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Joseph Conrad

Cuore di tenebra

I

La Nellie ruotò sull'ancora senza far oscillare le velee restòimmobile. La marea si era alzatail vento era

quasi caduto edovendo ridiscendere il fiumenon ci restava che ormeggiareaspettando il riflusso.

L'estuario del Tamigi si apriva davanti a noisimile all'imbocco di uninterminabile viale. Al largoil cielo e il

mare si univano confondendosi enello spazio luminosole vele color rugginedelle chiatte che risalivano il fiume

lasciandosi trasportare dalla mareasembravano ferme in rossi sciami di telatesa tra il luccichio di aste verniciate. Una

bruma riposava sulle sponde bassele cui sagome fuggenti si perdevano nelmare. L'aria era cupa sopra Gravesende

più indietro ancora sembrava addensarsi in una desolata oscurità cheincombeva immobile sulla più grandee la più

illustrecittà del mondo.

Il Direttore delle Compagnie era il nostro capitano e il nostro ospite. Noiquattro l'osservavamo con affetto

mentrea pruavolgendoci le spalleguardava verso il mare. Su tutta ladistesa del fiumenulla aveva l'aria più navigata

di lui. Si sarebbe detto un pilotache per un marinaio è come dire lafiducia in persona. Era difficile credere che il suo

lavoro non si svolgesse làsu quell'estuario luminosoma alle sue spalledentro quell'incombente oscurità.

Fra noicome ho già detto da qualche partec'era il legame del mare. Oltreche tenere uniti i nostri cuori

durante i lunghi periodi di separazioneaveva l'effetto di farci tollerare iracconti e addirittura le convinzioni gli uni

degli altri. L'Avvocatoil migliore dei vecchi compagniin ragione dei suoinumerosi anni e delle sue molte virtùaveva

diritto all'unico cuscino che ci fosse sul ponte ed era disteso sulla nostraunica coperta. Il Contabile aveva già preparato

il domino e si divertiva ad architettare piccole costruzioni con le tessered'osso. Marlow sedeva all'estrema poppa a

gambe incrociateappoggiato all'albero di mezzana. Aveva le guance incavatela carnagione giallail dorso eretto

l'aspetto ascetico: con le braccia distese e il palmo delle mani aperte voltoin fuoriassomigliava a un idolo. Il Direttore

soddisfatto della tenuta dell'ancoravenne a poppa e si sedette in mezzo anoi. Scambiammo qualche parola

svogliatamente. Poi ci fu silenzio a bordo dello yacht. Non ricordo per qualeragione non iniziammo la partita di

domino. Eravamo in vena di meditazionia nient'altro disposti che a unaplacida contemplazione. Il giorno finiva in una

serenità di calmo e squisito splendore. L'acqua scintillava pacifica; ilcielosenza macchiaera una benigna immensità

di luce pura; sulle paludi dell'Essexla foschia stessa era come una garzatrasparente e radiosa cheimpigliata ai pendii

boscosi dell'internodrappeggiava le sponde basse nelle sue pieghe diafane.Solo l'oscurità a ponenteche incombeva

sui tratti superiori del fiumediventava sempre più tetracome irritatadall'avvicinarsi del sole.

E infinenella sua caduta obliqua e impercettibileil sole toccòl'orizzonte e dal bianco incandescente passò a

un rosso opacosenza raggi e senza calorecome stesse per spegnersiall'improvvisocolpito a morte al contatto di

quella oscurità che incombeva sopra una moltitudine di uomini.

Anche sull'acqua ci fu un cambiamento repentinoe la serenità si fece menobrillantema più profonda. Il

vecchio fiume riposava imperturbato al declinare del giornodopo secoli dionorato servizio reso alla razza che

popolava le sue rivedisteso nella tranquilla dignità di una via checonduce ai confini più remoti della terra.

Guardavamo quel venerabile corso d'acqua non nella passeggera vampata di ungiorno che compare e poi scompare per

semprema nell'augusta luce dei ricordi duraturi. E di fattinon c'èniente di più facile che un uomo checome si usa

diresi è "votato al mare" con amore e riverenzasi metta aevocare il grande spirito del passato sull'estuario del Tamigi.

La corrente della marea che va e che viene nel suo incessante lavorioèpopolata dal ricordo degli uomini e delle navi

che ha portato verso il riposo nel nido natio o alle battaglie nell'Oceano.Li aveva conosciuti e serviti tuttiquegli

uomini di cui la nazione è fierada Sir Francis Drake a Sir John Franklintutti cavaliericon o senza investiturai grandi

cavalieri erranti del mare. Le aveva portate tuttequelle navi dai nomi comegioielli scintillanti nella notte dei tempi

dalla Golden Hindche rientrava in porto con i rotondi fianchi tuttipieni di tesoriper ricevere la visita di sua maestà la

Regina e poi uscire dalla gloriosa leggendafino all'Erebus e alla Terrorpartite per altre conquistee non più ritornate.

Aveva conosciuto le navi e gli uominiquelli partiti da DeptforddaGreenwichda Erithgli avventurieri e i coloni

navi di re e navi di banchiericapitani e ammiragliloschi"intermediari" dei traffici con l'Oriente e "generali"incaricati

delle flotte delle Indie Orientali. Che cercassero l'oro o che inseguisserola gloriatutti avevano disceso quelle acque

portando la spada e spesso la fiaccolamessaggeri della potenza di quellaterradepositari di una scintilla del fuoco

sacro. Quale grandezza non aveva fluttuato sulla corrente di quel fiume versoil mistero di un mondo sconosciuto!...

Sogni di uominisemi di comunitàgermi di imperi!...

Il sole tramontò. L'ombra cadde sul fiume e le luci cominciarono ad apparirelungo le sponde. Il faro di

Chapmanissato come su un treppiedi sul suo banco di fangogettava unosfavillio intenso. Le luci delle navi si

spostavano nel canale: un gran movimento di luci che si avvicinavano e siallontanavano. E più a occidentenel tratto a

monte del fiumeil luogo della città mostruosa restava sinistramentesegnato nel cielo: una cappa incombente alla luce

del giornoun riflesso livido sotto le stelle.

«E anche questo»disse Marlow all'improvviso«è stato uno dei luoghi ditenebra della terra.»

Era il solo fra noi che ancora "corresse" il mare. Il peggio che sipotesse dire sul suo contoera che

rappresentava in modo atipico la sua categoria. Era un marinaioma era ancheun vagabondomentre la maggior parte

dei marinai conducese così si può direuna vita sedentaria. La loroindole è casalinga; e la loro casala navese la

portano sempre dietroe così il loro paeseil mare. Non c'è nave che nonassomigli a un'altrae il mare è sempre lo

stesso. Nell'immutabilità di ciò che le circondale coste stranierelefacce stranierela mutevole immensità della vitatutto scivola e passavelatonon dal senso del misteroma da un'ignoranza un po' sdegnosa. Perchéper unmarinaio

non c'è niente di misterioso al di fuori del maresignore e padrone dellasua vitae imperscrutabile come il destino. Per

il restogli bastano una passeggiata o una bisboccia a terradi tanto intantoal termine del lavoroper scoprire il

segreto di un intero continente e per capiredi solitoche non valeva lapena di conoscerlo. I prolissi racconti dei

marinai hanno una semplicità immediata e il loro significato sta tuttodentro un guscio di noce. Ma Marlow non era

tipico (se non per la sua tendenza a essere prolisso); per lui il significatodi un episodio non andava cercato all'interno

nel gheriglioma all'esternoin ciò cheavviluppando il raccontofinivacol rivelarlocome la luce rivela la foschiaallo

stesso modo in cui l'illuminazione spettrale del chiaro di luna rende a voltevisibili gli aloni nebulosi.

La sua osservazione non sorprese nessuno. Era nello stile di Marlow. Venneaccolta in silenzio. Neanche un

grugnito da parte nostra. E dopo un istante riprese a parlaremoltolentamente:

«Stavo pensando a quei tempi lontania quando i Romani vennero qui per laprima voltamillenovecento anni

fa. L'altro ieri... È uscita la luce da questo fiumeda allora... ICavalieridite? Già; ma è come una vampata che corre

nella pianuracome un lampo fra le nuvole. Noi viviamo in quel guizzochepossa durare finché questa vecchia terra

continua a girare! Ma ieriquic'erano le tenebre. Vi immaginate lo statod'animo del capitano di una bella - com'è che

si chiama? ah sì - trireme del Mediterraneoche riceve bruscamente l'ordinedi portarsi al nordattraversare in gran

fretta la terra dei Galliprendere il comando di una di quelle imbarcazioniche i legionari - altra manica di uomini in

gamba - costruivano a centinaiain un mese o duese si deve credere aquello che si legge. Immaginatevelo quiin capo

al mondoun mare color del piomboun cielo color del fumouna nave nonpiù rigida di una fisarmonicaa risalire

questo fiume con delle provvistedegli ordinio chissà cosa d'altro.Banchi di sabbiapaludiforesteselvaggiben poco

da mangiare per un uomo civilizzato e da beresolo l'acqua del Tamigi.Niente Falerno quiniente scali a terra. Qua e là

un campo militare sperduto nella landa selvaggiacome un ago in un pagliaio- il freddola nebbiale tempestele

malattiel'esilio e la morte - la morte in agguato nell'arianell'acquanella boscaglia. Dovevano morire come mosche

qui. Eppure lui se l'è cavata. E bene ancheindubbiamentee senza neanchepensarci troppose non dopoforseper

vantarsi di tutto quello che aveva dovuto sopportare. Sìerano uominiquanto basta per poter guardare le tenebre in

faccia. E forse lui si faceva coraggio tenendo d'occhio di tanto in tanto lapossibilità di una promozione alla flotta di

Ravennasempre che avesse buoni amici a Roma e che sopravvivesseall'orribile clima. Oppure provate a pensare a un

giovane cittadino di buona famiglia con tanto di toga - troppo dedito aidadiforsesapete dove portano - che arriva qui

al seguito di qualche prefettoo di un esattore delle imposteoppure di unmercanteper rimettere in sesto la sua fortuna.

Sbarcare in una paludemarciare nei boschie in qualche posto dell'internosentirsi circondato da una natura selvaggia

assolutamente selvaggia - tutta quella vita misteriosa della landa selvaggiache si agita nella forestanella giunglanel

cuore degli uomini selvaggi. E non c'è iniziazione a questi misteri. Luideve vivere in mezzo all'incomprensibileche in

sé è già detestabile. Che però ha anche un fascinoe che comincia a farpresa sul nostro uomo. Il fascino dell'orrido

capite? Immaginate i rimpiantisempre più grandiil desiderio ossessivo difuggireil disgusto impotentela resa

l'odio.»

Si interruppe.

«Badate»ricominciòalzando un avambraccioil palmo della mano infuorile gambe incrociate: adesso aveva

la posa di un Budda in preghieravestito all'europea e senza fior di loto.«Badatenessuno di noi proverebbe niente di

simile. Ciò che ci salva è l'efficienzail culto dell'efficienza. Ma suquegli uomini non si poteva fare molto affidamento.

Non erano colonizzatori e la loro amministrazione non era che l'arte dispremerenient'altrotemo. Erano dei

conquistatori e per questonon ci vuole che la forza brutaniente di cuiessere fieri quando la si haperché questa forza

non è che un accidente che deriva dalla debolezza altrui. Mettevano le manisu tutto quello che potevano arraffareper il

solo piacere di arraffare. Si trattava propriamente di rapina a mano armatadi omicidio premeditato su vasta scalae gli

uomini ci andavano alla ciecacome fanno tutti quelli che si devono misurarecon le tenebre. La conquista della terra

che sostanzialmente consiste nello strapparla a quelli che hanno la pellediversa dalla nostra o il naso leggermente più

schiacciatonon è una cosa tanto bella da vederequando la si guardatroppo da vicino. Quello che la riscatta è solo

l'idea. Un'idea che la sostenganon un pretesto sentimentalema un'idea euna fede disinteressataqualcosainsomma

da esaltareda ammirarea cui si possano offrire sacrifici.»

Si interruppe. Dei bagliori passavano sul fiumepiccoli bagliori verdirossi o bianchiche si inseguivanosi

raggiungevanosi congiungevanosi incrociavano per poi separarsilentamente o in fretta. Il traffico della grande città

proseguiva senza sosta nel cuore della notte sprofondata sul fiume senzasonno. Noi guardavamo e attendevamo con

pazienza: non c'era altro da fare fino alla fine della marea. Solo dopo unlungo silenzioquandocon voce esitanteci

disse: «Suppongo che vi ricordiate di quandoper un po' di temposondiventato marinaio d'acqua dolce»capimmo di

essere destinatiprima che il riflusso si facesse sentiread ascoltare ilracconto di una delle inconcludenti esperienze di

Marlow.

«Non ho intenzione di affliggervi con quello che mi è capitatopersonalmente»incominciòtradendo con

questa osservazione l'errore comune a tanti narratori che sembrano cosìspesso non sapere quello che il loro uditorio

preferirebbe sentire. «Peròper capire l'effetto prodotto su di mebisogna che sappiate come sono giunto fin làcosa ho

vistoe come ho risalito quel fiume fino al luogo in cui per la prima voltaho incontrato quel poveraccio. Era il limite

estremo accessibile alla navigazione: fu anche il punto culminante della miaavventura. Mi è sembrato che emanasse

una specie di luce su tutte le cose intorno a me e sui miei pensieri. Eraoscurociononostantee penosoper nulla

straordinarioma neanche chiaro. Nonon molto chiaro... Eppure sembravaemanare una specie di luce...«Ero appena tornato a Londrave lo ricordate?dopo anni di Oceano IndianoPacificomari della Cina - una

buona dose di Orientesei anni o poco meno - e bighellonavo qua e làimpedendovi di lavorare e invadendo le vostre

caseproprio come se avessi ricevuto dal cielo la missione di civilizzarvi.Per un po' andò benissimoma ben presto

cominciai ad averne abbastanza di stare a riposo. Allora mi misi a cercareuna nave: penso che sulla terra non ci sia un

lavoro più ingrato. Ma le navi non sapevano cosa farsene di me. E anche quelgioco finì con lo stancarmi.

«Dovete sapere chequand'ero un ragazzinoavevo la passione per le cartegeografiche. Passavo delle ore a

guardare l'America del sudo l'Africa o l'Australiae mi perdevo in tuttele glorie dell'esplorazione. A quei tempi

c'erano molti spazi vuoti sulla carta della terrae quando ne vedevo unodall'aria particolarmente invitante (ma ce

l'hanno tutti quell'aria) ci posavo il dito sopra e dicevo: "Quandosarò grandeci andrò." Il Polo Nord era uno di quei

luoghimi ricordo. Non ci sono ancora stato e non mi ci proverò certoadesso. L'incanto è finito. Altri di quei luoghi

erano disseminati intorno all'Equatorealle più diverse latitudini su tuttie due gli emisferi. In qualcuno ci sono statoe...

behnon è di questo che voglio parlarvi. Ma ce n'era uno ancorail piùgrandeil più vuotose così si può diredal quale

ero particolarmente attratto.

«È vero che nel frattempo non era più uno spazio vuoto. Dalla miainfanziasi era riempito di fiumidi laghidi

nomi. Non era più una macchia bianca deliziosamente avvolta nel misterounterreno vergine su cui un ragazzo potesse

fare i suoi sogni di gloria. Era diventato un luogo di tenebra. Ma là dentroc'era soprattutto un fiumeun fiume possente

che sulla carta si snodava come un gigantesco serpentecon la testa nelmareil corpo ripiegato su un immenso

territoriola coda perduta nel cuore del continente. E mentre io guardavo lacarta nella vetrina di un negoziolui mi

affascinavacome un serpente affascina un uccelloun povero stupidouccellino. Mi ricordai allora che c'era una grossa

impresauna Compagnia che commerciava su quel fiume. Diaminemi dissinonpotranno commerciare senza usare

una qualche specie di imbarcazione su tutta quella massa d'acqua dolce - ibattelli a vapore! Perché non tentare di

farmene affidare uno? Camminavo avanti e indietro per Fleet Street senzariuscire a scuotermi l'idea di dosso. Il

serpente mi aveva incantato.

«Si trattava in realtà di un'impresa continentalela Compagniacommercialema io ho molte conoscenze nel

Continente; vivono lìperchéa sentir lorocosta poco e non è cosìsgradevole come sembra.

«Devo purtroppo ammettere che incominciai a scomodarle. Già questa era unanovità per me. Non è mia

abitudine ricorrere a questi sistemi per ottenere quello che vogliosapete.Son sempre andato per la mia stradae con le

mie gambedove avevo in mente di andare. Non avrei mai creduto di essernecapacemavedeteavevo proprio

l'impressione che lì ci dovevo andarea qualunque costo. Così li scomodai.Gli uomini mi dissero "Carissimo" e non

fecero nulla. Alloraci credereste?provai con le donne. SìioCharlieMarlow misi le donne all'opera per avere un

lavoro. Dio santo! Ma capiteera l'idea a trascinarmi. Io avevo una ziaunatenera anima entusiasta. Mi scrisse: "Con

immenso piacere. Sono pronta a fare qualsiasi cosaproprio qualsiasi cosaper te. La tua è un'idea straordinaria.

Conosco la moglie di un personaggio molto in vista nell'Amministrazione eanche un signore che ha molta voce in

capitolo..."ecc.ecc. Era decisa a smuovere mari e monti per farminominare capitano di un vapore fluvialese questo

era il mio desiderio.

«Naturalmente ottenni il postoe anche rapidamente. Pare che la Compagniafosse venuta a sapere che uno dei

suoi capitani era stato ucciso in una rissa con gli indigeni. Fu questa lamia occasioneche mi rese ancor più impaziente

di partire. Solo dopo molti mesiquando cercai di recuperare ciò cherestava del corposeppi che all'origine della

questione c'era stato un malinteso per delle galline. Sìper due gallinenere! Fresleven - è così che si chiamava

quell'uomoun danese - pensando di essere stato in qualche modo imbrogliatonell'affarescese a terra e iniziò a

picchiare il capo del villaggio con un bastone. Ohnon mi sorpresi neancheun po' quando me lo raccontarono e neanche

quandocontemporaneamentemi assicurarono che Fresleven era l'essere piùmite e più pacifico che avesse mai

camminato su questa terra. Era sicuramente veroma erano già due anni cheera laggiùal servizio della nobile causa

sapetee probabilmente sentiva un estremo bisogno di riaffermare in qualchemodo la sua dignità. Perciò bastonò il nero

senza pietàsotto gli occhi impietriti degli indigenifinché un uomo - midissero che era il figlio del capo del villaggio -

spinto alla disperazione dalle urla del vecchioprovòin via sperimentalea colpire il bianco con la lancia che

naturalmenteentrò senza difficoltà fra le due scapole. Al che l'interapopolazione se la svignò nella foresta

aspettandosi ogni genere di calamitàmentredal canto suoil vapore cheFresleven comandava se la filava anche lui in

preda al panicoagli ordinicredodel macchinista. In seguitonessunosembrò preoccuparsi molto dei resti di

Freslevenfino al giorno in cui arrivai io a prendere il suo posto. Nonpotevo non seppellirlo; ma quando finalmente mi

si presentò l'occasione di incontrare il mio predecessorel'erba che glicresceva tra le costole era abbastanza alta da

nascondere le sue ossa. C'erano tutte. Dopo la sua cadutal'esseresoprannaturale non era stato toccato. E nel villaggio

abbandonatole capanne si spalancavano come bocche nereputrescentituttesghembe entro i recinti caduti. Una

calamità si era davvero abbattuta su di lui. E la popolazione era svanita.Un terrore folle li aveva dispersi tutti nella

boscagliauominidonnebambinie non erano più ritornati. Anche legallinenon so che fine abbiano fatto. Immagino

peròche siano andate alla causa del progresso. In ogni modofu perquest'affare glorioso che io ricevetti la mia

nominaprima ancora che avessi iniziato a sperarci.

«Corsi come un matto per essere pronto in tempo emeno di quarantott'oredopoattraversavo la Manica per

presentarmi ai miei datori di lavoroe firmare il contratto. In pochissimeore arrivai in quella città che mi fa sempre

pensare a un sepolcro imbiancato. Un pregiudiziocerto. Non mi fu difficiletrovare gli uffici della Compagnia. Era la

cosa più notevole della città ed era sulla bocca di tutti quelli cheincontravo. S'accingevano a gestire un impero

d'oltremare e a trarne una barca di soldi con il commercio.«Una stradastretta e desertasprofondata nell'ombra di alte casepiene di finestreconle persiane chiuseun

silenzio mortalel'erba che spuntava fra le pietreimponenti portoni adestra e a sinistraimmense doppie porte che

stavano faticosamente socchiuse. Mi infilai in una di queste fessuresaliiuna scala spoglia e pulitaarida come un

desertoe aprii la prima porta che trovai. Due donneuna grassa e unamagrasedute su seggiole impagliate

sferruzzavano della lana nera. La magra si alzò e venne dritta verso di mesempre sferruzzandocon gli occhi bassie

proprio mentre pensavo di scansarmi per lasciarle il passocome si farebbeper un sonnambulolei si fermò e sollevò lo

sguardo. Indossava un vestito insignificante come il fodero di un ombrello.Si voltò senza dire una parola e mi

precedette in una sala d'aspetto. Dissi il mio nome e mi guardai attorno. Untavolo di abete nel mezzoseggiole comuni

intorno alle paretisu un lato una grande carta lucidasegnata con tutti icolori dell'arcobaleno. Una gran quantità di

rosso - sempre bello da vedereperché si sa che lì si lavora sul serio -un bel po' di azzurroun po' di verdemacchie di

arancione esulla costa orientaleuna chiazza violaceache stava aindicare il luogo in cui gli euforici pionieri del

progresso bevono l'euforizzante birra bionda. Ma io non andavo né qui nélì. Io andavo nel giallo. Dritto nel centro. E il

fiume era làmortalmente affascinantecome un serpente. Ohiohi! Unaporta s'aprìe comparve una canuta testa da

segretarioma con un'espressione di compatimentoe il suo indice ossuto mifece cenno di entrare nel santuario. La luce

era fiocae una massiccia scrivania ingombrava il centro della stanza.Dietro quel monumento si distingueva una pallida

pinguedine in redingote. Il grand'uomo in persona. Poco più alto di un metroe sessantaa quanto potei giudicareteneva

in pugno le fila di chissà quanti milioni. Mi strinse la manose non misbagliomormorò qualcosasi dichiarò

soddisfatto del mio francese. Bon voyage.

«Passati quarantacinque secondi mi ritrovai nella sala d'aspetto con ilsegretario compassionevolecheafflitto

e partecipemi fece firmare dei documenti. Credo di essermi impegnatofral'altroa non rivelare segreti commerciali.

Behnon ho intenzione di farlo.

«Cominciavo a sentirmi un po' a disagio. Sapete che non sono abituato aquesto genere di cerimoniee

nell'atmosfera c'era qualcosa di sinistro. Come se mi avessero coinvolto inuna cospirazione - non so - in qualcosa di

non proprio onesto; ed ero contento di andarmene. Nell'anticamerale duedonne sferruzzavano febbrilmente la lana

nera. Arrivava gente e la più giovane andava avanti e indietro adaccompagnarla. La vecchia restava seduta sulla sua

sediacon le ciabatte di stoffa appoggiate su uno scaldinoe un gatto chele riposava in grembo. Portava sulla testa un

affare biancoinamidatoaveva una verruca su una guancia e gli occhialicerchiati d'argento poggiavano sulla punta del

naso. Mi diede un'occhiata da sopra le lenti. La placidità sbrigativa edistaccata di quello sguardo mi turbò. A due

giovanottiche con aria allegra e spensierata stavano seguendo la loroguidalei lanciò la stessa rapida occhiata di

imperturbabile saggezza. Pareva sapesse tutto di loro e anche di me. Miinvase una sensazione inquietante. Lei mi

sembrava misteriosa e fatale. Spessoquand'ero laggiùripensai a quelledue - le guardiane della porta delle tenebre -

che sferruzzavano la loro lana nera come per farne una calda coltre funebreuna che accompagnavaaccompagnava

senza tregua verso l'ignotol'altra che scrutava i volti allegri espensierati con i suoi vecchi occhi impassibili. Ave!

Vecchia sferruzzatrice di lana nera. Morituri te salutant. Di tuttiquelli che lei guardònon furono in molti a rivederla:

molto meno della metà.

«Restava ancora la visita dal dottore. "Una semplice formalità"mi assicurò il segretariocon l'aria di prendere

immensa parte a tutte le mie pene. A questo scopoun giovanottoche portavail cappello inclinato sul sopracciglio

sinistroun impiegatoimmagino - ci dovevano pur essere degli impiegati inquell'aziendaanche se l'edificio era

altrettanto silenzioso di una casa della città dei morti - arrivò daqualche piano superiore e mi fece strada. Era sciatto e

trasandatocon delle macchie di inchiostro sulle maniche della giaccaeun'ampia cravatta svolazzante sotto un mento a

puntacome uno stivale vecchio. Siccome era un po' troppo presto per ildottoreproposi di andare a bere qualcosail

che lo fece diventare gioviale. Mentre sedevamo davanti ai nostri vermoutsimise a magnificare gli affari della

Compagniatanto chedi lì a pocoespressi la mia sorpresa che non fosseandato laggiù. Diventò subito freddo e

riservato. "Non sono così stupido come sembrodisse Platone ai suoidiscepoli"proferì in tono sentenzioso; poi vuotò il

bicchiere con grande risolutezza e ci alzammo.

«Il vecchio medico mi tastò il polso pensando visibilmente ad altro."Buonobuono per laggiù"borbottòe poi

con una certa animazione mi chiese se gli permettevo di misurarmi la testa.Piuttosto sorpreso dissi di sì ed egli tirò

fuori una specie di calibro. Prese le mie misuredavantidi dietrodatutte le partiannotandole accuratamente. Era un

ometto mal rasatocon un logora palandrana eai piediun paio dipantofole. Mi fece l'effetto di un matto innocuo.

"Nell'interesse della scienzachiedo sempre il permesso di misurare ilcranio di quelli che vanno laggiù"disse. "Anche

quando tornano?"domandai. "Oh"rispose"io non livedo mai e poi i cambiamentisaavvengono internamente."

Sorrisecome se avesse detto una spiritosaggine. "Così lei va laggiù.Ottima idea. Interessanteanche." Mi lanciò

un'occhiata indagatrice e prese un altro appunto. "Nessun caso di pazziain famiglia?"chiese in tono molto naturale. Mi

seccai moltissimo. "Anche questa domanda è nell'interesse dellascienza?" "Per la scienza"dissesenza rilevare la mia

irritazione"sarebbe di grande interesse osservare sul posto lemodificazioni mentali degli individuima..." "Lei è uno

specialista in malattie mentali?"lo interruppi. "Ogni medico lodovrebbe essereun po'"rispose quell'originalesenza

scomporsi. "Ho una piccola teoria che voi signori che andate laggiùdovreste aiutarmi a dimostrare. Questa è la mia

parte nei profitti che il mio paese mieterà dal possesso di una coloniacosì magnifica. La nuda ricchezza la lascio agli

altri. Scusi le mie domandema lei è il primo inglese che ho occasione diosservare..." Mi affrettai a garantirgli che non

ero affatto tipico. "Se lo fossi"aggiunsi"non parlereicosì con lei." "Quel che dice è senz'altro profondoma

probabilmente errato"disse ridendo. "Eviti ogni fonte diirritazionepiù dell'esposizione al sole. Addio. Com'è che ditevoi inglesieh? Goodbye. Alloragood-bye. Addio. Ai tropici bisognasoprattutto mantenere la calma..." Fece un cenno

di ammonimento con l'indice..."Du calmedu calme. Adieu."

«Non restava che una cosa da fare: salutare la mia ottima zia. La trovaitrionfante. Mi offrì una tazza di tè -

l'ultima tazza di tè decente per non so quanto tempo - in una stanza cherispondeva nel modo più lusinghiero all'idea che

ci si fa del salotto di una signora. Parlammo a lungotranquillivicini alcamino. Nel corso di quelle confidenze divenne

evidente che ero stato descritto alla moglie dell'alto dignitarioe Dio sa aquante altre persone ancoracome un essere

eccezionalmente dotato - una vera fortuna per la Compagnia - un uomo come nonse ne trovano tutti i giorni. Dio santo!

e io che andavo ad assumere il comando di un vaporetto da quattro soldimunito di un fischio da due. Risultava chiaro

peròche io ero anche uno dei Pioniericon la P maiuscolacapite.Qualcosa come un portatore di luceuna specie di

apostolo in formato ridotto. Proprio a quel tempo circolavano sulla stampaenei discorsiun mucchio di stupidaggini di

questo tipo e quella bravissima donnache in mezzo a quelle frottole civivevase ne era lasciata travolgere. Parlò di

"distogliere quella massa di ignoranti dalle loro orribili usanze"tanto che alla fineparola d'onoreriuscì a farmi sentire

molto a disagio. Provai ad accennare al fatto che la Compagnia agiva a scopodi lucro.

«"Tu dimentichicaro Charlieche ogni fatica merita unaricompensa"disse lei raggiante. Straordinario che le

donne siano così lontane dalla verità. Vivono in un mondo che sicostruiscono loro stesseche non c'è mai stato e non ci

sarà mai. Troppo perfetto nel suo insieme e tale chese dovesserorealizzarlonon vedrebbe neanche un tramonto

crollerebbe prima. A buttar giù tutto salterebbe fuori uno di quei maledettifatti a cui noi uomini siamo rassegnati sin dal

giorno della creazione.

«Poi mia zia mi abbracciòmi raccomandò di portare la maglia di lanadiscrivere spessoecc.ecc.e me ne

andai. Per stradanon so perchéebbi la curiosa sensazione di essere unimpostore. Strana cosa che ioabituato a partire

per qualsiasi parte del mondo in meno di ventiquattr'oresenza pensarcitanto quanto la maggior parte degli uomini per

attraversare la stradaavessi un momentonon dirò di esitazionema dipausa allarmata davanti a questa impresa banale.

