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WILLIAM SHAKESPEARE







COME VI PIACCIA

Commedia in 5 atti e un epilogo







Traduzione e note di Goffredo Raponi












Titolo originale: "AS YOU LIKE IT"

NOTA INTRODUTTIVA


Questa commedia ècronologicamentela terza del gruppo delle cosiddette "commedie romantiche" di Shakespeareinsieme con le altre "Tanto trambusto per nulla" ("Much Ado about Nothing")Dodicesima notte (o quello che volete)("Twelfth Night; orWhat You Will") e "Le gaie mogli di Windsor" ("The Merry Wives of Windsor")scritte tutte nello spazio di tre anni e poco più (1598 -1601).(1) Il titolo figura iscritto nello "Stationers' Register"(2) alla data del 4 agosto 1600; il che fa presumere che la commedia non sia stata scritta molto tempo primaanche perché essa non figura fra quelle elencate e attribuite a Shakespeare nel "Palladis Tamia" ("Doni di Minerva") di Francis Meresuna specie di antologia/inventario degli autori inglesi contemporaneiapparso nel 1598.
Del manoscrittocom'è di tutti gli altri lavori di Shakespearenessuna traccia: il testo corrente è quello apparso nella prima pubblicazione a stampa delle opere di Shakespeareil cosiddetto "primo in-folio" uscito nel 1623sette anni dopo la morte del poetaa cura di due suoi amici e colleghigli attori John Heminge e Henry Condell.(3)
La commedia ebbe grande fortuna appena uscitaanche perché per stilefattura e impianto scenico seguiva una moda del tempoquasi un ritorno al gusto del bucolico e dell'idilliaco nella forma dialogica che aveva avuto notevole espressione in Italia e in Spagna; e i drammaturghi elisabettiani si premuravano di soddisfare questo gusto. Uno dei loro più insigniEdmund Spenseramico di Shakespearepubblica (1579) anche un poema pastorale di dodici eglogheThe Shepherd's Calendarche rimane il miglior esempio della poesia pastorale inglese.
Poi la commedia scomparve dalle scenee non s'ha più notizia di sue rappresentazioni fino a più d'un secolo dopoquando - dicembre 1740 - fu rappresentata a Londra al teatro "Drury Lane"; dopo la quale apparizione prenderà un posto stabile nel repertorio di molte compagnie teatrali in Inghilterra e all'esterofino ai nostri giornispesso rappresentata all'apertocome meglio si conviene al bucolico ambiente della sua vicendaquasi per intero ubicato in una foresta.(4)

* * *

La commedia è la rappresentazioneattraverso i modi di agire e di sentire dei personaggidel contrasto tra la vita di corteconvulsacomplicatainsidiosae la vita di campagnaall'apertonella natura; rappresentazione che è condotta dal poeta come un gioco dialettico tra aristocratici e contadinipiù tipi che personaggiin un linguaggio i cui pregi letterari rivelano la raggiunta maturità e perizia drammaturgica dell'autoreche si muove intorno ad una trama piuttosto labileevanescenteda ridursi quasi a semplice pretesto letterario. L'atmosfera bucolica vi è punteggiata qua e là da canzoni e recitativi in rima che ne accentuano il carattere di "pièce" di letteratura pastorale: un genere di moda all'epocacome si è dettoma che Shakespeare non sembra prediligesse troppose nello stesso titolo che dà al suo lavoro - e che non è un titolo - sembra dire al suo pubblico: "Io l'ho scritta per gioco e per seguire la modae spero che vi piaccia; dategli voi il titolo che volete; quel che piace a voipuò anche non piacere a me".

* * *

La trama principale è l'amore di una nobile fanciullaRosalindafiglia di un ducae Orlandofiglio cadetto di nobile famiglia. Shakespeare l'ha tratta chiaramente da un romanzo di Thomas Lodgeapparso poco prima (1590) col titolo di "Rosalinda". Rosalindaprima trattenuta a corte dallo zio Federigodopo che questi ha deposto ed esiliato il padre usurpandogli il tronoè poi dallo stesso zio scacciata. Travestita da uomo sotto il nome di Ganimederaggiunge la foresta dove è andato a vivere il padre con alcuni nobili suoi seguaci; e con lei fugge la cuginaCeliafiglia dello zio usurpatoreche non vuol più vivere col padre.
A corteRosalinda s'era innamorata a prima vista del giovane Orlandoanche questi oppresso ed angariato dal fratello maggiore Oliviero. I due si ritrovano nella forestadove l'amorosa lor vicenda s'intreccia con quella dei due pastorelli Silvio e Febe; a questa si aggiunge quella degli amori del buffone del ducaPietracciacon la contadina Aldrina. Una quarta sotto-trama amorosa è l'improvviso sbocciare dell'amore tra Celia e il fratello di Orlandoil cattivo Olivieropentito e convertito alla virtù. Tutte le trame Shakespeare porta a lieto fine - in ciò allontanandosi dalla sua fonte - facendo comparire sulla scenaa mo' di pantomimacome "deus ex machina"il dio delle nozzeImeneche risolve tutte le complicazioni. E tutti vivono felici e contenti com'è nella buona tradizione della commedia pastorale.


NOTE PRELIMINARI

1) Il testo inglese adottato per la traduzione è quello dell'edizione dell'opera completa di Shakespeare curata dal prof. Peter Alexander ("William Shakespeare - The Complete WorksCollinsLondon & Glasgow1960pp. XXXII-1376) con qualche variante suggerita da altri testiin particolare quello della più recente edizione dell'"Oxford Shakespeare" curata da S. Wells & G. Taylor per la Clarendon PressOxfordU.S.A.1994pp. XLIX - 1274; quest'ultima comprende anche "I due nobili cugini" ("The Two Noble Kinsmen") che manca nell'Alexander.

2) Alcune didascalie ("stage instructions") sono state aggiunte dal traduttore di sua iniziativaper la migliore comprensione dell'azione scenica alla letturacui questa traduzione è essenzialmente ordinata ed intesail traduttore essendo convinto della irrappresentabilità del teatro di Shakespeare sulle moderne ribalte.(5)
Si è lasciata comunque invariataall'inizio e alla fine della scena o all'entrata ed uscita dei personaggi nel corso della stessa scenala rituale indicazione "Entra"/"Entrano" ("Enter") e "Esce"/"Escono" ("Exit"/"Exeunt")avvertendo peraltro che non sempre essa indica movimenti di entrata/uscitapotendosi dare che i personaggi cui si riferisce si trovino già in scena all'apertura o vi restino alla chiusura della stessa.

3) Il metro è l'endecasillabo sciolto alternato da settenari. Altro metro si è usato per citazioniproverbirecitativicabalettecanzoni e altroquando sia stato richiestoin accordo col testouno stacco di stile.

4) I nomi dei personaggi e dei luoghi sono resi nella forma italianaquando esista. Sono lasciati nella forma inglese i nomi inglesi di persona quando preceduti da Sir / Lady.

5) Il traduttore riconosce di essersi avvalso di traduzione precedentidalle quali ha preso in prestitooltre alla interpretazione di passi controversi del copioneintere frasi e costruttidi tutto dando opportuno credito in nota.



PERSONAGGI


UN DUCA in esilio

FEDERIGOsuo fratello e usurpatore dei suoi dominii

AMIENS
nobili al seguito del duca in esilio
JACOPO


LE BEAUcortigiano al seguito di Federigo

OLIVIERO

GIACOMO
figli di Sir Rowland de Boys
ORLANDO


ADAMO
servitori di Oliviero
DIONIGI


PIETRACCIAbuffone

DON OLIVIERO MARTEXTparroco

CORINNO
pastori
SILVIO


GUGLIELMOcontadino innamorato di Aldrina

ROSALINDAfiglia del duca in esilio

CELIAfiglia di Federigo

FEBEpastorella

ALDRINAcontadina

Un personaggio che raffigura IMENEdio delle nozze

Signori - Paggi - Guardaboschi - Persone del seguito




SCENA: In casa di Oliviero - Alla corte del Duca Federigo -
Nella foresta delle Ardennein Francia.

ATTO PRIMO



SCENA I - Verziere nella casa di Oliviero


Entrano ORLANDO e ADAMO

ORLANDO -
Sicchése non ricordo maleAdamo
tutta l'eredità di nostro padre
per mein sostanzasi riduce a questo:
un migliaio di misere corone
ein cambio della sua benedizione
al mio fratello maggiorel'impegno
di costuicome tu ora mi dici
di provvedere ad allevarmi bene.
E qui cominciano le mie disgrazie.
Lui mantiene agli studifuori casa
l'altro fratelloGiacomo
e non si parla che del gran profitto
ch'egli ne trae; mentre io son qui
ad essere allevato dentro casa
come un bifolcoea dirla proprio tutta
tirato su senza un'educazione;
ché non si può chiamare educazione
questa miache non è diversa in nulla
dal governo dei buoi in una stalla.
I suoi cavalli son tenuti meglio
perchéin aggiunta ad ottimo foraggio
sono addestrati da buoni scudieri
ben pagatiladdove iosuo fratello
non ho da lui che il minimo che basti
alla mia pura e semplice crescenza;
talché le bestie ch'egli ha nelle stalle
si può dire gli siano debitrici
di quanto possa dir d'essergli io
né più né meno. Oltre a questo bel nulla
ch'ei mi largisce con sì larga mano
mi viene deprivando a poco a poco
dello stesso mio stato di natura:
mi fa sedere a tavola coi servi
m'impediscecon l'una o l'altra scusa
d'occupare il mio posto di fratello
e s'ingegna di far tutto il possibile
per quanto è in suo poteredi annullare
le radici della mia nobiltà
negandomi ogni buona educazione.
E questoAdamoè quel che più m'affligge;
al punto ch'io mi sento rivoltare
dentro di me lo spirito paterno
contro un così umiliante trattamento.
Ma ormai sono deciso a dire: basta!
Basta di sopportare tutto questo
se pur non ho ben chiaro ancora in mente
a qual saggio rimedio far ricorso.


Entra OLIVIERO

ADAMO -
Attenzionesignore! Sta arrivando.

ORLANDO -
Adamofatti per un po' da parte
e ascolta: sentirai come mi tratta.


(Adamo si allontana sul fondo della scena)

OLIVIERO -
Behsignorinodi'che stai facendo?

ORLANDO -
Che vuoi che facciaio? Nulla di nulla.
Qualcuno m'ha insegnato a far qualcosa?

OLIVIERO -
Allora dimmi che stai disfacendo.

ORLANDO -
Behstandomene in ozio
aiuto te a disfare qualche cosa
che Dio ha fatto.

OLIVIERO -
Adoperati allora
a trovare migliore occupazione
cercando di non dar fastidio al prossimo.

ORLANDO -
Devo forse guardare i tuoi maiali
e masticare ghianda insieme a loro?
Quanta parte avrei io dilapidato
di quel che m'ha lasciato nostro padre
per vedermi ridotto in tal miseria?

OLIVIERO -
Giovanottolo sai dove ti trovi?

ORLANDO -
Certosignorequinel tuo verziere.

OLIVIERO -
E sai di fronte a chi?

ORLANDO -
Perfettamente:
meglio di quanto sappia chi son io
chi sta di fronte a me.
So molto bene che sei il mio fratello
primogenitoma so anche bene
che tuin quanto a nobiltà di sangue
dovresti reputarmi pari a te.
L'araldica ti dice mio maggiore
per diritto di primogenitura;
la tradizione stessatuttavia
mi dice pari a te per sangue nobile
ci fossero pur venti altri fratelli
fra te e me: c'è in me di nostro padre
niente di meno di quello ch'è in te;
ed in aggiunta a ciò ti devo dire
cheessendo nato prima
tu gli dovresti ancor maggior rispetto.

OLIVIERO -
Ehicome ti permettiragazzaccio?


(Alza il braccio per percuoterloma Orlando lo schiva econ una mossa da lottatorelo afferra per la gola)

ORLANDO -
Ehnoin quest'artecaro primogenito
ti mostri ancora alquanto novellino!

OLIVIERO -
Alzi le mani su di mecanaglia?

ORLANDO -
Canagliaio?... Sono il figlio cadetto
di Sir Rowland de Boys;(6)
è lui mio padree tre volte canaglia
è chi dice che un tale genitore
abbia potuto generar canaglie.
Giuro che se non fossi mio fratello
questa mano non mollerebbe presa
sopra di tefinché quest'altra mano
non t'avesse strappato via la lingua
per aver detto questo di mio padre.
È un oltraggio che ti ricade addosso.

ADAMO -
(Venendo avanti dal fondo)
Per caritàpadroni mieicalmatevi!
In memoria del vostro genitore
restate in pace.

OLIVIERO -
Lasciamiti dico!

ORLANDO -
Non ti lasciofinché mi piacerà.
Devi ascoltarmiadesso:
mio padre t'ha impegnatoin testamento
di farmi dare una buona istruzione;
tu m'hai tirato su come un bifolco
oscurando e tenendo in me nascoste
le qualità che fanno un gentiluomo.
Ma io sento a più a più pregnante
crescere in me lo spirito paterno
e t'avverto che non son più disposto
a tollerare questa situazione.
Allorao tu mi lasci praticare
la parte che s'addice a un gentiluomo
o se nodammi quei pochi denari
che mi lasciò mio padre in testamento:
me n'andrò con quel piccolo pecunio
in cerca di fortuna per mio conto.

OLIVIERO -
E che farai quando avrai tutto speso?
Chiederai l'elemosina?...
Va'va'ragazzoe non mi far più lagna!
Della tua parte dell'eredità
avrai bensì qualcosa
ma ora lasciami in paceti prego.

ORLANDO -
Son deciso a lasciartici non più
di quanto pensi che convenga a me.


(Gli toglie la mano dalla stretta alla gola
e fa per andarsene)

OLIVIERO -
(Ad Adamo)
Tuvattene con luivecchio cagnaccio!

ADAMO -
Vecchio cagnaccio!...È il suo ringraziamento.
Quanto veropurtroppo! Li ho perduti
i miei denti al servizio in questa casa.
Dio benedica il mio vecchio padrone!
Luicosì non avrebbe mai parlato.


(Esce con Orlando)

OLIVIERO -
E così siamo a questo: il fratellino
comincia a alzar la cresta... Benebene!
Ti darò io la medicina adatta
a risanarti da tanta protervia.
Altro che darti le mille corone!


(Chiamando)
Dionigiolà!

DIONIGI -
Il signore ha chiamato?

OLIVIERO -
Non era qui venuto per parlarmi
quel Carloil lottatore della corte?

DIONIGI -
Sìcon vostra licenza: è qui alla porta
ed insiste per esser ricevuto.

OLIVIERO -
Fallo entrare.


(Esce Dionigi)
Costui m'offre un buon destro...
E l'incontro di lotta è per domani...


Entra CARLO il lottatore

CARLO -
Buongiorno a vostra illustre signoria.

OLIVIERO -
Mio caro monsieur Carlo!
Che c'è di nuovo nella nuova corte?

CARLO -
Di nuovo nientesalvo quel che è vecchio
monsignore: ossia che il vecchio duca
è messo al bando e mandato in esilio
dal nuovo ducasuo minor fratello;
e insieme a lui alcuni gentiluomini
tre o quattrorimasti a lui fedeli
si son votati a volontario esilio.
Le loro terre e relative rendite
arricchiscono adesso il nuovo duca
cuimanco a dirlonon è parso vero
di lasciarli sciamare a lor talento.

OLIVIERO -
E la figlia del ducaRosalinda
è pur ella bandita insieme al padre?

CARLO -
Ahnolei no; perché la sua cugina
Celiala figlia del novello duca
le è rimasta talmente affezionata
(sono cresciute insieme dalla culla)
che l'avrebbe seguita nell'esilio
o ne sarebbe morta di dolore
se costretta a restar senza di lei.
Sicché è rimasta a cortedallo zio
che del resto la tien non meno cara
della sua stessa figlia.
Francamentenon s'è mai visto al mondo
un così grande affetto tra due donne.

OLIVIERO -
E dove andrà in esilio il vecchio duca?

CARLO -
È voce ch'abbia già trovato asilo
nel cuor della foresta delle Ardenne.(7)
Dove con lui si trova un gaio stuolo
di buontemponigente che ama vivere
sull'esempio del vecchio Robin Hood
il leggendario arciere d'Inghilterra.
E si dice che giorno dopo giorno
accorrano da lui diversi giovani
per trascorrere il tempo in allegria
come s'usava nell'età dell'oro.

OLIVIERO -
Domani tu darai il tuo spettacolo
davanti al nuovo duca?

CARLO -
Sìsignore;
e son venuto appunto qui da voi
per mettervi al corrente d'una cosa:
mi si è dato ad intenderein segreto
che Orlandoil vostro fratello minore
ha in mente di venirproprio domani
a cimentarsi con me nella lotta
presentandosi sotto false spoglie
per tentare di mettermi al tappeto.
Io domani gareggiomio signore
per il titolo di primo campione;
e vi dico che chi si batterà
con me alla lottae riuscirà a sortirne
senza avere qualche arto fracassato
potrà dire d'averla ben scampata.
Vostro fratello è ancora troppo giovane
e di corporatura delicata;
efrancamentemi ripugnerebbe
non fosse che pel bene che vi porto
di stritolarlo sotto la mia stretta:
come dovrò pur faremio malgrado
per l'onorese viene ad affrontarmi.
È per questo che son venuto qui
in nome dell'affetto che ho per voi
a mettervi al corrente della cosa
sì che possiate avere ancora il tempo
di dissuaderlo da un tale proposito;
altrimenti dovrete rassegnarvi
a sopportare con santa pazienza
il disastro nel quale potrà incorrere
chéad onta d'ogni mia buona intenzione
sarà stato lui stesso a procurarselo.

OLIVIERO -
Ti sono gratoCarlodel tuo affetto
del quale saprò ben ricompensarti
vedrai; avevo avuto già sentore
d'un tal proposito di mio fratello
ed ho cercatoper traverse vie
di dissuaderlo dal tradurlo in atto
ma s'è cocciutamente rifiutato.
Ti diròCarloquesto mio fratello
è il più caparbio giovane di Francia
ambiziosissimo ed invidioso
cospiratore subdolo e vigliacco
contro di mesuo fratello carnale.
Perciò vedi di far di testa tua:
che tu gli rompa il collo od un sol dito
per me è lo stesso. Ma sta' bene in guardia:
perché t'avverto che se appena appena
tu gli procuri il più piccolo sfregio
ed egli non riesca a farsi onore
sulla tua pellequello è ben capace
di combinarti qualche brutta insidia
in segretoe spacciarti col veleno
oppure intrappolarti a tradimento
in qualche suo diabolico tranello
fino a che non t'avrà tolto di mezzo
con qualche altro traverso machiavello;
perché ti garantisco - e te lo dico
con le lacrime agli occhi - non c'è al mondo
giovane scellerato più di lui.
E bada che ti parlo ancor di lui
come fratello; chédiversamente
dovessi analizzartelo com'è
dovrei farlo arrossendo e lacrimando
e tu stessoad udirloresteresti
pallido e sbalordito di stupore.

CARLO -
Son contento perciò d'esser venuto.
Se domani mi si presenta innanzi
saprò pagarlo come ben si merita;
e se se n'esce incolume ed indenne
giuraddio che non lotto più per vincere.
E cosìDio vi salvisignoria.

OLIVIERO -
Salutecaro Carlo. Arrivederci.


(Esce Carlo)


Voglio montare bene questo atleta
contro di luie speroper suo mezzo
di veder la sua fine: perch'io l'odio
non so perchécome nient'altro al mondo;
eppure è un essere di buona pasta
e non manca di modi e d'istruzione
pur non essendo mai andato a scuola.
È anche pieno di nobili intenti
egrazie a non so quale strano fascino
gode di universali simpatie
e sta tanto nel cuore della gente
- specie della mia stessa servitù
che meglio lo conosce - che al confronto
io mi vedo guardato con disprezzo.
Ma così non può più andare avanti.

Quel lottatore la farà finita.
Pertanto non mi resta altro da fare
che accendere alla lotta il giovanotto:
il che m'appresto a fare senza indugio.


(Esce)



SCENA II - Una spianata erbosa davanti al palazzo
del duca Federigo


Entrano ROSALINDA e CELIA

CELIA -
Animosucugina mia dolcissima!
Rosalindati pregosta' più allegra!

ROSALINDA -
Celiamia carafaccia già uno sforzo
ad apparirlo più che non mi senta
e tu mi chiedi d'esserlo di più?
Salvo che non m'insegni a non pensare
che il padre mio è stato messo al bando
è inutilemia cara
che m'esorti a qualcosa di piacevole.

CELIA -
Eccoda qui m'accorgo che il tuo amore
purtroppo non è uguale al mio per te.
Fosse stato mio zio - dico tuo padre -
a bandire tuo ziocioè mio padre
avrei ben comandato all'amor mio
di prendermi per padre quello tuo;
e tu ora dovresti far lo stesso
se l'amor tuo per me fosse temprato
della tempra ch'è l'amor mio per te.

ROSALINDA -
Mi stai dicendo che dovrei scordarmi
della mia infelice condizione
per gioire con te di quella tua?

CELIA -
Mio padretu lo sai
all'infuori di me non ha altri figli
né è più probabile che possa averne.

Ebbenealla sua morte
sarai tu certamente la sua erede
perch'io ti renderò tutto di tutto
ch'egli ha potuto strappare a tuo padre
in nome dell'amore che ho per te.
Lo faròte lo giuro sul mio onore
e ch'io possa mutarmi in qualche mostro
se verrò meno a un tale giuramento.
Perciò mia caradolcissima Rosy
fa' cuoree fa' di stare in allegria.

ROSALINDA -
E va benecuginasarò allegra
se tu lo vuoi; mi doanzia pensare
come possiamo divertirci un po'.
Dunquevediamo... Tohche ne diresti
per esempio di far le innamorate?

CELIA -
S'è per giocareinnamòrati pure;
ma sta' attenta a non prenderla sul serio;
e s'anche fosse soltanto per gioco
attenta a non andare tanto avanti
da non potere poi tornare indietro
con il tuo onore salvo e ancora intatta
la difesa del virginal rossore.

ROSALINDA -
Che fare allora? Come divertirci?

CELIA -
Behsediamoci un po' e studiamo insieme
come prendere a gabboper esempio
quella brava massaiala Fortuna
sì chelasciando a parte la sua ruota
si decida a spartire più equamente
i suoi doni.(8)

ROSALINDA -
Magari lo potessimo!
Quella comarebendata com'è
i suoi doni li sparte male assai
soprattutto sbagliando a dispensarli
al sesso femminile.

CELIA -
È proprio vero.
Perché quelle di noi ch'essa fa belle
di rado le fa serie;
e quelle serie le fa molto brutte.

ROSALINDA -
Ehtu adesso confondi la Fortuna
con la Natura; il compito è diverso:
quello della Fortuna è d'imperare
sopra i beni del mondo
ma non sui tratti che ci dà Natura.

CELIA -
E invece sì; ché quando la Natura
ha fabbricato una bella creatura
non può questa cadere in abiezione
ad opera della Fortuna?...


Entra PIETRACCIA(9)


(Indicando Pietraccia)
Toh!
Eccoguarda: per quanto la Natura
abbia largito a noi due tanto spirito
da pensar di gabbare la Fortuna
ecco che questa ci spedisce qui
questo buffone fatto da Natura
a interrompere il nostro conversare..

ROSALINDA -
Certo che in questo caso la Fortuna
è dispettosa verso la Natura
se si serve di un matto di natura
per troncar la parola al nostro spirito
ch'è pur esso un prodotto di natura.

CELIA -
Ma forse la Fortuna qui non c'entra;
è solo la Natura
la quale ritenendo troppo ottuse
le nostre naturali facoltà
per parlare di queste deità(10)
ecco che ci spedisce questo matto
per affinar le nostre facoltà:
perché sempre l'ottusità del matto
funse da cote all'intelletto umano.


(A Pietraccia)


Ehitusaggezzadove vai girando?

PIETRACCIA -
Vostro padre vi cercapadroncina.

CELIA -
E che! V'hanno ordinato ambasciatore?

PIETRACCIA -
Nosul mio onore; m'han solo ordinato
di venire a cercarvi.

CELIA -
E "sul tuo onore"
chi t'ha insegnato a giurarebuffone?

PIETRACCIA -
Ohquesto è stato un certo cavaliere
che soleva giurare "sul suo onore"
che le frittelle eran buone ripiene
e cheal contrariosempre "sul suo onore"
la mostarda era roba nauseabonda;
quando inveceal contrarioio son convinto
che fossero schifose le frittelle
e molto saporita la mostarda.
Ciò malgradomi sento di affermare
che il cavaliere non giurava il falso.

CELIA -
E come puoi provarlosapientone?

ROSALINDA -
Avantisutogli la museruola
al grande fiume della tua sapienza.

PIETRACCIA -
Venite tutte e due davanti a me
accarezzatevi il mentocosì
come aveste la barba(11)
e giurate sopra le vostre barbe
che Pietraccia è un furfante.

CELIA -
E che sei talesiam pronte a giurarlo
sopra le nostra barbese le avessimo.

PIETRACCIA -
Ed io sarei furfantese l'avessi
a giurar sulla mia furfanteria
se l'avessi. Ma non si fa spergiuro
a giurare su ciò che non esiste;
né spergiuro era il nostro cavaliere
a giurar su un onore
che non aveva e che non ebbe mai;
e chese pur l'avesse mai avuto
se lo sarebbe tutto consumato
prima ancora di mettersi a giurare
sopra frittelle sì e mostarda no.

ROSALINDA -
A quale cavaliere alludiprego?

PIETRACCIA -
Ad uno al quale il vecchio Federigo
vostro padre(12) vuol bene.

ROSALINDA -
In questo caso
il bene di mio padre è sufficiente
a farlo ritenere uom d'onore;
e di mio padre non parlare più
con tanta confidenza; o un giorno o l'altro
sarai frustato per la tua linguaccia.

PIETRACCIA -
Che peccato che ai matti(13)
non sia permesso di parlare saggio
di ciò che i saggi fanno pazzamente!

CELIA -
In ciò ti do ragionein fede mia:
perché da quando hanno messo a tacere
quel tantino di senno che hanno i matti
la scemenza dei saggi fa gran mostra
di sé su questa terra.
Ma ecco giungere monsieur Le Beau.


Entra LE BEAU

ROSALINDA -
E con la bocca piena di notizie.

CELIA -
Di cui vorrà imbeccarcimanco a dirlo
come i piccioni con i lor pulcini.

ROSALINDA -
Saremo rimpinzate di notizie.

CELIA -
Tanto meglio; faremo miglior prezzo
al mercato... Bonjourmonsieur Le Beau!
Che novità?

LE BEAU -
Ehbella principessa
vi siete perso un bel divertimento!

CELIA -
Divertimento! E di che colore?(14)

LE BEAU -
Che coloremadame?... Come rispondervi?

ROSALINDA -
Come vogliono spirito e fortuna.

PIETRACCIA -
O come il Fato decreta.

CELIA -
Ben detto;
questa è proprio spalmata alla cazzuola!(15)

PIETRACCIA -
Devo ben attenermi alla mia parte.
se no...

ROSALINDA -
Se no ti perdi lo spartito.(16)

LE BEAU -
Mie damemi mandate fuori strada:
stavo per dirvi del bello spettacolo
della lottache vi siete perduto.

