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Joseph Conrad

Al limite estremo

NOTA DELL'AUTORE

Al limite estremo è un racconto di vita di mare di tipo un po' speciale;e la cosa più personale che posso dire al

riguardo è questa: proprio perché ho vissuto appieno quella vitain mezzoagli uominiai pensieri e alle sensazioni che

di quella vita fanno partemi è stato possibilesenza la minimaapprensionein tutta sincerità di cuore e pace della

coscienzaconcepire l'esistenza della personalità del capitano Whalley eriferire la vicenda della sua fine.

Quest'affermazione trae forza dalla circostanza che le pagine di questoracconto - una buona metà di tutto il volume -

sono il prodotto anche dell'esperienza. Esperienza che appartiene (come in Gioventù)a quel tempo precedente in cui

non avrei mai pensato di prendere la penna in mano. Quanto al suo«realismo»questo lo devono decidere i lettori. Uno

i fatti se li doveva cercare qua e là. Una maggiore abilità avrebbe reso ifatti più verosimili e tutta la composizione più

interessante. Ma qui ci inoltriamo nella regione nascosta dei valoriartisticiin cui per me sarebbe inopportuno e

davvero pericoloso entrare. Ho rivisto le bozzeho corretto uno o due erroridi stampaho cambiato una o due parole -

ed è tutto. Dubito molto che rileggerò mai Al limite estremo. Nonc'è bisogno che dica di più. Si concilia meglio con i

miei sentimenti separarmi dal capitano Whalley in affettuoso silenzio.

I

Era già da tanto tempo che il piroscafo Sofala aveva cambiato rottain direzione della terrae la bassa costa

paludosa continuava a conservare il suo aspetto di semplice macchia scura aldi là di una fascia luminosa. I raggi del

sole si riversavano violenti sul mare calmo - parevano frantumarsi in polveresfavillante su una superficie adamantina

in un abbacinante vapore di luce il cui fulgore cangiante accecava l'occhio eaffaticava il cervello.

Il capitano Whalley non guardava il mare. Quando il serang si eraavvicinato all'ampia poltrona di vimini che

lui riempiva abbondantementeper avvertirlo a bassa voce che si dovevamutare rottasi era alzato subito ed era rimasto

in piedicol volto proteso in avantimentre la prua della sua navedescriveva un quarto di cerchio. Non aveva detto una

parolaneanche quella necessaria a far raddrizzare la barra. Era stato il serangun piccolo malese non più giovane

vigilee molto scuro di carnagionea mormorare l'ordine al timoniere. Ealloralentamenteil capitano Whalley si era

riseduto nella poltrona sulla plancia con gli occhi fissi al ponte tra i suoipiedi.

Non poteva sperare di vedere niente di nuovo su quel canale del mare. Eranotre anni ormai che navigava su

quelle coste. Da Low Cape a Malantan c'erano cinquanta migliasei ore dinavigazione per il vecchio piroscafo se la

corrente gli era favorevolesettese gli era contraria. Poi si puntavadritti verso terrae ben presto contro il cielo

apparivano tre palmealte e slanciatele cui cime arruffate si riunivano inmazzocome per sparlare furtivamente delle

scure mangrovie. Il Sofala si dirigeva verso il fosco nastro dellacostachea un certo puntomentre la nave le si

avvicinava obliquamentemostrava parecchie nette fulgide fratture:l'estuario debordante di un fiume. Poi avanti

attraverso un liquido brunotre quarti d'acqua e un quarto di terra neraavanti avanti fra le rive bassetre quarti di terra

nera e uno d'acqua salmastrail Sofala si sarebbe aperto la stradacontrocorrentecome faceva una volta al mese da sette

anni o piùmolto prima che lui sapesse che esisteva quella navemoltoprima che l'avesse sfiorato l'idea di aver a che

fare con lei e i suoi invariabili viaggi. Il vecchio piroscafo dovevaconoscere la strada meglio dei suoi marinaiche non

duravano tanto a lungo senza essere sostituiti; meglio del fedele serangche lui aveva portato con sé dalla sua ultima

nave per farsi aiutare nel suo turno di guardia; meglio di lui stessochesolo da tre anni ne era il capitano. Si poteva

sempre contare sulla nave per mantenere la rotta. Le bussole non impazzivanomai. Non si faceva nessuna fatica a

governarlacome se la veneranda età le avesse conferito saperesaggezza estabilità. Faceva i suoi approdi con uno

scarto massimo di un grado dal punto designatoe quasi spaccando il minutodell'orario previsto. In qualsiasi momento

seduto sul ponte di comando senza alzare gli occhio steso sul suo lettosenza trovare il sonnosemplicemente dal

computo dei giorni e delle oreil capitano Whalley poteva dire dove sitrovavail punto esatto dell'itinerario. Lo

conosceva bene anche luiquesto giro monotono da venditore ambulantesu egiù per lo Stretto; ne conosceva la

successione e i panorami e la gente. Tanto per cominciare Malaccaci sientrava all'alba e si usciva al crepuscolo per

traversarecon una rigida scia fosforescentequella grande stradadell'Oriente estremo. Tenebre e bagliori sull'acqua

limpide stelle su un cielo neroforse i fanali di via di un piroscafotransoceanico di linea che seguiva la sua rotta

immutabile nel mezzoo forse l'ombra fuggente di un'imbarcazione indigenache scivolava via silenziosa con le sue vele

di stuoia - esull'altro latola terra bassa in vista allo spuntar delgiorno. A mezzogiorno le tre palme del successivo

scalorisalendo il fiume pigro. L'unico bianco che vi abitava era un giovanemarinaio in ritirocon cui il capitano aveva

fatto amicizianel corso di tutti quei viaggi. Sessanta miglia più lontanoc'era un altro scalouna profonda baia con solo

un paio di case sulla spiaggia. E avanti cosìdentro e fuoria raccogliereil carico qua e là lungo la costafinchédopo

una traversata ininterrotta di cento miglia attraverso il labirinto di unarcipelago di isolettesi arrivava a una grande città

indigenatermine del viaggio. Per la vecchia nave c'erano tre giorni diriposo prima che lui la rimettesse in moto in

senso inversoper vedere le stesse rive da un'altra angolazioneudire lestesse voci negli stessi luoghie ritornare ancora

una volta nel porto di immatricolazione del Sofalasulla grandestrada dell'Orientedove avrebbe gettato l'ancora quasi

di fronte alla grande costruzione in pietra della Capitaneria fino al momentodi ripartire per il vecchio giro di 1600miglia e di trenta giorni. Non una vitamolto avventurosaquestaper il capitano WhalleyHenry Whalleydetto anche

Harry Whalley il Temerariodel Condorun clipper ai suoi tempifamoso. Nonon una vita molto avventurosa per un

uomo che aveva servito famose compagniecomandato famose navi (più d'una disua proprietà); fatto famose traversate

aperto nuove rotte e nuovi traffici; navigato attraverso distese non rilevatedei Mari del Sude visto sorgere il sole su

isole non segnate sulle carte. Cinquant'anni in maredi cui quaranta inOriente («mica male come apprendistato»diceva

con un sorriso)gli avevano valso un'onorevole reputazione presso unagenerazione di armatori e di mercanti in tutti i

porti da Bombay fin là dove l'Oriente si fonde con l'Occidente sulla costadelle due Americhe. La sua fama restava

documentatanon a caratteri cubitalima abbastanza evidentesulle cartedell'Ammiragliato. Da qualche parte fra

l'Australia e la Cina non c'erano un'isola di Whalley e uno scoglio delCondor? Su quella pericolosa formazione

corallina il celebre veliero era rimasto incagliato per tre giornimentre ilcapitano e l'equipaggio con una mano

buttavano il carico fuori bordo e con l'altraper così diretenevanolontana una flottiglia di piroghe da guerra dei

selvaggi. A quell'epocané l'isola né lo scoglio avevano la benché minimaesistenza ufficiale. Furono gli ufficiali del

vascello a vapore di Sua Maestàil Fusilierspedito più tardi afare una ricognizione della rottacheadottando quei due

nomiconsacrarono l'audacia dell'uomo e la solidità del veliero. Inoltrecome può constatare chiunque lo desideriil

General Directoryvol. IIpag. 410inizia la descrizione del«Passaggio Malotu o di Whalley» con le parole: «Questa

vantaggiosa rottascoperta per la prima volta nel 1850 dal capitano Whalleya bordo del Condor»ecc.e finisce

raccomandandola vivamente ai bastimenti a vela chefra dicembre e aprilecompresosalpino dai porti della Cina per

andare a sud.

Questo era il beneficio più evidente che avesse avuto dalla vita. Nullapoteva togliergli tale genere di fama. Il

taglio dell'istmo di Suezcome la rottura di una digaaveva riversatosull'Oriente una marea di nuove navinuovi

uomininuovi metodi commerciali. Aveva cambiato il volto dei mari orientalie lo spirito stesso della loro vita a tal

punto che le remote esperienze del capitano Whalley non dicevanoassolutamente più nulla alla nuova generazione di

marinai.

In quei giorni andatiper le sue mani erano passate molte migliaia disterlinesoldi suoi e dei suoi datori di

lavoro; aveva curato con lealtàcome per legge ci si aspetta che faccia uncapitanogli interessi conflittuali di armatori

noleggiatori e assicuratori. Non aveva mai perso una nave né consentito unatransazione poco chiara; e aveva retto bene

aveva finito col reggere più a lungo delle circostanze che avevanocontribuito a creargli un nome. Aveva sepolto la

moglie (nel Golfo di Pechili)aveva sposato la figlia all'uomo che si erascelta così infelicementee aveva perduto una

rendita più che consistente nel tracollo della famigerata Società BancariaTravancore e Deccanla cui rovina aveva

scosso l'Oriente come un terremoto. E aveva sessantasette anni.

II

L'età gli pesava abbastanza poco e d'esser rovinato non si vergognava. Nonera stato il solo a credere nella

stabilità della Società Bancaria. Uomini il cui giudizio in campofinanziario era altrettanto competente del suo nell'arte

marinaraavevano lodato la prudenza dei suoi investimentie anche loronelgrande fallimentoavevano perso molti

soldi. L'unica differenza fra lui e loro era che lui aveva perso tutto. Anzinon proprio tutto. Della fortuna perduta gli era

rimasto un graziosissimo brigantino a palola Bella Donzellacheaveva comprato per occupare i suoi ozi di marinaio a

riposo - «per giocarci»come diceva lui.

L'anno prima del matrimonio di sua figliaaveva formalmente dichiarato diessere stanco del mare. Ma dopo

che la giovane coppia era andata a stabilirsi a Melbourneaveva scoperto chesulla terraferma non poteva essere felice.

Era troppo capitano mercantile per sentirsi appagato dalla semplicenavigazione per diporto. Gli mancava l'illusione

degli affari; e l'acquisto della Bella Donzella assicurava lacontinuità della sua vita. Alle sue conoscenze nei vari porti la

presentò come «il mio ultimo comando». Quando fosse diventato troppovecchio per avere in consegna una nave

l'avrebbe messa in disarmo e sarebbe andato a farsi seppellire a terralasciando disposizione nel testamento che il

giorno del suo funerale rimorchiassero la Bella Donzella al largo el'affondassero degnamente nell'acqua profonda. Sua

figlia non gli avrebbe negato la soddisfazione di sapere che dopo di luinessun estraneo avrebbe manovrato il suo ultimo

comando. Con il denaro che era in grado di lasciarleil valore di unbrigantino a palo da 500 tonnellate era irrilevante. E

tutto ciò lo diceva con un giocoso ammiccar d'occhi - il vigoroso vecchioaveva troppa vitalità per intenerirsi con dei

rimpianti - e al tempo stesso con un po' di malinconiaperché ci stava beneal mondo e traeva un genuino piacere da

quello che esso gli offriva in beni e sensazionidalla dignità dellapropria reputazione e della propria ricchezza

dall'amore per la figliae dalla soddisfazione per quella nave - ilgiocattolo dei suoi ozi solitari.

Si era fatto sistemare la cabina secondo il suo semplice ideale dellacomodità in mare. Una grande libreria

(leggeva molto) occupava tutto un lato della stanza; di fronte al lettoilritratto della sua povera moglieun dipinto a

oliopiatto e bituminosoche raffigurava una giovane donna di profiloconun lungo ricciolo nero. Tre cronometri gli

ticchettavano la buona notte e gli davano il buon giorno con la competizioneminuscola dei loro battiti. Si alzava ogni

giorno alle cinque. L'ufficiale di guardia della mattinamentre beveva lasua prima tazza di caffè a poppa accanto alla

ruota del timonepoteva udireattraverso l'ampio sfiatatoio dei ventilatoridi rametutti gli spruzzigli sbuffi e i

gorgoglii della toeletta del suo capitano. A questi rumori seguiva unmormorio grave e sostenuto del Padrenostrorecitato a voce alta e fervida. Cinqueminuti dopodal boccaporto della scaletta internaemergevano la testa e lespalle

del capitano Whalley. Invariabilmente si fermava un momento sulla scalaaguardare tutt'intorno l'orizzonte e in su

l'orientamento delle veleinspirando profonde boccate d'aria fresca. Soloallora procedeva a grandi passi sul casseretto

rispondendo alla mano alzata alla visiera del berretto con un maestoso ebenevolo «Buongiorno a lei». Percorreva

scrupolosamente il ponte fino alle otto. Taloranon più di due volteall'annodoveva usare un robusto bastone simile a

una mazzaper via di un irrigidimento all'anca - un lieve attacco direumatismosupponeva. Altrimenti ignorava tutto

dei mali della carne. Al suono della campana della colazionescendeva a darda mangiare ai canarinia caricare i

cronometrie si sedeva a capotavola. Da lì aveva davanti agli occhi legrandi fotografie al carbone di sua figliadi suo

generoe di due bambini dalle gambe grasse - i suoi nipotini - dentrocornici nere fissate alle paratie d'acero della cabina

di poppa. Dopo colazionepuliva lui stessocon uno straccioil vetro dellefotografiee spolverava il ritratto a olio della

moglie con un piumino che teneva appeso a un piccolo gancio di ottone difianco alla pesante cornice dorata. Poi

chiusa la porta della sua stanzasi sedeva sul divano sotto il ritratto aleggere un capitolo di una grossa Bibbia tascabile

- la Bibbia che era appartenuta a lei. Ma certi giorni se ne stavaseduto lì per una mezz'ora con un dito fra le pagine e il

libro chiuso sulle ginocchia. Forse a ricordare improvvisamente quanto leiamasse navigare a vela.

Era stata un'autentica compagna di bordo e anche una vera donna. Per lui eraarticolo di fede che non era mai

esistitae mai avrebbe potuto esisteresul mare o sulla terrauna casapiù allegra e luminosa della suasotto il ponte del

casseretto del Condorcon la spaziosa cabina principale tutta biancae oroinghirlandata come per una festa perpetua

con una corona che non appassiva. Lei aveva dipinto nel centro di ognipannello un mazzo di fiori d'Inghilterra. Le ci

erano voluti dodici mesi per completare tutt'intorno alla cabina di poppaquella fatica d'amore. Per lui era una

meraviglia di pitturail conseguimento più alto del buon gusto edell'abilità; e quanto al vecchio Swinburneil

comandante in secondaogni volta che scendeva per i pastirestava di sassoin ammirazione davanti al progredire

dell'opera. Sembra quasi di sentire il profumo delle rosedichiaravaannusando il lieve odore di trementina che

permeava allora la sala da pranzoe che (come confessò più tardi) glitoglieva un po' del suo solito appetito

nell'aggredire il cibo. Ma non c'era niente di simile che interferisse nelsuo piacere di sentirla cantare. «La signora

Whalley è un vero e proprio usignolocapitano»asseriva con aria dagiudice imparziale dopo aver ascoltato

intensamente sopra l'osteriggio fino all'ultima nota del pezzo. Col beltempodurante il secondo turno di guardia

pomeridianoi due uomini udivano i trilli e i gorgheggi coll'accompagnamentodel pianoforte provenire dalla cabina. Il

giorno stesso in cui si erano fidanzati aveva ordinato lo strumento a Londrama erano sposati da più di un anno prima

che arrivassedopo aver fatto il giro del Capo. La grande cassa aveva fattoparte del primo carico di collettame diretto

sbarcato nel porto di Hong Kong - avvenimento che agli uomini chepercorrevano le indaffarate banchine di oggi

doveva sembrare indistintamente remoto quanto i secoli bui della storia. Mail capitano Whalleyin una mezz'ora di

solitudinepoteva rivivere tutta la propria vitacon il suo romanzoil suoidillio e il suo dolore. Le aveva dovuto

chiudere lui stesso gli occhi. Se n'era andata da sotto la bandiera come lamoglie di un marinaiomarinaio anche lei

nell'animo. Senza un'incrinatura nella vocele aveva letto l'orazionefunebredal suo libro di preghiere. Alzando gli

occhi si era visto di fronte il vecchio Swinburnecol berretto premutocontro il pettoe il volto rugosoarso dal sole

impassibileinondato di gocce d'acqua come un blocco scalpellato di granitorosso sotto un acquazzone. Non c'era

niente di male se il vecchio lupo di mare piangeva. Lui aveva dovuto leggerefino alla fine; ma dopo il tonfo del corpo

nell'acquanon ricordava molto di quel che era accaduto nei giornisuccessivi. Da una delle sottane nere della sua

povera moglieuno dei marinai più anziani dell'equipaggioabile nelcucitoaveva ricavato un vestitino da lutto per la

bambina.

Che Whalley dimenticasse era poco probabilema la vita non si può arginarecome un lento corso d'acqua. La

vita deborda sempre e sommerge le pene di un uomosi richiude sopra undolore come il mare sopra un corpo senza

vitaa prescindere da quanto amore è andato al fondo. E il mondo non ècattivo. Tutti erano stati molto buoni con lui

specialmente la signora Gardnerla moglie del socio di maggioranza dellaGardnerPatteson & Socigli armatori del

Condor. Era stata lei a prendersi volontariamente cura della bambina eal momento opportunol'aveva portata in

Inghilterra assieme alle sue figlieper completare la sua educazione. Un belviaggio a quell'epocaanche seguendo il

percorso per mare e per terra del postale. Passarono dieci anni prima che luila rivedesse.

Da piccola non aveva mai avuto paura del brutto tempo; lo pregava di portarlasul ponte in braccio

raggomitolata sotto la sua incerata a guardare i grandi flutti che siscagliavano sul Condor. Il turbinio e il fragore delle

onde sembravano riempire la sua piccola anima di un piacere che le toglievail fiato. «Un ometto mancato»diceva di

lei per scherzo. L'aveva chiamata Ivy per il suono della parolaeoscuramente attratto da una vaga associazione di idee.

Lei si era avvinta stretta attorno al suo cuoree lui si aspettava cherestasse abbarbicata al suo papà come l'edera a una

torre che non crolla; dimenticandoquand'era piccolachenella naturadelle coselei avrebbe probabilmente scelto di

attaccarsi a qualcun altro. Ma egli amava la vita a sufficienza per trarreuna certa soddisfazione anche in quel casoa

parte un sentimento più intimo di perdita.

Dopo che aveva comprato la Bella Donzella per occupare la suasolitudinesi affrettò ad accettare un nolo di

poco profitto per l'Australiasemplicemente perché gli offriva l'occasionedi vedere la figlia nella sua nuova famiglia.

Ciò che lo rese scontento lìnon fu vedere che lei si era attaccata a unaltro uomoma chea un esame ravvicinatoil

sostegno che si era scelta sembrava un fuscellouna «mezzacartuccia» anchesotto l'aspetto della salute. L'insistita

cortesia del genero gli spiaceva forse più del modo in cui disponeva dellasomma di denaro che aveva dato in dote a Ivy

al suo matrimonio. Ma delle sue inquietudini non disse niente. Solo il giornodella sua partenzacon la porta d'ingresso

già apertatenendole le mani e guardandola dritto negli occhiaveva detto:«Lo saitesoroche tutto quello che ho è perte e i pulcini. Bada discrivermi apertamente». Lei gli aveva risposto con un movimento quasiimpercettibile del capo.

Assomigliava a sua madre per il colore degli occhie nel caratteree anchein questoche lo capiva senza tante parole.

Come c'era da aspettarsilei scrisse e alcune di queste lettere feceroalzare le bianche sopracciglia del capitano

Whalley. Ma in fondo egli riteneva di raccogliere la vera ricompensa dellapropria vitaproprio perché riusciva a dare a

richiesta tutto quel che serviva. In un certo sensoda quando era morta suamoglienon era mai stato tanto contento

come adesso. Curioso a dirsila puntualità nei fiaschi di suo genero glifaceva provarea distanzauna specie di

simpatia per quell'uomo. Quel tipo era così perpetuamente in cattive acqueche accusarlo di navigazione imprudente

sarebbe stato veramente ingiusto. Nono! Il capitano Whalley sapeva bene dicosa si trattava. Era sfortuna. Lui era stato

straordinariamente fortunatoma nella sua vita aveva visto troppe bravepersone - marinai e no - affondare sotto il solo

peso della sfortuna per non averne riconosciuto i segni fatali. Per tuttequeste ragionistava pensando al modo migliore

di vincolare ogni centesimo che avrebbe lasciatoquandopreceduta da unbrontolio di voci (il cui primo rimbombo lo

raggiunse per caso a Shanghai)arrivò la scossa del grande fallimento; edopo essere passato attraverso le fasi dello

stuporedell'incredulitàdell'indignazionedovette arrendersiall'evidenza di non poter più dire di aver qualcosa da

lasciare.

Per giuntacome se avesse solo aspettato quella catastrofel'uomosfortunatolaggiù a Melbourneabbandonò

la sua infruttuosa partitaper sedersi nientemeno che in una sedia arotelle. «Non potrà più camminare»scrisse la

moglie. Per la prima volta in vita sua il capitano Whalley fu un po'sottosopra.

La Bella Donzella dovette mettersi amaramente a lavorare sul serioadesso. Non si trattava più di mantenere

viva nei Mari del Sud la memoria di Harry Whalley il Temerarioo di fornirea un vecchio gli spiccioli e il vestiario

con in aggiuntaforseil conto di qualche centinaio di sigari diprim'ordine da saldare alla fine dell'anno. Doveva

mettercisi con impegnoe far marciare sodo la nave con la sua scarsaporzione di doratura per i vistosi arabeschi di prua

e di poppa.

Questa necessità gli aprì gli occhi sui profondi mutamenti avvenuti nelmondo. Del suo passato restavanoqua

e làsoltanto i nomi familiarima le cose e gli uominicome li avevaconosciuti luierano spariti. Il nome di Gardner

Patteson & Soci era ancora in mostra sui muri dei magazzini dal lato delmaresulle targhe d'ottone e sui vetri nel

quartiere degli affari di più di un porto dell'Orientema nella ditta nonc'erano più un Gardner o un Patteson. Per il

capitano Whalley non c'era più una poltrona e un benvenuto nell'ufficioprivatocon qualche affaruccio che si era pronti

a offrire a un vecchio amicoin ricordo dei servizi passati. Dietro allescrivanie di quella stanza in cui luimolto dopo

aver lasciato l'impiego nella compagniaquand'era vivo il vecchio Gardneraveva ancora il diritto di entrareora

sedevano i mariti delle signorine Gardner. Le loro navi adesso avevano deifumaioli gialli con il bordo neroe un orario

per rotte prestabilite come un dannatissimo servizio tranviario. I venti didicembre e di giugno per loro erano la stessa

cosa; i loro capitani (eccellenti giovanottinon ne dubitava) conoscevanocertamentel'Isola di Whalleyperché

recentemente il Governo vi aveva fatto installare una luce bianca fissa sullapunta nord (con un settore di pericolo

indicato in rosso sullo scoglio del Condor)ma la maggior parte di loro sisarebbe molto sorpresa nel sentire che

esisteva ancora un Whalley in carne e ossa - un vecchio che andava in giroper il mondo cercando di raccattare un

carico qua e là per il suo brigantino.

E ovunque era lo stesso. Spariti gli uomini che a udire il suo nome avrebberoassentito in segno di stimae si

sarebbero sentiti onorati di fare qualcosa per Harry Whalley il Temerario.Svanite le occasioni che lui avrebbe saputo

cogliere; e con loro lo stormo dei clipper dalle bianche ali che vivevanodella tempestosa e incerta vita dei venti

schiumando grosse fortune dalla spuma dei mari. In un mondo che riduceva iprofitti a un irriducibile minimoin un

mondo che era capace di contare la propria stazza libera da cima a fondo duevolte al giorno e in cui magri noleggi

venivano accaparrati per telegrafo con tre mesi di anticiponon c'era alcunapossibilità di far fortuna per un individuo

che vagava alla ventura su un piccolo brigantino - in verità c'era a malapena lo spazio per esistere.

Di anno in anno diventava sempre più difficile e lui soffriva molto perl'esiguità delle somme che riusciva a

mandare a sua figlia. Nel frattempo aveva rinunciato ai sigari buonie ancheper quelli di qualità inferiore si limitava a

sei al giorno. Non parlò mai delle sue difficoltà a Ivy né mai lei sidilungò sulla suadi lotta per l'esistenza. La loro

fiducia reciproca non aveva bisogno di spiegazionie la loro perfetta intesaresisteva senza dichiarazioni solenni di

gratitudine o di rammarico. Sarebbe rimasto scioccato se a leiimprovvisamente fosse venuto in mente di ringraziarlo

con tante parolema trovò perfettamente naturale che lei gli dicesse diaver bisogno di duecento sterline.

Era arrivato con la Bella Donzella in zavorra al porto diimmatricolazione del Sofalain cerca di un noloe fu lì

che la lettera della figlia lo raggiunse. Diceva che era inutile indorare lapillola: la sua unica risorsa era aprire una

pensione di famigliaper la qual cosasecondo leile prospettive eranobuone. Buone abbastanzain ogni modoperché

gli dicesse con franchezza che con duecento sterline poteva avviarla. Avevastracciato in fretta la bustasul pontedove

gli era stata consegnata dal fattorino del fornitore marittimoche avevaportato la posta mentre ormeggiavano. Per la

seconda volta in vita sua era scombussolatoe rimase impalato davanti allaporta della cabina con la lettera che gli

tremava fra le mani. Aprire una pensione! Duecento sterline per avviarla!L'unica risorsa! E lui non sapeva dove mettere

le mani su duecento pence.

Per tutta la notte il capitano Whalley passeggiò sul casseretto della suanave all'ancoracome se fosse stato in

procinto di avvicinarsi alla terra con tempo coperto e incerto della suaposizionedopo una traversata di molti giorni

grigi senza vedere il solela luna o le stelle. La nera notte brillava deifanali che guidano i marinai e delle dritte linee

fisse delle luci della costa; e tutt'intorno alla Bella Donzella ifanali di fonda delle navi gettavano tremolanti sciesull'acqua della rada. Ilcapitano Whalley non vide nemmeno un barlume fino allo spuntar del giornoquando si accorse

che l'abbondante rugiada gli aveva inzuppato i vestiti.

La nave si era svegliata. Si fermò di bottosi lisciò la barba umidaecon piedi stanchidiscese la scala del

casseretto all'indietro. Nel vederloil primo ufficialeche ciondolavaassonnato qua e là per il casserorimase a bocca

aperta nel mezzo di un gran sbadiglio da prima mattina.

«Buon giorno a lei»proferì solennemente il capitano Whalleyraggiungendo la sua cabina. Ma si arrestò sulla

sogliae senza voltarsi: «A proposito»disse«ci dovrebbe essere unacassa di legno vuota messa via nel deposito dei

viveri. Non è mica andata rottavero?».

Il primo ufficiale chiuse la boccapoicome inebetitochiese: «Qualecassa vuotacomandante?».

«Una grande cassa da imballaggiopiattache è servita per il quadro incamera mia. La faccia portare in

coperta e dica al carpentiere di darle un'occhiata. Fra poco mi potrebbeservire».

Il primo ufficiale non mosse un dito prima di aver sentito la porta dellacamera del capitano chiudersi

rumorosamente dentro alla cabina. Alloracoll'indicefece un segno alsecondo ufficiale a poppacome a dire che c'era

qualcosa «nell'aria».

Al suono della campana la voce autoritaria del capitano Whalley rimbombòattraverso una porta chiusa:

«Sedetevi e non aspettatemi». E i suoi ufficiali impressionati presero iloro postiscambiandosi occhiate e sussurri

attraverso la tavola. Come! Non faceva colazione? E dopo essere andato ingiro tutta la notte sul ponteper di più! Ah di

sicuro c'era qualcosa nell'aria. Nell'osteriggio sopra le loro testechinatecon determinazione sui piattitre gabbie di fil

di ferro dondolavano e cigolavano per il saltellare senza posa dei canariniaffamati; e gli ufficiali potevano distinguere i

rumori dei movimenti controllati del loro «vecchio» nella sua cabina. Ilcapitano Whalley stava metodicamente

caricando i cronometrispolverando il ritratto della moglie mortatirandofuori dal comò una camicia bianca pulita

preparandosicol suo modo puntuale e senza frettaa scendere a terra.Quella mattina non avrebbe potuto ingoiare

neanche un boccone. Aveva deciso di vendere la Bella Donzella.

III

Proprio in quell'epoca i giapponesi andavano cercando per mari e per montinavi di costruzione europea; non

ebbe perciò alcuna difficoltà a trovare un acquirenteuno speculatore checondusse una dura trattativama pagò la Bella

Donzella in contantipensando di rivenderla guadagnandoci. Fu così cheil capitano Whalley si trovòun certo

pomeriggioa discendere i gradini di uno dei più importanti uffici postalidell'Orientecon una striscia di carta

azzurrognola in mano. Era la ricevuta di una raccomandata che conteneva unatratta di duecento sterlineindirizzata a

Melbourne. Il capitano Whalley ficcò la carta nel taschino del panciottoprese il bastone da sotto il braccioe

s'incamminò lungo la via.

Era un'arteria aperta di recente e mal tenutacon marciapiedi rudimentali eun leggero strato di polvere che la

ricopriva in tutta la sua larghezza. Un capo sfociava sulla strada povera esporca delle botteghe cinesi vicino al porto

l'altro portava drittosenza una casaper circa tre chilometriattraversomacchie di vegetazione come in una giunglaai

cancelli d'entrata del nuovo Consorzio dei Bacini. Le grezze facciate deinuovi edifici del Governo si alternavano alle

recinzioni vuote dei lotti liberie la vista del cielo sembrava accentuarela vastità di quell'ampio panorama. Dopo le ore

di lavoro la strada si vuotava e gli indigeni la evitavanocome se siaspettassero di vedere una delle tigri dei dintorni

dell'Acquedotto Nuovo sulla collina scendere a balzi al piccolo galoppo giùnel centro per prendersi un bottegaio cinese

per cena. Il capitano Whalley non era schiacciato dalla solitudine di quellastrada grandiosamente progettata. La sua era

una presenza troppo prestante. Era solo una figura solitaria che avanzava conpasso decisocon una gran barba bianca

da pellegrinoe un grosso bastone che assomigliava a un'arma. Da un latoilnuovo Palazzo di Giustiziaaveva un

portico basso e disadorno di colonne tozze seminascoste da qualche vecchioalbero rimasto nel viale d'accesso.

Dall'altrole ali del padiglione della nuova Tesoreria Coloniale sporgevanoin fuori fino alla linea della strada. Ma il

capitano Whalleyche ormai non aveva né nave né casasi ricordòpassandoche proprio in quel luogoquando era

arrivato la prima volta dall'Inghilterrac'era un villaggio di pescatoripoche capanne di giunco erette su palafitte fra una

cala fangosa soggetta alla marea e un melmoso sentiero che andava a finireserpeggiando dentro a una intricata landa

senza bacini o acquedotto.

Né nave né casa. E la sua povera Ivy laggiù anche lei senza casa. Unapensione non è una casa anche se può

dar da vivere. La sua sensibilità era terribilmente urtata dall'idea dellapensione. Nella sua posizione socialeegli aveva

quel temperamento autenticamente aristocraticocaratterizzato dal disdegnoper volgari natali e dai pregiudizi sulla

natura degradante di certe occupazioni. Quanto a sé aveva sempre preferitodirigere navi mercantili (occupazione

assolutamente onesta e lineare) piuttosto che dedicarsi alla compravendita dimerci la cui essenza è di avere la meglio su

qualcuno in una trattativa - nella migliore delle ipotesiuna poco dignitosaprova di scaltrezza. Suo padre era stato il

colonnello Whalley (a riposo) del servizio della Onorevole Compagnia delleIndie Orientalicon pochissimi mezzi oltre

la pensionema con eminenti conoscenze. Si ricordava di quanto spessodabambinoi camerieri delle locandei

commercianti di campagna e piccola gente di quel genereusassero rivolgersicon «Milord» al vecchio guerriero in

considerazione del suo aspetto.Anche il capitano Whalley (sarebbe entratonella marina militare se suo padre non fosse morto prima che lui

compisse quattordici anni) aveva qualcosa dell'aria imponente che sarebbestata adatta a un vecchio e glorioso

ammiraglio; ma si perse come una pagliuzza nel vortice di un torrente inmezzo allo sciame di umanità bruna e gialla

che riempiva una strada cheper contrasto con l'ampio viale deserto da cuiera appena passatosembrava stretta come un

vicolo e assolutamente tumultuante di vita. I muri delle case erano azzurri;le botteghe dei cinesi sbadigliavano come

antri di caverne; mucchi di mercanzia indefinita inondavano l'oscurità dellalunga fila di arcatee l'ardente serenità del

tramonto invadeva il centro della strada da un capo all'altro con un baglioresimile al riflesso di un incendio. Cadeva sui

colori vivi e sulle facce scure della folla scalzasui dorsi giallo pallidodei coolies seminudi che si facevano largo a

spintonisull'equipaggiamento di un alto soldato sikh con la barbadivisa nel mezzo e fieri baffidi guardia davanti al

cancello del recinto della polizia. Incombendo molto grossa sopra le testein un rosso alone di polverela pigiatissima

carrozza del tram a cavo risaliva con cautela la corrente umanaconl'incessante strombettio della sua cornettasimile a

un vaporetto che avanza a tentoni nella nebbia.

Il capitano Whalley emerse come un palombaro sull'altro latoe nell'ombradeserta fra le mura dei magazzini

chiusi si tolse il cappello per rinfrescarsi la fronte. Il mestiere dipadrona di una pensione implicava una certa cattiva

reputazione. Si diceva che quelle donne fossero rapacisenza scrupoliinfide; e sebbene egli non condannasse nessuna

classe dei suoi simili - Dio ce ne scampi! - quelli erano sospetti ai qualiera sconveniente che una Whalley si esponesse.

Comunque con lei non si era lagnato. Era sicuro che condividesse i suoisentimenti; gli dispiaceva per lei; si fidava del

suo giudizio; la considerava una concessione misericordiosa poterla aiutareancora una volta - ma nel profondo del suo

cuore aristocratico per lui sarebbe stato più facile rassegnarsi all'ideache lei facesse la sarta. Ricordava vagamente di

aver letto anni addietro un poema toccante intitolato The Song of the shirt.Andava benissimo che facessero delle

canzoni sulle povere donne. La nipote del colonnello Whalleyun'affittacamere! Puah! Si rimise il cappellofrugò nelle

due taschee fermatosi un momento per avvicinare un fiammifero acceso almozzicone di un sigaro da pochi soldi

soffiò un'amara nuvola di fumo a un mondo che poteva riservare similisorprese.

Di una cosa sola era certo - che era degna figlia di una madre intelligente.Ora che aveva superato il dolore di

separarsi dalla sua navepercepì chiaramente che quel passo era statoinevitabile. Forsesenza confessarselolo sapeva

fin dal principio. Ma leicon l'audacia di affrontare la verità e ilcoraggio di parlar chiaro - tutte qualità che avevano

fatto di sua madre una donna il cui parere era prezioso - da lontanolaggiùdoveva averne avuto una percezione

intuitiva.

Doveva proprio finire così! Anziera una fortuna che lei gli avesse forzatola mano. Ancora un anno o due e

sarebbe stata una vendita assolutamente infruttuosa. Per far andare avanti lanave aveva dovuto impegnarsi ogni anno

più a fondo. Era indifeso davanti all'insidioso lavoro delle avversitàaicui più scoperti assalti poteva presentare una

fronte saldacome uno scoglio che subisce impassibile la furia diretta delmareignorando altero la traditrice risacca che

lo mina alla base. E cosìassolto ogni impegnosoddisfatta la richiesta dileie non dovendo una lira a nessunodal

ricavato della vendita gli rimaneva una somma di cinquecento sterline dametter via al sicuro. E in aggiunta si portava

appresso circa quaranta dollari in spiccioli - sufficienti per pagare ilconto dell'albergosempre che non si trattenesse

troppo a lungo nella modesta camera in cui si era rifugiato.

Ammobiliata con avariziaquella camera col pavimento lucidato a cerasiapriva su una delle verande laterali.

Il disordinato edificio di mattoniarieggiato come una gabbia di uccellirisuonava dell'incessante sbatacchiare delle

stuoie di canna tormentate dal vento fra i pilastri squadrati e imbiancati acalce della facciata verso il mare. Le camere

erano altesui soffitti scorreva la luce ondeggiante del sole; e leperiodiche invasioni dei turisti di qualche piroscafo

ancorato nel porto passavano rapidamente nel crepuscolo ventoso di quellestanze col tumulto delle loro voci insolite e

con la loro presenza fugacecome staffette di ombre migratorie condannate afare il giro del mondo a tutta velocità

senza lasciare traccia. Il cicaleccio delle loro irruzioni si abbassava tantoimprovvisamente quanto si era alzato; e i

corridoi esposti all'aria e le sedie a sdraio delle verande non conoscevanopiù la loro fretta di vedere tutto o il loro riposo

prostrato; e il capitano Whalleyimponente e dignitosolasciato pressochésolo nel vasto albergo dopo ogni allegro

fuggi-fuggisi sentiva sempre più come un turista dimenticato a terra senzauno scopo davanti a sécome un viandante

derelitto senza una casa. Nella solitudine della sua camera fumava assortofissando le due cassette da marinaio che

contenevano tutto ciò che poteva dir suo al mondo. Un grosso rotolo di cartenautiche in una custodia di tela da vele era

appoggiato in un angolo; la piatta cassa da imballo con dentro il ritratto aolio e le tre fotografie al carbone era stata

spinta sotto il letto. Era stanco di discutere condizionidi assistere aperiziedi tutta la procedura dell'affare. Ciò che per

l'altra parte contraente era semplicemente la vendita di una naveper luiera un evento grave che implicava una visione

radicalmente nuova dell'esistenza. Sapeva che dopo questadi navi non ce nesarebbero state altre; e le speranze della

sua giovinezzal'esercizio dei suoi talentiogni sentimento e conseguimentodella maturitàerano stati

indissolubilmente legati alle navi. Aveva servito le navi; ne era statoproprietario; e anche gli anni in cui era stato un

marinaio a riposo erano stati sopportabili all'idea che avrebbe solo dovutoallungare una mano piena di soldi per

prendersene una. Si era sentito autorizzato a considerarsi il proprietario ditutte le navi del mondo. La vendita di questa

era un lavoro spossante; ma quando infine non fu più suaquand'ebbe firmatol'ultima ricevutafu come se tutte le navi

se ne fossero andate insieme via dal mondolasciandolo sulla riva di oceaniinaccessibili con settecento sterline in

mano.

Camminando lungo la banchina con andatura fermasenza frettail capitanoWhalley distolse lo sguardo dalla

rada familiare. Due generazioni di marinai nate dal suo primo giorno in marestavano fra lui e tutte quelle navi

all'ancora. La sua era venduta e lui si chiedeva: E adesso?Dal senso disolitudinedi vuoto interiore - e anche di perditacome se gli fosse statastrappata addirittura

l'anima a forza - gli era sorto istantaneo il desiderio di partire subito perraggiungere sua figlia. «Eccoti gli ultimi

pence»le avrebbe detto«prendilimia cara. Ed ecco il tuo vecchiobabbo: devi prendere anche lui».

La sua anima si ritrassecome spaventata da ciò che si nascondeva in fondoa quell'impulso. Arrendersi! Mai!

Quando si è esausti vengono in mente sciocchezze di ogni genere. Che belregaloper una povera donnaquelle

settecento sterline con l'ingombro di un vecchio gagliardo che con ogniprobabilità poteva durare ancora anni e anni.