Non saprei spiegarmi meglio se non dicendo cheper un paio di secondimisentii come seinvece di partire per il

centro di un continentestessi per avventurarmi nel centro della terra.

«Mi imbarcai su un piroscafo franceseche fece scalo in ognuno di queidannati porti che loro hanno laggiùal

solo scopoper quanto mi fu dato di vederedi sbarcarvi dei soldati e deidoganieri. Io osservavo la costa. Osservare una

costa mentre scivola via lungo la naveè come riflettere su un enigma. Èlàdavanti a voisorridente o accigliata

invitantesplendida o mediocreinsipida o selvaggiae muta semprema conl'aria di sussurrare: "Venite a vedere."

Quella era quasi informecome ancora incompiutacon un aspetto ostile emonotono. Il limitare di una giungla

colossaledi un verde così scuro da sembrare quasi neroorlato dal biancodella risaccacorreva drittocome tracciato

con la rigalontanolontano lungo un mare azzurro il cui scintillio eraoffuscato da una foschia strisciante. Il sole era

implacabilela terra sembrava rorida e luccicante per il vapore. Qua e làaffioravano delle macchie di un grigio

biancastro raggruppate dentro la bianca risaccacon a volte una bandierainastata: insediamenti vecchi di qualche

secoloe non più grandi di capocchie di spillo sull'intatta distesa diquell'immenso entroterra. Ci trascinavamo

lentamenteci fermavamosbarcavamo soldati; proseguivamosbarcavamofunzionari di dogana venuti a riscuotere le

gabelle su quella che sembrava una landa selvaggiadimenticata da Dioconuna baracca di latta e un'asta per la

bandiera sperdute là dentro. Sbarcavamo altri soldati cheapparentementedovevano vegliare sui doganieri. Alcuni di

loroa quanto ho sentito direannegarono nella risacca; che fosse vero ononessuno sembrava preoccuparsene.

Venivano scaraventati a terra e si ripartiva. La costa era ogni giorno lastessacome se non ci fossimo mossi; ma

toccammo diversi luoghi - luoghi commerciali - i cui nomicome GranBassam o Piccolo Poposembravano

appartenere a qualche sordida farsa recitata davanti a un sinistro scenario.La mia inoperosità di passeggero

l'isolamento in mezzo a tutti quegli uomini con cui non avevo niente incomuneil mare languido e oleosola tetra

uniformità della costasembravano tenermi lontano dalla realtà delle coseirretito da una fantasmagoria lugubre e

assurda. La voce della risacca che si percepiva di tanto in tanto dava unpiacere realecome una parola fraterna. Era

qualcosa di naturaleche aveva una ragione e un significato. Di tanto intanto una barca che si staccava dalla costa

creava un momentaneo contatto con la realtà. Era portata da rematori neri.Di lontano si vedeva splendere il bianco dei

loro occhi. Urlavanocantavano; i loro corpi grondavano sudoreavevanovolti simili a maschere grotteschequegli

esseri; ma avevano nerbomuscoliuna vitalità selvaggiaun'intensaenergia di movimentinaturale e autentica come la

risacca lungo la loro costa. Loro non avevano bisogno di un pretesto peressere là. Provavo un gran sollievo a guardarli:

era come se mi sentissi di appartenere ancora a un mondo lineare e concretoma era una sensazione che durava poco.

Sopraggiungeva qualcosa che faceva presto a scacciarla. Un giornomiricordoci imbattemmo in una nave da guerra

ancorata al largo della costa. Non si vedeva neanche una capannaeppurebombardava la boscaglia. Sembra che i

Francesi avessero una delle loro guerre in corso da quelle parti. La bandieranazionale penzolava flaccida come un

cencio; le bocche dei lunghi cannoni da centocinquantaspuntavano da ogniparte dello scafo basso. Il mare lungo

grasso e fangoso sollevava pigramente la nave per lasciarla poi ricaderefacendo oscillare gli alberi affilati. Nella vuota

immensità del cielodel mare e della terrastava làincomprensibileafar fuoco su un continente. Bum! partiva il colpo

di uno dei cannoni da centocinquanta; una piccola fiamma saettava e svaniva;una sottile fumata bianca scompariva

subitoun minuscolo proiettile passava fischiandoe non accadeva nulla.Poteva accadere qualcosa? C'era un tocco di

follia in quell'azioneun'impressione di macabra buffonata nello spettacoloche non si dissolse neppure quando

qualcuno a bordo mi assicurò con grande convinzione che c'era un campo diindigeni - lui li chiamava nemici! -

nascosto da qualche parte.«Consegnammo la posta (seppi che su quella navesolitaria gli uomini morivano di febbri al ritmo di tre al

giorno) e ripartimmo. Facemmo scalo in altri luoghi dai nomi farseschi in cuila gaia danza della morte e del commercio

procede in una atmosfera stantia che sa di terracome quella di unacatacomba surriscaldata; proseguimmo lungo la

costa informe delimitata da una risacca pericolosaquasi che la naturastessa avesse voluto respingere gli intrusi;

entrando e uscendo dai fiumivive correnti di mortele cui riveimputridivano nella melmale cui acqueispessite dal

fangoinvadevano le intricate mangrovie che sembravano torcersi verso di noiin un eccesso di disperazione impotente.

Da nessuna parte ci fermammo abbastanza perché potessi ricavarneun'impressione particolarema sentivo crescere in

me un sentimento diffuso di vago e opprimente stupore. Era come unpellegrinaggio estenuante attraverso immagini da

incubo.

«Prima che si vedesse la foce del grande fiumepassarono più di trentagiorni. Gettammo l'ancora di fronte alla

sede del governo. Ma il mio lavoro non sarebbe cominciato che a quattrocentochilometri da lì; perciòappena fu

possibileraggiunsi una località a una cinquantina di chilometri più amonte.

«Feci il viaggio su un piccolo piroscafo. Il capitanouno svedesequandovenne a sapere che ero un marinaio

mi invitò sul ponte di comando. Era un giovane magrobiondo e imbronciatoi capelli lisci e sottilil'andatura

strascicata e irregolare. Mentre ci allontanavamo dalla miserabile banchinafece con la testa un cenno di disprezzo in

direzione della riva. "È stato lì?"chiese. Dissi di sì."Bei tipi quei funzionari del governovero?"continuò. Parlava

inglese con molta precisione e grande amarezza. "È sorprendente quelloche certa gente è disposta a fare per pochi

franchi al mese. Mi domando cosa succeda a quella genia quando s'inoltranell'interno." Gli dissi che mi aspettavo di

scoprirlo presto. "Ah-ah!"esclamò. Si spostò di traversostrascicando i piedisenza staccare gli occhi dalla rotta. "Non

ne sia troppo sicuro"proseguì"l'altro giorno ho fatto salire abordo un uomo che si è impiccato durante il viaggio.

Anche lui era svedese." "Impiccato!"esclamai"maperché in nome di Dio?" Non distolse il suo sguardo vigile. "Chi lo

sa! Non ha retto al sole o al paeseforse."

«Alla fine il fiume si allargò. Apparvero un picco rocciosodei monticellidi terra rivoltata presso la rivadelle

case su una collinaaltre col tetto di lamiera tra mucchi di terra di scavoo abbarbicate sul pendio. Il rumore incessante

delle rapide più a monteplanava sopra quel paesaggio di devastazioneabitata. Degli uominigeneralmente neri e nudi

andavano e venivano come formiche. Un piccolo molo avanzava nel fiume. E unsole accecante annegava talvolta

l'insieme in una improvvisa recrudescenza di luce. "Ecco la stazionedella sua Compagnia"disse lo svedese indicando

col dito tre edifici di legnosimili a casermesulla salita scoscesa."Le faccio portare su la sua roba. Quattro colliha

detto? Benissimo. Arrivederci."

«Mi imbattei in una caldaia che sguazzava nell'erbapoi trovai un sentieroche portava alla collina. Non

procedeva in linea retta perché era ostruito da massi di pietra e anche daun vagoncino che giaceva capovolto con le

ruote all'aria. Ne mancava una. La carcassa di un animale avrebbe dato lastessa impressione di morte. Mi imbattei in

altri pezzi di macchine deteriorate e in una catasta di rotaie arrugginite.Alla mia sinistra un gruppo d'alberi gettava una

macchia d'ombra in cui delle cose oscure sembravano muoversi debolmente.Battei le palpebre: il sentiero era ripido.

Un corno risuonò alla mia destra e vidi i neri correre. Una detonazioneviolenta e sorda scosse il suolouno sbuffo di

fumo uscì dalla rupee fu tutto. Non apparve alcun cambiamento sulla paretedella roccia. Stavano costruendo una

ferrovia. La rupe non intralciava affatto; ma tutto il lavoro in corsoconsisteva in quel brillamento di mine senza scopo.

«Un lieve tintinnio dietro di me mi fece volgere il capo. Sei neri in filasi inerpicavano su per il sentiero.

Camminavano rigidi e lentitenendo in equilibrio sulla testa delle cestepiene di terrae il tintinnio segnava il tempo dei

loro passi. Sui loro fianchi erano annodati degli stracci nerile cui corteestremità si agitavano dietro la schiena come

delle code. Le loro costole si distinguevano una a unale giunture delleloro membra sembravano i nodi di una corda;

ciascuno aveva un collare di ferro intorno al collo e tutti erano legati auna catena i cui anellidondolando assieme

tintinnavano ritmicamente. Una nuova esplosione nella rupe mi richiamòimprovvisamente alla memoria quella nave da

guerra che avevo visto far fuoco su un continente. Era la stessa vocesinistrama neanche con uno sforzo di

immaginazione questi uomini si potevano chiamare nemici. Qui li chiamavanocriminalie la legge oltraggiatacome le

cannonatesi era abbattuta su di loroun mistero insolubilevenuto dalmare. I magri petti ansimantile narici frementi

violentemente dilatategli occhi pietrificatifissi sulla collinamipassarono accantoquasi sfiorandomisenza uno

sguardocon quella totalemortale indifferenza dei selvaggi infelici.Dietro quella materia primauno dei redentiil

prodotto delle nuove forze all'operaveniva avanti ciondolando con ariasmarritatenendo una carabina per la canna.

Aveva indosso una giubba d'uniforme senza un bottone. Scorgendo un bianco sulsentieroissò l'arma alla spalla con

grande alacrità. Un'elementare misura di precauzioneperché da lontano nonpoteva riconoscermivisto che i bianchi si

assomigliano tutti. Si sentì presto rassicurato e con un'ampia smorfia dafurfanteche gli scoprì i denti bianchistrizzò

l'occhio verso il suo greggecome per associarmi all'alta missione checompiva. Dopo tuttoanch'io facevo parte della

grande causa da cui derivavano queste nobili e giuste misure.

«Invece di continuare a saliregirai a sinistra e incominciai a scendere.Volevo lasciare il tempo a quella

squadra incatenata di sparire dalla mia vista prima di riprendere la salita.Sapete che non sono particolarmente tenero;

ho dovuto dare e parare molti colpi; difendermi e qualche volta attaccare -anche questo è un modo di difendersi - senza

valutarne esattamente il costosecondo le esigenze del genere di vita in cuimi ero andato a cacciare. Ho visto il demone

della violenza e il demone della cupidigiae quello della passione; manumidel cielo!questi erano demoni in carne e

ossaforti e robustigli occhi iniettati di sangueche trascinavano edominavano degli uomini...degli uominicapite. In

piedi sul fianco di quella collinaebbi il presentimento che sotto il soleaccecante di quel paeseavrei imparato a

conoscere il demone flaccidofintodalla vista cortadi una follia rapacee spietata. E anche quanto potesse essereinsidiosodovevo scoprirlo solo moltimesi più tardi e a qualche migliaio di chilometri da lì. Rimasi sgomento perun

attimocome da una premonizione. Infine discesi la collinatrasversalmenteverso gli alberi che avevo visto.

«Evitai una vasta fossa artificiale che era stata scavata nel pendioaquale scopo mi fu impossibile indovinare.

Non era sicuramente una cavané di pietra né di sabbia. Era soltanto unafossa. Forse aveva qualche nesso col desiderio

filantropico di dare qualcosa da fare ai criminali. Chissà. Poi stavo quasiper cadere in una forrapoco più di una ferita

sul fianco della collina. Scoprii che un mucchio di tubi di scoloimportatia uso della coloniaerano stati fatti ruzzolare

là dentro. Non ce n'era uno che non fosse rotto. Puro vandalismo. Finalmentearrivai sotto gli alberi. La mia intenzione

era di gironzolare all'ombra per un po'ma non appena fui lì dentro miparve di essere entrato in un girone dell'Inferno.

Le rapide erano vicinee un fragore ininterrottouniformeirruenteprecipitosoriempiva la lugubre quiete di quel

boschetto - dove non un soffio di vento alitavanon una foglia si muoveva -di un suono misteriosocome se il

movimento vorticoso della terra nello spazio vi fosse subitamente divenutopercettibile.

«Delle forme nere stavano accovacciatesdraiate o sedute fra gli alberiappoggiate ai tronchiincollate alla

terra; per metà in risaltoper metà nascoste entro la luce incertaintutte le pose del doloredell'abbandono e della

disperazione. Scoppiò una nuova mina nella rupeseguita da un leggerofremito della terra sotto i miei piedi. Il lavoro

procedeva. Il lavoro! E questo era il luogo in cui alcuni dei suoi servi sierano ritirati a morire.

«Che stessero morendoe di morte lentaera chiarissimo. Non erano nemicinon erano criminalinon erano

niente di terreno ormainiente se non nere ombre di malattia e di famechegiacevano alla rinfusa nella penombra

verdastra. Portati dai luoghi più nascosti della costacon tutta lalegalità dei contratti a termineperduti in un ambiente

non congenialenutriti con cibo non familiaresi ammalavanodiventavanoinservibilie allora gli si concedeva di

trascinarsi làa riposare. Queste forme moribonde erano libere come l'ariae altrettanto leggere. Incominciai a

distinguere il bagliore degli occhi sotto gli alberi. Poiabbassando losguardovidi una faccia vicino alla mia mano. La

nera ossatura era distesa in tutta la sua lunghezzala spalla control'albero. Con lentezzale palpebre si sollevarono; gli

occhi incavati mi guardaronoenormi e vuoti; nella profondità delle orbiteci fu una specie di scintilla biancaciecache

si spense lentamente. L'uomo sembrava giovanequasi un ragazzomasapetecon loro non si può mai dire. Non trovai

niente di meglio da fare che dargli una di quelle gallette che avevo intascaprese dalla nave del mio buon svedese. Le

dita si richiusero lentamente e la trattennerosenza nessun altro movimentoné un altro sguardo. Si era legato un filo

biancodi lana o di cotoneattorno al collo. Perché? Dove l'aveva trovato?Era un distintivoun ornamentoun amuleto

un atto propiziatorio? C'era connessa una qualche idea? Era sorprendenteattorno al suo collo neroquel pezzetto di filo

bianco venuto d'oltremare.

«Presso lo stesso albero altri due fagotti ad angoli acuti erano seduti conle gambe ripiegate contro il corpo.

Uno dei dueil mento puntellato alle ginocchiaguardava nel vuotoin modointollerabilespaventoso; suo fratello

fantasma si sosteneva la frontecome se fosse schiacciato da una grandespossatezza; e tutt'intorno altri ancora erano

dispersi nelle più varie e contorte pose di prostrazione e abbandonocomenei quadri di massacri o di peste. Mentre io

restavo immobileparalizzato dall'orroreuna di quelle creature si sollevòsulle mani e sulle ginocchiae si diresse

carponi verso il fiume per bere. Sorbì l'acqua dal cavo della manopoi sisedette al soleincrociando gli stinchi davanti a

sée dopo poco lasciò cadere la testa lanosa sul petto.

«Mi era passata la voglia di passeggiare all'ombrae ripresi in fretta ilcammino verso la stazione. Vicino agli

edifici incontrai un biancodi un'eleganza così inaspettata che al primomomento lo presi per una visione. Vidi un alto

colletto inamidatopolsini bianchiuna leggera giacca di alpacapantalonicandidiuna cravatta chiara e stivaletti di

vernice. Senza cappello. I capelli divisi dalla rigaben spazzolatiimpomatatisotto un parasole bordato di verde

sorretto da una grossa mano bianca. Era stupefacentee dietro l'orecchioaveva un penna.

«Strinsi la mano a quel miracoloe venni a sapere che era il capo contabiledella Compagniae che tutta la

contabilità si teneva in quella stazione. Era uscito un momentodisse"a prendere una boccata d'aria fresca."

L'espressione mi parve singolarmente sorprendenteperché lasciavaintravvedere una vita sedentaria in un ufficio. Non

vi avrei nemmeno parlato di costuima è dalle sue labbra che per la primavolta è uscito il nome di quell'uomo che è

indissolubilmente legato ai ricordi di quel periodo. E in più sentivo delrispetto per quel tale. Sìdel rispetto per i suoi

collettii suoi ampi polsinii suoi capelli ben pettinati. Il suo aspettonon era diverso da quello di un manichinoma nel

generale sfacelo di quella terralui rispettava le apparenze. Questosignifica avere spina dorsale. I suoi colletti

inamidatii rigidi sparati erano prove di carattere. Era lì da quasi treanni epiù tardinon potei fare a meno di chiedergli

come riuscisse a far sfoggio di una simile biancheria. Arrossìimpercettibilmente e con modestia disse: "Ho istruito una

delle indigene della stazione. È stato molto difficile. Aveva un'avversioneper il lavoro." Così quell'uomo aveva

realmente realizzato qualcosa. E si dedicava anche ai suoi libriche eranotenuti in modo esemplare.

«Nella stazione tutto il resto era solo confusione: nelle testenelle cosenegli edifici. File di neri impolverati e

con i piedi piatti che arrivavano e ripartivano; un profluvio di manufattitessuti di cotone di scartoperline e grani di

vetrofilo di ottonespedito nel cuore delle tenebreda dovein cambiosgorgava un prezioso rivolo d'avorio.

«Dovetti aspettare dieci giorni in quella stazione: un'eternità. Alloggiavoin una capanna nel cortilema per

sfuggire al caosqualche voltaandavo a rifugiarmi dal contabile. Il suoufficio era costruito con assi orizzontalicosì

sconnesse chestando chino sul suo alto scrittoioera zebrato dalla testaai piedi da sottili strisce di sole. Non c'era

bisogno di aprire la grande imposta per vederci. E che caldo là dentro!Delle grosse mosche facevano un ronzio

infernale e non pungevano: trafiggevano. Generalmente mi sedevo per terramentre luiappollaiato su un alto sgabello

impeccabile (e anche leggermente profumato)scriveva e scriveva. Ogni tantosi alzava per sgranchirsi. Quando

portarono lì dentro una branda con un ammalato - un agente dell'interno cheveniva rimpatriato - manifestòeducatamenteuna certa insofferenza. "Igemiti del malato"disse"potrebbero distrarre la mia attenzione. Esenza

attenzionecon questo climaè già molto difficile evitare gli errorimateriali."

«Un giornosenza alzare il capoosservò: "Nell'interno incontreràcertamente il signor Kurtz." Siccome gli

chiesi chi era il signor Kurtz disse che era un agente di prima classe epercependo la mia delusione alla sua risposta

aggiunse lentamenteposando la penna: "È una persona veramentenotevole." Incalzato da altre domandeaggiunse che

il signor Kurtz attualmente dirigeva un posto commercialeun postoimportantissimonel vero paese dell'avorio"al

limite estremo. Ci manda più avorio lui di tutti gli altri messiinsieme..." Ricominciò a scrivere. Il malato stava troppo

male per lamentarsi. Le mosche ronzavano in una gran quiete.

«All'improvviso si udì un crescente mormorio di voci e un forte scalpitiodi piedi. Era arrivata una carovana.

Un violento cicaleccio di suoni rozzi e sconosciuti scoppiò dall'altra partedelle assi. I portatori parlavano tutti assieme

e in mezzo al clamore si udì la voce lamentosa dell'agente capo cheperl'ennesima volta nella giornatadichiarava in

tono piagnucoloso che lui "ci rinunciavanon ce la faceva più"...Il contabile si alzò lentamente. "Che chiasso

spaventoso"esclamò. Attraversò piano la stanzadiede un'occhiata almalatoe tornando verso di medisse: "Lui non

sente." "Come! È morto?"chiesi trasalendo. "Nononancora"rispose tranquillamente. Poialludendo con un cenno

del capo al tumulto nel cortile: "Quando si è tenuti a riportare inumeri in modo correttosi finisce con odiare questi

selvaggiodiarli a morte." Rimase un attimo soprappensiero."Quando vedrà il signor Kurtz"continuò"gli dica da

parte mia che qui" - lanciò un'occhiata al suo scrittoio - "vatutto benissimo. Non mi piace scrivergli. Con i messaggeri

che abbiamonon si sa in che mani potrebbe finire una letterain quellaStazione Centrale." Mi fissò per un istante coi

suoi placidi occhi sporgenti. "Ohandrà lontanomolto lontano"riprese. "In poco tempo diventerà qualcuno

nell'Amministrazione. Loroquelli del Consiglio lassùin Europacapiscehanno questo in mente."

«Si rimise al lavoro. All'esternoil rumore era cessato. Prima di varcarela soglia per usciremi fermai.

Nell'incessante ronzio delle moschel'agente malato in attesa del rimpatriogiaceva inerte e congestionato; l'altrochino

sui suoi libririportava correttamente le voci relative a transazioniperfettamente corrette; e a una quindicina di metri più

in basso del gradino della porta si ergevano immobili le cime del boschettodella morte.

«Il giorno seguentelasciai finalmente la stazionecon una carovana disessanta uominiper una marcia di

trecento chilometri.

«Inutile che vi racconti tutti i dettagli. Pistepiste dappertutto; unarete di piste battute che si stendeva su un

paese vuotoattraverso l'erba altal'erba bruciatai rovisu e giù perfredde golegiù e su per petrose colline

arroventate; e solitudinesolitudine: nessunoneanche una capanna. Lapopolazione se n'era andata da tanto tempo. Che

voletese una banda di neri misteriosimuniti di ogni specie di armispaventosesi mettesse tutt'a un tratto a percorrere

la strada che da Deal porta a Gravesendacciuffando i contadini a destra e amanca per caricarli di pesi enormicredo

che le fattorie e le cascine di quei paraggi si vuoterebbero tutte in unbaleno. Solo che laggiù erano sparite anche le case.

Però attraversai anche dei villaggi abbandonati. C'è qualcosa dipateticamente infantile nei muri d'erba in rovina. Giorno

dopo giornocon dietro il calpestio e lo strascicamento di sessanta paia dipiedi nudiciascun paio sotto un peso di una

trentina di chili. Accamparsicucinaredormirelevare il campomarciare.Ogni tanto un portatore morto sotto il peso

steso tra l'erba alta presso la pistacon accanto la sua zucca per l'acquavuotae il suo lungo bastone. Un gran silenzio

attorno e sopra di noi; tutt'al piùin certe notti tranquilleil tremoliodi tamburi lontaniun tremolio fievole e vastoche

s'attutiva e si gonfiava; un suono misteriososupplichevolesuggestivoeselvaggioil cui significato forse era

altrettanto profondo del suono delle campane in terra cristiana. Un giornoun biancol'uniforme sbottonataaccampato

sulla pistacon una scorta armata di allampanati zanzibaresimolto ospitalee allegroper non dire ubriaco. Badava alla

manutenzione della stradadichiarò. Non posso dire di aver visto né stradané manutenzionea meno di non dover

considerare una perenne miglioria il corpo di un nero di mezza etàcon unforo di pallottola in frontenel quale sono

letteralmente inciampato a un cinque chilometri da lì. Avevo anche uncompagno bianconon un cattivo soggettoma

troppo in carnee con l'esasperante abitudine di svenire sui pendiiinfuocatia chilometri di distanza dalla minima

traccia d'ombra e di acqua. Snervantecredetemitenere la propria giacca amo' di parasole sopra la testa di un uomo

aspettando che rinvenga. Non potei trattenermi dal chiedergliuna voltacosa fosse venuto a fare in quel paese. "Che

domanda! A far soldi"rispose un po' sdegnato. Poi si ammalò ebisognò portarlo dentro a un'amaca sospesa a un palo.

Siccome pesava più di un quintalefu una brutta gatta da pelare con iportatori. Si tiravano indietroprendevano il largo

scappavano di notte furtivamente col loro carico: un vero ammutinamento.Allora una sera tenni un discorso in inglese

accompagnandomi con gesti di cui neanche uno sfuggì alle sessanta paiad'occhi che mi stavano di fronte; il mattino

seguente feci partire l'amaca in testain perfetta regola. Un'ora dopotrovai che tutto era naufragato dentro a un

cespuglio: l'uomol'amacai gemitile copertel'orrore. Il pesante paloaveva scorticato il suo povero naso e lui voleva

a tutti i costi che io ammazzassi qualcunoma non c'era neanche l'ombra diun portatore nelle vicinanze. Mi ricordai del

vecchio dottore: "Per la scienza sarebbe di grande interesse osservaresul posto le modificazioni mentali degli

individui." Sentii che cominciavo a diventare scientificamenteinteressante. Comunque tutto questo non ha importanza.

Il quindicesimo giorno mi ritrovai in vista del grande fiume ed entraizoppicandonella Stazione Centrale. Si trovava in

una insenatura d'acqua stagnantecircondata dalla sterpaglia e dallaforestacon un bel margine di fango puzzolente da

un latoe recinta sugli altri tre da una cadente staccionata di giunchi. Unvarco informe era l'unica via d'accessoe

bastava un'occhiata per capire che lì il demone flaccido regnava sovrano.Degli uomini bianchicon dei lunghi bastoni

in manofecero una languida apparizione fra gli edificisi avvicinaronociondolantiper guardarmie poi scomparvero

non so dove. Uno di loroun tipo robusto e freneticocon i baffi neriappena saputo chi eromi informò con

abbondanza di particolari e molte digressioni che il mio battello giaceva infondo al fiume. Rimasi fulminato. Cos'erasuccessocomeperché? Oh"niente di grave". Il "direttore in persona" avevaassistito. Si era svolto tutto regolarmente.

"E tutti si erano comportati magnificamentemagnificamente!""Lei deve andare subito"proseguì agitatissimo"dal

direttore generale. La sta aspettando."

«Non afferrai subito il significato di quel naufragio. Credo di capirloadessoma non ne sono affatto sicuro.

Quel che è certo è che la storia era troppo stupidaa pensarci beneperessere del tutto naturale. Ma d'altra parte...

comunque siain quel momento mi si presentò semplicemente come unamaledetta seccatura. Il battello era affondato.

Erano partiti due giorni primapresi da una fretta improvvisaper risalireil fiumecon il direttore a bordo e la guida

improvvisata di un capitano che si era offerto volontario. Non erano ancoratrascorse tre ore che già avevano lacerato lo

scafo sulle rocce ed erano andati ad affondare presso la riva sud. Mi chiesicosa ci restavo a fare làadesso che la mia

barca era perduta. In effettiebbi molto da fare per ripescare dal fiume lamia posizione di comandante. Dovetti

mettermici subitodal giorno successivo. Quell'operazione e le riparazioniuna volta portati i pezzi alla stazionemi

presero alcuni mesi.

«Il mio primo colloquio con il direttore fu bizzarro. Malgrado quellamattina avessi trenta chilometri nelle

gambenon mi offrì neanche una sedia. Era un uomo ordinario nell'aspettonei lineamentinei modianche nella voce.

Di statura media e costituzione normale. Gli occhidi un azzurro comuneerano freddiforse in maniera singolaree

certamente sapeva far cadere su di voi uno sguardo tagliente e pesante comeun'accetta. Ma anche in quei momenti il

resto della sua persona sembrava smentirne l'intenzione. Altrimenti c'erasolo un'indefinibilesfuggente espressione

nelle sue labbraqualcosa di furtivo - un sorriso? nonon un sorriso - melo ricordoma non so spiegarlo. Era inconscio

quel sorrisoanche sesubito dopo aver detto qualcosasi accentuava per unmomento. Giungeva alla fine dei suoi

discorsi come un sigillo posto sulle paroleper rendere enigmatico ilsignificato della frase più banale. Era un comune

commercianteimpiegato in quei paraggi fin dalla giovinezza: niente di più.Si faceva ubbidireanche se non ispirava né

amore né pauranemmeno rispetto. Suscitava disagio. Ecco! Disagio. Non unadiffidenza vera e propria - solo disagio -

niente di più. Non avete idea di quanto efficace tale... tale... facoltàpossa essere. Non aveva nessuno spirito di

iniziativanessuna attitudine per l'organizzazioneneanche per ladisciplina. Il che risultava evidenteper esempiodallo

stato deplorevole in cui giaceva la stazione. Non aveva culturanéintelligenza. Occupava quella posizione... perché?

Forse perché non si era mai ammalato... Erano già tre periodi di tre anniche era in servizio laggiù... Perché nella

generale disfatta delle costituzioniuna salute trionfante è di per sé unaforza. Quando tornava a casain licenza

gozzovigliava su grande scalafastosamente. Il marinaio a terra...conqualche differenza solo apparente. Lo si

indovinava da quello che lasciava cadere nella conversazione. Da lui nonnasceva nullasapeva far andare avanti

l'ordinaria amministrazionetutto qui. Però era grande. Era grande per lasemplice ragione che era impossibile capire

che cosa facesse presa su quell'uomo. Non svelò mai il suo segreto. Forsenon c'era niente dentro di lui. Ma un tal

sospetto dava da pensareperché laggiù non esistevano controlli esterni.Una voltaquando quasi tutti gli 'agenti' della

stazione erano stati colpiti dalle varie malattie tropicalilo si intesedire: "Gli uomini che vengono qui non dovrebbero

avere visceri." Sigillò la dichiarazione con quel suo sorrisocome seavesse socchiuso la porta della tenebra di cui lui

aveva la custodia. Vi sembrava di aver visto qualcosama il sigillo era giàstato messo. Infastidito dalle continue

discussioni sorte fra i bianchi per questioni di precedenza durante l'ora deipastiun giorno fece costruire un'immensa

tavola rotondaper la quale fu fabbricato un apposito edificioche poidivenne la mensa della stazione. Dove si sedeva

luiera il posto d'onoreil resto non esisteva. Si capiva che di questo eraassolutamente convinto. Non era né cortese né

scortese. Stava zitto. Permetteva che il suo 'servitore'un giovane nerodella costasupernutritotrattasse i bianchi

anche sotto i suoi occhicon provocante arroganza.