ROSALINDA -
Ce lo potete raccontare voi
come s'è svolta tutta questa gara.

LE BEAU -
Io posso dirvi come è cominciata;
se poi lor signorie lo gradiranno
potran vedere come andrà a finire
perché il più bello è ancora da venire
e sarà proprio quidove voi siete
ch'essi stanno venendo ad esibirsi.

ROSALINDA -
Intanto raccontateci l'inizio
fosse pur già defunto e sotterrato.

LE BEAU -
Behsi fa avanti un vecchio con tre figli...

CELIA -
Sembra l'inizio d'una antica favola...

LE BEAU -
(Continuando)
... tre bei giovani d'ottima presenza...

ROSALINDA -
E ciascuno con un cartello al collo:
Sia noto a tutti che con la presente...(17)

LE BEAU -
Il maggiore dei tre è stato il primo
a misurarsi alla lotta con Carlo
il campione del Ducae questi subito
l'ha messo a terra e gli ha rotto tre costole
tanto che il poveretto è in fin di vita;
lo stesso ha fatto al secondo ed al terzo.
Stanno lì tutti e tredistesi a terra
e il loro vecchio padre va facendo
sui suoi figli così pietosi gemiti
da strappare le lacrime ai presenti.

ROSALINDA -
Mio Diochi sa che pena!

PIETRACCIA -
Masignorequal è il divertimento
che avrebbero perduto queste dame?

LE BEAU -
Diamine! Quello di cui sto parlando!

PIETRACCIA -
Guardate che progressiil mondo: gli uomini
di giorno in giorno si fanno più saggi:
sento dir oggi per la prima volta
che sia divertimento alle signore
veder romper le costole a qualcuno!

CELIA -
Anch'io la prima voltat'assicuro.

ROSALINDA -
E c'è altri che vuol sentir suonare
sui propri fianchi questa bella musica?
C'è forse qualcun altro
cui piace farsi fracassar le costole?
Vogliam proprio vedere questa lotta
cugina?

LE BEAU -
Se restate ancora un poco
vi sarete costrette: questo è il luogo
che è stato scelto per il nuovo incontro
e son già tutti pronti per l'inizio.


Trombe. Entra il DUCA FEDERIGO con seguito; dietro sono CARLOORLANDO e inservienti

FEDERIGO -
Cominciate. Poiché il giovanotto
non si lascia convincere a desistere
corra il rischio della sua sventatezza.

ROSALINDA -
(Indicando Orlando)
È quello l'uomo?

LE BEAU -
Quellosìsignora.

CELIA -
Dio Signore! Mi pare troppo giovane...
anche se ha l'aria d'uno che può farcela.

FEDERIGO -
Ehichi vedo! Mia figlia e mia nipote!
Siete venute quia mia insaputa
per vedere la lotta?

ROSALINDA -
Sìsignore
se vi piaccia di darcene licenza.

FEDERIGO -
Non vi divertirete moltocredo:
il mio campione è troppo superiore.
Per compassione della giovinezza
dello sfidantesarei stato lieto
d'essere riuscito a dissuaderlo
dal battersima non c'è stato verso.
Perché non gli parlate voiragazze?
Chi sa che non riusciate voi a smuoverlo.

CELIA -
Fatelo venir quimonsieur Le Beau.

FEDERIGO -
Sìchiamatelo qui. Io m'allontano.


(S'allontana)

LE BEAU -
(A Orlando)
Monsieurla principessa vuol parlarvi.

ORLANDO -
Servo lorocon tutto il mio rispetto
e la mia più devota deferenza.

ROSALINDA -
Giovaneavete voi dunque sfidato
il lottatore Carlo?

ORLANDO -
Nobella principessa;
lo sfidante di tutti è sempre lui.
Io son venuto quisemplicemente
come sono venuti tutti gli altri
per mettere alla provacon la sua
la forza della giovinezza mia.

CELIA -
Mio giovane signoreil vostro spirito
presume troppo per la vostra età.
Avete visto già crudeli prove
della forza di questo lottatore;
se avete occhi a vedervi
e giudizio a conoscere voi stesso
il rischio d'una simile avventura
dovrebbe consigliarvi ad altra impresa
meglio commisurata ai vostri mezzi.
Noi vi preghiamoper il vostro bene
di pensar bene alla vostra salvezza
e rinunciare a questo tentativo.

ROSALINDA -
Sìfatelomio giovane signore.
Non per ciò vi potrà venir discredito.
Noi ci faremo supplici col Duca
perché l'incontro non abbia più luogo.

ORLANDO -
Non punitemiprego
nel pensare così male di me
anche s'io sonolo confessoin colpa
per dover rifiutare qualche cosa
a sì graziose e nobili signore.
Fate piuttosto che i vostri begli occhi
e i vostri buoni voti di successo
m'accompagnino in questo mio cimento
dal quale se dovessi uscir battuto
sarà solo l'umiliazione d'uno
cui la fortuna non fu mai benigna
e chese sarà uccisosarà morto
uno che non desidera che questo.
Dolore ad altriparenti ed amici
io non potrò recare
perché non ho nessuno che mi pianga;
né danno al mondoperché non ho nulla
in essov'occupo soltanto un posto
che potrà esser meglio riempito
tosto ch'io l'abbia lasciato vacante.

ROSALINDA -
Vorrei che fosse in voi
tutto quel po' di forza ch'è la mia.

CELIA -
E così io la mia
a dare più sostegno a quella sua.

ROSALINDA -
Buona fortunaaddio.


(Orlando s'allontana)


Prego il cielo d'aver preso un abbaglio
su di te.(18)

CELIA -
Va' dove ti detta il cuore.

CARLO -
Behdove sta il baldo giovanotto
che smania tanto d'andarsi a giacere
con la sua madre terra?

ORLANDO -
È quasignore.
Pronto. Però riguardo a quel "giacersi"
le sue pretese sono più modeste.

FEDERIGO -
Sarà un incontro con un solo assalto.

CARLO -
Ahposso garantire
che vostra grazia non avrà bisogno
d'esortarlo a un secondo
dopo essersi tanto adoperata
a dissuaderlo dal tentare il primo.

ORLANDO -
Se vuoi fare il beffardo alle mie spalle
non devi farlo prima. Aspetta dopo.
E fatti sotto: vieni pure avanti.

ROSALINDA -
Ercole ti dia la sua forzagiovane!

CELIA -
Ahmi potessi rendere invisibile
per fare lo sgambetto a quel bestione!(19)


(I due cominciano a battersi. Orlando mostra subito di prevalere e di mettere in difficoltà l'avversario)

ROSALINDA -
Meraviglioso giovane!

CELIA -
Potessi avere un fulmine negli occhi
saprei bene su chi farlo cadere!


(Grido unanime fra gli astanti: Carlo è messo a terra)

FEDERIGO -
Bastabastanon più!

ORLANDO -
Sìne supplico in fatti vostra grazia
io non mi sento ancora bene in fiato.

FEDERIGO -
Come ti sentiCarlo?

LE BEAU -
Non può parlaresignoreè sfiatato.

FEDERICO -
Trasportatelo via.
(A Orlando)
Giovanottoil tuo nome?

ORLANDO -
Orlandoaltezza.
Sono il figlio di sir Rowland de Boys
il minore dei tre.

FEDERIGO -
Avrei voluto che di qualcun altro
tu fossi figlio: era uom d'onore
tuo padretale da tutti stimato
ma l'ho trovato sempre a me nemico.
Orain seguito a questo tuo successo
mi saresti riuscito più gradito
se fossi sceso da un'altra famiglia.
Vatti con Diosei un gagliardo giovane...
Avrei gradito che m'avessi detto
d'essere figlio d'un diverso padre.


(Esce con Le Beau e seguito)

CELIA -
(A Rosalindaa parte)
S'io fossi stata al posto di mio padre
cuginacredi che avrei detto questo?

ORLANDO -
Sono tanto più fiero
orad'essere il figlio di sir Rowland
il suo figlio più giovane
e non mi muterei questa casata
nemmeno in cambio d'essere adottato
da Federigo suo figlio ed erede.

ROSALINDA -
(A parte a Celia)
Mio padre invece voleva a sir Rowland
un gran benee di questo sentimento
erano tutti. Se avessi saputo
che questo giovane era suo figlio
avrei aggiunto lacrime e preghiere
prima ch'egli corresse un tal pericolo.

CELIA -
Vieni con mecugina
andiamo a ringraziarlo e confortarlo:
i modi di mio padrecosì rudi
verso di lui e pieni di rancore
m'han fatto veramente male al cuore.
(Avvicinandosi a Orlando)
Signoresiete stato molto bravo.
Se in amore tenete le promesse
solo come le avete mantenute
tutte stavoltamolto fortunata
potrà dirsi colei che v'amerà.

ROSALINDA -
(Togliendosi dal collo una catenina
ed offrendola ad Orlando)
Vorreisignoreche portaste questa
per meper una ch'è fuor della grazia
della fortuna;(20) che potrebbe darvi
di piùma la sua mano non ha i mezzi.
(A Celia)
Vienicuginaandiamo?

CELIA -
Andiamo.
(A Orlando)
State benebel signore.
(Si allontananoma senza uscire di scena)

ORLANDO -
(Tra sé)
Incapace di dire "Vi ringrazio"
a queste due?... Che cosa mi succede?...
Ahle parti migliori di me stesso
son messe a terrae quel che resta in piedi
non è altro che un palo di quintana(21)
un mero tronco inertesenza vita!

ROSALINDA -
(Voltandosi e fermandosi)
Ci fa cenno di richiamarci indietro...
Il mio orgoglio di donna
se n'è caduto con le mie fortune.
Gli vado a chiedere che cosa vuole.
(Si riavvicina a Orlando)
Ci chiamastesignore?
Signoreavete bene combattuto
e messo a terra qualcosa di più
dei vostri contendenti nella lotta.

CELIA -
Vieniallora cugina?

ROSALINDA -
Andiamo.
(A Orlando)
Addio.


(Escono Rosalinda e Celia)

ORLANDO -
Quale strana emozione
mi rende sì pesante questa lingua
da non esser riuscito a dir parola
ancorché fosse lei a incoraggiarmi?
Povero Orlandosei proprio al tappeto!
Altro che Carlo... ben più fragil cosa
ti doveva ridurre in sua mercé!


Rientra LE BEAU

LE BEAU -
Giovanottoda amicovi consiglio
di lasciare al più presto questi luoghi.
Avete meritato da ogni parte
lodiapplausi sinceri e simpatie;
ma l'animo del Duca adesso è tale
ch'egli guarda con occhio corrucciato
quello che avete fatto.

ORLANDO -
Vi ringrazio. Ma ditemisignore
vi pregoquale delle due ragazze
che poco fa assistevano alla lotta
è la figlia del Duca?

LE BEAU -
Nessuna delle duedovessi dirlo

dal modo come l'hanno criticato;
comunque la sua figlia è la più alta;(22)
l'altra è la figlia del duca in esilio.
Lo zio usurpatore la trattiene
presso di lui compagna di sua figlia
ché le due son legate da un affetto
più forte che se fossero sorelle.
Posso dirvi però che da alcun tempo
il duca ha assunto un'aria dispiaciuta
verso questa sua nobile nipote
e senz'altro motivo se non quello
che la gente ne parla molto bene
e la compiange per l'amara sorte
toccata a quel brav'uomo di suo padre;

e giurerei che questo suo malanimo
contro la giovane esploderà
ben presto in qualche modo. Addiosignore.
Più in là nel tempoed in miglior momento
sarà mio desiderio far con voi
più stretta ed affettuosa conoscenza.

ORLANDO -
Molto obbligatomio signore. Addio.


(Esce Le Beau)


Così dal fumo all'asfissia completa
devo cadere. Da un duca tiranno
a un fratello tiranno...
Ma tuo celestiale Rosalinda!


(Esce)



SCENA III - Stanza nel palazzo del Duca


Entrano CELIA e ROSALINDA

CELIA -
Suvviacugina! SuvviaRosalinda!
Cupido abbi pietà e misericordia!...
Nemmeno una parola?...

ROSALINDA -
Nemmeno una da gettare ai cani.

CELIA -
Non dir cosìsono troppo preziose
le tue parole per gettarle ai cani.
Gettane alcune su di mesuvvia
azzòppamia colpi di ragioni.

ROSALINDA -
Giàcosì tutte e duefra me e te
facciamo insieme due cugine invalide:
una stroppiata da troppe ragioni
l'altra pazza per non averne più.

CELIA -
E tutto questo a causa di tuo padre?

ROSALINDA -
Noqualche cosaahimè
anche a causa del padre di mio figlio.(23)
Ahquesto mondo da giorno feriale(24)
com'è pieno di rovi!

CELIA -
Altro che rovi!
Queste son lappolecugina mia
tirate addosso in un giorno festivo;
e se non stiamo attente
a camminar per sentieri battuti
chi lo sa quante fastidiose lappole
s'attaccheranno alle nostre sottane.

ROSALINDA -
S'attaccassero solo alle sottane
basterebbe una scossa a sbarazzarmene;
ma io le lappole ce l'ho nel cuore.

CELIA -
Fa' "hem"e sputale.(25)

ROSALINDA -
Ci provereise facendo "hem"
potessi avere lui.

CELIA -
Ovviacugina
lotta dentro di te con certe smanie!

ROSALINDA -
Ahch'esse sono tutte
dalla parte di uno che a lottare
è assai meglio di me.

CELIA -
Auguriallora!
Dovrai pur cimentartiun giorno o l'altro
in questoa costo d'andare al tappeto!(26)
Scherzi a partee parlando seriamente
com'è possibile che cosìd'un tratto
tu ti sia presa tanto fortemente
del più giovane figlio di sir Rowland?

ROSALINDA -
Mio padre volle molto bene al padre.

CELIA -
E dovrebbe seguirne ora che tu
debba voler lo stesso bene al figlio?
Se dovessi seguire questa logica
poiché mio padre invece odiava il suo
iosua figliadovrei odiare Orlando.
Ma io non l'odio affatto.

ROSALINDA -
Note ne pregotu non devi odiarlo
per amor mio.

CELIA -
E perché non dovrei?
Forse che non se lo meriterebbe?(27)

ROSALINDA -
Lascia che l'ami io per questoed amalo
perché io l'amo... Guardaviene il duca.


Entra il DUCA FEDERIGO con alcuni nobili

CELIA -
Con gli occhi che gli sprizzano la collera.

FEDERIGO -
(A Rosalinda)
Madamigellacon tutta l'urgenza
richiesta dalla stessa tua salvezza
prepàrati a lasciare questa corte.

ROSALINDA -
Iozio?

FEDERIGO -
Sìtunipote.
Se in capo a dieci giorni
sarai trovata a men di venti miglia
da questa cortesarai messa a morte.

ROSALINDA -
Vostra graziala supplico
vorrà farmi conoscer la mia colpa.
Se sono ancora in me
ed ho coscienza delle mie azioni
se non sogno e non ho perduto il senno
come son certaalloracaro zio
io non ho mai offeso vostra altezza
nemmeno in un pensiero ancor non nato.

FEDERIGO -
Così dicono tutti i traditori.
Potessero bastare le parole
ad emendarli delle loro colpe
apparirebbero tutti innocenti
come la stessa grazia.
Non mi fido di teti basti questo.

ROSALINDA -
Questa vostra sfiduciatuttavia
non può fare di me una traditrice.

FEDERIGO -
Sei figlia di tuo padree questo basta.

ROSALINDA -
Ero tale anche quando vostra altezza
gli usurpava il ducato;
e l'ero ancora quando lo bandiva.
Il tradimento è cosamio signore
che non si eredita di padre in figlio;
e se pur discendesse per li rami
perché dovrei io esserne affetta?
Mio padre non fu mai un traditore.
Perciòmio buon sovrano
non vi sbagliate tanto su di me
da pensare che la mia povertà
possa indurmi a pensare al tradimento.

CELIA -
Caro sovranoascoltate anche me.

FEDERIGO -
SìCelianoi l'abbiamo trattenuta
per amor tuo; altrimenti a quest'ora
se ne starebbe al largo con suo padre.

CELIA -
Non io vi chiesi di farla restare;
fu il vostro personale gradimento
ed il vostro rimorso: troppo giovane
ero a quel tempo ioper giudicarla.
Ora però che la conosco bene
se ella alberga in sé il tradimento
ebbene allora son così anch'io.
Abbiamo condiviso un solo letto
ci siamo alzate insieme ogni mattina
abbiam mangiatostudiatogiocato
sempre insiemee dovunque siamo andate
sempre fummo una coppia inseparabile
come i due cigni della dea Giunone.(28)

FEDERIGO -
È troppo maliziosa al tuo confronto;
quella sua aria dolceil suo silenzio
la sua pazienza parlano alla gente
e la fanno compassionar da tutti.
E tu sei una sciocca;
costei ti ruba la reputazione.
Apparirai di molto più brillante
e virtuosaquand'ella sarà via.
Perciò non aprir bocca in sua difesa:
il mio verdetto è fermo e irrevocabile:
che sia bandita da questo ducato!

CELIA -
Allora a quel verdettomio sovrano
associate anche me
perché senza di lei non posso vivere.

FEDERIGO -
Sei una sciocca! Nipoteprepàrati:
se rimani oltre il tempo stabilito
ti giuro sul mio onore
e sulla mia parola di sovrano
che morirai.

CELIA -
Ahpovera cugina!
Povera Rosalinda mia!... E ora?
Dove andrai?... Ci scambiamo i nostri padri?
Io ti do il mio... Ti ordinocomunque
di non essere afflitta più di me.

ROSALINDA -
Ho ben ragione d'esserlo.

CELIA -
Non è verocugina. Sufa' cuore!
Non capisci che il Duca
con te ha bandito pure mesua figlia?

ROSALINDA -
Ma non è veroquesto non l'ha fatto.

CELIA -
Ahno? Allora in cuore a Rosalinda
non c'è un sol briciolo di quell'amore
che le dovrebbe dire che noi due
sìio e tesiamo una cosa sola?
Chi può dividercidolcezza mia?
Potremo mai lasciarci separare?
No. Si cerchi mio padre un altro erede.
Perciò pensiamo insieme come fare
per fuggire da quie dove andare
e che cosa portare via con noi.
E non cercar di prendere su di te
tutto il peso di questo cambiamento
e di portar da sola le tue pene
senza di me; perché per questo cielo
che ora impallidisce a contemplare
i nostri tribolidi' quel che vuoi
ma io verrò con te.

ROSALINDA -
E dove andremo?

CELIA -
A rintracciar mio zio
nella Foresta delle Ardenne.

ROSALINDA -
Ahimè
a quali rischi non andremo incontro
a spingercifanciulle come siamo
così lontan da qui!
La bellezza fa gola più dell'oro
ai predoni che infestano le strade.

CELIA -
Io mi vestirò tutta imbacuccata
da sembrare una povera stracciona
e m'impiastriccerò per tutto il viso
di terra d'ombrae tu farai lo stesso.
Passeremo così inosservate
senza attirar possibili aggressori.

ROSALINA -
Non credi che per me sarebbe meglio
dato che come donna son più alta
del comuneche mi vestissi in tutto
da uomo?(29) Col mio bravo coltellaccio
al fianco e uno schidione da cinghiale
in mano (e si nasconda nel mio cuore
quanta femminea paura voglia)
avremo l'aria spavalda e marziale
che sanno darsi certi vigliacconi
mascherando così l'interna fifa.

CELIA -
E da uomocome dovrò chiamarti?

ROSALINDA -
Mi darò un nome non meno leggiadro
di quello del coppiere del gran Giove:
mi chiamerai pertanto Ganimede.(30)
E tu come vorrai esser chiamata?

CELIA -
Con un nome che sia più confacente
al mio stato: non più Celiama Aliena.

ROSALINDA -
Macuginache ne diresti tu
se provassimo a portar via con noi
rubandolo alla corte di tuo padre
il suo matto buffone?
Non potrebb'esser la sua compagnia
d'alcun conforto per il nostro viaggio?

CELIA -
Ohsìcugina! Quellofiguriamoci
mi seguirebbe pure in capo al mondo.
Lascia che pensi io a persuaderlo.
Ora andiamofacciamo un sol bagaglio
dei gioielli e dell'altre nostre robe
e stabiliamo l'ora più propizia
e la via che ci sembri più sicura
per sfuggire alla caccia
che questi certamente ci daranno
appena accortisi della mia fuga.
Avviamoci dunque a cuor contento
verso la libertànon all'esilio!


(Escono)



ATTO SECONDO




SCENA I - La foresta delle Ardenne


Entrano il DUCAAMIENS e altri nobili
tutti vestiti da boscaioli

DUCA -
Ebbeneamici e fratelli d'esilio
non ha forse la lunga consuetudine
reso a noi questa vita più gradita
che non sia stata quella d'una pompa
solo apparente? E non son questi boschi
più sicuri e più scevri da pericoli
che non sia stata l'invidiosa corte?
Qui non soffriamo del fallo di Adamo
il diverso mutar delle stagioni;(31)
quando il gelido dente dell'inverno
e il brutale rabbuffo dei suoi venti
mi mordono e mi soffiano sul capo
fino a farmi attrappire tutto il corpo
per il freddoio dicosorridendo:
Questa almeno non è adulazione.
Questi son consiglieri
che mi fanno sentire fino in fondo
quello che sono.Ché l'avversità
per chi ne fa virtù è dolce cosa
come il rospochebrutto e velenoso
reca un pregevole gioiello in testa.(32)
E l'esistenza che viviamo qui
scevra da pubbliche frequentazioni
scopre voci nello stormir degli alberi
letture nello scorrer dei ruscelli
eloquenti sermoni nelle pietre
einsommatanto bene in ogni dove.
Non cambierei tutto questo con niente.

AMIENS -
Vostra grazia può dirsi fortunata
se sa tradurre in dolce e quieto stile
i caparbi voleri della sorte.

DUCA -
Suvviavogliamo andare a procurarci
un po' di selvaggina?
Seppurconfessomi fa male al cuore
che povere screziate creature
native abitatrici
di questa spopolata lor città
si debbano sentir trafitti i fianchi
all'interno dei lor stessi confini
dalle punte di biforcute frecce.

PRIMO NOBILE -
Proprio di questoin veritàsignore
si duole Jacopoil malinconico;
dice che in ciò voi fate usurpazione
più che non abbia fattonel bandirvi
vostro fratello. Proprio stamattina
Amiens ed io gli siamo giunti dietro
alla sprovvistache stava disteso
all'ombra d'una quercia che a fior d'acqua
protendeva le vecchie sue radici
nell'acqua d'un sonante ruscelletto.
Proprio in quel punto un povero cerbiatto
sbandato dalla tormaera venuto
a languire morente per un colpo
infertogli da qualche cacciatore.
E a dire il veroil povero animale
mio signorelevava tali gemiti
cheuscendogli tendevano la pelle
da sembrare che stesse per scoppiare
e grosse e tonde lacrime
si rincorrevano pietosamente
l'un l'altra lungo l'innocente muso;
e così la villosa creatura
se ne ristava sull'estrema proda
del rapido ruscellocol suo pianto
ingrossandolo quasimentre Jacopo
lo rimiravatriste e malinconico.

DUCA -
E che diceva? Non tirava fuori
la sua morale innanzi a quella vista?

PRIMO NOBILE -
Ohsìe accompagnandola pur anche
con mille metaforici confronti.
Primasul pianto che quell'animale
versava inutilmente nel ruscello
Povero cervo - lo sentimmo dire -,
tu, a somiglianza delle umane genti,
fai testamento, lasciando di più
del tuo proprio a colui che n'ha già troppo!
Poicommentando il fatto che quel cervo
era rimasto solo e abbandonato
dagli altri vellutati suoi compagni:
È giusto. - dice - "Così la miseria
dirada il flusso della compagnia".(33)
Di lì a pocogli s'avvicina un branco
già sazio di pastura enoncurante
saltella accanto al povero animale
senza manco degnarlo d'uno sguardo.
Già - fa Jacopo - voi tirate via,
ben pasciuti e grassocci cittadini,
oggi si fa così in questo mondo.
Perché attardarsi a gettare uno sguardo
a un meschino che ha fatto bancarotta?
E qui s'è datocon violenta foga
ad inveirecome per trafiggerle
nel corpola campagnala città
la cortee tutta questa nostra vita
giurando che siam solo usurpatori
e tirannie ancor quanto c'è di peggio
perché terrorizziamo gli animali
e li uccidiamo proprio ove natura
li ha destinati ad abitare e vivere.

DUCA -
E così lo lasciaste sempre assorto
in questo genere di riflessioni?

SECONDO NOBILE -
Sìmio signorelo lasciammo in lacrime
a spargere commenti sconsolati
su quel povero cervo agonizzante.

DUCA -
Indicatemi il luogo dove sta;
mi diletto a discutere con lui
quando gli passano questi momenti
d'umore malinconico
ché proprio allora egli è più proclive
a sciorinar la sua filosofia.

PRIMO NOBILE -
Vi ci accompagno subitosignore.


(Escono)





SCENA II - Stanza nel palazzo del Duca Federigo


Entra il DUCA FEDERIGO con alcuni NOBILI

DUCA -
È possibile che non c'è nessuno
che le abbia viste? Questo non può essere.
Qualche canagliaquialla mia corte
s'è reso in questo lor fiancheggiatore.

PRIMO NOBILE -
Nessunoin veritàche l'abbia vista
da quel che posso dir d'aver sentito.
Le cameriere l'han lasciata a letto
la sera prima e l'indomani presto
hanno trovato il letto ch'era vuoto
del tesoro della lor padroncina.

SECONDO NOBILE -
Mio signores'è persa anche ogni traccia
di quel rognoso buffone ai cui lazzi
sì spesso vostra grazia usava ridere.
La dama della principessaEsperia
ha confessato d'aver ascoltato
furtivamente la vostra figliola
e sua cugina parlare tra loro
esaltando le rare qualità
e le grazie del giovin lottatore
che ultimamente ha battuto alla lotta
il nerboruto Carlo. Ella è convinta
che in qualsivoglia luogo siano andate
quel giovanotto è in loro compagnia.

FEDERIGO -
Vada qualcuno in cerca del fratello
che dica a quel gagliardo bellimbusto
di suo fratello di venir da me.
E se trovaste ch'egli fosse assente
portatemi lo stesso suo fratello:
dovrà trovarlo lui. Prestomuovetevi!
E intanto non s'allentin le ricerche
per ricondurmi quelle due sventate.


(Escono)





SCENA III - Davanti alla casa di Oliviero


EntranoincontrandosiORLANDO e ADAMO

ORLANDO -
Chi è là?

ADAMO -
Che! Voimio giovane padrone?
Mio nobile padrone!
Padrone mio diletto!
O voiritratto del vecchio sir Rowland!
Che fate qui? Che cosa vi conduce?
Perché siete virtuoso?
Perché tutta la gente vi vuol bene?
E perché vi mostrate così nobile
sì forte e valoroso?
Perché sareste stato sì smanioso
di superare il robusto campione
del lunatico duca?
La vostra lode è giunta a casa vostra
troppo prima di voi.
Non sapetepadroneche a certi uomini
le lor virtù son come lor nemici?
Così le vostre a voi. Le vostre doti
mio nobile padroneson per voi
solo celesti e santi traditori.
Ohche mondo è mai questo
dove è veleno all'uomo
ciò che dovrebbe renderlo più degno!

ORLANDO -
Perchéche c'è?