Non era in condizioni di morire sulla breccia come uno qualsiasi deigiovanotti che comandavano quelle navi

ormeggiate là fuori? Era ancora solido com'era sempre stato. Quanto a chigli avrebbe dato da lavorarequesta era

un'altra faccenda. Luicon il suo aspetto e i suoi precedentidovevaandarsi a cercare un posto per un giovane? La

gentetemevanon l'avrebbe preso sul serio; oppure se riusciva a fare unabuona impressione su qualcunoavrebbe

forse ottenuto solo pietàche sarebbe stato come mettersi nudi per esserefrustati. Non aveva nessuna voglia di buttarsi

via per meno di niente. Non sapeva che farsene della pietà altrui. D'altrocantonon era tanto facile che un comando -

l'unica cosa che poteva cercare col dovuto riguardo al decoro comune - fosselì ad aspettare lui all'angolo della prossima

strada. I comandi oggigiorno non si trovano al mercato. Fin da quando erasbarcato per trattare l'affare della vendita

aveva tenuto le orecchie apertema non aveva sentito il minimo accenno chenel porto ci fosse un comando vacante. E

anche se ce ne fosse stato unoil suo stesso passato di successo gli era diintralcio. Per troppo tempo era stato il datore

di lavoro di se stesso. La sola credenziale che potesse presentare era latestimonianza di tutta la sua vita. Quale miglior

raccomandazione si poteva desiderare? Ma aveva la vaga sensazione chequell'unico documento sarebbe stato

considerato come un'arcaica curiosità dei mari d'Orienteun papiro vergatocon segni obsoleti - in una lingua

semidimenticata.

IV

Rimuginando questi pensiericontinuò la sua passeggiata vicino allaringhiera del lungomarecol suo ampio

pettonient'affatto curvocome se le sue grosse spalle non avessero maisentito il peso dei fardelli che bisogna portare

fra la culla e la tomba. Non una piega traditrice o una ruga dipreoccupazione sfiguravano la pacifica modellatura del

volto. Volto pieno e non abbronzatola cui parte superiore emergevamassiccia e tranquillasu dal flusso verso il basso

della barba argenteacon la impressionante delicatezza della carnagionechiara e l'ampiezza possente della fronte. Il

primo lampo del suo sguardo vi cadeva addosso candido e rapidocome quellodi un bambino; ma per la foltezza ispida

delle sopracciglia nivee l'affabilità della sua attenzione assumeva ilcarattere di un'indagine acuta e penetrante. Con l'età

si era un po' ingrassatola circonferenza gli si era arrotondata come unvecchio albero che non dà segni di decadenza; e

persino l'ondulazione opulenta e lucente della barba bianca sul pettosembrava un attributo di vitalità e di vigore

inestinguibili.

Un tempo piuttosto fiero della sua grande forza fisicae anche del suoaspetto esterioreconscio del suo valore

e inflessibile nella sua rettitudinegli era rimastocome eredità dellaprosperità perdutail portamento tranquillo

dell'uomo che in ogni circostanza si è dimostrato adatto al genere di vitache si è scelto. Procedeva a grandi passi in

linea retta sotto la tesa sporgente di un vecchio panamache aveva ilcocuzzolo bassouna piega attraverso l'intero

diametrouno stretto nastro nero. Con quel copricapoindistruttibile e unpo' scoloritolo si poteva riconoscere

facilmente anche da lontano sulle banchine brulicanti e nelle strade animate.Non aveva mai adottato la moda

relativamente moderna dei caschi di sughero sbiancato. Non gli piaceva laforma; e sperava di riuscire a mantenere la

testa fresca e a posto fino alla fine dei suoi giorni senza tutte quelletrovate per la ventilazione igienica. I capelli erano

tagliati cortila biancheria sempre di un bianco immacolato; un abito diflanella grigia leggeroliso fino alla trama ma

scrupolosamente spazzolatosi agitava attorno a quelle membra solideaumentandone le dimensioni per via del taglio

non aderente. Gli anni avevano mitigato l'audacia allegra e imperturbabiledella sua giovinezza in un umore

spensieratamente sereno; e il ticchettare svagato del bastone con la punta diferro accompagnava il rumore dei suoi passi

sul selciato con un suono sicuro di sé. Era impossibile collegare unapresenza così prestante e quell'aspetto imperturbato

ai guai degradanti della povertà; l'intera esistenza dell'uomo sembravapassarvi davantifacile e ampiain una libertà di

mezzi altrettanto abbondante del vestito che indossava.

Il terrore irrazionale di dover intaccare le cinquecento sterline per lespese personali in albergo turbava il saldo

equilibrio della sua mente. Non c'era tempo da perdere. Il conto continuava asalire. Nutriva la speranza che quelle

cinquecento sterline fossero forse il mezzose ogni altra cosa fallivaperottenere un qualche lavoro chemantenendo

insieme corpo e anima (non un affare di gran spesa)gli consentisse diessere utile a sua figlia. Perché lui pensava che

fosse il denaro di lei che impiegavafinanziandoper così direil padresolamente a beneficio della figlia. Una volta al

lavorol'avrebbe aiutata con la parte maggiore dei propri guadagni; era ingrado di farlo ancora per molti annie questo

affare della pensione di famigliaragionava fra séqualsiasi fossero leprospettivenon poteva essere una miniera d'oro

fin dall'inizio. Ma quale lavoro? Era pronto a prendere qualunque cosa inmodo onesto purché gli arrivasse presto in

mano; perché le cinquecento sterline dovevano restare intatte per ognieventualità. Quello era il punto fondamentale.

Con la somma intera ci si sentiva le spalle coperte; gli sembrava che sel'avesse lasciata scendere aquattrocentocinquanta o anche quattrocentottantatutta l'efficacia avrebbe abbandonato i soldicome se nella cifra tonda

ci fosse un potere magico. Ma che genere di lavoro?

Trovatosi di fronte a quel pressante interrogativo come a un molesto fantasmaper il quale non possedeva una

formula esorcizzanteil capitano Whalley si fermò di botto in cima a unponticello che attraversava ripido il letto di un

piccolo fiume incanalato tra due argini di granito. Ormeggiato fra i blocchisquadratiun praho malese d'alto mare

galleggiava mezzo nascosto sotto l'arco in muraturacon i pennoni ammainatisenza segno di vita a bordoe coperto da

poppa a prua con un tetto di stuoie di foglie di palma. Si era lasciatodietro i marciapiedi surriscaldati fiancheggiati dalle

facciate di pietra checome pareti di scogliere scosceseseguivano losnodarsi delle banchine; e dinanzi a lui si apriva

uno spazio sconfinatodall'aspetto ordinato e silvestrecon ampi mantid'erba spianatasimili a pezze di tappeto verde

ben tesee lunghe file di alberi allineati in colossali portici di fustiscuri incoronati da una volta di rami.

Alcuni di questi viali finivano al mare. Era una riva a terrazze; e piùoltresulla distesa dell'orizzonteprofonda

e scintillante come lo sguardo di un occhio azzurro cupoun'obliqua strisciapunteggiata di porpora si allungava

all'infinito attraverso lo spazio vuoto fra due verdeggianti isolettegemelle. Gli alberi e i pennoni di alcune navi lontane

con lo scafo invisibile nelle rade esternesorgevano direttamente dall'acquain un fine labirinto di linee rosate disegnate

a matita sull'ombra chiara del lato orientale. Il capitano Whalley rivolseloro un lungo sguardo. La nave che era stata

suaera ancorata là fuori. Era stupefacente pensare che non gli era piùconsentito prendere una barca al molo per farsi

portare alla sua nave quando veniva la sera. A nessuna nave. Forse mai più.Prima che la vendita fosse conclusae

finché non era stato pagato il denaro dell'acquistoaveva passato ognigiorno un po' di tempo a bordo della Bella

Donzella. Il denaro era stato versato quella mattina stessae oratuttod'un colponon c'era proprio più una nave sulla

quale potesse salire a bordo quando voleva; non c'era più una nave cheavesse bisogno di lui per fare il proprio lavoro -

per vivere. Sembrava una situazione incredibiletroppo bizzarra per durare.E il mare era pieno di imbarcazioni di tutti i

tipi. C'era quel praho così immobileavvolto nel suo sudario difoglie di palma intrecciate - anch'esso aveva il suo uomo

indispensabile. Vivevano l'uno per l'altroquel malese che non aveva maivistoe quella cosa poco ingombrante dalla

poppa alta che sembrava riposare dopo un lungo viaggio. E non ce n'era unafra tutte quelle navi che vedevavicine e

lontaneche non avesse un uomol'uomo senza il quale la nave più bella èuna cosa mortaun pezzo di legno

galleggiantesenza scopo.

Dopo quell'unico sguardo alla rada andò avanti perché non c'era niente percui tornare indietroe bisognava far

passare il tempo in qualche modo. I viali dai grandi alberi correvano drittiattraverso l'Esplanadeintersecandosi ad

angoli diversinudi come colonne in bassolussureggianti in alto. Lassù irami intrallacciati sembravano dormire

beatamente; non si muoveva una foglia ein mezzo alla stradai lampioni dighisaesili come giunchidorati come

scettrisi assottigliavano in una lunga prospettivacon in cima i loroglobi di porcellana biancasimili a qualche barbara

decorazione di uova di struzzo esposte in fila. Il cielo fiammeggianteaccendeva una minuscola scintilla scarlatta sulla

superficie sfavillante di ogni conchiglia di vetro.

Col mento un po' sprofondatole mani dietro la schienae la punta delbastone che segnava la ghiaia con una

sottile serpentina dietro i suoi tacchiil capitano Whalley rifletteva chese una nave senza uomo era come un corpo

senz'animaun marinaio senza nave non contava tanto di più a questo mondodi un inutile pezzo di legnoalla deriva sul

mare. Il legno poteva essere anche sanodi fibra duradifficile dadistruggerema cosa contava! E un improvviso senso

di irrimediabile inoperosità gravò sui suoi piedi come una grandestanchezza.

Una successione di carrozze scoperte venne filando sulla strada del mareaperta da poco. Al di là degli ampi

manti d'erba si vedevano i dischi vibranti delle ruote. Le vivide cupoledegli ombrellini s'inclinavano leggermente verso

l'esterno come dei fiori sbocciati sull'orlo di un vaso; e il tranquillospecchio d'acqua turchinaattraversato da una

striscia violettafaceva da sfondo alle ruote che giravano veloci e alfocoso movimento dei cavallimentre le teste col

turbante dei servitori indianialzate sopra la linea dell'orizzonte sulmarescivolavano rapide sull'azzurro più pallido del

cielo. In uno spazio libero vicino al ponticello ciascun equipaggio compivaal trotto con eleganza un'ampia curva che

l'allontanava dal tramonto; poitrattenendo bruscamente i cavallientravanel viale principale in una lunga fila che si

muoveva lentamente con la grande immobilità rossa del cielo alle spalle. Itronchi degli alberi possenti erano toccati dal

rosso tutti dal medesimo latol'aria sembrava in fiamme sotto l'altofogliamela terra stessa era rossa sotto gli zoccoli

dei cavalli. Le ruote giravano solenni; uno dopo l'altro gli ombrellinichinarono il capopiegando i loro colori come fiori

sgargianti che alla fine del giorno chiudono i petali. In tutti queicinquecento metri di esseri umani non una voce

pronunciava una parola distintasi sentiva solo un rumore sordo e attutitomescolato a leggeri suoni tintinnanti esopra

i mantici abbassatile teste e le spalle immobili degli uomini e delle donneseduti a coppieemergevano impassibili -

come se fossero di legno. Ma una carrozza a una parigliaarrivata tardinonraggiunse la fila.

Rotolava rapida e senza rumorema entrando nel vialeuno degli scuri baisbuffòinarcando il collo e

scartando dalla stanga con il puntale di acciaio; un fiotto di schiuma caddedal morso sulla punta di un garrese satinato

e subito la faccia bruna del cocchiere si chinò in avanti sopra le mani perafferrare meglio le redini. Era un lungo landò

verde scuroche aveva un movimento fluttuante e altero tra le molle a Cfortemente incurvatee una specie di

maestosità rigorosamente ufficiale nella sua suprema eleganza. Sembrava piùspazioso del solitocon cavalli

leggermente più grandii finimenti un filino più perfettii servitoriappollaiati un po' più in alto a cassetta. Gli abiti di

tre donne - due giovani e graziosee unamaturabellaimponente -sembravano riempire completamente il corpo poco

profondo della carrozza. Il quarto visoera quello di un uomoterreo edistintocon palpebre pesantipizzo e baffi scuri

foltibrizzolatiche avevanoin qualche modol'aria di solide appendici.Sua Eccellenza.Il rapido moto di quell'unico equipaggio fece apparire tutti glialtri assolutamente inferioriintristitie ridotti a

trascinarsi penosamente a passo di lumaca. Il landò distanziò tutta la filain una rincorsa sostenuta; i lineamenti dei

passeggerisottratti alla vista come in un turbinesi lasciarono dietroun'impressione di sguardi fissi e di impassibile

vacuità; e dopo esser svanito in pieno slancioper così direnonostantela lunga colonna di veicoli che rasentava il

marciapiede avanzando al passotutto il maestoso panorama del viale sembròpiù ampio e svuotato di vita

nell'accresciuta impressione di un'augusta solitudine.

Il capitano Whalley aveva alzato la testa per guardaree la sua mentedisturbata nella sua meditazionesi volse

meravigliata (come accade alle menti degli uomini) a considerazioni dinessuna importanza. Lo colpì il fatto che proprio

in quel portodove aveva appena venduto la sua ultima naveera entrato conla prima che avesse mai possedutoe con

la testa piena del progetto di aprire una nuova rotta commerciale in unaremota parte dell'Arcipelago. Il governatore di

allora l'aveva incoraggiato in tutti i modi. Non era Sua Eccellenza quello -il signor Denham - un governatore in

maniche di camicia; un uomo che si occupava notte e giornoper così diredella crescente prosperità della coloniacon

l'abnegazione di una balia per il bambino che ama; uno scapolo solitario cheviveva come in un accampamento con

pochi servitori e i suoi tre cani in quello che allora si chiamava ilBungalow del Governo: un edificio dal tetto basso sul

pendio semidiboscato di una collinacon una nuova asta per la bandiera suldavanti e un poliziotto di guardia sulla

veranda. Ricordava la faticosa ascensione alla collinasotto il solecocenteper la sua udienza; l'aspetto sguarnito di

mobili della fresca stanza in ombra; la lunga tavola colma di pile di carteda una partee due fuciliun cannocchiale di

ottoneuna boccettina d'olio con una penna infilata nel collo dall'altra - ela lusinghiera attenzione accordatagli

dall'uomo al potere. Era un'impresa piena di rischi quella che era venuto aesporrema venti minuti di colloquio nel

Bungalow del Governo sulla collina l'avevano resa più liscia sindall'inizio. E mentre si accomiatavail signor Denham

già seduto davanti alle sue cartegli aveva gridato dietro: «Il meseprossimo la Didone salpa per una crociera da quelle

partie chiederò ufficialmente al comandante di farle visita per vederecome se la cava». La Didone era una delle veloci

fregate stazionate in Cina - e trentacinque anni sono una bella fetta ditempo. Trentacinque anni primaper la colonia

un'impresa come la sua era abbastanza importante perché fosse protetta dauna nave di Sua Maestà. Una bella fetta di

tempo. Gli individui contavano qualcosa allora. Uomini come lui; e anche comeil povero Evansper esempiocon la

sua faccia rubicondai favoriti neri come il carbonegli occhi inquieti.Era stato lui che aveva installato il primo scalo di

alaggio per riparare le piccole navial limitare della forestain una baiasolitaria della costa tre miglia più su. Il signor

Denham aveva incoraggiato anche quell'impresaeppurenon si sa comeilpovero Evans aveva finito col morire in

patriamaledettamente a corto di quattrini. Si diceva che suo figlioperviverespremesse olio dalle noci di cocco in

qualche isoletta dell'Oceano Indiano dimenticata da Dio; ma era da quelloscalo di alaggio in una solitaria baia boscosa

che erano sorti i cantieri del Consorzio dei Bacinicon i tre bacini dicarenaggio scavati nel vivo della rocciale

banchinei molila centrale elettricai capannoni per le macchine a vapore- con la biga gigantescacapace di sollevare

i carichi più pesanti mai portati in maree di cui si vedeva la testacomela cima di uno strano monumento bianco

spuntare sopra boscose punte di terra e sabbiosi promontoriquandovenendoda ovestci si avvicinava al Porto Nuovo.

C'era stato un tempo in cui gli uomini erano tenuti in considerazione: nellacolonia non c'erano tante carrozze

alloraanche se gli par di ricordare che il signor Denham avesse unacarozzella. E fu come se il capitano Whalley

venisse spazzato via dal grande viale dal gorgo di una risacca mentale.Ricordò rive fangoseun porto senza banchine

un unico pontile solitario di legno (quella però era un'opera pubblica) chesi protendeva stortoi primi capannoni per il

carbone eretti sulla Punta della Scimmiache presero misteriosamente fuoco ebruciarono lentamente senza fiamma per

giorni e giornitanto che le navi stupite entravano in una rada piena difumo solforosoe il sole pendeva rosso sangue a

mezzogiorno. Ricordava le cosei voltie anche qualcosa di più - come ildebole aroma di una tazza assaporata fino in

fondocome una sottile effervescenza dell'aria che non si poteva piùtrovare nell'atmosfera di oggi.

In quella rievocazionerapida e piena di dettaglicome un lampo di magnesiodentro alle nicchie di un buio

mausoleoil capitano Whalley contemplò cose un tempo importantigli sforzidi piccoli uominila crescita di un grande

centroora derubate di ogni valore dalla grandezza dei fatti compiutidasperanze ancora più grandi; e questoper un

istantegli diede una tale presaquasi fisica sul tempouna talecomprensione dei nostri sentimenti immutabiliche si

fermò di bottocolpì il suolo col bastonee mentalmente esclamò: «Cosadiavolo ci faccio qui!». Sembrò smarrito in

una specie di stupore; ma sentì chiamare il suo nome da una voce asmaticaunadue volte - e lentamente si girò sui

tacchi.

Allora vide venirgli incontrodondolando come un'anatra con piglio daautocrateun uomo dall'aspetto

antiquato e gottosocon capelli bianchi come i suoima guance sbarbate efloridee una cravatta - quasi un fazzoletto da

collo - le cui rigide estremità si proiettavano ben oltre il mento; gambetondebraccia tondecorpo tondofaccia tonda

producendo nell'insieme l'effetto che la sua bassa figura fosse statagonfiata con una pompacon tutta l'aria che le

cuciture del vestito potevano sopportare. Costui era il Sovrintendente delporto. Il Sovrintendente è una specie superiore

di Capitano di porto; una personalì in Orientedi un certo riguardo nelproprio ambito; funzionario del governo

magistrato delle acque del portoe dotato di una vasta ma non ben definitaautorità disciplinare sui marinai di ogni

categoria. Si diceva che questo Sovrintendente in particolare considerassetale autorità miseramente inadeguatain

quanto non includeva il potere di vita e di morte. Era una spiritosaesagerazione. Il capitano Eliott era abbastanza

soddisfatto della propria posizionee non cullava alcun senso insignificantedel proprio potere. Il suo temperamento

presuntuoso e tirannico non gli permetteva di lasciarlo sminuire nelle suemani per mancanza d'uso. La franchezza

esuberante e collerica dei suoi giudizi sul carattere e sulla condotta dellepersone faceva sì che in fondo fosse temuto.

Sebbene a parole molti fingessero di non curarsi minimamente di luialtriasentirlo nominareavrebbero solo sorrisoacidamentee c'era anche chi osavadefinirlo un «vecchio furfante impiccione». Ma per quasi tuttiuno scoppiod'ira del

capitano Eliott era quasi altrettanto sgradevole da affrontare quanto unapossibilità di annientamento.

V

Quando fu proprio vicino dissesbuffando in un grugnito:

«Cosa sentoWhalley? È vero che vendi la Bella Donzella?».

Guardando altroveil capitano Whalley rispose che era cosa fatta - il denaroera stato versato quella mattina; e

l'altro espresse subito la propria approvazione per un'azione così sensata.Stava rientrando a casa per pranzospiegòed

era sceso dal suo calesse per sgranchirsi le gambe. Sir Frederick aveva unbell'aspetto alla fine della carriera. Vero?

Il capitano Whalley non sapeva rispondere; aveva notato solo la carrozza chepassava.

Il Sovrintendente del portocon le mani affondate nelle tasche di una giaccadi alpaca sconvenientemente corta

e attillata per un uomo della sua età e del suo aspettoincedeva zoppicandoleggermentee con la testa che arrivava solo

alla spalla del capitano Whalleyche camminava disinvoltogli occhi fissidavanti a sé. Erano stati buoni compagni anni

primaquasi intimi. All'epoca in cui Whalley comandava il celebre CondorEliott era il capitano del quasi altrettanto

famoso Colombaccioper gli stessi armatori;e quando era stato creatol'incarico di Sovrintendente del portoWhalley

avrebbe potuto essere l'unico altro serio candidato. Ma il capitano Whalleyallora nel fiore degli anniera deciso a non

servire nessuno se non la sua buona stella. Lontano da lìoccupato abattere il ferro finché era caldofu contento di

sapere che l'altro era riuscito. C'era una duttilità mondana nel burbero NedEliott che gli sarebbe servita molto in quel

genere di carica ufficiale. Ed eranoin fondocosì diversi che quandogiunsero lentamente alla fine del vialedavanti

alla Cattedralea Whalley non era mai passato per la testa che avrebbepotuto esserci lui al posto dell'altro - fornito del

necessario fino alla fine dei suoi giorni.

L'edificio sacroche si ergeva in solenne isolamento fra viali convergentidi enormi alberiquasi a inserire

gravi pensieri celesti nelle ore dello svagooffriva un portale goticochiuso alla luce e alla gloria dell'occidente. Il vetro

del rosone sopra l'ogiva sfavillava come carbone infuocato fra le profondeincisioni di una ruota di pietra. I due uomini

tornarono indietro.

«Sai cosa dovrebbero fare adessoWhalley?»grugnì il capitano Eliottall'improvviso.

«Cosa?».

«Dovrebbero mandare qui un vero e proprio lord quando scadrà il tempo perSir Frederick. Eh?».

Senza convinzioneil capitano Whalley rispose che non vedeva perché un lorddella specie giusta non avrebbe

dovuto andar bene come chiunque altro. Ma questo non era il punto di vistadel suo interlocutore.

«Nono. Le cose qui vanno avanti da sole. Niente le può fermare ormai. Èil posto giusto per un lord»ringhiò

in frasi spezzate. «Guarda i cambiamenti da quando ci siamo noi. Abbiamobisogno di un lord qui adesso. A Bombay ce

l'hanno».

Una o due volte all'annopranzava alla Residenza del Governoun palazzo conarchi e colonnetraforato di

finestresu una collina sistemata a vialetti e giardini. E recentementenella sua lancia a vapore di Sovrintendenteaveva

portato un duca a visitare le migliorie del porto. Prima era andato dipersona«per pura cortesia»a scegliere un buon

ancoraggio per lo yacht del duca. Dopodiché aveva avuto un invito a pranzo abordo. La duchessa stessa aveva pranzato

con loro. Un donnone con la faccia rubiconda. Pelle bruciata dal sole.Rovinatasecondo lui. Modi molto graziosi.

Proseguivano per il Giappone...

Raccontava questi dettagli a mo' di giaculatoria a edificazione del capitanoWhalleyinterrompendosi per

gonfiare le guancecome per un senso represso di importanzae sporgendoripetutamente in fuori le labbra carnose

tanto che la punta schiacciata del naso rosso sembrava immergersi nel lattedei baffi. Il paese si governava da solo;

andava bene per qualsiasi lord; non dava grattacapi tranne che nelCompartimento marittimo - nel Compartimento

marittimoripeté due voltee dopo aver sbuffato forte incominciò araccontare comel'altro giornoil Console Generale

di Sua Maestà nella Cocincina francese avesse telegrafato a lui - nella suaveste ufficiale - per chiedergli di mandare

laggiù un marinaio qualificato che assumesse il comando di una nave diGlasgow il cui capitano era morto a Saigon.

«Ne ho dato comunicazione all'alloggio degli ufficiali nella Casa delmarinaio»proseguìmentre lo zoppicare

dell'andatura sembrò accentuarsi con il crescere dell'irritazione nellavoce. «Là ce n'è un mucchio. Di uominice n'è

almeno il doppio di quanti siano gli imbarchi disponibili nelle linee locali.Tutti avidi di un lavoro comodo. Almeno il

doppio - e - prova a indovinareWhalley?...».

Si fermò di botto; le mani strette a pugno e cacciate profondamente infondosembravano sul punto di far

scoppiare le tasche della giacca. Al capitano Whalley sfuggì un lievesospiro.

«Allora? Penseresti che siano inciampati l'uno sull'altro. Neanche persogno. Pauraall'idea di tornare in patria.

Si sta bene qui al caldo sdraiati su una veranda ad aspettare un lavoro. Ioseduto nel mio ufficioad aspettare. Nessuno.

Ma cosa si immaginavano? Che sarei rimasto là come un allocco col telegrammadel Console Generale davanti a me?

Eh noperbacco. Così ho consultato un elenco degli uominiche tengo da mee ho mandato a chiamare Hamilton - il

più fannullone di tutti - e l'ho semplicemente costretto ad andare.Minacciandolo di dare ordini al cambusiere della Casa

del marinaio di sbatterlo fuori senza tanti complimenti. Non ritenevaquell'imbarco degno di lui - se mi permetti. ''Ho

qui il suo stato di servizio"ho detto. ''Lei è sbarcato qui diciottomesi fae da allora non ha fatto sei mesi di lavoro. Oraè in debito con laCasa per il vitto e l'alloggioe immagino che conti che alla fine pagherà laCapitaneria di porto. Vero?

Lo farà; ma se non coglie quest'occasionese ne va dritto dritto inInghilterrabiglietto pagato d'ufficiocol primo

piroscafo diretto in patria che passi di qua. Lei è peggio di un mendicantee qui mendicanti bianchi non ne vogliamo".

Gli ho messo paura. Ma vedi che seccatura è stata per metutto ciò».

«Non avresti avuto alcuna seccatura»disse quasi involontariamente ilcapitano Whalley«se avessi mandato a

chiamare me».

Il capitano Eliott era immensamente divertito; si scuoteva dal ridere mentrecamminava. Ma tutt'a un tratto

smise di ridere. Un vago ricordo gli aveva attraversato la mente. Non avevasentito dire all'epoca del crollo della

Travancore e Deccan che il povero Whalley era stato completamente ripulito?«Santo cieloè al verde!»pensò; e

subitoalzando gli occhiguardò di sottecchi il compagno. Ma il capitanoWhalley sorrideva austeramente dritto davanti

a sécon un portamento del capo inconcepibile in un uomo senza un soldo - ene fu rassicurato. Impossibile. Non poteva

aver perso tutto. Quella nave era stata solo un passatempo per lui. E lariflessione che era improbabile che un uomoil

quale aveva confessato di aver ricevuto quella mattina stessa una somma didenaro presumibilmente cospicuagli

facesse un'inaspettata richiesta di un piccolo prestitolo mise di nuovocompletamente a suo agio. C'era stataperòuna

lunga pausa nel loro discorrere e non sapendo come ricominciareringhiò suun tono serio: «Noi vecchi dovremmo

tirare i remi in barca adesso».

«Per alcuni di noi la cosa migliore sarebbe morire coi remi in mano»disseil capitano Whalleycon

noncuranza.

«Eh dai. Non sei un po' stanco ormai di tutta la baracca?»borbottòl'altrodi cattivo umore.

«Tu sì?».

Il capitano Eliott era stanco. Mortalmente stanco. Rimaneva attaccato così alungo al suo posto solo per

raggiungere il massimo della pensione prima di andarsene in Inghilterra. Nonsarebbe stata comunque molto di più della

povertà; però era l'unica cosa fra lui e l'ospizio. E aveva famiglia. Trefigliecome Whalley sapeva. Fece capire a

«Harryvecchio mio»che le tre ragazze erano per lui fonte di grandissimaansia e preoccupazione. Sufficiente a far

diventare matto un uomo.

«Perché? Cosa combinano?»chiese il capitano Whalley con una specie didivertita svagatezza.

«Combinano! Non combinano niente. Questo è il punto. Tennis sui prati estupidi romanzi dalla mattina alla

sera...».

Se almeno una fosse stata un maschio! Ma tutte e tre! Eper colmo disfortunasembrava che al mondo non

fosse rimasto un solo giovanotto decente. Quando si guardava intorno al clubvedeva solo un mucchio di presuntuosi

bellimbusti troppo egoisti per pensare di far felice una brava ragazza.Un'estrema indigenza gli si parava davanti con

tutta quella gente da mantenere in patria. Aveva accarezzato l'idea dicostruirsi una casetta in campagna - nel Surrey -

per finire lì i suoi giornima temeva che non fosse neanche il caso diparlarne... e i suoi occhi sbarrati rotearono all'insù

con un'ansia talmente patetica che il capitano Whalley annuìcaritatevolmente in basso verso di luitrattenendo un

fastidiosissimo desiderio di ridere.

«Devi saperlo anche tu com'èHarry. Le figlie sono una vera disgrazia perl'ansia e le preoccupazioni che ti

danno».

«Sì! Ma la mia se la cava bene»dichiarò lentamente il capitano Whalleyfissando la fine del viale.

Il Sovrintendente fu lieto di sentirlo. Straordinariamente lieto. Se laricordava bene. Era una bella ragazza.

Il capitano Whalleyallungando sbadatamente il passoassentì come insogno:

«Era bella».

La processione di carrozze si stava sciogliendo.

Una dopo l'altra lasciarono la fila per allontanarsi al trottocosì che ilgrande viale si trovò animato dal

movimento della loro dispersione rapida; ma presto l'aspetto di austerasolitudine tornò a impossessarsi dell'ampia

strada diritta. Un syce vestito di bianco teneva il morso di uncavallino birmanoattaccato a un carrozzino laccatoa due

ruote; e l'intera cosaferma in attesa accanto al marciapiedenon sembravapiù grande di un giocattolo per bambini

dimenticato sotto gli alberi svettanti. Il capitano Eliott vi si avvicinòdondolando e fece come per arrampicarvisima si

trattenne; econ una mano appoggiata con noncuranza sulla stangariportòla conversazione dalla pensionele figliela

sua povertàall'unico altro vero argomento al mondo - la Capitaneriagliuomini e le navi del porto.

Si mise a dare esempi di quanto si pretendeva da lui; e nell'aria immota lasua voce pastosa ronfava come

l'ostinato ronzio di un enorme calabrone. Il capitano Whalley non sapevaquale forza o debolezza gli impedisse di dare

la buona notte e andarsene. Era come se fosse troppo stanco per fare quellosforzo. Che strano. Più strano di tutti gli

esempi di Ned. O era solo quel sovrastante senso di inoperosità che lofaceva restare lì ad ascoltare quelle storie? Nulla

di molto reale era mai venuto a turbare Ned Eliott; e a poco a poco glisembrò di distinguere nel fondocome avvolta

nell'asmaticogreve brontolioqualcosa della voce chiara e calda delgiovane capitano del Colombaccio. Si chiese se

anche lui fosse cambiato fino a quel punto; e gli sembrò che la voce del suovecchio compagno non fosse cambiata poi

così tanto - che l'uomo fosse lo stesso. Non un cattivo soggetto ilsimpaticoallegro Ned Eliottsocievolein gamba nel

suo lavoro - e sempre un po' spaccone. Si ricordò di quanto divertisse lasua povera moglie. Poteva leggerlo come un

libro aperto. Quando capitava che il Condor e il Colombaccio fosseroinsieme nel portolei gli chiedeva spesso di

invitare il capitano Eliott a pranzo. Da quei vecchi tempi si eranoincontrati raramente. Forse una volta in cinque anni.

Da sotto le bianche sopracciglia osservava quell'uomo al quale non riusciva adecidersi a confidarsi in quel frangente; el'altro continuava con i suoi sfoghiintimie tanto remoto dal suo interlocutore come se stesse parlando in cima auna

collina a un chilometro di distanza.

Attualmente era un po' in difficoltà per il piroscafo Sofala. Indefinitiva tutti gli affari ingarbugliati del porto

capitavano nelle sue mani perché li sbrogliasse. Avrebbero sentito la suamancanza quando se ne sarebbe andatotra

diciotto mesie molto probabilmente qualche ufficiale di marina in pensionesarebbe stato spinto a viva forza ad

accettare l'incarico - uno che non avrebbe capito nulla e se ne sarebbepreoccupato ancor meno. Quel Sofala era una

nave costiera che assicurava un collegamento commerciale fisso su a nord finoa Tenasserim; ma il guaio era che non

riusciva a trovare un capitano che la portasse nei suoi viaggi regolari.Nessuno ci voleva andare. Lui non aveva alcun

poterenaturalmenteper ordinare a un marinaio di prendere un lavoro.Finché si trattava di fare uno strappo alla regola

per la richiesta di un console generale passima...

«Cos'ha che non va quella nave?»intervenne il capitano Whalley in tonomisurato.

«Niente. È un vecchio piroscafo solidissimo. L'armatore è stato nel mioufficio oggi pomeriggio a strapparsi i

capelli».

«È un bianco?»chiese Whalley con voce interessata.

«Lui si definisce bianco»rispose con sarcasmo il Sovrintendente; «ma selo èlo è solo di pelle e nient'altro.

Gliel'ho detto anche in faccia».

«Ma allora chi è?».

«È il capo macchinista del piroscafo. Hai capito adessoHarry?».

«Ahho capito»disse pensieroso il capitano Whalley. «Il macchinista.Capisco».

Come quel tale fosse giunto a essere allo stesso tempo un armatore era quasiuna favola. Era arrivato come

terzo macchinista su una nave dalla patria circa quindici anni primaricordava il capitano Eliotted era stato liquidato

dopo una specie di violento litigio sia con il capitano che con il direttoredi macchina. In ogni modo sembravano ben

contenti di liberarsi di lui a qualunque costo. Chiaramente il tipo capace diammutinarsi. Dunqueera rimasto lìuna

vera calamitàcontinuamente imbarcato e sbarcatoincapace di tenersi unposto a lungo; se non era passato per tutte le

sale macchine della coloniapoco ci mancava. E poi all'improvviso: «Cosapensi che sia accadutoHarry?».

Il capitano Whalleyche sembrava perso in uno sforzo cerebrale come sefacesse una somma a memoriatrasalì

leggermente. Non se lo poteva proprio immaginare. La voce del Sovrintendentevibrò sorda con enfasi roca. L'uomo in

realtà aveva avuto la fortuna di vincere il secondo gran premio dellalotteria di Manila. Tutti i macchinisti e gli ufficiali

delle navi compravano biglietti di quel gioco. Non ce n'era uno che non fossepreso da quella mania.

Tutti si aspettavano che se ne ritornasse in patria coi suoi soldie cheandasse al diavolo per i fatti suoi.

Nient'affatto. Il Sofalaconsiderato troppo piccolo e non abbastanzamoderno per il genere di commerci in cui era

impegnatosi poteva ottenere a un prezzo modico dagli armatoriche avevanoordinato un nuovo piroscafo in Europa. E

lui si era precipitato a comprarlo. Quell'uomo non aveva mai dato segni diquella specie di ubriacatura mentale che può

produrre il solo fatto di mettere le mani su una grande somma di denaro -almeno finché non aveva avuto una nave sua;

ma allora aveva dato immediatamente segni di squilibrio. Era arrivato allaCapitaneria per una pratica di passaggio di

proprietàcon aria da bulloil cappello inclinato sull'occhio sinistro ein mano una piccola verga con cui sferzava l'aria

dicendo a ciascuno degli impiegatiseparatamenteche «adesso nessuno lopoteva sbattere fuori. Era venuto il suo

turno. Non c'era nessuno al mondo sopra di luie non ci sarebbe statopiù.» Incedeva tronfio e impettito fra le scrivanie

parlando a voce altissimae tremando in continuazione come una fogliatantoche il lavoro corrente dell'ufficio si era

interrotto per tutto il tempo che era rimasto lìe tuttinel salonestavano a bocca aperta a guardare le sue buffonate. Poi

durante le ore più calde del giornolo si era visto correre su e giù perle banchinecol viso rosso come il fuocoa

guardare la sua nave da tutte le angolazioni; sembrava non resistere allatentazione di fermare chiunque incontrasse per

fargli sapere «che non ci sarebbe più stato nessuno sopra di lui; si eracomprato una nave; non c'era anima viva che lo

potesse buttar fuori dalla sua sala macchine ormai.»

Per quanto fosse un buon affareil prezzo del Sofala si era presoquasi tutti i soldi della lotteria. Non gli era

rimasto un capitale con cui lavorare. Il che non aveva poi molta importanzaperché quelli erano i tempi d'oro del

cabotaggio a vaporeprima che alcune delle società di navigazione inglesiavessero pensato di creare delle flotte locali

per alimentare le loro linee principali. Questeuna volta organizzatenaturalmentesi erano prese la fetta più grossa

della torta; e dopo poco era saltata fuori una squadra di maledette carrettetedesche a est del canale di Suez per

spazzolarsi tutte le briciole. Predavano a prezzi stracciati vagabondandoavanti e indietro lungo la costa e fra le isole

come un branco di pescecani pronti in acqua ad azzannare qualsiasi cosa silasci cadere. E allora i grandiosi vecchi

tempi erano finiti per sempre; da annia suo giudizioil Sofala nondava niente di più che un onesto sostentamento. Il

capitano Eliott lo considerava suo dovere aiutare in tutti i modi una naveinglese a tener duro; ma era evidente chese

per mancanza di un capitano il Sofala iniziava a saltare qualcheviaggioavrebbe perso molto presto la sua clientela.

Questo era il guaio. L'uomo era impossibile. «Un accattone in groppa a undestriero fin dall'inizio»spiegò. «Col

passare del tempo sembra che peggiori. Negli ultimi tre anni ha cambiatoundici capitani; ha provato tutti gli uomini di

quiall'infuori di quelli delle linee regolari. L'avevo avvertito già primache così non poteva andare. E adesso

naturalmenteil Sofala non lo guarda nessuno. Ho fatto venire uno odue uomini nel mio ufficio e gli ho parlato; ma

come mi hanno risposto loroa cosa serve accettare quel posto per fare unaregolare vita da cani per un mese e poi

essere sbattuti fuori alla fine del primo viaggio? Il tizionaturalmentemiha detto che erano tutte frottole; che da anni si

tramava un complotto contro di lui. E adesso era stato messo in atto. Tuttiquegli abominevoli marinai del portoavevano cospirato per metterlo in ginocchioperché lui era un macchinista». Il capitano Eliott emise un risatina

gutturale.

«E il fatto è che se salta ancora un paio di viaggi non c'è bisogno che sidia più da fare per ripartire. Non

troverà più un carico nel suo vecchio commercio. Oggi c'è troppaconcorrenza perché la gente tenga la merce ad

aspettare una nave che non arriva quando dovrebbe. Si mette male per lui.Giura che si chiuderà a bordo e si lascerà

morire di fame nella sua cabina piuttosto di vender la nave - anche setrovasse un compratore. Il che non è

assolutamente probabile. Nemmeno i giapponesi darebbero il valoredell'assicurazione per quel piroscafo. Non è come

vendere i velieri. I piroscafi diventano obsoletioltre che vecchi».

«Deve aver messo da parte un bel po' di denaro però»osservò il capitanoWhalleycon tono tranquillo.

Il Capitano del porto gonfiò le guance purpuree in una misura sorprendente.

«Neanche un centesimoHarry. Neanche un cen-te-si-mo».

Aspettò; ma siccome il capitano Whalleyche si lisciava piano la barbaguardava per terra senza dir nientegli

batté sull'avambracciosi alzò in punta di piediein un sussurro rocodisse:

«La lotteria di Manila se l'è divorato».

Aggrottò un po' la frontescuotendo il capo in piccoli cenni affermativi.Andavano tutti a puntare; un terzo dei

salari versati agli ufficiali delle navi («nel mio porto»sbuffò) finivaa Manila. Era una mania. Quel tale Massy ne era

stato irretito fin dall'inizio come tutti gli altri; madopo aver vinto unavoltasembrava essersi persuaso che bastava

provare ancora per vincere un altro grosso premio. Da allora aveva presodecinecentinaia di biglietti a ogni estrazione.

Un po' per questo vizioun po' per la sua ignoranza negli affarida quandoaveva sconsideratamente comprato quel

piroscafo era più o meno a corto di quattrini.

Cosa chesecondo il capitano Eliottdava la possibilità a un marinaio dibuon senso che avesse qualche sterlina

di intervenire a salvare quello scemo dalle conseguenze della sua follia.Andava matto per litigare con i suoi capitani. E

ne aveva avuti anche di braviche sarebbero stati più che contenti direstare se solo glielo avesse permesso. Ma no.

Sembrava pensare di non essere un armatore se non buttava fuori a calciqualcuno la mattina e non faceva baruffa con

quello nuovo la sera. Per lui ci voleva un capitano con un duecento sterlineo poco più che diventasse suo socio alle

debite condizioni. Non licenzi un uomo senza motivosolo per il gusto didirgli di fare i bagagli e sbarcarequando sai

che in tal caso sei obbligato a ricomprargli la sua quota. E d'altra parteuno che ha una compartecipazione nella nave

difficilmente abbandona il posto per stizza su un nonnulla. Gliene avevaparlato a Massy. Gli aveva detto: «''Così non

vasignor Massy. Ci stiamo proprio stufando di lei qui alla Capitaneria.Quel che deve fare lei adesso è di cercare di

trovarsi un marinaio che diventi suo socio. È l'unica stradapercorribile". Ed era un buon consiglioHarry».