«Incominciò a parlare non appena mi vide. Avevo impiegato molto adarrivare. Non aveva più potuto

aspettarmi. Aveva dovuto andarsene senza di me. Doveva soccorrere le stazionia monte del fiume. C'erano stati già

così tanti rinvii che non sapeva chi era vivo e chi era mortoné come sela cavavanoecc.ecc. Non prestò alcuna

attenzione alle mie spiegazioni egiocando con un bastoncino di ceralaccaripeté parecchie volte che la situazione era

"molto gravegravissima". Correvano voci che un'importantissimastazione fosse in pericoloe chi ne aveva il

comandoil signor Kurtzfosse ammalato. Sperava che non fosse vero. Ilsignor Kurtz era... Mi sentivo stanco e

irritabile. Kurtz... che vada al diavolo!pensai. Lo interruppi per dire cheavevo sentito parlare del signor Kurtz sulla

costa. "Ah! Così parlano di lui laggiù"mormorò fra sé. Poiricominciò per dirmi che il signor Kurtz era il suo miglior

agenteun uomo eccezionaledella massima importanza per la Compagnia;potevo quindi capire la sua ansia. Eradisse

"moltomolto inquieto". Di fatti continuava ad agitarsi sullasedia e all'improvvisomentre esclamava "Ahil signor

Kurtz!"il bastoncino di ceralacca gli si spezzò in mano e luiammutolì stupito. Dopo di che volle sapere "quanto tempo

avrei impiegato per..." Lo interruppi di nuovo. Con la fame che avevocapitecostretto anche a stare in piedistavo

diventando rabbioso. "Come faccio a saperlo?"dissi. "Non hoancora visto il relitto; qualche mesesenza dubbio."

Tutte quelle chiacchiere mi sembravano talmente inutili. "Qualchemese"ripeté. "Behdiciamo tre mesiprima che sia

possibile ripartire. Sì. Dovrebbero bastare per la faccenda." Miprecipitai fuori dalla capanna (viveva da solo in una

capanna d'argilla con una specie di veranda) borbottando fra i dentil'opinione che mi ero fatta di lui. Era un idiota d'un

chiacchierone. In seguito dovetti ricredermiquando fui colpito dall'estremaprecisione con cui aveva valutato il tempo

necessario per quella 'faccenda'.

«Il giorno dopo mi misi al lavorovoltandoper così direle spalle allastazione. Solo in quel modomi

sembravapotevo mantenere un contatto con le realtà redentrici della vita.Di tanto in tantoperòbisogna pur guardarsi

intornoe allora vedevo la stazione con quegli uomini che girovagavano senzameta nel sole del cortile. E qualche volta

mi chiedevo che senso avesse tutto ciò. Vagavano di qua e di là con in manoi loro assurdi lunghi bastonicome ungruppo di pellegrini senza fedestregatidentro un recinto putrescente. La parola 'avorio' risuonava nell'ariasussurrata

sospirata. Si sarebbe detto che le rivolgessero delle preghiere. Aleggiavalì sopra un odore infetto di rapacità imbecille

come il fetore di un cadavere. Per Giove! Non ho mai visto niente di tantoirreale nella mia vita. E intornola silenziosa

landa selvaggia che circondava quel pezzetto diboscato di terrami colpivacome qualcosa di grande e d'invincibile

come il male o la veritàin paziente attesa della fine di quella fantasticainvasione.

«Ahquei mesi! Ma lasciamo perdere. Accaddero varie cose. Una sera unacapanna d'erbapiena di calicòdi

cotoni stampatidi conterie e non so cos'altroprese fuoco cosìimprovvisamente da far pensare che un fuoco

vendicatore fosse sgorgato dalla terra aperta per distruggere tutta quellapaccottiglia. Io fumavo tranquillamente la pipa

vicino al mio battello in disarmoe li vedevo da lontano far le capriole frai baglioricon le braccia in ariaquandoa

rotta di colloarrivò al fiume l'uomo robusto dai baffi nericon unsecchio di latta in mano. Dopo avermi assicurato che

"tutti si comportavano magnificamentemagnificamente"attinse unpaio di litri d'acqua e ripartì correndo. Notai che

nel fondo del secchio c'era un buco.

«Andai lì con calma. Non c'era frettacapite: quella cosa aveva presofuoco come una scatola di fiammiferi.

Fin dal primo momento non c'era stato niente da fare. La fiamma era balzataaltissimarespingendo tuttiilluminando

tuttoe poi si era abbassata. La capanna non era che un ammasso di braciardenti. Non lontano da lìstavano bastonando

un nero. Dicevano che in un modo o nell'altroera stato lui a provocarel'incendio; fosse vero o nourlava come un

ossesso. Poiper parecchi giornilo vidi seduto in un angolo all'ombraconun'aria molto sofferentementre stava

cercando di riprendersi; finalmente si alzò e se ne andòe la silenziosalanda selvaggia se lo riprese in grembo.

«Mentre mi avvicinavo al bagliore provenendo dall'oscuritàmi trovai allespalle di due uomini che stavano

discorrendo. Sentii pronunciare il nome di Kurtzpoi le parole"approfittare di questo incidente disgraziato". Uno dei

due era il direttore. Gli augurai la buona sera. "Ha mai visto una cosasimileeh? È incredibile"disse e si allontanò.

L'altro rimase. Era un agente di prima classegiovanedistintoun po'riservatocon una barbetta a due punte e il naso

adunco. Teneva a distanza gli altri agenti cheda parte lorodicevano chelui era la spia del direttore. Prima di allora

non gli avevo quasi mai rivolto la parola. Ci mettemmo a conversare epoco apococi allontanammo dalle rovine

sfrigolanti. Mi invitò allora nella sua stanzache era nell'edificioprincipale della stazione. Accese un fiammiferoe

notai che quel giovane aristocratico non solo possedeva un necessaire datoeletta con la montatura d'argentoma anche

una candela tutta per sé. A quel tempo era previsto che solo il direttoreavesse diritto alle candele. Le pareti di argilla

erano coperte da stuoie indigene: vi era appesacome un trofeounacollezione di lancezagagliescudicoltelli.

L'incarico affidato a questo talemi era stato dettoera di fabbricaremattoni; ma nella stazione non c'era traccia di

mattonineanche un frammentoed era già più di un anno che era lì: adaspettare. A quanto pareper fare i mattonigli

mancava qualcosanon so cosa esattamentedella pagliaforse. In ogni modolì non la si poteva trovaree siccome era

improbabile che la spedissero dall'Europanon mi era chiaro che cosa stesseaspettando. Un atto di creazione spontanea

forse. Comunque tuttitutti quei sedici o venti pellegrini che eranostavano aspettando qualcosa eparola mianon

sembrava un'occupazione che non gli andasse a geniodal modo in cui laprendevano. Peròa quanto mi fu dato di

vederela malattia fu l'unica cosa che mai gli sia arrivata. Ammazzavano iltempo sparlando e tramando gli uni contro

gli altri nella maniera più insensata. Sulla stazione soffiava un'aria dicomplottoche naturalmente non approdava a

niente. Era irreale come tutto il resto: il pretesto filantropicodell'impresai loro discorsila loro amministrazione

l'esibizione del lavoro. L'unico sentimento autentico era il desiderio divenire assegnati a un centro in cui passasse

l'avorioper poter guadagnare delle buone percentuali. È solo per questoche complottavanosi calunniavano e si

odiavanoma quanto ad alzare effettivamente un ditoahno. Sant'Iddio! Nonè poi così irragionevole che a un uomo il

mondo lasci rubare un cavallomentre a un altro non permetta neanche diguardare la cavezza. Rubare un cavallo con

decisione. Benissimo. L'ha fatto. Forse è anche capace di cavalcare. Ma c'èun modo di guardare la cavezza che farebbe

menar le mani anche a un santo.

«Non mi sapevo spiegare la sua improvvisa socievolezza mamentrechiacchieravamo là dentromi resi conto

tutt'a un tratto che quel tale stava mirando a qualche cosacercavainfattidi farmi parlare. Faceva continue allusioni

all'Europaalle persone che si immaginava io conoscessi lìponendomi delledomande tendenziose sulle mie relazioni

nella città sepolcrale e così di seguito. I suoi occhietti brillavano dicuriosità come dischi di micabenché cercasse di

mantenere un'apparenza di distaccata alterigia. In principio ero stupefattoma presto divenni curiosissimo di scoprire

cosa volesse tirarmi fuori. Non riuscivo proprio a immaginare che cosa cipotesse essere in me da meritare tutta quella

fatica. Era un piacere vedere quanto si ingannasseperché in realtà incorpo non avevo che brividi e in testa nient'altro

se non quella disgraziatissima storia del battello. Era evidente che miconsiderava uno spudorato mistificatore. Alla fine

perse la pazienza e per nascondere un moto di esasperazione furiosasbadigliò. Mi alzai. Notai allora un piccolo schizzo

a oliosu tavolache rappresentava una donna con la veste drappeggiatagliocchi bendatie una fiaccola accesa in

mano. Lo sfondo era tetroquasi nero. Il movimento della donna era statuarioe l'effetto della fiaccolasul visoera

sinistro.

«Mi ero fermato davanti al quadro e lui era rimasto vicino a meeducatamentereggendo una mezza bottiglia

di champagne vuota (forse un ricostituente)con la candela incastratadentro. Alla mia domanda rispose che era stato il

signor Kurtz a dipingerlo - proprio in quella stazionepiù di un anno prima- mentre aspettava il mezzo per raggiungere

il suo posto commerciale. "Se non le dispiace"chiesi"mipuò dire chi è questo signor Kurtz?"

«"Il capo della Stazione Interna"rispose seccocon lo sguardoaltrove. "Grazie tante"dissi ridendo. "E lei è il

mattonaio della Stazione Centrale. Questo lo sanno tutti." Stette zittoper un po'. "È un prodigio"disse alla fine. "È

l'emissario della pietàdella scienzadel progresso e il diavolo sa diquante altre cose." E improvvisamente incominciò adeclamare: "Perdirigere a buon fine la causa che ci è stata affidataper così diredall'Europanoi abbiamo bisogno di

intelligenze superioridi vaste simpatiedi unità di intenti.""Chi è che lo dice?" chiesi. "Sono in molti a dirlo"rispose.

"Ci sono anche quelli che lo scrivono; ed ecco che arriva luiunessere eccezionalecome lei dovrebbe sapere." "Perché

lo dovrei sapere?"intervenni sorpresissimoma non mi badò."Sì. Oggi è a capo della stazione più importanteil

prossimo anno sarà vicedirettorefra due anni sarà... ma immagino che leisappia cosa sarà fra due anni. Non fa parte

anche lei della nuova congregala congrega della virtù? Le persone chel'hanno mandato qui in missione specialesono

le stesse che hanno raccomandato lei. Ohnon dica di no. Io mi fido dei mieiocchi." Finalmente avevo capito: le

conoscenze influenti della mia cara zia stavano sortendo un effettoinaspettato su quel giovanotto. Per poco non

scoppiai a ridere. "Lei legge la corrispondenza riservata dellaCompagnia?"chiesi. Non aprì bocca. Era proprio buffo.

"Quando il signor Kurtz sarà Direttore Generale"continuai intono severo"lei non potrà più permetterselo."

«Spense improvvisamente la candelae uscimmo. Era sorta la luna. Delleombre nere si aggiravano apatiche

versando l'acqua sulle braci da cui proveniva un suono sibilante. Il vaporesaliva nel chiaro di lunail nero picchiato

gemeva da qualche parte. "Che baccano fa quell'animale!"dissel'infaticabile uomo con i baffi comparendo tutt'a un

tratto. "Gli sta bene. Trasgressione: punizione... Bang! Senza pietàsenza pietà. È l'unico modoe questo impedirà ogni

incendio in futuro. Stavo appunto dicendo al direttore..." Riconoscendoil mio compagnoabbassò immediatamente la

cresta. "Non ancora a letto"disse con una specie di servilecordialità. "È naturale d'altronde... il pericolol'agitazione."

Si eclissò. Proseguii in direzione del fiume con l'altro dietro. Gli udiimormorare con disprezzo: "Massa di idiotiandate

all'inferno." Si vedevano qua e là gruppi di pellegrini chegesticolavanodiscutevanoparecchi con il bastone ancora in

mano. Credo proprio che se lo portassero a lettoquell'arnese. Oltre lastaccionata la foresta si ergeva spettrale al chiaro

di lunae attraverso il fermento indistintoattraverso i flebili suoni diquel cortile tristoil silenzio della terra si faceva

strada fin dentro al cuorecol suo misterola sua grandezzalasorprendente realtà della sua vita nascosta. Il nero

bastonato si lamentava debolmente da qualche parte vicino a noie poi trasseun sospiro profondo che mi fece affrettare

il passo per allontanarmi da lì. Sentii una mano infilarsi sotto al braccio."Mio caro signore"disse"non voglio essere

fraintesoe tanto meno da leiche incontrerà il signor Kurtz molto primache io abbia questo piacere. Non vorrei che si

facesse un'idea sbagliata delle mie intenzioni..."

«Lasciai che proseguissequel Mefistofele di cartapesta. Mi sembrava che seci avessi provatosarei riuscito a

passarlo da parte a parte con un dito e che dentro non avrei trovato nienteforse solo un po' di sporcizia sparsa. Quel

talevedeteaveva progettato di diventare di lì a poco il vicedell'attuale direttoreed era chiaro che la venuta di quel

Kurtz aveva disturbato non poco i piani di entrambi. Parlava conprecipitazione e non cercai di fermarlo. Tenevo le

spalle appoggiate al relitto del mio battelloissato a riva sul pendio dellasponda come la carcassa di un grosso animale

fluviale. L'odore del fangodel fango primordialeper Gioveriempiva lemie narici; la vasta immobilità della foresta

vergine era davanti ai miei occhi; c'erano macchie luccicanti sull'acqua neradell'insenatura. La luna aveva steso su ogni

cosa un sottile strato d'argento: sull'erba foltasul fangosulla muragliadi vegetazione intricata che si ergeva più alta

delle mura di un tempiosul grande fiume cheattraverso una breccia scuravedevo scintillarescintillarementre

scorreva nel suo ampio letto senza un mormorio. Tutto era imponentevigilesilenziosomentre quell'uomo si

diffondeva in chiacchiere su di sé. E io mi domandavo se quella quiete sulvolto dell'immensità che ci guardava fosse

una supplica o una minaccia. Che cos'eravamo noi che eravamo andati asperderci laggiù? Potevamo dominare quella

cosa muta o ci avrebbe dominato lei? Sentivo la grandezzala smisuratagrandezza di quella cosa che non poteva

parlaree forse nemmeno udire. Che cosa conteneva? Vedevo uscirne un po' diavorioe avevo sentito dire che lì dentro

c'era il signor Kurtz. Dio sa se me l'ero sentito dire! Eppure non riuscivo aimmaginarmelonon più che se mi avessero

detto che lì dentro c'era un angelo o un demonio. Ci credevo come qualcunodi voi potrebbe credere che Marte è abitato.

Una volta ho conosciuto un velaio scozzese che era sicuroanzi sicurissimoche su Marte ci fossero degli uomini. Se gli

si chiedeva che aspetto avessero o come si comportasserodiventava elusivo emormorava qualcosa tipo "camminano a

quattro zampe". Ma se si osava anche solo sorriderevi proponevasubitobenché fosse un uomo di sessant'annidi fare

a pugni. Non sarei arrivato al punto di fare a pugni per Kurtzma per luisono andato molto vicino alla menzogna. Voi

sapete che io odiodetestonon tollero la menzogna; non perché io sia piùretto degli altrima solo perché mi sgomenta.

Nella menzogna c'è un odore di mortedi corruzione della carneche miricorda ciò che mi fa più orrore al mondo e che

cerco di dimenticare. Mi fa star malemi dà la nausea come se avessi inbocca qualcosa di marcio. Questione di

temperamentocredo. Beh!ci andai molto vicinolasciando credere a quelgiovane imbecille quel che più gli piaceva

riguardo alle mie amicizie influenti in Europa. In un attimo divenni anch'ioparte della finzionecome il resto dei

pellegrini stregati. Lo feci semplicemente perché avevo la vaga sensazioneche in questo modo sarei stato d'aiuto a quel

Kurtzche pure non riuscivo a figurarmicapite. Era solo una parola per me.Non vedevo l'uomo dietro a quel nome

non più di quanto lo vediate voi. Voi lo vedete? E la storia la vedete?Vedete qualcosa? È come se stessi cercando di

raccontarvi un sognoe non ci riuscissiperché non c'è resoconto di unsogno che possa rendere la sensazione del sogno

quel miscuglio di assurditàdi sorpresa e di sconcerto nello spasimo diun'affannata ribellionequella sensazione di

essere prigionieri dell'incredibile che è l'essenza stessa dei sogni...»

Restò un attimo in silenzio.

«... Noè impossibile. È impossibile comunicare la sensazione della vitadi un qualsiasi momento della propria

esistenzaciò che rende la sua veritàil suo significatola sua essenzasottile e penetrante. È impossibile. Viviamo come

sognamo: soli.»

Tacque di nuovo come per rifletterepoi aggiunse:

«Naturalmente voiin questa storiavedete più di quanto io potessiallora. Vedete memeche voi conoscete...»Si era fatto così buio che noi cheascoltavamo non riuscivamo quasi a vederci l'un l'altroe già da tempolui

che era seduto un po' in dispartenon era che una voce per noi. Nessunoparlò. Può darsi che gli altri si fossero

addormentatima io ero sveglio e stavo ad ascoltaread ascoltareaspettando vigile e impaziente la frasela parola che

mi desse la chiave del lieve disagio suscitato da quel racconto che sembravaformarsi da solosenza labbra umane

nell'aria greve della notte sul fiume.

«... Sìho lasciato che si sfogasse» ricominciò Marlow«e chepensasse quello che voleva dei poteri che

c'erano dietro di me. Sì. E dietro di me non c'era niente. Niente se nonquel miserabilevecchio vapore sventrato contro

cui mi appoggiavomentre lui parlava enfaticamente della "necessitàche ogni uomo ha di farsi strada". "E quando uno

viene quinon viene per guardare la lunale pare?" Il signor Kurtz eraun "genio universale"ma anche un genio lavora

meglio con "strumenti adeguati: degli uomini intelligenti". Lui nonfabbricava i mattoni - perché gli era materialmente

impossibile - come io sicuramente dovevo sapere; e se faceva da segretario aldirettoreera perché "nessun uomo di

buon senso rifiuta senza motivo la confidenza e la fiducia dei suoisuperiori". Lo capivo? Sì lo capivo. Che cosa volevo

di più? Buon Dioquello che volevo ioerano dei ribattini. Sì ribattini.Per continuare il lavoroper tappare la fallami

servivano i ribattini. Ce n'erano casse intere là sulla costa: casseaccatastatetraboccantisfasciate! A ogni passonel

cortile di quella stazione sul fianco della collinasi inciampava su unribattino smarrito. Dei ribattini erano rotolati

persino nel boschetto della morte. Per riempirsi le tasche di ribattinibastava far la fatica di chinarsimentre là dove ce

n'era bisognonon se ne trovava nemmeno uno. C'erano le lamiere che ciservivanoma niente con cui fissarle. E ogni

settimanail messaggero della nostra stazioneun nero solitariosaccopostale in spalla e bastone in manopartiva per la

costa. E parecchie volte alla settimanadalla costa arrivava una carovanacon la sua mercanzia: dello spaventoso calicò

lucido che dava i brividi solo a guardarlodelle perline di vetro da unalira al chilodegli orribili fazzoletti di cotone a

pallini. Ma ribattini mai. Sarebbero bastati tre portatori per trasportaretutto quello che serviva per rimettere in acqua il

battello.

«Ormai aveva assunto un tono confidenzialema penso che la mia indifferenzalo avesse infine esasperato

perché ritenne necessario informarmi che non temeva né Dio né il diavoloe tanto meno un semplice mortalechiunque

fosse. Gli dissi che non ne dubitavoma quel che desideravo io era una certaquantità di ribattiniche erano proprio

quello che avrebbe desiderato anche il signor Kurtzse solo l'avesse saputo.Poiché ogni settimana partivano delle

lettere per la costa... "Mio caro signore" esclamò"ioscrivo solo quello che mi si detta!" Io insistevo. Un uomo

intelligente trova sempre il modo... Cambiò atteggiamento: divennefreddissimo e si mise improvvisamente a parlare di

un ippopotamo. Si domandava se dormendo a bordo del battello (io restavoincollato alla mia ancora di salvezza giorno

e notte) non venissi disturbato. C'era un vecchio ippopotamo che aveva lacattiva abitudine di uscire dal fiume sulla riva

e di girovagare la notte nei paraggi della stazione. I pellegrini allorafacevano una sortita in massa e gli scaricavano

addosso tutte le carabine che erano riusciti a scovare. Ce n'erano di quelliche stavano su la notteper aspettarlo. Tutta

fatica sprecataperò: "Quella bestia è stregataun incantesimo l'haresa invulnerabile" disse"ma questo vale solo per le

bestieperché nessun uomo - mi capisce? - nessun uomo in questo paese èinvulnerabile". Restò lì un momento davanti

a meal chiaro di lunacol suo delicato naso aquilino un po' stortogliocchi di mica scintillanti senza un battito di

palpebre; poicon un asciutto "Buona notte" si allontanòspeditamente. Vedevo che era turbato e molto sconcertatoil

che mi rese fiducioso come da giorni non mi sentivo. Fu un grande sollievopassare da quel tizio alla mia amica

influentela mia bagnarola a vaporetutta sfasciatapiegataa pezzi. Miarrampicai a bordo. Risuonava sotto i miei

passi come una scatola di latta di biscotti Huntley & Palmer vuotapresaa calci in un rigagnolo. Eraanzimolto meno

solida di costituzionee di forma meno elegantema le avevo prodigato unaquantità di duro lavoro sufficiente per

farmela amare. Non c'era amicizia influente che mi fosse più utile di lei.Mi aveva dato la possibilità di mettermi un po'

alla provadi scoprire quello che sapevo fare. Nonon è che io ami illavoro. Preferisco stare senza far niente a pensare

a tutte le belle cose che si potrebbero fare. Non mi piace lavorareanessuno piacema mi piace ciò che c'è nel lavoro: la

possibilità di scoprire se stessila propria realtàvalida per noinonper gli altriquello che nessun altro potrà mai

sapere. Gli altri possono vedere solo l'apparenzasenza mai poter dire checosa significhi veramente.

«Non fui sorpreso di trovare qualcuno seduto a poppasul pontecon legambe penzoloni sopra il fango.

Vedeteio me la intendevo piuttosto bene con i pochi operai che c'erano inquella stazionee che naturalmente gli altri

pellegrini disprezzavanoper via delle loro maniere poco raffinatesuppongo. Quello era il caposquadracalderaio di

professionegran lavoratore. Era uno spilungone tutto ossacon lacarnagione gialla e grandi occhi espressivi. Aveva

l'aria angustiata e un cranio calvo come il palmo della mia manoma sembravache i capellicadendosi fossero

aggrappati al mento e che nel nuovo terreno avessero prosperatoperché labarba gli scendeva fin quasi alla vita. Era

vedovocon sei bambini (che aveva lasciato alle cure di una sorella pervenire là)e i piccioni viaggiatori erano la

passione della sua vita. Era un entusiasta e un intenditore: delirava per ipiccioni. Terminato il suo orario di lavoro

qualche volta lasciava la sua capanna per venire a parlare con me dei suoibambini e dei suoi piccioni. Quandoal

lavorodoveva strisciare sotto il fondo del battello dentro al fangoavvolgeva la sua famosa barba in una specie di

canovaccio bianco che si portava dietro a questo scopo. Era munito di duecappi da passare sopra le orecchie. La seralo

si vedeva accovacciato sulla rivaintento a sciacquare con gran cura quelsuo involucro nell'acqua dell'insenaturaper

stenderlo poi solennemente ad asciugare su un cespuglio.

«Gli diedi una manata sulla schiena e gridai: "Avremo iribattini!" Balzò subito in piedi esclamando: "No! I

ribattini!"come se non potesse credere alle proprie orecchie. Poi abassa voce"Lei... eh?" Non so perché ci

comportammo come due matti. Col dito davanti al nasoannuii in modomisterioso. "Bravo!"esclamò e fece schioccare

le dita sopra la testasollevando un piede. Accennai qualche passo di danzae ci mettemmo a saltare sul ponte di ferro.Dallo scafo smantellato uscì unospaventoso rumore di ferraglia che la foresta verginedall'altro latodell'insenatura

rimandò come un rombo di tuono sulla stazione addormentata. Dovevamo aversvegliato di soprassalto più di un

pellegrino nel suo tugurio. Una sagoma nera oscurò il vano illuminato dellaporta della capanna del direttorepoi

scomparve e dopo qualche secondoscomparve anche il vano della porta.Avevamo smesso di ballare e il silenzio

interrotto dal nostro calpestio rifluì dai recessi della terra. La grandemuraglia di vegetazioneuna massa esuberante e

aggrovigliata di tronchiramifogliefronde e tralciimmobilealla lucedella lunaera come un'irruzione travolgente di

vita silenziosauna tumultuosa onda vegetalealtacrestatapronta airrompere nella insenaturae a spazzar via dalla

nostra piccola esistenzatutti noiminuscoli uomini. E non si muoveva. Unoscroscio attutito di spruzzi e sbuffi possenti

ci giunse di lontanocome se un ittiosauro stesse facendo un bagno di galadi suoni e lucinel grande fiume. "In fin dei

conti"disse il calderaiopacatamente"perché non dovremmoaverli i ribattini?" Eh giàperché no? Non c'era nessuna

ragione che ce lo impedisse. "Arriveranno fra tre settimane"dissifiducioso.

«Ma non arrivarono. Invece dei ribattini ci fu un'invasioneun castigounflagello. Arrivò a scaglioni per tre

settimane di seguitocon in testa a ogni scaglione un asino montato da unbianco vestito a nuovo e con le scarpe gialle

che da quell'altezza si chinavaa destra e a mancaper salutare ipellegrini ammirati. Una banda litigiosa di neri

immusoniti e coi piedi doloranti tallonava l'asino; mucchi di tendediseggiolini da campodi scatole di lattadi casse

bianchedi balle marrone venivano scaraventate nel cortilee quell'aria dimistero che aleggiava sul gran disordine della

stazione si infittì ancor di più. Ce ne furono cinque di questi arrivi apuntatetutti con la stessa aria grottesca di fuga

precipitosacol bottino di innumerevoli magazzini e botteghe chesi sarebbepensatoloro stavano trascinando nella

landa selvaggiadopo la razziaper spartirselo equamente. Eraun'inestricabile accozzaglia di cose rispettabili in séma

che la follia degli uomini aveva reso simili a prede di ladroni.

«Questa stimabile compagnia si faceva chiamare Spedizione EsplorativaEldoradoe credo che i suoi membri

fossero legati da un giuramento di segretezza. I loro discorsiperòeranoquelli di sordidi bucanieri: cinicisenza essere

arditicupidi senza essere audacicrudelima senza coraggio; non c'era unbriciolo di lungimiranza o di intenzione seria

nell'intera masnadae non sembravano nemmeno rendersi conto che queste sonocose necessarie per operare nel mondo.

Strappare i tesori dalle viscere della terra era il loro unico desideriosenza scrupoli moralialmeno non più di quanti ne

abbiano dei rapinatori a sfondare una cassaforte. Chi pagasse le spese dellanobile impresalo ignoroma lo zio del

nostro direttore era il capo della banda.

«D'aspetto assomigliava a un macellaio di un quartiere poveroe i suoiocchi avevano uno sguardo di furbizia

sopita. Portava con ostentazione una grossa pancia su delle gambe corte edurante tutto il periodo in cui la sua truppa

infestò la stazione non rivolse la parola a nessunose non a suo nipote. Lisi vedeva passeggiare dalla mattina alla sera

le teste ravvicinatein un inesauribile conciliabolo.

«Avevo smesso di tormentarmi per i ribattini. La nostra capacità dipreoccuparci per un tal genere di

sciocchezze è più limitata di quanto si creda. Dissial diavoloe lasciaicorrere. Avevo tutto il tempo per meditare e

ogni tantorivolgevo uno dei miei pensieri a Kurtz. Non che egli miinteressasse molto. No. Però ero curioso di vedere

se quell'uomoche era venuto là con un certo bagaglio di idee moralisarebbe davvero arrivato in alto e in che modo

avrebbe allora organizzato la sua opera.

II

«Una seramentre me ne stavo lungo disteso sul ponte del mio battellosentii avvicinarsi delle voci: erano zio

e nipote che venivano passeggiando lungo il fiume. Misi di nuovo giù latesta sul braccio egià mezzo assopitoudii

qualcuno direquasi dentro al mio orecchio: "Io non faccio del male auna moscaperò non mi piacciono le imposizioni.

