuta. Come vediRoseogni fucilata che

coglie nel segno ammazza almeno due personeo almenouna ne uccide e fa dipeggio all'altra».

«Non c'è nessuna donna destinata a vivere zitella se il povero RobertHagburn resta ucciso»disse Rose

mutando tono«poiché egli non si sposerebbenemmeno se rimanesse a casacoltivando la terra».

«E come fai a saperloRose?» domandò Settimio.

Rose non svelò come fosse giunta a conoscenza così intima dei proponimentimatrimoniali di Robert Hagburn

ma dopo la breve chiacchierata fu come se qual cosa si fosse levata asepararliuna specie di nebbiacreando un

ambiente sfavorevole ad un approfondì mento del loro rapporto; il flusso elo scambio dei sentimenti venne impedito ed

essi fecero pochi giri in silenzio sul sentiero così frequentemente calcatoda Settimio. Non so di preciso che cosa fosse;

ma in certi casi è misteriosamente rivelato a certe persone che esse hannocommesso un errore intorno a ciò che le

riguarda massimamente e questa verità giunge nella forma d'una vagadepressione di spiritosimile ad una foschia che

si posi su un paesaggio; un presentimento che va e vienemagariun'assenzadella certezza assoluta. Comunque Rose e

Settimio non scambiarono più parole tenere e giocose quel giorno: Rosetornò subito ad accudire alla nonnae Settimio

si richiuse nel suo studio dopo aver combinato un appuntamento con lei perl'indomani.

Settimio si chiuse dentro ed estrasse il documento che il giovane ufficialecon quel singolare sorriso sul volto

di moribondogli aveva lasciato come a compenso della propria morte. Eraavvolto in una pergamenaattraversata

come s'è dettodal buco della pallottola e macchiata di sangue. Settimioaprì l'involucro di pergamena e scoprì un

manoscritto coperto da una fitta e con torta scritturatanto che dapprimanon gli riuscì di de cifrare una sola parola né di

scoprire in che lingua fosse. Sembrava che ci fossero parole latine e altresparse qua e làin caratteri grecie di quando

in quando gli riusciva di congetturare una frase inglese; matutto sommatoera un coacervo inintelligibile dal quale si

ricavava vagamente che doveva trattarsi del frutto di ingenti fatiche e divasta erudizioneoriginato da una mente stipata

di lettureintenta a macinare e schiacciare il gran cumulo di grappoliraccolti in tante vigne diverse spremendone i

succhi opulenti e vischiosi; vino potente di cui ubriacare il lettore. Unapartea intrigarlo ancor piùera in cifrario;

precauzione superfluasi sarebbe dettodato che già la grafia naturaledello scrittore era così piena d'enigmi e tratti

incredibili.

Settimio osservò lo strano manoscrittoche gli tremò nelle mani mentre loteneva alzato per leggerlotanta era

la sua eccitazionedovuta forse in gran parte al mo do in cui gli erapervenutoin circostanze gravide di tragedia e di

misteroquasi cheessendo di somma segretezza ed importanzanon potesseessere conosciuto da più di due persone

alla volta e fosse perciò necessario che una morisse nell'atto ditrasmetterlo all'altraal proprietario predestinatoerede e

profittatore. Con mano grondante di sangue s'era impossessato del legatoilpiù ricco che un uomo potesse ottenereal

modo in cui tutte le grandi proprietà di questo mondo sono state ottenute edereditate. Trascorse sulle frasi misteriosee

si domandò sequando fosse riuscito a leggerne unanon ne sarebbe stataevocata una presenza malignache sarebbe

comparsa fra tuoni e diaboliche manifestazioni. E per qual caso strano eragiunto quel documento nelle mani dell'unica

persona degna di riceverlo? Parve a Settimionel suo egoismo entusiastachetutta la catena de gli avvenimenti fosse

stata disposta a tale scopo di proposito; una divergenza era nata fra popoliaffiniera scoppiata una guerraun

ufficialetto di nobile prosapia s'era messo in marciaincontrando unpacifico studente il quale da motivi alti e nobili era

stato spinto a ucciderlo; ne era seguita una strana e breve intimitàdurante la quale la vittima aveva istituito erede il suo

ucciso re. Tutti codesti fatti casualio almeno apparentemente talitutticodesti interventi della Provvidenzaquali senza

dubbio eranoerano stati necessari per mettere il manoscritto nelle mani diSettimioche ora lo osservava senza leggervi

con sicurezza nemmeno una parola!

Ma ciò non lo turbavase non per il momentaneo ritardo. Poiché si sentivaben certo: il veementecon centrato

studio che intendeva dedicarvi avrebbe rimosso tutte le difficoltàcosìcome il raggio dello specchio usto rio giunge a

liquefare le pietree il telescopio penetra la più densa galassia e risolveciascuna stella nel suo individuale scintillio. Era

pronto a spendervi annise necessario; ma la serietà e l'applicazioneavrebbero compiuto velocemente il lavoro degli

anni. In queste meditazioni fu interrotto da sua zia Keziah; quella buonasignoradi solito rispettosissima degli studi del

nipotequasi vi sentisse alcunché di sacro sia per l'intenzione di lui didiventare pastore sia per la propria riverenza

verso il saperefosse pure paganeggiantequella volta chiamò Settimio conqualche perentorietà perché le tagliasse

legna ad uso domestico. Com'è singolare il modo in cui siamo richiamati daaltissimi propositi a queste piccole

necessità casalinghee come tutto simboleggia il gran fatto che la nostraporzione terrestrecon le sue esigenze

consuma la maggior parte delle energie di cui disponiamo! Sicché conborbottii e lamenti egli si recò al capanno e si

prodigò nell'esercizio richiestogli dalla vecchia dama per un'ora; esoltanto con l'istinto lavoròquasi senza coscienza di

ciò che faceva. Tutta la fugace vita appariva senza importanzae se per unattimo sembrava diversale sue solitarie

meditazioni ed i suoi pro getti diventavano impalpabilidella consistenzadel vaporela cui massima concentrazione non

fa che configurare sembianze di volti assurdicontratti da smorfieboccaccerisate.

Ma quella frase di mistico significato gli rifulse come una cosa diafanailluminata nell'oscurità della sua

mente; risolse di assumerla come proprio motto fino al momento in cui fosseper trionfare nella sua ricerca. Quando

prese la candela per andare a lettoancora una volta tirò fuori ilmanoscrittoesedutosi al fioco lumeinvano tentò di.16

leggerlo; ancora non riusciva a concentrarsi in uno sforzo tranquillo efermocontinuava a voltar le pagine del

manoscritto nella speranza che qualche altra frase luminosa si rivelasse conpari effettofino a che l'intero documento

fosse irradiato da stelle di luce convergenti e concentrate in un unicofulgore capace di rendere visibile il tutto. Ma gli

era così avversa la fortuna che per tutta la sera non gli riuscì di leggerepiù una parola sola di tutto il manoscritto e

inoltrequando gli restava ancora un mozzicone di candelala zia Keziahcomparve in berretta da nottefigura

stregonesca se mai ve ne fu una degna di quelle che si recavano al raduno deimaghi nella foresta con l'antenato di

Settimio: era stata destata elevatasi dal lettoeccola ora alla portadella camerache lo rimproverava col dito alzato.

«Settimio» disse«tu mi tieni svegliae ti rovinerai gli occhi e tidarà di balta il cervello se studi fino a

mezzanotte a questa maniera. Non vivrai tanto da diventare sacerdote se vaiavanti di questo passo».

«Benebenezia Keziah» disse Settimiocoprendo il manoscritto con unlibro«stavo per andarmene a letto

giusto adesso».

«E allora buona notte» disse la vecchia«e che Dio benedica le tuefatiche».

Stranamente una sbirciata al manoscritto mentre lo nascondeva alla vecchiasembrò rivelargli un'altra frase di

cui aveva imperfettamente colto il senso; e quando ella se ne fu andatainvano tentò di trovare il luogo e altresì invano

si sfogò di rammentare il senso di quanto aveva letto. Indubbiamente lafantasia gli esagerava la importanza della frase

e gli parve che essa fosse svanita dal libro per sempre. Lo sfortunatogiovaneeccitato e sbattuto qua e là da una

molteplicità di impulsi inconsuetis'era ridotto assai male e avrebbeperfino potuto impazzire se la parte equilibrante

della sua mente non si fosse mostrata più consistente e robusta di quantopoteva finora sembrare.

La mattina seguente si era alzato presto e allegramentee ora compulsava ilmanoscritto con l'ingegno aguzzato

dalle prime ore del giornospingendo lo sguardo in quella nottein quelsogno anticooffuscatodimenticato; invero

l'aveva perfino sognato e lo ossessionava l'idea di aver ripreso in sognol'impenetrabile documento leggendolo con la

disinvoltura con cui avrebbe sfogliato un dramma modernocostantementerapito dalla profonda verità che svelava alla

sua mente e dalla lucidità con cui indicava il modo grazie al quale l'uomopoteva reintegrarsi nel suo stato immortale

primitivo. Così forte era l'impressione che quando apri il manoscritto quasiera convinto che l'antica contorta scrittura

gli fosse chiara. Ma non era cosìanziil povero Settimio in vanosfogliava le pagine gialle alla ricerca dell'unica frase

che egli era riuscito o gli era sembrato di decifrare il giorno dianzi.L'illuminazione che l'aveva fatta emergere ormai era

ottenebratatutto era confusoimpenetrabileun groviglio di lettereinintelligibili. Ne fu colpito a segno che quasi aveva

in animo di fare il manoscritto a pezzettini gettandolo dalla finestra nellibeccio che imperversava attorno alla casa e se

in quella stagione estiva ci fosse stata una fiamma accesa nel focolare forsela facilità di attuare l'impulso distruttivo lo

avrebbe spinto a buttare il maledetto scritto nella più rovente vamparestituendolo così al Diavolo cheegli sospettava

ne era l'autore originario. Se così avesse fattoquali strani e tetri passimi risparmierei di narrare! E come diversa

sarebbe stata la vita di Settimiopensoso predicatore della parola divinadalle opinioni se vere e coscienziose intorno

alla condizione dell'uomomeditabondo e operoso viandante su questa terramesso infine a riposare in un sepolcro

onorato il cui epitaffio avrebbe testimoniato del grande servizio da lui resoalla sua generazione.

Intanto però quel giorno turbolento trascorreva su di luitempestandolofrastornandolo e facendolo incespicare

nella trafila dei suoi incidenti puramente sublunari; così agiranno sempre inostri giorni ogni qual volta tenteremo di far

qualcosa che vorremo persuaderci sia più importante di ciò che fanno glialtri. La zia Keziah lo tormentò per molto

tempo perché trascurava di coltivare il campo opimo di là dello stradonedavanti a casae perchénon avendo voglia di

trovare lui il tempo di ararlodi piantare e di zappareaveva preso agiornata uno zuzzurellone del paeseche tanto

valeva ingaggiare e pagare lo spaventapasseri rivestito dei vecchi pannidalla zia Keziah e ficcato in mezzo al grano. Poi

arrivò un vecchio bacucco dal villaggioparlando a Settimioche era stufodell'argomentodella guerra: riportando voci

di scaramucce che il giorno appresso si sarebbero rivelate per falsedibattaglie che avrebbero dovuto aver luogodi

scontri con il nemico in cui i no stri mostravano un valore eroico che necentuplicava le forzema dovevano ritirarsi;

cianciando di pallottole e mortaidi battaglioniinfilatefascine daterrapieno e altri argomenti di arte militare; la guerra

infatti aveva riempito il cervello della gente e ravvolto tutto l'umanopensiero in una nebbia di polvere da sparo.

A questo modoseduto sulla sogliao addirittura nel lo studio stessoossessionato da tali riflessioniquesto

miserabile vecchio sprecava la miglior parte d'un pomeriggio estivomentreSettimio ascoltavaemettendo monosillabi

distrattirispondendo a vanvera e augurandosi che il suo interlocutorevenisse ficcato dentro ad uno dei cannoni di cui

cianciava e quindi sparato fuori a concludere la sua chiacchierata in un granrombo; in tanto quello discorreva di alti

ufficiali venuti dalla Francia e da altri paesidi forze soverchiantiarrivate dall'Inghilterra per mettere fine subito alla

guerranell'improbabilità che mai terminassedella mancanza di ognisperanzadella certezza d'una fine favorevole e

spedita.

Poi giunse per il sentiero un soldato infermo e zoppicante il quale tornandoa casa dal campo mendicava il

sostentamento che fino ad allora s'era procacciato con il pieno vigore d'unasalute contadina che mai più avrebbe

conosciuta; ed anche con lui toccò a Settimio d'intrattenersisovvenendonei bisogni nella misura delle sue possibilità

(ma senza attingere al deposito di oro inglese lasciato dal giovaneufficiale)prima di rimetterlo sul suo cammino.

Poi venne il pastore a parlare con il suo ex alunnointorno al quale avevadi recente assai meditatosenza

riuscire a capire di quale sentimento fosse preda; il pastore era infattiuomo di grande acume e dopo le conversazioni

avute con Settimiocondotte con la applicazione penetrante che gli erapropriaaveva cominciato a domandarsi se egli

fosse tanto saldo nella fede da poter seguire la vocazione sacerdotale. Nonche lo sospettasse d'indurimento nella

miscredenzama giudicava probabile che i dubbile suggestioni diabolichestraneoscurescoraggianti le quali.17

certamente infestano certi temperamenti e certi gradi dell'intellettostessero tormentando il povero Settimio

allontanandolo dal sen tiero sul quale avrebbe pur potuto operare così bene.

Così giunse quel pomeriggio per parlare seriamente con luiperconsigliarglise il caso era quale sospettavadi

uscire per un momento dai binari fissi in cui per tanto tempo aveva arrestatoil suo pensieroimpegnandosi nella vita

attiva e tornando poia poco a pocouna volta superati gl'influssi morbosigrazie ad una trasformazione della sua

religiosità mentale e moralecon ritrovata saluteal suo proponimentooriginario.

«Che cosa posso fare» domandò tetramente Settimio«quale attivitàintraprenderò adesso che tutta la terra è

desolata e oziosaoccupata soltanto dalla guerra?».

«Ecco dunque trovata l'attività che si voleva» disse il sacerdote. «Pensiche il lavoro di Dio non si possa

svolgere sul campo come sul pulpito? Sei robustoSettimiodi carattereaudace ed hai un aspettoun portamento tali da

conferirti una naturale autorità fra gli uomini. Parti per la guerra e operacoraggiosamente per la patriae poi torna alla

tua missione di paceuna volta vinto il nemico. Oppure puoi arruolarti comecappellano in un reggimento e allora

adopra entrambe le mani in battagliaprega per la vittoria prima e aiutaquindi a ottenerla con la sciabola o con il fucile

e alla fine rendi grazie a Dioin ginocchio sul campo di sangue. Hai giàsteso un nemico sul suolo della patria».

Settimio non poté fare a meno di sorridere a tale bellicoso e sanguinarioconsiglio econnettendolo a certe

consimili esortazioni della zia Keziahfu propenso a credere che le donne ei sacerdotiin materia di guerrafossero i

più inflessibili e sitibondi di sangue di tutta la comunità. Comunquerispose freddamente che i suoi impulsi morali e il

suo sentimento del dovere non lo spingevanoa onor del veroin taledirezione e che a suo parere la guerra non era una

faccenda nella quale l'uomo si potesse impegnare senza pericolo per la suacoscienzasalvo la stessa coscienza ve lo

spingesse; e che qui stava tutta la differenza tra un'eroica battaglia e unacontesa omicida. Il buon sacerdote nulla di

sostanzioso aveva da replicargli a questo proposito e si congedò sempre piùconvinto che qualcosa non funzionasse

nella mente dell'allievo.

Frattanto era giunta al termine quella giornata così contrariantecostellata di minimi o grandi impedimenti alla

grande ricerca che egli si proponevadi scoraggianti faccenduole terrestridi interruzioni fastidiosefunestata dai

violenti contraccolpi dei cambiamenti d'umoree venne l'ora in cui egliaveva combinato di vedere Rose Garfield. Temo

che il povero giovane così variamente frustrato non andasse al suoappuntamento amoroso con un'amabile disposizione

d'animoma viceversa ci si re casse forse riflettendo su come tutte le cosedel mondocompreso l'amorele terrestri

come le celestisi oppongano al progresso dell'uomoin qualsiasi impresaegli si metta. Una volta che egli intraprenda

una cosa ogni altra cospira a impedirglielo.

Fu tuttavia un incontro piacevole e felice quello che ebbe con Rose. Lagiovinetta era d'umore gaio e canterino

e gli andò incontro con tanta semplicitàinondandogli l'anima d'una talesoavitàche Settimio quasi scordò le aspre

preoccupazioni della giornata e le camminò al fianco con una pienezza diquiete che gli era nuova. Ella lo riconciliava

in qualche segreta maniera alla vita qual'eraall'imperfezione ed alcorrompimento; senza soccorso alcuno dell'intelletto

ma mediante l'influsso del suo carattere ella sembrava non già risolvere maappianare i problemi che lo tormentavano;

col suo puro esserecon la semplicità e femminilità ella interpretava abeneficio di lui le vie del Signoreammorbidiva

le pietrificazioni che cominciavano a formarglisi attorno al cuore. Cosìpassarono un tempo delizioso parlandoridendo

odorando fiori e quando furono per separarsi Settimio le disse:

«Rosem'hai convinto che questo è un mondo ben felice e che la Vita ha duerampolliNascita e Mortecui

vuole naturalmente un bene uguale; e che Dio è molto buono con i suoi figliterreni e che tutto procederà bene».

«Ed io ti ho persuaso di tutto ciò?» rispose Rose con una bella risata.«È tutto verosenza dubbioma non

saprei discuterne. Ma tu sei molto amabile e oggi non mi hai impaurito».«Ti impaurisco dunqueRose?» domandò -Settimio

chinando la sua fosca fronte verso di lei con un'espressione sorpresa edispiaciuta.

«Qualche volta sì» disse Rose affrontandolo con arditezzasorridendo allanube in modo da disperderla:

«allorché ti rannuvoli con me a quel modo quasi temo che mi picchieraiasuo tempo».

«Adesso» disse Settimiotornando a ridere«potrai fare la tua sceltaessere picchiata sull'istante o ricevere

un'altra specie di punizione. Sai quale?». Così dicendo la ghermìtraendosela vicino e tentando di baciarlamentre Rose

ridendo e lottando gridava: «Picchiamipiuttosto!». Ma Settimio nonallentò la presabenché poi non gli riuscisse che di

toccare la gota di Rose. In verità dubito che mai Settimio riuscisse atoccare quelle morbide e dolci labbra dove

aleggiavano i sorrisi ed i piccoli broncisalvo una voltaquando s'era noscambiata la loro promessa. Adesso egli

tornava al suo studio domandandosi se dovesse toccare ancora una volta quelmanoscritto uggiosobruttogiallo

sbiaditoinintelligibile e macchiato di sangue. Provava una indefinibileriluttanza a farlo e nel contempo un'attrazione

che si sarebbe rivelata irresistibile. Cedette ed estraendolo dallo scrittoiodove quel prezioso e fatale tesoro era chiuso a

chiavevi si immerse ancora una volta e stavolta con un certo successo.Ritrovò la frase che prima aveva dato un

barbaglio per poi svaniree che adesso spiccava con nettezza; come talvoltavediamo una certa disposizione di stelle nel

cielo e poi la smarriamoperché non ne ravvisiamo più i singoli astrinella medesima precedente disposizionecosì

guardando il manoscritto in una diversa maniera Settimio scorse questoframmento di periodo e in più vide che cos'era

necessario per conferirgli un certo significato: «Metti la radice in unatombae aspetta che germogli. Sarà opulento e

succoso». Ecco il sensone era sicurodella frase e la interpretò come unriferimento alla produzione di qual cosa

d'essenziale a ciò che doveva preparare. Forse la sua sostanza eraesclusivamente moraleo come è generalmente il

casola verità fisica e la morale andavano di conserva..18

Mentre Settimio era così occupato s'inoltrò l'estate e con essa apparve ilnuovo personaggio che si fa avanti tra

queste pagine. Era una pallida ed esile giovane che Settimio fu stupito ditrovarsi dinanzi allorchè salì il suo poggio per

fare la consueta passeggiata avanti e in dietro sul solito sentiero che ormaiaveva segnato profondamente a forza di

calcarlo.

Cosa ancor più strana: ella sedeva vicinissimo al sepolcro che soltanto luied il pastore sapevano essere una

tombaal tumulo che egli aveva un poco spianato piantandoci vari fiori earbusti: l'estate li aveva resi lussureggianti ed

il povero giovane sottoterra aveva contribuito quanto aveva potutotentandodi renderli il più possibile vezzosi a ricordo

della propria bellezza. Settimio desiderava celare il fatto che quella fosseuna tomba: non che lo tormentasse un senso di

colpa per aver sparato al giovaneavendolo fatto in aperta e lealebattagliama tuttavia aver steso una bella creatura così

adatta a godersi la vita su quel punto del terreno dove forse sarebbe statomeglio celare il suo volto cupo ed il suo petto

turbatoquesto non era il più piacevole dei pensieri. (Forsepotrebbero talvolta esservi dei tratti fantasticamente briosi

nel linguaggio e nel comportamento della ragazza).

Bene: ma sopra la tomba camuffata con fiori e arbusti sedeva questa figurafemminileuna sconosciuta dalla

grazia esilepallida e malinconicasemplicemente vestita d'un abito neroportato con grande negligenza.

D'acchito Settimio pensò che potesse essere Rosema uno sguardo bastò afarlo ravvedere; questa figura era

diversa dalla bellezza vigorosa benché lieve e scattante di Roseessendo diuna grazia stancae quand'e gli fu

abbastanza vicino da ravvisarne il volto s'accorse che gli occhi vastiscurie malinconici che lo fissa vano non avevano

mai incontrato i suoi prima d'allora.

«Buondibella donzella» disse Settimiocon quanta cortesia seppe usare (adir vero di una qualità rustica

avendolo la vita messo assai poco in contatto conla società femminile).

«Quassù in cima spira una bell'ariettaquesta mattina che da basso ècosì afosa!».

Mentre parlava seguitava a guardare con stupore la strana giovinettaquasifantasticando che ella avrebbe ben

potuto essere spuntata dal sepolcrotalmente era inattesacosì dissimileda tutto quanto c'era stato in precedenza in quel

luogo.

La giovane non gli parlòmaseduta accanto al sepolcrocontinuò aripulirlo dalla zizzaniadalle bianche lame

di stinta erba autunnale e dagli aghi di pino che s'erano confitti nel suolocome a esplorarne la natura e la flora: invero

parevano crescervi varie specie di fiorigli astri ed i crisantemi dellebiade che l'autunno largisce in abbondanza. Ella

sembrava alla ricerca di qualcosa e sovente strappava una foglia esaminandolaaccuratamentepoi la gettava in terra

scuotendo il capo. Alla fine levò il pallido viso e fissando gli occhitranquillamente su Settimio disse:

«Non è qui».

Era una voce dolcelamentosa e bassaed ella parlava a Settimio come seegli le fosse familiarecome avendo

qualcosa in comune con lui. Egli era mo lto interessatonon riuscendo afigurarsi chi fosse quella strana ragazza o di

dove ella giungesse e quale potesse essere il motivo per cui veniva a sedersiaccanto alla tombacome in una spedizione

botanica alla ricerca di qualche pianta speciale.

«State cercando fiori?» domandò Settimio. «Questo è un sito desolato enon è neanche la buona stagione. Nei

prati e sulla riva dei ruscellipotreste trovare adesso la genzianafrangiata. Nei boschi ci sono parecchi fiori graziosi

saracenieanemoni e violette vi abbondano di primavera e inazzurrano tuttoil colle. Ma questa cima col suo scarso

terriccio sparso sopra una distesa di ciottolinon è un luogo propizio aifiori».

«Il suolo sarebbe adatto» disse la donzella«ma il fiore non ècresciuto».

«Di qual fiore state parlando?» domandò Settimio.

«Di uno che qui non si trova» disse la ragazza pallida. «Non importa.Tornerò a cercarlo la primavera

prossima».

«Dunque abitate da queste parti?» domandò Settimio.

«Certo» disse la giovane con faccia sorpresa; «e dove dovrei abitare? Lamia dimora è su questa cima».

Settimio rimase un poco sbalorditosi può ben immaginaredi scoprire cheil suo retaggio da parte di padredi

cui i suoi avi erano stati i proprietari esclusivi dagli albori del mondodato che lo tenevano in forza d'un contratto

indianoera rivendicato come casa e di mora da questa vezzosa pallidadonzella dallo strano comportamentola quale

parlava come se le spettassero dei diritti sul luogoneanche fosse spuntatasù dalla terra come uno dei selvatici fiori

indigeni che aveva or ora contemplato e colto. Comunque fosseora pareva inprocinto di partire: s'era alzata e aveva

fatto un cenno d'addio al tumulo verdeggiante che sembra va illeggiadritodalle sue cure.

«State per partire?» disse Settimioguardandola esterrefatto .

«Per qualche tempo» ella rispose.

«E vi rivedrò?» egli domandò.

«Certo» disse la donzella«questo è il mio passeggiotorno torno alciglio del colle».

Ancora una volta Settimio provò uno strano brivido di sorpresa scoprendo cheil sentiero da lui stesso tracciato

a furia di calcarlo e spianarlodai tempi in cui l'erba folta ne rendevairregolari i margini fino ad adessoche era ben

visibilecome un viottolo in mezzo ad un bosco o attraverso ad un campoquotidianamente percorso da molti viandanti

scoprendo che questo sentieroincarnazione dei suoi pensieriprogetti esentimenti più segretiche questa scrittura

tracciata dal suo corpo sospinto dalla guerra e dall'agitazione dell'animaveniva rivendicata da una strana ragazza con

degli occhi e con una voce pervasi di malinconiala quale pareva legata alui da una così mesta familiarità.

«Siete la benvenuta» egli dissetentando di ribadire almeno quel tanto diproprietà che era implicito nel fatto di

offrirla ospitalmente ad un'altra persona..19

«Sì» disse la ragazza «si dovrebbe essere sempre benvenuti sul proprio».Un vago sorriso parve aleggiarle sul

viso allorché lo dissema svanì tosto nella malinconia della suaespressione consueta. Proseguì sul sentiero di Settimio

mentre egli rimase a contemplarla fino a che ella ebbe toccato il ciglio deldeclivio là dove cominciava a calare verso la

casa di Robert Hagburn; quivi giunta si voltò e sembrò rivolgere un tenuteaddio al giovane mentre scendeva. Quando la

sua figura fu sparita del tutto sotto il ciglio del colleSettimio vi siportòseguendolaintendendo osservare da quel

punto elevato la direzione che ella avrebbe seguitobenchéa dire laveritànon si sarebbe sorpreso qualora non fosse

più stato visibile niente di lei né vicino né lontano: in brevese ellasi fosse svelata un prodigioun'illusione della sua

mente troppo accanitamente operosasquilibrata dal troppo riflettere sumaterie astruse; un'illusione degli occhi

estenuati a furia di applicarsi alla lettura del manoscritto impenetrabile;un'illusione infine dell'intelletto mistificato e

inebetito dal tentativo di afferrare l'inafferrabile. Un prodotto distregoneriaproliferazionefungo della tomba privo di

ogni consistenza; tuttavia ella aveva liberato la tomba dalle erbacce condita indubitabilmente carnali. Egli celava in sè

tanto del misticismo ereditario della sua stirpe che avrebbe anche potutocrederla di natura soprannaturalemagiunto

sul ciglio del collela vide avvicinarsi alla dimora di Robert Hagburnlacui madre comparve sulla soglia facendole

cenno di entrare con fare materno e ospitalechiaramente mostrando diconoscere e riconoscere per umana la strana

donzella.

Il fatto che un essere così singolare si fosse stabilito nel vicinato senzache egli ne avesse contezzanon

diminuì la sorpresa di Settimio; se era un avvenimento reale di questomondoappariva ancor più inspiegabile che come

materia di scienza delle apparizioni o di stregoneria. Per l'intera giornatal'incidente continuò ad agitarsi nella sua

memoria frammezzo ai suoi pensieri ed ai suoi studi: di continuomentremarciava sul suo sentieroquella figura pareva

corrergli al fianco sul tracciato da lei rivendicato e gli tornò in mente lasingolare minacciao promessa che fosseche

egli vi avrebbe trovato compagnia nell'avvenire. Al declinare del giornoallorché incontrò la maestrina che tornava dal

la scuolacolse la prima occasione per menzionarle l'apparizione dellamattinatadomandando a Rose se ne sapesse

qualcosa.

«Assai poco» disse Rose«ma è di carne e sanguedi questo puoi starsicuro. :È una giovane rimasta confinata

a Boston dall'assedioforse la figlia di uno degli ufficiali britanniciedessendo di salute cagionevole ha bisogno

d'un'aria migliore talché il generale Washington le concesse il permesso divenire a vivere in campagna; come chiunque

può vederenulla hanno da te mere le nostre libertà da questa poveraragazza di mente inferma. E Robert Hagburn

dovendo recare un messaggio dal campo ai capi repubblicani di quifuincaricato di portarci la ragazzache sua madre

ha preso a dozzina».

«Così la poverella è matta?» domandò Settimio.

«Un po' toccataecco tutto» rispose Rose«in seguito ad un dolorepatitoma è del tutto innocua e non ha quasi

bisogno di sorveglianza e sa procacciarsi un pochino di felicità fantasticatutta sua se la si lascia vagabondare

liberamente. Ma se viene contrariata può diventare pazza e sventurata».

«Le hai parlato?» domandò Settimio.

«Una o due parole stamattinamentre mi recavo a scuola» disse Rose. «Miha preso per mano sorridendo e

dicendo che saremmo diventate amiche e che le dovevo mostrare dove cresconobene i fioridato che lei ha un

cantuccio tutto suo dove desidera piantarne. E mi ha anche domandato se percaso cresce da queste parti la Sanguinea

sanguinissima. Non l'avreigiudicata malata di mente salvo per la libertà dei suoi discorsi e per lafamiliarità con cui mi

ha trattatacome se fossimo in rapporto da molto tempoo come se lei fossefinora vissuta in un paese dove non

esistono formalità e impedimenti nei contatti fra la gente».

«E ti è piaciuta?» domandò Settimio.

«Sìquasi me ne sono invaghita a prima vista» rispose Rose«e spero difarle un po' di bene dato che sono

della sua stessa età e forse l'unica compagna che lei si potrà trovare daqueste parti. Ma ha avuto una buona educazione

ed ècom'è facile vedereuna dama».

«È strano» disse Settimio«ma temo che sarò interrotto nei mieipensieri e nei miei studi assai spesso se ella

persiste a girovagare sul mio colle così come ha minacciato di fare. Le mieriflessioni sono forse troppo importanti per

essere accantonate a causa delle fantasie di una mezza pazza».

«Questa è una cosa ben dura a dirsi!» esclamò Rosecolpita dal freddoegoismo del fidanzatoanche se si

asteneva dal chiamare quell'egoismo col suo nome. «Lascia che la poverettavagabondi tranquillamente per il sentiero

anche se è tuo. Forse dopo un po' di tempo i tuoi pensieri ne trarranno ungiovamento».

«I miei pensieri» disse Settimio«sono d'un gene re specialee nonpossono ricevere soccorsi da nessuno e se

pure lo potesserosarebbe soltanto da un uomo di scienza saggiodi lunghistudi e di vasta esperienzail quale

m'illuminasse intorno alla base ed ai fondamenti delle coseagli scrittimisticiagli elementi chimi ciai misteri del

linguaggioai principii ed al sistema in virtù dei quali fummo creati. Noncredo che ne avrò notizia da una ragazza

toccata nel cervello».

«Temo» rispose Rose Garfieldcon serietà e scostandosi impercettibilmenteda lui«che nessuna donna ti

possa aiutare gran che. Tu disprezzi il pensiero della donna e non haibisogno del suo affetto».

Settimio disse qualcosa di dolce e soave e anchein certa misuradi verocirca il bisogno che provava

dell'affetto e della simpatia di almeno una donnaquella che gli stavaaccantoper infondere calore alla propria esistenza

e dar conforto alle parti vuote del cuore. Ma mentre parlava era come sequalcosa gli pesasse sulla linguagli pareva

infatti che la solitaria impresa che andava perseguendo lo distraesse dallasimpatia di cui ora discorrevaegli

concentrava i suoi sforzi ed i suoi interessi esclusivamente su se stesso equanto più si fosse avvicinato al successo tanto.20

più ne sarebbe stato travoltosicché il suo estremo trionfo avrebbecoinciso con una completa separazione da tutto ciò

che sulla terra respiravacon la sua metamorfosi da attore interessato infreddo e alienato spettatore della calda e

affiatata vita dell'umanità. Così questo suo incontro con Rose si svelò diquelli cheper ignoti motivisuscitano

un'ineffabile nube tra due innamorati separandoli come per un lugubre egelido incantesimo. Di solito basta una parola

affiorata dal cuoreper spezzare l'incantoe costringere l'invisibile enemica essenzafrapposta astutamente

dall'avversario dell'amorea svanireriavvicinando ancor di piùgl'innamoratima in questo caso era forse l'amore lo

stato illusorio e l'alienazione la realtàla disincantata verità.Comunqueallorché il sentimento svanìnel cuore di Rose

non ci fu reazione alcunanon sorse una più fervida amorevolezza come è dinorma in questi casi. Quanto a Settimio

altro aveva cui pensaree rivedendo in seguito Rose Garfield nemmenoricordava che quando la volta precedente si

erano separati egli aveva pur sentito che lei era rima sta ferita.