Il capitano Whalleyappoggiato al bastonestava perfettamente immobileela manofermata nell'atto di

lisciarsi la barbal'afferrò tutta intera. E il tale di questo cosa avevadetto?

Il tale aveva avuto la sfrontatezza di andar su tutte le furie con ilSovrintendente del porto. Aveva accolto il

consiglio nel modo più impudente. «Non sono venuto qui per essere preso ingiro»aveva strillato. «Mi appello a lei

come inglese e come armatore portato sull'orlo della rovina da una combuttaillegale dei suoi straccioni di marinaie

tutto quello che lei si degna di fare per me è di dirmi di andare a cercareun socio!...» E dalla rabbia aveva avuto l'ardire

di pestare i piedi sul pavimento del suo ufficio privato. E dove lo trovavaun socio? L'aveva preso per scemo? Non uno

di quello spregevole branco a terra là nella «Casa» aveva il becco di unquattrino in tascaneanche per far la carità in

chiesa. Anche quei dannatissimi indigeni del bazar lo sapevano benissimo...«Ed è abbastanza veroHarry»tuonò il

capitano Eliottimparziale. «È molto più probabile che tuttitantiquanti sonodebbano dei soldi ai cinesi della Denham

Road per i vestiti che hanno addosso. ''Beh"ho detto io''per i mieigusti lei fa troppo chiassosignor Massy. Buon

giorno." Uscendo ha sbattuto la porta; ha osato sbattere la mia portamaledizione alla sua sfacciataggine!».

Il capo del Compartimento marittimo era senza fiato dall'indignazione; poiper così dire riprendendosi: «Finirò

col fare tardi a cena - a chiacchierare qui con te... a mia moglie non va».

Salì faticosamente sul calessino; si sporse di lato e solo allora chiese colfiato grosso cosa mai avesse fatto di se

stesso il capitano Whalley negli ultimi tempi. Erano stati anni e anni senzaincontrarsi fino all'altro giorno quando

inaspettatamente l'aveva visto nel suo ufficio.

Cosa mai al mondo...

Il capitano Whalley sembrava sorridere fra sé nella sua barba bianca.

«Il mondo è grande»dissevago.

Come se volesse verificare l'affermazionel'altro si guardò intorno dal suoseggiolino di guida. L'Esplanade era

molto tranquilla; solo da lontanoda molto lontanoun lungo tratto dallariva del mareoltre le distese d'erbaattraverso

le lunghe file di alberiarrivava debole il tu - tu - tu del tram a cavo cheiniziava la sua corsa davanti al peristilio vuoto

della Biblioteca Pubblica nel suo percorso di cinque chilometri fino aiBacini del Porto Nuovo.

«Non sembra che ci sia tanto spazio però»ringhiò il Sovrintendente«da quando sono venuti questi tedeschi a

farsi largo fra noi a spallate a ogni piè sospinto. Non era così ai tempinostri».

Sprofondò nei suoi pensierirespirando con un rantolocome se stesseschiacciando un pisolino a occhi aperti.

Forse anche luidal canto suoaveva ritrovato nella silenziosa figura dapellegrinoritto lì accanto alla ruotacome un

viandante in sostai lineamenti sepolti del volto che era stato quello delgiovane capitano del Condor. Bravo ragazzo -

Harry Whalley - mai stato molto chiacchierone. Non si sapeva mai cosa avessein testa - un po' troppo sostenuto con le

persone che contanoe propenso a farsi un'idea sbagliata delle azioni deglialtri. Il fatto era che aveva un'opinionetroppo buona di se stesso. Gli sarebbepiaciuto dirgli di salire e portarlo a casa a mangiare. Ma non si sa mai. A sua

moglie non sarebbe andato bene.

«Ed è buffo pensareHarry»continuò in un ronzio smorzato«che ditutta la gente che c'è su questa terra

sembra che siamo rimasti solo tu e io a ricordare com'era una volta questaparte del mondo...».

Era sul punto di abbandonarsi alla dolcezza di uno stato d'animo sentimentalese improvvisamente non gli

fosse passato per la mente che il capitano Whalleyimmobile e mutosembravastesse aspettando qualcosa - forse

sperava... Prese subito le redini e proruppe in ringhi burberi e affettuosi:

«Ah! Vecchio mio. Gli uomini che abbiamo conosciuto - le navi che abbiamogovernato - sì! e le cose che

abbiamo fatto...».

Il cavallino si slanciò in avantiil syce si scostò con un balzo.Il capitano Whalley alzò il braccio.

«Addio».

VI

Il sole era tramontato. E quandodopo aver scavato un profondo buco colbastoneegli si mosse da quel luogo

la notte aveva ammassato il suo esercito d'ombre sotto gli alberi. Riempivanoil fondo orientale del viale come se

aspettassero solo il segnale per lanciare un'offensiva generale sugli spaziscoperti del mondo; si concentravano in basso

fra le profonde sponde rivestite di pietra del canale. Il praho malesemezzo nascosto sotto l'arco del pontenon aveva

mutato la sua posizione di un millimetro. A lungoil capitano Whalley rimasea guardar giù dal parapettofinché

l'immobilità galleggiante di quella cosa avvolta nel sudario sembròtrasformarsi sotto i suoi occhi in qualcosa di

inesplicabile e allarmante. Il crepuscolo abbandonò lo zenit; il riflessodei suoi bagliori lasciò il mondo sottostantee

l'acqua del canale sembrò mutarsi in pece. Il capitano Whalley attraversòil ponte.

La svolta a destrache portava al suo albergoera a soli pochi passi piùin là. Si fermò di nuovo (tutte le case

del fronte mare erano chiuseil lungomare era desertosolo una o due figuredi indigeni camminavano in lontananza) e

si mise a calcolare l'ammontare del suo conto. Tanti giorni in albergo atanti dollari al giorno. Per contare i giorni usava

le dita: ficcandosi una mano in tascafece tintinnare alcune moneted'argento. Tutto bene ancora per tre giorni; e poise

non saltava fuori qualcosadoveva intaccare le cinquecento sterline - isoldi di Ivy - investiti in suo padre. Gli sembrava

che il primo pasto consumato con quella riserva gli sarebbe andato ditraverso - di sicuro. La ragione non serviva. Era

questione di sentimento. E i suoi sentimenti non lo avevano mai ingannato.

Non svoltò a destra. Proseguì drittocome se nella rada ci fosse ancorauna nave alla qualevenuta la sera

poteva farsi accompagnare con una barca a remi. Lontanoal di là dellecasesul pendio di un promontorio indaco che

chiudeva la vista delle banchinela sottile colonna di una ciminiera di unafabbrica fumava quietamente in su nell'aria

limpida. Un cineseraggomitolato a poppa di uno dei cinque o sei sampan chefluttuavano oltre la punta del molosi

avvide di una mano che lo chiamava. Saltò susi arrotolò velocemente ilcodino attorno alla testacon due rapidi

movimenti si rimboccò i larghi pantaloni scuri fin sopra le cosce gialleecon un unicosilenziosoguizzo dei remi

simile a una pinnaaccostò il sampan lungo i gradinicon l'agilitàe la precisione di un pesce nell'acqua.

«Sofala»articolò dall'alto il capitano Whalley; e il cineseprobabilmente un immigrato di fresca dataguardò

fisso in su con intenta attenzionecome se aspettasse di vedere la stranaparola materializzarsi e cadere dalle labbra del

bianco. «Sofala»ripeté il capitano Whalley; e improvvisamente ilcuore gli mancò. Tacque. Le rivele isolettele

alturele punte basseerano buie: l'orizzonte si era fatto cupo; edall'altro lato della curva che descriveva la costa a est

l'obelisco biancoche segnava il punto d'approdo del cavo del telegrafosiergeva come un pallido fantasma sulla

spiaggiadavanti alla scura distesa di tetti inegualiinframmezzati dallepalmedella città orientale. Il capitano Whalley

ricominciò:

«Sofala. So-fa-lahai capitoJohn?».

Questa volta il cinese riconobbe quel suono bizzarroedal fondo della golanudagrugnì il suo assenso

sgraziato. Col primo giallo scintillio di una stella che pareva la capocchiadi uno spillo appuntato profondamente dentro

al liscio tessuto del cielo pallido e luccicantela lama di un pungentefreddo sembrò fendere l'aria calda della terra. Nel

momento di salire nel sampan per cercare di farsi dare il comando del Sofalail capitano Whalley ebbe un leggero

brivido.

Quandoal ritornorimise il piede sul moloVenerecome una gemma preziosaincastonata bassa sull'orlo del

cielogettava una tenue scia dorata dietro di luisulla radapiatta comeun pavimento fatto di un'unica pietra scura e

levigata. Le altere volte dei viali erano nere - tutte nere sopra la testa -e i globi di porcellana dei lampioni

assomigliavano a perle ovaligigantesche e luminosedisposte in un filo lacui estremità più lontana sembrava

abbassarsi a distanzafino al livello delle sue ginocchia. Mise le manidietro la schiena. Adesso avrebbe considerato con

calma la prudenza di quel passo prima di dire l'ultima parola domani. I suoipiedi scricchiolavano rumorosamente sulla

ghiaia. La prudenza di quel passo. Sarebbe stato più facile valutare se cifosse stata un'alternativa praticabile. L'onestà

della cosa era indiscutibile: verso quel tale era ben intenzionato; eaintervalli regolarila sua ombra balzava sui tronchi

degli alberi al suo fiancocon un'intensa nettezzaper allungarsi poiobliqua e indistintalontano sull'erba - ripetendo i

suoi grandi passi.La prudenza di quel passo. Aveva un'altra scelta? Glisembrava di aver già perduto qualcosa di sé; di aver

ceduto a uno spettro famelico un po' della sua integrità e della suadignitàper sopravvivere. Ma la sua vita era

necessaria. Si accanisse pure la povertà a esigere il suo pedaggio diumiliazione. Di certo Ned Eliott gli aveva reso

senza saperloun servizio che sarebbe stato impossibile chiedere. Speravache Ned non pensasse che c'era stato

qualcosa di subdolo nel suo modo di agire. Immaginava che adessoquando neavesse sentito parlareavrebbe capitoo

forse avrebbe semplicemente considerato Whalley un eccentrico vecchiostupido. A cosa sarebbe servito dirglielo

niente più che spifferare tutta la storia a quel Massy? Cinquecento sterlinepronte da investire. Che ne tragga il meglio

che può. Che si meravigli. Lei cerca un capitanoio cerco una nave. Tuttoqua. Brrr... Che sgradevole impressione gli

aveva fatto quel piroscafo vuotobuiopieno di echi.

Un piroscafo in disarmo era una cosa mortanon c'è che dire; una nave avelain un certo sensosembra

sempre pronta a balzare nella vita al soffio del cielo incorruttibile; ma unpiroscafopensava il capitano Whalleycon i

fuochi spentisenza gli sbuffi caldi che da sotto ti vengono incontro suipontisenza il sibilo del vaporeil clangore del

ferro nel suo petto - giace là freddo e immobile e senza battiticome uncadavere.

Nella solitudine del vialein alto tutto nero e in basso illuminatoilcapitano Whalleyche rifletteva sulla

prudenza della propria condottaincontròcome per casoil pensiero dellamorte. Lo respinse con avversione e

disprezzo. Ne rise quasi; e con la inestinguibile vitalità del suo caricod'annipensò soltantocon una specie di

esultanzaa quanto poco gli bastasse per provvedere alle necessità tantodell'anima che del corpo. Non un cattivo

investimento per quella povera donnala solida carcassa del suo papà. Einoltre - per ogni evenienza - l'accordo doveva

essere chiaro: tutte le cinquecento sterline dovevano esserle restituiteintegralmente entro tre mesi. Integralmente. Fino

all'ultimo centesimo. Dei soldi di lei non doveva perdere neanche una liraqualsiasi cosa dovesse rimetterci d'altro - un

po' di dignità - una parte del rispetto di se stesso. Prima d'ora non avevamai permesso a nessuno di rimanere con la

minima impressione falsa sul suo conto. Eh behvi avrebbe rinunciatoperamore di sua figlia. Dopo tutto non aveva

mai detto nulla di fuorviantee il capitano Whalley si sentìcorrotto fino al midollo. Il segreto disprezzo di questo

prudente attaccamento alle cose del mondo lo fece un po' ridere. Era evidentechecon un individuo del generee col

particolare rapporto che si sarebbe instaurato fra loronon sarebbe andatobene spifferare tutto. Quel tale non gli

piaceva. Non gli piacevano i suoi accessi di loquacità servile e gli scoppipieni di risentimento. Tutto sommato - un

povero diavolo. Non avrebbe voluto essere nei suoi panni. Gli uomini nonerano malvagiin fondo. Non gli piacevano

in lui quei capelli lisciatiquello strano modo di starsene di sbiecocolnaso per ariaa guardarvi sopra la spalla. No. Nel

complesso gli uomini non erano cattivi - erano solo sciocchi o infelici.

Il capitano Whalley aveva finito di considerare la prudenza di quel passo - ec'era tutta la lunga notte davanti a

lui. In piena lucela lunga barba riluceva come una corazza d'argento chegli coprisse il cuore; negli spazi fra i lampioni

la sua figura corpulenta passava meno distintasi profilava massicciaraminga e misteriosa. No; non c'era tanta vera

cattiveria negli uomini: e per tutto il tempoun'ombra obliqua avanzava conluialla sua sinistracosa chein Orienteè

presagio di male.

«Riesci già a distinguere il gruppo di palmeserang?»chiese ilcapitano Whalley dalla sua poltrona sul ponte

di comando del Sofala che si avvicinava alla barra di Batu Beru.

«Notuan. Ma si vedrà presto». Il vecchio malesein un vestito ditela blupiantato sugli scuri piedi ossuti

sotto la tenda del ponte di comandomise le mani dietro la schiena e guardòfisso in avanti tra le innumerevoli rughe

agli angoli degli occhi.

Il capitano Whalley sedeva immobilesenza alzare la testa per guardare dasé. Tre anni - trentasei volte. Aveva

avvistato quelle palme trentasei volte venendo da sud. Al momento giustosarebbero apparse. Grazie a Diola vecchia

nave percorreva le rotte e le distanze viaggio dopo viaggiocon laprecisione di un orologio. Infine mormorò di nuovo:

«Le vedi?».

«Il sole fa un gran riverberotuan».

«Guarda beneserang».

«Sìtuan».

Un bianco era salitosenza far rumoresu per la scala dalla copertaeaveva ascoltato in silenzio quella breve

conversazione. Poi mise il piede sul ponte di comando e cominciò a camminareda un estremo all'altrotenendo in mano

la lunga cannuccia di ciliegio di una pipa. I capelli neri erano incollati inlunghe ciocche stirate sulla cima calva del

cranio; aveva la fronte solcata dalle rughela carnagione giallae il nasogrosso e informe. Una rada crescita di basette

non nascondeva il contorno della mascella. Il suo aspetto era di rimuginiopreoccupato; enel succhiare un curvo

bocchino neropresentava un profilo così pesante e pronunciato che persinoil serang qualche volta non poteva far a

meno di pensare a quanto fossero brutti certi bianchi.

Il capitano Whalley parve tenersi forte alla sua poltronama non diede altrosegno di essersi accorto di questa

presenza. L'altro soffiava sbuffi di fumo; poi all'improvviso:

«Non riuscirò mai a capire questa sua nuova mania di tenere qui questomalese come se fosse la sua ombra

socio».

Il capitano Whalley si alzò dalla poltrona in tutta la sua imponente staturae si diresse alla chiesuolatenendo

un corso così poco deviato che l'altro dovette indietreggiare in frettaerimase come intimoritocon la pipa che gli

tremava in mano. «Cammina sopra di me adesso»mormorò in una specie disussurro sbalordito e contrariato. Poi

lentamentequasi scandendo:«Non-sono-mica-spazzatura»disse. E in tono disfida aggiunse: «Come sembra pensare lei».

Il serang esclamò di scatto:

«Vedo le palme adessotuan».

Il capitano Whalley avanzò a grandi passi fino al parapetto; ma i suoiocchiinvece di andare dritti al

promontoriocon lo sguardo acuto e sicuro del marinaiovagarono irresolutinello spaziocome se luilo scopritore di

nuove rottesi fosse smarrito su quel mare angusto.

Un altro biancoil primo ufficialesalì sul ponte di comando. Era altogiovanesmilzocon baffi da soldato

della cavalleriae un che di malizioso negli occhi. Andò a prender postoaccanto al macchinista. Il capitano Whalley

che dava loro la schienachiese:

«Cosa indica il solcometro?».

«Ottantacinque»rispose pronto il primo ufficialee diede di gomito almacchinista.

Le mani muscolose del capitano Whalley strinsero la ringhiera di ferro conforza straordinaria; sotto l'effetto di

un enorme sforzo gli luccicarono gli occhi; aggrottò le sopraccigliailsudore gli scendeva da sotto il cappello - e con

voce debole mormorò: «Avanti drittaserang - quand'è nelladirezione giusta».

Il malese silenzioso fece un passo indietroaspettò un po'e alzò ilbraccio per avvertire il timoniere. La ruota

girò rapida per contrastare la rotazione della nave. Di nuovo il primoufficiale diede di gomito al macchinista. Ma

Massy gli si rivoltò contro.

«Signor Sterne»dissecon violenza«lasci che le dica - come armatore -che lei non è altro che un maledetto

idiota».

VII

Sterne scese sotto coperta con un sorrisetto spavaldo e apparentementenient'affatto turbatoma il macchinista

Massy rimase sul ponte di comandodove si aggirava con inquieta tracotanza.Tutti a bordo erano suoi sottoposti - tutti

senza eccezione. Era lui che pagava il loro stipendio e che forniva loro ilcibo. Mangiavano il suo pane e intascavano i

suoi soldi più di quanto meritassero; e non avevano preoccupazione al mondomentre lui solo doveva far fronte a tutte

le difficoltà di un armatore. Quando contemplava la sua situazione in tuttala sua minacciosa complessitàgli sembrava

di essere da anni la preda di una banda di parassiti; ed erano anni cheguardava torvo chiunque avesse a che fare col

Sofalatranneforsei fuochisti cinesi che servivano a far andareavanti la nave. La loro utilità era palese: erano una

parte indispensabile del macchinario di cui lui era il padrone.

Quando passava lungo i suoi ponti si faceva largo spintonando brutalmentequelli che incrociava; ma i mozzi

malesi avevano imparato a schivarlo. Aveva dovuto rassegnarsi a tollerarliper via del necessario lavoro manuale che

richiedeva la nave. Gli toccava lottare e pianificare e brigare per tenere agalla il Sofala - e cosa ne ricavava? Neanche il

rispetto sufficiente. Non gliene avrebbero potuto dare abbastanza neanche setutti i loro pensieri e le loro azioni fossero

stati rivolti a quel fine. La vanità del possessola vanagloria del potereormai erano acqua passatae rimanevano solo le

difficoltà materialila paura di perdere quella posizione che si erarivelata un'inutile conquistae un'ansia della mente

che il più abietto servilismo degli uomini non avrebbe potuto ripagare.

Camminava su e giù. Il ponte di comando era suodopo tutto. L'aveva pagato;econ la cannuccia della pipa in

manoogni tantosi fermava di colpo come per ascoltare con attenzioneprofonda e concentratail battito soffocato delle

macchine (le sue macchine) e il lieve stridore dei frenelli del timone soprail basso continuo sciabordare dell'acqua

lungo i fianchi. Se non fosse stato per quei suonila nave avrebbe potutoessere ormeggiata a rivatanto era immobile e

silenziosa come se non ci fosse anima viva; solo la costala costa bassa difango e mangrovie conalle spallele tre

palme in mazzodiventava lentamente più distinta nella sua lunga lineadiritta; senza che qualche elemento particolare

attirasse l'attenzione. I passeggeri indigeni del Sofala eranosdraiati qua e là sulle stuoie sotto le tende; il fumo del

fumaiolo sembrava l'unico segno di vita della nave e si collegava in modomisterioso al suo moto scivolato.

Il capitano Whalleyin piedicon il canocchiale in mano e il piccolo serangmalese al suo fiancosimile a un

vecchio gigante accudito da un pigmeo incartapecoritostava portando la navesopra l'acqua poco profonda della barra.

Quel bassofondo sottomarinoformato dal fango che la corrente strappava alfondo molle del fiume e

ammonticchiava al largosul fondo duro del mareera difficile da superare.Dato che la costa alluvionale non offriva

segnali distintivii rilevamenti del punto di attraversamento dovevanoessere presi sulla configurazione delle montagne

dell'interno. Si doveva ricercare la guida di una cima dalla forma appiattitae irregolare come un dente molaree di

un'altra vetta lisciaa dorso d'asinoentro il forte riverbero senza nuvoleche sembrava spostarsi e fluttuare come una

nebbia asciutta e ardente che riempisse l'ariasalendo dall'acquaavvolgendo in un sudario le distanzee bruciando gli

occhi. In questo velo di luce solo il vicino bordo della costa risaltavaquasi nero inchiostro nella sua solidità opaca e

immota. Trenta miglia più in làla catena dentellata dell'interno sbarraval'orizzontecoi suoi profili e le sue ombre

azzurrateevanescenti e tremule come uno scenario dipinto di aerei fili diseta sul tessuto fremente di un impalpabile

sipario calato sulla piana alluvionale; e le bocche dell'estuariod'unbianco splendenteapparivano come frammenti

d'argento intarsiati nelle placche quadre sbozzate nette e taglienti fuoridal corpo della terra orlata di mangrovie.Sul lato prodiero del ponte dicomandoil gigante e il pigmeo si rivolgevano spesso l'uno all'altrobisbigliando

con toni tranquilli. Dietro di loro Massy si teneva in disparte con in voltoun'espressione di sdegno e di attesa. Gli occhi

globosi perfettamente immobilisembrava aver dimenticato la lunga pipa cheteneva in mano.

Sul ponte di pruasotto il ponte di comandoprotetto dai bianchi pendiidelle tende spioventiun giovane

marinaio indigeno aveva scavalcato la battagliola. Si sistemò velocementeuna larga striscia di tela da vele sotto le

ascelle ebuttatovisi contro col pettosi sporse molto in fuori sull'acqua.La manica della sua leggera camicia di cotone

tagliata all'altezza della spallascopriva il braccio bruno di formaperfettamente rotonda e con la pelle satinata come

quella di una donna. Fece oscillare il braccio rigidamente col gestorotatorio e minaccioso di un fromboliere: un peso di

oltre sette chili fendette l'aria volteggiandopoi d'un tratto volò inavanti giungendo fino al mascone. Una sottile sagola

bagnata frusciò come seta graffiata scorrendo tra le dita scure dell'uomoeil tuffo del piombo vicino al fianco della

nave aprì una cicatrice argentea subito scomparsa sul luccichio dorato;alloradopo una pausala voce del giovane

malese acuta e prolungata dichiarò nella sua lingua la profonditàdell'acqua.

«Tiga stengah»gridava dopo ogni tuffo e ogni pausaintento araccogliere la sagola per un altro lancio. «Tiga

stengah»che significa tre braccia e mezzo. Per circa un migliovenendo dal largola profondità dell'acqua era

uniforme fino alla barra. «Tre e mezzo. Tre e mezzo. Tre e mezzo»e il suogrido modulatoche ritornava senza fretta e

monotono come il richiamo ripetuto di un uccellosembrava fluttuar via nelsole e sparire nel vasto silenzio di un mare

deserto e di una costa senza vita che si stendeva illimitataa nord e a suda est e a ovestsenza il movimento di

un'ombra di nuvolasenza il sussurro di un'altra voce.

Il macchinista-armatore del Sofala era immobile dietro ai due marinaidi diversa razzacredo e colore;

l'europeocol vigore a sfida del tempo della sua vecchia ossaturailpiccolo malesevecchio anche luima esile e

rinsecchito come una scura foglia vizza soffiata da un vento fortuito sottol'ombra possente dell'altro. Indaffaratissimi a

guardare la terra a proravianon avevano occhi per altro; e Massyche lifulminava da dietro con lo sguardosembrava

risentire l'attenzione al loro dovere come un affronto personale.

Era una cosa irragionevole; ma erano anni che viveva in un suo mondo diirragionevoli risentimenti.

Finalmentepassandosi il palmo umidiccio sulle rade ciocche flosce dicapelli ruvidi in cima al suo cranio giallosi mise

lentamente a parlare.

«Ha bisogno dello scandagliatore! Immagino che il suo sia lo stileimpeccabile dei postali. Non ha abbastanza

criterio da sapere dov'è guardando la terra? Ma comenon erano ancorapassati dodici mesi da quando ero del mestiere

che io questo giochetto lo sapevo già - e non sono che un macchinista. Possoindicarle da qui dov'è la barrae potrei

dirle inoltre che può darsi benissimo che entro cinque minuti da adesso leipianti la nave nel fango; ma lei lo

chiamerebbe interferireimmagino. E c'è quel nostro accordo scrittochedice che non devo interferire».

La sua voce tacque. Il capitano Whalleysenza allentare la fissa severitàdei suoi lineamentimosse le labbra

per chiedere in rapido borbottio:

«Quant'è vicinaserang?».

«Molto vicinaadessotuan»mormorò il malesein fretta.

«Adagissimo»disse il capitano a voce alta con tono fermo.

Il serang agguantò la manovella del telegrafo di macchina. Giù sottorisuonò un gong. Massy si allontanò con

un ghigno di disprezzo emessa la testa giù nell'osteriggio della salamacchine«Jack»muggì«aspettati di vederne

delle belle dalle macchine». Lo spazio entro cui puntava lo sguardo eraprofondo e tenebroso; e i grigi bagliori

dell'acciaio là sotto sembravano freddi dopo l'intenso luccichio del mareintorno alla nave. L'aria che gli veniva in

facciaperòera calda e appiccicosa. Un breve ululato a cui sarebbe statoimpossibile dare un'interpretazione qualsiasi

salì dal fondo con un suono cavernoso. Questo era il modo in cui il secondodi macchina rispondeva al suo capo.

Era un uomo di mezza età dal fare distrattoe in apparenza talmenteassorbito da una taciturna sollecitudine per

le sue macchine che sembrava aver perduto l'uso della parola. Quando venivainterpellato direttamente rispondeva solo

con un grugnito o un ululatoa seconda della distanza. In tutti gli anni cheera stato sul Sofala non si era mai saputo che

fosse arrivato a tanto da scambiare un saluto schietto con nessuno dei suoicompagni di bordo. Sembrava non accorgersi

che gli uomini andavano e venivano nel mondo; sembrava proprio non vederli.Infattia terranon riconosceva mai i

suoi compagni di bordo. A tavola (i quattro bianchi del Sofala facevanomensa comune) sedeva imperturbabile con gli

occhi nel piattoma alla fine del pasto saltava su e scappava giù sottocome se un improvviso pensiero l'avesse costretto

a precipitarsi a vedere che qualcuno non gli avesse rubato le macchine mentremangiava. In portoalla fine del viaggio

andava a terra regolarmentema nessuno sapeva doveo comepassasse le sueserate. Nella flotta di cabotaggio locale si

tramandava ancora la storia scabrosa e incoerente della sua infatuazione perla moglie di un sergente di un reggimento

di fanteria irlandese. Il reggimentoperòaveva fatto il suo turno diguarnigione laggiù secoli primaed era andato da

qualche parte all'altro capo della terrachissà dove. Due o forse tre voltenel corso dell'anno si attaccava alla bottiglia. In

queste occasioni tornava a bordo più presto del solitoattraversava ilponte di corsa tenendosi in equilibrio con le

braccia aperte come un funambolo edopo aver chiuso la porta della suacabina a chiavesi metteva a parlare e a

discutere da solo per tutta la notte in una stupefacente varietà di toni;tempestosoghignante e gemente con una

perseveranza inesauribile. Nella cuccetta della porta accantoMassy sitirava su a sedere poggiandosi sui gomitiper

scoprire che il suo secondo si ricordava il nome di ogni bianco passato sul Sofalaanni e anni addietro. Ricordava i nomi

di uomini che erano mortiche erano rimpatriatiche erano andati inAmerica: dal fondo dei bicchieri riaffioravano i

nomi di uomini il cui legame con la nave era stato talmente breve che Massyaveva quasi dimenticato le circostanzee a

mala pena rammentava le loro facce. La voce inebriata dall'altro lato dellaparatiacommentava su tutti loro con unostraordinario e ingegnoso veleno diinvenzioni infamanti. Sembrava che tutti lo avessero offeso in qualche modoein

cambio lui li aveva colti tutti in fallo. Borbottava oscuramente; ridevasardonico; li demoliva uno dopo l'altro; ma del

suo capoMassybalbettava con ammirazione ingenua e invidiosa. Furba lacanaglia! Non se ne incontrano come lui

tutti i giorni. Basta guardarlo. Ah! Che forza! Una nave sua. Quello nonlo becchi in fallo. No di certo - quella

bestiaccia! E Massydopo aver ascoltato quei rozzi tributi alla suagrandezza con un sorriso compiaciutocominciava a

gridarepicchiando sulla paratia con tutti e due i pugni:

«Chiudi il beccobrutto pazzo! Non mi fai dormireehbalordo!».

Ma sulle labbra gli si attardava un mezzo sorriso di orgoglio; fuoriintantol'indigeno solitario che doveva far

la guardia di notte nel portoforse un giovane appena arrivato da unvillaggio nella forestase ne stava immobile tra le

ombre del ponte ad ascoltare l'interminabile farfugliare dell'ubriaco. Ilcuore gli batteva forte dal timore reverenziale per

i bianchi: quegli uomini dispotici e cocciuti che perseguono inflessibili iloro fini incomprensibili - quegli esseri dalle

intonazioni misteriose nella vocemossi da sentimenti inesplicabilispintida motivi imperscrutabili.

VIII

Dopo l'ululato di risposta del suo secondoMassy rimase per un po' di tempocurvo sopra la sala macchine con

aria cupa. Si poteva anche sospettare che il capitano Whalley - che grazie alpotere di cinquecento sterline conservava

quel comando da tre anni - non avesse mai visto quella costa prima. Sembravaincapace di metter giù il canocchiale

quasi fosse incollato sotto le sopracciglia contratte. Quel corrugamentopersistente dava al suo volto un'aria di

invincibile e imparziale severità; ma il gomito sollevato tremavaleggermentee da sotto il cappelloil sudore colava

come se all'improvviso un secondo sole fosse sorto fiammeggiante allo zenit afianco dell'ardente globo immobile che si

trovava già lìe nel cui accecante color bianco la terra turbinava ebrillava come un granello di polvere.

Con il canocchiale sempre sugli occhidi tanto in tanto sollevava l'altramano per asciugarsi la faccia

grondante. Le gocce rotolavano lungo le guancecadevano come pioggia suipeli bianchi della barbae bruscamente

come guidato da un impulso incontrollabile e ansiosoil suo braccio si tesefino alla colonnina del telegrafo.

Il gong risuonò giù sotto. La vibrazione bilanciata della velocità minimacessò assieme a ogni suono e fremito

della navecome se la grande immobilità che regnava sulla costa si fosseintrufolata nei suoi fianchi di ferro

impossessandosi dei suoi recessi più nascosti. L'illusione di una perfettaimmobilità sembrò cadere sulla navedall'alto

della cupola azzurraluminosa e immacolata che copriva della sua volta unmare piatto senza un'increspatura. La

leggera brezza che produceva col suo stesso moto scemòcome se tutt'a untratto l'aria fosse diventata troppo densa per

muoversi; anche il lieve sibilo dell'acqua sulla prua si spense. Il lungoscafo stretto che si conquistava la strada senza

un'ondulazionesembrava avvicinarsi al bassofondo della barra di soppiatto.Il tuffo del piombo accompagnato dal

grido lamentoso e meccanico del marinaio indigeno veniva a intervalli semprepiù lunghi; e gli uomini sulla plancia

sembravano trattenere il respiro. Il malese al timone non toglieva gli occhidal quadrante della bussolail capitano e il

serang scrutavano la costa.

Massy si era allontanato dall'osteriggio ea passi felpatiera tornato pianpiano allo stesso posto che occupava

prima sul ponte di comando. Un ghigno lento e protratto gli scopriva lagrande dentatura bianca che sotto l'ombra della

tenda riluceva uniformecome la tastiera di un pianoforte in una stanza alcrepuscolo.

Infinefingendo di parlare da solo per l'eccesso di stuporenon molto fortedisse:

«Adesso si fermano anche le macchine. Cos'altro poimi chiedo?».

Aspettòinfossandosi nelle spallela testa bassalo sguardo obliquo. Poialzando un filo la voce:

«Se mi azzardassi a fare un'osservazione assurdadirei che non ha il fegatodi...».

Ma uno spirito sovraeccitato e urlantecome un'anima frenetica che vagasseinsospettata nella vasta quiete

della costasi era impadronito del corpo del marinaio indigeno alloscandaglio. La languida monotonia della sua

cantilena si mutò in un clamore rapido e acuto. Il peso volò via dopo ununico ronziola sagola fischiò e i tonfi si

susseguirono rapidi. La profondità era diminuitae l'uomoinvece delsonnecchiante racconto delle bracciamisurava ad

alta voce gli scandagli in piedi.

«Quindici piedi. Quindiciquindici! Quattordiciquattordici...».

Il capitano Whalley abbassò il canocchiale. Il braccio che lo reggeva sceselentamente come dal suo stesso

peso; nessun'altra parte di quel corpo torreggiante si mosse; e i rapidigridi con la loro nota di ansioso avvertimento gli

passavano accanto come se fosse stato sordo.

Massycompletamente immobilee con l'orecchio tesoaveva gli occhiinchiodati alla nuca rasata e argentea

della vecchia testa ben salda. Non fosse stato per il graduale decresceredella profondità sotto la chigliaanche la nave

sembrava essersi fermata.

«Tredici piedi... Tredici! Dodici!»gridò ansiosamente lo scandagliatoresotto il ponte di comando. E

all'improvviso il serang scalzo si allontanò senza rumore per dareun'occhiata furtiva sopra la fiancata.

Stretto di spallecon un vestito di cotone blu stintoun vecchio cappellodi feltro grigio calcato sulla testaun

buco nella nuca del suo collo scurole membra esilida dietro non sembravapiù grande di un ragazzino di quattordici

anni. C'era una impulsività quasi infantile nella curiosità con cuiosservava il propagarsi delle circonvoluzionivoluminose e giallastre che dasotto arrivavano alla superficie dell'acqua azzurra come massicce nuvole che simuovano

lentamente verso l'alto sul cielo insondabile. Non fu minimamente sorpresonel vederle. Non il dubbioma la certezza

che la chiglia del Sofala stesse rimescolando il fangolo avevaindotto a sbirciare sopra la fiancata.

I suoi occhi penetrantimessi di traverso in un volto di tipo cinese - unvecchio volto piccoloimpassibile

come scavato in una vecchia quercia bruna -lo avevano informato molto tempoprima che la nave non si dirigeva alla

barra nel modo giusto. Liquidato dalla Bella Donzella insieme al restodell'equipaggiodopo la conclusione della

venditasi era aggiratocol suo vestito blu stinto e il cencioso cappellogrigionei dintorni della Capitaneriafinché un

giornovedendo arrivare il capitano Whalley in cerca di un equipaggio per ilSofalasi era messo quietamente sulla sua

stradai piedi nudi nella polvere e uno sguardo muto all'insù. Gli occhidel suo vecchio comandante si erano posati su di

lui favorevoli - doveva essere un giorno di buon augurio - e dopo neanchemezz'ora i bianchi dell' «Uficcio» scrivevano

su un documento il suo nome come serang della nave col fuocoSofala.Da alloraaveva guardato molte volte

quell'estuarioscrutato quella costada quel ponte e da quel lato dellabarra. Il mondo visibile si registrava sulla sua

menteche non si faceva domandeattraverso i suoi occhi come su una lastrasensibile attraverso l'obiettivo di una

macchina fotografica. Le sue cognizioni erano assolute e precise;ciononostantese gli avessero chiesto la sua opinione

e specialmente se interrogato nel modo diretto e allarmante dei bianchiavrebbe mostrato tutta l'esitazione

dell'ignoranza. Non aveva dubbi sui dati di fatto - ma era una certezza checontava poco contro il dubbio su quale

sarebbe stata la risposta gradita. Cinquant'anni primain un villaggio dellagiunglae quando non aveva ancora un

giornosuo padre (che era morto senza aver mai visto il viso di un bianco)aveva fatto fare il suo oroscopo da un uomo

abile e dotto in astrologiaperché nella disposizione delle stelle si puòleggere l'ultima parola del destino umano. Il suo

destino era stato di prosperare sul mare col favore di vari uomini bianchi.Aveva spazzato i pontiaveva tenuto i timoni

aveva badato alle provvistedelle naviera arrivato infine a essere un serang;e la sua mente placida era rimasta

altrettanto incapace di penetrare i motivi più semplici di coloro cheservivaquanto loro stessi erano incapaci di

scoprireattraverso la crosta della terrala natura segreta del suo cuoreche forse è di fuoco o forse di pietra. Ma non

aveva alcun dubbio che il Sofala fosse fuori dalla giusta rotta perattraversare la barra a Batu Beru.

L'errore era lieve. La nave poteva essere sì e no un paio di volte la sualunghezza troppo a nord; e un bianco

che non sapesse spiegarsene la causa (dato che era impossibile sospettare ilcapitano Whalley di ignoranza grossolana

incapacitào negligenza) sarebbe stato propenso a dubitare dellatestimonianza dei propri sensi. Era un sentimento di

questo tipo che teneva Massy immobilecoi denti messi a nudo da una smorfiad'ansia. Non così il serang. Non era

turbato da nessuna sfiducia intellettuale nei propri sensi. Se il suocapitano decideva di rimescolare il fango andava bene

così. Nella sua vita aveva visto i bianchi lasciarsi andare a manifestazionialtrettanto strane. Era solo genuinamente

interessato a vedere cosa sarebbe successo. Alla fineapparentementesoddisfattosi ritirò dal parapetto.

Non aveva fatto rumorema sembrava che il capitano Whalley avesse notato imovimenti del suo serang.

Tenendo rigida la testachiese con un semplice movimento delle labbra:

«Ancora avantiserang?».

«Ancora un po'tuan»rispose il malese. Poi aggiunse con tonodistaccato: «L'ha passata».

Lo scandaglio confermò le sue parole; la profondità dell'acqua aumentava aogni lancioe l'anima

dell'eccitazione abbandonò improvvisamente il marinaio indigeno sospeso allacintura di tela fuori dalla murata del

Sofala. Il capitano Whalley ordinò di far rientrare lo scandagliofecemacchina avanti adagio edistolti gli occhi dalla

costadiede ordine al serang di tenere la rotta nel mezzodell'imboccatura.

Massy si batté il palmo della mano contro la coscia con una forte sventola.

«L'ha graffiata sulla barra. Guardi un po' a poppa per vedere se non èvero. Guardi la scia che ha lasciato. Si

vede chiaramente. Parola miapensavo che l'avrebbe fatto! Cosa le ha preso?Cosa diavolo le ha preso? Credo che lei

cerchi di farmi paura».

Parlava lentamentequasi con circospezionefissando il suo capitano con ineri occhi fuori dalle orbite. C'era

anche una nota leggermente lamentosa nella sua collera montanteperchéprima di tuttoera il senso di un torto subito

immeritatamente che gli faceva odiare quell'uomo cheper cinquecentomiserabili sterlinepretendeva la sesta parte dei

profitti con quel contratto di tre anni. Ogni volta che il suo risentimentoaveva la meglio sulla soggezione che la persona

del capitano Whalley gli ispirava si metteva letteralmente a guaire dallarabbia.

«Non sa più cosa inventarsi pur di avvelenarmi l'esistenza. Non avrei maicreduto che un uomo come lei si

abbassasse...».

Ogni volta che il capitano Whalley faceva il più piccolo movimento nellapoltronatacevamezzo speranzoso

mezzo intimoritocome se si aspettasse di essere placato da un discorsoconciliante o aggredito e scacciato dal ponte di

comando.

«Sono sconcertato»ricominciòscoprendo i grossi denti nel suo modoguardingo e non sorridente. «Non so

cosa pensare. Credo proprio che lei cerchi di spaventarmi. C'è mancato pocoche la piantasse sulla barra per almeno

dodici oreoltre a far intasare le macchine di fango. Al giorno d'oggi unanave non può permettersi di perdere dodici ore

in un viaggio - lo dovrebbe sapere benissimo anche leie sicuramente sabenissimosolo che...».

Quella lenta verbositàquelle torsioni laterali del colloquegli sguardicupi lanciati dall'angolo estremo degli

occhilasciavano impassibile il capitano Whalley. Guardava il ponte con lasevera fronte aggrottata. Massy aspettò un

po'poi iniziò a minacciare in modo lamentoso.

«Pensa di avermi legato mani e piedi con quel contratto. E pensa di potermitormentare come le pare e piace.