Sono o non sono il direttore? Mi hanno ordinato di mandarlo là. Èincredibile..." Mi accorsi che quei due si erano

fermati sulla rivaall'altezza della prora del battelloproprio sotto lamia testa. Non mi mossi. Non mi venne neanche in

mente di muovermi: avevo sonno. spiacevole"grugnì lozio. "È lui che ha chiesto all'Amministrazione di essere

mandato lì"disse l'altro"per far vedere quello che sa fare eio ho ricevuto le relative istruzioni. Vedi che razza di

ascendente deve avere quell'uomo. Non è spaventoso?" Ne convenneroentrambiche era spaventoso; dopo di che

all'orecchio mi giunsero delle espressioni bizzarre: "Fare il bello e ilcattivo tempo... un uomo solo... il Consiglio...

menare per il naso"frammenti di frasi assurde che ebbero la meglio sulmio torporetant'è vero che ero quasi in pieno

possesso delle mie facoltà mentali quando lo zio disse: "Potrebbeaiutarti il clima a risolvere queste difficoltà. È da solo

là?" "Sì"rispose il direttore"ha spedito il suoassistente giù per il fiume con un biglietto per me che diceva: 'Allontani

subito dal paese questo povero diavolo e non si disturbi a mandarmene altridello stesso stampo. Preferisco star solo

piuttosto che avere il genere di uomini che lei mi rifila.' Questo avvenivapiù di un anno fa. Si può immaginare una

maggiore impudenza?" "E da allora più niente?"chiesel'altrocon la voce roca. "Avorio"scattò il nipote"a mucchie

di prima qualitàmucchi di avoriomolto seccanteprovenendo da lui.""Dopo di che?"domandò il greve brontolio.

"La fattura"fu la rispostasparata a bruciapelocome si suoldire. Poi silenzio. Era di Kurtz che stavano parlando.

«Ormai ero completamente sveglioma rimanevo distesoimmobile nella miacomoda posizionee non avevo

nessuna intenzione di cambiarla. "Ma come ha fatto tutto quell'avorio adarrivare fin qua?"ringhiò il più anziano che

sembrava molto irritato. L'altro spiegò che era giunto con una flottiglia dicanoe guidata da un meticcio ingleseun

impiegato di Kurtz; che Kurtz stesso aveva apparentemente progettato dirientrarela sua stazione era ormai sfornita diprovviste e mercanziema dopoaver percorso trecento migliaaveva improvvisamente deciso di tornare indietro;cosa

che aveva fattoda soloin una piccola pirogacon quattro vogatorilasciando che il meticcio continuasse il viaggio giù

per il fiume con l'avorio. I due compari sembravano sbalorditi che qualcunoavesse tentato una cosa simile; e non

riuscivano a immaginarne il motivo. Quanto a memi sembrò di vedere Kurtzper la prima volta. Ne ebbi una visione

fugace ma chiara: la pirogai quattro selvaggi che remavanoe l'uomo biancosolitario che volgeva subitaneo le spalle al

quartier generalea ogni forma di aiutoa ogni idea di ritornochissà!per dirigersi a viso fermo verso le profondità

della selva selvaggiaverso la sua stazione vuota e desolata. Non neconoscevo il motivo. Forse era solo un tipo in

gamba attaccato al lavoro per amore del lavoro. Il suo nomenotatenon eramai stato pronunciatoneanche una volta.

Era "quell'uomo". Al meticcio cheda quanto potevo giudicareaveva condotto quella spedizione difficile con grande

prudenza e fegatosi alludeva invariabilmente come a "quellacanaglia". La "canaglia" aveva riferito che l'"uomo"era

stato molto ammalato e che non si era rimesso del tutto... I due sotto di mesi allontanarono di qualche passo

passeggiando avanti e indietro poco distanti. Udii: "Posto militare...dottore... duecento miglia... completamente solo

adesso... ritardi inevitabili... nove mesi... nessuna notizia... stranevoci." Poi si riavvicinaronoproprio mentre il direttore

diceva: "Nessunoper quanto io sappiatranne una specie di trafficantevagabondoun individuo esizialeche scippa

l'avorio agli indigeni." Di chi è che parlavano adesso? Mettendoassieme i pezzi capii che si trattava di un uomo che

molto probabilmente stava nella zona di Kurtze che non godeva dellasimpatia del direttore. "Riusciremo a sbarazzarci

della concorrenza sleale solo quando uno di questi individui verràimpiccatoper dare l'esempio"disse. "Certamente"

grugnì l'altro"fallo impiccare! Perché no? In questo paese si puòfare di tuttodi tutto. Sai cosa ti dico? Quicapisci

quinessuno può compromettere la tua posizione. E sai perché? Tusopporti il clima: li seppellirai tutti. Il pericolo è in

Europama lìprima di partire ho provveduto io a..." Si allontanaronobisbigliando; poi le loro voci si alzarono di

nuovo. "Questa straordinaria serie di ritardi non è colpa mia. Io hofatto il possibile." Il grassone sospirò: "Che ci vuoi

fare!" "E la pestilenziale assurdità dei suoi discorsi"continuò l'altro. "Mi ha quasi asfissiato quand'era qua. 'Ogni

stazione dovrebbe essere come un faro sulla via del progressoun centro percommerciarecertoma anche per

umanizzaremigliorareistruire.' Ti rendi conto... quel coglione! E vuolediventare direttore! Noè..." A quel punto si

soffocò in un accesso di indignazione e io alzai un pochino la testa. Fuisorpreso di vedere quanto fossero viciniproprio

sotto di me. Avrei potuto sputare sui loro cappelli. Guardavano per terraassorti nei loro pensieri. Il direttore si frustava

la gamba con una verga sottile; il suo sagace parente sollevò la crapa."Sei stato bene da quando sei tornato quiquesta

volta?"chiese. L'altro trasalì. "Chi? Io? Oh! D'incantod'incanto. Ma gli altriDio santo! Tutti malati. Muoiono così in

fretta poiche non faccio neanche a tempo a mandarli via dal paese. Èincredibile!" "Hem. Per l'appunto"grugnì lo zio.

"Ah! ragazzo mioè proprio su questo che devi contareti dicosuquesto." Gli vidi stendere un braccettocorto come

una pinnain un gesto che abbracciava la forestal'insenaturail fangoilfiumecome secon una mossa oltraggiosa

alla faccia assolata del paeserivolgesse un perfido invito alla morte inagguatoal male nascostoalla profondità

tenebrosa del cuore di quella terra. Era così stupefacente che balzai inpiedi e mi voltai a guardare il ciglio della foresta

quasi mi aspettassi una qualche risposta a quel diabolico sfoggio diconfidenza. Sapete che idee stravaganti ci vengono

talvolta. L'immobilità assolutapaziente e minacciosafronteggiava quelledue figure in attesa che sparisse la fantastica

invasione.

«Bestemmiarono tutti e due ad alta voceper pura pauracredopoi fingendodi ignorare che io esistessi

s'incamminarono verso la stazione. Il sole era basso epiegati in avantifianco a fiancosembravano trascinare

faticosamente su per la salita le loro ridicole ombre di ineguale lunghezzache strisciavano lentamente dietro di loro

sull'erba alta senza piegarne un solo filo.

«Di lì a pochi giorni la Spedizione Eldorado si inoltrò nella pazientelanda selvaggiache si richiuse su di lei

come fa il mare sopra uno che si tuffa. Dopo molto tempo arrivò la notiziache erano morti tutti gli asini. Della sorte

degli altri animali meno preziosi non so nulla. Trovaronosenza dubbiocometutti noiciò che si meritavano. Non

indagai. Allora ero troppo eccitato alla prospettiva che molto presto avreiincontrato Kurtz. Quando dico molto presto

vuol dire per quanto fosse consentito laggiùcioè in modo relativo. Daquando lasciammo l'insenaturapassarono giusto

due mesi prima che toccassimo terra sotto la stazione di Kurtz.

«Risalire quel fiume era come compiere un viaggio indietro nel tempoaiprimordi del mondoquando la

vegetazione spadroneggiava sulla terra e i grandi alberi erano sovrani. Uncorso d'acqua vuotoun silenzio assolutouna

foresta impenetrabile; l'aria caldaspessagreveimmota. Non c'era gioianello splendore del sole. Desertele lunghe

distese d'acqua si perdevano nell'oscurità di adombrate distanze. Sui banchidi sabbia argentati ippopotami e coccodrilli

si crogiolavano al solefianco a fianco. Negli slarghile acque scorrevanoin mezzo a una moltitudine di isole boscose;

ci si perdeva in quel fiumecome in un desertoe per tutto il giornosicontinuava a incappare nelle secchealla ricerca

del canalefino a sentirsi stregati e tagliati fuori per sempre da quelloche si era conosciuto un tempoin qualche luogo

lontano da lìin un'altra vita forse. C'erano momenti in cui il propriopassato riaffioravacome capita talvolta quando

non si ha un momento da dedicare a se stessi; ma veniva in forma di sognoinquieto e rumorosoricordato con stupore

fra le prorompenti realtà di quello strano mondo di piantedi acqua e disilenzio. E questa immobilità di vita non

assomigliava affatto alla pace. Era l'immobilità di una forza implacabileche covava un qualche insondabile disegno. Vi

guardava con un'aria vendicativapiena di risentimento. Alla lunga mi ciabituai: non la vedevo più. Non ne avevo il

tempo. Dovevo continuamente scrutare il fiume per cercare di indovinare ilpassaggio; per discernerepiù con l'intuito

che con la vistai segni di banchi nascosti; per spiare le rocce sommerse.Imparai a serrare prontamente i denti per

impedire che il mio cuore balzasse viaquando schivavosfiorandoloqualcheinfernale vecchio tronco sornione che

avrebbe attentato alla vita della mia bagnarolasventrandolafacendoannegare tutti i pellegrini. E dovevo tenered'occhio ogni traccia di alberomorto che avremmo tagliato durante la notte per assicurarci il vapore del giornodopo.

Quando si deve badare a questo genere di coseai meri accidenti disuperficiela realtà - la realtàvi dico - impallidisce.

La verità più riposta rimane nascostafortunatamentefortunatamente. Maio la sentivo lo stesso; sentivo spesso la sua

immobilità misteriosa che osservava i miei trucchi da scimmiaproprio comeosserva voiquando vi esibite sulle vostre

funi tese nel vuotoper quanto?per mezza corona a ogni salto mortale.»

"Cerca di essere più civileMarlow"borbottò una voceper cuicapii che oltre a me ce n'era almeno un altro

sveglioad ascoltare.

«Scusatemi. Dimenticavo che si deve aggiungere il patema d'animo al restodel prezzo. Ma che importanza ha

il compenso se l'acrobazia è riuscita bene? A voi riescono benissimo. Eanch'io non me la sono cavata tanto maledato

che son riuscito a non far affondare il battello al mio primo viaggio. Me nemeraviglio ancora. Immaginatevi un uomo

bendato che debba guidare un furgone su una strada dissestata. Ho sudato etremato non poco su quell'affareve

l'assicuro. In fin dei contiper un marinaioè il peccato piùimperdonabile scorticare il fondo di quella cosa che

dovrebbe stare sempre a galla sotto la sua guida. Forse nessuno se n'èaccortoma voi il tonfo non lo dimenticherete

maivero? Un colpo al cuore. Ve lo ricorderetelo sogneretee anni dopovi sveglierete di notte per pensarcie

sentirete caldo e freddo in tutto il corpo. Non pretendo di dire che ilbattello sia rimasto sempre a galla. Più di una volta

ha dovuto passare a guado per un trattocon venti cannibali intorno adiguazzare e a spingere. Strada facendo ne

avevamo arruolati alcunicome ciurma. Brava gentei cannibalial loroposto. Uomini con cui si poteva lavorare e a cui

io sono grato. E poi non si sono mangiati fra di loro sotto i miei occhi. Sierano portati dietro della carne di ippopotamo

che marcì e che mi portò l'odore del mistero della landa selvaggia findentro alle narici. Puah! Sento ancora il tanfo. A

bordo avevo il direttore e tre o quattro pellegrini col bastone: al completo.Qualche volta incontravamo una stazione

sulla sponda del fiumeaggrappata ai margini dell'ignotoe i bianchi che siprecipitavano fuori dai loro tuguri

accogliendoci con gesti festosi e sorpresiavevano un'aria stranita:sembravano prigionieri di un incantesimo. La parola

avorio echeggiava nell'aria per un po' e poi ci rimmergevamo nel silenziolungo tratti desertiintorno ad anse tranquille

tra le alte mura del nostro tortuoso percorsoche riverberavano in cupicolpi il poderoso battito della nostra ruota

poppiera. Alberialberimilioni di alberimassicciimmensisvettanti; eai loro piedirasentando la sponda per vincere

la correntearrancava il piccolo battello fuligginosocome un indolentescarafaggio che si trascini sul pavimento di un

ampio e nobile porticato. Ci si sentiva molto piccoli e sperdutieppurequella sensazione non era del tutto deprimente.

In fin dei contianche se eravamo piccoliquello sporco scarafaggio andavaavanti ed era proprio quello che si voleva

che facesse. Dove i pellegrini si immaginavano che strisciasse io non lo so.Verso un luogo in cui si aspettavano di

arraffare qualcosascommetto! Per me strisciava esclusivamente verso Kurtzma quando i tubi del vapore iniziarono a

perdere ci trascinammo molto lentamente. Le lunghe strade d'acqua si aprivanodavanti a noi e si richiudevano al nostro

passaggiocome se la forestapigra e tranquillaavesse scavalcato l'acquaper sbarrarci la via del ritorno. Penetravamo

sempre più a fondo nel cuore della tenebra. Regnava una gran quiete. Lanottequalche voltail rullio dei tamburi dietro

la cortina degli alberi saliva su per il fiume e si prolungava debolmentecome sospeso nell'ariasopra le nostre teste

fino allo spuntar del giorno. Se era un segnale di guerradi pace o dipreghiera noi non lo sapevamo. L'alba era sempre

annunciata dal calare di un gelido torpore; i taglialegna dormivanocon ifuochi che bruciavano bassi; lo scricchiolio di

un ramoscello spezzato ci faceva trasalire. Eravamo viandanti su una terrapreistoricasu una terra che aveva l'aspetto di

un pianeta sconosciuto. Potevamo immaginarci di essere i primi uomini cheprendevano possesso di un'eredità

maledettache si doveva conquistare al prezzo di un profondo tormento e diun'enorme fatica. Ma improvvisamente

mentre lottavamo attorno a un'ansasi apriva una visione di muri di giuncodi tetti d'erba a puntaed era un'esplosione

di gridaun turbinio di membra nereuna moltitudine di mani che battevanodi piedi che pestavanodi corpi che

ondeggiavanodi occhi che roteavanosotto la cascata del fogliame fitto eimmobile. Il battello arrancava lentamente ai

margini di una nera e incomprensibile frenesia. L'uomo preistorico cimaledivaci imploravaci dava il benvenutochi

poteva dirlo? Eravamo tagliati fuori dalla comprensione di ciò che cicircondava; scivolavamo via come fantasmi

stupiti e segretamente sgomenticome lo sarebbero degli uomini sani di mentedavanti a uno scoppio di entusiasmo in

manicomio. Non potevamo capireperché eravamo troppo lontanie nonpotevamo ricordareperché stavamo

viaggiando nella notte dei tempidi quei tempi scomparsi senza quasilasciare traccia e alcun ricordo.

«La terra non sembrava più terrena. Noi siamo abituati a vedere la formaincatenata di un mostro soggiogato

ma lìlì si vedeva il mostro in libertà. Non era terreno e gli uominierano... Nonon erano inumani. Eccosapeteera

questa la cosa peggiore: il sospetto che non fossero inumani. Veniva a poco apoco. Ululavano e saltavanosi

contorcevano e facevano delle orribili smorfie; ma quello che facevarabbrividire era proprio il pensiero della loro

umanitàsimile alla nostrail pensiero di una nostra lontana parentela conquella violenza selvaggia e appassionata.

Sgradevole. Sì era abbastanza sgradevolema con un po' di coraggiobisognava ammettere che c'era in noisia pur

debolissimauna traccia di rispondenza alla terribile franchezza di quelfrastuonol'impressione confusa che vi si

nascondesse un significato cheper quanto lontani noi si fosse dalla nottedei tempisi poteva capire. E perché no? La

mente dell'uomo è aperta a tuttoperché contiene tuttotutto il passato etutto l'avvenire. E in fondo là dentro cosa c'era?

Gioiapauradoloredevozionecoraggiocollera- chi lo sa? - ma veritàcertamentela verità spogliata dal mantello

del tempo. Padronissimo lo sciocco di restare a bocca aperta e tremare:l'uomo capiscee può guardare senza battere

ciglio. Ma deve essere almeno altrettanto uomo di quelli sulla spiaggia. Deverispondere a quella verità con ciò che c'è

di più vero in luicon la sua forza innata. I principi? I principi nonservono: acquisizionimascheramentiorpelliche

volerebbero via alla prima scossa un po' rude. Noci vuole una fededeliberata. C'è un appello per me in questo barbaro

tumultosì? Benissimolo ascoltolo riconoscoma anch'io ho una voceenel bene come nel male quello che io diconon può essere messo a tacere.Naturalmenteuno scioccosia per semplice paura sia per nobili sentimentinoncorre

alcun rischio. Cos'è quel borbottio? Vi domandate se sono sceso a terra aululare e a ballare? Nonon l'ho fatto. Nobili

sentimentidite? Al diavolo i nobili sentimenti! Non avevo tempo. Dovevotrastullarmi con biacca di piombo e strisce

tagliate dalle coperte di lana per aiutare a bendare quei tubi che perdevanoproprio così. Dovevo sorvegliare la rotta

aggirare i tronchie di riffa o di raffafar avanzare la mia bagnarola. Inquelle cose c'era tanta verità di superficie da

salvare anche un uomo più saggio. E nel frattempo dovevo badare a quelselvaggio del mio fuochista. Era un esemplare

progreditocapace di alimentare una caldaia verticale. Era làsotto di meeparola miaguardarlo era altrettanto

edificante che vedere un cane in calzoncini da clown e cappello di piumechecammina sulle zampe posteriori. Erano

bastati pochi mesi di addestramentoa quel tipo davvero notevole. Sbirciavail manometro del vapore e l'indicatore di

livello dell'acqua con un evidente sforzo di audaciaeppure aveva i dentilimatiquel povero diavoloe dei bizzarri

disegni scolpiti a rasoio sulla lana del suo cranio e tre cicatriciornamentali sulle guance. Avrebbe dovuto essere sulla

riva a battere le mani e i piedi invece di star lì a lavorare sodoschiavodi una strana stregoneriaricca di sapere

avanzato. Era utile perché era stato istruito e quel che sapeva era questo:che se veniva a mancare l'acqua in quella cosa

trasparentelo spirito maligno chiuso nella caldaia si sarebbe infuriato perla gran sete e si sarebbe vendicato in maniera

terribile. Perciò sudava e attizzava il fuoco e sorvegliava timoroso ilvetro (con un feticcio improvvisatofatto di stracci

legato al braccioe un pezzo d'osso levigatogrosso come un orologioinfilato di piatto nel labbro inferiore)mentre le

rive boscose scorrevano lentamente al nostro passaggioil breve clamorerimaneva indietroricominciavano le miglia

interminabili di silenzioe noi strisciavamoverso Kurtz. Ma le insidieerano moltei tronchi nascostil'acqua traditrice

e senza profonditàe la caldaia sembrava davvero posseduta da un demonescontroso. Perciò né io né il fuochista

avevamo il tempo di scrutare nei nostri strani e terribili pensieri.

«A una cinquantina di miglia dalla Stazione Internascorgemmo sulla rivauna capanna di canniccioun palo

inclinato e melanconicosu cui svolazzavano i brandelli irriconoscibili diquella che doveva essere stata una specie di

bandierae una pila di legna da ardere accatastata con cura. Una cosainattesa. Scendemmo a terra e in cima alla catasta

di legna trovammo un'asse con una scritta a matitatutta sbiadita. Una voltadecifratadiceva: "Legna per voi. Fate

presto. Avvicinatevi con cautela." C'era anche la firmama illeggibilenon Kurtzuna parola molto più lunga. Sbrigarsi.

A far cosa? A salire il fiume? "Avvicinatevi con cautela." Noi nonl'avevamo fatto. Ma l'avvertimento non poteva

riferirsi al luogo in cui si poteva trovare il messaggio solo dopo essercisiavvicinati. Era più su che qualcosa non andava

bene. Ma cosa? Qualcosa di grave? Questo era il dilemma. Commentammonegativamente la stupidità di quello stile

telegrafico. La boscaglia intorno non rivelava nulla e non consentiva nemmenodi inoltrarsi con lo sguardo molto

lontano. Una tenda lacera di saia rossa pendeva dalla soglia della capanna eci sbatté tristemente in faccia. L'abitazione

era stata smantellatama si vedeva che fino a poco tempo prima ci avevavissuto un bianco. Restavano una tavola

rudimentalenon era che un'asse su due sostegnidelle immondizieammucchiate in un angolo buio eaccanto alla porta

un libroche raccolsi. Era senza copertina e le pagine portavano l'improntadi un dito chea forza di sfogliarlele aveva

sporcate e logorate; il dorsoinveceera stato amorevolmente ricucito condel filo di cotone bianco che sembrava ancora

pulito. Avevo trovato una cosa straordinaria. Il titolo era Indagine sualcuni aspetti dell'arte di navigaredi un certo

Towsero Towsonun nome similecapitano della Marina di Sua Maestà. Lamateria sembrava un po' osticacon

grafici illustrativi e orrende tavole numeriche; e la copia era vecchia disessant'anni. Maneggiai quel sorprendente pezzo

d'antiquariato con la massima delicatezzaper paura che mi si polverizzassein mano. Là dentroTowson o Towser

dissertava sul punto di massima tensione delle catenedei paranchi e sualtri argomenti analoghi. Non proprio

avvincentequel libroma dalla prima occhiata vi si scorgeva una serietàdi intentiun interesse autentico per come

affrontare bene un lavoroche quelle umili paginepensate tanti anni primas'illuminavano di una luce non solo

professionale. Quel semplice vecchio marinaio mi fece dimenticare la giunglae i pellegrini dandomi la sensazione di

aver finalmente di fronte qualcosa di indiscutibilmente reale. Che un librosimile fosse là era già abbastanza

sorprendentema ancor più stupefacenti erano le note scritte in margine amatitachiaramente riferite al testo. Non

potevo credere ai miei occhi! Erano in codice! Sìaveva tutta l'aria di uncodice. Vi immaginate un uomo che in quel

nulla si porta dietro un libro del generese lo studiaci fa sopra dellenotee in codice! Era un mistero davvero

stravagante.

«Era già da un po' che avvertivo dei vaghi rumori molesti: quando alzai gliocchi vidi che la catasta di legna era

scomparsa e che il direttorecon l'aiuto di tutti i pellegrinimi stavachiamando a gran voce dalla riva del fiume. Mi

infilai il libro in tasca. Dover abbandonare la lettura era come esserestrappati dalle braccia di una vecchia e solida

amiciziave lo assicuro.

«Rimisi in moto lo zoppicante macinino. "Non può essere che quelmiserabile trafficantequell'intruso"

esclamò il direttorevoltandosi a guardare con aria malevola il luogo cheavevamo appena lasciato. "Dev'essere

inglese"dissi io. "Il che non gli eviterà di passare dei guai senon sta attento"borbottòcupoil direttore. Osservai con

finta innocenza che a questo mondo nessuno è al riparo dai guai.

«La corrente si era fatta più rapidail battello sembrava boccheggiarelaruota poppiera batteva l'acqua

languidamentee mi accorsi di stare sulla punta dei piedi ad ascoltare ilsuccessivo battito della palaperché in tutta

sinceritàmi aspettavo che da un momento all'altro quella cosa sciagurataavrebbe ceduto di schianto. Era come

assistere agli ultimi fremiti di una vita che si spegne. Masia purelentamentecontinuavamo a procedere. Ogni tanto

sceglievo un albero davanti a mecome riferimentoper misurare il nostroprogresso verso Kurtzma lo perdevo

invariabilmente di vista prima di averlo raggiunto. Tenere gli occhi fissiea lungosu uno stesso puntoera chiedere

troppo alla pazienza umana. Il direttore mostrava una grande capacità dirassegnazione. Io mi rodevo il fegato e nonsmettevo di arrovellarmi chiedendomise dovevo parlare apertamente con Kurtz oppure no; ma prima di essere arrivato

a una conclusionemi si affacciò l'idea che se io parlavoo tacevoofacevo una cosa qualsiasisarebbe stata una pura

futilità. Che importanza aveva quello che uno sapeva o ignorava? Cheimportanza aveva chi era il direttore? Talvolta si

hanno simili lampi d'intuizione. L'essenziale di quella faccenda giacevamolto sotto la superficieoltre la mia portata e

al di là del mio potere d'intervento.

«Verso la sera del secondo giornocalcolammo di essere a circa otto migliadalla stazione di Kurtz. Io avrei

voluto proseguirema il direttoreche aveva assunto un'aria gravedisseche più a monte la navigazione era talmente

pericolosa che sarebbe stato più prudentecol sole già così bassofermarci dov'eravamo fino al mattino seguente. Mi

fece inoltre notare chese dovevamo seguire l'avvertimento di avvicinarcicon cautelaci conveniva farlo di giornonon

al crepuscoloo col buio. Era abbastanza sensato. Per noi otto migliavolevano dire circa tre ore di navigazionee per di

piùin fondo a quel tratto di fiumea monte vedevo delle increspaturesospette. Ciononostante quel ritardo mi contrariò

in modo indicibilee anche assolutamente irragionevoledato che dopo tantimesi una notte in più o in meno non poteva

fare molta differenza. Siccome la legna abbondavae la parola d'ordine era"cautela"gettai l'ancora in mezzo al fiume.

In quel tratto correva dirittostretto fra argini alti come le trincee diuna ferrovia. Il crepuscolo vi entrò scivolando

molto prima che fosse calato il sole. La corrente fluiva liscia e veloce masulle sponde pesava una muta immobilità.

Sembrava che tutti quegli alberi viviallacciati gli uni agli altri da lianee rampicantiche ogni arbusto di quella viva

boscagliafossero stati tramutati in pietradal rametto più sottileallafoglia più leggera. Troppo innaturale per essere un

sonno: sembrava uno stato di trance. Non si sentiva il più debole suonodinessuna specie. Si stava a guardare stupiti

con il sospetto di essere diventati sordi e all'improvviso scese la notte arenderci anche ciechi. Verso le tre del mattino

un grosso pesce saltò sull'acqua con un tonfo così sonoro che mi fecesobbalzare come se fosse stato sparato un colpo di

arma da fuoco. Al sorgere del sole ci trovammo immersi in una nebbia biancacalda e gommosapiù accecante ancora

della notte. Non si spostavané verso riva né in avanti: stava lìimmobile intorno a noicome una cosa solida. Verso le

otto o forse le novesi alzòcome si alza una saracinesca. Si aprì unospiraglio sulla torreggiante foresta d'alberi

sull'immenso intrico della giungla su cui dardeggiava la piccola palla delsole - tutto perfettamente immobile - e poi la

bianca saracinesca si riabbassò senza intoppicome scivolando su guide benoliate. Diedi l'ordine di mollare di nuovo la

catena dell'ancora che avevamo già iniziato a issare a bordo. Prima chefinisse di scorrere con un rantolo soffocatoun

gridoun grido altissimodi infinita desolazionesi alzò adagio nell'ariaovattata. Cessò. Un clamore lamentoso

modulato su selvagge dissonanzeci riempì le orecchie. Era talmenteinaspettato che sotto il berretto mi si rizzarono i

capelli. Non so che effetto facesse agli altri: quel frastuono lugubre etumultuoso era sorto talmente improvvisoe

apparentemente ovunque e simultaneoche a me parve che a gridare fosse stataproprio la nebbia. Culminò in una

precipitosa esplosione di urla acutedi un'intensità quasi intollerabileche cessò di colpolasciandoci irrigiditi in una

varietà di atteggiamenti ridicoliin accanito ascolto del silenzioquasialtrettanto spaventoso ed eccessivo. "Dio mio!

Ma di cosa si tratta?..."balbettò accanto a me uno dei pellegriniunometto grassocoi capelli di stoppa e le basette

rosseche indossava stivaletti con gli elastici ai lati e un pigiama rosacon le braghe infilate nei calzini. Altri due

restarono a bocca aperta per un minuto interopoi si precipitarono dentro lapiccola cabina di prua da dove

ricomparvero di corsaWinchester carichi alla manolanciando sguardispaventati in tutte le direzioni. E non si vedeva

che il battello sul quale stavamocon i contorni così sfocati che sembravasul punto di dissolversi e tutt'intorno una

nebbiosa striscia d'acqualarga forse mezzo metro: nient'altro. Il resto delmondo non esistevaalmeno non per i nostri

occhi e le nostre orecchie. Non esisteva più: svanitovolatilizzatospazzato via senza lasciarsi dietro un sussurro o

un'ombra.

«Andai a prua e ordinai di accorciare la catenain modo da essere pronti aissare l'ancora e metterci subito in

marciase ce ne fosse stato bisogno. "Attaccheranno?"bisbigliòuna voce atterrita. "Ci massacreranno tutti con questa

nebbia"mormorò un altro. I volti distorti dalla tensionele manileggermente tremantigli occhi sbarrati: era molto

curioso il contrasto fra le espressioni dei bianchi e quelle dei neri delnostro equipaggioche in quella parte del fiume

non erano meno stranieri di noianche se le loro case erano solo amilletrecento chilometri di distanza. I bianchi non

erano solo molto agitatiavevano anche l'aria di essere dolorosamentecolpiti da un tumulto così scandaloso. Gli altri

avevano un'espressione vigile e naturalmente interessatama i loro voltierano essenzialmente distesianche quelli di

quei due o tre cheissando la catena dell'ancoral'avevano contratto.Alcuni si scambiarono delle brevi frasi gutturali

che sembrarono risolvere la faccenda con loro soddisfazione. Il loro capoungiovane nero con un ampio torace

austeramente avvolto in un drappo blu scuro sfrangiatole narici focose e lacapigliatura acconciata artisticamente in

ricciolini oliatiera in piedi vicino a me. "Aha!"dissi tantoper dire qualcosa. "Prendeteli"latròspalancando gli occhi

iniettati di sangue mentre i suoi denti aguzzi brillavano"prendeteli edateceli." "A voi?"chiesi"E per farne che?"