A furia di scrutare costantemente il manoscrittoSettimio cominciò a capireche esso era vergato in uno strano

miscuglio di latino e d'inglese arcaicocostellato di paragrafi di ciòch'egli era persuaso fosse una scrittura misticae

questi passi ricorrentidi totale inintelligibilitàgli parvero necessaria capire appieno una qualsiasi porzione del

documento. Ciò che se ne poteva scoprire era bizzarrocuriosomafrustrante ed enigmatico perché vi sembrava

implicito un sommo proposito che si sarebbe potuto svelare soltanto per mezzodi ciò che rimaneva nascosto.

Settimio aveva lettonella vecchia biblioteca dell'universitàmentre erastudenteun'opera di crittografia e sulle

opere cifratema essendo attratto dalla mera curiosità delle cose occulte enon aspettandosi mai di poter utilizzare un

giorno quelle conoscenzene aveva ricavato soltanto una idea minima diquanto era necessario per decifrare un passo

segreto. Giudicando da ciò che riusciva a estrarneera propenso a ritenereche tutto il saggio si riferisse ad una certa

regola di vita asceticaal rinnegamento dei piaceripoiché tali argomentivi erano reiterati con insistenza dappertutto

benché senza alcun riferimento a motivazioni religiose o morali; e semprequando l'autore pareva sul punto di giungere

ad un punto precisoscantonava nel suo cifrario. Eppurea giudicare da quelpoco (o nulla) che Setti mio riusciva a

scoprire del suo significato. lo strano scritto esercitava un influssomistico agendo sulla fantasia di Settimio e

combinandosi con gli ultimi singolari episodi della sua vitacon il fattoche il suo pensiero restasse sempre fisso a

quest'unico argomentocon la sua abitudine di passeggiare sulla vettainuna solitudine interrotta soltanto da una pallida

ombra di fanciullalo relegava fuori del mondo vivente. Rose Garfield sen'accorsesapeva e sentiva ch'egli stava

allontanandosi da lei e gli rispose con un riserbo che non sarebbe riuscita asuperare nemmeno se l'avesse voluto.

Peccato che il suo amico d'infanzia Robert Hagburn non potesse ora esercitarealcuna influenza su di lui

essendo ormai arruolato regolarmente nell'Esercito Continentale e impegnatonella spedizione di Arnold contro Quebec.

La guerra in cui tutti erano coinvolti così seriamente ed appassionatamenteebbe forse un'influenza sulla mente

di Settimio perché mise tutti in uno stato estremistico ed innaturaleunificò entusiasmi d'ogni genere e sollevò ciascuno

o al particolare eroismo o alla particolare pazzia cui era incline; e tantopiù Settimio seguì follemente il suo cammino

solitario quanto più gli altri ne seguivano uno diverso con entusiasmo. Intempi di rivoluzioni o di turbamenti sociali

tutte le assurdità si sfrenanola misura data dal quieto buon senso e dalleabitudinil'ordinaria decenza sono in parte

smarrite. Più gente diventa mattacredo; sia i reati contro la morale chela licenza femminile diventano più cospicui;

suicidiomiciditutti gli eccessi incontrollabili dei pensieri umanichesi incarnano poi in atti di folliasi producono più

soventedestando un minor terrore negli spettatori. Così avvenne conSettimio; mancavano l'agio e la verità del

pubblico esame che tutto vaglia con la sua critica perspicacein quei tempidi opinioni ribollenti e di principii capovolti;

una nuova epoca s'annunciava e la nuova fase che Settimio attraversavaattraevaquando pure venisse notatauna

minore attenzione.

Così egli continuò a meditare sul manoscritto nel suo studiotenendolonascosto sotto chiave in un anfratto del

muroneanche contenesse il segreto d'un delitto; a passeggiare sulla cimadove al tramonto sempre giungeva la pallida

e folle donzella che continuava ad osservare il tumulo con una cura pertinaceche appariva assai strana a Settimio. Poi

venne l'inverno con le nevicate profuse e anche alloranon volendorinunciare al solito luogo dove faceva un po' di

moto e la cui monotonia serviva a tenergli ferma la mente su un unicopensieroSettimio scavò un sentiero nella neve e

continuò a farci le sue passeggiate. Però a questo punto perdette lacompagnia della ragazzache rabbrividì all'arrivo

della prima neve e contemplandone il primo cumulo bianco sulla collinettadisse a Settimio: «Tornerò a cercarvi a

primavera».

[Settimio è sul punto di disperarsi a causa della mancanza d'una guida per isuoi studi].

L'inverno trascorse e la primavera cominciò a diffondere il suo verderigoglio sulle parti meglio esposte del

paesaggiobenché sul versante settentrionale dei muretti di pietra e negliangoli settentrionali dei colli restassero ancora

i residui delle nevicate. La vetta di Settimioil cui suolo si liberavasubito d'ogni umiditàera ridiventata una congeniale

meta di passeggiatee un giorno egli vi camminava meditando sulledifficoltà ancora insormontabili che ostacolavano

l'interpretazione del manoscrittoeppure sentendo il nuovo empito dellaprimavera recargli la speranza nonché l'energia

e la prontezza necessarie ad un nuovo sforzo. Mentre camminava avanti eindietro restò sbalorditovoltandosi al

termine del suo giroa vedere una figura che avanzava verso di lui; non giàla donzella che era abituato a vedervima

una figura diametralmente opposta. (Laquale vede un ragno spenzolante dalla tela e lo scruta minuziosamente).

Era un uomo bassofatticciopiuttosto anzianovestito d'un cappotto ditaglio quasi militare; il cappello dalla

falda alzatasecondo la moda di allorapiuttosto usatodi cui un'areolaera d'aspetto più nuovoessendone stata da poco

strappata una coccarda; aveva in mano una pipa tedesca ben annerita ecamminandose la recava alle labbraemettendo

volute di fumospargendo nel gradevole ponentino la fragranza d'un ottimotabacco di Virginia. Avanzava con tutta

lentezza e Settimiorallentando il passo un pochinogli andò incontroaltrettanto adagiosentendo una certa.21

indignazionea onor del veroper quell'intrusione sul suo sacro colle; allafine s'incontrarono accanto al memorabile

tumulo sul quale l'erba e le foglioline dei fiori avevano cominciato aspuntare. Lo straniero fissò Settimio intensamente

rivolse un saluto con noncuranzaalzando la mano e si tolse la pipa dibocca.

«Il signor Settimio Feltonimmagino» disse.

«Questo è il mio nome» rispose Settimio.

«Io sono il dottor Jabez Porstoaken» disse lo straniero«giá chirurgopresso il sedicesimo reggimento di Sua

Maestà britannicache lasciai allorché l'esercito di Sua Maestàabbandonò Bostonvolendo cercar fortuna nella vostra

patriaper offrire al popolo il beneficio del le mie conoscenze scientifichee anche per applicare certe nuove modalità

della scienza medicacosa che non avrei potuto fare rimanendonell'esercito».

«Credo che abbiate ragionedottor Porstoaken»disse Settimioun po'confuso e sconcertatotanto era

disabituato alla compagnia d'estranei.

«Quanto a voisignore» disse il dottoreche aveva un modo molto rude ebrusco di parlare«debbo ringraziarvi

di un favore che mi avete fatto».

«Davverosignore?» disse Settimiosicuro com'era di non aver mai vistoprima d'allora la tozza figura del

dottore.

«Ebbene» disse il dottorefumando con calma«a me nella persona di mianipoteuna poverella malaticcia e

nervosache ama camminare su codesta vetta da cui voi non l'aveteallontanata».

«Siete lo zio di Sibyl Dacy?» disse Settimio.

«Esattamenteil fratello di sua madre» disse il dottorecon un grottescoinchino. «Cosìvenendole a fare una

visitala prima che l'assedio mi abbia consentitoper vedere come stacolgo l'occasione per porgervi i miei omaggi

tanto più che mi risultate un giovane di una certa erudizionee non se neincontrano tanti in questo paese».

«No» disse Settimio bruscamentesospettando che questo bizzarro dottorPortsoaken non fosse del tutto

sinceroe che lo stesse canzonando: «Siete stato male informato. Non soniente che valga la pena di conoscere».

«Olà!» disse il dottorefacendo una gran fumata con la pipa. «Se nesiete convinto davverosiete uno degli

uomini più saggi che io abbia incontratononostante l'età giovanile. Avevodue volte la vostra età allorché giunsi a

codesto puntoe ancora adesso mi capita a volte d'essere così sciocco damettere in dubbio l'unica cosa che abbia mai

saputo con tutta certezza. Ma suvviami invogliate tanto più a discorrerecon voi. Se sommiamo le nostre due

manchevolezze chissà che non formino una positiva conoscenza».

«E che uso si può fare di pensieri abortivi?» disse Settimio.

«Le vostre riflessioni si volgono per caso alla scienza?» disse il dottorPorsoaken. «Su questo piano posso

venirvi incontrooffrendovi subito tutte le false conoscenze e l'empirìache mai possiate sperare di trovare da solo

anche mettendocela tutta. Avete mai provato a studiare i ragni? Ecco il miopunto forte! Tutto l'interesse che porto alla

vita l'ho sospeso ad una tela di ragno».

«Non ne so nientesignore» disse Settimio«mi limito a schiacciarliquando li vedo attraversare il pavimento e

a spazzare via i festoni delle loro tele che abbiano avuto la fortuna discampare alla scopa di mia zia Keziah».

Schiacciarli! Spazzarne via le tele» gridò il dottore adirandosi e agitandola pipa in direzione di Settimio.

«Signorequesto è sacrilegio! Peggio d'un delitto. Ogni filo d'una tela diragno vale più d'un filo d'oro; e prima che

s;ano trascorsi vent'anni da oggiuna domestica che disturbi uno di questianimali sacri verrà picchiata a morte con la

sua stessa scopa. Maditemi: vogliamo parlare di botanicadelle virtùdelle erbe?».

«Mia zia Keziah potrebbe venirvi incontro su codesto punto»disseSettimio: «ella ha una conoscenza; intima e

originale delle loro virtù é per mezzo di esse salva o uccide quanto unluminare di facoltà. Per quello che mi concernei

miei studi non si sono indirizzati in quella direzione».

«Male!» disse il dottoreguardandolo con intenzione. «L'universo èracchiuso nel germogliare d'una pianta.

Dovreste cominciare a studiare a partire da ciò che vi circondaad esempioda ciò che cresce su questo tumulo» e

guardando il sepolcro accanto al quale si trovavanovi sferrò un calcio ilquale sembrava così colmo di dispetto e di

disprezzo che il cuore di Settimio ne sentì il colpo. «Su questo tumulovedo certi esemplari di piante che dovreste

esaminare».

Curvandosi sulla tomba mentre parlavail dottore sembrava dedicareun'attenzione ancor più intensa a quanto

vi scorgevastette piegato in due fino a che gli s'imporporò la facciapoiché era il tipo d'uomo cui conviene tenersi

dritto nella posizione giusta. Alla fine si alzòborbottando: «Curioso!Curiosissimo!».

«Ci vedete qualcosa di notevole?» domandò Setti mio con un qualcheinteresse. «Sì» disse il dottore

recisamente. «E non impo ta che cosa! Verrà il tempo in cui forse gradiretedi saperlo».

«Volete venire a casa miain fondo al colledottor Portsoaken? Non sono undotto e non ho alcun titolo per

conversare con voisalvo un sincero desiderio di diventare più saggio. Sequesto basta a commuovervi e a indurvi a

concedermi la vostra compagniavi sarò ben grato».

«Signoreeccomi con voi» disse il dottor Porstoaken. «Vi dirò quanto soe volendo essere con voi del tutto

francovi garantisco che questo accrescerà la quantità di pericolosafollia che ora vi occupa la mentee agevolerà il

cammino verso la rovina. Fate dunque la vostra sceltapreferite conoscermimeglio o no?».

«Né mi ritraggo né temo né spero gran cosa»disse Settimiotranquillamente. «Tutto ciò che mi possiate

comunicarese pure lo potetericeverò senza tema e ve ne renderò graziesecondo il merito».

Così dicendo mostrò la strada giù per il colleil ripido sentiero checalava bruscamente verso la parte

posteriore della sua casetta nuda e disadorna; il dottore lo seguì con unabbondante turpiloquioavendo l'orribile.22

abitudine di bestemmiarea causa del percorso accidentatocui le suegambette corte male si adatta vano. Zia Keziah li

incontrò alla portadando uno sguardo penetrante al dottoreche laricambiò fissandola con altrettanta intensità e

borbottando nel contempo fra i denti; a dire il vero zia Keziah era degna diimprecazioni quanto donna poteva esserlo

perchéqualunque cosa fosse stata nei suoi giovani giorniadesso era ilpiù strano miscuglio di indiana e di erborista

con un aspetto di vecchia zitella tutta ripiegata su se stessa e con un toccodi strega; in testa portava un fazzolettoaveva

un colorito giallo e cenerognolo e sembrava assai arrabbiata.

Allorché Settimio fece entrare il dottore nel suo studio e stava perseguirvelozia Keziah lo tirò indietro.

«Settimio chi è costui che ti porti in casa?» domandò.

«Uno che ho incontrato sul colle»rispose il nipote; «si chiama dottorPorstoaken e viene dall'Inghilterra. Dice

di conoscere le erbe e altri misteriforse ti somiglia. Se vuoi parlarglioffrigli la cena e sc prirai chi è».

«E tu che cosa vuoi ricavarneo Settimio?» ella domandò.

«Io? Niente; cioènon m'aspetto niente» disse Settimio.

«Ma sono smarritovado cercando dappertutto e perciò non rifiuto nessunindizioneanche la più fievole

possibilità di soccorso che mi si presenti. Lo stimo un venditore di fumoma giudico tale anche il più erudito dei suoi

colleghi e in genere qualsiasi altro professionistaed in lui c'è unarudezza che forse testimonia di una maggior scienza

di quanto potrebbero denotare delle maniere più compite. Cosìessendomisipresentato sulla mia stradame lo piglio».

«Vecchiaccio brutto e sinistro se mai ne vidi uno»borbottò zia Keziah.«Beneavrà il suo pranzo; e se gli va

di chiacchierare di decottiio ci sto».

Così Settimio segui il dottore nello studiodove lo trovò con in mano laspada che aveva preso di sopra il

caminetto e che teneva sguainataesaminandone l'elsa e la lama con grandeminuzia; l'elsa era lavorata a sbalzo con

certi simboli araldici appartenenti senza dubbio alla famiglia del suodefunto proprietario.

«Ho già visto quest'arma da qualche parte»disse il dottore.

«Può darsi» disse Settimio«un tempo la portava un uomo che servìnell'esercito del vostro sovrano».

«E voi gliel'avete presa?» disse il dottore.

«Se così fucerto non ho motivo di vergognarmenee neppure timore diraccontarlo sebbene preferisca non

parlarne»rispose Settimio.

«Non siete dunque curiosonon v'interessa conoscere la famigliala vicendaprivatai progettidi colui che

portò questa spada e che mai più la trarrà dal fodero?» interrogò ildottor Porstoaken. «Povero Cyril Norton! Una

vicenda singolare era legata a quel giovanee un singolare mistero egliportava con sédi cui forse non si è ancora

giunti alla fine».

A Settimio sarebbe stato assai gradito conoscere il mistero che avevaintravisto nell'uomo da lui ucciso; ma

temeva che ne venisse fuori qualche domanda in torno al documento ancora insuo possesso; per ciò pre feriva evitare

l'argomento.

«Non si può pretendere ch'io mi interessi più che tanto a queste storie difamiglia inglesi. Da cento e

cinquant'anni almeno la mia famiglia ha cessato di essere inglese»risposee soggiunse: «Più che il passato

m'interessano il presente e il futuro».

«Non c'è differenza»disse il dottore sedendosi e mettendo nella pipa unapresa di tabacco.

Non è necessario seguitare a descrivere la visita dell'eccentrico dottorefino alla sera. Basti dire che vi era una

sorta d'incantoo piuttosto di fascinazionein quel rozzo vecchioadispetto dei suoi strani modidel suo continuo

sbuffare tabacco; a dispettopersinodi un incessante assorbimento dirobusti liquoriche egli richiedeva di continuo e

di cui il migliore a disposizione era un certo decottoinfuso o distillatodi proprietà di zia Keziah alla base del quale

c'era il rummischiato a certe erbe amare raccolte dalle mani stesse dellavecchiadurante le appropriate fasi lunari;

bevanda ben nota a coloro che zia Keziah favoriva della sua amicizia; sebbenesi fosse udito dire che proprio quella

bevanda circolava ai raduni di stregheessendo stata distillata su unaricetta del diavolo stesso. E in realtàa giudicare

dal gusto (perché anch'io una volta bagnai le labbra in un infuso preparatocon gli stessi ingredienti e nello stesso modo)

direi proprio che l'origine infernale fosse la vera.

[«Credevo»disse il dottore«di poter bere qualsiasi cosama...»].

Ma il valoroso dottore sorseggiò ancora e ancorae disse con paroleblasfeme che era proprio la bevanda giusta

e che mancava solo l'elleboro a renderla perfetta. Poitraendo dalla tascauna fiaschetta di notevoli dimensioni ricoperta

di pelle e con un tappo d'argento avvitato all'orlol'offrì a Settimiochedeclinò l'offertae a zia Keziahche preferì il

proprio decottoe infine la vuotò lui stesso con un rumoroso schiocco disoddisfazionedichiarando ch'era un cognac

diabolicamente buono.

Dopolui e Settimio parlarono; enon so comec'era in quell'uomo singolareuna grande immaginazioneuna

influenza che è difficile dire se fosse fisica o spirituale. D'altro cantoper molto tempo Settimio non aveva avuto che

scarsissimi rapporti con altri uomini; e nessuno con uomini che potesserocomprenderlo; il medicoinoltrepareva

condurre costantemente il discorso in armonia con i pensieri del suo ospitepoiché parlava di cose occultedi persone

che avevano posseduto il segreto di una lunga vita ed erano morte alla fineper puro accidentesul potere e le qualità di

erbe comuniche egli riteneva talmente vasti chetutto intorno ai nostripiedi - vigoreggiando nel bosco selvaggio lungi

dall'uomoo seguendo i suoi passi ove egli fissi la sua residenzaoltre imaridall'antica dimora donde è emigrato

seguendolo per ogni dove e offrendosi diligentemente e continuamente alla suaattenzionementre egli si limita a

strapparle via di mezzo alle piante (al confronto senza valore alcuno) checoltivae le butta da parteimprecando perché

la Provvidenza le ha seminate così fittamente - crescono quelle che noichiamiamo le erbaccesolo perché le.23

generazionidall'inizio del tempo fino ad orahanno mancato di scoprire leloro meravigliose virtùpotenti nella cura di

ogni malepotenti nel procurare lunghi giorni.

«Ogni cosa buona» disse il dottore bevendo un altro sorso di cognac«l'abbiamo ai nostri piedie non c'è da far

altro che raccoglierla».

«Questo è vero» disse zia Keziah bagnando le labbra nella sua diabolicapozione; «queste erbe furono tutte

raccolte entro un raggio di cento metri da questo punto precisosebbene perscoprire le loro virtù ci volesse una donna

di cervello fino».

La vecchia se ne andò alle sue faccende domestichee fu allora che Settimiosottopose al dottore la lista di erbe

che aveva tratta dal vecchio documentochiedendoglicome cosa attinentealla loro conversazionese ne conoscesse

qualcunapoiché la maggior parte di esse aveva nomi curiosialcuni latinialtri inglesi.

Il rozzo dottore inforcò gli occhiali e percorse il foglio di carta gialla econsunta con occhi penetranti

sbuffandovi sopra grandi nuvole di tabaccocome se a quel modo ne potessecavar fuori il significato segreto; borbottò

a se stessoprese un altro sorso dalla borracciae poirimettendolo sultavoloparve meditare.

«Questo infernale vecchio documento» egli dissealla fine«non l'ho maiveduto primae neppure ne ho mai

sentito parlarecomunque fui tanto pazzo in gioventùné oso dire seadesso sono più saggioma allora ero tanto pazzo

da cercare certe conoscenze segrete che i padri della scienza ritenevanoraggiungibili. Orain molti ambientifra gente

con la quale venni in contatto a causa delle mie ricerchesentii parlared'una certa ricettasmarrita da qualche

generazioneche avrebbe con tenuto l'autentica virtù vivificante. Si diceche l'antenato d'una grande e antica famiglia

inglese possedesse il segretoessendo uomo di scienza e amico di frateRuggero Baconesi diceva che avesse preparata

lui stesso la pozionein parte seguendo i precetti del maestro ed in partemediante esperimenti personalie si pensa che

potrebbe essere vivo a tutt'oggise non fosse caduto malauguratamente nellaguerra delle due Rose; sapete bene infatti

che nessuna ricetta di longevità può resistere ad una vecchia frecciainglese o alla pallottola di piombo d'una nostra

carabina».

«E quale è stata la storia successiva di questo documento?» domandòSettimio.

«Si credeva che fosse conservato dalla famiglia» disse il dottore«esempre si è detto che il capo e primogenito

della famiglia avesse la possibilitàvolendodi vivere perpetuamente intal senso. Ma sembra che si frapponessero degli

ostacoli. Esisteva probabilmente una certa dieta ed un regime da osservarecerte rigide regole di vita da seguireun

certo ascetismo da subireche non riuscivano del tutto gradevoli a deigiovani; etrascorsa la giovinezzail corpo

diventa inetto a rigenerarsi e a vincere i semi della decadenza e della morteche nel frattempo si sono robustamente

sviluppati. In breveda giovaneil titolare del segreto trovava che lecondizioni della vita immortale erano troppo dure

per poter essere accettateperché implicavano la rinuncia alla maggiorparte delle cose chea suo avvisorendevano

gradita l'esistenza; e quando ci si formava una mentalità più razionalegià era troppo tardi. Così per tutte le generazioni

dal tempo di frate Ruggero Bacone in poii Norton sono natihanno goduto illoro tempo di gioventùsi sono

preoccupati durante l'età adultae sono barcollati attraverso la vecchiaiaesalvo quando la spada o il piombo o la

febbre o altro li abbiano tolti di mezzo primamorendo infine nei loroletticome uomini ai quali non fosse data scelta

alcuna; così questa vecchia carta ingiallita non ha recato vantaggio adalcun mortale. Né vedo come possa far del bene a

voidato che ignorate le regole morali o dietetiche essenziali alla suaefficacia. Ma come ve la siete procurata?».

«Per ora non ha importanza» disse cupamente Settimio. «Basti sapere che nesono il legittimo titolare ed erede.

Siete in grado di leggere questa grafia antica?».

«Per buona parte sì» disse il medico; «ma lasciate che vi dicamiogiovane amicoche non ho fede alcuna nel

segreto; eavendo già avuto a che fare con cose del generesono in gradodi giudicare. Gli antichi medici e chimici

nutrivano strane idee intorno alle virtù delle piantedelle droghe e deiminerali e fantasie altrettanto strane intorno ai

modi di far agire tali virtù. Buttavano cento diverse potenzialità in uncalderonemettendole al fuoco e aspettandosene

un decotto che le contenesse tutte e ciascuna oltre ad una virtù propria. Inrealtà il risultato più probabile era una

reciproca neutralizzazione ed il preparato ne risultava privo d'ogni virtùsalvo che un ingrediente più forte tingesse il

tutto».

Rilesse la carta e proseguì: «La cosa fra tutte più notevole in questaricetta è il fatto che sia formata in buona

parte con le piante più comuniquelle che si calpestano fuor della sogliadi casanel giardinodurante le passeggiate nel

boscodovunque si vada. Non dubito che zia Keziah le conoscae forse ne hacombinato un infuso in quella bevanda

d'inferno il cui ricordo continua ad agitarmisi nello stomaco. Credevo d'averinghiottito il diavolo in personamesso a

bollire dalla vecchia. Sarebbe strano davvero se questo infuso fosse ilmedesimo che frate Ruggero Bacone ed il suo

accolito scoprirono mediante la loro scienza. C'è però un ingredienteunadi quelle piante che non credo la vecchia

abbia potuto ficcare nella sua pentola di elisir infernale; si tratta d'unapianta rarache non cresce da queste parti».

«E che cos'è?» domandò Settimio.

«Sanguinea sanguinissima»disse il dottore«non ha alcun nome volgaree produce un bellissimo fiore che

non ho mai visto benché me ne abbia mandato alcuni semi un dotto amico dallaSiberia. Le altrespogliate dei loro

nomi latinisono piante del tutto comuni come piantaggineamarantobardana; e ragione vuole chese la Natura

vegetale ha in serbo per gli uomini medi cine di così meravigliosaefficaciae intende usarlele avrà sparse a piene mani

dovunqueaffinché siano accessibili».

«Ma questa dopo tutto sarebbe una beffa da parte dell'antica Signora» disseil giovane con qualche amarezza

«la quale le renderebbe accessibili soltanto in apparenzapoiché nonrivelandoci come prepararle per ottenerne gli

effetti volutiquesti ci sfuggonoesatta mente come se tutti gl'ingredientifossero celati alla vi sta ed alla conoscenzaal.24

centro della terra. Siamo i giocattoli e gli zimbelli della Naturaella sidiverte con noi durante la nostra breve vita e poi

ci spezza per mero capriccioridendoci in faccia».

«Attentobuon uomo» disse il dottore con la sua rude risataccia. «Ho ilsospetto che siate già di là dell'età in

cui le grandi meditazioni potrebbero farvi del bene; codesto discorso mostrache nel vostro cuore si sono accumulate

una forzauna durezza ed un'amarezza che non sono proprie della teneraetà».

Settimio non badò quasi alla beffa del truce vecchio dottorema spese ilresto del tempo a cavare tutta

l'informazione che poteva dal suo ospite; e benché non si potesse persuaderea mostrargli il prezioso e sacro

manoscrittotuttavia lo interrogò quanto poteva a fondopur senza tradireil segretointorno alle maniere di risolvere

scritture cifrate.

Il dottore non mancò di notare che questo suo conoscente dalla fronteaggrondata e dagli occhi penetranti

doveva nutrire un proposito non apertamente confessato nel porgli quelledomande pertinaci e precise; scoprì che tutte

rinviavano ad un unico oggettoe forse ebbe la certezza che Settimiopossedeva qualche scritto geroglifico o cifrato o

altrimenti segreto che dava istruzioni intorno al modo di operare con lastrana ricetta che gli aveva mostrato.

«Meglio che vi fidiate completamente di me» egli disse. «Non che io nonsia disposto a darvi comunque tutto

l'aiuto possibiledato che mi avete già beneficato di là di quantoimmaginiate. Nonon volete? Benese cambiate idea

cercatemi a Boston dove ho deciso di risiedere per esercitare la professionee vi servirò nella misura della vostra follia;

poiché v'avvertofollia è».

Null'altro degno di essere raccontato avvenne durante la visita del dottore ea tempo debito egli scomparve

quasisi sarebbe dettoin uno sbuffo di fumolasciando dietro di sé unodore di cognac e di tabacco e la leggenda d'uno

stregone che si sarebbe aggirato nei paraggi. Settimio si mise all'opera conquegli elementi che aveva ricavato da lui; ma

l'incontro l'aveva reso conscio al meno di una cosacioè che dovevaprocurarsi tutte le possibili conoscenze di botanica

scientifica per poter preparare la ricetta. Questa era il frutto di tutte leconquiste scientifiche dell'epoca che l'aveva

prodotta (così riferiva la leggenda e sembrava invero probabile)un granfilosofo vi aveva profuso la sua erudizione e

tutto era stato temperatoregolatomigliorato dall'intelletto vivacebrillante del discepolo; forsepensava Settimio

un'altra intelligenza seria e profonda aggiunta alle precedenti potevaportare la ricetta ad una perfezione ancor maggiore.

Almenopoteva tentare di farlo. Così pensava e si mise a raccogliere tuttii libri relativi a tali studi che potesse trovare;

spese una giornata andando a piedi fino a Cambridgedove fece ricerca ditali opere negli scaffali della biblioteca

universitariaprendendoli in prestito da quell'istituto duramente provatodalla guerra e portandoseli a casadove si

applicò allo studio con una serietà così zelante che forse non aveva maiavuto l'eguale in una indagine di natura così

tranquilla. Un mese o due di studio e di pratica fatta sulle piante chetrovò in cima al suo colle o lungo il ruscello o in

luoghi circostanti gli fecero fare dei buoni progressi. In tale ricerca fuassistito da Sibylla quale svelò una conoscenza

assai vasta in certi settori della botanicaspecie riguardo ai fiori eallasua maniera fredda e quietacollaborò con lui e

lo affiancòcome già da lungo tempo era usa farecompagna osservatrice diluida lui osservatache si insinuava nelle

sue ricerche quasi come uno spirito guida.

Ma questa pallida ragazza non era l'unica collaboratrice dei suoi studil'unica istruttrice che Settimio si fosse

trovata. L'osservazione del dottor Porstoaken in torno alla fantasticapossibilità che zia Keziah potesse aver ereditato dai

suoi avi indiani la stessa ricetta individuata dalla scienza di frate RuggeroBacone e del suo allievonon mancò

d'impressionare Settimio e di restargli confitta nella memoria. Cosìpocodopo la partenza del dottoreil giovane una

sera colse l'occasione per dire alla zia che il suo stomaco eraa quel chegli sembravaun pochino fuori sesto a causa

dell'eccessiva applicazione e che forse ella avrebbe dovuto somministrargliuna qualche bevanda di erbe che gli potesse

riuscire di giovamento.

«Questo lo posso farecaro» disse la vecchia«e sono ben felice che tuabbia avuto il buon senso di

chiedermeloalla fin fine. Ecco la bottigliae anche se quello scioccomedico blasfemo torse il suo nasone rovinato dal

cognacfiutandone il contenutoio ci sto quando che sia a fare a gara conlui nel berecerta come sono di aver la

meglio».

Così dicendo tolse dalla credenza la brocca marrone chiusa da un tappoattorno al quale era ravvolto uno

straccio per rendere più ermetica la chiusurariempì un boccale e lodepose sul tavolo davanti a Settimio. «Eccobimbo

senti l'odore; basta quello a farti bene; ma prova a buttarlo giù e vedraise non vivi più a lungo».

«Davverozia Keziahè proprio così?» domandò Settimioun po'sbalordito dall'esortazione che in qual che

modo coincideva con ciò che egli esigeva da una medicina. «Questa è unabella proprietà».

Fissò lo sguardo nel boccale e vi scorse un infuso torbido e giallinonient'affatto attraente alla vista; l'odorò e

quasi si convinse che la zia Keziah mescolasse agli altri ingredienti un'erbaamericana assai maleodorantedetta cavolo

fetidoin quella sua stregonesca pozione. L'assaggiònon un sorsoma unabuona dosedeciso com'era a sincerarsi di

quel che fosse quella roba sotto ogni riguardo. La pozione parve a tuttaprima bruciargli la bocca che era abituata

soltanto all'acquascottandolo fin giù nello stomacodandogli lasensazione della profondità delle sue viscere con una

traiettoria di fuoco che si spingeva sempre più giù; poipeggiore delfuocogli giunse un gusto della più nefasta

amarezza e nauseositàquale non aveva mai immaginato esistesse e cheminacciò di sconvolgergli radicalmente

gl'intestini; tuttaviaconoscendo la permalosità della zia Keziah riguardoalla pozionee come ella la ritenesse

sacrosantafece uno sforzo autenticamente eroicosoffocò il suo tormentomantenne immota la facciasalvo una sola

violenta convulsioneche lasciò affiorare per salvare la vita.

«Ha un sapore che ne dovrebbe garantire la potenzazia Keziah» disse losventurato giovane; «vorrei che tu mi

dicessi di che cosa è fatta e come la prepariperché ho notato che seiinflessibile e segreta al riguardo»..25

«Ha ha! Te ne sei accortodunque?» disse zia Keziahprendendo un sorsodel suo benamato beveraggio e

ghignando con faccia e occhi gialli quanto il liquido che stava trangugiando.Gli balenò l'idea che zia Keziahper

temperamento e in tutte le sue qualità era assai simile a questa suabevandaquasi se ne fosse saturata a furia di

trangugiarla. Quindibevuto che ebbese ne beòe assaggiò e odorò quelliquore infernalecome un intenditore di vini

una qualità fragrante e delicata. «E vuoi sapere come lo faccio? Anzituttobimbodimmi onestamente: ti piace questa

mia bevanda? Perché se nosmettiamo di parlarne sull'istante».

«L'amo per le sue virtù» disse Settimiotemporeggiando con la propriacoscienza«e per questo motivo la

preferisco al vino più raro».

«Fin qui parole d'oro» disse zia Keziahla quale non concepiva che il suoliquore non fosse una delizia del

palato. «È il liquore più ricco di virtù fra quanti mai ci sono stati eperciò non c'è da aver paura di ber ne troppo. E vuoi

sapere di che cosa è fatto? Beneho pensato parecchie volte che te l'avreidettoSettibimbo miouna volta che tu

avessi l'età necessariaperché non ho altra eredità da lasciarti e tu seidel mio sanguesalvo che non abbia qualche

prozio fra gl'Indiani del capo Cod. Mainnanzi tuttohai da sapere comequesto buon beveraggio e la capacità di

prepararlomi sia stato trasmesso in eredità dai re e sacerdoti nostriantenati nonché dal vecchio capoccia o mago tuo

bisavolo e checosì si dicemischiò l'acquavite con gli altriingredientiaggiungendo così l'unica cosa ancora necessaria

per renderlo perfetto».