Ah! Ma si ricordi che mancano ancora sei settimane. Ho tutto il tempo dilicenziarla prima che siano scaduti i tre anni.Combinerà pure qualcosa che midarà l'occasione di licenziarlae di farle aspettare dodici mesi i suoi soldiprima che lei

se la batta portandosi via le sue cinquecento sterlinee mi lasci senza unalira per prendere le nuove caldaie. Gongola a

quest'idea - vero? Credo proprio che se ne stia qui seduto a gongolare. Ècome se avessi venduto l'anima per

cinquecento sterline per essere alla fine dannato in eterno...».

Tacquesenza sembrare esasperatopoi continuò monotono:

«...Con le caldaie logore e l'ispezione che mi pende sul capocapitanoWhalley - capitano Whalleydico a lei

cosa se ne fa dei soldi? Lei deve avere un mucchio di soldida qualche parte- un uomo come lei deve averli. È ovvio.

Io non sono uno stupidosacapitano Whalley - socio».

Tacque di nuovocome se avesse finito per davvero. Si passò la lingua sullelabbralanciò un'occhiata indietro

al serang che pilotava la nave con tranquilli bisbigli e piccoli cennidella mano. Lo sciabordio dell'elica spingeva un

rapido ribollimentocon una cresta di schiuma scurasu una lunga linguapiatta di fango nero. Il Sofala era entrato nel

fiume; la scia che aveva lasciato passando sopra la barra era ormai a unmiglio a poppavianon più visibile

completamente scomparsa; e il mare lisciodeserto lungo la costa era statolasciato indietro nell'abbagliante desolazione

della luce del sole. Giù in bassoda ogni lato della navela vegetazionedelle mangrovie cupe e contorte copriva le

sponde semiliquide; e con un sussulto improvvisocome se le parole glifossero state tirate fuorial pari di una melodia

da un organettogirando la manovellaMassy riprese nello stesso tono.

«E pensare che se c'è qualcuno che ha avuto la meglio su di mequello èlei. Non mi secca dirlo. Eccol'ho

detto! Cosa vuole di più? Non le basta per il suo orgogliocapitanoWhalley? Ha avuto il sopravvento su di me fin

dall'inizio. E quando mi guardo indietrotutto me lo conferma. Mi halasciato inserire quella clausola sulla

smoderatezza nel bere senza dire nullamostrando solo una grande sofferenzaquando ho voluto a tutti i costi che fosse

messo per iscritto. Come facevo a sapere cos'è che non andava in lei? C'èsempre qualcosa che non va da qualche parte.

Euditeuditequando sale a bordosalta fuori che non beve altro cheacqua da anni e anni».

I suoi guaiti dogmatici e recriminanti cessarono. Rimase a rimuginareintensamente come fanno le persone

astute e poco intelligenti. Sembrava inconcepibile che il capitano Whalleynon si mettesse a ridere dell'espressione di

disgusto che si diffondeva su quel volto giallo e greve. Ma il capitanoWhalley - seduto in poltronaoltraggiato

dignitoso e immobilenon alzò mai gli occhi.

«Sai che vantaggio per me»protestò Massy su un tono monotono«inserireuna clausola di licenziamento per

abuso d'alcool contro un uomo che beve solo acqua. Eppure quella mattinasembrava così seccatoquando ho letto la

mia bozza nell'ufficio dell'avvocatocapitano Whalleylei sembrava cosìabbattutoche io ero sicuro di aver messo il

dito sul suo punto debole. Un armatore non può essere mai troppo attento sulgenere di comandante che si prende. Avrà

riso di me sotto i baffi tutto il benedettissimo tempo... Eh? Cos'è chestava dicendo?».

Il capitano Whalley aveva solo strisciato leggermente i piedi. Nello sguardoin tralice di Massy apparve una

stolida animosità.

«Ma si ricordi che ci sono altre ragioni per licenziare. C'è l'incuriaabitualeche equivale all'incompetenza - c'è

negligenza grave e continuata del dovere. Non sono così scemo come cerca difarmi passare lei. Ultimamente è stato

negligente - lasciando tutto in mano a quel serang. E come no! L'hovista permettere a quel vecchio stupido malese di

prendere i rilevamenti al posto suocome se lei fosse troppo signore perfare personalmente il suo lavoro. E come la

chiama questa stupida maniera mordi-e-fuggi con cui ha appena portato la navesopra la barra? Non crederà che io lo

tolleri».

Appoggiato col gomito alla scaletta a poppa del ponte di comandoSterneilprimo ufficialecercava di sentire

e intanto ammiccava da lontano al secondo macchinistache era salito unmomento in coperta e se ne stava sulla scaletta

della sala macchine. Mentre si asciugava le mani in una manciata di straccidi cascame di cotoneguardava con

indifferenzaa destra e a sinistrale sponde del fiume scivolar viauniformi a poppa del Sofala.

Massy si piantò con decisione davanti alla poltrona. Il tono del suo guaitodivenne di nuovo minaccioso.

«Stia attento. Posso ancora licenziarla e congelare i suoi soldi per unanno. Posso...».

Ma davanti alla rigida immobilità silenziosa dell'uomo il cui denaro eraarrivato appena in tempo a salvarlo

dalla rovina totalela voce gli morì in gola.

«Non è che voglio che lei se ne vada»riprese dopo un silenzioe con untono assurdamente insinuante. «Non

chiederei di meglio che essere amici e rinnovare il contrattose leiacconsentisse a trovare un altro paio di centinaia di

sterline per contribuire alle nuove caldaiecapitano Whalley. Gliel'ho giàdetto altre volte. Le nuove caldaie sono

indispensabili. Lo sa benissimo anche lei. Ci ha pensato su?».

Restò in attesa. Dalle labbra carnose gli pendeva la sottile cannuccia dellapipa con in cima il grosso

rigonfiamento del fornello. Si era spenta. Improvvisamente se la tolse daidenti e si torse leggermente le mani.

«Non mi crede?». Ficcò il fornello della pipa nella tasca della sua lustragiacca nera.

«È come trattare col diavolo»disse. «Perché non parla? Al principiolei con me faceva cadere le cose talmente

dall'alto che a mala pena osavo strisciare sul ponte che è mio. Adesso nonsi riesce a cavarle una parola di bocca.

Sembra che lei non mi veda neppure. Cosa significa? Sull'anima mialei miterrorizza con questo trucco da sordomuto.

Che cosa passa per quella sua testa? Cosa sta tramando là dentro contro dime di tanto terribile che non può parlare?

Non potrà mai farmi credere che lei - lei - non sa dove metter le mani su unpaio di centinaia di sterline. Lei mi ha fatto

maledire il giorno in cui sono nato...».

«Signor Massy»disse il capitano Whalleyd'improvvisosenza muoversi.

Il macchinista trasalì violentemente.«Se le cose stanno così posso solopregarla di perdonarmi».

«A dritta»mormorò il serang al timoniere; e il Sofala iniziòa girare attorno al gomito per imboccare il

secondo tratto dritto del fiume.

«Brr!»rabbrividì Massy. «Lei mi raggela il sangue. Cosa l'ha spinta avenire qui? Cosa l'ha spinta a venire a

bordoall'improvvisoquella seracon i suoi discorsi elevati e con i soldi- a tentarmi? Mi son sempre chiesto per quale

motivo lo facesse. Glielo dico io: lei si è legato a me per aver la vitafacile e ingrassare succhiando il mio sangue. Vero?

Credo che lei sia il più grande avaro che esista al mondoo se noperché...».

«No. Sono solo povero»lo interruppe il capitano Whalleydi pietra.

«Avanti così»mormorò il serang. Massy si girò col mento sullaspalla.

«Non ci credo»disse nel suo tono dogmatico. Il capitano Whalley non simosse. «Se ne sta seduto là come un

avvoltoio sazio - proprio come un avvoltoio».

Abbracciò il centro del fiume ed entrambe le sponde in un'unica occhiatacircolarevuotacieca elentamente

lasciò il ponte di comando.

IX

Voltandosi per scendereMassy scorse la testa del primo ufficiale Sterneche indugiavacol suo sorriso

sornione e spavaldoi baffi rossi e gli occhi ammiccantiai piedi dellascaletta.

Prima di imbarcarsi sul SofalaSterne era stato ufficiale subalternoin una delle più importanti compagnie di

navigazione. Aveva lasciato l'impiegodiceva lui«per questioni diprincipio». La carrierasi lamentavaera molto

lentae pensava che fosse arrivato il momento di fare un po' di strada nelmondo. Pareva che nessuno dovesse mai

morire o lasciare la ditta; rimanevano tutti incollati ai loro posti finchénon facevano la muffa; era stanco di aspettare; e

temeva che quand'anche si fosse liberato un postoi dipendenti migliori nonavrebbero avuto affatto la certezza di essere

trattati equamente. Inoltreil capitano sotto cui doveva prestar servizio -il capitano Provost - era un tipo strano che

chissà per quale motivol'aveva preso in antipatia. Forse perché luifaceva molto più del suo puro dovere. Quando

faceva qualcosa di sbagliato un rimprovero lo accettavada uomo; mapretendeva anche di essere trattato come un

uomonon di sentirsi invariabilmente apostrofare come un cane. Aveva chiestochiaro e tondo al capitano Provost di

dirgli cosa aveva da rimproverarglie il capitano Provostnella manierapiù beffardagli aveva detto che era un ufficiale

perfettoe che se non gli andava il modo in cui ci si rivolgeva a luiquello era il barcarizzo: poteva scendere a terra

anche subito. Ma tutti sapevano che genere d'uomo fosse il capitano Provost.Non sarebbe servito a niente rivolgersi alla

direzione: il capitano Provost era troppo influente nella compagnia. Malgradotuttogli avevano dovuto rilasciare un

buon attestato di servizio. Aveva l'ardire di affermare che contro di lui nonsi poteva dire nulla al mondo esiccome

aveva per caso saputo che il primo ufficiale del Sofala era statoportato proprio quel mattino all'ospedale per

un'insolazioneaveva pensato che non costava nulla andare a vedere se potevafare al caso loro...

Si era presentato al capitano Whalley sbarbato di frescoil volto accesoifianchi strettisporgendo in fuori il

magro petto; e aveva recitato la sua particina con franca e viriledisinvoltura. Di tanto in tanto le palpebre gli fremevano

leggermentela mano si avvicinava furtiva alla punta dei baffifiammeggianti; le sopracciglia castane erano dritte e folte

e l'audacia dello sguardo sembrava sospesa sull'orlo dell'impudenza. Ilcapitano Whalley l'aveva assunto a titolo

provvisorio; poisiccome per ordine dei medici l'altro ufficiale era dovutorimpatriareSterne era rimasto per il viaggio

successivoe quello successivo ancora. Ora era assunto in pianta stabileel'adempimento dei suoi doveri era

caratterizzato da un'aria di applicazione seria e concentrata. Se venivainterpellato direttamentesi metteva a sorridere

attentocon un'espressione di gran deferenza in tutto il suo atteggiamento;ma nel rapidocontinuosbattere di palpebre

c'era un che di derisoriocome se avesse posseduto il segreto di qualcheburla universale che raggirava tutto il creato ed

era impenetrabile agli altri mortali.

Sorridendocon aria graveguardò Massy scenderegradino dopo gradino;quando il capo macchinista

raggiunse il pontesi girò e si trovarono faccia a faccia. Ugualinell'altezza eppure completamente diversisi

fronteggiavano come se tra loro ci fosse qualcosa - qualcosa di più dellabrillante striscia di sole chepassando fra due

tende malgiuntetagliava di traverso il tavolato stretto del ponte eseparava i loro piedi come un corso d'acqua; qualcosa

di profondodi sottile e imponderabilecome una complicità inespressaunasegreta diffidenzao una specie di paura.

Alla fineSternesbattendo gli occhi profondamente incavati e puntando infuori il mento ben delineatorasato

di frescocolor cremisicome il resto del visomormorò:

«Ha visto? Ha raschiato il fondo! Ha visto?».

Sprezzantee senza alzare il volto giallo e carnosoMassy rispose con lostesso timbro di voce:

«Può darsi. Ma se ci fosse stato lei saremmo rimasti impantanati nelfango».

«Mi scusisignor Massy. Mi permetto di contraddirla. Naturalmente unarmatore può dire tutto quel che gli

garba sul ponte della sua nave. Niente da ridireperò mi permetto...».

«Si tolga di mezzo!».

L'altro ebbe un piccolo sussultoforse per effetto di un'indignazionerepressama restò dov'era. Rivolto verso il

bassolo sguardo di Massy vagò a destra e a sinistracome se il pontetutt'intorno a Sterne fosse stato cosparso di uovache non bisognava rompereestesse cercandocon irritazionei punti in cui poter mettere i piedi perfuggire. Alla fine

lui pure non si mosseanche se c'era tutto lo spazio che volevaperpassare.

«L'ho udita dire lassù»proseguì il secondo«ed era ancheun'osservazione molto giustache c'è sempre

qualcosa che non va...».

«La mania di origliareecco quel che non va in leisignor Sterne».

«Sentasignorese solo volesse ascoltarmi un momentosignor Massypotrei...».

«Lei è uno spione»lo interruppe Massy precipitosamentee riuscìpersino ad andar tanto oltre da ripeterlo:

«un volgare spione»prima che il secondo s'intrommettesse con le sueargomentazioni:

«Ascoltisignoredi che cosa ha bisogno lei? Lei ha bisogno...».

«Io ho bisogno - io ho bisogno»balbettò Massyfurioso ed esterrefatto«io ho bisogno? Cosa ne sa lei se io

ho bisogno di qualcosa? Come osa... Che cosa intende dire?... A cosa mira -lei...».

«L'avanzamento». Con questa ingenua bravata Sterne lo ridusse al silenzio.Le guance tonde e molli del

macchinista tremavano ancorama disse con abbastanza calma:

«Lei mi fa solo uscire dai gangheri»e Sterne gli rivolse un sorrisettobaldanzoso.

«Un tale in affari che conosco (arrivato in alto ormai) mi diceva sempre cheera questo il modo giusto.

''Spingiti sempre in prima linea"diceva. ''Piazzati proprio davanti altuo capo. Intervieni ogni volta che ti capita

l'occasione. Mostragli quello che sai. Assillalo finché non ti nota".Questi erano i suoi consigli. Io qui non conosco altri

capi all'infuori di lei. È lei l'armatoree nessun altro perciò contaai miei occhi. Capiscesignor Massy? Io voglio

arrivare. Non faccio mistero di essere uno di quelli che vogliono arrivare.Sono questi gli uomini che servonosignore.

Lei non sarà arrivato tanto in altosignoresenza averlo scoperto -immagino».

«Assillare il capo per poter arrivare»ripeté Massycome trasecolatodalla irriverente originalità di quell'idea.

«Non mi meraviglierei che fosse proprio per questo che quelli della BlueAnchor l'hanno cacciata via a calci dalla

compagnia. È questo che lei chiama andare avanti? Se non sta attentoquiandrà avanti nello stesso modo - glielo

garantisco».

Sterne allora chinò la testapensierosoperplessosbattendo forte lepalpebre verso il ponte. Ultimamentetutti

i suoi tentativi di instaurare un rapporto confidenziale col suo armatore nonavevano prodotto di meglio che quelle

oscure minacce di licenziamento; e una minaccia di licenziamento lo riducevasubito a un esitante silenzio come se non

fosse sicuro che era venuto il momento di sfidarla. In quella occasionesembrava aver perso un istante la linguae

Massymettendosi in motogli passò pesantemente accanto con un tentativoabortito di spintonarlo. Sterne lo evitò

spostandosi di lato. Poi si voltò rapidocon la bocca spalancata come pergridare qualcosa al macchinistama parve

ripensarci.

Sempre all'erta - com'era pronto ad ammettere - per trovare un varco da cuifarsi avantiera diventato per lui

istintivo sorvegliare la condotta dei suoi diretti superiori alla ricerca diqualcosa «su cui poter mettere le mani». Era

convinto che nessun capitano al mondo avrebbe mantenuto il comando per unsolo giornose solo qualcuno diceva agli

armatori «quel che c'era da dire». Questa teoria romantica e ingenua loaveva messo nei guai più di una voltama

restava incorreggibile; e il suo carattere era così istintivamente slealeche tutte le volte che s'imbarcava su una nave

l'intenzione di far sloggiare il comandante e prendere il suo posto erasempre presente in fondo al suo cervellocome

una cosa naturalescontata. Riempiva l'ozio delle sue ore di veglia confantasticherie di piani minuziosamente preparati

e scoperte compromettenti - e i sogni del suo sonno erano pieni di immaginidi colpi di fortuna e di imprevisti

favorevoli. Si sapeva di capitani ammalatisi e morti in maree non potevaesserci circostanza più propizia per

permettere a un primo ufficiale in gamba di mostrare di che stoffa è fatto.Qualche volta precipitavano anche fuori

bordo: ne aveva sentito uno o due di questi casi. Altri ancora... Madiciamoper costituzioneera fedele alla sua

convinzione che la condotta di nessuno di loro avrebbe passato l'esame diun'attenta sorveglianza da parte di un uomo

che «la sa lunga» e che tiene sempre gli occhi «ben aperti».

Dopo aver ottenuto una posizione permanente a bordo del Sofala diedelibero sfogo alla sua eterna speranza.

Prima di tuttoera un bel vantaggio avere un vecchio per capitano: proprioil tipo d'uomo chenella natura delle cose

per una ragione o per l'altraavrebbe probabilmente abbandonato l'impiegoentro breve tempo. Sterneperòera desolato

di constatare che il comandante non sembrava affatto prossimo a non essere ingrado di fare il suo lavoro. Peròquesti

vecchia voltevanno in pezzi tutto d'un colpo. E poi c'era ilmacchinista-armatore a portata di mano da impressionare

col suo zelo e la sua perseveranza. Neanche per un attimo Sterne metteva maiin dubbio la natura evidente dei propri

meriti (effettivamente era un ottimo ufficiale); sennonchéal giornod'oggiil merito professionale da solo non basta a

portare un uomo lontanotanto velocemente. Per farsi strada bisogna che unindividuo sia intraprendente e che nello

stesso tempo usi incessantemente il proprio cervello. Aveva deciso che seaveva la minima possibilità di ereditare

l'incarico di quel piroscafo l'avrebbe colta; non perché considerasse ilcomando del Sofala un grandissimo affarema per

il fatto chespecialmente in Orienteiniziare è tuttoe un comando portaa un altro.

Cominciò col ripromettersi di agire con grande circospezione; gli umori cupied eccentrici di Massy lo

intimorivanoperché esulavano dalla usuale esperienza della vita in mare;ma Sterne era abbastanza intelligente per

rendersi contoquasi fin dall'inizioche si trovava in presenza di unasituazione eccezionale. La sua immaginazione da

furetto l'aveva colta subito; ma la sensazione che ci fosse un elemento chegli sfuggiva esasperava la sua impazienza di

farsi strada. E così un viaggio era giunto al terminepoi un altroe avevainiziato il terzo senza vedere uno spiraglio

attraverso il quale potersi fare avanti con qualche risultato. Era statotutto molto strano e molto oscuro; si svolgeva

qualcosa accanto a luiqualcosa che sembrava separato da un abisso dallavita di tutti i giorni e dal lavoro abituale dellanaveche erano assolutamenteidentici alla vita e al lavoro a bordo di qualsiasi altro piroscafo costiero diquella

categoria.

E poi un giorno fece la sua scoperta.

Dopo tutte quelle settimane di osservazione vigile e di confuse congetturegli giunse all'improvvisocome la

soluzione lungamente cercata di un enigmache si affaccia alla mente in unlampo. Non con la stessa evidenzaperò.

Santi numi! Poteva trattarsi di quello? E dopo essere rimasto come fulminatoper qualche secondocercò di liberarsi di

quell'ideadisprezzandosicome se fosse stato il prodotto di un'insanainclinazione verso l'Incredibilel'Inesplicabile

l'Inaudito - il Folle!

Questo - il momento illuminante - era capitato nel viaggio precedentedurante la traversata di ritorno. Avevano

appena lasciato uno scalo sulla terrafermache si chiamava Pangu; stavanouscendo diritti da una baia. A estla vista era

sbarrata da un massiccio promontoriole cui falde inclinatecostituite dastrati rocciosiapparivano attraverso un aspro

rivestimento di cespugli folti e di rampicanti spinosi. Il vento si era messoa cantare nel sartiame; lungo la costail mare

verde e come sollevato un po' sopra la linea dell'orizzontesembravariversarsia intervalli regolaricon un rombo

prolungato dentro l'ombra del capo sottovento. Attraverso la vasta aperturala più vicina di un gruppo di isolette si

ergeva avvolta nella luce gialla e fosca di un'alba ariosa; al largopiùlontanele cime arrotondate di altre isolette

occhieggiavano immobili sopra l'acqua dei canali che le separavanoe che ilvento batteva tumultuosamente.

A ogni viaggiola rotta abituale del Sofalasia all'andata che alritornolo portava per alcune miglia lungo

quella regione infestata di scogli. La nave seguiva un ampio canalelasciandosi a poppal'una dopo l'altraquelle

briciole della crosta terrestresimili a una flottiglia di scafi disalberatiandata a sbattere disordinatamente contro un

fondo infido di rocce e di secche. Alcuni di quei frammenti di terra nonsembravano davvero più grandi di una nave

arenata; altricompletamente piattipoggiavano a fior d'acqua come zattereancoratepesanti zattere di pietra nera; altri

ancorafittamente ricoperti d'alberi e rotondi alla baseemergevano sottoforma di tozze cupole di fogliame verde cupo

che fremeva oscuramente da cima a fondoal contatto volante con le ombredelle nuvole sospinte dalle improvvise

raffiche della stagione burrascosa. Le tempeste della costa scoppiavanofrequenti sopra quel gruppo d'isole; che allora si

oscurava in tutta la sua estensione; diventava ancor più cupoe piùimmobile sotto il gioco dei fulmini; più

impenetrabilmente silenzioso nel fragore dei tuoni; i suoi contorni sfuocatisvanivano - dissolvendosi a volte

completamente sotto la pioggia fitta - per riapparire ben delineati e nerinella luce della tempestacontro il grigio

lenzuolo delle nuvole - sparpagliati sulla tavola rotonda grigio ardesia delmare. Illeso dalle tempesteresistente agli

attacchi del tempoindifferente alle lotte del mondol'arcipelago sistendeva lìimmutatocome in quel giorno in cui

quattrocento anni primadegli occhi occidentali l'avevano contemplato per laprima volta dal ponte di una caravella

dall'alta poppa.

Era uno di quegli angoli appartati che si incontrano talvolta nel mareanimatocome a terra capita di imbattersi

in un grappolo di case di un paesino non toccato dalla irrequietudine degliuominidai loro desideridai loro pensierie

che perfino il tempo sembra aver dimenticato. Erano passate lì accanto levite di innumerevoli generazionie moltitudini

di uccelli marini chearrivando velocemente da tutti i punti dell'orizzonteper dormire su quelle rocce sporgenti

srotolavano le evoluzioni convergenti del loro volo in lunghe e scure stellefilanti sul luccichio del cielo. La palpitante

nuvola delle loro ali si alzava e si abbassava sui pinnacoli delle roccesurocce sottili come guglietozze come torri

martello; sugli ammassi piramidali simili a rovine cadentisulle file dimacigni nudi che sembravano un muro di pietra

fatto a pezzi e sbruciacchiato dal fulmine - col sonnolentolimpidoscintillio del mare in ogni breccia. Il rumore

continuo e violento delle loro strida riempiva l'aria.

Quel baccano accoglieva il Sofala di ritorno da Batu Beru; gli venivaincontro nelle sere tranquilleclamore

impietoso e selvaggioattenuato dalla distanzaclamore di uccelli mariniche si preparano al riposo e che lottano per un

punto di appoggio alla fine del giorno. Nessuno a bordo vi prestavaparticolare attenzione; era la voce dell'approdo

immancabile della loro naveche concludeva la stabile tirata di centomiglia. Aveva seguito la sua rottaaveva percorso

la sua distanza finchépuntualile isolette cominciavano a emergere una aunale punte delle roccele dune della terra...

e la nuvola degli uccelli librati in volo - l'agitata nuvola che emetteva unostrepito stridulo e crudeleil suono della

scena familiareparte vivente della sottostante terra frammentatadelladistesa del maree dell'alto cielo immacolato.

Ma quando capitava che il Sofala si avvicinasse alla terra dopo iltramontotrovava tutto molto quieto là sotto

il mantello della notte. Tutto era immobilemutoquasi invisibile - tranneche per l'oscurarsi delle costellazioni basse

nascostea turnodietro le vaghe masse delle isolette i cui veri profilisfuggivano all'occhio negli spazi oscuri del cielo;

e le tre luci di via della navesimili a tre stelle - la rossa e la verdecon la bianca in alto - le sue tre lucicome tre stelle

amiche erranti sulla terratenevano la loro rotta indeviata verso ilpassaggio al capo meridionale dell'arcipelago. A volte

c'erano occhi umani aperti a guardarle avvicinareavanzare senza scosse inquella vasta oscurità; gli occhi di un

pescatore nudo nella sua canoa fluttuante sopra una scogliera. Pensavaassonnato: «Ah! La nave col fuoco che una volta

ogni luna entra e esce dalla baia di Pangu». Di più non sapeva della nave.E proprio quando aveva percepito il debole

ritmo dell'elica che batteva l'acqua calma a un miglio e mezzo di distanzaper il Sofala era giunto il momento di

cambiare rottale luci giravano il loro triplice bagliore al largo davanti alui - e sparivano.

Qualche misera famiglia mezza nudauna specie di tribù reietta di gentemagracon i capelli lunghie gli occhi

atterritilottava per la vita in quella solitaria desolazione di isolettedistese come una fortificazione abbandonata della

terra alle porte della baia. In mezzo al groviglio e al viluppo delle roccel'acqua riposava più trasparente del cristallo

sotto le loro canoe storte che imbarcavano acquascavate da un troncod'albero; le forme del fondale ondulavano

leggermente all'immersione di una pagaia; e gli uomini sembravano sospesi inariasembravano sospesi dentro le fibredi uno scuro tronco inzuppatoa pescarepazientemente in un'atmosfera strana e instabiletrasparente e verde sopra i

bassifondi.

I loro corpi bruni ed emaciaticome rinsecchiti dal solesi muovevanofurtivi; le loro vite scorrevano

silenziose; le case in cui nascevanoandavano a riposare e a morire -fragili ripari di giunchi ed erbacon l'aggiunta di

qualche stuoia in brandelli - erano nascoste lontane dalla vista del mareaperto. Nessun bagliore dei loro focolari

accendeva mai per un marinaio una scintilla rossa nella notte ciecadell'arcipelago: e le bonacce della costale lunghe

bonacce infuocate dell'equatorele bonacce concentratesenza un attimo ditreguacome la profonda introspezione di

una natura passionaleincombevano spaventose per giorni e settimane diseguito sull'immutabile eredità dei loro figli;

fino al punto che alla fine le pietretorride come tizzoni ardentibruciavano la pianta dei piedi nudil'acqua aderiva

caldae nauseantee come ispessita attorno alle gambe di quegli uominiesili con i lombi fasciati che avanzavano

immersi fino alle cosce nella pallida incandescenza dei banchi di sabbia. Edi tanto in tanto accadeva che il Sofalaper

aver tardato in uno dei porti di scaloapparisse all'orizzonte in rotta perla baia di Panguaddirittura a mezzogiorno.

Dapprima poco più che una nuvola offuscatala sottile foschia del suo fumosi alzava misteriosamente da un

punto vuoto sulla linea nitida del mare e del cielo. I pescatori taciturni inmezzo agli scogli stendevano il loro braccio

sottile verso il mare aperto e le brune figure curve sulle spiagge minuscolele brune figure di uominidi donnedi

bambiniche frugavano nella sabbia in cerca di uova di tartarugasiraddrizzavanoil gomito nodoso alzato e la mano

sugli occhiper guardare quella mensile apparizione che avanzava drittascivolandovirava e scompariva. Le orecchie

percepivano l'ansito della navegli occhi la seguivano finché passava tra idue promontori della terrafermaa tutta

velocitàcome se sperasse di farsi strada senza trovare ostacoli fin dentroal petto della terra.

In simili giornateil mare luminoso non lasciava trasparire alcun segno deipericoli in agguato su entrambi i lati

della sua rotta. Tutto rimaneva immobileschiacciato dalla potenzasoverchiante della luce. L'intero arcipelagoopaco

alla luce del sole - le rocce che sembravano pinnacolile rocce chesembravano gugliequelle che sembravano ruderi; le

forme delle isolette simili ad alvearia tane di talpele isolette chefacevano pensare a covoni di fienoai contorni di

torri rivestite d'edera - si rifletteva tutto insieme capovolto nell'acquasenza rughecome gingilli d'ebano intarsiato

disposti sul cristallo argentato di uno specchio.

Al primo contatto col cattivo tempol'arcipelago veniva avvolto subito nellaspuma dei frangenti a

sopravventocome in una nuvola di un improvviso getto di vaporee l'acquachiara sembrava proprio bollire in tutti i

passaggi. Il mare provocato delineava esattamente in un disegno di schiumarabbiosa l'ampia base dell'arcipelago; quel

terrazzo sommerso di scorie e di detriti lasciati dalla costruzione dellacosta vicinasporgeva lontano i suoi speroni

pericolositutti a fior d'acquafin dentro al canalee si ergeva irto dilingue infide spesso lunghe un miglio: lingue

mortali fatte di spuma e di pietre.

E persino nulla più che una brezza vivace - come c'era quella mattinanelviaggio precedentequando il Sofala

lasciò di buon'ora la baia di Pangue la scoperta del signor Sterne dovevasbocciare come un fiore d'aspetto incredibile

e velenosonato dal minuscolo seme del sospetto istintivo - anche una similebrezza aveva forza sufficiente per

strappare dal volto del mare la sua placida maschera. Per Sternecheguardava con indifferenzaera stata una

rivelazione scoprire per la prima volta i pericoli segnati sull'acqua dailividi squarci sibilantie vederli così

distintamente come sul foglio inciso di una carta nautica. Gli venne in menteche quella era la giornata più favorevole

per un forestiero che tentasse il passaggio di quella zona: un giorno nitidoabbastanza ventoso perché il mare si

infrangesse su ogni scoglio a fior d'acquaindicando chiaramente alla vistal'intero canalesegnalandoloper così dire

con dei gavitelli; mentre con la bonaccia non ci si poteva che affidare allabussola e al giudizio esercitato del proprio

occhio. Eppure i capitani che si erano avvicendati sul Sofala più diuna volta avevano dovuto fargli attraversare di notte

quel passaggio. Al giorno d'oggi non ci si poteva permettere di sprecare seio sette ore del tempo di un piroscafo. Era

impossibile. Ma è vero che l'abitudine è tutto e con l'attenzionenecessaria... Il canale era largo e abbastanza sicuro;

nell'oscurità l'essenziale era di entrarvi nel punto giusto - perché se unmarinaio si andava a cacciare laggiùpiù avanti

in quella distesa di acqua frammentatanon ne sarebbe mai uscito con la naveintattaammesso che riuscisse a uscirne.

Questi erano stati gli ultimi pensieri di Sterne indipendenti dalla suagrande scoperta. Aveva appena

provveduto a far acceppare l'ancora ed era rimasto qualche istante a oziare aprua. Al comandosul pontec'era il

capitano. Con un lieve sbadiglioSterne aveva smesso di contemplare il maree si era appoggiato con la schiena alla gru

del traversino.

Propriamente parlandoquestierano stati gli ultimissimi momenti didistensione che avrebbe conosciuto a

bordo del Sofala. Tutti gli istanti che seguirono sarebbero statigravidi di macchinazioni e d'intollerabile perplessità.

Finiti i sogni a occhi apertii pensieri vaghi; la scoperta li avrebbe messisotto torchiotanto che a volte si rammaricava

di non essere stupido abbastanza per non averla mai fatta. Epertantose lesue possibilità di avanzamento dipendevano

dalla scoperta di «qualcosa che non andava»non avrebbe potuto sperare inun colpo di fortuna maggiore.

X

Ciò che aveva scoperto era davvero troppo conturbante. C'eraeccome«qualcosa che non andava»e l'averne

moralmente la certezza fu in un primo momento semplicemente spaventoso dacontemplare. Sterne era stato a guardare

verso poppa in una disposizione d'animo così oziosa cheuna volta tantonon stava pensando male di nessuno. Ilcapitano sulla plancia si offrivanaturalmente alla sua vista. Com'era insignificantecom'era casuale il pensieroche

aveva iniziato il corso della sua scoperta - come una scintilla cheaccidentalmentebasta a innescare l'esplosione di una

tremenda mina!

Afferrate dal di sotto dalla brezzale tende del ponte di prua sisollevavano gonfiandosi e si afflosciavano

lentamentee al di sopra di quel pesante sventolioil tessuto grigiodell'ampia giacca del capitano Whalley gli

svolazzava incessantemente intorno alle braccia e al busto. Volgeva la facciaal vento in piena lucecon la gran barba

argentea soffiata con impeto contro il petto; le sopracciglia sporgevanopesanti sopra le ombre da cui il suo sguardo

sembrava uscire fisso e penetrante verso prua. Sterne poteva solo distinguereil barlume gemello del bianco degli occhi

che si muovevano sotto l'ispido arco delle sopracciglia. A breve distanzaquegli occhinonostante le maniere affabili

dell'uomosembravano attraversarvi da parte a parte. Sterne non poteva maisottrarsi a quella sensazione quando aveva

occasione di parlare col capitano. E la cosa non gli piaceva. Come sembravagrande e grosso lassùcon quel nanerottolo

di serang che lo assisteva da presso - come usava su quellostraordinario piroscafo! Abitudine maledettamente assurda!

Sterne se ne risentiva. Di sicuro il vecchio avrebbe potuto dirigere la navesenza quel fannullone di indigeno alle

costole. Sterne scrollò le spalle disgustato. Di cosa si trattava? Indolenzao cosa?

Chissà da quanti anni quel vecchio capitano doveva essersi impigrito.S'impigrivano tutti lì in Oriente (Sterne

era molto consapevole del suo attivismo inalterato); si rammollivanocompletamente. Però torreggiava perfettamente

eretto sul ponte di comando; e basso basso al suo fiancocome un bambino checerchi di guardare sopra l'orlo di un

tavoloil cencioso cappello floscio e la faccia bruna del serang facevanocapolino sopra la tenda di tela bianca della

battagliola.

Senza dubbio il malese stava più indietropiù vicino alla ruota deltimonema la grande disparità di dimensioni

in associazione stretta divertì Sterne come l'osservazione di un bizzarrofenomeno della natura. C'erano pesci più strani

fuori del mare di quanti ce ne fossero dentro.

Vide il capitano Whalley voltare rapidamente la testa per parlare al suo serang;il vento gli sferzò tutta d'un

lato la massa bianca della barba. Stava sicuramente dando ordine al malese diguardare la bussola per luio qualcosa del

genere. C'era da scommetterlo. Troppa fatica andarsela a vedere lui. E suquella riflessione il disprezzo di Sterne per

quella indolenza fisica che sopraffà i bianchi in Oriente aumentò. Alcunidi loro si sarebbero persi completamente se

non avessero avuto intorno tutti quegli indigeni come tirapiedi eoltre atuttonon se ne vergognavano affatto. Per

grazia di Diolui non era di quella razza! Non era da lui dipendere per ilproprio lavoro da un piccolo grinzoso malese

come quello. Come se ci si potesse fidare di uno stupido indigeno perqualcosa al mondo! Ma quel distinto vecchio

lassù sembrava pensarla diversamente. Erano sempre insieme quei duemaimolto discosti; una coppiainsommache

faceva venire in mente una vecchia balena assistita da un piccolo pescepilota.

La fantasiosa similitudine lo fece sorridere. Una balena con il suoinseparabile pesce pilota! Ecco a cosa

assomigliava il vecchio; perché non si poteva dire che assomigliasse a unpescecaneanche se il signor Massy lo aveva

definito proprio così. Ma nei suoi accessi di furoreil signor Massy nonbadava a quello che diceva. Sterne sorrise fra sé

- e a poco a poco le idee evocate dal suono e dalla forma immaginata dellaparola pesce pilotale idee di aiutodi guida

richiesta e ricevutapresero rilievo nella sua mente. La parola pilotasuggeriva l'idea di fiduciadi dipendenzal'idea

dell'aiuto benvenuto e illuminato portato al navigante che brancola nel buioin direzione della terrache avanza alla

cieca nella nebbiache cerca a tentoni la via nella densità delle tempestedi vento cheriempiendo l'aria della foschia

salina soffiata su dal mareriducono da ogni lato la visibilità a unristretto orizzonte che sembra a portata di mano.

Un pilota vede meglio di un forestieroperché la sua conoscenza dei luoghicome una vista più acuta

completa le forme di cose adocchiate fugacemente; penetra i veli di brumastesi sopra la terra dalle burrasche del mare;

determina con sicurezza i contorni di una costa che si stende sotto la cappadi nebbiale forme dei punti di riferimento

semisepolti in una notte senza stelle come in una tomba poco profonda.Riconosce perché conosce già. Non è al suo

occhio lungimirante ma alla sua conoscenza più estesa che il pilota chiedecertezze; la certezza sulla posizione della

nave da cui può dipendere il buon nome di un uomo e la pace della suacoscienzala giustificazione della fiducia riposta

nelle sue manie anche la sua stessa vitache di rado è interamente suaper gettarla viae le umili vite di altri che forse

stendono radici in affetti lontanie sono altrettanto onerose delle vite deire per il peso del mistero che le aspetta. La

conoscenza del pilota porta sollievo e sicurezza al comandante di una nave;al serangperònella sua fantasiosa

evocazione di un pesce pilota che accompagna una balenanon si poteva inalcun modo attribuire una conoscenza

superiore. Perché avrebbe dovuto averla? Quei due uomini - il bianco e ilbruno - avevano cominciato quel giro insieme

lo stesso giorno. E naturalmente un bianco impara in una settimana più delmiglior indigeno in un mese. E costui veniva

tenuto appiccicato al capitano come se fosse di qualche aiuto - come il pescepilotadiconoè di aiuto alla balena. Ma in

che modo - questo era il punto saliente - in che modo? Un pesce pilota - unpilota - un... Ma se non era conoscenza

superiore allora...

Sterne aveva scoperto che cos'era. E la cosa ripugnava alla suaimmaginazionescioccava la sua idea di onestà

scioccava la sua concezione dell'umanità. Era un'enormità che intaccava lanozione stessa di ciò che era possibile a

questo mondo: come seper esempioil sole fosse diventato azzurrogettandouna luce nuova e sinistra sugli uomini e

sulla natura. Al primo momento si era sentito proprio nauseatocome seavesse ricevuto un colpo sotto la cintura; per un

secondolo stesso colore del mare sembrava cambiato - era parso insolito alsuo occhio errante; e in tutte le membra

ebbe una sensazione passeggera di instabilità come se la terra si fossemessa a girare all'incontrario.

Un'incredulità molto naturale che seguì a quel senso di sconvolgimentogliportò una dose di sollievo. Gli era

mancata l'aria; era passata. Ma poidurante tutto quel giornofu assalitoda improvvisi parossismi di stupore nel belmezzo delle sue occupazioni. Sifermava e scuoteva la testa. La rivolta della sua incredulità era svanita tanto

rapidamente quanto la prima emozione della scopertae nelle successiveventiquattr'ore non riuscì a prendere sonno.

Così non poteva andare. All'ora dei pasti (occupava l'ultimo posto dellatavola preparata per i bianchi sul ponte di

comando) non poté fare a meno di perdersi in una contemplazione affascinatadel capitano Whalleyseduto di fronte a

lui. Seguiva i movimenti circospetti del braccio alzato; il vecchio portavail cibo alla bocca come se disperasse di

trovare mai più un sapore in quel pane quotidiano di cui sembrava averperduto il gusto. Si nutriva come un

sonnambulo. «Che spettacolo orribile»pensò Sterneosservando il lungointervallo di immobilità funerea e silenziosa

e una grossa mano scura abbandonata semiaperta accanto al piattofinché siaccorse che i due macchinisti alla sua

destra e alla sua sinistra lo guardavano stupiti. Allora chiuse svelto labocca eabbassati gli occhili strizzò rapido sul

suo piatto. Era tremendo vedere quel vecchio seduto lì: era anche tremendopensare che con tre parole lo poteva far

saltare in aria. Bastava alzare la voce e pronunciare un'unica breve frase;eppure compiere quel semplice atto sembrava

altrettanto impossibile quanto smuovere il sole dal suo posto nel cielo. Ilvecchio poteva mangiare in quel modo

terrificante e meccanicoma Sternecon la mente troppo agitatanon ciriuscì - non quella serain ogni caso.

Da allora aveva avuto tempo in abbondanza per abituarsi alla tensione delmomento dei pasti. Non l'avrebbe

mai credutoma tutto è abitudine; solo il potere stesso del suo successoimpediva qualcosa che assomigliava all'euforia.

Si sentiva come un uomo a cui capitinella sua legittima ricerca di unfucile carico che lo aiuti a farsi largo nel mondo

di imbattersi in un siluro innescato - in una torpedine viva con una caricadistruttiva nella testa e una pressione di molte

atmosfere nella coda. È il tipo di arma che impensierisce e innervosisce chila possiede. Non aveva nessuna intenzione

di saltare in aria; e non poteva liberarsi dell'idea che l'esplosione dovessenecessariamente danneggiare anche luiin

qualche modo.