ADAMO -
O sfortunato giovane!
Badate a non varcare queste soglie
perché il nemico d'ogni vostro merito
abita proprio sotto questo tetto.
Vostro fratello... ma che dico?... No
non fratelloseppure anch'egli è figlio...
noche non è suo figlio...
non posso dirlo figlio di colui
che stavo quasi per chiamar suo padre...
vostro fratelloinsommaè a conoscenza
del successo che avete riportato
e sta tramando d'appiccare il fuoco
stanotte al luogo dove voi dormite
sì da farvi morir carbonizzato.
E se ciò non dovesse riuscirgli
farà certo ricorso ad altri mezzi
per togliervi di mezzo.
Ho udito di nascosto le sue trame.
Qui non è il vostro posto. Questa casa
per voi è diventata un mattatoio.
Non ci entratetemetelaaborritela.

ORLANDO -
E dove vuoi che me ne vadaAdamo?

ADAMO -
Dovunque altrovepurché non lì dentro.

ORLANDO -
Che! Vorresti ch'io vada girovago
pel mondo a pitoccare un po' di cibo
o a menare una vita da ladrone
a sgrassare le gente per le strade
con una vile e minacciosa spada?
Perché a tanto mi vedrei costretto
di nient'altro sentendomi capace.
Ma non vorrò giammai ridurmi a questo
per quanto posso: piuttosto soggetto
alla malvagità contro natura
d'un sangue e d'un fratello sanguinario.

ADAMO -
Non pensateci affatto. Io ho da parte
cinquecento corone risparmiate
sul mio salario sotto vostro padre
perché m'assicurassero da vivere
il giorno in cui queste mie vecchie membra
non fossero più in grado di servire
e l'età miada tutti ormai negletta
fosse stata gettata in cantone.
Prendetele. E Colui che nutre i corvi
e nella sua divina provvidenza
procura il cibo quotidiano ai passeri
prenderà cura della mia vecchiaia.
Ecco il denaro. Ve lo dono tutto.
Concedetemi soloin contraccambio
di seguitare ad esser vostro servo.
Sembro vecchioma sono ancora in sesto
e mi sento ancor vegeto e robusto;
perché mai feci usoin gioventù
di liquori che bruciano lo stomaco
e fanno il sangue focoso e ribelle;
né mai fui dedito a corteggiare
con svergognata frontele occasioni
di debolezza e di decadimento.
Perciò la mia vecchiaiaposso dirlo
è un forte inverno: rigido ma sano.
Lasciatemi venir dunque con voi.
Vi presterò i servizi necessari
in tutto quanto possa abbisognarvi
come farebbe uno assai più giovane.

ORLANDO -
Caro buon vecchio! Come luminoso
appare in te l'esempio del fedele
servo del tempo anticoquando tutti
s'adoperavano a ben servire
per senso del dovere e non per paga.
Tu non sei fatto per il mondo d'oggi
in cui nessuno è incline a fare il bene
se non in vista di un qualche profitto;
avuto il quale pianta tutto in asso
proprio perché è riuscito a conseguirlo.
Tu no; ma tu con mepovero vecchio
dovrai potare un albero marcito
e che non potrà darti manco un fiore
per quanti sforzi farai per curarlo.
Comunque vieniandiamo via insieme;
eavanti d'aver speso interamente
i tuoi risparmi della gioventù
riusciremo pure a sistemarci
in qualche modoper quanto modesto.

ADAMO -
Padroneavantied io vi seguirò
con piena lealtà e fedeltà
fino all'ultimo soffio di mia vita!
Sono vissuto in questa vostra casa
da quando avevo ancor diciassett'anni
ma orache ne conto quasi ottanta
non ci voglio più vivere.
Molti a diciassett'anni se ne vanno
da casa loro in cerca di fortuna
ma a ottanta è un po' tardi
s'è già in ritardo d'una settimana.
La fortuna non può largirmi ormai
miglior compenso che una buona morte
senza debiti con il mio padrone.(34)


(Escono)




SCENA IV - Radura nella foresta delle Ardenne


Entrano ROSALINDA (come Ganimede) vestita da pastoree CELIAcome Aliena; con loro è PIETRACCIA.

ROSALINDA -
O Gioveche stanchezzache fatica
i miei poveri spiriti!

CELIA -
Dei miei
m'importa poco. Sono le mie gambe
che sento stanche morte.

ROSALINDA -
A me verrebbe in cuore quasi voglia
di screditare questa mia montura
mascolinae d'abbandonarmi a piangere
come una donna. Ma devo sforzarmi
di far coraggio a più fragile vaso:(35)
ché braghe e giustacuore
devono dare esempio di coraggio
alla gonna. Perciòda bravaAliena
susufatti coraggio!

CELIA -
Portatemi pazienzave ne prego.
Non gliela faccio a muovere un sol passo.

PIETRACCIA -
Per parte miameglio portar pazienza
che portar voi; anche se a portarvi
non potrei dire di portare addosso
una croceperché penso che in borsa
non abbiate monete con la croce.(36)

ROSALINDA -
Behla foresta della Ardenne è questa.

PIETRACCIA -
Giàora sono in Ardenna;
e tanto più per ciò mi dico sciocco;
perché quand'ero a casa
ero di certo in un posto migliore.
Ma chi viaggia si deve contentare
di quel che trova.

ROSALINDA -
Giàe così tu
ti dovrai contentarebuon Pietraccia.


Entrano CORINNO e SILVIO


Guardate un po' chi viene: un vecchio e un giovane
tra loro assorti in seri conversari.

CORINNO -
(Senza accorgersi dei tre)
... Ma questo è proprio il modo
per far ch'ella continui a sdegnarti!

SILVIO -
AhCorinnosapessi quanto l'amo!

CORINNO -
Posso capirloin parte; perché anch'io
un tempo sono stato innamorato.

SILVIO -
NoCorinnonon credo: essendo vecchio
non puoi capireanche se da giovane
tu sia stato l'amante più fedele
ch'abbia mai confidato i suoi sospiri
a un notturno guanciale. Ma se è vero
che l'amor tuo è stato pari al mio
se pure è mia precisa convinzione
che nessuno abbia amato com'io amo -
a quante mai risibili movenze
non t'han sospinto le amorose brame?

CORINNO -
Ahquanto a questefurono migliaia!
Ma in verità non ne ricordo alcuna.

SILVIO -
Vuol dire allora che non hai amato
con tutta la passione del tuo cuore.
Perché se non riesci a ricordarti
anche della più piccola sciocchezza
cui t'abbia spinto la follia d'amore
vuol dire che non hai amato mai.
E se tu non ti sei seduto mai
a stancare il tuo ascoltatore
come sto io facendo ora con te
con le lodi della tua donna amata
vuol dire che non hai amato mai.
E se non t'è venuto di sottrarti
di punto in bianco ad ogni compagnia
come mi vien da fare ora con te
vuol dire che non hai amato mai.
O FebeFebeFebe!...


(Esce)

ROSALINDA -
Ahimèche hai fattopovero pastore!
Tucol frugare nella tua ferita
m'hai fatto accorgereper mia sventura
di quella mia.

PIETRACCIA -
Ed a me della mia.
Mi ricordoquand'ero innamorato
che ruppi la mia spada contro un sasso
e poi le dissi di tenersi il colpo
perché s'era giaciuta accanto a me
la notte prima con Gianna Sorriso;(37)
e ricordo benissimo quel bacio
che detti al mestolo suo in cucina
e quello alle mammelle della vacca
ch'erano state munte allora allora
da quelle sue manucce screpolate.
E ricordo d'aver fatto la corte
in vece suaa una pianta di pisello;
dalla quale poi tolsi due baccelli
che subito le resitra le lacrime
dicendo: "Pòrtali per amor mio!"
Ehsiam preda di strani ghiribizzi
noi che siamo fedeli nell'amare.
Ma poiché tutto che è nella natura
è mortalecosì anche è mortale
in natura ogni follia d'amore.

ROSALINDA -
Parli più saggio che tu non t'accorga.

PIETRACCIA -
Ehsìpurtroppo della mia saggezza
non m'accorgerò mai
fino a tanto che non ci sbatto il muso.(38)

ROSALINDA -
O GioveGiove!(39) Come la passione
amorosa di questo pastorello
s'intona con la mia!

PIETRACCIA -
E con la mia
seppure quella mia s'è un po' ammuffita.

CELIA -
Di graziachieda qualcuno a quest'uomo
se dietro pagamento
può darci qualche cosa da mangiare.
Io svengo dalla fame.

PIETRACCIA -
(Verso Corinno)
Ehituvillano!

ROSALINDA -
Zittobuffonenon è tuo parente.

CORINNO -
Chi chiama?

PIETRACCIA -
Gente un po' più su di te
amico.

CORINNO -
Se non fossero così
sarebbero davvero dei pezzenti.

ROSALINDA -
(A Pietraccia)
Tu non parlare.
(A Corinno)
Buona seraamico.

CORINNO -
E buona sera a voigentil signore
ed a voialtri tutti.

ROSALINDA -
Ti pregobuon pastore
se l'amore del prossimo e il denaro
possono procuraci del ristoro
in un luogo selvaggio come questo
accompagnaci dove riposarci
ed avere qualcosa da mangiare.
Qui c'è una donna sfinita dal viaggio
e presso a venir meno
se non viene soccorsa in tutta fretta.

CORINNO -
Ho compassione di leibel signore
e vorreipiù per lei che per me stesso
che la mia condizione fosse tale
da poterle recar maggior sollievo;
ma purtroppo non sono che un pastore
che si trova al salario d'un padrone
e non toso le pecore che pascolo.
Il mio padrone è di natura avaro
e non si cura moltoa dire il vero
di spianarsi la via al paradiso
col prodigarsi in ospitalità.
Eppoi la sua capannail greggei pascoli
sono in vendita; ed ora ch'egli è assente
nella nostra capanna non c'è nulla
che possiate mangiare; ad ogni modo
venite un po' a veder che c'è rimasto:
per parte miasarete i benvenuti.

ROSALINDA -
E chi gli comprerà il gregge e i pascoli?

CORINNO -
Quel giovane pastore
che avete visto prima insieme a me;
quello però tiene altro per la testa
che pensare a comprare qualche cosa.

ROSALINDA -
Ti pregoalloracompreresti tu
se ciò s'accorda con la buona regola
per nostro conto e con i nostri soldi
la capanna col pascolo ed il gregge?

CELIA -
E avrai da noi un salario migliore.
Sìperché il posto qui mi piace molto
e verrei volentieri ad abitarci.

CORINNO -
La roba è in venditaquesto è sicuro.
Seguitemi; se dopo aver assunto
tutte le necessarie informazioni
troverete di vostra convenienza
il terreno ed il relativo acquisto
nonché la vita che qui si conduce
vi sarò fedelissimo massaro
e a vostro nome e col vostro denaro
procederò senz'altro ad acquistarlo.


(Escono)



SCENA V - Zona selvaggia nella foresta delle Ardenne


Entrano AMIENSJACOPO e altri

AMIENS -
(Cantando)
Sotto l'albero frondoso
chi con me vorrà restare
e col passero gioioso
la sua voce modulare
venga, venga, venga qua,
ché nemici non vedrà;
solo avrà da tener testa
all'inverno e alla tempesta".

JACOPO -
Cantate ancorapregoancoraancora.

AMIENS -
Vi farà diventare malinconico
monsieur Jacopo.

JACOPO -
Non cerco di meglio.
Cantate ancoraprego.
Riesco a suggere malinconia
anche da una canzone
in cui si canta come sugge l'uova
la faina. Cantatesuvi prego.

AMIENS -
Son giù di voce. So di non piacervi.

JACOPO -
Io non vi sto chiedendo di piacermi
ma di cantare. Viaun'altra stanza.(40)
Le chiamate così voialtrivero?

AMIENS -
Come desideratemonsieur Jacopo.

JACOPO -
Nonon m'importano i loro nomi
tanto i titoli a me non rendon nulla...(41)
Insommaandiamovuoi o no cantare?

AMIENS -
Per piacer vostropiù che per il mio.

JACOPO -
Bene. Allora se ci sarà qualcuno
nella mia vita cui dovrò dir grazie
quello sarete voi; ma senza smorfie
di quelli che si chiaman complimenti
e che sembran l'incontro di due scimmie;
ché quando sento dirmi da qualcuno
grazie di cuoremi dà l'impressione
come se io gli avessi dato un soldo
e che quello mi porga di rimando
il "grazie" che ti rende l'accattone.
Ma sucantiamo: e chi non ci vuol stare
padrone di tener la bocca chiusa.

AMIENS -
Beneterminerò la mia canzone.
Nel frattemposignoriapparecchiate
perché il Duca desidera venire
a ristorarsi quisotto quest'albero.
(A Jacopo)
È tutto il giorno che cerca di voi.

JACOPO -
E io è tutto il giorno che lo evito.
Ama troppo ciarlarepel mio gusto.
Ioper menella testa ho tante cose
quante almeno ne possa avere lui
ma mi limito a ringraziarne il cielo
dentro di mesenza andarle sfoggiando.
Suavantigorgheggiamo.

TUTTI INSIEME -
(Cantando)
CANZONE
Chi, schifando l'ambizione,
ama vivere nel sole;
chi, schifando vile brama
sol nel sole viver ama
il suo cibo sol cercando,
e del suo stato contento
venga, venga, venga qua,
perché qui nemici avrà
cui dover tenere testa,
sol l'inverno e la tempesta."

JACOPO -
Voglio offrirvi ora io una strofetta
composta ieri su questo motivo
a dispetto del povero mio estro.

AMIENS -
Ed io la canterò.

JACOPO -
Dice così:


Se dovesse a qualcuno capitare
di vedersi in un ciuco trasformare
beni ed agi non esiti a lasciare,
ducdamèducdamèducdamè
e se ne venga a stare qui con me,
perché qui troverà
ciuchi simili a lui in quantità.

AMIENS -
E che sarebbe questo "ducdamè"?

JACOPO -
La formula d'un esorcismo greco
per attirarsi intorno dei babbei.(42)
Orase mi riescevado a letto
e se non mi riescefaccio strage
di tutti i primogeniti d'Egitto.

AMIENS -
Io vado invece a prelevare il Duca;
la merenda per lui è apparecchiata.


(Escono)




SCENA VI - Altra zona selvaggia della foresta
delle Ardenne


Entrano ORLANDO e ADAMO

ADAMO -
(Accasciandosi a terra)
Ahimèpadrone mionon reggo più.
Sto morendo di fame.
Non mi resta che stendermi per terra
e prender le misure della fossa.
Addiomio caro e nobile padrone!

ORLANDO -
Che ti succedeAdamo? Non c'è in te
maggior lena? Coraggiosucoraggio.
Ci sarà pure in quest'aspra boscaglia
da cacciare qualcosa di selvatico.
O sarà esso a far di me il suo pasto
o te lo porto quimorto ammazzato
per esser pasto a te. Ma tu alla morte
mi sembri più vicino col pensiero
che non nel fisico. Susurincuorati
se mi vuoi bene. Tienila a distanza
da te la morte ancora d'un sol braccio.
Io vado e torno subito
e ti darò licenza di morire
se non ti porto di che ristorarti.
Però se muori prima ch'io ritorni
m'avrai fatto sprecare la fatica.


(Adamo gli si avvicina e gli sussurra
qualcosa di incomprensibile)


Eccocosì mi piaci. Ora sorridi
e io sarò di ritorno in un lampo.
Ma qui sei troppo esposto all'aria gelida
vieniche ti sistemo un po' al riparo.
E t'assicuro che se nei dintorni
c'è appena l'ombra di creatura viva
non morirai di fame. ForzaAdamo!


(Esceportandosi via Adamo)




SCENA VII - La foresta delle Ardenne con tavola imbandita come nella scena V.


Entrano il DUCAAMIENS e altri SIGNORI(43)

DUCA -
Si sarà trasformato certamente
in qualche bestiaperché in forma umana
non m'è riuscito proprio di trovarlo.

PRIMO SIGNORE -
Era qui appena poco fasignore;
era allegro e ascoltava una canzone.

DUCA -
Ahimpastato com'è di dissonanze
se quello là si dedica alla musica
chi sa che stonature
nell'armonia delle celesti sfere!
Andatelo a cercare.
Ditegli che desidero parlargli.


(Entra Jacopo)

PRIMO SIGNORE -
Eccolomi risparmia la fatica.

DUCA -
(A Jacopo)
Monsieurche vi succede?
Che vita è questache gli amici vostri
per goder della vostra compagnia
vi debbon corteggiare?... Ma che avete
per esser sì eccitato?

JACOPO -
Un mattoun matto!
Ho incontrato nella foresta un matto
un bel mattoun matto variegato!(44)
Ahmondo miserabile! Vi giuro
che quant'è vero ch'io vivo mangiando
ho visto un mattoera sdraiato al sole
ed imprecava contro la Fortuna
in buoni terminiin parole acconce
malgrado fosse un matto variegato.
Buongiorno, matto- dico. E lui: "Signore
non mi chiamate matto finché il cielo
non m'abbia fatto aver la mia fortuna".
E lì per lìtira fuor dalla tasca
un orologio e gettatevi sopra
alcune pigre e quasi spente occhiate
dicecon ragguardevole saggezza:
Ora sono le dieci;
ecco così noi possiamo osservare
come procede questo nostro mondo:
eran le nove appena poco fa,
e saranno le undici fra un'ora;
e così d'ora in ora noi mortali
veniamo maturando, maturando,
e d'ora in ora poi ci corrompiamo,
infradiciamo; e la storia s'allunga.
A sentire quel matto variopinto
sentenziare così sul nostro tempo
i miei polmonicome Cantachiaro(45)
han cominciato a far "chicchiricchì"
al pensiero che i matti son capaci
di siffatte profonde riflessioni;
e son sbottato a riderema a ridere
senza smettere maiper tutt'un'ora
misurata sopra quel suo orologio.
O degno mattoo nobile buffone!
La variopinta divisa del matto
è veramente l'unica divisa
che gli uomini dovrebbero indossare!

DUCA -
Che matto è mai costui?

JACOPO -
Ohun degno matto!
Uno che ha fatto anche il cortigiano
al tempo suo e dice che le dame
se sono belle e giovanilo sanno
di esserlo; e che nel suo cervello
secco come un avanzo di galletta
dopo un viaggiosi trovano stipati
tanti curiosi angolini affollati
da pensieri ch'ei fa saltare fuori
un po' alla volta e in modo scombinato.
Ahvorrei essere pur io un matto!
Portare indosso una livrea screziata
è davvero la mia grande ambizione!

DUCA -
E allora ne avrai una!

JACOPO -
È l'unico costumefrancamente
che si conviene ad uno come me;
sempre che voi riusciate a liberarvi
dall'opinione radicata in voi
e rigogliosa come una malerba:
ch'io sia un uomo saggio.
Vestito di quel variegato arnese
mi gusterei la vera libertà
quella senza confini come il vento
per mandare zaffate a chi mi piaccia:
perché è così che fanno tutti i matti;
e coloro che più saran feriti
dagli strali della mia matteria
dovranno tanto più prenderla a ridere.
E sapete perché dovranno farlo?
È un perché piano come la stradina
che mena alla chiesuola del paese:
perché colui che il matto
colpisce molto intelligentemente
è costretto anche lui a fare il matto
epur sentendone tutto il bruciore
finger di non aver sentito il colpo;
e così questa sua matta saggezza
è vivisezionata e messa a nudo
dalle semplici occhiate maliziose
che il matto volge intornoa destra e a manca.
Ahdatemi la mia livrea da matto!
E datemi licenza di parlare
e spiattellare tutto quel che penso
e v'assicuro che saprò ben io
purgare il corpo marcio e purulento
di questo nostro contagiato mondo
se la gente vorrà pazientemente
ingurgitare la mia medicina!

DUCA -
Suvvianon dir sciocchezze!
Ti posso dire io quel che faresti.

JACOPO -
Ahnient'altro che opera di bene!
Sono pronto a scommetterci un soldino.

DUCA -
Nel condannare negli altri il peccato
peccheresti tu stesso
in modo quanto mai turpe e maligno:
perché sei stato anche tu un libertino
sensuale come la bruta libidine;
e vorresti rigurgitar sul mondo
tutti i bubboni e l'ulcere maligne
che ti sei procurato in libertà
nelle tue licenziose scappatelle.

JACOPO -
Perché?... Chi condannasseper esempio
in pubblico l'umana vanità
accuserebbe forse questo o quello?
Forse che non si gonfia da se stessa
la vanitàimmensa come il mare
finché gli stessi mezzi onde si nutre
non le restano a secco col riflusso?
Io non indico a nome alcuna donna
se dico che la donna di città
usa sfoggiare un lusso principesco
sulle sue spalle d'esso affatto indegne.
E qual donna può venirmi a dire
che avrei inteso rifermi a lei
quando la sua vicina è come lei?
E qual è l'uomo d'umile lignaggio
cheritenendo ch'io parli di lui
può venirmi a negare che son io
a far le spese del suo bel vestiario
senza ch'io voglia con questo imputare
alla sua vanità e ad essa sola
il contenuto della mia censura?
Ecco il punto. Ed allora in che ed in come
l'avrebbe offesodicoil mio parlare?
Se l'ho colpito giustoallora è lui
a far torto a se stesso; e la mia critica
volerà via come un'oca selvatica
e nessuno dirà ch'è a lui diretta.
Ma qui arriva qualcuno...


Entra ORLANDOspada in pugnogridando:

ORLANDO -
Fermi tutti!
E che nessuno seguiti a mangiare!

JACOPO -
Iofinoranon ho mangiato niente.

ORLANDO -
Né lo faraise prima non si pensi
a soddisfare la necessità.

JACOPO -
Da che specie esce fuori questo gallo?

DUCA -
Sei tu fatto sì arditogiovanotto
dalle tue ristrettezze di fortuna
o sei solo un volgare spregiatore
delle maniere di trattare il prossimo
per sembrare così poco civile?

ORLANDO -
È vero quel che prima avete detto:
è il pungolo spinoso
della nuda strettezza di fortuna
che m'ha distolto dal saper mostrare
modi civilianche se son nato
ed allevato fra gente civile
e conosco la buona educazione.
Ma fermi tuttiho detto!
Chi s'azzarda a toccare questa frutta
prima ch'io stesso n'abbia soddisfatto
le più impellenti mie necessità
è un uomo morto.

JACOPO -
E io voglio morire
se qui non si riesce a soddisfarvi
come vuole ragione.

DUCA -
Che volete? La vostra gentilezza
ci forzerà a darvi assai di più
che non potreste ottener con la forza.

ORLANDO -
Sto morendo di fame.
Datemi qualche cosa da mangiare.

DUCA -
Sedete qui e mangiate a volontà;
e siate il benvenuto a questa mensa.

ORLANDO -
Mi parlate cosìcon tanto garbo?...
Allora perdonatemivi prego.
Mi figuravo di trovare qui
uomini e cose ugualmente selvaggi
da trattare con cruda autorità.
Ma chiunque voi siate
che in questo luogo impervio e solitario
sotto l'ombra di rami melanconici
lasciate scorrer con indifferenza
le lento-scivolanti ore del tempo;
se conosceste mai giorni migliori;
se abbiate mai vissuto prima d'ora
in luoghi dove s'odon le campane
chiamar la gente alle funzioni in chiesa;
se foste mai seduti a festeggiare
uomini onesti intorno alla lor tavola;
se mai vi sia caduta dalle ciglia
una pietosa lacrima
e sappiate cos'è aver pietà
e suscitar pietà nei cuori altrui
ohallora sia soltanto gentilezza
la mia violenza verso tutti voi.
E con questa speranza nel mio animo
arrossisco e rinfodero la spada.


(Rimette la spada nel fodero)

DUCA -
Giorni migliorisìne abbiamo visti
e siamo andati in chiesa
al richiamo della campana sacra
e ci siamo seduti a festeggiare
uomini onesti intorno alla lor tavola
e abbiamo terso sulle nostre ciglia
lacrime generate da pietà.
Perciò sedete in tutta cortesia
con tutti noie profittate pure
d'ogni cosa che possa riuscire
a soddisfare ogni vostro bisogno.

ORLANDO -
Vogliate allora astenervi per poco
dal toccar ciboed iocome una damma
andrò a cercare il mio piccolo daino
per dargli da mangiare.
È qui da presso un povero vegliardo
che è venuto arrancando dietro a me
con passi stanchisolo per amore.
Finché quest'uomooppressopoveretto
da due malanni che lo fanno debole
l'età tarda e la fame
non abbia soddisfatto la sua fame
prima di menon toccherò boccone.

DUCA -
Andate. Qui non toccheremo nulla
fino al vostro ritorno.

ORLANDO -
Vi ringrazio.
E prego il cielo che vi benedica
per questo generoso vostro aiuto.


(Esce)

DUCA -
(A Jacopo)
Come vedinon siamo solo noi
a non aver benigna la fortuna.
Il gran teatro che è questo mondo
offre più tristi rappresentazioni
di quella che si svolge sulla scena
sulla quale noi stiamo recitando.(46)

JACOPO -
È veroil mondo è tutto un palcoscenico
sul quale tutti noiuomini e donne
siam solo attoricon le nostre uscite
e con le nostre entrate; ove ciascuno
per il tempo che gli è stato assegnato
recita molte parti
e gli atti sono le sue sette età:
primail neonato che vagisce e sbava
in braccio alla nutrice;
poiil piagnucoloso scolaretto
che con la sua cartella sotto il braccio
e con la faccia lustra e mattiniera
si trascina alla scuola
di malavogliaa passo di lumaca;
poi viene il giovincello innamorato
sempre in sospiri come una fornace
che ha scritto una ballata malinconica
in lode delle belle sopracciglia
della sua bella; poi viene il soldato
la bocca piena di strane bestemmie
la barba da sembrare un leopardo
sofistico sul punto dell'onore
impulsivorissosoattaccabrighe
sempre in cerca di quella bolla d'aria
ch'è la gloriadisposto ad acciuffarla
magari sulla bocca d'un cannone.
Poi vienequinta etàmagistrato
con la sua bella pancia rotondetta
ben farcita di carne di cappone
l'occhio severo e la barba aggiustata
come vuole la regola civile
sempre pieno di massime assennate
e citazioni di luoghi comuni;(47)
la sesta età si porta lentamente
verso l'allampanato Pantalone(48)
pantofole alle pianteocchiali al naso
la borsa appesa al fianco; le sue braghe
le stesse che portava ancor da giovane
seppur perfettamente conservate
divenute ormai fin troppo larghe
per i suoi stinchi troppo rinsecchiti;
il vocione virile d'una volta
ridotto ad un falsetto da bambino
uno suono fessotutto fischi e sibili.
Infine l'ultimo attola vecchiaia
che conclude questa curiosa storia
così piena di strani accadimenti
l'età chiama la seconda infanzia
l'età del puro oblio: senza più denti
senza più vistagustosenza tutto.


Rientra ORLANDO sorreggendo ADAMO

DUCA -
Bentornato. Deponi pure qui
questo tuo venerabile fardello
e fa' che sia ristorato a dovere.

ORLANDO -
Vi ringrazio per lui.

ADAMO -
E fate bene(49)
padroneché a me resta appena il fiato
sufficiente per ringraziare voi.

DUCA -
Benvenuti. Sedetevi e mangiate.
Per ora non vi voglio importunare
col chiedervi di dirci i vostri casi.
Facciamo un po' di musica.
(Ad Amiens)
E tumio buon cuginocanta.