Così zia Keziahavendone di nuovo gustatos'era messa comoda e beata edopo aver sollecitato Settimio a non

trascurare di berne (egli declinòsostenendo che un sorso alla volta fossebastevole per un principianteessendo le virtù

oltre che ammirevoliassai forti)gli narrò una leggenda stranamente follee rozza dove si mescolavano la vita indigena

e la civile e le superstizioni di entrambe e che tuttavia presentava unacerta analogia con la storia narrata dal medico che

ave va tanto impressionato Settimio.

Ella raccontò che in un'epoca remota c'era stato un capo nella forestaunre degl'Indianidal quale lei e

Settimiolo disse con uno sguardo d'orgogliodiscendevanoultimi forse aereditare una stilla di quel sangue regale

sapiente e bellicoso. Il capo era vissuto molto a lungopiù a lungo diquanto si potesse calcolare poiché gl'Indiani non

tenevano annali e parlavano solo di molte lune; essi dicevano che eravecchiopiù vecchio degli alberi più vetustiquasi

quanto le collinee capace di rammentare i giorni di uomini divinipossessori di arti ormai dimenticate. Era un uomo

saggio e buonoe poteva antivedere il futuro quanto ricordava il passato econtinuò a sopravvivere finché la sua gente

temette che vivesse per sempresconvolgendo tutto l'ordine di natura;pensarono fosse gran tempo che un uomo così

buonoun così eccelso guerriero e magoandasse alle superne riserve dicaccia e che un così saggio consigliere andasse

a raccontare le sue esperienze di vita al Gran Padredandogli un opportunoragguaglio delle faccende di quaggiù

spingendolo magari a portare qualche modificazione al corso del mondoinferiore. Cosìdebitamente considerate tutte

queste cosereverente mente assassinarono il grande re immortaleil qualebenché immune dalla malattia e dalla

decadenza della tarda etàera tuttavia suscettibile d'essere spento con laviolenza anche se poi la durezza del suo cranio

spezzò in frantumi l'ascia con cui tentarono di ucciderlo.

Così una deputazione dei migliori e dei più coraggiosi della tribù sirecò dal gran mago riferendogli tali

riflessionireverentemente sollecitando che consentisse a essere radiato dalmondo e l'immortale fu d'accordo con loro

che era meglio per lui moriredel mondo da lungo tempo essendo stancoavendone imparato tutto quello che poteva

insegnarglie avendo soprattutto imparato a disperare di mai rendere larazza dei pelli rosse molto migliore di quanto

fosse allora. Così lieta mente accondiscesee ingiunse loro di ucciderlose ce la facevano; e prima provarono con l'ascia

di pietra che volò in frantumi sulla sua cervicepoi gli scoccarono frecceche non penetrarono la durezza della pellee in

fine gli tapparono naso e bocca (e questa continuò a largire sapienza finoall'ultimo) con la cretamettendolo poi a

cuocere al sole; e così finalmente la vita gli uscì ardendo dal pettolacerando a pezzi il suo corpo ed egli morì.

[Rendere questa leggenda grottesca ed esprimere la stanchezza della tribùper il controllo intollerabile che

l'immortale esercitava su di essa; sempre egli riesuma i precetti trattidalla propria esistenzanon consentendo mai a

nulla di nuovo e così impedendo ogni progresso; le abitudini glis'induriscono dentro ed egli si attribuisce ogni

saggezzaimpedendo a chiunque di esercitare il potere per legittimasuccessione; egli parla senza posaindugiando sul

passatoper cui nessuno più lo sopporta. Descrivere le sue abitudini severeed ascetichela sua rigorosa calma].

Ma prima di morire il gran mago impartì ad un membro scelto dalla tribùilpiù saggio dopo di luiil segreto

d'una bevanda possente e deliziosa; bevendola con costanzae insiemeastenendosi dal lusso e dalla passionesi era

mantenuto così a lungo in vitaed essa indubbiamente l'avrebbe fatto viverein perpetuo. La bevanda era composta da

parecchi ingredienti tutti ricordati e fedelmente trasmessi dalla tradizionesalvo unoche o perché non si trovava da

nessuna parte o per altro motivoera stato dimenticato sicché la bevandaave va cessato di conferire come in antico la

vita immortale: si diceva che fosse un bellissimo fiore purpureo. [Forseil Diavolo gli insegnò a preparare la bevanda

oppure il Grande Spirito: è incerto quale dei due].Eppure era una bevanda eccellente e salutare e curativa per ogni

specie di malattia; e gl'Indiani la possedevano al tempo dell'insediamentoinglese e in uno di quei convegni

stregoneschinella forestaquando l'Uomo Nero era solito incontrare i suoifiglii rossi ed i bianchifacendo baldoria

con loroun grande stregone indiano in segnò il segreto al nonno diSettimiostregone a sua volta; luidi rimando

insegnò agl'Indiani a mescolarvi il rumpensando che potesse essere proprio questo l'ingrediente mancante e che

aggiungendolo poteva conferire vita perpetua a sè ed a tutti i suoi amiciindiani; fra i quali aveva scelto moglie.

«Ma il tuo bisnonnosainon ebbe modo di saggiarne le virtùpoiché fuimpiccato per stregoneriae quanto

agl'Indianiprobabilmente essi mescolarono alla loro bevanda troppaacquavitesicché essa li bruciòconsumandoli e ne.26

morirono tutti; ma mia madre e sua madreche insegnò a me la preparazionepensarono fosse peccaminoso tentar di

vivere più di quanto conceda il divino beneplacitoe si lasciarono morire.

E benché la bevanda sia buonaSettimioe allettantetalvolta sento chedivento vecchia come gli altri e che

potrei morire nel prossimo mezzo secolosicché forse il rum non eraprecisamente quel che ci voleva per completare la

ricetta. Ma buona certamente è! Bevine ancora un gocciocaro».

«Non per adessograziezia Keziah» disse Settimiogravemente; «ma mivuoi dire quali sono gl'ingredienti e

come si prepara?».

«Sìragazzo mioe te li trascriverai» disse la vecchia; «è infattiun'ottima bevanda anche se magari non ti fa

vivere in perpetuo. A volte penso che mi piacerebbe altrettanto andare incielo che restare quaggiù».

Cosìfacendo impugnare la penna a Settimiogli dettò una lista di piantedi erbe e di prodotti della forestaed

egli rimase stupito a trovare che collimava quasi incredibilmente con laricetta contenuta nel vecchio manoscrittonella

misura in cui era riuscito a decifrarlo e da quel che gliene aveva spiegatoil dottore. C'erano alcune variantima anche in

tali casi esisteva una stretta analogiapoiché molte piante indigeneamericane era no sostituite alle loro consimili

d'Europa. Poi c'era un'altra differenza nelle modalità di preparazionelaricetta della zia Keziah essendo un infuso

mentre l'antico manoscritto descriveva un processo di distillazione. Questasomiglianza produsse un effetto assai forte

sulla fantasia di Settimio. Ecconel primo casouna bevanda suggerita ad unpopolo primitivo da una facoltà assai

simile all'istinto con cui i bruti riconoscono i medicamenti adatti ai lorobisogni: esso mescolava le erbe odorose per

motivi più sapienti di quanto fosse in grado di capiretrasformandole insalutare pozione; ed eccoa riscontrouna

bevanda combinata con la suprema abilità d'un filosofo altamente civile cheindagava tutto il campo della scienza per

giungere allo scopo prefisso; e queste due bevande si rivelavanoquantoall'essenzialeidentiche.

«O zia Keziah» egli dissecon una nostalgia profonda: «sei sicura di nonpoter rammentare quel singolo

ingrediente?».

«Nonon ce la faccioSettimio» ella disse. «Ho provato varie soluzionicavoloassenzio e mille altre cose

perché è davvero un peccato che il massimo beneficio vada perduto per cosìpoco. Ma l'unico effetto fu di rovinare il

buon sapore della bevanda e di avvelenarmi due o tre voltetanto che micoprii di pustole e una volta perdetti l'uso del

braccio sinistro e mi prese una vertigine alla testa e uno spasmo reumaticoal ginocchiocon durezza d'orecchiovista

annebbiata e parletico; tutte cose provocatene sono certadall'averaggiunto a questa santa bevanda qualcosa di diverso

dal buon rum americano.Tienti a quelloSettimioragazzo mio».

Così dicendozia Keziah prese un altro sorso dell'amato liquoredopo avervanamente invitato Settimio ad

imitarla; poiaccesa la sua vecchia pipa di cocciosedette nell'angolo delcamino meditandosognandobrontolando pie

preghiere e giaculatorie e di tanto in tanto sbirciando su per la vastacappa: e forse pensava quale delizia doveva essere

nei vecchi tempivolarsene su per quella cappafacendo un'escursione amezzanotte nella foresta dove s'incontravano

l'Uomo Nero e i puritanidiaconi e gentildonnee quei feroci Indianisuoiantecessori; e il fondo della selvaggia foresta

era così deliziosamente torvocosì diverso dalla normalità nella qua leora si sprecava la sua vita. Perché l'eredità

selvaggia della donnamischiata com'era ad altre arcane e religiose porzionidella sua complessionela rigettava tal

volta verso una vita barbarica e istintivae in Settimiose anche piùdiluita e modificata da ulteriori filtric'era la stessa

tendenza.

Settimio sfuggì alla vecchia e fu lieto di respirare nuovamente l'arialibera; l'avevano snervato le leggende ed il

carattere selvaggiopotente a causa dell'affinità che li univa; forseinoltrela sua mente era stata sconcertata un poco

dalla pozione del beveraggio diabolico che ella l'aveva costretto a sorbire.In ogni modo era felice di fuggire verso la

sua vettala cui aria indubbiamente aveva contribuito a mantenerlo insaluteattraverso tutta la trafila di pensieri

morbosi e di studi alienanti.

Qui egli trovò Rose Garfield e Sibyl Dacyindotte a uscir di casa da quellapiacevole serata estiva. Avevano

formato un'amicizia o almeno un rapporto; non era concepibile una coppia dipersone più dissimilil'una così spontanea

e sanacosì adatta a vivere nel mondol'altra un essere malaticcio epallido. Così camminavano a braccetto o con un

braccio stretto alla vita dell'altracome amano fare le ragazze. Accolseroil giovane con modi assai diversie presero a

camminare su e giù insiemeguardando arrivare il tramonto e parlando dicose e della terra e delle nuvole.

«Da quando non si hanno più notizie di Robert Hagburn?» domandò Settimioil qualeoccupato dalle sue

ricercheera rimasto indietro nel seguire le notizie del la guerra-vergognaa lui!

«Ce ne giunse notiziadue giorni fa» disse Rose imporporandosi«egli èper la strada con quel che re sta del

comando del generale Arnolde fra poco sarà qui».

«Bravo figlioloRobert» disse Settimioincurante mente.

«E non soessendo la vita così brevequale uso migliore se ne possa farese non metterla a repentaglio

com'egli fa».

«Io non la penso così» disse Rose Garfieldcompostamente.

«Quale benedizione per i mortali» disse Sibyl Darcy«quale misericordiadella Provvidenzache la vita sia

resa così malcertache la morte sia fra le possibilità dell'esistenzacheci circondino questi orrendi misteri nei quali noi

potremmo svanire! Senza di ciòcome si potrebbe essere eroici? Ciinoltreremmo tra luoghi comunisenza mai sognare

cose altesenza correre mai un rischio. Per parte mia penso che l'uomo siapiù favo rito degli angelireso capace di

maggiore eroismodi più alta virtùdi più sublime spiritualità rispettoa loroproprio perché ci attornia un tal mistero di

dolore e terrore; essi viceversaavendo piena contezza della luce di Diovedendo la sua bontà ed i suoi fini più perfetta

mente di noinon possono assurgere al coraggio che il debole uomo o ladebole donna hanno occasione di mo strare e.27

talvolta mostrano davvero. Dio diede all'uomo il mondoma a lasciarvelosolofinisce col trasformarsi in una zolla di

terra; per rimediarviDio diede all'uomo un sepolcroche tutto redimesembrando tutto distruggerefacendo di lui alla

fine uno spirito immortale».

«Sibyl carasei ispirata» disse Rose fissandola in volto.

«Penso che attribuiate un eccessivo potere al sepolcro» disse Settimioinvolontariamente fermandosilui solo

accanto al tumuloil cui contenuto egli conosceva così bene. «La tomba misembra una turpe trappola posta sul nostro

camminola quale riesce a coglierciquasi tutti o tuttifacendoci caderedentro alla prima occasionetalché tutta la vita

umana è uno scherzo ed una farsaa causa della incresciosa morte; infattiessa non ci lascia portare a termine niente

potremmo esse re in grado di salvare la patria e tuttavia saremmo ugual mentevotati alla morte. Perciò credendo io

nonostante tutto nella sapienza e benignità della Provvidenzasono persuasoche morire sia un erroredi cui a poco a

poco verremo a capo. Io affermo che la tomba non ha scopo». «Continuo asostenere ciò che ho detto»disse Sibyl

Dacy; «e inoltresi può fare un uso diverso di una tombacome ho piùvolte osservato nei vecchi cimiteri inglesidove

il muschio tinge di verde e sbalza le lettere delle lapidi; le tombe sonoinoltre eccellenti aiuole».

Nessuno era mai in grado di dire quando la strana fanciulla stesse perproferire alcunché di comico e quando

viceversa alcunché di melanconico e i due ascolta tori di Sibyl non sepperoche pensare di questo discorso. Né Settimio

potè vincere un certo stupore vedendola chinarsi mentre parlava della tombacome di una aiuolasul tumulo per

esaminarne i fiori d'ogni speciei qualiin realtà parevano comprovare lesue parole crescendovi in singolare

profusione; sicchéfossero mai fioriti tutti insiemequel punto avrebbeavuto l'aspetto di un mazzolino tutto particolare

sia che la terra vi fosse più ricca di bellezzasia che qualche giardiniereavesse largheggiato nel seminarla. Questo

Settimio non poteva spiegarselopoichésebbene quel fianco di collinaproducesse certi fiori - l'asterola mazza d'oro

la violetta e altre specie delle più semplici e comuni- pure qui parevache un tappeto di brillanti colori fosse stato

gettato a coprire la terra. «È molto strano» egli disse.

«Sì» disse Sibyl Dacy«c'è una qualche strana ricchezza in questopiccolo tratto di terra».

«Di dove possono esser venuti questi semi? Questo è il maggior miracolo»disse Rose. «Potrestecredo

insegnarmi la botanica senza doverci spostare».

«Conoscete questa pianta?» domandò Sibyl a Settimioadditandone una nonancora in fiorema di fo glia

stranache si lanciava in alto dal centro della tombadove si potevapresumere fosse il petto del dormente sotterraneo.

«Mi sembra non ve ne sia nessun'altra simile».

Settimio si chinò ad esaminarla e riconobbe che non somigliava a nulla cheegli avesse mai visto nella specie

dei fiori; con la sua foglia di cupo verde traversata da vene purpureeavevaun certo aspetto problematico come hanno

certe piante che fanno pensare al veleno e che non si vorrebbe toccare ofiutare da vicino senza prima informarsi se vi

sia una sicura garanzia della loro innocuità. Che possedesse una qualche suaricchezzaferale o beneficanon c'era

dubbio.

«A me sembra velenosa»disse Rose Garfield con un brividopoiché eracosì naturale da detestare ogni veleno

e in generale ogni cosa che avesse un segno troppo particolare e non amavaalcuna stranezza. «Purenon mi stupirei se

prima o poi facesse un fiore bellissimo. Tuttaviadovessi seguire unsemplice impulsola sbarberei e butterei via».

«Deve proprio fare come dice?» domandò Sibyl a Settimio.

«Noi per tutto l'oro del mondo»egli disse in fretta. «Più d'ogni cosavoglio vedere che cosa nasce da questa

pianta».

«Come preferite» disse Sibyl. «Intantose vorrete sedere qui edascoltarmivi racconterò una storia che per

puro caso mi traversa la mente in questo momento - non so perché. È unaleggenda di un vecchio castello che conosco

bene fin dall'infanziae che sorge in una contea dell'Inghilterrasettentrionaledove sono nata. Volete ascoltarla

Rose?». «Non c'è cosa che io desideri di più»ella rispose. «Amo tuttele storiedi castelli come di capannedella

vecchia patriaanche se ormai non possiamo più chiamarla così».

Sibyl guardò Settimioquasi ad accertarsi che anche lui volesse udire lasua storiaed egli disse: «Sìascolterò

volentieri la leggendasempre che sia genuinaadottata dalla credenzapopolare e discesa negli angoli dei camini

insieme al fumo e alla fuligginesoffusa di umanità a forza di passare dauna mente all'altra. Solo così quelle storie

diventano verein un certo sensoe senza dubbio in questo senso le possiamodire completamente verepoiché il loro

nucleol'invenzione sembra nato dal cuore dell'uomo in un modo che nessunamalizia premeditata potrà imitare.

Nessuno può creare una tra dizione; ci vogliono secoli per farla».

«Io non so se questa leggenda abbia i caratteri desiderati» disse Sibyl«ma ha vissuto assai più di un secolo;

eccovela».

* * *

«Sulla soglia di una delle porte di Smithell's Hall un'orma di sangue èstampata sul gradinoe rosseggia come

se il piede insanguinato l'avesse giusto allora calcataed è noto che unacerta notte dell'anno e ad una cert'ora della

nottese vai a guardare quel gradino vedi l'orma bagnata di sangue fresco.Taluno ha osato affermare che questa

apparenza di sangue sia semplice rugiada; ma può la rugiada arrossare unfazzoletto di batista? Vi tingerà di cremisi i

polpastrelli quando la toccherete? Eppure questo farà per certo l'ombrasanguinosa allo scadere della notte e al rintocco

dell'ora prefissataproprio come trecent'anni fa. Benema come ha fatto aimprimersi? Non so di preciso in quale epoca

ma tanto tempo faquando la luce cominciò a irradiare quello che fu dettoil tenebroso Medioevo. Ci fu allora un.28

signore di Smithell's Hall che si applicò profondamente al sapere ed allascienza sotto la guida dell'uomo più saggio

dell'epocaun uomo così saggio da essere stimato un mago; cosa perfinoplausibile se l'esser mago consiste nel

comandare ai poteri occulti della natura la cui esistenza gli altri nemmenosospettanoe la cui dominazione permette di

compiere prodigi che paiono meravigliosi quanto la risurrezione dei morti.Inutile riferirvi le strane storie sopravissute a

tutt'oggi intorno al vecchio maniero; si crede che il suo signoregraziealla antica scienza da lui possedutatuttora vi

risieda in qualche mododominando il luogo. In una delle stanze tuttorarimane il suo antico tavolino e la sedia e

qualche rozzo vecchio strumento e macchina rio ed un libroil tutto tenuto aposto come se egli potesse tornare a

completare un qualche esperimento. Im porta soprattutto dire che una dellecose principali cui il vecchio signore s'era

dedicato era la scoperta dei mezzi per prolungare la sua vitasì da farladurare indefinitamente se non all'infinito e tale

era la sua scienza che si credette avesse attinto quel fine magnifico eterribile.

«Come vi potete immaginarel'uomo di scienza era ben felice di averottenuto tantosia per l'orgoglio che

gliene venivasia perché era delizioso avere dinanzi a sè la prospettivad'un tempo infinitoda poter spende re

aggiungendo sempre nuove nozioni alla sua scienzacon ciò beneficando ilmondo; infatti il massimo osta colo al

miglioramento del mondo e all'aumento delle conoscenze è che l'umanità nonpuò procedervi in modo lineare

dovendoci essere sempre nuovi inizi e ci vuole metà se non tutta intera lavita d'un uomo per arrivare al punto dove il

predecessore l'ha lasciata. E così questo nobile personaggioquest'uomo dalnobile scopospese molti anni a indagare il

formidabile segreto: e alla finecosì si dicel'impresa gli riuscì. Ma aquali condizioni?

«Benesi dice che fossero condizioni tremende e orribilitanto che ilsaggio si domandònonostante la

grandezza del finese valesse la pena di accettarle e trarne profitto.

«Vedeteil fine del signore di Smithell's Hall era di sottrarre una vita alcorso della Natura e la Natura non

voleva essere defraudatasicchéa dispetto del potere che su di essaesercitava lo scienziatonon consenti che egli

sfuggisse alla necessità di morire a tempo debitosalvo a condizione disacrificare per la propria un'altra vita; e questo

doveva avvenire tutti i trent'anni che volesse sopravviveretrent'anniessendo l'equivalente di una generazione; se

comunque in quel tratto di tempo il signore riusciva a cagionare la morted'un altro essere umanocon ciò soddisfaceva

alla condizione e poteva continuare a vivere. Una delle varianti dellaleggenda dice che fra gl'ingredienti fatti bollire

dallo scienziato fosse il sangue tratto dal cuore d'un fanciullo o d'unafanciulla puri. Ma questa è un'idea troppo rozza e

la rifiutoanzi stimo che si debba prendere in un senso simbolicoesignifichi che colui il quale desideri attribuirsi una

parte di vita maggiore di quella a lui desti natadeve sacrificare alproprio egoismo l'interesse più caro d'un'altra

personache abbia un suo buon diritto alla vita e che potrebbe esservi utilequanto lui.

«Ora questo signore era un uomo d'indole buona e aveva tralignatosoprattutto a causa del suo serio desiderio

di far qualcosa per la poveramalvagiaaffannosasanguinariainquietarazza umana cui apparteneva. Si domandò se

avrebbe avuto il diritto di togliere la vita a una creatura senza il consensodella medesima al fine di prolungare la

propria; dopo aver molto dibattuto il problema egli giunse alla conclusioneche non ne aveva il dirittosalvo fosse stata

una vita prossima alla sua e sulla quale avesse potestà. Si guardòd'attorno; era un uomo solitario ed astrattoche gli

studi rescindeva no dagli affetti umaniaffezionato ad un'unica creaturauna bellissima parenteun'orfana che suo padre

aveva allevata lasciandogliene la cura morendo. Il signore nutriva moltoaffetto e tenerezza per questa bella giovane

almenonella misura in cui lo consentiva la natura astratta della sua indolee delle sue occupazionima non già quel che

si suole chiamare amoreo almenoegli non se lo confessava. Però scrutandoil proprio cuore vide che ellase altri mai

era la persona che il sacrificio esigeva: ne avrebbe potuto uccidere ventialtre senza effettoma bastava togliere la vita a

leiper infondere forza e valore all'incantesimo.

«Amici mieiho meditato parecchie volte su questo aspetto sgradevole dellaleggenda e non ho voglia di

accettarla alla lettera e pertanto ne interpreto così il significatospirituale (tuttoben sapeteha un significato spirituale

rispetto al quale la lettera è ciò che per l'anima è il corpo): allaindagine scientifica profonda dobbiamo sacrificare gran

parte della gioia di vivere; nessuno può essere grande e compiere grandigesta se non consegna alla morte mo lto di

quanto lietamente godrebbenella misura in cui ne godrebbe. In questo sensointerpreto la storia. Ma la vecchia

leggendanella sua materialitàpretende che questo signore folled'altissimi sensieroicoomicida si persuadesse di

dover uccidere questa povera fanciulla amante e amata.

«Non desidero indugiare su questo tema orrendo e riferirvi come egli lodibattesse fra sè e sèe comequanto

più ne trattavatanto più ragionevole e assolutamente necessario apparisseil misfatto: un vero dovere. C'era il gran bene

da fare all'umanitàe l'ostacolava solamente una piccola vita delicatacosì fragile che a spegnerla sarebbe bastatoin

qualsiasi momentoil rude soffio che il mero scorrere della vita produce oun minimo incidente; inoltre ella era così

buona e pura da riuscire del tutto inadatta al mondo e incapace di goderne legioie; le si chiedevaalla fin finesoltanto

di lasciarsi trasportare in un luogo dove sarebbe stata felice e avrebbetrovato una compagnia degna di leiqua le non

era certamente luisuo unico attuale compagno. Insommaegli decise diversare il sangue dolce e fragrante della

mammola che tanto l'amava.

«Benesorvoliamo il più in fretta possibile su questa parte della storia.Egli trucidò la pura giovinettala portò

nel bosco accanto a casaun bosco antico che vi sorge tuttora con le suequerce magnifiche e quivi le piantò la daga nel

pettodopo una conversazione te nerissima e amorosain cui aveva tentato dispiegarle la questione affettuosamente

facendole capire come fosse in procinto di trucidarla proprio perché l'amavapiù d'ogni altra cosa al mondo e che

avrebbe preferito morire lui stesso se ciò fosse servito allo scopo. Inverosi dice che le offrisse l'alternativa di ucciderlo

assumendosi lei il fardello della vita perpetua nonché gli studi e lericerche con le quali egli intendeva beneficare

l'umanità. Masi dicequesta fanciulla nobilepura e amante lo guardò inviso e tristemente sorrisequindistrappatogli.29

lo stilettose lo conficcò nel cuore. Non so dire se ciò sia veroo seaspettò d'essere da lui uccisa; questo so per certo

che nelle medesime circostanze avrei risparmiato al mio amato o amico ildolore di uccidermi. Lì giacque morta

comunqueed egli la seppellì nel boscotornandosene a casa; e accadde cheavendo egli posato il piede destro nel

sangue di lei ed essendone la scarpa intrisaegli lasciò per qualchemiracoloso desti no una traccia lungo il sentiero

boschereccio e fin dentro casa e sui gradini di pietra della soglia e su finoin camera sua; e la videro i domestici

l'indomani e ne stupirono e avvertirono l'assenza della bella giovinetta egettarono sguardi di sbieco al piede destro del

loro signoretingendosiquanti eranod'un mortale pallore.

«La leggenda prosegue narrando che Sir Forrester fu colto dall'orrore diciò che aveva perpetratoné potè più

sopportare il laboratorio dove aveva faticato così a lungodisgustatomortalmente dell'oggetto per seguito

profondamente rattristatotalché fuggì dal vecchio maniero e ne rimaselontano per parecchi giorni. Ma nel frattempo

mentre era lontanola macchia di un'orma insanguinata era rimasta sulgradino di pietra. La traccia era rimasta lungo

tutto il sentiero boschereccioattraverso il pratofino al portale gotico;ma la pioggiala perpetua pioggia ingleseera

sopravvenuta il giorno seguente dilavando ogni cosa. La traccia era rimastaattraverso l'ampio salone e su per le scale

fin nello studio del signore e qui era rimasta sulle stuoie stese dai servii quali avevano badato a raccoglierle e a gettarle

via spargendo per terra dei cannicci freschi. Così soltanto sulla sogliarimase il segno.

«Madice la leggendadovunque andasse Sir Forrestervagabondando per ilmondolasciava dietro di sé una

traccia sanguinosa. Era un fenomeno mirabile e assai sgradito. Quando entravain una chiesane scorgevi la traccia per

l'ampia navata e poi una piccola pozzanghera rossa dove si andava a sedere oa inginocchiare. Una volta andò a corte e

stendendosi la traccia fino al trono stessoil re lo guardò con sdegno edegli non tornò mai più. Nessuno sapeva come

ciò avvenisse; il piede non lo si vedeva sanguinarema egli lasciava quellatraccia sanguinosa dietro di sé dovunque

andasse; era un uomo colpito dall'orroreche continuamente si voltava aguardare la traccia per poi affrettarsi come a

sfuggire le proprie orme; ma altrettanto veloci queste lo seguivano.

«Nel salone dove si celebrava una festaecco: la traccia sanguinosa portavaalla sua sedia. I dotti che egli

consultò intorno a codesta strana tribolazione conferivano l'un coll'altro econ luiche stava alla pari con qualunque di

loroe sbuffavano dicendo: «In ciò non c'è nulla di miracolosoèsoltanto un'infermità naturale cui si può mettere

termine facilmentema purtroppo arrestare un tal flusso vorrebbe diredanneggiare altre par ti del corpo». Sir Forrester

ogni volta diceva: «Fate la cessareo dotti confratellise potete; nonimporta quali siano le conseguenze».

«Fecero del loro meglioma senza esitosicché egli continuò a lasciarela sua traccia sanguinosa nei loro

appartamenti universitaricome in ogni altro luogoper la strada e per leselve; ma soprattutto sui campi di battaglia

rifulgeva più fresco quel rosso. Infinetrovando sgradevole l'attenzioneche si attiravalo sventurato signore ritenne

miglior partito tornare al suo castellodovedimorando tra vecchi servitorifedeli sempre vissuti con la sua famiglia

poteva mettere a tacere la faccenda meglio che altrovesenza esserecontinuamente guardato o senza vederevolgendo

attorno gli occhimani alzate per il terrore di scorgere dietro di lui unastriscia di sangue. Così se ne venne a casa e

ravvisò la traccia di sangue sulla soglia e dolente entrò nel salonesalìle scalee un vecchio servo gli aprì la porta della

sua camerae una mezza dozzina d'altri lo seguì; lo fissavanorabbrividendoadditandoselo con dita tremule

scambiandosi occhiate atterrite con pallido voltoe precipitandosinonappena egli fu passatoa procurarsi cannicci

freschi ed a ripulire le scale. Il giorno seguente Sir Forrester si recò nelbosco e presso un'annosa quercia trovò una

tomba e accanto ad essa un bellissimo fiore cremisinoil più sontuoso ebellodi certoche mai fosse sbocciatocosì

ricco apparivacosì colmo di succhi potenti. Quel fiore egli colse esentendosi pervaso dallo spirito delle sue ricerche

scientifichescoprì che il fioreprodotto da una vita umanaeraessenziale alla perfezione della sua ricetta d'immortalità;

così si preparò la bevanda e diventò immo rtale nell'infelicità e neltormentosempre continuando a studiare e

diventando sempre più saggio e più infelice di epoca in epoca. A poco apoco scomparve dal vetusto castelloma non

già per sopravvenuta morte; si dice infatti che di generazione ingenerazione una striscia sanguinosa diventa visibile

intorno alla casa e talvolta si rintraccia fin su nel le camerecosì frescache si ha la certezza del suo passaggio poco

prima; ed egli cresce in saggezza come in solitudine di era in era. Tale laleggenda dell'orma insanguinatache io stesso

ho visto sulla soglia del castello. Quanto al fiorela pianta ne crebbe pervarii anni su dalla tomba; dopo un po'forse un

secolo favenne trapiantata nel giardino di Smithell's Halle conservatacon somma curae lo è tuttora. Poiché la

famiglia attribuisce una specie di sacralità o di maledizione al fiorenonla si può convincere a cederne i semi o a

lasciare che venga propagato altrovenon lo farebbe neanche se mandasse achiederlo il re. Si dice inoltre che esista

ancora nella famiglia una ricetta di immortalità del vecchio signoree chemolti suoi discendenti collateraliabbiano

provato a prepararlaistillandovi il fiore al fine di conferire la vitaperpetuama senza esitopoiché i semi del fiore

vanno piantati in un sepolcro fresco di un morto di morte cruentase sivuole che sia efficace».

* * *

Così finì la leggenda di Sibyl; Settimio rimase colpito da una certaanalogia con la leggenda indiana di zia

Keziahentrambe concernevano infatti un fiore cresciuto da una tombaerimase impressionato dalla coincidenza

formidabile: alla sparizione dell'antenato inglese corrispondeva la comparsaalla stessa epocadel primo antenato della

sua famiglial'uomo dagli attributi stregoneschidall'orma insanguinatalacui sparizione subitanea era diventata un

mitopoiché si credeva che il Diavolo se lo fosse portato via. Eppure lafolle tradizione si fece più folle nella fantasia

stranita e morbosa di Sibyldandogli la sensazione del carattere fantasticodella sua attuale ricerca e l'impressione che

impegnandocisi s'era sviato in una regione da tempo abbandonata allasuperstizionedove le ombre dei sogni.30

dimenticati si perdono dopo che gli uomini se ne sono disfattila regionedei culti tramontatidove finì il grande Pan

allorché morì al mondo esteriorelimbo in cui si smarriscono i viviallorché s'illudono d'essere al colmo

dell'avvedutezza e della sapienza e dal quale è ben raro che essi ritrovinola strada per tornare al mondo reale. Visioni di

ricchezzadi famadi filantropiatutte vi trovano posto e vi errano senzamai scontrarsi.

Quando Settimio considerava la questione nel suo stato d'animo attualeglipareva di ritrovarsi appunto in un

limbo del genere e che la leggenda di Sibylcosì folle all'apparenzaforsesi attagliava alla sua vita presente; Sibyl

stessa aveva infatti l'aria di un'illusione come anchestranamenteziaKeziahche egli aveva conosciuto per tutta la vita

con i suoi tratti domestici e strambi; il truce dottorecol suo cognac e lasua pipa gli faceva lo stesso effetto e tutti

costoro facevano sembrare la sua casetta così familiare un edificio irrealedella sostanza dei castelli in ariae la terra

che calcava qualcosa d'inconsistente; la tomba poi che egli sapeva contenerei resti corrotti d'un bellissimo giovane era

nulla più d'un turgore fittizioillusione dei suoi occhi. Irreale ognicosatutto illusorio! Era un'illusione anche Rose

Garfieldcon la sua quotidiana avvenenza ed il suo brio quotidiano ed il suoquotidiano coraggio? In breveegli

attraversava uno di quei momenti che tutti sentono (io almeno ne possotestimoniare) allorché lo spettacolo della vita

reale oscillastridecrolla e pare sul punto di essere infranto e dispersocome l'immagine riflessa in un liscio stagno

allorché ne turbiamo lo specchio placido gettandovi un sasso; e benché lascena subito si ricomponga e appaia reale

come primaun dubbio ossessivo aleggia ormaiper tutto il tempo cheviviamodomandando: «Sarà davvero stile? Ne

sono sicuro? Sono certo di non sognare? Eccosi rimette a tremareè perdissolversi».

* * *

Applicandosi con somma diligenza al suo tentativo di decrittazione einterpretazione del manoscritto

misteriosoadoprandosi con tutta la sua mente ed il suo vi goreSettimionon mancò di raggiungere un certo quale

lusinghiero successo.