Questa vaga apprensione lo aveva trattenuto all'inizio. Adesso era capace dimangiare e dormire con quella

temibile arma al suo fiancocon la convinzione del suo potere sempre inmente. Non gli era giunta attraverso nessun

processo riflessivo; ma una volta entrata nella testaquella convinzione eraseguita irresistibile in una moltitudine di

piccoli fatti osservati ai quali prima aveva prestato solo una languidaattenzione. Le inflessioni brusche ed esitanti della

voce profondail mutismo indossato come un'armaturai movimenti cautiquasi guardinghi; le lunghe immobilità

come se l'uomo che lui sorvegliava temesse di disturbare persino l'aria: ognigesto familiareogni parola pronunciata a

portata del suo orecchioogni sospiro ascoltato di nascostoavevanoacquistato un significato specialeun valore di

conferma.

Ogni giorno che passava sul Sofala a Sterne sembrava pieno zeppo diprovedi prove incontrovertibili. Di

nottequando non era di serviziousciva dalla sua cabina di soppiattoinpigiama (alla ricerca di altre prove) e restava

forse un'ora interaa piedi nudi sotto il ponte di comandoassolutamenteimmobile come il candeliere della tenda

conficcato nel suo incavo lì accanto. Nei tratti di navigazione facile nonè consuetudine che il capitano di una nave

costiera stia tutto il tempo della sua guardia sul ponte. L'usanza vuole chesia il serang a tenerla per lui; in mare aperto

su una rotta dirittadi solito la nave viene affidata a lui. Ma quel vecchiosembrava incapace di starsene giù tranquillo.

Di sicuro non riusciva a dormire. E non c'era da meravigliarsene. Anchequesta era una prova. Improvvisamente nel

silenzio della nave che ansimava sul mare calmo e cupoSterne sentiva sopradi sé una voce bassa esclamare

nervosamente:

«Serang!».

«Tuan!».

«Stai guardando bene la bussola?».

«Sìtuanla sto guardando».

«La nave tiene la rotta?».

«Sìtuan. Ben diritta».

«Bene; e ricordatiserangl'ordine è che devi badare ai timonierie far la guardia con attenzionecome se io

non fossi in coperta».

Poiquando il serang aveva dato la sua rispostai toni bassicessavano sul ponte di comandoe ogni cosa

attorno a Sterne sembrava diventare più calma e più profondamentesilenziosa. Silenziosamente infreddolito e con la

schiena un po' dolorante dalla lunga immobilitàsgattaiolava via nella suacabina sul lato sinistro del ponte. Da tanto

ormai si era separato dall'ultima traccia di incredulità edell'inizialetumulto di emozioni provocato dalla scoperta

rimaneva solo un'ombra del primo sgomento. Non era timore dell'uomo in sé -lo poteva far saltare in aria con tre parole

- si trattava piuttosto di un'indignazione sbigottita per quella perversionesconsiderata dell'avarizia (cos'altro poteva

essere?)per quella determinazionefolle e tenebrosache per amore di unpo' più di dollari sembrava non tener in

nessun conto le regole elementari della coscienza e aveva la presunzione dilottare contro i decreti stessi della

Provvidenza.

Un altro uomo come quello non lo si poteva trovare neanche a fare il giro delmondo - grazie a Dio. Nel

carattere di un simile inganno c'era qualcosa di così diabolicamentetemerario che faceva esitare.

Altre considerazioni che gli suggeriva la prudenza gli avevano tenuto labocca chiusa giorno dopo giorno.

Adesso gli sembrava che sarebbe stato più faciletutto sommatoparlareimmediatamente dopo la scoperta e quasi

rimpiangeva di non aver fatto subito una scenata. Ma allora la mostruositàstessa della rivelazione... Diamine! Poteva a

mala pena affrontarla da solofigurarsi palesarla a qualcun altro. E poicon un desperado di quella specie non si poteva

mai sapere. L'obiettivo non era di farlo andare via (quello era come se fossegià accaduto)ma di prenderne il posto. Per

quanto questo pensiero sembrasse bizzarroil capitano poteva anche noncedere facilmente. Un individuo capace diperpetrare una simile frode avrebbeavuto la sfrontatezza di fare qualsiasi cosa; un individuo cheper così dire

insorgeva contro lo stesso Dio onnipotente. Il capitano era un fenomenospaventosoecco cos'era: capacissimocon

quella faccia di bronzodi sollevare uno scandalo e fare in modo che lui(Sterne) fosse cacciato a calci dalla nave

rovinando per sempre i suoi progetti in questa parte dell'Oriente. Tuttaviase si vuole andare avanti qualcosa bisogna pur

rischiare. A volte Sterne pensava di essere stato in passatoirragionevolmente timoroso nell'agire equel che è peggio

era giunto al punto che adesso non sembrava sapere che pesci pigliare.

La scontrosità selvaggia di Massy era troppo sconcertante. Era un fattoreincalcolabile della situazione. Non si

riusciva a capire cosa ci fosse dietro a quella insolente ferocia. Come ci sipoteva fidare di un simile caratteraccio? Non

che Sterne ne avesse una paura fisica per séma lo temeva estremamente peri propri progetti.

Sebbene fosse naturalmente propenso ad attribuirsi doti eccezionali diosservatoreda troppo tempo ormai

conviveva con la sua scoperta. Non aveva avuto occhi per nient'altrofinchéfinalmente un giorno gli venne in mente

che la cosa era talmente ovvia che chiunque avrebbe potuto accorgersene. Abordo del Sofala i bianchi erano quattro in

tutto. Jackil secondo macchinistaera troppo ottuso per notare qualcosache accadeva fuori dalla sua sala macchine.

Restava Massyl'armatorela persona interessatache stava quasi impazzendoper le preoccupazioni. Sterne aveva udito

e visto più che a sufficienza a bordoper sapere che cosa lo angustiavamal'esasperazione sembrava renderlo sordo alle

allusioni fatte con cautela. Se solo l'avesse saputoquella era proprio lacosa che gli serviva. Ma come si poteva venire a

patti con un uomo di quel genere? Era come entrare nella tana di una tigrecon un pezzo di carne cruda in mano. La cosa

più probabile è che ti sbrani per il disturbo che ti sei preso. Infattiera sempre lì a minacciare di fare proprio cosìe

l'urgenza del casounita all'impossibilità di manovrarlo con sicurezzafacevano sì che Sterne nelle sue veglie

sottocoperta si rigirasse e borbottasse con gli occhi aperti nella suacuccettaper ore e orecome se bruciasse per la

febbre.

Incidenti come l'attraversamento della barra poco prima erano estremamenteallarmanti per i suoi progetti. Non

voleva essere lasciato indietro da qualche improvvisa catastrofe. Dato cheMassy era sul ponte di comando

s'immaginava che il vecchio avesse dovuto darsi un tono e far la commedia. Masi stava mettendo malemolto male

davveroper luiormai. Persino Massy aveva osato trovar da ridire questavolta; Sterneche ascoltava ai piedi della

scalettaaveva sentito le sue accuse piagnucolose e maldestre.Fortunatamente la bestia era troppo stupida e non poteva

vedere il perché di tutto ciò. Comunquenon era una gran colpa la suacivoleva un uomo intelligente per scoprirne la

causa. In ogni caso era ora di far qualcosa. Il gioco del vecchio non potevadurare ancora molti giorni.

«Potrei anche rimetterci la vita in questo imbroglioper non parlare dellamia occasione»borbottò fra sé

Sterne con rabbiadopo che la schiena curva del capo macchinista erascomparsa dietro l'angolo dell'osteriggio. Sì

senza dubbiopensava; ma svelare ciò che sapeva senza riflettere nonavrebbe fatto fare un passo ai suoi progetti. Al

contrarioera più probabile che li rovinasse completamente. Temeva un altrofallimento. Aveva una vaga

consapevolezza di non essere molto amato dai suoi simili in questa parte delmondo; cosa abbastanza inspiegabile

perché a loro non aveva fatto niente. Invidiaimmaginava. La gente ce l'hasempre con un ragazzo sveglio che non cerca

di nascondere la sua determinazione a farsi strada. Fare il proprio dovere econtare sulla gratitudine di quell'animale di

Massy sarebbe stata pura follia. Era un brutto tipo. Un pusillanime! Un uomocattivo. Bruttobrutto tipo. Un animale!

Un animale senza un barlume di qualcosa di umano; senza neppure una cosatanto semplice come la pura curiosità

altrimenti avrebbe risposto in qualche modo a tutti quegli accenni che avevaricevuto... Una simile mancanza di

sensibilità era quasi misteriosa. A Sterne sembrava che lo stato diesasperazione di Massy lo avesse reso stupido al di là

della consueta idiozia degli armatori.

Meditando sugli inconvenienti di quella stupiditàSterne si lasciòcompletamente andare. Il suo sguardo vitreo

e senza battito di ciglia fissava le tavole del ponte.

Il leggero fremito che agitava l'intera struttura della nave si percepiva dipiù sul fiume silenziosoombreggiato

e quieto come il sentiero di una foresta. Scivolando con moto uniformeil Sofalaaveva oltrepassato la fascia costiera di

fango e di mangrovie. Le sponde si ergevano più altecon argini compattiin pendenzae la foresta di grandi alberi

scendeva fino al bordo dell'acqua. Là dove la terra era franata per leinondazioni mostrava un taglio scosceso e scuro

che metteva a nudo una massa di radici aggrovigliate come se sottoterra siazzuffassero; e su in ariai rami intrecciati

annodati e carichi di rampicanticontinuavano la lotta per la vitamescolando il loro fogliame in un unico solido muro

di fogliecon qua e là la forma di un'enorme colonna bruna slanciataoun'apertura a brandellicome lacerata dal

passaggio di una palla di cannoneche schiudeva l'impenetrabile oscuritàdell'internola secolareinviolabile tenebra

della foresta vergine. Il battito delle macchine si riverberava come irintocchi di un metronomo che scandisse il tempo

di quel vasto silenziol'ombra della muraglia a occidente si allungava finoall'altra parte del fiumee il fumo che si

riversava all'indietro dal fumaioloscendendo in vortici dietro la navestendeva un sottile velo fosco sull'acqua cupa

checontrastata dal flusso della mareasembrava stagnare nei lunghirettilinei di ogni braccio del fiume.

Il corpo di Sternecome se in quel luogo avesse messo radicitremavaleggermente dalla testa ai piedi

all'unisono con la vibrazione interna della nave; da sotto i suoi pieditalvolta veniva un improvviso rumore di ferrolo

scoppio di un urlo più profondo; sulla destrale foglie delle cime deglialberi trattenevano i raggi del sole bassoe

sembravano brillare della verde luce dorata del loro stesso scintillioattorno ai rami più alti che si stagliavano neri

contro un cielo azzurro chiaro che sembrava ripiegarsi sul letto del fiumecome il tetto di una tenda. I passeggeri per

Batu Beruinginocchiati sul tavolatoerano indaffarati ad arrotolare infretta i loro giacigli di stuoie; legavano fagotti

facevano scattare le serrature delle casse di legno. Un venditore ambulantedi minutagliecol volto butteratoaveva

gettato indietro la testa per far scivolare in gola le ultime gocce di unabottiglia di coccioprima di metterla via in unrotolo di coperte. Capannelli dimercanti viaggiatori sparsi per il ponteconversavano a bassa voce; gli uominidel

seguito di un piccolo rajah della costadei giovanotti semplici dallafaccia largain braghe bianche e zucchetto tondo di

cotone biancocoi loro sarong colorati attorcigliati attorno allespalle bronzeese ne stavano acquattati sulle natichesul

boccaportomasticando betel con le bocche di un rosso così accesocome se stessero succhiando sangue. Le loro lance

che giacevano accatastate insieme entro il cerchio dei loro piedi nudiassomigliavano a un fascio di bambù secchi

messo lì per caso; un cinese esilelividocon un voluminoso involucroavvolto in foglie già ficcato sotto il braccio

guardava avanti con impazienza; un kling errante si fregava i denticon un pezzetto di legnoversando dalle labbra sopra

la fiancata una luminosa scia d'acqua; il grasso rajah pisolava su unasedia a sdraio logora - e al giro di ogni ansai due

muri di foglie riapparivano correndo paralleli lungo le spondecon la loroimpenetrabile solidità che sfumava in cima in

una vaporosa foschia di innumerevoli rametti sottili che crescevano liberidi teneri virgulti che spuntavano dalle

membra più alte di tronchi canutidi teste piumate di rampicanti simili afuscelli d'argento che si innalzavano senza un

fremito. Non c'era segno di diboscamento da nessuna parte; non c'era tracciadi abitazione umanatranne in un luogo

quandosulla punta nuda di un promontorio bassosotto un gruppo isolato disottili felci arboreeapparvero i resti

sbriciolati e inestricabili di una vecchia capanna su palafitteconquell'aspetto particolare dei muri di bambù in rovina

che sembrano fatti a pezzi da un bastone. Più avantiseminascosta sotto icespugli inclinatiuna canoa con dentro un

uomo e una donna assieme a una dozzina di noci di cocco verdi ammucchiatesitrovò in balia delle onde dopo il

passaggio del Sofalacome un congegno navigante di intrepidi insettidi formiche viaggiatrici; mentre due pieghe

d'acqua cristallinascorrendo via dai masconi del piroscafoche esseseguivano con un movimento regolare nella sua

risalitasi stendevano su tutta la larghezza del fiumecon le loroestremità esterne che s'infrangevano in un ruzzolone

sussurrante di schiuma bruna contro il piede fangoso di entrambe le sponde.

«Bisogna»pensava Sterne«fargli ritrovar la bussola a quell'animale diMassy». «La faccenda sta diventando

troppo assurda. Eccolo là il vecchio sepolto nella sua poltrona - potrebbegià essere nella tomba per quel che serve

ormai a questo mondo - e il serang è al comando. Proprio così. Alcomando. Al posto che è mio di diritto. Devo aprire

gli occhi a quel bestione selvaggio. E lo farò anche subito...».

Quando il primo ufficiale si mosse bruscamenteun bambinetto brunoseminudocon due grandi occhi nerie

la stringa di una formula magica appesa al collofu preso immediatamente dalpanico. Lasciò cadere la banana che

stava masticando con un gran lavorio di mascellee corse tra le ginocchia diun arabo scuro e gravein vesti fluenti

seduto come una figura biblicain modo incongruosu un baule giallo dilattalegato con una corda di canna d'India

intrecciata. Il padreimpassibileallungò la mano per carezzare con fareprotettivo il crapino rapato.

XI

Sterne attraversò il ponte sulle tracce del capo macchinista. Jackilsecondo di macchinache scendeva

all'indietro la scaletta della sala macchineasciugandosi ancora le manigli offrì un incomprensibile sorriso di denti

bianchi dalla sua faccia sudicia e grintosa; Massy era introvabile. Sterneraspò delicatamente alla porta e poi

appoggiando le labbra alla rosetta del ventilatore:

«Signor Massy»disse«le devo parlare. Mi conceda solo un paio diminuti».

«Ho da fare. Stia lontano dalla mia porta».

«Ma la pregosignor Massy...».

«Se ne vada. Non ha sentito? Spariscalontanoall'altro capo della navevia via...». La voce dall'interno si

abbassò. «Vada al diavolo».

Sterne tacquepoi molto piano:

«È piuttosto urgente. Quando pensa di essere liberosignore?».

La risposta fu un esasperato «Mai»e immediatamente Sterneconun'espressione del volto molto fermagirò

la maniglia.

L'alloggio del signor Massy - una cabina stretta a una cuccetta - odoravaforte di saponee allo sguardo

presentava un nitore spazzatospolverato e sguarnitopiù che nudosterilepiù che austerospoglio e senza umanità

simile alla corsia di un ospedaleo meglio (date le piccole dimensioni)alrifugio pulito di una persona disperatamente

povera ma esemplare. Neanche una fotografia incorniciata che ornasse lepareti; non un solo capo di vestiario

nemmeno un berretto di ricambioche pendesse dai ganci di ottone. L'internoera dipinto in un'unica tinta uniforme

azzurro pallido; due grosse casse da marinaio ricoperte di fodere di tela davele e chiuse con lucchetti di ferro

s'incastravano esattamente nello spazio sotto la cuccetta. Bastavaun'occhiata per abbracciare tutta la stretta superficie di

assi lucidate entro i quattro angoli scoperti. Si restava sorpresi dallamancanza del consueto divano; il coperchio di teak

del lavabo sembrava ermeticamente chiusocome anche la ribalta dellascrivaniache si protendeva dal divisorio ai

piedi del lettoche conteneva un materasso sottile come una frittata sottouna coperta consunta con una striscia rossa

sbiaditae una zanzariera ripiegata che serviva per le notti fermi in porto.Non si vedeva un pezzo di carta da nessuna

parteniente stivali sul pavimentonessun genere di rifiutinon ungranello di polvereneppure tracce di cenere della

pipail chein un accanito fumatoreera moralmente rivoltantecome unamanifestazione di ipocrisia estrema; e il

fondo della vecchia poltrona di legno (l'unico posto per sedersi)lustrodall'usosplendeva come se su quel logorio fossestata passata la cera. Loschermo di foglie sulla spondache passava come se venisse srotolato senza finenell'apertura

rotonda dell'oblòproiettava nella stanza un tremulo reticolo di luce e diombra.

Sterneche con una mano teneva la porta apertaaveva ficcato dentro latesta e le spalle. A questa sorprendente

intrusioneMassyche non stava facendo assolutamente nullabalzò in piedisenza parole.

«Non mi insulti»mormorò Sterneprecipitosamente. «Non voglio essereinsultato. Io non penso che al suo

interessesignor Massy».

Seguì una pausa come di estremo stupore. Sembrava che avessero persoentrambi la lingua. Poi il primo

ufficiale proseguì con circospetta loquacità:

«Lei non potrebbe nemmeno concepire che cosa sta accadendo a bordo della suanave. Non le passerebbe per

la testa neanche per un attimo. Lei è troppo buono - troppo - troppo rettosignor Massyper sospettare qualcuno di una

simile... È una cosa da far rizzare i capelli in testa».

Spiò l'effetto: Massy sembrava interdettoincapace di capire. Si passòsolo il palmo della mano sulle ciocche

nere come il carbone incerottate in cima alla testa. Con tono improvvisamentemutato in audacia confidenziale Sterne si

affrettò ad aggiungere:

«Si ricordi che mancano solo sei settimane...». L'altro lo fissavaimpietrito... «Perciò fra poco avrà comunque

bisogno di un capitano per la nave».

Solo alloracome se quell'allusione gli avesse piagato la carne a mo' diferro roventeMassy trasalì e sembrò

sul punto di mettersi a strillare. Si trattenne con grande sforzo.

«Bisogno di - un - capitano»ripeté con sferzante lentezza. «A chi serveun capitano? Lei osa dirmi che per far

navigare la mia nave ho bisogno di un venditore di fumo di marinaio comesiete tutti voi. Sono anni che lei e i suoi

simili vi ingrassate a spese mie. Mi avrebbe danneggiato meno buttare i mieisoldi in mare. Vi-zia-tiin-ca-pacii-i-im-bro-

glio-ni. Questa vecchia nave ne sa quanto il migliore di voi». Digrignòrumorosamente i denti e senza aprirli grugnì:

«È questa stupida legge che esige un capitano».

Nel frattempo Sterne si era fatto coraggio cogliendo l'occasione favorevole.

«E anche quelle stupide compagnie d'assicurazione»disse in tonospigliato. «Ma questo non ha importanza.

Quello che le voglio chiedere è: perché non dovrei andare bene iosignore? Non dico che lei non potrebbe portare un

piroscafo in giro per il mondo altrettanto bene di noi marinai. Non pretendodi dire a lei che è una cosa tanto

difficile...». Emise familiarmente una fragorosa risatabreve e vacua.«... La legge non l'ho fatta ioma c'è; e io sono un

giovane svelto; condivido pienamente le sue idee; ormai conosco le sueabitudinisignor Massy. Non cercherei di darmi

tante arie come quel - quel - ehm - quel pigro campione di vecchio lassù».

Mise un'enfasi particolare nell'ultima fraseper portare Massy fuori stradain caso che... ma ormai non dubitava

di tenere in pugno il successo. Il capo macchinista sembrava sconcertatocome un uomo tardo di naturainvitato ad

afferrare al volo una trottola.

«Quel che le servesignoreè un tipo senza grilli per la testache siaccontenti di farle da ufficiale di rotta. Ed è

anche più che giusto. Behio sono capace di fare quel lavoro tanto quantoil serang. Perché è di questo che si tratta

insomma. Lo sasignoreche un dannato scimmiotto di malese comanda la suanave - e nessun altro? Basta che ascolti

il trotterellare dei suoi piedi sul ponte sopra di noi - è lui il veroufficiale in comando. Porta lui la nave su per il fiume

mentre il grand'uomo è spaparanzato in poltrona - forse addormentato; eanche se lo fossequesto non peggiorerebbe di

certo la situazione - le dò la mia parola».

Cercò di farsi più avanti nella stanza. Massycon la fronte abbassataunamano aggrappata allo schienale della

poltronanon si mosse.

«Lei credesignoreche quell'uomo la tenga in pugno col suocontratto...». A queste parole Massy sollevò un

volto accigliatopronto a ringhiare... «Behsignorenon si può fare ameno di sentirne parlare a bordo. Non è un

segreto. E a terra se ne discute da anni; c'è chi ci ha scommesso su. Nosignore! È lei che lo ha alla sua mercé. Mi dirà

che non può licenziarlo per indolenza. Difficile da dimostrare in tribunaleeccetera. Ehsì. Ma basta che lei dica una

parolasignoree io le rivelerò qualcosa sulla sua indolenza che le daràpieno diritto di licenziarlo in tronco e affidare a

me il comando per il resto di questo stesso viaggio - sìsignoreprima chelasciamo Batu Beru - e fargli pagare un

dollaro al giorno per il suo mantenimento finché non torniamo al portosevuole. Allora cosa ne pensa? Susignore.

Dica di sì. Per lei ne vale davvero la penae io sono pronto adaccontentarmi della sua semplice parola. Una

dichiarazione chiara da parte sua avrebbe lo stesso valore di un pattovincolante».

Gli occhi iniziarono a brillargli. Insisteva. Una semplice dichiarazione - efra sé pensò chein una maniera o

nell'altraavrebbe fatto in modo di starsene incollato in quel posto finchégli comodava. Si sarebbe reso indispensabile;

la nave aveva una cattiva fama nel suo porto; sarebbe stato facile tenerlontani gli altri spaventandoli. Massy sarebbe

stato obbligato a tener lui.

«Una dichiarazione chiara da parte mia sarebbe sufficiente»ripetélentamente Massy.

«Sì signore. Basterebbe». Sterne sporse allegramente il mento in fuori eprodusse una serie di ammiccamenti

ravvicinati con quella impudenza incosciente che aveva il potere di farinfuriare Massy più di ogni altra cosa.

Il macchinista parlò molto chiaro:

«Mi ascolti beneallorasignor Sterne: mai - mi capisce? - maileprometterei il valore di due lire per

qualunque cosa lei avesse da dirmi».Con un colpo ben assestato spinsevia il braccio di Sterne eafferrata la manigliasbatté la porta. La tremenda

sventola oscurò immediatamente la cabina ai suoi occhi come dopo il lampo diun'esplosione. Si lasciò cadere subito

sulla poltrona. «Ohno! Mio caronon se ne parla!»sussurrò debolmente.

In quel punto la nave doveva rasentare la sponda così da vicino che lagigantesca muraglia di foglie venne

avanti scivolando come una saracinesca contro l'oblò; la tenebra dellaforesta primordiale sembrò invadere quella cabina

spogliaassieme all'odore di foglie putridedi terreno fradicio d'acqua -il forte olezzo di fango della terra viva che

evapora scoperta dopo il passaggio di un diluvio. Gli arbusti sferzaronorumorosamente il fianco della nave; da in alto si

sentì una serie di suoni scricchiolantimentre una fitta pioggia di ramettispezzati cadeva sul ponte di comando; con un

gran schiocco una liana frustò la testa di una gru d'imbarcazionee unlungolussureggiante ramo verde entrò e uscì a

scudisciate dall'oblò apertolasciandosi dietro alcune foglie strappate cherimasero improvvisamente ferme sulla coperta

del signor Massy. Poiquando la nave si scostò verso il centro dellacorrentela luce iniziò a tornarema non arrivò

oltre un chiarore attenuato: perché il sole era già molto bassoe ilfiumeche seguiva lentamente il proprio corso

sinuoso attraverso una moltitudine di alberi secolari come in fondo a unagola a piccoera già stato invaso da un'ombra

sempre più fittala rapida precorritrice della notte.

«Ohnonon se ne parla neanche!»mormorò di nuovo il macchinista. Lelabbra - e anche un po' le mani - gli

tremavano quasi impercettibilmente eper calmarsiaprì la scrivanianetrasse un foglio di carta sottilegrigiastro

coperto da un mucchio di cifre stampate e cominciò a scorrerle attentamenteper la ventesima volta almenodall'inizio

di quel viaggio.

Coi gomiti puntellati e la testa fra le maniparve smarrirsi nello studio diun astruso problema di matematica.

Era l'elenco dei numeri vincenti nell'ultima estrazione della grande lotteriacheda tanti anniera il solo motivo

ispiratore della sua esistenza. La concezione di una vita deprivata di quelperiodico pezzo di carta non lo sfiorava più

nemmeno lontanamentecosì come un altro uomoa seconda dell'indolenonsarebbe stato capace di concepire un

mondo senza l'aria frescasenza un'attività o senza affetti. Una gran piladi fragili fogli era andata crescendo da anni nel

suo scrittoiomentre il Sofalaazionato dal fedele Jacksi logoravale caldaie battendo avanti e indietro lo Strettoda

capo a capoda fiume a fiumeda baia a baia; il duro lavoro di quella naveabusata e deperitagli aveva permesso di

accumulare quella massa annerita di documenti. Massy li custodiva sottochiave come un tesoro. Vi era in essicome

nell'esperienza della vitail fascino della speranzal'esaltazione di unmistero penetrato solo a metàla brama di un

desiderio soddisfatto solo a metà.

Per giorni di filadurante ogni viaggiosi rinchiudeva nella sua cabina conquei fogli: il battito sordo delle

macchine affaticate gli pulsava nell'orecchio; e si stancava il cervelloimmergendosi nelle colonne di cifre senza legame

fra lorodisorientato dalla loro sequenza senza sensosimile al caso deldestino stesso. Era persuaso che nei risultati

della sorte ci fosse una logica nascosta da qualche parte e pensava di averneintravisto la forma. Gli girava la testagli

facevano male le membratirava meccanicamente dalla pipa; un torporecontemplativo calmava l'irritabilità del suo

caratterecome il passivo acquietamento fisico procurato da una drogamentre il cervello continua a rimanere teso nello

sforzo. Novenovezeroquattrodue. Prendeva appunti. Il numero che avevavinto il gran premio la volta successiva

era il quarantasettemila e cinque. Naturalmentein futuroquando avrebbescritto a Manila per i bigliettiquesti numeri

si dovevano evitare. Bofonchiavacon la matita in mano... «e cinque. Mm...mm». Si inumidiva il dito: le carte

frusciavano. Ah! Ma cosa c'è qui? Tre anni fanell'estrazione di settembreè stato il numero novezeroquattroduea

prendere il primo premio. Molto interessante. Là sotto c'era l'indizio diuna regola definita! Aveva paura di perdere

qualche recondito principio nella straboccante ricchezza del suo materiale.Quale poteva essere? E per una mezz'ora

rimaneva assolutamente immobilechino sullo scrittoiosenza contrarre unmuscolo. Alle sue spalletutta la cabina si

riempiva di una densa barriera di fumocome se lì dentroinosservata e nonuditafosse scoppiata una bomba.

Infine chiudeva la scrivania a chiave con il gesto deciso di una fiducia nonscossabalzava in piedi e usciva. Si

metteva a passeggiare rapidamente avanti e indietro su quella parte del pontedi prua che era tenuta sgombra dalle

cianfrusaglie e dai corpi dei passeggeri indigeni. Erano una gran seccaturama anche una fonte di profitto che non si

poteva disprezzare. Aveva bisogno di ogni centesimo che poteva guadagnare il Sofala.Che in tutta franchezza era

abbastanza poco! L'incertezza della fortuna non lo preoccupava affattopoiché era arrivato in qualche modo alla

convinzione chenel corso degli anniogni numero doveva necessariamenteavere il suo turno vincente. Era solo una

questione di tempo e di prendere a ogni estrazione quanti biglietti potevapermettersi. Generalmente ne prendeva molti

di più; tutti i guadagni della nave se ne andavano a quel modoe anche lostipendio che si attribuiva come direttore di

macchina. Era lo stipendio che pagava agli altri che dava malvolentieri conun rammarico razionalmente valutato e al

tempo stesso appassionato. Guardava torvo i marinai indigeni che scopavano ipontii capi guardia che strofinavano le

ringhiere di ottone con stracci ingrassati; era sempre pronto a mostrare ipugni e a ruggire parolacce in cattivo malese al

povero carpentiere - un cinese timidomalandatoannebbiato dall'oppioinmolli braghe azzurre come tutto

abbigliamentoe cheinvariabilmentedavanti alla furia di quel«demonio»lasciava cadere i suoi arnesi e scappava di

sottoscosso dai tremiti in tutto il corpo e col codino al vento. Ma eraquando alzava gli occhi al ponte di comando dove

uno di quei truffatori di marinai era sempre piantato làper leggealcomando della sua naveche schiumava dalla

rabbia. Li trovava tutti abominevoli; era un vecchio rancoreche durava daltempo in cuiragazzaccio inesperto con una

grande opinione di sési era imbarcato per la prima volta servendo nellasala macchine. Gli affronti che non aveva

dovuto subire. Le persecuzioni che aveva patito nelle mani dei comandanti -di questi zeri assolutidopo tuttosu una

nave a vapore. E adesso che era assurto ad armatoreerano ancora unamaledizione per luicome la peste: doveva buttar

via denaro prezioso per pagare quegli inutili fannulloni presuntuosi. Come seun macchinista qualificato - e armatoreper giunta - non fosse adatto ad avere inconsegna l'intera responsabilità di una nave. Beh! Se non altro li faceva sudar

sangue; ma era una magra consolazione. Era arrivato poco a poco a odiareanche la naveper le riparazioni che

richiedevaper i conti del carbone che gli toccava pagareper queimiserabili noli da fame che gli faceva guadagnare.

Camminandoserrava i pugni e all'improvviso colpiva la battagliolaconcattiveriacome se potesse far sentire dolore

alla nave. E tuttavia non poteva farcela senza di lei; ne aveva bisogno;doveva afferrarvisi con le unghie e con i denti

per tenere la testa fuori dall'acqua fin che la tanto attesa ondata dellafortuna non arrivava a sollevarlo e a depositarlo in

salvo sulla elevata sponda della sua ambizione.

Che ormai era quella di non fare nienteassolutamente nientee avere unmucchio di quattrini per continuare a

non fare niente. Del potere aveva assaggiato la forma più alta che la suaesperienza limitata gli permetteva di concepire:

il potere di possedere una nave. Che inganno! Vanità delle vanità. Simeravigliava della propria follia. Aveva gettato via

la sostanza per l'apparenza. Della gratificazione della ricchezza non nesapeva abbastanza perché la sua immaginazione

si infiammasse con qualche visione del lusso. E come poteva lui - figlio diun calderaio ubriacone - che dall'officina era

passato direttamente alla sala macchine di una carboniera di un paese delnord! Ma l'idea di ozio assoluto che

permetteva la ricchezza poteva concepirla benissimo. Ci si crogiolavaperdimenticare i guai del presente; si

immaginava di passeggiare per le strade di Hull (ne conosceva bene ibassifondi da bambino) con le tasche piene di

sterline d'oro. Si sarebbe comprato una casa; le sue sorelle sposatei loromaritii vecchi compagni di officinagli

avrebbero reso omaggio all'infinito. Non avrebbe avuto più niente a cuipensare. La sua parola sarebbe stata legge. Era

rimasto a lungo senza lavoro prima di vincere il gran premioe ricordavacome si era fatto gioiosamente piccolo piccolo

Carlo Mariani (comunemente conosciuto come Charley la Trippa)il gestoremaltese dell'albergo all'estremità povera e

sporca di Denham Streetdavanti a luila sera in cui era arrivata lanotizia. Povero Charleyanche se si guadagnava da

vivere tenendo bordone a vari vizi abiettinutriva a credito molti bianchiridotti a relitti umani. Era candidamente fuori

di sé dalla gioia all'idea che i suoi conti in sospeso venissero saldatiecontava fiducioso in un periodo di bagordi nella

bettola cavernosa del sottoscala. Massy ricordava gli sguardi incuriositirispettosi dei «rifiuti» di umanità bianca che si

trovavano là. Gli si era gonfiato il cuore in petto. Non appena avevarealizzato le possibilità che gli si aprivanoaveva

lasciato l'infame buco di Charleycon la puzza sotto il naso. Poi il ricordodi quelle adulazioni gli metteva una gran

tristezza.

Questo era il vero potere del denaro - e senza fastidineanche il bisogno dipensare. Massy pensava con

difficoltà e sentiva con intensità; al suo cervello ottusopareva chenella loro crudele durezza i problemi posti da

qualsiasi schema ordinato della vita fossero stati messi sulla sua stradadalla evidente malevolenza degli uomini. Tutti

avevano cospirato per farlo diventarein quanto armatoreuna nullità. Comeaveva potuto essere così stupido da

comperare quella nave maledetta? Era stato orribilmente truffato e non c'erafine a quella truffae man mano che le

difficoltà della sua improvvida ambizione si facevano sempre più pesantiintorno a luiera giunto a odiare chiunque

avesse a che fare con lui. Un'indole irritabile di natura e una straordinariasensibilità ai diritti della propria persona

avevano finito per rendergli la vita una specie di inferno: un luogo in cuila sua anima perduta era stata consegnata al

tormento di un feroce rimuginio.

Ma non aveva mai odiato nessuno quanto quel vecchio che era saltato fuori unasera a salvarlo dal disastro

totaledalla cospirazione di quei miserabili marinai. Sembrava che fossecaduto a bordo dal cielo. I suoi passi

echeggiavano sul piroscafo vuotoe la strana voce dai toni profondi che sulponte continuava a ripetere

interrogativamente: «Il signor Massyc'è il signor Massy?»l'aveva fattotrasalire come un prodigio. E venendo su dalle

profondità della fredda sala macchinedovea lume di candelaavevalavoricchiato tristemente fra le ombre enormi

gettate in tutte le direzioni dagli arti scheletrici del macchinarioMassyera rimasto muto dallo stupore in presenza di

quel vecchio imponentecon una barba simile a una placca d'argentochetorreggiava nella penombra resa livida dagli

ultimi fuochi del sole al tramonto.

«Vuole vedermi per affari? Che tipo di affari? Io non faccio affari. Nonvede che la nave è in disarmo?».

Massy si era trovato con le spalle al muro davanti alla perseguitante ironiadella sua rovina. Poi non aveva potuto

credere alle sue orecchie. A cosa mirava quel vecchio? Le cose non accadonoin quel modo. Era un sogno. Presto si

sarebbe svegliato e avrebbe scoperto che l'uomo era svanito come una formadisegnata nella nebbia. La gravitàla

dignitàil tono fermo e cortese di quell'atletico vecchio sconosciutoavevano impressionato Massy. Aveva quasi paura.

Ma non era un sogno. Cinquecento sterline non sono un sogno. Si era fattosubito sospettoso. Che cosa significava?

Naturalmente era un'ancora di salvezza a cui aggrapparsi al volo. Ma cosapoteva esserci sotto?

Prima ancora che si separasserodopo aver fissato un incontro per l'indomanimattina presto nello studio di un

avvocatoMassy si era chiesto: Qual è la ragione che lo spinge? Trascorsela notte a elaborare le clausole del contratto:

un documento unico nel suo genereil cui tenorenon si sa comesi divulgòdappertutto e divenne l'argomento e la

meraviglia del porto.

L'obiettivo di Massy era di assicurarsi quanti più mezzi poteva perliberarsi del suo socio senza essere costretto

a restituirgli subito la sua quota. Gli sforzi del capitano Whalley eranodiretti a sottrarre i soldi da qualsiasi rischio. Non

era denaro di Ivyuna parte del suo patrimoniola cui sola altra risorsaera il corpoa sfida del tempodel suo vecchio

genitore? Sicuro della propria capacità di sopportazione che gli venivadalla forza del suo amore per leiaccettòcon

signorile serenitài paragrafi stupidamente furbastri di Massy contro lasua incompetenzala sua disonestàla sua

ubriachezzanell'interesse di altri patti irrinunciabili. Allo scadere deitre anni era libero di ritirarsi dall'associazione

portandosi via il suo denaro. Fu preso un provvedimento per accantonare unfondo per liquidarlo. Ma se lasciava il

Sofala prima del termineper qualsiasi motivo (eccetto la morte) Massyavrebbe avuto un intero anno per pagare.«Malattia?»aveva suggeritol'avvocatoun giovane appena arrivato dall'Europa e non oberato dal lavorocheera

piuttosto divertito. Massy si era messo a piagnucolare untuoso: «Come sipoteva pensare che lui?...».

«Lasciamolo perdere questo»aveva detto il capitano Whalley con unasuperba fiducia nel proprio corpo.

«Siamo nelle mani di Dio»aveva aggiunto. Nel mezzo della vita siamo giànella mortema confidava nel suo Creatore

con sicurezza ancora maggiore - nel suo Creatore che conosceva i suoipensierii suoi affetti umanie i suoi motivi. Dio

sapeva quale uso stesse facendo della sua salute - quanto gli servisse...«Credo che la mia prima malattia sarà anche

l'ultima. Non ricordo di essere mai stato ammalato»aveva osservato.«Lasciamolo perdere».

Ma già in questa prima fase aveva suscitato l'ostilità di Massy rifiutandodi fare seicento invece di cinquecento.

«Non posso»era tutto quel che aveva dettocon semplicitàma con talefermezza che Massy aveva rinunciato subito a

insistere su quel puntoma fra sé aveva pensato: «Non può! Vecchiospilorcio. Non vuole! Deve avere un mucchio di

soldima se potessemetterebbe le mani su questo comodo posto e sulla sestaparte dei miei profitti senza tirar fuori una

lira».

E durante quegli annil'avversione di Massy era cresciuta sotto l'inibizionedi qualcosa che assomigliava alla

paura. La semplicità di quell'uomo gli sembrava pericolosa. Ultimamenteperòera cambiatoera parso meno

formidabile e con un vigore vitale diminuitocome se avesse ricevuto unaferita segreta. E tuttavia restava ancora

incomprensibile nella sua semplicitàimpavidità e rettitudine. E quandoMassy seppe che intendeva lasciarlo allo

scadere del terminelasciarlo alle prese con il problema delle caldaielasua avversione divampò segretamente in odio.

Odio che lo aveva reso così perspicace che da molto tempo ormai non c'eranulla che il signor Sterne potesse

dirgli che lui già non sapesse. Aveva il suo bel daffare a cercare diridurre al silenzio quel meschino spione

terrorizzandolo; voleva affrontare la situazione da solo; e - per quantoincredibile avesse potuto apparire al signor Sterne

- non aveva ancora abbandonato il desiderio e la speranza di indurrequell'odiato vecchio a restare. Diamine! Non c'era

altro da farea meno di rinunciare alle sue possibilità di fortuna. Ma oraimprovvisamentedal passaggio della barra a

Batu Beru le cose sembravano venire rapidamente al dunque. Provava una taleinquietudine che lo studio dei numeri

vincenti non riuscì a calmare la sua agitazionee nella cabina ilcrepuscolo s'infittivafacendosi molto cupo.

Mise via l'elencomormorando ancora una volta: «Oh nomio caronon se neparla. Fintanto che dipenderà da

me». Non aveva nessuna intenzione che quell'ammiccante ciarlatanoche stavasempre a origliarelo forzasse

all'azione. Si prese di nuovo la testa fra le mani e la sua immobilitàrelegata nella tenebra di quel posticino recluso

sembrava renderlo una cosa separata infinitamente lontana dall'animazione edai suoni sul ponte.

Li udiva: i passeggeri cominciavano a ciarlare concitati; qualcuno passòdavanti alla sua porta trascinando una

cassa pesante. Udì la voce del capitano Whalley di sopra:

«Agli ormeggisignor Sterne». E la risposta da qualche parte sul ponte aprua:

«Sìsissignore».

«Ormeggeremo con la prua controcorrente questa volta; la marea si èalzata».

«Prua controcorrentesignore».

«Provveda leisignor Sterne».