CANZONE(50)

AMIENS -
(Canta)
Soffia pur, vento invernale,
tu non fai certo più male
dell'umana ingratitudine.
Tu non hai morso tagliente
pur se soffi sì potente,
e invisibile è il tuo dente.
Onde, ohilà, cantare io voglio
sotto il verde caprifoglio.


L'amicizia è ipocrisia,
è l'amor pura follia;
ma la vita è in allegria.
Ondeohilàcantare io voglio
sotto il verde caprifoglio.


Gelagelaaria crudele
tu non mordi con più fiele
dell'umana ingratitudine.
Se tu fai l'acqua gelata,
non son dure le tue dita
come le amicizie immemori.
Ondeohilàcantare io voglio
sotto il verde caprifoglio.


L'amicizia è ipocrisia
e l'amor pura follia;
ma la vita è in allegria."

DUCA -
(A Orlando)
Se siete il figlio del caro sir Rowland
come m'avete dianzi confidato
e come vi rivela l'occhio mio
nel vedere ritratta la sua effigie
vera e vivente sulla vostra faccia
siate qui lealmente benvenuto.
Io son il duca al quale vostro padre
fu molto affezionato.
Venite dunque nella mia caverna
voglio sentirvi raccontare il seguito
delle vostre avventure. E tubuon vecchio
sei benvenuto quanto il tuo padrone.
(A Orlando)
Fate che si sorregga al vostro braccio
venite dentrodatemi la mano
e raccontatemi tutto di voi.


(Escono)



ATTO TERZO




SCENA I - Stanza nel palazzo del Duca Federigo


Entrano il DUCA FEDERIGOOLIVIERO
e alcuni nobili

DUCA -
Sicché da allora tu non l'hai più visto?
Ma signoresignorenon può essere!
S'io non fossi per la migliore parte
di me stesso impastato di clemenza
non andrei a cercar tanto lontano
su chi poter sfogare la mia collera
avendo te davanti. Ma sta' attento:
tu devi rintracciarmi tuo fratello
dovunque egli si trovi.
Vallo a cercare pur col lanternino
ma vedi di trovarlovivo o morto
entro dodici mesi; ché altrimenti
non dovrai darti più a cercar da vivere
all'interno dei nostri territori.
Le terre e i beni che reclami tuoi
e che valgan la pena di confisca
te li faremo confiscare tutti
e li terremo nelle nostre mani
fino a quando non ci darai la prova
per bocca dello stesso tuo fratello
d'essere tu completamente esente
dalla colpa di cui ti sospettiamo.

OLIVIERO -
Ahse l'altezza vostra conoscesse
qual è l'animo mio in questa storia!
Questo fratello mio
io non l'ho mai amato in vita mia.

DUCA -
Tanto più sei allora una canaglia!
Via! Fuori della porta!
E gli ufficiali che a ciò son preposti
procedano d'urgenza a impossessarsi
della casa e di tutte le sue terre!


(Escono tutti)



SCENA II - Luogo nella foresta delle Ardenne


Entra ORLANDO con un foglio in mano
che appende al ramo di un albero

ORLANDO -
Qui rimanete appesiversi miei
a testimoni della mia passione;
e tutre volte incoronata dea
regina della notte(51)
dall'alto della tua pallida sfera
custodisci col tuo virgineo sguardo
il nome della tua sacerdotessa
assoluta padrona di mia vita!
O Rosalinda! Saran queste piante
i miei diarie sulla lor corteccia
lascerò incisi tutti i miei pensieri
così che ogni occhio che si volga intorno
veda la tua virtù testimoniata
per ogni luogo di questa foresta.
CorriOrlandosu corrie su ogni albero
lascia inciso com'ella sia gentile
e bellae castaeinsommaindescrivibile!


(Esce)


Entrano da un'altra parte CORINNO e PIETRACCIA

CORINNO -
E a voimastro Pietracciacome piace
questa nostra esistenza di pastori?

PIETRACCIA -
In veritàpastoreti dirò:
considerata in sé la trovo bella;
ma se penso che è vita da pastori
io la valuto zerocome vita.
Come vita tranquilla e solitaria
mi starebbe anche bene;
ma in quanto vita di segregazione
la reputo una ben misera vita.
Come vita dei campimi diletta;
ma come vita fuori della corte
se devo dir la veritàm'annoia;
come vita frugale e moderata
s'adatterebbe bene al mio carattere;
ma che in essa non sia grascia di cibo
non si concilia molto col mio stomaco.
Filosofia ne mastichipastore?

CORINNO -
Non più di quel che mi sia sufficiente
per capire che più uno è malato
e peggio sta; e che chi non ha soldi
ed è privo di mezzi e di piaceri
si trova senza tre buoni compagni;
ch'è del fuoco bruciare
della pioggia e dell'acqua bagnare;
che l'erba buona fa grasse le pecore
e che la causa prima della notte
è che non c'è più il sole;
e che chi per natura o mano d'uomo
è privo d'istruzione ha ben ragione
di dolersi o di scarsa educazione
o d'esser nato da bassa progenie.

PIETRACCIA -
Un filosofo naturaleinsomma.(52)
Pastoresei stato mai a corte tu?

CORINNO -
Noin verità.

PIETRACCIA -
Allora sei dannato.

CORINNO -
Spero proprio di no.

PIETRACCIA -
Sìsìlo sei
come un uovo ch'è stato mal bollito
e s'è cotto soltanto da una parte.

CORINNO -
Per non essere stato mai a corte?
Spiegatevisignore.

PIETRACCIA -
Ebbenese non sei mai stato a corte
non hai mai visto le buone maniere;
enon avendo visto quelle buone
quelle tue devono essere cattive
e dire cattiveria è dir peccato
e dir peccato è dire dannazione.
Ehpastoretu corri un gran pericolo!

CORINNO -
Non è veroPietraccianiente affatto!
Le maniere che sono buone a corte
sarebbero ridicole in campagna
così come un contegno da campagna
apparirebbe buffonesco a corte.
Per esempiom'avete raccontato
che a corte s'usa salutare gli altri
col baciamano. Ebbeneun tale rito
sarebbe cosa assai poco pulita
se i cortigiani fossero pastori.

PIETRACCIA -
Un esempioalla sveltasuun esempio.

CORINNO -
Semplice: perché noi siam sempre lì
a contare e toccar le nostre pecore
e i loro velli son grassi ed untuosi.

PIETRACCIA -
E che con ciò? Non sudano le mani
ai nostri cortigiani?
E l'unto di montone non è sano
come il sudor dell'uomo?... Fiaccofiacco!
L'esempio che mi porti è proprio fiacco.
Un esempio miglioredicoavanti.

CORINNO -
Le nostre mani inoltre son callose...

PIETRACCIA -
Meglio! Le labbra le sentono prima.

CORINNO -
... e spesso sono sporche del catrame
che noi usiamo per curar le pecore.
Vorreste che baciassimo il catrame?
I cortigiani le manial contrario
le hanno profumate di zibetto.

PIETRACCIA -
Fiacche ragionivuotissimo uomo!
Tu sei come un mangiare per i vermi
al confronto d'un buon tocco di carne.
Impara da chi è saggio: lo zibetto
di nascita è più vile del catrame;
non è che lo sporchissimo escremento
d'un gatto. Nopastorenon ci siamo:
l'esempio tuo non reggeva corretto.

CORINNO -
Troppo cortigianesco è il vostro spirito
per il mio gustonon vi seguo più.

PIETRACCIA -
Allora preferisci esser dannato?
Iddio t'aiutiuomo senza spirito!
E ti raffiniché sei troppo rozzo.

CORINNO -
Signoreio sono un uomo di fatica;
guadagno quanto basta per mangiare;
tutto quello che ho lo porto addosso;
non ho nessuno cui portar rancore
non invidio l'altrui felicità
son felice se gli altri son felici
e me ne sto contento del mio poco;
la mia grande ambizione nella vita
è guardare le mie pecore al pascolo
e i loro agnelli che succhiano il latte.

PIETRACCIA -
Altro peccato della tua stoltezza:
far accoppiare le pecore ai montoni
e dall'accoppiamento delle bestie
guadagnarti da vivere;
fare il ruffiano a un becco col campano
e dare a tradimento un'agnellina
di appena un anno ad un vecchio montone
cornuto e muso storto
contro ogni ragionevole criterio
in materia di unione maschio-femmina.
Se non ti sei votato a dannazione
per questoc'è da credere che il diavolo
all'inferno i pastori non li vuole.
Se nonon so come potrai sfuggirgli.
Ecco il giovane mastro Ganimede
fratello della mia nuova padrona.


Entra ROSALINDA leggendo ad alta vocesenza accorgersi dei presentiun foglio che ha strappato dal ramo al quale l'aveva lasciato appeso Orlando.

ROSALINDA -
(Legge)
Nella terra dell'India,
da oriente ad occidente
gioiel non v'è che sia più rilucente
di Rosalinda;
cavalcando sull'ali del vento
va il suo pregio dovunque nel mondo;
immagine con maestria dipinta
di femminea bellezza è macchia nera
appetto a Rosalinda.
Altra beltà memoria non ritenga
che Rosalinda.

PIETRACCIA -
A rimare così saprei anch'io
cantar di voi per otto anni di seguito
esclusi i pranzile cene ed il sonno.
Versucci come questi
somigliano al corteo delle lattaie
che vanno a vendere il burro al mercato.

ROSALINDA -
E bastamatto!

PIETRACCIA -
Solo per assaggio:
(Declamando)
Il cerbiatto che cerca una cerbiatta
che cerchi Rosalinda;
se la gattina cerca il suo gattone,
così fa Rosalinda.
Come d'inverno chiede ogni vestito
di venire imbottito
così farà la snella Rosalinda.
Chi ha falciato che bene leghi stretta
la falciatura, e via sulla carretta(53)
con Rosalinda.
Dolce noce ha scorza asprigna,
dolce noce è Rosalinda.
Chi da rosa cerca odore
troverà spine d'amore
e Rosalinda.
Son versi al falso galoppocodesti.
Perché ve ne lasciate contagiare?

ROSALINDA -
Tacisciocco buffone!
Li ho trovati testé appesi a un albero.

PIETRACCIA -
Un albero che non dà buoni frutti.

ROSALINDA -
Vuol dire che lo innesterò con te
così sarà innestato con un nespolo
e sarà il primo a mettere il suo frutto
nella stagionee tu sarai marcito
prima d'essere per metà maturo
proprio com'è la qualità del nespolo.

PIETRACCIA -
Lo dite voi; se poi sia vero o no
lasciamo che lo dica la foresta.


Entra CELIA con un foglio in mano che legge

ROSALINDA -
Zittoche sta arrivando mia sorella.
Legge qualcosa. Stiamoci in disparte.

CELIA -
(Leggendo)

Perché chiamar deserte
queste contrade? No.
Sui rami dei suoi alberi
io voci appenderò.
Quale dirà come sia breve il corso
dell'umana avventura
e non più d'una spanna la misura
del suo percorso.
Quale altra dirà di giuramenti
traditi dagli amanti.
Ma sui rami più belli e verdeggianti
in fine ad ogni frase Rosalinda
scriverò, sì che chi vi legga apprenda
come in fragil creatura
quali doni di spirito Natura
ha voluto raccolti rispondendo
a celeste comando:
d'Elena bella il voltonon il cuore;
di Cleopatra il regale splendore;
il meglio di Atalanta;(54)
e di Lucrezia il virginal pudore;(55)
così di molte parti tutta quanta
fu concepita in cielo Rosalinda,
perché recasse i tratti più preziosi
di volti ed occhi e cuori più famosi.
E ciò dandole in sorte
me volle anche suo schiavo, in vita e in morte.

ROSALINDA -
O Giove nobilissimo(56)
con qual noiosa predica d'amore
hai tediato i tuoi bravi parrocchiani
senza curarti mai di dire loro:
Vogliate aver pazienza, buona gente!

CELIA -
(Accortasi che i tre la stanno ascoltando
lascia cadere il foglio a terra)
Ahgli amici spioni!
(A Corinno)
Pastoreva'allontànati un momento.
(A Pietraccia)
E tumesserevattene con lui.

PIETRACCIA -
Vienipastoreandiamo
facciamo una gloriosa ritirata:
non sarà proprio con armi e bagagli
ma con sacca e scartoffie.(57) Fa lo stesso.


(Esce con Corinno)

CELIA -
Hai sentito quei versi!

ROSALINDA -
Sìsìtutti
ed anche piùperché ce n'eran certi
con qualche piede di più.(58)

CELIA -
Poco male:
si reggevano meglio con più piedi.

ROSALINDA -
Giàma eran piedi zoppie senza versi
non stavano più in piedizoppicando
pertanto stavano attaccati ai versi.

CELIA -
Ma tu come hai potuto non stupire
a vedere il nome tuo appeso e inciso
al tronco di questi alberi?

ROSALINDA -
Prima che tu giungessi con quel foglio
erano già trascorsi sette giorni
dei nove ch'ha da durar lo stupore;(59)
infatti guarda un po' quel che ho trovato
che pendeva dal ramo di una palma.
(Le mostra il foglio trovato da lei)
Non sono stata mai tanto cantata
in poesia dal tempo di Pitagora
quando non ero che un topo d'Irlanda
di cui non mi ricordo quasi più.(60)

CELIA -
Hai un'idea di chi ne sia l'autore?

ROSALINDA -
Saran d'un uomoforse?

CELIA -
Giàuno con la catenina al collo
quella che un giorno gli ponesti tu.
Arrossisci?

ROSALINDA -
Chi èdi grazia? Avanti.

CELIA -
O SignoreSignore!
Sarà magari cosa alquanto rara
che ci si possa incontrare tra amici
ma le montagne possono spostarsi
coi terremotied incontrarsianche.(61)

ROSALINDA -
D'accordoma chi è?

CELIA -
Ma è mai possibile?...

ROSALINDA -
Celiate ne scongiuro a mani giunte
dimmi chi è quest'uomo.

CELIA -
O meraviglia!
O meraviglia delle meraviglie!
E ancora meraviglia! Ma è possibile!

ROSALINDA -
Benedetto color delle mie guance!(62)
Credi tu che bardandomi da maschio
io abbia messo calzoni e giubbetto
anche ai miei sentimenti di ragazza?
Un attimo di più che indugi a dirmelo
mi fai supporre un oceano di cose.
Suvviadimmi chi ètutto d'un fiato!
Anzinomegliodillo sillabando
che tu possa versarmi nella bocca
questo nomecosì com'esce il vino
da una bottiglia con il collo stretto:
o tutto un solo flussoo niente affatto.
Lèvati insomma il tappo dalla bocca
ch'io possa berlo tuttofino in fondo.

CELIA -
E così farti entrare un uomo in pancia!

ROSALINDA -
È almeno un uomo come Dio comanda?
Che sorta d'uomo è?
È degna la sua testa d'un cappello
il mento d'una barba?

CELIA -
Di barbaveramentene ha ben poca.

ROSALINDA -
BehDio potrà mandargliene di più
se sarà timorato.(63) Son disposta
ad aspettare pure che gli cresca
se tu mi dici senza tanti indugi
com'è fatto il suo mento.

CELIA -
Insommaè Orlando
il giovane che ha fatto lo sgambetto
a Carlo il lottatore ed al tuo cuore.

ROSALINDA -
Al diavolo gli scherzi. Parla schietto
e da ragazza onesta come sei.

CELIA -
In fede miaè proprio luicugina.

ROSALINDA -
Orlando?

CELIA -
Orlando.

ROSALINDA -
Ahimèche ci farò
con questa giubba e queste braghe addosso?
Che cosa ha fatto quando l'hai veduto?
Che t'ha detto? Com'era nell'aspetto?
Dov'è andato? Che ci sta a fare qui?
Di me t'ha chiesto?... E adesso dove sta?
E che ha fatto al momento di lasciarti?
E quando pensi di vederlo ancora?
Rispondi con una parola sola.

CELIA -
Ti devi prima procurare in prestito
per me la bocca di Gargantuà(64)
per dirtela: è parola troppo grande
per ogni bocca del calibro d'oggi.
Risponder solo con un "sì" o un "no"
a queste tue domande minuziose
è più difficoltoso che rispondere
a quelle d'un intero catechismo.

ROSALINDA -
Ma sa almeno che io mi trovo qui
nella forestae vestita da uomo?
Ed ha sempre lo stesso bell'aspetto
che aveva il dì che gareggiò alla lotta?

CELIA -
È altrettanto facile rispondere
alle domande degli innamorati
che contare i granelli di pulviscolo.(65)
Contèntati per oracome assaggio
del racconto di come l'ho incontrato
e gustalo soltanto ad ascoltarlo.
L'ho trovato che stava sotto un albero
simile ad una ghianda cascaticcia.

ROSALINDA -
Può ben chiamarsi l'albero di Giove
quellose fa cader simili frutti.(66)

CELIA -
Ascolta ancoracara.

ROSALINDA -
Sìprosegui.

CELIA -
Stava a giacere là lungo disteso
che mi sembrò un cavaliere ferito.

ROSALINDA -
Per pietosa che sia una tal vista
ben s'addice alla terra.(67)

CELIA -
Ohigrida un forte "Hollà!" alla tua lingua(68)
se vuoi ch'io vada avanti
perché vedo che scarta malamente.(69)
Era vestito da cacciatore.

ROSALINDA -
Ahimè!
Egli viene ad uccidere il mio cuore.(70)

CELIA -
Rosalindavorrei poter cantare
la mia canzone senza il tuo bordone.(71)
Mi mandi fuori tono.

ROSALINDA -
Ti dimentichi forse che son donna?
Devo dir quel che penso. Avanticara.

CELIA -
Mi mandi fuori tonoti ripeto.
Ma zitta! Non è lui quello che viene?


Entrano ORLANDO e JACOPO

ROSALINDA -
È proprio lui! Mettiamoci da parte
e stiamo ad osservare.


(S'allontanano)

JACOPO -
E grazie della vostra compagnia.
Anche sea dirla senza ipocrisia
sarei stato altrettanto bene solo.

ORLANDO -
E così io; ma per buona creanza
anch'io vi dico grazie della vostra.

JACOPO -
Dio vi proteggadunque
ed incontriamoci il meno possibile.

ORLANDO -
Anch'io desidero che fra noi due
s'instauri la migliore estraneità.

JACOPO -
Vi prego di non danneggiar più alberi
con l'incidere sulla lor corteccia
amorose canzoni.

ORLANDO -
Ed io vi prego di non danneggiare
i miei versi leggendoli sì male.

JACOPO -
Si chiama Rosalinda il vostro amore?

ORLANDO -
Esattamente.

JACOPO -
Il nome non mi piace.

ORLANDO -
Non si pensò di far piacere a voi
quando fu battezzata.

JACOPO -
Quanto è alta?

ORLANDO -
Quanto basta per arrivarmi al cuore.

JACOPO -
Avete sempre risposte salaci.
Non avreste per caso frequentato
qualche moglie d'orefice
e appreso quelle frasi dalle dediche
cesellate nel verso degli anelli?(72)

ORLANDO -
Novi rispondo proprio con le frasi
scritte su quei canovacci dipinti
da cui copiate le vostre domande.

JACOPO -
Siete pronto di spirito; a tal segno
da far pensare ch'esso è stato fatto
con gli stessi calcagni di Atalanta.(73)
Non vorreste sedere un po' con me
a dire insieme peste e vituperio
del mondoquesta nostra gran puttana
e della nostra immensa balordaggine?

ORLANDO -
Io al mondo non ho da far rimprovero
per nessuno all'infuori di me stesso
al quale riconosco assai difetti.

JACOPO -
Il peggiore dei qualia mio giudizio
è quello d'esservi innamorato.

ORLANDO -
Questo difetto non lo cambierei
con la migliore vostra qualità.
Ma bastaadesso: m'avete annoiato.

JACOPO -
A dire il veroquando v'ho incontrato
andavo in cerca d'un matto-buffone.

ORLANDO -
È annegato nell'acqua del ruscello;
affacciatevi ad esso e lo vedrete.

JACOPO -
Là dentro non vedrò che la mia immagine.

ORLANDO -
Appunto: quella d'un matto-buffone
com'io la vedoo quella d'uno zero.

JACOPO -
Con voi non voglio perdere altro tempo.
Tanti saluti a voisignior Amore.(74)

ORLANDO -
Ed io son lieto di vedervi andare.
Salute a voimonsieur Malinconia.


(Esce Jacopo)

ROSALINDA -
Vestita come sono
voglio giocargli una burla mancina:
gli parlerò da lacchè linguacciuto.
(A Orlando)
Boscaiolomi udite?

ORLANDO -
Sìbenissimo. Che desiderate?

ROSALINDA -
Di graziache ora segna l'orologio?

ORLANDO -
Fareste meglio a chiedere
in che parte del giorno ci troviamo;
non ci sono orologi qui in foresta.

ROSALINDA -
Vuol dire allora che in questa foresta
non c'è nessuno che sia innamorato
veramente; ché se ci fosse stato
scandirebbe l'andar pigro del tempo
esalando sospiri ogni minuto
ed elevando gemiti ogni ora
esattamentecome un orologio.

ORLANDO -
E perché "pigro"il tempoe non "veloce"?
Non gli si attaglia alla stessa maniera
questo aggettivo?

ROSALINDA -
Per nientesignore.
Il tempo scorre con diverso passo
secondo le persone: con chi all'ambio
con chi al trottocon chi al gran galoppo
con chi addirittura fermo immobile.

ORLANDO -
Al trottoalloradimmicon chi va?

ROSALINDA -
Ehper esempiova di trotto lento
per la ragazza che deve sposarsi
tra il giorno del contratto delle nozze
e quello della lor celebrazione;
fosse purefra l'una e l'altra data
l'intervallo di soli sette notti
l'andatura del tempo è così lenta
per la ragazzada sembrar sette anni.

ORLANDO -
E con chi va quando va all'ambio il tempo?

ROSALINDA -
Con il prete ignorante di latino
e col ricco che non ha ancor la gotta:
il primoquando legge il suo breviario
è facile a cadere addormentato
perché non ha capito quel che legge;
l'altro se lo trascorre in allegria
perché non sente addosso alcun dolore;
l'uno perché non sente addosso il peso
d'una dottrina asciutta e logorante;
l'altro perché non porta addosso il peso
tedioso ed ingombrante del bisogno.
Per questi due il tempo marcia all'ambio.

ORLANDO -
E con chi va al galoppo?

ROSALINDA -
Con il ladro che va sulla carretta
alla forca per essere impiccato;
perché a questoper quanto scorra lento
il tempo parrà sempre troppo lesto.

ORLANDO -
E con chi se ne sta fermo ed immobile?

ROSALINDA -
Con gli avvocati in periodo di ferie;
fra una sessione e l'altra delle corti
essi non fanno altro che dormire
e non s'accorgon che il tempo corre.

ORLANDO -
Dove abitibel giovane?

ROSALINDA -
Con questa pastorellamia sorella
qui pressoal margine della foresta
che par la frangia d'una gonnellina.

ORLANDO -
Sei nato in questi luoghi?

ROSALINDA -
Come il coniglioche trovate a vivere
nel luogo ove sua madre l'ha figliato.

ORLANDO -
Il tuo parlare è alquanto più distinto
di quel che avresti potuto acquisire
abitando in un luogo sì remoto.

ROSALINDA -
Me l'hanno detto in molti. Vi dirò:
m'ha insegnato a parlare un vecchio zio
consacratosi a vita religiosa
dopo esser vissuto in gioventù
uomo di mondo; aveva conosciuto
troppo bene la cortigianeria
perché a corte era stato innamorato.
L'ho udito pronunciare molte prediche
contro di essa; e rendo grazie a Dio
di non avermi fatto nascer donna
e d'essere perciò del tutto immune
da tante colpe di frivolità
di cui egli teneva responsabile
il sesso femminile in generale.

ORLANDO -
E ricordi le principali colpe
di cui faceva carico alle donne?

ROSALINDA -
Per lui non c'eran colpe principali;
erano tutte uguali l'una all'altra
come tante monete da due soldi;
ed ognuna appariva più mostruosa
fintanto che non fosse sorta un'altra.

ORLANDO -
Me ne puoi nominare tu qualcuna?

ROSALINDA -
Nola mia medicina
la somministro solo a chi è malato.
C'è unoper esempioche va in giro
per la foresta danneggiando gli alberi
più giovaniincidendo sulla scorza
il nome "Rosalinda".
Se l'incontroquel venditor di fumo
a lui sì che darei qualche consiglio
perché mi pare che quel poveretto
abbia addosso la febbre dell'amore.

ORLANDO -
Son io colui ch'è sì scosso d'amore.
Ti pregoinsegnami il tuo specifico.

ROSALINDA -
Ehma su voi non vedo nessun sintomo
di quelli che m'indicava mio zio.
Lui m'ha insegnato il sistema sicuro
per riconoscere un uomo in amore
e voi non siete certo prigioniero
di quella gabbia sbarrata di giunchi.

ORLANDO -
E di che tipo sono questi sintomi?

ROSALINDA -
Guancia infossataed in voi non la vedo;
occhio pesto e scavatoe non l'avete;
umore neroe voi non lo mostrate;
barba arruffatache voi non avete...
anziscusatebarbasìne avete
ma tanta quanta può valere il reddito
d'un fratello cadetto.(75)
Dovreste andare senza giarrettiere
con in testa un cappello senza nastro:
tuttoinsommadovrebbe dar l'idea
della più desolata sciatteria.
Invece nulla è in voi di tutto questo;
vestiteanzipiuttosto ricercato
da dare a chi vi vede l'impressione
d'essere innamorato di voi stesso
più che dar mostra d'esserlo d'un altro.

ORLANDO -
Eppure vorrei proprio farti credere
bel giovanech'io sono innamorato.

ROSALINDA -
Farlo credere a me! Fareste meglio
a farlo credere a colei che amate;
cosa ch'ella sarà più incline a fare
che a confessar di farev'assicuro.(76)
Questo è uno dei punti in cui le donne
usan mentire alla propria coscienza.
Insommaa parlar franco: siete voi
ad appendere agli alberi quei versi
in cui si osanna tanto a Rosalinda?

ORLANDO -
Sulla candida man di Rosalinda
giovanete lo giuroson io quello
io che tu vedi qui lo sventurato.

ROSALINDA -
Ma siete proprio tanto innamorato
quanto fanno pensar le vostre rime?

ORLANDO -
Né rimené linguaggio di ragione
potranno dire mai quant'io lo sia.

ROSALINDA -
L'amore è veramente una pazzia
e meritalasciatemelo dire
cella al buio e frustatecome i pazzi.
E sapete perché gli innamorati
non son puniti e curati così?
Perché la lor pazzia è sì diffusa
che ne son contagiati anche coloro
cui spetterebbe di menar la frusta.
Io so come curarlatuttavia
con un sistema di buoni consigli.

ORLANDO -
Avete già provato con qualcuno?