Molta parte del manoscrittos'è dettoera in scrittura inglese arcaicabenché i caratteri fossero così rozzi e

informi che ci voleva parecchia fatica a risolverli in lettere alfabetiche oa credere che fossero altro che macchie e

scarabocchi arbitrari e miserandi tracciati sulla carta gialla; senzasignificatovaghicome i germi nebulosi e maldefiniti

d'un pensiero che si profilano nel nostro cervello prima di rivestirsi diparole. Comunquea mano a mano che egli si

concentravale parole pigliavano una forma più distintacome nebulose altelescopioora erano inglesi e ora latine

stranamente rappezzateinsiemequasi l'autore fosse tanto adusato aadoprare la lingua in cui la scienza del tempo

veniva di solito espressada mescolarla inconsciamente col volgare o dausare l'una o l'altro a caso. C'era anche un po'

di greco. Poi spesso interveniva il cifrarioal cui studio Settimio si eradedicato per qualche tempo con l'aiuto dei libri

presi in prestito alla biblioteca universitarianon senza esito. Infattiosservandolo da pressogli parve che non fosse

stata intenzione dello scrittore celare davvero ad uno studioso serio ilsenso di ciò che aveva scrittoma piuttosto

chiuderlo in una specie di forziere la cui chiave fossero la diligenza el'intuito; il ricercatore acquistava il diritto a

possederne poi il tesoro se greto in grazia dell'applicazione intellettualenecessaria a sceverarne il significato.

Pur fra un cumulo di cose nebulose egli scoprì che il documento constavasoprattuttocontrariamente a ciò che

egli aveva immaginatodi certe regole di vita. L'avrebbe potuto scambiaread un esame casualeper un trattato di

saggezza pratica dedicato da qualche uomo di mente profonda e sagace ad ungiovane per il quale sentisse un interesse

tanto sicura e buona era la sua dottrina di vitatanto eccellenti lemassimetanto sapiente la trattazione delle varie

materie via via affrontate. Somigliava una sinossi della sapiente regola divita di un filosofo antico. Ma considerando

più a fondo e senza artificio la questioneSettimio non era poi tantosoddisfatto. È vero: tutto quanto vi si diceva non

era affatto in disaccordo con le leggi della morale socialenon era maiprivo di saggezzama anzi appariva accorto e

sagace né sembrava violare le norme dell'umanitàeppure qualcosa era statotralasciatoqualcosa risulta va

insoddisfacente. Che cosa? Un freddo incantò ne emanavauna magia non difuoco ma di gelo e Settimio diventò un

esempioun riflessodi quella potenza nella misura in cui a poco a pococominciò a non accorgersene neanche più. Lo

scritto gli pareva opera di un uomo di somma saggezza ed esperienza di mondoquale l'autore dell'Ecclesiaste; era

infatti pie no di veritàma della verità che non migliora gli uominipurrendendoli forse più calmie sotto la quale i

germogli della gioia si raggricciano come le tenere foglie in una brinata.Che cosa c'era di sinistro nel documentoche

faceva svanire lo spirito giovanile di Settimio a mano a mano che leggeva?Quale mano di ghiaccio l'aveva scrittoda

raggelare ed estirpare il cuore del lettore? Settimio non si accorgeva diquesta caratteristicao almenodopo poco tempo

cessò d'accorgersenepoiché leggendo via via si sentiva pervaso da unsenso di calma soddisfazionequale non aveva

mai provato dianzi. La mente sembrava rischiararsila sensibilità acuirsila realtà delle cose crescere a segno che gli

pareva di poter toccare e maneggiare tutti i suoi pensieripalpandone icontorni e la circonferenzaconoscendoli con

sicurezzaquasi fossero oggetti materiali. Non che tutto ciò si ritrovassenel documento stessoma studiandolo a fondo e

ricreandone in certo senso a proprio beneficio il significato a partire damateriali illeggibilicoglieva la temperie della

mente del vecchio autoredopo l'immenso periodo di tempo in cui quelladisposizione d'animo era rimasta celata nel

manoscritto ammuffito e stantio. Egli ne era magnetizzato: un intellettopossente agiva potentemente su di luiforse un

qualche incantesimoun mistico ínflusso intrideva la carta stessamescolato all'inchiostro gialloe ne emanava a furia

d'esse re come premuto e soffregato dal giovaneche vi si applicava contutta la sua forza e con la massima intensità

mentale; così anche il fatto di maneggiare la cartadi curvarvisi sopra edi respirarvi sopra produceva il suo effetto.

Non è in nostro potere e nemmeno è fra i nostri desideri offrire la formaoriginale o lo spirito di una produzione

che è meglio resti perduta essendo l'espressione d'un intelletto umanooriginariamente assai dotato e capace di grandi.31

cosema completamente deviatoa causa della stessa sua sottigliezza: avevainfatti ceduto alle tentazioni della parte

inferiore della sua natura per aver convertito la sua spiritualità in unasagacia acutissima rivolta alle cose inferiorial

punto che essa era del tutto scaduta ma in un modo tale che non sembravascaduta per niente né a se stessa né

all'umanitàma appariva anzi saggia e buona e conforme ai fini che puòproporsi l'intelletto nell'ambito dell'esistenza e

dimostrava inoltre che la vita terrestre è buona e ingloba tutte le esigenzeed i possibili sviluppi della nostra natura.

Tutto ciò sarà bene dimenticarloè meglio che venga bruciatomeglio chenon venga mai più rimeditato e tanto più

perché di aspetto così saggio e perfino lodevole. Ma dobbiamo preservarnecerte regole di vita e di dietetica morale non

espresse direttamente nel documentoma chea misura che questo eraassorbito dalla mente di Settimiovenivano come

precipitando dalla ricca soluzionecristallizzandosi in diamanti. Eraegliscoprìuna dietetica moraleper così dire

grazie alla cui osservanza avrebbe dovuto attingere l'immortalità terrestrele cui prescrizioni materiali erano date dalla

ricetta checon l'aiuto del dottor Porstoaken e della zia Keziahave vagià abbastanza soddisfacentemente messo in

chiaro.

«Mantieni il tuo cuore al ritmo di settanta battiti al minutoogni eccessorispetto a tale misura consuma la vita

troppo velocemente. Se la tua respirazione è troppo celereconsidera chehai peccato contro l'ordine naturale e la

moderazione. Non bere vino o bevanda forte e osserva che questa normaacquista il suo massimo valore nel suo

significato simbolico.

«Indugia ogni giorno al sole e lascia che ti si posi sul cuore. Non correrenon saltarema cammina con passo

fermo e conta i passi che fai ogni giorno.

«Se mai senti un movimento nel cuoresubito sosta e analizzalofissa su diesso il tuo occhio mentale e

domandati il perché di una tale commozione. Non odia re uomo o donna; nonessere adiratosalvo talvolta il sangue ti

paia un po' freddo e torpido; stronca tutti i sentimenti aspri che sono unveleno per te. Se nella ve glia o nel sonno hai

pensieri di contesa o di cosa sgradevoleprocura quietamente con te stessodi scordarlo. Non avere amicizia con un

uomo imperfetto o di cattiva salute o di passione violentao comunque dicarattere tale che ne turbi l'esistenzasì da

esercitare un in flusso conturbante sulla tua. Non stringere la mano anessunoperché in tal modose vi è del male

nell'uomopotrebbe trasmettersi a te.

«Non baciare donna le cui labbra siano troppo rosse e non guardarla se ètroppo vezzosa. Non toccarne la mano

se i tuoi polpastrelli vibrano sia pur di poco al contatto con quelli di lei.In genere evita la donnache può essere un

influsso conturbante. Se l'amitutto è finitoe saranno vane tutte le tuefatiche e pene.

«Compi qualche misura di bene e gentilezza nella vita quotidianapoiché neproviene un senso lievemente

piacevole che parrà riscaldarti e dilettarti con lodi rallegranti di temedesimoe tutto ciò che riconduca a te stesso i tuoi

pensieri rafforza quel principio centrale grazie alla cui crescita otterraiuna vita senza termine.

«Non agire in modo manifestamente malvagioquesto potrebbe sempre piùinfluenzarti corrodendoti nel corso

degli anni. Non compiere un atto buono che sia stolto: potrebbe mutare i tuoicostumi sapienti.

«Non mangiare carni pimentate. Pollastri novelliagnellini di lattefruttapane di quattro giornilatteburro

freschissimorenderanno giovanile il tuo tabernacolo corporeo.

«Distogli gli occhi e partiti da gente malatasciagurata e afflittadiscordante da ciò che dovrebbe essere la

normada persone di mente stravoltadi umor malinconicodi gioiastravagantenonché dai fantolini che stanno

mettendo i dentidai cadaveri.

«Se ti infastidiscono mendicantifalli allontanare dai servitorie turitirati dove non te ne giunga la voce.

«Fanciulli piangenti e malaticci ecome s'è dettofantolini che mettano identi evitali con cura. Bevi il fiato di

bambini sani quanto più spesso ti sia datoè utile per il tuo fine; ancheil fiato di prospere donzellese la cosa ti è

possibile senza commovimento della carnebevilo come pozione mattutina emedicinale; altresì il fiato delle vacche

allorché tornano di sera dai campi.

«Se vedi la povertà umana o la sofferenza e ne resti turbatoprocura conmoderazione di sollevarlepoiché in

tal modo il tuo umore sarà cangiato in una piacevole lode di te medesimo.

«Abituati ad un certo qual sorriso perpetuopoiché la sua tendenzainfluirà sul tuo essere dandogli

compostezza e ti eviterà un eccessivo logorio.

«Non scrutare se per avventura tu abbia un capello grigionon osservare lafronte per vedere se ci scopri una

rugané l'angolo dell'occhio per scoprire se è grinzoso. Tali cosesebadi ad essevigoreggiano e crescono.

«Nulla desiderare con troppo fervoreneanche la vita; ma trattienila conforzatranquillitàincrollabilmente

perchéfintanto che tu sia risoluto a viverela Mortecon tutta la suaforzanon avrà potere su di te.

«Non camminare sotto rovine in biliconé sotto case in costruzionenéarrampicarti in cima ad un albero di

navené accostarti all'orlo d'un precipizioné metterti sulla linea delfulminené attraversare il fiume in pienané

viaggiare per marené cavalcare un cavallo bizzarroné farti prendere dimira con una frecciao da una spadae schiva

il caso di una morte violentache è odiosa e contraria a tutte le norme disaggezza.

«Recita le tue preghiere all'ora di coricartise ritieni che ciò sia perdarti un più profondo sonnoma non

lasciarti turbare se te ne dimentichi.

«Cambia ogni giorno la camiciain tal modo rigetti la marcescenza delgiorno dianzi e t'imbevi della

freschezza mattutinaodorando altresì rose e altri fiori fragranti ebeneficiin modo da vivere grazie a ciò più a lungo. A

tal ne sono fatte le rose.

«Non leggere sommi poetipoiché sconvolgono il cuore ed il cuore è unterreno chetroppo smossoè proclive

a emanare vapori nocivi»..32

Tali erano alcuni dei precetti che Settimio raccolse e ridusse in formadefinita da codesto mirabile documento

ed egli ne apprezzava la saggezza e chiaramente vedeva che dovevano essereessenziali all'efficacia della medicina cui

erano collegate. Di per se stesse già parevano capaci di prolungarel'esistenza per un tempo indefinito essendo concepite

con tanta sapienza e applicandosi così bene alle cause che quasiinevitabilmente consumano questa povera breve vita

dell'uomo anni e anni prima che la sconquassata costituzione ricevuta daipadri lo porti alla morte. Si considerava

pienamente compensato per la fatica durata e per le pene sofferte anche sel'unico risultato fosse stato l'apprendimento e

l'apprezzamento adeguato di codeste sagge norme; continuamente altre veritàea quel che mi constapiù profonde e più

pratiche vennero sviluppandosi a mano a mano che egli leggeva il manoscritto;inveroper piccolo che paresseSettimio

pensava che al confronto appariva scarso il più ponderoso infolio della bibliotecauniversitaria. Era come grondante

stillava gocce preziose e fragranti ogni qualvolta egli lo cavava dalloscrittoioemanava sapienza come le fiale di

profumo chebenché piccole all'apparenzaeffondono un'aerea dovizia difragranze per anni e anni di seguito

spargendo le loro virtù a volumi in calcolabili di vapore invisibilerestando tuttavia sempre di quantità uguale benché si

elargiscano senza risparmio; ogni qual volta egli voltava i fogli ingiallitipezzi d'orodiamanti cospicuiperle preziose

parevano caderne.

Ed ora seguì una sorpresa cheper quanto felicegli riuscì quasiintollerabilepoiché gli fece battere il cuore

molto più in fretta di quanto prescrivessero le savie re gole del suomanoscritto. Salendo il collementre l'estate si

andava estinguendo (era parecchio che non vi si recava) e costeggiando iltumulo fiorito come aveva già fatto tante

centinaia di voltevi scorse nientemeno che un fiore nuovocresciuto mentreegli compulsava il manoscritto con tanta

solerziae ora fiorito con i petali dispiegatisbocciato alla perfezionecoperto di rugiada mattutinain attesa di offrirsi a

Settimio. Tremò vedendoloera quasi impossibile a sopportarecosì bellosuperboelegantemisterioso e stupendo.

Simile ad una personaad una vita! Donde proveniva? Ne stava discostoguardandolo con stuporetremando al suo

cospettopensando alle leggende sentite da zia Keziah e da Sibyl Dacy; eadesso il fioresimile a quello di cui

parlavano le folli tradizioniera spuntato da un sepolcroda un sepolcrodove egli aveva deposto un uomo da lui stesso

ucciso.

Il fiore era del più ricco carminioilluminato da un centro aureo dibellezza perfetta e solenne. Secondo le

migliori descrizioni finora da me ottenuteera più simile ad una dalia dinessun altro dei fiori che conoscoeppure non

mi soddisfa crederlo di codesta specieperché la dalia è senzacaratteristiche spiccate sia di vivacità come di malignità

e questo fiore trovato da Settimio in modo così stranoaveva l'una el'altra. Se ho capito beneaveva una fragranza che

alla dalia mancae nel suo centro si celava qualcosaun misterochenemmeno in pieno rigoglio si sviluppava così

completamente come la dalia priva di cuore ma non disonestamente reticente.

Ricordo d'aver visto in Inghilterra un fiore a Eaton Hallnel Cheshireinquei meravigliosi giardiniche forse

era come questoma il ricordo che ne serbo non è abbastanza nitido dapermettermene una descrizione che vada di là

dall'osservazione che era cremisino con un bagliore aureo al centroin partenascosto. Aveva molti petali di grande

ricchezza.

Settimiochinandosi avidamente sulla piantas'accorse che quel fiore nonera l'unico che essa era destinata a

produrre quella stagione; anzice ne sarebbero stati a doviziauna messelussureggiante come se la progenie purpurea di

quell'unica pianta dovesse ricoprire l'intero tumulocome se il giovanemorto avesse voluto erompere in una

risurrezione di tanti fiori purpurei! E nel suo cuore velatoinoltrec'eracome un mistero quasi di mortebenché esso

sembrasse avvolgere qualcosa di splendido e di aureo.

Un giorno dopo l'altro lo strano fiore cremisino fiorìsempre piùabbondantementefinché parve ricoprire il

tumuloche divenne un letto di tali oriquasi avesse volto tutta la suacapacità a produrli; le altre piantepensò Settimio

parevano ritrarsene lasciandole il posto quasi indegne di competere con laricchezza e la gloria e il valore della loro

regina. La fervida estate vi s'immergeva con ardorela rugiada e la pioggiala servivano ed il suolo era ben opimo

avendo un cuore umano contribuito con i propri succhiun cuore la cui focosagioventù era inzuppata nel suo sangue

talché la passionegli amori insoddisfatti e le nostalgiel'ambizione chenon raggiunse il suo finei teneri sogni e

palpitile irele bramegli odiitutti concentrati dalla vitavigermoglia vano e la sua mis teriosa natura con le sue

ombre e le sue venaturecelava un significato particolare in ciascun fiore.

Le due donzelleallorché salirono la volta seguente sul poggioscorsero lostrano fioree Rose l'ammirò e ne

stupìma ne stette lontanosenza mostrarsene attiratama anziindefinibilmente ne sembrava respintaquasi lo credesse

un fiore velenoso; comunque non provava alcun desiderio di portarlo sulpetto. Sibyl Dacy l'esaminò da vicinone toccò

le fogliel'odoròlo guardò con occhio di botanica e infine fece notare aRose: «Certo cresce bene su questo terreno

nuovomi ha l'aria di una nuova vita umana».

«Che cos'è questo strano fiore?» domandò Rose.

«La Sanguinea sanguinissima»disse Sibyl.

Avvenne intorno a questo tempo che la povera zia Keziahnonostante l'usocostante dell'amara sua mistura

stesse assai male di salute. Era d'uno sgradevole colore gialloaveva gliocchi iniettati di sanguesi lamentava

atrocemente di dolori interni. Nel muoversi era scossa da un sobbalzoreumatico e la si udiva borbottare che avrebbe

voluto avere un manico di scopa per volarvi soprae si fasciava la testa conuna tovaglia o con quel che sembrava una

tovagliastandosene seduta in cucina accanto al fuoco perfino nei giornicalditutta curvachina come se volesse

assorbirne la vampa nel suo povero vecchio cuore o stomaco intirizzitoconun rantolo dispettoso e risentito a ogni

respirocome lottando con le sue infermità; e continuamente fumava la pipacome espellendo il soffio del suo male

visibilmente in quel tanfo; e talvolta borbottava una preghierinama semprela malvagitàl'amarezzal'acredine.33

l'irritazione della sua disposizione naturale soverchiava la buona volontàacquisita che la costringeva a pregare; in

conclusionesembrava che stesse imprecando con tutta la sua reumaticaviolenza. Per tutto il tempo una vecchia brocca

di terracotta marronedal becco rottosormontata dal coperchio d'una teieranerafumava all'orlo delle braci e talvolta

ribolliva sbuffandocome gemesse e sospirasse di simpatia per la povera ziaKeziah e quando sospirava la cucina si

riempiva d'un gran vapore di odori vegetalinon del tutto gradevoli.Continuamentesarà stato una dozzina di volte

durante il pomeriggiola zia Keziah prendeva una certa bottiglietta da unsuo privato ripostiglioinsieme ad una tazza e

ad un cucchiaino d'argento di fattura anticacon cui si misurava trecucchiaiate d'un liquore che versava nella tazza già

colma a metà del decotto caldotrangugiandoloemettendo un grugnito disoddisfazione e mostrando per una mezz'ora

di trovare tollerabile l'esistenza.

Ma un giorno la povera zia Keziah si accorse di non riuscire più a farlo; unpo' per il reumatismoun po' per

altri malanni o debolezzee in parte causa il dolo roso abbattimentonon cela fece più ad arrabattarsi e si mise a letto;

sul prestola mattinaSettimio udì bussare spaventosamente alla portadella camera di leiche era proprio sopra la sua.

Era l'unica persona in casa e perciò lasciò con riluttanza i suoi studiche vertevano sulla ricettadi cui tentava di

scoprire le modalità di preparazioneesposte in maniera così misteriosache egli non sapeva determinare né la quantità

dell'ingredientené il procedimento di triturazionené la maniera diestrarne e combinarne l'essenza.

Accorrendo al piano di sopratrovò la zia Keziah sul lettoche gemeva condispetto e amarezza; era fin troppo

provvidenziale che un animo così ostile alla razza umana fosse costretto aduna quasi completa immobilitàpoiché

sarebbe stato consigliabile altrimenti star sene ad una considerevoledistanza da lei.

«Settibuono a nientevuoi startene lì a vedermi morire senza muovere undito?».

«Morirezia Keziah?» ripeté il giovane. «Spero di no! Che cosa possofare per te? Vado a chiamare Rosa? O

magari un vicinoo il medico?».

«Nosciocco!» disse l'inferma. «Tu puoi fare tutto ciò che potrebbe fareun altrocioè mettere la mistura sul

fuoco in cucina finché cominci a evaporare e stia giusto per bollirepoiversare tre cucchiaini di liquore o magari anche

quattrodato che sto così malein una tazza e riempirla a metào interadato che sto così malecome già ti ho detto;

versa sei cucchiaini di liquore in una tazza colma della misura e portamelaal più prestoe non rompere la tazza e non

versare la mistura preziosa perché Dio sa quando potrò recarmi nel bosco araccoglierne ancora. Ahi! Ahi! Questo è un

mondo crudele e miserabile ed io sono la più miserabile creatura fra tutte.Fa in frettabuono a nientefa come ti ho

detto!».

Settimio s'affrettò a scenderema nel farlo gli attraversò la mente unpensiero checosì gli sembravaavrebbe

potuto riuscire di molto giovamento alla zia Keziah oltre che alla causadella scienza e del benessere umano nonché ai

propri propositi in primo luogo. Qualche giorno prima aveva raccolto moltiesemplari del fiore bellissimomettendoli al

sole torrido a seccare e adesso gli sembravano nello stato delle erbeadoprate dalla vecchia. Se davvero quei fiori erano

come egli aveva motivo di crederel'unico ingrediente mancante da centinaiadi anni nella ricetta della zia Keziahse

era questo che lo strano sapiente indiano aveva mescolato alla sua bevanda uncosì benefico effettoegli poteva

rimettercelo? E anche se non avesse ringiovanito l'amata zia Keziahalmenone avrebbe lenito i violenti sintomi e forse

le avrebbe prolungato la vita per annia sollazzo e diletto dei suoinumerosi amici.

Settimiocome la gente di mente studiosa e alacre in genereera incline afare esperimenti ed un'occasione

buona come la presentenella quale (così pensava) c'era ben poco darischiare e tanto da guadagnarenon andava

trascurata e perciòsenza indugi ulterioririmestò tre fiori purpureinella brocca di terracottala mise all'orlo del fuoco

agitò ben benee quando il contenuto cominciò a fumare e a cacciarepiccoli sbuffi scarlattie fu sul punto di bollire

dosò l'alcoolcome la zia Keziah gli aveva ingiunto di fare e colmò latazza.

«Questo le farà bene; non sospettapoveracciaquale medicina rara ecostosa le sarà propinata. Ciò la rimetterà

in piedi».

Il colore era un po' mutatoegli pensòrispetto al decotto solito dellazia Keziah; invece che d'un giallo torbido

era quasi un rossotanto l'avevano tinto i petali del fiore; non un rossobrillantené in alcun modo d'aspetto invitante.

Settimio fiutò e credette di distinguere un poco del ricco sentore dellapiantama non ne era sicuro. Si domandò se

dovesse assaggiarnema gli tornò alla memoria violentemente l'orribilesapore del decotto della zia Keziah e ne dedusse

che in punto di morte forse si sarebbe fatto coraggio e l'avrebberiassaggiatoma soltanto la speranza d'una vita

pluricentenaria poteva compensare un altro sorso di quell'amaro violento erepellente. A zia Keziah piacevae poiché lo

aveva preparatoche se lo bevesse pure.

Salì al piano superioreattento a non versare un goccio dalla tazza che eracolma fino all'orlo e si avvicinò al

letto della vecchia la quale giaceva rantolando come prima e scoppiò in ungracidio dispettoso allorché egli fu a portata

di voce.

«Non te ne importa niente che io viva o muoia» ella disse. «Sei rimasto adaspettare sperando che io mo rissi

per risparmiarti altre fatiche».

«Neanche per sognozia Keziah» disse Settimio«ecco lo medicinache horiscaldatodosato e mescolato

come meglio ho saputo e credo che ti farà un gran bene».

«Non vuoi assaggiarneSetti caro?» disse la zia Keziahammansitadall'elogio del suo amato intruglio. «Bevi

tu per primocaroin modo che le mie vecchie labbra malate non locontaminino. Hai un aspetto pallidoSettimio e

questo ti farà bene».

«Nozia Keziahnon ne ho bisogno e sarebbe un peccato sprecare la tuapreziosa bevanda» egli disse..34

«Non sembra della tinta giusta» disse zia Keziah prendendo la tazza inmano. «Devi averci fatto cadere della

fuliggine». E poiportandola alle labbra: «Non ha l'odore giusto. Mahpoveretta me! Come posso sperare che qualcuno

all'infuori di me prepari come si deve questa bevanda preziosa?».

La trangugiò in due sorsate; pareva che la buttasse giù più in fretta delsolitola squisitezza del sapore non

sembrava invogliarla a centellinarla.

«Non l'hai fatto a puntinoSetti» ella disse in tono più blandopoichésembrava che sentisse il solito effetto

lenitivo della pozione«ma farai meglio la volta prossima. Aveva uno stranosaporeo è la mia bocca che non discerne

bene? Tempi duri per la povera zia Kezyse non coglie più il sapore dellamedicina chegrazie alla Provvidenzale ha

già salvato la vita tante volte».

Restituì la tazza a Settimiodopo aver contemplato con una certa curiositàil fondiglio.

«Ha l'aria d'un fiore di sanguinaria canadese» ella disse. «Forse non ècolpa miadopo tutto. Ieri pomeriggio ho

raccolto un fascio di erbele ho messe a mollo e forse ero un po' ciecaperché si era fra il lusco e il bruscoe la luna già

splendeva su di me prima che avessi terminato. Pensai a come le stregheraccoglievano in questo tempo i loro velenie

quali piacevoli usi ne facevano. Ma sono pensieri peccaminosiSettipensieri peccaminosi! E perciò dirò una preghiera

e tenterò di addormentarmi. Mi sento tutta assonnata all'improvviso».

Settimio le rimboccò le coperte sulle spalle perché si lamentava del freddoemessole il bastone a portata di

manoscese in camera e riprese i suoi studi tentando di ricavare da quegliarcaici geroglificiai quali era ormai così

abituatoil metodo preciso per la preparazione dell'elisir d'immortalità. Avoltecome usano gli uomini immersi in

profondi pensierisi alzava dalla sedia e faceva quattro o cinque passi chelo portavano da un angolo all'altro della

camera. Una di quelle volte gli capitò di lanciare un'occhiata al piccolospecchio appeso tra due finestre e lo sorprese il

pallore del proprio viso. Era davvero sbiancato. Settimio non era per nienteun bellimbustoera incurante nel vestire

anche se poi il suo abbigliamento prendeva un aspetto involontariamentepittoresco che faceva risaltare la sua figura

smilza e agileforse causa il suo spontaneo gusto delle combinazionieredità degli avi indiani. Eppure molte donne

avrebbero scoperto un incanto in quella faccia cupa e pensosapiena di fuocoe di energia nascostianche se Settimio

non avrebbe mai pensato che potesse essere bella e di rado si specchiava. Oraperò era tratto a guardarla vedendola così

stranamente bianca e fissandola si accorse comedall'ultima volta chel'aveva considerataun solco o ruga o fossocome

meglio si sarebbe chiamatogli avesse inciso la frontepartendo dal nasoper salire fino al centro della fronte. Egli

sapeva che il suo pensiero meditabondola sua risolutezza feroce e aspralasua incessante concentrazione di tanti mesi

erano venuti scavando quel solco e avrebbe dovuto essere uno specifico benpotenteun'acqua salutifera capace di

stenderlo e di restituirgli la giovinezza e l'elasticità se polte dentroquella tomba profonda.

Ma perché era così pallido? Aveva l'aria d'essere stato atterrito daqualche cosa di orridoda un cada vere nella

camera vicinaad esempioo dal presentimento dell'imminenza di qualcosa delgenere; non avvertiva alcun brivido per

il corpo né traccia di terrore nel cuore; e perché mai d'altronde avrebberodovuto esserci? Sentendosi il polsoriscontrò

un battito robustoregolare. Non era malato né spaventatoné s'aspettavadi provar dolore. E allora perché quello

spettrale pallore? E perchéinoltreo Settimiotentavi con tantaattenzione di cogliere un qualche suono dalla stanza

della zia Keziah? Perché salisti furtivo in punta di piedi unadue o trevolte nella camera della vecchiaposando

l'orecchio sulla toppa e ascoltando col fiato corto? Ebbene forsesubcoscientemente egli si rendeva conto di aver tentato

un esperimento audaceusando quella povera vecchia come cavianellasperanzabenintesoche tutto riuscisse bene

eppure per dei fini ben diversi dall'interesse che poteva avervi lei. E chemale c'era? I medici lo fanno sempre ed egli

per l'occasione era un medico. Ma perchéalloraera così pallido?

Sedette cadendo in una fantasticaggine suggerita in parte forse da quel gransolco di cui si è parlatoche gli

segnava la fronte. Si domandò se le sue ricerche non gli avessero consumatola vita con particolare rapidità tanto che

forsea meno di non ottenere subito un successonon avrebbe più saputorinnovarla; infattiscrutando sìe

considerando il proprio modo di esseregli venne una strana fantasiache ilcuore gli si andasse inaridendoe che

doveva infondervi una certa umiditàse no si sarebbe ridotto ben prestocome una foglia vizza. Anche a supporre che la

sua ricerca fosse vanaquale spreco andava facendo dello scarso tesoro didorati giorni tutti suoi.

Si poteva chiamar vitaquesta che adesso menava? Così dissimile da quelladegli altri giovani? Così diversa

per esempio da quella di Robert Hagburn! Ieriera giunta notizia della parteeroica da lui avuta nella battaglia di

Monmouth e della promozione a capitano in seguito alla sua condottacoraggiosa.

Senza pensare ad una lunga vitaegli viveva veramente atti ed emozionieroiciin poco tempo godeva di molta

vita né temeva di sacrificare un'esistenza di neghittosi respiri all'estasid'una morte gloriosa!

[Appare evidente da un bozzetto scritto dell'autore che egli mutò il suopiano originario inteso a raffigurare

come fidanzati Settimio e Rosefacendo invece di questa una sorellastra enella copia destinata alla stampa tale

modificazione sarebbe stata introdotta].

Ma Robert oltretutto amavaamava la sorella di SettimioRosecogliendosenza dubbio una sensazione

d'immortalità in questo appassionato sentimento. Perché Settimio non potevaamare anche lui? Era forse vietato? No

ma quale donna avrebbe egli potuto amare? Qualein tutto il mondosarebbestata così adatta al suo cuore segreto e

pensieroso da poterla introdurre nelle sue stanze più misteriose e da poterpasseggiare con lei da una cavernosa tenebra

all'altra dicendole: «Ecco i miei tesori. Ti faccio padronatutti questibeni li dono a te?». E poisvelandole il suo grande

e segreto proposito di ottenere una vita immortale le avrebbe detto: «Anchetu l'avraila condividerai con me.

Cammineremo insieme lungo il sentiero infinito infondendo calo re nei cuori avicendae così saremo felici di vivere»..35

O Settimio! Tu stai violando quelle tue normele qualifredde come sonofurono pur tratte da una filosofia

sottile e ti assicurerebberosoltanto che tu le seguissitutto ciò chedesideri: ma se le infrangilo fai a rischio della tua

immortalità terrestre. Ogni palpito più caldo e rapido del cuore consumauna porzione corrispettiva della vita. Le

passionigli affetti sono un vino cui non ci si dovrebbe abbandonare.L'amore soprattuttoessendo per essenza

immortale non può essere contenuto a lungo in nessun corpo terrestremaanzi tende a logorarlo con la sua energia

occultaper quanto paia invece dolcemente rinvigorirlo. Perciò freddo deviessereo Settimionon devi desiderare

intensamente e appassionatamente nemmeno questa immortalità che ti sembracosì necessaria. Altrimenti il desiderio

impedirà il proprio appagamento.

Intanto a distrarlo da codeste rapsodie Rose tornò a casa e vedendo che ilfocolare della cucina era freddo e zia

Keziah assentee che sul fuoco già in procinto di spegnersinon c'eranessuna traccia del pranzo ma soltanto la famosa

brocca di terracotta che vaporava mandando sbuffi protratti e sgraziatibussò alla porta di Settimio domandandogli che

cosa fosse successo.

«Zia Keziah l'ha vista brutta» disse Settimio«e si è messa a letto».

«Povera zietta» disse Rosepronta come sempre al la compassione. «Corrosubito su a vedere se ha bi sogno di

qualcosa».

«NoRose» disse Settimio«si è certamente addormentata e si desterà ingamba come sempre. Le

dispiacerebbe molto se tu perdessi la lezione del pomeriggio scuolaeperciò sarà meglio che apparecchi con quel che

rimane del pranzo di ierilasciandomi qui a curare la zietta».

«Bene» disse Rose«certo lei preferisce tema se fosse davvero ammalatarinuncerei alla scuola per

accudirla».

«Senza dubbio» disse Settimio«domani sarà di nuovo affaccendata percasa».

Così Rose fece il suo pasto frugalecomposto soprattutto di porcellana e dialtre erbe dell'orto che la zia

parsimoniosa aveva preparato a bollire e tornò come al solito a scuola; ziaKeziahcome s'è dettomai aveva

incoraggiato le tenere cure di Roseil cui carattere donnescamente ordinatocon la sua cerchia ben delineata di doveri

quotidiani compiuti con zelol'aveva sempre colpita come troppo spento;tant'èuna volta le aveva detto: «Non sei una

donna indianaragazza miae da te non si caverà mai una strega». Nonpermetteva a Rose neanche di mettere il té a

macerare o di renderle nessun altro serviziobenché non si astenessecertamente dall'esigere da lei una congrua parte dei

lavori domestici.