La risposta fu coperta dal prepotente clangore del gong della sala macchine.L'elica continuò a girare

lentamente: unduetre; unduetrecon delle pause come se esitasse aogni giro. Il gong suonava ripetutamentee

l'acqua agitata di qua e di là dalle pale faceva un gran rimescolio rumorosocontro i fianchi. Il signor Massy non si

mosse. A terrasull'altra sponda del fiumedistante un quarto di migliouna lucenon più grande di una stellinasi

spostò e attraversò lentamente il cerchio dell'oblò. Dal pontile delsignor Van Wyk delle voci risposero ai richiami

lanciati dalla nave. Furono gettate le gomenemancarono la presafuronogettate di nuovo. La fiamma ondeggiante di

una torcia portata su un ampio sampanvenuto incontro al rajah diuno stato situato più a sud sulla costa per portarlo

via in pompa magnagettò un improvviso bagliore rossastro dentro la cabinafin sulla sua persona. Il signor Massy non

si mosse. Dopo alcuni ultimi giri laboriosi le macchine si fermaronoe ilrintocco prolungato del gong indicava che il

capitano aveva finito di servirsene. Un gran numero di barche e di canoe ditutte le dimensioni si affiancarono alla

destra del Sofala. Poi dopo un po' il tumulto degli sciabordiidellegridadegli scalpicciidel tonfo dei colli lasciati

cadereil rumore dei passeggeri indigeni che si allontanavanolentamente siplacò. Sulla rivauna voceeducata

leggermente autoritariaparlò molto vicina sottobordo:

«Portate della posta per me questa volta?».

«Sìsignor Van Wyk». Questa era la voce di Sterneche rispondeva dasopra la battagliola in tono di deferente

cordialità. «Gliela porto su?».

Ma la voce invece chiese:

«Dov'è il capitano?».

«Ancora sul pontecredo. Non si è mosso dalla sua poltrona. Devo...».

La voce interruppe con noncuranza:

«Salgo io a bordo».

«Signor Van Wyk»sbottò improvvisamente Sterne con una premura ansiosa«mi farebbe la cortesia...».

Il primo ufficiale si diresse rapido verso il barcarizzo. Cadde il silenzio.Il signor Massy al buio non si

muoveva.

Non si mosse neanche quando udì dei lenti passi strascicati passareindolentemente davanti alla sua cabina. Si

limitò a muggire attraverso la porta chiusa:

«EhiJack!».I passi tornarono indietro senza frettala maniglia dellaporta gracchiòe il secondo macchinista apparve nel

vanoombra indistinta nel chiarore dell'osteriggio dietro di luila facciaapparentemente altrettanto nera del resto della

sua figura.

«Ci abbiamo messo molto a risalire questa volta»ringhiò il signor Massysenza mutare posizione.

«Che cosa pretendi con metà dei tubi delle caldaie tamponati per leperdite?». Il secondo si difese con

loquacità.

«Non parlarmi in questo modo»disse Massy.

«Non parlarmi di quelle caldaie marceallora»rimbeccò il suo fedelesubordinato senza vitalitàcon voce

roca.

«Scendi tu a dare un po' di vaporese hai il coraggio. Io non ce l'ho».

«Allora sei un mangiapane a ufo»disse Massy. L'altro fece un debolerumore che sembrava un risolino ma

poteva anche essere un grugnito.

«Meglio andar piano che fermare completamente la nave»fece osservare alsuo venerato superiore. Il signor

Massy infine si mosse. Si girò sulla poltrona edigrignando i denti:

«Maledizione a te e alla nave! Vorrei che fosse in fondo al mare. Così tucreperesti di fame».

Il fidato secondo macchinista chiuse piano la porta.

Massy stava in ascolto. Invece di proseguire per il bagno dove avrebbe dovutoandare a ripulirsiil secondo

entrò in cabinache era alla porta accanto. Il signor Massy balzò in piedie aspettò. Improvvisamente sentì scattare la

serratura lì dentro. Si precipitò fuori e diede un violento calcio allaporta.

«Immagino che ti chiudi dentro per ubriacarti»gridò.

Dopo un po' giunse una risposta soffocata.

«Non sono più in servizio».

«Se ti attacchi alla bottiglia durante il viaggio ti butto fuori»urlòMassy.

Un silenzio ostinato seguì a quella minaccia. Massy si allontanòperplesso. Sulla riva apparvero due figure che

si avvicinavano al barcarizzo. Udì una voce con una punta di disprezzo:

«Preferirei dubitare della sua parola. Ma gliene parlerò di sicuro».

L'altra vocequella di Sternedisse con una specie di rincresciutaformalità:

«Grazie. È tutto quello che desidero. Devo fare il mio dovere».

Il signor Massy era sorpreso. Una figurina azzimata saltò leggera sul pontee quasi lo investì dove se ne stava

al di là del cerchio di luce del fanale di barcarizzo. Quando si fuallontanata in direzione del ponte di comandodopo un

frettoloso «Buona sera»Massy disse sgarbatamente a Sterneche seguiva alenti passi:

«Perché cerca di ingraziarsi il signor Van Wykadesso?».

«Lungi da mesignor Massy. Non valgo abbastanza per il signor Van Wyk. Eneanche leisignorea suo modo

di vederetemo. Il capitano Whalley pare di sì. È andato a chiedergli dicenare su in casa sua questa sera».

Poi fra sé mormorò oscuramente:

«Spero che gli farà piacere».

XII

Il signor Van Wykil bianco di Batu Beruex ufficiale di marina cheperragioni meglio note a lui soloaveva

gettato via le promesse di una brillante carriera per diventare il pionieredella coltivazione del tabacco in quella remota

parte della costaaveva imparato ad apprezzare il capitano Whalley.L'aspetto del nuovo capitano aveva attirato la sua

attenzione. Non ci si poteva immaginare niente di più diverso dai vari tipiche aveva visto succedersi sul ponte di

comando del Sofala.

A quell'epocaBatu Beru non era ciò che divenne in seguito: il centro di unflorido distretto della coltivazione

del tabaccoun piccolo insediamento di bungalowdall'aspetto tropicalmentesuburbanoin una lunga strada

ombreggiata da due file di albericircondato da rigogliosi giardini lindi efioriticon una strada carrozzabile di cinque

chilometri per le gite pomeridiane in vettura e un Residente di prima classecon una moglie grassa e allegra che dirigeva

la vita sociale dei direttori delle piantagioni sposati e dei giovanottiscapoli in servizio presso le grosse aziende.

Tutta questa prosperità non esisteva ancora e il signor Van Wyk prosperavada solo sulla riva sinistra nella

profonda radura ricavata dalla forestachea monte e a vallescendeva finoal bordo dell'acqua. Abitava in un bungalow

isolato con di fronteal di là del fiumele case del sultano: un vecchiosovrano irrequieto e melanconico che aveva

chiuso con l'amore e con la guerraper il quale la vita non aveva più alcunsapore (se non in fatto di cattivi presagi) e il

tempo non aveva mai valore. Aveva paura della mortee sperava di morireprima che i bianchi fossero pronti a portargli

via il suo paese. Attraversava spesso il fiume (mai con meno di dieci barchestracolme di gente)nella smaniosa

speranza di ottenere qualche informazione a questo proposito dal suo uomobianco. Sulla veranda c'era una certa

poltrona su cui prendeva sempre posto; i dignitari di corte si accovacciavanosui tappeti e sulle pelli tra i mobiligli

uomini di rango inferiore rimanevano giù sul tratto di terreno erboso tra lacasa e il fiume in tre o quattro file lungo tutto

il fronte. Non di rado la visita iniziava all'alba. Il signor Van Wyktollerava quelle incursioni. Faceva un cenno di saluto

dalla finestra della sua camera da lettospazzolino da denti o rasoio inmanoo passava fra la calca dei cortigiani inaccappatoio. Compariva escompariva cantando un motivettosi curava le unghie con attenzionesistrofinava la faccia

sbarbata con l'acqua di coloniabeveva il suo primo tèusciva persorvegliare i coolies al lavoro; tornavascorreva le

carte sullo scrittoioleggeva una o due pagine di un libro o si sedeva alpianoforte verticale appoggiandosi indietro allo

sgabellobraccia distesedita sui tastidondolando leggermente il corpo dauna parte all'altra. Se era assolutamente

costretto a parlaredava risposte sfuggentivagamente lenitiveper puracompassione. Era lo stesso sentimentoforse

che rendeva la sua ospitalità tanto prodiga di bevande gassateal punto chepiù di una volta era rimasto senza seltz per

una settimana intera. Il vecchio sultano gli aveva concesso la quantità diterra che intendeva diboscareed era né più né

meno che una fortuna.

Che cercasse la fortuna o la reclusione dai suoi similiil signor Van Wyknon avrebbe potuto scegliere un

posto migliore. Persino i postali della compagnia sovvenzionata che facevanoscalo in tutti gli agglomerati della costa

vere baracche coperte di palmepassavano al largo dalla foce del fiume diBatu Beru. Il contratto era vecchio: forse

entro pochi anniuna volta scadutoBatu Beru sarebbe stata inclusa nelservizio. Nel frattempotutta la posta del signor

Van Wyk veniva indirizzata a Malaccada dove il suo agente gliela rispedivauna volta al mese con il Sofala. Ne

conseguiva che tutte le volte che Massy era a corto di quattrini (per averpreso troppi biglietti della lotteria)o aveva

delle difficoltà a trovarsi un capitanoil signor Van Wyk restava senzalettere e senza giornali. Per questa ragione aveva

un interesse personale nelle vicende del Sofala. Sebbene siconsiderasse un eremita (ed evidentemente non per un

capriccio passeggerovisto che la cosa durava già da otto anni)glipiaceva sapere cosa accadeva nel mondo.

A portata di mano nella verandasu un'étagère di noce (arrivatal'anno prima col Sofala - tutto arrivava col

Sofala) giacevaimpilata sotto pesi di bronzouna pila dell'edizionesettimanale del «The Times»i larghi fogli del

«Rotterdam Courant»il «Graphic»nelle sue fascette verdi diffuse intutto il mondoun periodico olandese illustrato

senza copertinai numeri di una rivista tedesca con la copertina color«bruno di Bismarck». C'erano anche pacchi di

musica nuovasebbene il pianoforte (arrivato anni prima col Sofala)nel clima umido delle forestefosse quasi sempre

scordato. Era seccante esser tagliato fuori da tuttotalvolta per sessantagiorni di filasenza poter sapere di cosa si

trattava. E quando il Sofala riapparivail signor Van Wyk scendeva igradini della verandaattraversava senza fretta il

tratto d'erba davanti alla casa e arrivava al bordo dell'acquacon la frontebianca aggrottata.

«Siete stati trattenuti in cantiere da qualche guastopresumo».

Si rivolgeva al ponte di comandoma prima che qualcuno potesse rispondergliMassy era già sceso a terra

arrampicandosi sopra la battagliola e si faceva avantipremendo le palmedelle mani una contro l'altrachinando la testa

sulla cui cima lustrale ciocchesimili a nastri nerisembravano attaccatecon la gomma. Ed era così rabbioso di dover

dare una tale spiegazione che i suoi gemiti diventavano addirittura pietosimentre cercava continuamente di comporre

le grosse labbra in un sorriso.

«Nosignor Van Wyk. Lei non ci crederebbe. Non riuscivo a trovare uno diquei disgraziati per far partire la

nave. Non c'era modo di convincere neanche una di queste pigre bestiacceela leggelei lo sasignor Van Wyk...».

Si lamentava diffusamente per giustificarsi; le parole cospirazionecomplottoinvidiauscivano con risalto

piagnucolate con maggiore energia. Il signor Van Wykchecon una lievesmorfia si esaminava le unghie curate

diceva: «Ehm. Molto spiacevole»e gli voltava le spalle.

Difficile da accontentareintelligenteleggermente scetticoabituato allamigliore società (per un annoprima

di ritirarsi dalla sua professione e dall'Europaaveva occupato un posto aterramolto invidiatoal Ministero della

Marina)possedeva allo stato latente un calore di sentimenti e una capacitàdi comprensione dissimulati da una specie di

indifferenza altera e perentoria nei modidovuta alla sua prima educazione;e da un qualcosanel suo aspettoche un

nemico avrebbe potuto definire fatuo - come un'eco distorta di passateeleganze. Riusciva a tenere una disciplina quasi

militare fra i coolies della piantagione che aveva tratto alla lucedel giorno fuori dal viluppo e dalle ombre della giungla;

e la camicia bianca che indossava ogni sera con il suo rigido sparato lucidoe il colletto alto sembrava dimostrare che

aveva inteso preservare la rispettabile cerimonia dell'abito da seramacome concessione alla vita selvaggiaun tempo

sua avversariaora sua conquistata compagnateneva avvolta sui fianchi unaspessa fascia rossa. Era anche una

precauzione igienica. Tenuta ben aperta sul davantidalle spalle gliscendeva morbidamente una giacca corta di una

stoffa setosa e impalpabile. I soffici capelli biondiun po' radi in cimasi arricciavano leggermente ai lati; i baffi

attentamente sistematila fronte sgombrail luccichio di basse scarpe divernice che sporgevano sotto l'ampio fondo dei

pantalonitagliati dritti nella stessa stoffa della giacca vaporosacompletavano una figura checon quella fascia

ricordava un capo pirata da romanzoe al tempo stesso l'eleganza di un dandyleggermente calvo chenella reclusione

indulgesse al gusto per un abbigliamento non ortodosso.

Era la sua tenuta da sera. L'orario giusto d'arrivo del Sofala a BatuBeru era un'ora prima del tramontoed egli

appariva pittoresco e in un certo senso anche impeccabilementre camminavasul bordo dell'acqua sullo sfondo di un

pendio erboso incoronato da un bungalow basso e lungo con un tettoindicibilmente inclinato di foglie di palma e

rivestito fino alle gronde di rampicanti fioriti. Mentre il Sofala venivaormeggiatopasseggiava all'ombra dei pochi

alberi rimasti vicino all'approdoaspettando di salire a bordo. I bianchidel piroscafo non erano il suo genere. Il vecchio

sultano (anche se le sue smaniose invasioni erano una seccatura) erasicuramente molto più accettabile per i suoi gusti

esigenti. Però erano bianchi; le visite periodiche della nave erano undiversivo alla ben riempita monotonia delle sue

giornate senza disturbare la sua intimità. E poierano necessari dal puntodi vista degli affari; e per un'ansia di

precisione che era nella sua natura si irritava quando il piroscafo mancavaall'appuntamento.

La causa dell'irregolarità era troppo assurdaesecondo luiMassy era unospregevole idiota. La prima volta

che il Sofala riapparvedopo il nuovo contrattodondolando fuoridall'ansa a vallequando ormai aveva quasi persoogni speranza di rivederloancoraprovò una tale rabbia che non scese subito all'approdo. I suoi servierano corsi da lui

con la notiziae lui aveva trascinato una sedia proprio contro la balaustradella verandasteso i gomiti in fuoripoggiato

il mento sulle manied era rimasto a fissare la nave con occhio truce mentrela legavano di fronte a casa sua. Riusciva a

distinguere facilmente tutte le facce bianche a bordo. Chi diamine era quellaspecie di patriarca che avevano adesso lì

sul ponte di comando?

Alla fine balzò in piedi e s'incamminò giù per il sentiero di ghiaia.Persino la ghiaia dei suoi sentieri era stata

portata dal Sofala. Esasperatomalgrado la sua quieta alterigiasenza guardare nessunoné a destra né a sinistrasi

rivolse direttamente a Massy in maniera così decisa che il macchinistapreso alla sprovvistainiziò a balbettare in

maniera inintellegibile. Non si capiva niente tranne le parole: «Signor VanWyk... Davverosignor Van Wyk... In

futurosignor Van Wyk»eper il soffondersi del sanguela larga facciabiliosa di Massy assunse un'innaturale tinta

arancionesu cui i nerissimi occhi sconcertati splendevano in manierastraordinaria.

«Sciocchezze. Sono stanco di questa storia. Mi meraviglio che abbial'impudenza di attraccare al mio molo

come se l'avessi fatto solo per il suo comodo».

Massy tentò di protestare animatamente. Il signor Van Wyk era moltoarrabbiato. Aveva la ferma intenzione di

chiedere a quella compagnia di navigazione tedesca - quei tali di Malacca -come si chiamavano? quelli dei bastimenti

con i fumaioli verdi. Sarebbero stati solo contenti dell'occasione di mettereuno dei loro piccoli piroscafi in pista. Sì

SchnitzlerJacob Schnitzlerl'avrebbe fatto subito. Sìera deciso ascrivere senza indugiare.

Tutto agitato Massy afferrò la pipa che gli stava cadendo.

«Lo dice così per direverosignore!»strillò.

«Lei non dovrebbe amministrare così male e in modo così ridicolo i suoiaffari».

Il signor Van Wyk girò sui tacchi. Gli altri tre bianchi sulla plancia nonsi erano mossi durante la scena. Massy

si mise a camminare freneticamente da parte a partesbuffava gonfiando leguancesoffocava.

«Arrogante d'un olandese!».

E piagnucolò febbrilmente un lungo racconto di recriminazioni. Gli sforziche aveva fatto in tutti quegli anni

per far piacere a quell'uomo. E questo era quello che si otteneva in cambioeh? Bello. Scrivere a Schnitzler - lasciar

entrare i bastimenti col fumaiolo verde - far sì che un vecchio ebreo diAmburgo lo rovinasse. Noc'era proprio da

ridere... Rise singhiozzando... Ah! Ah! Ah! E presumibilmente la letteragliela avrebbe fatta portare a luinella sua

nave.

Incespicò su un carabottino e bestemmiò. Non avrebbe esitato a far volarein mare la corrispondenza

dell'olandese - tutto quel maledetto involto. Maimai gli aveva fatto pagarequel servizio. Ma il capitano Whalleyil suo

nuovo socioprobabilmentenon glielo avrebbe consentito; inoltreavrebbesolo rimandato il giorno infausto. Quanto a

lui avrebbe fatto un buco nell'acqua piuttosto che star a vedere sottomessoche i fumaioli verdi invadevano il suo

commercio.

Straparlava a voce alta. I servitori cinesi coi piatti in mano esitavano aipiedi della scaletta. Dal ponte di

comando gridò giù in coperta: «Stasera si digiuna?»poi si rivolse conviolenza al capitano Whalleyche aspettava

grave e pazientea capo tavolalisciandosi ogni tanto in silenzio la barbacon un gesto controllato.

«Non sembra che le importi di quello che mi succede. Non vede che questocolpisce i suoi interessi quanto i

miei? Non è una quisquilia».

Si sedette in fondo alla tavola borbottando fra i denti.

«A meno che lei non abbia qualche migliaio di sterline messo via da qualcheparte. Io non ce l'ho».

Il signor Van Wyk cenò nel suo bungalow tutto illuminatomettendo una puntadi splendore nella notte della

sua radura sopra la scura sponda del fiume. Poi sedette al pianoforteedurante una pausa si accorse che dei lenti passi

percorrevano il sentiero lungo il fronte della casa. Un'asse o duescricchiolarono sotto un passo pesante; si girò a metà

sullo sgabello per ascoltarecon la punta delle dita ferme sulla tastiera.Il suo piccolo terrier abbaiava forte

indietreggiando dalla veranda. Una voce profonda si scusò solenne per«l'intrusione». Uscì rapido all'aperto.

In cima alla scala la figura patriarcalecheevidentementeera il nuovocapitano del Sofala (ne aveva visti

circa una dozzinama nessuno di quel genere)torreggiava senza avanzare. Ilcagnetto abbaiava senza treguafinché

uno schiocco del fazzoletto del signor Van Wyk lo fece saltare di lato e lozittì. Nell'affrontare la questioneil capitano

Whalley incontrò un'opposizione puntigliosamente educatama decisa.

Continuarono a discutere in piedi dove si erano trovati faccia a faccia. Ilsignor Van Wyk osservava il suo

visitatore con attenzione. Infinecome costretto a uscire dal proprioriserbo:

«Mi sorprende che lei interceda per un idiota così insopportabile».

Quest'uscita era quasi un complimentocome se il significato fosse stato:«Che un uomo come lei interceda!».

Il capitano Whalley la lasciò passare senza batter ciglio. Quasi non avesseudito niente. Proseguì semplicemente per

affermare che era personalmente interessato a sistemare le cose fra loro.Personalmente...

Ma il signor Van Wyktrascinato in realtà dalla sua indignazione versoMassydivenne molto incisivo:

«Se proprio devo essere franco con leinon mi sembra che sia una personaparticolarmente degna di stima o di

fiducia...».

Il capitano Whalleyche si teneva sempre dirittosembrò diventare un po'più alto e più largocome se la

circonferenza del petto si fosse improvvisamente espansa sotto la barba.

«Mio caro signorenon penserà che sia venuto qui per discutere di un uomoal quale sono... sono... ehm...

strettamente associato».Una specie di silenzio solenne durò per qualcheistante. Non era abituato a chiedere favorima l'importanza che

attribuiva a quell'affare lo aveva reso disposto a provare... Il signor VanWykfavorevolmente impressionatoe

improvvisamente ammorbidito da una certa voglia di riderelo interruppe:

«Se ne fa una questione personale allora va bene; ma non può fare a meno dimettersi a sedere e fumare un

sigaro con me».

Una lieve pausapoi il capitano Whalley avanzò pesantemente. Per quel cheriguardava la regolarità del

servizioin futuro se ne rendeva lui responsabile; e il suo nome era Whalley- forse per un marinaio (stava parlando con

un marinaiovero?) non del tutto sconosciuto. C'era un faro adessosuun'isola. Forse anche il signor Van Wyk...

«Ohsì. Ohdavvero». Il signor Van Wyk capì subito. Indicò una sedia.Che interessante. Quanto a lui aveva

prestato servizio durante l'ultima guerra di Acheenma non si era mai spintocosì lontano in Oriente. L'isola di

Whalley? Ma certo. Questo sì che era interessante. Chissà quanticambiamenti doveva aver visto il suo ospite da allora.

«Posso guardare ancora più indietrosu un intero mezzo secolo».

Il capitano Whalley divenne un po' più espansivo. L'aroma di un buon sigaro(era una debolezza) gli era andato

dritto al cuoreanche la cortesia di quel giovane. In quel contatto fortuitoc'era qualcosa di cui aveva sentito una grande

mancanza nei suoi anni di lotta.

Una rientranza del muro della facciata formava una nicchia quadrata arredatacome una stanza. Una lampada

schermata con un vetro lattiginososospesa sotto il pendio dell'alto tettoin cima a una sottile catena di ottonegettava

un vivido cerchio di luce su un tavolinetto su cui c'erano un libro aperto eun tagliacarte di avorio. E più indietronelle

ombre traslucide si scorgevano altri tavolipoltrone di varie formeunagran profusione di tappeti di pelli sparsi

sull'assito di legno di teak di tutta la veranda. I rampicanti fioritiprofumavano l'aria. Il loro fogliamepotato fra i

montantiformava parecchie cornici di foglie fitte e immobili che sembravanoriflettere la luce della lampada in un

bagliore verde. Attraverso l'apertura accanto a sé il capitano Whalleypoteva vedere la lanterna di barcarizzo del Sofala

che bruciava fioca presso la rivala massa d'ombra del paese al di làdell'oscurità distesa e scintillante del fiumee

come sospesa lungo il bordo dritto delle gronde sporgentiuna strettastriscia nera del cielo notturno pieno di stelle

splendente. Con quell'ottimo sigaro in manoebbe un momento disoddisfazione.

«Un'inezia. Qualcuno deve pur indicare la strada. Io ho solo dimostrato chela cosa si poteva farema voi

marinai allevati all'uso del vapore non potete immaginare la grandeimportanza della mia piccola temerarietà per il

commercio dell'Oriente di quel tempo. Capiràquella nuova rotta ridusse iltempo medio della traversata verso sud di

undici giorni per più di metà dell'anno. Undici giorni! È registrato. Mala cosa notevole - parlando a un marinaio - direi

che era...».

Parlava benesenza egotismoin modo professionale. Sembrava che quella vocepossenteemessa senza

sforzoche riempiva il bungalow fin dentro le stanze vuote con una risonanzalimpida e profondariducesse al silenzio

l'esterno; e il signor Van Wyk era sorpreso dalla qualità serena del timbrocome perfezione del garbo virile. Tenendosi

con curasul ginocchioun piede piccolodentro a un calzino di seta e unascarpa di verniceera immensamente

deliziato. Aveva l'impressione che nessuno sapesse parlare così ormaie gliocchi fondila bianca barba fluentela

grossa molela serenitàtutta la tempra di quell'uomoerano unasorprendente sopravvivenza di tempi preistorici del

mondouscita dal mare per venire su da lui.

Il capitano Whalley era stato anche il pioniere dei primi traffici nel golfodi Pechili. Ebbe così l'occasione di

accennare che aveva sepolto lì la sua «cara moglie»ventisei anni prima.Il signor Van Wykimpassibilenon poté fare

a meno di chiedersi rapidamente che tipo di donna poteva essere la compagnadi un uomo simile. Formavano una

coppia avventurosa e ben assortita? No. Molto probabilmente lei era statapiccolafragilesenza dubbio molto

femminile - ocosa ancor più probabileuna donna comune con istintidomesticiassolutamente insignificante. Ma il

capitano Whalley non era un garrulo noiosoe scuotendo la testa come adissipare la tristezza momentanea che si era

posata sulla sua bella vecchia facciaalluse in tono colloquiale allasolitudine del signor Van Wyk.

Il signor Van Wyk affermò che qualche volta aveva più compagnia di quantane desiderasse. Accennò

sorridendo a qualcuna delle peculiarità del suo rapporto col «miosultano». Veniva a fargli visita in massa. Gli

rovinavano il suo tratto d'erba sul fronte (non era facile ottenere qualcosache assomigliasse a un prato ai tropici) e il

giorno prima gli avevano spezzato alcuni arbusti rari che aveva piantatolaggiù. Il capitano Whalley si sovvenne

immediatamente chenel quarantasetteil sultano di allora«il nonno diquesto»era stato tristemente famoso come gran

protettore delle flotte pirate di praho che venivano dall'Oriente piùlontano. Avevano un rifugio sicuro nel fiume a Batu

Beru. Finanziava soprattutto un capo Balinini che si chiamava HadgiDaman. Il capitano Whalleyinarcando

significativamente le cespugliose sopracciglia biancheaveva le sue buoneragioni per saperne qualcosa. Il mondo era

progredito da allora.

Il signor Van Wyk obiettò con inaspettata asprezza. Progredito in cosa?voleva sapere.

Ma comenella conoscenza della veritànel decorola giustizial'ordine -anche nell'onestàdato che gli

uomini si facevano del male a vicenda soprattutto per ignoranza. Eraconcluse curiosamente il capitano Whalleypiù

piacevole viverci.

Il signor Van Wykstravagantementenon voleva ammettere che il signorMassyper esempiofosse di natura

più gradevole dei pirati Balinini.

Il fiume non ci aveva guadagnato moltoal cambio. Erano a modo loroaltrettanto onesti. Senza dubbio Massy

era meno feroce di Hadgi Damanma...«E leinon si contamio carosignore?». Il capitano Whalley scoppiò in una profonda tenera risata. «Leiè

senz'altro un progresso».

Continuò in una vena faceta. Un buon sigaro era meglio di una botta in testa- il genere di benvenuto che

avrebbe trovato su quel fiume quaranta o cinquant'anni fa. Poisporgendosiin avanti leggermentedivenne

assolutamente serio. È come seal di fuori delle loro tribù di zingari delmarequei corsari avessero odiato tutta

l'umanità di un odio incomprensibileassetato di sangue. Intanto i lorosaccheggi erano stati fermatie qual era la

conseguenza? La nuova generazione era disciplinatapacificastanziata inprosperi villaggi. Poteva parlarne per

esperienza personale. E persino i pochi sopravvissuti di quel tempo - deivecchi ormai - erano talmente cambiati che

sarebbe stato poco gentile ricordare a loro carico che avevano tagliatoqualche gola in vita loro. Ne aveva uno

soprattutto in mente: il capo dignitoso e venerabile di un grande villaggiodella costa a circa sessanta miglia a sud-ovest

di Tampasuk. Faceva bene al cuore vederlosentirlo parlare. Può darsi cheuna volta fosse stato un feroce selvaggio. Ciò

di cui avevano bisogno gli uomini era il freno di un'intelligenza superioredi un sapere superioreanche di una forza

superiore - sìdi una forza ricevuta da Dio e santificata dal fatto diusarla secondo la Sua volontà dichiarata. Il capitano

Whalley credeva che in ogni uomo esistesse una disposizione al beneanche seil mondonel suo complessonon era un

luogo tanto felice. Nella saggezza degli uomini invece non confidava tanto.

La disposizionequalche voltadoveva essere aiutata con una buona spintane conveniva. Gli uomini potevano

essere sciocchiostinati nell'erroreinfelicima cattivi di naturano.Per lo meno nel fondo c'era un'assoluta innocenza...

«Davvero?» scattò con acredine il signor Van Wyk.

Il capitano Whalley rise dell'interiezionecon la buona disposizione di unagrandetollerante certezza. Poteva

volgersi indietro di mezzo secolosottolineò. Il fumo si diffondevaplacidamente fra i peli bianchi nascondendo le

labbra benevole.

«In tutti i casi»riprese dopo una pausa«sono lieto che non abbianoavuto il tempo di farle tanto male fin'ora».

Questa allusione alla sua relativa giovinezzanon offese il signor Van Wykche si alzò e scrollò le spalle con

un enigmatico mezzo sorriso. S'incamminarono insieme amichevolmente dentroalla notte stellata verso la sponda del

fiume. I loro passi risuonavano ineguali sul sentiero buio. Al termine delbarcarizzo sulla rivala lanternaappesa bassa

al tientibenegettava una luce vivida sulle gambe bianche e sui grandi piedineri del signor Massy che se ne stava in

ansiosa attesa. Dalla cintura in su restava nell'ombracon una fila dibottoni lucenti fino al vago profilo del mento.

«Può ringraziare il capitano Whalley di questo»gli disse il signor VanWykseccamenteprima di voltarsi e

andarsene.

Fra i montanti della veranda le lampade proiettavano lontano sull'erba trelunghi riquadri di luce. Un pipistrello

gli passò davanti al viso come un fiocco volteggiante di neve nera evellutata. Lungo la siepe di gelsomini l'aria della

notte sembrava pesante per il cadere di una rugiada profumata; delle aiuoledi fiori orlavano il sentiero; i cespugli potati

si alzavano in scure macchie arrotondatequa e là davanti alla casa; ildenso fogliame dei rampicanti filtrava la

lucentezza delle lampade all'interno in un morbido bagliore lungo tutta lafacciata; e ogni cosa vicina e lontana stava

quieta in una grande immobilitàin una grande dolcezza.

Per le opinioni ottimistiche del capitano Whalleyil signor Van Wyk (chealcuni anni prima aveva avuto

occasione di credersi trattato peggio di quanto lo fosse mai stato uomo almondo da una donna) sentiva il disdegno di

chi un tempo è stato credulo a sua volta. Il suo disgusto per il mondo(quella donna glielo aveva colmato completamente

per un periodo) aveva preso la forma di attività in ritiroperchésebbenecapace di grande profondità di sentimentoegli

era energico ed essenzialmente pratico. Ma in quel vecchio marinaio fuori delcomuneportato dalla corrente nei

dintorni della sua indaffarata solitudinec'era qualcosa che affascinava ilsuo scetticismo. Il candore stesso (piuttosto

divertente) era in lui come un delicato affinamento di un carattere retto. Inun uomo ridotto a tale umile condizionela

notevole dignità dei modi non poteva essere altro che l'espressione di uncarattere con qualcosa di essenzialmente

nobile. Con tutta la sua fiducia nell'umanitànon era uno sciocco; quellaserenità di temperamento alla fine di così tanti

annidato che ovviamente non poteva essere appagamento del successorivestiva un'aria di profonda saggezza.

Saggezza che talvolta divertiva il signor Van Wyk. Persino i tratti fisicidel vecchio capitano del Sofalala corporatura

possenteil portamento tranquillola bella faccia intelligentele grossemembrala cortesia benevolail tocco di ruvida

severità nelle sopracciglia ispidecostituivano una personalità seducente.Al signor Van Wyk dispiaceva qualsiasi

genere di piccineriama non c'era niente di meschino in quell'uomoenell'esemplare regolarità di molti viaggi si era

venuta creando fra loro un'intimitàun caldo sentimento nel fondo sotto unasquisita signorilità di forme gradita ai suoi

gusti esigenti.

Conservavano le loro rispettive opinioni su tutte le questioni terrene. Sullesue altre convinzioni il capitano

Whalley non s'imponeva mai. La differenza d'età era un ulteriore legame fraloro. Una voltarimproverato per la

mancanza di carità della sua giovinezzail signor Van Wykfacendo scorrerel'occhio sulle vaste dimensioni del suo

interlocutoreritorse in amichevole celia:

«Oh. Finirà col pensarla come me. Ha tutto il tempo. Non dica che èvecchio: ha l'aspetto di uno che arriva a

cent'anni».

Ma non poté trattenere la sua pungente causticità epur moderandola con unsorriso quasi affettuosoaggiunse:

«E ora di allora probabilmente acconsentirà di morire per puro disgusto».

Il capitano Whalleysorridendo anche luiscosse la testa: «Dio nonvoglia!».

Pensava che tutto sommato forse meritava di meglio che morire con talisentimenti. L'ora naturalmente sarebbe

venutae confidava che il suo Creatore provvedesse una dipartita di cui luinon dovesse vergognarsi. Per il resto speravadi vivere fino a cent'annise sidoveva; lo si sapeva di altri uomini; non sarebbe stato un miracolo. Non siaspettava

miracoli.

Il tono marcatocombattivoindusse il signor Van Wyk ad alzare la testa e aguardarlo con attenzione. Il

capitano Whalley teneva gli occhi fissicon un'espressione rapitacome seavesse visto il decreto favorevole del suo

Creatore scritto a caratteri misteriosi sulla parete. Restò perfettamenteimmobile per qualche secondopoi sollevò in

piedi la sua vasta mole d'un tale impeto che il signor Van Wyk trasalì.

Prima batté un forte colpo sul petto gonfiatoetendendo orizzontalmenteun robusto braccio che rimase ben

fermosteso nell'aria come l'arto di un albero in un giorno senza vento:

«Non un dolore o un malanno qui dentro. Lo vede minimamente tremare?».

La voce era bassain sorprendentefiducioso contrasto con l'enfasiprecipitosa dei gesti. Si sedette

bruscamente.

«Non era per vantarmenesa. Io non sono nulla»disse con la sua voceforte senza sforzoche sembrava

uscirgli con la naturalezza di un fiume che scorre. Raccolse il mozzicone delsigaro che aveva messo da partee

aggiunse pacificocon un lieve cenno del capo: «Capita che la mia vita sianecessaria; non è miano - Dio lo sa».

Non parlò molto per il resto della seratama parecchie volte il signor VanWyk scorse l'accenno di un sorriso

sicuro di sé passare sotto i folti baffi.

In seguito il capitano Whalley accettò di tanto in tanto di cenare «allacasa». Si riuscì anche a convincerlo a

bere un bicchiere di vino. «Non pensi che io ne abbia pauracaro signore»spiegò. «È stato per un motivo molto valido

che ho dovuto smettere».

In un'altra occasioneappoggiandosi comodamente all'indietroosservò:«Fin dal primo istante lei mi ha

trattato moltomolto umanamentemio caro signor Van Wyk».

«Ammetterà che c'era qualche merito»insinuò sornione il signor Van Wyk.«Un socio di quell'eccellente

Massy... Va beneva benemio caro capitanonon dirò una parola contro dilui».

«Non servirebbe a niente che lei dicesse qualcosa contro di lui»confermòil capitano Whalley un po' di

malumore. «Come le ho già detto un'altra voltala mia vita... il miolavorosono necessarinon per me solo. Non ho

scelta...». Tacquegirò il bicchiere davanti a sé tutt'intorno... «Houna figliaun'unica figlia».

L'ampio movimento verso il basso del braccio sopra la tavola sembravasuggerire una bambina piccola a una

grande distanza. «Spero di vederla ancora una volta prima di morire. Intantomi basta sapere che mi ha sano e forte

grazie a Dio. Lei non può capire cosa si provi. Ossa delle mie ossacarnedella mia carnel'immagine stessa della mia

povera moglie. Behlei...».

Tacque di nuovopoistoicamente pronunciò le parole«ha una duralotta».

E la testa cadde sul pettola fronte rimase aggrottatacome in uno sforzodi meditazione. Ma di solito la sua

mente sembrava intrisa della serenità di una fiducia senza limiti in unpotere superiore. Il signor Van Wyk talvolta si

domandava quanto di questa serenità fosse dovuta alla splendida vitalitàdell'uomoal vigore fisico che sembra dare

qualcosa della propria forza all'anima. Ma aveva imparato a volergli moltobene.

XIII

Ecco perché la comunicazione confidenziale del signor Sternefattagli infretta sulla rivadi fianco alla nave

buia e silenziosaaveva turbato la sua serenità. Era la cosa piùincomprensibile e più inaspettata che gli potesse capitare

e il suo animo ne fu talmente scosso chedimenticatosi completamente dellasua corrispondenzasalì di corsa la scaletta

del ponte di comando.

Due boys col codino stavano montando per cenaa sinistra della ruotadel timonela tavola portatile ecome al

solitolitigavano aspramente su come eseguire quel lavoromentre un altrocinesemolto giallocorpulento e dall'aria

afflittache assomigliava al signor Massyaspettavaapaticoil tovagliolosul braccioe una pila di piatti spessi serrati

contro il petto. Una comune lampada di cabina a cui mancava il globoportatada sottocopertaera stata agganciata

all'intelaiatura di legno della tenda; i teli laterali erano stati abbassatitutt'intorno; il capitano Whalleyche riempiva le

profondità della poltrona di viminisembrava sedere intorpidito in unatenda di tela da vele crudamente illuminatae

usata come ripostiglio di oggetti nautici; una ruota da timone consuntaunachiesuola di ottone ammaccato su un solido

piedistallo di moganodue sudice cinture salvagentiun vecchio parabordo disughero gettato in un angolostipetti da

coperta sgangherati con anelli di filo di stagno al posto delle maniglie.

Il capitano si scosse da quell'apparenza di torpore per ricambiare il salutoinsolitamente vivace del signor Van

Wykma ricadde subito nello stato precedente. Accettare un insistente invitoa cena «su alla casa» gli costò un altro

sforzo fisico molto evidente. Perplessoil signor Van Wyk incrociò lebracciae appoggiatosi contro la battagliolacoi

suoi piedini neri e lucidi ben in fuorilo esaminò di nascosto.

«Ho notato ultimamente che lei non è del suo solito umoreamico mio».

Nelle due ultime parole mise un'affettuosa dolcezza. La vera intimità delloro rapporto non era mai stata

espressa così vivamente prima.

«Macchémacché!».La poltrona di vimini mandò un forte gemito.

«Nervoso»commentò fra sé il signor Van Wyk ead alta voce«Alloral'aspetto fra mezz'ora» dissecon

noncuranzaallontanandosi.

«Fra mezz'ora»ripeté dietro a lui la rigida testa argentea del capitanoWhalleyche sembrava parlare in stato

di trance.

Al centro della navein bassoproprio accanto alla sala macchinesiudivano due voci che si rispondevanouna

irata e lental'altra pronta.

«Le dico che quell'animale si è chiuso dentro per ubriacarsi».

«Cosa ci vuol faresignor Massy. Dopo tuttoun uomo ha diritto dichiudersi a chiave nella sua cabina quando

non è in servizio».

«Non per ubriacarsi».

«L'ho sentito imprecare che la preoccupazione per le caldaie sarebbe unaragione sufficiente a spingere

chiunque a bere»disse Sterne maliziosamente.

Massy sibilò qualcosa sullo sfondare la porta. Per evitarliil signor VanWyk attraversò nell'oscurità fino

all'altro lato del ponte deserto. Le assi del piccolo molo scricchiolaronoleggermente sotto i suoi piedi frettolosi.

«Signor Van Wyk! Signor Van Wyk!».

Non si fermò: qualcuno lo rincorreva sul sentiero. «Ha dimenticato diprendere la posta».

Reggendo in mano un fascio di carteSterne lo raggiunse.

«Ahgrazie».

Ma siccome l'altro continuava a camminargli al fiancoil signor Van Wyks'arrestò di botto. Le gronde

sporgentiscendendo basse sulla facciata illuminata del bungalowgettavanoda quel lato la loro ombra nera dal bordo

rettilineo nell'immensa massa della notte. Tutto era molto calmo. Si udironoun tintinnar di posate e un suono argentino

di bicchieri. I servi del signor Van Wyk stavano apparecchiando per due sullaveranda.

«Temo che lei non accordi nessuna fiducia alle mie buone intenzioni nellafaccenda di cui le ho parlato»disse

Sterne.

«Io semplicemente non la capisco».

«Il capitano Whalley è un uomo molto audacema deve capire che il suogioco è finito. Questo è tutto quello

che chiunque verrà mai a sapere da me. Mi credaio sono molto discretomail dovere è dovere. Non voglio sollevare

scalpore. Tutto quel che le chiedocome suo amicoè di dirglida partemiache il gioco è finito. Basterà».