ROSALINDA -
Sìcon unoe vi dico anche in che modo:
egli doveva solo immaginare
che fossi io l'oggetto del suo amore
e dovesse ogni giorno corteggiarmi.
Ed ioa volta a volta
da giovane lunatico e bizzoso
fingevo d'essere una femminetta
or volubile or tutta desiderio
piagnucolosafrivolascimmietta
superbacapricciosascioccavana
incostanteun momento tutta lacrime
un altro tutta piena di sorrisi;
uno sfogo per ogni passioncella
nulla per un'autentica passione;
ché i fanciulli e le donneper lo più
son tutte bestie della stessa razza.
Ora gli davo a credere di amarlo
ora che fosse l'uomo più aborrito;
ora stavo felice accanto a lui
ora lo respingevo malamente;
ora scoppiavo a piangere per lui
ed ora invece gli sputavo in faccia;
e così avanti per un certo tempo
finché non trassi il mio corteggiatore
da quella sua follia d'innamorato
a un vero e proprio stato di demenza
al punto che s'indusse a ripudiare
tutto il corso mondano della vita
e a ritirarsi a vivere da asceta.
E così lo guarii; e in questo modo
sono disposto ad assumermi l'impegno
di lavar tanto bene il vostro fegato
da farlo ritornar bello e pulito
e sano come il cuore d'un montone
da cancellarci ogni macchia d'amore.

ORLANDO -
Io così non sarei guaritogiovane.

ROSALINDA -
Eppure sìio vi saprei guarire
sol che voi mi chiamaste Rosalinda
e veniste ogni giorno al mio capanno
a parlarmi d'amore.

ORLANDO -
Ebbene sì
per la fede che porto all'amor mio
lo voglio fare. Ditemi dov'è.

ROSALINDA -
Se mi seguite ve lo mostrerò.
E voistrada facendomi direte
dove abitate voi nella foresta.
Venite con meallora?

ORLANDO -
Certocon tutto il cuoremio buon giovane.

ROSALINDA -
Nodovete chiamarmi "Rosalinda".


(A Celia)


Sorellaandiamovieni pure tu.


(Escono)




SCENA III - Un'altra parte della foresta delle Ardenne


Entrano PIETRACCIA e ALDRINA.
JACOPO li segue inosservato

PIETRACCIA -
Susveltabuona Aldrina.
Le tue capre vo' io a radunarle.
EbbeneAldrinasono proprio io
l'uomo che fa per te?
Le mie fattezze sono di tuo gusto?

ALDRINA -
Fattezze?... Dio ci assista! Che fattezze?

PIETRACCIA -
Io mi sentocon te e le tue capre
come il più capriccioso dei poeti
l'onesto Ovidiostava in mezzo ai Goti.(77)

JACOPO -
(A parte)
Dove si va a cacciare la sapienza!(78)
Peggio che Giove dentro una capanna!(79)

PIETRACCIA -
Quando l'estro poetico d'un uomo
non può esser compreso
ed il suo spirito non può contare
sul suo maggior fratellol'intelletto
questo colpisce a morte il poveretto
più che non faccia il conto esorbitante
per una piccola stanza d'albergo.(80)
Sinceramente avrei volutoAldrina
che i sommi dèi t'avessero donato
un'anima poetica.

ALDRINA -
Poetica?...
Questa roba non so che cosa sia.
È cosa onesta a fatti ed a parole?
È una cosa sincera?

PIETRACCIA -
Sinceraa dire il veroproprio no;
perché la poesia ch'è più sincera
è quella che più è fatta di finzioni.
Gli amanti sono inclini alla poesia
e quello ch'essi giurano in poesia
può ben dirsi cheproprio perché amanti
è tutto una poetica invenzione.

ALDRINA -
Ti saresti augurato che gli dèì
avessero creato me poetica?

PIETRACCIA -
Sinceramente sì.
Per via che tu giuri d'essere onesta;
se tu fossi un poeta
potrei sperare che fingessi a dirlo.

ALDRINA -
Preferiresti ch'io non fossi onesta?

PIETRACCIA -
Questo noin verità: ammenoché
tu non fossi un campione di bruttezza;
ché l'onestà accoppiata alla bellezza
è zucchero addolcito con il miele.

JACOPO -
(c.s.)
Ecco un matto che sa quello che dice.

ALDRINA -
Allora poiché io non sono bella
non mi rimane che pregar gli dèi
che mi mantengan quanto meno onesta.

PIETRACCIA -
D'accordoma sprecare l'onestà
in una femmina brutta e sciattona
è come mettere un manicaretto
su un piatto non pulito.

ALDRINA -
Sciattona io non mi sento di essere
anche se devo ringraziar gli dèi
d'avermi fatto brutta.

PIETRACCIA -
Benelode agli dèi per la bruttezza.
La sciatteria può venire anche dopo.
Sia come siaio ti voglio sposare.
E a questo fine sono stato ieri
a trovare don(81) Oliviero Martext
il prete del villaggio qui vicino
che m'ha promesso di venir lui stesso
nella foresta e unirci in matrimonio.

JACOPO -
(c.s.)
Mi piacerebbe veder quest'incontro.

ALDRINA -
Bene. Gli dèi ci dian felicità.

PIETRACCIA -
Amen. Un uomo pavido di cuore
potrebbe avere qualche titubanza
in una situazione come questa;
perché qui abbiamo come solo tempio
la forestae per sola compagnia
animali cornuti. Ma che fa?
Facciamoci coraggio! In quanto corna
pur se odiose esse sono necessarie.
Si sente spesso dire: "Quanti sono
che non sanno a qual fine siano intese
le lor ricchezze!" Giusta osservazione.
Molti hanno dentro casa fior di corna
e non sanno che farsene;
le corna infatti son portate in dote
dalle moglie non sono affatto beni
portati al matrimonio dai mariti.
Le corna? Sissignoreproprio quelle.
E solo per i poveri? Nono
perché pure il più nobile dei cervi
le ha grandi quando l'ultimo suo simile.
Nocome una città cinta di mura
è più importante d'un piccolo borgo
così la fronte d'un uomo sposato
è senz'altro più degna di rispetto
della sguarnita fronte d'uno scapolo.
E com'è meglio avere una difesa
che non averne una
è meglio avere un corno sulla fronte
che non averne alcuno.
Ecco don Oliviero.


Entra DON OLIVIERO MARTEXT


Benvenuto
don Oliviero Martext!
Preferite sbrigarci qui sul posto
sotto quest'alberoo desiderate
che veniamo con voi alla cappella?

DON OLIVIERO -
Non c'è nessuno qui
che possa far l'offerta della sposa?

PIETRACCIA -
Offerta?... Io non me la voglio prendere
come un regalo offerto da qualcuno.

DON OLIVIERO -
È necessario ch'ella venga offerta
se noil matrimonio non è valido.

JACOPO -
(Facendosi avanti e togliendosi il cappello)
L'offrirò iovogliate pur procedere.

PIETRACCIA -
Buona serabuon Come-vi-chiamate!
State benesignore?
Vi dirò che giungete proprio a punto.
Iddio vi renda merito
per la recente vostra compagnia.(82)
Son felicissimo di rivedervi.
Si tratta di sbrigare un affaruccio
una cosa da nullamonsignore.
Mavi pregorestate pur coperto.


(Jacopo si rimette il cappello in testa)

JACOPO -
Vuoi sposarticasacca variopinta?(83)

PIETRACCIA -
Signore miocome il bue ha il suo giogo
il falco il suo sonaglio
il cavallo il suo morso e la sua briglia
così l'uomo ha le sue aspirazioni:
e così come beccansi i colombi
si vorrebbero mordicchiar gli sposi.

JACOPO -
E un uomo della tua educazione(84)
si vuol sposare all'ombra d'un cespuglio
come un pezzente? Ma vattene in chiesa
e rivolgiti a un bravo sacerdote
che sappia dirti cos'è il matrimonio.
Questo brav'uomo potrà solo unirvi
come s'incollan due Doghe di legno
per la zoccolatura d'una stanza;
che se in seguito una si restringe
come legno non bene stagionato
si storcerà come legname verde.

PIETRACCIA -
(Tra sé)
Lui dice bene. Io pensoperò
ch'è meglio farmi sposare da questo
che da un altro; perché ho l'impressione
che questo non conosca molto bene
come sposarmi con tutte le regole
e il non esser sposato con le regole
sarà sempre per me un buon pretesto
per sbarazzarmi un giorno della moglie.

JACOPO -
Vieni con me e lasciati guidare.

PIETRACCIA -
VieniAldrina mia dolce:
ci dobbiamo sposare in piena regola
ché altrimenti vivremmo nel peccato.
Addioperciòmio buon mastro Oliviero.
Io non ti canterò


(Cantando)
Dolce Oliviero,
valoroso Oliviero
solo dietro di te non mi lasciare...(85)


bensì ti canto
Fila, fila via,
non è con te che mi voglio sposare".


(Esce con Aldrina e Jacopo)

DON OLIVIERO -
Non me ne importa niente.
Non sarà mai che un furfante lunatico
come costui mi faccia tralignare
dalla mia vocazione coi suoi scherni.


(Esce)




SCENA IV - Un casolarequasi una capanna
nella foresta.


Entrano ROSALINDA (come Ganimede)
e CELIA (come Aliena)

ROSALINDA -
Bastanon dire più. Mi vien da piangere.

CELIA -
E piangima ricòrdati che il piangere
non s'addice ad un uomo.

ROSALINDA -
Non ne ho forse ragione?

CELIA -
Hai la ragione migliore del mondo
e perciò piangi purese ti va.

ROSALINDA -
Perfino i suoi capelli hanno il colore
del tradimento.

CELIA -
Solo un po' più scuri
dei capelli di Giuda(86)
e son figli di Giuda anche i suoi baci.

ROSALINDA -
In coscienza peròè un bel colore
quello dei suoi capelli.

CELIA -
Sìmagnifico:
il castano fu sempre il più pregiato.

ROSALINDA -
Ed il suo bacio è tutta santità
come il tocco dell'ostia consacrata.

CELIA -
Sìha comprato da Diana
due labbra ch'ella ha dovuto scartare.
Una suora dell'Ordine d'Inverno
non bacia con maggiore compunzione;
c'è in esse il ghiaccio della castità.

ROSALINDA -
Ma perché m'ha giurato
che sarebbe tornato qui stamane
se ancora non si vede?

CELIA -
Ehcertoin lui c'è poco da fidarsi

ROSALINDA -
Tu credi?

CELIA -
Sìnon credocertamente
ch'egli sia un volgare tagliaborse
o un ladro di cavalli; ma in amore
per quanto attiene alla sua lealtà
mi pare che sia vuotoe suoni falso
come una coppa col coperchio chiuso(87)
o una noce bacata.

ROSALINDA -
Non sincero in amoredici?

CELIA -

magari lo saràse ci si trova
ma non credo che adesso ci si trovi.

ROSALINDA -
L'hai sentito tu stessa che ha giurato
che c'era.

CELIA -
Sìma "c'era" non è "c'è"; c'era
in più il giuramento di un amante
val quanto la parola del vinaio
l'uno e l'altro t'imbrogliano sul conto.
Egli si trova qui nella foresta
con il Duca tuo padre.

ROSALINDA -
Il Duca l'ho incontrato appunto ieri
ed abbiamo parlato insieme a lungo.
M'ha chiesto di che parentado fossi
gli ho detto ch'ero di buona casata
come la suaal che s'è messo a ridere
e m'ha lasciata andare.
Ma che stiamo parlando qui di padri
quando al mondo c'è un uomo come Orlando?

CELIA -
Ohcertoquello è un uomo con i fiocchi.
Scrive versi infioccati
infiocca le parole quando parla
infiocca i giuramenti quando giura
e poi li rompe con tutte le regole
con un colpo di puntanon di taglio
al cuore della sua innamorata;
ecome un giostratore mezza tacca
sprona da un solo fianco il suo cavallo
spezza la lancia come un nobil papero.
Ma tutto è fiocchi quando giovinezza
siede in sella e follia conduce il gioco.
Chi viene adesso qui?


Entra CORINNO

CORINNO -
Miei padrona e padrone
varie volte m'avete domandato
di quel pastore tanto innamorato
che vedeste seduto accanto me
sull'erbamentre alzava eccelse lodi
della fiera e sdegnosa pastorella
della quale egli s'era innamorato.

CELIA -
Ahsìche n'è di lui?

CORINNO -
Se vi gradisse assistere dal vivo
ad una scena a due
recitata fra il pallido incarnato
d'un amore sincero da una parte
e i rossi bagliori dello scherno
ed il rifiuto sdegnoso dall'altra
seguitemi: io vi ci condurrò
poco lungi da quise v'interessa.

ROSALINDA -
OhsìandiamoCelia.
La vista degli amanti è nutrimento
per coloro che amano. Accompagnami
a veder questo tipo di spettacolo;
e vedrai come anch'io saprò mostrarmi
un attore provetto in quella recita.


(Escono)




SCENA V - Altra parte della foresta delle Ardenne


Entrano SILVIO e FEBE

SILVIO -
Febe mia dolcenon avermi a spregio!
NoFebedimmi pure che non m'ami
ma non dirmelo in modo così amaro!
Il pubblico carnefice
il cui cuore fa duro ed insensibile
l'abituale vista della morte
non lascia mai cadere la sua scure
sul collo che sta chino innanzi a lui
senza chieder perdono alla sua vittima.
E tu vorresti mostrarti più dura
d'uno che passa l'intera sua vita
a far sprizzare stille d'altrui sangue?


Entranosul fondoROSALINDACELIA e CORINNOrestando là inosservati

FEBE -
Io non intendo farmi tuo carnefice;
anziti fuggo per non farti male.
Tu dici che negli occhi ho l'assassinio:
è carinodi certoe assai probabile
che gli occhii quali son le nostre cose
più delicate e fragili nel corpo
pronti a serrar le lor timide porte
anche all'impercettibile pulviscolo(88)
s'abbiano ad esser chiamati col nome
di tiranniassassini e macellai!
Ed io li volgo adesso su di te
con tutto il cruccio di cui son capaci;
e se è vero che possono ferire
perché adesso non lasci che t'uccidano?
Avantifingi almeno di svenire
stramazza al suolo; e se non sei capace
ohper pudore almenoper pudore
non mentirenon seguitare a dire
che son degli assassini gli occhi miei.
Fammi allora vederese lo puoi
le ferite che t'hanno provocato.
Sgraffiati appena con uno spillino
e ti ci resta il segno;
afferra appena con la mano un giunco
e la tua palma ne conserverà
visibile l'impronta per un tempo
ma non venirmi a dire che i miei occhi
ch'io pure ho dardeggiato su di te
t'abbian procurato male alcuno.
Nonoio son sicura che negli occhi
non c'è forza capace di far male.

SILVIO -
Se mai accadaFebe mia diletta
- e questo "mai" può essere anche "presto" -
che tu scopra su qualche giovin gota
il potere di risvegliare in te
le fantasie che suscita l'amore
conoscerai allora le ferite
invisibili che ti recheranno
gli acuminati strali di Cupido.

FEBE -
In ogni caso tufino a quel giorno
stammi lontanoe quando esso verrà
perseguitami pursenza pietà
col tuo dileggioché fino ad allora
pietà di te io non ne avrò nessuna.

ROSALINDA -
(Venendo avanti)
E per quale ragionese m'è lecito?
Quale donna ha potuto esserti madre
che puoi coprir d'insultied esultarne
questo meschino? Per quale ragione
sprovvista come sei d'ogni bellezza
- perché di bello in te non so vedere
più di quanto ne veda andando a letto
senza candela - devi tu mostrarti
con lui così spietata e presuntuosa?...
E che haiche mi ficchi gli occhi addosso
in questo modo? In te non vedo nulla
di più di quei prodotti che Natura
mette in venditagrossi e dozzinali...
(Accorgendosi che Febe continua a fissarla)
Ohoh! Per la mia vita
mi pare che costei abbia intenzione
d'accaparrarsi pure gli occhi miei!
Non ci speraremia fiera donzella!
Non saranno le tue ciglia d'inchiostro
i tuoi capelli come seta nera
i tuoi bulbi oculari di torello
le tue guance di burro a persuadermi
di mettermi in tua adorazione.
(A Silvio)
Sciocco pastoreperché le vai dietro
come un torbido vento di scirocco
soffiante di continuo vento e pioggia?
Tucome uomovali mille volte
quanto possa valer lei come donna.
I grulli come te
sono quelli che poi popolano il mondo
di figli brutti. A lusingare lei
e a farle credere di esser bella
non è il suo specchioma sei solo tu;
ed è in grazia delle tue smancerie
ch'ella pretende d'essere più bella
di quel che mostrino le sue fattezze.
E turagazzaconosciti meglio:
inginòcchiati e rendi grazie al cielo
con tanto di rinunce e di digiuni
per l'amore di un bravo giovanotto;
perché ti debbo dire in un orecchio
e in segno d'amicizia un buon consiglio:
Vendi la merce tua come ti càpita,
ché non sei fatta per tutti i mercati.
Chiedi perdono a questo bravo giovane
amalonon respinger la sua offerta
ché la bruttezza è tanto più bruttezza
quando s'atteggia ad aria di disprezzo.
(A Silvio)
E così prendilapastoree addio.

FEBE -
O dolcissimo giovaneti prego
seguita ancora con i tuoi rimproveri
magari per un anno tutto intero!
Mi piace più di udire la tua voce
che mi muove rimproveri
che non la sua che mi parla d'amore.

ROSALINDA -
Lui s'è invaghito della tua bruttezza
(A Silvio)
e lei - ma guarda tu - s'è incapricciata
della mia collera. Se così è
subito ch'ella ti risponderà
con lo sguardo altezzoso e corrucciato
io la condisco di parole amare.
(A Febeche continua a fissarlo)
Che haiinsommaa guardami così?

FEBE -
Nulla. Con voi non posso aver rancore.

ROSALINDA -
Per caritànon ti venisse in capo
d'innamorarti di me
ch'io sono un tipo ancora più sleale
d'un giuramento con il vino in corpo.
Inoltre non mi piaci.
Se vuoi sapere dov'è la mia casa
è qui da pressoa quel ciuffo di ulivi.
(A Celia)
Sorellaandiamo via.
(A Silvio)
Pastoreassedialanon darle tregua.
(A Febe)
E tupastoracerca di guardarlo
con miglior occhie non esser superba;
pur se tutti abbiam occhi per vedere
al mondopiù di lui non c'è nessuno
che si sia fatto ingannar dalla vista.
Suvviatorniamocene al nostro gregge.


(Escono RosalindaCelia e Corinno)

FEBE -
Pastore mortoadesso scopro in me
tutta la forza delle tue parole:
Chi poté mai amare
se non concepì amore a prima vista?(89)

SILVIO -
Mia dolce Febe!

FEBE -
Eh? Che diciSilvio?

SILVIO -
Abbi pietà di memia dolce Febe!

FEBE -
Ehho pena per tegentile Silvio.

SILVIO -
Dov'è pena dovrebbe anche albergare
sollievo. Se davvero tu hai pena
del mio soffrir d'amore
dando amore potresti porre fine
alla tua pena e insieme al mio soffrire.

FEBE -
Tu ce l'hai il mio amore.
Non è scritto che s'ha da amare il prossimo?

SILVIO -
Sìma io vorrei te.

FEBE -
Ehquesta è cupidigia bella e buona.
Silvioc'è stato un tempo ch'io t'ho odiato
se pur ora non possa dir di amarti
ma tu sai così ben parlar d'amore
che la tua compagnia
che finora m'è stata sì noiosa
adesso mi riesce sopportabile;
non soloma mi gioverò di te
per qualche mio servizio.
Non cercare però altro compenso
che nella gioia d'avermi servita.

SILVIO -
Così santocosì pieno e perfetto
è l'amor mio per te
e son così allo stremo della grazia
che mi parrà copiosissima messe
poter raccogliere le spighe rotte
scartate da colui che avrà mietuto
e radunato il grosso del raccolto.
Fammi soltanto un fugace sorriso
di tanto in tantoed io saprò nutrirmene.

FEBE -
Conosci tu quel giovane
che discorreva con me poco fa?

SILVIO -
Non molto beneperò l'ho incontrato
più d'una volta da questi paraggi.
So che ha comprato il casolare e i pascoli
di proprietà del vecchio contadino.

FEBE -
Se ti chiedo di lui
non pensar ch'io ne sia innamorata;
è soltanto un ragazzo impertinente
anche se sa parlare molto bene...
Ma che importano in fondo le parole?
Tuttavia le parole fanno bene
se chi parla è gradito a chi l'ascolta...
È un bel giovane... nonon molto bello...
Ma senz'altro superbo...
tuttavia la superbia gli si addice.
Diventerà di certo un gran bell'uomo.
La cosa che ha più bella è il colorito;
prima che ti ferisca la sua lingua
t'ha già guarito subito il suo sguardo.
Non che sia molto alto...
abbastanza però per l'età sua.
Così così le gambee tuttavia
niente male... Le labbra hanno un rosato
più maturo e più vivo
di quello alquanto incerto della guancia:
la stessa differenza che si nota
tra il rosso intenso e il rosso più rosato
nelle tele cangianti di Damasco.
Chi sa quante altre donne
Silvioad esaminarlo bene bene
pezzo per pezzocome ho fatto io
finirebbero con l'innamorarsene...
Per parte mianon posso dir che l'amo
ma nemmeno che l'odio
anche se m'abbia dato poco fa
più motivo d'odiarlo che d'amarlo.
Infattiche c'entrava egli a sgridarmi?
A dirmi che i miei occhi sono neri
che pure i miei capelli sono neri
eadesso che ricordoanche a schernirmi?
Mi chiedo perché mai non gli ho risposto
come dovevo a tono. Non fa nulla:
omissione non fece mai quietanza.
Gli scriverò una lettera sdegnata
e gliela porterai tuveroSilvio?

SILVIO -
Con tutto il cuoreFebe.

FEBE -
La scrivo subito. Quel che ho da dirgli
l'ho tutto quanto in cuore e nella mente.
Voglio essere amara e sbrigativa
con lui. AndiamoSilvio.


(Escono)



ATTO QUARTO




SCENA I - Una radura nella foresta delle Ardenne


Entrano ROSALINDACELIA e JACOPO

JACOPO -
(A Rosalinda)
Bel giovaneconsentimiti prego
di far con te migliore conoscenza.

ROSALINDA -
Ho saputo che siete un malinconico.

JACOPO -
Lo sonoinfattie l'amo più del ridere.

ROSALINDA -
Ogni eccesso è difetto.
Coloro che son l'una o l'altra cosa
in eccesso son gente abominevole
e s'espongono a pubblico ludibrio
più di quelli che eccedono nel bere.

JACOPO -
È bello essere tristi e taciturni.

ROSALINDA -
Come dire ch'è bello essere un palo.

JACOPO -
La mia malinconia
non è quella dell'intellettuale
ch'è solo invidia; né quella del musico
ch'è un prodotto del suo fantasticare;
né dell'uomo di cortech'è alterigia;
né quella del soldatoch'è ambizione;
né dell'uomo di leggech'è scaltrezza;
né della damach'è civetteria;
né infine quella dell'innamorato
che le comprende tutte messe insieme.
Una malinconia ch'è tutta mia
un amalgama di molti ingredienti
un distillato di molti elementi
maturati nelle meditazioni
nei miei svariati viaggi per il mondo
il cui continuo ruminare interno
m'avvolge tuttocome in un mantello
d'una tristezza molto variegata.

ROSALINDA -
Un grande viaggiatore! In fede mia
avete ben ragione d'esser triste
ché per conoscere le terre altrui
temo vi siate vendute le vostre
perché aver visto tante belle cose
senza nulla servare per se stessi
è aver arricchito i propri occhi
e aver ridotto povere le mani.

JACOPO -
Giàma ci ho guadagnato in esperienza.

ROSALINDA -
Ed è quella esperienza a farvi triste.
Meglio un buffone che mi tenga allegra
che un'esperienza che mi faccia triste
e per la quale avessi anche viaggiato!


Entra ORLANDO

ORLANDO -
Buongiorno e dì felici a Rosalinda!

JACOPO -
Ahse è cosìrestate pur con Dio
seguitate a parlare in versi sciolti!


(Esce)

ROSALINDA -
Statevi benemonsieur Viaggiatore!
Seguitate a parlar con l'erre moscia
a vestirvi nei modi più bizzarri
a dir male di tutti i bei vantaggi
di cui godete nel vostro paese;
disamoratevi del natio loco
e magari rimproverate Iddio
d'avervi dato l'aspetto che avete;
altrimenti mi sarà assai difficile
credere che voi siate mai salito
su una gondola...(90) Orlandoohfinalmente!
Che avete fatto tutto questo tempo?
Innamoratovoi... A chi lo dite?
Se vi fate così gioco di me
badate a non venirmi più davanti!

ORLANDO -
Mia bella Rosalinda
il mio ritardo è soltanto di un'ora.

ROSALINDA -
E vi par poco infrangere d'un'ora
un impegno d'amore?
Colui che negli affari dell'amore
dividesse un minuto in mille parti
ed infrangesse una piccola parte
di un solo dei millesimi
di lui si potrà dire che Cupido
gli abbia dato un colpetto sulla spalla
e bastama il suo cuore è sano e salvo.

ORLANDO -
Perdonatemicara Rosalinda.

ROSALINDA -
Perdonarvi? Se siete così pigro
non voglio più saperne di vedervi.
Tanto varrebbe farmi corteggiare
da una lumaca.

ORLANDO -
Una lumaca?

ROSALINDA -

proprio da una lumaca. Almeno quella
cammina lenta ma si porta in collo
la casaun appannaggio più cospicuo
credodi quello che potreste offrire
voi stesso come dote ad una donna.
Eppoi si porta dietro il suo destino.

ORLANDO -
Quale destino?

ROSALINDA -
Diaminele corna!
Delle quali i soggetti come voi
son ben inclini ad esser debitori
alle lor mogli. Il lumaconeinvece
si presenta provvisto e ben armato
del suo appannaggioanticipando in ciò
le maldicenze sulla propria moglie.

ORLANDO -
La virtù non fu mai causa di corna
e la mia Rosalinda è virtuosissima.

ROSALINDA -
E io sono la vostra Rosalinda.

CELIA -
Perché a lui piace chiamarti così;
ma l'altra Rosalindaquella sua
è assai più bella di tea guardarsi.

ROSALINDA -
(A Orlando)
Ebbeneavantifatemi la corte;
oggi sono d'umore festaiolo
e piuttosto proclive a concessioni.
Ecco: che cosa mi direste adesso
s'io fossi Rosalindaquella vera?

ORLANDO -
Prima di tutto vi darei un bacio.

ROSALINDA -
Ahno; dovreste prima dir qualcosa
cominciare a parlarmi
quando poi vi trovaste un po' impacciato
o a corto di argomentisolo allora
potreste profittar dell'occasione
per baciare. Ci son molti oratori
che quando non san più che cosa dire
si danno a scarracchiare. Per gli amanti
quando venga a mancareDio ne guardi!
la materiail modo più decente
di tirarsi d'impaccio è di baciarsi.

ORLANDO -
E se il bacio è negato?

ROSALINDA -
Allora è lei che vi forza alla supplica
e così nasce un argomento nuovo.

ORLANDO -
Ma c'è uomo che avanti alla sua donna
può ritrovarsi privo di argomenti?

ROSALINDA -
Voisìse quella donna fossi io;
o dovrei credere la mia virtù
di donna più corrotta del mio spirito.

ORLANDO -
Che avrei dunque ottenuto
con il mio abito di corteggiarvi?

ROSALINDA -
Che l'abito l'avete ancora addosso
ma la corte non fa nessun progresso.(91)
Son ioo nola vostra Rosalinda?

ORLANDO -
Mi fa piacere dire che lo siete
perché è un modo di parlar di lei.