"Mangiarli!" disse laconico eappoggiato il gomito al parapettoguardò fuori nella nebbia in un atteggiamento solenne

e profondamente pensieroso. Sarei senza dubbio rimasto giustamente orripilatose non mi fosse venuto in mente che lui

e i suoi compagni dovevano avere molta fameuna fame che era andataprogressivamente crescendo da almeno un mese

a questa parte. Erano stati ingaggiati per sei mesi (ma penso che nessuno diloro avesse una chiara nozione del tempo

come l'abbiamo noi alla fine di innumerevoli ere. Appartenevano ancora aglialbori del mondosenza alcuna esperienza

ereditataper così direche gliela potesse insegnare)e naturalmentepurché ci fosse un pezzo di carta scritta in

conformità di qualche legge farsesca confezionata ed emanata all'altro capodel fiumea nessuno era mai passato per la

testa di preoccuparsi di come sarebbero vissuti. Era vero che si eranoportati la carne di ippopotamo putrefattache non

avrebbe potuto durare a lungo comunqueperòanche se i pellegriniinmezzo a uno schiamazzo impressionantenon

ne avessero gettata in acqua una gran quantità. Sembrava un atto diprepotenzama in realtà fu un caso di legittimadifesa. Non si può respirareippopotamo mortoquando si dormementre si mangiaquando ci si svegliaenello stesso

tempo conservare un precario controllo sulla propria esistenza. A partequestoogni settimana gli avevano dato tre pezzi

di filo di ottoneciascuno lungo circa venti centimetri; in teoria dovevaservire come moneta di scambio perché si

comprassero delle provviste nei villaggi lungo il fiume. Ma in praticalecose andarono diversamentecome forse avrete

già capito. O non c'erano villaggio la popolazione era ostileo ildirettoreche come tutti noisi nutriva a scatolette

con dentro in aggiuntaogni tantoun pezzo di vecchio capronenon volevafermare il battello per qualche ragionepiù

o meno oscura. Perciòa meno che il filo non se l'ingoiasseroo che nefacessero dei cappi per prendere al laccio i pesci

non vedo quale beneficio traessero da quello stravagante salario. Devoammettere che veniva pagato con una regolarità

degna di una grande erispettabileazienda commerciale. All'infuori diquestol'unica cosa da mangiare che

possedevano - sebbene non avesse affatto un aspetto commestibile - erano deipezzi di una sostanza simile a pasta poco

cottadel colore della lavanda sporcache tenevano avvolta nelle foglie;ogni tanto ne ingoiavano un bocconema così

piccoloche sembrava lo facessero più per le sembianze della cosa che perun serio scopo di sostentarsi. Perché poi in

nome di tutti i diavoli della fame che rode non ci saltassero addosso - eranotrenta contro cinque - e si facessero

finalmente una bella scorpacciatami stupisce ancora quando ci penso. Eranodegli uomini grandi e robustisenza una

gran capacità di valutare le conseguenze dei loro attima coraggiosi eanche se la loro pelle non era più lucida e i

muscoli non erano più sodiancora forti. Capii che doveva essere entrato ingioco qualcosa a frenarliuno di quei segreti

dell'animo umano che sfuggono a qualsiasi calcolo delle probabilità. Liosservai con un acuto risveglio di interessenon

perché pensassi che mi potevano mangiare da un momento all'altrosebbene videbba confessare che proprio allora mi

accorsi - guardando le cose sotto una nuova luce - di quanto malsaniapparissero i pellegrini e speravosìlo speravo sul

serioche il mio aspetto non fosse così - come potrei dire? - così pocoappetitoso; un pizzico di stravagante vanità che

ben si accordava con la sensazione onirica che permeava la mia vita aquell'epoca. Forse avevo anche un po' di febbre.

Ma non si può stare tutto il tempo a tastarsi il polso. Avevo spesso"un po' di febbre" o un leggero attacco di altre cose:

le zampate scherzose della landa selvaggiale iniziali schermaglie cheprecedono l'assalto più serio che venne poi a

tempo debito. Sìli guardavo - come si guarderebbe un qualsiasi essereumano - curioso di capire quali avrebbero potuto

essere i loro impulsimoventirisorsedebolezzedavanti alla prova diun'inesorabile necessità fisica. Un freno

inibitore! Quale freno era possibile immaginare? Superstizionedisgustopazienzapaurao una specie di primitivo

onore? Non c'è paura che tenga davanti alla famenon c'è pazienza che laplachiedove c'è fameil disgusto

semplicemente non esiste. Quanto alle superstizionialle credenzea quelliche voi chiamereste principipesano meno

di un fuscello al vento. Conoscete l'inferno del digiuno prolungatoil suotormento esasperantei suoi neri pensierila

tetra ferocia che si alimenta di nascosto? Behio sì. Un uomo deve farappello a tutta la sua forza innataper combattere

adeguatamente la fame. È molto più facile affrontare un luttoil disonorela perdita della propria anima che questo

genere di fame protratta. Tristema vero. E non c'era ragione al mondo chequegli esseri si facessero degli scrupoli. Il

ritegno! Era più facile aspettarselo da una iena che si aggiri famelica frai cadaveri in un campo di battaglia. Eppure il

fatto era lì davanti a melampanteinoppugnabilecome la schiuma sopragli abissi del marecome un'increspatura su

un enigma insondabile; ea pensarci beneera un mistero più grande diquella stranainspiegabile nota di afflizione

disperata nel clamore selvaggio esploso accanto a noisulla sponda delfiumedietro il cieco biancore della nebbia.

«Ma su quale sponda? Due pellegrini stavano litigando su questo punto inconcitato bisbiglio. "Sinistra." "No

no; ma figurati! Destradestrason sicuro." "È una faccendamolto seria"disse la voce del direttore dietro di me. "Sarei

desolato se accadesse qualcosa al signor Kurtz prima del nostro arrivo."Lo guardai in faccia e non ebbi il minimo

dubbio che era sincero. Era proprio il genere di uomo che desidera innanzitutto salvare le apparenze. Era quello il suo

freno inibitore. Ma quando bofonchiò qualcosa sull'andare lì subitonon mipresi neanche la briga di rispondergli. Io

sapevoe lui ancheche era impossibile. Se avessimo mollato la presa sulfondoci saremmo trovatiletteralmentein

aria: nello spazio. Non avremmo più capito dove andavamo - se in giù o insuo per traversodel fiume - finché non

saremmo finiti contro una spondama neanche allora avremmo saputo diresubito qual'era delle duela destra o la

sinistra? Naturalmente non mi mossi. Non avevo nessuna intenzione difracassare tutto. Sarebbe difficile immaginarsi

un posto peggiore per un naufragio. Anche se non annegavamo subitopotevamostar sicuri che in un modo o nell'altro

saremmo morti entro brevissimo tempo.

«"La autorizzo a correre qualsiasi rischio"dissedopo un brevesilenzio. "E io mi rifiuto di correrne anche uno

solo"risposi secco secco. Era proprio la risposta che si aspettavaanche se il tono poteva averlo sorpreso. "In questo

casodevo rimettermi alle sue decisioni. È lei il capitano"dissecon marcata cortesia. Per significargli la mia

gratitudinegli voltai le spalle per guardare nella nebbia. Quanto sarebbedurata? La prospettiva non era delle più rosee.

La via d'accesso a quel Kurtzche rastrellava la misera boscaglia in cercad'avorioera lastricata di così tanti pericoli

quasi fosse una principessa addormentata sotto l'effetto di un incantesimo inun favoloso castello. "Crede che ci

attaccheranno?" chiese il direttorein tono confidenziale."Pensavo che non ci avrebbero attaccatoper diverse e ovvie

ragioni. Anzitutto la nebbia fittissima: se si fossero allontanati dalla rivanelle loro canoe vi si sarebbero persicome

noise ci fossimo azzardati a muoverci. Poianche se mi era parso che lagiungla fosse assolutamente impenetrabile da

entrambe le spondelì dentro c'erano degli occhidegli occhi che ciavevano visto. La boscaglia lungo la riva era

sicuramente molto fittama più internamente il sottobosco era evidentementepiù accessibile. Eppuredurante la breve

schiaritanon avevo visto delle canoe da nessuna partecertamente nonall'altezza del battello. Ma ciò che per me

rendeva inconcepibile l'idea di un attacco era la natura del clamoredellegrida che avevamo udito. Non avevano quel

carattere feroce che prelude a un'immediata intenzione ostile. Per quantoinaspettateselvagge e violentemi avevano

dato un'irresistibile impressione di dolore. Per chissà quale motivol'apparizione del battello aveva riempito queiselvaggi di una pena infinita. Ilpericolo per noispiegaiammesso che ci fossedipendeva dal fatto che citrovavamo in

prossimità di una grande passione umana senza freni. Anche il dolore estremopuò risolversi in violenzama più spesso

si traduce in apatia...

«Avreste dovuto vedere gli occhi spalancati dei pellegrini! Non ebbero ilcoraggio di ridermi in faccia e

neanche di insultarmima credo che pensassero che ero diventato mattodipauraforse. Tenni una conferenza vera e

propria. Cari ragazzinon c'era di che preoccuparsi. Stare all'erta? Behcome potete immaginareio guatavo la nebbia

per vedere se c'era il minimo segno di schiaritacome un gatto guata untopo; ma per qualsiasi altro uso gli occhi ci

erano altrettanto inutili che se fossimo stati sepolti a qualche chilometrodi profondità sotto una montagna di ovattacon

anche la stessa sensazione di soffococaloreasfissia. Del restotuttoquello che dissi ai pellegriniper quanto

stravagante sembrasse alloraera invece la pura verità. Quello che inseguito considerammo come un attaccoin realtà

non fu che un tentativo di respingerci. Lungi dall'essere aggressiva l'azionenon era neanche difensivanel senso usuale

del termine: intrapresa sotto la spinta della disperazionenon era che unmodo per proteggersi da noi.

«Si svolsedireidue ore dopo che la nebbia si era alzatae iniziò in unluogo che si trovavagrosso modoa

circa un miglio e mezzo sotto la stazione di Kurtz. Avevamo appena doppiatofaticosamente un'ansaquando un'isoletta

nulla più che una cunetta erbosa di un verde brillantemi apparve in mezzoall'acqua. Era la sola del generema quando

avanzammo un pocovidi che essa costituiva la punta avanzata di un lungobanco di sabbiao meglio di una catena di

secche che si stendevano nel mezzo del fiume. Erano scoloriteappenaaffioranti e si intravvedevano sotto il pelo

dell'acquaproprio comelungo la schienasotto la pelle di un uomo siintravvede correre la spina dorsale. Per quanto

avevo modo di vedereci si poteva passare sia da destra che da sinistra.Naturalmenteio non conoscevo i due lati del

canale. Le sponde parevano quasi identiche e anche la profondità sembrava lastessama siccome mi avevano detto che

la stazione si trovava sulla riva occidentalemi diressi istintivamenteverso il passaggio a ovest.

«Non appena imboccatosi rivelò molto più stretto di quanto mi fossesembrato. Alla nostra sinistra si stendeva

la lungaininterrotta fila di secche ea destrala sponda alta e ripidaera coperta da una folta macchiacon dietro gli

alberi svettanti in ranghi serrati. Il fogliame pendeva fitto sul fiume e ditanto in tanto un grosso ramo si protendeva

rigido di traverso. Nel pomeriggio ormai inoltratoil volto della forestaappariva cupoe sull'acqua era già scesa una

larga striscia d'ombra. Era in quell'ombra che avanzavamomolto a rilentonon c'è bisogno che ve lo dica. Mi tenevo il

più possibile accostato alla spondaperché l'acquacome indicavano gliscandagli fatti con la perticaera più profonda

lungo la riva.

«Uno dei miei amici affamaticostretti all'astinenzascandagliava a pruaproprio sotto di me. Quel battello era

fatto come una chiatta pontata. Sul ponte c'erano due casette in legno ditekcon porte e finestre. La caldaia si trovava a

prua e le macchine a poppa. Il tutto era ricoperto da un tetto leggerosostenuto da quattro puntali. Il fumaiolo sbucava

dal tettoe proprio davanti al fumaiolo una stretta cabinacostruita conassi sottilifungeva da cabina di pilotaggio.

Conteneva una cuccettadue seggiolini da campouna Martini-Henry carica inun angoloun minuscolo tavolino e la

ruota del timone. Sul davanti un'ampia porta e due larghi portelli ai lati.Porta e portellinaturalmenteerano sempre

spalancati. Io passavo le mie giornate lassùappollaiato all'estremitàprodiera di quel tettodavanti alla porta. Di notte

dormivoo cercavo di dormiresulla cuccetta. Un atletico nero cheapparteneva a non so quale tribù costiera e che era

stato istruito dal mio sfortunato predecessoreera il timoniere. Portava deivistosi orecchini di ottoneuna specie di

guaina di stoffa blu che lo avvolgeva dalla vita alle caviglie e aveva di séla più alta opinione. Era il pazzo più

imprevedibile che avessi mai incontrato. Finché si era lìteneva il timonecon l'aria del padrone del vaporema appena

si girava l'occhioin balia di una fifa inverecondalasciava che quellosciancato di un battello gli prendesse in un attimo

la mano.

«Stavo osservando lo scandagliomolto contrariato nel constatare cheaogni immersionedall'acqua ne

sporgeva un pezzo sempre più lungoquando vidi il mio scandagliatorepiantar tutto in asso e buttarsi bocconi sul ponte

senza nemmeno curarsi di ritirare la pertica. Però non l'aveva mollata equella continuava a trascinarsi nell'acqua. Nello

stesso momentovidi il fuochistaanche lui sotto di mesedersi di colpodavanti alla caldaia infossando la testa fra le

spalle. Ero esterrefattoma dovetti subito volgere gli occhi al fiumeperché sulla nostra strada c'era un tronco d'albero.

Intorno volavano dei bastoncinidei piccolissimi bastoncini fitti fitti; misibilavano davanti al nasocadevano ai miei

piedibattevano dietro a me contro la cabina. E intantoil fiumela rivai boschi erano silenziosiassolutamente

silenziosi. Non si udiva che il poderoso tonfo sciabordante della nostraruota poppiera e il picchiettio di quelle cose che

volavano. Senza eleganzama il tronco lo scansammo. Erano frecceper Giove!E le lanciavano contro di noi! Rientrai

rapido per chiudere il portello dal lato della terra. Quell'idiota deltimonierele mani strette alle caviglie della ruota

alzava le ginocchiapestava i piedisi mordeva la boccacome un cavalloimbrigliato. Maledizione a lui! E noi ci

trascinavamo barcollando a tre metri dalla sponda! Dovetti sporgermi in fuoriper smuovere il pesante portello e allora

vidi una faccia fra le foglieall'altezza della miache mi guardava conferoce fissità. Ed ecco cheall'improvvisocome

se mi fosse caduta una benda dagli occhidistinsiin fondo a quel tenebrosointrico vegetaledei petti nudidelle

bracciadelle gambedegli occhi abbaglianti: la boscaglia brulicava diforme umane in movimentolucentidel colore

del bronzo. Dai rami che si agitavanodondolavanofrusciavanouscivanovolando le frecceefinalmente il portello si

chiuse. "Tienila dritta"dissi al timoniere. Teneva la testafermala faccia protesama gli occhi roteavanoe continuava

ad alzare e ad abbassare adagio i piedicon un po' di bava alla bocca."Sta fermo!"dissi infuriato. Era come se avessi

ordinato a un albero di non muoversi al vento. Schizzai fuori. Sotto di mesul ponte di ferrosentivo un gran scalpiccio

e degli schiamazzi confusi. Una voce gridò: "Non può tornareindietro?" Sull'acqua davanti a noi scorsi un'increspatura

a forma di V. Cosa? Un altro tronco! Sotto i miei piedi scoppiò una scaricadi fucili. I pellegrini avevano aperto il fuococon i loro Winchester e stavanoletteralmente innaffiando di piombo la boscaglia. Si formò un malefico nuvolonedi

fumo che avanzava lentamente sul fiume. Bestemmiai. Non potevo più vederené l'increspatura né il tronco. Facendo

capolinomi tenevo sul vano della porta con le frecce che arrivavano asciami. Potevano anche essere avvelenatema a

vederlenon sembravano in grado di far male a un gatto. La boscagliacominciò a ululare. I nostri taglialegna lanciarono

un grido di guerra e lo sparo di una carabina proprio dietro la schiena miassordò. Diedi un'occhiata sopra la mia spalla

e nella cabina ancora piena di rumore e fumocon un balzomi lanciai sullaruota del timone. Quel deficiente del nero

aveva mollato tutto per spalancare il portello e metter fuori laMartini-Henry. Stava in piedi davanti alla larga apertura

con l'aria feroce ementre gli gridavo di tornare al timoneraddrizzail'improvvisa torsione del battello. Non c'era spazio

per far marcia indietro neanche se lo avessi voluto; il tronco era da qualcheparte davanti a noimolto vicinonascosto

da quel fumo maledetto; non c'era tempo da perdereperciò schiacciai ilbattello contro la spondadritto contro la

spondadove sapevo che l'acqua era più profonda.

«Ci aprimmo lentamente un varco attraverso i cespugli sporgenti in unvortice di rametti spezzati e di foglie

che cadevano. Il fuoco di fila si interruppe di bottocome avevo previstosarebbe accadutouna volta sparate tutte le sue

cartucce. Ritrassi la testa per evitare un baluginio sibilante cheattraversò la cabinaentrando dal varco di un portello e

uscendo dall'altro. Al di là del timoniere demente che brandiva la carabinascarica urlando in direzione della rivavidi

delle vaghe forme umane correre piegate in duesaltarestrisciareindistinteincompleteevanescenti. Qualcosa di

grosso apparve nell'aria davanti al portellola carabina filò in acqua el'uomoindietreggiando rapidomi lanciò di

traverso un'occhiata straordinariaprofonda e familiaree poi cadde ai mieipiedi. Batté la testa due volte sulla ruota del

timone e l'estremità di quella che sembrava una lunga canna sbatacchiò ingiro rovesciando uno dei seggiolini da

campo. Si sarebbe detto che dopo aver strappato quella cosa dalle mani diqualcuno sulla rivaavesse perso l'equilibrio

nello sforzo. Il fumo sottile era svanitoavevamo evitato il troncoeguardando in avanti vidi che a un centinaio di metri

più in là sarei stato libero di scostarmi dalla spondama dovettiabbassare lo sguardo perché mi sentii improvvisamente

i piedi caldi e bagnati. L'uomo era riverso sulla schiena con gli occhi fissisu di me e le mani avvinghiate a quella canna.

Era l'asta di una lancia chescagliata o affondata attraverso il portellolo aveva colpito al fianco appena sotto le costole.

La lama era entrata tuttasino a scompariredopo aver fatto un terribilesquarcio. Avevo le scarpe piene e una pozza di

sangue si stendeva immobile in un luccichio rosso scuro sotto la ruota deltimone. Gli occhi dell'uomo brillavano di un

sorprendente splendore. La sparatoria ricominciò. Mi rivolse uno sguardoansiosostringendo la lancia come una cosa

preziosacome se avesse paura che io cercassi di portargliela via. Dovettifare uno sforzo per distogliere gli occhi da

quello sguardo e occuparmi del timone. Con una mano cercai a tentonisoprala mia testala cordicella del fischio a

vapore e la strattonai stridore dopo stridore precipitosamente. Il tumultodelle grida furiose e guerriere si interruppe

all'istante e dalle profondità del bosco si alzòtremulo e prolungatoungemito di disperato spavento e di costernazione

estremasimile a quello checi si immaginaseguirebbe all'involarsidell'ultima speranza da questa terra. Ci fu un gran

fermento nel sottobosco: la pioggia di frecce cessòqualche sparo isolatoecheggiò sonoroe poi il silenzioin cui il

languido battito della ruota poppiera mi arrivò distintamente all'orecchio.Stavo mettendo il timone a tutta dritta nel

momento in cuinel vano della portaapparve il pellegrino in pigiama rosamolto accaldato e su di giri.

«"Mi manda il direttore..."cominciò in tono ufficiale ma siinterruppe di botto. "Dio santo!"disse

spalancando gli occhi alla vista del ferito.

«Noi due bianchi stavamo sopra di lui e lui con i suoi occhi lustri einquisitori ci avvolgeva entrambi nel suo

sguardo. Ve lo assicurosembrava che stesse per farci una domandain unalingua comprensibileinvece morìsenza

emettere un suonosenza muovere un artosenza contrarre un muscolo. Soloall'ultimo istantecome in risposta a un

segno che noi non potevamo vederea un sussurro che non potevamo udireaggrottò profondamente la fronte e quella

fronte aggrottata impresse sulla sua nera maschera di morte un'espressioneindicibilmente cupatorva e minacciosa. La

lucentezza di quello sguardo inquisitore non fu ben presto che vitreavacuità.

«"È capace di governare una barca?"chiesi brusco all'agente. Miguardò dubbiosoma io feci l'atto di

afferrargli un braccio ed egli capì immediatamente che intendevo dargli iltimone in manocapace o meno che fosse a

tenerlo. Per dire la veritàavevo un bisogno quasi morboso di cambiarmi lecalze e le scarpe.

«"È morto"mormorò l'agenteimmensamente impressionato."Su questo non c'è dubbio"dissi io

strappandomi furiosamente i lacci delle scarpe. "A propositosuppongoche a quest'ora sia morto anche il signor Kurtz."

«In quel momentoera quello il mio pensiero dominante. Provavo unagrandissima delusione: come se avessi

scoperto di aver rincorso una cosa assolutamente inconsistente. Non mi sareisentito più disgustato se avessi intrapreso

tutto quel viaggio al solo scopo di parlare con il signor Kurtz. Parlarecon... Lanciai una scarpa fuori bordoe mi resi

conto che era proprio quello che non vedevo l'ora di fare: parlare con Kurtz.Feci la strana scoperta che di lui non avevo

una immagine di un agirecapite?ma di un discorrere. Non mi dicevo:"Dunque non lo vedrò mai"o "Non gli

stringerò mai la mano"ma"Dunque non lo udrò mai."Quell'uomo si presentava come una voce. Naturalmente non è

che non lo associassi a qualche specie di azione. Su tutti i tonidell'invidia e dell'ammirazionenon mi avevano forse

detto che da solo aveva raccoltobarattatoestorto o rubato più avorio luidi tutti gli altri agenti messi insieme? Non si

trattava di questo. Si trattava del fatto chefra tutte le doti diquell'essere tanto dotatoquella che emergeva in modo

preponderanteche dava il senso di una presenza realeera la sua capacitàdi parlareil dono della parola: questa dote

che sconcerta o illuminala più nobile e la più spregevolevivificanteflusso di luce o torrente ingannatore scaturito dal

cuore di una tenebra impenetrabile.

«Anche l'altra scarpa andò volando al dio maligno di quel fiume. Pensaiper Giove! è finita. Siamo arrivati

troppo tardi. Lui è svanitoil dono è svanitoper opera di una lancia odi una freccia o di un bastone. Dunque non loudrò mai parlare. C'era nella miaafflizione uno strano eccesso emotivosimile a quello che avevo avvertito

nell'angoscioso ululato di quei selvaggi nella boscaglia. Non avrei sentitouna peggiore desolata solitudinese fossi stato

derubato di una fede o se avessi mancato al mio destino in questa vita...Perché qualcuno ha sbuffato in modo così

bestiale? Assurdodice? Va beneassurdo. Signore Iddio! Un uomo non devemai... Bastadatemi del tabacco.»

Ci fu una pausa di profonda quietepoialla luce di un fiammiferoapparveil magro volto di Marlow

consuntosvuotatole pieghe cascantile palpebre abbassatel'aria attentae concentrata; e mentre dava vigorose tirate

alla sua pipanello sfavillio regolare di quella piccola fiammasembravaemergere dalla notte per poi sprofondarvi. Il

fiammifero si spense.

«Assurdo!»esclamò. «È questa la cosa peggiore quando si cerca diraccontare... Eccovi qua tutticiascuno

ormeggiato a due buoni indirizzicome un vecchio scafo alle sue due ancoreil macellaio da una parteil poliziotto

dall'altraeccellenti appetiti e temperatura del corpo normale - normalecapite - dall'inizio alla fine dell'anno. E dite

assurdo! Assurdo un corno! Assurdo! Cari mieiche cosa vi potevate aspettareda un uomo chein uno scatto di nervi

aveva appena fatto volare fuori bordo un paio di scarpe nuove! Quando cipensomi sembra sorprendente di non

essermi messo a piangere. Etutto consideratosono fiero della mia forzad'animo. Mi pungeva sul vivo l'idea di aver

perduto l'inestimabile privilegio di ascoltare il dotatissimo Kurtz.Naturalmenteavevo torto: il privilegio mi stava

aspettando. Ah sìne ho sentito più che abbastanza. Ma avevo ancheragione: era una voce. Poco più di una voce. E ho

udito - lui - lei - quella voce - altre voci - erano tutti poco più chedelle voci - e il ricordo stesso di quell'epoca si attarda

intorno a meimpalpabilecome la vibrazione morente di un immenso bla blablascioccoatrocesordidoselvaggio o

semplicemente meschino e insensato. Vocivoci... la ragazza stessa...ormai...»

Stette zitto a lungo.

«Alla fine ho placato il fantasma delle sue doti con una bugia»ripreseall'improvviso. «La ragazza! Cosa? Ho

parlato di una ragazza? Ma lei non c'entraassolutamente. Loro - le donnevoglio dire - sono al di fuori di tutto questo

o almeno dovrebbero esserlo. Dobbiamo aiutarle a stare in quel bellissimomondo che è il lorose non vogliamo che il

nostro diventi ancora peggiore. Ohlei non c'entrava. Avreste dovutosentirlo il cadavere dissepolto del signor Kurtz

dire"La mia fidanzata." Avreste percepito immediatamente a qualpunto lei fosse estranea a tutto ciò. E quel grande

osso frontale del signor Kurtz! Dicono che qualche volta i capelli continuinoa crescerema questo... ehm... questo

esemplare era di una calvizie impressionante. La selva selvaggia gli avevadato un buffetto sulla testaed eccoera

diventata come una palla: una palla d'avorio. Lo aveva accarezzato e tohluiera avvizzito; lo aveva presoamatotenuto

fra le bracciaera entrata nelle sue veneaveva consumato la sua carneaveva posto il suo sigillo sulla sua anima

attraverso inconcepibili riti di una qualche diabolica iniziazione. Era ilsuo favoritococcolato e viziato. Avorio? Ma

direi! Mucchimontagne di avorio. La vecchia baracca di fango era piena dascoppiarne. C'era da pensare che non ne

restasse nemmeno una zannané sopra né sotto la terra di quel paese."Per la maggior parte fossile"fu il commento

denigratorio del direttore. Era meno fossile di mema lo chiamano fossilequando lo dissotterrano. Sìsembra che i neri

a volte seppelliscano le zannema evidentemente quella partita non l'avevanoseppellita a profondità sufficiente da

sottrarre il dotato signor Kurtz al suo destino. Riempimmo il battello diavorio e ne dovemmo accatastare un mucchio

anche sul ponte. Cosìfinché fu in grado di vederelo potè guardareegoderneperché fino alla fine apprezzò quel suo

fiore all'occhiello. Avreste dovuto sentirgli dire: "Il mioavorio." Ah! io l'ho sentito. "La mia fidanzatail mio avoriola

mia stazioneil mio fiumeil mio..." Era tutto suo. E io trattenevo ilfiato aspettandomi di udire la selva selvaggia

scoppiare in una fragorosa risata che avrebbe scosso le stelle fisse sul loroasse. Apparteneva tutto a luima questo

sarebbe stato irrilevante. L'importante era sapere a chi apparteneva luiquante potenze della tenebra lo rivendicassero

come loro proprietà. Quella era la riflessione che vi faceva accapponare lapelle. Era impossibile - e anche malsano -

cercare di indovinarlo. Aveva occupato un posto molto elevato fra i demoni diquel paeselo dico letteralmente. Voi

non potete capire. E come potrestevoi che avete un terreno solido sotto ipiediche siete circondati da vicini cortesi

pronti ad applaudire o a gettarsi su di voivoi che vi muovete a piccolipassi guardinghi fra il macellaio e il poliziotto

col sacro terrore dello scandalodella prigione e del manicomio? Comeriuscireste a immaginare in quale particolare

regione delle epoche primordiali i piedi senza impacci di un uomo lo possanoportare lungo la via della solitudine - una

solitudine assoluta senza un poliziotto - lungo la via del silenziounsilenzio assolutodove non si può sentire la voce

ammonitrice di un cortese vicino che si fa eco dell'opinione della gente?Sono queste piccole cose che fanno la grande

differenza. E quando non ci sono più si deve ricorrere alla propria forzainteriorealla propria capacità di restare fedeli.

Certosi può anche essere troppo sciocchi per correre il rischio diperdersitroppo ottusi persino per sospettare di star

subendo l'assalto dei poteri della tenebra. Potrei scommetterlo: uno sciocconon ha mai fatto un patto col diavolo per

vendergli l'anima. O lo sciocco è troppo scioccoo il diavolo è troppodiavolo: una delle due. Oppure si può essere degli

esseri talmente al di sopra da rimanere sordi e ciechi a qualsiasi cosatranne che alle visioni e ai suoni celesti. Per

costoro la terra non è che un luogo di passaggioese per chi è così siauna perdita o un guadagnoio non ho la pretesa

di saperlo. Ma la maggior parte di noi non è né l'uno né l'altro. Per noila terra è un luogo in cui ci si deve viveredove

si devono sopportare spettacolirumorie anche odoriper Giove! -respirare carogna di ippopotamoper esempio- e

non restarne contaminati. Ed è quivedete?che entra in gioco la forzapersonalela fiducia nella propria capacità di

scavare delle fosse non troppo vistose per seppellirvi quella roba: lacapacità di dedizionenon a se stessima a qualche

oscuraestenuante faccenda. E non è una cosa facile. Badatenon stocercando di giustificare e neanche di spiegare. Sto

solo cercando di farmi una ragione di... del signor Kurtz...dell'ombra delsignor Kurtz. Questo iniziato fantasma

scaturito dal fondo del Nullami onorò delle sue sorprendenti confidenzeprima di sparire in modo definitivo.