Settimio era seduto nella sua camera ed il pomeriggio andava volgendo allafine; per un motivo o per l'altro o

forse anche senza motivo di sorta non uscì a prendere una boccata d'arianon aerò i suoi pensieri sul colle come di

solitoe sedeva cogitabondomeditandoguardando il suo misteriosomanoscritto allorché udì la zia Keziah che si

muoveva nella camera di sopra. Prima cominciò a scuotere una sediapoicominciò a battere lentamenteregolarmente

con il bastone lasciato da Settimio accanto al lettoil che stranamente lospaventò; il cuore gli si accelerò ben oltre le

settantacinque pulsazioni al minuto cui era tenuto dalle sagge norme che eravenuto assimilando. Sali di corsa al piano

superiore ed ecco la zia Keziah seduta sul lettocon faccia selvaggiacosìselvaggia che l'avresti detta in procinto di

volar su per il camino; la chioma grigia era sconvoltagli occhi fissilemani tese in avanti in atto di ghermireululava

di dolore e di inquietudine.

«SettiSetti!» ella disse «Setti caro! sei ben sicuro di ricordarti comesi fa quella bevanda preziosa?».

«Benissimo» egli risposeassai allarmato dall'aspetto di leimamantenendo una compostezza di lineamenti

veramente indiana. «Lo trascrissi e potrei recitarlo ad dirittura a memoria.Vuoi che ne prepari un'altra brocca? L'altra

l'ho buttata via».

«Ed hai fatto beneSetti» disse la povera vecchia«perché avevaqualcosa che non m'andavama non ne voglio

altrasto andandomene di gran carriera da questo mondodove tu e questapreziosa bevanda eravate i miei unici conforti

e tesori. Volevo sapere se ti ricordavi la ricettaquesto è l'unico beneche ho da lasciarti e più ne bevi meglio sarà. Bada

soltanto a prepararla come si deve».

«Zietta carache cosa posso fare per te?» disse Settimioassaicosternatoma sempre con calma. «Lascia che

corra a chiamare il medicoo i vicini! Bisognerà ben fare qualcosa».

La vecchia si contorceva come terribilmente soffrendo nelle viscere eghignava e distorceva la gialla bruttezza

del viso e rantolava e ululava; tuttavia combatteva contro il suo tormentocon una feroce pertinacia senza cedere d'un

palmo pur concedendosi il sollievo di inveire con furia selvaggia; erapiuttosto un grido di sfida che un'implorazione di

misericordia.

«Né medico né comare!» ella disse. «Se non mi poté salvare la miabevandache possono fare le sciocche

pillole e le polverine d'un medico? E una comare poi! Se fosse viva lavecchia Marta Dentonla stregasarei contenta di

vederla. Ma le altre! Bah! Ahiahi! Oh! Ah! Settiche sollievo se potessimettermi adesso a bestemmiare un pochino

scuotendo il pugno contro il cielo! Ma sono cristianaSetti! Unacristiana».

«Vuoi che mandi a chiamare il sacerdotezia Keziah?» domandò Settimio.«È un uomo buonoe anche

saggio».

«Niente sacerdote per meSetti» disse zia Keziahululando come sequalcosa la soffocasse«potrà essere un

uomo buono e anche saggio ma non è abbastanza saggio da conoscere la via cheporta al mio cuoree non c'è stato mai

un uomo capace di tanto! AhSettisono cristiana sìma non come le altrecristiane e sono felice di andarmene da

questo stupido mondo. Non sono stata cattiva e posso vantarmeneperché misarebbe andato più a genio d'essere

cattiva. Che vita deliziosa doveva essere quella della stregaquando partivasu per il camino a mezzanotte inforcando la.36

scopaper poi guardare dall'alto del cielo il villaggio assopitocon ilcampanile puntato contro di lei che poteva

toccarne il galletto d'oro della banderuola! Tu in estasi e sotto di tel'umanità tardainnocentesobria; la moglie che

dorme accanto al maritoo la madre accanto al bambino con lo stomacoborbottante; il buon uomo che sospinge la

mandria e l'aratro. Tutti così innocenticosì scemicon i loro giornimonotoni uno simile all'altrol'uno dopo l'altro. E tu

su nei cieliche t'affretti verso un qualche angolo della foresta! Aheccochi è? Un mago! Ahah! E dire che laggiù è

noto come diacono! Ecco Goody Chickeringche ha mandato a letto cosìtranquillamente i ragazzini dopo le preghiere!

Ecco un indianoecco un morohanno tutti uguali diritti e privilegiin unraduno di streghe. Sciohil vento spira gelido

quassù! Perché l'Uomo Nero non combina l'adunata accanto al suo focolare?Ohoh! Povera me! Ma io sono cristiana e

non una strega! Peròdovevano essere tempi grandiosi quelli!».

Certo fu un fervoroso vagabondaggio della mente che trasportò la poveravecchia in questa arcaica trasvolata

stregonesca e fu curioso e pietoso vedere con quale compunzione tornò insébiasimandosi per aver mostrato di

preferirecom'era inevitabile per una natura selvaggia quale la sualamalvagità sfrenata alla bontà insulsa. Ora tentava

di ricomporsi e di parlare ragionevolmente e piamente.

«Ah Settimioragazzo mio caronon cedere mai alla tentazionenonacconsentire a essere un magoanche se

l'Uomo Nero ti persuadesse con tutta la sua forza. Per ché tentarti titenteràlo so io. Ha tentato me ma non ho mai

cedutonon gliel'ho mai data vinta e neanche tu devi cedereragazzo miotucon la tua carnagione fosca e la tua fronte

cogitabonda ed il tuo occhio velato salvo quando ne scocca una vampa difuocosei proprio il tipo che lui cerca fra tutti

e che dopo gli serve a puntino. Non lo fareSettimio. Certose tu potessiessere un Indianoquella si che sarebbe vita

altro che questacosì addomesticatache meniamo noi. Io la preferireiquesto è poco ma sicuro. Bello sarebbe stato

passare l'esistenza errando per i boschiodorando i pini e l'assenzio e cosefresche tutto il giornosenza lavori di cucina

senza dover attizzare il fuoconé spazzare in terrané rifare i lettidormendo su fronde fresche nella capannadove le

foglie sarebbero ancora attaccate ai rami con cui s'è costruito il tetto! Epoi vedere portare dentro il cervo dal cacciatore

pellerossacon il sangue colante dalla freccia conficcata! E che lotte! Eche scotennamenti! E magari una donna si può

insinuare carponi nella battaglia e si ruba un ferito e se lo scotenna e dopoviene lodata da tutti! O Setticome detestoa

pensarcil'esistenza smorta che conducono le donne! È così monotona lavita d'una bianca! Grazie al cieloper me è

fattaè finita! Se mai tornassi a vivereche io possa essere tuttaindianalo voglia il Creatore».

Dopo questo lungo sfogola zia Keziah stette quieta per qualche istantecongli scarni artigli stretti l'uno

all'altro e la gialla faccia ghignanted'aspetto quant'era possibile piodate le sue fattezze aspre e deformate dal doloree

Settimio s'avvide che era assorta in orazione. Tant'è: la vecchia gli sirivolse con una cupa tenerezza dipinta in volto e

tese la mano per farsela stringere. Egli afferrò il nocchiuto artiglio frale due palme.

«Setti carosento una gran pace e non credo che ci sarà motivo diturbamento per me nell'altro mondo. Non

sarà certo tutto un lavoro domestico e un tenersi a posto e un fare comefanno gli altri. Immagino che non dovrò

montare a cavallo d'un manico di scopalassù; questo sarebbe male inqualsiasi genere di mondoma ci saranno certo

dei boschi dove passeggiare e una pipa con cui aspirare l'aria del paradiso ealberi nei quali stormirà il vento e che si

potranno odoraretutte cose naturali e felici; e poi spero di vederci anchete un giornoSetticaro il mio ragazzo! Vieni

fra un po' di temponon vale la pena vivere per sempreanche se tuscoprissi ciò che manca nella pozione che ti ho

insegnato. Adesso spingo lo sguardo per una certa distanza nell'aldilàem'accorgo che è assai migliore di questo

pesante e sciagurato vecchio mondo dove stiamo adesso. Morirai quando verràla tua oranevveroSetti caro?».

Sìcara ziettaquando giunga l'ora» disse Setti mio«è probabile cheallora non avrò più voglia di vivere».

«Forse no» disse la vecchia. «Io sono ben sicura di non volerlo. Morire ècome addormentarmi sul letto di mia

madre. Sicchébuona nottecaro Setti!».

«Buona notte e che Dio ti benedicazietta!» disse Settimioaccecato da unfiotto di lacrime a dispetto della sua

natura indiana.

La vecchia si ricompose e giacque ferma e piena di decoro per breve tempo;poisollevandosi un pocodisse:

«Settimioc'era ancora un goccio della mia bevanda? Non che voglia viverepiù a lungoma se potessi pigliarne un

sorsoanche pocosento che entrerei nell'aldilà del tutto allegracolcuore così riscaldato? senza sentirmi timida e

vergognosa a dovermene andare fra estranei».

«Neanche un gocciozietta».

«Behnon importa! Quell'ultima tazza non andava del tutto bene. Aveva ungusto strano. Che cosa ci hai messo

dentroSetti caro? Non importa! Non importa! È una cosa ben preziosaasaperla combinare bene. Non scordare le erbe

Settimio. Ci era entrato dentro qual cosa di sbagliato».

Queste furono le ultime parole della povera zia Keziahsalvo certibofonchiamenticerti rantoli e bisbigli

inintelligibilied ella non visse molto dopo di ciòe infine mori con ungran sospirosimile ad una raffica di vento fra

gli alberidopo aver ancora una volta teso la mano ad afferrare quella diSettimio; ed egli rimase seduto a guardarla

stupefattoinorriditocommossointerdetto dalla morte di cui aveva unterrore così straordinarioe specie dalla morte di

questa creatura per la quale provava simpatia come per nessun'altra personavivente. Così restò seduto a lungole teneva

una manoe alla fine s'accorse che essa stava diventando fredda nella sua eche le dita già irrigidite lo ghermivano

come decise a ribadire il possesso e a non rinunciare al vincolo che erastato così peculiare.

Poiprecipitandosi fuorilo raccontò al primo vicinoche era la madre diRòbert Hagburnla quale chiamò a

raccolta un po' di comari e venne a prendersi cura della povera zia Keziah.Non ne parlavano con gran rispettotemoné

con gran dolorené con la persuasione che la comunità soffrisse una granperdita a causa della scomparsa di lei che era

a parere lorouna vecchia zitella beonafumatrice di pipabisbetica esecondo talunistrega ecomunquecon troppo.37

sangue indiano nelle vene per essere una qualcosa di buono; adesso speravanoche Rosa Garfield avrebbe fatto una vita

più gradevole e Settimio studiato da pretee che tutto sarebbe andato benee il luogo sarebbe diventato più allegro.

Trovarono la bottiglia della zia Keziah nella credenzal'assaggiarono efiutarono.

«Un rum dellaGiamaica come ne ho assaggiato pochi» disse la Hagburn«ed ecco la sua broccarottasul

focolare. Vuota! Mai mi potetti convincere ad assaggiarne ma adesso midispiace perché probabilmente nessuno saprà

più prepararne l'uguale».

Settimio frattanto si era recato sulla vettasuo rifugio ogni qualvoltal'atmosfera della casa sembrava troppo

oppressivae lassù passeggiò avanti e indietro con una calma eun'indifferenza di cui lui stesso si meravigliava; poche

cose al mondo sono così sorprendenti come la quiete superficiale che sistende sulla mente d'un uomo nei frangenti più

gravi: egli si crede allora perfettamente tranquillo e si rimprovera di nonprovare nienteproprio quando è tutto agitato

dalla passione. Mentre andava avanti e indietro Settimio guardava i sontuosifiori purpurei che parevano fiorire in una

pro fusione più che mai lussureggiante. Avevacon quei fiorifatto unesperimento e lo incuriosiva sapere se esso fosse

stato la causa della morte della zia Keziah. Non che ne sentisse rimorsoalcuno comunqueo che ritenesse d'aver

commesso un delittoanzi aveva inteso e voluto fare soltanto del bene. Credoche simili cose (ed ha da essere un medico

ben fortunato colui che non abbia combinato un guaio del genere nella propriaesperienza) non gravino mai con un peso

mortale sulla coscienza d'un uomo. Talvolta occorre rischiare in nome dellascienza e nei casi disperati bisogna rischiare

a prò del paziente stesso. Settimiopur amando la vitanon avrebbe esitatoa correre lui stesso il rischio cui aveva

sottoposto la zia Keziah; ose avesse avuta qualche esitazionesarebbestato soltanto perchéqualora l'esperimento

fosse fallitonon avrebbe potuto fare un nuovo e più felice tentativo;provando su altri l'uomo di scienza si mette in

salvo per nuove imprese e non scommette tutte le speranze su un unico lanciodi dadi.

Egli s'imbatté dopo poco in Sibyl Dacyla quale era salita sul collecom'era usa fareverso il tramonto e gli

veniva incontro fissandolo intensamente in faccia. «Mi dicono che la poverazia Keziak non è più fra noi» ella disse.

«È morta» disse Settimio.

«Il fiore è una gran medicina» disse la giovane «ma tutto dipende da unagiusta applicazione.

«E voi conoscete il mododunque?» domandò Settimio.

«Nodovreste domandarlo al dottor Porstoaken» disse Sibyl.

Il dottor Porstoaken! Avrebbe dovuto consultarlo! Quel celebre chimico escienziato aveva sicuramente sentito

parlare della ricetta e comunque sarebbe stato al corrente dei migliori modidi estrarre le virtù dalle erbe e dai fiori

alcuni dei quali Settimioa furia di leggeresapeva essere velenosi in unadata fase e forma della preparazione e

viceversa pregni delle più abbondanti virtù in altre fasi: il loro velenoera per così dire una tenebrosa e terribile garanzia

che la Provvidenza dava del loro pregiocome un drago o qualche spettroselvaggio e feroce che venga messo a

sorvegliare l'oro e i cumuli di diamanti nascosti. C'è sempre un drago acustodia degli oggetti di gran valore. E che cosa

meritava la vigilanza e tutela di un dragoo d'un essere ancora più fatalese non questo tesoro alla cui ricerca si era

messo Settimiola cui scoperta ed il cui possesso gli avrebbero permesso diabbattere una delle più robuste barriere

della natura?

Tentare una tal cosa meritava la mortenon si sogna va di negarloperchéquale non sarebbe stato il mutamento

dell'esistenza qualora egli fosse riuscito nel suo proposito: era giocoforzache l'umanità fosse difesa da simili tentativi

per norma generalecon l'unica eccezione di lui stesso. Come eliminare laMorte? Il signore sarebbe vissuto in perpetuo

e l'erede non avrebbe mai toccato il retaggioe così avrebbe odiato ilproprio padre pensando di non potersene mai

liberare.

Lo stesso ceto di menti poderose avrebbe continuato a governare lo Statoenon ci sarebbe mai più stato un

cambiamento politico.

[A questo punto mancano molte pagine.]

Attraverso a tali luoghiSettimio cercò l'indirizzo fornitogli dal dottorPorstoaken e arrivò all'uscio d'una casa

nella parte vecchia della città. La Boston di allora aveva piuttostol'aspetto di certe città della provincia inglesequali si

vedono ancora oggima in seguito è stata sottoposta a così notevolicambiamenti che vi rimane ben poco a ricordarci

come l'avevano costruita i nostri avi: con strade sbilenche e strettelecase spesso a frontoniaggettantidalle finestre a

grata con vetri a losanghe; mancavano i marciapiedila pavimentazione erasconnessa.

Settimio bussò con forza alla porta né dovette attendere a lungo prima cheapparisse una servainglese

all'aspettola quale quando le domandò del dottor Porstoakenl'invitò aentrare e lo condusse su per una scala dagli

ampi pianerottolipoi bussò alla porta di una cameradonde una voce rudele rispose: «Avanti».

La donna apri l'uscio e Settimio scorse il dottor Porstoaken in personainuna vestaglia vecchia e stintauna

berretta da notte sulla testala pipa tedesca in bocca ed una bottiglia sisarebbe detto di cognac accantosul tavolo.

«Avantiavanti» disse lo sgarbato dottore facendo cenno a Settimio«viricordo benissimo. Avanti brav'uomo

e ditemi di che cosa si tratta».

Settimio entròma rimase talmente colpito dall'aspetto dell'appartamentodel dottor Porstoaken e dalla sua

vestaglia che non rivelò subito che cosa fosse venuto a fare. In primo luogotutto aveva un'aria polverosa e sudicia

prova che nessuna donna era stata ammessa nel santuario e ciò risaltavavieppiù a causa della gran copia di ragni che

avevano ordito le loro tele sui muri e sulla volta nella massima confusionebenché ogni singolo ragno poi conoscesse

individuatamente il filo che aveva estratto dalle sue viscere prodigiose. Maera strano davvero: avevano teso i loro

festoni su ogni oggetto stabileformando una specie di tappezzeria grigia ecupa che oscillava portentosamente nella

brezza e sbatteva pesante e tristeciascun festone con il suo ragno alcentro dell'intreccio..38

La cosa più mirabile era un ragno sopra la testa del dottoreun ragnocredodi razza sudamericanacon una

circonferenza totale delle zampe grande come una tazza e un corpo al centrogrande come un dollaro; dava un brivido di

ribrezzo pensare a quel che sarebbe accaduto se un mostro simile fosse statoschiacciato e allo stesso tempo veniva in

mente il pericolo di restare avvelenati che si correva a lasciarlo vivere. Ilmostrocomunquestava in mezzo al sartiame

tenace della sua tela proprio sopra la testa del medico; e parevafra tuttequelle linee complicateil simbolo d'un

prestidigitatore o scaltro politico nel mezzo della complessità d'un suopianotanto che Settimio si domandò se non

fosse per avventura l'immagine del dottor Porstoaken stessoil qualegrassoed enfiato come il ragnopareva al centro

d'un tenebroso maneggio. E poteva darsi che il povero Settimio fosserappresentato dall'affascinata mosca destinata a

farsi irretire.

«Buon giorno a voi» disse lo sgarbato dottorelevandosi la pipa di bocca.«Eccomi qui con i miei fratelli ragni

nel mezzo della mia tela. Vi dissicome ricorderetedella mirabile forza dame scoperta nelle tele dei ragni e questo è il

laboratorio dove tengo centinaia di operai che mi distillano la mia panacea.Non è forse una vita stupenda?».

«Stupendaa dir poco» disse Settimio. «Il mostro che vi sta sospeso soprala testa dà certamente un'idea assai

favorevole della vostra teoria. Ci dev'essere in lui una bella quantità diveleno!».

«Lo chiamate velenovoi?» disse il truce dottore. «Dipende dall'uso chese ne faccia. Certo un suo morso

spedirebbe un uomo nell'aldilàma d'altra parte nessuno può desiderare unasagola di salvataggio migliore del filo di

questo tizio. Lui ed io siamo amici incrollabilie credo che egliindividuerebbe a naso i miei ne mici. Ma venite

sedeteviprendete un bicchiere di cognac. No? Beneberrò io per voi. Ecome sta quella vecchia zia con quella sua

pozione infernale la cui amarezza e nauseosità ancora il mio stomaco non hadimenticato?». «Mia zia Keziah non è più

con noi» disse Settimio.

«Non più! Confido nel cielo che si sia portata con sé il suo segreto»disse il dottore. «Se c'è qualcosa che può

consolarvi della perdita è proprio questo. Ma che cosa vi ha indotto avenire a Boston?».

«Soltanto qualche fiore secco» disse Settimiomostrando alcuni esemplaridella strana flora del sepolcro.

«Vorrei che me ne diceste qualcosa».

Il naturalista prese in mano i fioriuno dei quali aveva ancora la radiceattaccataesaminandoli con gran de

meticolosità e una certa quale sorpresa; due o tre volte guardò in facciaSettimio con aria perplessa e interrogativapoi

tornò a esaminarli.

«E mi dite che codesta pianta è indigena del paese e delle vostre parti? Edi quale località?».

«Per quel che ne so ioindigena» rispose Settimio. «Quanto allalocalità» esitò un poco«è un tumulo poco più

grande d'una termitaia sulla cima del colle dietro casa mia».

Il naturalista lo guardò con occhi sbarratirossiavvampanti sotto le suesopracciglia lungheincombenti

irsutepoi tornò a guardare il fiore.

«E lo chiamate fiore?» dissedopo averlo riesaminato. «Questo non è unfiorebenché ad un fiore somigli

tantobellissimo per giuntabellissimo davvero.

Ma non è un fiore. È un rarissimo fungocosì raro da essere ritenutofavoloso e ci sono superstizioni

stranissime risalenti a tempi remoti intorno al modo in cui si sviluppa. Chespecie di letame è stato steso al tumulo?

Soltanto foglie seccherifiuti della foresta o qualche cos'altro?».

Settimio esitò un poco; ma non c'era motivo alcuno di tener nascosta laveritànella misura in cui il dottor

Porstoaken la volesse conoscere. «Il tumulo dov'è spuntato» egli rispose«era una tomba».

«Una tomba! Strano! Strano!» esclamò il dottor Porstoaken. «Questevecchie superstizioni talvolta hanno nel

loro fondo un germe di verità; qualche filosofo la scoprì e svelò inepoche lontanema col passar del tempo il dotto

ricordo della sua persona svanisce e la veritàcelatagli sopravvivee lagente se ne impadronisce e ne fa il nucleo

d'ogni specie di follia. E così sarebbe spuntato da una tomba! Sìcertoeforse sarebbe spuntato da qualsiasi carne morta

e non necessariamente da quella umana; un cane sarebbe stato adatto quanto unuomo. Dovete sapere che i semi dei

funghi sono così universalmente diffusi che bastano certe con dizioni e lifarete nascere dovecchessia. Preparategli il

letto che desidera ed un fungo spunterà da solocibo eccellentemannaceleste. Così la superstizione dice: ammazza il

tuo più mortale nemico e piantalo nella terra ed ecco che egli ne spunteràcome un fungo deliziosoche immagino sia

questo. Fallo macerare e distillaree ti fornirà l'elisir di lunga vita.Immagino che in tutta la faccenda ci sia un qualche

sciocco simbolismoma il fatto resta e lo confermo con tutta serietà. Lacarne mortain certe condizioni di pioggia e

solefinora non precisate dalla scienzaprodurrà il fungopoco importache il concime sia un amico o un nemico o del

bestiame».

«E quale è la sua efficacia medicinale?» domandò Settimio.

«Può anche essere notevoleper quel che ne so io» disse Porstoaken; «maio me ne sto pago delle mie tele di

ragno. Potete scoprirvela da solo. Però se quel poveraccio ci rimise lapelle nell'ipotesi che potesse convertirsi in un

utile ingrediente per una ricettavoi siete certamente un professionistasenza troppi scrupoli».

«La persona i cui resti mortali stanno in quella tomba» disse Settimio«non era un mio nemico; voglio dire

non era un nemico privatobenché militasse fra i nemici della patria né ioavevo qualcosa da guadagnare dalla sua

morte. Tentai di non togliergli la vitama egli mi ci costrinse».

«Un colpo a caso può far cadere a terra l'uccellino» disse il dottorPorstoaken. «Dite di non averci avuto un

interesse. - quello che si scoprirà alla fine».

Settimio non provò neanche a seguire la conversazione fra le misterioseallusioni nelle quali il dottore la volle

avvolgerema procurò di cavare da lui notizie circa il modo di preparare laricettae di sapere se la ritenesse più.39

efficace come decotto o come distillato. Il dotto chimico appoggiòrecisamente quest'ultima opinione e mostrò a

Settimio come poteva costruirsi un apparato senza altri elementi che lateiera di zia Keziah e qualche amminicolo che lo

stesso dottore fornì e con cui tutto si poteva eseguire con il massimoscrupolo.

«Fatemi rivedere la formula» disse. «Ci sono molte indicazioniparticolareggiate che possono sembrare di

nessun contoma è rischioso trascurare perfino delle minuzie nellapreparazione d'una faccenda come questaperché

essendo misteriosa e ridotta a furia di triturazioni in una sola massaèben difficile stabilire quale possa costituirne la

parte importante ed efficace. Per esempioquando tutto è fattola pozioneva esposta per sette giorni al sole e alla luna.

Questo sembra non avere importanza ma potrebbe viceversa averne molta. Einoltresi raccomanda di inondarla di luce

lunare durante il secondo quarto! Si sarebbe tentati di pensare che questosia tutto un vaniloquioma non si sa mai. È

strano che fra tante precisazioni non vengano fornite direttive esatte quantoal problema se si debba farne un decotto o

un infuso o una tisana ovvero distillarlo o che so io; il consiglio mio è didistillare».

«Così farò» disse Settimio«e non tralascerò nessuna indicazione».

«Sarò curioso di conoscere il risultato» disse il dottor Porstoaken«esono contento di vedere lo zelo con cui

affrontate la cosa. Forse grazie alla vostra sagacia una medicina di grandevalore verrà ricuperata alla scienza e farà la

vostra fortunaanche se per conto mio preferisco riporre ogni fiducia nellemie tele di ragno. Questo ragno non è forse

un oggetto mirabile? Vedeteè capace di conoscenza e d'affetto».

Sembrava infatti che ci fosse una qualche specie di comunicazione fra ildottore ed il suo ragnoperchéad un

cenno del primoimpercettibile a Settimioil mostro dalle molte zampe sicalò con un filo estratto estemp oraneamente

dalle proprie viscere e venne a spenzolare la sua grossa mole davanti alvolto del padronementre questi gli prodigava

molti epiteti carezzevoliridicoli e non privi d'orroreessendo largiti adun prodotto così orrido della natura.

«Vi assicuro» disse il dottor Porstoaken«corro qualche rischio a causadella mia intimità con questo bel

gioielloe se non mi comporto con somma prudenza i vostri compatrioti miimpiccheranno come stregonesopprimendo

questo ragno prezioso come spirito folletto mio succube. E sarebbe unaperdita per il mondo; non scarsaquanto a me

ma enorme addirittura quanto al ragno. Eccoguardatelo un po' adesso editemi se la semplice osservazioneanche

senza conoscerne affatto il valorenon scopre in lui valori immensi».

Inveroosservato attentamenteil ragno mostrava quanta cura ed arte fosserostate profuse nella sua fatturasì

da renderlo un oggetto non di mera curiositàma addirittura di bellezzaassolutaquanto bastava a dimostrare che

doveva essere una creatura piuttosto eccezionale agli occhi dellaProvvidenzaessendo così variegatamaculata da cento

puntolini di colore gloriosamente raggiantid'uno splendore emanante datutte queste lucentezze agglomerate; era pur

strano che tutta questa cura venisse prodigata per una creatura la qualeprobabilmente non era mai stata osservata

attentamente salvo dalle due paia d'occhi che adesso la fissavano; e chenonostante la sua bellezza e magnificenzasi

poteva guardare soltanto a patto di superare la misteriosa repulsione che lasua presenza destava; per tutto il tempo che

Settimio guardò con ammirazionecontinuò a detestare quell'essere ed agiudicare un male che fosse mai natoe a

desiderarne la distruzione. Se il ragno si accorgesse o meno del desiderionon siamo in grado di appurarema certo

Settimio se lo sentiva ostile e gli pareva che avesse voglia di pungerlo;anche il dottor Porstoaken sembrava di quel

parere.

«Ahaamico mio» egli disse. «Vi consiglio di non avvicinarvi troppo aOronto! È una bestia stupendaè vero

ma in un qualche recesso della sua splendida forma tiene un modestorifornimento d'un certo veleno potente e

penetranteche produrrebbe uno straordinario effetto in qualsiasi carne vivasu cui egli desiderasse provarlo. Una

creatura potente è Oronteed ha un senso acutissimo della propria dignitàe importanza e non ammette che lo si prenda

a gabbo».

Settimio si allontanò dal ragnoil quale si ritrasse arrampicandosi su peril suo filo e si arroccò nel mezzo della

teladove rimase in attesa della preda. Settimio si domandò se il dottorefosse simboleggiato dal ragno e stesse del pari

in attesa della preda nel mezzo della sua tela. Comunquenon indovinando ilmodo in cui il dottore potesse approfittare

di luio come egli potesse caderne vittimaquel pensiero non turbò la suapace. Sta va per prendere congedoma il

dottorecon modi scanzonati e irridentigli ordinò di fermarsivolendoche restasse suo ospite almeno per la notte.

«Vi debbo un pranzo» disse «e ve lo ripagherò con una cena e con delsapere; e prima che partiate ho delle

domande da rivolgerviil cui fine forse vi apparirà dapprima oscuroma chenon sono del tutto gratuite. Il mio folletto

succube lassùmi ha sussurrato qualcosa sul vostro contoed io mi fidodelle sue rivelazioni».

Settimioche aveva senso comune a sufficienza ed era invulnerabile dalleinfluenze superstiziose su ogni punto

eccetto quello cui si era dedicatovenne facilmente indotto a restarepoiché trovava assai curiose le conoscenze

singolariciarlatanesche e piene di mistero di quell'uomo chea onor delveropossedeva una cultura scientifica tale da

renderlo molto interessante per uno che ignorasse completamente l'argomento;l'acume di Settimioinoltreera

sollecitato a scoprire che specie d'uomo quegli fosse realmente e quantofossero forti in lui la scienza genuina e la

fiducia in se stessoe quanto fosse invece pura truffa e consapevoleempiricità. Così rimase e cenò col dottore ad un

tavolo imbandito e fornito di rare leccornie più di quel che Settimio sifosse mai immaginato edata la sua semplice

convinzioneche si mangiasse soltanto per viverenon poteva non stupirevedendo un uomo di pensiero che mangiava

più di una portatasicché passò la maggior parte del pasto guardando ildottore che si cibava e ascoltandolo parlare delle

vivande.

«Se un uomo vivesse soltanto per mangiare» disse il dottore«una vita nonbasterebbenon dirò per esaurirne il

piacere ma per impararne i rudimenti»..40

Terminata questa importante faccendail dottore e il suo ospite sedetteronuovamente nel laboratorio dove il

primo ebbe cura di collocarsi al fianco la sua abituale compagnalafiaschetta nerae riempi la pipa e diventò di un

umore cupamente cordialefieramente e brutalmente amabilee guardòSettimio con una sorta di bonaria amicizia

quasi fosse disposto tanto a stringergli la mano come a prenderlo a pugni.

«E orapassiamo agli affari» disse.

Settimio pensòtuttaviache il discorso del dottore cominciasse per lomeno a una considerevole distanza da

qualsiasi tangibile affareperché prese a interrogarlo intorno ai suoi piùremoti antecessorisu quel che sapesse e fosse

stato tramandato intorno al primo emigrante inglese; di doveda qualprovincia o parte d'Inghilterraquell'antenato

venissese vi fosse di lui memoria o retaggio di qualche sortalettere odocumentitestamenti o contratti o altra carta

legale; in brevevolle sapere tutto il possibile.

Settimio non riusciva a rendersi conto se queste indagini fossero fatte conqualche definito propositoo per una

generica curiosità di scoprire come una fami glia sbarcata in America finodai primordi fosse ancora legata in qualche

modo alla vecchia patria; se vi fossero ancora dei tentacoli allungati aldisopra del golfo di 150 anni che separava il

ramo americano della fami glia dal tronco dell'albero genealogico inglese. Ildottore dette una spiegazione parziale:

«Dovete sapere» disse«che il nome da voi portatoFeltonè un nome chefu in antico eminente e di grande

fama nella regione d'Inghilterra donde io stesso vengoe ancora in questitempi ricco di beni e posto in posizione

eminente. Mi piacerebbe sapere se appartenete a quella stirpe».

Settimio rispose con quei fatti e quelle tradizioni familiari che potevanoessergli giunti all'orecchio; una sorta

di storiaquestache può benissimo essere miticanei suoi stadi primitivie più remoticome la storia di Romae chein

realtàdi rado risale a tre o quattro generazioni prima senza perdersi inuna nebbia del tutto impenetrabilesebbene

granditenebrose e magnifiche figure d'uomini sembrino profilarvisifigurechese evocate a poca distanza dall'occhio

nudosi rivelerebbero altrettanto comuni quanto i discendenti che lecontemplano ammirati. Egli ricordava la leggenda

di zia Keziahe disse di aver ragione di pensare che il suo primo antenatoarrivasse quaggiù qualche tempo prima dei

primi colonizzatori puritanie abitasse tra gli Indianidove (e quiabbassò gli occhi con l'aborrimento tipico degli

americani per ogni meticciato) sposò la figlia di un capo e gli successe nelgoverno della tribù. Questo poteva essere

accaduto fin dagli ultimi anni di regno di Elisabettaforse un poco piùtardi. Impossibile fissare date in cose del genere.

Da quella unione era nato un figliopiù d'uno forsema certamente unocheall'arrivo dei puritani era ancora un

ragazzo. Il padrea quanto sembravenne ucciso in qualche disordine dellatribùforse causa la gelosia di altri capi al

vedere abrogatao assunta da uomo d'altra razzala loro autorità.

Egli alluse delicatamente a doti soprannaturali che si attribuivano al suoantecessorema in modo da mostra re

implicitamente che non ci credeva; perché un'acuta sensibilità e percezionenaturalelo tratteneva dal palesare al dottore

le proprie debolezzecon le stesse istintive e delicate cautele con le qualiun pazzo sa celare così bene la propria

infermità.