ROSALINDA -
Benein tal casonella sua persona
dico che non vi voglio.

ORLANDO -
Allora nella mia personaio muoio.

ROSALINDA -
Noin coscienzamorite per procura.
Questo povero mondo ha quasi seimila anni
e in tutto questo tempo
non c'è stato mai uno che sia morto
in propriovidelicet di persona
voglio dir per amore.
Troilo s'ebbe la testa spappolata
dalla clava d'un grecobenché prima
avesse fatto tutto per morire
da sésenza riuscirci:
eppure è ancor citato nelle istorie
come un modello di grande amatore.(92)
Leandro avrebbe avuto innanzi a sé
chissà quanti begli anni ancor da vivere
anche con Ero diventata monaca
non fosse stato per quella giornata
di calda estateafosa ed infuocata;
era soltanto uscito a fare un bagno
nell'Ellespontomapreso dai crampi
non poté più notare ed annegò.
E quei malnati cronisti dell'epoca
scoprirono che il fatto era accaduto
per amor della bella Ero di Sesto.
Ma sono tutte storie menzognere.
Al mondo gli uomini son sempre morti
e se li son mangiati sempre i vermi
ma nessuno di loro per amore.

ORLANDO -
Non vorrei proprio che di questa idea
fosse anche la mia vera Rosalinda
ché uno sguardo di lei un po' accigliato
sarebbe quanto basta per uccidermi.

ROSALINDA -
Ed io vi giurosu questa mia mano
che non ucciderebbe un moscerino.
Ma vediamo: ora voglio recitare
la parte della vostra Rosalinda
in un più concessivo atteggiamento.
Chiedete pure quello che volete
ve lo concederò.

ORLANDO -
Amami alloraRosalinda mia!(93)

ROSALINDA -
Sicurolo farò di giorno in giorno
il venerdì e il sabato compresi.

ORLANDO -
E anche mi vorrai?

ROSALINDA -
Sicuroed altri venti come te.

ORLANDO -
Come sarebbe a dire?

ROSALINDA -
Non sei buono?

ORLANDO -
Almeno spero di esserlo.

ROSALINDA -
E allora?
È peccato desiderarne troppa
di una cosa ch'è buona?
(A Celia)
Sorella vieni qua:
tu devi fare la parte del prete
e sposarci. Dammi la manoOrlando.
Che ne dicisorella?

ORLANDO -
Sìsposateci.

CELIA -
Ben volentierima non so la formula.

ROSALINDA -
Devi direal principio: "Vuoi tu Orlando..."

CELIA -
Ahsìho capito. Bene. "Vuoi tuOrlando
prendere in moglie questa Rosalinda?"

ORLANDO -
Lo voglio.

ROSALINDA -
Sìma quando.

ORLANDO -
Adesso subito.

ROSALINDA -
Allora devi dire:
Rosalinda, io prendo te per moglie.

ORLANDO -
Rosalinda, io prendo te per moglie.

ROSALINDA -
Ed a qual titolo?- io potrei chiederti.
Ma io ti prendoOrlandoper marito.
Una ragazza è più svelta del prete;(94)
e infatti nella donna i suoi pensieri
corrono sempre avanti alle sue azioni.

ORLANDO -
È nella lor natura: sono alati.

ROSALINDA -
E ora ditemi: per quanto tempo
te la terraidopo averla ottenuta?

ORLANDO -
Per sempre e un giorno in più.

ROSALINDA -
Dite piuttosto "un giorno"senza il "sempre".
NonoOrlando; gli uomini
sono aprile finché fanno la corte;
sono dicembre quando son sposati;
le ragazzea lor voltasono maggio
fintanto che son vergini;
ma quando sono mogliil cielo cambia.
E io t'avverto: sarò più gelosa
di tedi quanto sia della sua femmina
un piccione di Barberia; più stridula
d'un pappagallo che avverte la pioggia;
più vanitosa e con più grilli in testa
d'una bertuccia. Piangerò a dirotto
per un nonnullacome Diana al fonte
quando tu sarai in vena d'allegria
e riderò col verso della iena
quando invece avrai voglia di dormire.

ORLANDO -
La Rosalinda mia farà così?

ROSALINDA -
Né più né menote lo garantisco.

ORLANDO -
Ma ella è saggia.

ROSALINDA -
Appunto;
mancherebbe altrimenti dello spirito
per comportarsi come io t'ho detto.
Quanto più saggiatanto più caparbia.
Chiudi la porta a spirito di donna
e quello scapperà per la finestra;
chiudi anche la finestrae quello spirito
scapperà dalla toppa della chiave;
tura la toppae quello volerà
col fumo per la cappa del camino.

ORLANDO -
Sicché quell'uomo che avesse una moglie
con tale spiritopotrebbe dire:
Spirito di mia moglie, dove scappi?(95)

ROSALINDA -
Richiamo che potreste riservarvi
per quando v'occorresse d'incontravi
con lo spirito della vostra moglie
in viaggio verso il letto del vicino.

ORLANDO -
Giàma in tal caso non so quale spirito
avrebbe tanta presenza di spirito
da inventare una scusa lì per lì.

ROSALINDA -
Ohsìdirebbe ch'essa andava là
a cercare di voi. Non sarà mai
ch'ella non abbia la risposta pronta
se proprio non è priva della lingua;
a quella donna che non sia capace
di volgere una sua qualunque colpa
in qualche accusa da poter rivolgere
sfrontatamente contro suo marito
non affidate mai di far da balia
o da nutrice al proprio figlioletto:
lo tirerebbe su come un babbeo.

ORLANDO -
Ora devo lasciartiRosalinda
per due ore.

ROSALINDA -
Ahiahiamore mio!
Due ore senza te non posso stare.

ORLANDO -
Sono ospite del Duca per il pranzo.
Sarò da te di nuovo per le due.

ROSALINDA -
Ebbeneandateandate!
Tanto sapevo già fin troppo bene
che uomo vi sareste rivelato!
Gli amici già m'avevan messa in guardia
né m'aspettavo niente di diverso.
Quel tuo parlare pieno di lusinghe
m'aveva conquistata;
eccomi invece bell'e derelitta!
Ohvienio morte!... Hai detto per le due?

ORLANDO -
Sìdolce Rosalinda.

ROSALINDA -
BadaOrlando
sul mio onore ed in tutta serietà
e mi castighi Dio se non è vero
e con tutti i più sacri giuramenti
immuni da pericoli(96) ti giuro
che se mi vieni meno alla promessa
e ritardi soltanto di un minuto
sarò indotta a pensare
che sei il più patetico fedifrago
il più sleale e vuoto degli amanti
e di certo il più indegno
fra quanti sono al mondo tra la massa
degli uomini più falsi ed infedeli
di colei che tu chiami Rosalinda.
Guàrdati quindi dalla mia reazione
e fa' di mantenere la promessa.

ORLANDO -
La manterrò con non men religione
che se tu fossi la mia Rosalinda
quella verae così arrivederci.

ROSALINDA -
Va bene. Il Tempo è sempre il vecchio giudice
che ha competenza su colpe del genere
lasciamo che decida il Tempo. Addio.


(Esce Orlando)

CELIA -
Hai maltrattato troppo il nostro sesso
in quella tua tiritera amorosa.
Meriteresti che giubbetto e braghe
ti fossero ammucchiati sulla testa
così che il mondo potesse vedere
quel che l'uccello ha fatto del suo nido.(97)

ROSALINDA -
Ahimècugina miacugina mia
mia cara cuginettase sapessi
di quante leghe sono sprofondata
nell'amorela cui profondità
non si può scandagliaruna passione
il cui fondo nessuno può conoscere
come quello del mar del Portogallo.

CELIA -
Salvo che non sia invece senza fondo
sì che tutto l'amore che ci versi
esce da qualche partee si disperde.

ROSALINDA -
Nono. Quel malizioso bastardello
di Venere(98) che è stato generato
con un preciso scopo
concepito dalla malinconia
e nato da follia
quella canaglia di puttino cieco
uso a ingannare gli occhi di ciascuno
proprio perché i suoi sono bendati
sia lui a giudicare
quanto profonda sia la mia passione.
Ti dico solo che non mi riesce più
Alienadi restarmene lontana
dalla vista di Orlando.
Ora vado a cercarmi un posto all'ombra
e a sospirare fino al suo ritorno.

CELIA -
E io vado a dormire.


(Escono)




SCENA II - Altra parte della foresta
davanti alla grotta del Duca


Entra JACOPO con alcuni NOBILI vestiti da boscaioli

JACOPO -
Chi ha ucciso quel daino?

PRIMO NOBILE -
Iosignore.

JACOPO -
(Agli altri nobili)
Merita d'esser segnalato al Duca
costuicome un conquistator romano;
e sarebbe opportuno inalberargli
le corna di quel daino sulla testa
come trofeo di guerra.
(Al primo nobile)
Non avreste per casoboscaiolo
uno strambotto adatto all'occasione?

PRIMO NOBILE -
Sìsignore.

JACOPO -
Cantatelo.
Non importa che siate anche stonato
basta che faccia abbastanza rumore.


(Musica)


CANZONE


Chi uccise il daino
che premio avrà?
Sua pelle e corna
ei vestirà.
Accompagnamolo col nostro canto,
qualcuno porti questo peso intanto.
(Coro)
Non farti scorno di portar quel corno;
come un cimiero il capo ne fu adorno
di tuo padre e tuo nonno
prima ancora che tu vedessi il giorno.
Corno, corno, bel corno,
non è cosa da ridere di scorno".


(Escono cantando)



SCENA III - Radura davanti al casolare
di Rosalinda e Celia


Entrano ROSALINDA e CELIA

ROSALINDA -
Le due oreche dicison passate?
E di lui non si vede manco l'ombra.

CELIA -
Quelloti garantisco
con tutto quel suo amore casto e puro
e col cervello alquanto frastornato
se n'é andato a dormire chi sa dove.


Entra SILVIO


Tohguarda un po' chi viene.

SILVIO -
(A Rosalinda)
Bel giovaneho un messaggio qui per voi.
La mia gentile Febe m'ha pregato
di darvi questo.
(Le consegna una lettera)
Non so che c'è scritto
ma dal cipiglio cupo ed irritato
e dai gesti di vespa stuzzicata
che faceva mentr'ella lo scriveva
dev'esser d'un tenore furibondo.
Perdonatemi: io sono senza colpa
in questosono solo un messaggero.

ROSALINDA -
(Mentre Silvio parlava ha scorso il foglio)
Se la stessa Pazienza
leggesse quel ch'è scritto in questa lettera
avrebbe un tal sussulto d'impazienza
da far chissà quali rodomontate.
Tollerar questoè tollerare tutto.
Mi dice che non sono affatto bello
che manco d'una buona educazione
che son pieno di boriae che son uno
ch'ella non amerebbepur se gli uomini
fossero rari come la Fenice.(99)
Fortuna che l'amore di costei
- ne siano lodi a Dio - non è per me
la lepre della quale vado a caccia.
Ma perché proprio a me scrivere questo?...
Ehpastoremi par d'aver capito:
questa lettera è roba del tuo sacco.

SILVIO -
Novi dico. Ne ignoro il contenuto.
L'ha scritta Febe di sua propria mano.

ROSALINDA -
Suvviaandiamotu sei uno sciocco
e ti sei ben lasciato trascinare
all'estremo della passione tua.
La sua mano l'ho vista: sembra cuoio
giallastradel colore del mattone
tantoché m'era parsoa riguardarla
che portasse dei guanti scoloriti
e invece erano proprio le sue mani;
la maniinsommad'una lavapiatti.
Ma non è questo che ora viene in conto.
Io dico che una lettera così
lei non l'avrebbe mai saputa scrivere.
Un uomo l'ha ideata e gliel'ha scritta.

SILVIO -
Eppure vi assicuro che è la sua.

ROSALINDA -
Nonotroppo arrogante e ingeneroso
è il tonoun vero tono da sfidante.
Perché ella mi sfidacome un turco
sfiderebbe un cristiano.
Il gentile cervello delle donne
mai giungerebbe a sprigionare frasi
di così gigantesca tracotanza
espressioni da etiope
ancor più nere per il loro effetto
che per la loro faccia. Vuoi sentirla?

SILVIO -
Sìse così vi piace
ché ancora non l'ho mai sentita leggere
seppure della crudeltà di Febe
abbia sentito su di me anche troppo.

ROSALINDA -
Mi vuol "febetizzare". Sta' a sentire
che cosa scrive questa tua tiranna.
(Legge)
Chi sei? Un dio mutato in un pastore,
che d'una vergine sì infiammi il cuore?"


Può essere una donna più insolente?

SILVIO -
E voi chiamate questa un'insolenza?

ROSALINDA -
(Leggendo)
Perché, dimessa la veste divina,
muovi tu guerra al cuor d'una meschina?"


Hai mai sentito un'insolenza simile?


(Legge)
Finché mi corteggiò un sguardo umano
mai mi produsse questo male arcano."


Vuol dir con questo che sono una bestia.


(Legge)
Se lo sdegno negli occhi tuoi lucenti
suscita in me sì caldi sentimenti
ahimè, che strano effetto mi faranno
se con dolcezza mi riguarderanno?
Tu mi sgridavi, ed io ardea d'amore;
che saràse mi preghidel mio cuore?
Colui che reca a te il mio tormento
non sa nulla di quel che dentro sento.
Affida pure a questo messaggero
ciò che di me ti detta il tuo pensiero:
se vuol la tua natura e nobiltà
offerta la mia cieca fedeltà
tutto il mio cuore, tutto ti darà.
Ma setramite luil'amore mio
respingerai, ahimé, morir degg'io!

SILVIO -
E voi chiamate questo una rampogna?

ROSALINDA -
Ahpovero pastore!

CELIA -
Lo compiangi?

ROSALINDA -
Non merita nessuna compassione.
(A Silvio)
E tu vorresti amare una tal femmina?
Ridurti ad essere un suo strumento
su cui possa suonare falsi accordi?
Sarebbe per chiunque insopportabile!
Torna pure la lei
tanto si vede che l'amore
di te ha fatto un serpente ammansito;
e dille che se è vero ch'ella m'ama
le ordino che deve amare te.
E se non vuol saperne
anch'io non vo' saperne più di lei
salvo che non sia tue solo tu
ad intercedere in suo favore.
E orada fedele innamorato
parti da qui senza aggiunger parola
ché vedo sopraggiungere qualcuno.


(Esce Silvio)


Entra OLIVIERO

OLIVIERO -
Buongiornobella gente!
Vi pregose me lo sapete dire
dovenei pressi di questa foresta
si trova una capanna di pastori
circondata da ulivi?

CELIA -
Ad occidentein fondo alla vallata.
Quel filare di laricivedete
che corre lungo il murmure ruscello
seguitelo e ad un certo puntoa destra
vi menerà nel luogo che cercate.
Ma a quest'ora la casa
è lasciata in custodia di se stessa
perché non c'è nessuno.

OLIVIERO -
Se un occhio può giovarsi di una lingua(100)
allora io dovrei saper chi siete
secondo quanto m'è stato descritto.
Gli stessi abitila stessa età.
Il ragazzo- m'han detto - "è un bel ragazzo"
di fattezze piuttosto femminili
e si comportaverso la sorella
da sorella maggiore. La ragazza
è più bassa e più scura di capelli.
Non siete voiper casoi proprietari
della casa di cui v'ho domandato?

CELIA -
Nessun vantopoiché ne siam richiesti
a dire che lo siamo.

OLIVIERO -
Ebbene Orlando vi saluta entrambi
e al giovane ch'ei chiama Rosalinda
manda questa pezzuola insanguinata.
(A Rosalinda)
Siete voi?

ROSALINDA -
Sìma che inferir da tutto questo?

OLIVIERO -
Qualcosa che ridonda a mia vergogna
quando saprete che uomo son io
e comee perché e dove
questa pezzuola s'è così macchiata.

CELIA -
Benevogliate dircelodi grazia.

OLIVIERO -
Quando il giovane Orlando vi lasciò
con la promessa di tornar fra un'ora
mentre passava in mezzo alla foresta
sempre dentro di sé rimasticando
il dolce-amaro cibo dell'amore
guardate che gli càpita:
volge ad un tratto gli occhi intorno a sé
e pensate che cosa gli si para
alla vista: sotto un'annosa quercia
dagli ampi rami coperti di muschio
e dalla cima spoglia e rinsecchita
dal troppo lungo scorrer di stagioni
si giaceva supino addormentato
un pover'uomo vestito di stracci
la barba incolta e i capelli arruffati.
Gli s'era avviluppata intorno al collo
una serpe color verde-dorato
che con la testaminacciosamente
gli lambiva la bocca semiaperta;
matutt'a un trattoaccortasi di Orlando
allentò la sua strettae via strisciando
in sinuosesuccessive mosse
se ne sgusciò veloce in un cespuglio.
All'ombra del cespuglio era acquattata
una leonessacon le mamme asciutte
senza più lattepronta
ad avventarsi in un felino agguato
al primo segno che quell'uomo a terra
si fosse risvegliato dal suo sonno
(giacché è regale istinto della fiera
di non aggredir mai alcuna preda
ch'abbia apparenza d'esser senza vita).
Ciò vistoOrlando si avvicina all'uomo
e riconosce ch'era suo fratello
suo fratello maggiore.

CELIA -
Ohl'ho udito parlar d'un tal fratello
e di descriverlo come persona
quanto mai disumana e snaturata.

OLIVIERO -
E aveva ben ragione e dirla tale.
So io quant'egli fosse snaturato.

ROSALINDA -
Ma ditemi di Orlando. Poi che ha fatto?
Lo lasciò forse lìquel poveretto
che divenisse pasto
di quella smunta ed affamata fiera?

OLIVIERO -
Per ben due volte gli volse le spalle
deciso a tanto: ma la bontà d'animo
sempre più nobile della vendetta
e la stessa sua indolepiù forte
dell'occasione che gli si porgeva
gli fecero affrontar la leonessa
e ad abbatterla in men che non si dica.
Fu allora cheal fragor di quello scontro
io mi svegliai da quel mio tristo sonno.

CELIA -
Siete voi suo fratello?

ROSALINDA -
Dunque eravate voi ch'egli ha salvato?

CELIA -
Voi che avete tramato tante volte
per ucciderlo?

OLIVIERO -
Sìero proprio io.
Ma quest'io che vi parlanon è quello.
Né ho vergogna di dirvi quel che ero
dal momento cheessendo quel che sono
la conversione ha sì dolce sapore.

ROSALINDA -
E quanto alla pezzuola insanguinata?

OLIVIERO -
Eccovi in breve: dopo aver tra noi
di dolcissime lagrime bagnato
i resoconti che da capo a fine
ci facemmo delle vicende nostre
etra l'altrodel come e del perché
io mi trovassi in quel luogo deserto
egli volle condurmia farla breve
alla presenza del nobile Duca
il qualebontà sua
mi fece provveder di nuove vesti
e di ristoroe m'affidò all'affetto
di mio fratello; e questi mi condusse
subito dopo nella sua caverna;
e lànel mentre ch'egli si spogliava
potei vedere che la leonessa
gli aveva lacerato quisul braccio
un bel pezzo carnee la ferita
aveva sanguinato tutto il tempo.
A quel punto egli svennee nel cadere
l'udii invocare un nomeRosalinda.
Per dirla in brevelo feci riprendere
gli bendai la feritae di lì a poco
recuperate ch'ebbe le sue forze
mi mandò quistraniero come sono
a raccontarvi questa sua avventura
perché vogliate averlo per scusato
se non ha mantenuto la promessa;
e mi diede così da consegnare
nelle mani del giovane pastore
ch'egli per gioco chiama Rosalinda
questa pezzuola intrisa del suo sangue.


(Rosalinda sviene)

CELIA -
Omio Dio!che succede?...
Ganimede! Mio dolce Ganimede!...

OLIVIERO -
Accade a moltialla vista del sangue.

CELIA -
Ahma questo è ben altro...
Ganimede! Cugino!

OLIVIERO -
Eccorinviene.


(Entrambi tirano su da terra Rosalinda)

ROSALINDA -
(Riprendendo i sensi)
Andiamo a casa.

CELIA -
Sìti accompagniamo.
(A Oliviero)
Di graziasorreggetelo col braccio.

OLIVIERO -
(A Rosalinda)
Coraggiogiovanotto! Fate cuore.
Voi un uomo! Ma ve ne manca il cuore!

ROSALINDA -
Mi mancainfattidevo confessarlo.
Ehmesseredovete convenire
che questa mia sia stata una finzione
assai ben riuscita.
Vi pregoditelo a vostro fratello
come son bravo a fingere Ahah!...


(Ride)

OLIVIERO -
Non mi pare sia stata un finzione.
Questo vostro pallore
testimonia fino troppo apertamente
ch'era una sofferenza genuina.

ROSALINDA -
Solo simulazionev'assicuro.

OLIVIERO -
Simulazione per simulazione
allora fate cuore
e fingetevi uomo fino in fondo.

ROSALINDA -
È proprio quel che faccio. Main coscienza
per regola dovrei essere donna.

CELIA -
Andiamoche ti fai sempre più pallido.
Ti pregoandiamo a casa.
Buon signorevenite pure voi.

OLIVIERO -
Volentieriché debbo a mio fratello
la risposta di come Rosalinda
ha accolto le sue scuse.

ROSALINDA -
Quanto a questo
saprò trovar qualcosa. Ma vi prego
raccontategli come sono brava
a simulare. Volete venire?


(Escono)



ATTO QUINTO




SCENA I - La foresta delle Ardenne


Entrano PIETRACCIA e ALDRINA

PIETRACCIA -
Aldrina mia dilettaabbi pazienza;
troveremo il momento giustocara.

ALDRINA -
Per mequel prete andava proprio bene
malgrado quel che seppe dir di lui
quel vecchio gentiluomo.

PIETRACCIA -
Un cattivissimo don Oliviero
Aldrinaun maledetto "sciupatesti".(101)
MaAldrinac'è qui nella foresta
c'è un giovane che accampa su di te
qualche pretesa.

ALDRINA -
Sìso ben chi è;
ma non ha su di me nessun diritto.
Eccolo appunto l'uomo che tu dici.


Entra GUGLIELMO

PIETRACCIA -
Per me incontrare un simile bifolco
è pane e vino. Gente come noi
che siam persone dotate di spirito
è tenutain coscienzaa farne uso:
ce ne faremo gioco; non c'è scampo.

GUGLIELMO -
OhAldrinabuona sera!

ALDRINA -
Dio la dia buona pure a te Guglielmo.

GUGLIELMO -
(Togliendosi il cappelloa Pietraccia)
E buona sera pure a voisignore.

PIETRACCIA -
Buona seragentile amico. Copriti
copriti il capo. Noti pregocopriti.
Quanti anni hairagazzo.

GUGLIELMO -
Venticinque.

PIETRACCIA -
Sei uomo fatto. Ti chiami Guglielmo?

GUGLIELMO -
A servirvisignore.

PIETRACCIA -
Che bel nome.
E sei nativo quidella foresta?

GUGLIELMO -
Certosignoree ne ringrazio Dio.

PIETRACCIA -
E ne ringrazio Dio... bella risposta.
Sei ricco?

GUGLIELMO -
Ricco? Mahcosì così.

PIETRACCIA -
(Ridendo)
Così così...Ma benemolto bene!
Eccellente! Ma bene! Eccellentissimo!
Così cosìsolo "così così"...
Sei saggio?

GUGLIELMO -
Spirito ce n'hosignore.

PIETRACCIA -
Perbaccomi rispondi proprio a tono!
Mi fai venire in mente quel proverbio:
Lo sciocco ha la pretesa d'esser saggio,
mentre il saggio sa d'essere uno sciocco".
Un celebre filosofo pagano
quando avea voglia di mangiar dell'uva
era solito schiudere le labbra
nell'atto d'infilarsi in bocca il grappolo.
Intendeva così significare
che i grappoli son fatti per mangiarli
e le labbra per essere dischiuse...
Ami questa ragazza?

GUGLIELMO -
Sìsignore.

PIETRACCIA -
Dammi la mano. Sei mai stato a scuola?

GUGLIELMO -
Nosignore.

PIETRACCIA -
Behallora impara questo
da me: avere significa avere.
Perché affermare che se da una tazza
si versa una bevanda in un bicchiere
si svuota l'una e si riempie l'altro
è una comune figura retorica.
Infatti tutti i nostri buoni autori
son concordi che "ipse" è sempre "lui";
Ora tu "ipse"amiconon puoi essere
perché "lui" sono io.

GUGLIELMO -
Chi "io"signore?

PIETRACCIA -
Colui che sposerà questa donzella.
Perciòbifolcodevi "abbandonare"
(che in volgare significa "lasciare")
la "società" (che in linguaggio rurale
si dice "compagnia") di questa "femmina"
(che il linguaggio comune vuol dir "donna").
Detto tutto di seguito: bifolco
lascia la società di questa donna
altrimenti "perisci" (chetradotto
in termini più chiari per intenderci
vuol dire "muori"); oa dirla ancor più breve
ti faccio fuoriti tolgo di mezzo
trasloco la tua vita nella morte
o la tua libertà in servitù;
oppur ti tratto a base di veleno
di bastone e di verga di metallo
e ti passo sul capo con l'astuzia:
insomma avrò centocinquanta modi
per sopprimerti. E quindi trema e fila!

ALDRINA -
Fa' come lui ti dicebuon Guglielmo.

GUGLIELMO -
(Andandosene)
Dio vi conservi allegrosignoria.


(Esce)


Entra CORINNO

CORINNO -
(A Pietraccia)
I miei padrone e padrona vi cercano.
Dovete andare subito da loro.

PIETRACCIA -
SutrottaAldrinatrottach'io ti seguo.


(Escono)




SCENA II - La stessa


Entrano ORLANDOcon il braccio fasciato e appeso al collo da un fazzoletto e OLIVIERO

ORLANDO -
Possibile? Così?... Vista e piaciuta?
Invaghito cosìa prima vista?
E ti sei messocon lei consenziente
a corteggiarla? Sei dunque deciso
a cercar fino in fondo di godertela?

OLIVIERO -
Non fare caso alla rapidità
con cui s'è svolta tutta la faccenda:
il brevissimo tempo per conoscerci
l'improvviso mio dichiararmi a lei
l'altrettanto improvviso suo consenso.
Di' piuttosto con me: "Io amo Aliena"
e ripeti con lei che anch'ella m'ama
e dammi il tuo consenso
a che possiam gioir l'uno dell'altro.
Farai bene anche a te:
perché intendo intestare a nome tuo
la casa di mio padre e tutti cespiti
che s'appartennero al vecchio sir Rowland.
Io mi ritirerò da queste parti
a vivere e morire da pastore.

ORLANDO -
Il mio consenso l'haitutto ed intero
celebra le tue nozze anche domani.
Sarà mia cura d'invitare il Duca
e tutti dell'allegra sua brigata.
Corri da Aliena e di' che si prepari
ché arrivavedola mia Rosalinda.


Entra ROSALINDA (sempre come Ganimede)

ROSALINDA -
(A Oliviero)
Dio t'assistafratello.

OLIVIERO -
E così temia graziosa sorella.(102)


(Esce)

ROSALINDA -
Mio caro Orlandoquanto mi rattrista
veder che porti il cuore appeso al collo.

ORLANDO -
È il mio braccio.

ROSALINDA -
Credevo fosse il cuore
ferito dall'unghiata del leone.