Semplicemente perché poteva parlare inglese con me. Il Kurtz originarioquello in carne e ossaaveva ricevuto partedella sua educazione in Inghilterrae - come ebbe la bontà di dirmi - le sue simpatie restavano collocate al postogiusto.

Sua madre era per metà inglese e suo padre per metà francese. L'Europaintera aveva contribuito alla formazione di

Kurtz; e un po' alla volta venni a sapere chemolto a propositola SocietàInternazionale per la Soppressione delle

Usanze Selvagge lo aveva incaricato di redigere un rapportodestinato allasua guida futura. E lui l'aveva scritto quel

rapporto. L'ho visto. L'ho letto. Era eloquentevibrante di eloquenzamaforseun po' troppo sublime. Aveva trovato il

tempo per scrivere diciassette pagine fitte fitte! Ma questo doveva essereavvenuto prima che i suoi - diciamo nervi -

saltasseroe lo portassero a presiedere a certe danze notturneche siconcludevano con riti innominabiliche - da quello

che ho potuto capire attraverso ciò che ho sentito con riluttanza a piùriprese - venivano offerti a luicapite? Al signor

Kurtz! Ma era un bel saggio di scrittura. Il paragrafo inizialetuttaviaalla luce delle informazioni successivemi appare

adesso sinistramente significativo. Cominciava con il dichiarare che noibianchial punto di sviluppo a cui siamo

arrivati"dobbiamo necessariamente apparire a loro (ai selvaggi) comedegli esseri soprannaturali; ci accostiamo a loro

con una forza quasi divina"ecc.ecc. "Con il semplice eserciziodella nostra volontà possiamo esercitare un potereal

servizio del benepraticamente illimitato"ecc.ecc. A quel punto silibrava trasportandomi in alto. La perorazione era

magnificaanche se difficile da ricordarecapite. Mi fece pensare aun'Immensità esotica retta da un'augusta

Benevolenza. Mi fece fremere di entusiasmo. Era questo il potere illimitatodell'eloquenza - della parola - di nobili

parole infiammate. Non c'erano suggerimenti pratici a interrompere il flussomagico delle frasia meno che una specie

di nota in fondo all'ultima paginascarabocchiata evidentemente molto dopocon mano malfermapossa essere

considerata l'enunciazione di un metodo. Era molto semplicee comeconclusione di quel commovente appello a tutti i

sentimenti più altruisticibalenava davanti a voiluminosa e terrificantecome un fulmine a ciel sereno: "Sterminare

tutti questi bruti!" La cosa più curiosa è che doveva averapparentemente dimenticato del tutto quel prezioso post-scriptum

perchépiù tardiquando in un certo senso ritornò in sémi pregòripetutamente di prendermi cura del suo

"pamphlet" (è così che lo chiamava)perché sicuramente infuturo avrebbe influito favorevolmente sulla sua carriera.

Ebbi informazioni complete su tutte queste cose einoltreaccadde chedovetti essere io a prendermi cura della sua

memoria. Ciò che ho fatto per lei mi darebbe l'indiscutibile diritto didepositarlase questa fosse la mia sceltanel

secchio delle spazzature del progressoper un eterno riposo in mezzo a tuttii rifiuti e - parlando metaforicamente - a

tutti i gatti morti della civiltà. Main realtàvedetenon ho scelta.Non si lascia dimenticare. Qualsiasi cosa fosse non

era un uomo comune. Aveva il potere di incantare o atterrire le animesemplici al punto che in suo onore si lanciavano

in un esaltato sabba; aveva anche il potere di infondere nelle animucce deipellegrini amari presagi. Aveva almeno un

amico devotoe aveva conquistato un'anima al mondo che non era né semplicené macchiata di egoismo. Nonon lo

posso dimenticareanche se non sono disposto ad affermare che lui valesse lavita dell'uomo che perdemmo per arrivare

da lui. Il mio timoniere morto mi mancava terribilmente. Mi mancava giàquando ancora il suo corpo giaceva nella

cabina del timone. Forse vi sembrerà piuttosto strano questo rimpianto perun selvaggio che contava quanto un granello

di sabbia in un Sahara nero. Mavedeteaveva fatto qualcosa: avevagovernato la barca; per mesi l'avevo avuto dietro di

me - un aiuto - uno strumento. Era una specie di associazione la nostra: luigovernava per meio lo sorvegliavomi

preoccupavo delle sue deficienzee così si era creato un sottile legamedicui mi resi conto solo nel momento in cui fu

improvvisamente spezzato. E la profonda intimità dello sguardo che mi avevalanciato quando era stato colpitorimane

ancor oggi nella mia memoriacome se nel momento supremoavesse volutoattestare una nostra lontana parentela.

«Che scemo! Bastava che avesse lasciato stare quel portello! Ma non avevaalcun frenonessun freno inibitore

- proprio come Kurtz - un albero in balia del vento. Non appena ebbi infilatoun paio di pantofole asciuttelo trascinai

via dalla cabinadopo avergli tirato fuori la lancia dal fiancooperazioneche eseguiilo confessocon gli occhi ben

chiusi. I suoi talloni sobbalzarono insieme sul piccolo gradino della porta;mi stringevo le sue spalle contro al petto

abbracciandolo da dietro disperatamente. Oh! era pesantepesante; misembrava più pesante di qualsiasi altro uomo al

mondo. Poisenza altre cerimonielo feci precipitare fuori bordo. Lacorrente lo afferrò come se fosse un ciuffo d'erba

e vidi il corpo rigirarsi due volte prima di sparire per sempre. Tutti ipellegrinicon anche il direttoreerano radunati in

quel momento sul ponte di comando intorno alla cabina del timone. Ciarlavanofra lorocome uno stormo di gazze

eccitate e la mia diligenza impietosa sollevò un mormorio scandalizzato.Perché poi ci tenessero a conservare quel

corponon lo riesco proprio a capire. Per imbalsamarloforse. Intanto sulponte sottostante era corso un altro mormorio

e molto minaccioso. I miei amicii taglialegnaerano anche loroscandalizzatie con una parvenza di maggior ragione

benché non esiti a riconoscere che non era una ragione proprio ammissibile.Ahproprio no! Avevo deciso che se il mio

timoniere doveva essere mangiatosarebbero stati solo i pesci ad averlo. Davivoera stato un timoniere di

second'ordinema adesso che era morto poteva diventare una tentazione diprimissima qualitàe magari provocare

qualche guaio serio. E per di piùero anche ansioso di riprendere iltimonedato che l'uomo col pigiama rosa era

totalmente negato alla bisogna.

«Cosa che mi affrettai a fare non appena concluso quel semplice funerale.Procedavamo a velocità ridotta

tenendoci nel mezzo della correntee io ascoltavo i discorsi attorno a me.Davano Kurtz per spacciato e spacciata la

stazione: cioèKurtz era morto e la stazione bruciatae via su questotono. Il pellegrino dal pelo fulvo era fuori di sé al

pensiero che quel povero Kurtz per lo meno era stato degnamente vendicato."Eh sìdobbiamo aver fatto proprio un bel

macello dentro alla boscaglia. Vero? Cosa ne pensate? Eh?" Gongolavaletteralmentequel rosso malpelo assetato di

sangue. Ed era quasi svenuto alla vista del ferito! Non potei trattenermi daldire: "Quel che è certo è che avete fatto un

bel po' di fumo." Avevo vistodal modo in cui si muovevano e volavanole cime dei cespugliche quasi tutti i colpi

erano stati troppo alti. Non si colpisce niente se non si prende la mira enon si imbraccia il fucile; quei tangheri

sparavano tenendolo appoggiato all'anca e con gli occhi chiusi. La ritiratadichiarai- e avevo ragione - era dovutaunicamente allo stridore del fischio.Al che si dimenticarono di Kurtz e iniziarono a sbraitareprotestando indignati

contro di me.

«Mentre il direttorein piedi vicino al timonemi mormoravaconfidenzialmente all'orecchioqualcosa sulla

necessità di ridiscendere la corrente per un bel trattoprima del calar delsolecome precauzionescorsi da lontano una

radura sulla riva del fiumee la sagoma di una specie di edificio. "Checos'è?"chiesi. Stupitissimobattè le mani. "La

stazione!"esclamò. Mi spostai immediatamente verso rivasenzaaumentare la velocità.

«Col binocolo vidi il pendio di una collina con pochi alberi distanziati fralorocompletamente sgombra dal

sottobosco. Un lungo edificio fatiscente appariva sulla cimamezzo sepoltosotto l'erba incolta; dei grandi buchi nel

tetto a puntasi spalancavano da lontano tutti neri; la giungla e la forestafacevano da sfondo. Non c'era né palizzata né

steccato di nessuna specie; ma doveva essercene stato unoperché vicinoalla casarestavano allineati una mezza

dozzina di sottili palirozzamente squadrati e con le punte ornate dirotondi pomi intagliati. Le traverseo quello che

poteva esserci in mezzo a loroerano sparite. Naturalmente la forestacircondava tuttoma la riva era sgombra e sul

bordo dell'acqua vidi un biancosotto un cappello simile alla ruota di uncarro che si sbracciava per richiamare la nostra

attenzione. Esaminando il margine della foresta sopra e sottoebbi quasi lacertezza di vedere dei movimenti: delle

forme umane che scivolavano silenziose qua e là. Per prudenza passai oltrequel luogoe poi fermai le macchine

lasciandoci trasportare dalla corrente. L'uomo sulla riva iniziò a vociareincitandoci a scendere a terra. "Siamo stati

attaccati"strillò il direttore. "Lo solo so. Va tuttobene"gridò in risposta l'altromolto gioviale. "Venite. Tuttobene.

Son contento."

«Il suo aspetto mi ricordava qualcosaqualcosa di stravagante che avevogià visto da qualche parte. Mentre

facevo manovra per attraccaremi domandavo: "Ma a cos'è che assomigliaquello lì?" E improvvisamente mi venne in

mente. Assomigliava a un arlecchino. I suoi vestiti erano fatti di quello chesenz'altro era stato una volta del lino

greggioma erano tutti coperti di toppedai colori vivaciblurosse egialletoppe sul dorsotoppe sul davantisui

gomitisulle ginocchia; una fettuccia colorata orlava la giaccauna bordurarossa il fondo dei pantalonie alla luce del

sole appariva estremamente gaio e lindo nello stesso tempoperché si vedevacon quale cura era stata fatta tutta quella

rattoppatura. Un volto imberbeda ragazzomolto chiaroprivo di tratticaratteristiciil naso spellatoocchietti azzurri

sorrisi e aggrottamenti che si inseguivano su quella fisionomia apertacomeil sole e l'ombra su una pianura spazzata dal

vento. "Attentocapitano!"gridò. "C'è un tronco d'alberoinsediato qui dalla notte scorsa." Cosa? Un altro? Confesso di

aver bestemmiato senza ritegno. Mancava solo che squarciassi la mia bagnarolaper concludere quel magnifico viaggio.

L'arlecchino sulla riva sollevò il nasetto camuso verso di me."Inglese?"domandòtutto sorrisi. "E lei?"urlai dalla

ruota. I sorrisi si spensero e scosse la testa come per scusarsi di dovermideludere. Poi si rilluminò. "Pazienza!"

esclamòincoraggiante. "Arriviamo in tempo?"chiesi. "Luiè lassù"rispose con una scrollata del capo verso la cima

della collinaimprovvisamente incupito. La sua faccia era simile al cielod'autunnoora coperto ora luminoso.

«Quando il direttorescortato dai pellegrini armati fino ai dentise neandò in casail giovinotto salì a bordo.

"Guardinon mi piace per niente. Ci sono gli indigeni nellaboscaglia"dissi. Mi assicurò caldamente che andava tutto

bene. "È gente semplice"aggiunse"mason contento chesiate venuti. Mi toccava passar tutto il tempo a tenerli a

bada." "Ma non ha detto che andava tutto bene!"sbottai."Ohnon avevano cattive intenzioni"dissee siccome lo

fissai con gli occhi sgranatisi corresse: "Non proprio." Poi convivacità: "Perbaccola sua cabina ha bisogno di una

ripulita!" E senza riprendere fiatomi consigliò di tenere abbastanzavapore nella caldaia per azionare il fischio in caso

di allarme."Una bella fischiata vi sarà più utile di tutti i vostrifucili. È gente semplice"ripeté. Mi mitragliava di parole

fino a stordirmi. Sembrava volersi rifare di silenzi accumulatie di fattimi lasciò capireridendoche era proprio così.

"Non parla con il signor Kurtz?"chiesi. "Non si parla con unuomo come luilo si ascolta"esclamò in tono severo e

esaltato. "Ma adesso..." Agitò il braccio e in un batter d'occhiosi trovò sprofondato nell'abisso dello scoraggiamento.

D'un balzo però ne riemersesi impossessò delle mie mani e senza smetteredi stringerlefarfugliò: "Fratello marinaio...

che onore... piacere... gioia... mi presento... russo... figlio di unarciprete... patriarcato di Tambov... Cosa! Del tabacco?

Del tabacco inglese? L'eccellente tabacco inglese! Ahquesto sì che è dafratello. Se fumo? E qual è il marinaio che non

fuma?"

«La pipa lo sedòe poco a poco colsi che era scappato da scuolasi eraimbarcato su una nave russaera

scappato di nuovoaveva servito per un po' su delle navi inglesi e poi siera riconciliato con l'arciprete. Attribuiva

grande importanza a questo fatto. "Ma quando si è giovani bisognavedere il mondoaccumulare esperienzaidee

allargare la mente." "Qui!"lo interruppi. "Non si puòmai dire! Qui ho incontrato il signor Kurtz"disse con un tono di

rimprovero e di giovanile solennità. Al che tenni a freno la lingua. Pareche avesse persuaso una ditta commerciale

olandese della costa ad affidargli delle provviste e delle mercanzie ed erapartito per l'interno a cuor leggeroe con più

incoscienza di un bambino su quello che poteva capitargli. Aveva vagato sulfiume per quasi due annida soloseparato

da tutto e da tutti. "Non sono così giovane come sembro. Ho venticinqueanni"disse. "All'inizio il vecchio Van

Shuyten aveva provato a mandarmi al diavolo"raccontòmoltodivertito"ma ioincollato alle sue calcagnaparlavo e

parlavotanto che alla finetemendo di restare schiacciato sotto la miaruota liberami riempì di paccottiglia e di

qualche fuciledicendomi che sperava di non rivedere mai più la mia faccia.Bravo vecchiol'olandeseVan Shuyten.

Gli ho spedito una piccola partita di avorio un anno facosì quando tornonon potrà dire che sono un lestofante. Spero

che l'abbia ricevuto. E del resto me ne infischio. Avevo preparato dellalegna per lei. Quella era la mia vecchia casa.

L'ha vista?"

«Gli porsi il libro di Towson. Stava quasi per buttarmi le braccia al colloma si trattenne. "Il solo libro che mi

restasse e pensavo di averlo perso"disseguardandolo estasiato."Capitano tanti accidentisaa un uomo che se ne vain giro da solo. Lecanoe ogni tanto si capovolgono e qualche volta bisogna anche battersela infretta quando la gente si

arrabbia." Sfogliava le pagine. "Ci ha fatto delle annotazioni inrusso?"chiesi. Annuì. "Pensavo che fossero scritte in

codice"dissi. Si mise a riderepoiserio: "Ho fatto moltafatica a tenere a bada quella gente." "Volevano uccidervi?"

chiesi. "Ohno!"esclamòinterrompendosi subito. "Eperché ci hanno attaccati?"continuai. Esitòpoi con una sorta di

pudore disse: "Non vogliono che lui se ne vada.""Davvero?"dissi incuriosito. Annuì con un cenno pieno di saggezza e

di mistero. "Badi bene"esclamò"quell'uomo mi ha allargatola mente." Spalancò le bracciaguardandomi coi suoi

occhietti azzurritondi tondi.

III

«Lo guardaismarrito per lo stupore. Era lì davanti a mevestito dabuffonecome se fosse scappato da una

compagnia di saltimbanchientusiasta e favoloso. Il solo fatto che esistesseera inverosimileinspiegabile

assolutamente sconcertante. Era uno di quei problemi che non si risolvono.Impossibile immaginarsi in che modo

avesse vissutocome avesse potuto arrivare tanto lontanocosa avesse fattoper rimanerviperché non sparisse sotto ai

miei occhi. "Mi sono spinto un po' più avanti"disse"e poiancora un po' di piùe un bel giorno mi sono trovato tanto

lontano che non so come farò a tornare sui miei passi. Non importa. Ho tuttoil tempo. Mi arrangerò. Ma lei porti via

Kurtz presto - prestole dico." L'incantesimo della giovinezzarivestiva i suoi stracci variopintila sua miseriala sua

solitudinela profonda desolazione di quel suo futile vagabondare. Per deimesi - per degli anni - la sua vita era stata

sospesa a un filo; eppure era làcoraggiosamentespensieratamente vivo esecondo ogni apparenzaindistruttibile

grazie ai suoi giovani anni e alla sua audacia irriflessiva. Ero conquistatotanto da provare una specie di ammirazionedi

invidia. Un incantesimo lo spingeva avantiun altro incantesimo loproteggeva. Lui non si aspettava assolutamente

niente dalla landa selvaggiasoltanto uno spazio in cui respirare e in cuiaddentrarsi sempre più. Il suo unico bisogno

era di esistere e di andare oltrecorrendo più rischi possibilecon ilmassimo di privazioni. Se lo spirito d'avventura -

allo stato puroprivo di qualsiasi calcolo e di senso pratico - aveva maidominato un essere umanoera sicuramente quel

giovane tutto rattoppato. Quasi gli invidiavo di possedere quella fiammachiara e modesta. Sembrava aver così ben

consumato in lui ogni pensiero personale che anche mentre parlavaci sidimenticava che era a lui - all'uomo che era

sotto i vostri occhi - che erano capitate tutte quelle cose. Non gliinvidiavoperòla sua devozione a Kurtz. Non era

deliberata. L'aveva subita e accettata con una specie di ardente fatalismo.Devo dire che ai miei occhifra tutte le cose

che aveva incontratoquella era di gran lunga la più pericolosa.

«Erano inevitabilmente venuti a contattocome due navi sorprese dallabonaccia che a poco a poco si

avvicinano e finiscono per strofinarsi i fianchi l'una contro l'altra.Immagino che Kurtz avesse bisogno di un uditorio

visto che una voltamentre erano accampati nella forestaavevano parlatotutta la notteo più verosimilmenteera Kurtz

che aveva parlato. "Abbiamo parlato di tutto"mi disseancoratrascinato dal ricordo. "Avevo dimenticato l'esistenza

stessa del sonno. Quella notte non mi parve durare più di un'ora. Di tuttodi tutto!... Anche d'amore." "Ahle parlava

d'amore!"dissi molto divertito. Ebbe un grido quasi appassionato:"Ohnon è quel che pensa leiparlava in generale...

Mi ha fatto capire delle cosetante cose."

«Alzò le braccia. In quel momento eravamo sul ponte e il capo dei mieitaglialegnache oziava poco lontano

volse verso di lui uno sguardo luminoso e penetrante. Mi guardai attornoenon so perchéma vi assicuro che maimai

prima d'alloraquella terraquel fiumequella giunglala volta stessa diquel cielo infuocatomi erano apparsi più tetri e

disperatipiù impenetrabili all'intelletto umano e più impietosi versol'umana debolezza. "E da allora"dissi"lei

naturalmenteè rimasto sempre con lui."

«E invece no. Pare che il loro rapporto fosse molto intermittenteperdiverse ragioni. Era riuscitoe me lo disse

con orgoglioa curare Kurtz durante due malattie (vi alludeva come sifarebbe per un'impresa piena di rischi)ma

generalmenteKurtz errava da solo nelle profondità della foresta."Spessoquando arrivavo in questa stazionemi

toccava aspettare giorni e giorni prima che lui ritornasse"disse"ma valeva la pena di aspettarequalche volta!" "Ma

cosa faceva? Delle esplorazioni?..."domandai. "Sìcerto."Aveva scoperto molti villaggi e anche un lago. Lui non

sapeva esattamente dove - era pericoloso fare troppe domande - ma la maggiorparte delle spedizioni di Kurtz avevano

l'avorio come obiettivo. "Ma se non aveva più mercanzie con cuibarattarlo?"obbiettai. Guardando da un'altra parte

rispose: "Ancora adesso nella stazione ci sono un mucchio di cartucceavanzate." "Chiamiamo le cose col loro nome"

dissi"razziava semplicemente il paese." Fece di sì con la testa."Certamente non da solo!" Borbottò qualcosa a

proposito dei villaggi attorno a quel lago. "Kurtz si faceva seguiredalla tribùvero?" suggerii. Era un po' sulle spine.

"Lo adoravano"disse. Il tono di quelle parole era cosìstraordinario che lo guardai con attenzione. La riluttanza che

provava a parlare di Kurtz si mescolava curiosamente in lui al bisogno diraccontare. Quell'uomo riempiva la sua vita

occupava tutti i suoi pensiericomandava le sue emozioni. "Che cosapretende?"disse con impeto"è arrivato da loro

col tuono e col fulmine in mano; questa gente non aveva mai visto niente disimilené di così terribile. Perché poteva

essere terribile. È impossibile giudicare il signor Kurtz alla stregua di unuomo qualunque. Nomille volte no! Ecco -

tanto per darle un'idea - un giornonon mi vergogno a dirlovolevauccidermi... ma io non lo giudico." "Ucciderla!"esclamai."E perché?" "Bahavevo una piccola quantità d'avorio che miaveva dato il capo del villaggio vicino alla mia

casa. Saio uccidevo della selvaggina per loro. Behlui lo voleva e nonvoleva sentir ragioni. Dichiarò che mi avrebbe

fatto fuori se non gli davo l'avorio e se non sparivo immediatamente dalpaesevisto che aveva il potere e anche la

voglia di farloe non c'era niente al mondo che potesse impedirgli diammazzare chiunque gli fosse garbato. Ed era

vero... Gli diedi l'avorio. Che cosa me ne importava? Ma non me ne andai. Nonon avrei potuto lasciarlo. Dovetti essere

prudentenaturalmenteper un po'finché non ridiventammo amici. Fu allorache si ammalò per la seconda volta. Dopo

di chedovetti star lontanoma non gliene volevo. Passava la maggior partedel tempo in quei villaggi sul lago. Quando

ritornava al fiumequalche volta ricorreva a me e qualche volta era meglioche io stessi alla larga. Quell'uomo soffriva

troppo. Detestava tutto di quie però era come se non se ne potessestaccare. Quando ne avevo l'occasione lo pregavo di

andarsenefinché era ancora in tempo. Gli proposi di ritornare con lui.Accettava e non si muoveva da qui. Partiva per

un'altra caccia all'avoriospariva per delle settimanetrovava l'oblio fraquella gentesìl'oblio di se stessocapisce."

"Ma è pazzo!"dissi. Protestò indignato. Il signor Kurtz nonpoteva essere pazzo. Se lo avessi sentito parlareanche solo

due giorni primanon avrei osato fare una simile insinuazione... Avevo presoil binocolo mentre parlavamoe

ispezionavo la spiaggiafrugavo il ciglio della foresta da ogni lato edietro la casa. La sensazione che ci fosse della

gente in quella boscaglia così silenziosacosì tranquilla - altrettantosilenziosa e tranquilla della casa in rovina sulla

cima del colle - mi metteva a disagio. Sul volto della natura non c'eratraccia della straordinaria storia che più che

raccontata mi veniva suggerita con esclamazioni desolateaccompagnate daalzate di spallefrasi interrotteallusioni

chiuse da profondi sospiri. La forestaimpassibile come una mascheramassiccia come la porta sbarrata di una prigione

guardava con un'aria di sapienza segretadi attesa pazientediinaccessibile silenzio. Il russo intanto mi spiegava che

solo recentemente il signor Kurtz era ritornato giù al fiumeportando consé tutti i guerrieri della tribù lacustre. Era

stato assente molti mesi - per farsi adorareimmagino - ed era rientratoinaspettatamentecon l'intenzionesecondo ogni

apparenzadi compiere una razzia dall'altra parte del fiume o a valle.Evidentemente la brama di avere altro avorio

aveva trionfato su - come dire? - sulle aspirazioni meno materiali. Però ilsuo stato di salute era improvvisamente

peggiorato. "Venni a sapere che stava maleprivo di ogni curae cosìdecisi di venire quassùcorrendo il rischio"disse

il russo. "Ohsta malemolto male." Puntai il binocolo sullacasa. Non c'erano segni di vita: scorgevo solo il tetto che

crollavail lungo muro di fango che faceva capolino sopra l'erbacon trebuchi quadrati a guisa di finestrenon uno

della stessa misura dell'altrotutto a portata della mia manoper cosìdire. E poi feci un movimento brusco e uno dei

pali superstiti di quello steccato scomparso emerse nel campo del miobinocolo. Vi ricordate che da lontano ero rimasto

colpito da certi tentativi di decorazioneche risaltavano ancor di piùnello stato disastroso di quel luogo. Adesso li

vedevo più da vicino e l'effetto immediato fu che tirai indietro la testacome per evitare un pugno. Poi col binocolo

esaminai attentamente un palo dopo l'altro e capii il mio errore. Quei pomirotondi non erano ornamentalima simbolici;

erano espressivi ed enigmaticisorprendenti e inquietanticibo per la menteoltre che per gli avvoltoise ce ne fossero

stati a guardare dal cielocibo in tutti i casi per delle formicheabbastanza industriose da arrampicarsi sul palo.

Sarebbero state ancora più impressionantiquelle teste impalatese il lorovolto non fosse stato girato dalla parte della

casa. Solo unala prima che avevo notatoera rivolta verso di me. Non fuicosì nauseato come potreste credere. Il mio

brusco scatto indietro non era stato che un moto di sorpresa. Mi eroaspettato di vedere un pomo di legno làcapite.

Deliberatamentetornai a guardare la prima che mi era apparsa: nerarinsecchita e infossatala testa con le palpebre

chiuse era sempre làcome addormentata in cima a quel palo econ le labbrasecche e raggrinzite che lasciavano

scoperta la sottile fila bianca dei dentiaveva anche l'aria di sorrideresorridere in continuazione per qualche sogno ilare

e infinito del suo sonno eterno.

«Non sto rivelando nessun segreto commerciale. Fu il direttore poi a direche i metodi del signor Kurtz

avevano rovinato quel distretto. Io non ho alcuna opinione a questopropositoma vorrei farvi capire chiaramente che a

tenere lì quelle teste non c'era niente di vantaggioso. Stavano solo atestimoniare che il signor Kurtz era privo di

qualsiasi ritegno nel soddisfacimento dei suoi vari appetiti; che gli mancavaqualcosauna piccola cosa chequando il

bisogno diventava urgentesi cercava invano sotto la sua magnificaeloquenza. Se lui sapesse di avere questa

deficienzaio non lo so. Credo che se ne sia reso conto alla finequasiall'ultimo istante. Ma la selva selvaggia lo aveva

scovato subitoe si era presa una terribile vendetta su di lui per quellafantastica invasione. Credo che gli avesse

sussurrato delle cose sul suo conto che lui stesso ignoravacose di cui nonaveva il minimo sospettoprima di aver

sentito il parere di quella grande solitudinee quel sussurro si erarivelato irresistibilmente affascinante. L'eco era

risuonata tanto profondamente in lui perché dentro era vuoto... Abbassai ilbinocoloe la testa che mi era apparsa tanto

vicina da poterle quasi parlareparve subito scomparire lontana da me in unadistanza inaccessibile. "L'ammiratore del

signor Kurtz si era un po' ammosciato. Con voce febbrile e indistintacominciò ad assicurarmi che non aveva osato

togliere quei... quei... diciamoquei simboli. Non che avesse paura degliindigeni: non si sarebbero mossi a meno che

Kurtz non avesse dato loro il segnale. Il suo ascendente era straordinario.Gli accampamenti di quella gente

circondavano la stazione e ogni giorno i capi venivano a trovarlo...strisciando. "Non voglio sapere niente delle

cerimonie usate per avvicinare il signor Kurtz"gridai. Curiosoebbil'impressione che i dettagli sarebbero stati più

insopportabili di quelle teste che rinsecchivano sui pali sotto le finestredel signor Kurtz. Dopo tuttoquello era solo uno

spettacolo barbaroe in quella oscura regione di orrori sottiliin cui erostato trasportato d'un balzola barbarie pura

senza complicazioniera un sollievo realecome qualcosa che aveva ildiritto di esistere - ovviamente - alla luce del

sole. Il giovane mi guardò sorpreso. Immagino che non gli fosse venuto inmente che il signor Kurtz non era un mio

idolo. Si era dimenticato che io non avevo sentito neanche uno di queglisplendidi monologhi su - cosa? - l'amorela

giustiziala condotta nella vitao che so io. Se si doveva strisciaredavanti a Kurtzlui strisciava come il più selvaggiodei selvaggi. Io non mirendevo conto delle circostanzedisse. Quelle erano le teste dei ribelli. Lolasciai di stucco

perché mi misi a ridere. Ribelli! Quale sarebbe stata la prossimadefinizione che avrei sentito? C'erano stati nemici

criminalilavoratorie questi erano ribelli. Quelle teste ribelli misembravano molto sottomesse sui loro pali. "Lei non

sa quanto una vita simile metta alla prova un uomo come Kurtz"esclamòl'ultimo discepolo di Kurtz. "Behe lei?"

dissi. "Io! Io! Io sono un uomo qualunque. Non ho grandi idee. Nonvoglio niente da nessuno. Come può paragonarmi

a...?" L'eccesso di emozione gli impediva di parlare e improvvisamentesi lasciò andare. "Non capisco"gemette. "Io ho

fatto del mio meglio per tenerlo in vita e basta. Non ho preso parte a tuttociò. Io non ho talenti. Erano mesi che qui non

c'era una medicina che fosse una o qualcosa da mangiare per un malato. Èstato vergognosamente abbandonato. Un

uomo come luicon tali idee. È una vergogna. Una vera vergogna. E ioiosono dieci notti che non dormo..."