All'arrivo dei puritaniessi avevano trovato fra gli Indiani un ragazzoinparte del loro sanguecapaceseppure

imperfettamentedi parlare la loro lingua - ne avevaper lo menoqualchericordo - e che appariva l'erede di una parte

dell'influenza paterna sulla tribù nella quale il padre lo aveva innestato.Era ben naturale che dedicassero un'attenzione

tutta speciale a questo giovanefacendosi un dovere di dargli un'istruzionereligiosa intorno alla fede dei suoi avi e

tentando di utilizzarlo per influire sulla tribù. Così feceroma nonriuscirono a sottomettere per suo tramite la tribùed il

loro successo si limitò a guadagnare il mezzo Indianosottraendolo alleabitudini selvagge di quello che era il suo

popolo per parte di madree facendo sì che si addattasse parzialmente masoddisfacentemente a quelle inglesi. Una

tendenza alla civiltà venne fatta emergere nel suo carattere grazie allaloro rigida educazioneo al menovenne spezzata

la sua selvatica barbarie. Si edificò fra di loro una casache avevaparecchio della capanna indigenasenza dubbio

quanto a stile architettonicoma che pure era una dimora stabilee accantoad essa piantò un campo di granoun orto di

zuccheun appezzamento di meloni e divenne agricoltore al punto di poterchiedere la mano di una donzella puritana. Lì

spese la vitacon qualche ricaduta temporanea nella selvatica barbariecomequando finì nel fiume Musquehannah o nel

Walden o si sperse nei boschimentre avrebbe dovuto badare a piantare o azappare; manel complessola razza era

statanella sua personaredenta dalla barbariee le generazioni successivefurono sempre più addomesticate. La

seconda generazione si era distinta nelle guerre indiane delle provincelegandosi poi per matrimonio alla famiglia d'un

celebre teologo puritanosicché Settimio poteva annoverare tra i suoi avida un lato uomini e dottistudiosi della

vecchia Cambridgementre dall'altro lato si spingeva ai primi immigrantiche dovevano essere stati uomini di tempra

notevolenonché a quel lignaggio strano e barbarico di capi indiani il cuisangue era come di gente non del tutto umana

mescolato a sangue civile.

«Mi domando» disse il vecchio dottoretutto cogitabondo«se esistonodocumenti che stabiliscono la data in

cui arrivò quel primo antico emigrante e da quale famiglia egli provenisse.Spesso quando in Inghilterra si spegne

l'erede ultimo di qualche nome ris pettabile diciamo che la famiglia si èestintamentre è ben possibile che essa fiorisca

in pieno nel nuovo mondoravvivatainvece che indebolita dalla riccainfusione di nuovo sangue sulla nuova terrafatta

più grevepiù stolta di anno in anno a furia di restarsene attaccata aduna terra vecchiadi contrarre matrimoni sempre

con le medesime famiglie rispettabilifino a radunarne in fascio tutti ivizile debolezzele foglie. Non avete dei

documentiun atto notarile?».

«No» disse Settimio. «Mobilia vecchiascrivaniebanchicredenzestipetti?»

«Dovreste ricordare» disse Settimio«che il mio antenato indiano nonaveva probabilmente portato con sé

dalla foresta troppe cose del genere. Un Indiano nomade non si trascinadietro una cassa di documenti. Ricordo.41

nell'infanzia una vecchia cassetta rinforzata con ferroun cofanetto di cuis'era smarrita la chiave e che zia Keziah

sosteneva ci fosse pervenuta dal suo trisavolo. Non so che cosa ne siasuccesso; la povera zia lo teneva fra i suoi tesori».

«Beneamico miocercate quel vecchio cofanetto ecosìper curiositàfatemene vedere il contenuto».

«Ho altro da fare» disse Settimio.

«Forse» disse il dottore«ma niente di altrettanto importante. Vi diròcon tutta franchezza: l'erede d'una grande

famiglia inglese è morto di recente ed il fondo è a disposizione diqualunque pretendente che abbia titoli validi o magari

anche soltanto plausibili. Se risultasse dagli archivi di famiglia checomeho ragione di credereun suo membroil

quale adesso rappresenterebbe il ramo più anticosparì misteriosamente edinspiegabilmente ad una data corrispondente

a quella appurabile della prima comparsa del vostro antenato in questo paesese gli eredi di quel capo biancodi quello

stregone indigeno o come diavolo lo volete chiamarepotessero produrre unaqualsiasi prova ragionevole per di

mostrare che egli era l'inglese scomparsosi potrebbe promuovere un buonprocesso. Non vi interessa un pochino il

progetto?».

«Ben pocodevo confessarvi» disse Settimio.

«Ben poco!» disse il cupo dottorespazientito. «Ma non v'accorgete che seriuscite a convalidare la pretesa

potete inserirvi nell'aristocrazia inglesediventando l'erede di un feudobritannicodi un antico castello dove i vostri

antenati avrebbero dimo rato fin dai tempi del Conquistatore: splendidigiardiniboschi e parchi eredi taridi fronte ai

quali è miserando tutto ciò che l'America possa offrireil tutto coltivatoe ornato con la cura e l'abilità dei secoli; inoltre

un'entratauna sola mesata della quale formerebbe un patrimonio più grandedi quanto abbia mai potuto accumulare

qualunque dei vostri antenati americani a furia di sarchiare e racimolare pertutta una vitacon fatica e penuria e con il

sacrificio dell'anima e del corpo?».

«Resta ancora in me quella parte di sangue indiano» disse Settimio«chemi porta a disprezzare - nonon

disprezzare perché so che per altre persone è cosa desiderabile - ma miporta a respingere per me stesso ciò che voi

ritenete tanto prezioso. Non ho interesse per queste mete comuni. Hoambizionesìma di premi che gli altri non

possono ottenere e neppure aspirare ad avere. Non potrei vivere seguendo leabitudini inglesiquali me le immagino e

non vorrei portare il peso della grande proprietà di cui mi parlate.Potrebbe convenirmi per un periodo di tempo. Magari

potrebbe perfino divertirmi provare a vivere a quel modoed in cento altrima solo per un periodo di tempo. Non ha

un'importanza assoluta e definitiva».

«Vi dirò io che cos'ègiovanotto» disse il dottorestizzosamente«voiavete qualcosa in mente che vi fa parlare

scioccamente e ne sospetto anche il motivoeppure non riesco a credere cheuna persona veramente dotata di buon

senso per certi aspettisia un tal citrullo in questo caso».

Settimio arrossì ma rimase tranquillo e la conversazione languì; il dottorecupamente fumava la pipa e le

frequenti bevute dalla bottiglia nera non accrescevano certamente la dolcezzadelle sue manierefinché Setti mio fece

capire che gli sarebbe piaciuto andare a dormire. Fu convocata la vecchiafantescala quale lo condusse alla sua camera.

A colazione il dottore riprese l'argomento che sembrava considerare il piùimportante fra quelli toccati durante

la conversazione del giorno innanzi.

«Mio giovane amico» disse«vi consiglio di cercare nella cantina e nelsolaioo dovechessiacodesto cofano

ferrato! Forse dentro non c'è nientemagari è pieno di lettere d'amore ovecchi sermoni o ricevute di cento anni fa ma

potrebbe anche contenere ciò che vi procurerebbe un fondo da cinquemilasterline l'anno. Peccato sia andata all'altro

mondo quella vecchia dal decotto maledetto. Ve lo dico iocercate ildocumento!».

«Benebene» disse Settimio sovrapensiero«quando troverò il tempo».

Così dicendo si congedò e riprese il cammino verso casa. Non era più luida quando era partito e gli pareva

d'essere vissuto e d'aver viaggiatoda alloraper uno spazio di tempoinfinitoe non s'immaginava nemmeno di poter

mai fare ritorno. Ma adesso ad ogni passo desolatamente rientrava un poco dipiù nel vecchio paese incantato. La bruma

si levòl'arcobaleno nebbioso delle spettrali promesse si incurvò dinanzia lui e così il povero ragazzo ritornò dal mondo

degli sforzi reali alla terra dei sogni e delle imprese fantomatiche.

«Come ho fatto a tradire così le mie convinzioni» disse«donde viene ladisperazione fosca e torva che mi ha

aduggiato finora? Come ho potuto permettere allo spirito beffardo che sentivoin quello scettico brutale e cotto

dall'acquavitedi acquistare una tale influenza su di me? Che si rimpinzipure la pancia! Non riuscirà a farmi desistere

dal mio proposito con l'esca d'un fondo e d'un casato fra quei ghiottonid'Inglesi ai quali è fratello. Il mio è un destino

che i re potrebbero invidiare e sforzarsi invano di ottenere a prezzo diprincipati e reami».

Così in quell'ultima parte del viaggio camminòsi può direa uncentimetro da terra e invece di stancarsi di

venne più brioso durante gli ultimi chilometri che lo separavano dalla casasul margine dello stradone.

Ora Settimio sedette ai suoi esperimenti ed alle sue ricerche per prepararela medicina secondo le prescrizioni

enigmatiche della ricetta. Non sembrava possibile arrivarcitanticontrattempi e disappunti gli si parava no innanzi.

Nessuno sforzo riusciva a produrre una combinazione rispondente alladescrizione contenuta nella ricettala quale

parlava di un liquido brillante e doratodiafano come l'ariad'unafragranza tutta speciale e inoltreprova più specifica

ancora della bontà della misturauna sensazione di freddoun geloparticolarissimorinfrescante e corroborante.

Con tutti i suoi tentativi produceva nient'altro che risultati torbidi o diun colore difettososempre privi della

fragranza e del freddo che erano la prova della genuinità. Studiò tutti ilibri di chimica che a quel tempo ci si potesse

procurareun tempo in cui essa era ben diversa da quel che è diventata oggie quando in patria Settimio non poteva

procurarsi istruzioni migliori di quelle oscureciarlatanesche impartiteglidal dottor Porstoaken. Così egli sembrava via

via scoprire da solo la scienza che doveva applicare..42

Pareva che facesse tutto quanto era suggerito dalla ricetta eppure non neveniva risultato alcunoil liquido da

lui prodotto era d'odore nauseantee quanto al gustoprovava una tremendaripugnanza ad assaggiarlo tant'era torbido e

sgradevoleda ricordargli per molti versi l'elisir della povera zia Keziahed era inoltre un corpo senz'animaun corpo

morto. Le cose continuarono a questo modo ed il povero Settimio mezzoimpazzito cominciò a pensare che la vita

immortale fosse preservata soltanto dallo sforzo di cercarlasi dovessecioè spendere nella ricerca stessae che perciò

dovesse essere una perpetua trafila di disgraziati fallimenti. Compulsava ildocumento che s'era impossessato di lui

esaminandone per il diritto e per il rovescio i significati contortiprocurando di cavarne una nuova lucespesso

provando la tentazione di buttarlo nel fuoco che alimentava sotto la stortarinunciando a tutto; ma poiriavendosi tosto

dal cupo abisso di disperazioneridiventava deciso a ciò che aveva tanto alungo tentato invano. Talmente intensa era

l'attività mentale che egli applicava al documento che è da meravigliarsise non venne spiritualmente distillatose la sua

essenza non si innalzòpurificata da ogni mischianza di falsitàliberatada ogni torbidezzaoscurità e ambiguità per

formare una pura sostanza di verità e di energia. In quest'intervallo latradizione vuole che Settimio trovasse molti

mirabili segreti quasi di là dai limiti della scienza. Si disse che la ziaKeziah giungesse con un pezzo di carbone ardente

tolto a fornaci ignote ad accendergli il suo apparecchio di distillazionesidisse altresl che lo spettro del vecchio signore

inglese la cui sagacia aveva proposto questo enigma ai suoi discendentifosse solito venire a mezzanotte per tentar di

spiegargli il manoscritto; che anche l'Uomo Nero gli andasse incontro sullavetta del collepromettendogli una

immediata liberazione da ogni difficoltà a patto che s'inginocchiasse adadorarlomettendo la firma sul suo libroun

volumone anticocon borchie e fermagli di ferroconsumato dall'uso. L'UomoNero se l'era cavato dalle tasche

profonde mostrando a Settimio le firme di molti uomini il cui nome è passatoalla storia e sulle cui ceneri monta la

guardia un'iscrizione testimoniante delle loro virtù e della loro devozione;vecchi autografipoiché l'Uomo Nero è

l'originario collezionista d'autografi.

Ma queste senza dubbio erano storie scioccheconcepite e propalatenell'angolo del focolare al tempo in cui

c'erano ancora camini e angoli del focolare e cappe intasate dalla fuliggine.Non c'era ombra di verità in tutto ciòne

sono sicuro; l'Uomo Nero aveva cambiato tattica e sapeva far di meglio cheallettare l'anima umana con quel suo stantio

album d'autografi. Così Settimio lottò da solo con la sua difficoltàcomeprima di lui hanno fatto tanti principianti della

scienza ed ai suoi tentativi sono attribuiti popolarmente molti beveraggid'erbe e certo genere di birra fatta con foglie e

ramoscelli d'abetee pozioni per il reumatismoil mal di gola e la febbretifoide; maper conto mioessi provengono

tutti dalla zia Keziah o forsecome tutte le facezie al pievano Arlottocosì ogni specie di medicine da Dulcamara che si

presentino nella comunità vengono attribuite a lui o a lei. La gente ha unpo' equivocato sul carattere e sui proponimenti

del povero Settimioricordandolo come Dulcamarainvece che come ricercatorenon meno alto e nobile per essere

inattingibile.

Non so per qual tramite o mezzoma certo si diffuse la voce che Settimiofosse impegnato in un'opera

misteriosa e invero la sua solitudinela sua concentrazionela suaindifferenza a tutto ciò che accadeva durante quello

spossante periodo di guerrasembravano abbastanza strane e dimostravano cheegli doveva essere assorto in qualche

faccenda di grande importanza. Nelle scarse occasioni in cui usciva dailuoghi che frequentava di norma per scendere in

paesemostrava un aspetto stranoda gufospettinatoarruffatola chiomalunga e aggrovigliatala facciacosì si

dicevaannerita dal fumole guance pallideil solco della fronte piùprofondo che mailo sguardo intensoferoce

scontento; attraversava frettolosamente la strada del paesecome se tuttidovessero indovinare ciò che gli si agitava

nella mente sol tanto a vederlosvoltando per straducole laterali appenapossibileinoltrandosi per grandi distanze

dentro a boschi e campipiuttosto di prendere scorciatoie che rasentasserole dimore degli uomini. Infatti evitava lo

sguardo del suo prossimoforse perché non lo considerava taleprocurava diritirarsi dal vincolo e dal destino comune

sentendooltretuttoche gli altri uomini l'avrebbero considerato untraditoreun nemicoun di sertore dalla causa

comuneche aveva tentato di sottrarre la sua fragile spalla al carico dellamorte imposto a tutticui se uno solo fosse

sfuggitociascuno avrebbe sentito proporzionalmente più pesante ilfardello. Con quegli esseri d'un istante egli non

aveva più una causa comune da condividere; dovevano prendere vie diverseanche se all'apparenza uguali: loro il

cammino battutoampio e polveroso che pareva sempre gremito e dal qua lecontinuamente e misteriosamente

svanivano nell'invisibilesenza che nessuno sapesse né a lungo sidomandasse che cosa ne fosse; lui il suo viottolo

solitarioper il quale incedere sicurosenza alcuna preoccupazioneall'infuori della solitudineche per lui non era

preoccupante affatto. Per qualche tempo sarebbe sembrato che egli stesse inloro compagniama tosto a uno a uno tutti

loro sarebbero caduti: il sacerdotei soliti amici compaesaniRobertHagburnRoseSibyl Dacylasciandolo in un

meraviglioso incognitolibero di istituire nuovi rapporti temporaneie diincominciare una nuova epoca.

Talvolta però la prospettiva lo agghiacciava. Poteva davvero rinunciare atuttialla soave sorellaall'amico

d'infanziaall'austero maestro della sua giovinezzaai volti domestici econosciuti da tutta una vita? C'erano invero delle

possibilità così ricche per l'avvenire: egli avrebbe cercato le più nobilimentii cuori più profondi d'ogni epocasarebbe

stato l'amico dell'umana precarietà. Eppure sarebbe stato bello avere unsolo immutevole compagnoinfilare le perle e i

diamanti della vita sul filo di un unico affetto ininterrotto; perché cosìgli accadeva spesso di pensare: nulla avrebbe

meglio con ferito unità e identità alla vitae altrimenti la più lungaesistenza sarebbe stata soltanto un aggregato di

frammenti isolati senza rapporto l'uno con l'altro. E così non sarebbe statauna vita solama una sequela di molte vite

sconnesse. Se non doveva posare lo sguardo tutte le mattine dell'avveniresugli stessi occhi che si sarebbero aperti a

benedirlo con il fresco bagliore della vita e della gioiase la stessa dolcevoce non doveva fondere in uno i suoi pensieri

se l'affinità d'una vita fianco a fianco non li poteva contessere in modotale che guardassero indietro agli stessi

avvenimenti e spingessero lo sguardo verso cose comuni a entrambiil lungoesile filo della vita individuale.43

tendendosi sempre di piùavrebbe smesso di farsi sentireavrebbe cessatodi essere visibiledi avere una vera e propria

consistenzadata la lunghezzadiventando a rigore inesistentesalvo per ilmero e trascurabile momento presente. Se

vice versa un gruppo di selezionati amiciscelti nell'ambito del mondointero in ragione della loro affinitàpoteva

continuare a vivere indefinitamente insiemeinfondendosi calore l'unoall'altro sul loro cammino alto e desolatoallora

nessuno di loro avrebbe più dovuto sospirare il miserabile conforto dellatomba.

Se un'anima particolare poteva essergli compagnaallora come sarebbero statiperfetti la difesa formata dalle

braccia dell'altroil calore del petto premuto sul petto! Oh se quell'animaci fosse! O Sibyl Dacy!

Forse non era possibile. Chi se non lui poteva affrontare la grande prova ele asperità e l'abnegazione e

l'irremovibile risolutezzasenza ondeggiamentisenza mai venir meno neancheun istantesempre tenendosi aggrappato

alla vita come chi con forza tenga a galla un amico sul punto d'annegare?Come poteva farcela una donna ?

Doveva dunque abbandonare l'idea. C'era da fare una scelta: l'amicizial'amore d'una donna oppure la lunga

vita dell'immortalità e c'era qualcosa di eroico e nobilitante nell'optareper quest'ultima. Così passeggiò con la

misteriosa donzella sulla vetta del colle sedendole accanto sulla tomba cheancora rosseggiavacon portentosa bellezza

di quel fiore innaturalee discorrevano fra di loro e Settimio contemplavala bellezza lugubre di lei spesso

ripetendosi«Tutto ciò sarà travolto dal tempoella non è capace di ciòche io sto per compiere; è una donnae ci vuole

uno spirito maschioarditoenergicoe ben ricco di queste tre qualità peravere la forza di vivere! C'è una così oscura

simpatia fra noiella mi conosce così bene che quasi potrei pensare diavere in lei una compagna. O forse questo è

prematuro. Dopo secoli e secoli forse potrò averne bisognoadesso no».

Ma una volta disse a Sibyl Dacy: «Ahcome sarebbe dolcealmeno per mesequesto nostro rapporto potesse

durare per sempre».

«Codesta è un'idea orrenda» disse Sibyl con un brivido quasiimpercettibileinvolontario; «sempre su questa

vettasempre passando e ripassando davanti a questo tumulosempre odorandoquesti fiori! Io guarderei sempre il solco

profondo della vostra fronte e voi vedreste sempre la mia gota esangue! Ecosì avanti finché crollerebbero questi alberi

e forse crescerebbe una nuova foresta dovunque la razza bianca ha steso lesue piantagioni e una stirpe di selvaggi

occuperebbe di nuovo la terra. A me non garberebbe. La mia missione quaggiùè di breve durataappena sarà compiuta

me ne andrò».

«Voi non valutate adeguatamente le varie maniere di passare questo lungotempo» disse Settimio

«scopriremmo mille modi di usufruire del mondocon utilizzazioni egodimenti che gli uomini adesso non si sognano

nemmenoperché appena il mondo si offre alle loro labbrasubito vienestrappato viaprima che abbiano potuto

assaggiarnee così non possono abituarsi a questo delizioso gran frutto delmondo. Ma parlate di una missionecome se

adesso la steste svolgendo. Non volete rivelarmela?».

«No» disse Sibyl Darcysorridendogli. «Ma un giorno lo sapretenessunomeglio e prima di voi. Questo ve lo

prometto».

«Siamo amici?» domandò Settimioche lo sguardo di lei rendeva un po'perplesso.

«Un rapporto assai intimo ci unisce» rispose Sibyl.

«Di qual natura?» domandò Settimio. «Questo sarà chiaro più avanti»rispose Sibylnuovamente sorridendogli.

Egli non sapeva che cosa pensarnese essere esultante o depresso; comunquesembrava esserci una

concordanzaun incontroun contatto vicendevole delle loro naturecome sein qualche modo stessero eseguendo la

stessa parte di una musica solennesicché egli senti l'anima esultare erabbrividire tutt'insieme. Una certa simpatia c'era

di sicuroma non avrebbe saputo dire di quale naturabenché spessosentisse affiorare in sé la stessa domanda che

aveva rivolto a Sybil: «Siamo amici?»causa una scossa improvvisaunarepulsione che si produceva tra loro e subito

dileguavaed ecco di nuovo Sybil sorridergli obliquamente.

E tornava a faticare ai suoi esperimenti chimici; cercava di mischiarearmoniosamente cose che all'apparenza

non erano nate per mischiarsiscoprendo una scienza di cui era l'unicobeneficiariocostellata di assurdità che altri

chimici da tempo avevano rigettato; ma sempre si riproduceva quel risultatoquel torbido aspettoquella mancanza di

aromae non era mai raggiunta la temperatura particolare che avrebbe dovutocomprovare la buona riuscita. Sempre

daccapo egli esponeva il recipiente di cristallo al sole e ve lo lasciavariposare per il tempo prescrittosperando

coagulasse in modo da produrre il risultato voluto.

Un giorno capitò che i suoi occhi si posassero sulla chiavetta d'argento cheaveva tolto dal petto del giovane

cadutoe pensò tra sé e sé che questo poteva avere un qualche rapportocon il successo all'apparenza irraggiungibile

dei`suoi esperimenti. Ricordò per la prima volta le enfatiche ingiunzionidel torvo medicodi ricercare il cofanetto coi

rinforzi di ferro del quale aveva parlato e che gli era pervenuto cosìcarico di leggende: per esempiosi diceva che

contenesse il patto stipulato dal diavolo con suo trisnonnopatto oracancellato dalla perdita dell'anima di costui; che

contenesse la chiave d'oro del paradiso; che fosse pieno di antiche monete odelle foglie secche di cento anni prima; che

vi fosse rinchiuso un demone familiare che sarebbe stato esorcizzato girandoil chiavistello ma altrimenti vi sarebbe

rimasto prigioniero fino all'infracidirsi della solida quercia del cofanettoall'arrugginirsi e polverizzarsi del ferro che lo

cingeva; sicché tra la paura e la perdita della chiave la curiosa cassettaera rimasta serrata e infine era andata smarrita

essa stessa.

Ma ora Settimiocombinando insieme le parole di zia Keziah morente con leinsistenze del dottor Portsoaken

giunse repentinamente alla conclusione che il possesso del vecchio cofanopotesse essere per lui di suprema importanza.

Così si mise subito a pensare dove l'avesse visto l'ultima volta. Zia Keziahcertol'aveva riposto in qualche luogo

sicurocantina o soffitta senza dubbio; e Settimionegli intervalli dellealtre sue occupazioni dedicò diversi giorni a.44

questa ricercae per non tediare il lettore con i particolari della cacciaal cofanettobasti dire che alla fine lo trovòtra

varie altre anticagliein un angolo della soffitta.

Era un vecchio oggetto pieno di rugginenon più lungo di una spanna permezza spanna di altezza e di

larghezzama cerchiato pesantissimamente con sbarre e angoli parimenti diferroe ogni sorta di altri rinforzi;

somigliava molto a una vecchia cassetta per le elemosine di quelle che sivedono ancora nelle più antiche chiese rurali

d'Inghilterra e che sembrano proclamare un'assoluta sfiducia in coloro aiquali le offerte sono affidate. In realtàsi

poteva nutrire un sottile sospetto che qual che sagrestanouno deiprogenitori di Settimioemigrando dall'Inghilterra

avesse colto l'occasione per portarsi dietro la cassetta delle elemosine.Guardando benec'erano anche rosse decorazioni

sul coperchio e sui fianchi del cofano in un acciaio da lungo arrugginitodel tipo così frequente nel Medio Evo: una

raffigurazione di Adamo ed Eva o di Satana con un'animanessuno avrebbesaputo precisare meglio; comunque sia

un'illustrazione di gran pregio e interesse. Settimio guardò quella vecchiascatola bruttarugginosapesantecosì

consunta e sbattuta dal tempoe rammentò con un sorriso sprezzante leleggende di cui era oggettoe che egli irrideva e

sdegnava tutte almeno quanto quelle storie delle «Mille e una notte» doveun demone emerge da un vaso di rame in una

nube di fumo che copre la spiaggia del mare; era infatti singolarmenteinvulnerabile da tutte le forme di superstizione

da ogni insensatezzasalvo la propria. Ma quell'unica era robusta eattivissima in lui sempre. Era fortemente persuaso

che dentro alla vecchia scatola ci fosse qualcosa che apparteneva al suodestino; la chiave presa al petto del moribondo

gli era pervenuta attraverso i tempi e il marela vittima era morta perportargliela e consegnarglielae tutto questo era

avvenuto per niente? Non poteva essere.

Guardò alla vecchiaarrugginita e complicata serra tura del piccoloricettacolo. Era circondata di ornamenti in

quel che in antico era stato un acciaio polito e una volta lucidatoe unavolta nuovamente rilucente questo acciaio da cui

era serratadifesa e istoriataavrebbe potuto figurare su qualsiasi stipo;adesso tuttavia il rovere era mangiato dai vermi

come una vecchia cassa da morto e la ruggine del ferro si staccava tingendodi rosso le dita di Settimio allorché egli vi

armeggiava attorno. Guardò la strana vecchia chiave d'argento e immaginò discoprire nella sua impugnatura elaborata

una qualche somiglianza con gli ornamenti della scatola; comechessia deciseche quella era la chiave del destino e stava

introducendola nella toppa quando qualcuno bussò alla porta della camera edopo aver aperto quella di casa entrò con

passo virile. Dentro di sé imprecandocome sono solito gli uomini solitariallorché vengono interrotti nelle loro

occupazioni e specie quando lo sono al momento critico nell'esecuzione d'unpianolasciò la scatola come si trovava e

disse: «Avanti».

La porta si aprì ed entrò Robert Hagburnd'aspetto così slanciato esolenne che Settimio quasi non riconobbe il

giovanotto col quale era cresciuto in tanta familiarità. Indossava l'abitorivoluzionario scamosciato e azzurro con

decorazioni che all'occhio dell'iniziato lo mostravano ufficiale e dallosguardo e dalle maniere spirava un'autorevolezza

che dimostrava sicuramente come le pesanti responsabilità ed i momenticritici l'avessero educatomutando il

contadinello in un uomo.

«Sei tu?» esclamò Settimio. «Neanche ti riconoscevo. Come ti ha cambiatola guerra!».

«Anch'io potrei domandarti: sei tudunque? Perché anche tu sei similmentecambiatoamico mio. Lo studio ti

consuma terribilmente. Di questo passo diventerai un vecchioprima direnderti conto d'essere giovane. Ti ammazzerai

corpo d'un fucile!».

«Credi davvero?» disse Settimioun poco sbalorditocolpito dall'assurdastranezza della situazione che si

sarebbe prodotta se egli si fosse esaurito e consumato fino a morirne proprioal momento in cui avrebbe dovuto scoprire

il segreto della vita perpetua. «Nobenché io sembri pallidosono moltorobusto. A giudicare dalla ferita che ti scende

dalla tempiasei stato assai più vicino alla morte di quanto tu non credache lo sia io adessobenché in modo diverso».

«Sì» disse Robert Hagburn; «ma quando si lotta a sangue caldo per unabuona causachi si cura più della

morte? Eppure amo la vita più di nessun altro finché dura e amo tutti isuoi aspetti e le sue mutazioni e le sorpresetante

cose se ne possono ricavarenonostante quel che ne dice la gente. Lagioventù è soave nella sua focosa intraprendenza e

suppongo che la maturità lo sarà altrettantobenché in modo piùtranquilloe la vecchiaiaancor più tranquillaavrà

anch'essa i suoi vantaggi. Basta far della vita quel che il dovere comanda eciò che è pertinente a ciascuna delle sue fasi:

adempiere tuttogodere di ogni cosa: le due norme credo che faccianotutt'uno. Basta tenere in pugno seriamente la vita

senza giocarci attornoe non differirne una parte a pro' d'un'altrae ognisua parte e fase ci darà il particolare bene che le

è connaturato. La gente parla delle asprezze del servizio militaredelletribolazioni che dobbiamo sopportare

combattendo per la patria. Ebbenecredo di aver fatto la mia partecon durefatiche nelle terre più selvaggepatendo la

famel'estrema spossatezzai freddi pungentila tortura d'una feritailpericolo di morte e attraverso a tutto questo sono

stato felice come mai lo ero stato al comodo foco lare di mia madre le sered'inverno. Se ci fossi mortosono sicuro che

i miei ultimi istanti sarebbero stati felici. Non c'è altro scopo nella vitase non scoprire che cosa ci conviene fareese si

fapoco importa a parere mio se ne viviamo o ne moriamo. Dio non vuole lanostra opera ma solo la nostra volontà di

operare; o almenoquest'ultima sembra rispondere a tutti i suoi fini».

«Codesta è una filosofia assai comoda» disse Settimio con un certodisprezzo ma tuttavia con invidia. «Di dove

l'hai presaRobert?».

«Dove? Da nessuna partemi si formò durante le marce e benché non possaaffermare di averci pensato mentre

le pallottole mi grandinavano intorno sulla nevein quelle strette vie diQuebecpure son convinto di averla avuta in

mente fin da allora; perchécome ti dicomi sentivo felice e contento. EtuSettimio? Non ho mai visto un tipo così

insoddisfattocosì palesemente in felice. La vita è più dura per te inpaceche per me in guerra. Tu non hai trovato quel

che cercaviqualunque cosa sia. Dà retta a me. Buttati nel primo lavoro cheti si offra. In guerra c'è posto per tutti -.45

dovremmo esserne grati - noila più allegra fra tutte le generazionilepassate come le future - giacché la Provvidenza ci

propone un'opera così bella per cui vivere o una così eccellente occasioneper morire. Vale la pena di vivere solo per

aver la fortuna di morire così bene come si muore oggigiorno. Sudiventasoldato. Fa il cappellanovisto che hai

ricevuto l'educazione adattae scoprirai che in pace nessuno prega cosìbene come noialtri sol dati; e non ti verrà

neppure sottratta l'occasione di batterti: se la guerra è un'opera santaanche un prete può con pieno diritto cooperarvi

oltre a pregare per il suo esito favorevole. Suvieni con noimio vecchioSetti miosii il mio camerata eche tu viva o

muoiami ringrazierai di averti tolto dalla biliosa desolazione nella qualeti trascinisenza vivere né morire».

Settimio guardò con sorpresa Robert Hagburn; tanto lo vedeva mutato emigliorato da quella breve esperienza

di guerradi avventura e di responsabilità per la quale era passato. Oltreall'effetto che essa aveva prodotto su quel suo

zotico faresu quel suo rustico porta mentosviluppandolofacendolosembrare più altoliberando le grazie virili celate

in quella sua goffa figura di un tempoera notevole anche l'effetto cheaveva prodotto sulla sua mente e sulla sua

struttura moralecon ferendo una libertà di ideeuna semplice percezionedei grandi pensieriuna sciolta e naturale

cavalleria; sicché il paladinoil guerriero omerico pareva qui presenteoalmeno sembrava reso possibile nella persona

del giovane contadino della Nuova Inghilterra; e tutto ciò che la storia hapotuto daretutto ciò per cui i cuori hanno

trematosospirato e onde si sono gloriatiil patriottismo e gli eroicisensi e le azionipoteva forse reincarnarsi nella vita

e morte di questo suo amico e compagno di giochi che egli non aveva maialtamente stimato: Robert Hagburn. Questi si

era limitato a ubbidire al suo cuore in tutta spontaneitàcon coraggio ededizione assolutacompiendo la prima buona

azione che gli si presentavaed eccoti: un eroe.

«Quasi ti fai invidiareRobert» egli dissesospirando.

«E allora perché non vieni con me?» domandò Robert.

«Perché ho un altro destino» disse Settimio.

«Ebbenehai tortopuoi starne certo»disse Robert. «Questa non è unagenerazione destinata agli studi e alla

compilazione di libri: queste sono cose del futurosemmai. La grande lottapresente ha bisogno di tuttidi chi in un

modo e di chi in un altro e nessuno potrà illudersi di comportarsirettamenteanche nei confronti di se medesimose

tenterà di non fare la propria parte. Ma quel che avevo da dire l'ho detto.Settimiola guerra sottrae parecchio all'uomo

ma non lo assorbe interamente e ciò che gli lascia è tanto più pregnantedi vita e di salute. Ho qualcosa da dirti in

proposito».

«Dillo dunqueRobert» rispose Settimioil qualeriavutosi dall'inizialesconcerto prodottogli dall'incontro e

dalla specie di ebbrezza infusa dal sano calore del lo spirito di Robertcominciò a sperare segretamente che la facesse

finita per poter tornare ai suoi pensieri solitari. «Che cosa posso fare perte?».

«Ma niente» disse Robertcon aria un po' confusa«visto che tutto ègià deciso e concluso. Il fatto èamico

mioche come forse ti sarai accortoda tempo ho messo l'occhio su tuasorella Rose; sìfin dai tempi che s'andava

insieme alla vecchia scuoladove adesso ella insegna a bambini simili a comeeravamo noi allora. La guerra mi portò

viae venne a proposito; dubito infatti che Rose mi avrebbe voluto tantobene da diventare mia moglie se fossi rimasto a

casauno zotico quale stavo diventandoin maniche di camicia e a piedinudi. Macome vedieccomi qua: per il suo

cuore di donna io rappresento tutta questa gran guerrache mi rende percosì direeroico e strano e nello stesso tempo

resto pur sempre il suo innamorato d'una volta. Così scopro che il suo cuoreè diventato più tenero nei miei confronti e

per farla breveRose ha acconsentito a diventare mia moglie e vogliamosposarci fra una settimanala licenza non mi

consente troppi indugi».