ORLANDO -
Feritoma dagli occhi d'una donna.

ROSALINDA -
T'ha detto tuo fratello
di come ho finto bene di svenire
quand'egli mi mostrò la tua pezzuola
insanguinata?

ORLANDO -
Non soltanto quello:
m'ha detto cose ben più strabilianti.

ROSALINDA -
So a che ti riferisci: in verità
non ci fu nulla mai di sì fulmineo
al mondotranne il cozzo tra due capri
o l'ultrasonica gradasseria
del "vennividi e vinsi" del gran Cesare;
perché tra tuo fratello e mia sorella
incontrarsi e guardarsi fu tutt'uno
e non sì tosto si furon guardati
che s'invaghivano l'uno dell'altro;
e non sì tosto s'erano invaghiti
che non facevano che sospirare;
e non sì tosto avevan sospirato
che a chiedersi l'un l'altro la ragione;
e non sì tosto dettasi ciascuno
la sua ragionea cercarne il rimedio.
E in questo andazzoun gradino alla volta
si son fatti la scala al matrimonio
e vorranno salirla incontinente
per non cadere in qualche incontinenza
prima del tempo; sono entrambi in preda
ad una specie di furia amorosa
e vogliono accoppiarsi.
Le bastonate non li staccherebbero.

ORLANDO -
Si sposeran domani
ed io inviterò alle nozze il Duca.
Però che cosa amara
contemplare l'altrui felicità
con gli occhi d'uno che non è felice!(103)
Tanto più sentirò domani io
il cuore al colmo della sua gravezza
quanto più penserò che mio fratello
è felice per esser riuscito
ad aver quello che desiderava.

ROSALINDA -
Perché allora domanialla tua volta
non potrei farti io da Rosalinda?

ORLANDO -
Ma io non posso vivere più a lungo
di certe fantasie.

ROSALINDA -
Ed io non voglio allora star più a lungo
ad annoiarti con discorsi vani.
Sappi perciò - parlo sul serioadesso -
ch'io ti conosco come un gentiluomo
di buoni ed elevati sentimenti.(104)
E non ti dico questo
perché tu possa farti un buon concetto
di quel che sose dico che uomo sei;
né mi picco di suscitare in te
maggior stima di me
di quanta possa dartiin qualche modo
il credere che tutto quel che faccio
è per farti del bene
e non per trarne io alcun vantaggio.
Ti piaccia allora credermi se dico
ch'io son capace di far mirabilia.
Ho avutofin dall'età di tre anni
dimestichezza con un certo mago
profondissimo nel menar sua arte
del resto legalmente esercitata.(105)
Se davvero tu ami Rosalinda
con la passione che ha gridato alto
il tuo atteggiamento
io saprò fare che lo stesso istante
che tuo fratello sposerà Aliena
tu sposi leila vera Rosalinda.
Io so le ristrettezze di fortuna
cui ella è ridotta
e tuttavia non mi sarà impossibile
sempre che tu lo trovi conveniente
fartela comparire avanti agli occhi
domaniin carne ed ossa
e senza incorrere in alcun pericolo.(106)

ORLANDO -
Parli sul serio?

ROSALINDA -
Sìsulla mia vita
la qualecredimimi sta assai cara
con tutto ch'io mi dica essere un mago.
Perciò mettiti l'abito migliore
domanie invita pur tutti gli amici;
perché se tu domani vuoi sposarti
ti sposeraie con Rosalinda.


Entrano SILVIO e FEBE


Tohguardaarriva una mia spasimante
con qualcuno che spasima per lei.

FEBE -
(A Rosalinda)
Giovanesiete stato assai sgarbato
a render nota agli altri la mia lettera.

ROSALINDA -
Non me ne importa nulla.
Esser sgarbato e sdegnoso con te
è quello che mi studio di mostrarmi.
Tu sei seguita qui
da un fedele pastore che t'adora:
volgi a lui i tuoi occhied ama lui.

FEBE -
(A Silvio)
Insegna allora tuo buon pastore
a questo giovane che cos'è amare.

SILVIO -
È esser tutto lacrime e sospiri.
E tal son io per Febe.

FEBE -
Ed io per Ganimede.

ORLANDO -
E tale sono io per Rosalina.

ROSALINDA -
E tal non sono io per donna al mondo.

SILVIO -
È esser tutto fede e devozione.
E tal son io per Febe.

FEBE -
Ed io per Ganimede.

ORLANDO -
E tale sono io per Rosalinda.

ROSALINDA -
E tale non son io per donna al mondo.

SILVIO -
È esser tutto fantasiapassione
e tutto desiderioadorazione
esser dovererispettoumiltà
esser pazienza ed impazienza insieme
castitàsofferenzaobbedienza.
E tal son io per Febe.

FEBE -
Ed io per Ganimede.

ORLANDO -
E tale sono io per Rosalina.

ROSALINDA -
E tal non sono io per donna al mondo.

FEBE -
(A Rosalinda /Ganimede)
Se così èperché non vuoi ch'io t'ami?

SILVIO -
(A Febe)
Se così èperché non vuoi ch'io t'ami?

ORLANDO -
(Come parlando a persona assente)
Se così èperché non vuoi ch'io t'ami?

ROSALINDA -
A chi è rivolta questa tua domanda?

ORLANDO -
A qualcuna che non è qui e non l'ode.

ROSALINDA -
Basta dunque con questo piagnisteo
sembriamo tutti dei lupi d'Irlanda
ululanti alla luna.


(A Silvio)
T'aiuteròper quanto è in mio potere.


(A Febe)
Ti potrei anche amarese potessi.
Vediamoci domani tutti insieme.
Se mai dovessi sposare una donna
sarai tu quella. E domani mi sposo.


(A Orlando)
Se mai io potessi far contento un uomo
io ti farò contentoe tu domani
sarai uomo sposato.


(A Silvio)
E contento farò io anche te
se contento ti fa quel che ti piace.
Perché anche tu domani sarai sposo.


(A Orlando)
Se ami Rosalindanon mancare.


(A Silvio)
Se è vero che ami Febenon mancare.
E com'è vero ch'io non amo donna
io ci sarò. Per oraarrivederci.
Avete tutti le mie istruzioni.

SILVIO -
Io non vi mancheròse sono vivo.

FEBE -
Nemmeno io.

ORLANDO -
Nemmeno io. Addio.


(Escono tutti)




SCENA III - Radura nella foresta
una panca da un lato.


Entrano PIETRACCIA e ALDRINA

PIETRACCIA -
Domani è il dì della felicità
Aldrinanoi sarem marito e moglie.

ALDRINA -
Io lo desidero con tutto il cuore
e spero che non sia voglia impudica
la miad'essere donna come l'altre.
Ecco due paggi del Duca esiliato.


Entrano DUE PAGGI

PRIMO PAGGIO -
Bene incontratoonesto gentiluomo.

PIETRACCIA -
Bene incontrati voialtriperbacco!
Sedeteavantisuuna canzone!

PRIMO PAGGIO -
Buona ideaperché no?
Quasedetevi qua in mezzo a noi.


(Si siedono sulla pancaPietraccia in mezzo ai dueAldrina resta in piedi)

PRIMO PAGGIO -
Vogliamo attaccar subitocosì
senza prima sputarescarracchiare
ed inventarci d'aver la raucedine
insomma senza i soliti preamboli
che fanno quelli che hanno brutta voce?

SECONDO PAGGIO -
Ma sìma sìattacchiamo
e tutti e due su una tonalità
come due zingari su un sol cavallo.


CANZONE


C'era un amante con la sua compagna,
trallarallerollà
che se n'andavano per la campagna,
attraversando la grande verziera
dei fiori di granturco a primavera.


Primavera è la stagione
per cantare una canzone,
e d'uccelli s'odon canti:
primavera, stagione degli amanti.


Làfra jugeri di grano
se la gode il buon villano
e d'uccelli in mezzo ai canti
ivi intrecciano gli amanti
danze e cantici d'amore
ché la vita è solo un fiore,
se ne adorni l'amore a primavera
trallalallerallera.

PIETRACCIA -
(Alzandosi dalla panca)
In coscienza, miei cari giovincelli,
se non c'era gran che nelle parole,
la musica, in compenso, era stonata.

PRIMO PAGGIO -
V'ingannate, signore, v'ingannate,
abbiam tenuto molto bene il tempo:
vale a dire che non l'abbiam perduto.

PIETRACCIA -
Sì, sì, certo, ma l'ho perduto io
a stare ad ascoltar certe canzoni
sciocche come la vostra. Dio v'assista,
e faccia migliorar le vostre voci.
Andiamo, andiamo Aldrina.


(Escono tutti)




SCENA IV - Radura davanti al casolare
di Rosalinda e Celia, l'indomani.


Entrano il DUCA, AMIENS, ORLANDO, OLIVIERO, JACOPO e CELIA

DUCA -
Credi davvero, Orlando, che il ragazzo
possa far tutto quello che ha promesso?

ORLANDO -
Lo credo sì e no,
come uno che ha paura di sperare
e che sperando sa di aver paura.


Entrano ROSALINDA, SILVIO e FEBE

ROSALINDA -
(Ai due)
Dovete pazientare ancora un po',
finch'io non abbia messo bene in chiaro
con tutti quanti qui i nostri patti.


(Al Duca)
Dite: se io vi faccio venir qui
la vostra Rosalinda,
consentite a concederne la mano
al qui presente Orlando?

DUCA -
Gliela concederei,
dovessi darle in dote interi regni.

ROSALINDA -
(A Orlando)
E saresti pronto ad accettarla
per moglie, s'io te la portassi qui?

ORLANDO -
Sì, foss'io pure il re di tutti i regni.

ROSALINDA -
(A Febe)
Tu dici allora che mi sposeresti,
se io acconsentissi?

FEBE -
Sì, dovessi morire un'ora dopo.

ROSALINDA -
Ma se dovessi rinunciare a me
saresti pronta a concederti in moglie
a questo fedelissimo pastore?

FEBE -
Accetto questo patto.

ROSALINDA -
(A Silvio)
E tu, pastore, s'ella acconsentisse,
saresti pronto a prenderla per moglie?

SILVIO -
Anche se avere lei
fosse tutt'uno che andare a morire.

ROSALINDA -
Bene, ho promesso che avrei sistemato
queste faccende per il loro verso.
Duca, sta ora a voi
di mantenere la vostra parola
di dare sposa a Orlando vostra figlia;
a te di mantener la tua, Orlando,
e di chieder la mano di sua figlia;
a te, Febe, di mantener l'impegno
di sposar me, ma s'io mi rifiutassi,
di sposar questo giovane pastore.
E tu, Silvio, mantieni la parola
di sposar lei, s'ella fosse costretta
a rinunciare a me. Ed ora vado.
Mi vedrete tra poco ritornare
a districare tutti questi nodi.


(Esce insieme con Celia)

DUCA -
Questo giovin pastore
mi richiama alla mente qualche tratto
delle vivaci grazie di mia figlia.

ORLANDO -
La prima volta che l'ho visto, infatti,
ho pensato che fosse suo fratello;
ma il ragazzo, signore, è nato qui
nella foresta, ed è stato iniziato
fin dalla fanciullezza ai rudimenti
di strane pratiche da un certo zio,
che sarebbe, a suo dire, un grande mago
rimasto rintanato e sconosciuto
nel cuore di quest'erema boscaglia.


Entrano PIETRACCIA e ALDRINA

JACOPO -
Qui stiamo andando tutti, salvognuno,
verso un altro diluvio universale,
ed è come se tutte queste coppie
si preparassero ad entrar nell'arca.
Eccone una di strani animali
che in ogni lingua son chiamati matti.

PIETRACCIA -
Rispettosi saluti a lorsignori.

JACOPO -
(Al Duca)
Degnatevi di dargli il benvenuto
mio buon signore: questo è il gentiluomo
zebrato nel vestito e nel cervello
col quale dissi d'essermi imbattuto
più d'una volta un mezzo alla foresta.
Giura d'essere stato un cortigiano.

PIETRACCIA -
E se c'è alcuno che lo ponga in dubbio,
che mi metta alla prova: so danzare,
conosco l'arte di adular le dame,
d'essere riservato con gli amici
e mostrarmi alla mano coi nemici;
ho mandato in rovina ben tre sarti;
ho avuto quattro vertenze amorose,
e per una ho rischiato anche un duello.

JACOPO -
E come s'è aggiustata poi la cosa?

PIERACCIA -
È andata che al momento dello scontro,
abbiamo convenuto, con le buone,
ch'era una lite del settimo grado.

JACOPO -
Come sarebbe del settimo grado"?
Mio benigno sovranoquesto amico
merita tutto il nostro apprezzamento.

DUCA -
In veritàme ne ispira moltissimo.

PIETRACCIA -
Che Dio ve ne rimeritisignore
è tutto quello che desideravo.
Mi son precipitato a venir qui
per unirmi a questi altri campagnoli
tutti in gran fregola di copularsi
con l'idea di giurare e spergiurare
a seconda che il matrimonio vincoli
ed il sangue divincoli.
(Presentando Aldrina)
Una povera verginesignore
una cosasignoreun po' bruttina
ma tutta mia: un mio piccolo sfizio
di prender ciò che nessun altro vuole.
La castità preziosamio signore
suole spesso abitare in un tugurio
come una perla nella sporca ostrica.

DUCA -
Quest'uomoin fede mia
è di spirito pronto e sentenzioso.

PIETRACCIA -
Come s'addice alla freccia d'un matto
signoree simili dolci amarezze.

JACOPO -
Ma ritorniamo a quel "settimo grado".
Come fu che trovaste la vertenza
una vertenza del settimo grado?

PIETRACCIA -
Per la smentita data sette volte.
(Aldrinasta' compostaper favore!)...(107)
Ed ecco come: non mi andava a genio
la foggia in cui un certo cortigiano
si tagliava la barba; e glielo dissi.
Egli mi fa sapere di rimando
ch'egli pensava invece che la barba
era tagliata bene.
Questa si chiama "smentita cortese".
S'io avessi insistito che la barba
era tagliata malee di rimando
egli avesse risposto che la barba
se la tagliava come gli pareva
questo si chiama "frizzo contenuto".
Se ancora poi gli avessi fatto dire
che la barba non era tagliata
e lui m'avesse rispostoa sua volta
che il mio parere gli era indifferente
questa à la "rimbeccata grossolana".
Se poidi fronte alla mia insistenza
che la sua barba era tagliata male
egli m'avesse poi mandato a dire
stizzosamente ch'io parlavo a vanvera
e m'avesse anche dato del bugiardo
questa è la "rintuzzata contenziosa";
e così avanti su di grado in grado
fino a toccar la "smentita indiretta"(108)
ch'è un grado prima di quella "diretta".

JACOPO -
E voi per quante volte
gli diceste ch'era tagliata male
quella sua barba?

PIETRACCIA -
Ebbenea un certo punto
a me mancò il coraggio d'andar oltre
il grado della "smentita indiretta"
come a lui di passare alla diretta;
e a quel puntoda buoni cavalieri
non ci restò da fare che far finta
di misurar le spade(109) e separarci.

JACOPO -
Ed ora ci sapreste riassumere
in bell'ordine tutti questi gradi?

PIETRACCIA -
Noisignorein materia di vertenze
ci regoliamo codice alla mano
né più né meno come fate voi
coi vostri libri di buone maniere.
Prima viene la "ritorsion cortese";
secondo viene il "frizzo contenuto";
terzola "rimbeccata grossolana":
quartola "rimbeccata vigorosa";
quintola "rimbeccata contenziosa";
la "smentita indiretta" viene sesta;
settima vien la "smentita diretta".
Per questa c'è però la scappatoia
ma soltanto se si premette un "se".
Ho conosciuto il caso di una lite
nella quale nemmeno sette giudici
riuscirono a comporre la vertenza;
ma quando le due parti contendenti
si trovarono faccia a faccia a battersi
ad una venne come ispirazione
di dire "Se": "Se voi dite così
allora dico anch'io così e così";
e lì per lì si strinsero la mano
e si giurarono fraterno affetto.
Il "Se" è un formidabile paciere...
Ehsìnel "Se" c'è una grande virtù!

JACOPO -
(Al Duca)
Non è straordinariomio signore?
per ogni cosa ci ha da dir la sua
ed è solo un buffone!

DUCA -
Si serve della sua buffoneria
come d'un grosso schermo(110) al cui riparo
lancia poi le frecciate del suo spirito.


Entra un personaggio vestito da IMENE(111) seguito da CELIA e ROSALINDAquesta in abito femminile

IMENE -
Letizia regna in cielo
quando è concordia in terra.
Buon Duca, la tua figlia
accogli che dal cielo
Imene t'ha portato,
perché tu la sua mano possa unire
a quella di colui ch'ella ha nel cuore.

ROSALINDA -
(Al Duca)
A voi m'affido perché vostra sono.


(A Orlando)
A te mi dono perché tua son io.

DUCA -
Se quel che dicono i miei occhi è vero
tu sei mia figlia.

ORLANDO -
E s'anche gli occhi miei dicono il vero
tu sei la miala vera Rosalinda.

FEBE -
Se veritiere son tua vista e forma
per me addio amore.

ROSALINDA -
(Al Duca)
Padre non hose non siete voi quello.


(A Orlando)
Sposo non hose non sarai tu quello.


(A Febe)
Né sposerò mai donna
se non sarai tu quella.

IMENE -
Silenzio, oh! Bando alla confusione!
Son io cui spetta trar la conclusione
da tutti questi avvenimenti strani.
Qui son ottole mani nelle mani
che giustamente attendono da Imene
quel che a fedeli amanti si conviene."


(A Orlando e Rosalinda)
Voi due giammai separi
nessuna avversità.


(A Oliviero e Celia)
Voi due cuore con cuore
amor congiungerà.


(A Febe)
Tu all'amor suo devi acconsentire
se non ti vuoi con una donna unire.


(A Pietraccia e Aldrina)
Siate voi sempre stretti,
uniti in sempiterno
come il cattivo tempo
s'unisce con l'inverno.
E mentre qui s'intona
l'inno del matrimonio
sian domande e risposte
del vero testimonio(112)
perché sia lo stupore dissipato
e tutto questo a termine portato".


IMENEO

TUTTI -
(in coro)
Della grande Giunone è il dì nuziale
la corona regale.
O nodo consacrato e benedetto
della mensa e del letto!
Imene popola città e paesi
onde tutti che siamo quicortesi
onore e gloria tributiamo a Imene,
che sia pronuba d'ogni nostro bene."

DUCA -
(A Celia)
Benvenuta fra noinipote cara
a me cara non meno che mia figlia.

FEBE -
(A Silvio)
Non mi rimangerò la mia parola.
Sei mio adesso: la tua fedeltà
si riconcilia con il mio capriccio.


Entra GIACOMO DE BOYS

GIACOMO -
Mi si conceda udienza
ch'io possa dire una parola o due.
Sono il secondo figlio di sir Rowland
e reco a questa bella compagnia
queste notizie: il duca Federigo
udendo che persone di gran merito
accorrevano sempre in maggior numero
a cercare rifugio in questa selva
aveva apparecchiato un grosso esercito
alla testa del quale s'era mosso
con l'intenzione di venire qui
a catturare il Duca suo fratello
e poi metterlo a morte;
e s'era spinto già fino ai dintorni
di quest'aspra forestadovea un punto
s'imbatteva in un pio vecchio eremita
edopo aver con lui discusso alquanto
fu da questi convinto e convertito
a desisterea un tempodall'impresa
e rinunciare al mondo
rimettendo così la sua corona
all'esiliato duca suo fratello
e a reintegrare nei loro possessi
quanti l'hanno seguito nell'esilio.
Giuro ch'è veritàsulla mia vita.

DUCA -
Sii dunque benvenutogiovanotto:
tu vieni a offrir munifici regali
alle nozze di questi tuoi fratelli:
all'uno le sue terre confiscate
all'altro un gran dominio tutto intero
un potente ducato com'è il nostro.
Ma prima terminiamoin questo bosco
le cose tanto bene cominciate
ed altrettanto bene concepite.
Dopodiché faremo che ogni membro
di questa gaia nostra compagnia
che ha voluto dividere con noi
le crude notti e i giorni dell'esilio
abbia la parte sua nelle sostanze
che ci vengono reseognun di loro
secondo il proprio rango.
Nel frattempo si faccia ognun dimentico
delle riconquistate dignità
e se ne torni ai suoi rustici svaghi.
Suonateo musici! E tutti voisposi
date pur sfogo alla vostra esultanza
in vorticose cadenze di danza.

JACOPO-
(A Giacomo)
Signoreditemi: se ho bene inteso
il duca Federigo
s'è votato alla vita religiosa
e ha rinunciato alle pompe di corte?

GIACOMO -
Così ha fatto.

JACOPO -
Allora andrò da lui;
da questi convertiti
c'è molto da ascoltare e da imparare.


(Al Duca)
Vi lascio dunque ai vostri antichi onori
di cui vi fanno certamente degno
la vostra grande virtù e tolleranza.
(A Orlando)
Voi lascio a un amore di fanciulla
che merità la più cieca lealtà.
(A Oliviero)
Voi alle vostre terreal vostro amore
ed alle vostre illustri parentele.
(A Silvio)
Tepastoreper lungo tempo a un letto
degnamente da te desiderato.
(A Pietraccia)
E voi alle baruffe coniugali;
perché il viaggio d'amore di voi due
ha vettovaglie solo per due mesi.
Ed ora datevi ai vostri svaghi.
In quanto a meson fatto per tutt'altro
che abbandonarmi a cadenze di danza.

DUCA -
RestaJacoporesta!

JACOPO -
Iopassatempi nemmeno a vederli.
Me ne staròfrattanto
per tutto quello che possa servirvi
nella grotta da voi abbandonata.

DUCA -
Ebbeneavantialle danzealle danze!
Vogliamo dare inizio a questi riti
come speriamo possan terminare
in genuina e sincera allegria.


(Musica e danze)




EPILOGO

ROSALINDA -

Non è nell'uso vedere una donna
venirvi a dir l'epilogo del dramma(113)
anche se ciò non siain verità
più sconveniente che veder l'eroe
venir qui sopra a recitare il Prologo.
Se è vero che a buon vino
non serve frasca(114) è altrettanto vero
che una buona commedia
non abbisogna di nessun epilogo.
Ma se a buon vino giova bella frasca
un bell'Epilogo potrà giovare
a una commediaper quanto ben fatta.
Pensate dunque in quale situazione
io mi vengo a trovare innanzi a voi
perché non sono io come persona
un bell'Epilogoné son capace
di cattivarmi da voi un applauso
grazie alle qualità della commedia!
Non son vestita come una stracciona
perciò non mi si addice mendicare;
il solo mezzo che ho è supplicarvi
e voglio cominciare dalle donne.
Io vi supplicodonne
per l'amore che voi portate agli uomini
che vogliate gradir questa commedia
per quel tanto che v'abbia soddisfatto;
ed a voi tuttiuomini
per l'amore che portate alle donne
(giacché vedo dai vostri sorrisetti
che tra voi non c'è chi le detesti)
io ordino di far che la commedia
tra voi e loro possa riuscire
di pieno gradimento a tutti quanti.
Se fossi donnacoprirei di baci
tutti quelli di voi ch'hanno una barba
che fosse di mio gusto
un aspetto che fosse di mio gusto
e un alito che non mi repugnasse.
E senza dubbio quanti in mezzo a voi
hanno una bella barbaun bell'aspetto
e un alito gradevolevorranno
in cambio della mia gentile offerta
come mi vedano fare l'inchino
licenziarmi con un "arrivederci".