«La sua voce si perse nella calma della sera. Mentre parlavamo le lungheombre della foresta erano scivolate

giù dalla collinaspingendosi molto oltre la baracca in rovinaoltre lasimbolica fila di pali. Tutto ciò era immerso

nell'oscuritàmentrein bassonoi eravamo ancora nella luce del soleela distesa del fiume di fronte alla radura

scintillava di un immoto splendore abbacinantecon una ansa buia e in ombraa monte e a valle. Non c'era anima viva

sulla spiaggia. Non un fremito nella boscaglia.

«E tutt'a un trattogirato l'angolo della casaapparve un gruppo diuominicome se fossero sorti dal terreno.

Avanzavano sprofondati fino alla vita nell'erbain corpo compattoportandoin mezzo a loro una barella improvvisata.

Istantaneamentenel vuoto del paesaggiosi alzò un grido acuto chetrafisse l'aria immota come una freccia acuminata

che volasse dritta al cuore della terra ecome per incantoun torrente diesseri umani - di esseri umani nudi - muniti di

lancearchi e scudicon sguardi feroci e movimenti selvaggisi riversònella radura dalla foresta dal volto scuro e

pensoso. La boscaglia fremettel'erba ondeggiò un momento e poi tuttoripiombò in un'attenta immobilità.

«"E adessose non trova la parola giusta da diresiamo tuttiperduti"disse il russo al mio fianco. Il gruppo di

uomini con la barella si era fermato anch'essocome pietrificatoa mezzastrada dal battello. Al di sopra delle spalle dei

portatori vidi l'uomo che giaceva nella barella mettersi a sedereemaciatocon un braccio alzato. "Speriamo che l'uomo

che sa parlare così bene dell'amore in generale trovi qualche ragioneparticolare per risparmiarci questa volta"dissi.

Risentivo amaramente l'assurdo pericolo della nostra situazionecome seessere alla mercé di quell'orrendo fantasma

fosse stata una disonorevole necessità. Non udivo suonima attraverso ilbinocolo vedevo il braccio sottile steso in un

gesto imperiosola mascella inferiore muoversigli occhi diquell'apparizione splendere tenebrosi e remoti in quella

testa ossuta che oscillava con delle scosse grottesche. KurtzKurtz intedesco vuol dire "corto"no? Ebbeneil nome era

altrettanto vero di tutto il resto della sua vitae della sua morte.Sembrava "lungo" almeno due metri. La coperta gli era

caduta di dosso e il suo corpo atroce e pietoso ne era emerso come da unsudario. Vedevo la gabbia del torace tutta in

movimentole ossa del braccio che agitava. Era come se un'animata immaginedella mortescolpita in un vecchio

avoriotendesse la sua mano minacciosa a una immobile folla di uomini fattidi un bronzo scuro e lucente. Lo vidi

spalancare la bocca - il che gli diede un aspetto straordinariamente vorace -come se avesse voluto ingoiare tutta l'aria

tutta la terra e tutti gli uomini davanti a lui. Una voce cavernosa giunsedebolmente fino a me. Doveva aver gridato.

Improvvisamente cadde riverso. La barella vacillò mentre i portatoririprendevano ad avanzare barcollandoe quasi

nello stesso momentomi accorsi che la folla dei selvaggi si stavadisperdendo senza alcun percettibile movimento di

ritiratacome se la foresta che aveva espulso quelle creature cosìall'improvvisoora le risucchiassecome un respiro

dopo un lungo sospiro.

«Un paio di pellegrini venivano dietro la barella portando le sue armi - duefucili da cacciauna carabina di

grosso calibroun'altraleggeraa ripetizione - i fulmini di quel Giovepietoso. Il direttorepiegato su di luigli parlava

all'orecchiocamminandogli accanto. Lo deposero in una di quelle piccolecabinedove c'era appena il posto per una

cuccetta e uno o due seggiolini da campolo sapete. Gli avevamo portato lacorrispondenza accumulata in quei mesi e

un mucchio di buste strappate e di lettere aperte era sparpagliato sul letto.Con una mano rovistava debolmente in

mezzo alle carte. Fui colpito dal fuoco dei suoi occhi e dal languorecomposto della sua espressione. Non era tanto la

spossatezza della malattia: non sembrava soffrire. Quell'ombra pareva sazia ecalmacome se per il momento avesse

fatto il pieno di tutte le emozioni.

«Stropicciò una delle lettere e guardandomi dritto negli occhi disse:"Molto lieto." Gli avevano scritto qualcosa

di me. Saltavano fuori di nuovo le raccomandazioni speciali. Il volume delsuono che emise senza sforzosenza quasi la

pena di muovere le labbrami stupì. Una voce! Che voce! Graveprofondavibrantementre l'uomo sembrava incapace

di un sussurro. Eppure gli restava abbastanza forza - fittizia senza dubbio -da farci correre il rischio di finire tutti male

come sentirete fra poco.

«Il direttore apparve silenzioso sulla soglia. Uscii subito ed egli tirò latenda dietro di me. Il russoguardato

con curiosità da tutti i pellegriniaveva gli occhi fissi sulla spiaggia.Seguii la direzione del suo sguardo.

«Si distinguevano in lontananza delle scure forme umane muoversi leggere eindistinte contro il tetro limitare

della foresta evicino al fiumedue figure di bronzoappoggiate alle loroalte lancesi ergevano al solesotto

fantastiche acconciature di pelli maculatemarziali e immobili in unostatuario riposo. E lungo la spiaggia luminosa si

mosse da destra a sinistra una selvaggia e incantevole apparizione di donna.

«Camminava a passi cadenzati nei drappeggi di una stoffa rigata e frangiatatoccando il suolo con fierezza

facendo leggermente tintinnare e balenare i barbari ornamenti. La testaerettai capelli acconciati come un elmole

gambe fasciate di ottone fino al ginocchiobracciali di filo d'ottone finoal gomitouna macchia scarlatta sulle guance

bronzeeinnumerevoli collane di perline colorate al collo. Oggetti bizzarriamuletidoni di stregoniappesi al suo

corpoche luccicavano e dondolavano a ogni passo. Doveva avere addosso ilvalore di parecchie zanne di elefante. Eraselvaggia e maestosastralunata emagnifica. C'era qualcosa di minaccioso e di imponente nel suo incedererisoluto. E

nell'improvviso silenzio caduto su quella terra afflittal'immensa landaselvaggiaquel corpo colossale di vita feconda e

misteriosa sembrava pensosamente guardarlaquasi contemplasse in leil'immagine della propria anima tenebrosa e

appassionata.

«Giunse all'altezza del battellosi fermò e incontrò i nostri occhi. Lasua ombra s'allungò di traverso nell'acqua.

La sua desolazioneil suo muto dolore mescolato alla paura del disegno -formulato a metà - che si dibatteva in lei

prestava al suo viso un aspetto tormentato e tragico. Rimase a guardarcisenza un gestocon l'aria di covare - come la

selva selvaggia - qualche insondabile intenzione. Passò un minuto intero epoi fece un passo avanti. Ci fu un lieve

tintinnareun giallo balenio del metalloun ondeggiare dei drappifrangiati: si fermòcome se le fosse mancato il cuore.

Il giovane accanto a me ringhiò. I pellegrini mormorarono alle mie spalle.Ci guardava tutti come se la sua vita fosse

dipesa dall'inflessibile fermezza del suo sguardo. D'improvviso aprì lebraccia nude e le tese rigidamente in alto sopra la

testacome in un irresistibile desiderio di toccare il cielo e nello stessoistante l'oscurità si slanciò rapida sulla terra e

invadendo il fiumeavvolse il battello in un tenebroso abbraccio. Unformidabile silenzio stava sospeso sulla scena.

«Si voltò lentamentes'incamminò seguendo la sponda ed entrò neicespugli sulla sinistra. Una sola volta

prima di sparirei suoi occhi lampeggiarono verso di noi nell'ombra delfolto.

«"Se si fosse azzardata a venire a bordo credo proprio che avreicercato di ucciderla"disse nervosamente

l'arlecchino. "In questi ultimi quindici giorniho rischiato la vitaogni giornoper impedirle di entrare in casa. Una volta

ci è riuscita e ha fatto una scena tremenda per quei quattro stracci cheavevo preso nel magazzino per aggiustarmi i

vestiti. Ero impresentabile. Credo almeno che fosse quello il motivoperchéè stata un'ora a parlare come una furia a

Kurtzindicando ogni tanto me. Non capisco il dialetto di questa tribù. Permia fortunapenso che Kurtz stesse troppo

male quel giornoper badarlealtrimenti avrei passato un brutto guaio. Noncapisco... Noè veramente troppo per me.

Behè acqua passata ormai."

«In quel momento udii la profonda voce di Kurtz dietro la tenda:"Salvarmi! Lei vuol diresalvare l'avorio.

Non mi venga a raccontare... Salvare me! Ma se sono io che ho dovutosalvarvie lei è venuto a intromettersi nei miei

progetti. Ammalato! Ammalato! Non così ammalato come le piacerebbe credere.Non importa. Realizzerò lo stesso

quello che ho in mente: ritornerò. Le farò vedere io che cosa si può farequi. Leicon i suoi sistemi da bottegaiomi

mette il bastone fra le ruote. Ritornerò. Io..."

«Il direttore uscì. Mi fece l'onore di prendermi sottobraccio e di condurmiin disparte. "È molto giùmolto giù"

disse. Ritenne necessario sospirarema trascurò di mostrare la conseguenteafflizione. "Abbiamo fatto tutto quello che

potevamo per luinon è forse vero? Ma non si può nascondere la realtà: ilsignor Kurtz ha fatto più male che bene alla

Compagnia. Non ha capito che i tempi non erano maturi per un'azione energica.Cautelacautela ci vuole: è questo il

mio principio. Dobbiamo andare ancora cauti. Per un po' questo distretto cisarà precluso. Deplorevole! E il commercio

ne soffrirà nel suo insieme. Non nego che non ci sia una notevole quantitàdi avorioper la maggior parte fossile. Lo

dobbiamo salvare a tutti i costi. Ma vede com'è precaria la nostrasituazione: e perché? Perché il metodo è inadeguato."

"Lei lo definisce"dissi ioguardando la spiaggia"unmetodo inadeguato?" "Senza dubbio"esclamò con calore."Lei

no?" ...

«"Non c'è nessun metodo"mormorai dopo un po'."Giustissimo"esultò lui. "Io l'avevo previsto. Testimonia di

una completa mancanza di discernimento. Sarà mio dovere segnalarlo a chi dicompetenza." "Oh"dissi io"quel tale -

come si chiama? - sìl'uomo dei mattonipotrà redigere per lei unrapporto leggibilissimo." Restò un attimo interdetto.

Mi pareva di non aver mai respirato in un'atmosfera tanto abiettae perriprendere fiato mi rivolsi mentalmente a Kurtz

sì proprio per riprendere fiato. "Nonostante tutto"dissi conenfasi"penso che il signor Kurtz sia un uomo notevole."

Sussultò e lasciando cadere su di me un greve sguardo gelidodisse conmolta calma: "Lo era"e mi voltò le spalle.

Non godevo più del suo favore. Avevo fatto comunella col signor Kurtzparteggiando per metodi per cui i tempi non

erano maturi: ero anch'io inadeguato! Ah! ma era pur sempre qualcosa averealmeno la scelta dei propri incubi.

«In realtà era alla landa selvaggia che mi ero rivoltonon al signor Kurtzche ormai - non stentavo ad

ammetterlo - era come se fosse bell'e sepolto. E per un istanteparve anchea me di essere sepolto dentro a una grande

tomba piena di inconfessabili segreti. Sotto un peso intollerabile che miopprimeva il pettosentivo l'odore della terra

umidala presenza invisibile della corruzione trionfantela tenebra di unanotte impenetrabile... Il russo mi battè sulla

spalla. Balbettando borbottò qualcosa su "fratello marinaio... non sipotrebbe nascondere... la conoscenza di cose che

nuocerebbero alla reputazione del signor Kurtz." Aspettai. Per luievidentementeil signor Kurtz non era ancora nella

tomba. Ho il sospetto che per lui il signor Kurtz fosse uno degli immortali."Ebbene!"dissi infine"parli. Il caso vuole

che io sia amico del signor Kurtzin un certo qual modo."

«Molto formalmenteiniziò col dichiarare che se non fossimo stati uniti"dalla stessa professione"si sarebbe

tenuto tutto per sésenza badare alle conseguenze. "Sospettava diessere molto mal visto da quei bianchi che..." "Sìha

indovinato"dissiricordandomi una certa conversazione che avevoinvolontariamente ascoltato. "Il direttore pensa che

lei dovrebbe essere impiccato." Nel sentirselo dire mostrò unturbamento che all'inizio mi divertì. "È meglio che me ne

vada alla chetichella"disse con franchezza. "Non posso far piùniente per Kurtz ormaie quelli farebbero presto a

inventarsi qualche pretesto. Che cosa li fermerebbe? C'è un posto militare acinquecento chilometri da qui." "Sì"

risposi"credo anch'io che farebbe meglio ad andarsene se ha degliamici fra i selvaggi qui intorno." "Molti"disse. "È

gente semplicee io non ho bisogno di nientesa." Tacque un attimomordendosi il labbro e poi: "Io non voglio che

accada nulla di male a questi bianchi"continuò"ma naturalmenteè alla reputazione del signor Kurtz che pensavomalei è un marinaiounfratello e..." "D'accordo"dissidopo un po'"lareputazione del signor Kurtz nelle mie mani è

salva." Non sapevo fino a che punto stessi dicendo la verità.

«Abbassando la vocemi informò che era stato Kurtz a dare l'ordine diattaccare il battello. "Qualche volta non

sopportava l'idea di essere portato viae poi di nuovo... Sono cose che noncapisco. Io sono un uomo semplice. Pensava

che vi sareste spaventati tanto da andarveneche avreste rinunciatocredendolo morto. Non sono riuscito a fermarlo.

Ohne ho passate di tutti i coloriquest'ultimo mese." "Non nedubito"dissi"ma adesso sembra tornato in sé." "Sìsì"

mormoròsenza grande convinzione. "Grazie"dissi"terrògli occhi aperti." "Ma non una parolavero?"riprese con

ansiosa insistenza. "Sarebbe terribile per la sua reputazione sequalcuno qui..." Promisi solennemente la discrezione più

assoluta. "Ho una piroga con tre neri che mi aspettano qui vicino. Vado.Mi potrebbe dare qualche cartuccia per la

Martini-Henry?" Potevo e gliele diedicon la dovuta segretezza.Strizzandomi l'occhio si prese una manciata di tabacco.

"Fra marinaivero?questo suo buon tabacco inglese." Già davantialla porta della cabina si voltò: "Sentanon avrebbe

un paio di scarpe che le avanzano?" Alzò una gamba: "Guardi."Sotto i piedi nudi aveva legato con delle stringhe delle

suole come fossero sandali. Ne scovai un vecchio paio che lui guardòammirato prima di infilarselo sotto il braccio

sinistro. Da una delle tasche (di un rosso brillante) traboccavano lecartuccedall'altra (blu scuro) occhieggiava

l'Indagineecc.ecc. di Towson. Sembrava ritenersi eccellentementeequipaggiato per il suo nuovo incontro con la

landa selvaggia."Ah! un uomo simile non lo incontrerò piùmai più.Avrebbe dovuto sentirlo recitare le poesiesue per

di piùme l'ha detto lui. La poesia!" Roteava gli occhi al ricordo diquelle delizie. "Ohquell'uomo mi ha aperto la

mente!" "Arrivederci"dissi. Ci stringemmo la mano e svanìnella notte. Qualche volta mi chiedo se l'ho visto davvero

se è possibile che io abbia incontrato un fenomeno simile!...

«Quando mi svegliaipoco dopo mezzanottemi venne in mente il suoavvertimento e il pericolo che vi era

sottintesoe nella tenebra stellatami parve sufficientemente reale dafarmi alzare per dare un'occhiata in giro. Sulla

collina bruciava un grande fuoco che illuminava a intermittenza un angoloobliquo della casa. Uno degli agenti con un

picchetto di qualcuno dei nostri neriarmati per l'occasionemontava laguardia all'avorioma dentro alle profondità

della forestadei rossi baluginiiche sembravano sorgere dalla terra esprofondarvisifra forme indistinte simili a

colonne di intensa nerezzaindicavano il punto esatto dell'accampamento incui gli adoratori del signor Kurtz facevano

la loro inquieta veglia. Il monotono rullare di un grosso tamburo riempival'aria di colpi soffocati e di una prolungata

vibrazione. Il suono ininterrotto di una nenia di chissà quali magiciincantesimicantata da una moltitudine di uomini

ciascuno per proprio contousciva dalla muraglia piatta e oscura dellaforestacome un ronzio di api fuori dall'alveare

con uno strano effetto narcotizzante sui miei sensi già mezzo sopiti. Credodi essermi proprio assopitoappoggiato al

parapettofinché uno scoppio improvviso di urlal'assordante esplosione diuna frenesia misteriosa e repressanon mi

svegliò in attonito soprassalto. Si interruppe tutt'a un tratto e la neniasommessa ricominciò dando quasi l'impressione

palpabile e calmante del silenzio. Gettai un'occhiata distratta nella piccolacabina. Brillava una luce all'internoma il

signor Kurtz non c'era più.

«Penso che se avessi creduto ai miei occhi mi sarei messo a gridarema lìper lì non ci credetti: sembrava

talmente impossibile! La verità è che ero completamente sopraffatto da unapaura senza nomeun terrore puramente

astrattoche non si collegava a nessuna forma riconoscibile di pericolomateriale. Ciò che rendeva quell'emozione così

sconvolgente era - come posso definirlo? - lo scossone morale che avevoricevutocome se inaspettatamente si fosse

abbattuto su di me qualcosa di mostruosointollerabile per la mente e odiosoper l'anima. Questonaturalmentenon

durò che una frazione di secondoe poi il comune senso del pericolo fisicomortalela possibilità di un assalto

improvvisodi un massacroo qualcosa del genereche vedevo imminentefuben accolta e mi restituì la calma. Mi rese

infatti così tranquillo che non diedi l'allarme.

«C'era un agente abbottonato fino al naso nel suo pastrano che dormiva suuna sedia sul ponte a pochi passi da

me. Le urla non l'avevano svegliato; russava appena appena. Lo lasciai aisuoi sogni e saltai a terra. Non tradii il signor

Kurtz - era nell'ordine delle cose che non l'avrei mai tradito - era scrittoche sarei stato fedele all'incubo che mi ero

scelto. Ci tenevo a essere solo a trattare con quell'ombra e ancor oggi nonso spiegarmi perché mai fossi così geloso di

dividere con qualcuno la particolare tenebrosità di quell'esperienza.

«Non appena raggiunsi la riva vidi una pistauna larga pista nell'erba. Miricordo con quale esultanza mi dissi:

"Non può camminaresi trascina a quattro zampelo prendosubito." L'erba era bagnata di rugiada. Camminavo svelto

con i pugni chiusi. Credo di aver avuto una vaga intenzione di saltargliaddosso e picchiarlo. Non lo so. Ero pieno di

idee strampalate. La vecchia che sferruzzava con il gatto in grembo siintrufolò nella mia memoria e mi parve la persona

più inopportuna per sedere all'altro capo di una storia simile. Vedevo unafila di pellegrini riempire l'aria di piombo con

i loro Winchester appoggiati all'anca. Pensavo che non sarei mai tornato sulbattello e mi vedevosolo e disarmato

vivere nei boschi fino a tarda età. Un mucchio di pensieri assurdicapite.E ricordo che confondevo il battito del

tamburo con quello del mio cuore e mi rallegravo della sua calma regolarità.

«Intanto seguivo la pista e mi fermavo di tanto in tanto ad ascoltare. Lanotte era molto chiarauna distesa blu

scuroluccicante di rugiada e del chiarore delle stellein mezzo alla qualedelle cose nere si ergevano immobili. Poi mi

parve di distinguere una specie di movimento davanti a me. Ero stranamentebaldanzoso quella notte. Lasciai

deliberatamente la pista e descrissi correndo un largo semicerchio (nonsenzacredoridacchiare tra me e me) in modo

da arrivare davanti a quella cosa che avevo visto in movimentosempre cheavessi visto qualcosa. Stavo accerchiando

Kurtz come se fosse un gioco da ragazzi.

«Lo raggiunsi e se non mi avesse sentito arrivaregli sarei addiritturacaduto addossoma si era alzato in

tempo. Si sollevòmalfermolungopallidoindistintosimile a un vaporeesalato dalla terrae barcollò leggermentedavanti a meannebbiato esilenziosomentrealle mie spallei fuochi si profilavano tra gli alberi e ilmormorio di

molte voci usciva dalla foresta. Gli avevo abilmente tagliato la strada. Erastata una mossa indovinatama quandomi

trovai realmente di fronte a luimi sembrò di rinsavire e il pericolo miapparve nelle sue giuste proporzioni. Non era

affatto passato. E se si fosse messo a gridare? Anche se stava a mala pena inpiedila sua voce era ancora piena di

vigore. "Vada via! Si nasconda"disse col suo tono profondo. Eratremendo. Mi guardai alle spalle. Eravamo a trenta

metri dal fuoco più vicino. In quel momento si alzò un'ombra nera e fecequalche passo su delle lunghe gambe nere

muovendo delle lunghe braccia nerecontroluce. Aveva delle corna - corna diantilopepenso - sulla testa. Uno

stregoneun guaritoresenza dubbio: ne aveva l'aria piuttosto diabolica."Sa che cosa sta facendo?"sussurrai.

"Perfettamente"rispose alzando la voce per pronunciarequell'unica parola che mi risuonò lontana eppure chiaracome

un richiamo attraverso un megafono. Se si mette a discutere siamo perdutipensai. Anche a prescindere dalla naturale

avversione che provavo all'idea di colpire quell'Ombraquella cosa errante etormentatanon era certamente una storia

da risolvere a pugni. "Lei sarà un uomo finito"dissi"irrimediabilmente finito." Si hanno talvolta questi lampi di

ispirazionesapete. Avevo trovato la cosa giusta da direanche se inverità non avrebbe potuto essere più

inesorabilmente finito di quanto lo fosse in quel momentoquando furonogettate le basi della nostra intimità destinata a

durarea durare fino alla finee anche oltre.

«"Avevo immensi progetti"mormorò esitante. "Sì"dissi io"ma se prova a gridare le spacco la testa con

con..." Non c'era né un sasso né un bastone a portata di mano."La strozzo con le mie mani"mi corressi. "Ero alla

vigilia di fare grandi cose"insistette con voce avida e in un tono dirimpianto che mi raggelò il sangue. "E per colpa di

questo piccolo farabutto..." "Il suo successo in Europa"affermai fermamente"è in tutti i casi assicurato." Non ci

tenevo a torcergli il collocapitesenza contare che non sarebbe servitopraticamente a nulla. Cercavo di rompere

l'incantesimo - il grevemuto incantesimo della selva selvaggia - chesembrava volerlo attrarre nel suo cuore impietoso

risvegliando istinti brutali e dimenticatifacendo riaffiorare passioniappagate e mostruose. Solo questone ero

persuasolo aveva riportato al ciglio della forestaalla boscagliaversoil bagliore dei fuochiil fremito dei tamburialla

salmodia di magici incantesimi; solo questo aveva trascinato la sua animasfrenata oltre i limiti delle aspirazioni lecite.

E il terribile della situazionevedetenon era tanto nel rischio checorrevo di ricevere un colpo in testa - benché fossi

cosciente anche di quel pericolo - ma nel fatto che avevo a che fare con unuomo al quale non mi potevo rivolgere in

nome di qualcosa né di nobile né di vile. Dovevoproprio come i neriinvocarloinvocare luila sua stessa

degradazioneesaltata e inverosimile. Non c'era nulla al di sopra o al disotto di luie io lo sapevo. Aveva

volontariamente perso ogni contatto col mondo. Maledizione a lui! Aveva fattoa pezzi il mondo stesso. Era soloe io

davanti a lui non sapevo se poggiavo sulla terra o volteggiavo nell'aria. Viho riferito quello che ci dicemmo - ripetendo

le frasi che pronunciammo - ma a che pro? Erano comuni parole quotidianeisuoni vaghi e familiari che si scambiano

ogni santo giorno della vita. E allora? Per meera come se celassero laterribile suggestione delle parole udite in sogno

delle frasi pronunciate in un incubo. Un'anima! Se qualcuno ha mai lottatocon un'animaquello sono io. E notate che

non stavo discutendo con un pazzo. Che mi crediate o nola sua mente eraperfettamente lucidaconcentrata su se

stessaè verocon spaventosa intensitàma lucida; ed era proprio lì lamia unica possibilitàsalvonaturalmente

ucciderlo seduta stanteil che non sarebbe stata una gran trovataper viadell'inevitabile rumore. Era la sua anima che

era folle. Nell'isolamento della selva selvaggia si era persa nellacontemplazione di se stessaeper Dio! ve l'ho detto

era impazzita. Per scontare i miei peccatisuppongomi toccò subire quellaprova di contemplarla a mia volta. Nessuna

eloquenza al mondo saprebbe essere più distruttiva nei confronti dellanostra fiducia nel genere umano di quanto lo sia

stata la sua ultima esplosione di sincerità. Lottava anche lui contro sestesso. Lo vedevolo udivo. Avevo sotto gli occhi

l'inconcepibile mistero di un'anima che non conosceva né ritegnoné fedené paura e che tuttavia lottava ciecamente

contro se stessa. Non persi la testama quando finalmente lo distesi sullacuccettami asciugai il sudore dalla fronte

mentre le gambe mi tremavanocome se avessi portato dieci quintali sullespalle giù da quella collina. E invece l'avevo

solo sorrettoil suo braccio scheletrico stretto attorno al mio collo: nonera più pesante di un bambino.

«Il giorno dopoquando partimmo a mezzogiornola folladi cui avevosempre avvertito nettamente la

presenza dietro la cortina degli alberisi riversò di nuovo fuori dallaforestariempiendo la raduracoprendo il pendio di

una massa ansimantefrementedi nudi corpi bronzei. Risalii contro correnteper un breve trattoper poi virare e mille

paia d'occhi seguirono le evoluzioni di quel temibile demone fluviale chesciaguattando e borbottandocolpiva l'acqua

con la sua terribile coda e soffiava un fumo nero nell'aria. Davanti a tuttigli altrilungo la spondatre uomini ricoperti

di terra rossa dalla testa ai piedisi agitavano in lungo e in largo senzasosta. Quando ripassammo alla loro altezza

fronteggiarono il fiume battendo col piedescuotendo la testa cornatacontorcendo il corpo scarlatto; brandirono verso

il demone temibile un mazzo di piume nereuna pelle tignosa con la codapenzoloniqualcosa che aveva l'aspetto di una

zucca secca ea intervalli regolariurlarono tutti assieme delle stringhedi parole stupefacenti che non assomigliavano al

suono di alcuna lingua umanae il mormorio profondo della follainterrottoall'improvvisoera simile alle risposte di

qualche satanica litania.

«Avevamo portato Kurtz nella cabina di pilotaggio: c'era più aria lassù.Disteso sulla cuccettaguardava a

occhi sbarrati fuori del portello aperto. Ci fu un vortice nella massa dicorpi umani e la donna dai capelli a elmo e le

guance fulve si slanciò in avanti fin quasi a toccare l'acqua. Con le manitesegridò qualcosa e tutta quella folla

selvaggia si unì al suo grido in un coro ruggente di suoni rapidiarticolatida restare senza fiato.

«"Lei li capisce?"chiesi.

«Continuò a guardar fuori di là da me con occhi ardenti e vogliosiconun'espressione in cui il rimpianto si

mescolava all'odio. Non rispose ma sulle sue labbra esanguiche dopo poco sicontrassero convulsevidi passare unsorrisoun indefinibile sorriso. "Secapisco?..."disse lentamenteansimandocome se le parole gli fosserostate

strappate da una potenza soprannaturale.

«Tirai la cordicella del fischioe lo feci perché avevo visto i pellegrinisul ponte estrarre i fucili con l'aria di

pregustarsi un bello spasso. A quell'improvviso stridio un movimento diabietto terrore attraversò quella massa stipata

di corpi. "No! No! La smetta! Così li spaventa e loro scappano"gridò una voce sconsolata sul ponte. Io tiravo la

cordicella colpo dopo colpo. Disorientatisi misero a correre: saltavanosiacquattavanofuggivano in tutte le direzioni

per sottrarsi al terrore di quel suono volante. I tre dipinti di rosso eranocaduti ventre a terraa faccia in giù sulla

spiaggiacome falciati di netto. Solo la magnifica donna barbara non si eramossae continuava a tendere tragicamente

le braccia nude verso di noi sopra il fiume cupo e scintillante.

«E fu allora che la massa di imbecilli giù sul ponte iniziò la sua piccolafarsa e io non vidi più nulla per il

fumo.

«La scura corrente si allontanava rapida dal cuore della tenebraportandocigiù verso il mare a una velocità

doppia di quella della nostra risalita. La vita di Kurtz non sfuggiva menorapidatrascinata dal riflusso che la spingeva

verso l'oceano inesorabile del tempo. Il direttore era molto placidoormainon aveva più preoccupazioni di vitale

importanza; il suo sguardoche comprendeva tutti e duesi era fatto sagacee soddisfatto: la "faccenda" si era risolta nel

modo più desiderabile. Vedevo avvicinarsi il momento in cui sarei rimastol'unico rappresentante del partito del

"metodo inadeguato". I pellegrini mi giudicavano giàsfavorevolmente. Facevoper così direil paio con il morto.