«Mi sorprende» disse Settimioil qualeimmerso nelle sue occupazioninonaveva fatto caso al nascente

affetto tra Robert e la sorella. «Ti sembra bene approfittare di questabreve pausa che ti è concessa nel folle tumulto

della guerra per metter su una pacifica casa? Ti sarà gradevole esserne frapoco strappato? Sarai altrettanto allegro fra i

pericoli anche dopoallorché una sola spada potrebbe stroncare duefelicità d'un sol colpo?».

«C'è del vero in ciò che dicie ci ho già pensato» disse Robertsospirando. «Ma non so spiegartelo; c'è qualcosa

in quest'incertezzain questo pericoloin questa nube fra noiche rendesoave amare e sentirsi riamati ancor più che non

in mezzo alla quiete ed alla serenità. Se non ci fosse la mortedavveropenso che la vita sarebbe completamente insulsa.

Perciò corriamo il rischioovvero facciamo la nostra parte nel gioco dellaProvvidenzae ci amiamo e ci sposiamo con

la stessa fiducia che avremmo se dovessimo vivere in perpetuo».

«Benevecchio mio» disse Settimiocon una cordialità ed una pienezza dicuore che non provava da molto

tempo«non c'è nessuno che sarei più felice di chiamare fratello.Pigliati Rose e con lei ogni felicità. E una brava

ragazza e non mi somiglia per niente. Che tu pos sa vivere tutti i tuoilunghissimi anniognuno d'essi colmo di felicità».

Poco altro fu dettoe Robert Hagburn si congedò con una cordiale stretta dimanotroppo conscio della sua

felicità per accorgersi di quanto Settimio fosse chiuso in se stessostranitoansiosorescisso dalla vita e dagl'interessi

più sani; e Settimioappena sparito Robertsi chiuse dentro e subitotrovò la chiave d'argento nella serratura della

vecchia cassaforte.

La serratura resisteva alquantoessendo arrugginitacome si può beneimmaginare dopo tanto tempo che non

era stata apertama finalmente gli riuscì di girare la chiave e di aprireil coperchio. L'interno era d'aspetto ben diverso

dall'esterno perché mentre questo pareva tanto vecchioquellorimasto alriparo dall'ariasembrava nuovo come quando

era stato chiuso a ogni luce circa due secoli prima. Era bordato d'un avoriobellamente intagliato in figuresecondo l'arte

che nel Medioevo si possedeva alla perfezione; la cassa era stataprobabilmente il portagioie d'una signora e aveva

sprigionato un bagliore intenso e splendidi colori allorquando era stataaperta in precedenza. Ma adesso dentro non c'era

niente di simileniente che s'accordasse con quelle figure di soggettomitologico tagliate nell'avoriosoltanto certi.46

incartamenti al fondo della cassavergati con una grafia antica che aSettimio subito parve di riconoscere per la stessa

del manoscritto e della ricetta trovati sul petto del giovane soldato. Liafferrò con impazienza ma rimase infinitamente

deluso a scoprire che non avevano l'aria di riferirsi agli stessi argomentie che riguardavano invece genealogieuna

famiglia inglese e un suo membro il quale aveva attraversato l'oceano pertrasferirsi in America ein tal modoaveva

procurato di mantenere un collegamento con la sua stirpeserbandone la provaa uso proprio e dei propri discendenti.

Quelle carte rinviavano infatti a documenti e registri inglesi checomprovavano la genealogia. Settimio s'accorse che la

carta era stata compilata da un suo antenatoil poveraccio impiccato perstregoneria; ma tanta era stata la sua aspettativa

di altre e diverse cose che buttò le vecchie carte con amara indifferenza.

Poi le riprese e lesse con disprezzo quelle prove di un'ascendenza dagenerazioni di signori feudali e di

cavalierifamosi uomini di guerra; pareva che ci fosse in famiglia anche unatendenza alle lettere essendone tre membri

indicati come insegnanti in collegi di Oxford o di Cambridge; accanto a unofigurava la nota «colui che si vendette a

Satana»mentre un altro appariva seguace di Wickliffe; costoro avevanotrucidato reera no stati decapitatisbanditie

via dicendo; la vita immemoriale dell'antica famiglia non era dunque statané felice né prosperabenché essa avesse

mantenuto la proprietà del fondofin dai tempi della conquista normanna.Non fu senza interesse che Settimio vide di

spiegarglisi questo suo antico lignaggioquesto suo legame con nobiliprosapiequesti matrimoni con membri di

famiglie il cui nome egli ricordava dalla storia d'Inghilterrae tuttopareva confluire in luil'ultimo d'un ramo

impoverito che si era andato spegnendo nell'oscuritànel lavoro agreste enell'umile faticae s'era appena un poco

ravvivato in lui; appena un pocoa meno che non gli riuscisse di attuare ilsuo strano proposito. Non valeva forse la

pena di rivendicare la sua posizione di erede inglese che gli veniva cosìstrana mente offerta? Aveva ucciso

evidentemente senza saperlo l'unica persona che avrebbe potuto contestare isuoi dirittiil giovane che così stranamente

gli aveva offerto la speranza di una vita illimitata proprio mentre gli davaun posto tra i propri antenati. Che mutamento

vi sarebbe stato nel suo destino! Sembrava che si potessero accampare anchedelle pretese su un titolo nobiliareuna

baronia che di quando in quando si profilava nei documenti per poi dileguare.

«Forse» disse Settimio fra sé e sé«in futuro forse varrà la pena dirivendicare questi miei diritti ad un posto

nei ranghi di un'antica aristocraziae così sperimenteròper lo spaziod'una generazionequesto tenore di vita. Eppure il

mio destino è in certo modo incompatibile con la proprietà continuata d'unfondo. Debbo essere di necessità ramingo

sulla faccia della terracambiare residenza a brevi intervalli e sparireall'improvviso; altrimenti la sciocca moltitudine

dalla breve vitala folla dei mortalisi adirerà contro chi ha l'aspettod'un fratello ma il cui volto non conoscerà i solchi

dell'etàle cui ginocchia non traballerannola cui forza non verrà maiattenuata; la brevità della loro vita verrebbe

svergognata dalla sua permanenza nei secolicrollerebbe l'architrave dirovere centenario ed egli resterebbe sempre

sano e robusto. La sua casa avrebbe dovuto essere soltanto l'asilo d'ungiorno e dopo egli subito avrebbe cercato scampo

in un altro anonimato».

Quasi con rimpianto ritornò a esaminare i documenti finché giunse a unadelle persone segnate nella

genealogiaun dotto del regno di Elisabetta cui era attribuito il titolo didottore utriusque juris eaccanto al cui nome era

un verso latino la cui destinazione gli restava inspiegabileperchéaleggerlonon si vedeva perché dovesse considerarsi

appropriato; ma improvvisamente ricordò il passo macchiatoimperfetto egeroglifico della ricetta. Ci pensò per lo

spazio di un istante e si convinse che questa era l'espressione dispiegata edesplicita di quel piccolo mistero contorto

tipico di quella scrittura segreta in cui al tempo di Elisabetta si eramaestri. La sua mente ebbe un'illuminazione

subitanea e da quel momento non soltanto si trovò a poter leggere la ricettama le stesse norme e tutto il resto del

documento misteriosoin un modo cui prima non aveva mai pensatorendendosiconto che non era da prendersi alla

lettera e con semplicità ma celava un meccanismo nascosto che rendeva iltesto infinitamente più profondo di quanto

avesse potuto supporre dianzi. Il cervello gli ondeggiavagli pareva d'averinghiottito una pozione di un liquore che gli

dischiudeva profondità sconfinate e quasi non poté impedirsi di cacciare unurlo di esultanza trionfalela casa più non

bastava a contenerlosi precipitò verso la sua vetta e lìdopo avercamminato su e giùsi gettò sul tumulo ed esclamò

come rivolgendosi a colui che là sotto dormiva:

«Fratelloamico mio!» disse«grazie dell'impareggiabile liberalità chehai mostrato per averti offerto questo

angolino sul mio colle. Sei stato assai buono e generoso. Questo non sarebbestato un beneficio per tegiovanotto di

gioie focose e di gagliarde passioniamante delle risatedella lievitàdell'effervescenza brillante; o fratello! So ben io

che ci vuole uno spirito fortecapace di molta resistenza solitariasufficiente a se stessodi amori non eccessivinon

stretto dai dolci vincoli dell'affettoper affrontare la potente prova a cuimi accingo. Ti ringraziocugino! Eppure tulo

sentohai la parte miglioretu che così presto conoscesti il riposarecheti sciogliesti per sempre da questo mondo

agitato il quale sarà mio da contemplare di era in erasì da trarne lasomma e la conclusione ed il significato. Tu ti

diverti in altre sfere. Io godo di adempiere all'ufficio altosevero etremendo di vivere quaggiùministro della

Provvidenza da un'epoca alle altreinnumerevolisuccessive».

Così vaneggiò come mai primain una vena d'entusiasmo esaltatospaziandocon sicumera nel vuoto

fermandosi di quando in quando per gridare e sentendo che sarebbe scoppiatose non l'avesse fatto; i bassi poggi

sull'altro versante della vastapiatta valleed i boschi lontanigliecheggiarono la voce con tono d'irrisione; era come se

aerei spiriti ben consapevoli di come sarebbero finite le coseconfermasseroil suo grido dicendo: «Così sarà»

«Finalmente l'hai scoperto»«Sei immortale». Ed era come se la naturafosse disposta a celebrare il trionfo che egli

otteneva ai suoi dannipoiché sopra i boschi che coronavano il colle asettentrionesi profilavano saette e rivoli di luce

un chiarore biancorosso e multicolore che avvampava innalzandosi allozenitcome con un balzoun tuffoe poi

nuovamente un balzo in altosicché pareva che degli spiriti vi facesserofesta. Tutte le foglie degli alberi sul pendio.47

salvo quelle dei sempreverdierano cadute con l'autunnosic ché Settimiofu visto dai rari passantiin quel declinante

pomeriggioandare su e giù sul suo sentierogesticolando follemente; loudirono altresì gridare tanto che gli echi

tornavano da tutte le direzioni a rispondergli.

Al cadere della notteinoltreal lume della luna di settembrefu vistapassare un'ombra che agitava le braccia

in fantomatici trionfi; così il giorno dopo parecchie storie si diffusero inlungo e in largodi bocca in boccadiventando

a ogni nuova nascita più meraviglio se; la versione più semplice era cheSettimio Felton fosse impazzito sulla vetta che

egli tanto amava frequentare e tutti coloro che ascoltarono le sue gridadissero che chiamava il Diavolo; alcuni

affermavano che con certi suoi esorcismi aveva fatto apparire nell'ariacariche di squadronibagliori di cannonate

scontri di campioni; tutto ciò annunciava un prossimo vero combattimento coinemici della patria e poiché la battaglia

di Monmouth capitò o quel giorno o il successivola si ritenne o causata ovaticinata dalle eccentricità di Settimio;

siccome poi essa non fu molto favorevole alle nostre armiil patriottismo diSettimio ne scapitò parecchio nella

reputazione popolare.

Ma egli non sapeva e non pensava niente e non si curava affatto della patriae delle sue battaglie; era sano di

mentequanto lo era stato da un anno a questa parte ed era tanto saggiobenché soltanto per istintoda sfogare il suo

entusiasmo superfluo con quei gesti selvaggicon folli urla e un'attivitàincessante; e quando lo ebbe fatto tornò a casa

etardi com'eraattizzò il fuoco e riprese i procedimenti chimiciilluminato ormai dai nuovi insegnamenti. Una

presenza nuova gli parve intervenire nelle sue faticheaiutandolo aperseguire i suoi fini; qualcosa lo soccorreva e le sue

manipolazioni diventavano agevoliil suo pensiero s'illimpidì. Cosìtrascorse la notte e quando l'alba fece filtrar la luce

nello studiola cosa era fatta.

Settimio l'aveva attuata. Cioè era riuscito ad amalgamare i suoi materialifacendo sì che agissero l'uno sull'altro

armoniosamente ed aveva prodotto un risultato che aveva una sussistenzaautonomaed un proprio di ritto all'esistenza

qualcosa di potente e sostanziosocui ogni ingrediente contribuiva per lasua parte nel formare un'essenza nuovareale e

individua quanto le par ti che erano andate a formarla. Ma per perfezionarlaoccorreva che le potenze della natura

quietamente vi agissero per un mese di luce lunareanche la luna doveva averla sua parte nella produzione e perciò egli

doveva attendere pazientemente.

Aspettare! Certo che avrebbe aspettato! Avesse dovuto attendere fino allavecchiaianon sarebbe stato troppo

per lui: l'avvenire intero l'avrebbe ripagato.

Così versò l'inestimabile liquido in un vaso di vetro a tenuta d'aria e loespose alla luce del solespostandolo

dall'una all'altra finestra via via soleggiataaffinché maturassemuovendola con cautela per non disturbare lo spirito

vivente che sapeva albergarvi. Lo osservò notte e giornone osservò iriflessila luminosità che adesso gli sembrava di

giorno in giorno maggiorecome se si andasse intridendo di luce solare. Maic'era stata cosa più splendente. Mutava

colore a grado a gradoora tingendosi d'una ricca porporadiventando oracremisinaora violaceaora turchina;

attraversava tutti questi colori del prisma senza perdere il lustro e mai sivi de colore come quello che assumeva il sole

attraversandolo e toccando poi terra.

Strano e bello era osservare attraverso un tal tramite il mondo esterno evedere com'esso ne veniva glorificato e

rinnovellatoe più non sembrava il solito mon do benché fossero presentitutti gli stessi elementi fa miliari.

Di là dalla finestraveduto attraverso i vetriil contadino con la mogliesulle due selleche se n'andavano al

convegno religioso o al mercato e perfino il canela mucca al ritorno dalpascolole vecchie familiari facce della sua

infanziaavevano un aspetto diverso. Final mentealla fin del meseilliquido si fissò in un cremisi profondo e brillante

come l'essenza del sangue del giovane ch'egli aveva ucciso; il fioretrionfante aveva conferito a tutta la massa la propria

tintache era di ventata ogni giorno più fulgente sicché sembrava ave reuna luce intrinsecacome un pianeta autonomo

al cui interno ardesse un cuore di fiamma cremisina.

Avendo fatto tutto ciòcessato che fu ogni muta mentoed essendo cosìdimostrato che la digestione era

perfettaegli lo mise dove la mutevole luna l'avrebbe colpito; tornò aosservarloavvolgendolo nel buio di giorno ed

esponendolo alla luna di notte e così riscontrandovi altre mutazioni.S'accorse poco dopo che il cremisi fondo si andava

stingendonon si poteva dire che ne recedesseperché lo splendoreprodigioso che ancora lo soffondeva era forte come

semprema certa mente la tinta si estenuòdiventando più leggerasemprepiù leggerafinché rimase soltanto la più

pura bianchezza della luna; il mutamento in qualche modo deluse e afflisseSettimiobenché apparisse perfettamente

naturale che l'acqua della vita non avesse un colore solodovendolicontenere tutti quanti. Allorché l'assorto giovane

contemplava durante le notti solitarie il suo liquore amatissimotalvoltaimmaginava di veder cose mirabili nella sfera

di cristallo formata dal vaso come un tempo se ne vedevano nel cristallomagico del dottor Dee che adesso sta al British

Museum; forse eranorappresentazioni del passato remotoscene in cui egli stesso doveva agiregente ancora non natai

belli ed i saggi con i quali doveva entrare in rapportoi palazzi e torritipi d'architettura finora non vedutail vecchio

castello d'Inghilterra cui aveva un diritto ereditariocoi suoi frontoni edil suo liscio prato; i raduni di streghe cui

prendevano parte i suoi antenatila zia Keziah sul suo letto di morte ealeggiante su tuttol'ombra di Sibyl Dacy

occhieggiante da recessi segreti o da un suo luogo lontanola quale con ilsuo sorriso malizioso gli faceva cenno

d'entrare nella sfera. Tutte queste visioni egli coglieva e infine si reseconto d'essere rimasto immerso in un sogno

indotto dall'eccessivo osservaredal pensiero troppo intento; cosìvivendofra tanti sogniquasi temette di svegliarsi da

un sogno ulterioreper scoprire che il vaso stesso ed il liquido in essocontenuto erano sostanza di sogno. Ma no: erano

ben reali.

Un mutamento lo sorpresebenché senza dubbio l'accettasse e benché essoinvero implicasse una meraviglio sa

efficacia o almeno singolarità nel liquido che aveva appena allora subito lametamorfosi. Nell'ultima fase del tempo in.48

cui lo tenne sotto osservazione esso diventò stranamente freddo. Parevaassorbire la sua freddezza dalla freddacasta

lunafinché sembrò a Settimio più freddo del gelo stesso; il vapore siadunò sul vaso di cri stallo come su un bicchiere

d'acqua gelata in una stanza calda. Alcuni dicono addirittura che si brinòcristallizzandosi in mille forme fantastiche e

bellema di questo non sono sicuro. Certamente molto fresco era. Settimiomeditò sulla cosa e credette di capire che la

vita stessa era freddaindividuale nel suo essereessenza altapuraraffinata di là da ogni calore; d'un freddo dunque

corroborante.

Ecco quanto sono riuscito a impararea furia di riflettere profondamentecon una ricerca penosaintorno al

liquido che Settimio distillò: al suo aspettoalle sue proprietà; e adessoeccolo compiuto e perfettonulla più resta da

fare a Settimio se non usarlo ai fini in vista dei quali ha tanto a lungofaticato.

Ma a far questo egli sentiva in sé una riluttanza fortissima; sostò unmomento al punto dove il suo sentiero si

divideva da quello degli altri uominie si domandò se valesse la pena dirinunciare a tutto ciò che la Provvidenza aveva

largito per quell'unico dono della vita immortale. Non che avesse mai avutodei dubbi in me ritoassolutamente noma

era la sua sicurezza e coscienza di tenere in mano l'orbe splendente di tuttoil futuro che lo faceva indugiare un poco

adesso che poteva bere l'immortalità non appena lo volesse. Inoltreadessoche spingeva lo sguardo di là dal margine

estremo del destino mortaleil sentiero che aveva di fronte gli sembrava bensolitario. Perché non avrebbe dovuto

cercarsi un'unica amiciziaun sol cuoreprima di fare il passo finale?C'era Sibyl Dacy! Quale beatitudinese quella

pallida fanciulla fosse partita con lui per il suo viaggio! Come sarebbestato dolcedolcissimo vagare con lei per i luoghi

altrimenti desolati! Egli non poteva che vedere a metàconoscere a metà lecosese ella non l'aiutava. E forse questo

avrebbe potuto essere. Ella già doveva sapere o fortemente sospettare cheegli era impegnato in qualche ricerca

profondamisteriosa; forse lo intuiva grazie alla fonte di conoscenzearcanele leggende che conosceva così bene.

Alloraquali sogni (di quelli che sempre nutrono gli amanti allorché illoro nuovo amo re fa apparire la vecchia terra un

luogo così felice e glorioso che nemmeno milleinnumerevoli anni lapotrebbero esaurire) quali sogni si sarebbero

attuati per lui e per lei! Se questo non avesse potuto avverarsiche cosadoveva egli fare? Si sarebbe forse avventurato

in un futuro così invernalesimboleggiato forse dalla freddezza della coppadi cristallo? Rabbrividiva soltanto al

pensiero.

Orbenenon si è preservata notizia di quel che accadde tra Settimio e SibylDacysalvo che un giorno

camminavano insieme sulla vetta del colleo stavano seduti accanto al tumuloe parlavano intensamente fra loro. La

faccia di Sibyl era soffusa da una certa eccitazioneella era vezzosadavvero. Il cupo volto di Settimio manifestava un

solenne trionfo che lo rendeva altresì bello; così rapito appariva dopotutto quell'osservare e quell'estenuarsi e dopo la

vita purasovrannaturalepiena d'abnegazione che aveva fatto. Parlavanocome se ci fosse una premessa tacita su cui le

parole erano fondate.

«Non ti stancherai mai nel tempo che passeremo insieme?» egli domandò.

«Ohno» disse Sibyl sorridendo«sono certa che esso sarà pieno digioia».

«Sì» disse Settimio«benché adesso io debba rimodellare le mieanticipazioniperché finora ho soltanto osato

figurarmi una vita solitaria».

«E come la prevedevi?» domandò Sibyl.

«Invero non vi era nulla che potesse essere sgradito» rispose Settimio«perché se sono vissuto separato dagli

uomininon è perché io non abbia il gusto di quanto l'umanità racchiudein séma vorreipotendovivere la vita di tutti

gli uomini nello stesso istanteopoiché questo non può essereciascunasuccessivamente. Vorrei provare la vita del

poteregovernando; ma quello potrebbe venire in seguitodopo averaccumulato una grande esperienza di uomini ed

essere vissuto per un lungo periodo della storiae aver vistodaosservatore disinteressatocome gli uomini si possano

meglio influenzare per il loro bene. Dapprima sarei un grande viaggiatore epoicome chi appena venuto in possesso

d'un fondo lo ripassa palmo a palmo e ne esamina ogni singolo campo eappezzamento boschivo e ognuno dei singoli

tratticosì farò ioessendo mio il mondopossedendolo io per sempreladdove gli altri ne sono ospiti temporanei. Così

vagabonderò per questo mio mondo facendo conoscenza di tutti i suoi lidimarifiumimonti e campicon le varie

genti che vi abitano e delle quali mi propongo di essere il benefattore; nonpensareinfatticara Sybilche io mi ritenga

investito di questo grande destino senza un carico corrispettivo di grandidoverigravosi e difficili da eseguirema

gloriosi una volta adempiuti. Comunque ci sarà tempo per tutto ciò. Fra unsecolo avrò veduto questa terra e ne avrò

conosciuto almeno i confinime ne sarò imparato almeno le campiturechepotrò completare e riempire in seguito a mio

agio».

«Anch'io» disse Sibyl«avrò i miei doveri ed i miei travagliperchémentre tu andrai fra gli uominiio sarò fra

le donneosservandole e conversando con tuttedal la principessa allaservettae scoprirò che cosa non vaper qual

motivo una così grande porzione dell'umana miseria gravi sulle loro debolispalle. Scoprirò come maise la donna è una

principessa reale dev'essere sacrificata alla ragion di statoe se invece èuna paesana ugualmente le viene inflitto

qualcosa di inadatto a lei: e se non pesi per caso una qualche mortalemaledizione sulla donnatalché non le resti niente

da fare e niente da goderema le tocchi rassegnarsi a subire i tortidell'uomo continuando tuttavia ad amarlo e

disprezzandosi perché lo faa essere malcerta nella sua vendetta. E poi sedopo tutta questa indaginerisultacome

sospettoche la donna non sia suscettibile d'essere aiutatache ci siaqualcosa insito in lei che rende senza speranza la

lotta per la sua redenzioneche cosa farò? Davvero non sapreiforse potreipredicare all'intero sesso di uccidere tutte le

bambine non appena vengano alla lucelasciando poi le generazioni degliuomini a cavarsela come posso no! La donna

è così debole e pazzatalvolta bellama piena di infermitànon robustacon nervi esposti a ogni doloremalatapiena di

minime debolezzeancora più spregevoli delle grandi!»..49

«Sarebbe una miserabile fineSibyl» disse Settimio. «Ma confido chesaremo in grado di mettere facilmente a

tacere questo stanco e perpetuo lamento della femminilità. EbbenecaraSibyldopo che avremo speso cent'anni

esaminando lo stato reale dell'umanità ed un altro secolo divisando emettendo in atto dei rimedi ai suoi malanni

allorché il nostro pensierodel tutto ma turoavrà avuto tempo diperfezionare la sua terapiaavremo finalmente un po'

di ricreazioneun secolo di passatempi in cui cercheremo le gioie chepersone pensose possano goderecome

quell'infantile divertimento che sorge dalla saggezza crescentenonchédiporti d'ogni specie. Raduneremo attorno a noi

tutto quanto è bello e maestosoin un grande palazzopoiché allora avremouna tale esperienza che sapremo

procacciarci facilmente tutte le ricchezze con mobili fastosi dipintistatuee tutti gli ornamenti regali; e oltre a tenere

questo treno di vita disporremo d'una casettaper scoprire quale del le dueesistenze sia la più felicepoiché di ciò

sempre si è discusso. Durante questo secolo non faticheremo né fileremoné penseremo a cosa che vada di là della

giornata che trascorre sopra le nostre teste. C'è tempo a sufficienza perfare tutto ciò che dobbiamo».

«Cent'anni di gioco! Non sarà forse noioso?» disse Sibyl.

«Se lo è» disse Settimio«il secolo seguente vi porrà rimedio perchéallora escogiteremo filosofie profonde

scegliendo una teoria dopo l'altrascoprendone il vuoto e"inadeguatezzascartandole come rifiutie così avremo

disseminato di frantumi tutto il campo dell'umano pensiero. Poisu questamontagna di cocci rotti (come quel gran

monte Testaccio che andremo a visitare a Roma)costruiremo un sistemaperfettamente fondatograzie al quale

l'umanità spingerà lo sguardo addentro nelle vie della Provvidenza etroverà una applicazione pratica profondissima per

tutto ciò che s'era creduta mera speculazione. E poiquando il secolo saràtrascorsoe compiuta questa grande operaci

ritroveremo spiritualmente disponibili e ravviseremo la vuotaggine dellenostre stesse teoriementre gli uomini ne

vedranno soltanto la verità. E cosìse ci garberà ancora questodivertimentopotremo passare allo stesso modo un altro

secolo ed un altro ancora e molti altri a nostro talento».

«E dopo di ciòun altro periodo di giochi?» domandò Sibyl Dacy.

«Sì» disse Settimio«ma non si chiamerà così; nel secolo seguente cifaremo nominare padroni della terra e

conoscendo così bene gli uominie avendo enucleato la nostra dottrina delbuon governo e altro ancoraprocederemo

alla sua applicazioneche per noi sarà facile come per un bambinoaggiustare i propri fantocci. Faremo un sorriso di

superiorità vedendo che facile cosa sia rendere felice un popolo. Nel nostroregno dei cent'anni avremo tempo di mettere

fine agli erroridimostrandone al mondo l'assurdità; sostituiremo nuovimetodi di governo a quelli vecchi e cattivi;

metteremo il popolo in grado di reggersiaccontentandosi di poco governofacendone addirittura a meno; e una volta

compiuto ciòscompariremo dal mezzo del nostro popolo innamorato di noi;non ci vedranno mai più ma saremo

riveriti come dèi - mentre non vedutisorridendo tra noi e noicitroveremo nella folla stessa che ci andrà cercando».

«Ho l'intenzione» disse Sibylrendendo più folli quei folli discorsi conla petulanza che così spesso mo strava

«ho l'intenzione di introdurre una nuova moda nell'abbigliamento e questasarà la mia parte nella gran riforma che tu

varerai. Quanto alla mia coronala voglio di fiorie quello stranocremisino che saine sarà il principale; e quando

svaniròquesto fiore rimarrà dietro di mee forse mi riconosceranno perun attimo in mezzo alla follaperché lo porterò.

Ebbenedopo?».

«Dopo» disse Settimio«avendo visto tante cose ed essendo vissuto pertante centinaia d'annimi siederò a

scrivere una storia come le storie dovrebbero essere e non sono mai state. Esarà così saggia e così vivida e così

ovviamente veraceche la gente ne trarrà la persuasione che nel suo mezzosi cela un immortaleperché soltanto un

testimone oculare avrebbe potuto scriverla o aver acquistato la sapienzanecessaria a farlo».

«Quanto alla parte mia nella vicenda» disse Sibyl«terrò nota dellevarie misure della vita delle donne e della

moda delle loro maniche. E poi?».

«Ormai» disse Settimio«quante centinaia d'anni non saremo dunquevissuti? Ormaisarò prontotutto

sommatoa ciò che fin dall'inizio ho contemplato di fare. Diventerò unmaestro di vita religiosa e promulgherò una fede

dandone la prova mediante profezie e miracoli; la mia lunga esperienza miconsentirà di fare le prime e la dimestichezza

con i misteri della scienza mi permetterà di effettuare questi ultimi conuno schiocco delle dita. Così sarò un profetapiù

grande di Maomettoe travaserò tutte le speranze dell'uomo nella miadottrinarendendolo buonosantofelice; ed egli

leverà al Creatore preghiere che verranno esaudite perché saranno sagge eaccompagnate da un sufficiente sforzo

d'attuazione. Sarà un'opera grande e forse mi preparerà ad altri riposi ead altri passatempi».

[Magari ad una certa epoca vedrebbe levare una colonna in onore d'una suagrande impresa di un'età

precedente ].

«E che sarà?» domandò Sibyl Dacy.

«MaSibyl» egli disse sogguardandola e parlando con una certa esitazione«ho imparato che è uno spossante

peso per l'uomo restare sempre buonosanto e onesto. Nella mia vita diprofeta consacrato ne avrò fin sopra i capellida

restarne stufo e nauseatoe mi verrà voglia di un altro genere di dieta.Così nei cent'anni successiviSibylin quel breve

secolocredo che vorrei essere ciò che gli uomini chiamano cattivo. Comeposso conoscere i miei fratelli se almeno una

volta non faccio quell'esperienza? Vorrei provare tutto. La fantasia èsoltanto un sogno. Mi posso immaginare omicida

eper giuntaposso figurarmi tutte le modalità del delittoma non me neresta alcuna impressione nel cuore. Queste

cose le debbo vivere».

[La sfrenatezza aggressiva che è caratteristica della malvagità ].

«Bene» disse Sibyltranquillamente«anch'io ?

«Anche tu?» esclamò Settimio. «Neanche per ideaSibyl. Ti serberai buonae pura affinché mi rimanga il

mezzo per redimermiun'ancora salda nella confusione morale che creeròintorno a mee grazie a quell'appiglio potrò.50

successivamente tornare all'ordinealla virtù e alla religione. Altrimentitutto sarebbe perduto e potrei diventare un

diavoloe creare intorno a me il mio inferno; cosìSibylsii tu buona persempre e non caderenon inciampare

nemmeno un istante. Promettimelo!».

«Ci penseremo in qualche altro secolo» replicò Sibylcompostamente. «Cen'è ancora del tempo. E poi?».

«Per adesso bastaveramente» disse Settimio. «Nuove prospettive sidischiuderanno dinanzi a noi di continuo

a mano a mano che procederemo. Com'è sciocco pensare che una breve vitapossa esaurire il mondo! Dopo centinaia di

secoli sento che ci troveremo sempre ancora sulla soglia. Ad esempio c'è daperfezionare il mondo materialeda far

sprigionare le forze della natura sì che l'uomo possa infondere vita a tuttele modalità della materiafacendone altrettanti

servi. Rapide possibilità di viaggioper terraper mare e per aria;macchine per compiere tutto quanto adesso eseguisce

la mano dell'uomosicché faremo tuttosalvo infondere l'anima nei nostricongegni di locomozione e d'orologeria; modi

di convertire la notte in giorno e di acquista re il controllo del tempoatmosferico e delle stagionidelle virtù delle

piante... ecco alcune delle cose più facili fra quelle che mi aiuterai afare».

«Non ci proverei alcun gusto» disse Sibyl«salvo forse a fare un ricamod'acciaio».

«È cosìSibyl» soggiunse Settimiosempre nella sua vena di solenneentusiasmoinframezzato di pazze

divagazioni«procederemo attraverso tutti i secoli che vorremo. Forsenonlo credoma forse nel corso così prolungato

del temposcopriremo che il mondo è sempre lo stesso e che l'umanitàpermane sempre uguale e immutevoli restano le

possibilità dell'umana fortuna; sicché scopriremo che lo stesso vecchioscenario serve al gran teatro del mondo in tutte

le epoche e che la vicenda è sempre la medesima come sono sempre gli stessigli attoribenché soltanto noi ce ne

rendiamo contoe che tanto gli attori come gli spettatori se nestancherebbero se non fossero immersi in un oblioso

sonno onde s'illudono d'essere ricreati come nuovi ad ogni vita successiva.Forse scopriremo che il dramma del mondo

e le passioni che paiono agitarvis i sono d'una grande monotoniauna voltache se ne abbia esperienza e che basta

provarli e osservarli per scoprirne il segretodopo di che larappresentazione diventa troppo superficiale per fermare la

nostra attenzione. Come drammaturghi e romanzieri ripetono le loro tramecosì si ripete la vita umanasì da diventare

alla lunga stantìa. Ecco il sospetto che m'è venuto nei miei momentid'accidia. E che fare se effettivamente così stanno

le cose?»:

«Inverocodesta è una meditazione seria» rispose Sibylpigliando un'ariadi simulato allarme«ci stancheremo

o no della vita?».

«Non lo credoSibyl» rispose Settimio. «A forza di riflettere sullaquestione sempre più mi convinco che

l'uomo non è capace di sbarazzarsi completamente della mortela quale èevidentemente un rimedio per molti mali che

nient'altro potrebbe curare. Ciò significa che abbiamo scoperto come lospostamento della morte ad una distanza

indefinita non sia soprannaturaleanzi sia fra le cose più naturali poichéconsiste semplicemente nell'applicare i poteri

ed i processi della Natura per prolungare l'esistenza dell'uomoil suoprodotto più perfettoe questo si può fare soltanto

con l'accordo e la cooperazione della Natura stessala quale pertanto nonviene modificata e di cui la morte resta uno

degli aspetticome prima. Perciòuna volta esaurito il mondoo conl'attraversarne la vasta gamma di possibilità o

rendendoci conto che esso è soltanto la ripetizione d'una medesima cosainvocheremo la morte come un'amica che ci

deve introdurre a qualcosa di nuovo».