FINE


NOTE:

(1) La quinta del gruppoIl mercante di Veneziaè di qualche anno prima (1594).
(2) Si chiamava così il registro di deposito degli stampati ai fini della protezione del diritto d'autore tenuto dalla Società degli editorilibrai e rilegatori della città di Londra.
(3) Si disse "primo in-folio" (dal formato della carta) questa edizione per distinguerla dal secondoterzo e quarto in-foliousciti rispettivamente negli anni 16321663 e 1685 come successive ristampe. Le opere contenute nell'in-folio son 36; mancano il "Pericle principe di Tiro" e "I due nobili cugini" che contengono solo alcune scene dovute alla penna di Shakespeare.
(4) Tra le rappresentazioni all'aperto in Italia è rimasta memorabile quella all'Arena di Verona nel giugno 1966interpretata da Corrado Pani (Corrado) e Valeria Moriconi (Rosalinda).
(5) Una recente testimonianza a conforto di questa tesi viene dalla illustre attrice Vanessa Redgraveche - mentre sto redigendo queste note - sta interpretando a Londra la parte di Prospero nella "Tempesta" al Teatro "Globe"ricostruito dagli inglesi per le rappresentazioni shakespearianesullo stesso modello di quello in cui recitavaalla fine del '500 la Compagnia dei King's Men della quale faceva parte lo stesso Shakespeare. La Redgravenel definire il nuovo teatro "un monumento shakesperiano"soggiunge: "Vedere una commedia qui è tutt'altra cosa. Nel senso che s'instaura una forte comunicazione tra attori e pubblicoper via dello spazio circolare. E la gentesoprattutto quella in piedi al centropuò quasi toccare gli attoripuò muoversipuò anche bere una birra durante lo spettacolo. E può parlaretant'è vero che in certi casi al "Globe" vengono fuori battute estemporanee fra palcoscenico e pubblico" (Intervista al quotidiano "La Repubblica" del 27.5.2000).
(6) Per la metrica si pronunci "de-buà".
(7) L'ubicazione geografica di questo luogo ha appassionato i critici. La didascalia indica "Arden Forest" che è il nome di una foresta del Warwickshirein Inghilterra; ma "Arden Forest" è anche il nome della foresta delle Ardenne francesila regione al confine con il Belgio e il Lussemburgo. E che sia questa la località in cui Shakespeare ha voluto porre la sua vicendaè suffragato da diversi elementi: 1) i nomi dei personaggi sono quasi tutti francesi; 2) Carloil lottatore di cortedice a Oliviero che il vecchio duca e i suoi fedeli vivono nella foresta "like the old Robin Hood of England": un inglese che parli di Robin Hooderoe inglesenon direbbe mai "Robin Hood d'Inghilterra"; 3) Oliviero dice a Carlo che suo fratello Orlando "è il più caparbio tra i giovani di Francia"; 4) il romanzo di Thomas LodgeRosalindada cui Shakespeare ha tratto la tramaè ambientato in Francianella foresta delle Ardenneappunto. C'è da immaginare quanto si sarebbe divertito Shakespeare di questi gratuiti lambiccamenti; perché è chiaro che qui egli stesso s'è divertito nella scelta del nome come su quello del titolo della commedia: "immaginatevi l'Ardenna che voletese vi piacea me interessa solo divertirvi".
(8) La Fortunadefinita qui "brava massaia" ("good hussif"dove "hussif" è forma colloquiale contratta di "housewife") è la mitica divinità rappresentata nella iconografia classica come una donna bendata con una cornucopia in mano e appoggiata a una ruotaad indicare che dispensa agli uomini i suoi doni a casaccio. È spesso evocata nel teatro di Shakespeare (cfr. "Enrico V"III625 e segg.).
(9) Il nome inglese di questo personaggio è "Touchstone"la "pietra di paragone" con cui si saggia l'oro.
(10) "... to reason of such goddesses": cioè la Natura e la Fortuna.
(11) "Come aveste la barba" non è nel testo.
(12) "One that old Frederikyour fatherloves": così nel testo; stranamentei due duchi fratellil'usurpatore e l'usurpatosi chiamano Federigo.
(13) "The more pity that fools...": per la duplice accezione di questo termine in Shakespeare ("matto" e "buffone"indifferentemente)v. l'apposita nota introduttiva alla mia traduzione del "Re Lear".
(14) Per capire lo spirito di questa domanda di Celiache in italiano non ha sensooccorre notare che il testo inglese gioca sull'omofonia di "sport"divertimentospassoe "spot"macchia. Le Beau ha detto: "You have lost much good sport"Vi siete persa un bel divertimento; ma Celia finge di capire "spot" e domanda di che colore fosse la macchia. Donde l'imbarazzo di Le Beau: "Non so come rispondervi".
(15) "... that was laid with a trowel": espressione idiomatica detta di una risposta che si attaglia "quasi spalmata liscia addosso al soggetto come la malta spalmata con la cazzuola".
(16) Si è risolto alla megliocon l'endiade "parte-spartito"un quibble che nel testo inglese è del tutto diversoe che giova spiegare. Pietraccia a Celia che gli ha detto: "Buona questa! Ben tirata!"ha risposto: "Devo fare cosìse voglio conservare il mio ruolo (di buffone)"... if I keep my rank; ma "rank" valecome sostantivorangoruoloe come aggettivo "fetido"rancido; sicché Rosalindafingendo di intendere che Pietraccia abbia detto: "... se voglio conservare il mio rancidose no..."risponde: "Se no perdi il tuo vecchio (ossia cattivo) odore".
(17) "Be it known unto all men by these presents...": è la formula con cui l'araldo proclamava in piazza le gride e gli editti del principe. Rosalinda con "these presents" fa il verso a Le Beau che aveva dettodei tre fratelli lottatori: "tre giovani of excellent growth and presence".
(18) "Pray heaven I be deceived in you": sebbene nessuna didascalia lo indichiquesta frase Rosalinda dice a se stessa; s'è accorta d'essersi innamorata a prima vista di Orlandoe ne ha paurae spera che non sia. Celiaperòla sentee poiché anche a lei il giovane è piaciuto (tanto da dirglicon la cuginaVorrei sostenervi con le mie forze)dice a Rosalinda: "Your hearth's desires be with you"I desideri del tuo cuore siano con te. Le due battute sono dunque un dialogo fra le duenon inteso da Orlando che si è allontanato; e non già - come intendono molti curatori - rivolte dalle donne allo stesso Orlando.
(19) Anche queste altre due battute delle due ragazze sono evidentemente dette piano tra loroe non già forte all'indirizzo di Orlando.
(20) "... one out of suit with fortune": per il doppio significato di "suit"che vale "accordo"concordanzama anche "vestito"livreala frase si può anche leggere: "una che non veste la livrea della fortuna"cioè che è stata dalla fortuna licenziata come sua serva.
(21) "... but a quintain...": "quintain" è il paloo asse o altro oggetto montato su tale supporto a far da bersaglio ai tiratori di lanciaa piedi od a cavallonell'antica giostra della "quintana"detta anche in Italia "Giostra del Saracino" perché la sagoma da colpire è una testa di turco. Orlando s'è innamorato anche lui fulmineamente di Rosalindatanto da non riuscire a spiccicar parola.
(22) Più avantialla fine della scena IIIsi lascerebbe intendere invece che la più alta sia Rosalindacome del resto è logicodato che delle duesarà lei ad indossare abiti maschili. Si trattaverosimilmente di una svista del copione; che proverebbeinsieme ad altre incertezzela mancata revisione del testo come figura nel primo in-folio.
(23) "Nosome of it is for my child's father": questa fraseche figura così nell'in folioha lambiccato e confuso tutti i commentatori. I curatori del testo nei secoli XVII e XVIIIavendo trovato troppo inverecondo da parte di Rosalinda il desiderio espresso di avere un figlio da Orlandohanno invertito l'ordine delle parole da "my child's father" a "my father's child"figlia di mia padrecome se Rosalinda avesse detto: "Tutto questo accade a causa di mio padre e a causa miache son la figlia". Ma è lezione contraria alla lettera e alla logica. Rosalinda è innamorata di Orlando e lo sogna già come suo marito e padre di un suo figlio. Figurarsi se Shakespeare si fosse fatto scrupolo di farglielo dichiarare chiaro e tondo alla cugina! "Ahimè!" è del traduttore.
(24) "... this working-day world": "questo mondo da quotidiana fatica"; s'è reso alla lettera "da giorno feriale" per la corrispondenza/assonanza con seguente "giorno festivo" detto da Celia.
(25) "Hem them away!": "hem" è qui la verbalizzazione del suono onomatopeico che riproduce quello della bocca per espellere qualcosa da dentro il corpo. "Hem" si fa anche per scatarrare e schiarirsi la gola dalla raucedinee la raucedine si dice "bur"che è anche "lappola"ed "hem" si fa anche con la bocca per richiamare a sé l'attenzione di persone distratte. Una metafora dentro l'altracome scatole cinesi!
(26) Si capisce l'allusione licenziosa di questa frase di Celia: ella continua la metafora della lottache si conclude con la "messa al tappeto" del perdente.
(27) "Doth he not deserve well?": Celiache ha accusato poco prima di amarla pocosente che Orlando le sta strappando ancora più il cuore di leie perciò meriterebbe bene di essere da lei odiato.
(28) "... like Juno's swans": dove Shakespeare abbia tratto l'immagine di Giunone affiancata da due cigninon si sa; gli animali consacrati alla dea dalla teologia paganae con i quali la dea veniva raffigurataerano il pavoneil cuculo e la capra.
(29) V. sopra la nota 22.
(30) "Jove's own page": "il paggio personale di Giove". Secondo il mito classicoGanimedeil bellissimo giovane figlio di Troo e fratello d'Ilio (il fondatore di Troia)fu rapito da Giovetrasformatosi in aquilasul monte Ida a Cretatrasportato da lì sull'Olimpo e adibito da Giove alle funzioni di suo coppiereal posto di Ebe.
(31) "Here feel we not the penalty of Adam": secondo la Bibbianel giardino dell'Edendal quale Adamo ed Eva furono cacciati per il loro fallonon v'era alternarsi di stagioni; usciti dall'Edenessi dovettero soffrire le intemperie del tempo. Altri legge: "Here we feel but the penalty of Adam"Qui non soffriamo che il castigo (lo scotto) di Adamoche è senso del tutto contrario.
(32) Era credenza medioevale che il rospo avesse nella testa un gioiello.
(33) "'Tis right... thus misery doth part the flux of company": senso: è conforme alla legge degli uomini che chi cade in miseria si veda diradare il numero degli amici.
(34) Si capisce che il "padrone" cui allude qui Adamo è Dio.
(35) "But I must confort the weaker vessel": cioè Celia; "vessel" è voce d'ispirazione biblica per indicare la donna "corpo contenitore" (cfr. il "vas electionis"appellativo della Vergine Maria nella liturgia cattolica; cfr. anche in "Romeo e Giulietta"I114: "... women being the weaker vessel"... le donne essendo il più debole vaso. Il prof. René Garlandl'illustre inglesista dell'Università di Bordeauxsoleva ripetere agli allievi che non si può leggere - e tanto meno ascoltare a teatro - Shakespearesenza conoscere la Bibbia; sfugge altrimenti il vero senso di molti suoi costrutti.
(36) Pietraccia trova il modo di dire una facezia sul doppio senso di "cross" che vale "croce"ma si chiamava "cross" anche la moneta d'oro sulla quale era impressa una croce. E dice di non credere che Celiache aveva detto di imbacuccarsi da sembrare una misera straccionaabbia monete d'oro nella borsa.
(37) Letterale: "Jane Smile" nel testo; il nomeverosimilmentedi una contadinottada quel che dice dopo.
(38) "... I shall ne'er be ware of my own wittill I break my shins against it.": "to break his own shins against his own wit" è frase idiomatica per indicare il castigo ("rompersi gli stinchi") che càpita a chi si crede troppo furbo e va a sbattere il muso su qualcosa.
(39) Rosalinda continua ad invocare Giovetutta compresa della sua parte di Ganimede.
(40) "... another stanzo" nel testo; Shakespeare non conosceva l'italiano.
(41) "I care not their namesthey owe me nothing": passo diversamente interpretato. Alcuni intendono: "Non m'importa come si chiamano" (se "stanze" o altro)tanto non sono miei creditori"; altri: "tanto non sono cambiali a mio favore". Si è seguita qui la interpretazione del Baldini (BUR RizzoliMilano1983) che legge "names" per "titoli"con il doppio senso di "nomi delle canzoni" e "titoli di rendita" dai quali Jacopo dice di non ricavare nullasemplicemente perché non ne possiedeavendo rinunciato ad ogni mondana risorsa per la vita bucolica con la natura.
(42) Su questo "ducdamè" i critici pedanti si sono scervellati inutilmente e abbastanza ignorantemente; non sapendo che gli inglesi dicono "parlare greco" come noi diciamo "parlare arabo"dire cioè qualcosa di incomprensibile. Così Cascanel "Giulio Cesare"I2276dice che del discorso di Cicerone non ha capito nienteperché "He spoke greek"Ha parlato greco. In verità Cicerone ha parlato latino. Così qui l'espressione di Jacopo "la formula d'un esorcismo greco" vuol semplicemente dire "una cosa senza senso".
(43) Le didascalie aggiungono "vestiti da fuori legge"che è indicazione scenica abbastanza grottesca: un vestito "da fuorilegge" non esisteva al tempo di Shakespearecome non esiste oggi.
(44) "... a motley fool": i matti-buffoni di corte portavano livree a strisce multicolori. Si capisce che quello incontrato da Jacopo è Pietraccia.
(45) "... like chanticleer": Cantachiaro ("Chanteclair") è il nome dato dai francesi al gallo: un altro indice che l'azione di questa commedia di svolge in Francia e non Inghilterra come vogliono alcuni. (V. sopra la nota 7).
(46) Il mondo come grande teatro sul cui palcoscenico ogni uomo recita la sua parte per il tempo assegnatogliè un motivi ricorrente nel teatro di Shakespeare. "La vita - dice Macbeth (V524 e segg.) - non è che un'ombra che camminaun povero attorello che si agita e si pavoneggia sulla scena del mondo per un'orae di cui poi non si parla più..."
(47) "... full of wise saws and modern instances": la lezione "luoghi comuni" per "modern instances" è del Baldini (cit.); altri leggono "banali illustrazioni" (Dover Wilson)altri "citazioni di casi recenti".
(48) "... into the lean and slippered pantaloon": si tratta proprio della maschera veneziana della commedia dell'arte italianail cui nome è adottato dagli inglesi come nome comune ad indicare ogni vecchio barbogio.
(49) "So had you need"letteralm.: "Ed era necessario che lo faceste".
(50) L'importanza che Shakespeare annette alla musica e alle canzonicome mezzo per creare l'atmosfera da lui volutaè una caratteristiche delle sue commedie maturecome in questacome già in "Tanto trambusto per nulla" e come in seguito per la "Dodicesima notte".
(51) "... and thou thrice-crowned queen of night": l'invocazione è a Dianatre volte regina perché venerata in cielo come Cinziaall'inferno come Ecate e in terra come Dianadea della castità femminileimpersonata dalla lunae della quale Rosalindacome tutte le fanciulle verginiè sacerdotessa. Orlando non sanaturalmenteche Rosalinda è nei paraggi.
(52) "Such a one is a natural philosopher": "un tipo così (come tu ti descrivi) è quello che si dice un "filosofo naturale". Pietraccia gioca sul doppio significato di "natural" chedetto di filosofovale "scienziato" in generalema anche "sempliciotto"alla buona.
(53) "... then to cart with Rosalind": l'immagine è della bica che viene caricata sul carro agricolo; ma Pietraccia è maligno e "cart" è anche la carretta sulla quale le prostitute venivano portate in giro per la città.
(54) Elenala bellissima moglie di Menelaorapita da Paride e causa della guerra di Troia; Cleopatraregina d'Egitto e amata prima da Cesare poi da Marcantonio; Atalantala fanciulla del mito grecofiglia di Scheneore di Scirocacciatriceinsuperabile nella corsa.
(55) Lucreziala leggendaria matrona romanamoglie di C. Tarquinio Collatinofratello del re Tarquinio il Superbola qualeavendo suscitato un'insana passione nel figlio del reSesto Tarquinioe avendole questi usata violenzasi sottrasse all'involontario disonore uccidendosi.
(56) Rosalinda chiama Giove ("Jupiter") l'autore dei versi letti da Celia per accordarsilei Ganimedealla loro olimpica pomposità.
(57) "... with scrip and scrippage": espressione colloquiale che fa il paio con "with bag and baggage"; "scrip" è la sacca-tascapane portata dai pellegriniscrippageè un insieme confuso di carte. La didascalia vuole che Pietraccianel dire questoraccolga il foglio lasciato cadere a terra da Celia: è questo ch'ei chiama "scartoffie".
(58) La scansione del verso inglese si facome il greco e il latinoper piedi e non per sillabe.
(59) Allusione all'adagio popolare: "Lo stupore dura al massimo nove giorni".
(60) Allusione alla teoria pitagorica delle metempsicosio trasmigrazione delle anime nel tempo; alla quale però Rosalinda/Shakespeareintroducendola in chiave umoristicamostra di non credere.
(61) Inversionein chiave umoristicadel noto brocardo: "Gli uomini possono incontrarsile montagne mai."
(62) "Good my complexion!": "complexion" nel significato di "colore del volto"incarnatoanche nel "Mercante di Venezia"II11: "Mislike me for my complexion". Rosalindavestita da uomorivendica la sua essenza di donnadi cui l'incarnato del volto è caratteristica fisica essenziale.
(63) "... if the man will be thankful": "thankful" è "riconoscente"ma riferito dell'uomo a Dio è "timorato".
(64) Il gigante dall'enorme appetito creato da Rabelais il cui romanzo "Gargantua et Pantagruel" (1534) Shakespeare sicuramente conosceva nella traduzione inglese.
(65) "It is as easy to count atomies...": per "atomies" nel senso di "pulviscoli" in Shakespeare v. anche in "Romeo e Giulietta"I457: "With a team of little Atomies over men's noses".
(66) È chiaroanche se non è menzionato nel testoche si tratta di una querciaalbero sacro a Giove.
(67) "Though it be pity to see such a sightit well becomes the ground"intendi: se funzione della terra è quella di reggere i corpi che vi cadono sopraben s'addice a tale funzione quella di reggere il corpo d'un cavaliere ferito.
(68) "Cry hollà to thy tongue": "hollà" è il grido di richiamo che si fa al cavallo per fermarlonell'atto in cui gli si tirano le briglie. "Se vuoi ch'io vada avanti" non è nel testoche ha semplicemente "ti prego" ("I prithee").
(69) "It curvets unseasonably": Celia prosegue la metafora del cavalloalla cui andatura (trottogaloppofalso galoppo) è spesso paragonato in Shakespeare il parlare. "It curvets unseasonably" è espressione del gergo dell'equitazionee si dice del cavallo che scartadove "curvet" è il salto del cavallo in cui le zampe anteriori si alzano e ricadono insieme mentre le posteriori scartano.
(70) "He comes to kill my heart": Rosalindaproseguendo la metafora del cacciatorecome Celia le ha detto che Orlando è vestitogioca qui sull'omofonia di "heart"cuoree "hart"cervo.
(71) "I would sing my song without a burden": qui la metafora è musicale; Celianel raccontare alla cugina come ha visto Orlandoparagona se stessa a una che cantae Rosalinda che l'interrompe sempre a un bordone; "bordone" ("burden" o "burdon") è la nota continua che accompagna una melodia.
(72) "... and conned them out of rings?": anelli con incisi all'interno brevi motti di dedica alla persona amata erano di gran voga all'epoca. Orlandonella sua rispostaallude invece in tono spregiativo a certe scritte moraleggianti che decoravano tele dipinte usate come tappezzerie in luogo degli arazzi nelle case dei piccoli borghesi.
(73) V. sopra la nota 54.
(74) "Signor Love" nel testo.
(75) "... a younger brother's revenue": cioè ben scarsa; Rosalinda sa che Orlando è il figlio terzogenito di sir Rowand de Boyse secondo il diritto ereditario medioevale l'eredità del padre andava tutta al primogenito; i figli cadetti erano messi o a fare il militare o il religioso.
(76) Intendi: se fai sapere a una donna che l'amiessa sarà più incline a crederlo che a confessare di crederlo. S'è preferito lasciare l'elegante endiadi del testo: "... which... is apter to do than to confess she does". Rosalinda parlain sottintesodi se stessa.
(77) "... as the most capricious poethonest Ovidwas among Goths": in verità Ovidio in mezzo ai Goti non c'è stato mai; è stato tra i Getiantica popolazione di stirpe tracia del Basso Danubiodove l'aveva esiliato Augusto. La confusione tra Goti e Geti è comune a molti scrittori; ma a Shakespeare qui fa comodo per imbastirci uno dei suoi più divertenti giochi di omofoniach'io sfido chiunque a cogliere dalla bocca di un attore. "Goths"Gotiinfattisi pronuncia come "goats"capre. Pietraccia dice di stare in mezzo alle capre di Aldrina come Ovidio - poeta capriccioso e lascivoe quindi tutt'altro che "honest" - stava in mezzo a quella parola ch'egli pronuncia come capreper dire "Goti"; e cioè Pietracciacon Aldrina e le sue capresi sente l'anima di poetacome Ovidio. È voluta anche la presenza della capra - non della pecora - perché la capra è animale notoriamente lascivotanto che "goat" si usavain senso figuratocome sinonimo di "uomo licenzioso".
(78) Traduzione a senso del testo: "O knowledge ill-inhabited"O sapienza male alloggiata!.
(79) "... worse than Jove in a thatched house": allusione forse alla leggenda del mito greco secondo cui Gioveappena natofu allattato dalla capra Amantea. Ma il nome di Giove è associato alla capanna anche nel mito di Filemone e Bauci cantato da Ovidio nelle "Metamorfosi" (VII612 e segg.)dove Giovein compagnia di Mercuriotravestiti da pellegrinisono accolti nella capanna dei due vecchichein premio di ciòfu resa indenne dal diluvio (cfr. anche "Tanto trambusto per nulla"II186 e segg.).
(80) Pietraccia filosofeggia: di fronte all'innocente diniego di Aldrinasi sentecome Ovidioun poeta incompreso per colpa dell'altrui mancanza di intelligenzache definisce "primo nato"("forward child") del parto dal quale lo stesso poeta è uscito.
Nell'accenno al "colpo mortale" per il "grosso conto da pagare al locandiere per una piccola stanza" il Dover Wilson ha visto un'allusione alla morte dell'amico poeta e drammaturgo Christopher Marlowe avvenuta in seguito ad una rissa in una locanda (forse appunto per una contesa sul conto da pagare). Lo stesso Dover Wilsonanziproprio su questa battuta di Pietraccia basa la sua congettura sulla datazione 1593 di questa commedial'anno appunto della morte di Marlowedatazione che altri spostano invece al 1599-1600.
(81) "Sir Oliver Martext": gli inglesi danno del "sir" ai religiosiche equivale al nostro "don".
(82 )"God 'ild you for your last company": Pietraccia è il "matto variegato" che Jacopo ha detto di aver incontrato nella foresta nella scena VII dell'atto precedente.
(83) "Will you be marriedMotley?": metonimiail contenente per il contenuto: "motley" è la giacca a colori misti che portavano i giullari e i buffoni di corte.
(84) "... a man of your breeding": Jacopo è rimasto colpito dalla sagacia di Pietracciaascoltandolo non vistonel suo dialogo con Aldrina ("Ecco un matto che sa quello che dice" - ha detto tra sé). Dunque è logico che lo reputi "a man of good breeding".
(85) "O sweet Oliver/ O brave Oliver/ leave me not behind thee": verosimilmente la strofetta di una canzone in voga.
(86) Orlandocome dirà Celia più sottoè castano di capelli; "più scuri di quelli di Giuda" lascerebbe intendere che Giudail traditore di Cristofosse biondo; è noto tuttavia che Giuda era tradizionalmente rappresentato con i capelli rossi.
(87) "... as concave as a coveret goblet": "goblet" si chiamava quella specie di coppa panciutasenza manici e con coperchio con la quale si bevevano vino e birra.
(88) "... who shut their coward gates on atomies": per "atomies" come "pulviscolo" v. sopra la nota 65.
(89) "Who ever loved that loved not at first sight?": è un verso tolto di peso dal dramma "Tamburlaine" di Christopher Marloweil cui protagonista è un pastore scita che diventa re dei re. È un altro accenno di Shakespeare a Marloweche confermerebbe l'ipotesi del Dover Wilson di cui alla nota 80.
(90) "... or else I will scarce think you have swam in a gondola": cioè mi sarà difficile credere a tutti i viaggi che dite di aver fatto (la sosta a Venezia e il giro in gondola era di prammatica per i grandi viaggiatori inglesi dell'epoca).
(91) Quiin domanda e rispostac'è il solito gioco di doppi sensi su "suit"che vale "corteggiamento" ma anche "abito"vestitoe anche "abitudine"costume. Nella domanda di Orlando: "Whatof my suit?" è usato nel primo significato; nella risposta di Rosalindache finge di credere che Orlando le abbia domandato: "Che ne dite del mio abito?"è usato nel secondo senso: "Not out of your apparel"Non vi sta proprio male. Il costrutto italiano è preso in prestito dalla traduzione del Baldini (BUR RizzoliMilano1983). Altri hanno capito altro.
(92) Shakespeare si diverte qui a dissacrareper bocca di Rosalinda/Ganimedeil mito di alcune romantiche figure di grandi amatori dell'antichità classicaTroilo e Leandro. Troilol'ultimo dei figli di Priamo di Troiaucciso dal greco Achille a colpi di clavaera sta assunto nel medioevo a simbolo dell'amore romantico per la sua passione per Cressidasacerdotessa troianafiglia di Calcante. La vicenda dei due amanti sarà oggetto da parte dello stesso Shakespearedella sua tragedia "Troilo e Cressida". Leandroil giovane di Abidoinnamorato di Erosacerdotessa di Afroditeper recarsi da lei passava a nuoto l'Ellespontofinchéin una traversataannegò.
(93) Da qui in poi e per tutta la scena il dialogo nel testo inglese è un continuo alternarsi di passaggi dal "you" al "thou" e viceversacome spesso in Shakespeare; si è reso alla lettera per non perdere il respiro del dialogo ingleseanche se in italiano possa risultare alquanto improprio.
(94) "There's a girl goes before the priest": si capisce che Rosalinda si riferisce a se stessadicendo che vuole Orlando per marito prima che il prete/Celia glielo abbia chiesto ritualmente.
(95) "Witwither wilt?": modo di dire corrente nel tempo per prendere in giro chi facesse troppo lo spiritosoche ha il senso di "Non t'avrà dato di volta il cervello?" ("Wilt" sta per "will thou"sottinteso "go").
(96) "... by all pretty oaths that are not dangerous": i "pretty oaths" che Rosalinda definisce "not dangerous" sono quelli che non contengono formule blasfeme.
(97) "... what the bird hath done to her own nest": senso: hai insudiciatodicendo male del tuo sessola tua essenza di donnae meriteresti che essa (il tuo nido = le tue parti genitali) fossero mostrate così al mondospogliandoti dei tuoi abiti da uomo.
(98) "... that same wicked bastard of Venus": Cupidoil dio dell'amore.
(99) L'uccello detto araba fenice che si diceva morisse e risorgesse dalla proprie ceneri ogni 500 anni. È il simbolo della rarità.
(100) "If that an eye may profit by a tongue": cioè: se il mio occhio può trarre profitto da quello che ho sentito dire da altra lingua. La resa italiana è piuttosto ermeticama s'è dovuto tradurre alla letteraper non perdere la sintesi poetica della frase.
(101) "... a most vile Martext": Pietraccia gioca sul cognome di don Oliviero: "Mar-text"che dovrebbe valere "sciupatore di testi".
(102) Qui comincia il gioco. Rosalinda sa che Oliviero si è fidanzato con Celiae lo chiama "fratello" (gli inglesi chiamavano "fratello" e "sorella" il cognato e la cognata); Oliviero non sa ancora che Rosalinda è femminala conosce come Ganimedefratello di Alienamaper assecondare il gioco/finzione del fratello Orlandoche la chiama Rosalindala chiama "sorella". ui coincia
(103) "But Ohow bitter a thing to look into happiness through another's eye"letteralm.: "Maohche cosa amara guardare alla felicità con gli occhi di un altro". Orlando dice di vedere la felicitàma di vederla con gli occhi del fratellocioè una felicità non sua ma di un altroe questo gli è amaro. La frase è contorta e s'è dovuta tradurla a senso.
(104) "... a gentleman of good conceit": "conceit" ha qui valore di "thought"come in "Mercante di Venezia"I192: "... of wisdomgravityprofound conceit".
(105) "... most profound in his art and yet not damnable": Rosalindanell'inventare la storiella di questo magoche le servirà allo scopo della sua metamorfosi da uomo a donnasi preoccupa di rassicurare Orlando che le sue pratiche di magia non erano di quelle condannate dalla legge. Una legge approvata sotto Giacomo I comminava addirittura la pena capitale per chi esercitava la magia nera. Lo stesso re aveva scritto contro queste pratiche un trattato dal titolo: "Daemonologiah.e. adversus Incantationem sive Magiam Institutio". È probabile perciò che questa precisazione di Rosalinda sia stata aggiunta al copione nelle recite della commedia sotto quel reche furono molte.
(106) "... and without any danger": cioè senza il pericolo che si tratti di qualche fantasma evocato da illecite arti magiche.
(107) "(Bear your body more seemingAudrey)": nessuna didascalia indica in Aldrina un atteggiamento che giustifichi questo richiamo di Pieraccia. S'immagini il lettore quello che vuole.
(108) "And so to 'lie circumstantial': "lie circumstantial" è locuzione usata solo da Shakespeare (non esiste nel codice cavalleresco né altrove) a significare "smentita obbiettivaofferta indirettamente da circostanze di fatto. È palese che qui Shakespeare si diverte a parodiareper bocca di un buffone smaliziatoil costume della nobiltà dell'epocain materia di cavalleria.
(109) Misurare la lunghezza della lama delle spade era il rito che precedeva immediatamente l'inizio del duello; le spade dovevano essere esattamente uguali.
(110) L'inglese ha altra immagine; il Duca dice: "Si serve della sua buffoneria come del suo cavallo-schermo... as a stalking-horseche è immagine del gergo venatorio dove "stalking-horse" è il cavallo addestrato a far da schermo al cacciatore per permettergli di avvicinarsi alla preda senza spaventarla. Serviva alla bisogna anche un cavallo finto.
(111) Imene è il dio della mitologia greca che presiede alle nozze.
(112) Questi otto settenari sono tratti di peso dal Baldini (cit.)
(113) Rosalinda è un attore uomo vestito da donnaperché a far le parti di donnacome si sail teatro dell'epoca impiegava i giovinettialle donne essendo vietato di apparire sui palcoscenici.
(114) All'esterno delle tavernecome insegna che v'era spaccio di vinosi appendeva un tralcio d'edera ("bush") la pianta sacra anticamente a Baccocome il ramo di quercia o d'alloro (detto appunto "frasca") all'esterno delle osterie romane dell''800.



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