Strano il modo con cui accettai questa associazione imprevistaquesta sceltad'incubo che mi era stata imposta nella

terra tenebrosa invasa da quei meschini e rapaci fantasmi.

«Kurtz discorreva. Una voce! Che voce! Risuonò profondafino alla fine.Sopravviveva alle sue forze per

nascondere nelle magnifiche pieghe dell'eloquenza la sterilità tenebrosa delsuo cuore. Ohlottava! lottava! La

desolazione della sua mente affaticata ora era ossessionata da immaginiannebbiateimmagini di gloria e di ricchezza

che ruotavano ossequiosamente intorno al suo inestinguibile dono diespressione nobile ed elevata. La mia fidanzatala

mia stazionela mia carrierale mie idee: erano questi i temi delleoccasionali manifestazioni di sentimenti sublimi.

L'ombra del Kurtz originario stava al capezzale della sua vuota imitazioneil cui destino era di essere ben presto sepolta

nella muffa di quella terra primordiale. L'amore diabolico e l'odio celesteper i misteri che aveva penetrato si

contendevano il possesso di quell'anima sazia di emozioni primitiveavidad'ingannevole gloriadi false onorificenzedi

tutte le apparenze del successo e del potere.

«Qualche volta era ignobilmente infantile. Desiderava che al suo ritorno daqualche spettrale Nulladove egli

si proponeva di compiere grandi cosead attenderlo alla stazione ci fosserodei sovrani. "Fate loro vedere"diceva"che

avete in voi qualcosa di realmente vantaggiosoe non ci saranno limiti alriconoscimento che avranno per i vostri meriti.

Naturalmentetocca a voi preoccuparvi dei motivi - motivi giusti -sempre." Le lunghe distese del fiumeche

sembravano una sola e sempre la stessale anse monotonel'una ugualeall'altrascivolavano lungo il battello con la loro

moltitudine di alberi secolari che consideravano pazienti quel sudicioframmento di un altro mondol'araldo del

cambiamentodella conquistadel commerciodei massacridelle benedizioni.Io guardavo avantipilotando. "Chiuda il

portello"disse un giorno Kurtz all'improvviso"non sopportoquella vista." Feci quello che chiedeva. Ci fu silenzio.

"Ohma te lo strapperò il cuorevedrai!"gridò all'invisibileselva selvaggia.

«Ci fu un'avaria - come mi ero aspettato - e dovemmo fermarci sulla punta diun'isola per ripararla. Questo

ritardo fu la prima cosa che scosse la sicurezza di Kurtz. Una mattina midiede un pacco di carte e una fotografiail tutto

legato con un laccio da scarpe. "Lo conservi per me"disse."Quel pernicioso imbecille" (intendendo il direttore) "è

capace di frugare nelle mie casse se non sto attento." Nel pomeriggioandai a trovarlo: giaceva supinocon gli occhi

chiusi e mi ritirai senza far rumorema lo sentii mormorare"Vivererettamentemoriremorire..." Tesi l'orecchioma

non ci fu altro. Stava ripetendo qualche discorso nel sonnoo era ilframmento di qualche articolo di giornale? Aveva

già scritto per dei giornali e intendeva farlo ancora"per diffonderele mie idee. È un dovere."

«La tenebra che lo circondava era impenetrabile. Lo osservavo come siguarderebbe dall'alto un uomo che

giace in fondo a un precipizio dove non brilla mai il sole. Ma non avevotanto tempo da dedicargliperché dovevo

aiutare il macchinista a smontare i cilindri che perdevanoa raddrizzare unabiella piegatae a fare altre riparazioni.

Vivevo in un'infernale bolgia di rugginelimatura di ferrodadibullonichiavi inglesimartellitrapani a criccotutte

cose che detestoperché non mi ci raccapezzo. Badavo alla piccola fucinache fortunatamente avevamo a bordoe

sfacchinavo spossato in quel miserabile mucchio di ferragliatranne quando ibrividi della febbre mi impedivano di

reggermi in piedi.

«Una seraentrando da lui con una candela accesatrasalii nel sentirglidire con voce un po' tremolante:

"Giaccio qui nella tenebra aspettando la morte." La luce era a duepassi dai suoi occhi. Feci uno sforzo per mormorargli:

"Non dica sciocchezze!"e rimasi curvo sopra di lui comeinchiodato.

«Non avevo mai vistoe spero di non rivederlo mainiente di paragonabileal cambiamento che si era operato

sui suoi lineamenti. Ohnon ero impietosito. Ero affascinato. Era come sefosse stato strappato un velo. Su quel volto

d'avorio vidi l'espressione di un torvo orgogliodi un potere spietatodiun terrore codardoe anche di una disperazione

immensa e senza rimedio. Stava rivivendo la sua vita in ogni particolare deisuoi desiderile tentazionile capitolazioni

in quel supremo momento di conoscenza completa? Due voltecon voce bassalanciò verso non so quale immagine

quale visioneun grido che non era che un soffio:

«"Che orrore! Che orrore!"«Soffiai sulla candela e uscii dallacabina. I pellegrini stavano cenando in mensae presi il mio posto di fronte

al direttoreche alzò gli occhi per lanciarmi un'occhiata interrogativa cheriuscii fortunatamente a eludere. Era là

piegato all'indietroserenocon quel suo particolare sorriso a sigillare leinespresse profondità della sua bassezza. Una

pioggia continua di moscerini si riversava sulla lampadasulla tovagliasulle mani e sui volti. Improvvisamenteil servo

del direttore mostrò la sua insolente testa nera sulla sogliae disseinun tono di ingiurioso disprezzo:

«"Mistah Kurtz - lui morto."

«Tutti i pellegrini si precipitarono fuori a vedere. Non mi mossi econtinuai la mia cena. La mia insensibilità

immaginofu considerata rivoltante. Comunquenon mangiai molto. C'era unalampada là dentro - la lucecapite- e

fuori era dannatamentedannatamente buio. Non mi avvicinai più all'uomonotevole che aveva pronunciato un tale

giudizio sulle avventure della sua anima su questa terra. La voce s'eraspenta. C'era mai stato altro lì ? Ma mi rendo

perfettamente conto che il giorno dopo i pellegrini seppellirono qualcosanella fossa fangosa.

«E per poco non seppellirono anche me.

«Comunquecome potete vederenon ho raggiunto Kurtz lì per lì. No. Sonorimasto a sognare l'incubo fino

alla finee a dimostrare la mia fedeltà a Kurtz ancora una volta. Ildestino! Il mio destino! Che buffonata la vita: questa

misteriosa combinazione di logica impietosa per un futile scopo. Tutto quelloche ci si può aspettareè una qualche

conoscenza di se stessi - che viene troppo tardi - e un mucchio diinestinguibili rimpianti. Ho lottato con la morte. È il

combattimento meno eccitante che si possa immaginare. Si svolge in ungrigiore impalpabilecon niente sotto i piedi

niente intornosenza testimonisenza clamoresenza gloriasenza il grandesiderio di vinceresenza il gran timore della

sconfittain una insalubre atmosfera di tiepido scetticismosenza una fermaconvinzione nel proprio dirittoe meno

ancora in quello dell'avversario. Se è questa la forma suprema dellasaggezzaallora la vita è un enigma più grande di

quanto alcuni di noi pensano che sia. Ero a un passo dalla mia ultimaoccasione di pronunciare una parolae ho scoperto

con umiliazione che probabilmente non avevo niente da dire. Ecco perchéaffermo che Kurtz era un uomo notevole. Lui

aveva qualcosa da dire. E lo disse. Dal momento che ho sbirciato anch'iooltre la sogliacapisco meglio il significato del

suo sguardo fissoche non poteva vedere la fiamma della candelama eraabbastanza vasto da abbracciare l'universo

interoabbastanza acuto per penetrare in tutti i cuori che battono nellatenebra. Aveva tirato le somme e aveva

giudicato. "Che orrore!" Era un uomo notevole. Dopo tuttoquestaera l'espressione di una specie di fede; c'era candore

convinzioneuna vibrante nota di rivolta nel suo sussurroera il voltoterrificante di una verità intravistail conturbante

miscuglio del desiderio e dell'odio. E non è la mia ora estrema che ricordomeglio - una visione di grigiore senza forma

riempita di sofferenza fisica e di un disprezzo indifferente perl'evanescenza di tutte le cose - anche di quella stessa

sofferenza. No! È la sua agonia che mi sembra di aver vissuto. È vero chelui aveva fatto il passo supremoaveva

oltrepassato la sogliamentre a me era stato consentito di ritirare il miopiede esitante. E forse in questo consiste tutta la

differenza; forse tutta la saggezzae tutta la veritàe tutta lasincerità sono concentrate in quell'imponderabile momento

in cui noi oltrepassiamo la soglia dell'invisibile. Forse! Mi piace credereche la mia parola conclusiva non sarebbe stata

solo una parola di indifferente disprezzo. Meglio il suo gridomolto meglio.Era una affermazioneuna vittoria morale

pagata al prezzo di innumerevoli sconfittedi abominevoli terroridisoddisfazioni abominevoli. Ma era una vittoria!

Ecco perché sono rimasto fedele a Kurtz fino alla finee anche oltrequandomolto tempo dopoudii una volta ancora

non la sua vocema l'eco della sua magnifica eloquenza rimandatami daun'anima pura e trasparente come un cristallo

di rocca.

«Nonon mi seppellironoanche se c'è un periodo di tempo che ricordoavvolto nella nebbiacon uno stupore

da brividicome un passaggio attraverso un mondo inconcepibile senzasperanze e senza desideri. Mi ritrovai nella città

sepolcrale pieno di risentimento alla vista di quella gente che si affrettavaper le strade per rubarsi reciprocamente un po'

di soldiper divorare quel loro cibo infameper ingoiare quella pessimabirraper sognare i loro stupidi sogni

insignificanti. Usurpavano i miei pensieri. Erano intrusi la cui presuntaconoscenza della vita era per me un'irritante

finzioneperché ero certo che non potevano assolutamente sapere le cose cheio sapevo. Il loro comportamentoche non

era altro che quello di banali individui che badano ai propri affari nellacertezza di essere al sicuromi indignava come

un'oltraggiosa ostentazione di stupidità di fronte a un pericolo che non siè in grado di discernere. Non avevo alcun

desiderio di illuminarlima facevo fatica a trattenermi dal ridergli infacciaa quelle facce piene di stolida supponenza.

Devo ammettere che non mi sentivo tanto bene in quel periodo. Mi trascinavobarcollando per le strade - c'erano molte

faccende da sbrigare - mostrando i denti in un sorriso amaro a quelle personetanto rispettabili. Riconosco che la mia

condotta era ingiustificabilema in quei giorni la mia temperatura non eraquasi mai normale. Gli sforzi della mia cara

zia di "rimettermi in forze" sembravano completamente fuori posto.Non erano le mie forze che bisognava curareera la

mia immaginazione che bisognava placare. Conservavo il pacco di carte che miaveva dato Kurtzsenza sapere

esattamente cosa farne. Sua madre era morta da pocoaccuditami disserodalla fidanzata di suo figlio. Un uomo

sbarbato di frescocon modi da funzionario e occhiali cerchiati d'oromifece visita un giorno e mi pose diverse

domandecircospette all'inizioe poi sempre più soavemente pressantiriguardo a quelli che a lui piaceva definire i

"documenti". Non ne fui sorpreso perché laggiù avevo già avutoun paio di battibecchi con il direttore sull'argomento.

Mi ero rifiutato di consegnare anche il più piccolo pezzo di carta delpacchetto e non cambiai atteggiamento con

l'occhialuto. Alla fine divenne oscuramente minaccioso eaccalorandosimifece osservare che la Compagnia aveva

diritto a ogni minimo elemento di informazione sui suoi"territori". E aggiunse: "La conoscenza del signor Kurtz delle

regioni inesplorate doveva essere molto estesa e particolare - grazie allasua grande abilità e alle deplorevoli circostanze

nelle quali si era trovatoperciò..." Gli assicurai che la conoscenzadel signor Kurtzper quanto estesa fossenon

verteva su problemi commerciali o amministrativi. Allora invocò il nomedella scienza. "Sarebbe una perditaincalcolabile se"ecceteraeccetera. Gli diedi il rapporto sulla "Soppressione delle UsanzeSelvagge"il cui post-scriptum

era stato precedentemente strappato. Se ne appropriò con aviditàma finìper arricciare il naso con aria di

disprezzo. "Non è quello che avevamo il diritto di aspettarci"osservò. "Non aspettatevi altro"dissi io. "Il resto sono

solo lettere personali." Se ne andò minacciandomi vagamente diprocedere per vie legali e non l'ho più rivisto. Ma un

altro taleche si presentò come un cugino di Kurtzcomparve due giornidopoansiosissimo di sapere tutti i particolari

degli ultimi momenti del suo carissimo parente. Per inciso mi lasciò capireche Kurtz era stato essenzialmente un grande

musicista. "Aveva tutto quello che ci vuole per un immensosuccesso"disse quell'uomoche era un organistacredo

con lisci capelli grigi che gli scendevano sul colletto unto della giacca.Non avevo motivo di dubitare della sua

affermazionee ancora oggi non sono in grado di dire quale fosse laprofessione di Kurtzsempre che ne avesse unané

quale fra i suoi talenti fosse il più grande. Lo avevo preso per un pittoreche scriveva per i giornalio viceversa per un

giornalista che era capace di dipingerema neanche il cugino (che durante lavisita si ficcava il tabacco nel naso) mi

seppe dire che cosa fosse stato esattamente Kurtz. Era un genio universale -su questo mi trovai d'accordo col vecchietto

- che a quel punto si soffiò rumorosamente il naso in un grande fazzolettodi cotone e si accomiatòin senile agitazione

portandosi via qualche lettera di famiglia e delle note senza importanza.Infine saltò fuori un giornalistadesideroso di

avere qualche notizia sulla sorte del suo "caro collega". Questovisitatore mi informò che la sfera adatta a Kurtz sarebbe

stata la politica "dalla parte del popolo". Aveva sopraccigliafolte e drittecapelli ispidi tagliati a spazzolaun monocolo

legato a un ampio nastro edivenuto espansivomi confidò che secondo luiKurtz non era capace di scrivere una riga

"macaspita! come parlava quell'uomo. Elettrizzava le folle. Era unoconvintocapisce? Aveva la fedela fede. Poteva

credere in qualsiasi cosa. Sarebbe stato un magnifico capo di un partitoestremista." "Di quale partito?"chiesi. "Uno

qualsiasi"rispose lui. "Era un... un... estremista." Non erod'accordo? Ero d'accordo. Lo sapevochiesecon un

improvviso lampo di curiosità"cos'è che l'aveva spinto ad andarelaggiù?" "Sì"dissimettendogli fra le mani il famoso

Rapportoperché lo pubblicassese lo riteneva opportuno. Lo scorse infrettaborbottando tutto il tempodecise che

"poteva andare" e se la svignò col suo bottino.

«Perciò alla fine mi rimasero un pacchettino di lettere e il ritratto dellaragazza. Mi aveva colpito la sua

bellezzavoglio dire la bellezza della sua espressione. So che anche la lucedel sole può essere resa ingannevoleperò si

aveva l'impressione che nessun artificio nella posa o nell'illuminazioneavesse potuto prestare ai suoi lineamenti una

sfumatura così delicata di genuinità. Sembrava pronta ad ascoltare senzariserve mentalisenza sospettisenza pensare a

se stessa. Decisi che sarei andato a trovarla e che le avrei restituito dipersona il ritratto e quelle lettere. Curiosità? Sìe

forse qualche altro sentimento. Tutto quello che era stato di Kurtz mi erascivolato fra le mani: la sua animail suo

corpola sua stazionei suoi progettiil suo avoriola sua carriera.Rimanevano solo la sua memoria e la sua fidanzata -

ein un certo sensovolevo cedere anche quello al passato - consegnare dipersona tutto quello che restava di lui a

quell'oblio che è l'ultima parola del nostro comune destino. Non stocercando di difendermi. Non avevo la percezione

esatta di cos'era che volevo veramente. Forse era un impulso di fedeltàinconscioo la realizzazione di una di quelle

ironiche necessità che si dissimulano dietro gli avvenimenti dell'esistenzaumana. Non lo so. Non saprei dire. Ci andai e

basta.

«Pensavo che il ricordo di Kurtz fosse uguale a tutti i ricordi degli altrimorti che si accumulano nella vita di

ogni uomouna vaga impronta tracciata sulla memoria da ombre che l'hannolasciata nel loro rapido passaggio estremo;

ma davanti all'imponente portone massicciofra le alte case di una stradatranquilla e decorosa come il viale ben tenuto

di un cimiteroebbi una visione di lui sulla barellache apriva voracementela boccaquasi volesse divorare la terra e

l'umanità tutte intere. Sorse lì davanti a mevivo come non lo era maistatoombra insaziabile di magnifiche apparenze

di spaventose realtàombra più tenebrosa dell'ombra della notteavvoltanelle nobili pieghe di una sfarzosa eloquenza.

La visione sembrò entrare in casa con me - la barellai portatori fantasmala folla selvaggia dei suoi soggiogati

adoratoril'oscurità della forestalo scintillio del fiume fra le anseannebbiateil rullio del tamburoregolare e velato

come il battito di un cuore - il cuore di una tenebra vittoriosa. Fu unmomento di trionfo per la selva selvaggia

un'incursione invadente e vendicativa che a me sembrava di dover respingereda solo per la salvezza di un'altra anima. E

il ricordo di quello che gli avevo sentito dire laggiùmentre le formecornate si muovevano dietro di menel bagliore

dei fuochidentro ai boschi pazientiquelle frasi spezzate risuonarono inmein tutta la loro sinistra e terrificante

semplicità. Ricordai la sua abietta insistenzale abiette minaccel'ampiezza smisurata dei suoi bassi desiderila

meschinitàil tormentol'angoscia della sua anima in tempesta. E poi miparve di vedere la sua aria languida e posata

del giorno in cui mi aveva detto: "Tutto questo avorio in realtàappartiene solo a me. La Compagnia non ha pagato per

averlo. L'ho raccolto iocon grandissimo rischio personale. Temo però chetenteranno di rivendicarne la proprietà.

Uhm. È un caso delicato. Cosa pensa che dovrei fare? Oppormieh? Io nonchiedo che giustizia."... Non chiedeva che

giustizianient'altro che giustizia. Suonai a una porta di moganoal primopianoe mentre aspettavosembrava che lui

mi fissasse dal fondo del vitreo pannellocol suo sguardo dilatato e immensoche avvolgevacondannavaesecrava tutto

l'universo. Mi sembrò di sentire quel grido sussurrato: "Che orrore!Che orrore!"

«Si faceva sera. Dovetti aspettare in un ampio salone con tre finestre alteda terra al soffitto che parevano tre

colonne luminose e drappeggiate. Le gambe e gli schienali dorati e tornitidei mobili risplendevano in curve indistinte.

Il grande camino di marmo era di una bianchezza fredda e monumentale. Unpianoforte a coda si allungava massiccio in

un angolocon oscuri riflessi sulle superfici lisce come un tetro sarcofagolevigato. Si aprì una lunga portasi richiuse.

Mi alzai.

«Venne avantivestita di neropallidafluttuante verso di me nella lucedel crepuscolo. Era in lutto. Era

passato più di un anno dalla morte di luipiù di un anno dalla notiziadella sua mortema lei sembrava dovessericordarlo e piangerlo per sempre. Presele mie mani fra le sue e mormorò: "Avevo sentito dire che sarebbevenuto."

Notai che non era tanto giovanevoglio dire che non aveva niente dellaragazzina. Dell'età matura aveva la capacità di

essere fedeledi crederedi soffrire. Sembrava che la stanza fossediventata più buiacome se tutta la triste luce di

quella sera nuvolosa si fosse rifugiata sulla sua fronte. Quei capellibiondiquel pallido visoquella fronte pura

sembravano circondati da un alone cinereo da cui mi guardavano due occhiscuri. Lo sguardo era innocenteprofondo

fiducioso e aperto. Portava la sua immagine di dolore come se fosse fiera diquel dolorequasi volesse dire: ioio sola

so piangerlo come lui merita. Ma mentre ci stringevamo ancora le manisulsuo volto passò un'espressione di una tale

desolazione che capii che lei non era una di quelle creature di cui il temposi fa gioco. Per lei era come se lui fosse

morto ieri. E per Giove!l'impressione fu così forte che anche a me parveche lui fosse morto iericosa dico?in quel

momento stesso. Vidi l'uno e l'altro nello stesso istante - la morte di lui eil dolore di lei - vidi quale era stato il dolore di

lei nel momento stesso della morte di lui. Mi capite? Li vidi insiemeliudii insieme. Lei mi aveva dettocon un

profondo singhiozzo nella voce: "Sono sopravvissuta"mentre allemie orecchie tese sembrava di udire distintamente

mescolato al tono di disperato rimpianto di leiil sussurro della resa deiconti dell'eterna condanna di lui. Mi chiesi cosa

ci stessi a fare làcon un senso di panico nel cuore come se mi fossismarrito in un luogo pieno di misteri assurdi e

crudeliproibito ai mortali. Mi portò verso una sedia e ci sedemmo. Posaidelicatamente il pacchetto sul tavolino e lei ci

mise la mano sopra... "Lei lo conosceva bene"mormorò dopo unattimo di doloroso silenzio.

«"Fa presto a nascere l'intimità laggiù"dissi. "Loconoscevo quanto è possibile a un uomo conoscerne un

altro."

«"E lo ammirava"disse. "Era impossibile conoscerlo senzaammirarlo. Vero?"

«"Era un uomo notevole"dissi con voce incerta. E davanti allafissità implorante di quello sguardo che

sembrava aspettare altre parole dalle mie labbraaggiunsi: "Eraimpossibile non..."

«"Amarlo"terminò con ardorelasciandomi muto e sgomento."Com'è vero! Com'è vero! E pensare che

nessuno lo conosceva bene come me. Avevo tutta la sua nobile fiducia. Io loconoscevo meglio di tutti."

«"Lei lo conosceva meglio di tutti"ripetei. E magari era vero.Ma ad ogni parola pronunciata la stanza si

faceva più buia e solo la sua fronteliscia e biancarimaneva accesa perl'inestinguibile luce della fede e dell'amore.

«"Lei era suo amico"proseguì. "Suo amico"ripeté unpo' più forte. "Bisognava che lei lo fosse se le ha dato

questo e l'ha mandata da me! Sento di poter parlare con lei e... oh! hobisogno di parlare. Voglio che lei sappia - lei che

ha udito le sue ultime parole - che io sono stata degna di lui... Non èorgoglio... Ebbene sì! Sono fiera di sapere che ero

io quella che lo aveva capito meglio di chiunque altro a questo mondomel'ha detto lui stesso. E da quando è morta sua

madre non ho avuto nessuno - nessuno - con cui - con cui..."

«Io ascoltavo. L'oscurità diventava più profonda. Non ero neanche sicuroche lui mi avesse dato il carteggio

giusto. Ho qualche motivo di credere che quel che mi voleva affidare fosse unaltro pacco di carte chedopo la sua

morteho visto fra le mani del direttore mentre le esaminava sotto lalampada. E la ragazza parlavatraendo dalla

certezza di avere la mia simpatia un conforto alla sua afflizione; parlavacome beve un assetato. Avevo sentito dire che

il suo fidanzamento con Kurtz non era stato approvato dalla sua famiglia. Nonera abbastanza ricco o qualcosa di simile.

E infatti non so se sia stato povero tutta la sua vita. Mi aveva dato qualchemotivo di arguire che fosse stata

l'insofferenza per la sua relativa povertà a spingerlo laggiù.

«"... Chi non era suo amico dopo averlo sentito parlare anche solo unavolta?"stava dicendo. "Attirava gli

uomini a sé con quello che c'era di meglio in loro." Mi fissòintensamente. "È la dote dei grandi"continuòe il suono

della sua voce bassa sembrava avere l'accompagnamento di tutti gli altrisuonipieni di misterodi desolazione e di

doloreche avevo sentiti altrove: il mormorio del fiumeil fremito deglialberi agitati dal ventoil lamento della follala

debole eco di parole incomprensibili gridate da lontanoil sussurro di unavoce che parlava di là dalla soglia di una

tenebra eterna. "Ma lei lo ha udito! Lo sa!"esclamò.

«"Sìlo so"dissi con una specie di disperazione nel cuoremacon la testa china davanti alla fede che c'era in

leidavanti alla grandesalutare illusione che splendeva di una luce nonterrena in quella oscuritànella trionfante

tenebra da cui non l'avrei potuta difendereda cui non potevo difendereneanche me stesso.

«"Che perdita per me - per noi"si corresse con magnanimagenerosità; e aggiunse in un sussurro: "per il

mondo." Negli ultimi bagliori del crepuscolo potevo distinguere illuccichio dei suoi occhipieni di lacrimedi lacrime

che non volevano cadere.

«"Sono stata molto felice - molto fortunata - molto fiera"continuò. "Troppo fortunata. Troppo felice per una

breve parentesi. E ora sono infelice per... per tutta la vita."

«Si alzò. I suoi capelli biondi sembrarono raccoglierein uno scintilliodoratotutta la luce che rimaneva. Mi

alzai anch'io.

«"E di tutto questo"proseguìcon desolazione"di tuttoquello che promettevadella sua grandezzadella sua

mente generosadel suo nobile cuorenon rimane nullanulla se non ilricordo. Lei e io..."

«"Lo ricorderemo sempre"dissi in fretta.

«"No!"gridò. "È impossibile che tutto vada perduto - cheuna vita simile sia stata sacrificata per non lasciare

nulla - se non dolore. Lei sa quali grandiosi progetti avesse. Anch'io liconoscevo- potevo forse non capirli - ma altri

ne erano a conoscenza. Qualcosa deve restare. Le sue parole almeno non sonomorte."

«"Le sue parole resteranno"dissi.

«"E il suo esempio"mormorò tra sé. "Gli sguardi degliuomini erano puntati su di lui. Ogni sua azione brillava

di bontà. Il suo esempio..."«"È vero"dissi"ancheil suo esempio. Sìil suo esempio. Lo dimenticavo."

«"Ma io no. Non posso - non posso crederci - non ancora. Non possocredere che non lo vedrò mai piùche

nessuno lo rivedrà maimaimai più."

«Come verso un'immagine che si allontanagiunse le mani bianche e tese lebraccia chein controluce

nell'angusta e pallida luce della finestrasembrarono tutte nere. Nonrivederlo mai! In quel momento io lo rivedevo

abbastanza distintamente. Continuerò a vedere quell'eloquente fantasma pertutta la vitae vedrò anche leiombra

tragica e familiaresimile in quel gesto a un'altraaltrettanto tragicaadorna di incantesimi impotentiche tendeva le sue

braccia brune e nudesopra lo scintillio del fiume infernaleil fiume dellatenebra. All'improvviso dissecon voce molto

bassa: "È morto com'è vissuto."

«"La sua morte"dissimentre un'ira funesta montava in me"è stata in tutto degna della sua vita."

«"E io non ero con lui"mormorò. La mia ira lasciò il posto aun sentimento di pietà infinita.

«"Tutto quello che si poteva fare..."borbottai.

«"Ahma io credevo in lui più di chiunque altro al mondo - più disua madre - più di... lui stesso. Aveva

bisogno di me! Di me! Avrei raccolto gelosamente ogni sospiroogni parolaogni movimentoogni sguardo."

«Sentii come una stretta gelida al petto. "Non faccia così"dissicon voce strozzata.

«"Mi perdoni. Ioio ho pianto così tanto in silenzioin silenzio...Lei è stato con luifino all'ultimo? Penso alla

sua solitudine. Nessuno vicino che lo capissecome l'avrei capito io. Forsenessuno ad ascoltare..."

«"Fino alla fine"dissi scosso. "Ho udito le sue ultimeparole..."mi interruppi spaventato.

«"Le ripeta"mormorò con voce spezzata. "Vogliovoglioqualcosaqualcosacon cui vivere."

«Stavo per gridarle: "Ma non le sente?" L'oscurità attorno a noile stava ripetendo in un sussurro ostinatoin un

sussurro che sembrava gonfiarsi minacciosocome il primo mormorio di unvento che si alza. "Che orrore! Che orrore!"

«"L'ultima parolaper aiutarmi a vivere"pregò. "Noncapisce che io lo amavolo amavolo amavo!"

«Mi ricomposi e parlai lentamente.

«"L'ultima parola che ha pronunciato è stata... il suo nome."

«Percepii un leggero sospiro e poi il mio cuore cessò di batterefermatodi colpo da un terribile grido esultante

un grido di inconcepibile trionfo e di dolore inesprimibile. "Lo sapevone ero certa!..." Lo sapevane era certa. La sentii

singhiozzare. Aveva nascosto il viso fra le mani. Ebbi l'impressione chesarebbe crollata la casa prima che io potessi

fuggireche il cielo mi sarebbe caduto sulla testa. Ma non accadde nulla. Ilcielo non cade per così poco. Sarebbe

cadutomi domandose avessi reso a Kurtz quella giustizia che gli eradovuta? Non aveva detto che voleva solo

giustizia? Ma non ne fui capace. Non potevo dirlo a lei. Sarebbe stato troppotenebrosodecisamente troppo

tenebroso...»

Marlow tacque e rimase seduto in disparteindistinto e silenziosonellaposa di un Budda in meditazione.

Nessuno si mosse per un po'. "Abbiamo perso l'inizio del riflusso"disse il Direttore all'improvviso. Sollevai la testa.

L'orizzonte era sbarrato da un nero banco di nuvolee quell'acqua - che comeun viale tranquillo porta ai limiti estremi

della terra -scorrendo scura sotto un cielo copertosembrava condurredentro al cuore di un'immensa tenebra.