[Scriverebbe un poema o altra opera grandedapprima non apprezzatoevivrebbe tanto da vederlo diventar

famoso e si troverebbe fra i suoi posteri].

«Oh insaziabile amore della vita!» esclamò Sibylguardandolo con unastrana pietà. «Non puoi concepire che

la mente ed il cuore mortale possano alla lunga essere contenti diaddormentarsi?».

«MaiSibyl!» rispose Settimiocon orrore. «Il mio spirito si delizia alpensiero d'un'eternità infinita. Il tuo

no?».

«Un piccolo intervallopochi secoli appenadi sonno senza sogno» disseSibylimplorando. «Non me lo

potresti concedere?».

«Temo» disse Settimio«che la nostra identità muterebbe in quel riposo;sarebbe un Lete fra due parti del

nostro esseree con una tale scissione la continuazione della vitaequivarrebbe ad una vita nuova e per ciò senza

valore».

Così parlandocogliendo in quella nebulosità alcuni frammenti difilosofiaproseguirono saltando da un

argomento all'altroe Settimio così sedò i propri entusiasmichealtrimenti forse sarebbero scoppiati in aperta pazzia

spaventando il placido paesello con le mirabili cose che essi stavanomeditando. Settimio non poté accertare veramente

se Sibyl Dacy condividesse la sua fede nel successo dell'esperimentoesperava di disporre ormai dei mezzi per ottenere

una vita illuminata né era sicuro che ella lo amasseamasse tanto daintraprendere con lui la lunga marcia che le

proponevafacendo della loro unione qualcosa tanto più importante di quelche non sia nella breve vita degli altri

mortali. Ma egli decise di offrire anche a lei la pozione senza prezzofidandosi del lungo avveniredelle migliori

possibilità che il tempo gli avrebbe dischiuso e del fatto che egli sarebbesopravissuto a qualunque rivale ed alla

solitudine in cui una vita interminabile l'avrebbe gettata senza di lui;queste erano le garanzie del suo successo.

* * *

Ed ora giunse il giorno felice del matrimonio di Robert Hagburn e dellagraziosa Rose Garfielddel coraggioso

e della bella; come di norma la cerimonia doveva avvenire la serain casadella sposa e furono compiuti i preparativi del

caso; le belle mani della sposa avevano mescolato alla torta le sue teneresperanzeaggiungendovi le spezie dei suoi.51

verginali timoriin una combinazione tanto eterea quanto sensuale; i vicinie gli amici furono invitatie li

accompagnavano i loro migliori auguri e la massima buona volontà. Roseinfatti non aveva ereditato la diffidenzail

sospetto o che altro fosseche aveva aduggiato il ramo principale dellafamiglia di Settimioin una forma o nell'altra

fin dove si spingeva la memoria dell'uomo; e tuttieccetto forse alcunedonzelle che avevano sperato di conquistarsi

Robert Hagburnsi compiacquero della prossima unione di questa coppia beneassortitaaugurando ogni felicità.

Anche Settimio concesse il suo grazioso consensoe mentre fra sé e sépensava che una così breve unione non

valeva la pena del lavoro e della passione che la sorella ed il suoinnamorato vi prodigavanotuttavia augurava loro ogni

felicità. Paragonando la loro breve con la sua duratasorrideva ai loroamori da nientedei quali già gli pareva di vedere

la fine; erano il fiore d'una breve estateche sbocciava in bellezzae poiperdeva le fogliementre la fragranza avrebbe

continuato ad aleggiare un poco nella sua memoria per poi sparire per sempre.Egli si domandava per quanto tempo nei

futuri se coli avrebbe ricordato questo sposalizio della sorella Rose; forsedi li a cinquecento anni qualche rampollo di

quel matrimoniouna bella ragazza simile nelle fattezze alla frescaavvenenza di Roseo un giovanotto che avrebbe

rammentato la robustezza e la grazia virile di Robert Hagburn; ed egliavrebbe allora potuto rivendicare la conoscenza e

la parentela. Sarebbe rimasto il guardianodi generazione in generazionedella propria stirpe; l'amico che sempre

sarebbe riapparso nei momenti di bisognoe incontrando i suoi discendenti diepoca in epocaavrebbe visto le tradizioni

intorno a se stesso diventare poetiche col passar del tempo sicché avrebbesorriso vedendo le proprie fattezze pigliare un

aspetto più maestoso nella loro fantasia di quanto non avessero nellarealtà. Così nel corso della loro vitanella storia

della famigliaegli avrebbe rintracciato se stesso e li avrebbe messi inrapporto con tutti i loro antenati e così sempre si

sarebbe riscaldato al contatto d'un sangue affine.

E Robert Hagburnpieno della vitalità di quel mo mentofervido d'un sanguegenerosovenne con un'uniforme

nuovacon l'aria del fondatore di una stirpe che avrebbe avuto alle spalleun antenato eroico cui guardare.

Egli salutò Settimio come un fratello. E venne naturalmente anche ilsacerdotee si mescolò alla folla con aria

decorosa e salutò Settimio con un distacco più compunto del solito;Settimio si era infatti ritirato dall'intimità con lui a

mano a mano che era cresciuto l'entusiasmo per la sua impresa. Inoltre ilsacerdote non mancò di notare che il suo già

devoto allievo aveva con tratto l'abitudine di studiare cose occulteallequali egli non era ammessoe non accennava più

agli studi attinenti alla carriera sacerdotale; lo sfiorava il sospetto cheSettimio avesse sfortunatamente permesso a idee

miscredenti di assalireo addirittura di soverchiare la fortezza della fermafedeche egli s'era sforzato di fondare e

rafforzare in lui; disgraziaquestada cui spesso vengono colpite lepersone di natura speculativaimmaginosa e

malinconica come Settimioche il Diavolo ad ogni istante concerta diassalirefiducioso com'è di trovare un traditore

nella guarnigione. Il sacerdote aveva sentito dire che nella famiglia diSettimio questa era la norma e che anche il

celebre teologoil quale ai suoi occhi ne formava la gloriaaveva passatoin gioventù il suo periodo di violenta

miscredenzaprima che la grazia lo toccasse e in seguito per tutta la suavita lunga e piaera stato soggetto a periodi di

verasulfurea accidiadurante i quali non aveva più la fede che agli altripredicava con tanto vigore.

«Settimiomio giovane amico» egli disse«ti sei deciso a diventare unpredicatore della verità?».

«Non ancorareverendo» disse Settimio sorridendo all'idea venutagli ilgiorno innanziche la carriera di

profeta egli l'avrebbe pure abbracciata un giorno o l'altro. «Avrò tempo dipredicare la verità allorché la conoscerò

meglio».

«Hai l'aria di conoscerla meno di una voltaaltro che meglio» disse il suoreverendo amico figgendo lo sguardo

nei solchi profondi della frontenegli occhi selvatici e turbati.

«Forse è così. C'è ancora tempo comunque» rispose Settimio.

Si scambiarono queste parole nel trambusto e nel brusio della seratamentregli ospiti si radunavano e tutti

attendevano il matrimonio con l'interesse che sempre quell'avvenimentocomportaper comune che siae soltanto la

morte è ancor più comune. Tutti congratulavano la modestissima Rosecheaveva un aspetto quieto e felice; e così al

momento designato ella si alzò ed il sacerdote li sposò con un certofervore ed un'applicazione personale che li fece

sentire veramente sposati. Seguì il saluto alla sposa; il primo a baciarlafu il sacerdotee poi i rispettabili vecchi giudici

e agricoltoriognuno con un amichevole sorriso e una facezia. Poi fu fattocirco lare il dolce col vino e altre leccorniee

seguirono gli scherzi tradizionali che a quel tempo si facevano agli sposi.Credo che si ballasse anchebenché non mi

sappia immaginare come le coppie trovassero spazio sufficiente nellastanzetta; comunquedalle finestre sfolgorava una

luce abbagliante che splendeva sulla stradae ne giungeva un tal suono dichiacchiericci e festevolezze che ai viandanti

sulla solitaria strada di Lexington veniva voglia di partecipare alla festa:uno o due si fermarono ed entraronoe videro

la novella sposabevvero alla sua salute e si portarono a casa un pezzodella torta nuziale per sognarci sopra.

[Va osservato che Rose aveva chiesto alla sua amica Sibyl Dacy di farle dadamigella (aveva il modesto

numero di due damigelle) e la strana giovane rifiutò dicendo che il suointervento avrebbe portato sfortuna al

matrimonio ].

Perché dici tali assurditàSibyl?» domandò Rose. «Tu mi amine sonosicurae mi auguri ogni bene; ed il tuo

sorriso è già di per sé una promessa di prosperità che desidero risplendasul mio giorno di nozze».

«O Roseio sono un sinistro demone di sventura. Sono sprigionata da unsepolcroe faresti meglio a non

invitarmi a intrecciare i miei viticci velenosi attorno al vostro destino.Avresti a pentirtene».

«Zittazitta!» disse Rosechiudendo con il palmo della mano la boccadell'amica. «Cattiva! Se tu volessi mi

potresti dare la tua benedizionema ti rifiuti per puro capriccio».

«Sii benedettaalloracarissima Rosee che ogni felicità arrida al tuomatrimonio!»..52

Settimio era stato debitamente presente allo sposalizio e baciò la sorellacon umido cigliosi dicee con un

sorriso assai serioconsegnandola alla protezione di Robert Hagburn; e ci fuqualcosa nelle parole scambia te fra loro

che in seguito le rimase nella mentecome se esse avessero un significato daindagare attentamente ed esigessero una

risposta.

«EccoRose» egli aveva detto«mi sono preparato al mio destino. Non hoaltri vincoli e posso continuare il

cammino senza scrupolo alcuno».

«O Settimionon sono forse ancora tua sorella?» ella dissespargendoqualche lacrima.

«Una donna sposata non è una sorellanon è se non una donna sposatafinché non diventi madre e allora che

cosa avrò più da spartire con te?».

Parlava come smanioso di svelare la cosa che lo assillava e che dovevarestare incomprensibile a Rose; forse

era mosso dal desiderio di giustificare il distacco dalla propria stirpe cheera in procinto di consumare per crearsi un

destino eccezionale il qualeanche se non lo doveva isolare del tuttoavrebbe almeno stabilito rapporti nuovi fra lui e gli

altri. Eccolopover'uomoche osservava la folla festantenon conl'esultanza che ci si sarebbe potuta aspettarema

aduggiato da una strana tristezza. Gli parvein quell'istante finalecomese fosse la Morte a connettere insieme tutte le

cosee Lei altresì a infondere calore in ogni caso. Lo stesso matrimoniocon le sue più dolci speranzela sua santificata

comunanzai suoi misterie con tutta quella calda misteriosa fraternitàche unisce gli esseri i quali passano di mistero in

mistero in un breve bagliore di luce; con quell'incanto folle e soavedell'incertezza e della transitorietàla Morte rendeva

tutti meravigliosiinnocentiperfino i peggiori. Come era dura e prosaicala sua con dizioneparagonata a quella degli

altri. Sentì affiorare in sé un fiotto di tenerezza per loroquasi avrebbevoluto buttar via la sua vita interminabile e

precipitarsi in mezzo a loro esclamando: «Un abbraccio! Sono ancora uno divoi e non vi voglio lasciare! Tenetemi

stretto!».

Dopo di ciò nessuno badò più alla scomparsa di Settimio e di Sibyl Dacydalla festache proseguì altrettanto

allegramente senza di loro. Inverole abitudini di Sibyl Dacy erano cosìstravaganti e così poco conformi alle norme

generaliche nessuno se ne meravigliava o tentava di darne una ragione;quanto a Settimioera uno studiosocosì poco

abituato a mescolarsi con i suoi concittadiniin qualsiasi occasioneche cisi meravigliavasemmaiche avesse passato

con loro una parte della festae non del fatto che ora si ritirasse.

Dopo che i due se ne furono andatila compagnia si accrebbe di un altroospitenientemeno che l'egregio

dottor Porstoakenche si presentò alla portaannunciando di essere appenaarrivato a cavallo da Bostone che

volendosi incontrare con Sibyl Dacyera stato a cercarla in casa di RobertHagburnmasaputo dalla vecchia nonna

dove ella si trovavaera venuto qui.

Quando non la vide non mostrò alcun allarmema fu facilmente indotto asedersi con l'allegra compagnia

assaggiando il cognac che Robert aveva abbondantemente fornito; erano tempiin cui l'uomo ancora non aveva imparato

a temere il bicchieresicché il dottore li trovò che chiacchieravano ilarifra loro. Tirando fuori la sua pipa tedesca si unì

al gruppo dei fumatori nell'angolo del camino e cominciò a conversare conlororidendo e scherzandomescolando le

sue lepidezze a quel la misteriosa aria di sospetto che infondeva uncarattere così strano alla sua conversazione.

«È un colpo di fortunasignor Hagburn» egli disse«che mi porta qui inquesto fausto giorno. E come è andata

in questi ultimi tempi con il mio dotto amico il dottor Settimiopoichécosì lo si dovrebbe chiamare; e come sono

progrediti ultimamente i suoi studi? Il mondo scientifico può aspettarsibuoni frutti da quel suo decotto».

«Non starà mai a paro con la zia Keziah nel preparare le cure d'erbe»disse una vecchia che fumava la pipa in

un angolo«anche se diventeràcredoun buon medico. Povera Kezzydopotuttoprese un goccio di troppo della sua

mistura. Glielo dicevo io che sarebbe andata cosìperché noi si eraabbastanza buone amicheprima che si facesse

sentire in lei così fortemente la sua parte indiana; l'indigena e la stregale aveva tutt'e due nel sanguepovera vecchia

Kezzy!».

«Davvero?» disse il dottore. «Io ho sentito anche una strana storiachese i Felton volessero tornare al vecchio

paeseci troverebbero una casa ed un fondo che li aspettano».

La vecchia ci pensò su e fece una pipata. «Certo» borbottò alla fine«ricordo d'aver sentito qualcosa del genere

e anche se Felton volesse penetrare nelle foreste troverebbe una tribù diIndiani selvaggi pronti a pigliarselo per capo ed

a sottometterecon lui alla testai bianchi; e che se avesse sceltod'andare in Inghilterrac'era pronta per lui una grande

antica casacon un camino acceso nel gran salonecon tavola imbandita ed unletto ne dall'alto baldacchinotutto

pronto con le lenzuola migliorinella camera migliore ed un uomo alcancelloin attesa di farlo entrare. Però c'era sulla

soglia l'incantesimo d'un'orma insanguinata lasciata dall'ultima per sona cheera uscitaed esso impediva che uno della

prosapia potesse mai riattraversarla. Ma sono tutte assurdità!».

«Strane vecchie faccende si sognano accanto ad un focolare» disse ildottore. «Ve ne sovvengono altreoltre a

questa?».

«Nono; mi dimentico così facilmente delle coseoramai» disse lavecchia signora Hagburn; «è come se le

mie memorie fossero stipate nella pipa da cui escono arricciandosi in volutedi fumo. Ho conosciuto da sempre questi

Feltono mi pare che sia così; oramai ho novant'anni e ne avevo due altempo della stregaed ho visto un pezzo del

cappio con cui fu impiccato il vecchio Felton». Alcuni risero.

«Doveva essere uno spettacolo ben curioso» disse il dottore.

«Non sta bene» disse accigliatamente il sacerdote al dottore«rimestarequeste rimembranzefacendo sembrare

assurda la povera anziana signora. Non mi pare che ella si debba vergognar diavere le debolezze della sua generazione

e comunque non mi piace vedere la vecchiaia posta in una luce sfavorevoledavanti ai giovani!»..53

«Mio buon reverendo» replicò il dottore«non ho intenzione di mancare dirispettocome sembrate credere.

Non vogliateo potenze superneche io getti il ridicolo su credenzeoforse voi le chiamate superstizioniche sono fede

degneper quel che ne so ioquanto quelle predicate dal pulpito. Sel'anziana signora mi vo lesse raccontare il segreto

della scienza del vecchio Feltonlo tesoreggerei come sacroperché iointerpreto queste antiche storie di doni

miracolosi nel senso che si aveva una perfetta padronanza della scienzanaturaledelle virtù delle piantedelle facoltà

del corpo».

Mentre accadevano queste coseo primain qualche momento di quella nottefatidicaSettimioche si era già

ritirato nello studioudì bussare discretamente alla porta eaprendolasitrovò davanti Sibyl Dacy. Era come fosse corsa

un'intesa fra di loroperché Settimio non si mostrò sorpreso ma le presesoltanto la manofacendola entrare.

«Com'è fredda la tua mano!» egli esclamò. «Nulla lo è altrettantosalvo la potente medicina. Mi fa

rabbrividire».

«Non ci badare»disse Sibyl. «Tu mi guardi tutto spaventato».

«Davvero?» disse Settimio. «Siamo ad un punto critico. E tu non sembri inte. I tuoi occhi mi guardano

stranamente».

«Certo. E non hai paura di me? Ebbenetenterò di non aver paura di mestessa. Un tempo mi sarei temuta!».

Guardò lo studio di Settimio tutt'attorno con i suoi pochi vecchi libriisuoi strumenti scientificii crogiolile

stortele macchine elettrichea tutti questi oggetti prestò scarsaattenzionema sul tavolo davanti al fuoco qualcosa

l'attirò: il vaso che sembrava di cristallofoggiato alla maniera in cui iVeneziani lavoravano le loro copped'un vetro

purissimocon un alto gambonel quale una decorazione s'intrecciava eattorceva elaboratamente. Era un'eredità dei

Feltonun oggetto prezioso trasmesso insieme a molte correlative tradizionila cui fragilità si era salvata nonostante

tutti i pericoli del tempo che aveva mandato in frantumi gl'imperi; sebastasse lo spazio potrei narrare molte storie

curiose in torno a questo vaso strano che si diceva fosse stato ai suoi tempitanto lo strumento del sacramento diabolico

nella forestacome di quello cristiano nella cappella del villaggio.Comunque siaaveva fatto parte delle suppellettili

domestiche d'uno degli antenati di Settimio ed il loro stemma vi era incisocon grande perizia.

«Ed è questa la bevanda dell'immortalità?» disse Sibyl.

«SìSibyl» disse Settimio. «Ma tocca la coppa e sentirai com'èfredda».

Ella posò le sue dita esili e pallide sul fianco della coppa e rabbrividìcome aveva fatto Settimio quando aveva

toccato la mano di lei.

«E perché dovrebbe essere così fredda?» ella disse guardando Settimio.

«Davvero non lo soforse perché una vita intermina bile percorre l'interocerchio e incontra la mortenel la

quale confluisce e si fonde. O Sibylquesta che ho compiuto è una cosatremenda! Non lo credi anche tu? E se questo

brivido dovesse scuoterci per l'eternità?».

«Hai forse perseguito questo fine così a lungo» disse Sibyl«per nutrireadesso codesti timori? In tal caso io

avrei il coraggio di bere da sola e nel farlo ti disprezzereisorridendodella tua paura di cogliere la vita che ti viene

offerta».

«Non è che io tema» disse Settimio«ma riconosco di aborrire con unastrana forza da questa bevandané me

lo so spiegare salvo come reazionecome revulsione di sentimenti troppo alungo tesi verso un'unica direttiva. Non ci so

far nulla. La meschinitàla piccolezzale perplessitàe i fastidi dellavita in genere mi pesano stranamente. Tu hai

rifiutato di bere con mee allora penso che potrei in questo istantespezzare la gemmea coppa senza nemmeno

assaggiarne il contenutoscegliendo la tomba come la soluzione piùsaggia».

«Questa coppa meravigliosa! Che peccato spezzar la!» disse Sibylcon ilsuo sorriso caratteristicomaligno ed

enigmatico. «Non ti reggerebbe il cuore a farlo».

«Lo potreilo posso fare. Dunque non vuoi bere con me?».

«Sai che cosa stai chiedendo?» disse Sibyl. «Io sono un essere scaturitocome questo fiore da una tombao

almeno mi radicai in una tomba e crescendo mi sono intrecciata alla tua vitafino al punto che tu non puoi sfuggirmi.

Oh Settimio! Tu non mi conosci! Non sai che cosa prova per te il mio cuore.Non ricordi questa miniatura infranta?

Vorresti vedere le fattezze che vennero distrutte dal proiettile? E alloraguardami!».

«Sibyl! Che cosa mi dici? Eri tuerano i tuoi lineamenti che il giovanesoldato baciò morendo?».

«Sì» disse Sibyl. «Lo amavo e gli diedi la minia tura e anche il voltoche essa raffigurava. Io gli avevo dato

tutto e tu lo uccidesti».

«E dunque mi odii» mormorò Settimio.

«Lo chiami odio?» domandò Sibyl sorridendo. «E non ti ho forse datosoccorsonon ho forse pensato con te

ascoltato i tuoi pazzi deliri allorché non osavi parlarne con nessun altro?Non ho forse ravvivato le tue speranzenon ti

ho agevolato dandoti utili suggerimenti? Non t'ho aiutato in altri modi chenemmeno sospetti? E adesso mi domandi se

ti odio. Sembrerebbe forse odioil mio?».

«No» disse Settimio. «Eppure fin dalle prime volte che ti vidi in mequalcosa mi sussurrava che poteva essere

pericoloso frequentartiera come se mi trovassi vicino a qualche insidia. Inme c'è il sangue selvaggio e naturale

dell'Indianoun'indole istintiva e animale la quale sa dare avvertimenticon facoltà che la vita civile spiana e stroncae

cosìSibylmai ti ho avvicinata senza forti riluttanze e ritrosie ma nelcontempo sentivo il desiderio di stringerti a me ed

a questo cedetti. Ma perché maisapendo che in questo tumulo giace l'uomoche amaviqui steso per mano miaperché

m'hai aiutato a raggiungere un fine checome ben ve devim'era preziosocome il respiro stesso?»..54

«Amico mio; nemico miose preferiscidevi dunque ancora imparare che ildesiderio più intimo d'un essere

umano è spesso quello che lo rovina e rende infelice? Ma ascoltamiSettimio. Non ha importanza la mia vita di prima

non c'è motivo che ti narri la mia storiaconfessandone le debolezza e lavergogna. Forse avevo maggior ragione di

detestare colui che occupa questa tomba che non d'odiare temioinconsapevole vendicatore; tuttavia qui venni piena

d'odio e bramosa di vendettacol proposito di stare in agguatoe piegare iltuo più caro desiderio contro di teche ti

rodesse dentro e ti in stillasse velenomentre ioseduta su questosepolcrone avrei attinto un odio sempre fresco;

infinel'ora del tuo trionfovolevo volgerla in un trionfo mio».

«E le cose starebbero tuttora così?» domandò Settimiocon bianchelabbra«o il tuo iniquo piano è mutato?».

«Settimiodebole sonouna debolissima ragazza e nient'altroo Settimio;ho appena diciotto anni» esclamò

Sibyl. «Sono pochivero? Mi si possono perdonare tante cose. Ora sai che lemie intenzioni nei tuoi confronti erano

amarema forse che lo erano più di questo? Zitto! Non muoverti!».

Alzò la bellissima coppa dal tavolola portò alle labbra e ne mandò giùuna sorsatapoisorridendo a Settimio

gliela porse.

«Vedi; mi sono resa immortale prima di te. Vuoi bere?».

Egli tese la mano avidamente per afferrare la coppama Sibyl la tenne perun'istante fuori della sua portata e

poi deliberatamente la lasciò cadere sul focolaredove rabbrividì in milleminutissimi frantumi e tutta la fulgidafredda

acqua d'immortalità si versòspandendo il suo strano aroma.

«O Sibylche cosa hai fatto?» gridò Settimio con rabbia e orrore.

«Sta quieto! Aspetta a vedere quale immortalità ne ricavo e poise vuoiridistilla il tuo beveraggio

d'immortalità e bevilo anche tu».

«È troppo tardiSibyl; è una fortuna che può non ripresentarsi in tuttauna vita. Perirò come un cane. È troppo

tardi!».

«Settimio» disse Sibylche pareva stranamente bellacome se la bevandadandole la vita immortaleavesse

anche il potere di conferire una consentanea bellezza«ascoltami. Non haiancora appreso tutti i segreti nascosti in

quelle vecchie leggende di cui tanto abbiamo parlato. Furono le ricettescoperte grazie all'arte del dotto vecchio Gaspar

Felton. Una si diceva fosse il segreto della vita immortale indagato da tantiantichi sapienti e che taluno di loro si diceva

avesse anche scoperto; eppurese fosse verosarebbe strano che nessuno diloro sia vissuto fino ai nostri giorni. La sua

essenza era un certo fiore raro che produceva la bevanda dell'immortalitàquando lo si mescolava secondo le regole con

gli altri ingredienti già per conto loro dotati di grandi poterima ancoraprivi della virtù suprema fino a quando non si

fosse procacciato il fiore».

«Sìe quel fiore lo possedevoavendolo trovato in una tomba» disseSettimio«e avevo distillato la bevanda

che hai sparso per terra». «Avevi un fiore o ciò che chiamavi un fiore»disse la donzella. «Ma Settimiogià per un'altra

bevanda gli stessi potenti ingredienti vennero impiegatieccezione fatta perl'ultimo. In questainvece del bellissimo fio

refu mescolata una sembianza di fioreche in realtà era il nefastoprodotto d'una tombaed io stessa ve l'ave vo

seminatoed esso convertì la bevanda in un velenocelebre nella scienzaanticaun veleno che usarono i Borgia e Maria

de' Medicie che ha fatto morire molte persone celebri a talento dei loronemici. Ecco la bevanda che ti ho aiutato a

distillare. Essa apporta la morte con piacevolideliziosi brividi dei nervi.O SettimioSettimiovale la pena di morire;

essere così beata ed esilarata come io lo sono adesso».

«Buon DioSibylè mai possibile?».

«CertoSettimio. Mi aiutò quel vecchio medicoil dottor Porstoakenilqualeper un qualche suo fine

personalem'insegnò quel che occorreva fare; è esperto di tutti i misteridi quei vecchi medici e sapeva che al meno i

loro veleni erano efficaciqualunque cosa fossero i loro beveraggid'immortalità. Ma le cose non si sono concluse come

intendevo. È così mutevole la fantasia d'una fanciullao Settimio. Credevod'amare quel giovane sepolto nella tomba

lassùma amavo teinvece. E adesso sto per morire. Perdona le mie malvageintenzionipoiché sto morendo».

«Ma perché hai sparso la bevanda?» disse Settimio chinando su di lei lesue scure ciglia e aggrondando la

fronte«avremmo potuto morire insieme».

«Novivio Settimio» disse la donzellala cui faccia parve diventareluminosa e tripudiante; sembrava che la

bevanda della morte la esilarasse come un inebriante liquore. «Non te nelascerei bere neanche un goccio. Ma pensare»

e scoppiò a ridere«che castigo hai avutoche mesi di fatica spossantehai trascorso e fra quei pensieri e sognimentre

durante tutto il tempo io soffocavo le risate nella manica! Ahahah! Poicominciasti a progettare le nostre epoche

futurededicandomi effusioni liriche e calcolate riflessioni. Forse che nonla presi con molta modestia e non ti risposi

sullo stesso tono? Così mi amasti e generosamente volesti portarmi con tenella tua immortalità. O Settimiomi sarebbe

piaciuto! O Settimiocome mi sarebbe piaciuto! Soltanto da poco ho scopertocome stessero le cose. Ohcome ti

circondavo di sogni e invece di darti un'esistenza immortale impastai dichimere e vapori la scarsa vita che ti è

destinatatanto che nemmeno questa hai vissuto realmente. Ahfu unpassatempo divertente e divertente ne è questa

fine. Baciamipovero Settimioun bacio soltanto!».

[Gli mostra l'aspetto ridicolo del suo progetto con molto brio.]

Ma allorché Settimioche pareva storditosi chinò istintivamente perobbedireella si tirò indietro. «Nonon vi

sarà nessun bacio fra noi! Potrebbe essermi re stato un po' di veleno sullelabbra. Addio! O forse intendi ancora cercare

il tuo liquore d'immortalità? Ohfu uno scherzo ben riuscito. Ne rideremoquando c'incontreremo nell'altro mondo».

E a questo punto il riso della povera Sibyl Dacy diventò più debole e amano a mano che esso andava

smorendo ella moriva. Eccolacon quell'espressione allegraquasi malignaancora dipinta in voltoma immota; così per.55

lunga che potesse essere la vita di Settimiose di pochi anni o di moltisecoliquesta immagine di lei gli sarebbe rimasta

confitta in mente. E giacque fra le speranze infrante di luiora del tuttodistruttecome la coppa che aveva accolto la

pozione e altrettanto impossibili a ripristinare in vita.

* * *

Il giorno seguentepoiché Settimio non si fece vederelo cercò il dottorPorstoaken. La camera era vuotail

letto intatto. Allora lo si cercò sulla sua vetta preferita ma neanchelassù fu trovatoperò vi si trovò una cosa che

accrebbe lo stupore e l'allarme. Era il corpo freddo di Sibyl Dacysteso sultumulo così spesso menzionatocome

tenendolo fra le braccia; ma guardando quel viso colpito dalla mortegliastanti rimasero esterefatti per la sua

espressione maligna e allegracome di chi avesse recitato un qualche ruolospassosoneanche avesse fatto una sorpresa

combinato un tiro particolarmente vivace esploso in mezzo alla combriccolacon fatata pirotecnica.

«Ah! È morta! Povera Sibyl Dacy!» esclamò il dottor Portsoaken. «Dunqueil suo piano non è riuscito».

L'esclamazione pareva sottintendere una conoscenza dell'enigma; e gliastantifra i quali si trovava Robert

Hagburnne rimasero così impressionatiche ritennero opportuna un'indaginee così il dotto medico venne non senza

riguardo arrestato e interrogato. Molti particolari interessanti venneroscopertimolti dei quali gettano una certa luce

sulla nostra narrazione. Ad esempio che Sibyl Dacyla quale era nipote deldottoreera stata ingannatasottratta alla

famiglia e portata oltremare da Cyril Norton e che il dottorearrivando aBoston con un altro reggimentove l'aveva

trovata dopo la morte dell'amante. Qui c'era uno jato o un punto oscuro nellanarrativa del dottore. Pareva che egli

avesse assecondato o istigato addirittura (non era del tutto chiaro fin dovesi fosse spinto il suo concorso) il progetto

della povera ragazza di andare fantasticando sulla tomba dell'amante e divivere a contatto con l'uomo che gliel'aveva

ucciso.

Il dottore non aveva molto da dire a proposito di se stessoa questoriguardoma c'era motivo di credere che

egli avesse agito nell'interesse di qualche pretendente inglese d'una grantenuta rimasta senza erede di retto dopo la

morte di Cyril Nortone si sospettava perfino che eglicon la sua scienzafantastica e la sua empiria antiquatafosse

stato l'anima del progetto di veneficiointrecciato così stranamenteall'idea che quasi aveva fatto impazzire Settimiodi

una bevanda d'immortalità. Il dottore era un tal ciarlatano in materia discienzache forse aveva perfino ingannato se

stessopoiché sembrava aver nutrito una specie di fede nell'efficacia dellaricetta venuta così stranamente alla lucea

patto che si fosse scoperto il vero fiore; ma questosecondo il dottorPortsoakennon era stato visto sulla terra per secoli

interie forse ne era sbandito ormai per sempre. Il fioreovvero il fungoche Settimio aveva scambiato per un fiorene

era in realtà la controparte terrestre o diabolicaassai ricercata dagliantichi avvelenatori a causa della sua somma utilità

per la loro arte. In conclusionepoiché non si era scoperta alcuna provaconcreta contro il degno dottoregli si permise

d'andarsene e di sparire dai dintorni econ scandalo di moltinon venneimpiccato; lasciò pochi beni oltre alla tela ed

alla pelle svuotata d'un enorme ragno.

Quanto a Settimioegli non ritornò più alla sua casetta accanto allostradone e nessuno si prese la briga di

scoprire che cosa fosse successo di luischiacciato e annientato com'era dalfallimento dei suoi sogni meravigliosi e del

tutto assurdi. Si è vociferato comunque va rie volte che si fosse presentatoun pretendente america no della grande

Smithell's Hallil quale vi avrebbe fissato la residenza e avrebbe lasciatomorendodei figli e che nella generazione

successiva un antico titolo barona le fosse stato riesumato a favore delfiglio ed erede dell'americano. Se costui fosse o

no il nostro Settimio non saprei dire; ma mi dispiacerebbe pensare chedopogli stupendi piani`che aveva formato

avesse dovuto accontentarsi di inserirsi nella greve realtà della vitainglesemorendo al momento predestinatoper

essere sepolto come chiunque altro.

Qualche anno fatrovandomi in Inghilterravisitai Smithell's Hall e vi fuiospitato senza sapere di poter

chiamare mio compatriota per la sua discendenza il proprietariobenchésecondo adesso mi sovvienemi colpisse la

sua fisionomia scarnaolivastraamericana e la figura leggera e snella e misembra (ma potrebbe dipendere dalla mia

immaginazione) di ricordare una certa caratteristica indiana nel bagliore deisuoi occhi e nel taglio del viso.

Quanto all'Orma Insanguinatala vidi con i miei occhi e oserò suggerire chefosse soltanto una macchia

naturalmente rossastra della pietratramutata dalla superstizione in OrmaInsanguinata.




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