Il signor Van Wyk provò una costernazione rivoltante per quello stranoprivilegio dell'amicizia. Non voleva

abbassarsi a chiedere la minima spiegazione e cacciar via quel tale concontumelia non gli sembrava prudente - almeno

per il momento. Una tale sicurezza lo lasciava di stucco. Chi poteva saperedi cosa si trattava? pensò. Il suo rispetto per

il capitano Whalley aveva la tenacia di un sentimento disinteressatoegrazie al proprio istinto praticodissimulò il suo

disprezzo.

«Devo dedurnedunqueche si tratta di qualcosa di grave».

«Molto grave»confermò Sterne solennementecompiaciuto di averfinalmente prodotto un effetto. Stava per

aggiungere qualche esuberante dimostrazione di rammarico per l'«inevitabilenecessità»ma il signor Van Wyk tagliò

cortomolto cortesementeperò.

Quando fu nella verandail signor Van Wyk si ficcò le mani in tascaeconle gambe divaricatesi mise a

fissare una pelle di pantera nera stesa sul pavimento davanti a una sedia adondolo. «Si direbbe che costui non abbia il

fegato di fare il suo amato gioco apertamente»pensò.

Il che era abbastanza vero. Di fronte all'ultimo secco rifiuto di MassySterne non osava dichiarare ciò che

sapeva. Il suo obiettivo era solo quello di prendere il comando del piroscafoe di conservarlo per un po' di tempo. Massy

non lo avrebbe mai perdonato se lui si fosse impostoma se il capitanoWhalley lasciava la nave di sua spontanea

volontàper il resto del viaggio il comando sarebbe stato affidato a lui.Così aveva escogitato quella brillante idea di

spaventare il vecchio per farlo andar via. Una vaga minacciauna sempliceallusionesarebbero state sufficienti in un

caso così sfrontato; e con una strana commistione di compassionepensavache Batu Beru fosse il posto adatto per

gettare la spugna. Il capitano poteva far fagotto senza dare nell'occhio estarsene con quel suo olandese. Non se la

intendevano come due ladri quei due? Eriflettendogli era parso di vedereche poteva condurre tutta la faccenda

attraverso il grande amico del vecchio. Anche questa era un'idea brillante.Aveva una preferenza innata per i metodi

tortuosi e in questo caso particolaredesiderava rimanere nell'ombra il piùpossibileper evitare di esasperare

inutilmente Massy. Niente scalpore! Doveva accadere tutto con naturalezza.

Durante tutta la cena il signor Van Wyk avvertì quel senso di isolamento cheinvade talvolta l'intimità di un

rapporto umano. Tutti i tentativi del capitano Whalley di mangiare qualcosafallirono miseramente e in modo molto

evidente. Sembrava sopraffatto da una strana svagatezza. La sua mano restavasospesairrisolutacome se una mente

assenteconcentrata altrovel'avesse lasciata senza guida. Il signor VanWyk lo aveva sentito arrivare da lontano nella

profonda quiete della riva del fiumee aveva notato l'andatura indecisa delsuo passo. La punta dello stivale aveva

battuto l'ultimo gradino in basso come se fosse arrivato trasognatocon latesta fra le nuvolesu per la scala della

veranda. Se il capitano del Sofala fosse stato un altro genere diuomoil suo ospite avrebbe sospettato che si trattava

dell'età. Ma fu sufficiente un'occhiata. Il tempo - dopo averloeffettivamente segnato con la sua impronta - sembrava

aver rinunciato a impedirgli di rendersi utilee in ciò la fede semplicedel capitano vi vedeva una prova della

misericordia divina. «Come faccio ad avvertirlo?»si domandava il signorVan Wykcome se il capitano Whalley fossestato miglia e miglia lontanoirraggiungibile da ogni male. Era nauseato da un immenso disgusto per Sterne. Ilsolo

fatto di accennare alla sua minaccia a un uomo come Whalley era assolutamenteindecente. In quella allusione c'era

qualcosa di più vile e di più offensivo che in un'accusa precisa dimalefatta - il marchio degradante del ricatto. «Cosa

potrebbe addurre qualcuno contro di lui?»si chiese. Era una personalimpida. «E a che scopo?». Il Potere in cui

credeva quell'uomoaveva pensato bene di non lasciargli nulla sulla terrache potesse far gola all'invidiatranne una

nuda crosta di pane.

«Non vuole assaggiarne un po'?»chiesespingendo leggermente un piatto.Improvvisamente gli venne in

mente che probabilmente Sterne concupiva il comando del Sofala. Il suocinismo fu piuttosto sorpreso da quella che

sembrava la prova che a meno di non essere in miseria neranessuno puòconsiderarsi salvo dai suoi simili. Giudicò che

per un intrigo di quel genere non valeva affatto la pena di preoccuparsiperòavendo a che fare con un imbecille come

Massybisognavaanzisi doveva avvertire Whalley.

In quel momentoil capitano Whalleydritto come un fusole profonde orbitedegli occhi sormontate dal

cespuglio delle sopracciglia aggrottate e una grande mano bruna posata aciascun lato del piatto vuotoparlò

improvvisamente dall'altro lato della tovaglia:

«Signor Van Wyklei mi ha sempre trattato con umanissimo riguardo».

«Mio caro capitanolei attribuisce troppa importanza al semplice fatto chenon sono un selvaggio». Il signor

Van Wykprofondamente disgustato al pensiero del tenebroso tentativo diSternealzò la voce in tono incisivocome se

il primo ufficiale fosse stato nascosto da qualche parte in cui potevasentirlo. «Il riguardo che posso averle dimostrato

non era che il giusto tributo a una persona che ormai ho imparato aconsiderare con una stima che niente potrebbe

scuotere».

Un lieve tintinnare del cristallo gli fece alzare gli occhi dalla fetta diananasso che stava tagliando a pezzettini

nel suo piatto. Nel cambiar posizioneil capitano Whalley aveva colpito unbicchiere vuoto rovesciandolo.

Senza guardare da quella parteappoggiato di fianco sul gomito e con l'altramano che faceva schermo alla

frontecercò vagamente il bicchiere a tentoni e poi vi rinunciò. Van Wyklo fissava ad occhi sbarraticome se tutt'a un

tratto fosse accaduto qualcosa di grave. Non capiva perché si sentiva cosìsgomentoma per il momento dimenticò

completamente Sterne.

«Ma cosa succede?».

E il capitano Whalleymezzo giratocon voce spentaagitatamormorò:

«La stima!».

«E potrei aggiungere qualcosa ancora»dichiarò il signor Van Wyklentamentecon sguardo molto fermo.

«No! Basta così!». Il capitano Whalley non cambiò atteggiamentononalzò la voce. «Non dica nient'altro!

Non posso contraccambiarla. Ormai sono troppo povero anche per questo. La suastima è preziosa. Lei non è uomo da

chinarsi per ingannare il più povero diavolo che ci sia sulla terrao perfare che una nave non sia degna del mare ogni

volta che la porta in mare».

Piegato in avantiil viso tutto rossoil tovagliolo inamidato sulleginocchiail signor Van Wyk fu tentato di

dubitare dei propri sensidel proprio potere di comprensionedella salutementale del suo ospite.

«Dove? Perché? In nome di Dio! Di cosa sta parlando? Quale nave? Noncapisco chi...».

«Alloranel nome di Diosi tratta di me! Una nave è indegna del marequando il suo capitano non ci vede. Sto

diventando cieco».

Dopo aver fatto un leggero movimentoil signor Van Wyk rimase sedutoimmobile per qualche secondo; poi

al pensiero de «il gioco è finito» di Sternesi tuffò sotto il tavolo araccogliere il tovagliolo che gli era scivolato dalle

ginocchia. Ecco qual era il gioco che era finito. E in quell'istantela vocesmorzata del capitano Whalleypassò sopra di

lui:

«Li ho ingannati tutti. Nessuno lo sa».

Riemerse rosso fino agli occhi. Il capitano Whalley immobilein piena lucesotto la lampadasi riparava il

volto con la mano.

«E ha avuto questo coraggio?».

«Gli dia il nome che vuole. Ma lei è un uomo umano - un - un gentiluomosignor Van Wyk. Avrebbe potuto

chiedermi che cosa ho fatto della mia coscienza».

Parve meditareprofondamente silenziosoassolutamente immobilenella suaposa dolorosa.

«Ho iniziato a subornarla per orgoglio. Si cominciano a vedere molte cosequando si diventa ciechi. Non sono

riuscito a essere franco neanche con un vecchio amico. Non sono stato francocon Massynonon del tutto. Sapevo che

mi prendeva per un marinaio ricco e stupidoe gliel'ho lasciato credere.Volevo conservare la mia importanza - perché

c'era la povera Ivy laggiùmia figlia. Perché ho voluto speculare sullamiseria di Massy? Ho speculatoper lei. E

adessoquale misericordia potrei aspettarmi da lui? Lui speculerebbe sullamiase lo sapesse. Caccerebbe via il vecchio

impostoree si terrebbe stretti i soldi per un anno. I soldi di Ivy. E nonho messo via un centesimo per me. Come farei a

vivere per un anno? Un anno! Fra un anno non ci sarà più il sole in cieloper il padre di Ivy».

La voce profonda gli uscivaorribilmente velatacome se fosse stato sepoltodalla terra di una frana ed

esprimesse i pensieri che ossessionano i morti nella tomba. Un brivido gelatocorse giù per la schiena del signor Van

Wyk.

«E da quanto tempo lei...?»iniziò.«Molto prima che accettassi dicredere a questa - questa sventura mandatami da Dio». Il capitano Whalley

parlava da sotto la mano che lo riparava con mesta rassegnazione.

Non aveva creduto di meritarlo. Aveva iniziato con l'ingannare se stessogiorno dopo giornosettimana dopo

settimana. Aveva il serang a portata di manoun vecchio servitore.Era arrivata gradualmentee quando non aveva più

potuto ingannarsi...

La sua voce quasi si spense.

«Piuttosto che abbandonare mia figlia mi sono risolto a ingannarvi tutti».

«È incredibile»sussurrò il signor Van Wyk. Il terrificante mormorio delcapitano Whalley ricominciò a fluire.

«Neppure il segno della collera di Dio poteva farmi dimenticare Ivy. Comepotevo abbandonare la mia

creaturase continuavo a sentire il mio vigoreil sangue caldo scorrerenelle vene? Caldo come il vostro. Mi sembrava

checome Sansone accecatoavrei trovato la forza di farmi crollare untempio sulla testa. È una donna che lottamia

figliaper la quale avevamo l'abitudinemia moglie ed iodi pregareinsieme. Si ricorda quel giorno in cui le ho

praticamente detto che credevo che Dio mi avrebbe lasciato vivere fino acent'anniper amor suo? È un peccato amare il

proprio figlio? Capisce? Per amor suo ero pronto a vivere in eterno. Quasi cicredevo. Da alloraho pregato perché

venga la morte. Ah! Uomo presuntuosovolevi vivere...».

Un tremendo fremitoche sconvolse quel grande corpo scosso da un singhiozzoconvulsofece tintinnare i

bicchieri sopra la tavola e sembrò far tremare tutta la casa fino alla travedel tetto. E il signor Van Wykil cui

sentimento di amore ferito si era tradotto in una forma di lotta con lanaturacapì perfettamente cheper quell'uomo la

cui vita era stata sempre condizionata dall'azionenon poteva esistere altromodo di esprimere tutte le emozioni; che

smettere volontariamente di correre dei rischidi agiredi tener duroperamore della sua creaturasarebbe stato

esattamente come strappare dal suo cuore vivo l'ardente amore che provava perlei. Qualcosa di troppo mostruosodi

troppo impossibile anche solo da concepire.

Il capitano Whalley non aveva cambiato atteggiamentoche sembrava esprimereun misto di vergognadi

doloree di sfida.

«Ho ingannato persino lei. Non fosse stato per quella parola ''stima".Queste non sono parole per me. Le avrei

mentito. Non le ho già mentito? Non mi avrebbe affidato le cose di suaproprietà a bordo della nave anche per questo

viaggio?».

«Ho una polizza assicurativa annuale per i rischi in mare»disse il signorVan Wyk quasi involontariamentee

si stupì dell'improvvisa intrusione di un dettaglio commerciale.

«La nave non è adatta alla navigazionele dico. La polizza non sarebbevalida se si sapesse...».

«Divideremo la colpaallora».

«Niente potrebbe rendere la mia minore»disse il capitano Whalley.

Non aveva osato consultare un medico; il dottore forse gli avrebbe chiestochi eraqual era la sua professione;

Massy sarebbe potuto venire a sapere qualcosa. Aveva tirato avanti senza unaiutoné umano né divino. Non riusciva

neanche a pregare. Per che cosa doveva pregare? E la morte sembrava semprecosì lontana. Una volta entrato nella sua

cabinanon osava uscirne; quando si sedevanon osava alzarsi; non osavaalzare gli occhi per guardare qualcuno in

facciaesitava a portare lo sguardo sul mare o al cielo. Il mondo stavasvanendo davanti alla sua grande paura di

tradirsi. La vecchia nave era la sua ultima amica; non la temeva; conoscevaogni centimetro del suo ponte; ma non

osava guardare neanche leiper paura di scoprire che ci vedeva meno delgiorno prima. Lo circondava una grande

incertezza. L'orizzonte era scomparso; il cielo si mescolava oscuramente colmare. Chi era quella figura in piedi laggiù?

Cos'era quell'oggetto giù in basso? E un dubbio terrificante sulla realtàdi ciò che poteva vedere rendeva persino quel

residuo di vista un tormento supplementareun trabocchetto sempre apertoalla sua miserabile finzione. Aveva paura di

inciampare in modo inscusabile su qualcosa - paura di dire un Sì o un Nofatali a una domanda. La mano di Dio era su

di luima non poteva strapparlo alla sua creatura. Ecome in un incubo diumiliazioneogni uomo privo di lineamenti

distinti sembrava un nemico.

Lasciò cadere pesantemente la mano sul tavolo. Il signor Van Wykle bracciapenzoloniil mento sul pettoun

balenio di denti bianchi premuti sul labbro inferioremeditava su «il giocoè finito» di Sterne.

«Il serang naturalmente non lo sa».

«Nessuno»disse il capitano Whalleycon sicurezza.

«Ah sì. Nessuno. Molto bene. Riuscirà a resistere fino alla fine delviaggio? È l'ultimo che è obbligato a fare

secondo il contratto con Massy».

Il capitano Whalley si alzò e si tenne drittomolto maestosocon la granbarba bianca posata come una corazza

d'argento sopra il terribile segreto del suo cuore. Sìquella per lui erala sola speranza di rivederla ancoradi mettere il

denaro al sicurol'ultima cosa che poteva fare per leiprima di andare anascondersi da qualche parteinutileun peso

una vergogna per se stesso. La voce gli tremò.

«Ci pensi! Non rivederla più: l'unico essere umano su questa terra oltre ameche possa ricordare mia moglie.

Ed è proprio come sua madre. Fortunatamente quella poveretta è là dove nonsi versano lacrime su quelli che si sono

amati sulla terra e che rimangono a pregare di non essere indotti intentazione - perchéimmaginoi beati conoscono il

segreto della grazia nelle faccende di Dio con le sue creature».

Vacillò un po' e con austera dignità disse:

«Io non so il segreto. Conosco solo la creatura che Lui mi ha dato».Ecominciò ad incamminarsi. Il signor Van Wykche era balzato in piedicapìtutto il significato della testa

rigidadei piedi esitantidella mano stesa con incertezza. Il cuore glibatteva forte; scostò una sedia e istintivamente si

fece avanti come per offrirgli il braccio. Ma il capitano Whalley gli passòaccantopuntando diritto alla scala.

«Non mi ha visto affatto fuori dalla sua direzione»pensò il signor VanWykcon una specie di sgomento. Poi

andando in cima alla scalachiese con voce un po' tremula:

«Com'ècome una foschiacome...». Il capitano Whalleya metà dellascalasi fermòe si girò per rispondere

senza scoramento:

«È come se la luce si ritirasse dal mondo. Ha mai osservato su un'apertadistesa di spiaggia il mare in riflusso

che si ritira sempre più lontano da lei? È la stessa cosasolo che non cisarà un flusso nuovo. Mai più. È come se il sole

stesse diventando più piccolocome se le stelle si spegnessero una a una.Non ne devono essere rimaste molte che io

possa vedere con i miei occhi. Ma ultimamente non ho avuto il coraggio diguardare...». Doveva essere riuscito a

mettere a fuoco il signor Van Wykperché lo fermò con gesto autorevole euno stoico:

«Posso ancora cavarmela da solo».

Era come se avesse preso la sua diritturae non volesse accettare l'aiutodegli uominidopo essere stato

scacciatocome un titano presuntuosodal suo paradiso. Il signor Van Wykfermatosisembrò contare i passi finché

non li poté più udire. Passeggiò fra i tavolibattendo forte i tacchiraccolse un tagliacartelo lasciò cadere dopo una

fugace occhiata lungo la lama; poi imbattendosi sul pianofortestrimpellòun paio di notein piedi davanti alla tastiera

con la testa atteggiata in posizione attenta come un accordatore;chiudendologirò sui tacchi bruscamenteevitò il

piccolo terrier che dormiva fiducioso sulle zampine anteriori incrociatearrivò sulla scala ecome se avesse perso

l'equilibrio sul primo gradinosi precipitò direttamente fuori di casa. Isuoi serviche iniziavano a sparecchiare la

tavolalo udirono borbottare tra sé (parolacce senza dubbio) laggiùedopo una pausaandarsene con andatura

ciondolante in direzione del molo.

La murata del Sofalaormeggiato di fianco all'argineformava un murobasso e nero sul contorno ondulato

della riva. Due alberi e un fumaiolo si alzavano da lì dietro cosìfortemente inclinatiche sembravano sul punto di

cadere; nel mezzouna sopraelevazione massiccia e quadrata reggeva le formespettrali delle scialuppe bianchele curve

delle grufile di ringhiera e candelieri che ovunque si confondevano emescolavano oscuramente; ma giù in bassoal

centro della naveun unico oblò illuminato guardava fisso nella notteperfettamente rotondocome una piccola luna

pienail cui raggio giallo colpiva una chiazza di fango bagnatoil bordo dierba calpestatadue giri di un pesante cavo

avvolto attorno al piede di un grosso palo di legno piantato in terra.

Il signor Van Wykche scrutava sottobordoudì una voce inebetita e pienadi boria che apparentemente

scherniva un tale di nome Prendergast. La voce impastata proferiva insultisi soffocava; poi pronunciò distintamente la

parola «Murphy»e si mise a ridacchiare. Del vetro tintinnò tremulo.Tutti quei suoni venivano dall'oblò illuminato. Il

signor Van Wyk esitòsi chinò; era impossibile veder dentro a meno di nonentrare nel fango.

«Sternenaturalmente. Guarda come sbatte le palpebre. Ma guardalo! SterneWhalleyMassy. Massy

WhalleySterne. Ma Massy è il meglio di tutti. Quello non lo freghi.Sarebbe contentissimo di vederti crepar di fame».

Il signor Van Wyk si scostòscorse più in là verso prua una testaindistinta che spuntava da sotto le tende

come se stesse all'ertae a bassa voce in malese disse: «Dorme ilsecondo?».

«No. Sono quiai suoi ordini».

Un istante dopoSterne apparve sul molocamminando silenzioso come ungatto.

«C'è un tale buioe poi non pensavo che sarebbe venuto qui giù stasera».

«Cos'è quest'orribile delirio?»chiese il signor Van Wykcome perspiegare la causa di un brivido da cui era

visibilmente scosso.

«È Jack che si è preso una bella sbornia. È il nostro secondomacchinista. Fa così. Domani pomeriggio starà

abbastanza benema il signor Massy non smetterà di andare su e giù per ilponte facendosi cattivo sangue. Sarà meglio

allontanarci».

Mormorò una velata proposta di andare a parlare «su alla casa». Da tantodesiderava riuscire ad entrarvima il

signor Van Wyk obbiettò con noncuranza: temeva che non fosse troppoprudenteforse; e l'ombra nera e opaca sotto

uno dei due grandi alberi rimasti vicino all'approdo li inghiottìimpenetrabilmente fitta dal lato dell'ampio fiumeche

sembrava tessere in fili scintillanti la luce che alcune grandi stellelasciavano cadere qua e là sopra la vasta distesa del

suo flusso immobile.

«La situazione è indubbiamente grave»disse il signor Van Wyk. Simili afantasmi nei loro abiti bianchinon

potevano distinguere i rispettivi lineamentie i loro piedi non facevanoalcun rumore sulla terra soffice. Si udì una

specie di ron ron. Il signor Sterne faceva le fusa tanto si sentivagratificato da quell'esordio.

«Lo pensavosignor Van Wykche un gentiluomo come lei avrebbe capitosubito in quale imbarazzo mi

trovavo».

«Sìcerto. È evidente che non gode di buona salute. Forse sta percrollare. Lo so e lui stesso si rende

perfettamente conto - parloverocon un uomo di buon senso - si rendeperfettamente conto che le gambe non gli

reggono».

«Le gambe - ah!». Il signor Sterne rimase sconcertatopoi si fecescontroso. «Dica pure che si tratta delle

gambese vuole; quello che voglio sapere io è se ha sì o no intenzione dieclissarsi senza far storie. Questa è proprio

buona! Le gambe! Puah!».«Eh beh! sì. Basta guardare come cammina»lorimbeccò il signor Van Wyk con tono assolutamente freddo e

non dubitativo. «La questionecomunqueè se il senso del dovere non laporti troppo lontano dal suo vero interesse.

Dopo tuttoanch'iopotrei fare qualcosa per lei. Lei sa chi sono».

«Tuttilungo lo Stretto han sentito parlare di leisignore».

Il signor Van Wyk presumeva che si trattasse di qualcosa di favorevole.Sterne fece un risolino a questa

battuta. Non c'era da dubitarne! All'affermazione d'apertura che il contrattodi cointeressenza scadeva proprio alla fine

di quel viaggioSterne diede il suo assenso attento. Lo sapeva. A bordo nonsi sentiva parlare d'altrotutto il santo

giorno. Quanto a Massynon era un segreto per nessunoche era nei guai finoal collo per via di quelle caldaie marce.

Tanto per cominciareavrebbe dovuto chiedere in prestito a qualcuno un paiodi centinaia di sterline per liquidare il

capitano; e poi avrebbe dovuto ipotecare la nave per racimolare i soldi dellecaldaie - ammesso che riuscisse a trovare

chi glieli prestava. Nella migliore delle ipotesiciò voleva dire perditadi tempoun'interruzione negli affaripoche

entrate per tutto quell'anno - e c'era sempre il pericolo che i tedeschi glisoffiassero la clientela. Correva voce che avesse

già provato con due ditte. Nessuna delle due voleva aver niente a che farecon lui. La navetroppo vecchia e l'uomo

troppo conosciuto in quel luogo... Il rapido ammiccamento conclusivo delsignor Sterne rimase sepolto nella profonda

tenebra che sibilava dei suoi sussurri.

«Supponendo allora che ottenesse il prestito»ricapitolò il signor VanWyk in tono misurato e sommesso«da

quanto dice lei stessoè più che probabile che il creditore ipotecario gliaffibbi un suo uomo come capitano. Da parte

miaso che non rinuncerei a questa condizione se dovessi mettere i fondi. Ein realtàè ciò che ho in mente di fare. Per

me ne varrebbe la pena per molte ragioni. Capisce che cosa comporterebbe nelcaso in questione?».

«Graziesignore. Lei non potrebbe trovare di meglio per badare ai suoiinteressiglielo assicuro».

«Beneè nel mio interesse che il capitano Whalley arrivi in fondo.Probabilmente farò con voi la traversata

dello Stretto. Se la cosa si può faresarò sul luogo quando avverrannotutti questi cambiamentie nella posizione di

badare ai suoi interessi».

«Non chiedo di megliosignor Van Wyk. Le assicuro di essereinfinitamente...».

«Mi par di capire allora che la cosa si può fare senza alcunadifficoltà».

«Behsignoreal rischio che c'è non si può por rimedio; ma (parlandoleadesso come al mio datore di lavoro) la

situazione è meno pericolosa di quanto non appaia. Se qualcuno me l'avesseraccontata non gli avrei credutoma l'ho

vista con i miei occhi. Quel vecchio serang è stato addestrato algioco. Non c'è niente che non va nei suoi - nei suoi -

arti inferiorisignore. Si è abituato a fare le cose da solo in modonotevole. E le diròsignoreche il capitano Whalley

poveraccionon è affatto inutile. Davvero. Permetta che le spieghisignore. Tonifica quella vecchia scimmia di malese

che sa abbastanza bene cosa deve fare. Capiràin questi ultimi venticinqueanni deve averne tenute di guardie del

capitano avanti indietro su ogni specie di navi locali. Questi indigenisignorefinché hanno un bianco dietro di loro

sono capaci di fare le cose giuste sorprendentemente bene - anche lasciatipraticamente a se stessi. Basta che il bianco

sia di quelli che mettono del pepe in loroe il capitano è proprio di quelgenere. Diaminesignorelo ha istruito così

bene che ormai non ha quasi bisogno di parlare. Gli ho visto far uscire lanave dalla baia di Pangu a quello scimmiotto

pieno di rughein una mattina di vento forte e in mezzo a tutte le isole;farla uscire in modo perfettosignore

rimpiattato sotto l'ala del vecchioe in uno stile così tranquillo cheneanche a morire uno avrebbe saputo dire chi dei due

lassù stesse facendo quel lavoro. Ecco in che modo il nostro povero amicosarebbe ancora utile alla nave anche se - se -

non potesse più alzare un piedesignore. A patto che il serang nonsappia che c'è qualcosa che non va».

«Non lo sa».

«Naturalmente no. È troppo al di là della sua capacità di intendere.Questa gente non riesce a scoprire niente su

di noisignore».

«Lei sembra un uomo sagace»disse il signor Van Wyk in un mormoriosoffocatocome se gli venisse da

vomitare.

«Troverà in me un bravo servitoresignore».

Il signor Sterne sperava che adesso seguisse almeno una stretta di manomainaspettatamente con un «Ma cosa

fa? Meglio che non ci vedano insieme»la bianca sagoma del signor Van Wykguizzò viae sembrò dissolversi

all'istante nell'aria nera sotto il tetto dei rami. Il secondo era stupito.Sì. C'era quel debole ticchettio di passi.

Sgusciò via silenziosamente da sotto l'ombra. L'oblò illuminato brillava dalontano. Gli girava la testa per

l'ebbrezza del successo improvviso. Che cosa straordinaria aver a che farecon un gentiluomo! Strisciò a bordoe c'era

qualcosa di misterioso nella oscura distesa dei ponti vuotiche echeggiavadi grida e di colpi provenienti da una parte

più buia al centro della nave. Il signor Massy stava inveendo davanti allaporta della cabina: la voce da ubriaco

dall'interno fluiva imperterrita nella violenta raffica di calci.

«Taci! Spegni la luce e dormimaledetto porco ubriacone! Mi sentibruttabestia?».

I calci cessaronoe nella pausal'avvinazzata voce oracolare dall'internoannunciò:

«Ah! Massy peròè tutta un'altra cosa. Massy è una volpe».

«Chi c'è lì a poppa? È lei Sterne? Farà il pieno fino al delirio». Ilcapo macchinista comparve indistinto e

massiccio all'angolo dell'osteriggio della sala macchine.

«Si rimetterà abbastanza per fare il suo dovere domani. Io lo lascereiperderesignor Massy».

Sterne scivolò via nella sua cabinae dovette mettersi subito a sedere. Gligirava la testa dall'esultanza. Entrò

nella cuccetta come in un sogno. Lo invase un senso di pace profondadiplacida gioia. Sul ponte tutto taceva.Il signor Massyl'orecchio contro laporta della cabina di Jackascoltava teso il profondo respiro rantolante

dell'interno. Era il sonno di un ubriaco fradicio. Il giro di bevute erafinito. Tranquillizzato su quel punto a favoreentrò

anche lui in cabina e con lente contorsioni si sfilò la sua vecchia giaccadi tweed. Era un indumento con molte tasche

che soleva indossare a strane ore del giornoandando soggetto a improvvisiaccessi di freddoe quando si sentiva

riscaldato se la toglieva e l'appendeva ovunque gli capitasse. La si vedevadondolare da una cavigliagettata in cima a

un verricelloappesa addirittura alla maniglia delle porte altrui. Non eralui l'armatore? Ma il posto preferito era un

gancio di uno dei candelieri di legno della tenda sul ponte di comandoquasicontro la chiesuola. I primi tempi aveva

persino litigato più di una volta per via di quella giacca col capitanoWhalleyche voleva che la plancia fosse tenuta in

ordine. Allora era terrorizzato. Ultimamenteperòera riuscito a sfidareil suo socio impunemente. Il capitano Whalley

sembrava non notare mai nulla. Quanto ai malesicon la paura che avevano diquell'uomo rabbiosonon uno della

ciurma si sarebbe sognato di posare la mano su quella cosaovunque sitrovasse o qualsiasi fosse la cosa a cui era

appesa.

Con una imprevedibilità che lo fece saltare e lasciar cadere la giacca aisuoi piedidalla cabina accanto vennero

il fracasso e il tonfo di uno che cada lungo distesofacendo tintinnare esbatacchiando quello che ha vicino. Il fedele

Jack doveva essere piombato improvvisamente nel sonno mentre sedeva a farbaldoriae doveva essersi ribaltato con

sedia e tuttorompendodal rumoreogni singolo bicchiere e bottiglia chesi trovavano lì. Dopo il terribile fracasso tutto

tacque per un po' lì dentrocome se quello si fosse accoppato sul colpo. Ilsignor Massy restò col fiato sospeso.

Finalmenteun sospiro che era quasi un grugnitocarico di sonno e dimalessere fu esalato lentamente dall'altra parte

della paratia.

«C'è da far gli scongiuri che sia troppo ubriaco per svegliarsi adesso»mormorò il signor Massy.

Il suono di una risatina sommessadi chi la sa lungalo portò quasi alladisperazione. Imprecò con violenza

sottovoce. Adesso quello scemo l'avrebbe tenuto sveglio tutta la nottedisicuro. Maledì la propria sorte. Voleva

dimenticare per un po' nel sonno tutti quei guai che lo facevano impazzire.Non riuscì a distinguere alcun movimento.

Senza apparentemente fare il minimo tentativo di alzarsiJack continuava aridacchiare fra sé dove si trovava; poi iniziò

a parlareproprio da dove si era interrottoper così dire:

«Massy! Gli voglio bene a quella canaglia. Vorrebbe vedere il suo poverovecchio Jack crepare di famema

guarda un po' dov'è arrivato lui...». Aveva il singhiozzo... su un tonodisinvolto e superiore... «Fa l'armatore alla pari dei

migliori. Un biglietto della lotteria ti serve. Ah! Ah! Te li do io ibiglietti della lotteriacaro mio. Far affondare la

vecchia nave e crepar di fame il vecchio compagno - magnifico. Non fa unabrutta fine lui - Massy. Lui no. È un genio -

quell'uomo. È così che si fanno i soldi. Nave e compagno devonoandarsene».

«Quello stupido vecchio scemo se l'è presa a cuore»mormorò Massy frasé. Etendendo l'orecchio con

un'espressione addolcita sulla facciain attesa del minimo segno di untorpore ritrovatorimase profondamente

scoraggiato da uno scoppio di risa pieno di gioconda ironia.

«Piacerebbe vederla in fondo al mare! Ahche demonio astutoastuto! Vuoiche affondieh? Lo credo che

vorrestivecchio mio; questa vecchia dannata e tutti i tuoi guai con lei. Tirastrelli i soldi dell'assicurazione - volti le

spalle al tuo vecchio compagno - benissimo - signore come prima».

Sulla faccia di Massy era sopravvenuta una torva immobilità. Solo i suoigrossi occhi neri roteavano

sconfortati. Quello stupido delirante. Ed era tutto vero. Anche i bigliettidella lotteria. Tutto vero. Cosa? Ricominciava?

Oh no!...

Ma era proprio così. Il fantasioso ubriaco dall'altra parte della paratia siliberò della quiete mortale che dopo le

sue ultime parole era caduta sulla nave buia ormeggiata a una rivasilenziosa.

«Non azzardatevi a dir niente contro l'Egregio Signore George Massy. Quandosarà stanco di aspettaresi

sbarazzerà di lei. Sta a vedere! A fondo se ne val'amico e tutto. Sapràlui come...».

La voce esitòsfinitatrasognatasmarritacome spegnendosi in un vastospazio aperto.

«...Trovare un trucco che funzioni. Capacissimo - niente paura...».

Doveva essere molto ubriacoperché infine un sonno di piombo lo afferròcon la repentinità di un magico

incantesimoe l'ultima parola si prolungò in un russare inspiratorumorosointerminabile. E poi anche il russare cessò

e tutto tacque.

Ma sembrava quasi che il signor Massy fosse giunto improvvisamente a dubitaredell'efficacia del sonno come

rimedio agli affanni degli uomini; o forse aveva trovato il sollievo checercava nella quiete di una serena

contemplazione che può contenere i vividi pensieri della ricchezzadi uncolpo di fortunadi lunghi ozie può portare

davanti a voi la forma immaginata di ogni desiderio; perchégiratosi eallungate le braccia sopra il bordo della cuccetta

rimase lìcon i piedi sulla sua vecchia giacca preferitaa guardar fuoriattraverso l'oblò rotondo la notte stesa sul fiume.

Ogni tanto entrava un soffio di vento a toccarlo sul visoun soffio freddocarico della sensazione di umido e di fresco di

una vasta massa d'acqua. Un lucore qua e là era tutto quel che potevavedere; e poteva anche essersi appisolato dopo

tuttopoiché davanti agli occhiinaspettata e non collegata a nessunsognogli apparve una fila di cifre fiammeggianti e

gigantesche - tre zero sette uno due - che formavano un numero come quello diun biglietto della lotteria. E poi tutt'a un

tratto l'oblò non era più nero: era grigio perlae incorniciava una rivaaffollata di casetetto di paglia dietro tetto di

pagliamuri di stuoie e bambùfrontoni di legno di teak intagliato. Filedi abitazioni erette su una foresta di palafitte

fiancheggiavano l'argine color d'acciaio del fiumecolmo e silenziosoinmarea stanca. Questa era Batu Beru - e si era

fatto giorno.Il signor Massy si scosseindossò la giacca di tweederabbrividendo nervosamente come per un grande

spaventoprese nota del numero. Un cenno fortunatoraroquello. Sìmaper inseguire la fortuna ci volevano soldi - in

contanti.

Allora uscì e si preparò a scendere nella sala macchine. C'erano moltilavoretti da faree Jack giaceva ubriaco

fradicio sul pavimento della sua cabinae per giunta con la porta chiusa achiave. Al pensiero del lavoro gli si rivoltò lo

stomaco. Sì! Ma se non si vuol far nulla bisogna prima procurarsi un bel po'di danaro. Una nave non ti salva. Vero

tutto vero. Era stanco di aspettare l'occasione che l'avrebbe liberato almenodi quella nave che era risultata una

maledizione nella sua vita.

XIV

L'urlo profondointerminabile del fischio a vapore avevanella sua notagrave e vibrantequalcosa di

intollerabile che mandò un leggero brivido giù per la schiena del signorVan Wyk. Era primo pomeriggio e il Sofala

salpava da Batu Beru per Pangulo scalo successivo. Si girò nella correntein mezzo a una modesta scorta di canoee

scivolando sul fiume ampioben presto scomparve dalla vista del bungalow delsignor Van Wyk.

Questa volta il suo proprietario non era andato a vederlo partire. Di solitoscendeva al moloscambiava qualche

parola con il ponte di comando mentre scioglievano gli ormeggie all'ultimomomento salutava con la mano il capitano

Whalley. Quel giornonon si spinse neanche fino alla balaustra dellaveranda. «Anche se ci andassi non mi vedrebbe»

disse fra sé. «Chissà se riesce a distinguere la casa». E questo pensierolo fece sentire molto più solo di quanto si fosse

mai sentito in tutti quegli anni. Quanti erano? Sei o sette? Sette. Tanti.

Restò seduto sulla veranda con un libro chiuso sulle ginocchia eper cosìdiregettò uno sguardo sulla sua

solitudinecome se il fatto della cecità del capitano Whalley gli avesseaperto gli occhi sulla propria. C'erano molte

specie di crepacuore e di malannie non esisteva un luogo in cui nonpotessero scovare un uomo. E si vergognòquasi

cheda sei annisi stesse comportando come un bambino capriccioso.

Il suo pensiero seguiva il Sofala sulla sua rotta. Lì per lìavevaagito d'impulsovolgendosi alla cosa più

urgente. E cos'altro avrebbe potuto fare? In un secondo momento ci avrebbepensato. Sembrava necessario ricomparire

nel mondoalmeno per un po' di tempo. Denaro ne aveva - una soluzione sipoteva trovare; non avrebbe lesinato sul

temponé si sarebbe lamentato per il fastidio o per la perdita della suasolitudine. Adesso gli pesava - e rivide il

capitano Whalley seduto a schermarsi gli occhicome sedisilluso nellafiducia della propria fedefosse al di là di tutto

il bene e il male che può essere fatto dalle mani degli uomini.

I pensieri del signor Van Wyk seguivano il Sofala giù per il fiumeche avanzava serpeggiando attraverso la

cintura della foresta costieratra i fusti inarcati dei grandi alberiinmezzo alla striscia delle mangroviee sopra la barra.

La nave l'attraversò agevolmente in piena luce del giornopilotataprecisamentedal signor Sterneche prese la guardia

dalle quattro alle seie poi scese sottocoperta a congratularsi con sestesso per la gioia della prospettiva di essere

virtualmente al servizio di un uomo ricco - come il signor Van Wyk. Nonvedeva ostacoli che si potessero frapporre

adesso. Sembrava non riuscisse ancora a capacitarsi di essere «finalmentesistemato». Dalle sei alle ottonel turno di

servizioil serang rimase da solo a badare alla nave che avevadavanti una rotta sgombra fino a circa le tre del mattino

quando si sarebbe avvicinata all'arcipelago di Pangu. Alle ottoriapparve ilsignor Sternedi ottimo umorea riprendere

il comando fino a mezzanotte. Alle dieci stava ancora cinguettando ecanticchiando tutto solo sul ponte di comandoe

circa a quell'ora il pensiero del signor Van Wyk abbandonò il Sofala.Il signor Van Wyk si era finalmente

addormentato.

Massyche bloccava la scaletta della sala macchinesi contorse perinfilarsi astiosamente la giacca di tweed

mentre il secondo macchinista aspettava con lo sguardo torvo.

«Ah. Sei venuto fuori! Razza di ubriacone! Allora cos'hai da dire a tuadiscolpa?».

Si era occupato delle macchine fino a quel momento. Un furore cieco gliottenebrava la mente: una rabbia

feroce contro la navecontro le circostanze della vitacontro gli uominiper via dei loro imbroglianche contro se

stessoa causa di un intimo tremore del suo cuore.

Gli rispose un grugnito inintellegibile.

«Cosa? Adesso non riesci neanche ad aprire la bocca? Quando sei sbronzo letue infernali stupidaggini le urli a

voce abbastanza alta. Come ti permetti di insultare la gente a questo modo?Pezzo di inutile ubriacone!».

«Cosa ci posso fare? Non mi ricordo niente. Non sei obbligato adascoltare!».

«Come osi dirmi una cosa simile! Cosa credi di fare sbronzandoti in questomodo?».

«Non chiedermelo. Sono schifato di quelle maledette caldaielo sarestianche tu. Schifato della Vita».

«Peccato che tu non sia mortoallora. Io sono schifato di te. Così non tiricordi il fracasso che hai fatto la notte

scorsaeh? Miserabile vecchia spugna!».

«Nonon mi ricordo. E non voglio neanche. Bere è bere».

«Non so cosa mi trattiene dal buttarti fuori a calci. Si può sapere checosa vieni a fare qua?».

«A darti il cambio. Ci sei stato anche troppo lì sottoGeorge».

«Niente George con me - vecchio furfante d'un avvinazzato! Se io morissidomani tu creperesti di fame.

Ricordatelo. Chiamami signor Massy».«Signor Massy»ripeté l'altroimperturbabile.

Arruffatogli occhi attonitiiniettati di sangueuna camicia fuligginosa eintabaccatapantaloni sporchi di

grassopiedi nudi infilati in pantofole sbrindellatesi scagliò dentro atesta bassa non appena Massy gli lasciò libera la

strada.

Il capo macchinista si guardò intorno. Il ponte era vuoto fino alcoronamento. Questa volta tutti i passeggeri

indigeni erano scesi a Batu Berue non ne erano saliti altri. Il quadrantedel solcometro a elica tintinnava

periodicamente nel buio in fondo alla nave. C'era calma piatta esotto ilcielo rannuvolatoattraverso l'aria immota che

sembrava aderire caldacon un odore di algheallo scafo snellosu un maregrigio cupo senza una rugala nave

avanzava con eguale pescaggio a poppa e a pruacome se fluttuasse sospesanello spazio vuoto. Ma il signor Massy si

batté la frontebarcollò un po' e si afferrò a una caviglia al piededell'albero.

«Diventerò pazzo»mormoròattraversando il ponte con passo malfermo.Giù sotto una pala stava raspando

carbone sparso - una porta di ferro risuonò con fracasso. Sternesullaplanciainiziò a fischiettare un nuovo motivetto.

Il capitano Whalleyseduto sul divanosveglio e completamente vestitoudìla porta della sua cabina aprirsi.

Con un prodigioso sforzo di prudenza non fece il minimo movimentoaspettandodi riconoscere la voce.

Una lampada alla parete illuminava la tinteggiatura biancail vellutinocremisila vernice scura dei coperchi di

mogano. La cassa di legno biancosotto il lettoera rimasta chiusa da treannicome se il capitano Whalley avesse

sentito chevenduta la Bella Donzellaal mondo non ci poteva esserepiù un rifugio per i suoi affetti. Le mani posate

sulle ginocchiala bella testa con le folte sopracciglia presentava unprofilo rigido alla porta. La voce attesa infine parlò.

«Glielo chiedo ancora una volta. Come la devo chiamare?».

Ah! Massy. Di nuovo. La stanchezza di doverlo affrontare gli schiacciò ilcuoree il dolore della vergogna era

quasi più di quanto potesse sopportare senza emettere un grido.

«Alloraè ancora ''socio"?».

«Lei non sa cosa chiedere».

«So cosa voglio...».

Massy entrò e chiuse la porta.

«... E quindi faccio un ultimo tentativo con lei».

Il suo uggiolio era tra il suadente e il minaccioso.

«Perché è inutile che mi dica di essere povero. È vero che lei per sénon spende nulla; ma per questo c'è un

altro nome. Lei pensa di aver ottenuto ciò che vuole da me da tre anniperpoi liberarsi di me senza ascoltare cosa penso

di lei. Crede che mi sarei sottomesso alle sue arie se avessi saputo cheaveva solo quelle miserabili cinquecento sterline?

Avrebbe dovuto dirmelo».

«Può darsi»disse il capitano Whalleychinando la testa. «Eppurel'hanno salvata...»Massy rise sprezzante...

«E da allora gliel'ho detto abbastanza spesso».

«E io non le credo. Quando penso fino a qual punto le ho lasciato fare ilsignore sulla mia nave! Si ricorda

come mi maltrattava per la mia giacca e il suo ponte di comando? Leera d'intralcio. Il suo ponte di comando! ''E non

voglio associarmi a questo - e non potrei pensare di fare quello".L'uomo onesto! E adesso salta fuori tutto. ''Sono

poveroe non posso. Ho solo queste cinquecento sterline al mondo"».

Scrutava l'immobilità del capitano Whalleyche sembrava rappresentare unostacolo insormontabile sul suo

cammino. Il suo viso assunse un'espressione addolorata.

«Lei è un uomo duro».

«Basta così»disse il capitano Whalleyfronteggiandolo. «Lei nonotterrà niente da meperché ormai non ho

niente di mio da dare».

«Vada a raccontarlo a qualcun altro!».

Il signor Massyuscendosi voltò a guardare ancora una volta; poi la portasi chiuse e il capitano Whalley

solorimase seduto immobile come prima. Non aveva niente di suo - persino ilsuo passato di onoredi veritàdi

legittimo orgoglioaveva perso. Tutta la sua vita senza macchia eraprecipitata nell'abisso. Le aveva dato l'ultimo addio.

Ma ciò che apparteneva a leiquello intendeva salvarlo. Soltanto unpo' di denaro. Glielo avrebbe portato con le sue

mani: l'ultimo dono di un uomo che era durato troppo a lungo. E un immenso efurioso ardorela passione stessa della

paternitàlo infiammò con tutto il vigore inestinguibile della sua vitainutile nel desiderio di rivedere il volto di lei.

Proprio al lato opposto del ponteMassy era andato dritto in cabinaavevaacceso un lumecercato

accanitamente l'appunto del numero sognato le cui cifre l'avevano infiammatocon l'ardore di un'altra passione. Doveva

escogitare un modo per non perdere neanche un'estrazione. Quel numerosignificava qualcosa. Ma quale espediente

poteva escogitare per andare avanti?

«Tirchio maledetto!»bofonchiò.

Mentre il signor Sterne non avrebbe mai potuto dirgli nulla di nuovo sul suosocioMassy avrebbe potuto dire

al signor Sterne che si poteva fare un altro uso dell'infermità di un uomoinvece di cacciarlo viae quindi rimandare di

un anno la scadenza di un pagamento difficile. Tenere il segretodell'infermità e indurlo a rimanereera una mossa

migliore. Senza mezzisarebbe stato ansioso di restaree così si sistemavala questione di rifondergli la sua quota. Non

sapeva esattamente fino a che punto il capitano Whalley fosse invalidoma seaccadeva che una buona volta facesse

arenare la nave da qualche partenon sarebbe certo stata colpadell'armatoreno? Non era obbligato a sapere che c'era

qualcosa che non andava. Ma probabilmente nessuno avrebbe sollevato quelpunto e la nave era assicurata per tutto.

Aveva avuto sufficiente autocontrollo da pagare regolarmente i premi. Ma nonera tutto. Non poteva credere che ilcapitano Whalley fosse così dannatamentesprovveduto da non avere degli altri soldi messi via da qualche parte. Se lui

Massyriusciva a impossessarseneavrebbe pagato le caldaie con quellietutto sarebbe andato avanti come prima. E se

alla fine si perdeva la navetanto meglio. La odiava: detestava gli affanniche tenevano la sua mente lontana dai casi

della fortuna. Desiderava che finisse in fondo al maree i soldidell'assicurazione in tasca sua. E quandosconcertato

uscì dalla cabina del capitano Whalleycoinvolgeva nello stesso odio lanave con le caldaie logore e l'uomo con gli

occhi ottenebrati.

E la nostra condottain fin dei contidipende talmente dai suggerimentiesterni chese non fosse stato per le

ciance da ubriaco del suo Jackl'avrebbe fatta finita seduta stante conquell'uomo miserabileche non voleva né

collaborarené restaree nemmeno perdere la nave. Quel vecchioimbroglione! Moriva dalla voglia di buttarlo fuori. Ma

si tratteneva. Aveva tutto il tempo per farloquando sarebbe comodato a lui.Gli era germogliato un nuovo temibile

pensiero in testa. Non era forse in condizioni di metterlo in praticadopotutto? Come aveva vaneggiato quella bestia di

Jack! «Trovare un trucco sicuro per liberarsi della nave». BehJack non sisbagliava poi di tanto. Gli era venuto in

mente un trucco furbissimo. Sì! Ma i rischi?

Un senso di orgoglio - l'orgoglio della superiorità sui pregiudizi comuni -si insinuò nel suo petto e gli fece

battere rapidamente il cuoreseccare la bocca. Non tutti avrebbero osatomalui era Massye se lo poteva permettere!

Sul ponte suonarono sei rintocchi di campana. Le undici! Bevve un bicchierd'acquaeper calmarsisi sedette

per dieci minuti o poco più. Poi tirò fuori dalla sua cassa una piccolalanterna cieca di sua proprietà e l'accese.

Quasi di fronte alla sua cabinaattraverso lo stretto passaggio sotto ilponte di comandoc'eranella struttura di

ferro del ponte che copriva la parte superiore del locale caldaieunripostiglio con le pareti di ferroil soffitto di ferroil

pavimento anch'esso di lastre di ferroper via del calore sottostante.Qualsiasi genere di robaccia veniva cacciata lì: in

un angoloun mucchio di rottami di ferrofile di lattine d'olio vuote;sacchi di stracci di stoppa; una fucina di bordo con

un mucchio di frammenti di carboneuna vecchia stia da pollialcunecoperture da argani ridotte in cenci e resti di

fanali; un cappello di feltro marronesmesso da un uomo ormai morto (difebbre sulla costa del Brasile)che un tempo

era stato il secondo del Sofalaera rimasto a lungo schiacciatodietro un lungo tubo di rame scoppiatofatto volar fuori

chissà quando dalla sala macchine. Il buio totale e impenetrabile pervadevaquel cafarnao di cose dimenticate. Un

piccolo raggio di luce della lanterna cieca del signor Massy cadde obliquoproprio lì in mezzo.

La giacca era sbottonata; chiuse il chiavistello della porta (non c'eraun'altra apertura) eaccovacciato davanti

al mucchio di rottamicominciò a riempirsi le tasche di pezzi di ferro. Leriempiva con curacome se i dadi arrugginiti

i bulloni rottigli anelli delle catene da caricofosse stato tutto l'oroche in quell'unica occasione poteva portarsi via.

Riempì le tasche laterali finché furono gonfiela tasca sul pettoquelleinterne. Rigirava i pezzi fra le dita. Alcuni li

scartava. Una leggera nebbia di polvere di ruggine cominciò a sollevarsidalle sue mani indaffarate. Il signor Massy

aveva qualche nozione della base scientifica del suo trucco astuto. Se sivuole far deviare l'ago magnetico della bussola

di una naveil ferro dolce è il mezzo migliore; inoltre molti pezzi piccolinelle tasche di una giacca avranno un effetto

maggiore di pochi pezzi grandiperché dai frammenti si ottiene una maggiorequantità di superficie rispetto al peso del

ferroed è la superficie che conta.

Sgusciò fuori rapido - bastarono due grandi passi - e in cabina si accorseche le mani erano tutte rosserosse di

ruggine. Ne rimase turbatocome se le avesse trovate sporche di sangue. Siesaminò tuttovelocemente. Comeanche i

pantaloni! Si era strofinato le palme piene di ruggine sulle gambe.

Nella fretta strappò il bottone della cinturaspazzolò la giaccasi lavòle mani. Allora gli passò quell'aria

colpevolee si sedette ad aspettare.

Sedeva dritto come un fuso sulla sua poltronaappesantito dal ferro. Controogni fianco aveva un duro

protuberante rigonfiamentoe a ogni respiro sentiva il ferro frammentatonelle tasche sfregargli le costolela forza

trainante verso il basso di tutto quel peso poggiargli sulle spalle. Sembravaanche molto smortoseduto lì a far nientee

la sua faccia giallacoi neri occhi immobiliaveva qualcosa di passivo e ditriste nella sua quiete.

Quando udì battere otto rintocchi della campana sopra la testasi alzò esi preparò a uscire. I suoi movimenti

sembravano senza scopoil labbro inferiore gli era un po' cascatogli occhivagavano per la stanzae la tremenda

tensione della sua volontà li aveva derubati di ogni vestigio diintelligenza.

All'ultimo rintocco della campanasenza far rumoresul ponte di comandoapparve il serang per dare il cambio

al secondo. Sterne traboccava di buoni sentimenti da quando non aveva piùnulla da desiderare.

«Hai gli occhi già ben apertiserang? È discretamente buio.Aspetterò che ti si sia abituata la vista».

Il vecchio malese mormoròsollevò gli occhi stanchisi allontanò disbieco fino alla luce della chiesuola e

giunte le mani dietro la schienapuntò lo sguardo sulla rosa dei venti.

«Verso le tre e mezzo bisogna raddoppiare la vigilanza a pruaper avvistarela terra. È abbastanza chiaro

comunque. Hai fatto un salto dal capitano venendo quivero? Sa che ore sono?Benealloraio ho finito».

Ai piedi della scaletta si fece di lato per il capitano. Lo osservò salirecon passo regolaresicuroe rimase un

momento sovrappensiero. «È strano»disse fra sé«ma non si riesce maia capire se ti ha visto o no. Questa volta

potrebbe avermi sentito respirare».

Era un uomo straordinariotutto sommato. Si diceva che ai suoi tempi fossestato famoso. Il signor Sterne non

stentava a crederlo; e serenamente concluse che il capitano Whalley dovevaessere più o meno in grado di vedere le

persone - come luiproprio un momento faper esempio - manon essendosicuro di nessunoper paura di tradirsi

doveva mantenere il silenzio come se non avesse notato nulla. Il signorSterne era uno che ci azzecca.Questa continua necessità rinnovava nel cuore delcapitano Whalley l'umiliazione della propria falsità. Se ne

era lasciato trasportare per amore paternoper incredulitàper fiduciaillimitata in una giustizia divina resa su questa

terra ai sentimenti degli uomini. Avrebbe dato alla sua povera Ivy ilbeneficio del lavoro di un altro mese; forse

l'acciacco era solo temporaneo. Di sicuro Dio non avrebbe privato la suacreatura del suo potere di aiutaree non

l'avrebbe gettato nudo in una notte senza fine. Si era aggrappato a tutte lesperanze; e quando la realtà della sua sciagura

era diventata più forte della speranzaaveva cercato di non credereall'evidenza.

Invano. Nell'universo che si oscurava ininterrottamente cadde sulle sue ideeuna sinistra chiarezza. Nei

momenti illuminanti della sofferenza vedeva la vitagli uominitutte lecosel'intera terra con tutto il peso della natura

creatacome non le aveva mai viste prima.

Qualche volta era preso da un'improvvisa vertigine e sopraffatto dal terrore;e allora gli appariva l'immagine di

sua figlia. Neanche lei aveva mai visto così chiaramente prima. Possibileche fosse per sempre incapace di fare qualcosa

per lei? Nulla. E non rivederla più? Mai più.

Ma perché? La punizione era troppo grande per un po' di presunzioneper unpo' d'orgoglio. E alla fine era

giunto ad avvinghiarsi alla sua impostura con la feroce determinazione dicondurla fino alla fineper preservare intatto

il denaro di Ivye guardarla ancora una volta con i suoi occhi. E dopo? Cosasarebbe accaduto? L'idea del suicidio era

rivoltante per il vigore della sua virilità. Aveva pregato perché venissela mortefinché le preghiere gli si erano fermate

in gola. Non c'era stato giorno della sua vita che non avesse pregatoper ilpane quotidianoper non essere indotto in

tentazionecon un'infantile umiltà di spirito. Le parole non avevano senso?Da dove veniva il dono della parola? Il

violento battito del cuore gli pulsava nella testa - sembrava fargli a pezziil cervello.

Si sedette pesantemente nella poltrona di vimini per fare la sua fintaguardia. La notte era buia. Tutte le notti

erano buie ormai.

«Serang»disse a mezza voce.

«Adatuan. Sono qui».

«Ci sono nuvole nel cielo?».

«Ci sonotuan».

«Governala diritto. A nord».

«Sta andando a nordtuan».

Il serang fece un passo indietro. Il capitano Whalley riconobbe ipassi di Massy sul ponte di comando.

Il macchinista camminò verso sinistra e ritornòpassando dietro lapoltrona parecchie volte. Il capitano

Whalley individuò un insolito carattere come di attenzione prudente nel suoaggirarsi furtivo. La vicinanza di

quell'uomo portava sempre con sé una recrudescenza di sofferenza morale peril capitano Whalley. Non era rimorso.

Dopo tuttonon aveva fatto che del bene a quel povero diavolo. C'era ancheun senso di pericolola necessità di

sorvegliarsi maggiormente.

Massy si fermò e disse:

«Così lei si ostina a dire che se ne deve andare?».

«Devo andarmene davvero».

«E non potrebbe almeno lasciare i soldi per un certo numero di anni?».

«Impossibile».

«Non si fida di affidarmeli senza di leivero?».

Il capitano Whalley rimase in silenzio. Massy sospirò profondamente sopra loschienale della poltrona.

«Servirebbe a salvarmi»disse con voce tremula.

«L'ho salvata già una volta».

Il capo macchinista si tolse la giacca con movimenti cautie si mise acercare a tastoni il gancio di ottone

avvitato nel candeliere di legno. Per questo scopo si piazzò proprio davantialla chiesuolanascondendo così

completamente il quadrante della bussola al secondo capo timoniere allaruota. «Tuan!»mormorò piano il marinaio

indigenointendendo far capire al bianco che così non riusciva a governare.

Il signor Massy aveva raggiunto il suo scopo. La giacca era appesa al chiodoa meno di venti centimetri dalla

chiesuola. E non appena si spostò di latoil secondo capo timoniereunmalese di Sumatradi mezza etàbutterato dal

vaioloscuro quasi come un negronotò con stupore che in quel breve lassodi tempocon quell'acqua placidasenza un

filo di ventola nave si era allontanata di molto dalla sua rotta. Nonl'aveva mai vista scartare così prima. Con un

leggero grugnito di stupore girò rapidamente la ruota per riportare la pruaa nordche era la rotta. Lo stridore dei

frenellii mormorii di rimprovero del serangche era venuto altimoneprodussero un leggero movimentoche attrasse

l'attenzione ansiosa del capitano Whalley. «Sta più attento»disse. Poitutto tornò alla solita quiete sulla plancia. Il

signor Massy era scomparso.

Ma il ferro nelle tasche della giacca aveva fatto il suo lavoro; e il Sofalache si dirigeva al nord della bussola

resa non veritiera da questo semplice espedientenon stava più seguendo unarotta sicura per la baia di Pangu.

Il sibilo dell'acqua che fendeva la sua pruail battito delle sue macchinetutti i suoni della sua vita leale e

laboriosaproseguivano ininterrotti nella grande calma del mare che da tuttele parti si univa all'immoto lenzuolo di

nuvole steso sul cielo. Una quiete delicata vasta come il mondo sembravavegliare sul suo camminoavvolgendola

amorevolmente in una suprema carezza. Il signor Massy pensò che non cipoteva essere notte migliore per un naufragio

combinato.Andare ad arenarsi su uno degli scogli a est di Pangu - aspettarela luce del giorno - falla nel fondo - scialuppe

in mare - baia di Pangu la sera stessa. Ecco tuttopiù o meno. Non appenala nave avesse toccato si sarebbe precipitato

sul ponteavrebbe afferrato la giacca (al buio non se ne sarebbe accortonessuno)e l'avrebbe rivoltata e scossa fuori

bordoo anche fatta volare in mare. Dettagli. Chi avrebbe potuto sospettare?La giacca vista appesa a quel gancio

centinaia di volte. Ciononostantequando si sedette sull'ultimo gradino inbasso della scaletta del ponte di comandole

ginocchia battevano una contro l'altra. La fase dell'attesa era la cosapeggiore. C'erano dei momenti in cui ansimava

velocecome se avesse corsoe poi faceva ampi respirigonfiandosidell'intima sensazione di aver dominato il destino.

Ogni tanto sentiva lo stropiccio dei piedi nudi del serang lassù;delle voci bassetranquillesi scambiavano qualche

parolae quasi subito ritornava il silenzio...

«Avvertimi appena vedi la terraserang».

«Sìtuan. Non ancora».

«Nonon ancora»confermava il capitano Whalley.

La nave era stata la migliore amica del suo declino. Tutto il denaro cheaveva fatto con e sul Sofala l'aveva

mandato a sua figlia. Il pensiero indugiò su quel nome. Quante volte lui esua moglie avevano parlato sulla culla della

bambina nella grande cabina di poppa del Condor; sarebbe cresciutasisarebbe sposatali avrebbe amatiavrebbero

vissuto vicino a lei e avrebbero guardato la sua felicità - sarebbecontinuato all'infinito. Behsua moglie era mortaalla

bambina aveva dato tutto quel che aveva da dare; desiderava andarle vicinovederlacontemplare il suo volto ancora

una voltavivere nel suono della sua voceche avrebbe potuto renderesopportabile la tenebra da tomba pronta per lui

che era vivo. Da troppo tempo era affamato d'amore. Si immaginava latenerezza di lei.

Il serang da un po' scrutava a proraviae ogni tanto volgeva losguardo alla poltrona. Andava avanti e indietro

agitatoe improvvisamente esclamòvicino al capitano Whalley:

«Tuanvedi la terra da qualche parte?».

La voce allarmata fece alzare subito in piedi il capitano Whalley. Lui!Vedere! E a quella domandala

maledizione della sua cecità sembrò rovinargli addosso con forzacentuplicata.

«Che ore sono?»chiese.

«Le tre e mezzotuan».

«Siamo vicini. Devi vedere. Guardati dico. Guarda».

Il signor Massysvegliato all'improvviso suono delle voci da un breve pisolosul gradino più bassosi chiese

cosa ci faceva lì. Ah! Lo colse un giramento di testa. Una cosa è gettareil seme di un incidenteun'altra è vedere il

frutto mostruoso che ti pende sulla testa ed è sul punto di cadere nel suonodi una voce agitata. «Pericolo non ce n'è»

borbottò fra sé con la bocca impastata.

L'orrore dell'incertezza aveva afferrato il capitano Whalleyla miseriadella sfiducia negli uomininelle cose -

nella terra stessa. Aveva governato su quella stessa rotta trentasei voltecon quella stessa bussola: se c'era qualche

certezza a questo mondo era l'esattezza assolutainfallibile di quellabussola. Allora cos'era accaduto? Il serang

mentiva? Perché mentire? Perché? Stava diventando cieco anche lui?

«C'è nebbia? Guarda giù sull'acqua. Giù sottoho detto».

«Tuannon c'è nebbia. Lo vedi anche tu».

Il capitano Whalley represse il tremito delle sue membra con uno sforzo.Doveva fermare subito le macchine e

tradirsi? Una folata di irrisolutezza convogliava ogni specie di ideebizzarre nella sua mente. Era arrivato l'inusuale e lui

non era in grado di affrontarlo. In quel momento di angoscia inesprimibilevide il volto di lei - il volto di una giovinetta

- con la forza sorprendente dell'illusione. Nonon doveva tradirsi dopoessersi spinto così lontano per amor suo. «Hai

seguito la rotta? L'hai fatto? Dì la verità».

«Sìtuan. È sulla rotta adesso. Guarda».

Il capitano Whalley si avvicinò a grandi passi alla chiesuolache per luiera una indistinta macchia di luce in

un'infinità di ombre senza forma. Abbassando la faccia quasi sopra il vetroera riuscito in precedenza...

Dovendo chinarsi così in bassosteseistintivamenteil braccio verso dovesapeva che c'era un candeliere a cui

tenersi per stare in equilibrio. La mano gli si chiuse su qualcosa che nonera legno ma stoffa. Il leggero strappo aggiunto

al peso ruppe il gancioecadendo a terrala giacca del signor Massycolpì pesantemente il tavolato con un tonfo sordo

accompagnato da molti clicchettii.

«Cos'è?».

Il capitano Whalley cadde in ginocchiocon le mani brancolanti stese in uninequivocabile gesto da cieco.

Tremavano quelle maniin cerca della verità. La trovò. Ferro vicino allabussola. Rotta sbagliata. Naufragarla! La sua

nave. Ohno. Questo no.

«Corri a fermarla!»ruggì con una voce che non era la sua.

Corse lui stessole mani in avanti come un ciecoe mentre su tutta la naveecheggiava ancora il clangore del

gongil Sofala sembrò cozzare a tutta forza contro il fianco di unamontagna.

C'era bassa marea lungo il lato settentrionale dello stretto. Il signor Massynon ne aveva tenuto conto. Invece di

incagliarsi per metà della sua lunghezzail Sofala cozzò in pienocontro il bordo scosceso di uno scoglio roccioso che

con l'alta marea sarebbe stato sott'acqua. Il che rese l'impattoassolutamente tremendo. Tutti quelli che erano in piedi

sulla nave vennero gettati a terra lunghi distesi; l'attrezzatura scossacigolò fino alle gallette. Si spensero tutte le luci;

alcune catene dei ventispezzandosi di colpoandarono a sbattere con unoschiocco contro il fumaiolo; mentre alcuni

cavi di metallo si rompevano sibilando; vi furono scricchiolii e scoppifragorosi; il fanale dell'albero maestro volò oltrela pruae tutte le porteche davano sul ponte cominciarono a sbattere rumorosamente. Poidopo l'urtolanave rimbalzò

ecome un arieteurtò una seconda volta nello stesso identico punto. Ciòcompletò la distruzione: il fumaiolopartiti

tutti i suoi ventiprecipitò con il sordo fragore di un tuonoriducendo inbriciole la ruota del timoneschiacciando

l'intelaiatura delle tendespezzando gli stipetticoprendo il ponte dicomando di una massa di pezzi di legno in

frantumi. Il capitano Whalley si tirò su e si trovò immerso fino alginocchio nello sfacelolacerosanguinante

riconoscendo la natura del pericolo che aveva scampato principalmente dalsuonoe fra le braccia teneva la giacca del

signor Massy.

Nel frattempo Sterne (era stato scaraventato fuori della cuccetta) avevafatto fare macchina indietro. L'elica

dette alcuni giripoi una voce sbraitò: «Esci da quella maledetta salamacchineJack!»e le macchine si fermarono; ma

la nave si era liberata dallo scoglio e giaceva immobilesotto una densanuvola di vapore che usciva dai tubi rotti del

pontee svaniva in vaghe volute dentro la notte. Nonostante la repentinitàdel disastro non ci furono urlicome se la

violenza stessa dell'urto avesse semistordito il manipolo d'ombre di uominiche si muovevano qua e là per i ponti. La

voce del serang si alzò distinta sui confusi mormorii:

«Non c'è fondo». Aveva misurato con lo scandaglio.

Fu poi il signor Sterne a gridare con timbro acuto:

«Dove diavolo è andata a sbattere? Dove siamo?».

Il capitano Whalley rispose con una voce calma da basso:

«Fra gli scogli a levante».

«Lo sa per certosignore? Allora non ne uscirà più».

«Fra cinque minuti affonderà. Alle scialuppeSterne. Anche una sola visalverà tutti con questa bonaccia».

I fuochisti cinesi assalirono in furia disordinata le imbarcazioni disinistra. Nessuno cercò di trattenerli. I

malesidopo un momento di confusionesi misero tranquillie il signorSterne tenne un buon contegno. Il capitano

Whalley non si era mosso. I suoi pensieri erano più neri della nottediquella notte in cui aveva perso la sua prima nave.

«Mi ha fatto perdere una nave».

Un'altra figura alta ritta di fronte a lui fra i rottami dell'urto sul pontedi comando sussurrò follemente:

«Non dica niente di questo».

Massy si fece più vicino barcollando. Il capitano Whalley udì il batteredei suoi denti.

«Ho la giacca».

«La butti di sotto e venga via»incalzò la voce balbettante. «Inb-b-b-b-barca!».

«Le daranno cinque anni per questo».

Il signor Massy aveva perso la voce. Le sue parole non erano più che unsecco fruscio nella sua gola.

«Abbia pietà!».

«Lei ne ha avuta quando mi ha fatto perdere la mia nave? Signor Massydevono darle cinque anni per

questo!».

«Avevo bisogno di soldi! Di soldi! Soldi miei! Le darò dei soldi. Ne prendala metà. Anche lei ama i soldi».

«C'è una giustizia...».

Massy fece un terribile sforzoe con una voce stranasemisoffocata:

«Cieco maledetto! È lei che mi ha spinto a questo».

Il capitano Whalleystringendosi la giacca sul pettonon mandò un suono.La luce era scemata per sempre dal

mondo - che se ne andasse pure tutto. Ma quest'uomo non doveva farla franca.

La voce di Sterne ordinò:

«Ammaina!».

I bozzelli cigolarono.

«Andiamo dunque»gridò«abbandonate la nave. Da questa parte. TuJackqui. Signor Massy! Signor Massy!

Capitano! Prestosignore. Imbarchiamoci...».

«Io andrò in prigione per aver tentato di imbrogliare l'assicurazionemalei sarà smascherato; leil'uomo

onestoche mi ha imbrogliato. Lei è poverovero? Non ha che le cinquecentosterline. Behadesso non ha più niente.

La nave è perdutae l'assicurazione non pagherà».

Il capitano Whalley non si mosse. Vero! I soldi di Ivy. Perduti nelnaufragio. Di nuovo ebbe un lampo di

lucidità. Era davvero giunto al limite estremo delle proprie risorse.

Sottobordo delle voci incalzanti gridarono insieme. Massy sembrava incapacedi strapparsi dal ponte di

comando. Balbettava e sibilava disperatamente:

«Me la renda! Me la renda!».

«No»disse il capitano Whalley. «Non gliela posso rendere. Farebbe meglioad andarsene. Non aspettise ci

tiene a vivere. Sta affondando rapidamente da prua. No: la terrò iomaresterò a bordo».

Massy sembrò non capire; ma l'amore per la vitaimprovvisamente ridestatolo portò via dal ponte di

comando.

Il capitano Whalley mise giù la giacca einciampando fra i mucchi dirottamiarrivò alla murata.

«È con voi il signor Massy?»urlò dentro alla notte.

Dalla scialuppa Sterne gridò:

«Sìè qui. Vengasignore. È una follia restare più a lungo».Ilcapitano Whalley tastò con cura lungo la battagliola esenza dire una parolasciolse la cima della scialuppa.

Giù lo aspettavano in silenzio. Aspettavanofinché una voceimprovvisamente esclamò:

«Andiamo alla deriva! Remate!».

«Capitano Whalley! Salti!... fermatevi un momento... salti! Sa nuotare».

In quel vecchio cuorein quel corpo vigorosoc'erain modo che nonmancasse nullaun orrore della morte che

neanche l'orrore della cecità sembrava potesse vincere. Ma dopo tuttoeraarrivato a quel punto per Ivycamminando

nella sua tenebra fin sull'orlo di un crimine. Dio non aveva ascoltato le suepreghiere. La luce aveva finito di ritirarsi dal

mondo; non un barlume. Era un oscuro deserto; ma era sconveniente che unWhalleyche era andato tanto lontano per

raggiungere i suoi finicontinuasse a vivere. Doveva pagare il prezzo.

«Salti più lontano che puòsignore; la tireremo su».

Non lo sentirono rispondere. Ma le loro grida sembrarono ricordargliqualcosa. Tornò indietro a tentonia

cercare la giacca del signor Massy. Certo che sapeva nuotare; capita talvoltache la gente risucchiata nel vortice di una

nave che affondarisalga alla superficieed era sconveniente che unWhalleyche aveva preso la decisione di morire

fosse ingannato dalla sorte e costretto a dibattersi. Si sarebbe messo tuttiquei pezzi di ferro nelle tasche.

Quelli che guardavano dalla scialuppavidero il Sofalamassa nera suun mare neroimmobilepaurosamente

inclinato. Non ne veniva alcun suono. Poicon un gran rumore bizzarro erimescolatocome se le caldaie avessero

sfondato le paratiee con una debole detonazione soffocatalà dove c'erastata la nave apparve per un istante qualcosa

che si ergeva ritto e strettocome una roccia uscita dal mare. Poi scomparveanche quella.

Quando il Sofala non riapparve a Batu Beru alla data previstailsignor Van Wyk capì immediatamente che

non l'avrebbe più visto. Ma venne a sapere cos'era accaduto solo alcunesettimane più tardiquandoin un'imbarcazione

indigena prestatagli dal suo sultanoraggiunse il porto di immatricolazionedel Sofaladove l'esistenza stessa della nave

e l'inchiesta ufficiale sulla sua perdita cominciavano a essere dimenticate.

Non era stato un caso molto notevole o interessantefatta eccezione delfatto che il capitano era andato a fondo

con la sua nave. Era l'unica vita persa; e il signor Van Wyk non sarebbevenuto a sapere neanche un particolare non

fosse stato per Sterneche un giorno incontrò sul molo vicino al pontesopra il fiumicelloquasi nello stesso punto in cui

il capitano Whalleyper conservare intatte le cinquecento sterline di suafigliaaveva svoltato per andare a prendere un

sampan e farsi portare a bordo del Sofala.

Da lontano il signor Van Wyk vide Sterne che sbatteva le palpebre drittoverso di lui e si portava la mano al

berretto. Si misero all'ombra di un edificio (era una banca) e il secondo gliraccontò che le scialuppe con l'equipaggio

erano arrivate alla baia di Pangu circa sei ore dopo l'incidentee di comeavessero vissuto per due settimane in uno stato

di indigenza prima di trovare un'occasione di andarsene da quel postobestiale. L'inchiesta aveva scagionato tutti da

qualsiasi colpa. La perdita della nave era stata imputata a un'insolitadeviazione della corrente. In veritànon avrebbe

potuto trattarsi di nient'altro: non c'era altro modo per spiegarsi perchéla nave si fosse trovata sette miglia a est della

sua rotta durante il quarto di mezzanotte.

«Una bella sfortuna per mesignore».

Sterne si passò la lingua sulle labbra e lanciò uno sguardo di lato. «Hoperso il privilegio di essere impiegato da

leisignore. Non me ne rammaricherò mai abbastanza. Ma la vita è così:veleno per unomiele per un altro. A Massy

non sarebbe andata così bene neanche se avesse combinato lui stesso ilnaufragio. È la perdita più tempestiva che abbia

mai sentito».

«Cosa ne è stato di quel Massy?»chiese il signor Van Wyk.

«Luisignore? Ah! Ah! Continuava a dirmi che avrebbe comprato un'altranave; ma appena intascati i soldise

l'è filata a Manila col primo postale del mattino. L'ho inseguito fino abordoe allora mi ha detto che andava a far

fortuna a Manila a colpo sicuro. Potevo anche andare al diavolo per quel chegliene importava. Eppure mi aveva quasi

promesso di darmi il comandose non parlavo troppo».

«Lei non ha mai detto niente...»iniziò il signor Van Wyk.

«Io nosignore. Perché avrei dovuto? Io voglio andare avantima i mortinon sono sulla mia strada»disse

Sterne. Le palpebre che sbattevano rapidamentesi abbassarono un istante.«Inoltresignoresarebbe stato un affare

imbarazzante. Lei mi ha fatto tener a freno la lingua appena un po' troppo alungo».

«Ma com'è avvenuto che il capitano Whalley sia restato a bordo? Si èdavvero rifiutato di abbandonare la

nave? Parli dunque! O forse è stata una disgrazia...?».

«Niente affatto!»interruppe Sterne con energia. «Le dico che gli hourlato di saltare giù. Deve aver

semplicemente sciolto la cima della scialuppa lui stesso. Tutti lo abbiamochiamato - cioèJack e io. Non ci ha neanche

risposto. La nave era silenziosa come una tomba fino all'ultimo. Poi lecaldaie hanno cedutoed è colata a picco. Una

disgrazia! No! Il gioco era finitosignoreglielo dico io».

Questo era tutto quello che Sterne aveva da dire.

Il signor Van Wyk naturalmente era ospite del club per due settimanee fulì che incontrò il legale nel cui

ufficio era stato firmato il contratto fra Massy e il capitano Whalley.

«Un vecchio straordinario»disse. «È arrivato nel mio studio spuntatodal nullasi potrebbe direcon le sue

cinquecento sterline da investireseguito da quel socio macchinistadall'aria inquieta. E adesso se n'è andato in modo un

po' inspiegabileproprio com'era venuto. Non sono mai riuscito a capirlobene. Non c'era proprio nessun mistero

riguardo a quel Massyno? Mi domando perché Whalley si sia rifiutato diabbandonare la nave. Sarebbe stato stupido.

Non aveva niente da rimproverarsicome ha stabilito la corte».Il signor VanWyk lo aveva conosciuto benedissee non poteva credere al suicidio. Un gestosimile non

quadrava con quel che sapeva dell'uomo.

«Sono anch'io della stessa opinione»convenne l'avvocato. In generale sipensava che il capitano fosse rimasto

troppo a lungo a bordo per cercare di salvare qualcosa d'importante. Forse ildocumento che lo avrebbe scagionatoo

qualcosa di valore rimasto nella sua cabina. La cima della scialuppaprobabilmentesi era sciolta da sola. Tuttavia

circostanza curiosapoco prima di quel viaggioil povero Whalley erapassato dal suo studio per affidargli una busta

sigillata indirizzata a sua figliada consegnarle in caso della sua morte.Non era una cosa insolitasoprattutto per un

uomo della sua età. Il signor Van Wyk scosse la testa. Il capitano Whalleysembrava destinato a vivere fino a cent'anni.

«Verissimo»assentì l'avvocato. «Era come se quel vecchio fosse venutoal mondo già adulto e con quella

lunga barba. In un certo sensonon riuscivo proprio a immaginarmelo piùgiovane o più vecchiocapisce. Dava anche la

sensazione della forza fisica quell'uomo. E forse era quello il segreto diqualcosa di speciale nella sua persona che

colpiva tutti quelli che venivano a contatto con lui. Sembrava che nonpotesse venir distrutto da nessuno dei mezzi

ordinari che pongono fine al resto di noi. La sua ponderatasolenne cortesianei modi era molto significativa. Era come

se fosse sicuro di avere tanto tempo per tutto. Sìc'era qualcosa diindistruttibile in lui; e dal modo in cui parlava

qualche voltasi aveva l'impressione che lo credesse anche lui. Quando èvenuto da me l'ultima volta con quella lettera

di cui voleva mi incaricassinon era affatto depresso. Forse una sfumaturadi maggior ponderazione nelle parole e nei

modi. Neanche lontanamente depresso. Che avesse avuto un presentimento?Forse! Però sembra una fine miseranda per

una personalità così straordinaria».

«Ohsì! Una fine miseranda»disse il signor Van Wykcon tale fervoreche l'avvocato lo guardò con curiosità;

e poiquando si separaronocon un suo conoscente commentò:

«Strana persona quel piantatore di tabacco olandese di Batu Beru. Sa nientedi lui?».

«Montagne di quattrini»rispose il direttore di banca. «Ho sentito direche torna in patria col prossimo postale

per costituire una società che si occuperà delle sue proprietà. Un'altrapiantagione di tabacco sul mercato. Fa bene

secondo me. Questi bei tempi non dureranno per sempre».

Nell'emisfero australela figlia del capitano Whalley non ebbe alcunpresentimento di sciagura quando aprì la

busta indirizzata a lei con la calligrafia dell'avvocato. L'aveva ricevutanel pomeriggio; tutti i pensionanti erano uscitii

suoi figli erano a scuolasuo marito sedeva al piano di sopra nella suaampia poltrona con un libroil volto affilato

avvolto nelle coperte fino alla vita. La casa era silenziosae il grigioredi un giorno nuvoloso posava contro i vetri delle

finestre. Nella misera stanza da pranzoin cui un lieve odore freddo divivande stagnava durante tutto l'annoseduta a

capo di una lunga tavola circondata da molte sedie spinte in dentrocon glischienali attaccati all'orlo della tovaglia

perpetuamente stesalesse le frasi d'apertura: «Grandissimo rammarico -compito doloroso - suo padre non è più -

secondo le sue disposizioni - incidente fatale - consolazione - nessundisonore alla sua memoria...».

Il volto era sottilele tempie un po' incavate sotto le bande lisce dicapelli nerile labbra rimanevano

risolutamente compressementre gli occhi scuri diventavano più grandifinchécon un grido sommessosi alzòe si

chinò immediatamente per raccogliere un'altra busta che le era scivolatadalle ginocchia sul pavimento.

La strappòscorse l'allegato...

«Mia adorata figlia»diceva«ti scrivo questa lettera finché sonoancora capace di scrivere in modo leggibile.

Sto cercando faticosamente di conservare per te tutto il denaro che rimane;l'ho risparmiato solo per servirti meglio. È

tuo. Non andrà perduto; non sarà toccato. Sono cinquecento sterline. Diquello che ho guadagnato non ho trattenuto

nulla fino adesso. In futurose vivròdovrò trattenerne una parte - poco- per venire da te. Devo venire da te. Ti devo

vedere ancora una volta.

«È difficile credere che leggerai mai queste righe. Dio sembra avermidimenticato. Voglio vederti - eppure la

morte sarebbe una grazia più grande. Se leggerai mai queste paroletiincarico di iniziare col ringraziare un Dio

finalmente misericordiosoperché allora io sarò mortoe sarà un bene.Mia carasono al limite estremo delle mie

risorse».

Il paragrafo successivo iniziava con le parole: «Sto perdendo la vista...».

Non lesse altro quel giorno. La mano che reggeva la carta portandola agliocchi cadde lentamentee la sua

figura sottile nel semplice vestitino nero si diresse rigida alla finestra.Gli occhi erano asciutti: non un grido di dolore o

un sussurro di ringraziamento andarono su al cielo dalle sue labbra. Malgradotutti gli sforzi dell'amore di suo padrela

vita era stata troppo dura. Aveva messo a tacere le sue emozioni. Ma per laprima volta dopo tanti anni la spina si era

allontanatala preoccupazione corrosiva della povertàla meschinità diuna dura lotta per il pane. Persino l'immagine

del marito e dei figli sembrava scivolare via da lei nel grigiore delcrepuscolo; era soltanto il viso di suo padre che

vedevacome se fosse venuto a trovarlasempre tranquillo e grandecomel'aveva visto l'ultima voltama con qualcosa

di più solenne e di più tenero nell'aspetto.

Fece scivolare la lettera piegata fra i due bottoni del semplice corpettoneroe appoggiata la fronte contro il

vetro della finestrarimase là fino al crepuscoloperfettamente immobiledando a lui tutto il tempo che poteva

risparmiare. Andato! Era possibile? Mio Dioera possibile? Il colpo eraarrivato attutito dagli spazi della terradagli

anni d'assenza. C'erano stati giorni interi in cui non aveva mai pensato alui - non aveva tempo. Ma lo aveva amato

sentì di averlo amatodopo tutto.